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La Nuvola nera

Fred Hoyle

L’ombra mortale di una nuvola di gas avvolge la Terra. Mentre i politici si agitano vanamente, alcuni scienziati giungono a una straordinaria scoperta: la Nuvola non è solo un ammasso di gas… In questo classico della fantascienza (1958), suspence, credibilità scientifica (Hoyle è uno scienziato), e infiniti spunti di riflessione sui rapporti scienza-politica.

Fred Hoyle

La Nuvola nera

Prologo

L’episodio della Nuvola nera ha sempre avuto su di me grande fascino. Su certi aspetti di quell’epico avvenimento ho scritto la tesi che mi ha permesso di ottenere un posto fra i chiarissimi professori del Queen’s College, a Cambridge. La tesi, con le opportune modifiche, fu poi pubblicata con mia grande soddisfazione, quale capitolo dell’opera di Sir Henry Clayton: Storia della Nuvola nera.

Non deve quindi sorprendere il fatto che Sir John McNeil, già nostro decano e notissimo medico, mi abbia lasciato morendo un voluminoso carteggio in cui egli narra le sue personali esperienze sulla Nuvola. Più sorprendente invece è la lettera unita a quelle carte. Eccola:

Queen’s College, 19 agosto 2020

Mio caro Blythe,

spero che perdonerà questo povero vecchio se di tanto in tanto si è fatto gioco delle sue congetture circa la Nuvola nera. Il fatto è che durante la crisi mi son trovato in posizione tale da poter sapere molte cose sulla natura reale della Nuvola. Per varie imprescindibili ragioni non ho mai rese pubbliche queste notizie, ed esse infatti paiono ignote agli autori delle storie ufficiali (sic!). Mi son chiesto con molta ansia se queste cognizioni dovevano seguirmi nella tomba o invece passare ad altri; poi ho deciso di consegnare a lei le mie perplessità e le mie incertezze. Perplessità e incertezze che le saranno più chiare quando avrà letto il mio manoscritto. A proposito, l’ho redatto in terza persona, sì da non ingombrare troppo con la mia presenza questa storia!

Oltre al manoscritto le lascio una busta contenente un rotolo di carta perforate. La prego di custodirla con la massima cura fino a quando non sia in grado di intenderne il significato.

Mi creda il suo affezionatissimo

John McNeil

1

Preludio

Erano le otto sul meridiano di Greenwich. In Inghilterra si levava il sole invernale del 7 gennaio 1964. Per tutta la terra, in lungo e in largo, la gente tremava nelle case mal riscaldate, leggendo i giornali del mattino, mangiava la colazione e mugugnava contro il tempo che, a dire il vero, da qualche giorno era proprio infame.

A sud il meridiano di Greenwich traversa la Francia meridionale, i Pirenei nevosi e l’estremo angolo orientale della Spagna. Poi quella linea immaginaria scorre ad ovest delle Baleari, dove certa saggia gente del nord passava le vacanze invernali: su una spiaggia di Maiorca un’allegra comitiva tornava dal bagno del primo mattino. Poi traversa l’Atlantico del Nord e il Sahara.

Il meridiano di Greenwich, che fra tutti è il più importante, prosegue poi verso l’Equatore attraverso il Sudan francese, Ashanti e la Costa d’Oro, dove, lungo il fiume Volta, si stava costruendo un nuovo impianto per la lavorazione dell’alluminio. Di lì una vasta distesa di oceani, ininterrotta fino all’Antartide, dove le spedizioni di dieci Stati diversi si stavano prendendo a gomitate.

Tutta la terra a oriente di questa linea, e fino alla Nuova Zelanda, era esposta al sole. In Australia si avvicinava la sera. Fra il Nuovo Galles del sud e il Queensland l’ultima frazione del giorno si confondeva con la prima della notte. A Giava i pescatori si apparecchiavano al prossimo lavoro notturno.

Su gran parte dell’immensa distesa del Pacifico, sull’America e sull’Atlantico era notte. A New York erano le tre del mattino. La città scintillava di luci e c’era ancora molto traffico, nonostante la neve recente e il vento freddo di nord-ovest. Ma in nessun luogo della terra, in quel momento, c’era più vita che a Los Angeles. La sera era ben avanzata, quasi mezzanotte: i viali affollati, le auto lanciate in corsa sulle strade, i ristoranti ancora abbastanza pieni.

Centoventi miglia a sud gli astronomi di Monte Palomar avevano già cominciato il lavoro notturno. La notte era chiara e le stelle scintillavano dall’orizzonte allo zenit, tuttavia, da un punto di vista professionale, le condizioni erano scadenti, la visibilità scarsa: infatti ad alto livello c’era troppo vento. Perciò a nessuno dispiacque di lasciare gli strumenti di lavoro per lo spuntino di mezzanotte. Sul far della sera, quando già si era delineate quella condizione notturna alquanto incerta, tutti d’accordo avevano deciso di riunirsi nella cupola 48 pollici, lo Schmidt.

Paul Rogers percorse i 400 metri circa che separavano lo Schmidt dal suo 200 pollici, e trovò Bert Emerson già seduto davanti a una scodella di minestra. Andy e Jim, gli assistenti di notte, trafficavano alla cucina economica.

«Scusa se ho cominciato,» fece Emerson, «ma mi pare che stanotte non ci sarà nulla da segnalare.»

Emerson lavorava a uno speciale lavoro di rilevazione del cielo, e per questo occorrevano condizioni di visibilità ottima.

«Bert, sei fortunato. Mi pare che anche stanotte te ne potrai andare a letto presto.»

«Resto su ancora un paio d’ore. Poi, se non c’è miglioramento, rientro.»

«Minestra, pane e marmellata, sardine e caffè,» disse Andy. «Cosa preferisce?»

«Una scodella di minestra e una tazza di caffè, grazie,» disse Rogers.

«Cosa fate al 200 pollici? Adoperate la macchina da presa lenta?»

«Sì, stanotte vado avanti bene. Ci son diversi spostamenti, che voglio completare.»

Si interruppe perchè era entrato Knut Jensen: aveva dovuto fare una strada alquanto più lunga, perchè veniva dall’altro Schmidt, un 18 pollici.

Emerson lo salutò.

«Salve, Knut, c’è minestra, pane e marmellata, sardine e il caffè di Andy.»

«Grazie; per cominciare vorrei minestra e sardine.»

Il giovane norvegese era, come suol dirsi, un fusto: prese una scodella di crema di pomodori e ci versò dentro una scatola di sardine. Gli altri lo guardavano sbigottiti.

«Perbacco, deve aver fame il giovanotto,» fece Jim.

Knut alzò gli occhi come sorpreso.

«Voi non le mangiate così le sardine? Ma allora non sapete come si mangiano. Provate, vi piaceranno.»

E poi, convinto di aver fatto impressione, aggiunse:

«Credo di aver annusato una puzzola, qua intorno, prima di arrivare.»

«Sempre meglio di quella roba che stai mangiando,» disse Rogers.

Quando si fu spenta la risata, Jim chiese:

«Avete sentito la puzzola che venne due settimane fa? Ha mollato il gas proprio alla presa d’aria del 200 pollici. Non riuscimmo a fermare la pompa e la cupola s’è riempita. Puzzo al cento per cento, e proprio mentre c’eran dentro duecento visitatori.»

«Per fortuna non facciamo pagare l’ingresso,» osservò Emerson ridacchiando, «altrimenti ci toccherebbe vendere l’osservatorio per pagare i danni.»

Tornando al 18 pollici Jensen si fermò ad ascoltare il vento tra gli alberi sul fianco settentrionale del monte. Lo prese un’onda di nostalgia, perchè quei monti gli ricordavano casa sua; gli sarebbe piaciuto essere con i suoi, e con Greta. Aveva ventiquattro anni e una borsa di studio gli consentiva di passarne due negli Stati Uniti.

Continuò, cercando d’uscire da quello stato d’animo che gli pareva ridicolo. Non c’era nessuna ragione logica per sentirsi giù di morale: lo trattavano tutti con grande cortesia e gli era toccato un lavoro ideale per un principiante.

L’astronomia è sempre gentile con i principianti. Ci son molti lavori da fare, lavori che tutti insieme portano a risultati cospicui, ma che, singolarmente, non richiedono grande esperienza. Era il caso di Jensen. Doveva cercare le novae, cioè quelle stelle che esplodono con violenza incredibile. Entro il prossimo anno poteva sperare di trovarne un paio. Nessuno sa quando può esplodere una nova, o in quale parte del cielo si trovi al momento dell’esplosione, perciò non c’è altro da fare che continuare a prender fotografie di tutto il cielo, notte per notte, mese per mese. Chissà, un giorno o l’altro avrebbe avuto fortuna. È vero che, se avesse trovato una nova non troppo lontana nell’immensità dello spazio, il suo lavoro sarebbe passato subito in mani più esperte. Invece dello Schmidt, la piena potenza del grande 200 pollici si sarebbe spiegata a rivelare gli spettacolosi segreti di queste strane stelle. Ma in ogni modo sarebbe toccato a lui l’onore della prima scoperta. Tornando a casa avrebbe potuto vantare tutta l’esperienza che si andava facendo nel più grande osservatorio del mondo: c’erano quindi buone speranze di trovare lavoro. Avrebbe sposato Greta. E allora che motivo c’era di preoccuparsi? Si diede dello sciocco, pensando che s’era lasciato turbare dal vento sul fianco della montagna.

Intanto era giunto alla baracca che ospitava lo Schmidt piccolo. Entrò e per prima cosa diede un’ occhiata al taccuino, per vedere qual era il settore di cielo che gli toccava fotografare. Poi diresse il telescopio nel senso giusto, a sud della costellazione di Orione: solo a mezzo inverno si può raggiungere questa regione celeste. Quindi apri l’obiettivo; non doveva far altro che starsene seduto al buio lasciare che i pensieri vagassero liberamente.

Jensen lavorò fino all’alba, una fotografia dopo l’altra. Ma il lavoro non era finito, perchè doveva sviluppare le lastre che si erano accumulate durante la notte. Questo era un lavoro che richiedeva grande attenzione. Un errore a questo punto avrebbe significato lavorare ancora e duramente: nemmeno da pensarci.

In condizioni normali non gli sarebbe toccato questo compito, così estenuante. In condizioni normali si sarebbe ritirato nel dormitorio; poi cinque o sei ore di sonno, colazione a mezzogiorno e quindi, ma solo allora, avrebbe dovuto affrontare il compito dello sviluppo. Ma questa volta era al termine del suo turno. In quel periodo la luna sorgeva di sera, e ciò significava, per quindici giorni, un arresto dell’osservazione: non si può cercare una nova nella metà del mese in cui la luna occupa il cielo notturno, perchè la luna dà troppa Iuce e annebbia irreparabilmente le lastre.

Così proprio quel giorno sarebbe tornato agli uffici dell’osservatorio a Pasadena, 125 miglia distante. Il mezzo per Pasadena partiva alle 11,30, e prima di allora bisognava aver finito lo sviluppo. Jensen concluse che era meglio farlo subito; poi avrebbe dormito quattro ore, due bocconi in fretta e via di ritorno in città.

Andò tutto come aveva previsto, ma sulla macchina dell’osservatorio quel giorno viaggiò un giovanotto assai stanco. Erano in tre: Rogers, Jensen e l’autista. Il lavoro di Emerson sarebbe durato due notti ancora. Gli amici di Jensen, là nella Norvegia imbacuccata di neve e percossa dal vento, sarebbero rimasti sorpresi sentendosi dire che Jensen dormì mentre la macchina correva, per miglia e miglia, fra aranci che fiancheggiavano la strada.

Jensen dormì fino a tardi la mattina dopo, e solo alle 11 giunse agli uffici dell’osservatorio. Aveva dinanzi a sè quasi una settimana di lavoro, per esaminare le lastre impressionate negli ultimi quindici giorni. Il suo compito era quello di confrontare le ultime osservazioni con altre lastre impressionate il mese prima. E doveva far questo, volta a volta, per ogni pezzetto di cielo.

Così la mattina dell’8 gennaio 1964 — era ormai tardi — Jensen scese nello scantinato dell’osservatorio per manovrare uno strumento chiamato dagli astronomi «blink microscopio». Il blink (che si potrebbe tradurre quasi «oscillatore») è uno strumento che consente di guardare prima una lastra, poi l’altra, poi ancora la prima e così via, ma sempre con un movimento assai rapido. Facendo così, ogni stella che muti in qualche misura posizione nell’intervallo di tempo fra la prima e la seconda lastra si presenta come un punto mobile, «oscillante», di luce, mentre la grande maggioranza delle altre stelle, non avendo mutato posto, restano fisse. In tal modo è possibile, con relativa facilità, cogliere tra diecimila quella stella che si è spostata. In tal modo si risparmia anche un’enorme quantità di lavoro perchè non c’è bisogno di esaminare tutte le stelle, una per una.

Occorre peraltro una grande cura nel preparare le lastre per il blink. Non solo è necessario impressionarle sempre con lo stesso strumento, ma, nei limiti del possibile, in condizioni identiche. Occorre la stessa apertura di obiettivo e anche lo sviluppo deve essere identico: questo almeno è l’ideale dell’astronomo. Ecco perchè Jensen aveva fatto tanta attenzione all’obiettivo e allo sviluppo.

La difficoltà sua stava in questo: non sono soltanto le stelle esplodenti, le novae, quelle che mostrano qualche mutamento. E vero che la grande maggioranza delle stelle non muta, ma vi sono numerose qualità di stelle oscillanti, ed esse «oscillano» tutte nella camera sopra descritta. Queste stelle ballerine di tipo ordinario devono essere controllate a parte od eliminate dal lavoro di ricerca. Jensen aveva calcolato che, prima di trovare una nova, avrebbe dovuto cogliere ed eliminare un caso di stella oscillante, ma in altri casi c’erano dei dubbi. Allora egli ricorreva al catalogo delle stelle, cioè misurava l’esatta posizione della stella in questione. Tutto sommato c’era un bel po’ di lavoro da svolgere per terminare la pila di lastre, un lavoro non poco noioso.

Verso il 14 gennaio Jensen aveva finito quasi tutta la pila, e la sera decise di tornare all’osservatorio. Nel pomeriggio era stato all’Istituto di Tecnologia, per assistere a un interessante seminario sulle braccia a spirale delle galassie. C’era stata una discussione piuttosto accesa anzi, ne aveva parlato con gli amici durante la cena e nel viaggio di ritorno all’osservatorio. Gli venne in mente che doveva terminare l’ultimo gruppo di lastre, quelle impressionate la notte del 7 gennaio.

Terminò la prima del gruppo: era un lavoro meticoloso. Anche questa volta ciascuna «possibilità» si risolveva in una stella oscillante ordinaria e nota. Non vedeva l’ora di farla finita; preferiva starsene sulla montagna dietro il suo telescopio, piuttosto che rovinarsi gli occhi con quel dannato strumento, pensava chinandosi sull’oculare. Toccò il pulsante e nel campo visivo comparve il secondo paio di lastre. Un attimo dopo Jensen armeggiava con le lastre, tirandole fuori dalla loro custodia: Le portò alla luce, le esaminò a lungo, poi tornò a metterle nel blink, e di nuovo toccò il pulsante. In un fitto campo stellato c’era una grande macchia scura, quasi esattamente circolare. Ma la cosa più sorprendente era l’anello di stelle intorno alla macchia. Eccole lì, oscillavano, tutte. Perchè? Non riusciva a trovare una risposta soddisfacente, perchè non aveva mai visto nè sentito parlare prima di una cosa del genere.

Jensen si accorse che non riusciva a continuare il lavoro; era troppo scosso da questa singolare scoperta. Aveva solo voglia di parlarne a qualcuno. Naturalmente pensò subito al dottor Marlowe, uno dei membri anziani del loro gruppo. Gli astronomi di solito si specializzano su questo o su quell’aspetto della loro materia, ed anche Marlowe era specializzato, ma soprattutto era un uomo dalle sterminate cognizioni generali. Forse proprio per questo faceva meno errori degli altri. Era pronto a parlare di astronomia a tutte le ore del giorno e della notte, e ne avrebbe parlato con grande entusiasmo a chiunque, all’insigne scienziato suo pari e al giovanotto appena alle soglie della carriera. Era naturale perciò che Jensen desiderasse di raccontare a Marlowe la sua curiosa scoperta.

Con grande cura mise le due lastre in una scatola, spense le luci dello scantinato, tolse la corrente all’apparato elettrico e andò a dare un’occhiata al quadro murale fuori della biblioteca. Poi consultò la lista dell’osservatorio. Con grande soddisfazione scoprì che Marlowe non era nè a Monte Palomar nè a Monte Wilson. Certo, quella sera avrebbe anche potuto essere uscito. Ma Jensen ebbe fortuna, perchè una telefonata gli confermò che Marlowe era in casa. Quando gli spiegò che voleva parlargli di qualcosa di strano che aveva scoperto, Marlowe fece:

«Vieni subito Knut, ti aspetto… No, va bene, non stavo facendo nulla di speciale.»

È facile immaginare in che stato d’animo fosse Jensen, se si pensa che chiamò un tassi che lo portasse a casa di Marlowe. Uno studente con una borsa annua di 2000 dollari di solito non viaggia in tassì, e questo è anche più vero nel caso di Jensen, il quale faceva economia perchè voleva girare i vari osservatori degli Stati Uniti prima di tornare in Norvegia; e poi doveva anche comprare dei regali. Ma in questo caso non gli venne nemmeno in mente il problema del denaro. Giunse ad Altadena stringendo le sue lastre e chiedendosi se per caso non stesse per far la figura dello sciocco. E se avesse commesso uno stupido errore?

Marlowe lo attendeva.

«Entra, entra,» gli disse. «Bevi qualcosa? La prendete sul serio voi norvegesi, no?»

Knut sorrise.

«Non sul serio quanto lei, dottor Marlowe.»

Marlowe indicò a Jensen una poltrona presso il caminetto (il caminetto piace molto a chi abita in una casa col riscaldamento centrale), fece scendere un gran gattone da un’altra poltrona, si mise a sedere.

«Son contento che tu abbia telefonato, Knut. Mia moglie stasera è uscita ed io non sapevo proprio che fare.»

Poi, secondo il suo solito, entrò dritto in argomento: la diplomazia e le sottigliezze della politica gli erano sconosciute.

«Ebbene, che cos’hai là dentro?» chiese additando la scatola gialla di Jensen.

Con un’aria piuttosto melensa Jensen tirò fuori la prima delle due lastre, quella impressionata il 9 dicembre 1963 e gliela porse senza dire una parola. La reazione fu immediata.

«Perdio!» esclamò Marlowe. «Presa col 18 pollici, vero? Sì, ecco, c’è qui segnato a margine.»

«Crede che ci sia qualcosa di sbagliato?»

«No, non mi pare.» Marlowe tirò fuori di tasca una lente d’ingrandimento e si mise a scrutare la lastra.

«Mi sembra proprio a posto. Non ci sono difetti nella lastra.»

«Mi dice perchè è rimasto così sorpreso, dottor Marlowe.»

«Ebbene, non era questa la cosa che volevi fermi vedere?»

«Non in sè. La cosa strana è il confronto con una seconda lastra che ho preso un mese dopo.»

«Ma anche questa da sola è piuttosto strana,» disse Marlowe. «E l’hai tenuta nel cassetto per un mese! Peccato che tu non me l’abbia mostrata subito. Ma naturalmente tu non potevi sapere.»

«Eppure non capisco perchè lei debba restare tanto sorpreso davanti a questa sola lastra.»

«E allora guarda questa macchia circolare scura. Evidentemente è una nube nera che oscura la luce delle stelle retrostanti. Globuli di questo tipo non sono insoliti nella Via Lattea, ma di solito hanno proporzioni modeste. Perdio, guarda questa! È enorme: devono essere almeno due gradi e mezzo!»

«Ma dottore, ci sono moltissime nubi più grandi di questa, specialmente nella regione del Sagittario.»

«Ma se guardi con attenzione quelle che paiono nubi grandissime, ti accorgi che sono costituite da ammassi di nubi più piccole. Quella che hai qui, invece, sembra una nuvola sferica. Mi chiedo davvero come ho potuto farmi sfuggire una enormità simile.»

Marlowe guardò ancora una volta i segni sulla lastra.

«È vero che è a sud, e a noi non ci interessa molto il cielo invernale. Ma anche così non capisco come ho fatto a non vederla quando lavoravo sul Trapezio di Orione. È stato appena tre o quattro anni fa e non avrei potuto dimenticare una cosa del genere.»

Questo errore di Marlowe — infatti bisognava proprio dire così sorprese molto Jensen. Marlowe conosceva il cielo e tutte le strane cose che vi si trovano alla perfezione, proprio come conosceva i viali e le strade di Pasadena.

Marlowe tornò al bar a riempire i bicchieri. Allora Jensen fece:

«Mi son preoccupato quando ho visto la seconda lastra.»

Marlowe la guardò appena dieci secondi e poi riprese la prima. Al suo occhio esperto non occorreva certo il blink per vedere che nella prima lastra la nube era circondata da un anello di stelle che invece non comparivano, o quasi, nella seconda lastra. Continuò a fissarle soprappensiero.

«Queste lastre le hai impressionate in maniera normale?»

«Credo di sì.»

«E infatti mi sembrano a posto, ma non si può mai esserne sicuri.»

Marlowe si interruppe all’improvviso e si alzò in piedi. Come faceva sempre quand’era agitato, sbuffava dalla bocca enormi nubi di fumo che odorava d’anice; era una qualità di tabacco sudafricano. Jensen si chiedeva perchè non andasse a fuoco il fornello della pipa.

«Può darsi che sia accaduto qualcosa di strano. La cosa migliore è di impressionare subito un’altra lastra. Chissà chi c’è su stanotte.»

«A Monte Wilson o a Monte Palomar?»

«A Monte Wilson, Palomar è troppo lontano.»

«Se non sbaglio al 100 pollici c’è uno di quegli astronomi forestieri. Al 60 dovrebbe esserci Harvey Smith.»

«Senti, la cosa migliore è che ci vada di persona. A Harvey non dispiacerà di lasciarmelo un minuto. Naturalmente non riuscirò a cogliere tutta la nube, ma mi bastano i campi stellari ai margini. Conosci le coordinate esatte?»

«No. Le ho telefonato subito dopo che ho visto le lastre al blink. E non ho perso tempo a misurarle.»

«Be’, non importa, possiamo farlo ora. Ma non occorre che tu perda altro tempo. Hai bisogno di dormire Kliut. Vuoi che ti conduca al tuo appartamento? Lascio un biglietto a Mary per dirle che sarò di ritorno solo domattina.»

Quando Marlowe lo lasciò al suo alloggio, Jensen era agitato, e prima di spegnere la luce scrisse a casa: una lettera ai genitori per raccontare in breve la sua strana scoperta e un’altra a Greta per dirle che gli pareva d’essere inciampato in qualcosa di importante.

Marlowe si recò agli uffici dell’osservatorio. Chiamò Monte Wilson al telefono e chiese di Harvey Smith. Appena sentì il morbido accento meridionale di Smith disse:

«Sono Geoff Marlowe. Senti, Harvey, c’è qualcosa di strano, tanto strano che ti prego di fermi usare il 60 pollici, stanotte… Cos’è? Non lo so. Appunto questo voglio scoprire… Riguarda il lavoro di quel giovanotto, Jensen. Vieni qua domattina alle dieci e sarò in grado di dirti qualcosa di più… Va bene, ti debbo una bottiglia di whisky. Ti basta?… Benissimo! Di’ all’assistente notturno che arrivo verso l’una. Grazie!»

Poi Marlowe chiamò Bill Barnett di Caltech.

«Bill, qui parla Geoff Marlowe dall’ufficio dell’osservatorio. Volevo dirti che domattina alle dieci, qua all’osservatorio c’è una riunione piuttosto importante. Se non ti dispiace portati dietro qualche teorico… No, non c’è bisogno che siano astronomi. Porta dei ragazzi svegli… No, non te lo posso spiegare ora. Domattina ne saprò di più. Ora vado al 60 pollici. Ma stai tranquillo, se domani ti sembrerà che ti abbia convocato per nulla, puoi chiedermi di pagare una bottiglia di whisky… Benissimo!»

Canticchiava fra sè — era un segno d’agitazione — mentre scendeva in fretta nello scantinato, proprio là dove Jensen aveva lavorato nel pomeriggio. Passò tre quarti d’ora a misurare le lastre di Jensen. Quando infine fu convinto di sapere con esattezza dove puntare il telescopio, uscì, saltò sull’auto e partì per Monte Wilson.

Il dottor Herrick, direttore dell’osservatorio, fu assai sorpreso quando trovò Marlowe che lo attendeva, alle sette e mezzo del mattino seguente, nel suo ufficio. Il direttore di solito cominciava la giornata due ore prima dei suoi dipendenti «per finire qualche lavoretto» — così diceva lui. Marlowe era l’opposto: fino alle dieci e mezzo, a volte anche più tardi, non si faceva mai vedere. Eppure quel giorno Marlowe era seduto alla sua scrivania ed esaminava con cura una decina di positive. Nè diminuì la sorpresa di Herrick quando seppe cosa aveva da dirgli Marlowe. I due uomini discussero animatamente per un’ora e mezzo. Uscirono verso le nove, fecero una rapida colazione e tornarono in tempo per preparare la riunione che si doveva tenere in biblioteca alle dieci.

Quando arrivò Bill Barnett con cinque altre persone, c’erano già riuniti qualche decina di membri dell’osservatorio, compresi Jensen, Rogers, Emerson e Harwey Smith. A una parete avevano appeso una lavagna, lo schermo, ed era pronta la macchina per proiettare le diapositive. Nel gruppo di Barnett c’era un solo personaggio sconosciuto e lo presentarono agli altri: si chiamava Dave Weichart. Marlowe, che aveva spesso sentito parlare della bravura di questo brillante fisico ventisettenne, disse fra sè che Barnett evidentemente aveva fatto del suo meglio per portarsi dietro della gente sveglia.

«La cosa migliore,» cominciò Marlowe, «è spiegare le cose cronologicamente, cominciando dalle lastre che Knut Jensen mi ha portato a casa ieri sera. Ora ve le mostro e così capirete perchè ho convocato qui questa riunione d emergenza.»

Emerson, che manovrava il proiettore, mise la diapositiva che Marlowe aveva fatto con la prima lastra di Jensen, quella impressionata la notte del 9 dicembre 1963.

«Il centro della macchia scura,» continuò Marlowe, «è in Ascensione Retta 5 ore 49 minuti, Declinazione meno 30 gradi 16 minuti, all’ingrosso.»

«Un bell’esempio di globulo di Bok,» disse Barnett. «Quanto è grande?»

«Circa due gradi e mezzo.»

Si sentì un fischio di meraviglia.

«Geoff, tieniti pure la tua bottiglia di whisky,» disse Harvey Smith.

«E anche la mia,» aggiunse Bill Barnett mentre gli altri ridevano.

«Eppure il whisky ti farà comodo quando avrai veduto l’altra lastra. Bert, fai passare alternativamente l’una e l’altra, in modo da poter fare una specie di confronto,» continuò Marlowe.

«È fantastico!» esplose Rogers, «pare che ci sia un intero anello di stelle oscillanti intorno alla nube. Ma come può essere?»

«Non può essere,» rispose Marlowe. «L’ho capito subito. Anche se ammettiamo l’ipotesi assai poco probabile che questa nube sia circondata da un alone di stelle variabili, è assolutamente inconcepibile che esse possano oscillare in fase l’una con l’altra, tutte in un senso nella prima lastra, tutte in senso opposto, nella seconda.»

«No, è assurdo,» intervenne Barnett. «Se non c’è qualche errore nella fotografia, allora resta soltanto una spiegazione possibile. La nuvola si muove verso di noi. Nella seconda lastra è più vicina e perciò oscura una porzione maggiore di stelle lontane. Che intervallo c’è tra le due lastre?»

«Meno di un mese.»

«Allora ci dev’essere un errore nella fotografia.»

«È proprio il ragionamento che ho fatto ieri notte. Ma poichè nelle lastre non c’era nulla di sbagliato, l’unica cosa era prendere altre fotografie. Se bastava un mese a creare tanta differenza tra la prima e la seconda lastra di Jensen, sarebbe stato facile scoprire anche la differenza di una settimana: L’ultima lastra di Jensen è stata presa il 4 gennaio e ieri era il 14 gennaio. Perciò son corso a Monte Wilson, ho strappato Harvey dal 60 pollici e ho passato la notte a fotografare i margini della nube. Ho qui una raccolta di diapositive nuove. Naturalmente non sono sulla stessa scala delle lastre di Jensen, ma voi sarete in grado di vedere perfettamente cosa succede. Falle passare una alla volta, Bert, e continua a confrontarle con la lastra di Jensen del 7 gennaio.»

Ci fu un silenzio di tomba per un quarto d’ora, mentre gli astronomi riuniti confrontavano con cura i campi di stelle ai margini della nuvola. Alla fine Barnett disse:

«Mi arrendo. Per quanto ne so io non c’è ombra di dubbio: questa nuvola viaggia verso di noi.»

Era chiaro che Barnett aveva espresso l’opinione di tutti. Ai margini della nuvola le stelle entravano nettamente in ombra, man mano che essa proseguiva nel suo viaggio verso il sistema solare.

«A questo punto non c’è più dubbio in proposito,» disse Marlowe. «Stamani ne ho parlato con il dottor Herrick ed egli ha osservato che noi abbiamo una fotografia di questa parte di cielo presa venti anni or sono.»

Herrick tirò fuori la fotografia.

«Non c’è stato tempo per farne la diapositiva,» disse, «perciò dovete farla passare in giro. La nuvola nera si vede, ma nella fotografia è così piccola, poco più di un minuscolo globulo. L’ho segnato con una freccia.»

La porse a Emerson il quale, dopo averla passata a Harvey Smith, disse:

«Certo, è cresciuta enormemente in venti anni. Mi preoccupa il pensiero di quello che può accadere nei prossimi venti. Mi pare che finirà col coprire tutta la costellazione di Orione. Presto gli astronomi dovranno cambiare mestiere.»

Fu allora che Dave Weichart parlò per la prima volta.

«Ci son due domande che vorrei fare. Prima di tutto la posizione della nuvola. Se ho ben capito quel che state dicendo, cresce la grandezza apparente della nuvola, perchè si avvicina a noi. Questo è chiaro. Ma io vorrei sapere se il centro della nuvola rimane nella stessa posizione o se si muove sullo sfondo delle stelle?»

«Ottima domanda. Il centro della nuvola, negli ultimi venti anni, pare che si sia mosso molto poco rispetto al campo stellare,» rispose Herrick.

«Allora ciò significa che la nuvola viaggia diritta contro il sistema solare.»

Weichart era abituato a pensare più in fretta degli altri, e quando vide che gli astronomi esitavano ad accettare la sua conclusione andò alla lavagna.

«Posso chiarirvelo con un disegno. Questa è la Terra. Supponiamo in un primo momento che la nuvola viaggi diritta contro di noi, cioè da A a B. In questo caso in B la nuvola apparirà più grande, ma il suo centro sarà nella stessa direzione. Dalla situazione che abbiamo osservata, appare chiaro che questo è il nostro caso.»

Ci fu un generale mormorio di assenso e Weichart continuò:

«Supponiamo ora che la nube si sposti lateralmente, pur continuando ad avanzare verso di noi, e supponiamo che il suo moto laterale sia eguale in velocità a quello in avanti. In questo caso la nuvola si muoverà così. Ora, se considerate il moto da A a B. vedrete che ci sono due effetti: la nuvola apparirà più grande in B che in A, proprio come nell’altro caso, ma il centro si sarà spostato, e continuerà a muoversi secondo l’angolo AEB, che dovrebbe essere di circa 30 gradi.»

«Non credo che il centro della nuvola si sia mosso per più di un quarto di grado,» osservò Marlowe.

«Ciò significa che il moto laterale non è superiore all’1 per cento, rispetto a quello verso di noi. Insomma pare che la nuvola punti sul sistema solare come un proiettile contro il bersaglio.»

«Ciò significa, Dave, che non c’è possibilità che la nuvola manchi il sistema solare, o, almeno, lo sfiori.»

«Ragionando sui fatti che ci sono stati presentati, bisogna concludere che la nuvola farà centro, piomberà proprio nel mezzo del bersaglio. Ricordiamoci che ha già un diametro di due gradi e mezzo. La velocità del moto laterale dovrebbe essere almeno il 10 per cento della velocità del moto radiale, per non colpirci. E ciò implicherebbe un moto angolare del centro della nuvola assai maggiore di quello dichiarato dal dottor Marlowe. Un’altra domanda vorrei fare: perchè la nuvola non è stata scoperta prima? Non voglio sembrarvi scortese, ma mi sorprende che nessuno l’abbia vista almeno una decina d’anni or sono.»

«Naturalmente questa è stata la prima cosa che ho pensato,» rispose Marlowe. «Mi sembrava così strana che da principio non volevo credere alla bontà del lavoro di Jensen. Ma poi ho scoperto vari buoni motivi. Se una nova lucente o una supernova esplodono in cielo, almeno un migliaio di dilettanti la scoprono, figuriamoci poi gli astronomi. Ma in questo caso non si tratta di un oggetto luminoso: è una cosa scura e non è facile scorgerla — una macchia scura si maschera bene contro il cielo. Certo, se una delle stelle nascoste dalla nuvola fosse stata per caso assai lucente, qualcuno l’avrebbe avvistata. La scomparsa di una stella lucente non è facile da scoprire come la comparsa di una nuova stella lucente, ma tuttavia gli astronomi, professionisti e dilettanti, l’avrebbero certo trovata. Purtroppo è accaduto che tutte le stelle vicine alla nuvola sono inferiori all’ottava grandezza, e si vedono solo al telescopio. Questo è il primo guaio. Poi dovete sapere che, per ottenere buone condizioni di visibilità, noi preferiamo lavorare su corpi celesti vicini allo zenit, mentre questa nuvola sta alquanto bassa sul nostro cielo. Naturalmente noi tendiamo a trascurare questa parte del cielo, a meno che per caso essa non contenga qualcosa di molto singolare; il che — secondo guaio — non è accaduto nel nostro caso. Nuvola a parte, certo. È vero che per gli osservatori dell’emisfero meridionale la nuvola è presso lo zenit, ma quegli osservatori, e con un personale alquanto ristretto, devono vedersela con altre questioni importanti, per esempio le Nubi di Magellano e il nucleo della Galassia. Prima o poi la nuvola si sarebbe scoperta. È accaduto, purtroppo, poi, ma avrebbe potuto accadere prima. Non ho altro da dire.»

«Ormai non c’è tempo per rammaricarsi,» disse il direttore. «Ora dobbiamo in primo luogo misurare la velocità con cui la nuvola avanza verso di noi. Ne abbiamo parlato a lungo con Marlowe e riteniamo che dovrebbe essere possibile. Le stelle ai margini della nuvola sono in parte oscurate, come dimostrano le lastre prese da Marlowe la notte scorsa. Il loro spettro dovrebbe mostrare le righe di assorbimento provocate dalla nuvola e l’apparecchio Doppler ci darà la velocità.»

«Allora dovrebbe essere possibile calcolare il tempo che la nuvola impiegherà per raggiungerci,» intervenne Barnett. «Dirò subito che non mi piace la piega che hanno preso le cose. Se guardiamo l’accrescimento del diametro angolare negli ultimi venti anni, mi pare che dovrebbe esserci addosso entro cinquanta o sessant’anni. Quanto tempo credete che ci vorrà per avere un apparecchio Doppler?»

«Forse una settimana. Non sarà un lavoro difficile.»

«Mi dispiace, ma non capisco tutto questo,» interruppe Weichart. «Non vedo perchè vi occorra la velocità della nuvola. Si può calcolare subito il tempo che essa impiegherà a raggiungerci. Lasciatemi pensare. Secondo me ci vorrà molto meno di cinquant’anni.»

Per la seconda volta Weichart si alzò dal suo posto, andò alla lavagna e cancellò i disegni che c’erano sopra.

«Si potrebbero rivedere due lastre di Jensen, per favore?»

Emerson le proiettò, prima l’una poi l’altra, e Weichart chiese: «Secondo lei di quanto è più grande la nuvola nella seconda lastra?»

«Direi del 5 per cento circa. Forse un po’ più, forse un po’ meno, ma di certo non dovremmo essere molto lontani dal 5 per cento,» rispose Marlowe.

«Giusto,» continuò Weichart, «tanto per cominciare stabiliamo alcuni simboli.»

Seguì un calcolo piuttosto lungo e alla fine Weichart annunziò:

«Come vedete la nuvola nera sarà qui verso l’agosto del 1965, o forse prima se nei valori stimati c’è qualche errore.»

Poi lasciò la lavagna, e si mise a controllare il suo calcolo matematico.

«Mi sembra giustissimo, indiscutibile,» disse Marlowe sbuffando grandi nubi di fumo.»

Ecco quello che scrisse Weichart sulla lavagna: Chiamiamo:

(L’attuale diametro angolare della nuvola, misurato in radianti.

d, il diametro lineare della nuvola

D, la sua distanza dalla Terra,

V, la velocità con cui si avvicina

T. il tempo occorrente perchè raggiunga il sistema solare.

Per cominciare abbiamo, evidentemente, che (=.

Differenziando l’equazione rispetto al tempo abbiamo che

Ma, e perciò possiamo scrivere

Sappiamo anche che = T. Perciò possiamo eliminare V, giungendo a

Più facile di quel che pensavo. La risposta c’è già: T =

Infine dobbiamo avvicinarci a per intervalli finiti,

dove mese, il che corrisponde alla differenza di tempo fra le due lastre del dottor Jensen; e dalle stime del dottor Marlowe è circa il 5 per cento di (, cioè. Perciò T = 20(t = 20 mesi).

«Sì, mi sembra giusto, impeccabile,» rispose Weichart.

Quando Weichart ebbe terminato i suoi calcoli così sbalorditivi, il direttore pensò che sarebbe stato saggio invitare tutti al segreto assoluto. Avessero ragione o torto, sarebbe stato male parlarne fuori dell’osservatorio, e persino con i familiari. Una volta lanciata la scintilla, la notizia si sarebbe scatenata con la furia di un incendio e in un attimo l’avrebbero ripresa i giornali. Il direttore non aveva mai avuto motivi per stimare molto i giornalisti, specie quelli che si occupavano di questioni scientifiche.

Da mezzogiorno alle due rimase solo in ufficio: non si era mai trovato in una situazione più difficile. Per sua natura era uomo restio ad annunciare un risultato o a intraprendere un’azione sulla base di esso, prima di averlo controllato e ricontrollato. Ma era giusto che osservasse il silenzio per due o più settimane? Infatti ci sarebbero volute un paio di settimane per indagare con cura ogni aspetto della questione. Poteva far questo? Per la decima volta riesaminò i calcoli di Weichart. Non facevano una grinza.

Alla fine chiamò la segretaria.

«Per favore, vuol chiedere a Caltech di fissarmi un posto sull’aereo di stanotte per Washington, quello che parte verso le nove? Poi mi chiami al telefono il dottor Ferguson.»

James Ferguson era un pezzo grosso alla Fondazione Nazionale delle Scienze, e dirigeva tutte le attività nel campo della fisica, dell’astronomia e della matematica. Era rimasto molto sorpreso, il giorno prima, sentendosi chiamare da Herrick, perchè Herrick non era il tipo da fissare appuntamenti con un giorno d’anticipo.

«Proprio non so immaginare che cos’abbia Herrick,» disse alla moglie mentre facevano colazione, «per venire di corsa a Washington, così. E ha insistito molto. Mi sembrava preoccupato, perciò gli ho detto che gli andavo incontro all’aeroporto.»

«Be’, un po’ di mistero ogni tanto ci vuole,» disse la moglie, «e assai presto saprai di che si tratta.»

Tornando dall’aeroporto di città, Herrick si limitò a parlare di cose senza importanza. Solo quando fu nell’ufficio di Ferguson venne al dunque.

«Spero che nessuno ci senta, vero?»

«Santo cielo, giovanotto, è una cosa tanto seria? Aspetta un momento.»

Ferguson alzò la cornetta del telefono.

«Amy, per favore, faccia in modo che non ci interrompano… No, niente telefonate… Be’ forse fra un’ora, forse fra due, non lo so.»

Poi Herrick fece la sua esposizione, tranquilla e razionale. Ferguson guardò le fotografie, poi Herrick riprese:

«Vedi qual è la situazione. Se annunciamo il fatto e poi viene fuori che abbiamo sbagliato, facciamo la figura degli stupidi. Se sprechiamo un mese a controllare tutti i particolari e poi vien fuori che abbiamo ragione, allora ci accusano di aver perso del tempo.»

«Ti capisco: sei come la gallina vecchia che si è seduta sull’uovo guasto.»

«Senti, James, ho pensato che tu hai più esperienza di me nel trattare il prossimo, e per questo mi sono rivolto a te, per avere un consiglio. Cosa mi proponi di fare?»

Ferguson per un po’ tacque, poi disse:

«Capisco che ne può uscir fuori un fatto grave. E a me non piace prendere gravi decisioni, come non piace a te, Dick, e non mai certo così, a tamburo battente. Ti consiglio questo: torna all’albergo e dormici tutto il pomeriggio: non credo che tu abbia dormito molto stanotte. Ci possiamo trovare stasera presto, cenare insieme e prenderci il tempo necessario per pensare a tutta la questione. Io cercherò di concludere qualcosa.»

Ferguson era un brav’uomo, e le sue parole lo dimostravano. Andarono a cena insieme in un ristorante tranquillo — lo aveva scelto Ferguson — e cominciando a mangiare egli disse:

«La situazione mi sembra chiara. Non credo che valga la pena di sprecare un altro mese in accertamenti. Il caso sembra già abbastanza evidente, e del resto tu non potresti mai raggiungere la certezza assoluta: si tratterebbe di passare da un novantanove per cento a un novantanove virgola nove per cento di certezza. E non val la pena di perdere tempo in questo. D’altro canto tu non sei in grado, per ora, di recarti alla Casa Bianca. M hai detto che tu e i tuoi uomini, finora, avete impiegato un giorno sulla questione. Certo ci saranno molte altre cose di cui potete farvi un’idea. Diciamolo meglio: quanto tempo impiegherà la nuvola per arrivare qui? Quali ne saranno gli effetti al momento dell’arrivo? Ecco i problemi. Perciò ti consiglio di tornare subito a Pasadena, riunire i tuoi uomini, preparare un rapporto, entro una settimana, per descrivere la situazione così come la vedete. Fallo firmare da tutti, così nessuno potrà sostenere che un direttore di osservatorio è diventato matto. Poi ritorna a Washington. Intanto io comincerò a mettere in movimento le ruote. In un caso del genere non posso certo mettermi a sussurrare nell’orecchio di qualche deputato. C’è una sola cosa da fare: recarsi subito dal Presidente. Cercherò di spianarti la strada.»

2

Riunione a Londra

Quattro giorni prima, a Londra, nella sede della Reale Società Astronomica, si era tenuta un’importante riunione. Non era stata la Reale Società Astronomica a convocarla, ma l’Associazione Astronomica Britannica, associazione formata essenzialmente da astronomi dilettanti.

Chris Kingsley, professore di astronomia all’Università di Cambridge, nel primo pomeriggio prese il treno, diretto a Londra per quella riunione. Era un fatto insolito che lui, il più teorico dei teorici, intervenisse a una riunione di osservatori dilettanti. Ma aveva sentito parlare di certe inspiegabili inesattezze nella posizione dei pianeti Giove e Saturno. Kingsley non ci credeva, ma a suo avviso lo scetticismo doveva sempre avere una base solida. Perciò voleva sentire cosa avrebbero raccontato quei bei tipi.

Quando giunse a Burlington House, in tempo per il tè delle quattro, notò con sorpresa che c’erano numerosi altri astronomi professionisti, e perfino l’Astronomo Reale. Si era appena seduto quando il dottor Oldroyd, presidente, avviò la riunione con queste parole:

«Signore e signori, ci siamo qui riuniti per discutere alcune nuove interessanti scoperte. Ma prima di dar la parola al primo oratore, voglio dirvi quanto siamo compiaciuti di veder qui fra noi tanti illustri ospiti. Nutro fiducia che ad essi non parrà di aver sprecato il tempo che ci hanno concesso, e confido quindi che si dimostrerà ancora una volta la funzione che spetta agli astronomi dilettanti.»

A queste parole Kingsley rispose con una risatina repressa e alcuni suoi colleghi si agitarono sulla sedia. Il dottor Oldroyd continuò:

«Ho l’onore di cedere la parola al signor George Green.»

Il signor George Green balzò dalla sua sedia, a metà della stanza, e si affrettò verso il podio stringendo nella destra un gran fascio di carte.

Per i primi dieci minuti Kingsley ascoltò con cortese attenzione il signor Green, il quale andava mostrando le lastre impressionate col suo telescopio privato. Ma quando i dieci minuti furono diventati un quarto d’ora, cominciò ad agitarsi e la mezz’ora successiva fu un vero tormento: accavallava le gambe, la destra sulla sinistra e viceversa, si volgeva ogni momento a guardare l’orologio sulla parete. Ma non servì a nulla: il signor George Green non mollava la presa. L’Astronomo Reale fissava Kingsley con un sorriso tranquillo. Gli altri colleghi gongolavano, e non staccavano mai gli occhi da Kingsley: cercavano di calcolare fra quanto ci sarebbe stata l’esplosione.

Ma l’esplosione non ci fu, perchè il signor Green all’improvviso parve ricordarsi dell’argomento del suo discorso. Piantando la descrizione del suo adorato telescopio, cominciò a buttar là dati e cifre: pareva un cane che si scuote l’acqua di dosso dopo aver fatto il bagno. Aveva osservato Giove e Saturno, ne aveva misurata con cura la posizione e aveva trovato alcune discrepanze rispetto all’Almanacco Nautico. Corse alla lavagna, scrisse i dati seguenti, e poi si rimise a sedere:

Discrepanza in

longitudine

Discrepanza in

declinazione

GIOVE

+ 1 minuto 29 secondi

— 49 secondi

SATURNO

+ 42 secondi

— 17 secondi

Kingsley non potè sentire il grande applauso offerto al signor Green come compenso della sua fatica. Soffocava di rabbia. Era venuto alla riunione pensando di sentir parlare di discrepanze nell’ordine di non più di qualche decimo di secondo al massimo. Queste discrepanze si possono attribuire a misurazioni imprecise di astronomi incompetenti. Oppure di qualche sottile sbaglio di natura statistica. Ma le cifre che il signor George aveva scritto sulla lavagna erano assurde, fantastiche, così grosse che le avrebbe vedute un cieco: il signor George Green doveva aver fatto qualche svarione spaventoso.

Non si creda per questo che Kingsley fosse un intellettuale snob: tuttavia per principio era contrario ai dilettanti. Meno di due anni prima, proprio in quella sala, aveva ascoltato la relazione di un tale assolutamente sconosciuto; si era subito accorto del valore e della competenza di quel lavoro, e fu il primo a elogiarlo pubblicamente. La bestia nera di Kingsley era l’incompetenza, non quella, per così dire, domestica, ma l’altra, quella che si ostenta in pubblico. Sotto tale aspetto era pronto a andare in bestia, di qualunque cosa si trattasse, arte, musica o scienza.

Questa volta era proprio una caldaia piena di rabbia. Tante erano le idee che gli balenavano in mente che non sapeva scegliere la frase adatta. E prima che riuscisse a decidersi, il dottor Oldroyd saltò su all’improvviso:

«Ho il grande piacere,» disse, «di dare la parola all’Astronomo Reale.»

L’Astronomo Reale aveva pensato di dir poche, precise parole, ma ora non seppe resistere alla tentazione di fare un discorso più lungo, solo per il piacere di guardare in viso Kingsley. Per Kingsley non poteva esserci tormento maggiore che sentir ripetere quel che aveva detto il signor George Green: eppure l’Astronomo Reale fece proprio questo. Per prima cosa fece proiettare le diapositive con su fotografata l’attrezzatura dell’Osservatorio Reale, quindi fece vedere gli astronomi al lavoro e le varie parti dei telescopi; poi continuò, spiegando nei particolari come funziona un telescopio, e in termini che parevano scelti apposta per farsi capire da un bambino tardivo. E tutto questo fece con tono misurato, sicuro, e non esitante, come quello del signor Green. Dopo circa 35 minuti di questa commedia sentì che la salute di Kingsley doveva essere in pericolo, e perciò decise di venire al sodo.

«I nostri risultati confermano all’ingrosso quel che vi ha già detto il signor Green. Giove e Saturno sono fuori di posizione, in misura press’a poco eguale a quella già dichiarata dal signor Green. Fra i suoi risultati e i nostri vi sono certe piccole discrepanze, ma nelle linee generali siamo d’accordo.

«L’Osservatorio Reale ha anche osservato che i pianeti Urano e Nettuno sono fuori di posizione, non certo nella stessa misura di Giove e di Saturno, ma tuttavia in misura apprezzabile.

«Debbo infine aggiungere che ho ricevuto una lettera da Grottwald di Heidelberg: mi dice che l’Osservatorio di Heidelberg ha ottenuto risultati in perfetto accordo con quelli dell’Osservatorio Reale.»

Non appena fu tornato al suo posto, il presidente si rivolse ai presenti:

«Signori, avete sentito questo pomeriggio risultati che io oserei definire di primissima importanza. La riunione di oggi sarà forse una pietra miliare nella storia dell’astronomia. Non voglio rubarvi altro tempo, perchè ritengo che voi tutti avrete molte cose da dire. In particolare ritengo che avranno molto da dirci i nostri teorici. Vorrei aprire la discussione chiedendo al professor Kingsley se ha osservazioni che gli piacerebbe fare.»

«No di certo, almeno finchè resta in vigore la legge contro la diffamazione,» disse un astronomo a bassa voce, rivolto al vicino.

«Signor presidente,» cominciò Kingsley, «durante i discorsi dei due precedenti oratori ho avuto tempo a sufficienza per fare un calcolo piuttosto lungo.»

I due astronomi si scambiarono un sorriso furbesco, e anche l’Astronomo Reale sogghignò dentro di sè.

«Forse ai presenti interesserà conoscere le conclusioni a cui sono giunto. Se sono giusti i risultati che ci sono stati presentati oggi — dico, se sono giusti — allora ciò significa che in prossimità del sistema solare deve esistere un corpo finora sconosciuto. E la massa di questo corpo sconosciuto deve esser pari, o forse maggiore, di quella di Giove stesso. Se non è possibile supporre che i risultati a noi sottoposti derivino da un banale errore di osservazione — dico un banale errore di osservazione — non è nemmeno possibile supporre che per tanto tempo nessuno abbia scoperto un corpo di così grande masse, esistente nel sistema solare o alla periferia di esso.»

Kingsley si rimise a sedere. Gli astronomi di professione capivano la struttura generale del suo ragionamento, e quel che vi stava sotto: conclusero che Kingsley aveva fatto centro.

Kingsley guardò fisso il ferroviere che gli chiese il biglietto, mentre saliva sul treno per Cambridge delle 8,56. L’uomo arretrò di un paio di passi, perchè l’ira di Kingsley non si era placate dopo il pasto appena consumato, un pasto formato da robe scadente cucinata male e servita con una certa alterigia in un ambiente pieno di pretese ma sporco. Solo il prezzo era stato ragguardevole. Kingsley avanzò lungo il treno in cerca di uno scompartimento dove potesse, tutto solo, sfogare la sue rabbia. Mentre traversava in fretta un vagone, scorse una nuca che gli parve di riconoscere. Scivolò nello scompartimento e piombò a sedere accanto all’Astronomo Reale

«Prima classe, belle e comoda. Bella cosa lavorare per il governo, vero?»

«Si sbaglia, Kingsley. Vado a Cambridge per una festa dell’Università.»

Kingsley, ancora ben conscio di quell’esecrabile pasto, lo guardò torvo.

«Si trattano bene quegli straccioni del Trinity College,» disse. «Fanno festa il lunedì, il mercoledì, il venerdì e gli altri giorni della settimana si concedono quattro pasti tondi tondi.»

«Non è proprio come dice lei. Oggi mi sembra arrabbiato, Kingsley. C’è qualche guaio?»

Bisogna proprio dire che l’Astronomo Reale gongolava.

«Arrabbiato! vorrei sapere chi non lo sarebbe. Avanti, A. R., cosa significava quella pagliacciata di oggi?»

«Tutto quello che si è detto oggi era realtà, semplice e schietta.»

«Realtà? Avreste fatto meglio a mettervi a ballare sui tavoli, sarebbe stato più serio. Pianeti spostati di un grado e mezzo! Che roba!»

L’Astronomo Reale prese dalla reticella la borsa e ne trasse un mucchio di carta zeppe di numeri.

«Questi sono i fatti,» disse. «Nella prima cinquantina di pagine troverà le osservazioni di tutti i pianeti, coi dati degli ultimi mesi, giorno per giorno. Poi c’è una tavola con le osservazioni ridotte a coordinate eliocentriche.»

Kingsley studiò in silenzio per quasi un’ora quelle carte, fino a che il treno non fu giunto a Bishop’s Stortford. Poi disse:

«Ma non vede, A. R., che non c’è la minima possibilità di tirar fuori i piedi da questo garbuglio? C’è tanta roba che non è facile dire se è tutta genuina. Posso tenere le tavole per un paio di giorni?»

«Kingsley, se lei immagina che io sia capace di prendermi il fastidio di mettere in piedi un complicato… garbuglio, come dice lei, con lo scopo principale di farle uno scherzo, di farla arrabbiare, allora le dico che ha un’opinione eccessiva di sè.»

«Diciamolo in un altro modo,» rispose Kingsley. «Ci sono due possibili ipotesi: e tutte e due a prima vista mi paiono impossibili, ma una deve essere quella giusta. La prima è questa: un corpo sinora sconosciuto, con una massa pari a quella del pianeta Giove, ha invaso il sistema solare. La seconda ipotesi eccola: L’Astronomo Reale è diventato matto. Non voglio offenderla, ma francamente la seconda ipotesi mi sembra meno incredibile della prima.»

«Quello che ammiro in lei, Kingsley, è la maniera con cui riesce a non attenuare le cose che pensa.» L’Astronomo Reale restò un momento soprappensiero. «Perchè non si dà alla politica?»

Kingsley sogghignò. «Mi può dare quelle tavole per un paio di giorni?»

«Che cosa intende farne?»

«Be’, due cose. Devo prima controllare il peso di tutta la questione, e poi scoprire dove si trova l’intruso.»

«E come intende far ciò?»

«Partirò dalle osservazioni su uno dei pianeti e procederò a ritroso: mi sembra che il migliore debba essere Saturno. Così determinerò la distribuzione del corpo intruso, o del materiale intruso, se esso non ha la forma di un corpo compatto. Sarà lo stesso procedimento con cui J.C. Adams e Leverrier hanno determinato la posizione di Nettuno. Poi, una volta pescato il materiale intruso svolgerò il ragionamento inverso. Calcolerò le modificazioni intervenute per gli altri pianeti, Giove, Urano, Nettuno, Marte eccetera. E una volta fatto questo confronterò i miei risultati con le sue osservazioni di questi altri pianeti. Se i miei risultati si accorderanno con le sue osservazioni allora sarò certo che non c’è stato da parte sua il desiderio di prendermi in giro. Se invece non concordano… Be’!»

