/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Galassia

L'alba delle tenebre

Fritz Leiber

L’alba delle tenebre è un grande romanzo di fantascienza che descrive un mondo non molto lontano nel futuro in cui la scienza si è trasformata in religione e i cui sacerdoti devono affrontare l’inizio di una nuova età oscura. La lotta fra ragione e superstizione si fa disperata, mentre Fratello Jarles è convinto che solo un uomo possa risolvere questa situazione apparentemente senza sbocco. E mentre Angeli e Demoni combattoo nel cielo, e le streghe preparano nuovi portenti, ecco scendere sulla terra le grandi navi da guerra del Cielo…

Fritz Leiber

L’alba delle tenebre

1

Fratello Jarles, sacerdote del Primo ed Estremo Circolo, novizio della Gerarchia, deglutì a più riprese per soffocare la rabbia e fece uno sforzo supremo per imporsi una maschera sul viso, non solo per celare i propri sentimenti al popolo, cosa che veniva insegnata a ogni membro della Gerarchia, ma anche ai suoi confratelli.

Un prete che odiasse la Gerarchia come la odiava lui in quei terribili accessi di rabbia, doveva essere pazzo.

Ma i sacerdoti non potevano impazzire, per lo meno non senza che la Gerarchia, che sapeva ogni cosa, ne fosse a conoscenza.

Questo significava allora che lui era uno spostato? Ma un prete veniva preparato a svolgere il proprio compito con una scrupolosità e una prudenza infinite, i tratti della sua personalità vagliati con la precisione di una sonda atomica. Un sacerdote non poteva odiare il suo lavoro.

No, non c’era altra spiegazione, doveva essere impazzito. E la Gerarchia doveva avergli taciuto la verità per i propri imperscrutabili motivi.

Oppure, era vero l’esatto contrario e lui aveva ragione.

Nell’istante in cui quel pensiero angoscioso prese forma nella sua mente, la Grande Piazza di Megateopoli si offuscò e si dilatò davanti ai suoi occhi. I cittadini comuni divennero indistinte macchie grigiastre; i sacerdoti chiazze scarlatte sormontate dal sano color rosa dei visi ben pasciuti.

Nel tentativo di riacquistare padronanza di sé e pieno controllo delle proprie capacità visive, Fratello Jarles si costrinse a fissare la pietra su cui era inciso l’anno di costruzione di un edificio fabbricato di recente nel settore riservato ai cittadini comuni. La data era quella del “139 G.D…”

Cercò di mantenere la calma facendo un calcolo. L’anno 139 del Grande Dio corrispondeva all’anno 206 dell’Età dell’Oro, se il calendario di quell’epoca fosse stato ancora in vigore. Corrispondeva anche all’anno 360 dell’Era Atomica e, infine, all’anno 2305 della Civiltà dell’Alba e di… quale era il nome di quel dio? ah sì, di Cristo.

— Hamser Chohn, Cittadino del Quinto Distretto! Fa’ un passo avanti, figliolo.

Fratello Jarles fece una smorfia. Nello stato d’animo in cui si trovava il suono di quella voce stridula gli dava ai nervi in maniera insopportabile. Chissà perché lo avevano messo in coppia proprio con Fratello Chulian! E chissà perché, le regole della Gerarchia prescrivevano ai sacerdoti di lavorare sempre in due e mai da soli!

Per la verità, lui la ragione la sapeva. In quel modo potevano spiarsi a vicenda e stendere dettagliati rapporti l’uno sul conto dell’altro. E così la Gerarchia era sempre informata di tutto.

Sforzandosi di non lasciar trapelare le proprie emozioni, Fratello Jarles si voltò. I suoi occhi evitarono automaticamente il volto del quarto cittadino, allineato, insieme agli altri, davanti a lui e a Fratello Chulian.

Quest’ultimo, grasso, gli occhi azzurri, le guance cascanti e il cranio tonsurato, stava consultando le liste di lavoro, stampate con una tecnica rudimentale a uso dei cittadini comuni, i quali non sapevano (e non dovevano sapere) dell’esistenza dei nastri di lettura. In realtà, lui non aveva alcun motivo per odiare Fratello Chulian; era un sacerdote qualsiasi del Secondo Circolo, nient’altro che un bambino presuntuoso.

Eppure si può odiare anche un bambino presuntuoso, quando esercita su un gruppo di adulti i poteri del maestro, del ministro e del genitore.

C’era solo una nota positiva in quella odiosa situazione: quella particolare incombenza, che Jarles trovava tanto sgradevole, sollecitava a tal punto la burbanza di Chulian, che era sempre disposto ad assolverla interamente da solo.

Il piccolo sacerdote grasso sollevò gli occhi dall’elenco per squadrare il robusto giovanotto che, in piedi di fronte a lui, stava nervosamente torcendo fra le mani, grandi e callose, un cappello sformato, movimento che interrompeva ogni due o tre secondi per strofinare a turno le palme contro la stoffa grezza del grembiule.

— Figliolo — riprese la voce stridula in tono benevolo — per i prossimi tre mesi lavorerai nelle miniere. Di conseguenza, il tuo contributo alla Gerarchia sarà ridotto alla mera metà dei tuoi guadagni. Dovrai presentarti a rapporto al diacono responsabile domani mattina all’alba. Hamser Dom!

Il giovanotto deglutì, annuì con un ripetuto cenno del capo e si fece rapidamente da parte.

Jarles sentì di nuovo la rabbia esplodergli dentro. Nelle miniere! Il lavoro in miniera era di gran lunga peggiore di quello nei campi o sulle strade! Di sicuro lo sapeva anche quell’uomo, eppure quando aveva appreso la notizia, aveva rivolto a Fratello Chulian uno sguardo colmo di gratitudine: lo stesso sguardo servile che i vecchi libri attribuivano a un fedele animale domestico del genere Canis, ora estinto.

Jarles distolse gli occhi, evitando ancora una volta di posarli sul volto del cittadino che aveva saltato poco prima, terzo nella fila adesso. Si trattava di una donna.

Il sole che stava tramontando proiettava ombre cupe sulla Grande Piazza. La folla si stava lentamente diradando; ormai erano rimaste solo poche decine di popolani, ancora in attesa di sapere quale lavoro la Gerarchia avesse assegnato loro. Qua e là, chi in grembiule, chi in blusa, gli altri cittadini (gli uomini con mollettiere malfatte, le donne con gonne pesanti) radunavano quel che restava dei manufatti che avevano portato con sé per venderli o barattarli; se li caricavano in spalla o li sistemavano sul dorso di piccoli muli robusti, e poi si avviavano lentamente verso le viuzze lastricate di ciottoli che conducevano alle loro case. Alcuni indossavano cappelli a tesa larga di feltro grezzo, altri si erano già tirati su il cappuccio, anche se non era ancora calato il freddo della sera.

Volgendo lo sguardo verso il settore della città di Megateopoli in cui abitavano i cittadini comuni, a Jarles ritornarono in mente le illustrazioni delle città dei Secoli Bui, o Medio Evo, o qualunque altro nome fosse stato dato a quell’epoca della Civiltà dell’Alba. La sola differenza era che lì le case erano per lo più a un solo piano e prive di finestre, e tutte molto linde e ben tenute. Benché lui fosse solo un sacerdote del Primo Circolo, sapeva che quella somiglianza non era una semplice coincidenza. La Gerarchia non lasciava mai nulla al caso: aveva una ragione per ogni cosa.

Una vecchia donna, vestita di stracci e con un cappello a punta calcato sulla testa, si allontanò zoppicando. Al suo passaggio, gli altri cittadini si fecero di lato. Un ragazzino urlò: — Madre Jujy! Strega! Strega! — Poi le lanciò una pietra e corse via. Jarles, invece, le rivolse un debole sorriso. Lei lo ricambiò, storcendo le labbra rugose in una sgradevole smorfia che le scoprì le gengive sdentate e per poco non portò il naso adunco a toccare il mento sporgente. Dopodiché, riprese il cammino, saggiando l’acciottolato con il bastone per non inciampare.

Come per magia, la parte opposta di Megateopoli era completamente diversa. Lì sorgevano i grandiosi edifici del Santuario, sormontati dalla straordinaria struttura della Cattedrale, che si affacciava sulla Grande Piazza.

Jarles sollevò lo sguardo sul Grande Dio e, per un attimo, sentì farsi strada fra la rabbia una punta di quel timore riverenziale che quell’immenso idolo aveva suscitato in lui da bambino, molti anni prima che superasse le prove e venisse iniziato ai segreti della casta sacerdotale. Era possibile che con quei suoi enormi occhi inquisitori, sotto le sopracciglia vagamente aggrottate, il Grande Dio fosse in grado di vedere la sua ira blasfema? Ma una simile fantasia superstiziosa era indegna persino di un novizio della Gerarchia.

Anche senza l’effigie del Grande Dio, la Cattedrale era un edificio imponente, con le sue ciclopiche colonne e le finestre ogivali alte come pini. Ma là dove ci si sarebbe aspettati di vedere svettare un campanile o un paio di torri, iniziava la statua del dio, rappresentato nella parte superiore da una gigantesca figura umana, terribile nella sua dignità e nella sua serenità. Ma il busto titanico non stonava affatto con il fabbricato sottostante, sia perché era stato realizzato nella medesima materia plastica grigia, sia perché le ampie pieghe del drappeggio confluivano a formare le colonne della Cattedrale stessa.

La figura del Grande Dio dominava tutta Megateopoli, come un possente centauro: non c’era strada o vicolo da cui non se ne scorgesse il profilo severo ma benigno, circonfuso da una sfavillante aureola di luce blu.

Si aveva la sensazione che il Grande Dio studiasse minuziosamente ogni pigmeo che attraversava la Grande Piazza come se, in qualsiasi momento, potesse chinarsi e afferrarne uno per esaminarlo più da vicino.

“Come se”? Ma per i cittadini comuni di Megateopoli quella non era una semplice ipotesi, ma una certezza!

Eppure, la vista di quella statua massiccia non suscitò in Jarles neppure un pizzico di orgoglio per la gloria e la grandezza della Gerarchia, o per la sua personale fortuna di esserne stato eletto membro. Al contrario, la sua rabbia crebbe ancor di più, trasformandosi in un’insopportabile corazza che soffocava le sue emozioni, rossa e opprimente come la veste scarlatta che indossava.

— Sharlson Naurya! — cinguettò Fratello Chulian.

Jarles trasalì. Il momento era giunto e all’improvviso lui capì che non avrebbe potuto fare a meno di guardarla. Non farlo, sarebbe stato da vigliacchi. Tutti i novizi faticavano terribilmente a recidere i legami sentimentali che li univano ai cittadini comuni: alla famiglia, agli amici e a chi era più di un semplice amico. Ma doveva affrontare la realtà: Naurya non avrebbe mai potuto significare niente per lui.

Né lui per lei, si rese conto con orrore, mentre girava rapidamente la testa per guardarla in viso. Non dava nemmeno l’impressione di averlo riconosciuto, o quanto meno notato, benché, a eccezione della veste scarlatta e della tonsura, lui fosse sempre lo stesso. Naurya era tranquilla, non mostrava il servile nervosismo degli uomini. Teneva le mani, piene di calli per le lunghe ore trascorse al telaio, intrecciate davanti a sé; il suo viso, reso più pallido dal contrasto con la massa scura dei capelli, non tradiva alcuna emozione, o, per meglio dire, la maschera che si era imposta era assai più impenetrabile della sua. Nondimeno, qualcosa nel suo atteggiamento, forse il modo in cui buttava le spalle all’indietro o la segreta determinazione che si leggeva in fondo ai suoi occhi verdi, trapassò la corazza di rabbia di Jarles e sollecitò il suo cuore.

— Mia cara Naurya — tubò Chulian dandosi molta importanza — ho buone notizie per te. Sappi che ti è stato riservato un grande onore: per i prossimi sei mesi tu servirai nel Santuario.

L’espressione della ragazza non mutò, nessuna emozione filtrò dal suo sguardo, ma non trascorsero che pochi secondi prima che lei rispondesse.

— È un onore troppo grande per me. Io non ne sono degna. Un lavoro santo come questo non si addice a una semplice tessitrice.

— Questo è vero — disse Chulian con paterna condiscendenza, scuotendo energicamente la testa grassa e rasata al di sopra del rigido collare della veste. — Ma la Gerarchia ha la facoltà di innalzare qualunque persona, anche la più umile. E ti ha ritenuta degna di svolgere questo lavoro sacro. Perciò rallegrati figliola e gioisci.

Quando Naurya parlò di nuovo, la sua voce era pacata e grave come nella replica di pochi istanti prima. — Ma io non ne sono degna. Lo sento nel profondo del mio cuore. Non posso farlo.

— Che cosa significa “non posso”? — All’improvviso la voce di Chulian divenne severa e querula al tempo stesso. — Significa forse “non voglio”?

Con un cenno quasi impercettibile del capo, Naurya annuì. Dietro di lei, gli altri cittadini smisero di dimenarsi nervosamente e la guardarono sgranando gli occhi.

Le labbra piccole e grassocce di Fratello Chulian si arricciarono in una smorfia di disappunto. Le sue mani guantate di rosso si contrassero facendo crepitare i fogli che stringeva in mano.

— Ti rendi conto di quello che stai facendo, figliola? Ti rendi conto che stai disobbedendo a un ordine della Gerarchia e del Grande Dio che la Gerarchia serve?

— Sento nel profondo del mio cuore di non essere degna di questo onore. Non posso. — Questa volta il suo cenno d’assenso fu più risoluto e Jarles sentì di nuovo qualcosa pungolargli le costole.

Chulian balzò in piedi dalla panca che condivideva con Jarles. — Nessun cittadino comune può contestare le decisioni della Gerarchia, perché sono giuste! Io qui avverto più di una semplice cocciutaggine, più di una deplorevole ostinazione. Esiste un solo genere di cittadino che teme di entrare nel Santuario. Io qui sento odore di… stregoneria! — proclamò con enfasi teatrale e si batté il petto con il palmo della mano. Contemporaneamente, la sua veste scarlatta si gonfiò e, senza perdere la propria rigidità, si sollevò in ogni punto di una spanna dal suo corpo, con l’effetto, terribilmente grottesco, di farlo assomigliare a un piccione paonazzo e gozzuto. A completare l’opera, un’aureola violetta gli illuminò il cranio rasato.

I cittadini impallidirono. Naurya, invece, si limitò a sorridere debolmente: i suoi occhi verdi sembravano trafiggere la figura dilatata di Chulian.

— E quando se ne sente l’odore poi è facile trovarne le prove! — riprese il piccolo sacerdote, con aria trionfante.

Fece alcuni rapidi passi avanti. Il suo guanto scarlatto e gonfio afferrò la spalla di Naurya senza quasi dare la sensazione di toccarla, ma Jarles vide la ragazza mordersi le labbra per trattenere un gemito. Poi, il guanto scivolò di scatto verso il basso strappando la spessa stoffa del grembiule e scoprendo la spalla.

Tre segni circolari risaltavano sulla pelle candida. Uno era rosso come il fuoco, gli altri si stavano rapidamente imporporando.

A Jarles sembrò di vedere Chulian esitare un attimo e fissarli incredulo, prima di riacquistare padronanza di sé e urlare con voce stridula: — È una strega! È una strega! Eccone le prove!

Jarles si alzò in piedi vacillando. La rabbia gli provocava conati di vomito. Si percosse il petto e avvertì in ogni punto del corpo la pressione interna e uniforme del campo di repulsione, come se si fosse immerso in un bagno di cera calda; con la coda dell’occhio indovinò il bagliore della sua aureola. Poi, con uno scatto improvviso, colpì Chulian con un pugno sul collo.

Benché a prima vista il movimento fosse sembrato lento e incapace di raggiungere il bersaglio, Chulian ruzzolò a terra e rotolò due volte su stesso, la veste sempre larga e tesa fra lui e il terreno, come se si trovasse dentro a un pallone di gomma rossa.

Jarles si percosse nuovamente il petto, la sua tunica si afflosciò e la sua aureola scomparve. In quel medesimo istante, la sua rabbia esplose con violenza, mandando in frantumi la maschera di ipocrisia che si era calato sul viso.

Che lo annientassero pure! Che lo rendessero sordo e cieco con le loro scomuniche! Che lo trascinassero urlante nelle cripte sotto il Santuario! La Gerarchia aveva deciso di lasciare che lui impazzisse senza intervenire. Benissimo! Adesso avrebbero avuto un assaggio della sua follia.

Balzò sulla panca e protese le mani per richiamare l’attenzione dei popolani che ancora gremivano la Piazza.

— Cittadini di Megateopoli!

Quella frase bastò a bloccare l’improvviso fuggi-fuggi scatenato dal panico. Occhi impauriti si voltarono a guardarlo con espressione stupida. Non avevano ancora capito che cosa stesse accadendo, ma quando un sacerdote parlava tutti si fermavano ad ascoltarlo.

— Vi è stato insegnato che l’ignoranza è bene. Io vi dico invece che è male!

“Vi è stato detto che pensare è male. Io invece vi dico che è bene!

“Vi è stato detto che il vostro destino è quello di sgobbare giorno e notte, fino a quando la schiena vi fa così male che temete stia per spezzarsi e le vostre mani si coprono di vesciche. Io invece vi dico che il destino di tutti gli uomini è quello di lottare per un’esistenza migliore!

“Voi avete permesso che i sacerdoti governassero la vostra esistenza. Io invece vi dico che voi stessi dovete prendere le redini della vostra vita!

“Voi credete che i sacerdoti siano dotati di poteri soprannaturali. Io invece vi dico che non hanno poteri che voi stessi non siate in grado di esercitare!

“Voi credete che i sacerdoti vengano scelti per servire il Grande Dio e per trasmettere i suoi ordini. In verità, se mai da qualche parte esiste davvero un dio, ciascuno di voi nel suo cuore di ignorante lo conosce meglio del più potente arciprete.

“Vi è stato insegnato che il Grande Dio governa tutto l’universo, il cielo e la terra. Io invece vi dico che il Grande Dio non esiste!”

Come colpi di frusta, quelle frasi brevi e taglienti sferzavano ogni angolo della Grande Piazza, costringendo gli occhi di tutti verso di lui. Nessuno, però, capiva quelle parole, se non il fatto che erano molto diverse da quelle che venivano solitamente pronunciate dai ministri del culto. Facevano paura. Facevano quasi male. Ma esercitavano una forza di attrazione irresistibile. Ovunque, uomini e donne cercarono con lo sguardo il sacerdote più vicino e, non ricevendo alcun ordine in senso contrario, si affrettarono in direzione di Jarles.

Il quale, adesso, si guardava attorno sconcertato. Era convinto che lo avrebbero zittito all’istante e il suo unico scopo era stato quello di dire più cose possibili, o meglio, di dare finalmente libero sfogo alla sua rabbia, anche se per pochi secondi.

Ma non accadde nulla. Nessuno dei suoi fratelli sacerdoti si precipitò verso di lui, o si comportò come se stesse succedendo qualcosa fuori dall’ordinario. E la sua rabbia implacabile continuò a parlare per lui.

— Cittadini di Megateopoli, quello che sto per chiedervi di fare vi costerà molto. Vi costerà molto più del lavoro in miniera, anche se non vi chiederò di alzare neppure un dito. Voglio che voi ascoltiate le mie parole e che poi le soppesiate per vedere se sono vere, che giudichiate il valore di quanto dico e che agiate di conseguenza. Voi forse non capite neppure il significato di quello che vi sto dicendo, ma dovete sforzarvi di farlo. Soppesare le mie parole per vedere se dico la verità? Significa semplicemente confrontarle con quanto accade nella vostra vita quotidiana, non con quello che vi è stato detto. Giudicare? Significa decidere se volete qualcosa oppure no dopo aver appreso di che cosa si tratta. Io lo so che i preti vi hanno detto che questo è sbagliato, ma voi dimenticatevi dei preti! Dimenticate che io indosso questa veste rossa. E ascoltate, ascoltate!

Adesso era chiaro che la Gerarchia sarebbe intervenuta. Non gli avrebbero permesso di pronunciare una sola parola di più! Senza volerlo sollevò gli occhi sulla statua del Grande Dio. Ma l’idolo, imperturbabile, non prestava alcuna attenzione a quanto accadeva nella Piazza, non più di quanta un essere umano avrebbe potuto prestarne a uno sciame di formiche attorno a un grumo di zucchero.

— Voi tutti conoscete la storia dell’Età dell’Oro — stava già dicendo Jarles, con la voce vibrante di segreti da svelare. — La sentite ripetere tutte le volte che vi recate alla Cattedrale. In origine, il Grande Dio aveva donato a tutti gli uomini poteri divini, affinché potessero vivere come in paradiso, senza faticare né soffrire. Ma con il passare del tempo, nel loro cuore ingrato germogliò il seme dello scontento. Nella loro insoddisfazione, gli uomini pretendevano sempre di più; peccavano in tutti i modi possibili e immaginabili e vivevano nel vizio e nella lussuria. Ciò nonostante, nella sua misericordia, il Grande Dio tratteneva la sua ira, sperando che si pentissero e ritornassero sulla retta via. Ma un giorno, spinti dal loro orgoglio malvagio, gli uomini cercarono di prendere d’assalto il cielo stesso, con tutte le sue stelle. Allora, come i sacerdoti non si stancano mai di ripetervi, il Grande Dio si levò nella sua saggezza e nella sua ira, e separò coloro che avevano peccato dai pochi che ancora obbedivano alle sue sante leggi e riunì questi ultimi nella Gerarchia, concedendo loro poteri soprannaturali ancora più grandi. Gli altri, i peccatori, il Grande Dio li umiliò, li gettò nella polvere e diede alla Gerarchia potere su di loro, cosicché coloro che di propria spontanea volontà non avevano vissuto secondo virtù fossero costretti a farlo con la forza! Poi decretò che la sua Gerarchia scegliesse ogni anno fra gli uomini quelli che per la loro natura giusta e retta fossero degni di accedere al sacerdozio, e condannasse gli altri a una vita di beata ignoranza e di duro lavoro, sotto la guida gentile ma inflessibile, dei preti, che sono la Gerarchia.

Fece una pausa e studiò minuziosamente i volti che lo fissavano.

— Tutto questo voi lo sapete già a memoria, ma nessuno di voi immagina neppure lontanamente quale sia la verità che si cela dietro questa storia!

Se la rabbia non lo avesse spronato a continuare, forse Jarles avrebbe smesso di parlare e se ne sarebbe ritornato nel Santuario e nelle sue cripte, tanto stupida era la reazione dei cittadini, che dimostravano di non capire proprio niente, o peggio, di fraintendere ogni parola. Dapprima si erano mostrati soltanto scioccati e confusi, benché attenti come sempre; poi, quando lui li aveva invitati a riflettere e a giudicare, un’ombra di apprensione aveva offuscato il loro sguardo, come se paventassero che quella tiritera non fosse nient’altro che il preambolo all’assegnazione di qualche nuovo lavoro, più duro, nel senso letterale della parola, di quello nelle miniere. La storia dell’Età dell’Oro li aveva un po’ acquietati, perché la conoscevano bene, ma quell’ultima frase li aveva gettati di nuovo in uno stato di ansioso e ottuso sconcerto.

Ma che cos’altro poteva aspettarsi? Tutt’al più poteva sperare di riuscire a piantare i serpi della dialettica nella testa di uno solo di quei cittadini!

— Un tempo esisteva l’Età dell’Oro, questo è vero, anche se, per quanto ne so io, gli uomini lavoravano e soffrivano anche allora. Ma almeno godevano tutti di un po’ di libertà e stavano per conquistare altri diritti. Ma la strada verso la libertà è irta di pericoli, tanti pericoli, e a un certo punto gli scienziati si spaventarono e… ma voi non sapete nemmeno che cosa sia uno scienziato, vero? Così come non sapete che cosa sia un medico, un avvocato, un giudice, un insegnante, uno studioso, uno statista, un dirigente o un artista. Perché i sacerdoti sono tutte queste cose, perché la Gerarchia ha riunito tutte le professioni, tutte le classi privilegiate in una sola. Voi non sapete esattamente nemmeno che cos’è un sacerdote! Perché dovete sapere che a quei tempi esistevano diverse religioni, intendo dire nell’Età dell’Oro e nelle epoche che l’hanno preceduta; l’uomo ha adorato un dio fin da quando ha cominciato la sua lotta per innalzarsi e per diventare, con l’aiuto delle mani e del cervello, signore di questo pianeta. Ma in quelle religioni i sacerdoti si occupavano solo di cose spirituali e morali, per lo meno nelle epoche della storia in cui erano buoni e saggi. Tutto il resto lo lasciavano nelle mani di uomini che esercitavano altre professioni. E non usavano la forza.

“Ma di questo vi parlerò dopo. Adesso voglio spiegarvi chi erano gli scienziati e come finì l’Età dell’Oro. Uno scienziato è un pensatore, cioè una persona che studia il modo in cui accadono le cose. Lo scienziato osserva le cose: poi, se sa che una certa cosa può accadere e che gli uomini la desiderano, a volte è capace, pensando e lavorando duramente, di far sì che quella determinata cosa accada. Non c’è magia in tutto questo, capite? E gli scienziati non hanno poteri soprannaturali. Loro si limitano a osservare, a pensare e a lavorare.”

A poco a poco Jarles aveva smesso di domandarsi come mai nessuno lo zittisse. Pensava soltanto a scegliere le parole giuste e al modo migliore per ficcarle in testa a quegli uomini e a quelle donne che lo fissavano a bocca aperta. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di vedere i loro occhi illuminarsi!

— A un certo punto, gli scienziati dell’Età dell’Oro cominciarono a temere che l’umanità sarebbe scivolata di nuovo nella barbarie e nell’ignoranza. La loro posizione di membri di una classe privilegiata era minacciata. Così, decisero che per un certo periodo di tempo sarebbe stato loro dovere reggere le sorti del mondo. Ma non erano abbastanza forti per compiere un’azione diretta. Non erano capaci di lottare. Di conseguenza pensarono di imporre una nuova religione, simile a quelle antiche, ma fondata sulla scienza. Nelle religioni antiche, benedizioni e maledizioni agivano attraverso la mente degli uomini, mentre nella religione voluta dagli scienziati agivano direttamente, con la forza!

“Ne volete una prova? Non potete non volerla. Eccola!”

Si portò rapidamente la mano al collare della pesante veste scarlatta e con uno strattone l’aprì fino all’orlo. Apparve un lungo spacco bordato di metallo. Quindi, Jarles fece un passo avanti e uscì dall’involucro rosso; aveva indosso soltanto un paio di calzoncini vermigli. Molti cittadini rabbrividirono e indietreggiarono in preda allo sconcerto. Vedere un sacerdote svestito era una cosa empia e, benché fosse chiaro che aveva fatto tutto da scilo e di sua spontanea volontà, era possibile che la colpa venisse fatta ricadere su di loro.

— Vi è stato insegnato che i ministri del culto sono inviolabili, grazie a un effluvio divino emanato dalla loro santa carne e controllato dalla loro forza di volontà. Guardate!

Con un rapido gesto della mano colpì la veste vuota, che immediatamente si gonfiò, assumendo una vaga sembianza di fungo. Poi la spinse lontano da sé, mandandola a volteggiare in aria e giù dalla panca. I cittadini, spaventati, presero a spintonarsi e ad aggrapparsi gli uni agli altri per paura di venire toccati dall’abito.

Ma dopo aver fluttuato per un po’, la tunica si fermò a circa mezzo metro da terra, rimbalzando leggermente: era in tutto e per tutto simile a un sacerdote sdraiato, completo perfino di guanti rigonfi, con la sola differenza che non vi era alcuna testa tonsurata sotto la terribile aureola violetta, che tutti sapevano essere il segno esteriore dei sacri pensieri dei ministri del Grande Dio.

A poco a poco, i cittadini che si erano allontanati in preda al panico si radunarono in circolo attorno alla veste, a quella che, si auguravano, fosse una distanza sicura e rispettosa.

La voce di Jarles era amara come una medicina. — Forse potete cercare di raggiungere il paradiso della Gerarchia come sta cercando di farlo questa veste. Io non conosco nessun altro modo. Non vi accorgete che è tutto un trucco? Strappate quell’abito — interpretando quelle parole come un ordine, un uomo spalancò la bocca e rivolse a Jarles uno sguardo stralunato dal terrore — e al suo interno troverete una rete di sottili fili elettrici. Che se ne fa il Grande Dio dei fili elettrici? Quei fili producono quello che si chiama un campo di repulsione polivalente, bilaterale e a breve raggio. Una cosa che spinge, capite? Una cosa che serve a proteggere il prete da eventuali ferimenti e a rendere le sue dita mollicce più robuste di quelle di un fabbro. E perfino a tenere in piedi la sua aureola! Smettete di fissarlo con quell’espressione ebete! È tutto un trucco vi dico!

“Come faccio io a sapere tutte queste cose? — proseguì Jarles quasi urlando. — È questa la domanda che dovreste pormi. Ebbene, me l’hanno insegnato i sacerdoti! Sì proprio loro! Sapete cosa succede a un ragazzo quando supera le prove e viene ammesso come novizio nella Gerarchia? — Aveva fatto centro, ne era sicuro. Ci voleva una domanda piccante come quella per stuzzicare la loro spenta curiosità. — Gli accadono un sacco di cose che voi non immaginate neppure. Ve ne dirò una per tutte. Un poco per volta, gli viene spiegato che il Grande Dio non esiste. Che non esistono poteri soprannaturali, che i sacerdoti sono soltanto scienziati che governano il mondo per il bene dell’umanità e che lui ha il dovere di aiutarli in questo compito e la fortuna di condividerne i privilegi.

“Ma non capite? Il piano degli scienziati dell’Età dell’Oro ha funzionato! Sono riusciti a imporre la loro religione in tutto il mondo e quando finalmente lo hanno avuto in pugno l’hanno plasmato a loro piacimento. Per se stessi hanno creato un paradiso monastico inquadrato come un ordine militare. E per organizzare il mondo dei comuni cittadini si sono rifatti al Medio Evo e hanno riesumato un’istituzione tanto carina chiamata servitù della gleba. Oh sì, l’hanno ripulita qua e là, hanno introdotto qualche norma igienica, un po’ di disciplina e qualche tocco di pura schiavitù; ma per il resto non l’hanno modificata di una virgola. Lo scopo era lo stesso: tenere il mondo intero in uno stato di riconoscente sottomissione, una sottomissione basata sul terrore, l’ignoranza e il lavoro duro, che rompe la schiena e ottenebra la mente.

“Di sicuro sono riusciti a evitare la barbarie, instaurandola loro stessi! Esisteva anche un particolare espediente nel Medio Evo, di cui avete appena visto un saggio. I miei insegnanti sacerdoti non hanno ancora avuto il tempo di spiegarmelo, ma io ne ho capito ugualmente il perché e il percome: la stregoneria! No, non dovete avere paura, stupidi che siete! È solo un altro dei loro trucchi, possiamo esserne certi. In alcuni culti antichi, la religione si mescolava alla magia per soddisfare le più meschine paure e superstizioni degli uomini. Così gli scienziati decisero che anche nel loro nuovo ordine del mondo sarebbe esistita la stregoneria. È per questo che permettono che vecchie donne scervellate come Madre Jujy se ne vadano in giro fingendo di leggere la mano, di predire il futuro e di preparare pozioni d’amore. Proprio la cosa che ci vuole per rafforzare la superstizione e concedere al povero schiavo una valvola di sfogo. E un meraviglioso uomo di paglia da mettere fuori combattimento con i loro esorcismi scientifici. Per non parlare del fatto che la stregoneria costituisce un ottimo pretesto per togliere di mezzo le persone indesiderate, come la ragazza che è stata accusata poco fa.”

Jarles si girò per cercare Sharlson Naurya in mezzo alla folla ma non la trovò. Non vide nemmeno Fratello Chulian. Stava imbrunendo. I contorni di quel piccolo mare bianco di volti si facevano sempre più indistinti. Quando si accorse che il sole era tramontato trasalì. Una brezza fredda spirava dai versanti arati delle colline e raggelava il suo corpo nudo.

E la Gerarchia tratteneva ancora la mano. Attorno alla Piazza, i sacerdoti indugiavano in coppia e lo guardavano senza fare niente, racchiusi nelle loro vesti scure come il vino.

Ma in un paio dei volti bianchi che lo fissavano, a Jarles parve di scorgere una traccia di qualcosa di più di un’ignorante curiosità o di un riverente stupore. E, come un uomo in mezzo ai ghiacci polari sorveglia con amore la piccolissima fiamma che rappresenta il suo unico baluardo contro la morte per assideramento, vi raccoglie attorno le mani a coppa, vi soffia sopra con infinita cautela, vi sbriciola sopra minuscole schegge di legno, allo stesso modo Jarles covò con lo sguardo quell’ombra di genuina comprensione, che forse era solo uno scherzo delle nuvole.

— Alcuni di voi hanno sentito perché Sharlson Naurya è stata accusata di stregoneria. Le era stato ordinato di servire nel Santuario e lei ha rifiutato. Rifiutato con coraggio e semplice decoro. Allora un sacerdote del Grande Dio l’ha toccata con quelle sue dita grasse e senza calli, più forti di quelle di un fabbro, e prima di strapparle il grembiule ha impresso sulla sua spalla i segni della pratica malefica.

“Non vi dovrebbe essere difficile immaginare il motivo del rifiuto di Sharlson Naurya. Sapete tutti chi vive lì. — Così dicendo indicò la piccola strada buia che conduceva al Santuario. Decine di occhi seguirono il suo dito teso. — Le Sorelle Perdute, così vengono chiamate. Giovani donne elette dalla Gerarchia al sacro monacato, che poi hanno così gravemente peccato contro il Grande Dio da non poter più essere tollerate all’interno del Santuario né far ritorno alle proprie case per non corrompere degli innocenti. E nella sua infinita misericordia, il Grande Dio ha stabilito un luogo in cui potessero vivere separate dalla comunità. — La sua voce trasudava ironia. — Lo sapete, non è vero? Alcuni di voi ci sono stati quando i sacerdoti glielo hanno permesso.”

Nell’udire quelle parole, un sommesso bisbiglio si levò dalla folla.

— Chi prende le vostre figlie più dolci per farle diventare monache, Cittadini di Megateopoli?

“Chi vi spedisce a lavorare nei campi, sulle strade, in miniera, dove vi rompete la schiena e consumate i vostri anni?

“Chi cerca di attenuare il vostro dolore con false emozioni?”

Adesso, il bisbiglio si era trasformato in un mormorio rabbioso. Un rancore sordo, con qualche rara eccezione, e pericoloso. Agli angoli della Piazza cominciarono a baluginare le aureole violette e le ombre scure come il vento lievitarono impercettibilmente. Jarles se ne accorse all’istante.

— Guardate come cercano rifugio nella loro inviolabilità! Si gonfiano come palloni per salvarsi la pelle. Hanno paura di voi, Cittadini di Megateopoli. Una paura mortale.

“Con le loro invenzioni sacre i sacerdoti potrebbero coltivare tutte le terre del pianeta, coprire il mondo di una rete perfetta di strade, scavare miniere in ogni suo recesso. E tutto questo senza che un solo uomo sia costretto a lavorare di pala o di piccone.

“C’è un’altra storia che vi raccontano sempre. Vi dicono che il giorno in cui la Gerarchia sarà finalmente riuscita a purificare l’umanità, il Grande Dio darà inizio a una nuova Età dell’Oro, la Nuova Età dell’Oro, l’Età dell’Oro senza Feccia.

“Ma io vi chiedo, e mi rivolgo soprattutto a quelli più anziani fra di voi: non è forse vero che ogni anno che passa l’avvento della Nuova Età dell’Oro si allontana sempre di più? Non è forse vero che i sacerdoti continuano a rimandarlo nel futuro? Fino a ora è stato soltanto un sogno vago, una favola da raccontare ai vostri bambini quando piangono, con le ossa rotte alla fine del loro primo giorno di lavoro.

“Forse, gli scienziati dell’Età dell’Oro avevano davvero intenzione di risollevare l’umanità, una volta scongiurata la minaccia della barbarie. Sì, credo di sì.

“Ma adesso la preoccupazione della Gerarchia è soltanto una: quella di mantenere il potere fino a quando gli uomini popoleranno la terra, fino al giorno in cui il sole si oscurerà e il nostro pianeta diventerà freddo come il ghiaccio!” A quel punto Jarles si accorse che il brusio era svanito e che gli occhi dei cittadini non erano più rivolti verso di lui, ma fissavano qualcosa al di sopra della sua testa. Una luce blu, plumbea e spettrale, si stava lentamente diffondendo sui loro volti, trasformandoli in un mare di visi di annegati. Questa volta fu lui a seguire la direzione del loro sguardo.

Il Grande Dio si era sporto in avanti, oscurando con il suo gigantesco profilo la prima debole luce delle stelle, e li stava scrutando intensamente, circonfuso dal nimbo blu che sfavillava in tutta la sua gloria mortale.

— Guardate il loro più grande trucco! — urlò Jarles. — Il Dio Incarnato! L’Onnipotente Automa!

Ma loro non lo ascoltavano più e adesso che aveva smesso di parlare gli tremavano i denti per il freddo. Si strinse le braccia per scacciare i brividi, solo, in piedi sulla piccola panca che adesso sembrava tanto bassa.

— Ecco la nostra punizione — stavano pensando i cittadini. — Era solo un pretesto per metterci alla prova, avremmo dovuto immaginarlo. È ingiusto, anzi no, perché i sacerdoti non sono mai ingiusti, mai. Non avremmo dovuto ascoltare. Non avremmo dovuto abbandonarci ai nostri sentimenti. E adesso dobbiamo venire puniti perché abbiamo peccato, perché abbiamo commesso la più grande colpa di cui un uomo possa macchiarsi: pensare male della Gerarchia.

La mano del Grande Dio si abbassò imperiosa, come un gigantesco campanile fermato a metà nella sua caduta. L’indice teso, grande come un tronco d’albero, indicò la veste rigonfia di cui Jarles si era disfatto e che adesso giaceva immobile, sospesa a mezzo metro da terra.

Con un forte crepitio, una fiammeggiante luce blu serpeggiò dal nimbo alla spalla montagnosa, quindi al braccio e alla punta del dito, dove brillò come un fulmine. La veste vuota avvampò, sfrigolò, si gonfiò ancora un po’ e alla fine si squarciò con uno scoppio sordo, come una fisalia gettata in mezzo al fuoco.

Quel rumore e la pioggia di frammenti incandescenti sciolsero il panico glaciale che paralizzava la folla, che si sgretolò e ognuno prese a correre disperatamente verso la bocca scura e stretta delle strade, di qualsiasi strada, andavano bene tutte purché conducessero lontano dalla Piazza.

Il raggio crepitante si spostò lentamente verso la panca sulla quale era rimasto Jarles, fondendo le pietre dell’acciottolato e lasciando dietro di sé un solco ardente: segno indelebile per i tempi futuri dell’ira divina del Grande Dio.

Lui l’attese.

D’un tratto, nel cielo si formò una nube scura e si udì il battito di gigantesche ali invisibili. Poi, intorno al sacerdote rinnegato si chiuse una sfera irregolare, screziata di nero, come se fosse macchiata d’inchiostro, in modo tale che parte della superficie restava trasparente e il corpo nudo dell’uomo vagamente visibile.

La sfera aveva la forma di due mani artigliate e racchiuse a coppa.

A quel punto, il raggio blu che saettava dal dito del Grande Dio si mosse più rapidamente, colpì la sfera e crepitò, per poi disperdersi in uno zampillio di scintille azzurre.

La sfera assorbì il raggio senza perdere neppure un briciolo della propria tenebra.

Allora, il raggio si dilatò fino ad assumere le dimensioni di una colonna di luce blu che illuminò la Piazza a giorno e risucchiò l’aria in ondate di calore. Ma il suo potere non parve accresciuto, perché per la seconda volta rimbalzò senza successo contro la sfera irregolare delle mani racchiuse, oltre le quali, attraverso le chiazze nere, era ancora possibile distinguere il profilo del prete rinnegato, simile a un insetto miracolosamente vivo nel cuore di una fiamma.

Poi, una voce possente, piena di gaudente perfidia, squarciò con un solo fiato l’aria bollente che saliva dalla Piazza, bloccando la fuga convulsa dei cittadini e costringendoli a voltarsi e a fissare, paralizzati dal terrore, quella visione di tenebra e di lingue fiammeggianti.

— Il Dio del Male sfida il Grande Dio!

— Il Dio del Male prende quest’uomo con sé!

Con uno strattone le due mani schizzarono verso l’alto e scomparvero.

Poi, sopra la Piazza, riecheggiò uno scroscio di risa sataniche, che parve far tremare le poderose mura del Santuario stesso.

2

— Fratello Jarles ha cominciato ad arringare la folla nella Grande Piazza, vostra luminosa arcipretura.

— Bene! Fammi pervenire un rapporto dettagliato al Sommo Concilio non appena avrà finito.

Fratello Goniface, sacerdote del Settimo Circolo, arciprete e principale esponente dei Realisti all’interno del Sommo Concilio, sorrise, ma il suo sorriso non alterò la maschera pallida e leonesca del suo viso. Aveva fatto scoppiare una bomba che avrebbe profondamente scosso l’abituale, compiaciuta tranquillità dei membri del Concilio, portando scompiglio sia nelle fila dei Moderati, con i loro deboli compromessi, sia in quelle degli stessi Realisti che lui rappresentava, con il loro ostinato conservatorismo.

Adesso il suo piccolo e pericoloso esperimento era in corso e nessuno avrebbe potuto fermarlo. Che Fratello Frejeris e il resto dei Moderati strepitassero pure quanto volessero, dopo.

Perché dopo sarebbe stato tutto abilmente sistemato. Fratello Jarles sarebbe morto, incenerito dall’ira del Grande Dio, esempio istruttivo per tutti i comuni cittadini e per qualsiasi altro giovane prete insoddisfatto. E lui, Goniface, avrebbe potuto illustrare con bell’agio al Sommo Concilio le preziosissime informazioni che aveva ricavato dallo studio di quella crisi artificiale, che lui stesso aveva fomentato.

Solo in momenti come quello un uomo poteva dire di vivere veramente! Avere il potere era bello. Usarlo in modo rischioso più bello ancora.

Ma usarlo per combattere un nemico potente quasi quanto sé, era semplicemente meraviglioso.

Si aggiustò la veste scarlatta intessuta d’oro, ordinò alle grandi porte di aprirsi ed entrò con sussiego nella Camera del Concilio.

Su un’ampia predella, all’estremità dell’enorme sala madreperlacea, si trovava un lungo tavolo e, dietro questo, una fila di seggi, tutti occupati da arcipreti sontuosamente vestiti, a eccezione di uno.

Goniface esultava a ogni passo del lungo tragitto che lo separava dal tavolo, con tutti gli altri arcipreti già seduti al proprio posto. Gli piaceva sapere che lo stavano guardando, con l’intima speranza che inciampasse o che scivolasse sul pavimento, anche una volta soltanto. Gli piaceva immaginare come gli sarebbero saltati addosso, simili a gatti famelici, se solo avessero avuto qualche vago sospetto sul segreto del suo passato, la più atroce di tutte le beffe.

Gli piaceva immaginarlo e poi dimenticarlo!

Quel lungo percorso attraverso la Camera del Concilio, sotto gli sguardi critici dei suoi confratelli, rappresentava per Goniface qualcosa che nessun altro arciprete sembrava in grado di capire, qualcosa che non avrebbe mai permesso a niente e a nessuno di portargli via: la possibilità di assaporare, al suo livello di massima pienezza e tensione, il potere e la gloria della Gerarchia, il governo più stabile che il mondo avesse mai conosciuto. L’unica forma di potere che valesse la pena di conquistare e mantenere. Costruito su un cumulo di menzogne, (come del resto tutti i governi, pensò Goniface) eppure perfettamente in grado di risolvere gli intricati problemi della società umana. E concepito in modo tale per cui più un membro della casta sacerdotale lottava per accrescere il proprio personale potere, più si identificava con le finalità e promuoveva il benessere della casta stessa.

In momenti come quelli, Fratello Goniface era così eccitato da avere delle vere e proprie visioni. I suoi occhi trapassavano le alte pareti grigio-perla della Camera del Concilio e osservavano l’alacre ed efficiente lavoro del Santuario; percepiva il ronzio ininterrotto dell’attività intellettuale e direttiva che vi si svolgeva e ne godeva i sottili piaceri. Poi il suo sguardo varcava i confini del Santuario e abbracciava la scacchiera perfetta dei campi coltivati, oltrepassava la curva dell’orizzonte per accarezzare le mura scintillanti di altri Santuari, che in campagna erano semplici e modesti eremitaggi, in città edifici maestosi, con la Cattedrale e l’Onnipotente Automa che torreggiava sulla piazza. Quindi attraversava gli immensi oceani blu, sorvolava altri continenti e splendide isole tropicali; penetrava in ogni recesso della terra per vedere e percepire ovunque, con un piacere che andava al di là del piacere, l’attività delle tonache scarlatte: dalle masserie abbarbicate al titanico Himalaya alle accoglienti stazioni scavate sotto i ghiacci nel cuore dell’Antartide. Santuari ovunque, punti di raccordo di una ragnatela che copriva tutto il globo, gangli di un organismo marino che nuotava nel mare dello spazio.

E poi, oltre i confini della terra… fino al cielo!

Quando Goniface fu a circa metà strada fra l’ingresso della Camera e il Tavolo del Concilio, la sua immaginazione cominciò il viaggio di ritorno. Adesso seguiva le linee della piramide sociale: prima la grande base dei cittadini comuni, l’indispensabile substrato bestiale e pressoché stupido della società; poi lo strato, sottile e isolante, dei diaconi. Quindi i novizi e la massa dei sacerdoti del primo e secondo circolo, che rappresentavano i sette ottavi delle tonache scarlatte. A partire da quel punto, il cono si restringeva rapidamente: via via i circoli superiori, ciascuno con il proprio ambito di competenze e di ricerca, fino su, al Settimo Circolo, il più piccolo, al quale appartenevano le massime autorità della Gerarchia.

Poi, al vertice della piramide, gli arcipreti e il Sommo Concilio.

E infine, che i suoi confratelli lo sapessero o no, che lo paventassero o lo desiderassero inconsciamente, lui, al di sopra di tutti!

Scivolò nel suo scranno e, benché conoscesse già la risposta, domandò: — Qual è l’argomento di oggi?

— Quello che piaccia alle arcipreture vostre — annunciò, con voce ben modulata, un chierico del Secondo Circolo — mi avete chiesto di definire la Questione dei Sacerdoti Spaventati.

Goniface percepì l’immediata irritazione dei suoi confratelli. Quello era uno di quei bizzarri problemi che si rifiutavano di adattarsi alle consuete procedure e che, di conseguenza, contrariavano enormemente le menti più conservatrici. Per due giorni di seguito, il Sommo Concilio si era rifiutato di affrontarlo.

— Che cosa ne pensate, Fratelli? — azzardò Goniface con finta indifferenza. — Dovremmo convocare i sacerdoti di campagna tutti insieme? E svergognarli obbligandoli ad ascoltare l’uno le storie infantili dell’altro?

— Ma questo contrasta con le più elementari nozioni di psicologia — osservò Fratello Frejeris, con quella sua voce così bella e forte da ricordare le note centrali di un organo. — In questo modo incoraggeremo l’isteria di massa.

Goniface annuì educatamente e poi aggiunse: — Fratello, tu nobiliti la loro condizione usando parole altisonanti — e di nuovo lasciò scorrere gli occhi lungo il tavolo con sguardo interrogativo.

— Riuniamoli tutti insieme — esortò il Realista Jomald. — Altrimenti resteremo qui tutta la notte.

Goniface lanciò un’occhiata al membro più anziano del Concilio, Fratello Sercival, il cui cranio incartapecorito era soffuso di una luce argentea, riflesso dei capelli candidi che probabilmente aveva tagliato soltanto il giorno avanti.

— Insieme! — decretò quest’ultimo, dischiudendo appena le labbra sottili. Sempre avaro di parole, quel vecchio Fanatico!

Dopo la sua approvazione il consenso dell’assemblea fu unanime.

— La mia non era un’obiezione pregiudiziale — mormorò Fratello Frejeris, accantonando l’argomento con un gesto della mano bianca e statuaria. — Volevo soltanto evitare che si creasse una situazione che può rivelarsi disorientante per chi non è esperto psicologo.

Un chierico trasmise gli ordini necessari.

Mentre aspettavano, Fratello Frejeris abbassò gli occhi sul grembo. — Sono stato informato — disse con affettata noncuranza — che ci sono disordini nella Grande Piazza.

Goniface evitò di incrociare il suo sguardo.

— Se ci saranno sviluppi — disse con tono pacato — il nostro servo Cugino Deth ci informerà.

— Il tuo servo, Fratello — lo corresse con altrettanta pacatezza Frejeris.

Goniface non rispose.

Un gruppo di preti entrò nella sala attraverso una porta laterale. In apparenza, erano assolutamente identici ai sacerdoti del Santuario di Megateopoli, ma agli occhi dei membri del Sommo Concilio il loro portamento, i loro gesti, il modo in cui indossavano la veste scarlatta e perfino il taglio stesso delle loro tonache, erano sinonimi di “campagna”.

Si fermarono davanti al tavolo, confusi e, soprattutto, ammirati.

Il loro numero non faceva che sottolineare la vastità grigia e splendente della Camera del Concilio.

— Reverende Arcipreture — esordì un rozzo individuo, che pur non avendo mai lavorato nei campi sembrava aver assorbito l’essenza primitiva della terra. — Io so che quello che sto per dirvi suonerà molto irreale qui a Megateopoli — proseguì con voce esitante, gli occhi alzati a inseguire gli alti muri a volta, fino a perdersi nel soffitto così lontano da essere quasi invisibile. — Qui a Megateopoli, dove se volete potete trasformare il giorno in notte. Dove viviamo noi è diverso. Là la notte cala lentamente e imprigiona uomini e cose nelle tenebre. Si sente il silenzio scivolare dai campi e afferrare la città…

— Lascia perdere l’atmosfera, uomo e vieni ai fatti! — intervenne Fratello Frejeris.

— I fatti! — lo aggredì Sercival.

— Be’ si tratta… si tratta dei lupi — disse il rozzo sacerdote con tono quasi di sfida. — Lo so che esistono solo nei vecchi libri, ma noi di notte li vediamo. Sono grigi come il fumo, come questi muri, grandi come cavalli e hanno gli occhi rossi. Avanzano a balzi, in grandi branchi, simili a banchi di nebbia. Entrano furtivamente in città e accerchiano il Santuario e quando alcuni di noi sono costretti a uscire di notte, li seguono. Non riusciamo a ucciderli né con il Dito dell’Ira né con le Verghe! Sfuggono alla luce delle verghe e si appiattiscono nell’ombra. Reverende arcipreture, vi assicuro che il popolo è spaventato a morte e lo sono anche gran parte dei novizi. Ma non è tutto. Di notte, nelle celle sentiamo delle strane cose che ci si rannicchiano sul petto!

— Le ho sentite anch’io! — lo interruppe eccitato un altro prete. — Sono cose fredde e pelose che ti si attaccano ai vestiti e poi ti tastano gentilmente il viso. Dopo un po’ ci si siedono sopra, leggere come piume. E tu non sai se sogni o se sei desto. Poi ti si strofinano contro e cominciano a parlare con delle vocine stridule. Dicono cose che uno neanche oserebbe ripetere. Ma poi, quando accendi la luce o cerchi di afferrarle, scompaiono, anche se tu continui a sentirtele addosso. Sono esserini scheletrici, ricoperti di un pelo finissimo… simile ai capelli umani!

Nell’udire quel racconto, un terzo sacerdote, un individuo stempiato e dal colorito giallognolo che sembrava un maestro di scuola, impallidì violentemente. — Anch’io ho avuto questa impressione! — esclamò con voce tesa, gli occhi sbarrati a fissare un punto lontano. — Fratello Galjiwin e io eravamo andati a perquisire la casa di un cittadino comune, che sospettavamo avesse occultato parte delle stoffe che aveva tessuto e sulle quali gravava la decima. Erano brutta gente; la figlia, poi, era la peggiore di tutti, una sgualdrina dai capelli rossi. Ma a me non la facevano. Mi bastò dare un’occhiata in giro per accorgermi che una delle assi del muro era staccata. La sollevai e infilai la mano nel vano. Quella sgualdrina continuava a fissarmi e a sorridermi con un’impudenza inaudita. A un certo punto, tastando, sentii quello che mi parve un rotolo di stoffa molto pelosa e allungai ulteriormente la mano per tirarlo fuori. Ma in quel momento, la stoffa prese vita! Cominciò a muoversi e a contorcersi. Era fredda, pelosa, ma come ha detto lui aveva qualcosa di umano… anche se il vano non era più profondo di cinque o sei centimetri! Facemmo abbattere la parete: assistemmo all’intera operazione di demolizione, ma dal muro non uscì niente. Né vi trovammo nascosto il più piccolo brandello di stoffa. Assegnammo alla famiglia una quantità extra di lana da tessere, per punizione. Poi, sulla ragazza, rinvenimmo i segni della stregoneria e dopo aver ottenuto una speciale dispensa la spedimmo a lavorare nelle miniere insieme agli uomini.

“Una cosa, però, non la dimenticherò mai: quando tirai fuori la mano dall’intercapedine, mi accorsi che due sottili peli mi erano rimasti impigliati in un’unghia scheggiata: due peli dello stesso color rame dei capelli della ragazza!

“Da quel giorno, quando dormo male, continuo a sentire quella cosa. Come un ragno che mi cammina sul palmo della mano!”

Di colpo si sciolsero tutte le lingue e fu un susseguirsi di racconti terrificanti. A un tratto, una voce, più alta delle altre, esclamò: — Dicono che siano quelle cose a far comparire i segni della stregoneria!

Uno degli arcipreti del Sommo Concilio rise con ostentato disprezzo. Ma c’era una nota falsa nella sua risata.

Fratello Frejeris sorrise e inarcò allusivamente le sopracciglia, come per dire: — Isteria di massa. Io vi avevo avvertito.

— Prima ho detto che tutto questo sembra irreale, qui a Megateopoli — riprese il primo sacerdote che aveva parlato. Il tono della sua voce era di scusa, eppure il suo sguardo tradiva ancora un’ombra di sfida. — Ma dopo le nostre prime segnalazioni un sacerdote del Quinto Circolo fu mandato giù a indagare. Anche lui vide quello che avevamo visto noi, ma non disse nulla. Il giorno dopo ripartì e noi non abbiamo mai saputo se avesse scoperto qualcosa.

— Noi ci aspettiamo che la Gerarchia ci protegga!

— Vogliamo sapere che cosa la Gerarchia ha intenzione di fare!

— Dicono — intervenne il prete che aveva menzionato i segni della stregoneria — che esista un Concilio Nero in tutto e per tutto simile al Sommo Concilio. E una Gerarchia Nera organizzata come noi che serve Satanas, il Signore del Male!

— Proprio così — gli fece eco il primo sacerdote che aveva parlato. — E se è vero io voglio saperlo. È possibile che avendo fatto finta per secoli che esistesse un vero dio, abbiamo in qualche modo, non so come, risvegliato un vero diavolo? Che cosa accadrebbe in questo caso?

Un brivido di terrore percorse la Camera del Concilio, ma Goniface non si scompose. Si drizzò a sedere sul suo scranno e quando parlò le sue parole fendettero il silenzio come sciabolate. La sua voce non aveva la musicalità di quella di Frejeris, ma era ugualmente convincente e imponeva rispetto.

— Silenzio! Altrimenti sì che risveglierete un vero demone. Il demone della nostra ira!

Guardò i suoi confratelli seduti dietro il tavolo. — Che cosa dobbiamo farne di questi stupidi?

— Che vengano frustati — sbottò Sercival stizzito, la scarna mascella contratta, i piccoli occhi lampeggianti nelle orbite coriacee. — Che vengano frustati per essersi comportati in modo tanto codardo davanti ai trucchi e alle minacce di Satanas!

I preti di campagna si agitarono con apprensione. Frejeris alzò gli occhi al cielo, come per dire che quella proposta gli sembrava indicibilmente barbara, mentre Goniface annuì educatamente, pur non dando segno di approvarla. Senza volerlo, gli venne improvvisamente da chiedersi in che misura il vecchio Sercival e gli altri Fanatici credessero veramente nell’esistenza del Grande Dio e del suo eterno nemico, Satanas, il Signore del Male. La loro era una posa, naturalmente, ma forse, sotto sotto, in loro c’era anche un fondo di genuinità. Non quella genuinità che derivava dalle superstizioni di cui si nutrivano i comuni cittadini (quelle venivano tutte sfatate al Primo e al Secondo Circolo, altrimenti un prete non passava di grado), ma piuttosto da una sorte di auto-ipnosi indotta dall’annosa contemplazione dei meravigliosi poteri della Gerarchia, che alla fine li aveva portati ad attribuire a quei poteri un’origine soprannaturale. Per fortuna, i Fanatici erano molto pochi, così pochi da non essere degni di venire considerati un partito. Nel Sommo Concilio ne sedeva soltanto uno, Sercival per l’appunto, e quell’onore gli era stato conferito solo in tarda età. Eppure, forse, un giorno anche quel vecchio pazzo si sarebbe potuto rivelare utile. Era spietato e sanguinario e, nel caso in cui fosse stato necessario far ricorso alla violenza, sarebbe stato un perfetto capro espiatorio. In questo senso, il Partito Fanatico serviva a controbilanciare la più nutrita minoranza dei Moderati, lasciando ai Realisti di Goniface il pressoché totale controllo del potere.

Ma quei poveri preti di campagna non erano dei Fanatici. Tutt’altro. Se avessero avuto anche solo un pizzico di fiducia nel Grande Dio, in qualsiasi dio, non sarebbero stati così spaventati. Goniface si alzò in piedi per rimproverarli.

Ma non fece in tempo ad aprire la bocca, perché all’improvviso, all’estremità opposta della Camera, le grandi porte si aprirono ed entrò un sacerdote, che si affrettò in direzione del tavolo. Goniface riconobbe in lui uno dei Moderati di Frejeris.

Il nuovo arrivato camminava in modo tutt’altro che solenne, come si addiceva a un prete del suo rango, anzi stava quasi correndo.

Goniface attese in silenzio, senza tradire la minima emozione.

Con il respiro affannato per lo sforzo inconsueto, il sacerdote si avvicinò a Frejeris e gli consegnò un foglio che questi lesse rapidamente.

Frejeris si alzò in piedi e si rivolse a Goniface in modo che tutta l’assemblea lo udisse.

— Sono appena stato informato che nella Grande Piazza un sacerdote del Primo Circolo sta bestemmiando contro la Gerarchia davanti a una grande folla. Il tuo servo, Cugino Deth, ha assunto i pieni poteri e non vuole interferenze. Ti chiedo di spiegare immediatamente al Concilio che cosa significa questa follia!

— Chi sta alimentando l’isteria di massa, adesso, Fratello? — ribatté pronto Goniface. — Le tue informazioni sono incomplete. Devo forse parlare di una questione tanto delicata di fronte a persone che non potrebbero capirla? — Così dicendo indicò i preti di campagna. — O non è forse meglio che prima definisca una volta per tutte il problema che questi confratelli hanno sollevato davanti al Concilio?

Ma prima che gli arcipreti si fossero riavuti dallo stupore, lui aveva ripreso a parlare.

— Sacerdoti dei santuari rurali: voi avete detto che i vostri racconti sarebbero apparsi irreali qui a Megateopoli. Ebbene questo non è vero. Perché l’irrealtà non esiste, né a Megateopoli, né in nessun’altra parte del cosmo.

“Il soprannaturale è irreale e perciò non esiste. Avete forse dimenticato la verità fondamentale che vi è stata insegnata quando eravate preti del primo circolo? Che esistono solo il cosmo e le entità elettroniche che lo costituiscono, e che il cosmo è privo di anima e di fine, se non quello che possono imporgli le menti neuronali?

“No, le vostre storie riguardano entità reali, reali se non altro per l’immaginazione della vostra mente.

