/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Urania

In una piccola città

Frank Long

Bobby Jackson è apparentemente un ragazzo normale, e altrettanto normali sembrano i coniugi Martin, nuovi arrivati, in una piccola città americana come ce ne sono a migliaia: Lakeview. Ma non lontano da Lakeview c’è la caverna detta di Gover, e ciò che succede là dentro potrà coinvolgere nello stesso tremendo pericolo non solo un maestro di scuola, una bibliotecaria, un barista e altri tipici personaggi della provincia americana, ma… tutta la Terra.

Frank Belknap Long

In una piccola città

1

Bobby Jackson

Fu una scoperta spaventosa. L’uomo e la donna che abitavano nella casa di Jonathan Oakham non erano umani. Non chiedete­mi come ho fatto ad accorgermene. Ci sono cose che non si pos­sono spiegare né analizzare. Come capita a quasi tutti, io vivo qualche volta in un mio mondo privato, e non manco mai di al­larmarmi quando qualcosa di decisamente storto scuote questo mondo come un sisma di ottavo grado.

D’accordo, ho solamente quattordici anni. Ma sono un ragaz­zo in gamba. Dicono che ho un quoziente di intelligenza di circa 150, e io me ne accontento, anche se il quoziente d’intelligenza del genio può arrivare a venti punti di più. Un ragazzo con un quoziente d’intelligenza come il mio riesce a tenere nascosto quasi tutto quello che sa, mentre quelli da 170 sono come bam­bini smarriti nel bosco. La spinta del genio che è in loro può es­sere troppo forte. Allungano troppo il collo in un’età ancora im­matura e… sapete come dice quel vecchio adagio: “Se non stai attento, i folletti ti pigleranno”. Al termine folletti, sostituite “cittadini medi”.

Ma torniamo alla coppia di casa Oakham. Si installarono in quel decrepito mausoleo ricoperto d’edera senza dare nell’oc­chio, senza bizzarrie o altro che dessero adito a commenti da par­te dei cittadini.

Cominciarono con lo scegliersi i nomi adatti: signore e signora Martin. Come tutti gli ornitologi sanno, il Martin è una rondine grigia priva di caratteristiche che attirino l’attenzione. Mi sembra di sentire i commenti dei vicini: con un nome simile, lui deve oc­cuparsi di immobili o qualcosa del genere; anche se è ricco, di si­curo non si dà arie; forse ha un figlio o una figlia all’università, da qualche parte, è uno che per i suoi figli vuole il meglio; niente au­to grosse e costose, anche se forse se le potrebbe permettere, e neppure macchinette tipo Jaguar, né locali pretenziosi o sbornie nelle osterie. Lo si capisce subito.

A prima vista Thomas Martin sembrava più vicino ai cinquanta che ai quaranta. Ma non so come, la definizione “di mezza età” non gli si attagliava, e fu questo che destò in me i primi sospetti. Helen Martin, in modo particolare, quando la si guardava atten­tamente in piena luce, non sembrava né giovane né vecchia. Sembrava davvero che non avesse età.

Certo, non era un particolare che saltava agli occhi. L’impres­sione però rimaneva, inequivocabile. Era proprio una di quelle cose che probabilmente sarebbero sfuggite a un ragazzo con un quoziente di 170, perché lui avrebbe avuto la tendenza a essere troppa scientifico, troppo analitico.

Non mi resta molto per completare il quadro. Da quanto vi ho detto finora, dovete avere sotto gli occhi, grosso modo, la situa­zione. Vi sarete ormai fatti un’idea generale: finalmente nuovi inquilini nella vecchia casa Oakham, un furgone da traslochi che viene scaricato, un sorriso e una carezza al bambino curioso che sta a guardare. Poi, con qualche altro rapido tratto di matita, un conto corrente aperto alla Second National Bank, una capatina all’emporio alimentare più vicino, con il signor Martin che dice: “Oh, sì, lei deve essere la signora Parker, la nostra vicina. Ce l’ha detto l’agente immobiliare…”. Sorrisi e cenni circolari. “Non è una bella cosa? Mia moglie ha pensato che per stasera basteran­no un po’ di burro, latte e uova. Domani avremo tempo di fare tutte le altre spese”.

Poi, per una quindicina di giorni, tutto fila liscio. Conoscono altri vicini, non fanno niente di strano, si rendono simpatici senza mostrarsi invadenti. Stanno bene attenti a non creare possibili at­triti, a non fare niente che possa attirare l’attenzione.

Thomas Martin va al lavoro tutte le mattine con una cartella sotto il braccio, la signora Martin è indaffarata in cucina, o è in cortile a stendere il bucato. Sorrisi ai bambini e ai garzoni dei for­nitori.

E mai possibile che in una piccola città uno riesca a tenere segreto il proprio lavoro? Ci sarebbe da meravigliarsi se fosse così. Certo, per un paio di mesi può anche farlo. “Dove lavora il si­gnor Martin?” “In Cherry Street, mi pare. Non parla molto del suo lavoro”.

“Be’, certo non tutti ci comportiamo così. Ma sembra che lui sia contrario a mescolare gli affari con la famiglia. Cosa c’è di strano?”

Questo, a grandi linee, il quadro… finché entro in scena io.

Se volete, potete immaginarmi, all’inizio, affacciato alla corni­ce del quadro. Cominciai a insospettirmi il giorno stesso del loro arrivo, ma le anomalie rimasero per un po’ soltanto lievi sfuma­ture, finché non notai qua e là alcune piccole bizzarrie di com­portamento.

La signora Martin che fissa un cestino di pomodori al supermercato, per esempio, come se non ne avesse mai visti in vita sua. Li prende, li tasta, sbaglia nel giudicarne il peso. Gli occhi si spalancano per lo stupore quando, avendone fatto cadere uno, lo vede spappolarsi.

E un altro incidente, più notevole. Thomas Martin che cammi­na per strada alle nove del mattino e fa un balzo, con espressione atterrita, vedendo una macchina lontana qualche metro dal mar­ciapiede. È al sicuro, sul marciapiede, eppure si comporta come se al volante ci fosse un pazzo omicida: diventa pallido e stringe la cartella al petto.

Poi il gatto che si spaventò. Era il gatto della signora Parker. Lei lo chiamava Zucchero. Nessuno sapeva il perché, dato che aveva un carattere aggressivo. Era capace di mettersi a battaglia­re con quegli enormi cani, simili a lupi selvatici, che si vedono ogni tanto in giro. Se possedete un lupo nero e vi ci affezionate, magari cercate di farlo passare per un cane. Ecco, lui si azzuffa­va, proprio con quel genere di cani.

Zucchero era indubbiamente un gatto, ma aveva qualcosa di tigresco. Niente era dolce, in lui, a parte il nome. Era una piccola furia sibilante, tutta artigli. Ma avreste dovuto vederlo sulla siepe a cercare di tenere lontana la signora Martin, gli occhi folli di ter­rore, il pelo tutto irto. Continuò a tenere gli occhi fissi e dilatati anche quando la signora Parker lo chiamò dalla sua parte della siepe.

Il rifiuto di accostarsi alla signora Martin, se non a distanza di sicurezza, era così poco consono al suo carattere, che la signora Parker si sentì in obbligo di chiedere scusa alla vicina per il curio­so comportamento della bestia.

— Non capisco cos’abbia Zucchero stamattina. Di solito è così socievole! — (Socievole come uno scorpione su una piastra di lat­ta incandescente!)

Ci sarebbero anche altre cose, ma è ora che v’immaginiate di vedermi scendere dalla collina (la cornice di cui parlavo) per en­trare direttamente nel quadro: un ragazzo mica male, con le len­tiggini, gli occhi celesti e i modi affascinanti. Non sono presun­tuoso, sto solo esponendo dei dati di fatto. In effetti non c’è nien­te di più immaturo e presuntuoso della falsa modestia.

Volevo che Helen Martin mi notasse e mi invitasse in casa sua. Così decisi di fare il ragazzo che si dondola sul cancello.

Un momento… so cosa state pensando. Dite che dondolarsi sui cancelli è roba da bambini piccoli, roba che, dopo le elemen­tari, non si fa più. In linea di massima, avete ragione. Ma c’è mo­do e modo di dondolarsi, e ci sono cancelli e cancelli… tanto che io ho conosciuto degli uomini che lo facevano.

Dovete sapere che casa Oakham aveva un cancello enorme, arrugginito, che oscillava con estrema facilità… un vero pezzo d’antiquariato. Anche uno studente dell’ultimo anno delle supe­riori che si trovasse a non avere altro da fare, passando di lì, avrebbe provato la tentazione di dondolarsi su quel cancello. Magari, solo per il gusto di farlo.

Era il cancello adatto a un uomo robusto e muscoloso, e mi riusciva facile immaginare Falstaff aggrappato saldamente là, che si dondolava avanti e indietro accompagnandosi con un grido to­nante. Falstaff era un uomo enorme, simpatico, e anch’io ho un’aria simpatica, specie quando sono rilassato e mi diverto. Ero sicuro che sarei sembrato l’innocenza in persona, se mi fossi don­dolato con l’aria più naturale del mondo.

Dovevo solo fare in modo di scegliere il momento adatto, quando Helen Martin si trovava in cortile, e la signora Parker oc­cupata in cucina, o di sopra, intenta a tingersi i capelli o a fare confidenze al suo diabolico gatto. Non potevo fare a meno di pensare che era una fortuna per lei aver sposato un uomo suffi­cientemente ricco da mantenerla anche dopo averla lasciata ve­dova.

Il momento adatto si presentò in un torrido pomeriggio di ago­sto. Non soffiava un filo d’aria, e là in fondo, di fronte al punto dove io avevo cominciato a dondolarmi, c’era la signora Martin, all’ombra di un cespuglio di lillà, che si faceva ombra agli occhi con le mani, e mi guardava.

Di solito, la gente non si fa ombra con tutt’e due le mani. Così facendo, il bagliore viene completamente attenuato, ma è un ge­sto che attira l’attenzione. A meno che non lo si faccia apposta per sembrare originali. Provate e vedrete. Un pollice su ciascuno zigomo, e le altre dita che si incontrano a metà della fronte.

È il modo migliore per difendere gli occhi dal sole, questo è vero, ed Helen Martin si sforzava di fare sempre i gesti che le varie circostanze esigono. Così io l’avevo colta ancora una volta in errore, perché quel gesto non viene spontaneo a nessuno, credetemi.

Rimase a fissarmi così un paio di minuti, prima di incamminar­si sul prato per venirmi incontro. Smisi di dondolarmi e aspettai che si fosse avvicinata abbastanza per parlarmi senza dover gri­dare. In un certo senso, quello fu un momento esaltante per me Mi batteva forte il cuore, e sebbene fosse un gesto sciocco e in­sensato, diedi una pacca al cancello e sorrisi come un ebete.

Sapevo alla lettera quello che m’avrebbe detto.

— Sei Bobby Jackson, vero? — disse. — Il figlio del ban­chiere?

Altro piccolo errore. Avrebbe dovuto dire: “Sei il figlio di Jackson, vero? Ti ho visto ieri in banca, che parlavi con tuo pa­dre” o qualcosa del genere. Quel “figlio del banchiere” seguito dal punto di domanda non suonava bene. Forse sottilizzò troppo, ma… be’, è lo stesso che chiedere: “Sei il figlio del fornaio, ve­ro?” Il fornaio, il ciabattino, il fabbricante di candele. Tutti, in città, hanno un determinato lavoro, come nel Medioevo.

Era proprio il tipo di domanda che un visitatore proveniente da Marte o da Venere, e ignaro del modo di vivere americano del ventesimo secolo, avrebbe ritenuto logica, in quanto la maggior parte delle società più complesse hanno attraversato, storica­mente, lo stadio delle corporazioni medievali d’arti e mestieri.

Ma, naturalmente, non le feci capire che avevo notato il suo errore. Allargai un po’ il sorriso ebete e dissi: — Sì, signora Mar­tin, sono Bobby Jackson. Io… io non volevo dondolarmi così for­te sul cancello.

A questo punto lei sorrise. Il sorriso mi colse di sorpresa per­ché era tanto amichevole e caldo. Un sorriso senza errori. Un sorriso assolutamente umano. Per qualche istante la sua faccia non mi sembrò più strana.

— Avrei dovuto immaginarlo — osservò. — Sei quel tipo di ragazzo che non sa resistere davanti a un cancello come questo. Te lo si legge in faccia.

— Di solito non lo faccio — risposi. — Ma ero curioso di senti­re se cigolava, dondolandomi avanti e indietro, come succede di solito ai cancelli vecchi. E questo è indubbiamente vecchissimo. Arrugginito e molto pittoresco.

Era la risposta giusta… o così almeno speravo. “Pittoresco” è una parola usata raramente dai ragazzi di quattordici anni, ma volevo che mi giudicasse un ragazzo alquanto precoce. Non trop­po, ma sveglio e attento. Diverso dagli altri di quel tanto che ba­stava per destare il suo interesse e farle desiderare di conoscermi meglio.

— Capisco perfettamente — disse. — Non devi scusarti. In verità, quel cancello ha affascinato anche me dal momento che l’ho visto. Sono sicura che anche mio marito ci si dondolereb­be, se non fosse così sciocco da temere di perdere la sua digni­tà. Bobby, vuoi entrare a bere una limonata fresca? Fa molto caldo, oggi.

Formulai una risposta con estrema cura. I ragazzi di quattordi­ci anni non badano troppo al parlare forbito, e usano spesso qualche espressione di gergo. — Signora Martin, mi sfagiolereb­be proprio. Se non è una scocciatura per lei.

— Nessuna scocciatura, Bobby. Ne ho una caraffa già pronta. Mio marito preferisce il vino chiaretto diluito con acqua, ghiaccio e molto zucchero. Ma la limonata è migliore.

Si voltò, e io la seguii dentro casa. L’interno era fresco e spa­zioso. Se l’arredo fosse stato scelto da uno specialista del ramo, non avrebbe potuto far meglio.

La seguii in cucina dove c’era la limonata, dentro una grossa caraffa con un doppio beccuccio.

— Siediti, Bobby — mi disse — mettiti comodo.

Mi sedetti al tavolo di cucina, e lei riempì due bicchieri fino al­l’orlo. Altro errore. Non si riempiono i bicchieri a quel modo, a meno di non essere un po’ nervosi. Ma lei maneggiava la brocca con mani ferme. Il bicchiere era troppo pieno, e nel sollevarlo avrei rovesciato un po’ di limonata, ma, a quanto pare, lei non ci aveva pensato.

Un’idea pazzesca mi balenò nel cervello. Cosa mi avrebbe det­to adesso? “Ecco a te, Bobby”? o “Hai un bruscolo in un oc­chio”?

La sua voce dissolse la ridicola piega che stavano prendendo i miei pensieri. Quando ci si trova in uno stato di tensione, capita di distrarsi e di correre dietro i propri pensieri come si fa quando si ripetono versi privi di senso. Come quelli di “Alice”, per esem­pio. Ma lei stava dicendo: — Non c’è niente che rinfreschi, in una giornata torrida, come una bibita ghiacciata. Non trovi, Bobby?

Annuii, e lei tornò a riempirmi il bicchiere, ancora fino al­l’orlo. Ero di nuovo attentissimo, e non le toglievo gli occhi di dosso un istante.

A questo punto devo confessarvi una cosa che forse vi stupirà anche se non ne vedo il motivo. Qualsiasi psicanalista valga i suoi venti dollari all’ora sa che a tredici o a quattordici anni un ragaz­zo normale comincia a comportarsi come un adulto nei riguardi del sesso. Un ragazzo di quattordici anni non deve avere un quo­ziente d’intelligenza di 150 punti per sentirsi turbato alla vista di una bella donna che gli sta vicino e si muove con grazia.

È un’età in cui si comincia ad accorgersi del sesso, in cui i sensi si svegliano.

Una donna di trenta, trentacinque anni può sembrar quasi vecchia a un ragazzo della mia età, ma il turbamento rimane comunque. E quando Helen Martin mi venne vicino io lo pro­vai così intensamente come se avessi avuto venticinque anni. Avevo la sensazione che lei non avesse intenzione di sedurmi, anzi, non aveva neanche la minima idea di quel che mi stava passando per la testa. Con uno sforzo, dominai il turbamento, perché se quel che sospettavo era vero, e lei non era un essere umano, sarebbe stato pericoloso per me mischiare il sesso alle indagini che volevo approfondire.

Continuai a fissarla, studiando la sua espressione, perché sape­vo quanto fosse importante scoprire cosa mi nascondeva. Se lo spettacolo che avevo dato dondolandomi sul cancello non era riuscito a ingannarla, l’avermi invitato a entrare in casa era stata una mossa molto intelligente da parte sua. L’unico modo per indurmi a parlare liberamente era di convincermi della sua sinceri­tà. Facendomi delle domande in modo amichevole aveva una buona possibilità — così almeno doveva avere pensato — di indurmi ad abbassare la guardia.

Continuai a fissarla, e fu allora che mi resi conto del mio ma­dornale errore: lei stava fissando me.

Non distolse gli occhi dalla mia faccia nemmeno quando solle­vò un’altra volta la caraffa per versarmi un secondo bicchiere di limonata. Io non mi resi conto della potenza ipnotica del suo sguardo fino al momento in cui cercai di distogliere gli occhi, e mi accorsi che non potevo farlo.

Forse, se mi ci fossi messo, sarei riuscito a rompere l’incantesi­mo prima che fosse stato troppo tardi. Ma lei sorrideva annuen­do, col bicchiere alzato, e ci volle ben poco perché la paura che serpeggiava nel mio cervello lanciasse un segnale d’allarme.

Quando il segnale arrivò, i suoi occhi cominciarono a ingran­dirsi aprendosi come enormi petali scuri di un fiore, e io scoprii che non potevo muovere le gambe. Anche le braccia erano iner­ti, appesantite.

I suoi occhi continuarono a diventare sempre più grandi, fin­ché il resto della faccia non fu che una macchia indistinta. Per un istante mi sembrò che riempissero tutta la stanza, diventando sempre più enormi, tanto che mi sentii inghiottire da quell’esame spietato.

Per un attimo lottai perché quegli occhi non infrangessero tut­ta la mia resistenza e demolissero l’unica cosa a cui potevo anco­ra aggrapparmi: la consapevolezza della mia identità. Lottai per non perdermi completamente in quell’immensità di iridi scintil­lanti, per rimanere Robert Jackson, figlio del presidente di una banca, un ragazzo con una sua volontà e una sua intelligenza che era deciso a combattere per rimanere quel che era finché un or­rore inimmaginabile non lo costringesse a rinunciare alla lotta.

Fu una battaglia perduta, perché d’un tratto gli occhi scompar­vero e io mi trovai avvolto in un’enorme distesa blu ondeggiante. Non ero più Robert Jackson. Ero una fragile zattera alla deriva su di un oceano sconfinato. Le correnti mi sospingevano qua e là, e le onde si rompevano contro di me schiacciandomi con il loro tenibile peso e facendomi soffocare.

Poi incominciai ad appesantirmi, ad affondare sotto le onde, molto lentamente. Immense creature d’ombra mi passavano ac­canto veloci: mostri cornuti degli abissi con tentacoli iridescenti che mi si avvicinavano pericolosamente e poi sfrecciavano via con un lungo fruscio strascicato. E c’erano anche altri rumori. Un rintocco triste, come se una campana lontana suonasse a morto, e un urlo acuto, ma lontano. E io continuavo ad affon­dare.

— Bobby, Bobby, svegliati! — Qualcosa mi scuoteva per le spalle, ma io non potevo vederla. Potevo solo sentire la sua voce che mi supplicava, che mi incitava a tornare alla superficie di quel mare profondo e agitato. Mi incitava a tornare me stesso: Bobby Jackson.

Sentivo le sue mani che mi trattenevano per le spalle mentre io mi reclinavo sul tavolo, col bicchiere ancora stretto in mano.

Poi, la vidi… ma non come Bobby Jackson. Mi sembrava di es­sere al lato opposto della cucina, vicinissimo alla porta e la vede­vo benissimo, vicino al tavolo, che scuoteva il ragazzo e lo prega­va di tornare me stesso.

Io ero sulla porta e strisciavo verso di lei come un animale. Mi muovevo lentamente, in modo subdolo e, mentre camminavo, sentivo come un rumore graffiante. Ma lei non guardava verso di me. Tutta la sua attenzione era concentrata sul ragazzo vicino al tavolo e quel ragazzo non ero più io!

Come avrei potuto essere Bobby Jackson se lo stavo guardan­do da cinque metri di distanza? Era identico a me. Su questo non c’erano dubbi. Ma era come se fossi stato staccato dal legame d’i­dentità che mi aveva fatto pensare, sentire e agire come Bobby Jackson. Era come se avessi assunto un’identità completamente nuova e diversa. Anche se riuscivo a ricordare che fino a pochi attimi prima ero Bobby Jackson, stavano destandosi in me nuove sensazioni che mi riempivano di orrore.

D’improvviso una lieve corrente che proveniva dallo spiraglio della porta mi passò sulla schiena, e io provai una sensazione nuova e terrificante. Trattenni il fiato e mi accucciai ancora più in basso… Stavo accucciato! La paura che mi faceva tremare si rive­lò appieno affrontandomi con occhi verdi immobili, fissi in un in­cubo crepuscolare che era peggiore dell’oscurità più completa. La porta della cucina era socchiusa ed era entrato furtivamente un gatto, e quel gatto ero io. Ero diventato, sia pure in parte e in un modo frammentario, da incubo, il gatto della signora Parker. Quel diabolico animale, incredibilmente perfido, era riuscito, chissà come, a penetrare nella mente di Bobby Jackson, a scal­zarne l’identità; e quel che io provavo adesso era la consapevo­lezza d’essere un gatto. Come potevo dubitarne?

Non so che cosa mi abbia salvato. Forse l’incantesimo di cui Helen Martin si era servita per farmi abbandonare l’ultimo appi­glio alla realtà aveva avuto un attimo di cedimento, perché ora stava facendo degli sforzi ancora più frenetici per farmi tornare il ragazzo seduto al tavolo. Era come se avesse perso il senso della misura, e ora, sconvolta e sbigottita per quel che aveva fatto, cer­casse di porvi rimedio.

E ancora non so cosa o chi mi abbia salvato. Se gli sforzi di He­len Martin o forse quella parte della mia mente che non si era la­sciata coartare, una parte ancora presente a se stessa che conti­nuava a gridarmi, con urgenza disperata, che un essere umano non poteva essere trasformato in un animale inferiore.

Forse fu questo, e non i disperati tentativi di Helen Martin, a “ridarmi” coscienza di me e del mio corpo.

Mi mossi e aprii gli occhi, e vidi Helen Martin, con un’espres­sione di sollievo e le lacrime agli occhi, così umana, che per un momento mi parve un’infermiera, gentile e comprensiva, con la divisa bianca inamidata. Un’infermiera che mi passava una mano morbida sulla fronte, e facendomi scivolare il termometro sotto la lingua, mi sussurrava: “Adesso riposati, Bobby. Non devi preoccuparti. Va tutto bene”.

Poi, all’improvviso, tutto tornò reale, completamente reale, l’opposto sia dell’incubo sia del sogno rassicurante. Helen Martin disse con voce calma e comprensiva, ma perfettamente naturale: — Dev’essere stato il sole, Bobby. Un colpo di calore. Ti sei don­dolato per un pezzo sul cancello, eh?

— Sì… credo di sì — mentii. — Ed è stata una sciocchezza per­ché ero già stato al sole tutto il giorno. Stamattina ho giocato a pallacanestro per quasi due ore.

— Allora tutto si spiega.

— Non ci ho visto più, per un momento — dissi.

Lei mi batté la mano sulla spalla, e temetti che mi dicesse: “È meglio che tu vada a sdraiarti un momento in salotto, Bobby. Non devi andartene finché non starai meglio”.

Non volevo rimanere un secondo di più in quella casa. Non vo­levo nemmeno che mi pregasse di restare, perché era pericoloso anche ascoltare la sua voce. Adesso ne ero sicuro.

Non avevo mai avuto tanta paura. Non mi vergogno ad am­metterlo. Ero spaventato come dicono che succeda ai selvaggi di fronte a quello che non conoscono, ai sussurri della foresta, agli antenati morti dalle facce spettrali e il passo strascicato.

Solo… che era peggio. Era una cosa sconosciuta, più grande e infinitamente meno umana, come se un vento di morte fosse sce­so dai lontani spazi e mi soffiasse gelido addosso.

La mano della donna si strinse affettuosa sulla mia spalla, e lei disse, in tono sinceramente preoccupato: — Bobby, che c’è? Per­ché mi guardi così?

Naturalmente fingeva, recitava, e mancò poco che tornassi a cedere. Chissà, forse avevo già ceduto, e adesso era ormai trop­po tardi.

Ma mi rifiutai di pensarlo. M’alzai, avvicinandomi alla porta, voltandomi solo una volta a guardarla come per dirle: “Non mi sento bene”, perché la mia partenza sembrasse meno brusca e più naturale, date le circostanze.

Chi può aspettarsi una risposta da un bambino che si è appena ripreso da uno svenimento dovuto a un colpo di sole e vuol corre­re subito a casa? In simili circostanze, un ragazzo desidera solo stare con la sua famiglia. Mi augurai che capisse quali avrebbero dovuto essere i miei sentimenti e che mi lasciasse andare senza costringermi a mentire ancora.

Così fu. Uscii e attraversai il prato correndo come se ne andas­se della mia vita, e solo allora sentii la porta chiudersi sbattendo, come se all’ultimo momento lei avesse capito la verità e si fosse arrabbiata di avermi lasciato andare via vivo.

2

Bobby Jackson

In una grande città come Lakeview gli avvenimenti non si colle­gano l’uno all’altro. Non c’è una trafila, nel pettegolezzo, che si possa seguire, risalendola, da vicino a vicino di casa. Si può co­minciare da qualsiasi parte, ma bisogna muoversi in fretta se si ha intenzione di raccogliere tutte le prove prima che le lacune della memoria ci facciano sfuggire qualche particolare importante dan­do l’impressione di non aver fatto tutto quel che avremmo potuto fare.

Per prima cosa feci qualche indagine all’ufficio postale, in tre o quattro negozi, alla biblioteca e all’Athletic Club. Dappertutto, insomma, dove il “figlio del banchiere” poteva contare di trovare un’accoglienza rispettosa da parte degli adulti. Lasciamo da par­te il Q.I. 150. In questi casi può essere d’impiccio, controbilan­ciato però, egregiamente, dall’essere “figlio del banchiere”.

A volte mi capitò di ascoltare commenti come: “È un ragazzino sveglio. Ascolta senza interrompere e ha una parola gentile per tutti. È intelligente, sì, ma non cerca mai di sbalordire la gen­te come si sentono in dovere di fare tanti bambini prodigio. Sì, è proprio a posto. Mi dicono che sia molto popolare a scuola. Un grande piccolo atleta, non uno di quei saputelli col naso sempre sui libri”.

Avrei avuto delle riserve da fare su quel tipo di complimenti, ma stetti sempre ben attento a non farlo capire.

Le mie indagini dettero dei risultati. Devo ammettere però, per dire la verità, che allora non sapevo nemmeno io quali infor­mazioni stessi cercando. In un certo senso, brancolando nel buio recitavo a soggetto.

Non sorridete. Questo è il modo migliore di recitare quando si è profondamente convinti di avere inciampato in qualcosa di grosso.

Feci fiasco completo in circa metà dei posti dove recitai la par­te del ragazzetto sveglio che cerca di sapere tutto il possibile sul conto di gente nuova del posto, come i Martin. Feci tutto il possi­bile perché la mia sembrasse solo curiosità infantile, e non c’è ra­gazzo al mondo che, ogni tanto, non manifesti un tipo di curiosità del genere. Volendola analizzare appare inspiegabile. Ma è ac­cettata per il semplice fatto che in ogni uomo si nasconde un bambino, e la curiosità pettegola costituisce una specie assai dif­fusa di passatempo.

In metà di quei posti, dunque, non feci progressi; in un altro quaranta per cento ottenni delle informazioni banali che non vale la pena di trascrivere. Ma alla fine riuscii a ricavare qualcosa. In­nanzitutto il vechio e loquace signor Donigan delle Ferramenta e Chincaglierie “Acme”. Sì, il signor Martin c’era stato due volte. Cos’aveva comprato? Niente di speciale. Un tubetto di colla attaccatutto e un martello di media grandezza. Ha parlato anche con altri? Sì, certo. Specialmente con Will Sanders. Sanders se ne stava curvo sul banco a rimirare con aria vogliosa un temperi­no laccato di rosso — uno di quelli che hanno un mucchio di lame quando Martin era entrato nel negozio e gli si era avvicinato con una parola di scusa, pregandolo di farsi un po’ in là perché voleva ammirare anche lui il temperino.

Ora, Will Sanders era un tipo. Tanto per dirne una, portava sempre camicie di flanella, e sembrava uno di quei proprietari di bazar di cinquant’anni fa. Se ne incontrano ancora, di tipi simili, nelle cittadine, specie in quelle del sud, ma in una città industria­le abbastanza sviluppata sono praticamente estinti come i dino­sauri. Non appartiene all’America televisiva dei nostri giorni. Sotto molti aspetti era un relitto, un simpatico vecchio squinter­nato. Viveva tutto solo in una baracca da eremita alla periferia e, per tirare a campare, allevava galline livornesi. Che ci crediate o no, suo nonno aveva conosciuto Custer e per un pelo non era sta­to a Little Big Horn.

Martin e Sanders avevano parlato per una decina di minuti e poi se n’erano andati insieme, continuando a parlare come vecchi commilitoni a un raduno di veterani.

Altro? No… Niente di speciale, ma lo trascrissi sul mio libricino nero perché mi sembrava importante. Ecco quello che sco­prii a proposito di Martin in altri cinque posti. Gli piaceva par­lare con la gente… con qualsiasi tipo di persona. Ma ogni indi­geno a cui rivolse la parola era un tipo a sé, con delle caratteri­stiche che lo facevano spiccare sugli altri. Li elencherò in fretta. Fred Halstrom, meccanico di garage fino alla punta dei capelli: il tipo che guarda dentro al motore delle macchine con aria ra­pita, quasi che nelle sue vene scorresse fuoco ardente di benzina succhiata da tutte le auto che avesse riparato. I motori erano tutto per lui.

C’era Samuel Thompson, professore di ginnastica della scuola superiore di Lakeview: tipico americano idolo dei giovani in ma­glione e calzoni da ginnastica che sperano di entrare a far parte di qualche Lega Universitaria e che sono sicuri di riuscire a laurear­si a Princeton o a Yale. Sapeva giocare a polo, nuotare, battere un record di pista e segnare un goal meglio di chiunque altro ab­bia mai conosciuto.

Seguiva, sulla lista, Clifford Andrews. Clifford era un topo di biblioteca, quel tipo di persona che impara, si può dire, per pro­fessione, non tanto per ampliare le sue cognizioni, quanto perché imparare lo eccita. Direte che come vocazione non è certo molto eccitante, ma in fondo anche i cirripedi e i tarli hanno diritto ai loro momenti di estasi.

E poi Theodore Murch, impiegato nella banca di mio padre. Ovvero la versione cittadina dell’uomo vestito di grigio delle me­tropoli. No, cancellate questa limitazione geografica. Incontran­dolo alla stazione della metropolitana di Wall Street, a New York, lo si sarebbe preso per un giovane impiegato di un’agenzia di cambio.

