/ Language: Italiano / Genre:sf_horror

Ombre del male

Fritz Leiber

Questo romanzo di uno dei «padri» della fantascienza, Fritz Leiber, assume oggi una modernità sconcertante, perché ha saputo esprimere nel modo più netto i dubbi e le perplessità dell’uomo contemporaneo di fronte a delle realtà che paiono inspiegabili. La scienza «ufficiale» riesce a giustificare compiutamente tutti i fatti che vediamo accadere intorno a noi? Forse molte risposte dovrebbero essere cercate in una conoscenza più antica e dimenticata, che poneva come chiave di volta dell’universo i poteri indefiniti della mente umana. Metà della razza umana, si chiede Fritz Leiber, pratica ancora, attivamente, le arti arcane? Forse tutte le donne sono streghe? Un uomo, un uomo moderno, che è uno studioso, è costretto a convincersi di sì: la sua stessa moglie ne è la prova. E non basta. Altre tre donne, mogli di suoi colleghi, fanno uso delle conoscenze scientifiche dei mariti, dando alla magia un impulso moderno, per assicurarsi successo e vantaggi materiali. Contendono l’una con l’altra. Esperimentano la loro forza. Si distruggono a vicenda invocando antiche forze del male. E quando egli costringe la moglie ad astenersi da tali pratiche, la rende inerme di fronte alle male arti delle altre.

Fritz Leiber

Ombre del male

1

Norman Saylor non era un marito ficcanaso, di quelli che vanno a curiosare nello spogliatoio della moglie. Però lo fece un po’ anche per questo, nella certezza che nulla potesse intaccare la solidità del suo legame con Tansy.

Non ignorava la sorte toccata alla moglie curiosa di Barbablù. Anzi, anni addietro, aveva studiato a fondo gli aspetti psicanalitici di questa strana favola e dei suoi armadi pieni di donne penzolanti. Ma non gli passò neanche per la mente che una disavventura analoga potesse capitare a un marito, moderno per giunta. Rischiava di scoprire una mezza dozzina di galanti appesi alle grucce dietro quella porta dai morbidi riflessi bianchi? L’ipotesi l’avrebbe fatto ridacchiare. Eppure Norman era uno specialista di psicologia femminile, e i suoi saggi sul parallelismo fra superstizioni primitive e nevrosi moderne gli avevano procurato una certa fama nell’ambito professionale.

Non aveva l’aspetto del distinto etnologo. Per prima cosa, era troppo giovane. Ancor meno pareva un professore di sociologia del Collegio Universitario di Hempnell. Gli mancava il sussiego, lo sguardo spaurito e la mascella sopraffattoria, tipici del corpo accademico di quel piccolo e illustre ateneo.

E non si sentiva per nulla un buon “Hempnelliano” fatto che lo rendeva oggi particolarmente felice.

Il sole primaverile fluiva dolcemente dalla finestra vicina, e un’arietta fragrante penetrava nella stanza. Norman si mise alla macchina da scrivere e attaccò allegramente l’ultima parte del suo saggio sulle «Radici sociali del culto moderno del Voodoo», troppo a lungo rimandato. Arrivato in fondo si staccò dal tavolo spingendo la sedia e tirò un sospiro di soddisfazione. Aveva raggiunto un punto culminante, nel ciclo interminabile dei piaceri e dispiaceri. Allora la coscienza si assopisce e ogni cosa si mostra sotto il suo lato migliore. Sono momenti che segnano, per un nevrotico o per un adolescente, l’inizio di un rapido capitombolo negli abissi della più nera malinconia; ma Norman aveva da tempo appreso a superarli inserendo al momento giusto un’attività nuova che smorzava l’inevitabile discesa.

Ciò non gli impediva però di godersi appieno la bellezza di quell’attimo fintanto che durava, assaporandone il languido piacere fino all’ultima goccia. Uscì dal suo studio, sfogliò un romanzo dalla copertina multicolore, lo abbandonò subito e lasciò vagare il suo sguardo sulle due maschere demoniache cinesi appese al muro. Oltrepassò la porta della camera da letto, guardò sorridente l’armadietto dove i liquori, secondo l’uso di Hempnell, erano tenuti in ombra, ma non aveva sete e tornò verso la camera da letto.

La casa era silenziosa. Appariva vecchiotta e riposante, quel pomeriggio, nelle sue dimensioni modeste, con le sue stanze piccole e numerose, affollate di mobili. Sopportava serenamente l’accumularsi dei libri, delle stampe e dei dischi così come imponeva l’ambiente medio intellettuale. Oggigiorno, la pittura lavabile ricopriva le modanature complicate del secolo scorso. I toni vivaci della libertà intellettuale e della gioia di vivere cercavano di mitigare l’austera dignità professorale.

Si vedeva dalla finestra della camera da letto il ragazzo del vicino col suo trenino carico di giornali impilati. Di fronte, oltre la strada, un vecchietto zappava tra i cespugli e posava cauto i piedi sul prato rasato. Il camioncino del lavandaio, diretto al collegio, passò rumorosamente. Norman aggrottò un attimo la fronte. Apparvero poi, nella direzione opposta, due studentesse sfaccendate che indossavano i calzoni lunghi e le camicette svolazzanti proibite in classe. Norman sorrise. Si sentiva ben disposto, oggi, verso la ridicola, mediocre cultura riassunta in qualche modo da quella strada. Era una cultura gretta, ostica, farcita di tabù, che vietava di menzionare la realtà e il sesso, che inneggiava alla stoica necessità di sopportare la routine del lavoro e degli affari. In mezzo a tutto ciò, il ricco, facoltoso, potente collegio universitario di Hempnell celebrava il rituale destinato a tener vive idee morte da un pezzo. Era come un’assemblea di stregoni che si riuniva sotto tende di pietra.

Come avevano fatto lui e Tansy a resistere tutti quegli anni e, per di più, in modo così brillante? Non si potevano certo definire né l’uno né l’altra dei tipi da piccolo collegio universitario. Soprattutto Tansy. Aveva sicuramente trovato ogni cosa esasperante i primi tempi: le lotte al coltello tra facoltà rivali, l’ossequio servile e falso per le cose rispettabili, l’accettazione implicita (cui si sarebbe ribellato il più umile degli operai) del fatto che le mogli dei professori dovessero lavorare gratis per il collegio, le complicate responsabilità mondane, l’eterna vigilanza sugli studenti, seccati e risentiti (perché Hempnell era uno di quei collegi che offrono ai genitori inquieti un’alternativa alla libertà non disciplinata di quegli istituti che Norman ricordava aver sentito definire da un politicante locale «focolai di comunismo e di libero amore», cioè le grandi università metropolitane).

Sarebbe stato naturale che lui e Tansy fossero fuggiti verso uno di quei «focolai», o avessero imboccato una serie di scomodi trasferimenti, un giorno, a causa di una questione di stipendio, un altro a causa di un battibecco sulla libertà accademica. O che avessero cercato di diventare scrittori oppure trovarsi un’attività ugualmente senza sbocco. Viceversa Tansy aveva trovato la forza, attingendo a una segreta fonte del suo carattere, di sfidare Hempnell sul suo stesso terreno. Si era adeguata all’ambiente senza perdere dignità, si era prodigata oltre il dovuto nelle manifestazioni mondane, e ciononostante era riuscita a tracciare intorno a Norman una specie di cerchio magico, all’interno del quale egli aveva potuto effettuare del buon lavoro, eseguire le sue ricerche, e scrivere quei saggi che lo avrebbero un giorno reso indipendente da Hempnell e dal modo di pensare di Hempnell. E forse quel giorno non era lontano, anzi, perché il professore di sociologia Redding era prossimo alla pensione e Norman era sicuro di ottenere la sua cattedra. Dopodiché sarebbero trascorsi pochi anni o pochi mesi, e qualche importante università si sarebbe certamente fatta avanti offrendogli il posto che si meritava.

Per un attimo Norman si abbandonò a sentimenti di grande ammirazione per sua moglie, come se ne vedesse per la prima volta le solide qualità. Perbacco! Si era prodigata per lui, senza mai farlo pesare. Gli aveva perfino fatto da segretaria, instancabile ed efficiente, in tutte le sue ricerche, e non se ne era mai lamentata. Nemmeno una volta Norman aveva provato rimorso oltreché gratitudine. A dire il vero Norman non prometteva molto, dapprincipio. Era un giovane insegnante talvolta brillante, sprezzante della vita accademica, felice come un ragazzino se riusciva a scandalizzare i colleghi anziani, e che, nelle sue discussioni con i decani e i presidi, dimostrava la tendenza suicida a ingrandire i problemi che non avevano assolutamente importanza. In mille occasioni aveva sfiorato la retrocessione, la rottura irreparabile con i suoi superiori. Eppure se l’era sempre cavata e ogni volta, ora se ne accorgeva, a causa dell’intelligente e indiretto aiuto di Tansy. Dal giorno in cui si erano sposati, la sua vita era stata sempre, solo e unicamente assistita dalla fortuna.

Come diavolo aveva fatto, lei, così pigra, e a tratti ribelle quanto lui, col suo carattere irrequieto, irresponsabile? Era figlia di un pastore protestante di campagna. La sua infanzia era stata solitaria e indisciplinata, illuminata forse da una vivace immaginazione, ma priva o quasi di quello spirito conservatore squisitamente borghese che era la più utile raccomandazione nell’ambiente di Hempnell.

Eppure vi era riuscita. Oggi Norman (fatto paradossale) era considerato come un ottimo, un solido Hempnelliano, «vanto dell’ateneo», «uno che farà grandi cose», molto amico del preside Gunnison («che poi non è così terribile, a ben conoscerlo»), sul quale si appoggiava l’insulso presidente Pollard. E a paragone del suo collega di sezione, Hervey Sawtelle, così pauroso e servile, Norman sembrava una robusta torre. Da iconoclasta era diventato idolo, senza compromettere affatto (questa era davvero la cosa stupefacente) i suoi veri ideali, e senza chinare il capo neanche una volta davanti a imposizioni reazionarie.

Nel suo presente umore meditativo e sereno, sembrò a Norman che vi fosse qualcosa di incredibile nella sua ascesa a Hempnell, qualcosa di magico e di spaventoso. Lui e Tansy erano come una coppia di pellirosse, un giovane guerriero e la sua sposa, capitati tra 1 fantasmi ancestrali, e che fossero riusciti a far credere che erano anche loro degli anziani di una tribù, debitamente seppelliti, nascondendo la loro vera natura di individui in carne e ossa. E tutto ciò, in mezzo a mille tranelli, era accaduto solo perché Tansy possedeva quel sortilegio protettivo destinato a trionfare in ogni situazione. Naturalmente la spiegazione era semplicemente che entrambi erano persone mature e consapevoli. Ogni essere umano doveva superare quel vecchio scoglio, cioè imparare a controllare l’impulso infantile, se non voleva rovinarsi l’esistenza. Eppure…

Il sole si fece più brillante, più caldo e più dorato. Pareva che un elettricista cosmico avesse dato un altro giro all’interruttore. Nello stesso momento una delle due studentesse dalla camicetta svolazzante girò l’angolo della strada e scoppiò in una lunga, giovanile risata. Norman voltò le spalle alla finestra. Proprio allora Totem, la gattina, si alzò dalla trapunta di seta rosa dov’era rimasta a sonnecchiare in mezzo a una chiazza di sole, e si abbandonò a uno sbadiglio stiracchiandosi in maniera tale che pareva doversi slogare ogni articolazione. Grato dell’esempio, Norman fece altrettanto, ma con più prudenza. Ah, certo, era un giorno meraviglioso, uno di quelli in cui la realtà è solo un susseguirsi di immagini così brillanti e nitide da far temere che all’improvviso quella sottile pellicola si strappi e riveli l’illimitata, ignota oscurità da essa ricoperta. È il momento in cui tutto sembra così giusto e amichevole, che ti prende la paura di quel lampo intuitivo che in un baleno scopre il cumulo di orrori, di odio, di brutalità e di ignoranza sul quale riposa la vita stessa.

Mentre Norman finiva il suo sbadiglio, sentì che quell’istante di estasi era arrivato agli sgoccioli.

Nello stesso momento gli cadde l’occhio sulla porta dello spogliatoio di Tansy.

Sentiva di dover fare ancora qualcosa, prima di rimettersi al lavoro, o di prendersi qualche svago. Sentiva la necessità di un gesto insolito, inutile, ozioso e, perché no, infantile, magari un po’ riprovevole, cui avrebbe ripensato poi con divertita vergogna.

Se ci fosse Tansy, naturalmente… Ma poiché era fuori, il suo spogliatoio avrebbe fatto le veci della sua deliziosa persona.

La porta socchiusa lo tentava. Intravedeva all’interno l’orlo di una sedia leggera, sulla quale era gettata una sottoveste che pendeva fino a terra, coprendo per metà una pantofolina ornata di piume. Accanto alla sedia, il ripiano del tavolo coperto di vasetti era piacevolmente oscuro perché lo spogliatoio, che non aveva finestre, era poco più di un grande armadio a muro.

Norman non aveva mai ficcato il naso nelle cose di Tansy, né aveva mai pensato di farlo. Nemmeno lei, per quanto ne sapesse, aveva mai avuto voglia di curiosare nelle cose del marito. Era un atteggiamento che sin dai primi giorni del loro matrimonio gli era sembrato logico, scontato e fondamentale nei rapporti fra marito e moglie.

La curiosità peccaminosa che egli provava ora non si poteva certo definire morbosa. Era simile a un gesto illecito d’amore, e in ogni caso una infrazione molto leggera.

Dopotutto nessun essere umano aveva il diritto di considerarsi perfetto e neppure così adulto da dover frenare qualche impulso briccone.

Inoltre, da quando si era allontanato dalla finestra non aveva fatto altro che porsi delle domande a proposito di sua moglie, dell’enigma che lei rappresentava, della sua strana abilità a sopportare e a vincere la soffocante atmosfera di un ambiente aggressivo come quello di Hempnell. Non era certo un problema importante e comunque non era di quelli che si possono risolvere con un rapido sopralluogo in uno spogliatoio. Eppure…

Esitò.

Totem aveva ripiegato le zampette bianche sotto la pettorina nera e lo stava osservando.

Entrò nello spogliatoio di Tansy.

Totem con un balzo saltò dal letto e lo seguì. Egli accese la lampada dal paralume rosa, ispezionò la fila dei vestiti appesi, gli scaffali delle scarpe. Vi era un leggero disordine; ma molto sano, adorabile. Un tenue profumo gli ricordava cose piacevoli.

Osservò le fotografie appese al muro intorno allo specchio. Una di queste rappresentava loro due vestiti da indiani. Era stata scattata l’estate in cui erano andati a studiare le tribù Yumas, tre anni prima. Apparivano entrambi solenni, come degli autentici indiani. Nell’altra fotografia, un po’ sbiadita, apparivano in costume da bagno foggia 1928, in piedi, sorridenti, su un piccolo molo inondato dal sole. Quell’istantanea era stata scattata a Bayport un anno prima che si sposassero. Una terza fotografia rappresentava un tumultuoso battesimo negro nel fiume. Era l’anno in cui Norman aveva ottenuto la borsa di studio Hazelton ed era andato a raccogliere il materiale destinato al suo saggio sul Comportamento del nero degli Stati del Sud e a quello successivo sull’Elemento femminile nella superstizione. Tansy gli era stata estremamente utile in quel periodo, aiutandolo a porre le basi della sua futura fama. Lei lo aveva accompagnato, aveva scrìtto sotto dettatura i racconti coloriti dei vecchi neri dagli occhi lucidi, che descrivevano i giorni della schiavitù con conoscenza di causa, essendo stati loro stessi schiavi, da giovani. Ricordò com’era Tansy all’epoca: esile, un po’ maschietta, tanto emotiva e forse un po’ goffa. Quella stessa estate avevano lasciato l’università di Gorham per venire a Hempnell. Quanta disinvoltura aveva acquistato Tansy, da quel lontano giorno!

La quarta fotografia rappresentava uno stregone nero, dal viso grinzoso, dalla fronte alta e fiera sotto la tesa di un logoro cappello. Si teneva eretto, le spalle indietro, lo sguardo sfolgorante, come se disprezzasse la cultura occidentale all’acqua di rose, e la respingesse perché lui possedeva ben altre cognizioni, molto più profonde. Non sarebbe stato più impressionante nemmeno con le guance tatuate e le penne di struzzo sul capo. Norman ricordava bene quell’individuo, uno dei suoi informatori più preziosi ma più difficili. Ce n’erano voluti degli incontri, prima di ottenere informazioni interessanti…

Guardò il tavolo con la specchiera e l’infinito numero di cosmetici. Tansy era stata la prima fra le mogli dei professori a usare rossetto e smalto per le unghie. Aveva suscitato critiche velate e chiacchiere a non finire sull’«esempio che diamo agli studenti.» Ma aveva tenuto duro e un bel giorno, anche Hulda Gunnison era comparsa al ballo mascherato dell’università con qualcosa che, a guardar bene, era indubbiamente una traccia violacea e inconfondibile di rossetto, leggera e storta sulle labbra. Da quel giorno in poi, tutto era andato liscio.

Fra due vasetti di crema c’era una piccola fotografia di Norman e davanti a questa un mucchietto di monetine: soldi e centesimi.

Rimproverò se stesso: non era questa l’indebita, peccaminosa curiosità che aveva inteso. Aprì un cassetto a caso, osservò un attimo le calze che lo riempivano, tutte accuratamente arrotolate, poi impugnò la maniglia d’avorio dell’altro cassetto.

E si fermò.

Che sciocchezza, pensò. Proprio in quel momento si accorse di avere esaurito l’ultima goccia dell’umore felice di poc’anzi. Come nell’attimo in cui aveva voltato le spalle alla finestra, ma con maggiore intensità, il tempo parve coagularsi. Ogni realtà, ogni momento vissuto fino a quel momento gli appariva in una luce folgorante e fugace, che sarebbe sparita subito, lasciando il posto a una densa oscurità.

Nel vano della porta Totem lo guardava.

Ma era ancor più sciocco voler analizzare un capriccio senza importanza, come se potesse avere un significato qualsiasi, in un modo o nell’altro.

Per dimostrare a se stesso che non significava nulla, avrebbe aperto ancora un cassetto.

Ma questo fece resistenza e fu costretto a forzarlo.

Una grande scatola di cartone, in fondo al cassetto, attirò la sua attenzione. Sollevò un angolo del coperchio e prese una delle boccettine di profumo, dal tappo di vetro, di cui la scatola era colma. Che razza di cosmetico poteva essere quello? Troppo scuro per trattarsi di una cipria. Somigliava piuttosto a un campione di terra per raccolte geologiche. Un ingrediente per una maschera facciale? Impossibile, Tansy aveva un orticello con tutte le erbe aromatiche di cucina. Si trattava forse di una di quelle?

I granuli secchi, scuri scorrevano facilmente come sabbia in una clessidra, mentre Norman faceva roteare la boccetta di vetro. Vi era pure un’etichetta indubbiamente scritta da Tansy, era la sua calligrafia. Portava un nome: Julia Frock, Roseland. Perché mai la parola Roseland suonava così sgradevole? Alzò il coperchio di cartone e prese un’altra boccetta, identica alla prima, solo che il contenuto era un po’ più rosso e sull’etichetta si leggeva: Phillip Lassiter, Hill. Un terzo specimen dello stesso colore del primo portava: J.P. Thorndyke, Roseland. Raccolse in fretta un gruppo di boccette: Emelyn Scatterday, Roseland, Mortimer Pope, Hill. Reverendo Bufort Ames, Roseland. Ed erano rispettivamente marrone, rossa e marrone.

Il silenzio all’interno della casa divenne inquietante. Perfino la luce del sole, nella stanza da letto, pareva crepitare, mentre il pensiero di Norman si concentrava su questo rebus.

Roseland e Hill. Roseland e Hill. Ah, sì!… ecco: «Siamo andati a Roseland e Hill…» era come una ninna nanna infantile, ma che, di colpo, si rivelava maligna e rendeva le boccette di vetro ripugnanti al tocco, «…e da lì non siamo più tornati».

Di colpo ottenne la risposta.

I due cimiteri locali.

Era terra di cimitero.

Perfettamente. Erano campioni di terra. Di terra di cimitero prelevata da determinate tombe. Un ingrediente principe nella magia nera dei neri.

Con un tonfo soffice Totem piombò sul tavolo e cominciò ad annusare le boccette. Fece un balzo indietro quando Norman ficcò la mano nel cassetto. Sentiva che dietro la grande scatola di cartone vi erano scatole più piccole. Aprì il cassetto con uno strappo sino in fondo ed esso cadde. Una delle scatole conteneva chiodi arrugginiti, storti, consumati, chiodi di ferro di cavallo. Nell’altra vi erano bustine per biglietti da visita, riempite di pezzettini di capelli. Ogni busta era catalogata, come le boccette, ma questa volta i nomi gli erano noti: Hervey Sawtelle… Gracine Pollard… Hulda Gunnison… In una busta che portava il nome di Evelyn Sawtelle vi erano pezzetti di unghie laccate.

Nel terzo cassetto non c’era nulla, ma nel quarto si trovavano tante cose disparate: pacchetti di piccole foglie disseccate e materia vegetale in polvere. Era questa, dunque, la roba che Tansy piantava insieme alle erbe aromatiche di cucina, nel suo orticello? Verbena, vimogna, spezie tostate e macinate, dicevano le etichette. Pezzi di magnetite con attaccati frammenti di ferro. Penne d’oca che a scuoterle lasciavano sfuggire perline di mercurio. Una scatola piena di monetine d’argento e di limatura pure d’argento, vecchissimo talismano protettivo. Questo spiegava il mucchietto di soldi davanti alla sua fotografia.

Eppure Tansy era una persona così sana, così apertamente sprezzante di chiromanzia, numerologia, astrologia e delle altre minori superstizioni. Era un tipo schietto di americana della Nuova Inghilterra, pragmatica e culturalmente edotta da quando collaborava col marito, del sottofondo psicologico esistente nelle superstizioni e nella magia primitiva. Edotta… ma sì, certo!

Si trovò a sfogliare una copia consunta del suo saggio sul Parallelismo fra superstizione e nevrosi…. non era per caso la copia smarrita in casa otto anni fa? Accanto a una formula magica di scaramanzia c’era una nota marginale scritta da Tansy: “Non funziona. Sostituire la limatura di rame con limature di ottone. Provare in novilunio, anziché in plenilunio”.

«Norman!!!»

Tansy era lì, nel vano della porta.

2

In alcune, rare occasioni, le persone che meglio conosciamo sono proprio quelle che ci appaiono totalmente fuori della realtà. Per un attimo i visi a noi più noti ci sembrano una combinazione arbitraria di superfici colorate, prive perfino di quell’ombra di personalità che attribuiamo anche a un passante appena intravisto.

Norman provò la sensazione di avere davanti a sé non più sua moglie, ma un ritratto di sua moglie. Era come se un Renoir o un Toulouse Lautrec dotati di magiche virtù avessero dipinto Tansy usando l’aria come tela. Le guance piatte erano rese con i toni più pallidi della carnagione e leggermente ombrate di verde; confluivano poi in un mento piccolo e insolente. Un tratto disinvolto aveva segnato su quel viso le labbra rosse dall’espressione meditativa. Gli occhi grigi (o verdi?) avevano un’espressione un po’ ironica e le sopracciglia erano soltanto un tratto scuro, neppure ondulato, diviso da un solco verticale in mezzo alla fronte. I capelli neri erano una pennellata infantile e sinistra che macchiava le zone bianche del collo scendendo fin sul vestito rosso vino. Colto alla perfezione, il gomito stringeva un pacco di sartoria, mentre due brutte manine si alzavano per togliere un cappelline anch’esso rosso vino, ornato di un piccolo ma vistoso gioiello di vetro argentato.

Se l’avesse toccata con la mano, pensò Norman, il dipinto sarebbe caduto a strisce dall’aria vuota come dal ritratto fantasma di un Dorian Gray femminile.

Rimase lì, stupito, a guardarla, col libro in mano e senza riuscire a dir nulla. Perlomeno non gli sembrò di aver parlato; ma, se l’avesse fatto, sapeva che la sua voce sarebbe risuonata come quella di un estraneo, come la voce di un qualche stupido professore.

Senza dir nulla, senza neanche mutare espressione, Tansy voltò i tacchi e uscì rapidamente dalla stanza da letto. Il pacco della sartoria cadde a terra. Ci volle un momento prima che Norman riuscisse a muoversi.

La raggiunse nel soggiorno, mentre si avviava verso l’ingresso. Quando Norman si rese conto che Tansy non si sarebbe né voltata né fermata, le passò un braccio intorno alla vita. E fu allora che lei reagì. Si dibatté con violenza, voltando il viso dall’altra parte, le braccia strette lungo il corpo come se fosse legata.

Con le labbra serrate e un tono di voce bassissimo, parve sputare le parole: «Non mi toccare!»

Norman si raddrizzò e prese solidamente appoggio sui piedi. C’era qualcosa di orribile nel modo in cui si divincolava, lanciandosi di qua e di là, tentando di liberarsi dalla stretta. Norman per un attimo immaginò una donna chiusa nella camicia di forza.

Continuava a ripetere con lo stesso tono: «Non mi toccare!» e lui implorava: «Ma Tansy…»

Improvvisamente cessò di opporre resistenza. Norman abbandonò la stretta e fece un passo indietro.

Lei però non si rilassava, rimaneva in piedi, rigida, col viso voltato da un lato e, per quel poco che Norman riusciva a vedere, con gli occhi nervosamente chiusi, le labbra strette. Un’analoga tensione invase anche lui e gli diede una stretta al cuore.

«Cara» le disse «mi vergogno di ciò che ho fatto. Non importa ciò che mi ha fatto scoprire. È stato un gesto meschino, vile, inutile, ma…»

«Non è per questo.»

Egli esitò.

«Vuoi dire che ti comporti così perché… insomma, perché ti vergogni di ciò che ho scoperto?»

Nessuna risposta.

«Ti prego, Tansy… è necessario che ne parliamo.»

Ancora nessuna risposta. Norman alzò scoraggiato la mano.

«Ma sono sicuro che non c’è niente di male, se vuoi dirmi… Tansy, ti prego…»

Lei non mutò atteggiamento, ma arricciò le braccia, facendo fischiare le sue parole: «Perché non mi prendi a frustate, non mi pungi le braccia con degli spilli… È così che si faceva un tempo, non è vero?»

«Tesoro, piuttosto che farti del male io sopporterei qualsiasi cosa. Ma questo è un argomento di cui dobbiamo assolutamente parlare.»

«Non posso. Se dici ancora una parola mi metto a strillare.»

«Cara, se lo potessi mi fermerei subito ma qui si tratta… Dobbiamo proprio parlare e spiegarci.»

«Preferirei morire.»

«Ma tu devi dirmi il perché… Devi proprio!»

Aveva alzato la voce.

Per un attimo credette che Tansy fosse svenuta. Mosse una mano per trattenerla, ma era solo perché il suo corpo si era improvvisamente rilassato. Tansy andò vicino alla sedia, lasciò cadere il cappellino sul tavolo e svogliatamente si mise a sedere.

«E va bene, parliamone.»

6.37 p.m. Gli ultimi raggi del sole tagliavano in due la libreria, sfioravano i denti rossi della maschera cinese, quella a sinistra. Tansy sedeva a un’estremità del divano, Norman all’altra, voltato verso di lei, col ginocchio sul cuscino, intento ad osservarla.

Tansy si voltò bruscamente, scuotendo il capo irritata, come se nell’aria il fumo delle parole fosse diventato denso oltre il sopportabile.

«Benissimo, e allora facciamo come vuoi tu. Io ho seriamente tentato di usare la magia nera. Ho fatto tutto ciò che una donna civile non dovrebbe mai fare. Ho cercato di gettare incantesimi sulle persone e sulle cose, ho tentato di cambiare il futuro, io ho… insomma tutta la filastrocca!»

Norman annuì con un leggero sussulto. Nello stesso modo si comportava in classe quando qualche ragazzo non troppo brillante pareva avesse afferrato finalmente, dopo ore di spiegazioni, l’oggetto stesso della discussione. Si chinò verso di lei.

«Ma perché lo hai fatto?»

«Per proteggerti, tu e la tua carriera.»

Aveva abbassato gli occhi e guardava fissa le sue ginocchia.

«Ma, sapendo tutto ciò che sapevi sul sottofondo delle superstizioni, come facevi a credere che…» La sua voce non squillava più, era fredda come quella di un legale.

Lei si voltò bruscamente. «Non lo so. Se la metti così… naturalmente… Ma, quando si desidera disperatamente che le cose accadano o non accadano in un certo modo alla persona che si ama… Io facevo ciò che milioni di altre persone hanno fatto. E poi, vedi, Norman, le cose che facevo, ebbene… pareva che funzionassero, perlomeno nella maggior parte dei casi…»

«Ma non capisci» continuò dolcemente «che sono appunto le eccezioni a dimostrare che le cose che tu facevi… non funzionavano? Che la loro riuscita era solamente il frutto di coincidenze?»

La voce di lei si alzò leggermente di tono. «Di questo io non so niente. Ci possono essere state influenze contrarie che…» Si voltò con slancio verso di lui. «Non so più neanch’io a che cosa credo. Non sono mai stata veramente certa che i miei sortilegi funzionassero. Non c’era modo di saperlo. Ma non capisci? Una volta che avevo cominciato non osavo più fermarmi!»

«E così sei andata avanti per tutti questi anni?»

Annuì con un’espressione imbarazzata. «Sin da quando siamo venuti a Hempnell.»

La guardò, cercando di capire. Non era possibile ammettere di punto in bianco che nella mente di quella ordinata, moderna creatura che lui conosceva così intimamente, si trovasse una zona immensa ch’egli non sospettava neppure, affine alle pratiche ormai scomparse che lui analizzava nei libri, una zona che apparteneva all’età della pietra ma non a lui, una parte immersa nell’oscurità, piegata dalla paura, sospinta da venti immani. Cercò di immaginare Tansy che mormorava incantesimi, che cuciva manine di flanella alla luce di una candela, che visitava cimiteri, e Dio sa quali altri luoghi in cerca di ingredienti. La sua immaginazione rifiutava di andare oltre. Eppure tutto era accaduto sotto i suoi occhi.

L’unico atteggiamento un po’ sospetto nel comportamento di Tansy, che egli riusciva a ricordare, era la sua mania di fare “una passeggiatina da sola”. Se mai gli fosse accaduto di chiedersi quale rapporto ci fosse tra Tansy e le superstizioni, non avrebbe fatto altro che rilevare con compiacimento che, pur essendo donna, Tansy era quasi immune da irrazionalità.

«Oh, Norman mi sento così confusa e infelice» interruppe lei. «Non so più che cosa dire e come cominciare.»

Norman aveva pronta la risposta, una tipica risposta da professore.

«Dimmi cos’è successo, cominciando dal principio.»

7.54 p.m. Erano sempre seduti sul divano. La stanza era quasi buia. Le maschere demoniache cinesi parevano ovali irregolari di tenebra. Norman non poteva scorgere l’espressione di Tansy, ma a giudicare dalla voce, il suo viso doveva essersi animato un poco.

«Aspetta un momento» la interruppe. «Mettiamo in chiaro certe cose. Tu dici che arrivando a Hampnell avevi paura di non adattarti al mio lavoro. Questo accadeva prima di fare quel viaggio nel Sud, con la borsa di studio Hazelton?»

«Oh, sì! Hempnell mi spaventava. Tutti erano così ostili e così tremendamente rispettabili. Io capivo di essere un disastro come moglie di professore. Me lo sono sentito dire in faccia. Non so chi fosse la peggiore delle due: Hulda Gunnison, che mi squadrava dall’alto in basso dicendomi: “Ma sì, penso che ce la farai”, quando commisi la sciocchezza di confidarmi con lei; oppure la vecchia signora Carr, che mi batteva sulla spalla dicendomi: “Sono sicura che tu e tuo marito sarete molto felici a Hempnell. Siete giovani, ma Hempnell ama la gente giovane”. Di fronte a quelle due donne io mi sentivo in pericolo, come la tua carriera.»

«Bene. E così, quando ti portai con me negli Stati del Sud, in mezzo alla zona più superstiziosa di tutta l’America, tu, esposta a quell’ambiente notte e giorno, eri matura per assimilare la sua allettante, magica sicurezza.»

Tansy rise senza convinzione. «Sul fatto della mia maturità non saprei che dire. Ma l’ambiente mi impressionò fortemente. Assorbii tutto quanto potei. Forse in fondo alla mia mente c’era questo strano ammonimento: un giorno potresti averne bisogno. Quando tornammo a Hempnell mi sentivo più sicura di me stessa.»

Norman assentì. Il ragionamento quadrava. A pensarci ora, c’era stato qualcosa di anormale nell’intenso, silenzioso entusiasmo con il quale Tansy si era immersa nel noioso lavoro di segretaria, subito dopo il loro matrimonio.

«Ma non hai mai tentato di fare dei sortilegi sul serio» continuò Norman «fino a quel giorno in cui mi ammalai di polmonite, quel primo inverno, non è vero?»

«Esatto. Fino a quel momento la magia nera era come una nube di pensieri vagamente rassicuranti, parole che mi sorprendevo a pronunziare svegliandomi nel bel mezzo della notte, gesti che evitavo intenzionalmente di fare perché portavano male, come per esempio scopare le scale all’imbrunire, incrociare coltelli e forchette. E poi, quando prendesti la polmonite… Che vuoi, quando una persona che si ama è vicina a morire, si tenta qualsiasi cosa.»

Per un attimo la voce di Norman assunse un tono comprensivo. «Naturalmente.» Poi tornò all’inflessione professorale. «Ma suppongo che solamente dopo quel mio dibattito con Pollard sull’argomento dell’educazione sessuale, dal quale uscii con onore, e specialmente dal momento in cui fu pubblicato il mio libro, nel 1931, e vi furono tante critiche favorevoli, tu cominciasti a credere che le tue pratiche magiche funzionassero davvero.»

«Esatto.»

Norman si appoggiò allo schienale. «Santo Iddio!» disse.

«Cosa c’è, caro? Non penserai che io voglia toglier ogni merito al successo incontrato dal tuo libro?»

Norman assunse un’espressione che mescolava il riso al ghigno. «Santo cielo, no! Ma…» si fermò. «Insomma questo è successo nel 1930. Va’ avanti, cos’è accaduto in seguito?»

8.58 p.m. Norman allungò il braccio e accese la lampada. Sussultò abbagliato, e Tansy nascose la faccia.

Lui si alzò e si massaggiò la nuca.

«Ciò che proprio mi sbalordisce, è il modo in cui questa faccenda ha invaso a poco a poco ogni più recondito angolo della tua vita, finché un bel momento tu non hai più potuto prendere alcuna decisione o lasciarmi prendere alcuna decisione, senza uno speciale incantesimo protettivo. È come…» Stava per dire: come una specie di paranoia.

La voce di Tansy era bassa e rauca. «Figurati che io allaccio i miei vestiti con ganci e occhielli anziché usare chiusure lampo, perché a quanto pare i ganci allontanano gli spiriti maligni. E quegli ornamenti fatti di frammenti di specchio… Ne porto sui cappelli, sui vestiti, sulle borsette… Hai proprio indovinato, sono talismani tibetani per allontanare il malocchio.»

Norman stava in piedi, ora, davanti a lei. «Senti, Tansy, ma perché hai fatto tutto questo?»

«Te l’ho detto.»

«Lo so, ma perché hai continuato, un anno dopo l’altro, quando per tua stessa ammissione, hai sempre sospettato che ingannavi te stessa e nient’altro? Lo capirei se si trattasse di un’altra donna, ma tu…»

Tansy esitò. «Ti sembrerò forse sentimentale, banale, sciocca; ma ho sempre avuto l’impressione che le donne fossero più primitive degli uomini, più vicine ai sentimenti antichi.» E disse velocemente: «E poi, ci sono delle cose che risalgono all’infanzia; pensieri strani e sbagliati che i sermoni di mio padre mi infondevano, storie che le donnette usano raccontare, allusioni…»

(Norman pensò: “E poi si dice una parrocchia di campagna, dalla sana atmosfera mentale, eccetera eccetera. Che errore!”)

