/ Language: Italiano / Genre:det_crime / Series: Il Giallo Mondadori

Il paese del maleficio

Ellery Queen

Ellery Queen, il famoso giallista-detective, decide di trasferirsi nella pacifica cittadina di Wrightsville in cerca di tranquillità e colore locale per il suo prossimo romanzo; il posto sembra ideale, quieto fino alla noia, e gli abitanti sono una splendida fonte di ispirazione, con i loro tic e i piccoli vizi da provincia americana. Ellery passa il tempo leggendo e passeggiando, ma ama anche ascoltare le chiacchiere dei cittadini del piccolo centro. I pettegolezzi più gustosi ruotano intorno al matrimonio, improvviso quanto imprevedibile, tra la ricca Nora Wright e Jim, il giovane che anni prima l’aveva abbandonata a due passi dall’altare. Quando Nora inizia a soffrire di un male misterioso, l’intera città si trasforma in un covo di vipere e tutti sono pronti ad accusare l’uomo di avere avvelenato la moglie. Ma è possibile che Jim abbia sposato il suo antico amore solo per ucciderla? Naturalmente Ellery non riuscirà a scrivere una sola riga, impegnato come sarà a scoprire l’insospettabile verità nascosta dietro il primo delitto che la sonnacchiosa Wrightsville abbia conosciuto da molto tempo.

Ellery Queen

Il paese del maleficio

Parte prima

I

Il signor Queen scopre l’America

Ellery Queen stava immerso nei bagagli fino alle ginocchia, sulla banchina della stazione di Wrightsville, e pensava: “Mi par di essere un ammiraglio: l’ammiraglio Colombo”.

La stazione era poco più di una baracca in mattoni rosso scuro. Su una carriola di ferro arrugginito, due ragazzini in tuta blu fissavano il viaggiatore con lo sguardo assente, masticando gomma all’unisono. Sulla ghiaia del piazzale vari cavalli avevano lasciato i loro ricordi. In lontananza il signor Queen scorse alcuni edifici di una certa imponenza. In quella parte era la città propriamente detta. Dal lato opposto della stazione c’erano soltanto magazzini. Il resto era tutto bosco.

“La campagna è sempre bella, perdinci” mormorava il signor Queen con entusiasmo. “Verde e gialla. I colori della paglia. E il cielo è di un azzurro inverosimile e le nubi sono d’un bianco inverosimile. Da una parte la città e dall’altra la campagna; e qui s’incontrano, qui dove la stazione di Wrightsville sembra, per così dire, volgere le spalle al ventesimo secolo. Sì, Ellery, hai trovato quello che cercavi. Facchinooo!…”

Nessuno dei tre alberghi della città era in grado di offrire al forestiero una camera anche modesta. C’era un’insolita affluenza di forestieri a Wrightsville e l’ultima stanza disponibile all’albergo Hollis fu soffiata sotto il naso del signor Queen da un signore maestoso che aveva l’impronta inconfondibile del funzionario governativo. Senza scoraggiarsi il signor Queen depositò le valige all’albergo Hollis, fece colazione in un ristorante vicino e lesse una copia del Wrightsville Record…, editore e direttore Frank Lloyd. Imparò a memoria i nomi menzionati nel Record che sembravano avere una certa importanza locale, comperò due pacchetti di sigarette, nonché una pianta della città, poi s’incamminò attraverso la piazza sotto il sole cocente.

Al centro della piazza, il signor Queen si fermò per ammirare la statua di Jezreel Wright che aveva fondato la città nell’anno 1701, quando era una riserva indiana abbandonata, aveva pavimentato le strade, avviato una fattoria e prosperato. Parve al signor Queen che le finestre della Wrightsville National Bank (John F. Wright, presidente) gli sorridessero; il signor Queen ricambiò il sorriso.

Poi fece un giro intorno alla piazza (che era rotonda), sbirciò nelle vetrine di varie botteghe tra le quali la Farmacia Centrale, di proprietà di Myron Garback, e osservò le strade che si dipartivano a raggera dalla piazza. All’imbocco di un ampio corso troneggiavano l’edificio rosso del Municipio e la Biblioteca Carnegie, mentre in lontananza si scorgevano gli alberi di un parco. C’era poi una strada fiancheggiata di botteghe, affollata di donne in abiti dimessi e di uomini in tenuta da lavoro. Per quella strada s’incamminò il signor Queen e vi trovò l’ufficio del Record; dalla via si scorgeva la grossa rotativa che il vecchio Phinny Baker era intento a lustrare, dopo la tiratura del giornale del mattino. C’erano poi i grandi magazzini, il nuovo ufficio postale, il Teatro Bijou e l’Agenzia Immobiliare J. C. Pettigrew. Ellery entrò nella Cremeria Al Brown, prese un gelato e ascoltò le chiacchiere di un gruppetto di studenti.

Il signor Queen continuò le sue esplorazioni in città. Gli piacque l’aquila impagliata che troneggiava nel vestibolo della Biblioteca Carnegie e gli piacque persino la signorina Aikin, la vecchia bibliotecaria, che gli lanciò un’occhiataccia come per dirgli: «Se crede di potermi soffiare un libro sotto il naso, si sbaglia, giovanotto!». Gli piacquero le stradicciole tortuose del Low Village, l’Emporio Generale di Sidney Gotch dove comprò un pacchetto di tabacco da masticare tanto per avere la scusa di fiutare l’odore misto di caffè, di suole di gomma, d’aceto, di formaggio e di petrolio di cui era impregnata l’atmosfera del bottegone.

Sidney Gotch, proprietario dell’emporio, spiegò a Ellery Queen il mistero della scarsità degli alloggi. Alcuni stabilimenti, tra i quali un lanificio situato vicino al monumento ai caduti di Low Village, erano stati riaperti recentemente ed avevano ottenuto grosse ordinazioni per l’Esercito.

«Qui si lavora in pieno, caro signore» dichiarò Sidney. «Non mi meraviglio che non sia riuscito a trovare alloggio. Io ho dovuto ospitare uno zio e un cugino che vengono da Pittsburg!»

Insomma tutto piaceva al signor Queen. Guardò l’orologio sulla torre del municipio. Le due e mezzo. Sicché, non c’erano camere? A passo rapido rifece la Lower Main e si fermò soltanto quando ebbe raggiunto il negozio su cui spiccava l’insegna dell’Agenzia Immobiliare J. G. Pettigrew.

II

La Casa del Malaugurio

Il signor J. G. Pettigrew sonnecchiava coi piedi sulla scrivania quando il signor Queen entrò. Era tornato da poco dal pranzo settimanale della Camera di Commercio a Upham House, ed era gonfio di pollo arrosto, specialità di mamma Upham. Il signor Queen lo svegliò.

«Mi chiamo Smith» dichiarò il signor Queen. «Sono appena arrivato a Wrightsville e cerco una casetta ammobiliata da affittare mese per mese.»

«Lieto di conoscerla, signor Smith» rispose J. G., infilandosi la giacca da ufficio di gabardine. «Misericordia, che caldo! Una casetta ammobiliata, eh? Si vede che è forestiero. Casette ammobiliate non se ne trovano a Wrightsville, signor Smith.»

«Magari un appartamentino.»

«Peggio che peggio.» J. G. sbadigliò. «Mi pare che il caldo vada aumentando.»

«Pare anche a me» convenne Ellery.

Il signor Pettigrew si appoggiò all’indietro contro lo schienale della poltroncina girevole e, con uno stuzzicadenti d’avorio, tolse un frammento di pollo che aveva tra i denti, poi l’esaminò con attenzione.

«Il problema degli alloggi è grave. Sissignore. La gente affluisce in questa città di continuo. Molti vengono a lavorare negli stabilimenti. Aspetti un minuto!» Il signor Queen aspettò, mentre J. G. toglieva delicatamente dallo stuzzicadenti il frammento di pollo. «Signor Smith, lei è superstizioso?»

Queen lo guardò allarmato.

«Veramente no.»

«In tal caso…» cominciò J. G. rischiarandosi in volto, ma si fermò. «Che mestiere fa? Non che questo cambi molto le cose, ma…»

Ellery esitò un attimo.

«Sono uno scrittore.»

Pettigrew spalancò gli occhi.

«Scrive novelle?»

«Precisamente… novelle, libri e così via…»

«Guarda, guarda» fece J. G. sorridendo. «Onoratissimo di conoscerla, signor Smith. Smith… strano, io leggo molto, ma non mi sembra d’aver mai visto… Com’è il suo nome di battesimo, signor Smith?»

«Ellery. Ellery Smith.»

«Ellery Smith» ripeté J. G. meditabondo.

Il signor Queen sorrise.

«Scrivo sotto uno pseudonimo.»

«Ah, sotto uno pseudonimo?» insistette il signor Pettigrew; poi, vedendo che il signor Smith continuava a sorridere, si stropicciò il mento e soggiunse: «Immagino che sia in grado di dare referenze».

«Spero che il pagamento anticipato di un trimestre d’affitto basti a conquistarmi una buona reputazione a Wrightsville, signor Pettigrew.»

«Senza dubbio» rispose J. G. sogghignando. «Venga con me, signor Smith. Ho proprio la casa che fa al caso suo.»

«Perché mi ha domandato se sono superstizio so?» chiese Ellery mentre salivano sulla utilitaria verde di J. G. «Si tratta forse di una casa stregata?»

«Ehm… no. Ma corrono strane voci su quella casa… voci che potrebbero darle un’idea per uno dei suoi romanzi. È una villetta sulla collina, proprio accanto all’abitazione di John F. Wright, presidente della Wrightsville National Bank. I Wright sono la più antica famiglia della città. Ebbene signor Smith: tre anni or sono, una delle tre figlie di John… la seconda, Nora… si fidanzò con un certo Jim Haight che era cassiere nella banca di John F. Wright. Haight non era nativo del luogo… era venuto a Wright da New York due anni prima, con ottime raccomandazioni. Aveva cominciato come vice-cassiere e stava facendo carriera. Pareva un bravo ragazzo; evitava le cattive compagnie, frequentava la biblioteca e si divertiva poco. Era simpatico a tutti.»

Il signor Pettigrew sospirò, ed Ellery si chiese perché mai quell’argomento lo deprimesse.

«Mi sembra di capire che alla signorina Nora Wright fosse più simpatico che agli altri» mormorò Ellery.

«Proprio così» borbottò J. G. «Ne era innamorata pazza. Nora era sempre stata una ragazza quieta, prima che Jim comparisse all’orizzonte. Porta gli occhiali, e forse per questo credeva di mancare di attrattive. Infatti, mentre le sorelle, Lola e Patricia, si davano alla pazza gioia con gli amici, lei se ne stava quasi sempre a casa a cucire e ad aiutare la mamma nelle opere di beneficenza. Ebbene, signor Smith: l’arrivo di Jim cambiò ogni cosa. Jim non era tipo da formalizzarsi per un paio d’occhiali. Nora è una bella ragazza…» J. G. si accigliò. «Forse sto chiacchierando troppo. Comunque, tanto per venire al sodo, quando Jim e Nora si fidanzarono, tutti, in città, se ne rallegrarono… specialmente dopo ciò che era accaduto a Lola, la figlia maggiore di John.»

«E cioè?» si affrettò a domandare Ellery.

La macchina svoltò in un’ampia strada campestre. Erano ormai fuori città, ed Ellery ammirava beato la vegetazione rigogliosa.

«Ehm…» balbettò Pettigrew «Lola era scappata di casa con un attore di una compagnia viaggiante. Dopo un po’ riapparve a Wright. Era divorziata.» J. G. strinse le labbra assumendo un’espressione cocciuta; il signor Queen capì che non gli avrebbe detto niente di più sulla signorina Lola Wright. «In ogni modo» riprese J. G. «John ed Hermione Wright decisero di dare a Jim e a Nora una casetta ammobiliata, come regalo di nozze. La fecero costruire apposta accanto alla loro villa. Capirà: Hermione voleva aver vicino Nora, dato che… aveva perso già una delle figlie…»

«Lola» mormorò il signor Queen. «Ma non mi ha detto che ha divorziato? Non è tornata ad abitare col padre e la madre?»

«No» rispose secco J. G. «Dicevo, dunque, che John costruì per Jim e per Nora una casetta deliziosa di sei stanze. Hermione stava arredandola e ammobiliandola quando, improvvisamente, è accaduto quel che è accaduto.»

«E cioè?» domandò Queen.

«A dire il vero, signor Smith, non lo sa nessuno esattamente. Nessuno, ad eccezione di Nora Wright e di Jim Haight. Comunque, il giorno prima del matrimonio, quando tutto sembrava andare liscio come l’olio, Jim Haight ha fatto fagotto e ha lasciato la città. Sissignore, proprio così. È scappato. Questo accadeva tre anni or sono, e nessuno l’ha più rivisto.»

Ora percorrevano una strada tortuosa in salita. Ellery vide varie ville circondate da prati di smeraldo, da olmi, da cipressi e da salici piangenti più alti degli edifici. Il signor Pettigrew fissava la strada con aria truce. Soggiunse:

«La mattina seguente, John Wright trovò una lettera di dimissioni sulla propria scrivania alla banca, ma non una parola sul motivo per cui Jim se l’era svignata. Nora non aprì bocca. Si chiuse nella propria camera e non volle uscirne nemmeno alle preghiere del padre, della madre, della sorella Patricia e della vecchia Ludie, la fedele domestica, che praticamente ha allevato le tre ragazze Wright. Mia figlia Carmel ha saputo tutta la storia da Patricia Wright che è sua intima amica. Quel giorno anche Patricia pianse molto. Credo che piangesse tutta la famiglia.»

«E la casa destinata agli sposini?» mormorò Queen.

J. G. fermò la macchina sul ciglio della strada e spense il motore.

«Il matrimonio andò a monte. Noi tutti credevamo che Jim ricomparisse… che si trattasse di un bisticcio da innamorati, ma Jim non si è più fatto vedere. Quei due devono essersi lasciati per gravi motivi!» Il proprietario dell’agenzia immobiliare scosse il capo. «Quanto alla casa, nessuno ci è mai andato ad abitare. È stato un colpo terribile per Hermione. Ha tentato persino di far circolare la voce che Nora aveva liquidato Jim, ma la gente chiacchiera, e dopo un po’…»

Pettigrew parve esitare.

«Diceva?» mormorò Ellery.

«Ehm… dopo un po’, qualcuno si è messo in mente che Nora fosse impazzita e che la villa fosse maledetta.»

«Maledetta?»

Il signor Pettigrew ebbe un sorriso melenso.

«La gente ha certe strane idee! Che c’entra la casa, con la rottura del fidanzamento tra Jim e Nora? Quanto a Nora, non è vero che sia pazza. Ma via! Però, per quanto riguarda la casa, la storia non è finita. Quando John F. si convinse che Jim non sarebbe ritornato, decise di vendere la villa che aveva costruito per la figlia. Si fece avanti un compratore, un certo Hunter, parente di Elice Martin, che è un giudice di Wrightsville. Io trattavo l’affare.» J. G. abbassò la voce. «Signor Smith, sulla mia parola d’onore, non le racconto una storiella. Avevo accompagnato il signor Hunter per un’ultima ispezione ai locali, prima della firma del contratto, e stavamo dando un’occhiata alla stanza di soggiorno. Il signor Hunter mi disse: “Non mi piace quel divano messo nell’angolo”; poi fa una faccia spaventata, si porta una mano al cuore e stramazza al suolo. Era morto! Be’, non sono riuscito a dormire per una settimana!» Si asciugò la fronte. «Il dottor Willoughby disse che si trattava di una paralisi cardiaca, ma non gli credette nessuno. In città cominciarono a dire che la casa era maledetta, e per giunta un cronista del Record, dando il resoconto della morte di Hunter, definì la villetta come la “Casa del Malaugurio”. Frank Lloyd, il direttore del giornale, lo licenziò subito. Frank è molto amico dei Wright.»

«Che sciocchezze!» commentò il signor Queen.

«In ogni modo, nessuno si è mai più presentato per comperare la casa» borbottò Pettigrew. «John la offrì in affitto, ma non si trovarono inquilini. La gente diceva che portava disgrazia. Le interessa ancora quella casa, signor Smith?»

«Sicuro!» rispose il signor Queen in tono giulivo, e J. G. rimise in marcia l’automobile.

«Mi sembra poco fortunata quella famiglia» soggiunse Ellery. «Una figlia che scappa. Un’altra abbandonata alla vigilia delle nozze. E la figlia minore ha qualche guaio anche lei?»

«Patricia?» fece J. G. con un largo sorriso. «Dopo la mia Carmel, è la puledrina più in gamba di tutta la città. Fila il perfetto amore con Carter Bradford che è il nostro nuovo Procuratore Distrettuale… Eccoci arrivati!»

Il mediatore svoltò con la macchina nel viale di una casa circondata da un meraviglioso parco. Era la casa più grande e più maestosa che Ellery avesse veduto su quella collina. A brevissima distanza c’era una villetta bianca con tutte le persiane chiuse.

Mentre s’incamminava con Pettigrew verso il porticato di casa Wright, il signor Queen continuò a fissare le persiane della villetta che intendeva prendere in affitto. Poi J. G. premette il campanello. La vecchia Ludie apparve con uno dei suoi famosi grembiuli apprettati e domandò ai due visitatori che cosa diavolo volevano.

III

«Un noto autore ospite di Wrightsville»

«Vado subito ad avvertire il signor John» brontolò Ludie, e si allontanò.

«Ludie ha già capito che siamo qui per prendere in affitto la casa del malaugurio» mormorò Pettigrew.

«Per questo mi ha guardato come se fossi un Gauleiter nazista?» domandò il signor Queen.

«Secondo Ludie, non sta bene che persone come John Wright affittino le loro case» spiegò il mediatore. «Alle volte non so chi sia più orgoglioso del nome della famiglia: se Ludie o Hermione.»

Il signor Queen si guardò attorno. C’erano alcuni mobili di gran pregio, un bel camino di marmo italiano e almeno tre o quattro quadri di valore. J. G. notò il suo interessamento.

«I quadri sono stati scelti tutti da Hermione Wright» disse. «Se ne intende d’arte. Ma eccola assieme a John.»

Ellery si alzò. Si era aspettato di vedere una donna imponente e severa; invece Hermione, che gli intimi chiamavano Hermy, aveva un aspetto fragile, dolce e materno. Hermy Wright ingannava sempre chi non la conosceva. John F. Wright era un ometto dal viso delicato e aristocratico. A Ellery riuscì subito simpatico. Portava sotto il braccio un album di francobolli.

«John» disse Pettigrew un po’ impacciato «le presento il signor Ellery Smith che vorrebbe prendere in affitto una casa ammobiliata. Il signor Wright, la signora Wright, il signor Smith… ehm…»

John F. si dichiarò “fortunatissimo” di conoscere il signor Smith, ed Hermione gli porse la mano mormorando con voce dolcissima «tanto piacere di conoscerla»; ma il signor “Smith” vide un bagliore gelido passare negli occhi azzurri della donna e capì che, come al solito, era meno malleabile dell’uomo. Si affrettò allora a sfoderare la propria galanteria. Hermy si ammansì un po’ e si passò le dita affusolate tra i capelli grigi.

«Naturalmente» soggiunse J. G. in tono rispettoso «ho pensato subito a quella bella casetta di sei locali che avete costruito qui accanto…»

«Non mi garba affatto l’idea di affittarla, John» intervenne Hermione con voce fredda. «Non capisco, signor Pettigrew…»

«Se lei sapesse chi è il signor Smith, forse…» insinuò J. G.

Hermy parve un po’ sconcertata. John si protese in avanti.

«Chi è?» domandò la signora Wright.

«Il signor Smith è Ellery Smith, il famoso scrittore» ribatté il mediatore gonfiando il petto.

«Il famoso scrittore!» balbettò Hermy. «Oh, che emozione! Metta qui, metta qui, Ludie, sul tavolino!»

La donna depose il vassoio sul quale, assieme a quattro bicchieri di cristallo, troneggiava un’enorme caraffa colma di succo di frutta.

«Sono sicura che la nostra casa le piacerà, signor Smith» proseguì Hermy. «L’ho arredata io con le mie mani. Lei tiene conferenze? Il nostro circolo femminile…»

«Qui attorno ci sono anche dei buoni campi da golf» intervenne John. «Per quanto tempo vuole affittarla, signor Smith?»

«Sono certa che il signor Smith s’innamorerà di Wrightsville e ci rimarrà a lungo» fece Hermy. «Gradisce un po’ di succo di frutta, signor Smith? È la specialità della nostra Ludie.»

«C’è un inconveniente» mormorò John, aggrottando le sopracciglia. «Data l’affluenza di forestieri a Wright, credo che mi possa capitare presto l’occasione di venderla…»

«Il rimedio è molto semplice, John» dichiarò J. G. «Inseriremo nel contratto una clausola in base alla quale il signor Smith, in caso di vendita della casa, dovrà sgomberare con un preavviso ragionevole.»

«A questi particolari penseremo dopo» protestò Hermy in tono gaio. «Intanto il signor Smith non ha visto la casa. Signor Pettigrew, resti qui a far compagnia a John. Lei venga con me, signor Smith.»

Hermione rimase aggrappata al braccio di Ellery durante il breve tragitto dalla casa grande alla casa piccola, come se temesse di vederlo scappar via.

«Abbiamo coperto i mobili per proteggerli dalla polvere, ma sono molto belli, vedrà. Non è deliziosa?»

Hermy pilotò Ellery dalla cantina al solaio, sostando in ogni stanza per decantarne la bellezza e i vantaggi.

«Naturalmente le cercherò una cameriera» disse Hermy. «Oh, dove lavorerà, signor Smith? Si potrebbe trasformare la seconda camera da letto del primo piano in uno studio. Le occorre senz’altro uno studio, signor Smith.»

Il signor Smith disse che era un’ottima idea.

«Dunque le piace la nostra casetta? Sono proprio contenta!» Hermione abbassò la voce. «Immagino che sia venuto in incognito.»

«Veramente, il termine è un po’ solenne, signora Wright…»

«Farò in modo che nessuno lo sappia, all’infuori dei nostri amici più intimi» soggiunse Hermione sorridendo. «Che genere di lavoro ha in programma, signor Smith?»

«Un romanzo» rispose Ellery con voce fioca. «Un romanzo che si svolge in una tipica cittadina, signora Wright.»

«Allora è alla ricerca del colore locale! E ha scelto la nostra cara Wrightsville! Bisogna che le faccia conoscere subito mia figlia Patricia, signor Smith. È una ragazza intelligentissima. Potrà aiutarla molto, se vuole conoscere a fondo Wrightsville…»

Due ore dopo, il signor Ellery Queen firmava col nome di Ellery Smith un contratto in base al quale prendeva in affitto per un periodo di sei mesi, a decorrere dal 6 agosto 1940, la casa posta al numero 460 di Hill Drive, al prezzo di 75 dollari mensili. Avrebbe dovuto versare un trimestre d’affitto anticipato, e il proprietario s’impegnava a dargli un preavviso di un mese in caso di vendita.

«Signor Smith, le confesso che per un attimo ho trattenuto il respiro» disse J. G. mentre uscivano da casa Wright.

«Quando?»

«Quando ha preso la penna di John per firmare il contratto.»

«Ha trattenuto il respiro?» Ellery corrugò la fronte. «Perché?»

J. G. sghignazzò:

«M’è venuto in mente il povero Hunter che è morto proprio quando stava per concludere l’affare. La casa del malaugurio! Che idea! E lei è qui vivo e vegeto!»

Senza smettere di ridere, il mediatore salì in macchina e partì verso la città. Andava a prelevare il bagaglio di Ellery all’albergo Hollis.

Ellery Queen rimase sul viale di casa Wright in preda a uno strano senso di irritazione.

Quando Ellery rientrò nella sua nuova residenza, si sentì correre un brivido lungo la schiena. Ora che non si trovava più in compagnia della signora Wright, gli sembrava che la casa avesse un aspetto desolato, squallido. Ma ben presto si riprese, dandosi dello sciocco. La casa del malaugurio! Che stupidaggine! Sarebbe stato come chiamare Wrightsville il paese del malefico! Si tolse la giacca, si rimboccò le maniche della camicia e si mise all’opera.

«Signor Smith!» gridò una voce scandalizzata. «Che cosa sta facendo?»

Con aria colpevole, Ellery lasciò ricadere la copertura di tela che stava togliendo da un mobile, e in quel momento Hermione Wright entrò come un bolide.

«Questi non sono lavori per lei! Alberta, vieni dentro; il signor Smith non ti mangerà.» Un’amazzone dall’aria scontrosa entrò dietro la signora Wright. «Signor Smith, questa è Alberta Manaskas, proprio la domestica che fa al caso suo. Alberta, non restare lì impalata. Corri di sopra!»

Alberta scappò via. Ellery mormorò qualche parola di ringraziamento e si lasciò cadere sopra una poltrona coperta di tela, mentre la signora Wright si metteva all’opera per riordinare la stanza con un’energia impressionante.

«Tutto sarà a posto in men che non si dica. A proposito: spero che non le dispiaccia… poco fa, quando sono andata a cercare Alberta, ho fatto casualmente una capatina alla redazione del Record… misericordia, che polvere! E ho avuto un colloquio in privato con Lloyd, il direttore del giornale…»

Ellery provò una stretta al cuore.

«A proposito: mi sono presa anche la libertà di ordinarle delle provviste. Però, questa sera pranzerà a casa nostra. Aspetti; forse ho dimenticato qualcosa… l’elettricità, il gas, l’acqua… no, ho pensato a tutto. Quanto al telefono, me ne occuperò domattina. Dunque, come dicevo, ho pensato che, per quanto ci sforziamo, presto o tardi tutti verranno a sapere la sua identità, a Wrightsville, signor Smith… Naturalmente, da buon giornalista, Frank dovrà scrivere un articolo su di lei… quindi ho ritenuto opportuno pregare Frank, come favore personale, di non menzionare il fatto che lei è un famoso autore… Patricia, Carter, oh, cari, ho una grande sorpresa per voi!»

Il signor Queen si alzò e si mise ad annaspare in cerca della giacca.

«Dunque lei è il famoso scrittore» fece Patricia Wright, squadrando Ellery con la testa un po’ piegata da un lato. «Quando papà mi ha parlato di lei, credevo di trovare un poeta con i calzoni a fisarmonica, gli occhi malinconici e le chiome fluenti. Ora sono molto contenta.»

Ellery Queen fece un inchino cerimonioso.

«Patricia, cara, presenta Carter!» esclamò Hermione.

«Oh, Carter, scusa. Il signor Smith, il signor Bradford.»

Bradford era un giovanotto alto, dal viso intelligente. Mentre gli stringeva la mano, Ellery ebbe l’impressione che fosse preoccupato. Si domandò se fosse preoccupato per il timore di lasciarsi sfuggire la signorina Patricia Wright, e in tal caso si sentì propenso a dargli pienamente ragione.

«Lei mi giudicherà certo una provinciale, signor Smith» disse Hermy «ma il suo arrivo, per me, è un grande avvenimento.»

«Penso che le sembreremo tutti provinciali, signor Smith» fece Carter Bradford. «Scrive opere di narrativa, oppure saggi?»

«Narrativa» rispose Ellery e, senza batter ciglio, registrò il tono ostile di Bradford.

«Sono proprio contenta» disse ancora Pat, squadrando di nuovo Ellery. Carter si accigliò. Il signor Queen rise beato.

«Penso io a mettere a posto questa stanza, mamma» fece la ragazza. «In seguito, signor Smith, quando avremo finito di affliggerla con la nostra presenza, potrà cambiare la disposizione dei mobili, senza aver paura di offenderci.»

Mentre osservava Pat Wright che riordinava la casa sotto lo sguardo vigile e sospettoso di Carter Bradford, Ellery pensò: “Che il cielo mi mandi un malaugurio di questo genere ogni giorno! Carter, ragazzo mio, mi dispiace, ma non potrò fare a meno di coltivare la tua Pat!”.

Il buon umore del signor Queen non svanì quando Pettigrew ritornò con le valige, sventolando l’ultima edizione del Wrightsville Record. Frank Lloyd, proprietario direttore, aveva mantenuto la parola data a Hermione Wright soltanto tecnicamente. Nell’articolo riguardante le notizie cittadine aveva accennato al forestiero soltanto dicendo che si trattava del “signor Ellery Smith” di New York; però il titolo dell’articolo diceva: “Un noto autore, ospite di Wrightsville! “.

IV

Le tre sorelle

L’arrivo del signor “Ellery Smith” mise a rumore il gran mondo intellettuale di Wrightsville, costituito dalla signorina Aikin, bibliotecaria, che aveva studiato il greco; dalla signora Holmes, che insegnava letteratura comparata alla scuola superiore; da Emmeline Du Pré, soprannominata dagli irriverenti “il gazzettino della città”, la quale, tuttavia, era invidiata da giovani e vecchi per l’impagabile fortuna di essere vicina di casa del signor Smith. E infatti la villa Emmy Du Pré era situata accanto a quella di Ellery Queen.

Improvvisamente il movimento di automobili aumentò sulla strada della collina. L’interesse e la curiosità manifestati dai cittadini di Wrightsville erano tali, che Ellery non si sarebbe meravigliato nemmeno se la compagnia degli autobus avesse istituito un servizio turistico fino alla porta di casa sua.

Poi piovvero inviti. Inviti al tè, ai pranzi, a colazione.

Intanto il signor Queen se la svignava ogni mattina con Pat la quale, in pantaloni e maglioncino di lana, andava a rapirlo e lo conduceva con la propria decappottabile a esplorare la città e la contea. In breve il taccuino del signor Queen si riempì di bizzarre annotazioni, di frasi in gergo, di nomi di ritrovi diurni e notturni… insomma, di colore locale americano, edizione Wrightsville.

«Non so che cosa farei senza di lei» le disse Ellery una mattina mentre ritornavano dal Low Village. «Come fa a conoscere tutta questa strana gente?»

«Sono laureata in sociologia» rispose Patricia sogghignando. «E devo pur tenermi in esercizio…»

«A proposito; che cosa pensa di tutto ciò il signor Bradford, Pat?»

«Di me e della sociologia?»

«Di me e di lei.»

«Ah!» disse Patricia, scrollando le chiome con aria soddisfatta. «Carter è gelosissimo.»

«Davvero? Ma allora…»

«Non cominciamo con i bei gesti» l’interruppe la ragazza. «Carter ha avuto sempre il vizio di sentirsi troppo sicuro di sé, specialmente nei miei confronti. Siamo cresciuti assieme; un po’ di gelosia gli farà bene.»

«Non posso dire che questa parte di “reagente” amoroso mi garbi molto» mormorò Ellery sorridendo.

«Oh, non mi pianti in asso!» mormorò Patricia. «La sua compagnia mi diverte tanto.» Gli lanciò un’occhiata di traverso. «A proposito: sa che cosa dice la gente?»

«Che cosa?»

«Lei ha detto al signor Pettigrew di essere un famoso scrittore.»

«L’aggettivo è stato aggiunto dal signor Pettigrew.»

«Gli ha detto inoltre che non scrive col nome di Ellery Smith, che usa uno pseudonimo… ma non gli ha confidato qual è lo pseudonimo.»

«Veramente no.»

«E allora la gente dice che forse lei non è per niente un famoso scrittore» concluse Pat. «Bella cittadina, vero?»

«Quale gente?»

«La gente.»

«E lei mi crede un mistificatore?»

«Lasci perdere quello che credo io» ritorse Pat. «Però deve sapere che c’è una raccolta di fotografie di scrittori nella biblioteca Carnegie. La signorina Aikin dice che il suo ritratto manca.»

«Perché non sono ancora abbastanza famoso» spiegò Ellery.

«È quel che le ho detto io. La mamma è andata su tutte le furie al solo pensiero che lei non sia famoso, ma io le ho detto: “Mamma, che cosa ne sappiamo?” Poveretta, non ha chiuso occhio tutta la notte.»

Risero assieme, poi Ellery disse:

«A proposito: come mai non ho ancora fatto la conoscenza di sua sorella Nora? È malata?»

Pat diventò improvvisamente seria.

«Nora?» ripeté con voce atona. «No, sta benissimo. Ci vediamo più tardi, signor Smith.»

Quella sera Hermione diede un ricevimento intimo in onore dell’ospite illustre. C’erano soltanto il giudice Martin con la moglie Clarice, il medico Willoughby, il giornalista Frank Lloyd, Carter Bradford e Tabitha Wright, unica sorella vivente di John. Tabitha era la più altezzosa e la più formalista della famiglia Wright e non aveva mai “accettato” completamente la cognata Hermione. Lloyd e Bradford parlavano di politica, ma erano entrambi distratti. Carter lanciava continuamente occhiate velenose verso Pat ed Ellery seduti in disparte sopra un divanetto, mentre Lloyd guardava di continuo verso la scala del vestibolo.

«Frank aveva un debole per Nora, prima che arrivasse Jim» spiegò Patricia. «Non gli è ancora passata. Quando Nora s’innamorò di Jim Haight, non sapeva darsi pace.» Ellery osservò il giornalista, grande e grosso e un po’ scimmiesco, e pensò che poteva essere un pericoloso avversario. I suoi occhi infossati parevano d’acciaio. «Quando poi Jim ha piantato in asso Nora, Frank ha detto…»

«Che cosa?»

«Lasciamo andare» fece Patricia, balzando in piedi. «Come sempre, parlo troppo.»

E corse verso il signor Bradford per spezzargli un altro pezzettino di cuore. Pat portava un vestito da sera di taffetà turchino che frusciava leggermente.

«Milo, ecco il signor Ellery Smith!» disse Hermy in tono orgoglioso, avanzando col corpulento dottor Willoughby.

«Le piace la nostra città?» domandò il medico.

«Ne sono innamorato, dottore.»

«È una cittadina simpatica…»

«Per chi è largo di vedute» commentò il giudice Martin, avanzando a braccetto della moglie.

Martin era un ometto allampanato, dai modi alquanto bruschi.

«Non badi a quello che dice mio marito!» esclamò Clarice. «Questa sera è amareggiato perché ha dovuto mettersi lo smoking. Hermione, tutto è perfetto.»

«Oh, non ho fatto niente di straordinario» mormorò la signora Wright, inorgoglita. «Si tratta di un pranzetto intimo, Clarice.»

In quel momento apparve sulla porta Henry Clay Jackson per annunciare che il pranzo era servito. Henry Clay era l’unico maggiordomo “finito” di Wrightsville e le signore della buona società, con una forma di comunismo sforzato, se ne dividevano i servigi. Secondo una consuetudine inviolabile, Henry Clay doveva essere chiamato soltanto nelle grandissime occasioni.

«I signori» disse Henry Clay Jackson «sono serviti.»

Nora Wright apparve all’improvviso, mentre a tavola si stava servendo il dolce. Per un attimo il silenzio regnò nella sala, poi Hermione disse con voce tremante:

«Oh, Nora cara!»

E tutti le fecero coro.

Ellery fu il primo ad alzarsi. Frank Lloyd fu l’ultimo. Era paonazzo in volto. Pat si affrettò ad intervenire per togliere l’imbarazzo generale.

«Bell’ora di scendere a pranzo, Nora!» esclamò allegramente. «Ludie aveva preparato un arrosto meraviglioso, ma l’abbiamo finito! Signor Smith, ecco mia sorella Nora.»

Nora gli porse una manina fresca e fragile come un ninnolo di porcellana e disse in tono incerto, come se si fosse disabituata a servirsi della propria voce:

«La mamma mi ha parlato molto di lei.»

«E naturalmente ora ne è delusa» fece Ellery sorridendo; poi andò a prenderle una poltrona.

«Salve, Nora» disse Frank Lloyd quando la ragazza lo salutò; poi tolse di mano a Ellery la poltrona, col gesto più naturale del mondo.

Nora arrossì e si sedette con le mani abbandonate in grembo, come se fosse esausta. Le sue labbra pallide erano atteggiate a sorriso. A quanto sembrava, si era vestita con molta cura, perché l’abito che portava era perfetto quanto la pettinatura e le unghie smaltate di fresco. Ellery ebbe la visione di quella giovane chiusa nella sua camera, intenta a curare minuziosamente, quanto macchinalmente, tutti i particolari ai quali senza dubbio non dava importanza… tanto minuziosamente da arrivare a pranzo con un’ora di ritardo.

E ora che aveva raggiunto la perfezione, ora che aveva compiuto il supremo sforzo di scendere, sembrava come svuotata, quasi che la fatica fosse stata eccessiva e si fosse accorta che dopo tutto non ne valeva la pena. Ascoltò le chiacchiere di Ellery con un sorriso di circostanza, pallida in volto, senza nemmeno sfiorare il dolce che le avevano servito, né il caffè, e mormorando di quando in quando un monosillabo. Non sembrava annoiata, ma soltanto stanca… stanca al punto di non provare alcuna sensazione.

Poi, improvvisamente com’era venuta, si alzò e disse:

«Scusatemi.»

La conversazione cessò di nuovo. Frank Lloyd scattò in piedi e le spostò la poltroncina. La divorava con gli occhi. Lei gli sorrise, sorrise agli altri e uscì. Mentre varcava l’arco del vestibolo, affrettò il passo, poi scomparve. La conversazione riprese.

Il signor Queen era intento a vagliare mentalmente i vari piccoli episodi della serata, mentre s’incamminava verso la propria casa, nella tiepida oscurità. Le foglie dei grandi olmi mormoravano, e nel cielo brillava una luna che pareva un immenso cammeo. Sentiva ancora nelle narici il profumo dei fiori di Hermione. Ma quando vide la vetturetta accostata al marciapiede davanti alla sua casa, buia e vuota, parve che la dolcezza della sera incantevole svanisse. Qualcosa stava per accadere. Una nube velò la luna e il signor Queen procedette ai margini del prato; l’erba attutiva il rumore dei suoi passi. Sotto il porticato del villino c’era un minuscolo punto luminoso che a tratti si moveva.

«È lei il signor Smith?» domandò una voce da contralto in un tono leggermente beffardo.

«Sì, sono io» rispose Ellery, salendo i gradini. «Le dispiace se accendo la luce del porticato? È così buio!»

«Faccia pure. Sono curiosa di vederla… come lei del resto è curioso di vedere me.»

Ellery accese la luce. La donna era un po’ rannicchiata sul muricciolo pendente, di fianco alla gradinata. Lo guardava tra il fumo della sigaretta. I pantaloni di camoscio color tortora le aderivano alle cosce, e un maglioncino di cachemire le modellava il busto. Ellery ebbe subito l’impressione di trovarsi di fronte a un essere giovane, ma troppo maturo, spiritualmente, amareggiato. La donna ebbe una risatina nervosa e gettò via il mozzicone della sigaretta.

«Ora può spegnere la luce, signor Smith. Sono poco presentabile, e poi la mia famiglia si troverebbe in serio imbarazzo se sapesse che sono nelle vicinanze.»

Ellery obbedì.

«Dunque lei è Lola Wright.»

Era quella che era fuggita per poi ritornare divorziata. La figlia che i Wright non nominavano mai.

«Vedo che è ben informato.» Lola ebbe un’altra risatina che finì in un piccolo singhiozzo. «Mi scusi, è il settimo singhiozzo per il settimo whisky. Sa, sono famosa anch’io. Delle ragazze Wright sono quella che beve.»

Ellery scoppiò a ridere.

«Ho già raccolto qualche pettegolezzo.»

«Anch’io ho raccolto dei pettegolezzi sul suo conto e la credevo antipatico, ma devo ricredermi. Qua la mano!»

Lola si alzò, barcollò annaspando e si aggrappò al collo di Ellery. Lui la sorresse per un braccio.

«Ehi, avrebbe dovuto fermarsi al sesto whisky.»

La giovane gli pose le mani sullo sparato della camicia da sera e lo respinse energicamente.

«Se mi crede ubriaca, si sbaglia!» esclamò con forza, e tornò a sedersi sul muricciolo. «Dunque, signor celebre scrittore, che cosa pensa di noi tutti? Ha trovato materiale per un libro?»

«Certo!»

«Ha scelto il posto ideale.» Lola Wright accese un’altra sigaretta; la fiammella del suo accendisigari tremolava. «Wrightsville, la tipica città di provincia… pettegola, maliziosa, intollerante. Qui si trovano più panni sporchi in un metro quadrato che non in tutta New York e Marsiglia.»

«Non esageriamo» obiettò il signor Queen. «Ho girato un po’ dappertutto e mi pare che sia una cittadina piacevole.»

«Piacevole! È meglio che stia zitta! Questo è un vivaio di malvagità.»

«Ma allora perché è ritornata?»

Il puntino rosso della sigaretta di Lola si agitò rapidamente.

«Non è affar suo. Le piace la mia famiglia?»

«Moltissimo. Lei assomiglia a sua sorella Patricia… ha anche lo stesso fascino.»

«Con la differenza che Patricia è giovane, mentre in me la fiamma si sta affievolendo. Senta, signor Smith: non so perché sia venuto a Wrightsville, ma se farà amicizia con i miei familiari, ne sentirà molte sul conto della piccola Lola. A me non importa nulla di ciò che Wrightsville pensa di me, ma per un forestiero… la cosa cambia. Mi è rimasto un residuo di vanità.»

«La sua famiglia non mi ha ancora parlato di lei.»

«No?» Lola rise di nuovo. «Questa sera mi sento in vena di confidenze. Le diranno che bevo. È vero. Ho imparato a bere da… lasciamo andare. Le diranno pure che frequento i ritrovi più malfamati della città e, quel ch’è peggio, li frequento sola. Pensi un po’! Mi giudicano troppo spregiudicata. In realtà, faccio quel che mi pare, e tutti gli avvoltoi della buona società mi dilaniano con i loro artigli.»

Fece una pausa.

«Vuole bere qualcosa?» domandò Ellery.

«Ancora no. Non biasimo mia madre. Ha le idee ristrette come le altre signore di Wrightsville. Si preoccupa soltanto della propria posizione sociale. Tuttavia, se mi comportassi secondo le sue regole, mi accoglierebbe di nuovo. Il coraggio non le manca, lo riconosco. Ma non sono disposta ad assoggettarmi. La mia vita mi appartiene, e non tollero limitazioni! Mi spiego?» Rise ancora. «Avanti, mi dica che ha capito!»

«Ho capito» mormorò Ellery.

«Ora forse comincio ad annoiarla. Buona sera.»

«Vorrei rivederla.»

«No, addio.»

La ragazza cominciò a scendere la gradinata. Ellery riaccese la luce. Lola alzò un braccio per nascondere gli occhi.

«Posso almeno accompagnarla a casa, signorina Wright.»

«No, grazie. Sono…» si fermò di colpo.

La voce gaia di Patricia Wright chiamò tra le tenebre:

«Ellery, posso venire a darle la buona notte e a fumare l’ultima sigaretta? Carter è andato a casa e io ho visto la luce del porticato accesa…»

Anche Pat si fermò. Le due sorelle si guardarono.

«Ciao, Lola!» esclamò Pat. D’un balzo fu in cima alla gradinata e baciò la sorella. «Perché non mi hai avvertita che saresti venuta?»

Il signor Queen si affrettò a spegnere la luce.

Pat aggiunse in tono malinconico:

«Lola cara, perché non torni a casa?»

«Io andrei a fare due passi» mormorò Queen.

«No, no» fece Lola. «Me ne vado davvero.»

«Lola!» La voce di Pat era un po’ incrinata.

«Vede, signor Smith, Patricia ha la lacrimuccia facile» soggiunse Lola. «Da bambina piangeva per nulla.»

«Non sto piangendo» brontolò Pat soffiandosi il naso. «Ti accompagno a casa.»

«No, Patricia. Buona sera, Smith.»

«Buona sera.»

«Ho cambiato idea» riprese Lola rivolgendosi ancora a Ellery. «Può venire a trovarmi quando vuole… e a bere qualcosa con me. Arrivederci.»

Lola se ne andò. Quando il rumore della sua vecchia utilitaria sconquassata svanì in distanza, Patricia mormorò:

«Lola abita in una tana di due stanze nel Low Village, nella zona industriale. Non ha mai voluto accettare gli alimenti da suo marito, che è rimasto un furfante fino al giorno della sua morte, e non vuole accettare denaro da papà. La roba che porta ha per lo meno sei anni. Si mantiene dando lezioni di piano a mezzo dollaro all’ora.»

«Ma perché abita a Wrightsville? Che cosa l’ha indotta a ritornare dopo il divorzio?»

«Non lo so. Alle volte mi sembra quasi… che Lola sia venuta qui per nascondersi. Come al solito mi fa parlare troppo. Buona notte, Ellery.»

«Buona notte.»

Il signor Queen rimase a lungo con gli occhi fissi nelle tenebre. Sì, la trama andava prendendo forma. Era stato fortunato. C’erano tutti gli elementi. Ma il delitto… il delitto dov’era? Mancava oppure era già stato perpetrato?

Nella casa del malaugurio, Ellery si coricò. Aveva come la sensazione d’essere preso in un groviglio di eventi passati, presenti e futuri.

Nel pomeriggio di sabato, 24 agosto, quasi tre settimane dal giorno del suo arrivo a Wrightsville, Ellery stava fumando una sigaretta dopo pranzo, sotto il porticato della sua casa ed era intento a godersi lo spettacolo del tramonto, quando il tassì di Ed Hotchkiss salì la strada dalla collina a tutta velocità e si fermò con grande stridore di freni davanti alla casa dei Wright. Un giovanotto senza cappello balzò dalla macchina. Preso da una improvvisa agitazione, Queen si alzò per vedere meglio quello che succedeva.

Il giovanotto gridò qualcosa a Ed, salì la gradinata in due balzi e premette il pulsante del campanello. La vecchia Ludie aprì la porta. Ellery la vide alzare un braccio come per parare un colpo, poi scomparire seguita dal giovanotto. La porta si chiuse con un tonfo. Cinque minuti dopo fu riaperta violentemente; il giovanotto uscì di gran furia, risalì sulla macchina e gridò qualcosa all’autista.

Il tassì rifece la strada della collina.

Ellery Queen tornò a sedersi. Forse era come pensava lui. Avrebbe saputo ben presto. Patricia sarebbe arrivata di gran carriera… Ed eccola infatti.

«Oh, Ellery, se sapesse! Non indovinerebbe mai!»

«Jim Haight è ritornato» fece pacifico Queen.

Pat lo guardò a bocca aperta.

«Straordinario! Pensi, a tre anni di distanza! Dopo aver piantato in asso Nora!… Ancora non ci posso credere. M’è parso molto invecchiato. Voleva vedere Nora. Voleva sapere dov’era. Perché non scendeva? Sì, sapeva benissimo quel che mamma e papà pensavano di lui, ma per quello c’era tempo… Dov’era Nora? E intanto continuava ad agitare il pugno sotto il naso di papà e a saltellare da un piede all’altro come un pazzo.»

«E poi che cosa è successo?»

«Io sono corsa su ad avvertire Nora. È diventata pallidissima e si è abbattuta sul letto. Ha detto: “Jim?” poi ha cominciato a piagnucolare. Ha soggiunto che preferiva morire piuttosto che vederlo… che avrebbe fatto meglio a starsene lontano… che lei non l’avrebbe ascoltato nemmeno se si fosse prostrato ai suoi piedi. I soliti luoghi comuni. Povera Nora!»

Intanto anche Patricia minacciava di scoppiare in lacrime.

«Ho capito che era inutile discutere» continuò. «Nora è cocciuta quando ci si mette. Sono scesa per riferire a Jim il quale ha cominciato a smaniare e ha tentato di salire le scale, ma papà è andato in furia, gli ha sbarrato il passo e gli ha ordinato di uscire dalla casa. Be’, Jim avrebbe dovuto travolgere papà se avesse voluto passare e allora è scappato via di corsa gridando che presto o tardi vedrà Nora, a costo di farsi largo con bombe a mano. Io intanto era occupatissima per far riprendere i sensi alla mamma che molto opportunamente era svenuta. Ma ora devo tornare a casa subito!» Pat girò sui tacchi, poi si volse di nuovo. «In nome del cielo, perché mi viene sempre voglia di correre da lei a raccontarle i particolari più intimi degli affari di famiglia, signor Ellery Smith?»

«Forse perché ho una faccia da buon samaritano» rispose Ellery sorridendo.

«Sciocchezze! Crede che io sia inn…» si morse le labbra e scappò via.

Il signor Queen accese un’altra sigaretta con mano malferma, poi rientrò in casa e tirò fuori la macchina per scrivere.

V

L’innamorato redivivo

Gabby Warrum, lo sdentato capostazione di Wrightsville, vide Jim Haight scendere dal treno e lo disse a Emmeline Du Pré. Prima ancora che Ed scaricasse Jim a Upham House, dove mamma Upham, in ricordo dei tempi passati, riuscì a improvvisargli un giaciglio, la Du Pré aveva telefonato a mezza città.

Il signor Queen, aggirandosi per la città dalla mattina di domenica, e tenendo gli orecchi ben aperti, costatò che le opinioni erano contrastanti. L’ambiente maschile, in genere, era del parere che Jim Haight dovesse venire scacciato da Wrightsville. Le signore erano del parere contrario: era un giovane simpatico. Qualunque cosa fosse accaduta tra lui e Nora Wright tre anni prima, non poteva essere colpa di Jim.