Per finire, gli ultimi due: Jack Seaton e Stanley Webb. Cittadi­ni medi… medi in tutto… fino all’eccesso. La loro normalità era di quel tipo che salta agli occhi e fa pensare a quello che dice Orwell nella Fattoria degli Animali: “Tutti gli esseri sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri”.

Tornai a casa alle cinque del pomeriggio e salii direttamente in camera mia. Mamma mi chiamò dal soggiorno, e poiché non ri­sposi alzò la voce di un paio di ottave.

— Sei tu, Bobby? Dove sei stato tutto il pomeriggio?

È un tipo d’interrogatorio, questo, che può essere scocciante qualora si facciano delle concessioni a talune limitazioni fonda­mentali. Ma mia madre ha un buon carattere e mi vergognai di me quasi immediatamente.

Mi fermai sul pianerottolo, e risposi. — Ho incontrato Freddy Jason davanti alla biblioteca, e abbiamo bevuto un paio di gazzose.

— Gazzose? Tutto il pomeriggio? Ma, Bobby…

Entrai in camera mia, chiusi la porta, e dopo aver fatto un po’ di palleggio, andai a guardarmi nello specchio. Fui soddisfatto di quello che vidi. Ho il mento volitivo e non devo irrigidire la ma­scella perché lo si noti. Tutte le volte che mi guardo allo specchio ne prendo atto.

Poi mi sedetti sul letto a pensare. Il quadro stava diventando sempre più chiaro, e la verità mi balenò così viva che mi parve che tutta la stanza ne fosse illuminata.

“Ci stanno studiando” pensai. “Sono qui come osservatori. Stanno cercando di scoprire tutto quello che possono sulla razza umana. Studiano uomini e donne con spiccate caratteristiche in­dividuali, insomma i tipi speciali. Hanno intuito che gli uomini e le donne di questo tipo possiedono, in grado elevato, tutte le li­mitazioni, le risorse e le energie costruttive che hanno reso la vita dell’Uomo sulla Terra un paradosso e un mistero anche per l’uo­mo stesso”.

Studiarci sarebbe come… be’, come osservare una mosca della frutta che ha subito qualche mutamento pur restando sempre una mosca della frutta. Il fatto di per sé che questa particolare mosca sia un po’ diversa, fa di lei un ideale esemplare da laboratorio. Partendo dal presupposto che l’osservatore sia dotato di intelli­genza e intuito eccezionali, l’esame di questo insetto potrebbe ri­sultare molto più soddisfacente e fornire molte più informazioni sulle mosche in genere che non un qualunque altro esemplare preso a caso. Infine: dal particolare al generale.

Forse la verità mi sfuggiva e le mie erano supposizioni erronee. Comunque, mi persuasi che dovevo tornare dai Martin. Non ave­vo quasi più dubbi, ormai, ma mi occorreva una prova sicura. Il pericolo era gravissimo. Dovevo tornare presto da loro, altri­menti quello che era capitato a me poteva succedere anche a qualcun altro. Un uomo deve affrontare le sue responsabilità, e questo vale anche per un ragazzo. Per un ragazzo, in special mo­do, che si è imbattuto in cose strane che non può ignorare anche perché ci deve vivere accanto. Finché i Martin non venivano smascherati, tutta Lakeview era in pericolo, tutta l’America… e il mio pensiero si ferma qui, perché la paura è troppa. Non posso aspettare che una Lakeview in preda al panico prenda le misure necessarie. Se questo avviene, quando avviene, può essere trop­po tardi. E come si può mettere in allarme la città se io non ho prove per suffragare quella che senza dubbio può sembrare la più pazzesca e improbabile delle storie?

Di una cosa sola ero sicuro. Helen Martin aveva fatto qualcosa alla struttura fondamentale della mia mente, qualcosa che mi aveva fatto dubitare della mia identità e mi aveva convinto di es­sere un gatto. Per un terribile istante io ero diventato il gatto del­la signora Parker e, attraverso la pupilla dilatata dei suoi occhi, avevo fissato un ragazzo che non ero più io.

Gli antropologi dicono che l’uomo primitivo era davvero con­vinto di trovarsi contemporaneamente in più luoghi. Non posse­deva il senso del tempo quale lo concepiamo noi. L’uomo primiti­vo poteva pensare a se stesso come vivente nel medesimo istante sia passato sia presente. Forse non nel futuro, ma questo solo perché la sua capacità di fantasia non era sufficientemente svilup­pata per dargli la possibilità di pensare al futuro in termini con­creti. Spazio e tempo, tuttavia, non imponevano restrizioni alla sua mente, ed egli era sicuro di potersi recare ovunque contemporaneamente, così come noi siamo sicuri che i tramonti sono spesso rossi e che prima di morire conosceremo il dolore e la sof­ferenza.

Inoltre, e questo è l’aspetto più importante, l’uomo primitivo era fermamente convinto di poter essere nello stesso tempo uma­no e animale. Naturalmente non era possibile, e anche lui doveva esserne oscuramente consapevole. Ma la sua convinzione — o su­perstizione se preferite — era talmente forte in lui che la sua con­cezione della vita doveva essere davvero straordinaria.

Ma se l’identificarsi con ogni parte dell’universo fisico non era solo un tendere alla fantasia? Se invece si fosse trattato di una fa­coltà, una guida comune a tutto il genere umano, sopita e sepolta nell’uomo moderno dalla corazza d’acciaio della civiltà?

Supponete, per un solo minuto, che questa facoltà, per quanto sopita e nascosta, sepolta, ci sia vera e reale nella maggior parte di noi e che possa essere ridestata, scossa, eccitata, da un certo genere di sonda mentale. Ebbene, in questo caso, non c’è il mini­mo dubbio che lo spietato esame di Helen Martin abbia agito co­me sonda nel mio cervello risvegliando quella facoltà. Come ciò sia avvenuto lo ignoro, ma era avvenuto.

È difficile esaminare anche i piccoli animali da laboratorio e sottoporli ad alcuni test preliminari senza sconvolgerli un poco. I topolini bianchi, durante i test sperimentali, si riducono sovente a un ammasso di nervi tremanti. Anche i microrganismi sui vetri­ni si comportano — com’è stato provato — in modo strano, quasi avvertissero su di loro il vento gelido dell’ignoto.

Mi alzai e girai gli occhi intorno alla stanza. La maggior parte della gente l’avrebbe giudicata una normalissima camera da ra­gazzo, e del resto a me sarebbe spiaciuto se l’avessero giudicata in modo diverso. È la stanza di un ragazzo, di un quattordicenne. Con le cose giuste che piacciono ai quattordicenni e quindi piac­ciono anche a me perché sono e voglio essere un ragazzo di quat­tordici anni: anche se spesso mi sento diverso dai miei coetanei.

Appesa al muro c’è una mia fotografia, scattata quando avevo dodici anni, alla partenza della finale delle gare di corsa piana ju­nior; e un’altra, più piccola, dei miei genitori che remano sul la­go, scattata da me, sulla spiaggia, con una decrepita Hawkeye Brownie. Poi una libellula sudamericana grande quanto la mia mano, montata su cotone, sottovetro. Tre bandierine universitarie e una di una squadra di baseball. Sulla mensola, una gran coppa d’argento vinta al golf da papà e, su un tavolo vicino alla fine­stra, un guanto da baseball e una maschera a gabbia da “catcher”. Vicino all’armadio c’è anche una “pera” da pugilato.

Stavo appunto avviandomi per tirare qualche pugno alla “pe­ra”, quando mi tornarono in mente i Martin e mi sentii correre giù per la schiena un brivido gelido. Una premonizione, che mi invitava a far presto. Dovevo scoprire altre cose prima che fosse troppo tardi.

Non parlai molto a cena, mentre mamma serviva carne fredda e un’insalata di cetrioli e lattuga, insieme a un bicchiere di latte per me e a un cocktail Manhattan per papà. Prima del pasto sera­le, a papà piace bere una bevanda robusta, che gli tira su il mora­le per tutto il pasto. Diventa più calmo e gentile, il che per me va benone. Parla di cose che m’interessano, e non del suo lavoro quotidiano.

Caso mai v’interessi, non ho alcun complesso freudiano nei confronti di mio padre. Lo considero molto in gamba. È il tipo del professore universitario che coltiva grandi sogni e ha l’abilità di saper scegliere e ottenere il meglio dalla vita. Ma a causa del suo profondo senso di responsabilità sociale ha finito col dedicar­si agli affari bancari, il che, del resto, per mamma e per me va be­nissimo.

Non aprii bocca finché il pasto non fu quasi terminato, ma al­lora fui costretto a parlare. Papà fece esplodere una bomba. An­che lui si era vagamente interessato ai Martin, e, di punto in bianco, dichiarò:

— C’è qualcosa di strano in quel Martin.

— Che cosa, papà? — non potei fare a meno di chiedere.

— Ecco, qualche volta si comporta in modo davvero singolare. Si avvicina alla gente e fa domande sul loro lavoro, sui loro inte­ressi.

— Dici delle sciocchezze, Roger — intervenne la mamma. — Hai dimenticato che i Martin si sono installati da poco in casa Oakham. Tu invece sei nato a Lakeview. Non hai mai dovuto lot­tare contro la resistenza dei bramini locali. I Martin si sono inse­riti in un ambiente in cui quasi tutti quelli che possiedono una ca­sa sono sospettosi e pieni di sussiego coi nuovi venuti. Probabil­mente cercano solo di mostrarsi cordiali e di abbattere qualche barriera. Il miglior modo per farsi degli amici è di parlare alla gente dei problemi che li interessano.

— Non si tratta solo dei bramini locali — disse papà. — Anche se, a voler esser giusti, non sono come li descrivi tu. Una quaran­tina d’anni fa vivevano qui molte vecchie famiglie, ma quasi tutti i loro componenti adesso sono nella tomba, compresi gli Oakham. Qualche famiglia si è arricchita e si è trasferita in zone con pascoli più floridi. Ma per tornare ai Martin, al signor Martin in particolare… ebbene, ciò che mi colpisce è la sua infernale curio­sità nei riguardi di tutti, non solo dei vicini.

— Anche nei tuoi, Roger?

Papà scosse la testa. — No, ha parlato con me solo una volta, qualche giorno fa, quando è venuto in banca per aprire un conto. In quell’occasione si è comportato in modo molto educato e for­male. Anzi, ti dirò che ho avuto l’impressione che facesse di tutto per sembrare il meno invadente possibile. È sempre molto cor­diale e gentile, ma qualche volta assume un’espressione strana, così mi hanno detto, e l’ho notata anch’io. Ha degli occhi gelidi, celeste-chiarissimo, che sembrano trapassarti da parte a parte.

— L’ho notato anch’io, papà — intervenni.

Lui mi guardò con aria di rimprovero come se una dichiarazio­ne tanto precipitosa di accordo fosse infantile e indegna di me, come infatti era. Papà mi conosceva molto bene. Si accorgeva sempre quando io cercavo di sapere qualche cosa e, nel tentati­vo, mi dimostravo maldestro.

Provai un approccio. — Papà — dissi.

— Sì, figliolo?

— Credi davvero che lavori in un ufficio in città? Mi sembra strano che nessuno l’abbia mai visto entrare o uscire da un uffi­cio.

— Non saprei — rispose papà. — Quando ha aperto il conto ha dato solo l’indirizzo di casa Oakham. Non è necessario dare referenze di affari, quando si apre un conto in banca. Per lo me­no non è obbligatorio, qualora sia possibile dare altre informa­zioni sul proprio conto. Il modulo da compilare per aprire un conto è semplice come l’ABC. Bisogna scrivere il nome dei geni­tori, l’indirizzo e firmare. Trattandosi di un conto corrente fac­ciamo poche domande relative alle possibilità finanziarie del ri­chiedente, al fatto se ha conti presso altre banche, eccetera. E se è in grado di dare un indirizzo d’affari e un paio di referenze, tan­to meglio. Ma non insistiamo per avere il suo indirizzo di lavoro.

— Ha aperto un conto corrente? — chiesi.

— Sì, e abbastanza cospicuo. Un grosso deposito è indizio di per se stesso di una solidità finanziaria e noi riteniamo per garan­tito che chiunque depositi una grossa somma in banca non se la sia procurata in modo disonesto. Una banca non è l’ufficio dello sceriffo.

— Ha depositi anche in altre banche? — insistetti.

Papà si accigliò e mi guardò insospettito. — Bobby, cosa c’è? — Mi stai sottoponendo a un interrogatorio. Perché?

— Niente, papà. Non è importante.

— Non capisco nemmeno perché debba interessarti. Ma, se vuoi proprio saperlo, aveva depositi in due banche di Midland Beach, dove ha vissuto per tre o quattro anni prima di venire qui. Ma io non ho alcuna intenzione di prendere l’autobus per andare a Midland a chiedere informazioni sul suo conto. Il signor Plummer è mio amico e non mi sembra il caso di far venire a un colle­ga direttore di banca l’idea che sono un po’ matto. Lo stesso dica­si per il signor Streeter della Midland Risparmi e Prestiti.

Papà cominciava a innervosirsi e perciò avrei fatto meglio a la­sciar perdere. Invece continuai imperterrito.

— Perché non l’hai messo con le spalle al muro quando ha aperto il conto? — chiesi. — Non avresti potuto chiedergli che la­voro fa?

— Non ne ho avuto l’occasione. È stato Murch a trattare con lui. Ricorda solo di avergli fatto riempire il modulo e del collo­quio non ricorda un cavolo.

— Ti prego, Roger — disse la mamma. — Devi proprio parla­re così davanti a Bobby?

— Sì, devo. Altrimenti non mi rispetterebbe. Sa che mi sta fa­cendo un sacco di domande balorde per nessun motivo se non perché mi è capitato di dire che nel contegno di Martin c’è qual­cosa che ha risvegliato la mia curiosità. Non è vero, figliolo?

— Sicuro — risposi. — Papà è un essere umano, mamma. Co­sa diavolo…

Mamma si affrettò a distogliere lo sguardo, perché non trovava divertente quel che dicevo e probabilmente non lo era. Ma dove­vo difendere il diritto di papà di ricorrere a qualche parola un po’ forte quando le circostanze lo richiedevano. Era anche un mio di­ritto.

E poi condividevo le sensazioni di papà. La stranezza, la fred­dezza di Martin, la sua completa diversità dagli altri abitanti di Lakewìev. Anzi, la mia sensazione era molto più profonda, a causa di ciò che sapevo. Mi ero dondolato su un cancello, ero sta­to invitato a bere una limonata ghiacciata ed ero precipitato in una specie di viaggio piuttosto sgradevole e quantomeno strano, diverso. Infine, se c’era del mistero nei Martin, la chiave per sco­prirlo era sicuramente più vicina a me che non a papà.

3

John Dyson

I ragazzi difficili! Il motivo non è noto ma certo che al giorno d’oggi non c’è scuola dove non ci sia qualche ragazzo difficile. In­vece a me piace pensare che, nascosta in una vallata verde e pie­na di pace, con picchi bianchi che scintillano in lontananza, c’è una scuola dove s’impara per il puro piacere d’imparare e l’inse­gnante è considerato una guida, un consigliere, un amico.

Chissà, forse un giorno prenderò un bastone di frassino e m’avvierò per le colline alla ricerca di quella scuola. Sia ben chia­ro, comunque, che non mi ritengo una vittima di un’ingiustizia né che voglio tornare indietro nel tempo e tanto meno auspico dra­stici mutamenti del sistema educativo.

Quando raccoglieranno le mie ceneri in un’urna, qualcuno, convinto del contrario, potrebbe servirsene per una difesa postu­ma in un articolo intitolato “Come le delusioni della scuola me­dia hanno frantumato le speranze dei nostri migliori insegnanti”.

Un simile necrologio non mi piacerebbe e, nella specifica cir­costanza, non sarei in grado di rispondere.

In effetti non mi sono mai considerato né un insegnante parti­colarmente buono, né particolarmente cattivo. Mi piacciono i bambini. Cerco di far del mio meglio per capirli e, nel mio lavo­ro, al pragmatismo professionale, unisco quel po’ di saggezza che sono riuscito a raccattare qua e là nel corso degli anni.

Per lo più sono un autodidatta. Otto anni fa ho seguito i corsi per corrispondenza di un’università e sono riuscito ad afferrare l’ultima laurea in psicologia pedagogica che conferivano in quella sessione. Come poi riesca nel mio lavoro, questo è un problema che non ho ancora risolto; comunque agli assertori del detto che saggezza e conoscenza sono rami gemelli della stessa robusta quercia, io propongo di farsi un intero anno scolastico cercando di convincere dei quattordicenni a moderare i loro impulsi ag­gressivi sviluppando al tempo stesso la propria creatività.

Non posso dire che Bobby Jackson sia un ragazzo difficile, in quanto il suo comportamento in classe non mi ha mai creato delle difficoltà. Ma quando deve svolgere a casa un compito che tiene occupati i ragazzi fino a notte (un paio di volte al mese, controvo­glia, divento un tiranno a questo proposito) ho sempre la sensa­zione che a lui basti un’ora per svolgerlo, e bene. E non solo i suoi compiti a casa sono scrupolosamente esatti e ordinati, ma sembrano anche volutamente “faticati”.

Non saprei definire con esattezza cosa voglio dire con quel “fa­ticati”, ma me ne accorgo invariabilmente. Se un ragazzo è uno schianto in matematica o eccelle in inglese, nei compiti a casa, avendo più tempo a disposizione che in classe, può dare il meglio di se stesso, senza tensione, senza patire. E l’insegnante “sa” quando un suo allievo “fatica”. E io so che Bobby non “fatica”.

Tutte le volte che incontro lo sguardo di Bobby Jackson, mi sembra che dica: “Vedi! Non riesci a trovare niente da ridire in tutto quello che faccio. Però sei convinto che ti inganni, e ti tor­menti per questo. Ma perché ti preoccupi tanto?”

A volte sono lì lì per cedere alla tentazione di chiamarlo alla cattedra e dirgli, da uomo a uomo: “Via i guantoni, Bobby. Io ti sono amico e tu lo sai. Ma mi nascondi qualcosa e questo non va bene, guasta i nostri rapporti. Non c’è niente di male se ricorri a delle scorciatoie dal momento che impari e riesci bene. Ma ti ser­vi di questo come di un motivo di antagonismo fra noi due. È co­me se tu giocassi una partita contro di me e io, onestamente, sen­to di meritare un trattamento migliore”.

Ma a che servirebbe?

Nonostante Bobby Jackson sia solo un ragazzino di quattordici anni, sempre spettinato, che non dimostra più della sua età, può chiamare in appoggio una riserva di dignità e riserbo degni di un grande dirigente coi capelli bianchi. Mi par di vederlo mentre, con un sorriso triste, mi fa capire, scuotendo la testa, che lui non porta i guantoni, e che io non ho modo di provare l’esistenza del sia pur minimo antagonismo fra noi due… almeno da parte sua.

Accettare quanto è impossibile cambiare, a volte, è una cosa che si fa a malincuore, ma sicuramente è il principio della saggezza, come potrebbe dirvi qualunque filosofo con la luna di traverso.

Tutto questo mi riporta al compito svolto a casa da Bobby. Il tema che ho dato ieri era piuttosto insolito, nel suo genere. Il programma spaziale è un argomento che un insegnante non può ignorare, anche se preferirebbe dedicare i suoi momenti liberi al­la lettura della poesia elisabettiana o a Walden Pond, lasciando sullo scaffale libri tecnici.

Così decisi di vedere come se la sarebbe cavata la classe se avessi proposto loro un immaginario viaggio insieme a me su Marte, a bordo di un’astronave abbastanza grande da ospitare tutta la classe. “Con me” invece che da soli, perché quando si dà ai ragazzi un tema che è un po’ una sfida, l’insegnante è sempre presente, e aleggia nello sfondo o come un consigliere amichevo­le, o come una nemesi persecutrice alla ricerca di errori di sintas­si o grammaticali. Talvolta si accendono dei conflitti perché loro non riescono a decidere fino a che punto sarò tollerante e com­prensivo nel correggere i compiti. Quando capita, mi concedono il beneficio del dubbio e assumono l’atteggiamento dello “stare­mo a vedere”.

Ero sicuro che almeno un terzo dei temi avrebbero meritato l’insufficienza e rimasi piacevolmente sorpreso nello scoprire che invece erano tutti discreti. Evidentemente l’idea di andare nello spazio, a esplorare mondi sconosciuti, rende nove ragazzi su die­ci più attenti e fantasiosi, allarga i loro orizzonti e li rende capaci di brillare, sia come oratori in classe sia come scrittori. In effetti nove o dieci composizioni erano così buone da rafforzare la mia convinzione che, allorquando ci soffermeremo a considerare l’ef­fetto dell’Era Spaziale sul pensiero umano, dovremo rivedere tutto il nostro ordine di idee.

Ma per quanto alcuni temi fossero eccellenti, quello di Bobby fu l’unico che lessi tre volte, con sempre crescente ammirazione, prima di segnare un bel dieci.

Stavolta aveva superato se stesso, s’era abbandonato total­mente alla fantasia con la volontà precisa di sbalordirmi. E c’era riuscito. Sotto un certo aspetto, nonostante la dovuta ammirazio­ne, la lettura del tema non fece che rafforzare la mia opinione nei suoi riguardi. Qualunque sia il valore che un insegnante attribui­sce a se stesso, la presenza in classe di uno studente al quale piace giocare a scacchi con lui è tanto un ostacolo quanto una trappola. I quattordicenni imitano quello che non riescono a capire e basta una minima espressione a tradire il pensiero dell’insegnante.

Non era difficile immaginare quello che avrebbero pensato. “Se Bobby Jackson riesce a incastrarlo e a mandarlo in bestia con le sue domande pazze, perché non possiamo riuscirci anche noi?”

Ovviamente le domande di Bobby erano tutt’altro che pazze. Ma come si poteva pretendere che si rendessero conto che la maggior parte delle cose di cui parlava alzandosi dal banco erano al di fuori della loro comprensione?

Questa volta dovevo essere ancora più cauto del solito per riuscire a mantenere la calma esteriore. Bobby aveva fatto una descrizione classica di come doveva essere Marte. Aveva ana­lizzato tutti gli aspetti delle fotografie scattate dalla sonda spa­ziale inviata su Marte nel 1965 riempiendo le lacune con una lo­gica che, almeno a mio vedere, era irrefutabile, e così facendo s’era lasciato indietro un bel pezzo gli esperti che veleggiavano ancora nel limbo.

Aveva descritto esattamente il paesaggio che il primo astro­nauta destinato a metter piede su Marte avrebbe visto, e la de­scrizione non era cervellotica: si capiva che il ragazzo sapeva di cosa parlava. Se quell’astronauta fosse stato lui, la descrizione non avrebbe potuto essere migliore.

Dieci per Bobby, dunque, e mentre leggevo e classificavo il suo tema capii dalla sua espressione che sapeva cosa mi stava passando nella mente.

“Benone, giovanotto” dissi tra me. “Appena finita l’ora avre­mo una spiegazione a quattr’occhi. Sei troppo brillante per esse­re vero. Però sei vero e il paradosso deve essere risolto, altrimen­ti io finirò col prendere tranquillanti otto volte alla settimana”.

Aspettai finché il grande orologio sulla torre del supermercato di Piazza Anderson suonò le tre (suona invariabilmente pochi se­condi prima della campanella della scuola), e non appena i ragaz­zi cominciarono a uscire incrociai lo sguardo di Bobby Jackson e gli feci segno di restare al suo posto.

Non ci guardammo più finché l’aula non fu così silenziosa che si sentivano le fronde degli alberi scosse dal vento frusciare con­tro i vetri delle finestre. Era una burrascosa giornata d’autunno, e mi sembrava di vedere gli altri scolari giocare al mondo nel cor­tile della scuola, con lo spensierato abbandono di piccoli selvaggi che hanno avuto il permesso di arrampicarsi sugli alberi della fo­resta e di cacciare in libertà.

Non so il motivo di questo paragone, né perché li immaginassi intenti a quel gioco, so solo che mi sembravano dei primitivi, se li confrontavo con Bobby Jackson. E Bobby in quel momento mi stava guardando come se avesse letto tutti i libri della biblioteca di Elm Street e si stesse chiedendo come avrei reagito se mi aves­se manifestato l’intenzione di scriverne qualcuno anche lui, tanto per riempire gli scaffali.

Finsi di dover sistemare le carte sulla scrivania per un paio di minuti. Quindi lo chiamai: — Bobby — dissi — devo dirti che il tuo tema mi ha piuttosto sbalordito. Non ho voluto discutere con te davanti alla classe, forse è stato sciocco da parte mia, ma… be’, mi sembrava sleale lodare solo uno di voi dal momento che tutti i temi sono talmente superiori alla media abituale che non mi sono ancora riavuto dallo shock.

Mi sentii fiero di me nel vedere con quanta rapidità si alzò per venire alla cattedra con l’aria di avere compreso appieno. M’ero mostrato affabile quel tanto che era necessario e gli avevo gettato l’esca preliminare adatta. Confessargli che gli altri studenti mi fa­cevano stupire quando superavano se stessi era una cosa che ca­piva e condivideva. Quando un insegnante si scopre fino a quel punto corre un certo rischio.

Ma io ero sicuro che con Bobby quel rischio era minimo. La sua intelligenza e la sua assennatezza gli consentivano di rispetta­re una confidenza e di rendersi conto che anche un insegnante può dimostrarsi comprensivo senza che questo pregiudichi la sua dignità o metta in discussione l’ordine della gerarchia scolastica.

— Le è piaciuta la conclusione del mio componimento? — mi chiese tutto premuroso e senza la minima traccia di antagonismo nella voce.

— Mi è piaciuta moltissimo — risposi. — Verso la fine hai dato briglia sciolta alla fantasia, ma non è un male.

Aveva un’espressione talmente compiaciuta che mi sentii col­pevole di aver fatto ricorso a una strategia complessa per trattare con lui. Dovevo fargli capire che non l’avevo trattenuto solo per fargli i complimenti.

— Bobby — dissi, protendendomi verso di lui e fissandolo ne­gli occhi. — Vorrei che, almeno una volta, fossi completamente sincero con me. Quanto tempo hai impiegato per completare la tua analisi marziana? Due ore… tre?

La sua risposta non fu così spontanea come avevo sperato. Spinse ancor più avanti la mascella e sentii nella sua voce una sfu­matura di antagonismo.

— Non guardavo l’orologio — disse — ma credo di aver impie­gato circa quattro ore.

— Ma è tutta farina del tuo sacco — insistetti. — O hai consul­tato qualche libro mentre svolgevi il tema?

— Non sempre occorre farlo — disse lui, in tono di sfida.

— Può darsi di no, Bobby — dissi. — Un astronomo di Monte Wilson dotato di una memoria formidabile può scrivere una rela­zione su Marte accurata ed esauriente come la tua senza consul­tare testi specializzati e controllare dati. Ma, alla tua età, un simi­le livello intellettuale è rarissimo.

— Posso aver fatto qualche piccola svista — ammise, in tono difensivo. — Non ho affatto una buona memoria, signor Dyson. Dimentico sempre le cose.

— Vorrei poterti dire che questa spiegazione è sufficiente, ma non è così — dissi. — Puoi fare degli errori e avere delle di­strazioni, ma essere comunque un genio. E poi c’è memoria e memoria. A quanto dicono lo stesso Einstein era capace di di­menticare l’ombrello e molto spesso usciva in pieno inverno senza soprabito.

Ebbi la sensazione che Bobby si rendesse conto di difendersi troppo emotivamente, perché, a questo punto, fece un brusco tentativo per rintuzzare la mia sfida svalutando la propria com­posizione in modo più generico.

— Ci ha chiesto d’immaginare quello che avremmo provato trovandoci a bordo di una nave spaziale diretta su Marte e che cosa avremmo visto all’arrivo. Senza voler essere “scientifico”, mi è sembrata una buona idea ricorrere alle foto prese dalla son­da marziana. Penso anche che avrebbero dovuto suscitare più scalpore di quanto non si sia verificato. Sotto un certo aspetto… la trasmissione di vere fotografie di un altro pianeta attraverso una distanza così enorme è una conquista che sta alla pari col prossimo sbarco sulla Luna.

Su questo punto ero d’accordo con lui. Tuttavia mi limitai a un cenno d’assenso, ed ero lì lì per ricordargli che non aveva rispo­sto alla mia domanda quando decisi invece di sfidarlo in modo più aperto.

— Bobby? — chiesi — perché l’hai fatto?

— Fatto cosa, signor Dyson?

— Perché hai cercato di farmi capire fino a che punto sei intel­ligente? So che capisci cosa voglio dire. In caso contrario… sa­rebbe inutile dilungarmi in spiegazioni.

Mi guardò per un momento in silenzio e io mi accorsi che il col­po era andato a segno. Una cosa è sapere che l’atteggiamento de­liberatamente adottato nei riguardi di un amico — o di un nemico — è stato giustamente interpretato, un’altra è constatare che que­sta consapevolezza viene usata come sfida verbale.

Capii che aveva infilato di nuovo i guantoni allorché disse: — Non sono poi così brillante, signor Dyson. No davvero.

— Non sono d’accordo — replicai — e sai cosa penso?

Fece per rispondere, ma io proseguii tanto in fretta che a lui non restò che fissarmi con occhi sempre più sfavillanti di antago­nismo. — Penso tu abbia paura che io scopra fino a che punto sei diverso dagli altri studenti e che questo mi prevenga nei tuoi con­fronti. Perciò non ti piace dare spiegazioni sui compiti di casa e quando ti interrogo in classe rispondi alle mie domande con po­che parole. Parli un po’ di più quando la tua curiosità prende il sopravvento e vuoi sapere se le mie idee collimano con le tue. Non riesci a trattenerti dal farlo, ma poi te ne penti. Riesco sem­pre a capire quando rimproveri te stesso perché ti sembra d’avere detto troppo.

Mi accorsi che era ancora ben deciso a non cedere di un palmo. Decisi, quindi, di compiere una piccola ritirata strategica. — Be’… lasciamo stare, per adesso. Ti ho chiamato per parlare del tema. Mi sembra che siamo d’accordo sul fatto che le tue conclu­sioni denotano vivace intelligenza e fantasia.

Il che era verissimo. Nelle ultime pagine aveva dato libero sfo­go all’immaginazione. Perché non incoraggiarlo a parlare libera­mente dell’ultima parte del componimento?

Stavo combattendo una piccola guerra psicologica con Bobby e se un insegnante vuole scoprire esattamente cosa pungola un allievo eccezionale nulla è più illuminante di un test associativo libero.

— Sicuramente tu sei andato un po’ oltre a quello che avevo in mente quando discutemmo il tema — dissi. — A quanto pare, per te Marte è un mondo totalmente morto e la vita quale noi la conosciamo non può mai essersi evoluta su un pianeta tanto simi­le alla Luna. Ma tu speculi sulla possibilità che possa esser servito da base per centinaia di migliaia d’anni, a dischi volanti originari di altri sistemi. Ma non puoi certo crederci. Prendere sul serio una simile possibilità…

— Non solo Marte — m’interruppe Bobby prima che potessi proseguire. — Anche Venere, e forse tutti gli altri pianeti. Que­sto, perlomeno, elimina uno degli ostacoli che impediscono a tanta gente di prendere sul serio i dischi volanti… in realtà si trat­ta dell’ostacolo maggiore. Potrebbero aver attraversato lo spazio fra stella e stella in un passato remoto e non essere costretti ad andare e tornare continuamente.

— Oppure sono appena arrivati — dissi.

— Sì… anche questo è possibile — concesse Bobby. — Ma co­munque sia, servendosi dei pianeti del sistema solare come base, avrebbero un sicuro punto d’appoggio.

