/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Spazio conosciuto

Ai confini di Sol

Larry Niven


Larry Niven

Ai confini di Sol

Tre mesi bloccato su Jinx.

Per i primi due mesi feci il turista. Non andai mai a vedere le regioni ad alta pressione intorno all’oceano perché l’unico modo per arrivarci sarebbe stato partecipare a un safari con i carri armati da caccia. Però viaggiai nei territori abitabili sulle due parti del mare, la Fascia Est civilizzata, la Fascia Ovest che è una frontiera in fase di sviluppo. Girai per La Zona Estrema Est, con una tuta pressurizzata; feci il giro delle distillerie e delle altre industrie del vuoto, e contemplai l’immensità arancione del Primario, l’enorme gemello di Jinx.

Passai gran parte del secondo mese tra l’Istituto della Conoscenza e il Camelot Hotel. Il turismo aveva perso tutto il suo fascino.

Per me non è una cosa insolita. Sono un turista nato. Però…

La gravità di Jinx, 1,78 g, imponeva irragionevoli restrizioni all’eleganza e all’ingegnosità dell’architettura. Gli edifici delle fasce abitabili sono tutti eguali: tozzi e massicci.

Le Zone Estreme Est ed Ovest, le regioni del vuoto, non sono molto diverse da quelle di una luna industrializzata. Ed io non ho mai avuto la passione per le visite alle fabbriche.

In quanto alle rive dell’oceano, gli unici veicoli che ci vanno lo fanno per dar la caccia ai bandersnatchi. I bandersnatchi sono vere curiosità della natura: enormi, intelligenti limacce bianche grosse come montagne. Danno la caccia ai carri armati. Ci sono restrizioni rigorose per l’equipaggiamento che i carri armati possono portare, secondo accordi stretti fra gli uomini e i bandersnatchi, e così i bandersnatchi vincono all’incirca il quaranta per cento dei duelli. Io non volevo saperne.

E tutte le mie attività turistiche dovevano svolgersi in una gravità tre volte superiore a quella del mio mondo natio.

Passai il terzo mese a Sirius Mater, quasi sempre nel Camelot Hotel, che ha generatori di gravità in quasi tutte le stanze. Quando uscivo, lo facevo con un divano fluttuante. Passavo come un invalido in mezzo ai jinxiani che mi guardavano con aria divertita. O era uno scherzo della mia immaginazione?

Ero in una sala dell’Istituto della Conoscenza quando m’imbattei in Carlos Wu, che stava passando i polpastrelli su una scultura tattile kdatlyno.

Carlos, un uomo bruno e snello, con le spalle strette e i capelli neri e lisci, era agile come una scimmia in condizioni di gravità normali. Ma su Jinx usava un divano da viaggio identico al mio. Studiava i busti tenendo la testa inclinata da una parte. E io studiavo la sua schiena, sicuro che non poteva essere lui.

— Carlos, non dovresti essere sulla Terra?

Sobbalzò. Ma quando il divano girò, lui sorrideva allegramente. — Bey! Potrei dire lo stesso di te.

Era vero e lo ammisi. — Ero diretto alla Terra, ma quando tutte quelle navi hanno incominciato a sparire nei dintorni del sistema di Sol il comandante ha cambiato idea e si è diretto verso Sirio. Cosa potevamo fare noi passeggeri? E tu? Come stanno Sharrol e i bambini?

— Sharrol sta benone e i bambini stanno benone, e tutti aspettano che tu torni a casa. — Carlos stava ancora passando le dita sulla scultura tattile di Lloobee intitolata Eroi, e ne tastava la consistenza calda e carnosa. Eroi era una scultura tattile molto insolita; aveva anche effetti visivi. Carlos studiò i due busti umani poi disse: — Quella è la tua faccia, vero?

— Già.

— Non che sia mai stato tanto bello in tutta la tua vita. Come mai uno kdatlyno ha scelto Beowulf Shaeffer come eroe classico? Per via del nome? E l’altro chi è?

— Te lo racconterò un’altra volta. Carlos, che cosa ci fai qui?

— Ho… ho lasciato la Terra un paio di settimane dopo la nascita di Louis. — Era imbarazzato. Perché? — Non avevo lasciato la Terra da dieci anni. Avevo bisogno di cambiare aria.

Ma se ne era andato poco prima che dovessi tornare a casa io. E… qualcuno non aveva detto, una volta, che Carlos Wu era leggermente affetto dalla fobia dei terrapiattai? Incominciai a capire che cosa non andava. — Carlos, tu hai fatto un favore enorme a me e a Sharrol.

Rise, senza guardarmi. — Molti uomini hanno ucciso altri uomini, per favori del genere. Ho pensato che fosse… più delicato… non farmi trovare al tuo ritorno a casa.

Adesso era chiaro. Carlos era lì perché la Commissione Fecondità della Terra non voleva accordarmi una licenza di paternità.

Non si può dar torto alla Commissione, in verità, se cerca tutti i pretesti per ridurre il numero dei genitori produttivi. Io sono albino. Volevo Sharrol e Sharrol voleva me; ma tutti e due volevamo aver figli e Sharrol non può lasciare la Terra. Soffre della fobia dei terrapiattai, il terrore delle atmosfere sconosciute e dei giorni alterati e della gravità cambiata e del cielo nero sotto i piedi.

L’unica soluzione che avevamo trovato era stata chiedere aiuto a un buon amico.

Carlos Wu è un genio registrato con una resistenza incredibile alle malattie e alle lesioni. Ha una licenza di paternità illimitata, che oltre a lui, sulla Terra, tra tutti i diciotto miliardi di abitanti, hanno soltanto in sessanta. Riceve proposte del genere ogni settimana… ma è un buon amico, e aveva accettato. Negli ultimi due anni Sharrol e Carlos avevano avuto due figli; e quelli adesso aspettavano sulla Terra che io tornassi per far loro da padre.

Provavo soltanto gratitudine, per ciò che aveva fatto per noi. — Ti perdono le tue strane idee sulla delicatezza, — dissi in tono magnanimo. — Dunque, dato che siamo bloccati su Jinx, posso farti da guida? Ho conosciuto gente interessante.

— Come sempre. — Carlos esitò, poi: — Per la verità, non sono bloccato su Jinx. Mi hanno offerto un passaggio per tornare a casa. Forse riuscirò a far accettare anche te.

— Oh, davvero? Non sapevo che ci fosse qualche nave in partenza per il Sistema di Sol, di questi tempi. O dal Sistema di Sol.

— Questa nave appartiene a un funzionario del governo. Hai mai sentito parlare di un certo Sigmund Ausfaller?

— Mi sembra, vagamente… Aspetta! Ehi! L’ultima volta che ho visto Sigmund Ausfaller, aveva appena messo una bomba a bordo della mia nave!

Carlos mi guardò sbattendo le palpebre. — Vuoi scherzare?

— No.

— Sigmund Ausfaller fa parte dell’Ufficio Affari Alieni. Mettere le bombe a bordo delle navi spaziali non è una delle sue funzioni.

— Forse l’ha fatto mentre era fuori servizio — dissi io, malignamente.

— Be’, non mi sembra proprio che saresti entusiasta di dividere una cabina con lui. Forse…

Ma mi era venuto in mente qualcosa d’altro, e non c’erano altri modi di venirne fuori. — No, andiamo a parlare con lui. Dove possiamo trovarlo?

— Al bar del Camelot — disse Carlos.

Comodamente sdraiati sui nostri divani da viaggio, scivolammo sui cuscini d’aria attraverso Sirius Mater. Gli aranci che fiancheggiavano i viali erano scorciati dalla gravità: i tronchi erano coni tozzi, e le arance, sui rami, non erano molto più grandi di palline da ping-pong.

Il loro mondo li aveva modificati, come i nostri mondi hanno modificato voi e me. Una civiltà sotterranea e una gravità di zero virgola sei mi hanno fatto diventare pallido e magro, alto ed esile. I jinxiani che incontravamo erano bassi e tozzi, e sembravano mattoni: tutti, uomini e donne. In mezzo a loro i pochi stranieri apparivano sorprendentemente diversi quanto un kdatlyno o un burattinaio di Pierson.

E così arrivammo al Camelot.

Il Camelot è basso, a due piani, e si estende come una piovra cubista su alcuni ettari nel centro di Sirius Mater. Quasi tutti i forestieri alloggiano lì, perché nelle stanze e nei corridoi c’è il controllo della gravità, e poi è vicino all’Istituto della Conoscenza, il più bel museo e il più efficiente complesso di ricerca dello spazio umano.

Nei bar del Camelot c’è la gravità terrestre. Lasciammo i divani da viaggio nel vestibolo ed entrammo camminando come veri uomini. I jinxiani entravano rimbalzando come mattoni di gomma, con grandi sorrisi di felicità sulle facce larghe. I jinxiani amano la bassa gravità. Molti di loro emigrano su altri mondi.

Adocchiammo subito Ausfaller: un terrapiattaio tondo, con la faccia da luna piena, i capelli scuri folti e ondulati e un paio di baffetti neri. Si alzò quando ci avvicinammo. — Beowulf Shaeffer! — esclamò raggiante. — Che piacere rivederla! Mi sembra che siano otto anni o giù di lì. Come se l’è passata?

— Ho vissuto — risposi io.

Carlos si fregò energicamente le mani. — Sigmund! Perché avevi messo una bomba sulla nave di Bey?

Ausfaller sbatté le palpebre con aria sorpresa. — Ti ha detto che la nave era sua? Non lo era. Stava pensando di rubarla. E io pensai che non avrebbe rubato una nave con una bomba a tempo nascosta a bordo.

— Ma tu non c’eri immischiato? — Carlos s’infilò nel separé accanto a lui. — Non sei della polizia. Lavori per l’Ufficio Relazioni con gli Alieni.

— La nave era di proprietà della Società Prodotti Generali, che appartiene ai burattinai di Pierson, non agli umani.

Carlos si girò verso di me. — Bey! Vergognati.

— Accidenti! Stavano cercando di ricattarmi per costringermi a una missione suicida! E Ausfaller lasciò che se la cavassero impunemente. Fu l’esibizione di tatto meno convincente che abbia mai visto in vita mia.

— Per fortuna che questi separé sono isolati acusticamente — disse Carlos. — Ordiniamo, adesso.

Alla faccia del campo isolante acustico: la gente ci sbirciava. Sedetti. Quando ci servirono, bevvi subito una sorsata molto lunga. Perché avevo parlato della bomba?

Ausfaller stava dicendo: — Allora, Carlos, hai cambiato idea? Verrai con me?

— Sì, se posso portare un amico.

Ausfaller aggrottò la fronte e mi guardò. — Anche lei vuol raggiungere la Terra?

Io avevo deciso. — Non credo. Anzi, vorrei convincerla a non prendere a bordo Carlos.

Carlos disse: — Ehi!

Non gli lasciai il tempo di continuare. — Ausfaller, lei sa chi è Carlos? Ha una licenza di paternità illimitata fin da quando aveva diciotto anni. Diciotto! Non mi dispiacerebbe affatto se lei rischiasse la propria pelle, anzi mi farebbe piacere. Ma quella di Carlos?

— Non è poi un rischio tanto grande! — esclamò Carlos.

— Ah no? Cos’è Ausfaller che non avessero le altre otto navi?

— Due cose — rispose Ausfaller in tono paziente. — Una, saremo in arrivo e non in partenza. Sei delle otto navi scomparse stavano lasciando il Sistema di Sol. Se ci sono pirati nei dintorni di Sol, devono aver concluso che è molto più facile localizzare una nave in partenza.

— Ne hanno prese due in arrivo. Due navi, cinquanta persone tra equipaggio e passeggeri, tutto andato. Puff!

— Non mi prenderebbero tanto facilmente — si vantò Ausfaller. — La Hobo Kelly trae in inganno. Sembra una nave mercantile-passeggeri, ma è una nave da guerra, armata e capace di un’accelerazione di trenta g. Nello spazio normale possiamo sfuggire a qualunque cosa non riuscissimo a combattere. Pensiamo che si tratti di pirati, no? E i pirati vorrebbero saccheggiare una nave, prima di distruggerla.

Ero incuriosito. — Perché? Perché una nave da guerra camuffata? Spera che l’attaccheranno?

— Se sono veramente pirati, sì, spero che mi attacchino. Ma non all’entrata del Sistema di Sol. Abbiamo in programma una sostituzione. Un mercantile normale scenderà sulla Terra, prenderà a bordo un carico d’un certo valore, e partirà per Wunderland in rotta lineare. La mia nave lo sostituirà prima che sia passato attraverso gli asteroidi. Quindi, come vede, non ci sarà rischio di perdere i geni preziosi di Mr. Wu.

Con le palme appoggiate sul piano del tavolo e le braccia diritte, Carlos si alzò, torreggiando su di noi. — Con una certa diffidenza, vi faccio notare che si tratta dei miei dannati geni e che posso farne quel cavolo che voglio! Bey, ho già avuto la mia parte di figli, inclusi i tuoi!

— Calma, Carlos. Non intendevo calpestare qualcuno dei tuoi diritti inalienabili. — Mi rivolsi ad Ausfaller. — Ancora non capisco perché le navi che spariscono debbano interessare l’Ufficio Relazioni con gli Alieni.

— C’erano passeggeri alieni a bordo di alcune di quelle navi.

— Oh.

— E ci siamo chiesti se anche i pirati possono essere alieni. Certamente usano una tecnica ignota all’umanità. Delle sei navi in uscita, cinque sono sparite dopo aver comunicato che stavano per entrare in hyperdrive.

Zufolai. — Sono capaci di tirar fuori una nave dall’hyperdrive? È impossibile. No? Carlos?