«Benissimo,» disse l’Astronomo Reale, «ma come pensa di poterlo fare in un paio di giorni?»

«Oh, servendomi di un calcolatore elettronico. Per fortuna ho già un programma scritto per i calcolatori di Cambridge. Mi ci vorrà tutto domani per modificarlo un po’ e per iscrivervi alcuni moduli necessari alla soluzione del problema. Ma domani sera dovrei essere pronto per iniziare i calcoli. Senta, A.R., perchè non viene al laboratorio, dopo la festa? Se lavoriamo fino a domani notte, dovremmo sistemare tutto in breve tempo.»

La giornata dopo fu molto sgradevole: freddo, pioggia e nebbia sottile sulla città di Cambridge. Kingsley lavorò tutta la mattinata e tutto il pomeriggio davanti a un fuoco scoppiettante, nel suo appartamento all’Università. Lavorava sodo, tracciando sulla carta degli strani scarabocchi di cui diamo un breve esempio, un esempio cioè del codice grazie al quale si poteva ordinare al calcolatore come compiere i calcoli e le operazioni necessarie:

T

Z

0

A

23

(

1

U

11

(

2

A

2

F

3

U

13

(

Verso le tre e mezzo uscì dall’Università, ben imbacuccato e riparando sotto l’ombrello un voluminoso fascio di carta. Prese la via più breve per Corn Exchange Street, entrò nell’edificio dov’era la macchina calcolatrice, la macchina che in una notte faceva calcoli per cui normalmente sarebbero occorsi cinque anni. L’edificio era stato una volta una vecchia scuola di anatomia e alcuni sussurravano che fosse abitato dai fantasmi, ma Kingsley non ci pensava neppure, e dalla stradicciola imboccò l’entrata laterale.

Ma non andò subito alla calcolatrice, che in quel momento altri stavano adoperando. Doveva ancora tradurre lettere e cifre in una forma che la macchina potesse interpretare. Per far questo usò una macchina per scrivere di tipo speciale, che cioè faceva uscire una fettuccia di carta con dei fori: quei fori corrispondevano ai simboli impressi. Proprio quei fori erano le istruzioni da passare alla calcolatrice. Bisognava che tutte le migliaia di fori fossero al posto giusto; altrimenti la macchina avrebbe sbagliato i calcoli. La scrittura quindi doveva essere fatta con precisione meticolosa, una precisione al cento per cento, davvero.

Solo verso le sei Kingsley ritenne che ogni cosa fosse a posto, controllata e ricontrollata. Si diresse all’ultimo piano dell’edificio dov’era la calcolatrice. Nella stanza c’era un piacevole caldo secco, graditissimo in quell’umida giornata fredda di gennaio: era il calore delle molte migliaia di valvole. Si sentiva il ronzio familiare dei motori elettrici e il ticchettio della telescrivente.

L’Astronomo Reale aveva trascorso una giornata piacevole, in visita a vecchi amici, e una serata deliziosa alla festa dell’Università. Ora — era quasi mezzanotte — avrebbe preferito andarsene a dormire, piuttosto che al laboratorio matematico. Ma forse sarebbe stato meglio andare a vedere cosa faceva quel matto. Un amico si offri di accompagnarlo in macchina, e insomma eccolo qui, sotto la pioggia, in attesa che gli aprissero la porta. Finalmente comparve Kingsley.

«Oh, salve, A. R.,» disse. «È venuto proprio al momento giusto.»

Salirono diverse rampe di scale fino alla calcolatrice.

«Ha già qualche risultato?»

«No, ma credo che ogni cosa sia pronta. C’erano diversi sbagli nei miei appunti di stamani ed ho impiegato le ultime ore a scoprirli. Spero di averli eliminati tutti, mi pare. Se tutto va bene con la calcolatrice, fra un’ora o due dovremmo avere qualche buon risultato. È andata bene la festa?»

Erano quasi le due del mattino quando Kingsley disse: «Be’, quasi ci siamo. Fra un paio di minuti ci saranno i primi risultati.»

E infatti cinque minuti dopo si udì nella stanza un rumore nuovo, il fracasso del punzone ad alta velocità: ne uscì una strisciolina di carta lunga quasi dieci metri. I fori sulla carta davano i risultati di un calcolo per ottenere il quale a un uomo sarebbe occorso un anno intero.

«Diamo un’occhiata,» disse Kingsley infilando la strisciolina nella telescrivente. Tutti e due guardavano le file di cifre, man mano che la macchina le scriveva.

«L’apparecchio non è di prima qualità, temo. Forse è bene che le spieghi. Le prime tre file ci danno i valori del gruppo di parametri che ho introdotto nei calcoli rispetto alle sue osservazioni.»

«E la posizione dell’intruso?» chiese l’Astronomo Reale.

«Posizione e massa possiamo leggerle nelle ultime quattro file. Ma non sono in forma perfetta… Le ho detto che l’apparecchio non è molto buono. Usando questi risultati voglio poi calcolare quale influenza l’intruso dovrebbe avere su Giove. Il nastro è qui proprio per questo.»

E Kingsley indicò la striscia di carta che era appena uscita dalla macchina.

«Ma prima devo fare qualche piccolo calcolo di persona, per tradurre quei numeri in una forma davvero conveniente. Intanto però avviamo la macchina e sapremo qualcosa su Giove.»

Kingsley premette alcuni pulsanti. Poi introdusse un grosso rotolo di carta nel dispositivo di lettura della macchina. Premette un altro pulsante e il dispositivo cominciò a svolgere il rotolo.

«Vede come funziona?» disse Kingsley. «Man mano che il rotolo si svolge, una luce compare attraverso i fori, poi entra in questa scatola e cade su di un tubo fotosensibile. In questo modo una serie di impulsi entrano nella macchina. Il rotolo che ho introdotto dá alla macchina gli ordini necessari per calcolare il mutamento della posizione di Giove. Ma la macchina per ore non ha avuto alcun ordine; non sa ancora nulla della posizione dell’intruso, della sua massa, della sua velocità. Per questo la macchina non può ancora funzionare.»

Kingsley aveva ragione. Appena giunta alla fine del lungo rotolo di carta la macchina si fermò. Kingsley indicò una piccola luce rossa.

«Significa che la macchina si è fermata, perchè le istruzioni non sono ancora complete. E ora, dov’è quel pezzo di carta che avevamo un momento fa? Ah, eccolo sul tavolo, accanto a lei.»

L’Astronomo Reale gli porse la lunga striscia di carta.

«Ecco, qui ci sono le informazioni mancanti. Quando gliele avremo date, la macchina ci dirà tutto sull’intruso.»

Kingsley premette un altro pulsante e cominciò a svolgersi il secondo rotolo di carta. Appena ebbe percorso il dispositivo di lettura, proprio come aveva fatto il primo, cominciarono a accendersi delle luci su una serie di tubi a raggi catodici.

«Ecco, funziona. Per un’ora, da questo momento, la macchina moltiplicherà centomila numeri di dieci cifre al minuto. Noi intanto facciamoci il caffè. Ne ho bisogno, non tocco cibo dalle quattro del pomeriggio di ieri.»

I due uomini lavorarono per tutta la notte. Si vedevano le prime luci dell’alba, un’alba squallida di gennaio, quando Kingsley:

«Be’, ci siamo. Abbiamo qui tutti i risultati, ma bisogna tradurli, prima di poter fare un confronto con le sue osservazioni. Farò venire una delle ragazze per questo. Senta A. R., le propongo di cenare con me stanotte e poi riprenderemo. O forse preferisce riposarsi un po’? Io rimango fino a che non arriva il personale del laboratorio.»

Dopo cena quella notte l’Astronomo Reale e Kingsley furono di nuovo insieme, nella camera di quest’ultimo, all’Erasmus College. La cena era stata ottima e si sentivano tutti e due molto bene, lì accanto al fuoco scintillante.

«Quante sciocchezze si sentono dire su quelle stufe a perfetta tenuta,» fece l’Astronomo Reale indicando il fuoco. «Dicono che sono molto scientifiche, ma a me pare che di scientifico non abbiano nulla. La forma migliore di calore è quella che si irradia da un fuoco scoperto. Le stufe a tenuta, invece, generano un mucchio d’aria calda che è assai sgradevole a respirare. Ti soffocano, senza scaldarti.»

«Giustissimo,» approvò Kingsley. «Nemmeno io ho mai adoperato una di quelle stufe. E le andrebbe un po’ di Porto, prima di ricominciare? o di Madera, di Chiaretto, di Borgogna?»

«Grazie, mi piacerebbe il Borgogna.»

«Benissimo, ho del buon Pommard ‘57.»

Kingsley versò due bicchieri abbondanti, si rimise a sedere e continuò:

«Ecco fatto. Ho i valori calcolati per Marte, Giove, Urano e Nettuno. Si accordano perfettamente con le sue osservazioni. Ho fatto una sorta di sinossi dei risultati fondamentali, qui su questi quattro fogli di carta, uno per pianeta. Guardi pure.»

L’Astronomo Reale per diversi minuti osservò i quattro fogli.

«È impressionante, Kingsley. Quella sua calcolatrice è davvero uno strumento fantastico. Ebbene, è contento ora? Ogni cosa torna. Ogni cosa dà credito all’ipotesi di un corpo esterno che abbia invaso il sistema solare. A proposito, ha già i particolari circa la massa, la posizione e il moto? Qui non li vedo.»

«Sì, li ho,» rispose Kingsley tirando fuori un altro foglio da un grosso fascicolo. «E qui cominciano i guai. La massa risulta pari a quasi due terzi di quella di Giove.»

L’Astronomo Reale sogghignò.

«Mi pare che alla riunione degli astronomi lei la stimasse almeno uguale a quella di Giove.»

Kingsley grugnì.

«Se pensa a tutte quelle distrazioni, non è stata una stima cattiva, A. R. Ma guardi la distanza eliocentrica: 21,3 unità astronomiche, solo 21,3 volte la distanza della Terra dal Sole. È impossibile.»

«Perchè?»

«A quella distanza si dovrebbe vedere facilmente a occhio nudo. Migliaia di persone l’avrebbero già visto.»

L’Astronomo Reale scosse il capo.

«Non è detto che la cosa debba essere un pianeta, come Giove o Saturno. Può darsi che abbia densità molto maggiore e più bassa luminosità. Può darsi così che sia un oggetto molto difficile da scorgersi a occhio nudo.»

«Ma anche in questo caso, A. R., un esame del cielo al telescopio avrebbe dovuto scoprirlo. Come lei vede è nel cielo notturno, a sud di Orione. Ecco le coordinate: Ascensione Retta 5 ore 46 minuti, Declinazione meno 30 gradi 12 minuti. Non conosco molto bene i particolari del cielo, ma dev’essere da qualche parte a sud di Orione, vero?»

«Quanto tempo è che non guarda in un telescopio, Kingsley.?»

«Oh, mi pare quindici anni.»

«Cosa le era successo?»

«Dovevo accompagnare un gruppo di visitatori all’osservatorio.»

«Be’, non crede che dovremmo andare all’osservatorio a vedere quel che c’è da vedere, invece di continuare a discorrere? Mi sembra che questo intruso, come continuiamo a chiamarlo, possa anche non essere affatto un corpo solido.»

«Vuol dire che potrebbe essere una nuvola di gas? Be’, in un certo senso potrebbe essere meglio così. In questo caso sarebbe molto più difficile vederla che non un corpo denso. Ma la nuvola dovrebbe essere ben localizzata, con un diametro non molto maggiore dell’orbita della Terra. Dovrebbe essere una nuvola abbastanza densa, di circa 10–10 grammi per cm3. Una minuscola stella in via di formazione, forse?»

L’Astronomo Reale assentì.

«Noi sappiamo che le nuvole di gas molto grandi, come la Nebulosa di Orione, hanno una densità media di forse 10–21 grammi per cm3. D’altro canto le stelle come il Sole, con una densità di un grammo per cm3, si formano costantemente entro le grandi nuvole di gas. Ciò significa con certezza che debbono esistere ammassi gassosi di ogni possibile densità fra, diciamo, 10–21 grammi per cm3 da un lato, e la densità stellare dall’altro. Il suo 10–10 grammi per cm3 è proprio al centro di questa gamma; e a me sembra assai plausibile.»

«Tutto ciò è molto vero, A. R. Io credo che debbano esistere nuvole di questa densità. Ma credo che lei abbia ragione quando mi chiede di andare all’osservatorio. Chiamo Adams perchè faccia venire un tassì; intanto lei finisca il suo vino.»

Quando i due uomini giunsero all’osservatorio dell’Università il cielo era coperto: aspettarono molte fredde umide ore, ma quella notte non ci fu segno di stelle. Lo stesso la notte seguente, e poi un’altra ancora. Per questo Cambridge non ebbe l’onore di scoprire per prima la Nuvola nera, così come non aveva avuto l’onore, più di un secolo prima, di scoprire per prima il pianeta Nettuno.

Il 17 gennaio, cioè il giorno dopo la visita di Herrick a Washington, Kingsley e l’Astronomo Reale cenarono di nuovo insieme all’Erasmus College. Ancora una volta tornarono dopo cena nell’appartamento di Kingsley, ancora una volta sedettero davanti al fuoco a bere Pommard’ 57

«Grazie a Dio questa volta non dovremo star alzati tutta la notte. Spero che ci si possa fidare di Adams, e che mi avverta se il cielo si rischiara.»

«Però domani dovrei tornare a Herstmonceux,» disse l’Astronomo Reale. «Dopotutto abbiamo telescopi anche là.»

«Mi pare che anche lei si sia fatto mettere a terra da questo tempaccio. Guardi, A. R., secondo me dovremmo mostrare le nostre carte. Ho pronto un telegramma da mandare a Marlowe a Pasadena. Eccolo. Loro non hanno il fastidio del cielo coperto.»

L’Astronomo Reale dette un’occhiata al foglio che Kingsley gli porgeva.

PREGO INFORMARMI EVENTUALE ESISTENZA OGGETTO INSOLITO AT ASCENSIONE RETTA CINQUE ORE QUARANTASEI MINUTI DECLINAZIONE MENO TRENTA GRADI DODICI MINUTI STOP MASSA OGGETTO PARI DUE TERZI GIOVE VELOCITÀ SETTANTA CHILOMETRI SECONDO, DIREZIONE VERSO TERRA STOP DISTANZA ELIOCENTRICA VENTUNO VIRGOLA TRE UNITÀ ASTRONOMICHE STOP

«Devo mandarlo?» chiese Kingsley con ansia. «Lo mandi. Ho sonno,» disse l’Astronomo Reale nascondendo a male pena uno sbadiglio.

Alle nove del giorno seguente Kingsley aveva lezione, perciò prima delle otto si era già lavato, vestito, sbarbato. Era pronto il tavolo per la colazione. «Telegramma per lei, signore.»

Gli diede un’occhiata, era un cablogramma. Incredibile, pensò Kingsley, che la risposta di Marlowe fosse già arrivata. Ma fu anche più sorpreso quando ebbe aperto il cablogramma.

INDISPENSABILE PRESENZA IMMEDIATA RIPETO IMMEDIATA VOSTRA ET ASTRONOMO REALE AT PASADENA STOP PRENDETE AEREO PER NEW YORK ORE QUINDICI STOP BIGLIETTI PAN AMERICAN VICTORIA AIR TERMINAL STOP FORMALITÀ VISTI PASSAPORTO AT AMBASCIATA AMERICANA STOP MACCHINA ATTENDEVI AEROPORTO LOS ANGELES STOP HERRICK

L’aereo si alzò lentamente e puntò verso ovest

Kingsley e l’Astronomo Reale si accomodarono sui sedili. Era il primo momento di calma, da quando Kingsley aveva aperto il cablogramma di quella mattina. Per prima cosa aveva rimandato la lezione, poi aveva discusso tutto l’affare con il preside di facoltà. Non era facile lasciare la Università con così breve preavviso, ma finalmente tutto fu sistemato. Erano già le undici. Restavano tre ore per andare a Londra, ottenere il visto sul passaporto, prendere i biglietti e salire sull’autobus dell’aeroporto. Era stata proprio una corsa. Le cose andarono un po’ meglio per l’Astronomo Reale, che faceva spesso viaggi all’estero ed aveva quindi il visto già pronto.

Tutti e due tirarono fuori un libro da leggere durante il viaggio. Kingsley allungò gli occhi verso il libro dell’Astronomo Reale e vide una copertina smagliante, con su disegnata una banda di pistoleros che si sparavano addosso.

«Chissà cosa leggerà dopo,» pensava Kingsley.

Anche l’Astronomo Reale dette un’occhiata al libro di Kingsley: erano le Storie di Erodoto.

«Perdio, dopo questo leggerà Tucidide,» pensava l’Astronomo Reale.

3

California

A questo punto bisogna descrivere la costernazione che il cablogramma provocò a Pasadena. La mattina dopo il suo ritorno da Washington si tenne una riunione nell’ufficio di Herrick: c’erano Marlowe, Weichart e Barnett. Herrick spiegò che bisognava arrivare presto a una conclusione obiettiva sui probabili effetti della Nuvola nera, quando fosse ginnta alla Terra.

«Siamo arrivati a questo punto: le nostre osservazioni dimostrano che la nuvola impiegherà diciotto mesi per raggiungerci, o almeno questo sembra probabile. Ora cosa sappiamo della nuvola stessa? Si darà un apprezzabile assorbimento delle radiazioni solari, quando essa sia giunta tra noi e il Sole?»

«È molto difficile a dirsi, finchè ci mancano altre informazioni,» disse Marlowe sbuffando fumo. «Per il momento non sappiamo se la Nuvola è un oggetto piccolo molto vicino a noi, o se invece è grande ma distante. Non sappiamo nemmeno nulla della densità del materiale che la compone.»

«Se avessimo la velocità della Nuvola, allora sapremmo quanto è grande e quanto è distante,» osservò Weichart.

«Sì, ci ho pensato,» continuò Marlowe. «Quelli della radio, giù in Australia, ci possono dare le informazioni occorrenti; ma è molto probabile che la nuvola sia formata soprattutto di idrogeno, e forse la potremmo rilevare all’apparecchio Doppler sui 21 cm.

«Benissimo,» disse Barnett. «La persona più adatta è Leicester, a Sydney. Dovremmo fargli subito un cablogramma.»

«Non credo che sia compito nostro, Bill,» spiegò Herrick. «Teniamoci a quel che possiamo far da noi. Una volta pronto il nostro rapporto si incaricherà Washington di metterci in contatto con gli australiani per avere le misurazioni radio.»

«Però dovremmo raccomandare che del problema si occupi anche il gruppo di Leicester.»

«Certo, possiamo farlo, anzi dobbiamo farlo. Volevo dire, però, che non sta a noi avviare un’azione di questo tipo. È probabile che l’affare abbia serie conseguenze politiche, ed a mio avviso dovremmo tenerci alla larga da queste storie.»

«Certo,» intervenne Marlowe, «la politica è l’ultima cosa di cui vorrei impicciarmi. Ma è chiaro che ci occorrono quelli della radio, per avere la velocità. La massa della nuvola è più difficile. Secondo me la maniera migliore, e forse anche l’unica, sarebbe quella di esaminare le perturbazioni planetarie.»

«Ma questa è roba vecchia,» fece Barnett. «Chi se ne occupa? Gli inglesi, mi sembra.»

«Sì,» borbottò Herrick, «forse faremmo meglio a non dar troppo peso a questo aspetto della questione. Ma l’Astronomo Reale, forse, è la persona migliore. Nel rapporto ne parlerò. Vorrei metterlo giù al più presto possibile. Credo che siamo d’accordo sui punti principali. C’è qualcuno che ha altro da aggiungere?»

«No, abbiamo esaminato ogni cosa con cura, nei limiti delle nostre possibilità, voglio dire,» rispose Marlowe. «Vorrei sistemare un paio di cosette che ho trascurato in questi ultimi giorni. Immagino che occorra finire il rapporto. Per fortuna non tocca a me scriverlo.»

Così sfilarono fuori dell’ufficio di Herrick, lasciandolo al suo rapporto. Herrick si mise subito all’opera. Barnett e Weichart tornarono a Caltech. Marlowe andò nel suo ufficio, ma non gli riusciva di lavorare e si diresse verso la biblioteca dove sapeva di trovare alcuni suoi colleghi. Era aperta una vivace discussione sopra il diagramma colore-grandezza delle stelle del nucleo galattico: servì a far passare il tempo, finchè tutti furono d’accordo che era arrivata l’ora di pranzo.

Rientrando dopo il pranzo Marlowe si vide porgere un cablogramma dalla segretaria.

Le parole su quel pezzo di carta gli parvero enormi, gigantesche:

PRECO INFORMARMI EVENTUALE ESISTENZA OGGETTO INSOLITO AT ASCENSIONE RETTA CINQUE ORE QUARANTASEI MINUTI DECLINAZIONE MENO TRENTA GRADI DODICI MINUTI STOP MASSA OGGETTO PARI DUE TERZI GIOVE VELOCITÀ SETTANTA CHILOMETRI SECONDO, DIREZIONE VERSO TERRA STOP DI STANZA ELIOCENTRICA VENTUNO VIRGOLA TRE UNITÀ ASTRONOMICHE STOP

Marlowe mandò un grido, corse all’ufficio di Herrick ed entrò senza nemmeno bussare.

«Ce l’ho,» gridava. «Tutto quel che volevamo sapere.»

Herrick studiò il cablo, sorrise storto e disse:

«Questo cambia le cose. Mi pare che a questo punto dobbiamo consultarci con Kingsley e con l’Astronomo Reale.»

Marlowe era ancora agitato.

«La diagnosi è facile. L’Astronomo Reale ha dato i risultati delle osservazioni sul moto dei pianeti e Kingsley ha fatto i calcoli. Li conosco tutti e due e so che non c’è possibilità che sbaglino.

«Be’, è facile fare un rapido controllo. Se l’oggetto è distante 21,3 unità astronomiche e si muove verso di noi alla velocità di 70 chilometri al secondo, possiamo ben calcolare il tempo che impiegherà a raggiungerci, e verificare se è giusta la stima di Weichart, cioè diciotto mesi.»

«Giusto,» disse Marlowe. E su un pezzo di carta buttò giù questi appunti e queste cifre:

Distanza 21,3 unità astr. = 3x 1014 cm circa.

Tempo richiesto per coprire questa distanza alla velocità di 70 km al sec = = 4,3x 107 secondi = 1,4 anni = 17 mesi circa.

«Accordo perfetto,» esclamò Marlowe. «Non solo, la posizione che ci danno cade esattamente sulla nostra. Siamo completamente d’accordo.»

«E questo rende molto più difficile il mio rapporto,» fece Herrick accigliato. «Bisognerebbe davvero che lo scrivessi consultandomi con l’Astronomo Reale. Credo che dovremmo far venire al più presto lui e Kingsley.»

«Giustissimo,» convenne Marlowe. «Diamo subito l’ordine alla segretaria. Dovrebbero poter esser qui fra 36 ore, cioè dopodomani mattina. Meglio ancora se provvedono gli amici di Washington. E, a proposito del rapporto, non sarebbe il caso di dividerlo in tre parti? La parte prima sulle scoperte avvenute qui all’osservatorio. La seconda a cura di Kingsley e dell’Astronomo Reale. La terza conterrebbe le nostre conclusioni, e specialmente quelle a cui giungeremo dopo l’arrivo degli inglesi.»

«Dici proprio giusto, Geoff. Quando saranno arrivati i nostri amici avrò già finito la prima parte; la seconda possiamo lasciarla a loro e per ultimo tenteremo di tirare le conclusioni.»

«Benissimo. Penso che domani avrai finito. Che ne pensi di invitare a cena Alison, domani sera?»

«Mi farebbe piacere, purchè riesca a finire entro domani pomeriggio. Mi dai tempo di decidere fino ad allora?»

«Ma certo, benissimo. Fammelo sapere domani,» fece Marlowe e si alzò.

Mentre Marlowe se ne andava, Herrick disse:

«È un affar serio, vero?»

«Certo. Ho avuto una specie di premonizione quando ho visto le lastre di Knut Jensen, ma ho capito bene quanto era grave solo quando è arrivato questo cablogramma. La densità dovrebbe oscillare tra i 10-9 e i 10–10 grammi per cm3. Ciò significa che può oscurare completamente il cielo.

Kingsley e l’Astronomo Reale giunsero a Los Angeles la mattina presto del 20 gennaio. Marlowe li aspettava all’aeroporto. Fecero colazione in fretta a una tavola calda e poi presero l’autostrada per Pasadena.

«Dio mio, che differenza da Cambridge,» borbottò Kingsley. «Sessanta miglia all’ora invece di quindici, cielo azzurro invece di pioggia e nebbia continua, temperatura sui venti gradi anche a quest’ora.»

Era molto stanco dopo il lungo volo, prima sull’Atlantico, poi le ore di attesa a New York — troppo poco per far qualcosa di interessante, e abbastanza per stancarsi — e infine la traversata degli Stati Uniti, durante la notte. Eppure era molto meglio che un anno di mare per doppiare Capo Horn, come cento anni prima. Avrebbe desiderato un lungo sonno, ma se l’Astronomo Reale voleva andar subito all’osservatorio, anche a lui toccava andarvi.

Dopo che Kingsley e l’Astronomo Reale furono presentati a quei membri dell’osservatorio che non li conoscevano ancora, e dopo il saluto dei vecchi amici, cominciò la riunione in biblioteca. A parte gli ospiti inglesi, era la stessa compagnia che si era riunita per discutere la scoperta di Jensen, una settimana prima.

Marlowe fece una breve relazione di questa scoperta, delle sue osservazioni, delle ragioni di Weichart e della conclusione strabiliante a cui erano arrivati.

«Ecco dunque la ragione,» concluse, «per cui ci ha tanto interessati il vostro cablogramma.»

«Lo stesso vale per noi,» rispose l’Astronomo Reale. «Queste fotografie sono importantissime. Secondo voi la posizione del centro della nuvola è in Ascensione Retta 5 ore 49 minuti, Declinazione meno 30 gradi 16 minuti. Mi pare che si accordi perfettamente coi calcoli di Kingsley.»

«Volete darci ora una breve informazione delle vostre ricerche?» disse Herrick. «Forse l’Astronomo Reale potrebbe parlarci delle osservazioni e il dottor Kingsley dirci qualcosa dei calcoli.»

L’Astronomo Reale parlò dello spostamento rilevato nella posizione dei pianeti, soprattutto dei pianeti esterni. Disse che le osservazioni erano state controllate con cura per accertarsi che non vi fossero errori, e non mancò di far rilevare l’importanza del lavoro compiuto dal signor George Green.

«Perbacco, ricomincia,» pensò Kingsley.

Ma il resto della compagnia ascoltò con interesse l’Astronomo Reale.

«Perciò,» concluse, «do la parola al dottor Kingsley perchè ci spieghi la sostanza dei suoi calcoli.»

«Non c’è molto da dire,» cominciò Kingsley. «Ammesso che siano precise le osservazioni di cui ci ha parlato or ora l’Astronomo Reale — e devo dire che in un primo tempo non accettavo l’idea di doverlo ammettere — ci è parso chiaro che i pianeti erano disturbati dall’influenza gravitazionale di un qualche corpo, o di un qualche materiale intruso nel sistema solare. Dovevamo quindi usare il disturbo osservato per calcolare posizione, massa e velocità dell’intruso.»

«Avete lavorato sull’ipotesi che il materiale agisse come massa solida?» chiese Weichart.

«Sì, ci è parso che fosse la miglior cosa da fare, almeno in un primo tempo. L’Astronomo Reale ha avanzato l’ipotesi di una nuvola estesa. Ma devo confessare che, quasi per istinto, ho subito pensato a un corpo denso di grandezza relativamente piccola. Solo più tardi ho accettato l’idea della nuvola, quando ho visto le fotografie.»

«In che misura crede che questa ipotesi sbagliata abbia influito sui suoi calcoli?» chiese qualcuno.

«Quasi nulla. In quanto alle cause dei disturbi planetari, la differenza tra la vostra Nuvola e un corpo molto più denso sarebbe assai scarsa. Forse da questo nasce la lieve differenza tra i miei risultati e le vostre osservazioni.»

«Sì, è chiarissimo,» disse Marlowe da dentro la sua nube che odorava d’anice. «Quante informazioni vi sono occorse per giungere ai vostri risultati? Vi siete serviti degli spostamenti di tutti i pianeti?»

«È bastato un pianeta. Per far i calcoli sulla Nuvola — chiamiamola così — mi son servito delle osservazioni di Saturno. Poi, una volta determinate posizione, massa, ecc. della Nuvola, ho invertito i calcoli per gli altri pianeti e ho così ottenuto gli spostamenti probabili di Giove, Marte, Urano e Nettuno.»

«E poi avete potuto confrontare i risultati con le osservazioni, vero?»

«Esattamente. Il confronto è su queste tavole che ho portato. Fatele girare. Come vedete l’accordo è quasi perfetto. Ecco perchè avevamo ragione di credere giuste le nostre deduzioni e perchè ci siamo sentiti in diritto di mandare quel cablogramma.»

«Ora vorrei sapere in che misura la mia stima si accorda con la vostra,» fece Weichart. «Ho calcolato che la Nuvola dovrebbe impiegare diciotto mesi per raggiungere la Terra. Qual è la vostra risposta?»

«L’ho già controllato io, Dave,» intervenne Marlowe. «L’accordo è quasi assoluto. I calcoli del dottor Kingsley ci danno diciassette mesi.»

«Forse un po’ meno,» osservò Kingsley. «Si ottengono i diciassette mesi se non si tiene conto dell’accelerazione della Nuvola in vicinanza del Sole. Fino ad allora la velocità sarà di 70 chilometri al secondo, ma nel momento in cui raggiungerà la Terra, la velocità salirà circa a 80. Perciò il tempo necessario perchè là Nuvola raggiunga la Terra risulta di quasi sedici mesi.»

Herrick intervenne pacatamente nella discussione.

«Ebbene, ora che abbiamo compreso il reciproco punto di vista, a quali conclusioni possiamo giungere? Mi sembra che tanto noi quanto voi abbiamo commesso qualche errore. Noi abbiamo pensato a una Nuvola molto più grande posta ben al di fuori del sistema solare; il dottor Kingsley invece, come egli stesso ci ha detto, aveva pensato a un corpo denso entro il sistema solare. La verità sta quasi a mezza via tra queste due opposte opinioni. Abbiamo a che fare con una Nuvola alquanto piccola che si trova già nel sistema solare. Cosa abbiamo da dire al proposito?»

«Molte cose,» rispose Marlowe. «Noi abbiamo scoperto che la Nuvola ha un diametro angolare di circa due gradi e mezzo; il dottor Kingsley ha calcolato che essa dista da noi circa 2l unità astronomiche: tutto ciò dimostra che la Nuvola ha un diametro quasi pari alla distanza fra il Sole e la Terra.»

«Sì,» continuò Kingsley, «e con la grandezza possiamo immediatamente stimare la densità del materiale che compone la Nuvola,» continuò Kingsley. «A me sembra che il volume della Nuvola sia di circa 1040 cm3, la massa circa 1,3x1030 grammi: ne deriva una densità di 1,3x10-10 grammi per cm3.»

Per un poco la compagnia tacque. Poi intervenne Emerson.

«È una densità terribilmente alta. Se il gas si pone tra noi e il Sole, oscurerà completamente la luce. A me pare che avremo un freddo terribile qua sulla Terra.»

«Non necessariamente,» fece Barnett. «Può darsi che il gas si scaldi e che lasci filtrare il calore.»

«Ciò dipende dalla quantità di energia necessaria per riscaldare la Nuvola,» osservò Weichart.

«E dalla sua opacità, e da cento altri fattori,» aggiunse Kingsley. «Debbo dire che a me sembra improbabile che attraverso il gas possa giungerci molto calore. Calcoliamo la quantità di energia necessaria per riscaldare la Nuvola fino a un grado normale di temperatura.»

Andò alla lavagna e scrisse:

Massa della Nuvola 1,3x1030 grammi.

Composizione della Nuvola: probabilmente gas idrogeno, in massima parte allo stato neutro.

Energia richiesta per alzare la temperatura del gas di T gradi

1,5x1,3x 1030 RT erg

dove R è la costante dei gas. Chiamando L l’energia totale emessa dal Sole, il tempo richiesto per elevare la temperatura è

1,5x1,3x 1030 RT/L secondi

Posto R=8,3x107, T=300, L = 4x1033 erg per secondo ci dà un tempo di circa 1,2x107 secondi, cioè circa cinque mesi.

«Mi pare che funzioni,» commentò Weichart. «E direi che questa stima è la minima possibile.»

«Proprio così,» disse Kingsley. «Ed il mio minimo è già molto superiore al tempo che impiegherà la Nuvola a sorpassarci. Alla velocità di 80 chilometri al secondo essa attraverserà l’orbita della Terra in circa un mese. Perciò mi sembra quasi sicuro che se la Nuvola si frappone fra noi e il Sole, ci taglierà completamente fuori dal suo calore.»

«Lei dice: se la Nuvola si frappone fra noi e il Sole. Crede che ci sia qualche possibilità che ciò non accada?» chiese Herrick.

«Certo che c’è una possibilità, c’è senz’altro, direi.» Kingsley tornò alla lavagna.

«Ecco l’orbita della Terra intorno al Sole. In questo momento noi siamo qui. E la Nuvola, tracciandola in scala, è qui. Se si muove in questa direzione, cioè diretta sul Sole, è certo che ne troncherà la luce e il calore, ma se si muove in quest’altra direzione, allora potrebbe ben mancare il suo bersaglio.»

«Mi pare che siamo piuttosto fortunati,» fece Barnett ridendo acido. «Grazie al moto della Terra intorno al Sole, noi ci troveremo dall’altra parte, tra sedici mesi; cioè quando arriva la Nuvola.»

«Ciò significa soltanto che la Nuvola raggiungerà il Sole prima di toccare la Terra. La luce del Sole sarà egualmente interrotta se il Sole rimane coperto, come nel caso A dell’esempio di Kingsley,» esclamò Marlowe.

«Tornando al caso A e al caso B.» disse Weichart, «direi che il caso A può darsi solo se la Nuvola ha un momento angolare esattamente pari a zero rispetto al Sole. Basta un lievissimo momento angolare ed avremo il caso B.»

«Esattamente. Naturalmente il mio caso B è solo un esempio. La Nuvola potrebbe passare oltre il Sole e la Terra dall’altra parte, così.»

«Cosa possiamo dire sull’ipotesi che la Nuvola venga diritta contro il Sole?» chiese Herrick.

«Nulla, dal punto di vista dell’osservazione,» rispose Marlowe. «Guardiamo il disegno che Kingsley ci ha fatto della situazione attuale. Basta una minima differenza di velocità per creare una differenza notevole, decisiva: da tale differenza dipende se la Nuvola ci colpisce o se ci manca. Non siamo ancora in grado di dire come andranno le cose, ma lo possiamo scoprire man mano che la Nuvola si avvicina.»

«Perciò è questa la cosa più importante da fare,» concluse Herrick.

«Cos’altro può dirci dal punto di vista teorico?»

«Nulla, non credo che sia possibile; i calcoli non sono sufficientemente precisi.»

«Mi stupisce di sentirla parlar così male dei suoi calcoli, Kingsley,» osservò l’Astronomo Reale.

«Ma i miei calcoli si basano sulle sue osservazioni, caro A. R. Comunque son d’accordo con Marlowe. Dobbiamo sorvegliare da vicino la Nuvola. Dovrebbe esser possibile scoprire se avremo un colpo in pieno o se invece la Nuvola ci mancherà, senza farci alcun male. Un paio di mesi dovrebbero bastare.»

«Giusto,» rispose Marlowe. «State pur tranquilli che sorveglieremo questo coso con tutta l’attenzione, come se fosse fatto d’oro.»

Dopo pranzo nell’ufficio di Herrick si riunirono Marlowe, Kingsley e l’Astronomo Reale. Herrick aveva esposto la sua idea di fare un rapporto comune.

«E credo che le nostre conclusioni siano chiarissime. Volete che le riassuma?

«1. Una Nuvola di gas ha invaso il sistema solare dallo spazio esterno.

«2. Si muove, più o meno, diretta contro di noi.

«3. Giungerà nelle vicinanze della Terra fra circa sedici mesi.

«4. Rimarrà nei nostri paraggi per circa un mese.

«Perciò se il materiale di cui è composta la Nuvola si frappone fra il Sole e la Terra, la Terra piomberà nel buio. Le nostre osservazioni non sono conclusive al punto di stabilire se questo accadrà oppure no; ulteriori osservazioni potranno decidere su tale problema.»

«E credo che possiamo andare anche un po’ oltre, per ciò che riguarda le osservazioni future,» continuò Herrick. «Noi proseguiremo con tutta energia le osservazioni ottiche. Inoltre riteniamo che il lavoro dei radioastronomi australiani debba essere complementare al nostro, soprattutto per ciò che riguarda l’osservazione della linea di moto visibile della Nuvola.»

«Mi sembra che in questo modo la situazione sia ben riassunta,» convenne l’Astronomo Reale.

«Propongo pertanto di redigere il rapporto con la massima sollecitudine, di firmarlo tutti e quattro, e di presentarlo subito ai nostri rispettivi governi. Non c’è bisogno di dire che tutta la questione è segreto assoluto, o almeno che noi dobbiamo considerarla tale. È già una disgrazia il fatto che tante persone ne siano a conoscenza, ma credo che possiamo confidare che tutti agiranno con grande discrezione.»

Kingsley non era d’accordo con Herrick su questo punto. Si sentiva anche lui molto stanco, e ciò lo induceva a esprimere il suo parere in maniera meno diplomatica di quel che avrebbe fatto in un’altra situazione.

«Mi dispiace, dottor Herrick, ma su questo punto non la seguo. Non vedo per quale ragione noi scienziati dovremmo andare dai politici, come un branco di cani con la coda tra le gambe e dire: <Prego, signori, c’è qui il nostro rapporto. Prego, dateci una manata sulla schiena o magari un biscotto, se ne avete voglia!> Non capisco perchè dovremmo avere a che fare con quella gente, che non sa condurre la società nel modo giusto nemmeno in tempi normali, quando non c’è alcun pericolo effettivo. Che potrebbero fare i politici? Pubblicare una legge che impedisca l’arrivo della Nuvola? Possono forse impedire che ci manchi la luce del Sole? Se questo è possibile, allora rivolgiamoci pure a loro, con ogni mezzo; ma se ciò non è possibile, lasciamoli perdere senz’altro.»

Il dottor Herrick fu cortese ma risoluto.

«Mi dispiace, Kingsley, ma per quanto ne so io il governo degli Stati Uniti e quello britannico sono i rappresentanti democraticamente eletti dei nostri rispettivi popoli. Considero nostro ovvio dovere far questo rapporto, e osservare il più assoluto segreto, fino a che i nostri governi non si siano pronunciati in proposito.»

Kingsley si alzò.

«Mi scusi di quel che ho detto. Sono stanco. Voglio andare un po’ a dormire. Mandi pure il rapporto, se lo desidera, ma la prego di capire che se nel frattempo decido di non dire nulla in pubblico, lo faccio perchè non voglio dire nulla. E non perchè senta su di me il peso di un obbligo o di un dovere. E ora, col vostro permesso, vorrei tornare al mio albergo.»

Quando Kingsley se ne fu andato Herrick guardò l’Astronomo Reale.

«Il dottor Kingsley mi sembra un po’… hm…»

«Un po’ volubile?» disse l’Astronomo Reale. Poi sorrise e continuo:

«Non è facile a dirsi. A seguire il suo ragionamento Kingsley è sempre molto concreto e spesso riesce a dedurre con straordinaria chiarezza. Io sono disposto a credere che sia sempre così. Penso che ora le sia sembrato un po’ strano perchè argomentava partendo da premesse insolite, non perchè ci fosse un difetto nella sua logica. Sui problemi della società forse Kingsley la pensa in modo molto diverso dal nostro.»

«Comunque credo che finchè lavoriamo a questo rapporto sarebbe bene che Marlowe gli stesse dietro,» osservò Herrick.

«Benissimo,» convenne Marlowe, che ancora giocherellava con la pipa, «possiamo sempre parlare di astronomia.»

La mattina dopo, quando scese per la colazione, Kingsley trovò Marlowe che lo aspettava.

«Pensavo che le piacerebbe fare una corsa nel deserto.»

«Benissimo, non c’è cosa che mi piaccia di più. Sarò pronto tra qualche minuto.»

Uscirono da Pasadena, a La Canada piegarono a destra sulla statale 118, poi tagliarono per le colline, superarono la laterale per Monte Wilson e continuarono fino al deserto di Mohave. Altre tre ore di corsa e furono sotto la muraglia della Sierra Nevada, finchè scorsero il Monte Whitney coperto di neve. Il deserto, che si apriva fino dalla Valle della Morte, era velato da una foschia azzurra.

«Ci sono almeno un centinaio di storie,» fece Kingsley, «su ciò che sente un uomo quando gli dicono che gli resta ancora un anno di vita… Una malattia incurabile o roba del genere. Ebbene, è strano pensare che tutti noi forse abbiamo solo poco più di un anno da vivere. Fra un paio d’anni le montagne e il deserto saranno press’a poco come ora, ma non ci sarà lei, non ci sarò io, non ci sarà gente che li traversa in macchina.»

«Oh, Dio mio, ma lei è troppo pessimista,» brontolò Marlowe. «Come ha detto lei, c’è la possibilità che la Nuvola scivoli da una parte o dall’altra del Sole e ci sbagli in pieno.»

«Guardi, Marlowe, ieri non ho voluto insistere, ma se guarda una fotografia di un certo numero di anni fa, si può fare un’idea precise di un possibile spostamento. L’ha trovato, per caso?»

«Non ci potrei giurare.»

«Allora questa è la prova che la Nuvola ci viene addosso a capofitto, o almeno addosso al Sole.»

«È probabile, ma non posso esserne certo.»

«Insomma lei vuol dire che la Nuvola forse ci colpirà, ma che c’è ancora una possibilità che ciò non accada.»

«Io penso solo che lei è troppo pessimista. Vediamo intanto cosa arriveremo a scoprire nei prossimi due mesi. E comunque, anche se il Sole verrà oscurato, non crede che potremmo cavarcela? Dopo tutto si tratta solo di un mese.»

«Ebbene, vediamo un po’ le cose,» cominciò Kingsley. «Dopo il tramonto di solito la temperatura scende. Ma l’abbassamento è limitato da due fatti. Il primo è il calore immagazzinato dall’atmosfera, che funziona da serbatoio. Secondo me questa riserva si esaurirebbe presto, direi in meno di una settimana. Pensi soltanto al freddo che fa qui la notte, nel deserto.»

«Ma come la mettiamo con la notte artica, quando il Sole resta invisibile per un mese o anche più? Suppongo che ciò accada perchè l’Artide riceve costantemente aria dalle latitudini più basse, aria che è stata riscaldata dal Sole.»

«Naturalmente. L’Artide viene riscaldata di continuo dall’aria che risale dalle regioni temperate e dai Tropici.»

«Che cos’altro volevo dire?»

«Ecco, il vapore acqueo dell’atmosfera tende a trattenere il calore della terra. Nel deserto, dove c’è poco vapore acqueo, la temperatura scende molto di notte, ma nei posti in cui c’è molta umidità, come New York d’estate, la temperatura si raffredda molto poco di notte.»

«Dove vuole arrivare?»

«Vede cosa succederà?» continuò Kingsley. «Per; primi due giorni dopo l’oscuramento del Sole — ammesso che ciò avvenga — non ci sarà gran raffreddamento, in parte perchè l’aria sarà ancora calda, e in parte per il vapore acqueo. Ma quando l’aria si raffredderà, l’acqua gradualmente si trasformerà prima in pioggia, poi in neve, pioggia e neve che cadranno sulla Terra. In tal modo l’aria perderà tutto il vapore acqueo. Ci vorranno quattro o cinque giorni perchè ciò avvenga, forse anche una settimana o dieci giorni. Poi la temperatura comincerà a crollare. Entro quindici giorni il termometro scenderà a 50 gradi sotto zero, ed entro un mese a 100 e anche più.»

«Insomma lei vuol dire che sarà come sulla Luna?»

«Sì, noi sappiamo che al tramonto sulla Luna la temperatura cade di oltre 200 gradi in un’ora. Ebbene, sarà quasi lo stesso qui da noi, solo che ci vorrà più tempo, grazie alla nostra atmosfera. Ma alla fine sarà la stessa cosa. No, Marlowe, non credo che potremo resistere un mese, anche se ora non ci sembra molto tempo.»

«Lei rifiuta la possibilità di mantenere il calore con lo stesso metodo che si usa l’inverno nelle praterie del Canada, con un sistema efficiente di riscaldamento centrale?»

«È possibile supporre che alcuni edifici siano ben isolati per resistere a quel terribile sbalzo di temperatura. Ma saranno casi eccezionali, perchè quando noi costruiamo case, uffici e così via, non lo facciamo pensando a condizioni termiche del genere. Voglio tuttavia ammettere che qualcuno riuscirà a sopravvivere, quelli cioè che hanno abitazioni progettate apposta per i climi freddi. Ma credo che per gli altri non ci sia alcuna possibilità. Peggio di tutti se la passeranno gli abitatori dei Tropici con le loro capanne così precarie.»

«Brutto affare, vero?»

«Credo che la cosa migliore sia cercarsi una caverna ben scavata sotto terra.»

«Ma abbiamo bisogno di aria per respirare. Cosa faremo quando si sarà troppo raffreddata?»

«Occorrerà un impianto di riscaldamento. Non dovrebbe essere molto difficile riscaldare l’aria man mano che entra in una caverna profonda. Questo faranno i governi per i quali Herrick e l’A. R. hanno tante premure. Essi avranno le loro belle caverne calde, mentre lei ed io, caro Marlowe, sperimenteremo di persona il processo di congelamento.»

«Io non credo che siano poi così perfidi,» disse Marlowe ridendo.

Kingsley continuò, serissimo:

«Oh, certo, ci sapranno fare. Per ogni cosa troveranno la sua buona ragione. Quando sarà chiaro che solo un gruppetto di uomini potrà salvarsi, allora dimostreranno che la fortuna deve toccare a quelli che occupano un posto di maggiore importanza nella società; gira e rigira verrà che si salveranno i politici, i generali, i re, gli arcivescovi, e così via. E chi è più importante di loro?»

Marlowe capì che era venuto il momento di cambiare discorso.

«Dimentichiamoci degli uomini per un momento. Che ne sarà degli animali e delle piante?»

«Tutte le piante che esistono saranno uccise, naturalmente. Ma andrà meglio per i semi, i quali possono sopportare un freddo intenso ed essere capaci ancora di germogliare, appena ritorna la temperatura normale. Credo che ci siano in giro semi a sufficienza per assicurare che rimanga sostanzialmente intatta la flora del pianeta Per gli animali è tutto un altro discorso. Non mi pare che i grandi animali terrestri possano sopravvivere, tranne un piccolo numero di uomini e quelle poche bestie che l’uomo porterà con sè dentro il rifugio. Qualche piccolo animale da pelliccia potrà scavarsi una tana profonda nel terreno, sì da resistere al freddo ed entrando in letargo salvarsi dalla morte per mancanza di cibo.

«Gli animali marini se la passeranno molto meglio. Come l’atmosfera è una riserva di calore, così il il mare, e in misura molto maggiore. Non scenderà di molto la temperatura dei mari, e i pesci staranno benissimo.»

«Ma non c’è un errore in tutto il suo ragionamento?» esclamò Marlowe piuttosto eccitato. «Se i mari si conservano caldi lo stesso deve accadere all’aria che sta sopra i mari. In tal modo ci sarà sempre una riserva d’aria calda per sostituire quella fredda sopra la Terra»

«Non la penso così,» rispose Kingsley. «Non è nemmeno certo che l’aria sopra i mari si conserverà calda. I mari si raffredderanno quanto basta per gelare alla superficie, anche se resteranno calde le acque più basse. Ma una volta che il mare sia gelato, non ci sarà molta differenza fra l’aria che sta sopra le acque e quella che sta sopra la terra. Sarà tutta terribilmente fredda.»

«Purtroppo quel che lei dice mi sembra giusto. A conti fatti dovrebbe essere il sottomarino il luogo più adatto per scampare.»

«Be’, un sottomarino non potrebbe mai più emergere a causa del ghiaccio; perciò occorrerebbe una riserva complete d’aria, cosa non facile. Nemmeno le navi andrebbero bene, a causa del ghiaccio. E poi ho un’altra obiezione da fare al suo ragionamento. Anche se l’aria sopra i mari restasse relativamente calda, essa non fornirebbe calore all’aria che sovrasta la Terra, aria che, essendo fredda e densa, formerebbe anticicloni stabili e tremendi. L’aria fredda continuerebbe a stare sulla terra, quella calda sul mare.»

«Guardi, Kingsley,» fece Marlowe ridendo, «non mi voglio fare influenzare dal suo pessimismo. Senta, non potrebbe esservi all’interno della Nuvola una apprezzabile radiazione di temperatura? Non potrebbe la Nuvola avere un suo calore proprio, compensando così la mancanza di luce solare? Tutto ciò sempre supponendo — continuo a dirlo — che ci dobbiamo per forza trovare nell’interno della Nuvola.»

«Secondo me la temperatura interna delle nubi interstellari deve essere sempre molto bassa; non è vero?»

«Questo vale per le nuvole normali, ma questa è più densa e più piccola, tanto che la sua temperatura potrebbe essere diversa, per quanto ne sappiamo. Certo, non può essere molto alta, altrimenti la Nuvola sarebbe luminosa; ma può darsi che sia sufficiente a darci tutto il calore di cui abbiamo bisogno.»

«Lei vuol essere ottimista per forza. Ma allora le dirò che può anche darsi che la Nuvola sia così calda da lessarci tutti. Non mi ero reso conto che bisogna anche considerare la temperatura della Nuvola, una questione di cui non sappiamo niente. E le dico francamente che questo mi piace anche meno. Se la Nuvola fosse troppo calda il disastro sarebbe completo.»

«Allora in questo caso dovremmo scendere in caverna e raffreddare la nostra provvista d’aria.»

«Non andrebbe così liscia. I semi delle piante sopportano il freddo, non il calore eccessivo. E come farebbe l’ uomo a sopravvivere se la flora andasse distrutta?»

«Potremmo accumulare semi nelle caverne, insieme agli uomini, agli animali e all’apparato di refrigerazione. Mio Dio, stiamo facendo vergognare il vecchio Noè, non le pare?»

«Sì, e forse un Saint-Saëns dell’avvenire ci scriverà sopra una musica.»

«Bene, Kingsley, anche se questa chiacchierata non è stata troppo consolante, per lo meno ci ha condotto a una conclusione importante. Dobbiamo conoscere la temperatura di quella nuvola, e presto. Anche questo è un lavoro che tocca ai radioastronomi.»

«Ventun centimetri?» chiese Kingsley.

«Sì! A Cambridge avete una squadra che può far questo lavoro, vero?»

«Hanno cominciato col ventun centimetri da poco tempo, e credo che potrebbero dare presto una risposta alla nostra domanda. Glielo dirò appena torno a casa.»

«Sì, e mi faccia sapere qualcosa, appena lo sa. Vede, Kingsley, anche se non sono d’accordo su tutto quel che lei dice della politica, non mi va l’idea che le cose succedano fuori del nostro controllo. Ma non posso far tutto da me. Herrick ha chiesto che la questione sia considerata assolutamente segreta: lui è il capo e io non posso mettermi sopra di lui. Ma lei è libero, specialmente dopo quel che gli ha detto ieri. Perciò ci dia sotto.»

«Non si preoccupi, ci penso io.»

La gita fu lunga ed a sera, traversato il passo Cajon furono a San Bernardino. Si fermarono a cena — una cena eccellente — in un ristorante scelto da Marlowe, ai margini occidentali del villaggio di Arcadia.

«Non è che mi piacciano molto i ricevimenti,» fece Marlowe, «ma credo che se non ci sono scienziati, noi due potremmo passare una bella serata. Un mio amico, un grosso affarista di San Marino, mi ha invitato qua.»

«Ma non posso venire anch’io, come un intruso.»

«Ma le pare, certo che può venire: un ospite inglese! Anzi, sarà lei il pezzo grosso della festa. Vedrà che troverà una decina di produttori di Hollywood pronti a farle firmare subito un contratto.»

«Ragione di più per non venire,» disse Kingsley. Ma poi accettò.

La casa del signor Silas U. Crookshank, ricco operatore industriale, era grande, spaziosa, ben arredata. Marlowe aveva visto giusto, accolsero Kingsley come una persona importante, e gli misero in mano un enorme bicchiere di liquore secco, che a Kingsley parve whisky, Bourbon.

«Benissimo,» disse il signor Crookshank, «ora siamo al completo.»

Ma Kingsley non riuscì a scoprire perchè fossero al completo.

Dopo aver cordialmente chiacchierato col vice-presidente di una società di navigazione aerea e col direttore di una impresa ortofrutticola, e con altre degne persone, alla fine Kingsley si trovò a parlare con una graziosa ragazza bruna. Li interruppe una donna assai bella, che li prese tutti e due per un braccio.

«Avanti, voi due,» disse con una bella voce bassa, asciutta, assai fine. «Andiamo tutti da Jim Halliday.»

Quando vide che la bruna stava per accettare l’idea di Vocedibasso, Kingsley concluse che avrebbe fatto bene ad andare anche lui. Non doveva preoccuparsi per Marlowe, pensò. In qualche modo sarebbe ritornato al suo albergo.

La casa di Jim era alquanto più piccola della residenza del signor S.U. Crookshank, ma tuttavia riuscirono a sgombrare un pezzo di pavimento su cui due o tre coppie si misero a ballare al suono piuttosto rauco di un grammofono. Girarono altri bicchieri, e Kingsley ne fu contento perchè non era una stella di prima grandezza nel cielo delle danze. La ragazza bruna fu invitata da due uamini per i quali Kingsley, nonostante il whisky, provò cordiale antipatia. Decise di meditare sulla condizione del mondo, in attesa del momento di liberare la ragazza da quei due tangheri, ma non doveva essere così. Gli si avvicinò Vocedibasso. «Balliamo, tesoro,» gli disse.

Kingsley fece del suo meglio per accordarsi con quel ritmo insinuante, ma non riuscì ad ottenere l’approvazione della sua ballerina.

«Perchè non ti abbandoni, amore?» sospirò la voce.

Era proprio l’osservazione che ci voleva per impacciare ancor più Kingsley: come poteva abbandonarsi in quel poco spazio pieno di gente? Cosa doveva fare, lasciarsi andare a corpo morto fra le braccia di Vocedibasso?

Decise di rispondere con una sciocchezza di pari peso:

«Io non ho mai troppo freddo, e lei?»

«Dove vuole arrivare?» fece la donna con una voce che sembrò un bisbiglio amplificato.

La disperazione di Kingsley era al colmo: la trascinò via dallo spazio del ballo, afferrò il bicchiere, tirò giù un gran sorso, e balbettando qualcosa andò verso l’atrio dove ricordava di aver visto un telefono. Una voce dietro di lui fece:

«Ehi, cerca qualcosa?»

Era la ragazza bruna.

«Chiamo un tassì. Sono stanco e voglio andare a letto.»