Frank Lloyd scomparve. Al giornale dicevano che era andato a caccia in montagna. Quando lo seppe, la Du Pré era sdegnata.

«Che combinazione! È partito per la caccia proprio la mattina dopo l’arrivo di Jim Haight. Se l’è svignata, naturalmente. Che pallone gonfiato!»

Era delusa che Frank non avesse tirato fuori uno dei suoi fucili e non avesse dato la caccia a Jim per le vie di Wrightsville, come aveva fatto Gary Cooper in un famoso film.

Sul mezzogiorno il signor Queen trovò il vecchio Anderson, detto da alcuni il savio e da altri il pazzo di Wrightsville, che se ne stava sul piedestallo del monumento ai caduti intento a monologare.

«Come va, signor Anderson?» gli domandò Ellery.

«Benissimo, signor Smith. Sto pensando a un proverbio di Salomone… il ventiseiesimo, credo… che dice: “Chi scava una fossa, vi cadrà dentro”. Mi riferisco, s’intende, alla riapparizione di Haight nella nostra deplorevole comunità.»

Colui che era causa di tanto fermento, si comportava in modo strano. Ritornato a Wrightsville si era chiuso nella sua stanzetta a Upham House e non usciva nemmeno per andare a mangiare. Per contro Nora Wright, la reclusa, ricominciò a farsi vedere. Non in pubblico, naturalmente. Tuttavia nel pomeriggio del lunedì, assistette a una partita di tennis tra Pat ed Ellery sul campo dietro la casa dei Wright. Era su una sedia a sdraio al sole, con gli occhi protetti da grandi occhiali neri. Sorrideva. Lunedì sera andò con Pat e Carter Bradford a far visita al signor Smith e a domandargli come procedeva il suo libro. Ellery fece servire il tè coi pasticcini da Alberta Manaskas e trattò Nora come se avesse l’abitudine di fargli visita ogni giorno. E venne la sera del martedì…

La sera del martedì, a casa Wright, era dedicata al bridge. Come di consueto, Bradford era stato invitato a pranzo, poi lui e Pat facevano coppia contro Hermione e John. Hermione quel martedì, 27 agosto, aveva invitato il signor Smith per fare il quinto ed Ellery aveva accettato.

«Io preferirei fare da spettatrice» dichiarò Pat. «Carter, caro, tu e papà potete giocare contro Ellery e la mamma. Io farò da arbitro.»

«Andiamo, non perdiamo tempo» incalzò John. «Smith, tocca a lei stabilire la posta.»

«Per me è indifferente» disse Ellery. «Cedo l’onore a Bradford.»

«Allora giochiamo d’un decimo di centesimo» s’affrettò a intervenire Hermione. «Carter, perché lo stipendio di procuratore distrettuale è tanto basso?» Poi si rischiarò in volto. «Ma quando sarà nominato Governatore…»

«Un centesimo il punto» fece Carter, paonazzo in volto.

«Ma Carter, non intendevo…» gemette Hermione.

«Se Carter vuol giocare di un centesimo al punto, vada per un centesimo» intervenne Pat con fermezza. «Sono sicura che vincerà.»

«Buona sera» disse Nora.

Non era scesa a pranzo. Hermione aveva parlato di “emicrania”. Ora la ragazza sorrideva a tutti. Aveva portato con sé un cestino da lavoro. Si sprofondò in una poltrona e si mise a sferruzzare.

«Sto vincendo la guerra per la Gran Bretagna» soggiunse. «Questo è il decimo maglione che faccio.»

I coniugi Wright si scambiarono uno sguardo sconcertato. Patricia cominciò distrattamente ad arruffare i capelli di Ellery.

«Qua le carte» fece Carter con voce soffocata.

La partita cominciò in un’atmosfera che a Ellery sembrò gravida di eventi a causa di quella manina nervosa che giocherellava con le sue chiome nonché della faccia feroce di Bradford. Infatti dopo due rubbers, Carter gettò le carte sulla tavola.

«Che c’è?» domandò Pat e le fecero eco Hermione e John.

«Se tu la smettessi di svolazzare, Pat» proruppe Carter «potrei concentrarmi in questo maledetto gioco!»

«Svolazzare? Sono rimasta qui tutta la sera seduta sul bracciolo della poltrona di Ellery, senza dire una parola!»

«Se hai proprio voglia di giocherellare con le sue morbide chiome» urlò Carter «perché non lo porti fuori al chiaro di luna?»

Patricia mitragliò con lo sguardo il giovanotto, poi, in tono contrito, disse a Ellery:

«Non si formalizzi per i modi di Carter. In realtà ha ricevuto una buona educazione, ma il continuo contatto coi delinquenti…»

Nora mandò un grido. Jim Haight stava sulla soglia. Aveva il vestito sgualcito e la camicia bagnata di sudore. Sembrava uno che avesse corso all’impazzata sotto un sole cocente. Il viso di Nora faceva pensare a un cielo tempestoso.

«Nora!»

Un rossore intenso si diffuse sulle gote della ragazza. Nessuno si mosse. Nessuno disse una parola.

Nora si slanciò verso il nuovo venuto. Per un attimo, Ellery credette che volesse aggredirlo in un accesso di collera, poi si accorse che non era adirata. Sembrava soltanto che avesse paura, la paura di una donna che da tempo si era rassegnata a vegetare e che di colpo si trovava alle soglie della felicità.

Nora passò accanto a Jim e volò su per le scale. Jim Haight assunse un’espressione esultante, poi le corse dietro. Silenzio. Le statue viventi, pensò Ellery. Si passò un dito nel colletto e lo ritirò bagnato di sudore. I coniugi Wright si dicevano molte cose in segreto, con gli occhi, come sanno fare un uomo e una donna che hanno vissuto insieme per trent’anni. Pat fissava il vuoto e ansava visibilmente; a sua volta Carter fissava Pat come se quello che stava accadendo tra Jim e Nora si fosse, in un certo modo, confuso nella sua mente con ciò che stava accadendo tra lui e Pat.

Più tardi si udì un po’ di tramestìo al piano superiore, il rumore di un uscio che si apriva e si chiudeva, uno scalpiccio sulle scale. Nora e Jim riapparvero.

«Ci sposiamo!» annunciò Nora.

«Subito» soggiunse Jim con voce aspra e in tono di sfida. «Subito, avete capito?»

Era paonazzo sino alla radice dei capelli e fissava John e Hermione con aria bellicosa.

«Oh, Nora!» esclamò Pat, poi buttò le braccia al collo della sorella e cominciò a piangere e a ridere insieme.

La signora Wright guardava i due fidanzati con un sorriso tirato. John borbottò qualcosa di incomprensibile poi si alzò dalla poltrona, si avvicinò alla figlia e al futuro genero prendendo la mano a entrambi.

«Era ora, pazzi che non siete altro!» esclamò Carter, e passò un braccio attorno alla vita di Pat.

Nora non piangeva. Continuava a fissare la madre. Finalmente Hermione si riscosse dalla propria immobilità e corse a sua volta ad abbracciare Nora. Abbracciò anche Jim e con voce rotta pronunciò alcune frasi senza senso che tuttavia parevano adatte alla circostanza.

Sentendosi solo e isolato il signor Queen sgusciò via alla chetichella.

VI

«Nozze Wright-Haight, oggi»

Hermione preparò i piani del matrimonio come un generale nella propria tenda prepara un grande attacco, circondato da carte topografiche e da cifre rappresentanti le forze effettive del nemico. Mentre Nora e Pat erano a New York per fare acquisti per il corredo di Nora, Hermione aveva lunghi colloqui col sagrestano della chiesa metodista, col fioraio armeno di Wrightsville, col reverendo Doolittle, coi fornitori, col signor Graycee dell’agenzia di viaggi, e infine con John per questioni finanziarie.

C’erano poi le riunioni della stato maggiore costituito dalle signore di Wrightsville.

«Ma sì, cara, è successo proprio come in un film!» diceva Hermione esultante al telefono. «Certo, era stato soltanto un bisticcio da innamorati. Già, so bene quel che dice la gente! Ma la mia Nora non aveva bisogno di aggrapparsi al primo che capitava… ma no, che dici mai! Non c’è motivo di fare un matrimonio senza pompa… Sì, in bianco… Andranno in Sud-America per un mese e mezzo… John riprenderà Jim alla banca… No, cara, avrà un posto direttivo!… Ma certo, ritieniti invitata!»

Sabato 31 agosto, a una settimana dal ritorno di Jim a Wrightsville, Jim e Nora furono uniti in matrimonio dal reverendo Doolittle nella chiesa metodista. Carter Bradford fece da testimonio per Jim. Dopo la cerimonia si tenne un gran ricevimento nel parco di casa Wright.

Mentre la festa era nel pieno svolgimento, Jim e Nora se la svignarono per la porta di servizio. Ed Hotchkiss trasportò gli sposi alla stazione in tempo per prendere il direttissimo. Jim e Nora dovevano fare una breve sosta a New York e salpare il martedì per Rio. Il signor Queen, che si era ritirato in disparte, assistette alla partenza dei due fuggiaschi Nora si aggrappava alla mano del marito. Jim aveva un’aria solenne e orgogliosa. Aiutò la sposa a salire in tassì con il gesto cauto di chi maneggia qualcosa di fragile.

Il signor Queen vide anche Frank Lloyd. Questi, ritornato dalla “spedizione di caccia” alla vigilia del matrimonio, aveva mandato a Hermione un biglietto in cui si diceva spiacente di non poter assistere alla cerimonia, poiché doveva recarsi alla capitale per una riunione di giornalisti. La cronista mondana del Record si sarebbe occupata del resoconto per il giornale. Vi prego di porgere a Nora i miei migliori auguri di felicità. Vostro F. Lloyd.

Ma F. Lloyd, che avrebbe dovuto essere a trecento chilometri da Wrightsville, stava appostato dietro un salice piangente ai margini della proprietà dei Wright. Ellery Queen ebbe un attimo di trepidazione. Che cosa aveva detto Patricia l’ultima volta? “Frank ha preso la cosa molto in tragico.” E Frank Lloyd era un uomo pericoloso. Ellery si nascose a sua volta dietro un albero e raccolse un sasso nel momento in cui Jim e Nora sbucavano dalla porta di cucina per salire sul tassì. Ma il salice piangente continuò a piangere e non appena la macchina scomparve Lloyd uscì dal nascondiglio e si allontanò attraverso i boschi.

Patricia Wright salì la scalinata della casa di Ellery martedì sera, dopo le nozze e disse con finta allegria:

«A quest’ora gli sposini sono sull’Atlantico.» «Al chiar di luna, con le mani in mano.» Pat sospirò ed Ellery si sedette accanto a lei sul dondolo.

«Come mai non si gioca a bridge questa sera?» chiese Ellery dopo una pausa.

«Oh, la mamma è esausta. Si è messa a letto domenica sera e non si è ancora alzata. Papà, poveretto, si aggira per la casa con aria smarrita e si gingilla con gli album dei francobolli. Non si era reso conto… del tutto… di ciò che significa perdere una figlia.»

«Ho notato che sua sorella Lola…»

«Lola non ha voluto venire alle nozze. La mamma era andata a invitarla. Non ne parliamo.»

«E di che cosa dobbiamo parlare, allora?»

«Parliamo di lei» mormorò Pat.

«Di me?» Ellery era stupito. Poi scoppiò a ridere. «Le rispondo subito di sì.»

«Come? Via, Ellery, non è possibile che sappia…»

«So benissimo quel che deve dirmi. Suo padre si trova in un dilemma. Nora si è appena sposata. Questa casa affittata a me, era destinata in origine a lei, per cui sta pensando…»

«Oh, Ellery, lei è un vero tesoro! Quel pusillanime di mio padre non sapeva proprio che cosa fare, e allora ha incaricato me di parlarle. Effettivamente Jim e Nora vorrebbero venire a abitare qui al ritorno dal viaggio di nozze. Chi mai poteva immaginare che le cose andassero in questo modo? Però non è giusto che lei…»

«È giustissimo!» l’interruppe Ellery. «Sono disposto a sgomberare subito.»

«Oh, no!» ribatté Patricia. «Lei ha un contratto per sei mesi, sta scrivendo un romanzo e non abbiamo il diritto di sfrattarla così sui due piedi. Papà è desolato.»

«Sciocchezze!» disse ancora Ellery. «Posso aspettare fino a sabato a sloggiare? Immagino che sua madre vorrà rimettere la casa a nuovo. Lascerò Wrightsville data la scarsità degli alloggi…»

«Oh, che sciocca!» esclamò Pat. «Dimenticavo la cosa più importante.» Si alzò dal dondolo e si stiracchiò. «Papà e mamma mi incaricano di dirle che .ei sarà nostro ospite, e che potrà restare in casa nostra finché vorrà. Buona sera!»

Scomparve lasciando il signor Queen di ottimo umore, sotto il porticato della casa del malaugurio.

VII

Vigilia d’Ognissanti: la maschera

Jim e Nora ritornarono dal viaggio di nozze a metà ottobre. Avevano un colorito da hawaiani.

«Credevamo di trovare una folla ad aspettarci alla stazione» disse Jim al suocero, ridendo.

«In questi giorni la gente ha ben altro da pensare, Jim. Domani c’è la leva militare.»

«Oh, me n’ero dimenticato!»

«Anch’io» disse Nora. «Ora dovrò occuparmi delle nostre truppe.»

Durante tutto il tragitto, rimase aggrappata al braccio di Jim.

«La città è in subbuglio» disse Hermione. «Nora, hai un aspetto magnifico!»

Era vero.

«Sono aumentata di peso» annunciò la sposina.

«Come va la vita coniugale?» domandò Carter Bradford.

«Sposatevi e vedrete!» ribatté Nora. «Sai, Patricia, sei più bella che mai!»

«È una parola sposarsi» brontolò Carter. «Finché c’è quello scribacchino in casa Wright…»

«Concorrenza sleale?» domandò Jim.

«In casa!» esclamò Nora. «Mamma, non mi hai scritto nulla!»

«Era il meno che potessimo fare, Nora» spiegò Hermione. «Il signor Smith ha rinunciato spontaneamente ai diritti che aveva per contratto.»

«È una brava persona» osservò John. «M’avete portato dei francobolli?»

Nel momento in cui la macchina di famiglia imboccava il viale della villa, Nora spalancò gli occhi.

«Jim, guarda

La casetta accanto alla maestosa villa dei Wright luccicava sotto il sole d’ottobre. Era stata pitturata di fresco, in bianco con le imposte rosse.

«È bella davvero!» esclamò Jim. Nora gli sorrise e gli strinse la mano.

«Vedrete l’interno!» dichiarò Hermione sorridendo.

«Tutto è pronto per ricevere i colombi» intervenne Pat. «Nora, sprizzi gioia da tutti i pori!»

«Sono così felice!» mormorò Nora con le lacrime agli occhi. Abbracciò il padre e la madre, poi trascinò via il marito per andare ad esplorare l’interno della casa che, a parte la breve permanenza del signor Queen, era rimasta vuota per tre anni angosciosi.

Ellery aveva preparato la valigetta per un breve viaggio, alla vigilia del ritorno degli sposi, e aveva preso il treno di mezzogiorno. Date le circostanze gli era parso opportuno scomparire, e Pat disse che questo dimostrava la sua delicatezza. Ritornò il 17 ottobre e costatò che in quella che era stata la casa del malaugurio regnava una grande allegria.

«Dobbiamo ringraziarla tanto per aver rinunciato a questa casa, signor Smith» disse Nora.

«E il suo viso raggiante è la mia ricompensa. Dov’è lo sposo?»

«È andato alla stazione per ritirare alcune casse. Prima di ritornare a Wrightsville, aveva spedito i libri e gli indumenti che teneva nel suo appartamento di New York. Tutto è rimasto al deposito bagagli da allora. Oh, eccolo. Jim, hai trovato la tua roba?»

Jim scese dal tassì di Ed sul quale casse e valige erano accatastate insieme con un baule. Ed e Jim portarono dentro ogni cosa. Ellery osservò che lo sposo novello aveva un ottimo aspetto. Jim, stringendogli la mano, lo ringraziò per ciò che aveva fatto. Nora avrebbe voluto che il signor Smith rimanesse a colazione, ma il signor Smith rise e disse che avrebbe approfittato dell’invito quando Nora e Jim avessero finito di sistemarsi. Uscì mentre Nora diceva:

«Dove metteremo tutta questa roba, Jim?»

E Jim rispondeva:

«Ci si rende conto di possedere molti libri soltanto quando si è costretti a imballarli. Ed, queste casse bisognerà portarle in cantina.»

Ellery ebbe un’ultima visione di Jim e Nora nelle braccia l’una dell’altro, e sorrise. Se c’era un malaugurio tra quelle mura, era ben nascosto davvero.

Ellery si mise a lavorare al suo romanzo con energia. A parte le ore dei pasti rimaneva per giornate intere all’ultimo piano che la signora Wright aveva messo interamente a sua disposizione. Nella casa, si udiva il ticchettio della sua macchina per scrivere fino ad ore impossibili.

Vedeva raramente Jim e Nora. Tuttavia durante le ore dei pasti teneva le orecchie ben aperte per sentire se non vi fosse qualche “dissonanza” nei discorsi di famiglia. Ma Jim e Nora sembravano felici. Alla banca, Haight aveva trovato uno studio con una scrivania nuova su cui troneggiava una targa di bronzo con l’incisione: “J. Haight — Vice-Presidente”. I vecchi clienti della banca andarono, uno dopo l’altro, a porgergli i loro auguri e a chiedere notizie di Nora. I conoscenti affluivano anche alla casetta. Le signore della Collina andavano spesso a far visita a Nora la quale elargiva tè e sorrisi. Gli occhi penetranti delle visitatrici scrutavano negli angoli in cerca di polvere e di dispiaceri, ma tutte quelle indagini finivano in delusione e Nora si divertiva un mondo. Hermione era orgogliosa della figliola sposata.

Il signor Queen si persuase di essersi lasciato influenzare dalla fantasia e concluse che il malaugurio, se mai c’era stato, era sepolto definitivamente. Poiché la realtà si rifiutava di cooperare, Ellery cominciò a far progetti per inventare il delitto da introdurre nel romanzo.

Il 29 ottobre venne e passò. La mattina del 30, il signor Queen fu visto entrare nell’albergo Hollis, dare un’occhiata a un giornale di New York e metterlo da parte con una scrollata di spalle.

Il 31 fu la solita mascherata della vigilia d’Ognissanti. Le strade della città furono invase da gnomi in costume coi visi pitturati. Nelle famiglie dove c’erano ragazzi, le sorelle maggiori lamentavano la scomparsa dei loro cosmetici e parecchi gnomi si coricarono col sederino arrossato. Tutto ciò ispirava un sentimento misto di gaiezza e di nostalgia. Il signor Queen, mentre passeggiava nei dintorni di casa Wright, avrebbe voluto essere ancora ragazzo per partecipare alla gazzarra della città.

Mentre rincasava, vide che la casa dei coniugi Haight era illuminata e impulsivamente andò a suonare il campanello.

Patricia aprì la porta.

«Credevo che fosse fuggito» disse. «Non la si vede più. Nora, c’è il celebre scrittore.»

«Avanti, avanti!» gridò Nora dalla stanza di soggiorno.

Ellery la trovò con un mucchio di libri tra le braccia. Tentava di raccoglierne ancora qualcuno dalle pile che erano per terra.

«Lasciate che vi aiuti» disse Ellery.

«No, no, lei stia a guardare» protestò Nora e salì le scale.

«Stiamo trasformando una camera del primo piano in uno studio per Jim» disse Pat.

La ragazza stava raccogliendo libri da terra ed Ellery esaminava distrattamente qualche titolo, quando Nora ridiscese a prendere altri libri.

«Dov’è Jim, Nora?» chiese Ellery.

«In banca» rispose Nora, chinandosi. «Aveva una terribile riunione di direttori…»

In quel momento un libro cadde dalla pila che la sposina teneva sulle braccia, poi un altro e un altro ancora finché quasi tutti tornarono a terra.

«Oh, guarda Nora, delle lettere!» esclamò Pat.

«Delle lettere? Dove? Ah, eccole qua!»

Da uno dei volumi che erano caduti dalle braccia di Nora — un grosso libro ricoperto di tela marrone — erano scivolate fuori tre buste. Nora le raccolse curiosa. Non erano chiuse.

«Non sono che tre miserabili buste» disse Pat. «Continuiamo con questi libri, altrimenti non termineremo mai, Nora.»

Nora aggrottò la fronte.

«C’è qualcosa dentro, Pat. Questi sono libri di Jim. Vorrei sapere se…»

Nora aprì le buste, trasse un foglio da ciascuna, lo lisciò e lo lesse lentamente.

«Che cosa c’è, Nora?» domandò il signor Queen.

«Non… non capisco» disse Nora debolmente, mentre tornava a infilare i fogli nelle buste. Il suo viso aveva un pallore grigiastro. Pat e Ellery si guardarono perplessi.

«Bum…!»

Nora girò su se stessa con un grido. Sulla soglia c’era un uomo che portava una grossa maschera di cartapesta, le sue dita si aprivano e si chiudevano con gesto famelico di fronte al suo viso fantastico. Nora roteò gli occhi finché si vide solo il bianco, poi si accasciò sul pavimento sempre stringendo le tre buste con gesto convulso.

«Nora!» Jim si strappò la ridicola maschera. «Nora, io non volevo…»

«Jim, idiota!» ansimò Pat inginocchiandosi presso il corpo immobile di Nora. «Guarda che bello scherzo! Nora cara!… Nora!»

«Fatti in là, Pat» ordinò Jim con voce rauca. Afferrò il corpo abbandonato di Nora e lo portò su per le scale quasi correndo.

«È solo uno svenimento» disse Ellery mentre Pat s’incamminava in fretta verso la cucina. Un momento dopo entrambi raggiungevano gli sposi nella loro camera.

Trovarono Nora sul letto in preda a una crisi isterica, mentre Jim si torceva le mani gemendo e maledicendosi. Ellery scostò Jim e appoggiò il bicchiere contro le labbra bluastre di Nora. La donna tentò di respingerlo. Ellery allora la schiaffeggiò con violenza. Nora diede un grido ma bevve l’acqua a fatica tossendo e soffocando. Poi ricadde sul cuscino coprendosi il viso con le mani.

«Andatevene, andatevene» singhiozzò.

«Nora, stai bene ora?» chiese Pat ansiosamente.

«Sì, ma lasciatemi sola, ve ne prego!»

«Andatevene, per favore» disse Jim.

Nora lasciò ricadere le mani. Il suo viso era gonfio e segnato.

«Vattene anche tu, Jim.»

Lo sposino era sconcertato. Pat lo condusse fuori con fermezza. Ellery chiuse la porta della camera da letto, accigliato, e tutti e tre scesero a pianterreno. Jim si diresse al mobile-bar, si versò un whisky liscio e lo bevve in un sorso, con un gesto disperato.

«Sai bene com’è nervosa Nora» protestò Pat con aria di disapprovazione. «Se non avessi bevuto tanto questa sera…»

«Chi è sbronzo?» chiese Jim cupo. «Non andrai a dire a Nora che ho bevuto, spero!»

«Va bene, Jim» promise Pat con voce pacata.

Rimasero in attesa, nervosi e perplessi. Improvvisamente riapparve Nora.

«Nora ti senti meglio?» gridò Pat.

«Sciocchezze.» La giovane sposa scese le scale sorridendo. «Signor Smith, la prego di scusarmi. È stato uno spavento improvviso.» Jim la strinse tra le braccia. «Dimenticatene, caro» mormorò Nora.

Tutte e tre le buste erano scomparse.

VIII

Ognissanti — Lettere scarlatte

Quando Jim e Nora si trovarono sotto il portico dopo cena, Nora era allegrissima.

«Pat mi ha parlato di quella stupida maschera, Jim» disse Hermy con un lieve accento di rimprovero. «Nora, sei certa di star bene?»

«Naturalmente, mamma, quante storie per un po’ di spavento!»

John studiava suo genero con aria perplessa. Jim sembrava un poco a disagio, un vago sorriso gli aleggiava sulle labbra.

«Dov’è Carter, Pat?» domandò Hermy. «Non doveva venire anche lui al municipio, questa sera?»

«Ho il mal di testa, mamma. Ho telefonato a Carter per dirgli che andavo a letto. Buona notte!» esclamò Pat e rientrò rapidamente in casa.

«Venga con noi, Smith» disse John. «C’è un buon conferenziere questa sera. Un corrispondente di guerra.»

«Grazie, signor Wright, ma devo lavorare al mio romanzo. Divertitevi!»

Non appena la nuova automobile di Jim s’avviò lentamente giù per la collina, il signor Ellery Queen lasciò il portico di casa Wright, attraversò silenziosamente il prato illuminato da una luna piena che sembrava una zucca. Fece il giro della casa di Nora ispezionando le finestre. Tutto era buio. Dunque Alberta se ne era andata. Ellery aprì la porta della cucina con una chiave universale, la richiuse alle sue spalle, e illuminandosi la via con una lampada tascabile, salì ai piani superiori. Sul pianerottolo si fermò accigliato. Dalla porta della camera da letto di Nora filtrava una sottile striscia di luce. Il signor Queen tese le orecchie. Nell’interno qualcuno apriva e chiudeva cassetti con precauzione. Un ladro? Un altro scherzo della vigilia di Ognissanti? Stringendo la lampada tascabile come un bastone, Ellery aprì la porta con un calcio. Patricia Wright balzò in piedi con un grido.

«Buona sera» disse affabile il signor Queen.

«Verme!» ansimò Pat. «Ho creduto di morire di paura! Almeno io ho una scusa, per spiare in casa di Nora: sono sua sorella! Ma lei… lei è un semplice ficcanaso, signor Ellery Queen

Ellery rimase a bocca aperta.

«Piccolo demonio, mi aveva riconosciuto subito!» esclamò ammirato.

«Naturalmente» ribatté Pat. «Ho assistito una volta a una sua conferenza su “Il posto del romanzo poliziesco nella civiltà contemporanea”. Era ampolloso in modo atroce. Mi era sembrato così bello a quei tempi… Sic transit gloria… Su, si tranquillizzi, non tradirò il suo prezioso segreto.»

Il signor Queen prese la ragazza tra le braccia e la baciò con decisione.

«Ehi!» gridò Pat appena poté parlare. «Non c’è male, ma è stato inopportuno… No, Ellery. Qualche altra volta. Senta, piuttosto, quelle lettere… Lei è l’unica persona della quale possa fidarmi. Non potrei dare una simile preoccupazione a mamma e a papà… Perché Nora non ci ha detto subito quello che c’era scritto su quelle lettere? Perché quando è ritornata in salotto non le aveva più? Perché ci ha mandati tutti fuori dalla sua camera da letto? Ellery, io… io ho paura.»

«Andiamo a cercarle» fece Ellery stringendo le manine fredde della ragazza.

Le trovarono finalmente nella cappelliera di Nora su uno degli scaffali dell’armadio a muro. Le tre lettere erano state infilate tra la carta velina e il fondo della cappelliera, sotto un piccolo cappello adorno di velo increspato.

«Una tecnica piuttosto primitiva» si lagnò il signor Queen.

«Povera Nora» sospirò Pat. Le sue labbra erano pallide. «Mi dia le lettere.»

Ellery le passò le tre lettere. Nell’angolo destro di ciascuna busta, dove avrebbe dovuto trovarsi il francobollo, vi era una data scritta con una matita a pastello rosso. Pat aggrottò le sopracciglia. Ellery le tolse le buste di mano e le mise in ordine cronologico. Le date erano: 28-11, 25-12 e 1-1.

«Tutte e tre sono indirizzate alla signorina Rosemary Haight.»

«È l’unica sorella di Jim. Noi non l’abbiamo mai vista. Ma è strano che non sia indicata né la via né la città…»

«Non è poi una cosa inaudita» disse Ellery scuro in volto. «La stranezza invece sta nell’uso del pastello.»

«Oh, no, Jim ha sempre usato una matita a pastello rosso. È una sua vecchia abitudine.»

«Allora la scrittura delle buste è la sua?» «Sì, la riconoscerei tra mille. Ma che cosa dicono le lettere?»

Ellery trasse il foglio dalla prima busta e lesse:

28 Novembre

Cara sorellina

so che non ti ho scritto da molto tempo, ma non puoi immaginare quanto da fare ho avuto. Anche oggi non posso scriverti che poche righe, perché mia moglie è stata male. Sembra una cosa da niente, ma io non mi sento tranquillo. Secondo me nemmeno il dottore ha capito di che cosa si tratta. Speriamo che non sia nulla di grave. Naturalmente ti terrò informata. Scrivimi presto. Con affetto, Jim.

«Non riesco a capire» fece Pat, lentamente. «Nora non è mai stata così bene. Ne parlavamo proprio oggi io e la mamma. Ellery…»

«Nora è stata dal dottor Willoughby ultimamente?»

«No, a meno che… ma son sicura che non c’è stata.»

«Capisco» disse Ellery con voce completamente inespressiva.

«E poi la data!… 28 Novembre. Manca ancora un mese, Ellery! Come potrebbe sapere Jim…!» Pat si interruppe. Poi soggiunse con voce rauca:

«Apra l’altra busta!»

Il secondo biglietto, più breve del primo, era stato vergato dalla stessa mano e con la stessa matita rossa.

25 Dicembre

Sorellina mia

non vorrei preoccuparti ma sono costretto a dirtelo. Le cose vanno molto peggio. Mia moglie è gravemente ammalata. Stiamo facendo tutto il possibile. In fretta, Jim.

«“In fretta, Jim”» ripeté Pat. «“In fretta”… ed è datata 25 Dicembre! Come può dire Jim che la malattia di sua moglie va peggiorando quando Nora non è nemmeno lievemente indisposta? E con due mesi di anticipo, poi!»

«Credo» fece il signor Queen togliendo il foglio dalla terza busta «che sarebbe bene leggere il terzo biglietto.»

«Ellery, che cosa…?»

Il giovane consegnò il foglio a Pat e cominciò a passeggiare su e giù per la camera da letto di Nora fumando una sigaretta con delle boccate brevi e nervose. Mentre leggeva, gli occhi di Pat si allargarono smisuratamente. Il biglietto era sempre scritto con la matita rossa e diceva:

1 Gennaio

Sorellina mia, è morta. Mi è mancata oggi. Mia moglie non c’è più, è come se non ci fosse mai stata. I suoi ultimi momenti… Non posso scrivere altro. Vieni da me se puoi.

Jim

«Non ora, tesoro» mormorò Ellery, passando un braccio intorno alla vita di Pat.

«Ma che cosa vuol dire?» singhiozzò la ragazza.

«È inutile piangere!»

Pat volse il viso altrove. Ellery ripose le buste esattamente dove le aveva trovate, spense la luce e s’incamminò con la ragazza verso le scale.

«Un momento» disse quando raggiunsero il pianterreno. «Dov’è quel libro grosso, marrone, dal quale sono cadute le buste stasera?»

«Nello studio di Jim.» Pareva che Pat avesse difficoltà a pronunciare il nome del cognato.

Trovarono il libro in uno dei nuovi scaffali della camera da letto che Nora stava trasformando in uno studio per suo marito. Pat si strinse al braccio del suo compagno.

«È in ottime condizioni» osservò Ellery afferrando il volume. «La rilegatura non ha ancora cominciato a sbiadire, e i bordi delle pagine sono puliti.»

«Che cos’è?» mormorò Pat.

«La tossicologia di Edgcomb.»

«Tossicologia!» Pat fissò il libro inorridita.

Ellery esaminò attentamente la rilegatura. Poi, tenendo il libro verticale, lasciò che gli si aprisse in mano. Il volume, obbediente, si aperse dove c’era una pagina con un’“orecchia”… l’unica pagina con un’“orecchia” di tutto il libro. Sulla costola, un’intaccatura profonda correva parallela alla pagina contrassegnata. Le tre buste, dunque, erano rimaste nascoste là. Ellery cominciò a leggere in silenzio.

«Ma che cosa può farsene Jim di un manuale di tossicologia?» domandò Pat in tono febbrile.

Il giovane alzò gli occhi su di lei.

«Queste due pagine parlano dei vari composti dell’arsenico… formula, effetti mortali, possibilità di riconoscerlo negli organi e nei tessuti, antidoti, dosi letali, cura delle malattie derivate dall’avvelenamento da arsenico…»

«Avvelenamento!»

Ellery depose il libro sopra un tavolo, alla luce della lampada. Con un dito indicò alcune parole scritte a grandi caratteri. Ossido arsenioso (As2 O3). Il dito scivolò verso un paragrafo che descriveva l’ossido arsenioso come “bianco, insapore, velenoso”, e indicava la dose mortale. Il paragrafo era stato sottolineato da un pastello rosso.

Con una voce chiara, che pareva uscire involontariamente dalle sue labbra, Pat disse:

«Jim si prepara a uccidere Nora.»

Parte seconda

I

Olocausto

«Jim si prepara a uccidere Nora.»

Ellery ripose il libro nello scaffale.

«Sciocchezze» mormorò, e molto dolcemente condusse la ragazza all’aperto.

«Nora è in pericolo» singhiozzò Pat. «Ellery, che cosa devo fare?»

«Solo il tempo potrà aiutarci a scoprire un po’ di verità, Patty.»

«Ma io non posso sopportare da sola tutto questo! Nora… Ha visto Nora come l’ha presa? Ellery, mia sorella ha una paura da morire. Eppure si è comportata come se nulla fosse accaduto. Non capisce? Ha deciso di non crederci. Se anche le sventolassimo questa lettera sotto il naso, Nora non ammetterebbe nulla ormai! Mentirebbe davanti a Dio!»

«Sì» convenne Ellery, e strinse la ragazza fra le braccia per confortarla.

«Jim era tanto innamorato di lei! Ha visto come si è svolta tutta questa storia. Ha visto il suo viso quella sera, quando sono scesi a dirci che avevano intenzione di sposarsi. Jim era felice. E quando sono tornati dalla luna di miele, sembrava ancora più felice.» Pat mormorò: «Forse è diventato matto. Un pazzo pericoloso!» Ellery non parlava. «Come posso dirlo alla mamma, a mio padre? Ne morirebbero, e poi… non servirebbe a niente. Eppure sono costretta a farlo!»

Un’automobile rombò nel buio, sulla strada della collina.

«Cerchi di calmarsi, Pat. Abbiamo tempo per pensarci. Staremo in guardia; vedremo come vanno le cose e, nel frattempo, tutto questo resterà un segreto fra noi… Ho detto “noi”?» Ellery assunse un’aria desolata. «A quanto pare, ho dichiarato di far parte della congiura.»

«Non si tirerà indietro ora, vero?» esclamò Pat con voce alterata. «Ho contato su di lei sin dal primo momento. Ellery, Nora ha bisogno di aiuto! Lei è abituato a queste cose. La prego, non se ne vada!»

«Ho detto “noi”, sì o no?» ribatté Ellery, irritato. «Adesso si sfoghi pure a piangere. Però dopo basta! Capito?»

«Sì» singhiozzò Pat. «Sono una stupida frignona.»

«Non è una stupida, e deve diventare un’eroina. Non una parola, non uno sguardo, non un atteggiamento sbagliato. Per quanto riguarda Wrightsville, queste lettere non esistono. Jim è suo cognato, le piace, e lei è felice per lui e per Nora. Non deve dirlo né a suo padre, né a sua madre, né a Frank Lloyd, né…»

Pat alzò il viso.

«Né… a chi?»

«No» disse Ellery accigliandosi. «Non posso prendere questa decisione per lei!»

«Allude a Cart» dichiarò Pat con forza.

«Alludo al Procuratore Distrettuale della Contea di Wright.»

Pat rimase in silenzio. Anche Ellery taceva. La luna era più bassa, ora.

«Non potrei mai dirlo a Carter» mormorò Pat. «Non so perché. Forse perché fa parte della polizia, forse perché non è della nostra famiglia…»

«Nemmeno io faccio parte della famiglia» osservò il signor Queen.

«Lei è diverso!»

Suo malgrado, il signor Queen provò una sensazione di piacere. Ma la sua voce rimase impersonale.

«In ogni caso lei dovrà diventare una succursale dei miei occhi e delle mie orecchie, Pat. Resti vicina a Nora il più possibile, senza sollevare i suoi sospetti. Tenga d’occhio Jim, senza averne l’aria. Mi riferisca tutto quel che accade. E non appena le è possibile, mi faccia partecipare alle riunioni di famiglia. È chiaro?»

«Stavo comportandomi da sciocca» fece Pat, alzando il viso sorridente verso l’investigatore. «Ora le cose non sembrano più tanto terribili. È così riposante stare con lei, sotto questo albero, al chiaro di luna… lo sa di essere bello, Ellery?»

«E allora, accidenti» ruggì una voce maschile nel buio «perché non lo baci?»

«Carter!»

Pat si nascose contro il tronco scuro di un olmo. “Che faccenda assurda!” pensò il signor Queen.

«Non puoi negare che sia bello!» affermò la voce di Pat che veniva dall’albero. Ellery sorrise tra sé.

«Mi hai mentito!» gridò Carter, che apparve finalmente in luce a testa nuda, con i capelli tutti arruffati. «Non ti nascondere, Pat!»

«Non mi nascondo» ribatté Pat in tono petulante. Avanzò, e i due giovani si piantarono l’uno di fronte all’altra, guardandosi con aria dispettosa. Il signor Queen li osservava in silenzio, divertito.

«Mi hai detto al telefono che avevi il mal di testa!»

«Sì.»

«Mi hai detto che andavi a letto.»

«Sto per andarci.»

«Non cavillare, ora!»

«Ti rendi conto che stai facendo dei drammi inutili!»

Carter agitò le braccia verso le stelle poco benigne.

«Hai mentito per liberarti di me. Non volevi avermi tra i piedi. Avevi un appuntamento con questo scribacchino! Non negarlo.»

«Lo nego, invece.» La voce di Pat si ammorbidì. «Ti ho mentito, Carter, ma non avevo un appuntamento con Ellery.»

«E si dà il caso che questo sia vero» intervenne Queen.

«Lei badi ai fatti suoi, Smith!» urlò Carter. «Altrimenti la mando lungo e disteso sul prato.»

Il signor “Smith” sogghignò e si tenne fuori dalla mischia.

«Lo ammetto, sono geloso» mormorò Carter. «Ma tu non devi essere vigliacca, Pat! Se non mi vuoi, dillo.»

«Non è questione di volerti o non volerti» mormorò la ragazza con voce timida.

«Ebbene, mi vuoi o non mi vuoi?»

Pat abbassò gli occhi.

«Non hai diritto di chiedermi questo… qui… ora…» Gli occhi le si accesero. «Non vorresti che ti mentissi in ogni caso, vero?»

«Benissimo, come vuoi tu!»

«Carter…!»

La voce di lui parve un ruggito di sfida:

«Fra me e te tutto è finito!»

Pat si mise a correre verso la grande casa bianca. Mentre la osservava attraversare il prato, il signor Queen pensava: “In un certo senso, è meglio… molto meglio. Tu non sai che cosa ti si prepara. Il signor Carter Bradford, quando lo incontrerai la prossima volta, forse sarà un pericoloso nemico”.

Quando Ellery si presentò sotto il portico, la mattina dopo, trovò Hermy e Nora che bisbigliavano sommessamente.

«Buongiorno!» esclamò allegramente.

«Ellery, che cos’è accaduto ieri sera?» domandò Nora.

«Accaduto?» ripeté Ellery con aria inespressiva.

«Volevo dire… tra Pat e Carter. Lei era a casa…»

«Pat ha qualcosa che non va?» si affrettò a chiedere l’investigatore.

«Naturalmente. Non ha voluto scendere per la colazione. Non vuol rispondere a nessuna domanda. E quando Pat mette il broncio…»

«È colpa di Carter» sbottò Hermy. «Ero certa che ci fosse qualcosa di strano in quel mal di testa, ieri sera! Per favore, signor Smith, se sa qualcosa…»

«Pat e Carter si sono lasciati?» domandò Nora ansiosamente. «No, non può fare a meno di rispondere, Ellery; glielo leggo in faccia. Mamma, devi assolutamente discutere la cosa con Patty. Non può fare una cosa simile a Carter.»

Ellery accompagnò Nora verso casa. Non appena la signora Wright se ne fu andata, Nora mormorò:

«Naturalmente, un po’ è anche colpa sua!»

«Mia!» domandò il signor Queen.

«Non crede anche lei che Pat sia innamorata di Carter? Sono sicura che ha voluto ingelosirlo, e…»

«Il signor Bradford» disse il signor Queen «sarebbe geloso anche di un francobollo, se Pat lo accostasse alla bocca.»

«Lo so. È una tal testa calda! Oh, mamma mia» sospirò Nora «sto facendo tanto baccano per così poco. Vuole venire a fare la prima colazione con noi?»

«Con vero piacere.»

Mentre saliva con Nora i gradini del portico, Ellery Queen si domandava fino a che punto arrivasse la sua colpevolezza.

Durante il pasto, Jim continuò a parlare di politica, e Nora… Nora era meravigliosa. Non si poteva trovare un altro aggettivo per definirla, pensava Ellery. Osservandola e ascoltandola, il signor Queen non poteva avvertire la minima ombra di falsità. I due sposini sembravano completamente felici.

Pat arrivò di gran carriera insieme con Alberta e con le uova.

«Nora!» esclamò come se nulla fosse accaduto. «Non potresti regalare qualche uovo a una povera ragazza che muore di fame? Buongiorno, Jim; salve, Ellery; non crediate che Ludie non mi avesse preparato la colazione. Me l’aveva preparata, e ottima anche. Ma io non ho potuto resistere alla tentazione di curiosare nel nido dei due colombi…»

«Alberta, un altro coperto» ordinò Nora, sorridendo a Pat. «Dio mio, quante chiacchiere al mattino! Ellery, si accomodi. Dal momento che la luna di miele è terminata, mio marito non si alza più per i miei familiari.»

Jim spalancò gli occhi.

«Non crederci, cognatina!» esclamò, sorridendo. «Lo sai che sei cresciuta? Fatti vedere; mamma mia, che bella ragazza! Smith, la invidio. Se fossi uno scapolo…» Ellery vide una nube oscurare il viso di Nora.

Pat continuò a chiacchierare. Non era una buona attrice, e non riusciva a guardare Jim negli occhi. Però si sforzava di mettere in pratica le istruzioni, nonostante i suoi dispiaceri personali…

Ma Nora era superba. Si, Pat aveva ragione. Nora aveva deciso di non pensare alle lettere e alle loro orribili implicazioni.

«Vado io a prepararti le uova, cara» fece in quel momento Nora, rivolta a Pat. «Alberta le prepara meravigliosamente, ma non può sapere che a te piacciono bollite per quattro minuti esatti. Scusatemi.»

Nora lasciò la stanza da pranzo e raggiunse la cameriera in cucina.

«Quella Nora! È una vera donna di casa» commentò Jim con un sorriso.

In quel momento squillò il campanello. «Il postino; scusate un attimo.»

Il giovane si alzò e si diresse alla porta. Lo udirono parlare col vecchio Bailey; poi la porta si richiuse, e i suoi passi risonarono strascicati come se stesse sfogliando la corrispondenza mentre ritornava. Finalmente apparve nel loro campo visivo. Era pallidissimo in viso, e fissava attonito una delle molte buste che il postino gli aveva appena consegnato. Dopo un attimo d’esitazione, girò su se stesso e corse su per le scale. Poco dopo si udì una porta sbattere. Pat alzò gli occhi.

«Su, avanti, mangi!» comandò Ellery, avviandosi in punta di piedi verso la tromba delle scale. Dopo un istante ritornò in sala da pranzo. «È in studio, credo. L’ho sentito chiudere la porta a chiave… No, non adesso! Ecco Nora.»

«Dov’è Jim?» domandò la sposina mentre serviva le uova alla sorella.

«Di sopra» fece Ellery, afferrando un crostino.

Jim riapparve in quel momento in cima alle scale; era sempre pallido, ma perfettamente padrone di sé. Portava il cappotto, e aveva in mano varie lettere chiuse.

«Jim, c’è qualcosa che non va?»

«Non ho mai visto una donna così sospettosa!» rise Jim. «Che cosa dovrebbe esserci accaduto? Mamma mia, devo andare!» esclamò poi baciando la moglie. «Eccoti la posta. La solita roba. Be’: arrivederci, Pat; arrivederci, Smith!»

Poco dopo, Ellery si allontanò con la scusa di fare una passeggiatina nei boschi. Mezz’ora dopo, Pat lo raggiunse. Si guardava continuamente attorno come se avesse paura d’essere seguita.

«Mamma mia!» esclamò. «Credevo che non sarei mai riuscita a liberarmi di Nora.»

Ellery aspirò una boccata di fumo pensosamente.

«Pat, dobbiamo leggere la lettera che Jim ha ricevuto.»

«Ellery… ma come finirà tutto questo?»

«Jim è tremendamente scosso. Non può essere una coincidenza. Non so ancora come, ma la lettera di stamattina è collegata col resto del problema. Non può indurre Nora a uscir di casa?»

«Stamattina va in città con Alberta a fare qualche spesa. Ecco il tassì della stazione!»

Il signor Queen spense con cura la sigaretta.

«Benissimo, andiamo» disse.

Pat balzò in piedi: le mani le tremavano.

«Ho vergogna di me stessa» si lagnò. «Ma come potremmo fare, altrimenti?»

«Temo che non troveremo niente» borbottò Ellery mentre entravano in casa di Nora. «Ma sarà meglio dare ugualmente un’occhiata.»

Nello studio di Jim, Pat si appoggiò alla porta con aria stanca. Ellery annusò l’aria e andò direttamente al caminetto. Sul focolare c’era un minuscolo mucchietto di cenere.

«L’ha bruciata!» esclamò Pat.

«Ma non abbastanza bene.»

«Ellery, ha trovato qualcosa!» Pat attraversò di corsa la stanza.

Ellery stava esaminando con grande attenzione un frammento di carta spiegazzata.

«È un pezzetto della busta?»

«Il lembo posteriore. L’indirizzo del mittente. Ma l’indirizzo è bruciato. Rimane solo il nome.»

Pat lesse:

«Rosemary Haight. È la sorella di Jim.» La ragazza allargò smisuratamente gli occhi. «Rosemary, la sorella di Jim! Ellery, quella delle tre lettere!»

«È possibile che…?» Ellery s’interruppe.

«Stava per domandare se è possibile che ci fosse una prima lettera? Una lettera che noi non abbiamo trovato perché era già stata spedita? E questo è quel che rimane della risposta della sorella.»

«Sì.» Ellery infilò il pezzetto di carta nel portafogli. «Ma, ripensandoci bene, non ne sono tanto sicuro. Perché la risposta della sorella dovrebbe preoccuparlo tanto, se le cose stessero così? No, Pat: dev’esserci qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo.»

«Ma che cosa

«È appunto questo che dobbiamo scoprire» affermò il signor Queen. Si guardò intorno e prese la ragazza per un braccio. «Andiamocene di qui.»

Quella sera tutti erano seduti sotto il portico di casa Wright, osservando il vento che giocava con le foglie morte sul prato. John e suo genero discutevano con ardore la campagna elettorale per la presidenza.

«John, sai bene che non mi piacciono le discussioni politiche!» si lagnò Hermy. «Mamma mia, voi uomini vi scaldate tanto…»

Jim sogghignò.

«Benissimo, mammina; basta, non parliamone più.» Fece una breve pausa, poi soggiunse con aria noncurante: «Oh, a proposito, Nora: ho ricevuto una lettera da mia sorella Rosemary stamattina.»

«Davvero?» Nora era allegrissima. «Ma che bellezza. Che cosa dice, caro?»

Pat si accostò ad Ellery, al buio, e si sedette ai suoi piedi. Il giovane le appoggiò una mano sul collo: era umido di sudore.

«Le solite cose» proseguì Jim. «Dice che avrebbe piacere di conoscerti… di conoscere tutti i tuoi… e via di seguito.»

«E come no?» fece Hermy. «Anche noi siamo ansiosi di conoscere tua sorella, Jim. Ha intenzione di venirci a trovare?»

«Ecco… avevo pensato di chiederglielo, ma…»

«Oh, Jim!» esclamò Nora. «Ti ho chiesto mille volte d’invitare tua sorella a Wrightsville! Se mi dai l’indirizzo le scriverò questa sera stessa.»

«Non disturbarti, cara; scriverò io.»

Quando rimasero soli, circa un’ora dopo, Pat disse ad Ellery:

«Nora aveva paura.»

«Già. È un problema. Naturalmente si trattava della lettera che Jim ha ricevuto stamattina.»

«Ellery, Jim ci nasconde qualcosa.»

«Non c’è dubbio.»

«Se sua sorella Rosemary gli ha scritto che voleva venire qui in visita, o gli ha detto qualcosa di altrettanto normale… perché Jim ha bruciato la sua lettera

Il signor Queen rimase in silenzio per lungo tempo. Finalmente borbottò:

«Vada pure a dormire, Patty. Ho bisogno di pensare.»

L’otto novembre, quattro giorni dopo che Franklin Delano Roosevelt era stato eletto presidente degli Stati Uniti per la terza volta, la sorella di Jim Haight giunse a Wrightsville.