Carlos storse la bocca. — No, visto che lo fanno. Ma non capisco il principio. Se le navi sparissero e basta, sarebbe diverso. Qualunque nave sparisce se si addentra troppo in un pozzo di gravità quando è in hyperdrive.

— Allora… allora forse non si tratta di pirati. Carlos, potrebbero esistere nell’iperspazio esseri viventi che divorano le navi?

— Per me, potrebbero anche esistere. Io non sono onnisciente, Bey, contrariamente all’opinione popolare. — Ma dopo un minuto Carlos scrollò la testa. — Non la bevo. Potrei accettare una massa sconosciuta ai margini del Sistema di Sol. Le navi che si avvicinassero troppo in hyperdrive scomparirebbero.

— No — disse Ausfaller. — Nessuna massa singola potrebbe aver causato tutte quelle sparizioni. Conosciuto o sconosciuto, un pianeta è legato dalla gravità e dall’inerzia. Abbiamo effettuato le simulazioni con il computer. Sarebbero state necessarie tre grosse masse, tutte sconosciute, tutte sulle rotte del traffico simultaneamente.

— Grosse quanto? Come Marte o di più?

— Allora hai pensato anche tu a questa faccenda.

Carlos sorrise. — Già. Può sembrare impossibile, ma non lo è. È soltanto improbabile. C’è un’enorme quantità di ciarpame nello spazio transnettuniano. Quattro pianeti conosciuti e innumerevoli frammenti di ghiaccio, di pietra e di nichel-ferro.

— Comunque, è molto improbabile.

Carlos annuì. Ci fu un silenzio.

Io stavo ancora pensando ai mostri nell’iperspazio. La cosa più bella di questa ipotesi era che non si poteva neppure calcolare una probabilità. Ne sapevamo troppo poco.

L’umanità usa l’hypedrive ormai da quattrocento anni. In tutto questo tempo sono sparite pochissime navi, se non durante le guerre. E adesso, otto navi in dieci mesi, e tutte intorno al Sistema di Sol.

Supponiamo che una bestia dell’iperspazio avesse scoperto le navi nella sua zona, magari durante una delle guerre tra umani e kzin. Sarebbe andata a chiamare i suoi amici. E adesso stavano facendo prede intorno al Sistema di Sol. L’afflusso delle navi intorno a Sol è maggiore che intorno a tre stelle coloniali prese a caso. Ma, se fossero arrivati altri mostri, sicuramente avrebbero dovuto spostarsi verso le altre colonie.

Non riuscivo a immaginare una difesa contro una possibilità del genere. Forse saremmo stati costretti a rinunciare ai viaggi interstellari.

Ausfaller disse: — Sarei lieto se cambiasse idea e venisse con noi, Mr. Shaeffer.

— Uhm? È sicuro di volermi a bordo della sua nave?

— Oh, assolutamente! Altrimenti, come potrei essere sicuro che non ci ha nascosto una bomba? — Ausfaller rise. — E del resto, un pilota qualificato ci farebbe comodo. Infine, mi piacerebbe avere la possibilità di spulciare la sua mente, Beowulf Shaeffer. Lei ha la strana dote di fare il mio lavoro al posto mio.

— Cosa vorrebbe dire, con questo?

— La Prodotti Generali si servì del ricatto per convincerla ad effettuare un’orbita ravvicinata intorno a una stella di neutroni. Lei venne a sapere qualcosa sul loro mondo (ancora non sappiamo che cosa) e li ricattò a sua volta. Sappiamo che i contratti conclusi per ricatto costituiscono una parte normale dell’attività affaristica dei burattinai. Lei si guadagnò il loro rispetto. Da quella volta ha sempre trattato con loro. Ha trattato anche con altri alieni, e senza attriti. Ma mi ha colpito soprattutto il modo in cui ha risolto il rapimento di Lloobee.

Carlos era attentissimo. Non avevo ancora avuto occasione di raccontargli quella faccenda. Sorrisi e dissi:

— Anch’io ne sono orgoglioso.

— E a ragione. Fece ben di più che recuperare il più grande scultore tattile kdatlyno dello spazio conosciuto: lo fece con onore, uccidendo uno di loro e lasciando Lloobee libero di perseguire gli altri senza pubblicità. Altrimenti gli kdatlyno si sarebbero irritati.

Aiutare Sigmund Ausfaller era stata la cosa più lontana dai miei pensieri in quegli ultimi otto anni: eppure, all’improvviso, mi faceva piacere. Forse era l’aria con cui stava ascoltando Carlos. Ce ne vuole, per impressionare Carlos Wu.

Carlos disse:

— Se pensassi che si tratta di pirati allora verresti, no, Bey? Dopotutto, è molto probabile che non riescono a trovare le navi in arrivo.

— Sicuro.

— E non credi realmente ai mostri dell’iperspazio.

Esitai. — No, se c’è una spiegazione migliore. Il fatto è che non sono molto convinto neppure dei pirati supertecnologici. E le masse vaganti?

Carlos sporse le labbra. — Bene. Il Sistema Solare ha un buon numero di pianeti… almeno una dozzina scoperti finora, e quattro sono all’esterno della grande singolarità intorno a Sol.

— Senza includere Plutone?

— No, consideriamo Plutone come una lunga fuggitiva di Nettuno. Quindi: Nettuno, Persefone, Caina, Antenora, Tolomea, in ordine di distanza dal Sole. E le orbite non sono piatte rispetto al piano del sistema. Persefone è inclinata di centoventi gradi ed è retrograda. Se troveranno un altro pianeta, là fuori, lo chiameranno Giudecca.

— Perché?

— L’Inferno. Le quattro bolge centrali dell’Inferno dantesco. Formano un’enorme distesa di ghiaccio, dentro alla quale stanno i peccatori.

— Torniamo a noi — disse Ausfaller.

— Incomincia con l’alone cometario — mi disse Carlos. — È molto rarefatto: all’incirca una cometa per un volume sferico corrispondente all’orbita della Terra. La massa è più densa via via che si procede verso il centro: alcuni pianeti, altre comete, pezzi di ghiaccio e di roccia, tutti in orbite sghembe e sempre piuttosto sparsi. All’interno di Nettuno ci sono molti pianeti e asteroidi, e c’è un maggiore appiattimento delle orbite in conformità con la rotazione di Sol. All’esterno di Nettuno lo spazio è immenso e vuoto. Potrebbero esserci pianeti sconosciuti. Singolarità che inghiottono le navi.

Ausfaller era indignato. — Ma è possibile che tre intersechino contemporaneamente le rotte commerciali più importanti?

— Non è impossibile, Sigmund.

— Le probabilità…

— Sono infinitesimali, giustissimo. Bey, è quasi impossibile. Chiunque abbia la testa sulle spalle penserebbe ai pirati.

Non vedevo Sharrol ormai da molto tempo. La tentazione era forte. — Ausfaller, avete scoperto se parte del bottino è stata messa in vendita? Sono arrivate richieste di riscatto? — Mi convinca!

Ausfaller rovesciò all’indietro la testa e rise.

— Cosa c’è di tanto divertente?

— Abbiamo ricevuto centinaia di richieste di riscatto. Qualunque deficiente può scrivere una richiesta di riscatto, e queste sparizioni hanno avuto parecchie pubblicità. Le richieste erano tutte fasulle. Vorrei tanto che ce ne fosse stata qualcuna autentica. C’era un figlio del Patriarca di Kzin a bordo della Wayfarer, quando è scomparsa. In quanto al bottino… uhmm. C’è stata una caduta dei prezzi al mercato nero per la boosterspice e i legni-gemma. In quanto al resto… — Ausfaller scrollò le spalle. — Nessuna traccia degli originali di Barr o della Pietra di Mida o degli altri tesori più cospicui che erano a bordo delle navi sparite.

— Allora non avete nessuna certezza, in un senso o nell’altro.

— No. Verrà con noi?

— Non ho ancora deciso. Quando partirà?

Sarebbero partiti l’indomani mattina dalla Zona Estrema Est. Così avrei avuto tempo di riflettere.

Dopo cena tornai in camera mia. Ero depresso. Carlos sarebbe partito, questo era chiaro. Non era colpa mia… ma era lì su Jinx perché aveva fatto un grande favore a me e a Sharrol. Se fosse morto mentre tornava a casa…

Nella mia stanza c’era ad attendermi un nastro di Sharrol. C’erano le foto dei bambini, Tanya e Louis, e dell’appartamento che lei aveva scovato per noi nell’arcologia di Twin Peaks, e tante altre cose.

Me lo rividi tre volte. Poi chiamai la stanza di Ausfaller. Era passato davvero troppo tempo…

Girai una volta intorno a Jinx, prima di prendere il largo. L’ho sempre fatto, persino ai tempi in cui volavo per le Linee Nakamura; e nessun passeggero ha mai protestato.

Jinx è la luna molto vicina di un pianeta gassoso gigante più massiccio di Giove, ma più piccolo perché il nucleo è compresso e formato di materia degenerata. Un miliardo d’anni fa Jinx e il Primario erano ancora più vicini, prima che la forza mareale li allontanasse. La stessa forza mareale, in precedenza, aveva vincolato la rotazione di Jinx al Primario, e aveva dato alla luna una forma ovoidale, di sferoide prolato. Quando la luna si spostò verso l’esterno la forma diventò un po’ più sferica: ma la superficie di roccia fredda oppose resistenza al cambiamento.

Ecco perché l’oceano di Jinx lo cinge al centro, sotto un’atmosfera troppo compressa e troppo calda perché sia impossibile respirarla, mentre i punti rispettivamente più vicino e più lontano dal Primario, la Zona Estrema Est e quella Ovest, in effetti s’innalzano al di sopra dell’atmosfera.

Visto dallo spazio, Jinx sembra l’Uovo Pasquale di Dio; le Zone Estreme sono color avorio, sfumate di giallo; poi c’è il riflesso più fulgido degli anelli delle distese di ghiaccio ai limiti dell’atmosfera; quindi i vari azzurri di un mondo simile alla Terra, ai quali si sovrappongono sempre più spesso le incrostazioni candide delle nubi via via che gli occhi si spostano verso l’interno, fino alla cintura del pianeta-luna, che è circondata da una fascia di bianco puro. L’oceano non si vede mai.

Feci un solo giro intorno, e via.

Sirio ha la sua parte di materia miscellanea che ingombra il percorso verso lo spazio interstellare. Rimasi ai comandi quasi costantemente per quasi cinque giorni, un po’ per questa ragione e un po’ perché volevo familiarizzarmi con la nave che non conoscevo.

L’Hobo Kelly era una di quelle navi che atterrano sulla pancia, lunga cento metri e a sezione triangolare. Sotto il muso rialzato e proteso in avanti c’erano i grandi portelloni per il carico. Aveva razzi ventrali adeguati e un motore a fusione molto più grande in coda, e una fila di oblò che indicavano le cabine. Senza dubbio aveva un’aria piuttosto innocua; e senza dubbio c’era sotto un imbroglio. La cabina avrebbe dovuto avere posto a sufficienza per quaranta o cinquanta persone, ma in realtà c’era per quattro appena. Il resto di quello che sarebbe dovuto essere lo spazio per le cabine era formato da finestre a proiezioni olografiche.

Il motore funzionava bello tranquillo fino a un massimo di dieci gravità: non molto, per una nave destinata a portare un carico massiccio. La gravità nella cabina reggeva senza bisogno di sfruttare più di una frazione dell’energia. Quando Jinx e il Primario diventarono invisibili sullo sfondo delle stelle, quando Sirio fu così lontano che potevo guardarlo direttamente, cominciai a occuparmi del quadro segreto dei comandi che Ausfaller aveva sbloccato apposta per me. Ausfaller si svegliò, vide che cosa stavo facendo, e attaccò a darmi spiegazioni.

C’era un grosso laser a raggi X e c’erano altri cannoni laser più piccoli, regolati su frequenze diverse. C’erano quattro bombe a fusione del tipo autocercante. C’era un telescopio così efficiente che in realtà il telescopio ufficiale della nave gli serviva soltanto come finder. C’era il radar di profondità.

Eppure niente di tutto questo armamentario affiorava dallo scafo scolorito.

Ausfaller era armato quanto bastava per affrontare i bandersnatchi. Io non sapevo cosa pensare. Sembrava che fossimo in grado di combattere contro qualche cosa, e anche di sfuggire a qualunque cosa. Ma che razza di nemico si stava aspettando?

Durante le quattro settimane in hyperdrive, mentre attraversavamo il Punto Cieco alla velocità di un anno-luce ogni tre giorni, l’argomento dei mangiatori di navi si riaffacciò in modo inquietante.

Oh, parlavamo di altre cose: di musica e d’arte, e delle più recenti tecniche d’animazione, i programmi da computer che vi permettono di farvi da soli i film olografici con una spesa poco superiore quella di un pranzo. Ci raccontavamo tante cose. Io spiegai a Carlos perché lo kdatlyno Lloobee aveva fatto quei busti a me e a Emil Horne. Parlai dell’unica volta che i burattinai di Pierson avevano pagato la garanzia per uno scafo della Prodotti Generali, dopo che lo scafo presunto indistruttibile era stato distrutto dall’antimateria. Ausfaller conosceva molti episodi interessanti… molti di più di quanti fosse autorizzato a raccontare; lo immaginavo nel vedere che ogni volta doveva frugare nella sua memoria.

Ma finivamo sempre per ritornare ai mangiatori di navi.

— Tutto si riduce a tre possibilità — dissi io. — Kzinti, burattinai, oppure umani.

Carlos sghignazzò. — Burattinai? I burattinai non ne avrebbero il coraggio!