«…E poi insomma, c’erano mille altre cose. Tenterò di spiegartele.»

«Benissimo» fece Norman posandole la mano sulla spalla. «Ma sarà meglio che mangiamo qualcosa mentre parliamo.»

9.17 p.m. Sedevano uno di fronte all’altra, nell’allegra cucina rossa e bianca. Sul tavolo c’erano i sandwich, neppure toccati, e due tazze di caffè, a metà bevute. Ovviamente la situazione fra i due si era capovolta. Ora era Norman ad avere lo sguardo perso nel vuoto e Tansy lo osservava preoccupata.

«Ebbene, Norman» riuscì infine a dire «pensi che io sia pazza o che lo stia diventando?»

Era proprio questa la domanda che aspettava. «No, credo di no» disse senza intonazione. «Sebbene, Dio sa cosa potrebbe pensare un estraneo se venisse a conoscenza di quello che hai fatto. Sono perfettamente sicuro che tu non sia pazza, e altrettanto sicuro che tu sia nevrotica, come lo siamo tutti. E la tua nevrosi ha preso una forma maledettamente insolita.»

Conscio a un tratto di essere affamato, egli afferrò un sandwich e cominciò a masticare mentre parlava, mordicchiando il bordo tutt’intorno prima di attaccare la parte centrale.

«Ascoltami, Tansy, tutti abbiamo i nostri rituali segreti, i nostri piccoli modi particolari di mangiare, di bere, di dormire e di andare alla toilette. Rituali dei quali siamo raramente consapevoli, ma se qualcuno li analizzasse parrebbero più che strani. Per esempio camminare o no sulle spaccature del marciapiede, e cose del genere. Io direi che i tuoi intimi rituali, date le circostanze particolari della tua vita, si sono mescolati con le pratiche di magia nera e ora non riesci più a distinguerli gli uni dagli altri.» Fece una pausa. «Ed ecco un punto molto importante: finché tu sola sapevi di eseguire dei rituali, non potevi criticare spontaneamente il tuo vincolo con la magia, così come nessuno critica la propria formula per addormentarsi. Non vi è conflitto sociale.»

Cominciò a camminare su e giù, mangiando il suo sandwich.

«Sant’Iddio! E pensare che ho passato metà della mia vita a indagare sul come e sul perché gli uomini e le donne sono superstiziosi. Avrei dovuto accorgermi che questi studi avevano avuto su di te un effetto contagioso. Cos’è la superstizione se non una scienza fuorviata, non obiettiva? D’altra parte perché meravigliarsi se la gente si aggrappa alla superstizione, in questo mondo di oggi, marcio, pieno di odio e già condannato a finire? Dio solo sa se accoglierei con piacere la più oscura delle magie nere, qualora questa potesse far qualcosa per allontanare il pericolo della bomba atomica.»

Tansy si era alzata, gli occhi stranamente lucidi e spalancati. «E allora» balbettò «francamente tu non mi odi, e non pensi che sto impazzendo?»

L’abbracciò. «No, perbacco!»

Tansy scoppiò in lacrime.

9.33 p.m. Erano tornati sul divano. Tansy non piangeva più, ma teneva sempre il capo appoggiato sulla spalla di Norman.

Per un istante rimasero lì, tranquilli, poi Norman riprese il discorso col tono pacato di un dottore che spiega al suo paziente che purtroppo dovrà sottostare a un’altra operazione.

«Naturalmente, tu smetterai subito.»

Tansy si alzò bruscamente. «Oh no! Norman non potrei!»

«E perché no? Hai ammesso in questo momento che era tutta una sciocchezza. Hai appena finito di ringraziarmi per averti aperto gli occhi.»

«Lo so, eppure… Non mi obbligare, Norm.»

«Andiamo Tansy, sii ragionevole. Fino a questo momento ti sei comportata da persona adulta. Sono fiero di te; ma capirai benissimo che non ti puoi fermare a metà strada. Una volta che ti sei resa conto della tua debolezza, logicamente, devi perseverare. Devi buttar via tutte quelle cianfrusaglie del tuo spogliatoio, tutti i talismani e portafortuna che hai nascosto ovunque. Tutto, tutto.»

Scosse la testa. «Non mi obbligare, Norman» ripeté. «Non tutto in una volta. Mi sentirei spogliata.»

«Non ti sentirai affatto spogliata, ti sentirai più forte. Perché ti accorgerai che tutto ciò che attribuivi alla magia era invece frutto della tua personale abilità.»

«No, Norman, perché mi dovrei fermare? Cosa importa, ora? Hai detto tu stesso che era una sciocchezza, una specie di mio rituale segreto.»

«Ora che lo so anch’io non è più segreto. E in ogni caso» aggiunse con tono minaccioso «è un rituale perlomeno insolito.»

«Ma non potrei smettere poco per volta?» Tansy lo implorava come un bambino. «Vedi, mi limiterei a non aggiungere altri talismani, ma lascerei quelli vecchi in giro.»

Norman scosse la testa. «No» le disse «è come smettere di fumare o di bere. Bisogna cessare totalmente.»

La voce di Tansy si alzò di tono.

«Ma Norman, io non posso. Ti assicuro, non posso proprio.»

Egli sentì che sua moglie era veramente una bambina. «Tansy, tu lo devi fare.»

«Ma non c’è mai stato nulla di malefico nella mia magia». La sua infantilità diventava preoccupante. «Non l’ho mai usata a danno di nessuno, né per chiedere cose irragionevoli, come ad esempio farti diventare preside di Hempnell dall’oggi al domani. Io ti volevo solamente proteggere.»

«Ma che differenza c’è?»

Il petto della ragazza era scosso da lunghi sospiri. «Norman, io ti dico che non rispondo più di ciò che ti potrà capitare se mi obblighi a togliere tutte le scaramanzie che ho seminato in giro.»

«Tansy, sii ragionevole. Come puoi credere che io abbia bisogno di protezioni di questo genere?»

«Allora tu credi che tutto ciò che hai avuto di buono nell’esistenza sia unicamente il frutto della tua sola abilità? Non trovi nella tua vita nessun elemento di fortuna?»

Gli venne in mente che lo aveva pensato anche lui, proprio quel pomeriggio, e la cosa lo irritò moltissimo. «Ora sentimi, Tansy…»

«E tu pensi che tutti ti amino, che ti augurino ogni bene, non è vero? Pensi che tutte quelle belve, sì, dico, la gente di Hempnell, siano soltanto un gruppo di gattini dagli artigli rientrati? Sorvoli sulla loro invidia, sulle gelosie, che ritieni trascurabili, troppo in basso perché tu li noti… Ma lascia che ti dica…»

«Tansy, non gridare!»

«…Che molta gente a Hempnell vorrebbe vederti morto, avrebbe voluto vederti morto da un pezzo, se fosse stato in suo potere.»

«Tansy!»

«Quali sentimenti credi che nutra per te Evelyn Sawtelle, nel vedere che stai per superare suo marito nella corsa alla cattedra di sociologia? Cosa credi, che ti voglia rimpinzare di dolci per questo? Magari una delle sue torte al cioccolato con le ciliegine? Pensi che Hulda Gunnison sia soddisfatta dell’influenza che hai acquistato su suo marito? È colpa tua, se lei non spadroneggia più nell’ufficio del preside. In quanto a quella cagna libidinosa della signora Carr, credi che le piaccia quella tua politica di libertà e franchezza che hai adottato con gli studenti, politica che fa a pugni con la sua sacrosanta rispettabilità del tipo il sesso è soltanto una brutta parola e tutto il resto? Cosa credi che quelle donne abbiano sempre fatto per i loro mariti?»

«Oh Dio! Tansy, perché tirare in ballo queste vecchie rivalità universitarie?»

«E tu credi che quelle si fermino alle sole pratiche di protezione? Immagini che donne come quelle possano distinguere fra magia bianca e magia nera?»

«Tansy, non sai ciò che dici. Se vuoi alludere… Tansy, quando parli a quel modo, mi sembri veramente una strega.»

«Ah, davvero?» Per un attimo ebbe un’espressione così tesa che il suo viso pareva solo un teschio.

«E forse lo sono. Ed è forse una fortuna per te che lo sia stata.»

L’afferrò per un braccio. «Ascoltami, sono stato paziente con te riguardo a tutta questa balordaggine da ignoranti; ma ora mi fai il piacere di usare il buon senso, e di usarlo subito.»

Le labbra di Tansy si arricciarono. «Capisco. Finora hai usato il guanto di velluto, ed ora sfoggerai la mano di ferro. E se non ti ubbidisco, mi spedisci al manicomio. È così?»

«No, cara. Ma tu devi mettere giudizio.»

«Ebbene, io mi rifiuto.»

«Ascolta, Tansy…»

10.13 p.m. La trapunta ripiegata sobbalzò quando Tansy si gettò sul letto. Altre lacrime avevano rigato e arrossato il suo volto, poi si erano asciugate. «D’accordo» disse con voce imbronciata. «Farò come vuoi tu. Brucerò tutte le mie cose.»

Norman si sentì sollevato. Pensò improvvisamente: “E dire che ho avuto il coraggio di fare tutto questo senza l’aiuto di uno psichiatra”.

«Più di una volta mi è venuta voglia di smettere» aggiunse dopo un po’. «E più di una volta ho desiderato smettere di essere una donna.»

Le ore che seguirono furono per Norman qualcosa di totalmente diverso dall’eccitazione precedente. Prima di tutto si trattò di rovistare lo spogliatoio di Tansy per scovare talismani nascosti e altre cianfrusaglie. A Norman vennero in mente le vecchie commedie del cinema muto, nelle quali si vedevano decine e decine di persone uscire tutte da un solo taxi. Pareva impossibile che pochi cassetti e qualche vecchia scatola da scarpe potessero riempire tanti cestini della carta straccia. Sull’ultimo di questi egli gettò la sua vecchia copia di Parallelismi e prese in mano il diario di Tansy, un libriccino rilegato in pelle. Lei scosse la testa con gesto rassicurante. Dopo una leggera esitazione, Norman lo ripose senza aprirlo.

Poi venne il resto della casa. Tansy correva sempre più svelta, di stanza in stanza, per recuperare manine di flanella dall’imbottitura delle sedie, da sotto i piani dei tavoli, nell’interno dei vasi, finché Norman si meravigliò di aver vissuto in quella casa per più di dieci anni senza mai imbattersi in uno di questi amuleti.

«Sembra quasi una caccia al tesoro, non ti pare?» disse lei con un sorriso malinconico.

C’erano amuleti anche fuori, sotto i gradini dell’ingresso, e alla porta di servizio, nel garage, nella macchina. A ogni manciata di rifiuti che gettavano nel fuoco crepitante acceso nel caminetto del soggiorno, Norman provava un sollievo sempre maggiore. Finalmente Tansy scucì i guanciali del suo letto, e ripescò due piccole figurine fatte di penne intrecciate, legate con filo sottile, che si erano amalgamate con la piuma contenuta nel guanciale.

«Vedi, una delle due è un cuore, l’altra è un’ancora. Assicurano protezione. È la magia delle piume, quella di New Orleans. Non hai fatto un solo passo, questi anni, senza trovarti nel raggio d’azione di uno dei miei amuleti»

Le figurine di penna divamparono nelle fiamme.

«Ecco fatto» gli disse. «Non senti niente? Nessuna reazione?»

«No» disse lui. «Perché? Avrei dovuto…»

Tansy scosse il capo. «È solo perché questi due erano gli ultimi. E così, se ci fossero in giro forze ostili che i miei talismani tenevano a rispettosa distanza…

Norman rise con indulgenza. Subito dopo la sua voce tornò a farsi dura. «Sei proprio sicura di averli distrutti tutti? Di non averne dimenticato qualcuno in giro?»

«Assolutamente certa. In casa, o vicino a casa, non ce n’è rimasto uno solo, Norm, e non ne ho mai piantati in altri posti perché temevo… insomma, temevo le interferenze. Li ho contati tutti, nella mia mente, decine di volte, e ora sono tutti andati…» guardò il fuoco «puff! Ora» disse quietamente «mi sento stanca, veramente stanca. Voglio andare subito a letto.»

Di colpo scoppiò a ridere. «Ma prima, devo ricucire quei guanciali; se no, troveremo delle piume dappertutto.»

Le mise il braccio intorno al collo. «Va bene, ora?»

«Sì, tesoro» gli rispose. «Una sola cosa ancora vorrei chiederti. Di non parlarne per un po’ di giorni, almeno. Neanche un’allusione. Sento che non potrei… Me lo prometti?»

La strinse a sé. «Assolutamente, cara. Stanne certa.»

3

Seduto sull’orlo della vecchia sedia di cuoio, chino sul caminetto, Norman giocherellava con i resti del fuoco, picchiando con la punta dell’attizzatoio su un tizzone incandescente finché questo si ruppe con un tintinnio dividendosi in molte piccole braci dalle quali si alzarono fiamme azzurre, quasi invisibili.

Vicino a lui, sul pavimento, Totem osservava le fiamme, con la testina piegata fra le zampe.

Norman si sentì stanco. Avrebbe dovuto seguire Tansy a letto da un pezzo, ma gli occorreva del tempo per sbrogliare i suoi pensieri. Una bella mania, questa sua necessità professionale di assimilare ogni situazione nuova, sottolinearne mentalmente ogni aspetto, sviscerarlo in questa o in quella maniera finché non fosse tutto consumato. All’opposto, Tansy aveva girato l’interruttore sui suoi pensieri ed era sprofondata nel sonno. Era proprio il suo modo di fare. O era forse l’effetto della fisiologia femminile, più armoniosa, più ipertiroidea?

Lei comunque aveva agito nel modo più pratico, più ragionevole. E anche questa era una sua caratteristica. Sempre leale, sempre disposta alla fine a dar retta alla logica (nelle stesse circostanze avrebbe osato lui, Norman, tenere un discorso ragionevole a una donna diversa da Tansy?), e sempre… come dire… ah, sì, empirica. Salvo a imboccare quella strana via…

Era tutta colpa di Hempnell. Quel collegio era proprio un focolaio di nevrosi e la moglie di un professore vi si trovava esposta più di chiunque. Avrebbe dovuto rendersi conto, in tutti quegli anni, dello sforzo al quale Tansy era sottoposta, e porvi rimedio. In quello, era stata un’attrice consumata. Norman dimenticava sempre con quanta serietà le donne considerassero il minimo intrigo universitario. Non potevano evadere, come i loro mariti, nel mondo misurato, freddo della matematica, della microbiologia e delle altre materie.

Norman sorrise. L’allusione che Tansy aveva lasciato cadere alla fine della discussione era piuttosto sconcertante. Cioè, che Evelyn Sawtelle, e la moglie del vecchio Harold Gunnison, come pure la vecchia signora Carr praticassero anch’esse la magia, ma quella nera, malefica, mortale. Ci voleva poco a crederlo, conoscendole. Era uno spunto che uno scrittore satirico avrebbe potuto sfruttare con successo. Bastava alzare di un tono il racconto, descrivere la maggior parte delle donne come tante streghe, sicure del loro fascino, intente a farsi una guerra spietata, a base di incantesimi mortali e di talismani, mentre i loro mariti, con gli occhi fissi sulla realtà, si immergevano incoscientemente nel loro lavoro. Vediamo un po’, Barrie aveva scritto un libro del genere, dal titolo Ciò che ogni donna sa, per dimostrare che gli uomini non si rendono mai conto del ruolo preminente svolto dalle loro mogli in ogni loro successo. Essendo ciechi a quel punto è evidente che potevano ancor meno sospettare che le mogli usassero la magia per conseguire lo scopo.

Il sorriso di Norman si mutò in smorfia. Ricordava che non si trattava di un’allusione distratta, ma che Tansy aveva davvero creduto, perlomeno in parte, a quelle affermazioni. Si inumidì le labbra, irritato. Indubbiamente, ore spiacevoli come queste ve ne sarebbero state ancora. Di tanto in tanto, un ricordo l’avrebbe fatto trasalire. Dopo tutto quello che era successo quella notte, era inevitabile.

Il peggio però era passato.

Si chinò ad accarezzare Totem che non voltò il capo, intenta com’era a guardare la brace nel camino.

«È ora di andare a letto, gattona. Dev’essere quasi mezzanotte. No… l’una e un quarto!»

Mentre riponeva l’orologio nel taschino, le sue dita sfiorarono il medaglione appeso all’altra estremità della catena.

Soppesò nel palmo della mano il cuoricino d’oro, regalo di Tansy. Era o no un po’ più pesante del normale?

Aprì il medaglione con l’unghia del pollice. Ma non v’era modo, perlomeno un modo visibile di arrivare nello spazio sottostante la fotografia. Dopo un attimo di riflessione sfilò accuratamente la piccola fotografia con la punta di una matita.

Dietro la fotografia c’era un minuscolo involto racchiuso in una flanella sottilissima.

Era proprio il modo di comportarsi delle donne, pensò con maligna rapidità. Fanno finta di arrendersi completamente e invece ti nascondono ancora qualcosa.

Ma forse lo aveva dimenticato.

Con rabbia gettò l’involtino nel fuoco. La fotografia danzò sulle fiamme, ricadde sul letto di brace e divampò prima che fosse possibile recuperarla. In un baleno vide il volto di Tansy arricciarsi e carbonizzarsi.

Per l’involtino ci volle più tempo. Una vampata gialla tagliò la superficie mentre la flanella crepitava. Poi si levò una fiammata alta.

In quell’attimo Norman fu percorso da un brivido, sebbene sentisse tuttora il caldo riverbero della brace. La camera gli parve oscurarsi, nelle sue orecchie avvertì una specie di rombo, come un rumore di motori, molto lontani, sotterranei. Gli parve di trovarsi di colpo nudo e disarmato di fronte a qualcosa di minacciosamente estraneo.

Totem si era voltata e osservava intensamente le ombre dell’angolo più buio. Emise un sibilo, e con un balzo di fianco fuggì dalla stanza.

Norman si accorse di tremare. Reazione nervosa, pensò. Avrebbe potuto coglierlo anche prima.

Il fuoco nel camino morì lentamente, e poi non rimase altro rumore che lo scoppiettio della brace.

Improvviso come un’esplosione squillò il telefono.

«Professor Saylor? Lei non si aspettava di sentire la mia voce, non è vero? Il motivo per cui l’ho chiamata è che ho sempre ritenuto opportuno far sapere a tutti, non importa a chi, la mia situazione. Ed è molto più di quanto si possa dire di molta gente.»

Norman allontanò il ricevitore dall’orecchio. Dal senso delle parole, sebbene confuse, pareva si trattasse dell’inizio di un discorso. Ma il tono con il quale erano pronunciate lo smentiva. Ci voleva almeno mezz’ora di esaltata declamazione per raggiungere quel tono così lamentosamente acuto, quella intonazione (ma sì, era la parola giusta) di pazzia furiosa.

«Ciò che le voglio dire, Saylor, è questo. Non sono disposto ad accettare supinamente ciò che mi è stato fatto, non mi lascerò buttar fuori da Hempnell. Mi appellerò per far cambiare i voti. E lei sa perché.»

Norman riconobbe la voce. In un baleno gli apparve l’immagine di un viso molto stretto, molto pallido, labbra e occhi sporgenti, sormontato da una folta zazzera rossa. Interruppe l’interlocutore.

«Senti, Jennings, se eri certo di essere stato trattato ingiustamente, perché non hai presentato le tue lagnanze due mesi fa, al momento della classifica?»

«Perché? Ma perché lei mi aveva messo delle fette di salame sugli occhi. Il caro professor Saylor, di così larghe vedute! Solo più tardi mi sono reso conto che lei non si era occupato di me come avrebbe dovuto, che mi aveva disprezzato e ignorato alle conferenze e nei colloqui con gli studenti, Lei si è ben guardato dal dirmi che potevo essere bocciato finché non è stato troppo tardi. E le sue domande, i suoi test pieni di tranelli… Riguardavano sempre le lezioni che io avevo saltato. E l’antipatia che lei non riusciva a nascondere per la politica di mio padre, e perché non ero quel tipo di studente brillante come Bronstein. Soltanto allora io…»

«Jennings, sii ragionevole. Hai trascurato due corsi, oltre il mio, nell’ultimo trimestre.»

«Sì, ma perché lei aveva sparso la voce in giro, influenzato gli altri contro di me, dipingendomi come lei mi vedeva. Ha fatto in modo che ognuno…»

«E pretendi di accorgertene solo adesso?»

«Certamente, La cosa mi è apparsa in un baleno, mentre ero qui a pensare. Lei è stato furbo. Io la seguivo come un cagnolino, lei faceva di me quel che voleva, tanta era la soggezione che io provavo per lei. Ma appena mi è venuto il primo sospetto, ho visto chiaramente il suo piano. Tutto si concatenava, tutto faceva capo a lei.»

«Anche il fatto che ti abbiano buttato fuori da due collegi universitari prima di approdare a Hempnell?»

«Sapevo che lei era prevenuto contro di me sin dall’inizio.»

«Jennings» disse Norman con fare stanco «io ti ho ascoltato fin che ho potuto. Se hai delle lagnanze da esporre, esponile al decano Gunnison.»

«Vuol dire che lei non farà nulla?»

«Proprio così.»

«È la sua ultima parola?»

«È la mia ultima parola.»

«Benissimo, Saylor. Tutto ciò che posso dirle è questo: stia in guardia, stia in guardia, Saylor, stia in guardia!»

Si udì lo scatto in chiusura dell’apparecchio all’altro capo del filo. Norman pose il ricevitore con garbo sulla forcella.

Maledizione ai genitori di Theodore Jennings: non perché fossero dei vanitosi ipercritici, dei reazionari dal cervello imbottito, ma perché avevano quella crudele ambizione di voler spingere negli studi universitari un ragazzo emotivo, egoista, verboso, forse un po’ subnormale, dalla mente ristretta: tale quale quella dei suoi genitori, sebbene molto meno furbo. Maledizione anche al preside Pollard così supino alla loro influenza politica, alla loro ricchezza, da lasciare il ragazzo entrare a Hempnell pur sapendo che non avrebbe mai potuto superare gli esami di laurea.

Norman pose il parafuoco di fronte al camino, spense le luci del soggiorno e s’incamminò verso la stanza da letto nel chiarore giallo che proveniva dalla luce dell’ingresso.

Il telefono trillò nuovamente. Norman lo contemplò con curiosità prima di alzare il ricevitore.

«Pronto?»

Non vi fu risposta. Aspettò un attimo e ripeté: «Pronto? Pronto?»

Nessuna risposta. Stava per riattaccare quando gli parve di udire una specie di sospiro agitato, irregolare, come soffocato.

«Chi parla?» disse vivamente «Qui parla il professor Saylor… parlate, vi prego…»

Udì ancora quel respiro e nient’altro.

Allora dal piccolo, nero, misterioso telefono uscì una sola parola, pronunciata lentamente, con difficoltà, da una voce profonda eppure strozzata, come in un momento di inimmaginabile intimità.

«Tesoro…»

Norman inghiottì la saliva. Non gli riusciva di riconoscere quella voce. Prima ancora di poter pensare a formulare una risposta, la voce aveva ripreso, più rapidamente ma senza cambiar tono.

«Oh, Norman, come sono felice di aver finalmente trovato il coraggio di parlarti, anche se tu non ci sei arrivato. Io sono qui, pronta ad accoglierti. Caro, sono pronta. Vieni da me.»

«Ma davvero?» Norman cercava di temporeggiare, sorpreso. Gli sembrò di afferrare qualcosa di noto in quella voce, non nel tono, ma nel fraseggio e nel ritmo.

«Vieni da me, amor mio, vieni. Portami in qualche luogo segreto dove saremo soltanto noi due, noi due soli. Sarò la tua amante, la tua schiava, la tua cosa. Farai di me ciò che vorrai.»

Norman sentì l’improvviso impulso di scoppiare a ridere, ma il suo cuore era turbato. Se fosse stata reale, sarebbe forse stata una cosa carina; ma in tutta questa faccenda c’era qualcosa di comico. Che si trattasse di uno scherzo?

«Sono qui, sdraiata, mentre ti parlo, e sono nuda, tesoro. Vicino al letto c’è solo una lampadina dal paralume rosa. Oh, caro; portami via, in qualche isola tropicale e ci ameremo di un amore pazzo, un amore da farti male, da farmi male, e poi faremo il bagno al chiaro di luna, e dei petali di fiori cadranno in mare tutt’intorno a noi…»

Sì, era uno scherzo, Non poteva non esserlo, si disse quasi con divertito rimpianto. Di colpo gli venne in mente la sola persona in grado di sostenere uno scherzo del genere,

«Vieni, Norman, vieni da me, portami nell’oscurità…» continuava quella voce.

«Benissimo, arrivo» rispose velocemente. «E dopo che ci saremo amati appassionatamente, accenderemo la luce ed io ti dirò: Mona Utell, non ti vergogni di te stessa?»

«Mona?» urlò in tono altissimo la voce. «Mona?»

«Sicuro, Mona!» la rassicurò ridendo. «Sei l’unica attrice che io conosca; o meglio, l’unica donna che a mio vedere possa imitare così perfettamente una sdolcinata esaltazione. E se ti avesse risposto Tansy? Cosa avresti fatto? Una imitazione di Humphrey Bogart? Come te la passi a New York? Come procede il tuo ricevimento? Cosa stai bevendo?»

«Bevendo? Norman? Ma allora non mi hai riconosciuta?»

«Eccome! Sei Mona Utell.» Ma già gli sorgeva un dubbio. Gli scherzi lungamente architettati non erano il forte di Mona. E quella voce strana, con quell’eco di esasperata familiarità diventava sempre più acuta.

«Parli seriamente, non mi hai riconosciuta?»

«No, credo di no» disse alzando un po’ il tono per adeguarlo a quello con cui gli era stata rivolta la domanda.

«No davvero?»

Norman sentì che quelle due parole premevano il grilletto di una esplosione emotiva, ma non si fermò e continuò a dire “no, no” in maniera impaziente. All’altro capo del telefono la voce emise uno strillo acutissimo. Totem, che stava svignandosela, voltò la testa udendo quel rumore.

«Sporcaccione! Lurido sporcaccione. Dopo tutto ciò che mi hai fatto. Dopo che hai deliberatamente eccitato i miei sensi! Dopo che mi hai spogliata con gli occhi centinaia di volte…»

«Prego?»

«Te la do io… sdolcinata esaltazione! Tu sporco maestrino da due soldi. Torna alla tua Mona, torna da quella tua sciocca moglie… e andate tutti e tre all’inferno!»

Ancora una volta Norman si trovò con un ricevitore muto in mano. Lo pose sul sostegno con un sorriso stanco. Ah! La vita austera di un professore di un collegio universitario! Cercò di immaginare quale donna potesse nutrire una segreta passione per lui: ma non approdò a nulla. L’idea che fosse Mona Utell sul momento gli era parsa verosimile. Era di certo capace di chiamarlo sin da New York per fargli uno scherzo. Uno scherzo, ecco ciò che le occorreva per rianimare un ricevimento dopo-teatro.

Ma non era il tipo da concludere uno scherzo in quella maniera. Mona voleva sempre finire in una gran risata e con lei il suo interlocutore. Forse qualcun altro aveva ideato quella burla.

O forse esisteva realmente qualcuno che… Si scrollò nelle spalle! Che asineria! Ora lo avrebbe raccontato a Tansy e lei si sarebbe divertita un mondo. Si diresse verso la camera da letto.

Solo a quel momento ricordò ciò che era successo in precedenza durante quella serata. Le due chiamate telefoniche glielo avevano fatto dimenticare.

Era arrivato alla porta della stanza da letto. Si volse lentamente indietro e guardò il telefono. La casa era molto silenziosa.

Notò che in certo senso quelle due chiamate telefoniche erano arrivate proprio in quel particolare momento e costituivano una sgradevole coincidenza.

Ma uno scienziato doveva considerare con sano disprezzo le coincidenze.

Udì il respiro calmo, regolare di Tansy.

Spense la luce nell’atrio e se ne andò a letto.

4

Mentre Norman, il giorno dopo, si avviava a Hempnell, notò in maniera insolitamente intensa quanto fosse “pseudo” lo stile gotico del collegio. Com’era scarso il pensiero scientifico che si nascondeva sotto quell’architettura troppo ornata, e quanta preoccupazione vi si celava, per gli stipendi troppo bassi, per le spese amministrative troppo alte. E fra gli stessi studenti, scarsa era la passione per gli studi, e molta la passione, punto e basta… anche se si trattava di una passione timida, derivata dalla pubblicità e stimolata dal cinema.

Ma forse i simboli di quell’architettura tetra volevano simboleggiare proprio questo, anche in quei tempi monastici i chiostri ed i contrafforti avevano un loro ruolo funzionale.

I viali ora erano vuoti, tranne poche persone che procedevano frettolosamente. Entro pochi minuti tutto il corpo studentesco sarebbe uscito dalla cappella, una marea di bluse e golfini.

Un camion sgusciò all’angolo della strada nell’attimo in cui Norman stava per attraversare. Egli indietreggiò tornando sul marciapiede, con un moto di disgusto. Nel nostro mondo condizionato dal motore a scoppio tollerava le automobili comuni; ma i camion, chissà perché, gli suggerivano un malsano gigantismo, provocando in lui una ripugnanza irrazionale.

Guardandosi rapidamente intorno prima di riattraversare, vide con la coda dell’occhio una figura che pareva quella di una studentessa. Era fortemente in ritardo per il servizio religioso, oppure l’aveva saltato del tutto. Dopo un attimo si rese conto che quella figura era la signora Carr, e rallentò il passo per attenderla.

L’errore era naturale. A dispetto dei settant’anni certamente compiuti, la preside delle professoresse, una donna dai capelli candidissimi, aveva una figura e un portamento molto giovanili. Il passo era vivace e quasi elastico. Osservandola attentamente si notava però il collo troppo scuro solcato da mille rughe e era chiaro che quel corpo era sottile a causa degli anni e non della giovinezza. I modi giovanili della signora Carr non erano dovuti ad affettazione, o a uno struggente aggrapparsi alla vita sessuale; anche se lo fosse stato, non lo dava ad intendere. Ma questa falsa giovinezza era dovuta a una famelica infatuazione di gioventù, di freschezza, tale da influenzare perfino le cellule e la tensione elettrica del suo corpo.

Addirittura il culto della giovinezza, fra i professori dei nostri collegi universitari, pensò Norman, una forma particolare del grande culto americano della giovinezza, un impulso quasi vampirico a nutrirsi dei sentimenti e dell’entusiasmo giovanili.

L’arrivo della signora Carr interruppe il filo dei suoi pensieri.

«E come sta Tansy?» chiese lei con una sollecitudine così affabile che per un attimo Norman si chiese se la preside delle professoresse non possedesse qualcosa di più di quell’intuitivo filo diretto con la vita privata dei colleghi, che generalmente le si attribuiva. Fu solo un attimo. Dopo tutto, l’affabile sollecitudine era una necessità professionale, per la preside.

«Abbiamo sentito la sua mancanza all’ultima riunione delle signore» continuò la signora Carr. «Ha un carattere così allegro. E francamente abbiamo bisogno di allegria, oggigiorno.» I freddi raggi del sole mattutino brillavano sulle sue spesse lenti e luccicavano sulle sue guance luminose come la brina su una mela rossa. Posò la mano sul braccio di Norman. «Hempnell ha molta stima di Tansy, professor Saylor.»

Norman stava per dire: «E perché non dovrebbe?» Invece rispose: «Il che dimostra il suo buon senso…» e ricordò con ironia come, dieci anni prima la signora Carr fosse fra le più accanite a tacciare i Saylor di “coppia con un’influenza demoralizzante, disfattista”.

Il riso argentino della signora Carr squillò nell’aria fresca.

«Bisogna che mi affretti, ho un colloquio con gli studenti» disse. «Ma voglio farle sapere, professor Saylor, che Hempnell ha molta stima anche di lei.»

La guardò mentre si allontanava rapidamente e si chiese se quest’ultima frase significasse che le sue probabilità di ottenere la cattedra di sociologia si erano accresciute. Voltò e si diresse a Morton.

Entrando nel suo studio udì suonare il telefono. Era Thompson, l’incaricato delle relazioni pubbliche di Hempnell, l’unico compito amministrativo che non era stato affidato a un semplice professore, data la sua vitale importanza.

Il saluto di Thompson fu particolarmente affabile. Come le altre volte, Norman vide nel suo interlocutore un uomo che aveva sbagliato professione e che sarebbe stato certamente più felice a vendere saponette. Ci sarebbe voluto uno psicoanalista, pensò Norman, per scoprire quale intima costrizione spingeva Thompson ad aggrapparsi ai margini del mondo accademico. Si sa soltanto che tale impulso si ritrova in un piccolo numero di questi potenziali venditori.

«Si tratta di un argomento un po’ delicato…» diceva Thompson. Gli argomenti delicati erano la sua specialità. «Un momento fa uno dei nostri consiglieri mi ha telefonato in merito a una strana storia che gli è stata riferita, non mi ha voluto dire da chi. La cosa concerne te e tua moglie. A quanto pare, durante le vacanze di Natale a New York avete partecipato a un ricevimento offerto da gente di teatro, molto in vista e molto… allegra. Non ha saputo dirmi dove si siano svolte le cose, ma pare che tutto il gruppo degli invitati abbia vagato qua e là per New York. A dirti il vero non mi è parsa una cosa molto verosimile. Comunque si trattava di una specie di spettacolo improvvisato in un night-club, con una toga professorale indossata da… insomma… da una spogliarellista. Gli ho risposto che avrei indagato, ho appunto pensato che… insomma, mi stavo chiedendo se tu…»

«Se io avrei opposto un diniego formale? Spiacente, ma mi sembrerebbe disonesto. L’informazione è sostanzialmente esatta.»

«Ah, capisco… Ebbene, non c’è altro da dire» Thompson rispose coraggiosamente dopo un paio di secondi. «Comunque, ritenevo giusto informarti. Il Consigliere Fenner… era molto… agitato per questo incidente. Mi ha inchiodato un’ora al telefono con i suoi commenti su quella coppia di attori, nota soprattutto per la sua facilità a ubriacarsi e a divorziare…»

«Il primo particolare è esatto, il secondo no. Mona e Welby Utell sono due sposi fedelissimi, alla loro maniera s’intende. Gente simpatica, te li farò conoscere uno di questi giorni.»

«Ne sarò lieto, certamente» rispose Thompson. «Addio.»

Il campanello delle lezioni trillò. Norman smise di giocherellare con il piccolo coltello di ossidiana che usava per aprire le buste, fece ruotare la sua poltrona, la spinse indietro e si adagiò sullo schienale, divertito e irritato da quest’ennesima manifestazione della politica silenziatrice e sussurrante di Hempnell. Non aveva mosso un dito per nascondere il ricevimento degli Utell, che era stato in verità un pochino più matto del previsto; ma non ne aveva neppure parlato ad alcuno, qui in collegio. Purtroppo era inutile illudersi; dopo tanti mesi, la cosa veniva a galla.

Dal punto dov’era seduto, l’orlo del tetto di Estrey Hall tagliava in diagonale la finestra del suo studio. Vi si vedeva una figura di pietra, un drago scolpito nell’atto di discendere dal tetto.

Per la decima volta nella stessa mattinata gli tornarono in mente i fatti della notte precedente e si chiese se tutto ciò fosse realmente accaduto. Gli era difficile ammetterlo. Eppure a pensarci bene l’incursione di Tansy nel mondo medioevale non era certo più strana dell’architettura gotica di Hempnell, con quell’abbondanza di grondoni e altri mostri favolosi intesi ad allontanare gli spiriti maligni. Il secondo campanello squillò e Norman si alzò.