II

Jim si comporta male

“La signorina Rosemary Haight” scriveva la cronista mondana del giornale locale “era elegantemente abbigliata in un completo da viaggio di camoscio, di colore neutro. Portava una ricca cappa di volpi azzurre, accompagnata da un cappellino verde bordato di volpi, con accessori verdi…”

Il signor Ellery Queen, per caso, quella mattina aveva fatto una passeggiata alla stazione di Wrightsville. Vide così Rosemary Haight, seguita da un facchino che portava il suo bagaglio, scendere dal treno e restare un attimo in posa, al sole, come una stella del cinema. La vide poi avvicinarsi a Jim e baciarlo, poi voltarsi radiosa verso Nora e porgerle la guancia. Gli occhi del signor Queen si rannuvolarono.

Quella sera stessa, a casa di Nora, ebbe modo di consolidare la sua prima impressione. Evidentemente, Rosemary non era una ragazza di campagna, emozionata da un lungo viaggio: era un prodotto stracittadino, insolente e annoiato, che cercava di nascondere il suo tedio alla meno peggio. Inoltre era pericolosamente bella.

Hermy, Pat e Nora la presero immediatamente in antipatia; Ellery se ne accorse subito dall’estrema cortesia con la quale la trattavano. John era affascinato, vivace e galante. Più di una volta Hermy lo rimproverò con un’occhiata silenziosa. Quella notte Ellery perse varie ore di sonno cercando di far quadrare la signorina Rosemary Haight nel grosso problema che gli si presentava, ma non venne a capo di nulla.

In quei giorni Jim cominciò ad avere molto da fare alla banca, e lasciò il problema d’intrattenere la sorella a Nora. Non era un compito facile perché, come Pat ebbe a dire ad Ellery, Rosemary assumeva verso tutto e tutti un’aria superiore e sprezzante.

Bisognò sopportare l’assalto delle signore della città, e la lunga sequela di feste in onore dell’ospite. Le pettegole locali si misero immediatamente in azione. Emmeline Du Pré diceva che Rosemary Haight aveva un’aria ambigua e Clarice Martin riteneva che i suoi abiti fossero troppo audaci; e la signora Malensky dichiarò in tono categorico ch’era una sgualdrina nata, e che tutti gli uomini che le giravano intorno erano degli idioti. A Hermy Wright riuscì molto difficile difenderla perché, sotto sotto, era dello stesso parere.

«Vorrei che se ne andasse» sospirò Pat a Ellery alcuni giorni dopo l’arrivo di Rosemary. «Non è una cosa orribile? Ma io la dico ugualmente. E pensare che ora ha mandato a prendere i suoi bauli!»

«Ma io credevo che non le piacesse star qui.»

«Infatti. Anch’io non riesco a capire. Nora diceva che si sarebbe fermata pochissimo, ma Rosemary si comporta come se avesse intenzione di mettere le radici per tutto l’anno. Naturalmente, Nora non può far nulla per scoraggiarla.»

«E Jim che cosa dice?»

«A Nora nulla, ma…» Pat abbassò la voce e si guardò intorno. «A quanto pare, ha detto qualcosa a Rosemary, perché stamattina, quando sono capitata in casa degli sposi, Nora era rimasta chiusa per sbaglio nello stanzino delle stoviglie e Jim e Rosemary, evidentemente pensando che lei fosse di sopra, stavano litigando in sala da pranzo. Dio, che carattere, quella donna!»

«Per cosa litigavano?» chiese Ellery ansiosamente.

«Sono arrivata alla fine, e non ho sentito niente d’importante; ma Nora dice che era… ecco: dice che era spaventoso. Non ha voluto raccontarmi che cosa avesse sentito, ma era terribilmente sconvolta… aveva la stessa faccia del giorno in cui aveva letto le lettere cadute dal libro di tossicologia.»

«Vorrei aver sentito quella discussione» borbottò Ellery. «Ma perché non posso mai sapere qualcosa di definitivo? Pat, lei non è gran che come aiutante per un investigatore!»

«Sissignore» convenne Pat con aria infelice.

Il baule di Rosemary Haight arrivò il giorno quattordici. Il signor Queen, che stava prendendo il fresco sotto il portico di casa Wright, vide Steve Polaris, il camionista del paese, caricarselo sulle spalle ed entrare in casa di Nora. Un minuto dopo, il giovane uscì accompagnato da Rosemary che indossava una straordinaria vestaglia rossa, bianca e blu. Sembrava un cartellone pubblicitario. Ellery vide Rosemary firmare il libro di ricevute di Steve e rientrare in casa. Steve s’incamminò giù per il vialetto.

«Pat» fece Ellery ansiosamente. «Conosce bene quel camionista?»

«Steve? E come no!»

Steve gettò il libro di ricevute sul suo autocarro e fece per risalirvi.

«Allora me lo distragga in qualsiasi modo… lo baci, lo abbracci, faccia la danza dei sette veli ma lo porti lontano da quel camion per un paio di minuti!»

Pat balzò immediatamente in piedi, gridando: «Steeeve!», e scese di corsa i gradini del portico. Ellery la seguì d’un balzo. Sulla collina non c’era nessuno in vista.

Mentre Pat, tutta sorrisi, passava un braccio intorno alle spalle di Steve spiegandogli qualcosa del suo pianoforte, e trascinava il giovanotto, tutto ringalluzzito, verso casa sua, Ellery con un gesto furtivo s’impadronì del libro di ricevute e cominciò a sfogliarlo attentamente… Quando Pat riapparve con Steve, il signor Queen stava osservando i boccioli morenti dell’aiuola di zinie di Hermione, con l’accorata tristezza di un poeta. Passando, Steve gli lanciò un’occhiata ironica.

«Ora dovrà di nuovo trasportare il piano al suo posto» fece Pat mentre il camion si allontanava rombando. «Mi dispiace, ma non sono riuscita a trovare una scusa migliore.»

«Avevo torto» borbottò Ellery.

«A proposito di che?»

«Di Rosemary.»

«Oh, la smetta di fare il misterioso. Si può sapere perché ha voluto fare allontanare Steve? Che cosa c’è sotto, signor Queen?»

«Avevo avuto un’intuizione. Mi ero detto: “Questa signorina Rosemary non è della stoffa di Jim Haight; non mi sembrano affatto fratello e sorella…”

«Oh, Ellery!

«Era possibilissimo. Ma la mia intuizione era sbagliata. È sua sorella.»

«E lo ha scoperto con l’aiuto del camion di Steve Polaris?»

«Con l’aiuto del suo libro di ricevute, sul quale quella donna ha firmato un minuto fa. Io posseggo la firma dell’autentica Rosemary Haight, come lei ricorderà, mia cara Watson.»

«Su quel lembo di busta che ha trovato nello studio di Jim, vero?»

«Appunto. E le due firme sono perfettamente uguali.»

«Il che ci lascia al punto di prima» osservò Pat seccamente.

«No» fece il signor Queen con un pallido sorriso. «Prima pensavamo che quella signora fosse la sorella di Jim. Ora lo sappiamo per certo. Anche la sua mente primitiva può avvertire questa distinzione, Watson?»

Più a lungo Rosemary Haight rimaneva a casa di Nora, e più inesplicabile diveniva il suo contegno. Jim era sempre più impegnato alla banca; a volte non tornava nemmeno a casa per pranzo. E varie volte il suo modo di fare ridusse Nora in lacrime, che la sposa versava, come venne riferito al signor Queen dalla sua spia favorita, nel segreto della sua stanzetta. Con Pat ed Hermione, Rosemary era meno esplicita. Ma continuava a darsi tali e tante arie di superiorità, che le due signore Wright si seccarono e cominciarono a ripagarla di uguale moneta.

Tuttavia Rosemary continuava ad abitare dagli sposi.

«Che ne pensa di quella donna?» domandò Pat al signor Queen mentre questi l’accompagnava in macchina verso la città bassa. «A me pare che quella sua pigrizia da pantera sia tutta una commedia. Sotto sotto è fredda e dura come l’acciaio. È una donna da poco. Non le pare?»

«È terribilmente bella» rispose Ellery evasivamente.

«È una divoratrice di uomini» rimbeccò Pat, e dopo un po’ soggiunse: «Cosa ne pensa di tutta questa faccenda, Ellery? Della condotta di Jim, di Rosemary, delle lettere?…»

«Non ne penso nulla» fece Ellery. «Almeno per ora.»

«Ellery, guardi!»

La macchina stava avvicinandosi a un vistoso edificio bianco, a un piano solo, sui cui muri una lunga teoria di diavoli e diavolesse danzava una sarabanda sfrenata, mentre dal tetto uscivano fiamme appuntite di lamiera dipinta. L’insegna al neon, spenta in quel momento, indicava che quello era l’“Allegro Inferno” di Vic Carlatti. Davanti al locale era ferma una piccola automobile.

«Che cosa devo guardare?» domandò Ellery, perplesso. «Non vedo nulla. È ancora presto perché i clienti di Carlatti si facciano vedere.»

«Giudicando da quell’automobile, almeno un cliente c’è» mormorò Pat un po’ pallida.

«Sembrerebbe…» cominciò Ellery, accigliato.

«Sì, è proprio quella.»

Entrarono nel locale. Nella prima stanza c’era soltanto un barista che sbadigliava. I due giovani ordinarono un liquore, ma, invece di bere, Ellery si avviò verso la seconda stanza. Era la sala da gioco. Sopra una sedia, vicino all’orologio, giaceva riverso Jim Haight, col capo appoggiato al piano del tavolino. Un uomo grande e grosso, che stringeva tra i denti un sigaro spento, si voltò verso Ellery, poi tornò a parlare al telefono:

«Sì; ho detto la signora Haight, scema. Le dica che è Vic Carlatti.» La “scema”, pensò Ellery, doveva essere Alberta. «La signora Haight?» continuò Carlatti. «No, non c’è errore: sono Carlatti dell’” Allegro Inferno”… sì, è per il signor Haight… no, aspetti un momento. Suo marito è cotto, cotto morto… voglio dire ubriaco… ma non se la prenda, signora Haight; il suo vecchio sta benone. Ha bevuto un paio di bicchierini di troppo, ed è crollato. Che cosa ne faccio dei miseri resti?»

«Un momento, prego» fece Ellery. Carlatti voltò lentamente la sua grossa testa e guardò Ellery dall’alto in basso. Ellery parlò freddamente: «Ho detto di aspettare un momento; mi lasci parlare con la signora Haight». Prese il ricevitore dalle mani pelose dell’uomo. «Nora? Parla Ellery Smith.»

«Ellery!» Nora era fuori di sé. «Ma che cos’è accaduto a Jim? Come sta? Come mai lei…?»

«Stia calma, Nora; io e Pat passavamo davanti al locale di Carlatti, e abbiamo visto la macchina di Jim. Non è accaduto niente. Ha bevuto un po’ troppo.»

«Vengo subito; prendo il tassì della stazione…»

«Non vale la pena. Io e Pat lo porteremo a casa tra mezz’ora. Ma non si preoccupi, inteso?»

«Grazie» mormorò Nora, e riappese il ricevitore.

Ellery riappese a sua volta, e andò verso Pat che, china su Jim, cercava di scuoterlo.

«È inutile, bambola» mugolò Carlatti. «È completamente andato.»

«Dovrebbe vergognarsi d’averlo fatto ubriacare così!»

«Non se la prenda, bellezza. È venuto qua di sua volontà, ed io ho la licenza per vendere liquori; se lui vuol comprare, può comprare; adesso fuori dai piedi.»

«Come faceva a sapere chi era?» domandò Pat, fremente d’indignazione.

«Era già stato qui altre volte, e poi l’ho anche perquisito. E tu, puttanella, non fare quella faccia! E poi voi due mi avete già stancato, per cui, filate! Aria!»

«Voglia scusare» disse Ellery con calma.

Il giovane si diresse verso Carlatti e gli schiacciò con violenza un piede. L’uomo diede un gemito di dolore e portò la mano alla parte posteriore dei pantaloni. Ellery allora gli allungò un pugno al mento. Carlatti barcollò all’indietro ed Ellery lo colpì al ventre con un altro pugno. Carlatti cadde sul pavimento lamentandosi, e stringendosi il ventre con entrambe le mani.

«Questo con i ringraziamenti della puttanella» dichiarò Ellery e, buttatosi Jim sulle spalle come un sacco, lo portò fuori dal locale, seguito da Pat.

Nell’automobile, col vento freddo che gli batteva sul viso, Jim si riprese un po’ e aprì gli occhi, fissando i due stupidamente.

«Jim, perché hai fatto una cosa simile?» domandò Pat con voce rotta. «Nel pomeriggio, quando avresti dovuto essere in banca!»

Jim sprofondò ancor più nel sedile, borbottando qualcosa d’incomprensibile.

«Non capisce niente» osservò Ellery.

Il giovane aveva una ruga profonda tra le sopracciglia. Dallo specchietto retrovisivo vedeva un’automobile che li stava raggiungendo rapidamente: era l’automobile di Carter Bradford. Anche Pat se ne accorse, e si voltò di scatto. Ellery rallentò per lasciar passare la macchina, ma Bradford non passò. Si avvicinò al margine della strada e suonò il clacson. Un vecchio magro e alto, con dei lineamenti tipicamente americani, sedeva accanto a lui. Obbediente, Ellery fermò a sua volta la macchina al margine della strada.

«Oh, salve, Carter!» esclamò Pat con voce sorpresa. «E anche il signor Dakin! Ellery, le presento il signor Dakin, capo della polizia di Wrightsville.»

«Piacere, signor Smith» disse Dakin.

«C’è qualcosa che non va?» domandò Carter Bradford un po’ imbarazzato. «Mi pare che Jim sia…»

«Sei straordinariamente efficiente, Carter» fece Pat calorosamente. «Un lavoro degno dell’ufficio federale, vero, Ellery? Il Procuratore Distrettuale e il capo della polizia…»

«Va tutto bene, grazie» intervenne Ellery.

«Nulla di meglio che un pizzico di bicarbonato di soda e una buona dormita per guarirlo» osservò Dakin seccamente. «Era da Carlatti?»

«Appunto; e ora se non vi dispiace, signori» disse Ellery rapidamente «il signor Haight avrebbe bisogno di andare a letto, molto bisogno.»

«Pensavo di telefonarti, Pat… e se posso esserti utile in qualcosa…» Carter era rosso come un peperone.

Jim si mosse, e i suoi occhi vitrei passarono da Pat a Ellery.

«Jim, come ti senti?» domandò la ragazza con voce severa.

Gli occhi di Jim erano sempre inespressivi, ma per un istante vi brillò una luce che diede a Pat un brivido di paura.

«Stia calmo, ora, Jim» mormorò Ellery in tono carezzevole. «Cerchi di dormire.»

Jim tornò a guardare i presenti senza riconoscerli. Poi il suo mormorio divenne intelligibile:

«Moglie, maledetta moglie; oh, accidenti; maledetta moglie…»

«Jim!» esclamò Pat. «Andiamo a casa, Ellery!»

Il giovane lasciò rapidamente andare il freno, ma Jim alzò la voce. Le sue guance pallide erano diventate quasi scarlatte.

«Liberarmene!» urlò. «Aspettate e vedrete; mi libererò di quella carogna! La ucciderò, quella disgraziata!»

Il capo della polizia strabuzzò gli occhi; Carter Bradford assunse un’aria estremamente sorpresa, e aprì la bocca per dire qualcosa. Ma Pat con uno strattone rimandò Jim sul sedile, ed Ellery avviò il motore, piantando in asso l’automobile di Bradford. Jim cominciò a singhiozzare; poi, pian piano, tornò ad addormentarsi.

«Ha sentito che cos’ha detto, Ellery? Ha sentito, vero?» domandò Pat con voce rotta.

«Non sa quel che dice.» Ellery premette un po’ più forte sull’acceleratore.

«Allora è vero» gemette Pat. «Le lettere… Rosemary… Ellery. Le assicuro che Jim e Rosemary stanno facendo una commedia! Hanno intenzione di… di… e Carter e il capo della polizia l’hanno sentito!»

«Pat» fece Ellery, con gli occhi fissi sulla strada. «È un po’ di tempo che desidero chiederlo, ma… Nora possiede un patrimonio proprio?»

Pat s’inumidì le labbra lentamente.

«No… No. Non può essere… Non può essere…»

«Dunque ha un patrimonio proprio.»

«Sì» mormorò la ragazza. «L’ha ereditato dal nonno. Il padre di papà. Quando s’è sposata, Nora è venuta automaticamente in possesso del patrimonio che rimaneva in deposito nell’eventualità delle sue nozze. Il nonno Wright morì poco dopo la fuga di Lola con quell’attore, e la diseredò. Per questo l’eredità è divisa in due, tra Nora e me. Semmai mi sposerò, anch’io…»

«Quanto ha ereditato Nora?» domandò Ellery, lanciando un’occhiata a Jim. Ma il giovane dormiva profondamente.

«Non lo so. Però una volta papà ha detto che io e Nora, per quanto facessimo, non saremmo mai riuscite a spendere tutto quel denaro. Oh, Dio…!»

«Se si mette a piangere» dichiarò Ellery cupamente «la butto fuori dalla macchina. È un segreto, questa eredità sua e di Nora?»

«Come si può mantenere il segreto a Wrightsville!» sospirò dolorosamente Pat. «Il denaro di Nora…» la ragazza si mise a ridere. «È proprio come un film di terz’ordine. Ellery, che cosa dobbiamo fare ora?»

«Mettere a letto Jim» borbottò il giovane.

III

Ultima domenica di novembre: il primo avvertimento

Il mattino seguente, il signor Queen bussò alla porta di Nora prima delle otto. Gli occhi della sposina erano gonfi e rossi.

«Grazie per ieri sera, signor Smith; ha messo a letto Jim mentre io ero così sconvolta da…»

«Non si preoccupi» rispose Ellery allegramente. «Non c’è mai stata una sposa su questa terra, fin dai tempi di Eva, che non abbia pensato che il mondo stava per crollare quando il suo maritino è tornato a casa con la prima sbornia. Dov’è il consorte colpevole?»

«In camera da letto, che si rade. La prego, vada di sopra e gli dica quel che pensa di lui!»

Ellery corse su per le scale ridendo. Bussò alla porta del padrone di casa, che era semiaperta, e la voce di Jim dal bagno gridò:

«Nora! Sapevo che saresti stata la mia brava micina e che avresti perdonato…» La sua voce si spense non appena vide Ellery. Aveva il viso gonfio e stravolto. «Buongiorno, Smith» borbottò. «Entri.»

«Sono venuto a vedere come stava» fece Ellery, appoggiandosi allo stipite della porta del bagno.

Jim si voltò sorpreso.

«Come fa a saperlo?»

«E me lo chiede? Non mi dica che non se ne ricorda più! Perdinci, siamo stati io e Pat a portarla a casa!»

«Non ne so assolutamente niente, e Nora non vuole parlare con me. Non posso biasimarla. Le sono molto grato, Smith. Dove mi avete trovato?»

«All’“Allegro Inferno” di Vic Carlatti.»

«In quella bettola?» Jim scosse il capo. «Non mi meraviglio che Nora sia fuori dalla grazia di Dio. Santo cielo, come sono stato male stanotte! Nora mi ha curato, ma si è rifiutata di dirmi una sola parola. È stato terribile.»

«Lei invece ha parlato molto, mentre la riportavamo a casa.»

«Ho parlato? Che cos’ho detto?»»

«Oh… qualcosa a proposito di “liberarsi di una carogna e far la pelle a non so chi”» rispose Ellery con noncuranza.

Jim trasalì e si voltò verso lo specchio.

«Avevo perso la testa, immagino. Oppure pensavo a Hitler.»

Ellery annuì, con gli occhi fissi sul rasoio. La mano del giovane tremava.

«Non ricordo nulla» proseguì Jim. «Assolutamente nulla.»

«La smetterei di bere se fossi in lei, Jim» consigliò Ellery amabilmente. «Naturalmente non è affar mio… ma se continua a dire delle cose di questo genere, la gente potrebbe fraintenderla.»

«Già» convenne Jim, continuando a radersi. «Immaginerebbero chissà che cosa. Oh, la mia testa! Non lo farò mai più.»

«Vada subito a dirlo a Nora» rise Ellery. «Bene: arrivederci, Jim.»

«Buongiorno, e grazie ancora.»

Ellery uscì sorridendo, ma il suo sorriso svanì non appena giunse sul pianerottolo. Aveva notato che la porta della camera degli ospiti era un po’ più aperta di quando era andato a parlare con Jim.

Al signor Queen riusciva sempre più difficile lavorare al suo romanzo. Intanto era incantato dal panorama. La campagna era spruzzata di rosso, arancio, giallo. L’aria si era fatta più frizzante e faceva presagire la neve. Era difficile resistere alla tentazione di vagare per i viottoli e per i boschi, con le foglie secche che crepitavano sotto i piedi. L’allegria vibrava nell’aria in quei giorni di vigilia della festa del Ringraziamento. “C’è allegria dappertutto” pensava il signor Queen; “dappertutto, fuorché in casa Wright.” Poi c’era Pat, sempre più spaurita. La povera ragazza si attaccava a Ellery, tanto che mamma Wright cominciava segretamente a fare piani per le prossime nozze; e perfino John, che non si era mai interessato ad altro che ad ipoteche e a francobolli rari, li osservava con aria pensosa… Sì, tutto questo rendeva il lavoro molto difficile.

La maggior parte del tempo, Ellery la perdeva osservando Jim e Nora senza farsi notare. Le cose andavano sempre peggio in famiglia Haight. I due sposi, infatti, non andavano più d’accordo. Scoppiavano liti sempre più frequenti, e sempre più violente, e spesso le voci amare ed aspre dei giovani, portate dall’aria fredda di novembre, giungevano in casa Wright attraverso le finestre chiuse. A volte litigavano per Rosemary, a volte per le ubriacature di Jim, a volte per il denaro. Jim e Nora continuavano a recitare coraggiosamente la parte degli sposi felici di fronte alla famiglia Wright, ma tutti sapevano quel che stava accadendo.

«Jim ne ha combinato una nuova» riferì Pat ad Ellery una sera. «Adesso gioca!»

«Davvero?» domandò incuriosito il signor Smith.

«Nora me ne parlava questa mattina.» Pat era tanto sconvolta che non riusciva a star ferma. «E lui lo ha ammesso… Gliel’ha gridato in faccia. E subito dopo le ha chiesto del denaro. Nora l’ha scongiurato di dirle che cosa c’è sotto, ma più mia sorella lo prega, più Jim diventa duro e cattivo. Ellery, io credo proprio che sia pazzo. Anzi, ne sono convinta.»

«Non credo che le cose siano così semplici» insistette Ellery, testardo. «C’è sotto qualcosa di molto più complicato. La sua condotta è stranissima. Patty, se Jim parlasse! Ma se ne guarda bene. Ieri sera l’ha riportato a casa l’autista del tassì della stazione. Io l’aspettavo sotto il portico… Nora se n’era andata a letto. Era ubriaco fradicio. Ma quando ho cercato di fargli dire qualche cosa…» Ellery si strinse nelle spalle. «Mi ha preso a pugni. E non è tutto, Pat, ha anche impegnato dei gioielli.»

«Impegnato dei gioielli? Di chi?»

«Oggi quando è uscito dalla banca, si è intrufolato furtivamente nel negozio di Simpson, sulla piazza, e ha impegnato una spilla di cammei incrostata di rubini, se non sbaglio.»

«Ma è di Nora! Gliel’ha regalata la zia Tabitha quando ha preso la licenza liceale!»

Ellery afferrò le mani della ragazza.

«Jim non ha denaro suo, vero?»

«No, ha solo quel che guadagna.» Pat strinse le labbra. «Papà gli ha fatto una predica l’altro giorno, per questioni di lavoro. Jim diventa sempre più negligente. Lei conosce papà; è gentile come un agnello; deve essersi sentito terribilmente a disagio a fare una parte simile. Ma Jim lo ha rimbeccato violentemente, e il povero papà ha fatto dietrofront e se n’è andato. Ha notato che faccia ha la mia mamma?»

«Pare sbalordita.»

«La mamma non vuole ammettere che qualcosa non va… nemmeno con me. Nessuno l’ammetterà mai, nessuno. E Nora meno di tutti gli altri! Le pettegole del paese ci danno sotto a tutt’andare… Le odio! Odio questa città, odio Jim…»

Ellery la strinse dolcemente tra le braccia…

Nora preparò il pranzo dell’ultima domenica di novembre con la forza della disperazione… come una donna che cerca di tenere in piedi un mondo che le sta crollando intorno.

Hermy, nel metter piede in casa della figlia sposata, si asciugò una lacrima:

«È la prima volta, da che sono sposata, che non preparo il pranzo della festa del Ringraziamento!» sospirò.

«E forse questa volta non ci verrà l’indigestione» chiocciò divertito John.

La sposina, molto indaffarata e decisa, li mandò tutti nella sala da pranzo. Jim, un po’ abbattuto ma sobrio, le offerse il suo aiuto. Nora ebbe un pallido sorriso e lo allontanò insieme con gli altri. Il signor Queen, perplesso, andò a fare una passeggiata sotto il portico degli Haight, e fu così il primo a salutare Lola Wright quando apparve in cima al sentiero.

«Salve, vagabondo» esclamò Lola allegramente.

«Salute a lei, mia dama.»

Lola portava ancora gli stessi calzoni e lo stesso maglioncino della volta precedente.

«Non mi guardi in quel modo, straniero! Sono invitata, parola d’onore. È stata Nora. Riunione di famiglia, e baci di pace. Che bella festa! Come mai non è venuto a trovare la piccola Lola?»

«Ho lavorato al romanzo.»

«Che bella storia!» rise Lola appoggiandosi al braccio di Ellery. «Nessuno scrittore lavora più di qualche ora al giorno. Ma io ho capito tutto: è troppo impegnato ad amoreggiare con Pat. Mica male come gusto! Poteva scegliere peggio.»

«Non è vero niente, Lola.»

«Oh, che nobiltà d’animo! Bene, arrivederci, fratello, devo andare a porgere i miei omaggi alla famiglia.»

Il signor Queen aspettò per qualche minuto poi seguì la ragazza. Ci volevano occhi molto esercitati per avvertire la tensione che covava sotto l’allegria di quella riunione. Non era facile cogliere la perplessità nel sorriso dolce di Hermy, o vedere il tremito lieve della mano di John, mentre accettava un martini da suo genero. Poco dopo, Nora raggiunse gli ospiti e li guidò in sala da pranzo dove c’era la tavola imbandita e scintillante di argenti e di cristalli.

L’incidente avvenne mentre Jim distribuiva per la seconda volta le porzioni di tacchino. Nora stava passando il piatto a sua madre quando emise un gemito soffocato e il vassoio le cadde di mano. Il piatto di preziosa porcellana andò in frantumi sul pavimento. Jim afferrò convulsamente i braccioli della sedia. Nora balzò in piedi con le mani strette alla tovaglia, la bocca contorta da un orribile spasimo.

«Nora!»

Ellery raggiunse la sposina in un balzo. Lei lo respinse debolmente umettandosi le labbra. Il suo viso era bianco come la tovaglia nuova. Poi lanciò un grido e si liberò dalla stretta dell’investigatore con forza sorprendente e corse barcollando al piano di sopra. Un istante dopo si udì lo scatto di una serratura che si chiudeva.

«Sta male. Nora sta male!»

«Chiamate il dottor Willoughby, chiamate qualcuno!»

Ellery e Jim raggiunsero il piano superiore contemporaneamente, Jim si guardava intorno come un pazzo, ma Ellery stava già bussando con energia alla porta della stanza da bagno.

«Nora!» gridava Jim. «Apri la porta! Che cosa ti succede?»

Arrivarono Pat e gli altri.

«Il dottor Willoughby sarà qui tra poco» annunziò Lola. «Andatevene, voi uomini!»

«È impazzita?» domandò Rosemary, con voce soffocata.

«Buttate giù quella porta!» ordinò Pat. «Ellery la butti giù! Jim, papà, aiutatelo!»

«Se ne vada, Jim» brontolò Ellery. «Da un fastidio tremendo.»

Ma al primo urto Nora lanciò un grido.

«Se qualcuno entra io… io… non entrate ho detto!»

Hermy gemeva piano, come un gatto ammalato, e John continuava a mormorarle: «Su, su, su…».

Finalmente la porta cedette. Ellery si precipitò nella stanza da bagno. Nora era china sul lavabo, tremante, pallida, debole e inghiottiva delle cucchiaiate colme di latte di magnesia. Si voltò a guardare l’investigatore con una strana espressione di trionfo negli occhi, poi gli svenne tra le braccia.

Quando Nora rinvenne vi fu un’altra scenata.

«Mi pare di essere un animale nello zoo! Mamma ti prego, mandali via, mandali via tutti!» Tutti se ne andarono eccetto la signora Wright e Jim.

Ellery udì ancora Nora gridare con voce stridula: «No, no, no! Non voglio che stiate qui! Non voglio vederlo!».

«Mia cara» la voce di Hemy tremava. «Il dottor Willoughby, il medico che ti ha aiutata a venire al mondo…»

«Se quel vecchiaccio mi viene vicino» urlò Nora, «farò qualche pazzia! Mi ucciderò! Mi butterò dalla finestra!»

«Nora» gemette Jim.

«Fuori di qui, vattene! Anche tu, mamma!»

Hermy scivolò fuori dalla stanza seguita da Jim che aveva gli occhi rossi e sembrava istupidito. Nell’interno, si sentì Nora vomitare e piangere. Quando il dottor Willoughby arrivò, quasi senza fiato, John gli disse che c’era stato un errore e lo mandò via.

Ellery chiuse la porta senza rumore, ma ancor prima di accendere la luce, sapeva che c’era qualcuno nella sua stanza. Girò l’interruttore e disse: «Pat». E Pat era là, accoccolata sul letto; sul cuscino, accanto al suo viso, c’era una macchia umida.

«Sono rimasta sveglia ad aspettarla» spiegò Pat sbattendo gli occhi abbagliata dalla luce viva. «Che ora è?»

«Mezzanotte passata.» Ellery tornò a spegnere la luce e si sedette vicino alla ragazza. «Come sta Nora?»

«Dice che sta bene. Credo che si riprenderà.» Pat rimase in silenzio per un momento. «E lei perché è sparito?»

«Sono andato a Connhaven in tassì.»

«Connhaven! Ma son più di centoventi chilometri!» Pat si rizzò a sedere. «Ellery, che cosa ci è andato a fare?»

«Ho portato il contenuto del piatto di Nora a un laboratorio chimico.»

«E hanno trovato…»

«Non hanno trovato nulla.»

«Allora forse…»

Il giovane cominciò a camminare su e giù, per la stanza buia.

«Forse niente. C’erano i cocktails, la minestra, gli antipasti. Non si può mai dire. In ogni caso, fosse nel cibo o nel liquore, era senz’altro arsenico. I sintomi erano chiari. Fortunatamente s’è ricordata di prendere del latte di magnesia… è un antidoto d’emergenza per l’avvelenamento da arsenico.»

«Oggi è… il giorno del Ringraziamento» disse Pat in tono deciso. «Ricorda la lettera di Jim a Rosemary, datata 28 novembre?… Oggi… “Mia moglie è ammalata”. Mia moglie è ammalata, Ellery!»

«Brava Patty, è un ottimo detective… ma questa potrebbe anche essere una coincidenza.»

«Crede?»

«Potrebbe trattarsi di un improvviso attacco di indigestione. Nora è agitatissima. Ha letto quella lettera, ha letto il brano sull’arsenico nel libro di tossicologia… Forse, psicologicamente…»

«Già…»

«Tante volte ci lasciamo trascinare dall’immaginazione. In ogni caso abbiamo tempo a disposizione. Se pure esiste un piano, è appena agli inizi.»

«Sì…»

«Pat, lo prometto: Nora non morirà.»

«Oh, Ellery!» La ragazza si avvicinò al giovane nel buio e nascose il viso nella sua giacca. «Sono tanto contenta che lei sia qui…»

«Fuori dalla mia stanza da letto» ordinò teneramente il signor Queen. «Se ne vada prima che suo padre arrivi qui con un fucile spianato.»

IV

Natale: il secondo avvertimento

Cadde la prima neve. Il vento cominciò a spazzare le vallate. Hermy si dava da fare per il Natale dei poveri. Sulle colline i ragazzini aspettavano ansiosamente che gli stagni gelassero. Ma Nora… Nora e Jim erano dei veri problemi. La sposa si era ripresa dalla sua “indisposizione” dell’ultima domenica di novembre. Era un po’ più pallida, un po’ più magra, un poco più nervosa, ma perfettamente padrona di sé. Di tanto in tanto, però, sembrava spaventata, e rifiutava sempre di parlare, anche a sua madre che tentò più di una volta.

«Nora, ma cosa c’è che non va? Puoi dirmelo…»

«Nulla; che cosa avete voi piuttosto?»

«Ma Jim beve, cara. Ormai lo sa tutto il paese» gemette Hermy. «E poi litigate continuamente, è un fatto…»

«Mamma, ho il diritto di dirigere la mia vita come meglio mi pare» affermò Nora fissando duramente la madre.

«Tuo padre è preoccupato…»

«Mi dispiace, mamma. È la mia vita.»

«Ma è a causa di Rosemary che litigate? Quella ragazza continua a trascinare Jim negli angoli e a parlargli all’orecchio. Per quanto tempo resterà ancora con voi? Nora, cara, sono la tua mamma. Puoi confidarti con me…»

Ma Nora era già scappata piangendo.

Pat si incupiva ogni giorno di più.

«Ellery, quelle tre lettere… sono ancora nella cappelliera di Nora, ci ho guardato l’altro giorno. Non ho potuto farne a meno…»

«Me l’immaginavo» sospirò Ellery.

«Lei la tiene sempre sotto controllo, vero?»

«Sì, Patty. Sua sorella ha continuato a leggerle. Quelle lettere sono ormai tutte spiegazzate…»

«Ma perché Nora non vuole affrontare la verità?» esclamò Pat. «Sapeva benissimo che l’ultima domenica di novembre doveva avere la prima crisi. Altrimenti perché avrebbe rifiutato il medico, e perché ora non vuole difendersi, rifiuta qualsiasi aiuto… non riesco a capirla!»

«Forse» osservò Ellery pensoso «Nora ha paura di affrontare lo scandalo. Si era già ritirata dal mondo quando Jim l’aveva lasciata poco prima del loro matrimonio, alcuni anni fa. Nora ha una profonda vena di orgoglio provinciale, Pat. Non può sopportare che la gente parli di lei. Se un giorno o l’altro tutto questo si venisse a sapere…»

«È così» affermò Pat con voce decisa. «Sono stata una sciocca a non pensarci prima. E Nora si comporta come uno struzzo. Chiude gli occhi per non vedere. Lei ha ragione, Ellery: Nora ha paura del paese

La sera del lunedì precedente il Natale, il signor Queen era seduto ai margini del bosco e osservava la casa degli sposi. Non c’era la luna, la notte era immobile e silenziosa. Jim e Nora stavano litigando ancora; per danaro, questa volta. La voce di Nora era acuta. Perché Jim spendeva tutti quei soldi? Che cosa era successo della spilla di cammei?

«Jim, devi dirmelo, non si può andare avanti così, non si può!»

La voce di Jim era un mormorio, ma poi crebbe d’intensità.

«Non voglio che tu mi sottoponga al terzo grado!»

Il signor Queen ascoltava attentamente, sperando in qualcosa di nuovo, in un indizio, una parola; ma non udì nulla che non sapesse già. C’erano solo due giovani che si lanciavano degli insulti, in una fredda notte di dicembre, mentre lui se ne stava seduto come uno stupido, al freddo, ad ascoltare dietro la porta. Si alzò e fece per allontanarsi dalla casa del malaugurio (come gli sembrava appropriato ora quel nome!) quando la porta principale sbatté. Jim percorse il sentiero quasi barcollando e saltò in macchina. Ellery corse al garage dei Wright, dove Pat gli lasciava sempre la sua piccola automobile con la chiave dell’accensione innestata. Senza rumore seguì Jim a fari spenti.

Dovette aspettarlo a lungo davanti al locale di Carlatti, ed erano già le dieci passate quando il giovane uscì e saltò di nuovo in automobile. Sarebbe andato a casa, ora? No, Jim voltò verso la città. Ma dove andava? Ellery continuò a seguirlo. Dagli sbandamenti della macchina capiva che il giovane aveva bevuto molto. Jim si fermò finalmente davanti a una meschina casa di legno nel quartiere povero. Nell’atrio era accesa una debole lampada.

Ellery vide Jim aprire una porta al primo piano.

«Jim!» Era stata Lola Wright a parlare.

La porta si richiuse. Ellery salì le scale cercando di non far scricchiolare i gradini, e appoggiò l’orecchio contro il battente della porta.

«Ma devi, devi» gridava Jim con voce impastata. «Lola, non puoi abbandonarmi. Sono disperato. Disperato!»

«Te l’ho detto Jim, io non ho danaro» ribatté Lola, tranquilla. «Ecco qua, siediti, sei disgustosamente ubriaco.»

«Perdinci se sono ubriaco!» rise Jim.

«Perché sei disperato? Raccontalo alla tua amica Lola. Raccontami tutto…»

Il giovane cominciò a piangere; dopo un po’ i suoi singhiozzi parvero soffocare ed Ellery capì che aveva nascosto il viso nel seno di Lola. La voce di Lola mormorava piano parole di conforto. A un tratto la ragazza diede un grido.

«Jim, ma perché mi hai colpita!»

«Tutte le stesse! Tutte scimmie» urlò il giovane. «Raccontalo a Lola. Già, dovrei raccontartelo è vero? Tira via le mani! Non voglio dirti proprio niente!»

«Jim, faresti meglio ad andartene a casa, ora.»

«Me li dài o non me li dài questi soldi?»

«Ma Jim, ti ho detto…»

«Nessuno mi dà quattrini. Sono nei pasticci, e neanche mia moglie, Lola, mi da una lira. Che cosa devo fare? Sai tu che cosa dovrei fare?»

«Che cosa Jim?»

«Niente. Niente…» la sua voce si spense. Vi fu un lungo intervallo di silenzio. A quanto pareva, Jim si era addormentato. Ellery rimase in attesa. A un tratto si udì un altro grido di Lola e la voce affannata di Jim.

«Ho detto giù le mani!»

«Jim, ma io non… tu dormivi.»

«Tu stavi perquisendomi! Che cosa cercavi, eh?»

«Jim smettila. Mi fai male.» La voce di Lola era magnificamente controllata.

«Altro che male ti farò! Ti insegno io a…» il signor Queen aprì la porta. Jim e Lola barcollavano avvinghiati in mezzo alla stanza. I due si fissavano con odio. Con un gesto elegante il signor Queen staccò Jim da Lola e lo gettò a sedere sul divano. Il giovane si coprì il viso con le mani.

«Qualche guaio, Lola?» domandò Ellery in tono distaccato.

La ragazza si aggiustò i vestiti e si ravviò i capelli senza rispondere.

«Son venuto a farle quella visitina che le dovevo da tempo» spiegò Ellery con voce mite. «Che cosa è successo a Jim?»

«È sbronzo» Lola ora era perfettamente composta. «Povera Nora! Non riesco a capire perché questo cretino sia venuto proprio qui. Pensa che sia innamorato di me?»

«È una domanda alla quale solo lei potrebbe rispondere» rise Ellery. «In quanto a lei, signor Haight, è meglio che dia la buonanotte alla cara cognatina! L’accompagno a casa!»

Jim rimase a sedere sul divano; poco dopo si afflosciò sul pavimento e si addormentò, piegato in due come una grossa bambola di stracci dai capelli gialli.

«Lola» domandò Ellery rapidamente. «Che cosa ne sa di tutta questa faccenda?»

«Quale faccenda?»

Ellery fissò intensamente la ragazza negli occhi, ma non vi lesse nulla. Dopo un momento si caricò Jim sulle spalle; Lola gli tenne la porta aperta.

«Ha la macchina?»

«Sì, due, la macchina di Jim e la mia, o meglio quella di Pat.»

«Riporterò io domattina l’automobile di Jim. E… signor Smith…»

«Signorina Wright?» chiese Ellery.

«Venga ancora a farmi visita.»

«Forse.»

«Soltanto, la prossima volta, bussi prima di entrare» sorrise Lola.

John, in occasione del Natale, prese il comando della famiglia con inattesa fermezza.

«Niente baccano, niente agitazioni, Hermy» disse in tono quasi perentorio. «Quest’anno qualcuno farà tutto il lavoro per te.»

«John Fowler Wright che cosa vuoi dire?»

«Passeremo il Natale in montagna. Trascorreremo la notte in albergo, arrostendo castagne intorno al fuoco di Bill York, e ci divertiremo un mondo.»

«Ma che idea stupida! Nora mi ha rubato la festa del Ringraziamento, adesso tu vuoi portarmi via il Natale. Non c’è neanche da parlarne.»

Però, dopo aver guardato profondamente negli occhi suo marito, Hermy capì che non si trattava di un capriccio e non discusse più. Il tassì della stazione portò all’albergo di Bill York un carico di doni con un biglietto segreto di John riguardante il pranzo, l’alloggio e i “preparativi speciali”. Il vecchio John era stranamente misterioso e si divertiva come un ragazzino.

La compagnia doveva partire con due automobili, subito dopo cena, la vigilia di Natale. Tutto era pronto… La vecchia Ludie era stata mandata in vacanza; le catene erano ben tese sui pneumatici e tutta la famiglia camminava su e giù sotto il portico degli sposi aspettando che Jim e Nora scendessero; ma quando la porta di Nora si aprì uscì soltanto Rosemary Haight.

«Dove sono Jim e Nora per amor del cielo?» domandò Hermy. «Non arriveremo mai più all’albergo!»

Rosemary si strinse nelle spalle.

«Nora non viene.»

«Che cosa?»

«Dice che non si sente bene.»

Trovarono Nora a letto, debole, pallida, spossata. Jim camminava su e giù per la stanza come un’anima in pena.

«Come stai Nora, tesoro?» esclamò Hermy allarmata.

«Sei stata ancora male?» domandò suo padre.

«Non è nulla» rispose Nora parlando con gran sforzo. «Solo un disturbo di stomaco. Andate pure in montagna.»

«Ce ne guarderemo bene!» protestò Pat indignata. «Jim non ha chiamato il dottor Willoughby?»

«Nora non me l’ha permesso» spiegò Jim con voce opaca.

«Non te l’ha permesso! Ma che cosa sei, un uomo o un fantoccio? Adesso scendo subito e…»

«Pat» balbettò Nora «non lo fare.»

«Ma Nora…»

Nora spalancò gli occhi. Aveva un’espressione febbrile.

«Non voglio il dottore» disse fra i denti «non voglio che nessuno ficchi il naso negli affari miei. Cosa devo fare per farvelo capire! Io… sto bene. Sto benissimo.» Nora si morse le labbra, poi continuò con grande sforzo: «E ora per favore andatevene, andatevene. Se domattina mi sentirò meglio vi raggiungerò con Jim all’albergo…».

«Nora» fece John schiarendosi la voce «è ora che tu ed io abbiamo una conversazione a quattro occhi, alla moda antica…»

«Lasciami in pace!» urlò Nora.

Lentamente tutti uscirono dalla stanza.

Il mattino di Natale Ellery e Pat andarono all’albergo di Bill York a ritirare i doni e li riportarono a Wrightsville. Hermy passò la giornata in camera sua, Pat preparò una specie di pranzo di Natale con dell’agnello avanzato e una scatola di marmellata, ma sua madre si rifiutò di scendere e John, dopo aver ingoiato un paio di bocconi, depose la forchetta e dichiarò che non aveva fame. Pat ed Ellery mangiarono soli. Subito dopo andarono a trovare Nora. A pianterreno, Rosmary Haight, accoccolata su un divano, leggeva una rivista di moda mordicchiando cioccolatini. La bellezza stracittadina rispose alle loro domande in modo sbrigativo. Jim e Nora avevano avuto un’altra lite. La sposa stava bene, era ancora debole, ma in via di guarigione. Lo sposo era scappato a gambe levate. Dio, che noia passare il Natale in una cittadina come Wrightsville! E, dopo questo commento petulante, Rosemary tornò con ostentazione alle pagine della sua rivista.

Pat corse al piano superiore per vedere sua sorella. Quando scese, fece un cenno a Ellery, e il giovane la condusse fuori in fretta. Mentre varcavano la soglia della casa di Nora, Pat si asciugò gli occhi.

«Ellery, Nora mi ha fatto paura. Mi ha scaraventato un libro addosso!»

Il signor Queen scosse il capo. «E non vuol parlare» continuò Pat. «Ha delle crisi di nervi quasi in continuazione. E sta male, malissimo! La congiura continua» mormorò Pat desolata. «Il cibo di Nora è stato avvelenato un’altra volta ieri.»

«Sta anche lei diventando nevrastenica come Nora» affermò Ellery. «Vada a fare un pisolino, Pat. Non può una donna sentirsi male ogni tanto?»

«Ritorno da Nora. Non ho nessuna intenzione di lasciarla sola!»

Quando Pat l’ebbe lasciato, Ellery fece una lunga passeggiata sulla collina: si sentiva profondamente infelice. Il giorno prima, mentre gli altri erano di sopra con la sposa, l’investigatore era sceso silenziosamente in sala da pranzo. La tavola non era ancora stata sparecchiata, ed Ellery aveva assaggiato quel che era rimasto nel piatto di Nora. Aveva preso un boccone piccolissimo, ma gli effetti erano stati quasi immediati. Aveva provato un fortissimo mal di stomaco, poi una nausea violenta. Rapidamente aveva allora ingoiato il contenuto di una boccetta che portava sempre con sé da qualche tempo: idrossido di ferro con magnesia, il rimedio classico contro gli avvelenamenti da arsenico. Non c’era dubbio possibile. Qualcuno aveva versato un composto di arsenico nel piatto di Nora. E solo nel piatto di Nora. Ellery aveva assaggiato in seguito il contenuto degli altri piatti e nulla era accaduto. Il piano continuava a funzionare. Prima la festa del Ringraziamento, poi il Natale. La morte sarebbe dovuta arrivare il giorno di Capodanno.

V

Capodanno: l’ultima cena

Nora passò quattro giorni a letto, dopo la vigilia di Natale, ma il ventinove dicembre si presentò ai familiari fresca, ridente e gaia… troppo gaia, ed annunziò che era stanca di far la malata come una vecchia signora; sapeva di aver rovinato il Natale alla sua famiglia, ma avrebbe rimediato: invitava tutti per una bella festa di Capodanno! Perfino Jim si rallegrò e la baciò con goffo imbarazzo. Pat, che assisteva alla scena, rivolse il viso altrove di scatto, ma Nora restituì il bacio a Jim, e per la prima volta dopo tante settimane di liti i due si guardarono, con la vecchia intima espressione degli innamorati.

Hermy e John furono felici di quell’improvviso ritorno di vitalità di Nora.

«Un’ottima idea, cara!» esclamò Hermy. «Prepara tutto come vuoi tu, io non alzerò un dito. A meno che tu, naturalmente…»

«Ma figurarsi…» sorrise Nora. «È la mia festa e desidero fare tutto io.» La sposa abbracciò tristemente Pat. «Oh sorellina, sei stata un angelo con me questa settimana, mentre io… ti ho tirato dietro un libro! Potrai mai perdonarmi?»

«Brutta scimmia» esclamò Pat corrucciata «ti perdonerei tutto se ti comportassi sempre così!»

«Sono contenta che Nora sia così di buon umore» dichiarò Ellery quando Pat gli riferì tutto. «Chi ha intenzione di invitare?»

«La famiglia, il giudice Martin, il dottor Willoughby e perfino Frank Lloyd!»

«Ehm, le dica d’invitare anche Carter Bradford.»

«Cart?» Pat impallidì «perché proprio lui? Non ha mandato neanche un biglietto d’auguri a Natale, quel serpente!»

«È ora che facciate la pace. Voglio che Bradford sia presente la sera di Capodanno. Deve convincerlo a tutti i costi.»

Pat guardò Ellery fisso negli occhi.

«Se insiste, Cart sarà qui.»

Cart disse a Pat per telefono che avrebbe “fatto il possibile” per essere presente, era stata tanto gentile ad invitarlo… che sorpresa!… naturalmente lui aveva numerosi altri “inviti”… gli sarebbe dispiaciuto di dare una delusione a Carmel Pattigrew, ma… ecco, avrebbe “cercato in qualche modo” di fare una scappatina. Sì sì, Pat poteva contare su di lui.

L’editore e scrittore Frank Lloyd giunse presto alla festa. Si dimostrò come al solito imbronciato e poco socievole, salutando la gente a monosillabi o non salutandola affatto, e alla prima occasione si diresse verso il bar, e ci rimase in permanenza.