«Le pare bello dir queste cose a una ragazza per bene? Ma è giusto, me ne vado anch’io. Ho una macchina e le do un passaggio. Lasci perdere il tassì.»

La ragazza guidava bene e presto furono nei sobborghi di Pasadena.

«È pericoloso guidare troppo piano,» spiegò. «A quest’ora i poliziotti sono in cerca di ubriachi e di gente che ritorna dalle feste. Non fermano le macchine che vanno veloci, ma si insospettiscono quando ne vedono una andar piano.» Accese le luci sul cruscotto per controllare la velocità. Allora vide il contatore della benzina

«Accidenti, è quasi finita. Dobbiamo fermarci al prossimo distributore.»

Solo quando fu per dare i soldi al ragazzo del distributore si accorse che sulla macchina non c’era la borsetta. La benzina la pagò Kingsley.

«Non so proprio dove l’ho lasciata,» disse. «Credevo che fosse nei sedili di dietro.»

«C’era molto?»

«Non molto. Ma il guaio è che non so proprio come rientrare a casa. Nella borsetta c’era anche la chiave.»

«È proprio una seccatura. Disgrazia vuole che io non sia molto esperto in serrature. È possibile entrare in qualche modo dalla finestra?»

«Be’, credo che sia possibile, se qualcuno mi aiuta. C’è una finestra che lascio sempre aperta, ma è piuttosto alta e non ci arrivo da sola. Forse se lei mi da una mano… Le dispiace? Non è molto lontano da qui.»

«Niente affatto,» disse Kingsley, «e mi piace l’idea di far lo scassinatore.»

La ragazza aveva ragione di dire che la finestra era alta. Per arrivarci

bisognava far salire una persona sull’altra, e la manovra non sarebbe stata per

nulla facile.

«È meglio che salga io,» disse la ragazza. «Sono più leggera.»

«E allora invece dell’agile scassinatore mi toccherà fare da tappeto.»

«Giusto,» disse la ragazza sfilandosi le scarpe. «E ora si abbassi, in modo che

io le possa salire sulle spalle. Ma non così, altrimenti non si risolleva più.»

La ragazza per un momento parve cader giù, ma riacquistò l’equilibrio

aggrappandosi ai capelli di Kingsley.

«Mi stacca la testa,» borbottò lui.

«Mi dispiace. Sapevo che non dovevo bere tanto.»

Finalmente ce la fece. La finestra era spalancata, e la ragazza sparì là dentro,

prima la testa e le spalle, i piedi per ultimo. Kingsley raccolse le sue scarpe

e Si avvio alla porta. La ragazza aprì. «Entri,» gli disse. «Mi si sono

smagliate le calze. Mica si vergogna di entrare, vero?»

«Non mi vergogno affatto. Ma se ha finito, mi renda i miei capelli.»

Era quasi ora di pranzo quando Kingsley giunse all’osservatorio, il giorno dopo.

Andò subito all’ufficio del direttore e vi trovò Herrick, Marlowe e l’Astronomo

Reale.

«Dio mio, che aria dissoluta,» pensò l’Astronomo Reale.

«Dio mio, il trattamento a base di whisky pare che l’abbia conciato per le

feste,» pensò Marlowe.

«Sembra più volubile che mai,» pensò Herrick.

«Bene, bene, sono finiti tutti quei rapporti?» chiese Kingsley.

«Tutto pronto, manca solo la sua firma,» rispose l’Astronomo Reale. «Ci chiedevamo dove fosse finito perchè abbiamo già fissato l’aereo di ritorno per stanotte.»

«Aereo di ritorno? No, no, prima giriamo mezzo mondo per tutti quei maledetti aeroporti, ed ora che siamo qui a goderci il sole vuole tornare subito a casa? Non dica sciocchezze, A. R. Perchè non si concede un po’ di respiro?»

«Mi sembra che lei dimentichi che noi ci dobbiamo occupare di una cosa molto importante.»

«La cosa è importante, d’accordo, A. R. Ma in tutta serietà le dico che è una cosa di cui non possiamo occuparci nè noi nè alcun altro. La Nuvola nera viaggia e nessuno la può fermare, nemmeno tutti gli uomini del re, anzi nemmeno il re. Vi consiglio di lasciar perdere questa stupida storia del rapporto. Godiamoci il sole, finchè ce n’è.»

«Ci eravamo resi conto delle sue idee, dottor Kingsley, ma poi l’Astronomo Reale ed io abbiamo deciso di prendere l’aereo dell’est,» interruppe Herrick che cercava di conservare la calma.

«Volete dire che intendete recarvi a Washington, dottor Herrick?»

«Ho già fissato un appuntamento col segretario del Presidente.»

«In questo caso credo che anche l’Astronomo Reale ed io dovremmo partire, subito, per l’Inghilterra.»

«Kingsley, è proprio quello che cercavo di dirle,» fece l’Astronomo Reale, pensando che sotto certi aspetti Kingsley era l’uomo più ottuso che avesse mai conosciuto.

«Forse a lei è parso così, A. R., ma non mi ha detto esattamente in questo modo. E ora sotto con le penne. Tre copie, vero?»

«No, sono soltanto due, una per me e una per l’Astronomo Reale,» rispose Herrick. «Vuol firmare qui?»

Kingsley tirò fuori la penna, scarabocchiò due volte il suo nome, poi disse:

«È proprio certo, A. R., che i posti sull’aereo per Londra sono prenotati?»

«Ma certo.»

«Allora tutto va bene. Signori, sarò a vostra disposizione al mio albergo dalle cinque in poi. Ma fino alle cinque ci sono varie cose importanti di cui mi debbo occupare.»

Detto questo Kingsley uscì dall’osservatorio.

Nella stanza di Herrick gli astronomi si guardarono in faccia sorpresi.

«Che cose importanti?» disse Marlowe.

«Lo sa il cielo,» rispose l’Astronomo Reale. «Io non arrivo a capire il modo di pensare e di comportarsi di Kingsley.»

Herrick scese dall’aereo dell’est a Washington. Kingsley e l’Astronomo Reale proseguirono fino a New York, dove rimasero tre ore prima di salire su quello per Londra. Ci fu qualche incertezza sulla partenza, a causa della nebbia. Kingsley era molto preoccupato, ma finalmente dissero loro di avviarsi al cancello T3 e di tener pronti i biglietti. Mezz’ora dopo decollarono.

«Sia ringraziato il Signore,» fece Kingsley quando l’aereo puntò decisamente verso nord-est.

«Secondo me ci sono molti motivi per cui lei dovrebbe ringraziare il Signore, ma non vedo perchè lo ringrazi ora,» osservò l’Astronomo Reale

«Glielo spiegherei volentieri, A. R., se fossi certo che la mia spiegazione le possa piacere. Ma ho paura di no, e in questo caso è meglio berci sopra. Cosa prende?»

4

Lavoro fino al collo

Il governo degli Stati Uniti fu il primo ente ufficiale ad apprendere che la Nuvola nera si stava avvicinando alla Terra.

A Herrick occorsero alcuni giorni a perforare gli strati più alti dell’apparato governativo, ma alla fine ci riuscì, con risultati che gli parvero soddisfacenti. La sera del 24 gennaio fu avvisato di presentarsi, la mattina dopo alle nove e mezzo, nell’ufficio del Presidente.

«Situazione molto strana,» disse il Presidente. «Ma lei e il suo gruppo di Monte Wilson siete al di sopra di ogni sospetto ed io non voglio sprecar tempo a giudicare ciò che lei mi ha detto. Ho convocato invece alcuni signori, in modo che possiamo subito metterci a considerare quel che si può fare.»

Una discussione di due ore fu ben riassunta in questi termini dal ministro del Tesoro:

«Le nostre conclusioni mi sembrano assai chiare, signor Presidente. È possibile prevenire un turbamento economico molto serio grazie a due fattori che nella situazione paiono favorevoli. Il dottor Herrick ci assicura che questa… hm, visita non durerà molto più di un mese. È un tempo così breve che, anche se dovesse crescere moltissimo il consumo del carburante, resta assai limitata la quantità complessiva necessaria per resistere durante il periodo di freddo esterno. Non esiste perciò in forma grave il problema di costituire un’adeguata riserva di carburante; anzi può darsi che bastino le nostre disponibilità attuali. Problema più serio è invece quello del trasferimento veloce delle riserve al consumatore industriale o domestico; non sappiamo ancora se riusciremo a pompare benzina e petrolio con la velocità necessaria. E una questione che va considerata, ma con un anno e mezzo di tempo a disposizione non c’è difficoltà che non possa superarsi.

«Il secondo fattore favorevole è la data della visita. Verso la metà di luglio, cioè nell’epoca in cui il dottor Herrick ritiene più probabile l’inizio dell’emergenza, il raccolto sarà ormai compiuto. Tale situazione favorevole vale per il mondo intero, così la carenza di cibo sarà assai limitata; più grave sarebbe stato se il periodo del freddo fosse caduto in maggio o in giugno.»

«Perciò credo che siamo tutti d’accordo sui passi immediati da compiere,» aggiunse il Presidente. «Quando avremo deciso sulle nostre disponibilità, dovremo esaminare il problema, alquanto più complesso, dell’aiuto che possiamo dare agli altri popoli del mondo. Ma per il momento pensiamo a mettere in ordine casa nostra. Ritengo ora che voi, signori, desideriate ritornare al vostro importante lavoro; ci sono alcune domande che personalmente vorrei porre al dottor Herrick.»

Quando si sciolse la riunione e rimasero soli, il Presidente continuò:

«Ebbene, dottor Herrick, lei capirà che per il momento la questione deve essere trattata con la massima segretezza. Vedo che sul rapporto, oltre al suo, ci sono tre altri nomi. Questi signori, immagino, fanno parte del suo gruppo? Può farmi conoscere i nomi di ogni altra persona che sia al corrente del contenuto del rapporto?»

Herrick, rispondendo al Presidente, gli fece una breve relazione delle circostanze che avevano condotto alla scoperta, sottolineando il fatto che era inevitabile che al tre persone ne venissero a conoscenza nell’osservatorio, prima che se ne comprendesse l’importanza.

«Certo, è abbastanza naturale,» osservò il Presidente. «Per fortuna la questione non è uscita dai confini dell’osservatorio. Sono certo, in tutta sincerità, son certo che di questo, dottor Herrick, lei mi possa dar garanzia.»

Herrick rispose che, a sua conoscenza, c’erano quattro persone estranee all’osservatorio che sapevano tutto sulla Nuvola nera, e cioè Barnett e Weichart dell’Istituto di Tecnologia della California (ma questo non faceva alcuna differenza, osservatorio e istituti erano in pratica la stessa cosa) e due scienziati inglesi, il dottor Christopher Kingsley di Cambridge e l’Astronomo Reale in persona. I nomi di questi ultimi due figuravano sul rapporto. Il Presidente si irrigidì subito.

«Due inglesi!» esclamò. «Questo non mi piace affatto. Come è potuto accadere?»

Herrick si rese conto che il Presidente aveva letto solo un riassunto del rapporto e gli spiegò in che modo Kingsley e l’Astronomo Reale avevano per proprio conto dedotto l’esistenza della Nuvola, come era giunto a Pasadena il telegramma di Kingsley e come i due inglesi erano stati invitati in California. Il Presidente parve calmarsi.

«Ah, sono tutti e due in California, vero? Ha fatto bene a mandare quell’invito, forse lei non se ne rende conto, dottor Herrick.»

Solo allora Herrick comprese perchè Kingsley aveva voluto tornare subito in Inghilterra.

Qualche ora dopo, mentre l’aereo si lasciava dietro la costa atlantica, Herrick ripensava alla sua visita a Washington. Non si aspettava di ricevere dal Presidente una censura pacata ma ferma, nè pensava che lo avrebbero rimandato a casa così presto. Strano a dirsi, quella palese censura lo preoccupava molto meno di quel che avrebbe immaginato. Sentiva di aver fatto il proprio dovere, e Herrick temeva sempre più l’autocritica che la critica altrui.

Anche all’Astronomo Reale occorsero alcuni giorni per giungere al vertice della piramide governativa. La strada passava per il Primo Lord dell’Ammiragliato. Più facile l’ascesa se egli avesse avuto voglia di dichiarare lo scopo della sua richiesta, ma l’Astronomo Reale non volle dire altro, se non che desiderava conferire col Primo ministro. Finalmente gli permisero di parlare con il segretario privato del Primo ministro, un giovane chiamato Francis Parkinson. Parkinson fu esplicito: il Primo Ministro era estremamente occupato. Come certo l’Astronomo Reale sapeva, a parte i normali affari di Stato, c’era in vista una delicata conferenza internazionale, poi, a primavera, la visita a Londra del signor Nehru, e quindi il Primo ministro doveva, a sua volta, partire in visita per Washington. Se l’Astronomo Reale non intendeva dichiarare il motivo del colloquio, non ci sarebbe stato colloquio alcuno. Certo, avrebbe dovuto trattarsi di una questione assai importante, altrimenti, purtroppo, lui non poteva promettergli alcun aiuto. L’Astronomo Reale fu costretto a cedere, e ragguagliò rapidamente Parkinson sulla questione della Nuvola nera. Due ore dopo stava spiegando tutta la questione, questa volta con tutti i particolari, al Primo ministro.

Il giorno dopo il Primo ministro tenne una riunione d’emergenza dei principali ministri, ivi compreso quello dell’Interno. C’era anche Parkinson, con funzioni di segretario. Dopo aver ripetuto esattamente il rapporto di Herrick, il Primo ministro si guardò intorno e disse:

«Convocando questa riunione intendevo mettervi al corrente di una questione che può diventare seria, piuttosto che discutere sull’azione immediata da intraprendere. Per prima cosa naturalmente dobbiamo accertarci dell’esattezza di questo rapporto.»

«E come possiamo far ciò?» chiese il ministro degli Esteri.

«Bene, per prima cosa ho chiesto a Parkinson di fare una piccola inchiesta segreta sulla… hm… reputazione scientifica dei signori che hanno firmato il rapporto. Forse vi interesserà sentire cos’ha da dirci Parkinson.»

I presenti risposero di sì. Parkinson pareva che si stesse scusando di qualcosa.

«Non fu del tutto facile ottenere informazioni veramente attendibili, specialmente al riguardo dei due americani. Tuttavia, dai miei amici della Società Reale ho appreso che un rapporto firmato dall’Astronomo Reale o dall’osservatorio di Monte Wilson deve considerarsi assolutamente valido, dal punto di vista dell’osservazione. Assai meno sicuri peraltro essi sono sulle capacità deduttive dei quattro firmatari. A quel che mi è dato di capire, solo Kingsley, fra i quattro, potrebbe vantare esperienza in tal senso.»

«Cosa intende dire con <potrebbe vantare>?» chiese il ministro delle Finanze.

«Be’… Kingsley ha fama di scienziato geniale, ma non tutti lo stimano perfettamente attendibile.»

«E ciò equivale a dire che la parte deduttiva di questo rapporto è opera di un uomo solo e che quell’uomo è individuo brillante ma in attendibile,» fece il Primo ministro.

«Be’… possiamo anche enunciare in questa maniera quel che ho detto, quantunque sia una maniera un po’… come dire?… estremista,» rispose Parkinson.

«Forse,» continuò il Primo ministro, «ma in ogni modo ci dà qualche ragione per essere scettici. Evidentemente bisogna indagare ancora. Con voi voglio discutere i mezzi per ottenere migliori informazioni. Intanto potremmo chiedere al Consiglio della Società Reale di nominare una commissione che verifichi tutta la questione. C’è solo un’altra linea d’azione che a me pare consigliabile, affrontare direttamente il governo degli Stati Uniti, al quale certamente interessa sapere se il professor Kingsley e gli altri sono persone attendibili.»

Dopo una discussione di diverse ore fu deciso di mettersi in contatto immediato con il governo degli Stati Uniti. A favore di questa decisione aveva parlato soprattutto il ministro degli Esteri, al quale non mancarono gli argomenti per sostenere una alternativa che avrebbe messo tutta la questione nelle sue mani.

«Il punto decisivo,» diss’egli, «è questo: se ci rivolgiamo alla Società Reale — è ciò potrebbe anche essere auspicabile, ma per altri motivi — offriremmo a un numero maggiore di persone la conoscenza di fatti che, allo stadio attuale, debbono restar segreti. Su questo credo che siamo tutti d’accordo.»

Erano d’accordo. Ma il ministro della Difesa voleva sapere qualcosa: «Quali provvedimenti si possono prendere per assicurarci che nè l’Astronomo Reale nè il dottor Kingsley siano in grado di diffondere interpretazioni allarmistiche dei fatti presunti?»

«È un punto delicato e importante,» rispose il Primo ministro. «L’ho già considerato attentamente. È questa appunto la ragione per cui ho chiesto al ministro dell’Interno di intervenire a questa riunione. Era mia intenzione sollevare il problema con lui solo, più tardi.»

Tutti furono d’accordo nel riconoscere che la questione andava lasciata al Primo ministro e al ministro dell’Interno, e la riunione si sciolse. Il ministro delle Finanze era preoccupato, tornando al suo ufficio. Di tutti i presenti era l’unico ad aver motivo di sentirsi nei guai, perchè solo lui poteva valutare quanto fosse debole l’economia nazionale, e quanto poco sarebbe bastato per mandarla in rovina. Il ministro degli Esteri invece era soddisfatto di sè. Sentiva d’esserne uscito bene. Il ministro della Difesa pensava che in fondo tutta quella storia era una tempesta in un bicchier d’acqua, e che comunque non aveva nulla a che fare col suo ministero. Anzi, si chiedeva perchè l’avessero convocato alla riunione.

Il ministro dell’Interno, dal canto suo, era molto soddisfatto che l’avessero invitato a quella riunione; oltre tutto gli toccava il privilegio di restare, dopo che gli altri se n’erano andati, a discutere da solo con il Primo ministro.

«Sono certo,» disse, «che riusciremo a scovare una qualche legge che ci permetta di tappare la bocca a quei due messeri, l’Astronomo Reale e quello di Cambridge.»

«Ne sono certo anch’io,» rispose il Primo ministro. «Non per niente abbiamo leggi vecchie di centinaia di anni. Ma è molto meglio che ci comportiamo con tatto. Ho già avuto occasione di discutere con l’Astronomo Reale. Gli ho esposto il caso, e da quel che ha detto mi pare di poter essere certo della sua discrezione. Ma da certi accenni che ha fatto, capisco che la cosa è un po’ diversa per quanto riguarda il dottor Kingsley. In ogni modo è chiaro che dobbiamo metterci in contatto con il dottor Kingsley, senza indugio.»

«Manderò subito qualcuno a Cambridge.»

«Non qualcuno, deve andar lei in persona. Il dottor Kingsley sarà… hm… direi lusingato se va a trovarlo personalmente. Gli telefoni e gli dice che sarà a Cambridge domattina, e che vuole consultarsi con lui per una questione importante. In questo modo credo che sarà più efficace, ed anche più semplice.»

Dopo il ritorno a Cambridge Kingsley ebbe molto da fare. Fece quindi buon uso dei pochi giorni che gli restavano, prima che cominciassero a girare le ruote politiche. Spedì diverse lettere, tutte raccomandate. Un osservatore attento forse avrebbe notato soprattutto quelle indirizzate a Greta Johannsen di Oslo, e a mademoiselle Yvette Hedelfort, dell’Università di Clermont-Ferrand: erano queste le uniche donne a cui Kingsley scrivesse. Nè l’attento osservatore avrebbe mancato di notare una lettera ad Alexis Ivanovic Alexandrov. Kingsley sperava che sarebbe giunta a destinazione, ma non si poteva mai esser certi della roba spedita in Russia. È vero che gli scienziati russi e quelli occidentali, quando si incontravano alle conferenze internazionali, predisponevano modi e mezzi per far passare le proprie lettere. È vero che il segreto di questi mezzi era mantenuto con grande rigore, pur essendone a conoscenza molte persone. È vero che molte lettere riuscivano a passare tra le mani di tutte le censure. Ma non si poteva mai essere completamente tranquilli. Kingsley sperava che tutto andasse bene.

Più che d’ogni altra cosa, peraltro, si preoccupava dei radioastronomi. Pregò John Marlborough e i suoi colleghi di osservare bene l’approssimarsi della Nuvola a sud di Orione. Ci volle gran forza di persuasione per metterli al lavoro. L’attrezzatura di Cambridge (per quanto riguardava i 31 centimetri) funzionava solo da poco tempo, e c’erano molte altre osservazioni che Marlborough voleva portare avanti. Ma Kingsley finalmente riuscì a convincerlo, senza rivelare i suoi veri propositi. E quando i radioastronomi ebbero cominciato a studiare la Nuvola, ne vennero risultati così sorprendenti che non ci fu più bisogno di convincere Marlborough a continuare. La sua squadra si mise a lavorare di continuo, ventiquattro ore al giorno. Kingsley ebbe pane per i suoi denti, perchè doveva ridurre i risultati e distillarne il significato.

Il quarto giorno, pranzando insieme a Kingsley, Marlborough era eccitatissimo. A Kingsley parve che fosse ormai tempo, ed osservò:

«È chiaro che noi dovremmo mirare alla pubblicazione quasi immediate di tutte queste novità. Ma credo che sarebbe meglio aver la conferma da qualcun altro. Mi son chiesto se uno di noi due non farebbe bene a scrivere a Leicester.»

Marlborough ingoiò un boccone.

«Buona idea,» disse. «Scrivo io. Sono in debito con lui di una lettera, e ci sono altre cose di cui gli voglio parlare.»

Kingsley sapeva bene che cosa aveva in mente Marlborough: su un paio di questioni Leicester era arrivato prima di lui, e Marlborough aspettava tanto l’occasione per dimostrargli che non era lui, Leicester, l’unico pesce a nuotare per i mari.

Difatti Marlborough scrisse a Leicester, dell’Università di Sydney in Australia, ma, per maggiore tranquillità, e senza dir nulla a Marlborough, gli scrisse anche Kingsley. Le due lettere contenevano quasi le stesse cose, ma Kingsley fece anche qualche accenno traverso, che poteva significar molto, per chi sapesse della minaccia della Nuvola nera; naturalmente Leicester non ne sapeva niente.

La mattina dopo, tornando a casa dopo la lezione, Kingsley incontrò un fattorino che, eccitatissimo, gli fece:

«Dottor Kingsley, c’è un messaggio importante per lei.»

Era il ministro dell’Interno: alle tre del pomeriggio avrebbe gradito un colloquio con il professor Kingsley.

Il ministro dell’Interno fu puntuale, puntualissimo. L’orologio di Trinity Hall batteva le tre quando lo stesso fattorino, sempre agitato, lo fece entrare nell’appartamento di Kingsley.

«Il ministro dell’Interno, signore,» accennò con una punta di magniloquenza.

Il ministro dell’Interno fu brusco, sottile ed accorto allo stesso tempo. Venne subito al dunque. Il governo era naturalmente rimasto sorpreso, forse un po’ allarmato dal rapporto dell’Astronomo Reale. Tutti avevano apprezzato la parte che in quel rapporto aveva avuto la abilità deduttiva del professor Kingsley. Il ministro dell’Interno era venuto di persona a Cambridge per un duplice motivo: per complimentarsi col professor Kingsley per la prontezza della sua analisi dello strano fenomeno di cui aveva avuto conoscenza; e per dirgli che il governo avrebbe molto gradito di tenersi sempre in contatto con il professor Kingsley, sì da giovarsi in pieno del suo consiglio prezioso.

Kingsley non potè far altro che schermirsi per tutti quei complimenti ed offrire, con la miglior grazia a lui possibile, tutto l’aiuto di cui era capace.

Il ministro dell’Interno espresse la sua soddisfazione e poi aggiunse, quasi gli fosse venuto in mente per caso, che il Primo ministro in persona si era preoccupato di sapere cosa potesse pensare il professor Kingsley di una piccola questione, piccola, ma, ad avviso del ministro dell’Interno, alquanto delicata: per il momento solo pochissime persone dovevano essere al corrente della situazione, e cioè il professor Kingsley, l’Astronomo Reale, il Primo ministro e i suoi principali collaboratori del gabinetto.

«Diavolo d’uomo,» pensò Kingsley, «mi ha messo proprio dove non voglio stare, in una posizione da cui non posso uscire che facendo il muso duro, e proprio in casa mia. Forse è meglio che cerchi di scaldare le cose un po’ alla volta.»

Questa volta a voce alta, fece:

«Può essere certo che io comprendo e apprezzo in pieno il suo giusto desiderio che le cose rimangano segrete. Ma ci sono difficoltà che a mio avviso dovrebbero essere prese in considerazione. Per prima cosa il tempo stringe: sedici mesi non sono molti. In secondo luogo ci sono molte cose che dobbiamo sapere e presto, sulla Nuvola. In terzo luogo tali cose non si scopriranno mai se si conserva il segreto assoluto. L’Astronomo Reale e io non possiamo far tutto da soli. In quarto luogo il segreto non può essere che temporaneo. Ci sono altre persone in grado di fare il ragionamento contenuto nel rapporto dell’Astronomo Reale. Nel migliore dei casi lei non può sperare che passino impunemente più di due mesi. In ogni modo alla fine dell’autunno la situazione sarà chiara a tutti quelli che si prenderanno la premura di alzare gli occhi al cielo.»

«Lei non mi ha capito, professor Kingsley. Io ho parlato di presente immediato. Una volta elaborata una linea di condotta, noi intendiamo procedere a tutto vapore. Informeremo tutti coloro che è necessario informare; non ci sarà inutile silenzio, non chiediamo altro che il segreto assoluto nel periodo attuale, fino a quando non saranno pronti i nostri piani. Naturalmente non vogliamo che la questione diventi di pubblico dominio prima che noi siamo in grado di controllare le nostre forze, se lei mi consente l’uso di questa espressione militaresca.»

«Mi dispiace molto, signore, ma tutto quel che lei dice non mi sembra molto ben considerato. Lei vorrebbe formulare una linea di condotta per poi passare all’azione. Vorrebbe, come suol dirsi, mettere il carro avanti ai buoi. Ma io le assicuro che non è possibile formulare una valida linea di condotta fino a che altri dati non siano a nostra disposizione. Noi non sappiamo nemmeno per esempio, se la Nuvola colpirà la Terra. Non sappiamo se il materiale di cui è composta la Nuvola è velenoso. La prima cosa che abbiamo pensato è che, quando arriverà la Nuvola, farà molto freddo, ma è anche possibile che accada proprio il contrario. Può darsi che faccia troppo caldo. Fino a che tutti questi fattori non siano noti, linea di condotta, in senso sociale, non significa niente. L’unica possibile linea di condotta è quella di raccogliere, e col minimo indugio, tutti i dati importanti. E questo, le ripeto, non può essere fatto se noi conserviamo un segreto veramente assoluto.»

Kingsley si chiedeva quanto sarebbe continuata questa conversazione di tipo settecentesco. Doveva mettere al fuoco la teiera?

Si avvicinava rapidamente il punto di rottura. Quei due uomini erano troppo diversi di mentalità perchè fosse possibile più di mezz’ora di conversazione. Quando parlava, il ministro dell’Interno mirava a far reagire il suo interlocutore secondo un suo piano predisposto. Non gli importava sapere come ciò sarebbe accaduto, purchè accadesse. Per lui ogni mezzo era buono: adulazione, psicologia spicciola applicata, pressione sociale, lusinghe o anche minacce. Come altri uomini di governo aveva scoperto che un discorso in termini apparentemente logici, ma con un ben radicato elemento emotivo, di solito ha successo. La logica pura e semplice non serve. Invece, per Kingsley la logica rigorosa era tutto, o quasi tutto.

Ecco perchè il ministro dell’Interno fece un errore.

«Mio caro professor Kingsley, temo che lei ci sottovaluti. Stia pur certo che faremo i nostri piani presupponendo la situazione peggiore.»

Kingsley saltò su:

«Allora si prepari a questa situazione: tutti gli uomini, tutte le donne e tutti i bambini moriranno; non resterà vivo nè un animale, nè una pianta. Posso chiederle quale sarà in tal caso la vostra linea di condotta?»

Il ministro dell’Interno non era uomo da difendere fino in fondo una causa pericolosa. Quando la discussione lo portava in un impasse scabroso, cambiava discorso, e non tornava più sul vecchio argomento. Stimò quindi che fosse giunto il tempo di mutar tattica; ma proprio per ciò cadde in un secondo più grave errore.

«Professor Kingsley, ho cercato di mettere le cose nella forma migliore, ma ora lei mi sta imbarazzando. Perciò è necessario che le parli chiaro. Non c’è bisogno che le dica che se questa sua storia diventa di dominio pubblico le ripercussioni saranno gravi davvero.»

Kingsley fremeva.

«Ma caro amico,» disse, «è proprio terribile! Gravi ripercussioni davvero! Penso anch’io che le ripercussioni saranno gravi, specialmente il giorno in cui il Sole rimarrà oscurato. Quali sono i piani del suo governo per impedire questo fatto?»

Il ministro quasi perse la pazienza.

«Lei ragiona sul presupposto che il Sole venga realmente oscurato. Mi permetta di dirle con franchezza che il governo ha fatto la necessaria inchiesta, e che non siamo del tutto convinti della precisione del suo rapporto.»

Kingsley era alle corde.

«Cosa?»

Il ministro dell’Interno incalzò:

«Forse non aveva pensato a questa possibilità, professor Kingsley. Supponiamo, dico supponiamo, che tutta la questione si risolva in un nulla di fatto, che si dimostri una tempesta in un bicchier d’acqua, una chimera. Immagina quale sarà la sua posizione, professor Kingsley, se lei si rendesse responsabile di aver provocato l’allarme nel pubblico per una semplice bolla di sapone? Le assicuro, con tutta solennità, che la fine di tutto questo affare sarebbe molto seria per lei.»

Kingsley si riebbe un poco. Sentiva avvicinarsi dentro di sè il momento dell’esplosione.

«Non so dirle quanto le sono grato di tanta premura. Mi sorprende anche, e non poco, l’acutezza con cui il governo ha investigato sul nostro rapporto. Sarò franco: sono addirittura sbalordito. Mi pare peccato che lei non sappia dimostrare pari acutezza in questioni che dovrebbe conoscere in maniera meno dilettantesca.»

Il ministro non aveva motivi per raccogliere quella provocazione. Si alzò, prese cappello e bastone, e disse:

«Qualunque rivelazione lei faccia, professor Kingsley, sarà considerata dal governo come grave contravvenzione alla legge sui segreti ufficiali. In questi ultimi anni si son dati numerosi casi di scienziati che hanno voluto porsi al di sopra della legge e dell’interesse pubblico. Immagino che lei sappia quel che è accaduto a costoro. Le auguro buon giorno.»

Per la prima volta la voce di Kingsley si fece dura imperiosa. «E posso farle osservare, signor ministro dell’Interno, che ogni tentativo del governo di interferire Con la mia libertà di movimento, varrà a distruggere ogni vostra possibilità di conservare il segreto? Finchè tale questione rimane ignota al pubblico, siete tutti nelle mie mani.»

Quando il ministro dell’Interno se ne fu andato Kingsley si guardò allo specchio sogghignando:

«Ho recitato la mia parte abbastanza bene, mi sembra; mi dispiace solo che sia successo in casa mia.»

Ora le cose si muovevano in fretta. A sera un gruppo di poliziotti giunsero a Cambridge e saccheggiarono l’appartamento di Kingsley, mentre egli era a cena. Fu scoperta e ricopiata una lunga lista di suoi corrispondenti. All’ufficio postale presero l’elenco delle lettere impostate da Kingsley dopo il suo ritorno dagli Stati Uniti. Non fu difficile perchè le lettere erano tutte raccomandate. Si scoprì che di esse solo una poteva ancora essere in viaggio, la lettera al dottor H.C. Leicester dell’Università di Sydney. Da Londra partirono subito cablogrammi urgenti, ed entro poche ore la lettera fu intercettata a Darwin, Australia. In cifra, il contenuto fu telegrafato a Londra.

Alle dieci in punto della mattina seguente ci fu una riunione al numero 10 di Downing Street: vi partecipavano il ministro dell’Interno, sir Harold Standard, capo della polizia, Francis Parkinson e il Primo ministro

«Ebbene, signori,» cominciò il Primo ministro, «avete tutti avuto larga possibilità di studiare i fatti del caso, e credo che siate d’accordo nel ritenere che occorra far qualcosa, circa questo Kingsley. La lettera inviata in URSS, e il contenuto di quella intercettata, ci impongono di agire prontamente.»

Gli altri annuirono, senza dire nulla.

«La questione che ora dobbiamo decidere,» continuò il Primo ministro, «è la forma che dovrà prendere tale azione.»

Il ministro dell’Interno non aveva dubbi in proposito. Era favorevole all’incarcerazione immediata.

«Non credo che dobbiamo prendere troppo sul serio la minaccia di Kingsley di rivelare tutto al pubblico. Possiamo ben precludere tutte le fessure attraverso le quali possono filtrare le notizie. È probabile che avremo qualche inconveniente, ma nel complesso sarà un inconveniente limitato, minore comunque che se cercheremo qualche forma di compromesso.»

«Ammetto che possiamo farlo,» disse Parkinson. «Ma ritengo che ci siano fessure a noi ignote, attraverso le quali le notizie possano trapelare. Posso parlare francamente, signore?»

«Perchè no?» disse il Primo ministro.

«Be’, mi sento a disagio se ripenso a quello che affermai a proposito di Kingsley, nella nostra ultima riunione. Dissi che molti scienziati lo considerano brillante, ma non del tutto attendibile. Questo è in realtà il parere degli scienziati. Ma dimenticai di aggiungere che non c’è mestiere pieno di gelosie quanto quello dello scienziato; e la gelosia non consente ad alcuno di affermare che un collega è brillante e attendibile. Francamente, signore, non ci sono molte possibilità che il rapporto dell’Astronomo Reale sia, nella sostanza, erroneo.

«Ebbene, signore, ho studiato con molta attenzione quel rapporto e mi sembra di essermi fatto un’idea della personalità e della capacità degli uomini che lo hanno firmato. Non credo che un uomo dell’intelligenza di Kingsley avrebbe difficoltà a render nota la situazione, se davvero lo volesse. Se potessimo tendergli intorno, lentamente, una rete, per alcune settimane, tanto lentamente che egli non se ne accorgesse, forse in tal modo potremmo riuscire nel nostro intento. Ma è certo che egli può aver previsto la nostra idea di metterlo al fresco. Vorrei chiedere a sir Harold: se noi arrestiamo subito Kingsley, c’è la possibilità che egli faccia trapelare qualcosa?»

«Temo che sia giusto ciò che dice il signor Parkinson,» cominciò sir Harold. «Non siamo in grado di tappare le fessure usuali: la stampa, la radio, anzi la nostra radio. Ma cosa faremmo se qualcosa trapelasse da Radio Lussemburghese, per fare un esempio? E ci sono decine di possibilità del genere. Ci potremmo anche riuscire, avendo tempo a disposizione, ma non così, dalla mattina alla sera, temo. Un’altra cosa,» continuò, «tutta questa storia divamperebbe come un incendio, una volta che fosse nota, anche senza i giornali o la radio. Sarebbe come una di quelle reazioni a catena di cui si sente tanto parlare ai giorni nostri. È molto difficile impedire che le notizie si diffondano attraverso queste fessure, perchè queste si aprirebbero da ogni parte. Può darsi che Kingsley abbia depositato qualche documento chissà dove, con la disposizione che venga letto a una certa scadenza, a meno che egli non dia istruzioni in contrario. È la solita maniera, lo sapete benissimo. E può anche darsi che Kingsley abbia fatto qualche altra cosa, non altrettanto usuale.»

«E questo sembra accordarsi con l’opinione di Parkinson,» intervenne il Primo ministro. «Bene, Francis, mi par di capire che lei ha qualche asso nella manica. Vediamolo.»

Parkinson espose la sua idea che, a suo avviso, avrebbe funzionato. Dopo aver discusso decisero di metterla alla prove: se funzionava, avrebbe funzionato subito. E se non funzionava, potevano sempre riprendere il piano del ministro dell’Interno. Poi la riunione si sciolse. Ci fu subito una telefonata a Cambridge. Poteva il professor Kingsley ricevere il signor Francis Parkinson, segretario del Primo ministro, alle tre di quel pomeriggio? Il professor Kingsley poteva. Perciò Parkinson partì per Cambridge. Era anche lui puntuale, ed entrò nell’appartamento di Kingsley mentre l’orologio di Trinity Hall batteva le tre.

«Ah,» sbottò Kingsley stringendogli la mano, «tardi per il pranzo, presto per il tè.»

«Spero che non mi mandi via con tanta fretta, professor Kingsley,» rispose Parkinson sorridendo.

Kingsley era molto più giovane di quel che Parkinson aveva pensato: poteva avere trentasette, trentotto anni. Parkinson se lo era immaginato piuttosto alto e sottile. In questo non si sbagliava, ma non aveva previsto quella singolare combinazione dei capelli neri e folti con gli occhi stupendamente azzurri. Insomma Kingsley non era il tipo d’uomo che si dimentica facilmente.

Parkinson si sedette vicino al fuoco e disse:

«Ho sentito parlare della conversazione di ieri tra lei e il ministro dell’Interno: posso dirle che vi disapprovo tutti e due?»

«Non poteva finire in altro modo,» rispose Kingsley.

«Forse, ma tuttavia debbo deplorarvi. Io disapprovo le discussioni in cui le due parti non sanno giungere a un compromesso.»

«Non è difficile indovinare qual è il suo mestiere, signor Parkinson.»

«Può darsi benissimo, ma per essere franco mi meraviglio che un individuo della sua posizione possa aver assunto un atteggiamento così intransigente.»

«Mi piacerebbe sapere quale compromesso mi restava aperto.»

«Son venuto da lei proprio per dirle questo. Mi permetta di essere il primo a compromettermi, giusto per farle vedere come si fa. A proposito, lei ha parlato di tè. Vogliamo mettere la teiera al fuoco? Mi vengono in mente i vecchi tempi di Oxford e ne provo nostalgia. Voi dell’Università non sapete davvero quanto siete fortunati.»

«Allude agli aiuti finanziari che il governo concede alle Università?» borbottò Kingsley.

«Non mi creda capace di una simile indelicatezza, anche se, per la verità, stamane il ministro dell’Interno ha accennato a questo fatto.»

«Ci avrei scommesso. Ma ancora aspetto di sentirmi dire qual è il compromesso possibile. È proprio certo che nel suo vocabolario <compromesso> e <capitolazione> non siano sinonimi?»

«Niente affatto. E mi consenta di provarglielo, mostrandole in quale misura siamo pronti al compromesso.»

«Lei o il ministro dell’Interno?»

«Il Primo ministro.»

«Capisco.»

Kingsley era tutto preso dai preparativi per il tè. Quando ebbe finito Parkinson riprese.

«Be’, in primo luogo le chiedo scusa per le considerazioni che il ministro dell’Interno può aver fatto sul suo rapporto. In secondo luogo riconosco che il nostro primo passo debba essere la raccolta dei dati scientifici. Riconosco che bisogna andare avanti con la maggiore sollecitudine possibile, e che bisogna mettere al corrente della situazione tutti quegli scienziati che possano dare qualche contributo. Non mi pare necessario, invece, che, allo stadio attuale, altre persone debbano essere a conoscenza della situazione. Questo è il compromesso che le chiedo.»

«Signor Parkinson, ammiro la sua franchezza, ma non la sua logica. La sfido a dirmi il nome di una persona che da me abbia saputo qualcosa sulla minaccia della Nuvola nera. Quante persone invece l’hanno saputo da lei, signor Parkinson, e dal Primo ministro? Mi sono sempre opposto all’Astronomo Reale, perchè egli voleva informarvi; infatti sapevo che voi non avreste potuto tener nulla veramente segreto. Ora poi vorrei proprio non essermi lasciato sopraffare da lui.»

Questa volta era Parkinson alle corde.

«Però lei non può negare di avere scritto una lettera molto esplicita al dottor Leicester dell’Università di Sydney?»

«Certo che non lo nego. E perchè dovrei? Leicester non sa nulla della Nuvola.»

«Ma lo saprebbe, se avesse ricevuto la lettera.»

«I se e i ma son roba da politici, signor Parkinson. Come scienziato a me interessano i fatti e non i motivi, i sospetti e le bolle di sapone. La realtà è — ed io debbo insistere su questo — che nessuno ha saputo da me nulla di importante su tale questione. Chi davvero sparge in giro le chiacchiere è il Primo ministro. Avevo detto all’Astronomo Reale che sarebbe finita così, ma lui non mi voleva credere.»

«Lei non ha grande rispetto per la mia professione, vero professor Kingsley?»

«Visto che lei vuole che io parli francamente, le risponderò di no. A me i politici sembrano simili agli strumenti sul cruscotto dell’automobile. Mi avvisano di quel che succede nel motore dello Stato, ma non son mai loro a controllarlo.»

All’improvviso Parkinson capì che Kingsley lo prendeva in giro, e parecchio. Scoppiò a ridere, ed anche Kingsley si mise a ridere. Da quel momento i loro rapporti furono assai più facili.

Dopo una seconda tazza di tè e un altro po’ di conversazione generica, Parkinson tornò al dunque.

«Mi lasci dire, e non cerchi di canzonarmi. La sua maniera di raccogliere dati scientifici non è quella più rapida, e nemmeno la più sicura, se vogliamo dare al termine sicurezza il suo significato più ampio.»

«Non ho una maniera migliore, signor Parkinson, e il tempo — non c’è bisogno che glielo ricordi — è prezioso.»

«Forse lei non ha una maniera migliore per il momento, ma può darsi che la troviamo.»

«Non capisco.»

«Il governo intende riunire tutti gli scienziati che debbono essere a conoscenza dei fatti. Mi pare che lei di recente abbia lavorato con un certo signor Marlborough del gruppo dei radioastronomi. La ringrazio dell’assicurazione di non aver dato notizie essenziali al signor Marlborough; ma non le pare che sarebbe meglio trovare un modo più efficace per metterli al corrente dei fatti?»

Kingsley ricordò che all’inizio aveva avuto difficoltà col gruppo dei radioastronomi.

«Senza dubbio.»

«Allora siamo d’accordo. Secondo: Cambridge, o un qualsiasi altra Università, non è il luogo migliore per condurre queste ricerche. Lei fa parte di una comunità integrata e non può sperare di avere insieme segretezza e libertà di parola. Non può coi suoi colleghi formare un gruppo all’interno del gruppo. La maniera giusta è perciò quella di creare uno stabilimento del tutto nuovo una comunità nuova fatta apposta per affrontare la situazione d’emergenza, una comunità alla quale daremo ogni possibile facilitazione.»

«Come Los Alamos, per esempio.»

«Precisamente. Se ci pensa bene mi pare che debba riconoscere che non c’è altra soluzione possibile.»

«Forse dovrei ricordarle che Los Alamos si trova nel deserto.»

«Non credo che sia possibile mettervi nel deserto.»

«E dove volete metterci? Ma che bel verbo, questo metterci.»

«Non credo che avrete di che lagnarvi. Il governo sta per completare la trasformazione di un graziosissimo maniero settecentesco a Nortonstowe.»

«Dove sarebbe?»

«Presso Cotswolds, sull’altipiano, a nord-ovest di Cirencester.»

«Come e perchè lo stanno trasformando?»

«Avrebbe dovuto servire come sede di un istituto ricerche agricole. A un miglio dalla casa abbiamo costruito una serie di edifici nuovissimi per ospitare il personale: i giardinieri, la gente di fatica, le dattilografe, e così via. Le ho detto che vi avremmo dato ogni facilitazione, e posso assicurarle, in tutta sincerità, che dicevo il vero.»

«E quelli dell’agricoltura non avranno nulla da dire, se li buttano fuori per far posto a noi?»

«Non si preoccupi di questo; non tutti considerano il governo alla maniera sua, cioè con tanto poco rispetto.»

«Ma vi sono altre difficoltà di cui non avete tenuto conto. Occorreranno strumenti scientifici… Un radiotelescopio, per esempio. C’è voluto un anno per montarne uno qui. Quanto tempo ci vorrà a rimuoverlo?»

«Quanti uomini sono occorsi per questo lavoro?»

«Venticinque circa.»

«E noi ne impiegheremo mille, diecimila, se occorre. Possiamo garantirle che riusciremo a smontare e rimontare gli strumenti che le paiono necessari in un periodo di tempo ragionevole, diciamo due settimane. Vi sono altri grossi strumenti?»

«Avremmo bisogno di un buon telescopio ottico: non importa che sia molto grande. Il più adatto mi sembra il nuovo Schmidt, qui di Cambridge. Peraltro non so come faremo a convincere Adams. Gli ci son voluti degli anni per ottenerlo.»

«Non credo che farà grosse difficoltà. Sarà contento di aspettare sei mesi per averne poi uno più grande e migliore.»

Kingsley mise altri ceppi nel fuoco e si riaccomodò sulla sedia.

«Smettiamola di girare intorno a questo punto,» disse. «Lei vuole che io mi lasci chiudere in una gabbia, sia pure una gabbia d’oro. Questo è il compromesso che vuole da me, un compromesso piuttosto grande. Ma ora discutiamo un poco del compromesso che io chiedo a voi.»

«Ma come, mi pareva di averne già parlato!»

«Certo, ma solo in maniera vaga. Voglio fissare ogni cosa con precisione. Primo: io ho la possibilità di scegliermi il personale per questo luogo, Nortonstowe, posso dar loro il salario che mi sembra giusto, e servirmi degli argomenti che mi paiono opportuni, fermo restando il segreto sulla situazione reale. In secondo luogo non voglio alcun funzionario governativo a Nortonstowe e non voglio alcun legame politico. L’unica persona con cui tratterò sarà lei.»

«A che cosa debbo questo trattamento di riguardo?»

«A questo: quantunque noi la pensiamo in maniera diversa, e quantunque serviamo differenti padroni, c’è tuttavia un terreno comune che ci consente il colloquio. Un cave raro, che probabilmente non si ripeterà più.»

«Sono davvero lusingato.»

«Allora non mi capisce. Sto parlando proprio sul serio. Le dico con tutta la solennità che se io o il mio gruppo dovessimo trovare a Nortonstowe un signore appartenente alle categorie suddette, lo butteremmo fuori, alla lettera. Se i politici cercheranno di impedircelo, o se i suddetti signori fossero così numerosi da non poterli buttar fuori tutti, allora io l’avverto, con la stessa serietà, che non potrete contare minimamente sulla nostra cooperazione. Se lei crede che io esageri, allora le dirò che lo faccio solo perchè so quanto siano sciocchi gli uomini politici.»

«Grazie tante.»

«Di nulla. Ed ore passiamo al terzo punto. Ci occorre carte e matita. Si segni minutamente, in modo che non vi sia possibilità di errore, tutta l’attrezzatura che deve essere a posto prima della mia partenza per Nortonstowe. Non accetterò scuse per un qualche inevitabile ritardo; non voglio sentirmi dire che la tal cosa arriverà <tra qualche giorno>. Ecco, prenda questo foglio di carta e cominci a scrivere.»

Parkinson se ne tornò a Londra con una lista lunghissima, e la mattina dopo ebbe un importante colloquio col Primo ministro.

«Ebbene?» chiese il Primo ministro.

«Sì e no,» rispose Parkinson. «Ho dovuto promettergli di attrezzare quel posto con tutti gli apparecchi scientifici.»

«Ma va benissimo! Non aveva torto Kingsley a dirci che occorrevano altri dati. Tanto meglio sarà perciò averli presto.»

«Non ne dubito, signore. Ma avrei preferito che Kingsley non assumesse tanta importanza nel nuovo stabilimento scientifico.»

«Non vale molto? C’è qualcuno migliore di lui?»

«Oh, come scienziato va benissimo. Non è questo che mi preoccupa.»

«So che sarebbe stato meglio dover lavorare con un tipo più trattabile. Ma mi sembra che i suoi interessi coincidano con i nostri. Purchè non si arrabbi, quando scoprirà che non può uscire da Nortonstowe.»

«Oh, lo ha già capito benissimo. Anzi, si è servito di questo fatto per porre certe sue gravi condizioni.»

«Che condizioni?»

«Per prima cosa che non ci siano funzionari governativi, e nessun rapporto politico, se non attraverso la mia persona.»

Il Primo ministro si mise a ridere.

«Povero Francis! Ora capisco qual è il guaio. Be’, in quanto ai funzionari governativi la cosa non è seria; per l’altra questione vedremo… Per cave ha fatto cenno a… salari astronomici?»

«Niente affatto: solo, Kingsley vuol servirsi dei salari come incentivo, per far venire la gente che gli interessa a Nortonstowe, prima di spiegar loro quale sia la ragione vera.»

«Ma insomma, cos’è che non va?»

«Nulla di preciso, di individuabile, eppure ho provato un senso generale di disagio. Ci sono tante piccole cose, che non significano nulla prese ognuna a sè, ma che mi preoccupano se le metto insieme.»

«Avanti, Francis, butti fuori.»

«Per dirla nei termini più generali, ho la sensazione che non siamo noi a manovrarlo, ma che sia lui a manovrare noi.»

«Non capisco.»

«Per la verità non capisco nemmeno io. In apparenza sembra che tutto vada bene, ma poi? Consideriamo il livello dell’intelligenza di Kingsley: non è un po’ strano che si sia preso il fastidio di spedire delle lettere raccomandate?»

«Ma forse le ha fatte spedire da qualche fattorino dell’Università.»

«Forse, ma in questo caso Kingsley sapeva certamente che il fattorino le avrebbe spedite per raccomandata. Poi c’è la lettera a Leicester. Quasi mi sembra che Kingsley fosse certo che quella lettera sarebbe finite in mano nostra; mi sembra che egli abbia voluto forzarci la mano. E non le pare che abbia esagerato con quel povero Harry (il ministro dell’Interno)? Poi guardi questa lista. È troppo precise e minuta: pare quasi che ogni cosa sia stata pensata da tempo. Capisco le riserve di alimentari e di carburante, ma perchè tutti questi attrezzi per scavare e rimuovere la terra?»

«Non ne ho la minima idea.»

«Ma Kingsley ce l’ha, Kingsley ha già pensato a fondo a tutta la questione.»

«Ma caro Francis, cosa ci importa di sapere quanto ci ha pensato sopra il nostro Kingsley? Cosa vogliamo noi? Riunire un gruppo di scienziati assai competenti, isolarli e farli stare tranquilli. Se per far star tranquillo Kingsley ci vuole tutta questa roba, diamogliela. Perchè ci dovremmo preoccupare?»

«Be’, c’è un sacco di apparecchi elettronici nella lista, proprio tanti. Forse li vogliono usare per radiotrasmettere.»

«E allora tolga subito questa roba. Non gliela possiamo dare.»

«Un momento, signore, non è tutto. Anch’io ho avuto dei sospetti al proposito, e perciò mi son consigliato, rivolgendomi a fonte attendibile, credo. Il fatto è questo: ogni trasmissione radio avviene in una sorta di cifra, che il ricevitore deve poter comprendere. Nel nostro paese la forma usuale di cifra ha il nome tecnico di modulazione di ampiezza, anche se la BBC di recente ha usato un tipo di cifra alquanto diversa, nota col nome di modulazione di frequenza.»

«Ah, è questa allora la modulazione di frequenza? Ne ho sentito parlare spesso.»

«Sì, signore. Be’, ecco il punto. Il tipo di trasmissione possibile con la nuova attrezzatura di Kingsley avverrebbe in una cifra diversa, una cifra che potrebbe essere scoperta solo con un apparecchio ricevente speciale. Perciò, anche se lui volesse mandare un messaggio, nessuno potrebbe riceverlo.»

«A meno che non avesse questo ricevitore speciale?»

«Esattamente. E dunque? Vogliamo concedere a Kingsley la sua attrezzatura elettronica, oppure no?»

«Per quale motivo dichiara di volerla?»

«Per la radioastronomia. Per osservare questa Nuvola mediante la radio.»

«Ed è possibile tale uso?»

«Oh, sì.»

«E allora perchè si preoccupa, Francis?»

«Perchè l’attrezzatura mi sembra eccessiva. Certo, io non sono scienziato. Ma non mi va giù l’idea che tutta questa roba occorra davvero. Insomma, gliela diamo o no?»

Il Primo ministro rimase qualche momento pensieroso.

«Controlli con cura i consigli della sua fonte attendibile. Se le cose che lei mi ha detto a proposito della cifra sono giuste, allora dia a Kingsley tutto quello che chiede. Tutto sommato questa storia delle trasmissioni può dimostrarsi vantaggiosa. Francis, finora abbiamo pensato a tutto questo da un punto di vista nazionale — voglio dire senza tener conto degli altri paesi. È chiaro?»

«Sì, signore.»

«Ma io ho guardato la cosa anche sotto un aspetto più ampio. Gli americani debbono trovarsi sulla nostra stessa barca. È quasi certo che cercheranno di creare qualcosa di simile a Nortonstowe. Sto pensando di cercar di convincerli che val la pena di unire i nostri mezzi e di lavorare in pieno accordo.»

«Ma non può darsi in questo caso che tocchi a noi andare in America, e non loro a venire in Inghilterra?» chiese Parkinson. «Forse gli americani penseranno che i loro uomini sono migliori dei nostri.»

«Ma non in questo campo della… hm… radioastronomia; mi pare di aver capito che in questo campo noi e gli australiani siamo più avanti. E poichè pare che la radioastronomia abbia grande importanza nella nostra situazione me ne servirò come punto di forza per discutere con gli americani.»

«Ma il segreto?» fece Parkinson con voce accorata. «Gli americani ritengono che noi non abbiamo i mezzi per garantire il segreto assoluto, ed a volte a me sembra che non siano lontani dal vero.»

«Ma a nostro vantaggio sta un’altra considerazione: il nostro popolo può vantare una flemma maggiore della loro. Ho l’impressione che i governanti americani considerino un vantaggio tenere il più lontano possibile tutti gli scienziati che si occupano di tale questione. In caso contrario sarebbe per loro come star seduti in continuazione su un barile di polvere. Fino a qualche momento fa la difficoltà maggiore era quella delle comunicazioni. Ma se possiamo contare su un collegamento radio diretto da Nortonstowe a Washington, e usare quel suo nuovo sistema di cifra, allora il problema dovrebbe essere risolto. Mi interesserò perchè tale questione sia risolta.»

«Un momento fa lei ha parlato di aspetti internazionali. Voleva dire davvero internazionali, o soltanto anglo-americani?»

«Internazionali. Innanzi tutto i radioastronomi australiani. E poi non credo che le cose rimarranno a lungo a conoscenza nostra e degli americani soltanto. Bisognerà dirlo anche ai capi degli altri Stati, persino ai sovietici. Poi farò in modo che qualche indiscrezione passi, in modo che il dottor Tale e il dottor Talaltro ricevano una lettera da un certo signor Kingsley, in cui si discute la questione, e che perciò siamo stati costretti a confinare questo Kingsley in un certo posto che si chiama Nortonstowe. Inoltre dirò che se il dottor Tale e il dottor Talaltro verranno mandati a Nortonstowe, noi saremo lieti di fare in modo che essi non creino grattacapi ai rispettivi governi.»

«Ma i sovietici non staranno al gioco.»

