/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Cosmo

La compagnia della gloria

Edgar Pangborn

La compagnia della gloria è l’ultimo romanzo scritto da Pangborn ed è stato pubblicato in America giusto un anno prima della sua morte. È un romanzo che per alcuni versi si riallaccia al suo celebre Davy: è ambientato anch’esso a pochi decenni di distanza dalla catastrofe, e ci presenta il personaggio di Demetrio il narratore, amato dal popolo per le sue affascinanti storie dei tempi antichi, piene di oggetti miracolosi come i telefoni e gli aeroplani, i televisori e le automobili; tutte cose che ormai la società non sa più costruire. Ma Demetrio è anche temuto dai potenti, perché un uomo che narra a tutti le antiche verità può diventare pericoloso. Così, egli è costretto a fuggire con i suoi compagni: insieme si avviano verso un viaggio pieno di dolori e di gioie inattesi, che tocca i reami della fantasia, della filosofia e delle possibilità umane.

Edgar Pangborn

La compagnia della gloria

CAPITOLO 1

CON UN PO’ D’AMORE

Se mi è sfuggito qualche altro aspetto dell’infinito, posso trovarlo in un filo d’erba.

DEMETRIOS.

Il vecchio faceva oscillare il bastone di noce; ne apprezzava il sostegno, ma non ne aveva realmente bisogno, poiché non era più cieco di Omero. Mentre camminava per Harrow Street, incontrò un ragazzo che conduceva un cavallo dal maniscalco, e alcune ragazze che tornavano dal ruscello con le ceste del bucato. — Buona giornata a te, Garth! Come sta Frankie?

— Buona giornata anche a te, Demetrios, — disse il ragazzo, sorridendo con calore e un po’ di timidezza. — Frankie sta bene. — Garth s’era soffermato, e accarezzava il collo del cavallo; adocchiava le ragazze che, nei loro camici bagnati, avevano posato le ceste e si stavano riassettando i capelli, ma stava anche attento al narratore. Nessuno ignorava il narratore.

La faccia di Demetrios, così simile a quella d’un falco pellegrino, sembrava volare verso di te, anche quando era immota. La lunga mano destra, con quelle giunture prominenti, anche quand’era posata sul bastone additava terre lontane, visioni di luoghi stranieri. Demetrios era alto… il che era comodo, per uno che guardava al di sopra delle teste chine e intente. I capelli grigi, lievemente inargentati, gli cadevano lisci sulle spalle. Aveva sessant’anni, e non era vecchio, bensì stagionato, come il suo bastone di noce, come un vino che è rimasto nel tino abbastanza a lungo per maturare in un modo che forse non garba a tutti. Il giovanissimo Garth, all’età in cui l’amore d’un cuore buono deve traboccare, lo adorava: quale altro vecchio ricordava il nome d’un garzone di stalla e addirittura del suo fratellino? E alcuni erano incantati dalla bravura professionale di Demetrios come narratore, e non provavano per lui né simpatia né antipatia, ma gli rendevano omaggio ascoltandolo. Una ragazza che si chiamava Solitaire lo desiderava ed era desiderata da lui.

Uscito da una strada laterale, un venditore ambulante (uno straccivendolo più vecchio dì Demetrios) spinse accanto a loro la carriola e la appoggiò sul sostegno, asciugandosi la faccia con un pezzo di stoffa sudicia. Era un pomeriggio afoso e pesante di luglio; il vento, che ammucchiava masse grigie nell’aria sulle montagne, lì non si faceva ancora sentire, anche se tra non molto un temporale avrebbe potuto avventarsi sulla misera cittadina, rimescolando fango, spazzatura e liquame per le strade di Nuber e riversando parte del sudiciume nei canali dei fossati centrali, spostando la putredine da un luogo all’altro, come per tanto, tanto tempo aveva fatto la società umana. Anch’egli vecchio e avvezzo all’impudenza (qualunque pubblicità è pubblicità utile, dicevano nel Tempo Antico, così mi hanno riferito, fino a quando non ci si erano strozzati), lo straccivendolo si sentì in diritto di gracchiare: — Dimmy, vecchio colpo di vento! Hai qualche storia per noi… una con un gran bel paio di balle?

— Le tue sono forse flosce, Potterfield? — La voce più sommessa di Demetrios si poteva sentire a una distanza di sessanta piedi Una delle ragazze ridacchiò, coprendosi la bocca con una mano arrossata dal bucato e guardando di sottecchi Garth, che arrossiva facilmente: non aveva ancora quindici anni. Educata per raggiungere le ultime file della folla, la voce baritonale di Demetrios qualche volta sembrava acuta. Un tempo aveva cantato un po’, fino a che un musicista gli aveva detto che non aveva molto orecchio; la sua voce andava molto meglio per raccontare sogni. Una donna si affacciò generosamente a una finestra del pianterreno, con un fazzoletto sui capelli, e Demetrios chiese: — Posso sedermi qui, Madam, e raccontarti una storia, se vuoi ascoltarla?

— I grr… — La donna sputò un nocciolo di pesca sulla scala che stava sotto la sua finestra e si riprese. — I gradini non sono nostri, noi siamo qui in affitto. Ma siediti e racconta pure la tua storia, cara anima. Ci penserò io a mettere a posto chiunque dirà che non puoi farlo.

— Allora magari racconterò una storia per te, proprio per te, e con un po’ d’amore dentro, e Potterfield si dovrà rassegnare.

— Io non ho niente contro l’amore, — borbottò Potterfield, — come disse la mosca quando restò con le chiappe appiccicate al miele.

Demetrios sedette all’ombra e intrecciò le mani sul pomo del bastone di noce, e per un po’ chiuse gli occhi, rievocando, osservando l’oceano notturno della memoria e della riflessione, alla ricerca d’un mercantile pronto ad approdare al molo e ai magazzeni industriosi della sua mente. Ritrovò un timore abituale, che quel giorno nessuna nave navigasse; capitano giorni così, per la nostra afflizione. — Ero bambino, — disse. — Credo di non aver mai raccontato storie della mia infanzia. C’era una volta… no, non quella. Lasciatemi rimuginare. Il vento viene da est… non è un vento che porti il bel tempo… Tutte le storie incominciano nell’infanzia. Prima che si incominci a parlare.

«Sappiate allora che io che vi parlo sono nato in una piccola città, che a voi sembrerebbe grande. La sua popolazione era all’incirca di tremila abitanti, prima della Guerra dei Venti Minuti, che segna l’inizio dell’Anno Uno del nostro calendario, e credo che l’attuale popolazione qui, nella città di Nuber, sia di poco superiore… quattromila, forse, quattromila fedeli sudditi della Repubblica del Re, — disse, e nessuno rise. — La mia cittadina si chiamava Hesterville, ed era lontana non molte miglia, più a monte, dalla città di Hannibal, in quello che allora era lo stato del Missouri. Il Missouri è assai lontano”, a occidente… e non importa se non ne avete mai sentito parlare. Tra l’altro, a Hannibal era nato un uomo che si chiamava Sam Clemens, centoquarantacinque anni prima che io nascessi a Hesterville. Ho pensato a lui, perché anch’egli era un narratore, ma grandissimo. Le sue storie erano scritte nei libri, e i libri si moltiplicavano a migliaia… si chiama stampa, e voi ne avete sentito parlare; mi hanno detto che c’è un torchio a mano, qui a Nuber, voglio dire un altro oltre a quello autorizzato che adoperano nella Città Interna. Dunque, le storie dì Clemens venivano lette e conservate in tutto il mondo, che allora era più grande, e perfettamente rotondo. Egli le scriveva sotto un nome inventato, Mark Twain, più famoso del suo nome vero. I nomi sono importanti: ci servono per parlarci gli uni con gli altri. Le storie di Mark Twain dureranno, a meno che tutti i libri non siano andati perduti e distrutti; e anche in questo caso, per qualche tempo verranno ancora raccontati. Le mie storie sono scritte nell’aria. Chissà dove va a finire una storia, dopo che il poeta l’affida ai venti?»

Poi, io lo so, il vecchio si chiese se doveva raccontare un brano della storia di Huck Finn… Il contesto è scomparso. C’era la schiavitù nel 1993, ma i suoi metodi e il suo nome erano completamente diversi. Vi sovrintendevano esperti impassibili che la chiamavano Sospensione Temporanea della Normalità. Che poteva sapere, quella buona gente ignorante, della schiavitù ammessa apertamente? O del negro Jim? «Va bene, ANDRÒ all’inferno!»… che cosa potevano capirne quelli?Il contesto era andato perduto. In quanto al mondo prebellico di Huck, perduto da tanto tempo, già nella mia infanzia, che, a leggerne, pareva ancora più remoto dell’Arcadia di Pan… oh, di quello potrebbero capirne un poco, se fossi capace di comunicarglielo. Adesso è più vicino a noi di quanto non lo fosse in qualunque momento del ventesimo secolo, adesso che la flaccida carcassa di plastica della civiltà industriale è sepolta. Poco a poco l’aria perde quella sozzura; la terra, e persino il mare torturato e degradato, incominciano a riacquistare un po’ della bellezza che il progresso del dollaro aveva devastato e contaminato. Ci sono anche delle perdite. Sia pure. Se mi è sfuggito qualche altro aspetto dell’infinito, posso trovarlo in un filo d’erba.

Demetrios si accorse che il suo silenzio era durato troppo a lungo. Riaprì gli occhi e guardò raggiante il suo pubblico con esperta aria astuta, per far capire che non si era appisolato come un vecchio smemorato e rimbambito. Erano tutti attenti; alcuni ricambiarono il suo sorriso. Altri erano sopraggiunti mentre egli era distratto; si era accorto del loro appressarsi, ma aveva voluto seguire ancora un po’ i suoi pensieri. Nelle epoche in cui predomina l’analfabetismo, il narratore e il portatore di notizie divengono importanti; e la memoria di alcuni ascoltatori acquista poteri sorprendenti, che l’èra della macchina da scrivere e del quotidiano aveva perduto o sepolto. Demetrios studiò la piccola folla: alcune facce gli erano vagamente familiari, ma tutte non avevano nome, tranne la dolce faccia grassoccia di Garth.

Nel berretto di tela che aveva lasciato cadere capovolto ai suoi piedi c’erano alcune monete. Erano quasi tutti soldini d’ottone della Repubblica del Re di Katskil, coniati rozzamente con la faccia mascelluta di Brian II. (Come suo padre Brian I, affermava che la sua monarchia era un Governo Provvisorio, il cui sacro fine era la restaurazione degli Stati Uniti d’America… purtroppo irrealizzabile per ora.) Tra i soldini brillava un sorprendente frammento del passato, accettato come moneta legale ma di rarità estrema, un dieci centesimi di dollaro d’argento del Tempo Antico, che valeva almeno cinquanta dei soldini di Katskil. Chi mai, tra i presenti, poteva essere stato così munifico?

Quasi sicuramente era il giovane dai capelli scuri che sedeva in disparte dagli altri, e teneva al guinzaglio un canelupo grigio. La tunica e il perizoma di lino erano bianchi come la panna, segno non ufficiale di appartenenza all’aristocrazia; sebbene non esistessero disposizioni di legge al riguardo, nessuno indossava in pubblico il prezioso lino candeggiato. Gli individui comuni si accontentavano di indumenti raffazzonati dalle massaie inesperte o dai servi con rozzi tessuti di lana dai colori spenti, o con linolana… avanzi e brandelli di lana e di lino. Gli aristocratici si gloriavano della pulizia e del nitore, mentre a certi livelli il sudiciume era considerato sinonimo di virtù. La borsa di pelle di daino ed i mocassini del giovane dovevano essere stati confezionati dai servitori (virtualmente schiavi) che eseguivano lavori del genere per la Città Interna e per le grandi proprietà terriere dei sobborghi. Lo sguardo franco e innocente del ragazzo turbava Demetrios, che era ossessionato dal ricordo di un altro mondo, morto da quasi mezzo secolo. — Io credo che una storia voli sempre là dove c’è una scintilla di vita disposta ad ascoltarla. A Hesterville avevano quei congegni che sembrano fantasie fiabesche a quanti sono troppo giovani per averli visti. Nessuno, qui, eccettuato Potterfield, può ricordarli come me… telefoni, automobili, radio, macchine per smuovere la terra, aerei. Naturalmente, per voi sarà difficile crederci. Ti ricordi dei voli spaziali, Potterfield?

— Merda, — disse lo straccivendolo. — Era tutto un trucco, non è vero? Io non ho mai visto un razzo partire se non alla tivù, proprio come in tutti quegli sceneggiati di fantascienza, dove era tutto inventato.

— Cos’è successo alla tua tivù? — chiese il ragazzo dai capelli scuri.

— Fregata, — disse Potterfield. — Fregata, signore. Vedi, quando l’elettricità se ne andò, non funzionava più niente. — Strizzò l’occhio a Demetrios, per dimostrare che condivideva con lui un antico simulacro di saggezza divenuto inutile e inacidito. — Allora la mia ragazza gli tirò una bottiglia di lozione per le mani… vuota. Tanto, la tivù era sua. Abitavo insieme a lei, allora, all’incirca cinquant’anni fa. Adesso ho settant’anni com’è vero Gesù, visto che me lo chiedi.

— E ricordi anche le automobili? — disse Demetrios. — Ricordi i telefoni? Gli aerei a reazione?

— Ma certo. Anche adesso, se devo andare in qualche posto, penso sempre, oh, beh, telefonerò, e poi penso: oh, merda. — Potterfield si grattò sotto il perizoma bagnato, irritato da molti affanni, non ultima la vecchiaia. Pidocchi, ratti e pulci erano sopravvissuti in abbondanza alla catastrofe di tanto tempo prima. Negli ultimi due o tre decenni, dato che le acque, dopo essere cresciute, avevano mantenuto il loro livello con scarse fluttuazioni, prosperava in particolare una varietà di ratti a coda corta, piccoli e aggressivi, dal pelo scuro e feroci, con una simpatia per le nuove, meschine dimore umane che non venivano più costruite su fondamenta di cemento. Poteva essere una mutazione del prolifico topo dì campagna del Tempo Antico, pensava Demetrios, ma non c’era nessuno che potesse discuterne con lui e che conoscesse almeno la parola «genetica». — Adesso stiamo meglio, no? — disse Potterfield. Doveva aver avuto circa vent’anni, pensò Demetrios, quando il fuoco aveva divorato le città e le brevi epidemie si erano succedute, e le morti per radiazione e le malattie dalla virulenza travolgente, quando non c’erano più i mezzi per studiarle e per bloccarle. La grande Peste Rossa era venuta solo sedici anni dopo, quando Demetrios aveva ventinove anni e viveva a Nuber. Potterfield doveva essere un giovanotto semplice (se pure esistevano esseri umani dei quali si potesse dire una cosa simile), con un appetito per le semplici soddisfazioni (se pure esistono soddisfazioni che non si disperdano all’infinito, come le increspature di uno stagno). Ce n’erano stati tanti, come lui! Maschi e femmine di tutte le età, che superavano i quattro miliardi secondo le stime del 1990, nonostante il lieve decimo del tasso di natalità e le desolanti carestie della fine degli anni Settanta e dell’ inizio degli anni Ottanta. — Stiamo meglio adesso, senza tante cose che t’aggrediscono da tutte le parti. L’uomo ha la possibilità di pensare, — disse Potterfield. — Non lo credereste neanche, quanti pensieri profondi ho adesso. Continua con la tua storia, Dimmy… mi sono fermato qui perché tu mi svaghi, non è vero?

— Ti svagherai, se riuscirai a stare sveglio. Io ero cresciuto in quel mondo, — disse Demetrios, — fino ai tredici anni; non tranquillo, perché nessuno era tranquillo tranne gli spensierati che erano capaci di sentirsi a loro agio anche seduti su di un vulcano. Dato che ero un ragazzetto, certo, anch’io spesso ero spensierato. Io…

— Oh, Demetrios! — La donna alla finestra aveva finito di mangiare la pesca: si pulì la bocca sul braccio. — Vulcano? Devi proprio usare tante parole così difficili? Cos’è un vulcano?

— Chiedo scusa, Madam. Un vulcano è una montagna con un buco in cima. Di tanto in tanto, dal buco esce il fuoco della terra, in un fiume di materia fusa che scende dal fianco della montagna e brucia tutto. Sapevi, mia cara, che l’interno della Terra è un nucleo di fuoco? Ogni giorno, tu cammini sopra una cantina piena di fuoco, mia cara. E adesso basta con le domande, o non racconto più niente. — Ma era il ragazzo, Garth, che si mostrava allarmato, e addirittura lanciava occhiate timorose intorno ai propri piedi; la donna era soltanto divertita, e non ci credeva. — Sì, ero cresciuto in quel mondo, e mio padre era un dottore e un saggio. Mia madre dipingeva quadri. Ce n’è qualcuno a Nuber; lei era più brava di tutti i pittori che voi conoscete… e naturalmente aveva a disposizione materiale migliore per lavorare. Mio padre era conosciuto come il dottor Isaac Freeman di Hesterville, e il mio nome… oh, il mio nome era Adam Freeman. Non ho mai parlato, prima, di queste cose. — E adesso che cosa ti prende? Perché continui a parlarne e con tanto impaccio? Non è questo che i tuoi ascoltatori vogliono, Demetrios. Vogliono romanzi d’amore e d’avventura, fiabe, persino allegorie, se sei cauto, ma certo non la storia di come stavano realmente le cose. Beh, il vento soffia da est. — Debbo trovare il filo, care anime. Allora il mio nome non era Demetrios. Era Adam Freeman.

«Il mio nome è Demetrios da quarantasette anni… quanto basta per aver visto salire le acque e diventare il Mare di Hudson. Ho veduto un altro messia, diciassette anni fa, e il suo martirio per mano di coloro che egli voleva salvare. Parlo dell’uomo Abraham, che alcuni chiamano profeta, legato alla mota sulla Piazza della Forca di questa città.»

— Non era un profeta? — chiese il giovane con il canelupo. — Chiedo scusa… Non volevo interromperti.

— Tutti gli uomini sono profeti, — disse Demetrios, scrutandolo. La sua presenza era un po’ strana, ma non molto. I cittadini della Città Interna, che potevano andare ovunque volessero, si facevano vedere non di rado per le strade aperte, soprattutto in compagnia di cani e di servitori che li proteggevano, e benché di solito non si prendessero il disturbo di fermarsi ad ascoltare i narratori agli angoli delle strade, non v’era motivo di stupirsene. — E poiché gli uomini non sono mai d’accordo, forse nessuno dovrebbe portare quel nome. Io mi chiamo Demetrios, che significa «appartenente alla terra» o «sacro alla terra». Nei tempi più antichi c’era una dea, Demetra, che veniva venerata come spirito della terra, madre di tutto. Era adorata anche sotto altri nomi. Demetra era il nome con cui la chiamavano i greci… Tu ne hai sentito parlare, signore?

Il ragazzo apparve turbato, forse nel sentirsi chiamare «signore» da uno tanto più vecchio; ma quasi tutti coloro che vestivano di lino bianco l’avrebbero considerato un loro diritto naturale. — So chi erano, — disse il giovane, e sorrise, senza arroganza. — Conosco alcuni libri.

Demetrios annuì. — Allora ti sarai accorto che sono pieni di vita. Io sono Demetrios. Se qualcuno mi chiamasse per strada con quel nome, Adam Freeman, non capirei che si sta rivolgendo a me. Mio padre mi chiamava Ad; per mia madre, che era irlandese, ero invece Adam-bach.

«Avevo tredici anni nel 1993, vecchio calendario. Ora ricordo, care anime, che un continente intero si estende ad ovest, a nord e a sud di qui, tutto ciò che le acque dell’oceano non hanno sommerso; e che in quella regione la nostra intera nazione di Katskil è come una piccola unghiata di sporco su di una grande coperta. Quella è l’immensa regione di cui parlate, quando dite “Stati Uniti d’America”. Fino all’anno 1993, dopo il quale non esiste più storia scritta, a quanto sappiamo, se non quella della nostra piccola unghia, il resto del mondo era spartito in altre divisioni territoriali, grandi e piccole… beh, forse lo è ancora, ma nessuno parla più attraverso gli oceani. Tutte quelle divisioni si chiamavano nazioni, ed erano libere di farsi guerra l’una con l’altra con armi che potevano trasformare la terra in un mucchio di macerie… come è adesso, comunque. Tutte quelle divisioni si chiamavano nazioni e le alleanze di nazioni, care anime, non hanno il buon senso di evitare la stupida passione della guerra. Le nazioni non conoscono la giustizia e la carità più di quanto non conoscano l’amore, perché sono, in sostanza, masse, folle organizzate. I singoli individui possono amare ed essere amati; possono essere generosi e buoni, longanimi, anche coraggiosi; le nazioni non possono esserlo mai. Una folla non può mai né pensare né sentire. Pensare è un’attività solitaria, e sentire è l’esperienza del cuore isolato.»

Un uomo dalla faccia impenetrabile che stava in mezzo agli spettatori prese una decisione e si allontanò. La sua immagine rimase nella memoria di Demetrios e lo irritò; non sarebbe stato facile riconoscerlo, ad un secondo incontro, poiché aveva lineamenti neutri, blandi e freddi.

— Nel 1993, a tredici anni, leggevo il giornale dì Chicago, smilzo e censurato, per scoprire quello che si poteva capire tra le righe, con le cupe interpretazioni di mio padre. Noi, cioè io e i miei genitori, che mi trattavano da adulto, apprendevamo dalla radio e dalla televisione quello che ci chiedevano di pensare, in modo da poter fingere di pensarlo in presenza degli estranei. Noi sapevamo…

— Senti, — disse Potterfield, — tu non stai mica raccontando una storia, stai solo blaterando sui tempi andati… e a chi interessa?

— Ah, Potterfield! C’erano una volta due sposini che si chiamavano Adamo ed Eva, e avevano due bambini, uno che si chiamava Caino e…

— Oh, merda! Dimentica quello che ho detto.

— Noi sapevamo che sarebbe scoppiata la guerra, e nel 1993 scoppiò. Il 24 giugno 1993; secondo la vecchia religione che già allora andava lentamente disgregando, era il giorno di san Giovanni Battista, anche se non posso dire che qualcuno lo notasse. Adesso noi la chiamiamo Guerra dei Venti Minuti, anche se ricordo di aver visto il bagliore d’una bomba all’orizzonte, la seconda notte. È impossibile dire quale delle principali divisioni del mondo avesse deciso di suicidarsi. Noi…

— Ma no, — disse Potterfield. — Furono i russi.

— È quello che continuava a ripeterci automaticamente la tivù fino a che non venne a mancare la corrente. Io ricordo una trasmissione dell’America Meridionale, captata dalla radio della nostra auto, che accusava noi. La batteria della radio si scaricò presto e allora ci fu il grande silenzio. Secondo me furono gli Stati Uniti a scatenare l’ultima follia, ma che importanza ha, ormai? Altre nazioni erano quasi altrettanto marce, l’intera società era un Watergate…

— Diavolo! — Potterfield balzò in piedi e afferrò le stanghe della sua carriola. — Non voglio starmene più qui a sentire certe cattiverie. — Se ne andò sferragliando, e si soffermò all’angolo per tendere la mano contro Demetrios, facendo le corna con le dita per scongiurare il malocchio.

Rivolgendosi soprattutto al ragazzo dai capelli scuri; Demetrios osservò: — Ecco che se ne va, forse, l’ultimo patriota americano. — Una delle quattro lavandaie si alzò per andarsene, ma la sua compagna la trattenne, dubbiosa.

Garth lasciò avvicinare di un paio di passi il suo vecchio ronzino. — Il vecchio Potterfield non ha mai capito niente.

— Sì, — disse Demetrios. — È questo che lo rende diverso da voi e da me. — La donna alla finestra era impassibile. — Le bombe erano dirette alle grandi città e alle aree di lancio. Una cancellò Chicago, duecentocinquanta miglia da Hesterville. Erano bombe che, nel gergo folle di quel tempo, venivano chiamate «pulite». Questo voleva dire semplicemente che uccidevano più gente con l’esplosione e con il fuoco di quanta ne ammazzassero avvelenando l’atmosfera; quelli che le lanciavano lo giudicavano più conveniente, perché si illudevano di restare vivi, mentre difendevano la libertà o quel diavolo che pensavano di difendere. Immagino che in tutta la storia la gente abbia sempre immaginato che, se dai all’orrore un nome grazioso, non è più orrore.

«Adesso ho deciso. Vi dirò come ho acquisito il nome di Demetrios, e solo questa storia. Lasciate perdere le automobili, gli aerei, le bombe e tutto il resto. Questo l’avete già sentito: lasciatelo pure arrugginire. E abbiate pazienza con me. Per raccontare la storia del mio nome devo parlare ancora un poco della fine del Tempo Antico.

«Ci furono le brevi epidemie, malattie che infuriavano per pochi giorni e passavano come tempeste di fuoco, lasciando i loro morti. Erano diverse dalle morti per radiazioni.»

— La Peste Rossa? — chiese il ragazzo dai capelli scuri.

— No, quella venne sedici anni dopo, solo… fammi pensare: sì, trentun anni fa. No, le brevi epidemie… potevano venire dai laboratori bellici, probabilmente dai nostri che erano stati sventrati. Quei metodi di guerra, si credeva, erano stati abbandonati molto tempo prima, ma questo lieto annuncio era stato dato da un governo che mentiva virtualmente su tutte le altre sue attività. E più tardi, ma prima che io nascessi, più tardi si seppe che al Pentagono interessava soltanto realizzare gas e malattie che non rappresentassero un pericolo per chi se ne serviva… vedete, mezzi puliti per annientare gli altri, che avevano la spudoratezza di essere stranieri.

— Il Pentagono?

— Oh… era un palazzone d’incubo nella città di Washington, e ospitava la macchina bellica… chiamata, naturalmente, Dipartimento della Difesa. Sì, credo che probabilmente le brevi epidemie furono create dall’uomo, ma sia chiaro, non c’erano né il tempo né i mezzi per studiarle mentre ci annientavano. Certamente la mentalità dei militari non è capace di rinunciare a giocattoli del genere.

«E noi lasciammo che quella mentalità l’avesse vinta, per colpa nostra. Avevamo sovrappopolato la Terra, riproducendoci fino a creare uno stato di carestia cronica, esaurendo senza freni le risorse naturali, senza pensare alle esigenze del futuro, e accumulando la putredine. La nostra razza cresceva come un tumore. L’intervento chirurgico che pose fine a quella crescita eccessiva fu compiuto, non dalla ragione, come sarebbe stato possibile, ma dalla carestia, dalle pestilenze e da una guerra idiota »

Indignata, con gli occhi sbarrati, la lavandaia che voleva andarsene afferrò la cesta e trascinò via l’amica. Se c’era qualcosa in cui la gente di Nuber credeva, in quegli anni, era che la Repubblica del Re era impegnata nell’imminente restaurazione degli Stati Uniti d’America e dell’Età dell’Oro. Ma le altre due ragazze rimasero, e Garth, e una donna stanca dall’espressione amichevole con la sporta della spesa, e una giovane coppia che si teneva per mano e che non ascoltava molto, e il ragazzo dai capelli scuri con il canelupo. Il cane si stirò e sbadigliò scoprendo i denti terribili, ridendo con una grande lingua rosea.

— E quell’intervento chirurgico fu poi aiutato, — disse Demetrios, — dalla sterilità e dalle deformità innate causate dalle radiazioni… dell’industria atomica e non solo delle bombe… che potrebbero continuare a perseguitarci per altri mille anni, o per cinquemila, se riusciremo a durare tanto tempo.

— Io ho messo al mondo un «mu», due anni fa, — disse la donna alla finestra. — Era senza ano. È vissuto un giorno. Da allora non ho più concepito. E non ho cercato di evitarlo. Mio marito dice che è la punizione di Dio.

— Una donna che per me era come una moglie, tanto tempo fa, — disse Demetrios, — Elizabeth di Hartford, concepì un mu con il cranio gonfio e sottile come un guscio d’uovo. Il cranio si spezzò durante il parto che costò la vita anche a lei. Ora, cosa immagini di aver fatto per essere punita in questo modo, Madam?

— Non lo sappiamo. Mio marito dice che tutto si spiegherà con la venuta del Messia, e potrebbe venire come chiunque, vedi. Come quell’Abraham. Come te, proprio te.

— No, no. Io sono soltanto un narratore arrugginito, nient’altro.

— E allora continua la storia del tuo nome, cara anima.

CAPITOLO 2

UNA MUSICA D’UCCELLINI SOPRAVVISSUTI

… Poiché, come quest’oceano spaventoso circonda la terra verdeggiante, cosi nell’anima dell’uomo c’è una Tahiti insulare, piena di pace e di gioia, ma cinta dà tutti gli orrori della vita semiconosciuta.

Herman Melville, MOBY DICK.

— Il mio nome è Demetrios.

«Mio padre e mia madre morirono a qualche ora l’uno dall’altra, in coma, dopo poche ore di crampi parossistici e di febbre alta… non so come si chiamasse quella malattia. Come accadeva sempre, stranamente, con le brevi epidemie, io non ne fui colpito, sebbene la morte dominasse intorno a me e non rimanesse quasi nessuno per cercare di seppellire i cadaveri. Forse io e pochi altri avemmo una forma lieve della stessa infezione, qualunque cosa fosse. Ma sono solo ipotesi, perché la scienza, così come la conoscevano gli uomini, non esisteva più. La civiltà finì con un sussulto per le strade e il silenzio.

«Hesterville era una cittadina di circa tremila abitanti. Qualche settimana dopo la Guerra dei Venti Minuti, non credo che fossimo rimasti più di cinquecento. Riuscite a immaginare le case vuote e il fetore della morte? Un luglio caldissimo e afoso; la terra esalava vapori verso il sole, tra brevi intervalli di piogge insopportabili… quelle piogge!… ma era pioggia calda, e non serviva ad attenuare la putredine che non riusciva a lavare. Era pioggia triste, pesante, senza vento. Il cielo sanguinava acqua, come la vittima di un sacrificio.

«Una persona rimasta sola, come me, poteva sopravvivere solo come un animale furtivo. Il cibo era dove lo trovavi, ogni ombra era una minaccia, e tutti erano estranei. La nostra casa, dove giacevano morti i miei genitori, fu saccheggiata da una mezza dozzina di teppisti che passarono sui resti della nostra cittadina come un uragano salito dalla pianura. Io mi salvai nascondendomi. Più tardi vidi due di loro abbattuti da qualcuno che sparava da una finestra con un fucile a ripetizione, e che si era assunto la parte di difensore della legge, penso, poiché non ne esistevano altri. E quei due si contorsero un po’ sotto la pioggia.

«Hesterville… oh, credo che adesso sia finita sott’acqua. Qualche volta ci ritorno in sogno: un luogo pieno d’ossa sbiancate. Una volta, in quel modo, l’ho trovata piena di alghe ondeggianti sopra a una statua bianca che stava, benigna ma taciturna, sul fondo verde… Sembrava mia madre, e l’avrei abbracciata, se l’acqua non mi avesse tenuto lontano come vetro impenetrabile.

«Il giorno successivo, dopo essere sfuggito ai saccheggiatori, mi avviai per la strada che portava lontano da Hesterville, senza mèta e affamato. Il governo, lo sapevo, non esisteva più. A tredici anni, si sanno quasi tutte le cose importanti… il resto è commenti e dettagli. Come posso spiegarmi? Io e voi, tutti noi, care anime, siamo abituati ad una specie di governo, qui a Nuber, magari anche troppo. Qui c’è maggiore continuità che in altri posti, dopo la Guerra dei Venti Minuti e gli altri disastri. La gente conserva un governo, in una forma o nell’altra, perché deve essere così. La vera anarchia è intollerabile; i lupi, i cervi selvatici, non vivono nell’anarchia, seguono leggi rigorose, alcune addirittura autoimposte, e di solito chi infrange la legge perisce. Ebbene, quarantasette anni or sono, a Hesterville e in un milione d’altri posti, per un po’ di tempo il governo fu un meccanismo completamente fracassato, finito. Io fuggii in un mondo quasi silenzioso, ma sapevo che, dovunque avessi incontrato occhi umani, dietro di essi poteva ribollire l’inferno.

«Percorsi alcune miglia prima di imbattermi in una macchina posta di traverso in mezzo alla strada… parlo di un veicolo a motore del Tempo Antico, un’automobile. Nel 1993 le auto non erano più tanto numerose: il loro grande periodo era stato prima della mia nascita. Lo spreco sfrenato della benzina, durato settant’anni, finì col divenire un piccolo rivoletto negli anni Settanta; si stavano sviluppando metodi alternativi, e con l’andar del tempo qualcosa ne sarebbe venuto fuori; ma già la partenza era andata male, in parte perché le compagnie petrolifere e le fabbriche automobilistiche avevano impedito per troppo tempo ogni tentativo di ricerca razionale, in parte a causa di un declino generale dell’energia… voglio dire l’energia umana. Quella che noi chiamavamo civiltà ci aveva logorati… Bene, in quell’automobile bloccata c’era un uomo ben vestito, piegato sul volante, privo di vita e sul sedile posteriore c’era un bambino piccolo, morto. La malattia doveva aver colpito l’uomo mentre guidava… non c’erano segni di violenza. Forse aveva sperato che muoversi gli avrebbe fatto bene gli americani credevano che l’attività, anche se priva di scopo e sbagliata, fosse in se stessa un bene. I cadaveri non erano contratti dalle convulsioni. Era stato così anche per i miei genitori, durante il coma; credo che quei due fossero morti dello stesso male. Una volta erano stati di carne senziente; erano giunti a una certa posizione nel tempo e nello spazio, e lì avevano cessato di esistere, sereni in viso. Io presi un po’ del cibo che trovai in macchina. Ricordo una musica di uccellini sopravvissuti.»

— Siano benedetti! — disse la donna alla finestra.

— Sì, nel 1993 le forme di vita non umane si stavano riprendendo, qua e là, dalle devastazioni causate dall’industria. Non c’era una musica mattutina come quella che godiamo adesso: però cantavano. In questi quarantasette anni, Madam, credo che qualche specie si sia estinta a causa di veleni, ma altre sono sopravvissute e si sono moltiplicale. Nella nostra vanità, immaginiamo ancora che cantino per noi. Spero che siano stati pettirossi.

«Quel giorno, più tardi, sentii squillare un campanello, dietro di me, mentre la pioggia per un po’ si attenuava, e arrivarono un ragazzo e una ragazza in bicicletta. Avevano i visi freschi e buoni, e dopo una prima occhiata non ebbero paura di me. La ragazza disse: “Siamo amici, uomo… non spaventarti.” Erano amici, e tali rimasero. Lei era Laura Wilmot, il ragazzo George Wilmot, suo cugino. Facevano da avanguardia a un gruppo di sette persone guidate da un solido vecchio, Judd Wilmot, zio di Laura e padre di George; e appena seppero che ero solo, senza farmi altre domande, mi dissero che ero uno di loro.

«La loro bontà mi fece crollare. “Oh, sì, piangi, sfogati,” disse Laura, e aprì il suo impermeabile e il mio per abbracciarmi. “Come ti chiami?” “Adam,” dissi io. “Bene, caro Padre Adamo,” disse Laura, per farmi ridere; e George, che non parlava mai molto, borbottava per farmi coraggio. Ero un ragazzino di tredici anni, e cominciavo appena a crescere. George aveva diciannove anni, mi pare, era grande e grosso e mite.

«Judd Wilmot, direi, era un comandante nato. Anch’egli era buono, a modo suo, e aveva spirito organizzativo, capacità di guidare e di dare ordini. Fanatico: quando si metteva in testa un’ idea era impossibile levargliela. Una di queste idee era la convinzione, nata chissà come, che le cose dovessero andare meglio all’est, ed egli intendeva dimostrarlo, a costo di trascinarci tutti fino all’Atlantico e di buttarci dentro. Sapeva essere severo, come deve esserlo un comandante, ed era privo del senso dell’umorismo, oppure glielo avevano fatto perdere gli orrori di quel tempo. Non mi risulta che fosse mai meschino, o stupido o ingiusto.

«C’era la moglie di Judd, Miranda, tenera e discreta, e il cupo fratello minore di Judd, Howard, che era il padre di Laura; poi una vedova che si chiamava Andromache Makarios e che era stata vicina dei Wilmot nella loro città, nel Kansas, e il figlio diciottenne di Andromache, Demetrios.

«Dopo pochi mesi, tra l’altro, le biciclette diventarono inservibili quanto le automobili. Le gomme e gli ingranaggi… non c’erano i ricambi. L’ultima goccia d’olio lubrificante… non ce n’era più. Ecco come si fermava un mondo, tra una quantità di avarie minuscole dopo quelle colossali, che ci lasciavano più impotenti della gente dei tempi antichi che non aveva mai sognato l’età industriale.

«Andromache era sola e appassionata, forse lo era sempre stata. Suo marito, uno dei pochi che ancora cercavano di vivere coltivando la terra anziché sfruttando le miniere esauste nel tentativo di guadagnare dollari, era morto il giorno della Guerra dei Venti Minuti… di un attacco di cuore. Come tutti quelli che erano sopravvissuti al disastro, me compreso, ella era ancora sotto shock. Ricordo che più di una volta restava indietro, e quando ci fermavamo ad aspettarla la vedevamo immobile, con la faccia alzata sotto la pioggia; e Judd, o Demetrios, tornavano indietro per scuoterla da quella specie di trance. Ella non aveva ceduto, e non avrebbe ceduto fino a quando si fosse potuta aggrappare a Demetrios; e Demetrios, a diciotto anni, lo capiva. Quando diventammo amici mi disse che era stato sul punto di andarsene da casa, perché sognava di rompere quelle catene di pizzo, come diceva lui: la fuga necessaria di un figlio. Suo padre era stato in grado di prendersi cura di Andromache, che era un po’ matta, e avrebbe voluto che lui se ne andasse, per il suo bene; ma adesso quell’uomo comprensivo era morto, ed era morto anche il mondo.

«Come posso darvi un’immagine di quel Demetrios che era mio amico, che allora mi sembrava meravigliosamente vecchio, e che adesso mi sembrerebbe un bambino? Judd e Howard osservavano spesso che ci somigliavamo moltissimo, come se fossimo fratelli, sebbene Laura dicesse che lei quella somiglianza non la vedeva. Eravamo tutti e due bruni, con il naso diritto e il labbro inferiore pieno; forse la nostra somiglianza finiva lì. Quando ricordo la sua faccia non vedo un’immagine di me stesso, ma un’altra persona che amavo come un essere molto diverso.

«Andromache e io, fin dal primo incontro, eravamo molto a disagio, sempre, uno nei confronti dell’altra. Quel che provava lei, non l’ho mai saputo; quello che sentivo io era una tensione che mi sembrava ostilità, ma che poteva essere qualcosa di diverso. Lei era bruna e minuta e doveva essere vicina alla quarantina, sebbene fosse snella come una ragazzina, e mi sembrasse poco più vecchia del meraviglioso Demetrios.

«Penso che Judd Wilmot non si accorgesse del complesso di sentimenti, non tutti giovanili, che turbinavano fra noi. Eravamo tutti presi dalle sue fantasie sugli stati orientali… quel caro uomo era nato nel Vermont, sebbene avesse solo cinque anni quando la sua famiglia si era trasferita all’ovest… perché non avevamo idee in contrario più forti delle sue e perché non avevamo una volontà come la sua. Per amore e per rispetto verso di lui, in sua presenza ci comportavamo bene. Era all’antica, puritano, quasi un sopravvissuto del diciannovesimo secolo del Tempo Antico, o piuttosto di quello che io immaginavo fosse il diciannovesimo secolo.

«Demetrios, prima del disastro, aveva avuto intenzione di diventare regista cinematografico: uno che preparava e dirigeva la creazione di quelle immagini in movimento… ne avrete sentito parlare, e non perderò tempo a spiegare come funzionava la fotografia, anche se una volta lo capivo. Era, quello, uno degli svaghi principali della gente del ventesimo secolo. Nella mia infanzia, il cinema aveva creato la possibilità di una grande forma d’arte, l’unica generata dall’era industriale, anzi l’unica innovazione artistica dopo la nascita della pittura a olio alla fine del Medioevo, e la creazione dei sistemi dell’armonia e del contrappunto, più o meno nella stessa epoca. Demetrios aveva capito quelle possibilità. Era giovane, era cresciuto in una fattoria del Kansas (ma suo padre era un uomo colto), e aveva visto i film quasi esclusivamente alla tivù. Ma intuiva l’immenso campo d’arte drammatica che doveva esistere dietro la povertà di ciò che vedeva in quel corrotto tubo catodico, e aveva deciso di entrare in quel mondo di creazione e di riversarvi nuove meraviglie. Sarebbe stato capace di farlo, credo.

«Quando lo conobbi e ne feci il mio eroe, egli non accettava per definitivo lo sfacelo della nostra società. Era razionale in tutto il resto, ma si aggrappava alla convinzione piuttosto irrazionale che, quando la nostra gente avesse restaurato la struttura della società, il complesso della produzione meccanica che sosteneva la realizzazione dei film si sarebbe riattivato naturalmente. Dimenticava, ed io non ero più saggio di lui, che il cinema era l’unica grande arte che, per esistere, dipendeva dalla tecnologia sofisticata della civiltà industriale. Può esserci della grande musica senza i pianoforti e senza complicati strumenti a fiato. Date a un pittore o a uno scultore il materiale di base, anche se rozzo, e le arti figurative possono vivere. Ma l’arte di Demetrios era stata falciata alla radice. Sebbene egli ne capisse l’aspetto creativo, conosceva pochissimo quello tecnico… non lo aveva ancora preso in esame, mi diceva; poiché ne sapevo meno di lui, lo prendevo in parola e non facevo domande. Adesso capisco che probabilmente egli sapeva la verità e che la sua era una cecità voluta.

«Poiché veneravo ogni sua parola, ero felice di buttarmi… beh, noi le chiamavamo prove, e spesso avevamo la collaborazione un po’ riluttante di George e di Laura. Qualche volta vi partecipava anche Andromache, quando Demetrios la supplicava, ma inevitabilmente dava l’impressione di farlo solo per compiacere il figlio, e lasciava trasparire un mesto divertimento. Come molte madri amava il figlio, ma aveva per lui poco o punto rispetto.

«Demetrios ci dirigeva, sul suo Shakespeare in volume unico, il solo libro che avessimo con noi in quel viaggio. Gridava con noi per la nostra interpretazione di quello che noi capivamo appena, e insisteva energicamente sulla realtà dell’illusione drammatica. Per lui (e per me) Macbeth, Lear, Rosalinda, Falstaff, tutti erano reali quanto Judd o George o Laura o me stesso; anzi ancora di più, perché erano immortali. Ancora oggi mi piace pensare, care anime, che le perplessità di Amleto verranno ancora discusse molto tempo dopo che io sarò morto.

«E così, come una compagnia di commedianti senza pubblico, noi avanzammo a tentoni dal Missouri alla Pennsylvania (impiegammo due mesi, fino a settembre inoltrato, ma è vero che non avevamo motivo di affrettarci) prima che accadesse una cosa che fece scoppiare la bolla del sogno di Demetrios. Forse un po’ dell’intensità ch’egli metteva in quelle prove era adatta a una prima fase della gioventù: le persone serie, come Howard Wilmot, dicevano che avrebbe dovuto crescere prima. Ma se anche sembrava una fantasia infantile, era attuata con la passione prodiga di un adolescente che sotto molti aspetti era un uomo, e un artista dal più profondo del cuore.

«In un certo senso io davo la colpa a Howard Wilmot, eppure secondo il suo punto di vista era animato da buone intenzioni. Judd, anche se credo che lui non l’avrebbe mai fatto, personalmente, non fece nulla per impedirlo: stette in disparte e lasciò che succedesse, senza capire se non quando era troppo tardi.

«Eravamo in una cittadina nei pressi di Harrisburg, completamente abbandonata, dove un dolce, insistente vento di sudovest spingeva la pioggia lungo la desolazione della sua Main Street, come uno sciame di spettri d’argento. La cittadina era tutta nostra, potevamo farne ciò che volevamo; quel settembre era ancora possibile trovare scatolame nei negozi d’alimentari o nelle case abbandonate, magari in compagnia dei morti che si decomponevano. Ma in quella cittadina che si trovava in una valle e che, ne ricordo ancora il nome, si chiamava Aberedo, era stato lasciato tutto in ordine. Forse i sopravvissuti alle epidemie e alla guerra l’avevano abbandonata per paura dell’inondazione, perché un fiume l’attraversava, e rugghiava alto fino agli argini, e avevano deciso di lasciare in bell’ordine il loro pezzetto di mondo. Come avevamo fatto in molte altre città, per ripararci dalla pioggia ci rifugiammo in un edificio pubblico. Era un cinema, e fu Howard a proporlo.

«Già una volta ne avevamo usato uno, molto tempo prima, quando Demetrios e io l’avevamo esplorato da cima a fondo e ci eravamo serviti del palcoscenico per una prova dell’Otello; ma questa volta Howard si incaricò di fare da guida a Demetrios. Ci condusse nella cabina di proiezione, e venne anche Andromache, e Howard ci spiegò tutto con la saggezza pedante di un meccanico d’auto. “Questa qui è una bobina, Demmy,” disse. “Questo qui è un proiettore… guarda che roba, ha più pezzi di un’automobile.” Howard era stufo delle prove; gli davano fastidio; erano una perdita di tempo (anche se non so cosa sperasse di fare del tempo risparmiato) e penso che secondo lui il linguaggio di Shakespeare non fosse sempre corretto. “Questa cassetta qui che contiene la lampada del proiettore, vedi, è di un metallo speciale, per resistere al calore. Mi hanno detto che il calore di queste lampade sia una precauzione, e che erano molto speciali, non credo che sia rimasto qualcuno capace di fabbricarle, anche se avesse i mezzi. Vedi, non è mica come l’orticoltura, voglio dire, un uomo può prendere un pezzo di terra e coltivarci gli ortaggi, ma vedi, con questo cinema non ci si può ricavare da vivere.” Egli cercava di essere buono, o era convinto di esserlo a dire così, e io non avevo il coraggio di dirgli di smetterla. “Vedi, Demmy, prendi per esempio quella pizza di pellicola, sai di cosa è fatto quel film? Plastica. Sai di cos’è fatta la plastica? È un prodotto del petrolio. Tutte le plastiche sono prodotti del petrolio,” disse Howard, che aveva letto un articolo sull’argomento. “La verità è, Demmy, che il cinema è finito. Naturalmente, finché ti accontenti di giocarci…”

«“Bene,” disse docile il mio amico, “smetterò di giocare.” E scese giù in sala, camminando in modo naturale, e con lui c’ero solo io e io sentivo la sua sofferenza al punto che parlare mi era impossibile. Poi corse alla porta, uscì nella pioggia correva, e io lo inseguivo, ma non riuscii a raggiungerlo, non riuscii a farlo fermare neanche urlando. Arrivò al ponte sopra la corrente fangosa del fiume, scavalcò il parapetto e sparì. Non sapeva nuotare. Io invece sì, mi sfilai le scarpe e mi tuffai dietro di lui… era un’impresa disperata, naturalmente, la corrente lo aveva trascinato via, e sotto. Certo, anch’io dovevo avere voglia di morire, altrimenti non sarei stato così pazzo da tentare una cosa simile, ma poi credo che la parte naturale, animale, di me non volesse morire. Ricordo che mi afferrai a qualcosa, credo un’asse di legno, e non so come arrivai a riva circa mezzo chilometro più a valle, e lì George e Judd mi trovarono. Non ero svenuto, solo esausto. Capii tutto quando Andromache mi corse incontro per abbracciarmi e mi baciò e gridò: “Oh, Demetrios… Dio sia ringraziato, Demetrios! Allora il povero Adam è morto? Demetrios, mi dispiace tanto! Lo so che gli volevi bene, Demetrios, lo so.”

«Mi pare che Judd Wilmot dicesse: “Andromache, Dio non s’imbroglia.” Ma quella fu la sola volta che la rimproverò, perché si accorse che noi tutti non avevamo detto niente, e del resto non credo che lei l’avesse sentito.

«Lei non rinunciò mai a quell’illusione, e fin dal principio noi c’eravamo abituati a cercare di semplificare sempre le cose per Andromache. Per me era una specie di pazzia, se volete, prendere il nome di qualcuno che mi era stato tanto caro, e in un certo senso diventare lui, ma… ci si abitua anche alla pazzia. Non sembrava portare via niente a quell’antica parte della mia vita che era Hesterville; imma§inavo addirittura che mia madre approvasse quello che facevo. Continuammo il viaggio, arrivammo qui a Nuber dove si cominciava a ristabilire un po’ d’ordine, e per un po’ restammo insieme, sei mesi, mi pare che fosse, prima che morisse Andromache. Poi Judd decise di portare gli altri nel Vermont… a lui Nuber non era mai piaciuta, diceva che era senza dio… ma io decisi di restare qui e da allora ci sono sempre rimasto, raccontandovi di tanto in tanto le mie storie, e guadagnandomi da vivere come rispettabile portinaio.

«Andromache aveva un’altra debolezza di mente… ne aveva più di una, ma vi parlerò di questa perché mi sembra che c’entri con la storia. Non aveva mai letto libri: per lei bastava la tivù. Ma certe leggende dei libri erano arrivate fino a lei, e avevano destato la sua bizzarra capacità di credere. Dopo che io ero diventato Demetrios, o che Demetrios era diventato me… non so come dovrei dire, esattamente… Andromache parlava spesso di Tom Sawyer, come se fosse qualcuno che aveva conosciuto bene; ma nella sua mente il personaggio di Mark Twain si era allontanato molto dall’originale, e aveva assunto le qualità di Lancillotto, e del Demetrios che era morto e di Gesù. Qui a Nuber se ne stava seduta per ore a fantasticare; non parlava a voce alta con Tom Sawyer, ma la sua espressione cambiava in mille modi, come se conversasse anche se non a voce. E spesso spariva, andava a vagabondare nei dintorni, ma non le capitava mai niente, e tornava sempre… e noi cominciammo a non preoccuparcene più. Cominciò a raccogliere le erbe, e tornava con ceste di questo e di quello, di solito dentedileone o piantaggine o altre cose innocue e buone da mangiare, ma un giorno portò alcuni funghi a forma d’ombrello, di un bianco puro. “Buon Dio!” fece la moglie di Judd, Miranda, “sono velenosi. Non dovresti toccarli, Andy, santo cielo!” “Oh!” disse Andromache. “Sono cattivi? Allora buttali via,” aggiunse, e ridacchiò. “Se sono cattivi non possiamo servirli quando viene Tom Sawyer domani; mi pare che abbia detto domani.” E due giorni dopo mi stava parlando in quel suo solito modo cauto, senza guardarmi bene in faccia ma chiamandomi continuamente Demetrios, quando cominciò a stare malissimo. Quando aveva parlato con Miranda, doveva avere già mangiato qualcuno dei funghi velenosi… crudi, immagino, nei campi.