— Ho detto che non ti rimprovero certo per aver dato libero sfogo alla fantasia, Bobby. Lo sviluppo del talento immaginativo è molto importante nei componimenti. Più avanti, ho intenzione di assegnarvi temi più scientifici per saggiare la vostra competen­za tecnologica nell’utilizzazione dei dati che vi fornirò… almeno in parte. Ma questa volta non ho badato se vi siete lasciati tra­sportare dalla fantasia. Però vedo che tu hai preso molto sul serio quelle fandonie sui dischi volanti… a quanto pare ci credi seria­mente, e questo mi turba un po’.

— Secondo lei sono tutte fandonie, signor Dyson? — ribatté. — Quasi tutti i giorni vengono segnalati avvistamenti di Ufo…

— E con questo? — chiesi. — Ci sono molte spiegazioni plau­sibili per quello che i testimoni oculari asseriscono d’avere visto. Sin da quando avevo la tua età, e anche meno, ho visto in cielo luci o forme luminose di tutti i generi. Non ho mai creduto che si trattasse di Ufo. Ci sono aurore boreali, rifrazioni di riflettori, ri­flessi dei fanali d’auto in corsa sulle nuvole basse… luci insomma che possono muoversi, apparire e sparire, ondeggiare e assumere forme ottiche di ogni genere, anche quelle che si attribuiscono ai dischi volanti.

— Ma c’è il caso di chi ha visto un insieme di Ufo che si muo­veva a velocità incredibile, in formazione di volo militare — dis­se Bobby. — E alcune fotografie, non molte, sono inconfutabi­li.

— Fino a che punto, Bobby? Dimentichi come sia facile foto­grafare. Le esposizioni doppie hanno una facoltà quasi miracolo­sa di mostrarci fantasmi che fanno capolino dietro la spalla di qualcuno. È capitato anche a me di scattare l’istantanea di qual­che gruppo di amici e poi dimenticare di avvolgere la pellicola, col risultato che ognuna delle persone ritratte aveva un doppio astrale. Se si tratta poi di fotografie di paesaggi, la cosa è più faci­le e dà risultati ancora più sorprendenti — aggiunsi, nella speran­za di trascinarlo in una discussione che scoprisse le sue difese. — Servendosi di filtri speciali e giocando sulle luci e sulle ombre si può rendere spettrale e misterioso qualsiasi angolo campestre, con strane luci in cielo. Quello che mi sorprende, piuttosto, è il modo grossolano con cui sono state contraffatte fotografie di di­schi volanti. In molte di queste i cosiddetti Ufo non sono che stu­pidi puntini luminosi sparpagliati nel cielo.

— È impossibile truccare una foto che riesca a superare un’approfondita analisi tecnica — disse Bobby, e io sapevo, natural­mente, che aveva ragione. — Una semplice doppia esposizione non ingannerebbe nessuno, tantomeno un esperto.

— Spero che tu non creda negli ometti verdi, Bobby — dissi.

— Non si vede perché debbano essere piccoli e verdi — ri­spose.

Era, in pratica, un’ammissione che lui prendeva sul serio tutta la faccenda. Non avevo previsto che si spingesse tanto oltre, e per un momento non seppi cosa dire.

— È un errore mostrarsi troppo scettici, signor Dyson — con­tinuò lui. — Quando tanta gente…

— Un momento, Bobby — lo interruppi. — Non molta. Non ingannarti su questo punto. Ti sei mai chiesto quali sarebbero i sentimenti della stragrande maggioranza della gente se fosse con­vinta davvero di essere osservata e spiata giorno e notte da visita­tori provenienti da un altro mondo? Ipotizzare che ciò sia possi­bile, può anche non essere dannoso, ma averne l’assoluta certez­za, accettare la cosa come parte integrante della vita…

Lo guardai con aria accusatrice, nella speranza che si rendesse conto di quanto mi fosse difficile credere che poteva aver parlato dei dischi senza aver preso in considerazione quell’aspetto del problema.

Forse invece l’aveva fatto, e l’aveva taciuto, per non scoprirsi troppo.

— Capisci, Bobby? — continuai. — Ammettere che lassù nel cielo c’è qualcuno, irraggiungibile e sconosciuto, che ci osserva, ci costringerebbe a vivere in uno stato di continua incertezza, con la terrificante sensazione di essere completamente alla mercé di una intelligenza sconosciuta dotata di talenti imperscrutabili; un’intelligenza capace di individuare il minimo cambiamento nel­la nostra vita quotidiana. Come potremmo vivere in modo nor­male con questa specie di incubo sopra la testa? E poi…

I vetri delle finestre vibravano in continuità, e il sole era nasco­sto dietro nuvole cariche di pioggia. C’è qualcosa di tetro in un’aula vuota dove un insegnante rimane solo con i suoi pensieri. La presenza di Bobby avrebbe dovuto servire ad alleviare un po’ quella tetraggine. Invece no. Perché, mi chiesi, gli ho chiesto di restare, quando alla fine della conversazione Bobby è più che mai un enigma per me?

Ebbi la sensazione che non sarei venuto a capo di niente, che lui avrebbe segnato un punto a suo vantaggio e che sarebbe usci­to dalla scuola con un cenno di sfida, forse perfino seccato con me per averlo trattenuto oltre l’orario, col temporale che si ad­densava e lui che, non avendo l’ombrello, si sarebbe inzuppato tutto. Questo se avesse piovuto. Mi augurai che non piovesse.

Bobby stava osservandomi con aria interrogativa, come se non riuscisse a capire perché mi fossi interrotto nel bel mezzo di quel­lo che stavo per dire. Prolungai per un momento il silenzio, risi­stemando i fogli del suo componimento come se fosse un mazzo di carte: questo perché capisse bene che non mi lasciavo metter fretta da lui.

— È già abbastanza brutto vivere con la minaccia della guerra termonucleare — continuai. — E cosa credi che succederebbe se tutta l’umanità si convincesse d’essere sottoposta a una sorve­glianza non umana? Chi più avrebbe fiducia nei progetti per il fu­turo, chi potrebbe ingannarsi pensando di poter continuare la so­lita vita: amare, creare, odiare e, sì, anche morire? Dove finireb­bero la libera scelta, il libero arbitrio, le libertà materiali e spiri­tuali del genere umano?

— Non credo che tutto si fermerebbe, signor Dyson.

Se la fine del mondo fosse giunta in quel momento la fiduciosa asserzione di Bobby non avrebbe potuto essere demolita più istantaneamente. Il rombo del tuono fu come l’esplosione di una decina di bombe tutte insieme, e il bagliore del lampo fu il più violento che avessi mai visto. E non svanì quando si spense il fra­gore del tuono, ma saettò nell’aula.

Un paio di ramificazioni si ruppero e sfrecciarono verso il soffitto percorrendolo un paio di volte senza che la loro incande­scenza diminuisse. Il resto si trasformò in un fulmine globulare che avanzò roteando verso Bobby, restando sospeso per un terri­bile momento sopra la sua testa.

Fu allora che tutto parve fermarsi, il vento che aveva fatto vi­brare i vetri della finestra, il battito violento del mio cuore, e lo stesso Bobby. Non solo era terrorizzato. Nella sua rigidità c’era un che d’innaturale, e innaturale era anche il pallore del suo viso.

Sembrava trasformato in una statua di pietra incapace di muo­versi e di gridare. Solo gli occhi si muovevano, guardando verso l’alto, sebbene fossero abbagliati dalla radiosità della palla di fuoco che, come un’aureola abbagliante, stette sulla sua testa per un lungo, eterno minuto. Poi scomparve. Non si allontanò, sce­mò riducendosi a un puntino luminoso, e svanì in uno sbuffo di fumo con un lieve sfrigolio, come la fiamma di una candela spen­ta tra le dita bagnate.

Bobby tornò lentamente alla vita. Negli occhi dilatati si leg­geva un immenso terrore che non svanì con la scomparsa del fulmine. Tremava violentemente ed era così vicino a un collasso che se non mi fossi alzato prontamente a sorreggerlo sarebbe caduto ai piedi della cattedra.

Aprì e richiuse le labbra, e il flebile sussurro che riuscì a emet­tere somigliava al singhiozzo di un bambino terrorizzato sperdu­to in un bosco. Poi fu scosso da un violento brivido e pronunciò alcune parole distinte. Bobby chiedeva aiuto con tutto il suo infi­nito terrore, con tutta la sua disperazione e io non potei fare altro che annuire e ancora annuire in un altrettanto disperato tentativo di rassicurarlo.

— Loro devono averlo saputo… ci stavano osservando. Non era un fulmine… — sussurrò Bobby.

Ma io non sapevo cos’altro avrebbe potuto essere. Non esiste nulla di più capriccioso del comportamento di una potente carica elettrica quando l’atmosfera funziona da conduttore. Un fulmine può distruggere un piccolo oggetto di metallo, zigzagare in tutte le direzioni e risparmiare un imponente complesso di macchine. C’è anche gente che è stata “colpita” dal fulmine e, pur avvolta in un’acceccante bagliore, non ha riportato il minimo danno.

No, non erano le parole di Bobby a turbarmi tanto, ma qualco­sa di diverso. Le sue parole mi avevano stupito e allarmato, ma non in rapporto a quello che era successo. Il fulmine poteva essere trascurato, considerandolo alla semplice stregua di un’insolita manifestazione dell’assoluta imprevedibilità delle scariche elettriche temporalesche. Ma non potevo assolutamente trascurare la reazione emotiva di Bobby.

Per un momento si era trovato in grave pericolo e poteva dirsi fortunato di essere vivo. Passato lo spavento, avrebbe dovuto es­sere sopraffatto dal sollievo. Invece il suo terrore aumentava sempre più, e l’aveva indotto a pronunciare parole di cui non riu­scivo a capire il senso.

Che lo spavento gli avesse sconvolto la mente? A chi aveva al­luso con quel “loro”? Fuori si era fatto molto buio, e io m’aspet­tavo che da un momento all’altro cominciasse a piovere. Perché non aveva aspettato lo schianto di un altro tuono prima di dire che era successo qualcosa di anormale?

Tremava tutto e stringeva forte il mio braccio, come se si aspettasse di sentir suonare le trombe del giudizio universale. Se fosse scoppiato un incendio nell’aula, non avrebbe potuto essere più atterrito.

— Bobby — lo pregai — cerca di dominarti. Stai bene, non hai niente da temere…

Trascorsero parecchi minuti prima che dai suoi occhi scompa­risse quell’espressione di terrore. Continuava a fissare la finestra e, sebbene non potessi esserne sicuro, avevo la sensazione che sperasse, sebbene con paura, che un improvviso scroscio di piog­gia ponesse fine all’incertezza.

Piovesse e tuonasse pure! Era l’unico modo questo di ridurre entro uno schema normale il fulmine che col suo comportamento imprevedibile aveva quasi ucciso un ragazzino spaventato. Se fosse rimasto un fenomeno isolato sarebbe stato più inquietante, anche se lampi e tuoni senza pioggia non sono un fenomeno poi tanto insolito.

Non piovve, e dopo alcuni minuti la luce aumentò. Ma ormai non me ne preoccupavo più, perché in Bobby era sopravvenuto un grande cambiamento. Era riuscito a vincere la paura e mi guardava come se si vergognasse di essersi lasciato spaventare da una cosa così trascurabile come un incontro faccia a faccia con la morte.

Mi ricordai quello che aveva detto e, senza cercare di nascon­dere il mio turbamento, gli chiesi: — Cosa significa “Loro devo­no averlo saputo… ci stavano osservando?” L’hai detto prima.

Mi fissò come se per la prima volta udisse quelle parole e le trovasse sgradevoli.

— È impossibile che l’abbia detto, signor Dyson — mi rassicu­rò. — Dovete avere frainteso. Certo ero spaventato, e se ne sarà accorto. Ma non ricordo di avere parlato.

Dunque non ricordava e forse era vero. Però mi sembrava im­probabile. Forse preferiva non ricordare.

— Hai detto anche che non è stato un fulmine — dissi. — Cosa te lo fa supporre?

— Non ricordo di aver detto nemmeno questo, signor Dyson.

— Capisco. Allora, credi che sia stato un fulmine.

— Ma certo. Che altro potrebbe essere stato? Il cielo si era oscurato come se stesse per piovere. Capita spesso che lampeggi a ciel sereno, d’inverno. Solo uno schianto di tuono, e un fulmine abbagliante.

— Lo so — convenni. — Sembra che sia proprio sopra di noi, e fa tanto chiasso da svegliare un morto. Per un momento si ha l’impressione che la casa crolli, poi ci si ricorda che è di­cembre… è questo che hai pensato, anche se adesso non siamo in dicembre?

Speravo che non stesse all’erta e dicesse ancora qualcosa di ir­razionale. Ma non cadde nella trappola.

— Non esattamente. Ho creduto che un fulmine avesse colpito un albero giù nel cortile. Ma quando è entrato in classe ero trop­po spaventato per riuscire a pensare.

— Certo, Bobby. Possiamo ben dire che oggi è stata una gior­nata memorabile. Per un momento hai corso un gravissimo peri­colo. Immagino che te ne sia reso conto, e che non ti sia accorto di quello che dicevi. In preda a un grande spavento, la mente può giocare strani scherzi.

Cinque minuti dopo sedevo solo alla cattedra, e mi chiedevo se oltre a preoccuparmi per l’eccezionale intelligenza di Bobby do­vevo preoccuparmi anche delle sue reazioni emotive. L’avevo congedato senza insistere e senza che lui tentasse ulteriormente di convincermi che non ricordava quello che aveva detto.

Forse le mie preoccupazioni erano esagerate. Ma se Bobby, nonostante l’intelligenza, correva il pericolo di diventare strano o squilibrato, era mio obbligo, in qualità d’insegnante, di scoprire i sintomi del male.

Alcune volte la vita può diventare complicata e, in questo caso, i comportamenti delle persone sono di difficile interpretazione. Tutto questo mi dava da pensare, e coinvolgeva la mia sfera emotiva. E quando si ha un lavoro impegnativo e manca il tempo di meditare sui problemi seri e giungere a una conclusione in me­rito, si soffre di conseguenza.

4

Bobby Jackson

Avevo commesso due sbagli nello stesso giorno, ma se confron­tati con quello che avevo realizzato, non c’era da essere scon­tenti.

Il primo errore risaliva a sei mesi prima ma, quando il signor Dyson mi trattenne in classe per rivolgermi alcune domande a cui non era facile rispondere, assunse una nuova dimensione. L’erro­re iniziò allorché adottai un atteggiamento sbagliato nei riguardi del signor Dyson, all’inizio dell’anno scolastico. L’ambivalenza è sempre pericolosa e qualche volta può essere disastrosa. Io non avrei dovuto cercare di nascondere il mio Q.I. comportandomi come uno scolaro mediocre, senza lode e senza infamia. Ma, an­che possedendo un Q.I. elevato, questo può essere molto diffici­le, specie quando si deve ingannare un giorno dopo l’altro un in­segnante perspicace come il signor Dyson.

Non saprei dire esattamente perché sentivo di doverlo ingan­nare. Lo ammiravo e lo rispettavo e avrei dovuto capire che non era tipo capace di tradire la fiducia. Ma suppongo che la circospezione fosse talmente radicata in me che a volte non potevo fa­re a meno di comportarmi in modo sciocco. E il signor Dyson adesso può pensare che io abbia recitato con lui una specie di commedia delle congetture. Quando mi ha messo alle corte con le sue domande ho assunto un’aria seccata, e questo è stato senz’altro il culmine della mia follia.

Il mio secondo sbaglio avrebbe potuto essere ancora più grave. Quando il fulmine saettò in classe mi spaventai al punto da la­sciarmi sfuggire delle frasi senza senso che devono averlo indotto a indagare, sia pur furtivamente, se nella mia mente non alber­gassero per caso i germi della pazzia.

Allora ero sicuro, e lo sono anche ora, di essermi trovato in gravissimo pericolo di morte, e non solo per colpa di un fulmine capriccioso. Il rombo del tuono è stato udito per un vastissimo raggio e il cielo si è oscurato un po’. Ma questo cosa prova? Non era certo un normale temporale estivo. E se tutte le domande che avevo fatto in giro la settimana prima, e la visita in casa Martin, e le cinque volte che avevo deciso di seguire il signor Martin, se tutto ciò li avesse indotti a… Uccidermi con un fulmine che non è scaturito da una nube temporalesca ma è stato creato artificial­mente? Ho fatto di tutto per convincermi che non è possibile. Ma continuo a pensarci e se ci pensa anche il signor Dyson, dopo tut­to quello che avevo detto sui dischi volanti, che per me esistono, anche lui forse è in pericolo. Però non credo d’averlo convinto. Anzi, ne sono sicuro. Era turbato perché pensava che io non avessi il cervello a posto. L’ho capito da come m’ha guardato quando mi sono girato e sono uscito dall’aula.

Piantare il germe del sospetto nella sua mente era l’ultima cosa che avrei dovuto fare. Perciò ho negato di aver detto quelle paro­le che a lui devono esser sembrate completamente senza senso. Qualunque cosa pensasse di me, adesso non importava molto, purché stessi ben attento a non tradirmi una seconda volta. Lui ha detto che la paura può giocare strani scherzi alla mente e in­durre la gente a dire cose senza senso.

Due disgraziati errori… ma sul piatto della bilancia pesava molto di più quello che ero riuscito a ottenere. Non solo ero riu­scito a seguire non visto il signor Martin per cinque volte, ma ho scoperto il posto in cui lo si può reperire fra le dodici e la una di lunedì, mercoledì e venerdì.

Le abitudini metodiche degli “umani” devono essergli sembra­te molto importanti per dare di sé l’immagine che aveva deciso di dare perché, a quanto mi risulta, da due mesi, il lunedì, il merco­ledì, il venerdì, a mezzogiorno preciso si presenta al Caffè e Ta­vola Calda di Betsy Winstock.

Il locale si trova in Wilmot Street ed è il secondo del genere in città. Per caso conoscevo una delle cameriere e questo mi è stato di gran vantaggio. Non prevedevo difficoltà, infatti, nel rinnova­re un’amicizia che avevo trascurato per parecchio tempo.

Ero sicuro che la signorina Enslow mi avrebbe accolto cordial­mente con un bel sorriso, e le mie speranze non furono deluse. Non appena entrai nel locale e andai a sedermi davanti al banco che corre parallelo a una fila di otto tavoli con il ripiano di vetro accostati uno all’altro mi disse: — È un pezzo che non ti fai vede­re, Bobby. Ho sentito la tua mancanza.

Si protese sul banco, per stringermi la mano.

— Attenta, signorina Enslow, mi farà venire delle idee sba­gliate — dissi.

Sorrise arricciando il naso, convinta che io, da studente, avessi preso una cottarella per lei. Sapevo che non dimostravo un gior­no di più dei miei quattordici anni. Ma non ho mai conosciuto una cameriera di tavola calda che non riesca a far dimenticare, se vuole, l’età dei suoi ammiratori dagli otto agli ottant’anni.

Naturalmente non c’era niente di male in tutto questo, e dal momento che la vita in una città di mezza tacca diventa spesso e volentieri monotona, io provo sempre un senso di gratitudine quando una persoma attraente come la signorina Enslow aggiun­ge qualche anno alla mia vera età, anche se lo fa per scherzo.

Dieci minuti dopo posava davanti a me una fetta di torta di mele e mi versava una seconda tazza di caffè. — Lo vuoi mac­chiato e con due zollette di zucchero, vero, Bobby?

Io assentii, imbronciato. Stavolta il signor Martin non era arri­vato puntuale — era mezzogiorno e un quarto — e incominciavo a temere che avesse interrotto le sue abitudini perché si era accorto che io mi esponevo volontariamente al pericolo al solo scopo di vedere fino a che punto lui sarebbe arrivato. Una tavola calda al centro di Lakeview, in una splendida giornata di settembre, non era il posto più adatto per eseguire un secondo esperimento con tuoni e fulmini ed era dunque probabile che ci avesse pensato e avesse preferito aspettare un’occasione migliore.

Non pensate che fossi coraggioso fino alla temerarietà. Ero an­dato lì, per provare a me stesso che i miei timori erano infondati e che il fulmine era stato un capriccioso fenomeno dovuto al tem­porale, e nient’altro. Speravo che il signor Martin non si fosse ac­corto che l’avevo seguito di nascosto per una settimana e avevo fatto un sacco di domande in giro. Per me era della massima im­portanza sapere se la mia visita in casa Oakham lo aveva indotto a credere che c’ero andato perché sospettavo di lui, e quindi do­vevo essere sorvegliato. Poteva anche darsi che la signora Martin non gli avesse fatto la mia descrizione e che lui non fosse in grado di riconoscere in me il ragazzetto sventato che si era dondolato sul cancello e aveva procurato senza motivo tanti fastidi a sua moglie. Se lei non aveva visto in me una minaccia non avrei do­vuto preoccuparmi, né di lei né di lui.

— Mi sembri diverso stamattina — disse la signorina Enslow, come se le avessi attaccato il mio malumore. — Dov’è andato a finire lo spirito irlandese che ti sprizzava da tutti i pori?

Sapeva benissimo che non ero irlandese, più di quanto non lo fosse lei ma, se ciò la divertiva, che diritto avevo di guastare il di­vertimento?

— Sarà perché cresco e divento più serio — dissi. — Però è strano… nessun altro se n’è accorto.

Lei mi guardò con aria pensosa. — È vero, Bobby. Hai sempre dimostrato più dei tuoi anni e preferisco parlare con te che… be’, che con chiunque altro.

— È perché tutt’e due sappiamo come va il mondo — dissi. — Pochi lo sanno.

— Continua a parlare, Bobby — disse lei. — È meraviglioso sentirti dire una cosa simile. Ammiro, più di tutti, quelli che san­no come va il mondo. Ma non credo che tu l’abbia detto in quel senso.

Veramente, non sapevo nemmeno io cosa avevo voluto dire. Ma parlare mi evitava di pensare e di preoccuparmi troppo, e quando lei mi chiese: — Che cosa sappiamo, io e te, Bobby, che gli altri non sanno? — decisi di darle corda.

— Non ho detto “nessuno” — le rammentai. — Ho detto “po­chi”. Noi due non siamo le sole persone in gamba di Lakeview. Però sappiamo sempre come comportarci. E a volte non è facile.

— Capisco cosa vuoi dire, Bobby — disse lei arricciando il na­so. — Ci vuole esperienza. Una volta non sapevo niente degli uo­mini. Ma dopo aver parlato con te…

— Non parlavo per scherzo — le dissi. — Tutti hanno dei se­greti che si sforzano di tenere nascosti. Ma se ti trovano simpa­tico e si fidano di te, qualche volta ti lasciano dare una sbirciatina, non senza averli prima messi nella luce migliore. Per arriva­re alla verità bisogna fare le somme da soli. Non ci sono altri si­stemi.

— Adesso mi fai paura — disse lei, scherzando. — Cosa sai di me, Bobby? Mi sono tradita spesso?

— Oh, la stupirebbe saperlo.

— Bene, dimmi. Ho il diritto di sapere la verità su me stessa.

— La sa… altrimenti non avrebbe tanta paura che io possa avere indovinato un segreto che nasconde a tutti fin da quando aveva… be’, la mia età. Non che ci sia niente di male — aggiunsi, per rassicurarla — però la induce a pensare di essere diversa da­gli altri e a nessuno piace essere così diverso.

— Non so di cosa stai parlando — disse lei. Ma dal rossore che le salì alle guance si capiva che mentiva.

— Io invece credo di sì — dissi. Rimescolai il caffè, perché tut­to lo zucchero si era depositato sul fondo, e le sorrisi al di sopra della tazza. — Fin da bambina ha sempre cercato di andare per la sua strada senza badare agli altri — continuai. — È sempre stata solo lei stessa. Se ne sta in disparte e si diverte a guardarsi, e sor­ride alle sciocchezze che fa la gente, ma sempre con indulgenza. Lei è lei e loro sono loro, e sa, nel suo intimo, che quanto le suc­cede non è né più né meno importante di quello che succede agli altri. Sa che non è possibile cambiare la gente o il mondo e ha de­ciso da un pezzo di non tentarci nemmeno. Se altri ci si provano, e qualche volta con successo, a lei non fa né caldo né freddo. Non c’è niente di male in questo, e sbaglia ritenendolo una colpa.

Capii di aver detto troppo. La signorina Enslow mi stava guar­dando come se per incanto fossi penetrato nel suo cervello e avessi potuto vedere l’intreccio di pensieri e di emozioni che si agitava nella sua mente.

A volte riesco a farlo — ma non così naturalmente — e non vado certo in giro a gridarlo ai quattro venti. Non avevo detto altro che la verità sul suo conto, ma adesso cominciava a sospettare di me. Era un’anima candida e gentile, e son certo che soffriva le pene dell’inferno quando doveva ammazzare una mosca; ce n’e­rano tre adesso, che ronzavano intorno al banco, e il proprietario si aspettava che lei le schiacciasse. Ma il solo fatto che il Caffè e Tavola Calda Betsy Winstock era, in ordine di popolarità, il se­condo del suo genere a Lakeview, significava che avevo piantato i semi del sospetto in un terreno pericoloso. Senza volere si sa­rebbe lasciata sfuggire qualcosa sul mio conto che poteva dan­neggiarmi, ogni volta che la conversazione fosse caduta su “quel ragazzino precoce, quel Bobby Jackson, sapete. Il figlio del ban­chiere”.

Per un momento lei continuò a fissarmi in silenzio come se avessi sciorinato sul banco una dozzina di medaglie vinte a scac­chi, e frugassi in tasca alla ricerca della pipa e di un foglietto di appunti su cui avevo scritto delle equazioni matematiche che avevo promesso di risolvere per la Commissione dell’Energia Ato­mica.

Per uno strano motivo che non sono mai stato capace di pene­trare a fondo, alla gente non piace di sentirsi dire la verità nuda e cruda sul proprio conto, anche quando è lusinghiera. Perciò non mi meravigliai quando disse: — Bobby, tu hai una testa troppo matura per la tua età. Vuoi un’altra tazza di caffè?

La mia età? Avrei voluto farle notare che solo un momento prima mi aveva praticamente fatto capire che per lei non avevo età.

Ma ormai l’avevo sbalordita anche troppo, e il male era fatto. Con quel “Vuoi un’altra tazza di caffè?” in realtà mi aveva detto: “Bobby, per favore, lascia perdere e non insistere con queste fol­lie. Io devo servire anche gli altri clienti”.

Mi girai a guardare e li contai: erano sette. E solo tre erano già serviti. Mi riuscì subito antipatico il tipaccio muscoloso in giacca di cuoio seduto in fondo al banco. La sua faccia dai lineamenti grossolani aveva una pelle che sembrava cuoio, e lui stava guar­dandomi come se il ritardo della signorina Enslow nel servirlo fosse dovuto a me… e in fin dei conti non aveva torto.

I clienti al banco erano tutti così impazienti che per poco non notai il signor Martin. Era seduto sull’ultimo sgabello, vicino al tipo in giaccone di cuoio, e teneva la faccia sepolta nel menu. Evidentemente era entrato e si era seduto dopo che io avevo guardato in giro per la terza volta. Mi convinsi che non si deve contare sulla puntualità di nessuno, tantomeno su quella del si­gnor Martin. Gli schemi di comportamento di creature che non sono umane sono imprevedibili e il fatto di non averci pensato prima mi sconvolse perché avevo commesso un altro imperdona­bile errore.

Lo scambio di battute con la signorina Enslow era stato abba­stanza innocente, ma perché avevo insistito fino a tradirmi in mo­do così plateale?

La osservai mentre prendeva l’ordinazione del signor Martin. Con mia sorpresa, lui mise da parte il menu e indicò la macchina del caffè. Se non voleva altro che un caffè perché aveva sprecato due minuti buoni a esaminare il menu? Non aveva trovato niente di suo gusto o gli bastava il caffè per nutrirsi e aveva letto il menu a mio solo beneficio?

La signorina Enslow annuì, e andò a versargli una tazza di caffè bollente, per poi allontanarsi, dalla mia parte, a prendere altre ordinazioni.

Quello che accadde poi fu così sorprendentemente impensabi­le da sembrare fatto apposta, anche se non lo credo. Con mio grande stupore, il signor Martin di colpo perse, o fece finta di perdere, la sua calma olimpica, il suo assoluto controllo, e “per­mise” alla sua mano di tremare violentemente mentre portava la tazza alle labbra.

Ma la tazza non arrivò mai a destinazione, perché gli cadde schizzando di caffè bollente i calzoni del tizio in giacca di cuoio.

Esistono uomini così irascibili ai quali incidenti come quello possono provocare uno scoppio, un’esplosione di violenza indici­bile. Il gigantesco omaccione balzò in piedi bestemmiando, affer­rò il signor Martin per le spalle e lo sollevò di peso dallo sgabello.

Continuò a scuoterlo finché non lo mandò a sbattere con tutta la sua forza contro il juke-box sistemato contro la parete oppo­sta. Normalmente l’unica conseguenza sarebbe stato un gran ru­more di vetri rotti, seguito dalla caduta di un malconcio signor Martin. Invece accadde qualcosa di molto diverso.

Ci fu sì, un frastuono di vetri infranti, ma il signor Martin non crollò sul pavimento. Continuò ad arretrare barcollando con una lunga scheggia di vetro che gli sporgeva dal petto. L’afferrò cer­cando di strapparla via, piegato in due, e il suo assalitore arretrò a sua volta, con aria terrorizzata, mentre l’ultimo frammento di vetro cadeva con un tintinnio dal juke-box sfondato.

Era chiaro che l’omaccione non aveva voluto commettere in­tenzionalmente un gesto così terribile, e quando la signorina Enslow cominciò a strillare, girò sui tacchi, si precipitò verso la por­ta e scomparve.

Non dimenticherò mai l’espressione del signor Martin quando riuscì a svellere dal petto quella baionetta di vetro, che continuò poi a stringere in pugno. Aveva l’espressione di chi è terrorizzato perché non riesce a capire, e continuava a strofinare la mano li­bera avanti e indietro sul petto, finché non la fermò in un punto, come se volesse frenare un fiotto di sangue.

Tre uomini balzarono in piedi e corsero verso di lui, ma egli si raddrizzò bruscamente e fece cenno che non si avvicinassero.

— Sto bene — disse con voce sorprendentemente alta e calma. — Benissimo. Il vetro si è incastrato nel portafogli e mi ha appe­na sfiorato. Vi prego di non chiamare la polizia e di non far niente che dia pubblicità all’accaduto e lo faccia finire sui giornali. Sono sicuro che il proprietario del locale se ne avrebbe a male. Lo conosco bene…

Era una richiesta così strana e insolita che nessuno fu capace di ribattere. Tutti continuarono a fissarlo stupiti e increduli e non si mossero quando lui tornò a chinarsi per deporre per terra la baionetta di vetro e drizzarsi di nuovo.

Durante quella manovra aveva continuato a guardarmi. Men­tre poi si avviava alla porta si fermò una sola volta, per chinarsi sul banco a bisbigliare qualcosa alla signorina Enslow. Poi uscì, e lo vidi un momento, dalla vetrina, avviarsi sotto il sole con passo misurato, le spalle erette. E mi lasciò con la testa piena di dubbi.

5

Laura Hartley

Gli aspetti più toccanti e indicativi dell’esperienza umana sono spesso fuggevoli, cosicché la mente conscia li percepisce prima che svaniscano, come increspature provocate dal vento sul mare calmo, o come una foglia sospinta a spirale verso l’alto, che ben presto si perde nell’immensità del cielo.