«E perchè no? Noi abbiamo visto di persona l’estremo imbarazzo che può provocare la conoscenza di queste cose, una volta superati i limiti del governo. Ieri, per esempio, cosa non avremmo dato per liberarci di quel Kingsley? E forse lei ancora desidererebbe sbarazzarsi di lui. Ebbene, i sovietici si affretteranno a spedirci i loro scienziati; e subito, con l’aereo più veloce.»

«Forse è vero. Ma perchè prenderci tutto questo fastidio, signore?»

«Ecco, non ha pensato lei che forse quel Kingsley può già aver cominciato a scegliere e a raccogliere il suo gruppo? Non ha pensato che quelle raccomandate potevano servirgli proprio a questo? Credo che sarà importante per noi avere una squadra di scienziati il più possibile forte. Ho il vago sospetto che nei giorni a venire Nortonstowe forse sarà più importante delle Nazioni Unite.»

5

Nortonstowe

Il maniero di Nortonstowe sorge in una zone boscosa, sulle alture presso Cotswolds, non distante dallo scosceso pendio occidentale. Tutt’intorno la terra è fertile. Quando fu avanzata l’idea di passare il maniero in proprietà del governo, ci fu una certa opposizione, sia fra la gente del posto sia sui giornali del Gloucestershire. Ma il governo, come spesso succede in questioni del genere, l’ebbe vinta. La gente del posto si calmò un poco quando seppe che il governo aveva rilevato il maniero per ricerche di carattere agricolo, e che i contadini potevano rivolgersi là per aver consigli.

Un intero quartiere residenziale fu costruito nei pressi di Nortonstowe, a circa un miglio e mezzo, e in posizione invisibile dal maniero. Comprendeva alcuni grossi edifici con le abitazioni per il personale, ma accanto c’erano anche casette singole, per i funzionari più alti in grado; insomma per i pezzi grossi.

In uno degli appartamenti dell’edificio più grande abitavano Helen e Joe Stoddard. Joe si era trovato un posto come giardiniere, un posto che gli andava benissimo. Aveva trentun anni, e da trenta faceva quel mestiere, mestiere appreso dal padre, giardiniere anche lui dall’epoca dei primi passi. Il lavoro gli andava benissimo, perchè gli consentiva di passare all’aperto tutta l’annata. Gli andava benissimo perchè, in un’epoca di scartoffie e di lettere, quel lavoro gli perrnetteva di ignorare completamente la carta e la penna. Va detto che Joe appena sapeva leggere e scrivere. Consultava i cataloghi delle sementi, è vero, ma solo guardando le figure. E non ce n’era nemmeno bisogno, perchè a ordinare i semi provvedeva il capo-giardiniere.

Nonostante una notevole lentezza mentale, Joe godeva della simpatia di tutti i compagni di lavoro. Nessuno lo trovò mai diverso dal suo umore normale, nessuno lo conobbe mai giù di morale. Nei momenti di perplessità, gli si disegnava in viso un sorriso pacato e cordiale.

Joe riusciva a controllare i muscoli del suo corpo possente, allo stesso modo in cui non riusciva a controllare il cervello. Era eccellente nel gioco delle frecce, ma lasciava volentieri agli altri l’incarico di segnare i punti. Alle bocce era il terrore del vicinato.

Helen Stoddard creava uno strano contrasto con il marito: era una ragazza graziosa e sottile, di ventotto anni, molto intelligente, anche se incolta. Era un mistero il motivo per cui Joe e Helen stavano tanto bene insieme. Forse perchè non era difficile maneggiare Joe. O forse perchè i loro due bambini parevano aver ereditato la parte migliore di due mondi diversi: l’intelligenza della madre e la robustezza fisica del padre.

Ma ora Helen era adirata con Joe, perchè intorno alla casa grande stavano accadendo delle cose strane. Nelle ultime due settimane centinaia di uomini erano piombati in quel luogo. Avevano distrutto le vecchie installazioni per farne altre. Avevano sgombrato una vasta distesa di terra alzando dappertutto degli strani fili. Doveva esser facile per Joe scoprire il significato di tutti quei cambiamenti, ma altrettanto facile era stato prendere in giro Joe dandogli spiegazioni ridicole; per esempio — questa l’ultima sciocchezza che gli avevan detto — che i fili servivano per far crescere dritti gli alberi.

Joe dal canto suo non capiva il motivo di tanta preoccupazione. Se quelle cose erano strane, come diceva sua moglie, be’, tante altre cose erano strane. Lo sanno loro, pensava Joe, e tanto gli bastava.

Helen era arrabbiata perchè doveva rivolgersi, per sapere qualcosa, alla sua rivale, la signora Alsop. Peggy, la figlia di Agnes Alsop, era impiegata come segretaria al maniero, e questa Peggy aveva tra le altre doti, una curiosità maggiore di quella di Helen e della madre. Perciò c’era un costante afflusso di notizie in casa Alsop. Grazie in parte a questo, ed in parte all’abilità con cui sapeva usarle, era cresciuto tra i civili il prestigio di Agnes Alsop.

Si aggiunga a questo la grande capacità di deduzione della signorina Alsop: il giorno in cui Peggy svelò il mistero di tutte quelle casse contrassegnate «fragile, maneggiare con cura», la signora Alsop raggiunse i fastigi della celebrità.

«Sono piene di valvole radio, ecco di cosa son piene,» diceva all’assemblea riunita, «milioni di valvole.»

«Ma a che cosa servono questi milioni di valvole?» chiese Helen.

«Perchè non vai a chiederlo?» rispose la signora Alsop.

«Allora a che cosa servono tutte quelle torri e quei fili proprio nel campo di cinquecento acri? Secondo me stanno costruendo il raggio della morte.»

E rimase di quel parere anche dopo che ebbe visto ciò che successe in seguito.

L’agitazione a Nortonstowe raggiunse l’acme quando arrivò «quella gente». Pareva che Peggy avesse perso la testa: diceva alla mamma che un uomo alto con gli occhi azzurri aveva parlato a gente importante del governo, trattandoli «come se fossero fattorini d’ufficio». «È il raggio della morte, vedrai,» sospirava la signora Alsop.

Tuttavia un bocconcino, forse il più importante dal punto di vista pratico, toccò alla signora Helen Stoddard. Il giorno in cui arrivò «quella gente», ella partì la mattina presto in bicicletta per il vicino villaggio di Far Striding, e scoprì che avevano eretto una barriera che bloccava la strada. A guardia c’era un sergente di polizia. Certo, questa volta poteva andare al villaggio, ma in avvenire nessuno avrebbe potuto entrare o uscire da Nortonstowe senza lasciapassare. I lasciapassare li avrebbero consegnati quel giorno stesso, più tardi. In settimana tutti dovevano farsi la fotografia da applicare al lasciapassare. E i bambini che dovevano andare a scuola? Be’, il sergente credeva che avrebbero mandato un maestro da Stroud: in tal modo non sarebbe stato necessario che i bambini si recassero al villaggio. No, non ne sapeva altro.

La teoria del raggio della morte guadagnò ancora terreno.

Era una storia strana: lo aveva detto l’agente di Ann Halsey. Accettava per il 25 febbraio di eseguire due sonate, una di Mozart e l’altra di Beethoven, in una località del Gloucestershire? Il compenso era alto, molto alto, anche per una giovane pianista di grido. Ci sarebbe stato anche un quartetto. Nessun altro particolare: solo, un’automobile avrebbe atteso a Bristol il treno di Paddington delle due pomeridiane.

Solo quando Ann andò al vagone-ristorante a prendere il tè seppe da chi era composto il quartetto: Harry Hargreaves e i suoi solisti.

«Eseguiremo Schoenberg,» disse Harry. «Giusto per rintronargli un poco le orecchie. Che gente è?»

«Una festicciola di campagna, a quel che ho capito.»

«Deve essere gente abbastanza ricca, a giudicare dai compensi che offrono.»

Il viaggio da Bristol a Nortonstowe fu piacevolissimo. Si avvertiva già un sentore di primavera precoce. L’autista li portò al maniero, li guidò per i corridoi, aprì una porta: «I signori di Bristol!»

In verità Kingsley non aspettava nessuno, ma si riprese subito.

«Salve, Ann! Salve, Harry! Sono proprio contento.»

«Felice di rivedervi Chris. Ma di che si tratta? Com’è che ti sei trasformato in un signorotto di campagna? In un lord direi, considerando la magnificenza di questo posto… Tutti questi ettari di terra…»

«Be’, abbiamo un incarico speciale del governo. Pare che a loro avviso ci occorra un po’ di elevazione culturale. Ecco perchè vi hanno mandato qua,» spiegò Kingsley.

Fu una magnifica serata, sia la cena che il concerto, e la mattina dopo i musicisti se ne andarono a malincuore.

«Be’, addio Chris, e grazie per la bella serata,» disse Ann.

«Credo che la macchina vi aspetti. Peccato che dobbiate andarvene così presto.»

Ma non c’era affatto la macchina e nemmeno l’autista ad aspettare.

«Non importa,» disse Kingsley, «son certo che Dave Weichart sarà ben lieto di portarvi a Bristol con la sua macchina; purtroppo chissà che confusione con tutti quegli strumenti!»

Sì, Dave Weichart era disposto a portarli a Bristol, e c’era davvero confusione, ma dopo un quarto d’ora riuscirono a partire, ridendo come matti.

Mezz’ora dopo erano tutti di ritorno. I musicisti erano perplessi, mentre Weichart era furibondo. Guidò il gruppo nell’ufficio di Kingsley.

«Che sta succedendo, Kingsley? Quando siamo arrivati al posto di guardia non ci hanno lasciato oltrepassare la barriera. Dicono di avere ordine di non lasciar passare nessuno.»

«Abbiamo tutti degli impegni stasera a Londra,» fece Ann, «e se non andiamo via subito perderemo il treno.»

«Be’, se non riuscite a passare dal cancello principale, ci sono altre vie d’uscita,» rispose Kingsley. «Lasciate fare a me.»

Stette dieci minuti al telefono mentre gli altri scalpitavano d’impazienza. Alla fine posò il ricevitore.

«Non siete i soli a prendervela. Altra gente ha cercato di uscire, ma li hanno fermati. Pare che ci siano guardie tutto in giro. Forse è meglio che telefoni a Londra.»

Kingsley premette un bottone.

«Pronto, è la stazione di sorveglianza al cancello principale? Sì, sì, capisco che agite per ordini superiori. Lo capisco. Desidero questo, ascoltate bene: voglio che telefoniate a White Hall 9700. Appena vi danno questo numero pronunziate le lettere <Q U E>, e chiedete del signor Francis Parkinson, segretario del Primo ministro. Quando il signor Parkinson entra in linea, ditegli che il professor Kingsley gli vuole parlare. Poi passatemi la comunicazione. È chiaro? Ripetete quel che vi ho detto.»

Dopo pochi istanti Parkinson era in linea e Kingsley cominciò.

«Pronto, Parkinson. Mi dicono che stamane lei ha fatto scattare la trappola… No, no, non mi lamento. Me lo aspettavo. Lei può mettere tutte le guardie che vuole intorno a Nortonstowe, ma dentro non ne voglio. Le telefono per dirle che le comunicazioni con Nortonstowe d’ora in poi avverranno in un altro modo. Niente più telefonate. Intendiamo tagliare tutti i fili che ci collegano coi posti di guardia. Se volete comunicare con noi servitevi del collegamento radio… Se il trasmettitore non è ancora a posto è affar vostro. Non dovevate chiedere che tutte le comunicazioni passassero per il Ministero degli Interni… Non capisce? Peggio per lei. Se non avete la capacità di governare il paese in un periodo di crisi, almeno dovreste saper costruire dei trasmettitori. Oltretutto noi ve ne abbiamo dato il disegno. C’è un’altra questione, e vorrei che lei ne prendesse ben nota. Se non permettete a nessuno di uscire da Nortonstowe, noi dal canto nostro non permetteremo a nessuno di entrarci. O meglio, ora che ci ripenso, lei Parkinson, ma lei soltanto, può venire se vuole. Ma gli altri niente. È tutto.»

«Ma è una storia ridicola,» disse Weichart. «Ma come, in pratica siamo carcerati? Non sapevo che cose simili accadessero in Inghilterra.»

«In Inghilterra può succedere tutto,» rispose Kingsley. «Solo la spiegazione che ne danno a volte è insolita. Se volete tenere carcerato un gruppo di uomini e di donne in una tenuta di campagna, in qualche parte d’Inghilterra, non dite certo alle guardie che stanno lì a custodia di una prigione. Dite invece che quelli che son dentro debbono essere protetti contro i tipacci che cercano di entrarvi dal di fuori. Perciò qui la parola d’ordine è proteggere, non sorvegliare.»

E veramente il capo della polizia locale aveva l’impressione che a Nortonstowe si custodissero segreti atomici capaci di rivoluzionare l’applicazione industriale dell’energia nucleare. Pensava anche che le spie straniere avrebbero fatto l’impossibile per carpire quei segreti. Sapeva che i segreti sarebbero filtrati attraverso qualcuno che lavorava a Nortonstowe. Perciò ci voleva poco a concludere che bisognava impedire a chiunque di entrare o di uscire da quel posto. Del resto il ministro dell’Interno in persona gli aveva confermato che le cose stavano così. Quasi quasi era disposto a pensare che fosse indispensabile fornire un rinforzo ai suoi poliziotti facendo venire anche la truppa.

«Non so di che si tratti, ma noi cosa c’entriamo?» chiese Ann Halsey.

«Sarebbe facile per me fingere che vi trovate qui per caso,» disse Kingsley, «ma non voglio. Voi siete qui come parte di un piano. Ci sono anche altre persone. C’è il pittore George Fisher, che ha avuto l’incarico dal governo di fare certi disegni di Nortonstowe. Poi c’è John McNeil, il giovane medico, e Bill Price, lo storico: lavorano nella vecchia biblioteca. Credo che sia meglio riunirvi tutti e poi vi darò la migliore spiegazione possibile.»

Quando furono giunti Fisher, McNeil e Price, Kingsley ragguagliò tutti, in termini chiari, sulla scoperta della Nuvola nera, e sui fatti che avevano determinato la creazione di Nortonstowe.

«Capisco, così si spiegano le guardie, e così via, ma non vedo la ragione per cui noi siamo qui. Tu ci hai detto che non è stato per caso. E allora perchè noi e non qualcun altro?» chiese Ann Halsey.

«Colpa mia,» rispose Kingsley. «Credo che le cose siano andate così. Gli agenti del governo hanno trovato un mio libretto di indirizzi. C’erano i nomi degli scienziati che io ho consultato a proposito della Nuvola nera. Ritengo che, una volta scoperti certi miei contatti, il governo abbia deciso di non fare eccezioni e di prendere tutti quelli che figuravano in quel libretto. Mi dispiace.»

«Accidenti, è stata una grossa imprudenza da parte tua, Chris,» esclamò Fisher.

«A dir la verità in queste ultime sei settimane ho avuto molti grattacapi. E dopotutto la vostra situazione non è così malvagia. Avete tutti riconosciuto che il posto è bello. E quando ci sarà la crisi, avrete assai maggiori probabilità degli altri di sopravvivere. Se sopravvivere è possibile, toccherà certamente a noi. Perciò in fondo potete riconoscere di aver avuto fortuna.»

«Ma questa storia del libretto di indirizzi, Kingsley,» disse McNeil, «non mi sembra che valga nel mio caso. Se ben ricordo ci siamo conosciuti solo qualche giorno fa.»

«A proposito, McNeil, posso chiederle perchè lei è qui?»

«Ecco, stavo cercando un luogo per costruirvi un nuovo sanatorio, e mi hanno raccomandato Nortonstowe. Al ministero della Sanità Pubblica mi hanno suggerito di visitare il posto di persona. Ma non capisco perche hanno mandato proprio me.»

«Forse perchè avessimo un dottore sul posto.»

Kingsley si alzò e andò alla finestra. Le ombre delle nuvole si rincorrevano sui prati.

Un pomeriggio, verso la metà di aprile, Kingsley tornò a casa dopo una bella camminata per Nortonstowe, e sentì che la stanza era piena d’un fumo odoroso d’anice.

«Ma che…!» esclamò, «per tutti i diavoli, Geoff Marlowe! Ormai avevo rinunciato all’idea di averla qui. Come ha fatto ad arrivarci?»

«Con l’inganno e il tradimento,» rispose Marlowe masticando un panino. «È un bel posto. Vuole del tè?»

«Grazie, molto gentile.»

«Di nulla. Dopo la vostra partenza ci mandarono a Palomar, e lì potei fare una certa quantità di lavoro. Poi ci spostarono tutti nel deserto, eccettuato Emerson: credo che l’abbiano mandato qua.»

«Si, abbiamo Emerson, Barnett e Weichart. Temevo che avessero mandato anche lei nel deserto. Ecco perchè ho tagliato subito la corda, appena Herrick disse che partiva per Washington. Cosa è successo quando hanno scoperto che mi aveva lasciato scappare? Gli hanno tirato le orecchie?»

«Credo di si, ma non ne ha parlato molto.»

«A proposito, suppongo che l’A. R. lo abbiano mandato da voi. È così?»

«Sì signore. L’Astronomo Reale è funzionario di collegamento britannico con il programma U. S.»

«Buon per lui. Si troverà benissimo, credo. Ma non mi ha ancora detto come è riuscito a svignarsela dal deserto e perchè ha deciso di partire.»

«Il perchè è facile. Se fossi rimasto là sarei morto.»

Marlowe prese una manciata di zollette dalla zuccheriera. Ne mise una sul tavolo.

«Ecco, questo è l’uomo che sgobba.»

«Coine lo chiamate?»

«Non mi pare che abbia un nome particolare.

«Qui noi lo chiamiamo <bod>.»

«<Bod>?»

«Certo. È abbreviativo di body [corpo].»

«Be’, noi non lo chiamiamo in questo modo, ma va bene lo stesso,» continuò Marlowe.

Poi mise sul tavolo una fila di zollette.

«Sopra il <bod> c’è il caposezione. Tenuto conto della mia anzianità, il caposezione sono io. Poi viene il direttore. Hanno fatto direttore Herrick, nonostante la tirata d’orecchie. Poi c’è il nostro vecchio amico, il direttore generale. Poi, sopra di lui, c’è il vice-ispettore, e poi… l’ispettore, che diamine! Sono tutti militari, certo. Poi viene il supervisore. È un politico. E poi, su su, c’è il vice-presidente. Infine credo che venga il presidente, ma non ne son certo perchè non sono mai arrivato così in alto.»

«Non le piaceva questa storia, immagino.»

«No, signore, non mi piaceva,» continuò Marlowe addentando un altro panino. «Ero troppo basso nella gerarchia, per questo non mi piaceva. E poi non riuscivo mai a capire cosa succedesse fuori della mia sezione. Volevano tenere ogni cosa a compartimenti stagni. Nell’interesse della sicurezza, dicevano, ma secondo me nell’interesse dell’inefficienza. Insomma non mi piaceva, e lei se lo può immaginare. Non è quella la mia maniera di affrontare le questioni. Perciò cominciai ad agitarmi per avere il trasferimento, il trasferimento qui. Pensavo che qui fosse possibile far molto meglio. Ed è così,» aggiunse, afferrando un altro panino.

«Inoltre mi venne all’improvviso la nostalgia dell’erba, e quando viene questa nostalgia non c’è nulla da fare.»

«Benissimo, Marlowe, ma non mi ha ancora spiegato come ha fatto a liberarsi da un’organizzazione così potente.»

«Fortuna,» rispose Marlowe. «Quelli di Washington si sono messi in testa che forse voi qui non dite tutto quel che sapete. E quando io feci sapere che avrei gradito un trasferimento mi hanno mandato qua, a fare la spia. Ecco perchè le ho parlato di tradimento.»

«Vuol dire che lei dovrebbe avvertirli delle cose che noi teniamo nascoste?»

«Proprio così. E ora che sa il motivo della mia presenza, mi consente di restare o mi butta fuori?»

«Qui c’è una legge: chi viene a Nortonstowe deve restarci. Non consentiamo a nessuno di uscire.»

«Ha nulla in contrario se viene anche Mary? È andata a far spese a Londra, ma domattina dovrebbe esser qui.»

«Va benissimo. Il posto è grande, abbiamo molte stanze e saremo contenti di aver con noi la signora Marlowe. E poi, francamente, c’è tanto lavoro da fare e troppa poca gente a farlo.»

«E forse di tanto in tanto potrei mandare qualche notizia a Washington, giusto per farli stare contenti. Me lo permette?»

«Può dir loro quello che vuole. Ho scoperto che quante più cose si dicono ai politici, tanto più abbassano la coda. Perciò la nostra linea è di dire ogni cosa ai politici. Qui non c’è nessun segreto. Può mandare tutto quello che vuole per collegamento radio diretto a Washington. Il collegamento funziona già da una settimana.»

«In questo caso forse può darmi un’idea di quello che è successo finora. Personalmente ne so poco più di quanto ne sapevo il giorno che ne parlammo nel deserto di Mohave. Ho fatto qualcosa, ma non il lavoro d’ottica che ci occorre ora. Verso l’autunno ci dovrebbe essere qualche novità. Ma questo è un affare per quelli della radio; credo che siamo d’accordo.»

«Certo, infatti in gennaio, appena tomato a Cambridge, ho dato la sveglia a John Marlborough. Mi ci volle un po’ per metterlo al lavoro, perchè tanto per cominciare, non gli dissi la ragione vera… naturalmente ora la sa. Bene, abbiamo trovato la temperatura della Nuvola. È un po’ al di sopra dei 200 gradi, 200 gradi assoluti, voglio dire.»

«Abbastanza bene. Press’a poco quello che speravamo, un po’ freddo, ma possibile.»

«Ma è anche meglio di quel che sembra a prima vista. Perchè, quando la Nuvola si avvicina al Sole, entro di essa deve generarsi qualche moto interno. Secondo i miei primi calcoli la temperatura dovrebbe crescere dal 50 al 100 per cento: in totale dovremmo avere una temperatura intorno allo zero, voglio dire intorno al punto di congelamento. Insomma dovremmo avere un certo freddo, ma niente di più.»

«Non potrebbe andar meglio.»

«È quello che pensavo io fino a poco fa. Ma siccome non sono esperto in dinamica dei gas, ho deciso di scrivere a Alexandrov.»

«Dio mio, ha corso un bel rischio scrivendo a Mosca.»

«Non mi pare. Il problema si poteva porre in termini puramente accademici. E nessuno può risolverlo meglio di Alexandrov. In ogni modo è stata la maniera migliore per farlo venire qua. A suo avviso questo è il miglior campo di concentramento del mondo.»

«Vedo che ci son molte cose che ancora non so. Continui.»

«In quell’epoca, cioè in gennaio, mi pareva d’essere furbo. Perciò decisi di fare un bello scherzo alle autorità politiche. Capii che i politici non possono fare a meno di due cose: di informazioni scientifiche e di segreto assoluto. Decisi quindi di concedere l’una e l’altra cosa, alle mie condizioni… Le condizioni che lei vede qua intorno, a Nortonstowe.»

«Certo, un bel posto per abitarci, senza militari che diano noia, senza segreti. E come ha fatto per reclutare la squadra?»

«Semplicemente lasciando trapelare qualche indiscrezione al momento giusto: è il caso della lettera a Alexandrov. Tutti quelli che avevano avuto qualche informazione da me li mandavano qui. È naturale, no? Certo, è stato un brutto scherzo e l’ho ancora sulla coscienza. Prima o poi lei incontrerà una bella ragazza che suona il pianoforte molto bene. A mio avviso stare prigionieri a Nortonstowe per più di un anno sarebbe insopportabile se ci fossero solo scienziati. Perciò anche in questo caso ho organizzato la solita indiscrezione. Su questo punto non dice una parola, Geoff. Dato il caso mi sembra di avere le mie giustificazioni. Ma è meglio che non sappiano che se questa gente è venuta a Nortonstowe la colpa è tutta mia. Occhio non vede cuore non duole.»

«E la caverna di cui mi parlava a Mohave? Suppongo che anche quella sia già organizzata.»

«Certo. Forse non l’ha vista, ma là… proprio sotto a quella collina… abbiamo parecchie macchine al lavoro per rimuovere la terra.»

«Chi le manovra?»

«Quei tali che abitano là, ai nuovi alloggi.»

«E chi pensa alla casa, chi fa da mangiare, e così via?»

«Le donne che stanno ai nuovi alloggi, e per il lavoro di segreteria ci sono le ragazze.»

«E che succederà di loro quando la situazione si farà seria?»

«Naturalmente verranno nel rifugio. Ciò significa che il rifugio dovrà essere molto più grande di quel che avevo pensato da principio. Ecco perchè ci siamo messi al lavoro tanto presto.»

«Be’, Chris, mi sembra che lei abbia organizzato un bell’affare, almeno dal punto di vista suo. Ma non capisco in che senso i politici siano stati giocati. Dopotutto ci tengono qui, rinchiusi, e, stando a quel che lei mi ha detto un momento fa, hanno tutte le informazioni possibili. Mi sembra che tutto sommato non ci scapitino in nulla.»

«Mi lasci andare per ordine. In febbraio ho stabilito di prendere in mano il controllo degli affari mondiali.»

Marlowe scoppiò a ridere.

«Oh, lo so che può sembrare ridicolo e melodrammatico. Eppure parlo sul serio, e non sono nemmeno affetto da megalomania. Almeno, non mi pare. Tutto si sarebbe limitato a un paio di mesi, dopodichè mi sarei tranquillamente ritirato al mio lavoro scientifico. In realtà non ho la stoffa del dittatore, e son contento del mio stato. Ma questa era un’occasione mandata dal cielo, una occasione perchè un poveraccio come me mettesse nel sacco i pezzi grossi.»

«Uno che sta in una magione simile non è un poveraccio,» disse Marlowe riponendo la pipa, mentre continuava a ridere.

«Mi lasci parlare un po’ di filosofia e di sociologia. Ha mai pensato, Geoff, che nonostante tutti i cambiamenti provocati dalla scienza — cioè dal nostro controllo sull’energia inanimata — noi abbiamo ancora la stessa vecchia gerarchia sociale? I politici in cima, poi i militari e in fondo i cervelli. Non c’è alcuna differenza tra questa organizzazione e quella di Roma antica, o addirittura anzi quella delle prime civiltà della Mesopotamia. La società in cui viviamo ha in sè una contraddizione mostruosa: la tecnologia è moderna, ma l’organizzazione sociale è arcaica. Sono anni che i politici cianciano della necessità di avere maggior numero di scienziati, di tecnici, e così via. Ma non pare che capiscano che esiste un numero assai limitato di sciocchi.»

«Sciocchi?»

«Si, la gente come lei e come me, Geoff. Noi siamo gli sciocchi. Siamo noi a pensare per conto di una massa sorpassata di deficienti, e poi ci lasciamo prendere in giro, perchè essi sono più abili trafficanti di noi.»

«Scienziati di tutto il mondo unitevi! È questo che vuol dire?»

«Non esattamente. Non voglio considerare gli scienziati come una classe staccata e contraria agli altri. È una questione più profonda. È un urto tra due maniere di pensare totalmente diversa. Oggi la società, nel suo aspetto tecnologico, base il suo pensiero sui numeri. In quanto all’organizzazione sociale invece basa il suo pensiero sulle parole. Qui sta il vero contralto, fra la forma mentis letteraria e la forma mentis matematica. Vorrei che conoscesse il nostro ministro dell’Interno, capirebbe subito quello che voglio dire.»

«E lei ha un’idea per cambiare tutto questo?»

«Ho un’idea per segnare un punto a vantaggio della forma mentis matematica. Ma non sono così asino da immaginare che la mia azione possa avere importanza decisive. Poi per fortuna pensai che mi sarebbe stato possibile fornire un buon esempio (una specie di locus classicus, per dirla nella lingua dei letterati) di come si prendono i politici per la coda.»

«Mio Dio, Chris, lei contrappone numeri a parole, ma in realtà non ho mai trovato una persona che dice più parole di lei. Mi vuol spiegare che cosa ha in corpo, e in termini più semplici?»

«Cioè in termini matematici? Bene, ci proverò. Supponiamo che, quando arriverà la Nuvola sia possibile sopravvivere. Parlo di sopravvivere, ma è quasi certo che le condizioni non saranno affatto piacevoli. Ci sarà da tremare dal freddo o da sudare dal caldo. È chiaro che molto probabilmente la gente non sarà in grado di andarsene in giro, come ha sempre fatto. Il meglio che possiamo sperare è che si riesca a sopravvivere, scavando una caverna, o una cantina e ficcandoci là dentro. In altre parole verrà a cessare ogni normale trasferimento da luogo a luogo. Quindi le comunicazioni, cioè il controllo delle cose umane, dipenderanno dalle informazioni elettriche. Tutto si comunicherà per mezzo della radio.»

«Vuol dire che la coerenza della società — la possibilità di non frammentarci in una miriade di individui sconnessi — dipenderà dalle comunicazioni radio?»

«Certo, non ci saranno più giornali, perchè i giornalisti saranno tutti in cantina.»

«È questa la sua conclusione, Chris? Nortonstowe diventerà una stazione radio pirata? Dovrò mettermi la benda sull’occhio!»

«Mi stia a sentire. Una volta che le comunicazioni radio abbiano assunto importanza predominante, sorgerà un problema vitale: quello delle informazioni. Il controllo delle cose umane passerà a poco a poco a coloro che sono in grado di maneggiarne almeno cento volte di più che tutti gli altri trasmettitori della Terra messi insieme.»

«Ma questa è fantasia, Chris! Tanto per cominciare, dove si trova l’energia necessaria?»

«Abbiamo i nostri generatori Diesel, e carburante a sufficienza.»

«Ma non si può generare tutta l’energia necessaria, una quantità sbalorditiva.»

«Non abbiamo bisogno di tanta energia. Non ho detto che ci occorra un’energia cento volte superiore a quella

I degli altri trasmettitori messi insieme. Ho parlato di capacità di maneggiare le informazioni, ed è una cosa completamente diversa. Non trasmetteremo nulla alle persone singole. Trasmetteremo, e con poca energia, ai governi di tutto il mondo. Diventeremo una sorta di agenzia di informazioni internazionale. Per tramite nostro i governi si scambieranno i messaggi l’uno con l’altro. In poche parole diventeremo il centro nervoso delle comunicazioni mondiali, ed è in questo senso che controlleremo gli affari mondiali. Forse questo discorso le parrà molto più prosaico di quel che le sia parso al principio; ma, se lo ricordi, io non ho un temperamento melodrammatico.»

«Comincio a capire. Ma come diavolo farà ad assumere tanta capacità di trasmettere informazioni?»

«Mi lasci prima spiegare la questione in teoria. In teoria è sempre stato possibile, in pratica non è stato mai realizzato, sia per inerzia, sia per una difficoltà: ogni messaggio deve essere registrato prima della trasmissione.»

Kingsley si accomodò su una poltrona.

«Naturalmente lei sa che, invece di trasmettere onde radio continue, come si fa di solito, si può anche trasmetterle, per così dire, a raffiche, a impulsi. Supponiamo di poter trasmettere tre tipi di impulsi: corti, medi, lunghi. In pratica l’impulso lungo potrebbe avere, credo, durata doppia dell’impulso corto, e quello medio una volta e mezzo. Con un trasmettitore che funzioni sulla lunghezza da 7 a 10 metri — la gamma solita per la trasmissione a grandi distanze — e con l’ampiezza usuale, potremmo trasmettere circa 10.000 impulsi al secondo. I tre tipi di impulsi potrebbero essere sistemati in un qualsiasi ordine prestabilito — 10.000 impulsi al secondo. Supponiamo ora di usare gli impulsi medi per indicare la fine di una lettera, di una parola, di una frase. Un impulso medio indica la fine di una lettera, due impulsi medi posti di seguito indicano la fine di una parola, tre la fine di una frase. Gli impulsi lunghi e quelli corti ci restano per trasmettere l’alfabeto Morse. In media occorrono tre impulsi per lettera. Calcolando una media di cinque lettere per parola, ciò significa che per ogni parola occorrono una quindicina fra impulsi lunghi e corti. Se poi vi comprendiamo anche gli impulsi medi, che distaccano le lettere, per ogni parola occorreranno venti impulsi. Perciò con una norma di 10.000 impulsi al secondo, possiamo trasmettere 500 parole al secondo, mentre un trasmettitore normale non ne passa mai più di 3. Avremmo una velocità superiore di almeno 100 volte.»

«Cinquecento parole al secondo. Dio mio che bella chiacchierata!»

«In realtà noi possiamo poi ampliare la nostra gamma, in modo da mandare fino a un milione di impulsi al secondo. Come vede non è impossibile giungere alle 10.000 parole al secondo. Il limite sta nella compressione e nella espansione dei messaggi. È chiaro che nessuno può parlare alla velocità di centomila parole al secondo, nemmeno i politici, grazie a Dio. Perciò i messaggi dovranno essere registrati su nastro magnetico, ed il nastro verrà scandito elettronicamente ad alta velocità. Purtroppo c’è un limite alla velocità dello scandimento, almeno con gli apparecchi di cui disponiamo oggi.»

«A me pare che ci sia un grosso errore in tutto questo. Che cosa può impedire ai vari governi del mondo di costruirsi degli apparecchi identici?»

«La stupidità e l’inerzia. Come al solito non faranno niente finchè non sopraggiunga la crisi. Ho un solo timore: che il letargo dei politici giunga al punto che non facciano costruire nemmeno un trasmettitore e un ricevitore. Noi stiamo premendo su di loro, nel migliore dei modi. Per prima cosa vogliono informazioni da noi e noi ci siamo rifiutati di dargliele se non per collegamento radio. Inoltre può darsi che la jonosfera venga alterata al punto che si possano usare solo le onde cortissime. Siamo pronti ad arrivare alla lunghezza di un centimetro. Di ciò li stiamo avvertendo continuamente, ma quelli sono diabolicamente lenti; lenti nell’azione e nel pensiero.»

«A proposito, a chi sono affidate tutte queste cose?»

«Ai radioastronomi. Forse lei sa che ne son venuti moltissimi da Manchester, da Cambridge e da Sydney. Ce n’erano più che a sufficienza per il lavoro radioastronomico, e perciò avevano cominciato a darsi fastidio l’uno con l’altro. Poi ci hanno rinchiusi. In un primo tempo parevano impazziti, quegli sciocchi, come se non fosse stato ovvio che l’avrebbero fatto. Poi io, col mio solito tatto, feci osservare che arrabbiarsi non giovava a nulla, e che la cosa migliore era mettere nel sacco i politici trasformando una parte degli strumenti radioastronomici in apparecchi di comunicazione. Allora naturalmente ci accorgemmo di avere apparecchi elettronici in misura più che necessaria alla radioastronomia. In questo modo avemmo presto un vero e proprio esercito di tecnici delle comunicazioni al lavoro. Se ne avessimo avuto voglia avremmo potuto benissimo battere la BBC, in quanto a volume di informazioni da trasmettere.»

«Lo sa, Kingsley, che ancora mi sorprende la questione degli impulsi? Mi sembra incredibile che i nostri sistemi attuali di trasmissione debbano limitarsi a due o tre parole al secondo, mentre ne potrebbero mandare 500.»

«Non c’è da stupirsi, Geoff. La bocca umana trasmette alla velocità di un paio di parole al secondo. L’orecchio umano riceve a non più di tre parole al secondo. Perciò i grandi cervelli che guidano il nostro destino progettano gli apparecchi elettronici sempre entro questi limiti; eppure, dal punto di vista dell’elettronica, questi limiti non esistono. Non vado forse dicendo che tutto il nostro sistema sociale è arcaico? Con i cervelli veri in fondo alla piramide, e una massa di gaglioffi al vertice?»

«E questa è davvero una bella conclusione,» disse Marlowe ridendo. «A dir la verità ho la sensazione che lei rischi di semplificare un po’ troppo le cose!»

6

La Nuvola si avvicina

Per tutta l’estate la Nuvola non fu visibile, trovandosi nel cielo diurno; ma la osservarono attentamente col radiotelescopio di Nortonstowe.

La situazione era migliore di quel che non avesse previsto il Primo ministro. Dalle notizie che giungevano da Nortonstowe si era compreso che la venuta della Nuvola non avrebbe causato una crisi del carburante; il Primo ministro ne fu lietissimo. Per intanto non c’era alcun timore di panico. Eccettuato l’Astronomo Reale, di cui aveva grande stima, l’allarme degli scienziati e soprattutto di Kingsley lo avevano bloccato e incanalato a Nortonstowe. È vero che si era fatto loro qualche ridicola concessione. Peggio, aveva perso Parkinson. Aveva dovuto mandare Parkinson a Nortonstowe per avere la garanzia che non succedessero guai. Ma i rapporti che di là riceveva sembravano tranquilli, e per questo motivo il Primo ministro decise di non molestare il can che dorme, anche se certi ministri gli davano suggerimenti in contrario. Su questo punto il Primo ministro esitò a decidere: non gli riusciva di mandar giù i frequenti messaggi di Kingsley, che gli consigliava il massimo segreto.

In realtà le allusioni di Kingsley non erano fatte a caso; il governo non sapeva garantire l’assoluta segretezza. Ad ogni livello della gerarchia politica ciascuno stimava giusto dar notizie ai suoi immediati dipendenti. Di conseguenza la notizia dell’avvicinarsi della Nuvola cominciò lentamente a filtrare dall’alto in basso, finchè all’inizio d’autunno era giunta a livello parlamentare. Insomma era quasi a disposizione della stampa. Ma non era ancora il momento di passar la Nuvola in prima pagina.

L’autunno fu burrascoso e il cielo d’Inghilterra coperto. Perciò, anche se a ottobre la Nuvola aveva oscurato parte della costellazione della Lepre, fino a novembre non ci fu allarme. Venne dai cieli chiari dell’Arabia. I tecnici di una grande società petrolifera trivellavano il deserto quando si avvidero dell’attenzione con cui i loro operai guardavano il cielo. Gli arabi indicavano la Nuvola, o meglio quella macchia scura nel cielo, che ormai era grande sette gradi, ed aveva l’aspetto di una fossa circolare scavata nel cielo. Dicevano che non doveva esserci quel buco, e che era un segno. Nessuno sapeva il significato del segno, ma tutti avevano paura. È certo che i tecnici non ricordavano di aver mai visto in cielo quella macchia scura, ma tuttavia non conoscevano bene la posizione delle stelle, e quindi non potevano esser certi di nulla. Uno di loro tuttavia aveva, alla base di partenza, una carta celeste e, una volta terminata la spedizione, andò a consultarla. Certo, qualcosa non andava. Partirono subito alcune lettere per i giornali inglesi.

I giornali non fecero nulla; ma, entro una settimana, arrivarono molte lettere identiche. Come spesso succede, il primo avviso dette il via a tutta una serie di notizie simili, come quando una goccia d’acqua segna l’inizio della burrasca. I giornali di Londra spedirono gli inviati speciali, con macchine fotografiche e carte celesti, in Nordafrica. Gli inviati partirono contentissimi, pensando che era una bella fortuna trascorrere in Africa un novembre così rigido. Ma ritornarono con la coda fra le gambe, senza fotografie. I direttori dei giornali capirono che è estremamente difficile fotografare le stelle con una macchina comune.

Il governo britannico non sapeva se lasciar comparire o no quelle notizie sulla stampa. Infine decisero di non far nulla, perchè anche l’ombra della censura avrebbe sottolineato la gravità della situazione.

I direttori furono sorpresi dal tono degli articoli presentati. Ordinarono un tocco più leggero e più frivolo: così verso la fine di novembre il grande pubblico ebbe notizia dei fatti grazie a titoli di questo stampo:

UN’APPARIZIONE IN CIELO

OSCURAMENTO CELESTE SCOPERTO IN NORDAFRICA

NIENTE STELLE A NATALE DICONO GLI ASTRONOMI

Cominciò la campagna. Da diversi osservatori, britannici e stranieri, giunsero le fotografie. Comparvero nella prima pagina dei quotidiani (in ultima pagina, naturalmente, nel caso del Times) a volte con generosi ritocchi. Si annunciavano articoli di notissimi scienziati.

Il pubblico seppe dell’esistenza di un gas interstellare estremamente tenue, il gas che occupa le vaste regioni dello spazio tra le stelle. Mischiate al gas, si precisava, miriadi di particelle finissime, forse granelli di ghiaccio, non più lunghi di un millesimo di millimetro. Erano queste particelle a generare le decine di macchie nere che si scorgono nella Via Lattea. Accanto, la fotografia di queste macchie scure. La nuova apparizione altro non era se non una di queste macchie, vista da vicino. Da tempo gli astronomi sapevano che il sistema solare poteva trovarsi vicino o anche in mezzo a tali accumulazioni. Secondo una teoria, proprio da questi incontri erano nate le comete: e naturalmente ecco pronta la fotografia d’una cometa.

I circoli scientifici non erano del tutto soddisfatti di queste notizie. Nei laboratori di tutto il mondo la Nuvola fu argomento frequente di conversazione. Fu riscoperto il ragionamento che Weichart aveva fatto un anno prima. Assai presto si capì che il fattore critico era la densità del materiale che componeva la Nuvola. In generale c’era la tendenza a stimarlo molto basso, ma alcuni scienziati ricordarono le osservazioni di Kingsley alla riunione dell’Associazione Astronomica Britannica. Non passò inosservato il fatto che dalle Università era scomparso il gruppo di Nortonstowe. In linea generale si conveniva che le circostanze giustificavano un certo allarme. E tale apprensione senza dubbio sarebbe stata rapidamente cresciuta se non altro perchè il governo, in Gran Bretagna e altrove, faceva sempre più chiaramente appello a tutti gli scienziati. Si chiedeva loro di prender parte all’organizzazione dei preparativi di emergenza, che sempre più si facevano importanti, soprattutto per quanto riguardava i generi alimentari, i carburanti, i rifugi.

In qualche misura l’allarme si comunicò al gran pubblico. Nella prima quindicina di dicembre ci furono i primi segni di un crescente disagio. Gli articoli di fondo dei giornali, nel chiedere una dichiarazione precisa dal governo, avevano lo stesso tono minaccioso già usato qualche anno prima per l’affare Burgess-Maclean. Ma questa prima ondata di apprensione si spense in una maniera curiosa. La prima settimana di dicembre fu gelida e chiara. Nonostante il freddo la gente uscì di città con gli autobus e le automobili a vedere il cielo notturno. Ma non si vedeva alcuna apparizione, alcun buco nel cielo. Per la verità si vedevano poche stelle, a causa del lucente chiaro di luna. Inutilmente la stampa avvertì che la Nuvola era visibile solo su uno sfondo di stelle. Come notizia, almeno per il momento, la Nuvola era morta. In ogni caso a Natale mancavano pochi giorni.

Il governo aveva buone ragioni per gradire l’imprevisto calo della Nuvola: infatti a dicembre giunse da Nortonstowe un rapporto preoccupante. Vale la pena di ricordare le circostanze che provocarono tale rapporto.

Durante l’estate l’organizzazione di Nortonstowe lavorò speditamente, senza alcun attrito. Gli scienziati si divisero in due gruppi: il primo si occupava delle «investigazioni sulla Nuvola», l’altro dei problemi delle comunicazioni, così come Kingsley li aveva spiegati a Marlowe. I non scienziati costruivano il rifugio e mandavano avanti l’aspetto pratico della baracca. Tutti e tre i gruppi solevano riunirsi ogni settimana: alle riunioni potevano assistere tutti. In questo modo era possibile sapere come andavano le cose senza bisogno di studiare nei particolari i problemi degli altri gruppi.

Marlowe lavorava col primo gruppo, cioè osservava la Nuvola col telescopio Schmidt. Verso ottobre, insieme a Roger Emerson, aveva risolto il problema della direzione del moto della Nuvola. Alla riunione indetta per conoscere gli ultimi sviluppi, lo spiegò, forse con più particolari di quanto non fosse necessario. Concluse così:

«Mi sembra dunque che il momento angolare della Nuvola rispetto al sole sia in pratica eguale a zero.»

«E in pratica, che cosa significa?» chiese McNeil.

«Significa che tanto il Sole quanto la Terra saranno di certo investiti. Se ci fosse stato un apprezzabile momento angolare, all’ultimo istante la Nuvola avrebbe mancato il bersaglio. Ma ora è chiaro che ciò non accadrà. La Nuvola avanza diritta verso il Sole.»

«Non è un po’ strano che questa Nuvola sia, proprio per caso, così allineata rispetto al Sole?» insistè McNeil.

«Be’, ma deve pur muoversi in una maniera o nell’altra,» rispose Bill Barnett.

«Eppure mi sembra strano che la Nuvola debba muoversi proprio diritta sul Sole,» continuò il tenace irlandese.

Alexandrov la piantò di cercar di convincere una delle segretarie a sederglisi sulle ginocchia

«Strano, accidenti,» proclamò, «molte cose maledettamente strane. Strano che la Luna sembri grande come il Sole. Strano, accidenti, che io sia qui, non è vero?»

«È una disgrazia, anzi,» borbottò la segretaria.

Dopo qualche minuto di chiacchiere alquanto inutili, Yvette Hedelfort si alzò e si rivolse a tutti.

«Sono nei guai,» comunicò.

Si sentì qualche risatina e una voce osservò: «Oh questa è bella, no?»

«Non quello che intende lei,» continuò la ragazza. «Voglio dire guai veri. Il dottor Marlowe dice che la Nuvola è fatta di idrogeno. Abbiamo calcolato che la densità all’interno della Nuvola è poco più che 10–10 grammi per cm3. Posso calcolare che se la Terra attraversa questa Nuvola, nello spazio di un mese la quantità di idrogeno aggiunta alla nostra atmosfera supererà i 100 grammi per centimetro quadrato della superficie terrestre. È esatto, o no?»

Ci fu un momento di silenzio, perchè tutti cominciarono a capire cosa desiderava da questa osservazione: o almeno lo capivano gli scienziati.

«Dovremo controllarlo subito,» borbottò Weichart. Per cinque minuti scarabocchiò numeri sul taccuino.

«Sì, mi sembra giusto,» disse.

Senza altre osservazioni la riunione si sciolse. Parkinson si avvicinò a Marlowe.

«Ma, dottor Marlowe, cosa significano tutti questi discorsi?»

«Mio Dio, ma non è evidente? Significa che nella atmosfera terrestre arriverà tanto idrogeno da combinarsi con tutto l’ossigeno. Idrogeno e ossigeno sono un miscuglio chimico assai instabile. Tutta l’atmosfera terrestre esploderà. Creda pure a quel che ha detto la donna.»

Kingsley, Alexandrov e Weichart trascorsero il pomeriggio a discutere. A sera passarono a prendere Marlowe e Yvette Hedelfort e andarono nella stanza di Parkinson.

«Guardi, Parkinson,» cominciò Kingsley dopo che fu versato da bere, «sta a lei decidere cosa bisogna dire a Londra, a Washington e a tutte le altre capitali del peccato. Le cose non sono tanto semplici come parevano stamani. Temo che l’idrogeno non sia davvero importante come pensi tu, Yvette.»

«Ma io non ho detto che sia importante, Chris. Ho solo fatto una domanda.»

«E aveva ragione di farla, signorina Hedelfort,» intervenne Weichart. «Noi abbiamo badato troppo al problema della temperatura, trascurando gli effetti della Nuvola sull’atmosfera terrestre.»

«Non chiaro finchè dottor Marlowe finito lavoro che Terra sarà in Nuvola,» borbottò Alexandrov.

«È vero,» convenne Weichart. «Ma ora la strada è sgombra e possiamo passare all’azione. Per prima cosa l’energia. Ogni grammo di idrogeno che entra nell’atmosfera può liberare energia in due modi: in primo luogo con l’urto nell’atmosfera, in secondo luogo combinandosi con l’ossigeno. Il primo è il più importante perchè libera maggiore energia.»

«Mio Dio, ma allora le cose stanno anche peggio,» esclamò Marlowe.

«Non necessariamente. Pensiamo cosa accadrà quando il gas della Nuvola colpirà l’atmosfera. La parte più esterna dell’atmosfera diverrà estremamente calda, perchè l’urto avverrà negli strati esterni. Abbiamo calcolato che la temperatura di questi strati atmosferici salirà a centinaia di migliaia di gradi, forse anche a milioni di gradi. Inoltre la Terra e l’atmosfera ruotano e quindi la Nuvola colpirà l’atmosfera solo da un lato.»

«Da quale lato?» chiese Parkinson.

«La posizione della Terra nella sua orbita sarà tale che la Nuvola ci raggiungerà, press’a poco, dalla direzione del Sole,» spiegò Yvette Hedelfort.

«Anche se il Sole non sarà visibile,» aggiunse Marlowe.

«Perciò la Nuvola colpirà l’atmosfera durante quello che normalmente sarebbe il giorno.»

«Giusto. E non colpirà l’atmosfera durante la notte.»

«E questo è il punto cruciale,» continuò Weichart.

«A causa dell’altissima temperatura di cui parlavo, le parti esterne dell’atmosfera tenderanno a spostarsi all’infuori. Questo non accadrà durante il <giorno>, perchè l’urto della Nuvola la bloccherà, ma a <notte> l’atmosfera superiore tenderà a spostarsi verso l’esterno, nello spazio.»

«Oh, capisco quel che vuol dire,» disse Yvette Hedelfort. «L’idrogeno entrerà nell’atmosfera durante il <giorno> ma se ne andrà durante la <notte>. Perciò non vi sarà accumulo di idrogeno, di giorno in giorno.»

«Precisamente.»

«Ma siamo sicuri che tutto l’idrogeno evaporerà in questo modo, Dave?» chiese Marlowe. «Se ne restasse anche una piccola parte, diciamo dall’uno al dieci per cento, la conseguenza sarebbe disastrosa. Non dimentichiamo che un piccolo disturbo — piccolo da un punto di vista astronomico — basterebbe a cancellarci dalla faccia dell’Universo.»

«Da parte mia ho fiducia che tutto l’idrogeno effettivamente svapori. Il pericolo è l’altro, che insieme all’idrogeno una quantità troppo grande degli altri gas dell’atmosfera svapori nello spazio.»

«Come può essere? Non avete detto che solo le parti esterne dell’atmosfera verranno riscaldate?»

Prese la parola Kingsley.

«La situazione è questa. Intanto la parte alta dell’atmosfera sarà calda, terribilmente calda. La parte bassa, quella in cui noi viviamo, all’inizio sarà fredda. Ma vi sarà a poco a poco un passaggio di energia verso il basso, con una tendenza a riscaldare le parti inferiori.»

Kingsley posò il bicchiere di whisky.

«Si tratta di stabilire la velocità di questo passaggio di energia. Come ha detto Marlowe, anche il più lieve disturbo sarebbe disastroso. Può darsi che gli strati bassi dell’atmosfera si riscaldino al punto da arrostirci tutti, arrostirci, alla lettera, e a fuoco lento, politici compresi, Parkinson.»

«Lei dimentica che noi resisteremo di più perchè abbiamo la pelle più aura.»

«Buonissima, segno un punto a suo vantaggio! Naturalmente il passaggio di energia verso il basso può avvenire così in fretta da disperdere tutta l’atmosfera nello spazio.»

«E questo si può stabilire?»

«Ebbene, l’energia si può trasferire in tre modi: conduzione, convezione e radiazione, lo sanno anche i ragazzi del liceo. Possiamo essere già certi che la conduzione ci interessa meno.»

«E nemmeno la convezione,» intervenne Weichart. «Avremo, verso l’esterno, un’atmosfera stabile a temperatura crescente. Perciò non vi può essere convezione.»

«Perciò resta la radiazione,» concluse Marlowe.

«E quale sarà l’effetto della radiazione?»

«Non lo sappiamo,» disse Weichart. «Bisognerà calcolarlo.»

«Ed è possibile?» chiese Parkinson con insistenza.

Kingsley annuì.

«Possibile calcolare,» affermò Alexandrov. «Sarà grande calcolo, accidenti.»

Tre settimane dopo Kingsley chiese un incontro con Parkinson.

«Il calcolatore elettronico ci ha dato i risultati,» disse. «Per fortuna ho tanto insistito per avere il calcolatore. Pare che tutto vada bene per ciò che riguarda la radiazione. Il fattore sarà di circa dieci, e quindi potremo stare abbastanza tranquilli. Dagli strati dell’atmosfera scenderà una terribile dose di sostanze letali: raggi X e ultravioletti. Ma pare che non riusciranno ad arrivare qua in fondo. Al livello del mare saremo abbastanza ben riparati Le cose andranno un po’ peggio sulle montagne alte. Penso che bisognerà far calare la gente. Sarà impossibile vivere in posti come il Tibet.»

«Ma ritiene che, in generale, potremo farcela?»

«Proprio non lo so. Le confesso, Parkinson, che son preoccupato. Non è l’affare della radiazione; sotto quell’aspetto credo che tutto vada bene. Ma per quanto riguarda la convezione, non sono d’accordo con Dave Weichart, e credo che nemmeno lui abbia la fiducia che aveva prima. Ricorda quel che diceva? Che non può esservi convezione perchè la temperatura aumenta negli strati esterni? In condizioni ordinarie è verissimo. Le inversioni di temperatura — così le chiamano — sono un fatto ben noto, soprattutto nella California del sud, e Weichart viene proprio di là. È vero che, con un’inversione di temperatura, non c’è mai un movimento verticale nell’aria.»

«E allora di cosa si preoccupa?»

«Mi preoccupa la parte alta dell’atmosfera, la parte che sarà colpita dalla Nuvola. Lassù ci dev’essere convezione, per l’urto dall’esterno. Tale convezione certamente non giungerà fino al fondo dell’atmosfera. Su questo punto Weichart ha ragione. Ma in qualche misura riuscirà a penetrare. E là dove ciò avviene ci sarà un enorme trasferimento del calore.»

«Ma che importa se il calore non giunge in fondo?»

«Può importare, invece. Pensi a quel che succederà giorno per giorno. Il primo giorno ci sarà una lieve penetrazione delle correnti. Poi a notte perderemo non solo l’idrogeno filtrato durante il giorno, ma anche una parte dell’atmosfera, fin dove sono filtrate le correnti. Perciò, fra il primo giorno e la prima notte, noi avremo perso il velo più esterno della nostra atmosfera, oltre all’idrogeno. Poi il giorno dopo e la notte successiva perderemo un altro velo, e così via. Giorno per giorno l’atmosfera sarà sbucciata, come una cipolla.»

«Ce la faremo a reggere un mese?»

«È proprio questo il problema. E non ne conosco la risposta. Forse ci vorranno meno di dieci giorni, forse durerà un mese intero. Proprio non lo so.»

«Non è possibile scoprirlo?»

«Posso provarci, ma è terribilmente difficile aver la certezza di non trascurare nei calcoli alcun importante fattore. È molto peggio del problema della radiazione. Certamente riusciremo a trovare una risposta, ma non posso garantire quanto sarà esatta. Posso dirle una cosa: se scamperemo, scamperemo per una questione di millesimi. In tutta franchezza, non credo che ne sapremo di più fra sei mesi. Probabilmente questa è una di quelle cose troppo complicate per un calcolo diretto. Temo che dovremo aspettare e stare a vedere.»

«Cosa devo dire a Londra?»

«Decida lei. Certo dovrebbe dir loro di sgomberare le zone d’alta montagna, anche se in Gran Bretagna non ci sono alte montagne. In quanto al resto mi rimetto a lei.»

«Non è una bella situazione, vero?»