«Non pensai mai di ridiventare Adam Freeman. Laura, esitando, mi chiamò Adam, un giorno dopo la morte di Andromache; io scossi il capo. Era un’anima dolce, Laura, e spesso avrei voluto che fossimo più vicini, ma quel mondo per due, che si erano fatti lei e George, era all’antica, e non poteva esserci posto per un terzo. Io sono Demetrios, sì, e sicuramente, per il portinaio d’una Casa del Sesso, Demetrios è un nome migliore di Adam.»

Dentro di sé, Demetrios si augurò che gli ascoltatori se ne andassero. Non era stata una delle storie cui erano abituati… o cui era abituato anche lui, in quanto a quello. Gli pareva di saper raccontare meglio i sogni della verità, qualunque cosa fosse la verità. Gliel’aveva strappata la forza del ricordo, senza l’intervento conscio della sua arte. Sentì la brezza afosa, e la propria stanchezza.

— Signore?

— Sì, Garth?

— Volevo sapere se ci racconti altro.

— No, nient’altro. Questa notte ho sognato che stavo viaggiando verso l’ovest, su una ferrovia, dietro una locomotiva a vapore dal fumaiolo panciuto, una cosa che non ho mai visto neanch’io, se non nelle illustrazioni. C’era una lunga fila di vagoni, trainati su binari paralleli d’acciaio. Potrebbe esserci qualche avanzo arrugginito di binari, qua e là nei boschi… no, non ho più niente da raccontare.

— Mia zia ha la vista… sai? E sa anche leggere, Demetrios. Ha un libro dei sogni, e dice che lì dentro spiega cosa vogliono dire tutte queste cose. Posso chiederle di vedere cosa significa il tuo sogno.

— Potrebbe dire che debbo fare un viaggio all’ovest.

— Una volta mia zia mi ha detto che sul libro è spiegato come sì possono fare sogni che si realizzano: bisogna mettere sotto il cuscino del rosmarino e, beh, delle altre cose. Voglio dire, io ho fatto così, e poi ho fatto davvero uno di quei sogni, sai, ed era proprio magnifico.

— Dicono che adesso non c’è altro che desolazione, — disse il giovane con il canelupo, — a ovest, da Penn fino a un oceano… può essere quello che chiamavano Pacifico, signore?

— Può essere, — disse Demetrios. — Ma poiché l’Hudson si è alzato tanto da diventare un mare interno, il Mississippi deve aver fatto lo stesso, quindi è probabile che sia quello, l’oceano che intendono. Un aumento straordinario del livello delle acque, vedi, in così poco tempo, solo mezzo secolo. “Al porto di Nuber mi hanno detto che il livello si mantiene costante ormai da cinque anni. Un mare interno dovrebbe avere sommerso Hesterville. Era una zona quasi completamente piatta. Forse potrebbe esserci qualche isoletta.

Dietro di lui qualcuno disse: — Hai la licenza per raccontare storie?

Il ragazzo con il canelupo si alzò, mormorando di star buono alla sua bestia possente. Garth stava scrutando il nuovo arrivato, con le mani ferme sulla testa del cavallo, l’innocenza chiusa improvvisamente dentro gli occhi azzurri che sembravano più vecchi, pericolosi. Demetrios girò la testa, senza fretta. Il poliziotto era arrivato senza far rumore con i mocassini; era un tipo onesto e solido che Demetrios conosceva. Aveva l’uniforme blu scuro, perizoma e camicia con il cerchio d’oro ricamato, e lo sfollagente alla cintura. — Adesso ci vuole anche la licenza, Joe?

— Se lo fai per la strada, sì. Diventa una riunione.

— Joe, io racconto storie agli angoli delle strade da almeno quindici anni, lo sai bene. Qualche volta ti sei fermato ad ascoltarmi anche tu. — L’imbarazzo di Joe era un velo sottile di ghiaccio su uno stagno, alle prime gelate. — Mi ci guadagno da vivere, Joe, a parte il mio lavoro di portinaio.

— Non è da molto che ci vuole la licenza, signore. Non ti arresto… non vogliamo noie. Solo devi procurarti la licenza prima di farlo ancora. Vai a informartene in Comune.

— E quanto costa?

Joe si schiarì la gola e distolse lo sguardo. — Chiedilo a quelli del Comune, non è competenza mia. Avanti, circolare, gente. Niente sovversioni. Non vogliamo folla su Harrow Street.

— Joe Park, — disse la donna alla finestra, — sei un figlio di puttana.

— Circolare, gente. Disperdersi. Non vogliamo noie.

CAPITOLO 3

MA COS’È LA PACE?

L’immane conoscenza mi trasforma in un dio.
Nomi, imprese, grigie leggende, eventi atroci, ribellioni,
Maestà, voci sovrane, sofferenze,
Creazioni, distruzioni, tutto insieme
Si precipita dentro al mio cervello…

Keats, HYPERION.

Gli ascoltatori si dispersero. Demetrios si sforzò di ricordare quando era sgattaiolato via l’uomo dalla faccia chiusa: dopo quelle osservazioni sulle nazioni, le persone, le folle, che potevano irritare i superiori di quell’uomo… i quali dovevano trovarsi nella Città Interna, sicuramente.

Da buon portinaio, Demetrios desiderava rispettare la legge, purché la legge avesse un po’ di senso. Egli non aveva quella spinta interiore, simile alla disperazione e alla vanità, che anima la mente del rivoluzionario. La polizia della città-stato di Nuber non faceva paura a Demetrios. Raramente aveva visto i poliziotti comportarsi male. Certo, non era prevenuto nei loro confronti. Da ragazzetto, non aveva provato il comprensibile odio verso la polizia, nutrito in genere dagli americani del ventesimo secolo; l’acuto, tranquillo senso dell’umorismo di suo padre lo aveva distolto anche da altri eccessi.

L’agente Joe Park, compiuto il suo dovere, si allontanò a passo di marcia, agitando una mano in direzione della donna alla finestra per far capire che aveva sentito l’insulto. Demetrios si alzò rigido; prontamente, con discrezione, la mano di Garth l’aiutò. Il cavallo da tiro sbuffò sul collo di Demetrios. Garth borbottò: — Odio quegli stupidi poliziotti, gli piscerei nella birra. — Erano parole sorprendenti, in bocca al mite Garth. — La settimana scorsa uno ha picchiato Frankie che non aveva fatto niente, solo fatto pipì contro la statua, nei Giardini, quella vicina all’ingresso, mi pare sia san Franklin, con il mento a badile. Lo fa un sacco di gente… Frankie ha solo dodici anni; non dovevano picchiarlo.

— Brand non ce la fa mai a passare davanti a quella maledetta statua senza fermarsi, — disse il giovane con il canelupo. — Tira il guinzaglio se cerco di fermarlo, così qualche volta mi fermo anch’io a fare lo stesso. — Il cane scodinzolò contento alla musica del proprio nome. — Io sono Angus Bridgeman, signore.

— La pace sia con te, Angus, con te, — disse Demetrios. — Il mio nome lo conosci. — La sua stanchezza si disperdeva, come se il calore di quel giovane gli entrasse nelle vecchie ossa e nelle giunture. — Sarà bene che ce ne andiamo, non si sa mai, Joe può avere gli occhi nella schiena. E io devo andare in Comune… ma non oggi. Andrò a casa: sono stanco. Madam, c’era abbastanza amore nella mia storia?

— Beh, c’era dell’amore. Vi inviterei tutti a prendere una tazza di tè, ma la casa è in disordine e fra poco tornerà a casa il mio uomo.

— Sarà per un’altra volta. Sii benedetta.

— E anche tu, uomo Demetrios. E voi fate i bravi ragazzi. — I tre si avviarono per la strada. La faccia della donna si rattristò, come un campo diviene squallido quando il sole l’abbandona alle nubi vaganti; e volse le spalle alle opere del mondo.

A questo punto io che scrivo questo libro devo intromettermi un istante — non più di un istante, vi prometto, e poi vi lascio e mi dileguo — per dire che questa donna non è una finzione (o stelle del giorno, che cos’è la finzione?)… anzi, rimasi un giorno o due in casa sua durante il mio ultimo ritorno a Nuber, e non era serena e tranquilla e di nuovo in stato interessante? Esiste veramente, ma per prudenza non vuole che si faccia il suo nome. Adesso vi lascio.

— Io mi fermo qui, — disse Garth, a un angolo. — Allora devo chiedere a mia zia di guardare il libro per il tuo sogno, Demetrios?

— Sì, Garth, — disse Demetrios, riconoscente. — E riferiscimelo.

— Tu stavi andando a ovest su un… un treno della ferrovia.

— Sì, sì, e può darsi che sia passato da Aberedo, ma quel pensiero mi ha soltanto sfiorato, come l’ombra di un gufo sotto la luna.

— Ci vediamo.

— Sì, Garth. Pace.

— Pace, Demetrios, Mister Bridgeman. — Garth se ne andò, e i passi aspri del suo cavallo si allontanarono con un rumore secco per Franklin Street, dove i mattoni avevano sostituito l’asfalto rovinato del Tempo Antico. Harrow Street, dove c’era pochissimo traffico di carri tirati da buoi e da cavalli, conservava ancora diversi tratti dell’antica pavimentazione, e di tanto in tanto le buche sgretolate dal gelo venivano riparate, per ordine del Comune, con qualche badilata di terra. Mentre camminava insieme al giovane silenzioso e al suo grosso cane grigio, Demetrios pensò alla parola Pace. Oggi la si diceva come un tempo «Arrivederci» o «Ciao»… per la verità l’abitudine era incominciata molto tempo addietro, prima del 1993, ma nel secolo ventesimo sembrava avere avuto sfumature pie, la convinzione che soltanto le persone religiose potessero conoscere il significato della pace. Ma adesso nessuno ci pensava, come per secoli nessuno aveva ricordato che «Addio» derivava da «Ti raccomando a Dio»! Ma che cos’è la pace? È qualcosa di più dell’assenza di lotte e confusione?

— Sei davvero narratore da quindici anni? È più di tre quarti della mia vita.

— Debbono essere circa quindici, Angus Bridgeman. Tu hai diciannove anni, Angus?

— Il mese prossimo.

— Vivi in salute. Sì, qui a Nuber, si può proprio dire che abbia inventato io la professione di narratore. Gli imitatori mi lusingano… no, effettivamente ce ne sono di migliori di me, lo so.

— Non è falsa modestia, questa? Non credo che ce ne siano di migliori.

— Forse. — L’osservazione severa del ragazzo era stata come uno strattone al braccio. — C’è una vanità che accompagna inevitabilmente la professione di narratore. Mio padre mi diede un esempio di umiltà intellettuale, rara in un’dottore, e che non si trova affatto nei ciarlatani di oggi. Ma io ho quella vanità. Un pomeriggio, oziavo all’angolo d’una strada, con la testa piena dei miti del mondo, e successe così. Dissi: «Ascoltate me che vi parlo…» La mia voce suonava bene, e cominciai a raccontare la storia degli Argonauti, con le mie invenzioni… Tu sei parente di quel Simon Bridgeman che fu il vero fondatore di Nuber?

— Simon era mio zio, di sedici anni più vecchio di mio padre che… che è morto l’anno scorso. Mio padre aveva solo quattordici anni quando suo fratello fu assassinato, e Simon governò solo poco più di due anni… non è esatto?… prima dell’assassinio.

— Sì, circa due anni. Quando io arrivai qui con il gruppo di Judd, Simon Bridgeman aveva già organizzato la nuova comunità e accettava i profughi. La voce si era sparsa, anche in quella confusione.

— Ti ho sentito raccontare storie, per la prima volta, quattro anni fa. All’angolo di Broad e di Dover Street, e avevo quindici anni. Anche allora era un pomeriggio di luglio, ma molto caldo; sudavamo tutti e tu avevi attirato una folla piuttosto rumorosa. Io ero con mio padre e quindi non ero libero di… non ero libero. — La voce di Angus era accesa dai toni acuti della tarda adolescenza. Demetrios si chiese se il ragazzo non avesse fatto apposta a distoglierlo, con molto tatto, dal parlare dei Bridgeman… troppo importanti nella Città Interna, si diceva, perché Brian II e la sua amministrazione volessero entrare in conflitto con loro. — Anche quella volta era la storia degli Argonauti. Mi avevi incantato. Io ero Giasone.

— I greci difficilmente la riconoscerebbero.

— Peggio per loro. Hai fretta di ritornare a casa, Demetrios?

— Ah, è un posto piacevole, e c’è una cara donna, e io sono stanco. Sono portinaio da Madam Estelle, a Redcurtain Street… l’arte è una nobile professione, ma bisogna pur mangiare. Avrei sempre tempo per te, Angus Bridgeman.

— Sei molto gentile. Ti chiedo un favore: posso guardarti da vicino? Mi spiego. Sono miope. Non riesco a vedere la faccia della luna, anche se la gente mi dice che ce l’ha… beh, non è niente di male, posso immaginarla secondo la mia fantasia. È stata una fortuna che abbia sentito la tua voce quando ho svoltato per Harrow Street. Lascia che ti guardi bene, proprio te… ti dispiace? — Le sue mani si posarono leggermente sulle spalle di Demetrios; una teneva il guinzaglio di Brand con un dito agganciato all’impugnatura. Brand osservava con intransigente attenzione, lui che era capace di amare o di odiare nel bagliore di un secondo. Demetrios sentì l’alito pulito di Angus a poche dita dal suo viso e vide la fronte ampia aggrottarsi in uno sforzo di concentrazione. La faccia di Angus era offerta all’attenzione del vecchio, se ci teneva a scrutarla a sua volta.

Sebbene non fosse ancora intaccata dall’esperienza, la faccia di Angus non aveva nulla d’amorfo o d’incompiuto; i lineamenti erano impeccabili, la carnagione chiara e sana. Tutti i Bridgeman avevano grossi nasi diritti e mascelle sporgenti; ma in Angus quell’aria di severità era addolcita da una bocca tenera e gaia. Le mani erano ammirevoli, cariche di forza latente; i capelli di un bruno scuro sfumato di rosso cadevano pesanti, all’altezza delle spalle, sulla tunica bianca come la panna. Demetrios non ricordava dì averlo mai visto prima, insieme a Steven Bridgeman, la cui morte, ricordava, era stata circondata da sommesse voci di avvelenamento; ma la morte di un aristocratico famoso suscitava inevitabilmente dicerie del genere, nella Città Esterna. A quindici anni, Angus doveva essere stato già bello quanto adesso; forse era stato un giorno in cui Demetrios si era sentito acido, senza amore per la folla, e aveva desiderato che gli ascoltatori se ne andassero già nell’istante in cui aveva cominciato a parlare… e tuttavia doveva aver parlato abbastanza bene, perché Angus lo ricordasse. — Siamo amici.

— Così sia, Angus. — Angus ritrasse le mani.

— Dovevi essere già qui, allora, quando mio zio fu assassinato. Nell’Anno Tre… venticinque anni prima della mia nascita. La politica… è uno schifo.

— L’Anno Tre, sì. Non ero sulla piazza del mercato, quando accadde. La comunità, qui, considerava Simon Bridgeman il suo capo… Eravamo un migliaio, allora, e molti altri continuavano ad arrivare. Rimanemmo molto demoralizzati. C’erano stati, vedi, tutti i sogni e le speranze che gli esseri umani nutrono dopo essere sopravvissuti a un errore atroce. Avremmo fatto finalmente tesoro dell’esperienza, avremmo costruito un nuovo mondo alla luce della ragione e della giustizia, e così via. E poi il capo che ammiriamo e amiamo viene massacrato sulla piazza del mercato da tre sicari armati di coltelli, e non sappiamo più cosa fare. Non sapevamo, e meno ancora potevamo provarlo, chi avesse assoldato gli assassini, se pure qualcuno l’aveva fatto. Avevano agito di loro iniziativa, disse Brian, che era stato un oscuro collaboratore di Simon, e prima della guerra era stato il suo avvocato. Erano fanatici pieni di rancore, disse Brian.

— C’era folla, no?

— Sì, una piccola folla s’era raccolta sulla piazza del mercato per ascoltare Simon che spiegava un nuovo sistema di tasse L’assassinio fu commesso in modo esperto, Angus. Prima che la gente avesse capito quello che era successo, i tre uomini erano già in periferia, e poi si perdettero nei boschi. Ma tutto questo devi già saperlo.

— Non molto bene. È un fatto antico, come certi brani della storia, come il martirio di Abraham che ebbe luogo quando io avevo due anni. Beh, forse non proprio così. Dopotutto, mio padre era in piazza del mercato e vide i coltelli. Il tuo racconto è identico al suo. Così nessuno li fermò, scapparono e basta.

— Sì, Angus.

— E Brian I, che inventò l’etichetta «Repubblica del Re»… Dio, ma non aveva mai guardato un dizionario? Anche lui morì prima che nascessi io. Morì promettendo la restaurazione degli Stati Uniti.

— Può darsi che non avesse un dizionario. Brian I era piuttosto intelligente, e comunque era astuto. Uno di quegli uomini ebbri di potere che dicono apertamente ai loro contemporanei: «Guardate, tutti voi siete dei bricconi, e lo sono anch’io, così farete quello che voglio.» I tipi del genere vengono considerati onesti e bonari, anche se è molto raro che lo siano sia pur lontanamente. È il vecchio, noioso sistema per giustificare il tuo odore dichiarando che tutti puzzano. Faceva parte delle fondamenta del culto della disperazione del ventesimo secolo.

— Brian II è durato. Dittatore della Repubblica del Re per tutta la mia vita. — Come ali di pipistrello, sul limitare del pensiero di Demetrios, si agitarono le parole: Agente provocatore? Demetrios lo scacciò, deciso; quel ragazzo non l’avrebbe tradito, e il solo pensiero era tradimento. — Anche il muro tra la Città Interna e quella Esterna fu innalzato prima della mia nascita. Fino a quando ho avuto tredici anni, tutto quello che stava oltre quel muro era pura teoria.

— Fu innalzato nell’Anno Quattro, Angus. Brian I disse che era la risposta della legge e dell’ordine allo snaturato, snaturato assassinio di Simon Bridgeman.

— Davvero? Eresse un muro contro se stesso?

— Non sappiamo con certezza se fu lui ad assoldare i sicari.

— Uhm. Il muro è diventato più piccolo. Demetrios, amico, in questi ultimi mesi, da quando la mia famiglia mi ha permesso di aggirarmi per la Città Esterna senz’altra guardia che Brand, mi sono sentito… oh, come un pulcino appena uscito dal guscio… Posso parlarti così? Non mi sembri spaventato o… ecco, guardingo, come sono quasi tutti, con me, nella Città Interna. Tu non cerchi di accattivarti i miei favori, e non misuri le parole che pensi vadano bene per me.

— Noi siamo amici.

— Così sia, Demetrios. — Proseguirono insieme, lentamente, e anche Brand era soddisfatto, seguendo il padrone di fianco, come era stato addestrato a fare, rispettando le gambe umane. — Mio zio non aveva una polizia privata?

— Mi pare. Simon Bridgeman, ricordo, si comportava come se pensasse di non aver nulla da temere da parte di coloro che lo circondavano. Brian I… chiamalo medievale, o forse eterno: Machiavelli l’avrebbe capito. Ma tuo zio Simon Bridgeman era un uomo del ventesimo secolo, Angus. Prima dello sfacelo era un uomo d’affari, perciò sapeva cosa significava farsi dei nemici, lottare con le armi sudice del danaro e dell’influenza, ma non si preoccupava di ritrovarsi con un coltello piantato nel ventre; questo capitava di rado ai principi mercanti del ventesimo secolo, a meno che non si dessero alla politica. Era un uomo ricco di quel secolo, e piuttosto colto. Aveva previsto il disastro e aveva convinto i suoi ricchi vicini, alcuni dei quali erano autentici fetenti, tra l’altro, ad unirsi a lui per creare un’isola di sopravvivenza. Scavarono nelle viscere della loro montagna e la ribattezzarono Mount EverIasting, Monte Eterno… direi una pessima scelta,’perché non è forse naturale che anche le colline si usurino e scompaiano come noi?

— Perché venisti a Nuber, allora, nell’Anno Uno?

— Judd Wilmot inseguiva una voce che avevamo sentito dopo… dopo Aberedo. Avevamo sentito dire che qui c’era una comunità che andava bene, e che accettava i nuovi arrivati. Il nome ci aveva confusi, perché avevamo sentito dire anche che Newburgh e le altre città sul fiume Hudson erano state demolite dalle inondazioni, soprattutto da quella successiva a un grande terremoto a nord di Albany. Avevamo visto con i nostri occhi quel che facevano le piogge: inondavano le autostrade, spazzavano via i ponti, acri ed acri di acqua fangosa turbinante. Fu quella una delle ragioni per cui impiegammo da luglio a settembre solo per arrivare dal Missouri alla Pennsylvania. Un giorno, dopo Aberedo, incontrammo un piccolo gruppo come il nostro: solo che loro erano convinti che le cose andassero molto meglio all’ovest! Il buon vecchio Judd si arrabbiò moltissimo con loro, e loro con noi. Viva la divergenza d’opinioni, e le teste che spacca! Beh, il nostro dissidio con loro non fu così violento. Loro ci dissero che il Mohawk e l’Hudson erano straripati dai Finger Lakes fino al mare. Nessuno sapeva cosa stesse facendo il lago Ontario. Ci spiegarono che Nuber era una cittadina appena costruita intorno al nucleo di un villaggio del Tempo Antico e ad un fantastico rifugio sotterraneo, parecchie miglia al di qua della vecchia città di Newburgh. Era stata costruita poco prima da un branco di pazzi, dissero, perché Dio si accingeva a distruggere tutto il Nord-Est degli Stati Uniti. Wall Street era in parte responsabile del turbamento emotivo di Jehova. — Angus sorrise, senza comprendere bene. — La stessa profezia era stata fatta durante il passaggio della cometa di Halley nel 1986… allora avevo sei anni, se riesci a immaginarlo.

— Mio padre si ricordava delle piogge.

— Le piogge, sì… In quei tempi orribili, altri vennero a sapere di Nuber. Arrivammo qui contemporaneamente a molti altri che giungevano da ogni direzione. Tuo zio si occupava di noi e trovava posto per quasi tutti: era severo soltanto con quelli che non erano disposti a lavorare per la nuova città. Con queste mie mani, Angus, aiutai a costruire la torre di Simon Bridgeman sulla cima di Mount Everlasting, e più tardi, sotto la monarchia… scusami, la Repubblica del Re… murai alcune delle pietre che hanno racchiuso e protetto la tua infanzia.

— E adesso credo che tu mi aiuti ad attraversare il muro. Non lo sapevi, Demetrios?

— Qualche volta è uno dei compiti dei vecchi. Qualche volta è la loro ragione migliore per restare vivi, anche se ne abbiamo delle altre.

— Io non ti vedo vecchio.

— Sono vecchio abbastanza… Bene, tuo zio Simon Bridgeman, che era un uomo intelligente, probabilmente sapeva che presto l’afflusso dei profughi dal caos si sarebbe arrestato… non c’erano più sistemi di comunicazione, e la popolazione superstite era poco numerosa. Brian Gorman, che prese il nome di Brian I dopo l’assassinio, sembrava una nullità, quando era vivo Simon; un uomo arido, che non aveva niente di notevole, tranne una voce pesante che raccontava barzellette sconce, ripetendo echi di battute che erano state saporite e originali quando le avevano dette per la prima volta Abraham Lincoln o W.C. Fields.

— Che cosa significa, dire che qualcuno è un grand’uomo?

— Forse un grand’uomo è quello che riesce a non sintonizzarsi sui suoi tempi e che tuttavia si fa sentire… per il bene e per il male: ci possono essere grandi uomini malvagi e grandi uomini buoni. La storia ci offre ritratti completi di molti di loro, e altri ne ha sepolti nelle concimaie delle note a piè di pagina.

— La mia testa sta per scoppiare, Demetrios. Ho incominciato a detestare l’aristocrazia artificiale cui appartengo. È priva di base… no? Suppongo che presto affermeremo di essere la nobiltà, con altri sfoggi di cose stupide e inutili.

— I modelli vecchi di secoli tornano a imporsi.

— Ma è insignificante, insignificante.

— Il significato non è chiaro, questo sì. Tu cerchi un significato della vita, Angus?

— Ho letto i libri… so cos’era l’America e ciò che poteva diventare… sì, sì, lo cerco. È possibile che qualcuno non desideri cercarlo?

— Il significato dobbiamo fabbricarcelo da soli, non cercarlo. — Il ragazzo lo fissò. — Le anime malguidate… gli assetati di potere, i crudeli, gli avidi e gli stupidi… anche loro debbono fabbricarsi un significato; anche se immaginano che Dio o il Capo glielo abbiano preparato bell’e fatto, vi è sempre l’atto del consenso, dell’accettazione. E le utopie crollano perché sono imperniate sulla falsa convinzione che ognuno vorrebbe lo stato ideale e immaginario, se riuscisse a capirlo… col cavolo che lo vorrebbe. Ognuno vuole il suo paese di sogno, magari un paese che includa anche la schiavitù e la sferza.

Gli sto dicendo troppe cose, troppo in fretta? La vita di Angus, nella Città Interna, rifletté Demetrios, doveva essere come quella di chi si trova nella quiete dentro l’occhio del ciclone. Intorno a lui turbinava la politica del potere di un piccolo mondo ancora traumatizzato, tra vecchie e nuove regole inestricabilmente aggrovigliate, la nostalgia per un’era della scienza che ardeva ancora in una cultura dove predominavano le pariglie di buoi, la vanga, l’arco e le frecce. Demetrios aveva intravvisto Brian II, nel corso delle rare, pseudodemocratiche apparizioni del Re nella Città Esterna: gli aveva ricordato un dittatore italiano molto fotografato del ventesimo secolo, il cui cadavere, quando la marea si era rivolta contro di lui, era stato appeso a un lampione accanto a quello della sua amante… circa cento anni prima, eppure qua e là esistevano ancora, indubbiamente, fotografie di quell’appropriata oscenità medievale. Spesso è imbarazzante e difficile capire in quale secolo si vive, ad ogni dato momento.

— Fabbricarsi un significato… Demetrios, non voglio trattenerti dal tornare a casa, ma non vorresti venire un po’ nei Giardini? C’è una discreta taverna, lì vicino… potrei offrirti qualcosa da bere? Mi insozzano con assai più danaro di quanto ne possa spendere, anche con le donne… del resto, non mi piace comprare il sesso. Potremmo parlare ancora… sedere sull’erba, vicino a Paddy’s Place, dove nessuno può origliare.

— Demetrios non ha mai rifiutato di bere un bicchiere insieme a un amico. Conosco bene Paddy, e qualche volta ho raccontato le mie storie davanti a quell’edificio che chiamano il tempio, lì vicino. Nei Tempi Antichi, Paddy sarebbe stato un bandito, oppure un rivenditore di auto usate.

Seguirono l’erta di Harrow Street fino al parco intorno al muro alla cui costruzione aveva contribuito anche Demetrios, in gioventù. Dall’altra parte del muro sorgevano le terrazze e gli edifici di pietra grigia della Città Interna, fino alla sommità ampia e arrotondata di Mount Everlasting. C’era roba buona da bere, nella taverna bassa e lunga che, si diceva, risaliva ai Tempi Antichi, e sulla faccia da ranocchio di Paddy, mentre li serviva, c’era un’espressione di stupore cortese ma evidente, cosa stava complottando il vecchio Demetrios con un Bridgeman biancovestito? Ma Paddy era un buon pirata, la cui unica battuta di spirito era che evitava il raffreddore tenendo il naso fuori dagli affari altrui. Non c’era ressa, sul prato di Paddy. Angus e Demetrios poterono mangiucchiare il formaggio e bere il vino di Katskil, vecchio di due anni, in santa pace, guardando le nubi temporalesche che si allargavano sopra le colline. I Giardini erano abbastanza in alto per permettere di scorgere, attraverso un varco tra le montagne, le acque del Mare di Hudson.

— Riesci a vedere il punto in cui s’incontrano il mare e il cielo?

— Senza troppa certezza, Demetrios. È la luce che mi parla.

Non molto lontano, in una parte più erbosa e frequentata dei Giardini, c’era il Tempio, che avrebbe potuto avere un nome, se un dio vi avesse dimorato… l’invito malinconico d’un nome non bastava più, da solo, ad attirare la gente. Era un tetto di legno di quindici metri per sei, montato su colonne di pietra (gli abitanti di Katskil avevano sentito dire che il grande terremoto a nord di Albany non c’era mai stato) e la sua costruzione era stata finanziata circa dieci anni prima da un filantropo della Città Interna. Costui riteneva che il Popolo dovesse avere un piacevole luogo di ritrovo, per svaghi come le danze popolari; voleva chiamarlo «il Mall», e doveva essere come il Partenone ma più grande; poi, quando il danaro aveva cominciato a scarseggiare, aveva permesso che fosse più piccolo, purché fosse rettangolare. E lo era: ma sulla trabeazione non c’erano fregi di splendore e di guerra… soltanto le tegole, che sembravano più linde e che avrebbero richiesto una manutenzione minore. Nel ventesimo secolo, il filantropo avrebbe spedito ad Atene gli esperti per avere una copia autentica, in cemento armato e con l’impianto stereo: ogni secolo ha il suo linguaggio.

Due gruppi s’erano radunati alle estremità opposte della tettoia. Uno era un branco di giovani con tuniche e gonne e perizomi colorati: petali di fiori animati, raccolti intorno a un centro, un gur barbuto vestito di rosso. L’altro gruppo era formato da persone di età diverse, irrequiete, che gridavano «amen», e ascoltavano la predica di un uomo dalla voce aspra e dal perizoma grigio. L’uomo aveva gettato via la tunica. Continuava a posarsi la mano sinistra sulle costole sporgenti, nei pressi del cuore, con il pollice e l’indice a formare un cerchio, le altre tre dita sollevate, e la mano destra aperta più o meno sul fegato, per indicare l’Io carnale… il segno della Ruota e della Carne. Era uno spettacolo che si vedeva sempre più spesso a Nuber, con il diffondersi del culto di Abraham. Alcuni abramiti schizzinosi sostenevano che la mano destra doveva stare incurvata sopra i genitali, anziché sul fegato: un possibile movente per una futura guerra di religione. I rumori confusi dei due gruppi lontani, che si ignoravano rabbiosamente in nome dell’amore e della tolleranza, giungevano a Demetrios come borbottii e squittii. Nessuno dei due oratori era molto abile; l’abramita era troppo aspro, il gur troppo mielato. — L’Agorà locale, — disse Angus.

— Sì, ma credo che Socrate non abbia potuto venire.

— Ho quasi riconosciuto quel gur dalla tonaca rossa; comunque credo che sia Gur Johnson. Non riesco a scorgere la sua faccia, ma non credo che possano essercene due di così grassi, con lo stesso abito rosso da monaco. Il senatore Smith lo ha invitato nella Città Interna poco tempo fa, a una festa nel suo giardino, anche se non credo che il senatore si sia convertito. Il Gur Johnson afferma che lo spirito umano non può liberarsi dai ceppi della carne e diventare una cosa sola con l’Unico Infinito se prima non rinnega la dottrina pervertita della sfericità del pianeta.

— Esiste un Infinito non unico?

— Merda, uomo, ho dimenticato di chiederglielo. Comunque il pianeta è piatto, chiaro? Se lo ammettiamo, possiamo ascendere in cielo senza nessuna fatica, Demetrios. Solo l’amore per l’umanità tiene il gur legato alla terra… l’eccesso di peso non c’entra. Lui lo dipingeva con belle parole, ma io sgranocchiavo malignamente dei biscotti alle noci, e quando ho finito di mangiarli qualche altro peccatore ha cominciato a irritare il suo orecchio trascendente, e così io ho preso il mio spirito in ceppi e me ne sono andato.

— Non sei maturo per il cielo. L’altro oratore è Holman Shawn, predicatore della Società dei Discepoli, chiamati talvolta anche abramiti.

— Stanno operando delle conversioni nella Città Interna. — Angus si rattristò, per qualche pensiero che non confidò. — Demetrios, la proporzione degli eccentrici è sempre stata elevata come lo è qui a Nuber adesso?

— Oh, credo di sì. Oserei dire che le proporzioni si sono sempre mantenute, forse fin dai tempi più remoti… una manciata di geni, una manciata di subnormali e di idioti, una moltitudine di individui a mezza strada tra gli uni e gli altri, e dappertutto una spruzzata di eccentrici imprevedibili, come pepe sullo stufato. — Demetrios s’incupì, assillato da un’inquietudine abituale. Durante i primi anni della sua attività di narratore agli angoli delle strade aveva raccontato qualche volta la storia del martirio di Abraham Brown, così come l’avevano veduto i suoi occhi inorriditi… Ma non l’aveva raccontata del tutto onestamente. Aveva eliminato un po’ della ferocia, dell’incorreggibile tenebrosità umana, e magari aveva fatto apparire il povero, coraggioso fanatico Abraham più grande che non nella realtà. Beh, in un certo senso era grande, ma lo sono tutti, i pochi che pensano. Matto o no, Abraham Brown aveva vissuto con purezza d’intenti e coraggio nelle sue azioni,’ed era morto per ciò che era, allo stesso modo di Cristo. La versione di Demetrios aveva contribuito a lanciare un altro infelice culto messianico, che inevitabilmente avrebbe pervertito quanto c’era stato di buono negli insegnamenti di quell’uomo, e l’avrebbe gonfiato facendone una creazione mostruosa adeguata alle fantasie e alla politica dei fondatori di chiese? — Caro Angus, — disse, — qualche volta mi chiedo se una vita di quietismo, o almeno di semplicità voluta e di scarsissima azione, non sia l’unica che non causi gravi danni. Persino il Gur Johnson può avere dentro di sé una scintilla, se non pensa solo al denaro e ai biscotti.

— Il mondo fa schifo, — disse Angus. Il cambiamento d’umore del ragazzo colse Demetrios impreparato, come se Angus fosse piombato nella disperazione, come chi cade da uno stretto sentiero montano. — Fa schifo. Non il mondo, naturalmente. L’uomo. Il sozzo animale peloso… ma accidenti, non è sempre così. Non deve essere così… o deve? Crudeltà, cattiveria, avidità, infermità della mente e del corpo, sospetto… Demetrios, io so qualcosa di te. È quasi vero che sono venuto a cercarti… No, è meglio dire che ti ho aspettato, ho sperato di rivederti ancora, da quella prima volta che ti ho sentito, quattro anni fa. Mi fido di te, Demetrios. Sai che nella Città Interna c’è una stupida fazione che vuol fare di me un politico? Quelli si vedono già come fabbricanti di re. Il potere fa schifo. O Demetrios, cosa debbo fare? Qual è il mio compito? Il mondo non ha bisogno di gente come me.

— Il mondo non sa quello che vuole. È solo capace di tirare avanti tra uno sbaglio e l’altro. Lo so… per «mondo», tu intendi «la gente in generale». La risposta è la stessa. Troverai da solo la tua arte, Angus.

— E come, nella mia ignoranza? Come?

— Te lo direi io, se potessi. L’arte di guidare il popolo? Governare… insegnare? Posso almeno dirti che le cose non sono importanti. L’amore non è mai una cosa, è un paese nel quale possiamo compiere viaggi.

— Demetrios, hai visto morire Abraham?

— Sì. Non posso credere che il martirio serva a qualcosa. Ci commuove, ma non c’insegna nulla. La nostra reazione al martirio è l’indulgenza verso noi stessi. Ricordiamo la cicuta e la croce, ma che abbiamo mai fatto della saggezza di Socrate e della bontà di Gesù?

— Mi racconterai la storia di Abraham, comunque?

— Sì. Devo pensarci sopra. Adesso sono stanco e turbato.

— Perdonami. Ti ho impedito di tornare a casa. Ti incontrerai ancora con me, qui? Domani, verso mezzogiorno?

— Domani, verso mezzogiorno. Pace.

— Pace, Demetrios.

CAPITOLO 4

SOLITAIRE ASPETTAVA

Non so mai in quale momento del giorno mi faccio un amico.

DEMETRIOS.

Demetrios si avviò lentamente; uscì dal parco e si diresse verso il settore della periferia della Città Esterna dove Redcurtain Street occupa un tratto dell’arco; e la perplessità lo accompagnava come un nugolo di moscerini. Non era più ciò che era stato prima di incontrare Angus. Nella loro conversazione non avevano mai parlato di quel poliziotto, ma nella solitudine di Demetrios quell’immagine incombeva anche troppo grande. Angus, che fin dall’infanzia era abituato a considerare un poliziotto della Città Esterna come un subordinato, probabilmente non dava importanza all’episodio. E Demetrios aveva dimenticato Joe Park, affascinato com’era dalla presenza di Angus. Il passato era stato nitido, prima dell’ora appena trascorsa; adesso era il presente a riempire l’orizzonte; eppure Demetrios non era neppure certo di amare quel ragazzo.

Angus apparteneva alla società moderna, come non poteva appartenervi il vecchio Demetrios del ventesimo secolo. Tre ore fa non lo conoscevo neppure. La fede non muove le montagne se non nella mente del pio sognatore; l’amore è più forte, non è costretto, come la fede, a nutrirsi d’illusioni… può farlo, certo, e così facendo si avvelena, ma non è costretto a farlo.

Svoltò in un vicoletto squallido, una scorciatoia che portava a Redcurtain Street. Lì le case erano state raffazzonate con legname di scarto negli anni precedenti all’assassinio di Simon Bridgeman, quando i profughi avevano incominciato a non essere più tanto i benvenuti nella città-stato di Nuber; e si piegavano assurdamente l’una verso l’altra, come vecchie megere pettegole. Simon Bridgeman, figlio dell’era della plastica, non era mai riuscito a realizzare una segheria efficiente. Questo era spettato a Brian I, il quale capiva anche l’arco e le frecce, le picche e il tomahawk. Oggi imbrigliano i corsi d’acqua che si gettano nel mare di Hudson e nell’enorme Delaware, e c’è una cava, dietro Mount Orlook, dove si ricavano buone mole. Nel vicolo, Demetrios si guardò intorno, per vedere se c’erano maiali in cerca di cibo, sudiciume sparso, cani randagi feroci come donnole, e ubriachi. Nell’anno 47 Nuber non era afflitta da molte attività criminose violente; e quel po’ di malavita che c’era si annidava, come un ragno, in budelli come quello.

Demetrios avanzò a passo vivace, agitando il bastone di noce, e tenendolo bene in vista nell’ultima luce del giorno. Qualche volta, il vecchio entrava in vicoli come quello senza alcuna necessità, e riconosceva la stoltezza di quel comportamento. Sfidava il ragno nero ad assalirlo, e dopo si sentiva… no, non più giovane, ma forse più vivo.

(C’è gente che abita ancora nelle regioni desolate oltre Katskil e altri centri, gente selvaggia ma non demoniaca come molti immaginano. Costoro vivono là per libera scelta. Potrebbero abbandonare i loro costumi ferini e accettare il riparo offerto dalle città-stato… Katskil, Moha, Penn. Ma non lo fanno. Ecco, adesso smetto di nuovo.)

Demetrios uscì sano e salvo dal vicolo in Redcurtain Street, dove la polizia non permette che succeda mai niente di spiacevole. I potenti della Città Interna l’hanno sempre favorita, anche per amore delle percentuali, naturalmente; quelli dalle tuniche bianche amano i marciapiedi puliti, alle ore più adatte. L’usanza locale impone di seppellire i rifiuti nei giardini dietro le case, in modo che i maiali e i cani non vadano a rovistare. Demetrios era fiero dei fiori e delle verdure che coltivava per l’istituzione di Madam Estelle, sebbene questo non rientrasse, a stretto rigore, nei suoi compiti di Portinaio. Molte case di Redcurtain Street hanno grandi vetrate e balconi dove le ragazze si mettono in mostra, spartendo quei comodi promontori con gatti addormentati. Una strada incantevole, almeno nell’Anno 47.

Sui gradini della Casa di Madam Estelle, il Professore stava meditando, solo con il suo liuto, quando Demetrios sopraggiunse. Alzò un dito bruno in atto di saluto, senza dimenticare una sola nota della scala che svolazzava su e giù come un uccellino. — È stata una bella giornata, — disse Demetrios.

Il Professore annuì, spandendo dal liuto altra polvere diamantina di suoni. Normalmente, gli si facevano solo domande cui potesse rispondere con un sì o un no, perché era muto. — Una bella giornata calda. Mi sono fatto un nuovo amico, e forse sono felice. — Un arpeggio splendente riconobbe la possibilità della felicità. Gli occhi del Professore erano insondabilmente dolci, pieni di luci d’oro. Aveva la pelle abbronzata, i capelli corti e ricciuti. Demetrios pensava che avesse anche del sangue negro nelle vene, ma, come molti di coloro che vivevano nella città-stato di Nuber, non ammetteva di avere un passato. Erano amici da anni. Spesso il Professore, quando Madam non aveva bisogno di lui nel Salotto, se ne andava in giro per la città insieme a Demetrios; la sua presenza e il suo liuto potevano condurre a dimensioni nuove le storie raccontate agli angoli delle strade. Questo, e il fatto che dividevano il letto di Solitaire, creavano legami d’affetto.

— Ormai le ragazze si staranno alzando. — Il Professore annuì, mentre guardava volar via la musica. Sorrideva di rado, se non spirava il vento del sud; e quel giorno, il vento veniva dall’est. Per un attimo, Demetrios scoprì qualcosa di Garth nella bocca lussureggiante del Professore, e nell’inclinazione del capo, qualcosa di Solitaire nella grazia delle mani lunghe e sottili… non è strano che coloro che amiamo abbiano in comune qualche tratto del loro aspetto. — Non so mai in quale momento del giorno mi faccio un amico. — Il Professore giudicò il Tempo meritevole d’una rispettosa scrollata di spalle. — Fra poco torno da te, paisà. — Nel 47 quella parola d’origine italiana si era aggiunta ad altre espressioni affettuose dell’inglese, questo Mississippi delle lingue. Demetrios strinse la spalla del Professore ed entrò nella Casa del Sesso di Madam Estelle.

La Madam si stava godendo il tè in compagnia della graziosa Glorie e dell’olivastra Fran, servendosi distrattamente di una tozza teiera rosa che era Woolworth autentica, e condendo, il suo tè, distrattamente, con il fuoco di una bottiglia di whiskey di granturco. Come usava dirle stizzita Babette (gliel’aveva detto almeno trenta volte) doveva aver bevuto abbastanza tè di Penn da farci galleggiare l’intera flotta di Katskil… quattro battellini a una sola vela e un ketch. Era quel momento del pomeriggio in cui una foschia protettiva avvolgeva Madam Estelle, che abbandonava la casa a se stessa: il che voleva dire che era Babette a mandarla avanti. — Madam, ti dichiaro, sì, proprio a te, che questi bicipiti mi sono venuti a forza di sollevare quel maledetto bricco per farti il tè e il tè e poi ancora il tè. — Ma non era il tè che preoccupava il buon cuore di Babette.

— Prova a perdere trenta libbre, — disse dolcemente Madam Estelle, — e forse il tuo braccio sarà abbastanza magro perché io possa vedere il bicipite. — La bionda Glorie ridacchiò; le labbra di Fran si mossero, come se provassero qualche passaggio del Libro delle Posizioni. Fran era una ragazza dolce e seria; andare a letto con lei era come acquisire titoli accademici.

La robusta Babette, che era la tuttofare da dieci anni, di solito aveva la peggio in tutte le discussioni. Salutò Demetrios con affetto disinvolto (qualche volta andavano a letto assieme) e disse: — La ragazza ha finito di lavorare, uomo Demetrios. È di sopra. — Estelle sospirò, forse impegnata, nella foschia dello spirito di granturco, con gli orari di lavoro e con la fatica rugginosa e cigolante di vivere.

Un anno prima Demetrios aveva trovato Solitaire che vagava nei boschi intorno alla città. Era stata violentata da una banda di teppisti, aveva detto, e poi si era nascosta e aveva sofferto la fame per qualche giorno. Non ricordava chi fosse. Egli l’aveva portata al rifugio di Madam Estelle, come caso speciale. Poteva aiutare a tener pulita la casa, dividendo il letto soltanto con lui e con il Professore. Non doveva venire toccata dai clienti, altrimenti tutti e tre se ne sarebbero andati. — Un vecchio amico non ha bisogno di ricattarmi, — aveva detto la Madam. — Anch’io le voglio bene.

Estelle faceva conto su di lui. Chi altri avrebbe badato ai fuochi e avrebbe coltivato l’orto per un salario così modesto, e avrebbe intrattenuto gli ospiti nel Salotto con le sue storie solo per il gusto di farlo? E dove poteva trovare uno come il Professore, il cui liuto ti dava il suono delle risate infantili e dei cuori che si spezzano? Madam Estelle non era mai stata troppo avida di danaro, né malvagia. Presto aveva cominciato a provare e a dimostrare una speciale tenerezza per Solitaire… che ancora adesso non ricordava la propria identità. Probabilmente la grazia eccentrica della ragazza era ricordata nel grosso librone chiuso a chiave, il Diario, che Demetrios riconosceva come il cuore, lento ma vitale, dell’esistenza di Madam Estelle. Madam Estelle era timidamente fiera della sua capacità di leggere e di scrivere, una dote del Tempo Antico. Nessun altro vedeva mai il Diario: ella era meno vanitosa di molti autori, e aveva un sistema migliore per guadagnarsi da vivere.

Solitaire era sottile e dolce e minuta, e in un suo modo sottile, dolce e minuto, era completamente pazza.

Demetrios salì le scale e percorse il lungo corridoio, ricambiando i pigri saluti delle ragazze che si preparavano per la cena e per la nottata di lavoro, e raggiunse la grande, bella stanza in fondo alla casa, che divideva con il Professore e Solitaire. Da quella stanza poteva affacciarsi sull’orto e compiacersi della superiorità di questo nei confronti degli orti dei vicini; e poteva anche seguire quello che i vicini facevano, se ne aveva voglia… talvolta raccontava a Solitaire storie scatenate sul loro conto, completamente inventate da lui. Ella era seduta sul grande letto, e come Demetrios aveva previsto portava addosso gli stracci sporchi della giornata di lavoro; aveva i capelli raccolti in una stretta crocchia sotto un fazzolettone, e le guance macchiate. L’abbandono dell’avvilimento e della vecchiaia prematura… anche quello lo portava come un indumento. Era orribile vederla così, ma Demetrios conosceva le compensazioni di quella mascherata, di quel mimetismo protettivo che le permetteva di aggirarsi per la casa svolgendo le sue faccende come un topolino, senza che nessuno le badasse. Qualche volta attirava l’attenzione, per quell’esilità e quella grazia che non poteva nascondere, ma sapeva essere in modo molto convincente una schiava scialba.

In quel momento era perduta nella contemplazione del pianeta che continua ad esistere al di là di tutte le nostre finestre. Girò lentamente la testa bruna quando Demetrios chiuse la porta, e nei suoi occhi scuri (durante il giorno erano stati coperti dalle palpebre abbassate, per nascondere i fuochi della notte) fiorì la luce del riconoscimento; come un pesce colorato esce guizzando all’improvviso dall’oscurità d’una vasca, in un fulgore dorato.

— Solitaire aspettava Demetrios. — Egli non l’aveva mai sentita adoperare il pronome «Io», alla cui rigidità di pilastro molti di noi si appoggiano tutto il giorno e quasi tutta la notte; e non liberava mai la breve, robusta lama dell’altro prodigioso pronome che fa rima con blu. Nel rifugio della terza persona, Solitaire rimaneva chiusa per ragioni sue, e lì la potevi trovare se l’amavi come l’amavano Demetrios e il Professore. — Solitaire ha cinque cuori. — E alzò la mano aperta. — Uno per lei, uno che hanno divorato i cani e uno per Gesù e uno per il Professore e uno per Demetrios. — Comunque, non pareva una delle sue notti peggiori.

— Tutti miei. Ed è stata una bella giornata, — disse ancora Demetrios. — Bella e brutta. Mi sono fatto un amico; ma d’altra parte, un poliziotto mi ha detto che devo procurarmi una licenza per raccontare le storie.

— Licenza? Puah! — Ella non rise; faceva presto a vedere le possibilità di una bruttura. Solitaire aveva paura del buio, voleva sempre una lampada tenuta bassa o un mozzicone di candela acceso, anche quando giaceva tranquilla in letto tra Demetrios e il Professore. Una volta aveva detto che vivere era come camminare nella giungla, ma che qualche volta c’erano degli amici. — Ah, e quanto costerà, uomo Demetrios?

— Il poliziotto non ha voluto dirmelo, anche se credo che lo sapesse. — Demetrios sprofondò nel lusso della sua poltrona. Solitaire sorrise. — Un certo rituale non poteva incominciare fino a quando egli non era lì, dopo la fine di quella parte della giornata che glielo sottraeva. Ella non aveva mai approvato che se ne andasse in giro a sciorinare le sue storie davanti alla gente per un po’ di danaro, quando sarebbe potuto restare in casa, al sicuro. Una volta, in una giornata di pioggia, l’aveva sorpresa alla finestra, a benedire le nubi. Ma lei non diceva mai a Demetrios (o a chiunque altro) ciò che doveva fare. — Domani andrò in Comune e sentirò.