— Ho messo anche loro nel mazzo perché potrebbero avere qualche interesse a manipolare la Borsa interstellare. Pensate un momento: i nostri ipotetici pirati hanno creato un embargo, isolando il Sistema di Sol dal mondo esterno. I burattinai hanno il capitale per approfittare delle conseguenze per il mercato. E hanno bisogno di parecchio denaro. Per la loro migrazione.

— I burattinai sono filosofi vigliacchi.

— Verissimo. Non correrebbero il rischio di rapinare le navi, e neppure di avvicinarle. Ma supponiamo che siano in grado di farle sparire da lontano.

Adesso Carlos non rideva più. — Questo è più facile che tirarle fuori dall’iperspazio per saccheggiarle. Sarebbe sufficiente un enorme generatore di gravità… e noi non abbiamo mai conosciuto i limiti della tecnologia dei burattinai.

Ausfaller chiese: — Lo ritieni possibile?

— Appena appena. Lo stesso vale per gli kzinti. Gli kzinti sono abbastanza feroci. Ma se venissimo a sapere che sono loro a rubare le nostre navi, scateneremmo l’inferno. Gli kzinti lo sanno, e sanno che possiamo batterli. Ci hanno messo parecchio, ma l’hanno capita.

— Quindi tu pensi che siano umani — disse Carlos.

— Già. Se sono pirati.

La teoria dei pirati sembrava ancora traballante. I telescopi spettroscopici non avevano mai trovato concentrazioni di metalli delle navi nello spazio dove erano sparite. I pirati rubavano le navi intere? Se il motore dell’hyperdrive era ancora intatto dopo l’attacco, la nave sequestrata poteva venir lanciata nell’infinito: ma i pirati potevano contare che andasse cosi otto volte su otto?

E nessuna delle navi scomparse aveva chiesto aiuto via radio iperspaziale.

Io non avevo mai creduto ai pirati. I pirati dello spazio erano esistiti, in passato, ma erano morti senza lasciare eredi. Intercettare una nave spaziale era troppo difficile. Non era abbastanza redditizio.

Le navi in hyperdrive si pilotano da sole. Il pilota non deve far altro che stare attento fino a che compaiono le linee radiali verdi nel sensore di massa. Però lo deve fare spesso, perché il sensore di massa è uno strumento psionico, e dev’essere controllato da una mente, non da un’altra macchina.

Quando la sottile linea verde che rappresentava Sol si allungò, cominciai a preoccuparmi enormemente del ciarpame intorno al Sistema Solare. Le ultime dodici ore di volo le passai ai comandi, fumando una sigaretta dopo l’altra, con i piedi. Dovrei aggiungere che questo lo faccio normalmente, quando voglio avere libere entrambe le mani; ma adesso lo facevo per infastidire Ausfaller. Avevo notato come strabuzzava gli occhi, la prima volta che mi aveva visto tenere una sigaretta con i piedi. I terrapiattai non sono molto agili.

Carlos e Ausfaller erano in sala comando con me quando entrammo nell’alone cometario di Sol. Erano sollevati perché si stava avvicinando la fine di un lungo viaggio. Io ero nervoso. — Carlos, quanto dovrebbe essere grande una massa, per farci sparire?

— Dovrebbe avere dimensioni planetarie, da Marte in su. E poi dipende dalla distanza e dalla densità. Se è abbastanza densa può essere meno massiccia e riuscire comunque a scagliarti fuori dall’universo. Però si vedrebbe sul sensore di massa.

— Solo per un istante… e neppure per quello, se fosse spento. Cosa succederebbe se qualcuno mettesse in funzione un gigantesco generatore di gravità mentre stiamo passando?

— E perché dovrebbero farlo? Non potrebbero saccheggiare la nave. Che cosa ci guadagnerebbero?

— Ci guadagnerebbero il mercato.

Ma Ausfaller scuoteva la testa. — Le spese per un’operazione del genere sarebbero enormi. Nessuna consorteria di pirati disporrebbe di un capitale sufficiente perché ne valesse la pena. Potrei crederlo dei burattinai, questo sì.

Diavolo, aveva ragione lui. Nessun umano tanto ricco avrebbe avuto bisogno di darsi alla pirateria.

La lunga linea verde che indicava Sol stava quasi toccando la superficie del sensore di massa. Annunciai: — Uscita fra dieci minuti.

E la nave sobbalzò furiosamente.

— Legatevi! — urlai, e diedi un’occhiata ai monitor dell’hyperdrive. Il motore non assorbiva energia e gli altri indicatori erano impazziti.

Attivai gli oblò. Li avevo tenuti spenti nell’iperspazio, perché i miei passeggeri terrapiattai non cominciassero a dare i numeri nel vedere il Punto Cieco. Gli schermi si accesero e vidi le stelle. Eravamo nello spazio normale.

— Cavolo! Ci hanno beccati. — Carlos non sembrava spaventato né arrabbiato, ma piuttosto pieno di meraviglia e ammirazione.

Quando sollevai il pannello segreto, Ausfaller gridò: — Aspetti! — Non gli badi. Azionati l’interruttore rosso, e l’Hobo Kelly sobbalzò di nuovo, quando la parte ventrale esplose.

Ausfaller cominciò a bestemmiare in qualche lingua morta dei terrapiatti.

I due terzi dell’Hobo Kelly recedettero, ruotando lentamente su se stessi. Ciò che era rimasto doveva rivelarla per ciò che era: uno scafo numero due della Prodotti Generali, costruito dai burattinai, un’agile lancia trasparente lunga cento metri e larga sei, con gli strumenti da guerra raggruppati lungo quella che adesso era la nuova parte ventrale. Gli schermi che erano rimasti spenti si accesero. E io attivai il motore principale e lo portai alla massima potenza.

Ausfaller esplose, rabbioso e invelenito. — Shaeffer, idiota, vigliacco! Scappa senza sapere da che cosa stiamo scappando! Adesso quelli sanno esattamente che cosa siamo. Che probabilità ci sono che ci seguano, adesso? Questa nave era stata costruita per uno scopo preciso, e lei ha rovinato tutto!

— Ho liberato i suoi strumenti speciali — gli feci notare. — Perché non prova a vedere cosa riesce a trovare? — E nel frattempo, pensai, io potevo filarmela.

Ausfaller cominciò a darsi da fare. Rimasi a guardarlo mentre accendeva gli schermi dalla mia parte del quadro dei comandi. C’era qualcosa che c’inseguiva? Si sarebbero accorti che era difficile prenderci, e ancora più difficile digerirci. Non era probabile che si aspettassero uno scafo della Prodotti Generali. Da quando i burattinai avevano smesso di fabbricarli, i prezzi dei loro scafi usati erano saliti alle stelle.

C’erano alcune navi, là fuori. Ausfaller le inquadrò in primo piano: tre rimorchiatori spaziali del tipo usato nella Fascia degli Asteroidi, a forma di grossi dischi, equipaggiati con motori enormi e potenti generatori elettromagnetici. Quelli della Fascia li adoperano per rimorchiare gli asteroidi di nichel-ferro e portarli dove c’è chi vuol comprare il minerale. Con quei motori probabilmente potevano raggiungerci: ma avrebbero avuto una gravità adeguate nelle cabine?

Non ci provavano neppure. Sembrava che non ci seguissero e che non fuggissero. E avevano un’aria abbastanza innocua.

Ma Ausfaller si stava dando da fare con gli altri suoi strumenti. Io lo approvavo. Anche l’Hobo Kelly aveva avuto un’aria piuttosto pacifica fino a un momento prima. Adesso era irta di armi. Poteva darsi che anche i rimorchiatori nascondessero chissà cosa.

Alle mie spalle Carlos chiese: — Bey? Cos’è successo?

— Come cavolo faccio a saperlo?

— Cosa indicano gli strumenti?

Doveva riferirsi al complesso dell’hyperdeive. Un paio degli indicatori era impazzito; altri cinque non funzionavano più. Glielo dissi. — E il motore non assorbe energia. Non ho mai sentito che sia successa una cosa simile. Carlos, è ancora teoricamente impossibile.

— Non… non ne sono tanto sicuro. Voglio dare un’occhiata al motore.

— Nei tubi d’accesso non c’è la gravità della cabina.

Ausfaller aveva abbandonato i rimorchiatori ormai distanziati. Aveva trovato qualcosa che sembrava una grossa cometa, una palla di gas congelati a una notevole distanza, da un lato. Restai a guardare mentre l’esaminava con il radar di profondità. Dietro non c’era nascosta una flotta di navi pirate.

Gli chiesi: — Ha controllato con il radar di profondità anche i rimorchiatori?

— Naturalmente. Più tardi potremo esaminare dettagliatamente le registrazioni. Non ho visto niente. E niente ci ha attaccati da quando siamo usciti dall’iperspazio.

Io avevo pilotato la nave in una direzione scelta a caso. Adesso la puntai verso Sol, che era la stella più fulgida del firmamento. Quei dieci minuti di meno nell’iperspazio avrebbero aggiunto circa tre giorni alla durata del nostro viaggio.

— Se c’era un nemico, lei l’ha spaventato. Shaeffer, questa missione e questa nave sono costate una somma enorme al mio dipartimento, e non abbiamo scoperto niente di niente.

— Non proprio — disse Carlos. — Voglio dare un’occhiata al motore hyperdrive. Bey, puoi portarci a una gravità?

— Sicuro. Ma… i miracoli m’innervosiscono, Carlos.

— Lo stesso vale anche per me.

Strisciammo lungo un tubo d’accesso appena un po’ più largo delle spalle di un uomo imponente, tra il vano del motore hyperdrive e i serbatoi del combustibile. Carlos raggiunse uno spioncino d’ispezione. Guardò e scoppiò a ridere.

Gli chiesi che cavolo ci trovava di tanto divertente.

Continuando a ridere, Carlos passò oltre. Gli strisciai dietro e guardai all’interno.

Nel vano del motore hyperdrive, il motore hyperdrive non c’era più.

Entrai dalla botola per le riparazioni e mi fermai nel vano cilindrico, a guardarmi intorno. Niente. Non c’era neppure un foro d’uscita. I cavi superconduttori e i supporti del motore erano stati tranciati così perfettamente che le estremità mutilate luccicavano come specchi.

Ausfaller pretese di andare a vedere con i suoi occhi. Io e Carlos lo aspettammo in sala comando. Per un po’ Carlos continuò a scoppiare in risate irrefrenabili. Poi assunse un’espressione remota e sognante che m’irritò ancora di più.

Mi domandai che cosa gli stava passando per la testa, e pervenni alla spiacevole conclusione che non l’avrei mai saputo. Qualche anno fa mi sono sottoposto ai test del Quoziente d’Intelligenza, nella speranza che mi servisse per ottenere una licenza di paternità. Non sono un genio.

Sapevo soltanto che Carlos aveva pensato qualcosa che non avevo pensato io; lui non lo diceva, e io ero troppo orgoglioso per chiederglielo.

Ausfaller non aveva orgoglio. Quando rientrò sembrava che avesse visto un fantasma. — Sparito! Dove può essere andato? Come può essere successo?

— A questo posso rispondere io — disse allegramente Carlos. — È necessario un gradiente di gravità estremamente alto. Il motore l’ha urtato, ha avvolto lo spazio intorno a se stesso ed è passato a un livello d’hyperdrive più elevato, che noi non possiamo raggiungere. Può darsi che in questo momento sia avviato verso l’orlo dell’universo.

Io dissi: — Sei sicuro, eh? Un’ora fa non esisteva una teoria per spiegare quel che è accaduto.

— Bene, sono sicuro che il nostro motore è andato. Tutto il resto è piuttosto nebuloso. Ma questo è un modello ben stabilito di ciò che càpita quando una nave incappa in una singolarità. A un gradiente di gravità inferiore il motore si porterebbe dietro tutta la nave, e poi ne spargerebbe gli atomi lungo il percorso, fino a quando non restasse altro che il campo dell’hyperdrive.

— Ugh.

Ormai Carlos s’era innamorato di un’idea. — Sigmund, voglio che usi la tua radio iperspaziale. Potrei sbagliarmi, ma ci sono diverse cose che possiamo controllare.

— Se siamo ancora entro la singolarità di qualche massa, la radio iperspaziale si autodistruggerà.

— Sì. Credo che valga la pena di rischiare.

Eravamo usciti, o eravamo stati buttati fuori, a dieci minuti di distanza dalla singolarità intorno a Sol. Questo ammontava a sedici ore-luce di spazio normale, più quasi cinque ore dall’orlo della singolarità della Terra. Per fortuna la radio iperspaziale è istantanea, e ogni sistema civile tiene una stazione di collegamento della radio iperspaziale appena al di fuori della singolarità. La Southworth Station avrebbe trasmesso il nostro messaggio verso l’interno per mezzo del laser, avrebbe ricevuto la risposta allo stesso modo e ce l’avrebbe passata dopo dieci ore.

Accendemmo la radio iperspaziale, e non scoppiò.

Ausfaller fece per prima cosa la sua chiamata a Cerere, per farsi dare i dati di registrazione dei rimorchiatori che avevamo avvistato. Poi Carlos chiamò il complesso dei computer di Elephant a New York, usando un numero di codice che Elephant non rilascia a molti. — Lo ripagherò più tardi. E magari avrò anche da raccontargli una bella storia — dichiarò tutto soddisfatto.

Restai ad ascoltare mentre Carlos spiegava che cosa gli occorreva. Voleva tutti i dati su una meteorite che era precipitata nella Tunguska, in Siberia, nel 1908 d.C. Voleva un riepilogo dei tre modelli dell’origine dell’universo: il Big Bang, l’Universo Ciclico, l’Universo a Stato Costante. Voleva dati sui collapsar. Voleva nomi, curriculum e indirizzi dei più noti studiosi dei fenomeni gravitazionali nel Sistema di Sol. Quando spense la radio, sorrideva.