“Sono molte le entità reali che il Dito dell’Ira non può incenerire. Cito per esempio solo i solidografi, e vi ricordo che per vostra stessa ammissione i lupi e le altre creature che affermate di temere non sono che ombre impalpabili. Per quanto riguarda le creazioni della vostra immaginazione, non potete certo ucciderle, se non rivolgendo il Dito dell’Ira contro il vostro stesso cranio.

“Uno di voi ha parlato di stregoneria. Ha forse dimenticato che la Stregoneria l’abbiamo inventata noi?

“Non dovrei essere io a dirvi queste cose. Dovreste essere voi a spiegarle ai vostri novizi!

“Vi ha mai tradito, vi ha mai abbandonato la Gerarchia? No. Eppure adesso pretendete che accantoni qualsiasi altra faccenda e che si occupi soltanto di voi, perché siete spaventati… Non perché vi sia accaduto qualcosa, no, soltanto perché siete spaventati!

“Come fate a sapere che questa non è una prova, una prova a cui abbiamo deciso di sottoporvi per misurare il vostro coraggio e il vostro ingegno? Be’, se fosse una prova, pensate a quale misero spettacolo avete dato di voi stessi finora!

“Potrebbe essere una prova.

“Ma potrebbe anche trattarsi dell’attacco sferrato contro la Gerarchia da parte di un’entità aliena, che forse agisce sotto le mentite spoglie della Stregoneria. E che noi ancora non reagiamo, per costringere il nemico a uscire allo scoperto prima di colpirlo a nostra volta. Perché la Gerarchia non colpisce mai due volte.

“In questa eventualità, le più elementari norme di strategia bellica ci impedirebbero di mettervi al corrente di quanto sta accadendo, per paura di spaventare il nemico e di metterlo in fuga.

“Vi dirò soltanto questo: la Gerarchia era a conoscenza dei disordini presenti nelle vostre regioni prima ancora che voi ve ne accorgeste. E si è presa a cuore la cosa.

“Questo è tutto quello che avete bisogno di sapere. E avreste dovuto saperlo senza che ve lo dicessi io!”

Con freddo compiacimento, Goniface notò che anche le ultime tracce di panico erano ormai svanite. Finalmente, i preti di campagna si erano ricomposti e adesso sembravano più uomini. Erano ancora intimoriti, ma solo dalla presenza dei loro superiori. Come era giusto che fosse.

— Sacerdoti dei santuari rurali, con il vostro deplorevole comportamento avete disatteso le aspettative della Gerarchia. Dai rapporti che abbiamo ricevuto, sappiamo che fin dall’inizio dei disordini, o della prova, voi non avete fatto nient’altro che invocare l’aiuto della Gerarchia. Qualcuno ritiene che meritiate di venire frustati. Io sarei incline a convenirne, se non fossi convinto che possediate sufficiente nerbo per non cadere di nuovo negli stessi errori.

“La Gerarchia è come una grande mano che stringe l’intero globo terrestre. Volete forse incorrere nell’eterna disgrazia di venir ricordati come coloro che hanno cercato di allentare, anche se in proporzioni infinitesimali, la presa di una sua falange? Ho volutamente detto ‘cercato’, perché noi vi osserviamo molto più attentamente di quanto crediate e siamo sempre pronti a intervenire nel caso in cui anche il più piccolo di voi venisse meno al proprio dovere.

“Non venir meno al vostro dovere, è questo di cui dovete preoccuparvi!

“Adesso ritornate ai vostri santuari.

“Fate quello che avreste dovuto fare molto tempo fa.

“Fate appello al vostro coraggio e al vostro ingegno.

“La paura è un’arma, ma un’arma di cui voi dovete servirvi e non permettere che venga usata contro di voi!

“Vi è stato insegnato quale uso farne.

“Dunque usatela!

“E per quanto riguarda Satanas, l’equivalente nero del nostro Grande Dio che, come la stregoneria, è una nostra invenzione, sfruttatelo a vostro vantaggio! — A questo punto Goniface lanciò un’occhiata ironica a Sercival per vedere come reagisse il vecchio Fanatico a quelle parole. — Cacciatelo pubblicamente dalle vostre città se questo vi sembra un espediente utile. Ma non abbassatevi mai più, mai più a credere nella sua esistenza, come dei miserabili cittadini comuni!”

Fu allora, proprio mentre Goniface osservava i loro volti infiammarsi e il loro sguardo ardere per il desiderio di redimersi, che nella sala riecheggiò una poderosa risata. I muri della Camera del Concilio erano spessi e impenetrabili ai normali rumori, eppure avevano lasciato filtrare quello scroscio di risa portentoso e traboccante di un’allegria malvagia.

Risa che sembravano schernire la Gerarchia e chiunque avesse la presunzione di decretare ciò che esisteva e ciò che non esisteva.

I preti di campagna impallidirono e si strinsero gli uni agli altri. I volti sprezzanti degli arcipreti riuscirono a mascherare, più o meno bene, lo stupore, l’apprensione e la domanda rabbiosa che si agitava nelle loro menti sulla natura di quel suono e sul suo significato. Frejeris guardò immediatamente Goniface. Il vecchio Sercival cominciò a tremare come se fosse in preda a una strana paura e a un’ancor più strana soddisfazione.

Ma fu alle orecchie di Goniface che quella risata suonò più terribile e sconcertante. I pensieri più disparati si rincorsero come fulmini nella sua mente.

Ma lui rimase imperturbabile e si sforzò di sostenere lo sguardo dei preti di campagna, per contrastare l’influsso di quella snervante risata. E ci riuscì, anche se gli occhi di tutti si dilatarono per il dubbio e lo sgomento.

L’eco delle risa si spense lentamente, e sulla sua scia un brivido di terrore percorse la sala.

— L’udienza concessavi dal Sommo Concilio termina qui — dichiarò severamente Goniface. — Lasciate la Camera!

I sacerdoti di campagna si affrettarono verso l’uscita. Era solo il fruscio delle loro vesti, ma sembrava che stessero già mormorando.

Il vecchio Sercival si alzò in piedi e, come un vecchio profeta, protese una mano tremante verso Goniface. — Quella era la risata di Satanas! Era il giudizio del Grande Dio su di te e sull’intera Gerarchia per tutti questi secoli di menzogna e di finzione! Il Grande Dio ha sciolto contro il mondo il suo cane nero Satanas!

Dopodiché si risedette, le membra scosse da un tremito.

Gli arcipreti si dimenarono nervosamente. Qualcuno ridacchiò con disprezzo.

Goniface si sentì sopraffare dalla medesima, strana, inebriante sensazione che aveva provato anni prima, quando c’era mancato un nonnulla che il segreto sul suo passato venisse alla luce.

Un sacerdote piccolo e grasso si aprì un varco nella coda della delegazione dei preti di campagna che lasciava la Camera e si diresse quasi correndo verso Goniface.

Goniface lo fermò. — Fa’ rapporto a tutto il consesso del Sommo Concilio, Fratello Chulian!

Il piccolo prete grasso spalancò la sua boccuccia da cherubino e lo fissò interdetto. — Due cose simili a grandi mani si sono chiuse a coppa intorno a Fratello Jarles e l’hanno portato via! Satanas ha parlato!

— Il tuo rapporto! — gli ingiunse Goniface aspramente. — Il resto possiamo apprenderlo da altri capaci di raccontarlo meglio di te.

Il piccolo prete grasso face un balzo all’indietro come se qualcuno gli avesse gettato un bicchiere d’acqua in faccia. Sembrava che si fosse accorto solo in quel momento della presenza degli altri arcipreti. La sua voce stridula si fece più servile, il suo linguaggio più forbito.

— Come mi era stato ordinato ho suscitato la collera di Fratello Jarles, sacerdote del Primo Circolo. L’ho fatto ingiungendo alla Cittadina Comune Sharlson Naurya, alla quale Fratello Jarles pensa ancora con affetto, di servire nel Santuario. Lei, che ha una paura insolita dei santuari, ha rifiutato. A quel punto l’ho accusata di stregoneria e l’ho afferrata per una spalla per farvi apparire il marchio della sua arte malefica. Allora Fratello Jarles mi ha colpito. Avevamo entrambi il campo di inviolabilità attivato in quel momento. Mi ha fatto cadere a terra. A quel punto io…

— Il tuo rapporto termina qui, Fratello Chulian- lo interruppe Goniface.

Nel silenzio che seguì, la voce di Fratello Frejeris risuonò ancor più musicale di prima. — Se tutto quello che dobbiamo sentire consiste in simili follie avventate e perniciose, inequivocabilmente intese a minare la stabilità della Gerarchia, non avrò bisogno di chiedere io la scomunica di Fratello Goniface. Tutti gli altri arcipreti la invocheranno per me.

— Sentirai tutto quanto c’è da sentire — replicò Fratello Goniface. — E quando avrai sentito tutto capirai. — Ma fu il primo a rendersi conto che le sue parole erano cadute nel vuoto. Anche i volti dei suoi compagni Realisti esprimevano sospetto e diffidenza. Fratello Jomald gli lanciò un’occhiata come per dirgli: — Il partito non si assume nessuna responsabilità in questa faccenda. Dovrai cavartela da solo… ammesso che tu ci riesca.

Sembrava che il piccolo prete grasso desiderasse aggiungere qualcosa. La sua boccuccia da cherubino si contorceva ansiosamente. Con un misurato cenno del capo Goniface gli fece segno di parlare.

— Posso aggiungere un’ultima cosa al mio rapporto, reverenza?

— Se riguarda la parte che hai avuto tu nell’azione.

— Sì, reverenza. Si tratta di una cosa che mi ha lasciato perplesso. Quando ho strappato il grembiule di Sharlson Naurya per mostrare a tutti il marchio della stregoneria, ho visto che aveva tre segni sulla pelle, mentre io sono sicuro di aver appoggiato sulla sua spalla solo il pollice e l’indice.

Goniface avrebbe voluto baciare il piccolo prete grasso, ma la sua voce risuonò distante e grave quando rispose. — E pensare, Fratello Chulian, che tu avresti già potuto essere elevato a sacerdote del Terzo Circolo, se solo avessi unito la virtù della deduzione a quella dell’osservazione. — Scosse la testa con rammarico. — Bene, io ti darò la possibilità di redimerti. Dopo tutto si è trattato di una coincidenza davvero straordinaria. Prendi un altro prete, adesso che sei senza compagno, e va insieme a lui ad arrestare… la strega!

Il piccolo sacerdote grasso strabuzzò gli occhi. — Quale strega, vostra augusta grazia?

— Sharlson Naurya. E farai meglio a sbrigarti anche, se vuoi sperare di trovarla.

Una luce improvvisa illuminò gli occhi cerulei di Fratello Chulian che, dopo aver fissato attonito Goniface ancora per qualche istante, girò su se stesso e si affrettò verso l’uscita.

Ma questa volta dovette cedere il passo ad altre persone che avevano raggiunto la porta insieme a lui. Un uomo basso e allampanato, che indossava la tunica nera dei diaconi, entrò con impudente sicurezza di sé nella Camera del Concilio, seguito da numerosi sacerdoti che portavano rotoli e scatole di metallo di foggia strana.

Si diresse verso il Tavolo e vi ci si piantò davanti a gambe larghe, circondato dalla sua corte di assistenti. La sua carnagione giallastra, la fronte prominente e le enormi orecchie a sventola ne facevano un esempio più unico che raro di bruttezza maschile. Ma la maschera imperscrutabile del suo viso era una copia perfetta di quella che racchiudeva la glaciale bellezza di Goniface. Il diacono sembrava godere dell’ostilità con la quale era stato accolto, come se fosse consapevole che, benché a causa dei suoi natali fosse interdetto dal sacerdozio, lui era pur sempre più temuto di molti arcipreti.

— E che cos’ha da dirci il tuo servo Cugino Deth? — chiese uno dei Moderati, non Frejeris.

Il diacono fece un profondo inchino. — Vostre temute, auguste, eminenti irreprensibilità — esordì con caustico servilismo. — Io non ho bisogno di fare alcun rapporto verbale. Questi testimoni imparziali parleranno per me. — Con una mano indicò i rotoli e le scatole di metallo. — Un solidografo animato di tutto quanto è accaduto nella Grande Piazza. Una trascrizione di ogni parola pronunciata da Fratello Jarles e, contemporaneamente, una registrazione videografica delle maggiori onde neuro-emotive emesse dalla folla durante la sua arringa. Un’analisi grafica, eseguita al Centro di Controllo della Cattedrale, dell’apparente natura fisica del guscio che si è chiuso intorno a Fratello Jarles e che l’ha portato via. Una trascrizione delle parole e delle risa che si sono udite alla fine. Più le solite integrazioni. — Detto questo, si inchinò di nuovo, piegando il busto fino a sfiorare il pavimento con le maniche nere della tonaca.

— A noi non interessano le tue belle immagini! — gridò lo stesso Moderato che aveva parlato prima, il volto paonazzo per l’ira. — Vogliamo che ci racconti quello che è accaduto, Diacono!

Goniface notò che Frejeris stava tentando invano di far capire al proprio compagno di partito di mantenere la calma, e di non sprecare le preziose frecce che avevano al loro arco in sfuriate di poca importanza. Con una certa sfrontatezza, Cugino Deth, lanciò a Goniface un’occhiata interrogativa e l’arciprete gli fece cenno di proseguire.

— È andato tutto come previsto, come dimostrano le registrazioni — riprese Deth, mentre l’ombra di un sorriso cinico gli aleggiava sulle labbra sottili come fessure. — Alla fine una sfera maculata, simile a due grandi mani, si è chiusa intorno al prete. La sfera ha sopportato per diverso tempo tutta la potenza dell’ira del Grande Dio e così noi siamo stati in grado di studiarla. Poi, all’improvviso è scomparsa, sfuggendoci per un soffio. Perché noi avevamo uno squadrone di angeli pronto a inseguirla, come voi avevate ordinato. — E si chinò compitamente verso Goniface. — Sappiamo in quale direzione è fuggita e le ricerche sono già in corso.

Subito dopo Goniface si alzò in piedi e fece segno a Deth di avvicinarsi al tavolo per predisporre il necessario per proiettare la registrazione.

Quello era il momento giusto, intuì Goniface. Le parole di Deth avevano mandato in collera tutti gli arcipreti, ma soprattutto i Moderati, mentre i Realisti, loro malgrado, ne erano rimasti colpiti. Si rivolse al Concilio.

— Arcipreti della Terra, è stato detto: “Quanto accade a Megateopoli accade nell’intero pianeta”. Ma affinché questo aforisma abbia valore pratico, dobbiamo sapere in anticipo quel che può accadere a Megateopoli!

“Insomma, se vuol essere realista, un governo deve saper giocare d’anticipo, deve saper prevenire! “Quanti degli arcipreti qui riuniti, a eccezione forse di te, Fratello Sercival, credeva che il nemico avrebbe osato attaccare apertamente Megateopoli?

“Nemmeno io lo credevo. Ma volevo esserne certo. Questa è una delle ragioni per cui ho voluto condurre questo esperimento nella Grande Piazza.

“Ebbene Fratelli, adesso sappiamo la risposta. Satanas è venuto.

“Non possiamo più negare che dietro la stregoneria si celi un nemico, un nemico intrepido e pericoloso.

“Non possiamo più negare che all’interno di quella disprezzata forma di Stregoneria che tolleriamo, esista un’altra Stregoneria, che cerca di usare l’arma della paura non solo contro i comuni cittadini, ma anche contro i sacerdoti. Abbiamo ragione di credere che i membri di questa Stregoneria Occulta siano riconoscibili attraverso alcuni segni che hanno impressi sul corpo. E sappiamo che sono astuti e pieni di risorse.

“Non possiamo più liquidare come un trascurabile episodio di isteria di massa la Questione dei Preti Spaventati. Per infondere loro coraggio, ho detto che avrebbe potuto semplicemente trattarsi di una prova a cui la Gerarchia aveva deciso di sottoporli. Ma voi tutti sapete che tre scienziati del Quinto Circolo hanno ammesso di non essere in grado di spiegare le manifestazioni che si sono verificate nei Santuari rurali.”

Goniface fece una pausa. I Moderati sembravano più infuriati che mai. Ma a loro bastava sentir parlare di pericolo per montare in collera. I Realisti invece, lo stavano ascoltando attentamente. Adesso l’espressione di Fratello Jomald tradiva riluttante ammirazione.

— Ma per ritornare alla domanda iniziale: che cosa sta accadendo a Megateopoli?

“Fratelli, esiste un solo modo per scoprirlo. Solo un modo per conoscere il reale temperamento dei comuni cittadini. Anche lo studio più scrupoloso del loro comportamento nella vita quotidiana è insufficiente. E così pure i test psicologici. L’unica strada certa, il solo sistema sicuro consiste nel fomentare una piccola crisi e analizzare quanto avviene.”

Il più furibondo dei Moderati fece per alzarsi, ma Frejeris lo fermò, anche con un certo dispiacere, come se si rendesse conto che ormai non poteva più sconfiggere Goniface con un attacco diretto.

— Non si spegne il fuoco gettandovi sopra dell’olio — disse.

— E invece sì — ribatté Goniface. — L’olio penetra più dell’acqua. Esiste un fuoco nascosto, un fuoco che cova sotto la cenere che solo l’olio può raggiungere e che non ha sufficiente ossigeno per incendiare l’olio stesso. È questo, Fratelli, il fuoco che cova nell’animo dei cittadini comuni. E anche la forza che trama contro di noi sotto le mentite spoglie della Stregoneria è un fuoco di questo genere, nascosto ma pericolosissimo.

“Per scoprire il carattere segreto dei cittadini comuni, per fornire loro l’istruttivo esempio di un prete punito per le sue bestemmie e, come poi si è realmente verificato, per attirare il nemico allo scoperto, io ho fomentato una crisi.

“E ora, arcipreti di Megateopoli, mi accingo a mostrarvi una fedele registrazione di quanto è accaduto, affinché voi possiate studiarlo e imparare, insieme a me, a prevenire le crisi veramente gravi che potrebbero verificarsi.

“E dopo aver visto quello che sto per mostrarvi, scomunicatemi pure, se ancora lo riterrete opportuno.”

Mentre Goniface parlava, gli assistenti di Cugino Deth avevano apportato un profondo cambiamento sulla superficie apparentemente uniforme del tavolo del Concilio. Al centro del piano era apparsa una depressione circolare del diametro di circa un paio di metri. Da un lato erano raggruppate alcune depressioni più piccole e si erano visualizzate alcune fessure. I rotoli e le scatole erano stati inseriti negli appositi orifizi ed erano del tutto scomparsi.

Poi Deth aveva azionato un comando e, a poco a poco, anticipato da sfumature di grigio sempre più scure, nella Camera del Concilio era calato il buio.

All’improvviso, al centro del tavolo, si materializzò una scena in miniatura. Solo la presenza occasionale di una certa foschia e una certa evanescenza dell’immagine quando più figure erano raggruppate insieme, indicava che si trattava di una proiezione, una messa a fuoco di sequenze registrate su nastri multipli che giravano senza far rumore.

Minuscole figure di uomini e donne che indossavano grembiuli di tela grezza, preti che assomigliavano a bambole vestite di rosso, cavalli grandi come topi, carri e oggetti di varia natura: in breve, una considerevole porzione della Grande Piazza, senza le strutture architettoniche che la circondano.

Solo che adesso, invece del Grande Dio erano gli arcipreti del Sommo Concilio a torreggiare sul vasto spazio aperto.

Dalle depressioni più piccole del tavolo cominciarono a salire tozze colonne di luce colorata, gialla, verde, blu, violetta, che variavano impercettibilmente ma costantemente in altezza e in intensità: indicavano il complesso dei mutamenti neuro-emotivi nelle risposte della folla.

Si udiva il mormorio dei comuni cittadini, il rumore degli zoccoli dei cavalli, il cigolio delle ruote di legno.

Si ripeteva la scena che aveva avuto luogo nella Grande Piazza.

Cugino Deth si protese in avanti e, oscurando con il braccio parte del solidografo, indicò con due dita, che apparvero grandi come colonne rispetto alle figure lillipuziane della proiezione, due omini vestiti di rosso.

— Jarles e Chulian — spiegò. — Fra alcuni istanti li sentiremo parlare.

Goniface si appoggiò con soddisfazione allo schienale. Stava studiando le espressioni dipinte sui volti attenti degli arcipreti; che la luce del solidografo riduceva a maschere sinistre sospese nella tenebra infinita oltre il tavolo. Poi si voltò di nuovo a guardare la proiezione.

Fu quando tuonò la prima accusa di stregoneria — e la colonnina viola, espressione cromatica di emozioni quali la paura e la repulsione, balzò in alto e impallidì — che vide per la prima volta il volto di Sharlson Naurya.

Poco ci mancò che si tuffasse in avanti per afferrarlo.

Ma si trattenne in tempo e si limitò a inclinare pigramente il busto, come se desiderasse semplicemente studiare la scena più da vicino.

Non poteva essere.

Eppure era lì, davanti ai suoi occhi. Il piccolo viso freddo e risoluto, più perfetto di un cammeo, circondato dalla massa scura dei capelli sottili come quelli di una bambola. Naturalmente non era identico all’immagine che si era impressa nella sua memoria. Ma considerando il tempo che era trascorso e i cambiamenti apportati dagli anni…

Geryl. Knowles Geryl.

Ma Chulian l’aveva chiamata con un altro nome… Sharlson Naurya.

Con grande stridore, una porta da tempo chiusa si aprì nella mente di Goniface, sforzando i cardini arrugginiti, come se una mano titanica stesse spingendo il battente.

L’arciprete guardò dall’altra parte del tavolo in direzione di quella caricatura giallastra che era il volto di Deth immerso nell’oscurità, e attirò l’attenzione dei suoi occhi, simili a grandi perle nere.

Arretrando, Deth si confuse con la tenebra e scomparve.

Allora Goniface si alzò senza far rumore e prese a camminare dietro la fila delle sedie, come se fosse stanco di stare seduto. Poi si allontanò dal tavolo.

A un tratto avvertì la presenza di Deth alle sue spalle. Ne afferrò il polso scheletrico con la mano e poi, accostando la bocca al suo orecchio gli sussurrò: — La donna che ho ordinato a Chulian di arrestare. Sharlson Naurya. Trovala. Se Chulian l’ha già catturata, portala via. Devi trovarla e farne la mia prigioniera segreta.

Poi, come se avesse avuto un ripensamento, aggiunse: — Che non le venga torto un capello, almeno fino a quando non l’avrò vista e non le avrò parlato.

Nell’oscurità, Cugino Deth piegò le labbra in un sorriso maligno.

3

Per un attimo Fratello Chulian ebbe l’impressione di vedere un’ombra precipitarsi verso di lui dai solchi profondi dell’acciottolato. Si ritrasse con un balzo. La sua aureola luminosa vacillò nella strada buia e il suo campo di inviolabilità andò a urtare contro quello del suo compagno.

— Sono scivolato — ansimò in tono poco convincente. — Qualche cittadino maleducato deve aver rovesciato della brodaglia unta sulla strada.

L’altro sacerdote non rispose. Chulian si augurò di tutto cuore che non avrebbe avuto nulla in contrario a svoltare a destra all’incrocio successivo. Avrebbero allungato un po’ il tragitto piegando da quella parte, ma almeno non sarebbero passati davanti alla casa stregata.

Con suo grande sollievo, il suo compagno girò a destra di sua spontanea volontà.

Naturalmente, la casa non era stregata per davvero, fece prontamente mente locale Chulian. Era un’idea assurda, inconcepibile. Ma era una rovina così vecchia e brutta dell’Età dell’Oro e in confessione i cittadini comuni raccontavano storie così sgradevoli e strane in proposito…

Perché i cittadini comuni dovevano vivere in strade così strette e tortuose? E perché doveva vigere un coprifuoco così rigoroso?, si lagnò il sacerdote fra sé e sé, come se la colpa fosse dei cittadini. Sembrava una città di morti. Non un’anima per strada, non una luce accesa, non un suono. Per la verità, ricordò con riluttanza, era una legge della Gerarchia a imporre il coprifuoco. Ciò non toglieva che avrebbero dovuto essere previste norme speciali per i casi come quello, come un’ordinanza che obbligasse tutti i cittadini a prestare l’orecchio all’eventuale passaggio dei sacerdoti durante la notte in modo da essere pronti a illuminarne il cammino con torce accese. La luce dell’aureola bastava a malapena a evitare di inciampare nei ciottoli!

Come due fuochi fatui gemelli, i due cerchi di luce violetta avanzavanp balzelloni nel folle intrico di quelle fosse buie che erano le strade di Megateopoli.

Alle loro spalle si stagliava il profilo sfavillante del Santuario. A Chulian sembrava un grande cuore caldo, dal quale erano stati ingiustamente cacciati. Perché dovevano sempre affidare a lui quei compiti ingrati? Lui era un chierico innocente che non dava fastidio a nessuno.

Le sole cose che desiderava dalla vita erano tranquillità e benessere: una buona razione giornaliera dei suoi cibi preferiti, la possibilità di dormire in un letto (in quel momento gli sembrava quasi di sentire la soffice imbottitura del materasso), di guardare i suoi libri solidografici prediletti auto-leggersi, e, di tanto in tanto, qualche piccola distrazione con una Sorella Perduta.

Chi al mondo poteva essere così crudele da volergli negare questo?

Era tutta colpa della sorte meschina che gli aveva affiancato Jarles come compagno, disse a se stesso. Quell’essere scorbutico! Se non fosse finito in coppia con lui, non si sarebbe trovato invischiato in quell’assurda macchinazione, che non capiva e che sembrava essere stata ordita soltanto per portare nel mondo confusione e pericolo. Un mondo in cui le cose sarebbero andate così bene se solo gli uomini fossero stati un po’ più simili a Fratello Chulian!

Comunque, in quel momento non si sarebbe trovato lì al buio e al gelo, se non fosse stato così stupido da riferire a Goniface di quei segni in più sulla spalla della ragazza. Però, se avesse taciuto, prima o poi con ogni probabilità l’avrebbero scoperto da soli, e allora l’avrebbero punito.

I segni della stregoneria! Chulian rabbrividì. Gli sembrava quasi di vederli bruciare sulla pelle candida di quella malvagia creatura.

Perché alcune ragazze del popolo dovevano essere così impudenti e scontrose? Perché non potevano essere tutte gentili e docili?

I segni della stregoneria! Come avrebbe voluto riuscire a non pensarci. Prima di accedere al sacerdozio aveva letto un libro sul Medio Evo della Civiltà dell’Alba e sulla sua primitiva stregoneria. A quanto ricordava, i segni della stregoneria comparivano nel punto in cui una strega nutriva il demone al suo servizio, demone inviatole come aiutante da Satana-Satanas.

Ma naturalmente anche quella era una fola, adesso come nel Medio Evo.

Ma allora perché dopo aver ascoltato il suo rapporto, Goniface aveva chiamato la ragazza strega e gli aveva ordinato di andare ad arrestarla?

In tutta sincerità, Chulian preferiva non conoscere la risposta. Non voleva diventare sacerdote del Terzo Circolo. Voleva soltanto vivere in pace. Se solo fosse riuscito a farlo capire a tutti quanti!

Il suo compagno attirò la sua attenzione indicandogli un rettangolo più scuro nella superficie irregolare del muro, fatto di pietrisco e malta. Erano arrivati.

Chulian bussò con forza alla porta di legno grezzo. Indossando i Guanti dell’inviolabilità era pressoché impossibile farsi male.

— Apri in nome del Grande Dio e della sua Gerarchia! — ordinò, la voce stridula amplificata dal silenzio.

— La porta non è sprangata. Apritela da soli — rispose una voce pacata e un po’ lontana, facendogli gentilmente il verso.

Chulian si stizzì. Che insolenza! Ma loro erano lì per arrestare la ragazza, non per insegnarle l’educazione. Strappò la catena dell’uscio e spinse la porta.

La stanza era illuminata in modo vago e disuguale dalla fiamma di un misero fuoco. Deboli volute di fumo, che sfuggivano dal camino, si contorcevano pigramente nella semi-oscurità e, dopo un po’, alcune trovavano la via della minuscola presa d’aria quadrata che si apriva nel basso soffitto. Il compagno di Chulian tossì.

Davanti al camino, una spola saettava alacremente fra i fili di un grande telaio, dando vita a un tessuto di colore scuro.

Osservandone il movimento rapido e continuo, simile a quello della testa di una serpe, Chulian avvertì un inspiegabile disagio. Esitò e lanciò una rapida occhiata al sacerdote che lo accompagnava. Si strinsero l’uno all’altro e avanzarono affiancati nella stanza male illuminata, finché riconobbero dalla parte opposta del telaio il profilo di Sharlson Naurya.

Indossava un abito aderente, di colore grigio, che aveva confezionato lei stessa. Più che fissare il lavoro, i suoi occhi attenti sembravano guardare oltre l’intreccio dei fili, anche se le sue dita agili e rapide non tradivano la benché minima incertezza. Era semplice stoffa quella che stava tessendo, si chiese Chulian, o era qualcos’altro… qualcosa di più grande?

Poi, trasalendo come se fosse stato sorpreso a commettere un grave peccato, si rese conto che la ragazza gli ricordava qualcuno. Era semplice suggestione, era chiaro. Eppure, nei tratti decisi del suo viso gli sembrava di riconoscere la stessa forza oscura, la medesima determinazione, segreta ma sconfinata, che aveva letto poco prima sul volto dell’arciprete Goniface, e davanti alla quale si era fatto piccolo piccolo per la paura.

Un attimo dopo, la ragazza voltò la testa e li fissò. Ma la sua espressione non era mutata, come se loro due fossero parte di quella stoffa misteriosa, più grande e invisibile. Senza fretta, infilò la spola nell’ordito e si alzò in piedi guardandoli in faccia, le mani congiunte sul grembo.

— Sharlson Naurya — intonò solennemente Chulian, nonostante un lieve tentennamento della voce — siamo venuti qui come inviolabili emissari della Gerarchia per eseguire l’ordine del Grande Dio.

A quelle parole, gli occhi verdi della ragazza sorrisero, se mai gli occhi possono sorridere. Ma Chulian si chiese piuttosto che cosa vedessero quando guardavano oltre le sue spalle. Che ragazza sfrontata! Chi le dava il permesso di prenderla con tanta calma!

Si mise sull’attenti.

— Sharlson Naurya, in nome del Grande Dio e della Gerarchia, io ti dichiaro in arresto!

Lei inclinò la testa e una luce malvagia si insinuò nel sorriso dei suoi occhi. Poi, all’improvviso staccò le mani dal grembo e le protese davanti a sé.

— Corri Micia! — gridò con tono vagamente birichino. — Racconta tutto all’Uomo Nero!

Un artiglio scintillante le strappò il vestito all’altezza della vita… dall’interno. Vi fu un rapido sommovimento sotto la stoffa, poi, contorcendosi, qualcosa uscì dalla fessura e spiccò un balzo.

Qualcosa di peloso, grande come un gatto, ma più simile a una scimmia e incredibilmente magro.

Come un ragno rapidissimo, si arrampicò su per il muro e attraversò il soffitto, al quale rimase attaccato senza sforzo alcuno.

A Chulian si paralizzarono tutti i muscoli. Con un grido soffocato, il suo compagno protese un braccio e dall’indice puntato uscì, crepitando, un ago di luce viola. Zigzagando, il raggio seguì il percorso della cosa misteriosa, bruciando l’intonaco grezzo della parete e del soffitto.

La cosa indugiò per un istante in corrispondenza della presa d’aria e si voltò a guardare. Poi scomparve, e la luce violetta del raggio crepitò invano attraverso il foro verso il cielo scuro, dove si vedeva brillare una sola stella.

Ma Chulian continuò a guardare in alto, la mandibola rilasciata percorsa da un brivido. Aveva avuto una fugace visione del minuscolo viso della cosa. Non mentre si muoveva, perché in quel momento era solo una macchia ondeggiante, ma quando si era fermata per guardare indietro.

Non aveva tutti i tratti di una vera faccia. Alcuni mancavano e altri sembravano inseriti l’uno nell’altro, come le parti rientranti di un cannocchiale. Un pelo sottile invadeva il viso.

Ciò nondimeno, là dove i lineamenti riuscivano a emergere dal pelo, gli erano apparsi bianchi e, benché fortemente deformati, vi aveva rinvenuto una copia di quelli di Sharlson Naurya: una caricatura dallo sguardo acuto, senza mento, senza naso, infernale, ma terribilmente somigliante.

E il pelo era della stessa tonalità dei capelli scuri della ragazza.

Dopo un po’ Chulian abbassò lo sguardo su di lei. Non si era mossa. Era in piedi davanti a lui e gli sorrideva con gli occhi.

— Che cos’era quella cosa? — le domandò con voce strozzata. Era più un appello disperato che una domanda.

— Non lo sapete? — gli domandò lei con tono grave.

Prese uno scialle che era appeso a un’estremità del telaio. — Sono pronta — disse. — Non dovete condurmi al Santuario?

E gettandosi lo scialle sulle spalle, si avviò verso la porta.

Fuori, la notte sembrava più buia che mai e regnava un silenzio di tomba. Se qualcuno aveva udito il trambusto, non era certo uscito a indagare. Così imponeva la legge, come Chulian ben sapeva, ma in quel momento desiderò con tutto il cuore che qualche cittadino la infrangesse. Se almeno avessero incontrato una pattuglia di diaconi!

Le due aureole violette si affannarono balzelloni attraverso le stradine strette e irregolari, puntando in direzione della luce-guida del Santuario.

Se solo la ragazza non avesse camminato così piano! Certo, potevano indurla ad affrettare il passo (ognuno di loro due disponeva di un gomito all’interno di uno dei guanti rigonfi), ma a Chulian non piaceva l’idea di farle del male; considerando soprattutto che per il resto si stava dimostrando molto docile. Per non parlare del fatto che quella cosa che aveva chiamato per nome doveva essere da qualche parte sui tetti e forse li stava seguendo. Niente di più probabile che se avesse alzato gli occhi avrebbe visto quel minuscolo muso antropoide fare capolino dietro qualche comignolo, stagliato contro il cielo stellato.

Ma per fortuna, una volta arrivati al Santuario, quell’incubo sarebbe finito. Oltrepassarono file di case buie e fauci di strade altrettanto buie. Al crocicchio successivo avrebbero dovuto girare a sinistra per evitare la casa stregata, rifletté Chulian.

Ma quando giunsero all’incrocio, trovarono la strada che piegava a sinistra murata: un muro solido, invalicabile, fatto di tenebra.

Non quella tenebra vagamente rischiarata dalla luce stellare che li aveva circondati fino a quel momento, ma un buio totale e assoluto, al confronto del quale il cielo notturno sembrava grigio.

Chulian lanciò una rapida occhiata a Fratello Arolj, cereo sotto l’aureola luminosa, e ne colse lo sguardo allarmato.

Subito dopo, di corsa per non cedere alla tentazione di indietreggiare, i due sacerdoti si tuffarono insieme nell’oscurità, la ragazza sempre in mezzo a loro.

Le loro aureole si spensero. Non vi era neanche la più piccola traccia di luce.

Ritornarono precipitosamente sui loro passi, e, ansando, riemersero dal buio come da un muro di inchiostro. Per un angoscioso momento, Chulian temette che sarebbero rimasti intrappolati in quella tenebra per sempre.

Girarono a destra. Anche lì l’oscurità riempiva la strada, dall’imboccatura fino su, a celare le stelle.

Sharlson Naurya era rimasta diligentemente in mezzo a loro. Non aveva tentato di scappare, anche se le sarebbe bastato rimanere nascosta nella stradina buia per farla franca, perché loro due non sarebbero andati sicuramente a cercarla. Certo, era probabile che anche lei avesse paura di quella tenebra minacciosa, ma Chulian non era convinto.

Con la coda dell’occhio si guardò rapidamente alle spalle. Era come aveva temuto. La tenebra li aveva seguiti dalla strada da cui erano venuti.

La sola via vagamente illuminata era quella che proseguiva dinanzi a loro, quella che portava alla casa stregata. Qualcosa voleva che loro passassero davanti a quella vecchia casa… Del resto non avevano altra scelta… prima che il buio decidesse di scivolare oltre e di inghiottirli.

Quella paura doveva aver assalito contemporaneamente anche Fratello Arolj, perché entrambi i sacerdoti si precipitarono in avanti, trascinando con sé la prigioniera.

Dietro di loro, il muro di tenebra divorava l’acciottolato che le loro suole avevano appena calpestato, incalzandoli quando incespicavano. Quando raggiunsero la piccola piazza abbandonata dove sorgeva la casa stregata, avevano smesso di camminare da un bel pezzo e stavano correndo senza alcun ritegno.

La costruzione si ergeva solitaria al di sopra di tutte le altre casupole, simbolo perfetto di desolazione. Ma Chulian vide solo di sfuggita il suo complesso di muri follemente incurvati e stranamente molli, interrotti da cadenti finestre circolari, simili a occhi sporgenti e lascivi. Perché, all’improvviso, la tenebra avanzò da ogni lato, come un grande sacco, tagliando loro la strada, oscurando le stelle e costringendoli, attraverso lo slargo coperto di pietrisco, verso la bocca del sacco e l’ingresso ovale e malandato della casa stessa.

Allora, in preda al panico, Chulian offrì la sua prima e unica prova di disperato coraggio. Puntò l’indice contro Naurya.

— In nome del Grande Dio, se non la fai sparire ti incenerirò! — la minacciò con la voce che gli tremava.

Un secondo dopo la tenebra si ripiegò su se stessa, chiudendosi intorno a loro come una busta. Si fermò a una spanna dal trio, escludendo quasi del tutto l’uno alla vista dell’altro.

— Non lo farò! Non lo farò! — urlò Chulian abbassando la mano.

La tenebra arretrò di alcuni metri.

E a quel punto, finalmente, Naurya gli sorrise con le labbra. Allungò un braccio e, prima che lui potesse rendersi conto di quello che stava per fare, lo colpì rapidamente in un certo punto del torace.

Il suo campo di inviolabilità si spense, la sua aureola si smorzò e la sua veste si afflosciò.

Lei gli fece un buffetto sulla guancia, come si fa ai bambini, e al tocco gentile delle sue mani Chulian sentì formicolare la pelle del viso.

— Addio, Piccolo Fratello Chulian — disse e scivolò oltre la porta fatiscente nella casa stregata.

In un batter di ciglia, la tenebra si ritrasse e scomparve. E dalla strada sopraggiunse correndo Cugino Deth.

— La vostra prigioniera! Dov’è? — chiese bruscamente a Chulian.

— Non l’hai vista? Quella tenebra spaventosa? — replicò Chulian con voce incerta.

Cugino Deth indietreggiò. — Non sapevo che voi preti aveste paura del buio.

Per un attimo, la sola cosa a cui Chulian riuscì a pensare fu che era stato insultato da un miserabile diacono.

— È entrata lì dentro — rispose con rabbia. — Se ti preme tanto, perché non la insegui tu stesso?

Cugino Deth si voltò verso la strada.

— Sveglia i cittadini! — urlò rivolto a qualcuno. — Fate un cordone intorno alla casa!

Poi si voltò di nuovo verso Chulian.

— Forse domani mi sarà chiesto di entrare in questo luogo per purificarlo dal male — disse. — E dal momento che la reverenza vostra si mostra così desiderosa di vedermi entrare, supplicherò che veniate nominato mio direttore spirituale, affinché possiate guidarmi.

4

Le mani lasciarono i gomiti di Jarles dopo aver stretto per un attimo la presa, quasi ad ammonirlo: — Sta fermo lì! — Sentì il bordo di una scatola o di un sedile contro i polpacci, ma non si sedette.

A poco a poco si delinearono i vaghi contorni dell’ambiente che lo circondava, simile a un notturno abilmente dipinto da un valente pittore, con rapide pennellate fosforescenti su una superficie nera sfumata di viola.

Si trovava in un’ampia stanza dal soffitto molto basso. Lo capiva dalle correnti d’aria e dall’eco dei suoi stessi passi.

A quella che sembrava una delle estremità del locale, su una bassa predella, era collocata una specie di sedia o di trono, che emanava una debole luce. Davanti al trono si trovava un piccolo tavolino, sul quale era collocato un oggetto che ricordava, nella foggia, i libri delle civiltà passate. Era enorme ed era aperto. Alcune minuscole creature, di natura non meglio specificata, stavano giocando ai piedi del trono; o per lo meno questa era l’impressione che aveva Jarles, perché percepiva un rapido moto, come di corsa, vicino al pavimento e gli giungeva all’orecchio un vago stridio accompagnato da uno strascicamento, e, una volta o due, un flebile plop, come se qualcosa dotato di una ventosa venisse staccato da una superficie liscia.

Poi, con un balzo, una delle creature salì sul trono e vi si acquattò con fare birichino: era minuta, molto magra, vagamente somigliante, come struttura fisica, a una scimmia.

Quello che accadde subito dopo gli fece correre un brivido freddo lungo la spina dorsale. Perché la creatura parlò. O per lo meno dalla direzione del trono provennero dei bisbigli, voci troppo sottili e acute e stranamente confuse per essere umane… ma nondimeno indiscutibilmente umane. Jarles riusciva a cogliere soltanto qualche parola qua e là.

— …stata questa sera Mysie?

— …dentro la sua veste… un sacerdote del Quarto Circolo… spaventato a morte.

— Jill?

— …fare una visita lontano, per riferire…

— Meg?

— …sul suo petto, mentre dormiva.

— E Micia? Ma so…

— Sì, Dickon.

Sembrava che la creatura seduta sul trono facesse le domande e le altre rispondessero, in una sorta di parodia degli esseri umani quando fanno rapporto a un capo. Con orrore, Jarles si rese conto di aver già udito in precedenza l’ultima voce che aveva parlato e cominciò a tremare.

— Chi siete? — urlò, con più baldanza di quanta non ne avesse in realtà. — Che cosa volete da me? Perché tutto questo mistero?

L’eco delle voci si spense in un silenzio cupo. Non ci fu risposta, solo l’improvviso stropiccio di una corsa frettolosa.

Jarles si sedette. Se avevano deciso di giocare a quel modo con lui, non c’era niente che potesse fare, se non evitare di lasciarsi impressionare, o almeno di farlo trapelare.

Ma quale poteva essere lo scopo del loro gioco? Per cercare di capire chi potesse averlo salvato, e poi fatto prigioniero, riesaminò mentalmente tutto quello che era accaduto dal momento in cui l’ira del Grande Dio stava per abbattersi su di luì.

I primi ricordi erano confusi per la grande paura e lo stupore che aveva provato. La sensazione di essere stato circondato da qualcosa di solido, semi-trasparente e striato di nero. Una luce blu accecante, un frastuono infernale di grida, crepitii e risa. Poi qualcosa l’aveva trascinato in alto, sconquassandolo tutto, e quindi di nuovo in basso, verso un buco nero che si era spalancato come un enorme forno.

Quindi, una breve attesa, nella più assoluta oscurità. Poi le mani. Mani che si eclissavano quando lui cercava di afferrarle. Mani che lo avevano guidato per un tratto indefinito e poi lo avevano lasciato in quella che, dopo una cauta esplorazione, aveva scoperto essere una piccola cella. Una lunga attesa. E poi di nuovo le mani, che lo avevano portato lì.

Aguzzò a lungo la vista in direzione del profilo evanescente della predella e del trono, fino a quando riuscì a distinguere altre sagome, ancora più vaghe di quelle delle piccole creature che si erano dileguate, così vaghe che ogni volta che cercava di metterle a fuoco svanivano. Sagome più grandi di figure sedute fra lui e la tenebra sfumata di viola della parete di fondo, anche se non frapposte fra lui e il trono.

All’improvviso, la sua attenzione fu attratta da una fugace macchia di luminescenza in una delle silhouette, nel punto in cui dovevano trovarsi i denti. Poi brevi tracce giallognole nell’aria, come se qualcuno stesse agitando una mano ricoperta da una sostanza fosforescente.

Jarles osservò le proprie mani: ogni unghia risplendeva di un colore giallastro. Evidentemente la stanza era immersa in una luce ultravioletta. Forse gli altri indossavano appositi occhiali convertitori.

— L’Uomo Nero è stato trattenuto, Sorelle.

Jarles trasalì con orrore. Non perché quella voce, una voce di donna, era il primo suono innegabilmente umano che udiva. Non perché quelle parole erano misteriose e gravide di oscure allusioni. Ma perché era diabolicamente simile a una delle voci subumane che aveva sentito poco prima. Come se quella fosse la voce che l’altra più flebile di prima aveva cercato di imitare.

— Dickon è qui. L’Uomo Nero non può essere lontano.

Un’altra voce di donna e, ancora, l’agghiacciante sensazione di averla già udita.

La prima donna: — Che cosa hai fatto questa sera, Sorella?

La seconda donna: — Ho mandato Mysie a molestare un sacerdote del Quarto Circolo, che Satanas possa tormentarlo per l’eternità! Si è intrufolata sotto la sua veste e l’ha spaventato a morte, se è vero quel che mi ha raccontato. Dice sempre un sacco di bugie quando la sua mente è lontana dalla mia! In ogni caso, quando è tornata era affamata. Mi avrebbe salassato fino a ridurmi a un cencio se glielo avessi permesso. Quella piccola ingorda!

All’improvviso, Jarles trovò il bandolo di quella intricata matassa.

La Stregoneria della Civiltà dell’Alba.

Quello doveva essere un convegno di streghe, una riunione in cui tutte le fattucchiere si ritrovavano a riferire il loro operato. L’Uomo Nero doveva essere il loro capo. E quelle piccole creature che, a quanto sembrava, si nutrivano del loro sangue, i demoni al loro servizio.

Ma se lui stesso aveva detto ai comuni cittadini, ed era il primo a crederci, che non esisteva nessuna Stregoneria, se non nella forma degradata e innocua mantenuta dalla Gerarchia per i propri fini!

Anche quella sembrava abbastanza degradata, visti quei minuscoli esseri bestiali, fantasmi di un’evoluzione regressiva. Ma era davvero innocua? Non aveva avuto quell’impressione.

Si voltò di nuovo verso la predella, con l’intenzione di rivolgere altre domande alla tenebra e cercare di ottenere una risposta.

Ma adesso il trono non era più vuoto. Vi era seduta una sagoma d’uomo, nera come la morte.

Poi la sagoma parlò: la sua voce era suadente, ma al tempo stesso inflessibile come l’acciaio, e intrisa di una perfida allegria.

— Vi chiedo scusa per il ritardo, Sorelle. Ma questa sera sono stato occupato come un prete. Prima ho dovuto azionare Le Mani di Satanas per rapire un pretucolo rinnegato proprio sotto il naso del Grande Dio. La sorpresa è stata tanta che ci è mancato poco che starnutisse! Poi Micia è venuta di corsa a dirmi che la Gerarchia aveva catturato Sorella Persefone e che la stava conducendo al Santuario. Così Dickon e io abbiamo dovuto volare sopra i tetti e far cadere il Velo Nero per confondere i sacerdoti che l’avevano arrestata e costringerli a scortarla verso un rifugio sicuro.

In parte, quella voce affascinava Jarles e in parte lo ripugnava. Si rese conto che quell’uomo gli sarebbe piaciuto, ma che l’avrebbe detestato al tempo stesso!

— Sapete Sorelle? Ogni tanto mi diverto a usare la scienza dei preti contro di loro. E senza dubbio il nostro Signore è contento quando gli viene risparmiato un po’ di lavoro extra. Conoscete il Velo Nero, Sorelle? È uno dei piccoli trucchi che abbiamo messo a punto sfruttando il solidografo della Gerarchia. Due luci possono creare il buio, Sorelle, quando si trovano sulla stessa frequenza: si chiama interferenza. Il proiettore del Velo Nero emana frequenze multiple che si regolano automaticamente per neutralizzare qualsiasi luce nella regione focale. Quella è la sola vera tenebra per voi, Sorelle, quella che nasce da due luci contrastanti!

“Ma io sto monopolizzando la conversazione, quando invece immagino che ognuna di voi abbia una storia divertente da raccontare. Ma prima, rendiamo insieme omaggio ai nostri dei e signori!”

L’Uomo Nero si alzò e levò in alto le braccia in atto di invocazione, un’ombra pipistrellesca sullo sfondo di una fumosa fosforescenza.

— A Satanas Nero, il Dio del Male, la nostra eterna fedeltà!

— A Satanas la nostra fedeltà! — rispose il coro indistinto delle streghe, almeno una dozzina, a giudicare dai diversi timbri delle voci.

E, in sottofondo, come la parodia di un coro di fanciulli, l’eco pappagallesca delle voci in falsetto dei demoni.

— Ad Asmodeo, Signore dei Diavoli, nostro signore sulla terra, la nostra obbedienza per tutta la vita!

— Ad Asmodeo la nostra obbedienza per tutta la vita! — risuonò la risposta mezza cantata, in parte sovrastata dalle vocine stridule.

— Alle congregazioni e alla Stregoneria, alle nostre sorelle streghe e ai nostri fratelli stregoni, sia qui sulla terra che nelle loro segrete dimore celesti, ai piccoli e ai cittadini comuni che sudano sotto il giogo della Gerarchia, la nostra lealtà e il nostro amore!

— Alle congregazioni il nostro amore!

— Per il Grande Dio, sedicente sovrano dell’universo, fantasma grasso e impotente, il nostro scherno e il nostro odio!

— Per il Grande Dio il nostro odio!

— Contro la Gerarchia e i suoi subalterni, palloni rossi e parassiti, i nostri trucchi e la nostra condanna!

— Contro la Gerarchia la nostra condanna!

Poi la voce dell’Uomo Nero si ridusse di colpo a un mezzo sussurro, ma così penetrante e minaccioso da fare accapponare la pelle.

— Scendi, o notte, e avvolgi la terra! Vieni, paura e scuoti il mondo!

— Radunati, tenebra!

Un attimo dopo l’Uomo Nero si stava di nuovo adagiando sul trono. Adesso la sua voce sardonica era più pacata.

— Prima di procedere con gli affari ordinari, c’è la questione dei nuovi membri. Persefone?

Poco lontano da sé, nell’oscurità, Jarles udì la risposta di Sharlson Naurya.

Era tre volte confuso: per l’insospettata vicinanza della ragazza, per aver finalmente capito perché la voce della creatura chiamata Micia gli era suonata così familiare e per quello che Sharlson Naurya stava dicendo.

— Io propongo che venga accolto come membro della Stregoneria l’ex sacerdote del Primo Circolo, Armon Jarles! Se ne è dimostrato degno bestemmiando pubblicamente contro il Grande Dio e sfidando la sua ira. Potrebbe diventare uno stregone astuto e potente.

— Presentatelo — ordinò l’Uomo Nero — ma non prima di avergli preso quello che va preso!

Due mani afferrarono Jarles per le braccia e qualcosa di appuntito gli trafisse la schiena. Lui soffocò un grido e si divincolò per liberarsi.

— Non avere paura — tuonò l’Uomo Nero in tono beffardo. — Noi abbiamo quello che vogliamo, il seme per ciò che deve crescere. Conducetelo all’altare, Sorelle, affinché chini la testa sul Libro e io possa battezzarlo con il suo nuovo nome, il suo nome di stregone, Dite!

A quel punto Jarles ritrovò la voce.

— Perché dovrei diventare uno di voi?

Un silenzio sbigottito. Poi. vicino al suo orecchio, il sussurro di Sharlson Naurya: — Taci! — E una rapida stretta delle dita che gli serravano il braccio da quella parte.

Ma quell’ammonimento ebbe il solo effetto di incitarlo a proseguire. — Che cosa vi fa credere che diventerò un membro della Stregoneria?

Di nuovo il sussurro di Naurya: — Dove altro pensi di trovare scampo, stupido!

Seguì un mormorio concitato di voci umane e subumane.

Ma l’Uomo Nero si era già alzato in piedi. — Sii gentile, Persefone — l’apostrofò. — Ricorda che nessuno può accedere alla Stregoneria, se non di propria spontanea volontà. A quanto pare la tua recluta ha delle riserve. Lasciamo che ce le esponga.

— Innanzi tutto spiegatemi che cosa vorreste da me — replicò Jarles.

Quando l’Uomo Nero parlò di nuovo, vi era una vaga nota di derisione nella sua voce. — Credevo lo avessi intuito. Vogliamo che tu abiuri il Grande Dio. Che ti metta, anima e corpo, al servizio di Satanas. Che tu scriva il tuo nome in questo Libro appoggiandovi sopra la fronte, in modo da ricevere il tuo schema personale e unico di onde del pensiero, che nessuno può contraffare. E che tu assolva a qualche altra formalità.

— Non basta: — ribatté Jaries. — È come diventare sacerdote della Gerarchia, le stesse ciance soprannaturali. Che cosa si prefigge questa organizzazione di cui mi chiedete di diventare schiavo?

— Noi non te lo chiediamo, Armon Jarles — rispose l’Uomo Nero. — E non uno schiavo, bensì un uomo libero che ha contratto certi obblighi. Per quanto riguarda le nostre finalità… Immagino che tu abbia sentito il nostro rito. Rovesciare il Grande Dio e la sua Gerarchia!

La dura risposta di Jarles suscitò un nuovo mormorio concitato.

— Capisco, in modo da elevare le vostre volgari superstizioni a decalogo di una nuova Gerarchia e opprimere il mondo a vostra volta? Anche gli scienziati dell’Età dell’Oro si prefiggevano nobili scopi, ma appena hanno assaporato il potere se ne sono scordati. E poi. come fate a essere sicuri di non essere anche voi dei burattini della Gerarchia? È vero, mi avete salvato. Ma la Gerarchia usa metodi subdoli. Mi hanno lasciato parlare ai cittadini comuni quando avrebbero facilmente potuto ridurmi al silenzio. Forse hanno permesso che venissi salvato per qualche oscura ragione.

— Non so proprio come convincerti, Armon Jarles… ammesso che sia possibile… — replicò l’Uomo Nero con divertita perplessità. — Per quanto riguarda le finalità ultime della Stregoneria, quando e se la Gerarchia verrà deposta, be’ qui intervengono questioni di alta politica di cui non sono autorizzato a parlare.

“Ma, Armon Jarles, se c’è qualcosa che posso ragionevolmente fare per persuaderti in merito agli scopi che ci prefiggiamo, chiedi pure!

— Sì, una cosa ci sarebbe — rispose Jarles con veemenza, incurante della pressione delle dita di Naurya sul suo braccio. — Se la vostra opposizione alla Gerarchia e il vostro amore per il popolo sono sinceri, rinunciate a questa ridicola messinscena e a tutti gli inganni! Non aumentate le superstizioni dei comuni cittadini! Non capite che alla radice di tutto c’è lo stato di ignoranza in cui sono tenuti? Dite loro la verità! Risvegliate le loro coscienze e incitateli a ribellarsi contro la Gerarchia!

— E patirne le conseguenze? — lo canzonò l’Uomo Nero. — Ti sei dimenticato quello che stava per accaderti nella Grande Piazza? E di come i cittadini reagivano alle tue parole?

— Io chiedo un favore — intervenne Sharlson Naurya precipitosamente. — Quest’uomo è un idealista dalla testa particolarmente dura. È sospettoso e criticone di natura. Nominalo stregone d’autorità! Non appena avrà avuto un po’ di tempo per riflettere vedrà anche lui le cose come le vediamo noi.

— No, Persefone. Temo che non potremo fare un’eccezione… neanche per un idealista con la testa dura.

— Allora fallo rinchiudere in una cella fino a quando vedrà la luce!

— No, Persefone, non possiamo ricorrere alla forza, né per obbligarlo a diventare stregone né per imprigionarlo. Anche se ammetto che ci sono volte in cui ne avrei una gran voglia! — Scoppiò a ridere.

Ma un attimo dopo la sua voce ritornò seria, seria quanto può esserlo una voce che trasuda allegria.

— Temo che tu non abbia altra scelta, Armon Jarles: o adesso o mai più. Che cosa hai deciso: vuoi diventare membro della Stregoneria o no?

Jarles esitò e si voltò a guardare il circolo di sagome nere, e a tratti fosforescenti, che a poco a poco si era stretto intorno a lui. Se avesse rifiutato, con ogni probabilità l’avrebbero ucciso. Ormai sapeva troppe cose.

E poi c’era Sharlson Naurya, che pensava d’aver perduto per sempre. Accettare la proposta dell’Uomo Nero significava poter stare vicino a lei. E sembrava che anche lei lo volesse. Dite e Persefone non erano il re e la regina degli Inferi?

E poi c’erano anche quelle altre persone, l’Uomo Nero e gli altri. Verso di loro provava sentimenti contraddittori. Forse non gli piaceva quello che facevano ma non li odiava. Gli avevano salvato la vita.

All’improvviso si rese conto di essere molto stanco. Non gli si poteva chiedere di sfidare la morte, di sua spontanea volontà, due volte nello stesso giorno.

E le dita di Naurya continuavano a trasmettergli un messaggio insistente e ansioso. — Di’ di sì, di’ di sì!

Quando Jaries aprì le labbra fu per rispondere: — Sì.

Ma, come era accaduto nella Grande Piazza, la sua coscienza di idealista si ribellò e la rabbia che provava per tutto quanto era falsità e fantasticheria soprannaturale ebbe di nuovo il sopravvento.

— No! Credo in quello che detto! Non scenderò a patti con la menzogna! Non voglio aver nulla a che fare con la vostra Gerarchia Nera!

— Molto bene, Armon Jaries! Hai fatto la tua scelta! — risuonò la voce stentorea dell’Uomo Nero.

Le mani che lo avevano trattenuto lo lasciarono andare e l’Uomo Nero sembrò avventarsi contro di lui. Jaries cominciò a sbracciarsi in preda al panico. Il quadro che prima sembrava dipinto a pennellate nere e fosforescenti si disgregò in un caos informe.

Altre mani lo afferrarono, mani morbide, ricoperte di guanti di gomma e molto forti. Avvertì la pressione di una specie di campo, anche se diverso dal campo di inviolabilità delle vesti scarlatte dei preti della Gerarchia. Si divincolò invano.

Una cosa piccola, pelosa e dotata di artigli gli afferrò la gamba nuda. Jaries si mise a scalciare convulsamente. Udì la voce imperiosa dell’Uomo Nero che ordinava: — Torna qui, Dickon, qui! — La creatura pelosa mollò la presa.

Jaries fece in tempo a urlare: — Sono tutte menzogne, Naurya! Tutte menzogne! — E a udire riecheggiare dalla tenebra la sua risata irosa e il suo grido di condanna: — Idiota! Idealista!

Poi una forza, a cui non riusciva a opporre resistenza, lo trascinò via: fuori dalla porta, lungo un corridoio stretto che girava e poi girava ancora e ritornava indietro, come il budello di un labirinto. Lui vacillava e incespicava e le sue spalle rimbalzavano contro muri invisibili. Poi salì una scala. Qualcuno gli passò rapidamente una benda attorno agli occhi. Un altro corridoio. Altre scale. La sua mente cominciò a vorticare all’impazzata, come il suo corpo.

Infine, l’aria fredda della notte gli ferì le narici e gli gelò il sudore sulla pelle. Sotto i suoi piedi la pietra gelida e liscia dell’acciottolato.

E nelle orecchie la voce beffarda dell’Uomo Nero. — So che gli idealisti non cambiano mai idea, Fratello Jarles. Ma se tu dovessi essere l’eccezione che conferma la regola, ritorna nel posto in cui ti lascerò e aspetta. Può darsi che ci metteremo in contatto con te. Potremmo decidere di offrirti una seconda opportunità.

Ancora pochi passi e poi si fermarono.

— E adesso, Fratello Jarles, va e metti in pratica quello che predichi!

Una brusca spinta lo mandò a ruotare su se stesso finché inciampò e cadde sul selciato. Si tirò in piedi di scatto, strappandosi la benda dagli occhi.

Ma l’Uomo Nero era scomparso.

Jarles si ritrovò all’imboccatura di una delle strade che si aprivano sulla Grande Piazza.

Il cielo era appena rischiarato dalla prima luce dell’alba, che ingigantiva l’immensità vuota della piazza e accarezzava con incantevoli ombre di opalescenza le cupole e le guglie del Santuario, facendo impallidire il nimbo azzurro del Grande Dio.

E dalle terre arate delle colline soffiava un vento tagliente che, dopo essersi gonfiato spazzando la Grande Piazza, sferzò la carne nuda del prete rinnegato.