La lezione d’oggi verteva sulle società primitive. La classe fece silenzio. Al suo ingresso Norman chiese a uno studente di spiegargli il ruolo della consanguineità come fattore dell’organizzazione tribale, ed ebbe tempo, nei cinque minuti successivi, di raggruppare le sue idee e segnare gli ultimi arrivati e gli assenti. Quando la spiegazione, corredata sulla lavagna dai diagrammi dei matrimoni fra gruppi diventò così complicata che Bronstein, il migliore alunno, si agitava e moriva dalla voglia d’intervenire, Norman chiese ai suoi alunni commenti e critiche, riuscendo a stimolare una discussione di grande interesse.

Alla fine, il presidente dell’associazione studentesca, che sedeva in seconda fila, disse: «Ma tutti quei principi di organizzazione sociale erano in fin dei conti fondati sull’ignoranza, la tradizione e la superstizione. Tutto l’opposto della società moderna.»

Era l’esca prevista da Norman. Egli prese brillantemente la parola, polverizzò il difensore della società moderna, paragonando punto per punto le confraternite universitarie di oggi alle “case dei giovani”, con tutti i particolari delle cerimonie di iniziazione che egli analizzò con delizia scientifica; si lanciò infine in una larga analisi delle usanze contemporanee come apparirebbero a un ipotetico etnologo marziano. Abbozzò passando una umoristica analogia fra le associazioni femminili e la primitiva clausura delle ragazze giunte alla pubertà. I minuti passavano veloci e piacevoli, mentre sfornava esempi di arretratezza culturale in tutto, dal comportamento a tavola sino ai sistemi di misurazione. Perfino il dormiglione solitario dell’ultima fila si era risvegliato ed ascoltava con attenzione.

«Certamente, abbiamo fatto innovazioni importanti, la maggiore delle quali è l’uso sistematico del metodo scientifico» disse a un certo punto. «Ma la base primitiva esiste tuttora e domina il ritmo della nostra vita. Siamo scimmie antropoidi modificate che vivono nei night-club e nelle corazzate. Che altro potremmo essere?»

Il matrimonio e il periodo di corteggiamento furono anch’essi presi in esame. Bronstein sorrideva beato, e Norman abbozzò un parallelo fra matrimonio per acquisto, matrimonio per rapimento e matrimonio simbolico a una divinità. Dimostrò che il matrimonio in prova non è un concetto moderno bensì un’usanza antica solidamente impiantata e praticata con successo dai polinesiani e da altri popoli.

Fu a questo punto che si accorse della presenza in fondo all’aula di un viso rosso brace, dall’espressione irritata. Era quello di Gracine Pollard, la figlia del preside di Hempnell. Lo guardava furente, ignorando volutamente l’interesse che questo suo rossore suscitava fra i compagni.

Pensò meccanicamente: ora quella piccola nevrotica andrà a raccontare a papà che il professor Saylor sta perorando la causa del libero amore. Cacciò dalla mente quel pensiero e continuò la lezione senza modificarla. Fu interrotto dal suono del campanello finale.

Norman era irritato con se stesso. Ascoltò senza prestare attenzione i commenti entusiasti e le domande di Bronstein e d’un paio d’altri studenti.

Tornato nel suo studio trovò una nota del preside Harold Gunnison. E siccome non aveva altre lezioni nell’ora successiva, si recò nell’edificio amministrativo, con Bronstein alla calcagna, che gli esponeva una sua teoria.

Norman si chiedeva perché si fosse lasciato andare. Indubbiamente alcune delle sue osservazioni erano state un po’ crude. Da tempo aveva imparato ad adeguare il suo comportamento in aula al clima di Hempnell, senza menomare la sua integrità intellettuale. Le poche deviazioni che si era permesso quella mattina (sconsigliabili, anche se leggere) lo infastidivano.

La signora Carr gli passò accanto senza dire una parola, col viso leggermente voltato dall’altra parte, evitando di salutarlo. Ci volle un po’ per capire la ragione di quel comportamento. Distrattamente aveva acceso una sigaretta, e Bronstein che lo seguiva aveva fatto altrettanto, ovviamente felice di questo strappo al ferreo regolamento universitario. Si tollerava che i professori fumassero nella loro sala di riunione o nell’isolamento del proprio studio, ma basta.

Aggrottò la fronte e continuò a fumare. Ovviamente gli eventi di quella notte avevano turbato la sua mente più di quanto sospettasse. Schiacciò il mozzicone sui gradini dell’edificio amministrativo.

Nel vano della porta esterna si scontrò quasi con la elegante ma tarchiata figura della signora Gunnison.

«Per fortuna che reggevo saldamente la mia macchina fotografica» borbottò lei, mentre egli si chinava a raccogliere la borsa rigonfia della signora. «Mi sarebbe molto spiaciuto dover sostituire quell’obiettivo.» Respinse poi con la mano una ciocca di capelli rossi che le ricadeva sulla fronte: «Lei mi sembra preoccupato. Come sta Tansy?»

Norman rispose brevemente e proseguì. Quella donna sì che avrebbe potuto essere una strega! Vestiti costosi indossati come una stracciona; prepotente, brontolona, bonaria in maniera truculenta, ma capace di calpestare gli impulsi di chiunque. Era l’unica persona in presenza della quale l’autorità del marito preside pareva assolutamente ridicola.

Harold Gunnison si affrettò a terminare la sua conversazione telefonica e fece cenno a Norman di entrare e di chiudere la porta.

«Norman» cominciò Gunnison con un tono di rimprovero «si tratta di una faccenda molto delicata.»

Norman si fece attento. Quand’era Harold Gunnison a dirlo anziché Thompson, si trattava veramente di una faccenda delicata. Gunnison e Norman usavano giocare insieme a squash e andavano molto d’accordo. L’unica cosa di Gunnison che a Norman non piaceva era l’ammirazione che lui e il preside Pollard nutrivano l’uno per l’altro. Pertanto l’inneggiare alle idee politiche di Pollard e sottolineare alcune delle sue amicizie politiche di importanza nazionale, era un atto ben visto nell’ambito dei professori.

Harold aveva detto “una faccenda delicata”.

Norman si preparò a sentire un’osservazione sul comportamento eccentrico, indiscreto o forse dilettuoso di Tansy. Gli era sembrata a un tratto l’unica spiegazione logica di questa chiamata.

«C’è una ragazza, all’agenzia di collocamento studenti, che lavora per te, una certa Margaret Van Nice?»

Fulmineamente Norman capì che era stata lei l’autrice della seconda telefonata anonima notturna. Nascondendo la sua scoperta attese un momento e disse: «Sì, una ragazza quieta. Fa le tirature al ciclostile.» E gli venne l’ispirazione di aggiungere: «Parla sempre sottovoce.»

«Ebbene, poco fa ha avuto una crisi isterica nello studio della professoressa Carr. Pretende che tu l’abbia sedotta. La signora Carr ha immediatamente scaricato la patata bollente nelle mie mani.»

Norman frenò l’impulso di raccontare la storia della telefonata e si accontentò di dire: «Ebbene?»

Gunnison aggrottò la fronte e lo guardò di traverso. Norman disse allora: «Lo so che fatti come questi, anche qui a Hempnell, sono già accaduti. Ma questa volta… no.»

«Naturalmente, Norman.»

«Certo che non sono mancate le occasioni, abbiamo lavorato fin tardi la sera molte volte, a Morton.»

Gunnison prese in mano una pratica. «Per fortuna ho qui con me gli esami psichici della ragazza. Per quanto riguarda il sistema nervoso il suo indice è molto alto. È tutta un groviglio di complessi. Tratteremo questo incidente con molto tatto.»

«Vorrei proprio sentirla con le mie orecchie, mentre mi accusa del misfatto» disse Norman «e al più presto possibile.»

«Naturalmente. Ho provveduto a organizzare un incontro nello studio della signora Carr, alle quattro, oggi pomeriggio. Nel frattempo la faccio visitare dal dottor Gardner. Il che dovrebbe calmarla un po’.»

«Alle quattro, allora» ripeté Norman alzandosi. «Ci sarà anche lei, Harold?»

«Certamente. La cosa mi spiace, Norman. Ma, detto fra noi, credo che la signora Carr abbia esagerato le cose. È stata presa dal panico; sai, è una vecchia signora, dopo tutto.»

Nell’ufficio antistante lo studio del preside, Norman si fermò a osservare una piccola vetrina piena di oggetti relativi agli studi di chimica-fisica che Gunnison proseguiva. Nell’attuale mostra si vedevano alcune gocce di Rupert ed altre stramberie relative alla tensione molecolare. Guardò malinconicamente i piccoli globuli rossi con il loro gambo rigido e ritorto e notò distrattamente le etichette sulle quali era descritto come si ottenevano, facendo cadere gocce di vetro fuso nell’olio bollente. Gli parve a quel momento che Hempnell fosse proprio come una di quelle gocce di Rupert. Picchiando con un martello sulla sfera non succedeva nulla, ma bastava sfiorare con l’unghia il delicato filamento che chiudeva la goccia e questa vi esplodeva in faccia.

Estroso.

Osservò gli altri oggetti, fra i quali un piccolo specchio che, secondo la sottostante legenda, si sarebbe polverizzato solo a sfiorarlo, o sottoponendolo a un repentino cambiamento di temperatura.

Eppure non era così estroso, a pensarci bene. Qualsiasi collettività un po’ artificiale, superorganizzata e tesa, come ad esempio quella di un piccolo collegio, tende a produrre punti critici di tensione. Lo stesso dicasi di una persona o di una carriera. Lo sfioramento più leggero, se colpisce il punto delicato della mente di una ragazza nevrotica, la fa esplodere in accuse atroci. Con un individuo più sano, lui ad esempio, se qualcuno si mettesse a studiarlo segretamente cercando di individuare il filamento vulnerabile col dito pronto a scattare…

Ma questo esercizio diventava troppo estroso. Si affrettò a raggiungere l’aula per l’ultima lezione del mattino.

Sulla soglia incontrò Hervey Sawtelle che gli attaccò un bottone. Il suo collega dello stesso ramo scientifico somigliava a una caricatura poco indulgente del professore universitario. Un po’ più anziano di Norman, aveva la personalità di un settantenne o di un adolescente timido. Aveva sempre fretta, era così nervoso che un nonnulla lo faceva trasalire. Portava sempre due cartelle. Norman vedeva in lui la vittima assai comune della vanità intellettuale. Molto probabilmente ai tempi degli studi universitari, era stato convinto, da insegnanti presuntuosi, che doveva saper tutto in modo da poterne discutere con qualsiasi specialista su qualsiasi argomento, comprese la musica medievale, le equazioni differenziali e la poesia moderna, e fornire una immediata risposta a qualsiasi osservazione, anche se formulata in una lingua morta o straniera. E soprattutto non fare mai domande. Non riuscendo, a dispetto dei suoi perseveranti sforzi, a diventare un moderno Pico della Mirandola, Hervey Sawtelle si era probabilmente convinto della sua mediocrità intellettuale e tentava di porvi rimedio o forse di dimenticarla, dando un’eccessiva, rabbiosa attenzione ai dettagli.

Lo si leggeva senza difficoltà sul suo viso stretto, raggrinzito dalle labbra serrate, sottili, dalla fronte sempre aggrottata. Le preoccupazioni quotidiane si davano incessantemente la caccia su e giù per quel viso.

Al momento era in preda a una delle sue agitazioni preferite.

«Senti Norman, una cosa interessantissima! Ero giù in archivio stamane, e che cosa mi capita fra le mani? Una vecchia tesi di laurea del 1930 scritta da un tale di cui non ho mai sentito parlare, dal titolo Superstizioni e nevrosi.» Tirò fuori dalla cartella un dattiloscritto rilegato che dall’aspetto pareva ingiallito senza che nessuno l’avesse mai aperto. «Quasi lo stesso titolo del tuo libro Parallelismi fra superstizioni e nevrosi. Che strana coincidenza, non trovi? Stasera me lo leggo.»

Si dirigevano entrambi alla mensa, affrettandosi per il viale gremito di studenti che ridevano, ciarlavano e li salutavano con un breve cenno del capo sorridendo. Norman studiava di soppiatto il viso di Sawtelle. Quel pazzo cretino ricordava certamente che il suo Parallelismo era stato pubblicato nel 1931, e aveva voluto insinuare l’idea di plagio da parte sua. Ma il riso nervoso di Sawtelle, un riso che mostrava i denti, era senza malignità.

Desiderò tirare da parte Sawtelle e dirgli che vi era più di una coincidenza, in quel fatto; e che non riguardava minimamente la sua onestà di studioso. Ma non gli sembrò il posto adatto.

L’incidente lo scocciava. Questo era innegabile. Da anni non aveva ripensato a questa stupida faccenda della tesi di laurea di Cunningham. Era rimasta sepolta nel passato, un punto vulnerabile ben nascosto, in attesa del colpetto d’unghia che lo facesse scoppiare.

Immaginazione asinina! Tutto si poteva spiegare, a questo mondo, a Sawtelle come a chiunque; ma in un momento più adatto.

La mente di Sawtelle era tornata alle sue preoccupazioni abituali.

«Lo sai, dovremmo deciderci a tenere la nostra conferenza sul programma di scienze sociali per l’anno prossimo. D’altra parte, credo sia preferibile attendere sino al momento in cui…» si fermò imbarazzato.

«…In cui abbiano deciso di attribuire la cattedra di questa specialità sia a te sia a me?» finì Norman per lui. «Non vedo perché. Comunque, dovremo pur sempre lavorare insieme.»

«Sì, naturalmente, non intendevo insinuare…»

Li raggiunsero altri colleghi sui gradini che portavano alla mensa. Il rumore di stoviglie che proveniva dal reparto studenti, calò d’un tono quando i professori entrarono nel santuario della facoltà.

Le conversazioni si svolsero sui vecchi, soliti temi, con qualche interrogativo sulla riorganizzazione e l’ampliamento del corpo insegnante, previsto per l’anno dopo ad Hempnell.

Vi fu qualche discreta allusione alle ambizioni politiche del preside Pollard. Harold Gunnison confidò che un certo gruppo politicamente potente cercava di convincere Pollard a porre la sua candidatura quale governatore dello stato. Discreti silenzi fra gli astanti sostituirono i pareri contrari a questa eventualità. Il pomo d’adamo di Sawtelle andava su e giù nervosamente in previsione di un possibile riferimento alla cattedra presto vacante di sociologia.

Norman riuscì a tenere una conversazione interessante con Holstrom, il professore di psicologia. Per fortuna era occupato con le lezioni e le conferenze di studenti fino alle quattro. Sapeva di poter lavorare una volta e mezzo più di Sawtelle; ma se avesse dovuto preoccuparsi anche di un quarto solo delle cose che preoccupavano Sawtelle…

Eppure la riunione delle quattro si svolse in maniera diametralmente opposta al previsto. Norman aveva la mano sul pomolo della porta che immetteva nello studio della signora Carr quando (come se questo gesto avesse provocato il necessario stimolo) una voce acuta, singhiozzante, scoppiò a dire:

«È tutta una bugia, sono io che ho inventato tutto.»

Gunnison sedeva vicino alla finestra, col viso leggermente voltato, le braccia conserte. Pareva un elefante un po’ annoiato, un po’ imbarazzato. In una poltrona al centro della stanza, stava raggomitolata una ragazza bionda, delicata. Le lacrime le scendevano sulle guance piatte e dei singhiozzi isterici le scuotevano le spalle. La signora Carr cercava di calmarla agitandola ancora di più.

«Non so perché l’abbia fatto» piagnucolava la ragazza. «Ero innamorata di lui e lui non mi guardava neppure. L’altra notte volevo uccidermi. Invece pensai ch’era meglio rovinarlo, fargli del male…»

«Margaret, ora ti devi calmare, riprendi il controllo di te stessa» ammonì la signora Carr, e le sue mani accarezzavano velocemente le spalle della ragazza.

«Un momento» disse Norman. «Signorina Van Nice…»

Lei si guardò attorno, poi lo fissò, come se a un tratto si rendesse conto della sua presenza.

Norman attese un secondo. Nessuno dei due si mosse. Infine disse: «Signorina Van Nice, l’altra notte… fra il momento in cui si voleva uccidere e quello in cui ha deciso di… rovinarmi in questa maniera, lei non ha fatto null’altro? Per esempio una telefonata?»

La ragazza non rispose, ma dopo alcuni minuti il suo viso solcato dalle lacrime si fece di brace, anche il collo divenne rosso e probabilmente tutto il corpo era rosso, perché anche le braccia dopo alcuni minuti divennero paonazze.

Gunnison osservava la scena più o meno incuriosito.

La signora Carr scrutava la ragazza con occhio critico, china su di lei. A Norman parve ci fosse qualcosa di innegabilmente maligno in quello sguardo indagatore. Ma era forse dovuto allo spessore delle lenti che ingrandivano gli occhi della signora Carr sino a farli somigliare agli occhi tondi dei pesci.

La ragazza non reagì quando le mani della signora Carr si posarono sulle sue spalle. Ora guardava Norman con un’espressione di supplica e di profondo imbarazzo.

«Va bene» disse Norman con gentilezza «non parliamone più.» E sorrise con indulgenza.

Di colpo l’espressione della ragazza mutò. Liberandosi dalle mani della signora Carr, fece un balzo in avanti, ponendosi di fronte a Norman.

«Io la odio» strillò «la odio!»

Gunnison seguì Norman fuori dall’ufficio. Sbadigliò, scosse il capo e commentò: «Sono contento che sia finita. Fra l’altro, il dottor Gardner mi ha detto che non le… era successo niente.»

«Figuriamoci se…» rispose Norman assente.

«A proposito» disse Gunnison, traendo dal taschino una busta rigida. «Ho qui un biglietto per tua moglie. Hulda mi ha chiesto di dartelo. Me n’ero dimenticato un momento fa.»

«Ho incontrato Hulda mentre veniva fuori dal suo ufficio, stamane» disse Norman pensando ad altro.

Un po’ più tardi, di ritorno a Morton, Norman cercò di riafferrare questi suoi pensieri, ma li trovò particolarmente sfuggevoli. Il drago di pietra sull’orlo del tetto di Estrey Hall sviò i suoi pensieri. Strane queste piccole cose. Non le noti per anni e un bel giorno improvvisamente non vedi che quelle. Quante persone avrebbero potuto riferire una sola cosa ben precisa a proposito degli ornamenti architettonici dell’edificio nel quale lavoravano? Nemmeno una su dieci, probabilmente. E neanche lui, se ieri gli avessero chiesto qualcosa a proposito di quel drago, sarebbe stato in grado di ricordare se ce n’era uno.

Si appoggiò sul davanzale della finestra, osservando quella sagoma simile a una grossa lucertola, eppure con qualcosa di grottescamente antropoide, illuminata dal tramonto incandescente che si diceva fosse il simbolo delle anime dei defunti che entravano o uscivano dal mondo dell’ai di là. Sporgeva dal cornicione, proprio sotto il drago, un busto scolpito appartenente alla serie dei grandi scienziati e matematici che ornavano la tavolatura. Riuscì a scorgere la parola “Galileo” che sovrastava una breve iscrizione non leggibile.

Quando si voltò per rispondere al telefono lo studio gli sembrò improvvisamente oscuro.

«Saylor… le volevo dire… Ecco, le do tempo fino a domattina…»

«Senti, Jennìngs,» disse Norman secco «ieri sera ho riattaccato il telefono perché continuavi a urlare. La tua politica di minacce non ti gioverà…»

La voce all’altro capo del telefono proseguì dal punto in cui era stata interrotta, ma crescendo d’intensità. «… Fino a domani per ritirare le sue accuse e farmi riammettere a Hempnell.»

Dopodiché irruppe in un torrente di insulti e di oscenità, pronunciate a voce così squillante che Norman le sentiva chiaramente mentre riponeva il telefono sul supporto.

Un paranoico, ecco l’effetto che gli faceva.

Si lasciò cadere sulla poltrona e rimase immobile, a pensare.

Alle otto, la sera prima, egli aveva bruciato un talismano probabilmente inteso ad allontanare da lui ogni influenza maligna, l’ultima delle manie di Tansy.

Alla stessa ora circa, Margaret Van Nice aveva deciso di confessargli la sua folle passione, e Theodore Jennings aveva deciso di renderlo responsabile di un immaginario complotto a suo danno. Il mattino successivo, il puritanissimo consigliere Fenner aveva chiamato Thompson al telefono per riferirgli del ricevimento degli Utell e Hervey Sawtelle, frugando nell’archivio aveva scoperto…

Sciocchezze.

Con un riso rabbioso come per burlarsi della propria credulità, prese il cappello e si diresse verso casa.

5

Tansy era raggiante, più carina di quanto lo fosse stata da diversi mesi a questa parte. Due volte, mentre cenavano, Norman l’aveva sorpresa mentre sorrideva a se stessa.

Le diede il biglietto della signora Gunnison. «Anche la signora Carr mi ha chiesto di te. Mi è caduta addosso, molto elegantemente, naturalmente. Poi più tardi…» Stava per raccontarle l’incidente della sigaretta e della signora Carr che aveva fatto finta di non vederlo, nonché la storia di Margaret Van Nice; ma era inutile darle ora delle preoccupazioni, riferendole incidenti che potevano addebitarsi alla sfortuna. Senza contare ciò che lei avrebbe potuto costruirci sopra.

Tansy diede un’occhiata al biglietto e lo porse a Norman dicendo:

«Ha proprio tutto il sapore di Hempnell, non ti pare?»

Egli lesse:

“Cara Tansy, dove ti nascondi? Ti ho vista solo una o due volte al campus in tutto il mese. Se sei impegnata in qualcosa di interessante perché non lo dici anche a noi? Perché non vieni a prendere il tè questo sabato, e mi racconti tutto?

Hulda

P.S. Ricordati che devi portare quattro dozzine di pasticcini al ricevimento delle mogli dei professori, sabato l’altro.”

«Mi sembra un po’ confuso» disse Norman «ma avverto chiaramente l’aggressività della signora Gunnison. Mi sembrava particolarmente sciatta, oggi.»

Tansy rise. «Siamo stati davvero poco socievoli in queste ultime settimane. Penso di invitarli per un bridge domani sera. Capisco che il preavviso è breve, ma in genere sono sempre liberi al mercoledì. E anche i Sawtelle.»

«Dobbiamo proprio invitare anche loro? Quella rompiscatole…»

Tansy rise. «Non so come te la caveresti senza di me…» Si fermò di botto. «Temo tu debba proprio sorbirti Evelyn. Dopo tutto, tu e Hervey siete gli unici professori di sociologia, ed è logico che vi incontriate anche fuori scuola. Per fare due tavoli interi inviterò anche i Carr.»

«Tre donne spaventose» disse Norman. «Se queste rappresentano il tipo medio della moglie del professore, mi ritengo fortunato di aver scovato una donna come te.»

«Talvolta penso la stessa cosa dei mariti… delle mogli dei professori» disse Tansy.

Mentre bevevano il caffè fumando una sigaretta, Tansy gli disse un po’ esitante: «Norm, ti ho detto che non volevo parlare della faccenda di ieri. Ora però c’è qualcosa che ti voglio dire.»

Egli annuì.

«Ieri non te l’avevo detto, Norm, ma quando abbiamo bruciato quelle… cose io ho provato una tremenda paura. Mi è sembrato che noi buttavamo giù dei muri che mi erano costati anni di fatica a innalzare e che non vi era più nulla per tenere a bada i…»

Egli non disse nulla, rimase seduto, immobile.

«E difficile da spiegare; ma, fin dal giorno in cui ho cominciato a… giocare con quelle cose, ho avvertito una pressione dall’esterno, un impreciso timore nervoso, simile a ciò che provi tu quando senti passare un grosso camion. Sentivo che le cose cercavano di farsi strada per spingersi sino a noi. E io dovevo respingerle, combattere con il mio… È come una prova di forza, il braccio di ferro che gli uomini fanno talvolta. Ma non era questo che intendevo dire…

“Sono andata a letto ieri sera infelice e terrorizzata. La pressione esterna era sempre presente e continuava ad agire su di me, a stringermi e io non avevo alcun modo di difendermi perché avevo bruciato tutto. Poi, improvvisamente, mentre ero sdraiata nell’oscurità, circa un’ora dopo essere andata a letto, ho provato il più meraviglioso senso di sollievo. La pressioni esteriori erano scomparse, e io tornavo a galla dopo essermi quasi annegata. In quel momento ho saputo che… che avevo superato quella mia follia. È per questo che sono così felice.»

Norman faticò a non aprire bocca e a non dire a Tansy ciò che stava pensando in quel momento. Quella nuova coincidenza superava tutte le altre. Quasi al momento in cui aveva bruciato l’ultimo amuleto e aveva avvertito una sensazione di paura, Tansy aveva provato invece un gran sollievo. Questo gli avrebbe insegnato a costruire teorie sulle coincidenze!

«Perché vedi, caro, io in un senso ero pazza» gli stava dicendo Tansy. «Poche persone avrebbero preso la cosa come l’hai presa tu».

Le rispose: «Non era pazzia la tua. Pazzia è un termine labile, che si può applicare a chiunque. Eri soltanto preda della malignità delle cose».

«La malignità…?»

«Sì. Esempio: i chiodi che si ostinano a piegarsi quando tu li pianti nel muro, come se lo facessero di proposito. Oppure l’ostinazione delle cose meccaniche che rifiutano di funzionare. La materia è una cosa buffa. Collettivamente, obbedisce alle leggi della natura, ma se prendi l’atomo da solo, o l’elettrone, è tutta una questione di fortuna o di capriccio.» Quella conversazione non prendeva la strada che lui aveva inteso, e fu grato a Totem che balzò sul tavolo fornendogli un diversivo.

Finì che quella serata fu deliziosa, da anni non ne avevano trascorsa insieme una simile.

Ma al mattino successivo, arrivando a Morton, Norman avrebbe preferito non aver parlato della malignità delle cose. L’argomento si era fissato nella sua mente. Si accorse di notare le minime cose. Come, ad esempio, la posizione precisa di quel drago di cemento. Ricordava di aver notato ieri che esso occupava l’esatta metà dello spigolo discendente del tetto. Ora però costatava che si trovava ai due terzi della discesa, proprio accanto all’architrave che sormontava l’enorme e inutile portico di stile gotico che divideva il collegio di Estrey da quello di Morton. Perfino un semplice professore di sociologia avrebbe dovuto avere più spirito di osservazione di così.

Il telefono trillò in perfetta coincidenza con il campanello delle nove.

«Saylor?» era la voce melliflua di Thompson. «Mi spiace doverti disturbare ancora, ma ho appena ricevuto una telefonata da uno dei consiglieri, questa volta è Liddell. Si tratta del discorsetto (non ufficiale, certo) che hai pronunciato, a quanto pare, alla stessa epoca del… be’ di quel ricevimento, sul tema “Gli errori dell’educazione universitaria”.»

«E con questo? Non pretenderai che nell’educazione universitaria non vi sia niente di sbagliato? O l’argomento è tabù?»

«No, no di certo. Ma dal modo con cui mi parlava il consigliere pareva che tu avessi fatto la critica di Hempnell.»

«La critica dei piccoli colleghi del tipo di Hempnell, sì. Di Hempnell in particolare, no.»

«Pareva temesse gli effetti di questo discorso sulle iscrizioni dell’anno prossimo. Mi ha parlato di alcuni suoi amici con figli in età universitaria, che hanno sentito il tuo discorso e sono stati spiacevolmente impressionati.»

«Vuol dire che sono degli ipersensibili.»

«Inoltre pareva pensare che vi fosse nel tuo discorso un’allusione al preside Pollard… alle sue attività politiche.»

«Mi spiace, ma devo andare alla lezione.»

«Benissimo» disse Thompson, e riattaccò. Norman fece una smorfia. La malignità delle cose era nulla in confronto alla malignità della gente. Si alzò d’un balzo e si avviò alla sua lezione sulle società primitive.

Gracine Pollard era assente, lo notò reprimendo un sorriso e chiedendosi se la lezione del giorno prima non fosse stata troppo forte per il suo senso della rispettabilità. Ma era giusto che anche le figlie dei presidi sentissero di tanto in tanto una o due crude verità. Su altri alunni quella lezione aveva avuto un effetto stimolante. Alcuni studenti avevano scelto seduta stante argomenti affini per i loro componimenti trimestrali e il capo dell’associazione universitaria aveva sfruttato la sconfitta del giorno prima preparando un articolo umoristico destinato al giornale del collegio, Il Buffone, sul significato primitivo dell’iniziazione nelle confraternite. In complesso era stata una lezione molto brillante.

A un tratto Norman si sorprese a riflettere sull’incomprensione della gente verso gli studenti universitari. In generale li considerava dei ribelli pericolosi, scandalosamente portati alle esperienze sotto l’aspetto della moralità. In verità le classi lavoratrici li vedevano come folli mostri di insanità e di perversione, assassini di bambini, organizzatori di riti sacrileghi equivalenti alle messe nere. In realtà erano individui assai più convenzionali di molti alunni di liceo, e in quanto a esperienze sessuali, erano più ignoranti indubbiamente dei ragazzi la cui educazione terminava con le medie.

Invece di piantarsi coraggiosamente in mezzo alla classe e proclamare la loro ribellione, erano più propensi a mostrarsi servilmente ipocriti, ansiosi di dire solo quelle cose che più piacevano al professore. Nessun pericolo di vederseli sfuggire di mano. Al contrario, era necessario allettarli, trascinarli gradatamente verso la verità, allontanarli dai tabù e dalle idee meschine che fiorivano nelle loro famiglie. E come si facevano più complessi quei problemi, e sempre più bisognosi di soluzione, vivendo come si viveva oggi, in un’era di moralità transitoria, in cui la fedeltà a una nazione, l’amore per una sola famiglia, tendevano a fondersi in una più ampia fedeltà, in un più ampio amore, oppure a precipitare nel caos atomico, egoista e spietato. Bastava per questo che lo spirito umano fosse calpestato, avvilito, mutilato dall’egoismo e dai timori tradizionali.

I professori non godevano di miglior stima da parte del pubblico in generale. In realtà formavano un piccolo nucleo di individui timorosi, oltremodo sensibili al consenso pubblico. Che questi professori di tanto in tanto avessero il coraggio di parlare apertamente, era senz’altro cosa molto lodevole.

Tutto ciò rispettava la tendenza, dura a morire, di una società che non vedeva nel maestro un educatore bensì una specie di vergine vestale, un sacrificio vivente, immolato sull’altare della rispettabilità, costretto in abitazioni adeguatamente austere, giudicato secondo un codice morale assai più severo di quello col quale si misurava la moralità di una massaia o di un uomo d’affari. E in quella vergine vestale, la verginità contava assai più dello zelo a mantenere viva la debole fiamma della curiosità scientifica e dell’onesta ricerca intellettuale. Per quello che importava alla gente, la fiamma poteva anche spegnersi, purché gli insegnanti rimanessero legati al loro tempio, a testimoniare che in qualche parte del mondo si mantenevano alti i valori morali.

Norman pensò amaramente: in fin dei conti, ciò che vogliono da noi è un’opera di magia, di un tipo blando, ma sempre di magia. E io che ho costretto Tansy a smettere!

Lo colpì l’ironia della situazione, e sorrise.

Fu di buon umore sin dopo l’ultima lezione del pomeriggio, quando s’imbatté nei Sawtelle davanti a Morton Hall.

Evelyn Sawtelle era una donna snob e una falsa intellettuale. Voleva dare a intendere di avere sacrificato una grande carriera di attrice per sposare Hervey. In realtà non era mai riuscita a ottenere la direzione del gruppo filodrammatico di Hempnell e si era dovuta accontentare di un piccolo incarico nella classe di recitazione. Il suo portamento era studiato, la scelta dei suoi vestiti pretendeva di essere artistica, il che, aggiunto alle guance piatte, ai capelli di un nero spento, e agli occhi anch’essi neri e privi di vitalità, faceva pensare a quel tipo di donna che si vede talvolta mentre passeggia maestosamente nell’atrio di un teatro durante gli intervalli di un balletto o di un concerto.

Ma lungi dall’essere un tipo da bohème, Evelyn Sawtelle era più propensa della maggior parte delle mogli dei professori a tormentarsi su questioni di prestigio e di protocollo. Purtroppo, data la sua ignoranza generale, questa sua trepidazione non le infondeva il tatto necessario. Anzi!

Il marito le era totalmente sottomesso. Lo dirigeva come si dirige una ditta, con uno zelo un po’ goffo, ma anche con alacre efficienza.

«Ho fatto colazione con Henrietta, voglio dire con la signora Pollard» annunciò a Norman con l’aria compiaciuta di chi ha appena compiuto una visita a un principe di sangue reale.

«Di’ un po’, Norman» cominciò Hervey agitatissimo, brandendo la cartella.

«È stato un interessante colloquio» continuò sua moglie imperterrita. «E abbiamo anche parlato di lei, Norman. Sembra che Gracine Pollard abbia frainteso alcune cose che lei ha detto in classe. È una ragazza tanto sensibile.»

Un’oca giuliva, pensò Norman, ma disse invece: «Davvero?» per pura educazione.

«La cara Henrietta era un po’ sconcertata, non sapendo come spiegare certe cose a sua figlia. Certo, è una donna di larghe vedute, molto cosmopolita. Le ho detto questo, Norman, perché pensavo che la potesse interessare. È importante dopotutto che nessuno si faccia una brutta opinione del nostro ramo scientifico. Non sei d’accordo, Hervey?» terminò bruscamente.

«Che dici, cara? Ah, sì, naturalmente. Senti Norman, volevo dirti di quella tesi che ti ho mostrato ieri. Una faccenda davvero straordinaria. Gli argomenti principali sono quasi identici a quelli del tuo libro. Un caso stranissimo, due studiosi che arrivano, ognuno dal canto suo, alle stesse conclusioni! Proprio come Darwin e Wallace, o…»

«Caro, tu non mi hai mai parlato di questa faccenda» disse la moglie.

«Aspetta un secondo» intervenne Norman.

Detestava fornire spiegazioni in presenza della signora Sawtelle, ma lo doveva fare.

«Mi spiace Hervey doverti dare una spiegazione terra-terra anziché soddisfare una coincidenza scientifica. È successo quando ero assistente qui nel 1929, il primo anno. Un ragazzo che si laureava, un certo Cunningham, si impadronì della mia idea (eravamo amici) e la inserì nella sua tesi di laurea. Un po’ perché a quel tempo il mio lavoro sulla superstizione e la nevrosi era solamente una mia materia di riserva, un po’ perché stetti a letto due mesi con la polmonite, non lessi la sua tesi finché non fu laureato.»

Swatelle batté rapidamente le palpebre, il suo viso riprese la sua solita espressione preoccupata. Una certa delusione apparve nello sguardo a succhiello della signora Sawtelle. Come le sarebbe piaciuto leggere quella tesi, soffermarsi su ogni paragrafo e lasciar vagare i suoi sospetti prima di udire la spiegazione.

«Io ero tremendamente irritato» continuò Norman «e lo volevo denunciare, quando appresi che era morto e che forse si era suicidato. Era un ragazzo un po’ squilibrato. Come potesse pensare di farla franca, dopo avermi rubato quelle idee, non lo so. Comunque decisi di non far nulla in tal senso per non urtare la sua famiglia. Questo fatto nuovo avrebbe forse giocato in favore della tesi del suicidio.»

La signora Sawtelle pareva incredula.

«Ma Norman» commentò Sawtelle ansiosamente «ti pare sia stato saggio? Voglio dire, di non parlarne con nessuno? Non era un po’ rischioso, intendo per la tua reputazione accademica?»

Di colpo l’atteggiamento della signora Sawtelle cambiò.

«Rimetti quella roba in archivio e dimenticala» gli ordinò. Poi sorrise maliziosamente a Norman. «Mi scordavo di dirle che ho una sorpresa per lei, professor Saylor. Venga nell’auditorio e sentirà. Ci vorrà un minuto. Vieni Hervey.»