Io dissi: — Mi hai messo nel sacco. Non ho la più pallida idea di quello che stai cercando di combinare.

Senza smettere di sorridere, Carlos si alzò e andò nella sua cabina a dormire.

Spensi completamente il motore principale di spinta. Quando ci fossimo addentrati nel Sistema di Sol avremmo potuto decelerare a trenta gravità. Nel frattempo stavamo andando alla velocità sostenuta che avevamo acquisita mentre uscivamo dal Sistema di Sirio.

Ausfaller rimase in sala comando. Forse il suo movente era identico al mio. Là fuori non c’erano navi della polizia. Poteva darsi che venissimo attaccati ancora.

Passò la notte a esaminare le registrazioni dei tre rimorchiatori minerari. Non parlammo, ma io guardai attentamente.

I rimorchiatori sembravano abbastanza normali. Le inquadrature telescopiche non mostravano fenditure sospette negli scafi, o portelli per i cannoni. Nelle registrazioni del radar di profondità sembravano spettri: si vedevano i massicci cerchi dei campi di forza, i tubi cavi e altrettanto massicci dei motori, le densità minori dei serbatoi di combustibile e dei sistemi di supporto vitale. Non c’erano lacune né ombre che non dovevano esserci.

Ogni tanto Ausfaller ripeteva: — Sa quanto valeva l’Hobo Kelly?

A un certo punto gli dissi che potevo azzardare una stima.

— Valeva la mia carriera. Pensavo di distruggere una flotta pirata, con l’Hobo Kelly. Ma il mio pilota è fuggito. Fuggito! Che cosa ho, adesso, da mostrare in cambio del mio costosissimo cavallo di Troia?

Non gli diedi la risposta più ovvia e non gli ricordai che la mia responsabilità principale era la vita di Carlos. Ausfaller non l’avrebbe bevuta. Gli dissi, invece: — Carlos ha scoperto qualcosa. Lo conosco bene. Lui sa com’è successo.

— E riuscirà a farlo parlare?

— Non lo so. — Avrei potuto dire a Carlos che saremmo stati più al sicuro se avessimo saputo che cosa aveva intenzione di fregarci. Ma Carlos era un terrapiattaio, e questo condizionava inevitabilmente la sua mentalità.

— Dunque — disse Ausfaller, — abbiamo soltanto la conoscenza celata nella testa di Carlos.

Un’arma che trascendeva la tecnologia umana mi aveva sbalzato fuori dall’iperspazio. Ero scappato. Logicamente ero scappato. Restare nei dintorni sarebbe stata una pazzia, mi dicevo. Però, irrazionalmente, me ne rammaricavo.

Dissi ad Ausfaller: — E i rimorchiatori minerari? Non riesco a capire cosa ci facciano da queste parti. Nella Fascia li usano per portare gli asteroidi di nichel-ferro fino alle zone industriali.

— Anche qui è lo stesso. Gran parte di ciò che trovano è inutile: masse di pietra e grosse sfere di ghiaccio: ma quei pochi metalli che ci sono qui intorno sono preziosi. Ne hanno bisogno per costruire.

— Per costruire che cosa? Che razza di gente può vivere qui? Tanto varrebbe aprir bottega nello spazio interstellare!

— Precisamente. Non ci sono turisti, ma ci sono gruppi di ricerca, qui dove lo spazio è piatto e vuoto e le temperature sono vicine allo zero assoluto. So che il Gruppo Mercurio fu istituito proprio qui per studiare i fenomeni dell’iperspazio. Ancora oggi non comprendiamo l’iperspazio, lo ricordi. Non siamo stati noi a inventare l’hyperdrive: l’abbiamo acquistato da una razza aliena. E poi c’è il laboratorio genetico che cerca di realizzare una varietà di albero in grado di crescere sulle comete.

— Sta scherzando?

— Ma quelli fanno sul serio. Una pianta fotosintetica che sfrutti le sostanze chimiche presenti in tutte le comete… sarebbe utilissima. L’intero alone cometario potrebbe venire seminato di piante produttrici d’ossigeno… — Ausfaller s’interruppe bruscamente, poi disse: — Lasciamo stare. Ma tutti questi gruppi hanno bisogno di materiale da costruzione. Costa meno costruire qua fuori che spedire ogni cosa dalla Terra o dalla Fascia degli Asteroidi. La presenza dei rimorchiatori non è sospetta.

— Ma non c’era nient’altro intorno a noi. Proprio niente.

Ausfaller annuì.

Quando Carlos venne a raggiungerci varie ore dopo, sbattendo gli occhi per liberarsi dal sonno, gli domandai: — Carlos, è possibile che i rimorchiatori avessero qualcosa a che vedere con la tua teoria?

— Non vedo come. Ho una mezza idea, e può darsi che entro trenta minuti io faccia la figura dello scemo. La teoria che voglio non è più di moda. Ora che sappiamo cosa sono i quasar, tutti sembrano abbracciare l’Ipotesi dello Stato Costante. Sai come funziona: la tensione, nello spazio completamente vuoto, produce altri atomi d’idrogeno, per l’eternità. L’universo non ha principio né fine. — Carlos aveva l’aria intestardita. — Ma se ho ragione io, allora sappiamo dove sono finite le navi dopo essere state sequestrate. Ed è più di quanto sappia chiunque altro.

Ausfaller gli balzò quasi addosso. — Dove sono? E i passeggeri? Sono vivi?

— Mi dispiace, Sigmund. Sono tutti morti. Non sono rimasti neppure le salme da seppellire.

— Che cos’è? Contro che cosa stiamo combattendo?

— Un effetto gravitazionale. Una brusca distorsione dello spazio. Un pianeta non può riuscirci, e non ci riuscirebbe neppure una batteria di generatori di gravità: non sarebbero in grado di produrre un campo così.

— Un collapsar — suggerì Ausfaller.

Carlos gli rivolse un gran sorriso. — Sì, un collapsar ci riuscirebbe, ma ci sono altri problemi. Un collapsar non può neppure formarsi se non ha almeno cinque masse solari. E ci sarebbe da scommettere che qualcuno avrebbe notato qualcosa di tanto grosso, così vicino a Sol.

— Allora che cosa?

Carlos scrollò la testa. Dovevamo aspettare.

Southworth Station ci trasmise i dati di registrazione di tre rimorchiatori spaziali, usati e costruiti in anni diversi, tutti e tre acquistati tre anni prima presso l’IntraBelt Mining dalla Sesta Chiesa Congregazionale di Rodney.

— Rodney?

Ma Carlos e Ausfaller stavano ridacchiando tutti e due. — A volte quelli della Fascia fanno così — mi disse Carlos. — È un modo per dire che non deve interessare a nessuno chi compra le navi.

— È divertente, d’accordo, ma ancora non sappiamo chi siano i proprietari.

— Può darsi che siano onesti abitanti della Fascia degli Asteroidi. E può darsi di no.

Subito dopo quelle prime informazioni arrivarono i dati che aveva richiesto Carlos, e furono immessi direttamente al computer di bordo. Carlos passò in rassegna un elenco di nomi e di numeri telefonici: i più illustri studiosi della gravità e dei suoi effetti che vivessero nel Sistema di Sol, e tutti in ordine alfabetico.

Un indirizzo attirò la mia attenzione: Julian Forward, #1192326 Southwoth Station.

Era un numero di collegamento per la radio iperspaziale. Lui era , da qualche parte, nell’enorme vuoto tra l’orbita di Nettuno e la fascia cometaria, lì fuori dove poteva funzionare il collegamento della radio iperspaziale. Cercai altri numeri della Southworth Station. C’erano: Launcelot Starkey, 1844719 Southworth Station; Jill Luciano, 1844719 Southworth Station; Mariana Wilton, 1844719 Southworth Station.

— Questi qui — disse Ausfaller. — Vuoi discutere la tua teoria con uno di loro?

— Appunto. Sigmund, 1844719 non è la lunghezza d’onda del Gruppo Mercurio?

— Mi pare. Ma credo che non siamo alla nostra portata, adesso che non abbiamo più il motore hyperdrive. Il Gruppo Mercurio si era stabilito in un’orbita distante intorno ad Antenora, che in questo momento si trova dall’altra parte del Sole. Carlos, hai pensato che uno di costoro potrebbe aver costruito il congegno mangianavi?

— Cosa?… Hai ragione. Ci vorrebbe qualcuno che conoscesse piuttosto bene la gravità. Ma direi che il Gruppo Mercurio è al di sopra di ogni sospetto. Con più di diecimila persone al lavoro, come sarebbe possibile nascondere qualcosa?

— E questo Julian Forward?

— Forward. Già, ho sempre desiderato conoscerlo.

— Sai qualcosa di lui? Chi è?

— Lavorava all’Istituto della Conoscenza su Jinx. Da anni non ne ho più sentito parlare. Fece qualche ricerca sulle onde di gravità in partenza dal nucleo galattico… e risultò che il suo lavoro era sbagliato. Sigmund, chiamiamolo.

— Per chiedergli che cosa?

— Ma… — Poi Carlos ricordò la situazione. — Oh. Tu pensi che potrebbe… Già.

— Conosci molto bene quest’uomo?

— Lo conosco di fama. È piuttosto celebre. Non capisco come un tipo come lui potrebbe dedicarsi alla pirateria.

— Avevi detto che stavamo cercando un uomo esperto nello studio dei fenomeni gravitazionali.

— È vero.

Ausfaller si mordicchiò il labbro inferiore, poi disse: — Forse possiamo far qualcosa di più che parlare con lui. Potrebbe essere dall’altra parte del Sole e comandare egualmente una flotta pirata…

— No. Questo non potrebbe farlo.

— Pensaci meglio — disse Ausfaller. — Siamo fuori dalla singolarità di Sol. Una flotta pirata includerebbe sicuramente qualche nave hyperdrive.

— Se il mangiatore di navi è Julian Forward, dev’essere qui vicino. Il… uhm, il congegno non si sposta nell’iperspazio.

Io dissi: — Carlos, quello che non sappiamo può ucciderci. Vuoi smetterla di giocare…? — Ma lui sorrideva e scuoteva la testa. Cavolo. — E va bene, possiamo comunque dare una controllatina a Forward. Chiamalo e chiedigli dov’è! È probabile che anche lui ti conosca di fama?

— Sicuro. Anch’io sono una celebrità.

— Benissimo. Se è abbastanza vicino, potremmo addirittura chiedergli un passaggio fino a casa. Così come si sono messe le cose saremo alla mercé di qualunque nave dotata d’hyperdrive, finché restiamo qui fuori.

— Io spero che ci attacchino — disse Ausfaller. — Possiamo batterci…

— Ma non possiamo scappare. Loro possono schivare il nostro fuoco, ma noi no.

— State buoni, voi due. Diamo la precedenza alle cose più importanti. — Carlos sedette alla radio iperspaziale e batté un numero.

All’improvviso Ausfaller disse: — Puoi tenere il mio nome fuori dalla conversazione? Se è necessario, puoi spacciarti per il proprietario della nave.

Carlos si voltò, sorpreso. Prima che potesse rispondere, lo schermo s’illuminò. Vidi i capelli biondi, tagliati a cresta secondo la moda degli abitanti della Fascia, una faccia bianca e magra, un sorriso impersonale.

— Forward Station. Buonasera.

— Buonasera. Qui Carlos Wu della Terra. È una chiamata interspaziale. Posso parlare con il dottor Julian Forward, per favore?

— Vedo se è disponibile. — Sullo schermo apparve la scritta ATTENDERE.

Carlos sbottò: — Che razza di gioco stai giocando tu, adesso? Come faccio a spiegare d’essere proprietario di una nave da guerra camuffata?

Ma io avevo cominciato a capire dove voleva arrivare Ausfaller. Dissi: — Penso che vorrai evitare di spiegarlo in ogni caso. Forse lui non lo chiederà. Io… — E stetti zitto, perché sullo schermo era comparso Forward.

Julian Forward era un jinxiano, basso e tozzo, con le braccia grosse come gambe, e gambe che sembravano colonne. La carnagione era quasi nera quanto i capelli: un’abbronzatura siriana, probabilmente conservata con le lampade solari. Era appollaiato sull’orlo d’una sedia da massaggi. — Carlos Wu! — esclamò con lusinghiero entusiasmo. — Lo stesso Carlos Wu che ha risolto il Problema dei Limiti di Sealeyham?

Carlos rispose di sì. Attaccarono una discussione matematica… le possibilità di applicare la soluzione di Carlos a un altro problema dei limiti, mi parve. Lanciai un’occhiata ad Ausfaller, di nascosto, dato che per Forward non doveva neppure esistere, e vidi che stava sbirciando lo scienziato con aria pensierosa.

— Bene — disse Forward, — cosa posso fare per lei?

— Dottor Forward, le presento Beowulf Shaeffer — disse Carlos. M’inchinai. — Bey mi stava dando un passaggio per tornare a casa quando il nostro motore hyperdrive è scomparso.

— Scomparso?

Intervenni, per dar maggiore verosimiglianza alla cosa. — Scomparso giustissimo. Il vano del motore hyperdrive è vuoto. I supporti sono tranciati. Siamo bloccati qui senza hyperdrive e non abbiamo idea di come sia successo.

— È quasi vero — disse allegramente Carlos. — Dottor Forward, io ce l’ho, qualche idea di quello che ci è successo. Mi piacerebbe discuterne con lei.

— Dove siete in questo momento?

Mi feci dare dal computer la posizione e la velocità e le trasmisi a Forward Station. Non ero sicuro che fosse una grande trovata; ma Ausfaller avrebbe avuto il tempo di fermarmi, e non lo fece.