5

Il tintinnio argentino di cimbali nascosti e un potente coro di voci invisibili, emozionante eppure di una dolcezza celestiale, annunciarono l’appropinquarsi degli esorcisti alla casa stregata. I cittadini comuni che bloccavano la strada si ritrassero per lasciarli passare. Ma poiché le vie che attorniavano la piazza erano gremite di gente e altri popolani ancora spingevano per vedere la processione, e poiché nessuno era disposto a metter piede sul terreno incolto e maledetto che circondava la casa stregata e tutti opponevano una disperata resistenza a chi cercava di spingerli in quella direzione, parecchi furono gentilmente convinti a farsi di lato a suon di sberle da mani sacerdotali inviolabili e guantate di rosso, e uno o due bambini furono scaraventati a terra, prima che gli esorcisti facessero il loro ingresso nella piazza.

Furono accolti da un mormorio di eccitazione. Megateopoli era in gran subbuglio per la voce che correva di bocca in bocca di accadimenti straordinari nel mondo soprannaturale e per la presenza così vicina del tanto temuto Satanas, che era di nuovo risalito dall’Inferno per sfidare l’onnipotenza del suo signore.

Quel mattino, di buon ora, si era sparsa la notizia che la Gerarchia avrebbe purificato la casa stregata dal male. Era parsa a tutti un’idea estremamente saggia e razionale, dal momento che si trattava di un resto dell’Età dell’Oro e, come tale, di un possibile covo di Satanas e dei suoi accoliti, a cui piacevano così tanto quegli antichi, arroganti peccatori che avevano osato prendere d’assalto il cielo. Per quanto dura fosse l’epoca in cui vivevano, dal punto di vista delle manifestazioni del soprannaturale era straordinaria. Quello nessuno poteva davvero negarlo.

La musica e il fasto del corteo avevano lo scopo di esaltare l’aspettativa della folla.

Aprivano la processione quattro giovani sacerdoti, alti e belli come angeli, ciascuno dei quali reggeva dinanzi a sé, come fosse un bastone di comando, una scintillante verga dell’ira.

Seguivano due diaconi che portavano altrettanti turibuli, dai quali si levavano nuvole di incenso dolce.

Poi era la volta di un prete, che camminava da solo, e che a quanto pareva doveva essere il capo di tutti. Sembrava piuttosto basso e tarchiato, ma procedeva impettito nella veste rigonfia e a testa alta. I cittadini del Quinto Distretto strabuzzarono gli occhi nel vedere la loro guida spirituale, Fratello Chulian, investito di tanta autorità.

Dietro di lui, una ventina di altri sacerdoti (alcuni con l’insegna del fulmine e del serpente, che indicava la loro appartenenza al Quarto Circolo, ricamata sul petto) portavano ogni sorta di oggetti terrificanti: globi che risplendevano anche nella piena luce del giorno, tubi, barattoli e scatole di metallo dalla foggia strana, tutti riccamente decorati, tempestati di gioielli e adornati di simboli religiosi.

Gli ultimi quattro preti di questo gruppo, scuri in volto, conducevano un grande oggetto, che assomigliava alla gigantesca conchiglia di una lumaca e fluttuava con una certa qual difficoltà all’altezza delle loro spalle. I quattro sacerdoti la guidarono sulla cima di una minuscola montagnola al centro della piazza, dopodiché indietreggiarono di alcuni passi. Poi, mentre la folla li fissava a bocca aperta, uno di loro compì alcuni gesti mistici nell’aria: la conchiglia incominciò ad abbassarsi lentamente, schiacciando le pianticelle e i cespugli sotto di sé, e alla fine si fermò con l’apertura svasata puntata verso la casa stregata.

Ma il sopraggiungere della retroguardia del corteo distolse l’attenzione degli astanti da quello spettacolo. Il chiacchiericcio eccitato della folla si ridusse momentaneamente a un sussurro, mentre i cittadini delle prime file informavano quelli alle loro spalle dell’arrivo del piccolo uomo vestito di nero. Cugino Deth era piuttosto conosciuto.

Alla vista dell’oggetto che lo seguiva, molti bambini si misero a piagnucolare. Aveva l’aspetto di un’enorme scodella, molto profonda ed ermeticamente chiusa. Nondimeno, ne fuoriusciva una condensa bianca e un liquido dello stesso colore gocciolava sull’acciottolato, lasciandovi una traccia di minuscole pallottoline, che si dissolvevano nel nulla, ma che, a camminarci sopra a piedi nudi, si attaccavano alla pelle e bruciavano. I cittadini della prima fila furono investiti da una corrente d’aria ghiacciata.

Normalmente, due contenitori di acqua santa simili a quello erano collocati ai lati dell’ingresso della Cattedrale e raggelavano l’entrata. Più di un bambino ci aveva rimesso la pelle delle dita quando la curiosità, che nei piccoli è sempre fervida, lo aveva spinto a toccarne uno con la mano e ne era stato prontamente allontanato dalla madre urlante. Non c’era quindi da meravigliarsi che i sacerdoti che lo trasportavano avessero attivato al massimo il loro campo di inviolabilità!

La musica invisibile crebbe in, un maestoso esaltante, poi si interruppe bruscamente. La folla si zittì e per un attimo regnò il silenzio. Quindi, uno dei quattro giovani sacerdoti che avevano aperto la processione avanzò con grande solennità verso la casa, tenendo la verga dell’ira alta sopra il capo come una spada sguainata. Tutte le teste si girarono all’unisono e gli astanti ammutoliti lo seguirono con lo sguardo.

— Questo luogo è abitato dal demonio! — urlò all’improvviso il prete a gran voce. — È ripugnante alle narici del Grande Dio. Trema, Satanas! Fuggi, demonio! Perché, ecco, io imprimo qui il marchio della Gerarchia!

Si fermò esattamente di fronte al vecchio uscio sconnesso e dalla verga tesa uscì un fiotto di luce violenta, della medesima tonalità della sua aureola, che era quasi invisibile alla luce del sole. Lentamente, il sacerdote tracciò un cerchio di fuoco sopra l’entrata.

Quello che accadde subito dopo parve chiaro a tutti che non doveva rientrare nel programma. Perché all’improvviso, prima di aver completato il cerchio incandescente, il prete si sporse in avanti per scrutare attraverso l’orifizio irregolare dell’uscio, e quel che vide dovette sembrargli di eccezionale interesse perché vi cacciò dentro la testa. Ma improvvisamente il vano della porta si raggrinzò e, come le fauci di un felino affamato, si serrò intorno al collo del malcapitato. Il quale prese a scalciare come un ossesso, mentre la verga, che continuava a sputare luce viola, minacciava di dar fuoco all’erba.

La folla rimase con il fiato sospeso e qua e là si levarono grida di terrore, inframmezzate da qualche risata isterica. Gli altri giovani sacerdoti si precipitarono a soccorrere il loro compagno; uno di loro afferrò la verga caduta, che si spense all’istante. Gli altri lo presero per le gambe e incominciarono a spingere e a tirare con forza, finché visto che ogni tentativo risultava vano, decisero di scardinare l’uscio; il muro cedette un po’, come se fosse fatto di una sostanza semi-elastica, ma quello fu tutto.

Poi, d’un tratto, la porta si dilatò di propria spontanea volontà e i quattro giovanotti ruzzolarono all’indietro, finendo a gambe all’aria in mezzo alle erbacce fumanti. Il prete che era rimasto intrappolato si alzò di scatto e, prima che gli altri potessero impedirglielo, si fiondò all’interno della casa. La porta si serrò alle sue spalle.

La casa incominciò a tremare.

I suoi muri afflosciati si irrigidirono, si gonfiarono e furono squassati da un movimento ondulatorio. Le finestre si restrinsero fino a scomparire. Un muro si allungò visibilmente, un altro si contrasse. Altre parti della casa si deformarono in modo ancor più straordinario.

All’improvviso, una delle finestre del piano superiore si dilatò e il prete schizzò fuori come un proiettile, come se la casa lo avesse assaggiato e poi, non avendolo trovato di proprio gusto, lo avesse sputato fuori. A metà tragitto, il sacerdote attivò il suo campo di inviolabilità, cosicché il suo atterraggio fu più lento e morbido. Rimbalzò gentilmente per terra.

Questa volta le risate della folla non furono dettate soltanto dall’isteria.

La casa si acquietò.

I sacerdoti che sorvegliavano gli strumenti cominciarono a consultarsi freneticamente. Due di loro si precipitarono verso Cugino Deth. Quelli che controllavano il grande tubo arrotolato sulla collinetta gli rivolsero uno sguardo interrogativo.

Ma fra tutti gli esorcisti, nessuno si sentiva più inutile e confuso di Fratello Chulian. Perché gli dovevano sempre capitare cose simili? Eletto a quella posizione di apparente autorità per un malvagio capriccio di Deth, era quello che meno di tutti sapeva che cosa stesse accadendo. Se solo la sera prima avesse tenuto a freno la lingua e non avesse insultato quel piccolo diacono pestifero!

I quattro giovani sacerdoti risolsero di allontanarsi dalla casa e si fermarono accanto a lui. L’emozione aveva fatto dimenticare loro qualsiasi dignità di comportamento e stavano discutendo animatamente. Quello che era stato lanciato fuori dalla finestra veniva interrogato dagli altri tre.

— Chi non sarebbe stato tentato di dare una sbirciatina all’interno? — protestò con veemenza. — Due piedi nudi che correvano, è questo che ho visto vi dico. Soltanto due minuscoli piedi nudi, senza un corpo, senza niente. E quando si sono allontanati a passo di danza, dovevo pur vedere dove stavano andando! Poi, quando sono rimasto intrappolato nella porta, da non so dove sono arrivati dei piccoli cittadini comuni, che hanno cominciato a fare le più ingiuriose osservazioni sulla mia testa. Come se fosse un trofeo impagliato e appeso al muro! Anche a voi sarebbero saltati i nervi. Volevo punirli. È per questo che sono corso dentro.

— E come hai fatto a saltare dalla finestra?

— È stata la casa, vi dico! Non c’erano cittadini da nessuna parte. A un tratto ha cominciato a sollevarsi e a tremare tutta. Il pavimento si è alzato sotto i miei piedi e mi ha scagliato contro un muro. Il muro mi ha mandato a rimbalzare contro un altro muro. Poi mi ha raggiunto un’altra volta il pavimento. Prima che potessi accorgermi di essere arrivato al piano di sopra ho ricevuto un ultimo colpo e, pochi istanti prima di finire spiaccicato contro la parete, ci si è aperta in mezzo una finestra e sono volato fuori. Non ci ho potuto fare niente!

Chulian non voleva ascoltare. Era tutto troppo strano e inquietante. Che cosa spingeva la Gerarchia a fare cose simili? E poi i cittadini comuni avevano riso! I diaconi sparsi in mezzo alla folla li avevano prontamente zittiti, ma loro avevano riso.

Cugino Deth avanzò a grandi passi, seguito dai sacerdoti.

— E adesso che le vostre reverenze hanno edificato il popolo con questa piccola esibizione — stava dicendo il diacono — forse potremo finalmente eseguire gli ordini impartitici dall’arciprete Goniface.

— Impartiti a te, vuoi dire! — lo rimbeccò con rabbia uno dei giovani preti. — Noi abbiamo ricevuto gli ordini dal Centro di Controllo del Santuario e dal Sommo Concilio. Ci era stato detto di procedere nel solito modo.

Deth lo squadrò freddamente — Ma vedete, reverenza, questa non è la solita casa stregata costruita apposta perché voi la demoliate. Temo che questa sia una specie di guerra. E forse la guerra è una cosa con cui solo uno spregevole e illegittimo diacono sa come sporcarsi le mani. Fratello Shawl, preparate il getto a entropia-zero.

Un lungo tubo, sottile e leggero, fu attaccato al contenitore che era stato portato in processione alle spalle di Cugino Deth. Fratello Chulian sentì un brivido percorrere il suo campo di inviolabilità e si allontanò tremando.

— Un breve getto di media intensità contro tutta la costruzione — stava ordinando Deth. — Quel che basta per consolidare le mura esterne. Poi avanti a tutto regime. Ci apriremo una porta da soli. Pronti? Molto bene. La parola a Fratello Jafid.

La voce di Fratello Jafid, potentemente amplificata, era melliflua e sgradevole.

— Che le Acque della Pace Perfetta circondino questo luogo. Che plachino il suo subbuglio. Che lo liberino da ogni moto e da ogni male.

Con un debole stridio, così acuto da essere quasi impercettibile, come quello di una lastra di ghiaccio che sfreghi contro un’altra lastra di ghiaccio, il proiettore a entropia zero si aprì. Fiocchi di neve e di aria ghiacciata riempirono la traiettoria sempre più ampia del suo getto. La casa stregata fu avvolta da una tormenta di neve in miniatura, dalla quale rimbalzarono tutt’intorno folate di aria polare. I cittadini, già accalcati com’erano, dettero l’impressione di arretrare, premendo ancor di più gli uni contro gli altri.

La portata del getto si restrinse, si concentrò attorno all’ingresso e lo ricoprì di una spessa crosta di ghiaccio. Poi il debole stridio cessò.

Un sacerdote si avvicinò alla lastra opalescente e luccicante e la colpì violentemente con la verga dell’ira. I materiali ipergelati si frantumarono, aprendo nella porta un grande vano dentellato. Il prete passò con la verga intorno al bordo per eliminare le parti frastagliate che caddero per terra tintinnando come ghiaccioli.

— Adesso possiamo procedere — sentenziò Deth aspramente. — Prima il proiettore e le verghe. Restate uniti. Fate attenzione a eventuali trappole e alle porte. Seguite i miei ordini. Non appena avrete trovato la giovane strega informatemi.

Poi, mentre i sacerdoti si avviavano, notò Fratello Chulian che se ne stava in disparte.

— Oh, reverenza, stavo quasi per dimenticarmene! Questa era la casa che desideravate tanto vedere. Vi spetta il posto d’onore, Fratello Chulian. Vi prego, guidate voi i sacerdoti all’interno della casa!

— Ma…

— Stiamo aspettando la reverenza vostra, Fratello Chulian. Tutta Megateopoli vi sta aspettando.

Con riluttanza, Chulian si fece strada fra le erbacce ghiacciate. Folate di aria fredda gli gelavano le caviglie attraverso l’apertura inferiore del suo campo di inviolabilità, facendogli tremare le ginocchia.

Senza volerlo, si mise a studiare la casa, i cui muri ghiacciati cominciavano a evaporare ai caldi raggi del sole. Anche nello stato degradato in cui versava, la costruzione conservava una certa bellezza di proporzioni. Nondimeno, la sua potenziale fluidità era ripugnante per chi era abituato alla ponderosa, rigida plasticità dell’architettura della Gerarchia.

Da qualche parte aveva letto che le case dell’Età dell’Oro erano regolabili, fatte di muri elastici tenuti insieme da campi di forze, e paragonabili, come struttura e finalità, alla figura mobile del Grande Dio sopra la cattedrale.

Ma quell’idea non piaceva affatto a Fratello Chulian. Per certi versi lui provava riverente soggezione nei confronti dell’Età dell’Oro e dei suoi orgogliosi abitanti, alla stessa stregua dei comuni cittadini. Con ogni probabilità erano stati imprevedibili e cocciuti come le loro case… ribelli e critici come Fratello Jarles, e sfrontati e irriverenti come quella strega.

Chulian pensò a quanto dovesse essere terribile vivere nell’Età dell’Oro, quando la libera individualità di ciascuno era costantemente minacciata da quella degli altri e non c’era la Gerarchia a pianificare la vita e garantire la sicurezza.

Era arrivato molto vicino all’apertura circondata di ghiaccio. E se i vecchi abitanti fossero ritornati in vita insieme alla casa? Che idea stupida. Però…

— Se all’interno ci sarà qualche accenno di movimento, interverremo con un leggero getto di entropia per congelarlo — disse la voce di Deth alle sue spalle. — La reverenza vostra farà bene a camminare più velocemente se non vuole che il suo campo di inviolabilità si arresti.

Affrettando il passo, Chulian entrò nella casa stregata e imboccò la prima porta che vide. Sarebbe stato proprio nello stile di quel meschino d’un diacono mettere in atto quella minaccia, e l’idea di restare bloccato in un posto come quello, anche se solo per pochi istanti, era quanto mai seccante.

La debole luce della sua aureola illuminò parzialmente una stanza di modeste proporzioni, sormontata da una cupola. I mobili che l’arredavano erano scoloriti dal tempo, ma di fattura gradevole e di aspetto comodo. Chulian tossì. La polvere, sollevata dai sommovimenti di poco prima stava lentamente ricadendo per depositarsi ovunque in spessi strati. Il pavimento cedette leggermente sotto i suoi piedi.

Nonostante il generale senso di ripugnanza che provava, quella stanza esercitava uno strano fascino su di lui. Anzi, per taluni versi, quasi gli piaceva. In particolare, lo attirava un certo divano, che assomigliava al letto della sua lussuosa cella al Santuario.

Un suono raggelante, come se qualcuno stesse digrignando i denti alle sue spalle lo fece girare di scatto. Non c’era nessuno.

Ma la porta era svanita. Era rimasto isolato dagli altri.

Il suo primo pensiero fu: — E se i muri cominciassero ad avvicinarsi sempre di più, sempre di più, sempre di più?

A un tratto, il divano che prima aveva attirato la sua attenzione cominciò a strisciare verso di lui, lasciando una scia umida sul pavimento polveroso, come una lumaca gigante.

Con la gola serrata da una risata isterica, Chulian riuscì a schivarlo. Ma il divano invertì repentinamente la rotta e lo seguì. Accelerando.

Non c’erano porte. Chulian cercò di frapporre mobili più solidi fra sé e la cosa, ma la cosa riusciva a spostarli. Con un balzo, il sacerdote riuscì a sfuggirgli di nuovo, ma il divano scartò bruscamente nella sua direzione, come se fosse una lumaca maligna e molto intelligente. Chulian inciampò, cadde maldestramente, ma ciò nonostante riuscì a tirarsi in piedi e a lanciarsi in avanti alla cieca.

L’aveva intrappolato in un angolo. Poi, molto lentamente, come se stesse gongolando per il terrore che lo attanagliava, il divano avanzò serpeggiando finché d’un tratto si sollevò sui piedini posteriori, e, vibrando in modo osceno, allungò verso di lui i braccioli tozzi… una disgustosa personificazione dei piaceri della carne così cari a Chulian. Poi lo abbracciò.

Premendo contro il petto di Chulian, il divano disattivò i controlli del suo campo di inviolabilità, mettendolo fuori gioco. Automaticamente, anche l’aureola, sorretta sopra la sua testa dal prolungamento imbutiforme del campo, si spense e intorno a lui fu l’oscurità più completa.

L’oscurità e le carezze oscene e soffocanti della cosa. Chulian lottò disperatamente per liberarsi dalla stretta, tirando la testa all’indietro e scalciando con tutta la forza che aveva in corpo.

Se solo gli avesse toccato il viso sarebbe impazzito, pensò.

E il divano gli accarezzò il viso, dapprima delicatamente, in un modo che gli ricordò le morbide dita di Sharlson Naurya. “Addio, Piccolo Fratello Chulian.”

Poi, con sempre maggior trasporto, finché per poco non lo soffocò nel tentativo di incontrare le sue labbra. E Fratello Chulian desiderò con tutto il cuore di impazzire.

Un pensiero assolutamente inutile in quel momento continuava a martellargli in testa. Se mai fosse riuscito a uscire vivo di lì, non sarebbe mai più riuscito a dormire tranquillamente sul suo lettino al Santuario.

All’improvviso la pressione diminuì. Una porta si aprì nel muro di fronte lasciando filtrare una flebile luce. Chulian la fissò con sguardo ebete. Vacillò, si sentiva debole come l’acqua. Poi la sua mente paralizzata dal terrore riuscì ad afferrare il significato di quella immagine: la possibilità di fuggire, di salvarsi… Avanzò barcollando verso la porta.

Appena ebbe varcato l’uscio fu investito da un’ondata scarlatta di preti in fuga. Fra di loro c’era anche Cugino Deth. Dal pavimento sul quale era finito lungo disteso, Chulian intravvide il viso contorto e giallognolo del diacono, gli occhi fuori dalle orbite.

Cugino Deth stava urlando: — La cosa! La cosa nel buco!

Mezzo carponi e mezzo strisciando, Chulian arrancò tutto dolente dietro gli altri sacerdoti oltre la porta d’ingresso della casa, lacerata e ricoperta di ghiaccio.

Nelle sue orecchie riecheggiò il riso demente e ormai incontrollabile della folla.

Le dita dell’Uomo Nero scorrevano agilmente sulla fitta tastiera dei comandi. I suoi occhi scintillanti scrutavano la tenue miniatura solidografica della casa stregata che aveva di fronte. Vide i minuscoli manichini rossi precipitarsi fuori e scomparire improvvisamente dal campo visivo del congegno non appena avevano varcato la porta della costruzione. Guardò Fratello Chulian arrancare dietro di loro.

La sua concentrazione era evidente nel sorriso sempre allegro, ma teso. Il naso rincagnato e i capelli rossi, corti e ispidi, accentuavano la sua espressione maliziosa.

Fece una rapida digressione rivolgendosi alla sua compagna: — Comincia a piacermi molto quel pretonzolo grasso. Si spaventa che è un goduria vederlo. — Fece un balzo all’indietro. Con una luce accecante la piccola scena si era disintegrata davanti ai suoi occhi.

— Finalmente l’hanno fatta saltare in aria — esclamò. — Ma ride bene chi ride ultimo e Satanas ride sempre per ultimo!

E avvicinando un microfono alle labbra, vi riversò dentro una risata diabolica.

Fu come assistere all’eruzione di un vulcano. La casa stregata avvampò, arse, si contorse fra le fiamme e si squagliò. Alla fine, i quattro sacerdoti sulla montagnola avevano ricevuto l’ordine di azionare la loro arma esplosiva. Ma la sua fiammata rossa e fumosa ricordava più l’inferno del paradiso e dalla folla si levarono urla di dolore, quando una momentanea buffata del suo calore, maldestramente regolato, ustionò molte persone. Tutte le stradine che circondavano la piazza si riempirono di cittadini terrorizzati che si davano alla fuga. Altri cercarono scampo arrampicandosi sui tetti delle case più vicine.

La casa stregata crollò e cesso di esistere.

Ma fra le rovine fiammeggianti e disintegrate dal calore risuonò una risata trionfante che raggelò tutti i presenti.

L’Uomo Nero disattivò i comandi principali e si alzò, lanciando un’occhiata di rimpianto alla grande tastiera.

— Che peccato che non serva più a niente. Mi divertivo un sacco a usarla. Sentirò la sua mancanza, Naurya.

— Ma ne valeva senz’altro la pena. — Lei lo stava fissando seriamente.

— Certo, per Satanas! Sentire i comuni cittadini ridere dei preti… è una grande conquista. Anche se quei poveri diavoli si pentiranno di aver riso quando per punizione la Gerarchia raddoppierà le decime. Ma ciò non toglie che questo fosse un giocattolo delizioso e che abbia il diritto di piangere la sua scomparsa. Vedi, la prima fila di tasti controllava i muri, la seconda i pavimenti e i soffitti. Non ci crederai, ma mi ci sono volute ore e ore di esercizio per imparare bene la tecnica per assestare colpi come quello che prima fa volare in alto e poi fuori dalla finestra. Era tutta una questione di coordinazione e di tempi. La terza fila le finestre e le porte. La quarta i ventilatori e i mobili che decidevamo di animare di volta in volta. Compreso l’appassionato divano di Fratello Chulian. — Accarezzò teneramente una decina di tasti.

— Ma dimmi — lo interrogò Sharlson Naurya, protendendosi in avanti con curiosità — nell’Età dell’Oro era normale che la gente vivesse in case dotate di congegni simili?

— Per Asmodeo, no! Immagino che si trattasse solo di una moda, e anche costosa. Il concetto era quello di avere una casa che potesse cambiare forma a seconda dei capricci del suo proprietario. Prendiamo il caso di uno che volesse invitare molti ospiti e avesse bisogno di una sala da ballo più grande. Gli bastava azionare l’apposito comando e, in un batter d’occhio, i muri si allontanavano. E perché non trasformarla addirittura in una stanza ovale o ottagonale già che c’era? Non ci voleva nulla.

L’Uomo Nero rise di cuore.

— Naturalmente tutto avveniva molto più lentamente. Ma quando abbiamo appurato che le vecchie attrezzature erano ancora in buono stato per noi è stato un gioco da ragazzi potenziarle e renderle più veloci, in modo che quel vecchio rudere potesse ballare la giga, se gliel’avessimo ordinato. Dopodiché le abbiamo collegate con i nostri comandi a distanza ed è stata fatta.

Sharlson Naurya scosse la testa. — Non posso fare a meno di pensare che il lusso di una casa come quella sia semplicemente vergognoso. Pensa solo all’idea di ordinare a una sedia di avvicinarsi perché sei troppo pigro per camminare! O di cambiar la forma di un divano per farti passare un crampo alla schiena. È troppo voluttuoso! — Arricciò il naso in segno di disgusto.

Nella sua tunica nera, che lasciava le gambe e le braccia scoperte e lo faceva assomigliare a un giullare dei secoli passati, l’Uomo Nero fece una piroetta e le puntò contro un dito con aria canzonatoria.

— Sei stata contagiata dalla morale della fatica fine a se stessa che la Gerarchia è andata a riesumare dal passato più deteriore! — l’accusò ridendo. — Comunque, è un destino che tocca a tutti, quello di sgobbare. Per fortuna con me la sorte è stata più benigna: mi ha dato da fare i conti con un desiderio irrefrenabile di fare agli altri degli scherzi terribili e complicatissimi!

Naurya lo studiò attentamente, appoggiando il braccio sul bordo del pannello di comando che occupava gran parte della minuscola stanza spoglia e senza finestre. Lui si abbandonò contro lo schienale della sedia imbottita che si trovava di fronte alla tastiera — l’unico mobile della stanza — e la osservò divertito. Lei sembrava molto più saggia ed esperta di lui, con quel suo viso freddo e determinato e quegli occhi enigmatici.

— Lo scopo della tua vita è quello di fare tiri mancini agli altri? — gli chiese alla fine. — Ti guardavo prima quando manovravi quei comandi. Mentre fissavi quelle minuscole figurine scarlatte, sorridevi come se la tua massima ambizione fosse quella di giocare a fare il semidio perfido e sènza scrupoli.

— Ebbene, lo ammetto, hai scoperto il mio punto debole. Ma ti assicuro che il telesolidografo darebbe a chiunque la sensazione di sentirsi potente come un dio. Non puoi non averla provata anche tu. Confessa!

Sharlson Naurya annuì gravemente. — È vero. Come funziona? Era la prima volta che ne vedevo uno.

— Davvero? Immaginavo tutto il contrario dato il tuo stretto rapporto con Asmodeo.

Lei scosse la testa. — lo non so niente di Asmodeo.

Lui la fissò con durezza. — Lui invece sembra molto interessato a te, come se tu fossi uno dei più importanti di noi. — Lei non rispose. — Ma lo sai quale lavoro ha in serbo per te, Naurya. Intendi forse dirmi che Asmodeo ti ha informata del tuo nuovo incarico come ne ha informato me, cioè attraverso comunicazioni indirette? — La fissò ancora per qualche istante, poi scrollò le spalle. — Non posso credere che tu non lo conosca. Non ho mai incontrato una strega o uno stregone che lo conoscesse, compreso il sottoscritto… anche se in un certo senso io sono il suo comandante in seconda. Solo ordini dall’alto. Per noi lui è soltanto questo. Un’invisibile fonte di istruzioni. Il grande mistero. — Vi era una nota di invidia nella sua voce. Cambiò posizione, facendo schioccare nervosamente le dita. — Ma se Asmodeo ha deciso di affidare a te la direzione del nostro quartier generale qui e mi ha chiesto di vigilare su di te, immagino che sia giusto che ti parli del telesolidografo. In realtà è una cosa molto semplice. Il solidografo della Gerarchia ha una pellicola tridimensionale. Il telesolidografo è la stessa cosa, con la sola differenza che il raggio multiplo primario è invisibile, molto penetrante e a lunga distanza, e si scompone in un’immagine tridimensionale visibile solo quando è a fuoco. Qualcosa di simile a un getto ad ago. Così, quando vogliamo, per esempio, un paio di piedi che corrono, ci basta farne un solidografo e mettere il nastro nel proiettore. Fantasmi su ordinazione! I suoni e i rumori funzionano pressoché allo stesso modo.

“Lo strumento che ho usato io è un po’ più complicato, naturalmente. È a doppio senso. Visore e proiettore. Così avevo un’immagine in miniatura della regione focale che mi guidava nell’azionare i fantasmi a dimensione naturale e i comandi a distanza della casa.

“Tutti i nostri trucchi sono così, Naurya. Perfezionamenti delle invenzioni scientifiche della Gerarchia. E appena i preti troveranno il bandolo della matassa, per loro sarà uno scherzo capire di che cosa si tratta. Comunque, sono già sulla buona strada. L’entropia-zero per mettere in stasi i muri non è stata una cattiva idea.

“È per questo che nell’animare la casa stregata sono andato leggero con il telesolidografo, che è uno dei nostri assi nella manica e che val la pena di conservare, e ho usato invece senza remore i comandi della casa, che non avevamo nessuna speranza di tenere segreti. Ho fatto ricorso al telesolidografo solo con il primo prete… e con Deth. — Il ricordo di quella scena lo fece sorridere. — Strano eh, che una cosuccia da nulla come quella sia riuscita a spaventare a morte il nostro caro diacono. Ma quando Asmodeo ti fa pervenire una biografia dettagliata di un membro della Gerarchia, in cui sono specificate tutte le cose di cui ha paura, be’ non è poi tanto difficile colpirlo nel suo punto debole. Perfino un gaglioffo perfido come il diacono. Che cosa c’è Naurya? È uno dei tuoi nemici prediletti?”

La ragazza scosse la testa, ma i suoi occhi rimasero duri e pieni di odio.

— L’uomo che c’è dietro di lui — disse a bassa voce.

— Goniface? E perché? So che il lavoro speciale che sta per esserti affidato riguarda lui. Qualcosa di personale? Stai meditando una vendetta?

Lei non rispose. Lui si alzò in piedi.

— Poco fa mi hai chiesto quale fosse il mio scopo nella vita. Io adesso ti rivolgo la stessa domanda. A che cosa aspiri, Sharlson Naurya? Perché sei una strega, Persefone?

Lei non rispose. Alcuni istanti e la sua espressione mutò.

— Mi chiedo che cosa starà succedendo ad Armon Jarles.

Lui si voltò di scatto a guardarla. — Rientra anche lui nei tuoi progetti? Il fatto che l’altra notte lui abbia rinunciato ti ha fatto soffrire. Sei innamorata di lui?

— Può darsi. Almeno, lui è mosso da qualcosa di più profondo del semplice desiderio di fare tiri mancini. C’è qualcosa di solido in lui, di incrollabile come una roccia!

L’Uomo Nero sogghignò. — Troppo solido. Anche se mi dispiace che l’abbiamo perso. Per Satanas, noi abbiamo bisogno di uomini! Uomini di ingegno. E sono proprio quelli che la Gerarchia prende per sé.

— Mi chiedo che cosa gli starà succedendo — insistette.

— Niente di piacevole, temo.

6

Armon Jarles si rannicchiò nel punto in cui l’ombra era più fitta e si sforzò di pensare a un piano. Ma la grave ustione, provocata dal raggio dell’ira che l’aveva colpito alla spalla, gli aveva già fatto salire la febbre e l’assordante musica da ballo e le risate stridule che provenivano dalla casa dietro di lui non facevano altro che suscitare visioni da incubo nella sua mente straziata dal dolore.

Quella era l’unica zona di Megateopoli in cui venissero tollerate violazioni al coprifuoco. Era il distretto consacrato all’assistenza alle Sorelle Perdute. Era un luogo di ombre furtive, fessure di luce, porte che si aprivano e si chiudevano rapidamente, fischi, sussurri, saluti gutturali e un’invisibile allegria, ma con un sottofondo di disperata tristezza. Una ragazza dalla bellezza eterea, che indugiava nel vano illuminato di una porta, l’aveva visto passare. I suoi modi e l’espressione del suo volto dovevano essere quelli di un uomo braccato, perché la ragazza aveva spalancato gli occhi in preda al terrore e si era messa a urlare, riportando di nuovo i suoi inseguitori sulle sue tracce.

Per il momento stavano perlustrando un’altra strada, seguendo una pista sbagliata. Ma sarebbero ritornati. Sì, sarebbero ritornati.

Doveva escogitare un piano.

La febbre gli aveva fatto passare la farne, ma aveva la gola arsa. I sandali malfatti gli tagliavano i piedi gonfi. Non si era reso conto di come i due anni di vita al Santuario l’avessero rammollito.

Ma tutti gli altri dolori non erano niente paragonati a quello provocato dallo sfregamento della stoffa ruvida della tunica che aveva rubato contro la ferita aperta della spalla.

Doveva assolutamente escogitare un piano.

Aveva pensato di lasciare Megateopoli. Ma i campi diligentemente coltivati non erano un granché come nascondiglio, e se poi i contadini si fossero dimostrati ostili nei suoi confronti come i cittadini di Megateopoli…

Doveva…

Ma un improvviso e disperato crescendo della musica evocò nella sua mente l’immagine del viso di sua madre, segnato dal lavoro. Anche in quel momento gli era difficile accettare il fatto che lei lo avesse tradito. Che suo padre e i suoi fratelli avessero fatto altrettanto. La sua casa. L’unico posto in cui era sicuro di poter trovare rifugio. Nemmeno la loro prima reazione, comprensibilmente fredda, ostile e spaventata, alla sua improvvisa comparsa l’aveva messo sull’avviso. Ma poi gli sguardi d’intesa e quella repentina decisione di mandare suo fratello a fare una commissione non meglio specificata lo avevano costretto a guardare in faccia la realtà. Appena in tempo. Era a mala pena riuscito a battere sul tempo i diaconi che suo fratello era andato a chiamare. Era stato allora che l’avevano colpito con il raggio dell’ira. Ed era stato sempre allora che aveva appreso che sulla sua testa pendeva una taglia, una taglia su cui ogni cittadino non vedeva l’ora di mettere le mani.

Aveva dovuto lottare con suo padre e scaraventarlo a terra, quando aveva cercato di trattenerlo.

A un tratto gli parve di vedere il volto di sua madre, indistinto, come se fosse stato velato da correnti di aria calda, che lo guardava furtivamente dall’oscurità. Jarles allungò una mano per cancellarlo.

Forse, si disse, mentre una vocina dentro di lui gli ripeteva che l’universo era impazzito e che il mondo stava girando alla rovescia, forse avrebbe dovuto rallegrarsi del comportamento dei suoi famigliari. Era una prova che nel loro intimo i cittadini comuni nutrivano un odio infinito nei confronti della Gerarchia. Un sacerdote sostenuto dalla Gerarchia era un persona da temere, da adulare, quasi da venerare. Ma un prete espulso dalla Gerarchia costituiva un’opportunità più che unica per dare libero sfogo al proprio astio! Infatti adesso erano i comuni cittadini a dargli la caccia. Erano guidati dai diaconi ma erano pur sempre cittadini.

Due anni prima, appena aveva superato gli esami ed era stato ammesso al sacerdozio, aveva cominciato a darsi da fare per migliorare la moralità e le condizioni di vita dei cittadini; insomma, voleva fare la sua parte per accelerare l’avvento della Nuova Età dell’Oro. In quel modo, pensava, sarebbe stato utile anche alla sua famiglia.

Ma quello stesso giorno la sua famiglia lo aveva guardato con disprezzo, come se per loro non esistesse più, perché aderendo alla Gerarchia lui era diventato qualcosa di più e di meno di un uomo, un prete, un essere disumano.

— Eccolo, è lì!

Con gli occhi abbacinati, cercò scampo dalla luce della torcia. Si lanciò in una corsa disperata, fiondandosi in un vicolo dalla parte opposta della strada, mentre un dolore lancinante gli bruciava i muscoli contratti. Un raggio dell’ira sfrigolò contro un muro lontano.

L’acciottolato. I cinturini dei sandali gli mordevano la carne. La tunica gli raschiava la pelle. Il braccio ferito. Buio. Un rettangolo di luce. Il viso truccato di una donna. Grida.

Correre. Correre. Correre.

Improvviso scoppio di urla alle sue spalle: i suoi inseguitori avevano imboccato il vicolo. Un ago di luce viola sopra la sua testa.

Ma prima che il raggio dell’ira si abbattesse su di lui, Jarles aveva già svoltato nella viuzza successiva, l’aveva attraversata e si era lanciato verso la zona piena di rovine verso la quale, inconsciamente, si era diretto fin dall’inizio.

Macerie. Grovigli di erbacce. Procedere a tentoni. Grandi blocchi di pietra e di plastica rotta. Muri sgretolati che forse risalivano a un’epoca anteriore all’Età dell’Oro. Spazi angusti e tortuosi. Vicoli ciechi. Un labirinto fatto dei resti di imponenti costruzioni.

Urla alle sue spalle. Un circolo di luce poco sopra la sua testa, contro un enorme blocco frastagliato. Nascondersi. Sgusciare. Strisciare.

Altre urla, più vicine. Una corsa disperata alla ricerca di un rifugio. Ondate di dolore, simili a lampi accecanti, ogni volta che il suo braccio ferito e ciondolante urtava contro qualche masso. Mordersi la guancia per non urlare. E in bocca il sapore salato del sangue.

Da quel momento in poi il suo unico scopo fu quello di seppellirsi fra le rovine, infilarsi nelle strade più strette e più buie. A volte le grida si allontanavano, altre volte riecheggiavano vicine. Il fatto che nel corso di quella sua fuga senza meta prima o poi sarebbe finito nelle grinfie dei suoi inseguitori apparteneva a un genere di ragionamento che ormai non aveva più alcun significato per lui.

Gli sembrava di sentire ancora la musica da ballo rimbombargli nelle orecchie, mescolata a urla oscene e a gemiti di rauca disperazione. Mentre l’intero universo ondeggiava vertiginosamente al ritmo folle di quel frastuono e della ferita che gli pulsava sulla spalla. Anche lui avrebbe voluto ballare, ma era tropo doloroso. Lui era un’altra persona. Era Armon Jarles, ma Armon Jarles era un’altra persona. Suo padre… suo padre era un arciprete. Le sue braccia vecchie ma forti lo stringevano e non la lasciavano più andare. Suo fratello era un bambinetto piccolo e grasso, con la voce stridula. Si chiamava Fratello Chulian. Sua madre…

In piedi, davanti a un uscio illuminato, una bellissima ragazza gli sorrise e gli fece segno di avvicinarsi. Lui avanzò lentamente: più vicino, sempre più vicino e a ogni passo la sua diffidenza diminuiva. Ma poi, all’improvviso, la ragazza allungò una mano, lo afferrò per la spalla ferita, e dietro di lei comparve un’ondata di vesti scarlatte. Il viso della donna sfiorì e gli occhi stanchi di sua madre, vestita di una misera tunica, lo fissarono cupidi.

Ma quel viso era troppo vecchio, troppo vecchio per essere quello di sua madre. Le guance erano cascanti, le labbra raggrinzite, il naso terminava in un becco sottile, il mento era ridotto a un pomello marrone.

— Svegliati Fratello Jarles! — Un sussurro stridulo.

C’era qualcosa che non andava in quel viso. Era reale e in quel momento lui non voleva guardare la realtà. Ma la mano continuava stringergli la spalla e a fargli male. Cercò di allontanarla. Sollevò lo sguardo e alla luce della torcia che illuminava il budello in cui si trovava, vide di nuovo quel volto di vecchia, ma questa volta lo riconobbe.

— Vieni con me, Fratello Jarles! Vieni con Madre Jujy!

A Jarles sfuggì un sorriso.

— Sono contento che la taglia la riscuota tu anziché mio padre — mormorò.

Una mano ossuta gli tappò la bocca.

— Zitto, altrimenti li attirerai qui! Su alzati, Fratello Jarles! Siamo quasi arrivati, ma non c’è tempo da perdere. Dobbiamo sbrigarci.

Era meno doloroso alzarsi in piedi che restare supino e farsi trascinare da Madre Jujy. Dopo un paio di tentativi riuscì finalmente a drizzarsi sulle gambe, ma lo sforzo fu tale che la tenebra intorno a lui ricominciò a vorticare e gli apparvero di nuovo le visioni di prima. Mentre arrancava appoggiandosi alla spalla scheletrica della vecchia strega gli sembrò che la donna continuasse a cambiare identità. Prima era sua madre. Poi Sharlson Naurya. Poi Madre Jujy. Poi la ragazza sull’uscio. Poi sua madre…

— Lascia che li chiami — disse sorridendo stupidamente. — Non c’è bisogno che andiamo a cercarli. Lascia che li chiami e loro arriveranno. E poi, pensa, la ricompensa sarà tutta tua. O hai forse paura che te la porteranno via con qualche trucco? Per tutta risposta ricevette una bastonata sulla bocca.

— Eccolo là! Da quella parte! C’è qualcuno con lui!

Improvvisa svolta in una stradina laterale. Voci concitate che abbaiavano ovunque. Un’altra svolta brusca. Poi, Jarles vide Madre Jujy afferrare alcune erbacce, tirarle verso l’alto e sollevare un’intera zolla di terra.

— Dentro! Svelto!

La bastonata di poco prima aveva restituito a Jarles un po’ di senno. Si lasciò cadere nel buco nero che Madre Jujy aveva scoperto. In parte scese, in parte scivolò giù da una corta scala. Poi, giunto all’ultimo gradino, rotolò per terra e giacque immobile.

Le grida erano svanite. Era buio pesto. Silenzio.

Dopo un po’ si accese una luce e lui vide il viso grinzoso della vecchia che gli rivolgeva un sorriso sdentato al di sopra della fiamma di una candela.

— Adesso sai come Madre Jujy reclama la propria ricompensa, Fratello Jarles! — ridacchiò la donna.

Gli si avvicinò zoppicando e sollevò la stoffa della tunica per esaminargli la spalla. Jarles digrignò i denti.

— Bisogna che sistemi questa brutta ferita — mormorò. — Hai anche la febbre. Ma per prima cosa dobbiamo andarcene da qui. Bevi questo.

Gli avvicinò una bottiglietta alle labbra. Jarles bevve, ma il liquido era così forte che alla prima sorsata cominciò a tossire e a boccheggiare.

— Brucia, eh? — osservò Madre Jujy allegramente. — Tutt’altra cosa rispetto al vino della Gerarchia, vero? Eh, Madre Jujy ha una distilleria tutta sua e provvede da sé al suo nettare!

Lui si guardò intorno.

— Dove siamo?

— In uno dei passaggi sotterranei dell’Età dell’Oro — rispose la donna. — Ma non chiedermi a che cosa servissero perché non lo so. In compenso so a quel che servono adesso. — Ridacchiò maliziosamente, scuotendo la testa. — Solo vecchie streghe ignoranti! I preti sanno tutto di noi! Eccome!

Lui sgranò gli occhi e la fissò confuso.

— Sei troppo frastornato, Fratello Jarles, è inutile che ti lambicchi il cervello. Limitati a seguire Madre Jujy.

Lui obbedì. In alcuni punti, la galleria era quasi completa, un tubo circolare di metallo grigio abbastanza grande da poterci stare in piedi; ma per lo più mostrava crepe profonde e il pavimento era ricoperto di sudiciume. In un paio di tratti le pareti erano state puntellate di recente.

Il tragitto gli parve infinito e prima di arrivare a destinazione, Jarles stava già molto male. La febbre gli era salita, in parte per lo sforzo, in parte, forse, per il nettare che aveva bevuto e che gli aveva infiammato la gola e lo stomaco.

Cominciò a barcollare e fu nuovamente assalito da oscure visioni. Ma adesso era Sharlson Naurya a camminare al suo fianco; mordicchiava una melagrana. Erano il Re e la Regina degli Inferi e stavano visitando l’Ade, preceduti dal loro primo ministro, Madre Jujy, il cui bastone era diventato una verga intorno alla quale si attorcigliavano serpenti vivi. Li seguiva un uomo che era tutta tenebra. E attorno ai loro piedi sgambettavano piccole scimmie semi-umane.

Un’altra scala. Madre Jujy che lo spingeva su. Un letto stretto, che assomigliava a una scatola con un lato aperto. Corto per lui, ma straordinariamente morbido. Sulla sua spalla straziata il gaudioso refrigerio di una benda imbevuta di un liquido scuro e aromatico. Un momentaneo brivido di paura, perché fino ad allora era stato curato soltanto dai sacerdoti. I preti curavano tutti. Poi un liquido caldo che gli scivolava in gola. Quiete. Sonno.

La prima cosa che vide, quando riacquistò lucidità, dopo i deliri della febbre, in cui forse si erano mescolati frammenti di realtà, fu una creatura nera, dai tratti indistinti, che stava acquattata sulle coperte sopra i suoi piedi. Aguzzò pazientemente la vista, fino a quando riuscì a metterla a fuoco.

Era un’enorme gatta nera, intenta a leccarsi le zampe: lo osservava freddamente, come se lo stesse studiando.

C’era qualcosa che non andava. Non avrebbe dovuto essere una gatta. Madre Jujy doveva avere qualcosa di piccolo, peloso e vivo… ma non poteva trattarsi di una gatta.

Per un lasso di tempo interminabile, Jarles ponderò vagamente il problema, senza mai distogliere gli occhi dall’animale. Era convinto che da un momento all’altro gli avrebbe rivolto la parola, ma il felino continuò a osservarlo con grande calma.

A poco a poco, Jarles cominciò a discernere l’ambiente che lo circondava. La sua prima impressione era stata esatta: il letto era davvero una scatola. Una scatola costruita nella parete di una stanza. Un lato della scatola, che serviva a trattenere le coperte, gli impediva di vedere la parte inferiore del vano.

Il soffitto era basso e dalle travi pendevano oggetti della più svariata natura. Da qualche parte sotto di lui, proveniva il debole scoppiettio di un fuoco e il borbottio di una pentola. Il profumo era buono.

Si sforzò di guardare oltre la barriera solida del letto. Quel movimento gli provocò alcune fitte di dolore, non foltissime, ma lui non riuscì a trattenere un gemito soffocato.

Zoppicando, la vecchia strega lo raggiunse.

— E così sei ritornato fra di noi, eh? Per un po’ Madre Jujy ha temuto di perdere il suo bambino.

Ma Jarles pensava ancora al problema che lo ossessionava da quando si era risvegliato.

— Ma è una gatta e basta? — domandò con un filo di voce.

Gli occhi della strega, pieni di luce sotto le palpebre incartapecorite, lo fissarono attentamente: — Naturale! Anche se si dà sempre un sacco d’arie!

— E non succhia il tuo sangue?

Con una smorfia di disprezzo, Madre Jujy fece schioccare la lingua contro le gengive sdentate. — Forse le piacerebbe. Ma di’ che ci provi soltanto!

— Ma… allora… tu… tu sei davvero una strega, Madre Jujy?

— Che cosa credevi, che mi rendessi impopolare così, tanto per divertirmi?

— Ma… io pensavo… intendo dire, le altre streghe che ho conosciuto…

— Ah, quelle! Allora ne hai conosciuta qualcuna, eh?

Jarles annuì debolmente. — Chi sono?

Lei lo incenerì con lo sguardo. — Hai già fatto fin troppe domande. In più, adesso è ora di mangiare.

Mentre lo imboccava, con la gatta che era venuta ad annusare il brodo bollente e seguiva con attenzione i movimenti del cucchiaio, qualcuno bussò alla porta. — Tu non sbirciare — sibilò Madre Jujy. Fece scivolare una porzione della parete lungo il lato aperto della scatola, lasciandolo immerso nella completa oscurità. Poi Jarles udì un fruscio smorzato, come se fosse stata abbassata una specie di tenda.

La gatta si drizzò sul suo petto e lui sentì la pressione delle quattro zampe sulla sua cassa toracica, rigide e immobili come le gambe di un piccolo tavolino.

Dalla stanza gli giunse l’eco di una conversazione, ma il suono era troppo debole perché lui riuscisse a capirne le parole.

Poco dopo, la gatta gli si accovacciò sulla spalla sana e cominciò a fare le fusa. Jarles si addormentò.

Nei giorni che seguirono, la porzione di parete fu fatta scivolare più volte davanti al suo letto, ma dopo un po’ Madre Jujy smise di abbassare la tenda, in modo che lui potesse sentire quello che accadeva nella stanza. Udiva la vecchia strega dispensare ambigui sortilegi e consigli pratici a cittadini comuni di ogni genere, ma soprattutto alle Sorelle Perdute, che non si stancavano mai di farsi predire il futuro. In quel modo, Jarles ebbe l’opportunità, anche se indirettamente, di fare conoscenza con la classe criminale, esigua e indigente, di Megateopoli, con cui Madre Jujy sembrava essere in buoni rapporti. La cosa lo insospettiva. Apparentemente, la vecchia strega fungeva da ricettatrice.

Ma non erano solo i cittadini comuni a farle visita. In un paio di occasioni, bussarono alla sua porta anche alcuni diaconi. La prima volta, Jarles si irrigidì per lo spavento. Ma dopo un po’, con sua grande sorpresa, si accorse che la tonaca nera era venuta lì solo per implorare l’aiuto di Madre Jujy, per riconquistare una ragazza che gli era stata sottratta da un prete. La seconda volta andò peggio. Il diacono cominciò ad annusare l’aria con sospetto, ricordò a Madre Jujy le severe pene previste per chi distillasse alcolici o praticasse altre attività illecite, e percuoté il muro in uno o due punti. Ma apparentemente, quella messinscena era mirata soltanto a ottenere un servizio gratuito, perché dopo un po’ finì per esporre alla strega un problema simile a quello del primo diacono. E Jarles provò un intimo piacere quando Madre Jujy gli vendette un sortilegio che, per compiersi, richiedeva l’esecuzione di azioni faticosissime e umilianti.

Ogni tanto ripensava all’Uomo Nero e a Sharlson Naurya, anche se a volte il ricordo del convegno di streghe, al quale aveva assistito, gli sembrava soltanto una delle tante allucinazioni provocate dalla febbre e non un fatto realmente accaduto. Ma vi rimuginava sopra a lungo e assillò Madre Jujy con domande ostinate fino a quando riuscì a estorcerle parecchie informazioni, benché avesse l’impressione che lei ne sapesse un po’ di più di quanto volesse ammettere.

Stando a quanto sosteneva Madre Jujy le “nuove streghe” erano saltate fuori soltanto da pochi anni. Sulle prime, lei aveva pensato che fossero una creazione della Gerarchia e che i preti avessero deciso di “disfarsi di noi altre vecchie”. Dopo un po’, però, aveva cambiato parere nei loro confronti e adesso non le considerava più delle pericolose rivali; anzi intratteneva con loro sporadici rapporti, della cui natura, tuttavia, si rifiutava categoricamente di parlare.

A mano a mano che la ferita si rimarginava, lasciando il posto a una cicatrice profonda e orlata di bianco, e la febbre diminuiva — lentamente, data la mancanza dei meravigliosi corroboranti somministrati dai medici della Gerarchia — Jarles rimuginava le informazioni raccolte, finché un giorno, all’improvviso, chiese a Madre Jujy: — Perché mi hai salvato?

Lei parve perplessa. Poi lo guardò con occhi lascivi e disse: — Chi lo sa, forse mi sono innamorata di te! Sono stati molti i bei giovanotti che Jujy ha tolto dai guai e ha nascosto in casa sua, ai tempi in cui era la più avvenente tentatrice di tutto il monacato.

Poi, dopo un attimo aggiunse bruscamente: — In più, tu mi hai sempre trattato abbastanza bene, quando eri prete.

— Ma come hai fatto a trovarmi? Come mai eri lì in mezzo alle rovine, mentre mi stavano dando la caccia?

Era stato solo un caso, gli rispose Madre Jujy. Era uscita poco prima dal passaggio sotterraneo. Più tardi, rettificò questa versione, dichiarando di aver appreso attraverso una “visione” che lui era nei guai. Ma lui sapeva che non le stava dicendo tutta la verità.

Una sera in cui si sentiva inquieto, Jarles insistette per scendere dal letto e fare quattro passi per la stanza, dribblando fra i mille oggetti che pendevano dal soffitto. Era impaziente di riprendere i contatti con il mondo. A un tratto, qualcuno bussò alla porta; ma in quel suono, un ticchettio ritmato di dita leggere, non gli sembrò di riconoscere nessuna delle bussate che aveva imparato a distinguere. Grimalkin, la gatta, scoprì i denti con fare minaccioso. Madre Jujy spinse Jarles nel letto a muro e si diresse verso la porta. Levò la spranga, scivolò fuori e chiuse il battente dietro di sé.

Era molto buio, ma di fronte a lei si stagliava un’ombra ancora più scura, una figura d’uomo.

— Ti vedo — disse la strega aspramente, stringendosi lo scialle sdrucito intorno alle spalle per proteggersi dal freddo. Ma la sua voce tradiva un certo nervosismo. — E con me non hai bisogno di fare certi giochetti per metterti in mostra. Non penserai mica di farmi paura!

— Appena mi ha sentito bussare Grimalkin mi ha riconosciuto — rispose una voce ridente. — Posso mandare Dickon a giocare un po’ con lei?

— Se lo vede gli cava gli occhi! Quel piccolo bruto, strisciante, raccapricciante e sporcaccione! Che cosa vuoi?

— Come sta il nostro malato?

— Vuole alzarsi e dar fuoco al mondo intero! Devo tenerlo legato al letto!

— E la sua… educazione?

— Oh, mi sembra che gli stia entrando un po’ di sale in zucca. I tipi come lui capiscono le cose solo dopo averci sbattuto la testa. Comunque è un duro. Per essere un giovanotto gentile com’è ha uno spirito impetuoso e contorto. In ogni caso, penso che si stia ammorbidendo nei vostri confronti… per sua disgrazia!

— Ottimo! Però penso che tu sia troppo modesta. Tu sottovaluti l’influenza che la tua compagnia ha su di lui. Noi ti siamo molto grati, Madre Jujy.

— Grati un corno! — La vecchia strega si raddrizzò e sporse il mento avvizzito. — Ascolta, io sono disposta ad aiutarvi di tanto in tanto perché so che combattete i preti. Ma c’è una cosa che voglio che vi entri bene in testa: io l’ho capito fin dall’inizio. Nonostante tutti i vostri trucchi, le vostre acrobazie e le vostre scimmiette farfuglianti, voi non siete delle vere streghe!

Dalla tenebra provenne uno sghignazzo compiaciuto.

— Speriamo che i preti non arrivino mai a possedere un intuito come il tuo, Madre Jujy.

Lei ignorò il complimento. — Voi siete soltanto degli impostori — continuò. — Io sono la sola vera strega!

La tenebra si inchinò. — E noi non ti contenderemo questo onore.

— Così va bene! — decretò Madre Jujy.

7

— Asmodeo ha detto che la Stregoneria aumenterà la pressione, Drick. Questa notte, i lupi verranno a Megateopoli. All’inizio si limiteranno ad aggirarsi in periferia, ma poi si addentreranno in città. A partire da mezzanotte, nelle città chiave i telesolidografi funzioneranno ventiquattr’ore su ventiquattro. Per quell’ora dovremmo avere il secondo già installato qui. Voi ragazzi potrete fare i turni. Divertitevi ma state attenti a non affaticare gli occhi. Nel frattempo, ogni congrega ordinerà a tutte le streghe e a tutti gli stregoni disponibili di dare inizio al secondo stadio di persecuzioni a danno dei sacerdoti del Quarto Circolo. In questi nastri sono descritte le paure dei preti più impressionabili. Puoi iniziare a distribuirli. Così dicendo, l’Uomo Nero allungò una scatola piena zeppa di minuscoli contenitori a forma di ruota al giovanotto che stava in piedi davanti alla scrivania. Quest’ultimo, basso, corpulento, scaltro e, come lui, vestito di nero, diede un’occhiata ai nomi scritti su ciascun contenitore, quindi, con un rapido gesto della mano, chiuse la scatola.

— Mi piacerebbe sapere dove Asmodeo reperisce informazioni così dettagliate — aggiunse l’Uomo Nero, sfregandosi gli occhi cerchiati di rosso. — Se fossi religioso, direi che è il Grande Dio in persona. Sa così tante cose sulla Gerarchia.

Drick si sporse in avanti. — Forse fa parte della Gerarchia.

L’Uomo Nero annuì, aggrottando le sopracciglia. — Può darsi — convenne con aria pensosa.

Drick lo guardò in modo strano.

— Non sono io Asmodeo, Drick. Non sono nemmeno sicuro di essere l’uomo più importante di Megateopoli, anche se sembra che io sia il primo a ricevere gli ordini.

— Da dove? — Drick appoggiò una mano sulla scatola. — Una cosa come questa, per esempio. Devi pur averla avuta da qualcuno.

— Naturale. — L’Uomo Nero gli rivolse un sorriso un po’ stanco. — Logica vuole che se io entro in questa stanza e trovo una scatola sul mio tavolo, qualcuno deve avercela messa. Ma chi?

— È così che è andata?

L’Uomo Nero annuì.

Drick scosse la testa con fare dubbioso. — Certo è che noi ci fidiamo molto.

L’Uomo Nero sghignazzò. — Però devi ammettere che questo sistema presenta dei notevoli vantaggi. Se qualcuno di noi viene catturato non può mandare all’aria tutta l’organizzazione… nemmeno se lo persuadono a farlo.

— Finora non è stato preso nessuno di noi. — C’era una nota di impertinenza nella sua voce.

L’Uomo Nero sollevò lentamente gli occhi su di lui: il suo viso, normalmente malizioso si era fatto serissimo. — Non è che per caso pensi che sia così perché in realtà non ne sono capaci? Non stai mettendo in dubbio il fatto che la Gerarchia abbia già individuato alcuni di noi e che stia soltanto aspettando di far abboccare i grandi capi prima di tirare su le reti?

Drick parve un po’ sorpreso. Aggrottò la fronte. — Certo che no. — Prese la scatola e si alzò. Poi gli venne in mente qualcosa. — Sono stato un po’ con Sharlson Naurya. Comincia a scalpitare. Non le piace restare rinchiusa qui.

— Anche in questo caso, ordini di Asmodeo. Ha in serbo qualcosa per lei, un incarico speciale per quando sarà arrivato il momento opportuno. Passa un po’ di tempo con lei, Drick, se ne hai la possibilità. Distraila.

— Questi sì che sono ordini piacevoli da eseguire!

— Oh, ma non farti troppe illusioni. Credo che fra breve avremo di nuovo fra di noi un certo prete rinnegato.

— Il paziente di Madre Jujy? Ha cambiato idea?

— Penso che sia sul punto di farlo.

Drick annuì. — Dev’essere un buon diavolo. E credo che Naurya abbia un debole per lui. — Poi, arrivato sulla soglia, si voltò indietro di scatto. L’Uomo Nero si era abbandonato contro lo schienale della sedia e si stava stropicciando gli occhi. — Senti — gli suggerì Drick con finta noncuranza — se a partire da questa notte la situazione si farà più pesante, perché non ne approfitti per prenderti una mini-vacanza di sei ore, finché sei in tempo?

L’Uomo Nero assentì. — Non è una cattiva idea.

Quando Drick uscì, si drizzò a sedere e fissò il muro. — Non è affatto una cattiva idea.

In lontananza una potente campana cominciò a suonare a morto. Un sorriso malizioso increspò le sue labbra. Poi, però, lo stregone aggrottò le sopracciglia e scosse la testa, come se volesse scacciare una tentazione. La campana continuava a rintoccare. La seconda volta il sorriso ebbe la meglio e, scrollando le spalle, l’Uomo Nero si alzò in piedi.

Adesso era scattante e pieno di energia.

Da un armadietto a muro estrasse una guaina nera piuttosto spessa che, per certi aspetti, assomigliava a un rotolo o a una rete di fili elettrici; se la legò all’avambraccio destro. Sopra uno stipo, dalla parte opposta della stanza, si trovava un vaso basso di bronzo, all’interno del quale galleggiavano alcuni fiori. L’Uomo Nero vi puntò contro la mano destra, come se stesse provando a stabilire una sorta di contatto. Il vaso ondeggiò leggermente, si sollevò di quattro o cinque centimetri dal ripiano e, all’improvviso, si capovolse, rovesciando acqua e fiori. L’Uomo Nero sorrise soddisfatto.