L’interesse del signor Queen per i problemi culinari, quella sera parve raggiungere limiti incredibili. Il giovane aveva piantato le tende in cucina, e osservava Alberta, osservava Nora, osservava la stufa e la ghiacciaia, teneva sott’occhio tutti coloro che andavano e venivano, badando attentamente a quel che facevano nelle vicinanze dei cibi o delle bevande. E si dimostrò tanto premuroso e servizievole che, non appena Alberta se ne fu andata per partecipare a una festa di Capodanno in casa di alcuni amici lituani, al villaggio, Nora esclamò:

«Mamma mia, Ellery, che temperamento casalingo! Ecco qua, mi aiuti a farcire le olive!»

E così il signor Queen farcì le olive, mentre Jim nella dispensa adiacente preparava alcune bibite. Dal punto in cui il signor Queen si trovava, poteva seguire perfettamente i movimenti del suo ospite.

Nora servì una cena sontuosa: i cibi erano squisiti e i cocktails perfetti. Ben presto una nuova allegria cominciò a regnare nella stanza. Lola non era presente. Era stata invitata, ma aveva declinato cortesemente l’invito.

Rosemary Haight teneva corte in un angolo, circondata dalla maggior parte degli uomini presenti… Era chiaro che non l’interessavano affatto, aveva un’aria annoiatissima, ma pareva che ritenesse necessario mantenersi in esercizio. Pat, osservando il vecchio dottor Willoughby trotterellare in giro premuroso e compunto per riempire il bicchiere di Rosemary, domandò ad Ellery:

«Come mai la gente non riesce a leggere nell’animo di una donna simile?»

«Forse perché c’è troppa carne soda e fiorente che impedisce la vista» ribatté il signor Queen, e si diresse verso la cucina per la dodicesima volta ad osservare i maneggi di Jim.

Le serate di gala, nelle case “distinte” di Wrightsville, non erano rinomate per la loro allegria, ma Rosemary Haight, la forestiera, esercitò un’influenza irresistibile sul tono della riunione. Numerosi liquori l’avevano resa evidentemente allegra, col massimo disgusto della zia Tabitha. La sua vivacità contagiava specialmente gli uomini, cosicché le voci si alzarono di tono, le risate divennero forti e un po’ malferme e per ben due volte Jim dovette recarsi nella dispensa per preparare nuovi beveraggi, e Pat dovette aprire un’altra bottiglia di ciliege al maraschino. Entrambe le volte il signor Queen comparve sorridente al fianco dello sposino offrendo il proprio aiuto.

Carter Bradford brillava per la sua assenza. Pat stava in attesa dello squillo del campanello d’ingresso. Qualcuno accese la radio, e Nora disse a Jim:

«Non abbiamo più ballato dai giorni della nostra luna di miele, vieni caro!»

Jim la guardò con aria incredula, poi un largo sorriso gli apparve sul volto. Afferrò la moglie per la vita e cominciò a piroettare con pazza energia. Ellery andò in cucina rapidamente e si preparò un liquore… il primo della serata.

Mancavano quindici minuti a mezzanotte quando Rosemary agitò un braccio con aria drammatica e ordinò:

«Jim, un altro bicchiere!»

«Non ti pare di aver bevuto abbastanza, Rosemary?» domandò suo fratello allegramente.

Quella sera il marito di Nora non aveva bevuto quasi nulla. Rosemary fece la faccia scura.

«Portami qualcosa da bere, guastafeste!»

Jim si strinse nelle spalle e si diresse verso la cucina, seguito dal clamoroso consiglio del giudice Martin:

«Ne prepari in abbondanza, figliolo!»

Una porta divideva l’atrio dalla cucina, e una arcata dava dalla cucina nella dispensa, dove s’apriva anche l’uscio della sala da pranzo. Il signor Ellery Queen si fermò alla porta dell’atrio e accese una sigaretta. Il battente era semiaperto e il giovane poteva vedere sia in cucina, sia in dispensa. Jim si dava da fare coi liquori in dispensa fischiettando in sordina. Aveva appena finito di riempire la nuova serie di bicchieri con la miscela del cocktail, quando qualcuno bussò alla porta posteriore della cucina, Ellery s’irrigidì ma resisté alla tentazione di distogliere gli occhi dalle mani di Jim.

Lo sposo lasciò i bicchieri e andò ad aprire.

«Lola! Pensavo che… Nora m’aveva detto…»

«Jim» pareva che Lola avesse molta fretta. «Dovevo vederti…»

«Me?» Jim sembrava perplesso… «Ma Lola…»

Lola abbassò ancor più la voce; Ellery non riuscì a capire quel che diceva. La figura di Jim la nascondeva completamente. Il colloquio fu brevissimo. Dopo pochi minuti Lola se ne andò e Jim richiuse la porta dirigendosi in dispensa con aria assente. Mentre era intento a gettare una ciliegia in ciascun bicchiere, Ellery lo raggiunse.

«Sta ancora facendo il barista, Jim?» Il marito di Nora sorrise e preso il vassoio s’incamminò seguito da Ellery verso la sala da pranzo ove fu accolto da una salve di giubilo.

«È quasi mezzanotte» esclamò Jim allegramente. «Qui c’è un bicchierino per tutti. Dobbiamo brindare all’anno nuovo.»

Il giovane fece il giro della sala col vassoio e ciascuno prese il proprio bicchiere. «Coraggio Nora» esclamò poi con un sorriso. «Una goccia d’alcool non ti farà male, e la notte di capodanno non viene tutte le sere!»

«Ma Jim, credi davvero che…»

«Su, prendi questo» rise Jim porgendole un bicchiere.

«Non so se faccio bene» cominciò Nora con aria dubbiosa. Ma poi prese il bicchiere dalle mani del marito ridendo.

«Fai attenzione, Nora» consigliò Hermy. «Sai che sei stata poco bene. Oh, mi gira la testa!»

«Ubriacona!» fece John baciando galantemente la mano della moglie.

«Un sorso non mi farà male, mammina» protestò Nora.

«Un momento!» gridò il giudice Martin. «Ecco che sta arrivando il nuovo anno, urrà!» la voce del vecchio giurista fu soffocata dai clamori di cori e di campane che venivano dalla radio.

«Al nuovo anno!» vociò John. Tutti brindarono, perfino la schizzinosa zia Tabitha. Nora bevve un sorso con una smorfietta, Jim la vide, scoppiò a ridere e la baciò teneramente.

Fu come un segnale: tutti cominciarono ad abbracciarsi, e il signor Queen, che si dava un gran da fare per tener tutto sott’occhi, si trovò stretto fra due braccia morbide e tiepide.

«Buon Anno!» mormorò Pat e, alzato il viso sorridente, baciò il giovane sulle labbra. Per un istante la stanza, illuminata dalle luci tremule delle candele, parve ondeggiare, poi il signor Queen con un risolino si chinò per rubare un altro bacio, ma Pat gli fu strappata dalle braccia dal vecchio dottor Willoughby che borbottò:

«E a me niente?» ed Ellery si trovò ad abbracciare stupidamente l’aria.

«Ancora!» gridò Rosemary. «Un altro giro! Sbronziamoci tutti, perdinci!»

La ragazza agitò il proprio bicchiere vuoto sotto il naso del giudice Martin che le lanciò un’occhiata strana. Frank Lloyd bevve due cocktails uno dopo l’altro. Jim disse che sarebbe sceso in cantina per prendere qualche altra bottiglia… al piano superiore non ce n’erano più.

«Ma dov’è il mio bicchiere?» insisteva Rosemary. «Che razza di casa è questa? È capodanno e non c’è niente da bere!» Sembrava molto in collera. «Chi ha un liquore da darmi?» Nora le stava passando accanto dirigendosi verso la radio. «Ehi, Nora! tu hai un bicchiere pieno!»

«Ma Rosemary: ne ho bevuto già un sorso…»

«Voglio bere, ho detto!»

Nora fece un’altra piccola smorfia e diede il suo bicchiere a Rosemary, che l’inghiottì d’un colpo come un vecchio soldato, poi arretrò barcollando verso il divano dove cadde a sedere con una risata vacua. Un momento dopo era profondamente addormentata.

«Russa» esclamò Frank Lloyd gravemente. «La dama affascinante, russa» e coprì Rosemary di fogli di giornale, tutta all’infuori del viso. John si mise a recitare con molto sentimento una poesia, tra il disinteresse generale finché sua sorella Tabitha, un po’ accaldata in viso, non dichiarò che era un vecchio idiota; John allora l’afferrò per la vita e si lanciò con lei in un valzer turbinoso accompagnato piuttosto malamente dalla radio che suonava una rumba. Tutti convennero di essere un poco brilli, ma non era una serata meravigliosa? Tutti meno il signor Ellery Queen che origliava di nuovo alla porta della cucina osservando Jim Haight che preparava dei cocktails.

Trentacinque minuti dopo la mezzanotte uno strano grido venne dal salotto e fu seguito da un silenzio ancora più strano.

«Che cosa stanno combinando ora?» domandò Jim ad Ellery, mentre usciva dalla cucina carico d’un vassoio di liquori. I due giovani corsero in salotto. Il dottor Willoughby era chino su Rosemary Haight che giaceva ancora sul divano coperta dai fogli di giornale. Il signor Queen provò una breve pungente fitta al cuore. Il dottore si rialzò. Era pallido come uno straccio.

«John!» Il vecchio medico s’inumidì le labbra con la lingua.

John disse stupidamente:

«Ma per l’amor del cielo. Questa ragazza ha semplicemente perso coscienza. Ha… ha… vomitato, come succede agli ubriachi. Perché ti comporti come se…?

«È morta, John» disse piano il dottor Willoughby.

Pat si lasciò cadere sopra una sedia come se le forze l’avessero improvvisamente abbandonata.

«Morta?» domandò Ellery con voce rauca. «Un attacco di cuore, dottore?»

«Credo che si tratti di arsenico» fece Willoughby rigidamente.

Nora diede un grido e svenne, battendo forte il capo contro il pavimento.

In quella, Carter Bradford entrò allegramente in salotto.

«Ho cercato d’arrivar prima… Dov’è Pat?… Buon anno a tutti… ma… oh, perdio

«Glielo ha dato?» domandò Ellery Queen, sulla soglia della stanza da letto di Nora. Aveva un’aria molto abbattuta.

«Certo che gliel’ho dato!» rispose il dr. Willoughby. «Anche Nora è stata avvelenata…» Fissò Ellery con gli occhi socchiusi. «Come mai aveva in tasca proprio dell’idrossido di ferro che è l’antidoto classico per l’avvelenamento da arsenico?»

«Sono un mago» tagliò corto Ellery, «non lo sapeva ancora?» Scese al piano terreno.

Anche il viso di Rosemary era stato coperto da un giornale, ora.

Frank Lloyd fissava il giornale.

Carter Bradford e il giudice Martin stavano conferendo a bassa voce.

Jim Haight era seduto su una sedia e continuava a scuotere la testa.

Tutti gli altri erano di sopra con Nora.

«Come sta Nora?» domandò Jim.

«Male.» Ellery si fermò nel soggiorno.

Bradford e il giudice smisero di parlare. Frank Lloyd invece continuò a leggere i giornali che coprivano il corpo.

«Ma fortunatamente» continuò Ellery Queen «Nora ha bevuto soltanto un paio di sorsi di quel cocktail. Sta male, ma il dr. Willoughby è convinto che se la caverà molto bene.»

Si sedette sulla sedia vicino all’anticamera e accese una sigaretta.

«Allora il veleno era nel cocktail?» fece Bradford con tono incredulo. «Ma certo! Tutte e due le donne hanno bevuto nello stesso bicchiere, tutte e due sono state avvelenate dallo stesso veleno!» Alzò il tono di voce. «Ma il bicchiere era di Nora. Era Nora che doveva essere avvelenata

Senza voltarsi Frank Lloyd disse: «Carter, piantala di far discorsi. Mi da sui nervi!»

«Non tirare delle conclusioni affrettate, Carter» disse il giudice Martin con voce stanca.

Ma Carter insistette: «Quel cocktail avvelenato era stato preparato per uccidere Nora! E chi lo ha preparato? Chi lo ha portato?»

«Piantala, Sherlock Holmes!» sbottò il giornalista.

«Io l’ho preparato» disse Jim. «Sono stato io…» Si guardò attorno. «Strano, vero?»

«Strano!» Il viso di Bradford era livido. Si avvicinò a Jim e lo prese per il collo. «Tu, maledetto assassino! Hai cercato di avvelenare tua moglie e per caso hai ucciso tua sorella!»

Jim lo guardò con gli occhi sbarrati senza poter parlare.

«Carter!» disse il giudice Martin debolmente.

Carter lasciò andare Jim.

«Che cosa posso fare?» domandò il Procuratore Distrettuale con voce strozzata.

Poi si avvicinò al telefono, compose un numero e chiese del Capo della Polizia Dakin.

Parte terza

I

Incubo

In tutte le case della collina si stava ancora festeggiando l’anno nuovo, quando il capo Dakin balzò fuori dal suo macinino e corse su per il vialetto di casa Haight, sotto le vecchie stelle del nuovo millenovecentoquarantuno. Il capo della polizia annuì tra sé: era molto meglio. Nessuno si sarebbe accorto che qualcosa non andava. Dakin era sottile, nervoso; sembrava un contadino e aveva due occhi opachi, divisi da un grosso naso tipicamente americano. Assomigliava a una vecchia tartaruga finché non ci si accorgeva che la sua bocca era la bocca di un poeta. Nessuno a Wrightsville se n’era accorto, eccetto Patricia Wright e forse la signora Dakin, per la quale il capo della polizia riuniva in sé i migliori aspetti di Abramo Lincoln e del Padreterno. La chiamata telefonica di Carter Bradford l’aveva interotto nel bel mezzo di un’allegra carola inneggiante al nuovo anno, cantata in coro coi familiari.

«È veleno» fece Dakin in tono asciutto, rivolgendosi a Carter Bradford, al di sopra del cadavere di Rosemary Haight. «Mi pare che abbiate esagerato un po’ nei festeggiamenti di capodanno, questa volta. Di che specie di veleno si tratta, dottore?»

«Arsenico. Uno dei composti, ma non saprei dire quale.»

«Veleno per topi, vero?» Poi il capo della polizia soggiunse lentamente: «Immagino che questo bel pasticcio metta il nostro Procuratore Distrettuale nei guai; che ne dice, Cart?».

«Altro che! Tutti gl’indiziati sono miei amici.» Bradford tremava. «Dakin, mettiamoci all’opera, per amor del cielo.»

«Ma certamente, Cart.» Gli occhi di Dakin si posarono su Frank Lloyd. «Buonasera, signor Lloyd.»

«Buonasera a lei» borbottò Lloyd. «Non potrei andar fuori dai piedi?»

«Preferirei di no» rispose Dakin con un sorriso di scusa. «Grazie. Ora veniamo a noi. Come diavolo è stato che la sorella di Jim Haight ha ingoiato del veleno per topi?»

Carter Bradford e il dottor Willoughby glielo dissero. Il signor Queen, seduto in un angolo, osservava, ascoltava, e pensava quanto un certo poliziotto di New York assomigliasse al capo Dakin di Wrightsville. Quell’aria pacata e autorevole… Dakin ascoltava rispettosamente le voci agitate dei suoi amici; poi i suoi occhi si posarono tre volte sulla persona del signor “Smith”, e questi si fece piccino piccino.

«Capisco» disse infine Dakin annuendo. E si diresse lentamente verso la cucina.

«Non posso crederci» gemette improvvisamente Jim Haight. «È un incidente. Come può essere finita nel bicchiere quella roba? Forse qualche ragazzino… dalla finestra. È uno scherzo!»

Nessuno gli rispose, e Jim fece schioccare le dita e fissò con gli occhi sbarrati i giornali stesi sul sofà. L’agente Brady, con la faccia color mattone, entrò un po’ affannato, cercando di non far vedere che era sulle spine.

«Ho ricevuto una chiamata» annunziò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Perdinci.» Si diede una lisciatina, e raggiunse il suo capo in cucina.

Quando i due funzionari riapparvero, Brady portava numerose bottiglie e bicchieri. Scomparve col suo carico, e poco dopo ritornò a mani vuote. In silenzio, Dakin gli indicò i vari bicchieri vuoti del salotto. Brady li raccolse uno per uno, deponendoli nel suo berretto d’uniforme; li maneggiava delicatamente, prendendoli per il bordo, e li disponeva nel berretto come fossero uova di piccione.

«È per le impronte digitali» spiegò Dakin, parlando apparentemente al caminetto. «Non si può mai dire. Poi si deve fare l’esame chimico.»

«Che cosa?» esclamò involontariamente Ellery Queen.

Per la quarta volta gli occhi del capo Dakin si fissarono come raggi X sulla persona del signor “Smith”.

«Buonasera, signor Smith» disse il capo della polizia sorridendo. «A quanto pare, noi c’incontriamo sempre nei momenti difficili.»

«Prego?» domandò il signor Smith, con voce completamente inespressiva.

«Quel giorno, sulla strada provinciale» sospirò il capo della polizia. «Quando io ero in macchina con Carter. Il giorno in cui Jim Haight era così ubriaco…» Jim si alzò: Dakin si sedette senza guardarlo. «Che cosa sa di tutta questa faccenda, signor Smith?» domandò con la massima cortesia.

«Che una donna chiamata Rosemary Haight è morta qui, questa sera.» Ellery si strinse nelle spalle. «Questo è l’unico fatto che posso fornirle. Non credo che sia molto; considerando che il cadavere è a meno di tre metri da noi.»

«Avvelenata, come dice il dottor Willoughby» osservò educatamente Dakin. «Questo è un altro fatto.»

«Oh, sì!» convenne umilmente Ellery, mentre il dottor Willoughby gli lanciava un’occhiata interrogativa. “Stai attento!” si disse. “Il dottor Willoughby si ricorda senz’altro del flaconcino di idrossido di ferro che tu gli hai dato proprio nel momento in cui Nora aveva bisogno di un antidoto e i minuti erano preziosi… Chissà se il buon dottore racconterà lo strano fatto che un estraneo alla casa, alla famiglia, al delitto, si portava in tasca un simile preparato proprio quando, stranamente, una donna moriva e un’altra correva lo stesso rischio per via di un veleno il cui antidoto ufficiale era proprio l’idrossido di ferro?”

Il dottor Willoughby guardò altrove.

“Sospetta che io sappia qualcosa che riguarda i Wright” pensò ancora Ellery. “È un vecchio amico di famiglia. Ha fatto nascere le tre ragazze… Ora è imbarazzato. Devo forse metterlo maggiormente in imbarazzo confidandogli che ho comperato quel farmaco perché avevo promesso a Patricia Wright che sua sorella Nora non sarebbe morta?”

Ellery Queen sospirò. Le cose si complicavano.

«Dov’è tutta la famiglia?» domandò Dakin.

«Di sopra» rispose Bradford. «La signora Wright insiste perché Nora… la signora Haight… sia trasportata in casa Wright.»

«Qui non è il posto migliore per lei, Dakin. Nora sta molto male. Ha bisogno di cure assidue e affettuose.»

«Per me facciano pure» dichiarò il capo della polizia. «Cioè, se il Procuratore Distrettuale non ha nulla in contrario.»

Bradford accennò frettolosamente di sì, e si morse le labbra.

«Non le vuole interrogare?»

«Ecco, non vedo perché dovrei tormentare i Wright, facendoli star peggio di quanto già stiano» dichiarò il capo della polizia lentamente. «Quindi se non ha obiezioni, Cart, direi che per questa notte basta. Ci ritroveremo tutti qui in questa stanza domattina. Avverti tu i Wright, Cart, tanto per non dare ufficialità alla cosa.»

«Tu resti qui?»

«Solo per un momento. Dovrò chiamare qualcuno per far portar via il corpo… Lloyd, mi raccomando a lei. Niente chiacchiere sul giornale.» Il Capo della Polizia sospirò. «È la prima volta che capita un omicidio a Wrightsville e io occupo questa carica da più di venti anni. Dottore, vuole essere così gentile da fare lei l’autopsia? Il magistrato Salemson è in vacanza.»

«Va bene» rispose il dottore. Uscì senza salutare.

Ellery Queen si alzò.

Carter Bradford attraversò la stanza, si fermò e si voltò.

Jim Haight era seduto immobile sulla sedia.

«Perché se ne sta lì seduto, Haight!» tuonò Bradford con voce astiosa.

Jim sollevò lentamente lo sguardo. «Cosa?»

«Non può stare lì tutta la notte. Perché non va da sua moglie?»

«Non mi lasciano.» Prese un fazzoletto e si asciugò gli occhi. «Non mi lasciano.»

Balzò dalla sedia e salì le scale. Udirono una porta sbattere: si era chiuso nel suo studio.

«Ci vediamo domattina, signori» disse il Capo Dankin.

Se ne andarono e Dankin rimase solo, solo col corpo di Rosemary. Il signor Queen avrebbe voluto rimanere, ma lo sguardo di Dankin lo aveva scoraggiato.

Ellery non vide Patricia Wright fino al mattino dopo, quando tutti si riunirono nel salotto, dove si era svolta la festa, alle dieci del mattino del primo giorno dell’anno… tutti, eccetto Nora, che giaceva nel suo letto di ragazza nell’altra casa, guardata a vista da Ludie. Il dottor Willoughby l’aveva già visitata quel mattino, e le aveva proibito non solo di lasciare la stanza, ma anche d’alzarsi. Ellery riuscì finalmente a bloccare Pat sotto il portico di casa Haight.

«Prima di entrare» disse rapidamente «vorrei spiegarle…

«Non la biasimo, Ellery.» Pat pareva malata, quasi come Nora. «Poteva anche andar peggio… Poteva capitare a Nora. Per poco non toccava veramente a lei.» La ragazza rabbrividì.

«Mi dispiace per Rosemary» affermò Ellery.

Pat gli lanciò uno sguardo completamente inespressivo. Poi entrò in casa. Ellery indugiò sotto il portico. Era un giorno grigio, come il viso di Rosemary Haight: un giorno grigio e freddo, un giorno che si addiceva alla morte. Un’automobile si fermò al cancello. Ne balzò fuori Frank Lloyd seguito da Lola Wright. I due percorsero insieme il vialetto.

«Come sta Nora?» domandò con ansia la ragazza.

«Ho dato un passaggio a Lola» dichiarò Lloyd, che sembrava respirare a fatica. «Stava salendo a piedi la collina.»

«Lola sapeva già qualcosa?» domandò Pat mentre entrava in casa con Frank.

«No, faceva una passeggiata; almeno così mi ha detto. Nessuno sa ancora niente.»

«Lo sapranno quando il suo giornale sarà messo in vendita» osservò Ellery quasi seccato.

«Lei è un maledetto ficcanaso» gemette Lloyd «ma mi è simpatico. Voglio darle un consiglio: salti sul primo treno e se ne vada.»

«Mi piace star qui» sorrise Ellery. «E poi, perché dovrei partire?»

«Perché questa è una città pericolosa; vedrà che cosa succede quando la notizia sarà risaputa. Tutti coloro che hanno partecipato alla festa di ieri sera saranno infamati.»

«Una coscienza pulita ha delle ottime qualità detersive» ribatté amabilmente il signor Queen.

«Non capisco proprio perché sto qui a perdere il mio tempo con un idiota come lei» dichiarò il giornalista con violenza e si diresse a grandi passi verso il salotto.

«Il veleno» stava dicendo il dottor Willoughby «è triossido di arsenico, o ossido arsenioso, come preferite. Arsenico bianco.»

I presenti erano seduti in semicerchio come spettatori increduli ad una seduta spiritica. Dakin era in piedi vicino al caminetto, e si batteva un rotolo di carta contro i denti falsi.

«Avanti, dottore» invitò. «Che cosa ha trovato d’altro? Fin qui andiamo bene: abbiamo fatto il controllo stanotte nel nostro laboratorio.»

«In medicina lo si usa principalmente come tonico» proseguì il medico con voce impersonale. «La più alta dose terapeutica è di un decimo di grano. Dai residui del cocktail non si può dire nulla; nulla di certo, almeno, ma giudicando dalla rapidità con cui il veleno ha agito, io direi che in quel bicchiere ve ne fossero almeno tre o quattro grani.»

«Non ha prescritto una medicina contenente arsenico, di recente, a nessuno… di sua conoscenza, dottore?» domandò Carter Bradford.

«No.»

«Noi siamo riusciti a stabilire qualcosa di più» dichiarò il capo della polizia guardandosi attorno. «Molto probabilmente si trattava di comune veleno per topi. E, per di più, non se n’è trovata traccia se non nel bicchiere… non negli altri bicchieri, non nelle bottiglie, non nel vaso delle ciliege, o in nessun altro recipiente.»

«Che impronte digitali ha trovato sul bicchiere del veleno, capo?» domandò il signor Queen con la sensazione di fare una domanda stupida.

«Quelle del signor Haight, della signorina Haight, della signora Nora Haight e nessun’altra.»

Ellery rivolse un pensiero di ammirazione all’abilità del capo della polizia. Dakin non era rimasto in ozio, quella notte. Aveva preso le impronte digitali del cadavere. Aveva trovato qualche oggetto che apparteneva sicuramente a Nora, probabilmente in camera da letto, e aveva rilevato le sue impronte. Jim Haight era rimasto in casa tutta notte, ma Ellery era pronto a scommettere che nemmeno Jim era stato disturbato. Un bel lavoro, molto abile. Ma appunto quella efficienza e quell’abilità turbarono il signor Queen. Il giovane lanciò un’occhiata a Pat, che osservava il capo della polizia come ipnotizzata.

«Qual è stato il risultato dell’autopsia, dottore?» domandò Dakin in tono deferente.

«La signorina Haight è morta per avvelenamento, dovuto a triossido di arsenico.»

«Grazie. Adesso cerchiamo di organizzare un po’ le cose, se ai signori non dispiace» fece Dakin. «Dunque, noi sappiamo che le signore sono state avvelenate da quell’unico cocktail. Chi l’ha preparato?» Nessuno rispose. «Ebbene, io lo so già. È stato lei, signor Haight. Lei ha preparato quel cocktail.»

Jim Haight non si era fatto la barba. Intorno agli occhi aveva delle ombre bluastre.

«Davvero?» Aveva la voce roca, e tentò varie volte di schiarirsela. «Se lo dice lei… ne ho preparati tanti…»

«E chi ha servito i liquori?» domandò Dakin. «Tutti i liquori, compreso quello avvelenato? È stato ancora lei, signor Haight. Mi sbaglio? Perché vede, così mi hanno detto» concluse in tono di scusa.

«Se cerca d’insinuare…» cominciò Hermione con voce imperiosa.

«Benissimo, signora Wright» si arrese il capo della polizia. «Forse mi sbaglio. Però quei cocktails li ha preparati lei, signor Haight; lei li ha serviti; quindi, a quanto pare, lei è l’unico che poteva avvelenarne uno, col veleno dei topi. Ma io ho detto “a quanto pare”. Era davvero solo? Ha lasciato il vassoio da qualche parte anche per pochi secondi?»

«Senta» sbottò Jim. «Forse sono impazzito. Forse quel ch’è accaduto ieri sera mi ha fatto dar di volta il cervello. Ma che cos’è tutta questa commedia? Mi si sospetta di aver avvelenato mia moglie?»

Parve improvvisamente che l’aria della stanza diventasse di nuovo respirabile. Sul viso di Hermy tornò un po’ di colore, e persino Pat guardò Jim.

«Che sciocchezze, signor Dakin!» esclamò Hermione freddamente.

«È stato lei, signor Haight?» domandò cortesemente il signor Dakin.

«Naturalmente ho portato io il vassoio in salotto!» Jim balzò in piedi e cominciò a camminare avanti e indietro davanti all’ispettore. «Ma ricordo che avevo appena finito di mischiare i liquori e stavo per buttarvi dentro le ciliege, quando ho dovuto lasciare la dispensa per qualche minuto. Ecco tutto!»

«Vede che stiamo arrivando a qualcosa!» esclamò Dakin cordialmente. «Non potrebbe essere entrato qualcuno di nascosto nella dispensa e aver avvelenato un bicchiere, senza che lei se ne accorgesse?

La sensazione di sollievo svanì rapidamente; a tutti i presenti parve nuovamente di soffocare…

«Io non ho avvelenato quei cocktails» affermò Jim. «Quindi qualcuno deve essere entrato per forza.»

Dakin si rivolse all’auditorio:

«Chi è uscito dal salotto mentre il signor Haight stava preparando i cocktails in cucina? Questa domanda è molto importante; vi prego di pensarci bene.»

Ellery accese una sigaretta, pensando che senz’altro qualcuno doveva aver notato la sua assenza la sera precedente. Ma tutti cominciarono a parlare contemporaneamente finché il capo li interruppe con un gesto.

«Non arriveremo a nulla, se insisteremo su questa unica domanda. Si è ballato e bevuto troppo, ieri sera; poi la camera era quasi buia perché solo le candele dell’albero erano accese… non che questo faccia molta differenza» soggiunse Dakin.

«Che cosa vuol dire?» domandò Pat rapidamente.

«Voglio dire che questo non è un punto importante, signorina Wright.» In quel momento la voce di Dakin era fredda, quasi gelida. «Quel che importa è: chi ha avuto il controllo della distribuzione delle bibite? Rispondete a questa domanda! Perché colui che ha portato il cocktail alla signora… dev’essere per forza la persona che l’ha avvelenato!»

“Benissimo, capo!” pensò il signor Queen. “Tu non sai quel che so io, ma hai colpito nel segno ugualmente. Dovresti mettere a frutto il tuo talento…”

«Lei ha portato quel cocktail, Jim Haight» disse con forza Dakin. «Nessun avvelenatore avrebbe lasciato cadere dell’arsenico in uno di quei bicchieri, fidando poi in Dio perché la persona designata prendesse quello giusto. Nossignore. Non ci sarebbe senso. Sua moglie ha ricevuto il bicchiere avvelenato, sì o no?»

«E va bene, sono stato io. E con questo?» Gli occhi di Jim sembravano due tizzoni. «Si sente soddisfatto, ora?»

«Pienamente» dichiarò il capo con tono mite. «Solo una cosa non sapeva, signor Haight. Lei è uscito dal salotto per preparare altre bibite, senza immaginare che sua sorella Rosemary avrebbe insistito per farsi dare un altro liquore; non sapeva che sua moglie, dopo aver bevuto due piccoli sorsi dal proprio bicchiere, gliel’avrebbe offerto. Così, invece di uccidere sua moglie, ha ucciso sua sorella!»

«Non può credere ch’io abbia fatto una cosa simile, Dakin» mormorò Jim con voce roca.

Dakin si strinse nelle spalle.

«Signor Haight, io so soltanto quello che mi dice il buon senso. I fatti rivelano chiaramente che lei, soltanto lei, aveva, come si dice?, l’occasione. Quindi può darsi che lei non avesse quello che si chiama il movente… io non lo so. Lo sa qualcuno dei presenti?»

Era una domanda disarmante. L’ammirazione del signor Queen per Dakin crebbe ancora. La sottigliezza del capo della polizia era squisita.

«Vuole sapere perché avrei dovuto uccidere mia moglie, dopo quattro mesi di matrimonio?» rispose aggressivamente Jim. «Vada all’inferno.»

«Questa non è una risposta, signor Haight. Chi di voi ci può aiutare?»

John strinse con forza i braccioli della sua poltrona, lanciando un’occhiata ad Hermy. Ma nello sguardo di sua moglie non lesse che orrore.

«Mia figlia Nora» disse John a fatica «ha ereditato centomila dollari dal nonno il giorno del suo matrimonio con Jim. Se Nora fosse morta… Jim avrebbe ereditato tutto a sua volta.»

Jim rimase seduto, guardandosi attorno, senza vedere. Il capo Dakin fece un cenno a Bradford ed entrambi lasciarono la stanza. Cinque minuti dopo rientrarono. Carter era ancora pallido e fissava davanti a sé, cercando di evitare gli sguardi degli altri.

«Signor Haight» disse gravemente Dakin «sono costretto a chiederle di non lasciare Wrightsville per nessuna ragione.»

Era stato Bradford a ritardare l’arresto vero e proprio, pensò Ellery, ma non l’aveva fatto per compassione. Aveva agito per dovere, piuttosto; il caso, da un punto di vista legale, era tutt’altro che completo. Ma il “caso” sarebbe proseguito, comunque. Il signor Queen era certo che, se non fosse sopravvenuto un vero e proprio miracolo, Jim Haight non avrebbe girato a lungo libero per le strade di Wrightsville.

II

Nora parla

Un cadavere in casa Wright. Wrightsville discuteva l’avvenimento con letizia sempre crescente. In casa Wright, nella prima famiglia della città, un avvelenamento! Un delitto! Chi non ricordava la storia di tre anni prima? La fuga di Jim Haight, la morte di quel tale che veniva da chissà dove? Ormai tutti chiamavano la casa di Nora, la “casa del malaugurio”. La soddisfazione dei maligni del paese si sfogava in chiacchiere senza fine. Il signor “Ellery Smith-Queen” aveva la sensazione di essere diventato un soldato che difendeva una roccaforte. Una piccola folla sostava sempre davanti ai cancelli di casa Haight, e uno dei posti di vendetta più ricercato era il terrazzo di Emmeline Du Pré, la pettegola principe, il gazzettino della comunità. Se un viso appariva alla finestra di una delle due case incriminate, dal perenne gruppetto degli spettatori si sollevava un vivo brusìo.

«Ma che cosa ci sta accadendo?» gemeva Hermione. «Io non ho più il coraggio di rispondere al telefono!»

«Siamo diventati il museo degli orrori» osservò Lola cupamente.

Sin dal primo dell’anno Lola non aveva più lasciato la casa dei suoi. Divideva la camera con Pat, e la notte, in silenzio, lavava da sola la propria biancheria nello stanzino da bagno di Pat. Non voleva accettare assolutamente nulla dalla famiglia, e prendeva i pasti insieme a Jim. Lola fu l’unico membro della famiglia che osò uscire di casa nei primi giorni di gennaio. Il due gennaio diede a Emmeline Du Pré una tale risposta che per poco non la mandò in convulsioni.

Alberta Manaskas non si era più presentata in servizio, così Lola cucinava per Jim. Jim non diceva nulla e andava in banca come al solito. Anche John non diceva nulla, e andava in banca a sua volta. I due uomini non si parlavano mai. Nora, in preda alla febbre, si agitava nel letto, soffriva moltissimo e chiamava disperatamente suo marito. Il suo cuscino era sempre bagnato di lacrime. Carter Bradford si era rintanato in ufficio e, di tanto in tanto, aveva lunghi colloqui segreti con il capo della polizia.

In mezzo a tutto questo scompiglio, il signor Queen si moveva silenziosamente, senza dar fastidio a nessuno. Tre giorni dopo il delitto, bloccò Pat e con un cenno le indicò le scale. Ellery condusse la ragazza nella propria camera e chiuse la porta a chiave.

«Pat, ho pensato molto in questi giorni.»

«Spero che le abbia fatto bene.» Pat era molto inquieta.

«Quando il dottor Willoughby è stato qui stamattina, l’ho sentito parlare al telefono con Dakin. Il magistrato della Contea, Salemson, ha interrotto le vacanze ed è tornato in città. Domani ci sarà l’inchiesta.»

«L’inchiesta! Dovremo uscire di casa?»

«È la legge, tesoro; mi dispiace, mi dispiace tanto.»

«Ma non Nora!»

«No; il dottor Willoughby le rifiuta il permesso di alzarsi. Ho sentito che lo diceva a Dakin.»

«Ellery… Che cosa faranno?»

«Cercheranno di stabilire i fatti e di arrivare alla verità.»

«La verità.» Pat era terrorizzata.

«Pat» disse Ellery gravemente «noi conosciamo già i due dati più importanti di questo problema… ormai non si tratta più di un delitto potenziale. Un assassinio è stato commesso. Una donna è morta… Il fatto che sia morta per sbaglio non ha importanza; perciò la legge…»

«Lei sta cercando di dirmi, con inutili giri di parole» lo interruppe Pat con forza «che dobbiamo andare alla polizia a raccontare tutto quello che sappiamo…?»

«Sta a noi mandare o non mandare Jim Haight alla sedia elettrica.»

Pat balzò in piedi. Ellery le prese la mano.

«Ellery, non è possibile! Non può esserne convinto! E nemmeno io, sebbene sia la sorella di Nora…»

«Noi stiamo parlando di fatti, ora, e i sentimenti non c’entrano» dichiarò Ellery irritato. «Non si rende conto che noi siamo in possesso di quattro gravissimi indizi, cioè di quattro fatti che possono provare la colpevolezza di Jim?»

«Quattro?» balbettò Pat. «Sono tanti!»

Ellery la costrinse a sedersi. La ragazza aveva un’espressione perplessa.

«Fatto numero uno: le tre lettere nascoste nella cappelliera di Nora, che indicano chiaramente le sue intenzioni.» Pat s’inumidì le labbra. «Fatto numero due: il disperato bisogno di danaro di Jim. Lo sappiamo per certo, perché è andato a impegnare i gioielli di sua moglie, e le ha chiesto dei soldi… senza contare che Dakin sa… che alla morte di Nora, Jim avrebbe ereditato una grossa sostanza… non le sembra un motivo sufficiente?»

«Sì… sì.»

«Fatto numero tre: il libro di tossicologia appartenente a Jim, segnato dalla sua matita rossa in un punto dove si parlava del triossido di arsenico; e di triossido d’arsenico era pieno il bicchiere di Nora. Fatto numero quattro:» Ellery scosse il capo «qualcosa che io solo posso stabilire perché ho tenuto Jim sott’occhio ogni momento, la sera dell’ultimo dell’anno. Nessuno, all’infuori di lui, avrebbe potuto avvelenare il bicchiere fatale, e nessuno l’ha fatto. Io sono quindi in grado di stabilire che Jim, non solo aveva la migliore occasione per avvelenare il bicchiere, ma anche l’unica occasione.»

«Senza parlare del pomeriggio in cui Jim era ubriaco e ha detto che aveva intenzione di liberarsi di sua moglie. Dakin e Cart hanno sentito…» sospirò Pat.

«E senza contare, inoltre» proseguì Ellery gentilmente «le due altre occasioni nelle quali Nora è stata avvelenata con l’arsenico: il ventotto novembre e il giorno di Natale, precisamente secondo le date delle due lettere di Jim. Sono dei fatti molto conclusivi, Pat. Chi non crederebbe che Jim voleva uccidere Nora?»

«Eppure lei non lo crede» affermò Pat.

«Non ho detto questo» rispose Ellery lentamente. «Io…» si strinse nelle spalle. «La questione è un’altra: dobbiamo deciderci subito. Parliamo all’inchiesta di domani, o no?»

«E se Jim fosse innocente?» domandò Pat, pensosa, mordendosi un’unghia. «Come posso, come possiamo far condannare un uomo a morte? Un uomo che conosciamo? Ellery, io non me la sento. E poi» continuò Pat col viso sempre più sconvolto «non credo che ci riproverà più, Ellery! Non ora, dopo che ha ucciso sua sorella per errore; non dopo che si è scoperto tutto, e la polizia… voglio dire se è stato lui…»

Ellery si fregò le mani finché gli fecero male, camminando su e giù davanti alla ragazza con la fronte aggrottata.

«So io che cosa dobbiamo fare» dichiarò alla fine. «Dobbiamo sottoporre il problema a Nora.» Pat sgranò gli occhi. «Nora è la vittima, Jim è suo marito. Lasciamo che sia lei a decidere. D’accordo?»

La ragazza rimase a lungo in silenzio.

«Nora è sola in questo momento. Andiamo. E… Ellery.» Il giovane aprì la porta. «Grazie per essere stato un così buon amico, discreto e silenzioso.»

Il signor Queen la prese per un braccio e si incamminarono verso le scale.

Nora giaceva tutta rannicchiata sotto la coperta blu, fissando il soffitto.

“È sempre più spaventata” pensò Ellery.

«Nora» Pat afferrò la mano delicata della sorella. «Ti senti abbastanza forte per parlare?»

Gli occhi dell’ammalata corsero rapidamente da Pat a Ellery; poi con voce ansiosa domandò:

«Che cosa c’è? Che cos’è accaduto? E Jim… lo hanno…?»

«No; non è accaduto nulla, Nora.»

«Ellery pensa… io penso… che è arrivato finalmente il momento di parlarci» dichiarò Pat. Poi soggiunse con forza: «Nora, ti prego, Nora: non richiuderti in te stessa! Ascoltaci!».

Nora raccolse le sue forze e cercò di mettersi a sedere. La sorella minore le aggiustò lo scialle intorno alle spalle con un gesto molto materno. La malata rimase a fissare le lenzuola con lo sguardo vuoto.

«Non abbia paura» intervenne Ellery. E con voce pacata cominciò a raccontare tutto quello che lui e Pat avevano scoperto sin dal principio. Gli occhi di Nora si facevano sempre più grandi.

«Ho cercato di dirtelo!» gridò Pat con voce rotta. «Non hai mai voluto ascoltarmi! Nora, perché?»

«Perché non è vero» mormorò Nora. «Forse al principio anch’io lo pensavo… Ma non è vero, non può essere stato Jim; voi non lo conoscete. La gente gli fa paura. Si comporta in un modo tanto strano, ma nel suo intimo è come un bambino. È debole, troppo debole, per fare quello… che voi pensate abbia fatto. Oh, vi prego!» Nora cominciò a piangere e nascose il viso tra le mani. «Gli voglio bene» singhiozzò. «Ho sempre amato Jim; non crederò mai che abbia voluto uccidermi. Mai! Mai!»

«Ma i fatti, Nora» osservò Ellery stancamente.

«Oh, i fatti! Che importanza hanno i fatti? Una donna sente, sa che tutta questa storia è senza senso. So che qualcuno ha cercato di avvelenarmi tre volte, ma sono certa che non è stato Jim!»

«E le tre lettere, Nora, le lettere scritte da Jim?»

«Non le ha scritte lui! Le avranno falsificate.» Nora ansava, ora. «Non avete mai sentito parlare di falsificazioni?»

«E le minacce che ha lanciato contro di lei, il giorno in cui era ubriaco?» chiese Ellery.

«Non si rendeva conto di quel che diceva!»

Nora non piangeva più; combatteva con tutte le sue forze. Ellery ricostruì con lei, passo passo, tutta la storia di quello strabiliante caso, e la ragazza mise in discussione ogni sua argomentazione. Non con altri argomenti. Con la sua fede: una fede adamantina, spaventosa. Alla fine Ellery si trovò a battersi solo contro le due donne.

«Ma voi due non ragionate…» esplose, alzando le braccia al cielo. Poi sorrise. «Ebbene, che volete? «È una sciocchezza, grossa, ma la farò.»

«Non dirà nulla alla polizia?»

«Non dirò nulla.»

Nora ricadde sui cuscini, chiudendo gli occhi. Pat le sfiorò le guance con un bacio. Ma il signor Queen si rifiutò di lasciarla in pace.

«Senta, Nora: dal momento che sono suo complice, ho bisogno che mi dica tutta la verità.»

«Quello che vuole» fece Nora con voce stanca.

«Perché Jim l’ha lasciata tre anni fa, alla vigilia del matrimonio?»

Pat guardò ansiosamente sua sorella.

«Oh, è questo che vuole sapere?» Nora era sorpresa. «Ma… una cosa da niente… non può aver a che fare con…»

«Se non le dispiace, vorrei saperlo ugualmente.»

«Lei non conosce Jim; quando ci siamo incontrati e ci siamo innamorati, io non avevo capito fino a che punto fosse indipendente. Non vedevo che male ci sarebbe stato ad accettare qualche aiuto da papà finché non fosse stato in grado di marciare con le sue sole gambe. Ma Jim si ostinava a dire che doveva vivere solo col suo stipendio da cassiere.»

«Ricordo quei litigi» mormorò Pat. «Ma non mi sarei mai sognata che fossero così…»

«Nemmeno io lo prendevo molto sul serio. Quando Lola mi raccontò che papà stava preparando una bella casetta tutta ammobiliata come regalo di nozze, pensai di tenere il segreto con Jim. Glielo rivelai solo il giorno precedente al matrimonio. Lui andò su tutte le furie. Mi disse che aveva già preso in affitto un’altra villetta all’altro capo della città, per cinquanta dollari al mese… era tutto quello che potevamo permetterci, per il momento, dato che dovevamo vivere esclusivamente con quel che lui guadagnava.» Nora sospirò. «Immagino di aver perso la testa. Ne nacque un litigio. Un brutto litigio. E Jim scappò come il vento. Questo è tutto.» Nora alzò gli occhi. «È veramente tutto. Non l’ho mai detto né a papà, né alla mamma. Essere piantata in asso, così, da Jim…»

«Suo marito non le scrisse mai, durante l’assenza?»

«No; nemmeno una volta. Ed io… credetti di morire. Tutta la città ne parlava… poi Jim ritornò; entrambi ammettemmo che eravamo stati due sciocchi, ed eccoci qua.»

Così, fin da principio, la causa di tutti i guai era stata la casa, pensò Ellery. Che strano! In ogni punto di quella triste storia s’imbatteva nella casa. Ellery cominciava a credere che il giornalista che aveva inventato la frase “la casa del malaugurio”, fosse dotato di una seconda vista.

«E i litigi che avete avuto con Jim dopo il matrimonio?»

«Danaro. Jim mi chiedeva soldi continuamente. Poi il cammeo, e altre cose, ma è una situazione temporanea» soggiunse in fretta. «Ha giocato d’azzardo in quel locale equivoco, sulla strada provinciale… Immagino che ogni uomo passi attraverso un periodo simile.»

«Nora, che cosa ne pensa di Rosemary Haight?»

«Nulla; so che è morta, e che non dovrei… ma… Ecco: non mi piaceva. Non mi piaceva affatto.»

«Amen» commentò Pat cupamente.

«Nemmeno io posso dire di esserne stato follemente innamorato» affermò il signor Queen. «Ma, volevo dire… Non sa nulla di lei che si possa collegare alle lettere… alla condotta di Jim, in tutto questo rompicapo?

«Jim non ha mai voluto parlare di lei» mormorò Nora faticosamente. «Ma io ho una sensazione ben precisa. Quella ragazza era una poco di buono. Non capisco come lei e Jim potessero essere fratello e sorella.»

«Be’, comunque lo erano» osservò Ellery allegramente. «Ma lei è stanca, Nora. Arrivederci, e… grazie.»

Il giovane uscì rapidamente dalla stanza, mentre Pat passava un asciugamano umido sulla fronte della sorella.

Nulla; assolutamente nulla. E l’indomani ci sarebbe stata l’inchiesta.

III

A furor di popolo

Salemson, il magistrato, era molto innervosito dagli ultimi avvenimenti. Un pubblico di più di tre persone gli paralizzava sempre le corde vocali, e dagli archivi risultava che, l’unica volta in cui il magistrato aveva aperto la bocca (ma non allo scopo di respirare, poiché soffriva d’asma), era stato durante un consiglio municipale, quando John Pettigrew aveva chiesto l’abolizione dell’ufficio del magistrato, dato che in tanti anni non vi era stato un solo cadavere che ne giustificasse l’esistenza.

Ora, finalmente, il cadavere c’era.

Ma, se c’era un cadavere, doveva esserci un’inchiesta, e questo significava che il magistrato doveva sedere nella corte del giudice Martin (presa in prestito per l’occasione dal consiglio della Contea).

Sarebbe ingiusto dire che il povero Salemson, nervoso, infelice, disperato, pensasse di sabotare tutte le testimonianze deliberatamente. Era una questione di fede. Salemson non poteva concepire che i membri dell’onorata famiglia Wright potessero avere una macchiolina, nemmeno del più pallido rosa, sulla coscienza. Perciò doveva trattarsi di un mostruoso errore; quella povera diavola doveva essersi tolta la vita volontariamente… Il risultato fu che, con grande disgusto di Dakin e sollievo dei Wright (per non parlare del malinconico divertimento del signor Queen e della disillusione di tutta la cittadinanza di Wrightsville), la confusissima giuria emise un verdetto di: «Morte per mano di persona, o più persone, sconosciute».

Dakin e il procuratore distrettuale Bradford si ritirarono immediatamente nell’ufficio di Cart per un altro colloquio. La famiglia Wright si rintanò in casa e il magistrato Salesmon si rinchiuse nella sua villa avita e si ubriacò con una bottiglia di vino di annata.

Riposa in pace

Come si chiamava? Rosalie? Rose-Marie?

Dicono che fosse molto bella. Ora la stanno sotterrando… quella che Jim Haight ha avvelenato per errore… sua sorella… Dicono che Jim Haight… C’era sul giornale ieri. Non l’hai letto? Be’, non era proprio detto in modo chiaro ma lo si capiva tra le righe. Certo, Frank era presente. È innamorato di Nora… lo è sempre stato… poi Jim gliel’ha soffiata. E lui non l’ha mai digerita. … Ma perché non arrestano Jim?

Questo mi piacerebbe sapere!

Ceneri alle ceneri…

Una storia ambigua…

Non lo sapevi? Cart Bradford e Patricia Wright filano… È la cognata di Jim Haight…

I ricchi se la cavano sempre… Se dovesse capitare a noi…

Riposa in pace

Rosemary Haight fu sepolta nel Cimitero di East Twin Hill e non in quello di West Twin Hill dove i Wright avevano la loro cappella di famiglia.