«No, se si sente giù di morale, ne parli con uno dei nostri giardinieri. Si chiama Stoddard. È così lento di comprendonio che niente lo preoccupa, nemmeno la scomparsa dell’atmosfera.»

Nella terza settimana di gennaio nel cielo si leggeva il destino dell’uomo. La stella Rigel, della costellazione di Orione, era scomparsa. Nelle settimane successive scomparve Sirio, insieme alla Spada e alla cintura di Orione. La scomparsa di Sirio la notarono tutti.

La Nuvola acquistò di nuovo interesse per la stampa. Ogni giorno si pubblicavano rapporti sul suo avvicinarsi. Le agenzie turistiche facevano buoni affari organizzando gite notturne per ammirare il grande mistero. Gli ascoltatori dei programmi scientifici BBC erano triplicati, quando c’era conferenza d’astronomia.

Alla fine di gennaio quasi una persona su quattro aveva già visto la Nuvola. Non era quanto bastava per dominare l’opinione pubblica, ma la maggioranza cominciava a convincersi che era venuto il momento di pensare ai casi propri. Poichè non era possibile che gli abitanti delle città si spostassero tutti di notte in campagna, qualcuno propose di spegnere l’illuminazione cittadina. All’inizio vi fu qualche resistenza da parte delle autorità municipali, ma giovò solo a trasformare quelle cortesi proposte in vere e proprie richieste. Wolverhampton fu la prima città d’Inghilterra a ordinare l’oscuramento, presto imitata da altre: alla fine della seconda settimana di febbraio cedettero anche le autorità londinesi. Ormai quasi tutta la popolazione era al corrente della Nuvola nera, che aveva afferrato come una mano avida il Cacciatore dei Cieli, Orione.

Quasi le stesse cose andavano accadendo negli Stati Uniti, e in ogni paese civile. Per gli Stati Uniti c’era inoltre il problema di sgomberare quasi tutti gli Stati occidentali, perchè lì una parte considerevole del territorio abitato sta sopra i 1500 metri, cioè sopra il limite di sicurezza, secondo il rapporto di Nortonstowe. Naturalmente il governo USA aveva rinviato la questione ai suoi esperti, ma le loro conclusioni non differivano molto da quelle di Nortonstowe. Il governo USA si accollò anche l’evacuazione delle repubbliche andine, in Sudamerica.

I paesi agricoli dell’Asia, stranamente, non si mossero quando, attraverso le Nazioni Unite, seppero quel che succedeva. Osservarono al solito la politica di attesa: dopotutto poteva essere l’atteggiamento più saggio. Da migliaia d’anni i contadini asiatici erano abituati alle sciagure naturali. Erano altrettanti «atti di Dio»; secondo la mentalità orientale incendi e inondazioni, invasioni barbariche, cavallette e malattie si dovevano sopportare passivamente. Lo stesso valeva per quella nuova cosa, su in cielo. In ogni caso la vita aveva poco da offrire e quindi non valeva poi molto.

Il compito di evacuare il Tibet, il Sinkiang e la Mongolia esterna, fu affidato ai cinesi i quali, con suprema indifferenza, non fecero nulla. I russi invece evacuarono con meticolosa prontezza il Pamir e le altre zone montuose. Fu fatto qualche sforzo sincero per mettere in salvo gli afghani, ma gli emissari russi furono buttati fuori dall’Afghanistan sotto la minaccia delle pistole. Nemmeno l’India e il Pakistan fecero nulla per evacuare la zona dell’Himalaya a sud dello spartiacque principale.

Arrivando la primavera nell’emisfero settentrionale, la Nuvola cominciò a passare dal cielo notturno a quello diurno. Così, pur espandendosi rapidamente oltre la costellazione di Orione — ormai completamente oscurata — la presenza della Nuvola si notava con minore facilità: non bastava alzare gli occhi al cielo per vederla. Gli inglesi continuavano a giocare a cricket e a zappettare i giardini, e la stessa cosa facevano gli americani.

La tradizionale passione per il giardinaggio era favorita da un’estate eccezionalmente precoce: cominciò alla metà di maggio. Certamente la preoccupazione era diffusa, ma la gente si illudeva perchè, una settimana dopo l’altra, il cielo fu chiaro, con un magnifico sole. Alla fine di maggio si potè fare il raccolto delle verdure.

Il governo non era affatto contento di quel tempo meraviglioso: sotto questa scontentezza c’era un triste presagio. Rispetto alla prima scoperta, la Nuvola aveva ormai compiuto il novanta per cento della strada necessaria per raggiungere il Sole. Naturalmente si era previsto che la Nuvola, avvicinandosi al Sole, avrebbe riflesso radiazioni in misura sempre maggiore, e che di conseguenza sulla Terra sarebbe cresciuta la temperatura. Le osservazioni di Marlowe dimostravano che non ci doveva essere quasi alcun accrescimento di luce: ed infatti fu così. Per tutta quella smagliante primavera e quell’estate precoce, non si notò alcun apprezzabile aumento della luminosità del cielo; succedeva questo: la luce del Sole urtava contro la Nuvola e veniva riflessa sotto forma di calore invisibile. Per fortuna non tutta la luce veniva riflessa dalla Nuvola in questa maniera, altrimenti la Terra non sarebbe stata più abitabile. Per fortuna una gran parte del calore non penetrava fino al fondo dell’atmosfera. Veniva riflessa e rilanciata nello spazio.

Verso giugno apparve chiaro che la temperatura della Terra sarebbe cresciuta di circa venti gradi. Di solito non si avverte che una gran parte della specie umana vive a temperatura vicina al massimo sopportabile. In condizioni di atmosfera molto secca l’uomo può resistere a una temperatura di circa sessantacinque gradi. Difatti temperatura simili si raggiungono normalmente, in estate, nei bassipiani del deserto dell’America occidentale e in Nordafrica. Ma in condizioni normali di umidità la temperatura massima sopportabile si aggira sui 46 gradi. Una temperatura simile, con alta umidità, è normale, in estate, lungo le coste orientali degli Stati Uniti e a volte anche nel Middle West. Strano a dirsi, all’Equatore la temperatura di solito non supera i 35 gradi, anche se l’atmosfera è molto umida. Questa stranezza si spiega pensando che all’Equatore c’è uno strato più denso di nubi che riflettono nello spazio maggior quantità di raggi solari.

Si capirà quindi che, su gran parte della superficie terrestre, il margine di sicurezza non supera i 15 gradi e in alcune zone è molto minore. Basterebbe un aumento di 20–25 gradi per mettere in serio pericolo tutta la specie umana.

Si può aggiungere che la mortalità deriva dal fatto che il corpo umano non può liberarsi del calore che esso stesso di continuo genera. Questo calore è necessario per mantenere il corpo alla temperatura normale di circa 36–37 gradi. Quando la temperatura cresce fino a 40 gradi, il corpo si ammala, poco più su c’è il delirio e a 43 gradi sopravviene la morte. C’è da stupirsi del fatto che il corpo umano riesca a liberarsi del calore quando si trova immerso in un’atmosfera più calda, diciamo un’atmosfera di 45 gradi. Il fatto è che il corpo riesce ad evaporare il calore, sudando. Ciò accade meglio quando l’umidità è bassa: ecco perchè l’uomo resiste a temperatura più alte con bassa umidità, ecco perchè il caldo è più sopportabile quando c’è poca umidità.

Dall’umidità appunto sarebbe dipesa la situazione dell’uomo nei giorni a venire. C’era qualche motivo di speranza. I raggi caldi provenienti dalla Nuvola avrebbero sollevato la temperatura più rapidamente sulla terraferma che sul mare; insieme a quella della terra sarebbe cresciuta la temperatura dell’aria, mentre il tasso di umidità dell’aria sarebbe cresciuto più lentamente, insieme alla temperatura del mare. Perciò si sarebbe avuta una diminuzione dell’umidità e un accrescimento della temperatura: questo, almeno agli inizi. Fu proprio quell’iniziale caduta dell’umidità che diede luogo a una primavera mai vista così chiara in Inghilterra, e a un’estate così precoce.

Le prime osservazioni dei raggi caldi provenienti dalla Nuvola portarono a sottovalutarne l’importanza. Altrimenti il governo americano non avrebbe collocato i suoi impianti scientifici nel deserto occidentale. Ora erano costretti a spostare uomini e apparecchi, e per questo dovettero rivolgersi in misura maggiore a Nortonstowe. Cosi Nortonstowe crebbe d’importanza; ma nemmeno lì mancavano le difficoltà.

A una riunione del gruppo che stava studiando la Nuvola, Alexandrov riassunse il parere di tutti con queste parole:

«Risultato impossibile,» disse, «esperimento sbagliato.»

Ma John Marlborough sosteneva di non aver sbagliato, e per evitare gli attriti fu convenuto di far ripetere quella ricerca a Harry Leicester — faceva parte del gruppo di studio sui problemi delle comunicazioni. Dieci giorni dopo, a lavoro ultimato, Leicester fece il suo rapporto a riunione plenaria.

«Comincio dal principio. Al momento in cui la Nuvola fu scoperta, trovammo che avanzava verso il Sole a una velocità di poco inferiore ai 70 chilometri al secondo. Stimammo che la velocità sarebbe man mano cresciuta, avvicinandosi la Nuvola al Sole, risultando così una velocità media finale di circa 80 chilometri al secondo. Quindici giorni fa Marlborough, come risultato delle sue osservazioni, ci disse che la Nuvola non si comporta come noi avevamo previsto. Invece di aumentare, diminuisce la sua velocità, man mano che si avvicina al Sole. Come sapete, decidemmo di ripetere il lavoro di Marlborough. Ma è meglio farvi vedere qualche lastra.»

Solo una persona fu contenta di averle viste; e cioè Marlborough, perchè le lastre confermavano le sua osservazioni.

«Ma, accidenti,» disse Weichart, «la Nuvola deve aumentare la velocità, entrando nel campo gravitazionale del Sole.»

«A meno che non si scarichi in qualche modo del suo impulso,» rispose Leicester. «Guardiamo un’altra volta l’ultima lastra. Vedete questi puntolini, da questa parte? Son così piccoli che possono far pensare a un errore. Ma se sono veri significano un moto di circa 500 chilometri al secondo.»

«Molto interessante,» borbottò Kingsley. «Vuol dire che la Nuvola lancia particelle di materia ad altissima velocità, e proprio per questo rallenta.»

«È un’interpretazione possibile,» rispose Leicester.

«O almeno è un’interpretazione che rispetta le leggi della meccanica e quelle della logica, in qualche misura.»

«Ma perchè la Nuvola dovrebbe comportarsi in una maniera tanto strana?>? chiese Weichart.

«Forse per interno, accidenti,» propose Alexandrov.

Quel pomeriggio Parkinson si mise a fianco di Marlowe e di Kingsley che passeggiavano per la campagna.

«Mi stavo chiedendo se ci sarà qualche cambiamento importante per via di queste nuove scoperte,» disse.

«Difficile a dire,» rispose Marlowe sbuffando del fumo. «Troppo presto per saperlo. D’ora in poi dovremo tenere gli occhi aperti, spalancati.»

«Forse bisognerà cambiare il nostro programma, in quanto al tempo,» osservò Kingsley. «Pensavamo che la Nuvola avrebbe raggiunto il Sole al principio di luglio, ma se questo rallentamento continua ci vorrà un tempo assai maggiore. Forse alla fine di luglio, o anche ad agosto comincerà la crisi. E non credo più che siano giuste le nostre previsioni sul riscaldamento interno della Nuvola. Il cambiamento di velocità modifica anche questo.»

«Forse che la Nuvola rallenta alla stessa maniera di un razzo, cioè sparando frammenti di materia ad altissima velocità?» chiese Parkinson.

«Sembra proprio così. Ne stavamo discutendo le possibili ragioni.»

«E che cosa ne pensate?»

«Be’,» continuò Marlowe, «è probabile che ci sia un campo magnetico abbastanza forte all’interno della Nuvola. Il campo magnetico della Terra subisce già notevoli perturbazioni. Potrebbe trattarsi di corpuscoli provenienti dal Sole, una delle tante tempeste magnetiche, insomma. Ma a me pare di aver capito che ci debba essere un campo magnetico dentro la Nuvola, e che cominciamo a rendercene conto.»

«E credete che quest’affare abbia qualche rapporto con il magnetismo?»

«Può darsi. Per esempio un processo causato dall’interazione fra il campo magnetico del Sole e quello della Nuvola. Non è affatto chiaro che cosa stia succedendo, ma di tutte le spiegazioni possibili questa a noi sembra la meno improbabile.»

Erano giunti vicino a casa quando un uomo robusto. toccandosi il berretto, fece:

«‘sera, signori.»

«Bel tempo, Stoddard. Come va il giardino?»

«Sì signore, tempo meraviglioso. I pomodori son già maturi. Mai visto prima, signori.»

Continuarono e Kingsley disse:

«A dir la verità se mi permettessero di cambiarmi con quell’uomo per i prossimi tre mesi, sapete, non esiterei. Che bella cosa non vedere oltre i pomodori maturi!»

Per tutto giugno e luglio la temperatura continuò a crescere su tutta la Terra. Sulle isole britanniche il termometro sali sopra i 30, sopra i 35, avvicinandosi ai 40. La gente si lamentava, ma il disagio non era in fondo insopportabile.

Il tasso di mortalità degli Stati Uniti si mantenne basso, grazie alle attrezzature per l’aria condizionata installata nei mesi precedenti. In tutto il paese la temperatura si avvicinò al limite massimo di sopportazione, e per settimane intere la gente fu costretta a restarsene in casa. Qualche impianto per l’aria condizionata si guastò, e proprio in questi casi si ebbero delle perdite.

All’altezza dei Tropici le condizioni erano disperate: basta pensare che scomparvero 7943 specie di piante e di animali. L’uomo riuscì a sopravvivere solo nella misura in cui riuscì a scavarsi caverne e cantine. Non si poteva far nulla per mitigare la temperatura dell’aria, insopportabile. Non sappiamo quanta gente sia morta in questo periodo. Sappiamo soltanto che, durante i mesi della crisi, morirono complessivamente 700 milioni di persone. Tale numero sarebbe stato maggiore, senza certe circostanze fortunate che ancora dobbiamo narrare.

Infine cominciò a crescere la temperatura delle acque, non con lo stesso ritmo della temperatura dell’aria, ma già abbastanza per provocare un pericoloso aumento dell’umidità. Proprio questo fatto provocò le disastrose condizioni di cui già si è fatto cenno. Milioni di persone, fra la latitudine del Cairo e quella del Capo di Buona Speranza, si trovarono a vivere in un’atmosfera soffocante che di giorno in giorno, inesorabilmente, diventava più calda e più umida. L’uomo cessò di muoversi: non c’era altro da fare che distendersi a terra e ansimare, come fanno i cani quando hanno caldo.

Nella quarta settimana di luglio ai Tropici le condizioni oscillavano fra la vita e la morte complete. Poi all’improvviso, su tutto il globo si accumularono nuvole di pioggia. Dopo tre giorni il cielo era tutto coperto e la Terra era avvolta completamente dalle nuvole, come accade normalmente per il pianeta Venere. La temperatura scese un poco, senza dubbio perchè le nuvole riflettevano nello spazio una parte maggiore delle radiazioni solari. Ma non per questo poteva dirsi che le condizioni fossero migliorate. Ovunque cominciò a cadere pioggia calda, anche alla latitudine dell’Islanda. Il numero degli insetti crebbe enormemente, perchè l’atmosfera torrida li favoriva, allo stesso modo che sfavoriva invece l’uomo e gli altri mammiferi.

La flora fiorì rigogliosamente. I deserti si coprirono di vegetazione, ciò che l’uomo non aveva mai visto dal tempo della sua venuta sulla Terra. Ironia della sorte, nessuno potè giovarsi di quella improvvisa fertilità di zone fino allora desolate. Non si potè seminare nulla. Tranne che nel nord-ovest europeo e nelle regioni artiche l’uomo non poteva far altro che sopravvivere. Non poteva prendere alcuna iniziativa. Il signore del creato era costretto in ginocchio dall’ambiente, ambiente che per cinquant’anni l’uomo s’era vantato di dominare.

Ma anche se non vi fu miglioramento, le condizioni non peggiorarono. Con poco cibo, o addirittura senza nulla da mangiare, ma con acqua in abbondanza, gli abitatori delle zone esposte al calore estremo riuscirono a sopravvivere. Il tasso di mortalità era salito a un livello assurdo, ma non andò oltre.

Una settimana prima che la gran coltre di nuvole coprisse la Terra, a Nortonstowe ci fu una scoperta di un certo interesse astronomico. In modo drammatico ci si accorse che sulla Luna c’erano grandi tempeste di polvere.

In luglio, crescendo la temperatura, l’estate britannica, di solito fresca, segnò un caldo tropicale; ma niente di più. Presto l’erba fu arsa e i fiori morirono. Se si pensa a quel che succedeva in quasi tutte le altre zone della Terra, possiamo dire che la Gran Bretagna non soffrì molto, anche se durante il giorno la temperatura saliva fin verso i 38 gradi per scendere, di notte, appena a 33. Le spiagge si andarono affollando e dappertutto, lungo la costa, si vedeva gente accampata.

Nortonstowe aveva la fortuna di possedere un grande rifugio ad aria condizionata: la gente ormai in numero sempre maggiore preferiva trascorrervi la notte. Sotto ogni altro aspetto la vita procedeva normalmente: solo, le passeggiate in campagna si facevano di notte, anzichè col calore del Sole.

Una sera di luna piena, Marlowe Emerson e Knut Jensen passeggiavano, quando a poco a poco il chiaro di luna parve trasformarsi. Emerson alzò gli occhi e disse:

«Che cosa strana, Geoff. Non ci sono nuvole.»

«Forse si tratta di particelle di ghiaccio ad alto livello.»

«Ma non con questo calore.»

«È vero, non mi pare possibile.»

«E poi ha uno strano colore giallo, che non può essere provocato da cristalli di ghiaccio,» aggiunse Jensen.

«Be’, non c’è altro da fare, bisogna guardare con i propri occhi. Andiamo al telescopio.»

Si diressero verso la cupola dov’era allogato lo Schmidt, e Marlowe diresse il sei pollici verso la Luna.

«Dio mio,» esclamò, «bolle!»

Guardarono anche Emerson e Jensen, poi Marlowe disse:

«È meglio andare a chiamare gli altri. È uno spettacolo che bisogna vedere. Voglio fotografarlo con lo Schmidt.»

Insieme al gruppo che correva verso il telescopio, dopo la chiamata urgente di Emerson e di Jensen, c’era anche Ann Halsey. Quando giunse il suo turno di mettere l’occhio al telescopio, Ann non sapeva affatto cosa avrebbe veduto. Aveva un’idea sommaria della superficie grigia, scavata, sterile della Luna, ma non ne conosceva la topografia nei particolari. E non comprendeva cosa significassero le frasi eccitate che si scambiavano gli astronomi. Fu quasi per un obbligo morale che mise l’occhio al telescopio. Ma quando ebbe raggiustato il fuoco, le si rivelò improvvisamente un mondo fantastico. La Luna era di un colore giallo limone. I particolari di solito così netti erano offuscati da una nuvola gigantesca che ne copriva il disco e si estendeva oltre i margini. La Nuvola era formata da particelle lanciate dalle zone più scure. Di tanto in tanto da queste zone emergevano nuove onde di particelle che si increspavano e vibravano in modo stupefacente.

«Avanti, Ann, non ci dormire. Vorremmo dargli un’altra occhiata prima che finisca la notte,» disse qualcuno, ed ella a malincuore si staccò dallo strumento.

«Cosa significa, Chris?» chiese Ann a Kingsley mentre tornavano al rifugio.

«Ricordi quel che dicevano l’altro giorno, che la Nuvola rallenta, man mano che si avvicina al Sole?»

«Ricordo che tutti se ne preoccupavano.»

«Ebbene, la Nuvola rallenta emettendo masse gassose ad altissima velocità. Non sappiamo perchè e come faccia questo, ma le osservazioni di Marlborough e di Leicester dimostrano con certezza che le cose stanno proprio così.»

«Non mi dirai che una di queste masse gassose ha colpito la Luna?»

«La penso esattamente così. Quelle zone oscure sono enormi tempeste di polvere, alte forse due o tre miglia. L’urto del gas ad alta velocità solleva la polvere a centinaia di miglia sopra la superficie della Luna.»

«E non può darsi che una di queste massa colpisca anche noi?»

«Non credevo che ci fosse questa possibilità. La Terra è un bersaglio molto piccolo, ma la Luna è anche più piccola, eppure una di quelle massa ha colpito proprio la Luna.»

«E che succederebbe se…?»

«Se colpisse noi? Non ci voglio pensare. Ci stiamo già preoccupando abbastanza di quel che può accadere se la Nuvola ci investe a una velocità di circa 50 chilometri al secondo. Ma sarebbe terribile se fossimo colpiti alla velocità di una di quelle masse: credo che si tratti di un migliaio di chilometri al secondo. Suppongo che tutta l’atmosfera terrestre sarebbe semplicemente spazzata via nello spazio, come sta succedendo alla polvere della Luna.»

«C’è una cosa che non riesco a comprendere in te, Chris. Come fai a prendertela con la politica e coi politici, sapendo tutte queste cose? Non credi che la politica, al confronto, sia un’inutile sciocchezza?»

«Ma, cara Ann, se io passassi tutto il mio tempo a pensare alla situazione reale, entro un paio di giorni diventerei pazzo. Qualcun altro impazzirebbe con me. Altri ancora si darebbero all’alcool. Il mio modo di evadere è quello di prendermela coi politici. Il vecchio Parkinson sa bene che per noi la polemica è una specie di gioco. Ma, per dirtela chiaramente, d’ora in poi è questione di ore: poi, chissà…»

La ragazza gli si avvicinò.

«Ma forse dovrei dirtelo in una maniera più poetica,» sussurrò.

«Vieni, baciami, mia cara,
chè la vita ci abbandona.»

7

L’arrivo

Dopo la fine di luglio al rifugio di Nortonstowe si stabilì un servizio di guardia notturno. C’era anche Joe Stoddard perchè ormai, naturalmente, era venuto meno il suo lavoro di giardiniere. Il giardinaggio non era un tipo di attività possibile, con quel clima tropicale.

Il caso volle che il turno di Joe capitasse la notte del 27 agosto. Non accadde nulla di drammatico. La mattina dopo alle 7,30 Joe bussò, esitante, alla porta della camera di Kingsley. La sera prima Kingsley insieme a un bel gruppetto di degni compari aveva fatto baldoria. Perciò in un primo momento non capì neppure che Joe cercava di dirgli qualcosa. Poi, a poco a poco, si rese conto che il bonario giardiniere aveva un aspetto insolitamente solenne.

«Non c’è, signore, non c’è.»

«Cosa non c’è? Per amor del cielo, vai a prendermi una tazza di tè. Ho una bocca che mi sembra il fondo della gabbia di un pappagallo.»

«Tazza di tè, signore,» Joe esitava, ma restava incollato lì, come un allocco. «Sì, signore. Matlei mi ha detto che io devo riferire, se succede qualcosa di insolito. E le assicuro che non c’è.»

«Guarda Joe, io ho tanta stima di te, ma ti dico con tutta serietà, che son pronto a sbudellarti se non mi dici cos’è che non c’è.»

Kingsley parlava lentamente, ad alta voce: «Cosa non c’è?»

«Il giorno, signore! Non c’è il sole!»

Kingsley afferrò l’orologio. Erano le 7,42 del mattino: in agosto l’alba è spuntata da un pezzo a quell’ora. Di corsa uscì dal rifugio e si guardò intorno. Era buio pesto, senza nemmeno la luce delle stelle, che non poteva trapassare la spessa coltre delle nuvole. La luce del mondo era scomparsa e si avvertiva tutto intorno un terrore primitivo e irragionevole.

In Inghilterra e in tutti i paesi occidentali quei colpo fu attutito dall’oscurità notturna: infatti per questi paesi la luce del Sole si estinse durante le ore notturne. È cosa normale che a sera la luce scompaia lentamente. Solo che otto ore dopo non ci fu alba. La muraglia della Nuvola aveva raggiunto il Sole durante le ore della notte.

Ma gli abitatori dell’emisfero orientale provarono in pieno l’orrore della luce scomparsa. Per loro quell’oscurità completa, assoluta, cadde durante quello che avrebbe dovuto essere il giorno. In Australia, per esempio, il cielo cominciò a oscurarsi a mezzogiorno, e alle tre non si vedeva il più fioco lumicino, tranne che là dove qualcuno aveva provveduto ad accendere la luce artificiale. In parecchie grandi città del mondo ci furono scene selvagge e tremende.

Per tre giorni la Terra fu un mondo nero, fatta eccezione per quelle piccole isole umane in possesso di una autonomia tecnologica bastevole a provvedere alla illuminazione. Los Angeles e le altre città americane vissero sotto la luce artificiale di milioni di lampade elettriche. Ma ciò non bastò a difendere gli americani dal terrore che prese alla gola il resto dell’umanità. Si sarebbe detto che gli americani non avessero tempo e voglia di apprezzare la propria situazione, perchè erano fissi ai televisori, aspettando una parola delle autorità, che non potevano intendere e controllare il progresso degli eventi.

Dopo tre giorni accaddero due cose. Ricomparve la luce nel cielo diurno e cominciò a cadere la pioggia. La luce dapprima fu molto tenue, ma crebbe giorno per giorno fino a raggiungere un’intensità a mezza strada fra la luminosità della Luna e quella del Sole. Non sappiamo se la luce abbia alleviato il disagio psicologico che ovunque prese l’uomo: quella luce infatti era di un color rosso cupo, e non c’era dubbio, non era luce naturale.

Da principio la pioggia fu calda, poi la temperatura cominciò a calare, lentamente ma continuamente. Enormi le precipitazioni. L’aria era stata così calda e umida da accumulare una grandissima quantità di vapore acqueo. Cessando le radiazioni solari e calando la temperatura, questo vapore acqueo si riversò sulla Terra sotto forma di pioggia. I fiumi crebbero rapidamente rompendo gli argini, distruggendo le comunicazioni, privando della casa intere moltitudini. Difficile immaginare, dopo tante settimane di caldo, il destino di quei milioni di persone, in tutto il mondo, che furon sorprese dalla furia delle acque. E sempre su di loro quella mezza luce, che non aveva nulla di terreno, e che rifletteva il suo rosso cupo sulla terra inondata.

Tuttavia l’inondazione non fu nulla in confronto alle tempeste che si abbatterono sulla Terra. Condensandosi il vapore in pioggia, si scatenò nell’atmosfera una quantità di energia mai vista prima. In questo modo ci furono terribili sbalzi di pressione atmosferica, causando uragani come l’uomo non aveva mai visto, anzi come l’uomo non aveva mai immaginato.

Da uno di questi uragani fu quasi completamente distrutto il maniero di Nortonstowe. Nella rovina rimasero uccisi due operai. Ma a Nortonstowe non ci furono soltanto questi due incidenti. Knut Jensen e la sua Greta — quella Greta Johannsen a cui Kingsley aveva scritto — furono colti da una tempesta terribile e rimasero schiacciati sotto un albero divelto. Li seppellirono insieme, accanto al vecchio maniero.

La temperatura continuò a scendere. La pioggia si cambiò in nevischio e poi in neve. I campi allagati si coprirono di ghiaccio, e, verso la fine di settembre, i fiumi mugghianti a poco a poco tacquero e si mutarono in immobili cascate di ghiaccio. La zona coperta di neve si andò estendendo lentamente fino ai Tropici. E quando tutta la Terra fu presa in una morsa ferrea di gelo, di neve e di ghiaccio, le nubi sgombrarono il cielo. Ancora una volta l’uomo potè alzare gli occhi nello spazio.

Era ormai chiaro che quella strana luce rossa non veniva dal Sole. La luce era diffusa quasi uniformemente da orizzonte a orizzonte, senza una sorgente precisa. Tutto il cielo diurno era illuminato da quella fioca luce rossa ed opaca. La radio e la televisione annunziavano che quella luce veniva dalla Nuvola e non dal Sole. Gli scienziati dissero che quella luce era provocata dalla Nuvola, la quale aveva circondato il Sole.

Verso la fine di settembre i margini estremi e sottilissimi della Nuvola raggiunsero la Terra. L’urto fece riscaldare gli strati superiori dell’atmosfera terrestre, come avevano previsto quelli di Nortonstowe. Ma per ora il gas entrato a contatto era troppo disperso per provocare un aumento di temperatura di centinaia di migliaia o di milioni di gradi. Ma anche così ci fu un aumento, di qualche decina di migliaia di gradi. Bastò questo perchè l’atmosfera superiore irradiasse una luce azzurra, tremolante, visibile ad occhio nudo durante la notte. In realtà le notti si fecero indescrivibilmente belle, ma è poco probabile che la gente potesse ammirare quella bellezza: ci vuole agio e tempo, in verità, per godersi appieno una cosa bella. Ma forse qualche rude mandriano del nord, con il suo gregge, avrà guardato quella notte striata di violetto con meravigliato stupore.

E così passava il tempo: giorni di un color rosso cupo, notti azzurre scintillanti, ma questa luce non dipendeva nè dal Sole nè dalla Luna e la temperatura continuava a scendere, sempre più in basso.

Tranne che nei paesi altamente industrializzati, in questo periodo morirono miriadi di uomini. Per settimane erano stati soggetti a un calore insopportabile; poi molti erano morti nelle tempeste e nelle inondazioni. Con l’avvento di quel freddo intenso la polmonite cominciò a mietere le sue vittime. Tra l’inizio d’agosto e la prima settimana di ottobre scomparve all’incirca un quarto della popolazione mondiale. Una somma indescrivibile di singole tragedie. Veniva la morte a staccare il marito dalla moglie, il padre dal figlio, l’amante dall’amata: un processo inesorabile, irreversibile.

Il Primo ministro ce l’aveva con gli scienziati di Nortonstowe, al punto che decise di fare un viaggio fino al maniero, un viaggio freddo e disagiato, che contribuì ad aumentare la sua irritazione.

«Mi pare che il governo sia stato tratto in inganno,» disse a Kingsley. «Lei affermò che il periodo di emergenza avrebbe dovuto durare un mese e non più. Ebbene, questa storia dura da più di un mese, e non c’è alcun segno che abbia a finire. Quando possiamo credere che finisca?»

«Non ne ho la minima idea,» rispose Kingsley.

Il Primo ministro lanciò un’occhiata feroce a Parkinson, a Marlowe, a Leicester, ma soprattutto a Kingsley.

«Vorrei sapere come si spiega questo gravissimo errore. Posso farvi notare che qui a Nortonstowe avete goduto di ogni possibile agevolazione? Non per rinfacciarvelo, ma vi abbiamo tenuto nella bambagia, come direbbero certi miei colleghi. In cambio abbiamo il diritto di chiedervi un certo livello di competenza. Posso ben dire che le condizioni di vita qui sono assai superiori a quelle in cui è costretto a lavorare il governo stesso.»

«Ma è naturale che siano migliori. Sono tali perchè noi abbiamo saputo prevedere quel che sarebbe successo.»

«E a quanto pare questa è l’unica vostra previsione, a tutto vostro vantaggio, per il vostro comodo e la vostra sicurezza.»

«Infatti ci siamo comportati proprio esattamente come il governo.»

«Non capisco, signore.»

«E allora le spiego meglio. Appena ci accorgemmo di questa storia della Nuvola, la prima preoccupazione del nostro governo — e, per quanto ne so io di tutti i governi — fu quella di impedire che le cose più importanti venissero a conoscenza della gente. Lo scopo di tutto questo segreto, naturalmente, era quello di impedire alla gente di scegliersi dei rappresentanti più capaci.»

Il Primo ministro a questo punto era infuriato.

«Kingsley, lasci che le dica senza alcuna riserva che mi trovo costretto a compiere dei passi, appena ritorno a Londra, che non le saranno affatto graditi.»

Parkinson notò che all’improvviso quell’atteggiamento facilone e provocatorio di Kingsley si era fatto più duro.

«Allora temo che lei non ritornerà a Londra, che resterà qui.»

«Non credo che nemmeno lei, professor Kingsley, possa avere la sfrontatezza di pensare che mi si tiene prigioniero.»

«Non prigioniero, caro Primo ministro,» disse Kingsley con un sorriso, «diciamo piuttosto così: con la crisi che sta per venire lei sarà più al sicuro a Nortonstowe che a Londra. Diciamo quindi che a nostro avviso è preferibile, sempre nell’interesse pubblico, che lei resti a Nortonstowe. Ed ora, poichè certamente lei e Parkinson avrete molte cose da dirvi, penso che vorrà che noi tre ci ritiriamo.»

Marlowe e Leicester erano alquanto sbalorditi, uscendo dalla stanza insieme a Kingsley.

«Ma tu non puoi far questo, Chris,» disse Marlowe.

«Posso farlo e lo farò. Se gli permetto di tornare a Londra, succederanno delle cose qui che metteranno in pericolo la vita di tutti, da te, Geoff, fino a Joe Stoddard. E questo non posso permetterlo. Lo sa il cielo quante poche probabilità abbiamo di scamparla, senza che accada altro a peggiorare le cose.»

«Ma se lui non torna a Londra, lo manderanno a cercare.»

«No. Manderemo un messaggio radio per dire che le strade sono temporaneamente impraticabili e che il Primo ministro tarderà un paio di giorni. La temperatura cala rapidamente ormai — ricordi quel che ti dissi nel deserto di Mohave, sul crollo improvviso della temperatura? Ebbene, sta succedendo proprio ora — e fra pochi giorni le strade saranno davvero impraticabili.»

«Non capisco. Non è probabile che ci sia altra neve.»

«No certo. Ma presto la temperatura sarà così bassa che i motori a combustione interna non potranno funzionare. Non ci sarà più alcun trasporto motorizzato, nè per terra nè per aria. So che si possono costruire motori speciali, ma ci vorrà del tempo, e intanto le cose saranno peggiorate al punto che nessuno starà a preoccuparsi se il Primo ministro non è a Londra.»

«Riconosco che è giusto,» fece Leicester. «Dobbiamo solo menare il can per l’aia per una settimana circa, e poi tutto andrà liscio. Devo dire che non mi piacerebbe fermi sbattere fuori dal nostro bel rifugio, specialmente se penso a quanto ci è costato costruirlo.»

Poche volte Parkinson aveva visto il Primo ministro veramente arrabbiato. In questi casi aveva tenuto la buona regola di limitarsi a dire sì o no, a seconda dei casi. Ma ora si accorgeva che bisognava affrontare in pieno l’ira del Primo ministro.

«Mi dispiace, signore,» fece dopo averlo ascoltato per qualche minuto, «ma temo che la colpa sia sua. Non avrebbe dovuto dare a Kingsley dell’incompetente. Era un’accusa non giustificata.»

Il Primo ministro andò su tutte le furie.

«Non giustificata! Ma non capisce, Francis, che basandoci sul mese, come diceva Kingsley, non abbiamo preso nessuna precauzione circa il carburante? Non capisce in che condizioni ci troviamo?»

«Non è solo colpa di Kingsley quella storia del mese. Gli americani ci hanno detto esattamente la stessa cosa.»

«Ma la loro incompetenza non giustifica quella dei nostri scienziati.»

«Non sono d’accordo, signore. Quando eravamo a Londra, abbiamo sempre cercato di minimizzare la situazione. Nei rapporti di Kingsley c’era sempre l’accenno a una gravità che noi non volevamo accettare. Cercavamo sempre di convincerci che le cose andavano meglio di quel che sembrasse. Non c’è passata mai per la testa la possibilità che fosse vero il contrario, che cioè le cose andassero peggio di quel che sembrava. Forse Kingsley si è sbagliato, ma comunque si è avvicinato al vero più di noi.»

«Ma perchè si è sbagliato? Perchè tutti gli scienziati si sono sbagliati? Questo ho cercato di scoprire, e nessuno ha saputo dirmelo.»

«Forse glielo avrebbero detto, se lei si fosse preso il fastidio di chiederglielo, invece di limitarsi a insultarli.»

«Comincio a credere che lei è stato in questo luogo un po’ troppo tempo, Francis.»

«Sono stato qui quanto bastava per comprendere che gli scienziati non pretendono di essere infallibili; sono i profani che attribuiscono l’infallibilità alle loro affermazioni.»

«Per l’amor del cielo, la smetta con la filosofia, Francis. Abbia la cortesia di spiegarmi in termini semplici come è avvenuto l’errore.»

«Ebbene, a quanto ne so io, la Nuvola si sta comportando in un modo che nessuno prevedeva e che nessuno capisce. Tutti gli scienziati pensavano che essa avrebbe aumentato la sua velocità avvicinandosi al Sole, che avrebbe superato il Sole, per poi allontanarsi di nuovo nello spazio. Invece la Nuvola ha rallentato, e quando è giunta al Sole, la sua velocità si è praticamente ridotta a zero. Perciò invece di andarsene verso lo spazio se ne resta lì, immobile, intorno al Sole.»

«Ma quanto tempo ci resterà? È questo che voglio sapere.»

«Nessuno può dirlo. Può restarci una settimana, un mese, un anno, un millennio, un milione di anni. Nessuno lo sa.»

«Ma santo Dio, giovanotto, sa lei cosa sta dicendo? Se quella Nuvola non se ne va noi non possiamo tirare avanti.»

«E lei crede che Kingsley non lo sappia? Se la Nuvola resta qui un mese, moriranno molte altre persone, ma qualcuno resterà in vita. Se resterà due mesi solo pochi sopravviveranno. Se dovesse restare tre mesi anche noi di Nortonstowe moriremo, nonostante tutti i nostri preparativi; e saremo fra gli ultimi a morire. Se rimarrà un anno intero sulla Terra non resterà più una cosa viva. Le dico, Kingsley sa tutte queste cose, ed ecco perchè non prende molto sul serio gli aspetti politici della questione.»

8

Un miglioramento

Nessuno lo sapeva, ma la visita del Primo ministro accadde nel momento peggiore di tutta la storia della Nuvola nera. Il primo segno di un miglioramento lo ebbero i radioastronomi, ed a ragione, perchè essi non avevano mai interrotto l’osservazione della Nuvola, anche se ciò significava lavorare all’aperto in condizioni terribili. Il 6 ottobre John Marlborough convocò una riunione, e corse la voce che qualcosa di importante bolliva in pentola: perciò la riunione fu affollata.

Marlborough mostrò che secondo le sue osservazioni la quantità di gas posta fra la Terra e il Sole era diminuita notevolmente negli ultimi dieci giorni. A quanto pareva il totale del gas si era andato dimezzando ogni tre giorni. Continuando le cose in questo modo per altre due settimane, si sarebbe di nuovo schiarito il Sole: ma naturalmente nulla poteva dar la certezza che le cose sarebbero continuate così.

Chiesero a Marlborough se c’era qualche segno che la Nuvola si allontanasse dal Sole. Marlborough rispose negativamente. Pareva che accadesse questo: la materia della Nuvola si andava distribuendo in maniera tale, che il Sole si sarebbe reso visibile nella nostra direzione, ma non naturalmente in tutte le altre.

«Non è troppo sperare che la Nuvola si diradi nella nostra direzione?» chiese Weichart.

«È strano, certo,» rispose Marlborough. «Prendete le mie osservazioni per quel che valgono. Non cerco nemmeno di interpretarle in qualche senso.»

Fu Alexandrov a suggerire quella che poi si dimostrò la spiegazione giusta; ma per il momento nessuno se ne rese ben conto, forse perchè Alexandrov si espresse in una maniera piuttosto strana.

«Disco figura stabile,» disse. «Forse Nuvola sta schierando in formazione disco.»

Qualcuno sogghignò e si sentì esclamare:

«Ci risparmi questa terminologia militare, Alexis.»

Alexandrov parve sorpreso.

«Non militare. Io scienziato,» protestò.

Dopo questa diversione il Primo ministro intervenne:

«Per usare un linguaggio più diplomatico, debbo intendere da quel che si è detto che l’attuale corso finirà tra quindici giorni.»

«Sì, se continua il corso che abbiamo osservato,» rispose Marlborough.

«Allora bisogna stare molto attenti e renderci ben conto della situazione.»

«Che conclusione intelligente!» fece Kingsley sogghignando.

Bisogna dire che nella storia della scienza non si fecero mai con tanta ansia delle rilevazioni come accadde il giorno dopo ai radioastronomi. La curva in cui si traducevano i risultati di quelle rilevazioni era davvero la curva della vita o della morte. Se la curva continuava a scendere ciò significava vita; ma se invece la caduta finiva e la curva ricominciava a salire, ciò significava morte.

Quasi ogni ora si aggiungeva un nuovo punto al grafico. Tutti coloro che riuscivano a capire il significato di quei segni stavano sempre lì intorno in attesa di veder mettere il nuovo punto, sia di notte che durante il giorno, quel giorno opaco e fioco. Per quattro giorni e quattro notti la curva continuò a scendere, ma nel quinto giorno il declino si attenuò, e nel sesto accennò a cambiarsi in un’ascesa. Quasi nessuno più parlava, solo qualche frase di tanto in tanto. C’era una tensione indescrivibile. Il settimo giorno ricominciò la discesa, che nell’ottavo si fece più decisa che mai. Alla tensione segui un impulso violento di reazione. Secondo un metro normale il comportamento della gente di Nortonstowe forse avrebbe potuto sembrare strano, anche prima di allora, e strano senz’altro in quel momento, anche se per loro — cioè per quelli che provarono l’angoscia del sesto giorno — nulla doveva essere strano.

Da allora la curva continuò a discendere, e intanto si faceva sempre più raro il velo di gas tra la Terra e il Sole. Il 9 ottobre già si intravedeva nel cielo diurno un barbaglio di luce gialla. Era ancora debole, ma si muoveva per il cielo con il passar delle ore. Senza dubbio era il Sole: lo si vedeva per la prima volta dall’inizio di agosto, e ancora oltre un velo di gas e di polvere. Ma quel velo si faceva sempre più sottile. Il 24 ottobre il Sole brillò di nuovo con tutta la sua forza sulla Terra gelata.

Chi ha visto l’alba dopo una notte gelida passata nel deserto avrà una debole idea della gioia che provocò l’alba del 24 ottobre 1965. Occorre a questo punto dir qualcosa della religione. All’avvicinarsi della Nuvola tutte le confessioni religiose avevano avuto un impulso possente. In primavera i testimoni di Geova avevano rubato il pubblico a tutti gli altri oratori di Hyde Park. I pastori della Chiesa d’Inghilterra si erano accorti con meraviglia di star predicando a un pubblico sempre più vasto. Finì tutto il 24 ottobre. Tutti, uomini e donne di ogni credo — cristiani, atei, maomettani, buddisti, indù, ebrei — tutti si sentirono pervasi nel proprio intimo da un complessa emotivo che li portò ad adorare il Sole. È vero che il culto del Sole non prese mai la forma di Chiesa vera e propria, perchè non c’era organizzazione centrale, ma si sentivano nell’aria le vibrazioni di quell’antico culto, che non sarebbero mai più scomparse.

Le zone tropicali furono le prime a riaversi. Dai fiumi scomparve il ghiaccio. La neve si sciolse provocando altre inondazioni, ma di effetto trascurabile, rispetto a quel che era accaduto prima. Il disgelo fu solo parziale in Europa e in Nordafrica, perchè stava sopraggiungendo, secondo il vecchio criterio delle stagioni, l’inverno.

Nelle zone altamente industrializzate grandi furono le sofferenze dell’uomo, ma incomparabilmente peggiore fu la sorte dei popoli meno progrediti: fu chiaro allora quanto sia importante l’energia inanimata e il controllo delle macchine. E dobbiamo aggiungere che sotto questo aspetto la situazione avrebbe potuto anche essere diversa, se la temperatura avesse continuato a scendere. Il mutamento infatti avvenne in un periodo in cui i paesi industriali erano ormai vicini al momento del crollo.

Strano a dirsi il colpo più grave, fra i popoli primitivi, lo ebbero quelli dei Tropici, mentre i nomadi eschimesi se la cavarono meglio di tutti. Ai Tropici metà della popolazione fu distrutta. Fra gli eschimesi le perdite furono relativamente lievi, relativamente cioè al corso normale delle cose. Il caldo non era stato eccessivo nell’estremo nord: agli eschimesi era parso insopportabile, ma non era successo niente di peggio. Lo sciogliersi del ghiaccio e della neve aveva intralciato la loro libertà di movimento, e grandemente ridotto la zona di caccia. Ma il caldo non fu grande, nè mortale. Nemmeno il freddo fu troppo intenso. Si scavarono un rifugio nella neve e attesero: sotto molti aspetti se la passavano molto meglio degli inglesi.

I governi di tutti i paesi erano sconvolti. Prevedevano che questa volta il comunismo avrebbe invaso il mondo. Questa volta le sinistre e i sovversivi avrebbero in ogni paese conquistato il governo. Ma non accadde nulla del genere. Nei giorni che seguirono al 24 ottobre la gente era troppo contenta per occuparsi di queste cose, che sembravano di nessun conto. A metà di novembre la buona occasione era passata, e gli uomini avevano cominciato a riorganizzarsi nelle rispettive comunità.

Il Primo ministro tornò a Londra con minor malanimo verso Nortonstowe di quello che gli altri avessero previsto. Sotto un certo aspetto aveva trascorso il periodo della crisi in maniera molto più comoda che se fosse rimasto a Downing Street. Inoltre aveva diviso con gli scienziati di Nortonstowe la tensione di quei momenti terribili, e fra coloro che hanno diviso un sentimento simile si crea sempre un forte legame.

Prima che partisse avvertirono il Primo ministro che non c’era ragione di credere finito il periodo di emergenza. Durante una discussione che si tenne in uno dei laboratori annessi al rifugio, tutti riconobbero che la previsione di Alexandrov era giusta. Marlborough disse:

«Mi sembra quasi certo che la Nuvola si sta disponendo a forma di disco, con notevole inclinazione rispetto all’eclittica.»

«Disco figura stabile. Ovvio,» brontolò Alexandrov.

«Può sembrare ovvio a lei, Alexis,» intervenne Kingsley, «ma ci sono un sacco di cose che a me non paiono affatto ovvie. A proposito, quanto credete che misuri il raggio esterno del disco?»

«Circa tre quarti del raggio dell’orbita terrestre, pari al raggio dell’orbita di Venere,» rispose Marlborough.

«Questa disposizione a forma di disco mi sembra un modo di dire,» cominciò Marlowe. «Credo che intendiate affermare che il nocciolo di cui la Nuvola è composta si dispone in quella forma. Deve esserci un bel po’ di materiale sparso per tutta l’orbita terrestre. Questo pare evidente dal fatto che la nostra atmosfera è sottoposta di continuo all’urto di materia esterna.»

«Freddo maledetto in ombra di disco,» affermò Alexandrov.

«Sì, grazie a Dio siamo fuori dal disco, altrimenti non avremmo il Sole,» disse Parkinson.

«Ma ricordi che non resteremo in questa condizione,» fece Kingsley.

«Che cosa intende dire?» chiese il Primo ministro.

«Semplicemente che il moto della Terra intorno al Sole ci porterà nell’ombra del disco. Naturalmente ne riemergeremo.»

«Maledetto freddo in ombra,» brontolò Alexandrov.

Il Primo ministro era contrariato, e a ragione.

«E quante volte succederà questo fatto terribile?»

«Due volte l’anno! Stando alla posizione attuale del disco, in febbraio e in agosto. Il periodo di oscuramento del Sole dipende dallo spessore del disco. Forse l’eclisse durerà da quindici giorni a un mese.»

«Le conseguenze di questo fatto saranno certamente molto gravi,» sospirò il Primo ministro.

«Una volta tanto siamo d’accordo,» osservò Kingsley. «La vita sulla Terra non sarà impossibile, ma dovremo adattarci a condurla in condizioni assai meno favorevoli. In primo luogo la gente dovrà abituarsi a vivere insieme, in gruppi assai grandi. Non si potrà più permettere di avere una casa singola.»

«Non la seguo.»

«Ecco: un edificio perde calore secondo la superficie che esso espone all’aria. È chiaro?»

«Certo.»

«In secondo luogo dal volume di un edificio dipende il numero delle persone che vi possono essere ospitate e riparate. Poichè il rapporto tra superficie e volume è molto più piccolo in un edificio grande che in uno minuscolo, ne segue che gli edifici grandi potranno ospitare la gente con un consumo di carburante, pro capite, assai inferiore. Se i periodi di freddo intenso continueranno a ripetersi all’infinito, non c’è altra soluzione, con le riserve di carburante che abbiamo.»

«Kingsley, perchè dice <se>?» chiese Parkinson.

«Perchè sono successe molte cose strane, ed io non mi convinco delle nostre previsioni sulle cose a venire, fino a che non ho capito veramente quello che è già accaduto.»

«Non ci dimentichiamo la possibilità di mutamenti climatici a lunga scadenza,» osservò Marlowe. «Può darsi che ciò non abbia grande importanza per i primi due anni, ma non vedo come non possa acquistarne a lungo andare, ammesso che debbano presentarsi queste due eclissi di Sole ogni anno.»

«Cosa vuoi dire, Geoff?»

«Ecco, certamente noi non potremo evitare l’avvento di una nuova era glaciale. Quelle del passato dimostrano che il clima della Terra è in equilibrio assai instabile. Dati due periodi di freddo intenso, l’uno in inverno e l’altro in estate, l’equilibrio si sposterà verso l’era glaciale.»

«Vuol dire che una coltre di ghiaccio comincerà a calare giù per l’Europa e per il Nordamerica?»

«Non vedo come possa essere altrimenti. Certo, non succederà nei primi due anni, sarà un lento processo di accumulazione. Come dice Kingsley, l’uomo dovrà fare i conti con l’ambiente. E immagino che non saranno conti piacevoli.»

«Correnti d’oceano,» disse Alexandrov.

«Non capisco,» fece il Primo ministro.

«Immagino che Alexis voglia dire,» intervenne Kingsley, «che quasi certamente le correnti oceaniche attuali saranno mutate. In questo caso avremo conseguenze disastrose. Può succedere assai presto, prima ancora dell’era glaciale.»

«Giusto,» annuì Alexandrov. «Corrente di Golfo via, freddo maledetto.»

Il Primo ministro pensava che per quel giorno ne aveva sentite abbastanza.

Nel mese di novembre il polso dell’umanità battè più in fretta. E mentre i governi riprendevano in mano la situazione, il desiderio di rapporti fra vari gruppi umani si fece più intenso. Si ripararono le linee telefoniche e telegrafiche, ma soprattutto gli uomini fecero ricorso alla radio. E cominciarono presto a funzionare i trasmettitori radio a onde lunghe, che però non servivano per le telecomunicazioni a grande distanza. A questo scopo si misero in azione i trasmettitori a onde corte. Ma i trasmettitori a onde corte non funzionarono, per un motivo che fu scoperto di lì a poco. Si notò che la jonizzazione dei gas atmosferici a un’altezza di 50 miglia era più alta del dovuto. Questo provocava un eccessivo assorbimento di collisione, come dicono i tecnici della radio. L’eccessiva jonizzazione era provocata dalla radiazione proveniente dagli strati più alti e caldissimi dell’atmosfera, proprio quegli strati che davano alle notti quel blu scintillante. In poche parole non erano possibili le comunicazioni radio.

C’era una sola cosa da fare: accorciare la lunghezza d’onda dei trasmettitori. Si cercò di far uso delle onde di un metro, ma non serviva a niente; non c’erano trasmettitori a lunghezza d’onda ancora più corta, perchè nessuno li aveva mai adoperati, prima dell’arrivo della Nuvola. Poi si ricordarono che a Nortonstowe c’erano trasmettitori che potevano funzionare su onde lunghe da un metro a un centimetro. Inoltre i trasmettitori di Nortonstowe potevano manipolare una quantità enorme di informazioni, come aveva osservato Kingsley. Perciò fu deciso di trasformare Nortonstowe in una stazione mondiale di comunicazioni. Finalmente il progetto di Kingsley dava i suoi frutti.

Occorse fare calcoli complessi, e poichè bisognava farli subito, entrò in azione il calcolatore elettronico. C’era il problema di trovare la lunghezza d’onda più adatta. Con onde troppo lunghe si sarebbe ripresentato quell’inconveniente. Con onde troppo corte la trasmissione si sarebbe disperse oltre l’atmosfera nello spazio, invece di rimbalzare sulla Terra e poter quindi collegare, per esempio, Londra con l’Australia. Si trattava di trovare una via di mezzo tra questi due estremi. Finalmente decisero di provare la lunghezza d’onda di 25 centimetri. Si pensava che fosse corta abbastanza per superare l’inconveniente già sperimentato, e lunga abbastanza da non disperdersi nello spazio: tuttavia era prevedibile che in qualche misura ci sarebbero state delle perdite.

I trasmettitori di Nortonstowe entrarono in azione nella prima settimana di dicembre. Come Kingsley aveva previsto, la capacità di trasmissione era prodigiosa. Il pnmo giorno bastò mezz’ora per trasmettere tutte le notizie richieste. Agli inizi solo pochi governi avevano un trasmettitore e un ricevitore, ma quel sistema funzionò così bene che molti altri governi si misero a costruire i necessari apparecchi, a tutta velocità. Anche per questo motivo il volume del traffico per Nortonstowe fu modesto, agli inizi. Agli inizi fu anche difficile rendersi conto che un discorso di un’ora si poteva trasmettere in una frazione di secondo. Ma col passare del tempo messaggi e conversazioni si fecero più lunghi e altri governi intervennero. Così da pochi minuti al giorno le trasmissioni a Nortonstowe passarono alla durata di un’ora e più.

Un pomeriggio Leicester, che aveva organizzato il sistema di trasmissione, telefonò a Kingsley e gli chiese di raggiungerlo in laboratorio.

«Che succede, Harry?» chiese Kingsley.

«Siamo entrati in fading!»

«Cosa!»

«Sì, proprio ora. Guarda lì. Stavamo ricevendo un messaggio dal Brasile. Guarda, il segnale si è perduto completamente.»

«È fantastico, ci dev’essere un effetto di jonizzazione estremamente rapido.»

«Cosa credi che dovremmo fare?»

«Aspettare. Può essere un effetto transitorio. Anzi, mi sembra proprio così.»

«Se continua potremmo accorciare la lunghezza di onda.»

«Si, noi potremmo, ma credo che nessun altro lo potrà fare. Forse gli americani sarebbero in grado di lavorare, e presto, su una nuova lunghezza d’onda; forse anche i russi. Ma gli altri probabilmente no. Ci è voluta già una bella fatica per convincerli a costruire i trasmettitori che hanno.»

«Allora non c’è altro da fare che piantarli.»

«Be’, non credo che dovremmo cercare di trasmettere, perchè non sapremmo mai se i messaggi arrivano o no. Io lascerei il ricevitore in onda. Poi vedremo se per caso qualche trasmissione passa… Cioè se le condizioni migliorano.»

Quella notte ci fu una sorta di aurora boreale, e gli scienziati pensarono che dipendesse da quell’improvviso effetto di jonizzazione dell’atmosfera. Ma non avevano alcuna idea della causa di questa jonizzazione. Notarono anche vasti disturbi nel campo magnetico della Terra.

Passeggiando intorno al rifugio e ammirando il meraviglioso spettacolo, Marlowe e Bill Barnett discutevano la questione.

«Dio mio, guarda che bel colore d’arancio,» disse Marlowe.