Al braccio sinistro assicurò un altro tipo di guaina, corredata di tasti che riusciva a toccare piegando il palmo verso il basso. Armeggiò nello stipo e dopo un po’ nella stanza riecheggiò un brano musicale: era una melodia solenne. L’Uomo Nero indietreggiò, mosse il braccio sinistro come se stesse cercando di nuovo di stabilire un misterioso contatto e cominciò a sfiorare i tasti. Immediatamente la melodia si trasformò in uno stridio rauco e discordante.

Lo stregone sghignazzò e, avvicinatosi all’armadio, tolse da un attaccapanni un’uniforme da cittadino comune: un grembiule di stoffa grezza con le maniche lunghe, le mollettiere, gli stivali e un cappello.

Una vocina sottile, smorzata e stridula, che sembrava provenire dal nulla, osservò: — Eccoti di nuovo pronto per fare altri scherzi! E immagino che anche questa volta a me toccherà il lavoro più duro!

— Ti sbagli, caro Dickon, perché questa volta penso proprio che ti lascerò a casa — rispose l’Uomo Nero.

La grande campana aveva smesso di suonare, ma l’eco dei suoi rintocchi sembrava indugiare nell’aria, immutata, quasi fosse un arcano messaggio proveniente dall’eternità. Un’immensa folla di cittadini comuni, silenziosi e riverenti, gremiva la Cattedrale: un luogo di immensa e gradevole tenebra, rischiarata da deboli luci rosate e dallo sfavillio dell’oro e dei gioielli incastonati nelle pareti. L’aria era inondata dal dolce aroma dell’incenso. I sacerdoti si affrettavano con passo leggero lungo le navate, tonache flosce che frusciavano sul pavimento come seta, apparentemente impegnati in mistici uffici.

L’Uomo Nero fece gli inchini di rito. Dopodiché, la testa bassa e le spalle curve, prese posto in cima a una delle ultime panche, proprio di fronte alla meraviglia luccicante dell’organo, dalle cui gole dorate aveva cominciato a fluire una musica dolce, che si fondeva con l’eco immaginaria della campana. L’Uomo Nero sembrava mezzoistupidito, immerso in una meditazione resa incerta dall’ignoranza, intento a biascicare come un ruminante, le sopracciglia aggrottate nella pia riflessione sui suoi peccati.

Poi, un meraviglioso senso di pace e di benessere si impadronì di lui, troppo grande per essere attribuito all’effetto prodotto dalla tiepida oscurità, dalle luci soffuse, dalla musica suadente e dall’incenso. Ma poiché sapeva che quella sensazione era dovuta ad alcune radiazioni che deprimevano il sistema simpatico e stimolavano il parasimpatico, poteva contrastarne l’influsso, o al contrario, sfruttarne consapevolmente il benefico effetto fino in fondo: così, se era ancora un po’ nervoso, sarebbe riuscito a rilassarsi. Senza farsi notare, osservò gli effetti che le radiazioni producevano sugli altri: muscoli tesi che si allentavano, fronti corrugate che si spianavano, mascelle rilasciate e bocche semi-aperte, sguardi vacui e intontiti.

— Grande Dio, signore del Cielo e della Terra, sacerdote dei sacerdoti, del quale la Gerarchia è serva …

Una voce fervente e salmodiante vibrò nell’oscurità rilucente. Poi, dietro l’altare, simili a trombe mute, si accesero numerose luci, palesando l’effige del Grande Dio, che sembrava un riflesso in chiave minore del più grande busto che sovrastava la Cattedrale. I cittadini chinarono il capo e biascicarono una risposta corale, che suonò come un sospiro stanco. L’ufficio era iniziato.

L’atmosfera di devozione aumentava, a mano a mano che le voci monotone dei fedeli rispondevano alle invocazioni. Vi fu solo un accenno di confusione quando alcuni dei cittadini più anziani risposero automaticamente alla preghiera “Affretta la venuta della tua Nuova Età dell’Oro”, che era stata recentemente soppressa dalla liturgia.

Il sacerdote che occupava il pulpito lasciò il posto a un ministro più anziano che cominciò a predicare. La sua voce era eccezionalmente duttile, capace di passare in un attimo dal tono aspro dell’ira a quello dolcemente saporifero del conforto. Le sue parole si confacevano mirabilmente alla mentalità dell’assemblea riunita ad ascoltarlo e non una sola andava a vuoto.

Parlava, come sempre, dell’infelice sorte dei cittadini comuni, e degli sforzi incessanti dei sacerdoti per alleviarne la miseria, figlia del loro peccato. Dipinse il quadro semplice e convincente di un universo in cui solo la fatica di un lavoro senza fine avrebbe permesso di espiare le colpe ereditate dall’Età dell’Oro e di evitare la dannazione eterna.

Ma quando passò ad affrontare la questione più urgente della crescente audacia di Satanas e dei suoi diavoli, ogni traccia di dolcezza sparì dalla sua voce. Uno stropiccio sommesso di piedi, accompagnato dallo strofinio della stoffa ruvida dei grembiuli contro il legno delle panche, sottolineò l’attenzione suscitata dal nuovo argomento nell’assemblea dei popolani. Molti si drizzarono istintivamente a sedere per poter udire meglio il sermone. La baldanza di Satanas era interamente dovuta alla loro condotta sempre più peccaminosa, proclamò il sacerdote. Poi li ammonì contro il terribile destino riservato a coloro che non facevano atto di sincero pentimento, e ingiunse a tutti di vigilare attentamente gli uni sugli altri.

— …perché nessuno può sapere dove si manifesterà il peccato. I semi del male sono ovunque e Satanas li innaffia e li concima ogni giorno. È questo il raccolto a cui tiene più di tutti. La Gerarchia può sconfiggere Satanas in qualunque momento. Ma il merito di questa vittoria non potrà andare a voi fino a quando ciascuno di voi non caccerà Satanas dal suo cuore e non impedirà ai semi del male di attecchirvi e di dare frutti.

Con questo avvertimento severo e sinistro, la predica finì. Alcuni sacerdoti del Primo Circolo comparvero alla testa delle navate; ciascuno reggeva in mano un piatto scintillante. Un altro prete salì sul pulpito ed esortò i fedeli a contribuire, nella misura che ritenevano opportuna, al patrimonio della Gerarchia, ricordando che quelle offerte libere avevano un particolare valore.

Centinaia di mani armeggiarono nelle tasche e sui piatti che venivano fatti passare di banco in banco tintinnarono le monete.

Il sacerdote che percorreva la navata centrale era arrivato alle ultime file. Quando allungò la mano per ritirare il piatto, che adesso era carico di monete, ebbe l’impressione che il cittadino che lo reggeva lo trattenesse. Allora si protese ulteriormente, lo afferrò e, poiché era occupato a incenerire con lo sguardo l’uomo che si era comportato in modo tanto maldestro, lo porse, senza voltarsi, al primo cittadino della fila corrispondente della parte opposta della navata. Quando sentì che l’altro l’aveva preso, abbassò la mano. Ma subito dopo dovette notare l’espressione stupita delle persone che lo circondavano, e forse ne udì anche l’esclamazione soffocata di sorpresa, perché si voltò immediatamente a guardare.

Il primo cittadino della fila aveva effettivamente allungato la mano per afferrare il piatto, ma prima che le sue dita potessero stringersi intorno al disco di ottone, un’altra forza lo aveva sollevato dal palmo del sacerdote. Il cittadino fece un balzo all’indietro e strabuzzò gli occhi.

Il piatto rimase sospeso in aria, senza che niente e nessuno lo reggesse.

Il sacerdote si precipitò ad afferrarlo, ma il vassoio gli sfuggì dalle dita, volando più in alto.

Lui cercò nuovamente di agguantarlo, sollevandosi sulle punte dei piedi, ma ancora una volta il piatto eluse la sua presa, alzandosi di un’altra spanna.

All’improvviso, memore del comportamento dignitoso che doveva tenere un ministro del culto, il sacerdote rinunciò a ogni tentativo e si limitò a fissare i volti inebetiti dei cittadini, compreso quello paonazzo di un uomo della quarta fila che, se possibile, sembrava ancora più allocchito degli altri.

Subito dopò, però, la sua attenzione si concentrò di nuovo sul piatto sospeso, che aveva cominciato a sobbalzare bruscamente, facendo tintinnare le monete. Un paio caddero per terra.

Un numero crescente di cittadini si voltò a fissare la scena.

Poi, d’un tratto, il piatto schizzò di lato e verso l’alto, e, fendendo la tenebra con una curva scintillante, si capovolse rovesciando sui presenti una pioggia di monete. Per un po’ precipitò anch’esso insieme ai dischetti dorati, ma giunto a un paio di metri da terra si raddrizzò e rimase fermo a mezz’aria.

Con un’ammirevole prontezza di spirito, forse perché pensava che si trattasse di una dimostrazione di cui i suoi superiori si erano dimenticati di metterlo al corrente, il prete urlò: — Guardate! Un miracolo! Nella sua infinita generosità, il Grande Dio ha deciso di dare a ciascuno secondo i propri meriti!

Immediatamente, quasi in risposta alle sue ultime parole, il piatto si avventò su di lui con il chiaro intento di colpirlo alla testa. Lui lo schivò abbassandosi di scatto, poi alzò rapidamente gli occhi per guardare. Il piatto aveva invertito la rotta e stava ritornando all’attacco. Il prete chinò la testa, ma questa volta non guardò in alto. Il piatto si fermò bruscamente sopra il suo cranio tonsurato, simile a una grande aureola d’ottone, e poi si abbassò colpendolo con grande frastuono, per due volte consecutive.

Il sacerdote urlò per il dolore e la sorpresa, e solo allora si ricordò di attivare il suo campo di inviolabilità.

Il piatto balzò in alto e rimase sospeso in aria.

Ma nella Cattedrale si era già scatenato il panico o, per meglio dire, un vero e proprio tumulto. Un’intera sezione di cittadini si era tuffata sotto le panche per raccattare quante più monete poteva. Altri, terrorizzati, si stavano accalcando verso l’uscita. Ma i più continuavano a guardare in alto, eccitati, dandosi l’un l’altro di gomito.

Obbedendo a un ordine frettoloso, l’organista attaccò una melodia solenne. L’idea di per sé sarebbe stata perfetta, se la musica fosse rimasta tale. Ma, all’improvviso, con un ragliò dissonante, il ritmo cambiò, accelerò e, mentre l’organista fissava inorridito lo spartito e continuava a pigiare convulsamente i tasti, dalle canne dorate uscì il seducente swing di quello che tutti i sacerdoti, e molti dei cittadini comuni, riconobbero essere il motivetto più suonato nelle case delle Sorelle Perdute. Le radiazioni parasimpatiche sono armi infide, che stimolano reazioni istintive, animalesche. A uno a uno, i cittadini comuni cominciarono a ondeggiare, a contorcersi, a fare piroette e a danzare in un’estasi quasi mistica, belando e gridando, boccheggiando e grugnendo come animali, come se quello fosse una riunione di mammut e non un ufficio religioso.

In una delle navate laterali, un gruppo di cittadini urtò un sacerdote: il piatto delle decime che teneva ancora in mano si rovesciò e le monete volarono in tutte le direzioni. In molti si tuffarono sotto le panche, strisciando affannosamente; ma dopo un po’ la maggior parte smise di raccogliere le monete e cominciò a rotolarsi gemendo e urlando con devoto fervore. Alcuni si abbracciarono.

Poi, dall’organo provenne una risata sguaiata, folle e meccanica; immediatamente, tutti i piatti che erano sospesi a mezz’aria cominciarono a sfrecciare, passando rasente alle teste dei preti, simili a pipistrelli di ottone, per poi andare ad abbattersi con grande fragore, contro l’immagine del Grande Dio. A quella vista, una buona parte dei presenti fu colta dal panico e si precipitò verso la porta.

Ma a quel punto un ruggito assordante riecheggiò nella Cattedrale. Non proveniva dall’organo. Chi stava fuggendo si fermò all’istante. I meno esagitati fra quelli che ballavano si guardarono attorno terrorizzati. Ovunque, i cittadini si fecero piccoli per la paura.

Poi una voce severa tuonò dall’alto: — Che nessuno osi muovere un passo! In questo luogo c’è un demone di Satanas. I cittadini comuni verranno esaminati ad uno a uno fino a quando non verrà trovato il peccatore… colui che è posseduto dal demonio. Ritornate ai vostri posti. Chiunque osi avvicinarsi alla porta, sperimenterà l’ira del Grande Dio!

A conferma di quelle parole, una dozzina di diaconi vestiti di nero, marciarono in fila indiana davanti al grande portale a volta. Ognuno reggeva in mano una verga dell’ira.

L’Uomo Nero, che si trovava nel gruppo di testa della folla in fuga, avvertì un improvviso cambiamento nelle proprie emozioni: era chiaro che erano state attivate le radiazioni “simpatiche”. Ma quella non si rivelò una mossa saggia. Perché se i pochi che ancora danzavano e si rotolavano sul pavimento si fermarono quasi all’istante, nel volgere di pochi attimi una paura incontrollata si impadronì di tutti i cittadini, che si lanciarono in avanti come animali in fuga. Ma i diaconi alzarono le verghe e l’onda umana si arrestò bruscamente.

L’Uomo Nero mosse un po’ il braccio destro, che teneva piegato di lato, nel tentativo di stabilire il contatto. Poi si inclinò leggermente a sinistra, per bilanciare il peso del pennello di forza.

Uno dei diaconi al centro del cordone si voltò di scatto verso il suo vicino, sfregandosi il gomito. Tutti udirono il suo sussurro rabbioso: — Sta attento, imbecille! — L’altro ribatté con altrettanta veemenza: — Ma sei stato tu a urtarmi!

Un simile alterco scoppiò anche verso una delle estremità della fila. Altri scambi di battute brusche, finché, nel giro di pochi secondi, le tonache nere presero a spintonarsi e a minacciarsi a vicenda; a loro non veniva insegnato a comportarsi con la dignità dei sacerdoti.

Alla fine, il demone della discordia li contagiò tutti, aizzandoli l’uno contro l’altro. Al resto provvidero le radiazioni simpatiche, che facilitarono il passaggio dalla rabbia alla paura. Pochi istanti dopo cominciarono a volare i primi pugni e il cordone dei diaconi si trasformò in un groviglio di uomini infuriati. Alcuni lasciarono cadere le verghe, altri le usarono come mazze.

Lo scoppio di quella misteriosa lite e il fatto che si fosse improvisamente aperta una via di fuga furono più che sufficienti per la folla terrorizzata, che in una grande ondata frastagliata si riversò fuori dalla Cattedrale.

8

Fratello Goniface si destò di soprassalto dall’abisso infinto e oscuro del sonno.

Prima un sogno. Un sogno così profondo, così primitivo che era privo di immagini e di suoni. Orrore. Un contorcimento nella tenebra che era lui stesso. Qualcosa che lo imprigionava. Lui che lottava invano per liberarsi. Un dolore intenso, pungente. Una parte essenziale della sua persona che veniva tagliata via per poi essere usata contro di lui. Era il suo segreto, il suo unico tallone di Achille. Avrebbe potuto distruggerlo. Poi uno spasmo convulso e lui che, in preda al terrore, si dimenava, inutilmente.

Poi un sogno più circostanziato. Lui che vagava in mezzo alle salme delle persone che aveva ucciso, perché conoscevano il suo segreto. Sembravano tutte molto bianche, rigide e mute; erano distese ciascuna su un tavolo, sotto una lampada accesa, e lui si sentiva al sicuro.

Poi, d’un tratto, il cadavere del terzo tavolo si drizzò a sedere. Era una ragazza ancora acerba, con i capelli scuri che le scendevano sulle spalle marmoree. Gli puntò contro un dito, aprì la bocca e disse: — Il tuo nome è Knowles Satrick. Tu sei figlio di un sacerdote. Tua madre era una Sorella Perduta. Tu hai trasgredito la più sacra delle leggi della Gerarchia. Tu sei un impostore. — Lui si precipitò verso di lei, per costringerla a sdraiarsi di nuovo e tapparle la bocca. Ma non appena le sue dita la sfiorarono lei scivolò via. Lui la rincorse e la inseguì intorno ai tavoli. Alcuni caddero e si ribaltarono. Inciampò nella salma di sua madre. Sempre in tondo, sempre in tondo. Barcollando. Boccheggiando. Ma lei continuava a eluderlo e a urlare ad alta voce: — Deponete l’arciprete Goniface! Il suo vero nome è Knowles Satrick! Suo padre era un prete! — Dopo un po’, anche gli altri cadaveri aprirono la bocca e cominciarono a gridare: — Knowles Satrick! Figlio di prete! — fino a quando tutto il mondo glielo urlò in faccia e mille mani si protesero ad afferrarlo. Poi, all’improvviso, ritornò bambino e udì sua madre borbottare amaramente: — Figlio di un prete! — per farlo vergognare.

Poi alcuni ricordi, vicini alla superficie del risveglio. Il volto bianco e rovesciato della sua sorellastra Geryl, con i capelli scuri che fluttuavano nell’aria, mentre lei precipitava giù dal ponte verso il torrente che scorreva sotto, lontano e nero. Finalmente il suo segreto era salvo. Poi la camera del Sommo Concilio e la miniatura solidografica di una donna adulta, sul cui volto aveva letto la medesima espressione di odio e di implacabile determinazione che aveva colto negli occhi di quella ragazza acerba, mentre precipitava verso il torrente. Lo stesso viso. Geryl. Sharlson Naurya. Il suo segreto era ritornato a vivere.

Poi l’illusione. Lui si trovava dove avrebbe dovuto essere nella sua stanza, al Santuario. La penombra della camera gli permetteva di discernere i profili dei mobili e, stagliata contro la pediera del letto, vide la sagoma di un grottesco antropoide, più magro di una scimmia, ma peloso. Restò lì solo per un istante, dopodiché scomparve, ma Goniface udì il rumore quasi impercettibile di agili zampe che si muovevano rapide sul pavimento.

Poi veglia completa. Si drizzò a sedere, respirando con un certo affanno. A poco a poco i suoi occhi presero di nuovo confidenza con i contorni della stanza, rimettendo ogni oggetto al suo posto nella semi-oscurità. Che strano che quel breve sogno fosse riuscito a riprodurre quasi alla perfezione la fisionomia della camera. Ma a volte capitava di fare sogni del genere.

Probabilmente erano stati i preti di campagna, con tutto quel loro cianciare di creature pelose che gli si accovacciavano sul petto, a far scatenare nella sua mente quelle immagini oniriche.

Gli parve di accusare un lieve dolore alla schiena, ma anche quello doveva essere un retaggio del sogno.

Era davvero orribile che il ricordo delle sue passate malefatte dovesse di tanto in tanto venire a tormentarlo nel sonno. Ma la mente umana è fatta così: non c’è niente che possa dimenticare per sempre.

E poi, che differenza faceva? Adesso, il segreto della sua nascita non aveva più una grande importanza. Avrebbe potuto nuocergli quando era ancora un sacerdote del Primo Circolo, ma adesso era troppo potente per rischiare di venire cacciato dalla Gerarchia, o anche solo di vedere la propria posizione seriamente minacciata dalla contestazione di una simile accusa.

Nondimeno, se Geryl era effettivamente sopravvissuta, e se Geryl era Sharlson Naurya, e se i Moderati avessero messo le mani su di lei, lui poteva venire a trovarsi in una situazione a dir poco imbarazzante. La soluzione migliore era che Deth la trovasse per primo e la togliesse di mezzo.

A quanto pareva faceva parte della Stregoneria. Questo significava allora che la Stregoneria era a conoscenza del loro legame di parentela e che intendeva usarla contro di lui? Ma in questo caso, perché l’avevano fatta sparire misteriosamente? A che cosa poteva servire lei, se non ad accusarlo pubblicamente di essere il figlio di un sacerdote e di essere entrato nella Gerarchia in modo illegittimo?

Mentre Goniface rifletteva, il raggio dei suoi pensieri si allargò e, prima ancora che se ne rendesse conto, si ritrovò a contemplare con la fantasia il vasto impero della Gerarchia.

Fuori, nell’oscurità, ma anche nella parte della Terra in cui a quell’ora splendeva già il sole, qualcosa stava minando quell’impero, come un topo che rosicchi i fili di una rete. La Nuova Stregoneria diventava ogni giorno più audace. Dalla campagna si era insinuata nei piccoli centri urbani, da lì nelle città. E il giorno prima aveva colpito addirittura all’interno della Cattedrale.

Ma il pensiero che più lo assillava riguardava la figura che era a capo della Stregoneria. In alte parole, da qualche parte oltre quelle mura, esisteva una mente così ardita da sfidare la Gerarchia. L’identità di quella mente affascinava Goniface più di ogni altra cosa. Proveniva da un altro pianeta? Era un’ipotesi difficilmente concepibile. Forse doveva cercare più vicino.

Uno dei pannelli televisivi collocati accanto al suo letto si illuminò e apparve il volto di uno dei sacerdoti del Quarto Circolo, in servizio al Centro di Telecomunicazione.

— Sono dolente di disturbare l’arcipretura vostra — esordì il sacerdote.

— Che cosa c’è?

— È iniziato circa un’ora fa. Un’improvvisa, consistente intensificazione di tutte le manifestazioni della Stregoneria. Ci sono giunte comunicazioni da tutto il pianeta. In molti Santuari di campagna si sono verificate scene di panico e almeno due sono stati abbandonati dai preti che li occupavano. Da Neodolos ci è pervenuto un massaggio confuso e ambiguo. Sembra che attorno alla nostra città e nella città stessa siano stati avvistati animali di qualche tipo o fantasmi di animali. Molti sacerdoti di distretto parlano di allucinazioni, e di molestie non meglio precisate, e chiedono soccorso. Nel dormitorio dei novizi ci sono stati disordini e scene di panico.

— Puoi dirmi — gli chiese Goniface — se sono state messe in atto le contromisure previste per simili emergenze?

Il volto sullo schermo annuì. — Per quanto mi consta sì. Ma il Direttore delle Comunicazioni desidera conferire con voi. Devo mandarlo in onda?

— No — rispose Goniface. — Scendo io di persona.

Il televisore si spense. Goniface premette un interruttore e una tenue luce inondò la sua cella spaziosa, arredata con spartana eleganza.

Si alzò prontamente dal letto, poi, spinto da un impulso improvviso, si voltò a guardare.

Si ricordò immediatamente del dolore pungente che per un attimo l’aveva trafitto in sogno.

E, quasi al centro del letto, trovò un altro retaggio del suo sogno… un retaggio di natura molto diversa.

Una piccola macchia di sangue.

9

La seconda notte di terrore era calata su Megateopoli, conferendo all’oscurità e al silenzio del coprifuoco un’aura di spaventosa minaccia. Quel giorno erano state rivolte al Grande Dio speciali preghiere, sia nella Cattedrale sia nelle cappelle, affinché proteggesse la città contro le forze del male. Ovunque si bisbigliavano storie di strani fantasmi che, nel corso della notte, avevano osato sfidare perfino i preti. Ai confessionali si erano presentati più cittadini desiderosi di fare ammenda per i propri peccati, di quanti i sacerdoti fossero in grado di ascoltare. E prima di venire dispersa, una folla impazzita aveva massacrato due vecchie donne che avevano la nomea di streghe. Ogni uomo guardava il proprio vicino con sospetto, domandandosi in cuor proprio se fosse in combutta con Satanas. Un’ora prima del coprifuoco le strade erano già deserte.

Costeggiando i tetti bassi delle case, l’Uomo Nero sorvolò il labirintico intrico delle vie di Megateopoli; godeva in cuor suo dell’atmosfera di terrore e di angosciosa attesa che vi regnava, come un attore si rallegra del successo dell’opera teatrale in cui recita. Sopra la Cattedrale, l’aureola del Grande Dio risplendeva con maggiore intensità del solito e l’intero Santuario era uno sfolgorio di luci. Alcune strade più oltre, il riflettore di una pattuglia di diaconi danzava nervosamente nell’oscurità. Tutt’intorno era la tenebra.

Come un nuotatore al buio, l’Uomo Nero si spingeva avanti variando la direzione e l’intensità dei pennelli di forza provenienti dai suoi avambracci. Alla modesta altezza alla quale si trovava, il campo di repulsione generato dal suo abito, che gli aderiva come una guaina a tutto il corpo, era sufficiente a contrastare la forza di gravità. Inoltre il campo aveva anche la proprietà (esclusi i punti corrispondenti agli organi sensori) di assorbire tutta l’energia radiante che lo colpiva; e, a sua volta, l’energia radiante contribuiva ad alimentare il campo stesso.

Tecnicamente parlando, lui in quel momento era fuori servizio. Un’ora prima un altro operatore gli aveva finalmente dato il cambio al telesolidografo (adesso che avevano attivato due proiettori anziché uno solo vi era una certa penuria di personale) e lui aveva avuto la conferma che la parte del piano della quale era stato messo a conoscenza procedeva in modo soddisfacente. Ma nonostante ciò, come un attore a cui il copione imponga di restare fuori scena per un certo tempo, non aveva resistito alla tentazione di scendere in platea e verificare di persona l’andamento dello spettacolo.

Aveva anche una buona scusa per farlo. Madre Jujy aveva mandato a dire che proprio quella notte Armon Jarles aveva intenzione di ritentare l’approccio con la Nuova Stregoneria. Nel frattempo, lei si sarebbe ritirata nelle sue gallerie sotterranee, fino a quando, aveva detto, “la plebaglia” si fosse calmata un po’.

Naturalmente, avrebbe potuto mandare qualcun altro a prelevare Armon Jarles. Ma trattandosi di un soggetto tanto cocciuto, forse era meglio che fosse lui a occuparsene. E la cosa di gran lunga più elettrizzante era che il luogo dell’appuntamento si trovava ai margini della Grande Piazza, nel punto in cui Armon Jarles era stato espulso dalla Stregoneria.

Nel frattempo, lui lo seguiva come un ombra, volando silenziosamente sopra la sua testa, per accertarsi che non gli capitasse qualche guaio. Vestito come un infimo popolano, Armon Jarles percorreva con passo furtivo le stradine più strette, cercando riparo dove l’ombra era più fitta e badando di evitare l’imboccatura delle fogne; di tanto in tanto si fermava per controllare che non sopraggiungesse qualche pattuglia, spesso si voltava a guardarsi le spalle, ma non dava cenno di accorgersi del suo demone custode.

Stavano per raggiungere la Grande Piazza. L’Uomo Nero fu tentato di porre fine a quell’inutile pellegrinaggio, ma lo trattenne la sua passione per il brivido. In ogni caso, il divertimento sarebbe durato ancora per poco.

L’appropinquarsi balzellante di due aureole viola annunciò la presenza di due sacerdoti impegnati in qualche missione notturna. Jarles esitò, poi si rifugiò nella stretta viuzza che separava due agglomerati di case. L’Uomo Nero si abbassò senza far rumore al limite del tetto, pronto a intervenire in caso di bisogno.

Ma i due sacerdoti proseguirono frettolosamente per la loro strada. Nel momento in cui oltrepassarono il vicolo, l’Uomo Nero trasalì di piacere. Nel prete più piccolo e paffuto aveva riconosciuto l’omino che era riuscito a spaventare a morte dapprima davanti alla casa stregata, usando il Velo Nero, e poi, dentro l’abitazione, animando perversamente il divano. Poteva dire di provare quasi un sentimento d’affetto per Fratello Chulian. E sarebbe stato un vero peccato lasciarsi sfuggire quell’occasione. Naurya gli aveva raccontato come il sacerdote fosse rimasto terrorizzato da Micia, il suo demone. Gli sarebbe bastato un attimo per disattivare il campo di repulsione, mettere Dickon a cavallo dell’estremità del suo pennello di forza, e farlo spenzolare davanti al viso di Fratello Chulian. Anche Dickon si sarebbe divertito un mondo.

Non aveva finito di formulare quel pensiero, che era già passato ai fatti. La sagoma minuscola dell’antropoide si inclinò nell’oscurità in direzione delle due aureole saltellanti. L’Uomo Nero gioì della propria infinita malizia.

Poi… una raffica di vento sinistra nel buio sopra la sua testa e il vuoto dello sconcerto alla bocca dello stomaco prima ancora di rendersi conto del perché.

Un acuto dolore al collo, mentre, dalla posizione in cui si trovava, accucciato sul bordo del tetto, si girava a guardare dietro e sopra di sé.

Poi… un istante di gelo.

Un istante di gelo per maledire quel burlone disgraziato che era, capace di cadere in qualunque trappola avesse per esca l’opportunità di giocare qualche tiro mancino; per pensare con penetrante intensità alla fine rapida e triste che avrebbe fatto la Stregoneria se tutti i suoi membri fossero stati degli idioti incoscienti e noncuranti come lui.

Un istante di gelo per riconoscere la cosa che stava sfrecciando verso di lui. Il suo corpo rigido e antropomorfo, ma alto il doppio di quello di un uomo. Le gambe tese come quelle di un tuffatore. Le braccia allungate minacciosamente in avanti, le dita divaricate come artigli. Una faccia enorme, scultorea, incorniciata da grandi riccioli dorati, bella, di quella bellezza sovrumana e ultraterrena di certi dipinti eroici, rischiarata dalla debole luce che emanavano gli occhi sbarrati e truci, che se avessero voluto avrebbero potuto emettere lampi di morte.

Un angelo.

Poi… un istante di vertiginoso smarrimento.

Un istante di vertiginoso smarrimento per riattivare il campo di repulsione e lanciarsi contemporaneamente verso la strada: l’angelo era troppo vicino per tentare di librarsi sopra i tetti.

Un istante di vertiginoso smarrimento per scartare da un lato all’altro della viuzza, come un falco in agguato sul quale fosse piombata un’aquila affamata; per vedere i due sacerdoti fermarsi, ma non abbastanza per vederli mentre si voltavano a guardare; per vedere Dickon, scagliato dal pennello di forza, cadere come una piuma vicino all’imboccatura di una fogna; per sfrecciare in alto, verso i tetti, con agilità ma, ahimè, con grave ritardo; per indovinare l’angelo che virava verso il cielo insieme a lui e un po’ sopra di lui; per percepirne l’impatto, sconcertante, perché la sua traiettoria era quasi parallela alla sua; per sentire attraverso il campo di repulsione la stretta crudele delle sue braccia meccaniche.

Un istante di vertiginoso smarrimento per pensare, con tutta la forza a cui riusciva a fare appello, a un ordine: — La fogna, Dickon, la fogna! Raggiungi il Santuario! Tieniti in contatto… privi di sensi! Per percepire in qualche recesso della sua mente l’inizio di una flebile risposta; per vedere improvvisamente davanti agli occhi il bordo di un tetto che l’angelo non riuscì a evitare.

Poi, con uno schianto assordante, l’ultimo lunghissimo istante di incoscienza e di tenebra.

10

Due diaconi scortarono Jarles lungo un grigio corridoio nelle cripte che sorgevano sotto il Santuario. Di quel luogo tutti conoscevano l’esistenza, ma la natura delle attività che vi si svolgevano restava avvolta nel mistero. Normalmente, i sacerdoti dei primi circoli erano banditi dalle cripte del Santuario. Tutti gli ascensori, a eccezione di uno, si fermavano due piani più su. Correva voce che in quel luogo si stesse conducendo una grandiosa ricerca, in cui gli esseri umani venivano usati come cavie. Si diceva che ogni giorno venisse inviato lì un nuovo contingente di cittadini comuni, composto in larga misura di individui psicotici o con menomazioni mentali. E si mormorava anche che la maggior parte risalisse più matta di prima.

Che si trattasse di qualcosa di più di un semplice studio lo si sospettava per il fatto che, stando sempre alle chiacchiere, a volte venivano spediti laggiù anche i sacerdoti ribelli e quelli che si macchiavano di qualche crimine.

Jarles decise di non torturarsi oltre, continuando a pensare al destino crudele che aveva voluto che la Gerarchia lo riacciuffasse proprio nel momento in cui si era persuaso della bontà dei fini perseguiti dalla Stregoneria e aveva risolto di diventarne membro.

La Gerarchia aveva sempre saputo che era nascosto da Madre Jujy e aveva atteso fino a quel momento per agire?

O Madre Jujy l’aveva tradito? O forse l’aveva tradito qualcuno dell’organizzazione, magari l’Uomo Nero in persona? Non doveva pensare neanche per un istante a un’eventualità simile! Si era convinto una volta per tutte che le nuove streghe stessero dalla parte del bene e che rappresentassero le forze con le quali si sarebbe dovuto schierare. Non doveva neppure osare mettere in dubbio la loro lealtà.

Uno dei due diaconi che lo affiancavano parlò. Jarles sapeva che erano entrambi tirapiedi di Cugino Deth.

— Mi chiedo come sarà questo qui quando uscirà fuori — disse il diacono.

Il suo compagno non sembrava interessato alla questione. — Chi lo sa? Ne ho visti di tutte le sorti e non uno che abbia reagito in modo uguale all’altro. Di una cosa soltanto sono sicuro… Che a Fratello Dhomas farà piacere vederci arrivare con questo qui. Lui è sempre contento quando gli portiamo una nuova mente!

Si avvicinarono a una porta aperta, dalla quale, come effluvi da un laboratorio di chimica, provenivano tracce delle diverse radiazioni con le quali la Gerarchia bersagliava il sistema nervoso dei cittadini comuni. Simili a minuscole mani invisibili, le radiazioni sollecitarono le emozioni di Jarles, suscitando in lui un susseguirsi altalenante di sentimenti diversi: paura, sicurezza, rabbia, pace.

Girò nervosamente lo sguardo per la stanza. La sua attenzione fu subito attratta da una poltrona imbottita e dotata di morse. Brutto segno. Ma tutti gli altri strumenti erano quelli tipici di un laboratorio di psicologia. Buon segno.

— Esatto. Non c’è ragione per cui tu debba temere. Non ti sottoporremo a torture fisiche. E per quanto riguarda le torture mentali, be’ non si possono immaginare… bisogna provarle!

Era la voce più strana che avesse mai sentito, veloce e al tempo stesso profonda, e priva di individualità. Umana, ma… generalizzata. Come se diverse persone stessero pronunciando simultaneamente le medesime parole, in perfetta armonia le une con le altre.

Gli occhi di Jarles si posarono sull’individuo che aveva parlato: un prete grasso e flaccido, sulla cui veste, sformata e sporca, spiccavano un disegno del cervello umano e un arabesco di equazioni di psicosociologia, lo stemma del Sesto Circolo.

Dall’emblema della tonaca Jarles sollevò lo sguardo sul volto. Cosa alquanto strana, il viso del prete gli parve uguale alla sua voce: generalizzato, nonostante l’individualità apparentemente marcata dei lineamenti : il doppio mento, le labbra carnose e mobili, le rade sopracciglia. Era come se i solidografi di una dozzina di preti diversi, ma con simili tratti fisionomici, fossero stati proiettati nel medesimo spazio, con conseguente perdita di gran parte dei caratteri che li rendevano esseri unici e diversi.

Se mai un tratto conservava maggiore individualità rispetto agli altri, quello era lo sguardo. Gli occhi del prete lo fissarono come se volessero divorarlo, con bramosia, quasi con amore, come se lui fosse la creatura più interessante della terra. Ma non perché lui si chiamava Armon Jarles. E non perché era un essere umano.

L’intensità di quello sguardo era così magnetica, che fu solo a prezzo di un grande sforzo che Jarles riuscì a distogliere gli occhi dal sacerdote e a posarli sul piccolo uomo vestito di nero che gli stava accanto. Strano che nel fissare il prete del Sesto Circolo non si fosse accorto della presenza di Cugino Deth.

— Eccolo qui, tutto per voi, Fratello Dhomas — disse il diacono. — Ma sua eminenza l’arciprete Goniface mi ha incaricato di avvertirvi di non commettere errori con lui. È stata un’impresa troppo ardua catturarlo. Se lo ridurrete a un demente farfugliante le conseguenze saranno alquanto spiacevoli.

Senza allontanare gli occhi da Jarles, Fratello Dhomas fu svelto a rispondere.

— Non mi fai paura, omarucolo. Sai bene quanto lo so io che i miei metodi sono ancora empirici e i risultati imprevedibili. Se quest’uomo finirà male, finirà male e basta! Questi sono i patti. Io non garantisco nulla.

— Io vi ho avvertito — disse Deth.

Fratello Dhomas si avvicinò a Jarles. Si muoveva con sorprendente agilità data la mole abnorme.

— Ho studiato il contenuto integrale del tuo fascicolo e ho ascoltato il discorso che hai pronunciato nella Grande Piazza. — Senza staccare gli occhi dai suoi, indicò il proiettore solidografico collocato di fronte alla poltrona, al centro della stanza. — Il tuo idealismo è molto interessante… Davvero molto interessante.

Il suo tono era quello di un chirurgo che si imbatta per la prima volta in un insolito genere di tumore.

— Bene, ora vi lascerò — disse Deth. — E informerò sua eminenza l’arciprete Goniface della vostra intenzione di considerare questo caso un esperimento come tutti gli altri.

Fratello Dhomas si voltò verso di lui. — Piccolo serpente velenoso! La tua mente rigorosa e piena di boria mi interessa. Mi piacerebbe metterci le mani sopra. E anche sopra quella del tuo capo, Goniface. Quella sì che è una mente! Che cosa non darei per poterla studiare!

Il viso di Cugino Deth divenne di pietra.

— Maschere! Maschere! — tuonò Fratello Dhomas, accennando una risata. — Non sai che gli uomini che mi piacciono di più sono quelli che riescono a celare i loro pensieri? Per me rappresentano una sfida.

Cugino Deth uscì dalla stanza, accompagnato dai due diaconi che avevano scortato il prigioniero.

Immediatamente, gli occhi del sacerdote si fissarono di nuovo su Jarles. E presero a scrutarlo con tale intensità, da dare la sensazione di perdersi in lui, al punto da apparire quasi vacui.

— Anche una grande sincerità — riprese Fratello Dhomas annuendo con il capo, come se vedesse attraverso le pupille del prigioniero. — Oh sì, e negativismo. Un negativismo molto sviluppato.

Con grande fatica, Jarles distolse lo sguardo.

— Non sto cercando di ipnotizzarti — lo rassicurò il prete senza interrompere la sua ispezione. — L’ipnosi sarebbe d’ostacolo al mio lavoro, come un cattivo anestetico… annullerebbe le reazioni di cui ho bisogno per essere guidato.

Dopo un po’, il minuzioso esame finì.

— E adesso… se vuoi accomodarti… — Fratello Dhomas gli indicò la poltrona al centro della stanza.

Jarles si era accorto che dacché i diaconi se ne erano andati, molti altri sacerdoti si erano avvicinati a lui con fare discreto. Gli emblemi disegnati sulle loro vesti, schemi intrecciati del sistema nervoso e di quello circolatorio, indicavano la loro appartenenza al Terzo Circolo, il circolo dei medici e degli psichiatri minori.

Due di loro lo afferrarono per i gomiti e lo condussero verso la poltrona. Lui reagì divincolandosi selvaggiamente, ma più per convincere se stesso di essere ancora un uomo che perché si illudesse di avere qualche reale possibilità di fuga. Colpì con un pugno uno dei preti, mandandolo a rotolare per terra, ma altri due accorsero a immobilizzargli il braccio. Dopodiché lo trascinarono inesorabilmente verso la poltrona, lo obbligarono a sedersi e strinsero le morse.

Intanto, alle sue spalle, Fratello Dhomas continuava a ripetere: — Bravo! Bene! Ribellati, Opponi resistenza. Sfogati adesso, così per me dopo sarà tutto più facile.

I sacerdoti del Terzo Circolo indietreggiarono di alcuni passi. La poltrona era sorprendentemente comoda. Ma Jarles non riusciva nemmeno a girare la testa. Svariati strumenti di registrazione, alcuni elettrici, altri ad aria compressa, vennero collegati al suo corpo. Qualcuno gli iniettò una sostanza nel braccio. Ancora una volta Fratello Dhomas gli lesse nel pensiero.

— No, non è un siero della verità. Quello di carpire le informazioni in tuo possesso non è che un obbiettivo secondario. Noi vogliamo da te molto più della verità.

Quindi il sacerdote prese posto dietro la tastiera di controllo del solidografo, esattamente di fronte a lui.

— Che cos’è la personalità? — disse con un nuovo tono di voce. — Soltanto un punto di vista o, se si preferisce, un sistema di punti di vista. Nient’altro.

— E i punti di vista cambiano. Allora perché la personalità non cambia? La risposta, naturalmente, è che anche la personalità cambia. Il fatto è che in condizioni normali il mutamento avviene in modo così graduale che il soggetto non se ne accorge. I tuoi punti di vista sono cambiati, Jarles. A quanto risulta dal tuo fascicolo, tu hai cambiato punti di vista più spesso e in maniera più radicale rispetto alla media. Eppure tu ti consideri sempre la stessa persona. E questo fatto suscita una certa perplessità.

Sembrava stesse tenendo una lezione a una scolaresca di novizi.

— Per una persona seria e coscienziosa non esiste sensazione più sconcertante di quella suscitata dal ricordo di ideali in cui un tempo credeva e non crede più. Forse ricorda minuziosamente i motivi che lo avevano portato ad abbracciare certe idee che adesso rifiuta, ma le vecchie ragioni non lo convincono più. Adesso ha un nuovo punto di vista, che magari è in totale e assoluta contraddizione con quello vecchio. Eppure la memoria e una certa intuizione gli assicurano che lui è sempre la stessa persona. E questo ci riporta alla perplessità di cui sopra.

— La risposta è piuttosto ovvia. La memoria è l’unico legame fra il punto di vista del presente e quello del passato.

— Ma la memoria può collegare fra loro… fatti di ogni genere. La memoria è fredda e spassionata. La memoria non ha morale. Pensa alla persona che ammiri di più e a quella che detesti di più. Immaginale come due stadi diversi della vita del medesimo individuo e considera la memoria come il legame fra quei due stadi. Come vedi, anche questo è possibile.

— Sì, la personalità cambia e si trasforma. Il problema è quello di accelerare questo mutamento.

— Cominci a capire quello che intendo dire riferito alla tua persona? Sì è esatto. Proprio così.

Per quante barriere cercasse di opporre, Jarles non riusciva a impedire a Fratello Dhomas di leggere, o di indovinare, la sua paura.

— No, no. La tua attuale identità non verrà annullata e rimpiazzata da un’altra. Questo equivarrebbe a ucciderti. Tu dimentichi quello che ho appena detto a proposito della memoria. La personalità cambia ma la memoria, cioè la coscienza individuale, rimane inalterata.

Jarles si sentì quasi sollevato. Adesso sapeva su quale fronte sarebbe stato sferrato l’attacco e avrebbe potuto schierare le sue forze. Il suo odio per la Gerarchia. La sua ritrovata fedeltà alla Stregoneria… solo che gli dava una strana sensazione definirla “ritrovata”. Il suo amore per Naurya. La sua avversione per creature come Cugino Deth. E, cosa più importante di tutte, la sua fede incrollabile nel diritto di ciascun cittadino alla libertà, all’uguaglianza e al godimento paritario delle ricchezze della terra. E, per contro, la sua ferma opposizione a qualunque gruppo o individuo cercasse di opprimere il popolo. Di certo, convinzioni come quelle non potevano mutare. Uno poteva cambiare opinione riguardo a particolari persone o a organizzazioni, in base a quello che apprendeva sul loro conto; ma la fede nella libertà dell’uomo costituiva una pietra angolare, un principio cardine che non poteva cambiare. Era chiaro che Fratello Dhomas stava bluffando.

— Proprio così — riprese il sacerdote — sembra impossibile. Ma guarda la mia faccia. Non è forse la faccia di un uomo che ha cambiato personalità più volte? Non è forse questa la sensazione che hai provato appena mi hai visto? Non appena hai udito la mia voce? Come avrei fatto a maturare la necessaria esperienza e abilità che, per usare una parola fantasiosa, sono diventate in me un sesto senso, se non facendo esperimenti su me stesso? Non ho scoperto la telepatia. La mia capacità di interpretare i segreti della mente umana, della tua mente, è frutto di un’abilità di deduzione e dell’infinito patrimonio di conoscenze apprese… per esperienza diretta.

— Non ho esitato a fare esperimenti su me stesso. Il mio unico rammarico è che non oso modificare la mia personalità al punto tale da alterare la mia fondamentale inclinazione allo studio della psicologia. E così purtroppo posso conoscere solo i margini della follia…

Quegli occhi che non smettevano mai di sondarlo erano diventati per Jarles due abissi infiniti in cui poteva celarsi di tutto. Ma indipendentemente da quanto stava dicendo, quello di Fratello Dhomas era soltanto un bluff. Aveva appena ammesso di non essere riuscito a modificare la propria personalità di fondo e non sarebbe riuscito a cambiare neanche la sua.

— Bene così — disse il sacerdote. — Continua a confidare in te stesso. In questo modo sarai più vulnerabile quando il dubbio si insinuerà nella tua mente. E adesso… azione!

Dapprima lentamente e uno alla volta, poi a velocità sempre maggiore e in più contemporaneamente, gli svariati strumenti presenti nella stanza entrarono in funzione. Jarles fu aggredito da visioni, suoni, sapori, odori, sensazioni tattili e tensioni interne. E da un’ondata di emozioni. Emozioni di gran lunga più specifiche e intense di quelle sollecitate dalle radiazioni simpatiche e para-simpatiche che ben conosceva. Con ogni probabilità, la sostanza che gli avevano iniettato aveva accentuato la sua sensibilità. Oppose ogni possibile resistenza: contrasse le mascelle e serrò le labbra per trattenere una risata che non aveva relazione alcuna con i pensieri della sua mente; ma la risata frantumò ogni barriera ed esplose in scrosci convulsi. Si irrigidì per ricacciare le lacrime immotivate che subito dopo cominciarono a sgorgargli dagli occhi. Ma le lacrime continuarono a rotolargli giù dalle guance e lui si mise a singhiozzare come se un dolore insopportabile gli avesse spezzato il cuore. Si sforzò di contenere la rabbia che gli serrava la bocca dello stomaco in un nodo doloroso; lottò per combattere la paura che gli faceva accapponare la pelle e battere i denti, ma fu tutto vano. Era come se fosse stato spodestato dal suo corpo e, in preda a una disperazione tutta mentale e a una sorta di vergogna anch’essa mentale, fosse costretto a guardare Fratello Dhomas strappare al suo organismo tutte le risposte di cui era capace, come un musicista esperto che provi l’estensione e le potenzialità di uno strumento che non conosce.

Adesso la stanza era immersa nella semi-oscurità e, da un pannello collocato a fianco di Fratello Dhomas, si levavano oltre una decina di diverse colonne tozze di luce colorata, che si alzavano e si abbassavano in sintonia con le sue reazioni fisiologiche e neurofisiologiche. Gli occhi di Fratello Dhomas si spostavano incessantemente dalle colonnine a Jarles e poi di nuovo alle colonnine, mentre le sue dita piccole e grasse scivolavano sulla tastiera dei comandi con movimenti lenti, esitanti, come vermi bianchi.

Dalle emozioni al pensiero, dal corpo alla mente, l’invasione continuava. Jarles ebbe l’impressione che la sua mente fosse un pianeta che ruotava su se stesso spinto da una forza inesorabile: la coscienza era la faccia illuminata. Le idee che cercava di afferrare e di trattenere, invece, scivolavano improvvisamente nella tenebra e svanivano, eludevano la ricerca del pensiero, come una parola che si ha sulla punta della lingua e che tuttavia non si riesce a ricordare. E dall’altra metà del suo cervello, quello immersa nella notte, emergevano decine di cose dimenticate e impensate. Invidie e piccole animosità che in qualche occasione erano balenate per un istante nella sua mente e poi erano state prontamente represse. E ricordi, ricordi della sua infanzia. La sua prima confessione. Sharlson Naurya, una ragazza sconosciuta che si era trasferita da poco a Megateopoli. Paura di un attaccabrighe. Lotta con un attaccabrighe. Il lavoro nei campi. La fatica. Ricordi che ritornavano troppo indietro, ai primi mesi della sua vita. Lui piccolino che, sdraiato in una specie di scatola guardava in alto un mondo di giganti. Il volto di sua madre, il volto di una donna giovane, che si chinava su di lui. Poi uno spaventoso regno di ombre, in cui tutte le cose inanimate avevano vita ed erano simboli di poteri occulti, e le parole erano le formule magiche che li controllavano. E poi le parole sparivano e i poteri occulti diventavano contorcimenti senzienti, e non c’era più distinzione fra lui e il cosmo.

A poco a poco, l’ondata di quegli oscuri ricordi si ritirò. A poco a poco, le emozioni sconosciute che si erano impadronite del suo corpo rifluirono dalla sua carne. Per un po’, Jarles sentì solo la propria infinita stanchezza. Poi un senso di crescente, esultante sollievo. Lui era ancora Armon Jarles. Credeva ancora nei principi in cui credeva prima. Fratello Dhomas aveva fallito.

— No — lo contraddisse il sacerdote. — Questa è stata solo un’indagine esplorativa. Una ricerca alla cieca dei punti deboli nella corazza della tua personalità. Adesso i nastri delle stimolazioni verranno automaticamente raffrontati con le registrazioni delle tue reazioni. I risultati saranno chiarificatori. Anche se, per essere onesto, in genere mi fido più del mio intuito.

“Inoltre era importante che tu facessi esperienza, che imparassi a conoscere le potenzialità nascoste della tua mente. In questo modo potrai aiutarmi di più nel mio lavoro. Contro la tua volontà, si intende… La resistenza opposta dal soggetto può essere molto utile.

“Devi sapere che le radiazioni modificano i tuoi gradienti e i tuoi potenziali neuronali in aree neurali di cui posso conoscere i limiti e l’estensione solo per via empirica. Di conseguenza, a seconda dei casi, certi pensieri e certi ricordi vengono forzati al di sopra o al di sotto della soglia della coscienza.

“Quest’esperienza ti ha dimostrato che la mente umana possiede l’occorrente, anche se magari soltanto in quantità infinitesimali, con il quale può essere costruita una qualsivoglia personalità. Prima o poi, ogni persona sperimenta nella propria vita fuggevoli sprazzi di odio e di crudeltà, che se solo venissero ingigantiti e rafforzati, farebbero di lei un mostro. Ognuno di noi ha desiderato nella propria vita, anche se solo per una frazione di secondo, di distruggere il mondo intero. È chiaro il concetto?

“Per cui a me basta manovrare la tua mente fino a condurla allo stato desiderato, ed è qui che entra in gioco la mia capacità di penetrazione e di giudizio, e poi congelarla mediante un improvviso aumento delle radiazioni, che modificheranno in modo definitivo i tuoi gradienti e i tuoi potenziali neuronali. Se mi sbaglio e congelo la tua mente nel momento in cui versa in uno stato di follia, be’… peccato.

“La prossima esplorazione sarà mirata quanto la prima è stata casuale. Azione!”

Di nuovo il bombardamento sensoriale, lo strazio emotivo, il turbinio dei suoi pensieri. Ma poiché questa volta le sollecitazioni erano meno caotiche, il loro effetto non fu immediatamente estenuante. Inoltre, l’emozione indotta non lo disturbava punto: si trattava di una strana commistione di paura e di piacere, che favoriva un’attenta considerazione di sé, e così per un momento Jarles poté sorridere a Fratello Dhomas con cauto disprezzo.

Ma in breve quelle sensazioni acquisirono una qualità molto specifica e allarmante, benché le emozioni suscitate in lui da quegli strumenti infernali tendessero a rendere la sua inquietudine essenzialmente mentale. Dove avessero preso quel solidografo animato di se stesso non lo sapeva, ma sapeva che gli stava parlando. Lui che parlava a se stesso… Udì la sua voce ripetere: — Armon Jarles, esistono solo il cosmo le entità elettroniche che lo costituiscono. Il cosmo è privo di anima e di fine, se non quello che può imporgli la mente neuronaie.

“Armon Jarles, la Gerarchia incarna la forma più alta di questo fine.

“Armon Jarles, il soprannaturale e l’ideale hanno un tratto in comune. Non esistono. Esiste solo la realtà.

E avanti così, all’infinito. Tuttavia frasi del genere potevano essere semplici collage di brani di lezione a cui aveva assistito da novizio, o degli esami orali che aveva sostenuto. Ma poi l’approccio si fece più intimo, più personale (era sempre la sua immagine a fissarlo e la sua voce a parlargli): — Guardami Armon Jarles. Io sono quello che tu sarai quando avrai imparato a vedere la realtà nella sua giusta prospettiva e a disprezzare i sogni romantici. Guardami. Io, Armon Jarles rido di te, Armon Jarles, per quello che sei adesso.

Lui non poteva aver detto una cosa del genere! Anche quella volta dovevano essere riusciti a mettere insieme brandelli di frasi che aveva pronunciato, prendendo una parola qui e una là per poi amalgamarle con diabolica abilità. No, lui non poteva aver detto una cosa simile! O forse sì?”

Subito dopo la sua immagine solidografica cominciò a sorridergli con crudele cinismo. Doveva trattarsi (non poteva essere altrimenti) del prolungamento di una fuggevole espressione del suo volto che avevano isolato in chissà quale solidografo animato della sua persona. Ma gli ripugnava, e chiuse gli occhi per non vederla.

Ma fu tutto vano, perché qualcuno gli fissò prontamente uno strumento intorno alla testa: Jarles avvertì una lieve pressione adesiva sulle palpebre, che furono costrette, per altro senza dolore alcuno, a sollevarsi. Da quel momento in poi, lo strumento gli impose, a intervalli regolari, un lento, meccanico, ammiccamento, in sostituzione del normale riflesso fisiologico.

— Noi non vogliamo torturarti — gli giunse la voce di Fratello Dhomas in un momento di tregua degli stimoli uditivi. — Il dolore fungerebbe da nucleo intorno al quale tu potresti concentrare la tua personalità, mentre il nostro obbiettivo è quello di disperderla.

Nonostante fosse costretto a tenere gli occhi aperti, Jarles riusciva ugualmente a evitare di fissare la sua odiosa immagine sghignazzante, anche se non poteva fare a meno di percepirne i contorni sfumati con la coda dell’occhio.

Poi, ancora una volta, i pensieri e i ricordi che aveva represso riaffiorarono alla sua mente. Adesso erano tutti della stessa natura: anti-idealistici. Sembravano schierati come un esercito, mentre i pensieri a cui lui si aggrappava per combatterli si dileguavano, come neve al sole. Finché riuscì a trattenere il pensiero cardine: la sua fede nella libertà, nell’uguaglianza e il suo odio per ogni forma di tirannia. E quel pensiero, nonostante la forma in cui si esprimeva continuasse a mutare, non svaniva. Teneva a bada tutti gli altri.

Di nuovo una tregua nel bombardamento sensoriale e la voce di Fratello Dhomas che diceva: — Che cos’è l’idealismo? È una distorsione. L’attribuzione di falsi valori a cose che in realtà non li possiedono. La principale differenza fra le svariate personalità sta proprio nel sistema di valori a cui viene accordata la preferenza. Quando i valori sono in gran parte falsi, la personalità è instabile.

Nuova immersione nella turbolenta oscurità del suo intimo. Di nuovo costretto a combattere le forze dell’anti-idealismo. Libertà e uguaglianza erano principi giusti! Ma perché? Perché l’uomo doveva averne più diritto di qualsiasi altro animale? Perché l’uomo era una creatura più evoluta? Ma più evoluta significava soltanto più complessa e quale virtù vi era nella complessità? Perché tutti gli uomini dovevano meritare libertà e uguaglianza? Perché non solo una minoranza? Era tutto arbitrario. Il concetto di “merito” era una fantasticheria romantica. Una cosa uno o la possedeva o non la possedeva. O la voleva o non la voleva. Non esisteva il concetto di “meritare qualcosa.”

Jarles cercò disperatamente di far rivivere le idee nelle quali aveva sempre creduto. Quando, in passato, simili ragionamenti avevano insinuato il dubbio nella sua mente, lui aveva cercato rifugio nella rabbia, nell’odio per qualsiasi forma di oppressione. Ma adesso le emozioni che provava non gli appartenevano più. L’ondata purificatrice di rabbia non si verificò e lui fu costretto a confrontarsi con un mondo arido e morto di fatti e di forze.

Con grande fatica richiamò alla mente i singoli popolani che aveva visto soffrire, con cui si era sentito solidale e che in cuor suo aveva desiderato aiutare. Ma adesso gli apparivano soltanto grottesche macchine fisiologiche. Non lo commuovevano più.

Come un soldato che batta in ritirata, corse rapidamente da un rifugio all’altro, soltanto per vederli svanire, come miraggi, davanti ai propri occhi non appena li raggiungeva.

Sua madre e suo padre: animali senza cuore che lo avevano tradito. Sarebbe stato bello vederli morire.

Cugino Deth. Odiava Cugino Deth con tutte le sue forze. Ma perché? Era un uomo saggio, realistico, sempre ansioso di soddisfare i propri appetiti. È vero, tu a Cugino Deth non piacevi. Ma tu non piacevi a nessuno. Non esistevano cose come l’amore disinteressato. Esisteva solo l’avido egoismo.

La Nuova Stregoneria. Oh sì, sarebbe stato bello farne parte… se mai un giorno fosse riuscita a vincere. Ma i suoi membri erano così malconsigliati dal loro idealismo, che non sarebbero mai riusciti ad avere la meglio.

Sharlson Naurya. Lui l’amava. Niente avrebbe potuto distruggere il suo amore per lei. Quella era una cosa a cui poteva aggrapparsi. Gli sembrava quasi di vederla. L’amava. La desiderava. E se solo fossero riusciti a persuaderla, o a costringerla a entrare nel monacato, lui sarebbe riuscito ad averla.

La Gerarchia. Lì, finalmente, avrebbe potuto trovare la vera sicurezza. Sapeva che, per qualche ragione, la sicurezza che gli offriva la Gerarchia era sbagliata. Ma per quale ragione? Non lo rammentava più.

La Gerarchia. Il pensiero della Gerarchia illuminò la sua mente come un immenso sole dorato, e lo abbagliò.

Poi, quella luce dorata si trasformò in una fiamma accecante e ustionante. Un rombo assordante squarciò l’aria. Era come se lui si trovasse al centro di un’esplosione che faceva tremare il cosmo intero. Un’esplosione che aveva dilaniato ogni fibra sensitiva del suo corpo, lacerato i suoi nervi: un’esplosione che lo aveva annientato.

Poi, il nulla, il buio, la morte dei sensi.

Quindi, la lenta risalita da quell’abisso di tenebra.

Si trovava nella stessa stanza di prima. Seduto sulla stessa poltrona imbottita. E Fratello Dhomas lo fissava con lo stesso sguardo vacuo.

Non era cambiato nulla.

Che cosa aveva cercato di fare Fratello Dhomas? Di cambiare la sua personalità? Ah ah, non c’era riuscito! Lui era ancora Fratello Jarles. Quel vecchio idiota aveva fallito!

Ovvio che era Fratello Jarles, sacerdote del Primo Circolo. Ma non lo sarebbe stato ancora per molto! Dunque, l’obiettivo a cui doveva puntare era l’elezione al Quarto Circolo, da dove, poi, avrebbe iniziato la scalata al potere. Il terzo e il quinto erano fondamentalmente dei vicoli ciechi.

Ovvio che lui era Fratello Jarles. Servo fedele della Gerarchia. Qualunque imbecille sapeva che quello era il sistema migliore per conquistarsi un posto al sole. Cugino Deth era suo amico; in altre parole, Cugino Deth era disposto ad aiutarlo. E tutti quelli che potevano contare sull’aiuto di Deth facevano strada.

Poi, come una pugnalata nella schiena, gli riaffiorò alla mente un’eco del passato. Con incredulità, con dolore, Jarles ricordò.

Dunque si era sbagliato! L’esperimento di Fratello Dhomas era perfettamente riuscito! La sua personalità era cambiata!

Con riluttanza e con un profondo senso di vergogna e di imbarazzo, ricordò l’altro, il vecchio Armon Jarles.