L’indomani mattina il signor Queen, alzandosi presto, vide scritta da mano ignota, a caratteri cubitali, la parola Uxoricida sul marciapiede che costeggiava la casa del malaugurio. Il signor Queen cancellò la parola accuratamente.

«Buongiorno» disse Myron Garback, il proprietario della farmacia.

«Buongiorno, signor Garback» rispose il signor Queen, accigliato, «Vorrei che mi aiutasse a risolvere un problema. Ho preso una casa in affitto, e nel giardino c’è una piccola serra… pensi che ho trovato delle verdure rigogliose in gennaio!»

«Davvero?» domandò Myron con scarso interesse.

«Proprio così. A me piacciono moltissimo i pomodori coltivati in casa, e nella mia serra c’è una bellissima pianta; però è infestata da una quantità di bestioline rotonde e giallastre. Stanno mangiandosi tutte le foglie.»

«Già, già. Hanno delle strisce nere sulle ali?»

«Mi pare di sì» dichiarò il signor Queen, molto infelice.

Myron sorrise con indulgenza.

«Dorifora decemlineata. Scusi, mi piace far pompa del mio latino. Comunemente è conosciuta come “scarafaggio della patata”.»

«Proprio così: scarafaggio della patata!» si lagnò il signor Queen. «Dori… come ha detto?»

«Non ha importanza» affermò Myron con sussiego. «Immagino che voglia qualcosa per mandarle al creatore.»

«Precisamente» affermò il signor Queen con un feroce cipiglio. Myron si allontanò di corsa e ritornò poco dopo con una piccola scatola di cartone dall’etichetta bianca e rosa.

«Questa andrà bene.»

«Qual’è l’ingrediente che scoraggerà quelle brutte bestie a tornare sulle mie piantine?» domandò il signor Queen.

«Arsenico… ossido arsenioso. Il quindici per cento. Chimicamente…» Myron fece una pausa. «Per essere esatti, si tratta di aceto-arsenite di rame. Ma è l’arsenico che uccide gli insetti. Faccia attenzione, però: è velenoso.»

«Lo spero!» esclamò il signor Queen, porgendo a Myron un biglietto da cinque dollari.

«Eccole il resto» fece Myron.

«Grazie mille. Grazie ancora!» esclamò il signor Queen con effusione, senza dar segno d’andarsene. «Arsenico, arsenico» continuò loquace. «Senta un po’: non è di questa roba che si parla sul giornale? Voglio dire, per quell’omicidio? Sa la storia di quella tale che ha bevuto dell’arsenico in casa Wright, la notte dell’ultimo dell’anno?»

«Sì» rispose secco il farmacista, con un’occhiata penetrante a Ellery. Poi voltò le spalle al cliente e prese ad armeggiare tra gli scaffali.

«Mi domando dove sono riusciti a trovarlo» osservò in tono cortese il signor Queen, appoggiandosi al banco. «Non è necessaria la ricetta di un medico per venderlo?»

«Non sempre» ribatté il farmacista con una certa impazienza. «Anche lei non ne ha avuto bisogno in questo momento? Moltissimi preparati commerciali contengono arsenico.»

«Ma se un farmacista vendesse arsenico a una persona senza la dovuta prescrizione…?»

Myron Garback si voltò di scatto.

«I miei registri sono perfettamente in ordine! L’ho detto anche al capo Dakin. L’unica volta in cui il signor Haight può esserselo procurato è stato quando…»

«Quando?» fece eco il signor Queen.

Myron si morse le labbra.

«Mi scusi, signor Smith. Non credo proprio di doverne parlare» disse, e ad un tratto assunse un’espressione sorpresa.

«Aspetti un momento!» esclamò. «Lei non sarà quel tale che…»

«No certamente» dichiarò frettoloso il signor Queen. «Buongiorno!» e uscì di corsa dal negozio. Dunque, il veleno era stato acquistato nella farmacia di Garback. Era qualcosa, un piccolo indizio, e Dakin l’aveva raccolto. Tranquillamente, sotto sotto, stava lavorando per provare la colpevolezza di Jim Haight.

Ellery s’incamminò sull’acciottolato scivoloso dirigendosi alla fermata dell’autobus. Soffiava un vento gelido e il giovane sollevò il bavero del cappotto per ripararsi il viso. Con la coda dell’occhio vide un’automobile fermarsi all’altro capo della piazza. Ne uscì l’alta figura di Jim Haight che si diresse rapidamente verso la Banca Nazionale. Alcuni ragazzini con le cartelle penzoloni sulla schiena cominciarono a seguirlo. Ellery si fermò come affascinato. I bambini urlarono qualcosa all’indirizzo di Jim, e il giovane si fermò, si voltò a dir loro qualcosa con un gesto di collera. I ragazzini arretrarono, e Jim riprese la propria strada. Ellery gridò un avvertimento, ma troppo tardi. Uno dei ragazzini aveva raccolto una pietra e l’aveva lanciata con violenza. Jim cadde bocconi.

Ellery attraversò la piazza di corsa, ma altri avevano notato la scena, e quando l’investigatore raggiunse Jim si era già radunata una piccola folla. I bambini erano spariti.

«Lasciatemi passare, per favore.»

Jim era intontito. Il cappello gli era caduto. I suoi capelli chiari erano sporchi e bagnati di sangue.

«Avvelenatore!» gridò una donna grassa. «È lui… è lui l’avvelenatore!»

«Uxoricida!» esclamò un’altra voce. «Ma perché non lo arrestano? Che legge c’è in questa città?… Dovrebbero impiccarlo…»

Un uomo piccolo e magro buttò via con un calcio il cappello di Jim. Una donna dalle guance cascanti balzò addosso al giovane urlando.

«Basta!» ruggì Ellery. Scostò con violenza l’uomo e, piantandosi tra la donna grassa e l’aggredito, disse in fretta: «Fuori di qui, Jim. Andiamocene».

«Chi mi ha colpito?» domandò Jim. Aveva gli occhi vitrei. «La mia testa…»

«Linciamo quello sporco assassino!»

«Chi è quell’altro?»

«Linciamo anche lui!» si urlò.

Ellery si trovò impegnato in una lotta assurda per salvare la propria vita da un gruppo di selvaggi assetati di sangue. Battendosi pensava: “Ecco quel che capita ai ficcanaso. È meglio che me ne vada da questa città, non mi giova molto restarci”. Usando i gomiti, i piedi e a tratti anche i pugni, riuscì a trascinare la folla verso la banca.

«Ricambi i colpi» gridò a Jim. «Si difenda!»

Ma il giovane rimaneva con le braccia penzoloni. Una manica del suo cappotto era sparita, e un rivoletto di sangue gli correva lungo una guancia. Si lasciava colpire, graffiare, prendere a calci. A un tratto, una figurina minuta, che aveva però tutta la forza di una divisione corazzata, assaltò la folla dal marciapiedi.

Ellery ci vedeva ormai a fatica e aveva il naso gonfio.

«Cannibali! Lasciateli stare!» urlò Pat.

«Ahi!»

«Vi sta bene, Hosy, Molloy e lei… signora Landesman! Non si vergogna? E lei, brutta vecchia strega ubriaca, sì, dico proprio a lei, Julie Asturio! Finitela, dico!»

«Brava Patty!» gridò un uomo in mezzo alla folla. «Smettetela, gente, venite via, non è il modo di comportarsi!»

Pat si slanciò nel fitto della mischia. In quel momento Buzz Congress, il fattorino della banca, caricò la folla con la forza delle sue spalle poderose. Buzz pesava circa cento chili, e il colpo fu considerevole. La gente si sbandò ed Ellery e Pat riuscirono finalmente a trascinare Jim in banca. Il vecchio John corse loro incontro, ed affrontò la folla coi capelli grigi al vento.

«Andatevene a casa, razza di bestie! Altrimenti vi salto addosso io!»

Qualcuno rise, qualcuno gemette, e poi un poco vergognoso l’assembramento si sciolse ritirandosi lentamente come una marea.

Mentre Ellery aiutava Pat a medicare Jim, vide, oltre le porte a vetri, la silenziosa figura di Frank Lloyd sul marciapiede. C’era una piega amara sulle labbra del giornalista e, quando si accorse che Ellery lo osservava, sorrise come per dire: “Non l’avevo avvertita che questa città era pericolosa?”. Poi s’allontanò lentamente attraverso la piazza.

Pat ed Ellery condussero Jim in automobile alla piccola casa sulla collina. Là trovarono il dottor Willoughby che li aspettava… John aveva telefonato dalla banca.

«Vedo dei brutti graffi, delle larghe contusioni e una ferita profonda al cuoio capelluto del capo, ma starà bene presto» commentò il medico.

«E il signor Smith, zio Milo?» domandò ansiosamente Pat. «Ha l’aria di essersi salvato a stento dalla macina di un mulino!»

«Sto perfettamente bene» protestò Ellery, ma il dottor Willoughby dovette medicare anche lui.

Non appena il dottore se ne fu andato, Ellery svestì Jim e aiutò Pat a metterlo a letto. Immediatamente il giovane si voltò da un lato, posando il viso bendato sulla mano e chiuse gli occhi. I due lo guardarono per un istante poi uscirono in punta di piedi.

«Non ha detto una sola parola» gemette Pat «non una parola durante tutta questa terribile scena… sembra quel personaggio della Bibbia…»

«Giobbe» fece Ellery cupo. «Il paziente arameo che soffriva in silenzio. Ebbene il nostro arameo farà bene a starsene lontano dalla città d’ora in poi!»

Il giorno dopo Jim cessò di andare in banca.

IV

L’America scopre Wrightsville

Durante quel penoso mese di gennaio, al signor Queen parve che le sue indagini seguissero un circolo chiuso; e, in seguito, gli parve di non riuscire a far nessun passo che il capo Dakin e il procuratore distrettuale non avessero già fatto. Tranquillamente, silenziosamente, lo precedevano sempre. Ellery non disse a Pat che queste segrete indagini della legge avrebbero condotto a un doloroso risultato. Non valeva la pena di far soffrire la ragazza più di quanto già non soffrisse.

E poi c’era la stampa. Gli articoli di Frank Lloyd erano riusciti a schizzare qualche goccia di veleno fino a Chicago, poiché nella prima metà di gennaio, poco dopo il funerale di Rosemary Haight, una ragazza snella, molto elegante, dai capelli striati d’argento e dagli occhi dolci e affaticati, si fece condurre all’infelice casa in cima alla collina. Il giorno seguente i lettori di duecentocinquantanove giornali degli Stati Uniti apprendevano che Roberta si era lanciata in un’altra battaglia per l’amore. L’articolo di fondo della Rubrica di Roberta, di Roberta Roberts, diceva:

“Oggi, in una piccola città d’America che si chiama Wrightsville, si svolge una tragedia romantica e fantastica in cui un uomo e una donna sono i tragici protagonisti.”

Questo attirò l’attenzione di centinaia d’altri giornalisti. Alla fine di gennaio arrivò a Wrightsville una dozzina dei reporters più quotati che s’affrettarono ad assicurarsi la cooperazione di Frank Lloyd. La storia di Jim Haight figurava sulle prime pagine dei più importanti giornali d’America.

La schiera dei giornalisti e corrispondenti continuò ad aumentare. Abitavano dappertutto, si vedevano dappertutto, curiosavano dappertutto.

Il signor Ellery Queen osservò amaramente che la città di Wrightsville somigliava sempre più alla fiera della Contea. Nei negozi cominciarono ad apparire dei generi di lusso, i prezzi salirono vertiginosamente; nei parcheggi attorno alla piazza era praticamente impossibile trovare un posto. Dakin dovette mettere in circolazione cinque nuovi agenti per dirigere il traffico e mantenere l’ordine. L’involontaria causa di tutto questo progresso, rimaneva barricata nella sua piccola casa bianca e si rifiutava di parlare a chiunque, esclusi i Wright, Ellery e in seguito a Roberta Roberts. Con la stampa Jim fu inflessibile.

«Fino a prova contraria pago ancora le tasse!» gridò a Dakin per telefono. «Ho il diritto di starmene in pace! Mettetemi un poliziotto di guardia alla porta!»

«Va bene, signor Haight» rispose cortesemente il capo della polizia. E da quel pomeriggio l’agente Dick Gobbin, che negli ultimi tempi era rimasto a guardia della casa in abito borghese, ligio agli ordini superiori si mise in uniforme e divenne visibile. Jim ritornò alla sua reclusione.

«Le cose vanno sempre peggio» riferì Pat ad Ellery. «Jim beve fino a istupidirsi. Anche Lola non ottiene nulla con lui. Ellery, crede che abbia paura?»

«No, non mi pare affatto spaventato. Il suo sentimento è molto più profondo, Patty. Non ha ancora visto Nora?»

«Si vergogna d’andarle vicino. Nora minaccia di saltare dal letto e di andarlo a trovare personalmente, ma il dottor Willoughby dice che, se fa una cosa simile, la manda all’ospedale. Ho dormito con lei ieri notte. Ha pianto quasi continuamente.»

«Crede sempre che suo marito sia innocente?»

«Naturalmente. E vorrebbe che si difendesse. Dice che, se solo potesse parlargli, lo convincerebbe a resistere a tutti gli attacchi. Ha visto che cosa scrivono quei maledetti reporters sul conto di Jim?»

«Sì» sospirò Ellery.

«È tutta colpa di Frank Lloyd! Che vergogna, tradire così i suoi migliori amici. Papà è fuori di sé, e dice che non parlerà mai più con Frank.»

«È meglio lasciar stare Lloyd» brontolò Ellery, accigliato. «È una specie di bestione primitivo, molto pericoloso quando s’inferocisce. Ne parlerò con suo padre.»

«Non si disturbi. Sa che papà non ha voglia di parlare con nessuno» fece Pat a voce bassa. «E poi… ma come può la gente esser così cattiva? Le amiche della mamma non la frequentano più, e mormorano alle sue spalle le cose più disgustose…»

«Patty, che cosa sa di quella Roberta Roberts?»

«È l’unica giornalista umana che ci sia in città.»

«È strano come sappia trarre delle conclusioni completamente diverse da quelle degli altri giornalisti dagli stessi fatti. Comunque, mi sembra un tipo un po’ appiccicaticcio. Credo che indagherò io stesso su questa specie di Cupido in gonnella.»

Ma le indagini confermarono quello che gli articoli della Roberts avevano lasciato capire. La giornalista si batteva con tutte le sue forze perché l’opinione pubblica si voltasse in favore di Jim. Dopo un solo colloquio con Nora, le due donne erano divenute alleate.

«Se soltanto Jim venisse qui a parlarmi!» si lagnò Nora. «Non può cercare di convincerlo, signorina Roberts?»

«Forse a lei darebbe ascolto» intervenne Pat. «Ha detto che lei era l’unica amica che gli rimaneva al mondo.»

Pat aveva solo tralasciato di dire in quali condizioni si trovava il giovane quando aveva fatto questa dichiarazione. «Jim è un tipo strano» dichiarò Roberta Roberts. «Ho parlato con lui due volte, e non sono ancora riuscita ad ottenere la sua fiducia. Proverò a parlargli ancora.»

Ma Jim si rifiutò d’uscire di casa.

«Ma perché, Jim?» domandò la giornalista pazientemente. Ellery era presente e così pure Lola Wright; una Lola molto più silenziosa, in quei giorni.

«Lasciatemi in pace.» Jim non si era raso ed era grigiastro in viso. Era chiaro che aveva bevuto moltissimo.

«Ma non può stare qui come un cane rognoso e permettere che la gente le sputi addosso. Vada a trovare Nora, Jim. In lei troverà la forza e inoltre… come fa a non aver voglia di vederla?»

Jim voltò verso il muro il viso contratto.

«Nora è in buone mani. La sua famiglia si prende cura di lei. Io le ho già fatto abbastanza male. Lasciatemi in pace!»

«Ma Nora crede in lei!»

«Non voglio vedere Nora fino a che tutto questo sarà finito» borbottò il giovane. «Non la vedrò fin tanto che non sarò di nuovo Jim Haight e non più una bestia pericolosa.»

Con un gesto incerto, il giovane afferrò un bicchiere e bevve il liquore d’un fiato. Poi cadde all’indietro intontito e tutti gli sforzi di Roberta non riuscirono a farlo tornare in sé.

Quando la giornalista se ne fu andata, Ellery domandò a Lola Wright:

«E lei, cara sfinge, cosa ne pensa?»

«Non ho punti di vista. Qualcuno deve pur prendersi cura di Jim. Io lo nutro, lo lavo, e gli faccio avere una bottiglia di “scaccia-pensieri”, ogni tanto.» Lola sorrise.

«Non è molto convenzionale» commentò il signor Queen con un sorriso.

«È appynto nel mio stile» ribatté Lola. «Io non sono convenzionale.»

«Non ha ancora espresso la sua opinione, Lola…»

«Sono state già espresse troppe opinioni, in questo caso» ribatté la ragazza. «Che cosa vuole che le dica, io prendo sempre le parti dei perseguitati. Questo povero ragazzo soffre e mi basta.»

«A quanto pare, questo basta anche a Roberta Roberts» borbottò Ellery.

«Chi? L’antesignana “dell’amore vince tutto”?» Lola si strinse nelle spalle. «Se vuole il mio parere, quella donna è tutto zucchero e melassa con Jim, solo per poter arrivare dove gli altri giornalisti non arrivano.»

V

La festa di San Valentino

Tenendo conto che Nora era costretta a letto per un avvelenamento da arsenico, che John andava perdendo lentamente tutti i suoi clienti più danarosi, che Hermione era ostracizzata dalle sue amiche, che Pat era trasformata più o meno in un’infermiera, e perfino Lola era costretta ad abbandonare il suo isolamento… era veramente meraviglioso vedere come i Wright fingevano coraggiosamente anche tra di loro che non fosse successo nulla. Tutti parlavano delle condizioni di Nora come di una “malattia” quasi che la ragazza soffrisse di laringite o di qualche misterioso ma rispettabile disturbo “femminile”. John continuava a parlare di affari con la sua consueta aria sbrigativa… se non partecipava a tutti i consigli di amministrazione era perché aveva troppo da fare, se non andava ai pranzi settimanali della Camera di Commercio era perché soffriva di stomaco.

In quanto a Jim… non se ne parlava proprio.

Ma Hermy, dopo un primo periodo di smarrimento, ricominciò la solita vita. Nessuno le avrebbe impedito di farsi vedere in città. Fece la sua comparsa al circolo femminile, con l’abito più elegante che aveva, come se non fosse successo nulla.

Agli inizi di febbraio le cose avevano ripreso una tale aria di normalità che Lola tornò nel suo appartamento e Pat si assunse il compito di cucinare per Jim e di badare alla casa di Nora, che, comunque, cominciava a rimettersi.

Giovedì tredici febbraio, il dottor Willoughby annunziò che Nora si poteva alzare. Tutta la famiglia esultò di gioia. Ludie preparò un’immensa torta meringata di limone, il dolce favorito di Nora. John ritornò a casa più presto dalla banca con un enorme fascio di rose rosse (dove fosse riuscito a trovarle, in febbraio a Wrightsville, era davvero inspiegabile); Patty si stiracchiò come se fosse stata rattrappita, si lavò i capelli e si smaltò le unghie mormorando:

«Mamma mia, come m’ero lasciata andare!»

Nora chiese subito di vedere Jim, ma Hermione le rifiutò il permesso di uscire di casa.

«È il primo giorno, cara! Ma sei pazza?»

Nora telefonò alla casa accanto. Ma dopo poco riappese il ricevitore desolata. Nessuno aveva risposto.

«Forse è uscito per fare una passeggiata» disse Pat.

«Sono sicura che è così, Nora» disse Hermy che non rivelò di avere visto proprio in quel momento il viso grigiastro del giovane premuto contro i vetri della camera da letto del villino. «Credo bene!» fece Nora un poco agitata; poi telefonò al cartolaio che le mandasse il più bel cartoncino di S. Valentino che avesse in negozio.

Il cartoncino arrivò, era una cosina graziosa di raso rosa trapunta, orlata di pizzo e adorna di grassi Cupidi rosa, e delle frasi dolci e sentimentali che usavano spedirsi gli innamorati il giorno di S. Valentino.

Nora scrisse la busta febbrilmente e mandò fuori Ellery a infilarla nella cassetta delle lettere della casa vicina.

Nella posta del venerdì mattina, non c’era nessun cartoncino di S. Valentino per Nora.

«Vado da lui» dichiarò Nora fermamente. «Sta comportandosi come uno sciocco. Mette il broncio perché crede che tutto il mondo sia contro di lui. Voglio andare…»

Ludie entrò trepida e spaurita mormorando:

«C’è qui il capo Dakin col signor Bradford, signora Hermy.»

«Dakin!» Hermy divenne pallidissima. «Per me, Ludie?»

«Il signor capo dice che vuol vedere la signora Nora.»

«Vuol vedere me?» domandò Nora con voce tremante.

«Me ne occupo io!» affermò John alzandosi di tavola e dirigendosi verso il salotto.

Il signor Queen fece i gradini a quattro a quattro e andò a svegliare Pat:

«Scenda Pat… ci siamo.»

Tre minuti dopo tornava a pianterreno con la ragazza. Mentre varcavano la soglia del salotto, Dakin stava dicendo:

«Naturalmente, signora Haight, dovremo ricostruire insieme tutta questa storia. Avevo detto al dottor Willoughby di farmi sapere quando lei avrebbe potuto alzarsi…»

«Molto gentile da parte sua» mormorò Nora. Si capiva che era spaventata a morte. Il suo corpo aveva una rigidezza legnosa, gli occhi passavano incessantemente da Dakin a Bradford. Pareva una marionetta mossa da invisibili mani.

«Salve, signor Dakin, non le sembra un po’ presto per una visita di società?» domandò Pat in tono sprezzante.

Carter Bradford la fissò furioso e infelice.

«Non vedo che cosa vi aspettiate da Nora» osservò freddamente John. «Patricia, siediti!»

«Patricia?» mormorò Pat. Suo padre non l’aveva chiamata Patricia da molti anni: da quando l’aveva sculacciata l’ultima volta.

Dakin salutò cortesemente Ellery con un cenno del capo.

«Lieto di vederla, signor Smith. Ora che siamo tutti pronti… Carter, volevi dire qualche cosa?»

«Sì!» esplose Carter. «Volevo dire che sono in una posizione impossibile. Volevo dire…»

Fece un gesto disperato e andò verso la finestra a guardare i campi coperti di neve.

«Ed ora, signora Haight, vuole raccontarmi che cosa è successo la sera di capodanno? Vuole dirmi che cosa ha visto? Ho già sentito il racconto di tutti…»

«E perché no? Che cosa me ne importa?» Nora aveva parlato con voce roca e dovette schiarirsi la gola. Poi cominciò a parlare rapidamente e con voce acuta. «Non ho proprio niente da dirle. Cioè tutto quel che ho visto…»

«Quando suo marito è venuto a offrirle il cocktail, le ha porto un bicchiere particolare o ha fatto in modo che lei ne scegliesse uno piuttosto che un altro?»

«Come posso ricordarmene?» chiese Nora indignata. «È un’insinuazione orribile!»

«Signora Haight.» La voce di Dakin divenne improvvisamente gelida. «Suo marito non ha per caso tentato di avvelenarla prima di Natale?»

«No!» La risposta era stata secca, tagliente.

«Nora cara, non agitarti» ansimò Pat.

«Ne è certa, signora Haight?» insisté Dakin.

«Naturalmente.»

«Non vuole dirci nulla delle continue liti che aveva con suo marito, signora Haight?»

«Liti!» Nora era livida ora. «Immagino che sia stata quell’orribile Du Pré a parlarne oppure…» il tono della voce di Nora fu tale che perfino Carter Bradford si voltò. La giovane aveva parlato con forza, con odio quasi e ora guardava Ellery duramente.

«Oppure… chi, signora Haight?» domandò Dakin.

«Nulla, nessuno. Non potete lasciar stare Jim?»

Nora ora piangeva istericamente. Entrò il dottor Willoughby, ansioso e preoccupato.

«Nora, piangi ancora? Dakin, l’avevo avvertita…»

«Ho dovuto fare il mio dovere, dottore» affermò il capo della polizia con dignità. «Signora Haight, non ha nulla da dirci che possa aiutare suo marito?…»

«Non è stato lui, lo giuro!»

«Allora, se non mi dice nulla, signora, credo proprio che dovrò farlo.»

«Che cosa, per l’amor del cielo?»

«Dovrò arrestare suo marito.»

«Arrestare… Jim?»

Nora cominciò a ridere istericamente. Dietro gli occhiali le sue pupille erano molto dilatate. Il dottor Willoughby cercò di calmarla, ma lei lo respinse.

«Non potete arrestare Jim! Non ha fatto niente, non avete nessuna accusa a suo carico!»

«Ne abbiamo diverse» affermò Dakin.

«Mi spiace, Nora» mormorò Carter Bradford. «Ma è vero.»

«Moltissimi capi d’accusa…» mormorò Nora. Poi gridò rivolta a Pat: «Troppa gente lo sapeva! Ecco cosa vuol dire avere degli estranei in casa!»

«Nora!» protestò Pat. «Ma cara…»

«Un momento, Nora» cominciò Ellery.

«Lei non osi rivolgermi la parola!» gridò Nora con voce stridula. «Lei lo ritiene colpevole per via di quelle tre lettere! Non lo arresterebbero se lei non avesse parlato!»

Qualcosa dello sguardo fisso di Ellery parve fermare la crisi di nervi di Nora, che s’interruppe con un gemito e s’appoggiò al dottor Willoughby. Nei suoi occhi si leggeva ora un’enorme paura. Attonita, fissò prima Dakin poi Bradford e si strinse ancor di più i pugni portandosene uno alla bocca.

«Quali lettere?» domandò Dakin.

«No! Non volevo dire…»

Carter le corse vicino e le afferrò una mano.

«Nora! Quali lettere?» domandò con voce dura.

«No! No!»

«Ma deve dirmelo. Se ci sono delle lettere…»

«Vuole dirmelo lei, signor Smith?» chiese il capo della polizia.

Ellery assunse un’espressione attonita, e scosse il capo.

Pat balzò in piedi e spinse indietro Bradford.

«Lascia stare Nora!» urlò la ragazza con voce appassionata. «Giuda!»

Bradford reagì con violenza alla violenza.

«Non potete contare sulla mia amicizia!» urlò Carter. «Perquisite questa casa e la casa accanto!»

«L’avrei fatto da molto tempo, Cart, se lei non avesse sempre cercato di impedirmelo» affermò il capo della polizia e scomparve.

«Carter» disse John a voce bassissima «lei non deve più venir qui. Capisce?»

Pareva che Bradford stesse per piangere. Nora svenne tra le braccia del dottor Willoughby con un gemito pietoso. Il dottore la portò al piano superiore. Scossi e addolorati, tutti i familiari la seguirono.

«Smith» disse Bradford senza voltarsi.

«Risparmi il fiato» consigliò cordialmente il signor Queen.

«Devo avvertirla che se ha contribuito a sopprimere delle prove…»

«Prove?» fece eco il signor Queen come se non avesse mai udito prima quella parola.

Cart girò su se stesso con la bocca contratta.

«Lei ha cercato di ostacolarmi fin dal principio» disse con voce roca. «Lei si è intrufolato in questa casa, mi ha rubato l’affetto di Pat…»

«Faccia attenzione a quello che dice» lo interruppe il signor Queen con la massima cortesia.

Cart tacque e strinse i pugni; Ellery andò alla finestra e guardò fuori. Dieci minuti dopo i due giovani erano ancora nella stessa posizione quando Patty entrò piangendo; il suo viso li sconvolse. La ragazza andò direttamente verso Ellery.

«È accaduta una cosa tremenda» disse, e singhiozzò più forte.

«Pat, per amor del cielo!»

«Nora, Nora è…»

Il dottor Willoughby chiamò dalla soglia:

«Bradford…»

Entrò il capo della polizia: il suo viso non prometteva nulla di buono. In mano aveva la cappelliera di Nora e il grosso libro di Edgcomb. Dakin si fermò di botto.

«Che cosa è successo?» domandò rapidamente. «Che cosa c’è?»

Il dottor Willoughby disse lentamente:

«Nora Haight è incinta, di quattro mesi.»

Nessuno parlò. Nella stanza si udirono soltanto i sospiri di Pat contro il petto di Ellery.

«Pat…» disse Bradford con voce tremante. «Questo è… è troppo» e uscì barcollando. Dopo un momento, si udì la porta di strada sbattere rumorosamente.

«Io non mi prendo la responsabilità della vita della vita della signora Haight» disse brusco il dottor Willoughby «se dovessero capitarle altri episodi come questo! Può chiamare tutti i medici della Contea e le confermeranno quanto ho detto. È incinta, ha i nervi a pezzi, è di costituzione delicata…»

«Senta dottore» fece Dakin «non è colpa mia se…»

«Oh, vada al diavolo!» sbottò il medico e partì di corsa su per le scale.

Dankin rimase immobile al centro della stanza, con la cappelliera di Nora in una mano e il libro di tossicologia di Jim nell’altra. Poi sospirò e disse: «Non è colpa mia! E adesso si aggiungono queste tre lettere e questo libro…»

«Dakin…» fece Ellery Queen.

«Queste tre lettere» proseguì Dakin «praticamente chiudono il caso. Quello che non capisco è come mai si trovavano nella cappelliera della signora Haight. Non capisco…»

«Possibile che non capisca?» piagnucolò Pat. «Le pare che Nora avrebbe tenuto quelle tre lettere se avesse pensato che Jim voleva avvelenarla? Perché siete tutti così stupidi?»

«Allora voi due sapevate delle lettere!» esclamò Dakin. «Capisco. Signor Smith anche lei è dentro fino al collo. Non la biasimo, certo, so il significato della parola amicizia. Io non ho niente contro Jim, o contro i Wright… ma devo accertare dei fatti. Se Jim è innocente, non sarà condannato…»

«Se ne vada, per favore» disse Ellery Queen.

Dakin scrollò le spalle e lasciò la casa. Era in preda all’ira e all’amarezza.

Alle undici di mattina del quattordici febbraio, festa di S. Valentino, quando tutta Wrightsville rideva divertita delle cartoline comico-sentimentali che si spediscono in quell’occasione, e mangiava canditi a forma di cuore, il capo della polizia Dakin si fermò alla casetta sulla collina in compagnia dell’agente Gobbin e fece un cenno all’agente. Gobbin bussò alla porta. Nessuno venne ad aprire. Dopo pochi istanti di attesa i due entrarono in casa. Trovarono Jim Haight che russava sul divano della stanza da pranzo, in una confusione di sigarette, di bicchieri sporchi e di bottiglie vuote. Dakin scosse Jim gentilmente e alla fine il giovane ebbe un sussulto. I suoi occhi erano rossi e vitrei.

«Che cosa…»

«Jim Haight» disse Dakin porgendogli un foglio di carta azzurra. «La dichiaro in arresto per il tentato omicidio di Nora Wright e per l’omicidio di Rosemary Haight.»

Parte quarta

I

La guerra dei mondi

Egr. Signor

Boris Connell

Direttore del News

Chicago

Caro Boris,

ti ringrazio per il telegramma di fuoco ma forse la tua ben nota intuizione è stata appannata dai quintali di assurdità che i miei colleghi «giornalisti» inviano da Wrightsville.

Io credo che Jim Haight sia innocente, e ho intenzione di continuare a sostenerlo finché avrò una rubrica.

Forse sarò ingenua, ma sono convinta che un uomo è innocente finché non è stato dimostrato che è colpevole. Jim Haight è stato condannato a morte da tutte le signore della buona società e da tutti i segugi mandati qui dai direttori di giornali perché preparassero un piattino prelibato per il gusto morboso degli americani. Qualcuno deve pur avere dei principi. Per cui mi sono scelta, da sola, con la plurarità dei voti.

L’atmosfera a Wrightsville è lugubre. Si parla solo di questo caso. Sarà molto divertente vedere come faranno a formare una giuria ‘obiettiva’.

Per apprezzare meglio ciò che sta succedendo, devi renderti conto che soltanto due mesi fa John e Hermione Wright erano i numi tutelari di questa comunità. Oggi, assieme alle loro belle figlie, sono «intoccabili» e tutti sono pronti a lanciare la prima pietra. Un gruppo di exammiratori ed ex-amici della famiglia Wright aspettano soltanto il momento di stoccare l’ultima pugnalata. Mi danno il vomito, e tu sai che non è la prima volta che mi trovo davanti alla malvagità e alla cattiveria umana.

È una guerra tra due mondi. Il piccolo mondo per bene è surclassato per numero e armamenti: l’unica arma che gli è rimasta è il coraggio e il morale. Ai Wright sono rimasti soltanto pochi amici: il giudice Eli Martin, il dottor Milo Willoughby, uno scrittore loro ospite di nome Ellery Smith (tu l’hai mai sentito? Io no!) Stanno combattendo insieme la loro guerra di propaganda. I Wright sono… divini nella loro solidarietà! Persino Lola Wright, che è stata in rotta con la famiglia per anni, è tornata a casa; combattono uniti non solo per il marito di Nora ma anche per il bambino che nascerà. Nonostante le sbrodolate che ogni giorno scrivo per il mio pubblico, credo fermamente in alcune convenienze sociali e sono convinta che la volgarità potrà far sentire la sua potente voce!

Lascia che ti dica una cosa. Oggi sono stata a trovare Jim in cella e gli ho detto: «Jim, lo sa che sua moglie aspetta un bambino?»

Era seduto sulla brandina e ha reagito come se lo avessi pestato a sangue. Ancora non sono riuscita a vedere Nora, sto aspettando il permesso del dottore. Cioè non la vedo da quando Jim è stato arrestato. Nora ha avuto un collasso e non può vedere nessuno, a parte i familiari. Come ti sentiresti tu nei suoi panni? E se lei difende Jim — l’uomo che si ritiene abbia cercato di ucciderla — allora veramente c’è qualcosa per cui combattere!

So che sto sprecando tempo e carta, Boris, dal momento che il tuo sangue è composto di nove parti di wisky e di una parte di soda, per cui questa è l’ultima volta che tento di darti una «spiegazione». Da questo momento in poi, se vuoi essere informato di quello che succede a Wrightsville leggi i miei articoli.

E se ti arrabbi e rompi il mio contratto prima che tutto sia finito, farò causa al giornale e continuerò a far causa finché avrò forza e vita.

Ciao,

Roberta Roberts

Roberta Roberts non era al corrente dei fatti.

Due giorni dopo l’arresto di Jim, Hermione Wright convocò un consiglio di guerra. Era domenica e la famiglia era appena tornata dalla chiesa. Hermy aveva insistito perché tutta la famiglia andasse alla messa.

«Il problema è» disse Hermione «cosa fare?»

«E cosa possiamo fare, mamma?» Patricia aveva un tono molto sconsolato.

«Milo» prosegui Hermy rivolgendosi al dottore «voglio la verità. Come sta Nora?»

«È malata, Hermy, molto malata.»

«Non mi basta, Milo! Malata fino a che punto?»

«Difficile da stabilire. È molto nervosa, eccitata, tesa. Naturalmente lo stato di gravidanza non l’aiuta. L’arresto di Jim, il pensiero del processo… bisogna tenerla calma. E le medicine da sole non bastano. Ma se il suo sistema nervoso può essere portato a un normale…»

«Allora non c’è problema su quello che dobbiamo fare» lo interruppe Hermione.

«Quando vedo Nora così sciupata…» disse John disperato «È ritornata quella di prima. Come facciamo…»

«C’è solo un sistema, John. Sostenere Jim e lottare per lui.»

«Dopo che ha rovinato la vita di nostra figlia? La nostra sfortuna è cominciata il giorno in cui lui ha messo piede a Wrightsville!»

«John!» La voce di Hermy aveva toni d’acciaio. «Nora vuole così e, per il suo bene, lo avrà. Quindi così deve essere!»

«Va bene.»

«Un’altra cosa, John. Nora non deve sapere!»

«Non deve sapere cosa?» domandò Pat.

«Che noi non ne siamo convinti. Oh, Dio mio! Se Nora non fosse sua moglie…!»

«Hermione, allora lei pensa che Jim sia colpevole?» chiese il dottore.

«Pensare! Se solo avessi saputo prima di quelle tre orribili lettere, quel libro di medicina… Certo che penso che sia colpevole!»

«Brutto bastardo! Bisognerebbe sparargli, come a un cane rognoso!» borbottò John.

Lola fumava in silenzio. «Forse sono pazza» disse «Ma a me dispiace per quel poveretto e di solito non sento molta simpatia per gli assassini.»

«Eli, la sua opinione?» domandò Hermy.

Il viso sonnolento del giudice aveva un’espressione grave.

«Non so che prove porterà il giovane Bradford. È un caso circonstanziale. Ma d’altro canto non c’è un solo fatto che io conosca che possa gettare un ombra di dubbio sulle circostanze. Prevedo che si preparano brutti momenti per Jim.»

«Ci sono volute generazioni per costruire il nome dei Wright» borbottò ancora John «e basta un giorno per distruggerlo!»

«È già stato fatto abbastanza danno» sospirò Pat. «Se la tua stessa famiglia si mette contro di te…»

«Cosa stai dicendo?» domandò Lola.

«Zia Tabitha, Lola. Pensavo che lo sapeste. Ha chiuso casa e se ne è andata a Los Angeles a far visita alla cugina Sophia.»

«Tabitha mi fa senso!» esclamò Hermione.

«Non possiamo prendercela tanto con lei» fece John: «Sappiamo tutti quanto odia gli scandali…»

«Io so che non sarei fuggita, John! Nessuno in questa città avrà la soddisfazione di vedermi a testa bassa!»

«È quello che ho detto a Clarice» intervenne il giudice. «Clarice avrebbe voluto venire, Hermione, ma…»

«Capisco» rispose Hermione lentamente. «Che Dio la benedica, giudice, perché sta ancora con noi. E anche lei Milo e lei signor Smith, più di qualsiasi altro. Il giudice Martin e il dottore sono vecchi amici. Ma lei è praticamente un estraneo e Patricia mi ha detto della sua lealtà…»

«Anch’io volevo ringraziarla, signor Smith» disse John impacciato. «Ma credo che lei sappia come è difficile…»

Ellery si sentiva a disagio. «Per favore, faccio quello che posso.»

«Be’, ora che tutto è venuto alla luce» continuò Hermione «noi capiremo se lei anche volesse partire…»

«Temo di non potere anche se lo volessi» sorrise Ellery. «Il giudice potrà confermarvi che praticamente sono un complice…»

«Ha tenuto nascosto delle prove» intervenne il giudice. «Dakin le metterebbe i segugi alle calcagna se cercasse di svignarsela…»

«Vede, dunque che sono bloccato? Non parliamone più.»

Pat strinse la mano a Ellery.

«Quindi, se ci siamo ben capiti» disse Hermione «ci rivolgeremo al migliore avvocato dello stato perché si assuma la difesa di Jim. Dobbiamo dimostrare a Wrightsville che siamo uniti!»

«E se Jim viene dichiarato colpevole, mamma?» domandò Patricia.

«Avremo fatto del nostro meglio! A lungo andare, tale verdetto, per quanto possa sembrare orrendo, sarebbe la soluzione migliore ai nostri problemi…»

«Ma che cosa dici?» sbottò Lola. «Mamma, questo non è giusto e non è leale. Parli così perché sei convinta che Jim sia colpevole. Sei cattiva come il resto della città. La migliore soluzione!»

«Lola, ti rendi conto che se non fosse stato per l’intervento della provvidenza tua sorella sarebbe già sottoterra!»

«Per favore, non litigate!» disse Patricia.

Lola accese un’altra sigaretta.

«E se Jim dovesse venire assolto» continuò Hermione «insisterò perché Nora divorzi da lui.»

«Mamma!» Era il turno di Pat ad essere sconvolta. «Anche se una giuria dovesse dichiararlo innocente, tu continueresti a pensare che è colpevole?»

«Via, Heimy, non è giusto!» disse il giudice Martin.

«Intendo, dire che non è l’uomo adatto a Nora» insistette Hermione. «Non le ha dato altro che dispiaceri. Nora divorzierà da quell’uomo!»

Lola baciò sua madre sulle guance. Ellery sentì che Pat sospirava.

«Tu, proprio tu che insisti per il divorzio!» rise Lola. «Nel mio caso ti sei comportata in maniera molto diversa!»

«Non era la stessa cosa» disse Hermy imbarazzata. E improvvisamente Ellery Queen vide una luce, una luce molto chiara. C’era un vecchio antagonismo tra Hermione Wright e sua figlia Lola, che affondava nelle radici delle loro personalità. Pat era troppo giovane per poter essere un motivo di irritazione. Ma Nora, Nora era sempre stata la preferita, Lola si era sempre trovata, emotivamente, tra Hermione e Lola, vittima innocente di un tiro alla fune psicologico.

Hermy stava dicendo al giudice Martin: «Ci vorrà un avvocato di prim’ordine per Jim. Chi ci consiglia?»

«Posso farlo io?» domandò il giudice Martin.

John Wright era sconcertato. «Eli? Tu?»

«Ma io pensavo» protestò Pat «che lei sedesse alla sedia…»

«Prima di tutto» spiegò il giudice «questo non è possibile. Sono coinvolto. Ero presente sulla scena del delitto. È risaputo che ho legami di amicizia con la famiglia Wright. Dal punto di vista etico e legale, non posso fare il giudice in questo caso.» Scosse il capo. «Jim sarà processato davanti al giudice Newbold. Newbold è un estraneo.»

«Ma non hai discusso un caso da più di quindici anni» disse sospettoso John.

«È chiaro che se voi temete che io non sia in grado…» Sorrise alle loro proteste. «Mi ero dimenticato di dirvi che mi sono ritirato dal seggio…»

«Vecchia volpe!» sbottò il medico. «John, Eli si è ritirato dal seggio per potersi assumere la difesa di questo caso!»

«Eli, non possiamo permetterlo!» disse John.

«Assurdo!» fece il giudice. «Non lasciamoci andare ai sentimentalismi. Avrei dovuto comunque ritirarmi. Per cui se mi volete dalla vostra parte, non ne parliamo più.»

Hermy scoppiò in lacrime e corse fuori dalla stanza.

II

Allo sbaraglio

Il mattino seguente Pat bussò alla porta di Ellery.

«Nora vuol vederla.» Si guardò attorno con curiosità. Ludie aveva già riordinato la stanza ma vi regnava comunque un certo disordine come se Ellery stesse lavorando.

«Sono subito da lei» Ellery sembrava stanco. Mise dei fogli di carta in un cassetto e lo chiuse a chiave. Si infilò la chiave in tasca e prese la giacca.

«Stava lavorando?» domandò Pat.

«Be’… si. Andiamo, signorina Wright.» Uscirono.

«Il suo romanzo?»

«In un certo senso.» Scesero al secondo piano.

«Che significa in un certo senso?»

«Si e no. Sono stato… in ricognizione.» Ellery la guardò. «È molto attraente, questa mattina.»

«C’è una ragione speciale» mormorò Pat. «Anzi, devo essere irresistibile.»

«E dove deve andare?»

«Ma una ragazza non può avere dei segreti, signor Queen?» Si erano fermati sulla soglia della camera di Nora. «Ellery, ha scoperto qualcosa di nuovo?»

«No!»

«Accidenti!»

«È strano» borbottò Ellery. «Da settimane qualcosa mi ronza per la testa e non riesco ad afferrarla. Forse è un particolare molto banale, che mi è sfuggito. Sa… ho basato il mio romanzo su di voi… i fatti, gli eventi, i rapporti reciproci. Nei miei appunti c’è tutto quello che è accaduto.» Scosse il capo. «Ma c’è qualcosa che non riesco ad afferrare.»

«Forse non esiste.»

«Probabile. Ha saputo qualcosa…»

«Lo sa che in questo caso glielo direi.»

«Chissà.» Si strinse nelle spalle. «Be’, andiamo da Nora.»

Nora era seduta sul letto e leggeva un giornale di Wrightsville. Era diventata più magra ed aveva un’aria malata. Ellery rimase impressionato dal pallore trasparente delle sue mani.

«Ho sempre sostenuto» sogghignò il signor Queen «che per mettere alla prova la bellezza di una donna bisogna vederla un mattino d’inverno.»

«Ebbene, ho passato l’esame?» domandò la giovane sposa con un sorriso.

«Summa cum laude» rispose Ellery sedendosi accanto a lei.

«Gran parte del merito va al rossetto e alla cipria. Lei è un simpatico bugiardo! Patty, cara, siediti qui.»

«Veramente dovrei andarmene, Nora. Voi due potete parlare…»

«Ma Pat, vorrei che tu sentissi quel che ho da dire.»

Pat lanciò un’occhiata ad Ellery che ammiccò, poi si sedette piuttosto nervosa su una poltrona coperta di cinz, al fianco del letto. Ellery osservava attentamente Nora mentre parlava.

«Prima di tutto» disse l’ammalata «devo scusarmi con lei.»

«Con me? Ma perché Nora?»

«Perché l’ho accusata ingiustamente di aver parlato alla polizia delle tre lettere e del libro di tossicologia. Quando Dakin ha detto che voleva arrestare Jim, ho perso la testa.»

«Me n’ero già dimenticato. Perché non fa lo stesso?»

Nora gli prese la mano.

«È stato un sospetto orribile. Ma per un momento ho pensato che fosse tutta colpa sua. Vede, credevo che sapessero…»

«Non eri responsabile di quel che dicevi» intervenne Pat. «Ellery capisce benissimo.»

«Ma c’è qualcos’altro» esclamò Nora. «Se posso scusarmi per un cattivo pensiero, non posso cancellare il male che ho fatto a Jim.» Il suo labbro inferiore tremò. «È colpa mia se ora hanno trovato quelle lettere.»

«Nora, cara, sai bene che non devi fare così» pregò Pat in tono carezzevole. «Se continui a piangere, lo dico allo zio Milo, e non ti permetterà più di ricevere visite!»

«Dovevo bruciarle, non so perché non l’ho fatto. È stata una tale stupidaggine tenerle lì in casa! Ma io avevo intenzione di trovare la persona che le aveva scritte… ero sicura che Jim non aveva…»

«Nora» fece Ellery gentilmente. «Cerchi di dimenticare.»

«Ma io praticamente ho messo Jim nelle mani della polizia!»

«Non è vero, non dimentichi che Dakin era venuto deciso ad arrestare Jim. L’interrogatorio che le ha fatto è stato soltanto una formalità.»

«Allora lei pensa che quelle lettere non abbiano un vero e proprio peso?» domandò Nora ansiosamente.

«Ecco…» Ellery si alzò e andò a guardar fuori dalla finestra.

«Voglio la verità!»

«Signora Haight» disse Pat fermamente «hai avuto abbastanza compagnia per questa mattina. Ellery, è meglio che se ne vada.»

Ellery si voltò.

«Questa sua sorellina, Pat, soffre per i suoi dubbi, ma sa affrontare la realtà. Nora, le dirò esattamente quale è la situazione.» Nora si afferrò ai lembi dello scialletto con entrambe le mani. «Se Dakin era già deciso ad arrestare Jim prima di trovare le lettere, è ovvio che ora lui e Bradford ritengano di avere in mano delle prove molto più solide. Questa è la verità, e lei deve affrontarla, ma deve anche smettere di sentirsi colpevole. Deve avere buon senso per poter dare un po’ di coraggio a Jim.» Il giovane si chinò e prese la mano di Nora. «Jim ha bisogno della sua forza Nora. Lei ha tutto il coraggio che a lui manca. Suo marito non osa affrontarla, ma se lei gli starà sempre al fianco, senza recedere, piena di fede…»

«Sì» affermò Nora, con gli occhi splendenti. «Ho fede, gli dica che ne avrò sempre.»

Pat si alzò e andò a baciare Ellery su una guancia.

«Fa la mia stessa strada?» domandò Ellery mentre lasciavano la casa.

«Da che parte va?»

«Verso il palazzo di Giustizia. Voglio vedere Jim.»

«Oh, le do un passaggio. Anch’io vado al palazzo di Giustizia.»

«A trovare Jim?»

«Niente domande!» ribatté Pat un po’ nervosa.

Scesero la collina in silenzio. La strada era coperta di ghiaccio. Wrightsville era molto bella d’inverno, ma i suoi cittadini avevano un’aria cattiva, pareva che nessuno sorridesse. A un semaforo una commessa riconobbe Pat e l’indicò con la mano dalle unghie laccate color fuoco a un giovanotto pieno di foruncoli. Entrambi si misero a parlare con aria eccitata mentre Pat premeva il piede sull’acceleratore. Come giunsero al palazzo di Giustizia, Ellery condusse Pat all’ingresso laterale.

«I giornalisti infestano l’atrio» spiegò il signor Queen. «È meglio non rispondere a nessuna domanda.»

«Lei è già stato qui?»

«Sì.»

«Credo che anch’io farò una visita a Jim.»

La prigione della contea occupava gli ultimi due piani del palazzo di Giustizia. Come entrarono nella sala d’aspetto che odorava di lisoformio, Pat deglutì a fatica, ma trovò egualmente un sorriso per Wally Planetsky, l’ufficiale di servizio.

«Buon giorno, Wally, come sta la sua patacca?»

«Oh, guarda, la signorina Pat! Bene bene.»