Ella sbadigliò, con un suono argentino. Con una scrollata di capo liquidò il Comune e tutte le assurdità del domani. Si levò il fazzoletto dalla testa e lo buttò sul pavimento. Stava portando un tavolino e una sedia al centro della stanza quando entrò il Professore, e sorrise anche a lui.

Il Professore tirò il paletto della porta e sedette a gambe incrociate sul pavimento, accanto alla poltrona di Demetrios. Il suo liuto parlava come se facesse parte del corpo snello e minuto, e parlava cortese, amorosamente.

Solitaire prese la sua scatoletta con esca e acciarino (nessuno doveva mai adoperarla o toccarla, altrimenti lei si arrabbiava e piangeva) e accese le candele nelle loro bugie, mettendone una ad ogni estremità del tavolino. Poi, da una cassapanca vicino al letto, tirò fuori una striscia di stoffa rossa, un paio di forbici, una pezzuola per lavarsi, un pezzo di sapone, una catinella e uno specchio a mano. Riempì la bacinella con l’acqua della caraffa che stava accanto al letto.

Solitaire si lavò la faccia.

Ci sono cento modi per farlo: sbrigativo, superficiale, trascurato, meticoloso, straziato. Solitaire prese la pezzuola bagnata e la saponetta delicata (che Demetrios e il Professore avevano comprata a caro prezzo in un negozio frequentato quasi esclusivamente da clienti dalle tuniche bianche; ma il costo non era chiaramente comprensibile a Solitaire, anche se se ne informava, diligentemente; l’addizione era un mistero, la sottrazione era sconosciuta, e il danaro era qualcosa che di solito avevano gli altri) e si tolse il sudiciume dal viso e dalle mani.

Quasi tutto se lo era messo addosso apposta, per mimetizzarsi. Sebbene lavorasse con impegno, onestamente, per Madam Estelle, aveva cura della sua carnagione, perché i suoi amanti ci tenevano; e forse perché ci teneva anche lei? Chissà? La Madam cercava di affidarle solo i lavori come rifare i letti, spazzare, spolverare, che non la esponevano alla fuliggine e al grasso e alle macchie, e di solito c’era sempre in giro Babette, pronta a intervenire con rumorosa competenza se Solitaire aveva bisogno di aiuto; e per questa ragione Solitaire non piangeva e non si arrabbiava quasi mai in loro presenza.

Lo specchio a mano era doppio: un manufatto del Tempo Antico, e perfetto. Da una delle due parti ingrandiva, per una magia che a Solitaire sembrava meravigliosa. Amava quell’oggetto perché glielo aveva trovato il Professore, egli non poteva dire dove. Solitaire si spazzolò i capelli neri, fra crepitii e scintille e luccichii, con un altro tesoro del Tempo Antico, una spazzola di vera plastica, dalla linea ariosa, leggerissima. Dicono che il Tempo Antico non tornerà più.

Era come se fosse sola, a prepararsi per uno svago serale, o semplicemente a osservare la sua bellezza, se pure era possibile farlo con distacco. Si calò il camice da schiava sui fianchi e si accarezzò i seni — rotondi, immaturi come boccioli, con un’ombra calda intorno al capezzolo — sollevandoli nella luce delle candele.

Tagliò un segmento a forma di rombo dalla stoffa rossa, esaminandolo teneramente come se fosse una creatura viva, poi lo sbatté sul tavolino e lo trapassò con un affondo brutale delle forbici, in modo che il metallo rimanesse piantato eretto nel legno. Socchiuse gli occhi per la sofferenza, allargò le mani, per dire: Ecco com’è stato… se vi interessa. Poi silenziosamente, da buona massaia, muovendosi senz’altro addosso che le rozze mutandine, spinse di nuovo il tavolino contro la parete, con le forbici ancora piantate. (Durante la notte — una delle sue notti buone — sarebbe sgattaiolata da sola giù dal letto e avrebbe finito di rimettere ordine, riponendo le forbici e gettando il pezzo di stoffa trafitto nel cestino.) Aprì l’armadio, appese le mutandine e contemplò il suo guardaroba.

Il liuto del Professore restò in silenzio fino a quando lei scelse, tra i cinque o sei vestiti, una lunga vestaglia rossocupo, con la cintura e la bordatura gialla, e splendidi bottoni d’osso, d’un candore di panna. Demetrios e il Professore avevano unito i guadagni di oltre un mese per comprarglielo. Degli altri abiti, uno solo era da passeggio: un paio di calzoni e giacca, color foglia secca, che l’avrebbero fatta sembrare un ragazzo, se non fosse stato per il suo modo di camminare. Il liuto esultò. Era una delle notti buone di Solitaire, ed era il momento di far l’amore prima di cena.

Lei rimase in piedi, nuda, perché i suoi amanti potessero conoscerla con gli occhi, con il braccio sinistro che sottolineava i seni, la mano destra protesa per avvertire che non era ancora il momento. Demetrios guardava lo stelo snello delle gambe allargarsi nell’anfora dei fianchi, il busto, il triangolo di mezzanotte, e quell’improvviso fiore di rosa e di oscurità, in cima, che era la sua faccia saggia e triste. Lì la ragione dimorava insieme alla follia, ed entrambe erano Solitaire.

Il vento del temporale soffiava dalla finestra aperta. Con un movimento della mano, il Professore si offrì di chiuderla, ma Solitaire scosse il capo. Infilò la vestaglia lasciandola aperta sulla carne calda e lucente. Disse a Demetrios: — Solitaire è qui.

Egli la sollevò sul letto e la prese con la lentezza e la delicatezza necessarie. Sopra la casa e la città turbata, oltre il casalingo, giubilante sforzo del suo corpo, udiva il precipitarsi desiderato del vento e della pioggia.

Spettava a Solitaire di scegliere quale dei suoi amanti poteva entrare in lei, e quando. Per lei il temporale era così intenso e sconvolgente — certe ombre ributtanti che si radunavano come porci selvatici al limitare di una foresta — che lo sopportava di rado. Demetrios pensava al proprio corpo come a una struttura protettiva per il fuoco centrale. Il liuto del Professore mormorava, tenero e rassicurante. Solitaire protese una mano per toccare il braccio del Professore, perché quando faceva così (aveva detto lei una volta), un po’ della forza che guidava la sua musica sulle corde fluiva in lei e cambiava il turbamento in un canto.

Ella gridò nell’eccesso del piacere-sofferenza, e rimase distesa, serena. Dopo un po’ disse (perché, da quella bambina che non era, Solitaire amava sempre di più una storia quando la sentiva ripetere, e si infastidiva se c’erano cambiamenti, anche nelle minime parole): — Adesso Demetrios racconterà al Professore e a Solitaire la storia di Anya, la Guardiana d’Oche.

CAPITOLO 5

ELLA ERA BUONA COME L’ORO

Certe oche credono proprio a tutto.

DEMETRIOS.

— Anya era principessa di Peranelios, tanto tempo fa, quando i maghi erano più importanti persino dei re. I re potevano imporre le tasse e fare tagliare le teste, ma i maghi potevano far svanire in un istante le persone, re compresi. Si pensava che svanire involontariamente fosse una cosa spiacevole, anche se, quando la cosa veniva fatta bene, il soggetto non tornava mai indietro a raccontarla; i peraneliotici erano dell’opinione che avrebbero preferito non scomparire, zzzip!, così, lasciando un piccolo vuoto grigio o lavanda sporco che sfrigolava un po’ e poi spariva anche quello… fsssp!, così. Di tanto in tanto, qualche persona scomparsa ritornava a Peranelios raccontando cose incredibili; diceva di essersi ritrovata in Cina o a Brooklyn (e noi sappiamo che questi posti non esistono) e di aver dovuto chiedere passaggi fino a casa. Se costoro diventavano noiosi con i loro problemi, di solito si mandava a chiamare un mago per farli riscomparire.

«I maghi eseguivano spesso questo trucco… teletrasporto non è la parola esatta… soprattutto quando qualcuno rivolgeva loro una domanda stupida mentre cercavano di meditare.

«Anya era una buona principessa. Da bambina non rispondeva male, si ricordava di lavarsi le mani, lasciava sempre qualcosa di buono nel piatto per i poveri meritevoli. S’impegnava molto per essere buona. Studiava le lezioni, era gentile con le bambole, gli animali domestici e i servi; scoprì da dove vengono i bambini chiedendolo alla cuoca invece di infastidire la Mamma; e quando il Re era arrabbiato, ella diceva solo. “Sì, Papà,” e “No, Papà” e “Forse, Papà”. Era buona come l’oro. Tutti pensavano che sarebbe stata una regina meravigliosa, ma aveva tre fratelli più grandi, tutti in buona salute, perciò non c’era altro da fare che sposarla con qualcuno ben sistemato e non troppo carogna.

«Quando crebbe e diventò una principessa in età da marito, una cosa cominciò a darle fastidio. A lei piaceva essere amata ed ammirata… questo è umano… e a corte c’era un luminare che non ne voleva sapere, il Decano dei Maghi. Aveva un lungo naso cinico e si chiamava Mennoc Moses; e tra l’altro, nessuno di quelli che Mennoc Moses faceva scomparire tornava mai indietro. Anya non pensava ad altro. Decise di incantare quel vecchio bruto, ma non sarebbe andato bene. Non si può giustiziare un mago come quello se non lo si coglie addormentato, e suo padre non ci pensava neanche; lei non poteva farlo personalmente perché era così buona. Continuò a pensarci fino al giorno in cui il Re le disse che le aveva combinato un magnifico matrimonio con il Principe di Pommes de Terre. “Ma, Papà…”

«“Vedo che hai intenzione di contraddirmi,” disse il Re Dagobert. (Il Principe di Pommes de Terre aveva denti d’oro massiccio e d’avorio, ma nessuno di quelli era suo; aveva settantadue anni, dodici concubine, e giocava alle corse dei cavalli.)

«“Sai bene che non lo faccio mai, Papà,” disse la Principessa Anya.

«“È Vero,” ghignò il Re Dagoberto. “Non mi contraddici, eh?”

«Tutta triste, Anya lasciò il padre a meditare la conquista di Pommes de Terre, che era ricco di giacimenti di pietra bezoar, e andò subito da Mennoc Moses. “Il mio papà dice che debbo sposare il Principe di Pommes de Terre.”

«“Ti rendi conto,” disse il Decano dei Maghi, “che hai interrotto i miei calcoli dell’orbita della cometa di Bolowje?”

«“Chiedo scusa. Il mio Papà dice che debbo sposarlo.”

«“Chi, Bolowje? È morto nel 1846.”

«“Pommes de Terre.”

«“Oh, quello. Ti sarei grato se la smettessi di darmi fastidio. E tu non vuoi sposarlo?”

«“Sono innamorata del ragazzo del ciabattino.”

«“E allora sposa lui.”

«“Il mio papà dice che debbo sposare il Principe di Pommes de Terre.”

«“Oh, vattene!” E mentre parlava, il Decano dei Maghi fece un gesto occulto, senza dubbio inavvertitamente, che mandò la Principessa Anya a turbinare nell’aria per migliaia di miglia… zzip!, così… e per mille ancora, mentre Mennoc Moses si grattava la testa lucida e guardava un piccolo vuoto color lavanda che sfrigolava sul pavimento… fssp!, così. Egli aveva avuto intenzione di dire: “Svanisci, o Principe di quel che diavolo è!”. Sospirò, si versò in fretta un alambicco di liquore, e riprese a lavorare.

«La Principessa Anya atterrò a Peraselene (dall’altra parte della Cina) e il popolo di Peranelios pianse la perdita della cara principessa, ma neppure il Re Dagobert se la sentiva di affrontare Mennoc Moses quand’era occupato, e quello era sempre occupato. Dagobert scovò una principessa meno importante per il Principe di Pommes de Terre, sperando che tutto andasse a finire in niente.

«E Anya? Bene, lei scese, flump!, in un prato erboso, in quel paese di Peraselene dove tutto è capovolto ma non molto, e il prato era orlato da un bosco bellissimo, e c’era un delizioso stagno pieno di oche bianche, marroni e screziate, che schizzarono fuori dall’acqua, si radunarono attorno alla Principessa e soffiarono. “Piantatela di soffiare,” disse Anya, “o lo dirò alla vostra guardiana.”

«“Non ce l’abbiamo, la guardiana,” disse l’Oco Maschio. “L’ultima se ne è andata. Non sopportava la moglie del contadino; e neanche il contadino.”

«“Allora vi farò io da guardiana fino a quando non avremo preso accordi ufficiali, e vi dico di piantarla di soffiare. Mi assumo tutte le responsabilità, perché sono una principessa.”

«“Possiamo pascolare?” chiese l’Oco Maschio.

«“Ma certo,” disse Anya. “Pascolate pure.”

«Le oche pascolavano allegramente quando la moglie del fattore venne a vedere cos’era successo. Avevo dimenticato di dire che le oche avevano anche strepitato, e che la buona Principessa Anya indossava un bellissimo vestito di tessuto d’oro, e una splendida coroncina che il Primo Ministro le aveva regalato quella mattina perché era tanto buona. Ma la moglie del fattore era miope e rimbecillita, e aveva dimenticato che la guardiana delle oche se ne era andata. “Dove hai rubato quei vestiti di lusso?” domandò. “Perché non tieni un po’ a freno quelle bestie? Chi ti credi di essere?”

«“Questo vestito non susciterebbe commenti, nel posto da dove vengo,” disse la Principessa Anya. “Le oche si comportano bene, vogliono solo essere capite. In risposta alla tua terza domanda, io sono la Principessa Anya di Peranelios, ma sono disposta a fare temporaneamente la tua guardiana d’oche, per fare esperienza e in cambio di vitto e alloggio, fino a quando non si potrà combinare qualcosa di meglio. Prevedo di potermi mettere in comunicazione con Peranelios entro breve tempo.”

«“Tu sei matta,” disse la moglie del fattore. E scaldò il di dietro della buona principessa con un ramo di salice. Era una donna non molto aperta alla realtà, e la Principessa Anya, quando ebbe finito di piangere, non pensò ad altro che ad essere buona.

«Continuò così per un po’ di tempo, come misurano il tempo a Peraselene, dove gli orologi vanno a modo loro per via che sono capovolti ma non troppo. Anya doveva alzarsi prima dell’alba, fare una leggera colazione con una crosta di pan secco imburrato, un bicchiere di latte e costolette di maiale, e andare a curare le sue oche. Doveva tenere lontane le volpi e i lupi, stare attenta che le paperine non prendessero freddo, strappare il piumino… avete mai provato a spiumare un’oca viva? E poi doveva tenere a bada il figlio del fattore, che continuava a dire che la voleva sposare; e doveva rendersi utile in casa. Le sere d’inverno, quando le oche erano nel recinto, doveva leggere al fattore qualche brano di Declino e caduta di Gibbon, o dei romanzi di Proust. Lui aveva cominciato a leggerli tutti e due in gioventù; adesso non aveva più la vista buona, ma sperava di poterne finire almeno uno. Era una vita dura e difficile per la piccola Anya, e spesso pensava che l’unico che le volesse bene era l’Oco Maschio, il quale amava sedersi al sole accanto a lei per sentirla raccontare della corte di Peranelios. Certe oche credono proprio a tutto.»

— Bene, continua! — disse Solitaire.

— Sicuro. Non aspetto sempre di essere esortato a continuare, a questo punto? E poi credevo che ti fossi addormentata. Adesso torniamo alla corte di Peranelios, dove le cose andavano male. Il più giovane dei fratelli di Anya era morto di morbillo, il secondo era diventato prete e aveva rinunciato al trono in tre lingue; e cosa fece il fratello maggiore, il buon Principe Cuthbert? Si mise l’armatura e andò a combattere contro i visigoti, il che non solo non era conveniente, ma era anche più pericoloso che sciare; e questo mise delle idee in testa al ragazzo del ciabattino.

«Era un ragazzo simpatico che si chiamava Hans. La Principessa Anya l’aveva visto una, volta sola, quando aveva portato a far risuolare le sue pianelle di vetro, e si erano giurati eterna fedeltà in fretta e furia perché lei doveva correre via per inaugurare una fondazione. Egli stava per riportarle le pianelle… e aveva fatto un buon lavoro, anche… il giorno in cui lei era sparita. Giurò vendetta contro Mennoc Moses e poi cercò qualcosa di più pratico, ma passarono alcuni anni prima che il Principe Cuthbert partisse per la guerra e gli facesse venire una parvenza di idea. Per via gerarchica, inoltrò al Re Dagobert l’offerta di andare a cercare la Principessa Anya e di assicurare la successione, in cambio del solito premio: metà del regno e la principessa. Dagobert rifiutò.

«Presto però giunse la notizia che i visigoti, com’era prevedibile, avevano fatto fuori l’eroe nazionale, il Principe Cuthbert, ed erano anzi arrivati a poche miglia dalle porte di Peranelios. Dagobert cambiò idea. Poiché Mennoc Moses era occupato, fece chiamare Hans, il ragazzo del ciabattino, si scusò magnanimamente per la sua decisione affrettata, e chiese se l’offerta era ancora valida. “Sì, ineffabile Maestà,” disse Hans. “Però adesso devo chiedere che il regno venga diviso sessanta-quaranta, per via dell’inflazione.”

«“Cinquantacinque-quarantacinque?”

«“Sessanta-quaranta.”

«“E va bene. Vuoi anche un po’ del mio sangue? Un esercito di picchieri e di elefanti? Travelers’ checks?”

«“No, no, superba Maestà,” disse Hans, che vedeva se stesso come una specie di Sir Galahad, solo un po’ più pratico. “No, andrò solo e in tutta semplicità. Attirerò meno l’attenzione. E…” Qui veramente rischiò molto, “e se fallisco nella mia missione, fai pure di me quello che vuoi.” — «Dagobert pensò che, dopotutto, nessuno di quelli che Mennoc Moses aveva fatto sparire era mai ricomparso. Non c’era altro da fare che prepararsi a un accordo con i visigoti: succede sempre così. Ma lui preferiva cercare di coprirsi le spalle, se poteva. “D’accordo,” disse, e sogghignò.

“Hans uscì a ritroso dalla sala del trono e, per compiere la sua vendetta, corse da Mennoc Moses per fargli una proposta: il dieci per cento del suo sessanta per cento se Mennoc avesse fatto cortesemente ricomparire su due piedi la principessa. Era un ragazzo furbo e sapeva che le principesse scomparse nelle favole ricompaiono sempre. Ma Mennoc Moses gli urlò: “Potrei fare svanire l’intero regno, se volessi: perché dovrei accontentarmi del dieci per cento del sessanta per cento? Non ci pensare neanche. E poi, non faccio mai ricomparire nessuno… questione di principio.” (la verità è che non sapeva come fare.) “Però ti dirò come potrai trovarla, e te lo dirò per niente, tanto è un’informazione che non vale niente.”

«“E come, o fonte di saggezza ultraterrena, se così può esprimersi il ragazzo del ciabattino?”

«“Oh, grazie, figliolo. Dunque, vai a est, ovest, nord e sud, più o meno nello stesso tempo; poi vai a sinistra, poi a destra, e continua diritto per Peraselene… non puoi sbagliare, Adesso devo tornare al mio lavoro. Lieto di averti conosciuto.”

«Hans, il ragazzo del ciabattino, andò a est, ovest, nord e sud più o meno nello stesso tempo, poi andò a sinistra e poi a destra, e non vide niente che somigliasse a Peraselene, perciò chiese a un uccellino rosso “È questa la strada per Peraselene, Eminenza?” “Mio marito è occupato,” disse l’uccellino rosso. “Io sono la signora dell’Eminenza. Beh, dovevi svoltare a destra laggiù, però se svolti a sinistra dopo la scuola non puoi sbagliare.” E il povero Hans ebbe molte altre avventure del genere, fino a quando incontrò un Alieno il quale non gli disse che non poteva sbagliare: gli disse dov’era. Ma tutto questo richiese molto tempo.

«A Peranelios, intanto, il Re Dagobert aveva avuto la prima idea intelligente del suo regno lungo e glorioso. Chiese a Mennoc Moses, educatamente, quando non era troppo occupato, di far sparire i visigoti. E il vecchio lo accontentò, brontolando appena un po’: lo avrebbe fatto prima se avesse saputo che era quello che voleva Dag, e il re aveva in mente qualcosa d’altro?

«“Oh, Dio, no!” disse il Re Dagobert, andandosene finché tutto andava per il meglio. “No, è tutto favoloso. Buona giornata.”

«E Hans, seguendo le istruzioni dell’Alieno, arrivò finalmente alla graziosa casetta di Anya, la Guardiana d’Oche, che riconobbe subito sebbene fosse cresciuta parecchio. La moglie del fattore era morta per il suo caratteraccio, ma il fattore sperava ancora di finire Gibbon, e Anya, la Guardiana d’Oche, gli stava leggendo Proust a pagina 2004 proprio nel momento in cui Hans bussò alla porta. Adesso lei aveva meno tempo libero per leggere, per via delle faccende di casa e tutto il resto, ma il fattore era paziente, e voleva ancora studiare la struttura di ogni frase. Se la cara Anya tardò un po’ a riconoscere il ragazzo del ciabattino, questo avvenne perché doveva pensare a tante cose; ma poi cominciò a ricordare tutto, e gli chiese: “Mi hai portato le pianelle?”

«“No, scusami, me ne sono dimenticato. Ma, o mia diletta, metà dell’anima mia, sono venuto per riportarti a Peranelios, e per questo il tuo nobile padre mi darà metà del suo regno, o meglio il sessanta per cento.”

«“Ma non è possibile… tesoro, ridallo a Joe, sai bene che è suo… Scusami, stavo parlando con il mio più piccolo, passa una di quelle fasi…”

«“Tutto sistemato,” disse il figlio del fattore. “Ho separato quelle due carognette.” Gli era andata bene, tra l’altro (voglio dire al figlio del fattore) e cercava di essere un buon marito.

«“Certo,” disse Anya, la Guardiana delle Oche, “sei stato molto gentile a pensarci, ma vedi come sono combinata.”

«“Sarò felice se resterai a pranzo,” disse il figlio del fattore. “Magari vacci un po’ piano con quegli “o mia diletta”, perché qui siamo un po’ suscettibili, senza offesa.”

«“E la felicità occasionata dalla sua presenza al nostro desco,” disse il fattore, “presenterebbe un esempio di letizia reciprocamente desiderata non meno di un tranquillo apprezzamento del riassunto che egli potrebbe decidere di narrarci delle sue peregrinazioni…”

«“Fa sempre così,” disse Anya. “Resta a pranzo, naturalmente… Hans.” Si era ricordata il suo nome.

«Così Hans restò a pranzo, e giocò con i bambini che gli si arrampicavano sulle ginocchia, ammirò i melopoponi e le petunie, e venne presentato all’Oco Maschio, che lo beccò; e poi ripartì per Peranelios al più presto possibile… Dormi?»

— Solitaire non dorme, — sbadigliò Solitaire. — Perché sa che c’è dell’altro.

— Arrivato a Peranelios Hans disse al Re Dagobert, onestamente, come stavano le cose e concluse: «Perciò, o suprema Maestà, fai di me ciò che vuoi.» Re Dagobert lo nominò Cancelliere dello Scacchiere.

«Mennoc Moses… beh, egli annegò i suoi guai sposando un’incantatrice, e vissero felici e contenti, ma gli altri personaggi della storia erano un po’ troppo giovani per fare altrettanto. Dormi?…

«Dormi?… Uhm, bene.»

Poi ella si sarebbe svegliata per cenare, quando Demetrios o il Professore avrebbe portato su la cena per tutti e tre. Poi, se gli occhi del Professore la avessero supplicata, ella gli avrebbe dato quel tocco scherzoso di frusta che era una delle sue necessità, perché faceva parte della pazzia di Solitaire l’avere imparato ad essere buona verso quella che è considerata pazzia negli altri. E poi sarebbe piombata nel vero sonno della notte, dal quale si sarebbe destata a mezzanotte per mettere via le forbici. A Demetrios faceva piacere badare a lei. Era una bella vita, sotto molti aspetti. Peccato (accidenti a quel poliziotto!) che qualcosa la turbasse.

L’immagine di Angus Bridgeman gli passò per la mente, bellissima e orgogliosa, intenta a guardare dalla vetta della gioventù, con curiosità e forse con tenerezza. Sul tetto, la pioggia era sferzata dal ritorno del vento di tempesta che ormai stava per spegnersi.

CAPITOLO 6

FRAMMENTI D’UNO SPECCHIO INFRANTO

…. e io ricordo quel che non c’è mai stato, l’Età dell’Oro.

MADAM ESTELLE, DIARIO.

Demetrios si svegliò nel vermiglio e nell’oro dell’aurora. Solitaire s’era alzata di notte, come al solito, per riordinare la stanza, e per un po’ era rimasta seduta alla finestra, protendendo i pensieri verso il temporale trascorso, quando erano spuntate le stelle. Adesso dormiva tra un paio di braccia brune. Il Professore doveva essere vicino ai cinquanta, Solitaire aveva diciannove o vent’anni: e tutti e due sembravano teneri bambini.

Demetrios si vestì senza far rumore e scese le scale, riposato. Le risatine e gli strilli e il movimento del lavoro notturno, i rari singhiozzi o schiaffi o grida non turbavano il suo riposo. Non aveva sognato Angus, durante la notte: se i sogni venissero a noi nel sonno a comando, chi mai si sveglierebbe?

Nella grande cucina, Madam Estelle si godeva quelle prime ore della giornata. Un bricco d’alluminio del Tempo Antico borbottava sul piano di ferro della stufa a legna di mattoni. Nel 47 non si trovavano molte stufe con quel piano di buona ghisa e i coperchi che si sollevavano facilmente; Madam Estelle aveva ordinato la sua alla famigerata Compagnia Recuperi di Nupal, giù sulla costa. — Buongiorno a te, uomo Demetrios! — La saggia gatta nera faceva la spola e si strusciava con ottimismo intorno alle caviglie di Madam Estelle: forse era amor di credenza, ma Jenny lo prendeva sul serio come un’arte. — È un po’ presto per te, no?

— Sì. Buongiorno a te, Steli.

Madam Estelle non era mai stordita, di mattina. Mentre il resto della casa dormiva fino a mezzogiorno dopo il tumulto erotico della notte, lei e Jenny sì alzavano e avevano il mondo tutto per loro. Era il momento più bello della giornata, diceva Estelle: l’unico momento in cui si poteva pensare. I suoi pensieri si riversavano nel diario, come un fiume che sceglieva da sé il suo corso.

Jenny era tra una cucciolata e l’altra: i micini nati in primavera erano già stati regalati. Nuber teneva in grande considerazione i suoi gatti. I grossi, cattivi ratti grigi non si vedevano più; erano stati scacciati da quelli piccoli e rossicci, probabilmente mutanti. Solo i gatti impedivano che la nuova varietà diventasse un disastro.

Estelle non temeva di trattare con la Compagnia Recuperi di Nupal. Il bellissimo bricco veniva di lì, e anche le splendide casseruole di ghisa, e quasi tutti gli alari dei camini delle stanze da letto, e il nobile portapiante a due piani nel solario, che i clienti non si stancavano mai di ammirare. Nella sezione superiore, rettangolare, Madam Estelle coltivava viole del pensiero e calendule; due piante alte e sane di marawan crescevano nella parte inferiore, ovale. Il portapiante era bianchissimo, senza una crepa, di una porcellana che oggi nessuno sa più fabbricare. Demetrios ed Estelle, essendo cresciuti entrambi in quello che la gente chiama ancora Ventesimo Secolo, si ricordavano la funzione più antica di quei portapiante… con rimpianto, specialmente nel freddo della latrina, le mattine d’inverno. Vivere in un secolo con un troncone di ricordi in un altro rende necessario aver cura dei punti delicati in cui c’è l’innesto.

La Compagnia Recuperi manda i suoi carri trainati da muli e con equipaggi bene armati in tutte le parti del mondo conosciuto, fin dove possono condurli le strade in sfacelo del Tempo Antico o quelle nuove e polverose, alla ricerca del ciarpame e dei tesori che la Compagnia può vendere guadagnandoci. Si sentono certe storie, sul conto degli uomini addetti alla raccolta, che ruberebbero e watergaterebbero e roba simile. È un commercio destinato a esaurirsi, certo, e chi lo esercitava non lo dimenticava. Nel 47, la Compagnia stava pensando di creare una fonderia, con il carbone di legna delle foreste di Nupal e il minerale prelevato dalle miniere di ferro che nel Tempo Antico erano state abbandonate perché poco redditizie; e pensava anche di assimilare alcune delle piccole industrie della città di Maplestock. Erano chiacchiere, per lo più… ma non si poteva mai sapere, con Nupal. Sebbene fosse stata inclusa nella Repubblica del Re con il trattato di Maplestock, nell’Anno 21, Nupal godeva di una sua semindipendenza, e non era disposta neanche a dire a Nuber che ora fosse, se non poteva guadagnarci qualcosa. — In Comune, — disse Demetrios, mentre usciva per andare alla latrina. — Ugh!

— Quella storia della licenza?

— Sì. E che l’idiota che ha avuto l’idea possa venire illuminato da un sasso asciutto. C’è della carta, là fuori?

— Lo spero, — disse Estelle con dignità, ma poi aggiunse, più dolcemente: — Beh, la carta che ci arriva da Maplestock è robaccia… Va via in fretta e io ne ho adoperata un po’ per… per scrivere. Appunti, vedi.

— Non importa, cara. Nel Tempo Antico c’era troppa carta. Ci soffocava, diceva sempre mio padre.

— Siediti, Dimmy, — disse Estelle quando lui tornò. Jenny gli saltò sulle ginocchia. — Ti preparo un uovo.

— Sii benedetta. Se non ti è di troppo disturbo.

— Tsha-sha, — disse Madam Estelle, battendogli una mano sul braccio. Aveva sessantacinque anni: era una giovane madre diciottenne, in una città industriale del Connecticut, quando il mondo era andato a pezzi. — La licenza per raccontare storie! Non so dove andremo a finire. Un giorno o l’altro quelli della Città Interna andranno troppo in là… a furia di ficcare il naso e di intromettersi. E tasse, tasse, tasse! — Ruppe delicatamente l’uovo nel tegame. Di mattina Madam Estelle propendeva per una visione un po’ rivoluzionaria, troppo faticosa da conservare nelle interminabili “ore del pomeriggio e della sera, quando doveva ricorrere alla consolazione dello spirito di granturco.

— Un bell’uovo scuro, — disse Demetrios. — Immagino sia di una delle galline di Somerville. Quelle di Obadiah prima o poi finiranno in pentola, dice Bab. — Per Demetrios i polli dei due pollai nell’orto, sotto la supervisione di Somerville, il gallo rosso come un peperone, e del grave Obadiah screziato di grigio, erano conoscenti preziosi, sebbene fosse Babette ad avere il compito di curarli e non ammettesse intromissioni. Demetrios badava alla mucca, Julia.

Estelle non si lasciò fuorviare. — Dimmy, mi chiedo persino se non sia pericoloso tenere il mio diario. Se viene qualcuno a curiosare, diciamo quando non mi sento troppo bene, e magari ho bevuto troppo tè, e si porta via il mio libro chiuso a chiave perché qualche nuova legge dice che può farlo, ecco lì la mia anima indiscreta messa a nudo. Per gli avvoltoi. Non avrebbero rispetto per i miei capelli grigi, se dicono che è sovversione… roba da matti, proprio! Cosa c’è a Nuber che valga la pena di sovvertire?

— Tu non hai i capelli grigi, — disse Demetrios. — Guarda i tuoi bei capelli bruni, in confronto ai miei, che sono grigi davvero. Porta qui il tuo tè e siediti, Estelle. E parlami del tuo libro chiuso a chiave, se vuoi.

— No, Dimmy. — Estelle gli portò il tè. Si chinò su di lui per baciarlo sulla sommità del capo, stringendo i capelli lunghi e spettinati. Poi cambiò idea a proposito del tè; e si diede da fare in cucina per rassettare, anche se non ce n’era bisogno, perché Babette teneva tutto in perfetto ordine. — No, spesso penso che vorrei parlarne, ma in un modo o nell’altro non ci riesco mai. (Non vuoi uscire, Jenny?) È solo un libro, una specie di… libro. (Ho capito, vuoi uscire.) E questa è l’ora che vado sempre a scriverlo. — Ma indugiò sulla porta della sua stanza da letto, turbata al pensiero della giornata di Demetrios. La sua stanza un tempo era stata una dispensa, e lei l’amava come un topo ama il suo nido, e nessuno, tranne Babette, veniva mai invitato a entrarvi. L’unica finestra dava verso est, sull’orto, e le mattine arrivavano fino a lei fresche e giovani.

— Non devi scusarti, — disse Demetrios. — Laverò io il mio piatto e il resto. Vai dal tuo libro.

Lei restò lì ancora un po’; forse desiderava di sentire se stessa dire quello che sta al di là delle parole… continuiamo tutti a farlo. Uno di questi argomenti è l’amore, l’altro la solitudine. Non esiste un linguaggio per l’uno o per l’altro, tranne poche parole e pochissimi, fortunati matrimoni di parole che riflettono un po’ di verità, come frammenti d’uno specchio infranto. — Beh, non metterti nei guai, — disse, e chiuse la porta.

La strada più corta per andare da Redcurtain Street al Palazzo del Comune, la strada che fece Demetrios, passa per la Piazza della Forca, dove si può vedere — dove non si può fare a meno di vedere — la forca, la gogna, il palo per le fustigazioni. È la stessa forca cui venne appesa la ruota di Abraham, perché tutti lo potessero vedere, come ammonimento per gli altri nemici dello Stato. Alcuni dicono che non si voleva neppure che Abraham morisse. Le case ed i negozi squallidi che circondano la Piazza della Forca risalgono anch’essi al tempo di Abraham: sono edifici che niente può redimere, tranne il fuoco che prima o poi li divorerà: cosa può fare la brigata antincendio di Nuber, con i suoi secchi, se quel mucchio di legno secco e putrido si incendia? E alcune delle persone che oggi si affacciano alle finestre per studiare i particolari d’una fustigazione o d’una impiccagione dovevano aver fatto a gomitate, diciassette anni prima, per contendersi i posti migliori, per vedere Abraham sulla ruota. Molti dovevano essere morti, nel frattempo: il mondo attuale non è bonario, e perciò qualcuno poteva essere morto in una rissa, e altri se li erano portati via il vaiolo, il colera, la febbre gialla. Alcuni potevano essersene semplicemente andati, lasciando il posto a nuovi venuti che magari avrebbero osservato un altro Abraham morente con la stessa eccitazione inquieta, e magari l’avrebbero lapidato.

Lasciando la Piazza della Forca si sale un’erta ripida per un paio di isolati, ed ecco il Palazzo del Comune. Situato all’inizio della salita piramidale della Città Interna, è un esempio d’architettura orribile; una casa tozza a due piani con un paio di finte colonne che incorniciano la porta, il tutto sormontato da una torre campanaria squadrata, che sarebbe bellissima se non fosse troppo grossa per l’edificio. Era stata costruita per sistemare una magnifica campana bronzea del Tempo Antico, recuperata tra le rovine di qualche chiesa, e risalente all’anno chissà. Le finte colonne sono alte due piani; se fossero vere, anziché pastrocchi di canne e d’intonaco, potrebbero realmente sorreggere la grande architrave che non c’è; ma poiché si limitano ad aggrapparsi all’edificio, come bende attorno a un ginocchio dolorante, in mezzo c’è posto per il piccolo portico presuntuoso detto «il Balcone», dal quale gli uomini di stato possono arringare la folla. Nel complesso, quell’orrore ricordava a Demetrios uno stile del secolo XIX che doveva essere andato perduto alla fine di quell’epoca rimpianta, ma che aveva lasciato il segno persino nel Missouri. Non si saprà mai chi fosse l’idiota che lo riesumò per la Repubblica del Re nell’Anno 24 dopo l’Olocausto, quando venne costruito il Palazzo del Comune. Non importa… quella maledetta torre campanaria è bella.

Acquattato davanti al suo prato spazioso, ben tenuto e piuttosto bello, con l’erba falciata regolarmente, il Palazzo del Comune è anche una delle quattro entrate nel muro alto due metri e mezzo, che cinge completamente la Città Interna e Mount Everlasting. Si passa per il corridoio centrale e… se avete un lasciapassare o se arrivate in compagnia di un abitante della Città Interna, uscite sull’ampia, bellissima via che corre all’interno del muro ed è chiamata Wall Street. Il muro forma una frangia alla base della piramide, e ha una circonferenza approssimativa di dodici miglia. La Natura aveva costruito la piramide di rocce primordiali, e gli uomini ci avevano aggiunto i pomelli. Il muro svolta qua e là per seguire i contorni dei fianchi delle colline, ma la forma piramidale è sempre evidente, rafforzata da una torre triangolare di pietra, in cima a Mount Everlasting. La torre fu costruita per ordine di Simon Bridgeman perché (diceva) egli voleva guardare il mondo nuovo che veniva a lui. Era stata l’ultima sua creazione che aveva visto completata; non si era mai trasferito nel lussuoso appartamento, in cima alla torre alta quindici metri, perché era stato assassinato una settimana dopo che era stato cementato l’ultimo mattone; e Brian I, Primo Dittatore della Repubblica del Re di Katskil (che amava i titoli semplificati, perché così si risparmiava tempo ed erano gli unici che conosceva) aveva decretato che la torre doveva restare su Mount Everlasting, quale eterno monumento alla memoria del grande e generoso spirito di Simon Bridgeman, il compianto salvatore del popolo e profeta del nuovo mondo. Amen: i venti l’investivano, e nel 47 gli appartamenti della torre erano occupati da Brian II, dalla sua regina e dalle sue concubine, e Demetrios non poteva andare oltre il Palazzo del Comune.

Salì la breve erta che portava al prato: ansimava solo un poco. La giornata era già afosa, come se egli portasse con sé una tristezza contagiosa dalla Piazza della Forca. Sul prato, alcune panchine erano occupate da sfaccendati; i poliziotti li scacciavano al tramontar del sole e quelli tornavano nelle ore tranquille. Sull’erba giaceva una bambola di pezza… quale bambina poteva abbandonare un’amica in quello stato? Demetrios la sistemò su una panchina vuota, con le gambe disposte decorosamente. Vide una tranquilla cagna gialla trotterellare verso il Palazzo del Comune; un bastardo nero e zelante la seguì annusandole i quarti posteriori, la bloccò e la montò sui gradini, mentre tre maschi più piccoli aspettavano il loro turno: e la cagna aveva l’aria paziente e compresa. Un poliziotto scese i gradini con una scopa in mano, ma si limitò ad appoggiarvisi. — Dove debbo andare a vedere per una licenza?

— Che genere di licenza?

— Per raccontare storie.

— Devi essere matto.

— Mi hanno detto che adesso ci vuole.

— Oh… già. Seconda porta a destra, chiedilo al sergente.

Demetrios passò tra le colonne intonacate ed entrò nell’acido odore d’urina della virtù cittadina. Varcando la seconda porta trovò la feccia umana della notte precedente raccolta in attesa. Per tutto arredamento c’erano due panche lunghe otto piedi, una scrivania al cui fianco stava una sputacchiera d’ottone del Tempo Antico, una sedia pesante su cui sedeva un sergente altrettanto pesante. In fondo c’era una porta chiusa, sulla quale era dipinta la parola LUOGOTENENTE. Lì, in attesa, c’erano tre vecchi ubriaconi, tra cui una vecchia paralizzata con le palpebre inferiori iniettate di sangue, che forse era già quasi al di là di ogni sofferenza; un uomo squallido sulla quarantina che parlottava con le proprie dita e stava attento che nessuno origliasse, e un giovanotto sparuto dagli occhi stravolti, forse ancora sotto l’effetto della marawan. Diedero a Demetrios l’impressione di pazienti nella sala d’aspetto d’una clinica… per il momento il dottor Giustizia è occupato. Gli ubriachi sarebbero stati messi in isolamento per un giorno o due. all’uomo che borbottava poteva essere fatta qualunque cosa, il giovanotto probabilmente sarebbe stato rilasciato dopo una ramanzina, a meno che le sue imprese notturne non avessero compreso anche lesioni personali o watergataggio. Demetrios aveva osservato, con il passare degli anni, che nella città-stato di Nuber non c’era l’abituale risentimento della civiltà verso i giovani. Erano così pochi, ormai! Forse il Tempo Antico non avrebbe dovuto considerarli sacrificabili come pupazzi di plastica, carne da cannone vietnamibile.

Tutti e cinque, più Demetrios, dovevano aspettare, fino a quando avrebbero imparato a memoria ogni crepa dell’intonaco dei muri, ogni dubbio grumo d’ombra nella paglia e nella segatura che coprivano il pavimento di pietra. Il potere maligno di fare aspettare e aspettare la gente è una caratteristica innata di tutte le burocrazie: sia che l’autocrate nebuloso al vertice sia un monarca, o un’oligarchia, o il cosiddetto popolo sovrano, l’odore psicologico delle anticamere è lo stesso dovunque.

— Sono venuto a vedere per la licenza di narratore… — Forse non si sarebbe dovuto rivolgere direttamente al sergente. Quello continuò a scrivere. Demetrios si. era quasi aspettato quella scortesia abituale, tipica della piccola autorità. Era irritante non riuscire a leggere a rovescio gli scarabocchi del sergente: forse quel poveraccio stava cercando di finire un libro. Dopo altri tuffi nel calamaio, la penna d’oca si fermò, ma non venne deposta.

— Chi hai detto di essere?

— Sono Demetrios. Mi hanno detto che mi occorre la licenza, per raccontare storie.

Incontrare lo sguardo incupito del sergente fu come guardare due occhi di ranocchio in fondo a un pozzo. Finalmente quello disse: — Non puoi trovarti un posto a sedere? Devi parlare con il tenente… io non c’entro con le licenze.

— Quale tenente?

— Bello, ne abbiamo uno solo in servizio. — A titolo di concessione alla stupidità, il sergente indicò con la penna la porta in fondo.

— Quando posso vedere il tenente Bello?

— Il tenente Brome… oh, credi di essere spiritoso?

— No.

— Non ti ci provare. Il tenente Brome è occupato. Aspetta il tuo turno.

Demetrios sedette accanto al giovanotto preoccupato. — Un’altra giornata calda.

— Qui dentro non si parla! — esclamò il sergente.

Il giovane si scostò… lui non aveva parlato, ma poteva essere colpevole per associazione. Forse l’invisibile tenente Brome era alto otto piedi. Un’ora fluì lentamente nel passato.

C’era un’unica finestra dai vetri grigi, su cui un tafano nero ronzava una preghiera invocando un po’ più di luce: era rivolta a nord e non vedeva mai il sole. Tuttavia il caldo crescente della giornata afosa si raccoglieva lì dentro, facendo esalare antichi odori che ammorbavano l’aria. Per un quarto d’ora il giovanotto sparuto si esercitò a far rotolare una bilia sul dorso della mano, afferrandola nel polsino sudicio della camicia, fino a quando il sergente ringhiò: — Piantala, eh? — L’uomo nervoso che parlava con le proprie dita sussultò come se l’avessero schiaffeggiato. Un’occhiata di sbieco lanciata dal giovane a Demetrios rinnovò il loro fragile cameratismo nel peccato; nascondendosi la bocca con la mano, il ragazzo formulò con le labbra parole immortali: — Vadano tutti a farsi fottere!

Finalmente, dopo che tutti gli altri erano già stati sbrigati, il giovane venne mandato dal tenente Brome e ritornò, come Demetrios si aspettava, giocherellando apertamente con la bilia. Se ne andò con una strizzata d’occhio a Demetrios, fischiettando. Gli altri non erano ripassati di lì: senza dubbio l’ufficio del tenente Brome aveva uscite più tenebrose. Il sergente sospirò: — Adesso puoi entrare.

Venerdì, 19 luglio 47

D. andato al Palazzo del Comune prestissimo Stamattina per la Maledetta Storia della Licenza, prego il buon Dio che non faccia il dispettoso con loro e li faccia arrabbiare per Orgoglio che lo metterà nei guai un giorno o l’altro, non dovrebbe fare così Merda ed è già avanti con gli anni e io ricordo quello che non è mai esistito, l’Età dell’Oro, quando abitavo al N. 2 di Shannon Street con Sam e Steven e Leda e c’era Marcus il mio Bambino. Com’era, noi dicevamo che Tutti noi dovevamo essere i suoi genitori e questo andava bene, perché dico che non è mai esistita? Sam me lo ricordo ancora benissimo, i suoi Capelli Rossi e le Gambe Lunghe e il suo brutto Mento simpatico che ci potevi attaccare il Cappello, lo vedo come la mia Mano grinzosa che tiene questa Penna, e c’era sempre Marcus, il Bambino Mio e di Sam, anche se Stevie era sempre il Migliore sul Materasso ma non mi Amava tanto cosi… Marcus con i Ricci gialli che andavano di qua e di là su tutta la sua Testa come dei Cerchietti d’Oro ma fatti di Nebbia sembrava quando li toccavi di tanto che erano fini e morbidi, come potrei scrivere di tutto questo se non era mai esistito? Marcus è morto ma era vissuto, era vissuto fin Quasi a Tre Anni, e io avevo quindici anni quando l’ho Messo al Mondo, questo lo so, comunque era l’Età dell’Oro. E se Marcus viveva erano vivi tutti, Sam e Leda e Steven, e avevamo quella Casa al N. 2 di Shannon Street a poco prezzo per via che era vicina al Sottopassaggio e non c’era Giardino solo un Francobollo di spazio davanti. Quasi tutto il Pane, beh, veniva da Steven che aveva quel posto alla Fabbrica di Scarpe e sgobbava tutti i giorni per darci il Pane e me e Sam e Leda noi avevamo il Sussidio di Disoccupazione come dicevano e c’era della Gente che ne faceva una Professione, a me non era mai piaciuto.

Sam aveva la sua Chitarra e Leda e me sapevamo cantare, Steve diceva che ero Contralto Naturale. Spesso Abe Logan che era stato l’Amante di Stevie e un po’ lo era ancora, luì veniva a stare una settimana o due, e aveva un Registratore e conosceva tanto Roba Vecchia che anche Steve conosceva, vedete, una volta erano stati insieme alla Radio. Cose chiamate Madrigali per esempio, e Sam riusciva a inventarci Parti per Chitarra, non si era mai sentito Niente di più carino di quello che facevamo noi con i Madrigali. Quando ci ripenso, mi dico Steli, è meglio che non ci pensi, Marcus andava proprio Matto per i Madrigali e Rideva e Ballava e Girava in Tondo al suono della Musica, mettendo in mostra il suo bel piccolo Pene che aveva scoperto da poco, che Sam non voleva neanche sentire il Dottore che diceva che bisognava Circonciderlo, tutta una Sciocchezza diceva Sam, quelli vogliono solo i Dollari. Marcus:… bene naturalmente Tutto era una Scoperta nuova per il mio Marcus, si può dire che fino a Tre Anni è cresciuto Cantando e Ballando. Oh è stato difficile svezzarlo, la sua Bocca era un Bacio di Miele Rosso e il Sole lo Amava.

Il tenente Brome sembrava accattivante, animato da un desiderio apparente di compiacere. — Mi dispiace averti fatto attendere, signore. Quello stupido avrebbe dovuto dirmelo che c’eri tu. Demetrios, eh? Ti ho sentito una volta o due. Peccato per la faccenda della licenza, ma l’utopia deve avere certe regole, sono sicuro che tu capisci. Vuoi una caramella alla marawan? D’accordo, è troppo presto; però qualche volta ne prendo una, per via della tensione del lavoro e tutto il resto. Racconti molte storie, di questi tempi? — Si appoggiò alla spalliera della sedia, dietro la scrivania; e con la faccia blanda invitò Demetrios ad entrare a far parte della compagnia dei furbi che sanno come va il mondo, qualche cedimento qui, un po’ di addolcimento là, nessun rancore, tutti felici. Era tozzo e bruno, il tenente Brome, con le unghie pulite ma con la pancia un po’ sporgente, la faccia flaccida, un atleta impigrito.

— Io raccontavo storie prima del 1993.

— Prima di cosa? Oh, già. Noi non ne parliamo, vedi. Guardarsi indietro è antiutopistico. Guardando indietro, cosa troveresti? Niente altro che delle idee logore, Demetrios: la democrazia invece della legge e dell’ordine utopistici, la monarchia invece dell’utopistica Repubblica del Re, tutta quella maledetta permissività socialista invece dell’etica utopistica, che grazie a Dio l’attuale amministrazione curerà meglio, molto meglio, d’ora in avanti. — Demetrios senti un nuovo brivido di freddo. — Grazie a Dio, — disse di slancio il tenente, — stiamo cominciando a imparare cosa vuol dire mandare avanti le cose in base a principi rigorosamente utopistici! A sbarazzarci di ogni maledetta sovversione che osa alzare la testa! — Ma dopo la sua fervida dichiarazione di principi politico-religiosi, il tenente Brome tornò a rilassarsi, divenne un individuo pratico e ragionevole, e osservò Demetrios con l’attenzione quasi affettuosa di un pescatore che vede il galleggiante abbassarsi per lo strattone della preda appena intravvista. Poco dopo continuò: — Demetrios, tu capisci, immagino, che un governo ispirato a principi utopistici non può tollerare che si raccontino storie indiscriminate, non approvate, che potrebbero minare alla base la libertà e l’utopianesimo. Uhm… nel Tempo Antico avevano commesso un grave errore… vedi, come pensi di proteggere la libertà di parola, se lasci che chiunque dica quello che vuole, eh? — E la cosa più orribile è che non si aspetta che io rida, non tollererebbe che ridessi. Ha inaridito la fonte del mio riso. Oh, se gli universi sono infiniti, ce n’è uno in cui il vecchio Demetrios ha il coraggio di tenere a bada questo omiciattolo, con il suo bastone di noce, il tempo necessario per pisciare sulle sue carte bene ordinate, e buttarle giù con un torrente di risa. E un altro in cui lo stesso Brome capisce l’assurdità, e ride lui, e pulisce il mondo intero con la sua risata. Ma il guaio è che è sempre qualche altro universo, non quello in cui siamo prigionieri, e in cui non è possibile ridere… Il tenente aveva detto qualche altra parola, così sottovoce, come se mormorasse soprappensiero, che Demetrios fu obbligato a chiedergli di ripetersi. — Ho detto, Demetrios, che la licenza costa solo venti dollari.