Che incredibile, miserabile stupido bamboccio romantico era stato quell’altro Armon Jarles!

11

Fratello Chulian aveva paura dell’uomo disteso sul letto. C’era quasi angoscia nei suoi occhi mentre lo guardava.

Per la verità, quell’uomo era quasi sicuramente privo di coscienza; lo era stato fin dal momento in cui l’avevano catturato. Era ferito in modo così grave che i medici avevano dovuto approntare un cuore artificiale per sostenere il suo. Chulian osservò il sangue che scorreva nei tubi trasparenti.

Era ben vero che la scienza medica della Gerarchia era in grado di accelerare in modo stupefacente il processo di guarigione, ma ciò non toglieva che sarebbero dovute trascorre parecchie ore prima che il prigioniero potesse alzarsi da quel letto.

Nondimeno, Chulian aveva paura di lui. Perché quell’uomo era una strega, o non sarebbe stato più giusto dire uno stregone? In ogni caso, un potente esponente della Stregoneria Occulta. E il ricordo della recente esperienza che aveva fatto dei poteri della Stregoneria era fin troppo vivo nella sua mente. Quel divano abominevole! Non era più riuscito a dormire bene da quel giorno.

Simili poteri oltrepassavano i limiti del possibile.

Naturalmente, i sacerdoti dei circoli più alti sostenevano l’esatto contrario. La maggior parte di loro asseriva che quei poteri altro non erano che trucchi, illusioni create con innegabile maestria dai nemici della Gerarchia con l’ausilio della scienza. Insomma, in essi non vi era alcunché di soprannaturale. Era questo il concetto che in quei giorni veniva ripetuto con martellante insistenza ai preti dei circoli inferiori. Erano anche state indette speciali riunioni sull’argomento. I sacerdoti delle alte sfere non si stancavano neppure di ribadire che la Gerarchia avrebbe presto sconfitto il nemico: aveva soltanto ritardato l’azione per poterlo studiare e perfezionare i preparativi del contrattacco. Nel frattempo, ai preti dei circoli inferiori veniva chiesto di guardare con assoluto e totale scetticismo ai fantasmi… e, se ne vedevano qualcuno, di presentare in merito dettagliate relazioni ai loro superiori.

Come sarebbe stato più rassicurante, rifletté ansiosamente Chulian, se la Gerarchia avesse annunciato che il Grande Dio, nella sua soprannaturale onnipotenza, aveva deciso di sbaragliare le schiere di Satanas! Il fatto era che il Grande Dio non esisteva. Quale immenso conforto sarebbe stata la sua esistenza!

Una sacerdote del Terzo Circolo entrò nella stanza, ispezionò il paziente, rilevò i dati dagli indicatori collegati alla macchina per la circolazione extracorporea del sangue, e se ne andò senza dire una parola.

Come era stato meschino Cugino Deth ad affidargli quell’incarico!

Ma che cosa poteva farci? Poco per volta, e contro la sua volontà, era entrato a far parte del suo entourage. E dietro Cugino Deth si profilava la potente figura dell’arciprete Goniface. Dopo aver cercato per anni di evitarlo, Chulian era rimasto invischiato nella politica della Gerarchia.

Per suo temperamento, Chulian si riconosceva nel partito dei Moderati. Una volta aveva sentito l’arciprete Frejeris parlare e ne era rimasto così colpito che se lo ricordava ancora. Un uomo alto, bello, sereno come una statua; gli aveva ispirato un senso di grande tranquillità e di sicurezza.

Tuttavia, doveva ammettere che la politica adottata in quel frangente dai Moderati, con la loro ostinazione a minimizzare il pericolo rappresentato dalla Stregoneria, non lo soddisfaceva affatto. Se fosse capitato a loro quello che era capitato a lui, si sarebbero ben guardati dal sottovalutarne a quel modo la minaccia! Questa volta erano i Realisti a vedere giusto.

Un flebile rumore, come di qualcuno che si schiarisse la gola, lo distolse da quei pensieri. L’uomo disteso sul letto aveva aperto gli occhi e lo stava guardando.

Non appena l’Uomo Nero riprese conoscenza, il primo pensiero che attraversò la sua mente fu un’eco che lo raggiunse dal profondo del suo subconscio: preoccupazione per Dickon. Senza la sua quotidiana razione di sangue, il suo piccolo fratello sarebbe potuto sopravvivere al massimo tre giorni.

Formulò con ansia un messaggio: — Ci sei, Dickon? — Poi sgomberò la mente e restò in attesa.

Lentamente, nel vuoto dei suoi pensieri si incise una risposta.

— Dickon è nei tubi del vento. Dickon è molto debole. Povero Dickon. Ma Dickon riesce a vederti.

Tubi del vento? I condotti dell’areazione! Doveva esserci una presa d’aria nella stanza.

Pensò: — Perché non puoi venire qui da me?

Trascorsero alcuni istanti prima che gli giungesse la risposta. Evidentemente, il cervello del suo fratellino era ottenebrato dai veleni della stanchezza.

— A Dickon piacerebbe venire. È all’imboccatura di un tubo del vento che porta alla tua camera. Ma c’è sempre un prete nella stanza. Sarebbe sbagliato per Dickon rischiare di farsi vedere dal prete. Questo tu lo sai, fratello.

— Dickon ha aspettato qui per un giorno intero. Povero Dickon. È stato molto difficile per lui arrivare fin qui. Ha perso il contatto con la mente di suo fratello più di una volta. Dickon vuole che tu gli dica che cosa deve fare.

L’Uomo Nero pensò: — Dove si trova il prete?

— Se giri un po’ la testa a sinistra, lo vedi. Non sta guardando il fratello di Dickon in questo momento.

Con infinita cautela e senza fare nessun rumore, l’Uomo Nero ruotò il capo fino a quando i suoi occhi inquadrarono Fratello Chulian. Il paffuto sacerdote della Gerarchia sembrava assorto in cupi pensieri.

Pensò: — Hai ancora sufficiente energia per muoverti con rapidità per un po’, Dickon?

— Dickon ha ancora una piccola scorta di sangue fresco nella sua sacca. Restando seduto tranquillo, Dickon è riuscito a risparmiarla.

— Perfetto! Non ci vuole niente per spaventare questo prete. Senza farti vedere, cerca di fargli paura, così mentre lui si precipita fuori dalla stanza, tu puoi correre qui. lo lo distrarrò, mentre tu entri in azione.

— E dopo Dickon potrà venire da suo fratello?

— Sì.

L’Uomo Nero si schiarì la gola. Non sapeva se sarebbe stato in grado di parlare. Gli sembrava di avere un polmone completamente fuori uso.

Con un sussulto, Fratello Chulian si voltò a guardarlo.

— Io sono un servitore di Satanas — disse l’Uomo Nero. La sua voce era ridotta a un debole sussurro.

— Tu sei un nemico del Grande Dio — rispose dopo un po’ Chulian con una sorta di esistente diplomazia.

L’Uomo Nero piegò le labbra in quello che si augurò risultasse un sorriso malvagio.

— E chi ha paura del Grande Dio? — bisbigliò. — Il Grande Dio non ha nessuna autorità. È stato creato da Satanas affinché gli uomini avessero una speranza a cui aggrapparsi e la loro lotta contro il male, la paura e la morte fosse più divertente.

— Ciò non toglie che tu adesso sia prigioniero della Gerarchia — replicò Chulian, toccandosi distrattamente la veste, come se qualcosa gli avesse pizzicato la coscia.

— Sì — disse l’Uomo Nero con fare sinistro. — E sono sorpreso che abbiate osato recarmi un simile affronto. Liberami immediatamente, altrimenti ti farò del male.

Per la seconda volta, senza accorgersene, Chulian, che era seduto su una sedia, si scostò la veste: la sua attenzione era tutta concentrata sull’Uomo Nero.

— Non puoi muoverti da quel letto — insistette, ma la sua voce tradiva una certa inquietudine. — Non puoi uscire da questa stanza. Per cui non c’è modo in cui tu possa farmi del male.

— Davvero? — rispose l’Uomo Nero con un filo di voce, mentre un sorriso gli increspava le labbra. — Perfino in questo momento le mie mani invisibili sono protese verso di te. Anzi sono su di te!

Con un grido, Fratello Chulian, balzò in piedi.

Si grattò la coscia fissando con sospetto prima l’Uomo Nero, poi la sedia. Quindi, con un movimento fulmineo, come se sapesse che se avesse esitato non avrebbe più avuto il coraggio di farlo, afferrò la sedia e la capovolse. L’ispezione dovette in qualche modo riassicurarlo, perché un istante dopo la depose nuovamente per terra e ci si sedette sopra.

Ma non fece tempo ad adagiarvi i lombi traccagnotti, che di nuovo si sentì pizzicare la coscia. Con un urlo, questa volta, di puro terrore, Chulian scattò in piedi, agitando disperatamente le braccia in aria per scacciare le mani invisibili. Quindi, lanciando un’ultima occhiata atterrita all’Uomo Nero, si precipitò fuori dalla stanza.

Lo stregone udì Dickon correre lesto verso il letto e, dopo pochi istanti, vide apparire sul bordo una zampa rossiccia, le dita artigliate, il palmo dotato di ventosa. (Era grazie alle ventose che aveva sulle zampe che Dickon era riuscito a restare aggrappato alla parte opposta della sedia, quando Chulian l’aveva capovolta.)

Lentamente, e con fatica adesso, perché il piccolo demone era arrivato allo stremo delle forze (l’Uomo Nero ne percepiva lo stordimento e la grave debolezza attraverso gli impulsi telepatici sempre più vaghi) Dickon sollevò il minuscolo corpo sul materasso.

Assomigliava a una scimmia ragno, ma aveva il tronco molto più piccolo ed era di gran lunga più scarno. Un pelo morbido e ramato copriva quello che più che un corpo vero e proprio, sembrava un mero schizzo, un abbozzo di organismo: un intreccio di ossa sottilissime e di muscoli nastriformi. In breve, l’incarnazione della fragilità e dell’agilità insieme, benché in quel momento i suoi movimenti fossero rallentati dalla stanchezza. Il suo muso assomigliava a quello di un lemure, con grandi occhi aguzzi, che adesso invece erano opachi e vacui.

Una creatura spettrale, un folletto.

Ma non appena lo vide, l’Uomo Nero sentì un tuffo al cuore. Lui sapeva perché il suo pelo rossiccio era della stessa tonalità dei suoi capelli, perché il suo muso stempiato e pressoché privo di naso sembrava una caricatura del suo viso.

Lui lo conosceva, e lo amava come un fratello. Più di un fratello. Come carne della sua carne.

Lo salutò con gioia quando lo sentì scivolare lungo il fianco e appoggiare la strana boccuccia sulla sua pelle. E quando lo sentì suggere sangue ossigenato dalle sue arterie e contemporaneamente espellere quello consumato nei suoi capillari venosi, provò un senso di meravigliosa gratificazione.

— Bevi a volontà, fratellino — pensò. — Offre la Gerarchia, piccolo. Devono avermi trasfuso molto sangue per alimentare quel cuore artificiale. Per cui bevi a volontà. Poi, all’improvviso si sentì molto debole, assonnato. L’immissione nelle sue vene del sangue deossigenato di Dickon aggravava la sua spossatezza.

Il pensiero di Dickon lo raggiunse come in sogno: — Dickon sta acquistando forza, fratello. Adesso Dickon si sente così forte da poter portare un messaggio fino in capo al mondo, se è questo che il fratello di Dickon desidera.

Bravo Dickon.

L’Uomo Nero udì un rumore di passi frettolosi fuori dalla stanza, ma prima che la sua mente riuscisse a comunicare a Dickon l’incombere del pericolo, con un agile balzo il piccolo demone era già scomparso.

— Dickon ritorna nel tubo del vento, fratello. Pensa al messaggio che vuoi che Dickon consegni. Dickon resterà in ascolto.

Attraverso un velo di profonda stanchezza, l’Uomo Nero udì la voce beffarda di Cugino Deth. — Allora, dove sono le mani che vi avrebbero toccato in modo così irriverente, vostra reverenza? Potreste essere così gentile da mostrarmele? Oh, ma già, dimenticavo. Avete detto che sono invisibili. E vi stanno pizzicando anche in questo momento, reverenza? Sono in grande apprensione.

Poi la risposta stridula di Fratello Chulian. — Mi ha toccato, ti dico! Mi ha guardato, mi ha parlato e poi mi ha toccato in modo invisibile!

— Che maleducato! — commentò la voce beffarda. — Temo che sarò costretto ad affidare la sorveglianza del nostro prigioniero a un guardiano meno sensibile. Oh, io sono perfettamente convinto che quest’uomo vi abbia toccata in modo invisibile, Fratello Chulian. Ha toccato la vostra mente, con la suggestione, l’ipnosi. Le streghe sono molto abili a usare queste armi.

Poi la voce del diacono divenne più forte e distinta, e nel suo stato di semi-incoscienza, l’Uomo Nero si rese conto che Cugino Deth si era chinato su di lui e lo stava guardando.

— Ma mi chiedo a che cosa gli serviranno questi trucchetti quando si sarà ripreso a sufficienza da poter essere condotto da Fratello Dhomas.

12

Quello era giorno di mercato a Megateopoli e, in genere, quando c’era mercato, la Grande Piazza pullulava di gente quasi fino all’ora del coprifuoco. Ma quel pomeriggio, il sole non era ancora tramontato, che già i cittadini comuni stavano raccogliendo le loro mercanzie e si affrettavano verso casa.

Gli affari erano stati piuttosto magri. Il pensiero della notte che stava per calare aveva fatto passare a tutti la voglia di comprare.

Per tutta la giornata si era aggirato in mezzo a loro un mercante invisibile, che dava via la sua merce gratis: il suo nome era Terrore.

Chi osava rientrare a casa al crepuscolo e correre il rischio di imbattersi in una di quelle enormi bestie grigie, con gli occhi iniettati di sangue, che la notte precedente erano state viste aggirarsi furtive nei vicoli della città? O rischiare di trovare la strada di casa oscurata da quella tenebra silenziosa e infida che aveva costretto una pattuglia di diaconi a cercar rifugio nell’abitazione di un popolano? Umder Chom, il fabbro che li aveva ospitati, aveva dichiarato che erano più spaventati di lui.

Tutti avevano qualcosa di terribile o di portentoso da raccontare e centinaia di storie bisbigliate di orecchio in orecchio avevano fatto il giro del mercato assai più rapidamente dei manufatti esposti. In molti giuravano di aver visto gli angeli sfrecciare in cielo: “grandi esseri alati con il volto ardente”, segno che finalmente il Grande Dio mostrava di preoccuparsi delle tribolazioni che affliggevano le sue creature. Ma a queste notizie rassicuranti facevano riscontro altre voci, spaventose e inquietanti, secondo cui gli stessi sacerdoti erano terrorizzati da quanto stava accadendo.

Naturalmente queste voci avevano raggiunto tutti i cittadini comuni, benché ognuno di loro vi accennasse con estrema cautela e, prima di aprir bocca, si guardasse attorno con circospezione per accertarsi che non vi fossero diaconi a portata di orecchio. Si mormorava che un sacerdote fosse fuggito a gambe levate da una cappella nella quale stava celebrando, perché qualcosa di invisibile lo aveva afferrato alla gola mentre predicava. Altri riferivano di un gruppo di popolani che, mentre rientravano di sera dai campi, erano stati abbandonati dal sacerdote che aveva il compito di scortarli e di proteggerli contro le forze del male.

Qualcuno aveva addirittura raccontato che prima dell’alba un bambino era morto del Mal Soffocante, perché nessun prete del Terzo Circolo aveva accettato di uscire dal Santuario.

Ma vi erano anche altri segnali che indicavano che la Gerarchia era spaventata. Da due giorni continuavano ad affluire alla spicciolata in città gruppi di preti di campagna. Alcuni sostenevano che fossero venuti a Megateopoli per celebrare una festa religiosa, ma altri sussurravano che cercassero la protezione del Grande Santuario. Quest’ultima voce trovava conferma nei racconti dei contadini che erano venuti al mercato. I contadini, che erano più schietti della gente di città, avevano riferito, senza mezzi termini, che molti santuari rurali erano stati abbandonati e che il lavoro nei campi era pressoché fermo.

I mercanti che erano giunti dai centri vicini, chi a dorso di mulo, chi a bordo di carri, avevano dichiarato che anche in quelle città i servi di Satanas erano all’opera, e non si erano mostrati per nulla sbigottiti nell’apprendere che Megateopoli fosse sottoposta a un simile assedio.

Satanas rideva. La terra tremava. E il Grande Dio non se ne curava.

Così, a poco a poco, fra i cittadini comuni scoppiò una discussione sulla vigliaccheria dei sacerdoti. Ecco quello che pensavano gli uomini e le donne del popolo: — Perché i preti non ci proteggono? Abbiamo confessato i nostri peccati già due volte. Ci siamo pentiti e siamo ritornati sulla retta via. Allora perché continuano a farci vivere nel terrore? Loro dicono che è una prova, ma se è davvero una prova è durata fin troppo. Hanno sempre sostenuto di essere in grado di sconfiggere Satanas in qualsiasi momento. E allora perché non lo fanno?

Rabbia e paura: erano questi i sentimenti che si agitavano nel cuore dei cittadini comuni che lasciavano la Grande Piazza, o per lo meno questa fu l’impressione che ebbe Sharlson Naurya, scivolando furtivamente fra di loro. Lo si intuiva dal modo in cui litigavano per il diritto di precedenza e altre quisquilie del genere, dalle accuse di furto che si scambiavano l’un l’altro e dai ceffoni che assestavano ai figli quando restavano indietro.

La confusione creata da quei bisticci era propizia per la ragazza, perché teneva occupati i pochi preti e diaconi presenti.

Era consapevole di correre un grosso rischio e di disobbedire agli ordini di Asmodeo, ma la scomparsa dell’Uomo Nero e di Jarles aveva profondamente cambiato la situazione. Jarles aveva lasciato la casa di Madre Jujy per rimettersi in contatto con la Stregoneria e l’Uomo Nero era andato a incontrarlo. Questo era tutto quello che Drick era riuscito a scoprire.

Così, vestita come una popolana, lo scialle stretto intorno alla testa, Sharlson Naurya si era mescolata alla folla che gremiva la grande piazza, come una giovane madre alla ricerca dei figli scomparsi.

Ed era proprio come una madre che si sentiva in quel momento. Perché se era vero che lei era innamorata di uno dei due uomini, a volte le sembravano i suoi figli. L’Uomo Nero, il cocco un po’ viziato: intelligente e buono d’animo, ma anche sfrontato, monello e incosciente. Jarles, quello più serio, cocciuto e tormentato dai dilemmi morali.

A un tratto, all’angolo con una delle viuzze che confluivano nella piazza, vide un cittadino comune della medesima corporatura di Jarles. Istintivamente accelerò il passo. L’uomo aveva la barba corta e ispida e indossava un cappuccio… Forse per nascondere la tonsura?

Sharlson Naurya gli si avvicinò. Assomigliava a Jarles. Era Jarles. Il suo cuore ebbe un sussulto di gioia, ma al tempo stesso non poté fare a meno di provare una punta di sottile auto-compiacimento. Dunque, secondo Drick, non valeva la pena tenere la riunione, vero? Perché quella sera lei avrebbe portato Jarles direttamente alla riunione delle Congreghe. E allora Drick si sarebbe reso conto di quale nuovo valido soldato lei avesse conquistato alla causa della Stregoneria.

Sharlson Naurya attirò l’attenzione dell’uomo. Poi con un cenno quasi impercettibile del capo, gli fece segno di seguirla nella stradina laterale. Dopo un attimo lui la raggiunse.

L’ebbrezza che Jarles provò quando riconobbe Sharlson Naurya fu istantaneamente smorzata da una certa apprensione. Non aveva sperato di riuscire a mettersi in contatto con la Stregoneria così presto e con tanta facilità, ma al tempo stesso era cosciente che la strada che stava per imboccare era lastricata di pericoli… di minacce al suo benessere fisico. E ultimamente lui aveva incominciato a provare un gran rispetto per quell’involucro di carne e di ossa che racchiudeva il suo io. Una volta che quell’involucro si danneggiava in modo grave, non c’era più modo di riceverne in dotazione uno nuovo!

Proprio non riusciva a capire il motivo che in passato l’aveva spinto a correre rischi tanto folli. Almeno l’avesse fatto per trarne un profitto personale! Ma probabilmente quel comportamento aveva a che vedere con quel suo incredibile spirito idealista di un tempo. Quello era un mistero ancora più grande, e non gli piaceva pensarci: erano cose troppo misere e puerili.

Del resto era naturale che se uno voleva ottenere vantaggi personali e appagare il proprio io dovesse correre dei rischi. Ogni cosa aveva un prezzo. E nessuno faceva mai niente per niente. Era chiaro dunque che se Goniface gli aveva promesso di promuoverlo sacerdote del Quarto Circolo, pretendesse qualcosa in cambio. Era per questo che era indispensabile che lui si imbarcasse nella difficile impresa di tradire la Stregoneria.

Goniface! Quello sì che era un uomo! Jarles non ricordava di aver mai invidiato una persona in vita sua con tanta intensità né di averne ammirata un’altra in modo così profondo, benché a denti stretti. Nemmeno Cugino Deth. Perché l’arciprete possedeva un’ampiezza di vedute e una naturale inclinazione al potere (di cui intimamente sapeva godere come nessun altro) che al diacono mancavano.

L’elevazione al Quarto Circolo, e tutto quello che ciò comportava (e anche qualcosina di più), era una ricompensa che giustificava il rischio. Non poteva esserci peggior sorte di dover avere a che fare con le menti limitate e timide dei sacerdoti dei primi due circoli. Ma ciò non significava che non dovesse usare il buon senso e cercare di ridurre al minimo i rischi.

Per cui fu con mente vigile e occhi aguzzi che Jarles si decise a seguire Sharlson Naurya nel distretto abitato dai cittadini comuni. Notò con un certo piacere le intense sfumature di luce che i raggi rossi del sole riuscivano a strappare da quei muri grezzi. In quegli ultimi giorni era iniziata una nuova vita per lui, infinitamente più piacevole e gratificante di quella precedente. I suoi sensi, la vista, il tatto, l’olfatto e altri più intimi, gli regalavano emozioni mai sperimentate prima di allora. Perché finalmente lui aveva capito quale fosse la sua vera identità: era io puro, assoluto, libero per un certo periodo di assaporare i piaceri del mondo e di imporre al mondo la sua volontà. Una volta capito quello, tutto diventava chiaro come il sole e ogni istante prezioso.

Un vago idealismo aveva reso cieco quell’altro Jarles e incapace di godere di ciò che aveva a portata di mano. Ma adesso quell’altro Jarles non poteva più dargli fastidio… se non nel sonno.

Quando furono abbastanza lontani dalla Grande Piazza, Jarles si affiancò a Sharlson Naurya e da quel momento in poi procedettero appaiati. Gli sembrò saggio dire, a fior di labbra: — Adesso sono con voi fino in fondo. Ho riflettuto a lungo, mentre ero da Madre Jujy e alla fine ho preso la mia decisione.

Come risposta gli giunse la calda, amichevole stretta di mano di Naurya. Quel contatto, così rapido eppur così intimo, ebbe l’effetto di fargli riaffiorare alla mente un dubbio che lo tormentava fin da quando aveva parlato con Goniface.

Goniface aveva dato istruzione molto precise riguardo a Sharlson Naurya, sia a lui sia a Cugino Deth. Se nel corso dell’azione fossero riusciti a catturarla, avrebbero dovuto ucciderla subito.

Naturalmente, se non gli fosse rimasta altra via d’uscita l’avrebbe sacrificata… l’avrebbe soppressa con le sue stesse mani, se fosse stato assolutamente inevitabile. Ma se, senza attirare troppi sospetti su di sé, fosse riuscito a farla sparire misteriosamente, be’ quella sarebbe stata senz’altro la soluzione migliore.

Ma perché a Goniface premeva tanto la sua morte? Era chiaro che lei doveva essere a conoscenza di un paio di segretucci sul suo conto che il caro arciprete preferiva rimanessero tali, ma che forse a lui sarebbero tornati utile per fare carriera più in fretta… Per cui adesso aveva non più una ma due buone ragioni per salvarle la vita, se solo ne avesse avuto l’opportunità.

La luce intensa del tramonto aveva ceduto il posto a quella più tenue del crepuscolo. A un tratto, la sua guida piegò in direzione di un minuscolo tempio in cui, presumibilmente, i cittadini comuni si riunivano a pregare. Nell’oscurità, Jarles riuscì a discernere l’immagine del Grande Dio, l’altare, e alcune piccole panche. Il tempio era vuoto. Sharlson Naurya si avvicinò a una delle pareti a fianco dell’altare, e tastò la cornice di plastica decorata.

Un pesante pannello scivolò di lato e la ragazza oltrepassò rapidamente il varco che si era aperto nel muro. Jarles. invece, indugiò per qualche istante suite soglia, in modo che la valvola dei traccianti radioattivi, che portava legata all’avambraccio sinistro, potesse lasciare in quel punto un segno più marcato e facilitare così la ricerca di Cugino Deth. Con un moto di impazienza, Sharlson Naurya gii fece segno di affrettarsi.

Il pannello si richiuse alle sue spalle. Si ritrovarono in una stretta galleria, scarsamente illuminata da rare e minuscole lampadine. La ragazza tastò di nuovo la cornice, che da quella parte era liscia, per ripristinare il sistema di allarme che aveva disattivato pochi istanti prima. Senza dare nell’occhio, Jarles studiò i suoi movimenti e, quando lei si voltò e si avviò lungo il cunicolo, ne approfittò per allungare la mano nel punto in cui l’aveva vista armeggiare, trovare il pulsante e premerlo. Poi, lesto come un fulmine, la raggiunse.

Alla fine del corridoio, discesero alcuni scalini. Un altro corridoio. Altri scalini. I sensi di Jarles erano tesi allo spasimo.

— Questi passaggi sotterranei risalgono all’Età dell’Oro — gli spiegò Naurya.

A un tratto si fermò.

— L’ingresso alla Camera della Convegno è più avanti, dopo una doppia curva — disse. — Adesso entreremo insieme e io proporrò subito che tu venga accolto come nuovo adepto della Stregoneria. La riunione è già cominciata. Questo — aggiunse toccando il muro — è uno degli ingressi secondari. Li usiamo in caso di emergenza.

Le sue dita fecero scattare un meccanismo e un pannello si aprì.

Il nuovo Jarles pensò e agì rapidamente. Dopo aver regolato il raggio dell’ira, che portava legato al braccio destro, sulla funzione “paralisi”, ne diresse il getto, adesso invisibile e accompagnato soltanto da un debole sibilo, contro il busto della ragazza. Sharlson Naurya si irrigidì: contrasse convulsamente il diaframma, aprì la bocca per urlare, ma neppure un flebile suono uscì dalle sue labbra.

Dopo averla afferrata per un braccio, Jarles la lasciò cadere gentilmente nel cunicolo laterale che lei aveva appena aperto. Poi. contando i secondi, azionò con freddezza il raggio contro la sua testa, e quando ritenne che sarebbe rimasta priva di conoscenza per un sufficiente periodo di tempo, chiuse il pannello e si avviò verso l’ingresso principale della Camera del Convegno.

Tenebra sfumata di rosso e una voce potente e imperiosa. Stagliato contro l’oscurità lievemente meno intensa della parete di fondo, un nutrito cerchio di sagome umane ascoltava la voce. Un trono fosforescente contro la parete e, assisa in esso, una figura pseudo-umana, nera come la pece. Era da quella figura che proveniva la voce.

Nella mente di Jarles riaffiorò il ricordo vivido della prima volta che aveva messo piede in quel luogo. Un ricordo così vivido che per un attimo le due esperienze si sovrapposero, benché adesso lui fosse una persona completamente diversa. Il potere infallibile della memoria di colmare qualsiasi vuoto.

Senza far rumore, indossò gli occhiali per la conversione dei raggi ultravioletti che, dietro suo suggerimento, Cugino Deth gli aveva procurato. Fu come se all’improvviso una pallida luce gialla avesse inondato l’intera stanza. E, contemporaneamente, ogni mistero svanì. Jarles si guardò attorno e quello che vide gli parve della massima normalità, con due sole eccezioni. La Camera del Convegno era una banale stanza lunga e bassa; il cerchio di sagome umane era un gruppo di uomini e donne intenti ad ascoltare, con profonda attenzione, un oratore seduto su un trono completamente disadorno e per nulla imponente. A quella vista, Jarles provò un gratificante senso di superiorità.

Le uniche due presenze di cui non riusciva a comprendere la natura, le due eccezioni per l’appunto, erano l’oratore e una cosa alta che si ergeva dietro al trono.

L’oratore era rimasto una semplice sagoma umana fatta di tenebra: era chiaro che doveva essere avvolto da un campo in grado di assorbire tutte le radiazioni.

La cosa alta che si profilava alle sue spalle sconcertò Jarles a tal punto che indugiò a fissarla confuso, senza nemmeno prestare orecchio alle parole della figura nera. Era sicuro che la volta precedente quell’oggetto non fosse presente nella stanza. Per altezza e conformazione, assomigliava a un angelo; ma il suo viso largo, scuro e senza vita, era di un’incredibile bruttezza, aggravata dalle corna maligne che spuntavano sulla fronte. Per braccia aveva zampe di rettile, che terminavano in lunghi artigli. Era un monolito luciferino, immobile, alto due volte un uomo e un po’ più alto della stanza, cosicché le sue corna si estendevano in quella che sembrava un’ampia nicchia circolare o un orifizio del soffitto.

Doveva trattarsi di una specie di scultura rituale, concluse Jarles. Quelle persone avevano molta fantasia, questo era indubbio; e, forse, erano anche molto intelligenti, ma era altrettanto innegabile che fossero sprovveduti e ingenui come dei bambini. Come si spiegava, altrimenti, la facilità con cui gli avevano permesso di infiltrarsi in una loro riunione segreta?

Paradossalmente, in quel momento l’oratore stava proprio esprimendo quello stesso concetto. Jarles si mise ad ascoltare la voce imperiosa.

— Finora voi avete semplicemente giocato a fare le streghe. È stato un gioco a volte duro e pericoloso, ma comunque, per molti di voi, soltanto un gioco. Siete diventati membri della Stregoneria per lo più per spirito di ribellione, e per un desiderio birbone di esercitare un potere segreto in un mondo in cui la Gerarchia detiene il potere assoluto. Quando io e i miei collaboratori abbiamo concepito e fondato la Stregoneria, abbiamo tenuto conto anche di questo fatto. Sapevamo che per attrarre nuovi seguaci non bastava conquistarli a una grande causa o a un nobile fine. Sapevamo che avreste obbedito ai nostri ordini soltanto se aveste avuto anche la possibilità di divertirvi. Ed è per questo motivo che tutte le volte che uno di voi indulgeva in qualche tiro mancino contro un proprio personale nemico, noi lo abbiamo lasciato fare.

La voce tacque. Con impazienza, una delle persone sedute in circolo ad ascoltare intervenne con una domanda.

— Quello che dici è vero. Ma che cosa vuoi che facciamo adesso, o Asmodeo?

Jarles trasalì. Asmodeo! Ma quello era il nome del capo della Stregoneria! Questo significa che, grazie a lui, quella sera la Gerarchia avrebbe fatto prigionieri illustri. Ma in questo caso, l’elevazione al Quarto Circolo non era più una ricompensa adeguata. Meritava almeno di venir promosso sacerdote del Settimo Circolo! Per fortuna aveva ancora Sharlson Naurya da usare come arma di ricatto contro Goniface, se l’arciprete lo avesse ostacolato.

— Adesso — riprese la voce imperiosa — il gioco è finito. O meglio, è entrato in una fase più delicata. Fino a oggi, nonostante la vostra negligenza e la vostra incoscienza, siete riusciti a riportare successi sorprendenti. Ma, cosa ancora più importante, la Gerarchia ha risposto ai nostri attacchi con estrema lentezza. È un’organizzazione di stampo conservatore, che dal giorno della sua costituzione non si è mai dovuta misurare con un’opposizione degna di tale nome. In più oggi è anche travagliata da dissensi intestini. Così, un po’ per conservatorismo, un po’ per astuzia, un po’ per esigenze di compromesso al suo interno, finora ha adottato una politica di attesa!

“Ma non per questo noi dobbiamo sottovalutarla! Perché adesso la Gerarchia si sta rendendo conto, anzi si è già resa conto del pericolo che la minaccia. Ha allertato tutte le sue numerosissime spie e in migliaia di santuari i sacerdoti ricercatori del Quinto Circolo stanno per scoprire e riprodurre i segreti scientifici della Stregoneria. Inoltre ci sono segnali inequivocabili che i dissensi all’interno della Gerarchia verranno presto sanati… grazie a un drastico intervento di chirurgia.

“Non sottovalutate la Gerarchia! Il suo potere è così grande che può permettersi di indugiare prima di rispondere al nostro attacco. Non è vana millanteria quella dei sacerdoti quando minacciano di invocare aiuti dal cielo!”

Ormai, l’irruzione di Cugino Deth nella sala doveva essere imminente, pensò Jarles. Secondo i suoi calcoli, il diacono doveva aver già raggiunto la galleria sotterranea, eppure, a quanto sembrava non era scattato alcun allarme. Buon segno. Ciò nonostante, una paura improvvisa si impadronì di lui. Non era paura per la propria incolumità, per la quale temeva a ogni secondo (e per questo era in costante allerta). Si trattava di un sentimento più vago, informe, di cui si sforzò di comprendere la natura.

— In guerra il fattore tempo è fondamentale — proseguiva intanto la voce proveniente dal trono. Faceva pensare istintivamente a un paio di occhi pieni di luce maligna, ma capaci anche di allegria e di compassione. — Potete immaginare quanto sia ancora più importante nella guerra psicologica che stiamo combattendo! La paura è la nostra unica arma e ha un grande difetto: la sua efficacia è limitata. Grazie a un’ondata di terrore attentamente calibrata siamo riusciti a spaventare enormemente i sacerdoti dei circoli inferiori e a diffondere il timore di un’offensiva di tipo soprannaturale nelle alte sfere. Ma se adesso ci fermassimo, perderemmo tutto il vantaggio che abbiamo conquistato. Dobbiamo sferrare un attacco su vasta scala.

“È per questo motivo che vi ho convocato qui e che, per la prima volta, ho deciso di mostrarmi a voi di persona. Dopo tutto voi siete i capi delle congreghe.”

Di bene in meglio, pensò Jarles. Tutti i capi della Stregoneria messi nel sacco contemporaneamente. E insieme ad Asmodeo! Ciò nonostante l’oscura, vaga paura che si era impossessata di lui continuava a opprimerlo. Se soltanto Deth si fosse deciso ad arrivare!

— Sono venuto qui per discutere insieme a voi i piani delle nostre ultime operazioni. Gli ordini trasmessi attraverso i nastri registrati non bastano più e non sono più sicuri. Al termine della riunione ne parlerò con ciascuno di voi personalmente.

“Ma prima di affrontare questo argomento devo avvertirvi dell’enorme responsabilità che presto potrebbe ricadere sulle vostre spalle. Il problema riguarda me e i miei collaboratori. Noi, che siamo i capi supremi dell’organizzazione, ci troviamo in una posizione di grande vulnerabilità ed è possibile che veniamo scoperti e annientati prima che si giunga all’azione finale. In questo caso spetterà a voi, che siete i principali agenti della Stregoneria nella città chiave di Megateopoli, il compito di assumere il comando.”

Jarles serrò i pugni con impazienza. L’oscura paura che lo attanagliava da alcuni minuti si era trasformata in una sensazione più strana e sgradevole. Aveva l’impressione che stesse per accadere qualcosa che gli avrebbe nuociuto, ma che lui avrebbe potuto evitare se solo avesse saputo di che cosa si trattava. Si sentiva la testa calda e pesante, come se avesse la febbre.

— I piani per far fronte a una simile eventualità esistono da tempo, ma erano stati affidati a uno di voi che di recente è scomparso… Presumibilmente è morto o è prigioniero della Gerarchia. Di conseguenza sarà necessario prendere nuovi accordi.

Quell’accenno all’Uomo Nero avrebbe dovuto interessare Jarles, ma lui aveva quasi smesso di ascoltare Asmodeo, perché ormai quella strana paura non gli lasciava tregua. Aveva la gola secca e intorpidita, e quando si portò una mano alle labbra si rese conto che erano diventate insensibili al tatto.

Eppure, se solo avesse saputo quello che stava per succedere, era sicuro che sarebbe riuscito a evitarlo. Gli sembrava di impazzire. Se il suo stato fosse peggiorato, sarebbe stato costretto ad attivare i suoi traccianti radioattivi e chiamare Deth, anche se gli accordi erano che avrebbe dovuto farlo solo in caso di cattura da parte del nemico.

— …si avvicina il momento cruciale. — Ormai non sentiva quasi più le parole di Asmodeo. — …d’ora in poi, qualsiasi mossa farete… di importanza enorme… Non solo la vostra salvezza… il destino del mondo intero… questa città… fondamentale… il futuro dell’umanità…

In quell’istante, uno spasmo convulso percorse gli organi vocali di Jarles e, con immenso orrore e sconcerto, udì la propria voce urlare: — Tradimento! Questa è una trappola della Gerarchia! Fuggite finché siete in tempo!

Con uno sforzo supremo, Jarles riuscì a riacquistare il controllo dei propri muscoli e, ringhiando per la rabbia e la vergogna (mai aveva odiato qualcuno come odiava l’altro Jarles in quel momento), attivò i traccianti che aveva fissati al braccio sinistro e li regolò a un’intensità così alta da far saltare gli strumenti di Deth, se solo si fosse trovato nelle vicinanze.

E Deth doveva essere molto vicino, perché le streghe e gli stregoni riuniti nella sala ebbero appena il tempo di balzare in piedi, prima che un drappello di diaconi armati di verghe dell’ira facesse irruzione nella stanza.

All’improvviso, dal semi-cerchio dei capi delle congreghe provenne un rumore di passi frettolosi, mentre uno stuolo di ombre indistinte e agilissime attraversarono il pavimento, come topi in corsa precipitosa verso la tana. Ma prima che Jarles potesse attivare il suo raggio dell’ira, erano già svaniti.

Asmodeo fu l’unico essere umano a reagire rapidamente al segnale di pericolo. Con un balzo raggiunse la scultura luciferina dietro il trono. Lo spesso getto viola di una verga uccise una strega e poi rimbalzò su di lui. Per un attimo, mentre il suo campo assorbente si tendeva per neutralizzare l’energia della verga, la sua tenebra brillò di una luce spettrale. Ma prima che il suo campo cedesse, lui era già dietro la scultura.

Jarles cercò di aggirare la statua, che sembrava in grado di resistere alla forza di penetrazione del raggio, per colpirlo di lato. Gli attaccanti erano troppi perché Asmodeo potesse fronteggiarli tutti. Per il momento era riuscito a mettersi al riparo, ma non avrebbe potuto resistere a lungo.

Non dietro la scultura, per lo meno. Ma al suo interno sì.

Un forte colpo e l’impatto con l’estremità di un campo di repulsione si abbatté su Jarles mandandolo a rotolare per terra. La statua luciferina si mosse, poi si sollevò e immediatamente una dozzina di lingue di fuoco viola mirarono all’apertura nel soffitto.

Riverso a terra, Jarles ebbe l’amara conferma che la prima impressione che aveva avuto era esatta. La statua era come un angelo… si muoveva. E il condotto attraverso cui era sparita doveva portare alla superficie, dove con ogni probabilità era camuffato da un camino.

Deth aveva detto che in quel tratto il cielo era pattugliato dagli angeli. Rappresentavano la loro ultima risorsa. Ormai la speranza di catturare Asmodeo era legata a un filo.

13

Nella sala grigio-perla in cui era riunito il Sommo Concilio, Goniface osservò Fratello Frejeris mentre si alzava in piedi per accusarlo. Vi era una nota vellutata nella voce del capo dei Moderati. — Ho capito bene il motivo per cui hai ordinato al tuo servo. Cugino Deth, di portare qui questi strumenti?

Con un gesto della mano indicò alcune macchine luccicanti disposte davanti al tavolo del Concilio. Spiccava fra tutte una poltrona, dotata di cinghie che servivano per tenervi legata la persona che vi ci fosse fatta sedere. Un gruppo di tecnici del Quarto Circolo, agli ordini di Cugino Deth, stava verificando il funzionamento dei singoli apparecchi.

Goniface annuì.

— Tortura! — Frejeris scandì quella parola con sdegno. — Siamo dunque diventati barbari, come paventavano i nostri padri dell’Età dell’Oro, per abbassarci a simili brutalità?

L’idea della brutalità lo sconvolge, pensò Goniface divertito. Mi chiedo che nome dia al lavoro a cui costringiamo i cittadini comuni o alle penitenze che imponiamo loro nei confessionali.

Frejeris continuò: — All’improvviso, il nostro caro Fratello Goniface ci informa che alcuni suoi agenti hanno arrestato un gruppo di individui che, stando a quanto afferma, rappresenterebbero una minaccia per la Gerarchia. I suoi agenti sono entrati in azione senza informare preventivamente il Sommo Concilio e senza la sua autorizzazione, cioè in flagrante violazione di tutte le procedure. Adesso, Fratello Goniface viene a dirci che questi prigionieri che ha catturato di sua iniziativa sarebbero esponenti della Nuova Stregoneria. E, come se ciò non bastasse, non prende neppure in considerazione l’idea di ricorrere ai metodi scientifici di cui disponiamo per indurii a dire la verità, ma propone addirittura di interrogarli sotto tortura! Anzi, ha fatto di più: prevaricando ancora una volta il Sommo Concilio, ha dato ordine che venissero approntati gli strumenti per portare a compimento il suo piano! Io mi rivolgo al Concilio e chiedo: perché questa regressione nella barbarie?

“Vi dirò io il perché — riprese Frejeris dopo una pausa drammatica. La sua voce potente divenne più profonda e vibrante. — E, così facendo, vi dimostrerò che Goniface è un arrivista spietato, desideroso soltanto di impadronirsi del potere assoluto. Vi dimostrerò che agendo nell’ombra ha dato vita a una gerarchia all’interno della Gerarchia, una cricca di diaconi e di sacerdoti fedeli soltanto a lui. Vi dimostrerò che sta approfittando della questione della Stregoneria, esaltando il pericolo che essa rappresenta, per fomentare una crisi mondiale e salire al potere adducendo come scusa la salvezza della stessa Gerarchia!”

Dopo aver pronunciato quelle ultime parole con inaudita veemenza, Frejeris tacque alcuni istanti, scrutando intensamente i volti degli arcipreti seduti dietro al tavolo prima di sferrare l’attacco finale.

Ma non fu così che andarono le cose. Perché l’arciprete Jomald, caporione dei Realisti, si alzò in piedi e, come se si trattasse di una questione di ordinaria amministrazione, disse semplicemente: — L’arciprete Frejeris ha messo in grave pericolo la Gerarchia ostacolando e ritardando l’azione contro la Stregoneria. Se lo lasceremo libero di assecondare i suoi capricci, lui continuerà sulla medesima strada. Le motivazioni che adduce sono estremamente sospette. Io propongo che venga scomunicato per la durata di un anno intero. Chiedo inoltre che su questa proposta il Concilio si esprima subito con una votazione.

Frejeris lo squadrò con un’occhiata di gelido disprezzo, come se fosse semplicemente offeso per l’inaudito affronto di quella interruzione tanto villana.

— Approvo! — berciò inaspettatamente Fratello Sercival dal suo scranno, accanto a quello di Goniface.

Persino il vecchio Fanatico fa il nostro gioco, pensò quest’ultimo.

Ma nonostante questo, Frejeris continuò a non capire e rimase immobile, come se attendesse che quella serie di disdicevoli interruzioni finisse e lui potesse finalmente riprendere la parola. Era un uomo di superba dignità e grande regalità di portamento.

I suoi stessi Moderati intuirono quello che stava per succedere prima di lui. E malauguratamente per lui, i loro sguardi esprimevano più paura che indignazione.

— Allora, ci sono obiezioni alla mia richiesta di mettere la proposta ai voti? — chiese Jomald. Il tono della sua voce era inesorabile e, nel silenzio, ogni sua parola risuonò come un colpo di mannaia.

Con grande titubanza, lanciando occhiate interrogative da un capo all’altro del tavolo, uno dei Moderati fece un timido tentativo di alzarsi in piedi. Ma l’impassibilità degli altri arcipreti lo convinse a cambiare repentinamente idea, e si lasciò ricadere sul suo scranno evitando di incrociare lo sguardo di Frejeris.

Fu solo allora che Frejeris capì. A suo onore va detto che nemmeno in quel momento perse la calma e il suo volto, grande e bello, conservò intatta la sua statuaria dignità.

Uno dopo l’altro gli arcipreti appoggiarono sul tavolo lucente il pugno chiuso, decretando così la sua condanna. Frejeris lanciò loro occhiate sprezzanti, ma più come un uomo che ricusi uno sgarbo, che come un prete che stia per essere scomunicato.

Alla fine non una sola mano era stata appoggiata sul tavolo con il palmo rivolto verso il basso, in segno di opposizione alla proposta, e solo due Moderati si erano astenuti, e il loro disagio era evidente.

— Eseguite la sentenza — tuonò Jomald rivolto al gruppo di tecnici del Quarto Circolo.

Molti arcipreti, che solo a quel punto si resero conto di come ogni cosa fosse stata attentamente preordinata, tradirono sorpresa.

Ma anche in quella circostanza, Frejeris mantenne la calma. I Moderati che gli sedevano accanto si ritrassero per la paura; lui, invece, non indietreggiò e rimase ritto al suo posto, come una statua di marmo.

E come una statua di marmo fu abbattuto. I tecnici diressero contro di lui radiazioni invisibili, che provocarono la paralisi dei centri nervosi. Il primo a essere colpito fu il nervo ottico.

Esitando, Ferjeris si portò le mani agli occhi ormai ciechi, ma prima che potesse completare il movimento, anche il tatto l’aveva abbandonato. Poi fu il senso dell’equilibrio a venire meno. Il suo corpo massiccio ondeggiò in avanti e poi cadde pesantemente sul tavolo, un tavolo che non poteva più sentire.

Fratello Frejeris giacque lì, riverso sul marmo lucente, più indifeso di un bambino, rudere inanimato, scomunicato non solo dalla Gerarchia, ma dall’universo intero, escluso da ogni contatto sensoriale, condannato per un anno all’inferno privato dei suoi pensieri ; un anno che sarebbe durato un’eternità, perché non avrebbe avuto alcun modo di misurare il tempo.

Mentre alcuni sacerdoti dei primi circoli si facevano avanti per portare via il leader caduto, Fratello Jomald riprese a parlare.

— Io chiedo inoltre che l’arciprete Goniface venga ufficialmente investito del potere di usare tutte le risorse della Gerarchia per combattere il comune nemico e che venga nominato Sommo Gerarca fino a quando la Stregoneria verrà sconfitta. Per tutta la durata di questo periodo, il Sommo Concilio fungerà da principale organo consultivo.

Anche quella proposta fu approvata all’unanimità. Perfino il vecchio Sercival, che tutti immaginavano avrebbe caparbiamente mantenuto la propria indipendenza, si uniformò alla maggioranza. Dal canto suo, Goniface, che fino ad allora non aveva aperto bocca, non fece alcun commento. Si limitò ad alzarsi in piedi per dire: — Conducete i prigionieri e che l’interrogatorio abbia inizio.

Quell’annuncio suscitò un’imprevista obiezione da parte del vecchio Sercival. Il suo viso incartapecorito era l’incarnazione dell’odio fanatico.

— Vi prego, suprema eminenza, evitiamo qualsiasi commercio con gli agenti di Satanas! Se lei ci garantisce che si tratta di streghe, che vengano uccise immediatamente. Rappresentano un’onta troppo grande per il creato perché siano lasciate in vita. Io ho votato affinché vi venisse assegnato il potere supremo — continuò Sercival — perché io vi considero un uomo forte, deciso e capace di combattere senza pietà il Signore del Male. Dunque, io dico nessuna clemenza per le streghe!

— Ho sentito — replicò Goniface freddamente. — E le garantisco che non risparmierò i nostri nemici. Ma prima è indispensabile che li interroghiamo.

Con riluttanza, Sercival si rimise a sedere. — Io insisto che vengano uccisi subito — mugugnò ostinatamente.

Ma subito dopo l’attenzione si spostò da lui alle streghe e agli stregoni, che in quel momento venivano condotti nella Camera scortati da una nutrita schiera di diaconi. Con finta indifferenza, gli arcipreti approfittarono a piene mani della prima opportunità che veniva loro concessa di studiare il nemico faccia a faccia.

La prima impressione che ne ricavarono fu rassicurante. Tutti i prigionieri indossavano misere tuniche consunte di tessuto grezzo. Sembravano anche piuttosto sporchi! Inoltre, il fatto che non si ribellassero e non si difendessero in alcun modo dagli spintoni e dagli strattoni, brutali e gratuiti, dei diaconi, li faceva apparire estremamente servili. Quale minaccia avrebbero potuto rappresentare per la Gerarchia simili straccioni? Chiunque li avrebbe scambiati per una squadra di stradini, se non fosse stato per il fatto che il gruppetto era composto per lo più da donne. Alcune sembravano abbastanza carine, ma chi lo sa, forse sarebbero apparse addirittura belle se fossero state pettinate e agghindate nello stile avvenente delle Sorelle Perdute. In ogni caso, dal modo in cui si presentavano in quel momento, quei sedicenti potenti nemici sembravano soltanto umilissimi servi.

Tuttavia, la seconda impressione non fu altrettanto rassicurante. I volti dei prigionieri esprimevano, com’era logico aspettarsi, maggiore sensibilità e intelligenza rispetto a quelli della media dei cittadini comuni. E quella che, a prima vista, era sembrata ottusità, si rivelò, a una più attenta osservazione, pensierosa concentrazione.

Inoltre, si indovinava fra di loro un sottile legame di solidarietà, una mutua fedeltà che li faceva apparire un gruppo unito e compatto, sensazione che veniva rafforzata dalle tuniche identiche che indossavano. Allo stesso modo, dopo un po’ fu chiaro a tutti che i prigionieri non subivano supinamente i maltrattamenti dei diaconi, ma che piuttosto li ignoravano, perché la loro mente era concentrata su qualcos’altro.

Ma proprio la sensazione che fossero assorti in oscuri pensieri era quella che più inquietava gli arcipreti, perché ne derivava il timore che stessero comunicando con forze occulte che si trovavano fuori dalla Camera del Concilio.

Nel complesso, però, fu la prima impressione a prevalere, mentre le altre rimasero sospese come vaghi presagi in qualche recesso della loro mente.

Con un cenno della sua grande testa da nano, Cugino Deth fece segno a un chierico del Secondo Circolo di dare inizio all’interrogatorio. Dal momento stesso in cui Goniface era stato investito del potere assoluto, il piccolo diacono aveva gettato la maschera e adesso il suo viso registrava le sue emozioni in tutta la loro nuda bruttezza. Le occhiate spavalde che lanciava ai membri del Sommo Concilio erano più eloquenti di mille parole e sembravano dire: — Adesso sono io il secondo uomo della Gerarchia.

Il chierico lesse ai prigionieri un breve atto d’accusa che era al tempo stesso una sentenza di condanna.

— Voi siete stati arrestati mentre cospiravate contro la Gerarchia sotto le mentite spoglie della Stregoneria. Se adesso vi farete spontaneamente avanti e renderete piena confessione delle vostre colpe, senza omettere nulla, vi verranno risparmiate le torture.

A un tratto, una delle donne cominciò a tremare e ad agitarsi convulsamente, la testa rovesciata all’indietro, gli occhi serrati. Poi, i suoi movimenti divennero più violenti: i muscoli del collo si irrigidirono e le si piegarono le ginocchia, come se si stesse preparando a compiere uno sforzo enorme. Sembrava che una forza invisibile la stesse squassando tutta. All’improvviso, cadde a terra, con la bava che le usciva dalla bocca come se fosse in preda a una crisi di epilessia.

— Il Signore ci protegga! — urlò contorcendosi sul pavimento. — Che Satanas aiuti i suoi servi!

Contemporaneamente, dalla parte opposta della sala, una grande sagoma di lupo prese vita dal grigiore indistinto delle pareti. I suoi occhi erano come cuori di tenebra illuminati al centro da tizzoni morenti. Silenzioso e sinistro, il lupo avanzò a grandi balzi verso il Tavolo del Concilio, grande come una casa, l’incarnazione stessa della distruzione, violenta, inesorabile.

Gli arcipreti balzarono in piedi, incapaci di celare le proprie emozioni. Anche i sacerdoti dei circoli inferiori, senza volerlo, indietreggiarono e si fecero piccoli per la paura.

— Dissolvilo! — ordinò bruscamente Goniface a Cugino Deth. Poi, anche lui si alzò in piedi. — Come avrete certamente capito, si tratta solo di un’immagine telesolidografica — disse con voce tagliente rivolto ai suoi confratelli arcipreti. Avrebbe quasi voluto che Frejeris fosse ancora fra di loro. Almeno quel presuntuoso d’un Moderato sapeva darsi un contegno.

Un po’ tranquillizzati, gli arcipreti notarono che, in effetti, il corpo del mostro era trasparente e che attraverso quelli che, a prima vista, sembravano muscoli possenti, si intravvedeva la parete di fondo; anche la bava che colava in lunghi fili dalle sue fauci gigantesche era finta. Inoltre, a ben guardare, si vedeva che le grandi zampe ungulate, si appoggiavano a volte un po’ sopra e a volte un po’ sotto il pavimento.

I tecnici agli ordini di Deth puntarono uno strumento contro la figura del lupo, che si dissolse rapidamente. Intere parti del corpo scomparvero all’istante, mentre altre, che non erano state centrate dalla prima messa a fuoco, rimasero intatte; a dire il vero c’era qualcosa di terribilmente diabolico in quei residui di solidogramma, che forse erano più spaventosi dell’immagine completa del mostro: un orecchio qui, una zampa là, un ciuffo di peli sporchi e più ruvidi dell’erba, l’orbita luciferina di un occhio. Ma nel complesso il risultato ebbe un effetto rassicurante sugli arcipreti.

— Naturalmente, non c’era alcuna necessità di farlo sparire — riprese Goniface freddamente. — Ma ho optato per questa soluzione per dimostrarne in maniera inequivocabile la natura solidografica. I nostri confratelli del Quarto Circolo sono riusciti a dissolvere l’immagine del lupo utilizzando uno strumento di recente invenzione: il neutralizzatore di polifrequenze. In altre parole, quella che abbiamo visto era soltanto un’immagine di natura fotonica, che si è dileguata nel nulla appena i nostri tecnici hanno applicato il principio dell’interferenza. Tutti i fantasmi messi in campo dalla cosiddetta Nuova Stregoneria sono di questo genere e per eliminarli basta trovare e distruggere i proiettori nascosti in città. È soltanto una questione di tempo, anche senza le informazioni di cui saremo presto in possesso. — Così dicendo, lanciò un’occhiata significativa al gruppo delle streghe e degli stregoni. — Se volessimo — riprese dopo una breve pausa d’effetto — potremmo, senza alcuna difficoltà, isolare questa sala, e l’intero Santuario, in modo che non vi penetrino più simili proiezioni. Ma non ve ne è alcun bisogno. I nostri scienziati sono convinti che il nemico non possa trasmettere frequenze e intensità nocive per il nostro fisico. Se decidessimo di isolare il Santuario daremmo la falsa impressione di avere paura. — Quindi, con un tono che non ammetteva repliche, aggiunse: — Ordino a tutti i sacerdoti e ai diaconi presenti in questa Camera di non prestare alcuna attenzione a qualsiasi altra immagine venga proiettata all’interno di queste mura.

Dopodiché si sedette, ma solo per accorgersi immediatamente che nella sala regnava una leggera afa e che all’improvviso una luce rosso fuoco aveva pervaso l’ambiente, facendo apparire ogni cosa nebulosa e indistinta.

Disubbidendo all’ordine che avevano appena ricevuto, gli arcipreti balzarono in piedi e si precipitarono all’estremità opposta del tavolo, allontanandosi il più possibile dallo scranno di Goniface. Perché, dove un attimo primo aveva preso posto il Sommo Gerarca, adesso sedeva un enorme diavolo rosso, con lunghe gambe pelose, che sembravano trapassare il tavolo, e una grande testa cornuta che scuoteva da una parte all’altra, rivolgendo ai sacerdoti ampi sorrisi diabolici. Arrotolata sopra una spalla, simile a una scimmia accoccolata, spiccava la robusta coda, anch’essa colore del fuoco, che terminava in una malefica punta ricurva.

All’interno dell’immensa figura rossa, il profilo di Goniface appariva sfocato, come un insetto racchiuso in una perla d’ambra opaca.

Poi l’arciprete si alzò e, per un attimo, la sua testa emerse dalla sagoma vermiglia. Ma subito dopo anche il diavolo si alzò, provocando grande turbamento nel gruppo dei prigionieri, molti dei quali caddero in ginocchio e, con voce adorante, gridarono: — Signore! Signore!

Il vecchio Sercival alzò una mano tremante. I suoi piccoli occhi lucenti saettarono sgomenti per la stanza. Non sembrava tanto spaventato quanto furente.

— Che cosa significa tutto questo? — urlò. — Che abbiamo votato per Satanas in persona?

Anche i tecnici di Deth disobbedirono agli ordini e, girando rapidamente il proiettore, lo puntarono contro il solidogramma e lo neutralizzarono. A poco a poco, Goniface riemerse dall’involucro vermiglio, prima il capo, poi il resto del corpo. Nessuno ricordava di averlo mai visto così scuro in volto.

Ma prima che il Sommo Gerarca potesse aprire la bocca, dalla schiera dei diaconi si levò un grido di terrore. All’improvviso, una nube nera come l’inchiostro aveva avvolto le streghe e gli stregoni inginocchiati, e, espandendosi a velocità rapidissima, minacciava di invadere tutta la sala. I diaconi di guardia ai prigionieri emersero dalla tenebra vacillando, le braccia protese in avanti, gli occhi sbarrati.

— Le verghe dell’ira! — tuonò Goniface, mentre la nube lambiva pericolosamente i tecnici e i loro strumenti. — Agitatele all’altezza del busto e se la tenebra non si dissolve, continuate ad avanzare ugualmente. Non esiste nulla in grado di neutralizzare l’energia delle verghe!

Raggi fiammeggianti crepitarono contro le pareti grigie della Camera, per poi puntare al centro, verso la nuvola scura. In un ultimo disperato tentativo di offesa, la nube emise uno pseudopodio nero come la pece che si diresse verso la grande porta della sala. Ma i raggi dell’ira lo colpirono e lo disintegrarono. La nube si dissolse all’istante e i raggi dell’ira vennero disattivati.

— Se in questa Camera verranno proiettati altri solidogrammi, darò l’ordine di uccidere le streghe! — proclamò Goniface severamente. — Per ogni solidogramma, verranno giustiziati cinque prigionieri!

— Perché non li fate sopprimere tutti subito? — chiese il vecchio Sercival. — Un attimo fa avete intimato che venissero trucidati con le verghe dell’ira, come io avevo consigliato fin dall’inizio!

— Era soltanto un espediente, reverenza — rispose Goniface laconicamente. — Ma mi rendo conto di quanto possa essere difficile per uno spirito santo come il suo capire simili questioni mondane!

Di fronte a quell’aspra critica, Sercival si quietò, ma continuò a mugugnare fra sé e sé, scuotendo la testa. Era chiaro che molti arcipreti avrebbero tirato un profondo sospiro di sollievo se Goniface avesse seguito il consiglio del vecchio Fanatico.

— Che l’interrogatorio abbia inizio! — ordinò Goniface.

Due diaconi si avvicinarono al gruppo dei prigionieri, scelsero una donna e la condussero verso la poltrona accanto alla quale li attendeva Cugino Deth. Era una ragazza bionda, di costituzione molto gracile per essere una popolana. Aveva il viso aguzzo e la sua pelle era candida come la cera.

Seguì docilmente le due guardie per alcuni metri, ma quando raggiunsero la poltrona cominciò a dibattersi come un animale selvaggio, a mordere e a graffiare. Poi però, non appena i diaconi la afferrarono per le braccia, le convulsioni l’abbandonarono.