Forse è per questo che sono diventata bibliotecaria… non solo perché fin dal giorno che incominciai a muovere i primi passi mi sentii irresistibilmente attratta dai libri, ma perché mi piace gui­dare gli altri verso quelle fuggevoli rivelazioni della bellezza e della saggezza che si trovano sovente fra le pagine di un grande libro così come si trovano nei boschi d’autunno o su un’abbaci­nante spiaggia quando le onde si frantumano in spuma.

Un’occhiata alla sala di lettura il sabato mattina, quando non c’è un posto libero e un terzo dei lettori sono ragazzi e ragazze al di sotto dei vent’anni, è una ricompensa sufficiente per una don­na che si avvia alla trentina e che, agli occhi di quei ragazzi, è quasi una vecchia zitella.

Sopra ogni cosa godevo nel guardare Bobby Jackson, l’unico ornamento veramente brillante di quello che, per me, era un gruppetto di ragazzi con cui non era facile ragionare e che talvol­ta mi facevano arrabbiare.

Di regola i ragazzi minori di quindici anni stanno di sopra, nel­la sala di lettura destinata appunto a loro. Ma già a dodici anni Bobby era riuscito a persuadermi a fare un’eccezione per lui.

Non mi sono mai pentita di avergli accordato quel privilegio temporaneo — avrei potuto anche stampigliare “permanente” sul­la sua tessera, perché ambedue sapevamo che non gli avrei mai revocato il permesso — in quanto la luce che si accendeva nei suoi occhi allorché trovava qualcosa di nuovo o di meraviglioso nelle pagine di un libro, mi dava la sensazione di stringere fra le mani una pepita d’oro che avevamo scavato insieme.

Mi accorgevo sempre quando aveva uno di quegli improvvisi barlumi di verità o di bellezza che si aprivano e si chiudevano in un attimo, e l’eccitante eventualità che tutto il suo avvenire potesse essere influenzato da qualcosa che aveva letto in una biblioteca dove io ero incontrastata regina, mi dava un senso di orgoglio.

Ogni tanto mi avvicinavo a lui, posandogli una mano sulla spalla, e gli chiedevo: — Come va stamattina, Bobby? — e lui mi rispondeva in modo da farmi sentire ancor più profonda­mente la sensazione che avevamo scoperto insieme qualcosa di importante.

Quel sabato mattina non c’era niente d’insolito nella sala di lettura, se si eccettua il fatto che Bobby era talmente assorto nel libro che mi aveva richiesto da non accorgersi quando andai alla finestra per calare a metà la veneziana.

Tornando, mi fermai accanto a lui per dire: — Non dovresti leggere col sole che ti batte sul libro, Bobby. Ti rovinerai la vista.

— Sapevo che avrebbe abbassato la veneziana.

— Davvero? — replicai. — Dai molte cose per scontate, Bob­by. Se non avessi guardato per caso dalla tua parte…

— Si sarebbe alzata comunque per andare ad abbassare la ve­neziana.

I misteri non svelati, anche se trascurabili, hanno la facoltà di ridurre la mia efficienza quando devo svolgere il monotono com­pito di inserire ed estrarre le tessere dal duplicatore, e le parole di Bobby m’indussero a chiedergli subito una spiegazione.

— Come facevi a saperlo? — domandai.

— Era facile — disse lui, e io ebbi la sensazione che non avesse nemmeno badato alla mia domanda tanto era assorto nel libro che stava leggendo. Ma non mi bastò quella risposta.

— Ti ho chiesto come facevi a saperlo — replicai bruscamente. — Non come sia stato facile. Non mi dirai che sai leggere nel pensiero, Bobby.

— Basterebbe che volessi.

— Che volessi… cosa?

— Il sole… negli occhi — borbottò lui con impazienza, come se non vedesse l’ora di vedermi andar via. — Le ho detto di…

D’un tratto si raddrizzò, depose il libro e mi guardò come se mi vedesse per la prima volta, quella mattina. Ebbe un sussulto e una vampa di rossore gli imporporò le guance.

— Mi scusi, signorina Hartley — balbettò. — Non sapevo cosa dicevo.

Naturalmente lo sapeva benissimo, invece. Ma capita a volte di essere tanto assorti che non ci si rende conto appieno di quan­to ci viene detto. Di solito si risponde a orecchio, ma non in mo­do illogico. In realtà, più che altro, si cerca di sintonizzare la pro­pria mente cercando di eliminarne quella specie di interferenza statica, e salgono alle labbra parole che in altre condizioni non si pronuncerebbero.

— Ti aspettavi che abbassassi la veneziana perché mi avevi detto di farlo — insistetti. — Hai detto proprio così, e adesso de­vi spiegarti, perché non capisco.

Nella sala c’erano adulti e tre giovani e ormai l’attenzione di tutti era fissata su noi due. Io parlavo a bassa voce, ma questo non bastava a giustificare il peggior delitto che un bibliotecario può commettere: infrangere la regola del silenzio da lui stesso ri­gorosamente fatta rispettare.

— Non… era quello che intendevo dire — spiegò Bobby. — Solo speravo che avrebbe abbassato la veneziana e sapevo che l’avrebbe fatto, se mi fossi alzato a chiederglielo. Così ho ritenu­to inutile dirglielo. È come… be’, qualche volta quando ci si tro­va su un autobus affollato e si fissa intensamente il passeggero che sta davanti… e quello si volta. Sembra che la gente senta…

— Dunque hai fatto un piccolo esperimento di percezione ex­trasensoriale — dissi.

— Se vuole chiamarlo così — fece lui. — Io non sarei del pare­re. È molto attenuato.

Attenuato! È caratteristico di Bobby dare delle definizioni si­mili, che servono solo a rendere ancora più oscura e vaga la que­stione. Quando una persona riesce a far fare qualcosa a un’altra limitandosi a fissarla, significa che ha comunicato telepaticamen­te con lei. Certo, nelle parole di Bobby c’era una mezza verità. È un esperimento talmente semplice che molti lo hanno tentato, e sono rimasti stupiti nel constatare che spesso funziona.

A questo livello, la telepatia è data per certa. Ma quel che Bobby apparentemente non capiva era che stava cercando di na­scondermi i suoi poteri telepatici, e di convincermi che erano normali, trascurabili.

Non so perché fossi tanto turbata per quel che Bobby pensava di aver fatto. Era sciocco, non aveva senso, e in fondo non ero arrabbiata con lui. Ma non posso sopportare che uno prima di­chiari una cosa e poi cerchi di negarla, proprio come aveva fatto lui.

— Hai dichiarato di avermi “detto” d’attraversare la stanza e abbassare la veneziana — ripetei. — Non si tratta solo di una co­sa che tu speravi facessi in risposta a un tuo vago desiderio.

Prima che lui potesse rispondermi, una voce che mi fece sob­balzare — sebbene la riconoscessi — mi sussurrò all’orecchio: — Sta dando il cattivo esempio, dea. Non sempre il silenzio è d’oro. Ma qui si ritiene che sia sacro, e che venga offeso in modo tanto grave dalla divinità tutelare…

Tutte le volte che John Dyson mi parlava con quel tono mi rammaricavo di non avere a portata di mano un secchio d’acqua gelata da rovesciargli in testa.

Non ero arrabbiata con lui più di quanto non lo fossi con Bob­by. Ma che cosa si può fare quando una persona che ti piace insi­ste nel presumere che tu sia sempre di umore allegro, espansivo e socievole, e disposta a danzare in una sala da ballo che esiste solo nella sua mente? E che diritto aveva di farmi sussultare a quel modo avvicinandosi silenziosamente sulle suole di gomma e fa­cendomi scivolare un braccio intorno alla vita, ignorando com­pletamente quello che avrebbe potuto pensare uno dei suoi al­lievi?

Non appena mi sentì irrigidire con aria di rimprovero, staccò subito la mano, ma non prima che tutti i presenti fossero stati sfa­vorevolmente colpiti dall’inopportunità di quel gesto.

Se l’avessi visto entrare sarei rimasta al banco, e nessun ordine telepatico di Bobby mi avrebbe indotta ad alzarmi. Seduta, col banco fra noi due, mi sarei sentita al sicuro, sebbene lui abbia le braccia lunghe.

Adesso il male era fatto, e io ero sicura che le tre vecchie pet­tegole del tavolo vicino — in primis la signorina Hargrave — non avevano più il minimo dubbio che fra noi due ci fosse “qualcosa”. Se fosse stato vero non me ne sarebbe importato più di tanto. Quando le chiacchiere sul nostro conto contengono più verità che menzogna, la cosa migliore è assumere un’aria sicura e indi­pendente. Si ha un bel dire che la nostra vita privata è una cosa che riguarda soltanto noi, e sostenere le proprie posizioni svento­lando bandiere di sfida. Ma quando le dicerie sono completa­mente false, sfida e indipendenza falliscono prima di nascere. Come ci si può difendere contro qualcosa di cui non ci si sente colpevoli nemmeno se fosse vera? Lo si può fare, certo, ma senza convinzione. L’unica cosa che fa rabbia è la malignità del pette­golezzo in sé.

“Tempo stasera” pensai “e sarò sulla bocca di tutti”. A discol­pa di John Dyson bisogna dire che secondo me non aveva la mi­nima idea che il suo gesto potesse fornire l’occasione alle lingue pettegole di mettersi in movimento. Tutti gli uomini, praticamen­te, si comportano qualche volta in modo puerile e irresponsabile. Però lui avrebbe avuto molto da imparare da Bobby Jackson.

A quattordici anni, Bobby era in grado di dare un luminoso esempio di autocontrollo al suo trentaduenne mentore. Era pro­prio quel che stava facendo ora, fingendo di trovare tanto inte­ressante il libro da non riuscire a staccar gli occhi dalla pagina.

— Salve, Bobby — disse John Dyson, come se lo vedesse solo in quel momento. Era una trascuratezza che avrebbe potuto irri­tare un allievo brillante come lui, ma Bobby si limitò ad alzare gli occhi dal libro e a sorridere.

— La signorina Hartley e io stavamo parlando delle percezioni extrasensoriali — disse. — Io credo che ci sia del vero… perché a volte s’indovina quel che pensano altre persone.

Forse sbaglio, ma mi parve di vedere un’ombra di stupore ne­gli occhi di John Dyson.

— È interessante, Bobby — disse — cosa ti fa…

Io l’interruppi posandogli una mano sul braccio. — Abbiamo bisbigliato anche troppo. Lei stesso ha appena detto che do il cat­tivo esempio.

— Ho anche detto che una dea ha dei privilegi — mi ricordò. — E anche se non fosse una dea, il privilegio sussisterebbe ugual­mente. Nell’antichità, l’oracolo dei templi di Apollo era sempre una donna, e godeva di tali privilegi che poteva parlare finché vo­leva. E poiché qui lei è la sacra custode, oltre che la dea…

— Non sono una dea e non ho alcun privilegio — tagliai corto. — Mi vergogno di me stessa, dovrebbe vergognarsi anche lei. L’unico scusabile è Bobby, perché sono io che l’ho indotto a par­lare.

Naturalmente parlavo un po’ sul serio e un po’ per scherzo, e lui, poi, era tutt’altro che serio. Ma questo non impediva che mi sentissi turbata e seccata. Le incongruenze mi turbano sempre, e giudicavo perlomeno strano quel modo di parlare di John Dyson in presenza di Bobby. Come si poteva pretendere che il ragazzo rispettasse la regola del silenzio in biblioteca se il suo professore la prendeva sottogamba al punto da scherzarci su e da indurre perfino me ad ascoltarlo, per un momento?

Considerava Bobby così diverso dai suoi compagni che il deco­ro, che un insegnante dovrebbe sempre mantenere, poteva esse­re messo da parte completamente, senza rischi? La distanza che si presume debba dividere un insegnante dai suoi alunni s’era co­sì accorciata nei confronti di Bobby da non funzionare più come barriera e da consentire fra loro due un cameratismo da adulti?

Ma come mai m’era venuta un’idea simile? Avevo la sensazio­ne che mi si fosse insinuata nel cervello senza che lo volessi e vi rimase a lungo, come se non volesse scomparire.

Mi voltai bruscamente, e tornai al banco, sicura che il sussurrìo avesse infastidito tutti i presenti, compreso uno sconosciuto — certo di passaggio a Lakeview — che mi aveva salutato con un sor­riso quando avevo attraversato la stanza per abbassare la vene­ziana. La sua faccia mi sembrava vagamente familiare e probabil­mente l’avevo già visto. Ma di una cosa ero certa, il suo sorriso si era trasformato in cipiglio.

John Dyson mi seguì al banco. Mi sistemai con la macchina duplicatrice fra noi e, per fargli capire che ero molto occupata, co­minciai a sistemare le schede dall’A all’H contenute nel cassetto che avevo estratto dallo schedario di metallo prima di commette­re l’errore d’ingaggiare una battaglia verbale con Bobby Jackson.

Quello sciocco scambio di battute mi riecheggiava nella mente, ed ero molto più padrona di me di quanto non lo fossi stata la se­ra prima quando John Dyson m’aveva stretta fra le braccia e ave­va premuto le sue labbra sulle mie davanti alla porta di casa mia, una porta di stile georgiano restaurata, illuminata dalla lunetta. Un appartamento a pianterreno con una porta simile è una rarità a Lakeview, ma avevo avuto l’impressione che l’architettura non gli interessasse per niente, in quel momento.

Rimase a guardarmi in silenzio, mentre facevo scorrere le schede, poi si protese sul banco e spinse da parte il cassetto.

— L’argomento della discussione con Bobby doveva essere molto interessante — disse. — Perché non vuole parlarne?

— Se vuole saperlo — risposi — mi riesce difficile dimenticare quel che lei ha fatto un momento fa. È imperdonabile. Tutti sa­ranno convinti che non è venuto qui per prendere un libro.

— Ha ragione — disse lui. — Adesso sanno che a Lakeview esiste per lo meno un uomo che non la considera solo una gentile bibliotecaria… Chissà perché nessuno ci ha pensato prima.

— Solo perché abbiamo pranzato qualche volta insieme — dis­si — si arroga il diritto di entrare in biblioteca e abbracciarmi tut­te le volte che le viene in mente. In un’epoca tumultuosa come la nostra una bibliotecaria di vecchio stampo, gentile con tutti, può suscitare dei sentimenti di gratitudine, ma non fino a questo pun­to! Il suo modo di fare non può ingannare nessuno. Lei dice che è proprio quel che vuole, e io so perché. Il suo ego maschio è lusin­gato dal fatto di avere scoperto in me qualcosa che altri non han­no notato.

— Andiamo…

— Non ha pensato — proseguii imperterrita — che quel che crede di aver scoperto può anche non esistere? Io sono un topo di biblioteca e nessuna strabiliante acconciatura riuscirà mai a na­sconderlo.

— Adesso sta dicendo delle madornali sciocchezze — dichiarò lui. — Che se ne renda conto o no, lei è una donna molto attraen­te. È solo la polvere che si solleva dagli scaffali e che l’avvolge che impedisce agli altri di vederla come è.

— La biblioteca è pulitissima e lo sa — dissi. — Perderei subi­to il posto se lasciassi che la polvere si accumulasse sui libri, an­che se certuni non sono mai richiesti.

— Be’… la pensi come vuole — si arrese lui. — Io la trovo bel­lissima. Una vera dea che sorge dalle onde avvolta in sette veli misteriosi.

Come si può ragionare con un tipo così? Feci ancora un tenta­tivo. — Spero che quanto è successo ieri sera non le abbia fatto pensare che la dea ha i piedi d’argilla. Era un bacio di commiato, né più né meno. E mi ha meravigliato constatare che l’ha preso tanto sul serio.

— Per me è stato una specie di… be’, di esplosione — disse lui. — Ha fatto crollare tutta la mia timidezza. E quando la timi­dezza è crollata e tutte le difese spianate, come si suol dire, spes­so si agisce in modo sciocco e irresponsabile. Ecco perché ora le chiedo scusa se l’ho abbracciata per un istante. Non avevo la mi­nima intenzione di metterla in imbarazzo.

— Che strano modo di parlare di un bacio! — dissi. — Un’esplosione. Io credevo che i baci fossero teneri.

— Abbiamo cercato, ma non credo che ci siamo riusciti.

— Adesso mi fa venire la sensazione che sia io a dovermi scu­sare. Forse è meglio metterci una pietra sopra.

— Impossibile — disse lui. — No, mi ha ancora detto se mi perdona o no.

— Purché mi dia la parola d’onore che non lo farà più.

— Mai di domenica… o nelle ore di biblioteca — rispose lui. — Prometto.

Dalla mia espressione, ero sicura che sapeva d’avere riportato una piccola vittoria. Ma doveva essere altresì certo che sarebbe durata, perché aspettò un minuto prima di dire: — E adesso, for­se mi racconterà perché stava discutendo di telepatia con Bobby Jackson.

— Bobby aveva il sole negli occhi — spiegai — e perciò mi ero alzata per andare ad abbassare una veneziana. Mentre tornavo al banco, mi sono fermata accanto a lui per dirgli di stare attento a non rovinarsi la vista, e lui… be’, mi ha detto che sapeva che sa­rei andata ad abbassare la veneziana. Non credo che si rendesse conto di quel che diceva, tanto era assorto nel libro che stava leg­gendo. Gli ho chiesto come lo sapesse e la sua risposta mi ha fat­to saltare la mosca al naso.

— E che cosa ha detto, Laura? — volle sapere John Dyson. Io l’osservai sorpresa, chiedendomi perché mi avesse interrotta con tanta impazienza. Evidentemente giudicava molto importante quello che Bobby aveva detto.

— Ha asserito di avermi detto di andare alla finestra e sapeva che l’avrei fatto… perché aveva comunicato telepaticamente con me. Dopo di che abbiamo cominciato a discutere, ma mi è sem­brato molto colpito e sorpreso come se, involontariamente, aves­se detto qualcosa che non doveva.

— Capisco — disse John Dyson. — Temo che Bobby cerchi di nascondere molte cose, e non solo a lei. Non riesco a capirlo fino in fondo e sì che gli sono simpatico e si fida di me come della sua famiglia. E dico molto, perché adora suo padre.

La sua aria preoccupata mi colpì. Era molto serio, adesso, co­me se le sue ultime parole fossero scaturite da una zona della sua mente rimasta fino allora nascosta.

— È da un po’ che Bobby ha qualcosa che lo preoccupa — dissi. — Crede che quanto ha detto mi giunga nuovo?

Lui sembrò sollevato nel sentirmi parlare così. — No, non del tutto. Lei è un’ottima osservatrice, e Bobby frequenta spesso la biblioteca. Quanto? Tre o quattro volte la settimana?

— Per lo meno.

— E di solito rimane a lungo?

— Qualche volta tre o quattro ore — risposi. — Specie il saba­to mattina.

— Che genere di libri legge? — chiese John Dyson.

— Prima leggeva libri di storia, biografie, trattati scientifici, e qualche volta romanzi: Faulkner, Hemingway, Bellow. Anche H. G. Wells e Poe, e Jules Verne. Di poesia, Shelley, Baudelaire, e ancora Poe. Niente di giovanile, nemmeno L’ultimo dei Moicani. Secondo lui, Cooper aveva uno stile ridicolmente pue­rile, e una volta trascrisse tre pagine di Calza di cuoio per fare un esempio di come avrebbe dovuto essere scritto. Se avesse riscrit­to tutto il libro, sono certa che l’avrebbe migliorato. Ma non è poi un’impresa troppo difficile. Non credo invece che riuscirebbe a migliorare un solo paragrafo di Moby Dick, nonostante le frasi oceaniche. O Henry James, nonostante i suoi periodi lunghi inte­re pagine.

— E adesso?

— Da circa un mese solo libri di…

— Di cosa, Laura?

— Li si potrebbe definire romanzi di “non fantascienza” — ri­sposi. — Abbiamo una sessantina di titoli che corrispondono al genere, e tutti recenti. Sono romanzi nel senso che si tratta di opere di fantasia a contenuto drammatico. Non pretendono di essere dei trattati scientifici. Speculano con la fantasia su quello che potrebbe succedere se… se qualcuno premesse il bottone sbagliato a Cape Kennedy e il mondo finisse domani. Non sono romanzi veri e propri perché mancano d’intreccio, di conflitto di caratteri e di soluzione finale. In massima parte aderiscono a una premessa rigidamente prestabilita.

— Se ne ricorda qualcuno?

— Be’… Siamo soli nell’Universo?, Riesame del fattore della distanza cosmica, Universi pluridimensionali, Viaggi spaziali, ol­tre la velocità della luce, Gli osservatori silenziosi, Gli Ufo e l’ipo­tesi fondamentale del tempo, Spazio tangenziale e abitanti di altri mondi, Singolari mutazioni fisiche nell’atmosfera esterna terre­stre. Per lo più sono pubblicati da piccole case editrici e pochissi­mi vanno al di là della prima edizione.

— Prende a prestito anche libri da portare a casa, no?

— Oh, certo — risposi. — Sette o otto la settimana. Negli ulti­mi quindici giorni ha letto tutti quelli che l’interessavano. Ne sta leggendo uno anche adesso.

Guardai verso Bobby, che teneva gli occhi incollati su “Mes­saggi dallo spazio: realtà o fantasia?” Ebbi la sensazione che mi stesse osservando e avesse abbassato gli occhi appena in tempo per non incontrare il mio sguardo. Se era davvero capace di leg­germi nel pensiero — cosa che mi rifiutavo di credere — si sarebbe sicuramente accorto che lo avevo tradito: una cosa trascurabile, lieve forse, ma ciononostante tradimento…

Ho sempre creduto che un bibliotecario che rivela a un estra­neo curioso i titoli dei libri che un altro prende in prestito con­travviene all’etica della sua professione, come un avvocato o un medico troppo chiacchierone. Ma John Dyson non era un estra­neo e tutti e due eravamo preoccupati per Bobby… il che può scusarci, ma forse no.

6

Laura Hartley

Il mio sentimento di colpa aumentò quando John Dyson disse: — Deve avere letto e restituito qualcuno di quei libri. Mi piacereb­be dare un’occhiata a tre o quattro.

— Ma perché? — chiesi, con la sensazione che Bobby stesse di nuovo fissandomi.

— Bobby è turbato per qualche serio motivo — rispose lui. — Se n’è accorta anche lei. È molto cambiato in queste ultime settimane. Forse i libri ci daranno un indizio sulle cause del suo turbamento. In un ragazzo della sua età non è troppo difficile stroncare sul nascere sensazioni o pensieri che potrebbero pro­vocare dei gravi blocchi mentali paralizzando la sua capacità di adattamento alla vita che lo aspetta. Adesso è sulle soglie del­l’adolescenza, e i prossimi due o tre anni saranno un periodo critico. Fra i quattordici e i diciotto basta la minima deviazione per precipitare nell’abisso un giovane, per quanto intelligente possa essere.

Sebbene parlasse per metafora mi balenò vivida nella mente la visione di Bobby che dondolava appeso a una fune su un picco delle Alpi svizzere, con la corda che stava per rompersi e gli altri scalatori, tutti adulti, ormai arrivati in vetta che lo fissavano di­sperati e impotenti. E Bobby che li guardava a sua volta, altret­tanto sbigottito, con gli occhi sbarrati, mentre sotto di lui si spa­lancava l’abisso in cui s’addensavano le ombre della notte.

— Può anche darsi che ci si sia sbagliati completamente sul suo conto — dissi. — Potrebbe trattarsi di una fase passeggera, non diversa da quella provocata da una delle tante malattie della sua età, orecchioni o morbillo, che rendono infelici i ragazzi costrin­gendoli a casa in un giorno di vacanza.

— Bobby non è tipo da prendersela per delle sciocchezze — disse John Dyson. — E, tra l’altro, quest’anno non ha perso un solo giorno di scuola. È una crisi ben più profonda.

— E si aspetta di scoprire cosa sia, sfogliando i libri che ha let­to e restituito? — insistetti. — Non vedo come sia possibile trarne la pur minima…

— Può aver fatto delle annotazioni in margine — disse John Dyson. — Ho visto che alcuni dei suoi testi scolastici sono pieni di appunti a matita. Anzi, uno che ha restituito l’anno scorso era talmente scarabocchiato che, se non si fosse trattato di lui, l’avrei rimproverato aspramente.

Io ero scandalizzata quanto può esserlo solo una bibliotecaria di fronte a una trasgressione così nefanda.

— Non ha mai scritto niente sui miei libri! — protestai. — Non Bobby!

— E perché no? — chiese John. — È noto che l’hanno fatto anche dei professori d’università. Qualche volta il desiderio di ri­battere seduta stante un errore o un’opinione sbagliata dell’autore è irresistibile. Scommetto che le sarà capitato di cancellare più di una volta delle annotazioni in margine.

Naturalmente era vero. Ma è una cosa che non manca di in­dignarmi, e non so perché mi riusciva impossibile credere Bobby capace di sfregiare un oggetto di pubblica proprietà. Tutta­via…

— Va bene — mi arresi. — Vediamo.

Mi alzai, senza guardare verso la sala di lettura, e mi diressi verso i reparti C, D ed E della biblioteca, per cercare quattro dei libri che Bobby aveva restituito la settimana precedente. Dovetti aprirne due e controllare la scheda di restituzione, perché non ri­cordavo a memoria tutti i titoli. Ero sicura che non avrei trovato nessuna annotazione a matita, mentre sfogliavo le pagine, poiché se Bobby avesse avuto l’abitudine di farlo me ne sarei accorta da tempo.

Nonostante quel che Johnny Dyson aveva dichiarato a propo­sito dei testi scolastici, io sapevo che Bobby trattava con cura i li­bri della biblioteca… anzi, sotto questo aspetto era addirittura scrupoloso.

Come aveva detto John Dyson, c’è gente che fa delle note a margine, ma non si tratta certamente di un gesto che si possa pa­ragonare ad atti vandalici quali strappare le illustrazioni o piega­re gli angoli ogni tre o quattro pagine.

E se i commenti a margine erano intelligenti… più intelligenti delle idee esposte dall’autore del libro? In questo caso una bibliotecaria sarebbe stata giustificata se li avesse cancellati, ren­dendo così nullo il piacere che avrebbe potuto trarne il futuro let­tore di quel libro? E non era forse possibile che più di un genio misconosciuto avesse raggiunto la pienezza creativa limitandosi ad annotare in margine i libri di una biblioteca pubblica?

Rimasi lì, ferma, con i quattro libri nell’incavo del braccio, stu­pita per lo strano corso che avevano preso le mie idee. Come mai avevo scelto proprio quel particolare momento per pormi delle domande che di solito non mi sarebbero neppure passate per la testa? Il mio dovere di bibliotecaria, sotto quel riguardo, era evi­dente e non esisteva alcun motivo perché dovessi fare una mon­tagna di un sassolino inesistente.

Mi sembrava addirittura incredibile che mi potesse essere pas­sato per la mente un pensiero simile, mentre mi recavo a prende­re negli scaffali quei quattro libri che, secondo John Dyson, avrebbero potuto illuminarci sulle cause del turbamento che af­fliggeva il suo allievo più brillante.

Poco o tanto che avesse scritto Bobby in margine non contava, e io non dovevo cercar di trovare delle scuse per difendere quel gesto, pensando che fosse ispirato dal genio. Forse Bobby crede­va che fosse così, ma quanto a me…

Per un attimo mi mancò il fiato. Forse Bobby credeva che fos­se proprio così!

Allora, i pensieri che mi affollavano la mente non erano miei? O se lo erano, era stato Bobby a ordinare loro di marciare in rigi­da formazione militare in una zona inesplorata dove la mente di una donna adulta e quella di un ragazzo quattordicenne poteva­no comunicare e affrontarsi in una specie di guerra amichevole e ostile nello stesso tempo? I giovani nutrono sempre un inesplica­bile antagonismo nei confronti degli adulti, per quanto buone possano essere le loro intenzioni, e se Bobby…

Scacciai con fermezza quel pensiero. Quando ci chiedono di fare una cosa assurda — e la richiesta di John Dyson mi sembrava piuttosto insensata — la mente ha la tendenza naturale a svicolare in ordini di idee più assurdi, perché solo così si tengono alla larga le autorecriminazioni.

Ci sarebbe molto da dire sulle annotazioni marginali. Dapper­tutto esistono biblioteche i cui volumi contengono centinaia di annotazioni, tanto che capita sovente, quando sono messe all’a­sta dopo la morte del proprietario, che le offerte salgano alle stel­le perché, a volte, un’immeritata fama letteraria è completamen­te stroncata da qualche brillante commento incisivo, ritenuto un classico nel suo genere.

Fu allora che le parole precise sembrarono echeggiare nei cor­ridoi della mia mente con voce che non poteva essere la mia: “È privilegio del genio adeguarsi a regole da lui stesso create… in moltissimi campi dell’esperienza umana. Bisognerebbe essere grati che le regole non vengano trascurate più sovente, dacché molte di esse paiono del tutto prive di senso”.

Abbassai lo sguardo e m’accorsi che mi tremava la mano. Ma qualche volta basta il peso di quattro grossi volumi per giustifica­re un tremito come quello, e così strinsi le labbra e mi avviai di buon passo verso il banco, dove John Dyson stava tamburellando con le dita sulla base della macchina duplicatrice.

— Bene — dissi. — Ecco qua. Spero che Bobby non venga al banco mentre lei li sta esaminando. Se le interessa il mio parere, è una forma riprovevole di spionaggio.

— Non lo pensa sul serio. Tutt’e due cerchiamo di aiutare Bobby a superare una crisi emotiva, perché possa crescere dritto e resistente come un giovane salice.

Tutte le volte che smette di essere serio e parla in quel modo — ne ho già accennato prima perché mi secca molto — mi riesce dif­ficile perdonarlo. Tuttavia lo perdono, sempre… e poi me ne pento.

Mi sono spesso chiesta perché gli uomini preferiscano farsi aiu­tare da una donna quando intraprendono un compito assurdo. Provano un senso di colpa che credono possa scemare se si assi­curano la tacita approvazione del sesso più sensibile.

Quando John Dyson mi porse due volumi, dicendo: — Esami­ni questi, mentre io penso agli altri — ebbi l’impressione che vo­lesse coinvolgermi nella sua cospirazione.

Stavo per dirgli di sbrigarsela da solo, perché non mi andava di cospirare contro Bobby per compiacerlo. Poi mi ricordai degli strani pensieri che mi erano passati per la testa e, sebbene rifiu­tassi di credere che Bobby potesse esserne il responsabile, scoprii che ero un po’ seccata.

Era una cosa illogica. Ma poiché, per causa di John Dyson, provavo un senso di colpa, decisi che potevo smetterla di critica­re il mio comportamento e di cercare la conferma di quanto già ritenevo certo… cioè che non avrei trovato annotazioni a margi­ne nei due libri.

Il primo era immacolato e stavo lentamente sfogliando il se­condo, Siamo soli nell’Universo?, quando trattenni il fiato e lan­ciai una rapida occhiata a John Dyson, sperando che non avesse colto il mio sussulto di sorpresa.

No, non si era accorto di niente. Stava ancora voltando le pagi­ne del più grosso dei quattro libri, Universi Pluridimensionali, pensoso, con la fronte corrugata.

Il commento a margine era molto breve, scritto con la grafia infantile di Bobby, il che escludeva la possibilità che fosse stata opera di un altro lettore.

Sulla pagina, in alto, di fianco a un paragrafo sottolineato, Bobby aveva scritto: “Chiaroveggenza? Certo. Deve averlo sa­puto… come lo so io”.