«Quando facevo le elementari, Wally mi permetteva di soffiare sul suo pataccone per lucidarglielo» spiegò Pat. «Wally, non assuma quell’aria imbarazzata! Sa bene perché sono qui. Mi conduca nella cella di mio cognato.»

«Veramente, il regolamento dice che non si può ammettere più di una persona alla volta.»

«Oh, ma che importa il regolamento, Wally?»

«Questo signore è un giornalista? Il signor Haight non vuol veder nessun giornalista, eccetto la signorina Roberts.»

«No, è un amico mio e di Jim.»

Wally li precedette aprendo e chiudendo continuamente cancelli. L’odore del lisoformio si faceva sempre più forte, Pat era pallidissima e si appoggiava al braccio di Ellery. Però teneva la testa alta.

«Eccoci qua» mormorò l’investigatore.

Jim balzò in piedi, non appena lo vide: il suo viso pallido si coprì d’un cupo rossore. Ma un momento dopo tornò a sedersi e disse con voce roca:

«Oh, buongiorno, non sapevo che sareste venuti!»

«Salve, Jim» esclamò Pat allegramente. «Come stai?»

Jim si guardò intorno nella sua cella.

«Benissimo» rispose con un vago sorriso.

«Nora sta bene» fece Pat con uno sforzo, come se Jim le avesse rivolta una domanda.

«Sono contento» disse Jim. «Proprio bene?»

«Sì» ripeté Pat con voce un po’ troppo stridula.

«Sono contento» ripeté Jim, monotono.

Ellery intervenne, scherzosamente.

«Pat, non aveva detto di dover fare qualche commissione altrove? Vorrei parlare con Jim in privato.»

Pat voltò il viso pallido verso Ellery, e mormorò qualche cosa, poi sorrise debolmente al cognato e scappò fuori. L’ufficiale di servizio chiuse di nuovo la porta. Ellery posò gli occhi su Jim, che stava studiando il nudo pavimento della sua cella.

«Il difensore vuole che parli» borbottò Jim all’improvviso.

«E perché no, Jim?»

«Che cosa potrei dire?»

Ellery gli offrì una sigaretta. Jim la prese, ma quando l’investigatore gli porse un fiammifero acceso, il prigioniero scosse il capo e lentamente fece in pezzi la sigaretta.

«Potrebbe dire» mormorò Ellery tra una boccata di fumo e l’altra «potrebbe dire ad esempio di non aver scritto quelle lettere, di non aver sottolineato quel paragrafo sull’arsenico.»

Per un momento le dita di Jim smisero di tormentare la sigaretta. Le sue labbra senza colore si strinsero in una smorfia che era quasi un sorriso d’ironia.

Jim alzò gli occhi, poi distolse lo sguardo.

«Aveva davvero intenzione di avvelenare Nora?» Sembrò che il prigioniero non avesse nemmeno udito la domanda. «Lei sa, Jim, che quando un uomo è colpevole di un delitto, è meglio che dica la verità ai suoi amici e al suo avvocato; e quando non è colpevole, è un vero delitto se non parla.» Jim continuava a tacere. «Come può aspettarsi che la sua famiglia, i suoi amici la aiutino, se non si aiuta da solo?»

Jim mosse le labbra. «Che cosa ha detto, Jim?»

«Nulla.»

«E in questo caso» fece Ellery vivamente. «Il delitto del suo silenzio non colpisce tanto lei quanto sua moglie e il bambino che deve nascere. Come può essere tanto stupido o tanto testardo da voler trascinare anche loro alla rovina?»

«Non ho detto questo!» gridò Jim con voce roca. «Se ne vada! Non le avevo chiesto di venire! Non avevo chiesto al giudice Martin di difendermi! Non avevo chiesto nulla! Volevo soltanto restarmene solo!»

«È questo che devo dire a Nora da parte sua?» domandò Ellery.

C’era una tale infelicità negli occhi di Jim mentre si sedeva ansante sull’orlo del pagliericcio, che Ellery andò alla porta e chiamò l’ufficiale di servizio.

C’erano tutti i segni della colpevolezza. La codardia, la vergogna, la pietà verso se stesso… ma c’era anche qualche altra cosa, quella testardaggine, quell’ostinazione assoluta di non parlare, come se il dire una parola costituisse un grave pericolo…

Mentre Ellery seguiva la guardia lungo il corridoio di cemento, ebbe l’impressione che per un momento nel suo cervello s’accendesse una luce abbagliante. Si fermò di botto e il vecchio Wally si voltò sorpreso. Ma poi il signor Queen scosse la testa e riprese il cammino. Già c’era quasi arrivato… per pura divinazione. Forse la volta prossima…

Davanti alla porta di vetro smerigliato al secondo piano del palazzo di Giustizia, Pat si fermò e trasse un profondo respiro.

«Il Procuratore Distrettuale è in ufficio?» mormorò all’impiegata.

«Vado a vedere, signorina Wright» rispose la ragazza, e si allontanò in fretta.

Carter Bradford andò personalmente incontro a Pat. Aveva un’aria attonita e stanca. Si tirò da una parte per lasciarla passare, e Pat udì il suo respiro irregolare. “Oh, Dio” pensò. “Forse, forse non è troppo tardi.”

«Stavi lavorando?»

«Sì, Pat.»

La ragazza si sedette.

«Be’» fece, guardandosi attorno. «L’ufficio nuovo… non sembra affatto cambiato, Cart.»

«È forse l’unica cosa a non essere cambiata.» Cart si passò una mano tra i capelli. «Pat, sei semplicemente deliziosa.»

«Sei gentile» sospirò Pat. «Specialmente quando comincio a dimostrare tutta la mia età.»

«Dimostrare la tua età! Perdinci, ma sei…» Cart inghiottì a fatica; poi sbottò, quasi con violenza: «Mi sei mancata terribilmente».

Pat stava seduta molto rigidamente.

«Anche tu mi sei mancato, in fondo.»

Santo cielo! Non aveva previsto che le cose dovessero andare così. Ma era difficile affrontare Cart a quel modo, sola, con lui, per la prima volta dopo tanto tempo… era difficile trattenersi dal pensare… dal sentire…

«Ho sognato di te» fece Cart con una risata imbarazzata. «Sono molto sciocco?»

«Su, Cart, sai benissimo che lo dici per essere cortese. Non ci si sogna della gente. Non nel modo che intendi, almeno. Ci si sognano animali strani col naso lungo lungo.»

«Sognare o non sognare, è sempre la stessa cosa. Ma io vedo continuamente il tuo viso, non so perché. Non è un viso meraviglioso. Ha il naso buffo e la bocca più grande di quella di Carmen, e guardi la gente tutta di fianco, come un pappagallo…»

Un attimo dopo, Pat era nelle braccia di Cart, e tutto somigliava a un dramma di spionaggio, eccetto che lei non aveva immaginato il copione proprio così. Il bacio doveva venire dopo… come ricompensa per Cart che aveva saputo sacrificarsi con tanto stile, con tanta cortesia. E anche il battito disordinato del suo cuore non era nel copione. Le labbra del giovane erano sulle sue, e premevano forte, sempre più forte.

«Cart, no; non ora» mormorò Pat cercando di respingerlo. «Amore, ti prego.»

«Mi hai chiamato amore! Oh, Pat, come hai potuto prenderti gioco di me durante tutti questi mesi, facendoti vedere in giro con quello stupido di Smith…»

«Cart» gemette Pat «ho bisogno di parlarti, prima.»

«Sono stanco di parlare, Pat!» E la baciò sulla bocca e sulla punta del naso.

«Voglio parlarti di Jim, Cart!» gridò Pat disperatamente.

Cart si scostò da Pat e andò a sedersi dietro la scrivania.

«Che cosa vuoi dirmi di Jim?» domandò con voce stanca.

«Cart, guardami!» implorò Pat.

«Non posso.»

«Come, non puoi?»

«Non posso ritirarmi da questo caso. Sei venuta a chiedermi questo, vero?»

Pat tornò a sedersi e frugò nella borsetta per cercare il rossetto. Le sue labbra erano tutte pasticciate. L’aveva baciata. Le mani le tremavano tanto, che fu costretta a richiudere la borsetta.

«Sì» disse lentamente. «Ti volevo chiedere anche di più. Volevo che ti dimettessi dalla carica di Procuratore Distrettuale e ti presentassi in veste di difensore di Jim. Come il giudice Eli Martin.»

Cart rimase in silenzio, fissando Pat con uno sguardo intenso e amaro. Ma, quando parlò, la sua voce era gentile.

«Non puoi chiedermi seriamente una cosa simile. Il giudice è vecchio, è il più intimo amico di tuo padre e, in ogni caso, non avrebbe potuto giudicare in questo processo. Ma io ho ottenuto questa carica poco tempo fa. Ho prestato un giuramento, e questo significa qualcosa per me. Mi fa male parlare come un politicante in cerca di voti…»

«Però fai esattamente quell’impressione!» sbottò Pat.

«Se Jim è innocente, sarà assolto. Se è colpevole… vorresti che fosse messo in libertà?»

«Jim non è colpevole!»

«Questo deve deciderlo la giuria.»

«Ma tu hai già deciso! Dentro di te l’hai già condannato a morte!»

«Dakin ed io abbiamo dovuto raccogliere prove e fatti, Pat. Siamo stati costretti. Mi capisci? I nostri sentimenti personali non c’entrano affatto. Posso dirti che tutti e due siamo molto sconvolti da questa tragedia…»

Pat era sull’orlo delle lacrime.

«Non ha nessun significato per te il fatto che Nora stia per avere un bambino? So che non si può fermare il processo, ma io volevo che tu fossi dalla nostra parte… Volevo il tuo aiuto: non volevo che ci facessi del male! Hai detto che mi ami!» gridò Pat, e scoppiò in singhiozzi. «Tutta la città è contro di noi. Hanno cercato di linciare Jim. Ci soffocano nel fango con le loro chiacchiere a Wrightsville, Cart. Un Wright ha fondato questa città. Fino a ieri noi eravamo i lari e i penati di tutti i cittadini. Siamo nati qui non solo noi ragazzi, ma anche la mamma, il papà, i loro genitori… e io… non sono più la ragazzina che “filava” con te nelle sere d’estate. Tutto il mio mondo è crollato, ed io sono invecchiata assistendo alla sua rovina. Oh, Cart, non ho più orgoglio, non ho più coraggio… di’ che mi aiuterai; ho tanta paura!» Pat nascose il viso tra le mani.

«Pat» sospirò Cart, profondamente infelice. «Non posso. Lo sai che non posso.»

Pat si sentiva morire, eppure le parve che una seconda personalità la costringesse a saltare in piedi e gridare contro Cart:

«Non sei altro che un piccolo politicante egoista! Tu vorresti vedere morire me, Jim, papà, mamma, Nora, tutti, pur di fare carriera! Già, questo è un caso importante! Dozzine di giornalisti di tutti gli Stati d’America vi assisteranno! Ci sarà il tuo nome, forse la tua fotografia, sui giornali! Pensa alle didascalìe: “Il giovane e coraggioso Procuratore Distrettuale dice che…”. Sei odioso, sei un cacciatore di pubblicità!»

«Ho pensato anch’io a tutto questo, Pat» rispose Cart con una strana mancanza di risentimento. «Non posso aspettarmi che tu mi capisca…»

Pat ebbe una risata amara.

«Se non assumerò io questa carica…» continuò il giovane «se io darò le dimissioni e qualcun altro prenderà il mio posto, quel qualcuno sarà molto meno leale verso Jim. Se io sarò all’accusa, Pat, puoi essere sicura che Jim sarà giudicato secondo giustizia…»

La ragazza corse fuori dall’ufficio. In fondo al corridoio, di fronte all’ufficio del Pubblico Ministero, seduto sopra una panchina, il signor Queen era in paziente attesa.

«Oh, Ellery!»

L’investigatore disse gentilmente:

«Povera bambina. Andiamo a casa.»

III

Il processo comincia

“Ave Caesar!” scrisse Roberta Roberts come titolo del suo articolo, in data 15 marzo.

«Anche il destino sembra contro di lui. Il processo a Jim Haight comincia alle Idi di Marzo, davanti al Giudice Lysander Newbold, nel Palazzo di Giustizia di Wrightsville. E si ha l’impressione che per il giovane che andrà alla sbarra per l’assassinio di Rosemary Haight e per il tentato omicidio di Nora Wright si preparino delle ‘vacanze romane’.»

Infatti, così era.

Fin dall’inizio l’atmosfera era stata raggelante. Il Capo della Polizia Dakin aveva dichiarato alla stampa di sentirsi molto sollevato dal fatto che il prigioniero, per raggiungere la Corte di Assise, non doveva essere portato per le strade di Wrightsville, dato che Carceri e Tribunale erano nello stesso edificio.

La gente era di umore cupo tanto che si sarebbe potuto credere che il loro odio per il presunto colpevole fosse ispirato dalla più fiera lealtà nei confronti della famiglia Wright.

Ma lo strano era che il medesimo stato d’animo lo dimostravano verso i Wright. Dakin dovette mandare due agenti per scortare la famiglia. Ciononostante, i ragazzini tiravano i sassi, i pneumatici delle loro automobili venivano tagliati e sui muri di casa si trovavano scritte le parole più maligne. In un solo giorno un nervosissimo postino consegnò a casa Wright tre lettere minatorie. Il silenzioso John le passò all’ufficio di Dakin.

Hermy e John sembravano distrutti. In tribunale la famiglia sedette compatta come una falange; ogni tanto Hermy sorrideva a Jim poi abbracciava con lo sguardo l’aula affollata come per dire «Vedete come siamo uniti!»

Si era anche fatto un gran parlare di Cart Bradford che si era assunto la carica di Pubblico Accusatore. In un editoriale piuttosto acido Frank Lloyd aveva espresso la propria disapprovazione. D’altro canto, contrariamente al giudice Eli Martin, Bradford era arrivato a quella fatale festa di Capodanno dopo che Nora e Rosemary erano già state avvelenate, per cui non era coinvolto né come teste né come partecipante. Ma Lloyd ci tenne a rilevare che «il nostro giovane, sagace, a volte troppo emotivo Procuratore Distrettuale, era legato alla famiglia Wright da lunga amicizia e benché si possa capire come questa amicizia fosse finita la notte del delitto, tuttavia ci chiediamo come il signor Bradford possa trattare il caso con equanimità.»

Intervistato su questo punto, prima dell’apertura del processo, il signor Bradford aveva dichiarato: «Qui non siamo né a Chicago né a New York. Questa è una piccola comunità dove tutti si conoscono. La mia condotta durante il processo risponderà alle insinuazioni del Record. Jim Haight sarà processato con giustizia ed imparzialità. È tutto!»

Il giudice Lysander Newbold era uno scapolo anziano, molto rispettato in tutto il paese per la sua cultura giuridica e per la sua abilità di pescatore di trote. Era un ometto ossuto, piccolo e tozzo, che aveva il vezzo di tenere la testa calva, frangiata da pochi capelli neri, profondamente incassata nelle spalle. La sua voce era asciutta. Aveva l’abitudine di giocherellare con la mazzetta da giudice come si trattasse di una canna da pesca, e durante i processi non rideva mai.

Ci vollero vari giorni per scegliere il collegio dei giurati, e durante questo periodo il signor Queen non cessò di osservare le due persone più importanti della Corte: il giudice Eli Martin, il difensore, e Carter Bradford, l’accusatore. Era evidente che si trattava di una guerra tra il coraggio di un giovane e l’esperienza di un vecchio. Bradford lavorava sotto tensione. C’era qualcosa di ostinato in lui e Ellery si accorse ben presto che era molto in gamba. Conosceva la sua gente. Ma parlava con troppa calma e ogni tanto la sua voce si incrinava.

Il giudice Martin era superbo. Ebbe il buon senso di non assumere arie paternalistiche nei confronti di Bradford, anzi ascoltò con estremo rispetto gli interventi del giovane. Una volta fu visto persino appoggiare una mano sulla spalla di Carter come se avesse voluto dire: «Sei un bravo ragazzo. Noi non siamo nemici perché abbiamo un interesse in comune: la giustizia.»

Ci furono mormorii di approvazione.

Il tutto contribuiva a creare una atmosfera di dignità e di serietà.

Anche Ellery Queen approvava.

E approvò ancora di più quando esaminò i dodici della giuria. Da quanto poteva giudicare erano dei cittadini solidi, di principi sani. Nessuno pareva avere dei pregiudizi, o emozioni particolari, tranne uno, forse, un individuo grasso che continuava a sudare: uomini per bene, in sostanza, che avrebbero potuto capire che un individuo può essere un debole senza per altro essere un criminale.

Nel discorso d’apertura rivolto alla giuria, Carter Bradford disse che era necessario tenere continuamente presente un fatto importantissimo: Rosemary Haight, la sorella dell’accusato, era stata avvelenata con l’arsenico, ma la sua morte era stata un errore. Il vero oggetto del delitto era la moglie dell’accusato, Nora Wright Haight. L’accusa ammetteva che il caso contro Jim Haight era circostanziale, ma i casi circostanziali erano una regola, non un’eccezione. Comunque, le prove erano così chiare, così forti, così irrefutabili che la giuria avrebbe potuto giudicare Jim Haight colpevole senz’alcun dubbio possibile.

«L’accusa dimostrerà» disse Bradford «che Jim Haight aveva progettato l’omicidio della moglie con un anticipo di cinque settimane; che il suo era un piano astuto, che dipendeva da una serie di avvelenamenti, in ordine crescente di gravità, tali da stabilire che sua moglie era soggetta ad attacchi di una misteriosa “malattia”. L’accusa dimostrerà che questi avvelenamenti preliminari avvennero proprio nelle date indicate nelle lettere che Jim Haight aveva scritto di suo pugno; che il tentato omicidio di Nora Haight e la morte accidentale di Rosemary Haight si sono verificati nella data in precedenza stabilita. L’accusa dimostrerà che la notte del delitto, James Haight e soltanto James Haight ha preparato i cocktail; che James Haight e soltanto James Haight ha portato il vassoio in salotto e ha distribuito le bevande; che James Haight e soltanto James Haight ha porto a sua moglie il bicchiere con il veleno; e che la donna si è salvata soltanto perché, dietro insistenza di Rosemary, aveva passato la bevanda avvelenata alla cognata, dopo averne bevuto soltanto un sorso… una circostanza che Jim Haight non aveva previsto.

«L’accusa dimostrerà che James Haight aveva un disperato bisogno di soldi, che negli ultimi tempi, quando era ubriaco, chiedeva alla moglie somme sempre più forti e che per altro lei gli rifiutava; che James Haight perdeva al gioco e che alla morte di Nora Haight lui solo avrebbe ereditato il suo patrimonio.»

«L’accusa» concluse Bradford con voce così bassa, che quasi non lo si udiva «essendo convinta senz’alcun dubbio possibile della colpevolezza di Jim Haight, chiede che il colpevole paghi con la propria vita la vita che ha distrutto.»

Fin dal primo momento Ellery comprese il piano del giudice Martin: seminare dubbi, dubbi, dubbi. Senza perorazioni, senza retorica: con tranquillo umorismo. Era come la voce della ragione… insinuava, sottolineava. Ellery comprese anche che il giudice Martin aveva ben poche speranze.

Lo si vide subito durante l’interrogatorio di Frank Lloyd. Al giornalista editore, il giudice Martin prestò una particolare attenzione. Il vecchio avvocato riuscì a fargli ammettere la relazione che lo legava alla famiglia Wright… e la sua “particolare” relazione con la moglie dell’accusato. Frank non poté negare che era stato innamorato di lei, di averla minacciata quando aveva preferito Jim Haight. Aveva persino minacciato Jim Haight di fargli del male.

Così Frank Lloyd perse valore come testimone dell’accusa. E i dubbi aumentarono ancora. Con la famiglia Wright, che fu costretta a salire sul banco dei testimoni, il giudice Martin fu molto impersonale, e seminò altri dubbi. Sui fatti, questa volta. Nessuno aveva realmente visto Jim Haight mettere l’arsenico nel cocktail. Nessuno poteva essere sicuro…

Nonostante tutto, però, l’accusa faceva progressi, e, quantunque il giudice Martin si battesse come un leone, Bradford riuscì a stabilire che Jim era stato l’unico a preparare le bibite; che solo lui aveva avuto l’occasione di avvelenare il cocktail di Nora, la vittima prestabilita.

Subito dopo depose l’avvocato del nonno Wright. Questi affermò che Nora aveva ricevuto centomila dollari all’atto del suo matrimonio.

Seguì la testimonianza di cinque periti calligrafi, i quali, nonostante il rigoroso contro-interrogatorio del giudice Martin, furono d’accordo nel dichiarare che le tre lettere incriminate erano state scritte dall’accusato. Salì poi sul banco dei testimoni Alberta Manaskas, che sbalordì tutti per la sua insospettata acutezza d’osservazione. Per mezzo suo, Carter Bradford riuscì a stabilire che, come aveva predetto la prima lettera, Nora era stata poco bene l’ultima domenica di novembre; a Natale era “stata male” in modo ancora più allarmante.

Il giudice Martin afferrò la palla al balzo.

«È stata male… Alberta? Male, come?»

«Male! Ha vomitato l’anima sua.» (Risate.)

«E lei, Alberta, ha mai… vomitato l’anima sua?»

«Certamente! io, come lei, come tutti.» (Il giudice è costretto a richiamare il pubblico all’ordine.)

«Come la signora Nora?»

«Certamente.»

«Ma lei non è mai stata avvelenata con l’arsenico, vero, Alberta?»

Bradford balzò in piedi. Il giudice Martin si sedette sorridendo. Il signor Queen notò che aveva la fronte imperlata di sudore.

Seguì il dottor Willoughby, che testimoniò sui risultati dell’autopsia; poi il dottor Maggil, chimico di Stato, il quale descrisse l’arsenico bianco come una sostanza “senza colore, senza sapore e senza odore in soluzione, ma altamente tossica”.

Venne poi il turno di Myron Garback, il proprietario della farmacia. Il signor Garback era raffreddato e aveva il naso gonfio e rosso. Starnutiva frequentemente e si agitava sulla sedia dei testimoni. Nel pubblico, sua moglie (una pallida irlandese) l’osservava molto ansiosamente. Dopo il giuramento di rito, Myron Garback testimoniò che un giorno dell’ottobre del 1940, Jim Haight era entrato nella sua farmacia e aveva chiesto una “scatola piccola di Quico”.

D. «Che cos’è esattamente il Quico, signor Garback?»

R. «È un preparato in uso per sterminare i roditori e gli insetti nocivi.»

D. «Qual è l’ingrediente tossico del Quico?»

R. «Il triossido d’arsenico.»

D. «L’accusato non è più ritornato da lei a comprare dell’altro Quico?»

R. «Sissignore; circa due settimane dopo. Ha detto che aveva perso la prima scatola del veleno e doveva comprarne un’altra. Gliene ho data una nuova. Disse che aveva dei topi in casa e che voleva distruggerli. Gli ho risposto che ero sorpreso perché non avevo mai sentito dire che ci fossero topi sulla collina. Lui non mi ha più risposto.»

Contro-interrogatorio del giudice Martin:

D. «Signor Garback, quante scatole di Quico ha venduto, a occhio e croce, durante il mese di ottobre?»

R. «È difficile dirlo; moltissime, certo. È il miglior veleno per topi ch’io abbia in bottega; e il quartiere popolare ne è infestato.»

D. «Ne avrà vendute venticinque scatole? Cinquanta?»

R. «Più o meno, sì.»

D. «È un fatto strano che i suoi clienti comprino quel preparato velenoso… esclusivamente per uccidere i topi?»

R. «È tutt’altro che straordinario.»

D. «Allora, come mai si ricorda in particolare che il signor Haight ha comprato un po’ di veleno per topi… sebbene siano già passati cinque mesi

R. «Mi è rimasto in mente, forse perché ha comprato due scatole a così poca distanza, e abitava sulla collina.»

D. «È certo che si trattasse di due scatole, a due settimane di distanza?»

R. «Sissignore. Non lo direi se non fosse vero.»

D. «Signor Garback, lei prende nota di tutti i barattoli di Quico che vende, e del nome dei relativi compratori?»

R. «Non è necessario, signor giudice. È legale vendere…»

D. «Risponda alla domanda, signor Garback. Ha un’annotazione scritta che confermi gli acquisti del signor Haight?»

R. «Nossignore, ma…»

D. «Allora noi abbiamo soltanto la sua parola per confermare due incidenti che, secondo la sua dichiarazione, hanno avuto luogo cinque mesi fa?»

Il procuratore distrettuale Bradford:

«Vostro Onore, il testimone sotto giuramento ha risposto alla domanda della difesa non una, ma varie volte. Mi oppongo.»

Il giudice Newbold:

«Mi sembra che il testimone abbia risposto, avvocato. Opposizione accolta.»

D. «Grazie mille. Questo è tutto, signor Garback.»

Alberta Manaskas venne richiamata a testimoniare. Interrogata da Cart Bradford, affermò di non aver mai visto alcun topo in casa della signora Nora. In seguito dichiarò di non aver mai visto veleno per topi.

Emmeline Du Pré dichiarò sotto giuramento di essere l’insegnante di danza e di recitazione, abitante al numero 468 nel Viale della Collina di Wrightsville, «proprio la porta accanto a quella di Nora Wright».

La testimone dichiarò che le era capitato di udire «per caso» delle liti tra Nora e Jim Haight, liti che si ripetevano molto di frequente. Le discussioni riguardavano principalmente le sbronze del signor Haight e le sue richieste di danaro. C’era stata una scena particolarmente violenta nel mese di dicembre, quando la signorina Du Pré aveva sentito Nora Haight rifiutare a suo marito di dargli «ancora un soldo di più». La signorina Du Pré non aveva «sentito per caso» qualcosa che indicasse la ragione del gran bisogno di danaro dell’accusato!

«È appunto questo che mi ha scandalizzato tanto, signor Bradford.»

D. «Alla Corte non interessano le sue reazioni personali, signorina Du Pré. Risponda alla domanda, per favore.»

R. «Jim Haight ha ammesso che aveva giocato e perso molto danaro. Per questo aveva urgente bisogno di soldi.»

D. «Il signore e la signora Haight non hanno per caso nominato un luogo ove l’accusato aveva perso questo danaro giocando?»

R. «Jim Haight una volta ha detto di aver perso molti soldi all’“Allegro Inferno”. Quell’orribile locale sulla strada provinciale…»

Il giudice Martin:

«Vostro Onore, chiedo che non venga presa in considerazione la testimonianza di questa teste. Dal momento che questo processo è così vagamente circostanziale…»

Il procuratore distrettuale Bradford:

«Posso chiedere alla difesa di limitare le sue osservazioni e le sue obiezioni, e di non influenzare la giuria?»

Il giudice Newbold:

«L’accusa ha ragione, giudice Martin. E ora dica: qual’è la sua obiezione alla testimonianza di questa teste?»

Il giudice Martin:

«L’accusa non ha cercato di stabilire l’epoca e le circostanze nelle quali la teste avrebbe sentito le suddette conversazioni tra l’accusato e sua moglie. Ammette pure di non essere stata presente nella stanza ove avvenivano i colloqui; non era nemmeno nella stessa casa. Come ha potuto “sorprendere” una conversazione? Come poteva essere sicura che le persone che discutevano erano l’accusato e sua moglie? Li ha visti? Non li ha visti?…»

Risposta della signorina Du Pré:

«Ma io li ho sentiti con le mie orecchie!»

Il giudice Newbold:

«Signorina Du Pré! Dica, signor Bradford.»

Il procuratore distrettuale Bradford:

«L’accusa ha chiamato la signorina Du Pré a testimoniare, per evitare alla moglie dell’accusato la penosa necessità di parlare delle sue liti…»

Il giudice Martin:

«Non avevo parlato di questo…»

Il giudice Newbold:

«No infatti. Ciononostante, consiglio alla difesa di sviluppare il suo punto nel contro-interrogatorio. Continui, signor Bradford.»

Il signor Bradford continua, ottenendo ulteriori deposizioni circa le liti tra Jim e Nora. Durante il contro-interrogatorio, il giudice Martin fa scoppiare in lacrime la signorina Du Pré per l’indignazione e per la vergogna. La induce infatti ad ammettere che, per udire la conversazione, doveva starsene rannicchiata sotto la finestra della camera da letto, al buio, coi vetri aperti nell’aria fredda di dicembre… La confonde inoltre per quanto riguarda le date e le ore, finché la signorina si contraddice varie volte. Gli spettatori si divertono molto.

Segue J. P. Simpson, del Monte di Pietà. Questi dichiara che, durante i mesi di novembre e dicembre, Jim Haight ha impegnato vari oggetti preziosi nel suo negozio. Gli vengono mostrati i gioielli di Nora, e li riconosce.

Il giudice Martin rinunzia al contro-interrogatorio.

È ora alla sbarra Donald Mackenzie, presidente del Banco dei Pegni di Wrightsville. Dopo il giuramento depone che Jim Haight ha preso in prestito, presso la sua agenzia, delle considerevoli somme di danaro, durante gli ultimi due mesi dell’anno precedente.

D. «Su quale garanzia, signor Mackenzie?»

R. «Nessuna.»

D. «Ma non è insolito per la sua agenzia, signor Mackenzie, prestare del danaro senza garanzie?»

R. «Ecco: noi siamo molto larghi in quanto a prestiti, ma naturalmente chiediamo quasi sempre delle garanzie. Per correttezza commerciale, intendiamoci. Ma questa volta, dato che il signor Haight era vicepresidente della Banca Nazionale di Wrightsville e il genero di John Wright, abbiamo fatto un’eccezione e gli abbiamo prestato il danaro dietro semplice ricevuta firmata.»

D. «L’accusato non le ha mai restituito nulla, signor Mackenzie?»

R. «No.»

D. «La sua agenzia non ha mai fatto alcun passo per ritornare in possesso del danaro prestato, signor Mackenzie?»

R. «Ebbene, sì. Non che fossimo preoccupati; ma, ecco: si trattava di cinquemila dollari. Dopo aver richiesto varie volte al signor Haight di far fronte ai suoi impegni e non aver ottenuto nulla, abbiamo finalmente deciso di andare in banca dal signor Wright. Gli abbiamo spiegato la situazione, e il signor Wright ci ha detto che ignorava il debito del genero, ma che naturalmente era disposto a pagarlo. Voleva soltanto che la cosa rimanesse segreta. E lo sarebbe rimasta infatti, se questo processo…»

Il giudice Martin:

«Mi oppongo. Tutto questo è irrilevante ai fini del processo…»

D. «Lasci correre, signor Mackenzie. Il signor Wright le ha pagato completamente il debito?»

R. «Sissignore: debito e interessi.»

D. «L’accusato ha preso in prestito dell’altro danaro dal gennaio in poi?»

R. «Nossignore.»

D. «Ha avuto altri colloqui con l’accusato, dopo il primo gennaio di quest’anno?»

R. «Sì. Il signor Haight è venuto da me a metà gennaio e ha cominciato a spiegarmi che non aveva pagato sino allora il suo debito… Mi ha detto d’aver fatto dei cattivi investimenti, ma che in seguito… Poi mi ha chiesto dell’altro tempo, assicurandomi che avrebbe senz’altro pagato tutto. Allora l’ho informato che suo suocero aveva già saldato il debito.»

D. «Come ha reagito l’accusato?»

R. «Non ha detto una parola. È girato sui tacchi ed è uscito dal mio ufficio.»

Contro-interrogatorio del giudice Martin.

D. «Signor Mackenzie, non le è parso strano che il vicepresidente della Banca Nazionale di Wrightsville sia venuto proprio da lei per un prestito?»

R. «Sì; in fondo, sì. Ma pensavo si trattasse d’affari privati, e…»

D. «E per un affare privato, senza spiegazioni o garanzie, contro una semplice firma lei ha prestato la somma di cinquemila dollari?»

R. «Ecco: in fondo pensavo che il vecchio John avrebbe pagato, in ogni caso…»

Il procuratore distrettuale Bradford:

«Vostro Onore!»

Il giudice Martin:

«Basta. Grazie, signor Mackenzie.»

Non tutte le testimonianze contro Jim Haight vennero portate in tribunale. Alcune furono gridate nel principale negozio di parrucchiere o nello studio del dentista, e tutte indistintamente vennero diffuse per la città dai soliti pettegoli che gonfiavano le cose oltre misura. Vi fu Luigi Marino, il parrucchiere, che andò in giro a raccontare a tutti la violenza con cui Jim Haight l’aveva sconsigliato «di fare la corbelleria di sposarsi». Occasionali compagni di sbornia, che avevano raccattato Jim ubriaco per la strada, corsero a riferire a Cart Bradford che il giovane aveva pronunziato violente minacce contro la propria moglie, dichiarando più volte di volerla uccidere. Persino il dentista più noto della città andò dal Procuratore Distrettuale a riferirgli che, sotto l’effetto del gas esilarante, Jim Haight si era espresso con inaudita violenza contro la propria moglie.

Cart protestava sempre:

«Le dichiarazioni fatte sotto l’influenza dell’alcool sono estremamente opinabili. Perché volete farmi perdere il “caso” con il vostro discutibile aiuto?»

Le chiacchiere giunsero persino all’orecchio del giudice Newbold, il quale alla fine di un’udienza ammonì severamente i giurati di non discutere il “caso” con nessuno, nemmeno tra di loro.

In seguito fu chiamato a testimoniare un impiegato della banca, Thomas Winship, che dichiarò che Jim Haight usava sempre un pastello rosso durante il suo lavoro, e presentò vari documenti dell’archivio, firmati da Haight col famoso pastello.

L’ultima prova presentata da Bradford (che si dimostrò con questo un ottimo tempista) fu il volume di tossicologia di Edgcomb con dei segni rivelatori in pastello rosso. Il volume fu passato al collegio dei giurati perché l’esaminassero, mentre la difesa assumeva un’aria “sicura e tranquilla” e Jim Haight impallidiva visibilmente, guardandosi attorno come un topo in gabbia. Ma il brutto momento passò, e d’allora in poi l’accusato si comportò come sempre: silenzioso, assente, abbandonato nella poltrona con un’espressione di noia sul volto grigiastro.

IV

Consiglio di guerra

L’ultima udienza della settimana ebbe luogo venerdì ventotto marzo. Il prigioniero fu riportato alla sua cella al piano superiore del palazzo di Giustizia; l’aula fu sgombrata, e i Wright se ne tornarono a casa. Non vi era altro da fare sino a lunedì… Si poteva, al massimo, cercar di rialzare un po’ il morale di Nora. La povera Nora giaceva sopra una sedia a sdraio nella sua graziosa camera da letto, ripetendo infinite volte il gesto di cogliere le rose disegnate sul centro delle tendine. Hermy le aveva rifiutato il permesso di assistere al processo, e dopo due interi giorni di lacrime la ragazza si era arresa, esausta.

Quel venerdì fu distinto da un altro avvenimento importante. Roberta Roberts perse il suo impiego. La giornalista aveva continuato a difendere Jim Haight a spada tratta, nonostante le proteste dei suoi superiori; finché un giorno il suo direttore le aveva telegrafato che poteva cercarsi un altro lavoro.

Roberta Roberts trascorse tutto il sabato nella cella di Jim, pregandolo di parlare, di difendersi, di collaborare col suo difensore. Anche il giudice Martin era presente, ed ascoltò le vivaci perorazioni di Roberta. Ma Jim continuò a scrollare il capo tacendo, taciturno, immobile come un cadavere. La domenica sera, a cena dai Wright, il signor Ellery Queen domandò lentamente a Roberta:

«Signorina, vorrei chiederle qualcosa.»

«Dica, signor Smith» invitò la giornalista, un po’ sulle difensive.

«Lei ha perduto il lavoro solo per sostenere Jim Haight.»

«Ma questo è ancora un paese libero, se Dio vuole» ribatté Roberta.

«Ma come mai questo caso la interessa tanto da indurla a sacrificare un buon impiego?»

«Perché, secondo me, Jim Haight è innocente.»

«Ma no!» fece Ellery con forza.

Roberta balzò in piedi.

«Che cosa cerca di farmi dire?»

«Troppo bello» sorrise il signor Queen. «È troppo bello per essere vero. Una giornalista cinica e provata dalla vita, rinunzia a un’esistenza di agi per difendere un estraneo… che agli occhi del mondo è colpevole come Caino. C’è una scusa per Nora che è innamorata di quest’uomo; c’è una scusa per i Wright che vogliono vedere il loro genero libero da ogni accusa, per amore della loro figliola e del futuro nipotino. Ma lei?»

«L’ho già detto.»

«E io non le credo.»

«Che cosa ci posso fare?»

«Signorina Roberts» domandò Ellery con voce dura «che cosa ci nasconde?»

«Mi rifiuto di sottomettermi ad un terzo grado.»

«Voglia scusarmi! Ma è chiaro che lei sa qualcosa. Sapeva qualcosa fin da quando è arrivata in città. Non vuole dirmi che cosa l’ha costretta a venire a Wrightsville per difendere Jim?»

La giornalista afferrò rapidamente i guanti, la pelliccia e la borsetta.

«Vi sono momenti, signor Smith, nei quali io la trovo assolutamente odioso… No, la prego, signora Wright: non si preoccupi per me» mormorò, e uscì in fretta.

«Credo che farò quattro chiacchiere con quella donna» osservò, pensoso il giudice Martin.

«Lola» chiamò Ellery, stringendosi nelle spalle.

«Io?» domandò la ragazza, sorpresa. «È il mio turno, ora?»

«Anche lei ha nascosto qualcosa.»

Lola spalancò gli occhi, poi rise e accese una sigaretta.

«Non le pare che sia venuto il momento di dire al giudice Martin che è entrata in casa di Nora dalla porta posteriore, pochi minuti prima della mezzanotte dell’ultimo dell’anno?»

«Lola!» esclamò Hermy, trasalendo. «Dunque c’eri anche tu?»

«Non preoccuparti, mamma; non è niente di grave» dichiarò Lola con impazienza. «Naturalmente, signor Martin, le dirò tutto; ma dal momento che siamo così disposti a collaborare, perché l’eminente signor Smith non si mette al lavoro?»

«Che cosa dovrei fare?» domandò il signor Smith.

«Mi pare che questo astuto individuo sappia molto più di quanto non dica!»

«Lola, non credi che se Ellery potesse far qualcosa lo farebbe?» gridò Pat.

«Naturalmente» disse il giudice Martin. «Smith, se sa qualcosa di utile, la chiamerò a testimoniare!»

«Molto volentieri, se potessi aiutarla, giudice» sospirò Ellery. «Ma purtroppo temo che farei ancora più danno.»

John Wright aprì bocca per la prima volta:

«Vuol dire che sa che Jim è colpevole, giovanotto?» domandò.

«Nemmeno per sogno» brontolò Ellery con voce soffocata. «Ma la mia deposizione metterebbe le cose in modo tale da nuocere seriamente alla posizione di Jim… Infatti si stabilirebbe, senza ombra di dubbio, che solo lui ha avuto modo di mettere il veleno in quel cocktail. Io non devo assolutamente venire a testimoniare.»

«Signor Smith.» Il capo della polizia era entrato improvvisamente, senza farsi annunziare. «Sono dolente di disturbarla ma ho con me un mandato che devo presentare personalmente.»

«Un mandato? Per me?» domandò Ellery.

«Sì, signor Smith; è convocato in tribunale lunedì mattina, per prestare testimonianza a favore dell’accusa contro James Haight.»

Parte quinta

I

Lola e l’assegno

«Anch’io ne ho uno» mormorò Lola, rivolta ad Ellery «per lunedì mattina in tribunale.»

«Che cosa?»

«Un mandato di comparizione per testimoniare a favore della cara e amatissima accusa.»

«Quel ragazzotto ci prepara qualche scherzo» disse il giudice Martin. «Ma si può sapere che cosa fa in tribunale J. C. Pettigrew? Guardi, Bradford sta parlando con lui sottovoce. Eppure non avrebbe nulla a che vedere con questa faccenda.»

«Oh, che sciocchezze» fece Lola, molto pallida con voce strozzata.

J. C. Pettigrew si sedette tremante e agitato sullo sgabello dei testimoni. Dichiarò d’essere uno degli agenti immobiliari più importanti di Wrightsville e di essere amico dei Wright da molti anni… sua figlia Carmel era la migliore amica di Patricia.

Carter Bradford aveva un’aria trionfante quella mattina, ma la sua fronte era imperlata di sudore.

D. «Guardi questo assegno, signor Pettigrew. È in data 31 dicembre 1940. Dice: “pagate al portatore la somma di cento dollari. Firmato J. C. Pettigrew”. L’ha emesso lei questo assegno, signor Pettigrew?»

R. «Sì, l’ho scritto io.»

D. «A chi l’ha dato?»

R. «A Lola Wright.»

D. «Ci racconti, per favore, le circostanze in cui la signorina ha ricevuto l’assegno.»

R. «Ecco… io, la cosa mi fa un effetto curioso… Voglio dire… l’ultimo giorno dell’anno stavo uscendo dall’ufficio quando entrò Lola. Disse che era in un grave pasticcio, che la conoscevo sin da quando era piccola e se mi fidavo a prestarle un centinaio di dollari. Capii che era preoccupata…»

D. «La signorina Wright non le ha detto perché desiderava quel danaro?»

R. «No, signore. E io non gliel’ho chiesto.»

L’assegno fu catalogato fra le prove e Pettigrew scese dalla pedana.

Lola Wright era nervosa mentre prestava giuramento, ma nel suo sguardo brillava una tal luce di sfida che Carter Bradford arrossì.

«Signorina Wright, che cosa ne ha fatto di questo assegno dopo averlo ricevuto dal signor J. C. Pettigrew il 31 dicembre ultimo scorso?»

«L’ho messo nella borsetta» ribatté Lola. Vi furono delle risa soffocate.

«Sì, lo so» rispose Carter impassibile. «Ma a chi l’ha dato?»

«Non ricordo.»

«Signorina Wright, legga la girata sul retro.»

Lola inghiottì faticosamente, poi lesse a bassa voce:

«Jim Haight.»

«Può spiegare come mai un assegno che lei ha ricevuto come prestito da J. C. Pettigrew porta una girata per Jim Haight?»

«L’ho dato io a Jim, quella sera stessa.»

«Dove?»

«A casa di mia sorella Nora.»

«Eppure gli altri testimoni sono concordi nel dire che lei non era presente alla festa. Come spiega questa faccenda?»

«Ho fatto una visita in casa Haight, ma non ho partecipato alla riunione.»

«Non ha visto nessuno oltre suo cognato, l’accusato?»

«No, sono entrata dalla porta posteriore della cucina.»

«Come faceva a sapere che Jim Haight era in cucina?» domandò Carter Bradford seccamente.

«Sono rimasta in giardino finché ho visto dai vetri che Jim era in cucina. Poi l’ho visto dirigersi verso la dispensa e ho pensato che ci potesse essere qualcuno con lui. Ho bussato, è venuto ad aprire, e sulla porta gli ho dato l’assegno.»

Dunque questa era stata la ragione della visita di Lola, pensò Ellery.

«Gli ha dato l’assegno» ripeté Bradford cortese. «Signorina Wright, l’accusato le aveva chiesto del danaro?»

«No!»

«Eppure lei si è fatta prestare cento dollari dal signor Pettigrew per darli all’accusato?»

«Sì» ribatté Lola freddamente. «Glieli ho chiesti per pagare un debito che avevo verso Jim. Io ho debiti un po’ con tutti.»

Ellery ricordò la sera lontana in cui Jim aveva chiesto disperatamente del danaro a Lola. La notte dell’ultimo dell’anno Lola Wright non aveva pagato un debito, ma aveva portato il suo piccolo contributo alla felicità di Nora. Bradford voleva in fondo provare il disperato bisogno di danaro di Jim Haight.

Il giudice Martin si accinse al contro-interrogatorio con aria quasi soddisfatta.

«Signorina Wright, lei ha deposto un momento fa di essersi recata a casa di sua sorella la notte dell’ultimo dell’anno. A che ora di preciso ci è andata, si ricorda?»

«Sì, ho guardato l’orologio perché dovevo ritornare presto in città. Mancavano quindici minuti alla mezzanotte.»

«Dove ha avuto luogo esattamente la sua conversazione con Jim Haight?»

«Davanti alla porta posteriore della cucina.»

«Che cosa ha detto a Jim?»

«Gli ho domandato che cosa stava facendo e mi ha risposto che stava preparando i cocktails.»

«Ha visto i cocktails in questione?»

Il pubblico si agitò, Carter Bradford si sporse in avanti accigliato. Era un punto importante perché proprio allora doveva essere stato avvelenato il bicchiere fatale.

«No, dal punto in cui mi trovavo della cucina non potevo vedere in dispensa. Non ho visto i bicchieri.»

«Signorina Wright, se qualcuno si fosse intrufolato in cucina dall’atrio o dalla stanza da pranzo mentre lei e il signor Haight stavate parlando sulla porta posteriore, avrebbe potuto vedere quella persona?»

«No» rispose decisa l’interrogata.

«In altre parole, signorina Wright, mentre lei e il signor Haight stavate parlando, qualcuno potrebbe essersi intrufolato in cucina e poi in dispensa attraverso la porta dell’atrio per poi ritornare sui propri passi senza che nessuno si accorgesse della sua presenza?»

«Senz’altro, signor giudice.»

«Qualcuno avrebbe potuto anche entrare in dispensa attraverso la porta della sala da pranzo senza che lei e il signor Haight lo vedeste, vero?»

«Esatto.»

«Quanto è durata la vostra conversazione, vicino alla porta posteriore?»

«Cinque o sei minuti, direi.»

Carter Bradford si alzò per riprendere in mano l’interrogatorio.

«Signorina Wright, so che è penoso per lei, ma devo sapere con esattezza come sono avvenuti i fatti. È entrato veramente qualcuno in dispensa, mentre lei conservava con il signor Jim Haight? E quando?»

«Non lo so. Ho detto semplicemente che qualcuno potrebbe esservi entrato senza che noi ce ne accorgessimo.»

«Quindi lei non dice che è entrato qualcuno, mentre invece ha visto Jim Haight prima uscire dalla dispensa e poi rientrarvi.»

«Nient’affatto» ribatté Lola piuttosto aspra. «Ho fatto dietro-front e ho lasciato Jim alla porta.»

Carter ringraziò. Lola scese dalla pedana e passò altezzosa davanti a Carter.

«E ora vorrei richiamare uno dei miei precedenti testimoni, Frank Lloyd.»

Il sugo della deposizione di questi fu che Jim Haight non era stato il solo ad uscire dal salotto quando si erano preparati i famosi cocktails. Un’altra persona l’aveva seguito.

Il signor Queen pensò: “Ecco, ci siamo!”.

D. «E chi era quell’altra persona, signor Lloyd?»

R. «Un ospite dei Wright. Ellery Smith.»

D. «Il signor Smith lasciò la stanza subito dopo l’accusato?»

R. «Sì, e non tornò finché Haight non comparve col vassoio dei cocktails e non cominciò a distribuirli.»

“Sei un animale astuto” pensò Ellery ammirato. “Ma in trappola sono io… che fare?”

In quella la voce dell’usciere gridò:

«Ellery Smith!»

II

Ellery Smith alla sbarra

Mentre il signor Ellery Queen prendeva posto sul banco dei testimoni, le sue preoccupazioni non andavano alle domande che il Procuratore Distrettuale gli avrebbe rivolto: quelle se le immaginava anche troppo bene e sapeva pure, con molta esattezza, che quando fossero stati rivelati i movimenti del misterioso signor “Smith”, la sera fatale, la posizione di Jim sarebbe notevolmente peggiorata. Non gli passò nemmeno per la testa di mentire. Sapeva che la verità vien sempre a galla.

«Signor Smith» esordì Carter Bradford a bassa voce «oggi lei è sul banco dei testimoni sotto giuramento e dovrà dire la verità. Lei conosceva l’esistenza delle tre lettere che incriminano l’imputato prima che il capo della polizia ed io le trovassimo?»

«Sì.»

Bradford fu sorpreso e proseguì in tono sospettoso:

«Quando ne ha saputo l’esistenza?»

Ellery glielo disse; la sorpresa di Bradford si trasformò in soddisfazione.

«Allora lei sapeva che la signora Haight correva il pericolo di venir uccisa da suo marito?»

«Nient’affatto. Sapevo solo che c’erano delle lettere che potevano lasciarlo supporre.»

«A suo giudizio era stato l’accusato a scrivere quelle lettere?»

«Non ho espresso giudizi di sorta.»

«La signorina Patricia Wright non ha identificato la scrittura di suo cognato?»

«Sì. Ma era un’identificazione con un valore abbastanza relativo.»

«Lei non ha fatto dei controlli personalmente?»

«Sì, ma non credo d’essere un perito calligrafico.»

«Signor Smith, lei sapeva, per aver letto il libro di tossicologia di Edgcomb che, se un delitto avesse dovuto aver luogo, sarebbe stato perpetrato per mezzo dell’arsenico?»

«Diciamo pure di sì.»

«Signor Smith, lei dunque era in condizione di sapere, per aver letto la terza lettera, che se la “morte” della signora Haight avesse dovuto aver luogo, sarebbe avvenuta alla vigilia di capodanno?»