Norman non trovò scuse lì per lì e dovette accompagnare i Sawtelle nella sala dove si svolgevano le lezioni di recitazione, all’altra estremità di Morton, meravigliandosi che il reparto di recitazione potesse trovare impiego per una voce così nasale e così artificiale come quella di Evelyn Sawtelle, anche se si trattava della moglie di un professore e di un’attrice drammatica mancata.

La sala era scura e silenziosa, una specie di gran scatolone con i muri isolati acusticamente e doppie finestre. La signora Sawtelle, prese un dischetto dall’armadietto, lo inserì su uno dei tre giradischi, regolò un paio di quadranti. Norman sobbalzò: per un attimo ebbe l’impressione che un grosso camion si stesse avvicinando con un tremendo boato verso la sala acustica e che ne avrebbe sfondato i muri isolanti. Poi l’orrendo rumore che usciva dall’altoparlante divenne un gemito o un sospiro che pulsava stranamente, come il vento quando cerca di penetrare in casa. Questo secondo rumore non colpì Norman nella stessa maniera del primo. La signora Sawtelle tornò all’apparecchio e girò le manopole.

«Mi sono sbagliata» disse. «Questa dev’essere musica moderna o roba del genere. Hervey, accendi la luce. Ecco il disco che cercavo.»

Lo posò sul giradischi.

«Non so che cosa fosse, ma era orribile» disse suo marito.

Norman era riuscito a identificare il suo ricordo. Era stato un suo collega a fargli sentire uno strumento primitivo che gli aborigeni australiani usano talvolta per invocare la pioggia. Una specie di raganella, fatta di un pezzo di legno piatto appeso a uno spago, che fatto roteare emetteva quello stesso suono, un po’ simile al muggito di un toro.

“…Ma in quest’epoca di incomprensione e di violenza, noi volontariamente o negligentemente dimentichiamo che ogni parola e ogni pensiero devono riferirsi a qualcosa che esiste veramente. Se lasciamo penetrare nella nostra mente dei riferimenti all’irreale e al nonesistente…”

Norman trasalì nuovamente, perché ora era la sua voce che usciva dall’amplificatore ed ebbe l’impressione di fare un balzo indietro nel tempo.

«Sorpreso?» gli chiese Evelyn facendo la modesta. «È quella conferenza sulla semantica che lei ha tenuto la settimana scorsa. C’era un microfono sulla cattedra (lei credeva fosse destinato all’amplificazione del suono, vero?) e ne abbiamo fatto una registrazione di contrabbando, come le chiamiamo noi. Siamo arrivati fino a questo punto della lezione.»

Indicò il pesante giradischi posto su uno zoccolo di cemento che serviva alle registrazioni. Armeggiò con i quadranti e i pulsanti.

«Possiamo fare ogni sorta di cose con questi apparecchi. Mischiare i suoni, voci di sfondo sonoro, eccetera, eccetera.»

“…le parole possono ferirci, lo sapete. E, cosa più strana ancora, sono le parole che si riferiscono alle cose che non esistono a ferirci di più. Ebbene…”

Norman faticava a mostrarsi compiaciuto. Il perché della sua irritazione era irragionevole, come quella di un selvaggio che teme che qualcuno scopra il suo nome segreto. Gli dava fastidio l’idea che Evelyn Sawtelle potesse fare quello che voleva con la sua voce. Al pari del suo sguardo a succhiello, quell’azione indicava un desiderio di penetrare nella sua mente, di scoprire le sue debolezze segrete.

Per la terza volta Norman sobbalzò, perché improvvisamente usciva dall’amplificatore, mischiato però con la sua voce, il suono di quella raganella che ricordava il rombo atroce di un camion che vi viene addosso.

«Oh Dio! ho ancora rimesso quello» disse Evelyn Sawtelle rapidamente lanciandosi sui quadranti. «Come si fa ad avvilire una voce meravigliosa come la sua con quella tremenda musica?» Fece una smorfia. «Ma come ha detto lei, Norman, un momento fa? “I suoni non ci possono ferire”».

Norman non si diede la pena di correggere il tipico errore della citazione. La guardò un istante con curiosità mentre era in piedi di fronte a lui, le mani dietro la schiena. Suo marito, col naso arricciato, si era avvicinato al giradischi ancora in moto e tendeva verso di esso un dito incerto.

«No» disse Norman lentamente «non possono ferirci.» E prese bruscamente congedo dicendole: «Grazie per la dimostrazione.»

«Ci vediamo stasera!» gli gridò lei mentre usciva, come per dire: non ti puoi sbarazzare di me.

Come odio quella donna, pensò Norman, mentre si affrettava a scendere le scale buie e infilava il corridoio.

Di ritorno al suo studio, lavorò un’ora buona sui suoi appunti. Alzatosi per poi accendere la luce, l’occhio gli cadde sulla finestra.

Rimase brevemente a guardare, poi trasalì e si lanciò verso l’armadio per prendere il binocolo.

Colui che aveva attuato quello scherzo complicato doveva possedere un senso dell’humour molto misterioso. Scrutò attentamente il cemento nel punto dove si congiungevano l’orlo del tetto e le zampe dagli artigli prensili, cercando di scoprire delle crepe che avrebbero denunciato lo slittamento. Non se ne scoprì neanche una, ma era difficile farlo, data la poca luce del tramonto.

Il drago di cemento era ora aggrappato all’orlo della grondaia, come se stesse per scendere verso Morton strisciando sull’architrave del grande portico d’ingresso.

Alzò il binocolo verso la testa dell’animale, grezza e spoglia come un teschio abbozzato soltanto. Poi d’impulso l’abbassò a scrutare la sottostante fila dei busti scolpiti. Si fermò su quello di Galileo, mettendo a fuoco l’obiettivo, e lesse l’iscrizione piccola che non era riuscito a decifrare a occhio nudo.

Eppur si muove.

Erano le parole che si diceva Galileo avesse pronunciato dopo aver ritrattato davanti all’Inquisizione la sua teoria sulla rivoluzione della terra intorno al sole. Eppur si muove.

Un’asse del pavimento scricchiolò alle sue spalle, e Norman si voltò di botto. Un giovane pallido come la cera, con una folta chioma rossa stava in piedi accanto alla scrivania. I suoi occhi sporgenti parevano biglie lattescenti. Nella mano, dai tendini tesi e pronti a scattare, teneva una pistola calibro 22. Norman andò verso di lui, deviando leggermente sulla destra. La canna dell’arma si alzò.

«Ciao, Jennings» disse Norman. «Ti hanno reintegrato nei corsi, hai visto? E ti hanno alzato il punteggio sino al grado A.»

La canna della pistola si fermò un secondo.

Norman trattenne il respiro.

Il colpo partì, gli sfiorò il braccio sinistro e uscì dalla finestra bucandone il vetro.

La rivoltella cadde a terra. Il corpo di Jennings si afflosciò di colpo. Norman lo fece sedere nella poltrona e il ragazzo cominciò a singhiozzare convulsamente.

Norman raccolse la rivoltella afferrandola dalla canna. La ripose nel cassetto, chiuse il cassetto a chiave e si mise la chiave in tasca. Poi chiamò al telefono un numero interno del collegio. La comunicazione venne immediatamente.

«Gunnison?» chiese.

«Sì… stavo per uscire.»

«Senta, i genitori di Theodore Jennings abitano qui, vicino al collegio, non è vero? Lo sa, quel ragazzo che era stato bocciato nel semestre scorso?»

«Sì, stanno qui vicino. Perché, cos’è successo?»

«È meglio che li faccia venire qui subito. Che portino il dottore. Ha tentato in questo momento di uccidermi… Sì, il suo dottore. No, nessuno di noi è ferito. Ma fate presto.»

Norman ripose il telefono mentre Jennings continuava a singhiozzare disperatamente. Norman lo guardò con disgusto per un momento, poi gli batté sulla spalla.

Un’ora dopo Gunnison sedeva in quella stessa poltrona e mandava un lungo sospiro di sollievo.

«Sono ben contento che si siano convinti a chiedere il suo ricovero in un ospedale psichiatrico» disse. «È stato molto gentile da parte tua, Norman, non insistere per chiamare la polizia. Fatti come questi rovinano la reputazione di un collegio.»

Norman sorrise con stanchezza. «Ci vuol poco a rovinare la reputazione di un collegio. Ma quel ragazzo era ovviamente fuori di senno. Per di più, capisco che i Jennings, con le loro relazioni e influenze politiche, significhino molto per Pollard.»

Gunnison assentì, accesero una sigaretta e fumarono in silenzio. Norman pensava: “Com’è diversa la vita reale da un romanzo giallo, dove un tentativo di omicidio è generalmente considerato come una cosa seria, una causa di trambusto, con molte telefonate, l’intervento di poliziotti a decine, sia ufficiali sia ufficiosi… mentre qui, poiché la cosa è accaduta in un ambiente governato dal sentimento della rispettabilità anziché dalla cronaca, il fatto viene messo a tacere e dimenticato come se niente fosse”.

Gunnison guardò l’orologio «Devo sbrigarmi. Sono quasi le sette e veniamo a casa tua stasera alle otto». Ma si attardava, andava a guardare il vetro della finestra nel punto dove era uscito il proiettile.

«Posso chiederle di non parlare di questa faccenda a Tansy?» disse Norman «Non vorrei che s’impressionasse.»

Gunnison assentì. «Sarà meglio che non ne parliamo con nessuno.»

Indicò la finestra. «Quello è uno degli animali preferiti di mia moglie» osservò in tono divertito.

Norman vide che il suo dito indicava il drago di pietra ora illuminato dalla luce fredda dei lampioni stradali.

«Voglio dire» Gunnison continuò «che ne ha scattato decine e decine di fotografie. Hempnell è la sua specialità. Credo che abbia fotografato ogni sua stramberia architettonica. Quello è il suo beniamino.» Rise. «Generalmente sono i mariti che si chiudono nella camera oscura, ma in casa mia è il contrario. Eppure sono io il chimico.»

La mente tesa di Norman era balzata inspiegalmente al ricordo della raganella. Di colpo scopriva un’analogia fra il fatto di registrare quel rumore e quello di fotografare il drago. Ma frenò subito il desiderio di fare a Gunnison certe domande strane. Gli disse invece:

«Venga, è meglio che ci avviamo.» Gunnison notò, meravigliato, l’asprezza della voce. «Mi può dare un passaggio?» gli chiese Norman in tono più mite. «Ho lasciato la macchina a casa.»

«Naturalmente» rispose Gunnison.

Dopo avere spento le luci, Norman si fermò un momento a guardare dalla finestra. Gli tornarono in mente le parole: Eppur si muove!

6

Avevano appena riordinato i resti di una cena affrettata quando si udì il primo trillo del campanello. Con gran sollievo di Norman, Tansy aveva accettato senza far domande la spiegazione poco convincente del suo ritardo. Vi era qualcosa di strano, però, nella serenità che sua moglie aveva ostentato in questi ultimi giorni. Generalmente era più curiosa, più acuta. Naturalmente lui aveva badato a nasconderle gli incidenti preoccupanti e si riteneva soddisfatto di vedere che Tansy aveva dei nervi robusti.

«Tesoro! Sono secoli che non ti vediamo» disse la signora Carr, abbracciando e accarezzando Tansy. «Come stai? Come stai?» La domanda aveva un tono di curiosità particolarmente incisivo. Norman lo addebitò alla tipica aggressività Hempnelliana. «Oh Dio!» continuò la signora Carr «temo di avere un granello di polvere nell’occhio, il vento sta diventando atroce.»

«Violento» corresse il professor Carr, che insegnava matematica. Provava un’innocua soddisfazione a trovare sempre il termine appropriato per ogni cosa. Era un ometto piccolino con le guance rosse e una barbetta bianca a punta, ingenuo e distratto come si presume siano tutti i professori di collegio universitario. Dava l’impressione di vivere in un paradiso tutto speciale, fatto di numeri trascendentali e dei geroglifici della logica simbolica che egli manipolava con un’abilità che gli era valsa una fama non indifferente fra i matematici americani. Anche se Russel e White avevano inventato quei geroglifici, quando si trattava di manipolarli, di amare, coccolare quella esasperante, misteriosa materia, Carr era il primo dei prestigiatori.

«Mi pare se ne sia andato» disse la signora Carr, rifiutando il fazzoletto di Tansy e muovendo varie volte le palpebre sugli occhi rimasti spiacevolmente nudi fino al momento in cui calzò nuovamente le sue spesse lenti. «Ah, ecco gli altri!» disse mentre il campanello squillava nuovamente. «Non è stupendo che tutti siano così puntuali, a Hempnell?»

Mentre Norman andava ad aprire immaginò, in un attimo di pazza fantasia, che qualcuno stesse roteando una raganella fuori della porta, poi realizzò che era solo il vento che si stava adeguando alla definizione del professor Carr.

Si vide davanti Evelyn Sawtelle, con la sua figura angolosa, e il vento che le sbatteva il soprabito nero sulle gambe. Il viso, ugualmente angoloso, con gli occhi a succhiello, era proteso verso di lui.

«Mi faccia entrare, o il vento ci spingerà dentro a forza» gli disse. Tutti i suoi tentativi di essere spiritosa non sortivano mai alcun risultato, forse perché, uscendo dalla sua bocca, tutto pareva così stupidamente cupo.

Entrò, con Hervey a rimorchio, e puntò direttamente su Tansy.

«Cara, come stai? Cos’hai fatto tutto questo tempo?»

Norman fu di nuovo colpito dal tono inquisitorio della domanda. Per un secondo si chiese se quella donna avesse intuito qualcosa della mania di Tansy e della sua recente crisi. Ma la signora Sawtelle quando parlava ascoltava solo la propria voce, perciò dava un tono così enfatico a ogni parola.

Ci fu un rumoroso intreccio di saluti. Totem miagolò e fuggì come una freccia fuori dai piedi. La voce della signora Carr si udì al di sopra delle altre, con i suoi toni acuti da adolescente.

«Professor Sawtelle, le volevo dire quanto ci è piaciuta la sua conferenza sulla pianificazione della città. Era veramente molto significativa» Sawtelle si agitò tutto.

Norman pensò: “Allora è lui il preferito per la cattedra”.

Il professor Carr si diresse ai tavolini da gioco e si mise ad accarezzare distrattamente le carte.

«Ho studiato le probabilità matematiche del mazzo di carte» disse con l’occhio lucido, appena Norman fu a portata di voce. «Si ritiene che battendo le carte e rimescolandole, il gioco diventi una questione di fortuna o sfortuna. Ma non è vero affatto». Tolse la fascetta da un pacco di carte nuove e stese le carte sul tavolo.

«Il fabbricante dispone queste carte per seme… tredici quadri, tredici picche, tredici cuori, e così via. Ora supponi che io rimescoli perfettamente le carte, cioè divida il pacco di carte in parti uguali e alterni le carte a una a una.»

Tentò una dimostrazione ma le carte gli scivolarono di mano.

«Non è così difficile come sembra» continuò senza scomporsi. «Alcuni giocatori ci riescono ogni volta, in un battibaleno. Ma non è questo il punto. Immagina che io rimescoli due volte in modo perfetto le carte di un pacco nuovo. Ecco che, indipendentemente dal modo con cui sono state tagliate le carte, ogni giocatore riceverà tredici carte di un solo seme, il che, secondo la legge della probabilità, accadrebbe solo una volta in centocinquantaquattro miliardi di combinazioni, per una sola mano trascurando le altre tre.»

Norman annuì e Carr sorrise deliziato.

«Questo è soltanto un esempio. In fondo si tratta di questo: ciò che noi chiamiamo fortuna è in realtà il risultato di diversi fattori perfettamente definiti, fra l’altro e soprattutto il modo di giocare le carte di ogni mano, e la maniera tipica di battere le carte di ogni giocatore.» Dal modo come lo diceva sembrava tanto importante quanto la teoria della relatività «Certe volte le serie sono molto comuni, altre volte sono sempre più strane man mano che va avanti il gioco: lunghe sequenze, mancanza assoluta di un seme, e così via. Alcune sere le buone carte sono tutte al nord e al sud, altre sere all’est e all’ovest. Caso? Fortuna? Niente affatto. È il risultato di cause note. Alcuni giocatori molto esperti fanno senz’altro tesoro di questo principio per determinare l’ubicazione probabile delle carte. Ricordano come sono state giocate le mani nell’ultimo giro, come sono state riunite le carte per rifare il mazzo, ricordando che la maniera di mescolare influisce sul ridisporre le carte e interpretano questi dati secondo le chiamate e gli attacchi del giro successivo. Ecco, è semplicissimo. Voglio dire, sarebbe semplicissimo per uno di quei giocatori di scacchi che giocano con gli occhi bendati. Logicamente ogni giocatore di bridge…»

La mente di Norman cominciò a distrarsi… Se si applicasse questo principio fuori del bridge? Se le coincidenze o altri eventi inaspettati non fossero dovuti al caso come invece sembrano? Supponiamo ci siano individui particolarmente dotati per la chiamata e l’attacco. Ma questa era un’idea logica… non vi era nulla in essa da suscitare quel brivido che lui aveva provato.

«Mi chiedo perché i Gunnison non siano ancora arrivati» osservò il professor Carr «Si potrebbe cominciare subito con un tavolo di bridge. Si riuscirebbe forse a fare una partita in più.»

Il suono del campanello mise fine all’attesa.

Gunnison aveva l’aspetto di chi ha buttato giù la cena troppo in fretta, e Hulda pareva di cattivo umore.

«Abbiamo dovuto fare tutto in fretta» brontolò, mentre Norman teneva aperta la porta. Come le altre due donne, la signora Gunnison quasi lo ignorò e concentrò i suoi saluti su Tansy. Il che diede a Norman un senso di disagio che gli ricordava i primi mesi a Hempnell e le visite ai membri della facoltà, visite che avevano messo i suoi nervi a dura prova. Tansy appariva in posizione di svantaggio, disarmata di fronte a quelle tre megere dai modi aggressivi.

“E con questo?” si disse. Era una cosa normale, per le mogli dei professori di Hempnell. Si comportavano sempre come se passassero le notti a meditare per eliminare ogni ostacolo che si frapponesse fra il proprio marito e il seggio di preside.

Mentre Tansy… Ma era proprio ciò che Tansy aveva fatto, o piuttosto ciò che Tansy diceva che quelle tre stessero facendo. Lei non lo aveva mai fatto, aveva soltanto… Norman sentì che i suoi pensieri cominciavano a vorticare paurosamente e cambiò strada.

Stavano sorteggiando i compagni di tavolo.

Le carte parvero confermare la teoria di Carr. Le mani erano uniformemente mediocri, anormalmente medie. Nessuna lunga sequenza, nient’altro che una comune distribuzione: 4-4-3-2 e 4-3-3-3. Si annunciava una presa se ne facevano due, si annunciavano due prese, si andava sotto di una.

Dopo il secondo giro Norman ricorse al suo personale rimedio contro la noia, il gioco della ricerca del carattere primitivo, da giocarsi da solo, segretamente. Era un esercizio adatto all’immaginazione di un etnologo. Si partiva dal presupposto che la gente intorno a sé apparteneva a una razza barbarica, e ci si figurava in quale maniera la personalità di ognuno si sarebbe manifestata su quello sfondo ambientale.

Questo gioco stasera funzionava fin troppo bene. Per gli uomini, nulla di speciale. Gunnison, naturalmente poteva essere un prosperoso capo tribù. Forse sarebbe stato in quel ruolo un po’ più grasso di adesso, servito a puntino da giovani fanciulle, ma con una moglie gelosa e vendicativa pronta ad aggredire chiunque. Carr poteva essere il cestaio, un ometto anziano e vivace dal sorriso un po’ scimmiesco, che intesseva fibre di paglia secondo tradizionali figure matematiche. Sawtelle sarebbe stato naturalmente il capro espiatorio della tribù, bersaglio di infiniti e malvagi scherzi.

Ma le donne!

Ad esempio, la signora Gunnison, che gli era compagna nel gioco. La si poteva immaginare con la pelle scura, lasciarle la zazzera rossa, intrecciare alcuni ornamenti di rame nei capelli. L’essere più robusto che si potesse immaginare, una vera montagna di carne, più forte della maggior parte degli uomini della tribù, capace di maneggiare la lancia e la clava. Lasciarle quegli occhi di bruto, allungarle il labbro inferiore facendolo sporgere in modo da darle un’espressione più apertamente accigliata e prepotente. Era fin troppo facile immaginare come avrebbe trattato le povere ragazze alle quali suo marito avrebbe mostrato di interessarsi. O come gli avrebbe imposto di seguire quella o questa politica tribale, appena soli nella loro capanna. O come la sua voce tonante avrebbe intonato gli inni di morte con i quali le donne aiutavano gli uomini impegnati in guerre lontane.

Ora le altre due. La signora Sawtelle e la singora Carr si erano portate al tavolo “dei campioni”, con lui, Norman, e con la moglie di Gunnison. Vediamo ora la signora Sawtelle. Immaginarla più magra ancora, segnare le guance con gli sfregi tribali. Tatuare la spina dorsale. Una strega, cattiva come la scorza del chinino perché aveva un marito incapace. Figurarsela mentre si agita con un feticcio tempestato di chiodi, mentre vocifera incantesimi e strappa la testa a un gallo.

«Attento, Norman! Non tocca a lei» disse la signora Gunnison.

«Mi scusi.»

E la signora Carr: spettinarla un poco, lasciarle soltanto poche ciocche di capelli bianchi sul cranio pallido come una pergamena. Toglierle gli occhiali e lasciare apparire i suoi occhi sporgenti. Si guarderebbe in giro senza veder nulla, a causa della sua miopia. Sorriderebbe con una bella bocca sdentata, alzando le braccia ossute. Una brava, innocua vecchietta, che raccoglierebbe intorno a sé i ragazzi della tribù (sempre quella sua sete di gioventù) per raccontar loro le vecchie leggende. Ma la sua mascella sarebbe sempre in grado di scattare come una trappola d’acciaio, le sue mani ad artiglio si muoverebbero agilmente per applicare il veleno sulle frecce, e non avrebbe veramente bisogno di una buona vista perché possiederebbe altri mezzi per vedere le cose, e perfino il più coraggioso dei guerrieri si sarebbe sentito a disagio se l’avesse guardata troppo a lungo.

«Quei campioni, al tavolo numero uno sono terribilmente silenziosi» disse Gunnison sorridendo. «Devono giocare molto seriamente.»

Streghe, streghe tutt’e tre, impegnate a spingere i loro mariti al vertice della gerarchia tribale.

Nell’arco della porta, all’altra estremità della stanza, la gatta, Totem, li osservava con aria curiosa, come se anch’essa valutasse un’analoga eventualità.

Ma Norman non riusciva a collocare Tansy nel quadro. La poteva immaginare fisicamente diversa, con i capelli crespi e degli anelli alle orecchie, un tatuaggio sulla fronte. Ma non riusciva a immaginarsela come un membro della stessa tribù. Nella sua fantasia, lei continuava a essere un’estranea, una prigioniera, che il resto della tribù guardava con sospetto e con odio.

O forse apparteneva a quella stessa tribù, ma aveva commesso qualche infrazione, tradito la fiducia delle altre donne. Una specie di sacerdotessa che ha violato un tabù. La strega che ha rinunciato alla stregoneria.

A un tratto il suo campo visivo si concentrò sul blocchetto segna-punti. Evelyn Sawtelle vi stava disegnando distrattamente degli ometti di aste, mentre la signora Carr meditava su un’uscita. Il primo pupazzo era quello di un uomo con le braccia alzate e con tre o quattro palline al disopra del capo, una specie di giocoliere. Poi veniva la figura, sempre fatta di aste, di una regina, poi una specie di L rovesciato dal quale pendeva una figura rigida. Una forca. Finalmente un grossolano carretto fatto di un rettangolo e di due ruote, di fronte a un uomo che alzava le braccia dalla paura.

Erano soltanto cinque scarabocchi, ma Norman sapeva che quattro di essi si ricollegavano a qualcosa che non ricordava sul momento, ma che giaceva in fondo alla sua memoria. Uno sguardo al morto gli fornì la risposta.

Carte.

Ma questa cognizione si riferiva all’antica storia delle carte, quando tutto il mazzo era una fonte di magia, quando vi era un cavaliere fra il fante e la regina, quando i semi erano spade, bastoni, coppe e denari, e quando vi erano ventidue tarocchi speciali, o carte, per indovinare il futuro, delle quali soltanto il Joker era rimasto.

Che Evelyn Sawtelle possedesse cognizioni di cose tanto remote come le carte dei tarocchi? E così bene da scarabocchiarle distrattamente? Quella stupida manierata, convenzionale Evelyn Sawtelle? Era impensabile, eppure… Quattro carte del mazzo di tarocchi, rappresentavano un giocoliere, l’imperatrice, una torre e l’impiccato.

Solo il quinto scarabocchio, quello dell’uomo e del veicolo non quadrava. Vishnu e il suo carro? La vittima urlante che sta per essere travolta dalle ruote di un idolo inarrestabile? Era molto probabile. Ecco un punto in favore della cultura esoterica della stupida Evelyn Sawtelle.

Poi, di colpo, comprese. Quello era lui. Lui e un camion, un camion enorme. Era il significato della quinta figura.

Evelyn Sawtelle conosceva dunque la sua più intima avversione?

La guardò fissamente. Lei cancellò i suoi scarabocchi e gli restituì lo sguardo con sussiego.

La signora Gunnison era china in avanti, muoveva le labbra come se stesse contando gli atout.

La signora Carr sorrideva. Giocò la carta di apertura. Il vento si era alzato e ricominciava a ululare con quello strano boato intermittente che già si era fatto udire all’inizio della serata.

Norman scoppiò a ridere stupidamente e le tre donne lo guardarono. Che sciocco era stato. Crucciarsi pensando a qualche stregoneria mentre gli scarabocchi di Evelyn Sawtelle non raffiguravano altro che un bambino nell’atto di giocare alla palla. Un bambino: il figlio che lei non poteva avere. Una regina fatta di aste: lei stessa. Una torre: la cattedra di sociologia ambita da suo marito o qualche altra, molto più fondamentale potenza. Un impiccato: l’impotenza di Hervey (questa era un’idea di Norman!). Un uomo spaventato da un camion: lei, Evelyn con la sua energia sessuale che spaventava e schiacciava Hervey.

Rise di nuovo e le tre donne si accigliarono. Le guardò l’una dopo l’altra con espressione enigmatica.

Eppure, si chiese, proseguendo nella sua meditazione, ma in una vena più leggera, perché no? Erano tre megere che usavano scienze occulte né più né meno di Tansy, per mandare avanti la carriera del marito ed emergere contemporaneamente anche loro. Tre megere che si servivano del sapere dei mariti per infondere alla stregoneria una piega mostruosa. Inquiete, sospettose del fatto che Tansy avesse rinunciato alla magia, spaventate all’idea che Tansy avesse escogitato una magia più forte e progettasse di farne uso.

Tansy, invece, era lì, improvvisamente disarmata, forse ignara dei cambiamenti avvenuti nel loro atteggiamento, perché, rinunciando alla magia, aveva perduto la sua sensibilità alle cose soprannaturali, il suo intuito femminile. E perché non andare fino in fondo al suo ragionamento? Le donne erano tutte custodi delle antiche usanze e delle tradizioni dell’umanità, compreso l’uso della magia. Combattevano le battaglie dei loro mariti dietro le scene per mezzo della stregoneria. E mantenevano segreto il loro armeggiare. Se venivano scoperte, lo addebitavano a una debolezza femminile per la superstizione.

Metà della razza umana praticava dunque attivamente la stregoneria? E perché no?

«Tocca a lei, Norman» disse piano la signora Sawtelle.

«Sembra che lei abbia qualcosa in mente» disse la signora Gunnison.

«Come te la cavi, laggiù, Norman?» disse Gunnison. «Non ti sei ancora fatto stritolare da quelle donne?»

Stritolare. Norman tornò alla realtà con un sussulto. Era proprio ciò che quelle tre erano quasi riuscite a fare. Tutto ciò, perché l’immaginazione umana era uno strumento del quale non ci si poteva assolutamente fidare. Un po’ come un regolo elastico. Vediamo: se lui giocava il suo re, la signora Gunnison rimaneva padrona del seme con una regina e si giocava di fila tutti i suoi picche.

Mentre la signora Carr copriva il re con il suo asso, Norman fu conscio del sorriso enigmatico che si era diffuso sulle labbra di quella donna.

Dopo quel giro, Tansy servì rinfreschi. Norman la seguì in cucina.

«Hai visto come ti guardava» disse allegramente a Norman in un sussurro. «Mi vien quasi da pensare che quella cagna sia innamorata di te.»

Rise «Vuoi dire Evelyn?»

«No, naturalmente, intendo la signora Carr. Nel suo intimo è ancora una donna ardente. Non hai visto come guarda talvolta gli studenti, come se sperasse di avere anche l’aspetto conforme ai loro desideri?»

Norman ricordò di aver pensato esattamente la stessa cosa al mattino.

Tansy proseguì: «Non mi lusinga l’idea di averla vista guardare anche me nello stesso modo. Mi vengono i brividi a pensarci».

Norman assentì. «Mi fa pensare alla cattiva…» Si trattenne.

«…Strega di Biancaneve, non è vero? E ora faresti meglio a tornare in salotto, caro mio, o arriveranno tutte qui a ricordarmi che un professore di Hempnell non è al suo posto in cucina.»

Tornando nel soggiorno, sentì che la conversazione abituale, su questioni di collegio, era già cominciata.

«Ho visto Pollard, oggi» notò Gunnison servendosi un’ampia porzione di torta al cioccolato. «Mi ha detto che aveva una riunione con i consiglieri domattina per decidere, fra le altre cose, l’assegnazione della cattedra di sociologia.»

Hervey Sawtelle si strozzò con una briciola di torta e stava quasi per rovesciare la sua tazza di cacao.

Norman vide la signora Sawtelle che gli lanciava sguardi velenosi. Poi, cambiando espressione mormorò: «Ah? molto interessante». Norman sorrise, Quell’odio era comprensibile, non si poteva confondere con la stregoneria.

Tornò in cucina per prendere un bicchier d’acqua per la signora Carr e incontrò la signora Gunnison che usciva dalla camera da letto. Stava infilando nella sua capace borsetta un libriccino rilegato in pelle. A Norman venne in mente il diario di Tansy. Probabilmente si trattava del libretto degli indirizzi di Hulda.

Totem sgattaiolò dietro di lei, sibilando pomposamente.

«Odio i gatti» disse la signora Gunnison bruscamente e gli passò davanti.

Il professor Carr aveva provveduto a sistemare, per un ultimo giro di bridge, mettendo insieme tutti gli uomini, mentre le donne avrebbero giocato fra loro.

«Ma questa è una barbara sistemazione» disse Tansy strizzando l’occhio. «Non penserete che riusciremo mai a giocare seriamente?»

«Al contrario, mia cara. Credo che giocherete benissimo» rispose Carr seriamente. «Ma sono io, lo confesso, che talvolta preferisco giocare con gli uomini, Intuisco meglio che cos’hanno in mente. Mentre le donne, mi sconcertano ancora.»

«E così dev’essere» aggiunse la signora Carr. Tutti scoppiarono a ridere.

Le carte, improvvisamente, si fecero fantasiose, con le sequenze molto anormali, e il gioco divenne interessante. Ma Norman non riusciva a concentrarsi e questo rese Sawtelle, il suo compagno di gioco, ancor più nervoso e agitato del solito.

Norman continuava a tendere l’orecchio a ciò che dicevano le donne all’altro tavolo. La sua immaginazione ribelle persisteva a scoprire allusioni nascoste nelle più innocue osservazioni.

«Generalmente hai delle ottime mani, Tansy. Oggi invece non ti viene neppure una carta» disse la signora Carr. Che invece si riferisse alle mani ritagliate nella flanella?

«Mah! Sfortunata al gioco… sapete com’è il proverbio…»

Chissà come intendeva finire la frase, la signora Sawtelle? Fortunata in amore? Fortunata in magia? Stupida idea.

«Tansy, hai fatto due dichiarazioni emotive l’una dietro l’altra. Farai bene a stare attenta, o ti raggiungeremo.»

Cosa poteva significare, nel gergo della signora Gunnison “due dichiarazioni emotive”? Una specie di bluff nelle scienze occulte? Una falsa pretesa di rinunciare alla stregoneria?

«Io mi chiedo» mormorò dolcemente la signora Carr a Tansy «se questa volta non nascondi una meravigliosa mano, cara, e se non ci prepari un tranello.»

Il regolo di gomma. Ecco il guaio con la fantasia. Con un regolo elastico, un elefante sarebbe parso un sorcio, una linea a zig-zag e una curva sarebbero state uguali e parallele. Cercò di concentrarsi sulla sua dichiarazione di slam.

«Le donne fanno del gioco una lunga chiacchiera» mormorò Gunnison a mezza voce.

Gunnison e Carr vinsero una strenua partita di duemila punti, e chiacchierarono ancora piacevolmente mentre attendevano, in piedi, di congedarsi.

Norman ricordò una domanda che voleva fare alla signora Gunnison.

«Harold mi diceva che lei ha scattato un certo numero di fotografie di quel drago di pietra, quel grondone o doccione, che si voglia chiamare, che sta sul tetto di Estrey. È proprio di fronte alla finestra del mio studio.»

Lei lo guardò un po’, poi assentì.

«Credo di averne una qui con me, l’ho scattata circa un anno fa.»

Estrasse un’istantanea molto sciupata dalla borsetta. Lui la studiò e gli venne retrospettivamente un brivido. Era davvero incomprensibile. Invece di essere posto al centro del tetto, o sull’orlo, il drago era situato sulla cima. Che cosa significava? Uno scherzo che durava da mesi, da settimane? Oppure…? La sua mente ondeggiò, si impennò come un cavallo impaurito. Eppur si muove…

Guardò il retro della fotografia. Vi era un’iscrizione confusa segnata con un rossetto per le labbra. La signora Gunnison gliela tolse di mano per mostrarla agli altri…

«Il vento ulula come un’anima perduta» disse la signora Carr, stringendosi nel suo soprabito, mentre Norman apriva la porta.

«Un’anima molto chiacchierona, probabilmente quella di una donna» aggiunse suo marito con un risolino.

Quando l’ultimo degli ospiti ebbe preso congedo, Tansy prese il braccio del marito e disse: «Sto proprio invecchiando. Mi è sembrato meno pesante del solito. Perfino le occhiate della signora Carr non mi hanno scioccata. Per una volta, parevano tutti umani».

Norman la guardò intensamente. Tansy sorrideva, tranquilla. Totem era uscita dal suo nascondiglio e si fregava il muso contro la sua gamba.

Con uno sforzo Norman tornò alla realtà e assentì dicendo: «Difatti. Ma, santo cielo, quel cacao! Beviamo qualcosa».

7

Dappertutto regnavano le ombre, e la terra sotto i passi di Norman era molle ed incerta. Lo spaventoso boato rintronava da ore e ore, lo scuoteva fino al midollo. Eppure quel rumore non riusciva a soffocare l’altra voce, monotona, antipatica, senza inflessioni, la voce che, dentro di lui, gli ordinava di far qualcosa… non sapeva che cosa, ma sentiva che questa cosa gli avrebbe fatto del male. Era una voce che egli distingueva chiaramente; pareva quella di una persona che gli sussurrava nel cervello. Tentò di sfuggire a quella imposizione, di deviare dalla direzione che essa gli ordinava di prendere, ma le robuste mani lo afferrarono subito per riportarlo al punto di prima.

Le ombre erano prodotte da vaste nubi che si rincorrevano e che assumevano di volta in volta la forma di facce gigantesche che lo osservavano cupamente, facce dagli occhi come pozzi oscuri, dalle labbra imbronciate e cattive, dai capelli come masse enormi, fluttuanti dietro di loro.

Non doveva ubbidire agli ordini di quella voce. Eppure sì, lo doveva. Lottò strenuamente. Il rombo si gonfiò sino a diventare un frastuono, un pandemonio tale da scuotere la terra. Le nubi si mutarono in un torrente nero che investiva ogni cosa.