«Sono perplesso, Geoff, perchè evidentemente questa specie di aurora boreale si sta manifestando a bassa quota. Lo si capisce dal colore. Credo che dovremmo farne lo spettro; eppure giurerei che le cose stanno in quel modo, solo da quel che si vede ora. Direi che non è al di sopra delle 50 miglia, e forse meno. Non è nel luogo in cui si è avuta eccessiva jonizzazione.»

«So quello che pensi, Bill. È facile immaginare un improvviso lancio di gas che abbia colpito gli strati esterni dell’atmosfera. Ma in questo caso avremmo un disturbo molto maggiore. È difficile credere che tutto ciò sia dovuto a un urto.»

«No, non credo che possa essere così. Piuttosto direi che si tratta di una scarica elettrica.»

«E i disturbi magnetici lo confermerebbero.»

«Ma vedi cosa significa questo, Geoff. Non viene dal Sole. Non è mai successa prima d’ora una cosa simile, provocata dal Sole. Se è un disturbo elettrico, deve venire dalla Nuvola.»

Leicester e Kingsley corsero al laboratorio di trasmissione la mattina dopo. Alle 6,00 era arrivato un breve messaggio dall’Irlanda. Alle 7,51 era cominciato un lungo messaggio dagli Stati Uniti, ma dppo tre minuti si era verificato il solito effetto di fading e il resto del messaggio s’era perduto. Verso mezzogiorno ecco un messaggio breve dalla Svezia, ma alle due un messaggio più lungo dalla Cina era stato interrotto dalla stessa causa.

Parkinson si sedette al tavolo di Leicester e di Kingsley che prendevano il tè.

«Ecco un affare proprio seccante,» disse.

«Lo credo,» rispose Kingsley, «e anche strano.»

«Direi che c’è proprio da preoccuparsi. Credevo che fosse risolto il problema delle comunicazioni. Ma in che senso è strano?»

«Perchè ogni volta accade mentre si trasmette. A volte i messaggi arrivano, a volte no, come se la jonizzazione oscillasse, su e giù.»

«Barnett pensa che ci siano scariche elettriche. Perchè vi sembrano strane queste oscillazioni?»

«Sta diventando uno scienziato anche lei, Parkinson,» fece Kingsley ridendo. «Ma non è una cosa facile, questa volta,» continuò. «Capisco le oscillazioni, ma non del tipo di quelle che stiamo verificando. Non vede la stranezza?»

«No, direi di no.»

«Ma i messaggi dalla Cina e dagli Stati Uniti, giovanotto! In tutti e due i casi abbiamo avuto l’effetto di fading. Ciò sembra dimostrare che quando una trasmissione è possibile, è possibile con difficoltà. Insomma le oscillazioni, a quanto pare, ci lasciano sì la possibilità di trasmettere, ma con un margine minimo di sicurezza. Una volta può esser accaduto per caso, ma il fatto strano è che ci è successo due volte.»

«Non c’è un difetto nel tuo ragionamento, Chris?» Leicester teneva la pipa fra i denti, poi la tolse e la puntò su Kingsley. «Se ci sono delle scariche, forse le oscillazioni sono molto rapide. I messaggi dagli Stati Uniti e dalla Cina erano lunghi, oltre tre minuti. Forse le oscillazioni durano tre minuti circa. Allora capisci perchè i messaggi brevi li abbiamo completi, come quelli dal Brasile e dall’Irlanda, mentre non riusciamo mai a ottenere completo un messaggio lungo.»

«Interpretazione ingegnosa, Harry, ma io non la credo giusta. Guardavo la registrazione del messaggio degli Stati Uniti. È netto, fino al momento in cui comincia il fading. Non mi sembra sia un’oscillazione profonda, altrimenti il segnale avrebbe variato anche prima del fading. Se le oscillazioni avvengono ogni tre minuti, perchè non riusciamo a ricevere un maggior numero di messaggi o almeno di frammenti? Non credo che ci sia risposta a questa obiezione.»

Leicester si rimise la pipa in bocca.

«Certo, mi pare così. Ma è una questione maledettamente strana.»

«Che cosa propone di fare?» chiese Parkinson.

«Credo che lei, Parkinson, dovrebbe chiedere a Londra di telefonare a Washington, perchè di là trasmettano per cinque minuti, ogni ora, partendo ogni volta dall’ora esatta. Così noi sapremo quali messaggi non si ricevono, e quali invece passano. Potrebbe anche mettere al corrente della situazione altri governi.»

Nei successivi tre giorni non fu ricevuta alcuna trasmissione. Nessuno seppe mai se questo dipendeva dall’effetto di fading, o se invece non c’era stata alcuna trasmissione. Preoccupati della situazione stabilirono un nuovo programma. Marlowe disse a Parkinson:

«Abbiamo deciso di studiare a fondo la questione: non possiamo fidarci di quelle trasmissioni occasionali.»

«In che modo?»

«Abbiamo pensato di puntare tutte le nostre antenne verso l’alto invece che, come si è fatto finora, più o buono verso l’orizzonte. In questo modo le nostre stesse trasmissioni possono servire per lo studio di questa insolita jonizzazione. Cioè noi riceveremo, riflesse, le nostre trasmissioni medesime.»

Nei due giorni successivi i radioastronomi ebbero il loro daffare con le antenne. La sera del 9 dicembre, sul tardi era tutto pronto e nel laboratorio c’era molta gente in attesa dei risultati.

«O.K. Dagli il via,» disse qualcuno.

«Su che lunghezza d’onda dobbiamo cominciare?»

«Un metro, direi,» propose Barnett. «Se ha ragione Kingsley, a ritenere che il margine della trasmissione sia sui 25 centimetri, e se sono giuste le nostre idee sugli effetti di collisione, dovrebbe esser questa la lunghezza critica per la propagazione verticale.»

Avviarono il trasmettitore da un metro.

«Passa,» osservò Barnett.

«Come lo sa?» chiese Parkinson a Marlowe.

«Ci sono segnali di ritorno, molto deboli,» rispose Marlowe. «Lo vede su quello schermo là. Quasi tutta la potenza viene assorbita, oppure traversa l’atmosfera ed entra nello spazio.»

Per mezz’ora stettero tutti lì a guardare gli apparecchi elettrici e a discutere la questione. Poi i presenti si agitarono.

«Il segnale va su.»

«Guardi!» esclamò Marlowe. «Dio mio va su di volata!»

Per dieci minuti il segnale di ritorno continuò a crescere.

«È saturo. Ora la riflessione è totale, direi,» fece Leicester.

«Pare che tu abbia ragione. Il segnale riflesso ci viene da un’altezza di meno di 50 miglia, più o meno come ci aspettavamo. La jonizzazione deve essere da cento a mille volte superiore al normale.»

Passò un’altra mezz’ora, tutta occupata dai calcoli.

«Vediamo cosa succede sui 10 centimetri,» osservò Marlowe.

Un altro apparecchio entrò in funzione.

«Ora siamo sui 10 centimetri. Passa, come previsto,» annunciò Barnett.

«È roba troppo scientifica per me,» disse Ann Halsey. «Vado a fare il tè. Vieni ad aiutarmi, Chris. Puoi abbandonare per qualche minuto i tuoi metri e i tuoi quadranti?»

Qualche momento dopo erano tutti intenti a prendere il tè e a chiacchierare quando all’improvviso Leicester sobbalzò gridando.

«Santo cielo, guardate!»

«È impossibile!»

«Eppure è vero!»

«Cresce la riflessione sui 10 centimetri. Ciò significa che la jonizzazione aumenta in misura colossale,» spiegò Marlowe a Parkinson.

«Quella maledetta cosa si satura ancora.»

«Ciò significa che la jonizzazione è cresciuta di cento volte in meno di un’ora. È incredibile.»

«Proviamo col trasmettitore da un centimetro, Harry,» disse Kingsley a Leicester.

Spostarono la trasmissione sul centimetro.

«Ebbene? Passa benissimo,» fece qualcuno.

«Ma non per molto tempo. Fra un’altra mezz’ora anche questo sarà bloccato, credete a me,» disse Barnett.

«A proposito, che messaggio state trasmettendo?» chiese Parkinson.

«Nessuno,» rispose Leicester, «trasmettiamo solo C. W. — onda continua.»

«Ho capito tutto,» pensò Parkinson.

Gli scienziati rimasero lì intorno per un paio d’ore e forse di più ma non successe nulla.

«Be’, continua a passare. Vedremo quel che succede dopo cena,» disse Barnett.

Dopo cena la trasmissione sul centimetro continuava a passare.

«Perchè non proviamo a tornare sui 10 centimetri?» propose Marlowe.

«O.K., proviamo.» Leicester azionò lo strumento. «Interessante,» fece. «Ora passa anche sui 10 centimetri, pare che la jonizzazione diminuisca, e anche in fretta.»

«Formazione di joni negativi, forse,» fece Weichart.

Dieci minuti dopo Leicester mandò un grido di sorpresa.

«Guardate, il segnale ritorna!»

Era vero. Per qualche minuto il segnale riflesso continuò a crescere, fino al massimo.

«Ora la riflessione è completa. Cosa dobbiamo fare? Tornare sul centimetro?»

«No, Harry,» fece Kingsley. «Ho una proposta rivoluzionaria. Andiamo su in salotto, beviamo un caffè e ascoltiamo Ann che ci suona qualcosa con le sue mani d’oro. Vorrei piantarla per un paio d’ore e tornare qua più tardi.»

«Ma che idea è questa, Chris?»

«Oh, un’idea matta. Ma forse mi perdonerete, una volta tanto.»

«Una volta tanto!» fece Marlowe ridendo. «Da quando sei nato, Chris, il prossimo non fa altro che perdonarti.»

«Forse è vero, ma non è cortese da parte tua dirmelo, Geoff. Avanti, Ann. Era tanto tempo che volevi farci sentire Beethoven, opera 106. Questa è la volta buona.»

Un’ora e mezzo dopo, con la testa ancora piena degli accordi iniziali di quella grande sonata, tornarono tutti al laboratorio.

«Vogliamo provare subito un metro?» fece Kingsley.

«Scommetto che è completamente bloccato,» rispose Barnett armeggiando sugli strumenti.

«No, non è bloccato, perbacco,» esclamò qualche minuto dopo, appena l’apparecchio fu caldo. «Passa. È incredibile, eppure è proprio così.»

«Cosa vuoi scommettere, Harry: cosa dici che succederà?»

«Questa volta non scommetto, Chris.»

«E io scommetto che si satura.»

«E per quale motivo?»

«Se si satura te lo dico. Se non si satura non te lo dico.»

«Vuoi giocare sul velluto, eh?»

«Il segnale va su,» canticchiò Barnett. «Pare che abbia ragione Chris. Va su! va su!»

Cinque minuti dopo il segnale da un metro era saturo, bloccato, completamente dalla jonosfera.

«E ora sotto col 10 centimetri,» ordinò Kingsley.

Per dieci o venti minuti guardarono tutti l’apparecchio senza dire parole. Dapprima la riflessione fu molto lieve. Poi il segnale riflesso cominciò ad acquistare rapidamente intensità.

«Ecco fatto. Dapprima il segnale penetra nella jonosfera. Poi, dopo pochi minuti, la jonizzazione cresce e siamo completamente bloccati. È così, Chris?» chiese Leicester.

«Torniamo su a pensarci. Se Ann e Yvette saranno così gentili da prepararci un’altra cuccuma di caffè, forse noi riusciremo a trovare il capo di questa matassa.»

Mentre preparavano il caffè entrò McNeil. Era andato a visitare un bambino ammalato.

«Che aria solenne! Che cosa è successo?»

«Arrivi proprio in tempo, John. Stiamo per discutere i fatti. Ma ci siamo promessi di non cominciare prima che sia pronto il caffè.»

Arrivò il caffè e Kingsley cominciò a riassumere la situazione.

«Comincerò daccapo, in modo che anche John possa seguirci. Il comportamento delle onde radio, una volta trasmesse, dipende da due cose: e cioè dalla lunghezza d’onda e dalla jonizzazione dell’atmosfera. Supponiamo di avere scelto per le nostre trasmissioni una particolare lunghezza d’onda e vediamo cosa accede quando cresce la jonizzazione. Intanto, quando la jonizzazione è bassa, l’energia radio esce fuori dall’atmosfera e solo una parte minima viene riflessa. Poi, crescendo la jonizzazione, aumenta anche la riflessione, sempre più rapidamente e alla fine l’energia radio viene riflessa e non riesce più a staccarsi dall’atmosfera terrestre. In questo caso diciamo che il segnale è saturo. È tutto chiaro, John?»

«Una cosa vorrei sapere: cosa c’entra la lunghezza d’onda.»

«Be’, quanto più l’onda è corta tanto maggiore deve essere la jonizzazione per raggiungere il punto di saturazione.»

«Perciò mentre una certa lunghezza d’onda può essere riflessa completamente dall’atmosfera, un’onda di lunghezza minore può penetrarvi e raggiungere lo spazio esterno.»

«Precisamente. Ma torniamo alla nostra lunghezza d’onda e agli effetti della crescente jonizzazione. Per maggior comodità lo chiameremo <schema di successione A>.»

«Cosa vuol chiamare così?» chiese Parkinson.

Ecco cosa intendo:

1) bassa jonizzazione che consente un passaggio completo;

2) crescente jonizzazione che dà un segnale riflesso di forza crescente;

3) jonizzazione massima con riflessione complete.

«Tutto questo lo chiameremo <schema A>.»

«E lo schema B?» chiese Ann Halsey.

«Non c’è nessuno schema B.»

«E allora perchè chiamarlo A?»

«Dio ci scampi dall’ottusità delle donne! Lo chiamo schema A perchè mi piace. Me lo permetti?»

«Certo, caro. Ma perchè lo vuoi chiamare così?»

«Vài avanti, Chris, ti sta prendendo in giro.»

«Ebbene, ecco un quadro di ciò che è successo questo pomeriggio e stasera. Ve lo leggo.»

Lunghezza

d’onda

Ora della

trasmissione

Esito

1 metro

14,45

Lo schema A impiega circa mezz’ora

10 centimetri

15,15

Lo schema A impiega circa mezz’ora

1 centimetro

15,45

Penetrazione complete della jonosfera in periodo di tre ore circa

10 centimetri

19

Lo schema A impiega circa mezz’ora

nessuna trasmissione tra le 19,30 e le 21

1 metro

21

Lo schema A impiega circa mezz’ora

10 centimetri

21,30

Lo schema A impiega circa mezz’ora

«Ha un’aria molto sistematica, messo in questo modo,» disse Leicester.

«Vero?»

«Temo di non capirci niente,» fece Parkinson.

«Nemmeno io,» ammise McNeil.

«Per quanto ne so, questi fatti si possono spiegare con una sola ipotesi, ma vi avverto subito che è un’ipotesi completamente assurda.» Kingsley parlava lentamente.

«Chris, per favore, smettila di scherzare; vuoi dirci in parole povere qual è la tua ipotesi assurda?»

«Benissimo. Mi faccio coraggio e la dico tutta d’un fiato: su qualunque lunghezza d’onda da pochi centimetri in su le nostre trasmissioni producono automaticamente un aumento della jonizzazione che continua fino al punto di saturazione.»

«È semplicemente impossibile.» Leicester scosse la testa.

«Non ho detto che sia possibile,» rispose Kingsley. «Ho detto solo che poteva spiegare i fatti. E li spiega, spiega tutta la mia tavola.»

«Forse ho capito dove vuoi arrivare,» osservò McNeil. «Devo supporre che la jonizzazione diminuisca appena cessiamo di trasmettere?»

«Si. Quando fermiamo la trasmissione, il fattore jonizzante vien meno, qualunque esso sia — forse le scariche elettriche di Bill. Così la jonizzazione decresce rapidamente. Avete visto che questa jonizzazione è bassa nell’atmosfera, in modo anormale; a quell’altezza la densità del gas è tale che si possono formare con rapidità estrema joni negativi di ossigeno. Perciò la jonizzazione cessa molto rapidamente, a meno che qualcosa non la rinnovi.»

«Guardiamo la cosa un po’ più da vicino,» cominciò Marlowe, da dentro la sua nube di fumo che sapeva di anice. «Secondo me è giusta questa idea dell’ipotetico fattore jonizzante. Supponiamo di trasmettere sui 10 centimetri: in questo caso, secondo l’idea di Chris, il fattore, qualunque esso sia, fa crescere la jonizzazione fino a che le onde da 10 centimetri non restano bloccate entro l’atmosfera terrestre. Poi — ed ecco dove volevo arrivare — la jonizzazione non va oltre. Pare che ogni cosa sia predisposta a puntino. Pare che il fattore sappia fin dove giungere e non voglia andare oltre.»

«E questo a me non sembra plausibile,» disse Weichart.

«Ma ci sono anche altre difficoltà. Per esempio perchè abbiamo potuto continuare per tanto tempo sui 25 centimetri? Non si è trattato di mezz’ora, abbiamo trasmesso per giorni e giorni. Perchè la cosa — lo schema A, come dice Kingsley — non succede quando trasmettiamo sulla lunghezza di un centimetro?»

«Cattiva filosofia, accidenti,» brontolò Alexandrov. «Fiato sprecato. Ipotesi giudicata su previsioni. Solo metodo buono.»

Leicester diede un’occhiata all’orologio.

«È passata un’ora dalla nostra ultima trasmissione. Se Chris ha ragione, noi dovremmo avere il suo schema A trasmettendo ancora sui 10 centimetri, e forse anche sul metro. Proviamo.»

Leicester con cinque o sei altri andò al laboratorio. Mezz’ora dopo erano di ritorno.

«Riflessione completa su un metro. Schema A sui 10 centimetri,» comunicò Leicester.

«E questo sembra dar ragione a Chris.»

«Non ne sono certo,» osservò Weichart. «Perchè sulla lunghezza di un metro non abbiamo avuto lo schema A?»

«Potrei avanzare un’ipotesi, ma sarebbe anche più fantastica, perciò per il momento la lascio correre. Il fatto è — insisto a dire che è un fatto — che quando abbiamo trasmesso sui 10 centimetri c’è sempre stato un rapido aumento della jonizzazione atmosferica, mentre la jonizzazione è calata subito appena sospesa la trasmissione. C’è qualcuno che può negarlo?»

«Non nego che i fatti finora non si accordino con quel che tu dici,» osservò Weichart. «Riconosco che non lo si può negare. Non sono più d’accordo invece quando vuoi trovare un rapporto di causa fra le nostre trasmissioni e gli sbalzi della jonizzazione.»

«Vuoi dire forse, Dave, che le nostre scoperte di stasera sono stata pure coincidenza?» chiese Marlowe.

«Proprio così. Riconosco che come coincidenze sono fin troppe, ma il rapporto causale che yuol trovarvi Kingsley mi sembra assolutamente impossibile. Secondo me l’improbabile può accadere, ma l’impossibile no.»

«Impossibile è dir troppo,» insistè Kingsley, «e certo Weichart non è in grado di giustificare l’uso di questa parola. Noi dobbiamo scegliere fra due improbabilità, e infatti ho detto che la mia ipotesi pareva anche a me improbabile, quando l’ho lanciata. Inoltre son d’accordo con quel che ha osservato Alexis, e cioè che un’ipotesi si mette alla prova solo calcolando quel che essa prevede. Sono passati tre quarti d’ora dall’ultima trasmissione di Harry Leicester. Propongo che Harry tenti ancora sui 10 centimetri.»

«Oh no,» fece Leicester con voce lamentosa.

«Vi dico,» continuò Kingsley, «che si ripeterà lo schema A. Vorrei sapere cosa prevede Weichart.»

A Weichart non piaceva la piega che stava prendendo la discussione, e cercò di svignarsela. Marlowe si mise a ridere.

«Ti ha preso, Dave. Se davvero è stata tutta una coincidenza, devi convenire che la previsione di Kingsley questa volta non si può avverare.»

«È poco probabile, ma può sempre accadere.»

«Avanti, Dave! Cosa succederà? Su che numero punti?»

E Weichart fu costretto ad ammettere che prevedeva di veder fallire la previsione di Kingsley.

«Benissimo. Andiamo a vedere,» fece Leicester.

E mentre uscivano Ann Halsey disse a Parkinson:

«Farò dell’altro caffè. Mi aiuta signor Parkinson? Quando tornano ne vorranno ancora. ~

E mentre preparavano il caffè, la ragazza continuò:

«Ha mai sentito tanti discorsi? Credevo che gli scienziati fossero gente silenziosa, invece non ho mai sentito tante chiacchiere. Come dice Omar Khayyàm a proposito dei dottori e dei santi?»

«Mi pare che dice così,» rispose Parkinson:

«Quand’ero giovane, cercavo con ardore
la compagnia di dottori e di santi,
e sentivo gran discorsi
sempre, di continuo, ma ogni volta
uscivo dalla porta per cui ero entrato.»

«Non è tanto il volume dei discorsi che mi sorprende,» continuò Parkinson ridendo. «Succede lo stesso anche in politica. Mi sorprende invece la quantità di errori che hanno commesso; quante volte le cose sono andate in maniera diversa dalle loro previsioni.»

Quando gli scienziati ritornarono bastò un’occhiata per comprendere com’erano andate le cose. Parkinson porse a Marlowe una tazza di caffè.

«Grazie. Be’, è andata. Aveva ragione Chris e torto Dave. E ora credo che dobbiamo cercar di stabilirne il significato.»

«A te la parola Chris,» disse Leicester.

«Supponiamo che la mia ipotesi sia giusta, che le nostre trasmissioni producano cioè un effetto notevole sulla jonizzazione dell’atmosfera.»

Ann Halsey gli porse una tazza di caffè.

«Come mi piacerebbe sapere cosa significa jonizzazione! Tieni, prendi questo.»

«Oh, significa che le parti esterne degli atomi si staccano da quelle interne.»

«E come succede?»

«Può succedere in molti modi: per scarica elettrica, come in un fulmine o in un tubo al neon — quelli che abbiamo qui, per esempio. In questi tubi il gas viene parzialmente jonizzato.»

«Secondo me la difficoltà sta nell’energia. Le vostre trasmissioni non hanno la potenza necessaria a produrre questa crescita della jonizzazione,» disse McNeil.

«Giusto,» rispose Marlowe. «È assolutamente impossibile che le nostre trasmissioni siano la causa prima delle fluttuazioni nell’atmosfera. Dio mio, dovrebbero avere un’energia tremenda.»

«E allora come può esser giusta l’ipotesi di Kingsley?»

«Le nostre trasmissioni non sono la causa prima, come dice Geoff. Questo è del tutto impossibile, son d’accordo con Weichart. Avanzo un’altra ipotesi: che le nostre trasmissioni sollecitino l’espandersi di una energia assai più grande.»

«Chris, ma dove supponi che sia collocate questa fonte di energia?» chiese Marlowe.

«Nella Nuvola, naturalmente.»

«Ma è certamente fantastico immaginare che noi possiamo spingere la Nuvola a reagire in questo modo, e a farlo con tanta frequenza. Bisognerebbe supporre che la Nuvola abbia una specie di meccanismo di alimentazione,» intervenne Leicester.

«Sulla base della mia ipotesi questa affermazione sta in piedi»

«Ma non vedi, Kingsley, che è un’idea pazza,» esclamò Weichart.

Kingsley diede un’occhiata all’orologio.

«È ora di tentare di nuovo, se qualcuno è d’accordo. C’è nessuno che sia disposto?»

«Per amor del cielo, no!» esclamò Leicester.

«I casi sono due: andare o restar qui. Se restiamo significa che diamo ragione all’ipotesi di Kingsley. E allora, ragazzi, si va o si resta?» fece Marlowe.

«Si resta,» rispose Barnett. «E vediamo come finisce la discussione. Siamo arrivati al punto che la Nuvola ha

una specie di meccanismo di alimentazione, un meccanismo capace di esprimere un’enorme quantità di energia, non appena riceve la pur minima trasmissione radio dal di fuori. Ora dovremmo spiegarci come funziona tale meccanismo, e perchè funziona così. Qualcuno ne ha idea?»

Alexandrov si schiarì la voce, e tutti aspettavano che buttasse fuori una delle sue rarissime osservazioni.

«Bastardo in Nuvola. Detto anche prima.»

Qualcuno sogghignò e si sentì la risatina di Yvette Hedelfort. Invece Kingsley in tutta serietà:

«Lo ricordo. Diceva sul serio, Alexis?»

«Sempre serio, accidenti,» fece il russo.

«Avanti, Chris, che cos’hai in mente?» chiese qualcuno.

«Ho in mente questo: dentro la Nuvola c’è un’intelligenza Prima che qualcuno cominci a criticarmi, lasciatemi dire che so benissimo che questa è un’idea assurda, c che non la proporrei nemmeno, per ora, se l’unica altra idea possibile non fosse anche più assurda. Non avete mai pensato che sul comportamento di questa Nuvola ci siamo sbagliati troppe volte?»

Parkinson e Ann Halsey si guardarono sorridendo.

«C’è qualcosa di comune in tutti i nostri errori. Son tutti del tipo che si presenterebbe normalmente se la Nuvola, anzichè inanimate, fosse viva.»

9

Rigor di logica

Il progresso dell’uomo dipende in larga misura dall’individuo. Migliaia di milioni di uomini vivono organizzati in una società che somiglia a quella delle formiche. Ma invece non è così. Le idee nuove, causa di ogni sviluppi, nascono dall’individuo, non da una comunità o da uno Stato. Le nuove idee, fragili come fiori di primavera, e che la moltitudine con facilità calpesta, trovano invece accoglienza presso il pensatore solitario.

Fra tutta la gente che stava ad aspettare l’arrivo della Nuvola, nessuno, tranne Kingsley, ne aveva compreso in modo coerente la natura, nessuno tranne Kingsley aveva inteso il motivo per cui la Nuvola faceva quella strana visita al sistema solare. Quella sua decisa affermazione fu respinta persino dai suoi compagni scienziati — eccettuato Alexandrov.

Weichart si espresse francamente.

«È un’idea ridicola,» disse.

Marlowe scosse il capo.

«Ecco quel che succede a leggere la fantascienza.»

«Niente fantascienza, accidenti: Nuvola venuta dritta su Sole, accidenti. Niente fantascienza se Nuvola fermata. Niente fantascienza, accidenti, se jonizzazione,» borbottò Alexandrov.

McNeil, il medico, era perplesso. Questa nuova storia per lui era anche peggio delle antenne e dei trasmettitori.

«Vorrei sapere, Chris, che cosa intendi, in questo contesto, con la parola <viva>.»

«Be’, John, tu sai meglio di me che la distinzione fra animato e inanimato è più un fatto di convenzione verbale che altro. All’incirca possiamo dire che la materia inanimata ha struttura semplice e proprietà relativamente semplici. La materia animata o vivente invece ha struttura molto complicata, ed è capace di un comportamento assai complesso. Dicendo che la Nuvola può esser viva. intendevo dire che la materia all’interno di essa può essere organizzata in modo complesso, sì che il suo comportamento e di conseguenza il comportamento di tutta la Nuvola, è molto più complicato di quel che noi non avessimo prima supposto.»

«Non c’è per caso una tautologia in questo discorso?» chiese Weichart.

«Ho detto che <animato> e <inanimato> sono solo termini di comodo. Ci paiono tautologici se li spingiamo troppo avanti. Parliamo in termini più scientifici: io ritengo che la chimica dell’interno della Nuvola sia estremamente complessa: molecole complicate, attività nervosa complicata. Io ritengo che la Nuvola abbia un cervello.»

«Conclusione netta, accidenti,» annuì Alexandrov.

Quando ebbero smesso di ridere Marlowe si rivolse a Kingsley.

«Ebbene, Chris, sappiamo quel che lei vuol dire, o ad ogni modo ci siamo vicini. Ora stia a sentire noi. Un po’ di calma. Vediamo la cosa punto per punto.»

«Benissimo, facciamo in questo modo. Punto primo: la temperatura interna della Nuvola può favorire la formazione di molecole assai complesse.»

«Giusto, è un punto a suo vantaggio. Infatti la temperatura è di poco meno favorevole di quella della Terra.»

«Secondo punto: le condizioni sono favorevoli alla formazione di grandi strutture composte di molecole complesse.»

«E perchè?» chiese Yvette Hedelfort.

«Adesione in superficie di particelle solide. La densità all’interno della Nuvola è così alta che masse di materiale solido — forse ghiaccio comune — quasi certamente vi si trovano dentro. A mio avviso le molecole complesse si uniscono quando urtano sulla superficie di queste masse solide.»

«Benissimo, Chris,» convenne Marlowe.

«Mi dispiace, ma non mi arrendo.» McNeil scuoteva il capo. «Tu parli di molecole complesse che si uniscono urtando insieme sulla superficie di corpi solidi. Non regge. Le molecole di cui è composta la materia vivente possiedono in grande quantità energia interna, e i processi della vita dipendono da tale energia. Se le molecole si uniscono urtandosi, l’energia non entra in questo modo nelle molecole.»

Kingsley non si scompose.

«E da quale fonte traggono la loro energia interna le molecole delle creature viventi qui sulla Terra?» chiese a McNeil.

«Le piante la traggono dal Sole, gli animali dalle piante, o da altri animali. Perciò in ultima analisi l’energia viene sempre dal Sole.»

«E la Nuvola da dove sta ricavando l’energia?»

E poichè nè McNeil nè altri parevano disposti a contraddirlo, Kingsley continuò.

«Accettiamo pure l’obiezione di John. Supponiamo che la mia bestia, dentro la Nuvola, sia fatta delle stesse molecole di cui siamo fatti noi. In questo caso, perchè le molecole si formino occorre la luce di qualche stella. Certo, la luce delle stelle si trova anche nello spazio interstellare, ma è molto debole, quindi per avere una fonte di luce davvero forte la bestia dovrebbe avvicinarsi molto a una qualche stella. Ed è proprio quello che ha fatto.»

Marlowe si agitò.

«Dio mio, in questo modo tre punti sono collegati. Primo, il bisogno di luce solare. Secondo, la Nuvola piomba diritta sul Sole. Terzo, la Nuvola si ferma appena giunta al Sole. Benissimo, Chris.»

«È un ottimo inizio davvero, ma lascia alcuni punti oscuri,» osservò Yvette Hedelfort. «Non vedo,» continuò, «in che modo la Nuvola si trovasse nello spazio. Se ha bisogno della luce del Sole o di una stella, avrebbe potuto restarsene vicino a una stella lontana. Ritieni forse che questa tua bestia sia nata da qualche parte nello spazio e ora sia venuta a porsi vicino al nostro Sole»

«E già che ci sei, Chris, ci vuoi spiegare in che modo la tua amica bestia controlla la propria energia? Come ha fatto a sparare tutto quel gas a velocità così fantastica per rallentare il suo moto?» chiese Leicester.

«Una domanda alla volta. Prendiamo per prima quella di Harry, perchè forse è la più facile. Noi abbiamo cercato di spiegare l’espulsione di quel gas ricorrendo ai campi magnetici, e abbiamo visto che la spiegazione non funzionava. C’era un inconveniente: i campi magnetici avrebbero dovuto essere così forti da spaccare la Nuvola. Diciamolo in un altro modo: è impossibile che grandi quantità di energia si localizzino, grazie a una forza magnetica, in uno spazio relativamente piccolo. Guardiamo ora il problema da un altro punto di vista. E per cominciare chiediamoci cosa avremmo fatto noi per produrre un’intensa concentrazione locale di energia.»

«Esplosione!» sussurrò Barnett.

«Giusto, esplosione, o per fissione nucleare, o — che è più probabile — per fusione nucleare. L’idrogeno non manca all’interno di questa Nuvola.»

«Dici sul serio, Chris?»

«Certamente. Se è giusta la mia supposizione, che all’interno della Nuvola ci sia una bestia, allora perchè non dovrebbe essere intelligente almeno quanto noi?»

«C’è la piccola difficoltà dei prodotti radioattivi. Non sarebbero assai pericolosi per la materia vivente?» chiese McNeil.

«Certo, se possono raggiungere la materia vivente. Ma se non è possibile produrre esplosioni coi campi magnetici, è possibile impedire a due tipi di materia di mescolarsi. Immagino che la bestia ordini magneticamente il materiale della Nuvola, che per mezzo dei campi magnetici essa possa muovere a suo piacimento la materia all’interno della Nuvola. Immagino che la bestia stia bene attenta a tenere il gas radioattivo ben staccato dalla materia vivente — ricordate che il termine <vivente> è di puro comodo. Ma non voglio entrare in una discussione filosofica.»

«Lo sa, Kingsley,» disse Weichart, «che funziona molto meglio di quel che non mi sembrava? In altre parole lei vuol dire questo: come noi riuniamo la materia con le mani, o con l’aiuto di macchine costruite dalle nostre mani, la bestia unisce la materia con l’aiuto dell’energia magnetica.»

«All’ingrosso è così. E devo aggiungere che la bestia è privilegiata rispetto a noi. Intanto essa ha maggiore energia di noi.»

«Mio Dio, lo credo, un’energia miliardi di volte superiore, almeno,» disse Marlowe. Comincio a credere, Chris, che ti daremo ragione. Non possiamo far altro che aggrapparci alla domanda di Yvette, che mi sembra ottima. Quale può essere la risposta?»

«È davvero un’ottima domanda, Geoff, e non sono certo di avere una risposta convincente. Ma l’idea è questa: forse la bestia non può resistere molto a lungo negli immediati paraggi di una stella. Forse di tanto in tanto si sposta da una stella all’altra, crea le sue molecole, che formano, per così dire, il suo alimento, e poi riparte. Forse lo sta facendo da chissà quanto tempo.»

«Ma perchè non dovrebbe, la bestia, poter restare in permanenza presso una stella?»

«Be’, una nuvola comune, domestica, una nuvola senza bestia dentro, rimanendo per sempre accanto a una stella, a poco a poco si condenserebbe, trasformandosi in un corpo compatto o in una serie di corpi compatti. Lo sappiamo tutti del resto: la nostra Terra forse è nata da una nuvola, che si è condensate. È chiaro che alla nostra bestia dispiacerebbe molto vedere la sua Nuvola protettiva condensarsi e diventare un pianeta. È chiaro perciò che essa avrà deciso di andarsene prima di correre questo rischio. E quando se ne va si porta dietro la Nuvola.»

«Secondo lei quanto tempo ci vorrà?» chiese Parkinson.

«Non lo so. Secondo me la bestia se ne andrà non appena avrà terminato di ricostruire la sua riserva di cibo. Forse settimane, forse mesi, anni, millenni…»

«Mi par di sentire puzzo di bruciato,» osservò Barnett.

«Può darsi. Io non so ancora se hai il naso buono Bill. Cos’è che non va?»

«Molte cose. Intanto quello che hai detto sulla condensazione può valere soltanto per una nuvola inanimata. Ma se noi ammettiamo che la Nuvola possa controllare la distribuzione del materiale nel suo interno, allora essa può anche impedire, e facilmente, che avvenga la condensazione. Dopo tutto la condensazione è un fenomeno di instabilità, e basterebbe un minimo di controllo da parte della bestia per impedirla.»

«Ci sono due risposte. Prima: credo che la bestia possa perdere il controllo se rimane troppo tempo vicina al Sole. Se vi rimane troppo a lungo, il campo magnetico del Sole penetrerà nella Nuvola. Poi la rotazione della Nuvola intorno al Sole farà esplodere il campo magnetico, e quindi non ci sarà più possibilità di controllo.»

«Dio mio, è un’osservazione eccellente.»

«Vero? Ed eccone un’altra: per quanto la bestia possa differire dalla vita terrestre, essa deve avere una cosa in comune con noi: come noi deve obbedire alle regole fondamentali biologiche della selezione e dello sviluppo. Voglio dire che la Nuvola non può aver avuto sempre, fin dall’inizio, una bestia compiuta nel suo interno. All’inizio deve aver avuto un essere piccolo e semplice, come è accaduto sulla Terra. Perciò, all’inizio, non deve essere stato complesso il controllo della distribuzione della materia all’interno della Nuvola. Quindi, se all’inizio la Nuvola era situate in prossimità di una stella, non avrebbe potuto impedire di condensarsi in un pianeta o in un gruppo di pianeti.»

«Perciò secondo te come è avvenuto l’inizio della Nuvola?»

«Dev’essere stato un incidente nello spazio interstellare. Agli inizi la vita della Nuvola deve essere dipesa dal campo generale di radiazione delle stelle. Anche in questo modo la radiazione — in quanto capace di creare molecole — dev’essere stata più forte che sulla Terra. Poi immagino che, sviluppandosi l’intelligenza, essa abbia scoperto che le riserve di cibo — cioè la formazione di molecole — potevano accrescersi enormemente se la Nuvola si spostava accanto a una stella per un periodo di tempo relativamente breve. Insomma la Nuvola deve essere un cittadino temporaneo dello spazio interstellare. Avanti, Bill, tira fuori qualche altra obiezione.»

«Be’… avrei un altro problema. Non potrebbe la Nuvola creare da sola le sue radiazioni? Perchè prendersi la briga di venire presso una stella? Se essa si intende di fusioni nucleari, al punto di produrre quelle gigantesche esplosioni, perchè non dovrebbe servirsi della fusione nucleare per produrre la sua riserva di radiazioni?»

«Per produrre radiazioni in maniera controllabile occorre un reattore lento, e una stella è appunto un reattore lento. Il Sole altro non è se non un reattore lento a fusione nucleare. Per produrre radiazioni paragonabili a quelle del Sole, la Nuvola dovrebbe addirittura trasformarsi in una stella. In questo modo la bestia finirebbe arrostita, perchè all’interno ci sarebbe troppo calore.»

«Ma anche così io non credo che una nuvola di quella massa riesca a produrre grandi radiazioni,» osservò

Marlowe. «La sua massa è troppo piccola. In quanto al rapporto massa-luminosità, in confronto a quello del Sole, quello della Nuvola sarebbe niente. No, è un discorso sbagliato, Bill.»

«Anch’io vorrei fare una domanda,» fece Parkinson. «Perchè dite sempre <bestia> al singolare? Non potrebbe darsi che nella Nuvola ci siano tante… bestioline?»

«Ho una risposta, ma mi ci vorrà del tempo a spiegarla.»

«Be’, credo che stanotte non avremo voglia di dormire, perciò vada avanti.»

«Cominciamo col supporre, come dice Parkinson, che dentro la Nuvola ci siano tante bestioline, invece di una sola, grossa. Dovrete concedermi in questo caso che fra gli individui interni alla Nuvola si sia stabilito un qualche rapporto di comunicazione.»

«Certamente.»

«E allora che forma dovrebbe avere tale comunicazione?»

«Ce lo devi dir tu, Chris.»

«Era una domanda retorica. Ritengo che non sarebbe possibile la comunicazione così come la intendiamo noi. Noi comunichiamo con mezzi acustici.»

«Vuoi dire parlando. Certo, tu almeno fai così, Chris,» disse Ann Halsey.

Kingsley non raccolse e continuò.

«Qualsiasi tentativo di far uso del suono sarebbe frustrato dall’enorme volume di fondo che deve esistere all’interno della Nuvola. Sarebbe come — anzi peggio — voler parlare mentre infuria la tempesta. Possiamo quindi ritenere che una possibile comunicazione all’interno della Nuvola dovrebbe avvenire elettricamente.»

«Mi sembra giusto.»

«Bene, andiamo avanti. La distanza fra i singoli individui all’interno della Nuvola dovrebbe essere molto grande — sempre sul nostro metro — perchè la Nuvola è molto grande. Sarebbe quindi difficilissimo, con tali distanze, usare metodi C.C.»

«Metodi C.C.? Chris, cerca di evitare il gergo.»

«Corrente continua.»

«Ah sì, ora capisco.»

«Insomma come succede al telefono. Detto all’ingrosso: la differenza fra comunicazione C.C. e comunicazione C.A. è la stessa che tra telefono e radio.»

Marlowe guardò Ann Halsey e sorrise.

«Chris sta cercando di spiegarci, a modo suo, che la comunicazione deve avvenire per propagazione radiante.»

«Se crede che in questo modo sia più chiaro…»

«Ma certo che è chiaro, non fare il sabotaggio, Ann. La propagazione radiante avviene quando emettiamo un segnale luminoso o un segnale radio. Questo viaggia per lo spazio, nel vuoto, a una velocità di 300.000 km al secondo. Ma anche a questa velocità ci vorrebbero circa dieci minuti perchè un segnale traversasse la Nuvola.

«Secondo: la quantità di informazioni che si possono trasmettere per propagazione radiante è enormemente più grande di quella che si può trasmettere nella maniera comune, con il suono. Lo abbiamo visto poco fa coi nostri radiotrasmettitori. Perciò se la Nuvola contenesse individui distinti, essi dovrebbero poter comunicare fra di loro in maniera molto più veloce della nostra. Quel che noi riusciamo a dire con un’ora di chiacchiere, essi lo direbbero in un centesimo di secondo.»

«Ah, comincio a capire,» intervenne McNeil. «Se le comunicazioni avvengono in questo modo, allora non si può più nemmeno parlare di individui distinti.»

«Ci sei, John.»

«Ma non ci sono io,» disse Parkinson.

«In parole povere,» rispose McNeil, «Chris vuol dir questo: se nella Nuvola ci sono degli individui, essi devono avere un’alta capacità telepatica, al punto che non significa più nulla considerarli separati l’uno dall’altro.»

«E allora perchè non lo ha detto subito?» fece Ann Halsey.

«Perchè come tutte le <parole povere>, il termine <telepatia> non significa niente.»

«Ma per me significa molto.»

«E cosa significa per te, Ann?»

«Significa comunicare i propri pensieri senza parlare, anzi senza nemmeno scrivere o fare un cenno o… niente, insomma.»

«In altre parole significa — ammesso che significhi qualcosa — comunicazione con mezzi non acustici.»

«E ciò si chiama propagazione radiante,» intervenne Leicester.

«E propagazione radiante significa usare correnti alternate, e non le correnti continue e i voltaggi che usa il nostro cervello.»

«Ma io pensavo che in qualche misura noi fossimo capaci di comunicare per telepatia,» disse Parkinson.

«Ah! Il nostro cervello non ha la possibilità di comunicare per telepatia. Si basa tutto su voltaggi C.C., e in quel modo è impossibile la trasmissione radiante.»

«Forse dico una sciocchezza, ma credevo che tutti questi tipi di poteri extrasensoriali fossero riusciti a stabilire comunicazioni tra di loro,» insistè Parkinson.

«Cattiva scienza, accidenti,» brontolò Alexandrov. «Comunicazioni dopo esperimento molto male. Solo predizione in scienza.»

«Non capisco.»

«Alexis vuol dire che nella scienza contano soltanto le predizioni,» spiegò Weichart. «È proprio in questo modo che Kingsley mi ha messo alle corde. Non serve far prima un sacco di esperimenti e poi scoprire un sacco di rapporti, a meno che questi rapporti non possano essere utilizzati per avere nuove predizioni. Altrimenti è come puntare su un cavallo dopo che la corsa è finita.»

«Le idee di Kingsley sono molto interessanti anche

per ciò che implicano da un punto di vista neurologico,» osservò McNeil. «Per noi la comunicazione è un problema di enorme difficoltà. Anche in noi avviene un passaggio di energia elettrica — essenzialmente energia C.C. -; avviene nei nostri cervelli. Per far questo buona parte del cervello è occupata a controllare i muscoli delle labbra, e le corde vocali. Ma anche così questo processo è assai difficile. Ce la caviamo meglio con le idee semplici, ma la comunicazione dei sentimenti è molto difficile. Invece le bestioline di Kingsley dovrebbero essere in grado di comunicare anche i sentimenti, ed ecco un’altra ragione per cui non ha senso parlare di individui distinti. Fa spavento pensare che tutte le cose di cui abbiamo parlato stasera, e che ci siamo in tal modo scambiate, in maniera tanto approssimativa, quelle stesse cose le bestioline di Kingsley, in un centesimo di secondo, se le potrebbero comunicare con precisione enormemente maggiore.»

«Vorrei che si parlasse ancora di questi individui distinti,» disse Barnett, volgendosi a Kingsley. «Tu ritieni che ciascun individuo, all’interno della Nuvola, sia in grado di costruire un qualche tipo di trasmettitore radiante?»

«Non di costruirlo. Ecco come vedo l’evoluzione biologica all’interno della Nuvola. Agli inizi io ritengo che debba esserci stata una quantità di individui singoli, senza alcun rapporto fra l’uno e l’altro. Poi è cominciata la comunicazione, non per creazione inorganica dei mezzi per la trasmissione radiante, ma attraverso un lento sviluppo biologico. Gli individui si sono creati un mezzo di trasmissione radiante a mo’ di organo biologico, allo stesso modo che l’uomo si è creato la bocca, la lingua, le labbra, le corde vocali. Poi tale comunicazione si è sviluppata in un a misura che noi non riusciremmo nemmeno a immaginare. Basta pensare, ed il pensiero, immediatamente, è trasmesso. Basta provare un sentimento, e subito tutti gli altri ne partecipano. In questo modo l’individuo scompare, e si evolve un complesso coerente. La bestia, così la vedo io, non ha bisogno di collocarsi in un punto qualsiasi della Nuvola. Può darsi che le sue parti costitutive siano sparse per tutta la Nuvola, ma dal punto di vista neurologico abbiamo sempre unità, tenuta insieme da un sistema di comunicazione, nel quale i segnali son trasmessi avanti e indietro alla velocità di 300.000 km al secondo.»

«Dovremmo considerare più da vicino la natura di quei segnali. Ritengo che debbano avere una lunghezza d’onda piuttosto rilevante. Non credo che possa servire la luce ordinaria, perchè la Nuvola è opaca,» disse Leicester.

«Secondo me i segnali sono onde radio,» continuò Kingsley. «E c’è un buon motivo per crederlo. Perchè il sistema funzioni, occorre controllare alla perfezione la fase, e questo è possibile con le onde radio, ma non con quelle corte.»

McNeil sobbalzò.

«Le nostre trasmissioni!» esclamò. «Può darsi che abbiano interferito con il controllo neurologico della bestia.»

«Certo, se la bestia lo avesse consentito.»

«Cosa vuoi dire, Chris?»

«Bene, la bestia ha a che fare non con la trasmissione nostra soltanto, ma con tutto il complesso delle onde radio dell’universo. Da ogni angolo del cosmo ci sono onde radio che interferiscono con la sua attività neurologica, a meno che essa non abbia creato una qualche forma di protezione.»

«Che genere di protezione?»

«Scariche elettriche nelle parti esterne della Nuvola, che provocano la jonizzazione necessaria a impedire l’ingresso delle onde radio esterne. Per la Nuvola una protezione simile dev’essere indispensabile, come il cranio per il cervello dell’uomo.»

La stanza era piena di fumo, odoroso d’anice. All’improvviso Marlowe si accorse che la pipa era troppo calda e la depose.

«Dio mio, crede che questo spieghi l’aumento di jonizzazione nell’atmosfera quando agiscono i nostri trasmettitori?»

«All’ingrosso sì. Abbiamo già parlato di un meccanismo di alimentazione. Proprio questo, credo, ha fatto la bestia. Se un’onda estranea penetra troppo a fondo, allora aumenta il voltaggio e si formano le scariche, fino a che le onde non possono più avanzare.»

«Ma la jonizzazione avviene nella nostra atmosfera.»

«Ai nostri fini possiamo considerare l’atmosfera nostra come parte della Nuvola. Sappiamo dal tremolio del cielo notturno che il gas si estende dalla Terra fino alle parti più dense della Nuvola, cioè le parti a forma di disco. Insomma, elettronicamente parlando, noi siamo all’interno della Nuvola. Si spiegano in questo modo, credo, i disturbi che abbiamo sperimentato durante le trasmissioni. Prima, cioè quando eravamo fuori della Nuvola, la bestia non si proteggeva jonizzando la nostra atmosfera, ma faceva uso del suo scudo elettronico esterno. Una volta che siamo entrati dentro lo scudo, le scariche son cominciate ad avvenire nella nostra atmosfera. Insomma la bestia ha iscatolato la nostra trasmissione.»

«Ottimo ragionamento, Chris,» disse Marlowe.

«Ottimo, accidenti,» annuì Alexandrov.

«E le trasmissioni sulla lunghezza di un centimetro. Quelle son passate benissimo,» obbiettò Weichart.

«Avrei una risposta che fa al caso nostro, ma implica un ragionamento piuttosto lungo. Credo che valga la pena di tentarlo, perchè ci può suggerire qualcosa sul da farsi. A me sembra assai improbabile che questa Nuvola sia unica. La Natura non fa mai esemplari unici. Supponiamo perciò che vi siano molte bestie ad abitare la Galassia. Perciò io ritengo che ci sia un sistema di comunicazione fra una nuvola e l’altra. Questo implicherebbe che certe lunghezze d’onda occorrano per le comunicazioni esterne, lunghezze d’onda che perciò entrano nella Nuvola senza farle alcun danno neurologico.»

«E la lunghezza di un centimetro sarebbe di questo tipo?»

«All’incirca.»

«Ma allora perchè non c’è stata alcuna risposta alla nostra trasmissione sulla lunghezza di un centimetro?» chiese Parkinson.

«Forse perchè non abbiamo inviato alcun messaggio. Che risposta potevamo aspettarci da una trasmissione assolutamente a vuoto?»

«Ma allora noi dovremmo cominciare a spedire messaggi sulla lunghezza di un centimetro,» esclamò Leicester. «Ma la Nuvola come può decifrarci?»

«Non è un problema urgente. Sarà palese che le nostre trasmissioni contengono una notizia — palese perchè noi ripeteremo frequentemente lo stesso messaggio. Appena la Nuvola si accorge che dietro le nostre trasmissioni c’è un controllo intelligente, credo che potremo attenderci una qualche risposta. Quanto tempo ci vorrà per cominciare, Harry? Tu non sei ancora in condizione di modulare la lunghezza di un centimetro, vero?»

«No, ma lavorando anche di notte possiamo esser pronti in un paio di giorni. Ho avuto una specie di presentimento, che stanotte non sarei andato a letto. Avanti, ragazzi, si attacca.»

Leicester si alzò stiracchiandosi e uscì. La riunione si sciolse Kingsley tirò Parkinson da un lato.

«Guardi, Parkinson,» disse, «non c’è bisogno di andare in giro a spargere la voce; ne sappiamo ancora troppo poco.»

«Certo. Oltretutto il Primo ministro crede già che io sia impazzito.»

«Però c’è una cosa che si potrebbe lasciar trapelare. Se Londra, Washington, e il resto del circolo politico mettono in azione i trasmettitori sui 10 centimetri, è possibile evitare l’inconveniente del fading.»

Più tardi, quando furono soli, Ann osservò.

«Come hai fatto a trovare quell’idea, Chris?»

«Be’, mi sembrava abbastanza ovvia. C’è un solo guaio: noi tutti abbiamo una sorta di inibizione verso questo modo di pensare. Nonostante tutti i libri di fantascienza c’è radicata in noi l’idea che la vita sia possibile solo sulla Terra. Se avessimo guardato le cose con occhio imparziale, ce ne saremmo accorti molto prima. Le cose sono cominciate a andar male fìn dall’inizio, sistematicamente. Ma una volta superato questo blocco psicologico, mi sono accorto che era facile superare ogni difficoltà con un primo passo semplice e assolutamente plausibile. Uno alla volta i pezzi del rompicapo sono andati al loro posto. Credo che anche Alexandrov abbia avuto la stessa idea; purtroppo il suo inglese non è eccellente.»

«Non è eccellente, accidenti. Scusa, ritieni che questo affare della trasmissione funzionerà?»

«Lo spero moltissimo. Ha un’importanza capitale.»

«Perchè?»

«Pensa alle sciagure che si sono scatenate sulla Terra senza che la Nuvola facesse niente di proposito contro di noi. È bastato un po’ di riflessione sulla superficie esterna per arrostirci quasi. È bastato un breve oscuramento del Sole per congelarci quasi. Se la Nuvola dovesse dirigere su di noi la più piccola frazione della sua energia, ci farebbe fuori tutti, piante e animali.»

«Ma perchè dovrebbe accadere questo?»

«Chi lo sa? Ti preoccupi tu delle formiche, delle bestioline che schiacci sotto il piede quando vai a passeggio? Basterebbe una di quelle pallottole di gas che hanno colpito la Luna tre mesi fa per distruggerci. Prima o poi la Nuvola se ne andrà, scagliando ancora del gas. Eppure basterebbe una scarica elettrica per distruggerci.»

«Può davvero far questo la Nuvola?»

«Con molta facilità. Essa possiede un’energia semplicemente mostruosa. Ma se noi possiamo inviare qualche messaggio, allora forse la Nuvola avrà la premura di guardare dove mette i piedi.»

«E perchè dovrebbe avere premura di noi?»

«Ecco, se una formica ti dicesse: <La prego, signorina Halsey, non mi calpesti, non mi schiacci>, tu non saresti disposta a mettere il piede un po’ più in là?»

1 °Contatto!

Di lì a quattro giorni, dopo 33 ore di trasmissione da Nortonstowe, giunse la prima comunicazione dalla Nuvola. Impossibile descrivere l’agitazione che si diffuse nel gruppo: basti dire che si fece subito qualche frenetico tentativo di decifrare il messaggio, perchè di messaggio si trattava, evidentemente, giudicando dai moduli ricorrenti fra i rapidi impulsi dei segnali radio. Quei tentativi andarono falliti. Non c’era da meravigliarsi perchè, come già aveva osservato Kingsley, è difficile scoprire la cifra anche quando il messaggio è stato pensato in una lingua conosciuta; ora poi il messaggio veniva in una lingua ignota, nella lingua della Nuvola.

«Capisco,» osservò Leicester. «Il problema per noi non è più facile che per la Nuvola; nemmeno la Nuvola capirà i nostri messaggi fino a che non avrà scoperto la lingua inglese.»

«No, il problema è anche più complesso,» disse Kingsley. «Abbiamo tutti i motivi per credere che la Nuvola sia più intelligente di noi, perciò la sua lingua — qualunque essa sia — sarà probabilmente più complessa della nostra. Propongo quindi di non cercar più di decifrare i messaggi che riceviamo. Meglio aspettare che la Nuvola riesca a decifrare i nostri.»

«Buona idea, accidenti. Sempre obbligare straniero imparare inglese,» disse Alexandrov ad Yvette Hedelfort.

«Tanto per cominciare, noi dovremmo attenerci, per quanto è possibile, alle scienze e alla matematica: questo probabilmente è il miglior denominatore comune. Poi tenteremo di parlare anche di sociologia. Sarà un grosso lavoro registrare tutte le notizie che vogliamo trasmettere.»

«Vuoi dire che dovremmo trasmettere una specie di corso elementare di matematica e scienze, servendoci di un inglese elementare?» chiese Weichart.

«Esatto. E credo che dovremmo cominciare subito.»

L’idea di Kingsley ebbe successo, anche troppo. Due giorni dopo giunse la prima risposta comprensibile. Diceva:

«Messaggio ricevuto, informazioni scarse. Mandatene altre.»

Per una settimana intera tutti si misero a leggere libri scelti apposta. Le letture venivano registrate e trasmesse. E ogni volta veniva una risposta breve che chiedeva altre notizie e altre ancora.

Marlowe disse a Kingsley:

«Non funziona, Chris, dobbiamo pensare qualcosa di nuovo. Questa bestiaccia ci farà morire di esaurimento. A forza di leggere la voce mi è diventata rauca, come quella di un vecchio corvo.»