Lessi in fretta il paragrafo sottolineato: “E cosa accadrebbe se apparissero in mezzo a noi, come sono realmente, creature così estranee da attirare l’attenzione? Che accadrebbe se una razza dotata di grandissima intelligenza commettesse un così incredibi­le gesto di follia? Ma è improbabile. Possiamo tuttavia essere certi che non perderebbero tempo a mettere in atto con altri mo­di le loro imperscrutabili doti naturali… e ve n’è uno che si po­trebbe rivelare disastroso su scala mondiale. Per una razza come quella sarebbe molto difficile riuscire a contrastare lo stampo ge­nuino della nostra comune umanità, che ci unisce tutti anche se non siamo uguali? Se ci chiedessero di scegliere fra un nemico politico o sociale e un nemico sconosciuto e senza faccia o incre­dibilmente spaventoso si possono avere dubbi sulla nostra scelta? Solo la voce umana ispira fiducia e le fattezze e i gesti di un esse­re umano come noi potrebbero servire come arma per la nostra distruzione. Chi potrebbe sospettare, chi potrebbe sapere che un vicino gentile, o perfino un qualsiasi individuo che non ha nulla di terribile in sé, e ispira la stessa fiducia, POTREBBE NON ESSERE UMANO?”

Non avevo poi sbagliato molto definendo i libri per cui Bobby aveva dimostrato di recente tanto interesse come romanzi di non­fantascienza. Questo non era diverso dai pochi che avevo letto, una specie di prova Rorschach vista come escursione nell’inco­gnito. L’autore era poco noto ed era morto pochi mesi dopo l’ar­rivo del libro in biblioteca. La sua scheda, oltre al riassunto del­l’unico volume che l’autore aveva scritto e dei suoi dati personali, non recava titoli di altri libri. Quel riassunto l’avevo ricavato dal­la presentazione stampata in copertina, e, sebbene la copertina stessa fosse stata poi tolta, ricordo che non avevo trascurato niente e che non avevo tralasciato particolari interessanti.

Nonostante l’autore fosse sconosciuto, il libro aveva affascina­to parecchi lettori, dato che era stato richiesto quindici volte in sei mesi.

Che avesse affascinato anche Bobby era indiscutibile. Ma che cosa significava il suo strano commento: “Deve averlo saputo… come lo so io?”

Saputo cosa? Che gli abitanti degli altri mondi, qualora fossero venuti a invadere e conquistare la Terra, avrebbero rinunciato al loro aspetto mostruoso? No… non era proprio così. Erano mo­stri ma nessuno se ne sarebbe accorto perché sarebbero sembrati dei… cordiali vicini? L’uomo o la donna della porta accanto? Pensai che non potevo essere assolutamente certa di quel che aveva voluto dire l’autore se non leggevo tutto il capitolo. E non potevo farlo perché in qualsiasi momento John Dyson avrebbe potuto alzare gli occhi da Universi Pluridimensionali e accorgersi della mia perplessità.

Dovevo proteggere Bobby o no? E se John Dyson aveva ragio­ne? E se davvero il ragazzo correva il pericolo di un turbamento emotivo in un’età in cui la minaccia poteva essere sventata solo accattivandoci la sua fiducia e dandogli la certezza che quando ne avesse avuto la necessità avrebbe sempre potuto contare sulla guida intelligente degli adulti?

“Doveva saperlo… come lo so io”. Di sicuro qualsiasi psicolo­go infantile avrebbe riconosciuto, in quel commento, un allar­mante indizio che non tutto funzionava a dovere in Bobby.

Verso gli otto o i dieci anni, i ragazzi si fanno delle idee che, in un adulto, sarebbero considerate paranoiche. Ma Bobby era troppo grande ormai per quel genere di illusioni create dall’auto­suggestione. Ciò che avrebbe potuto essere considerato un gioco in un bambino sarebbe stato invece grave in un ragazzo di quat­tordici anni. Un quattordicenne avrebbe dovuto rendersi conto di quale credito faceva alla credulità sostenendo che, in chissà quale modo misterioso, si era imbattuto in un segreto che nessun altro, eccetto forse l’autore di Siamo soli nell’Universo?, condivi­deva con lui.

Presi rapidamente una decisione. Dovevo mostrare a John Dy­son il commento in margine e il paragrafo sottolineato, altrimenti avrei mancato nei riguardi di Bobby, invece di proteggerlo.

Mi rendevo finalmente conto che le preoccupazioni di John Dyson erano fondate. Non aveva spiato senza giustificati motivi nelle preferenze letterarie di Bobby, e gli dovevo delle scuse per averlo pensato.

Accadde tanto improvvisamente che fui colta alla sprovvista. Stavo per allungare una mano verso John Dyson, quando inco­minciarono a tremarmi le dita. Dapprima pensai che si trattas­se di un tremito nervoso — mi capita alle volte, quando devo sfogliare per un’ora e più fasci di schede — e aspettai che ces­sasse.

Invece continuò. E, per di più, una violenta scossa mi corse dalla punta delle dita al gomito. Era proprio come una violenta scossa elettrica, improvvisa e dolorosa, che mi strappò un grido, mentre il libro, che tenevo con l’altra mano, cadeva sul banco.

Il dolore cessò nell’attimo stesso in cui lasciai cadere il libro e quando John Dyson si volse a guardarmi preoccupato, ero già in grado di muovere liberamente le dita senza provare dolore.

Quando vide che mi massaggiavo la mano, mi sorrise.

— Oh, no — disse. — Non avrà i reumatismi alla sua età?

Ero ancora troppo sbalordita per riuscire a rispondere. Lo guardai mentre si chinava a raccogliere il libro, e mi chiesi che cosa avrebbe pensato se gli avessi detto la verità.

Decisi di tacere. Non avrei saputo come spiegare quello che m’era successo, se lui pensava che si trattasse di reumatismi, tan­to meglio. Si possono avere i reumatismi anche a vent’anni, non è una disgrazia. La disgrazia era pensare come avevo pensato io, e cioè che qualcuno non aveva voluto che io richiamassi l’atten­zione di John Dyson su quanto Bobby aveva scritto a pagina ses­santasette di Siamo soli nell’Universo?.

Con mio grande stupore, lui sfogliò rapidamente il volume e me lo restituì con aria delusa.

— Be’, evidentemente mi sono sbagliato — disse. — Bobby non scrive sul margine dei libri della biblioteca. A quanto sembra quelli di scuola non sono altrettanto sacrosanti ai suoi occhi.

“Ma sì che scrive!”, stavo per ribattere, quando mi sentii strin­gere la gola e provai un senso di stordimento. Non riuscivo a spiccicare parola e mi sembrava d’essere sul punto di svenire.

Lo stordimento durò un attimo, ma fu sufficiente perché sen­tissi John Dyson che diceva: — Telefonerò alle sette meno un quarto. Il primo spettacolo comincia alle otto e mezzo e così avremo il tempo di cenare e di arrivare prima che ci sia troppa gente. — Bastò perché mi accorgessi che si era girato e stava an­dandosene senza voltarsi. Lo vidi fermarsi, posare una mano sul­la spalla di Bobby e dirgli qualche parola. Poi raggiunse la porta, si fermò un attimo per sorridermi agitando la mano, e scese i gra­dini che portavano in strada. Lo vidi dalla finestra mentre attra­versava Elm Street, coi capelli scompigliati dal vento.

Non appena lo stordimento passò guardai verso la sala di lettu­ra e vidi che Bobby aveva smesso di leggere. Mi guardava fisso e aveva una inequivocabile espressione di trionfo.

Dopo un momento abbassò gli occhi, e io pensai che volesse ri­cominciare a leggere. Invece chiuse Messaggi dallo spazio: realtà o fantasia?, si alzò e venne verso di me con il libro in mano. Lo posò sul banco davanti a me, e mi sorrise. Nei suoi occhi non c’e­ra traccia di colpevolezza e nemmeno d’imbarazzo.

— Può darsi che voglia riprenderlo — disse. — L’ho quasi ter­minato, ma giovedì ho preso in prestito due libri e credo che sia meglio che legga prima quelli.

Non so cosa m’impedisse di afferrarlo per un braccio e chieder­gli se i libri che aveva portato a casa contenevano delle annota­zioni a margine così indicative che i suoi genitori potevano corre­re il rischio di morire fulminati. Forse non lo feci perché m’accor­si che mi tremavano le mani e lui mi guardava in modo strano. Quando presi il libro mi tremavano ancora. Bobby si rese conto che qualunque cosa gli dicessi poteva compromettere la nostra amicizia. Nei suoi occhi si leggeva chiaramente: “Cerchi di per­donarmi. Ho proprio dovuto farlo”.

Tornò a sorridere, si volse di scatto e se ne andò. Lo vidi uscire dalla porta principale ma non attraversò Elm Street come aveva fatto il suo professore. Questo, per lo meno, non mi sorprese. Stando sul lato in ombra della strada, e proseguendo dritto verso nord, avrebbe impiegato lo stesso tempo per arrivare a casa e, per quanto giovane sia, quando uno è afflitto da sensi di colpa, ha la tendenza a evitare la luce del sole.

Appena cessato il tremito avrei dovuto alzarmi per andare a riporre il libro restituito da Bobby. Ma per un buon minuto non mi fu possibile muovermi, e adesso penso che sia stata la mia completa immobilità a indurre lo sconosciuto seduto accan­to alla finestra della sala di lettura a pensare che era improbabi­le che io guardassi dalla sua parte mentre faceva una cosa tal­mente incredibile al cui confronto il comportamento di Bobby pareva normale.

Il giovane seduto vicino alla finestra si strappava via la faccia!

Lo fece con una tale rapidità che il movimento delle dita si no­tò appena. E mentre, sconvolta, fissavo la finestra, col cuore stretto da una morsa gelida, potei vedere la carne che veniva staccata dagli zigomi, e un liquido lucido nel punto in cui le or­bite erano diventate cavernose come quelle di un teschio.

Non impiegò più di dieci secondi a ricostruirsi la faccia, serven­dosi di un pezzo di carne avanzata per allungare il naso, ampliare il contorno delle mascelle e conferire alle sue fattezze un’aria più matura.

Nessuno degli altri lettori lo stava osservando, altrimenti avrebbe notato l’orripilante trasformazione. Metà gli voltava la schiena, e gli altri erano assorti nella lettura. Aveva scelto con cura il momento, sapendo in anticipo di poter contare su una de­cina di secondi in cui sarebbe stato inosservato.

Come poteva prevedere che io avrei alzato improvvisamente gli occhi su di lui e avrei visto, per pochi spaventosi attimi, una maschera dalle fattezze umane, sotto cui si celava un’entità mo­struosa, venire strappata e riadattata? Come avrebbe potuto pre­vederlo, quando io un attimo prima me ne stavo seduta immobi­le, con gli occhi incollati sul libro restituito da Bobby?

Altrettanto terrificanti furono le parole che presero forma nel­la mia mente mentre gli ricambiavo lo sguardo gelido e ostile: “Non voglio che il figlio del banchiere mi riconosca. Già da un po’ di tempo sospetta la verità, e io lo tengo sotto costante osser­vazione. Adesso lei sa… il che è peggio… molto peggio… molto più di un pericolo. La dovrò uccidere”.

7

Bruce Conley

Non appena scesi dal treno a Lakeview e mi guardai intorno, provai una strana sensazione. Mezz’ora dopo ne ero sicuro. La città aveva brio, atmosfera. Aveva praticamente tutto quello che occorre a una città per fare un’ottima impressione su un rappresentante di giocattoli meccanici con una valigia piena di campioni.

Non era né grande né piccola, di tipo rurale ma con due grandi ciminiere sullo sfondo che le conferivano un promettente aspetto industriale. Io non vendevo cose che potessero servire in una fab­brica, ma le grosse ciminiere parlavano di progresso e progresso significava prospettive di buoni affari.

C’era un quartiere commerciale che si diramava per angoli retti da un enorme edificio di granito che portava scritto a tutte let­tere: “Municipio”; la strada principale era fiancheggiata da nego­zi, bar e ristoranti dall’aspetto invitante stretti fra palazzi a quat­tro piani adibiti a uffici.

Il ristorante che scelsi aveva il menu attaccato alla vetrina con nastro adesivo. Le specialità di frutti di mare e i prezzi modici mi attirarono. Era una specie di tavola calda, ma oltre il banco c’e­rano anche diversi tavolini, fra cui vidi passare una cameriera; l’unica del locale, forse. Ma era difficile giudicare dall’esterno. Era una frizzante giornata di settembre e il sole brillava alto pro­vocando un riflesso così forte che mi pentii di aver riposto gli oc­chiali scuri in fondo alla valigia, dove avrei potuto ripescarli solo dopo aver preso una stanza in albergo.

In quel momento il pensiero più impellente era il cibo, perché mi era venuto un appetito formidabile che poteva essere compro­messo se avessi avuto a che fare con una donna sola. Difatti una donna sola m’induce di solito a rimandare il pranzo, per lo meno fino a quando non l’ho convinta a mangiare insieme. Ma non quella volta. Avevo tanta fame che sarei stato capace di ingurgi­tare perfino le cavallette candite importate dal Giappone.

Inoltre, tre o quattro cameriere in genere sono meglio di una. Ma quell’una poteva essere speciale. La legge della mediocrità va contro questa possibilità, ma è una legge in cui non ho mai avuto molta fiducia; dopotutto, cosa m’impediva di entrare nel risto­rante e fidarmi nella buona stella che mi facesse trovare una ra­gazza ben pettinata, con caviglie tornite e altri attributi capaci di riscaldarmi il sangue?

Diedi un’altra occhiata al menu, sollevai la valigia e, col passo sciolto e sicuro che piace alle donne e che non mi costa alcuno sforzo — mi riesce naturale camminare così quando non devo cor­rere per prendere un treno — entrai nel ristorante.

Tre secondi dopo tornavo a deporre la valigia, talmente sbalor­dito da quello che stavo vedendo, che per poco non ci inciampai mentre mi precipitavo a sorreggere la ragazza prima che si afflo­sciasse a terra.

Non stava più girando fra i tavoli, come prima. Probabilmen­te aveva incominciato a vacillare quando io guardavo attraverso la vetrina: nessuna donna avrebbe potuto avere l’espressione che aveva lei senza vacillare: pallida come una morta, gli occhi sbarrati dal terrore, fissava uno dei tavolini vuoti come se aves­se paura che si animasse tutt’a un tratto e le andasse incontro balzelloni.

Dovetti cingerle la vita con il braccio per sorreggerla. Solo stringendola forte le avrei impedito di cadere. Ne ero certo come ero certo che mi sarebbe stata grata e non avrebbe pensato che ero troppo audace.

Una cosa l’avevo indovinata. Quella ragazza era speciale. Ca­pelli d’ebano, occhi azzurri e tutto il resto, contribuivano a fare di lei il tipo di ragazza che preferisco.

— Cosa succede? — chiesi. — Cerchi di calmarsi un po’ e me lo dica. Di solito parlare fa bene…

— Era… era seduta là — balbettò lei con voce soffocata — …lui le si è messo alle spalle e l’ha circondata con un braccio. Lei ha cercato di alzarsi, ma lui glielo ha impedito. Le ha messo una mano sulla bocca per impedirle di gridare. L’ho visto distinta­mente per un minuto ma non l’avevo visto entrare. Era… era lì, ecco, all’improvviso, venuto dal niente, come se fosse sbucato dal muro dietro il tavolino. — Adesso tremava violentemente: — Un uomo di mezza età, dai capelli grigi, che viene a mangiare qui tre volte alla settimana. È ben vestito e ha una faccia simpatica. Non so come si chiama. Di solito siede al banco, perché non vie­ne mai presto come oggi e quando arriva tutti i tavoli sono già oc­cupati. Qualche giorno fa abbiamo pensato che volesse chiamare la polizia. Un altro tizio, un camionista, mi pare, litigò con lui e per un momento credemmo che l’avesse gravemente ferito. Inve­ce niente. Lui non volle che telefonassi alla polizia dicendo che conosceva il padrone. Diceva che sicuramente il signor Winstock, la moglie del signor Winstock è la padrona del locale, non voleva fastidi che avrebbero dato cattiva fama al ristorante. Più tardi ho scoperto che non conosce affatto il signor Winstock.

— E tutto questo è successo giorni fa?

Lei annuì appoggiandosi così pesantemente a me che pensai di doverla stringere più forte.

— E crede che abbia a che fare con quel che è successo oggi…

— No… almeno non credo — rispose lei. — Fu solo un alterco con un altro individuo. Però…

Esitò, e proseguì in fretta: — Il juke-box andò in pezzi e una scheggia di vetro gli trapassò il petto, così almeno pareva. Invece lui la tirò via e non c’era su neanche una goccia di sangue. Ma an­che questo non… — La voce le venne meno e si aggrappò a me continuando a tremare.

— Dice che una donna era seduta a quel tavolo, che lui è com­parso alle sue spalle e le ha impedito di gridare — dissi. — Bene. Proviamo a partire da questo punto. Lui deve averla spaventata, altrimenti la donna non si sarebbe dibattuta cercando di alzarsi. Allora cosa è successo?

— Lei mi guardava come se sperasse che io potessi chissà co­me aiutarla, ma non credo che ne fosse convinta. Poi… tutto di­ventò buio per un momento, o così mi sembrò, e… e…

— Sì? Calma, via.

— Erano scomparsi tutt’e due.

— Mi stia a sentire — le dissi. — Lei ha avuto uno shock. Oc­corre che mi racconti tutto subito. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Adesso quei due non ci sono più, il che significa che devono essersene andati qualche minuto fa.

— No… no! È stato meno di cinque minuti fa, subito prima che entrasse lei. E non se ne sono andati. Non nel senso che dice lei. Sono… sono spariti.

— Ha detto che si è fatto buio… quindi non può esserne sicura — le rammentai. — Come può sapere che non se ne sono andati nel più normale dei modi?

M’interruppi di botto. Stavo accettando quello che mi aveva raccontato senza chiedermi se in tutta la storia ci fosse un briciolo di logica. Non era il modo migliore per arrivare alla verità. Quando qualcuno ci racconta una cosa incredibile, è buona rego­la non essere creduloni.

Allungai una mano, tirai una sedia verso di lei e la feci sedere, rammaricandomi di dover ritirare il braccio con cui la tenevo stretta.

— Dunque, chi era la donna seduta al tavolino? — chiesi. — La conosce?

— Sì, certo. Viene sempre qui a mangiare. È la signorina Hartley. Fa la bibliotecaria. Ma è molto simpatica e abbiamo chiac­chierato insieme un mucchio di volte, perché a tutt’e due interes­sano le stesse cose. Mi laureo in lettere a settembre e ho intenzio­ne di fare anch’io la bibliotecaria.

Be’, c’era di che restare a bocca aperta. Cervello, bellezza e tanto spirito da permetterle di accettare un posto di cameriera d’estate per mandar avanti la baracca. Ma in quel momento sem­brava ancora che stesse per crollare nonostante fosse seduta, per­ciò ero troppo occupato per dirle quanto ammiravo il suo spirito indipendente.

— Stia a sentire — dissi. — Quando si è incassato un brutto colpo non si può essere sicuri di quello che è veramente successo. Deve aver sentito parlare dell’ometto che non era qui. Con que­sto non voglio dire che non ci fosse. Dico solo che non può essere sbucato fuori dal muro, avere afferrato la sua amica bibliotecaria e poi essersela portata con lui dentro al muro mentre qui tutto di­ventava buio.

— Ma non l’ha portata fuori dal ristorante — protestò lei con una voce talmente tremula che accrebbe la mia preoccupazione. — Io guardavo la porta. E la porta rimase illuminata anche quan­do il resto diventò buio. Se fosse uscito trascinandola con sé li avrei visti.

Non le dissi che ero rimasto davanti al ristorante per tre minuti almeno a esaminare il menu e a cercare d’indovinare se lei era speciale o no. Se quello che lei mi aveva raccontato era successo un minuto prima che mi decidessi a entrare, anch’io avrei dovuto vedere quell’uomo. Ma avevo visto neppure il locale diventare buio; e questo sistemava tutto.

Allora feci una cosa di cui non mi sarei creduto capace, perché mi sembrò sciocca e impulsiva e difficile da spiegare… un gesto assurdo, insomma, che mi balenò sul momento.

Mi chinai, afferrai la mia valigia e ne trassi un omettino. Senza aver bisogno di caricarlo, lo posai sul tavolo davanti a lei. Pre­metti un bottone… tutto qui.

Era il giocattolo meccanico più ingegnoso che fosse mai stato costruito. Indossava un minuscolo smoking di metallo, con un microscopico garofano appuntato sul risvolto della giacca. Di so­lito, non si portano garofani, sullo smoking, ma i bambini non badano a queste cose. Si divertono e basta.

L’omettino cominciò a camminare. Attraversò tutto il tavolo, fece dietrofront, e riprese a camminare verso di noi. E quando arrivò sul bordo del tavolo, e si trovò proprio davanti a noi due, fece un profondo inchino, accompagnato da un ampio gesto del braccio. Poi si voltò e tornò a camminare.

Io toccai un braccio della ragazza. — Chiuda gli occhi — dissi.

Lei obbedì con aria stupita. Io afferrai l’omettino e lo rimisi in valigia.

— Adesso può riaprirli — dissi.

Lei aprì gli occhi e mi guardò. — È sparito. Ma è chiaro: l’ha rimesso nella valigia.

— Come può esserne certa? — le chiesi. — Ha chiuso gli occhi per un momento.

— Che cosa sta cercando di provare?

— Niente. Salvo che quell’omettino l’ha sorpresa, e poi… puff! è scomparso. E il suo stupore è aumentato. L’ho visto be­nissimo. Quando una cosa ci stupisce tanto non si può essere si­curi di niente.

— Be’…

— L’ho quasi convinta, eh? Glielo leggo negli occhi. Il peggior sbaglio che potrebbe fare sarebbe di convincersi che quello che ha visto è vero. Non riuscirebbe più a dormire la notte.

D’un tratto scoppiammo tutt’e due a ridere. — Così va meglio — dissi io. — Com’è oggi il filetto di sogliola?

8

Bobby Jackson

Mi svegliai dal peggiore incubo che avessi mai avuto. Avevo pas­sato il pomeriggio a pescare sull’estremità orientale del lago, e stavo tornando a casa attraverso i boschi quando sentii una voce dire: “Bobby, Bobby, corri! Scappa se vuoi salvare la vita! Ti cir­condano, ma non possono ancora vederti. Devono metterti a fuoco, il che è difficile e richiede tempo. Comincia a correre e non guardarti indietro. Solo così ti salverai”.

Allora mi voltai e cominciai a correre. Ma le mie gambe diven­tavano più pesanti a ogni passo, e avanzavo così lentamente che mi sembrava di attraversare un mare di colla.

“Bobby” incalzò la voce “che cosa ti trattiene? Non fare lo stu­pido! Basta che tu corra, ma sembra che tu non voglia proprio salvarti”.

“Non posso” gridai, il che era stupido dato che la voce era den­tro di me. “Non vedi che faccio fatica a muovermi?”.

“Sciocchezze, Bobby. Non sei nelle sabbie mobili. Prova a fare uno sforzo. Vuoi che ti prendano?”

Adesso sui boschi gravava un pesante silenzio ed era peggio delle grida precedenti.

Ebbi la sensazione che tutti mi avessero abbandonato, come se tutti i miei amici di un tempo fossero a poppa di una nave che si allontanava attraverso i boschi lungo uno scivolo e mi fissassero con aria di freddo rimprovero perché non avevo fatto una cosa.

Allora ricominciai a correre, e la pesantezza alle gambe scom­parve improvvisamente, mentre io barcollavo da un albero al­l’altro come un daino ferito. Mi sembrava di fuggire davanti a centinaia di cacciatori sparpagliati nel bosco e intenti ad abbatte­re tutti i cartelli di divieto di caccia per essere certi di non avere noie con la legge, prima di avventarsi contro di me.

“Bobby, qui non ci sono cacciatori di daini” riprese a gridare la voce. “Sono cacciatori di uomini e per questo genere di sport la caccia è sempre aperta”.

“Chi sono?” urlai. “Devo saperlo! Dimmelo!”

“Chi lo sa, Bobby? Vengono da molto lontano, forse da altri soli… sì, forse perfino dalla Grande Nebulosa di Andromeda. Bada che non ti prendano, Bobby. Corri, corri!”

D’un tratto non potei più vedere la foresta per colpa degli al­beri. Ognuno di essi era diventato enorme e tutti stavano reclina­ti verso di me con i rami intrecciati, e quando alzai lo sguardo vi­di che quella crudele rete vegetale stava scendendo.

Mi svegliai madido di sudore freddo. Anche il pigiama era ba­gnato. Alzai le lenzuola e mi guardai. Per un attimo ebbi l’im­pressione d’essere tutto imbrattato del fango scuro della foresta.

Strinsi gli occhi, li riaprii e la terrificante visione scomparve. Il sole entrava a fiotti nella camera. Era spuntato un altro giorno. Ero ancora sano di corpo e di mente.

La mamma stava bussando alla porta, ed era stato questo, pro­babilmente, a svegliarmi. — Bobby — chiamò. — Sono le otto meno un quarto. Farai tardi un’altra volta.

— Cosa significa “un’altra volta”, mamma? — risposi. — Quando mai sono arrivato in ritardo a scuola?

Lei aprì la porta ed entrò senza aprir bocca.

— Cosa succede, adesso? — chiesi. — Cos’ho fatto?

— Hai da ridire su ogni mia parola — disse lei. — Sotto questo aspetto stai diventando anche peggio di tuo padre. E per giunta sei testardo. Quando te ne vai in giro per tutta la giornata e io ti chiedo di farmi il favore di prendere un’aspirina, ribatti che non hai mai avuto un raffreddore in vita tua. Quando…

— Ti prego, mamma. Ho fatto un sogno orribile e non ho vo­glia di discutere. Lasciami vestire.

— Secondo te sono molto noiosa, vero, Bobby?

Si mise a sedere sul letto e mi attirò a sé. — Non sono poi una madre tanto cattiva, eh, Bobby? Dimmi la verità.

— Be’…

— A volte non posso fare a meno di irritarmi con te. Sei tal­mente testardo.

— Be’… forse in questo hai ragione, mamma.

— Ti fa bene ammetterlo, vero? Perché non lo fai più spesso? Così non ci sarebbe bisogno di discutere.

— Questo è quello che preferisco in te, mamma. Dici “discute­re” e non “litigare”. Non credere che non lo apprezzi.

— Talvolta ne dubito.

Si alzò prima che potessi rispondere e si avviò verso la porta. — I cereali sono in caldo e il caffè è quasi pronto — disse, con una mano sulla maniglia. — Non metterci troppo a vestirti. Me­no male che non devi anche farti la barba.

— Fra non molto mi toccherà farla — dissi. — E allora il caffè si raffredderà tutte le mattine. Sono molto meticoloso in tutto quello che faccio.

— Per allora forse sarai sposato e te ne sarai andato di casa. Compiango la ragazza…

Uscì richiudendosi la porta alle spalle. Non era certamente la peggiore madre del mondo e a volte mi sembrava la migliore; al­tre volte invece mi irritava al punto da farmi pensare che c’era dell’incomunicabilità fra noi due.

Non mi piace schizzare dal letto, infilarmi i vestiti, neppure sa­pendo di fare tardi a colazione. Preferisco andare alla finestra e respirare l’aria fresca settembrina, guardare oltre il prato e vede­re se mi riesce di scorgere un pettirosso o qualche altro uccelletto raro per Lakeview.

L’osservazione degli uccelli non è uno dei miei passatempi pre­feriti. Ma ho parecchi taccuini di appunti che mi avrebbero fatto guadagnare una pacca sulle spalle dal presidente della locale se­zione della Società Audubon… questo se avessi continuato a pa­gare la quota d’iscrizione.

Di solito sto cinque minuti alla finestra, poi vado ad aprire il cassetto per scegliere, nella mia collezione di camiciole sportive, quella che non metto da più tempo.

Tutto questo mi fa ritardare, è ovvio, e mi sembra di vedere la mamma che borbotta e si preoccupa perché i cereali si raffredda­no, e papà seccato per il suo andirivieni che, come un tornado, gli scompiglia il giornale, mentre passa dalla pagina finanziaria a quella sportiva e poi al notiziario, e non bada se fa rumore vol­tando le pagine o anche se qualcuna scivola a terra.

Quel giorno decisi di stupirla una volta tanto. Non c’erano pet­tirossi né altri uccelletti sul prato, e la camicia sportiva che avevo indossato il giorno prima era ancora pulita. Così la infilai, mi die­di una pettinata e una spazzolata, e scesi cinque minuti dopo es­sermi affacciato alla finestra.

Non saprei spiegare perché un paio di volte al mese prepara le frittelle, oltre al caffè, ai cereali e alle uova strapazzate. Comun­que, quella era una delle mattine in cui papà avrebbe dovuto es­ser felice di sedersi a tavola, e mi spiacque vedere che non diceva niente alla mamma. Come al solito, teneva il giornale aperto da­vanti a sé, e c’erano due pagine sparse sul pavimento.

Quando mi sentì arrivare, depose il giornale e disse: — Salve, figliolo. Bella mattina, eh? — e riprese a voltare le pagine, forse per accertarsi che il meteorologo avrebbe concesso al sole di bril­lare tutto il giorno.

Mamma uscì dalla cucina e gli posò davanti un bricco di panna. — Roger, non hai molto tempo — disse.

Io sedetti davanti al piatto dei cereali, irritato perché anch’io, come mio padre, ero schiavo del tempo. Cosa sarebbe successo se fossi arrivato tardi a scuola? Il signor Dyson mi avrebbe inflitto un compito per castigo? Poco probabile. Mi avrebbe spiegato a tu per tu che l’essere figlio di un banchiere e il possedere un Q.I. molto elevato mi conferivano certi privilegi, ma che io tutta­via gli creavo un problema, perché il ritardare, da parte di un “di­rigente”, sia pure della mia età, non era consono alla posizione.

“Sai com’è, Bobby. Se facessi un’eccezione per te, finirei col trovarmi nei pasticci”.

Non si creano problemi alle persone che si apprezzano e così ecco che finivo, daccapo, vittima della puntualità, dell’orario.

Io dovevo essere a scuola alle nove. Papà era più fortunato perché poteva prendere l’autobus alle nove e mezzo, se voleva arrivare in banca puntuale alle dieci, invece di sciropparsi una passeggiata di trentacinque isolati. Mamma, da parte sua, non badava alle differenze e spronava tutt’e due ad affrettarci…

A un tratto papà mise da parte il giornale e guardò la mamma e poi me come se avesse letto qualcosa che gli pareva incredibile.

Mamma era stupita. Non capita spesso che papà si emozioni per qualche notizia, e quando succede vuol dire che è scoppiata una guerra da qualche parte, o che un direttore di banca, deside­roso di mostrarsi compiacente, ha accettato un assegno di due milioni di dollari che poi risulta essere rubato.

— Anderson mi diceva ieri che temeva di vedere stampata la notizia — disse papà. — Io ero sicuro che non la stampassero. In­vece aveva ragione lui. Purtroppo un funzionario di polizia non può evitare che un giornalista ficcanaso gli faccia fare la figura dello scemo.

— Cos’è successo, papà? — domandai.

— Ieri, in Clarke Street, lo sceriffo Anderson ha fermato un giovanotto che era persuaso di essere diventato un gatto — spie­gò papà.

Mi sembrò che la stanza si mettesse a vorticare, e rimasi senza fiato.