— Venti?

— Venti.

— Signore, è una rovina. Come portinaio della più rispettata Casa del Sesso di Redcurtain Street, guadagno quattro dollari la settimana: una paga generosa, ma non principesca. E come narratore, con il berretto sul marciapiedi, oh, posso raccogliere magari altri due dollari, se il tempo è bello ed esco cinque o sei giorni. Le mie spese sono poco inferiori al reddito. Non ho neppure risparmi di qualche conto.

— È un vero peccato, — disse il tenente. — Se fosse per me, terrei conto di queste difficoltà. — La sua faccia assunse all’improvviso l’espressione assorta di chi si sente dotato di un’intuizione originale, uno splendore per il quale trovò le parole adeguate: — Vedi, la legge non l’ho fatta io. — La natura luminosa di quell’affermazione lo portò ad altezza ancora più elevata: — Non si può fare un’utopia senza rompere le uova… Naturalmente in certi casi le difficoltà, uhm, inevitabili, possono venire, diciamo, ridotte al minimo in cambio di… non so come esprimermi…

— Quanto e di che cosa?

— Cosa?

— Che cos’ho io, che ti interessa avere per lasciarmi continuare così, a fare il mio lavoro, a raccontare le mie storie ed a farmi gli affari miei?

— Andiamo subito al sodo stamattina, no? — disse il tenente Brome e ridacchiò, tamburellando con le dita sulla scrivania.

— È ancora mattina?

Il tenente Brome si alzò e si stiracchiò. Aprì e chiuse le due porte dell’ufficio, sbirciando nell’anticamera e in un corridoio laterale, probabilmente per controllare se qualcuno origliava. — Non è colpa mia se ho tanto da fare, — disse in tono mite. — Sono quasi le undici. — Tornò alla scrivania, si buttò in bocca un’altra caramella. — Così, per caso… — Non c’era niente che Brome faceva per caso. — Quanti altri narratori di Nuber appartengono alla Società dei Discepoli?

La torre campanaria ronzò e rombò e tremò di una musica che scendeva fino alla roccia, undici battiti di un cuore titanico. Quando poté farsi sentire, Demetrios disse: — Non ne ho la minima idea.

— Andiamo, Demetrios. Più continui con queste schermaglie e più tempo prezioso dovrò farti perdere. Mi hai chiesto che cos’hai, che potrebbe interessarmi. Non molto; ma per certe informazioni potremmo, diciamo, lasciarti in pace. Volevo dire, in tutta franchezza, Demetrios, che una certa importanza ce l’ho, nella Città Interna.

— Ma non ho in pratica nessun rapporto con gli altri narratori. — Demetrios lottava con l’incredulità, l’incredulità stordita di chi aveva pensato che una tigre assonnata fosse dolce perché aveva l’aria di esserlo. — In generale, siamo tutti degli isolati. Gli artisti non sanno organizzarsi, non è nella nostra natura.

Le dita tamburellavano; gli occhi spietati guardavano dappertutto, ma non la faccia di Demetrios. — Il nuovo statuto mi dà autorità di indagare sulle attività di, cito: «Narratori pubblici e altre persone prive d’occupazione…» Da quanto tempo conosci Jon Seberling?

— Non ho mai sentito parlare di lui.

— Strano. Lui ti conosce. — Le dita smisero di tamburellare e scrissero su un libro nero, il tipo più caro, rilegato di carta pesante, che la fabbrica di Maplestock, quell’anno, aveva cominciato a produrre in discreta quantità. — Mark Walton… Edna McEloi?

— So chi è Walton, benché non l’abbia mai incontrato. Ho sentito cantare Edna McEloi, e l’ho sentita raccontare una favola molto apolitica a un pubblico composto quasi completamente di bambini… Tenente, posso dire che quella del narratore è un’occupazione?

— Davvero. Ma tu attualmente sei impiegato, — disse la voce al di sopra delle dita in movimento, — come portinaio presso il Locale di Pubblico Svago registrato sotto il nome di Madam Estelle?

— Certo.

— E dei clienti di quel locale, in che percentuale sono residenti della Città Interna?

— Non ne ho un’idea.

— Davvero. E dei dipendenti di quel locale, quanti sono membri della Società dei Discepoli?

— Nessuno, che io sappia. — Ma Fran lo era; e Babette era andata a un paio dei segreti Festini d’Amore dei Discepoli. Uscirò di qui in tempo per avvertirle? Le dita continuavano a tamburellare.

— La Casa di Madam Estelle impiega prostituti maschi?

— Io ricordo che il termine «prostituta» fu bandito dalla stessa legge che istituì le Case di Redcurtain Street. La Casa non ha prestatori d’opera maschi da quando questo venne proibito, quattro anni fa.

— In tutto il corso della storia, — recitò il tenente al di sopra delle dita in movimento, — il Crimine Contro Natura è sempre stato illegale, e riconosciuto come il metodo del Diavolo per distruggere l’Umanità per mezzo del Suicidio Razziale; questa è una Verità Scientifica. Perciò, naturalmente, a Nuber non è mai stato legittimo. — Demetrios restò in silenzio. I Locali di Pubblico Svago risalivano al tempo di Simon Bridgeman, che aveva amato apertamente donne e ragazzi. Brian I non aveva voluto dare fastidi ai Locali, e fino ad ora Brian II aveva modificato le leggi solo contro coloro che erano meno degli altri in grado di difendersi. Ma a Demetrios veniva ricordato che non si discute con coloro che riscrivono la storia. — A proposito, Demetrios, la Società dei Discepoli continua ancora ad affittare la sua illegittima stampatrice a mano?

— Gesù, ne hanno una?

Il tenente sospirò e posò la penna d’oca. La giovialità simulata era svanita. — Nel tuo strano discorsetto di ieri su Harrow Street, che mi è stato riferito nell’interesse pubblico, tu hai parlato d’una stampatrice a mano. A proposito, qual è il tuo cognome? Non lo trovo nel mio archivio, e questo non è simpatico per nessuno.

— Mi sorprende. Il mio cognome è Freeman. — Il tenente lo scrisse. — Ieri, tenente, credo di aver accennato all’esistenza della stampatrice a mano della Città Interna, conosciuta da tutti, che stampa il giornale Hermes e altro materiale permesso. Se ho accennato alla possibilità di un’altra stampatrice da qualche parte, non l’ho fatto per conoscenza diretta… ho solo riferito una diceria.

— Il che può essere pericoloso e irresponsabile. Bene, tra gli anni 33 e 43, correggimi se sbaglio, avevi l’abitudine di raccontare pubblicamente presunte versioni fedeli della morte di Abraham Brown, d’origine forestiera, avvenuta sulla Piazza della Forca di questa città nell’Anno 30. È esatto?

— Io ero in Piazza della Forca e lo vidi morire. L’ho raccontato qualche volta, durante quei dieci anni, sì, su richiesta di coloro che ci tenevano a sentirlo.

— Ma non negli ultimi quattro anni, almeno in pubblico?

— Né in pubblico né in privato.

— Perché?

— Mi ero accorto che l’interesse per quella storia era diventato morboso, e forse lo era sempre stato; e che la verità non era gradita. Perciò mi è parso che raccontarlo non fosse nell’interesse pubblico.

— E come puoi giudicare qual è l’interesse pubblico?

— Ogni cittadino è giudice del pubblico interesse.

— Davvero, — disse il tenente, e scrisse anche quello, mormorando sottovoce le parole. — Non è giusto presumere, mio caro Demetrios, che tu abbia ripetuto la storia molto privatamente, diciamo ai tuoi intimi oppure… uhm… alle riunioni segrete della Società dei Discepoli? Eh?

— Non sono un bugiardo. Non ho mai assistito a nessuna delle loro riunioni, se le tengono. Non ho recitato la storia del martirio di Abraham davanti a nessun pubblico, dall’anno 43.

— Puoi andare, Demetrios. — Lo sguardo vacuo del tenente diceva, senza molte possibilità di equivoci: Prenditi pure la corda per impiccarti. Demetrios si alzò, appoggiandosi al bastone di noce. — No, torna qui un momento, uomo Demetrios.

— Non hai il diritto di chiamarmi così”.

— Mi correggo. — Il tenente sorrise. — Demetrios, se per caso torni a raccontare la storia di Abraham Brown a modo tuo, con o senza la licenza di cui abbiamo parlato, sarà peggio per te. Consideralo un avvertimento amichevole. Capito?

— Buona giornata, — disse Demetrios, e gli voltò le spalle. Forse non era lontano il giorno in cui ci sarebbe stata una dinastia Brome, e allora non sarebbe stato più possibile voltare le spalle. Demetrios passò davanti al sergente, uscì nella grata presenza del sole.

CAPITOLO 7

IL PROFETA ABRAHAM VENNE DA UN ALTRO PAESE

Ma Gesù rivolgendosi a loro disse, Figlie di Gerusalemme, non piangete per me, ma piangete per voi e per i vostri figli.

LUCA, 23:28

Il ragazzo aveva detto: — Ti incontrerai ancora qui con me? Domani, verso mezzogiorno? — Così adesso Demetrios si avviò verso i Giardini e il prato davanti al Paddy’s Place, da cui si poteva guardare, oltre un varco tra le colline, l’incontro del mare e del cielo. Sono in ritardo?

Gli occhi normali potevano scoprire quell’armonia all’orizzonte; ma non gli occhi grandi e miopi di Angus Bridgeman. Quegli occhi, pensò Demetrios, avevano un modo diverso di vedere: i suoi erano ancora 20-20, e la sua conoscenza dei difetti della vista era teorica. Sono in ritardo? Il Ventesimo Secolo aveva presunto automaticamente che la vista «normale» fosse «perfetta», l’unica e sola: la tipica mezza verità. E con quanta facilità la vecchia tecnologia avrebbe dato ad Angus un paio d’occhiali? Ma l’arte di molare le lenti era una di quelle date per scontate, quando Simon Bridgeman e i suoi colleghi si erano scavati la tana nella montagna. La vista normale avrebbe fatto molto comodo ad Angus, avrebbe aumentato la sua sicurezza in un mondo brulicante d’ombre furtive… beh, non molte ombre potevano essere abbastanza furtive da sfuggire agli occhi e al naso dell’incorruttibile Brand… quindi sì, veramente, quel ragazzo avrebbe dovuto avere gli occhiali. Non era stato Leeuwenhoek, l’illustre amico di Vermeer, a perfezionare le sue lenti prodigiose, nel secolo XVII? E con le lenti, presto Angus avrebbe disprezzato e dimenticato la vista speciale della sua miopia… Vermeer era miope? Nessuna risposta: la verità era inaccessibile sotto trecento e settantacinque anni di poltiglia storica, compresi quarantasette anni di barbarie moderna, e altri duecento durante i quali nessuno si era accorto che come pittore era piuttosto bravino.

Ma Angus non poteva avere le lenti. Sono in ritardo? Mentre attendeva sconsolato sul prato, un verme di dolore si agitò nella regione vaga del suo cuore, o del suo stomaco, e gli strisciò verso le viscere, dove il suo percorso, apparentemente, finì. Non poteva essere in ritardo, naturalmente. Il Palazzo del Comune era stato scosso dai fremiti delle undici del mattino durante l’angoscioso colloquio con il tenente, meno di un’ora prima, e lassù, nei Giardini che distavano solo mezzo miglio, non avrebbe potuto fare a meno di udire la prodigiosa campana di bronzo annunciare mezzogiorno. Preoccuparsi del ritardo era da vecchio rimbambito. Si appoggiò a uno degli splendidi aceri che orlavano il prato. Al Tempio s’erano radunati alcuni sfaccendati, e Angus non era tra loro.

A mezzogiorno e a mezzanotte l’intera città pulsava dolorosamente ai dodici rintocchi di quella voce soverchiante. Le mani nodose del campanaro cieco, Bailey, venivano guidate fino alla corda dal Piccolo Reuben… Bailey non aveva bisogno di guida: era solo uno dei loro gesti d’amore. Per buona parte della notte, diceva la gente, Bailey il Cieco stava seduto a gambe incrociate con la corda della campana vicino alla spalla, in modo che il Piccolo Reuben potesse dormire. Bailey seguiva un orologio che aveva nel cervello e che era esatto come una meraviglia meccanica: a lui le ore cedevano i secondi e i minuti con la pazienza di ghiaccioli che sgocciolano al sole.

La gente non parlava di quello che sarebbe accaduto quando Bailey il Cieco fosse morto: era vecchio, e poteva capitare da un momento all’altro, e allora a suonare la campana in modo efficiente e moderno sarebbe stato qualche individuo comune, come voi e me. Certuni dicevano che il Piccolo Reuben poteva arrangiarsi da solo, perché in realtà non era scemo, ma solo un po’ debole di cervello: sarebbe stato felice, teorizzavano alcuni, di continuare il lavoro dì Bailey. Altri dicevano che non sarebbe stato possibile.

UNO…. Il rintocco dell’ora lo raggiunse sul rialzo del terreno ed una BUE… una figura biancovestita, semplificata dalla distanza attraversò l’erba dorata vicino al Tempio TRE… ma quell’uomo non era accompagnato da un cane e non aveva la grazia fulgida di Angus QUATTRO… Angus e la luce del giorno… Oh, lui non CINQUE… non verrà da me. Si è dimenticato anche se è stato lui, proprio lui, a parlare di SEI incontrarci ancora, come se mi amasse. E cosa posso dare, io, che lo induca SETTE… lo induca a mantenere la promessa? Pani aridi di saggezza, niente vino di OTTO… della giovinezza per addolcirli. La promessa è stata fatta durante un momento nel NOVE… nel paese inesplorato dell’incontro. Può l’amore essere uno scambio? Questo DIECI… questo lo prendo io, questo lo do… che follia! L’amore non è una cosa, l’amore (se UNDICI… l’amore esiste) deve essere quel paese dove noi andiamo per trovare… trovare… DODICI… dove andiamo per trovare l’unica misericordia che salva…

Demetrios si avviò verso il Tempio, abbastanza vicino per accertare una volta di più quello che già i suoi occhi sapevano bene: Angus non c’era. Demetrios l’avrebbe trovato subito, come l’occhio non può lasciarsi sfuggire l’improvviso fulgore rosso d’un cardinale tra le fronde. Un altro verme di dolore strisciò dietro al primo e si dileguò nell’oblio. Aveva bisogno di starnutire, di tossire, di rotolarsi sul fieno. Aveva bisogno di bere qualcosa.

Entrò nel Paddy’s Place, scrutando il locale fresco, i piccoli scomparti, i tavolini sulla segatura fresca sparsa sul pavimento; e subito registrò la tristezza già nota: Angus non c’è. Paddy, che stava strofinando il banco, l’osservò con curiosità cortesemente silenziosa, con un sorriso che allargava modestamente la bocca da ranocchio… ti aspettavi che si aprisse alla vista di un insetto-soldino, con un guizzo fulmineo della lingua.

Due uomini qualsiasi, probabilmente viaggiatori fermatisi per passare la notte, stavano pranzando o facendo colazione in ritardo a uno dei tavoli, discutendo sottovoce qualcosa di personale. Paddy’s Place era una prospera locanda, abbastanza vicina al Muro di Re Brian per attirare la clientela della Città Interna e di quella Esterna, e collegata da una lunga via dignitosa alla Grande Strada del Sud, che arriva dal nord, passa attraverso Maplestock e Kingstone toccando Nuber e proseguendo verso sud attraverso Nupal, e poi arriva fino a Sofran, passando per luoghi desolati. A Sofran si volge verso ovest, evitando le zone devastate dai veleni, e raggiunge Penn, che è una Repubblica, ma non una Repubblica del Re. C’era solo un altro cliente, un vecchio che cominciava allora a tuffarsi nella birra di Paddy. — Bella giornata, Paddy, — disse Demetrios. Il suo piede trovò il sostegno della traversa. — Se tu sai che cos’ha di bello.

— Beh, il sole splende, uomo Demetrios… Voglio dire che splenderebbe se riuscissi a convincere la mia nuova sguattera a lavare le finestre.

— Splende per forza d’abitudine, uomo Paddy, come quel tale che continuò a sogghignare quando gli tagliarono la testa, per non dimenticare la barzelletta. Spirito di granturco, Pad, ho bisogno di un po’ di spirito di granturco.

Paddy prese la fiasca. — Sei triste, oggi. Come l’ho sentita io, l’uomo non ha potuto raccontare la barzelletta, perché era a corto di fiato. Tutto sembra più bello, dopo la pioggia.

— La piscia di Zeus. Le inondazioni del Tempo Antico ad Aberedo.

— Già. — Paddy riprese a lustrare il banco. — Aberedo?

— Una città nella Penn, dove mi sono fermato una volta. — Demetrios bevve, spingendo la moneta in una piccola pozza lasciata dal fondo del bicchiere. — Forse non ci sei mai stato.

— Non l’ho neanche sentita nominare.

— Riempi ancora, cara anima. Berrò lentamente, non disturbarti più.

— Nessun disturbo, signore.

— Mi dai del signore, mostro irlandese? Oh, l’armatura del vecchio Chisciotte perde la ruggine come forfora rossa. Il tempo, bada bene, non è la sola causa: quell’uomo era nato vecchio. — L’altro vecchio bevitore era sprofondato nei sogni della birra. Più vecchio di Demetrios, poteva essere nato nell’era della plastica e della corruzione sovvenzionata; forse i draghi, i maghi, le belle in pericolo della sua fantasia avevano motori a combustione interna, indossavano camici bianchi da laboratorio e abiti di Saks, Quinta Strada. I viaggiatori che avevano finito di parlottare, se ne stavano seduti, appesantiti dalla digestione e si pulivano i denti… al cader della notte, se avevano dei buoni cavalli, potevano essere a venti o trenta miglia da Nuber…

Dunque, Demetrios? Avresti potuto abbandonare Nuber in qualunque momento, negli ultimi quaranta e passa anni, ma hai sempre trovato una ragione per non andartene… magari una, ragione nata dall’illusione che in realtà non esiste il mondo, oltre Nuber. Lasciarla è entrare in una nebbia. Ma c’erano ragioni concrete. C’era Elizabeth di Hartford, la dolce, non troppo intelligente Elizabeth di Hartford, che era come una moglie e meglio, e lo è stata per otto anni, dopo che George e Laura se ne sono andati, fino a quando era morta dando alla luce il mu dal grosso cranio che, per una delle rare grazie della natura, non era sopravvissuto. C’era il Decennio dell’Orgia, gli Anni Venti, i miei trenta, dopo la Peste Rossa, quando a Nuber credevano tutti che fosse imminente la fine della razza umana… ma questa volta davvero, come avviene sempre, naturalmente, e cosi tanto valeva che uno cercasse qualche modo nuovo per provocare un’esplosione dei genitali, chiamandola Vita, come se tutto il resto che accadeva fosse qualcosa di meno della Vita. Ma il sistema nervoso non può rabbrividire più che tanto, perciò, che altro c’è? Oh, nell’Anno 30 venne a noi il profeta Abraham da un altro paese, Abraham, che come altri sant’uomini dei tempi andati, credeva che quello che lui chiamava amore per qualcosa che lui chiamava Dio fosse più grande del dollaro e dell’orgasmo. Non so. Non si può spendere un’astrazione per comprarti un pezzo di pane. Non puoi amare un’astrazione, ma solo altre singole persone… l’amore orientato altrove non merita più quel nome, e può diventare veleno o assurdità, o forse una specie di masturbazione mentale che non serve a venire. Comunque, lo massacrarono.

Perché non puoi essere qui, Angus? La tua vicinanza, da sola, quasi basterebbe a rendermi contento, anche se tu non desiderassi mai toccarmi. Ma la tua assenza è una spina nel cuore, e mi insegna che ti amo.

Il profeta Abraham venne da un altro paese…

Demetrios spinse via la moneta e il bicchiere vuoto, e batté sulla segatura il bastone di noce mentre si avviava alla porta. Salutò con un cenno del capo i due forestieri, che alzarono amichevolmente i boccali, forse intuendo che Demetrios capiva le strade di campagna ed i cieli aperti. — Buona giornata a tutti, — disse, e uscì in un’ondata di sole, che trasformava il Tempio e la sua trabeazione di tegole, facendoli apparire come una visione fantastica del Partenone all’ombra di Mount Everlasting.

Si avviò in quella direzione, valutando la folla con occhio professionale, anche se un po’ ebbro. Quasi tutti giovani: nessun bambino pronto a strillare proprio durante gli episodi più drammatici. Un altro uomo biancovestito stava scendendo il viale che partiva, incurvandosi, dalla porta sudorientale della Città Interna, la strada che probabilmente avrebbe percorso Angus. Ma non era Angus. Era solo uno sconosciuto il quale, mentre Demetrios si fermava ad osservare, parlò con discrezione ad altri, tra la folla, biancovestiti come lui. E poi, a piccoli gruppi, con troppa disinvoltura, risalirono il viale verso la porta sudorientale; il prudente messaggero fu l’ultimo ad andarsene. Sta succedendo qualcosa nella Città Interna, dove vive Angus. Ne avremo notizia a suo tempo, quel po’ che ci verrà concesso di sapere.

Il dolore bruciante per l’assenza del ragazzo, la rabbia cocente contro il tenente Brome; contro la legge idiota, si mescolarono allo spirito di granturco e all’afa ottusa di luglio. Nella folla placida, certi occhi già si chiedevano: Chissà se il vecchio ci racconterà una storia?

Demetrios si appoggiò con la schiena a una colonna del Tempio; le sue ossa conoscevano ogni irregolarità dei mattoni. Due settimane prima s’era fermato lì a raccontare la Sirenetta di Hans Andersen, così come veniva attraverso la lente della sua memoria. — Demetrios, se per caso torni a raccontare la storia di Abraham Brown a modo tuo… — (Gettò il berretto rovesciato ai suoi piedi) — con o senza la licenza di cui abbiamo parlato…

— Ascoltate me che vi parlo: vi dirò come il profeta Abraham venne da un altro paese.

«Era nato, care anime, in una città chiamata Bethel, nello stato del Maryland, nel 1988, cinque anni prima della Distruzione. Di Bethel egli ricordava soltanto il nome e qualche vaga immagine dell’infanzia perché la sua famiglia si trasferì nell’Ohio e lui era lì, e aveva cinque anni, quando una bomba cancellò dalla storia la città di Washington. Queste cose me le disse egli stesso, in una tranquilla conversazione, il giorno prima che venisse tradito.

«Non era difficile parlare con Abraham. Chiacchierammo placidamente, come potrebbero fare due uomini che abbiano qualche interesse in comune. Non condannava il mio agnosticismo, sebbene la sua mentalità non gli permettesse di capirlo. Era di media statura, con la barba rossiccia e i capelli color sabbia che gli arrivavano sulle spalle. Aveva occhi celesti, un modo di parlare molto semplice, e a me pareva che quasi tutti i suoi seguaci avesse acquistato qualcosa della sua semplicità. C’era un piccolo esercito di cinquanta santi, in maggioranza bambini. Dipinto sulle tuniche bianche avevano il segno d’una ruota cancellata da due tratti incrociati, per esprimere la convinzione che Dio avesse dichiarato guerra a tutti i macchinari. Niente più macchine, diceva Abraham, convinto che Dio parlasse per sua bocca. Niente più uso di carne, cuoio, latte, uova, non più uccisioni o sfruttamento di altri esseri viventi. L’idea è più antica del Buddha e più nuova del domani. Se qualcuno deve viaggiare, diceva Abraham, vada a piedi, come quei bambini avevano viaggiato a piedi con lui, nelle desolazioni del nord, e poi a sud, fino a Nuber. Inoltre, si riproponeva di trasformare Nuber nella Nuova Gerusalemme.

«Incontrai quel gruppo di fedeli nel frutteto di un certo Cecil Mason, oggi morto da parecchio tempo, che aveva permesso loro di accamparsi lì, dopo che erano stati fatti passare dagli sbarramenti e ammessi nella Città Esterna. Il frutteto c’è ancora, e lo coltiva il figlio di Cecil: potete farvi mostrare il punto dove stava la tenda di Abraham. Fu in quel punto che il discepolo Jude condusse i poliziotti di Nuber, e in loro presenza accusò il profeta di tramare il rovesciamento dello stato. Io avevo parlato un po’ anche con Jude, quel giorno nel frutteto. Era allora un uomo interiormente straziato, benché allora non ne capissi la causa… e non la capisco neppure adesso. Ma credo che agisse non, come dicono taluni, per avidità di sporco danaro, ma per il desiderio di attirare l’attenzione del mondo, e persino la sua pietà, addossandosi la parte del più grande dei peccatori: per diventare il più odiato dei capri espiatori, per assumersi il peso del peccato peccando al massimo, per rifiutare il vino della vita e morire soffocato da un boccone di sozzura. come per dire: “Guarda, o Signore, che cosa ho fatto per Te!”

«Parlai anche con il discepolo Mathias di Gran Gor, il quale era convinto che Abraham l’avesse guarito dal vaiolo con l’imposizione delle mani, e credeva anche che Abraham fosse la seconda incarnazione di Gesù Cristo, figlio unigenito di Dio, ritornato dopo duemila anni per salvare il mondo. Mathias pensava anche di scrivere la storia della vita di Abraham sulla terra. Forse adesso lo starà facendo: lasciò Nuber dopo il martirio e non so che cosa ne sia stato di lui, né se crede che il mondo sia stato salvato.

«Abraham si era guadagnato da vivere facendo il carpentiere fino a ventotto anni. Viveva in una colonia piuttosto grossa di superstiti, nell’Ohio, di cui non mi disse il nome. Diceva che in quegli anni l’illuminazione lottava in lui con la follia; ma alla fine era risultato evidente che Dio e il Diavolo si battevano per il possesso della sua anima. Poi Abraham andò nella foresta, solo e nudo, per comando di Dio, e si tessé con le sue mani indumenti d’erba, sandali d’erba dalle suole di legno, intagliate con il coltello che era il suo unico utensile e che non aveva mai fatto scorrere sangue. In una radura della foresta si fece un riparo e un orticello sufficiente per le sue esigenze. Ho sentito la favola della volpe che lo guidava alle piante, alle bacche e ai funghi commestibili, ma il Predicatore Abraham non mi raccontò assurdità del genere. Conosceva e amava troppo gli animali per inventare falsità sul loro conto; ma poiché era silenzioso, innocuo e si muoveva lentamente, accorrevano a lui. Non mi sorprese che conoscesse la leggenda di san Francesco d’Assisi e che lo chiamasse “mio fratello”… e almeno con me non pretese mai di avere un’origine sovrannaturale. Penso che il suo unico scopo fosse dire a tutti che potevano vivere in modo da essere in pace con se stessi e con il Dio in cui egli credeva… Visse per tre anni in quel rifugio nella foresta, e fu raggiunto dal discepolo che si chiamava John, da un altro che prese il nome di Simon, e il terzo anno da Jude.»

(E adesso devo fare un po’ di spazio per la mia Madam Estelle, e per commentare che c’è più di un modo per scuoiare l’ecologia. La definizione più dotta che riesco a trovare per la parola «impratico» è «pertinente a qualcosa che non funziona perché noi non ce ne occupiamo)). Sarebbe pratico vivere secondo i principi di Abraham, anche se un po’ noioso, se fossimo tanti Abraham, anziché affamati di proteine, di spassi e di sesso, come voi e me e il cuginetto Jasper che, quando era troppo giovane per venire citato, si divertiva virilmente dietro al granaio con la precoce Lily Littlejohn, la figlia del vicino. Non era solo sesso: Jas aveva preso un pezzo di focaccia, che divideva con lei, e la piccola diabolica Lily aveva portato un paio di cosce di tacchino. Era anche dimestichezza. Adesso lascio la parola a Estelle.)

(Ancora venerdì 19 luglio)

È in ritardo, lui, ma si è ricordato di mungere Julia prima di uscire, ha detto Babette. Non berrò più Tè fino a quando sentirò Solitaire scendere per mettere in ordine la cucina. Voglio cominciare a trasformare questo Libro nella Storia della mia Vita, non solo in un Diario. Se scrivi quello che succede ogni Giorno è come guardare solo fuori dalla Finestra, ma l’altra cosa, la Storia della Vita, è come salire su un Poggio, come quello dietro alla nostra Casa di Raeburn vicino al Sottopassaggio, bene, una volta lì c’era stato un Parco, mi ricordo quella Panchina rotta, e di lassù potevi guardarti intorno per Miglia e Miglia.

Così quando la Casa vicino al Sottopassaggio venne buttata giù da quello che dicevano era l’Esplosione avvenuta a New York City Quarantacinque Miglia più in là, io ero giù in Cantina a cercare un Barattolo di Conserva di Pesche. L’avevo fatta io, piaceva a Tutti. Rimasi bloccata da metà del Pavimento che mi era caduto addosso, e una delle Travi mi bloccò la Gamba e così mi ci volle un’Ora o due per Liberarmi. Sapevo che la gamba non era rotta, ma qualcosa teneva sollevata la Trave dì sei Pollici, ma non potei liberarmi fino a che non riuscii a prendere un Bastone che si era staccato da Qualchecosa e a sollevare un po’ la Trave così da potere strisciare fuori. C’erano Ragnatele su tutta la Trave e quella roba grigia sì mischiava con il Sangue delle mie Dita, che mi ero ferita con il Bastone, e da quella maledetta trave spuntava fuori un chiodo che si era piantato nella mia Gamba, e mi aveva lacerato profondamente il Polpaccio mentre cercavo di Liberarmi, e per tutto quel tempo sentivo le Sirene che ululavano e la gente che gridava ma come da Lontano, e una volta credo che passò un’auto dei Pompieri, tanto non sarebbe servito a niente, ma in Casa nostra Niente di niente, e io sapevo però, Gesù Dio, che erano tutti là, dovevano essere Là, Stevie e Sam e Leda e io continuavo a chiedere, Gesù Dio, perché il mio piccolo Marcus non piange, perché? Non c’era niente che potevo adoperare per tagliarmi via il Piede, e dovevo continuare a far forza con quel fottuto Bastone e così quando mi liberai dopo un’ora, due ore, non so, giuro che dovetti raccogliere quel Barattolo dì Conserva di Pesche dal Pavimento della Cantina perché ce l’avevo in mano quando salii le Scale tutte sfasciate e scoprii quello che era Successo. Non so dure buttai quel maledetto Barattolo. C’era la tivù, vedete, che era volata attraverso tutta la stanza, l’aveva colpito dietro la testa, Marcus, la sua Faccia non aveva neanche un segno, Sam aveva la Gola tagliata dalle schegge di vetro e non si vedeva che fosse successo niente a Stevie e a Leda, ma erano tutti e due Morti, doveva essere stata l’Esplosione. Io portai Marcus in cima del Poggio, con la sua Faccia che non aveva neanche un Segno, e prima non sapevo che dal Poggio si poteva vedere così lontano, mi sedetti li con la mia Gamba che sanguinava e faceva una strana Pozza rossa, Gesù Dio si poteva vedere per miglia e miglia.

Cosi dopo quando lavoravo in questa Casa che era allora di Mister Fleur fino a quando poi morì e la lasciò a me, gli Uomini mi domandavano cos’era quella lunga Cicatrice che avevo alla Gamba. Non glielo dissi mai, non lo dissi mai a Nessuno tranne Babette che è come parlare con il battito del mio Cuore. Forse non dovrei cercare di scrivere delle Cose del Passato che sono successe, ma in un certo modo devo farlo perché quel tipo di Mondo non tornerà più e magari la Gente dovrebbe sapere — immaginare che qualcuno legga Questo! io penso che dovrebbe sapere che non era Tutto Bello.

— Dopo quei tre anni Abraham partì con i suoi discepoli per predicare la vita semplice. C’era da pensare che dopo quello che era accaduto nel 1993 gli esseri umani fossero ben disposti. Ma non era così. Era passata una generazione… trent’anni che comprendevano anche il periodo della Peste Rossa. Gli uomini e le donne dai venti ai trent’anni non ricordavano com’era stato il mondo, e credevano poco a quello che ne raccontavano i più vecchi. La gente, vecchia e giovane, voleva vivere… ecco, più o meno come ha sempre fatto la gente: arruffona, credula, egoista; scimmiotti semiistruiti con pochi pensieri per il domani e nessuno per il passato. (Non siamo fatti così, care anime? è una gran fatica essere un po’ più umani.) Quando Abraham predicava, molti ascoltatori spalancavano gli occhi, borbottavano e andavano via. Quei pochi che facevano eccezione diventavano fedeli seguaci.

«Abraham scoprì che quasi tutti i suoi ascoltatori erano bambini. Se anche si chiedeva perché, si dava la risposta più ovvia… che erano innocenti, avevano una mentalità aperta, e così via.

«Andò a nord, attraverso la Penn, nella nazione che oggi chiamiamo Moha, e attraversò il Mare di Hudson con la sua compagnia di zattere improvvisate, perché non c’erano veri traghetti in quegli anni a sud di Ticonderoga, e arrivò in quello che una volta chiamavamo New England. Là, egli convertì molti altri seguaci. Dovunque in quella terra, mi disse, trovò piccole comunità molto unite; alcune erano in declino, ma altre erano quasi prospere, nell’antica maniera che spingeva a contare solo su se stessi, emotivamente rifiutata dagli intellettuali egoisti negli ultimi, tristi giorni del Tempo “Antico. Ma i bambini che abbandonavano di nascosto le famiglie per seguirlo, e spesso gli andavano dietro furtivamente per i boschi fino a quando erano troppo lontani da casa per venir rimandati indietro, non provenivano tutti dalle file degli annoiati e degli scontenti; e molti avevano il vero slancio della fede… lo potei constatare io stesso. Presto Abraham smise di cercare di rimandarli a casa, e accettò la loro devozione come una manifestazione della volontà di Dio. Finirono per chiamarli l’Armata di Abraham, o i Piccoli Vagabondi, o la Crociata dei Bambini. Le comunità piccole e deboli temevano il loro avvicinarsi, perché dovevano pur mangiare. Non rubavano mai, non causavano disordini, non erano violenti. Prima dei guai che incontrarono sull’Isola Adirondack e più a sud, erano più di duecento.

«Il discepolo Andrew rimase nel Moha, a cercare un posto adatto per la Nuova Gerusalemme. C’era della campagna fertile, dappertutto, che stava per coprirsi di nuovo di boschi; ma quando Andrew raggiunse di nuovo Abraham al nord, gli descrisse anche la città di Nuber, e il profeta si avviò verso sud, avendo come meta la nostra città… guidato, mi disse, dalla voce di Dio udita in sogno.

«Arrivò nell’autunno di quell’anno, quando mancava poco al Giorno dell’Uscita, che commemora il giorno in cui la gente di Simon Bridgeman uscì dal rifugio nella montagna e scoprì che la terra non era andata completamente distrutta. A differenza delle altre città, Nuber si era preparata con paura e risentimento all’arrivo di Abraham. In particolare un certo Cephas, che era Maestro della Corporazione dei Carpentieri, aveva allarmato il popolo parlando della predicazione di Abraham; e aveva trovato un’antica ruota di quercia d’un carro, e proclamava che Abraham doveva pendere da quella nella Piazza della Forca, perché minacciava di sovvertire l’utopia. “Ha cancellato la ruota sul suo cuore,” diceva Cephas. “E allora che la porti sul dorso, e vedremo se lo condurrà nella Nuova Gerusalemme.”

«La leggenda di Abraham era cresciuta, care anime. La sua orda di bambini affamati… adesso erano soltanto cinquanta, dopo l’incontro con il vaiolo a Gran Gor… era temuta come uno sciame di cavallette: ma questo non basta a spiegare ciò che avvenne. Perché era odiato Cristo, che non faceva male a nessuno? Perché continuiamo a chiedere che venga crocifisso? È possibile, care anime, che questo avvenga perché disse Ama il tuo prossimo?… Pilato non vide alcuna colpa in Gesù, ma cedette al tumulto e l’abbandonò alla folla. Abraham, è vero, fu ufficialmente condannato dal magistrato del Palazzo del Comune a un’ora di pubblica disciplina, quale nemico dello Stato; eppure il Giudice Bruecke dice ancora oggi che non aveva affatto pensato di condannare Abraham a morte. Voleva che quell’uomo stesse per un’ora alla gogna… e questo, dice, solo per placare l’inquietudine del popolo.

«Oh, lasciamo che la gente ne discuta, come discute i pensieri di Pilato, o quelli degli arconti di Atene. Il discepolo Jude condusse i poliziotti nel frutteto, e si fermò davanti alla tenda di Abraham e lo chiamò. E quando Abraham uscì, Jude lo baciò in fronte dicendogli “O mio Maestro!” Allora il sergente della polizia chiese: “È questo l’uomo che dichiara che la città deve essere distrutta per costruirne un’altra?” E Jude disse: “È lui”.»

Demetrios vide delle facce nuove al Tempio: non molte. Altri stavano arrivando attraverso i Giardini, e tra questi c’erano due uomini in uniforme da poliziotto. Un po’ più lontano, veniva in fretta, da quando aveva visto la folla, un ragazzo o un giovane con la camicia verde. Non era Angus: troppo tozzo. Garth? Garrii in quel momento doveva lavorare nella stalla. Forse aveva un lungo intervallo, a mezzogiorno. Era Garth. Avvertilo in qualche modo.

— E condussero Abraham davanti al magistrato, il quale lo interrogò… parlando ragionevolmente, mi hanno detto, arrivando persino a spiegare ad Abraham perché lo Stato giudicava necessario punirlo se non riconosceva il proprio errore. Abraham tacque.

«E mentre lo conducevano via dal Palazzo del Comune una folla guidata da Cephas sopraffece i poliziotti e si impadronì di lui, e gli legò le braccia alla ruota cui erano attorte ghirlande di spine, e lo costrinse a portarla fino alla Piazza della Forca. Questo io lo vidi, care anime, con i miei occhi, e vidi il Giudice Bruecke affacciarsi al balcone del Palazzo del Comune e gridare alla folla: “Niente disordini, niente disordini!” Pochi altri, oltre me, riuscirono a sentirlo.

«Abraham portò la ruota fino alla Piazza della Forca. C’erano due malfattori alla gogna: uno un ladro, l’altro un mendicante senza licenza. Allora la folla issò la ruota e l’appese alla traversa della croce, e lapidò Abraham. Il mendicante lo chiamò dalla gogna: “Signore, ricordati di me!” Ma se anche Abraham rispose, le sue parole furono spezzate da una pietra.

«Io parlai con un cristiano, sulla Piazza della Forca, e mi ricordò un versetto del Vangelo di Matteo: Ma tutto questo fu fatto perché si compissero le scritture dei profeti. Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Io gli chiesi: “Quante volte, quante volte Cristo deve venire crocefisso?” Si mostrò addolorato della mia domanda e se ne andò senza rispondermi.

«Nella prima ora della sera, Abraham gridò: “Dov’è la Nuova Gerusalemme?” Io udii una voce rispondergli, dalla massa scura della folla: “Non qui, o mio amato Signore, non qui!”

«E durante quell’ora Abraham morì.»

CAPITOLO 8

IL GIORNO PIÙ AVVENTUROSO DELLA MIA VITA

Molti eroi vissero prima di Agamennone, ma tutti sono perduti nella lunga notte, illacrimati e ignoti, perché non ebbero un sacro poeta.

Orazio, ODI, IV; 9.

I due in uniforme scura si avvicinarono con aria disinvolta — non volevano tumulti — a pochi passi dal punto dove Garth sorrideva con aria innocente; il ragazzo non aveva capito. Demetrios lasciò cadere il bastone di noce ai piedi di Garth, e si piegò a prenderlo contemporaneamente al ragazzo… si era chinato anche lui, che fosse benedetto! Quando le loro teste furono vicine, Demetrios bisbigliò: «Devi restar libero per potermi aiutare… sparisci tra la folla, presto!» Un attimo di trauma, e poi Garth capì; diventò una volpe dagli occhi azzurri che spiava attraverso il cespuglio dei capelli crespi d’una donna grassa, dieci piedi più in là.

— Hai la licenza? — Erano poliziotti che Demetrios non conosceva: ma essi conoscevano lui. Che cos’ho fatto? Cosa ho dimostrato, se non la mia stupida rabbia? O Solitaire!…

Avrebbe dovuto pensarci prima, a lei. — La licenza?

— Andiamo, — disse il più carnoso dei due. — Lo spiegherai a Brome.

— Cosacco! — gridò la donna dai capelli crespi. — Non ha fatto niente, ha solo parlato del santo Abraham.

— Indietro, gente. Circolare, circolare. — Anche la donna si tirò indietro, come il resto della folla; il poliziotto magro afferrò il braccio di Demetrios, con le mani appesantite dall’inquietudine.

— Non faccio storie. Attenti al mio bastone, è un palindromo. Se lo si perde o lo si tratta male, si viene colpiti da malattie terribili.

— Che cos’è?

— Un palindromo. Portalo almeno a rovescio, in modo che il suo potere non ti entri addosso di traverso.

— Forse è meglio… uhm… meglio che lo porti lui, Cass? Se è uno di quelli che ha detto…

— Beh, penso di no, — disse il grosso Cass; ma per il lungo percorso attraverso i Giardini, fino alla prigione, Cass tenne il bastone a braccio teso, e capovolto, per quanto poteva farlo, dato che non sapeva quale fosse la parte superiore e quella inferiore.

— Non andiamo al Palazzo del Comune?

— Brome ha da fare, Mister, — disse Cass. Demetrios notò il sorriso preoccupato di un bullo non del tutto sicuro dei suoi poteri. — Dovrai accettare la nostra ospitalità per un po’, Mister. — Le mani del poliziotto magro, adesso, stringevano per modo di dire. — Sarai nostro ospite, Mister, — disse Cass.

La prigione era un ammasso di pietra tenuta insieme dalla calce, a un solo piano, in fondo a un vicolo, dal quale partiva un viottolo che si perdeva nei Giardini. Le querce spandevano una tristezza verde sulle piante più piccole accanto alla prigione, sul suo cortile con una sola panca e un palo diritto. Gli anelli fissati al palo servivano per legarci i cavalli, o la gente. Intorno non si vedevano altri edifici. Niente sole, né brezza… sì, c’era una brezza, e il fruscio delle fronde più alte sottolineava il silenzio. Era giorno, ma alla mente di Demetrios si affacciò il sapore d’una sera perpetua.

Il carceriere con un occhio solo e la faccia ispida, e con un mazzo di chiavi troppo grosso per lui, alzò gli occhi verso Demetrios con il piacere diffidente che l’uomo con la mazza mostra davanti al toro legato. — Cass, chi mi hai portato? Questo non è un mendicante ozioso? Che cos’hai fatto al tuo paese, Mister? Hai rubato? Violentato una ragazzina? Ti sei comportato male in pubblico? Eh?

— Mettilo nella cella più robusta, — disse Cass, — e tieni per te i tuoi pensieri, Putney. Non devi fraternizzare, dice Brome.

— Ho notizie per te, Mister Cass. Ti sembrerà che qui facciamo vita ritirata, ma tutti i miei tre appartamenti sono pieni, Mister Cass. Che te ne pare? ”

— Allora mettilo con Bosco, faranno un bel paio. Ma con questo non devi fraternizzare. Oh, e tieni questo da qualche parte. — Cass sistemò rispettosamente il bastone in un angolo della stanza che serviva a Putney come anticamera, ufficio, cucina e stanza da letto; un vaso da notte spuntava da sotto il letto e serviva anche come sputacchiera. La porta interna dava su un corridoio, dove c’erano le tre celle; Putney preferiva tenerla chiusa, per godersi un po’ d’intimità e i propri odori.

Demetrios dovette consegnare la scatola con esca e acciarino e le poche monete che aveva recuperato dal berretto. Cass e il poliziotto magro se ne andarono non appena Demetrios fu al sicuro dall’altra parte della porta metallica della cella numero due. Putney sì trattenne ancora. — Adesso ti faccio il letto. Non parlare, bada. — Aprì una porta, in fondo al corridoio, che dava su un ripostiglio.

— Dice di non parlare, — disse l’uomo simile a un orso, seduto a gambe incrociate su un mucchio di paglia. — Chi gli dà retta? Io sono Bosco.

— Demetrios. Come va?

— Uno schifo. Lieto di conoscerti.

— Non parlate! — Putney tornò indietro, portando della paglia su un forcone.

— Lui ha questo problema, — disse Bosco. — Come aprire la porta senza metter giù la paglia. Ci rinunci, Putney?

— Piantala. — Putney posò il carico e girò la chiave. — State indietro. Questa è una scuola di self-service, Mister… il letto fattelo da solo. — Buttò la paglia sul lato libero della cella e si appoggiò al forcone, scuro e curvo nella luce acquosa che scendeva dall’unica finestra sbarrata e alta, sulla parete a nord. — Era tutto il danaro che avevi?

— Già. Quando vedrò il tenente Brome?

— Non capisco proprio come fate voialtri a venir qui a sbuffare e a brontolare senza danaro. Non sei uno stupido, dovresti sapere che qui costa. Non preoccuparti per Brome. — Putney arretrò, agitato; la chiave stridette nella serratura, e poi l’uomo parlò, dietro la protezione della porta. — Cass o Jack avvertiranno i tuoi fra un po’, è probabile. Siamo buoni, noi. — E ridacchiò. — Avvertiamo sempre i parenti più prossimi. — Una multa, senza dubbio, e Madam Estelle si sarebbe sentita in dovere di pagarla. I guai mi accompagnano sempre. — Adesso non parlate, — disse Putney, e trottò via, verso la sua tana.

— I signori che abbiamo a destra e a sinistra stanno riposando, — disse Bosco. — Uno lo hanno pestato, e per quello che ne so potrebbe essere morto; l’altro ha quasi cent’anni e non è molto vivace… Lo sentirai cantare, o chiedere le vitamine, chissà poi cosa sono. Vuoi una caramella alla marawan? Qui dentro non si può accendere niente, per via della paglia.

— Grazie, Bosco. — Demetrios masticò la caramella aromatica: un leggero sedativo gli avrebbe fatto bene. — Sei qui da molto?

— Da abbastanza tempo per sentirmi più vecchio di tre giorni. — Sistemato sulla paglia non troppo scomoda, Demetrios studiava il suo compagno: muscoli fluenti, braccia che sembravano prosciutti d’orso. Bosco era velloso ma pulito, e i capelli bruni e irsuti erano, in qualche modo, pettinati. Aveva odore di sudore, ma non di rancido: probabilmente gli piaceva lavarsi, quando poteva. — Un equivoco e la sfortuna mi hanno portato qui, Demetrios. Vedi, c’era un porcellino che s’era avvicinato alla staccionata proprio quando io mi ci ero appoggiato, e ho visto subito che era di troppo nella figliata, e se la passava male. Così l’ho raccolto, e me ne stavo andando tutto contento, pensando che quel tesoruccio avrebbe avuto una vita breve ma felice, quando dai cespugli sono saltati fuori i due poliziotti, che possano crepare. Gli stessi due bastardi che hanno portato dentro te, non è roba da matti che vadano sempre a caccia insieme? Con Cass da solo ce l’avrei fatta, senza fatica. Avevo nascosto bene il maialino, ma mi faceva il solletico nel rigirare le zampe, e non potevo fare a meno di ridere come se qualcuno mi avesse lasciato del danaro. E Cass fa: «Scommetto che hai un porcellino sotto la giacca.» Allora io faccio, a quel figlio di puttana: «Lo sto riportando da sua madre, non va bene?» Ma non ti credono mai, quando sei forestiero. E poi c’è stata una discussione e quello magro, Jack Jellicoe, una carogna fatta e finita, meglio starci alla larga, mi ha dato una botta in testa. Ho ancora il bozzo, dopo tre giorni che aspetto che l’Avvocato d’ufficio torni da dove si stava riposando col sedere sui gigli, e quei due si sono presi il maialino. Vedi, ormai lo consideravo il mio maialino. Mi venga un colpo se credo che il suo padrone ne rivedrà mai pelle o zampe, e dicono che questa è una Repubblica del Re?

— Sì. Sei forestiero, hai detto?

— Nato e cresciuto fra i Nomadi. Potrei essere anche uno dei figli del Capo Gammo… certo lui lo diceva di tutti i giovanotti promettenti della banda, diceva che erano generati da un uragano, e che l’uragano era lui. Mai sentito parlare del Capo Gammo?

— Beh, una carovana di tipi che dicevano di essere Nomadi venne qui a Nuber otto anni fa. Quel nome mi ricorda qualcosa.

— Davvero? — La faccia massiccia di Bosco assunse un’aria intenta e insieme triste. — Il Capo Gammo non si tagliava mai i capelli, se li legava dietro con una corda di canapa. Diceva che erano la sua forza, come quel tale, Simpson o Sampson, non so.

— Proprio lui. Diedero uno spettacolo solo. E buono, anche, secondo me… io faccio il narratore, me ne intendo. Ma poi qualche idiota provocò una rissa, ci fu qualche testa rotta, e la polizia cacciò i Nomadi dalla città. Da allora, tutti i Nomadi sono stati respinti ai confini di Nuber.

— Se questa non è roba da Repubblica del Re! Otto anni fa, eh? Quattro anni dopo che li avevo lasciati. I capelli cominciavano a diventargli bianchi? A Gammo?

— Sale e pepe. Ma io lo intravidi appena, Bosco.