Poi di colpo la camera da letto si sovrappose a quella immagine e con un ultimo strappo egli si svegliò.

Si fregò gli occhi appesantiti dal sonno e tentò di ricordare che cosa la voce gli avesse ordinato di fare. Ne sentiva l’eco nell’orecchio. Un’alba grigia filtrava delle persiane. La pendola indicava un quarto alle otto.

Tansy era ancora raggomitolata su se stessa, con un braccio fuori dalle coperte. Un sorriso all’angolo della bocca le arricciava il naso. Norman scese cautamente dal letto. Il suo piede scalzo si posò su una puntina staccata, di quelle che servono a fissare la moquette sul pavimento. Trattenne un grugnito di rabbia e si allontanò zoppicando.

Per la prima volta da molti mesi si tagliò radendosi. Due volte la lama nuova scivolò di fianco, troppo tagliente, e portò via piccoli ma nitidi brandelli di pelle. Guardò nello specchio con irritazione, il suo viso bianco di sapone, macchiato di rosso e spinse con molta lentezza la lama lungo il mento, ma la pressione era troppa, e si tagliò per la terza volta.

Al momento in cui andò in cucina, l’acqua che aveva messo sul fuoco bolliva già. Mentre la versava nella caffettiera, il manico allentato della casseruola si staccò del tutto e le sue caviglie furono irrorate di acqua bollente. Totem fece un salto per scansarla, poi tornò alla sua ciotola di latte. Norman imprecò, poi sorrise. Che cos’aveva detto a Tansy a proposito della malignità delle cose? Come per dimostrare questa teoria con un ultimo ridicolo esempio, si morse la lingua mentre mangiava un biscotto col caffè. Malignità delle cose inanimate… o piuttosto malignità causata dal sistema nervoso umano? Era vagamente conscio di una emozione potentemente conturbata, ma non identificabile (residuo del suo incubo?), come una figura disgustosa intravista mentre nuota sotto il pelo di un’acqua piena di alghe.

Era una sensazione affine a quella di una sorda irritazione, poiché, mentre si affrettava a raggiungere Morton Hall, si trovò intimamente in guerra con l’ordine stabilito delle cose, e in particolare le istituzioni educative. La vecchia esasperazione giovanile per le ipocrisie e i compromessi della società civilizzata, si accumulava come fanno le acque burrascose, che poi superavano la barriera che un realismo maturo aveva opposto alla loro esuberanza. Che vita era mai questa per un uomo? Educare le menti immature di ragazzi già cresciuti, ritenendosi fortunati di trovare almeno uno studente un po’ promettente in tutto l’anno scolastico. Giocare a bridge con una manica di vecchi barbosi. Offrire ricevimenti a degli agitati incompetenti come Hervey Sawtelle. Inchinarsi alle mille e una regola e tradizioni di un collegio di seconda categoria. E per che cosa?

Lunghe nubi sfilacciate correvano sul suo capo, promettendo la pioggia. Gli ricordavano il suo sogno. Ebbe voglia di urlare una sfida infantile a quelle nubi.

Un camion gli passò accanto silenziosamente, riportandogli alla memoria il disegno che Evelyn Satwelle aveva scarabocchiato sul blocchetto del bridge. Lo seguì con lo sguardo. Quando tornò a voltarsi, vide la signora Carr.

«Lei si è tagliato» disse con affettuosa sollecitudine, scrutandolo attentamente attraverso le lenti.

«Eh, sì!…»

«Poverino…»

Norman non aggiunse nulla. Camminarono insieme sino al cancello che divideva Estery da Morton. Riuscì, da quel punto, a distinguere il muso del drago di cemento posto sulla grondaia di Estery.

«Volevo dirle, ieri sera, quanto ero avvilita, caro Saylor, per la faccenda di Margaret Van Nice. Naturalmente non era il momento adatto. Mi è tanto spiaciuto che avesse tirato in ballo lei. Che disgustosa accusa! Immagino cosa deve aver provato!»

Parve equivocare sulla smorfia con la quale Norman commentò la frase, perché proseguì d’un fiato: «Naturalmente non ho creduto neanche un minuto che lei avesse commesso la minima scorrettezza, ma pensavo che qualcosa dovesse giustificare la storia della ragazza. La raccontava con tale abbondanza di particolari…» La signora Carr studiava con interesse il viso di Norman. I suoi occhi, dietro gli occhiali, parevano quelli di un gufo. «Oggigiorno, professor Saylor, alcune delle ragazze che vengono ad Hempnell sono davvero terribili. Io non riesco a capire dove vadano a prendere quelle odiose idee.»

«Ci tiene proprio a saperlo?»

La signora Carr lo guardò vacuamente. Un gufo alla luce del giorno…

«Le vanno a prendere» le disse chiaramente «in una società che cerca con ogni mezzo di stimolare e nello stesso tempo inibire uno dei loro impulsi vitali. Insomma, le prendono, quelle idee, da un branco di adulti sporcaccioni…»

«Professor Saylor, in verità!»

«C’è un certo numero di ragazze, qui a Hempnell che starebbero meglio di salute se avessero delle relazioni amorose vere, anziché immaginarie. Logicamente, alcune di esse hanno già provveduto a ristabilire il giusto equilibrio.»

Ebbe la soddisfazione di vederla soffocare per l’indignazione, mentre le voltava le spalle per dirigersi a Morton.

Il cuore di Norman batteva con una piacevole rapidità. Le sue labbra erano strette. Quando arrivò nel suo studio chiese al telefono un numero interno.

«Thompson? Qui parla Saylor. Ho un paio di notizie per te.»

«Bene, bene, sentiamo» Thompson rispose incuriosito, col tono di uno che si appresta, matita in mano, a prender nota.

«Primo: il tema del mio discorso, quello che farò alle madri degli alunni non convittori la settimana prossima: “Rapporti pre-matrimoniali e studenti universitari”. Secondo: i miei amici attori, gli Utell, fanno una tournée nella nostra città, proprio allo stesso momento. E li inviterò quali ospiti del collegio.»

«Ma…» la matita già pronta gli era certamente caduta dalle mani come un attizzatoio incandescente.

«Tutto qui, Thompson. Forse un’altra volta avrò qualcosa di più interessante. Arrivederci.»

Avvertì un dolore pungente alla mano. Aveva giocherellato con un coltello di ossidiana e si era tagliato il dito. Il sangue macchiava il limpido vetro vulcanico nel punto dove una volta, pensò Norman, si era macchiato del sangue del sacrificio, o delle ferite rituali. Cercò nel cassetto un cerotto adesivo. Il cassetto dove credeva di averlo riposto era chiuso a chiave. Lo aprì e vi trovò la piccola rivoltella che aveva tolto di mano a Theodore Jennings. Il campanello delle lezioni trillò. Richiuse il cassetto a chiave, strappò il suo fazzoletto e ne legò una striscia rapidamente intorno alla ferita aperta.

Mentre si affrettava per il corridoio lo raggiunse Bronstein.

«Facciamo tutti il tifo per lei, questa mattina, dottor Saylor» gli mormorò con simpatia.

«Cosa intendi dire?»

Bronstein ebbe un’espressione risaputa. «Una ragazza che lavora nell’ufficio del preside ci ha detto che stavano per decidere l’assegnazione della cattedra di sociologia. Spero con tutto il cuore che quei vecchi falchi dimostrino un po’ di buon senso, una volta tanto.»

La dignità accademica raggelò la risposta di Norman. «Comunque sia, io sarò soddisfatto della loro decisione.»

Bronstein accusò la nota di rimprovero. «Naturalmente.»

Si pentì subito della sua durezza. Perché redarguire uno studente che mostrava poca reverenza verso i consiglieri del collegio quali rappresentanti della divinità? Perché nascondere la sua disistima per una buona metà dei suoi colleghi? La rabbia che pensava di aver eliminato dai suoi pensieri tornò a farsi sentire con raddoppiata violenza. Un impulso improvviso, irresistibile gli fece respingere gli appunti già preparati e attaccò un discorso su ciò che pensava del mondo in generale e di Hempnell in particolare. Tanto valeva che lo sapessero da giovani!

Un quarto d’ora dopo prese coscienza di sé con un sussulto mentre finiva di pronunciare una frase di questo genere: “…di vecchie donne dalle idee sordide, nelle quali l’avidità di prestigio sociale ha raggiunto l’ampiezza di una perversione”. Non gli riuscì di ricordare neppure metà di ciò che aveva detto prima. Scrutò il viso degli alunni. Parevano interessati, curiosi; ma smarriti, quasi tutti. Alcuni di essi addirittura scandalizzati. Gracine Pollard lo fulminava con lo sguardo. Ah, già! ricordava di aver fatto un’analisi precisa ma crudele delle ambizioni politiche di un certo preside di collegio universitario, che non poteva essere altri che Randolph Pollard. A un certo punto aveva riattaccato con il suo tema dei rapporti pre-matrimoniali, ed era stato un po’ troppo esplicito sull’argomento per non dire peggio, E poi era… Be’ era esploso, ecco tutto. Come una di quelle gocce di vetro.

Terminò con cinque o sei argomentazioni generiche, un po’ incerte. Sapeva che non erano del tutto adeguate, perché lo sguardo degli alunni si fece ancor più sconcertato.

La sua classe gli sembrava lontana, un brivido lo percorreva tutto, cominciando dalla nuca e irradiandosi in tutto il corpo, a causa di alcune parole che erano come stampate nella sua mente.

Queste parole erano: “Un colpetto dell’unghia ha spezzato il filamento psichico”.

Scosse la testa come per rimescolare le lettere di questa frase, e le parole svanirono.

Aveva davanti a sé ancora trenta minuti di lezione, ma aveva voglia di andarsene. Annunciò un tema a sorpresa, scrisse due domande sulla lavagna e uscì di classe. Nel suo studio notò che il dito ferito sanguinava ancora attraverso la benda. Ricordò di aver lasciato tracce di sangue sul gesso.

E del sangue sul coltellino di ossidiana. Trattenendo l’impulso di sfiorarlo col dito, si sedette e rimase a contemplare il ripiano del tavolo.

Tutto faceva capo all’aberrazione di Tansy nel campo della magia, pensò. La cosa lo aveva scosso più di quanto osasse ammettere. Aveva cercato di togliersela dalla mente troppo in fretta, e Transy pareva anch’essa averlo dimenticato troppo presto. Nessuno si poteva scrollare di dosso un’ossessione con quella facilità. Norman avrebbe dovuto riparlarne con lei, distruggerla con lei, farla venir fuori altrimenti avrebbe fatto suppurazione.

Cosa stava mai pensando? Tansy era apparsa così felice, così sollevata in questi ultimi tre giorni, che questa linea di condotta non poteva certamente essere quella giusta.

Ma come aveva fatto Tansy a superare una crisi così grave con tanta facilità? Non era normale. Ricordò il suo sorriso mentre dormiva. Tuttavia non era Tansy che si comportava in modo strano, era lui, Norman. Come se un sortilegio…

Che cretinata! Si lasciava irritare da quel branco di vecchie incartapecorite, quelle tre arpie…

Il suo sguardo fu attratto dalla finestra, ma il telefono si mise a squillare.

«Professor Saylor? Le parlo per incarico del dottor Pollard. Può venire nell’ufficio del dottor Pollard questo pomeriggio? Alle quattro? Grazie.»

Si appoggiò allo schienale con un sorriso. “Perlomeno” pensò “la cattedra l’ho avuta.”

Man mano che le ore passavano, il cielo si faceva più scuro, le nuvole sfilacciate si rincorrevano sempre più basse. Gli studenti si affrettavano lungo i viali. Ma il temporale rimase nell’aria senza scoppiare sin quasi alle quattro.

Larghe gocce di pioggia si schiacciavano sui gradini polverosi quando Norman si rifugiò sotto il portico dell’edificio amministrativo. Il tuono spaccò a un tratto il silenzio con un crepitío violento, come se migliaia di lamiere metalliche venissero scosse al disopra delle nubi. Si voltò a guardare. I lampi davano ai tetti e alle guglie gotiche un rilievo intenso. Poi di nuovo il crepitío seguito dal tuono. Ricordò di aver lasciato una finestra aperta nel suo studio. Tanto non c’era nulla che l’acqua potesse danneggiare.

Il vento s’infilava sotto il portico con un boato stridente, pulsante. La voce non musicale che gli aveva parlato nell’orecchio aveva la stessa qualità sonora di quel rombo.

«Non è un delizioso temporale?»

Per la prima volta, Evelyn Sawtell sorrideva. L’effetto di quel sorriso sui suoi lineamenti era grottesco. Pareva un cavallo che avesse di colpo scoperto come si fa a sorridere ghignando.

«Ha saputo la notizia, naturalmente?» continuò. «Di Hervey?»

Hervey apparì improvvisamente al suo fianco. Sorrideva anche lui, ma in modo imbarazzato. Mormorò qualcosa che si perdette nel rumore del temporale, e stese automaticamente la mano, come se fosse stato sulla soglia di casa a ricevere gli ospiti.

Lo sguardo di Evelyn non abbandonava il volto di Norman. «Non è meraviglioso?» gli disse. «Naturalmente era scontato, tuttavia…»

Norman intuì l’accaduto. Si sforzò di prendere la mano profferta proprio al momento in cui l’altro stava per ritirarla nervosamente.

«Complimenti, vecchio mio» disse semplicemente.

«Sono molto fiera di Hervey» annunciò Evelyn con fare possessivo, come se fosse un ragazzino che ha ottenuto il premio di buona condotta. I suoi occhi seguirono la mano di Norman. «Si è tagliato?» Il ghigno parve un’aggiunta definitiva ai suoi lineamenti. Il vento ululava rabbiosamente. «Vieni, Hervey» disse, e si buttò nel temporale come se nulla fosse.

Hervey sgranò gli occhi dalla sorpresa. Mormorò qualcosa come una scusa a Norman, gli strinse la mano ancora a lungo, poi ubbidientemente corse a raggiungere sua moglie.

Norman li seguì con lo sguardo. C’era qualcosa di ripugnante nel modo con cui Evelyn Sawtelle sfidava le cateratte del cielo, inzuppandosi insieme al marito, per nessun altro scopo che quello di soddisfare la propria ostinazione. Evelyn vedeva che Hervey cercava di farle premura, ma lei resisteva. Un lampo divampò minacciosamente, senza provocare nessuna reazione apparente nella sua figura goffa, angolosa. Una volta ancora Norman fu conscio di un’emozione estranea, esplosiva dentro di sé, nel suo intimo.

E così quel suo cagnolino di marito, pensò Norman, sarà lui ad avere l’ultima parola nella politica educativa del ramo di sociologia. Ma allora perché Pollard mi ha fatto chiamare? Per porgermi le sue condoglianze?

Un’ora dopo usciva dall’ufficio di Pollard sbattendo la porta, irato oltre ogni dire, chiedendosi perché non gli avesse buttato in faccia le sue dimissioni. Essere interrogato come un bambino sulle sue azioni, dietro evidente istigazione di gente pettegola come Thompson, la signora Carr e Gracine Pollard! Dover ascoltare un sacco di asinerie sul suo atteggiamento, sullo spirito di Hempnell con insinuazioni appena velate relative al suo “codice morale”… Ma insomma!

Perlomeno aveva dato più di quanto avesse ricevuto. Perlomeno aveva spinto alla confusione quella voce pomposa e soave e fatto alzare più di una volta quei due ciuffetti bianchi che gli facevano da sopracciglia.

Era obbligato a passare davanti all’ufficio del decano. La signora Gunnison era in piedi accanto alla porta, come un enorme lumacone bavoso, dalla pelle ruvida, si disse Norman. E notò anche le calze storte, la borsetta traboccante che pareva il cucchiaio di una ruspa, l’eterna macchina fotografica appesa alla spalla. La sua esasperazione si diresse tutta su di lei.

«Sì, mi sono tagliato» le disse osservando la direzione del suo sguardo. La sua voce era rauca per l’animata discussione avuta con Pollard.

Poi gli venne in mente qualcosa e non stette a masticare le parole.

«Signora Gunnison, lei ha preso il diario di mia moglie, ieri sera, per sbaglio. Me lo restituisca, la prego.»

«Lei si sbaglia» rispose la donna in tono pacato.

«L’ho vista mentre usciva dalla mia stanza da letto, l’aveva in mano.»

Gli occhi della donna si socchiusero, diventarono due strette fessure. «In quel caso perché non me l’ha detto ieri sera? Lei è stanco, Norman. Lavora troppo, lo capisco.» Indicò con un cenno del capo l’ufficio di Pollard. «Sarà stata per lei una grossa delusione…»

«Le chiedo di restituirmi il diario!»

«…E non dovrebbe trascurare quel taglio» continuò senza scomporsi. «Non mi sembra ben medicato e sanguina ancora. Le infezioni talvolta sono maligne.»

Norman voltò i tacchi e se ne andò. Ma la vide nel riflesso scuro e incerto del vetro della porta esterna. Sorrideva.

Fuori dell’edificio, Norman si guardò la mano. Era chiaro che la ferita si era riaperta quando aveva picchiato il pugno sul tavolo di Pollard. Strinse un po’ di più la benda. Il temporale si era sfogato. La luce gialla del sole cadeva da una bassa cortina di nubi, a ovest, riflettendosi con esuberanza sui tetti bagnati e le finestre più alte degli edifici. Un resto di pioggia cadeva ancora dagli alberi.

Il campus pareva vuoto, una chiara risata proveniente dal dormitorio delle ragazze penetrò come un acido leggero nel silenzio. Si scrollò di dosso la collera e lasciò i suoi sensi assorbire la bellezza di uno scenario lavato di fresco.

Si congratulò con se stesso per questa sua capacità di godersi l’attimo presente. Era uno dei segni più evidenti di maturità.

Cercò di pensare con il cervello di un pittore, di definire le tinte e le sfumature, scoprendo il rosa sbiadito o il verde nascosto nelle ombre. L’architettura gotica, in fondo, aveva qualcosa di piacevole. Anche se non era funzionale, accarezzava l’occhio portandolo da una scultura di pietra all’altra. Per esempio quell’ornamento di foglie che orlava la torre di Estrey…

Improvvisamente la luce solare gli sembrò più fredda del ghiaccio, i tetti di Hempnell erano come i tetti dell’inferno, e il riso in lontananza era come un ghigno demoniaco. Prima di rendersi conto di ciò che faceva, aveva cambiato strada e si allontanava da Morton, lasciando il viale e camminando sull’erba bagnata, sebbene fosse arrivato solamente a metà del percorso.

Non c’era alcun bisogno di tornare allo studio, pensò rabbrividendo. Troppa strada da fare per quei pochi appunti. Potevano aspettare sino a domani. E perché non tornare a casa da una strada diversa, stasera? Perché prendere sempre la via diretta che passava sotto il portico grande che divideva Estrey da Morton, sotto quei cornicioni scuri, sporgenti… Ma che cos’era che…?

Si obbligò a guardare un’altra volta la finestra aperta del suo studio. Era vuota, adesso, com’era prevedibile. Quella cosa doveva essere stata una macchia nella sua vista, e la fantasia aveva completato l’immagine, come quelle volte in cui un puntino nero sul pavimento pare animarsi, diventare un ragno.

O era forse la tenda che il vento faceva volare fuori della finestra? No, un’ombra non poteva strisciare sul cornicione sottostante la finestra, un effetto ottico non poteva muoversi con tale lentezza, o possedere una sagoma così ben definita…

E il modo con cui la cosa aveva atteso, sbirciando entro la stanza prima di lasciarsi cadere all’interno, come… come una…

(Ma erano tutte sciocchezze e non c’era minimamente bisogno di andare a ritirare quegli appunti o chiudere la finestra. Sarebbe stato come arrendersi a una momentanea paura. Il tuono echeggiò in lontananza.)

…come una grande lucertola, del colore e della densità della pietra.

8

“…E da quel momento in poi si ritiene che l’anima si sia in certo qual modo fusa con la pietra. Se questa si spezza è un segno infausto per lui. Dicono che il fulmine abbia colpito la pietra e che colui che la possiede morrà fra non molto.”

Era inutile. I suoi occhi continuavano a vagare sulle righe stampate. Mise da parte il libro, La gemma d’oro e si adagiò nella poltrona. Molto lontano, a levante, il tuono brontolava ancora debolmente. Ma il contatto familiare della poltrona di cuoio sul quale sedeva gli dava una sensazione di sicurezza e di distacco.

“Supponiamo (per gioco, come se fosse un esercizio intellettuale), che io mi metta ad analizzare gli incidenti sfortunati e le cose immaginarie di questi tre giorni in termini di stregoneria.

“Il drago di cemento sarebbe un caso ovvio di magia per analogia. La signora Gunnison lo ha reso animato per mezzo di fotografie. È la vecchia teoria che consiste nell’agire sull’immagine anziché sull’oggetto, come l’esempio classico del pupazzo di cera sul quale si puntano gli spilli. Lei avrà unito varie fotografie per farne un ritratto animato, una specie di film, o forse è riuscita a fotografare l’interno del mio studio e su quella immagine ha spillato una foto del drago, pronunciando gli incantesimi del caso, naturalmente. O, più semplicemente, può aver introdotto una fotografia del drago in una delle mie tasche.” Cominciò a frugarsi nelle tasche poi gli venne in mente che si trattava di un gioco intellettuale, un piccolo diversivo per una mente stanca…

“Ma andiamo avanti. Abbiamo esaurito il caso della signora Gunnison. Passiamo a Evelyn Sawtelle. La sua registrazione della raganella (noto sortilegio per invocare il temporale) potrebbe fornire un’adeguata spiegazione per il vento dell’altra notte e per il temporale e il vento d’oggi, entrambi collegati ai Sawtelle. E quello stesso suono udito nel sogno…” Arricciò il naso per il ribrezzo.

Sentiva Tansy, sulla veranda posteriore, che chiamava la gatta facendo tintinnare la scodella del latte.

“Mettiamo in un’altra categoria gli atti di autolesionismo di oggi.” Il coltellino di ossidiana, la casseruola dal manico svitato, la puntina della moquette, il fiammifero con il quale un momento fa si era bruciato le dita.

Forse la lama del rasoio era stata stregata come la spada incantata, e l’ascia, che ferivano colui che le brandiva. Forse qualcuno gli aveva rubato il coltellino e l’aveva immerso nell’acqua in modo che la ferita rimanesse aperta. Quella era una vecchia e ben ancorata superstizione.

Un cane stava trotterellando lungo il marciapiede di fronte. Udiva distintamente il rumore attutito delle sue zampe.

Tansy stava sempre chiamando Totem.

Forse uno stregone gli aveva ordinato di autodistruggersi, un centimetro per volta, anzi un millimetro per volta stando alle ferite da rasoio. Il che poteva spiegare in una volta sola tutti gli atti di autolesionismo. Quella voce monotona udita nel sogno doveva averglielo imposto.

Il cane aveva voltato l’angolo del vialetto. Si udiva distintamente il rumore delle unghie che graffiavano il cemento.

Lo schema a base di tarocchi, quello che Evelyn Sawtelle aveva scarabocchiato sul blocchetto, poteva racchiudere un qualche meccanismo di comando. Le figure di aste raffiguranti l’uomo e il camion erano una truce allusione interpretate alla luce delle sue irrazionali avversioni.

Quel rumore che attribuiva alle unghie del cane, non ricordava più un cane. Era forse il ragazzino del vicino che trainava, a strattoni, un oggetto pesante non identificabile. Quel bambino passava il tempo a raccogliere rifiuti.

Si udì un: «Totem! Totem!» seguito da: «Va bene, se non vuoi venir dentro stattene fuori» e il rumore della porta che si chiudeva.

Poi sempre quella sensazione, molto comune, d’accordo, di una persona che stava alle sue spalle. Qualcuno più alto di lui, con le mani protese a ghermirlo. Solo che, se si voltava, quello si scansava. Qualcosa di simile gli era apparso nel sogno. Da lì, forse, era uscita quella voce. Nel qual caso…

Perse la pazienza. Era un esercizio mentale: benissimo. Ma buono per uno sciocco, e basta. Schiacciò nel piattino la sigaretta.

«Io, il mio dovere l’ho fatto, con quel gatto. E adesso se vuole la sua cena può fischiare.» Tansy si sedette sul bracciolo della poltrona e posò la mano sulla spalla di Norman. «Come va?»

«Non troppo bene» rispose con leggerezza.

«La cattedra?»

Fece un cenno affermativo. «L’ha avuta Sawtelle.»

Tansy imprecò senza ritegno. Gli fece piacere.

«Ti verrebbe quasi voglia di riprendere l’esercizio della stregoneria, non è vero?» poi si morse le labbra. Non aveva inteso dire questo.

Lei lo guardò attentamente.

«Cosa vorresti dire?» gli chiese.

«Scherzavo, ecco tutto.»

«Ne sei sicuro? Io so che ti sei crucciato molto per me in questi ultimi giorni, dal momento in cui hai scoperto tutto. Ti sei chiesto se fossi in preda a una nevrosi e mi studiavi per coglierne i sintomi. No, caro, non devi negarlo, era naturale da parte tua pensarlo. Sapevo che per un po’ di tempo mi avresti sospettata. Con la tua conoscenza della psichiatria non potevi ammettere che ci si possa sbarazzare di una fissazione così rapidamente. Sono stata così felice di togliermi tutto quel peso di dosso, che i tuoi sospetti non mi hanno amareggiata. Sapevo che avrebbero finito per scomparire.»

«Ma cara, te lo dico proprio francamente. No, non ho mai avuto alcun sospetto» protestò Norman. «Capisco che avrei dovuto averne, ma non ne avevo.»

I suoi occhi d’un verde grigio avevano un’espressione enigmatica. Disse lentamente: «E allora che c’è che ti preoccupa?»

«Nulla, assolutamente nulla.» A questo punto bisognava agire con prudenza.

Tansy scosse il capo. «Non è vero, tu sei preoccupato. Lo so che hai certi pensieri in mente che non mi vuoi dire. Ma non è neppur quello…»

Si voltò rapidamente a guardarla.

Lei fece di sì col capo e proseguì: «Cose che riguardano la cattedra. E poi quello studente che ti ha minacciato. E la ragazza Van Nice. Come puoi immaginare che Hempnell mi abbia risparmiato di sentire quei deliziosi scandali?» Sorrise mentre lui cercava di negare. «Oh, lo so che non sei il tipo da sedurre le dattilografe innamorate, perlomeno quelle di tipo nevrastenico.» Si rifece seria. «Quelle sono piccole cose, incidenti che capitano e si dimenticano. Non me li hai voluti raccontare perché temevi che io tornassi al mio desiderio di proteggerti. Non è vero?»

«Sì.»

«Ma ho l’impressione che la tua preoccupazione sia più profonda di così. Ieri e oggi ho perfino immaginato che tu volessi chiedermi aiuto e non osassi farlo.»

Lui tacque come se stesse considerando l’esatta maniera di formulare la sua risposta. Studiava invece la fisionomia di sua moglie cercando d’interpretare ogni segno espressivo della bocca e degli occhi.

Appariva molto controllata; ma quella era soltanto una maschera, pensò. In effetti, nonostante le sue espressioni sensate, poteva benissimo ritrovarsi sull’orlo della sua mania. Una piccola spinta, ad esempio una parola imprudente da parte sua e… Come aveva fatto ad immergersi così totalmente nelle proprie preoccupazioni e in quelle assurde proiezioni della sua fantasia eccentrica! Lì, a pochi passi da lui, c’era l’unica cosa che contasse, la mente nascosta dietro quella fronte liscia, dietro quegli occhi chiari, di un verde grigio, che gli imponevano di distogliere i suoi pensieri da quelle sciocchezze alle quali si era abbandonato nei giorni precedenti.

«A dire il vero» le disse «io mi preoccupavo per te. Temevo di incrinare la tua sicurezza raccontandoti quelle cose. Forse sono stato poco saggio a farlo e in qualche modo tu hai intuito tutto. Ma io a quel momento la pensavo così. Certo che, nel modo come ti senti ora, non può darti fastidio saperlo.»

Pensò: com’è facile mentire con convinzione a qualcuno che si ama.

Ma lei non si arrese subito. «Ne sei proprio certo? Ho la sensazione che ci sia dell’altro.»

Poi sorrise e cedette improvvisamente alla pressione delle sue braccia intorno alle spalle. «Dev’essere il sangue dei McKnight nelle mie vene, sai quei miei antenati scozzesi» disse lei ridendo. «Molto cocciuti, come tu sai. Ostinati sino alla mania. Quando si impuntano su una cosa, sono come invasati. Ma una volta abbandonato l’oggetto della loro ostinazione è finita, non ci pensano più. Ti ricordi la faccenda del mio prozio Peter? Abbandonò il suo ministero (era pastore protestante), e abiurò la religione cristiana il giorno stesso in cui dimostrò in modo convincente a se stesso che Dio non esisteva. Ed aveva settantadue anni!» Si udì il lungo, modulato brontolio del tuono.

Tornava il temporale.

«Ebbene, sono proprio contenta che le tue preoccupazioni concernessero me» continuò. «Mi lusinga e mi fa molto piacere.»

Sorrideva, felice; ma nei suoi occhi c’era sempre qualcosa di enigmatico, qualcosa che veniva trattenuto. Mentre lui si congratulava con se stesso per aver condotto bene il suo gioco, pensò improvvisamente che anche lei poteva aver giocato con lui un gioco analogo. Anch’ella poteva nascondere qualcosa di preoccupante perché voleva evitargli dei crucci. Forse lei tentava di proteggerlo dalle proprie tragiche preoccupazioni. La sua sottigliezza poteva superare quella del marito. Non c’era un motivo logico di sospettarlo, eppure…

«E se bevessimo qualcosa?» propose Tansy «e decidessimo se lasciare o no Hempnell per dei pascoli più verdi?»

Norman annuì, Tansy si alzò, attraversò la stanza a forma di L.

E pensare che si poteva convivere quindici anni con una donna, amarla per tutto quel tempo e non sapere ciò che si nascondeva dietro il suo sguardo.

Si udì il tintinnìo dei bicchieri sulla credenza, e la nota cordiale di una bottiglia piena posata sul piano del tavolo.

In quel momento, e con lo stesso ritmo del tuono, ma molto più vicino, si udì un atroce, un acuto grido di animale, un urlo da far rabbrividire. Era finito prima che Norman fosse balzato in piedi.

Mentre raggiungeva l’angolo del soggiorno, vide Tansy sulla porta della cucina. Era a pochi metri da lui, sui gradini dell’ingresso posteriore.

La luce della villa accanto rischiarava il loro cortile e videro il corpo disteso di Totem, con la testa schiacciata sul cemento.

Udì un suono flebile uscire, e poi fermarsi, dalla gola di Tansy. Poteva essere un rantolo, un sussulto, un ghigno…

La luce rendeva visibile qualcosa di più del corpo maciullato del gatto. Norman andò verso di esso e si fermò in modo da nascondere le troppo visibili impronte sul cemento vicino al gatto.

Forse erano state causate dal contatto con un mattone o un grosso sasso… forse dallo stesso oggetto che aveva ucciso il gatto, ma c’era qualcosa di talmente impressionante nella loro relativa posizione, che Norman non voleva che Tansy riuscisse a vederlo e che potesse ricamarci sopra con la fantasia.

Lei alzò gli occhi; non pareva impressionata.

«Farai meglio a tornare in casa» le disse.

«Tu vuoi…»

«Sì» rispose Norman.

Lasciò la porta aperta. Un attimo dopo scese e posò sulla balaustra della veranda un pezzo di tela pesante, il telo del gatto, ancora coperto di ciuffi di pelo. Poi entrò in casa e chiuse la porta.

Norman avvolse il gatto nel telo e andò a prendere la pala nel garage. Non perse tempo a cercare l’eventuale mattone, pietra o altro proiettile mortale, e neanche si fermò ad esaminare le pesanti impronte che gli parve di notare nell’erba vicino al cortile di servizio.

Alcuni lampi cominciavano a sfarfallare nel momento in cui la pala penetrò nella terra soffice. Norman fissò la sua attenzione sul lavoro del momento e scavò con regolarità, senza particolare premura. Quando ebbe schiacciato uniformemente l’ultima zolla di terra si diresse verso casa. I lampi erano più forti e gli intervalli di oscurità fra un lampo e l’altro parevano ancora più neri. Il vento si alzò e cominciò a strappare le foglie.

Norman non aveva fretta. E se un lampo avesse illuminato vagamente la sagoma di un grosso cane vicino alla porta d’ingresso? C’erano molti grossi cani nel vicinato, ma non erano feroci. Totem non era stata uccisa da un cane.

Con calma, ripose la pala nel garage e tornò a casa. Solo nel momento in cui si ritrovò nella stanza, i suoi pensieri si misero a galoppare per proprio conto.

Lo sprazzo luminoso del lampo, il più forte fino a quel momento gli mostrò il cane che voltava l’angolo della casa. Lo vide in un baleno. Era di color cemento. Camminava con le zampe rigide. Norman chiuse la porta e tirò presto il paletto.

In quel momento ricordò che le finestre dello studio erano rimaste aperte. Bisognava chiuderle subito.

Poteva piovere dentro.

9

Al suo ingresso nel soggiorno il viso di Norman, in apparenza, era sereno. Tansy sedeva nella sua poltrona, china in avanti, con un’espressione triste negli occhi. Le sue dita giocherellavano distrattamente con un pezzo di spago.

Il marito accese lentamente una sigaretta.

«Vuoi che beviamo quell’aperitivo adesso?» egli chiese senza mostrare né troppo interesse né troppa vivacità.

«No, grazie. Bevi tu se vuoi.» Le sue mani continuavano a fare e disfare i nodi dello spago.

Norman sedette nella poltroncina e prese in mano il suo libro. Da quella posizione la poteva osservare senza che lei se ne accorgesse. Ora che non aveva né buca da scavare né altri lavori manuali da compiere non poteva più respingere i suoi pensieri, perlomeno poteva lasciarli girare in una limitata, isolata sfera all’interno del suo cranio, senza che questi influissero sulla sua espressione, o deviassero il corso di altri pensieri, concentrati sulla protezione di Tansy.

“La stregoneria esiste” proclamavano i pensieri costretti in quella cerchia. “Qualcosa è stato spinto giù da un tetto per mezzo di un incantesimo. Le donne sono streghe, e lottano per far trionfare i loro mariti. Tansy era una strega. Ti proteggeva. Ma tu l’hai obbligata a smettere.

“In questo caso” rispondeva subito l’altra parte della sua mente “perché Tansy non si accorge di ciò che sta accadendo? Non si può negare che si comporti come una persona sollevata e felice.

“Sei sicuro che non se ne sia accorta o stia per accorgersene?” ripresero i pensieri trattenuti nella cerchia. “Inoltre, perdendo gli strumenti della sua magia, ha probabilmente perso la sua sensibilità alla magia. Uno scienziato, per esempio, senza i suoi strumenti, il microscopio e il telescopio, al pari di un qualsiasi selvaggio non potrebbe vedere né i germi del tifo né le lune di Marte. Il suo naturale corredo sensorio potrebbe essere perfino inferiore a quello di un selvaggio”.

I pensieri imprigionati si agitarono violentemente, come le api che cercano impazzite un’uscita dall’alveare chiuso.

«Norman» disse Tansy improvvisamente senza guardarlo. «Hai trovato e bruciato quel talismano chiuso nel medaglione dell’orologio?»

Ci pensò un attimo. «Sì, l’ho bruciato» disse senza dar peso alle sue parole.

«Mi ero dimenticata di quello, ne avevo sparsi tanti in giro.»

Norman voltò una pagina, poi un’altra. Il tuono vibrò con violenza e la pioggia cominciò a tamburellare sul tetto. «Norman? Hai anche bruciato il diario, non è vero? Hai fatto bene, naturalmente. L’avevo tenuto perché non conteneva fatture già attuate, solo le formule, e così, molto illogicamente, pretendevo con me stessa che non contasse. Ma tu l’hai bruciato, vero?»