— Cosa c’è di tanto strano? — intervenne la mamma. — Se si tratta di un pazzo…

— È la versione dello sceriffo che è pazzesca — interruppe papà. — E Anderson invece non è certo pazzo. Lo conosco da vent’anni e non posso assolutamente credere che menta a proposito di una cosa che è convinto di avere visto. Ci deve essere una spie­gazione…

— Che cos’ha visto, papà? — riuscii a dire.

— Un gatto… sia pure per un istante… che sembrava convinto di essere un uomo — rispose papà. — Tutta quanta la faccenda…

— Dagli il giornale, così può leggere da solo la notizia — disse la mamma. — Se ne fai un romanzo sceneggiato, arriverà tardi a scuola.

Allora papà perse la pazienza. — Quando Bobby mi fa una do­manda seria preferisco rispondergli io. Ti spiace?

— Certo che mi spiace. Ma se vuoi perdere l’autobus, conti­nua pure.

— Posso permettermi di perdere l’autobus due o tre volte alla settimana. Una passeggiata di due miglia mi fa bene. Vorrei che la smettessi di spingermi fuori di casa!

Mamma strinse le labbra e tornò in cucina senza aggiungere al­tro. In qualsiasi altro momento io sarei stato dalla parte di papà. Ma guardavo le frittelle dolci che lei gli aveva preparato solo per fargli piacere e non potei fare a meno di pensare che avrebbe po­tuto rispondere più gentilmente. Tuttavia ero ancora così scosso per la notizia che mi aveva riferito, che ci pensai solo per un mo­mento.

Volevo che continuasse a parlare, perché quel che si riesce a ri­cavare da un giornale è solo una serie di fatti visti attraverso gli occhi del cronista. Qualche volta non sono riferiti esattamente, o solo in modo troppo scarno.

Papà possiede il raro dono di interpretare i fatti con molta fan­tasia. La sua teoria è quella di non lasciarli congelare finché di­ventano così secchi e friabili da frantumarsi in mucchietti di bri­ciole. Il fatto solo di aver parlato personalmente con lo sceriffo Anderson, e quindi ascoltato la sua versione dell’accaduto, m’induceva a credere che se avessi insistito, con le domande giuste — e aggiungendo alla sua la mia interpretazione — saremmo giunti a una conclusione positiva.

— Perché è stato arrestato quel giovane, papà? — chiesi. — Dava fastidio?

— Prima di tutto — rispose papà, guardando il giornale come se si fosse pentito di non aver chiesto alla mamma un paio di for­bici per ritagliare l’articolo e farlo poi leggere a Graham e Creighton, in banca — si comportava in modo molto strano. Si era fermato davanti alla vetrina di un negozio e fissava la sua im­magine nel vetro. Quello che vide, chissà perché, dovette spa­ventarlo, in quanto retrocedette tutto curvo. Per caso, passava di lì lo sceriffo, e in quel punto non c’erano altre persone.

— E allora, papà?

— Chi ha giurato di servire la Legge ha delle particolari re­sponsabilità. Tu, o io, o qualunque altro privato cittadino veden­do un giovane — a proposito, si chiama Charles Bellamy — che si comportava a quel modo, non vi avremmo forse badato. Ma lo sceriffo no. Si avvicinò al signor Bellamy per chiedergli cosa avesse. E lui, invece di rispondergli, arretrò verso la vetrina, sof­fiando contro lo sceriffo.

— Vuoi dire che soffiava… come fanno i gatti?

Papà mi guardò stupito a quella domanda. — Be’, pare di sì. Ma tutti possono soffiare a quel modo.

Naturalmente aveva ragione. È facile come fischiare. Basta soffiar forte tra i denti e contro il palato. Ma è una forma di lin­guaggio espressivo, a suo modo, e per produrlo ci vuole il con­corso del cervello. In altre parole, non si può soffiare o ridere o piangere senza che il cervello non impartisca istruzioni al centro del linguaggio. Ma basta questo a provare che quel giovane era diventato un gatto? No. Poteva aver soffiato per disprezzo, per sfida… ma io sapevo che doveva esserci sotto dell’altro, altri­menti il News-Chronicle non avrebbe pubblicato la storia.

Papà dovette giudicare sciocca la mia domanda — e invece non lo era affatto — perché capii che stava perdendo la pazienza.

— Bobby — disse — credo che tua madre avesse ragione. Qua, tieni il giornale, e leggi.

Mi passò la pagina, ma io gli afferrai la mano e dissi: — Ti guardavo mentre leggevi, e ho notato che ti ha colpito, nonostan­te avessi parlato con Anderson. Se la leggo da solo, può anche darsi il caso che mi sfugga proprio quella cosa che ti ha colpito particolarmente per la sua stranezza.

Papà mi guardò scuotendo la testa: — Sei uno strano ragazzo, Bobby. Qualche volta stento a credere di essere tuo padre. Quando avevi sei o sette anni, non ho mai capito perché avevi l’abitudine di darmi un libro da leggere, per esempio i Racconti Narrati Due Volte di Hawthorne, perché poi potessi raccontarteli con le mie parole, la sera, prima di addormentarti. In questo mo­do, però, sono sicuro che perdevi il meglio del libro.

— Mi piaceva quello che ci mettevi di tuo, papà — dissi. — Se­condo me, Hawthorne non aveva modo di conoscere le reazioni di una mente del ventesimo secolo alle leggende antiche. Non parlo della mente di un bambino di sei anni, ma di quella di un adulto dotato di fantasia. Tu vedevi le cose che a me potevano sfuggire, e che Hawthorne non poteva aver preso in considera­zione. Com’è possibile che uno scrittore nato nel 1804 potesse compiere un così grande balzo avanti nel tempo?

— D’accordo, d’accordo — cedette papà. — Hai detto abba­stanza. Quando parli così mi fai un po’ paura. Sempre.

Sapevo con esattezza quel che pensava: “Forse ho procreato un essere eccezionale. Un ragazzo che avrebbe potuto essere fi­glio del Mago Merlino e avere Einstein come nonno”.

— Dimentichi che ho scorso frettolosamente l’articolo — disse papà. — Se tua madre non fosse così impaziente d’incominciare i lavori di casa, potrei leggere comodamente il giornale e scindere le notizie importanti da quelle che non lo sono. Non serve a nien­te fare una cosa, sia pure leggere il giornale, se non la si fa seria­mente e a fondo. — A questo punto papà mi sorprese con un sor­riso: — Così parlavano i padri ai figli nell’epoca vittoriana: “Guarda come la piccola laboriosa ape migliora via via che tra­scorre ogni ora”. Purtroppo questo ridicolo modo di pontificare non è ancora completamente estinto. I padri sono sempre stati e saranno sempre persone piene di pregiudizi, e non solo agli occhi dei figli, ma anche ai loro stessi occhi. Essere padri fa dimentica­re, a volte, che nella testa di un ragazzo possono esserci idee vali­de e originali che dovrebbero attirare la nostra attenzione.

Non so se io sia mai riuscito a stupire papà come lui talvolta stupisce me. “Tale il padre, tale il figlio” contiene una grande ve­rità. I geni sono i geni e non ci si può far niente. Se papà fosse stato una persona un po’ fuori dal comune che tipo di individuo sarei stato io?

— Quando quel giovanotto ha soffiato contro lo sceriffo, che cosa è successo? — chiesi. — Anderson deve essersi preso un bel colpo.

— Be’… ebbe l’impressione di trovarsi davanti a uno squili­brato, e lo afferrò per un braccio cercando di calmarlo con le pa­role del caso.

“Adesso ci siamo” pensai.

— E la sua impressione era giusta? — chiesi, con un senso di nascente timore. Non era facile per me dimenticare la sensazione che avevo provato in casa Oakham, quando avevo visto il gatto della signora Parker avvicinarsi furtivo e tutt’a un tratto m’ero ri­trovato a guardare nella stanza attraverso i suoi occhi, tanto vici­ni al pavimento, e avevo incominciato a provare le sensazioni di un gatto.

Talvolta capita di aspettare con impazienza parole che già si sa quali saranno e di temere tuttavia il momento in cui si abbatte­ranno contro la nostra mente come un’onda di marea, lasciando­ci senza neppure una fragile zattera a cui aggrapparsi.

— Alludi all’impressione che quel Bellamy fosse uno squili­brato? — disse papà. — Certo. Anderson aveva ragione di pen­sarlo. Continuava a soffiare, e poi lo prese per il braccio arti­gliandogli il polso. Anderson si arrotolò la manica e mi fece ve­dere i segni quando mi raccontò l’episodio. Si comportava pro­prio come un animale infuriato.

Un animale infuriato! Che cosa sarei diventato io, se Helen Martin non…

La stanza tornò a vorticare e io non riuscii a sentire quel che papà stava dicendo. Non ero pronto a ricevere la spiegazione che temevo, e provai un gran sollievo quando lo udii pronunciare pa­role che mi rassicurarono un po’.

— Lo interrogarono più tardi, dopo averlo chiuso in cella, quando ormai si era calmato. Rispose a tutte le domande di Anderson. Ha venticinque anni e vive in Bretan Street con sua ma­dre, che è vedova. C’era un cronista del News in carcere, e Anderson era talmente sconvolto che non si rese conto di parlare troppo. — Papà tacque per un istante, e quando proseguì aveva un’espressione turbata. — Hai mai visto un gatto camminare, Bobby? — mi chiese. — Dico… camminare eretto, come un uo­mo, e agitare freneticamente le zampe anteriori? Io no di certo, e quel che Anderson credette di aver visto poteva anche essere una cosa diversa. Mi disse che il gatto sbucò all’improvviso da dietro una macchina parcheggiata lungo il viale, e avanzò verso di lui agitando la testa. Incespicò una volta, e sembrava che avesse una gran fretta di raggiungere lo sceriffo prima che Bellamy gli cavas­se gli occhi.

— Come puoi essere sicuro che i movimenti del gatto fossero umani? — dissi io. — C’è una bella differenza fra le dimensioni di un gatto e quelle di un uomo, e mi sembra difficile giudicare. Forse il gatto era spaventato e correva come se avesse preso una scossa elettrica. Capita, a volte, che i gatti si comportino così sen­za motivo. Sono bestie strane.

— Lo so — disse papà. — La tua è un’osservazione acuta, Bob­by. Forse anche Anderson la pensò allo stesso modo, sulle prime. Ma poi il gatto gli afferrò le mani con le zampe anteriori, cercando di trascinarlo. Tieni presente che ti sto raccontando quello che mi ha detto Anderson. Gli strinse forte il polso, non tanto però da graffiarlo, e continuava a tirare. Aveva le orecchie appiattite ed emetteva dei suoni apparentemente umani. Lo sceriffo ebbe l’im­pressione che volesse dirgli qualcosa… Dio solo sa cosa.

— Forse di lasciar stare Bellamy, perché non c’è niente di più pericoloso di un’interferenza esterna quando sta succedendo qualcosa di soprannaturale — ribattei io, per subito pentirmene.

Papà mi guardò con aria incredula: l’ultima cosa che si sarebbe aspettato era una mia presa di posizione in favore di Anderson. — Parli come se credessi sul serio alla storia dello sceriffo! — esclamò.

Questo era esattamente ciò che volevo fargli pensare. Per evi­tare che si avvicinasse troppo alla verità, mi affrettai a dire: — Poco fa dicevi alla mamma che secondo te Anderson non menti­va. Per azzuffarsi con Bellamy e pensare che il gatto volesse farlo smettere, lo sceriffo doveva essere piuttosto sottosopra, e tutta la scena deve essergli parsa spaventosa e soprannaturale.

— Hai ragione — disse papà. — Però, su questo punto era piuttosto vago, forse perché quel che accadde poi fu ancora più incredibile. Ricorda: io non faccio che ripetere le sue parole. Per un momento, perdette completamente la testa e tirò un calcio al gatto facendolo volare attraverso tutto il marciapiede. Era spa­ventato, come lo sarebbe stato chiunque al suo posto. La bestiola gli si era aggrappata al polso e lui pensava che fosse impazzita e quindi pericolosa, specie in quel momento, poi, in cui doveva te­nere a bada anche un uomo fuori di sé… Il calcio sistemò il gatto che, riavutosi, scappò come un fulmine e si nascose in un garage vicino. Non appena fu scomparso, Bellamy si calmò completa­mente. Si mise a fissare lo sceriffo con aria stupefatta come se si fosse appena svegliato da un incubo. Con una smorfia di dolore si appoggiò alla vetrina, coprendosi la faccia con le mani. Ander­son dice che tremava tutto e borbottava delle parole strane: “Fuori dal mio corpo” diceva. “Oh Dio… come?”

Io commisi l’errore di prendere un cucchiaino e di rimetterlo a posto, ma per fortuna papà non si accorse che mi tremava la mano.

— Sei sicuro che disse proprio così, papà? Non aggiunse altro?

— No, se non più tardi quando Anderson pensò di aver sba­gliato arrestandolo, perché non ci si guadagnava niente a tenerlo chiuso in una cella.

Dall’aria accigliata di papà, capii che lo sceriffo era rimasto po­co soddisfatto di quello che Bellamy gli aveva detto.

Ma questo non diminuì la mia curiosità. — Chissà che spiega­zione complicata avrà dovuto tirar fuori! — esclamai. — Era lo­gica?

— Rispose a tutte le domande di Anderson — disse papà — ma non spiegò niente.

— Com’è possibile?

— Grazie all’alibi più antico e più valido che si possa trovare. Disse di non ricordare d’essere venuto alle mani con lo sceriffo. Non ricordava nemmeno il gatto, né perché si fosse fermato a guardare la vetrina. Una cosa inspiegabile… e una completa per­dita della memoria. — A questo punto papà scosse la testa. — Un’amnesia che duri settimane o mesi è difficile da simulare. Ma quando deve coprire un periodo di un’ora o poco più, immedia­tamente prima dello shock, la si può simulare in modo perfetto, pur di stare attenti a rispondere con prudenza alle domande. Po­vero sceriffo Anderson! Dovette vedersela anche con la madre del giovanotto, che arrivò come una furia, pronta, se necessario, a fargli ottenere la libertà provvisoria, e decisa comunque a far uscire immediatamente il figlio. La madre disse che crisi simili si erano già verificate due volte e che il minimo che Anderson avrebbe dovuto fare sarebbe stato di trattare Bellamy con genti­lezza e rispetto e di accompagnarlo a casa. Un neurologo le ave­va spiegato che la cosa non era grave; che forse il ragazzo aveva studiato troppo. Fra qualche mese si laureerà in medicina e se un ignorante di sceriffo non sapeva il suo dovere e si comportava co­me uno stupido — uno stupido oltretutto insensibile, in quella cir­costanza specifica — tutto il mondo accademico sarebbe insorto per dargli quel che meritava.

Io ero molto più scosso di quanto volevo che papà sospettasse e ricorsi alla prima scusa che mi venne in mente per cambiare di­scorso.

— Non capisco perché il News-Chronicle abbia pubblicato una simile storia, papà — dissi. — È un giornale del Partito riformista e nelle ultime elezioni ha sostenuto lo sceriffo Anderson. Perché esporlo al ridicolo?

Papà abboccò come prevedevo. Un’esca politica, sociale, o economica, non manca mai di attirarlo, bandendo dalla sua men­te qualunque altro pensiero. Immediatamente si mise a vivisezio­nare il giornalismo moderno con tutti i suoi aspetti buoni, cattivi e innocui.

— Bobby, nonostante la tua intelligenza, a volte mi stupisci — disse. — Come puoi essere così ingenuo? Cosa credi che ne sa­rebbe della tiratura di un qualunque giornale se si attenesse solo alle notizie attendibili? L’articolo di fondo è una cosa, la cronaca un’altra. In effetti…

Avrei potuto smettere di discutere, a quel punto. Erano quasi le nove, ma avevo la testa in subbuglio perché sapevo che Bella­my, uscendo di prigione, aveva tenuto per sé un mucchio di cose che io avrei voluto tanto sapere.

Forse al News-Chronicle non avevano l’indirizzo di Bellamy, tuttavia non mi sarebbe stato difficile procurarmelo. Per il momento volevo solo addormentare gli eventuali sospetti di mio pa­dre. Mi chiesi che cosa avrei potuto dire per convincerlo che non pensavo più al suo colloquio con Anderson, o che per lo meno lo giudicavo meno importante dell’aderenza — o della mancanza di essa — a una linea politica da parte del giornale nel procurare le notizie. Trovai la risposta senza fatica e, soppesatala, la giudicai valida.

— Se la notizia ha un valore reale — dissi — nessun giornale può ignorarla. Ma, dopotutto, è facile conformare una notizia al­l’orientamento politico del giornale. Per riuscirci, basta esporre le cose in modo che quanto è sfavorevole alle persone del pro­prio partito passi in seconda linea, e lo si attribuisca, magari, al­l’opinione di qualche esaltato. Così, può sembrare sciocco, e la persona di cui si parla merita comunque rispetto e ammirazione.

— Adesso esageri! — disse papà. — Come puoi solo pen­sare…

Mamma uscì dalla cucina prima che potesse finire, e io emisi un sospirone di sollievo.

— È mai possibile che vi comportiate così? — esclamò guar­dando l’orologio. — Sono proprio molto arrabbiata, Roger. Dico sul serio. Fai apposta per farlo arrivare tardi a scuola.

Con mia gran meraviglia, papà assunse un’aria colpevole. Non avevo mai visto mamma tanto arrabbiata, e immagino che lui sa­pesse che aveva ragione di esserlo.

— D’accordo — disse, alzandosi e raccogliendo le sue pagine del giornale che erano cadute per terra. — Abbiamo avuto una piccola discussione e non mi ero accorto che si faceva tardi. Non ti preoccupare… arriverà in tempo.

— Mi preoccupo, e tu lo sai — disse la mamma. — È molto importante che non faccia assenze. Quest’anno non ne ha fatta ancora una e non è mai arrivato tardi.

— Cosa importerà, fra vent’anni? — sospirò papà.

— Che modo di parlare! Come puoi essere così cinico nei ri­guardi di tuo figlio? Pensa se un tuo impiegato sparisse con un milione di dollari. Diresti che fra vent’anni al comitato di presi­denza della banca non importerebbe più niente.

— Non gliene importerebbe nemmeno adesso — disse papà — dato che la banca è assicurata.

— Ma qualcuno ci rimetterebbe — insisté mamma. — Qualcu­no ne soffrirebbe. Se si trattasse di azioni negoziabili, cosa ne sarebbe dei dividendi? Gli azionisti ne sarebbero danneggiati! Tut­to quel che si fa o si manca di fare mette in moto una catena di conseguenze per cui qualcuno finisce col pagare. Se Bobby sta­mattina arrivasse tardi a scuola per colpa tua…

— Va bene, va bene! — tagliò corto papà. — Mi hai messo a posto come si deve.

9

Charles Bellamy

Non mi è piaciuto quello che mamma ha detto allo sceriffo. Non che m’importasse tanto. Comunque, nessuno avrebbe creduto a una sola parola della mia storia, e io non ho il complesso del mar­tire. Tutto considerato, lo sceriffo non era poi così cattivo. Ma a me viene la claustrofobia a sentirmi rinchiuso in una cella. La mamma lo sa, e per questo è venuta alla riscossa.

Era un’idea folle, comunque, ma tutta la faccenda era folle. Quando frequentavo i primi anni d’università, da maggio a otto­bre andavo a vendere i libri di porta in porta. Ma un’occupazione di questo genere non è adatta a un uomo che fra nove mesi con­seguirà la laurea in medicina e ha ricevuto offerte per diventare assistente da parte di un’università dove non vige il principio che uno debba iniziare dal primo gradino della scala accademica e ri­salirla scrivendo articoli per oscuri periodici specializzati che nes­suno legge.

Se gli editori dell’enciclopedia non mi avessero offerto un pre­mio speciale perché avevo lavorato così bene negli anni passati; e se non avessi avuto il dono di persuadere le massaie a comprare qualsiasi cosa, non avrei nemmeno preso in considerazione la proposta. Il guadagno è due o tre volte superiore a quello di un insegnante di corsi estivi. Ma anche così…

Chiunque abbia provato sa che, a ragion veduta, girare per vendere libri non è poi cosa così deprimente e impossibile come comunemente si crede. C’è una cosa da dire in proposito. Sono poche le persone così scontrose e irragionevoli da sbatterti la porta in faccia, e capita di rado di dover infilare il piede nella fes­sura della porta fino a quando non si è riusciti a convincere i padroni di casa che non corrispondiamo per niente al concetto po­polare di come dovrebbe parlare e comportarsi un commesso viaggiatore che spera di fare buoni affari. Se si riesce a non essere troppo impacciati o troppo sfacciati, il successo arride sempre, e qualche volta ha del miracoloso. Non guasta mostrarsi un po’ ti­midi, purché si sia simpatici e gentili.

I venditori di enciclopedie hanno il privilegio di smerciare di porta in porta la “summa” di tutto il sapere umano, elegante­mente rilegato in cuoio e oro.

Da ragazzo ero passato parecchie volte davanti alla casa del vecchio Jonathan Oakham sognando che un giorno o l’altro avrei spinto il cancello di ferro battuto cigolante e arrugginito, e avrei attraversato il prato antistante la casa con la mia borsa in mano.

Il vecchio Jonathan Oakham era un tipo formidabile e se ci fosse stato ancora lui in quella casa, la possibilità di riuscire a fargli acquistare un’enciclopedia in dieci volumi non mi sarebbe passata per la testa. Era infatti notorio che possedesse per lo meno tre enciclopedie, più uno scaffale alto fino al soffitto di altri libri che integravano tutto quello che manca nelle enciclopedie.

Ma ora c’erano nuovi inquilini nella casa, e il loro arredamen­to, mobilio compreso — stavo passando di lì per caso, quando i facchini scaricavano il furgone del trasloco — non mi era parso del tipo di quello di Jonathan Oakham. Niente librerie, non parlia­mo poi di scaffali alti fino al soffitto. Cosa avevo da perdere a cercare di persuaderli a cominciare con un’enciclopedia, intorno alla quale, con gli anni, avrebbero potuto costruirsi una biblioteca? Molti cominciano proprio così, e poco alla volta prendono interesse alla letteratura, alla storia, all’architettura e alla pittura.

Fa piacere sentire che abbiamo contribuito ad allargare gli orizzonti culturali di gente nel pieno della vita, con ancora parec­chi anni utili davanti a sé, e mi sembrava che valesse la pena tentare.

Sul portone c’erano sia un picchiotto di ottone sia un campanello, e io optai per quest’ultimo. Come lo premetti echeggiò uno squillo nell’interno della casa. Aspettai, e poco dopo sentii un rumore di passi che si avvicinavano alla porta.

Poi una catena stridette e finalmente comparve una donna sui trentacinque anni, con l’espressione un po’ seccata. Ma questo non contava. E come potrebbe influire su una visione di assoluta bellezza che viene volteggiando verso di te sulle ali del mattino, mentre il sole fa avvampare di pagliuzze d’oro i suoi capelli? Sembrava che il bellissimo viso ovale fosse incastonato nell’oro. Non posso onestamente asserire che fosse la più bella donna che avessi mai visto. Però era una fra le più belle: su questo non ci sono dubbi.

— Be’? — disse lei, con voce un po’ roca. Ma nemmeno que­sto poteva guastare la sua bellezza. Nulla poteva guastarla.

Per un momento non riuscii a parlare e, per nascondere la mia confusione, mi misi a frugare nella borsa alla ricerca di una circo­lare che spiegava il motivo della mia visita. E perché tutti si per­suadessero che avrebbero fatto un “saggio acquisto” la circolare invitava il potenziale cliente a sfogliare un volume di quella che, senz’ombra di dubbio, era la miglior enciclopedia del secolo. Ma, non so perché, non riuscivo a pensare agli affari. Quello che desi­deravo era continuare a guardarla.

Lei cominciava a perdere la pazienza, e stava per chiudere la porta, quando una voce maschile, brusca e acuta, chiamò dall’in­terno della casa, come se l’uomo non avesse sentito il campanello o volesse dire alla donna di non tardare tanto ad aprire.

Non riuscii ad afferrare le parole, ma lei sì, ne sono certo, per­ché assunse un’espressione allarmata e fece per sbattermi la por­ta in faccia.

Ci riuscì, ma non fu abbastanza svelta da impedirmi di sentire quel che diceva l’uomo che, la seconda volta, parlò con voce più chiara.

— Dove sei, donna? Sono sordo e mi sta calando la vista. Ab­biamo tardato troppo. Loro sapranno quello che devono fare, ma noi dobbiamo raggiungere la caverna prima che sia troppo tardi.

Sono sicuro che qualunque altro commesso viaggiatore, al mio posto, si sarebbe ben guardato dal suonare il campanello un’altra volta e poi bussare, visto che nessuno apriva. Se ne sa­rebbe andato subito, mantenendo intatta quel po’ di dignità che gli restava.

Nel giro di un mese, un commesso viaggiatore assiste involon­tariamente a più di un litigio familiare ed è costretto a sentire pa­role che gli possono sembrare strane e prive di senso. Le capireb­be però se sapesse il motivo per cui è scoppiata la lite. Di regola ha abbastanza buon senso da rendersene conto, ed evita che quanto ha udito interferisca in qualche modo con il suo rapido e dignitoso congedo. Solo Charles Bellamy doveva allontanarsi dalla regola! Forse sono diverso anche sotto altri aspetti, perché non sono mai stato un tipo accomodante, e non sono capace di disinteressarmi delle cose che sembrano strane e misteriose, la­sciando perdere invece di volerle approfondire.

Era probabile che si trattasse di un comunissimo bisticcio fami­liare, nonostante le strane parole e il brusco, inconfondibile esor­dio: “Dove sei, donna?” Quando un uomo nutre rancore nei ri­guardi di sua moglie può accusarla magari anche di farlo diventa­re cieco e sordo, ma non in quel modo brusco e frenetico, e col sottinteso che erano mali a cui si poteva ovviare… E che cosa vo­leva dire poi con quelle altre frasi: “Loro sapranno quello che de­vono fare, ma noi dobbiamo raggiungere la caverna prima che sia troppo tardi”?

Continuai a bussare per un minuto buono e infine rinunciai, persuaso, non so come, che la donna avrebbe riaperto la porta per spiegarsi o addirittura per scusarsi, se ne avesse avuto la pos­sibilità. Non si sbatte la porta in faccia a un visitatore senza dargli alcuna spiegazione, specie quando questi ha ascoltato qualcosa su cui le malelingue cittadine potrebbero avere da spettegolare. Per lei non ero che un venditore di libri, e dare a un uomo, che ha il diritto di essere trattato con cortesia, l’equivalente di uno schiaffone, era una cosa alquanto sciocca da parte di gente appe­na arrivata in città.

Forse la necessità di calmare e rassicurare il marito era così ur­gente da impedirle di occuparsi d’altro? O non sapeva cosa dirmi per dare una spiegazione plausibile alle parole di suo marito che parevano le parole di un matto?

Mi voltai, e stavo attraversando il prato tremante d’ira e di de­lusione, quando vidi il gatto. Era un gattone che portava i segni di molte battaglie; non credo di aver mai visto un gatto così brut­to. I suoi occhi verdi scintillavano al sole, e io avevo la sensazio­ne che seguisse attentamente le mie mosse.

Questo, comunque, non mi fece né caldo né freddo… in prin­cipio. Un cane dall’aria feroce che ti osserva e brontola quando ti vede camminare su un prato che ritiene suo indiscusso dominio, non può essere ignorato. Ma sebbene anche i gatti possano esse­re pericolosi, a volte, è difficile che abbiano scatti d’ira a meno che non li si blocchi in un angolo o li si voglia prendere in braccio quando loro non vogliono essere coccolati.

Non mi preoccupai nemmeno quando, superato il cancello ar­rugginito, mi avviai sul marciapiede e vidi che il gatto mi seguiva. I gatti maltrattati vanno sempre alla ricerca di un nuovo padrone e seguono chiunque mostri di badare a loro. Non avevo motivo di pensare che quel gatto fosse maltrattato, salvo il fatto che la sua eccezionale bruttezza poteva aver indotto un padrone o una pa­drona — sia pur ben disposti — a essere un po’ bruschi con lui qual­che volta. Ma non c’era assolutamente niente di insolito né di preoccupante nel vedersi seguiti da un gatto per un pezzo di stra­da. Infatti, una volta un gatto mi seguì fino a casa e mamma mi proibì di dargli un piattino di latte perché quando i gatti sentono di poter essere accettati si sistemano in casa come ospiti perma­nenti.

Ci mancava anche che quella brutta bestia, che mi seguiva a di­stanza, diventasse ospite permanente in casa mia. Perciò mi co­strinsi a proseguire senza incoraggiarlo in alcun modo a seguirmi. Arrivato alla fine dell’isolato, quando attraversai per raggiunge­re il marciapiede opposto, avevo la sensazione che non fosse scomparso, ma persistetti nella decisione di non voltarmi per averne la conferma. Mi dissi che, se lo ignoravo, probabilmente sarebbe tornato a casa Oakham rassegnandosi a continuare a es­sere maltrattato, se non dalla sua padrona, da tutti i ragazzini del vicinato dotati di un carattere abbastanza crudele da divertirsi a dare la caccia — e a rendere la vita più difficile — a un gatto così grosso e così brutto.

Finalmente mi decisi a voltarmi, per una volta, e vidi che l’ani­male continuava a seguirmi. Ormai mi trovavo a tre isolati di di­stanza dalla casa Oakham e camminavo tanto in fretta che il gat­to doveva aver corso per non lasciarsi distanziare. Questo mi col­pì molto. Un gatto tanto deciso ad accompagnarmi a casa si com­portava più come un cucciolo randagio che come un felino, fer­mandosi quando mi fermavo, e poi correndomi appresso con tut­ta la velocità consentita dalle sue zampe.

Affrettai ancora il passo, dicendomi che era divertente essere pedinato da un gattone in cerca di casa, e che non avevo da preoccuparmi. C’erano ben altre cose che mi davano da pensa­re, compresa la tesi che avrei dovuto finire al più tardi per no­vembre.

Ero appena arrivato all’angolo successivo quando fui colto da un senso di vertigine, che mi costrinse a fermarmi. Qualche volta mi capitano attacchi simili, ma mai uno così forte come quello che mi aveva colto di sorpresa in strada; era certo molto più preoccupante del gatto. Possibile che il dottor Crowles si fosse sbagliato quando, sottoponendomi a una visita di control­lo, in giugno, mi aveva assicurato che ero in ottima forma?

Le vertigini non durarono a lungo. Ma mi avevano fatto pas­sare un momento talmente brutto che mi ricordai del gatto solo dopo aver percorso un altro isolato.

Ero sceso dal marciapiede e stavo attraversando la strada quando mi capitò una cosa ancora più brutta e allarmante del­l’attacco di vertigini. Incominciai a perdere il controllo delle gambe. Diventarono malferme e io non riuscii a proseguire se non barcollando e con la sensazione di perdere l’equilibrio. Ma quella strana sensazione non fu accompagnata da vertigini. Poi mi accorsi che anche le braccia avevano qualcosa d’insolito, perché quando tentai di alzarle per mantenere l’equilibrio — non avevo niente a cui aggrapparmi, ma intuivo che, alzando le braccia, sarei riuscito a reggermi — mi ricaddero inerti lungo i fianchi.

Proseguii vacillando con un rollio così violento che temetti di finire lungo disteso prima di riacquistare l’equilibrio.

Però, non caddi. O, per lo meno, non cadde il mio corpo. Pro­seguii barcollando, e la paura di perdere il controllo di tutti i mo­vimenti m’abbandonò.