«Sì.»

«Durante la festa dell’ultimo dell’anno ha continuamente tenuto sott’occhio l’accusato seguendolo sempre quando usciva dal salotto?»

«Sì.»

«L’ha osservato mentre preparava i cocktails in dispensa?»

«Sì.»

«Si ricorda l’ultima volta che l’imputato ha preparato delle bibite prima di mezzanotte?»

«Me ne ricordo perfettamente.»

«L’ha seguito anche quella volta?»

«Sì, sono uscito nell’atrio, mentre il signor Haight è entrato in cucina. In seguito è passato in dispensa. Io mi sono fermato nell’atrio dietro la porta.»

«Il signor Haight l’ha vista?»

«Non ne ho la più pallida idea.»

«Ha cercato di non farsi vedere?»

Il signor Queen sorrise.

«Non ho cercato di nascondermi. Mi sono limitato a starmene in piedi vicino alla porta aperta.»

«Comunque lei poteva veder bene l’accusato?»

«Perfettamente bene.»

«Che cosa ha fatto?»

«Ha mischiato i cocktails e li ha versati nei bicchieri. Stava per prendere il barattolo delle ciliege al maraschino, quando hanno bussato alla porta posteriore. Il signor Haight ha lasciato i bicchieri ed è andato in cucina per vedere chi c’era.»

«Era la signorina Lola Wright, vero?»

«Sì.»

«Il vassoio è rimasto tutto il tempo della conversazione sulla tavola della dispensa?»

«Proprio così.»

Carter Bradford esitò. Poi chiese con decisione:

«Ha visto qualcuno avvicinarsi a quei cocktails mentre l’imputato era assente?»

«Non ho visto nessuno.»

«Dunque la dispensa è rimasta completamente vuota?»

«Appunto.»

Bradford quasi non riuscì a nascondere la propria soddisfazione per quanti sforzi facesse.

«Che cosa ha fatto dopo l’imputato?»

«Ha messo una ciliegia al maraschino in ciascuno dei bicchieri, poi ha preso il vassoio e si è incamminato verso il salotto.»

«Durante il percorso tra la dispensa e il salotto, il signor Haight è stato avvicinato da qualcuno?»

«Da nessuno, eccetto me.»

«Questo è tutto quel che ha visto?»

«Sì.»

«Ci ha detto tutto? Non è accaduto nient’altro?»

«No.»

«Non ha visto l’imputato versare della polvere in uno dei bicchieri?»

«Assolutamente no.»

«È certo che non ha versato la polvere durante il percorso verso il salotto?»

«Era impossibile, il signor Haight aveva entrambe le mani occupate. Non ha versato nessuna sostanza estranea nei bicchieri quando era in dispensa né durante il tragitto.»

Nell’aula ci fu un mormorio. I Wright si guardarono l’un l’altro con un’espressione di sollievo.

Ma il signor Queen capì che aveva perso la partita con la giuria: tutti erano convinti che mentisse perché amico di famiglia.

«Ebbene signor Smith, risponda a questa domanda» continuò Bradford «c’è qualcun altro che avrebbe potuto avere l’occasione di mettere il veleno in uno di quei bicchieri?»

«Che mi risulti, nessun altro, ma…»

«In altre parole, signor Smith» gridò Bradford «l’imputato Jim Haight aveva non solo la migliore, ma anche l’unica occasione di avvelenare quel cocktail.»

«No» affermò il signor Smith, e sorrise.

Il signor Carter Bradford rimase interdetto; poi si riprese e gridò:

«Si rende conto di quello che dice? Ha appena finito di dichiarare che nessuno è entrato in dispensa! Nessuno ha avvicinato l’imputato mentre portava i vassoi in salotto! È vero o non è vero tutto questo?»

«Sì» fece il signor Queen pazientemente.

«Ciononostante lei dice… Smith chi, oltre Jim Haight, avrebbe potuto avvelenare uno di quei cocktails?»

Il giudice Martin balzò in piedi, ma prima che potesse dire «mi oppongo», Ellery dichiarò tranquillamente:

«Avrei potuto benissimo avvelenarlo io.»

Si udì una serie di esclamazioni nell’aula e il signor Queen proseguì:

«Vede, mi sarebbe bastato un attimo per scivolare in dispensa e versare l’arsenico in uno di quei bicchieri…»

Nell’aula scoppiò il finimondo; il signor Queen si guardò attorno con un sorriso benigno. Al di sopra delle grida, del clamore dei giornalisti, e dei colpi furiosi della mazzetta del giudice Newbold, Carter Bradford ruggì con voce trionfante:

«Ebbene, Smith, ha avvelenato lei quel cocktail?»

Si udì la voce del giudice Martin esclamare debolmente: «Mi oppongo», poi il signor Queen osservò in tono correttissimo:

«Dal punto di vista costituzionale…»

L’aula si trasformò in una torre di Babele, il giudice ruppe la mazzetta in due e urlò all’usciere di sgombrare quella “maledetta aula”, poi corse a ritirarsi nei suoi appartamenti ove rimase fino al mattino seguente applicandosi, si presume, delle compresse d’aceto sulla fronte.

III

La singolare richiesta di Patricia Wright

La mattina seguente diversi cambiamenti si erano verificati. L’attenzione di Wrightsville si era spostata da Jim Haight a Ellery Smith.

Il giornale di Frank Lloyd uscì in edizione straordinaria e riferì la sensazionale testimonianza di Ellery Queen. L’editoriale diceva tra l’altro: “La bomba fatta scoppiare ieri dal signor Smith ha fatto cilecca. Quest’uomo non può essere colpevole. Smith non ha nessun movente. Prima di venire a Wrightsville non conosceva Nora, Jim Haight e nessun altro della famiglia Wright. Non ha avuto praticamente nessun contatto con la signora Haight e tanto meno con Rosemary Haight. Questo suo gesto donchisciottesco non significa assolutamente nulla. E inoltre, anche ammesso che Smith potesse veramente essere stata l’unica persona a parte Jim Haight ad avere la possibilità di avvelenare i cocktail, non avrebbe potuto essere assolutamente certo, contrariamente a Jim, che la bevanda fatale finisse nelle mani di Nora. Né il signor Smith avrebbe potuto scrivere le lettere, che sono scritte, senza ombra di dubbio, dalle mani di Jim. Wrightsville e la giuria possono solo concludere che quello che è accaduto ieri è stato o un gesto disperato di amicizia oppure una cinica ricerca di pubblicità da parte di uno scrittore che ha fatto di Wrightsville la sua cavia.”

Non appena Ellery mise piede sul banco dei testimoni il mattino seguente, Bradford gli disse:

«Questo è il verbale ufficiale della sua testimonianza di ieri. Vuole leggerlo per cortesia?»

Ellery inarcò le sopracciglia, ma prese il foglio e lesse.

«Domanda: “Qual è il suo nome?”. Risposta: “Ellery Smith…”»

«Si fermi. Ieri lei ha dichiarato che il suo nome è Ellery Smith, vero?»

«Sì» affermò Ellery che cominciò a provare una curiosa sensazione di freddo.

«Smith è il suo vero nome?»

“Accidenti” pensò Ellery “questo individuo è una vera calamità.”

«No» disse poi a voce alta.

«È uno pseudonimo?»

«Silenzio in aula!» urlò l’usciere.

«Sì.»

«Qual è il suo vero nome?»

Il giudice Martin si affrettò a dire:

«Non vedo la ragione di questo interrogatorio, Vostro Onore. Il signor Smith non è sotto processo…»

«Vuole spiegarmi il perché di questa richiesta, signor Bradford?» domandò il giudice Newbold incuriosito.

«Nella sua testimonianza di ieri, il signor Smith ha affermato che avrebbe potuto avere l’opportunità di avvelenare quel cocktail» dichiarò Bradford con un debole sorriso. «Perciò nell’esame di questa mattina, devo necessariamente includere alcune domande che servono a determinare il carattere del signor “Smith”.»

«E lei ritiene di poter determinare il carattere del signor Smith facendogli rivelare il suo vero nome?» domandò accigliato il giudice Newbold.

«Sì, Vostro Onore.»

«Va bene, proceda.»

«Per cortesia vuole rispondere alla mia ultima domanda?» chiese Bradford rivolto a Ellery. «Qual è il suo vero nome?»

Non c’era niente da fare. Era chiaro che Bradford, quella notte, non era rimasto in ozio.

Il nome di Queen, in teoria, non l’avrebbe salvato da un’accusa di omicidio, naturalmente, ma in pratica nessuno si sarebbe mai sognato di pensare che un poliziotto tanto noto avrebbe potuto impegolarsi in un delitto.

«Il mio nome è Ellery Queen» dichiarò il giovane con un sorriso.

Carter Bradford era un ottimo tempista. Il giudice Martin, date le circostanze, fece del suo meglio.

«Signor Queen» domandò non appena poté procedere al contro-interrogatorio «nella sua qualità di studioso dei fenomeni criminali, era interessato in questo caso?»

«Immensamente.»

«Per questo dunque ha tenuto continuamente sott’occhio Jim Haight durante la sera dell’ultimo dell’anno?»

«Per questo e per l’affetto che mi lega alla famiglia Wright.»

«Stava in guardia per impedire un possibile tentativo di avvelenamento da parte di Jim Haight?»

«Sì.»

«E ha visto Jim Haight compiere quel tentativo?»

«No, assolutamente.»

«Non ha visto l’imputato fare il minimo gesto di versare una sostanza estranea in un bicchiere?»

«No, ripeto, no!»

«Eppure lei stava in guardia, vero?»

«Appunto.»

«Grazie, basta così» concluse il giudice Martin trionfante.

Per la seconda volta arrivò il fine settimana e tutte le persone interessate al processo se ne tornarono alle loro case.

Il comitato non ufficiale di difesa di Jim Haight si riunì di nuovo nel salotto di casa Wright la sera del venerdì. L’atmosfera era pesante e sconsolata.

«Che ne pensate?» domandò Nora rivolgendosi al giudice Martin e a Roberta Roberts.

«La testimonianza di Queen sarebbe stata di immenso aiuto se il collegio dei giurati non fosse già così prevenuto contro Jim. No, Nora, le cose vanno male, non posso dirti nulla di consolante.»

Nora fissò il fuoco intensamente con gli occhi spenti.

«E pensare che ho avuto Ellery Queen ospite in casa mia per tanto tempo» sospirò Hermy. «Una volta forse ne sarei stata terribilmente elettrizzata…»

«Su con la vita, mammina!» mormorò Lola.

Hermy sorrise, ma poco dopo si scusò e si ritirò in camera sua a passo strascicato. John borbottò:

«Grazie, Queen» e seguì sua moglie di sopra. Tutti rimasero in silenzio per lungo tempo. Finalmente Nora parlò:

«Se non altro, Ellery, quel che lei ha visto conferma l’innocenza di Jim. È già qualcosa. Dovrebbe essere qualcosa per lo meno. Santo cielo, saranno costretti a crederle!» concluse in lacrime.

«Speriamo.»

«Giudice Martin» fece Roberta Roberts improvvisamente. «Lunedì dovrà cominciare l’arringa di difesa. Su che cosa sarà basata?»

«Perché non me lo dice lei?» ribatté il giudice Martin.

«Io non so nulla che la possa aiutare» sospirò la giovane abbassando gli occhi.

«Dunque avevo ragione» mormorò Ellery. «Non credete che degli altri giurati potrebbero…»

Si udì d’improvviso il rumore di qualcosa che si spezzava. Pat era balzata in piedi e i frammenti del bicchiere di Xeres che stava bevendo erano sparsi sul pavimento ai suoi piedi.

«Che ti succede?» domandò Lola. «Se questa non è una famiglia di svitati…»

«Sono stanca di starmene con le mani in mano» scattò Pat. «Voglio fare qualche cosa! Mi è venuta un’idea!»

«La piccolina ha avuto un’idea» rise Lola amaramente. «Anch’io ho avuto un’idea, una volta, e un istante dopo stavo divorziando da un mascalzone, e tutti mi trattavano da donna perduta. Siediti, mocciosetta.»

«Un momento» intervenne Ellery. «Che idea le è venuta Pat?»

«Continuate pure a fare i furbi» protestò Pat eccitata. «Divertitevi pure alle mie spalle. Ma io ho un piano e ho intenzione di metterlo in pratica.»

«Che specie di piano?» domandò il giudice Martin. «Sarò felice di saperlo, Patricia.»

«Ma davvero?» ribatté Pat in tono ironico. «Ma io non voglio parlarne. Saprete tutto al momento opportuno. Zio Eli, tu però devi farmi un favore…»

«E cioè?»

«Devi chiamarmi come ultimo testimone per la difesa

«Eh?» esclamò il giudice sorpresissimo.

«Che cosa sta architettando, bambina?» domandò Ellery. «Sarebbe meglio che ne parlasse prima con gli adulti.»

«Ci sono già state anche troppe chiacchiere, nonno.»

«Ma che cosa vuole fare?»

«Voglio tre cose» Pat era cupa e decisa. «Un certo periodo di tempo. E la certezza di poter deporre come ultimo testimone per la difesa, e un po’ del tuo nuovo profumo “Odalisca”, Nora… Che cosa voglio fare? Io salverò Jim! La farò vedere io a quel Carter Bradford!»

E minacciosa uscì dalla stanza.

IV

Il giurato numero sette

«Sarà quel che Dio vorrà» mormorò Eli Martin al signor Queen in tribunale, il lunedì mattina, mentre aspettavano l’ingresso del giudice Newbold.

«Vale a dire?» domandò Ellery.

«Vale a dire» sospirò l’avvocato «che, a meno di un intervento miracoloso, il genero del mio amico è fritto. Mamma mia, che disastro di processo! Non mi è mai capitato niente di simile. Nessuno vuol dirmi niente: l’accusato, la Roberts, la famiglia; nemmeno quella scimmietta di Patricia ha voluto parlare con me…»

«Patty…» mormorò pensosamente Ellery.

«Pat vuole che la chiami a testimoniare, ed io non so nemmeno perché! Questa non è legge: è pura follia.»

«È uscita sabato sera con un’aria molto misteriosa» mormorò Ellery. «Ieri è uscita di nuovo, e tutte e due le volte è rientrata molto tardi. E aveva bevuto, anche.»

«Quasi dimenticavo che lei è un investigatore. Come l’ha scoperto, Queen?»

«L’ho baciata.»

Il giudice Martin trasalì.

«Baciata?»

«Ho i miei metodi» disse rigido il signor Queen, ma poi sorrise. «Però non è servito a nulla; non ha voluto dirmi assolutamente che cosa stava combinando…»

«E il profumo “Odalisca”» brontolò il vecchio giudice. «Se Patricia Wright crede che un profumino dolciastro possa impedire al giovane Bradford di fare quel che vuol fare…»

Il primo testimone che il giudice Martin chiamò a favore di Jim Haight fu Hermione Wright. Hermy salì con regale dignità sullo sgabello dei testimoni e disse «Giuro» con voce ferma, quasi tragica. Era stata una mossa astuta, da parte di Martin, chiamare la madre di Nora a testimoniare in favore dell’uomo che aveva cercato di uccidere la figlia! Il pubblico e i giurati rimasero molto impressionati dalla ferma dignità con cui Hermy affrontò i loro sguardi. Era una donna veramente coraggiosa.

Con grande abilità, il vecchio avvocato portò Hermione a parlare della gaiezza della serata, dell’infantile gioia di Jim e di Nora quando avevano ballato insieme e incidentalmente le fece anche dire quanto aveva bevuto quella sera Frank Lloyd, il testimone principale di Bradford. Risultò chiara in contrario la sobrietà del signor Ellery Queen, il quale aveva bevuto un solo liquore prima del tragico brindisi al millenovecentoquarantuno.

Il giudice Martin indusse poi Hermy a parlare della conversazione avuta col genero, poco dopo il ritorno degli sposi dalla luna di miele. Jim le aveva confidato che Nora sospettava di dover avere un bambino. La sposa desiderava tenere la cosa segreta finché non ne fosse sicura, ma Jim aveva dichiarato di essere troppo felice per poter stare zitto.

Con una vaga emozione sul volto, Carter Bradford rinunziò al contro-interrogatorio. Vi fu un tentativo di applauso quando Hermy scese dal banco dei testimoni.

Il giudice Martin chiamò poi una lunga serie di persone per testimoniare la mitezza di carattere di Jim Haight. Una serie lunga quasi come il muso del giudice Newbold. E quando John si presentò a sua volta sulla pedana e dichiarò che Jim era un buon ragazzo, un figliolo d’oro, e che tutta la famiglia Wright giurava per lui, nel pubblico vi fu un’ondata di simpatia per i Wright che attutì un po’ l’animosità popolare verso l’imputato.

Durante la sfilata di questi testimoni, Carter Bradford mantenne un atteggiamento distaccato.

Poi il giudice Martin chiamò Lorenzo Grenville. Era un o’metto con gli occhi acquosi e il volto raggrinzito. Si definì un esperto calligrafico.

Dichiarò di essere stato presente in aula fin dall’inizio del processo e di aver sentito la testimonianza degli esperti dell’accusa riguardo l’autenticità della calligrafia delle tre lettere presumibilmente scritte dall’imputato. Disse inoltre di aver avuto l’opportunità di esaminare le suddette lettere, oltre a campioni della grafia di Jim Haight, e che secondo la sua «esperta» opinione esistevano gravi motivi per dubitare della paternità di Jim riguardo le lettere incriminate.

«Quindi lei non ritiene che Jim Haight abbia scritto quelle lettere?»

«No.» (Il Pubblico Ministero lanciò un’occhiata obliqua in direzione della giuria.)

«E perché, signor Grenville?» domandò il giudice.

Il signor Grenville si buttò sui dettagli. E poiché arrivò a delle conclusioni diametralmente opposte a quelle degli esperti citati dall’accusa, la giuria, con grande soddisfazione del giudice, era naturalmente confusa.

«Signor Grenville, ha qualche altra ragione per ritenere che quelle lettere non siano state scritte dall’imputato?»

Il signor Grenville spiegò: «Il fraseggiare è ampolloso, e non corrisponde al solito stile che l’imputato usa nelle lettere.»

«Concludendo, signor Grenville, qual’è la sua opinione definitiva?»

«Secondo me, si tratta di falsi.»

Il signor Queen si sarebbe sentito rassicurato se non avesse saputo che un altro imputato, in un altro processo aveva firmato un assegno e il signor Grenville aveva dichiarato che la firma era falsa. Ellery non aveva nessun dubbio sulle tre lettere. Erano state scritte da Jim Haight. Si domandò come avrebbe reagito il giudice Martin e lo scoprì subito.

«Secondo lei» disse il giudice «è facile o difficile falsificare la grafia del signor Haight?»

«Molto facile.»

«E lei sarebbe in grado di farlo?»

«Certamente.»

«Potrebbe farlo qui, subito?»

«Be’, dovrei studiarci un po’… diciamo un paio di minuti.» Bradford balzò in piedi e seguì un violento diverbio col giudice Newbold. Infine la corte accettò la dimostrazione e al perito furono consegnate carta, penna, inchiostro e una copia fotostatica di un campione di calligrafia di Jim.

Lorenzo Grenville studiò la fotocopia esattamente per due minuti.

Poi prese la penna, la intinse nell’inchiostro e cominciò a scrivere.

«Riuscirei meglio» disse «se avessi la mia penna.»

Poi il giudice Martin osservò ciò che il suo teste aveva scritto, e con un sorriso passò il foglio alla giuria, assieme alla fotocopia. Dall’espressione di stupore che si dipinse sul volto dei giurati, Ellery capì che il colpo era riuscito.

Vic Carlatti alla sbarra. Si, il proprietario del locale più malfamato della città.

D. «Signor Carlatti, lei conosce l’imputato, James Haight?»

R. «L’ho visto spesso in giro.»

D. «È mai venuto nel suo locale?»

R. «Si.»

D. «A bere?»

R. «Be’, un bicchiere o due, ogni tanto, non c’è nulla di male.»

D. «Ora, signor Carlatti, c’è stata una testimonianza secondo la quale pare che Jim Haight abbia ammesso con la moglie di aver perduto del denaro al gioco, nel suo locale. Ne sa qualcosa?»

R. «È una sporca menzogna.»

D. «Vuol dire che Jim Haight non ha mai giocato nel suo locale?»

R. «Mai.»

D. «L’imputato si è mai fatto prestare dei soldi da lei?»

R. «Mai.»

D. «L’imputato le deve del denaro?»

R. «Non un centesimo.»

D. «A quanto ne sa, l’imputato non ha mai perduto denaro nel suo locale? Al gioco o in qualche altro modo?»

R. «Gli unici soldi che l’imputato ha tirato fuori nel mio locale è stato per comprarsi da bere.»

«Signor Bradford, a lei!» disse il giudice Martin.

Contro-interrogatorio di Bradford:

D. «Carlatti, è contro la legge gestire una bisca?»

R. «E chi dice che io gestisco una bisca?»

D. «Nessuno, signor Carlatti. Si limiti a rispondere alle mie domande.»

R. «È una sporca montatura. Lo dimostri. Non sono qui in veste di imputato… Giudice Newbold: Il teste si astenga da commenti gratuiti e si limiti a rispondere alle domande.»

D. «Nella saletta posteriore del suo cosidetto night-club esistono una roulette e altri tavoli da gioco?»

R. «E io dovrei rispondere a una sporca domanda come questa? È un insulto, giudice. Non ho intenzione di stare qui a farmi insultare…»

Giudice Newbold: «Ancora un commento come questo e…»

Giudice Martin: «Mi sembra, Vostro Onore che questo interrogatorio sia improprio. Il problema se il teste gestisce una bisca o no non rientra nel caso in esame.

Giudice Newbold: «Respinto!»

Giudice Martin: «Eccezione!»

Bradford: «Se Jim Haight le deve dei soldi perduti ai suoi tavoli da gioco, signor Carletti, lei è costretto a negarlo per non incorrere nella legge, vero?»

Giudice Martin: «Io sostengo che la domanda…»

R. «Ma che vi prende a tutti? Se credete di farmi paura vi sbagliate! Ho un sacco di amici e vi faranno vedere che Vic Carlatti non si farà incastrare…»

Giudice Newbold: «Signor Bradford, ha altre domande?»

Bradford: «Credo che basti, Vostro Onore.»

Quando Nora prestò giuramento, si sedette e cominciò a deporre con voce soffocata, il tribunale pareva una chiesa. La donna che Jim Haight aveva cercato di uccidere, doveva per forza essere contro di lui… Ma Nora non era contro Jim. Era dalla sua parte, con tutta se stessa; fu una testimone superba, e difese suo marito da tutte le accuse. Ripeté che l’amava, che aveva fede nella sua innocenza. Mentre parlava, i suoi occhi continuavano a posarsi sulla misera figura di Jim che, a pochi passi di distanza, se ne stava a capo chino fissando la punta delle proprie scarpe sporche.

Nora non poté offrire ai giurati nessun fatto positivo per scagionare il marito, ma implorò per lui con tutta la forza della sua fede. Carter Bradford, generosamente, rinunziò al contro-interrogatorio.

La sposa sarebbe dovuta essere l’ultimo teste della difesa, ma Pat dal suo posto cominciò a fare segni frenetici al giudice Martin finché questi, con aria infelice, quasi colpevole, la chiamò a prestare giuramento. Il signor Queen si sporse in avanti sulla sedia, preso da una tensione indescrivibile.

Era chiaro che il giudice Martin non sapeva da che parte cominciare, ma Pat prese le redini del colloquio quasi immediatamente. Era indomabile. “Ma dove vuole arrivare?” si domandò Ellery.

Sebbene fosse un testimone della difesa, Pat fece chiaramente il gioco dell’accusa. Più parlava, e più danneggiava la disgraziata causa di Jim. Dipinse il cognato come un poco di buono, un bugiardo. Raccontò che aveva umiliato Nora, l’aveva trascurata, le aveva rubato i gioielli, le aveva rovinato la vita tormentandola e litigando con lei continuamente… Prima che potesse finire, il pubblico fischiava; il giudice Martin sudava come una fontana e faceva di tutto per rimandare la ragazza al suo posto. Nora fissava la sorella come se la vedesse per la prima volta, ed Hermy e John scivolavano sempre più giù dai loro sedili come due statue di cera sul punto di sciogliersi.

Il giudice Newbold interruppe Pat nel bel mezzo di una requisitoria contro il cognato.

«Signorina Wright, si rende conto di essere una teste della difesa?»

«Sono molto spiacente, Vostro Onore» ribatté Pat seccamente. «Ma io non posso sopportare di assistere a questa dolorosa commedia quando so che Jim Haight è colpevole…»

«Mi oppon…» cominciò il giudice Martin fuori di sé.

«Signorina» cominciò a sua volta il giudice Newbold irosamente. Ma Pat lo prevenne.

«È colpevole, come dicevo anche a Bill Ketcham ieri sera…»

«Che cosa?»

L’esplosione era venuta contemporaneamente dal giudice Newbold, da Eli Martin e da Carter Bradford. Per un momento il pubblico rimase in silenzio, agghiacciato dalla sorpresa; poi si scatenò una specie di giudizio universale, e il giudice Newbold ruppe la seconda mazzetta.

«Vostro Onore!» gridò al di sopra del baccano il giudice Martin. «Voglio che sia messo immediatamente a verbale che la dichiarazione fatta dalla mia teste un minuto fa mi giunge assolutamente nuova. Non avevo la minima idea che…»

«Un momento, un momento, giudice Martin» gemette il giudice Newbold con voce strozzata. «Signorina Wright!»

«Dica, Vostro Onore» fece Pat sorpresa, come se non riuscisse a capire il perché di tanta agitazione.

«Ma ho sentito bene? Ha detto d’aver parlato con Bill Ketcham, ieri sera?»

«Sì, Vostro Onore» assentì Pat rispettosamente. «E Bill era del mio parere…»

«Mi oppongo!» urlò Carter Bradford. «Questa è una commedia preordinata!»

La signorina Wright rivolse a Carter Bradford uno sguardo innocente.

«Un momento, signor Bradford!» Il giudice Newbold si sporse dal suo seggio. «Che cos’è accaduto ieri sera?»

«Ecco: Bill ha detto che Jim era colpevole senz’altro, e che se io gli avessi promesso di…» Pat arrossì. «Ehm, se io gli avessi promesso una certa cosa, lui avrebbe fatto sì che Jim avesse quel che si meritava. Disse che avrebbe parlato agli altri giurati e, da buon agente d’assicurazioni, ha detto che li avrebbe senz’altro persuasi tutti. Ha detto ch’io ero la ragazza dei suoi sogni, e che per me avrebbe scalato anche l’Himalaya.»

«Silenzio in aula!» ruggì il giudice Newbold. «Dunque, signorina Wright» continuò poi, cupo in volto. «Dobbiamo credere che ieri sera lei ha avuto una conversazione con Bill Ketcham, il giurato numero sette di questo processo?»

«Sì, Vostro Onore» fece Pat con gli occhi spalancati. «C’è qualcosa di male? Se l’avessi saputo…» il resto delle sue parole si perse nel baccano.

«Usciere, sgombrate l’aula!» urlò il giudice Newbold.

«Ed ora sentiamo tutto» fece il giudice Nevvbold con voce così fredda, che a Pat vennero le lacrime agli occhi.

«Siamo usciti insieme, Bill ed io, sabato sera. Bill m’ha detto qualcosa a proposito di non farci vedere, perché forse non era legale; così siamo andati in un ritrovo notturno di Slocum che lui conosce. Da allora ci siamo tornati tutte le sere. Io gli ho detto che Jim era colpevole, e Bill mi ha dato ragione; lui pensa che…»

«Vostro Onore» cominciò il giudice Martin con voce terribile.

«Eli Martin, se la sua reputazione non fosse… io penserei… Ohi, laggiù! Ketcham numero sette! In piedi!»

Il grasso Bill Ketcham, l’assicuratore, cercò di obbedire, ma ricadde a sedere. Finalmente riuscì a rizzarsi, e rimase in piedi oscillando leggermente.

«Bill Ketcham, è vero che ha trascorso tutte le sere, da sabato in qua, in compagnia di questa signorina? Le ha veramente promesso d’influenzare gli altri giurati…? Usciere! Dakin, prendetelo!»

Ketcham fu afferrato nella corsia principale mentre tentava di guadagnare la porta, dopo aver fatto lo sgambetto a due colleghi giurati. Quando fu trascinato davanti al giudice, cominciò a balbettare:

«Io… io non credevo di far niente di male, signor giudice. Io non mi sono reso conto, signor giu… giudice. Io giu… giuro che tutti sanno che quel figlio d’un cane è colpevole…»

«Fermate quest’uomo» mormorò il giudice Newbold. «Usciere, metta dei piantoni alle porte. C’è una sospensione di cinque minuti. Il resto dei giurati deve rimanere dove si trova. Nessuno dei presenti lasci l’aula.»

Il giudice Newbold si diresse verso il suo spogliatoio.

«Questo» disse il signor Queen mentre aspettava «capita quando non si tengono richiusi i giurati. Capita anche» soggiunse, fissando la signorina Patricia Wright «quando i ragazzini senza cervello s’impicciano degli affari dei grandi.»

«Ma Patty, come hai potuto?» singhiozzò Hermione. «Con quell’impossibile Ketcham! Ti avevo avvertita che avrebbe fatto delle avances spiacevoli se tu l’avessi incoraggiato. Ti ricordi, John, come tormentava Patty perché…?

«Me lo ricordo!» esclamò John, fuori dalla grazia di Dio. «E ricordo anche dove si trova il battipanni!»

«Sentite un po’» intervenne Pat a bassa voce. «Jim correva un grave pericolo, non è vero? Io allora mi sono lavorata quel ciccione di Bill, che ha tentato un paio di volte di mettermi le mani addosso… Avanti, continuate a guardarmi come se fossi una donnaccia!» Patricia cominciò a piangere. «In ogni caso, io ho fatto qualcosa che voi non siete stati capaci di fare… ve ne accorgerete in seguito!»

«È vero» convenne Ellery. «In questo processo Jim sarebbe stato senz’altro giudicato colpevole.»

«Se solo…» cominciò Nora col viso pallido, illuminato da un’immensa speranza. «Oh, Patty: sei una pazzerella, ma ti voglio tanto bene!»

«E Carter è diventato tutto rosso» balbettò Pat fra le lacrime. «Crede di essere così in gamba…»

«Sì» le fece notare il signor Queen. «Ma guardi il giudice Martin.»

Eli Martin si accostò a Pat.

«Patricia, tu mi hai messo in una delle più imbarazzanti posizioni della mia carriera. A me non importa, come non m’importa l’aspetto morale della tua condotta; però ti avverto che, nonostante quel che dirà il giudice Newbold, tutti capiranno che l’hai fatto apposta, e questo può forse ricadere su Jim…»

«Immagino che quei graffiacarte di vecchi avvocati debbano sempre fare i pignoli» dichiarò Lola. «Ma non prendertela, mocciosina; in ogni caso sei riuscita a dare a Jim un po’ di fiato… e qualche migliore probabilità!»

Pochi minuti dopo, il giudice Newbold rientrò in aula, e con voce fredda e irritata annunziò che il processo veniva rimandato a nuovo ruolo.

V

Pasqua: il dono di Nora

La corte di giornalisti forestieri si ritirò, ripromettendosi di tornare per il nuovo processo, ma Wrightsville chiacchierò, spettegolò, malignò, finché perfino le orecchie del piccolo Budda di porcellana sulla toeletta di Pat fischiarono.

Bill Ketcham, per qualche curiosa ragione, divenne invece l’eroe della città.

Nora crollò improvvisamente. La domenica di Pasqua, proprio mentre la famiglia Wright ritornava dalla chiesa, si udirono delle strane risate provenire dalla sua camera da letto. Pat, che stava pettinandosi nella stanza accanto, allarmata dal suono curioso e innaturale delle risa di Nora, corse da lei e la trovò che si rotolava sul pavimento ridendo irrefrenabilmente, mentre il suo viso passava dal rosso porpora a un giallo grigiastro. Nei suoi occhi ardeva un’espressione cupa e selvaggia.

Fu chiamato il dottor Willoughby, che rimase in camera di Nora per un quarto d’ora. Quando uscì, disse con voce roca:

«Bisogna portarla all’ospedale. Provvedo io a tutto.»

Hermy si afferrò al braccio di John; Lola e Pat si strinsero l’una all’altra, ma nessuno riuscì a parlare.

Nell’ospedale di Wrightsville vi era poco personale, essendo il giorno di Pasqua e non vi erano camere private, ma il dottor Willoughby aveva fatto isolare un lettino con dei paraventi, e qui aveva messo Nora.

La famiglia non fu ammessa al suo capezzale. Dovettero rimanere tutti nella sala d’aspetto dell’atrio, una sala d’aspetto grande e vecchia che puzzava di disinfettante.

Nessuno parlava. Passò molto tempo. Poi tornò il dottor Willoughby, e tutti si strinsero intorno a lui.

«Non ho molto tempo» ansimò il medico. «Ascoltatemi: Nora è di costituzione delicata. È sempre stata molto nervosa. Ed ora le preoccupazioni, le pene che ha dovuto sopportare… i tentativi di avvelenamento, la vigilia di capo d’anno, il processo… è molto, molto debole, molto abbattuta…»

«Che cosa stai cercando di dirci, Milo?» domandò John, stringendo forte il braccio del suo amico.

«John, Nora è in condizioni molto gravi. Non posso nasconderlo a te e ad Hermy. È una creatura ammalata.»

Il dottor Willoughby si voltò come per correre via.

«Milo, aspetta. E… e… il bambino?»

«Sta per averlo, Hermy. Dobbiamo operare.»

«Ma se sono poco più di sei mesi…»

«Sì» mormorò il dottor Willoughby faticosamente. «È meglio che aspettiate qui. Devo andare a prepararmi.»

«Milo» disse John. «Qualsiasi cosa sia necessaria… per Nora… Voglio dire: chiama chi vuoi… il migliore…»

«Siamo fortunati, John. Henry Gropper è a Slocum, in visita presso alcuni parenti. È stato un mio compagno d’università. Il migliore ginecologo della costa orientale. L’ho fatto chiamare. Sta arrivando.»

«Milo» gemette Hermy.

Ma il dottor Willoughby se n’era già andato. Riprese l’attesa nella camera silenziosa, mentre fuori brillava il sole, e i primi fiori pasquali spandevano un dolce profumo. John si sedette accanto alla moglie e le prese la mano. Rimasero immobili a fissare le lancette dell’orologio sulla parete. I secondi passavano, diventavano minuti e ore. Lola voltava di tanto in tanto le pagine di una rivista.

«Pat, venga qui» chiamò Ellery.

«Dove?» La ragazza stava lottando con le lacrime.

«Vicino alla finestra, lontano dai suoi» mormorò il giovane.

Pat raggiunse Ellery nell’angolo più lontano della stanza. La ragazza si sedette sopra una poltrona accanto alla finestra e guardò fuori. Ellery Queen le diede una sigaretta, poi le prese la mano.

«Parli.»

«Oh, Ellery!»

«Lo so» assentì l’investigatore con dolcezza «ma parli ugualmente. Dica qualsiasi cosa: le farà bene.»

«Parlare…» la voce di Pat era amara. Aveva gli occhi pieni di lacrime. «Perché no? Ma sono così confusa. Nora è là… il suo bambino sta per nascere… e Jim è in prigione a pochi passi da qui. Guardi papà e mamma in quell’angolo: stanno seduti come due vecchi… Ellery, sono vecchi.»

«Sì, Patty» mormorò Ellery.

«Pensare che eravamo tanto felici, prima. Se io e Nora non avessimo deciso di arredare il nuovo studio di Jim… se io non avessi aperto quella cassa di libri!»

«Quale cassa di libri?» domandò Ellery sorpreso.

«L’avevo portata di sopra io stessa. Quando la roba di Jim era arrivata da New York, l’avevamo messa tutta in cantina. Pensi… se io non avessi aperto quella cassa? Se non avessi trovato, non so, il martello o il cacciavite… se avessi aspettato una settimana, un giorno, anche solo un’altra ora… Ellery, ma che cosa c’è?»

Il signor Queen era in piedi, immobile, col volto contratto. E sembrava la statua dell’ira.

«Lei mi sta dicendo» sibilò con calma minacciosa «che quei libri, quelli che Nora ha lasciato cadere, non facevano parte della collezione che stava sullo scaffale del salotto?» Scrollò la ragazza con violenza, e Pat fece una piccola smorfia di dolore. «Pat, risponda. È sicura che quella cassa veniva dalla cantina?»

«Naturalmente, ne sono sicurissima» rispose Pat, tremante. «Che cosa le succede? Era una cassa inchiodata; l’ho aperta io stessa. E pochi minuti prima che lei arrivasse, ho riportato la cassa vuota in cantina insieme con gli arnesi e a una quantità di chiodi storti.»

«È… fantastico» sospirò Ellery, e si lasciò cadere pesantemente sopra una seggiola. Pat era sbalordita.

«Ellery!» Ora era Pat che scuoteva lui. «Cosa sono questi misteri? Che cosa c’è?»

«Aspetti un momento!»

La ragazza rimase in attesa finché Ellery mormorò:

«Se soltanto l’avessi saputo. Ma no, non potevo immaginare… è stato un destino. Un destino che mi ha portato in quella stanza cinque minuti più tardi. Il destino che le ha impedito di dirmelo per tutti questi mesi. Il destino che mi ha nascosto il fatto essenziale.»

«Ellery…»

«Dottor Willoughby!»

Fu un grido generale, e tutti attraversarono di corsa la sala d’aspetto. Il medico avanzava lentamente. Portava il camice chirurgico, e la mascherina di tela abbassata sotto il mento. Il camice era imbrattato di sangue, ma le sue guance erano bianche come la neve.

«Milo!» gemette Hermione.

«E allora?» chiese John con voce aspra.

«Per l’amor di Dio, dottore!» gridò Lola.

Pat gli corse accanto e afferrò la mano del vecchio medico.

«Ecco…» cominciò il dottor Willoughby con voce roca, e tacque subito. Poi ebbe un tristissimo sorriso, e passò un braccio intorno alle spalle di Hermy. «Nora ti ha fatto un regalo per Pasqua… nonna.»

«Nonna» mormorò Hermy.

«Il bambino!» esclamò Pat. «Sta bene?»

«Benissimo, Patricia. È una bamboccina assolutamente perfetta. È piccolissima e molto fragile, naturalmente; dovremo metterla nell’incubatrice, ma fra qualche settimana sarà perfettamente a posto.»

«E come sta Nora?»

Il medico abbassò il capo e disse come in un soffio:

«Nora… è morta!»

Parte sesta

I

In fondo al burrone

«Non è ora di visita» disse fermamente Wally Planetsky, ma poi soggiunse: «Oh, lei è l’amico di Patty Wright. Un gran brutto modo questo di passare la domenica di Pasqua, signor Queen.»

«Ha più che ragione» convenne Queen, mentre il guardiano lo precedeva, aprendo e chiudendo Cancelli. «Come sta il nostro giovanotto?»

«Non ho mai visto un altro che sapesse tenere il becco chiuso come lui. Si direbbe che abbia fatto un voto.»

«Può anche darsi che l’abbia fatto» sospirò il signor Queen. «È venuto a trovarlo qualcuno, oggi?»

«Solo quella giornalista: la signorina Roberts.»

«C’è un medico qui in giro?» domandò Ellery inaspettatamente.

«Ma certo; abbiamo un’ottima infermiera, e il giovane Ed Crosby è entrato in servizio proprio ora.»

«Dica al medico che forse potrò avere bisogno del suo aiuto tra poco.»

L’ufficiale fissò Ellery sospettosamente; poi si strinse nelle spalle, gli aprì la porta della cella; poi la richiuse e si allontanò, strascicando i piedi. Jim, sdraiato sul pagliericcio con le mani incrociate dietro la testa, osservava i piccoli riquadri di cielo azzurro fra le sbarre.

«Jim?»

«Oh, buongiorno» fece Jim voltandosi. «E buona Pasqua.»

«Jim…» cominciò di nuovo Ellery accigliandosi.

Esitò, poi si fece forza e, con molto tatto, prima gli disse della bimba, poi della morte di Nora.

«Non è riuscita a superare la crisi. È spirata serenamente» concluse Ellery.

Ad un tratto l’investigatore balzò in piedi esclamando:

«No, Jim; un momento, figliolo!»

Ma Jim si era aggrappato alle sbarre come un’enorme scimmia e le scoteva violentemente.

«Lasciatemi andare, lasciatemi uscire!» gridava. «Maledetti tutti! Devo andare, devo correre da Nora! Fatemi uscire di qui!» Agli angoli della sua bocca comparve un velo di schiuma bianca.

Quando il dottor Crosby arrivò con la sua valigetta nera, trovò Jim Haight disteso sul pavimento e il signor Queen inginocchiato sul petto di Jim che gli teneva ferme le braccia con forza non priva di dolcezza. Jim urlava ancora, ma le sue parole non avevano più alcun senso. Il medico gli lanciò una rapida occhiata e afferrò una siringa.

I funerali di Nora ebbero luogo martedì quindici aprile in forma privata. Erano presenti solo i famigliari e alcuni amici: il signor Queen, il giudice Martin e sua moglie, il dottor Willoughby e alcuni funzionari della banca di John. Meno di venti persone in tutto. Frank Lloyd era apparso col viso tetro sulla soglia della cappella, aveva lanciato un’occhiata al viso immobile di Nora, nella bara, ma, quando gli occhi di Hermy si erano posati su di lui, si era dileguato. Hermy si era comportata meravigliosamente. Mentre il pastore predicava, era rimasta impassibile senza una lacrima. Pat disse poi che non aveva pianto, solo perché non aveva più lacrime. John era curvo, abbattuto, e Lola aveva dovuto condurlo via per mano quando la cassa era stata richiusa.

Prima che il corteo si avviasse, Pat si era allontanata per qualche minuto. E al suo ritorno annunziò:

«Ho telefonato all’ospedale. La bambina sta bene. Cresce nella sua incubatrice come una piccola piantina verde.»

Le labbra di Pat tremarono, e il signor Queen le passò un braccio intorno alle spalle.

Jim giunse al cimitero, accompagnato da due agenti. La sua disperazione era così completa, che l’avvolgeva quasi in un’aura di dignità. Il prigioniero camminava a passo fermo tra le sue due guardie, ignorandole, e fissando intensamente il punto in cui la terra era stata aperta per ricevere Nora.

Mezzo paese l’osservava in silenzio, e la curiosità dei presenti divenne quasi palpabile. Quando Jim giunse accanto al gruppo dei Wright, tutti gli occhi degli spettatori si fecero più attenti; quello era il “pezzo forte” della giornata. Ma non avvenne nulla di notevole. O forse sì, perché le labbra di Hermy si mossero, e Jim le si avvicinò e si chinò a baciarla.

Quando la bara fu calata nella fossa, la folla, ai cancelli, cominciò ad allontanarsi silenziosamente. Fu allora che Jim agì. Fino a un momento prima aveva camminato tra i suoi guardiani con gli occhi fissi al suolo; poi ad un tratto parve scuotersi. Fece lo sgambetto a uno degli agenti, e questi cadde all’indietro con un tonfo. Immediatamente Jim diede un formidabile pugno alla mascella dell’altra guardia, che cadde addosso al suo compagno. I due poliziotti si rotolarono, avvinghiati l’uno all’altro come lottatori, nel tentativo di rimettersi in piedi. In quei pochi secondi Jim scomparve, correndo tra la folla, caricandola come un toro… Ellery gli gridò qualcosa, ma Jim continuò a correre. Gli agenti riuscirono finalmente a rimettersi in piedi e partirono all’inseguimento, ma inutilmente. Sparare, con tutta quella gente in giro, era impossibile.

Ellery capì allora che la follia di Jim non era affatto follia. A circa un quarto della collina, al di là di tutte le altre automobili, era ferma una grossa macchina col radiatore puntato verso la città. Era completamente vuota, ma il motore era acceso. Jim vi balzò dentro, e l’automobile partì immediatamente a grande velocità. Gli agenti balzarono a loro volta sulla macchina della polizia e si buttarono all’inseguimento, ma Jim era già scomparso. Per un attimo sulla collina vi fu silenzio, poi si udì un grande sbatacchiamento di sportelli e il rombo di numerosi motori che s’avviavano. Pareva che i cittadini di Wrightsville non volessero perdere l’ultimo emozionante spettacolo.

Hermy giaceva sul divano, in sala da pranzo. Pat e Lola si alternavano, applicandole delle compresse fredde sulla fronte, mentre John voltava le pagine del suo ultimo album di francobolli con grande fermezza, come se al mondo non fosse esistito nulla di più importante. Clarice Martin teneva strettamente una mano di Hermy fra le sue, in un turbine di rimorso, e piangeva sulla propria defezione durante il processo, sulla fine di Nora e sull’ultimo gravissimo colpo. Hermy, la grande Hermy, la confortava. Accanto al caminetto, Ellery Queen e il medico parlavano a bassa voce.

Improvvisamente giunsero il giudice Martin e Carter Bradford. Tutti trasalirono quando il nemico varcò la soglia. Carter era pallidissimo e cercava di non guardare Pat che era diventata più pallida di lui. Clarice Martin, spaventata, lanciò uno sguardo interrogativo a suo marito, che rispose scotendo il capo con aria rassicurante.

«Non vorrei disturbare, signora Wright» disse Cart rigido. «Volevo solo che sapeste quanto male mi ha fatto tutto questo.»

«Grazie, Carter» rispose Hermy dolcemente. «E, figliolo: che ne è di Jim?»

«È scomparso, signora Wright.»

«Ne sono felice!» esclamò Pat. «Ne sono veramente contenta!»

«Non dire così, Patty» fece Cart lanciandole un breve sguardo. «Questo genere di cose non va mai a finir bene. Nessuno riesce a cavarsela. Jim avrebbe fatto meglio a restare dov’era.»

«Per darti il modo di mandarlo sulla sedia elettrica, immagino!»

Carter disse: «Naturalmente è stato dato l’allarme; tutte le strade sono controllate; è solo questione di tempo».

«Bradford, ha già scoperto da dove veniva quell’automobile?» domandò il signor Queen senza muoversi dal caminetto. «Mi è sembrata tutta una cosa preparata. L’automobile era nel posto ideale e, per di più, aveva il motore acceso.»

«A chi appartiene quell’automobile?» domandò Lola.

«È stata presa a nolo stamattina, in un garage della città bassa, da quella donna: Roberta Roberts.»

«Ah!» esclamò Ellery Queen, come se quella fosse appunto la notizia che si aspettava. Gli altri rimasero sorpresi.

«Carter mi ha permesso di parlare con quella donna, un minuto fa» spiegò il giudice Martin stancamente. «Dice che aveva noleggiato l’automobile per venire al funerale.»

«E sostiene di aver lasciato il motore acceso per sbaglio» concluse Cart seccamente. «Non c’è dubbio sulla sua complicità, ma se non riusciamo a prendere Jim Haight non potremo incriminare la Roberts. Probabilmente saremo costretti a rilasciarla.» E concluse irosamente: «Ho sempre diffidato di lei!».

«Domenica era andata a trovare Jim» osservò Ellery in tono meditabondo.

«Anche ieri! È probabile che abbiano preso accordi per la fuga.»

Hermy ripeté:

«Povero Jim» e chiuse gli occhi lentamente.

Quella sera, alle dieci, Carter Bradford ricomparve in casa Wright. Andò direttamente verso Pat. La ragazza ne fu tanto sorpresa, che si dimenticò di reagire.

«Tutto sta a te e a Lola, ora, Pat» disse Carter gentilmente.

«Si può sapere di che cosa stai parlando?» chiese Pat con voce tremula e acuta.

«Gli uomini di Dakin hanno trovato l’automobile di Jim.»

«L’hanno trovata

Ellery Queen raggiunse in fretta i due giovani.

«Se ci sono cattive notizie, parli sottovoce. La signora Wright è appena andata a letto, e John è al limite estremo delle sue forze. Dov’è stata trovata l’automobile?»

«In fondo al burrone che costeggia la strada del nord, dalla parte delle colline, a circa settanta chilometri da qui.»

«Oh, Dio» mormorò Pat con gli occhi sbarrati.

«È uscita da una curva ed è finita in fondo al precipizio. È stato un volo di più di cento metri…»

«E Jim?» domandò Ellery.

«L’hanno trovato nell’automobile.» Cart voltò il viso. «Morto. E così questa è la fine del “caso”.»

Il giovane si rivolse a Patricia. «È la fine, Pat.»

«Povero Jim» mormorò Pat.

«Voglio parlare con voi due» disse il signor Queen.

Era tardi e non c’era tempo da perdere. Le ultime ore erano state un incubo. Hermione aveva sorpreso la conversazione e alla notizia della morte di Jim era crollata. Al funerale della figlia il coraggio non l’aveva abbandonata, ma la fine del genero l’aveva trovata indifesa. Aveva perso il controllo e il dottor Willoughby aveva lavorato ore e ore per riuscire a farla dormire. John non era certo stato meglio: improvvisamente aveva cominciato a tremare come una foglia e il medico se n’era accorto. L’aveva mandato immediatamente a letto, con Lola ad assisterlo. Ora finalmente i due coniugi dormivano. Il dottor Willoughby era tornato a casa sfinito.