Era difficile poter rispondere. Gli pareva di giocare agli oggetti nascosti: “caldo, caldo — freddo, freddo” e che Tansy stesse per diventare pericolosamente “calda”. I pensieri chiusi nella sfera ronzavano trionfanti: vedi, ora la signora Gunnison possiede il diario; conosce tutti gli scongiuri protettivi di Tansy.

Ma riuscì a mentire. «Sì; l’ho bruciato. Mi dispiace; ma pensavo che…»

«È giusto» disse Tansy. «Hai fatto bene.» Le sue dita giocavano sempre più nervosamente con lo spago, ma senza guardarlo.

I lampi illuminavano tratti di strada e di alberi, attraverso la finestra. Il tamburellare dell’acqua sul tetto divenne una gragnuola di colpi. Ma attraverso quel rumore assordante gli pareva di udire il graffio delle zampe sul cemento del vialetto. Era ridicolo: la pioggia e il vento facevano troppo baccano.

I suoi occhi furono attratti dalla combinazione dei nodi che le dita impazienti di Tansy tessevano con lo spago. Era un insieme complicato di nodi strettissimi in apparenza che però si scioglievano d’un colpo tirando lo spago. Ricordò che Tansy aveva studiato assiduamente il gioco con un laccio degli indiani. Ricordò ugualmente che i popoli primitivi usavano i nodi per legare o sciogliere i venti, per legare a sé la persona amata, prendere al laccio nemici lontani, frenare o liberare ogni tipo di potere fisico o psichico. E che le Parche intrecciavano i fili dei destini umani. Gli parve elegante la disposizione dei nodi e il movimento ritmico che li produceva. Parevano significare sicurezza, fino al momento in cui si scioglievano di colpo.

«Norman…» la voce di Tansy era concitata e tesa. «Che cos’era quella fotografia che hai chiesto a Hulda Gunnison di mostrarti, ieri sera?»

Norman si sentì prendere dal panico. Tansy diventava “calda”; era arrivata a quel punto del gioco in cui si grida: “scotta!”.

Udì allora il pesante e inarrestabile pluf-pluf sulle assi del portico d’ingresso, che pareva muoversi lungo il muro in cerca di qualcosa. I pensieri costretti nella sua mente cominciavano a esercitare una irresistibile pressione centrifuga sul suo cranio. Sentì che la sua ragione era soffocata da una doppia aggressione, esterna e interna. Con molta lentezza fece cadere la cenere della sigaretta nel piattino.

«Era una fotografia del tetto di Estrey» disse casualmente. «Gunnison mi aveva detto che sua moglie aveva scattato un gran numero di fotografie di quel genere. Volevo vederne una.»

«E su quella figurava una creatura di un certo genere, non è vero?»

Lo spago si annodava e si snodava con incredibile rapidità. Gli sembrò improvvisamente che qualcosa di più di uno spago fosse manipolato e che legasse tutt’altra cosa che l’aria vuota. Era come se i nodi creassero una specie di influsso, al pari della corrente elettrica che in un filo ritorto crea un complesso campo magnetico.

«No» disse, e si sforzò di ridacchiare «salvo tener conto di uno o due draghi di cemento». Osservava lo spago nel suo ondeggiare. A momenti pareva che luccicasse, come se fosse stato intrecciato con un filo metallico. Se una corda comune, con dei nodi, usata a scopi di magia poteva comandare ai venti, una corda con dentro un filo metallico che cos’avrebbe comandato? I fulmini?

Il tuono brontolò e scoppiò, assordante. Il fulmine doveva essere caduto nelle vicinanze. Tansy non mosse ciglio. «Quello era il nonno dei fulmini» cominciò a dire Norman e poi, mentre il tuono si perdeva in lontani brontolii, la pioggia cessò per un secondo di cadere ed egli udì qualcosa che saltava pesantemente sotto il portico della facciata in direzione della finestra bassa situata alle sue spalle.

Si alzò e riuscì a fare un paio di passi verso la finestra, come se volesse guardare l’uragano. Passando vicino alla sedia di Tansy, vide che le sue dita sempre in moto stavano intrecciando un nodo strano che somigliava a un fiore, con intorno sette anelli che parevano sette petali. Tansy guardava fisso dinnanzi a sé, come una sonnambula. Norman si piazzò fra lei e la finestra, istintivamente, per proteggerla.

Il lampo succesivo gli mostrò ciò che già sapeva di dover trovare. Era accucciato di fronte alla finestra. La testa era sempre grezza e liscia, come un cranio appena abbozzato. Nel successivo attimo di oscurità la cerchia dei pensieri venuti da altrove si espanse con istantanea irruenza e occupò tutta la sua mente.

Si guardò alle spalle. Le mani di Tansy erano ferme, con in mezzo lo strano fiore dai sette petali.

Proprio mentre stava per voltarsi, vide le mani allargarsi d’un balzo, gli anelli di spago frustrarono l’aria come una trappola a sette lacci, poi s’irrigidirono. E nello stesso momento in cui si voltava vide la strada chiara come a giorno fatto, e un grande nastro di luce che spaccò l’olmo dirimpetto e si ramificò in molte braccia luminose che leccarono il selciato, lo attraversarono per raggiungere la sua finestra per finire sulla figura di pietra ritta contro di essa.

Poi… una luce accecante e una scossa, un’onda elettrica che gli attraversò il corpo.

Ma sulla sua retina era ancora impressa l’immagine del fulmine, i molteplici rami del quale, precipitandosi verso la figura di pietra, si erano concentrati su di essa come trascinati da una frusta a sette capi.

La cerchia dei pensieri ormai dilatatasi a velocità pazzesca fuori del suo cranio svanì.

Un riso incontrollabile, convulso si elevò al disopra dell’eco morente del terrificante scoppio di tuono.

Aprì la finestra con uno strattone, afferrò una lampada portatile, ne strappò il paralume affinché tutta la luce illuminasse la veranda.

«Guarda, Tansy» chiamò: le sue parole si mescolavano al riso nervoso. «Guarda che cosa mi hanno combinato quei pazzi dei miei studenti. Scommetto che sono quelli dell’associazione universitaria che ho preso in giro stamane. Guarda che cos’hanno staccato dall’edificio del collegio e portato davanti al nostro ingresso! Accidenti a quei pazzi, domani dovrò chiamare l’ufficio manutenzione fabbricati affinché lo portino via.»

La pioggia gli schizzava in faccia. Vi era nell’aria un odore metallico e solforoso. La mano di Tansy toccò la spalla di Norman. I suoi occhi guardavano nel vuoto, come insonnoliti.

L’oggetto era lì, appoggiato al muro, solido e inerte come solo le cose inorganiche riescono a esserlo. In alcuni punti il cemento era diventato scuro e fuso.

«E, per di più, il fulmine ha colpito proprio lui» disse.

Istintivamente stese una mano e lo toccò. Al contatto di quella superficie ruvida, ostile, ancora bollente dopo il fulmine, il suo riso cessò.

Eppur si muove, mormorò fra sé, così piano che nemmeno Tansy che gli stava accanto lo poté sentire. «Eppur si muove…»

10

Il giorno dopo, l’aspetto di Norman era più o meno quello di un soldato al termine di una battaglia. Eppure aveva dormito a lungo, di un sonno profondo, ma appariva istupidito dalla stanchezza e dalla tensione nervosa. E lo era. Perfino Harold Gunnison lo notò.

«Non è nulla» rispose Norman. «Mi sento pigro.»

Gunnison sorrise con scetticismo. «Hai lavorato troppo, e questo finisce per esaurire. Dirada un po’ le tue ore di lavoro. Otto ore al giorno sono più che sufficienti.»

Poi proseguì con apparente indifferenza. «I consiglieri del collegio sono buffi personaggi, talvolta. E in un certo senso Pollard è un uomo politico più che un educatore. Ma è lui che fa entrare i capitali, e i presidi in fondo sono proprio fatti per quello.»

Norman fu grato a Gunnison del suo commento delicato sulla perdita della cattedra di sociologia poiché sapeva quale sforzo fosse per Harold dover criticare Pollard su qualsiasi punto. Ma si sentiva distante da Gunnison come si sentiva distante dai suoi alunni, quella schiera di vestiti multicolori che riempivano i viali e si raccoglievano in crocchi.

Era come se fra lui e loro ci fosse un muro di vetro appannato. L’unico suo desiderio, anch’esso impreciso, era quello di prolungare il suo attuale stato di pigrizia, dopo gli eventi della notte precedente, ed evitare di ragionare su chicchessia.

“I pensieri sono pericolosi” disse fra sé “e quelli contro la scienza, la sanità mentale, l’intelligenza raffinata sono i più pericolosi di tutti.” Sentiva qua e là la loro presenza nel suo cervello, come sacche di veleno, innocue finché rimangono incastrate come cisti e non si tenta di pungerle.

Uno di questi pensieri ricorreva più spesso degli altri. Si era manifestato la sera prima, al culmine della burrasca. Si sentì lieto di non poterne vedere l’interno.

Un altro ragionamento-ciste concerneva Tansy, e il fatto che Tansy si fosse mostrata così cordiale e spensierata quella mattina.

Un’altra idea, un’idea di grandissime proporzioni, era immersa in fondo alla sua mente, ed egli percepiva soltanto una piccola parte della sua superficie globulare. Sapeva che si ricollegava a un’emozione insolita, irosa, distruttiva, che aveva avvertito in sé più d’una volta il giorno avanti, e sapeva che per nessun motivo questa idea doveva essere provocata. La sentiva pulsare lentamente e ritmicamente come un mostro addormentato nel fango.

Un’altra idea concerneva le mani… Mani guantate di flanella. Un’altra ancora, molto più piccola, ben visibile, ora, si ricollegava in un certo modo alle carte.

E ve n’erano altre, molte altre.

Norman si trovava in una situazione analoga a quella dell’eroe leggendario che deve attraversare una stretta galleria senza mai toccarne i muri dall’aspetto falsamente seducente ed avvelenati.

Sapeva di non potere evitare il contatto dei pensieri-cisti ma nel frattempo quelli potevano ridursi e scomparire.

La giornata s’intonava al suo umore superficialmente triste e letargico. Anziché rinfrescarsi, com’era prevedibile dopo un temporale, l’aria aveva assunto un anticipato tepore primaverile. Le assenze degli studenti si erano notevolmente accresciute. Quelli che venivano alle lezioni erano disattenti e mostravano altri sintomi di eccitazione primaverile.

Solo Bronstein era lucido e presente. Non faceva che prendere da parte gli studenti a due a due e parlava con loro animatamente. Norman si accorse che tentava di dare il via a una petizione di protesta per la nomina di Sawtelle, e gli chiese di desistere. Bronstein rifiutò, ma comunque non era riuscito a trascinare con sé gli altri alunni.

Le lezioni di Norman erano fiacche. Si era accontentato di trasformare i suoi appunti in una descrizione verbalmente accurata, che gli aveva richiesto il minimo sforzo mentale. Guardava le matite degli alunni muoversi metodicamente mentre prendevano appunti, o si perdevano in ghirighori complicati. Due ragazze erano intente a disegnare il bel profilo del presidente dell’associazione studentesca, seduto in seconda fila. Vedeva che la loro fronte si aggrottava quando cercavano di riprendere il filo della lezione, per poi distendersi nuovamente quando lo abbandonavano. E in tutto quel tempo la sua mente sgattaiolava per vie laterali, troppo simili ai sogni e troppo irrazionali per meritare il nome di pensiero. Si trattava di una catena di parole come quelle che usano gli psicologi nei test associativi. Una di queste catene cominciò a muoversi quando ricordò una battuta che definiva le lezioni “l’atto di trasferire il contenuto del notes del professore nel notes degli alunni, senza passare dalla mente né dell’uno né degli altri”. Questo pensiero lo riportò all’idea del ciclostile.

“Ciclostile”, proseguì “Margaret Van Nice, Theodore Jennings, rivoltella, vetro della finestra, Galileo, cartiglio… (Allontanati subito da questa idea… è territorio proibito!)”

Il sogno a occhi aperti indietreggiò e prese una svolta diversa. “Jenning, Gunnison, Pollard, preside, imperatore, imperatrice, giocoliere, torre, impiccato… (Basta! non andare oltre!)”

Mentre la giornata proseguiva monotona, i sogni a occhi aperti assumevano un colore uniforme.

Rivoltella, coltello, scheggia, vetro rotto, unghia, tetano.

Dopo la lezione tornò nel suo studio e rimase assorto per un po’, poi si applicò ai lavoretti di poco conto, sempre chiuso nei suoi pensieri, al punto che talvolta si dimenticava di ciò che stava facendo. I sogni a occhi aperti non gli davano pace.

“Guerra, corpi ammucchiati, mutilazioni, delitto, corda, impiccato… (Lascia stare, basta con questi pensieri!)… Gas, rivoltella, veleno.

“Il colore del sangue e le ferite del corpo”.

E sempre più intenso diventava quel pulsare lento, il respiro del mostro annidato nel profondo della sua mente ove passavano sogni di carneficina dai quali si sarebbe presto svegliato emergendo da una pozza di fango. Lui non poteva fare nulla per fermarlo. Gli pareva di essere una palude coperta di una crosta che a vederla pareva terreno sano, e sotto, l’acqua che spingeva questa crosta, a tratti impercettibile, millimetro per millimetro, finché alla fine scoppiava d’un sol colpo in una vasta eruzione argillosa.

Tornando a casa s’imbatté nel professor Carr.

«Buona sera, Norman» esordì l’anziano signore alzando il suo panama per asciugarsi la fronte che si prolungava in una zona abbastanza alta di calvizie.

«Buona sera, Linthicum» disse Norman. Ma la sua mente seguiva un altro ragionamento. Pensava che se si fosse lasciato crescere l’unghia del pollice e l’avesse accuratamente affilata, si sarebbe potuto tagliare le vene dei polsi e morire dissanguato.

Il professor Carr si passò il fazzoletto sotto la barba.

«Mi è molto piaciuta la nostra partita a bridge di ieri» disse. «Si potrebbe giocare ancora noi quattro insieme, per esempio mercoledì, quando le nostre mogli andranno alla riunione delle mogli dei professori, non credi? Io e te potremmo essere compagni e usare il metodo Culbertson.» La sua voce tradiva una vogliosa aspettativa. «Sono stufo di giocare sempre secondo il metodo Blackwood.»

Norman assentì, ma stava pensando: “Come fanno certi uomini a imparare a inghiottire la propria lingua e poi morire soffocati?” Si provò a farlo. Ma questi erano pensieri da campo di sterminio! Le visioni macabre continuavano a nascere nella sua mente, una dopo l’altra. Avvertì le pulsazioni di quella cosa nascosta sotto i suoi pensieri, pulsazioni che diventavano intollerabili e potenti. Il professor Carr gli fece un cenno gentile col capo e se n’andò. Norman affrettò il passo, come se le pareti della galleria, in analogia alla fiaba, si stessero stringendo sul guerriero. Se non raggiungeva presto l’uscita avrebbe dovuto spingersi con tutta forza su quelle pareti per farsi strada.

Raggiunse il viale cittadino. Il semaforo era rosso. Si fermò sul marciapiede. Un grosso camion arrivava con un rumore di tuono verso l’incrocio a velocità sostenuta. Norman seppe in quel momento che cosa stava esattamente per accadere. Non avrebbe potuto fermarsi.

Egli avrebbe aspettato finché il camion fosse vicino, e poi si sarebbe gettato sotto le ruote. Fine della lunga galleria.

Era il significato del quinto pupazzetto, il gioco dei tarocchi deviato dalla sua tradizione.

Imperatrice, giocoliere. Ora il camion era vicino. Torre. Il semaforo segnava giallo, ma il camion non si sarebbe fermato. Impiccato…

Fu solo nel momento in cui si chinava in avanti, tendendo i muscoli della gamba, che la voce piatta gli parlò nell’orecchio, una vocetta dal tono uniforme eppure diabolicamente vivace, la voce dei suoi sogni: «Non ancora, non prima di due settimane, al minimo. Non prima di due settimane».

Riprese il suo equilibrio. Il camion gli passò accanto tuonando. Guardò dietro di sé, in alto prima, poi tutt’intorno. Non c’era nessuno. Solo un bambino nero e un vecchio, mal vestito, con una sporta infilata nel braccio. Nessuno dei due gli era vicino. Un brivido gli guizzò per tutta la schiena.

Allucinazioni, senza dubbio, pensò tra sé. Quella voce era dentro la sua testa. Tuttavia continuava a guardare a destra e a sinistra, annusando l’aria come per frugare nell’invisibile. Attraversò la strada e proseguì verso casa. Appena entrato, si versò da bere in misura più che abbondante. Strano, Tansy aveva già preparato il whisky e l’acqua minerale sulla credenza. Agitò il bicchiere e bevve tutto d’un fiato. Poi guardò il bicchiere vuoto con espressione dubitativa.

In quel momento udì una macchina che si fermava, e subito dopo Tansy entrò con in mano un pacco. Sorrideva, era accaldata. Con un sospiro di sollievo posò il pacco e respinse sulle tempie le ciocche nere che le cadevano sulla fronte.

«Uffa! che brutta giornata. Lo sapevo che avresti gradito un aperitivo. Quello però lo finisco io.»

Quando posò sul tavolo il bicchiere di Norman, vi era dentro solo il ghiaccio.

«Ecco, ora siamo fratelli di sangue, o qualcosa del genere. Tu versatene un altro.»

«Era già il secondo» le disse.

«Però! Credevo di averti defraudato della tua bibita!»

Sedette sull’orlo del tavolo e alzò l’indice in direzione del suo viso: «Caro signore, voi avete bisogno di riposo. O di distrazione. Non so quale dei due. Forse di tutti e due. Allora vi faccio questa proposta: una cena fredda, dei sandwich, poi, quand’è buio, prendiamo la macchina, e facciamo una passeggiata sulla collina. Sono anni che non lo facciamo. Che ne pensate, mio signore?»

Egli esitò. Con l’aiuto dell’alcool i suoi pensieri stavano cambiando direzione. Metà della sua mente lavorava disperatamente per trovare una spiegazione all’allucinazione che aveva testé provato, e a quello slancio suicida, inspiegabile e a… non ricordava che altro. L’altra metà della sua mente si arrendeva al buon umore di Tansy. Questa allungò la mano e gli prese il naso fra le dita. «E allora?»

«Va bene» le disse.

«Ehi! Potresti mostrare un po’ più di interesse!» Scivolò dal tavolo, andò in cucina e aggiunse da sopra la spalla: «Ma quello verrà più tardi.»

Era carina, provocante. Norman non vedeva nessuna differenza fra la ragazza di quindici anni fa e quella di adesso. Pensò che era la centesima prima volta che la vedeva.

Sentendosi quasi rilassato, o perlomeno, distratto dai suoi pensieri, si sedette sulla poltrona. Ma, all’atto di piegarsi, sentì qualcosa di duro, di angoloso contro la coscia. Si alzò d’un balzo, ficcò la mano in tasca e estrasse la rivoltella di Theodore Jennings.

La guardò spaventato, incapace di ricordare quando l’avesse presa dal cassetto, nel suo studio. Poi diede un’occhiata veloce in cucina, e corse fino al comò della stanza da letto, aprì l’ultimo cassetto in basso e nascose l’arma sotto una pila di biancheria.

Quando arrivarono i sandwich, stava leggendo il giornale del pomeriggio. Era un articolo di cronaca, nella quinta pagina, che aveva attratto la sua attenzione.

Un perfetto scherzo vale la pena di un bel disturbo e di un gran spreco di forza. Perlomeno così la pensa un gruppo di studenti di Hempnell, non ancora identificati. Ma ci chiediamo come l’abbia presa il professore Norman Saylor quando, questa mattina, guardando fuori della finestra ha visto un doccione di pietra enorme (non peserà meno di un quintale e mezzo) ritto in mezzo al prato rasato della sua casa. Era stato asportato dal tetto di un edificio del collegio. Come abbiano fatto gli studenti a staccarlo, farlo scendere dal tetto e trasportarlo sino alla casa del prof. Saylor, è tuttora un mistero.

Quando al preside Pollard è stato chiesto di commentare l’accaduto, ha risposto ridendo: “È forse colpa del nostro programma di educazione fisica, che fa dei nostri giovani degli uomini eccezionalmente robusti”.

Il preside Pollard, al momento in cui l’abbiamo intervistato, stava uscendo per recarsi al Lions’ Club dove avrebbe pronunciato il suo discorso su “La grande Hempnell — il collegio e la città”. (Vedi a pagina 1 il testo del discorso).

C’era da aspettarselo, le solite inesattezze. Non era un doccione. I doccioni sono grondaie, mostri che sputano acqua. E neppure un accenno al fulmine. Il giornalista l’aveva probabilmente trascurato perché non quadrava con la sua idea convenzionale di un articolo cosiddetto non convenzionale. Eppure i giornali adoravano le coincidenze. Ma perbacco! Lasciavano passare le migliori.

E, per finire, il consueto colpetto di pollice che riesce a trasformare un fatto di cronaca in un inserto pubblicitario a favore dell’educazione fisica impartita a Hempnell. Bisognava ammettere che l’ufficio pubblicità di Hempnell era di un’indiscutibile efficienza.

Tansy gli portò via di mano il giornale.

«Il mondo può attendere» disse. «Eccomi qui, assaggia un po’ del mio sandwich.»

11

Era già notte quando si avviarono su per la collina. Norman guidava con prudenza, rallentando agli incroci. L’allegria di Tansy riusciva a tener desta solo una metà dei suoi pensieri.

Lei sorrideva con fare misterioso. Si era cambiata e indossava ora un vestito bianco, sportivo. Sembrava una delle sue alunne.

«E potrei anche essere una strega, che ti trascina a un convegno in cima alla collina. Un nostro piccolo privato Sabba.»

Norman trasalì, si disse che Tansy, quando scherzava a quel modo, faceva una coraggiosa caricatura del suo comportamento precedente. Non doveva a nessun costo lasciarle vedere l’altra metà dei suoi pensieri. Non le avrebbe giovato scoprire quanto suo marito si preoccupasse di se stesso.

Si lasciarono alle spalle le luci della città. Dopo aver percorso quasi un paio di chilometri voltarono e presero la strada della collina. Il fondo stradale era in uno stato peggiore di come lo ricordavano dall’ultima volta che vi erano andati (quand’era stato, dieci anni fa?). E gli alberi erano più folti. I loro rami spazzavano il parabrezza della macchina.

Quando emersero nella radura, in cima al colle, una luna rossa al suo secondo giorno di plenilunio, stava sorgendo.

Tansy la indicò col dito dicendo: «Hai visto? Ho organizzato tutto a puntino. Ma dove sono gli altri? Un tempo vi erano sempre due o tre macchine, quassù. Con una notte come questa, poi!»

Norman fermò la macchina sul ciglio della piazzetta. «La moda, nelle migrazioni degli innamorati, cambia come tutto il resto» le disse. «Siamo su una rotta in disuso.»

«Sempre il sociologo che torna a galla!»

«Penso di sì. Forse la signora Carr ha scoperto anche lei questo posticino, e gli studenti sono fuggiti più in basso, nei campi.»

Tansy appoggiò la testa alla sua spalla. Norman spense le luci: la luna rendeva soffici le ombre.

«Ti ricordi? Facevamo così a Gorham» mormorò Tansy «quando io seguivo i tuoi corsi e tu eri un giovane e austero assistente. Fino al giorno in cui scoprii che non eri diverso dagli altri ragazzi, solo un po’ più in gamba. Ti ricordi?»

Annuì e le prese la mano. Guardò la città, in basso; vide le luci che delimitavano il collegio a causa dei fari posti sul perimetro del parco e destinati a snidare le coppiette. Gli edifici gotici inondati di luce parevano in quel momento simboleggiare tutto un mondo di spietata concorrenza intellettuale e di tradizionalismo geloso, un mondo al quale Norman, in questo momento, si sentiva infinitamente estraneo.

«Io mi chiedo perché ci odino tanto» fece lui quasi senza pensarci.

«Cosa vai dicendo?» disse Tansy, ma era una domanda oziosa.

«Voglio dire tutti gli altri professori, o la maggior parte di essi. È forse perché facciamo cose come questa, di adesso?»

Tansy rise. «Finalmente ti sei svegliato. Ma, caro, cose come questa le facciamo piuttosto di rado!»

Norman andava avanti con il suo ragionamento. «È un mondo diabolico, fatto di concorrenza e di gelosia. La concorrenza, all’interno di una istituzione, può essere più malefica che altrove, perché è circoscritta, non credi?»

«Io l’ho tollerata per anni» rispose Tansy con semplicità.

«Naturalmente è un sentimento meschino. Ma i sentimenti meschini finiscono per sopraffare gli altri. La loro dimensione si adatta alla mente umana.»

Guardò di nuovo Hempnell e cercò di valutare la quantità di ostilità e di gelosia che gli si era inevitabilmente accumulata sul capo. Sentì un brivido gelato corrergli sulla pelle. Comprese dove lo avrebbe portato quel giro di pensieri. La metà più oscura della sua mente si rianimò.

«Senti, caro filosofo» disse Tansy. «Bevi un sorso di questo.»

Gli porgeva una piccola fiasca d’argento.

Norman la riconobbe. «Non mi sarei mai immaginato che tu l’avessi conservata tutti questi anni.»

«Ti ricordi la prima volta che ti offrii da bere da questa fiaschetta? Penso che tu sia stato un po’ scandalizzato.»

«Però accettai di bere.»

Sapeva di spezie. Ricordava tante cose. Lo riportava a quei buffi anni della proibizione, gli anni di Gorham e della Nuova Inghilterra.

«Che cos’è, cognac?»

«Greco. Dammene un po’.»

I ricordi sommersero la metà oscura della sua mente che sparì sotto l’ondata delle reminiscenze. Guardò i capelli lisci di Tansy, i suoi occhi dai riflessi di luna. “Certo è una strega” pensò con leggerezza. “È Lilith, Ishtar. Glielo dirò.”

«Ti ricordi di quella notte» le disse «in cui dovemmo lasciarci scivolare giù per l’argine per non farci scoprire dal guardiano notturno di Gorham? Che scandalo, se ci avessero colto sul fatto!»

«Ah, sì! e quella volta…»

Ridiscero la collina. La luna, dopo un’ora, era già alta nel cielo. Egli guidava lentamente. Non c’era bisogno di imitare le pazze abitudini degli anni del proibizionismo. Un camion gli passò accanto, scoppiettando. “Non prima di due settimane” gli aveva detto la voce. Accidenti! Chi si credeva di essere? Giovanna d’Arco, che udiva le voci?

Si sentì esilarato. Voleva raccontare a Tansy tutte le cose ridicole che gli avevano attraversato la mente in quegli ultimi giorni. Ne sarebbe venuta fuori una bella storia di fantasmi. Non gliel’aveva voluta dire prima e c’era stato un motivo. Ma ora questo motivo gli pareva insignificante, faceva parte integrale della vita di Hempnell, stipata, corrotta, supercauta, dalla quale avrebbero dovuto evadere più spesso. Che gusto c’era a vivere, se a ogni momento ci si doveva ricordare di non dir questo, di non menzionare quello, per non turbare Tizio, Caio o Sempronio?

Tornato a casa, appena entrato nella stanza di soggiorno e mentre Tansy si lasciava cadere di peso sul divano, egli cominciò a dire:

«Senti Tansy, a proposito di quella faccenda della magia… ti volevo dire…»

Fu un colpo inatteso e fulmineo. Una forza, reale o irreale, lo investì. E un momento dopo si trovò seduto in poltrona, lucidissimo di mente. Il mondo esteriore era come una gelida pressione sui suoi sensi, il mondo interiore una spirale vorticante di pensieri incoerenti, il futuro una oscura galleria lunga due settimane. Era come se una mano enorme, callosa, gli avesse tappato la bocca e un’altra mano contemporaneamente l’avesse afferrato alle spalle, scosso e scaraventato sulla poltrona di cuoio.

Come se?

Si guardò intorno con disagio.

Erano poi state delle mani?

Apparentemente Tansy non aveva notato nulla. Il suo viso era un ovale chiaro nella penombra. Non gli chiese cosa stava per dirle.

Egli si alzò, andò titubante sino alla stanza da pranzo e si avvicinò alla credenza versandosi un whisky. Cammin facendo aveva acceso la luce.

Ma allora, non poteva dir nulla a Tansy né parlare con chicchessia di queste cose, anche se l’avesse voluto? Ecco perché nessuno sentiva mai parlare di vittime della magia, disse tra sé. E anche perché queste non riuscivano mai a liberarsi dall’incubo, anche se i mezzi d’evasione erano a portata di mano. Non era per debolezza, mancanza di volontà. Erano sorvegliati continuamente. Erano come il gangster che qualcuno viene a prelevare in un locale notturno con l’apparente scusa di fare un giro in macchina. Chiede permesso ai suoi rumorosi compagni di tavolo, ride cordialmente con loro, si ferma cammin facendo per scambiare due parole con gli amici, adocchiare le ragazze carine, e questo perché dietro di lui vi è la scorta delle rivoltelle facili, i gangster dalla sciarpa di seta bianca, con la mano infilata nella tasca destra del soprabito nero dal colletto di velluto. Inutile morire subito. Meglio stare al gioco. Vi può essere ancora una possibilità di cavarsela.

Ma era roba da film giallo, da romanzo giallo!

Anche le mani callose.

Si guardò nello specchio della credenza, inchinandosi alla sua immagine.

«Vi presento il professor Saylor, distinto etnologo e assertore convinto di scienze occulte.»

Il viso riflesso nello specchio esprimeva più terrore che ribrezzo.

Si versò un’altra volta da bere, versò del whisky per Tansy e portò i bicchieri nel soggiorno.

«Facciamo un brindisi alla cattiveria» disse Tansy. «Ti rendi conto che non ti sei più ubriacato da Natale?»

Sorrise. Ubriacarsi, ecco proprio ciò che avrebbe fatto un gangster del cinema, per godersi un momento d’oblio dopo che il Capo lo aveva mostrato a dito. Non era una cattiva idea.

Lentamente, e sulle prime con timidezza un po’ malinconica, tornò l’euforia provata sulla collina. Chiacchierarono, suonarono dei vecchi dischi, si raccontarono barzellette così vecchie da parere nuove. Tansy strimpellò qualcosa sul pianoforte, inni religiosi, inni patriottici, canti di lavoratori, di rivoluzionari, blues, romanze di Brahms, di Schubert, piano all’inizio, poi a voce spiegata.

Continuavano a evocare ricordi. E a bere.

Tuttavia, come in una luminosa sfera di cristallo, i pensieri ostili roteavano paurosamente nel cervello di Norman. L’alcool gli permetteva di contemplarli spassionatamente senza doverli respingere di continuo in nome del buon senso. Con la semplicità di ragionamento tipica dello stato d’ubriachezza, la sua mente erudita chiamava a raccolta esempi generalizzati di stregoneria. Per esempio: se non era probabile che gli impulsi autolesionisti fossero imputabili a magia. Quegli impulsi universali erano in diretta contraddizione con le leggi della conservazione e della sopravvivenza. Edgar Poe li aveva definiti, con la sua infinita fantasia, il demonietto della perversione, e gli psicoanalisti avevano faticosamente ipotizzato un desiderio di morte. Era molto più semplice attribuirli alle forze malefiche, estranee all’individuo, operanti con mezzi non ancora identificati e quindi considerati soprannaturali.

Le esperienze di quei due ultimi giorni si potevano dividere in due categorie. La prima comprendeva quegli eventi sfortunati ma naturali e gli antagonismi dai quali Tansy lo aveva protetto con i suoi sortilegi. Il tentato omicidio di Jennings si poteva facilmente assegnare a quella categoria. E vi erano molte ragioni di includervelo, Jennings era senza dubbio uno psicopatico. Quell’aggressione egli l’avrebbe tentata anche prima se Tansy non vi avesse opposto una barriera. Venuto a mancare quello schermo protettivo, appena Norman aveva bruciato l’ultima “manina”, la volontà omicida era improvvisamente maturata nel cervello di Jennings come sboccia di colpo un fiore in una serra. Jennings stesso lo aveva ammesso. Aveva detto: non mi ero reso conto fino a un momento fa…

L’accusa di Margaret Van Nice, l’interesse improvviso di Thompson per i suoi trascorsi extra-professionali, e la scoperta della laurea di Cunningham da parte di Sawtelle, anche quelli probabilmente appartenevano alla stessa categoria.

Nell’altra (stregoneria attiva e malefica diretta contro la sua persona) avrebbe…

«Si può sapere a che pensi?» disse Tansy guardandolo al disopra del suo bicchiere.

«Pensavo al ricevimento dello scorso Natale» replicò pacatamente ma con voce incerta «e a Welby che camminava a quattro zampe imitando un San Bernardo, con lo scendiletto di pelle d’orso sulla schiena e la fiaschetta di whisky appesa al collo, e mi chiedevo perché i giochi più brillanti appaiono così banali dopo un certo tempo. Preferisco comunque essere banale che rispettabile.»

Si sentì molto fiero dell’abilità con la quale aveva evitato la trappola tesagli da sua moglie. E nello stesso tempo considerava Tansy come una strega e una donna potenzialmente nevrotica che a ogni costo bisognava difendere dalle allusioni pericolose. L’alcool lo faceva ragionare a brani staccati, che non avevano alcun contatto reciproco.

Le cose accaddero a piccoli balzi successivi: la sua coscienza si oscurò, sebbene negli intervalli di lucidità i suoi pensieri si manifestassero con esagerata solennità professionale.

Tansy e lui cantavano a squarciagola St. James Infirmary. E lui pensava: “E perché le donne non dovrebbero essere delle streghe? Posseggono l’istinto, il senso della tradizione, sono irrazionali. E, soprattutto, sono superstiziose. Inoltre, per la maggior parte, come Tansy, non sono mai certe dei loro sortilegi”.

Avevano arrotolato il tappeto e si erano messi a ballare sull’aria di Chloé. Tansy, chissà in quale momento, si era messa la vestaglia rosa.

Norman pensava: “Nella seconda categoria ci metto il drago di Estrey, animato da uno spirito, umano o disumano, introdottovi per sortilegio dalla signora Gunnison e manovrato per mezzo di fotografie. Ci metto anche il coltellino di ossidiana, il vento a comando, l’aggressività omicida del camion.”

Ora che suonavano il Bolero di Ravel, Norman segnava il tempo battendo col pugno.

E proseguiva nel suo ragionamento. “I magnati della finanza giocano in borsa seguendo i consigli delle cartomanti. I cultori di numerologia dirigono la carriera dei divi del cinematografo. Metà del mondo si lascia governare dall’astrologia; la pubblicità usa costantemente riferimenti alla magia, al miracolo e gran parte dell’arte moderna, fra l’altro l’arte surrealista, non è altro che un tentativo di stregoneria con l’aiuto di forme prese a prestito agli stregoni e idee rubate ai teosofi moderni.”

Guardava Tansy che si era messa a cantare St. Louis Blues, con una voce rauca, singhiozzante. Era proprio vero, come Welby aveva sempre sostenuto, che Tansy era un’attrice nata. Sarebbe stata un’ottima cantante.

E d’altra parte ragionava: “Tansy ha fermato il drago di Estrey con i nodi. Ma le sarà difficile rifare qualcosa di simile perché la signora Gunnison le ha rubato il diario contenente le formule e può escogitare altri espedienti per circuirla”.

Stavano bevendo dallo stesso bicchiere un whisky così forte che gli avrebbe bruciato la gola se questa non fosse stata intorpidita, e ne sentiva tutto il cordiale beneficio.

Pensava: “Quel pupazzo col camion è la chiave di una serie di sortilegi. Le carte sono state, all’origine, strumenti di magia, come l’arte. Queste magie mirano alla mia distruzione. La raganella agisce da altoparlante. La cosa invisibile, che mi sta alle spalle, con la voce monotona e le mani pesanti, è un guardiano assegnato alla mia persona e bada aché io non esca dal sentiero del mio destino. La galleria stretta. Ancora due settimane”.