Adesso avevo paura di un’altra cosa. Si trattava di un terrore molto più sconvolgente, in quanto mi faceva dubitare della mia sanità mentale. Il mio corpo continuava a procedere, ma io non facevo più parte di esso, ne ero completamente staccato e avevo l’impressione di seguirlo a distanza. Questa distanza aumentava man mano che il mio corpo smetteva di vacillare e si avvicinava al marciapiede ondeggiando appena. Lo guardai salire sulla cordo­nata e allontanarsi lasciandomi dietro di mezzo isolato. Mi trova­vo nel punto dove avevo visto il gatto e i miei movimenti diventa­rono lenti e goffi; inoltre, mentre camminavo mi sembrava che gli artigli — gli artigli, oh Dio! — facessero un rumore stridente sul­l’asfalto.

L’incubo che seguì non ebbe fine se non quando mi ritrovai nella cella della prigione, con lo sceriffo che faceva del suo me­glio per farmi tornare in me. Mi ero già calmato un po’ quando lui m’aveva dato la possibilità di rientrare in possesso del mio corpo, ma lui, questo, non poteva saperlo, e anzi sembrava con­vinto che fossi ancora in stato di shock, il che, sotto un certo aspetto, era vero. Tuttavia riuscii a rispondere a tutte le doman­de che mi rivolse e ricordavo abbastanza di quel che avevo letto a proposito delle amnesie per impedire che mi desse del bugiardo. E sì che moriva dalla voglia di farlo, lo capivo benissimo. Sono certo che non mi credette un momento, quando gli dissi che ave­vo un vuoto di memoria. Ma la venuta di mamma lo spaventò un po’, e io le diedi corda, dal momento che non avevo altra scelta. Se l’università fosse venuta a saperlo, tutta la mia carriera acca­demica avrebbe potuto esserne compromessa, ma il News Chronicle non pubblicò questa parte dell’accaduto, e mamma si decise a rischiare contando sul fatto che l’università si trova in un altro Stato.

Dopo tutto, può darsi che io abbia avuto una specie di vuoto di memoria. Anche adesso non sono del tutto sicuro di quello che successe dopo che mi allontanai da casa Oakham. La mente uma­na è il più grande di tutti i misteri e talvolta può creare illusioni così solide e tridimensionali che sembrano scolpite nel granito. E quello che accadde a me — o che io credetti mi accadesse — non era meno solido, anche se a me sembrava che si fosse verificato in più di tre dimensioni.

Mi sembrò prudente non parlarne allo sceriffo. Ma mi riuscì molto più difficile evitare di raccontare tutto l’accaduto a Bobby Jackson, quando venne a trovarmi nel pomeriggio di ieri. Quel ragazzo ha un certo modo di guardarti, come se fosse in grado di leggerti nella mente, e io finii per fidarmi completamente di lui.

Aveva avuto l’indirizzo dallo sceriffo Anderson, che da più di vent’anni è amico intimo di suo padre, ed ebbi la sorpresa, poco dopo l’una, di veder salire in camera mia mamma per annunciar­mi il suo arrivo. — Hai una visita, Charles. È un ragazzo che dice di avere una cosa molto importante da dirti.

Andai ad aspettarlo in cima alle scale. Un “ragazzo” poteva voler dire tanto un giovane di diciotto anni quanto un bambino, ed io ero curioso di vedere che età avesse. Era molto giovane, non più di tredici o quattordici anni. Non riuscivo a immaginare cosa avesse da dirmi di tanto importante un ragazzetto di quell’e­tà, a meno che non sapesse ch’ero iscritto a varie associazioni universitarie e potevo dirgli come fare per diventare socio di qualche Circolo quando avesse finito le scuole secondarie. A quattordici anni, l’università sembra ancora lontanissima, alla maggior parte dei ragazzi, anche se in effetti la distanza che li se­para è solo di tre o quattro anni.

Lo riconobbi mentre saliva le scale. Ma sicuro! Bobby Jackson, figlio del direttore della banca. Avevo sentito dire che era un ragazzo molto sveglio, a cui si pronosticava una brillante lau­rea sui venti anni.

Dopo averlo salutato lo feci accomodare di fronte a me, da­vanti alla finestra di quello che amo chiamare il mio studio. Fre­quenta l’ottava classe, il che vuol dire che non è molto precoce negli studi, dato che molti dodicenni la frequentano. Ma anche questo non mi stupì, perché molti giovani geni non saltano le classi, e hanno modo di esserne contenti, in seguito.

Comunque, non era venuto da me per parlare dei suoi studi, come scoprii presto.

Anche a lui interessava la casa di Jonathan Oakham, e aveva molte cose da raccontarmi in proposito, e più parlava, più la mia eccitazione cresceva; quando ebbe finito, gli raccontai tutto quel che sapevo.

Gli dissi il motivo che mi aveva spinto ad andare in quella casa, e come fossi rimasto a corto di parole quando la signora Martin mi aveva aperto la porta — lui non era così bambino da non com­prenderne il motivo e non sarebbe stato troppo vecchio neanche se avesse avuto novantatré anni — e di come lei mi avesse sbattuto la porta in faccia, non prima, però, che io avessi sentito suo mari­to chiamarla.

— È sicuro che fosse suo marito? — chiese Bobby Jackson.

— Era la voce di un uomo di mezza età — risposi. — Questa è l’unica cosa di cui posso essere sicuro.

— È proprio sicuro che abbia detto: “Loro sanno quello che devono fare, ma noi dobbiamo raggiungere la caverna prima che sia troppo tardi”?

— Sì, queste sono le parole esatte — confermai. — Non credo che potrò mai dimenticarle.

— E dopo di questo aveva suonato e bussato ancora! Devono essersi spaventati. Abbastanza, probabilmente, per…

Esitò, e io provai la strana sensazione che lui sapesse cosa sta­va passandomi per la mente. Mi parve sicuro che quanto mi avrebbe detto non mi avrebbe spaventato né sorpreso troppo e proseguì: — Io credo che sapessero che quando lei avesse attraversato il prato per andare al cancello avrebbe visto il gatto, che la guardava a sua volta. Ed erano sicuri che lei non avrebbe tro­vato niente di strano vedendo che la bestia la seguiva per strada. I gatti a volte, quando non si trovano bene in una casa, seguono degli estranei con l’intento di trovare una sistemazione migliore. Ai Martin non ci volle molto per attuare…

Esitò ancora una volta, ma io l’invitai a proseguire con un cenno.

— Be’… un trasferimento.

— Dall’uomo al gatto e viceversa. È questo che vuoi dire? — chiesi, con la certezza che lui “sapeva” cosa avrei detto, ancora prima di aprire bocca. — Ma perché, Bobby? Cosa speravano di ottenere?

— Non lo so bene — rispose lui. — Forse la sua distruzione. Quando capitò a me sentii che correvo un terribile pericolo. E non so cosa sarebbe successo se la signora Martin non mi avesse fatto uscire da quella situazione.

— Nel mio caso è merito dello sceriffo — dissi. — Quando die­de un calcio al gatto… — Mi sentii stringere la gola, e non riuscii a dire altro.

Bobby Jackson venne in mio aiuto. — Lo so — disse. — Quel­lo a cui diede un calcio facendolo volare oltre il marciapiede non era un gatto. Tuttavia lei non ha sentito dolore. Ne sono certo. Il trasferimento non era fisico, ma poteva esserlo.

— Non sentii dolore — confermai — però il suo intervento mi salvò.

— Forse perché ci sono dei limiti a quello che i Martin possono fare. Lei era molto lontano da casa Oakham, e uno shock tanto violento…

— E non è invece possibile che l’incantesimo si sia rotto da so­lo? — chiesi. — Che lo sceriffo non c’entri per niente?

— È possibile — disse Bobby Jackson. — Ma è un particolare di secondaria importanza. Quello che conta è che il trasferimento sia stato annullato. E questo prova che distruggerla non era così facile come i Martin avevano sperato.

— Secondo te, il trasferimento non era fisico — dissi, perples­so. — Però lo sceriffo Anderson ha le braccia graffiate, e questa è la prova che un gatto “umanoide” l’ha assalito.

— Ovviamente il trasferimento era fisico fino a quel punto — rispose Bobby. — Ma non in modo tale da farle sentire dolore se le si faceva del male, mentre il trasferimento faceva sì che lei ve­desse e sentisse attraverso gli occhi e le orecchie di un gatto, e la faceva muovere come se fosse davvero diventato un gatto.

— Ero io che facevo muovere le gambe del gatto?

— Sì. Tuttavia sono convinto che il trasferimento fosse in mas­sima parte mentale. Non è una definizione molto buona, ma con­fonde meno le idee che dire “psichico”. Il fenomeno è tanto in­consueto e così estraneo all’esperienza normale. È molto difficile stabilire fino a che punto “fisico” il “gatto” occupava il suo cor­po; oppure fino a quale stadio di trasformazione mentale lei fosse quando guardava il mondo con gli occhi di un gatto. Il gatto sentì dolore quando lo sceriffo lo prese a calci. Ma la sua mente non sentì dolore. Quando la cosa accadde a me, per un attimo ebbi la sensazione di provare, almeno fino a un certo punto, i pensieri e le emozioni di un gatto. Forse il trasferimento non è stabile e non è mai completo. Deve subire variazioni di qualità e d’intensità da un momento all’altro.

— Io so solo che fu un’esperienza agghiacciante — replicai. — Non vorrei che mi capitasse ancora.

— Farò del mio meglio perché non avvenga — disse Bobby. Lo fissai incerto se dirgli quel che pensavo nel timore di offen­derlo.

— Lo so — disse Bobby con un sorriso di comprensione. — Cosa può mai fare un ragazzo della mia età? È questo che pensa?

Lo guardai senza parlare.

— E naturale che pensi così — continuò, senza più sorridere. — Ma mi ha dato una chiave capace, forse, di aprire una porta molto oscura e nascosta. Quando il signor Martin — sono certo che la voce che lei sentì era la sua — gridò: “Dobbiamo raggiun­gere la caverna prima che sia troppo tardi”, sono sicuro che lei ha capito a quale caverna si riferisse.

— Certo — risposi. — Gower Cavern.

— Non è un’unica caverna, ma una serie di antri collegati fra loro, con una superficie totale di quasi un miglio quadrato. Non ci sono altre caverne, nei pressi di Lakeview, né grandi né picco­le. Quindi il campo si restringe molto.

— Non occorre che tu me lo dica — osservai. — Sono nato a Lakeview, e anche mio nonno era di qui.

— Lo immaginavo, ma non ero sicuro. Mi dica… ci è mai an­dato?

Feci un cenno di diniego. — Sembra che siano pochi quelli che vanno a visitare la Gower Cavern. Chissà perché.

— E non le è venuta la voglia, nemmeno da bambino?

— No, mai.

— Io invece ci sono andato spesso. Ma non in questi ultimi anni.

Dopo di che non dicemmo nient’altro d’importante.

Lo accompagnai giù, fino alla porta, senza sapere bene cosa dovevo dirgli al momento di separarci. “Vieni a trovarmi ancora, qualche volta” mi sembrava troppo banale, data la gravità dei fatti di cui avevamo parlato.

Fu lui a risolvere il problema, dicendo semplicemente: — Ad­dio, signor Bellamy. Quello che mi ha detto mi è stato di grande aiuto. Ci terremo in contatto.

Non appena la porta si fu chiusa dietro di lui, risalii in studio e tornai a sedermi vicino alla finestra. Avevo molte e serie doman­de da pormi.

Bobby Jackson aveva detto una cosa che non riuscivo a toglier­mi di mente. Ne aveva accennato una sola volta nel corso del no­stro colloquio, ed era stato riluttante a soffermarcisi sopra. Ma tutt’e due sapevamo che era la cosa più importante tra tutte quel­le di cui avevamo parlato. Perfino le terrificanti supposizioni cir­ca quello che mi era accaduto, dopo essere uscito da casa Oakham, rivestivano un’importanza relativa in rapporto all’oscuro nocciolo del mistero, che era molto più profondo.

“Io sono convinto” aveva dichiarato il ragazzo “che i Martin non sono affatto esseri umani”.

Quando sentii queste parole lo fissai aspettando che si spiegas­se meglio, cosa che ero certo avrebbe fatto se io non avessi detto niente.

Le mie speranze non furono deluse. “Sono convinto che siano solo… corpi” disse. “Forse non sono nemmeno fatti di carne e di sangue, ma di questo non sono sicuro. Corpi a cui è stato conferi­to il potere di pensare e sentire, in modo completamente innatu­rale”.

Io continuai a tacere, e lui cambiò discorso, in un modo che mi risultò anch’esso misterioso. So solo che non mi riuscì di chieder­gli cosa intendesse dire con quel “innaturale”. E sì che ci tenevo a saperlo. Comunque, lo strano blocco mentale che lui era riusci­to, chissà come, a impormi, era scomparso, e io cominciai a pensare in modo serio alla parte che uomini e donne artificiali, morti viventi e Frankenstein, occupano nel pensiero umano.

Questo è uno dei grandi, misteriosi enigmi che non sono mai stati esplorati in profondità, nonostante tutto quello che si è scrit­to sull’incognito nel campo dei racconti fantastici.

Per esempio: perché ci attira e ci turba così morbosamente lo spettacolo di un cadavere che cammina, o di qualche orrore ana­tomico dai piedi deformi, il cui cervello paradossalmente sia in­capace di pensare ma, nello stesso tempo, malevolo? Perché dobbiamo essere tanto spaventati quanto attratti al punto da fis­sare avidamente e a lungo uno spettacolo, sia sulla scena sia sullo schermo, che dovrebbe farci fuggire inorriditi e indurci a tutto pur di dimenticarlo?

Che cosa succede ai meccanismi di difesa che chiamiamo in nostro aiuto quando vogliamo dimenticare le più insostenibili esperienze fatte da svegli al di fuori del mondo dello spettacolo e delle pagine dei libri… qualcuno intrappolato in un edificio in fiamme senza possibilità di scampo, un paralitico che esala l’ul­timo respiro nella corsia di un ospedale, un mendicante cieco, carico d’anni che cammina a fatica in mezzo a un’allegra folla di festaioli?

È perché esiste, sepolto nelle profondità della nostra mente, un “quid” imprigionato che sa cosa significa essere morti o non avere più speranza di scampo ed è perciò capace di identificarsi con i mostri da incubo e con le creature che rivivono dopo essere uscite dalla tomba?

Forse, in un certo senso, noi facciamo esperimenti di laborato­rio su noi stessi; forse recitiamo inconsciamente alla Boris Karloff, stesi in preda a narcosi su un lettino, e con il copione sepolto nella profondità del nostro animo, lentamente e orribilmente ci ridestiamo alla vita mentre i lampi saettano tutt’intorno a noi?

Perché, quando abbiamo letto Giro di vite di Henry James, torniamo più e più volte a rileggerlo, quasi potessimo vedere quel “quid” sepolto rispecchiarsi mostruosamente nella ragnatela di tenebra che lentamente e inesorabilmente si avvolge intorno ai due bambini terrorizzati?

Non potrebbe darsi che le storie di vampiri e di lupi mannari provochino la stessa specie di fascino ipnotico, malevolo come lo sguardo dei serpenti, perché la trasformazione dell’uomo in be­stia fa scattare in fondo alla nostra mente un meccanismo simile?

La resurrezione dei morti non è il più spaventoso e nello stesso tempo il più irresistibile e attraente argomento della letteratura, anche se i grandi maestri di questo genere sono così pochi che es­so non occupa una parte preponderante nella creatività umana, unicamente perché l’immaginare un essere fatto di carne non più viva, riportato alla vita in modo non naturale, ci pone di fronte all’ignoto in un confronto che è tanto inevitabilmente falso quan­to inevitabilmente vero?

Noi siamo tormentati da quell’orrore come certi animali da la­boratorio crudelmente chiusi in un labirinto cieco, pungolati ol­tre il limite della sopportazione da qualcosa che non possono spe­rare di capire, ma al quale sanno di doversi sottomettere.

La resurrezione dei morti può assumere aspetti sottili e dispa­rati travestimenti, e a volte non è neppure necessario che siano i morti a dover essere rianimati per alzarsi dal lettino con aspetto di mostri.

Certo, costruire sembianze umane con materia inanimata, e non importa se la forma esteriore è bellissima, e soffiare in esse la scintilla della vita significa togliere alla mente umana le sue di­fese.

Quando Bobby mi stava seduto davanti, per un momento le mie difese non funzionavano più. C’era in lui qualcosa di straor­dinario, una maturità e una capacità di percezione in assoluto contrasto con la sua età. Esteriormente era un ragazzino spetti­nato con le lentiggini sul naso. Interiormente…

Come ho potuto permettergli di guidare i miei pensieri come ha fatto, talvolta con impazienza, come se seguendo un filo d’i­dee suggerite da lui mi fosse impossibile soppesare al loro giusto valore le informazioni che gli davo, e inserirle in un quadro che gli sarebbe stato utile?

Utile per cosa? Ricordavo altre cose che aveva detto, cose che ora, ripensandoci, mi sembravano tanto strane da essere incredi­bili.

“Può darsi” aveva detto “che si stia evolvendo un nuovo tipo di uomo da quello che noi ci siamo compiaciuti d’immaginare come uno stampo in cui è stata foggiata tutta l’umanità. Che certezza possiamo avere che quello stampo non sia stato rotto? L’esisten­za di questo superuomo in mezzo a noi potrebbe essere l’unica protezione dell’umanità contro le fredde, imperscrutabili intelli­genze di altri mondi”.

“E tu credi che l’umanità abbia bisogno di questa protezione, adesso?” gli avevo chiesto.

“Ne sono certo. Quello che le è successo uscendo da casa Oakham non è stato un episodio isolato. Io stesso ho vissuto un’espe­rienza simile e non dubito che altre ne accadranno, ad altre per­sone. Per ora si tratta di casi rari, forse, e coloro che sanno o so­spettano la verità possono essere stati costretti al silenzio”.

“Uccisi?”

“O fatti prigionieri. Credo che essi procedano con cautela, passo passo, se vogliono persuadere tutti, qui a Lakeview, che i Martin sono esseri umani come lei e me, rispettabili membri di una comunità che non è ostile ai nuovi venuti, purché abbiano solide basi e si sappia chi sono. Per questo devono aspettare e guardarsi intorno. Nei primi stadi di un esperimento come que­sto, molte cose possono andare storte, per cui chiunque venga a scoprire accidentalmente la verità deve esser ridotto al silen­zio”.

“E poi?”

“Se l’esperimento riesce ci saranno molti Martin in tutte le cit­tà e i paesi della Terra. Avranno dei compiti da svolgere e li svol­geranno… e la Terra sarà conquistata”.

Ripensai al momento dell’arrivo di Bobby. Quando l’ho porta­to qui, invitandolo a sedere davanti a me, abbiamo cominciato a parlare. Io lo giudicavo un quattordicenne sveglio, e niente più. Anche quando se n’è andato non avevo la sensazione, che ho in questo momento, che, se esiste un superuomo in mezzo a noi, può darsi che non occorra cercarlo molto lontano…

Il bagliore si accese così all’improvviso sulla parete opposta che sulle prime pensai che il vento avesse sollevato la tenda la­sciando entrare un fiotto di sole abbagliante nella stanza. Ma un raggio di sole non ha la capacità di far dissolvere la parete di una stanza e di far emergere dal bagliore un’ombra scura che stringe in pugno una specie di tubo corto e con l’estremità arro­tondata.

L’omba uscita dal bagliore avanzava verso di me, assumendo via via che si avvicinava forma umana e poi, più lentamente, le fattezze di una donna dagli occhi scintillanti, che puntava il tu­bo verso di me, mentre la luce accecante si diffondeva sul pavi­mento e sul soffitto e nel mio cervello prendevano forma le pa­role.

“Questo è difficile per loro. Le energie che cementano la materia resistono a una manomissione così pericolosa e lo spo­stamento termonucleare è di breve durata. Il mio corpo e la parete attraverso cui sono passata sono stati trasformati in energia radiante da questo tubo. Ma la disintegrazione del tuo corpo non sarà così dolorosa. Non te ne accorgerai nemmeno, e quando riprenderai conoscenza anche la tua struttura atomica sarà tornata normale. Ma non devi muoverti, altrimenti dovrò ucciderti”.

La signora Martin era immobile. Lentamente sollevò il tubo finché non l’ebbe puntato in direzione della mia testa.

10

John Dyson

Era tutta la mattina che andavo avanti e indietro per la stanza e guardavo dalla finestra, dicendomi che da un momento all’altro avrei visto Laura attraversare la stanza per venire da me, senza fiato per la fretta, ponendo fine così al mio tormento, e assicu­randomi che la sua sparizione non aveva nulla di anormale e che non occorreva che avvertissi lo sceriffo.

Su questo punto non avevo rimorsi. Se la sua mancata ricom­parsa alla biblioteca dopo l’intervallo di mezzogiorno, ieri matti­na, non aveva allarmato la sua sostituta, che non si era presa la briga di cercarla fino al tardo pomeriggio, altre persone la pensa­vano diversamente.

Una di queste era lo sceriffo. Anderson conosceva molto bene Laura e quando gli telefonai mi disse subito che la credeva dispo­sta a piantare in asso i suoi doveri di bibliotecaria come avrebbe creduto me disposto a piantare la classe affidandola a Bobby Jackson, per andarmene a pescare. Naturalmente non nominò Bobby Jackson. Ma quando uno è fuori di sé per la tensione e le preoccupazioni, le più impensate assurdità gli balenano nella mente e se si è ancora abbastanza calmi e presenti si cerca di ban­dirle per evitare che da esse ne derivino altre, più terribili e non meno assurde.

Era possibile che Laura avesse fatto le valigie e fosse partita senza dire a nessuno dove andava? No, era assurdo. Mi avrebbe sicuramente informato… Non era da lei prendere alla leggera quello che c’era fra noi al punto da infliggermi una ferita così cru­dele. La possibilità che fosse stata travolta da una macchina e ri­coverata all’ospedale di Lakeview era anch’essa da scartare, se non altro perché non era stata ricoverata, né si erano verificati incidenti automobilistici a Lakeview, ieri.

E se invece… Il pensiero era così spaventoso, che per un mo­mento non mi resi conto quanto sarebbe stato difficile, per un pi­rata della strada, fermare la macchina, scendere, raccogliere la sua vittima e, invece di scappare, portarla con sé, senza lasciare alcuna traccia dell’incidente.

No… c’era un’altra spiegazione del come e del perché era scomparsa. Che il fatto si fosse verificato fra le undici e mezzo­giorno, quando le strade sono piene di gente, rendeva la cosa ancor più inspiegabile. Nel corso degli ultimi dieci anni si erano ve­rificati a Lakeview solo quattro episodi di violenza, ma mi rifiuta­vo di pensare a quel genere di violenza, e tutti erano avvenuti di notte.

Se non fosse stato sabato i problemi scolastici mi avrebbero di­stratto fino a quando non fossero arrivate notizie. Comunque non sarei stato costretto ad andare in su e giù in quel modo, di­sperato e senza sapere cosa fare. Non potevo aiutare Laura in nessuna maniera e dovunque lei fosse — oh, Dio, dovunque fosse! — e certamente non ero utile a me stesso.

D’un tratto tornai a pensare ancora a Bobby Jackson. Perché i miei pensieri tornavano a lui con tanta insistenza, in quel mo­mento in cui avevo ben altre preoccupazioni? Forse perché il cielo era cupo e verso est si addensavano nuvole temporalesche? Fissavo le nuvole e mentre le guardavo mi sembravano sempre più scure.

Mi tornò alla mente il fulmine che era penetrato in classe zig­zagando e si era poi suddiviso in modo così terrificante che io ero rimasto paralizzato a fissare Bobby mentre il fulmine restava so­speso sulla sua testa.

Che cosa aveva cominciato a dirmi Bobby prima del fulmine, quando il rombo del tuono mi aveva quasi assordato? “Non cre­do che tutto si fermerà”.

Be’… tutto si era fermato per un momento, compreso il battito del mio cuore. Anche per Laura si era fermato tutto allo stesso modo? Ed era possibile che il fulmine che era rimasto sulla testa di Bobby senza colpirlo…

Stavo allontanandomi dalla finestra, pensando che forse una sigaretta poteva calmarmi un po’ — è strano come talvolta basti accendere una sigaretta per evitare di fare un ultimo decisivo passo nel buio, di cui in seguito non si smetterebbe mai di pentir­si — quando suonò il telefono.

Fece in tempo a squillare tre volte prima che raggiungessi il ta­volo su cui era sistemato l’apparecchio ed ero in preda a una tale paura di non arrivare a rispondere in tempo, che per poco la pau­ra non si realizzò.

Nel sollevare il ricevitore quasi rovesciai telefono e tavolo, e mi tremavano ancora le mani quando sentii la voce di Bobby chiedere dall’altro capo del filo: — È lei, signor Dyson?

Perché proprio Bobby, e non lo sceriffo, che mi telefonava per dirmi che Laura era stata ritrovata e voleva parlarmi, perché vo­leva dirmi subito, davanti allo sceriffo, che non solo era sana e salva, ma che mi amava tanto? Se me lo avesse detto, io avrei ri­sposto: “Non saprai mai quanto ti amo io” e tutte le nuvole tem­poralesche sarebbero scomparse… almeno per me.

Invece era solo Bobby. Cosa poteva dirmi che fosse capace di stornare le mie angosce?

— Signor Dysoh, mi ascolta? — disse in tono urgente, come se il “clic” che aveva sentito quando io avevo sollevato il ricevitore lo autorizzasse a ritenere strano il mio silenzio.

— Sì… ti ascolto, Bobby — risposi. — Un momento che il filo si è impigliato… Scusami se non sono riuscito a rispondere subi­to… ma sono molto preoccupato.

— A causa della signorina Hartley…

— Sì — interruppi. — Speravo che fosse lo sceriffo a chia­marmi.

— Lo sceriffo non sa dov’è la signorina, signor Dyson — disse Bobby. — Io invece lo so.

Dire che rimasi stupito è poco. Mi sembrava di ascoltare la vo­ce di un rapitore che si mette in contatto con un padre affranto per stabilire il riscatto. Non che reputassi Bobby un rapitore. Pe­rò confesso di vergognarmi dei pensieri che mi passarono per la testa al primo momento.

Come poteva sapere dove si trovava Laura se non era al cor­rente delle circostanze relative alla sua scomparsa? E se ne era al corrente perché non ne aveva parlato allo sceriffo? Doveva es­sersi reso conto di attirare su di sé l’ombra del sospetto tacendo con Anderson e confidandosi solo con me…

Ma se davvero sapeva l’unica cosa che m’interessava in quel momento, mi sarei ben guardato dal rendermelo ostile minac­ciando di portarlo dallo sceriffo. Mi sorpresi a domandarmi come facesse a sapere che tra me e Laura…

Lasciai che il silenzio si prolungasse ancora, ma stavolta ero si­curo che non l’avrebbe trovato strano, perché sapeva certamente quanto mi avessero colpito le sue parole.

— Bobby — dissi.

— Sì, signor Dyson?

— Non riuscirei mai a perdonarti se tu non fossi assolutamente sicuro di quanto dici. Perciò preferisco crederti.

— Io so dov’è, signor Dyson… e vado a cercare di liberarla.

Cercare di liberarla! Rimasi immobile per un momento, strin­gendo così forte il ricevitore che sentii pulsare il sangue nelle di­ta. — Stai dicendo che qualcuno la tiene prigioniera? Un uomo… o parecchi uomini? Devi sapere anche questo. Dimmi che cos’è successo, Bobby. Non importa quanto sia grave, Anderson saprà cosa fare. Ha già avuto a che fare con dei rapitori.

— Non è stata rapita, signor Dyson. Cioè, quando si parla di rapimento si pensa a una cosa molto diversa.

— Se è prigioniera contro la sua volontà è la stessa cosa. Che stai cercando di fare, Bobby? Vuoi tormentarmi oltre ogni limi­te? Non capisco perché tu debba essere evasivo dal momento che non hai motivo per nascondermi alcunché.

— Le dirò tutto, signor Dyson, se ci troviamo fra circa mezz’o­ra alla Gower Cavern. Ma se porterà lo sceriffo, non potrò libe­rarla.

— Capisco. Poni delle dure condizioni, Bobby.

— È necessario, signor Dyson.

— D’accordo, Bobby. Verrò.

— Solo?

— Non mi lasci possibilità di scelta.

Il che, ovviamente, non era vero, e quando deposi il ricevitore ero deciso a chiamare subito lo sceriffo.

Non so, invece, perché poi cambiai idea. Forse non giunsi a una decisione in merito, perché posso dire soltanto che ogni volta che allungavo la mano verso il telefono qualcosa mi impediva di sollevare il ricevitore. Sembrava che una specie di paralisi mi ar­restasse la mano a pochi centimetri dal telefono, ma più che una paralisi era una completa mancanza di volontà.

11

Bobby Jackson

Ricordo tutte le gite che ho fatto alla Gower Cavern. Quando avevo sette anni ci andavo tre o quattro volte al mese, tutte le volte che mi prendeva la voglia di andare a frugare, armato di pi­la, un mondo misterioso, sotterraneo, dove tutto sembrava più grande di quanto fosse in realtà. Più grande e più cupo. Il silenzio e l’ombra mi spaventavano, ma mi procuravano anche l’emozio­ne di sentirmi un ardito esploratore che si avventura nelle viscere della terra alla ricerca di tesori nascosti.

Un paio di volte m’ero abbandonato a fantasie infantili, pen­sando di essere un minatore che si avventurava in una miniera con la lampadina legata alla fronte e un piccone sulla spalla. Uscendo dalla caverna mi dicevo che era un bene che nessuno sa­pesse quanto fossi infantile a volte, ed è probabilmente grazie al mio bisogno di tenermi strette le mie idee che mi s’impressero per sempre nella memoria quelle prime escursioni.

Quando ci si trova sulla riva di un fiume, sotto uno scroscio di pioggia e attraverso l’acqua turbolenta si scorge una trota arco­baleno, e ci si sente vicini al cuore pulsante della natura… allora com’è possibile non sentirsi diversi da Willie Simpson con il suo camioncino di pompieri o da Jackie MacClary con la sua biciclet­ta rossa e gialla?

Non fatemi domande e io non vi dirò bugie. Ci sono cose che, ne sono certo, nemmeno Kant sarebbe riuscito a spiegare con l’aiuto di tutta la sua fredda logica, ed è possibile che, a sette od otto anni, l’autore della Critica della Ragion Pura fosse un ragaz­zetto con la testa dura e il carattere litigioso, sempre pronto a battersi, mentre i suoi pensieri vagavano verso l’eternità e si face­vano beffe delle ginocchia sbucciate e dei pantaloncini infangati.

Un improvviso soffio di vento, proveniente dall’esterno, mi riempì gli occhi di polvere e il bruciore mi riportò bruscamente a una realtà così brutta, spaventevole e carica di pericoli che tutti i lontani ricordi infantili a cui m’ero abbandonato per un momento sembrarono allontanarsi rotolando nel buio in cui camminavo, col signor Dyson a fianco. Era singolare come i ricordi di sette anni prima sembrassero a volte talmente remoti, che invece di sette, gli anni trascorsi da allora avrebbero potuto essere cin­quanta o cento.

Sapevo che se mi fossi voltato verso il signor Dyson per chie­dergli: “Chi è Laura Hartley?”, lui mi avrebbe fissato con aria stupita e ignara. Ero stato costretto ad agire così — tanto per il suo bene quanto per il mio — e mi era bastato un minuto per im­porre un blocco alla sua memoria.