«Voglio parlare con voi due» ripeté il signor Queen. Pat era rimasta in silenzio sotto il portico ad aspettare che Carter Bradford uscisse per tornare a casa. Ed ora finalmente il giovane era arrivato.

«Non credo che possa dirmi nulla che io desideri udire» brontolò Carter con voce roca e fece per andarsene.

«Ellery, non…» esclamò Pat afferrandogli una mano.

«Devo parlarvi. Questo ragazzo crede d’essere un martire, lei Pat pensa di essere l’eroina di qualche tragedia di Byron. Entrambi siete due stupidi e questa è la verità.»

«Buona notte!» esclamò Carter Bradford.

«Aspetti un momento, Bradford. Abbiamo tutti passato momenti terribili e questa è stata una giornata particolarmente penosa. Ed io sto per lasciare Wrightsville.»

«Ellery!» gemette Pat.

«Sono già rimasto troppo a lungo, Pat. Ora non vi è più nulla che mi trattenga… assolutamente nulla.»

«Proprio nulla?»

«Risparmiatemi i vostri teneri addii» rimbeccò Cart. Poi rise un po’ imbarazzato e si sedette sul gradino vicino agli altri due. «Non badatemi. Sono intontito in questi giorni, a volte penso di essere un rompiscatole terribile.»

«Cart… tu? Che fai l’umile?» esclamò Pat sgranando gli occhi.

«Sono molto cresciuto in questi ultimi mesi» disse Cart a mezza voce.

«Molta gente è cresciuta qui attorno» fece il signor Queen in tono mite. «Che ne direste di dimostrare un po’ di buon senso, finalmente?»

«La prego, Ellery» mormorò Pat scostando la propria mano da quella del giovane.

«So che sto impicciandomi degli affari vostri e il mestiere di ficcanaso è duro» sospirò il signor Queen «ma, comunque, che ne dite della mia decisione di partire?»

«Pensavo che fosse innamorato di lei» borbottò Cart ruvidamente.

«E lo sono infatti.»

«Ellery!» esclamò Pat. «Non mi ha mai, mai…»

«Sarò innamorato di quel buffo faccino finché vivrò» dichiarò il signor Queen. «È un adorabile musino di bamboccia. Ma il male è, Pat, che lei non è innamorata di me.» Pat fece per dire una parola, ma ci ripensò e tacque. «Lei è innamorata di Cart.»

Pat balzò in piedi.

«Che importa se anche lo sono stata! La gente non dimentica le scottature e le ferite!»

«Oh sì, dimentica» disse pacato il signor Queen. «La gente sa dimenticare con maggiore facilità di quanto non si creda.»

«Impossibile» ribatté Pat corrucciata. «Non è il momento di comportarsi come ragazzini. Pare che non si sia reso conto di quel che è successo in questa casa. Ormai noi siamo dei paria. Dovremo combattere una lunga battaglia per riabilitarci. E ormai ci siamo solo io e Lola per aiutare mamma e papà a rimettersi di nuovo in piedi.»

«Potrei aiutarvi io, Pat» fece Cart in un soffio.

«Grazie mille! Faremo noi. È tutto, signor Queen?»

«Non c’è fretta» mormorò il signor Queen.

Pat rimase in silenzio per un momento poi augurò la buona notte con voce stizzosa ed entrò correndo in casa. La porta sbatté alle sue spalle. Ellery e Carter tacquero per un po’.

«Queen» disse finalmente Cart.

«Sì, Bradford?»

«Questa faccenda non è finita, vero?»

«Che cosa intende dire?»

«Ho la strana sensazione che lei sappia qualcosa che io non so.»

«Davvero?» domandò il signor Queen.

«Non voglio negare di esser stato gretto e testardo, ma la morte di Jim ha mosso qualcosa dentro di me. Non so perché, dal momento che non ha cambiato i fatti. Jim rimane sempre il solo che avesse un vero motivo per desiderare la morte di Nora. Eppure… non ne sono più sicuro come una volta.»

«Da quando?» chiese Ellery in tono molto strano.

«Da quando ho saputo che l’hanno trovato morto.»

«E perché questo dovrebbe fare una differenza?»

Cart si prese il capo tra le mani. «Perché abbiamo tutte le ragioni di credere che l’automobile non sia finita nel burrone per un incidente.»

«Capisco» dichiarò Ellery.

«Non volevo dirlo ai Wright, ma io e Dakin siamo convinti che Jim si sia buttato deliberatamente nel vuoto con la macchina.» Il signor Queen non rispose. «E allora ho cominciato a pensare… a pensare… Queen!» Carter balzò in piedi. «Per l’amor del cielo, se sa qualcosa me lo dica! Non riuscirò a dormire finché non ne sarò certo. È stato Jim Haight a commettere quel delitto?»

«No.»

«Chi è stato allora?» chiese Carter con voce afona.

«Non voglio dirlo.»

«Però lo sa.»

«Sì» sospirò Ellery.

«Ma non può…»

«Sì che posso. Non creda che per me sia facile. Tutte le mie convinzioni, la mia vita stessa di investigatore mi spingono a ribellarmi a questa… diciamo connivenza. Ma i Wright mi piacciono, sono brave persone e hanno sofferto troppo. Non voglio far loro dell’altro male. Lasciamo correre.»

«Ma può dirlo almeno a me, Queen!» implorò Cart.

«No, lei non è sicuro di se stesso; non è ancora del tutto sicuro, Bradford. Lei è un gran caro figliolo, ma il suo processo di sviluppo è stato un poco ritardato.» Ellery scosse il capo. «Il meglio che lei possa fare è di dimenticare, e cercare di sposare Patty. È pazzamente innamorata di lei.»

Cart afferrò il braccio di Ellery e lo strinse così forte che il giovane trasalì.

«Ma deve dirmelo!» esclamò. «Come potrei… sapendo che uno… uno di loro…»

Il signor Queen aggrottò la fronte nell’oscurità.

«Le dirò quel che faremo, Carter» disse infine. «Lei aiuta questa gente a riprendere la sua posizione e la sua vita normale a Wrightsville. Faccia una corte spietata a Pat Wright. Insista continuamente per farsi sposare, fino a stancarla. Dico sul serio: la stanchi a forza di richieste di matrimonio. Ma se non otterrà nulla, mi telegrafi. Io torno a casa. Mi mandi un telegramma a New York ed io tornerò. Forse quello che ho da dire a lei e a Patty risolverà il vostro problema.»

«Grazie» mormorò Carter Bradford con voce soffocata.

II

Il ritorno di Ellery Queen

“Ecco” pensava il signor Ellery Queen mentre si guardava attorno sulla piattaforma della stazione. “Sono di nuovo un ammiraglio, il secondo viaggio dell’ammiraglio Colombo.” Il treno che l’aveva riportato a Wrightsville stava scomparendo dalla curva. In tasca gli frusciava un telegramma che aveva ricevuto la sera prima. Diceva: “Ho bisogno di lei. L’aspetto”. Ed era firmato da Carter Bradford.

Ellery era stato lontano da Wrightsville meno di un mese, ma gli sembrava che il paese fosse cambiato. O meglio gli sembrava che fosse tornato quello di prima. Era di nuovo la vecchia Wrightsville che aveva conosciuto nell’agosto precedente. All’investigatore pareva che fosse passato un secolo da allora.

Il signor Ellery entrò in una cabina telefonica, e un istante dopo si fece condurre in cima alla collina dal tassì della stazione.

La casa che era stata di Nora e di Jim aveva tutte le imposte chiuse, e così opaca e senza vita sembrava quasi brutta.

Ellery esitò di fronte alla grande villa dei Wright. Dal retro del giardino veniva un mormorio di voci e il giovane investigatore si diresse da quella parte camminando silenziosamente sull’erba. Sotto il sole, Hermy si esercitava a spingere una carrozzella per bambini nuova di zecca. John sorrideva e Lola e Pat facevano allegri commenti sulle nonne di professione che volevano fare tutto loro.

Nascosto in un cespuglio di oleandri, il signor Queen osservò a lungo la scena finché non riuscì a richiamare l’attenzione di Pat, mentre gli altri non vedevano, e a farle segno di raggiungerlo.

«Ellery caro!» disse la ragazza che s’era allontanata dai suoi con un pretesto. Gli buttò le braccia al collo. «Sono tanto felice di vederla. Perché tutto questo mistero? Brutto antipatico! Come sono contenta!»

La ragazza baciò il giovane con effusione e per un momento il suo viso fu la faccetta infantile che Ellery ricordava.

«Non è la sua automobile quella?» domandò il signor Queen indicando una due-posti accanto al marciapiede. «Andiamo a fare una passeggiata.»

«Ma papà, mamma e Lola rimarranno malissimo se lei non…»

«Non disturbiamoli, Patty. Mi sembrano veramente felici ora che aspettano l’arrivo della piccola. Come sta la bambina?»

La macchina di Pat guidata da Ellery s’avviò giù per la collina.

«Ora sta benissimo. È un cosino tanto grazioso! Sa, somiglia tutta a…» Pat s’interruppe, poi riprese coraggiosamente: «Somiglia tutta a Nora».

«Davvero? Allora dev’essere una signorinetta molto bella.»

«È un tesoro. Non vediamo l’ora che esca dall’ospedale. L’andiamo a trovare continuamente; io poi scappo a vederla anche quando gli altri non ci sono… la piccola Nora abiterà nella stanza di sua mamma, l’abbiamo chiamata come lei…»

Ellery sorrise.

«Lei è tornata la Patty di un tempo…»

«Ma non ne ho più l’aspetto… lo so che sto diventando una vecchia strega. Dove stiamo andando, Ellery?»

«In nessun posto, in particolare» fece Ellery vagamente voltando la macchina verso sud.

«Mi dica, come mai è ritornato a Wrightsville? Il suo romanzo come va?»

«È terminato.»

«Oh, ma è meraviglioso, Ellery, non me ne ha letto una sola parola. Come finisce?»

«Questa è appunto la ragione per cui sono tornato a Wrightsville.»

«Che cosa significa?»

«Vede, il romanzo è praticamente finito, ma si potrebbe apportare qualche cambiamento all’ultimo capitolo… se non altro mutare alcuni elementi che non riguardano direttamente la trama poliziesca. Lei potrebbe aiutarmi.»

«Io? Ne sarei felicissima!»

«Ha visto molte volte Carter Bradford in questi ultimi tempi?»

Pat fissò attentamente le proprie unghie.

«Ah, sì! Si è fatto vedere qualche volta.»

«E il funerale di Jim?»

«L’abbiamo sepolto vicino a Nora.»

«Bene!» Ellery rallentò. «Sa Pat, mi sta venendo sete. Che cosa ne dice se andassimo a bere qualcosa!»

«D’accordo.»

«Ma quella non è la “Taverna” di Gus Olensen?»

Ellery fermò l’automobile davanti al locale e scese mentre Pat protestava giurando che non era mai entrata in un luogo simile. Attraversarono la soglia ridendo e in un angolo trovarono Carter Bradford in attesa.

«Ecco Pat, Bradford. Servizio a domicilio.»

«Pat!» esclamò Cart.

«Cart!»

I due giovani rimasero in piedi ai lati del tavolino guardandosi con occhi poco amichevoli.

«Ellery, lei mi ha portato qui con un trucco.»

«Non ero sicuro che sarebbe venuta senza trucchi» mormorò il signor Queen.

«Sono stato io a chiedere a Queen di ritornare a Wrightsville» spiegò Cart aggressivamente. «Lui mi aveva detto che… Pat, io ho tentato tante volte di vederti, ho cercato di farti capire che dovevamo cancellare il passato, che ti voglio bene, che te ne vorrò sempre e che sarei felice se tu acconsentissi…»

«Non parliamone più» ribatté Pat con forza.

La ragazza cominciò a cincischiare l’orlo della tovaglia. Arrivarono le bibite e i tre si sedettero a bere in silenzio senza guardarsi in viso.

Dietro il banco Gus Olensen leggeva attentamente una copia del giornale di Frank Lloyd e non badava assolutamente a loro.

«Pat» fece il signor Queen «io sono tornato qui oggi, per dire a lei e a Cart chi era realmente responsabile del delitto di cui Jim Haight era stato accusato.»

«Oh!» fece Pat sospirando profondamente.

Il signor Queen proseguì: «Nella sala d’aspetto dell’ospedale il giorno in cui Nora morì, lei mi disse una cosa, un fatto insignificante. È stato come gettare un seme… ora nella mia mente è nato un albero altissimo».

«Allora non era stato Jim, dopo tutto…» sospirò Pat. «Ellery, no, non voglio saperlo!»

«Sì» disse Ellery gentilmente. «È questo mistero che divide lei e Cart. E questo interrogativo che vi perseguiterà tutta la vita. Ed io vorrei poterlo cancellare e mettere al suo posto un bel punto fermo. Allora il capitolo sarà chiuso e voi due potrete guardarvi negli occhi con una nuova fede.» Sorseggiò il suo liquore. «Lo spero, almeno!»

«Lo spera?» borbottò Carter.

«La verità non è piacevole.»

«Ellery!» gridò Pat.

«Ma voi non siete più bambini. Vi ripeto che la verità non è piacevole, ma se non altro, è la verità e quando voi la conoscerete potrete prendere delle serie autentiche decisioni… Pat, è come un’operazione. O si taglia il tumore, o si muore: devo operare?»

«Avanti, faccia pure… dottore» sussurrò infine Pat.

Cart inghiottì a fatica e annuì.

«Lei ricorda, Pat» cominciò il signor Queen con un sospiro «d’avermi parlato, all’ospedale, della visita che avevo fatto a Nora alla vigilia di Ognissanti, quando avevo trovato lei e sua sorella che portavate i libri dal salotto al nuovo studio di Jim, al piano superiore?» Pat annuì senza parlare. «Ricorda che cosa mi ha detto? I libri che lei e Nora stavate portando di sopra erano appena stati levati da una cassa inchiodata. Lei era scesa in cantina pochi minuti prima che io entrassi e aveva visto la cassa dei libri chiusa e inchiodata esattamente come era arrivata dalla stazione alcune settimane prima… aveva visto la cassa intatta e l’aveva aperta personalmente.»

«Una cassa di libri?» brontolò Cart.

«Quella cassa di libri, Cart, faceva parte dei bagagli che Jim aveva spedito da New York a Wrightsville quando era ritornato per fare la pace con Nora. Quel bagaglio era rimasto in deposito alla stazione di Wrightsville, Carter, era rimasto alla stazione per tutto il tempo della luna di miele di Jim e Nora. Era stato portato in casa Haight al loro ritorno e depositato in cantina finché, alla vigilia di Ognissanti, Pat aveva trovato la cassa ancora intatta, ancora inchiodata, ancora chiusa. Questo fatto che io avevo sempre ignorato, mi ha condotto alla scoperta della verità.»

«Ma come, Ellery?» domandò Pat.

«Fra un momento lo capirete. Avevo sempre creduto che quei libri fossero quelli dello scaffale del salotto. Credevo che fossero libri di casa, libri che Jim e Nora possedevano da molto tempo.»

«Ma dove vuole arrivare?» domandò Carter Bradford accigliandosi.

«Uno dei libri di quella cassa era la copia della Tossicologia di Edgcomb.»

Carter Bradford rimase a bocca aperta.

«Ma il passo che riguardava l’arsenico!»

«E non solo quello… dovete sapere che le tre lettere erano cadute dalle pagine di quel volume.»

Quella volta Carter non disse nulla. Pat fissava Ellery con aria interrogativa.

«Ora, dal momento che quella cassa era stata inchiodata a New York e riaperta solo quel giorno, e poiché il libro di tossicologia vi era rimasto rinchiuso, è chiaro che Jim non poteva aver scritto quelle tre lettere a Wrightsville. Quando mi resi conto di questo, capii tutto. Le lettere dovevano esser state scritte a New York, prima che Jim ritornasse a Wrightsville per chiedere a Nora di sposarlo. Vale a dire, prima che sapesse con sicurezza se Nora lo avrebbe accettato dopo l’abbandono e tre anni d’assenza.»

«Già» mormorò Carter Bradford.

«Ma non capite?» domandò Ellery. «Come potevano riguardare Nora, la malattia e la morte predette da Jim per sua “moglie” in quelle lettere? Certo, Nora era la moglie di Jim quando vennero trovate, ma non era sua moglie e Jim non poteva pensare che lo sarebbe diventata quando le aveva scritte.»

«Ma Ellery» ansimò Pat. «Se quelle lettere non riguardavano Nora, allora… tutto…»

«Un po’ di pazienza, Pat…» interruppe il signor Queen con voce aspra. «Non appena cominciai a sospettare che la “moglie” di cui Jim parlava nelle sue lettere non fosse Nora, due fatti che mi erano sembrati di scarsissima importanza, divennero estremamente significativi. Innanzi tutto le date erano incomplete. Voglio dire che era scritto il mese, il giorno, ma non l’anno. Quindi le tre feste: di Ringraziamento, di Natale e di Capodanno, nelle quali aveva avuto luogo la malattia della moglie di Jim, potevano benissimo essere le feste di due o anche tre anni prima! In secondo luogo, il nome di Nora non veniva citato in nessuna delle tre lettere. Vi si parlava soltanto di una moglie. Quindi se Jim aveva scritto quelle lettere a New York, non poteva aver parlato della malattia e della morte di Nora. E se ci crediamo, tutto il castello di supposizioni che avevamo costruito all’inizio di questo caso crolla miseramente.»

«Incredibile» mormorò Carter. «È incredibile!»

«Sono confusa» si lagnò Patty. «Significa che…»

«Significa che Nora non era mai stata minacciata, né in pericolo di vita… non era lei la vittima predestinata.»

«Ma allora… è completamente nuovo…» esclamò Carter. «Se Nora…»

«Esaminiamo un po’ i fatti» proseguì Ellery. «A Capodanno è morta una donna: Rosemary Haight. Quando noi ritenevamo che Nora fosse la vittima designata, avevamo pensato che Rosemary fosse morta per un tragico errore. Ma ora che sappiamo che Nora non era la vittima, ne dobbiamo dedurre che Rosemary non è morta per caso e che, invece, era la vera vittima sin dall’inizio.»

«Ma Queen…» protestò Bradford.

«Si potrebbero fare mille obiezioni, si potrebbero sollevare enormi difficoltà. Ma, una volta eliminata Nora, l’unica spiegazione del delitto è questa. Dobbiamo quindi accettare il nuovo presupposto. Rosemary era colei che doveva venire uccisa. Ebbene, le tre lettere avevano a che fare con la morte di Rosemary? Apparentemente no. Infatti riguardavano la morte della moglie di Jim…»

«Rosemary era invece sua sorella» concluse Pat con la faccia scura.

«Sì, e inoltre Rosemary non aveva dato alcun segno di indisposizione l’ultima domenica di novembre né a Natale. D’altronde, poiché erano state scritte alcuni anni prima, poteva anche darsi che le lettere non alludessero a un omicidio. Poteva darsi che riguardassero semplicemente la morte naturale di una precedente moglie di Jim… non Nora, una prima moglie che Jim aveva sposato a New York e che era morta di Capodanno.»

«Ma Jim non ha mai parlato di una prima moglie.»

«Questo non prova che non ne abbia avuta una» affermò Cart.

«No, infatti» convenne Ellery. «Quindi tutto poteva essere perfettamente innocente, restavano però due punti inspiegabili e molto sospetti: voglio dire che le lettere erano state scritte, ma non spedite, come se nessuno fosse morto a New York, e in secondo luogo, una donna era veramente morta a Capodanno a Wrightsville come Jim aveva scritto molti anni prima dell’avvenimento. Una coincidenza? Mi pareva molto strano. No, doveva esserci qualche legame tra la morte di Rosemary e le tre lettere scritte da Jim… poiché senza dubbio, quelle tre lettere le aveva scritte proprio lui.

«Ma quale nesso poteva esserci» continuò il signor Queen «tra la morte di Rosemary Haight e le tre lettere scritte da Jim molto tempo prima? E con questo interrogativo veniamo al nocciolo della questione. Se ammettiamo che Rosemary fosse la vera vittima, l’uso delle tre lettere può essere interpretato come una finta, un astutissimo inganno, una sorta di cortina di fumo morale per nascondere la verità! Non è successo appunto questo? Bradford e Dakin non hanno appunto trascurato la morte di Rosemary per concentrarsi su Nora che ritenevano l’autentica vittima? Questo era appunto ciò che l’assassino di Rosemary voleva ottenere. Voi avete ignorato la vera vittima per concentrarvi su una figura posticcia. Così avete circoscritto le vostre indagini a Jim, la sola persona che avrebbe potuto avvelenare Nora e nemmeno per un momento avete dato la caccia al vero assassino, la persona che aveva un autentico motivo per avvelenare Rosemary.»

Pat era così sconvolta che aveva rinunciato a seguire il filo del discorso, ma Carter Bradford ascoltava attentamente, ansiosamente quasi, senza mai staccare gli occhi dal viso di Ellery. «Vada avanti» continuava a dire. «Vada avanti, Queen!»

«Torniamo indietro invece» fece il signor Queen accendendo una sigaretta. «Noi ora sappiamo che le tre lettere di Jim si riferivano a una misteriosa moglie della quale non aveva mai parlato. Se quella donna era morta a New York due o tre anni prima, perché Jim non aveva imbucato le lettere per sua sorella? Perché, soprattutto, non aveva rivelato d’esser già stato sposato quando l’avete arrestato? Perché non ne ha parlato al giudice Martin prima del processo? Se quella moglie fosse veramente morta, sarebbe stato semplicissimo dimostrarlo, presentando l’atto di morte e altri mille documenti… ma Jim non volle parlare. Non volle mai dire una sola parola che potesse far sospettare un suo precedente matrimonio. Perché? Perché aveva voluto tacere a tutti i costi?»

«Forse perché aveva veramente assassinato la prima moglie» disse Pat con un brivido.

«Ma allora perché non aveva imbucato le lettere per la sorella?» chiese Bradford.

«Eccoci al punto» disse il signor Queen. «Io mi dissi, infatti: è possibile che l’omicidio preparato da Jim per liberarsi della sua prima moglie non abbia avuto luogo?»

«Lei pensa forse che quella donna fosse viva quando Jim tornò a Wrightsville?» ansimò Pat.

«Non solo era viva» rispose il signor Queen spegnendo tranquillamente il mozzicone della sigaretta nel portacenere «ma seguì Jim. Quella donna lo seguì fin qui.»

«La prima moglie?» chiese Cart sbalordito.

«Venne a Wrightsville?» domandò Pat senza fiato.

«Ma non come moglie di Jim. Quella donna venne a Wrightsville facendosi passare per sua sorella…»

«Come sorella di Jim…» mormorò Pat. «Rosemary… ma Rosemary… non era sua sorella allora? Era sua moglie

«Sì.»

«Ma Queen, come può sapere una cosa simile?» domandò Carter.

«Noi avevamo solo la parola di Jim e di colei che si faceva chiamare Rosemary Haight, a provarci che era veramente la sorella di Jim. Ma non è su questo che io mi baso per credere che fosse sua moglie. Lo so perché so chi l’ha uccisa.»

«Ma Ellery» intervenne Pat. «Non mi aveva detto proprio lei stesso, quel giorno, quando aveva confrontato la scrittura di Rosemary Haight sulla bolletta di consegna di Steve Polaris e sulle lettere che Jim aveva ricevuto… non l’aveva detto lei che quella era la prova dell’identità della sorella di Jim?»

«Avevo torto» ammise il signor Queen scuro in volto. «Mi ero stupidamente sbagliato. Quelle due firme provavano soltanto che la donna che si era presentata a Wrightsville in casa di Nora, era la stessa che aveva scritto a Jim la lettera che l’aveva tanto sconvolto. Mi ero lasciato trarre in inganno dal nome “Rosemary Haight”, ma si trattava semplicemente di un nome che quella aveva usato perché le faceva comodo.»

«Ma se la donna avvelenata a Capodanno era la prima moglie di Jim» protestò Carter «perché la vera sorella di Jim non si è presentata dopo il delitto? Sa Dio se quel caso ha avuto anche troppa pubblicità!»

«Ammesso che Jim avesse una sorella…» borbottò Pat.

«Oh sì, aveva una sorella» disse Ellery stancamente. «Altrimenti perché le avrebbe indirizzato quelle lettere? Quando le aveva scritte aveva sperato che gli dessero una parvenza di innocenza. Contava di mandarle alla sua vera sorella, Rosemary Haight. Doveva esserci una sorella per forza, se Jim contava di basare su di lei tutta la sua difesa.»

«Ma i giornali!» esclamò Pat. «Cart ha ragione, Ellery. Come mai la sorella vera, dopo aver letto i giornali che annunziavano la morte di Rosemary Haight, non è corsa subito a Wrightsville?»

«Ma la sorella di Jim è venuta a Wrightsville, Patty. Non so se sia venuta con lo scopo preciso di spiegare l’equivoco, ma certo, dopo un colloquio col fratello, ha deciso di non rivelare la propria identità. Immagino che Jim le abbia chiesto formalmente di non dir nulla. E lei ha mantenuto la parola data.»

«Non riesco a seguirla» interruppe Cart in tono irritato. «Mi sembra uno di quei tali che continuano a tirar fuori conigli da un cappello. Allora Rosemary Haight è venuta a Wrightsville sotto falso nome?»

Il signor Queen si strinse nelle spalle.

«Chi ha aiutato Jim nella sua disgrazia? La famiglia Wright, un piccolo gruppo di amici che lei conosce benissimo… e un’altra persona. Quella persona era una donna.»

«Roberta!» esclamò Pat. «Roberta Roberts la giornalista!»

«Sì, Roberta Roberts. Con la scusa che “credeva” in Jim ha combattuto per lui, ha sacrificato il suo impiego, e alla fine… disperata… gli ha procurato l’automobile per fuggire, il giorno del funerale di Nora. Le stranezze della sua condotta sono largamente spiegate se pensiamo che era la sorella di Jim. Immagino che “Roberta” fosse il suo pseudonimo di giornalista. Ma il suo vero nome era indubbiamente Rosemary Haight.»

«Per questo ha pianto tanto al funerale di Jim» mormorò Pat pensosa.

«Comincio a capire» borbottò Cart alla fine.

«Ma non vedo perché la prima moglie di Jim sia venuta a Wrightsville facendosi passare per la sorella, e perché Jim abbia permesso quest’inganno!» soggiunse Pat. «È una pazzia inspiegabile!»

«No, non è una pazzia. È terribilmente logico, invece, una volta che ci si pensa. Anch’io mi son chiesto il perché. E quando ci ho ripensato ho capito che cosa doveva essere successo.» Fece una pausa e bevve un lungo sorso dal suo bicchiere. «Jim fuggì circa quattro anni fa alla vigilia del suo matrimonio con Nora, dopo una violenta lite per la casa nuova. Andò a New York, immagino, disperatamente infelice. Dovete pensare alla personalità di Jim. Era un ragazzo quanto mai indipendente… la sua natura era impastata di orgoglio e di fermezza. Fu questo che gli impedì di scrivere a Nora, di ritornare a Wrightsville, di comportarsi come un essere logico, e umano. Nora stessa, però, merita un biasimo per non averlo saputo comprendere. Comunque Jim andò a New York convinto che la sua vita fosse completamente spezzata e là si imbatté in una donna. Tutti l’abbiamo vista quella donna sprezzante annoiata stranamente bella… era proprio il tipo da affascinare un povero figliolo che soffriva ancora tutte le pene di una delusione amorosa. Quasi per ripicca Jim la sposò. Devono essere stati molto infelici insieme. Jim era un ragazzo solido, onesto, la donna era un tipo di bellezza notturna, egoista, crudele, capace di portare un uomo alla disperazione. Deve avergli reso la vita impossibile, se Jim era arrivato alla determinazione di ucciderla. Il fatto che avesse studiato l’omicidio con tanta cura, scrivendo quelle lettere a sua sorella in anticipo (che sciocchezza fu quella!) dimostra come fosse ossessionato dal bisogno di liberarsi da quella donna.»

«Ma perché non ha divorziato invece?» chiese Pat con un filo di voce.

«Sono certo che se avesse potuto, l’avrebbe fatto.» Ellery si strinse ancora nelle spalle. «Ma quella era una vera sanguisuga umana. Naturalmente noi non possiamo essere certi di nulla, ma io giurerei, Carter, che investigando scoprirebbe che: a) lei aveva rifiutato di concedergli il divorzio, b) lui aveva deciso di ucciderla, c) in qualche modo la donna era venuta a conoscenza dei suoi piani, ed era fuggita, d) più tardi aveva informato Jim di essere riuscita a ottenere il divorzio.

«Possiamo dedurlo facilmente da quel che seguì. Sappiamo infatti che Jim era sposato con una certa donna… e sappiamo che poco dopo, corse a Wrightsville e chiese a Nora di diventare sua moglie. Indubbiamente non l’avrebbe fatto se non avesse creduto di essere libero dalla prima moglie. Ma per crederlo, la donna doveva avergli dato una ragione plausibile. Sono convinto che quella gli disse, o gli scrisse di aver ottenuto il divorzio.

«Che cosa successe, allora? Jim sposò Nora dimenticandosi completamente, nella sua felicità, di quelle tre lettere nascoste nel libro di tossicologia. Dopo la luna di miele i due sposi ritornarono a Wrightsville per iniziare la loro vita matrimoniale nella nuova casa, e cominciarono i guai.

«Jim ricevette una lettera della sorella… si ricorda quel mattino, Patty? Dunque Jim lesse la lettera, ne rimase tremendamente scosso, poi, più tardi, annunziò che sua sorella gli aveva scritto e che forse era il caso di invitarla a Wrightsville…» Pat annuì. «Naturalmente la donna che si presentò dicendosi sorella di Jim era la prima moglie. Ma perché scrisse a Jim e venne a Wrightsville? Perché Jim le permise quell’inganno? Perché quel segreto fu mantenuto fino alla sua morte e ancora dopo? Può esservi una ragione: quella donna aveva un terribile mezzo per ricattare Jim.

«Ne abbiamo la conferma, indubbiamente. Poco dopo il ritorno dal viaggio di nozze, Jim prese a sperperare un sacco di soldi… e questo coincise con l’arrivo della prima moglie a Wrightsville. Perché prese a prestito cinquemila dollari dall’ufficio prestiti? Perché torturava Nora per farsi dare sempre più danaro? Dove andavano a finire tutti quei soldi? Li perdeva al gioco, secondo lei, Cart, e lei ha anche cercato di provarlo in tribunale, ma non ci è riuscito. Tutto quel che ha potuto appurare per mezzo di una testimone che aveva spiato dalla finestra è stata una dichiarazione di Jim. Ma per forza quel poveretto doveva dire a Nora che aveva perso del danaro giocando nell’“Allegro Inferno” di Vic Carlatti. Aveva pur bisogno di una scusa. Ma da Carlatti Jim si era limitato a bere, moltissimo, perché era disperato, ma non si era avvicinato una sola volta ai tavoli da gioco. Eppure quel danaro andava a finire da qualche parte. Non c’è dubbio: Jim lo dava a Rosemary fino all’ultimo centesimo.»

«Ma di che cosa si serviva quella donna per ricattarlo?» domandò Pat. «Doveva aver in mano un’arma formidabile.»

«Secondo me c’è un’unica risposta a questo interrogativo. Pensate un po’: se quella donna, che si faceva chiamare Rosemary, non avesse mai ottenuto il divorzio? Se avesse ingannato Jim, facendogli credere che era libero, mostrandogli dei documenti falsificati? Con un po’ di danaro ci si può procurare tutto. Specialmente le carte false. Non vi pare che tutto quadri? Sposando Nora, Jim commise un reato di bigamia. Fu allora che la prima moglie lo mise sotto il torchio… lo avvertì che sarebbe venuta a Wrightsville facendosi passare per sua sorella, in modo di poterlo ricattare direttamente. E quando arrivò ebbe cura di evitare che la famiglia Wright scoprisse la sua vera identità. Se avesse detto chi era infatti, avrebbe perso il suo potere su Jim. Non voleva vendicarsi. Voleva soldi. Solo con la minaccia di una rivelazione avrebbe potuto cavare lentamente il sangue a Jim. Il povero ragazzo sopportò, cominciò a pagare e divenne quasi pazzo di disperazione. Rosemary conosceva la sua vittima. Jim non avrebbe mai potuto dire la verità a Nora…»

«No» gemé Pat.

«Perché no?» domandò Carter Bradford.

«Già una volta, quando l’aveva lasciata, Jim l’aveva umiliata atrocemente di fronte agli occhi della famiglia e del paese… soprattutto dal paese. Wrightsville manca di tatto e di delicatezza, è crudele e per una persona sensibile, timida e nervosa come Nora, uno scandalo può costituire non una tragedia superabile, per quanto grave, ma la maledizione di tutta una vita. Jim aveva visto quel che il suo primo abbandono aveva fatto a Nora, sapeva che si era chiusa in se stessa, quasi pazza di vergogna, e si era trasformata in una creatura debole e indifesa che cercava continuamente di nascondersi da Wrightsville, dagli amici e anche dalla famiglia. Come avrebbe potuto sopportare Nora la rivelazione di aver sposato un bigamo? Sarebbe completamente impazzita, forse ne sarebbe morta.

«Jim capì tutto questo… Non poteva perciò permettere che Nora scoprisse di non essere legalmente sposata e si rendesse conto che il suo non era un vero matrimonio e che il bambino che doveva nascere…»

«Dio!» mormorò Carter.

«Mi diventa sempre più difficile parlare» disse Ellery con un sospiro. «Jim continuò a pagare, a prendere danaro in prestito ovunque perché quella donna maledetta non rivelasse la verità che avrebbe ucciso Nora. Quando era ubriaco, nei momenti di furia, Jim continuava a ripetere che l’avrebbe uccisa, che se ne sarebbe liberato e spiegava sempre che si trattava di una moglie. Naturalmente, parlava dell’unica moglie legale che avesse… di colei che si faceva chiamare Rosemary Haight e che si faceva passare per sua sorella. Quando Jim, ubriaco, ripeteva le sue folli minacce non pensava mai a Nora.»

«Ma mi pare» mormorò Cart «che di fronte alla sedia elettrica, Jim avrebbe dovuto…»

«Io credo che Jim fosse un grande uomo, a suo modo» rispose Queen con un sorriso triste. «Era pronto a morire per ripagare Nora del male che le aveva involontariamente fatto. Per questo fece giurare a sua sorella Roberta Roberts di mantenere il segreto. Se Jim avesse detto la verità si sarebbe reso pubblico il fatto che Nora, sebbene aspettasse un bambino, non era sposata. No, Jim decise che era meglio portare con sé quella triste storia nella tomba.»

Pat ora piangeva convulsamente.

«Inoltre» continuò in fretta il signor Queen «Jim aveva un’altra ragione molto più grave per mantenere il silenzio. La più grande ragione di tutte. Una ragione eroica… epica direi. Mi domando se voi due sospettate quale sia…»

«Parli» disse brevemente Carter.

Il signor Queen annuì.

«Vi è una sola domanda che aspetta risposta, la domanda più importante di tutte. Chi realmente ha avvelenato Rosemary? Nel processo è stato dimostrato che Jim soltanto aveva avuto l’occasione, che lui solo aveva avuto il controllo dei cocktails e pertanto era l’unico fra i presenti ad avere la certezza che il bicchiere avvelenato raggiungesse la vittima designata. Per di più, Cart, lei ha scoperto che Jim aveva comperato del veleno da topi per procurarsi l’arsenico da versare nel cocktail fatale. Tutto questo sarebbe indiscutibile se Jim avesse avuto intenzione di uccidere Nora, ma ormai noi sappiamo che quel povero ragazzo non aveva la minima intenzione di uccidere sua moglie! La vera vittima era Rosemary, e soltanto Rosemary!

«In base a questo presupposto io ho dovuto rivedere la situazione. Senza dubbio Jim aveva urgenza di uccidere Rosemary, e senz’altro aveva l’arsenico sotto mano. Ma… dal momento che Rosemary era la vittima predestinata come poteva Jim controllare la distribuzione dei cocktails? Come ricorderete, Jim aveva portato a Nora il bicchiere nel quale più tardi si scoprirono tracce di arsenico. Come poteva Jim essere sicuro che il bicchiere avvelenato sarebbe finito nelle mani di Rosemary?

«Non poteva saperlo. Era un’eventualità troppo lontana perché Jim potesse contarci. Inoltre Jim non era neppure in salotto, se vi ricordate, quando Rosemary bevve il cocktail di Nora. Perciò io mi sono domandato: dal momento che Jim non poteva essere certo che Rosemary avrebbe bevuto il cocktail avvelenato, chi poteva esserne certo?»

Carter Bradford e Patricia Wright si appoggiavano al tavolo rigidi con gli occhi sbarrati quasi senza fiatare.

Il signor Queen si strinse nelle spalle.

«E così si fa un conto: due meno uno. Mi è venuto in mente di colpo. Mi pareva incredibile, spaventevole, ma era l’unica soluzione possibile. Due meno uno è uguale a uno. Soltanto un’altra persona aveva avuto l’occasione di avvelenare quel cocktail perché appunto quest’altra persona l’aveva avuto tra le mani prima che il bicchiere finisse tra le mani di Rosemary! Un’altra persona aveva un motivo per uccidere Rosemary e aveva avuto il modo di adoperare per scopi omicidi l’arsenico che Jim aveva acquistato semplicemente per sterminare dei topi… ricordate che Jim andò da Myron Garback a comperare una scatola di Quico? Forse glielo aveva consigliato qualcun altro. E poco dopo Jim si recò in farmacia una seconda volta perché aveva perso la prima scatola. Come credete che sia stata persa la prima scatola di Quico? Non vi risulta evidente ormai che la scatola non era stata aperta, ma era stata rubata e nascosta dall’unica persona che aveva un motivo per uccidere Rosemary?»

Il signor Queen lanciò un’occhiata a Patricia Wright e Patricia chiuse gli occhi come se le dolessero. L’investigatore si ficcò una sigaretta all’angolo della bocca e disse tra i denti:

«Quella persona era la stessa che aveva porto il cocktail a Rosemary la sera dell’ultimo dell’anno.»

Carter Bradford si passò la lingua sulle labbra aride. Pat sembrava agghiacciata.

«Mi dispiace, Pat» disse Ellery riaprendo gli occhi. «Mi dispiace terribilmente, ma non vi è un’altra spiegazione. E solo per darle modo di essere di nuovo felice sono stato costretto a dirlo.»

Pat gemé debolmente:

«Non Nora. Non Nora!»

III

La seconda domenica di maggio

«Forse ha bevuto una goccia di liquore di troppo» spiegò il signor Queen a Gus Olensen. «Possiamo usare il salottino riservato, Gus?»

«Certo, certo» assentì Gus. «Mi dispiace molto, signor Bradford… il rum che vendo io non è fatturato, ne ha bevuto solo uno… lasciate che vi dia una mano…»

«Possiamo fare benissimo da noi, grazie mille» mormorò il signor Queen. «Ma forse sarebbe bene che ci portasse una buona dose di cognac.»

«Ma se ha bevuto troppo…» cominciò Gus perplesso. «Be’, fate come volete.»

Trasportarono Pat, che aveva gli occhi vitrei e fissi, sul divano di pelle della saletta riservata di Gus. Il barista arrivò subito, con un enorme bicchiere di cognac e Carter Bradford costrinse la ragazza a bere. Pat soffocava, tossiva, il liquore le andò di traverso e gli occhi le lagrimarono, ma finalmente riuscì a inghiottire qualche goccia, e si appoggiò all’indietro contro lo schienale con il viso rivolto verso il muro.

«Sta già meglio» disse con tono rassicurante il signor Queen «grazie Gus. Ci occuperemo noi ora della signorina Wright.»

Pat sedeva immobile. Carter imbarazzato rimase in piedi accanto a lei, poi si sedette e le prese una mano. Ellery allora si alzò e andò all’altro capo della stanza dove si fermò ad ammirare il tradizionale cartellone pubblicitario della birra Block.

Per lungo tempo non si udì alcun suono. Finalmente Pat chiamò: «Ellery».

Il signor Queen si voltò. Pat si era messa a sedere e teneva, tra le sue, entrambe le mani di Carter Bradford, come se fosse il giovane ad avere bisogno di consolazione. L’investigatore capì che in quei pochi minuti di silenzio era stata combattuta e vinta una grande battaglia.

«Voglio sapere il resto» comandò Pat con voce ferma, guardandolo fisso negli occhi. «Avanti Ellery, il resto.»

«Non fa grande differenza ormai, Patty cara» borbottò Cart. «Lo sai benissimo.»

«Lo so, Cart.»

«Qualunque cosa sia, tesoro, tu sai che tua sorella era sempre stata nevrastenica, forse molto vicina ai limiti della pazzia.»

«Sì, Cart. Mi racconti il resto, Ellery.»

«Pat, si ricorda d’avermi raccontato di essere capitata in casa di Nora, pochi giorni dopo l’arrivo di Rosemary, in novembre, e d’aver trovato sua sorella intrappolata per sbaglio nella dispensa?»

«Il giorno in cui Nora udì Jim e Rosemary litigare?»

«Sì, lei mi ha detto di non avere sentito che la fine della lite, una cosa molto violenta ma senza speciale significato. Mi ha raccontato che Nora non aveva voluto ripeterle quello che aveva udito, ma che aveva la stessa espressione del giorno in cui aveva trovato le tre lettere nel libro di tossicologia.»

«Sì…»

«Deve essere stato quello il momento cruciale, Pat, probabilmente allora, per colpa del caso, di un puro caso, Nora udì tutta la verità. Seppe che Jim e Rosemary non erano fratello e sorella ma marito e moglie e che lei, di conseguenza, non era legalmente sposata.»

Ellery abbassò gli occhi e si fissò le mani.

«La dolorosa realtà del primo matrimonio di Jim sconvolse Nora, distruggendo il suo morale e la sua ragione. Non dovete dimenticare che Nora era spiritualmente debolissima dopo i tre anni di vita completamente innaturale che aveva condotto in seguito all’abbandono di Jim… In quel momento Nora oltrepassò i confini tra la sanità e la follia. E così decise di vendicarsi delle due persone che le avevano rovinato la vita. Decise di uccidere la donna odiata che si faceva chiamare Rosemary e, nella sua mente malata, stabilì che Jim avrebbe dovuto pagare per quel delitto. Lo avrebbe incriminato usando le stesse armi che lui aveva contato di usare tempo prima, e che ora, provvidenzialmente, erano cadute nelle sue mani.

«Nora deve aver preparato i suoi piani molto lentamente. Era in possesso delle tre sconcertanti lettere che per lei non erano ormai più un mistero. Il contegno di Jim contribuiva a dare agli estranei l’idea della sua colpevolezza. E in più Nora scoprì in se stessa un talento eccezionale, quasi un genio per dissimulare le sue emozioni e i suoi reali sentimenti.»

Pat chiuse gli occhi e Carter le baciò la mano.

«Dopo essere riuscita molto abilmente ad attirare la nostra attenzione sulle tre lettere, Nora seguì con cura lo schema dei tre avvelenamenti. L’ultima domenica di novembre bevve volontariamente una piccola dose di arsenico per far credere che Jim stesse svolgendo i suoi piani. Ricordate che cosa fece subito dopo aver mostrato i primi sintomi di avvelenamento? Corse al piano superiore e bevve una enorme quantità di latte di magnesia che, come spiegai più tardi, è un antidoto di emergenza contro gli avvelenamenti da arsenico. Vedete, quindi, che Nora se n’era interessata. Questo non prova naturalmente che si fosse avvelenata da sola, ma se pensate agli altri episodi dovete ammettere che questo è un fatto molto significativo. Devo continuare, Pat? O è meglio che Carter la porti a casa…»

«Voglio sapere tutto» affermò Pat. «Tutto e subito, Ellery.»

«Brava la mia bambina coraggiosa» mormorò Carter Bradford, con voce soffocata.

«Pensi al suo contegno, Pat. Se Nora si fosse veramente preoccupata della salvezza di Jim, come voleva far credere, avrebbe lasciato nella cappelliera quelle tre lettere che l’avrebbero incriminato non appena fossero state trovate? Non le sembra che una qualsiasi donna che nutrisse realmente per il marito i sentimenti che Nora diceva di sentire per Jim avrebbe bruciato quelle lettere sull’istante? Nora invece le conservò… ed è naturale. Sapeva che avrebbero provato la colpevolezza di Jim, quando fosse stato arrestato, e voleva averle sottomano, per usarle contro di lui. Come le trovò Dakin, infatti?»

«Nora… Fu Nora a richiamare la nostra attenzione sulle lettere» disse Cart, debolmente. «Fu lei che ne parlò durante una crisi isterica. Fino a quel momento noi ne avevamo ignorato l’esistenza.»

«Crisi isterica? Mio caro Bradford, quella fu una delle più superbe commedie di Nora! Finse semplicemente di credere che io le avessi già parlato delle lettere! In questo modo riuscì ad informarvi che le lettere esistevano e potevano essere trovate. Fu… fu terribile. Ma finché non seppi che Nora era la vera colpevole tutto questo non ebbe alcun significato per me.»

«C’è dell’altro, Ellery?» domandò Pat, con voce tremante.

«Pat, è sicura… mi sembra che…»

«Che cosa c’è, ancora?»

«Jim. Lui solo sapeva per certo la verità… sebbene forse Roberta Roberts l’avesse immaginata. Jim sapeva di non aver avvelenato quel cocktail, quindi doveva immaginare per forza che soltanto Nora poteva averlo fatto. Eppure Jim non pronunciò parola. Non vi ho detto poco fa che quel disgraziato ragazzo aveva una ragione sublime per martirizzarsi, come ha fatto? Era la sua penitenza, la punizione che si era imposta. Perché Jim sapeva di essere il vero responsabile della tragica rovina della vita di Nora… Sapeva che, per colpa sua, Nora era diventata un’assassina. Per questo accettò il processo e la condanna ed era pronto ad accettare la morte in silenzio… Però… Jim non riusciva a guardare sua moglie. Ricordate in tribunale? Non guardò Nora nemmeno una volta. Non riusciva ad alzare gli occhi su di lei. Rifiutò poi d’incontrarla, di parlarle, di vederla, prima, durante e dopo. Sarebbe stato troppo… perché, dopotutto, Nora aveva…» Ellery s’alzò. «Credo di non aver altro da dire.»

Pat levò gli occhi su Cart e parve sul punto di completare il discorso di Ellery.

«No» disse Cart. «Per favore non parlare. Non voglio sentir nulla.»

«Ma Cart, tu non sai che cosa stavo per dire…»

«Lo so benissimo! ed è un insulto!»

«Veramente…» cominciò il signor Queen…

«Se tu pensi» riprese Cart con voce dura «se tu pensi che io sia il tipo di mascalzone che sbandiera in pubblico una storia simile per l’edificazione e la letizia di tutte le Emmy Du Pré di Wrightsville, solo per un malinteso senso del dovere, allora non sei la donna che voglio sposare, Pat!»

«Non potrei sposarti comunque, Cart» fece Pat parlando a fatica. «Non potrei sposarti, sapendo ormai che Nora… che mia sorella si è macchiata di…»

«Ma non era responsabile delle sue azioni! Era ammalata! Queen, cerchi di far ragionare questa ragazza. Ascoltami, Pat, se tu conti di comportarti così, se insisti in questo stupido atteggiamento… ti pianto, ecco, non voglio più saperne di te.» Si alzò con un gesto brusco, fece alzare la ragazza e se la strinse forte al petto. «Patty cara, non è per Nora, non è per Jim, non per tuo padre, né per tua madre, né per Lola e non è nemmeno per te che parlo così… non credere che io non sia stato all’ospedale… Ci sono stato, varie volte. Ho visto la bambina di Nora subito dopo che l’hanno tirata fuori dall’incubatrice. Mi ha guardato facendomi dei versini buffi, poi si è messa a piangere con tutte le sue forze e ora… accidenti, Pat, noi ci sposeremo non appena le convenienze lo permetteranno. Porteremo questo maledetto segreto nella tomba con noi, e adotteremo la piccola Nora in modo che tutta questa dannata faccenda sembri la trama di un romanzo d’appendice. Ecco che cosa faremo!»

«Cart» mormorò Pat. Poi chiuse gli occhi e appoggiò la guancia sulla spalla del giovane.

Quando il signor Ellery Queen uscì dalla saletta interna della taverna, aveva un sorriso sulle labbra.

Fece scivolare un biglietto da venti dollari sul banco di Gus Olensen e disse:

«Domandi a quei due innamorati di là che cosa vogliono ancora bere… Il resto se lo tenga. Addio, Gus. Devo prendere il treno per New York.»

Gus fissò sbalordito il biglietto di banca.

«Ma non sto sognando, vero? Lei non è Babbo Natale…»

«Non esattamente, sebbene abbia regalato da poco, a due persone, un bamboccio di quasi quattro chili.»

«Ma, che significa?» domandò Gus. «C’è qualche specie di festa?»

«Naturalmente! Non lo sa, Gus? Oggi è la festa delle mamme!»

FINE