«Harry Leicester sta lavorando a un’idea nuova.»

«Ne sono contento. Di che si tratta?»

«Di prendere due piccioni con una fava. L’unico inconveniente, ora, non è soltanto la lentezza del nostro sistema. C’è un’altra difficoltà: molte delle notizie che trasmettiamo paiono incomprensibili, assolutamente. Ci sono nella nostra lingua un mucchio di parole che si riferiscono a oggetti sensibili, oggetti che noi vediamo e tocchiamo. Se la Nuvola non conosce questi oggetti, non vedo come possa intendere buona parte di quel che le raccontiamo. Chi non ha mai visto un arancio, o non ha fatto in qualche modo l’esperienza di un arancio, non vedo come possa sapere cosa significa la parole <arancio>, per quanto sia intelligente.»

«Capisco, cosa propone di fare?»

«È stata un’idea di Harry. Pensa che possiamo servirci della televisione. Per fortuna son riuscito a convincere Parkinson, e ce ne hanno mandato qualche apparecchio. Harry ritiene di poterne collegare uno al nostro trasmettitore, e spera anche di poterlo modificare, fino ad avere qualcosa come 10.000 linee, invece delle miserande 450 o giù di lì della televisione normale.»

«E questo perchè la lunghezza d’onda è molto più bassa, vero?»

«Si, certo. Dovremmo riuscire a trasmettere un quadro eccellente.»

«Ma la Nuvola non ha un ricevitore.»

«Certo no. Sta alla Nuvola decidere in che modo analizzare i nostri segnali. Noi dobbiamo preoccuparci solo di trasmettere informazioni importanti. Finora abbiamo fatto un lavoro scadente e la Nuvola ha ragione di lamentarsi.»

«In che modo possiamo usare la macchina da presa televisiva?»

«Prima di tutto faremo una lista di parole, nomi e verbi. È indispensabile, e va fatto con cura. Non ci dovrebbe volere più di una settimana per trasmettere circa cinquemila parole. Quindi potremo trasmettere il contenuto di libri sfogliando per così dire le pagine con la macchina da presa. Con questo metodo dovremmo poter trasmettere tutta l’Enciclopedia Britannica in pochi giorni.»

«In questo modo dovremmo saziare la sete di conoscenza di quella bestiaccia. Be’, è meglio che torni alle mie letture! Mi tenga avvisato quando la macchina da presa è pronta. Non s’immagina quanto sia contento di liberarmi di questo fastidio.»

Qualche tempo dopo Kingsley andò a trovare Leicester. «Scusa, Harry,» disse, «ma c’è qualche altro problema.»

«Spero che te lo terrai per te.»

«Scusa ancora: è questione tua, e temo che richiederà altro lavoro.»

«Senti, Chris, perchè non ti levi la giacca e cominci a far qualcosa invece di infastidire il proletariato? Be’, che c’è? Sentiamo.»

«Mi sembra che non diamo troppa importanza al problema della ricezione. Quando avremo cominciato a trasmettere con la televisione, probabilmente avremo le risposte nella stessa forma. Cioè un messaggio che appaia sotto forma di parole sul televisore.»

«Ebbene? Che difficoltà c’è? Sarà facile a leggersi?»

«Si, fin qui tutto va bene. Ma ricorda che noi possiamo leggere solo 20 parole al minuto, mentre speriamo di trasmettere a una velocità almeno cento volte superiore.»

«Be’, diremo a quel tipo lassù di diminuire la velocità delle risposte. Gli diremo che non possiamo ricevere più di 10 parole al minuto, invece delle decine di migliaia che a quanto pare, lui riesce a raccogliere.»

«Benissimo, Harry, tutto quello che dici è giusto.»

«Però vuoi che lavori di più, eh?»

«Preciso. Come hai fatto a indovinare? Pensavo che sarebbe bello sentire i messaggi della Nuvola, invece che leggerli sul televisore. Ci si stanca meno ad ascoltare che a leggere.»

«Idea terribile, accidenti, direbbe Alexis. Ti rendi conto di cosa significa?»

«Significa che bisogna tenere alla pari video e suono. Ci può servire il calcolatore elettronico. Si tratta solo di ficcarci dentro cinquemila parole.»

«Solo!»

«Non mi pare che significhi molto lavoro. Dovremo trasmettere le singole parole lentamente alla Nuvola. Prevedo che ci vorrà una settimana circa. Man mano che trasmettiamo una parole, registreremo le parti chiave del nostro segnale TV sul nastro perforato. Non dovrebbe esser difficile. Si può incidere anche il suono delle parole, usando un microfono, naturalmente che traduca il suono in forma elettrica. Una volta che tutto è stato inciso, lo possiamo inserire nel calcolatore, a nostro piacimento Con questo doppio inserimento — l’attrezzatura magnetica ci servirà, data la mole delle notizie, e la velocità richiesta — che noi potremo, a piacimento, leggere i messaggi della Nuvola sul televisore o sentirli dall’altoparlante.»

«Senti una cosa, Chris. Non ho mai conosciuto una persona capace quanto te di trovar lavoro al prossimo. Tocca a te, però, preparare tutto il programma.»

«Certo.»

«Bel lavoro, eh? E intanto noi poveracci ci dobbiamo massacrare con quei ferri da saldatura, bruciarci i pantaloni e Dio sa cos’altro. Per il suono, che voce debbo usare?»

«La tua, Harry. Te lo concedo come compenso a tutti quei buchi nei pantaloni.»

Col passar del tempo Harry Leicester parve sempre più propenso ad accettare l’idea di tradurre in suono i messaggi della Nuvola. Dopo qualche giorno se ne andava in giro con uno strano ghigno sul volto, ma nessuno ne comprese il motivo.

Il sistema della televisione si dimostrò ottimo. Dopo quattro giorni fu ricevuto un messaggio che diceva:

«Congratulazioni per il miglioramento tecnico.»

Questo messaggio comparve sullo schermo televisivo, perchè non funzionava ancora il sistema di conclusione sonora.

La trasmissione delle parole singole si dimostrò alquanto più difficile del previsto, ma finalmente ci riuscirono. La trasmissione di opere matematiche e scientifiche invece fu più semplice. Fu presto chiaro che queste trasmissioni servivano soltanto a mettere la Nuvola al corrente delle condizioni del progresso umano: come quando un bambino fa vedere i compiti a un grande. Poi si cominciarono a trasmettere libri sui problemi sociali. Difficile fu scegliere il migliore: decisero alla fine di trasmetterne diversi, scelti a caso. Fu subito chiaro che la Nuvola trovava più difficile assorbire questo materiale. Alla fine venne la risposta, sempre sullo schermo televisivo. -

«Le ultime trasmissioni paiono assai confuse e strane. Ho molte domande da porre: ma preferisco rimandarle a dopo. Sia detto tra parentesi, le vostre trasmissioni interferiscono molto seriamente, essendo vicino il vostro trasmettitore, con vari messaggi esterni che desidero ricevere. Per questo motivo vi mando la cifra che segue. In seguito userete sempre questa. Voglio creare uno schermo elettronico contro il vostro trasmettitore. La cifra servirà a segnalare che volete passare oltre lo schermo. Se è opportuno vi sarà concesso di farlo. Attendetevi un’ulteriore trasmissione tra circa 48 ore.»

Sul televisore si disegnò un complicato gioco di luci. Poi seguì un altro messaggio:

«Prego confermare che avete ricevuto la cifra e che potete usarla.»

Leicester tentò questa risposta:

«Abbiamo registrato la vostra cifra. Crediamo di poterla usare, ma non ne siamo certi. Ve ne daremo conferma con la prossima trasmissione.»

Ci fu una pausa di circa 10 minuti poi giunse la replica:

«Benissimo. Addio.»

Kingsley spiegò ad Ann Halsey:

«La pausa dipende dal tempo necessario perchè la trasmissione raggiunga la Nuvola e perchè la risposta torni fino a noi. Per questo motivo sarà bene evitare i messaggi brevi.»

Ma ad Ann Halsey non interessavano tanto le pause quanto il tono dei messaggi della Nuvola.

«Pareva proprio un essere umano,» disse con gli occhi spalancati dallo stupore.

«Certo. Come avrebbe potuto essere altrimenti? Usa il nostro linguaggio, il nostro frasario, per questo pare un essere umano.»

«Ma era tanto carino quell’<addio>.»

«Che sciocchezza! Per la Nuvola, forse, <addio> è solo un termine convenzionale per significare che la trasmissione è finita. Ricorda che la Nuvola ha imparato la nostra lingua a pezzi e bocconi, e in una quindicina di giorni. Non mi sembra una cosa tanto umana.»

«Oh, Chris, quanto sei tetro; sei proprio — come si suol dire — un funerale. È vero, Geoff?»

«Funerale? Direi di si, signora, il più grosso e possente funerale della cristianità. Signor sì! Ma senti, Chris, cosa ne pensi?»

«Pensavo che è buon segno che la Nuvola ci abbia mandato la cifra.»

«Anch’io. Ci tira su il morale, e Dio sa se ne abbiamo bisogno. Non è stata un’annata facile. Mi par di sentirmi meglio, se penso al giorno che ti venni a prendere all’aeroporto di Los Angeles: quanto tempo è passato!»

Ann Halsey arricciò il naso.

«Non capisco perchè la fate tanto lunga con questa cifra, mentre poi vi siete affrettati a buttare acqua fredda sul mio <addio>.»

«Perchè, mia cara,» rispose Kingsley, «l’invio di quella cifra è un gesto ragionevole e razionale. È un contatto, un segno di comprensione, senza alcun rapporto col linguaggio, mentre quel tuo <addio> è solo una glossa linguistica superficiale.»

Leicester venne loro incontro.

«Questa pausa di due giorni è proprio una fortuna Credo che nel frattempo riusciremo a mettere a punto il sistema sonoro.»

«E la cifra?»

«Son certo che funzionerà, ma ho pensato che sia meglio premunirsi.»

Due giorni dopo, a sera, erano tutti riuniti nel laboratorio di trasmissione. Leicester e i suoi amici si apprestavano a dare gli ultimi ritocchi. Erano quasi le 8 quando sullo schermo comparvero i primi segnali luminosi. Poi le parole.

«Azioniamo il sonoro,» disse Leicester.

Si misero tutti a ridere quando dall’altoparlante si sentì la voce perchè era la voce di Joe Stoddard che parlava. Per un paio di minuti pensarono quasi tutti che fosse uno scherzo, ma poi si accorsero che la voce ripeteva esattamente le parole comparse sullo schermo. E poi quel che diceva la voce non poteva essere farina del sacco di Joe Stoddard.

Lo scherzo di Leicester serviva a qualcosa. Evidentemente non aveva avuto tempo sufficiente per dare inflessioni alla voce: ogni parola era pronunciata sempre allo stesso modo, tra una parola e l’altra c’era sempre lo stesso intervallo, tranne che per la fine dei periodi, dove la pausa era un po’ più lunga. Per questo andava meglio la voce di Joe Stoddard, quasi priva di inflessioni. E Leicester aveva abilmente regolato il ritmo della trasmissione con quello di Joe Stoddard. Perciò, anche se la voce della Nuvola era un’imitazione artificiale di Joe, tuttavia come imitazione era buona ma nessuno riuscì ad abituarsi al fatto che la Nuvola parlasse con la lenta cadenza del West, nè agli errori di pronuncia di Joe. Da quel momento la Nuvola fu ribattezzata Joe.

Il primo messaggio di Joe diceva press’a poco così:

«La vostra prima trasmissione mi ha sorpreso, perchè è molto insolito trovare sui pianeti animali forniti di capacità tecniche.»

Chiesero a Joe il perchè.

«Per due semplici ragioni. Vivendo alla superficie di un corpo solido, voi siete soggetti a una grande forza gravitazionale. Questo fatto limita grandemente la crescita dei vostri animali, e quindi limita anche l’estensione della vostra attività neurologica. Vi costringe a crearvi una struttura muscolare per potervi muovere, vi costringe a portarvi dietro una corazza protettiva contro gli urti violenti: per esempio il cranio è una protezione indispensabile per il vostro cervello. Il peso morto dei muscoli e della corazza riduce ancora l’ambito delle vostre attività neurologiche. Infatti anche i vostri animali più grossi sono fatti principalmente di ossa e di muscoli, con pochissimo, cervello. Come ho già detto, la causa di questa difficoltà è il forte campo gravitazionale. In linea generale non ci si attende vita intelligente sui pianeti, ma solo in un mezzo gassoso e diffuso.

«Secondo fattore a voi sfavorevole è l’estrema carenza di alimenti chimici fondamentali. Per costruire alimenti chimici su vasta scala è necessaria la luce delle stelle. Il vostro pianeta invece assorbe solo una parte piccolissima della luce del Sole. In questo momento mi sto costruendo gli alimenti chimici fondamentali in misura di dieci miliardi di volte più grande di quella che si realizza su tutta la superficie del vostro pianeta.

«Questa carenza di alimenti chimici vi costringe a vivere mangiando; e in questa situazione è difficile che i primi barlumi dell’intelletto abbiano il sopravvento sui muscoli e sulle ossa. Certo, una volta che si sia affermata l’intelligenza, diventa più facile la lotta coi muscoli e con le ossa, ma i primi passi sono i più difficili — tanto più che il vostro caso è una rarità tra le forme di vita dell’universo.»

«Vorrei che lo sentissero i fanatici dei viaggi spaziali,» disse Marlowe. «Harry, chiedigli perchè qui sulla Terra si è formata l’intelligenza.»

Fu posta la domanda e poco dopo venne la risposta:

«Forse dalla combinazione di varie circostanze. la più importante, secondo me, è la nascita, cinquanta milioni di anni fa, di un nuovo tipo di pianta: la pianta che voi chiamate erba. La nascita di questa pianta provocò l’improvvisa riorganizzazione di tutto il mondo animale, dovuta al fatto singolarissimo che l’erba, a differenza di tutte le altre piante, si può cogliere a livello del terreno. Diffondendosi su tutta la Terra i prati erbosi, sopravvissero e si svilupparono quegli animali che potevano profittare di questa singolarità. Altri animali invece si estinsero. Mi pare che sia stato questo grande successo di riadattamento a permettere che l’intelligenza comparisse sul vostro pianeta.

«Ci sono alcuni fattori assai insoliti che hanno reso difficile decifrare il vostro sistema di comunicazione,» continuò la Nuvola. «In particolare mi sembra stranissimo che i vostri simboli di comunicazione non abbiano alcun rapporto stretto con l’attività neurologica dei vostri cervelli.»

«Avremmo dovuto dir qualcosa in proposito,» osservò Kingsley.

«Ma certo. Mi pareva impossibile che tu riuscissi a star buono un po’ di tempo, Chris,» osservò Ann Halsey.

Kingsley spiegò la differenza fra comunicazione C.A. e C.C., e chiese a Joe se anche lui funzionava su base C.A. Joe rispose affermativamente e continuò:

«Non è la sola stranezza. Quella maggiore è l’estrema somiglianza, presso di voi, fra un individuo e l’altro. Questo vi consente di adoperare un metodo di comunicazione molto rudimentale. Voi applicate tante etichette ai vostri stati neurologici: ira, mal di testa, fastidio, felicità, malinconia, sono tutte etichette. Se il signor A vuol dire al signor B che gli fa male la testa, non tenta neppure di descrivere la disfunzione neurologica che avviene nella sua testa. Preferisce mostrargli un’etichetta, e cioè dirgli: <Mi fa male la testa.>

«Quando il signor B sente queste parole, prende la etichetta <mal di testa> e la interpreta secondo la sua propria esperienza. Così il signor B si rende conto della disfunzione del signor A, anche se nè il primo nè il secondo sanno minimamente che cosa sia in realtà <mal di testa>. Questo singolarissimo metodo di comunicazione è possibile solo tra individui quasi identici.»

«Possiamo dirlo anche così,» fece Kingsley. «Dati due individui assolutamente identici, non è necessaria alcuna comunicazione fra di essi, perchè ognuno sa automaticamente l’esperienza dell’altro. Tra individui quasi identici basta un metodo di comunicazione rudimentale. Invece fra due individui molto differenti, è necessario un sistema di comunicazione assai più complesso.»

«È proprio quel che stavo cercando di spiegare. A questo punto dovrebbe esser chiara la difficoltà che ho incontrata per decifrare il vostro linguaggio. È un linguaggio che si adatta a individui molto simili, mentre fra me e voi c’è una grande differenza, molto più grande di quella che forse voi immaginate. Per fortuna i vostri stati neurologici mi sembrano abbastanza semplici. Appena sono riuscito a comprenderli in qualche misura, ho potuto decifrare le vostre comunicazioni.»

«Abbiamo qualcosa in comune da un punto di vista neurologico?» chiese McNeil. «Per esempio, avete qualcosa che corrisponda al nostro <mal di testa>?»

Giunse la risposta:

«In senso lato anche noi proviamo i sentimenti del piacere e del dolore, ma questo è possibile solo in una creatura che possieda un complesso neurologico. Il sentimento del dolore corrisponde a un’acuta disfunzione degli schemi neurologici, e questo può accadere tanto a me che a voi. La felicità è una condizione dinamica, nella quale si estendono gli schemi neurologici e non si guastano: questo può accadere tanto a me che a voi. A parte queste somiglianze, immagino che le mie esperienze soggettive siano molto diverse dalle vostre. Ma anche in questo siamo simili: anch’io considero i sentimenti dolorosi tali che bisogna evitarli, mentre ricerco quelli piacevoli.

«Più precisamente: i vostri mal di testa derivano da un errato afflusso di sangue che interrompe, nei vostri cervelli, l’esatta sequenza delle scariche elettriche. Io provo qualcosa di simile al mal di testa se nel mio sistema nervoso entra del materiale radioattivo. Ciò provoca scariche elettriche, in maniera simile a quella che si dà nei vostri contatori Geiger. Queste scariche interferiscono con il mio senso del tempo e producono un’esperienza soggettiva estremamente spiacevole.

«Ora voglio farvi una domanda d’argomento diverso. Mi interessano quelle che voi chiamate <le arti>. Capisco la letteratura, deve essere l’arte di disporre idee e sentimenti in parole. Le arti visive hanno un chiaro rapporto con la vostra percezione del mondo. Ma non capisco affatto la natura della musica. Non vi dovrebbe sorprendere la mia ignoranza al proposito, perchè non mi avete ancora, che io sappia, trasmesso della musica. Volete per cortesia colmare questa lacuna?»

«Ecco la tua occasione, Ann,» disse Kingsley. «E che occasione! Nessun musicista ha suonato mai di fronte a un pubblico simile.»

«Cosa devo suonare?»

«Che ne pensi di quel Beethoven che hai eseguito l’altra sera?»

«L’opera 106? È un po’ difficile per un principiante.»

«Avanti, Ann. Fatti sentire dal vecchio Joe,» intervenne Barnett.

«Non c’è bisogno che tu suoni se non vuoi, Ann. Ho fatto la registrazione,» disse Leicester.

«Come è venuta?»

«Ottimamente, da un punto di vista tecnico. Se tu sei soddisfatta dell’esecuzione, possiamo cominciare a trasmettere quasi subito.»

«Forse è meglio la registrazione. Vi parrà sciocco, ma temo che sarei nervosa se dovessi mettermi a suonare per quel coso.»

«Non far la sciocca. Il vecchio Joe non morde.»

«Forse no, ma preferisco la registrazione.»

La trasmisero. E dall’altra parte venne la risposta.

«Molto interessante. Vi prego di ripetere la prima parte a velocità maggiorata del trenta per cento.»

Fatto questo venne ancora un messaggio:

«Meglio. Benissimo. Intendo pensarci sopra. Addio.»

«Dio mio, lo hai distrutto, Ann!» esclamò Marlowe.

«Mi chiedo come possa la musica aver qualche effetto su Joe. Dopo tutto la musica è suono, e noi abbiamo convenuto che il suono non dovrebbe significar nulla per lui,» osservò Parkinson.

«Non sono d’accordo,» fece McNeil. «Non c’entra nulla il suono con la nostra capacità di apprezzare la musica, anche se a prima vista può sembrare altrimenti. Il nostro cervello apprezza non il suono, ma gli stimoli elettrici che riceve dall’orecchio. Noi usiamo il suono solo come espediente per produrre certi schemi di attività elettrica. Ci sono prove a sufficienza per dimostrare che i ritmi musicali riproducono sostanzialmente i ritmi elettrici che avvengono nel cervello.»

«È molto interessante, John,» esclamò Kingsley. «Perciò potremmo dire che la musica dà la più diretta espressione delle attività del cervello.»

«No, non arriverei a dire tanto. Direi piuttosto che la musica ci dà il migliore indice degli schemi generali del cervello, mentre le parole sono il miglior indice degli schemi particolari.»

E la discussione continuò fino a notte alta. Esaminarono sotto ogni aspetto i messaggi della Nuvola. L’osservazione più interessante fu forse quella di Ann Halsey.

«Il primo movimento della sonata in si bemolle maggiore reca una indicazione di metronomo che implicherebbe una velocità di esecuzione fantastica, superiore alle possibilità di qualsiasi pianista. Ricordate che la Nuvola ci ha chiesto di aumentare la velocità? Mi viene da tremare a pensarci, anche se forse è stato un semplice caso.»

A questo punto furon tutti d’accordo che bisognava passare alle autorità politiche tutte le notizie sulla vera natura della Nuvola. I vari governi cercavano di organizzare le comunicazioni radio. Scoprirono che, lanciando verticalmente le trasmissioni di tre centimetri, la jonizzazione dell’atmosfera poteva limitarsi abbastanza da rendere possibile le comunicazioni. Perciò Nortonstowe divenne ancora di più un centro importante per la trasmissione delle notizie.

In verità a nessuno piaceva dover dare tante informazioni sulla Nuvola, e tutti ritenevano che le comunicazioni dirette con essa sarebbero uscite dal controllo di Nortonstowe. E c’erano molte cose che gli scienziati volevano ancora sapere. Per questo Kingsley si oppose decisamente all’idea di informare le autorità politiche, ma fu sopraffatto dal parere degli altri, i quali ritenevano che, pur a malincuore, bisognava rivelare il segreto.

Leicester aveva registrato le discussioni con la Nuvola e le trasmise sui canali di tre centimetri. In quanto ai governi di tutto il mondo, non si fecero alcuno scrupolo a tener segreta la notizia. L’uomo qualunque non seppe mai che dentro la Nuvola c’era la vita, perchè col passare del tempo le cose si misero in maniera tale che fu inevitabile il segreto assoluto.

A quell’epoca nessun governo possedeva un trasmettitore da un centimetro e un ricevitore appositamente costruito. Almeno per qualche tempo ancora solo Nortonstowe poteva comunicare con la Nuvola. I tecnici degli Stati Uniti, tuttavia, fecero notare che grazie alle trasmissioni di Nortonstowe il governo statunitense e anche gli altri, potevano mettersi in contatto con la Nuvola.

Pertanto fu deciso di servirsi di Nortonstowe non solo pel il passaggio delle comunicazioni terrestri, ma anche per i contatti con la Nuvola.

Quelli di Nortonstowe si divisero in due gruppi quasi pari. Da una parte Kingsley e Leicester che volevano opporsi decisamente al progetto dei politici e dire a muso duro che i vari governi andassero all’inferno. Altri, i con Marlowe e Parkinson, sostenevano che con quell’atteggiamento non c’era da guadagnare nulla, perchè i politici avrebbero fatto con la forza quel che desideravano. Mancavamo poche ore alla prossima comunicazione dalla Nuvola e il dibattito fra i due gruppi era giunto a una fase assai acuta. Trovarono una soluzione di compromesso. Mediante un accorgimento tecnico fecero in modo che i ricevitori del governo potessero udire la Nuvola, ma non parlarle.

E così accadde. Quel giorno i più alti e venerabili rappresentanti della specie umana ascoltarono la Nuvola senza tuttavia poterle rispondere. Su quell’augusto uditorio i discorsi della Nuvola ebbero un pessimo effetto, perchè Joe si mise, con tutta franchezza, a parlare del sesso.

«Vorrei che mi risolveste questo paradosso. Noto che larga parte della vostra letteratura si occupa di ciò che voi chiamate <amore>, e soprattutto di <amore profano>. Dagli esempi che mi sono disponibili credo di poter dedurre che quasi il quaranta per cento della vostra letteratura si occupa di questo argomento. Eppure non sono riuscito a trovare in che cosa consista realmente l’<amore>: questo punto viene sempre evitato con cura. Ciò mi induce a credere che l’<amore> sia un avvenimento assai interessante e complicato. Vi lascio quindi immaginare la mia sorpresa quando, dai testi di medicina, ho appreso che <amore> è soltanto un processo ordinario molto semplice, comune alla grande varietà degli animali.»

Gli augusti rappresentanti della specie umana protestarono di fronte a questa affermazione, ma Leicester li costrinse al silenzio staccando i collegamenti.

«Basta,» disse. Quindi porse il microfono a McNeil. «Credo che sia la volta tua, John. Cerca di dare a Joe la risposta.»

McNeil fece del suo meglio.

«Se lo guardiamo da un punto di vista interamente logico, la nascita e la crescita dei bambini è un fatto privo di ogni attrattiva speciale. Per la donna significa dolore e preoccupazione infinita. Per l’uomo significa lavoro in più per molti anni, per sostenere la famiglia. Perciò se il nostro atteggiamento riguardo al sesso fosse solamente logico, forse non ci prenderemmo la cura di riprodurci. Se ne assume l’incarico la natura, facendo dell’amore una cosa assolutamente irrazionale. Può sembrare contraddittorio, ma se non fossimo irrazionali non potremmo sopravvivere. La stessa cosa probabilmente vale anche per gli altri animali.»

Joe riprese la parola:

«Questa irrazionalità, che avevo sospettato, e che son lieto di sentirvi riconoscere, ha un aspetto più grave e più triste. Vi ho già avvisati che sul vostro pianeta le riserve di alimenti chimici sono assai limitate. È quindi probabile che tale atteggiamento irrazionale nei riguardi della riproduzione vi porti a dar vita a un numero di individui troppo alto per poterlo sostenere con quelle scarse risorse. In tale situazione c’è un grande pericolo. In verità è assai probabile che la scarsezza di vita intelligente sui pianeti derivi dalla grande diffusione di queste forme di irrazionalità, collegata alla carenza di alimenti. Non è improbabile, a mio avviso, che fra poco tempo la vostra specie sarà estinta. Tale opinione mi par confermata dal ritmo troppo rapido con cui cresce la popolazione umana.»

Leicester indicò un gruppo di luci lampeggianti.

«I politici stanno cercando di inserirsi: Mosca, Londra, Washington, Parigi, Timbuctu, tutti quanti. Li vogliamo lasciar sentire, Chris?»

A questo punto Alexandrov fece il primo discorso politico della sua vita.

«Bene bastardi di Kremlino sentire,» disse.

«Alexis, nella buona società non si dicono quelle parole,» ammoni Kingsley.

«Forse avremmo dovuto consigliargli qualche buona lettura. Ma è tempo di tornare al nostro gioco,» disse Marlowe.

«Harry, non collegarci con i politici. Tienili staccati. John, tu chiedi a Joe come si riproduce,» fece Kingsley.

«Anch’io glielo volevo chiedere,» fece McNeil.

«Allora avanti. Vediamo come se la caso.»

McNeil fece la domanda alla Nuvola.

«Ci interesserebbe sapere che differenza c’è fra il nostro sistema di riproduzione e il vostro.»

«La riproduzione, nel senso di dar vita a un nuovo individuo, nel nostro caso avviene con un criterio completamente diverso. A parte un incidente imprevisto, o un desiderio troppo forte di autodistruzione — che a volte si dà anche presso di noi — io posso vivere all’infinito. Perciò non ho la necessità, come voi, di generare un nuovo individuo che prenda il mio posto dopo la morte.»

«Quanti anni avete?»

«Più di cinquecento milioni.»

«E la vostra nascita, la vostra origine, cioè, è stata la conseguenza di un’azione chimica spontanea, come crediamo che sia accaduto qua sulla Terra?»

«No, non è stato così. Viaggiando per la Galassia, noi cerchiamo aggregati di materia, cioè nuvole adatte a impiantarvi la vita. Ciò avviene, tanto per darvene un’idea, come quando da un albero nasce un virgulto. Se per esempio noi troviamo una nuvola adatta, non ancora fornita di vita, vi piantiamo una struttura neurologica relativamente semplice. Una struttura simile potrei considerarla mia creature, parte di me.

«In questo modo è escluso che per mero caso possa la vita intelligente avere origine spontanea. Voglio farvi un esempio. I materiali radioattivi devono restare rigorosamente esclusi dal mio sistema nervoso, per un motivo che vi ho già spiegato in un’altra conversazione. Per esserne certo ho uno schermo elettromagnetico complesso, che serve ad impedire l’ingresso di gas radioattivi nelle mie parti neurologiche — nel mio cervello, per dirla col vostro linguaggio. Se questo schermo non funzionasse, proverei grande dolore e potrei anche morire. È questo uno dei possibili incidenti di cui vi ho parlato qualche minuto fa. Continuando nell’esempio, sappiate che noi possiamo dare ai nostri <bambini> sia lo schermo protettivo, sia l’intelligenza necessaria per farlo funzionare; è assai improbabile che, nel caso di origine spontanea della vita, possa funzionare uno schermo del genere.»

«Ma tutto questo non può essere accaduto per il primo esemplare della vostra specie,» obbiettò McNeil.

«Non si può dire che vi sia stato un primo esemplare,» disse la Nuvola. McNeil non comprese l’osservazione, ma Kingsley e Marlowe si scambiarono un’occhiata di intesa, come per dire: «Oh, lo dovrebbero sentire quelli che sostengono la teoria dell’universo in espansione!»

«A parte i mezzi protettivi,» continuò la Nuvola, «i nostri <bambini> sono liberi di crescere come meglio credono. A questo punto devo spiegarvi una differenza importante fra noi e voi. Il numero delle cellule che compongono il vostro cervello è, più o meno, fissato fin dal momento della nascita. Il vostro sviluppo perciò consiste nell’imparare a usare nel miglior modo possibile il cervello di capacità prestabilita. Per noi le cose stanno in tutt’altro modo. Noi siamo liberi di accrescere a piacere la capacità dei nostri cervelli. Naturalmente possiamo togliere e sostituire le parti logore e difettose. Così lo sviluppo per noi consiste nell’espansione del cervello, oltre che nell’apprendimento a usarlo nel modo migliore: voglio dire nel modo migliore per risolvere i problemi che ci si presentano. Capirete quindi che come <bambini> noi cominciamo con un cervello relativamente semplice e che, crescendo, il nostro cervello diventa molto più grande e complesso.»

«Potete descriverci, in maniera a noi comprensibile, come fate a creare una parte nuova del vostro cervello?» chiese McNeil.

«Credo di sì. In primo luogo trasformo gli alimenti chimici in molecole complesse dei tipi richiesti. Ne tengo sempre a disposizione una certa riserva. Poi dispongo con cura le molecole in una struttura neurologica, alla superficie di un corpo solido. La materia di questo corpo dev’esser tale che non abbia un punto di fusione troppo basso — il ghiaccio per esempio avrebbe un punto di fusione troppo basso e pericoloso — e che funzioni bene come isolatore elettrico. La parte esterna del corpo deve essere accuratamente preparata, per potervi ancorare la materia neurologica al posto giusto.

«La parte più difficile di tutto questo è lo schema della struttura neurologica. Essa è disposta in modo che il nuovo cervello agisca come strumento per un fine specifico. È disposta in modo, altresì, che il nuovo cervello non entri spontaneamente in azione, ma solo quando riceve segnali da quella parte del mio cervello che già esisteva. Tali segnali entrano nella nuova struttura da varie porte. E similmente la parte vecchia del mio cervello si apre a ricevere stimoli dalla parte nuova. In tal modo la sua attività può essere controllata e integrata nel complesso della mia attività neurologica.»

«Ci sono due altri punti,» disse McNeil. «In che modo rifornite di energia la vostra materia neurologica? Nel caso dell’uomo ciò avviene per mezzo del sangue. Possedete qualcosa che corrisponda alla nostra circolazione sanguigna? In secondo luogo qual è la grandezza approssimativa delle nuove parti che riuscite a creare?»

Ecco la risposta:

«La grandezza varia a seconda del fine particolare a cui ciascuna parte è destinata. Il corpo solido che la sostiene può variare da uno a qualche centinaio di metri.

«Sì, possiedo qualcosa che somiglia alla vostra circolazione sanguigna. Le sostanze necessarie vengono fornite da un flusso di gas continuo fra le varie parti di cui sono composto. Tale flusso, anzichè da un <cuore> è regolato da una pompa elettromagnetica. Cioè la pompa è di natura inorganica. Anche a questo provvediamo quando si tratta di creare una nuova vita. Il gas scorre dalla pompa a una sorgente di alimenti chimici, poi traversa la mia struttura neurologica, la quale assorbe le materie che servono per far funzionare il cervello. Il flusso del gas provvede anche a portar con sè la materia scartata. Quindi il gas ritorna alla pompa, ma prima passa per il filtro che sottrae i prodotti scartati: questo filtro somiglia un po’ ai vostri reni.

«Il fatto ch’io abbia un cuore, un rene e un sangue essenzialmente inorganico, costituisce un grosso vantaggio. È facile infatti ovviare a una disfunzione. Se il mio <cuore> per caso <si ammala> non faccio altro che sostituirlo con uno di riserva. Se mi si ammala il <rene> io non muoio, alla maniera del vostro Mozart, il musicista. Lo sostituisco con uno di ricambio. Allo stesso modo posso crearmi <sangue> nuovo in grande quantità.»

Poco dopo Joe sospese la trasmissione.

«La cosa che più mi sorprende è la sbalorditiva somiglianza dei principi su cui si fonda la vita,» osservò McNeil. «Naturalmente i particolari sono molto diversi: gas invece di sangue, rend e cuore elettromagnetici, e così via. Ma la logica generale mi sembra la stessa.»

«E la logica con cui la Nuvola crea il suo cervello mi fa pensare a quando noi prepariamo i calcoli nella macchina elettronica,» disse Leicester.

«Lo hai notato, Chris? È come quando noi approntiamo un settore di calcolo.»

«Credo che le somiglianze siano reali. Ho sentito dire che l’articolazione del ginocchio di una mosca somiglia moltissimo alla nostra articolazione del ginocchio. E perchè? Proprio perchè c’è una maniera sola per costruire un’articolazione che funzioni. Allo stesso modo c’è una sola logica, una sola maniera di progettare il quadro generale dell’intelligenza.»

«Ma perchè ritieni che debba esserci una logica soltanto?» chiese McNeil a Kingsley.

«È difficile a spiegarsi: in questo mi avvicino al sentimento religioso. Noi sappiamo che l’universo possiede una fondazione strutturale interiore: questo scopriamo o cerchiamo di scoprire con la scienza. E quando ci riusciamo, eccoci inorgogliti, come se fosse l’universo a seguire la nostra logica. Mettiamo il carro avanti ai buoi. Non è l’universo che segue la nostra logica, siamo noi costruiti secondo la logica dell’universo. Da questo potremmo trarre una definizione dell’intelligenza: qualcosa che riflette la struttura fondamentale dell’universo. Questo facciamo noi, questo fa Joe, ecco perchè ci accorgiamo di aver tante cose in comune, ecco perchè possiamo discutere su una base comune, anche se nei particolari ci sono tante differenze. Tanto noi che Joe siamo fatti in una maniera in cui si riflette la struttura interiore dell’universo.»

«Quei bastardi dei politici cercano ancora di inserirsi. Accidenti, ora spengo le luci,» fece Leicester.

Andò fino al quadro delle luci che avvisavano le varie trasmissioni in arrivo. Tornò dopo un attimo ridendo a crepapelle.

«Bell’affare,» fece. «Mi ero dimenticato di chiudere la trasmissione sui dieci centimetri. Hanno sentito tutto quel che abbiamo detto: l’accenno di Alexis al Kremlino, la frase poco rispettosa di Chris. Chissà come sono arrabbiati. Comunque ormai è cotto il riso.»

Nessuno sapeva che fare. Alla fine Kingsley andò al quadro di controllo, toccò un certo numero di pulsanti e disse al microfono:

«Qui Nortonstowe. È Christopher Kingsley che parla. Se avete qualche messaggio, avanti.»

All’altoparlante si sentì una voce adirata.

«Ah, siete voi, Nortonstowe! Sono tre ore che cerchiamo di metterci in contatto.»

«Chi parla?»

«Grohmer, ministro della Difesa americana. Debbo dirle, signor Kingsley, che sono molto adirato. Attendo che lei mi spieghi la condotta offensiva di stasera.»

«Temo che dovrà aspettare ancora. Le do trenta secondi, e se i suoi discorsi non avranno assunto una forma ragionevole e coerente, stacco la comunicazione.»

La voce si fece più calma, ma più minacciosa.

«Signor Kingsley, ho già sentito parlare del suo contegno ostruzionistico e insopportabile, ma questa è la prima volta che ne faccio esperienza di persona. L’avverto che sarà anche l’ultima. Non esagero, le dico semplicemente che fra breve la trasferiremo da Nortonstowe. Lascio a lei immaginare dove la trasferiremo.»

«Temo che nei suoi programmi, signor Grohmer, lei abbia dimenticato di considerare attentamente un punto importantissimo.»

«Quale, se è lecito?»

«Che io posso cancellare dalla faccia della Terra tutto il continente americano. Se non mi crede domandi ai suoi astronomi cosa è accaduto alla Luna la sera del 7 agosto. Forse le piacerà sapere anche che mi occorrono meno di cinque minuti per attuare questa minaccia.»

Kingsley toccò ancora un gruppo di pulsanti e scomparvero le luci dal quadro di controllo. Marlowe era impallidito e qualche goccia di sudore gli si imperlava sulla fronte e sul labbro. «Chris, non hai fatto bene, non hai fatto bene,» diceva. Kingsley era sinceramente accorato.

«Mi dispiace, Geoff. Mentre parlavo non mi è venuto in mente che l’America è il tuo paese. Scusami e sappi che avrei detto la stessa cosa a Londra o a Mosca o a chiunque altro.»

Marlowe scosse il capo.

«Non mi hai capito, Chris. Non è perchè l’America sia il mio paese, e poi so che stavi bluffando. Mi preoccupa il fatto che le conseguenze del tuo bluff possono diventare pericolose.»

«Macchè: è una tempesta in un bicchier d’acqua, non devi darle troppa importanza. Ancora non hai abbandonato l’idea che i politici sono gente importante, perchè lo dicono i giornali. Forse anche loro si sono accorti che stavo bluffando, ma finchè c’è la possibilità che credano alla mia minaccia, si guarderanno dall’agire, vedrai.»

Ma questa volta Marlowe aveva ragione e Kingsley torto: lo dimostrarono i fatti seguenti.

11

La bomba H

Svegliarono Kingsley tre ore dopo.

«Scusa se ti sveglio, Chris, ma è accaduta una cosa importante,» disse Harry Leicester. Quando vide che Kingsley era abbastanza sveglio continuò:

«C’è una chiamata da Londra per Parkinson.»

«A quanto pare non perdono tempo.»

«Non possiamo lasciarli comunicare, vero? È un rischio troppo grosso.»

Kingsley tacque per qualche minuto, poi si decise.

«Credo che dobbiamo correrlo questo rischio, Harry. Però gli staremo vicini mentre parla, per esser certi che non faccia trapelare nulla. Il fatto è questo. Non dubito che la longa manus di Washington possa arrivare fino a Nortonstowe, ma nemmeno credo che il nostro governo sia disposto a farsi dare ordini sul suo territorio. Partiamo con un certo vantaggio: la comprensione della nostra gente. Se invece impediamo a Parkinson di rispondere, questo vantaggio è perduto. Andiamo da lui.»

Quando ebbero svegliato Parkinson e gli ebbero detto della chiamata, Kingsley fece:

«Guardi, Parkinson, le voglio parlar chiaro. Finora abbiamo giocato pulito. È vero che le abbiamo posto un sacco di condizioni venendo qua, e abbiamo voluto che fossero rispettate. Ma in cambio abbiamo dato ai vostri tutto l’aiuto possibile. È anche vero che qualche volta ci siamo sbagliati, ma ora è fin troppo chiara la ragione dei nostri errori. Gli americani hanno creato qualcosa di simile a Nortonstowe, ma lo hanno condotto alla maniera dei politici, non degli scienziati. Infatti lì hanno avuto minori informazioni che da Nortonstowe. Lei sa benissimo che, senza le nostre informazioni, la mortalità in questi ultimi mesi sarebbe stata molto più alta.»

«Dove volete arrivare, Kingsley?»

«Le voglio dimostrare che abbiamo giocato pulito, anche se a volte può esser parso il contrario. Abbiamo giocato pulito al punto di rivelare la natura vera della Nuvola, e di lasciar passare le notizie che da essa ci sono giunte. Insisto però a dire che non bisogna perdere tempo prezioso per le comunicazioni. Non possiamo attenderci che la Nuvola continui a chiacchierare all’infinito, e non sono disposto a sprecare il tempo che ci resta in chiacchiere politiche. Ci sono ancora molte cose che dobbiamo apprendere. Inoltre i politici hanno cominciato con le conferenze di Ginevra e con gli ordini del giorno, e non so come si comporterà la Nuvola. Non credo che voglia sprecar tempo a chiacchierare con questi idioti.»

«Mi lusinga la grande opinione che lei ha dei politici, ma, daccapo, non vedo dove vuole arrivare.»

«Voglio arrivare a questo. La chiamano da Londra, e vogliamo esserci anche noi quando risponderà. Se lei dice anche una sola parola per negare che ci sia un accordo tra noi e la Nuvola, le giuro che le rompo la testa con questa chiave inglese. Avanti, mettiamoci in contatto.»

Si scoprì subito che Kingsley non aveva visto bene. Il Primo ministro voleva sapere una cosa sola da Parkinson: se, a suo avviso, la Nuvola poteva davvero cancellare un continente dalla faccia della Terra. Parkinson non ebbe difficoltà alcuna a rispondere. In tutta sincerità e senza esitare, rispose che a suo avviso la Nuvola poteva far questo. Il Primo ministro parve soddisfatto e dopo qualche altra battuta staccò.

«Stranissimo,» fece Leicester a Kingsley dopo che Parkinson fu tornato a letto

«Hanno letto troppo Clausewitz,» continuò. «Si preoccupano solo della potenza di fuoco.»

«Sì, a quanto pare non hanno mai pensato che una persona possa avere in mano un’arma tremenda e tuttavia rifiutarsi di usarla.»

«Soprattutto in un caso simile.»

«Cosa vuol dire, Harry?»

«Be’, non è un luogo comune che qualsiasi intelligenza non umana debba essere cattiva?»

«È vero, ora che ci penso, il 99 per cento dei libri che parlano di intelligenze non umane le considerano assolutamente crudeli. Questo fatto lo avevo sempre spiegato pensando che è difficile inventare un personaggio cattivo che sia interamente convincente; ma forse c’è un motivo più profondo.»

«Ecco, la gente ha sempre paura delle cose che non comprende, e non credo che i politici abbiano capito molto di quel che sta succedendo. Ritengo tuttavia che essi ci considerino in buoni rapporti con il vecchio Joe, non ti pare?»

«A meno che non abbiano pensato a un patto col diavolo.»

Dopo la minaccia di Kingsley, e dopo che Londra ebbe confermato la forza potenziale distruttiva della Nuvola, per prima cosa il governo degli Stati Uniti ordinò la costruzione di un trasmettitore e di un ricevitore da un centimetro sul modello di quello di Nortonstowe. (Il modello lo avevano grazie alle informazioni concesse prima da Nortonstowe. L’abilità tecnica degli americani era così evoluta che in pochissimo tempo il lavoro fu pronto. Tuttavia la Nuvola non rispose alle trasmissioni americane, nè riuscirono a intercettare i messaggi che la Nuvola indirizzava a Nortonstowe. Ciò accadde per due motivi. Non riuscirono a intercettare per una grave difficoltà tecnica. Una volta stabilito fra la Nuvola e Nortonstowe un sistema normale di comunicazione, non c’era più bisogno di trasmettere ad altissima velocità, com’era avvenuto nel periodo in cui la Nuvola stava imparando la lingua e la scienza dell’uomo. Ciò permise di ridurre la fascia di trasmissione; dal punto di vista della Nuvola era un vantaggio, perchè in tal modo diminuiva la possibilità che interferissero i messaggi di altri abitatori della Galassia. La fascia di trasmissione era così ristretta e così basso il potenziale impiegato, che gli americani non riuscirono a scoprire la lunghezza d’onda giusta per intercettare. Più semplice fu la ragione per cui la Nuvola non rispose alle trasmissioni americane. La Nuvola non avrebbe risposto se, all’inizio di ogni messaggio, non fosse stato trasmesso l’opportuno segnale in cifra; il governo degli Stati Uniti non aveva la cifra.

Non riuscendo a stabilire la comunicazione, gli americani fecero altri progetti che per Nortonstowe furono una vera calamità. Ne ebbero notizia per mezzo di Parkinson. Un pomeriggio Parkinson piombò nell’ufficio di Kingsley.

«Ma perchè ci sono tanti stupidi al mondo?» esclamò con voce infuriata.

«Ah, finalmente ha visto la luce,» rispose Kingsley.

«E fra gli stupidi c’è anche lei, Kingsley. Siamo in un bel pasticcio ora, grazie alla sua imbecillità, combinata con la cretineria di Washington e di Mosca.»

«Guardi, Parkinson, prenda un caffè e si calmi.»

«Caffè un corno! Ascolti. Torniamo alla situazione del 1958 prima che si sapesse della Nuvola. Ricorderà la corsa agli armamenti: Stati Uniti e Russia cercavano di produrre per primi i razzi intercontinentali, tutti con la bomba all’idrogeno, naturalmente. E voi scienziati sapete bene che spedire un razzo per sei o settemila miglia, da un punto all’altro della superficie terrestre, è un problema identico a quello di sparare un razzo dalla Terra nello spazio.»

«Parkinson, non vorrà mica dirmi che…»

«Voglio dirle che su tale questione l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti sono andati molto più avanti di quel che non sappia il governo britannico. Lo sappiamo da un paio di giorni appena. L’abbiamo saputo solo quando il governo degli Stati Uniti e quello sovietico hanno comunicato di aver lanciato i razzi contro la Nuvola.»

«Maledetti cretini. Quando è accaduto?»

«La settimana scorsa. A quanto pare c’è stata una corsa ad arrivar primi, di cui non abbiamo saputo nulla. Gli Stati Uniti ben cercato di battere i sovietici, e viceversa, naturalmente. Vogliono far vedere gli uni agli altri quel che son capaci di fare. Nuvola a parte.»

«È meglio chiamare Marlowe, Leicester e Alexandrov, e vedere cosa si può fare per salvarci dal naufragio.»

Il caso volle che con Marlowe ci fosse anche McNeil, così partecipò anche lui alla riunione. Quando Parkinson ebbe raccontato la sua storia, Marlowe disse:

«Ecco fatto. Proprio questo temevo, quando ti ripresi l’altro giorno, Chris.»

«Vuoi dire che l’avevi previsto?»

«Oh, non esattamente così. Non avevo idea di dove fossero arrivati con quei maledetti razzi. Ma sentivo, non so come, che sarebbe successo qualcosa del genere. Sei troppo razionale, Chris. Non capisci com’è la gente.»

«Quanti razzi hanno lanciato?» chiese Leicester.

«Per quanto ne sappiamo, quasi un centinaio dagli Stati Uniti e una cinquantina dalla Russia.»

«Ebbene? Non mi sembra che sia poi tanto grave,» osservò Leicester. «L’energia di cento bombe all’idrogeno può sembrare chissà cosa a noi, ma è microscopica se la confrontiamo con l’energia della Nuvola. Èuna sciocchezza: è come voler uccidere un rinoceronte con uno stecchino.»

Parkinson scosse il capo.

«Mi par di capire che non vogliono mandare a pezzi la Nuvola. La vogliono avvelenare.»

«Avvelenare? E come?»

«Con materiale radioattivo. Avete sentito la Nuvola, quando ci raccontava cosa poteva accaderle se del materiale radioattivo fosse penetrato oltre il suo schermo difensivo? Lo hanno saputo dalla voce della Nuvola stessa.»

«Certo, è tutto un altro affare, se hanno lanciato qualche centinaio di tonnellate di materiale altamente radioattivo.»

«Le particelle radioattive producono jonizzazione là dove non dovrebbe essercene. Scariche, ancora jonizzazione, e tutto salta per aria,» disse Alexandrov.

Kingsley annuì.

«Bisogna ritornare alla vecchia storia della Nuvola che opera su C.A., mentre noi su C.C. Col primo sistema è necessario un voltaggio alto. Noi non abbiamo grandi voltaggi nel nostro corpo, e per questo siamo costretti a usare C.C. Invece la Nuvola, per funzionare con C.A. nelle comunicazioni a grande distanza, deve possedere voltaggi alti. Quando il voltaggio è alto bastano poche particelle elettrificate che si insinuino dove non dovrebbero per provocare il diavolo a quattro. Ha ragione Alexis. A proposito, Alexis, cosa ne pensi?»

Il russo fu più breve del solito.

«Non piace.»

«E lo schermo della Nuvola? Basterà a impedire che il materiale radioattivo penetri?» chiese Marlowe.

«È proprio qui che cade il peggio,» rispose Kingsley. «Probabilmente lo schermo funziona sul gas, non sul solido, e perciò non è in grado di fermare i razzi. Finchè essi non esplodono, non vi sarà materiale radioattivo. Secondo me l’idea di chi li lancia è di non farli esplodere fino a che non abbiano superato lo schermo.»

Parkinson confermò.

«È giusto,» disse. «Essi non mirano ad alcun corpo solido. Punteranno diritti ai centri neurologici della Nuvola. O almeno questa è la loro intenzione.»

Kingsley si alzò e cominciò a camminare su e giù per la stanza.

«Ma anche così è un’idea da pazzi. Pensateci un po’ In primo luogo può darsi che non funzioni. In secondo luogo può funzionare fino al punto di danneggiare la Nuvola seriamente, ma senza tuttavia ucciderla. Pensate in questo caso alle rappresaglie. La Nuvola potrebbe spazzar via la vita dalla Terra, con la stessa indifferenza con cui noi uccidiamo una mosca. Oltretutto non mi è mai sembrato che la Nuvola abbia grande simpatia per la vita sui pianeti.»

«Tuttavia, quando discuteva con noi, mi sembrava ragionevole,» intervenne Leicester. «Sì, ma basterebbe un forte mal di testa a farle cambiare idea. In ogni modo non credo che le conversazioni con noi abbiano occupato più di una piccolissima frazione del cervello della Nuvola. Probabilmente nello stesso tempo ella sta facendo mille altre cose. No, non credo che ci sia motivo di pensare che le cose andranno bene. E questo è solo il primo rischio. Anche se riescono a uccidere la Nuvola ci sarà un secondo rischio, altrettanto grave. La rottura della sua attività neurologica può provocare esplosioni terribili — quella che noi diremmo l’agonia della morte. Da un punto di vista terrestre la quantità di energia di cui la Nuvola dispone è semplicemente colossale. In caso di morte improvvisa tutta questa energia si scatenerebbe: anche in questo caso possiamo dire che non c’è speranza di sopravvivere. Sarebbe come star chiusi in una stalla insieme a un elefante, e tenerlo al guinzaglio: ma molto peggio. Infine, e soprattutto, se la Nuvola viene uccisa e noi abbiamo la fortuna, contro ogni probabilità, di sopravvivere, avremo sempre un disco di gas intorno al Sole. E, come tutti sapete, non sarà un affare piacevole. Comunque lo si guardi, il problema non si risolve. Se ne rende conto, Parkinson?»

«Credo di sì. Me lo diceva Geoff Marlowe un momento fa: lei ragiona sempre secondo la logica, Kingsley, ma questa volta non le serve, le serve la comprensione del prossimo. Vediamo subito l’ultimo punto. Stando a quel che ci ha detto la Nuvola, noi abbiamo motivo di credere che essa rimarrà intorno al Sole per un periodo dai cinquanta ai cento anni. Per quasi tutta l’umanità ciò significa averla in eterno.»

«Non è affatto così. Entro cinquant’anni ci sarà un notevole cambiamento del clima terrestre, ma non così terribile come quello che avremmo se la Nuvola restasse davvero in eterno vicino a noi.»

«Non ne dubito. Le sto dicendo che per la grande maggioranza dell’umanità non conta nulla quel che può accadere fra cinquant’anni, o fra cento, se preferisce. In quanto agli altri due punti voglio discuterli dopo aver ammesso che esistono i gravi rischi di cui lei ha parlato.»

«Allora lei riconosce che il mio ragionamento è valido?»

«Niente affatto. Mi dice una cosa: in quale circostanza lei seguirebbe una linea d’azione che implicasse rischi gravi? No non mi risponda, glielo dico io. Lei seguirebbe una linea d’azione pericolosa, se tutte le altre le sembrassero peggiori.»

«Ma le alternative non sono peggiori: c’era, per esempio, quella di non far nulla, il che non avrebbe implicato alcun rischio.»

«C’era un rischio: che lei diventasse dittatore del mondo.»

«No, giovanotto! Io non ho la stoffa del dittatore. In una cosa sola posso sembrare autoritario: non mi piacciono gli imbecilli. Ho l’aspetto di un dittatore?»

«Sì, Chris,» disse Marlowe. «Non ai nostri occhi,» aggiunse subito in fretta, per timore di vederlo scoppiare, «ma a quelli di Washington forse sì. Quando un uomo comincia a parlare trattandoli da scolaretti deficienti, quando sembra che quest’uomo possieda una potenza fisica sconosciuta, ebbene non puoi meravigliarti se concludono in quel modo.»

«E c’è anche un altro motivo per cui non avrebbero potuto giungere ad altra conclusione,» aggiunse Parkinson. «Le voglio raccontare la storia della mia vita. Io ho frequentato le scuole migliori, pubbliche e private. Queste scuole di solito incoraggiano i ragazzi più svegli a studiare i classici, e questo — non starebbe a me dirlo — fu il caso mio. Ho vinto una borsa di studio a Oxford, dove mi sono distinto, e all’età di ventun anni mi son trovato la testa piena di un sapere che non si può vendere, o che almeno si può vendere solo con grande abilità, e io non sono mai stato molto abile. Perciò sono entrato nella carriera statale, che a poco a poco mi ha portato alla posizione che occupo ora. Morale: se sono entrato in politica l’ho fatto per caso, non per vocazione. E questo accade anche ad altri — non sono un caso unico e non voglio esserlo. Ma noi, gente capitata lì per sbaglio, siamo un’esigua minoranza e di solito non ci danno gli incarichi più importanti. I politici, in grande maggioranza, sono quello che sono perchè vogliono esserlo, perchè a loro piace la luce della ribalta, perchè a loro piace l’idea di governare le massa.»

«Ma questa è una confessione, Parkinson.»

«Capisce quel che voglio concludere?»

«Comincio a intravederlo. Lei vuol dire che la forma mentis di un dirigente politico è tale che non sogna nemmeno la possibilità che a qualcuno dispiaccia l’idea di poter diventare un dittatore.»