— Benissimo — disse l’immagine di Forward. — Sembra che possiate arrivare qui in meno tempo di quello che impieghereste a raggiungere la Terra. Forward Station è davanti a voi, a meno di venti unità astronomiche dalla vostra posizione. Potrete attendere qui il prossimo traghetto. Sempre meglio che viaggiare con una nave danneggiata.

— Giusto! Calcoleremo una rotta e le faremo sapere quando potrà aspettarci.

— Sarà un piacere incontrare di persona Carlos Wu. — Forward ci diede le sue coordinate e tolse la comunicazione.

Carlos si voltò. — Dunque, Bey, adesso tu sei padrone di una nave da guerra armata e camuffata. Inventa un po’ dove l’hai avuta.

— Abbiamo problemi ben più gravi. Forward Station è esattamente dove dovrebbe essere il mangianavi.

Carlos annuì. Ma aveva l’aria divertita.

— Dunque, quale sarà la nostra prossima mossa? Non possiamo scappare alle navi con l’hyperdrive, adesso. È probabile che Forward cerchi di ucciderci?

— Se non arriviamo a Forward Station in orario, quello potrebbe sguinzagliarci dietro qualche nave. Sappiamo troppo. E glielo abbiamo detto — osservò Carlos. — Il motore hyperdrive è sparito completamente. Conosco mezza dozzina di persone che potrebbero capire com’è successo, sapendo semplicemente questo. — Poi sorrise. — Questo presumendo che il mangiatore di navi sia Forward. Non lo sappiamo. Credo che abbiamo un’eccellente possibilità di scoprirlo, in un modo o nell’altro.

— Come? Buttandoci in trappola?

Ausfaller annuiva con aria d’approvazione. — Il dottor Forward si aspetta che lei e Carlos entrino nella sua ragnatela senza sospettare di nulla, lasciando una nave vuota. Credo che possiamo preparargli qualche sorpresa. Per esempio, forse non ha indovinato che questo è uno scafo della Prodotti Generali. E io sarò a bordo per combattere.

Era vero. Soltanto l’antimateria poteva danneggiare uno scafo della Prodotti Generali… anche se c’erano varie cose che potevano attraversarlo, come la luce e la gravità e le onde d’urto. — E così, lei sarà nello scafo indistruttibile — dissi. — E noi, indifesi, nella base. Molto ingegnoso. Personalmente preferirei scappare. Ma d’altra parte lei deve pensare alla sua carriera.

— Non lo nego. Però posso prepararvi a dovere.

Dietro la cabina di Ausfaller, dietro quello che sembrava un muro impenetrabile, c’era una stanza grande un po’ di più di un armadio-guardaroba. Ausfaller ne sembrava molto fiero. Non ci mostrò tutto quello che c’era dentro, ma io vidi abbastanza per cambiare idea sul conto di Ausfaller. Quell’uomo non aveva l’anima del grasso burocrate.

Dietro un pannello di vetro teneva un paio di dozzine di armi a mano di tipo speciale. Una fila di quattro morsetti reggeva tre armi a mano identiche, lanciarazzi usa-e-getta per grossi proiettili che Ausfaller presentò come microbombe atomiche. Il quarto morsetto era vuoto. C’erano fucili e pistole laser; un fucile di modello strano, con un assorbirinculo spesso dieci centimetri; una pistola da tiro a segno olimpica con l’impugnatura modellata e lo spazio per un unico proiettile calibro.22.

Mi domandai che cosa se ne faceva del materiale per la scultura tattile. Forse era capace di realizzare sculture che riuscivano a far impazzire un umano o un alieno. O magari facevano qualcosa di meno sottile: forse esplodevano a contatto con le impronte digitali giuste.

Aveva un laboratorio di sartoria compatto e automatizzato. — Vi farò due abiti nuovi, — disse. Quando Carlos gli chiese perché, rispose: — Tu vuoi tenere i tuoi segreti? Be’, lo faccio anch’io.

Ci domandò quali erano le nostre preferenze in fatto di stile. Io stetti al gioco, e chiesi un monopezzo sciolto in verde e argento, con molte tasche. Non era l’abito più bello che avessi mai posseduto, ma mi andava abbastanza bene.

— Non ho chiesto i bottoni — protestai.

— Spero che non le dispiaccia. Carlos, avrai i bottoni anche tu.

Carlos scelse una tunica rosso-fuoco con un drago verde e oro acciambellato sulla schiena. I bottoni avevano il monogramma della sua famiglia. Ausfaller si piazzò davanti a noi, esaminando con approvazione i nostri abbigliamenti nuovi.

— Ora state a vedere — disse. — Eccomi qui davanti a voi, disarmato…

— Giusto.

— Sicuro.

Ausfaller sogghignò. Afferrò con le dita il primo e l’ultimo bottone e tirò con forza. La stoffa si strappò, tra l’uno e l’altro, come se in mezzo ci fosse un filo teso.

Reggendo i bottoni come se tendesse quel filo invisibile, li portò ai due lati di una rozza scultura tattile. La scultura andò a pezzi.

— Catena molecolare di Sinclair. Tagli qualunque tipo di materia normale, se si tira con forza sufficiente. Dovete stare molto attenti. Vi taglierà le dita con tanta facilità che non vi accorgerete neppure di non averle più. Notate che i bottoni sono grandi, perché sia più agevole stringerli. — Li posò cautamente su un tavolo e in mezzo mise un grosso peso. — Il terzo bottone, contando dall’alto, è una granata sonica. A tre metri di distanza uccide, a dieci metri stordisce.

Io dissi: — Non è necessaria una dimostrazione.

— Forse vorrete esercitarvi a lanciare bottoni scarichi contro un bersaglio. Questo secondo bottone è una Pillola Energetica, lo stimolante comunemente in commercio. Rompete il bottone e prendetene metà quando ne avete bisogno. La dose intera potrebbe causare un arresto cardiaco.

— Non ho mai sentito parlare della Pillola Energetica. Come funziona in caso d’incidenti?

Ausfaller ci restò secco. — Non lo so. Forse sarà meglio limitarsi a un quarto di dose.

— O farne a meno — dissi io.

— C’è un’altra cosa di cui non darò dimostrazioni. Tastate la stoffa dei vostri indumenti. Sentite che ci sono tre strati? Quello di mezzo è uno specchio quasi perfetto. Riflette persino i raggi X. Ora potete respingere una raffica laser, almeno per il primo secondo. Il colletto si srotola e forma un cappuccio.

Carlos annuiva tutto soddisfatto.

Credo che sia proprio vero: tutti i terrapiattai la pensano allo stesso modo.

Per un miliardo e mezzo di anni, gli antenati dell’umanità si sono evoluti nelle condizioni di un unico mondo: la Terra. Un terrapiattaio cresce in un ambiente del tutto adatto a lui. E d’istinto vede l’intero universo allo stesso modo.

Noi che siamo nati su altri mondi sappiamo che le cose stanno diversamente. Su We Made It ci sono i venti infernali dell’estate e dell’inverno. Su Jinx, la gravità. Su Plateau, il ciglio del precipizio che circonda tutto, e una caduta di quaranta miglia nel calore e nella pressione più insopportabili. Su Down, la luce rossa del sole, e piante che non crescerebbero senza l’aiuto delle lampade ultraviolette.

Ma i terrapiattai credono che l’universo sia stato fatto apposta per loro beneficio. Per loro, il pericolo è irreale.

— Gli auricolari — disse Ausfaller, mostrando una manciata di cilindretti di plastica morbida.

Li inserimmo. Ausfaller chiese: — Mi sentite?

— Sicuro. — Non bloccavano affatto l’udito.

— Auricolari per la trasmittente e ausilio per l’udito, con un’imbottitura sonica in mezzo. Se vi bombardano con il suono, per esempio con un’esplosione o uno storditore sonico, l’ausilio per l’udito smette di colpo di trasmettere. Se diventate improvvisamente sordi, capirete che siete attaccati.

Per me, tutte le precauzioni di Ausfaller servivano soltanto a preannunciare quello che poteva capitarci. Non dissi niente. Se fossimo scappati, avremmo avuto anche meno probabilità di portare a casa la pelle.

Quando tornammo in sala comando, Ausfaller si collegò con l’Ufficio Affari Alieni, sulla Terra. Fornì una versione condensata di quello che ci era successo, ed espose qualche ipotesi. Invitò Carlos a leggere le sue teorie perché venissero registrate.

Carlos rifiutò. — Potrebbe ancora darsi che mi sia sbagliato. Lasciami la possibilità di studiarci un po’ sopra.

Brontolando, Ausfaller andò a sdraiarsi nella sua cuccetta. Era rimasto sveglio anche troppo, e si vedeva.

Carlos scrollò la testa quando Ausfaller sparì in cabina. — Paranoia. Nel suo mestiere, credo sia inevitabile essere paranoici.

— Forse un pizzico di paranoia non ti farebbe male.

Non mi senti neppure. — Immagina! Sospettare che una celebrità interstellare sia un pirata dello spazio!

— Quello è al posto giusto nel momento giusto.

— Ah, Bey, dimentica quello che ho detto. Il… uhm, il congegno mangianavi dev’essere al posto giusto, ma i pirati no. Possono semplicemente abbandonarlo e servirsi di navi hyperdrive per fare la spola alla loro base.

Era qualcosa da tener presente. In confronto al sistema interno, il volume entro l’alone cometario era enorme: ma per le navi a hyperdrive era come il quartiere intorno a casa. Dissi: — Allora perché andiamo a far visita a Forward?

— Voglio discutere le mie idee con lui. E c’è di più: probabilmente conosce il Capo Mangianavi, senza sapere chi è. Probabilmente, anzi, Io conosciamo entrambi. C’è voluto un esperto cosmologo per trovare il congegno e riconoscerlo per ciò che era. Chiunque sia, inevitabilmente è qualcuno che si è fatto un nome.

— Hai detto trovare?

Carlos mi rivolse un gran sorriso. — Lascia perdere. Ti è venuto in mente qualcuno su cui vorresti usare quel filo magico?

— Sto facendo un elenco. Tu vieni al primo posto.

— Bene, sii prudente. Sigmund sa che ce l’hai, anche se non lo sa nessun altro.

— Lui viene al secondo posto.

— Fra quanto arriveremo a Forward Station?

Avevo ricontrollato la nostra rotta. Stavamo decelerando a trenta gravità e viravamo lateralmente. — Venti ore e qualche minuto — risposi.

— Bene. Avrò la possibilità di studiare un po’. — Carlos incominciò a chiedere dati al computer.

Gli domandai il permesso di leggere alle sue spalle. Me lo diede.

Carogna. Lui legge due volte più svelto di me. Tentai di saltare qua e là, per farmi un’idea di quello che stava cercando.

Collapsar: se ne conoscono tre. Il più vicino era una componente d’una stella doppia nel Cigno, a oltre cento anni-luce di distanza. C’erano andate diverse spedizioni per lanciare le sonde.

La teoria dei buchi neri non era una novità per me, anche se la parte matematica mi sembrava incomprensibile. Se una stella è abbastanza massiccia, allora dopo aver bruciato tutto il combustibile nucleare e aver incominciato a raffreddarsi, non c’è nessuna possibile forza interna che possa impedirle di collassare superando il suo raggio di Schwarzschild. A questo punto la velocità di fuga dalla stella diventa maggiore della velocità della luce; e al di là di quel limite non si sa più nulla, perché niente può lasciare la stella, né informazioni, né la materia, né radiazioni. Niente… tranne la gravità.

Una stella collassata deve pesare cinque masse solari o più; altrimenti il collasso si arresterebbe allo stadio di stella di neutroni. E in seguito, può soltanto diventare più grande e più massiccia.

Non c’era la minima probabilità di trovare qualcosa di tanto massiccio lì ai margini del Sistema Solare. Se ci fosse stato qualcosa del genere nelle vicinanze, il sole gli orbiterebbe intorno.

La meteorite siberiana doveva essere stata abbastanza strana, perché la si ricordasse ancora dopo novecento anni. Aveva steso gli alberi per migliaia di miglia quadrate; eppure gli alberi presso il punto d’impatto erano rimasti in piedi. Della meteorite vera e propria non era mai stato trovato niente. Nessuno l’aveva vista toccare terra. Nel 1908 la Tunguska, in Siberia, doveva essere meno popolata della Luna terrestre ai giorni nostri.

— Carlos, e questo c’entra qualcosa?

— Quando mai Holmes dice qualcosa al dottor Watson?

Faticavo parecchio a seguire la cosmologia. Qui la fisica sconfinava nella filosofia, o viceversa. In sostanza, la teoria del Big Bang (che raffigura l’universo che esplode da un unico punto-massa, come una bomba titanica) era in concorrenza e continuerà a tirare avanti. L’Universo Ciclico è una successione di Big Bang seguiti da contrazioni o Big Crunch. E tutte e tre le teorie hanno diverse varianti.

Quando furono scoperti i quasar, parve che risalissero a una fase iniziale dell’evoluzione dell’universo… che, secondo l’ipotesi dello Stato Costante, non si evolverebbe affatto. Lo stato Costante passò di moda. Quindi, un secolo fa, Hilbury aveva risolto l’enigma dei quasar. Nel frattempo una delle implicazioni del Big Bang non ce l’aveva fatta a reggere. A questo punto la matematica, per me, diventava incomprensibile.

C’era qualche discussione circa il fatto che l’universo fosse aperto o chiuso nello spazio quadri-dimensionale, ma Carlos spense il computer. — Benone — disse con aria soddisfatta.

— Che cosa?