— Già. — L’omone si dondolò avanti e indietro sulla paglia, assalito dall’angoscia. — Otto e quattro dodici, no? Allora devo avere quasi trent’anni. Oh, adesso potrei battere il Capo Gammo, se li ritrovassi. Vedi, Demetrios, avevo pensato di poterlo battere quando avevo diciotto anni, ma era troppo presto, e quando ho finito di vedere le stelle e ho potuto rialzarmi in piedi, il Capo Gammo mi dice: «Bosco, qui non c’è posto per tutti e due. Un giorno o l’altro me la faresti,» dice. Non dico che non ci sarei riuscito. Quell’uomo ce l’aveva con me, una volta mi aveva portato via una ragazza, e di brutto. «Torna,» mi fa, «quando credi di essere abbastanza grosso e stupido, e ne riparleremo.» Beh, adesso potrei batterlo, ne sono sicuro, solo che non riesco a trovarli. L’anno scorso sono corso dietro a delle voci, nell’Isola Adirondack. Sono stato un po’ qua e un po’ là… Gesù, ogni tanto sono persino vissuto onestamente. Con una squadra di taglialegna, e poi su alle miniere di ferro a Halloway, per un po’ ho fatto il rematore sul traghetto di Albany… era quasi una schiavitù.

— Ho sentito dire che adesso ci sono parecchie bande di Nomadi.

— Ma quella di Gammo è la prima e l’unica vera. È stato il Capo Gammo ad avere l’idea: carri tirati dai muli, cantanti, equilibristi… e poi portare notizie e predire la sorte, tutto, insomma. Gli altri non sono niente, in confronto al gruppo di Gammo. Potevo entrare in un altro, se volevo. Ma è una specie d’idea fissa, per me, trovare quelli di Gammo. Qualche volta penso, e se Gammo è morto, e così non avrò più l’occasione di pestare quel vecchio figlio di puttana? Non avrebbero cambiato nome, dovrebbe essere ancora i Nomadi di Gammo. E se fosse Bosco, eh? I Nomadi di Bosco: cosa te ne pare?

— Magnifico.

Durante quelle ultime ore del pomeriggio, Bosco continuò a parlare di un mondo che Demetrios conosceva solo come una tenda che alterava la vista, e che stava tra lui e le altre verità scomparse del Tempo Antico. Nelle isolette dello Stretto di Moha ci sono dei pirati che si prendono quasi una percentuale fissa del traffico commerciale tra l’Isola Adirondack e la repubblica di Moha, che ne è precariamente la proprietaria. Angus, non puoi venire da me?

Tranne quando rapiscono bambini o donne, o torturano un comandante per avere informazioni sulle altre navi, nello Stretto di Moha c’è una specie di pirateria tranquilla, come una tassa, non come le attività spietate nel Mare di Hudson meridionale. Là i bucanieri hanno virtualmente chiuso la zona a tutti i vascelli, tranne i più veloci e meglio armati, e così adesso i pirati battono la costa in cerca di vittime, e prima o poi la Repubblica del Re dovrà spazzarli via, e questo richiede una marina, e probabilmente una piccola guerra. Alcuni dicono che gli abitanti del Conicut vanno d’accordo con i pirati. Solitane… Paisà… Eppure il mondo che Bosco gli mostrava aveva un suo potere, un suo fascino.

Di questi tempi sull’Isola Adirondack si vedono sempre più spesso gli orsi rossi. A Bosco avevano mostrato una pelle, in un villaggio chiamato Saubel, e copriva tutto il pavimento di una stanza di dodici piedi per quindici, verità sacrosanta… Nel Vairmount invece c’è una specie di lupo diverso da tutti gli altri, mostruoso, nero, con le zampe lunghe e, dice la gente, sovrannaturalmente furbo come il diavolo in persona… Bosco aveva sentito dire — ma non era sicuro di crederci — che una famiglia isolata, da qualche parte del Hampsher, era stata completamente distrutta da un’orda dei piccoli ratti rossobruni, che si comportavano come formiche. Nel Main, o comunque nel New England orientale, c’è una tribù che venera il puma, e lo chiama Occhio di Fuoco…

Lentamente, in quella luce verdegrigia il pomeriggio morì, svanì dalla finestrella sbarrata. Putney portò la cena: stufato e pessimo tè. Nella cella numero 3, il russare sommesso si trasformò in una vecchia, tremula canzone:

— Spero di avere anch’io diritto.

A una dimora in cielo…

E daccapo, senza cambiamenti. Quando Putney portò la cena, la voce di vecchio supplicò: — Voglio le mie vitamine. Voglio le mie vitamine. Voglio le mie vitamine.

Sul lato opposto del corridoio, in modo che quelli delle celle non potessero prenderle, “Putney mise due candele di sego che sarebbero potute durare metà della notte. — Voglio le mie vitamine… — Dalla cella numero uno non veniva nessun rumore. Putney si affrettò a mettere dentro un piatto e indietreggiò, borbottando qualcosa che Demetrios non riuscì a capire.

— Un giorno o l’altro, Put, — disse Bosco, — dovrai dargliele le vitamine, al nonno. Che cosa sono?

— Non è affar tuo, — disse Putney, esasperato, e tornò a sbattere la porta che divideva la sua intimità dalla loro.

Passò un’ora, e la finestra sbarrata, lassù, mostrava un’oscurità fonda e senza stelle, eppure doveva esserci lo splendore del cielo, oltre il sudario delle querce. Demetrios e Bosco avevano passato i piatti sporchi sotto la porta, e Putney li aveva raccolti in cupo silenzio. Il vecchio nella cella numero tre russava, e nell’altra cella c’era sempre lo stesso silenzio di morte. La porta di Putney sbatté di nuovo, ed egli non si fece più sentire. Dalla finestra filtrò una brezza che rinfrescò la cella e sfiorò le candele del corridoio, facendo fremere inquiete le fiammelle. La loro piccola luce calda, abbandonando Bosco alle ombre, brillava sulle verticali delle sbarre con un’illusione di morbidezza. Sembrava che ci si potesse infilare le mani, attraverso le sbarre. E qualcuno l’aveva fatto.

Due mani, piuttosto piccole. Le dita si stringevano sul metallo, come luci pallide e isolate. Una faccia premeva contro la barriera, nell’ombra, ed era tonda come quella di Garth, con sopracciglia pesanti sotto i capelli gialli, ma più delicata, con una certa, dolce implacabilità che Garth si era lasciato alle spalle o che forse non si era mai concesso. — Sttt! Ehi! Demetrios!

Alzandosi in punta di piedi, Demetrios portò i propri occhi allo stesso livello di quelli del ragazzo. — Tu devi essere Frankie. — Gli occhi scintillavano dell’ebbrezza del pericolo.

— C’è anche Garth. Sono seduto sulle sue spalle.

— Non posso andare da nessuna parte senza che la Peste mi venga dietro, — disse Garth, invisibile. — Sei solo, Demetrios?

— Tu saresti perduto senza di me, Bullo. Sai bene che sono io, il cervello della banda. No, c’è un altro con lui.

— Puoi fidarti di me, piccolo, — disse Bosco, portandosi con silenziose zampe d’orso alla porta della cella, dove poteva sorvegliare il corridoio. — Io faccio la guardia, Demetrios… parla pure con i tuoi amici.

Frankie aggrottò la fronte, in una domanda silenziosa sul conto di Bosco; Demetrios annui… Bosco non avrebbe tradito un compagno di prigionia. Demetrios cercò di alzarsi, per vedere Garth; ma il davanzale era troppo largo. Quasi all’orecchio, Frankie mormorò: — Ti faremo scappare.

— Signore! Allora dovrò lasciare la città.

— Ce ne andiamo tutti, — bisbigliò Frankie. — Tu, io, il Bullo… io e il Bullo facciamo una vita d’inferno a casa da quando è morta mamma, nostro padre continua a portare a casa quei porci ed è sempre ubriaco…

— Dai, Peste, non è questo che gli interessa. Ma è così, Demetrios, vogliamo andarcene tutti. Mister Angus è sconvolto…

— Lo avete visto?

— Sicuro. Senti, c’è in corso un’epurazione nella Città Interna. Sua madre… oh, diavolo, te lo dirà lui. Lo stanno cercando. È uscito dalla porta nord, ieri notte, lui e il cane, ha dovuto mettere fuori combattimento una sentinella. Di giorno, è andato attraverso i boschi fin dalla parte di Redcurtain Street, e ha chiesto dov’era Madam Estelle, ma quando è arrivato tu non c’eri già più. Madam Estelle lo ha nascosto. Gli ho parlato dopo che ho visto quello che è successo ai Giardini. Mister Angus, vedi, era venuto per dirti che per te le cose stanno peggio di quel che pensi. Ha sentito parlare di te. Dicono che sei un abramita e una spia straniera. Sono gli abramiti che stanno epurando, e non è ancora tutto.

Allora Angus… Angus… — Una spia del Missouri, senza dubbio.

— Eh? Oh… già. Questa epurazione è grossa, ha detto di dirtelo. È meglio che ce ne andiamo tutti, non c’è altro da fare.

— E cos’è la storia di sua madre?

— Lei… preferirei che fosse lui a dirtelo, Demetrios. È d’accordo con quelli che fanno l’epurazione, lei. Uccidono gli abramiti, nella Città Interna. Mister Angus non voleva procurare guai a Madam Estelle, e adesso è fuori nei boschi, lui e il cane, e il Professore e la tua donna. Io e Frankie siamo venuti qui per farci un’idea del posto. C’è solo quel vecchio fesso di guardia, stanotte?

— Solo lui, — disse Bosco, girando la testa. — Non ho potuto fare a meno di ascoltare. Qui è tutto morto come una tomba, la notte. Contate su di me, ragazzi… vi darò una mano. Nessuno ci tiene a uscire più di me.

— Tornerò con Angus.

— Anch’io, — disse Frankie.

— Bene, — disse Demetrios a tutti: si sentiva spaventato e vecchio, e sconvolto dal miracolo dell’amore redento. — Bene.

— Quando ti avremo tirato fuori, — disse Garth, — raggiungeremo la tua donna e il Professore e Frankie in un posto che conosco io, sulla Strada del Sud.

— No, io vengo con te e Mister Angus a farlo scappare, — disse Frankie. Le sue mani si staccarono di colpo dalle sbarre. — Ehi! Attento!

— Vedremo. Lasciami andare i capelli, Peste.

— Col cavolo che vedremo. Hai bisogno di avere con te il cervello della banda. E poi, questo è il giorno più avventuroso della mia vita.

— Vedremo, — disse Garth, e la faccia di Frankie si allontanò nell’oscurità, come una candela che si spegne.

Bosco disse: — Hai dei veri amici, tu. — Lo disse in tono d’invidia.

— Vieni con noi? Un altro amico ci farebbe comodo.

— A tua disposizione. Dove pensi che andrete?

— All’ovest… ah, non so. Dovremo decidere tutti insieme. Io sogno di andare all’ovest… eppure tutti i posti che conoscevo sono sott’acqua.

— Come i Nomadi di Gammo… li ho sempre in testa. Tu sei uno di quelli del Tempo Antico?

— Avevo tredici anni, quando caddero le bombe. Amavo un mondo, nell’altro mi sento perso. Ma quello vecchio non c’è più. Bisogna seguire la corrente del tempo.

Quel giorno la mia Madam Estelle non scrisse altro sul diario, sebbene non avesse bevuto lo spirito di granturco; anzi quel pomeriggio bevve pochissimo tè. Alle sette la casa era piena di clienti, e le ragazze lavoravano a pieno ritmo, e fino a quel momento Madam Estelle era stata occupata, troppo occupata e preoccupata per scrivere la Storia della sua Vita, e lo sono anch’io, io che scrivo questo libro, perché devo dire come Angus, figlio di Steven, si presentò alla porta secondaria della Casa di Madam Estelle, come un fornitore o un mendicante, e venne fatto entrare dalla ragazza chiamata Solitaire, la quale vide che l’angoscia e la collera gli rodevano il cuore e le viscere, e la stanchezza lo vinceva, e il suo grande cane grigio non poteva proteggerlo. Raccontarlo mi dà da fare e mi preoccupa — è sempre cosi, con le passioni — dovrei scolpire il Padrenostro sui noccioli di ciliegia, ma Dio, non c’è da guadagnarci da vivere.

— Egli vuole entrare, allora? — disse Solitaire, ed egli entrò nella cucina dove Madam Estelle sedeva davanti all’innocente tè del mattino — niente spirito di granturco, solo l’ultima tazza tranquilla di quel giorno — entrò voltandosi indietro a guardare il vicolo, come un uomo inseguito, e chiese di Demetrios, e si senti rispondere che l’uomo Demetrios era andato al Palazzo del Comune qualche ora prima e non era tornato. Brutto affare, — disse Angus.

Solitaire stava guardando dentro di lui: con il suo camice da schiava, le guance sporche di grigio, un turbante di tela rozza sui capelli. Disse: Egli è tutto graffiato dai rovi. Una volta Solitaire si è graffiata con i rovi e ha visto una buca nel ruscello che non aveva fondo, l’acqua nera cadeva nel cuore della terra… egli vuole venire a sedersi e a riposare, proprio egli? — E Angus, nella sua angoscia, vide che era preoccupata per lui in un modo in cui nessuno, prima, si era mai preoccupato.

Ella toccò la testa di Brand. Il cane uggiolò dolcemente e appoggiò la spalla contro la coscia minuta della ragazza, troppo educato per metterle le zampe addosso, a lei così esile. — Gli sei simpatica, — disse Angus. — Non aver paura né di lui né di me. — Il travestimento da schiava non era infallibile, era una tenda per gli altri. Egli guardò oltre, senza neppure notarlo, e scoprì il cuore della stranezza.

Ella disse: — Solitaire non ha paura. Oh, ella ha trovato l’affetto e la bontà qui, un po’ di tempo fa. Ma cos’è successo, che ha fatto male a lui?

Angus era sbalordito. Nello sfinimento e nel turbamento, dopo la notte di violenza (dopotutto lo sappiamo tutti, e potete saperlo anche voi, che sua madre era diventata l’amante del Senatore Pry, l’uomo del giorno, e strumento di Re Brian nell’epurazione, il che era un po’ come pisciare sulla memoria di suo padre, e per Angus l’amabilità della vita nella Città Interna era stata strappata via come il coperchio d’una fogna) nella sua infelicità Angus capì che Solitaire si riferiva a lui. — Oh, — disse. — Anch’io ho visto le acque nere. Sapevo che c’erano, dovevo saperlo.

— Bene, — disse Madam Estelle, — siediti, siediti. Prendi un po’ di tè, e cosa vuoi dal nostro uomo Demetrios?

— Devo avvertirlo. Presto, ebbero da lui le informazioni necessarie, il suo nome, la sua posizione nel pazzo mondo, e il suo incontro con Demetrios, o forse devo dire che le ebbe Madam Estelle, perché Solitaire non faceva domande, si aggirava guardandolo, ora dalla luce, ora dall’ombra. Sembrava trasparente, uno spettro di bellezza macchiata portato qua e là dal vento, una luce prigioniera sospinta dal girare di uno specchio.

Ella vedeva un ragazzo dai capelli bruni sfumati di rosso, che ora non portava una tunica bianca anche se sicuramente era nato per portarla, ma una giacca grigia da operaio, un perizoma grigio, sandali lussuosi. Al polso aveva un orologio fantastico, che risaliva chiaramente al Tempo Antico, e alla cintura aveva un coltello dal fodero di pelle; sulla schiena non portava arco e faretra, ma uno di quei lunghi portatutto… nel posto da dove vengo io li chiamiamo zaini. Vide un volto bello e grave — uomo, ragazzo, angelo, non è il caso di chiederselo — che veniva a lei dal nulla: era nei guaì e aveva bisogno di lei.

Angus vide una ragazza che portava segreti innocenti come indumenti protettivi; e così avrebbe sempre pensato di lei, anche quando i segreti vennero messi in disparte.

Perdonatemi se tiro cosi per le lunghe. Prometto di informarvi di tutto, perché avete il diritto di sapere tutto. Ma per me, che racconto la storia, l’essenziale è ciò che vide Madam Estelle: che Solitaire non era uno spettro ma una donna innamorata. Può capitare a chiunque… peccato che di solito non abbiamo un preavviso. E Madam Estelle vide che nello stesso tempo era successo anche ad Angus… una delle coincidenze più rare a questo mondo, e in quasi tutti i mondi che conosco.

— Di che parte dell’ovest sei, Demetrios?

— Missouri. A quei tempi lo chiamavano Midwest. Hai viaggiato molto in quella direzione?

— Non molto. Un paio d’anni fa sono arrivato fin sulle coste del Mare d’Acqua Dolce… è così che lo chiamano i trappers; ero con un gruppo di loro, per la stagione. Il nostro campo base era un piccolo villaggio chiamato Shatawka, ci abitavano quasi solo gli indigeni. Chiamavano il mare lago Erie, e dicevano che si poteva bere. Io ci ho provato, bisogna sempre provare tutto… Gesù! Mai fidarti di un indigeno. Però nell’entroterra i ruscelli e le fonti sono buoni da bere. È una brutta zona, per via dei terremoti. Mica scosse forti, ma piccole, tutti i giorni, come se Dio o qualcun altro non la smettesse mai di borbottare. Dicono che un giorno farà venire un terremoto in grande stile. I castori non hanno paura dell’uomo… Ce ne sono tanti, là e più a nord. Prendevamo anche le volpi argentate e le martore… naturalmente quei maledetti ratti rossi continuano a vuotarti le trappole. È facile trovare la selvaggina. Mentre c’eravamo noi, ci fu una gran paura per via di un puma… derubava un villaggio più a nord, ma noi non l’abbiamo mai visto. Non l’ho mai visto, e qualche volta mi domando se non se lo fosse inventato la gente…

Una voce disinvolta, gutturale, una faccia tozza, dall’aria innocente, sulla trentina, nella luce delle candele… Demetrios provò un senso di calore umano nei suoi confronti. Insicuro e teso, come se si fosse già avventurato a sfidare le strade e le foreste, con le forze che lo abbandonavano e senza una meta, trovava incoraggianti i discorsi di Bosco. Bosco non era un narratore: conosceva quelle cose direttamente, con i suoi sensi e con pochissima immaginazione: il contatto di una mano sul remo; il buio, il fetore acre, i pericoli di una miniera; il silenzio della giungla che non è silenzio ma ribollire di vita, la passione latente nella sovrabbondanza, una pazienza come la lenta, ardente pazienza del serpente, un’attesa che può prorompere in un ruggito o in un grido, ma solo per qualche ragione. Serviva a passare il tempo…

— Spero di avere anch’io diritto
A una dimora in cielo…

— Non canta mai altro?

— No, da quando sono qui io, solo quei due versi. E le sue vitamine. È un po’ a casa sua, qui, dice Putney… ogni volta che lo lasciano andare fa subito qualcosa di sporco per tornare. Vedi… stufato nutriente, nessuna preoccupazione tranne le sue vitamine, chissà cosa sono. La cella numero uno… è diverso. Hanno portato qui quell’uomo ieri notte, lo hanno buttato dentro… non ce la faceva a camminare. Per un po’ non ho sentito altro, di lui, se non il respiro. L’ho chiamato e ho bussato sul muro, non è servito a niente, e non sono riuscito a cavare una parola da Putney. E non ho più sentito il respiro, da quando hanno condotto dentro te. Il piatto che Putney ha portato via non era stato toccato. Lasciano morire la gente apposta incidentalmente, qui a Nuber?

— Non l’avevo mai creduto. — E che ne sai tu di tutto, Demetrios, tu che ti sei riempito la mente di fantasie e dì addii, mentre un altro mondo ti cresceva intorno…

— Forse è solo Put. Un gatto furbo, quello. L’uomo può restare là dentro morto per giorni e giorni, intanto che Put aspetta che i suoi superiori gli dicano cosa deve fare. Ascolta!…

Un rumore soffocato nella stanza di Putney… dopo un attimo la porta si aprì, rivelando una più forte luce di candele e Putney che giaceva sulla sua branda, ad occhi sbarrati, legato e imbavagliato. Un ragazzo, un cane e un uomo si precipitarono alla porta della cella, mentre Garth restava a far la guardia a Putney. Angus si sfilò la maschera fatta con una calza e la ripose nella giacca grigia. Accanto a lui, rigido e con il pelo irto sul dorso, Brand studiava il buio e gli odori. — Accidenti! — Angus stava lottando con la chiave.

— Forse non è quella giusta, — disse Frankie, a ragione. Angus spalancò l’uscio. — Il cervello della banda, — disse il ragazzo con la maschera.

Angus strinse Demetrios in un rapido abbraccio, baciandogli le guance ispide. — Temevo per te. Ti hanno?…

— No, niente di male. Sto benissimo. — Lo stordimento turbinava in lui. Chi sa riconoscere la gioia e il dolore al momento della loro presenza? Solo le intensità diverse della luce; più tardi, ricordando, diamo loro un nome. — Questo è Bosco, che vuole venire con noi. Conosce le foreste e le strade, e posti che non abbiamo mai sentito nominare.

— Avvicinati un po’ di più, Bosco, ti dispiace? Sono miope. — Bosco entrò nel campo dell’implacabile ispezione. Angus, il ragazzo cortese e confuso di ieri non era sparito, ma semplicemente nascosto in Angus il comandante, perché non c’era tempo per lui. — Bene… bene. Vieni con noi. — Sembrava che nessuno contestasse ad Angus il diritto di decidere. In quella situazione critica, qualcuno doveva essere lì, pronto, con un sì o un no razionale: tanto valeva fosse Angus, il quale diceva che il potere fa schifo, ma ne capiva l’esercizio.

— Sono dentro per aver rubato un maialino da latte, Mister.

— Magari ti chiederò di insegnarmi come si fa. Ne è rimasto un po’?

— L’hanno preso i poliziotti. — Bosco guardava nella cella numero uno, e quando Demetrios stava per raggiungerlo, gli borbottò sottovoce: — Tieni lontano il ragazzo.

L’uomo nella cella numero uno era disteso nudo sul pavimento, a bocca aperta, il sangue raggrumato sulle ferite; il suo petto era immobile, e Demetrios lo conosceva. Demetrios si voltò e passò un braccio intorno alle spalle di Frankie. — Andiamo a parlare con Garth. — Passando davanti ad Angus, indicò la cella numero uno con un movimento degli occhi. — Holman Shawn.

Nella stanza di Putney, Garth stava di guardia alla porta d’ingresso: dai fori della maschera scintillava un fuoco azzurro. — Tutto bene, uomo Demetrios?

— Tutto bene, Garth.

— Del tuo sogno, mia zia ha detto… — Garth lanciò un’occhiata alla faccia arrossata e attenta di Putney. — Beh, più tardi.

— Voglio le mie vitamine, voglio le mie vitamine.

— Le avrai, le tue vitamine, nonno, — disse la voce cordiale di Bosco.

— Davvero? Dio ti benedica.

— Spero di avere anch’io diritto
A una dimora in cielo…

Dalla curva del braccio di Demetrios, Frankie alzò gli occhi e fece una domanda che era già una risposta: — Cosa c’era nell’altra cella, che non volevi lasciarmi vedere?

Demetrios ricordò: a dodici anni solo uno sciocco non sa che l’altra faccia della medaglia è il dolore; e Frankie non era uno sciocco. — Un morto, Frankie… Era un abramita. L’hanno lasciato lì dopo averlo picchiato. L’hanno lasciato morire. — Frankie sbarrò gli occhi insondabili: l’oceano non pensa al perdono. — È l’altra faccia, Frankie. L’altra faccia del giorno più avventuroso delle nostre vite.

CAPITOLO 9

VENGO SOLO PER VEDERTI PARTIRE

Dicono che un artista deve rappresentare i suoi tempi. Non dicono perché; forse pensano che sia lo specchio a creare l’immagine. Se l’artista protesta, Procuste è sempre là pronto con la sua fida sega arrugginita.

DEMETRIOS.

Spesso nella notte, a Nuber, dal suolo si leva una nebbia, che fluisce intorno alle case solitarie… le case lo sono sempre: isole che la gente ha messo insieme a palate, come luoghi di riposo lungo il viaggio. La nebbia assorbe il tocco terreno dei passi, il suono delle risate sottovoce, i mormorii d’amore e d’incoraggiamento. La nebbia è un’ambiguità e una meraviglia. La si respira come un vapore e si diventa, diciamo, più saggi; nella nebbia si trova almeno una saggezza confusa, una capacità di dire quello che non si direbbe mai alla luce del giorno o sotto gli inviti stravaganti della luna.

Lungo i viali e le strade dove anche gli alberi dormicchiavano, la nebbia salita dal suolo si univa a un vapore che arrivava a ondate da oriente, dal varco tra le colline. La notte odorava d’aria salmastra, della selvaggia solitudine dell’oceano. La nebbia cedeva talvolta alla persuasione d’una candela ancora accesa a una finestra, oppure si diradava per rivelare la spinta dell’angolo di un edificio, di un palo per legare i cavalli, di una staccionata. In quella traversata, Garth e Frankie erano le guide. A Demetrios davano l’impressione di un mondo medievale: gli archi di frassino e le faretre facevano parte di loro, pratici come il fucile d’un soldato del ventesimo secolo. Entrambi conoscevano ogni giravolta come una volpe conosce la sua collina, conoscevano ogni passo, dalla triste baracca in cui erano nati, all’ombra del Muro di Re Brian, fino alla Grande Strada del Sud. La sezione dove i Giardini finiscono e lasciano che la città si sollevi contro al Muro viene chiamata Outer Wall Street; alcune baracche si appoggiano a quella massa, e la pioggia sgocciola attraverso le giunture raffazzonate. Il padre dei due ragazzi, quando lavorava, raccoglieva per le strade il letame, e lo vendeva agli agricoltori a prezzi da fame.

Demetrios li seguiva e di tanto in tanto toccava le loro camicie o le loro borse, per trarne conforto. Il bastone di noce soddisfaceva la sua mano destra. Dietro di lui venivano Angus, Brand e Bosco.

— Dobbiamo arrivare lontano, stanotte? — Appena ebbe finito di parlare, Demetrios si irritò di quel suono lagnoso che gli era uscito dalla gola. Angus non poteva avere dormito per tutta la notte precedente, quand’era incominciata l’epurazione; doveva avere attraversato i confini dell’inferno, mentre Demetrios se ne stava comodo a letto con Solitaire e il Professore.

— Non molto lontano, Demetrios, — rispose gentilmente Angus. — Abbiamo pensato, dopo aver raggiunto gli altri, di andare avanti fino alla casa infestata, che è piuttosto lontana dalla Strada del Sud, e di fermarci là a riposare, almeno fino alle prime luci. Ho sentito che nessuno ci si avvicina, per paura dei fantasmi.

— Va bene.

— Ma non dobbiamo restarci molto, Mister Angus, — disse Garth. — Loro potrebbero lanciare i cani sulle tracce di Demetrios o sulle tue, e i cani di solito non si fanno fermare dai fantasmi, e neanche gli uomini, almeno di giorno.

— Persino nella Città Interna c’è qualcuno che non ci crede. — Il tono della voce di Angus non era tutto divertimento. — Come me.

— Davvero? — La voce di Garth era turbata, e il turbamento venne riecheggiato da un incerto suono gutturale, da parte di Bosco, laggiù in fondo nel buio… non era un buio pesto: la luna esercitava il suo potere sulla nebbia, e i viaggiatori avevano l’impressione di essere nuotatori che salgono alla superficie, in nuove dimensioni di respiro e di movimento. — Uomo Demetrios, mia zia ha interrogato il libro sul tuo sogno. Il libro ha detto che la ferrovia è un discorso del sogno… vedi, è la scienza della… subcoscienza, e la vera strada da fare sarà di sicuro sull’acqua, per un lungo viaggio. Lo ha detto il libro, tutte le volte che mia zia lo apriva a caso, e poi lei mi leggeva… cioè, non voglio dire proprio leggere, ma comunque sapeva quel che voleva dire.

— La ringrazio, — disse Demetrios, ripensando all’èra della scienza. Per più d’un secolo era riuscita a tenere a freno, in qualche modo, la tendenza umana ad accettare i brancolamenti della magia primitiva come rivelazioni e verità mistiche. Non poteva insegnare i suoi metodi se non a pochissimi (si era impegnata a farlo? Demetrios non ne era sicuro); e non poteva sopprimere la corruzione generata dai doni che la stessa scienza aveva gettato a sciocchi dotati di potere… si era impegnata a farlo? Quando i computer venivano impiegati nello sviluppo commerciale dell’astrologia, dei tarocchi, della stregoneria e in cose simili… ebbene già allora, molto prima del 1993, eravamo già spacciati. — Attraverseremo l’acqua, — disse Demetrios, — e diventeremo più vecchi. — Si augurò che l’orecchio sensibile di Garth non captasse il sarcasmo e la collera che avevano minacciato di erompere dalle sue parole come un rutto da uno stomaco inacidito.

Garth è buono, amabile, gentile. Non mi ha appena aiutato a uscire da una fetida prigione? Quando sono stato incaricato dì trasformarlo in un razionalista del ventesimo secolo, in un’epoca che odia la ragione, anche ammettendo che io sia in grado di farlo? Comunque…

Cosa possiamo sperare? Cosa possiamo fare? Accettare la nuova èra dell’oscurantismo come inevitabile nel ritmo della storia?

I periodi delle grandi illuminazioni tendono ad essere brevi — la Grecia, il Rinascimento europeo e poi la povera, sbigottita razza umana deve tornarsene nella sua tana a digerire. È un’analogia falsa: la razza umana non è una persona, e l’oblio non è digestione.

Cosi… noi speriamo, fingiamo di credere che la ragione possa alimentare la luce in qualche luogo segreto, per altri secoli squallidi in cui nulla è certo, tranne il potere della non-ragione? Che altro?

La luce della luna che rivelava la faccia di Frankie divenne più tenera.

Oh, accidenti, Garth può imparare, come può imparare Frankie, o Angus. E se SONO davvero incaricato io? Autoincaricato… dovrei dire. Metti prima ordine nel tuo cervello, Demetrios: cominciando da adesso.

— Questa dev’essere la Strada del Sud, — disse Garth. La nebbia, non più alta delle loro ginocchia, scorreva come un fiume di silenzioso biancore incanalato tra muraglie di aceri e di sempreverdi e di querce, e le sommità nerazzurre delle fronde erano spruzzate, scintillanti di stelle.

Gli uomini le avevano volute; avevano sognato di avvicinarle. Avevano raggiunto la Luna; avevano mandato congegni sbalorditivi sulle distese desolate dì Venere, di Marte e di Giove, ad ascoltare e a spiare ed a trasmettere rapporti crepitanti al pianeta dove essi giocavano ancora con i tarocchi e il gas nervino e i balocchi nucleari pieni di difetti.

Assioma dell’etica fabbricata dall’uomo: Gli esseri umani si scelgono i propri fini, secondo il complesso di desideri e d’informazioni che domina il loro pensiero. Corollario: I fini saranno buoni (secondo qualunque criterio venga impiegato per «buono») purché i desideri siano buoni e le informazioni attendibili. Conclusione (una delle tante): Un vecchio in possesso di informazioni relativamente attendibili non può esimersi dall’obbligo d’insegnare… Definire «attendibili». Definire «obbligo»… oh, sto parlando a vanvera. Divento vecchio…

Lo strido d’una civetta, simile alla risata d’un ventriloquo, risuonò nell’oscurità lattiginosa davanti a loro, a lato della strada: due richiami in rapida successione. Il suono trovò una risposta immediata… tutto intorno a lui, parve a Demetrios, ma vide le labbra di Frankie in lento movimento, e poi la mezzaluna, diventando più luminosa, mostrò la ricchezza del ghigno di Frankie. Demetrios bisbigliò: — È stata Solitaire?

— Gliel’ho insegnato questo pomeriggio, — disse Frankie. — Sono il cervello della banda. — E chiamò sottovoce: — Tutto bene. Siamo noi.

Emerse un’ombra con tre corpi, dalla nebbia che sembrava sempre sul punto di dissolversi e non si dissolveva mai del tutto: come qualcosa che ne facesse parte — una mollezza, uno sfocamento della vista come la miopia di Angus Bridgeman o le esitazioni di Demetrios, avrebbe sempre accompagnato i viaggiatori, placando l’umana bramosia per le certezze — e divenne tre anime distinte, che portavano piccoli zaini, e sfidavano la notte e la foresta, giovani e non giovani. C’era la piccola dolce Solitaire e il Professore che portava il suo liuto bene avvolto per proteggerlo dall’umidità; e una sagoma più pesante e massiccia rivolse verso la luna la faccia attenta di Babette.

Angus parlò sottovoce. — Tu conosci già questi amici, Brand. — Brand abbassò la testa e trottò avanti, silenzioso come fumo. Solitaire tese il braccio, per parlargli con la mano. La compagnia era formata da otto elementi.

— O Demetrios! — Solitaire non lo baciò. Gli premette il viso contro il petto, e si tenne stretta, facendo dal corpo magro di lui un rifugio. — Demetrios, Demetrios, sacro alla terra.

— Il mio nome… lo sapevi, amore?

— Demetrios dimentica quello che ha detto a Solitaire, ma ella non dimentica mai niente, tranne se stessa. — Frankie e Garth sorvegliavano la strada nelle due direzioni; nessuno viaggia per le strade di notte, neppure per la Grande Strada del Sud; o quasi nessuno; nessuno che sia rispettabile. — Solitaire ha una cosa da dire… non adesso… presto… prima o poi. Demetrios ne sarà felice, forse. Solitaire vuole portare anch’ella un bastone come Demetrios. Il Professore pensa che qualcuno taglierà un bastone per Solitaire.

— Sarà meglio, — disse Babette. — Uomo Demetrios, sii benedetto, sono venuta solo per vederti partire, poi devo tornare dalla mia Madam, lei non resisterebbe tre giorni senza di me.

La compagnia era formata, in un certo senso, da sette elementi. Ma era di più, perché uno degli aspetti più sorprendenti dell’amore è il rapporto che ha con il ricordo… adesso lo so con certezza, io che scrivo questo libro, perché una volta un vecchio, quando io non ero più grande di un puntolino lasciato da una mosca, mi prese sulle ginocchia e disse: «Ecco una pupa! Cos’è una pupa? Una pupa è una piccolina, una pupa è una carina, ed ecco una pupa!» Io allungai le mani e afferrai una manciata di barba bianca, con un bacio. Ora l’amore di mio padre e di mia madre e di alcuni altri mi aveva circondata come il mare si muove alla perfezione intorno a un pesciolino, ma in quel momento con Barbabianca (non ho idea di chi fosse, non l’ho mai saputo) scoprii che l’universo contiene esseri singoli che possono spalancare i loro paesi d’amore per farti entrare un po’. Perciò Barbabianca resta con me: ma quelli che non posso soffrire… li tratto odiosamente: li dimentico. Demetrios avrebbe portato per sempre con sé Babette, dovunque andasse (chiedendosi sempre: La rivedrò dopo questa notte?) il suo seno ampio, la sua gaia franchezza, la faccia tonda, il sorriso aperto.

Angus chiese: — Posso avere l’accetta?

— Sicuro, — disse Garth, guardando la strada. — Quando vuoi, Mister Angus, proprio tu. Frankie?…

Frankie si sganciò dalla cintura la piccola ascia da campeggio del Tempo Antico. Tolse la custodia di cuoio, e sotto il chiaro di luna il filo della lama diventò un arco di ghiaccio fiammeggiante. Era evidente, nel linguaggio delle mani di Frankie, che per lui la cura dell’Accetta era un impegno sacro; e che non capiva perché dovesse adoperarla Mister Angus, e non egli stesso o Garth.

— Uomo Garth, — disse Angus, — non voglio più sentirti dire «Mister Angus». Non ho più posto nella Città Interna e non lo voglio, né voglio altro posto se non in questa compagnia.

Garth guardava la strada. — Va bene, Angus. Prova con quella quercia, là dove tende un ramo. — Frankie mise l’Accetta nella mano di Angus, e andò con lui, e abbassò il ramo perché Angus lo tagliasse, e gli restò vicino mentre lo sgrezzava, con una piegatura naturale per manico, e poi rendeva l’Accetta.

Frankie dovette strofinarne il filo con la camicia. — Quell’Accetta, — disse Angus, — è stata ben curata. — Frankie annuì, senza dir nulla, senza trovare un motivo per un sogghigno, solo per un sorriso diverso, che splendette e svanì nella luce bianca. Angus portò il bastone a Solitaire. Ella si staccò dalle braccia di Demetrios per prenderlo e soppesarlo nella mano. — È verde, — disse Angus. — Maturerà.

— Tutto matura, — ella disse. — Le pietre e le stelle. Adesso Solitaire può appoggiarsi a un bastone, se è stanca o impigrita o irritata.

— Dobbiamo proseguire, — disse Garth. — Frankie, aiutami a cercare la strada per la casa infestata. A me potrebbe sfuggire.

— La pietra bianca, ricordi? — Ma quando la Compagnia ebbe percorso un centinaio di passi lenti lungo il canale scoperto e nebbioso della Strada del Sud, fu Frankie a dire: — Eccola. Lasciate che vada avanti io, al buio ci vedo meglio. Voi mettetevi in catena dietro di me.

— È più di un’ora che non mi chiami Bullo.

Molti momenti più tardi (non un tempo misurabile), mentre la Compagnia avanzava in quella che per Demetrios era una galleria di tenebra ininterrotta, con le dita agganciate alla cintura di Garth, la mano di Solitaire nella sua, gli altri come anelli di una catena di nervi che per un po’ faceva di loro un unico corpo, la voce sommessa di Frankie arrivò a Demetrios: — E tu non chiamarmi più Peste. — Poi, qualche volta, la voce di Frankie avvertiva, abbastanza chiara perché la sentisse anche Bosco, in fondo alla fila: — Camminate di traverso, — oppure: — Rovi, rovi. — Oppure: — Un tronco abbattuto, non cadete. — Poi finalmente (dopo un tempo non misurabile): — Il cervello della banda vede il chiaro di luna, più avanti… — E un’onda leggera d’ilarità scorse lungo tutta la Compagnia, poiché lo stesso Frankie aveva passato la sua osservazione con una risata.

Entrando nella radura pallida dietro a Garth e a Frankie, Demetrios non vide subito la casa infestata, perché era accovacciata nell’angolo più buio dello spazio rischiarato dalla luna, dove la foresta l’aveva stretta con braccia di vite selvatica, e aveva spinto nel cortile anteriore un pino che adesso era alto il doppio dell’edificio, senza riuscire tuttavia a catturare ancora quella cosa antica. I suoi occhi scoprirono una pennellata di luce lunare su una superficie di ardesia che non era stata la natura a disporre, e tre occhi di finestre senza vetri sopra l’urlo muto di un vano senz’uscio. Garth disse, meditabondo: — Dentro, i pavimenti sono di pietra. I semi non ci possono trovare neanche una crepa, altrimenti avrebbero fatto come quel pino, dovunque arriva un raggio di sole.

— Stile coloniale? — disse Demetrios. — Per Dio, credo di sì. Non ho mai saputo che ci fosse. Avrei potuto inventarle una storia apposta.

— Non c’era ragione di saperlo, — disse Garth. — Adesso siamo a più di un miglio dalla Strada del Sud, e qui non viene mai nessuno. Che cos’è lo stile coloniale?

— Tempo Antico molto antico, prima di… diciamo, dell’età delle meraviglie. Questa casa può essere stata costruita più di trecento anni fa.

— C’è una casa coloniale nella Città Interna, — disse Angus. — La tengono in perfetto stato. Si chiama Museo Olandese.

— Olandese, — disse Bosco. — È un altro nome di quei maledetti indiani. No, ho visto una vecchia casa a Albany, mi pare che la chiamassero coloniale, solo che il governo non permetteva di entrarci.

Solitaire rabbrividì nel cavo del braccio di Demetrios; Babette aveva fatto il segno della Ruota. — Ah, quelli che abitavano qui erano solo esseri umani, — disse Demetrios, — e morti da molto tempo; e questo è solo un edificio che non va facilmente a pezzi. — Una civetta lanciò il suo richiamo e uscì svolazzando da una finestra, per portare un’ombra attraverso la luna. — I muri sono robusti, Garth?

— Sono robusti… pietra. Dentro resta un poco di intonaco e di rifiniture di legna, qualcuno deve avere rubato tutto un po’ per volta. Anche le tegole del tetto, dietro non ce n’è quasi più… No, Frankie, no! — Perché Frankie si era avvicinato al vano nero della porta e parlava come un gufo: — Tuuuu… chi è? Tuuu… chi è? — E alla protesta di Garth rispose: — Perché, non dobbiamo entrare?

La casa infestata stava serena nei suoi trecento anni. Udirono mormorare arpe eolie, un fruscio della fauna modesta che in quel secolo aveva deciso di stabilirsi lì. Il Professore raggiunse Frankie sulla soglia, con aria protettiva. Bosco stava borbottando: — Abbiamo qualcosa per far luce? Il posto non mi spiacerebbe, con un po’ di luce.

— Nel mio zaino ho qualche torcia di pino con il portatorcia, — disse Garth.

— Solitaire può accenderne una, — disse Solitaire.

— Va bene. — Tutti, incluso se stesso, pensò Demetrios, avevano aspettato quell’approvazione di Angus. Al riparo della giacca allargata di Angus, Solitaire accese una fiamma con esca e acciarino. Due visi dorati si fronteggiarono, in una loro isola di luce. Solitaire era così immersa nelle sue scoperte che Garth dovette toccarle la mano, per ricordarle la torcia ch’egli reggeva, in attesa.

A modo loro erano buone invenzioni: rami di pino fasciati di stracci, talvolta impregnati di olio di pino… o trementina, se insistete. Il ramo è aguzzo, in modo che lo si può infilare in una specie di candeliere, che può essere piantato nel terreno, oppure in una grappa a muro; intorno al foro c’è una guardia, come l’impugnatura di un fioretto, per proteggere la mano di chi lo regge. Una buona torcia brucia bene e con calma per diverso tempo. L’èra dell’elettricità avrebbe potuto facilmente produrre in massa quegli oggetti, per venderli come antichità, ma la storia dice che, a suo danno eterno, non li produsse… per via del pericolo degli incendi.

Garth levò alta la sua buona torcia. La Compagnia lo seguì nella casa silenziosa.

CAPITOLO 10

… SE POSSO INSEGNARVI A ESSERE PAZIENTI…

Quelli che credono che tutto sia già stato detto e fatto, ti saluteranno come nuovo, eppure chiuderanno la porta dietro di te. E poi ripeteranno che tutto è già stato detto e fatto.

Eugène Delacroix, DIARIO, 1824.

La torcia di Garth, incuneata in un alare del camino, spandeva la sua luce sul volto di Angus, che stava seduto e aveva Brand sdraiato accanto a sé. Demetrios guardava quella cara immagine con occhi assonnati. E il veleno della gelosia, le esigenze, il peccato della possessività? Senza dubbio un vecchio poteva mantenere il proprio cuore immune da queste follie, almeno tra quella gente tanto dolce. L’affanno deve bruciare, inevitabilmente, perché c’è uno che ama ed uno che è amato? Bisogna trovare una compensazione. Per Angus e Solitaire era un po’ diverso: per qualche tempo sarebbero stati arsi entrambi dalla stessa febbre. Ricordava che qualcosa di simile, un tempo, aveva sfolgorato per lui e per Elizabeth di Hartford, e forse avrebbe ancora avuto un po’ di calore, se ella non fosse morta. La morte l’aveva disperso, e adesso egli si accorgeva che non riusciva a ricordare bene il colore degli occhi di Elizabeth.

Il liuto del Professore inviava domande negli angoli pieni di ragnatele, mandando gli echi a giocare a rimpiattino. La piccola torcia apriva sull’infinito il soffitto della grande stanza. Solitaire sedeva accanto a Demetrios sulla loro coperta, e Babette stava a gambe incrociate, dall’altra parte, e la sua ombra grassoccia danzava sul muro insieme alle ombre di Angus e di Solitaire; Demetrios poteva guardare la sua faccia larga e buona, voltandosi indietro. Ne avrebbe sentito la mancanza, se si fossero diretti all’ovest tra le foreste. Avrebbe sentito la mancanza di Madam Estelle, delle ragazze, e persino di Nuber, alla quale aveva affidato quarantasette anni della sua vita.

Bosco, sempre pronto ad arraffare tutte le comodità possibili, si era arrotolato nella coperta di Garth, mentre questi e Frankie facevano il primo turno di guardia. Poi Angus e Bosco avrebbero vegliato fino alle prime luci e poi, aveva proposto Angus, si sarebbero avviati per una strada tra le foreste, che si snodava a sudovest della casa infestata, mantenendosi per il primo tratto parallela alla Grande Strada del Sud, che, fino ai confini di Katskil, sarebbe stata malsicura per i fuggiaschi. Garth e Frankie, una volta avevano percorso quella strada tra i boschi per un miglio, quando erano scappati di casa. A quei tempi la loro madre era ancora viva, e l’amore e la coscienza li avevano spinti a tornare indietro.

Prima che cadesse l’ultimo fiore della torcia, Demetrios si addormentò. La modesta locomotiva sbuffava e avanzava verso ovest, con il fumaiolo panciuto, verso ovest, oltre Aberedo, sferragliando e tossendo polvere. Si fermò a un serbatoio d’acqua, dove un uomo con il nome Abel Kane ricamato sulla tuta avvertì il macchinista: — Attento, uomo, la scarsità d’acqua è terribile. È che Loro l’adoperano per coprirci la terra, e non ne resta molta. Non si può rimettere indietro l’orologio ai tempi di Noè, nossignore. Probabilmente nessuno saprà come si ritrova fino a quando Loro avranno fatto… uhm… la finalizzazione idraulica.

(Io che scrivo so bene come mi ritrovo. Il mio problema è sapere dove non mi ritrovo.)

La donna con la cesta della spesa si sporse davanti a Demetrios per chiedere a un contadino sordo: — Che cos’ha detto quell’uomo? — Una bambina triste, con le adenoidi e il gozzo, seduta di fronte, guardava senza sorridere mai. Demetrios rispose per il sordo, o almeno avrebbe voluto farlo: — Andiamo a Hesterville, a vedere la Scarsità d’Acqua. — La donna non lo ascoltava. La madre della bambina triste fissava Demetrios con antipatia. Ma ecco, erano già a Hesterville… Tutti scendono a Hestervi-i-il-le!

Non si poteva scendere se non nell’acqua verde e piatta, giù e giù, poiché la stazione era là sotto. Il treno sbuffava su una banchina, i passeggeri uscivano e scendevano come Demetrios, giù dalla carrozza aperta dai sedili di vimini — aria aperta, aria fumosa, aria perduta — nell’acqua verde, profonda e lenta. Sagome bianche stavano ritte, tranquille, nell’aria-acqua verde; sagome più scure salivano, vagando, con intenzioni ignote — tutti viviamo nelle tenebre, non è vero? — e nelle Tenebre grossolane il popolo…

— Demetrios. — Solitaire parlò dolcemente. — Demetrios borbotta. — Gli massaggiò adagio la fronte, come aveva fatto altre volte, quando l’incubo lo calpestava. La confusione svanì. Il sogno sciocco era una faccia scomparsa tra la folla. Una luce ambigua entrava nella casa infestata: non sapeva se era l’alba o la luna calante. Non riuscì a trovare il volto di Angus. Là dove era prima, adesso appariva una cicatrice sul muro: l’intonaco era caduto, lasciando una chiazza che aveva la forma dell’America del Nord, davanti alla quale penzolava un ragno, un buon cittadino grigio che covava la sua goccia di veleno e la sua torcia di vita. Frankie era sdraiato, con la testa sul grembo di Solitaire, e nel sonno dimostrava nove anni, non dodici. — Angus e Bosco sono fuori, di guardia.

— È il chiaro di luna?

— No, sta per spuntare £ giorno. Ha cantato un uccello. Parla piano, così il tesoro può dormire.

— Era un pettirosso, — disse Babette, con voce sommessa come Solitaire, per rispetto al sonno di Frankie. — Fra poco potrò vederci a tornare a casa, nonostante la nebbia.

— Non puoi venire con noi?… No, lo so. La Madam ha bisogno di te.

— Non ce la farebbe neanche un giorno, senza di me. Devo dirle che tornerete?… Oh, sì, certo che glielo dirò, ma voglio dire, sarà vero?

— Come posso saperlo? I vecchi tornano mai?

— Vergognati, Dimmy! — disse Babette, scuotendolo. — Vergogna, essere così pessimista! Su, esci dai brutti sogni!

Demetrios si levò a sedere, accettando il freddo del mattino. — Sì… sì… dobbiamo trovare un posto dove non ci voglia la licenza per raccontare storie. — La luce gli mostrava la forma dell’antico edificio: forse un giorno quella era stata una sala da ricevimento per gente in parrucca e calzoni al ginocchio. La curva d’una scalinata si spezzava nell’oscurità quasi all’altezza del primo piano; il ballatoio era caduto, probabilmente putrefatto dall’acqua sgocciolata dal tetto, per anni. Sotto la frattura stava un mucchio d’intonaco e di legno marcio. — Dobbiamo cercare un posto dove si possano migliorare le cose senza peggiorarle.

Le punte delle dita di Solitaire parlavano d’amore ai riccioli di Frankie, senza svegliarlo. Egli si mosse, una vaga spinta dell’anca sotto la coperta, poi restò immobile; la sua bocca socchiusa era un poema di Eros. — Solitaire ha una cosa da dire… Solitaire è gravida.

— Oh…

— Di Demetrios, — disse lei, sorridendogli nella luce crescente. — Lei ha fatto apposta. Lei conosce il suo calendario. — Il liuto ridacchiò da un angolo in ombra. — Per un mese Solitaire e il Professore hanno giocato solo giochi fuori dalla porta. Il paisà dice che era d’accordo con lei. Quindi è il seme di Demetrios.

Elizabeth di Hartford, la sua sofferenza sprecata, l’orrore della nascita e delle due morti… eppure c’era quella mezza possibilità, quell’esangue incoraggiamento statistico: potevano essere stati i geni di Elizabeth, i portatori della dannazione del Ventesimo Secolo. Moltissime nascite sono ancora normali — tre su cinque, non dicono così? quando ci sono — altrimenti chi cercherebbe di prolungare i giorni prima dell’estinzione?