Altrimenti sarebbe stato così preoccupato e mi avrebbe subis­sato di tante domande da minacciare la calma che io cercavo di mantenere con tutte le mie forze. Non poteva fargli alcun male convincerlo — e io gli avevo inculcato questo convincimento — che gli avevo chiesto di accompagnarmi perché avevo scoperto per caso nella parte più interna della caverna, una strana formazione geologica, e dovevo subito discuterne con lui, dopo avergliela mostrata, affinché si persuadesse da solo di quanto fosse straor­dinaria.

Gli avevo anche fatto credere che quella scoperta era in rap­porto con la questione dei dischi volanti, di cui avevamo parlato in classe al principio della settimana, perché sapevo che così sa­rebbe stato sempre attento e in guardia.

Non sapevo se avrei avuto bisogno o no del suo aiuto. Ma in caso positivo, la sua impossibilità di ricordare quel che gli avevo detto al telefono non avrebbe avuto alcun peso. Se avevo sbaglia­to nel chiedergli di venire con me, lo avrei saputo presto. Ma non credevo di aver sbagliato. Affrontare da soli un pericolo molto grave è sempre un errore, a meno di sapere di poter contare su un eventuale aiuto. Anche se i risultati sono disastrosi non signi­fica che la decisione iniziale fosse sbagliata. Significa soltanto che circostanze indipendenti dalla nostra volontà hanno preso una piega imprevista.

Sapevo che avrei dovuto combattere da solo la battaglia decisi­va, e se la mia fermezza avesse vacillato, sia pure per un attimo, non avrei avuto speranze di salvezza. Ma sapevo altresì che quanto mi aspettavo d’incontrare in fondo a un grande insieme di caverne, dove sfociava tutto il sistema di gallerie e diramazioni, era certamente troppo complesso per affrontarlo senza aiuto. Quando si batte a una porta buia e ben sorvegliata ed essa si apre silenziosamente su una oscurità ancora più terribile, è bene avere vicino qualcuno di cui ci si fidi appieno e il cui coraggio, almeno, è ancora integro.

Sapevo che fra non molto ci saremmo trovati immersi nel buio assoluto se non avessimo acceso le lampade portatili. Io ne avevo portate due, e ne avevo data una al signor Dyson.

Per ora, comunque, arrivava ancora abbastanza luce dall’im­bocco, e l’unico ostacolo era costituito dai ciottoli sparsi sul fon­do della caverna e da alcune lastre piatte a livello del terreno.

Negli otto o dieci minuti trascorsi da quando avevo fatto sì che lui non potesse ricordare Laura Hartley inserendo nella sua men­te un’altra ragione per la nostra visita alla caverna, il signor Dy­son non aveva detto una parola.

Sembrava affascinato dall’ampiezza, che andava aumentando, di quel mondo sotterraneo, e dal gioco di luci e ombre sulle pare­ti, al punto da scordare, per un momento, non solo l’agitazione e l’ansia che io l’avevo costretto a bandire dalla mente, ma anche la straordinaria scoperta che avevo inventato. Non dimostrava alcuna fretta di arrivare a quell’inesistente struttura rocciosa che, se non fosse stata inventata di sana pianta, avrebbe riportato in primo piano l’argomento degli Oggetti Volanti Non Identificati, della cui esistenza io avrei portato prove inconfutabili.

Ma il signor Dyson è fatto così. Non voglio dire che pensa a bi­nario unico, ma qualche volta, quando i suoi pensieri viaggiano a rotta di collo su un binario, non è capace di farli deviare su un al­tro senza provocare un deragliamento. Ignora le segnalazioni, i semafori, i frenetici gesti degli addetti agli scambi, e procede a gran velocità verso il disastro. E qualche volta il pericolo è grave. Ma chi ero io per notare le crepe dell’armatura di un uomo così singolare? Lui se ne stava chiuso quasi sempre in quell’armatura, e probabilmente sarebbe uscito incolume da una caduta di trenta metri se, cadendo, avesse pensato con fermezza e decisione a quel che gli stava capitando. Ho pensato spesso che se qualcuno gli avesse detto che Lakeview era in preda alle fiamme mentre lui stava correggendo un componimento che gl’interessava in modo particolare, avrebbe continuato nel suo lavoro finché le pareti della classe non fossero crollate.

In quel momento stava guardando il soffitto della caverna, come se le rocce affioranti lo facessero pensare alle stalattiti, oppu­re che lassù dovevano esserci dei pipistrelli. Ma io sapevo che nella caverna non c’erano né pipistrelli né stalattiti.

Del resto, la Gower Cavern non ha bisogno di essere infestata dai pipistrelli per dare a chi vi penetra la sensazione di essere os­servato da furtive creature che volano o strisciano nel buio. C’e­rano dovunque ombre grottesche e le rocce stesse erano mac­chiate e striate e parevano fuse.

A me sembrava di trovarmi all’interno di un’enorme meteorite cava che si fosse schiantata sulla valle quando la Terra era giova­ne; una meteorite che affondava sempre più nel terreno col pas­sare dei millenni, e che forse un giorno sarebbe sparita.

Mi accorsi d’un tratto che il signor Dyson si era fermato, e mi stava tirando per un braccio. — E meglio che non andiamo oltre senza accendere le lampadine — disse. — Qui davanti c’è una svolta brusca e sicuramente poi ci troveremo nel buio completo.

— D’accordo, accenda la pila — gli dissi. — Non c’è nessun motivo per continuare a inciampare nei sassi.

— Non c’è nessun motivo? — ripeté lui, e mi stupì il suo tono preoccupato. — Ho la sensazione che tu mi nasconda qualcosa. Non me ne intendo per niente di geologia, e anche se abbiamo parlato di dischi volanti qualche giorno fa non capisco perché tu abbia dovuto telefonarmi insistendo per farmi venire qui subito. Potevo aspettare fino a domani. La domenica è la giornata mi­gliore per esplorare una caverna come questa, specie dopo che si è avuto una settimana molto pesante a scuola. Ci vuole un po’ perché le ragnatele della fatica si diradino; questa, inoltre, è una giornata molto pesante. È tutta mattina che il cielo si va rannuvo­lando. Mi sembra che una bella giornata di sole dovrebbe sem­brarti più adatta dopo quello che è successo martedì a scuola.

Dunque si ricordava della mia telefonata, anche se ero riuscito a fargli dimenticare che l’avevo chiamato per parlargli di Laura Hartley!

— È difficile aspettare quando c’è in ballo una cosa molto im­portante, signor Dyson — gli dissi. — Inoltre, secondo il bolletti­no meteorologico, domani pioverà tutto il giorno.

— Ti sei preso la briga di informarti sul tempo, Bobby? Be’, se per te è una cosa tanto importante, sarà meglio che ti segua senza più brontolare. Però continuo ad avere la strana sensazione che tu mi nasconda qualcosa. È vero?

— No di certo, signor Dyson. Perché dovrei farlo?

— Forse per averla vinta, Bobby. Anche una roccia strana può… be’, essere truccata. La togli da un posto, la metti in un al­tro…

“Oh, qual rete intricata tessiamo, se sulla via del mentir ci inol­triamo”. Era un’asserzione ovvia e sciocca, o il poeta che l’aveva scritta aveva infisso una pietra nella eterna via della saggezza? Ormai giaceva nella tomba fin dal diciottesimo secolo, e non po­tevo andare a chiederglielo, viaggiando a ritroso nel tempo.

E poi dovevo esplorare davanti a me, nelle viscere della caver­na dove quel genere di saggezza, o di mancanza di saggezza, non aveva la minima importanza. Quando ci si accinge a ingannare un’intelligenza fredda e sconosciuta che progetta di conquistare la Terra senza commettere il minimo errore, si procede sull’orlo di un abisso in fondo al quale c’è la morte, e allora la rete che si è costretti a tessere è molto, molto intricata.

Sembrava che il signor Dyson si fosse subito pentito di avermi accusato di “truccare” le rocce, perché mi diede una pacca sulla spalla e continuammo a camminare in silenzio.

Aveva acceso la lampadina che bastava da sola a illuminare un ampio tratto di terreno davanti a noi, cosicché non era stato ne­cessario che accendessi anche la mia.

Superammo la svolta senza fermarci, aggirammo un grosso macigno, e stavamo per svoltare un’altra volta, quando i due Martin uscirono dall’ombra della parete di fronte a noi.

Il signor Martin reggeva un lungo tubo lucente che mandava un bagliore tanto intenso da rendere completamente inutile la lampadina del signor Dyson. La signora Martin era a mani vuote, e mi fissava come se sperasse che io morissi e non potessi av­vicinarmi di più, prima che suo marito balzasse al suo fianco.

Il signor Martin doveva condividere i suoi pensieri e sapere esattamente quel che lei voleva che facesse, perché il tubo si sol­levò e il raggio si mosse verso di me.

Fu un errore madornale, l’ultimo che egli commise. Io ero im­mobile e per un attimo provai la sensazione di essere trasformato in una colonna di fuoco. Ma fu solo l’effetto del calore provocato dal raggio, prima che il signor Martin facesse un balzo indietro lasciando cadere il tubo. Se il raggio mi avesse preso in pieno non sarei riuscito a fermarlo e lui avrebbe colpito anche il signor Dy­son, perché non ci sarei stato più io a impedirlo.

Costringere il signor Martin a ripiegarsi su se stesso con le ma­ni contratte sullo stomaco e la bocca aperta per lo spasimo, come un pesce fuori d’acqua che lotta per respirare, non era stato diffi­cile come prevedevo.

Lentamente, inflessibilmente, procedetti alla sua distruzione, costringendolo a rivolgere contro se stesso tutta l’energia innatu­rale del suo corpo squassato da un violento tremito. Sapevo di poter influire sulla sua mente per trasformarla in un’arma capace di distruggere quella vita, se essa l’avesse ordinato, e la forza mentale che impartì l’ordine non vacillò per un solo attimo. Sa­pevo dove si trovava il centro dei comandi ed ero sicuro che sarei riuscito a farli prevalere.

Ricordando quello che aveva fatto perché non era umano, non provai alcun senso di colpa.

Mi riuscì invece più difficile la distruzione della signora Mar­tin. Mi aveva talmente affascinato che per un attimo intero, dopo che aveva cessato di muoversi, non riuscii a smettere di pensare come sarebbe stata bella se l’avessi incontrata in un bosco d’au­tunno, e lei mi avesse guardato col sole che le brillava nei capelli, senza avere paura di me, e senza che sospettassi che quella sua straordinaria bellezza era stata creata per nascondere un mecca­nismo inumano dotato di un cervello artificiale gelido e spietato.

Quello che ero stato costretto a fare avrebbe potuto essere più insopportabile se avessi avuto più tempo per soffermarmi sul suo aspetto attuale, su come giaceva davanti a me rattrappita, morta e stranamente rimpicciolita, fissandomi con gli occhi che non ve­devano più. Ma mentre io stavo chinandomi per esaminare il tu­bo sfuggito dalle mani di Martin, altri quattro sbucarono oltre la svolta della caverna.

Vedendoli, il signor Dyson gridò e fece un balzo indietro, il che mi procurò quei pochi secondi che mi erano necessari per ri­prendermi dalla sorpresa che avevo provato riconoscendoli e per distruggere anche loro.

Fred Halstrom, il meccanico del garage, fu il primo ad arretra­re verso la parete della caverna. Samuel Thompson, il professore di ginnastica, era un uomo dalla costituzione atletica, nel fiore degli anni, ma questo non gli impedì di morire con la stessa rapi­dità del signor Martin. Clifford Andrews non si era occupato che di libri per tutta la vita, e la posizione rattrappita che assunse im­mediatamente sembrava naturale, in lui. Ma non c’era niente di naturale nel modo con cui si mise a barcollare ruotando su se stesso, con le mani strette al petto finché cadde, scosso da un tre­mito convulso. Theodore Murch, l’uomo in grigio di Lakeview, ci mise due minuti a cadere, arretrando verso la parete della ca­verna come aveva fatto Fred Halstrom, finché non cadde di schianto in ginocchio.

Mi sentii sopraffare da uno stordimento così forte che temetti per un momento di restar privo di conoscenza. Lo sforzo mi ave­va consumato quasi tutte le energie fisiche, sebbene fossi rimasto sempre immobile, senza neppure alzare un braccio.

Il signor Dyson si accorse che barcollavo, perché non perse tempo a sorreggermi e mi lasciò andare solo quando incominciai a stare meglio.

Ansimava, e io sapevo che quel che io ero stato costretto a fare lo aveva colpito profondamente. Lui ignorava che i Martin non erano esseri umani. E se avessi cercato di dargli delle spiegazioni anche a proposito degli altri sarebbe rimasto così sbalordito e in­credulo che non mi avrebbe certamente prestato fede.

Mi domandavo che cosa avrebbe pensato se gli avessi detto: “Questi quattro uomini che giacciono davanti a noi non sono realmente Thompson, Andrews, Murch e Halstrom. Sono stati creati in modo da somigliare, anzi da essere dei sosia perfetti, di quei quattro, perché la loro controparte umana rappresenta un tipo caratteristico di Lakeview. Tipi che spiccano senza essere ec­centrici, tanto che nessuno si sarebbe stupito di avere uno di essi come vicino di casa.

“Una volta afferrata l’importanza di questo, la mossa successi­va non è difficile da capire. In tutte le città e i paesi della Terra ci sono molti Andrews, Thompson, Halstrom e Murch, o i loro equivalenti. Quindi, una volta deciso di attuare l’esperimento, sarebbe meglio incominciare con dei tipi caratteristici, simpatici, semplici, accettabili e facilmente riconoscibili.

“Vede, signor Dyson, per quanto possa sembrare paradossale, sono i tipi qualunque, incolori, quelli che vengono sospettati più facilmente quando fanno o dicono qualcosa di appena un po’ in­solito. Per evitare i sospetti è necessario tanto conformarsi quan­to non conformarsi ai modi comunemente accettati della società, in maniera però individuale. Il signor Martin era individuabile nella sua conformità ed è per questo che loro pensavano che il ti­po scelto per lui sarebbe stato probabilmente quello che avrebbe avuto successo. Era il primo: ma fra un mese o fra un anno un Andrews, un Thompson, un Halstrom o un Murch non umani avrebbero probabilmente sostituito il loro equivalente umano a Lakeview.

“Chi poteva sapere, chi poteva sospettare che il professore di ginnastica della scuola media di Lakeview, o l’equivalente del­l’uomo in grigio di Lakeview, o il tranquillo, simpatico ometto appassionato di libri fossero meccanismi inumani dotati di cervel­lo artificiale e corpi ingegnosamente fabbricati?”

D’un tratto mi resi conto di aver fatto un grosso sbaglio. Avrei dovuto dire tutto al signor Dyson. Aveva riportato uno shock co­sì terribile che se io avessi tentato di evadere le domande che si­curamente m’avrebbe fatto, qualunque blocco avessi imposto al­la sua mente sarebbe stato l’equivalente di una lobotomia pre­frontale. L’avrei privato della sua personalità, cosa che non ave­vo il diritto di fare.

Dovevo parlargli, e avrebbe deciso lui se credermi o no.

Sapevo di dover essere conciso. Versavamo in pericolo morta­le, e dovevamo affrettarci a raggiungere la grande caverna in cui confluivano tutte le altre, prima che fosse troppo tardi. Quella caverna era aperta, in alto, e ci sarebbe stata molta luce, ma non del tipo di cui il signor Dyson aveva così disperatamente bisogno.

Dover oltrepassare i corpi esanimi di cinque uomini e una don­na che non erano stati umani, e procedere oltre come se niente fosse, sarebbe stata una cosa impossibile, per lui, se non mi fossi affrettato a spiegargli tutto.

Parlando, continuai a fissarlo. Avevo acceso la lampadina, do­po avergli fatto spegnere la sua, perché gli tremava forte la mano e io volevo che l’imbocco, oltre la svolta, fosse sempre ben illu­minato. Ma la luce era sufficiente perché potessi seguire il gioco delle espressioni sulla sua faccia.

Dapprima era incredulo, poi, man mano che parlavo, mi ac­corsi che cominciava a credermi.

Non so se riuscii a convincerlo del tutto. Era difficile stabilire, dalla sua espressione, fino a che punto accettasse le mie parole, e fosse in grado di sopportare la realtà delle cose.

Quando ebbi finito, rimase immobile per un momento, con gli occhi fissi sui corpi stesi a terra. Cadendo, la signora Martin ave­va dimenticato che la bellezza e la grazia devono sempre andare di pari passo in una donna, e ora non era più tanto bella e nemmeno tanto “umana”. I capelli le coprivano la faccia nasconden­done le fattezze. Le forme, prima tanto graziose, si erano inflaccidite, come se il meccanismo avesse cominciato a scaricarsi pri­ma che lei finisse di muoversi e avesse così dato inizio a quella se­rie di cambiamenti che distruggono le illusioni.

Quando finalmente il signor Dyson alzò gli occhi per guardar­mi, non dubitai più: mi credeva, era perfettamente in sé ed era riuscito ad accettare quello che gli avevo detto. Almeno, quasi tutto. Sarebbe stato impossibile il contrario, in quanto quello che aveva visto con i propri occhi suffragava la veridicità delle mie parole, e faceva sì che non dubitasse più della vera natura dei sei corpi.

A questo punto, tolsi del tutto il blocco mentale che gli avevo imposto. Leggendo il dolore e il tormento nei suoi occhi, temetti sulle prime di aver commesso uno sbaglio.

— Tu sai dov’è Laura — disse. — Ma questo vuol dire che la puoi salvare?

— Nulla è certo fin quando non si è fatto — gli risposi. — Ma ora le loro menti sono assopite. Non credo che sappiano che sia­mo qui, né che abbiano modo di saperlo fino al risveglio. Non so­no infallibili, e sebbene i Martin mi tenessero sotto stretta sorve­glianza, ci sono molte cose che non hanno nemmeno cominciato a sospettare, sul conto di Bobby Jackson. Erano i Martin che sor­vegliavano la caverna e li avvertivano.

— Ci sono molte cose che io ignoro, sul conto di Bobby Jack­son — dichiarò lui, con tale disperata foga che non potei fingere di non averlo sentito. Ma stavo già incamminandomi, e pensai che era meglio proseguire nel buio, sicuro che adesso non si sa­rebbe rifiutato di accompagnarmi.

12

Laura Hartley

Alternai angosciosi periodi di sonno e di veglia, con la certezza che mi avrebbero ucciso. Nei momenti di lucidità vedevo solo una nuda parete grigia, a tre o quattro metri dal punto in cui ero seduta con le mani legate dietro la schiena, e su quella parete c’era un continuo alternarsi di luci e ombre che si aggrovigliavano senza mai assumere un significato preciso.

Quanto durerà ancora?, mi chiedevo angosciata. La fine arri­verà mentre dormo? E sarò così esausta da non riuscire a muo­vermi né a supplicare i miei carnefici quando mi verranno incon­tro con le loro armi terribili?

E come saranno quelle armi? Come saranno loro? Enormi e informi, fusi con le ombre, privi di viso ma non di vista? E io, co­me sarò io ai loro occhi? Riuscirò a sembrare una creatura così minuscola, atterrita, così pietosa da destare in essi un fremito di compassione? Oppure, e questo è assai più probabile, dovranno uccidermi, distruggermi a causa di quanto ho visto?

Di quanto ho visto… sì. Ora lo so. Una faccia strappata e rifat­ta. Com’erano educati, formali e gentili, i Martin, quando si fini­va per conoscerli! Il “signor” Martin mi parlava anche quando doveva svolgere un compito che certo per lui non era facile. Tra­sformare il muro del ristorante in energia nucleare radiante e far­mi passare attraverso di esso con l’ausilio di un tubo luminoso che avrebbe potuto distruggerci tutt’e due se lui avesse fatto il minimo errore di calcolo, dev’essere stato molto difficile.

Ma questo non gli impedì di confessare quanto già sapevo fin dal primo momento in cui l’avevo visto strapparsi la faccia vicino alla finestra della biblioteca. Lui non era umano… e non lo era nemmeno la signora Martin.

Allora mi aveva avvertito che mi avrebbe ucciso, e quando le parole si formarono nella mia mente avrei dovuto capire e sapere che era inutile lottare quando mi comparve alle spalle, al risto­rante.

Ma l’avvertimento non era stato preciso, ed egli si scusò anche per quello. Il significato delle parole era che loro mi avrebbero uccisa. Ma prima volevano osservarmi da vicino per un certo pe­riodo, per vedere fino a che punto sarebbe giunta la mia dispera­zione e se sarei stata ancora capace di odiarli e di sfidarli. Io avrei dovuto diventare una specie di barometro vivente per dare a loro la possibilità di “misurare” il grado di resistenza che la razza umana avrebbe opposto quando tutte le città e i villaggi della Terra sarebbero stati invasi dai vari Martin. Io ero una fra i primi a scoprire la verità sui Martin di Lakeview, per questo ero impor­tante ai loro occhi. Ma solo per un po’, solo per poco tempo. C’e­ra anche un giovane che dovevano uccidere e lo tenevano sotto osservazione in un’altra stanza grigia dove le luci e le ombre si al­ternavano di continuo sui muri, e i Martin andavano a parlargli di tanto in tanto così come venivano a parlare con me. Era un ven­ditore ambulante di enciclopedie e aveva commesso l’errore di bussare alla porta dei Martin in un momento sbagliato, proprio quando il signor Martin cominciava… be’, a scaricarsi. Succede­va, ogni tanto. Gli pulsavano gli occhi, e questo era il primo sin­tomo. Voleva dire che se non tornava al più presto alla Gower Cavern sarebbe diventato cieco e sordo.

Tutta questa storia avrebbe potuto essere molto divertente, in un certo senso; divertente come una farsa surreale se purtroppo non fosse stata vera. E non c’era niente di farsesco nel ritrovarsi in una stanza — compartimento, meglio — tutta grigia a chiedersi perché continuavo a resistere.

No, non era affatto divertente.

A volte riuscivo a chiudere gli occhi, stringendo forte le palpe­bre e indugiavo su un’altra verità che poteva essere consolante a patto di non evitarla come quasi tutti fanno. Perché dovevo avere paura di morire dal momento che tutti devono morire? Un av­venimento universale può essere davvero così brutto come lo di­pingono? Possibile che la natura, nonostante tutte le crudeltà di cui è prodiga, sia anche capace di attuare una cosa tanto irragio­nevole su una scala tanto ampia? Voglio dire, è possibile che la morte sia davvero così come comunemente la si dipinge? Dev’es­serci qualcosa nella morte, un segreto profondamente nascosto e che non abbiamo ancora scoperto. Ma quando lo scopriremo, forse la morte non sarà più così terribile.

L’unico inconveniente era che quando chiudevo gli occhi a quel modo cominciavo ad appisolarmi, tanto ero esausta, e non c’è nulla di consolante nei sogni che si fanno durante un sonno in­terrotto da periodi di veglia che sono peggio di un incubo.

Non feci molto caso al bagliore che, dapprima tenue, si accese sulla parete, perché le ombre continuavano a muoversi e anche le luci, muovendosi, diventavano a tratti più intense. Per due o tre minuti l’ignorai completamente, o almeno mi sforzai d’ignorarlo. Ero certa che il gioco di luci e ombre veniva proiettato sulla pare­te da mezzi meccanici e costituiva parte dell’esperimento d’osser­vazione che compivano sulla mia mente, come le frequenti visite dei Martin.

Ma la nuova luce era più ferma e continuava ad aumentare di volume e d’intensità. Cosicché, dopo poco fui costretta a consta­tare che la parete cessava d’essere una solida barriera tridimen­sionale perché attraverso essa stava passando una figura circon­data da un alone luminoso.

Atterrita, mi dissi che doveva essere il signor Martin, ricordan­do quanto era successo al ristorante. Prima, non era mai entrato in quel modo nel compartimento e se lo faceva adesso significava che…

Il terrore mi attanagliò il cuore e, per un istante, riuscii solo a fissare l’intruso avvolto di luce, come se non stesse attraversando la parete da solo, ma fosse seguito da un’alta figura con le orbite vuote e una falce in pugno.

In quel luogo e in quel momento, la Morte non poteva che giungere così, come uno scheletro, al seguito di un carnefice cru­dele e spietato che aveva aspetto umano, ma umano non era.

Poi, d’improvviso, l’urlo che mi era stato quasi strappato dalle labbra e che io non sarei mai stata capace di soffocare, quell’urlo che sarebbe continuato fino a diventare puramente animalesco mentre il mio respiro si fermava, fu spezzato con lo spezzarsi del­l’illusione. Lo sentii morire in gola, quel terribile urlo strangola­to, morire in un milione di frammenti mentre quello che m’aspet­tavo di vedere divenne quello che realmente era. Cioè un cupo fantasma irreale creato dalla mia mente. La minuscola forma di Bobby Jackson emerse dalla parete luminosa e al suo seguito non c’era una torreggiante figura che impugnava la falce e lui stesso era a mani vuote e non aveva neppure un tubo luminoso.

Appena mi fu vicino, mi parlò mentre mi liberava dai legami: — Anche una parete solida può esser resa permeabile dalla po­tenza del pensiero puro, signorina Hartley, purché ci si sforzi ab­bastanza. Potrà sembrarvi incredibile, ma è vero. Può farlo an­che lei, o il signor Dyson. Un nuovo tipo di uomo sta nascendo e io sono uno dei primi, ma non il solo. Ce ne sono centinaia… mi­gliaia… e altri nasceranno nelle future generazioni. Geni mu­tanti…

Sembrava che parlasse a se stesso e non a me, e per un mo­mento ebbi la sensazione che il suo trionfo fosse così terribile e completo da sbalordirlo, al punto che solo il suono della sua voce poteva dargliene conferma e indurlo ad accettarlo.

— Abbiamo pochissimo tempo — continuò in fretta. — Lei deve fare esattamente quello che le dirò e non esitare, o tirarsi indietro o dubitare della mia capacità di impedire loro di distrug­gerla. Il signor Dyson la sta aspettando nella caverna e deve rag­giungerlo e uscire all’aperto più presto che può. La guiderò fino a lui e la raggiungerò non appena avrò liberato un giovane che è te­nuto prigioniero come lei. Non c’è niente da temere… basta che abbia completa fiducia in me. Vuole… può farlo?

Era chino su di me, e i suoi occhi erano all’altezza dei miei. Mi sembrò che diventassero più grandi, quando incontrai il suo sguardo.

— Sì, Bobby — risposi. — Posso… e voglio.

13

John Dyson

Cominciammo a correre insieme. Era sciocco, certamente, ma Laura sembrava decisa a non lasciare la mia mano anche se non poteva ignorare che due persone che corrono affiancate possono progredire più velocemente se si sforzano di dimenticare che non sono sole.

In un certo senso era dannoso, ma in un altro la sensazione di essere vicini ci dava forza e non avrei mai pensato di svincolare la mano, anche se mi preoccupavo soprattutto per la sua salvezza.

Se non fosse stato per Bobby, che aveva aspettato per assicu­rarsi che non ci fosse pericolo che qualcuno restasse indietro, for­se non saremmo mai usciti alla luce. Bobby aveva detto a Laura che doveva liberare un altro prigioniero, ma doveva avere sco­perto che ce n’erano quattro, invece, perché insieme a noi usciro­no dalla caverna due giovani e una donna nella quale riconobbi subito la cameriera della tavola calda di Wilmot Street.

Bobby era ancora nella caverna, ma aveva inviato alla mia mente un messaggio d’avvertimento. Mi fece lo stesso effetto che sentire la sua voce infantile, e anche gli altri la sentirono, perché ci mettemmo a correre tutti verso una striscia di bosco che corre­va parallela alla caverna lungo il lato opposto di una spianata er­bosa.

L’avvertimento di Bobby era stato così urgente che io temetti che fosse rimasto dove l’avevamo lasciato, fra un nucleo pulsante di oscurità che quasi oscurava il sole in una caverna aperta verso il cielo, e il mondo esterno.

“Il loro sonno è diverso dal nostro” mi comunicava telepatica­mente Bobby. “Quando hanno esaurito le loro energie si addor­mentano, di un sonno senza sogni, completamente diverso dal sonno umano. Questa sonnolenza che si autoimpongono li co­stringe all’immobilità, ma il risveglio è vicino.

“Uscite dalla caverna e correte. Mettete tutta la distanza possi­bile tra voi e le loro menti. Io erigerò una barriera che impedirà loro di raggiungervi e distruggervi finché il loro risveglio non sia completo. Ma quando questo avverrà, quando saranno comple­tamente desti, il pericolo sarà maggiore, e io dovrò oppormi a es­si con tutte le mie energie mentali. Allora correrò un gravissimo pericolo, perché la forza mentale che essi possono esplicare potrà essere anche troppo potente perché io riesca a sopraffarla. Ma non credo che questo avverrà.

“Allontanatevi più che potete e se la terra comincerà a vibrare gettatevi bocconi e non guardate in direzione della caverna. La luce che sprigionerà potrebbe anche accecarvi.”

Non avevamo ancora raggiunto il limitare del bosco quando percepimmo la prima vibrazione. Era talmente lieve che non ci parve allarmante e poiché Laura non esitò né si fermò, io conti­nuai a correre pensando che se, con un lieve rischio, fossimo riu­sciti a superare quei pochi metri che ci separavano dal bosco, sa­rebbe stato folle non tentare. La seconda scossa fu violentissima, e ci rendemmo conto che dovevamo seguire gli avvertimenti di Bobby.

Ci fermammo, gettandoci a terra, sempre stretti per mano, senza neppure aver il tempo di scambiarci un’occhiata di sbigotti­to stupore. Per un momento potei solo udire il roco ansimare di Laura e lo scricchiolio delle mie scarpe contro il terreno mentre mi stendevo. Poi sopraggiunse un’altra scossa, così violenta da farmi incassare la testa fra le spalle e dovetti lasciare la mano di Laura. Prima di riafferrarla si udì un improvviso forte crepitio, seguito da tre potenti esplosioni.

Il primo scoppio fu talmente assordante che se il secondo e il terzo non fossero stati ancora più forti sono certo che non li avrei uditi.

Mi rimbombavano ancora le orecchie quando mi rigirai puntel­landomi sui gomiti. Laura si era messa a sedere e scuoteva la testa, come se anche lei fosse mezzo assordata dalle esplosioni. Fis­sava il cielo con espressione sbalordita e sembrava che non si ren­desse conto della mia presenza accanto a lei.

Striature di fuoco adornavano il cielo e il bagliore era ancora talmente intenso che fui costretto ad abbassare le palpebre e a te­nere gli occhi chiusi per un momento.

Quando li riaprii, la vidi. Lucente, argentea, immensa, saliva dritta in cielo, sopra la Gower Cavern. Salendo roteava lenta­mente e tanto grande era la sua bellezza, tanto miracolosa la sua simmetria, che un nodo mi serrò la gola.

Come in risposta a quello che non potevo fare a meno di pen­sare, una serie di parole si formò nella mia mente. “Sì, signor Dyson. È davvero bellissima. Sono esseri freddi, strani, comple­tamente diversi da noi, e non amano la razza umana. Ma sono anche splendidi. Non credo che torneranno. Ora sanno che non sono unici per la Terra, che sta sorgendo un nuovo tipo d’uomo il cui numero andrà crescendo col passare degli anni e che la Terra non potrà essere conquistata così facilmente come avevano pen­sato”.

Fu Laura a vederlo per prima. Esteriormente, Bobby Jackson non era affatto cambiato. Laura mi prese per il braccio e lo indi­cò. Anch’io lo vidi, e non guardai più verso il cielo.

Bobby Jackson era uscito dalla caverna e correva verso di noi attraverso la spianata con la gioia di un adolescente quattordi­cenne. Col volto arrossato e felice e con i capelli scompigliati dal vento.

FINE