— Potrei avere ragione. I dati sono insufficienti. Dovrò sentire cosa ne pensa Forward.

— Io spero che crepiate tutti e due. Vado a dormire.

Lì fuori, nell’ampia fascia di confine tra il Sistema di Sol e lo spazio interstellare, Julian Forward aveva trovato una massa di pietra grande come un asteroide di medie dimensioni. Da lontano, sembrava che la tecnologia non l’avesse toccata: era uno sferoide sbilenco, con la superficie ruvida, color bianco sporco. A distanza minore, il metallo e la vernice vivida spiccavano come gemme buttate a casaccio. Portelli stagni, finestre, antenne sporgenti e altre cose meno identificabili. Un disco illuminato con qualcosa che si protendeva al centro; un lungo braccio metallico con mezza dozzina di snodi sferici e una coppa all’estremità. Lo studiai, cercando d’immaginare cosa poteva essere… e rinunciai.

Portai l’Hobo Kelly a fermarsi a una discreta distanza. Chiesi ad Ausfaller: — Lei resta a bordo?

— Naturalmente. Non farò nulla per togliere al dottor Forward la convinzione che la nave sia deserta.

Ci trasferimmo su Forward Station con un tassì aperto: due sedili, un serbatoio di combustibile e un motore a razzo. A un certo momento mi voltai per chiedere non so cosa a Carlos, ma invece gli domandai: — Carlos? Ti senti bene?

Era pallido e teso. — Ce la farò.

— Hai provato a chiudere gli occhi?

— E anche peggio. Cavolo, ce l’ho fatta ad arrivare fin qui grazie all’ipnosi. Bey, è così vuoto.

— Coraggio. Siamo quasi arrivati.

Il biondo della Fascia degli Asteroidi era davanti a uno dei portelloni. Aveva una tuta attillata e un casco sferico, e ci faceva segnalazioni con una torcia elettrica. Ormeggiammo il nostro tassì a uno sperone di roccia (la gravità era quasi inesistente) ed entrammo.

— Io sono Harry Moskowitz — disse il biondo. — Mi chiamano Angel. Il dottor Forward è in laboratorio.

L’interno dell’asteroide era una rete di corridoi diritti e cilindrici, scavati con il laser, pressurizzati e fiancheggiati da fasce luminose azzurre. Noi pesavamo qualche chilo vicino alla superficie, e anche meno nell’interno. Angel si muoveva in un modo che per me era nuovo: spiccava dal pavimento un salto piatto che lo portava molto avanti nel corridoio fino a sfiorare il soffitto, poi si spingeva di nuovo verso il pavimento e spiccava un altro salto. Dopo tre balzi si fermò ad aspettarci, senza nascondere il divertimento per i nostri tentativi di stargli dietro.

— Il dottor Forward mi ha chiesto di farvi da guida — ci disse.

Gli chiesi: — Mi sembra che qui ci siano molti più corridoi del necessario. Perché non radunate insieme tutte le camere?

— L’asteroide era una miniera, una volta. Furono i minatori ad aprire le gallerie. Lasciarono grandi cavità ogni volta che trovavano rocce contenenti aria o sacche di ghiaccio. Non abbiamo dovuto far altro che murarle.

Questo spiegava perché c’erano tratti così lunghi di corridoio fra le porte e perché le camere che vedevamo erano così grandi. Alcune erano magazzeni, disse Angel, e non valeva la pena di aprirli. Altre erano officine, sistemi di supporto vitale, un giardino, un grosso computer, una centrale a fusione di proporzioni non trascurabili. Nella mensa che poteva servire trenta persone ce n’erano una decina, tutti uomini, e ci guardarono incuriositi prima di riprendere a mangiare. Un hangar, più grande del necessario e aperto al cielo, accoglieva tassì e tute a razzo con attrezzi specializzati; e c’erano rampe circolari identiche, tutte vuote.

Provai a giocare d’azzardo. Con aria volutamente noncurante, chiesi: — Avete qualche rimorchiatore minerario?

Angel non esitò. — Sicuro. Possiamo spedire acqua e metalli dall’interno del sistema, ma costa meno cercarceli noi. E in caso d’emergenza, probabilmente i rimorchiatori ce la farebbero a portarci al sicuro.

Ritornammo nelle gallerie e Angel disse: — A proposito di navi, non credo di averne mai vista una come la vostra. Sono bombe, quelle cose allineate sulla superficie ventrale?

— Certune sì — risposi.

Carlos rise. — Bey non vuol dirmi come ha fatto a procurarsela.

— Insisti, eh? E va bene, l’ho rubata, e non credo che qualcuno si lamenterà.

Angel, che prima era francamente incuriosito, rimase addirittura affascinato quando gli raccontai che ero stato ingaggiato per pilotare un mercantile nel sistema di Wunderland. — Non mi piaceva molto la faccia del tizio che mi aveva ingaggiato, ma cosa potevo saperne degli abitanti di Wunderland? E avevo bisogno di quel denaro. — Parlai della sorpresa che era stata vedere le proporzioni della nave: la paratia dietro la sala comando, il settore passeggeri che era semplicemente una serie di olografie negli oblò ciechi. A quel punto, dissi, avevo temuto che se avessi cercato di tirarmi indietro mi avrebbero fatto sparire.

Ma quando avevo saputo qual era la destinazione, mi ero preoccupato ancora di più. — Era nel Serpent Stream… sa, quella mezzaluna di asteroidi nel Sistema di Wunderland. Lo sanno tutti che la Lega per la Liberazione di Wunderland ha sede proprio là, su quei sassi. Quando mi hanno dato la rotta, io sono partito e mi sono diretto a Sirio.

— È strano che le avessero lasciato un hyperdrive funzionante.

— Cribbio, non me l’avevano lasciato. Avevano strappato i relays. Ho dovuto ripararli personalmente. Per fortuna ho controllato, perché avevano collegato i relays a una piccola bomba sotto il sedile di guida. — M’interruppi. — Ma forse l’ho riparato male. Ha sentito quello che è successo? Il mio motore hyperdrive è sparito. Devono essere saltati i bulloni esplosivi, perché il ventre della nave è scoppiato. Era fasullo. Quello che è rimasto sembra un bombardiere tascabile.

— È quel che pensavo anch’io.

— Credo che dovrò consegnarla alla polizia, quando raggiungeremo il sistema interno. Peccato.

Carlos sorrideva e scrollava la testa. Per giustificare quella reazione, disse: — Questo dimostra che sai sfuggire ai tuoi problemi.

L’ultimo tunnel finiva in una grande camera emisferica sovrastata da una cupola trasparente. Una colonna grossa come un uomo saliva dal pavimento di roccia fino a una chiusura al centro della cupola. Al di sopra di quella specie di tappo, un braccio metallico snodato si tendeva ciecamente nello spazio. Il braccio finiva in qualcosa che sembrava una gigantesca ciotola per cani costruita in ferro.

Forward stava a una console a ferro di cavallo accanto alla colonna. Lo notai appena. Avevo già visto quel braccio snodato, ma non mi ero reso conto delle dimensioni.

Forward si accorse che ero rimasto a bocca aperta. — L’Arraffa — disse.

Si avvicinò a noi con un’andatura balzellante, comica ma funzionale. — Lieto di conoscervi, Carlos Wu, Beowulf Shaeffer. — La sua stretta di mano non mi stritolò le ossa solo perché ci stava attento. Aveva un sorriso simpatico. — L’Arraffa è la cosa più sensazionale che abbiamo qui. Dopo l’Arraffa non c’è niente da vedere.

Io chiesi: — A che cosa serve?

Carlos rise. — È magnifico. Perché è necessario che serva a qualcosa?

Forward accettò con garbo il complimento. — Sto pensando di mandarlo a una mostra di scultura. In effetti, serve per manipolare masse grandi e dense. Il ricettacolo all’estremità del braccio è un complesso di elettromagneti. Posso far vibrare le masse, lì dentro, per produrre onde di gravità polarizzate.

Sei massicce travature ad arco dividevano la cupola in altrettante sezioni. Notai che le travature e la chiusura al centro brillavano come specchi. Erano rinforzate da campi di stasi. Un ulteriore supporto per l’Arraffa? Cercare di immaginare quali forze potevano richiedere una simile robustezza.

— Che cosa fa vibrare là dentro? Una megatonnellata di piombo?

— Abbiamo usato per il collaudo una massa di piombo inguainata nel ferro dolce. Però è stato anni fa. Non ho lavorato con l’Arraffa in questi ultimi tempi, ma abbiamo ottenuto risultati soddisfacenti con una sfera di neutronio chiusa in un campo di stasi. Dieci miliardi di tonnellate metriche.

— A che scopo? — chiesi io.

Carlos mi lanciò un’occhiataccia. Forward sembrò pensare che fosse una domanda del tutto ragionevole.

— Per la comunicazione, innanzi tutto. Devono esserci specie intelligenti in tutta la galassia, quasi tutte al di fuori della portata delle nostre navi. Le onde gravitazionali, probabilmente, sono il metodo migliore per mettersi in contatto con loro.

— Le onde gravitazionali viaggiano alla velocità della luce, no? Non sarebbe meglio la radio iperspaziale?

— Non possiamo contare che ce l’abbiano. Chi, se non gli Outsinder, penserebbero a fare i loro esperimenti tanto lontano da un sole? Se vogliamo contattare esseri che non hanno avuto a che fare con gli Outsider, dobbiamo usare le onde gravitazionali… quando avremo scoperto come fare.

Angel ci offrì sedie e rinfreschi. C’eravamo appena seduti e io ero già tagliato fuori; Forward e Carlos parlavano di fisica del plasma, metafisica e «cosa stanno facendo i nostri vecchi amici?» Capii che avevano parecchie cose in comune. E Carlos stava cercando di scoprire dove erano finiti i cosmologi specializzati in fisica della gravità.

Alcuni facevano parte del Gruppo Mercurio. Altri erano sui mondi coloniali… soprattutto su Jinx, a cercare di convincere l’Istituto della Conoscenza a finanziare vari progetti, incluse altre spedizioni al collapsar del Cigno.

— Lei lavora ancora per l’Istituto, dottore?

Forward scrollò la testa. — Hanno smesso di aiutarmi. I risultati non erano sufficienti, secondo loro. Però posso continuare a servirmi di questa stazione che appartiene all’Istituto. Ma un giorno la venderanno e dovremo trasferirci.

— Mi chiedevo come mai l’avessero mandata proprio qui — disse Carlos. — Sirio ha una fascia cometaria ragguardevole.

— Ma Sol è l’unico sistema dove sia presente la civiltà a una simile distanza dalla stella centrale. E posso contare su collaboratori migliori. Il Sistema di Sol ha sempre avuto molti cosmologi.

— Pensavo che fosse venuto qui per risolvere un vecchio mistero. La meteorite della Tunguska. Ne ha sentito parlare, naturalmente.

Forward rise. — Naturalmente. Chi non ne ha sentito parlare? Non credo che sapremo mai che cosa precipitò sulla Siberia quella notte. Forse era un frammento d’antimateria. Si sa che c’è antimateria, nello spazio conosciuto.

— Se lo era, non potremo mai provarlo — ammise Carlos.

— Vogliamo parlare del vostro problema? — Forward parve ricordarsi all’improvviso della mia esistenza. — Shaeffer, che cosa pensa un pilota professionista quando sparisce il suo motore hyperdrive?

— Ci resta molto male.

— Qualche teoria?

Decisi di non parlare dei pirati. Volevo vedere se Forward li avrebbe nominati per primo. — Sembra che la mia teoria non piaccia a nessuno — dissi, ed esposi brevemente le mie idee sui mostri dell’iperspazio.

Forward mi ascoltò educatamente. Poi: — Devo ammetterlo, è difficile confutare la sua ipotesi. Lei ci crede?

— Ho paura a crederci. Una volta per poco non ci ho lasciato la pelle perché cercavo mostri spaziali quando avrei dovuto cercare cause naturali.

— E perché i mostri dell’iperspazio avrebbero divorato soltanto il suo motore?

— Uhm… cavolo. Non lo so.

— Lei cosa ne pensa, Carlos? Un fenomeno naturale, oppure mostri?

— Pirati — rispose Carlos.

— E come fanno?

— Ecco, la faccenda di un motore hyperdrive che sparisce e lascia lì la nave… è del tutto nuova. Credo che sarebbe necessario un forte gradiente di gravità, con un effetto mareale forte quanto quello di una stella di neutroni o di un buco nero.

— Non si trova niente del genere, in tutto lo spazio umano.

— Lo so. — Carlos aveva l’aria frustrata. Doveva essere una simulazione. Prima s’era comportato come se conoscesse già la risposta.

Forward disse: — Comunque, non credo che un buco nero avrebbe questo effetto. Se l’avesse, non se ne sarebbe neppure accorto, perché la nave sarebbe sparita nel buco nero.

— E un potente generatore di gravità?

— Uhm… — Forward ci pensò sopra, poi scosse il testone. — Sta parlando di una gravità superficiale dell’ordine di milioni. Tutti i generatori di gravità di cui ho sentito parlare collasserebbero, a quel livello. Vediamo, con una struttura sostenuta da campi di stasi… no. La struttura reggerebbe e il resto del macchinario scorrerebbe come acqua.

— Non ha lasciato in piedi molto della mia teoria.

— Mi dispiace.

Dopo una breve pausa, Carlos chiese: — Secondo lei, come ha avuto inizio l’universo?

Forward sembrò un po’ sorpreso da quel cambiamento di discorso.

E io incominciai a sentirmi irrequieto.