— Solitaire, mio amore, Solitaire… due mesi? Tre?

— Quasi tre, — disse Solitaire, con orgoglio.

— Usciremo da Katskil, ci sistemeremo in un posto sicuro, ad aspettare il momento del parto. — Un posto sicuro… dov’è? — Babette, stai lontana dagli abramiti. Al Palazzo del Comune mi hanno interrogato sugli abramiti nella casa di Madam Estelle. Non ho detto nulla, naturalmente. Ma Fran dovrebbe lasciare la città.

— Lascia fare a me. Non preoccuparti! — E aggiunse una strana frase del Tempo Antico, che la gente usava ancora: — Fatti gli affari tuoi, Dimmy.

Angus entrò, cinto di luce, svegliando Garth; si inginocchiò accanto a Frankie e a Solitaire, chiedendo in silenzio: Tutto bene? Baciò la spalla del ragazzo arciere, accecato dal sonno, e scompigliò ruvidamente i capelli di Frankie; e chiese gentilmente a Demetrios: — Dobbiamo prendere la strada dei boschi?

Solitaire accese un focherello nel camino, e Babette tostò pane e pancetta. Aveva portato altri viveri più pratici per cominciare il viaggio: granturco e frutta secca, carne affumicata, biscotti, una fiasca di vino. Angus aveva con sé del danaro; Garth e Bosco e Frankie si dicevano abili nella caccia e nella pesca. Comunque Babette pianse un po’, nel vederli andar via, nella nebbia del mattino che confondeva e riparava, per quella via che poteva svoltare in qualunque direzione, forse verso il nulla. Babette li guardò andar via, Garth dagli occhi acuti e Frankie, il suo vecchio Demetrios, la dolce e pazza Solitaire con il suo ramo di quercia che imitava gaiamente il bastone del vecchio (proprio lei, che forse aveva da perdere più di tutti, sembrava la più contenta di andare… ma quanti anni aveva Solitaire, in effetti? Babette non ne era mai stata sicura) e Angus dalle sopracciglia nere e dal cane grigio che era una parte di lui, più che un servitore, e il massiccio Bosco, il forestiero che camminava senza far rumore e che Babette considerava furbo: la sua faccia vigile non diceva niente della sua vita interiore. Babette li guardò andar via, si asciugò un’ultima volta il naso sul braccio, e tornò sconsolatamente indietro, a riprendere la sua parte nell’attività del mondo.

(Ma molto più tardi si unì a noi, come vi dirò se potrò insegnarvi ad essere paziente con me.)

Sabato, 20 luglio

Cosi loro se ne andarono nella Nebbia, dice Babette, verso il levar del Sole, e da quello che Il Ragazzo ci disse quando venne qui che era, nei Guai, è meglio che io non scriva dove andarono e neanche il suo nome. Qualcuno potrebbe venire e cercare di leggere il mio Libro prima che lo bruci, e questo non vorrei farlo perché sarebbe da Stupidi fare cosi con la Storia della Mia Vita se non è necessario, solo per non dare Informazioni ai Poliziotti. Lei dice che D. dice che ritornerà.

Ritornerà, con un arcobaleno, farà fare a Tutti la figura degli Stupidi e li caccerà dal Tempio come dice nel Libro… Oh, come faccio a continuare? Lui era solo il mio vecchio Demetrios che non dava fastidio a nessuno, era solo Portinaio. Supponiamo che è per Me che ha detto che tornerà! Lui è sempre disposto a tanto per non far del male alla Gente quando farebbe meglio a parlare Francamente e non a mettere tutto come in una Storia. Andare via nella Nebbia e magari non avranno neanche abbastanza da Mangiare… beh, quel Garth è un bravo Ragazzo, e forse Solitaire ha più energia di quello che pensavo e non sarà di Peso. Supponiamo adesso che io penso qualcosa d’altro, come a Questo Posto per Esempio com’era quando io arrivai da Raeford.

Non l’arrivare qui in se stesso, che è stato soprattutto terribile, automobili di traverso sulla Strada e Gente morta dentro. Il mio Camionista non era cattivo, mi disse che si chiamava Al, stava portando un camion a dieci ruote a New York con il pesce congelato. Lui disse che per la Strada era tutto impazzito, forse era stata l’Esplosione, lui finì con il camion in una scarpata per non investire un Pazzo con una Ford che gli veniva addosso, e si ferì alla Testa, voglio dire il mio Camionista, ma scese e se ne andò, con il pesce congelato su tutta la Strada. Noi stemmo insieme un po’ di giorni, andavamo a piedi verso l’ovest perché lui diceva che aveva dei parenti a Rochester, e poi che l’importante era muoversi. Quando lui lo voleva fare, mi tirava giù sul ciglio della strada e lo faceva e non gli importava anche se poteva passare qualcuno, non importava neanche a me, io solo continuavo a guardare il Gelo fino a quando aveva finito, perché tutto quello che voleva lui era andare Su e Giù. Lui mi trovava da mangiare e mise in fuga sei Tipi armati di Pistola che volevano Dividere la Ricchezza. A Beacon gli spararono perché saccheggiava. Io traversai il Fiume con una Barca a Motore con certi Pazzi che pensavano che era il Mar di Galilea e vedevano il Salvatore camminare sulle Acque, e rovinarono la Barca toccando terra durante un Temporale e poi andarono verso nord tutti Avviliti. Io di loro ne avevo fin qui.

Ho detto che non voglio scrivere di una Cosa e subito ecco che ne scrivo. Comunque capitai a Nuber per caso, non apposta. I Fondatori avevano già messo in ordine il Posto, un Accampamento regolare con Funzionari per dire alla Gente dove doveva andare e cosa doveva fare. Si capisce sempre la Differenza quando la Gente ha qualcosa per cui lavorare, mica sfarfallare alla cieca come i Matti sul Mar di Galilea. Mister Fleur era uno di quei Funzionari e lavorava direttamente agli ordini di Simon Bridgeman. Io aiutavo con i Profughi, Minestra Calda e Fasciature, e in sei mesi, quando il Governo di Bridgeman volle istituire le Case del Sesso, quella di Mister Fleur fu la prima.

Mister Fleur era buono con me, ed era un Amico. Lui non desiderava le donne ma le aveva in simpatia. Forse è più facile averle in simpatia se non le desideri. Lui diceva cose come che non era una cattiva Idea avere due Sessi perché così c’erano Discussioni interessanti che La Gente non avrebbe mai risolto perché non poteva. D. qualche volta parla un po’ come Mister Fleur, perché Tutti e due erano Istruiti.

Mister Fleur era un omino che pareva un Passerotto, più piccolo di me ma io avevo un gran Rispetto per lui e lui diceva che avevo una Buona Testa per gli Affari e il Senso dell’Ordine. Una volta o due l’ho visto tirar fuori il Coltello che portava sempre per tenere Pace nella Casa ma non lo vidi mai obbligato ad adoperarlo. La Gente capiva subito e si calmava.

Quando Simon Bridgeman fu assassinato io pensai che fosse finita per Mister Fleur o quasi. Lui fu Straziato. Magari rideva di certune delle Idee di Bridgeman e le criticava, ma erano Amici e credo che lui pensava davvero che S. Bridgeman era Dio, cosa che non ho mai notato che lui pensava di nessun altro. Si prese una Sbronza di due Settimane. Poi fu come se gli si era rotto qualcosa Dentro. Diceva che il Mondo era solo Merda, Eccettuati i Presentì naturalmente, lui era sempre Educato. Beh dopo un po’ si rimise un po’ però non tornò più a essere come quando era vivo Bridgeman.

Qualche volta voleva che gli parlassi dei clienti che servivo. Lui rideva e gli andava Su, non per la Cosa in sé ma a sentire me che ne parlavo. A me non m’importava.

Andò avanti così per parecchi anni. Mister Fleur teneva bene le Cose. La gente veniva da noi tutta nervosa… sareste sorpresi se sapeste quante volte i Clienti non vogliono altro che parlare e magari avere un po’ di Comprensione per Cose che non posso cambiare come le mogli e così via e che magari non cambierebbero se potessero. Se ne andavano che si sentivano meglio, almeno più tranquilli. Mister Fleur diceva delle cose come che era un lavoro Idealistico per un Servizio Pubblico che era davvero per il Pubblico Interesse.

Nell’Anno 11 a Nuber ci fu il Vaiolo. Suppongo che lo portò qualcuno dal Di fuori. Mister Fleur diceva che tutte le Brutte Cose vengono dal Di fuori, di Dentro è sempre senza peccato come le Isole Deserte, non so che cosa voleva dire. Due delle nostre ragazze morirono e un Ragazzo che Mister Fleur amava speciale venne fuori dalla Malattia con la faccia che dopo sembrava una Grattugia… e non lo sopportò e scappò via da noi, probabilmente anche da Nuber perché Mister Fleur si spezzò il Cuore per cercare di trovarlo e non ci riuscì mai.

Durante quel Vaiolo luì andò anche molto in giro per aiutare a Curare i malati e credo che nel Tempo Antico era stato Dottore. Ma lui non lo diceva mai e tutte le volte che diceva il suo nome a qualcuno si tirava su in tutto il suo metro e cinquantasette e diceva: — Io sono Mister Fleur, — e il Mister sembrava come un pezzetto di ghiaccio che tintinna sull’orlo d’un bicchiere.

Dopo che il Vaiolo fini si poteva vedere che il Tempo Antico lui ce l’aveva in Mente come un’ossessione. E naturalmente il Ragazzo Shawn, quello che era scappato. Mister Fleur non voleva più che gli parlassi dei Clienti, ma mi chiedeva tante Cose di Raeford, e di Sam e Stevie e Leda e qualche volta di Marcus. Lui mi sedeva vicino mentre parlavo e mi consolavo se piangevo. Poi una Notte Mister Fleur mi disse che aveva fatto Testamento così che a me restava la Casa con la Licenza se a lui succedeva qualcosa, tutto quello che dovevo fare era andare al Palazzo del Comune, era tutto Registrato, nessuna Difficoltà, e lui disse che sarebbe stato Contento se avessi tenuto la stanzetta dove dormiva cosi come era e con i quadri dipinti da Shawn, e non adoperarla mai per i Clienti. Naturalmente dissi che lo avrei fatto e così ho fatto e qualche volta ci vado solo per sedermi a riposare, solo che i quadri sono un po’ strani e sono solo due, so che Shawn ne aveva fatti degli altri ma doveva averli buttati via. Bene su uno c’è la Santa Vergine però il Bambino è una Bambola di Pezza e l’altro è un grosso stallone che sale su per un arcobaleno che Shawn l’aveva dipinto tutto porpora e giallo e non so come un Cavallo può essere Così. Una volta ho mostrato quella stanza a Demetrios e lui ha detto — Dio Onnipotente, Steli, che fine ha fatto il Ragazzo? — Tutto quello che ho potuto dirgli è stato che era andato via e che non avevamo più potuto trovarlo.

Così Mister Fleur disse questo del Testamento e poi disse che avevo una Buona Testa e che non dovevo più piangere per Marcus perché a piangere così non mi faceva Bene e dovevo far conto che era come la Cicatrice sulla mia Gamba, beh, non si può fare ma lui lo diceva per Bontà. Poi andò a letto Pacifico mi ricordo, senza neanche avere Bevuto. La Mattina dopo trovammo che era andato a letto perfettamente naturale e poi s’era piantato il Coltello sotto le costole.

Non era vecchio o Malato o niente. Non capisco come una Persona può fare questo anche se soffre. Suppongo che diventa, come che non importa più niente, ma strano che uno non ci tenga a sapere quello che succede Poi.

Per tutto il giorno la strada tra le foreste condusse la Compagnia verso sud o sudovest, in un silenzio prodigioso cui le orecchie di Demetrios non erano abituate. A Nuber, anche nel cuore della notte, si sentivano almeno gli scricchiolii delle travi della casa, il fruscio dei topi, la caduta delle braci nel camino, le voci dei cani e dei gatti, un mormorio, un passo; di giorno c’erano i suoni continui delle strade, le ruote dei cani, lo scalpitio degli zoccoli, i ragli degli asini, le grida dei venditori ambulanti. Lì non c’era neppure il vento. Per tutto il giorno la nebbia non si alzò completamente, si limitò a diradarsi per lasciare passare una luce acquosa e lasciar scorgere abbastanza la strada. Durante la sosta di mezzogiorno la Compagnia sentì che il sole era allo zenith, più che non lo vedesse — Demetrios chiese a Bosco se nelle foreste regnava sempre quel silenzio. — Mi vergogno della mia ignoranza, — disse. — Nel Tempo Antico non esistevano foreste, se non molto lontano dai luoghi che conoscevo, e in seguito sono sempre vissuto a Nuber, quella serra, mentre le foreste tornavano a crescere attorno a noi: e non ho mai saputo altro se non ciò che dicevano gli altri.

— Dove c’è una strada, — disse Bosco, — anche piccola come questa, non è proprio terra selvaggia. In quella selvaggia davvero, devi aprirti la strada tra un albero e l’altro, e ricordartene se vuoi tornare indietro. In certe giungle, come nel Moha occidentale, presso l’Ontara, la strada te la devi aprire con il coltello. Questa invece non la capisco proprio. Non ho mai visto una strada nella foresta che continua così a lungo senza arrivare in nessun posto. E come dici tu, non ho mai sentito un silenzio simile. Ci dovrebbero essere i rumori degli animali, non soltanto gli uccelli di tanto in tanto. Credo sia la nebbia, e l’umidità. Il nostro sudore puzza, vedi, e le bestie lo sentono e stanno zitte e immobili. Come se tutte avessero paura dell’uomo, non è strano?

— Prima c’erano quelle strane tracce di cervi, — disse Frankie.

Bosco guardò il ragazzo e il fratello con aria tollerante. — Non erano tracce di cervi, Frankie. Erano di cinghiale, e grosso. — Seduta esausta fra Angus e il Professore, Solitaire rabbrividì: non aveva mai camminato tanto in un giorno da quando l’aveva trovata Demetrios, e il suo entusiasmo iniziale era stato smorzato dalla stanchezza; Bosco se ne accorse. — Non preoccuparti, — disse. — Il cinghiale non dà fastidio, se non pensa che gli dai la caccia, o se non piombi in qualche posto che considera suo. E poi, quelle tracce le ha lasciate ieri.

Angus annuì, guardando Solitaire. — Brand non se ne è interessato. Si sarebbe dato da fare, se la pista fosse stata fresca, anche se stamattina si è trovato quel coniglio per colazione.

— Quel bestiolino. — Eppure la mano di Solitaire si muoveva affettuosamente sulla testa feroce di Brand.

— Brand deve uccidere per vivere, — disse Angus, vanamente angosciato perché il mondo non sì armonizzava con l’indole di quella donna.

— Solitaire lo sa, — disse lei. — Anche la gente. La carne è buona. Bestie tutti, tutti bestie, — disse Solitaire. E udendo la sua risatella turbata, Demetrios temette i momenti successivi, perché ella avrebbe pianto irrefrenabilmente, quasi in silenzio, con le mani in grembo rivolte a palmo in su, come in attesa di elemosine che nessuno sapeva donarle.

Anche il Professore udì quella risata e prima che cominciasse il diluvio di lacrime la prese leggermente tra le braccia, come una bambina angosciata. Angus guardò Demetrios, teso e stupito. Ma non si poteva parlare, perché lei aveva già la crisi, e se lui si fosse appartato con Angus per spiegare cosa succedeva, e come bisognava accettarlo se si accettava Solitaire, lei li avrebbe visti allontanarsi, e forse avrebbe avuto una crisi di furore. Perché lei aveva anche quegli attacchi di furia, anche se non ferivano nessuno, se non spiritualmente: Angus l’avrebbe ancora venerata, dopo aver assistito a una di quelle scene?

Garth e Bosco guardavano altrove, imbarazzati, ma Frankie, dopo un primo istante d’allarme, si frugò alla svelta nella borsa. Estrasse un’ammirevole scultura: in legno di melo, pensò Demetrios. Un cerbiatto giaceva acciambellato come un gattino, ma ad occhi aperti. Quel tesoro non era più grande del netsuke giapponese, una vecchia ridente, che era stato una delle meraviglie sulla scrivania del dottor Isaac Freeman, tanto tempo prima. Frankie mise il cerbiatto sul palmo aperto di Solitaire. — L’ha fatto Garth, — disse. — Forse ti piacerà. Io non sono molto bravo a fare queste cose.

Le lagrime cessarono, le dita si chiusero. — Frankie… oh, che occhi!

— Puoi tenerlo, se vuoi, — disse Frankie. — Io ne ho ancora un migliaio. Mio fratello ne fa sempre…

Verso sera, la Compagnia arrivò a un punto in cui la strada toccava i resti di una superficie asfaltata del Tempo Antico. Oltre l’incrocio, vagamente, la strada proseguiva. L’altra, la strada del Tempo Antico, era così desolata, così lontana da ogni senso di creazione intelligente: sembrava meno una testimonianza umana di quanto lo fosse il sentiero che avevano percorso. Su quello potevano trovare almeno, sia pure di tanto in tanto, le tracce delle ruote di carri passati di lì una o due settimane prima, ma la strada del Tempo Antico non presentava altro che una lunga corsia sotto la vegetazione fitta, una superficie di chiazze nere e opache quasi nascoste dalle erbacce che prorompevano da minuscole crepe aperte dalle gelate o dal terremoto o dal tempo, e le allargavano. Qua e là spuntavano alcuni alberelli, che in pochi anni avrebbero cancellato anche il ricordo della strada. E nel manto verde la Compagnia non trovò alcuna traccia umana. Gli animali potevano attraversarlo ripetutamente, e l’erba elastica si rialzava dopo il loro passaggio; ma non avevano formato una pista nel senso della lunghezza. Forse le creature umane che avevano guardato per quella via desolata si erano sentite agghiacciare per il timore dei fantasmi e non avevano voluto percorrerla. Ma Angus disse: — Ho una specie di bussola nella mente, e credo di potermi fidare. Fatemi girare su me stesso, e io so ancora dov’è l’ovest, se c’è un po’ di luce del sole o della luna… nel buio fondo non serve. Da bambino, sbalordivo sempre i miei familiari. Ebbene, la mia bussola dice che durante l’ultima ora questa strada si è diretta un po’ più verso est, come per tornare verso la Grande Strada del Sud, dove noi non osiamo farci vedere. Ma la strada del Tempo Antico è chiaramente diretta a ovest. — Scrollò sulle spalle i capelli scuri. Uno dei suoi rari sorrisi sfiorò Demetrios. — Sento l’odore del Pacifico di fronte al mio naso, a tremila miglia di distanza.

Forse, pensò Demetrios, sarebbe stato così per tutto il viaggio, e così sarebbe dovuto essere: Angus, il più saggio dei giovani, avrebbe preso le decisioni e avrebbe impartito le direttive, ma avrebbe fatto ricorso al suo straordinario tatto e avrebbe chiesto il parere del vecchio. In simili condizioni, forse sarebbe stato possibile far funzionare la piccola democrazia di sette anime senza fare troppa violenza a sette diverse esigenze. Una democrazia di sette persone più Brand, che di tanto in tanto avrebbe avuto la possibilità di votare, a modo suo.

(Fu quello probabilmente il momento, ritiene la vostra narratrice, in cui Demetrios sacro alla Terra decise di fondare la sua repubblica, se fosse stato possibile. Una repubblica ha bisogno di madri per generare i suoi figli e le sue figlie. Egli lo sapeva.)

La Compagnia percorse più di un miglio sulla strada del Tempo Antico, senza notare cambiamenti sensibili, e si accampò comodamente sul bordo, prima che facesse buio. Sembrava che niente impedisse di accendere un bel fuoco. In quel silenzio, in quella solitudine… la nebbia era ancora con loro, lieve nell’aria, ma triste come tutti i ricordi dell’antichità, il pensiero di un inseguimento da parte delle forze di Nuber appariva ridicolo, persino ad Angus.

— I potenti della Città Interna, — disse, — non hanno niente contro di me, salvo il fatto che esisto. Tra l’altro, stanno cambiando la storia, ve l’ho detto? Mio zio Simon risulta essere stato un uomo malvagio, un Anticristo anziché un santo. I santi possono essere scomodi, per una Repubblica del Re… prima o poi qualche eccentrico finisce per intestardirsi a imitarli, e questo significa lavoro per la polizia. — Posò delicatamente sul fuoco ardente il ramoscello che gli era servito per attizzarlo. — La mia scomparsa dovrebbe andar bene quasi come… diciamo, una malattia improvvisa e fatale o una pugnalata alla schiena. Naturalmente si preoccuperanno un po’, è inevitabile.

— Angus ci tornerà, là, qualche volta?

Il giovane guardò a lungo Solitaire, attraverso il fuoco. — No, non credo. La vendetta non è altro che una malattia, e quale altra ragione avrei? Salvare gli abramiti dalla persecuzione? Sono già stati travolti, e io non ho potere.

— Un giorno, — disse Demetrios, — saranno gli abramiti, gli oppressori. Un altro antico ritmo della storia, un’altra punizione della natura per coloro i quali sono troppo occupati a riscrivere la storia e dimenticano di leggerla.

— Credo di capirti, — disse Angus. — No… no, non tornerò indietro. — Si tese verso il fuoco, cercando di avvicinare gli occhi al viso di Solitaire. — Non desidero andare in nessun posto in cui non potrei avere questa compagnia. — Dalle sue parole sommesse nessuno poté capire se si riferiva a Solitaire o a tutti; ma il liuto del Professore proruppe in una musica improvvisa, e Frankie girò svelto intorno al fuoco per inginocchiarsi accanto a lui e per osservare il gioco delle sue dita magistrali sulle corde. Traevano dalle ombre una melodia magistrale, e la lasciavano giocare giochi beati con se stessa. Al momento esatto, quando il Professore gli rivolse un cenno, Frankie cantò, dapprima timido; ma poi con la sicurezza di un angelo: si diceva che quell’aria fosse stata composta da un musicista ambulante di Brakabin in tempi recenti, dal nome non più famoso di quello di Demetrios; e certamente non era una musica del Tempo Antico:

Prima che scenda la sera
La tua carne è un fuoco d’ambra
Per riscaldar la mia notte.

Prima che spunti la luce
La tua bocca mi dà conforto
Per rinfrescare il mio giorno.

E non mi ha mai stupito
Che fiamma e frescura periscano:
L’amore è mortale.

CAPITOLO 11

NOTARONO UN CARTELLO CON LA SCRITTA «STRADA SENZA USCITA»

… Ma avevamo dei nemici, che lui chiamava maghi, e avevano trasformato il tutto in una scuola domenicale di catechismo per bambini, per puro dispetto. E allora io dicevo che dovevamo andare a sistemare quei maghi. Tom Sawyer diceva che ero stupido.

Mark Twain, LE AVVENTURE DI HUCKLEBERRY FINN.

Per i due giorni seguenti, la strada dissestata condusse la Compagnia verso ovest e un po’ verso sud. La nebbia era come un peso pieno di suoni. Demetrios ebbe l’impressione di sentire in quella nebbia qualcosa che non si sarebbe potuto udire mai più, un’assurdità antica. Non era una sirena della polizia, che suonava oltre gli alberi velati? Non l’urlo spiegato, ma lo «uh uh uh» che le auto in servizio di pattugliamento usavano un tempo per farsi sgombrare la strada? — Quei dannati pappagalli, — disse Bosco. — Quelli là, piccoli e bianchi.

— Già, — disse Angus. — Mia madre ne ha uno in gabbia.

Un’ora dopo la sirena lanciò un altro ululato spaventoso, di quelli che annunciavano un incidente, un disastro, un incendio. — Dannazione, — disse Bosco. — Non capita spesso di sentire un puma che fa questo chiasso di giorno.

— Nelle giornate coperte, sì, — disse Garth. — O se è incattivito.

— Io ne ho sentito uno, stanotte, — disse Frankie. — Lo stesso, probabilmente.

Demetrios poté accettarlo. Quando, dopo un po’, risuonò un altro stridio, fievole e distante, si rimproverò di avere udito il fischio d’una fabbrica o la sirena del mezzogiorno. Ma chiese al ragazzo che aveva l’orologio del Tempo Antico: — Che ore sono, Angus?

— Mezzogiorno in punto, uomo Demetrios.

I clacson delle automobili — il pomeriggio a metà della sua fuga — i clacson delle automobili…’. o almeno uno strombettare, un barrire confuso. Era la nebbia a generare quella pazzia? Nell’ultima mezz’ora gli era parso che si sollevasse. Di tanto in tanto Demetrios aveva scorto la chiazza bianca del sole, troppo forte per guardarla direttamente. Era un alce o un cervo che bramiva? Un gufo che lanciava il suo richiamo in pieno giorno? Vide Garth aggrottare la fronte e Frankie guardarlo con aria interrogativa, ma nessuno ne parlò, e poco dopo il suono s’interruppe.

Notarono un cartello con la scritta STRADA SENZA USCITA.

— Un crocicchio, eh? — disse Bosco.

— Dio, — disse Garth. — Vorrei saper leggere.

Bosco guardò Demetrios. — Non so che cosa c’è scritto, ma si può vedere un’altra strada che arriva qui, da nord e da sud.

Il cartello era di antico metallo, e le lettere in rilievo erano in parte cancellate. Più oltre continuavano le chiazze nere e il disordinato manto verde della strada del Tempo Antico. — Insegnerò a leggere a te e a Frankie, — disse Angus. — Oppure lo farà Demetrios, o lo faremo insieme.

— Anche Solitaire può insegnare un po’, — disse la fragile dama incinta. — Una volta Solitaire conosceva un po’ i libri.

— I libri rendono insoddisfatta la gente, — disse Bosco.

— L’insoddisfazione non mi dispiace, — disse Demetrios. Bosco scrollò le spalle, amabilmente: non riteneva che fosse il caso di discuterne. — Continuiamo verso ovest. Se è davvero una strada senza uscita potremo tornare indietro.

Il vecchio asfalto continuava più solido che mai. Forse qualcuno aveva fatto uno scherzo, dimenticato da molto tempo; oppure la strada era stata allungata dopo la posa del cartello; oppure chi lo trasportava se ne era stufato e l’aveva piantato lì in terra… il mondo è pazzo. Quando più tardi la compagnia cominciò a udire un vago ruggito, che si sentiva nei piedi e nelle ginocchia e nelle viscere, Demetrios. rifiutò di pensare a camion pesanti che sfrecciavano su un’autostrada, nell’aria inazzurrata dai veleni, per nutrire una città mostruosa. — Deve esserci una cascata, qui vicino, — disse Bosco.

La strada deviava verso sud. Il rumore diminuì. Quando venne il momento di accamparsi per passare la notte, lo sentivano ancora tuonare nel terreno, ma non ci pensavano più.

Tanto tempo fa, un giorno o due prima di Aberedo, sognai che mio padre era vivo, e mi dispiacque, sebbene lo avessi amato, sebbene fossimo stati amici in un modo più agevole e migliore di quanto possano esserlo di solito padre e figlio, perché non era vanitoso. Se con una bacchetta magica o una preghiera potessi far tornare il Tempo Antico, cosa farei?…

Demetrios rimuginò anche sui suoi ricordi delle carte topografiche del Tempo Antico. Non potevano incontrare grandi fiumi prima del Delaware. Gli si stavano già avvicinando? Il suono continuava incessante, come un caos che parlasse nel sonno.

Angus faceva le prime due ore di turno di guardia. Garth e Frankie avrebbero fatto il turno successivo, poi Bosco; Demetrios e il Professore avrebbero fatto l’ultimo, quello che portava all’alba. Demetrios si avvoltolò nella sua coperta, ma temeva il sonno: non voleva sognare Hesterville. Al di là del fuoco, Solitaire e il Professore sedevano e parlavano. Ella muoveva le labbra, accosto all’orecchio di lui, e la faccia del Professore esprimeva innumerevoli cambiamenti di dubbio, consenso, riflessione, concordanza. Egli aveva messo da parte il suo liuto. Faceva di rado gesti esplicativi con le mani, ma spesso le sue dita danzavano sul ponte del braccio destro, e Solitaire le seguiva con lo sguardo. Ah, paisà! Forse tu non parli perché non ne hai bisogno? Se le voci giungono fino a te, se alcuni ti amano e capiscono le tue risposte, è sufficiente?

Le tenebre erano alleggerite da una luna confusa; allo zenit brillava Vega, e poche altre luci eterne. Una musica transeunte turbò Demetrios, spaventosa come il rumore della radio di un’auto silenziosa di passaggio in lontananza; egli udì o immaginò il rombo smorzato del motore, il passaggio dei pneumatici sull’asfalto umido. E accadde ancora. Adesso poteva vedere, nella profondità della notte, parte della configurazione della Grande Orsa. La nebbia si stava sicuramente dissolvendo sotto la brezza; vedeva ondeggiare il merletto nero dei rami estivi. Il vento li faceva strusciare uno contro l’altro e vi soffiava il suo respiro musicale… Solitaire gli si inginocchiò accanto. — Angus ha steso la sua coperta vicino all’abete, — disse lei, — prima di montare di guardia.

— Sì. — La mano di Solitaire era morbida, un po’ pesante sul braccio di Demetrios.

— Demetrios e Solitaire non fanno niente.

— Niente.

— Anche Paisà lo sa. È una necessità.

— Capito.

— Angus è delicato. Il bambino non correrà pericoli, quando lui farà l’amore.

— Vai da lui. Questo non è il Tempo Antico.

— Com’era nel Tempo Antico, uomo Demetrios?

— Ah, niente. Vai da lui, amore. — Fino a quel momento, Demetrios non era stato sicuro che il suo amore per Angus fosse abbastanza saldo per indurlo a dire così. Le vecchie mitologie muoiono a fatica; ma Solitaire avrebbe capito, a modo suo; era impossibile misurare la forza o l’orientamento della sua saggezza, tanto simile alla sua follia (così aveva detto una volta Madam Estelle) che era difficile tracciare una linea di demarcazione.

Forse il ghiaccio azzurro di Vega non era completamente sgombro dalla nebbia. Demetrios udiva e sentiva la cascata che continuava, ma non per sempre, solo fino al prossimo terremoto, al prossimo cambiamento di clima sull’orologio dei quattro miliardi di anni… Quale che fosse il tempo stabilito dalla scienza prima di cessare d’esistere. Si svegliò, pesantemente, dal sonno. Bosco stava ravvivando il fuoco con altra legna. — È il mio turno?

— No, è solo mezzanotte. Continuo io. Mi dispiace di averti disturbato.

— Non importa. Tutto tranquillo?

— Abbastanza. Garth e Frankie hanno sentito un lupo… non era vicino. Poteva essere solo un coyote, dice Garth.

— Il verso era troppo profondo, — disse Frankie, e stese la coperta accanto a Demetrios. — Era un lupo solitario.

— Non è presuntuoso? Se fosse mio fratello…

— Pensa cosa mi son perso! — cinguettò Frankie e si sdraiò per dormire. Garth si arrotolò nella coperta dall’altra parte, ma Frankie era inquieto e poco dopo bisbigliò: — Demetrios, hai molto sonno? Ti spiacerebbe raccontarmi una storia?

— Non disturbarlo, — sbadigliò Garth.

— Non mi disturba. — Demetrios si levò a sedere, drappeggiato nella coperta. La notte aveva portato il freddo della foresta, troppo intenso per quella stagione, e le ossa gli dolevano: non si adattavano bene a dormire per terra. — Certo, Frankie. È solo la verità che nei tempi andati, a Peranelios, c’era un giovane pittore, meravigliosamente abile, anche se non so dirti se diventò famoso, benché io sappia tutto. Si chiamava Mastro Giovanni e voleva dipingere gli eroi.

— Dipingere è come cantare?

— Un po’ sì e un po’ no. — Demetrios attirò a sé Frankie nel cavo del braccio; con la mano sinistra alimentò il fuoco con i ramoscelli. Il calore acquietava i dolori. — È abbastanza simile, e raccontare storie è un po’ l’uno e un po’ l’altro. Mastro Giovanni (che non era molto più vecchio di te) non aveva altra ambizione che diventare il più grande pittore mai esistito. Consultò lo Scimmione Calvo (il critico più rispettato di Peranelios), e quello gli chiese: «Vuoi essere il più grande pittore che sia mai esistito, oppure vuoi dipingere?». Poiché in un certo senso era il cervello della banda, Mastro Giovanni capì, e mise davanti allo Scimmione Calvo un bel melone maturo che gli aveva portato, per riconoscere il fatto che aveva più buon senso degli altri critici. Bisogna sempre portargli qualcosa, quando lo si consulta: tutto sta a vedere se lo mangia o te lo tira dietro. Poi Mastro…

— Beh, e allora?

— Allora cosa?

— Lo mangiò o glielo tirò dietro?

— Oh. Certuni dicono che lo mangiò, altri che glielo tirò dietro… le solite varianti che capitano ai narratori di storie. Mastro Giovanni, come ho detto, voleva dipingere gli eroi perché pensava che fossero interessanti. Non so precisamente perché, ma a Peranelios, come dappertutto, il problema è trovarli.

— Dov’è Peranelios?

— Al di là delle Montagne del Mai.

— L’immaginavo. Come le favole che racconta mia zia, i fatti succedono sempre dove non puoi mai andare. Ma, — disse Frankie, caldo e assonnato, — preferisco ascoltare, piuttosto che addormentarmi.

— Anch’io. Mastro Giovanni chiese a suo padre se sapeva dove trovare degli eroi. Il padre di Mastro Giovanni aveva combattuto nelle guerre contro i pirati, anzi era a bordo dell’ammiraglia quando la fiotta passò di sorpresa nello Stretto di Gor per attaccare il porto segreto dei pirati. Lui non sapeva dove Mastro Giovanni poteva trovare degli eroi, e si irritò con il figlio perché l’aveva disturbato mentre beveva un boccale di birra. Mastro Giovanni fece uno schizzo di suo padre irritato, e quella notte se ne andò di casa, in cerca di eroi. Il ritratto gli dava fastidio, perché somigliava più a lui che a suo padre, ma molto più tardi, quando si trovò in difficoltà, riuscì a venderlo a un ammiraglio che aveva conosciuto suo padre, in cambio di alloggio per una notte e di una ciotola di minestra.

«Il primo giorno, dopo essere partito da casa, incontrò un giovane cavaliere robusto in armatura, che con la lancia in pugno affrontava uno spaventoso drago fiammeggiante: proprio quello che cercava. Mastro Giovanni chiese al nobile giovane: “Ti dispiacerebbe tenere la lancia un po’ più inclinata?… Sì, così va bene. A proposito, voi due non state combattendo per qualcosa, per una fanciulla o qualcosa del genere?”

«“Beh, veramente l’abbiamo mandata a chiamare,” disse il drago, “ma quella piccola disgraziata è in ritardo. Succede sempre così.”

«“Non so proprio cosa abbia preso alle fanciulle d’oggi,” disse l’eroe, il quale era più vecchio di quanto pensasse Mastro Giovanni. “Non sono più come una volta. Non stiamo ad aspettarla. Vado bene così, con la lancia?”

«“Benissimo,” disse Mastro Giovanni.

«“L’altro mio profilo è migliore,” disse il drago. Si misero a posto, e ne venne fuori il quadro più vendibile di Mastro Giovanni. Ne fece parecchi, con migliorie e fanciulle e così via… ma lui non era soddisfatto. L’eroe, e qualche volta anche il drago, somigliava sempre a lui. I soggetti non se ne accorgevano (loro naturalmente cercavano solo se stessi e naturalmente ci si ritrovavano) ma Mastro Giovanni lo notava. La cosa lo turbava ancora quando arrivò alla capitale.

«Arrivato là, consultò il Gran Volto di Pietra, che sta in una splendida piazza nella capitale di Peranelios ed è il critico doppiamente rispettato dell’intera nazione, perché non dice mai niente. Quella sua abitudine di non dire mai niente fece capire a Mastro Giovanni che forse tutto il guaio stava nella faccenda dell’eroe. Invece di eroi, forse doveva dipingere solo gli individui più generosi, coraggiosi e santi che poteva trovare. Ci si provò, guadagnando un po’ meno di prima, sebbene molte persone gentili facessero commenti favorevoli. Vedete, il guaio era… il guaio era…»

— Che tutti somigliavano a lui, — disse Frankie. — Ma le persone che dipingeva non se ne accorgevano, giusto?

— Giusto. E lui se ne accorgeva. Dopo un po’ capì il perché.

— Sarà meglio che me lo dica tu.

— Lui era l’unica persona che conosceva veramente. Poteva amare gli altri, e dipingerli, ma non conoscerli. Lui era eroe, ladro, mendicante, drago, santo. Ho dimenticato di dirvi che di cognome si chiamava Ognuno. Mastro Giovanni Ognuno.

— Immagino che sia una specie di storia triste. — Frankie sbadigliò.

— Credo di sì. Potrebbe essere meno triste dopo un buon sonno.

— Può darsi. — Frankie si raggomitolò nella coperta, e un grosso sospiro si smorzò in un leggero russare.

(È mio privilegio di narratrice dire che mentre sedeva accanto al fuoco, alimentandolo di ramoscelli, fino a quando Bosco non venne a consegnargli l’orologio per il turno di guardia insieme al Professore, Demetrios compose altri finali per quella storia, alcuni dei quali più adatti alla giovinezza di Frankie. Come ci sentiamo superiori! La maturità dovrebbe essere qualcosa dì più che conoscere un mucchio di sterco in cui i giovani non sono ancora cascati: ma quante volte è così? Potrei riferirvi alcuni dei finali, ma perdereste la pazienza. Non che possa darvi torto… eccoci già al Capitolo Undici e siamo ancora qui nella nebbia con Huck Finn, Dante e tutto il resto.)

La mattina dopo la nebbia si era addensata di nuovo, e nella nebbia la Compagnia notò che la vecchia strada migliorava, diventava un viale decente. Le erbacce erano appiattite, anche se non distrutte, e gli alberelli più minacciosi erano stati tagliati… un lavoro da stradini, per il quale speriamo che qualcuno fosse stato pagato. Il rombo della cascata diminuì, cambiò in modo sottile, via via che la Compagnia si spostava verso ovest: era quasi la protesta di un fiume chiuso tra argini stretti, e Demetrios la sentiva più che mai, come una vibrazione nel terreno.

Trovarono un altro crocevia; e mezzo miglio più oltre, un altro ancora, con una strada che veniva da sud. E da quella parte, grandi e indistinti nella nebbia, ma poi stagliandosi nei loro contorni naturali, arrivarono due coniugi dai capelli grigi, con un uccellino dorato in una gabbia. Salutarono educatamente la Compagnia con cenni del capo e l’uomo chiese: — Siete diretti al traghetto?

— Se è là che porta la strada, — disse Demetrios… perché quel mattino Angus, assonnato e distratto dopo una notte di teneri giochi, pareva volere che fosse Demetrios a fungere da capo e a prendere le decisioni.

Alla donna sconosciuta quella risposta non piacque. — E dove altro dovrebbe andare? — domandò. E forse pensava che Demetrios o suo marito fosse sordo, perché ripeté: — Ho detto, dove altro dovrebbe andare? — Il suo uomo, che portava la gabbia (non avevano altro bagaglio) sorrise con aria accattivante.

Solitaire lasciò Angus e rivolse un trillo all’uccellino che, sotto il suo sguardo, si lanciò in folli carole. — Dammelo qui. — Prese la gabbia (senza dubbio l’uomo era davvero sordo) e la coprì con un telo grigio che portava infilato sotto la cintura. Il canto cessò. — Cammineremo un po’ più indietro di voi, brava gente, — disse. — Così non darà tanto fastidio.

Frankie rimase indietro per fare amicizia con i due, ma quelli erano imbarazzati o spaventati (era possibile aver paura di Frankie? Sì) e coprirono di nuovo l’uccellino perché ricominciò a cantare al suo avvicinarsi. Demetrios osservò gli sforzi del ragazzo, che ottennero soltanto borbottii a labbra strette da parte della donna, e vaghi sorrisi da parte dell’uomo. Presto Frankie desistette e raggiunse la Compagnia, perplesso e piuttosto stizzito; ma comunque parlò solo all’orecchio di Garth. La coppia procedeva una decina di iarde più indietro; e nessun altro si era aggiunto a loro quando scesero tutti un lungo pendio pietroso, verso la casa del traghettatore.

La casa stava tra alberi merlettati di nebbia: e la nebbia copriva le acque, fino all’infinito. La Compagnia si accorse appena della presenza del fiume fino a quando non raggiunse la casa; e poi lì, ingigantito dall’alta sponda, il grande, lento rumore li circondò. Come nei giorni precedenti, la nebbia parve diradarsi, eppure non si disperdeva mai del tutto; era solo il sollevarsi tentatore di un sipario che per qualche ragione misteriosa deve tornare ad abbassarsi…

Se mai avete recitato una parte in una filodrammatica (che non è mai migliorata molto dalle sue origini tra i laghi svizzeri) avrete notato che con quel maledetto sipario ne capita sempre qualcuna: si incastra, piomba fuori tempo sul collo del tenore, funziona in tutti i modi, ma mai bene… se pure il sipario c’è; certuni cercano di fare a meno, cercano di nascondere gli attori dietro uno schermo fino a quando non tocca a loro, e poi il grassone fa cadere la lancia, clank, clong, e quando si china per prenderla urta lo schermo con il sedere e lo fa cadere ed eccoli tutti là (gli svizzeri avevano sempre il sipario). Quello che voglio dire è che, se avete fatto questa esperienza, potete capire un po’ una romanziera alle prese con la nebbia e cose simili in questo capitolo (non ho tempo neppure per Madam Estelle), quando sarebbe tanto più semplice tirare avanti al trotto con una bella storia d’azione svelta che vi aspettavate di sicuro almeno stavolta, care anime… che peccato…

La casa era vecchia e grigia, il molo usurato dal traffico (eppure adesso non arrivava nessun altro) e verde d’alghe e di muffa nei punti riparati. La vela arrotolata del traghetto lasciava sgocciolare nebbia condensata. Ma una gaia lampada era visibile attraverso la finestra della casa. Si scorgeva il traghettatore che mangiava uova fritte e pane, e si puliva i baffi grigi. Il suo nome era scritto su un cartello sopra la porta:

TRAVERSATA DEL DELAWARE

(Washington ha dormito qui)

R.C. Noah, Direttore

BIGLIETTO 10 cents.

Il signor Noah spalancò la porta prima che potessero entrare: era un titano grigio che faceva sfigurare la massa di Bosco e l’altezza di Demetrios. Brand si rattrappì come Demetrios non l’aveva mai visto fare; recuperò presto il coraggio ma non fece profferte d’amicizia, sebbene il signor Noah fosse raggiante, a modo suo. — Dunque, cosa volete? — Era solo un vecchio grande grosso, burbero, rumoroso, con un perizoma grigio, e i baffi sporchi d’uovo.

— Stiamo andando all’ovest, — disse Angus. — Quand’è il prossimo traghetto?

— Quando volete. Non ho orari fissi, io. Perché della gente simpatica come voi vuole andare all’ovest?

— Io vengo di là, — disse Demetrios.

— Non è una ragione. Non c’è più niente, adesso, dopo la Penn.

— Dov’eravamo non ci piaceva, — disse Bosco. — Capisci? A proposito, Mister, hai visto o sentito qualcosa di una banda chiamata i Nomadi di Gammo?

— No.

— Noi siamo per conto nostro, — disse la donna con la gabbia. — Ecco, prendi qui mentre tiro fuori il danaro. — Ma dovette tirare il marito per il braccio perché lui le desse retta. — Ho detto, prendi la gabbia mentre tiro fuori il danaro.

— Non c’è bisogno di tanta fretta, — disse Noah. — Non andremo da nessuna parte fino a quando non sarò andato e tornato dalla latrina.

— Che tipo disgustoso! — Ma la donna lo disse sottovoce, e dopo che Noah era rientrato nella sua casetta.

— Non è mica molto educato, è un fatto, — disse Bosco. — Gli avevo solo rivolto una domanda. — Anche Solitaire aveva mostrato un lampo di collera, ma quando Angus la cinse con un braccio si rilassò, e alzò gli occhi verso di lui, in un alone di sicurezza. Bosco aggiunse: — Vedete, non sono sicuro che la farei a battere quel tipo.

Frankie rise. Demetrios disse: — Non ti ci provare, uomo. — Frankie smise di ridere e si avvicinò a Garth, che in quel momento era il più calmo della Compagnia.

Il signor Noah tornò indietro e si avviò lungo il piccolo molo, bloccando l’accesso alla sua miserabile barca: s’era piazzato lì con la mano protesa. La donna anziana passò per prima, lanciando un’occhiataccia ad Angus sebbene si fosse già scostato per cederle il posto. Mise una moneta da dieci cents nella mano di Noah. — Abbiamo solo metà dello scandaloso prezzo del biglietto. Pensavamo che fosse meno.

— Per metà posso portarvi solo a metà del fiume, — disse il signor Noah.

— Non ho mai sentito una stupidaggine simile!

— Oppure mi prenderò l’uccellino per l’altra metà. Un bell’uccellino come quello mi rallegrerebbe un po’ la casa.

— Bene… sta bene. Dagli la gabbia. — Il marito continuò a sorridere dolcemente alla nebbia. — Ho detto, dagli la gabbia. — Gliela strappò ella stessa dalla mano e la porse al signor Noah, il quale tolse il telo:

L’uccellino inclinò la testa verso l’uomo e cantò teneramente. — Ecco! — disse il signor Noah. — Ecco, ecco! — Stava ancora ammirando il suo acquisto quando Angus pagò: ma stava abbastanza attento da notare le otto monete. Una la rese. — Per il cane non faccio pagare niente. Se ammazza un ratto o due si è già guadagnato il biglietto. — Demetrios vide una sagoma guizzante, rossogrigia, sfrecciare sotto uno scalino, mentre i coniugi anziani avanzavano nella barca, vacillando, in cerca del posto più asciutto per sedersi. — È buono a pigliare i ratti? In questi ultimi tempi sono diventati una cosa tremenda.

— Oh, è terribile con i ratti, — disse Angus.

— Per Dio, a me farebbe comodo un buon acchiapparatti.

— Non posso venderlo.

— Lo pensavo. Comunque, può viaggiare lo stesso gratis. — Il signor Noah non disse altro. Spiegò la vela fradicia, si staccò da riva, prese il timone e fischiettò per chiamare una brezza… beh, effettivamente una brezza favorevole aveva incominciato a soffiare cinque minuti prima ch’egli fischiasse, e aveva preso a diradare la nebbia in spettri e fantasmi di fluttuante tristezza che si spostavano sull’acqua grigia per lasciare spazio alla vela avanzante…

poiché il signor Noah era in gamba, altrimenti la Società della Traversata del Delaware non avrebbe potuto conservarlo in quell’impiego per tanto tempo, e se lui ci teneva a far risultare che i leggeri cambiamenti delle condizioni meteorologiche avvenivano in obbedienza al suo fischio, alla sua volontà, ebbene, penso che gli si possa concedere questa piccola vanità, specialmente perché ho quasi finito con questa parte del libro, la parte della nebbia. In complesso siete stati molto pazienti, molto cari. Grazie.

Brand uccise il ratto e l’uccellino dorato cantò… vigorosamente, dopo che il sole spuntò quanto bastava per mostrare salici e sempreverdi sull’altra riva. Era un grande fiume, benché non fosse il più ampio; la sponda che i viaggiatori si erano lasciati alle spalle non era visibile quando sbarcarono, a causa della nebbia che vi indugiava ancora; evidentemente era una caratteristica di quella parte del mondo. La Compagnia guardò il signor Noah rientrare nel banco di nebbia; Demetrios ebbe l’impressione di sentire cantare ancora l’uccellino dorato.

La strada del Tempo Antico continuava oltre l’attracco, in condizioni migliori. Non c’era più nebbia. Ogni ramo, ogni pietra, ogni ciuffo d’erba era immerso nel calore pulito del pomeriggio. Al primo crocevia la donna anziana disse: — Noi andiamo da questa parte. — Tirò il marito per il braccio. Egli rivolse a Demetrios un cenno diffidente. Poi i due sparirono.

La Compagnia aveva percorso un quarto di miglio, ed ogni cuore seguiva in solitudine la sua rotta, quando Solitaire si fermò di colpo, ad occhi dilatati… Fino a quel momento aveva camminato accanto ad Angus, teneramente, sebbene senza toccarlo. Girò su se stessa e tornò indietro correndo per un breve tratto, e scagliò furiosamente il bastone di quercia nella direzione presa dalla coppia sconosciuta. — Pazzi! Idioti! — Cercò di urlare ancora, ma il pianto le strozzò le parole in gola.

Demetrios fu il primo a raggiungerla e la trattenne, delicatamente; qualche volta, nelle sue crisi di rabbia, si era strappata gli abiti, s’era straziata le braccia con le unghie. La sentì ritrarsi, e poi ritrarsi ancora quando Angus le prese le mani, ma poi ella non fece alcuno sforzo per liberarsi. — E se l’uccellino muore?

— Immagino, — disse Angus, — che qualcuno potrebbe risponderti che l’uccellino era loro.

— Sì. Ma cantava per Solitaire. Cantava per Frankie.

— Solitaire…

— Cosa vuoi dire? Chi è Solitaire? O Demetrios, Demetrios, e se Solitaire perdesse la sua follia? Non è mai stata violentata da una banda di teppisti, Demetrios. Oh… oh, si era solo allontanata da Brakabin, s’era perduta, quella stupida, tutta quella strada da Brakabin perché quella stupida di sua madre le aveva detto di portare a spasso quello stupido di un cane, e lei avrebbe dovuto passare davanti alla casa dove mio… la casa dove mio…

Guardò le proprie mani contratte rilassarsi, mentre Angus gliele massaggiava. Egli disse: — L’uccellino cantava, quando il traghettatore è ripartito con lui.

Solitaire annuì e sorrise, illuminandosi, razionalmente. Ma la memoria chiuse la porta che lo slancio appassionato aveva spalancato per un attimo. Fu quanto la Compagnia venne a sapere del mondo che l’aveva resa quel che era. Frankie recuperò il ramo di quercia ed ella l’accettò. — O Cervello della Banda, — gli disse. — Alla prossima fermata cominciamo a imparare a leggere e a scrivere, e non sarà facile.