Il chierico lesse ad alta voce: — Mewdon Chemmey, perché questo, anche se tu lo neghi, è il nome con il quale sei stata identificata: è mio dovere consigliarti di rispondere alle domande in modo veritiero e soddisfacente. In caso contrario, ci costringerai ad assumere lo sgradevole onere di persuaderti a farlo. Nelle civiltà del passato venivano utilizzati strumenti di ogni tipo per provocare dolore: la ruota, il dado, il trapano e molti altri. Ma la Gerarchia è misericordiosa e non ama le mutilazioni. Per questo i suoi sacerdoti hanno messo a punto un congegno in grado di riprodurre i medesimi effetti provocati da quegli strumenti agendo direttamente sulle fibre dolorifiche. Così, si raggiungono i medesimi obbiettivi senza che il prigioniero riporti alcuna ferita o menomazione fisica: solo un grande spavento e qualche convulsione. Inoltre, questo metodo presenta un ulteriore vantaggio: non è necessario interrompere la tortura per paura che un grave danno all’organismo possa provocare la morte dell’inquisito.

Detto questo il chierico si sedette.

Con grande tranquillità, Deth fece alcuni passi verso il centro della sala, poi si arrestò bruscamente e si girò verso la strega.

— Come ti chiami? — domandò.

Silenzio. Poi, con un filo di voce la strega rispose: — I servi di Satanas non hanno nome.

Cugino Deth scoppiò a ridere. Gli dispiaceva pensare di aver represso simili risate per tanti anni. Si ricompose. — Sei stata identificata come Mewdon Chemmy, popolana dell’Undicesimo Distretto, addetta alla decorazione della ceramica, moglie di Mewdon Rijard. Tu neghi questo?

Nessuna risposta.

— Molto bene, Mewdon Chemmy. Sei accusata di aver cospirato per rovesciare la Gerarchia.

— Ma il vostro chierico non ha detto solo questo — la voce era flebile, ma chiara. — Ha detto che io… cioè che tutti noi siamo già stati condannati.

— È vero, Mewdon Chemmy. Ma se le tue risposte verranno giudicate soddisfacenti, ti verrà risparmiato il dolore. Spiega con maggior precisione in che modo hai cospirato contro la Gerarchia.

— Ho eseguito gli ordini di Satanas.

Deth rise. — Quali ordini?

— Di fare di me stessa uno strumento della sua volontà soprannaturale. Di mettere in pratica i suoi insegnamenti. Di bestemmiare e fare sortilegi. Di vessare e tormentare le persone che lui mi indica.

Per la terza volta dalle labbra di Cugino Deth uscì quella che per lui era una risata. — Forse tu sei abituata a usare parole senza senso per descrivere quello che fai. Ebbene sappi che a noi questo non interessa. A noi interessano solo i fatti. Quali nozioni scientifiche ti sono state insegnate?

— Io non so nulla di queste nozioni di cui parli. Satanas è onnipotente e pertanto non ne ha bisogno.

Deth si rivolse al capo della sua squadra di tecnici. — Sei pronto? — gli chiese.

Il sacerdote annuì. Una spessa calotta di metallo fu trascinata dietro la sedia e infilata a mo’ di cappuccio sulla testa della strega. Dal congegno si dipartivano flange ricurve che seguivano le linee del suo corpo.

Deth guardò di nuovo la prigioniera. — Finora, in considerazione della tua fragile costituzione e del tuo sesso, siamo stati indulgenti verso di te, Mewdon Chemmy. Ma potremmo smettere di esserlo, se tu persisterai in questo comportamento infantile. Mettiti in testa una volta per tutte che non abbiamo alcuna intenzione di perdere il nostro tempo ascoltando le tue scempiaggini su Satanas e altre entità soprannaturali. Non c’è bisogno che ti ricordi che non stai parlando a dei cittadini comuni ignoranti e creduloni.

Dal Tavolo del Concilio si levò un mormorio di disapprovazione. Quel modo di esprimersi così franco e incauto era contrario a qualsiasi regola. Il vecchio Sercival biascicò parole di sdegno. Molti arcipreti lanciarono occhiate interrogative a Goniface, senza però riuscire ad attirare la sua attenzione.

— Comunque, Mewdon Chemmy, ti resta ancora una possibilità — proseguì Deth. — Se ci riveli fatti concreti, fatti che possano essere verificati, noi saremo clementi con te.

Il volto della strega, in parte nascosto dal cappuccio di metallo, era piccolo come quello di un bambino e pallido come un cencio.

— Ma come potrete essere clementi con me? Hai appena ammesso che la Gerarchia non crede nel Grande Dio. Mi lascerete forse libera di andarlo a raccontare ai cittadini comuni? Potete permettervi di correre il rischio che qualcuno di noi smascheri le vostre menzogne?

Sembrava che Deth non aspettasse altro, perché con aria trionfante si affrettò a replicare: — Finalmente arriviamo a qualcosa! Finalmente ammetti che tutte queste manifestazioni non sono nient’altro che invenzioni della scienza!

Gli arcipreti trattennero il fiato e il silenzio che calò sulla Camera del Concilio fu tale che tutti poterono udire la sua flebile risposta.

— No. Non è vero. Per più di un secolo Satanas vi ha fatto credere che fosse così, affinché la vostra rovina fosse completa e il vostro tormento più grande. Satanas esiste! Ed è il signore supremo di quell’inferno che voi chiamate cosmo!

Quella risposta creò grande scompiglio fra i membri del Concilio. Solo Goniface rimase impassibile e si limitò a fare un cenno a Deth.

— Medow Chemmy, noi vogliamo i fatti! — urlò il diacono aspramente. — In primo luogo, chi è il tuo capo?

— Satanas.

— Idiozie! Trasmettete il dolore alle dita della mano sinistra!

A quelle parole, la tensione che regnava nella sala madreperlacea aumentò e i diaconi puntarono minacciosamente le verghe dell’ira contro i prigionieri. Ma questi, gli occhi serrati, sembravano intenti a elevare mute preghiere alla loro oscura divinità.

Poi, dal sudario di metallo provenne un debole sibilo, come di aria risucchiata fra i denti e la lingua.

Ma, benché stesse ascoltando con estrema attenzione, Goniface, il Sommo Gerarca, quel sibilo non lo udì. Perché, in quello stesso istante avvertì un bruciore ustionante alle dita della mano sinistra, che teneva abbandonata a lato dello scranno, come se le avesse improvvisamente immerse nel metallo fuso.

Con un rapido e supremo sforzo di volontà, controllò l’impulso di sollevare l’arto e di contorcersi e urlare di dolore. Quindi, con un ulteriore sforzo, che in verità non era che un prolungamento, anche per intensità, del primo, lanciò una rapida occhiata ai suoi confratelli arcipreti. Si rassicurò: se per caso si fosse tradito compiendo qualche movimento inconsulto, nessuno aveva dato segno di accorgersene.

— Mewdon Chemmy, adesso ti ripeterò la domanda. Chi è il tuo vero capo?

— Satanas, Satanas. — Respiri rapidi e affannosi.

Goniface abbassò gli occhi. La sua mano non presentava alcunché di insolito, a eccezione delle nocche bianchissime e dei tendini tesi. Con molta lentezza la sollevò e l’appoggiò sul tavolo. Ma il bruciore non diminuì.

— Trasmettete il dolore al polso. Chi è il tuo capo, a parte quello che tu chiami Satanas?

— È… Satanas dammi la forza! — Un gemito affannoso. — È Asmodeo.

A Goniface sembrò di aver indossato un guanto rovente.

— Chi è Asmodeo?

— Satanas aiutami! È il Re dei Demoni.

— Al braccio! Chi è Asmodeo?

— Il re… il re dei demoni.

— Noi sappiamo che Asmodeo è un uomo. Qual è il suo vero nome?

— Il re… — Un grido soffocato. — Che Satanas possa farvi bruciare per l’eternità nel fuoco dell’inferno! Non lo so. Non lo so.

— Allora Asmodeo è un uomo?

— Sì. No. Non lo so! Che Satanas possa farvi bruciare come voi state facendo bruciare la sua serva!

Goniface sentì la fronte imperlarsi di sudore, mentre il fuoco invisibile gli saliva a spirale lungo il braccio, come una serpe incandescente.

Doveva pensare. Pensare!

— Mewdon Chemmy, chi è Asmodeo? Qual è il suo nome?

— Non lo so… non lo so!

— Lo hai mai visto?

— Sì. No! Sì! Mewdon Chemmy, Satanas! Io sono la tua serva fedele.

— Che aspetto aveva?

— Non lo so… Era solo tenebra! Tenebra… e una voce!

Sottili rivoli di sudore cominciarono a colare lungo il viso di Goniface accompagnati da brevi scariche di adrenalina. Ancora qualche istante e la strega avrebbe ceduto. Ma quel dolore insopportabile doveva pure avere una causa. Pensare. Doveva pensare.

— Molto bene, Mewdon Chemmy. Per il momento lasceremo perdere Asmodeo. Adesso dicci: dove si trova il quartier generale della Stregoneria di Megateopoli?

— Non… Dove ci avete catturato.

— Quello era solo un luogo di incontro. Sai benissimo che non intendo quello. Dunque, dove si trova il vero quartier generale?

— Non… Non esiste un quartier generale.

— Tu stai mentendo! Lo sai, perché per due volte sei stata sul punto di dirlo e poi hai taciuto. Dove si trova il vero quartier generale? Dove tenete il vostro armamento scientifico?

— Nel… Non esiste nessun armamento scientifico. Satanas non ha bisogno…

— Alla spalla!

Il bruciore che invadeva la spalla, sempre più straziante. Pensare! Doveva pensare! Tumulto all’estremità della Camera. Le grandi porte che si aprivano. E dai prigionieri inginocchiati, una supplica appena mormorata, cadenzata, intensa, simile al rullo smorzato di un tamburo. — Satanas, vieni in nostro aiuto. Satanas, vieni in nostro aiuto.

— Mewdon Chemmy, dove si trova il vostro quartiere generale? Sei nella Grande Piazza e stai andando verso il quartiere generale della Stregoneria. Stai per imboccare una strada. Che strada è?

— La Via dei Tess… No! No! — Un grido inframmezzato dai singhiozzi.

— Molto bene, Mewdon Chemmy. Stai percorrendo la Via dei Tessitori. Senti l’odore della lana e il rumore delle spole. Cammini, cammini e arrivata alla fine della strada giri. Da che parte?

— No! No! La tua serva Mewdon Chemmy ti sta invocando, Satanas!

Un drappello di sacerdoti si stava affrettando verso il Tavolo del Concilio, con le vesti scarlatte che svolazzavano.

Lentamente, e con grande fatica, Goniface si alzò, il braccio sinistro rigido lungo il corpo e la spalla inclinata, come se stesse sollevando un grande peso.

— Dalla spalla a…

— Sospendi l’interrogatorio! — ordinò Goniface con enfasi, e pronunciando quelle parole in modo così forzato e meccanico che tutti si voltarono a guardarlo.

Deth indugiò un istante, quindi, scrollando le spalle, fece segno ai tecnici di porre fine alle stimolazioni.

Il dolore si dileguò all’istante dal braccio di Goniface, lasciandolo profondamente stordito. Un invisibile torrente di acqua ghiacciata gli tolse il respiro. L’immensa stanza madreperlacea iniziò a ondeggiare davanti ai suoi occhi e il Sommo Gerarca fu costretto ad aggrapparsi al tavolo per non vacillare.

— Che cos’è successo? — chiese ai nuovi arrivati, riacquistando rapidamente la padronanza di sé. — Solo una questione della massima urgenza può giustificare una simile interruzione.

— I cittadini comuni stanno marciando sul Santuario! — urlò uno dei preti. — Hanno abbandonato il lavoro e ogni tentativo di fermarli è fallito. Due diaconi hanno azionato contro di loro le verghe dell’ira nella Vìa dei Fabbri, ma sono stati sopraffati e fatti a pezzi dalla folla. Un sacerdote del Primo Circolo che ha cercato di convincerli a tornare indietro è stato catturato e malmenato. È ancora nelle loro mani. Hanno già gremito la Grande Piazza e vogliono sapere perché non sconfiggiamo Satanas e non poniamo fine a questo regno di terrore. Continuano a urlare: Che cosa fa la Gerarchia contro la Stregoneria? E ogni volta che un sacerdote cerca di farli ragionare si mettono a gridare finché il poveretto è costretto a tacere.

Un mormorio di terrore si levò dal Tavolo del Concilio.

Goniface udì un arciprete sussurrare: — Fulmini di guerra! Sgomberate la Grande Piazza! — In uno dei nuovi arrivati Goniface riconobbe un sacerdote del Centro di Telecomunicazione e lo invitò a parlare.

— Notizie di simili disordini ci stanno pervenendo da metà delle città della terra. Sembra che sia stata un’azione preordinata. Una folla inferocita ha fatto irruzione nel Santuario di Neodelos. Gli attaccanti sono stati respinti, ma a prezzo di molte vittime. Da ogni parte giungono richieste di istruzioni.

La risposta di Goniface non si fece attendere. — Smontate gli stimolatori parasimpatici dalla Cattedrale e azionateli sulla Piazza. Comunicate attraverso gli amplificatori che domani sarà giorno di festa e annunciate che si terrà l’ufficio della Grande Rinascita. Verranno rivolte solenni suppliche al Grande Dio, assisteremo a miracoli eccezionali e il Grande Dio si degnerà di offrirci un segno infallibile dell’imminente sconfitta di Satanas.

Poi, rivolto al sacerdote del Centro di Telecomunicazione: — Trasmetti le stesse istruzioni a tutti i Santuari. Di’ ai sacerdoti di avvalersi di tutti gli strumenti di stimolazione parasimpatica a loro disposizione, compresi i modelli manuali dei confessionali. Se, dopo l’annuncio, la folla non si disperde, che venga inondata di musica, ma che nessuno faccia ricorso alla violenza, per nessun motivo. Nelle città in cui i cittadini comuni prenderanno d’assalto i Santuari saranno i sacerdoti locali a risponderne alla Gerarchia. Dà ordine ai reggenti della città di Neodolos, sotto pena di una scomunica generale, di tenere funerali solenni per tutti i cittadini trucidati e di inviarne a casa le salme con grande pompa. Contatta tutti i santuari, anche quelli che non hanno ancora chiesto aiuto e verifica quello che sta accadendo. Informa tutti che questa sera al tramonto riceveranno dettagliate istruzioni per l’ufficio della Grande Rinascita. Ritorna qui fra due ore con un quadro completo della situazione.

Poi, rivolto a un chierico: — Portami le registrazioni di tutte le Grandi Rinascite del passato, compresi i solidografi mobili delle ultime due.

Quindi, a un secondo chierico: — Convoca la facoltà di Controllo Sociale del Sesto Circolo. Il Sommo Concilio desidera un loro parere. Manda qualcuno nelle cripte ad avvisare Fratello Dhomas di raggiungermi non appena gli sarà possibile.

A un terzo chierico: — Informa la Facoltà di Fisica del Quinto Circolo della necessità di erigere uno scudo telesolidografico intorno alla Grande Piazza. Tutti gli strumenti tecnici esistenti in città sono fin da questo momento a loro completa disposizione. Possono requisire tutte le apparecchiature di cui avranno bisogno, ma lo scudo deve essere pronto per l’alba di domani.

Poi, a un quarto: — Prova a metterti in contatto di nuovo con la nave che sta arrivando con i rinforzi da Luciferopoli. E se ci riesci ordina al comandante di procedere a pieno regime.

Infine, Goniface si rivolse a Cugino Deth. — Riconduci i prigionieri nelle loro celle. Ognuno in una cella separata. Ciascun prigioniero dovrà venire sorvegliato a vista ventiquattr’ore su ventiquattro da almeno due guardie, che a loro volta dovranno essere controllate da altre guardie. Sii preparato a far fronte ai più imprevedibili tentativi di salvataggio. Riterrò te l’unico responsabile di quanto accadrà.

— Adesso avrà luogo una riunione privata del sommo Concilio. Lasciate la Camera!

— Non avete ancora risolto di far uccidere le streghe, suprema eminenza! — Vi era una nota pungente, anche se velata di incertezza, nella voce aspra del vecchio Sercival. — La testimonianza di quella donna malefica è una prova incontrovertibile che sono agenti di Satanas. È pericoloso, temerario e gravemente offensivo nei confronti del Grande Dio, lasciare che vivano anche un solo minuto di più.

— È di fondamentale importanza che riusciamo a interrogarli e carpire il maggior numero di informazioni possibile — rispose bruscamente Goniface. — Ho sospeso l’interrogatorio soltanto perché c’erano questioni più importanti da affrontare. Dobbiamo pensare all’ufficio della Grande Rinascita.

Sercival scosse la testa. Un luccichio folle, o forse profetico, illuminò i suoi occhi di falco. — Faremmo meglio a inginocchiarci tutti e invocare il perdono e la misericordia del Grande Dio per tutti questi anni di incredulità. Altrimenti, io vedo la tenebra profilarsi dinanzi a noi e la dannazione eterna!

— Reverenza, la sua mente è stanca e confusa. Ma sappia che scomunicherò il prossimo sacerdote che oserà parlare di fallimento o insinuare che Satanas è un’entità soprannaturale.

Dalla fila delle streghe che si allontanavano sotto la vigile custodia di una doppia scorta di guardie, provenne una nenia flebile e monocorde.

Era appena sussurrata eppure sembrava riempire la sala intera.

— Sia ringraziato Satanas. Sia ringraziato Satanas. Sia ringraziato Satanas.

14

Mentre attivava la porta del suo appartamento privato nelle cripte, Jarles guardò con aria corrucciata lo stemma del Quarto Circolo confusamente riflesso sulla superficie lucente del pannello. La ricompensa con la quale Goniface l’aveva premiato non era sufficiente, considerata l’importanza del servizio che aveva reso alla Gerarchia. Eppure, Asmodeo era riuscito a fuggire. Come sempre, il pensiero che il capo della Stregoneria non sarebbe riuscito a farla franca se quell’altro, puerile Jarles, non avesse assunto il controllo del suo corpo e non avesse belato quel segnale di avvertimento, gli diede l’amaro in bocca.

Ma poteva già considerarsi fortunato che nessuno si fosse accorto di quel suo passo falso.

Dopo aver varcato la soglia, la sua prima preoccupazione fu quella di riattivare la serratura. Il fatto che, pubblicamente, tutto il merito dell’impresa fosse stato attribuito a Cugino Deth lo irritava; ma, come gli aveva spiegato Goniface, era meglio che, per il momento, lui lavorasse in incognito. A eccezione del seguito privato del Sommo Gerarca, nessuno era a conoscenza del suo ritorno in seno alla Gerarchia e, tanto meno, del fatto che avesse recuperato la sua autentica personalità.

In ogni caso, rifletté guardandosi intorno, la contropartita per quel breve periodo di vita nell’ombra non era affatto malvagia. Passò in una seconda stanza, sontuosamente arredata come la prima, e da qui in una terza, chiudendo di volta in volta la porta alle proprie spalle.

Su un divano, il volto pallido rivolto verso l’alto, gli occhi chiusi, le mani congiunte sul grembo come nella morte, giaceva Sharlson Naurya.

Jarles indugiò a osservarla alcuni istanti. Quindi, azionando un debole raggio anti-paralisi, la riportò allo stato cosciente. La ragazza aprì gli occhi e nel suo sguardo il sacerdote lesse un odio infinito, che interpretò, in parte, come un complimento.

Sharlson Naurya se ne accorse e, scandendo con rabbia le parole, sibilò: — Stupido presuntuoso che non sei altro!

Lui sorrise. — Non presuntuoso. Realista.

— Realista! — La sua voce vibrava di disprezzo. — Non sei più realista adesso di quanto non lo fossi quand’eri un cocciuto idealista. Mi ripugni. Ma immagino che, in cuor suo, ogni cieco idealista che in vita sua non abbia mai fatto i conti con la realtà trovi la malvagità una cosa molto passionale e romantica. Così quando ti ha dato di volta il cervello, o ti hanno fatto dare di volta il cervello, la tua nuova personalità ha ripiegato su quegli stupidi stereotipi con cui vengono identificati i cattivi: ambizione e vanità senza limiti, perfidia e altre idiozie simili!

Sharlson Naurya tacque. I suoi occhi si dilatarono in un’espressione di incredulo disgusto. — Ma a te piace sentirmi parlare in questo modo, vero?

Jarles annuì. — Certo. Perché io sono realista. L’esperienza mi ha insegnato quanta poca strada separi l’odio dall’amore.

— Un’altra cretineria romantica! — La rabbia la faceva tremare tutta. — Realista! Non ti rendi conto che stai recitando una parte? Hai idea del rischio che corri giocando a fare il duro con uomini dello stampo di Goniface? Realista! Pensa alla pazzia che hai fatto portandomi qui. Che cosa accadrà quando Goniface lo scoprirà?

Jarles sorrise. — Ho dovuto portarti qui, non avevo altra scelta. Non c’era nessuno a cui potessi affidarti. E poi a chi potrebbe venire in mente di venirti a cercare proprio nel mio appartamento? Goniface si fida di me. Non si sogna nemmeno che io possa complottare contro di lui, mentre gli dimostro tanta devozione.

Lei gli lanciò un’occhiata furiosa. — E se io rivelassi a tutti che mi tieni qui?

— Non puoi farlo, e anche se potessi non lo faresti. Perché sai che questo per te significherebbe la morte immediata. È questo che mi fa sentire in una botte di ferro.

— A proposito di Goniface — proseguì Jarles. — Perché non mi dici il motivo per cui vuole vederti morta? È chiaro che devi essere a conoscenza di qualcosa sul suo conto che minaccerebbe la sua posizione, se la Gerarchia lo venisse a sapere. Perché non mi dici di che cosa si tratta? In questo modo, appena superata la crisi in atto, potremmo unire le nostre forze e deporlo. Lei distolse lo sguardo.

— Avanti, sii realista — riprese lui in tono persuasivo. — Non ti rendi conto dell’opportunità che ti sto offrendo? E comunque dovresti essermi almeno un po’ grata per quello che ti ho risparmiato. Questa mattina, i tuoi ex compagni sono stati torturati.

Annuì, quasi a voler sottolineare il concetto. — Oh sì, e devi anche aspettarti di trovare l’Uomo Nero un po’ cambiato, se avrai ancora occasione di vederlo. Oggi stava meglio ed è stato condotto da Fratello Dhomas.

— Mi stai dicendo che hanno intenzione di… — Sharlson Naurya cercò di drizzarsi a sedere.

— Di risvegliare in lui un sentimento di realistico egoismo? Esatto. Per cui vedi, Naurya, la Stregoneria è finita. È soltanto una questione di tempo. E ciò significa che non ha alcun senso che tu le resti fedele. Ma immagino che questo sia ovvio anche per te.

Lei lo fissò a lungo senza parlare. Poi, con voce strana, gli chiese: — Ti capita ancora di sognare?

Questa volta, Jarles non sorrise. — No — disse recisamente.

Senza distogliere gli occhi dai suoi, Sharlson Naurya scosse piano la testa. — Oh sì, invece. Tu sogni ancora.

— I sogni non significano niente — replicò lui freddamente. — I sogni non sono reali.

— Sono reali come qualsiasi altra cosa. Sono la voce della coscienza.

Per una frazione di secondo gli occhi di Sharlson Naurya guardarono oltre le spalle di Jarles. Il sacerdote si voltò insospettito, ma non vide nulla all’infuori della porta chiusa.

— La coscienza è soltanto pressione sociale — disse poi, mentre una strana inquietudine, di cui non conosceva l’origine, si impadroniva di lui. — È l’impulso ad annegare il tuo io in quello della massa, e di fare quello che gli altri si aspettano da te per paura della loro disapprovazione. Un sano, realistico egoismo libera la persona dalle costrizioni infantili della coscienza.

— Ne sei proprio sicuro, Jarles? E dei tuoi sogni che cosa mi dici? Forse, in parte, hai ragione tu, ma la coscienza è anche qualcosa di più. Coscienza è anche prestare ascolto ai pensieri più saggi della mente.

— Stai cercando di persuadermi a credere in quella nebulosa chimera chiamata virtù? Scommetto che fra un po’ ti metterai a parlare anche di ideali!

— Certo che ho intenzione di parlarti anche di ideali! Perché sono gli ideali che vengono a tormentarti quando sogni. Io ti ho visto crescere, Jarles. E insieme a te ho visto crescere i tuoi ideali. Forse sono cresciuti troppo in fretta in proporzione alle loro debole radici. Ma anche se sono stati piegati, abbattuti e seppelliti nelle profondità del tuo subconscio, sono ancora lì, Jarles: un inferno privato all’interno della tua stessa mente. E solo una porta separa quell’inferno dalla tua coscienza, una porta che di notte si apre.

Un involontario tremolio negli occhi della ragazza lo avvertì appena in tempo: un attimo prima che un’orribile cosa pelosa, materializzatasi apparentemente dal nulla, lo aggredisse, Jarles riuscì a balzare di lato e a evitarla. Gli artigli acuminati lo raggiunsero al viso, anziché alla gola, ma agitando le braccia, lui riuscì a colpire la misteriosa creatura e mandarla a ruzzolare dalla parte opposta della stanza. Poi, prima ancora che quella potesse riprendersi, la investì con il raggio dell’ira, tagliandola quasi in due. Dalla ferita sgorgò un enorme fiotto di sangue, molto più di quanto le minuscole dimensioni di quell’essere peloso lasciassero sospettare.

Jarles si precipitò verso di lui, ma si ritrasse immediatamente quando vide il suo fragile corpo e i suoi enormi occhi, che lo fissavano nella vitrea opacità della morte. Per un attimo, provò l’inspiegabile sensazione di aver ucciso Sharlson Naurya.

Si voltò a guardarla. Con somma fatica, la ragazza era riuscita a rizzarsi a sedere, ma a quel punto le forze l’avevano abbandonata. Non stava piangendo, ma il suo petto era squassato da un’emozione in cui un odio implacabile si mescolava a un dolore freddo e pieno d’angoscia.

— Quella creatura era così importante per te? — le chiese aspramente. Le lanciò una rapida occhiata e, quando capì, i muscoli del suo viso si irrigidirono in un’espressione di incredula sorpresa. — Penso di aver capito — disse lentamente più a se stesso che a lei. — Anche se non sono un biologo, penso di aver capito il segreto dei demoni al servizio di voi streghe. E questa sarà una notizia che farà molto piacere al Sommo Gerarca.

— Hai ucciso Micia — sibilò la ragazza. Le sue parole fendettero l’aria come pietre.

— Tua sorella, in un certo senso, vero? — Jarles sorrise. — Be’ lei ha cercato di uccidermi mentre tu mi tenevi occupato. Siamo pari, mi sembra. Non pensare che io nutra del risentimento nei tuoi confronti. Questa scoperta significa che presto indosserò una veste con un nuovo stemma e che la vittoria sulla Stregoneria sarà più rapida del previsto.

Poi la fissò, mentre il sangue gli colava dalla guancia. — Mi piacciono il tuo coraggio e la tua spietatezza — aggiunse. — Sono sicuro che ci intenderemo alla perfezione, una volta che anche tu sarai dei nostri. Oh, non te l’ho detto? Appena avremo superato questa crisi e avremo sistemato Goniface, pregherò Fratello Dhomas di ricondurti alla ragione.

Sharlson Naurya tentò nuovamente di alzarsi, ma invano. Riuscì soltanto a dire, con voce strozzata: — Piccola, sporca canaglia!

Lui annuì, sorridendo. — Esatto — concluse e le puntò contro il raggio paralizzante.

15

Erano già quattro giorni che non aveva notizie di Dickon. Stancamente, l’Uomo Nero sgomberò la mente, in attesa che vi si imprimesse un messaggio che non arrivava mai. Quell’operazione che gli costava una fatica inaudita, perché il recente incontro con Fratello Dhomas aveva ridotto il suo cervello in uno stato di semi-caos: quasi fosse un pianeta lacerato da catastrofiche eruzioni vulcaniche, che facevano sorgere nuovi continenti e nuovi arcipelaghi dagli oceani in burrasca e modificavano tutte le linee costiere.

In un certo senso, la seduta che aveva avuto luogo nelle cripte era stata una sorta di caccia, con Fratello Dhomas nella parte del cacciatore e lui, o meglio la sua personalità, in quella della preda. E lui aveva vinto. Il suo stato di generale prostrazione fisica aveva reso necessario il suo ritorno in cella prima che il sacerdote fosse riuscito a raggiungere il suo scopo. Ma sapeva che non appena avesse riacquistato un po’ le forze la caccia sarebbe ripresa.

E se per caso lui fosse riuscito a spuntarla di nuovo, la caccia sarebbe cominciata per la terza volta.

E allora… be’ aveva visto quel che era accaduto a Jarles. A quanto sembrava, adesso il prete rinnegato era ben visto dalla Gerarchia e godeva della massima fiducia di Cugino Deth; lo dimostrava il fatto che per ben due volte era venuto a trovarlo in cella.

Con ostinazione, e con sempre maggior fatica, liberò ancora una volta la mente dai pensieri, per permettere a Dickon di mettersi in contatto con lui. Non si trovava più in una stanza d’ospedale, ma in una cella di metallo e lì il suo fratellino non avrebbe potuto raggiungerlo attraverso i condotti dell’aerazione; in più era sorvegliato ventiquattr’ore su ventiquattro da due guardie: solo la telepatia poteva valicare simili barriere. Ma Dickon non conosceva l’ubicazione della cella e avrebbe dovuto cercarla muovendosi a caso ed esponendosi a gravi pericoli.

Di nuovo, l’Uomo Nero sgomberò la mente, ma nemmeno questa volta gli giunse alcuna risposta. E di nuovo, la schiera dei suoi bizzarri pensieri, distorti dagli effetti delle stimolazioni con le quali lo aveva bombardato Fratello Dhomas, invase la sua mente sconvolta.

Nell’oscurità degli stretti condotti circolari, Dickon proseguiva la sua ricerca, guidato soltanto dalla straordinaria sensibilità tattile delle estremità delle sue zampe (quando gli artigli erano retratti).

Dickon non era preoccupato. La sua mente altamente semplificata non riusciva a concepire un’emozione così complessa. Perfino le sue frequenti manifestazioni di autocommiserazione erano sempre legate a situazioni reali, immediate. Ma lui sapeva che la sua riserva di sangue fresco stava per esaurirsi, mentre quello che circolava nel suo minuscolo organismo era quasi completamente deossigenato, nonostante la scarsa richiesta dei suoi piccoli muscoli nastriformi. Si era rimpinzato al Luogo di Cova, ma neppure quella scorpacciata gli sarebbe bastata per sempre e prima o poi avrebbe dovuto fermarsi.

Ma per ora gli restava ancora sufficiente energia per esplorare alcuni rami di quell’enorme albero rovesciato che era, nella sua mente, il sistema di aerazione delle cripte.

C’era molto vento in quelle gallerie e le raffiche, continue e violentissime, ostacolavano il suo cammino. Se solo gli fosse capitato di staccare contemporaneamente le quattro zampe dotate di ventosa, sarebbe volato all’indietro come un foglio di carta straccia per metri e metri, prima di riuscire a piantare gli artigli e a fermarsi… ammesso che ci fosse riuscito. Perché Dickon, come spesso lui stesso si ripeteva, non era che un abbozzo d’uomo. Le sue ossa erano più leggere di quelle di una scimmia, il suo corpo non possedeva cellule adipose e i suoi organi interni erano ridotti a un’unica cavità, suddivisa in diverse parti, che serviva sia da pompa per la circolazione sanguigna, sia da camera per il deposito del sangue. Tutte le altre sostanze fisiologiche di cui aveva bisogno, e la cui produzione dipendeva da altri organi, le suggeva dal suo compagno di simbiosi attraverso la piccola bocca avvizzita. Non digeriva né evacuava; non respirava, benché fosse in grado di produrre deboli suoni e anche di abbozzare qualche parola introducendo l’aria nella cavità buccale ed espellendola attraverso le labbra tese. Poiché non aveva bisogno di midollo per produrre il sangue, le sue ossa erano cave; non possedeva ghiandole endocrine e non aveva sesso. Il pelo, corto e sottile che lo ricopriva, gli serviva per evitare di disperdere il calore corporeo.

Insomma, Dickon era una minuscola creatura fatta di ossa, muscoli, tendini, pelle, pelo, calore, un semplice sistema circolatorio, un sistema nervoso, un paio di orecchie mobilissime, due occhi vispi… e una personalità straordinariamente semplice, come la sua fisiologia.

Uno degli obiettivi perseguiti dagli scienziati che avevano dato vita a questa specie artificiale era stato quello di creare un organismo estremamente agile e lesto, riducendo al minimo il peso e il numero delle funzioni corporali. E questo scopo lo avevano raggiunto, ma all’inevitabile condizione di rendere le nuove creature totalmente dipendenti dal proprio compagno di simbiosi, o da qualsiasi altra fonte di sangue, e costrette a ridurre al minimo la loro attività ogniqualvolta la loro riserva energetica era prossima all’esaurimento.

Ma queste limitazioni e la generale fragilità del suo essere non turbavano minimamente Dickon. Come i suoi simili, lui aveva una visione fatalistica e vagamente stoica della vita.

Era per quella ragione che si avventurava senza paura in quei tubi battuti dal vento. Se i condotti dell’aerazione fossero stati illuminati e, per assurdo, qualcuno fosse stato lì a vederlo, l’avrebbe scambiato per un grosso ragno rosso, peloso e velocissimo: sì, perché in condizioni ottimali, Dickon riusciva a raggiungere una velocità di spostamento di gran lunga superiore, in proporzione, a quella dell’uomo.

— Devo trovare mio fratello. Devo trovare mio fratello. — Queste parole si ripetevano nella sua mente con insistenza meccanica, quasi calmante. Non solo desiderava ardentemente ritrovare il calore del fianco dell’Uomo Nero, contro il quale aveva trascorso, appallottolato su se stesso, la maggior parte della sua vita; ma desiderava anche metterlo al corrente di alcuni fatti che era sicuro lo avrebbe molto interessato, e che adesso gli affollavano la mente fino a farla quasi scoppiare, come una scatola riempita allo stremo. Perché era questa l’idea che Dickon aveva della propria mente: una minuscola stanza collocata dietro gli occhi con le pareti tappezzate di tante scatoline piene di ricordi e, al centro, un Dickon piccolissimo, che era il suo vero io, che scrutava all’esterno attraverso le finestre degli occhi e ascoltava attraverso le cornette acustiche delle orecchie. Nella stanzetta c’erano due lavagne: sulla prima, in alto al centro, spiccava la parola “regole”, seguita da una lunga lista di annotazioni scritte fitte fitte; la seconda era vuota. Era riservata ai pensieri di suo fratello.

Suo fratello era la pietra angolare della sua esistenza. Era così legato a lui, che a volte aveva l’impressione di non essere nient’altro che un prolungamento della sua personalità. E questa impressione aveva un preciso fondamento. Attraverso gli ormoni presenti nel sangue dello stregone, Dickon faceva proprie anche le sue emozioni (e infatti, quando chiacchieravano fra di loro, i piccoli demoni parlavano di “sangue spaventato”, “sangue arrabbiato”, “sangue innamorato” e così via); anche se, a onor del vero, quelle emozioni erano estremamente fugaci e non turbavano in modo significativo l’uniforme tenore dei suoi pensieri.

Ma il vero motivo dello stretto legame che li univa era che, in ogni sua parte, Dickon era una versione semplificata di suo fratello. In breve era, a tutti gli effetti, gemello vero dell’Uomo Nero, in quanto si era sviluppato da una cellula del suo organismo grazie a una procedura chiamata “spoliazione cromosomica”. Si trattava di una tecnica messa a punto dai microbiologi dell’Età dell’Oro, e poi presumibilmente dimenticata, mediante la quale dai cromosomi di un essere umano venivano eliminati i determinanti del sesso, dell’alimentazione e di molte altre funzioni; ma fatta salva la perdita di questi caratteri, le creature come Dickon erano in tutto e per tutto identici ai loro fratelli o alle loro sorelle; e questo spiegava la loro capacità di comunicazione telepatica.

Quando gli scienziati della Civiltà dell’Alba avevano scoperto l’esistenza delle onde cerebrali, si erano resi conto che se la telepatia esisteva, era assai più probabile che si manifestasse fra gemelli monozigotici; infatti, l’uguaglianza delle strutture cerebrali implicava un’analoga uguaglianza delle onde cerebrali, grazie alla quale le due menti potevano entrare in sintonia. Ma questa ipotesi non aveva trovato alcun riscontro se non verso la fine dell’Età dell’Oro, quando si era scoperto che la comunicazione telepatica poteva avvenire soltanto quando una delle due stazioni era di struttura molto più semplice dell’altra; era, questa, una condizione indispensabile per eliminare interferenze altrimenti insormontabili.

La produzione, attraverso la tecnica della spoliazione cromosomica, di gemelli monozigotici simbiotici aveva permesso di risolvere il problema. In breve, l’Età dell’Oro aveva accarezzato il sogno di prolungare la personalità di ogni singolo individuo fornendogli un compagno simbiotico. Poi, in rapida successione, erano arrivati i tempi bui, la fine della ricerca scientifica, il caos in tutto il mondo e la fondazione della Gerarchia. Fino al giorno in cui, la Nuova Stregoneria era nata da poco, erano giunte dettagliate istruzioni da Asmodeo per l’istituzione di un luogo di cova e la creazione di gemelli monozigotici simbiotici, su imitazione dei demoni inviati da Satana al servizio delle antiche streghe.

Fin dalla nascita, dal momento stesso in cui era stato prelevato dalla gabbia di cova, Dickon era stato proiettato nel mondo di suo fratello, cosicché, in un certo senso non aveva avuto infanzia, ma aveva subito cominciato a pensare come un adulto. Il contatto diretto con la mente di suo fratello gli aveva permesso di raggiungere la piena maturità intellettuale nell’arco di poche ore, e di capire cose che il suo semplice sistema nervoso da solo non gli avrebbe mai consentito di afferrare. Di grande importanza per il suo sviluppo era stata anche la frequentazione degli altri demoni, suoi simili, con i quali, però, aveva contatti telepatici di intensità e portata minori.

Ma a suo fratello era molto più legato che a chiunque di loro. E così, mentre lo cercava, divorando con le agili zampe i rami tenebrosi dei condotti dell’aerazione, Dickon giunse assai vicino, vicino quanto può giùngervi una creatura priva di un sistema ghiandolare, a provare un’emozione tutta sua.

Ancora cinque rami al massimo, disse a se stesso, dopodiché avrebbe dovuto fermarsi. In quell’istante, la vaga traccia di un’immagine apparve sulla lavagna vuota della sua mente.

Si fermò. L’immagine cominciò a svanire. Si spostò in avanti. L’immagine si dileguò. Allora ritornò sui propri passi e attese. Dopo un po’ cominciò a prendere forma un’altra visione, simile a una fotografia in fase di sviluppo… una fotografia che si muoveva e cambiava mentre prendeva vita. Un sentimento che, se Dickon fosse stato capace di provare emozioni, sarebbe stato molto simile alla paura, riempì la piccola stanza dietro i suoi occhi. Non aveva mai visto un simile paesaggio mentale prima di allora. Eppure era certo che si trattasse della mente di suo fratello.

Senza alcun preavviso l’immagine svanì. Lesto, il piccolo Dickon che stava dietro i suoi occhi, corse alla lavagna e vi scrisse sopra un messaggio. — Dickon è qui, fratello. Dickon scrive nella tua mente.

Anche il suo messaggio svanì e subito dopo la lavagna fu invasa da un tale marasma di pensieri che Dickon capì che suo fratello doveva essere profondamente turbato e in preda a una grande agitazione. Quei pensieri avevano una sfumatura che gli era del tutto aliena. Ma scomparvero quasi subito, come se suo fratello si fosse reso conto che erano troppo confusi per essere di qualche utilità e, al loro posto, apparve una domanda semplice e breve.

— Riesci a sentirmi chiaramente Dickon? Il contatto è sufficiente?

— Sì, ma i tuoi pensieri sono strani. E alcuni sembrano feriti. Qualcuno ha ferito i tuoi pensieri, fratello?

— Un po’, ma adesso non ho tempo di spiegarti. — A questo punto Dickon vide un’immagine fuggevole e frammentaria di Fratello Dhomas e del suo laboratorio nelle cripte. — A parte la stranezza, il contatto è sufficiente? — proseguì l’Uomo Nero.

— Sì, ma Dickon vorrebbe venire da te. Aiuterai Dickon a trovare la strada?

— Mi dispiace, Dickon, ma non è possibile. Hanno rinchiuso tuo fratello in una stanza in cui non può entrare nessuno. Hai trasmesso il mio messaggio?

— No. Dickon non ha potuto. Ha trovato le cose molto diverse da come sarebbero dovute essere. Ha molte notizie per te.

— Su, racconta.

A quel punto, il piccolo Dickon che si trovava dietro ai suoi occhi aprì le scatole dei ricordi.

— Dopo che Dickon ti ha lasciato nella stanza della malattia… Hai ancora quello strano cuore esterno, fratello?

— No. Adesso sto meglio. Sono passati quattro giorni da quando ci siamo lasciati. Va’ avanti.

— Dickon ha attraversato le gallerie. Prima quelle piccole, poi, attraverso uno stretto cunicolo quelle grandi, poi di nuovo quelle piccole. Ma non ha trovato Drick, né suo fratello, nel luogo in cui Drick avrebbe dovuto essere. Così Dickon si è diretto verso la Camera del Convegno. Ma nella gallerie sotto la Camera ha trovato molti demoni, fra cui il fratello di Drick, Jock, Meg, Mysie, Jill, Seth e tanti altri. Loro hanno detto a Dickon che non doveva andare nella Camera perché c’erano i preti. C’era stata una riunione, hanno detto, e le Persone Grandi erano state tradite. I diaconi avevano fatto irruzione nella Camera e avevano catturato le Persone Grandi. I demoni stavano male. Avevano perso il contatto con i loro fratelli e non sapevano che cosa fare. Molti avevano bisogno di sangue.

“Allora Dickon si è ricordato che nel Luogo di Cova c’erano riserve di sangue per gli embrioni. Così ha riunito i demoni in gruppo, invitando i più forti ad aiutare i più deboli e li ha condotti giù giù fino al Luogo di Cova. È stato un viaggio tanto faticoso. Verso la fine molti hanno dovuto essere trasportati a braccia. E se non avessero saputo che stavano ritornando al loro luogo di nascita penso che non ce l’avrebbero fatta.

“Quando finalmente Dickon e gli altri sono arrivati al Luogo di Cova non hanno trovato nemmeno lì le Persone Grandi. Era deserto. Gli altri demoni volevano precipitarsi verso le prime ampolle di sangue che capitavano, ma Dickon li ha trattenuti e gli ha impedito di bere fino a quando non ha trovato la cassetta dove c’è il sangue-che-tutti-possono-bere-senza-pericolo.

“Così Dickon ha lasciato che si saziassero e che giocassero nella gabbie di cova per riscaldarsi. Poi è tornato indietro perché sapeva che suo fratello avrebbe voluto essere informato delle cose che erano accadute e perché voleva conoscere la volontà di suo fratello. Ma quando è ritornato sui suoi passi ha scoperto che suo fratello non era più dove l’aveva lasciato. L’ha cercato ma non l’ha trovato, e così, dopo un po’, è ritornato al Luogo di Cova per bere sangue fresco e poi ha ripreso la ricerca. Questo è accaduto molte volte. Fino a quando ha deciso che non sarebbe più ritornato indietro, ma avrebbe trovato suo fratello o si sarebbe fermato. E si è spinto sempre più lontano per cercarlo e adesso è qui.”

A quel punto il piccolo Dickon pulì la lavagna. Ma dall’Uomo Nero non giunse nessuna risposta: solo un insieme di pensieri confusi, un paesaggio mentale convulso e muto, pervaso più che mai da quello strano stato d’animo che Dickon non conosceva. E da questo il demone capì che le notizie che aveva dato a suo fratello dovevano averlo profondamente scoraggiato.

All’improvviso, il piccolo Dickon dietro i suoi occhi vide una scatolina di ricordi che non aveva ancora aperto.

— C’è un’altra cosa che non ti ho detto, fratello. — Dickon ha detto che il Luogo di Cova era deserto quando siamo arrivati. Questo è vero per quanto riguarda le Persone Grandi. Ma abbiamo trovato due demoni appena nati, che dovevano essere stati dimenticati lì. Due demoni strani… non appartenevano né a streghe né a stregoni.

— Che cosa intendi dire?

— Uno tu lo devi conoscere, fratello. È il demone di quel prete che doveva diventare uno di noi, che stava da Madre Jujy e che…

— Che aspetto ha?

Dickon tracciò rapidamente sulla lavagnetta lo schizzo di un demone dal pelo scuro.

— E l’altro?

Sulla lavagna apparve il ritratto di un demone dalla pelle giallastra e dal pelo nero con una strana sfumatura grigio-bluastra.

Per un po’ non giunsero altri messaggi, ma Dickon sentiva che la mente di suo fratello stava lavorando alacremente nel vecchio modo che gli era noto. E alla fine, quando la risposta arrivò, le parole erano chiare e precise.

— Ascolta Dickon. Quei due demoni appena nati. Hai comunicato con loro?

— Sì un po’. Sono molto stupidi perché ancora non sono stati insieme ai loro fratelli grandi. Ma alcuni degli altri demoni sono entrati in contatto con loro, un po’ per gioco un po’ per istruirli. Cominciano a fare qualche progresso.

— Pensi che se adesso fossero qui con te io potrei comunicare con loro attraverso la tua mente?

— Penso di sì, fratello.

— Bene. Adesso ascolta attentamente. Voglio che tu ritorni al Luogo di Cova e che porti qui i due demoni appena nati. Ognuno di voi può portare con sé un’ampolla di sangue, così, in caso di bisogno, avrete una piccola riserva…

— Dickon non ci aveva pensato. Sarebbe stato tutto tanto più semplice! Povero, stupido Dickon!

— No, non è vero. Tu hai fatto molto più di quanto avessi osato sperare. Ma adesso è importante che tu porti gli altri due demoni nel posto in cui ti trovi ora, e che cerchi di entrare di nuovo in contatto con la mia mente. Hai capito bene?

— Sì — rispose Dickon gravemente.

— Pensi di potercela fare? — gli domandò l’Uomo Nero con apprensione. — A ritornare al Luogo di Cova, intendo. Hai abbastanza sangue?

— Non lo so — rispose Dickon semplicemente. — Questa volta ho fatto più strada, sperando di suggere nuovo sangue da mio fratello quando l’avessi trovato.

— Per Satanas! — Dickon percepì tutto lo sgomento dello stregone. — Ascolta, Dickon, è indispensabile che tu esegua i miei ordini. Per cui ti autorizzo a violare la regola che ti impedisce di succhiare sangue da persone diverse da tuo fratello. Prendi tutto il sangue di cui hai bisogno quando e da chi vuoi!

Dickon avvertì la muta preoccupazione di suo fratello e, con molta calma, osservò: — Dickon ha capito il pericolo a cui ti riferisci. È per questo che ha voluto che gli altri demoni bevessero solo il sangue-che-tutti-possono-bere-senza-rischio. Sa che se succhia il sangue di un’altra persona grande, rischia di morire di improvvise convulsioni. Ma la vita è poca cosa, poca cosa come Dickon, e a Dickon non importa.

Non riuscì a comprendere appieno l’emozione che a quel punto pervase la mente di suo fratello, ma ne fu rincuorato.

— Farai meglio a metterti in cammino Dickon — disse infine l’Uomo Nero. — È una piccola speranza quella che porti con te, piccola come te. Ma potrebbe essere la sola che resta per tutto il mondo delle Persone Grandi.

— Dickon farà tutto il possibile. Addio, fratello.

16

Fin dalle prime luci dell’alba, il potente carillon della Cattedrale aveva inondato a più riprese Megateopoli di scampanii festosi e, prima che si fosse spenta l’eco dei primi rintocchi, la Grande Piazza aveva già cominciato a gremirsi. Ma se l’oscurità non fosse stata popolata dalle terribili creature di Satanas, i cittadini comuni avrebbero cominciato ad affluirvi fin dalla mezzanotte.

— Sveglia! Sveglia! — sembravano esortare le campane. — Miracoli! Miracoli inauditi! Affrettatevi, svelti!

Molti erano venuti a digiuno e senza portare cibo con sé. Non era quello il giorno della Grande Rinascita? Quel giorno toccava al Grande Dio provvedere a loro!

Giunsero da ogni angolo di Megateopoli e dalle campagne circostanti. A metà mattina la piazza era già piena e la folla premeva contro il doppio cordone di diaconi, schierati davanti alla Cattedrale per impedire al popolo di occupare un ampio tratto antistante la scalinata del tempio. I tetti delle case che circondavano la piazza erano punteggiati di ragazzini seduti a cavallo dei camini. Poco prima, un minuscolo balcone sovraffollato era crollato, provocando molti feriti e suscitando un piccolo moto di panico, immediatamente sedato dai diaconi sparpagliati in mezzo alla folla. Nelle strade che confluivano nella piazza erano stipati gli ultimi arrivati. Ovunque, uomini e donne si spintonavano, sgomitavano e si contendevano il diritto ai posti migliori; di tanto in tanto, le grida di qualche madre alla ricerca di un figlio smarrito si levavano al di sopra dell’incessante chiacchiericcio della massa, che, periodicamente, veniva sommerso dal frastuono delle campane.

Non era esattamente una folla giubilante e neppure cordiale. Era la stessa folla che il giorno prima aveva tentato di dare l’assalto alla Cattedrale, insultando a gran voce la Gerarchia perché non difendeva il popolo da Satanas. La stessa folla che aveva ucciso due diaconi, bistrattato un sacerdote del Primo Circolo, e chiesto apertamente alla Gerarchia di dare prova del suo potere. Ma per quel giorno i cittadini comuni avevano deciso di osservare una specie di tregua. La sera precedente, i preti avevano promesso che il Grande Dio avrebbe dato loro un segno della sua benevolenza e della sua supremazia sul Signore del Male compiendo miracoli durante l’ufficio della Grande Rinascita. E nel corso della notte appena trascorsa, quasi a riprova di quelle rassicurazioni, le manifestazioni sataniche erano state assai meno intense.

Inoltre, era piuttosto difficile che i popolani riuscissero a conservare la rabbia, sotto l’influsso calmante delle radiazioni parasimpatiche con le quali venivano bombardati da ogni lato della Piazza.

Ma quelle stimolazioni producevano anche un altro effetto: poiché agivano sui nervi che controllano il tratto digestivo, inducevano un crescente senso di fame in una massa di uomini e donne che, per la maggior parte, non aveva ancora toccato cibo. A poco a poco, centinaia di migliaia di bocche si riempirono di saliva e centinaia di migliaia di gole presero a deglutire senza requie.

Finalmente, a mezzogiorno in punto, nel bel mezzo dello scampanio più gioioso e assordante che fosse risuonato fino a quel momento, il carillon si fermò, e centinaia di migliaia di cittadini ammutoliti trattennero il respiro, mentre sulla piazza calava un silenzio sepolcrale e gravido di tensione. Poi, dal Santuario provennero le gravi note d’organo di una marcia solenne, cupa e rimbombante, ma al tempo stesso piena di mistero, di maestosità e di potenza, come l’eco armoniosa di un tuono lontano. Una musica simile doveva aver riempito il cielo anche il giorno in cui il Grande Dio aveva imposto la sua volontà sul caos e aveva creato la terra.

Lentamente, in armonia con il ritmo di quella melodia titanica, la tribuna, che era stata eretta durante la notte accanto alla Cattedrale, cominciò a riempirsi di sacerdoti che indossavano vesti scarlatte intessute d’oro. I cittadini più vicini riconobbero lo stemma che spiccava sul loro petto, un triangolo al cui vertice risplendeva un grande gioiello, e, di bocca in bocca, corse la voce appena sussurrata che l’ufficio della Grande Rinascita sarebbe stato presieduto niente meno che dagli arcipreti del Sommo Concilio in persona!

I popolani che potevano vantare di aver visto in vita propria un arciprete erano pochissimi e, perciò, vedere in un colpo solo l’intero Concilio equivaleva a dare una sbirciatina in Paradiso.

A poco a poco, lo stupore ebbe la meglio sulla rabbia collettiva. La musica accelerò. Le grandi porte della Cattedrale si aprirono e, in una processione che incarnava tutta la magnificenza e il potere della Gerarchia, sfilarono, in fila per quattro, i sacerdoti di tutti i circoli: uomini imponenti, belli come semi-dei. I preti descrissero un cerchio nello spazio che i diaconi avevano tenuto sgombro, e infine si disposero in file ordinate davanti alla tribuna.

E, mentre i sacerdoti marciavano, e le note dell’organo si rincorrevano in un crescendo di ricchezza e di calore che, come il sole, raggiungeva la sommità del cielo, ai cittadini comuni sembrava che calpestassero sotto i piedi tutto il male, tutta la tenebra, tutta la ribellione, in breve ogni cosa che osasse alzare la testa contro la Gerarchia.

Sulla tribuna, Goniface arricciò il naso e si rivolse a uno dei sacerdoti del suo seguito.

— Donde viene questo odore? — domandò.

Non era più possibile ignorarlo. Mescolate alla fin troppo dolce fragranza che apposite apparecchiature diffondevano sulla Piazza, provenivano zaffate sempre più intense di un acre puzzo di letame.

Il giovane sacerdote gli rispose che avrebbe immediatamente provveduto a scoprirne l’origine. Sporgendosi lievemente in avanti, Goniface lanciò un’occhiata corrucciata ai due sacerdoti che agitavano i turiboli. Ma li conosceva entrambi: uno era un fidato Realista e l’altro un arcigno Fanatico.

Premette un pulsante sul televisore portatile collocato dinanzi a sé e immediatamente comparve il profilo del direttore tecnico del Centro di Controllo della Cattedrale.

— No, suprema eminenza, non c’è possibilità alcuna che la Stregoneria riesca a manomettere qualche nostra apparecchiatura — disse questi, rispondendo alla domanda del Sommo Gerarca. — Abbiamo installato sistemi di controllo sensibilissimi in grado di avvertirci immediatamente qualora pennelli di forza o altri campi di energia venissero introdotti nella Piazza. E le contromisure necessarie per neutralizzarli sono già pronte. Come vostra eminenza sa, lo scudo telesolidografico risponde pienamente alla bisogna. In breve, la Grande Piazza, la Cattedrale e un’ampia area attorno, sono isolate. Di questo potete essere certo.

— La puzza? Ah, sì, ne siamo già al corrente. Un guasto, sfortunato quanto imprevedibile, a uno dei diffusori odorosi. Abbiamo già provveduto alla riparazione.

Mentre lo rimproverava aspramente, Goniface studiò i volti degli altri sacerdoti del Centro di Controllo. Tutti fedeli Realisti, a eccezione di due fisici del Quinto Circolo, che erano Fanatici. Tutto bene quindi.

— Sì suprema eminenza — lo rassicurò il direttore tecnico in risposta alla sua ultima domanda. — In qualunque momento lo desideriate, siamo in grado di generare immediatamente una cupola di repulsione sopra la tribuna. E lo squadrone di angeli che avete chiesto di tener pronto può entrare in azione quasi con la medesima rapidità.

Ampiamente, se non proprio del tutto, soddisfatto, Goniface spense il televisore. Come aveva detto il direttore tecnico, in effetti il fetore insopportabile di pochi istanti prima era quasi svanito, anche se in mezzo alla folla qualcuno arricciava ancora il naso. In quel momento gli sarebbe piaciuto avere al proprio fianco Cugino Deth, ma il piccolo diacono aveva il delicato compito di proseguire la caccia alle streghe. In ogni caso, Jarles era un valido sostituto.

La marcia si era concluso con una grandiosa, trionfale esplosione di suoni, che sembrava evocare l’ultimo e più importante atto della creazione divina, quando, dopo il catastrofico esperimento dell’Età dell’Oro, il Grande Dio aveva dato vita alla gloria perfetta della Gerarchia.

La folla, impaziente per le lunghe ore di attesa, ma placata dalle stimolazioni parasimpatiche, si lasciò guidare docilmente dai predicatori revivalistici, le cui voci, enormemente amplificate, tuonavano una dopo l’altra nella Piazza. Brani di una musica più dolce della marcia che aveva accompagnato il corteo dei sacerdoti, accentuavano la cadenza delle orazioni che i predicatori intonavano con grande fervore, mentre le radiazioni parasimpatiche, intercalate di tanto in tanto a quelle simpatiche, venivano abilmente calibrate per accrescere l’effetto delle loro esortazioni.

A poco a poco, la folla abbandonò qualsiasi resistenza emotiva e alcuni gruppi di cittadini presero a oscillare ritmicamente da una parte all’altra, finché il movimento si estese a tutti i convenuti, comprese le persone ammassate sui tetti e tutta la Piazza ondeggiò come un unico grande organismo. E allora da centinaia di migliaia di gole si levò un suono inarticolato che rafforzava l’enfasi ritmata dei predicatori: un suono animalesco, profondamente emozionante e al tempo stesso disgustoso, un suono che vacillava fra un grugnito di piacere e un singhiozzo.

Qui e là vi erano segni evidenti di un più marcato cedimento emotivo: gemiti d’estasi, grida, braccia che si agitavano convulsamente, improvvise soluzioni di continuità nel mare ondeggiante della folla là dove alcuni cittadini erano caduti in ginocchio. Sarebbe stato facile, a quel punto, indurre il popolo a un più folle e totale abbandono, ma non era quella l’intenzione della Gerarchia. Anzi, tenuta unita da quel movimento oscillante e da quella nenia monocorde, la folla riusciva a contrastare e a riassorbire ogni eccesso che sarebbe potuto sfociare in un comportamento più violento.

— Grande Dio, sconfiggi Satanas, sconfiggi il Dio del Male! — Flusso e riflusso grugnente dell’onda umana. — Ci ha teso molte trappole ma noi lo abbiamo combattuto! Flusso e riflusso grugnente dell’onda umana. — Ha riempito la notte di terrore, ma noi abbiamo invocato il tuo aiuto! — Flusso e riflusso grugnente dell’onda umana. — Ha inviato contro di noi i suoi orrori, ma noi ci siamo aggrappati alla nostra fede! — Flusso e riflusso grugnente dell’onda umana. — Ricaccialo all’Inferno, rimandalo dai suoi peccatori! — Flusso e riflusso grugnente dell’onda umana. — Fa’ che affondi nella sozzura, fa che banchetti insieme ai dannati! — Flusso e riflusso grugnente dell’onda umana…

Quindi, dimostrando una sconcertante capacità di dominio sulla folla, l’ultimo e il più abile dei predicatori ne placò l’ondeggiamento e ne zittì il brontolio, trasformandolo in uno stato di immota tensione, di attesa così trepidante da essere quasi insostenibile.

Tutti gli occhi si rivolsero a lui, solo, in piedi sul palco che si trovava dinanzi alla tribuna. A un tratto, il predicatore cadde in ginocchio e, con voce vibrante di compassione, urlò: — Grande Dio! Il tuo popolo invoca la tua affettuosa benevolenza. Da tempo non si nutre del dolce latte della tua infinita misericordia, del cibo della tua infinita potenza. E ha adesso ha sete e ha fame.

Niente di più sacrosanto. Tenuta in spasmodica attesa fino a metà pomeriggio, e incessantemente sottoposta alle stimolazioni parasimpatiche, la folla era famelica.

Strisciando sulle ginocchia, il predicatore si girò e levò le mani supplici verso la scultura titanica che formava la metà superiore della Cattedrale.

— Grande Dio, il tuo popolo ha superato la prova. Nel momento del terrore e della sofferenza non ha perso la fede in te e ha cacciato Satanas dal suo cuore. Sii misericordioso verso le tue creature, Grande Dio. Elargisci loro le ricchezze copiose della tua cornucopia. Ànima con la tua divina presenza la pietra fredda e senza vita e fa che le tue mani si riempiano d’ambrosia e che dalle tue dita scorrano fiumi di nettare. Hanno digiunato a lungo, Grande Dio. Da’ loro il cibo con cui sfamarsi e l’acqua con cui dissetarsi!