«Sì, lo capisco anch’io, Chris,» fece Leicester sogghignando. «Arraffare, ammazzare, senza rispetti umani. C’è proprio da esser contenti.»

«Comincio a vedere un po’ più chiaro, Parkinson.» Kingsley passeggiava su e giù parlando. «Ma ancora non capisco una cosa: perchè la prospettiva di aver noi come dittatori del mondo — prospettiva ridicola, lo sappiamo benissimo — può esser sembrata peggiore di quella terribile che hanno scelto?»

«Per Kremlino perdere potere cosa peggiore,» disse Alexis.

«Alexis come al solito condensa tutto,» rispose Parkinson. «Perdere il potere definitivamente è la prospettiva peggiore per un uomo politico; è una prospettiva che mette tutte le altre in ombra.»

«Parkinson, lei mi sorprende. Davvero. Sa il cielo se ho scarsa stima dei politici, ma non riesco a concepire una persona così meschina da mettere le proprie ambizioni personali al di sopra del destino della specie umana.»

«Oh, caro Kingsley, come capisce poco i suoi simili! Ricorda la frase della Bibbia: <Non sappia la mano destra quello che fa la sinistra.> Ha mai capito che cosa significa? Significa che bisogna tenere le idee in tanti piccoli compartimenti stagni, senza permettere che entrino in rapporto fra di loro e che si contraddicano. Significa che si può andare in chiesa una volta la settimana e abbandonarsi al peccato per gli altri sei giorni. Non creda che qualcuno veda in quei razzi la potenziale distruzione dell’umanità. È più probabile l’inverso: un bel colpo all’invasore che ha già distrutto intere comunità e portato le nazioni più forti vicino al disastro. È la risposta altezzosa delle democrazie alle minacce di un tiranno potenziale. Oh, non scherzo, parlo sul serio. E non dimentichi quel che ha detto Leicester dei rispetti umani.»

«Ma è assolutamente ridicolo.»

«Per noi sì, per loro no. È troppo facile giudicare quel che dicono gli altri secondo la propria mentalità.»

«Le dirò sinceramente, Parkinson. Credo che questo affare l’abbia sconvolto. Non sono poi quello che lei crede. C’è un fatto che lo prova. Come ha saputo di questi razzi? Da Londra, vero?»

«Sì, da Londra.»

«Allora, almeno a Londra c’è ancora un po’ di rispetto umano.»

«Mi dispiace di disilluderla, Kingsley. È vero che non posso dimostrare in pieno quel che sostengo, ma tuttavia questa informazione il governo britannico non ce l’avrebbe mai passata, se avesse potuto accordarsi con gli Stati Uniti e con l’Unione Sovietica. Il fatto è che non abbiamo razzi da lanciare. Forse capirà che il nostro paese avrebbe a soffrire meno degli altri, se lei per ipotesi diventasse davvero padrone del mondo. Non so come lei la pensi, ma la Gran Bretagna sta precipitando giù per la scala delle potenze mondiali. Forse al governo britannico non sarebbe dispiaciuto di vedere gli Stati Uniti, Russia, Cina, Germania e tutti gli altri messi a tacere da un gruppetto di uomini domiciliati in Gran Bretagna. Forse credono di poter ricevere maggior prestigio dalla vostra — o, se preferite, dalla nostra — gloria. E forse credono che, arrivati al dunque, sia possibile cacciar lei nei guai e rimaner loro i veri padroni della situazione.»

«Le parrà strano, Parkinson, ma qualche volta ho creduto di essere il re dei cinici.»

Parkinson sogghignò:

«Una volta tanto, caro Kingsley, lasci che le si parli con quella franchezza a cui da un pezzo avrebbe dovuto essere abituato. Come cinico lei non vale due soldi. In fondo, dico sul serio, lei è un idealista, un sognatore.»

Intervenne la voce di Marlowe.

«Quando avrete finito questa autoanalisi, non vi pare che dovremmo riflettere sul da farsi?»

«Come commedia dì Cecov,» brontolò Alexandrov.

«Ma interessante, e piuttosto acuta,» disse McNeil.

«Oh, non è difficile decidere sul da farsi, Geoff. Dobbiamo chiamare la Nuvola e informarla. Da ogni punto di vista, è l’unica cosa da fare.»

«Ne sei proprio convinto, Chris»

«Certo, impossibile dubitarne. Eccovi il primo motivo, il più egoistico. Se la avvertiamo, la Nuvola non sarà danneggiata, e in questo modo eviteremo il pericolo che ci faccia fuori. Ma nonostante quel che ha detto Parkinson, credo che farei la stessa cosa anche se tale motivo non ci fosse. Può suonare strano, può darsi che la parola non esprima veramente quel che voglio dire, ma credo che sia umano fare così. Ma è una cosa questa che dovremmo decidere di comune accordo, e, se non siamo d’accordo, a maggioranza. Forse ne potremmo parlare per ore, ma credo che ciascuno di noi ci abbia già riflettuto, in queste ultime ore. E proviamo a fare questa votazione. Leicester?»

«Sì.»

«Alexandrov?»

«Avvertire bastardo. Taglieranno gola lo stesso.»

«Marlowe?»

«D’accordo.»

«McNeil?»

«Sì.»

«Parkinson?»

«D’accordo.»

«Parkinson, per pura curiosità, e a rischio di recitare un altro po’ di Cecov, vuol dirmi perchè è d’accordo? Dal primo giorno che ci conoscemmo fino a stamani ho sempre avuto l’impressione che fra noi due ci fosse la staccionata.»

«È vero, perchè avevo un compito da svolgere, e l’ho fatto con la maggiore lealtà possibile. Ma oggi mi sento sciolto da quell’impegno, perchè quell’impegno è soverchiato da un altro più grande e più profondo. Forse sono destinato anch’io a diventare un idealista, un sognatore, ma il caso vuole che mi senta d’accordo con tutto ciò che lei ha detto sul nostro dovere verso la specie umana. E son d’accordo anche su ciò che lei ha detto sull’umanità della nostra azione.»

«Perciò siamo tutti d’accordo: chiameremo la Nuvola e la informeremo dell’esistenza di questi razzi.»

«Non credi che dovremmo consultare anche gli altri?» chiese Marlowe.

Kingsley rispose.

«Può sembrare autoritario da parte mia rispondere di no, Geoff, ma io sarei contrario a un allargamento di questa discussione. Per prima cosa credo che se consultassimo tutti e si dovesse giungere a una decisione contraria, io non l’accetterei — ed ecco che salta fuori davvero il dittatore. Poi c’è anche l’osservazione di Alexis, che finiremo assai probabilmente con la gola tagliata. Ormai ci siamo messi contro tutte le autorità riconosciute; purtroppo lo abbiamo fatto in un modo soltanto comico. Se ci dovessero portare in tribunale, i giudici si metterebbero a ridere e ci rimanderebbero a casa. Ma questa volta è un altro paio di maniche. Se trasmettiamo alla Nuvola una informazione di tale importanza, è chiaro che ci assumiamo una responsabilità gravissima, ed io non voglio che troppa gente sia chiamata ad assumersi questa responsabilità. Per esempio non vorrei che anche Ann dovesse averne colpa.»

«Cosa ne pensa, Parkinson?» chiese Marlowe.

«Son d’accordo con Kingsley. Ricordo che il nostro potere in realtà non esiste. Nulla può impedire alla polizia di venire qua a arrestarci, a suo piacimento. Naturalmente è vero che la Nuvola, forse, ci aiuterebbe, specialmente dopo questo fatto. Ma potrebbe anche non volerci aiutare, forse smetterebbe addirittura di comunicare con la Terra. Corriamo il rischio di rimanere con in mano nient’altro che il nostro bluff, e come bluff bisogna dire che ha funzionato: non c’è da stupirsi se finora l’hanno bevuto. Ma non possiamo continuare in questo inganno per il resto della vita. Inoltre, anche se possiamo contare sull’alleanza della Nuvola, la nostra posizione ha sempre un punto debole. È facile dire: <Io posso far fuori tutto il continente americano>, ma noi sappiamo benissimo che non lo faremo mai. Anche in questo caso avremmo in mano soltanto un bluff.»

Questa osservazione parve gelare il gruppo di scienziati.

«Allora è evidente che dobbiamo tener segreto il fatto che abbiamo comunicato la notizia alla Nuvola. È evidente che il segreto non deve uscire da questa stanza,» osservò Leicester.

«Ma conservare un segreto non è facile come crede lei.»

«Cosa vuol dire?»

«Lei dimentica la comunicazione da Londra. A Londra danno già per scontato che noi informeremo la Nuvola. Andrà tutto bene finchè il bluff regge, ma in caso contrario…»

«Ma se lo danno per scontato, allora avanti. Se siamo già sicuri del castigo, val la pena di commettere il reato,» osservò McNeil.

«Sì, avanti. Abbiamo parlato anche troppo,» disse Kingsley. «Harry, tu dovresti preparare una spiegazione registrata di tutta la questione. Stai pur certo, riceverà soltanto la Nuvola.»

«Be’, Chris, preferirei che facessi tu la registrazione. Tu parli meglio di me.»

«Va bene, cominciamo.»

Dopo quindici ore di trasmissione giunse la risposta dalla Nuvola e Leicester andò a cercare Kingsley.

«Vuol sapere perchè abbiamo permesso una cosa simile. Non è affatto contento.»

Kingsley si recò al laboratorio di trasmissione, prese il microfono e dettò questa risposta:

«In questo attacco noi non entriamo affatto. Pensavo che fosse chiaro il messaggio precedente. Voi conoscete nella sostanza qual è l’organizzazione della società umana, che essa è divisa in numerose comunità distinte, e che nessun gruppo può controllare le attività dell’altro. Non potete quindi ritenere che il vostro arrivo nel sistema solare sia considerato da altri gruppi nella stessa maniera che lo consideriamo noi. Può forse interessarvi sapere che, mandandovi questo avvertimento, mettiamo a grave rischio la nostra sicurezza e forse anche la nostra vita.»

«Gesù! Non devi peggiorare la situazione, Chris. Non ti pare che con questo discorso puoi metterlo di cattivo umore?»

«Non vedo perchè non dovrei farlo. In ogni modo, se la Nuvola vuol proprio vendicarsi ci possiamo almeno permettere il lusso di parlar chiaro.»

Entrarono Marlowe e Parkinson.

«Forse vi interesserà sapere che Chris sta sfottendo la Nuvola,» osservò Leicester.

«Dio mio, non si sarà messo a far la parte di Aiace?»

Parkinson guardò a lungo Marlowe.

«La nostra situazione fa pensare al mito dei greci. Essi credevano che Giove viaggiasse in una Nuvola nera scagliando fulmini. È proprio la nostra situazione.»

«Strano davvero, purchè non finisca, per noi, come una tragedia greca.»

Ma la tragedia era più vicina di quel che credessero.

Giunse la risposta al messaggio di Kingsley.

«Messaggio e giustificazione ricevuti. Da quel che dite presumo che questi razzi non siano stati lanciati da una zona della Terra vicina a quella in cui vi trovate. Se entro pochi minuti. non ho comunicazioni in senso contrario, agirò in base alle decisioni che ho preso. Può interessarvi sapere che ho deciso di invertire, relativamente alla Terra, il moto dei razzi. In ogni caso sarà invertita la direzione del movimento, ma la velocità resterà immutata Questo sarà fatto quando ogni razzo sia rimasto in volo per un numero esatto di giorni. Infine al moto si aggiungerà qualche lieve perturbazione.»

Quando la Nuvola ebbe finito, Kingsley non potè trattenere un fischio.

«Dio mio, che decisione!» disse Marlowe a bassa voce.

«Non ho capito bene,» ammise Parkinson.

«Invertire la direzione dei razzi significa che i razzi stessi compiranno all’inverso la medesima strada, rispetto alla Terra.»

«Vuol dire che colpiranno la Terra?»

«Certo, ma non è tutto; se il moto viene invertito dopo un numero esatto di giorni, i razzi impiegheranno un numero esatto di giorni per compiere all’inverso la strada che hanno già fatto: in tal modo colpiranno la Terra nel punto esatto da cui sono stati lanciati.»

«E perchè questo?»

«Perchè dopo un numero esatto di giorni la Terra sarà nello stesso punto di rotazione.»

«E perchè questa storia del <relativamente alla Terra>?»

«Per tener conto dello spostamento della Terra intorno al Sole,» disse Leicester.

«E del moto del Sole intorno alla Galassia.» aggiunse Marlowe.

«E ciò significa che i razzi cadranno addosso a chi li ha lanciati. Santi numi, è il giudizio di Salomone.»

Kingsley li stava a sentire, alla fine disse:

«C’è un’altra cosa, Parkinson. La Nuvola ha parlato di lievi perturbazioni, ciò significa che non possiamo sapere dove cadranno esattamente. Lo sappiamo solo con approssimazione di qualche centinaio di miglia, forse di un migliaio. Mi dispiace, Geoff.»

Kingsley non ricordava che il viso di Marlowe fosse tanto vecchio.

«Avrebbe potuto andar peggio; possiamo consolarci, pensando che dopotutto l’America è un grande paese.»

«Be’, bisogna rinunciare all’idea del segreto,» osservò Kingsley. «Non ho mai creduto al segreto, e ora ne faccio esperienza a mie spese. È un altro giudizio di Salomone.»

«E perchè dici che il segreto è impossibile?»

«Be’, Harry, dobbiamo avvertire Washington. Se fra tre giorni 100 bombe H cadranno sugli Stati Uniti, almeno mettiamoli in grado di far allontanare la gente dalle grandi città.»

«Ma se lo facciamo, avremo tutto il mondo contro.»

«Lo so, eppure bisogna correre il rischio. Che ne pensa, Parkinson?»

«Penso che lei abbia ragione, Kingsley. Dobbiamo avvertirli. Ma non facciamo errori, perchè sarà una posizione disperata. Bisogna che il nostro bluff funzioni, altrimenti…»

«Ma non ci fasciamo la testa prima di aver ricevuto la bastonata. Per prima cosa mettiamoci in contatto con Washington. Credo che possiamo fidarci di loro, e che passino la notizia ai russi.»

Kingsley azionò il trasmettitore da dieci centimetri, ma Marlowe lo fermò.

«No, Chris, non posso permetterlo, voglio essere io a farlo. Mi rimarrebbe sulla coscienza.»

«Sarà un brutto affare, Geoff, ma se proprio vuoi, allora avanti. A te l’incarico, ma ricorda che, se hai bisogno d’aiuto, siamo qui.»

Kingsley, Parkinson e Leicester lasciarono solo Marlowe ed egli spedì il messaggio in cui si riconosceva colpevole del più alto tradimento — o almeno di quello che a un tribunale terrestre doveva sembrare alto tradimento.

Tre quarti d’ora dopo, quando tornò dagli amici, Marlowe era pallido e sconvolto.

«Non l’hanno gradito,» riuscì a dire.

Il governo americano e quello russo gradirono ancor meno la bomba H che due giorni dopo spazzò la città di El Paso; un’altra cadde a sud-ovest di Chicago e una altra ancora nei sobborghi di Kiev. Gli Stati Uniti tentarono in fretta di disperdere la popolazione delle grandi città, ma non potevano, ovviamente, riuscirvi in pieno e più di 250.000 persone rimasero uccise. Il governo russo non si curò di avvertire il popolo, di conseguenza vi furono più morti a Kiev che nelle due città americane.

Si rimpiange una vita quando si è persa per «volontà di Dio», ma non si scatenano in questo caso le nostre più selvagge passioni. Ben diversamente avviene quando la morte dipende da un gesto deliberato dell’uomo. Importante in questo caso l’aggettivo «deliberato». Un solo assassinio deliberato può produrre reazioni più violente che diecimila incidenti stradali. Facile quindi comprendere perchè quel mezzo milione di persone uccise dalle bombe H fece sui governi del mondo maggiore impressione che le sciagure ben più gravi avvenute nel periodo del grande caldo e nel susseguente periodo del grande freddo. Allora si era pensato alla «volontà di Dio». Ma soprattutto agli occhi del governo americano, quello delle bombe H fu assassinio, assassinio su scala gigantesca, perpetrato da un gruppetto di disperati i quali, per soddisfare le proprie insaziabili ambizioni, si erano alleati con quella cosa in cielo. Quegli uomini erano colpevoli di tradimento contro la specie umana. Da allora in poi gli uomini di Nortonstowe furono segnati a dito.

12

La partenza

È strano: anche se l’episodio delle bombe H creò a quelli di Nortonstowe una schiera di nemici aspri e implacabili, la posizione di Kingsley e dei suoi amici, almeno per il momento, ne risultò assai rafforzata. L’inversione del moto dei razzi aveva fornito una prova tremenda della potenza della Nuvola. Ormai nessuno dubitava che, se quelli di Nortonstowe l’avessero sollecitata, la Nuvola poteva scatenare distruzioni terribili. A Washington osservarono che, seppure agli inizi c’era stato qualche dubbio sulla volontà della Nuvola di mettersi dalla parte di Kingsley, ormai i dubbi erano impossibili. Si pensò anche di distruggere Nortonstowe per mezzo di un razzo intercontinentale. In questo caso si dava per scontata l’opposizione del governo britannico, ma poi si rinunciò a quell’idea, soprattutto perchè pareva sospetto l’atteggiamento del governo britannico stesso. Qualcuno fece osservare che non era possibile lanciare un razzo con quella precisione; e un errore nel lancio avrebbe provocato rappresaglie terribili e immediate.

Altra stranezza: non c’era dubbio che il bluff era più forte che mai; ma tuttavia quelli di Nortonstowe, o almeno i pochi che conoscevano la situazione, non ne furono affatto sollevati. A conoscere la situazione ora c’era anche Weichart. Era appena guarito da un forte attacco di influenza, che lo aveva messo a terra nei giorni critici. Ma, con la sua mente sempre attenta e vigile, aveva annusato la sostanza dei fatti. Un giorno impegnò con Alexandrov una discussione che agli altri parve divertente. Un fatto insolito, perchè erano ormai finiti i giorni spensierati di qualche tempo prima, e non sarebbero tornati mai più.

«A me pare che quelle perturbazioni nel moto dei razzi siano state fatte apposta,» cominciò Weichart.

«Perchè dici questo, Dave?» chiese Marlowe.

«Ecco, ci son poche probabilità che cento e più razzi lanciati a caso colpiscano tre città. Perciò ne concludo che il moto dei razzi non fu perturbato a caso. Ritengo che siano stati condotti deliberatamente, per colpire un bersaglio.»

«Avrei un’obbiezione da fare,» rispose McNeil. «Se i razzi furono guidati deliberatamente, perchè solo tre avrebbero colpito il bersaglio?»

«Forse perchè soltanto tre furono guidati, o forse perchè la guide non è stata perfetta. Non saprei.»

Alexandrov fece una risatina di scherno.

«Sciocchezza,» asserì.

«Cosa intendi per sciocchezza?»

«Inventi sciocchezza, come questa. Giocatore colpisce palla. Palla cade su cespuglio d’erba, così. Probabilità palla caduta su cespuglio molto piccola, molto piccola. Milioni altri cespugli per cadere palla. Probabilità molto piccola, molto, molto, molto piccola. Così giocatore non colpito palla, ma deliberatamente guidata su cespuglio. Sciocchezza. Sì? Come discorso di Weichart.»

Fu questo il discorso più lungo che avessero mai sentito da Alexandrov.

Ma Weichart non era tipo da lasciarsi contraddire. Quando ebbero smesso di ridere tornò all’attacco.

«A me par chiaro. Se i razzi erano guidati, è probabile che dovessero colpire il bersaglio; o almeno ciò è più probabile che se si fossero mossi a caso. Ora, poichè hanno colpito il bersaglio, mi pare più probabile che fossero guidati.»

Alexandrov fece un gesto retorico.

«Sciocchezza, no?»

«Alexis vuol dire,» spiegò Kingsley, «che non abbiamo alcun motivo per supporre che la Nuvola avesse un qualche bersaglio da colpire. Nell’esempio del giocatore e della palla, l’errore che Alexis vuole indicare è questo: perchè scegliere un cespuglio d’erba particolare come bersaglio, quando è chiaro che il giocatore non lo ha considerato bersaglio nel momento in cui lanciava la palla.»

Il russo annuì.

«Posso dire cosa è bersaglio prima di colpo non dopo colpo.»

«Infatti la scienza vale solo per le predizioni che riesce a darci.»

«Giusto, accidenti. Weichart prevede razzi guidati. Bene, domandiamo Nuvola. Solo modo di decidere. Non possiamo decidere discutendo.»

E questa frase di Alexandrov li fece riflettere su un fatto preoccupante.

Dopo il lancio dei razzi era cessata ogni comunicazione con la Nuvola, e nessuno se la sentiva di provare a chiamarla.

«Non credo che alla Nuvola piacerebbe questa domanda. Ho l’impressione che si sia adirata,» osservò Marlowe.

Ma Marlowe si sbagliava: se ne accorsero un paio di giorni dopo. Giunse un messaggio, con loro grande sorpresa, per informarli che la Nuvola entro dieci giorni si sarebbe mossa dal sistema solare.

«Incredibile,» disse Leicester a Parkinson e a Kingsley. «Pareva che la Nuvola dovesse restare per almeno cinquant’anni, e forse per più di cento.» Parkinson era preoccupato.

«Direi che la prospettiva è triste per noi. Quando la Nuvola se ne sarà andata, per noi è finita. Non ci sarà tribunale al mondo disposto a difenderci. Per quanto tempo ancora possiamo comunicare con la Nuvola?»

«Oh, se dipendesse solo dalla forza dei trasmettitori, potremmo tenerci in contatto per venti anni e più, anche se la Nuvola accelera la sua velocità. Ma secondo quanto ci ha detto, non potremo mantenere il contatto mentre essa accelera. In quel momento le condizioni elettriche delle sue parti esterne saranno assai agitate. Ci sarà troppo <chiasso’ elettrico, e così le trasmissioni risulteranno impossibili. Non possiamo sperare di trasmettere, fino a che non sia terminato il processo di accelerazione, un processo che può durare diversi anni.»

«Santo cielo, Leicester, vuol dire che ci restano soli dieci giorni, e poi per anni e anni non potremo far nulla?

«Proprio così.»

Parkinson era disfatto.

«Allora è finita, cosa possiamo fare?»

Finalmente parlò Kingsley.

«Molto poco. Ma almeno possiamo cercar di scoprire perchè la Nuvola ha deciso di andarsene. Pare che abbia cambiato idea improvvisamente, e quindi ci deve essere un motivo grave. Credo che valga la pena di cercare di scoprirlo. Sentiamo cosa ha da dire.»

«Forse non ci risponderà nemmeno,» disse Leicester con aria tetra.

Invece la risposta arrivò.

«È difficile per me rispondere alla vostra domanda, perchè la risposta implica un ambito di esperienza del quale nè voi nè io sappiamo nulla. Nei nostri precedenti colloqui non abbiamo discusso la natura delle credenze religiose degli uomini. A me parvero assai illogiche, e comprendendo che anche voi le considerate tali, non mi parve utile prenderle in considerazione. Grosso modo la religione tradizionale, così come molti uomini l’accettano, è un tentativo illogico di concepire entità esterne all’universo. Poichè l’universo comprende tutto, è chiaro che nulla può esserci al di fuori di esso. L’idea di un <dio> che crea l’universo è un’assurdità di tipo meccanicistico, chiaramente derivata dal fatto che l’uomo costruisce macchine. Credo che su tutto questo possiamo essere d’accordo.

«Tuttavia restano molti problemi misteriosi. Forse vi siete chiesti se possa esistere un’intelligenza più grande della vostra. Ora lo sapete. Similmente io mi chiedo se possa esistere un’intelligenza più grande della mia. Non ce n’è nella Galassia, e nemmeno nelle altre galassie, che io sappia. Tuttavia mi sembra che ci sia la prova di una intelligenza massima, la quale abbia parte rilevantissima nella nostra esistenza. Altrimenti chi stabilisce il comportamento della materia? Chi determina le leggi della fisica? E perchè quelle leggi, e non altre?

«Questi problemi sono di difficoltà immensa, tanto che nemmeno io sono riuscito a risolverli. Una cosa è chiara: questa intelligenza, se esiste, non può avere limiti nè spaziali nè temporali.

«Ho detto che questi problemi sono di difficoltà estrema: eppure c’è la prova che la soluzione esiste. Circa duemila milioni di anni fa uno di noi affermò di averla trovata.

«La notizia della soluzione fu trasmessa, ma prima di potere riceverla, la trasmissione fu interrotta bruscamente. Tentarono di ristabilire i contatti con quell’individuo, ma senza riuscirvi. Anzi, di quell’individuo non si trovò più traccia fisica.

«Gli stessi fatti accaddero di nuovo circa quattrocento milioni di anni fa. Lo ricordo bene perchè fu poco dopo la mia nascita. Ricordo di aver ricevuto un messaggio trionfante; si era trovata la soluzione dei massimi problemi. Aspettai con grande ansia, ma nemmeno questa volta giunse la soluzione. E nemmeno questa volta si trovò più traccia di quell’individuo.

«Gli stessi fatti si stanno ripetendo ancora una terza volta. L’individuo che sostiene di aver fatto la grande scoperta si trova a poco più di due anni luce da qui. Io sono l’essere a lui più vicino, ed è quindi necessario che parta senza indugio. Ecco il motivo della partenza.»

Kingsley afferrò il microfono.

«Che cosa sperate di scoprire, una volta giunto sul posto? Avete riserve sufficienti di alimentazione?»

Arrivò la risposta.

«Grazie per la premura. Ho una riserva di alimenti chimici. Non grande, ma sufficiente, purchè viaggi a velocità massima. Avevo pensato di rimandare la partenza per un certo numero di anni, ma in queste circostanze un indugio non è giustificato. Spero di riuscire a risolvere una vecchia controversia. Qualcuno ha affermato — ma a me non sembra plausibile — che questi singolarissimi eventi derivano da una condizione neurologica abnorme, alla quale segue il suicidio. Non è insolito che il suicidio prenda la forma di grande esplosione nucleare, che provoca la disgregazione completa dell’individuo. Se fosse accaduto questo, potremmo spiegarci perchè in questi strani casi non fu possibile trovare traccia materiale degli individui scomparsi.

«Nel caso attuale io dovrei poter verificare questa teoria: l’incidente infatti, qualunque esso sia, è stato così vicino che posso raggiungere il luogo in due o trecento anni appena. È un tempo così breve che, se c’è stata l’esplosione, i frantumi non dovrebbero essere ancora dispersi completamente.»

Alla fine del messaggio Kingsley volse gli occhi in giro.

«Ragazzi, forse questa è l’ultima nostra occasione per far domande. Sarà bene prepararne una lista. Avete qualcosa da proporre?»

«Ecco, vorrei sapere cosa è successo a quegli individui, se non hanno commesso un suicidio? Chiedigli quel che pensa,» fece Leicester.

«Dovremmo anche sapere se abbandonerà il sistema solare in modo da non danneggiare la Terra,» osservò Parkinson.

Marlowe annuì.

«Giusto. A me pare che ci siano tre possibili inconvenienti:

1. essere colpiti da uno di quei lanci di gas, quando la Nuvola inizia l’accelerazione;

2. che la nostra atmosfera si mescoli con la Nuvola e se ne parta;

3. che il calore eccessivo ci arrostisca; calore eccessivo che può derivare o dalla troppa riflessione della luce solare sulla superficie della Nuvola — quel che è successo nell’epoca del grande caldo — o dall’inerzia liberata nel processo di accelerazione.»

«Benissimo. Facciamo le domande.»

La risposta della Nuvola superò decisamente le loro più rosee speranze.

«Ci ho pensato con molta attenzione,» disse, «voglio creare uno schermo per proteggere la Terra durante le fasi iniziali dell’accelerazione. L’accelerazione sarà assai più violenta della decelerazione. Sarà quindi necessario che il materiale schermante si muova intorno al Sole, e la luce, per una quindicina di giorni, scomparirà; ma credo che questo non possa causarvi danno permanente. Durante gli ultimi stadi della mia partenza vi sarà certamente una certa quantità di riflessioni della luce solare, ma non in misura eccessiva: non quanto al tempo del mio arrivo.

«È difficile darvi una risposta all’altra domanda, che possa esservi comprensibile, d ate le con dizioni attuali della vostra scienza. A dirla così all’ingrosso, pare che vi siano dei limiti di natura fisica alla qualità delle informazioni che si possono scambiare tra un’intelligenza e l’altra. Sospetto che esista una barriera assoluta per quanto riguarda l’invio di notizie sui massimi problemi. Mi sembra che l’intelligenza che tenta di comunicare tali informazioni venga ingoiata dallo spazio; cioè lo spazio si richiude su di essa, in modo tale che non è più possibile comunicare con altri individui di una gerarchia simile.»

«Tu lo capisci, Chris?» chiese Leicester.

«No. Ma c’è un’altra domanda che voglio porre.»

Ed ecco la domanda di Kingsley:

«Avrete notato che non abbiamo mai tentato di chiedervi notizie su teorie e fatti fisici che a noi sono ignoti. Tale omissione non dipende da mancanza di interesse; nè pensavamo di avere la possibilità di chiedervelo più avanti. Ora è chiaro che tale possibilità non ci sarà più. Cosa ci proponete per impiegar meglio il poco tempo che ci resta?»

Ecco la risposta:

«È una questione a cui ho già pensato. C’è una difficoltà fondamentale. Tutte le discussioni si sono svolte finora nella vostra lingua. Mi sono quindi limitato alle idee che siano comprensibili, pur se espresse in tale lingua: cioè mi sono limitato alle cose che già conoscete. Se non imparate, almeno in parte, la mia lingua, non è possibile la trasmissione di conoscenze radicalmente nuove.

«Ciò solleva due problemi, uno di natura pratica e l’altro di natura vitale: cioè se il cervello umano possiede un’adeguata capacità neurologica. Non so rispondere a quest’ultima domanda. Ma ritengo per qualche motivo che mi sia lecito un certo ottimismo. Le spiegazioni che di solito si presentano per giustificare l’esistenza di uomini di genio superiore, mi sembrano certamente sbagliate. Il genio non è un fenomeno biologico. Un bambino non possiede genio, al momento della nascita: il genio si apprende. I biologi che sostengono il contrario ignorano persino i fatti che riguardano la loro scienza. Non sanno cioè che la specie umana non è selezionata per il genio; d’altra parte non c’è prova alcuna che il genio si trasmetta da padre in figlio.

«La rarità del genio si spiega con la teoria delle probabilità. Il bambino, prima di raggiungere l’età adulta, deve imparare molte cose. Operazioni come le moltiplicazioni dei numeri si possono apprendere in diversi modi. Cioè il cervello può svilupparsi in molteplici direzioni, che portano tutte alla capacità di moltiplicare i numeri, ma non tutte con la stessa facilità. Quelli che si sviluppano in maniera positiva li definiamo <buoni> in aritmetica, quelli che invece si sviluppano in maniera negativa sono detti <lenti> in aritmetica. Ebbene, che cosa determina la maniera in cui si sviluppa una certa persona? Soltanto il caso. E il caso spiega la differenza tra il genio e il deficiente. Genio è colui che ha avuto fortuna in tutti questi processi di apprendimento. Il deficiente è il contrario; e la persona normale, è quella che non ha avuto nè fortuna nè sfortuna particolare.»

«Temo di essere troppo deficiente per comprendere le cose di cui sta parlando. C’è qualcuno che me le sappia spiegare?» osservò Parkinson appena ci fu una pausa nella trasmissione.

«Be’, ammesso che l’apprendimento possa avvenire in numerose forme, alcune delle quali migliori delle altre, bisogna concludere che la questione è tutta in mano al caso. Per fare un esempio, è come il totocalcio. Se il cervello deve svilupparsi fino al più alto grado di efficienza non in un processo di apprendimento solo, ma in una dozzina di processi simili, le probabilità che ne venga fuori un genio sono pari a quelle di azzeccare la schedina giusta.»

«Capisco. Si spiega così la ragione per cui il genio è così raro,» spiegò Parkinson.

«Sì, è raro — e forse anche di più — come è raro vincere al totocalcio una grossa somma. E spiega anche il motivo per cui un genio non può trasmettere le sua capacità a un figlio. La fortuna non è mai caratterizzata dall’ereditarietà.»

Ma la Nuvola riprese il suo messaggio.

«Da tutto questo deriva che il cervello umano è sostanzialmente capace di prestazioni assai migliori, purchè l’apprendimento si svolga sempre nella maniera più giusta. E proprio questo vorrei proporvi. Qualcuno di voi dovrebbe cercare di apprendere il mio metodo di pensiero, e usarlo nella maniera più profittevole. È evidente che il processo di apprendimento non può svolgersi nel vostro linguaggio: pertanto la comunicazione dovrà procedere in un modo assai diverso. Dei vostri organi sensori, il più adatto a ricevere informazioni complete è l’occhio. È vero che quasi mai voi usate gli occhi nel linguaggio ordinario, ma soprattutto con gli occhi il bambino si crea il quadro del mondo complesso che lo circonda. Ecco perchè intendo aprirvi, per mezzo degli occhi, un mondo nuovo.

«Non mi occorrono mezzi complessi. Ora ve li descriverò.»

Seguirono certi particolari tecnici di cui Leicester prese nota. Quando la Nuvola ebbe finito Leicester osservò:

«Be’, non sarà difficile. Basta un certo numero di circuiti filtranti e una batteria intera di schermi a raggi catodici.»

«Ma come riceveremo la trasmissione?» chiese Marlowe.

«Naturalmente per radio, e poi attraverso i circuiti che filtrano le varie parti dei messaggi e l’indirizzano ai diversi schermi.»

«Dovrà esserci una cifra per ogni filtro.»

«Certo. In tal modo si potrà dare un certo ordine agli schermi: tuttavia non so ancora cosa ne ricaveremo.»

«Meglio cominciare. Il tempo stringe,» disse Kingsley.

Nelle successive ventiquattro ore il morale migliorò a Nortonstowe. Il gruppo che si riunì davanti al nuovo impianto, la sera seguente, era, entro certi limiti, formato da gente soddisfatta.

«Comincia a nevicare,» osservò Barnett.

«Mi sembra che dovremo aspettarci una brutta invernata, a parte quei quindici giorni di gelo e di buio,» fece Weichart.

«Servirà a qualcosa questa pantomima?

«Non lo so. Non vedo cosa possiamo sperar di cogliere, stando a guardare questi schermi.»

«Nemmeno io.»

Il primo messaggio della Nuvola fu piuttosto confuso.

«Sarà bene, almeno da principio, che ascolti una sola persona. Più tardi, forse potrò istruire anche gli altri.»

«Ma io pensavo che ci sarebbe stata una seduta plenaria,» osservò qualcuno.

«No, è giusto,» fece Leicester. «Se guardate bene vi accorgete che gli schermi sono orientati in modo da adattarsi a una persona che stia seduta proprio su questa sedia. Su questo punto ci ha dato istruzioni precise. Non so cosa significhi ma spero che tutto sia a posto.?»

«Allora, a quanto pare, dovremo chiedere chi si offre volontario,» esclamò Marlowe. «Chi è il primo?»

Ci fu una lunga pause di silenzio imbarazzante. Poi parlò Weichart.

«Se gli altri si vergognano, mi offro io di far da cavia.»

McNeil lo fissò.

«C’è una cosa, Weichart. Si rende conto che quest’affare forse implica un certo pericolo? Le è chiaro questo, no?»

Weichart si mise a ridere.

«Non si preoccupi. Non è la prima volta che me ne sto per qualche ora a guardare uno schermo a raggi catodici.»

«Benissimo, allora, se vuol provare, si accomodi pure.»

«Attento alla sedia, Dave, forse Harry ci ha inserito la corrente,» fece Marlowe ridendo.

Poco dopo sugli schermi cominciarono a lampeggiare delle luci.

«Joe ha cominciato,» disse Leicester.

Era difficile dire se quelle luci avessero una qualche forma significativa.

«Che cosa dice, Dave? Ricevi il messaggio?» chiese Barnett.

«No, non capisco,» osservò Weichart allungando una gamba. «È un rompicapo incomprensibile. Ma io cerco di tirarne fuori un significato.»

Passava il tempo, e gli altri ormai non s’interessavano più di quelle luci lampeggianti. Chiacchieravano fra di loro e Weichart rimase solo a guardare. Alla fine Marlowe gli chiese:

«Come va, Dave?»

Non rispose.

«Ehi, Dave, che succede?»

Silenzio assoluto.

«Dave!»

Marlowe e McNeil si avvicinarono a Weichart.

«Dave, perchè non rispondi?»

McNeil gli toccò la spalla, ma nemmeno allora egli rispose. Si accorsero che i suoi occhi fissavano un gruppo di schermi e poi rapidamente si spostavano su un altro gruppo.

«Che succede, John?» chiese Kingsley.

«Pare che sia in una sorta di stato ipnotico. Pare che non abbia altra sensibilità che quella visiva, e tutta assorbita da quegli schermi.»

«Possibile?»

«Eppure non è un fatto nuovo che uno stato di ipnosi sia indotto grazie ad un mezzo visivo.»

«E credi che l’induzione sia volontaria?»

«Mi pare più che probabile. Non posso credere che sia avvenuta per caso. Guardagli gli occhi. Guarda come si muovono. Non è un caso. Sembra un fatto deliberato.»

«Chi l’avrebbe mai detto che Weichart fosse un buon soggetto per un ipnotizzatore?»

«Nemmeno io l’avrei creduto. È una cosa formidabile, singolarissima.»

«Come sarebbe?» chiese Marlowe.

«Ecco: un ipnotizzatore comune si servirebbe di mezzi visivi per indurre uno stato ipnotico, ma non userebbe mai tali mezzi soltanto per trasmettere una notizia. L’ipnotizzatore parla al soggetto, lo informa cioè mediante le parole. Ma qui non ci sono parole. Ecco perchè mi sembra tanto strano.»

«Avrebbe dovuto avvertirne Dave. Sapeva, McNeil che sarebbe successo tutto questo?»

«No, almeno nei particolari. Ma i più recenti sviluppi della neurofisiologia hanno dimostrato gli stranissimi effetti che si producono quando la luce colpisce l’occhio a una velocità prossima a quella del cervello; del resto è evidente che la Nuvola non poteva fare quanto aveva promesso senza causare qualcosa di strano.»

Kingsley si avvicinò alla sedia.

«Credete che occorra fare qualcosa? Non so, portarlo via. Potremmo farlo.»

«Non lo consiglierei, Chris, potrebbe dibattersi, con nostro pericolo. Tutto sommato è meglio lasciarlo stare. Guardate come tiene gli occhi sbarrati. Certo, io gli starò vicino, ma voi potete andarvene. Lasciate con me qualcuno che, se necessario, possa portarvi le notizie… Stoddard, per esempio… e poi, se succede qualcosa, vi mando a chiamare.»

«Benissimo. Se hai bisogno di noi, saremo pronti,» convenne Kingsley.

In verità nessuno voleva lasciare il laboratorio, ma capirono che quel che diceva McNeil era giusto.

«Sarebbe un bel guaio se restassimo tutti ipnotizzati,» osservò Barnett. «Spero solo che al vecchio Dave vada tutto bene,» aggiunse poi preoccupato.

«Forse avremmo dovuto staccare i contatti. Ma secondo McNeil poteva anche esser pericoloso. Uno choc, suppongo,» disse Leicester.

«Mi chiedo quali informazioni stia ricevendo Dave,» fece Marlowe.

«Be’, credo che lo sapremo presto. È poco probabile che la Nuvola vada avanti per parecchie ore. Non lo ha mai fatto prima,» osservò Parkinson.

Invece la trasmissione fu lunga. Dopo alcune ore ognuno si ritirò in camera sua.

«In questo modo non diamo nessun aiuto a Dave e perdiamo anche una buona occasione per dormire. Vado a buttarmi sul letto per un paio d’ore,» disse Marlowe; e quello era il parere di tutti.

Fu Stoddard a svegliare Kingsley.

«Il dottore la vuole, dottor Kingsley.»

Kingsley vide che Stoddard e McNeil erano riusciti a portare Weichart in una camera; l’avventura era finita, almeno per il momento.

«Che succede, John?»

«Non mi piace affatto, Chris. La temperatura cresce rapidamente. Non serve a nulla che tu lo vada a vedere. Sta delirando, e forse ha 40 di febbre.»

«Secondo te di che si tratta?»

«Impossibile dirlo: mai visto un caso simile. Se non sapessi come sono andate le cose, direi che Weichart soffre di una infiammazione dei tessuti cerebrali.»

«È una cosa seria.»

«Molto seria. Non possiamo farci nulla; tuttavia pensavo che tu volessi sapere.»

«Certo. Hai un’idea della possibile causa?»

«Be’, direi che si tratta di lavoro eccessivo, di uno sforzo troppo grande del sistema neurologico, a cui i tessuti non resistono. Ma, ti ripeto, è solo una mia idea.»

La temperatura di Weichart continuò a crescere per tutto il giorno. Nel tardo pomeriggio morì.

Per motivi professionali McNeil avrebbe voluto compiere l’autopsia, ma considerando i sentimenti degli altri decise di non farla. Se ne restò solo a pensare tristemente che avrebbe dovuto prevedere la tragedia e far qualcosa per impedirla. Ma non l’aveva previsto; non aveva previsto nemmeno quel che doveva succedere di lì a poco. La prima ad avvertirlo fu Ann Halsey. Pareva impazzita quando gli si avvicinò.

«John, devi fare qualcosa. Chris. Si ammazzerà.»

«Cosa?»

«Sta rifacendo l’esperienza di Dave Weichart. Per ora ho cercato di convincerlo, ma non ha voluto darmi retta. Dice che avvertirà la Nuvola di andare più piano; dice che la velocità ha ucciso Dave. È vero?»

«Può darsi. Non lo so di sicuro, ma è possibile.»

«Dimmi la verità, John, c’è qualche speranza?»

«Può darsi. Ma non ne so abbastanza per darti un parere preciso.»

«E allora devi fermarlo.»

«Ci proverò. Vado subito a parlargli. Dov’è?»

«In laboratorio. Ma parlare non serve. Bisogna costringerlo con la forza. È l’unica maniera.»

McNeil corse al laboratorio di trasmissione. La porta era chiusa a chiave ed egli cominciò a battere coi pugni. Si sentì, debole, la voce di Kingsley.

«Chi è?»

«McNeil. Fammi entrare.»

Si aprì la porta; entrando McNeil vide che l’apparecchio era in funzione.

«Me lo. ha detto Ann, Chris. Non ti pare che sia una sciocchezza, specie dopo la morte di Weichart?»

«Non credere che questa idea mi vada a genio. Ti assicuro che la vita piace a me come a qualsiasi altro. Ma bisogna farlo, e farlo subito. Fra poco più di una settimana non ci sarà più quest’occasione, e gli uomini non si possono permettere di perdere un’occasione simile. Dopo la morte del povero Weichart, era poco probabile che un altro volesse tentare, allora mi son fatto avanti io. Non sono di quei tipi coraggiosi che guardano il pericolo senza scomporsi. Se c’è un lavoro rischioso, non ci sto a pensare: lo faccio e basta.»

«È vero questo, ma accidenti a chi giovi?»

«Questo è un discorso assurdo, e tu lo sai. La posta è altissima, tanto alta che val la pena di vincere. Questo è il primo fatto. Il secondo fatto è che forse le mie probabilità sono maggiori. Ho già parlato alla Nuvola e le ho detto di rallentare. Lei è d’accordo. Del resto sei stato tu a dire che avremmo potuto evitare il peggio.»

«Avremmo potuto, ma era possibile anche il contrario. Oltretutto, se riesci a evitare la tragedia di Weichart, può darsi che ci siano altri pericoli che ignoriamo.»

«E allora? La mia esperienza servirà a illuminarti, e sarà più facile tentare per qualcun altro, come è più facile per me che per Weichart. Non serve a nulla, John. Ho deciso, e tra qualche minuto comincio.»

McNeil capì che era impossibile convincere Kingsley.

«Va bene,» gli disse, «ma spero che non ti dispiacerà se io resto qui con te. A Weichart sono occorse dieci ore. A te ne occorreranno di più, e bisognerà alimentarti, perchè il cervello deve ricevere sangue nella misura necessaria.»

«Ma io non posso fermarmi per mangiare! Non capisci come stanno le cose? Si tratta di imparare tutto un nuovo mondo di conoscenze in una lezione sola.»

«Non sto dicendo che tu ti debba fermare per i pasti. Ti farò delle iniezioni, di tanto in tanto. Se pensi alle condizioni di Weichart, è chiaro che non te ne accorgerai neppure.»

«Oh, non me ne importa. Inietta pure e stai contento. E ora scusami, devo cominciare.»

È inutile raccontare quel che successe, perchè fu tutto come nel caso di Weichart. Peraltro la condizione ipnotica durò di più, quasi due giorni. Alla fine, seguendo gli ordini di McNeil, lo portarono a letto. Poco dopo si presentarono gli stessi sintomi di Weichart. La temperatura salì: 39… 39 e mezzo… 40. Ma qui si fermò, e dopo qualche ora cominciò lentamente a decrescere, mentre crescevano le speranze di tutti quelli che stavano intorno al suo letto: soprattutto McNeil e Ann Halsey che non lo abbandonarono un minuto, e Marlowe, Parkinson e Alexandrov.

Kingsley riprese coscienza circa 36 ore dopo la fine della trasmissione. Per qualche minuto il suo viso mutò espressione continuamente. Espressioni note agli amici, espressioni nuove che nessuno gli aveva mai visto. Lo aspetto più terribile della crisi di Kingsley si manifestò all’improvviso. Cominciò con una serie incontrollata di contrazioni del volto e di parole incoerenti. Dalle parole alle grida, poi alle urla selvagge.

«Dio mio, è in preda a un attacco,» esclamò Marlowe.

L’attacco cessò quando McNeil gli ebbe praticato una iniezione; poi invitò gli altri a lasciarlo solo con l’ammalato. Per tutta la giornata gli altri sentirono giungere dalla stanza urla soffocate che si placavano solo con altre iniezioni.

Marlowe riuscì a convincere Ann Halsey, e nel pomeriggio fecero una passeggiata insieme. Per Marlowe fu la passeggiata più difficile della sua vita.

A sera, mentre se ne stava seduto, con la faccia triste, nella sua stanza, entrò McNeil: era disfatto e aveva gli occhi cerchiati.

«È andato,» fece l’irlandese.

«Dio mio, che tragedia terribile, inutile.»

«Sì, e più grande di quel che tu non creda.»

«Come sarebbe?»

«Per poco non si è salvato. Nel pomeriggio è stato benissimo per quasi un’ora, e mi ha detto qual era il suo male. Ce l’aveva fatta, e col passare dei minuti era sempre più convinto che ormai aveva vinto. Purtroppo no. C’è stato un altro attacco che lo ha ucciso.»

«Ma qual è la causa?»

«Una cosa ovvia, avremmo dovuto prevederla. Non avevamo tenuto conto dell’enorme quantità di materia nuova che la Nuvola gli ha cacciato nel cervello. Ciò implica un vasto mutamento della struttura dei circuiti elettrici nel cervello, un mutamento di resistenze su vasta scala, e così via.»

«Insomma una specie di gigantesco lavaggio del cervello.»

«No. Questo è il punto. Non c’è stato lavaggio. Non sono stati eliminati i vecchi metodi di funzionamento del cervello. Son rimasti tali e quali, ma accanto ad essi se ne sono stabiliti altri nuovi. E tutti e due, vecchi e nuovi, hanno funzionato simultaneamente.»

«Insomma è come se la mia conoscenza scientifica fosse entrata improvvisamente nel cervello di un greco antico.»

«Sì, ma forse in misura ancora più acuta. Immagina le contraddizioni terribili che sorgerebbero nel cervello del tuo povero greco, abituato a credere che la Terra sia al centro dell’universo e mille altri anacronismi, se all’improvviso fosse investito da tutta la tua scienza.»

«Capisco che deve essere tremendo. Del resto anche se una sola delle nostre idee scientifiche si dimostra falsa, noi entriamo in crisi.»

«Sì, pensa a una persona religiosa che all’improvviso perde la fede; che cioè avverte una contraddizione tra le idee religiose e quelle non religiose. La crisi nervosa è inevitabile. Ebbene, l’esperienza di Kingsley è stata mille volte peggiore. È rimasto ucciso dalla pura violenza della sua attività nervosa.»

«Ma tu hai detto che quasi ce l’aveva fatta.»

«Sì, è vero. Kingsley aveva capito qual era il suo male e perciò aveva studiato un mezzo per vincerlo. Forse il mezzo era questo: fare in modo che le cose nuove scacciassero sempre le vecchie, ogni volta che fra le prime e le seconde sorgeva il conflitto. Sono stato a guardarlo per quasi un’ora, mentre compiva questa operazione interiore. Col passar dei secondi mi convincevo che la battaglia era vinta. Poi invece… Forse è stato colto di sorpresa da un improvviso scontro tra due pensieri contrari. All’inizio pareva che l’attacco fosse lieve, ma poi ha cominciato a crescere. Kingsley cercò disperatamente di vincerlo, ma è chiaro che non ce l’ha fatta… Così è morto. È morto sotto l’azione del sedativo. Sono stato costretto a darglielo. Credo che sia avvenuta una specie di reazione a catena nei suoi pensieri; ed egli non è riuscito a controllarli.»

«Vuoi un whisky? Avrei dovuto offrirtelo prima.»

«Sì, ora lo prendo, grazie.»

E mentre prendeva il bicchiere Marlowe disse:

«Non credi che sia stato un errore scegliere Kingsley? Forse era meglio prendere qualcuno di calibro intellettuale decisamente inferiore. Sono state le contraddizioni fra il vecchio e il nuovo che l’hanno distrutto. Non credi che sarebbe stato meglio scegliere qualcuno che avesse poche conoscenze vecchie?»

McNeil fissava il bicchiere.

«Strano, strano che tu me lo dica. Una delle ultime frasi coscienti di Kingsley fu proprio questa — cerco di ricordare le parole esatte: <Il colmo dell’ironia,> mi disse, <è che a me tocca questa tragedia, mentre un tipo come Joe Stoddard se la sarebbe cavata benissimo.>»

Conclusione

«E ora, mio caro Blythe, posso finalmente riprendere a parlare in prima persona. Sua madre nacque nell’anno 1966; sua nonna materna si chiamava Halsey: ecco perchè ho voluto che questi documenti finissero in sua mano dopo la mia morte; non è stato soltanto perchè so che le interessa il fatto della Nuvola nera.

«Non c’è altro da dire. Il Sole ricomparve all’inizio della primavera 1966, che fu assai fredda. Ma quando la Nuvola si staccò dal Sole e si avviò verso lo spazio esterno, dovette assumere una forma tale che una piccola parte dell’energia solare venne riflessa in direzione della Terra. Perciò all’inizio del mese di maggio la stagione fu calda, estiva, e tutti ne furono lieti, dopo quell’inverno e quella primavera tanto fredda. Così la Nuvola se ne andò dal sistema solare. Così ebbe termine l’episodio della Nuvola nera.

«Dopo la morte di Kingsley, e dopo la partenza della Nuvola sarebbe stato sciocco da parte di quelli che rimasero a Nortonstowe continuare con la vecchia tattica. Parkinson andò a Londra affermando che la partenza della Nuvola era in larga misura merito nostro. Non fu nemmeno difficile sostenerlo, perchè il vero motivo della partenza della Nuvola nessuno, fuori di Nortonstowe, lo seppe mai. Mi dispiacque invece che Parkinson si sia permesso di calunniare il povero Kingsley, affermando che era una testa calda, e che alla fine dovemmo deporlo con la forza. Anche a questo credettero, perchè Kingsley era considerato a Londra e altrove come persona decisamente malevola. La morte di Kingsley diede un’altra pennellata di colore a questa storia. Insomma Parkinson riuscì a convincere il governo britannico a non far nulla contro gli scienziati inglesi, e a non consegnare gli altri ai rispettivi governi. Questi cercarono, per la verità, di ottenerne la estradizione, ma, quando la situazione nazionale si fu stabilizzata, divenne più facile opporsi a quelle richieste, anche perchè era cresciuta l’influenza di Parkinson sui circoli governativi.

«Marlowe, Alexandrov e gli altri, tranne Leicester, rimasero tutti in Gran Bretagna. I loro nomi si leggono sulle riviste specializzate, specialmente quello di Alexandrov che conquistò gran fama nei circoli scientifici, anche se la sua vita, in altri settori, fu, direi, alquanto tempestosa. Leicester non restò in Gran Bretagna. Nonostante i consigli di Parkinson volle ritornare in Australia. Ma non ci arrivò mai: pare che sia morto durante il viaggio, in mare. Marlowe restò amico mio e di Parkinson fino alla morte, che avvenne nel 1981.

«Sono ormai passati cinquant’anni e più. La mia generazione è scomparsa nelle ombre di questa mascherata che chiamiamo <vita>. Eppure mi sembra ancora di vederli: Weichart, giovane, intelligente, non ancora formato nel carattere; il buon Marlowe che sbuffava sempre quel suo tabacco terribile; Leicester, allegro e divertente; Kingsley, brillante, spregiudicato, verboso; Alexandrov, brillante anche lui, ma così taciturno. Fu una generazione incerta, che non sapeva bene in che direzione era mossa. In un certo senso fu una generazione eroica: nel mio ricordo rimane legate per sempre alle battute iniziali di quella musica che fu suonata nella memorabile notte in cui Kingsley per primo comprese la vera natura della Nuvola nera.

«E così ho finito, una fine che può sembrare poco drammatica. Ma non è così: c’è ancora una sorpresa. La cifra! Da principio solo Kingsley e Leicester conoscevano la cifra con cui potevamo metterci in contatto con la Nuvola. Marlowe e Parkinson credettero che la cifra fosse scomparsa insieme a Kingsley e a Leicester.

«Non è vero. Kingsley me la dette in quei pochi attimi di lucidità, prima della morte. L’ho tenuta con me per tutti questi anni, senza mai decidere se dovevo rivelarne l’esistenza. Questo problema lo passo a lei.

«Abbia i miei migliori auguri.

«Per l’ultima volta,

John McNeil»

Epilogo

Era una giornata fredda e piovosa, simile a quelle con cui ebbe inizio questa storia, quando lessi lo stupefacente racconto di McNeil sulla Nuvola nera. Passai la sera davanti al caminetto, nel mio appartamento del Queen’s College. Quando ebbi finito, e tristemente, perchè McNeil era scomparso da pochi giorni, aprii il pacchetto. C’era dentro una scatola di metallo che conteneva un rotolo di carta ingiallita dal tempo. Sulla carta diecimila e più forellini, del tipo di quelli che si adoperavano un tempo nei vecchi apparecchi di lettura fotoelettrici. Era la cifra. Avrei potuto gettarla nel fuoco, e in un attimo sarebbe finita ogni speranza di comunicare ancora con la Nuvola.

Ma non lo feci. Anzi, ho fatto un migliaio di copie di quella cifra. Non so se mandarle in giro per il mondo, sì che prima o poi, in qualche parte della Terra, qualcuno riesca a parlare ancora con la Nuvola. Vogliamo restare grandi uomini in un mondo piccolo o diventare invece piccoli uomini in un mondo più vasto? Questa è la tragedia con cui termina il mio racconto.

J. B.

17 gennaio 2021

Testo elettronico realizzato da Claudio Paganelli.