La cosa singolare di questi pensieri stava nel fatto che non erano affatto repellenti. Avevano la loro bellezza, selvaggia, scura, velenosa, avevano un loro scintillìo affascinante e mortale. Possedevano il fascino dell’impossibile, dell’incredibile. Suggerivano paesaggi inverosimili. Anche nella loro forma più paurosa non perdevano nulla della loro agghiacciante, struggente bellezza. Erano come le visioni indotte da una droga proibita. Attiravano la mente come l’ignoto peccato e la suprema bestemmia. Norman capiva ora qual era la forza che costringeva i praticanti di magia nera a correre qualsiasi rischio.

L’alcool gli infondeva sicurezza perché aveva suddiviso la sua mente in infinite particelle, e quelle particene erano immuni dalla paura perché non potevano essere colpite. Così come gli atomi, nel corpo dell’uomo, non vengono annientati dal proiettile che lo uccide.

In quel momento le particelle mentali vorticavano all’impazzata. La lucidità si allontanava.

Tansy era fra le sue braccia e gli sussurrava con voce invitante:

«Tutto ciò che è mio è tuo? Tutto ciò che è tuo è mio?»

La domanda destava sospetto nella sua mente, non capiva perché. Pensava che quelle parole costituissero un tranello. Ma quale tranello? I suoi pensieri procedevano inciampando…

Lei diceva (e parevano quasi parole della Bibbia): «Ho bevuto nella tua coppa e tu hai bevuto nella mia».

Il suo viso era un tremulo ovale, e i suoi occhi due annebbiati gioielli.

«Tutto ciò che hai è mio? Me lo dai senza ritegno e di tua spontanea volontà?»

Un tranello, c’era un tranello nascosto da qualche parte.

«Tutto ciò che è tuo è mio? Dillo, Norman, una volta almeno, per farmi piacere.»

Egli l’adorava, naturalmente, l’amava più di qualsiasi cosa al mondo. Avvicinò il viso di lei al suo, e tentò di baciare quegli occhi annebbiati.

«Sì, sì, tutto…» si sorprese a dire.

Poi la sua mente si afflosciò, sprofondò in un oceano senza fondo, fatto di oscurità, di silenzio e di pace.

12

Il sole batteva sulle persiane chiuse, formando macchie luminose e morbide. Una luce filtrata riempiva la stanza da letto come un liquido ghiacciato e ardente nello stesso tempo. Gli uccelli cinguettavano con aria d’importanza. Norman chiuse di nuovo gli occhi e si stiracchiò pigramente.

Vediamo un po’, era venuto il momento di pensare a scrivere quell’articolo per l’American Anthropologist. Gli rimaneva inoltre da rivedere qualcosa del suo Trattato di Etnologia: certamente aveva ancora tempo, davanti a sé. Ma era meglio mettersi all’opera al più presto. C’era anche da parlare seriamente con Bronstein della sua tesi di laurea. Il ragazzo aveva tante buone idee ma bisognava moderarlo un po’. Infine c’era il suo discorso di fine anno alle madri degli alunni. Tanto valeva dir loro qualcosa di utile.

Gli occhi sempre chiusi assaporavano la più piacevole delle sensazioni: aveva davanti a sé il cumulo di lavoro che un uomo è capace di svolgere con piacere e con competenza, ma al quale non ha bisogno di metter mano subito. Quella per esempio era una giornata in cui giocare a golf. Guai a lasciarla sfuggire. Avrebbe dato un’occhiata a Gunnison, per verificare se faceva progressi. E poi, lui e Tansy non avevano fatto neppure una scampagnata in tutta la primavera. Ne avrebbero parlato insieme a colazione. La prima colazione del sabato era sempre qualcosa di speciale. Probabilmente Tansy la stava preparando in quello stesso momento. Norman pensò che una doccia gli avrebbe stimolato l’appetito. Era tardi?

Aprì un occhio e guardò la sveglia. Dodici e trentacinque? Ma allora a che ora si era coricato quella notte? Che cosa aveva fatto?

Il ricordo dei giorni precedenti si dipanò come un gomitolo e così velocemente che il suo cuore cominciò a martellare. Ma c’era una notevole differenza nei suoi ricordi. Sin dal primo momento gli erano sembrati incredibili e irreali. Aveva l’impressione di leggere la storia molto particolareggiata di un’altra persona, che possedeva un sacco di strane idee sulla stregoneria, il suicidio, la persecuzione, e chissà quant’altro. Questi ricordi non collimavano con il suo attuale senso di benessere. E, cosa ancora più strana, non turbavano affatto il suo stato.

Cercò traccia nella sua mente di una paura soprannaturale, di quell’impressione di essere sorvegliato, spiato, di quell’impulso autolesionista. Non riusciva a scoprire e neanche a suggerire a se stesso la minima traccia di queste sensazioni. Qualsiasi cosa fosse stata, faceva ormai parte del passato, era estranea a ogni suo senso, tranne che alla memoria intellettuale. Spirali di pensieri ostili! Perfino quell’espressione suonava strana. Eppure tutto questo era successo. Qualcosa era successo.

Senz’accorgersene era arrivato sotto la doccia. E mentre si insaponava e l’acqua tiepida gli cadeva sulle spalle, si chiese se non era il caso di parlarne a Holtrom, del reparto psicologia, o a un buon medico psichiatra. Le convulsioni mentali che lo avevano travagliato i giorni scorsi fornivano materiale sufficiente a compilare tutto un trattato. Ma si sentiva quella mattina in uno stato di salute così perfetto che gli era antipatica perfino l’idea di un serio disturbo mentale. No, ciò che era accaduto era soltanto uno dei quegli strani inspiegabili spasmi di irrazionalità che colpiscono la gente più sana, forse proprio perché è così sana. Una specie di sfogo per la morbosità troppo a lungo repressa. Si sentiva di aver turbato Tansy con le sue faccende personali, anche se era stato il suo piccolo complesso di strega, ora felicemente domato, ad avere provocato le confidenze. Poverina, si era data tanto da fare per tirargli su il morale, la sera avanti, mentre avrebbe dovuto essere il contrario. Ebbene Norman avrebbe cercato di farselo perdonare.

Si fece la barba senza fretta e con piacere. Il rasoio si comportò benissimo.

Mentre finiva di vestirsi, un dubbio lo assalì. Una volta ancora frugò nella sua memoria, chiuse gli occhi come un uomo che ascolta un rumore impercettibile.

Nulla. Neppure la minima traccia di paura morbosa.

Fischiettando entrò in cucina.

Nemmeno un segno della colazione! Vicino all’acquaio vi erano i bicchieri sporchi, bottiglie vuote, un cassetto del freezer pieno di acqua tiepida.

«Tansy!» chiamò. «Tansy!»

La cercò per tutta la casa col vago timore che si fosse addormentata in giardino prima di andare a letto. Avevano entrambi bevuto come spugne. Si recò nel garage per assicurarsi che la macchina fosse a posto. Forse era andata all’emporio a comprare qualcosa per la colazione. Ma tornando in casa si sentì ansioso.

Guardò nuovamente nello studio e notò la boccetta dell’inchiostro rovesciata sul tavolo e accanto a questa un pezzo di carta, un angolo del quale era proprio a contatto della macchia che cominciava ad asciugare. Il messaggio di Tansy per un pelo non si era macchiato.

Era scarabocchiato in fretta. Due volte la punta del pennino aveva bucato la carta, ed era interrotto nel bel mezzo di una frase, ma era senz’altro la calligrafia di Tansy.

«Per un attimo “esso” ha smesso di spiarmi. Non immaginavo che sarebbe stato troppo forte per me. Non sono due settimane! Solo due giorni! Non tentare di seguirmi. L’unica via di scampo è quella di seguire esattamente le mie istruzioni. Prendi quattro… [parola illeggibile]… bianche, lunghe quattro pollici…»

I suoi occhi correvano alla macchia che usciva dal calamaio e terminava nell’impronta poco chiara di una mano, e involontariamente la sua immaginazione ricostruì la scena. Tansy aveva scritto con furia disperata, guardandosi continuamente alle spalle. Poi esso si era accorto di ciò che stava facendo e l’aveva percossa sulla mano. Ricordò la stretta di quella mano, enorme, ruvida, e trasalì. E poi… poi aveva riunito le sue cose in una borsa, silenziosamente, sebbene lui, Norman, non corresse il rischio di svegliarsi; era uscita di casa ed era andata per la strada. Se qualcuno l’avesse incontrata lei avrebbe parlato allegramente, avrebbe anche riso, perché quella cosa faceva buona guardia dietro di lei, spiando ogni sua mossa avventata, ogni tentativo d’evasione.

Ed era fuggita.

Gli venne voglia di correre per la strada, di chiamarla urlando il suo nome.

Ma l’inchiostro versato era secco, si era trasformato in placche nere sul bordo della carta. Dovevano essere trascorse alcune ore. Dov’era fuggita, nella notte? In un punto che era per lei il termine dell’oscura galleria? Non più “due settimane”. Soltanto “due giorni”…

In un baleno di acuta lucidità ne comprese la ragione. Se non fosse stato ubriaco la sera prima lo avrebbe indovinato.

Era una delle mosse più note nel mondo della magia: la trasferta del male, come lo stregone trasferisce la malattia dall’uomo a una pietra, o a un nemico, o a se stesso perché è più forte e in grado di combatterlo meglio. Tansy aveva attirato la maledizione su se stessa. L’altra notte avevano spartito il cibo, bevuto nello stesso bicchiere. Aveva usato mille stratagemmi perché Norman rimanesse sempre vicino a lei. Era evidente! Si spremette il cervello per riafferrare le ultime parole che gli aveva detto Tansy: “Tutto ciò che è tuo è mio”. Tutto ciò che è tuo è mio?

Lei intendeva la minaccia che pesava su di lui.

E lui aveva risposto: “Sì”.

Un momento! cosa mai stava pensando?

Alzò gli occhi sugli scaffali ove si allineavano libri perfettamente legati. Si stava nuovamente abbandonando allo stesso nauseante gioco dei giorni scorsi, mentre qualcosa di serio, di importante era in pericolo.

No, non si trattava di presenza soprannaturale, non vi era nessun esso, nessun guardiano: solo uno scherzo dei loro nervi malati, i suoi e quelli di Tansy. Era stato lui a suggerire a sua moglie tutte quelle sciocchezze, ecco cos’era veramente successo. Aveva instillato nella mente di Tansy l’espressione della sua morbosa fantasia.

In stato di ubriachezza chissà che cosa non le aveva confidato. Tutte le sue infantili montature. E ciò aveva influito sulla natura suggestionabile di lei, lei che aveva creduto alla magia, finché era maturato in lei il proposito di trasferire su se stessa la minaccia che pesava sul marito. Si era convinta che questa trasferta fosse realmente avvenuta. Quindi era fuggita, Dio sa dove.

Era tutto molto preoccupante.

Si mise a studiare di nuovo l’illeggibile messaggio. E si chiese cosa fossero mai quelle quattro cose di quattro pollici, bianche.

Il campanello dell’ingresso trillò leggermente. C’era una lettera nella cassetta postale. L’aprì con uno strappo. L’indirizzo era scritto con la matita morbida e il segno della graffite era macchiato. Ma riconosceva la calligrafia. Il messaggio era scritto con mano malferma e così irregolare che gli ci volle un po’ per decifrarlo. Cominciava a metà di una frase e finiva a metà d’un’altra.

…quattro corde bianche di quattro pollici, un pezzo di un budello di gatto, un po’ di platino o di iridio, una pietra magnetica, una puntina di grammofono che abbia suonato solo la Nona Sonata di Scriabin, quindi legare…

Erano le corde, naturalmente. E basta. Era il seguito del primo messaggio, con la sua bizzarra formula. Tansy era veramente convinta di avere un guardiano che la sorvegliava e poteva comunicare con Norman solo in quei rari momenti in cui pensava che l’attenzione di quel guardiano fosse rivolta altrove. Sapeva benissimo anche Norman di che cosa si trattava. Chi è in preda a un’ossessione, può convincere se stesso di qualsiasi assurdità.

Guardò il timbro postale. Riconobbe il nome di una città situata parecchie miglia a est di Hempnell. Non ricordava neanche un nome, sia di parenti, sia di amici, che abitassero in quella città, o qualsiasi altro particolare. Il suo primo impulso fu di tirar fuori la macchina e correre in quel luogo. Ma che cosa avrebbe fatto, una volta arrivato lì?

Guardò nuovamente la lettera. Il telefono si mise a suonare. Era Evelyn Sawtelle.

«È lei, Norman? Per piacere vorrei parlare con Tansy. Le spiace farla venire al telefono?»

«Dolente, non è in casa.»

Evelyn Sawtelle non parve sorpresa. La sua seconda domanda arrivò troppo presto. «Dov’è, posso telefonarle?» Egli stette un momento a pensare, poi disse: «E andata in campagna, a visitare alcuni amici. Se lei ha un messaggio glielo trasmetterò volentieri.»

«No, voglio parlarle… Mi dia il numero di telefono dei suoi amici.»

«Non hanno telefono» rispose seccamente.

«Ah, no? Pazienza, non è cosa molto importante.» La sua voce pareva compiaciuta, come se il malumore di Norman le avesse procurato soddisfazione.

«Chiamerò più tardi. Ora ho da fare. Hervey è così impegnato, con le sue nuove mansioni… Arrivederci.»

Norman posò il ricevitore. Perché diavolo… Una risposta gli balenò per la mente. Forse Evelyn aveva visto Tansy mentre se n’andava e aveva subodorato qualche motivo di pettegolezzo che voleva solo verificare. Tansy era forse uscita con una valigia in mano?

Diede un’occhiata nello spogliatoio di sua moglie. La piccola valigia era sparita. I cassetti erano aperti, si vedeva che aveva impacchettato tutto con premura. E il denaro? Guardò nel proprio portafoglio. Era vuoto. Mancavano i quaranta dollari.

Non poteva far molta strada con soli quaranta dollari. L’irregolarità della calligrafia nel secondo messaggio suggeriva fosse stato scritto in treno o in corriera. Consultò gli orari e vide che molti treni e molte corriere passavano dalla città presso le varie stazioni, fece inchieste prudenti; ma non ne ricavò nulla.

Avrebbe voluto compiere tutti i passi che si tentavano quando qualcuno sparisce, ma si trattenne. Che cosa avrebbe fatto? Mia moglie è sparita. Soffre di ossessioni che… E se l’avessero trovata e fatta interrogare da un dottore, esausta com’era, nello stato mentale in cui si trovava prima ancora che lui potesse raggiungerla?

No, doveva sbrigarsela da solo. Ma se non riusciva a scoprire l’indirizzo del luogo dov’era diretta, non gli rimaneva altra scelta. Bisognava recarsi alla polizia e inventare qualche bugia per mascherare i fatti. Aveva scritto: due giorni. Se lei credeva di essere destinata a morire fra due giorni, non poteva bastare quell’ipotesi a giustificare la sua denuncia?

Verso sera tornò a casa, facendo tacere la folle speranza che lei fosse tornata mentre lui era assente. Il fattorino degli espressi stava risalendo in macchina. Norman si avvicinò.

«Niente per Saylor?»

«Sissignore, è nella cassetta.»

Il messaggio era più lungo questa volta, ma altrettanto difficile a decifrare. Diceva:

Finalmente ha rivolto altrove la sua attenzione. Se io mi controllo non fa in tempo a notare i miei pensieri. Ma è stato difficile per me imbucare l’ultima lettera. Norman, devi fare ciò che ti dico. I due giorni terminano domenica a mezzanotte. Poi la Baia. Devi seguire le mie istruzioni. Prendi le quattro corde, e fa’ un nodo a occhiello, un nodo margherita, un nodo bocca di lupo e un nodo piano. Col catgut fa’ un nodo scorsoio. Poi aggiungi…

Guardò il timbro. Quella città era trecento chilometri più a est, non per ferrovia, a quanto ricordava. Il che restringeva notevolmente le possibilità d’indagine.

Una parola in quella lettera echeggiava nella mente di Norman, fino a diventare insopportabile. Baia. Baia. Baia.

Gli venne in mente un pomeriggio torrido di molti anni fa, poco tempo prima che si sposassero. Erano seduti sull’orlo di un piccolo pontile, molto vecchio e in cattivo stato. Norman ricordava l’odore di salsedine, le assi grigie, pericolanti di quel pontile.

«È strano» gli aveva detto Tansy, contemplando l’acqua verdastra. «Io ho sempre pensato che la mia esistenza sarebbe finita qui. La cosa non mi fa paura, tant’è che sono sempre tornata qui a fare i bagni. Ma anche quand’ero bambina guardavo la baia, talvolta verde, talvolta azzurra, oppure grigia, o agitata, o splendente sotto la luna, o avvolta nella nebbia, e pensavo: “Tansy, la Baia finirà per inghiottirti. Ma ci vorranno anni e anni”. Buffo, no?

Lui aveva riso e l’aveva stretta a sé, e l’acqua verde aveva continuato a lambire la base delle palafitte coperte di alghe. Norman era andato quella volta per conoscere la famiglia di lei, quando il padre di Tansy era ancora vivo, nella sua casa di Bayport, sulla costa meridionale della baia di New York.

La galleria oscura terminava per lei nella Baia, la sera successiva a mezzanotte.

Fece alcune telefonate, prima alle corriere e poi alle ferrovie e agli aerei. Era impossibile trovare un posto in aereo, ma alcuni treni notturni potevano portarlo a New York con un’ora di anticipo sull’arrivo della corriera sulla quale Tansy probabilmente viaggiava, secondo i suo calcoli dedotti dai luoghi e dall’ora segnati sui timbri postali. Aveva tutto il tempo di fare la valigia e incassare un assegno mentre andava in stazione.

Spiegò le tre lettere sul tavolo, la prima, scritta con l’inchiostro, e le due altre a matita. Lesse ancora una volta la bizzarra e incompleta formula magica.

Aggrottò la fronte. Se vi fosse una sola possibilità su un milione, uno scienziato potrebbe trascurarla. O il comandante di un esercito accerchiato rinuncerebbe a uno stratagemma solo perché questo non è citato nei libri? Tutto il problema pareva inintelligibile. Ieri, avrebbe forse significato qualcosa per lui, emotivamente. Oggi gli sembrava tutta una sciocchezza. Domani invece, avrebbe forse rappresentato l’ultima, l’unica possibilità di una soluzione, possibilità da non lasciarsi sfuggire a nessun costo.

Ma come poteva, lui, venire a patti con la stregoneria?

“Norman, tu devi fare ciò che ti dico” Le parole erano chiare.

Dopo tutto, quell’accozzaglia di oggetti sarebbe forse occorsa per tranquillizzare Tansy se l’avesse trovata in uno stato di confusione mentale.

Andò in cucina e prese un gomitolo di spago bianco. Rovistò nell’armadio per trovare la sua vecchia racchetta e tagliò le due corde centrali. Potevano andare per il budello.

Il camino non era stato ripulito da quando avevano bruciato tutte le cianfrusaglie nascoste nel comò di Tansy. Frugò sui bordi con l’attizzatoio finché trovò un sasso annerito che attirava gli spilli.

Rintracciò il disco di Scriabin, la Nona Sonata, e mise in moto il grammofono con una puntina nuova. Guardò l’orologio e si mise a passeggiare in su e in giù per la stanza con impazienza. Gradatamente la musica s’impadronì di lui. Non era una musica facile. C’era in essa qualcosa di seducente e di esasperante allo stesso tempo, con la sussurrata melodia, quell’accompagnamento dondolante, quelle vibrazioni nel tremolo, e gli elaborati ornamenti che si rincorrevano da un’estremità all’altra della tastiera. Irritava i nervi.

Gli tornarono alla memoria i vari commenti che aveva sentito a proposito di quella sonata. Tansy non gli aveva forse detto che Scriabin aveva chiamato quella sonata una Messa nera e che odiava suonarla? Scriabin, che aveva ideato un organo dei colori, e aveva tentato di tradurre il misticismo in musica, ed era morto di un’inconsueta infezione al labbro: Scriabin, un russo dal viso infantile con un paio di baffi ricurvi, enormi. Gli apprezzamenti critici che Tansy gli aveva riferito galleggiavano qua e là nella sua memoria. “La velenosa Nona Sonata… la più perfida musica che sia mai stata composta…” Ridicolo! Come faceva la musica a essere qualcosa di diverso di un’astratta combinazione di suoni?

Eppure, ascoltandola, si era portati a pensarla diversamente.

Il movimento era sempre più rapido. Il delizioso tema del secondo tempo si guastò, si distorse in qualcosa di rauco e di dissonante (la marcia dei dannati), che s’interruppe bruscamente al momento in cui aveva raggiunto un grado di acutezza intollerabile. Poi veniva una ripetizione del primo tema mormorato, che finiva su una nota morbida ma irritante nella parte bassa della tastiera.

Tolse la puntina, la chiuse accuratamente in una busta e le unì al resto degli oggetti. Soltanto allora si chiese perché, se lui riuniva tutte quelle cose solo per tranquillizzare sua moglie, si era dato la pena di suonare la Nona Sonata con quella puntina. Una puntina nuova sarebbe servita ugualmente allo scopo. Scrollò le spalle. Ripensandoci, strappò dal dizionario enciclopedico la pagina che portava l’elenco illustrato dei nodi.

Lo squillo del telefono lo fermò mentre stava per uscire.

«Professor Saylor, le spiace chiamare Tansy al telefono?» La voce della signora Carr era molto affabile.

Norman ripeté ciò che aveva detto alla signora Sawtelle.

«Sono felice che sia andata in campagna a riposare» disse la signora Carr. «Dovevo dirle professor Saylor, che Tansy non mi sembra tanto in forma ultimamente e mi preoccupa un po’. È sicuro che stia bene?»

Proprio in quel momento, e senza nessun avvertimento di sorta, un’altra voce si mise di mezzo.

«Cosa vi prende di controllare i miei movimenti? cosa credete che sia? una bambina? Io so quello che faccio!»

«Zitta!» disse la signora Carr duramente. Poi con la sua voce più soave: «Credo vi sia un’interferenza. Arrivederci professor Saylor.»

La linea divenne silenziosa. Norman aggrottò la fronte. Quella seconda voce somigliava stranamente a quella di Evelyn Sawtelle.

Prese la sua valigia e uscì di casa.

13

Il conduttore dell’autobus al quale lo avevano indirizzato nel New Jersey era un tipo robusto, con lo sguardo assonnato, ma un’espressione d’uomo in gamba. Era appoggiato al muro e fumava una sigaretta.

«Certo, dev’essere stata nella mia corriera» disse a Norman dopo un attimo di riflessione. «Una donna carina, piuttosto del tipo piccolino, con un abitino grigio e una spilla come quella che mi avete descritto, una valigetta di cinghiale leggero. Mi sono immaginato che andasse a vedere una persona molto malata, o che fosse stata coinvolta in un incidente, forse…»

Norman frenò la sua impazienza. Se non fosse stato per quella mezz’ora di ritardo fuori Jersey City, il treno sarebbe arrivato prima della corriera anziché venti minuti dopo di essa.

«Se fosse possibile, vorrei avere un’idea di dove sia andata dopo che ha lasciato la vostra corriera. L’impiegato dell’agenzia non mi ha saputo dir nulla.»

Il conducente guardò Norman ma non gli chiese: “per quale motivo desiderate saperlo?” e Norman gliene fu grato. Pareva soppesare Norman e gli disse: «Non ne sono sicuro al cento per cento, signore, ma c’era un autobus locale che portava al mare. Penso abbia preso quello.»

«Ferma a Bayport?»

Il conducente fece un cenno di assenso.

«Da quanto tempo è partito?»

«Da circa venti minuti.»

«Potrei arrivare a Bayport prima dell’autobus? Con un taxi?»

«Probabilmente sì. Se lei è disposto a pagare anche la corsa di ritorno e qualcosa di mancia, penso che Alec la possa portare.»

Indicò un uomo seduto in un taxi accanto alla stazione. «Però, signore, io non sono certo che quella signora abbia preso l’autobus che porta alla spiaggia.»

«Va bene, non importa, grazie molte.»

Nel chiarore del lampione stradale, gli occhi volpini di Alec erano più incuriositi di quelli dell’autista della corriera; ma non fece alcun commento.

«Si può fare» disse con slancio «salga su, non c’è tempo da perdere.»

L’autostrada del mare attraversava tratti solitari di palude e di terre incolte. Norman talvolta udiva il fruscio sibilante delle canne altissime e, fra il puzzo delle industrie, distingueva talvolta il tanfo salmastro delle piccole baie attraversate da lunghi pontili bassi, l’odore caratteristico di Bayport.

Riconobbe le fabbriche, le raffinerie di petrolio, le case sparse.

Sorpassarono tre o quattro autobus senza che Alec facesse alcun commento. Stava attento alla strada. Disse dopo un po’: «Questo autobus dovrebbe essere il suo.»

Una costellazione di luci posteriori, verdi e rosse, svaniva oltre la salita. «Siamo circa a tre miglia da Bayport» continuò. «Che cosa facciamo?»

«Arrivi a Bayport un po’ prima dell’autobus, e si fermi alla stazione delle corriere.»

«Okay.»

Raggiunsero e sorpassarono l’autobus. I finestrini erano troppo alti perché Norman potesse vedere gli occupanti. Per di più, le luci interne erano spente.

Quand’ebbero sorpassato, Alec disse: «Era proprio quello.»

La stazione delle corriere di Bayport si trovava nel deposito ferroviario. Vagamente Norman ricordava le banchine dalle assi pericolanti, le scorie accumulate nelle giunture degli assi e le rotaie della ferrovia. Il deposito era più piccolo e più malandato di come lo ricordava, sebbene fosse riuscito a conservare gli ornamenti di legno intagliato che risalivano ai tempi in cui Bayport era stata la spiaggia di ritrovo dei cittadini ricchi di New York. Le finestre del deposito erano scure, diverse automobili e un unico taxi locale vi erano parcheggiati. Alcuni uomini formavano una cerchia e parlavano a bassa voce. C’erano uno o due militari, del Forte Monmouth nella vicina Sandy Hook, probabilmente.

Ebbe il tempo di fiutare l’aria salsa, con la sua leggera ma non spiacevole traccia di odore di pesce. Poi l’autobus si fermò.

Alcuni passeggeri scesero e si guardarono in giro per cercare la gente venuta ad aspettarli.

Tansy fu la terza a scendere. Guardava fisso davanti a sé. Aveva in mano la valigia di cinghiale.

«Tansy» le disse.

Lei non lo guardò. Norman notò una macchia larga e scura sulla mano destra e ricordò l’inchiostro rovesciato sul tavolo dello studio.

«Tansy» ripeté. «Tansy!»

Lei gli passò vicino, così vicino che la sua manica sfiorò il braccio di Norman.

«Tansy, cos’hai? Che ti succede?»

Si era voltata e lui le corse dietro. Si dirigeva verso il taxi locale. Norman sentì che la gente faceva silenzio e lo guardava senza simpatia.

Questo lo irritò. Non si fermò a riflettere. La afferrò per un gomito e la fece voltare. Udì dietro di lui un mormorio di sdegno.

«Tansy, non fare così, smettila Tansy!»

Il suo viso era impietrito. Guardava Norman senza vederlo, senza riconoscerlo.

La cosa lo fece infuriare. Non ci pensò due volte. La tensione che si era accumulata in lui esplose, la prese per i gomiti e la scosse. Lei continuava a guardare oltre, completamente estranea, la perfetta immagine di una aristocratica signora che subisce maltrattamenti. Se avesse reagito e gridato i presenti non sarebbero intervenuti.

Lo tirarono indietro.

«La lasci stare.»

«Ma chi crede di essere?»

Lei rimaneva eretta, pazzamente indifferente. Notò che teneva in mano un pezzetto di carta. In quel momento lo sguardo di Tansy si incrociò con quello di Norman e lui credette di leggervi la paura. Provò un leggero, strano fremito, come se qualcosa fosse passato dagli occhi di lei in quelli di lui. Simultaneamente al brivido e al rizzarsi dei suoi capelli, gli parve di vedere, dietro di lei, per un attimo solo, una figura scapigliata, nera, alta due volte quanto lei, larga di spalle, le mani protese, gli occhi fissi e luminescenti.

Fu però un attimo. Quando voltò le spalle era sola, sebbene, egli pensò, l’ombra di lei sul muro del deposito fosse ingrandita sino a un’altezza che la posizione del lampione stradale non giustificava. Fu subito attorniato e perdette di vista Tansy.

In una specie di sogno (perché il tipo di allucinazione che aveva provato in quel momento non si fondeva con altro tipo di emozione) li udì che lo insultavano. «Lei merita la frusta» diceva una delle voci.

«Faccia pure» rispose Norman «tanto mi tengono le mani.»

Udì la voce di Alec che diceva: «Cosa succede laggiù?» La sua voce era prudente, ma non ostile, come se stesse riflettendo. «Quello è il mio cliente, ma non so nulla di lui.»

Uno dei militari disse: «Dov’è la signora? Non mi pare si sia lamentata di nulla.»

«Già, dov’è?»

«È salita sul taxi di Jake ed è andata via» qualcuno disse.

«Forse quell’uomo aveva le sue ragioni per agire in quella maniera» osservò il soldato.

Norman sentì che la folla cambiava atteggiamento.

Uno degli uomini che lo teneva fermo rispose: «Nessuno ha diritto di trattare una signora a quel modo.» Ma l’altro allentò la stretta e chiese a Norman: «Sentiamo un po’, lei aveva un motivo per comportarsi così?»

«Sì, ma è affar mio.»

Una donna dalla voce acuta disse: «Tanto trambusto per nulla.» Ed un uomo molto ironicamente: «…fra moglie e marito…»

Brontolando i due uomini lo lasciarono andare.

«Ma l’avverto» disse il più bellicoso dei due «che se la signora si fosse lamentata, ero pronto a suonargliele.»

«Va bene, me le avrebbe suonate» disse Norman. Cercava con lo sguardo quel pezzetto di carta.

«Nessuno può dirmi che indirizzo ha dato all’autista del taxi?» chiese in giro.

Una o due delle persone presenti scossero la testa. Le altre fecero finta di non sentire. I loro sentimenti di ostilità non si erano raddolciti al punto di collaborare con lui. E molto probabilmente, nel trambusto, nessuno aveva udito quell’indirizzo.

In silenzio la piccola folla si diradò. La gente aspettò di essere fuori portata di voce prima di cominciare a discutere sull’accaduto. La maggior parte delle automobili se ne andò. I due soldati si sedettero sulle panchine davanti al deposito per aspettare il loro treno o il loro autobus.

Norman era solo, con Alec.

Trovò il ritaglio di carta di Tansy in una fessura fra due assi: era quasi passato dall’altra parte.

Lo portò vicino al taxi e si mise a studiarlo.

Udì Alec che diceva: «E ora, dove andiamo?» disse in tono dubitativo.

Consultò l’orologio. Le dieci e trentacinque. Mancava meno di un’ora e mezzo a mezzanotte. Poteva intraprendere tante cose per rintracciare Tansy, ma in quel momento non poteva tentarne più di un paio. I suoi pensieri procedevano con fatica, quasi con dolore, come se quella cosa che egli aveva visto dietro Tansy avesse ferito il suo cervello.

Gettò uno sguardo sui tristi edifici. I lati a mare di alcuni lampioni stradali mostravano ancora tracce di pittura nera, dei tempi di guerra in cui vigeva l’oscuramento delle coste. Una delle strade laterali era abbastanza animata. Guardò il pezzo di carta.

Pensò a Tansy. La pensò intensamente. Si trattava di sapere che cosa fosse più utile fare per lei, o che cosa il suo profondo affetto, la profonda solidarietà per lei, gli avrebbero dettato. Poteva rincorrerla su e giù sul lungomare, lungo le rotaie della ferrovia, ma chissà dove il suo taxi l’aveva mai portata… Poteva ritrovare l’antico pontile dove andavano da giovani a fare il bagno e tentare di aspettarla laggiù. O poteva aspettare che il taxi che lei aveva preso tornasse indietro. Poteva anche andare al commissariato di polizia, dire che sua moglie voleva suicidarsi, chiedere loro di aiutarlo nelle sue ricerche.

Ma gli venivano in mente altri pensieri. L’ammissione di Tansy di aver usato la magia. L’ultima manina protettiva che aveva bruciato, le improvvise telefonate di Jennings e della Van Nice, l’ostilità e le indesiderabili rivelazioni che lo avevano perseguitato in collegio. Ricordò il tentativo di omidicio di Jennings, la registrazione della raganella, la fotografia del drago, i pupazzi raffiguranti i personaggi dei tarocchi. Pensò alla morte di Totem, al fulmine dai sette rami, alle sue crisi di autolesionismo, ai suoi propositi suicidi. Pensò alle allucinazioni che aveva avuto da ubriaco, a quella cosa che lo aveva afferrato alle spalle e gli aveva tappato la bocca. Pensò all’allucinazione di pochi minuti prima quando aveva visto quell’ombra dietro Tansy.

E si decise.

«Dovrebbe esserci un albergo, nella via principale di Bayport» disse ad Alec. «Mi porti lì.»

14

“Eagle Hotel” era scritto in lettere d’oro orlate di nero sulla porta di vetro dietro la quale si vedeva interamente il piccolo atrio nudo e la sua mezza dozzina di poltrone vuote.

Norman disse ad Alec di attenderlo, e fissò una camera per la notte.

L’impiegato era un vecchietto dalla giacca blu, tutta lucida.

Norman vide sul registro che non vi erano stati ospiti di recente. Portò in camera la sua valigia e tornò immediatamente nell’atrio.

«Sono passati dieci anni da quando sono qui» disse all’impiegato. «Credo ci sia un cimitero un po’ più avanti, a monte della città, non è vero?»

Gli occhi assonnati del vecchio si spalancarono.

«Il cimitero di Bayport? Solo tre isolati su per questa strada, poi a sinistra, un isolato e mezzo… ma…» con la gola fece un rumore che pareva una domanda.

«Grazie» disse Norman.

Considerò un minuto il da farsi, poi pagò Alec, che intascò i soldi con espressione di sollievo e ripartì subito. Norman risalì la strada principale, volgendo le spalle alla baia.

Dopo il primo isolato terminava la fila dei negozi. In quella direzione Bayport si spegneva rapidamente, le case erano buie per la maggior parte, e quand’ebbe voltato a sinistra non c’erano più neanche i lampioni stradali.

Il cancello del cimitero era chiuso. Studiò il muro di cinta, davanti al quale si innalzava una siepe, cercando di fare meno rumore possibile, finché non trovò un alberello il cui ramo inferiore avrebbe sopportato il suo peso. Riuscì ad aggrapparsi al muretto, si arrampicò e con prudenza si lasciò cadere dall’altra parte.

Dietro il muro l’oscurità era densa. Udì un fruscio, come se avesse disturbato qualche piccolo animale. Più per istinto che con la vista reperì una pietra tombale, sottile, consumata, coperta di muschio alla base, e un po’ pendente da una parte. Risaliva probabilmente alla metà del secolo scorso. Scavò con le mani, e riempì di terra una busta che si tolse dalla tasca.

Tornò verso il muretto. Gli sembrò di fare molto rumore strisciando dietro la siepe. Ma la strada era vuota come prima.

Tornando verso l’albergo guardò in alto nel cielo, vide la stella polare e calcolò l’orientamento della sua stanza.

Mentre attraversava l’atrio, sentì lo sguardo dell’impiegato che lo scrutava con intensità.

La sua stanza era avvolta nell’oscurità. L’aria fredda pregna della salsedine entrava dalla finestra aperta. Chiuse a chiave la porta e la finestra, tirò le tendine e accese la luce: la luce abbagliante calava dal soffitto, svelava tutta l’austera sciattezza della stanza. L’unica nota moderna era un telefono.

Prese la busta che aveva in tasca, la soppesò nella mano, col labbro arricciato in un sorriso scettico. Rilesse il pezzo di carta che era sfuggito di mano a Tansy.

“…una piccola quantità di terra di cimitero, e avvolgi tutto in un pezzo di flanella arrotolandolo a controsole. Ordinagli di fermarmi. Digli di ricondurmi a te.”