Storditi ed emotivamente tesi com’erano, i cittadini si resero conto di quello che stava per accadere e si prepararono. I più vecchi sapevano per esperienza, i più giovani lo avevano appreso dai loro genitori, quali straordinarie prelibatezze il Grande Dio avrebbe fatto piovere su di loro. Ovunque, come dal nulla, spuntarono ciotole di legno e brocche di metallo. Alcuni cittadini spiegarono grandi teli e li tennero tesi fra di loro per raccogliere i dolci miracolosi. Sui tetti apparvero secchie e tinozze, e, stringendo fra i denti contenitori delle più svariate fogge, alcuni spiriti deliranti si issarono sulle spalle dei loro vicini.

Ma la maggior parte rimase semplicemente con la testa rovesciata all’indietro, la bocca aperta e le mani tese.

Un impercettibile brivido percorse la gigantesca statua e subito fu silenzio nella Piazza. Lentamente, il grande volto maestoso abbassò lo sguardo sulla folla e, a poco a poco, i suoi tratti arcigni cedettero il posto a un sorriso indulgente e benevolo, come un padre severo, preoccupato ma amorevole, che finalmente si ricorda dei bambini obbedienti radunati ai suoi piedi.

Lentamente, le mani gargantuesche si protesero verso la Piazza in un gesto di titanica generosità. Poi, dalla mano destra sprizzarono migliaia di minuscole fontane, mentre dalla sinistra, come un fiore capovolto, cadde una pioggia di fiocchi crostosi e di minuscoli cubetti.

Grida avide si levarono dalla moltitudine dei cittadini non appena toccarono con mano quei segni della misericordia divina.

Un secondo. Due. Tre. D’un tratto quelle grida si trasformarono in conati strozzati di vomito, mentre un odore ributtante di carne marcescente, burro rancido, pane ammuffito e oli per l’imbalsamazione, investiva le file serrate dei sacerdoti e i membri impassibili del Sommo Concilio.

E attraverso la medesima grande gola, in cui avevano fatto confluire le loro voci in un’unica corale preghiera, i cittadini presero a tossire, a sputare e a vomitare, mentre dalle mani del Grande Dio continuava a piovere senza tregua nettare ripugnante e ambrosia mefitica, che inzuppavano e impiastricciavano i loro miseri vestiti. Uomini e donne si affrettarono a tirare su il cappuccio. Chi prima aveva teso le lenzuola per raccogliervi il cibo se ne servì come riparo.

Chi aveva alzato in aria le ciotole, le capovolse e se le ficcò in testa a mo’ di cappello. E intanto dalla statua continuava a rovesciarsi sulla Piazza quella pioggia immonda, così fitta che in lontananza non si vedeva quasi più nulla.

Poi scoppiarono le proteste e le grida di rabbia. Prima circoscritte, poi sempre più diffuse. In diversi punti, frange di popolani si sollevarono e si lanciarono contro il doppio cordone dei diaconi.

Il predicatore che si trovava sul palco si rese conto del pericolo e reagì con grande prontezza di spirito. Grazie agli amplificatori regolati al massimo volume, la sua voce riuscì a superare il tumulto della folla.

— Il Grande Dio vi sta solo mettendo alla prova! — tuonò. — Fra di voi c’è chi non ha fede! Ecco perché il cibo miracoloso non sa di nettare e di ambrosia!

“Ma adesso il Grande Dio si è persuaso della vostra fede! — aggiunse subito dopo, senza curarsi dell’illogicità del suo discorso, ma preoccupato soltanto di giungere all’annuncio più importante: — Adesso il Grande Dio compirà il vero miracolo! Guardate come ricompensa le sue creature!

La pioggia puzzolente cessò.

Intanto, sulla tribuna, Goniface stava sbraitando rivolto al televisore: — Fermate il secondo miracolo!

Ma per tutta risposta, dal video il direttore tecnico gli rivolse uno sguardo assente. Non dava alcun segno di aver ricevuto l’ordine. Sembrava sbalordito, stupefatto. — Ma siamo isolati — continuava a ripetere come un automa. — Non abbiamo ricevuto neanche l’ombra di un segnale dai sistemi di controllo!

— E qualcuno ha attivato le radiazioni simpatiche — continuava con affanno Goniface. — Provvedete immediatamente! E fermate il secondo miracolo!

Con un sussulto, il direttore tecnico si riebbe dallo sconcerto e fece rapidamente segno a uno dei suoi assistenti, che un istante dopo gli rispose con frenetici gesti di impotenza.

Dapprima sembrò che i timori di Goniface fossero infondati, perché dalle mani aperte del Grande Dio cominciò a cadere una pioggia di minuscole monete d’oro.

L’ondata di uomini e donne che stava per dar l’assalto alla Cattedrale subì un brusco arresto e tutti alzarono gli occhi verso il cielo. Le abitudini consolidate dagli anni sono dure a morire; per i cittadini era naturale credere alle parole dei preti, e la pioggia che stava cadendo in quel momento luccicava davvero come oro.

Ma dopo la prima spruzzata, il colore delle monete si trasformò da giallo in rosso… rosso fuoco. Grida di dolore si mescolarono a rinnovate imprecazioni, mentre i minuscoli dischi roventi picchiettavano sulla pelle indifesa o, afferrati in aria da mani avide, venivano immediatamente lanciati via, e si infilavano negli abiti e sotto i piedi nudi che li calpestavano…

Con un rombo che sovrastò le grida di dolore, la folla si sollevò in una gigantesca onda frastagliata, che ruppe in avanti, in parte, ma solo in parte, per sfuggire a quella pioggia di fuoco, che cessava proprio all’altezza del cordone dei diaconi. Perché, quando, all’improvviso, quella misteriosa pioggia cessò, la folla inferocita non si fermò, ma continuò ad avanzare e il suo urlo riecheggiò ancor più potente e minaccioso nella Grande Piazza. Volarono i primi pugni e alcuni diaconi rovesciarono a terra. In diversi punti il doppio cordone si piegò verso l’interno e si spezzò.

Per evitare che anche a Megateopoli si verificasse la stupida tragedia che aveva avuto luogo a Neodolos il giorno innanzi, Goniface aveva impedito ai diaconi di portare le verghe dell’ira. Ma adesso, a un suo ordine immediatamente trasmesso, i sacerdoti del Primo e del Secondo Circolo si stavano precipitando in soccorso delle tonache nere e, mentre avanzavano da più direzioni in una lunga fila compatta per contenere il vasto fronte della folla, avevano attivato i campi di inviolabilità, e le loro vesti erano rigide e gonfie. La folla, che era riuscita ad annientare la barriera dei diaconi, cominciò a lanciare ciotole e brocche indicibilmente sudice contro i preti, ma le stoviglie rimbalzarono contro i loro campi di repulsione. Per contro, doveva esserci qualche guasto alle aureole, perché anziché risplendere come sempre di luce violetta, si accendevano e si spegnevano a intermittenza.

Poi, all’improvviso si creò una strana confusione fra i sacerdoti. La prima impressione fu che quelli al centro si fossero lanciati contemporaneamente gli uni verso gli altri e che poi si fossero dimenticati di separarsi. Ma subito dopo altri preti si catapultarono a grande velocità verso il gruppuscolo e vi rimasero attaccati, mentre le due estremità della fila venivano improvvisamente risucchiate all’indietro: alcuni sacerdoti caddero, ma la maggior parte continuò a slittare fino a quando si trovarono tutti aggrovigliati in un unico, impotente blocco scarlatto di forma vagamente circolare.

Goniface capì quasi subito che una forza misteriosa doveva aver trasformato i campi di repulsione in campi di attrazione, accrescendone, al tempo stesso, la potenza e il raggio d’azione.

La maggior parte degli arcipreti non poté far altro che fissare con sguardo impotente il marasma che imperversava ai piedi della tribuna. Da anni erano abituati a celare le proprie emozioni, ma in quel momento le loro maschere facciali non celavano nient’altro che puro stupore. Non era la paura fisica a paralizzarli, ma la sensazione che il mondo materiale sul quale avevano sempre basato la loro sicurezza si stesse sgretolando davanti ai loro occhi: la scienza, che fino ad allora era stata un docile strumento al loro servizio, si era improvvisamente trasformata in un giocattolo nelle mani di un potere oscuro, capace di creare o infrangere le leggi scientifiche a proprio piacimento.

Un’entità misteriosa aveva cancellato con un tratto di penna il primo dogma del loro pensiero: “Esistono soltanto il cosmo e le entità elettroniche che lo costituiscono, senza anima o fine…” e, al suo posto, aveva scribacchiato a grandi caratteri scuri: “I capricci di Satanas”.

I sacerdoti dei circoli superiori, ammassati attorno alla tribuna, non versavano in condizioni migliori. Stavano lì, impalati, senza far niente, mentre l’ondata puzzolente della folla, insudiciata da quella pioggia immonda, avanzava, inghiottendo la schiera convulsa dei diaconi come se fossero stati sassi neri, e si infrangeva contro il grumo rosso dei preti corsi in loro soccorso, come contro una roccia scarlatta, per poi riversarsi rombando sugli scalini della Cattedrale.

Una pietra, lanciata da un cittadino comune, cadde, senza quasi più forza, in mezzo alla tribuna. Nessuno reagì. Con tre sole eccezioni, gli arcipreti e i loro attendenti sembravano tante bambole vestite di rosso.

Le tre eccezioni erano Goniface, Jarles e Sercival, il vecchio Fanatico.

Dopo numerosi tentativi, Goniface era finalmente riuscito a far pervenire i propri ordini al Centro di Controllo della Cattedrale, dove pure sembrava regnare una certa confusione. Dopo pochi secondi, sopra il busto ancora inclinato in avanti del Grande Dio, apparve uno squadrone di angeli: una scena straordinariamente grottesca, perché fu come se all’improvviso dal cielo senza nuvole, si fossero tuffati a rondine una ventina di semidei dai capelli ossigenati.

Giunti in picchiata in prossimità della tribuna, si appiattirono sul fronte anteriore della folla, che stava per scagliarsi contro i preti dei circoli più alti, e sorvolarono la Piazza a quota così bassa, che qualche disgraziato ci rimise la testa.

Ma la forza di attrazione esercitata dal nucleo di preti aggrovigliati ai piedi del palco fu fatale per l’angelo che volava al centro della formazione, che precipitò a testa in giù e si schiantò al suolo, uccidendo preti e cittadini insieme. Il suo rivestimento esterno si sgretolò, rivelando l’anima metallica e fra le lamiere si intravvide il corpo del sacerdote che lo pilotava, morto nell’impatto.

Ma gli altri angeli proseguirono il loro volo e giunti all’estremità della Piazza virarono appena in tempo per evitare i tetti bassi delle case; quindi, dopo aver ripreso quota, si tuffarono di nuovo in picchiata.

Urla atterrite si levarono dalla moltitudine dei cittadini, fra i quali si contavano a dozzine i corpi maciullati dalla forza distruttrice dei jet a propulsione, e un terrore delirante soppiantò la rabbia delirante di pochi istanti prima.

Come un grande animale ferito e braccato, la folla prese a dibattersi convulsamente. I popolani che si trovavano davanti continuarono lottare corpo a corpo con i preti. Altri tentarono di fuggire, contribuendo così a stritolare ancor di più quelli che erano rimasti intrappolati al centro.

Poi, mentre per un attimo gli angeli erano diventati minuscoli punti bianchi nel cielo azzurro, sei sagome nere, provenienti dal settore in cui abitavano i cittadini comuni, sfrecciarono sopra l’orizzonte dei tetti, lasciando dietro di sé, come le seppie, una densa traccia di fumo nero. Le sei misteriose creature puntarono direttamente verso la Cattedrale, come pipistrelli usciti dall’inferno. E che l’inferno fosse il posto da cui venivano, fu subito chiaro, perché quando sorvolarono la piazza, mantenendosi sempre a notevole distanza dalla folla, tutti videro che avevano braccia deformi e artigliate, arti inferiori pelosi e rigidi e brevi code nere. Poi, a mano a mano che planando si avvicinavano alla Cattedrale, anche la faccia divenne visibile: nera, feroce e sormontata da corna minacciose.

Descrivendo rapidi cerchi concentrici, il primo demone prese di mira il palco, avvolgendo il predicatore, che si era fatto piccolo per la paura, in spire di fumo nero, che in breve lo nascosero completamente.

Nel frattempo, altri due, dopo aver compiuti un agile virata verso l’alto, stavano eseguendo complicate evoluzioni intorno alla testa, al corpo e alle braccia del Grande Dio, ornandolo di festoni color dell’inchiostro. Il suo viso era ancora disteso nel sorriso indulgente che aveva sostituito l’espressione arcigna e che adesso gli conferiva soltanto un’aria ebete. Allora, dall’amplificatore più potente di tutti, quello collocato dietro le labbra tese nel sorriso idiota, la voce possente del Grande Dio cominciò a belare: — Pietà! Pietà, mio signore! Non mi fare del male! Dirò a tutti la verità! Io sono lo schiavo di Satanas! I miei sacerdoti hanno sempre mentito! Il Dio del Male è il signore della terra!

I restanti tre diavoli puntarono a gran velocità contro la tribuna del Concilio. Bianchi in volto, gli arcipreti balzarono in piedi e li fissarono atterriti. Ma quando i demoni furono a una manciata di metri dal bersaglio, ogni suono svanì e l’aria intorno alla tribuna tremò: finalmente, in risposta ai frenetici ordini di Goniface, il Centro di Controllo della Cattedrale era riuscito a generare la grande cupola di repulsione a protezione dei membri del Sommo Concilio. I tre demoni riuscirono a schivarla all’ultimo istante, sbandando paurosamente.

In quella sacca di improvviso silenzio, in mezzo al visibile tumulto della Piazza, la voce profetica del vecchio Sercival riecheggiò con sorprendente chiarezza. Per tutto il corso della giornata, l’attempato arciprete non aveva aperto bocca, ma aveva continuato a guardare diritto dinanzi a sé, scuro in volto, limitandosi a scuotere di tanto in tanto la testa e a mugugnare qualcosa fra sé e sé.

In quel momento, invece, con una voce gelida che fendeva l’aria come una spada urlò: — Chi, io vi domando, ha compiuto i miracoli oggi? Dunque, alla fine il Grande Dio si è stancato della nostra incredulità e ci ha abbandonato. Ci ha lasciato alla mercé di Satanas. Solo con la preghiera incessante e un atto di fede piena e totale, potremo salvarci, ammesso che non sia troppo tardi perfino per le preghiere.

Gli altri arcipreti evitarono il suo sguardo, ma dall’espressione dei loro volti era chiaro che Sercivai stava dando voce ai loro più intimi pensieri. Rimasero immobili, uomini soli, con il terrore come unica compagnia. Perfino Goniface, che ascoltava sempre con sufficienza e malcelato disprezzo le parole del vecchio Fanatico, adesso sembrava vacillare, roso dal dubbio e ammutolito dalla paura.

Ma negli occhi duri e attenti di Jarles, che si trovava alle spalle dell’anziano arciprete, balenò all’improvviso una luce. Quella era la prima volta che vedeva il capo dei Fanatici ed era la prima volta che lo udiva parlare.

Il ricordo e l’infallibile penetrazione che accompagna il ricordo si scontrarono con la sua incredulità ed ebbero la meglio: con grande prontezza, la sua nuova personalità prese una di quelle decisioni di cui lui andava tanto fiero.

Ma quando fu sul punto di agire si sentì rimordere la coscienza, mentre un oscuro, doloroso senso di colpa gli ottenebrava la mente. Una voce dentro di lui lo avvertì che stava per commettere un crimine imperdonabile, un’azione nefanda di fronte alla quale l’universo intero si ribellava inorridito. Ma Jarles mise a tacere la sua coscienza, come un uomo che, in preda alla nausea, reprima i conati di vomito.

Alzò il braccio e puntò il Dito dell’Ira, regolato al massimo, contro la schiena del vecchio Fanatico mirando a una spanna al di sotto del cranio incartapecorito e soffuso dell’argenteo riflesso dei capelli da poco tagliati.

Mentre Goniface si girava di scatto verso di lui e gli altri preti si ritraevano per la paura, guardando il corpo fieramente eretto del vecchio Fanatico che vacillava, colpito a morte, Jarles gridò: — Era sua la voce che ho udito nella Camera del Convegno! È lui Asmodeo, il capo della Stregoneria!

E, compiendo un balzo in avanti, afferrò l’uomo che stava per cadere, lo adagiò gentilmente a terra e gli aprì la veste scarlatta, sulla quale intorno alla bruciatura prodotta dal raggio si allargava una macchia rossa. Aggrappato al busto scheletrico dell’arciprete, ferito a morte anch’egli dal raggio, apparve, immerso nel suo stesso sangue che ne imporporava il pelo reso argenteo dagli anni, uno scarno demonietto, il cui musetto avvizzito era un macabra parodia del volto stravolto del suo gemello.

Gli arcipreti fissarono la scena con lo sgomento e l’incredulità di chi si trova faccia a faccia con l’impossibile.

Goniface abbassò lo sguardo sulle due creature morenti. Era come se la tribuna, sigillata dalla cupola di repulsione, fosse diventata per un breve lasso di tempo il centro silenzioso dell’universo, il luogo in cui i segreti non hanno mistero, il nucleo teso e immoto intorno al quale ruota ogni cosa. Al di fuori della cupola, infuriava una battaglia, la cui sorte sembrava mutare a ogni istante. La folla, scampata a un secondo massacro a opera degli angeli, confortata quanto confusa dalla comparsa dei demoni giunti in suo aiuto, stava nuovamente ingaggiando una lotta furiosa con i sacerdoti dei circoli superiori, che arretravano progressivamente in direzione della Cattedrale. Con una poderosa virata, gli angeli si erano rituffati nella mischia e adesso dai loro occhi dardeggiavano raggi viola, con cui cercavano di incenerire i demoni; i quali, a loro volta, si difendevano oscurando il cielo con nubi di fumo nero.

Ma in quel momento, agli occhi di Goniface, quel violento, silenzioso tumulto non era nient’altro che uno strano murale disegnato sulla volta della cupola: il dipinto di una battaglia, lo sfondo contro il quale si svolgeva la reale tragedia.

Il suo desiderio di interrogare il Fanatico morente era così pressante che si rammaricò dei pochi attimi che dovette sacrificare per mettersi in contatto con il Centro di Controllo e comunicare al direttore tecnico i nuovi ordini: — Arrestate i due Fanatici del Quinto Circolo! Sono loro che hanno manomesso le apparecchiature. Uccideteli se necessario! — Non indugiò ad attendere il risultato della lotta impari fra i due traditori e i suoi fedeli Realisti.

Si rammaricò anche dei pochi secondi che impiegò a ingiungere ai suoi luogotenenti: — Scendete immediatamente nelle cripte. Organizzate squadre d’assalto e arrestate tutti i Fanatici. Se oppongono resistenza uccideteli. Chiudete il Santuario sia per impedire che fuggano, sia per evitare che vi faccia irruzione la folla. Informate Cugino Deth di quanto è accaduto. Fate in modo che il Centro di Telecomunicazione trasmetta analoghi ordini a tutti i Santuari. Prendete tutte le ulteriori misure che riterrete necessarie! Andate, svelti!

Quindi, celando l’impazienza dietro la maschera imperscrutabile del viso, si voltò verso il vecchio Fanatico.

Sercival gli sorrise. Le sue labbra, contratte dal dolore, lasciavano filtrare un respiro debole e affannoso.

— Tu eri seduto vicino a me, mentre le strega veniva torturata — disse Goniface, ma non era quella la domanda che intendeva fargli. — Immagino che tu abbia usato contro di me una pistola del dolore a breve raggio, non è vero?

Con grande fatica, Sercival gli sorrise di nuovo. La sua voce, ridotta a un alito flebile e ansante, sembrava provenire dall’oltretomba.

— Forse sì e forse no. Gli stratagemmi di Satanas… sono tanti… — Gli arcipreti sgranarono gli occhi e un brivido impercettibile sembrò percorrerli tutti, facendo tremolare le preziose vesti scarlatte intessute d’oro.

— Satanas? Sciocchezze! — ribatté Goniface. — Tu volevi solo il potere, come tutti noi! E la Stregoneria era un mezzo come un altro per ottenerlo! Tu…

Ma Sercival non lo ascoltava più. Lentamente e con grande fatica, allungò la mano per toccare il pelo argenteo e insanguinato del demone quasi rigido.

— Morto anche tu Tobit, il più vecchio dei tuoi fratelli dalla breve vita? — Sospirò. — Fra poco saremo di nuovo insieme… all’Inferno. Allora vestiremo nuove sembianze meravigliose e saremo veri fratelli.

— Il sipario è calato. Non c’è ragione che continui a recitare — lo interruppe bruscamente Goniface.

Il Vecchio Sercival sollevò la testa e dalla sua gola provenne una sequenza di suoni deboli e fochi, come se stesse cercando di parlare. Con le dita della mano sinistra abbozzò faticosamente alcuni gesti rituali, poi sussurrò: — Satanas… accogli… il… mi… o spirito…

Gli arcipreti erano come tante statue scarlatte. Fuori, la sfera rossa del sole, che già si apprestava a scomparire oltre l’orizzonte, illuminava il tumulto non ancora sedato. Da oriente avanzava lenta la tenebra.

— Sei stato molto abile, ma hai commesso uno strano errore — proseguì Goniface, chinandosi vieppiù sul capo morente della Stregoneria. Poi, spinto da un impulso che non riuscì a controllare, gli pose un’ultima domanda: — Ma perché mi hai sempre appoggiato all’interno del Sommo Concilio? Perché hai approvato senza alcuna esitazione la scomunica di Frejeris? Perché non ti sei opposto quando io, il più realista degli arcipreti, e quindi il più pericoloso per la Stregoneria, sono stato eletto Sommo Gerarca?

Nell’isolato emisfero sotto la cupola di repulsione il silenzio era palpabile. Gli arcipreti si chinarono in avanti e tesero l’orecchio per udire la risposta. Ma non giunse nessuna risposta.

Asmodeo era morto.

17

Con il bastone in una delle mani rugose e una candela nell’altra, Madre Jujy si trascinava, incerta sulla gambe, in una delle antiche gallerie sotterranee. Di tanto in tanto mugugnava qualcosa fra sé e sé.

— Perché una vecchia strega non può vivere i suoi ultimi anni in pace? No, nemmeno sotto terra come una talpa la lasciano campare! I diaconi dovevano venire quaggiù a mettere tutto sottosopra e a costringerla a cercare scampo sempre più in basso. No, non che sia a Madre Jujy che danno la caccia! Oh no! Date una botta in testa a Madre Jujy e abbandonatela in un angolo! Non è lei che vogliamo. Sono le nuove streghe che vogliono. Quelle giovani. Quelle belle. Ma anche Madre Jujy era bella una volta. Così bella da batterle tutte quelle nuove di oggi! Ma adesso sono diventati tutti matti, il mondo va alla rovescia e così non c’è più posto per una vecchia strega. Che possano bruciare tutti quanti nel fuoco dell’inferno!

Nella foga della sua solitaria sfuriata, Madre Jujy si era fermata e stava agitando il bastone verso il soffitto a volta. La gatta nera, che la precedeva in avanscoperta alla luce tremula della candela, ritornò indietro e miagolò con fare interrogativo.

— No. Grimalkin, non è un topo e non ho niente da darti da mangiare! Ma non preoccuparti, uno di questi giorni Madre Jujy finirà per morire di fame e tu potrai spolpare le sue ossa, a meno che non sia lei prima a farti la festa! E di tutto questo devi ringraziare le nuove streghe, che ci hanno rovinato la piazza!

Grimalkin riprese la perlustrazione. Madre Jujy la seguì traballando e continuando a sputar veleno. Ma a un tratto il silenzio della galleria fu interrotto da un terribile strepito di soffi, ringhi e miagolii. Madre Jujy accelerò il passo, mentre la sua ombra zoppicante rimbalzava giganteggiando sulle pareti, rischiarate dalla luce ancor più vacillante della candela.

— Che cosa hai trovato Grimalkin? Un topo, uno scarafaggio o un diacono morto? Qualunque cosa sia non vale tutto il putiferio che stai facendo.

Grimalkin, il pelo irto e la schiena inarcata, stava sibilando rabbiosamente contro un mucchietto di tenebra vagamente ramato, dal quale si manteneva a debita distanza.

Madre Jujy la raggiunse, si chinò e aguzzò la vista. — Allora, di che cosa si tratta? Di un topo rosso? No, di una scimmia rossa? No, per le corna di Satanas! È un demone! Un piccolo, sporco demone morto! — E alzò il bastone per colpirlo.

Ma dal mucchietto di tenebra provenne una voce flebile e stridula.

— Sì uccidimi. Uccidi Dickon. Dickon è stanco di aspettare la morte qui al freddo e al buio.

Madre Jujy si bloccò con il bastone a mezz’aria.

— Che cosa hai detto? Sta buona, Grimalkin! Altrimenti non sento quello che sta farfugliando questo grumo di sporcizia.

— Ho detto, uccidi Dickon. Riduci in briciole le sue fragili ossa con il tuo grande bastone, Madre Jujy. Lascia che la tua gatta feroce lo squarci con i suoi artigli e beva il suo sangue freddo e consumato. Il fantasma di Dickon te ne sarà grato.

— Che cosa ti fa pensare che siamo disposti a farti dei favori, piccolo fantoccio piagnucoloso? — gli domandò acidamente la vecchia strega. — Ho riconosciuto la tua voce. Tu sei il sudicio cucciolo di quel burlone dell’Uomo Nero.

— Sì, ma adesso il fratello grande di Dickon sta languendo nelle celle del Santuario, dove i preti crudeli torturano i suoi pensieri. Non può più proteggere Dickon adesso. Puoi uccidere Dickon senza pericolo.

— È inutile che implori, sudicio nanerottolo, perché noi non ti faremo nessun favore. Indietro, Grimalkin! — La gatta aveva proteso il muso con aria tracotante e stava minacciando Dickon con la zampa tesa. — E così, alla fine, quell’impertinente del tuo padrone è caduto dal filo sul quale si ostinava a fare l’equilibrista, eh?

— Sì, Madre Jujy, e tutta la Nuova Stregoneria sta per fare la sua stessa brutta fine. Molte streghe e molti stregoni sono stati catturati. Se Dickon fosse riuscito a portare a termine la missione che gli aveva affidato suo fratello, forse alla Stregoneria restava qualche speranza. Ma adesso Dickon giace qui, al buio, sottoterra, smarrito e impotente. Uccidi Dickon prima che lo uccida il suo tormento.

— Parla più forte, sudicio nanerottolo. Non capisco neanche la metà di quello che dici! — protestò Madre Jujy chinandosi ulteriormente. — E si può sapere perché tu, piccolo sgorbio ingrato e disubbidiente, non puoi portare a termine la tua missione? Perché ti sei fermato qui a piangere e a lagnarti, brutto scansafatiche che non sei altro? — E così dicendo pungolò il demonietto con la punta del bastone.

— Dickon ha esaurito la sua scorta di sangue. Il poco che gli è rimasto non gli basterebbe a compiere cento passi e a ogni istante che passa diventa più freddo. Se Dickon potesse bere del sangue fresco, allora correrebbe veloce come il vento. Ma qui non c’è sangue fresco.

— Ma tu ci stai insultando, sudicio nanerottolo — sbottò Madre Jujy alzando in aria il bastone. — Nelle mie vene e in quelle di Grimalkin scorre lo stesso sangue che scorre in quelle del tuo padrone, e per quanto vecchie e appassite siamo, ti assicuro che è più che buono!

— Chiedo perdono, Madre Jujy! Dickon non intendeva mancarvi di rispetto. Dickon si riferiva solo al sangue che lui può bere.

— Brutto presuntuoso d’un cencio peloso! Che cosa ti fa pensare di aver diritto di decidere quale sangue bere e quale non bere?

Il piccolo demone la fissò con i grandi occhi pieni di rimprovero. — Non prenderti gioco di Dickon con tanta crudeltà. Tu odi Dickon e appena avrete finito di tormentarlo tu e la tua gatta feroce lo ucciderete.

— Sentitelo, il signor so-tutto-io! — sibilò Madre Jujy con tale veemenza, che Dickon si fece ancor più piccolo per la paura. — Hai forse la presunzione di dare ordini a quelli migliori di te? Berrai il sangue di Grimalkin e se non ti piacerà te lo farai piacere!

E, senza indugiare, oltre afferrò il minuscolo demonietto per la collottola. Ma Grimalkin, intuendo che la sua padrona stava per coinvolgerla in qualcosa di poco piacevole, si allontanò di alcuni metri. Contemporaneamente, Dickon urlò: — Il sangue di un gatto ucciderebbe Dickon come i suoi artigli. Anche il tuo sangue, Madre Jujy, potrebbe ucciderlo.

Per un attimo sembrò che Madre Jujy fosse sul punto di spedire lo stremato demone a raggiungere il gatto a suon di bastonate.

— Ah, e così il mio sangue non sarebbe abbastanza buono per te, eh? — urlò con la voce strozzata dalla rabbia. — Il sangue di Madre Jujy non sarebbe abbastanza buono per un sudicio nanerottolo avvizzito? Avanti, qui svelto, prima che Madre Jujy ti riduca in poltiglia e faccia a Grimalkin una giacca rossa con la tua pelliccia!

E, strattonandosi la veste, si scoprì la spalla giallastra e ossuta.

— Madre Jujy dice sul serio? — le chiese il demone con voce flebile, scrutandola dall’ingrata posizione in cui si trovava. — Madre Jujy non sta ingannando Dickon?

— Adesso mi dai anche della bugiarda? — gracchiò la vecchia strega. — Ancora una domanda del genere e ti pentirai di avere la lingua tanto lunga. Avanti, mangia, sudicio nanerottolo! — concluse bruscamente attaccandoselo alla spalla.

Per alcuni secondi ci fu silenzio. Poi Madre Jujy si dimenò nervosamente. — Mi fai solletico — protestò.

— Madre Jujy ha la pelle dura — si scusò Dickon.

Di nuovo sembrò che la strega fosse sul punto di farlo volare al capo opposto della galleria. Le sue gracili membra tremavano per la rabbia.

— La pelle dura? La pelle dura? Quand’era giovane Madre Jujy aveva la pelle più morbida di tutta Megateopoli! Razza di orribile fantoccio senza sesso che non sei altro! Per te è un onore anche solo appoggiarci sopra la tua bocca avvizzita!

A poco a poco, la sua sfuriata si ridusse a un acido borbottio, che alla fine si acquietò. Per lunghi minuti, il silenzio freddo e umido che li circondava fu interrotto soltanto dai miagolii di gelosia di Grimalkin, che misurava con impazienza l’oscurità del tunnel, lanciando occhiate assassine al nuovo cucciolo della sua padrona.

Alla fine, il demonietto alzò la testa. Adesso i suoi movimenti erano rapidi e straordinariamente pieni di vitalità.

— Dickon si sente leggero come l’aria — cinguettò con grande vivacità. — Nessun compito è troppo difficile per lui adesso. — Poi assunse di colpo un tono di grande rispetto. — Il tuo sangue era molto, molto buono, Madre Jujy, anche se era pieno di strane emozioni. Non ha fatto alcun male a Dickon. Oh, Madre Jujy, come potrà mai ripagarti Dickon? Come potranno suo fratello e i compagni di suo fratello saldare il loro debito? La mente di Dickon è troppo piccola per poter misurare l’importanza del favore che gli hai reso. Dickon non ha parole per descrivere…

— Per descrivere che cosa? Come stai a sprecare tempo prezioso ad adularmi, mentre il mondo intero attende l’esito della tua missione? — lo interruppe Madre Jujy. — Sparisci! — E con la mano libera gli diede una spinta che, nel debole gesto delle dita, si confuse con una rapida carezza al pelo ramato.

Lui le restituì un sorriso grinzoso. Quindi, con uno scatto fulmineo, che fece tremare l’aria umida della galleria e lasciò la povera Grimalkin a prendere a zampate il vuoto, si dileguò nell’oscurità, nella direzione opposta a quella dalla quale la strega era venuta.

Per molti minuti, Madre Jujy inseguì con lo sguardo l’ombra di Dickon inghiottita dalla tenebra, mentre dalla candela che le tremava fra le dita incerte, cadevano minuscole goccioline di cera che, appena toccavano il suolo freddo, si indurivano e sbiancavano.

— Forse ce la faranno — mormorò fra sé e sé, la voce rotta da un’emozione che non avrebbe mai confessato a nessuno se non a Grimalkin. — Che Satanas li aiuti. E chissà, forse ce la faranno davvero.

18

Lentamente, e trascinando i piedi, che gli sembravano diventati di piombo, come se l’aria stessa si fosse ispessita per intralciargli il cammino, Jarles fece ritorno al proprio appartamento, nelle cripte del Santuario. La sua mente era offuscata da un oscuro senso di colpa, che trovava ancor più odioso in quanto si detestava e si disprezzava per il fatto di provarlo.

In ogni corridoio si imbatteva o veniva raggiunto alle spalle da sacerdoti che correvano in entrambe le direzioni, gli occhi stralunati dal panico. Uno di questi, un prete grasso e insignificante del Secondo Circolo, lo fermò e cercò di attaccare discorso.

— Desidero congratularmi per la sua elevazione al Quarto Circolo — disse, senza quasi prender fiato fra una parola e l’altra. — Lei si ricorderà senz’altro di me, eminenza. Io sono Fratello Chulian… la sua vecchia guida…

Dalla sua aria di scusa e dal modo in cui si torceva nervosamente le mani, sembrava che stesse cercando il coraggio per chiedergli un favore; o, forse, nel generale clima di paura e di incertezza che si era creato, stava semplicemente cercando il maggior numero possibile di appigli a cui aggrapparsi.

Jarles lo fissò con disprezzo e proseguì senza rispondergli.

Le cripte erano quasi deserte. Le squadre d’assalto avevano setacciato l’intero Santuario alla ricerca dei Fanatici e adesso se ne erano andate per condurre i prigionieri al carcere generale del palazzo, che era separato da quella secondario in cui, prima di venire nominato Sommo Gerarca, Goniface rinchiudeva i suoi personali nemici.

Più Jarles si avvicinava al suo appartamento e più il suo disagio diventava acuto, insopportabile. Finché a un tratto, con suo grande orrore, il velo nero della colpa che opprimeva i suoi pensieri prese vita e gli sussurrò all’orecchio: — Mi senti, Armon Jarles? Mi senti? Sono la tua coscienza. Puoi scappare e tapparti le orecchie, ma non servirà a nulla. Non puoi chiudermi fuori. Non puoi fare a meno di ascoltare la mia voce. Perché questa è la tua voce. Io sono l’Armon Jarles che tu hai mutilato e rinchiuso in prigione, l’Armon Jarles che hai calpestato e negato. Ma, nonostante tutto, alla fine, io sono più forte di te.

Ma… orrore supremo! Quella non era la sua vera voce, ma soltanto una che le assomigliava moltissimo! Non poteva neppure appellarsi alla possibilità, terribile essa stessa, di spiegare quel fenomeno come un’allucinazione, una proiezione del suo inconscio. Era troppo reale, troppo viva. Sembrava la voce di un suo parente stretto, di un fratello mai nato.

Si fiondò all’interno del suo appartamento, come se avesse avuto tutti i demoni dell’Inferno alle calcagna. Con le mani che gli tremavano, si affrettò a riattivare la serratura della porta.

Ma dentro era ancora peggio.

— Non puoi sfuggirmi, Armon Jarles, perché dove sei tu sono anch’io. Sentirai la mia voce fino al giorno della tua morte e nemmeno nelle fiamme del crematorio ti libererai di me.

Non aveva mai odiato niente in vita sua quanto odiava quella voce nata dal nulla. Né aveva mai desiderato così intensamente rompere, squarciare, distruggere qualcosa. E mai si era sentito così disperatamente impotente.

Alcune immagini presero forma nella sua mente. Stava inciampando in mezzo ad antiche rovine, con la mano ossuta di Madre Jujy che gli stringeva il polso. Voleva urlare per richiamare l’attenzione dei suoi inseguitori, strangolare la vecchia strega, sfondarle il cranio con il suo stesso bastone. Ma non poteva.

Era seduto a un tavolo sommariamente sgrossato, intento a dividere una misera cena con i suoi genitori e i suoi fratelli. Aveva messo del veleno nei loro piatti e attendeva con impazienza che si decidessero a mandare giù il primo boccone, ma loro continuavano a gingillarsi senza ragione.

Si trovava nel laboratorio di Fratello Dhomas, ma adesso la situazione era completamente mutata. Una tenebra antropomorfa sedeva al posto del sacerdote, e streghe e stregoni dal sorriso perfido e demonietti chiacchierini azionavano i vari strumenti.

All’improvviso si ritrovò davanti a uno specchio, ma anziché rimirarvi la propria immagine riflessa, vide il cadavere rianimato di Asmodeo. E Asmodeo stava spiegando qualcosa a gesti: prima indicava Jarles, quindi il foro annerito sulla propria veste e poi ricominciava daccapo. E quando Jarles sentì che non avrebbe potuto sopportar oltre quella visione, Asmodeo si fermò… Ma subito dopo la minuscola testa del suo demonietto, sparuto, grigio e coperto di sangue, fece capolino dal foro annerito e cominciò a ripetere i gesti del suo padrone.

L’odio di Jarles per la vita, per tutto quanto lo circondava, crebbe a dismisura. Si rese conto che, se agiva con determinazione e sufficiente astuzia, un uomo da solo era in grado di annientare l’intera razza umana, salvando soltanto se stesso. Si poteva fare. I modi erano molti.

Con uno sforzo supremo, si guardò attorno. Per un attimo la stanza gli sembrò deserta. Poi, acquattato sul piano lucido della scrivania, fra il proiettore e le bobine sparpagliate dei nastri di lettura, vide una bestia schifosa, un demonietto dal pelo scuro che lo fissava intensamente, il muso affilato e senza naso una copia miniaturizzata del suo volto.

Jarles si rese subito conto che era quella creatura la causa del suo strazio, i suoi pensieri quelli che, per via telepatica, martellavano nella sua testa e torturavano la sua mente.

E, con altrettanta prontezza, decise di ucciderla. Non con il raggio dell’ira, perché le sue capacità intellettive si erano ormai ridotte a uno stadio troppo primordiale: l’avrebbe strangolata con le sue mani.

Jarles si diresse verso il tavolo; pur vedendolo avvicinarsi, la creatura non si mosse. Ma disubbidendo ai suoi comandi, le sue gambe si muovevano a una lentezza esasperante, come se, all’improvviso, l’aria fosse diventata di gelatina. E mentre avanzava, trascinando faticosamente i piedi, un’ultima immagine prese forma nella sua mente.

Era completamente solo, in cima a una piccola collina, in mezzo a una valle piatta, desolata e grigia. Lui era l’unica creatura vivente e fra le mani stringeva un fulmine di guerra. Tutt’intorno, a perdita d’occhio, la terra era ricoperta dalle tombe delle specie che lui aveva annientato, o forse dalle tombe degli uomini e delle donne di ogni età, che avevano sofferto e combattuto ed erano morte invocando la libertà, cercando qualcosa di più di quello che offriva loro una società invidiosa, conservatrice e stolta.

E lui aveva molta paura, benché ormai non ci fosse più nulla in grado di minacciarlo. E continuava a domandarsi se l’arma su cui poggiava le dita sarebbe stata abbastanza potente.

Solo pochi passi lo separavano ormai dalla scrivania. Le sue mani erano protese in avanti come grinfie di marmo. L’odiosa creatura continuava a scrutarlo. Ma fra di loro si intromise ancora una volta quell’oscura visione.

All’improvviso, la distesa desolata che circondava la collina cominciò a tremare e a sussultare, come se fosse stata squassata da un terremoto, con la sola differenza che il movimento era più generale e meno violento; come se milioni di talpe stessero scavando il terreno contemporaneamente. Poi, qua e là, la terra grigia si spaccò e dalle crepe, profonde e buie, emersero forme scheletriche ricoperte di carne putrescente e di brandelli sudici di sudario. Il loro numero aumentava, aumentava sempre di più, fino a quando, schierate come soldati, presero a marciare da ogni lato verso la piccola collina, scrollandosi di dosso la terra grigia.

E lui ruotava freneticamente il suo fulmine di guerra da ogni lato. I soldati crollavano al suolo a decine, a centinaia, come grano marcito, cedendo a una seconda morte. Ma sopra di loro, attraverso il fumo dei loro cadaveri in fiamme, centinaia di altri continuavano ad avanzare. E lui sapeva che a migliaia di chilometri di distanza, molti di più stavano uscendo dalle tombe per marciare su di lui, fino dagli estremi confini della terra.

Ancora un passo soltanto e le sue mani avrebbero potuto finalmente serrarsi attorno alla gola scarna. Un passo soltanto.

Ma i soldati continuavano ad avanzare, marciando in ordine perfetto, e il fetore delle loro ossa bruciate oscurava il cielo plumbeo e lo soffocava. Adesso i caduti formavano un grande cerchio, più alto della piccola collina e lui doveva puntare il fulmine di guerra verso l’alto per abbattere le sagome che con passo leggero facevano capolino sulla cresta… tranne quando doveva abbassarlo rapidamente per finire uno scheletro mezzo carbonizzato che, sopra il mucchio di ossa, cercava ancora di trascinarsi verso di lui.

Era arrivato alla scrivania. Le sue mani di marmo stavano per stringersi attorno alla sua nera caricatura.

Ma anche l’esercito degli scheletri si stava stringendo attorno a lui. In ondate continue, incessanti. E lui sudava, ansimava e soffocava.

Ogni volta che girava il fulmine di guerra, le schiere dei soldati che falciava erano sempre più vicine. E alle sue spalle, uno scheletro annerito era riuscito a trascinarsi fino a lui e a ghermirgli debolmente la caviglia con le falangi carbonizzate.

Le sue mani si chiusero intorno alla gola dell’obbrobrio peloso. Ma era come se portasse un collare di plastica trasparente… le sue dita non riuscivano a toccare il suo pelo nero. Ancora un ultimo sforzo…

Ma mentre l’ennesima falange di scheletri si disintegrava davanti alla bocca della sua potente arma, mani fatte di ossa lo afferrarono alle spalle e, in un parossismo di terrore e di supremo rimorso, Jarles urlò: — Mi arrendo! Mi arrendo!

In quello stesso istante, una scossa più forte di qualsiasi scarica elettrica straziò i suoi nervi. Il suo cervello rimbombò, si contorse e vibrò. La nausea gli serrò la gola.

La sua mente prese a vorticare come una trottola impazzita per poi arrestarsi all’improvviso, come se qualcuno gli avesse sferrato una violento colpo alla testa, stordendolo.

Fu sul punto di perdere conoscenza, ma non svenne. I fili sottili della memoria si tesero fino al punto di rottura, ma non si spezzarono. I suoi occhi, che si erano serrati nel momento supremo, si riaprirono.

Era Jarles. Il vecchio Jarles. L’Armon Jarles che da solo aveva sfidato la Gerarchia.

Ma quella scoperta non gli procurò alcun sollievo. Anzi, segnò l’inizio di un nuovo tormento, ancor più straziante di quello che aveva appena sopportato. Perché la sua memoria era intatta. Ricordava perfettamente ogni azione compiuta dalla sua seconda personalità: il tradimento della Stregoneria, il rapimento di Sharlson Naurya, lo scherno con cui aveva umiliato l’Uomo Nero e, sopra ogni altra, l’uccisione di Asmodeo. Lui aveva compiuto quelle azioni. Lui ne era responsabile.

Con il respiro strozzato dall’incredulità e dall’orrore, allontanò immediatamente le mani dalla gola del piccolo demone e si aprì la veste, pronto a dirigere contro se stesso il Dito dell’Ira.

Ma nemmeno quella liberazione gli fu concessa.

— Prima devi espiare, Armon Jarles! Devi espiare! — lo riprese severamente la voce. — Devi prima riparare alla tua colpa.

In quello stesso istante, un secondo demonietto si arrampicò agilmente sulla scrivania. Aveva il pelo ramato e i tratti distorti del suo musetto affilato ricordavano quelli dell’Uomo Nero. Anche la sua voce era un’eco stridula di quella del suo gemello.

— Sono Dickon, Armon Jarles. Sono io che ti ho parlato attraverso la mente del tuo fratellino, seguendo le istruzioni di mio fratello grande. Le nostre tre menti sono state in contatto.

“Ma non c’è tempo da perdere. Devi salvare mio fratello. Devi farlo uscire subito dalla sua cella!

Un terzo demone balzò sulla scrivania e, a quel punto, la sconcerto di Jarles fu totale. La terza creatura, color della pece, assomigliava in modo inequivocabile a Goniface.

Per un attimo, nella sua mente balenò il pensiero che, per qualche incredibile sortilegio, tutte le creature viventi fossero state trasformate in minuscoli fantocci pelosi e che lui, l’unico uomo rimasto, fosse loro prigioniero e loro schiavo, un gigante costretto a eseguire i loro ordini.

— Svelto! Svelto! — lo sollecitò Dickon, tirandogli la veste. Jarles obbedì e, dopo pochi istanti, stava già divorando a lunghi passi i corridoi grigi e tetri delle cripte. Qualche persona superstiziosa delle epoche passate l’avrebbe facilmente scambiato per uno zombie, tanto cereo era il suo volto, tanto risoluto il suo sguardo e rigidi e meccanici i suoi movimenti.

Oltre le spesse sbarre metalliche dell’imponente porta che dava accesso alla prigione secondaria, il capo-carceriere lo scrutò e, quando riconobbe in lui uno dei principali agenti di Goniface, lo fece entrare. La porta scivolò di lato, e appena Jarles ebbe varcato la soglia, si richiuse rapidamente alle sue spalle. Jarles si voltò verso il gabbiotto. Il secondino aprì la bocca per chiedergli che cosa desiderasse, ma prima che riuscisse a finire la frase, Jarles aveva già puntato contro di lui e il suo aiutante il raggio paralizzante.

Quindi si protese in avanti e da una minuscola scatola quadrata, che il secondino portava legata alla cintura, estrasse l’attivatore delle serrature.

Il secondino rimase immobile, come una statua di cera, le labbra dischiuse a formulare una domanda che restò muta. Dietro di lui, il suo aiutante rimase seduto a fissare il vuoto, un sopracciglio inarcato in un’espressione di spontanea curiosità.

In fondo al corridoio, Jarles si diresse verso l’unica cella visibile dal gabbiotto. I due diaconi che la piantonavano avevano assistito alla scena, ma ne avevano male interpretato il significato. Riconobbero il sacerdote del Quarto Circolo che si stava avvicinando; era già venuto parecchie volte a sostenere sarcastiche conversazioni con il loro prigioniero. Così, finsero un’espressione di ossequioso rispetto, e in quell’atteggiamento furono raggelati dal raggio paralizzante.

Quindi Jarles azionò l’attivatore e, sbloccata dalle emanazioni elettriche, la serratura si aprì.

La porta della cella scivolò lentamente di lato. Dapprima si vide solo una mano: una mano che si appoggiava incerta la parete metallica, come se la persona a cui apparteneva stesse cercando di farsi forza per affrontare una terribile delusione. Poi, a poco a poco, si palesò l’intera figura.

Le ferite fisiche e la tortura psicologica avevano duramente provato l’Uomo Nero. Era molto pallido e il suo corpo smagrito si perdeva nella sua tunica grigia di prigioniero. Aveva la mente annebbiata e la sua capacità intellettiva era ridotta ai lumicino. Quando vide Jarles pensò che fosse venuto per farsi beffe di lui, una volta di più; e lo sguardo freddo e spento del sacerdote sembrava confermarlo. Inoltre, le guardie erano sedute fuori al loro posto, come al solito.

— Ho ucciso Asmodeo — disse Jarles e per l’Uomo Nero quelle parole suonarono come una sentenza di morte. Con la forza della disperazione, fece appello alle poche energie che gli restavano per tuffarsi verso il corridoio. La sua mente vacillò… Doveva mettere fuori gioco Jarles… doveva impadronirsi di una verga dell’ira…

Poi, un’ombra color del rame che correva verso di lui e, prima ancora di rendersi conto di quel che stava accadendo, Dickon gli stava pizzicando gentilmente il viso, appeso alla sua tunica.

— Fratello, oh fratello — cinguettava la vocina sottile. — Dickon ha eseguito i tuoi ordini. E adesso il fratello di Dickon è libero, libero!

E mentre lui cercava di afferrare il significato di quelle parole, udì Jarles ripetere, con lo stesso tono formale di poco prima, come se stesse rendendo testimonianza di fronte a un tribunale della Gerarchia: — Ho ucciso Asmodeo…

L’Uomo Nero non riusciva a capire. Per un attimo si domandò se non si trattasse di uno stratagemma di Fratello Dhomas per farlo uscire definitivamente di senno. Ma poi Jarles aggiunse: — …che, come tu sai, era l’arciprete Sercival, il capo dei Fanatici.

L’Uomo Nero scoppiò a ridere, come gli avessero appena raccontato una barzelletta stupida, ma divertentissima. Poi, all’improvviso, si portò una mano alla bocca, senza quasi accorgersi che già Dickon gli aveva appoggiato una zampa sulle labbra, per farlo tacere. L’Uomo Nero lanciò a Jarles un’occhiata incredula.

— E le altre streghe catturate… — chiese.

— Sono ancora qui in prigione.

Pochi attimi dopo, Jarles stava di nuovo percorrendo a grandi passi il corridoio del carcere. Accanto a lui camminava una figura vestita da diacono, il volto nascosto da un cappuccio nero, fra le mani una verga dell’ira.

A un certo punto, il corridoio piegava ad angolo retto. Si trovarono davanti a una linda fila di celle, ciascuna piantonata da una coppia di diaconi. Jarles e l’Uomo Nero percorsero lentamente tutto il corridoio, camuffando con il rumore dei passi il debole sibilo del raggio paralizzate. Le ultime tre coppie di guardie si resero conto del pericolo quando ormai era troppo tardi: rimasero pietrificate nell’atto di allungare la mano verso il muro, al quale avevano appoggiato le verghe dell’ira. In realtà, gli ultimi due diaconi erano riusciti ad afferrarle e stavano prendendo la mira per colpirli, ma in quella posizione furono raggelati.

L’Uomo Nero si tolse il cappuccio.

Dalla parte opposta del corridoio si aprì una porta. Ne uscì Cugino Deth. Con una rapidità quasi impensabile per un essere umano, diresse la sua verga dell’ira contro l’Uomo Nero e Jarles.

Ma la velocità di reazione di un demone era di gran lunga superiore a quella di un uomo e, con uno scatto fulmineo, Dickon si precipitò verso di lui.

La faccia giallastra di Cugino Deth si contorse in una smorfia di paura, come soltanto un’altra volta gli era accaduto prima di quel giorno: quando era fuggito in preda al panico dalla casa stregata. — La cosa nel buco! — urlò. — Il ragno! il ragno!

Ma subito dopo si rese conto che la sua paura era infondata e diresse il raggio viola contro Dickon.

La sua momentanea incertezza, però, aveva permesso all’Uomo Nero di passare al contrattacco. Azionò il proprio raggio dell’ira, riuscendo a intercettare quello di Cugino Deth, e poiché i due raggi si annullavano a vicenda, Dickon riuscì a dileguarsi indisturbato.

Quindi, come due antichi spadaccini, lo stregone e il diacono si batterono a duello. Le loro armi erano due lame infinite di violenta incandescenza, ma la loro tecnica quella di due schermitori: finta, fendente, parata, risposta rapida. Lingue di fuoco devastarono il soffitto, i muri e il pavimento. Alcuni dei diaconi paralizzati, simili a spettatori ammutoliti dallo stupore, morirono avvolti dalle fiamme nella posizione in cui il raggio di Jarles li aveva sorpresi: chi seduto, chi in piedi, chi chinato.

Lo scontro fu breve. Al termine di un abile disimpegno, la lama di Cugino Deth fendette la tunica dell’Uomo Nero, sotto il braccio. Ma lo stregone parò il colpo in tempo, e subito dopo, fece una finta e poi un’altra e la faccia giallastra e la fronte pronunciata di Cugino Deth cessarono di esistere.

Schivando i raggi della verga che era scivolata dalla mano del diacono, l’Uomo Nero si precipitò in avanti, spegnendo entrambe le armi.

Quindi, si rivolse a Jarles, che per tutta la durata del combattimento era rimasto immobile, contro il muro, invocando la morte, e gli ordinò di aprire le celle.

Ma l’Uomo Nero non perse tempo a parlare con le streghe e gli stregoni che uno dopo l’altro si affacciarono straniti sul corridoio, come fantasmi richiamati dall’aldilà. Non rivolse la parola nemmeno a Drick, che si limitò a salutare con un rapido cenno del capo. La sua principale preoccupazione in quel momento era quella di ottenere da Jarles, che sembrava ipnotizzato, un rapido resoconto degli ultimi avvenimenti che avevano sconvolto Megateopoli.

Jarles stava aprendo l’ultima cella. Lo stregone notò che lo sguardo fisso del prete due volte rinnegato si stava progressivamente rannuvolando, come se si stesse riprendendo dagli effetti di un potente narcotico.

Esitando, con la dolorosa fatica di un uomo che si rende conto delle gravi colpe alle quali deve riparare, Jarles disse: — Posso condurti al luogo in cui sono tenuti prigionieri i Fanatici. Possiamo cercare di liberarli e di espugnare il Santuario.

L’Uomo Nero fu tentato di accettare: il duello con Deth l’aveva messo nello stato d’animo giusto per lanciarsi in una simile avventura.

Ma le verghe dell’ira non erano le armi delle streghe, disse a se stesso. Asmodeo aveva puntato tutto sulla paura, ed era unicamente attraverso la paura che la Stregoneria avrebbe vinto anche quella battaglia.

Jarles parlò di nuovo. L’Uomo Nero ebbe l’impressione che stesse dolorosamente cercando di risolvere un profondo dilemma interiore. — Se lo desideri — disse — tenterò di assassinare il Sommo Gerarca Goniface.

— Assolutamente no! — gli rispose lo stregone, chiedendosi se l’uomo che aveva dinanzi fosse nel pieno delle sue facoltà mentali. — Sono previste azioni di tutt’altra natura contro di lui. Se solo sapessi che ne è stato di Sharlson Naurya…

— È rinchiusa nel mio appartamento, sotto l’effetto del raggio paralizzante. — disse Jarles cupamente.

L’Uomo Nero lo fissò. Solo in quel momento cominciò a capire quale incredibile alleato avesse trovato in Jarles. Poi rise, la breve risata di un uomo che d’un tratto si rende conto come, a volte, l’incredibile e l’inevitabile coincidano. Doveva fidarsi di lui: quella notte Jarles sarebbe stato la personificazione del cieco destino.

— Ritorna al tuo appartamento — gli ordinò. — Sveglia Sharlson Naurya. Dille che procediamo con l’operazione contro Goniface come stabilito. Aiutala a raggiungere le stanze del Sommo Gerarca senza che nessuno la scopra. Porta con te il tuo demone e quello di Goniface.

Detto questo si voltò e con un cenno della mano fece segno alle streghe e agli stregoni di seguirlo.

19

Al termine di un rapido giro di verifica delle principali stazioni di controllo del Santuario, Goniface stava facendo ritorno al Centro di Telecomunicazione, scortato da un piccolo drappello di diaconi. Quella sera la riunione del Sommo Concilio si sarebbe tenuta al Centro di Telecomunicazione. Il suo posto era lì, ma uno dei compiti fondamentali del Sommo Gerarca era quello di rendersi conto di persona dell’evolversi della crisi.

Dall’Osservatorio Numero Uno, situato al di sopra delle altre strutture del Santuario, aveva visto una piccola sagoma nera, presumibilmente una di quelle macchine diaboliche che erano apparse durante l’ufficio della Grande Rinascita, sfrecciare caparbiamente intorno al busto del Grande Dio, come un minuscolo, fragile aereo che sfidi un gigante. I tecnici del Santuario avevano tentato di colpirlo più volte, azionando il fulmine di guerra che agiva attraverso la mano della statua, ma grazie a stupefacenti evoluzioni, il minuscolo apparecchio riusciva sempre a schivare il raggio bluastro.

Quell’ombra volteggiante rappresentava la bandiera nera della rivolta per i cittadini comuni, che quella sera stavano sfidando la legge, vigente da secoli, del coprifuoco. La folla che il giorno della Grande Rinascita era insorta, si era frazionata in piccole bande agguerrite che, al calar della notte, si aggiravano per le strette vie di Megateopoli, tendendo imboscate alle pattuglie della Gerarchia.

Nella loro brutalità di contadini, repressa per generazioni, vi era una vena sinistra, che veniva ingigantita a dismisura dalla loro convinzione di essersi uniti alle Forze del Male e di essere quindi liberi di agire senza alcun freno. I pochi preti o diaconi che riuscivano a catturare, erano destinati a una morte crudele. Una delle imboscate che non erano riusciti a condurre a termine prevedeva che alcune donne attirassero una pattuglia di diaconi in una casa piena di combustibile, per poi rinchiuderli dentro e di accendere la miccia. Dimostrando una sorprendente ingegnosità, una banda, composta di operai dell’industria meccanica, era riuscita a costruire e a erigere una catapulta nella Strada dei Fabbri. Erano perfino riusciti a lanciare alcune pietre dell’acciottolato contro il Santuario, colpendo in pieno un sacerdote del Primo Circolo, ma poco dopo un angelo li aveva scoperti e aveva distrutto la loro rudimentale artiglieria.

Alcuni minuti più tardi, Goniface aveva visto la macchina diabolica prendere fuoco e schiantarsi sulla Piazza deserta, colpita dal raggio blu al termine di un’audace acrobazia. Ma mentre lasciava l’Osservatorio Numero Uno, al suo occhio acuto non era sfuggito che un’altra sagoma pipistrellesca aveva già preso il suo posto.

Dalla Centrale Energetica giungevano notizie più confortanti. Le batterie atomiche che alimentavano l’intero Santuario riuscivano a sopperire senza difficoltà alla crescente richiesta di energia dovuta allo stato di emergenza. E il morale dei sacerdoti del Quarto Circolo che vi prestavano servizio, e quello del loro supervisore del Settimo Circolo, sembrava buono.

Anche al Centro di Controllo della Cattedrale, dove poche ore prima i Fanatici avevano sabotato la Grande Rinascita, la situazione sembrava tranquilla.

Per contro, al Centro di Controllo del Santuario, adiacente al Centro di Telecomunicazione, si era verificato uno spiacevole incidente. In seguito a uno strano accesso di follia, tanto più allarmante in quanto non era stato preceduto da alcun segno premonitore, il Direttore delle Guardie aveva cominciato ad attivare l’apertura di tutte le porte che conducevano al Santuario. Nessuno se ne sarebbe mai accorto, se Goniface non avesse notato la strana configurazione delle luci accese sul pannello di controllo degli accessi al Santuario. Quando il sacerdote si era reso conto di essere stato scoperto, aveva balbettato una storia confusa a proposito dell’orribile punizione che Satanas aveva in serbo per lui se non avesse eseguito certi ordini. Apparentemente, non era un vero e proprio traditore. Da quanto Goniface era riuscito a desumere dal suo racconto, era stato terrorizzato per settimane da strane apparizioni che gli si manifestavano quando era solo. Aveva dichiarato che fin da quando era bambino era stato ossessionato da una strana paura: quella che globi di fuoco volanti gli bruciassero il cranio e gli distruggessero il cervello. Con il passare del tempo, quella paura si era affievolita e negli ultimi anni se ne era completamente dimenticato… Senonché da qualche giorno quei globi volanti di fuoco si erano improvvisamente materializzati, e gli avevano parlato, minacciandolo di bruciargli il cervello se non avesse obbedito ai loro comandi.