— E cosa c’è di facile?

— Bravo il mio amico. Adesso Solitaire vuole la musica.

Quando proseguirono, ella agitò il bastone con lo stesso ritmo di quello del vecchio, dopo aver preso a braccio Demetrios da spirito indipendente e libero, e il Professore li seguì pizzicando una marcia vivace. Frankie sfrecciò davanti a loro, come un tamburo maggiore, battendo il piatto di latta tolto dallo zaino con il cucchiaio di peltro, e cantando antiche, venerabili parole:

«Mademoiselle d’Armentières, parlez-vous?
Mademoiselle d’Armentières, parlez-vous…
È difficile arrivarle sopra le ginocchia,
Ma si butta facilmente sulla schiena.
Hunky-dinky, parlez-vous!

(Sono sopravvissuti altri versi, che neppure Frankie conosceva.) Garth fischiettava e cantava un po’ anche lui. Angus soffiava su di un filo d’erba tenuto sui pollici. Bosco si batteva i pugni sul petto e si schiaffeggiava le cosce, di tanto in tanto faceva bum! come una grancassa, e Brand trottava avanti e indietro, sbalordito e ammirato, lanciando acuti uggiolii canini. Fu così che la Compagnia arrivò, con stile splendido ma informale, nella pacifica, prospera, alquanto conservatrice città di Trottersville, nella Penn.

La strada del Tempo Antico era svanita; tra gli alberi si scorgeva una strada moderna di terra battuta, molto migliore, coperta di tracce di zoccoli, di piedi calzati di sandali, di ruote di carro. Quando la raggiunsero, al canto di Mademoiselle, videro vicinissimi molti tetti, più in basso, staccionate di pascoli, il campanile di una chiesa che rifletteva il sole. Demetrios descrisse ad Angus lo spettacolo degli uomini e dei cani che guidavano un branco di maiali verso la cittadina, dall’altra parte, dove una piccola altura innalzava la strada. Trottersville era una città di maiali e polli. Un gallo cantò. Bosco sorrise.

Trottersville, come tutti sanno, fu fondata moltissimo tempo fa da una famiglia Trotter (o Trotters); ma l’unica statua nei giardini è quella di un maiale, eseguita in uno degli stili del tardo Ventesimo Secolo, che sembrava un frullauova da tutte le parti, tranne che dal sud. L’iscrizione sul piedestallo dice COSA MIA, ma è stata riempita con lo stucco e dipinta, e forse non sarebbe il caso di parlarne, ma si vede lo stesso. Visto da sud, il Porcellino sembra più che altro un paio dì forbici rovesciate. Tutte le banderuole segnavento della cittadina sono galli dorati.

La Compagnia si avviò verso la locanda: Angus aveva fiducia nel valore del suo danaro di Katskil. La locanda aveva per insegna una testa di cinghiale, e spingeva la tradizione medievale al punto di esporre una frasca sopra la porta, per annunciare agli analfabeti che lì c’era da bere. Il danaro di Angus era buono davvero, e c’era a disposizione il piano di sopra, con spazio sufficiente per tutti, compreso Brand, e le bevande erano bevibili.

E meglio ancora, in città c’era il Circo Sawyer Finn.

CAPITOLO 12

È IL NOSTRO PATTO CON LA NATURA

Wynken, Blynken e Nod una notte
Salparono su d’uno zoccoletto.
Navigaron su un fiume di cristallo
Fino a un mare di rugiada.

Eugene Field, POEMS OF CHILDHOOD

Il taverniere della Testa di Cinghiale, antico ed esperto, che era sicuramente un superstite del Tempo Antico, pensava di aver sentito parlare dei Nomadi di Gammo qualche anno prima… non ricordava bene. — Potrebbero saperne qualcosa al Circo… quei vecchi matti sono qui. Jason Smallways gli ha prestato il prato per accamparsi. Gli spettacoli cominciano domani… niente tenda, solo i carozzoni e i fenomeni viventi e non so che altro.

— Andrò a domandarglielo, — disse Bosco. — Qualcuno vuol venire con me?

— Io, — disse Demetrios. — Sawyer Finn, hai detto?

Il locandiere confermò. — T.S. e H.F., dicono di chiamarsi. Vecchi un po’ tocchi… forse credono di essere davvero quei due. Ma non dovrei parlare, signore… altrimenti mi vengono delle idee.

Frankie e il Professore si accodarono; gli altri erano stanchi, o tristi, o indaffarati. Passarono per la cittadina assonnata — tutta la Penn è sonnolenta, in parte per il clima — e giunsero sul prato di Smallways, in un trambusto pieno d’odori animali. I carrozzoni tirati dai muli erano disposti in un ampio cerchio, quasi come i carri Conestoga dei pionieri, circondati dalle grida di guerra degli indiani. Un acrobata stava provando la resistenza della calzamaglia da poco rattoppata dietro. Un ragazzo stava facendo esercitare due eleganti cavalli. Un vecchio gentiluomo dalla mascella quadrata provava una frusta da domatore, facendola schioccare a terra, e un uomo sparuto dai baffi neri coccolava due puma in gabbia. Una donna grassa sedeva al sole, afflitta e immobile.

Il vecchio gentiluomo li guardò a disagio, mentre Bosco andava a parlare con il ragazzo dei cavalli. — Un altro comitato con l’intenzione di civilizzarci! Non ho mai visto tanti comitati. — Ma non sembrava ostile.

— Io non ho mai civilizzato nessuno, — disse Demetrios.

— Adesso che ti guardo, penso proprio di sì. Chi è il ragazzo?

— Io sono Frankie, e questo è il Professore. Non parla, ma Miz Solitaire mi insegna a dire quello che lui pensa.

Il vecchio annuì. — Qualcuno di voi cerca lavoro?

— Dipende, — disse Demetrios. — Siamo diretti all’ovest.

— Tu sei il capo?

— No, Frankie. Io sono il vicepresidente. Solo H.F. — Gridò, rivolto a uno dei carrozzoni: — O T.S.! Signor vicepresidente! Compagnia! — Il liuto del Professore formulò una domanda. — Oh, lui è l’altro vicepresidente. — Il liuto fece un’altra domanda. — Il presidente? Oh, ma parli davvero? Non c’è. Ehi, T.S. Vedete, è inutile andare all’ovest. Oceano, giungla, isole. La carta geografica non è più quella d’una volta… non la si riconosce più. — Si tolse la marsina e si asciugò il sudore. — Debbo portarla domani per l’inaugurazione, per via dello stile, dice T.S… ma è inutile che ci muoia dentro adesso. — I suoi blue jeans, come quelli di Frankie e di Demetrios, avevano toppe alle ginocchia e dietro. — Signor vicepresidente! Cos’è successo a quell’uomo, mi domando. Tutti i pomeriggi dorme fino a tardi.

Apparvero due nanetti, un uomo e una donna, e un’altra donna più vicina alla statura normale, circa quattro piedi e dieci. I nani avevano proporzioni impeccabili, e l’uomo dai capelli scuri era alto tre piedi. Le donne dai capelli rossi e dagli occhi azzurri avevano una rassomiglianza di lineamenti che le indicava come sorelle. L’uomo parlò con voce di contralto: — T.S. non dorme. Gli dà fastidio il piede, ma dice che adesso arriva. — Si inchinò teatralmente, non per beffa, ma come se gli facesse piacere: — Io sono Nod, la Minuscola Meraviglia del Circo Moderno. Ho l’onore di presentarvi mia moglie Wynken e mia moglie Blynken.

— Io sono Blynken, — disse la donna più alta. Sorrise, facendo le fossette, stringendo le mani agli ospiti. — Il matrimonio è una gran comodità, di tanto in tanto!

— Io sono Wynken. — Gli occhi di Wynken erano più verdeneri che azzurri.

— Eravamo le sorelle Cabot di Lowelltown, prima di sposarci… in origine Kabotski, naturalmente. Forse non siete del Massachusetts…

— Piantala, Blynk, — disse Wynken. — Questi sono amici.

Finalmente comparve l’altro vicepresidente, anch’egli in marsina. Portava anche un elegante cappello di feltro, forse solo per il gusto di sollevarlo con gesti espressivi. Era tutto cortesia, e a Demetrios non ricordava affatto il Ventesimo Secolo. — Non so perché mai H.F. vi tenga qui fuori al sole. Entrate nel carrozzone.

Nod disse: — Credo che andrò con…

— Blynken a guardare i cavalli, — disse Blynken, — mentre…

— Wynken va sempre matta per i forestieri, — disse Wynken.

— Diamine diamine, — disse H.F., — fanno sempre così. È come parlare con qualcuno con tre teste.

— C’è il trucco, — disse Wynken, e alzò la mano per sfiorare quella di H.F., mentre si avviavano verso il carrozzone. Studiando le facce nuove, fece ondeggiare la lunga gonna e canterellò tra sé:

— Siam venuti a pescare le aringhe
Che vivon nel fondo del mare;
Abbiamo reti d’argento e d’oro!
Dissero Wynken,
Blynken
E Nod.

I due vecchi avevano i capelli bianchi, facce incise dalle grinze, gli occhi dalle iridi un po’ confuse. Si muovevano con prudenza sulle gambe esili (T.S. non mostrava di soffrire di male a un piede), ma non stavano curvi; avevano voci nitide e guance rosee. Indicarono con garbo i punti migliori del pavimento del carrozzone, per farvi sedere gli ospiti. — Ci scusiamo per l’arredamento, — disse T.S. — Uno sceriffo bucolico se l’è presa con alcuni dei nostri pezzi migliori, compresa una sedia a dondolo cui ero molto attaccato. Un tempo era di mia zia. Naturalmente è solo un inconveniente temporaneo. — Wynken aveva servito spirito di granturco in tazzine sbreccate. — Permetti, mia cara… — T.S. spolverò con il fazzoletto un tratto di pavimento per farla sedere.

Frankie fiutava tutto intorno come fa un gatto in una casa nuova, ma era già innamorato, costretto a sedere il più lontano possibile da Wynken, rosso in faccia e con gli occhi spalancati.

— Si prospettano tempi migliori, — disse T.S. — Salterà fuori qualcosa. È sempre così. Da dove vieni, signore?

Demetrios raccontò la storia di Nuber. Il Circo di Sawyer Finn non c’era mai stato, sebbene Wynken dicesse che lei e sua sorella e il loro marito ne sapevano qualcosa. E Demetrios parlò di Hesterville, di una civiltà che era morta in parte per odio verso se stessa. T.S. disse: — Sì… sì… speravamo che non succedesse…

— Ti andrebbe di ritornare verso l’ovest, signor vicepresidente?

— Oh, temo che non sia possibile. È tutto cambiato… non conosceremmo quelle isole. Non c’è pubblico per un circo, secondo me, e noi dobbiamo guadagnarci da vivere, H.F.

— Quel liuto darebbe certo un tono al Circo, — disse H.F.

— Il Professore, — disse Frankie, pavoneggiandosi un po’, — pensa che lui andrà sempre dove andiamo noi. — Il liuto confermò. Poi Frankie cedette a forze inesorabili e parlò direttamente a Wynken, dimenticando tutti gli altri: — Quanti anni hai?

— Io sono giovane e vecchia, Frankie, tesoro.

— Mi pare che vada bene. — Egli si studiò disperatamente i piedi. — Ma vorrei che venissi con noi.

Il Liuto parlò nel silenzio; Wynken ascoltava. Guardò turbata Demetrios, che le sorrise. Secondo lui poteva avere qualunque età, tra i venti e i trentacinque; i nanetti sono strani. — T.S., — disse lei, — Blynken e Nod e io abbiamo parlato ultimamente di qualcosa che ci dà fastidio, solo che non me la sentivo di dirlo. L’abbiamo in mente da… oh, da quando quegli sciocchi per ci hanno combinato quel guaio a Betlam…

— Zotici, tutti quanti. — Ma T.S. sapeva quello che sarebbe venuto poi.

— T.S., tesoro, non portiamo fortuna allo spettacolo, e tu lo sai.

— Terra di Dio, bambina! Sciocchezze! — Ma non suonava sincero.

— T.S., noi non sappiamo fare molto, tranne svolazzare un po’ in giro ed essere piccolini. E i gonzi… oh… Blynken dice che sta perdendo il bernoccolo per predire il futuro… e non è mai stato il suo genere, del resto. Se potesse fare il numero con noi… ma è troppo grande. Nod e io… oh, balliamo e siamo bravi con i cavalli, perché ci sono affezionati. Ma non serve. Gli spettatori vogliono che siamo dei fenomeni viventi. Oh, era dura quando vivevamo nei boschi, e voi siete stati degli angeli a tirarcene fuori, ma… T.S., H.F., i gonzi vogliono disprezzarci. Vogliono pensare che sono fortunati a non essere piccoli. Se noi potessimo essere brutti o goffi, ci troverebbero simpatici.

— Puah! — disse H.F. — Non può essere, tesoro. — Ma doveva sapere che era così. — Cosa faremmo senza di voi Mary Ja… Wynken?

— Oh… Domani faremo un gran bello spettacolo. Non preoccuparti. Ci dormiremo sopra, ne riparleremo. Io… — Wynken corse giù dal carrozzone. Voltandosi indietro a guardare Frankie. Intimidita, si sarebbe detto.

Venerdì 26 luglio

Perché ci impegniamo tanto per divertire la Gente? Ci sono due modi. Per Danaro, come questa Casa dove arrivano tesi e noi li mandiamo via pacificati, quasi Ragionevoli… come quando il mio vecchio Demetrios andava agli angoli delle strade e si metteva il Berretto davanti ai piedi. Oppure per amore, come quando Babette viene a sedersi vicino a me e mi racconta i pettegolezzi per fare Passare il tempo se sono triste o se l’Artrite mi fa male alle Giunture o se ho bevuto troppo Tè. Io allora sono di cattiva Compagnia e lo so, ma lei viene lo stesso, benedetta, e litighiamo per niente finché io mi sento meglio.

Mister Fleur diceva sempre del nostro Talento: — Vedete, Ragazzi e Ragazze, i clienti non vogliono solo il Divertimento. Vogliono che sembri così perché sanno che il riposo è troppo profondo. Loro hanno bisogno di sentire che sono Qualcuno e che Qualcun altro se ne accorge. E vogliono essere toccati per non gelarsi fino al Cuore nel Vento freddo, — diceva. — E non disprezzateli perché vengono qui, — diceva, — perché allora disprezzereste voi stessi perché siete qui, e questo non lo voglio. Chiunque lavora qui, per me va bene, il che significa che deve andar bene anche per il fottuto Mondo.

Magari adesso lo inchioderebbero un Uomo se parlasse così, perché la Virtù si addensa a Nuber come il latte che diventa acido nel bricco. In questi giorni proteggiamo la Democrazia e la Libertà, e questo vuol dire che è meglio andarci piano e non dar fastidio agli Alti Papaveri.

Noi abbiamo un nuovo Musicista; per il mio Danaro non vale molto, però. Riceve la sua paga soprattutto in pasti e Prestazioni, va bene. Ha una Chitarra e suona alcune canzoni molto belle lui dice che sono Rock del Tempo Antico, lui dimentica però che io ero già adulta quando era ancora di Moda l’originale, e spesso io e Sam e Stevie ci sdraiavamo a far l’amore al suono di quella musica quando non avevamo voglia di sentire la musica vera. Questo è un Ragazzo abbastanza Simpatico, ma per un Professore tu non vuoi mica un Ragazzo, vuoi un uomo che ha avuto Sofferenza e Gioia che gli hanno dato quello che gli Abramiti direbbero che è la Maturazione dell’Anima. Babette lo ha portato via per maturarlo, da qualche parte.

Io lo chiamo Joe che è il suo Nome. Le Ragazze possono chiamarlo Professore se vogliono, ma io no. Perché prende parte del Compenso in Prestazioni, lui preferisce soprattutto Glorie, che è la più tonda di tutte. Ieri mattina ho sentito un Baccano nella stanza dove stavano prima Demetrios e Solitaire e il Professore, e c’erano loro, lui e Glorie, che facevano tutto quel Chiasso nudi Ho visto che avevano curiosato nelle cose. So che dovremo adoperare quella Stanza per Lavoro, ma Babette non aveva ancora finito di riordinarla. Quella vacca di Glorie aveva tirato fuori dei vestiti di Solitaire che sono rimasti li, per rubarli o venderli probabilmente… basterebbe metà del suo sedere per spaccare la roba di Solitaire. Li ho cacciati fuori con un Rimprovero, perché mi ha dato Fastidio vederli grugnire sopra il Letto di Demetrios.

Certuni dei nostri Clienti Regolari domandano già: — Dov’è Demetrios, che ci raccontava tutte quelle storie nel Salotto? — Tutto quello che sa Joe è solo un paio di vecchie storie porno che tutti hanno sentito prima dell’anno chissà.

Avevo cominciato a dire, io penso che lo Svago vuol dire costruire un Posto Speciale, chiamiamolo un Mondo Speciale, dove altra gente può venire e dimenticare quello in cui deve vivere per quasi tutto il Tempo. Come Mister Fleur fece questo posto, e il piccolo Shawn non fece anche lui un Mondo con i suoi pazzi Quadri? E il mio vecchio Demetrios. O magari sto parlando di qualcosa di più grosso dello Svago, se c’è qualcosa di più grosso. No, io non credo che possa esserci un’Occupazione più grande di fare dei Mondi, specialmente se altra gente ci può entrare, come io avrei fatto un Mondo per Marcus se avessi potuto.

Al mattino dopo la Compagnia esplorò Trottersville, per ammazzare il tempo prima dello spettacolo del Circo. T.S. aveva dato biglietti gratis per tutti loro, e si sarebbe offeso se qualcuno gli avesse detto che in quel modo non sarebbe mai diventato ricco.

Nessuno diventa ricco a Trottersville, tranne i Padroni, i proprietari terrieri, e quelli lo sono già. Certi artigiani e commercianti come il locandiere, che sì chiamano Borghesi, riescono a vivere agiatamente. Gli Artigiani della Corporazione hanno delle bottegucce, e tutti i negozi essenziali sono di proprietà dei Padroni; la Gente Assistita compra lì o ne fa a meno. Angus, che andò in giro per imparare qualcosa, seppe che la Gente Assistita viene chiamata così perché la Società si preoccupa di assisterla. Costoro hanno in affitto minuscoli pezzetti di terra, per sopravvivere, e in cambio devono dedicare due terzi del loro orario lavorativo ai campi dei Padroni. È una Democrazia Libera; nelle ore libere possono infatti fare tutto quello che vogliono, purché se ne stiano a casa. La pena per il primo tentativo di abbandonare la zona è la perdita di un orecchio. Il secondo tentativo di solito è l’ultimo.

Trottersville è in contatto, grazie a strade piuttosto buone, con una nazione a sud che si chiama Virginia, e importa idee, oltre al tè, alla seta e al cotone che amiamo tanto, anche se sono prodotti dal lavoro degli schiavi, che non esistono nelle Democrazie Libere. Il direttore della Corporazione degli Importatori di Trottersville disse ad Angus che il Sistema Assistenziale aveva funzionato benissimo durante l’intera Era Cristiana, e poteva esisterne uno migliore? Inoltre, se ci teneva a fare delle critiche, lui e il suo cane potevano andarsene altrove per farle.

Angus non criticava, voleva solo informarsi. Lo disse a Demetrios, quel giorno: ci teneva sempre più a informarsi. Era una vecchia sete che non aveva mai saziato nella Città Interna a Nuber (se non per mezzo dei libri!). — La gente che conoscevo non poteva capire che io volevo davvero la verità, se la verità era scomoda o fuori moda. — Era seduto insieme a Demetrios nella taverna; gli altri stavano ancora assaporando la città e li avrebbero raggiunti al circo. — Ma io volevo scoprire come stavano le cose, Demetrios, ed è così ancora adesso. Per esempio, scoprire perché scoppiò la vecchia guerra, quarantasette anni fa. E com’era diversa, essenzialmente, dalla guerra che sta per scoppiare tra Moha e Katskill nei prossimi anni perché quelle due piccole nazioni vogliono sfruttare le stesse vecchie miniere vicino al confine.

— Forse la differenza principale consiste nelle armi. Non possiamo più distruggere la vita su grande scala, a meno che non venga creata una nuova tecnologia, e forse per questo non ci sono le risorse necessarie. La differenza negli armamenti determina una differenza psicologica. Saranno piccole guerre medievali, con molti scontri corpo a corpo, il metodo più emozionante per un guerriero… ricordi l’Iliade?… e nessun bottone da premere. Ma è sempre guerra, e ci sarà perché siamo troppo stupidi per leggere la storia, e non siamo abbastanza coraggiosi o intelligenti per rispettare i nostri simili.

— Rispettare, non amare. Siete amareggiato, Demetrios. — Demetrios non si sentiva amareggiato. Soffriva, ma piacevolmente, per la bellezza delle mani di Angus, la dolcezza della sua bocca, e una cascata di luce sulla sua spalla. — Voi… ogni tanto parlavamo così, nella Città Interna. Per me è una cosa occasionale… la si può usare anche insieme al modo moderno.

— Mi piace, Angus. Nella Città Esterna, di solito se ne rideva… Sì, rispetto. L’amore è per gli individui. Chiunque affermi di amare l’umanità è un ipocrita o inganna se stesso. Noi amiamo gli uomini e le donne e i bambini, non le astrazioni. Ma il concetto Uomo merita rispetto, e in un clima di rispetto, un giorno, potrebbe emergere qualcosa politicamente decente. Gli stati americani avevano incominciato benino alla fine del secolo decimottavo, ma non riuscirono a proteggere le loro conquiste dal Watergate e da altre corruzioni… Nessuno ama l’Uomo, povero mostro. E un artista non ama la sua arte… vive in essa e per essa, si lascia trascinare, ma l’amore non ha significato in questo senso, che io sappia. Io amo, tu ami… l’amore è per te e per Solitaire… dimmi, è bello, tra voi?

— Molto bello, uomo Demetrios.

— È per Garth e Frankie, per Solitaire e per me. Per voi e per me, Angus. — Coprì le mani del ragazzo, che risposero.

— C’entra il desiderio fisico?

— Io sono vecchio, eppure non credo che vorrei morire senza avervi abbracciato.

— Il serpente nell’Eden… non si chiamava Gelosia?

— Mio Dio! — esclamò Demetrios. — Mi hai dato l’idea per un’altra storia.

Angus sorrise. Poi disse: — Una volta mi hai detto, ai Giardini, il giorno che ci conoscemmo, che l’amore è un paese. Mi piace. — In Angus c’era sempre un osservatore, addirittura un giudice, ma questo non toglieva niente al suo calore… anzi, pensò Demetrios, era questo che faceva della sua accettazione una beatitudine. — Un grande paese, — disse Angus, — con tante strade, ma senza spazio per camminare timidamente. Avrò sempre bisogno di te, adesso e per molto tempo ancora dopo che sarai morto, amico mio.

Il Circo Sawyer Finn non aveva tendone, perciò il prato di Smallways sembrava una fiera. Un tratto era stato cintato con delle funi, dove un pendio formava una specie di teatro basso, semicircolare. Il pubblico poteva sedersi lì oppure girare per le tende, dopo aver pagato l’ingresso al cancello della staccionata di Smallways, dove Frankie e Solitaire aspettavano Demetrios e Angus. Gli altri erano già entrati gratis. — H.F. dice che sarà un grande spettacolo.

— Ma è preoccupato, Frankie? — chiese Demetrios.

Solitaire baciò Angus e gli strofinò la fronte contro il petto. — Gattina, — mormorò lui.

— Gattina gravida. Il frutto di Demetrios sarà un maschio.

— Sono preoccupati, — disse Frankie, sporgendo il labbro inferiore. — Il signor Virgil dice che gli spettatori arrivano troppo in silenzio.

— Il signor Virgil sono io, — disse l’uomo con i baffoni a manubrio, che sorvegliava l’ingresso. Non arrivava più nessuno. La folla che c’era già dentro non era gran cosa. — Io ho il numero con i puma, ed è per questo che non possiamo far entrare il cane… mi dispiace davvero, è magnifico. Frankie mi conosce da molto tempo, venti minuti, perciò pensa che dispiaccia anche a te.

— Sì certo, — disse Frankie gentilmente, impensierito.

— Resterò un po’ qui fuori con Brand, — disse Angus. — Poi qualcuno potrà venire a tenerlo e io entrerò. Ma non tira mai il guinzaglio.

— È per l’odore. Farebbe innervosire i puma.

— Sicuro.

— Sarebbe bello se fossero tutti gentili come te, — disse il signor Virgil. — È vero, sono arrivati troppo in silenzio, come fa la gente quando cerca guai.

— Non vedo molti bambini, — disse Demetrios.

— Non ce ne sono molti a Trottersville. È una città così.

Frankie disse: — La gente non potrebbe divertirsi e star buona invece di continuare a combinare guai? Specialmente al Circo? — Tornò insieme a Demetrios sullo spiazzo del circo, ma davanti a una tenda nera ornata di segni cabalistici disse: — Oh, è solo la vecchia Blynken… — E corse via per continuare le sue ricerche.

Demetrios piegò la testa ed entrò nell’oscurità illuminata da una candela, dove la piccola Blynken sedeva sola a un tavolino con due seggiole, e guardava una sfera di cristallo. — Chiudi la Cortina Interna, affinché nessuno possa… Oh, sei tu, ciao! Chiudila lo stesso. C’è scritto sopra «Occupato». Peccato che quasi tutti i clienti non sappiano leggere. — Si tolse il turbante stellato di borchie. — T.S. ha fatto fare questo coso molti anni fa, per qualcuno che aveva la testa grossa. Poco fa ho sentito un fruscio, lì dentro, come di topolini. — Si riassettò i bei capelli rossi. — Siediti. Si riempie, là fuori?

— Non molto. Al signor Virgil non piace.

— Già, e lui ha esperienza! Dammi la mano, caro… se entra qualcuno, ti sto leggendo il palmo. Oppure devo farlo davvero? La vita scrive su di noi, anche se non nel modo in cui crede la gente. Che bel pugno da vecchio giardiniere!… Wynken ha pianto quasi tutta notte.

— Oh?

— Ha i nervi a fior di pelle, e oggi lei e Nod devono ballare sul dorso dei cavalli. Lei vuole che veniamo con la vostra Compagnia, Demetrios. Se ci volete. E anch’io, e anche Nod, credo, solo che non gli piacciono le decisioni affrettate.

— Per noi sarebbe una gioia. Ma non sappiamo neppure dove andiamo, Blynken. — L’ovest è solo una parola, e il mondo è rotondo.

— Davvero, mio caro?… Beh, per noi, come capita spesso… Il Circo Sawyer Finn ci prese in un momento in cui noi avevamo bisogno di loro, ma loro non avevano veramente bisogno di noi. Fu per bontà dei due vecchi. La moglie del signor Virgil è più brava di me a predire la sorte, ma qualcosa dovevo pur fare. Adesso lei si occupa dello spaccio, del bucato e un po’ di tutto… dice che lo preferisce. Io mi sento provvisoria, T.S. e H.F… Dio, qualche volta sembra quasi che siano proprio.… — E lo studiò, forse per valutare la sua accettazione e la sua pietà.

— Sarebbe piacevole, in qualunque momento, — disse Demetrios, — parlare con te delle sfaccettature della verità. Non finiremmo mai.

— E io potrei servire il tè. Ecco, T.S. parla di ritirarsi, ma gli si spezzerebbe il cuore. H.F. è più ragionevole: «Senti, Tom, io mi sono ritirato per tutta la vita, e a cosa mi è servito?» Ma noi siamo fenomeni viventi di un tipo diverso, moderni. Gente del nuovo secolo.

— Come T.S. e H.F., anch’io vivo in entrambi i mondi, e non sono a mio agio in nessuno dei due.

— E c’è mai stato un posto in cui ci si può sentire a proprio agio? Noi non ci sentiamo a nostro agio qui, noi tre, ma… oh, è difficile anche solo pensare di andarcene!

— Era questa la sola ragione per cui Wynken piangeva?

— No, uomo dolce. — Blynken distolse gli occhi, piegando il capo per captare i suoni della folla, oltre la tenda. — Dio, vorrei essere abbastanza piccina per prendere parte al loro numero! No, pensava a Frankie, e a tutti i giovani, a come sono prima che il mondo li travolga.

— Questo pensiero non ha niente del nuovo secolo, Blynken.

— Sicuro, davvero! È il nostro patto con la natura… l’ha detto Wynken stanotte: tanto da godere, se possiamo, e poi rendere la materia prima. Ma… c’è così poco tempo per essere Frankie!

— L’altra domanda che mi hai quasi rivolto: no, non saprei dirti veramente dove andrà la nostra Compagnia. Ma io penso, come può pensarci un vecchio, a una repubblica che cresce, lentamente, per un po’ isolata in un mondo abbastanza vuoto… cresce da un inizio costituito da un pugno di esseri umani che viaggiano con me. Non li ho scelti io… Bosco, per esempio, probabilmente ci lascerà per cercare una certa banda di Nomadi…

— Lo spero. Non mi piace, quello.

— Oh, probabilmente non è cattivo.

— Lo è, — disse Blynken. — No, non badarci, forse mi sbaglio. Continua, dimmi qualcosa di più, Demetrios.

— Beh, non li ho scelti io e non sono io che li guido… ma la capacità potenziale è lì, se fosse necessario. Ci hanno uniti l’amore e il caso, e comincio a capire che abbiamo in comune alcune qualità, che nel Tempo Antico non hanno mai avuto molta influenza; per esempio, siamo capaci di amare senza gelosia. Sappiamo godere la gioia di rimanere individui singoli pur apprezzando la comunione che abbiamo tra noi.

— La gelosia era così importante nel Tempo Antico?

— L’anno del Disastro io avevo tredici anni. Avevo visto poca gelosia, ma la mia era una famiglia rara per gli Armi Novanta… I miei genitori mi diedero non soltanto amore, ma anche un’istruzione. La tradizione sociale era carica di gelosia, e c’era ancora gente che ne faceva una virtù. Era cominciato a cambiare venti o trent’anni prima che io nascessi. Alcuni dei giovani, negli anni 1960 e 1970, erano riusciti a portare pace e generosità nella libertà sessuale che le generazioni precedenti avevano conquistato solo in parte e con molte amarezze. Il Disastro pose fine a molte promesse fulgide. Bene, la nostra Compagnia ha i suoi difetti, e finora non abbiamo subito molte prove, ma finora non ho visto né crudeltà né meschinità né avidità né egoismo.

— Non ce n’è neppure qui tra noi, Demetrios. Nod e Wynken ed io siamo amanti naturali da più di tre anni.

— Credo che possa accadere solo per piccoli gruppi, abbastanza piccoli per mantenere comunicazioni di grande sensibilità tra persona e persona… questo è l’importante. Il Tempo Antico, nella sua forma peggiore, era una civiltà urbana, incapace di capire l’importanza dei piccoli gruppi. Le comunicazioni di massa, che dovevano essere solo un servizio pubblico, diventarono un orrore dominante di stupidità omogeneizzata. I piccoli gruppi dimenticarono la loro importanza, cedettero senza lotta. Avrebbero dovuto ricordare che la famiglia o la tribù o la comune è al servizio dell’individuo. È il mostro necessario di Frankenstein, e non bisogna permettergli di ribellarsi al suo creatore, o si scatena l’inferno. Il villaggio, mostro più grande, è il servitore della famiglia, e il lontano governo centrale, se deve esserci, il mostro più grande e più brutto, è il servitore del villaggio, e dovrebbe essere in comunicazione diretta con questo, dovrebbe essere direttamente responsabile. Ma tra i tumulti e i terrori del Tempo Antico, questa semplice idea, essenza ovvia del governo rappresentativo, non poteva più imporsi. Non era pratica! Non era pratica! Non lo era, infatti, quando la politica e gli interessi erano diventati troppo ingombranti… Bene, forse quello che la nostra Compagnia sta iniziando non si realizzerà. Creare una repubblica è un compito per gli dèi, e noi non siamo dèi. Ma io ho questa mia idea di vecchio, e ho qualche momento di speranza.

— Ci serve un’isola, — disse Blynken. — Un’isola che risponda a certi requisiti.

Demetrios era felice. Spesso, in seguito, avrebbe goduto della abilità con cui Blynken accettava ciò che dicevi come una creazione da condividere, come se nelle vostre quattro mani reggeste un quadro nuovo e pensaste, da artisti mossi da un’unica devozione, che altro avreste potuto fare per renderlo vivo.

I rumori della folla cambiarono. — Diavolo, guai in vista! — disse Blynken; balzò in piedi per scostare la tenda. — Resta con me, amico, e tieni stretto quel bastone.

Il sole li abbagliò. C’era gente che correva… Non erano molti, ma in preda alla tensione, all’avido appetito per uno spettacolo di disastro che può dare anche a pochi l’aspetto e l’odore d’una moltitudine. Correvano incespicando verso la pista, il terreno spianato sotto il pendio del teatro naturale, e là, come fiori sbatacchiati dentro a un secchio d’acqua, Wynken e Nod, nei loro abiti sgargianti, cercavano di tenersi in equilibrio sulle schiene nude dei cavalli. Il giorno prima gli animali erano miti e dolci: Demetrios li aveva accarezzati, aveva visto Wynken, Frankie e Nod salire e scendere sul loro dorso. Ma adesso erano imbizzarriti.

Sgroppavano e si inalberavano: il cavallo di Wynken sbuffava, quello di Nod lanciava un nitrito frenetico, atterrito. H.F. riuscì ad afferrare la briglia sfuggita a Wynken; e venne trascinato qua e là come un vecchio ramo. Garth corse per aiutarlo e gridò a Demetrios: — Quei bastardi li hanno fatti imbizzarrire… con il pepe! Credono che sia divertente.

Mentre Demetrios scendeva in fretta (Blynken lo aveva già preceduto) vide Wynken perdere l’equilibrio e piombare a cavalcioni del collo fremente del suo animale: si salvò aggrappandosi alla criniera. La folla gridò entusiasta. Una voce strillò più forte di tutte: — Facci il numero porno, piccola! Spogliati! — Altri gli fecero eco, trovando un ritmo: — Spogliati! Spogliati! Piccola, spogliati!

Nod balzò a terra con un volteggio, con uno strattone fece girare la testa al suo cavallo, e con una sberla e un urlo lo lanciò alla cieca verso gli spettatori che smisero di ridere. Tra la folla, Bosco aveva appena sollevato di peso qualcuno scaraventandolo addosso a qualcun altro.

Secondo l’orologio al polso di Angus, la Battaglia di Trottersville cominciò alle 3:01 del pomeriggio di venerdì 26 luglio 47, quando egli senti il frastuono e varcò l’ingresso, con Brand che era un uragano al guinzaglio. La battaglia raggiunse un punto critico quando uno spettatore gracchiò: — Ripuliamo questo posto! — e un punto di maggiore intensità quando Angus lo colpì.

Tutto finì alle 3:05 quando Frankie balzò in piedi su un barile e urlò: — Si salvi chi può! Sono scappati i puma!

T.S. disse più tardi a Frankie che quella era la bugia più nobile dell’Anno 47… no, più probabilmente del decennio, o diciamo del secolo. Frankie aveva impiegato circa sessanta secondi a mettersi d’accordo con il signor Virgil e ad aiutarlo a nascondere la gabbia dietro a un carro, coprendola con un telone.

Durante quei quattro minuti, il bastone di Demetrios aveva centrato almeno una testa, ed egli sperava fosse di quel tale che aveva chiesto il numero porno, ma c’era troppa polvere per essere sicuro. Vide arrivare Angus con Brand, e si riposò un poco, ansimando, ma divertendosi quando Brand strappò il perizoma a qualcuno prima che Angus decidesse di trattenerlo. L’uomo aveva quasi l’aria del poliziotto, prima di perdere il pudore e di scappare via, ma non era probabile… forse era solo l’immaginazione accesa di Demetrios. Nel complesso, era stata una splendida rissa, anche se un po’ troppo faticosa per uno della sua età.

Ci furono altre botte in testa. Wynken ce l’aveva fatta a balzare al suolo sana e salva quando Garth calmò il suo cavallo. H.F. la raccolse e corse, con gambe tremanti, a rifugiarsi in un carrozzone. Poi Demetrios ebbe la piacevole impressione di vedere Garth e Angus che pestavano parecchi individui, con l’aiuto e il consiglio di T.S.

Ma fu Frankie a decidere le sorti della battaglia. Dopo il suo grido tutto finì. La feccia e la crema di Trottersville si ritirarono dal campo come orina dall’estremità di un molo.

CAPITOLO 13

NIENTE È COSÌ GRANDE CHE TU NON POSSA GUARDARLO

Ed io mi volsi a contemplare la saggezza e la follia: perché, che altro può fare l’uomo che viene dopo il re? anche ciò che è già stato fatto.

E allora io vidi che la saggezza supera la follia, come la luce supera le tenebre.

ECCLESIASTE, II: 12, 13.

La Compagnia e il Circo Sawyer Finn ritennero opportuno, dopo adeguata riflessione, di andarsene, e la Compagnia accettò con gioia l’offerta di un passaggio fino al prossimo incrocio con una strada diretta a nord.

La fattoria di Jason Smallways si trovava a ovest di Trottersville. Angus, Brand e Bosco vi ritornarono per prendere la roba rimasta nella taverna. Angus aveva un occhio nero, Brand due occhi rossi; Bosco esibiva i muscoli come un orso: nessuno diede loro fastidio. Della roba loro non era stato rubato nulla, tranne un prosciutto, e Bosco disse che non importava, c’era sempre modo di rimediare. Quando tornarono sani e salvi, il resto della giornata fu dedicato alla cura dei lividi e ai preparativi per la partenza all’alba.

Viaggiare di notte è pericoloso dappertutto, ma in particolare nella Penn, dalla quale provengono le storie più convincenti a proposito della tigre bruna. Ha attaccato (dice la gente) diversi villaggi, e ha portato via delle persone; e qualche volta ha assediato una zona particolare per settimane o mesi, come una coscienza tormentata. Ha strisce brune, dicono, su un manto che sembra una nube bianca e cannella. Le strisce si confondono con i colori del mattino e della sera, e se la vedi in quelle ore, probabilmente per te è troppo tardi.

T.S. voleva andare a nord. Era intestardito a portare il Circo fino alla Nova Scoria, dove ci sono le evangeline, e sebbene Demetrios l’avvertisse che adesso potevano non esserci più — per via del cambiamento di clima, le evangeline hanno bisogno di inverni nordici o qualcosa di simile — T.S. sosteneva che voleva provare. Ma la Compagnia voleva andare a ovest forse due chiari di luna valgono quanto la luce del giorno. E fu quella notte, nella quiete, tra bevande e musica, nell’umore tipico che nasce intorno al fuoco, che ci mettemmo d’accordo: Wynken, Blynken e Nod sarebbero andati con la Compagnia.

Contando anche Brand, la Compagnia era di undici elementi.

Sistemata la cosa, T.S. baciò le ragazze, compresa Solitaire, per augurare loro la buonanotte e se ne andò a letto. H.F. restò alzato ancora un po’ a sentire Demetrios raccontare come mai la tigre poteva essere finita in quella parte del mondo, dove in passato non era mai esistita. È la storia di uno di quei santi matti che fiorirono a profusione negli ultimi anni del Tempo Antico. Poco prima della guerra, questo tale entrava furtivamente nello zoo di parecchie grandi città, e di notte, di nascosto, liberava le bestie, bruciando le serrature con una torcia ad acetilene. Alcuni pensavano che non fosse un uomo solo, ma un gruppo di cospiratori. Secondo Demetrios, era un uomo solo. Comunque, gli episodi del genere finirono quando un tale, che teneva un diario e si faceva chiamare Jack il Liberatore, venne trovato morto dissanguato, ucciso da un bufalo cafro che aveva liberato. È una storia triste e aspra — Jack non amava gli animali, odiava solo il mondo — e la vostra romanziera magari un giorno la scriverà ricordando le parole di Demetrios, ma non qui. Tra gli animali liberati da Jack c’era un paio di tigri della Manciuria, e la femmina era gravida.

Anche H.F. andò a Ietto, senza dimenticare di baciare le ragazze. Bosco se l’era squagliata, e per un po’ nessuno notò la sua assenza. Erano tutti comodi e impigriti, ma persino Frankie non aveva ancora sonno (il nostro eroe), perciò in quell’ora i nuovi membri della Compagnia ritennero opportuno raccontare ai nuovi amici qualcosa di ciò che il mondo aveva fatto a loro, e che loro avevano fatto al mondo, poiché adesso avrebbero spartito gioie e affanni e amore e pericolo con la gente di Demetrios, fino all’altro oceano.

— Nod, — disse Wynken, — si chiamava Seiji Ohara. Il cognome è un buon cognome irlandese anche senza l’apostrofo, come aveva osservato il suo bisnonno Seumas O’Hara quando era arrivato a Boston da Bally na Hindi nel 1854, non molto esperto nella grafia inglese dei nomi stranieri… cioè, quando l’apostrofo cadde lui non si chinò a raccoglierlo. Così avvenne…

— … che saltiamo una generazione, — disse Blynken, — e arriviamo al matrimonio di suo nipote Stockton Ohara, in età avanzata, con Teru Kamayatsu, che nel 1985 seguì il corso sulla «Matrice socioideologica di Piers Plowman» che Stockton teneva allora in una stimata Università situata a Cambridge, Massachusetts. Per diversi anni non ebbero figli. Stockton aveva passato i sessant’anni, si era sottoposto per ragioni diagnostiche a una dose insolita di raggi X, e aveva subito l’inquinamento atmosferico radioattivo che veniva educatamente chiamato normale; e si credeva sterile. Nel 1992 lasciò l’insegnamento, e i coniugi andarono a vivere nella cittadina di Hoton, presso il confine del New Hampshire, ed erano là quando ci fu la guerra. Sebbene non fosse toccata dal bombardamento, ma solo dalle radiazioni, la cittadina venne gravemente danneggiata dai terremoti dell’Anno Uno, e decimata dalle epidemie. Era poco più di un accampamento tra le macerie quando, nell’Anno Quattro, nacque inaspettatamente a Teru e Stockton Ohara un figlio…

— Che adesso ha quarantatré anni, — disse Nod, — e li dimostra, ed è di due anni più vecchio delle sue mogli dilettissime e garrule. Loro nacquero, Wynken essendo la maggiore di due ore, in un’altra piccola ma famosa cittadina del Massachusetts, nell’Anno Sei. Il loro padre Ignace Kabotski, che era arrivato profugo da bambino, dalla Polonia, durante la carestia europea del 1978 e che mai…

Solitaire gridò: — Ma Wynken non può avere più di venticinque anni!

— Tesoro, ne ho quarantuno, — disse Wynken, senza guardare Frankie.

— Ma con le mie zampe di gallina e il doppio mento li dimostro, — disse Blynken.

— Tu te li sogni, — disse Wynken. — Addosso a me, naturalmente, tutti i segni della vecchiaia sono così minuti che non si notano.

— Comunque, quella che sembra la pancetta dovuta all’età è invece…

— Oh bella! — disse Solitaire. — Anche questo.

— Magari li metteremo al mondo insieme, — disse Blynken.

— Se posso continuare a parlare, il loro padre Ignace Kabotski, un profugo che non cambiò mai il suo cognome in Cabot, sebbene Blynken dica il contrario, il che è veramente un deplorevole snobismo alla rovescia…

— Una difesa naturale, — disse Wynken. — Anche dopo la guerra la cittadina era piena di conservatori. Siamo cresciute in mezzo a loro.

— Ignace Kabotski, — disse Nod, — fu il capo riconosciuto degli sforzi per tenere insieme la cittadina, dopo il Disastro, conservatori e tutto. La madre delle ragazze morì di difterite nell’Anno Nove, quindi la ricordano appena. Quando le due gemelle, ovviamente non identiche, superarono la prima infanzia, risultò chiaro che Wynken sarebbe diventata, come me, quella che la gente chiama nanetta, mentre Blynken sarebbe diventata normale o poco meno. Ignace credeva nelle virtù dell’apprendimento, una convinzione rafforzata dalle calamità del suo secolo. Affermava che c’erano solo due modi importanti per evitare le conseguenze della follia: uno, agire con saggezza; due, non nascere. Poiché la saggezza è una qualità acquisita, si impegnò a dare alle fighe l’educazione più ampia e solida che poteva, in quelle circostanze difficili: una preparazione che…

— Ancora oggi, — disse Wynken, — ci mette in grado di condividere lo sbalordimento di questo Seiji Ohara, cresciuto in un ambiente in cui la norma era una desolazione tollerata e accettata. Hoton era una rovina abitata da giganti tardi, dal cuore spezzato. La pietà, di solito, spunta nell’adolescenza avanzata, se pure uno ne è capace. Era così per Seiji, impaziente con quei grossi individui storditi, anche se erano le sole persone che conosceva, e pieno di pietà per loro più tardi, quando erano stati spazzati via dalla faccia della terra. Amava sua madre, ma anche lei esisteva in uno stato di trauma, era stordita quasi come tutti gli altri. Il vecchio padre di Seiji… abituato ad insegnare le fantasie medievalistiche, e agli adulti… fece del suo meglio per dargli un’istruzione basilare: leggere, scrivere, far di conto, un po’ di storia. Morì quando Seiji aveva dodici anni. Teru tirò avanti come poteva… Seiji non era un ragazzino docile. Quando lui aveva già quattordici anni, sua madre era ancora convinta che sarebbe cresciuto di colpo, sebbene le sue mani e i suoi piedi non fossero grossi come quelli dei bambini destinati a crescere. La solitudine, a Hoton, era estrema, in parte…

— … a causa di vecchie vanità, — disse Blynken. — Dopo la guerra, in generale i gruppi colpiti cercavano di unirsi ad altri, come voi ci avete detto della gente sperduta che affluiva a Nuber. Ma non andò così a Hoton, e neppure a Lowelltown. Là pensavano ancora che fosse il mondo a dover andare da loro; e poteva anche arrivare con stupida crudeltà. Così, immobili, nell’attesa di tempi migliori, quelle cittadine fantasma erano preda dei fuorilegge, dei nuovi selvaggi. Seiji aveva quindici anni e lavorava con sua madre nel campo di granturco quando arrivarono all’improvviso tre uomini a cavallo e portarono via Teru. Seiji venne scagliato da una parte…

— Addentai il polso di quello che mi aveva afferrato, e lo sentii scricchiolare. Lui urlò, io caddi sulla terra, e quelli scomparvero.

— Poi vide altri della stessa banda che incendiavano, e massacravano i suoi vicini per il gusto di farlo. Scappò nei boschi e fu raggiunto da alcuni superstiti di Hoton e di altre cittadine devastate. Formarono una specie di banda. Gli altri stimavano Seiji nonostante la sua piccolezza, perché per un po’ fu più feroce dei giganti, e più sveglio di tutti nell’imparare a vivere nei boschi e a cacciare. La sveltezza e il silenzio con cui si muove tra gli alberi sono straordinari. Partecipò a certe azioni di rappresaglia…

— … che preferisce non ricordare, — disse Nod. — Non trovammo mai gli uomini che avevano portato via mia madre. A diciassette anni mi resi conto che anche noi stavamo diventando dei banditi, non migliori del resto. Lasciai i miei compagni, vissi solo nella foresta per due anni, visitando le zone abitate dagli umani come un’ombra, ad ascoltare. Avevo bisogno di poco. Le punte di freccia le ricavavo dalle selci, le faccio ancora adesso. Ne vale la pena… le preferisco, con il mio arco leggero. Quando mi occorreva qualcosa che non potevo ottenere senza rubare, avevo…

— …l’abitudine, per capriccio, di lasciare qualcosa in cambio, — disse Wynken. — Per esempio, una pelle dì coniglio per una matassa di filato.

Il signor Virgil osservò: — Guai a chiunque altro che osasse interrompere così.

— Loro non conoscono i segnali, uomo Virgil, — disse Wynken.

— A me, non mi hanno ammazzata, — disse Solitaire.

— Beh, tu sei una cara bambina, — disse Nod. — Facciamo qualche eccezione.

— In effetti era qualcosa di più di un capriccio, — continuò Wynken, — perché allora e anche adesso Seiji ha più principi morali delle sue mogliettine, che cercano di ispirarsi al suo esempio eppure fanno solo modesti progressi, uhm. (Hai usato la prima persona singolare, Solitaire, tesoro.) Avevano, certo, l’educazione di cui lui ha parlato, ma qualche volta se ne dimenticano. Se ne erano dimenticate la prima volta che Seiji le osservò, standosene invisibile nella foresta, mentre avanzavano per una strada deserta, senza avere un’idea di dove andavano, perché avevano perduto la lucidità. A quel tempo, si potrebbe dire, erano temporaneamente idiote. Vedete, Lowelltown era stata spopolata da una malattia. Non sappiamo neppure di che epidemia si trattasse. Là non c’era più nessun dottore del Tempo Antico; e forse poteva essere una malattia nuova… febbre violenta, eruzioni cutanee, gonfiori ghiandolari, collasso improvviso. La cittadina era sopravvissuta alle pestilenze postbelliche, alla difterite; alla Peste Rossa dell’Anno Sedici, ma questa ripulì la lavagna. Voglio dire… tutti, tranne mia sorella e io, la bella e la nanetta, spiegatelo un po’ voi. Quando capimmo quel che era successo, pensammo solo ad andarcene, ad avviarci per quella strada, senza altra meta che la fuga. Blynken, che allora io conoscevo come Sophia, voleva…

— … morire, o almeno dicevo così, ma tu mi facevi sdraiare all’ombra, Miranda, e mi tenevi la testa sulle ginocchia e mi dicevi. «No, tu vivrai…» E così sono vissuta. Per un po’ dormii così profondamente che un mondo si allontanò da me, ma…

— … tutti i mondi, — disse Nod, — possono essere pieni d’illusioni e non solo di verità, e i loro filosofi possono restare sbalorditi.