Ammetto che non so molto di cosmologia, ma capisco gli atteggiamenti e i toni di voce. Carlos lanciava allusioni, cercando di pilotare Forward alla sua conclusione. Buchi neri, pirati, la meteorite della Tunguska, l’origine dell’universo… li presentava tutti come piste. E Forward non rispondeva correttamente.

Adesso stava dicendo: — Lo chieda a un prete. In quanto a me, propendo per il Big Bang. Lo Stato Costante mi è sempre sembrato futile.

— Anch’io preferisco il Big Bang, — disse Carlos.

C’era qualcosa di preoccupante. I rimorchiatori minerari: era quasi certo che appartenessero a Forward Station. Come avrebbe reagito Ausfaller quando le tre navi spaziali che già conosceva fossero comparse dalle sue parti?

Come volevo che reagisse? Forward Station poteva essere una base ideale per i pirati. Piena di corridoi scavati con il laser e distribuiti a caso… potevano esserci due reti di corridoi, collegate soltanto in superficie? Come facevamo a saperlo?

All’improvviso, pensai che non volevo più saperlo. Volevo andarmene a casa. Se Carlos si fosse tenuto alla larga dagli argomenti delicati…

Ma adesso lui aveva ricominciato a esporre ipotesi sui mangianavi. — Quei dieci miliardi di tonnellate metriche di neutronio che lei ha usato come massa di collaudo. Non sarebbe abbastanza grande né abbastanza densa per darci un gradiente di gravità adeguato.

— Potrebbe esserlo, vicino alla superficie. — Forward sogghignò e accostò le mani. — Era all’incirca grande così.

— Ed è la massima densità che la materia raggiunge in questo universo. Peccato.

— È vero, ma… ha mai sentito parlare dei buchi neri quantistici?

— Sì.

Forward si alzò di scatto. — Risposta sbagliata.

Io schizzai fuori dalla sedia, cercando di puntellarmi per spiccare un salto, mentre cercavo di afferrare il terzo bottone del mio abito. Non servì a niente. Non mi ero esercitato in una gravità come quella.

Forward aveva già spiccato un balzo. Mentre passava, diede una sberla alla testa di Carlos. Mi afferrò al punto più alto del salto e mi trascinò con lui afferandomi il polso con una stretta ferrea.

Non avevo niente per puntellarmi, ma gli tirai un calcio. Forward non cercò neppure d’impedirmelo. Era come lottare contro una montagna. Mi agguantò i polsi con una mano sola e mi rimorchiò via.

Forward era indaffarato. Si era seduto nel ferro di cavallo della console di comando, e parlava. Al di sopra dell’orlo della console si vedevano le nuche di tre teste disincarnate.

Evidentemente c’era un telefono laser nella console. Sentivo in parte quello che diceva. Stava ordinando ai piloti dei tre rimorchiatori minerari di distruggere l’Hobo Kelly. Sembrava non sospettasse che a bordo c’era Ausfaller.

Forward era indaffarato, ma Angel ci osservava pensieroso, o forse irrequieto, chissà. Non aveva torto. Avrebbero potuto farci sparire, ma quali messaggi potevamo aver inviato prima di venire lì?

Io non potevo far niente di costruttivo, finché Angel mi sorvegliava. E non potevo contare su Carlos.

Carlos non lo vedevo affatto. Forward e Angel ci avevano legati ai lati opposti della colonna centrale, sotto l’Arraffa. Da allora, Carlos non si era più fatto sentire. Forse stava morendo per quella tremenda sberla alla testa.

Provai a tirare la corda che mi legava i polsi. Era metallo freddo… e molto stretto.

Forward girò un interruttore. Le teste sparirono. Passò un momento, prima che parlasse.

— Mi avete messo in una situazione molto spiacevole.

E Carlos rispose. — Credo che ci si sia messo da solo.

— Può darsi. Non avrebbe dovuto lasciarmi capire ciò che sapeva.

Carlos disse: — Mi spiace, Bey.

Sembrava in buona salute. Bene. — Non importa — dissi. — Ma perché tutte queste scalmane? Che cos’ha Forward?

— Credo che abbia la meteorite della Tunguska.

— No. Non ce l’ho. — Forward si alzò e si girò verso di noi. — Ammetto che venni qui a cercare la meteorite della Tunguska. Impiegai vari anni per ricostruire la traiettoria che aveva seguito dopo aver lasciato la Terra. Forse era un buco nero quantistico. Forse no. L’Istituto mi tagliò i fondi improvvisamente, proprio quando avevo trovato un vero buco nero quantistico, il primo nella storia.

Io dissi: — Questo non mi spiega molto.

— Pazienza, Mr. Shaeffer. Lei sa che un buco nero può formarsi dal collasso di una stella massiccia? Bene. E sa che è necessario un corpo di almeno cinque masse solari. La massa può essere quella di una galassia… o addirittura dell’universo. Secondo certi indizi, l’universo è un buco nero che precipita in se stesso. Ma se la massa è inferiore a cinque masse solari, il collasso si arresta alla fase di stella di neutroni.

— Fin qui la seguo.

— In tutta la storia dell’universo, c’è stato un momento in cui avrebbero potuto formarsi buchi neri più piccoli. Quel momento fu l’esplosione del monoblocco, l’uovo cosmico che un tempo conteneva tutta la materia dell’universo. Nella violenza di quell’esplosione dovevano esservi loci di pressione inimmaginabile. Potrebbero essersi formati buchi neri di massa fino a 2,2 x 10-5 grammi, con un raggio di 1,6 x 10-25 Angstrom.

— Naturalmente sarebbe impossibile scoprire una cosa tanto piccola — disse Carlos. Sembrava quasi allegro. Mi domandai perché… e poi capii. Aveva avuto ragione circa il modo in cui sparivano le navi. Doveva compensarlo del fatto d’essere legato a una colonna.

— Ma — disse Forward, — in quell’esplosione potrebbero essersi formati buchi neri di tutte le dimensioni, e sicuramente si formarono. In più di settecento anni di ricerche, non è mai stato trovato un buco nero quantistico. Molti cosmologi hanno rinunciato a crederci, e a credere al Big Bang.

Carlos disse: — Naturalmente, c’era la meteorite della Tunguska. Poteva essere un buco nero, diciamo di massa asteroidale…

— … e di dimensioni approssimativamente molecolari. Ma la marea avrebbe falciato gli alberi al suo passaggio…

— … e il buco nero avrebbe attraversato la Terra e sarebbe tornato nello spazio dopo aver acquisito qualche tonnellata di peso in più. Ottocento anni fa cercarono addirittura il punto d’uscita. Sarebbe servito a tracciare una rotta…

— Esattamente. Ma io dovetti rinunciare a quel metodo — disse Forward. — Ne stavo usando un altro quando l’Istituto… ruppe i rapporti con me.

Dovevano essere matti tutti e due, pensai. Carlos era legato a una colonna e Forward intendeva ucciderlo, eppure si comportavano come se fossero soci di un club esclusivo… al quale io non appartenevo.

Carlos era incuriosito. — Come ha fatto?

— Lei crede che sia possibile che un asteroide catturi un buco nero quantistico? Nel suo interno? Per esempio, a una massa di 1012 chilogrammi… un miliardo di tonnellate metriche — soggiunse perché capissi anch’io, — un buco nero avrebbe un diametro di appena l,5 x 10-5 Angstrom. Più piccolo di un atomo. In un passaggio lento attraverso un asteroide potrebbe assorbire qualche miliardo di atomi, abbastanza per farlo rallentare e stabilirsi in un’orbita. Poi potrebbe orbitare all’interno dell’asteroide per eoni, assorbendo pochissima massa ad ogni passaggio.

— Quindi?

— Se io m’imbatto per caso in un asteroide più massiccio di quel che dovrebbe essere… e se riesco a postarlo, e se parte della massa rimane indietro…

— Deve aver controllato una quantità di asteroidi. Perché farlo proprio qui? Perché non nella Fascia degli Asteroidi? Oh, certo, qui può usare l’hyperdrive.

— Precisamente. Potevamo cercare una ventina di masse al giorno, consumando pochissimo combustibile.

— Ehi, se era abbastanza grande per divorare un’astronave, perché non ha divorato l’asteroide nel quale l’ha trovato?

— Non era tanto grande — disse Forward. — Il buco nero che trovai era esattamente come l’ho descritto. Io l’ho ingrandito. L’ho rimorchiato a casa e l’ho fatto passare attraverso la mia sfera di neutronio. Allora è diventato abbastanza grosso per assorbire un asteroide. Adesso è un oggetto molto massiccio! 1020 chilogrammi, con un raggio di poco inferiore a 10-5 centimetri.

La voce di Forward aveva un tono di soddisfazione. In quella di Carlos, all’improvviso, non c’era altro che disprezzo. — Ha realizzato questo e poi se n’è servito per rubare le navi e far sparire le prove. È ciò che succederà anche a noi? Giù nella tana del coniglio?

— Forse in un altro universo. Dove porta un buco nero? Era quel che mi domandavo anch’io.

Angel aveva preso il posto di Forward alla console. Aveva agganciato la cintura di sicurezza, una cosa che prima Forward non aveva fatto, e adesso divideva l’attenzione tra gli strumenti e il dialogo.

— Mi sto ancora chiedendo come fa a muoverlo — disse Carlos. Poi: — Ah! I rimorchiatori!

Forward sgranò gli occhi, poi sghignazzò. — Non l’aveva indovinato? Ma naturalmente il buco nero può mantenere una carica. Gli ho riversato dentro la scarica di un vecchio motore a ioni per quasi un mese. Adesso contiene una carica enorme. I rimorchiatori possono trainarlo senza troppa difficoltà. Vorrei averne altri. Presto li avrò.

— Un momento — dissi io. Avevo afferrato un fatto fondamentale mentre mi passava per la testa. — I rimorchiatori non sono armati? Non fanno altro che trainare il buco nero?

— Appunto. — Forward mi guardò incuriosito.

— E il buco nero è invisibile.

— Sì. Lo trainiamo sul percorso di un’astronave. Se la nave si avvicina abbastanza, precipita nello spazio normale. Noi guidiamo il buco nero attraverso il motore per immobilizzarla, saliamo a bordo e la saccheggiamo con comodo. Poi basta un passaggio più lento del buco nero perché la nave scompaia, semplicemente.

— Un’ultima domanda — disse Carlos. — Perché?

Io avevo una domanda più intelligente da pormi, invece.

Che cosa avrebbe fatto Ausfaller quando si fossero avvicinati i tre rimorchiatori? Non erano armati. La loro unica arma era invisibile.

E avrebbe inghiottito uno scafo della Prodotti Generali senza neppure accorgersene.

Ausfaller avrebbe sparato contro tre navi disarmate?

Presto l’avremmo saputo. Lassù, verso l’orlo della cupola, avevo scorto tre minuscole luci in formazione.

Le aveva viste anche Angel. Mise in funzione il telefono. Apparvero le teste fantasma, una, due, tre.

Tornai a voltarmi verso Forward, e rimasi sbalordito nel vedere la sua torva espressione d’odio.

— Il figlio della fortuna — disse a Carlos. — L’aristocratico nato. Il superuomo riconosciuto. Perché lei dovrebbe pensare a rubare qualcosa? Le donne la supplicano di dar loro un figlio, di persona se è possibile, o almeno per posta! Le risorse della Terra sono a sua disposizione per mantenerla in ottima salute, anche se non ne ha bisogno!

— Forse la sorprenderà — disse Carlos, — ma c’è gente che considera lei un superuomo.

— Noi jinxiani siamo molto forti. Ma a che prezzo per gli altri fattori? La nostra vita è sempre breve, anche con l’aiuto della boosterspice. È più lunga se possiamo vivere lontano dalla gravità di Jinx. Ma gli abitanti degli altri mondi ci giudicano ridicoli. Le donne… lasciamo stare. — Forward rimuginò un momento, poi lo disse comunque: — Una donna della Terra, una volta, mi disse che avrebbe preferito andare a letto con una scavatrice. Non si fidava della mia forza. Quale donna si fiderebbe?

I tre punti luminosi avevano quasi raggiunto il centro della cupola. In mezzo non vedevo niente. Non mi aspettavo di vedere niente. Angel stava ancora parlando con i piloti.

Dall’orlo della cupola spuntò qualcosa, e non volevo che nessuno lo notasse. Dissi: — È la sua giustificazione per tutte le stragi, Forward? La mancanza di donne?

— Non sono obbligato a giustificarmi, Shaeffer. Il mio mondo mi ringrazierà per ciò che ho fatto. La terra si è presa per troppo tempo la parte del leone del traffico interstellare.

— La ringrazieranno, eh? Ha intenzione di dirglielo?

— Io…

— Julian! — gridò Angel. L’aveva visto… no, non l’aveva visto lui. Era stato uno dei piloti dei rimorchiatori.

Forward ci lasciò. Si consultò sottovoce con Angel, poi si voltò di scatto. — Carlos! Ha lasciato la sua nave con l’autopilota innestato? Oppure c’è qualcuno a bordo?

— Non sono tenuto a rispondere — disse Carlos.

— Potrei… no. Fra un minuto non avrà più importanza.

Angel disse: — Julian, guarda cosa sta facendo.

— Sì. Molto ingegnoso. Potrebbe venire in mente solo a un pilota umano.

Ausfaller aveva manovrato in modo da portare l’Hobo Kelly tra noi e rimorchiatori. Se i rimorchiatori avessero sparato con un’arma convenzionale, avrebbero sfondato la cupola e ci avrebbero uccisi tutti.

I rimorchiatori continuarono ad avanzare.

— Non sa ancora contro cosa sta combattendo — disse Forward in tono soddisfatto.