Goniface fece in modo che il Capo delle Guardie venisse sostituito da un altro sacerdote, apparentemente idoneo a ricoprire quel delicato ruolo, ma quell’incidente gli lasciò uno sgradevole sapore in bocca. Ricordava fin troppo bene le insidiose strategie messe in atto dalla Stregoneria. I Fanatici si erano sempre mossi liberamente all’interno della Gerarchia e quindi avevano avuto accesso ai fascicoli personali di praticamente tutti i sacerdoti; tanto più che fino al momento dell’epurazione fra i membri dell’Ufficio Personale vi erano, per l’appunto, due Fanatici. Di conseguenza, la Stregoneria aveva avuto la possibilità di venire a conoscenza delle paure più intime di ciascun prete; e attraverso il telesolidografo e altri strumenti simili era riuscita a dare loro un corpo e una voce.

Sì, pensò Goniface, il terrore era l’arma segreta della Stregoneria, e anche l’unica che rappresentasse una reale minaccia per la Gerarchia. Nessun’altra forma di aggressione lo preoccupava tanto. Non l’assalto diretto ai Santuari, perché la Gerarchia disponeva di una forza militare decisamente superiore. L’istigazione dei cittadini comuni alla rivolta aveva senz’altro ottenuto l’effetto di creare uno stato di grande confusione: ma i cittadini avevano tante possibilità di riuscire a espugnare i Santuari quanto una banda di scimmie di conquistare una città cinta da mura.

Il terrore psicologico, invece, era tutt’altra cosa. Goniface studiò i volti dei diaconi che lo scortavano alla ricerca dei segni della persecuzione. Era impossibile che la Stregoneria stesse tormentando ogni membro della Gerarchia… Una simile impresa avrebbe richiesto un’organizzazione grande almeno quanto la Gerarchia stessa. Se solo ci fosse stato un metodo rapido e sicuro per determinare quali sacerdoti erano stati presi di mira… Ci voleva tempo, ma si poteva fare. Domani. Perché per prima cosa la Gerarchia avrebbe dovuto sopravvivere a quella notte.

Dopo aver congedato la propria scorta, Goniface entrò nel Centro di Telecomunicazione attraverso la porta della galleria. Non raggiunse subito il suo seggio, ma indugiò alcuni istanti sulla soglia, per studiare la situazione. Nella grande sala ferveva un’attività così intensa che sulle prime nessuno si accorse del suo arrivo.

Il Centro di Telecomunicazione era come un cervello. Il pavimento era occupato da pannelli di comunicazione, a ciascuno dei quali sedeva un sacerdote. Una parte dei pannelli vagliava ed elaborava le informazioni provenienti da tutti i santuari del mondo; successivamente queste informazioni apparivano su una grande carta geografica che occupava l’intera parete, leggermente concava, che si trovava di fronte alla galleria. E dalla galleria i membri del Sommo Concilio scrutavano la carta, richiedevano notizie aggiuntive attraverso alacri segretari, fattorini e schermi televisivi e, alla fine, prendevano le decisioni. Ciascun arciprete era responsabile di un particolare settore della Terra. I loro ordini venivano trasmessi ai sacerdoti del Personale del Centro, che li controllavano e li trasmettevano a loro volta ai chierici che gestivano i messaggi in uscita.

Il Sommo Concilio e il Personale del Centro di Telecomunicazione collaboravano in maniera superba. I motivi di attrito erano ridotti al minimo. Del personale facevano parte anche alcuni arcipreti. Quella sera Direttore delle Comunicazioni era Fratello Jomald, che, in assenza di Goniface, rappresentava la massima autorità.

Nonostante l’alacre attività, non vi era quasi rumore, né confusione nella sala. Il motivo era che tutte le persone che operavano al Centro si avvalevano di un elaborato codice di gesti, paragonabile quasi a un linguaggio, e facevano un ampio uso di auricolari, di trasmettitori così sofisticati da riuscire a captare anche semplici bisbigli, e messaggi scritti che apparivano sui monitor.

A entrambe le estremità della sala erano raggruppati grandi schermi televisivi, uno per ogni città chiave.

Ma più di ogni altra cosa era l’enorme carta geografica del mondo a dominare il Centro e a costituirne l’aspetto più caratteristico; proiettata in vivaci colori dalla parte opposta del muro traslucido, sembrava quasi una creatura vivente. E in effetti, se si osservava attentamente la lieve ombra che la copriva quasi per metà, se ne poteva discernere il lento movimento. Quel velo scuro rappresentava la notte.

A poco a poco, il suo fronte anteriore scivolava sopra gli oceani e le terre emerse, inghiottendo a uno a uno i punti luminosi che rappresentavano i Santuari. E, con la medesima lentezza, il suo margine posteriore ne scopriva altri. In quel momento Megateopoli, che era situata al centro della carta, si trovava pressoché nel bel mezzo della coltre d’ombra.

Gran parte dei puntini che l’ombra fagocitava erano rossi, mentre la maggior parte di quelli da cui si ritraeva erano neri. Il colore nero stava a indicare che quei Santuari avevano interrotto le comunicazioni con il Centro e che, presumibilmente, erano stati abbandonati o erano caduti nelle mani della Stregoneria.

Una buona metà dei puntini più piccoli, che rappresentavano i Santuari rurali, era nera. Tutti i punti più grandi, al contrario, erano ancora rossi.

Goniface studiò la carta con maggiore attenzione, osservando la disposizione dei minuscoli simboli alati di color azzurro, che indicavano gli squadroni di angeli, quelli, improvvisati, dei pipistrelli neri che rappresentavano le diaboliche macchine volanti, i disegnini stilizzati dei lupi grigi, che contraddistinguevano le regioni ancora colpite dalle proiezioni solidografiche del nemico, e le altre figurine che spiccavano qua e là.

E mentre la studiava, Goniface aggrottò le sopracciglia. Senza dubbio, la Stregoneria aveva fatto molti progressi, e rapidi anche. Era chiaro che il nemico aveva organizzato assai bene le proprie forze e che stava seguendo un piano di combattimento coordinato. In particolare, stava approfittando, con molta intelligenza, del fatto che la Gerarchia non possedeva sufficienti squadroni di angeli per pattugliare tutte le principali città.

Per l’indomani era previsto l’arrivo da Luciferopoli di una nave con cinquanta squadroni di angeli, oltre a un numero imprecisato di arcangeli e di serafini, di cui Megateopoli era completamente sprovvista. Ma la notte era ancora lunga…

Si diresse verso il centro della galleria e si sedette al proprio posto, irritato più che lusingato, dal subbuglio provocato dal suo arrivo. Si mostravano tutti troppo turbati dalla sua presenza; avrebbero dovuto essere più concentrati nel loro lavoro.

Dalla stazione del Direttore delle Comunicazioni, situata esattamente sotto lo scranno del Supremo Gerarca, Fratello Jomald iniziò il proprio rapporto sugli ultimi sviluppi della crisi. Ma poiché Goniface se ne era già fatta un’idea abbastanza precisa esaminando la carta geografica, gli fece segno di attendere. Si rivolse a uno dei segretari.

— Ho mandato a chiamare Deth. Dovrebbe essere già qui.

— Non siamo ancora riusciti a rintracciarlo. Stiamo controllando tutti i posti in cui potrebbe trovarsi.

— E Fratello Jarles, il sacerdote del Quarto Circolo? Avevo mandato a chiamare anche lui.

— Stiamo controllando.

Ma adesso altre questioni esigevano la sua attenzione. Dacché si erano accorti del suo ritorno, gli arcipreti e i membri del Personale del Centro avevano cominciato a subissarlo di rapporti e di richieste di istruzioni. Il suo segretario aveva un gran daffare a esaminarli, selezionarli e presentarglieli in ordine di urgenza.

— Mesodelfi invasa dalla tenebra. Devo distaccare sulla città metà degli squadroni di angeli di Archeodelfia?

— A Eleusi la Gerarchia è riuscita a mettere le mani su un telesolidografo. Desiderate informazioni più dettagliate?

— Ieropoli: avaria alle batterie atomiche. Posso dare ordine di prelevare energia da altri Santuari? O è meglio inviare tecnici specializzati per provvedere alle riparazioni?

— La Facoltà del Sesto Circolo di Olimpia ha inviato messaggi urgenti sul canale privato per avvertire che il Personale di Controllo della città ha subito influenze di tipo psicologico da parte della Stregoneria. Istruzioni?

— Dal Santuario rurale numero 127, Settore Asia Orientale, è giunta la notizia del misterioso abbattimento di due angeli. Sono state avvistate strane sagome scure simili a grandi pipistrelli. Devo allertare tutti gli angeli del settore?

— Nave di soccorso da Luciferopoli contattata. Arrivo previsto per l’alba di domani mattina, ora di Megateopoli. Confermato porto di sbarco?

Troppi rapporti. Troppe richieste di istruzioni. E, ogni volta, senza aprir bocca, Goniface mostrava ai collaboratori o al monitor televisivo, il palmo della mano rivolto verso l’alto, gesto che significava: “Agite a vostra discrezione. Decidete secondo il vostro giudizio”. Non avrebbero dovuto chiedere il suo parere su questioni simili. Era chiaro che essendo lui il Sommo Gerarca tutti desideravano la sua approvazione, ma ora perfino uomini capaci come Jomald esitavano nel prendere le decisioni; erano tutti troppo servili e sottomessi nei suoi confronti.

Tuttavia, all’ultima richiesta di istruzioni Goniface rispose.

— Date ordine alla nave di soccorso da Luciferopoli di attraccare a Landa Maledetta, dietro il Santuario di Megateopoli in modo che tutti i cittadini possano vederla. Preparatevi a fornire assistenza immediata per lo sbarco.

Che la Gerarchia stesse invecchiando, si domandò Goniface, mentre un’altra parte della sua mente si concentrava sulle emergenze del momento. Forse la classe clericale stava perdendo il suo antico nerbo, la sua determinazione, il suo freddo amore per il potere? Gli sembrava di cogliere ovunque una velata tendenza al lassismo, alla rinuncia, alla fuga dalla realtà, come se ormai la maggior parte dei sacerdoti agisse soltanto per forza d’abitudine o per sterile senso del dovere.

Paradossalmente, lo irritava il fatto di non essere più circondato da rivali invidiosi e decisi a contendergli il potere con ogni mezzo. Il Sommo Concilio non era più quello di una volta, quando ogni arciprete mirava ad accrescere il proprio prestigio e la propria autorità, quando ogni riunione si trasformava in un avvincente duello di intelletti.

Non esisteva più quella appassionata eppure realistica lotta per il potere che aveva rappresentato una delle principali forzi motrici della Gerarchia. Il suo principale rivale, Frejeris, era uscito di scena, era praticamente morto, e lui sapeva che anche il più agguerrito dei suoi compagni realisti aveva rinunciato all’idea di contendergli lo scettro. Insomma, lo avevano accettato tutti di buon grado come il loro capo: era seduto da solo sul trono di Sommo Gerarca e nessuno sembrava intenzionato a spodestarlo.

Stranamente, era invece nel suo infido agente Jarles che, negli ultimi tempi, Goniface aveva percepito un’avidità e una spinta interiore molto simile alla sua, anche se meno raffinata e più ingenua. Non vedeva l’ora che Jarles arrivasse. Il pensiero di avere accanto a sé quel galletto sleale che nel suo intimo lo invidiava, gli procurava un oscuro brivido di piacere. Chissà, magari una volta superata quella crisi, Fratello Dhomas sarebbe riuscito a fabbricare altre personalità simili a quella, giusto quanto bastava a restituire alla Gerarchia quella vitalità animalesca e quello spirito di spietato egoismo che aveva perduto.

Che fantasie perverse! Ridicole e anche pericolose nello stato di emergenza in cui si trovavano, in cui disciplina e cieca obbedienza erano essenziali. Le ricacciò, ma non poté impedire che sotto sotto continuassero a solleticare la sua mente.

Notò che lo scranno alla sua sinistra, quello che era solito occupare Sercival era vuoto, e fece cenno con impazienza all’arciprete seduto nel seggio successivo di prendervi posto. Quel buco nella fila faceva pensare immediatamente alla recente scoperta, proprio in seno al Sommo Concilio, di un pericoloso traditore della Gerarchia, e quel ricordo non contribuiva certo a tenere alto il morale dei sacerdoti.

Però, non appena l’arciprete si fu seduto accanto a lui, Goniface si pentì della sua decisione. Qualcosa nella sua mente si ostinava a voler trasformare il viso paffuto dell’uomo in quello magro e rapace di Sercival. E poi restava sempre un posto vuoto…

Qual era stato, dopo tutto, l’obiettivo di Sercival-Asmodeo? Goniface avrebbe dato l’anima per conoscere la risposta a quella domanda, la stessa risposta che in punto di morte il Vecchio Fanatico gli aveva negato. Perché aveva fatto in modo che Goniface si impadronisse del potere supremo? Aveva forse previsto il senso di inutilità che lo avrebbe assalito una volta diventato signore del mondo? La cancrena dell’obbedienza servile che avrebbe cominciato a corrodere ogni membro della Gerarchia?

Ma soprattutto, perché Sercival era morto fingendo di credere nell’esistenza di un’entità soprannaturale? Che in fondo, data la veneranda età, Sercival fosse solo un vecchio pazzo? No, impossibile. Il capo della Stregoneria si era sempre dimostrato un uomo pieno di risorse, incredibilmente energico e audace. Bisognava dedurne che il vecchio Fanatico si fosse comportato così per difendere il prestigio della Stregoneria e tentare fino all’ultimo di instillare nel Sommo Concilio il seme del dubbio. Ma Goniface sapeva per esperienza che un uomo che sta per morire non recita una parte, per lo meno non in modo tanto convincente!

E invece Sercival aveva dato l’impressione di essere così diabolicamente sincero! “Satanas… accogli… il… mi… o spirito…” Era possibile che se Sercival credeva in quel che aveva detto, avesse una ragione per farlo? Dopo tutto, il vero scettico non ha motivo di rifiutare l’ipotesi che il cosmo sia un insieme di forze diaboliche piuttosto che di elettroni privi di anima. La mente scettica non può scartare nessuna eventualità, neppure la più fantasiosa. Tutto è subordinato alla prova, alla dimostrazione empirica.

E se Sercival avesse avuto accesso a fonti del sapere dal quale gli altri uomini erano esclusi? E se dietro l’apparato scientifico della Stregoneria, apparentemente identico a quello della Gerarchia, ci fosse stato qualcos’altro? L’impiego di un’avanzata tecnologia scientifica non provava un bel nulla. Non c’era ragione per cui le forze del male non potessero decidere di servirsene per raggiungere i propri scopi.

Ma quelle riflessioni tarlate di dubbi furono di colpo spazzate via dal sopraggiungere degli ultimi rapporti da Neodolos. La situazione stava rapidamente precipitando. Oltre la metà dei sacerdoti era incapacitata ad agire, paralizzata dal panico o da più sottili accessi di paura. Orribili fantasmi percorrevano i corridoi del Santuario come se fossero i padroni della città, mentre voci invisibili terrorizzavano preti e diaconi con spaventose minacce.

Neodolos era la prima delle città chiave della terra a giungere allo scontro finale con la Stregoneria; e perciò era anche la prima in cui sarebbero state attuate le contromisure messe a punto dal Sommo Gerarca. Insomma, una sorta di prova generale di quello che, da un momento all’altro, sarebbe potuto accadere anche a Megateopoli. Pur senza distrarsi neanche per un attimo dal loro lavoro, tutti i sacerdoti del Centro di Telecomunicazione erano consapevoli dei messaggi che balenavano a intervalli sempre più brevi sul televisore collegato al Santuario di Neodolos. E, a seconda del tenore delle notizie, il loro morale scendeva o saliva alle stelle.

— Centro di Controllo di Neodolos chiama Centro di Telecomunicazione. Problemi alla Centrale Energetica. Due tecnici non rispondono più. Chiederemo ulteriori dettagli.

— Rapporto di una staffetta: al centro di Controllo della Cattedrale si starebbero verificando strane apparizioni. Le sole notizie in nostro possesso parlano di sagome umane che accompagnano i fantasmi. I tecnici sono fuggiti.

— Ho ordinato un piccolo contrattacco, come da vostre istruzioni. Non riesco a mettermi in contatto con la Centrale Energetica. I diaconi che hanno bisogno di ricaricare le verghe dell’ira non riescono a raggiungere l’armeria.

— Calo di energia. Attivati i gruppi elettrogeni di emergenza. Una staffetta riferisce di costruzioni diaboliche atterrate all’Osservatorio numero Uno.

— La Centrale Energetica non risponde ancora. Subbuglio al Centro di Controllo. Tre arresti.

— Luci che vanno e vengono. Sta per mancare l’elettricità. Centro di Controllo invaso da sacerdoti che fuggono da qualcosa nel corridoio esterno.

— Buio completo! Stiamo lavorando alla luce delle torce portatili. Ho ordinato il contrattacco generale. Le porte del Centro di Controllo si sono aperte… Sagome grigie…

Il televisore si spense.

La tristezza e lo scoramento che quell’ultimo messaggio aveva portato al Centro di Telecomunicazione erano tangibili. Un’ondata di fatalistica rassegnazione aveva invaso la sala e, benché le operazioni continuassero senza sosta, i gesti dei sacerdoti erano diventati frenetici e nei loro occhi si leggeva un’aria di cupa disperazione.

— Il Centro di Controllo di Neodolos chiama il Centro di Telecomunicazione. Il contrattacco ha avuto esito positivo al Centro di Controllo e alla Centrale Energetica! Molti i nemici uccisi. Gli altri si stanno ritirando. Si segnalano numerosi sabotaggi alla Centrale Energetica, ma una delle batterie atomiche è ancora in funzione. Nessuna notizia ancora dal Centro di Controllo della Cattedrale, né dall’Osservatorio numero Uno. Le scaramucce continuano. Appena giungeranno altri rapporti ve li faremo pervenire.

Per i sacerdoti del Centro di Telecomunicazione fu come se fosse stata sospesa la pena capitale che pendeva sulle loro teste. All’improvviso, sembrò che la sala fosse stata inondata da stimolazioni parasimpatiche. E sulla carta geografica il grande punto che rappresentava Neodolos da nero ritornò rapidamente rosso.

Goniface era moderatamente soddisfatto. Le contromisure da lui ideate si stavano dimostrando efficaci. Erano molto semplici e si basavano su un unico, incontrovertibile, dato di fatto: fino a quando la Gerarchia riusciva a controllare i centri nevralgici dei principali Santuari, soprattutto le centrali energetiche, la vittoria era assicurata. Analogamente, se voleva vincere, la Stregoneria non poteva limitarsi a far ricorso alle armi psicologiche, anche se rappresentavano la sua principale risorsa tattica, ma doveva cercare di espugnare fisicamente i centri del potere. Ed era proprio in quella fase dello scontro che streghe e stregoni si dimostravano vulnerabili alle azioni di contrattacco o alle imboscate tese da un’insospettata seconda linea di difesa, nei cui confronti la Stregoneria non era preparata ad attuare alcuna strategia di terrore.

A Neodolos quel piano sembrava aver funzionato.

Eppure, se si guardava attorno e scrutava i volti dei sacerdoti del Centro di Telecomunicazione, Goniface aveva la sgradevole sensazione che i conti non tornassero. Nonostante, come ovvio, l’esito della battaglia di Neodolos li avesse rinfrancati, il Sommo Gerarca percepiva nel fondo dei loro cuori una certa delusione; come se, sotto sotto, avessero preferito vedere la città cadere in mano ai nemici, come se, cedendo a uno scuro moto di paura e di stanchezza, avessero auspicato la disfatta stessa della Gerarchia.

Confusamente, nei recessi della sua mente, Goniface intuì che quello a cui aveva assistito era l’ultimo vero trionfo della Gerarchia.

Adesso la fortuna sembrava dalla loro parte, la vittoria era a portata di mano, ma non aveva più alcuna importanza. Dopo un’esordio incerto e infausto, la Gerarchia era finalmente riuscita a rovesciare le sorti dello scontro, ma anche quello non aveva più importanza. Che vincesse o che perdesse, il suo momento di splendore era passato. Da quel giorno, la più perfetta forma di governo che il mondo avesse mai conosciuto sarebbe entrata in una fase di inesorabile declino. Forse altri uomini ambiziosi avrebbero calpestato la terra e la lotta per il potere si sarebbe riaccesa. Ma sarebbero state ambizioni di second’ordine e lotte di second’ordine.

L’ultimo grande atto si era compiuto davanti ai suoi occhi, e anche in quello il Sommo Gerarca aveva percepito un sussulto disperato e spasmodico, un guizzo subito svanito nel nulla: come l’ultima corsa di un carnivoro morente o l’ultimo sforzo fisico che un uomo compie prima di soccombere alla vecchiaia e rassegnarsi a una più parca amministrazione delle proprie energie.

Inesorabilmente, nei recessi della sua mente, Goniface fu costretto a prendere atto dell’analogia fra la sua carriera e quell’ultimo capitolo della storia della Gerarchia. Perché anche la sua ascesa al potere era stata un’avventura disperata e spasmodica. E adesso, ripercorrendone a ritroso le tappe, gli appariva anche incredibilmente irreale. Un ragazzo disgraziato, figlio di una Sorella Perduta e di un prete, costretto a portare il cognome della madre, bandito per sempre dalla Gerarchia, il più miserabile dei miserabili. Knowles Satrick: un ragazzo apparentemente senza nerbo, che si segregava dal mondo, quanto era concesso a un figlio del popolo; che odiava ciecamente la sua famiglia, e soprattutto sua madre che lo aveva tradito nel momento stesso in cui lo aveva messo al mondo, e che dalla sua famiglia riceveva, a sua volta, soltanto disprezzo. Ma nell’animo di quell’infelice ragazzo covavano un’ambizione e un risentimento così forti che avevano agito nella sua vita come forze del destino. Aveva ucciso molte persone per celare il proprio passato, ma non erano stati crimini comuni i suoi… Era stato come se la mano stessa del fato avesse somministrato il veleno alle sue vittime o brandito il coltello contro i suoi nemici. La sua ambizione gli aveva consentito di fare molta strada. Da quando era entrato come novizio nella Gerarchia a Megateopoli, la sua scalata al potere era stata straordinariamente rapida: dal Primo al Secondo Circolo, poi dal Secondo al Quarto, dal Quarto al Settimo e infine l’elevazione ad arciprete del Sommo Concilio. E, dopo ogni nuova conquista, la sua ambizione e il suo risentimento si placavano un po’, ma non morivano mai.

Nondimeno si rendeva conto che quello non era il modo in cui un uomo conseguiva il potere in uno stato sano e forte. La sua carriera assomigliava piuttosto al compimento di un’oscura profezia, alla marcia furtiva e fatale di un assassino.

E adesso che era arrivato all’apice, adesso che in cima alla piramide aveva creato un nuovo vertice tutto per sé, il suo impulso di salire ancora più in alto non lo abbandonava ancora. Ma la scala non aveva più gradini: davanti a lui c’era solo il vuoto. E se si voltava a guardare dietro di sé vedeva un identico vuoto, perché nessuno si stava arrampicando per raggiungerlo, nessun ambizioso successore con cui misurarsi. Perfino la Stregoneria ormai era vinta.

Inevitabilmente, nei recessi della sua mente, che via via si dilatavano fino a occupare tutto lo spazio dei suoi pensieri, Goniface fu costretto a ripiegarsi su se stesso, a ritornare alle proprie origini, quasi per completare un misterioso cerchio. I suoi ricordi lo trascinarono indietro nel tempo, ai giorni della sua giovinezza che con tanta sollecitudine si era premurato di cancellare. Ripensò alla creatura maligna, irresponsabile e infinitamente sognatrice che era stata sua madre. Al suo fratellastro scemo… Ma soprattutto a sua sorella Geryl. Lei era la sola che gli assomigliasse un po’, per la sua determinazione e una certa vena malinconica del temperamento. E forse era ancora viva; la somiglianza che aveva notato nell’immagine solidografica della strega Sharlson Naurya non lasciava pressoché dubbi. Il pensiero che fosse riuscita a scampare miracolosamente alla trappola mortale che lui le aveva teso e che da quel giorno avesse consacrato ogni minuto della sua vita a tramare contro di lui, gli procurava un’oscura soddisfazione… lo stesso tipo di soddisfazione che provava pensando alla gelosia e all’invidia di Jarles.

Knowles Satrick. Knowles Satrick. Quel nome continuava a riecheggiargli nella mente come una voce proveniente dal profondo del tempo. Torna indietro, Knowles Satrick. Sei arrivato fin dove potevi. Ritorna. Chiudi il cerchio.

C’era qualcosa di stranamente reale in quella voce. E una suggestione ipnotica in quel nome ripetuto all’infinito, come un punto di luce lampeggiante nell’oscurità. Sembrava iscriversi nella sua mente in antiche lettere nere, indelebili. Riscuotendosi con un sussulto, come un uomo che stia per assopirsi, Goniface si rese conto che il suo primo segretario gli stava parlando.

— Il Centro di Controllo del nostro Santuario desidera comunicare con voi. Ci sono due distinti messaggi. Immagino vogliate occuparvene personalmente. Li faccio apparire sul suo teleschermo?

Il Sommo Gerarca annuì. Il volto familiare del Direttore del Centro di Controllo apparve sul video. Era incupito, sembrava sconvolto.

— Abbiamo rintracciato Cugino Deth. Il suo corpo è stato rinvenuto nella prigione sussidiaria. Aveva il viso completamente ustionato, ma l’identificazione è certa. Anche alcune guardie sono morte, colpite dal raggio dell’ira. Le altre erano paralizzate. Le celle sono vuote e non c’è traccia dei prigionieri.

Per un attimo Goniface provò soltanto una specie di stanchezza, come se quelle notizie gli fossero già note da tempo. Deth se ne è andato, Knowles Satrick, sembrò dire la voce. Il piccolo diacono non riderà più dei tuoi nemici. Ma non importa; ha adempiuto il suo compito. Tu non hai più bisogno di lui adesso. Sei arrivato dove volevi e non puoi andare oltre. La sola cosa che ti resta da fare è tornare indietro. Torna indietro Knowles Satrick.

Quella voce produceva su di lui un effetto stranissimo, come se lo stesse tirando per la veste, come se lo stesse trascinando in una direzione imprecisata… forse indietro nel tempo. Con un grande sforzo ricacciò quel pensiero e cercò di concentrarsi su quello che il sacerdote stava dicendo. E così i prigionieri erano fuggiti dal Santuario? Quello spiegava perché in quell’ultima ora il piano d’attacco della Stregoneria era sembrato meglio organizzato; aveva ritrovato una parte dei propri capi. Ma che cosa importava? A Neodolos la Gerarchia stava vincendo. Stava battendo la Stregoneria, nonostante adesso quest’ultima disponesse di comandanti più abili.

Sentì la propria voce rivolgere una domanda al Direttore del Centro di Controllo del Santuario. — Nessuna notizia di Fratello Jarles, il sacerdote del Quarto Circolo?

Il volto sullo schermo si incupì vieppiù. — Sì, reverenza, e si tratta di notizie davvero sorprendenti. Dopo essere ritornata in sé, una delle guardie e ha raccontato che è stato proprio Jarles a organizzare la fuga! Appena possibile vi comunicherò le versioni date dalle altre guardie.

La conversazione era finita e il video si spense. Goniface non provava alcun rancore verso Jarles per il suo tradimento, né alcuna rabbia verso se stesso per aver confidato troppo nell’operato di Fratello Dhomas; solo una leggera delusione.

Anche Jarles se ne è andato, riprese la voce. Ma che cosa importa? Se ne sono andati tutti, oppure non hanno più importanza. Niente ha più importanza. Ritorna indietro, Knowles Satrick. Chiudi il cerchio.

Quel mare di strani pensieri aveva inghiottito tutta la sua mente, benché una parte del suo cervello fosse ancora impegnata ad ascoltare i rapporti, a studiare la carta geografica, a trasmettere ordini, a dare o rifiutare consigli. Le questioni della Gerarchia gli sembravano molto lontane, futili, come se tutto stesse accadendo in un flusso temporale secondario. Solo il mistero del suo personale destino aveva importanza. Knowles Satrick… Knowles Satrick. Avrebbe seguito molto volentieri quella voce se solo fosse riuscito a capire in quale direzione lo stava chiamando… e se era una direzione in cui un uomo poteva seguirla…

Il viso di un sacerdote dei circoli inferiori apparve sullo schermo. In quel momento Goniface si ricordò vagamente che il suo segretario gli aveva parlato di una seconda comunicazione dal Centro di Controllo del Santuario. Appena vide il Sommo Gerarca, il prete trasalì e fece un balzo indietro. Poi, temendo che quel comportamento potesse venire interpretato come un affronto, si profuse in scuse.

— Chiedo perdono suprema eminenza. Ma nonostante quanto mi avevano riferito, ero certo che l’eminenza vostra non potesse trovarsi al Centro di Telecomunicazione. Io sono addetto alle comunicazioni provenienti dal settore del Santuario in cui si trovano i vostri appartamenti e da alcuni minuti dal vostro studio mi stanno pervenendo alcuni messaggi. In precedenza avevo già avuto l’onore di sentire vostra eminenza parlare, ed ero certo di averne riconosciuta la voce, anche se la trasmissione era un po’ disturbata…

— Che genere di messaggi? — domandò Goniface.

— È proprio questo il fatto strano, eminenza. È solo un nome. Ripetuto in continuazione. Il nome di un cittadino comune. Knowles Satrick.

Nello stato allucinatorio, quasi di trance in cui si trovava, a Goniface quella spaventosa coincidenza non parve tale. Era una cosa che, adesso se ne rendeva conto, aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe accaduta. E così la voce lo stava chiamando semplicemente nel suo appartamento? Si era aspettato un viaggio molto più lungo-Ma ciò che lo stupì un po’ fu il tono indifferente con cui si rivolse al sacerdote e gli chiese: — Hai detto di aver sentito la mia voce parlare dalle mie stanze? Non hai visto il mio viso sul tuo schermo?

— No, suprema eminenza, ma ho visto un’altra cosa, una cosa che mi ha lasciato perplesso. Adesso gliela mostro, se è ancora lì.

Il volto del sacerdote scomparve dal video, che per un attimo rimase vuoto. Ma pochi istanti dopo Goniface vide la sua scrivania e sullo sfondo le alte stanze del suo appartamento. In primo piano, appoggiato a qualche sostegno, in modo che la sua immagine riempisse lo schermo televisivo, c’era un foglio oblungo di carta grigia, del genere usato dai comuni cittadini. In cima al foglio, Goniface riconobbe le lettere arcaiche che aveva già visto impresse nella sua mente: Knowles Satrick.

Goniface si alzò e fece cenno a Jomald di prendere il suo posto. Si sentiva molto calmo. Il fatto di recarsi nel suo appartamento per vedere che cosa ci fosse scritto sul retro del foglio gli sembrava la cosa più naturale del mondo. Più che naturale. Inevitabile. Preordinata.

Fuori dalla porta della galleria, i diaconi della sua scorta si alzarono per accompagnarlo, ma lui scosse la testa. Quello era un viaggio che doveva compiere da solo. Mentre percorreva i corridoi si rese conto di muoversi in un flusso temporale completamente diverso da quello in cui si affannavano i preti frettolosi e scuri in volto in cui si imbatteva. Un flusso temporale che andava a ritroso.

Stai ritornando, Knowles Satrick. Il cerchio sta per chiudersi. È stato un viaggio molto lungo, Knowles Satrick, ma adesso stai ritornando a casa.

Entrò nel suo appartamento. Sulla soglia di una delle stanze interne vide una donna che indossava la semplice tunica dei cittadini comuni. Nonostante l’oscurità riuscì a discernerne perfettamente i tratti del volto, come se la sua pelle emanasse un lieve bagliore. Era la strega Sharlson Naurya. E, poiché la somiglianza era inconfutabile, era anche sua sorella Geryl.

Per un attimo Goniface uscì dallo stato di trance in cui si trovava e riacquistò piena lucidità di pensiero. Ma in nome della ragione, che cosa aveva fatto? Era caduto nella trappola della Stregoneria.

La sua vecchia natura riprese il sopravvento. Abbozzò un sorriso. Dunque quello era il modo in cui la Stregoneria sperava di spaventarlo e di sconfiggerlo? Indubbiamente era riuscita a tendergli una trappola, una trappola psicologica, ma non abbastanza efficace.

Protese la mano e dalle dita guantate balenò un raggio di energia viola. Per un terribile istante, la figura non sembrò risentirne affatto. Poi la veste di tela grezza prese fuoco, il volto si annerì e, sfigurato dalle fiamme, il corpo crollò all’interno della stanza, fuori dal suo campo visivo. L’odore di carne bruciata gli riempì le narici.

Per un attimo il Sommo Gerarca assaporò il piacere di un grande trionfo personale. Era riuscito a sconfiggere il suo passato, ritornato a inghiottirlo. Aveva commesso l’ultimo omicidio, tardi forse, ma in tempo per chiudere quella partita a suo favore. Il suo passato era morto per sempre. La voce che insisteva ancora nel chiamarlo indietro non aveva più alcun ascendente su di lui.

Ma, quasi in quello stesso istante, si rese conto che quella sua vittoria non era reale. Che quella era stata la sua Neodolos: l’ultima grande vampata di un fuoco destinato a spegnersi.

Perché dalla stanza, con passo leggero, uscì Geryl, il corpo che le fiamme avevano avvolto, perfettamente integro, la tunica di tela grezza intatta.

E, dietro di lei, procedeva il più strano dei cortei. Un’anziana donna macilenta che zoppicava appoggiata a una stampella. Un sacerdote ancor più vecchio, con le guance un tempo piene, molli e cascanti. Un cittadino comune dall’aria ottusa e imbronciata un po’ più vecchio di lui. Un altro sacerdote e molti altri cittadini comuni, per lo più molto anziani.

Il cerchio si è chiuso, Knowles Satrick. È tutto finito. È quasi come se niente fosse mai accaduto.

Perché quel silenzioso corteo era composto dalle persone che lui aveva assassinato. Ma non erano come lui le ricordava, com’erano nel momento in cui erano morte; se così fosse stato, lui avrebbe subito pensato a qualche trucco astuto, e avrebbe trovato la forza di reagire.

Come Geryl, erano tutti come sarebbero stati se non fossero morti, ma come se fossero sopravvissuti e fossero invecchiati normalmente fino a quel giorno. Quelli non erano fantasmi evanescenti, ma spettri reali di un inferno concreto, l’inferno di un altro flusso temporale che l’aveva risucchiato nel suo gorgo. Lui non aveva ucciso nessuno, le sue azioni erano state cancellate. Oppure lui li aveva uccisi davvero, ma loro avevano continuato a vivere… altrove.

Asmodeo aveva ragione. Dietro l’apparato scientifico della Stregoneria si celava qualcos’altro. E quel qualcos’altro era orribile.

Le figure del corteo si disposero in circolo attorno a lui, che si era messo dietro la scrivania, e lo fissarono con freddezza, ma senza odio.

Goniface notò che i contorni della stanza erano mutati: le masse d’ombra erano diverse…

Un ultimo, disperato barlume di scetticismo: forse le persone che lui vedeva erano soltanto proiezioni telesolidografiche realizzate con diabolica astuzia. Con uno sforzo che sapeva non sarebbe stato più in grado di ripetere, protese alla cieca una mano e toccò la creatura che gli era più vicina… Geryl.

Le sue dita incontrarono una carne piena, viva.

Allora l’Inferno si chiuse intorno a lui, con il fragore metallico della porta di un carcere.

Non provò tanto terrore o colpa, benché in un certo senso fosse afflitto dall’espressione più alta di entrambi i sentimenti, quanto piuttosto un senso generale di fatale predestinazione, la resa totale della sua volontà, perché si trovava al cospetto di forze che vanificavano tutte le conquiste della volontà.

Il teleschermo di fronte a lui si illuminò. Gli ci volle qualche istante per riconoscere il volto di Fratello Jomald e qualche altro istante per ricordare chi fosse. Ma anche dopo, per Goniface fu come guardare un’immagine che assomigliava a qualcuno che aveva conosciuto tanto, tanto tempo prima, in un’altra vita.

— Eminenza. Eravamo tutti preoccupati per la vostra incolumità. Nessuno sapeva dove eravate andato. Potete ritornare subito al Centro di Telecomunicazione? C’è un’emergenza.

— No, resterò dove sono — rispose Goniface quasi con un moto di impazienza. Che creatura futile e chiacchierona era quel fantasma! — Fammi le domande che devi.

— Molto bene, eminenza. A Neodolos la situazione è di nuovo critica. Non è stata la piena vittoria che sembrava all’inizio. Dopo i primi successi i sacerdoti non sono più riusciti a conseguirne altri. La Centrale Energetica rischia di cadere nuovamente in mano al nemico. Nel frattempo, anche Mesodelfi e Neotepoli sono state invase. Visto quanto è accaduto a Neodolos, dobbiamo ordinare il contrattacco anche in quei Santuari?

Con grande fatica, Goniface si concentrò sui problemi di quell’evanescente flusso temporale in cui la Gerarchia stava morendo. Ma gli sembravano lontani come se appartenessero a un altro universo.

Sollevò lo sguardo sul cerchio di vecchi volti che lo attorniavano. Nessuno parlò, ma scossero tutti insieme la testa. In particolare, Goniface notò il tremulo cenno di diniego di sua madre, sparuta creatura che gli anni avevano reso tanto fragile. Lo conosceva così bene.

Avevano ragione. La Gerarchia stava agonizzando in quell’altro flusso temporale, dal quale anche lui era svanito. Ed era meglio che la sua fine fosse rapida.

— Sospendi il contrattacco. — Quelle parole scaturirono senza alcuna fatica dalle sue labbra. — Annulla tutte le operazioni… fino a domani.

Ma per quel flusso temporale morente non ci sarebbe stato nessun domani.

Seguì quella che a Goniface sembrò un’inutile e noiosa discussione con lo spettro di Fratello Jomald. Ma Goniface insistette, perché sentiva che la scomparsa della Gerarchia era una conseguenza necessaria ed essenziale della sua stessa scomparsa. Anche per la Gerarchia doveva chiudersi il cerchio. Anch’essa doveva ritornare alle proprie origini.

E per tutto il tempo, dietro le obiezioni di Jomald, Goniface percepì, in modo confuso, come si trattasse di un’emozione provata in una vita precedente, la volontà di farla finita con tutte le lotte e tutte le tensioni, e un sentimento di gratitudine, perché la fine era ormai prossima.

Dopo un po’ Jomald disse: — Obbedirò ai vostri ordini, ma non posso assumermi da solo questa responsabilità. Dovete parlare al Sommo Concilio e al Personale del Centro di Telecomunicazione.

Dopo una manciata di secondi sullo schermo apparve una piccola immagine del Centro. Sembrava che tutti quei fantasmi nani lo stessero guardando.

— Sospendete il contrattacco — ripeté il Sommo Gerarca. — Annullate tutte le operazioni fino a domani.

Gli parve strano che quel mondo di fantasmi fosse ancora vivo e ancor più strano che il nome spettrale di Goniface significasse così tanto per loro.

Seguirono altri messaggi da parte di Jomald. Messaggi che con una monotona regolarità decretavano la sconfitta della Gerarchia. Crescente scoramento. La tragedia di un flusso temporale agonizzante.

Poi, alla fine, l’ultimo, spaventato e futile grido di aiuto.

— Non riusciamo più a comunicare con il Centro di Controllo della Cattedrale di Megateopoli. L’Osservatorio numero Uno informa che i fulmini di guerra della Cattedrale hanno cessato il fuoco. Osservatorio numero Uno isolato. Devo ordinare il contrattacco?

Per l’ultima volta Goniface sollevò lo sguardo sul circolo di volti rugosi. Ma sapeva già che la loro risposta sarebbe stata “No”, e che quella sarebbe stata anche la sua risposta all’affannosa domanda di Jomald. Questa volta notò, in particolare, il movimento pendolare della testa calva del vecchio prete, il suo primo confessore.

— Disordini al Centro di Controllo del Santuario. Luci che vanno e vengono. Numerosi sacerdoti stanno cercando scampo nel Centro di Controllo: dicono che una tenebra con gli occhi ha invaso i corridoi e ha cercato di inghiottirli. Contrattacco?

Ma Goniface era assorto nei suoi pensieri. Stava riflettendo sull’analogia fra il suo destino e quello della Gerarchia e dei suoi preti. Che avessero ucciso i propri famigliari sopprimendoli di fatto o soltanto nel loro cuore non faceva alcuna differenza.

Li avevano traditi e li avevano abbandonati per rincorrere il potere e i piaceri di una classe tiranna e sterile.

— Le porte si sono spalancate. È sparita la luce. Devo ordinare…

Goniface non rispose. Quando il teleschermo si oscurò, non perché si fosse spento, quando gli sembrò che quel flusso temporale fosse morto, il suo senso di rassegnazione fu completo.

Non sapeva che nei recessi più profondi della sua mente stava opponendo l’ultima disperata difesa contro le forze che l’avevano sopraffatto.

20

Era spuntato un nuovo giorno a Megateopoli e i terrazzi del Santuario, bagnati dal sole, risplendevano di luce bianca. Nella città regnava un generale senso di vuoto e di stordito sollievo, come quando, dopo un grande uragano, i pescatori si ritrovano sulla spiaggia a commentare, sotto voce, la forza devastatrice del tifone e i danni che ha provocato; osservano curiosi i relitti giunti a riva e si indicano l’un l’altro increduli il segno lasciato dalle onde durante la notte.

Simili, confusi sentimenti si leggevano anche sui volti dei cittadini comuni, che vagavano in piccoli gruppi sui terrazzi. Il loro numero erano piuttosto esiguo, perché i vincitori della battaglia della sera precedente erano decisi a mantenere il controllo del potere conquistato. Più tardi avrebbero cominciato a parlare a voce alta e a curiosare, ma per il momento non toccavano nulla e parlavano poco. I loro occhi e la loro mente erano troppo occupati.

Più numerosi erano invece i sacerdoti, che erravano con sguardo ancor più sperduto del loro e, quando li incrociavano, i cittadini comuni si limitavano a farsi di lato per evitarli, senza fare commenti. La maggior parte dei preti portava una fascia nera al braccio, probabilmente strappata dalla veste di qualche diacono morto, a indicare che avevano cambiato bandiera, anche se per il momento nessuno gli aveva chiesto di farlo.

Di tanto in tanto, un uomo o una donna attraversavano i terrazzi a passo svelto: era chiaro che sapevano dove andare e che cosa fare. Indossavano per lo più semplici tuniche nere, ma taluni erano ancora vestiti da cittadini comuni o perfino da preti. Sulle spalle di alcuni, simili a scimmie addomesticate, erano appollaiate piccole creature pelose che si guardavano attorno con occhio vigile.

A un tratto, un debole sibilo ruppe il silenzio e tutti alzarono contemporaneamente la testa. Al di sopra delle strutture che li sovrastavano, giganteggiava la testa del Grande Dio. Sulle sue spalle era stata montata un’esile impalcatura e minuscole figure stavano lavorando alacremente. Piccole fiamme blu balenarono nell’aria.

Sul terrazzo più alto uscirono quattro persone: una indossava la veste rossa intessuta d’oro degli arcipreti, due una semplice tunica nera e una, una donna, l’abito di tela grezza dei cittadini comuni.

— Sì, è stato molto semplice — stava dicendo Sharlson Naurya e nelle sue parole riecheggiava quella calma vuota che segue la tempesta. — Nessun flusso temporale alternato, nessun morto richiamato in vita, niente del genere. Asmodeo aveva ideato questo piano molto tempo fa, e così come lui l’aveva concepito noi lo abbiamo attuato, anche se la situazione di emergenza ci ha costretto ad apportare alcuni cambiamenti. Era il tuo demone che influenzava i tuoi pensieri con la telepatia. Ed era sempre lui a chiamarti per nome dal tuo appartamento. Tutti i fantasmi che ti sono apparsi, a eccezione di uno, erano proiezioni telesolidografiche: i nostri tecnici sono riusciti a realizzarle basandosi su vecchi duplicati di solidografi conservati nell’Archivio dei Comuni Cittadini, abilmente ritoccati per riprodurre l’effetto del naturale invecchiamento. Anche le apparenti modificazioni della stanza erano dovute a proiezioni telesolidografiche.

“Te ne saresti accorto anche tu se non mi avessi toccato e avessi scoperto che ero fatta di carne e ossa. Ma io mi ero messa apposta accanto a te perché sapevo che ti sarebbe venuto spontaneo allungare la mano verso di me. Il mio vestito era impregnato di una sostanza leggermente luminescente, la stessa di cui mi ero cosparsa anche la pelle, in modo da apparire del tutto simile agli altri.

“Quando mi hai toccato ti sei reso conto che ero reale, benché tu sapessi che non poteva essere, perché mi avevi appena incenerito con il raggio dell’ira. Ma è stato proprio qui che Asmodeo ha giocato d’astuzia. La donna che hai visto appena entrato nel tuo appartamento non ero io, ma la mia proiezione telesolidografica. Ed è quella che hai distrutto. Avevamo simulato una sequenza in cui il mio corpo prima prendeva fuoco e poi si dissolveva, e l’operatore l’ha trasmessa appena tu hai azionato il raggio. Forse ti ricordi che è intercorso un breve lasso di tempo fra il momento in cui mi hai colpita e quello in cui la mia immagine si è disintegrata.

“Se il piano fosse fallito, magari per qualche errore nel calcolo dei tempi, saremmo ricorsi a un piano di riserva che prevedeva la tua immediata uccisione. Ma per noi era della massima importanza che tu restassi in vita e che usassi il tuo potere per distruggere la Gerarchia; la tua morte rappresentava un grosso rischio per noi, perché qualche altro arciprete avrebbe potuto prendere il tuo posto e assumere il comando delle forze della Gerarchia. Asmodeo è morto, ma la Stregoneria ha trionfato perché c’era chi poteva prendere il suo posto e l’ha fatto. Nel tuo caso è accaduto l’esatto contrario.”

Goniface non rispose. Il suo volto era di nuovo una maschera impenetrabile, dietro la quale celava l’amaro, nauseante disprezzo che provava per se stesso. Era scoraggiato, ma lo consolava la consapevolezza che non tutto era ancora perduto. La Gerarchia avrebbe potuto ancora vincere, anche se non per merito suo. Girò furtivamente la testa e guardò oltre le mura del Santuario. Da quel lato, lontano dai quartieri abitati dai cittadini comuni, si trovava Landa Maledetta, una distesa grigia e arida di parecchi ettari, in cui non cresceva neanche un filo d’erba. Vi lasciò deliberatamente indugiare lo sguardo.

— Ho atteso questo momento per tutta la vita — gli giunse la voce di Sharlson Naurya, velata da un’apparente stanchezza. — Come se per tutta la vita non avessi fatto altro che precipitare da quel ponte guardandoti in faccia e desiderando con tutta me stessa che arrivasse, per miracolo, il giorno in cui ti avrei raggiunto e ti avrei trascinato giù insieme a me. Adesso quel giorno è arrivato, ma significa ben poco.

L’ombra stranamente deformata di un uomo entrò nel suo campo visivo. Lei sollevò lo sguardo. L’Uomo Nero alzò una mano in segno di saluto. Era Dickon il responsabile di quella buffa alterazione della figura. Appollaiato sulla spalla di suo fratello, ne stava imitando il gesto di saluto. Il suo pelo ramato brillava alla luce del sole.

— Ritorno proprio ora dal Centro di Controllo — disse l’Uomo Nero. — Abbiamo preso contatto con le nostre forze nella maggior parte delle città chiave. Restano ancora da espugnare un paio di centri minori e qualche Santuario di campagna.

Poi, senza odio, ma con schietta curiosità, guardò Goniface, che stava lentamente distogliendo lo sguardo da Landa Maledetta. Gli occhi dei due capi si incontrarono.

In quello stesso momento, l’aria fu squarciata da un rombo lontano, che diventava a ogni istante più forte: una vibrazione e un rullio stranamente profondi, che sembravano squarciare la terra. Gli uomini e le donne che vagavano sui terrazzi alzarono di scatto la testa verso il busto del Grande Dio e gli operai che si stavano ancora affaccendando intorno al collo. Ma quel rumore era troppo forte per provenire da lì.

Il fragore riempì il cielo. Qualcosa stava arrivando dal sole e lo oscurava.

Un’aria di trionfo si fece strada negli occhi di Goniface, che fissavano quelli dell’Uomo Nero. — Avete vinto — disse — ma adesso avete perso. In ritardo forse, ma non troppo tardi, arrivano gli aiuti che abbiamo chiesto dal Cielo: un numero tale di macchine belliche da permetterci di rovesciare le sorti della battaglia e di impadronirci di nuovo della Terra.

Un boato, e una grande nube nera oscurò il Santuario. Un’enorme costruzione ellissoidale proveniente dalla direzione del sole apparì nel cielo di Megateopoli e si fermò sopra Landa Maledetta, mentre i suoi raggi repulsori, simili a enormi pilastri, scavavano nella terra grigia solchi profondi come pozzi. E mentre stava ancora oscillando sospesa da terra, sulla sua superficie lucente si aprirono portelli circolari.

Goniface attese che lo sgomento si dipingesse sul volto del suo nemico, ma attese invano.

Mentre il rombo si affievoliva, l’Uomo Nero gli sorrise con aria amichevole e, con tono indifferente, gli disse: — Oh, so tutto della nave di soccorso partita da Luciferopoli. Sono venuto proprio per vederla atterrare. Quello che hai appena detto a proposito del suo carico è in gran parte vero. Ma quello che forse hai dimenticato è che Lucifero è il nome della Stella del Mattino, Venere; e, sfortunatamente per la Gerarchia, anche uno dei nomi di Satana. Naturalmente, era comprensibile che voi non foste a conoscenza degli eventi accaduti di recente su Venere. Le comunicazioni erano piuttosto disturbate ultimamente, vero? E non solo perché il pianeta sta entrando in opposizione, immagino. Però io credevo che voi aveste intuito che la Stregoneria stava operando anche lì, e che nelle colonie la sua azione sarebbe stata più rapida che sulla Terra. Immagino che anche la conquista di Marte sia cosa fatta già da un po’ di tempo, ma poiché Marte si trova dalla parte opposta del Sole, ci vorranno ancora un paio di mesi, prima di averne la conferma.

Si voltò e alzò gli occhi. Dai portelli della nave spaziale stavano uscendo squadroni di diavoli neri, con grande sconcerto delle persone che vagavano sui terrazzi, che sembravano sul punto di fuggire in preda al panico.

— Sono tutti angeli, immagino — riprese l’Uomo Nero. — Truccati di nero e con qualche ritocco qua e là. Tranne quelli più grandi. Quelli li chiamate arcangeli e serafini, se non sbaglio.

“Vedi, in realtà si trattava della nostra nave di soccorso” proseguì con tono assente. “Immagino che Asmodeo avesse capito fin dall’inizio che, per aver successo, qualsiasi rivolta contro la Gerarchia sarebbe dovuta avvenire su base multiplanetaria. Tanto più che il potere della Gerarchia era meno solido nelle due colonie. A quanto mi è stato detto, sembra che Venere e Marte avessero la ragione dalla loro nella guerra interplanetaria che ha aperto la strada alla Gerarchia. Ci voleva una guerra come quella per cancellare l’Età dell’Oro, vero? E Landa Maledetta ne è un triste ricordo. A quell’epoca si usavano armi diaboliche, al confronto delle quali le nostre sono ben misera cosa.”

Lanciò a Goniface un’occhiata torva. Poi, con malcelata malizia, osservò: — Immagino che fosse rassicurante per i vostri preti sapere che potevano sempre contare su un aiuto dal Cielo, o addirittura cercarvi rifugio, in caso di bisogno. E deve essere stato con un certo ironico piacere che apprendevano che il mito dell’umanità che aveva dato l’assalto al Cielo non era una fandonia, ma storia vera…

Goniface non cercò di nascondere oltre il disgusto che provava per se stesso.

— Non c’è bisogno che ti ricordi — disse freddamente — che faresti bene, anzi sarebbe molto saggio da parte tua, ordinare la mia immediata esecuzione. A meno che tu non preferisca continuare a farti beffe di me in questo modo volgare.

L’Uomo Nero rise di cuore. — Oh sì, lo trovo così divertente — disse. — Sembra che io sia uno dei pochi ad avere uno spiccato senso dell’umorismo. — Lanciò una rapida occhiata a Sharlson Naurya, poi guardò nuovamente Goniface e la sua voce si fece seria. — No, temo che non potremo permetterci il lusso di una simile vendetta. Siamo troppo a corto di intelletti per sprecarne anche uno solo. La Gerarchia aveva il suo da fare a governare i cittadini comuni, per cui puoi facilmente immaginare quali problemi ci attendano. Non possiamo rinunciare a una mente come la tua. Penso che Fratello Dhomas sia disposto a mutare la personalità sia in un senso sia nell’altro; dopo tutto, a lui la sola cosa che interessa è il cambiamento. Ovviamente, potrebbe anche non funzionare, come nel caso di Jarles, ma prendendo le debite precauzioni, penso che valga la pena di tentare.

Quando il Sommo Gerarca fu condotto via, l’Uomo Nero e Sharlson Naurya indugiarono a osservare l’eccitazione della folla, incuriosita e spaventata al tempo stesso dalla vista dei piloti venusiani, che stavano sbarcando dai diavoli neri atterrati poco prima sui terrazzi più bassi. Poi si voltarono verso la Cattedrale, dove gli operai avevano pressoché completato il giro del collo del Grande Dio.

L’Uomo Nero guardò Sharlson Naurya e, sottovoce, le confidò: — In realtà non vedo l’ora di mettere le migliori menti della Gerarchia al servizio della nostra causa. Non è una fola che siamo a corto di gente capace, soprattutto in vista di quello che ci proponiamo di fare. E per giunta Asmodeo non è più con noi, pace all’anima sua! Quando penso a quello che ci aspetta! Per i primi giorni sarà tutto tranquillo, ma dopo… Per prima cosa il popolo vorrà far fuori tutti i preti. Sembra che in certi quartieri ci sia già chi ha preferito non perdere tempo. Noi rappresentiamo la loro unica protezione. In secondo luogo, i cittadini comuni credono ancora ciecamente nel soprannaturale. Si aspettano che la Stregoneria diventi la nuova religione e presumo che pensino già di andare in chiesa e di trovare l’immagine di Satanas al posto di quella del Grande Dio. Forse alcuni sono già delusi perché non stanno accadendo altri miracoli diabolici. Quando scopriranno che consideriamo finita la Stregoneria, alcuni cercheranno di farla rivivere per usarla contro di noi. E, forse, con il tempo altri cercheranno di riesumare il culto del Grande Dio. Per non parlare del fatto che dovremo aspettarci tentativi di controrivoluzione da parte della Gerarchia! Insomma, non credo che avremo una vecchiaia molto riposante, ammesso di arrivarci. Quando pensi alla mole di lavoro che comporterà l’istruzione dei cittadini comuni, la riorganizzazione del loro sistema sociale e il graduale passaggio a un’economia di tipo gerarchico… cioè volevo dire scientifico! Perché, naturalmente, per i primi tempi dovremo mantenere sia l’economia feudale sia quella gerarchica, il che, magari, potrebbe far venire in mente a qualche nostro collaboratore non troppo equilibrato l’idea di riportare in auge la Gerarchia sotto un altro nome, con vesti nere anziché rosse. Oh, non avere paura, avremo di che stare allegri!

Quando tacque notò che un piccolo sacerdote grasso, con una fascia nera intorno al braccio, stava timidamente guardando nella loro direzione. Si teneva a una certa distanza ed era piuttosto nervoso, quasi non riuscisse a decidere se presentarsi e, forse, chiedere un favore. Ma più che incoraggiarlo, il modo con cui l’Uomo Nero e Sharlson Naurya lo fissarono dovette spaventarlo, perché girò sui tacchi si allontanò di corsa.

— Ma io conosco quel sacerdote — disse Naurya. — Era quello che…

— Io lo conosco meglio di te — la interruppe l’Uomo Nero. — È Fratello Chulian. Il caro, piccolo Fratello Chulian. Mite, gentile, pieno di buone intenzioni anche, ma assolutamente egoista, come tutti i suoi simili del resto. Quando pensi che dovremo reinserire persone come lui nelle loro famiglie di origine, o per lo meno nella collettività, senza dimenticare che i cittadini comuni, come tu ben sai, non sono certo molto più generosi d’animo… Decenni di lavoro infame e sterile li hanno resi aridi, duri… Ma di questo abbiamo già parlato. Non credi che avrò bisogno di aver vicino qualcuno che mi conforti negli anni ingrati che ci attendono?

Si voltò e guardò Sharlson Naurya con estrema franchezza.

Lei gli restituì uno sguardo altrettanto franco. Per un attimo, l’espressione grave e stanca del suo viso si sciolse in un sorriso. Poi, scosse lentamente la testa e distolse gli occhi dai suoi. L’Uomo Nero seguì la direzione del suo sguardo.

Era fermo all’estremità del terrazzo più alto, la schiena rivolta verso di loro, gli occhi fissi nel vuoto. Indossava ancora la veste rossa di sacerdote del Quarto Circolo.

— Sì, penso che tu abbia ragione — ammise a malincuore l’Uomo Nero dopo qualche istante. — Immagino che anche lui si meriti qualcosa dopo quello che ha passato. E non credo che il governo provvisorio vorrà condannarlo a morte per l’omicidio di Asmodeo. Sì, ho capito quali sono le tue intenzioni. D’accordo! — concluse con una certa irritazione.

Lei annuì. — Per tutta la vita non ho pensato ad altro che a vendicarmi — disse sommessamente. — Credo di conoscere le pene internali che ha sofferto in questi giorni. Questa mattina, dopo che era tutto finito, ha tentato di uccidersi. Gli ho fatto promettere…

L’Uomo Nero fece per andarsene e allora lei aggiunse: — In ogni caso, tu avrai sempre il tuo senso dell’umorismo a consolarti.

— Sì — riconobbe lui. — Ma ci sono situazioni in cui il senso dell’umorismo non serve a un granché.

Detto questo si voltò per andare via. Ma una figura curva, vestita di stracci, con un cappello a punta calcato sulla testa, che saliva zoppicando dai terrazzi inferiori, agitò il bastone per fargli segno di aspettare. Al suo passaggio i cittadini comuni facevano ala, profondendosi in ossequiosi inchini. Sembravano sollevati nel vedere finalmente qualcuno che aveva innegabilmente l’aspetto di una strega.

— Stupidi babbei! — sbottò Madre Jujy con disprezzo, quando, quasi senza fiato, raggiunse il terrazzo più alto. — Mi si inchinano davanti come se fossi un arciprete o qualche altra mostruosità! E pensare che fino a ieri erano tutti pronti a bruciare Madre Jujy!

— Salute, veneranda Madre — disse l’Uomo Nero. — Non gradisci l’omaggio che ti è dovuto? Desideri qualcosa? Parla, per me ogni tuo desiderio è un ordine.

— Forse sono venuta a riprendermi la mia pinta di sangue — disse la strega con aria cupa.

— Oh Madre Jujy — replicò l’Uomo Nero, interrompendo il fiorito ringraziamento in cui si stava profondendo Dickon. — Quella pinta di sangue è la più preziosa del mondo. Se dovessimo restituire la Cattedrale alla sua antica funzione, darei ordine che venisse conservata come la più sacra delle reliquie.

— Stupidaggini! — esclamò Madre Jujy. — Sono una vecchia donna perversa e mi piacciono le cose abbiette. È solo per questo che gli ho permesso di giocare al vampiro — disse guardando Dickon di traverso. — No, non sono venuta qui per farmi adulare. Voglio sapere che cosa ne sarà di me adesso.

— Penso che potresti esserci di grande aiuto — disse l’Uomo Nero pensosamente. — Avremo bisogno del tuo… saggio punto di vista, e i cittadini avranno bisogno più che mai di quei consigli che tu sola sai dare loro. Una specie di ufficiale di collegamento, insomma…

Ma Madre Jujy scosse energicamente la testa. — Io sono una strega e una strega rimango! E voglio anche dirti che non mi piace per niente quello che sta succedendo! I tuoi uomini stanno andando in giro a dire alla gente che Satanas non esiste!

— Proprio così, Madre Jujy. La Gerarchia e la Stregoneria non esistono più.

— Non mi piace. Se incomincerete a rivelare i vostri segreti finirete male. È sempre stato così.

— Temo che tu abbia ragione — disse l’Uomo Nero.

Con il rombo sordo di un tuono che rotola lontano, la testa del Grande Dio rovinò nella Piazza.

FINE