— E quando lei si svegliò Nod era già arrivato, e stava là, nudo e bellissimo, con il suo arco…

— … e di poco più alto di te, Miranda. Così i miei pensieri corsero per i millenni, e tutti erano in lode della vita…

— … e il vento aveva giocato con i capelli sulla tua fronte, mentre dormivi, e i tuoi seni erano bianchi e vergini.

— E le prime parole che lui disse dopo che Blynken si svegliò furono: «Venite con me, così avremo cura l’uno dell’altro e non saremo soli».

— Perciò io capii che era di una sostanza migliore degli dèi, cioè di carne e di sangue. E adesso vi spiegherò i nostri nomi, ma lo farò sottovoce, perché il nostro eroe, senza il quale il Circo Sawyer Finn ora potrebbe essere in rovina, sembra si sia addormentato. La spiegazione è semplice: nostra madre, che non ricordiamo bene, conosceva quella strana poesiola e la musica che l’accompagnava, e ce la cantava per farci addormentare, e quando lei morì, continuò nostro padre e…

— … qualche volta me la cantavate quando avevo sonno, nei pomeriggi afosi o nelle notti nella foresta e negli altri posti che abbiamo conosciuto, e così l’imparai. E la cantai per te, Wynken, quando il sonno ti abbandonò, nei momenti terribili dopo che perdemmo la nostra piccina. Poi quando incontrammo il Circo, e T.S. ebbe la bontà di invitarci ad unirci a loro, e ci chiese come ci chiamavamo, noi pensammo, perché non prendere il nome da un frammento della fantasia del Tempo Antico? È vero che noi siamo spiriti diversi, ma Shakespeare non è per tutte le occasioni e… già, — disse Nod, — Frankie si è addormentato davvero. Russa come un delfino molto piccolo.

— E dove mai…

— … hai sentito russare un delfino molto piccolo?

— Nei tuoi sogni.

Sabato 24 agosto

È più di un mese che il mio vecchio Demetrios se ne è andato, e qualche volta Babette e io ci chiediamo chissà cosa gli è successo. Ma è un Gioco che non si può nutrire di Niente. Oggi Babette ha detto: Non c’è niente di troppo grande perché tu non possa guardarlo.

Il Professore fu il Primo. Mi sembra che fu dodici anni fa quando arrivò sul Portico dietro casa con il suo Liuto, e suonò e mi guardò nel suo Modo Particolare. E fu dieci anni fa che Demetrios venne da me?… Mi confondo. Prima di Babette comunque. Solitaire è stata qui solo due anni ma io l’Amavo più di quanto loro immaginano. Non volevo andare a letto con lei come ho fatto con Fran qualche volta, neanche Amore Materno ma un Amore che era voglia di aiutare, perché era più forte le Volte che lei aveva le Crisi era come vedere un Angelo in una Ragnatela.

Me e Babette sappiamo bene, anche se non lo diciamo, che probabilmente non vedremo più quei tre e neanche Garth e quel suo Fratellino così vispo e nemmeno quel giovane Aristocratico… era un Tipo a posto, mi piaceva. Credo che farà del bene a Solitaire, almeno ci proverà. E quel Tale che Demetrios si è portato dietro dalla Prigione, Babette dice che era un Tipo Pratico. Bene, ma se torneranno non sarà presto, e c’è quella gnocca dura nel mio seno destro.

Spero di continuare a non parlarne con Babette solo perché mi sento sola, perché lei cosa potrebbe fare? Non c’è un Dottore del Tempo Antico in tutta Nuber, e tutti i Chirurghi del tempo nuovo probabilmente si guadagnano da vivere come Barbieri, possono tenerseli. Credo di poter aspettare il mio momento senza troppa confusione, non sarei la Prima e non sarò l’Ultima. Perché qualcuno dovrebbe avere paura della Morte se non si è convinti che poi c’è un aldilà! Io non ne sarei capace. Dopo Marcus avevo provato e provavo ancora quando arrivai a Nuber, anche se dentro di Me continuavo a dirmi, Sei sciocca, non basta volere una cosa perché sia cosi.

Mister Fleur lui sapeva. Mi diceva, tranquillo e gentile, diceva: — Steli, sei mai svenuta? — Io dicevo sì, un paio di volte. Lui diceva: — Dev’essere così. Il sangue non si muove nel Cervello, il respiro nei Polmoni, niente Pensare, niente Sentire. Se non c’è Pensiero né Sentimento, non c’è la Persona. Non disprezzare il Corpo, Steli, — diceva. — Se non c’è il Corpo, non c’è la Mente. — Da allora dentro sono stata più tranquilla.

Morire, si, abbiamo ragione se non ci piace, sembra un Animale malvagio che ti insegue. Ma più di metà è solo una Fisima, come avere paura del Buio. Credo che quando la Tigre ti prende, sai che comunque non durerà un pezzo.

Ultimamente ho preso l’abitudine di prendere un Bastone per appoggiarmi quando esco nel mio Giardino, io so perché a Demetrios faceva piacere averlo, solo che per me non è l’Artrite che mi ha fatto venire l’Idea. Supponiamo che adesso Io scrivo di Qualcosa che ho visto nel Giardino un po’ di Tempo fa, mentre Curiosavo.

Quel Joe va molto meglio con il Lavoro di Portinaio, ma finora non ha dato all’Orto altro che una Promessa. Babette gli sta sempre dietro e ci prova, ma lui trova sempre qualche Sistema nuovo per riposarci sopra. Certi posti che il mio vecchio Demetrios teneva bene in ordine si sono già riempiti d’Erbacce da quando se ne è andato. Io dico a Babette, Non seccare troppo Joe, deve abituarsi Poco a Poco e magari sarchiare le erbacce gli fa male alle Dita per la Chitarra. Forse si, dice lei, però al Professore non dispiaceva mica strappare l’Erbacce, lo faceva per amore, non per forza. Joe non è il Professore, le ho detto io, lascia che cresca un po’. Comunque…

C’è quel filare in Fondo dove Demetrios ha piantato per me i Gigli, di tanto in tanto, certuni me li hanno dati i vicini, e altri li aveva trovati luì in Campagna dove la Gente del Tempo Antico aveva i Giardini. Sono bianchi e fioriscono presto, e certuni grossi, Bianchi e fragranti con il centro dorato, Demetrios li chiamava Reali, e uno color camoscio, e naturalmente anche le specie comuni, certuni sono Gigli Diurni e Gigli Tigrati come ricordo che crescevano selvatici a Reaburn. Cosi io ero li fuori al Sole appoggiata al mio bastone e pensavo al passato credo… è naturale. Allora ho visto che l’erba e i convolvoli selvatici e altre Piante hanno cominciato a crescere fitti dove Joe non ci aveva fatto niente. Allora mi è dispiaciuto, ho anche fatto per strapparli io, ma l’Artrite mi ha fatto passare subito la voglia. Ma più avanti ho trovato un Giglio Tigrato comune tutto vistoso con le sue foglie a spada e gli strani bottoncini neri e i fiori che sì aprivano. C’era un convolvolo arrampicato intorno, e una Nepeta che gli stava vicino come l’Erbaccia. E lui stava li e sembrava il mio vecchio Demetrios. Non mi importava, mi ha fatto pensare a un uomo buono o a una donna buona lì al sole, con un Fardello da portare, e con il Tempo per riconoscermi. È stato tutto li… mi sono sentita meglio e sono tornata in Casa e ho preso il mio Tè.

È solo doverci fermare che ci dispiace. Dover smettere anche le piccole cose, la buona Colazione o un goccio di Spirito di Grano o la Musica sentita in fondo alla Strada oppure vedere una Faccia nuova con qualcosa di dolce, oppure una faccia vecchia con qualcosa dì Nuovo.

Ma ci fermiamo.

Garth e gli altri adulti rimasero alzati per un po’ a preoccuparsi per Bosco, il che era superfluo, almeno per quanto riguardava l’incolumità fisica di un uomo come quello. H.F. — che in quei giorni non dormiva bene, disse — venne fuori in camicia da notte e pantofole per aiutarli a preoccuparsi. Gli dispiaceva di non aver potuto dire niente di utile a Bosco a proposito dei Nomadi di Gammo. Circa due o tre anni prima il Circo era entrato in una città, nel Moha settentrionale, che aveva appena donato tutta la moneta disponibile ad una compagnia di Nomadi che si chiamava appunto così, e T.S. si era fatto dire da che parte erano andati, per non incontrarli di nuovo in circostanze simili. I Nomadi di Gammo erano diretti all’ovest, ma questo era ciò che sapeva; Bosco l’aveva presa con filosofia.

Bosco tornò verso mezzanotte, in punta di piedi, con un prosciutto sotto il braccio e un pollo morto in mano. — Magari è lo stesso prosciutto, — disse fieramente. Vedendo l’angoscia di Demetrios, la disapprovazione di Angus, l’ansia di Garth, Bosco s’imbronciò. — Beh, ho pensato che il pollo poteva essere una specie di indennizzo… Capito?

— Tenuto conto di quello che hanno fatto al tuo prosciutto, — disse H.F., un po’ a disagio, — penso che potresti dire pari e patta, comunque non mi sembra giusto lo stesso, Bosco. T.S. non sarà contento. T.S. dirà che è furto, che nessuno deve fare così. Hai dovuto fare irruzione in una casa?

— In una baracca, — disse Bosco, abbastanza docilmente: forse rispettava qualcosa di venerabile in Demetrios e in H.F. Ma quella docilità non era piacevole. Da un po’ di tempo Demetrios aveva avuto difficoltà ad adattare la sua repubblica alla presenza di un cittadino come Bosco… ma dov’era la repubblica? — Gesù! — disse Bosco. — Pensavo che sareste stati contenti. — Nessuno disse niente. Bosco scrutò con attenzione particolare la faccia di Garth, e non poté trarne conforto. — Beh, Gesù, siete arrabbiati con me solo perché ho grattato qualcosa: allora è meglio che mi squagli. Non resto dove non mi vogliono. Posso prendere il mio prosciutto e il mio maledetto pollo, per Dio, e andarmene.

— Non è necessario — disse Demetrios, e si chiese se lo pensava davvero. Non spettava a lui decidere.

— Visto che sai quel che la Compagnia pensa della faccenda, — disse Angus, — resta con noi, Bosco. Resta e impara le nostre usanze. — Nessuno di loro, prima d’ora, a quanto ricordava Demetrios, aveva parlato in quel modo della Compagnia, con tanta autorità. Egli non avrebbe potuto farlo senza vergognarsene.

— Beh, Gesù… — Bosco, probabilmente, non avrebbe imparato molto, ma Angus, forse, aveva detto la frase giusta e più rassicurante.

— Se facciamo così, — disse Garth, — ci troveremo sempre nell’acqua bollente, Bosco. Dobbiamo trattare la gente secondo regole che quella può capire, giusto? Se per esempio, adesso, ti venissero a cercare perché sei entrato in quella baracca, ne soffriremmo tutti, e magari stavolta non potremmo raccontare ancora che sono scappati i puma.

Bosco parve impressionato. Borbottò, tristemente, lasciò cadere il prosciutto e il pollo e si spolverò le mani. — Beh, Gesù…

— Immagino, — disse H.F., sbadigliando, — che tu sia stato vittima di una tentazione troppo forte, Bosco. Il prosciutto è magnifico.

Bosco si calmò; la Compagnia andò a letto in pace. All’alba aiutammo a far partire i carri del circo (e Bosco ci mise più impegno di tutti) e viaggiammo con loro per tutta la mattina.

Verso mezzogiorno ci fermammo a un crocicchio per fare un pasto a base di prosciutto. Poi, dopo molti addii affettuosi, dopo che T.S. ebbe scrupolosamente saldato le paghe arretrate di Wynken, Blynken e Nod, e ne ebbe avuto in cambio una ricevuta, dopo che T.S. e H.F. ebbero baciato tutte le ragazze (Blynken piagnucolava un po’), il Circo Sawyer Finn si avviò sulla strada per il nord, e sebbene la strada per l’ovest si perdesse tra l’erba, dopo un po’ ne trovammo altre. Non è difficile viaggiare, con il sole. Quando il sole scende tra gli splendori è il momento di dormire; quando si alza, basta che tu lo tenga dietro di te fino a mezzogiorno, e poi ti riposi, e continui fino al termine della giornata.

Come vostra romanziera, anch’io rimpiango che stiate perdendo cognizione del punto di vista di Demetrios. Ma i punti di vista (che strana espressione inesatta!) sbiadiscono, e talvolta svaniscono. Lusinga la mia vanità sapere che ho potuto darvi tutto il possibile di lui… ma io conoscevo bene quell’uomo, come dicono, e passavo molte ore a parlare con lui, a divagare, a osservare, a interrogarlo nel mio modo astuto, perciò, se c’è qualcosa nella sua vita anche dai lontani inizi a Hesterville, compresi i dettagli degli anni di Nuber, la gaiezza e i guai della Casa del Sesso, l’orto ch’egli curava, le preoccupazioni per Madam Estelle e il suo tè, o il suono che faceva Elizabeth di Hartford quando preparava una crema con un cucchiaio e una ciotola del Tempo Antico — se c’è qualcosa che io non so o non ho segnato nei miei appunti, non val la pena di parlarne. Gli appunti erano un grosso peso nel mio zaino fino a quando convinsi Garth a portarmene una parte. Credo di avervi detto che Garth non sapeva leggere. Angus e Demetrios rimediarono a questo, ed egli imparò rapidamente, non con la passione scintillante di Frankie, ma con intelligenza e con l’interesse per le scoperte: però i miei piccoli scarabocchi sui quaderni degli appunti sono una stenografia mia personale. E poi, Garth era sempre un caro ragazzo, e non avrebbe curiosato senza permesso. Avrei potuto servirmi del suo punto di vista (qualche volta mi deciderò ad analizzare questa espressione, è abbastanza pazza)… anche del suo punto di vista, se ci avessi pensato: un adolescente non è in realtà più fantastico degli altri animali a sangue caldo.

Il punto di vista di Demetrios (adesso il lettore può farsi un’esegesi sua, poiché la romanziera è scomparsa di nuovo) si sta annebbiando a causa dell’oblio, quella cateratta mentale. E c’era anche il verme del dolore, che più spesso viaggiava su e giù nel suo ventre e sondava in modo più odioso, e la presenza di quell’essere finiva per colorare i suoi pensieri.

Venne un mattino in cui cadde una pioggia leggera. Non avrebbe impedito alla Compagnia di viaggiare, ma Angus decise che quel giorno avrebbero riposato, e così si misero al riparo di uno splendido granaio di pietra, rimasto ben saldo dove non c’era più la casa. La pioggia cessò e nel primo pomeriggio si affacciò il sole, ma Angus disse che era troppo tardi per muoversi, e pensava che Brand zoppicasse un po’ per l’inseguimento del giorno prima, quando Bosco non era riuscito ad abbattere un cervo con la prima freccia. Bosco aveva adoperato un arco nuovo che gli aveva fatto Garth — Garth faceva sempre qualcosa, e Frankie era sempre presente con la sacra Accetta — e aveva tirato troppo in fretta per prendere bene la mira.

— Perciò oziamo per il resto della giornata e mangiamo cacciagione, — disse Angus. — L’oceano occidentale ci aspetterà.

Demetrios non pensò mai che quel riposo era stato voluto per lui, e non si accorse che, quando proseguirono, il giorno dopo, l’avanzata fu lenta, con numerose soste.

Egli si godeva quell’andatura nuova, si godeva il sostegno del bastone di noce, amava riposare al sole con la schiena appoggiata a un albero. Qualcuno era sempre con lui, notò… Solitaire, molto spesso Wynken con la sua vocina e i curiosi occhi verdi, talvolta Frankie che non aveva mai molto da dire, ma più spesso di tutti Angus, che non era mai lontano, anche quando era qualcun altro che gli teneva compagnia.

Un giorno il Professore e Angus dividevano con lui il tronco soleggiato d’una grossa quercia quando Demetrios notò Solitaire in conversazione con Blynken, e vide che Solitaire era turbata. Ma non era uno dei suoi momenti di crisi. Anzi, a meno che la sua stanca memoria lo tradisse (e si era accorto che già gli rendeva difficile raccontare le storie), Solitaire non aveva più avuto crisi dopo quel piccolo episodio sulla strada per Trottersville. E adesso era solo eccitata, come chi ha trovato qualcosa di gradevole (una moneta che luccica sulla strada, una faccia amica in una folla di sconosciuti) e Demetrios la sentì dire: — Oh, sì, Blynken, mettiamoli al mondo insieme, e tu darai al tuo bambino il nome del mio, e io darò al mio il nome del tuo, ma Blynken, amore, non chiamarmi più Solitaire! Chi era, quella Solitaire? Non è mai esistita, ci sono solo io, e io sono io, io sono io, e mi chiamo Eve.

CAPITOLO 14

QUANDO COSTRUISCO SONO CONTENTO DI ME STESSO

Ma noi siamo spiriti di un’altra sorta.

Shakespeare, SOGNO D’UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE.

Viaggiando così, lentamente, arrivammo in una zona dove l’aria aveva un odore di sale e di alghe, come succede talvolta a Nuber o nelle nazioni orientali dove il vento soffia dall’Atlantico, l’oceano che nessuno attraversa più, adesso, e forse ancora nessuno attraverserà per molto tempo; ma qui, nel posto dove la Penn non ha confine, dove il noto e l’ignoto si uniscono, senz’altro segno di contatto che l’unirsi delle onde del mare, il vento soffiava da sudovest, ed era caldo. — Forse una palude salata, — disse Bosco. — Ma posso dirvi che è molto simile all’aria che sentivo vicino alla costa del Mare d’Acqua Dolce che non è dolce, la zona dei terremoti nel Moha occidentale. Direi di essere proprio là, se non sapessi che siamo tanto più a sud.

Era la costa del mare interno; nient’altro poteva essere così immenso e soverchiante con quel senso d’eternità… eppure era nuovo, formato dall’affluire delle acque là dove fino a tempi recenti c’erano state terre coltivate, foreste, città, strade. Nuovo e vecchio… nei millenni andati, ci aveva detto Demetrios, un oceano poco profondo aveva coperto quella terra per secoli incommensurabili. Eravamo già a sud e a ovest della Penn, forse. Demetrios aveva detto che non saremmo passati dalla città di Alberedo. Quando Nod gli chiese come faceva ad esserne così sicuro, la risposta del vecchio fu dubbiosa. Egli disse che il suo viaggio (doveva intendere il viaggio di noi tutti) conduceva attraverso il tempo e non solo attraverso lo spazio.

— È così anche il viaggio di una roccia, — disse Wynken, — quando la terra, girando, la porta con sé, e l’orbita della terra si muove con la galassia. — Demetrios la guardava con bontà e un po’ di divertimento. Wynken non piace a tutti, ma erano diventati amici intimi. Demetrios l’avrebbe portata volentieri, quando le sue gambe minuscole si stancavano, ma in quei giorni non ne aveva la forza; gli altri erano appesantiti dagli zaini e dal resto.

— Fatti portare da Brand, — diceva Angus, e qualche volta Wynken lo faceva, gli stava in groppa per brevi tratti, e il cane grigio camminava orgoglioso e ridente, con la lingua penzolante da un lato della bocca.

Ma arrivati sulla costa, ci fermammo. C’era una città deserta, e l’antica strada che aveva portato fin lì la Compagnia scendeva nel mare. Non c’era nessuno. Una piazza vuota, quasi tutte le case crollate, alcune coperte da rampicanti, i vecchi cartelli indicatori che penzolavano. Oltre la piazza abbandonata, in una zona aperta, un tempo asfaltata, dove numerosi semi avevano sfruttato le crepe per crescere — credo che nel Tempo Antico venisse chiamata parcheggio — ebbene, in quello spazio aperto e desolato arrivavano le acque, mormorando, crestate di bianco.

A occidente il mare si incontrava con l’orizzonte, sebbene a sud dì quell’arco, un rialzo di azzurro nebuloso suggerisse la presenza della terraferma. Il sole splendeva, dalle nostre spalle, su quell’isola appena accennata, perché eravamo arrivati in quel luogo a metà mattina. Vedemmo la luce forte toccare qualcosa che poteva essere una scogliera a picco o una cascata, e Demetrios la descrisse ad Angus. Poi si allontanarono, e io li vidi fermarsi proprio al limite delle piccole onde. Demetrios parlava ancora, ma a voce troppo bassa perché potessi udirlo, con il braccio sinistro intorno alle spalle di Angus, e l’altra mano, che impugnava il bastone, indicava qua e là… ma era con turbamento e tenerezza; ed è vero che quell’isola a sud era così lontana da noi che si sarebbe detto che solo un sogno potesse raggiungerla.

In precedenza, quel mattino, eravamo passati davanti a un vecchio tabellone indicatore con parecchi nomi, seguiti da numeri che indicavano le distanze, e mi sembra che uno di essi fosse Aberedo. Eppure Demetrios non ne parlava, e guardava le rovine di quella città senza mostrare di riconoscerla o di soffrirne; e chiese a Garth — forse all’inizio soltanto per scherzo — se sapeva costruire una barca.

— No, uomo Demetrios, — disse Garth, serio come sempre, — ma se tu mi dici come si fa, e se è di legno e nessuno mi fa fretta, credo di poterci riuscire.

— Settembre si sta avviando verso l’inverno, — disse Bosco. — Un paio di mesi, è probabile. Il riparo d’una casa, anche una di quei ruderi, farebbe comodo, se per costruire la vostra barca ci vorrà tempo fino ai grandi freddi.

— Si potrebbe riparare una casa per viverci, — disse Nod. — Caso mai fossimo ancora qui quando viene freddo, e adoperare le altre come legname per costruire la nostra barca.

Egli disse «nostra»; Bosco aveva detto «vostra»; probabilmente lo notò tutta la Compagnia.

Discutemmo tranquillamente l’idea, durante il pranzo allietato dalle mele colte nel frutteto di qualcuno morto da tanto tempo, dove ci eravamo seduti, protetti contro il forte vento umido dell’oceano. Sembrava una buona idea: pratica, ragionevole, e abbastanza folle da risultare interessante. — Se il mio bambino nasce in mare, — disse Eve che era stata Solitaire, — vivrà a lungo e non correrà mai pericoli nella tempesta. È una vecchia superstizione di Lowelltown, no?

— Di’ quanto è antica, — disse Wynken.

— Di un giorno. Me l’ha inventata Blynken ieri, mentre cucinavamo la pancetta e confrontavamo le nostre pance.

— Tante, tante ore fa, — disse Blynken. — La mia è più grossa della tua.

— Pooh!

— Non posso farne a meno, — disse Nod. — Amo tutte queste donne. Bene, sono favorevole alla barca. Avremo bisogno di carne affumicata. Io andrò a caccia, mentre Garth costruisce.

— Abbiamo bisogno di un’isola. Demetrios e io ne stavamo parlando quando Frankie ha fatto scappare i puma.

— E ha cavalcato quello grosso, facendogli fare tre volte il giro del prato, — disse Frankie. — Non dimenticarti questo particolare.

— L’isola che vediamo da qui, — disse Demetrios, — non è molto lontana. Forse ce ne servirebbe una ancora più in là. Se deve essere un’altra repubblica… un altro tentativo di creare una repubblica, avrà bisogno di crescere per un po’, senza che gli estranei, preoccupati, cerchino di distruggerla. — Guardò il Professore, che di solito era pronto a confermare o a smentire il buon senso delle sue osservazioni; il Professore annuì. — La nostra isola non deve essere troppo facile da scoprire, — disse Demetrios, — e abbastanza grande da sostentare alcune centinaia o migliaia d’anime con il gusto per l’amore e il gusto per l’intimità.

Così fu deciso — sebbene Bosco ci tenesse a dichiarare che non gliene importava niente in nessun caso — di costruire una barca.

Garth esaminò la sparuta struttura grigia che ci riparava dal vento del mare, e Frankie gli stava vicino, nel caso che avesse bisogno dell’Accetta. Prese a calci le tavole, bussò alle pareti. — Qui ci si può vivere, — disse. — E qui e altrove troveremo il materiale per la barca. — Poi egli e Frankie entrarono per studiare travi, sostegni, pavimenti, le condizioni del tetto, mentre noi esploravamo la città.

Demetrios fu attratto da un mucchio di rifiuti, dove scorse su un cartello carbonizzato le lettere FERRAMENTA. Lo smosse con il bastone di noce, scoprendo un martello arrugginito ma non rovinato, con il manico metallico, ancora fasciato di una stoffa a noi sconosciuta. Il negozio di ferramenta doveva essere bruciato prima che finisse il saccheggio, e il suo tesoro era rimasto sepolto sotto l’intonaco, le macerie e il legno carbonizzato. Bosco e Nod ci aiutarono. Ci sporcammo tra quelle macerie, ma trovammo due seghe a mano ancora coperte di cera, alcuni barili di chiodi, un’ascia a doppio taglio, un succhiello con una scorta di punte, una pialla. Naturalmente c’erano anche utensili molto più complicati; Demetrios disse che erano elettrici e li buttammo da parte.

Tornando alla nostra casa con giardino, trovammo Garth e Frankie già impegnati nei lavori. La stanza d’ingresso aveva un’enorme finestra di vetro molto spesso, sorprendentemente intatta. Altre finestre, sventrate e desolate, potevano venire chiuse con qualche tavola, per difesa contro i venti invernali, e dalla grande finestra del Tempo Antico potevamo guardare l’oceano che cambiava al calar del sole. Il comignolo era solido, il camino nella stanza principale era abbastanza grande per poterci far cucina, e lì c’era posto anche per dormire. Notammo tracce di ratti, ma dopo che Brand ebbe passato un paio di notti a correre per la casa, non sentimmo più fruscii nelle pareti.

Garth, quando ebbe il bottino che gli avevamo procurato nel negozio di ferramenta, fu un uomo felice. La sua felicità si irradiava attorno a lui, come una luce, investendo Blynken d’una particolare radiosità. — Con questa roba si può far molto, — disse Garth. — Quando costruisco, sono contento di me stesso. — Più tardi, quando si fu fissato un programma di lavoro, e il mite inverno portò giorni di pioggia durante i quali non poteva lavorare alla barca, Garth ci fece altre piccole sculture, che a lui non sembravano affatto meravigliose. Per Blynken scolpì un cigno con le ali sollevate, ed ella disse, quella stessa ora, di sperare che Garth sarebbe stato il padre di un suo altro bambino. Noi siamo così: spero che la nostra disinvoltura continui quando il modo di vivere diventerà più complicato, come immagino debba essere.

Anche Frankie splendeva di soddisfazione, quel primo giorno nella città che probabilmente non era Aberedo, quando fu deciso che certi ganci fissati alle pareti della cucina del Tempo Antico venissero consacrati ai preziosissimi utensili, e che proprio lui dovesse diventare il custode, autorizzato a strillare con quelli che avessero dimenticato di rimetterli a posto dopo averli adoperati… e ben puliti. Angus posò le mani sulle spalle di Frankie e anche se intendeva farlo per scherzo, lo disse in tono solenne: — Da oggi voi siete Custode degli Utensili.

… E quello è più o meno il modo in cui da allora abbiamo usato l’antico «voi»… per enfasi, o in speciali eventi solenni come quello, o in quelle occasioni sorprendenti in cui due o tre persone (magari anche di più, ma non so se sia mai successo), non spinte dal desiderio o dall’egoismo, possono entrare le une nelle vite delle altre, sia pur brevemente, facendolo con amore e senza paura. Può succedere anche senza parole, ma non con grande profondità, perché le parole le parole adatte, che si sentono di rado — sono diverse da ogni altro tipo di abbraccio. È per questo che il Professore mi turba, sebbene lo ami teneramente; ma sull’isola di Peranelios (che abbiamo chiamato cosi perché l’invenzione viene dalle storie di Demetrios) noi non violiamo mai l’intimità di un altro con suggerimenti sul modo in cui dovrebbe fare questo e quello. Sì, la vostra romanziera è corsa avanti di parecchi passi, anche se è una cosa puerile. Chiedo scusa. Avevo solo cominciato a dire che quella di Custode degli Utensili non è una posizione di poco conto, e nessuno avrebbe potuto occuparla, negli anni, meglio di Frankie.che deve ancora scrivere il suo primo libro; ma aspettate un po’.

La barca che Garth si era accinto a costruire poteva essere solo una dignitosa zattera con una vela, una deriva, un timone, una cabina. I nostri utensili e le nostre conoscenze non ci permettevano di modellare le lunghe curve grandiose di una vera nave. Non importava… dopo le prime prove capimmo che avrebbe fatto il suo dovere. Bosco diceva che non sarebbe rimasta a galla. La varammo, molto incompleta — era poco più di una piattaforma — per risolvere alcuni problemi del timone e della deriva, e parecchie volte, anche, prima che Garth fosse soddisfatto dell’assetto dell’albero; ma Bosco non era convinto. Non avrebbe retto il peso della cabina, diceva, né di tutta quella gente.

Ma il vero guaio, Bosco ce l’aveva dentro. Non voleva andare da nessuna parte, almeno non con noi. Finalmente ci pensò Angus, dopo che il resto della Compagnia, Bosco compreso, aveva perso tempo e fatica a rimuginarci sopra: sapete bene, a parlottarne in segreto negli angoli, a fare gli offesi e così via. Una sera, Angus sedette vicino a Bosco (faceva ancora abbastanza caldo, e mangiavamo in giardino, qualche volta) e disse: — Tu non ci tieni davvero a venire all’ovest con noi, vero, Bosco?

— Per essere proprio sincero, — disse Bosco, — non ci tengo. Ma non volevo abbandonarvi.

— Preferiamo lasciarti andare, piuttosto che portarti dove non vuoi, — disse Angus, e aggiunse con quel suo tono serio, come se lo pensasse davvero: — Sentiremo la tua mancanza, naturalmente.

O forse lo pensava davvero. Forse ci vuole un Aristocratico per metterci abbastanza burro, mai troppo, però, così non capisci mai se c’è o non c’è. Per esempio, egli non imburrava mai Demetrios, perché lo amava, e neppure me, perché sapeva che me ne sarei accorta. Forse di tanto in tanto con l’impaziente Nod, per calmarlo, e con Garth (meno sveglio ma più suscettibile), solo perché ci teneva che Garth fosse contento: ditemi una ragione migliore, se la conoscete.

— Visto che la metti così e non mi serbi rancore, credo che farò meglio ad andare, — disse Bosco. — Vedi, è per quella faccenda dei Nomadi di Gammo. Se sono andati all’ovest da quella città di cui ci ha parlato T.S., non possono essere arrivati lontano. L’oceano e le terre spopolate non attirano i nomadi, perché gli piace trovarsi in mezzo alla gente tra un giro e l’altro, vendere qualcosa e divertirsi. E comunque, ho l’idea fissa di trovare il Capo Gammo. Neanche tanto per via che potrebbe essere mio padre, ma perché gli devo una battuta. Anche se adesso deve avere passato i settanta, sarà sempre carogna lo stesso, e dovrò… beh, pestarlo un po’. Naturalmente non ne farò niente, se non sarà capace di tenermi testa.

Perciò la mattina dopo, sul presto, Bosco si congedò, ricevendo piccoli doni da tutti, e con l’arco che gli aveva fatto Garth, e un paio di sandali di daino tagliati e annodati da Nod, e così via: tutti gli demmo qualcosa. Mentre tutti gli altri erano occupati a fargli gli auguri, io sussurrai a Frankie di andare a dare un’occhiata agli utensili, e lui andò, e tornò indietro a dirmi che era tutto in ordine, perché?; anzi era un po’ irritato con me, sebbene mi amasse tanto e mi ami ancora (Oh, adesso è venuto fuori!) — Cosa credevi, Wynken? — disse il mio Frankie, il mio Cervello della Banda. — (Ma non per la vostra astuzia; per la mia, la mia.) — Oh, beh, — gli dissi. — Così.

Soltanto a sera, quando Bosco se ne era andato da un pezzo per tornare al suo modo di vivere, Angus si accorse che gli mancava l’orologio.

— Devo averlo lasciato sulla Roccia di Billy quando sono andato a nuotare ieri, — disse Angus, pur sapendo che non era mai così distratto. Avevamo una piccola spiaggia, che quell’oceano apparentemente pigro ci aveva riempito di sabbia, e Angus amava correre a tuffarsi là, anche quando l’aria era diventata troppo fredda per tutti noi. Vicino al bordo della spiaggia, la statua di un signore chiamato William Penn era caduta, oppure era stata spinta giù: quella era una zona di terremoti. Adesso il vecchio è là sdraiato e guarda il cielo con benevola perplessità.

Andai con Angus, per aiutarlo a cercare. Egli passò la mano sul piedestallo, io frugai qua e là; quando rinunciammo, egli si sedette e rise. — Oh, quel maledetto bastardo! — disse, e rise ancora, ma lo faceva per nascondere il fatto che piangeva… Angus piange abbastanza facilmente; credo che sia meglio, piuttosto che covare un’infelicità frustrata. E io capii che era perché Demetrios, quel pomeriggio, s’era lasciato sfuggire una parola durante un attacco della malattia. Voleva dire, o almeno Angus l’aveva interpretato così, che Demetrios sentiva che non sarebbe vissuto per partire con noi, quando la barca fosse stata pronta.

— Lui ha vissuto in due mondi, — dissi io. — E ne ha avuto piacere.

— Tu vedi dentro di me. — (Beh, la natura umana è il mio paese… devo vedere dove vado.) Poi Angus si batté un pugno sul ginocchio, angosciato. — Due mondi… perché non tre? Perché non può vivere tanto da vedere il terzo mondo che vuole per noi, la repubblica? È il suo sogno: tutti noi ci limitiamo a seguire alla cieca quello che lui vuole dire… tranne te, forse.

— Stai cercando la giustizia nella natura?

— Una volta sì, — disse lui. E smise di piangere. — Ha detto, vedi, quando i dolori l’avevano lasciato, ma era esausto, stava quasi per addormentarsi, credo, e forse non sapeva che ero seduto vicino a lui… Ha mormorato qualcosa a proposito di Mosè.

— Forse voleva dire solo che tutti i profeti sono come Mosè, perché la terra promessa è sempre un po’ più lontana. — Non mi rispose, ma mi prese la mano e se la portò alla gola, una sua abitudine, e così io sentii le pulsazioni del suo buon sangue. — La terra promessa, quando ci si arriva, dà sempre qualche grattacapo.

— E non lo so, amore? Ma a lui piacerebbe occuparsene. Gli piacerebbe vedere… ah, vado a fare un tuffo. — Saltò in piedi e si liberò dei vestiti. — Vieni con me?

Era freddo ma ci andai lo stesso… perché lui è un bel pezzo di ragazzo così caro, immagino, con i capelli brunorossicci e la sua figura da angelo Raffaele, e non volevo lasciarlo. Ci tuffammo e nuotammo un po’, e ci asciugammo nella brezza, e facemmo l’amore. Solo nei modi che Angus permise, perché aveva paura per me.

È vero che per una nana sarebbe un rischio, senza chirurghi in giro per praticare un taglio cesareo. Eppure avevo avuto un parto facile con la bambina di Nod — era morta di malattia — e avevo corso lo stesso rischio con quella gravidanza, perché ci hanno detto che i nani possono avere figli normali. Ma Nod e io non abbiamo, in proporzione le gambe corte e la testa grossa non potremmo essere qualcosa di nuovo? Vorrei che fosse così… e persino Demetrios, poi, un pomeriggio in cui il suo male gli dava un po’ di tregua, non disse di augurarsi che la Repubblica potesse avere molta gente come Nod e me? E non cominciammo subito a pensare a case dove grandi e piccoli potessero vivere insieme e starci comodi?

Era così minuscola, la mia bambina che visse tre mesi, e di proporzioni così perfette…

Avevo latte per lei, in abbondanza. La uccise la difterite… una delle malattie sconfitte nel Tempo Antico che non tornerà più.

L’aria selvaggia di Nod è bella e accende in me una scintilla, ma mi piace anche la gentilezza. Angus è dolce. Eve, che era stata Solitaire, ci sorrise senza malizia, nella sua giovane maternità, quando tornammo a casa, più tranquilli e consolati.

Nella prima parte dell’inverno lavorammo sulla nostra nave, seguendo le istruzioni di Garth. Nella Penn meridionale, se eravamo lì, l’inverno porta aria più fredda per qualche mese, ma senza quelle gelate tremende che ci aspettavamo a Lowelltown in dicembre e gennaio. Piove molto, non nevica quasi mai. Non sapevamo cosa adoperare per la vela; Demetrios ci avvertì che le coperte di lana non sarebbero andate bene, perché assorbivano l’umidità invece di respingerla. Pensammo di mandare qualcuno per la strada da cui eravamo arrivati, fino all’ultima cittadina che avevamo passato, per comprare stoffa di lino; ma era un posto piccolo e misero, e probabilmente non aveva niente da offrire, e Angus non voleva dividere la Compagnia.

Angus non poteva lasciare Demetrios. Aveva promesso al suo amico un servizio che nessun altro poteva o doveva compiere. Me lo confidò, e poiché mi autorizza a scriverne, gli altri lo sapranno (forse senza troppa sorpresa) quando leggeranno ciò che ho scritto qui, quindi molto più tardi.

In quanto alla vela, cucimmo insieme i nostri indumenti, e tagliammo le coperte per farne stracci di vestiti. La cabina della nave era abbastanza solida per conservare il nostro calore e per darci riparo; probabilmente avremmo navigato in una regione di calore tropicale. A tutti noi piace star nudi, ed eravamo giovani.

Il Professore (giovane? beh, sì, davvero, in tutto quello che conta) passava gran parte del tempo con il nostro amico, studiando la sua faccia, mentre il liuto faceva musica per lui, sapendo (spesso senza che Demetrios dicesse niente), quale tipo di musica il vecchio preferiva ascoltare. Passava improvvisamente dalla gioia al dolore, o viceversa, o dalla semplicità a un contrappunto così sottile che Demetrios aggrottava la fronte felice, seguendolo… e tutto questo in risposta a qualche messaggio di Demetrios che a noi era sfuggito. E qualunque fosse il cambiamento d’umore, Demetrios annuiva soddisfatto, e prendeva parte al viaggio fino a quando il dolore colpiva di nuovo distruggendo la possibilità del piacere.

Non ho il coraggio né il desiderio di scrivere delle sofferenze di Demetrios, né delle mille indegnità che accompagnano una lunga morte, se non per dire: le sopportò, finché venne il momento in cui poté dire al suo amato che non voleva più sopportarle. Parlò una volta sola, placidamente ma con un certo disprezzo, delle abitudini agli eufemismi del Tempo Antico, quando ci si avvolgeva nel conforto per difendersi dalla realtà della morte e della sofferenza e della fine. E una volta, mentre Garth e Frankie e il Professore ed io eravamo con lui, disse: — Non ho niente di complicato da dirvi sulla morte. La morte è necessaria, come la nascita; morire è spiacevole, e non è importante. A parte questi truismi, questi piccoli commenti ovvi… oh, non c’è niente che valga la pena di dire; è la vita che parla. Suonaci un po’ di Mozart, Professore… era un brav’uomo gaio che sapeva piangere.

Venne un caldo giorno di marzo in cui, per tacito accordo, lasciammo Angus solo con lui, e indugiammo fuori di casa, talvolta guardando la nostra barca pronta, che tirava l’ancora, spinta da una brezza dall’est.

Forse vi chiederete alcune cose. Scrivo nell’anno in cui la bruna figlia di Demetrios, la figlia dì Eve, ha sette anni. La figlia di mia sorella nacque due giorni dopo: è bionda e vivace, e piccolina come Nod e me.

Come ho accennato molto più indietro, tomai a fare una visita alle nazioni orientali Viaggiai sicura, insieme a Garth e a Frankie, che era cresciuto parecchio. Passammo qualche giorno a Nuber. Madam Estelle era morta. Babette tornò con noi, portando il Diario, i quadri di Shawn, e qualche altra cosa preziosa. Fu bello ritornare; è bello scoprire la fine di questo libro, e volgere i miei pensieri ad altro. Fra poco sarà sera, e Miranda, la figlia di Eve, andrà a caccia di lucciole.

Là, mentre guardavamo il Mare Interno, non provammo la necessità di pronunciare un addio, perché ultimamente ogni volta che eravamo stati con Demetrios era stato un addio: ed egli lo sapeva. Dopo un’ora o due, Angus uscì dalla casa e sedette al suolo, e quando Eve andò da lui, raccolse una manciata di terra e se la lasciò scorrere tra le dita.

Poi mi disse che Demetrios aveva chiesto di noi, uno dopo l’altro, se eravamo di buon animo e in pace con noi stessi. — E poi mi ha detto, — raccontò Angus, — che il dolore aveva vinto sulla gioia di vivere, e quindi era il momento di fare quello che avevamo concordato. E ha detto… com’è possibile, Wynken?… ha detto che nel breve tempo che siamo stati insieme egli ha conosciuto più gioie del corpo e della mente di quante, a sua conoscenza, molti uomini avessero ammassato in una vita intera. Può essere vero, Wynken? — mi chiese, come se lo sapessi. Non so in quanti sensi può essere vero. Ma io penso, e lo dissi ad Angus, che era certamente l’aspetto della verità che Demetrios accettava.

Poi Angus aveva baciato il suo amico, e gli aveva messo un cuscino sulla faccia e l’aveva tenuto fermo fino a quando era finita, perché era quella la morte che aveva chiesto Demetrios, dicendo che non avrebbe sofferto, per mano di Angus, e augurandosi che in seguito Angus fosse libero di dirci tutta la verità o no, come riteneva opportuno.

Avevamo pensato di seppellirlo in mare. Ma la buona barca di Garth ci portò, più rapidamente di quanto avessimo previsto, all’isola che avevamo visto dalla terraferma. Era solitaria e piccola, una chiazza di foresta innocente. Non era un posto per fondarci la repubblica, ma potemmo fermarci lì, prima di ripartire e trovare l’isola che avremmo chiamato Peranelios, dove finisce questa parte della storia. E ci piacque seppellire là il corpo di Demetrios, presso una vite selvatica che lo avrebbe accettato e che ad ogni stagione avrebbe dato frutti al sole.

FINE

PRESENTAZIONE

Edgar Pangborn è morto improvvisamente lo scorso anno, il 1 febbraio 1976, per un attacco cardiaco. Era nato nel 1909 a New York e conduceva vita ritirata, senza prendere parte a quel “giro” di raduni e di incontri annuali che caratterizzano il mondo degli appassionati e degli scrittori americani di fantascienza. Abitava con la sorella in una casa di campagna, nello stato di New York, poco lontano dalla cittadina di Woodstock, e intratteneva rapporti con qualche altro scrittore, ma in un modo piuttosto schivo, senza farsi pubblicità: come dice egli stesso in questo romanzo, “negli americani c’è la tendenza a muoversi, anche senza sapere dove si vuole andare, come se il muoversi in se stesso fosse già una caratteristica positiva.Ebbene, Edgar Pangborn non ha mai condiviso questa tendenza.

Pangborn ha sempre svolto la professione di scrittore: oltre alle sue opere di fantascienza, ha scritto alcuni romanzi storici e numerosi romanzi gialli, sotto lo pseudonimo Bruce Harrison. Il suo primo giallo è del 1930, il più noto è The Trial of Callista Blake, pubblicato nel 1961. Nel campo della fantascienza, la sua prima opera apparve sulla rivista «Galaxy» nel 1951: il romanzo breve Angel’s Egg. Probabilmente, la persona che avvicinò Pangborn alla fantascienza fu il direttore di «Galaxy», H.L. Gold, che proveniva dall’ambiente dei romanzi gialli. Gold cercava per la sua rivista scrittori capaci di scrivere a un buon livello stilistico, e Angel’s Egg mostra tutte le caratteristiche delle opere scritte da autori provenienti dall’esterno della fantascienza: ha un tema molto semplice, e la sua attenzione è rivolta soprattutto ai personaggi, e non alle «trovate» spicciole. Il romanzo è la cronaca dell’incontro tra un uomo e una creatura aliena, ma non contiene nulla che lo riallacci alla fantascienza americana dei periodici specializzati (astronavi, meraviglie scientifiche ecc.): descrive dei personaggi, e non dei marchingegni, dei gadget.

Questa separazione tra Pangborn e la tradizione americana della fantascienza (il filone dei periodici specializzati) ricorda la posizione di altri scrittori che sono approdati alla fantascienza in modo autonomo: ad esempio Stapledon, C.S. Lewis, Lem. Il Pangborn di Angel’s Egg si collega ai «padri fondatori» della fantascienza, non a coloro che scrivevano fantascienza negli stessi anni. Angel’s Egg è più vicino a racconti di Wells come The Crystal Egg che non alle opere di Asimov o Heinlein, o anche alla fantascienza «sociologica» di quegli anni.

Negli anni successivi, Pangborn scrisse una mezza dozzina di racconti e due romanzi, West of the Sun (1953) e A Mirror for Observers (1954). In questi compaiono temi della fantascienza moderna (nel primo il viaggio nello spazio, nel secondo la presenza di colonie di marziani nascoste in mezzo a noi), ma sempre trattati alla maniera di Pangborn, cioè con attenzione ai personaggi e non alle macchine. A Mirror for Observers venne giudicato il miglior romanzo di fantascienza dell’anno: vinse il premio International Fantasy (un premio che precedette per alcuni anni il premio Hugo, e che spesso venne assegnato a opere collocate a metà tra la fantascienza e la letteratura). I racconti scritti da Pangborn in quegli anni sono raccolti in un volume che è stato anche tradotto in italiano: Dentelungo e altri estranei («Urania» N. 639).

Verso il 1960, Pangborn iniziò un vasto progetto: una serie di opere ambientate entro una stessa cornice futura. È un tipo di progetto che aveva già richiamato l’attenzione di altri scrittori di fantascienza, fin dal 1930 con Taine e Stapledon, e che aveva trovato la massima fioritura negli anni ’40 (la «storia futura)) di Heinlein, il ciclo della «Fondazione» di Asimov, le «Città in Volo» di Blish). Per Pangborn, verso la fine del nostro secolo scoppia una guerra atomica che distrugge la civiltà; poi per alcuni secoli c’è la graduale ricostruzione di vari tipi di società: alcune comunità sono orientate verso la ricostruzione dei modi di vita dei secoli XIX e XX, altre comunità cercano nuovi valori e nuovi modi di vita. Il problema che interessa a Pangborn è quello di trovare forme di convivenza che non diano luogo ad altre distruzioni, ma Pangborn non cerca di risolverlo da scienziato: cerca di vederlo da romanziere. Cioè, non ha nessuna risposta bell’e pronta: la scopre di volta in volta nei propri personaggi.

I primi episodi di questa cronistoria del futuro sono apparsi nel 1962 sulla rivista «Fantasy S.F. » sotto forma di due racconti. Nel 1964, Pangborn li ha inseriti entro una narrazione più vasta, il romanzo Davy, insieme con altro materiale inedito. Davy è a tutt’oggi l’opera di Pangborn maggiormente nota; per alcuni aspetti è la sua opera più avventurosa, ma è soprattutto la descrizione di un mondo e di un personaggio che lo scopre gradualmente, e uguale attenzione è dedicata ai turbamenti di Davy, il protagonista, e alla società che lo circonda.

A Davy fece seguito The Judgment of Eve («Galassia» N. 133), ambientato nel secolo XXI. Altri episodi più brevi comparvero alla spicciolata, tra il 1965 e il 1975, su antologie e riviste, tra cui il romanzo che presentiamo, La Compagnia della Gloria. Questo romanzo collega il nostro secolo con l’inizio della barbarie e della ricostruzione, e la morte di Pangborn ha impedito che venisse riempito il periodo tra di esso e Davy: probabilmente Pangborn intendeva seguire anche lo sviluppo della società fondata dalla Compagnia dopo la morte di Demetrios.

Tuttavia, anche se ormai non potremo più avere le partì mancanti, è chiaro l’indirizzo di Pangborn: da una parte le società come la «Repubblica del Re», ferme sulla ricostruzione della civiltà antica, dall’altra le nuove società costruite faticosamente, ma gioiosamente, su basi di fratellanza, di amore libero da possesso. È questa la caratteristica che distingue il ciclo di Pangborn dagli altri romanzi del «dopobomba» che abbiamo visto nella fantascienza. Per chiarire questo punto, si può prendere il più noto di questi romanzi, cioè Il giorno dei trifidi di John Wyndham. Entrambi sono fondamentalmente lo stesso tipo di romanzo: crollo della civiltà e ricostruzione di essa. Wyndham si mostra alquanto moderato, rispetto ad altri autori, ma tende sempre al romanzesco. Sia in Wyndham sia negli scrittori americani, c’è sempre la tendenza a costruirsi qualche alibi. La civiltà crolla, si, ma a causa di qualche avvenimento fuori della normalità: i satelliti che danno la cecità e che sì mettono a funzionare inopinatamente, oppure il microbo che distrugge i cereali e cosi via; in fondo, pochi sono disposti a pensare che la distruzione possa venire pianificata per pura malvagità. E come reagiscono i personaggi? In maniera romanzesca: la prima cosa che fanno, è quella di procurarsi armi o di raccattare generatori elettrici, alla maniera di Robinson Crusoe. (Per questi personaggi romanzeschi, evidentemente, l’azione è sempre di per se stessa positiva.) Se si guarda bene, però, questa non è una risposta: anche riuscendo a ricostruire una civiltà industriale, la loro nuova civiltà corre il vecchio rischio dì venire distrutta.

Invece i personaggi di Pangborn cercano di adattarsi al cambiamento dell’ambiente, i suoi trascinatori, come Demetrios, sono spinti all’azione dagli avvenimenti e dai compagni, più che da un proprio impulso interiore all’azione. E forse resta questa la migliore chiave interpretativa per La Compagnia della Gloria considerarlo in riferimento alle altre opere del «dopobomba» presentate dalla fantascienza Si viene in tal modo a scoprire che raramente la fantascienza ci ha dato un’opera scritta con altrettanta sincerità d’intenzioni.

Riccardo Valla