Era vero, e gli sarebbe costato caro. Tre rimorchiatori disarmati stavano avanzando verso Ausfaller, portando un’arma così lenta che avrebbero potuto scagliargliela contro, lasciare che assorbisse l’Hobo Kelly e riprendersela molto prima che diventasse un pericolo per noi.

Dal punto dove mi trovavo io, l’Hobo Kelly appariva come un punto luminoso attorniato da tre punti più fiochi e più distanti. Forward e Angel vedevano meglio, attraverso il telefono. Non badavano più a noi.

Incominciai a cercare di liberarmi delle scarpe. Erano pantofole da navigazione, alte fino alla caviglia, morbide, e opponevano resistenza.

Riuscii a liberare il piede sinistro mentre uno dei rimorchiatori divampava in una luce color rubino.

— L’ha fatto! — Carlos non sapeva se esultare o inorridire. — Ha sparato sui rimorchiatori disarmati!

Forward fece un gesto perentorio. Angel si alzò dal sedile. Forward prese il suo posto e si allacciò la robusta cintura di sicurezza. Nessuno dei due aveva pronunciato una parola.

Una seconda nave divampò rosseggiando, poi si espanse in una nube rosata.

Il terzo rimorchiatore stava fuggendo.

Forward azionò i comandi. — Ce l’ho inquadrato sull’indicatore di massa — gracchiò. — Ma abbiamo una sola possibilità.

Anch’io ne avevo una sola. Con le dita del piede libero mi sfilai l’altra pantofola.

Sopra le nostre teste, il braccio snodato dell’Arraffa incominciò a oscillare… e di colpo capii di cosa stavano parlando.

Ormai c’era ben poco da vedere, oltre la cupola. L’Arraffa ondeggiante e la luce del motore dell’Hobo Kelly, e i due relitti roteanti, contro uno sfondo di stelle fisse. All’improvviso uno dei rimorchiatori emise un lampo biancazzurro e sparì, senza lasciarsi dietro neppure una nube di polvere.

Ausfaller doveva averlo visto. Stava virando per fuggire. Poi fu come se una mano invisibile avesse afferrato l’Hobo Kelly e l’avesse scagliato lontano. La luce del motore a fusione saettò da una parte e tramontò oltre l’orlo della cupola.

Adesso che due rimorchiatori erano stati distrutti e il terzo era in fuga, il buco nero era in caduta libera, e ci stava venendo addosso.

Non c’era più niente da vedere, tranne i movimenti delicati dell’Arraffa. Angel era in piedi dietro il sedile di Forward, e stringeva convulsamente lo schienale.

Quei pochi chili del mio peso mi abbandonarono e mi lasciarono in condizioni d’imponderabilità. Altre maree. La cosa invisibile era più massiccia dell’asteroide sotto di me. L’Arraffa oscillò di un altro metro, lateralmente, e qualcosa lo investì con un colpo tremendo.

Il pavimento si allontanò sotto di me, lasciandomi a testa in giù sopra l’Arraffa. L’enorme ciotola di ferro dolce venne verso di me; il braccio di metallo snodato si ripiegò come una molla. Rallentò, si fermò.

— L’hai preso! — gridò Angel a gran voce e batté una mano sullo schienale, tenendosi aggrappato con l’altra. Si voltò a lanciarci un’occhiata di trionfo e subito tornò a girarsi. — La nave! Se ne va!

— No. — Forward era chino sulla console. — La vedo. Bene, sta tornando indietro, diritto verso di noi. Questa volta non ci saranno i rimorchiatori a mettere sull’avviso il pilota.

L’Arraffa oscillò pesantemente verso il punto dove avevo visto sparire l’Hobo Kelly. Si muoveva centimetro per centimetro, trascinando un peso massiccio e invisibile.

E Ausfaller stava tornando indietro per salvarci. Sarebbe stato un bersaglio fisso, a meno che…

Alzai i piedi, e afferrai il primo e il quarto bottone del mio abito.

L’armamento del suo vestito miracoloso non mi aveva aiutato contro la forza e la sveltezza del jinxiano. Ma i terrapiattai non sono molto agili, e i jinxiani lo sono ancora meno. Forward s’era accontentato di legarmi le mani.

Strinsi le dita dei piedi intorno ai bottoni e tirai.

Avevo le gambe attorcigliate come pretzel. Non potevo puntellarmi a niente. Ma il primo bottone si staccò, e poi si staccò il filo. Un’altra arma invisibile per combattere l’invisibile buco senza fondo di Forward.

Il filo liberò il quarto bottone. Riabbassai i piedi, tenendo il filo ben teso, e mi spinsi indietro. Sentii la catena molecolare di Sinclair affondare nella colonna.

L’Arraffa continuava a oscillare.

Quando il filo avesse tagliato la colonna avrei potuto sollevarlo dietro di me e cercare di recidere i legami. Molto probabilmente mi sarei tranciato i polsi e sarei morto dissanguato: ma dovevo tentare. Mi chiesi se avrei potuto fare qualcosa prima che Forward lanciasse il buco nero.

Una brezza fredda mi accarezzò i piedi.

Abbassai gli occhi. Intorno alla colonna usciva una nebbia densa.

Un gas gelido stava fuoriuscendo dall’incrinatura sottile come un capello.

Continuai a spingere. La nebbia aumentò. Il freddo era tormentoso. Sentii lo strattone quando il filo magico si liberò. I polsi, adesso…

Elio liquido?

Forward ci aveva legati al cavo principale superconduttore dell’energia.

Probabilmente era stato un errore. Spostai i piedi in avanti, cautamente, con fermezza, e sentii il filo che affondava, nel taglio di ritorno.

L’Arraffa aveva smesso di oscillare. Ora si muoveva sul braccio come un verme cieco e ansioso, mentre Forward lo regolava con maggiore esattezza. Angel incominciava a dar segno dello sforzo che gli costava tenersi capovolto.

I miei piedi sussultarono leggermente. Ce l’avevo fatta. Avevo i piedi intirizziti, quasi insensibili. Lasciai i bottoni che salirono ondeggiando verso la cupola, e scalciai all’indietro, premendo i calcagni con forza.

Qualcosa si spostò. Scalciai di nuovo.

Tuoni e fulmini esplosero intorno ai miei piedi.

Ripiegai di scatto le ginocchia contro il mento. I fulmini crepitavano e lampeggiavano bianchi nella nebbia turbinante. Angel e Forward si voltarono sbalorditi. Risi loro in faccia. Lo vedessero pure. Sì, signori, l’ho fatto apposta.

I fulmini cessarono. Nel silenzio improvviso Forward urlò: — Sa che cos’ha fatto?

Ci fu un crunch stridente, e poi un tremito contro la mia schiena. Guardai in alto.

All’Arraffa mancava un pezzo.

Ero capovolto e mi sentivo diventare più pesante. Angel piroettò all’improvviso, tenendosi stretto al sedile di Forward. Rimase sospeso sopra la cupola, sopra il cielo. Urlò.

Mi aggrappai con forza alla colonna, con le gambe. Sentii che Carlos muoveva i piedi per puntellarsi, e rideva.

Vicino all’orlo della cupola stava spuntando una lancia luminosa. Il motore dell’Hobo Kelly che decelerava e ingrandiva. Il resto del cielo era vuoto. E un pezzo della cupola sparì con uno schiocco secco.

Angel urlò e precipitò. Appena al di sopra della cupola parve divampare in una luce azzurra.

E sparì.

L’aria usciva rombando attraverso la cupola… e altra aria spariva in qualcosa che prima era invisibile. Adesso appariva come un puntino azzurro che scendeva adagio verso il pavimento. Forward s’era voltato per vederlo cadere.

Gli oggetti che non erano imbullonati volavano attraverso la camera, spiraleggiavano intorno al punto a velocità meteorica e vi cadevano con esplosioni luminose. Ogni atomo del mio corpo sentiva l’attrazione, l’impulso di morire in una caduta infinita. Adesso eravamo appesi fianco a fianco a una colonna orizzontale. Notai con approvazione che Carlos teneva la bocca spalancata, come me, per liberarsi i polmoni perché non scoppiassero quando l’aria fosse finita.

Pugnalate negli orecchi e nei seni nasali, una pressione tremenda nelle viscere.

Forward si voltò di nuovo verso la console. Girò con forza una manopola. Poi… sganciò la cintura di sicurezza, ne uscì, verso l’alto, e cadde.

Un lampo luminoso. Era sparito.

Il puntolino color fulmine scese lentamente nel pavimento e vi penetrò. Nel rombo sempre più forte dell’aria sentii lo stridore della roccia polverizzata diventare più fievole via via che il buco nero scendeva verso il centro dell’asteroide.

L’aria era tremendamente rarefatta, ma non era andata del tutto. I miei polmoni erano convinti di respirare il vuoto. Ma il mio sangue non bolliva. Me ne sarei accorto.

Perciò ansimai e continuai ad ansimare. Non potevo dedicare l’attenzione a niente altro. Milioni di punti neri mi danzavano davanti agli occhi; ma ero ancora vivo quando Ausfaller ci raggiunse portando un involto di plastica trasparente e un’enorme pistola.

Arrivò velocemente, con lo zaino a razzo. Mentre decelerava si guardava intorno per cercare qualcuno cui sparare. Tornò indietro descrivendo un cerchio di fuoco. Ci guardò attraverso la visiera del casco. Forse si chiedeva se eravamo morti.

Aprì l’involto di plastica. Era un sacco sottile, con una chiusura ermetica e una bombola. Dovette prendere una fiamma ossidrica portatile per tagliare i nostri legami. Liberò per primo Carlos e l’aiutò a infilarsi nel sacco. Carlos sanguinava dal naso, dagli orecchi e stentava a muoversi. Stentavo a muovermi anch’io, ma Ausfaller mi cacciò nel sacco con Carlos e lo chiuse. L’aria sibilò intorno a noi.

Mi domandai cosa sarebbe successo. Il sacco gonfio era troppo grande per passare attraverso i corridoi. Ausfaller aveva pensato anche a questo. Sparò alla cupola, vi aprì uno squarcio, e ci portò via passando da lì.

L’Hobo Kelly era posata poco lontano. Mi accorsi che il sacco di salvataggio non sarebbe entrato nel portello stagno… e Ausfaller confermò le mie paure. Ci fece un segnale spalancando la bocca. Poi aprì la chiusura ermetica del sacco e ci trascinò dentro la camera di compensazione mentre l’aria stava ancora uscendo dai nostri polmoni.

Quando ci fu di nuovo l’aria, Carlos mormorò: — Per favore, non farlo mai più.

— Non dovrebbe essere più necessario. — Ausfaller sorrise. — Qualunque cosa abbiate fatto, siete stati bravissimi. Ho due autodcrc ben attrezzati, a bordo, per rimettervi in sesto. Mentre voi due vi riprenderete, andrò a recuperare il tesoro nell’asteroide.

Carlos alzò una mano, ma non riuscì a parlare. Sembrava un morto risuscitato: il sangue gli scorreva dal naso e dagli orecchi, la bocca era spalancata, e stentava a tener sollevata la mano, contro la forza di gravità.

— Una cosa — disse sbrigativamente Ausfaller. — Ho visto molti morti, ma nessun vivo. Quanti erano? È probabile che incontri resistenza durante la ricerca?

— Lascia perdere — gracchiò Carlos. — Portaci via di qui. Subito.

Ausfaller aggrottò la fronte. — Che cosa…?

— Non c’è tempo. Portaci via.

Ausfaller fece una smorfia.

— Sta bene. Prima gli autodoc. — Si voltò, ma la mano sfibrata di Carlos lo trattenne.

— No, cavolo. Questo voglio vederlo — mormorò Carlos.

Anche stavolta Ausfaller cedette. Andò in sala comando e Carlos lo seguì a passo barcollante. Io li seguii entrambi, asciugandomi il sangue dal naso. Anch’io mi sentivo più morto che vivo. Ma immaginavo vagamente che cosa si aspettava Carlos e non avevo intenzione di perdermi lo spettacolo.

Agganciammo le cinture di sicurezza. Ausfaller accese il reattore di spinta principale. L’asteroide si allontanò sotto di noi.

— Siamo abbastanza lontani — mormorò Carlos dopo un po’. — Gira la nave.

Ausfaller obbedì. Poi: — Cosa stiamo cercando?

— Lo vedrai.

— Carlos, ho fatto bene a sparare ai rimorchiatori?

— Oh, si.

— Bene. Ero preoccupato. Allora Forward era il mangiatore di navi?

— Sicuro.

— Non l’ho visto quando sono venuto a prendervi. Dov’era?

Ausfaller s’irritò quando Carlos rise, e s’irritò ancora di più quando risi anch’io. Mi faceva male la gola. Comunque, ci ha salvato la vita — dissi. — Deve aver aumentato al massimo la pressione dell’aria, prima di saltare. Chissà perché?

— Voleva essere ricordato — disse Carlos. — Nessun altro sapeva ciò che aveva fatto. Ahh…

Guardai mentre una parte dell’asteroide collassava su se stessa, lasciando un cratere profondo.

— Si muove più lentamente all’apogeo. Raccoglie più materia — disse Carlos.

— Di cosa stai parlando?

— Più tardi, Sigmund. Quando la mia gola tornerà a funzionare.

— Forward aveva un buco nella tasca — suggerii. — E…

L’altra parte dell’asteroide collassò. Per un momento sembrò che balenasse una folgore.

Poi l’intera palla di neve sporca incominciò a rimpicciolire.

Pensai a qualcosa che probabilmente era sfuggito a Carlos. — Sigmund, la sua nave ha gli schermi solari automatici?

— Naturalmente li abbiamo…

Vi fu un lampo di luce che divorò l’universo, prima che lo schermo diventasse nero. Quando si schiarì, non c’era più niente da vedere tranne le stelle.