Terra di cimitero. Come quella che aveva trovato nel tavolino di Tansy, nel suo spogliatoio. Era stato l’inizio di tutta questa avventura. E ora, anche lui se ne procurava.

Guardò l’orologio. Undici e venti.

Liberò il tavolino e lo portò al centro della stanza, tirò fuori il suo temperino e lo posò sull’orlo del tavolo, orientato a levante, come aveva fatto Tansy. Controsole significava da ovest a est. Sistemò gli ingredienti necessari sul tavolo, tagliò una striscia di flanella dall’orlo della sua vestaglia e unì insieme i quattro pezzi di carta scritti da Tansy. Il sorriso disgustato, ironico non abbandonava le sue labbra. Le quattro parti delle istruzioni, riunite, dicevano:

“Prendi quattro pezzi di corda bianca lunghi quattro pollici e un pezzo di budello di gatto, un pizzico di iridio o di platino, un pezzo di roccia magnetica, una puntina fonografica che sia servita solo a suonare la Nona Sonata di Scribian. Lega le quattro corde con un nodo a occhiello, un nodo a margherita, uno a bocca di lupo e un nodo piano. Col budello fa’ un nodo scorsoio. Aggiungi un pizzico di terra di cimitero e avvolgi il tutto in un pezzo di flanella, arrotolandolo a controsole. Ordinagli di fermarmi. Digli di ricondurmi a te.”

In complesso, la formula era più o meno simile a quella di centinaia di incantesimi praticati dai neri per i loro amuleti, e che lui aveva già veduto o di cui aveva sentito parlare. La puntina di grammofono, i nodi e un paio di altri ingredienti erano ovviamente invenzioni dei bianchi.

Tutto ricordava terribilmente un ragionamento infantile o l’atteggiamento di un adulto nevrotico che pone tutta la sua attenzione a calpestare o a evitare le crepe del marciapiede.

Fuori, un orologio suonò le undici e mezzo.

Norman si sedette e osservò l’involtino. Gli era difficile convincersi a cominciare. Sarebbe stato diverso se la cosa fosse stata fatta per gioco, o solamente per provare un brivido, o se lui fosse stato uno di quegli uomini il cui cervello è imbevuto di morbose tendenze al soprannaturale, che si divertono a giocare con la magia, perché fa tanto medioevo e perché i libri miniati sono così belli! Ma farlo con serietà d’intenti, arrendere la propria mente deliberatamente alla superstizione, questo voleva dire tentare di respingere con tutta la sua forza il mondo verso gli anni oscuri, cancellare dall’equazione il termine di scienza.

Però lui aveva visto quella cosa in piedi dietro Tansy. Certo, era stata un’allucinazione; ma quando le allucinazioni cominciano a comportarsi come le cose reali, sostenute da una serie di coincidenze convergenti, anche uno scienziato deve ammettere la possibilità di doverle trattare alla stessa stregua della realtà. E quando le allucinazioni cominciano a minacciare la vita di una persona, o dei suoi cari, in un modo fisico, diretto, allora… E soprattutto, quando si vuol dimostrare il proprio amore alla persona amata…

Afferrò il primo pezzo di spago e fece un nodo a occhiello.

Quando si trattò della bocca di lupo dovette guardare la pagina dell’enciclopedia. Dopo due tentativi falliti vi riuscì.

Ma per il nodo piano, non venne fuori nulla. Il nodo era semplice; ma, per quanto facesse, non somigliava mai alla figura dell’enciclopedia. Il sudore gli colava dalla fronte. “Fa caldo in questa stanza” pensò. “E dopo quella corsa, io sono zuppo di sudore”. La pelle, sulla punta delle dita, gli sembrava spessa un centimetro. Le estremità dello spago si misero a sfuggirgli. Ricordò come Tansy si districava con i nodi.

Undici e quarantuno. La puntina cominciò a rotolare sul piano del tavolo. Norman lasciò lo spago e posò la puntina vicino alla penna stilografica per impedirle di scivolare. Poi tornò al suo nodo. Per un attimo, credette di avere preso il budello invece dello spago, tant’era rigido e difficile da piegare. È incredibile ciò che può fare l’impazienza nervosa, pensò. Aveva la lingua secca. Deglutiva con difficoltà.

Finalmente, con gli occhi fissi sull’illustrazione, e imitandola punto per punto, riuscì ad annodare lo spago secondo il modello del nodo piano. In tutto il tempo di questa operazione, gli era parso vi fosse molto di più, fra le sue dita, di un semplice spago. Era come lottare contro una forza d’inerzia. Mentre terminava il nodo, provò un leggero brivido di freddo, simile all’inizio di uno stato febbrile, e la luce, sul suo capo, parve meno intensa. Sforzo visivo, probabilmente.

La puntina del grammofono rotolava nella direzione opposta, sempre più presto. Cercò di fermarla picchiandovi sopra con la mano, sbagliò il colpo, picchiò ancora e la fermò sull’orlo del tavolo. “Proprio come nel gioco del bicchiere indovino” disse tra sé. “Si cerca di mantenere il dito fermo sul bicchiere rovesciato, senza far pressione e rimanendo perfettamente immobili. Risultato: la tensione nervosa si accumula nei muscoli e raggiunge un punto di rottura. Il bicchiere comincia a muoversi, a scivolare, senza apparenza di volontà da parte dei giocatori, e guizza di lettera in lettera formando le parole”. Qui era lo stesso fenomeno. La tensione nervosa e muscolare gli impediva di annodare lo spago. Obbedendo a una tendenza universale, la rigidità del braccio si trasferiva allo spago, e con il gomito e il ginocchio aveva inconsciamente scrollato il tavolo.

Fra le sue dita la puntina parve vibrare, come se fosse la piccolissima parte di una grande macchina. Faceva pensare, un po’ alla lontana, all’elettroshock. Senza ragione, i torturanti e sonori accordi della Nona Sonata cominciarono a rintronare nella sua mente. Maledizione. Un sintomo ben noto di estrema nervosità, è quello del dolore lancinante nelle dita, dolore spesso molto intenso. Ma la sua gola era secca e il suo sbuffo di disprezzo rimase soffocato.

Infilò la puntina nella flanella per maggior sicurezza.

Undici e quarantasette. Afferrò il budello. Le sue dita tremavano ed erano così deboli che gli pareva di essersi arrampicato con il solo aiuto delle mani su una corda liscia di trenta metri. Il budello era in apparenza normale, eppure era scivoloso al tocco, come se l’avessero appena estratto dal ventre dell’animale e ritorto in fretta. Inoltre, per alcuni minuti era stato conscio di un odore acre, quasi metallico che aveva sostituito l’odore salso della Baia. “Allucinazioni olfattive e tattili oltre che visive e auditive” disse fra sé. Udiva sempre la Nona Sonata.

Sapeva fare un nodo «a gassa d’amante» rovesciato, e avrebbe dovuto essere facile, perché il budello non era rigido. Ma avvertì l’influenza di altre forze che lo manipolavano, o di altre menti che tentavano di dare ordini alle sue dita. Di modo che il budello cercava di annodarsi da solo in un nodo scorsoio, o in un nodo margherita, o in un doppio collo, qualsiasi nodo che non fosse un nodo gassa d’amante. Le dita gli dolevano, gli occhi erano stanchi per l’inconsueta fatica. Lavorava a controcorrente di una crescente inerzia, di una schiacciante inerzia. Ricordò che Tansy gli aveva detto, la notte della sua confessione, che vi era un effetto di reazione in ogni atto di magia come il contraccolpo di un fucile.

Undici e cinquantadue. Con grande sforzo Norman concentrò tutta la sua energia mentale e diresse la sua attenzione solamente sul nodo. Le sue dita anchilosate cominciarono a muoversi secondo uno strano ritmo, il ritmo della Nona Sonata, ma più vivo. Il nodo era fatto.

La luce diminuì notevolmente, immergendo tutta la stanza in un’oscurità fuligginosa. Cecità isterica, disse Norman fra sé. Le officine elettriche, nelle piccole città, erano sempre in equilibrio instabile. Faceva freddo, ora, così freddo che immaginò di vedere il vapore del suo fiato. Ed era tutto terribilmente silenzioso, di un silenzio totale, tant’è che Norman riusciva perfino a sentire e a udire il martellare del suo cuore il cui ritmo continuava ad aumentare con il fragore e il turbinio intollerabile della musica. In questo momento, un momento di diabolica, paralizzante lucidità, ebbe la certezza che quella era la stregoneria. Non semplice avvicinamento di strumenti ridicolmente medioevali, non un facile esercizio della mano, ma una lotta spossante, massacrante, per mantenere il controllo delle forze invocate di cui gli oggetti da lui riuniti erano solamente il simbolo. Fuori, però, oltre le pareti della stanza, oltre le pareti del suo cranio e oltre le impalpabili pareti dell’energia mentale, sentiva che quelle forze si univano, si gonfiavano nella spaventosa attesa di un suo errore, per potergli piombare addosso e schiacciarlo.

Non lo poteva credere. Non lo credeva. Eppure doveva crederlo.

L’unica incognita era questa: sarebbe stato capace di mantenere il controllo di quelle forze?

Undici e cinquantasette. Cominciò a riunire gli oggetti nel panno di flanella. La puntina balzò sulla pietra magnetica, tirandosi dietro la stoffa sulla quale era appuntata, e vi rimase appiccicata. Non avrebbe dovuto essere attratta perché era almeno a trenta centimetri di distanza dal sasso. Prese un pizzico di terra del cimitero. Fra il pollice e l’indice ogni singola particella pareva strisciare per proprio conto come un minuscolo verme. Sentiva che qualcosa mancava, non ricordava che cosa. Rilesse la formula. Una corrente d’aria fece volare le carte dal tavolo. Sentì delle forze esteriori che stavano premendo, si affrontavano, come se sapessero che Norman non vi sarebbe riuscito. Afferrò le carte, le mantenne ferme sul tavolo, chinandosi quasi a toccarle, e decifrò le parole platino e iridio. Batté la penna stilografica sul tavolo, ruppe il pennino e lo aggiunse agli altri oggetti.

Si alzò e rimase vicino al tavolo, dalla parte opposta al temperino che segnava l’orientamento, e si appoggiò all’orlo del tavolo per tentare di calmare il tremito delle mani. Batteva i denti. La stanza era diventata tutta scura, tranne una irreale luce bluastra che filtrava dalle persiane, Non era possibile che le luci stradali avessero quella tinta di vapore di mercurio.

Improvvisamente la striscia di flanella cominciò ad arricciarsi come un nastro di gelatina riscaldata, ad arrotolarsi su se stessa, da est a ovest, nella stessa direzione del sole. Norman fece un balzo in avanti — le sue dita atrofizzate gli parevano di metallo — e arrotolò il panno in direzione opposta al sole, a controsole.

Il silenzio si fece ancora più cupo. Non sentiva più neanche il battito del suo cuore. Seppe che qualcosa stava in ascolto con una terribile intensità, in attesa che egli impartisse un comando e questo qualcosa attendeva con ansietà perfino maggiore, che fosse incapace di pronunciare quel comando.

Da qualche parte un orologio suonò le ore (ma era proprio un orologio, o il suono segreto del tempo?). Nove, dieci, undici, dodici.

La lingua gli si attaccò al palato, si sentì strozzare e tossì silenziosamente. Gli parve che le pareti della stanza fossero più vicine a lui, più strette di un momento fa.

Allora con una voce roca, riuscì a dire:

«Ferma Tansy, conducila qui».

Norman sentì la stanza tremare, il pavimento gonfiarsi, alzarsi sotto i piedi come se un terremoto avesse scosso il New Jersey. L’oscurità si fece assoluta. Il tavolo, o qualche forza erompente dal tavolo parve alzarsi e colpire Norman. Si sentì spinto e cadde all’indietro su qualcosa di soffice.

Poi le forze estranee scomparirono. La tensione in ogni cosa parve allentarsi. Tornò la luce, tornarono i suoni. Norman si ritrovò sdraiato sul letto, per traverso. Sul tavolo vi era un involtino di flanella che aveva perduto ogni importanza.

Provò la sensazione di essere stato drogato, o di svegliarsi dopo una notte di bagordi. Non aveva alcuna voglia di agire. Era svuotato di ogni energia.

Esternamente, nulla era mutato. Perfino la sua mente, con un meccanico raziocinio, poteva assumersi l’ingrato compito di spiegare il suo esperimento in termini scientifici, tessendo un’elaborata tela di cui la psicosi, l’allucinazione e le improbabili coincidenze formavano la trama.

Ma, dentro di lui, qualcosa era cambiato, irreversibilmente.

Un tempo infinito sembrò trascorrere.

Udì dei passi che salivano la scala, poi attraversavano il corridoio, e uno strano suono, il pluf-pluf di qualcuno che ha le scarpe piene d’acqua. Si fermarono davanti alla porta.

Egli attraversò la stanza, girò la chiave e aprì la porta.

Un filo grigio era impigliato nella sua spilla d’argento. L’abitino grigio pareva nero, inzuppato d’acqua com’era, tranne in un punto, più chiaro, che cominciava ad asciugare ed era leggermente spolverato di sale. L’odore della Baia era ovvio e vicino. Un altro filo d’alga le si era attaccato alla caviglia, sulle calze attorcigliate.

Intorno alle scarpe macchiate si formavano due piccole pozze d’acqua. Gli occhi di Norman seguirono le orme bagnate sino al corridoio. In cima alla scala c’era il vecchio portiere, un piede ancora fermo sull’ultimo gradino. Portava una valigia di cinghiale, tutta macchiata.

«Che cosa significa tutto questo?» gridò quando il suo sguardo incontrò quello di Norman. «Lei non mi aveva detto che aspettava sua moglie! Ha tutta l’aria di essersi gettata nella Baia. Non vogliamo che succeda nulla di indegno, in questo albergo. Nulla di male…»

«Va bene, va bene» disse Norman che prolungava l’attesa prima di dover guardare in faccia sua moglie. «Mi spiace, mi ero dimenticato di dirglielo. Mi vuol dare la valigia?»

«Già l’anno scorso abbiamo avuto un suicidio…» il vecchio impiegato non si rendeva conto di pensare ad alta voce. «… nuoce al buon nome dell’albergo.» Guardò Norman, tornò in sé e fece un passo incerto nel corridoio, poi si fermò, posò in terra la valigia e corse via per le scale.

A malavoglia Norman alzò gli occhi all’altezza di quelli di Tansy.

Il viso era pallido, molto pallido, senza espressione. Le labbra erano quasi azzurre, i capelli appiccicati alle guance. Una larga ciocca di capelli le ricopriva un occhio, come una benda, e scendeva verso il collo.

Un occhio spento guardava nella sua direzione, senza riconoscerlo. Non mosse una mano per togliersi i capelli dagli occhi.

L’orlo della gonna gocciolava.

Le labbra si socchiusero. La voce uniforme pareva il mormorio dell’acqua.

«Sei arrivato troppo tardi» disse quella voce «un minuto troppo tardi.»

15

Per la terza volta tornavano sulla stessa domanda. Norman aveva la sensazione agghiacciante di seguire un robot che gira costantemente nello stesso cerchio, calpestando gli stessi fili d’erba, mentre pone ogni volta i piedi nelle stesse orme.

Pur convinto che neanche questa volta avrebbe fatto un passo avanti, egli ripeté la domanda. «Ma come fai a non avere alcuna consapevolezza e allo stesso tempo sapere che non ce l’hai? Se la tua mente è vuota non puoi contemporaneamente essere conscia di questo vuoto.»

Le lancette dell’orologio segnavano quasi le tre del mattino. Il freddo e il disagio del punto più basso della notte avevano invaso la misera stanza dell’albergo. Tansy sedeva ritta, irrigidita sulla poltrona. Indossava la vestaglia di Norman e le sue pantofole foderate di pelo. Aveva una coperta sulle ginocchia e un asciugamano annodato a turbante sulla testa. Questo travestimento avrebbe dovuto darle un’apparenza infantile e forse anche ingenuamente attraente, invece no.

Sotto quell’asciugamano annodato sul capo non vi era nulla, come se il cranio fosse stato scoperchiato e il cervello rimosso. Una coppa vuota insomma. Era l’impressione che faceva a Norman ogni volta che commetteva l’errore di guardare Tansy negli occhi.

Le labbra pallide si schiusero. «Non so nulla. Parlo soltanto. Mi hanno portato via l’anima. Ma la voce è una funzione del mio corpo.»

Non si poteva nemmeno dire che il tono di voce fosse quello di chi spiega una cosa con pazienza. Era troppo neutra e uniforme. Le parole pronunciate chiaramente, e uniformemente staccate fra loro, parevano tutte uguali. Erano come il rumore di una macchina.

Non era intenzione di Norman soffocare di domande quella pietosa, rigida figura, ma sentiva di dovere, a ogni costo, risvegliare una scintilla di emozione in quella maschera impassibile. Doveva scoprire un punto intelligibile di partenza affinché la mente stessa di Norman potesse cominciare a lavorare efficacemente.

«Ma senti, Tansy, se tu puoi parlare di questa tua situazione vuoi dire che sei cosciente. Sei qui, con me, in questa stanza…»

Scosse meccanicamente la testa incappucciata; la stessa mossa di certe bambole.

«Qui con te non c’è nient’altro che un corpo. Io non è qui…»

Nella sua mente Norman aveva già fatto la correzione: io non sono… prima di rendersi conto che non era un errore di verbo. Trasalì.

«Vuoi dire» le chiese «che non vedi e non senti nulla? che tutto è oscurità, per te?»

Di nuovo la mossa meccanica del capo, che tradiva una convinzione più forte di qualsiasi infiammata protesta.

«Il mio corpo vede e sente perfettamente. Non ha subito alcuna offesa e funziona in ogni sua parte. Ma dentro non c’è nulla. Neppure l’oscurità.»

La mente di Norman, stanca ma sempre in agguato, balzò sulla teoria della psicologia del comportamento, e sulla sua asserzione fondamentale, cioè che le reazioni umane si possono spiegare tutte e in modo convincente, senza doversi neanche una volta riferire alla consapevolezza dell’individuo. Non occorre neanche assumere che la consapevolezza esista. Davanti a sé Norman aveva la prova perfetta di questa tesi. Forse non tanto perfetta, perché il comportamento di questo corpo mancava di tutti quei piccoli manierismi la cui somma costituisce la personalità umana. Il modo con cui Tansy strizzava gli occhi quando rifletteva su un problema difficile, quella piega a lui ben nota agli angoli della bocca quando si sentiva lusingata o divertita. Quelli erano spariti. Anche in quel modo di scuotere la testa tre volte, suo gesto tipico, quell’arricciare il naso alla maniera dei conigli, tutto era diventato ormai il NO di un robot.

Gli organi dei sensi rispondevano ancora allo stimolo esterno. Inviavano al cervello degli impulsi che lo attraversavano generando altri impulsi che agivano sui muscoli e sulle ghiandole, compreso gli organi motori della parola. Ma nient’altro. Neanche uno di quei fremiti intangibili che noi chiamiamo coscienza e che corrono per tutta la rete della corteccia cerebrale. Ciò che impartiva stile, lo stile di Tansy, a ogni movimento, a ogni espressione del suo corpo, era sparito. Rimaneva soltanto un organismo fisiologico, senza traccia o indicazione di personalità. Nemmeno un’anima di pazzo o di idiota (sicuro! perché non usare quel vecchio termine, ora che aveva un ovvio, specifico significato?) affiorava in quegli occhi verdi e grigi le cui palpebre battevano con la regolarità di una macchina, ma solo per inumidire la cornea.

Provò una sensazione di malinconico sollievo perché era riuscito a descrivere le condizioni di Tansy in termini ben definiti. Ma la descrizione stessa gli ricordava un articolo di cronaca nel quale si diceva che un vecchio si era tenuto per anni, in camera, la salma di una giovane donna che egli aveva amato e che era morta di un male incurabile. Era riuscito a preservare il corpo in uno stato di straordinaria freschezza per mezzo di cera o altri ingredienti e ogni sera le parlava, ed era persuaso che un giorno sarebbe tornata in vita, fino al momento in cui la cosa fu scoperta, e la salma debitamente seppellita.

Fece improvvisamente una smorfia. “Maledizione” disse fra sé. Perché lasciar vagare la sua mente intorno a queste fantasticherie, quando era evidente che Tansy soffriva di una inconsueta malattia nervosa, di strane auto-convinzioni?

Evidente?

Fantasticherie.

«Tansy» le chiese «quando la tua anima si è allontanata, come mai non sei morta?»

«Generalmente l’anima rimane a galla sino all’ultimo momento, senza potersi liberare, e svanisce, o muore, quando muore il corpo» rispose la voce; le parole erano pronunciate a intervalli regolari, come se seguissero il tempo di un metronomo. «Ma Colui-che-cammina-dietro mi strappava la mia. C’era il peso di un’acqua verde sul mio viso. Sapevo che era mezzanotte. Sapevo che tu non ce l’avevi fatta. In quel momento di disperazione Colui-che-cammina-dietro è stato in grado di portarmi via l’anima. Allo stesso momento, le braccia del tuo Agente si strinsero su di me, riportandomi alla superficie, verso l’aria. La mia anima, che era ancora vicina, seppe cos’era accaduto, ma era già troppo discosta per tornare in me. La doppia angoscia è l’ultima cosa che ha impresso sul mio cervello. Il tuo Agente e Colui-che-cammina-dietro conclusero che ognuno aveva ottenuto ciò che era stato mandato a prendere, e così fra loro non vi fu litigio.»

L’immagine che queste parole avevano suscitato nella mente di Norman era così atrocemente vivida che gli sembrò impossibile fossero state pronunciate da una semplice macchina fisiologica. Eppure solo una macchina fisiologica avrebbe potuto raccontare questa storia con una sobrietà d’espressione così totale.

«Dimmi se c’è qualcosa che ti possa toccare» le disse a voce forte, improvvisamente, il cuore stretto da un’intollerabile angoscia vedendo la vacuità del suo sguardo. «Non c’è nessuna cosa che tu desideri, che ti strugga?»

«Sì, una.» Questa volta il cenno meccanico del capo non significava dissenso ma assenso. Per la prima volta vi fu un cenno di vita in lei, un movente. La punta pallida della lingua leccò avidamente il labbro smunto. «Voglio la mia anima.»

Rimase senza fiato. Ora che aveva potuto risvegliare in lei un sentimento, ecco che questo sentimento egli lo odiava. Vi era in esso qualcosa di animalesco, simile al contorcimento di un verme sensibile alla luce che cerca avidamente il sole.

«Voglio la mia anima» ripeté la voce meccanicamente, e Norman si sentiva lacerare il cuore più di quanto lo avrebbe fatto un’implorazione o una supplica. «All’ultimo momento, sebbene non potesse tornare in me, la mia anima ha impresso quella aspirazione nel mio cervello. Sapeva che cosa le sarebbe toccato. Sapeva che vi sono molte cose che si possono fare a un’anima. Aveva tanta paura.»

Norman pronunciò a denti stretti «Dove credi che sia ora la tua anima?»

«L’ha presa lei, quella donna dagli occhietti spenti.»

La guardò. Qualcosa cominciò a martellare dentro di lui. Sentiva che l’ira lo stava invadendo e per il momento non gliene importava niente che si trattasse di pazzia furiosa o no.

«Evelyn Sawtelle?» le chiese con voce fioca.

«Sì, ma non è prudente parlare di lei chiamandola per nome.»

La mano di Norman balzò sul telefono. Doveva fare qualcosa di definito, se no perdeva il controllo di se stesso.

Riuscì, dopo alcuni minuti, a svegliare il portiere di notte e farsi dare il centralino locale.

«Sì, signore» disse la voce cantilenante. «Hempnell 1284. Vuole fare una chiamata personale a Evelyn Sawtelle? E-V-E-L-Y-N S-A-W-T-E-L-L-E? Riagganci. Prego. Può attendere? Ci vorrà molto tempo per la comunicazione.»

«Voglio la mia anima, voglio andare da quella donna. Voglio andare a Hemptell…» Ora che egli aveva provocato quel cieco desiderio nella creatura che gli stava di fronte, esso non si fermava più. Ricordava un grammofono fermo sullo stesso solco, o un giocattolo meccanico spinto con un buffetto su un nuovo circuito.

«Sì, cara, andremo a Hempnell.» Non riusciva ancora a controllare il suo respiro. «La riprenderemo.»

«Ma dobbiamo partire al più presto per Hempnell. I miei vestiti sono rovinati dall’acqua. Devo farli lavare e stirare dalla cameriera.»

Lentamente, con movimenti uniformi, si mise in piedi dirigendosi al telefono.

«Ma Tansy» obiettò lui «sono le tre del mattino. Non puoi far salire la cameriera ora.»

«I miei vestiti devono essere lavati e stirati. Devo andare a Hempnell subito.»

Le parole potevano sembrare quelle di una donna ostinata, sciocca ed egoista, ma il loro tono era più neutro di quello di una sonnambula.

Continuava ad andare verso il telefono. Sebbene egli non se l’aspettasse, si dovette scansare per lasciarla passare, schiacciandosi contro il letto.

«Ma anche se ci fosse una cameriera» le disse «non ti risponderebbe a quest’ora di notte.»

Il viso esangue si voltò verso di lui senza mostrare interesse.

«La cameriera è una donna. Verrà appena sentirà la mia voce.»

Chiamò il portiere di notte. «C’è una cameriera in questo albergo? La mandi in camera mia… Allora le telefoni… Non posso aspettare sino al mattino… ne ho bisogno subito. Grazie.»

Ci fu un lungo intervallo di attesa, poi Norman udì nel microfono il campanello dell’altro telefono. Immaginò la voce insonnolita che finalmente si accingeva a rispondere.

«È lei la cameriera? Venga subito, camera 37.» E indovinò pure la risposta indignata. Poi: «Non sente la mia voce? Non capisce in quali condizioni mi trovo?… Sì, venga immediatamente.» E ripose il telefono sul supporto.

«Tansy.» Cominciò lui… I suoi occhi si posavano su di lei, e si trovò ancora una volta a dover far domande, sebbene non ne avesse l’intenzione. «Sei in grado di udire le mie domande e di rispondere?»

«Posso rispondere alle domande. Sono tre ore che rispondo alle tue domande.»

Ma allora, intervenne la logica, se Tansy può ricordare ciò che è successo in queste tre ore, sicuramente… Eppure cos’è la memoria se non un solco tracciato nel sistema nervoso? Per spiegare che cos’è la memoria non c’è bisogno di fare intervenire la coscienza. Smettila di picchiare la testa contro il muro, pazzo che non sei altro, intervenne l’altra parte di se stesso. L’hai guardata negli occhi, non è vero? E allora sbrigatela.

«Tansy» chiese «quando dichiari che Evelyn Sawtelle ti ha portato via l’anima, che cosa intendi dire?»

«Soltanto quello.»

«Non intendi dire che lei, la signora Carr e pure la signora Gunnison hanno una specie di potere psicologico su di te, che ti trattengono in una specie di schiavitù emotiva?»

«No.»

«Ma la tua anima…»

«È la mia anima.»

«Tansy…» gli era odioso tornare su quell’argomento, ma sentiva di doverlo fare. «Credi che Evelyn Sawtelle sia una strega, che si dedichi alla magia, come facevi tu?»

«Sì.»

«E anche la signora Carr e la signora Gunnison?»

«Anche loro.»

«Vuoi dire… Tu credi che stiano facendo le stesse cose che facevi tu per i loro mariti, tentare di proteggerli, farli progredire nella carriera?»

«Vanno anche oltre.»

«Che intendi dire?»

«Usando tanto la magia nera quanto quella bianca. A loro non importa se fanno soffrire, se torturano o se uccidono.»

«Perché sono diverse, perché sono così?»

«Le streghe sono come tutti gli altri individui. Ci sono i puritani, ci sono quelli che hanno il culto di se stessi, quelli che ingannano se stessi, quelli che credono che il fine giustifichi i mezzi.»

«Credi che tutte e tre siano in lega contro di te?»

«Sì.»

«Perché?»

«Perché mi odiano.»

«Per quale motivo?»

«In parte a causa tua e a causa del danno che una tua promozione infliggerebbe ai loro mariti e quindi anche a loro. Ma soprattutto mi odiano perché intuiscono che nel mio intimo sono di una classe diversa dalla loro. Avvertono che sebbene in superficie io mi conformi alla regola, in realtà io non ho il culto della rispettabilità. Le streghe, vedi, hanno tendenza ad adorare gli stessi idoli della gente. Temono me perché non mi inchino davanti a Hempnell, sebbene la signora Carr, credo, abbia anche un altro motivo per odiarmi.»

«Tansy» continuò e si fermò un attimo. «Tansy, per quale motivo credi che quelle tre donne siano delle streghe?»

«Perché è così.»

Vi fu un lungo silenzio nella stanza, mentre i pensieri di Norman giravano intorno all’argomento della paranoia. E poi: «Ma, Tansy, non vedi ciò che questa asserzione può implicare? Che tutte le donne sono delle streghe.»

«Sì.»

«Ma come puoi…»

«Zitto…» fu detto in un soffio, come un’uscita di vapore da un radiatore; ma mise a tacere Norman. «Eccola.»

«Chi?»

«La cameriera. Nasconditi e ti farò vedere qualcosa.»

«Nascondermi?»

«Sì» Tansy gli si fece incontro e lui automaticamente indietreggiò. La sua mano toccò una porta.

«L’armadio?» chiese, e s’inumidì le labbra.

«Sì, nasconditi lì dentro e ti farò una dimostrazione.» Norman udì un rumore di passi nel corridoio. Esitò, aggrottò la fronte, poi fece ciò che sua moglie gli chiedeva.

«Lascerò la porta semiaperta» disse. «Ecco, così.»

L’assenso meccanico del robot fu l’unica risposta. Udì che bussavano alla porta, poi i passi di Tansy e il rumore di una porta che si apre.

«Ha chiesto di me, signora?» Contrariamente alle previsioni di Norman, la voce era quella di una giovane. Pareva che deglutisse parlando.

«Sì, vorrei far lavare e stirare alcune cose mie. Sono cadute nell’acqua di mare. Le ho posate sull’orlo della vasca da bagno. Vada a prenderle.»

La figura della cameriera s’inquadrò nello spiraglio. Era carina, ma fra pochi anni sarebbe stata troppo grassa. Si era infilata un vestito, ma calzava delle pantofole e i suoi capelli erano disfatti, ribelli.

«Faccia attenzione all’abito, è di lana» disse Tansy e la sua voce era altrettanto neutra di quando si rivolgeva a Norman. «Voglio che siano pronte fra un’ora.»

Norman si aspettava un’obiezione da parte della ragazza.

«Benissimo signora» Uscì rapidamente dal bagno, con gli abiti umidi ammucchiati su un braccio, come se l’unico suo scopo fosse di allontanarsi prima che Tansy le rivolgesse la parola un’altra volta.

«Un momento, cara. Voglio farle una domanda.» La voce ora era più forte. Era l’unica differenza, ma ebbe l’effetto di un comando.

La ragazza esitò, poi si voltò di malavoglia e Norman poté vederne il viso. Non vedeva Tansy perché la porta dell’armadio gliela nascondeva ma vedeva la paura affiorare sul viso assonnato della ragazza.

«Si, signora?» riuscì a dire.

Seguì un notevole intervallo di tempo. Intuiva dal modo in cui la ragazza si raggomitolava e stringeva gli abiti contro il corpo, che Tansy aveva alzato gli occhi e la guardava.

Finalmente disse: «Lei conosce la Maniera Facile di Fare le Cose? Il modo di Ottenere e Conservare?»

Norman avrebbe giurato che la ragazza era trasalita alla seconda domanda. Ma scosse la testa rapidamente mormorando.

«No, signora, io non so di che cosa stia parlando.»

«Vuol dire che lei non ha mai imparato ad attuare un desiderio. Non ha mai fatto sortilegi, magie, fatture? Non conosce l’Arte

Questa volta il no fu appena udibile. La ragazza tentava di guardare altrove e non ci riusciva. «Lei mente.»

La ragazza si contorceva, le mani si contraevano sulle braccia. Pareva così terrorizzata che Norman ebbe quasi voglia di uscire dal suo nascondiglio e dire a sua moglie di smetterla. Ma la curiosità lo pietrificava.

La resistenza della ragazza cedette. «La prego, signora, non sono cose di cui si possa parlare.»

«A me lo può dire. Quali procedimenti usa?»

La perplessità della ragazza di fronte a quella parola nuova parve sincera.

«Non so niente di tutto questo, signora. Non faccio molto. Ma all’epoca in cui il mio fidanzato era sotto le armi, ho fatto diverse cose per impedire che fosse ucciso o ferito e l’ho stregato affinché stesse lontano dalle altre donne. Posso anche curare con le erbe. Francamente signora, faccio ben poco, e non mi riesce sempre. E ci sono tante cose che io non riesco ad ottenere in quella maniera.»

Le parole ora le sfuggivano di bocca.

«Benissimo. Dove ha imparato le magie?»

«Alcune dalla mia mamma, quand’ero bambina, altre dalla signora Neidel. Conosceva dei sortilegi contro i proiettili, le erano stati tramandati da sua nonna che aveva parenti in una qualche guerra europea, molti anni fa. Ma la maggior parte delle donne non dice nulla. Alcuni sortilegi me li invento io, li provo in un modo poi nell’altro, finché riescono. Ma non mi farà la spia, signora?»

«No. Mi guardi: cosa mi è successo?»

«Francamente, signora, io non lo so. Non mi obblighi a dirlo, la prego.»

La paura e la riluttanza della ragazza erano così sincere che Norman provò una certa collera verso Tansy.

Poi ricordò che quella cosa era sua moglie ed era incapace sia di gentilezza sia di crudeltà.

«Voglio che lei me lo dica.»

«Non so come dirglielo, signora, ma lei è… lei è morta.»

Improvvisamente si buttò ai piedi di Tansy. «La prego, oh, la prego! Non mi prenda la mia anima, la prego!»

«Io non le prenderò l’anima, sarebbe lei a fare un buon affare in questo caso. Ora può andare.»

«Oh, grazie, grazie!» La ragazza riprese a uno a uno gli abiti sparsi. «Glieli preparerò al più presto» E scappò via.

Solo al momento di muoversi, Norman si accorse che i suoi muscoli si erano intorpiditi per quei pochi minuti di osservazione clandestina. La figura impaludata negli asciugamani sedeva nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata qualche minuto prima, le mani giunte, gli occhi ancora fissi sul punto dov’era stata la cameriera.

«Se tu sapevi tutto questo» Norman le disse con semplicità, con la mente ancora agitata da ciò che aveva udito «perché hai abbandonato senza discussione le pratiche magiche quando te l’ho chiesto io la settimana scorsa?»

«Ogni donna ha due personalità.» Pareva una sibilla che pronunciava l’oracolo. «Una è razionale, come quella di un uomo. E l’altra… sa. Gli uomini sono creature artificialmente isolate, sono isole in un mare di magia, protetti dal loro raziocinio e dalle pratiche delle loro donne. Il loro isolamento infonde loro una maggiore energia di pensiero e di azione. Ma le donne hanno la conoscenza. Le donne potrebbero, apertamente, governare il mondo; ma del mondo non sanno che cosa farsene, né vogliono accettarne la responsabilità. Gli uomini possono imparare a superarle nell’arte della stregoneria. Anche oggi vi sono al mondo degli stregoni, ma pochi. La settimana scorsa ho intuito molte cose che non ho voluto dirti. Ma il mio lato razionale è ben ancorato nella mia personalità, e comunque volevo esserti vicina in tutto. Come molte altre donne io non ero sicura. E quando ho distrutto tutti gli amuleti e tutti i sortilegi, sono rimasta momentaneamente insensibile alla magia. Alla stessa stregua di chi è assuefatto a forti dosi di stupefacenti. Le piccole dosi non mi facevano nulla. Dominava in me il raziocinio. Per alcuni giorni ho goduto di una falsa sensazione di sicurezza. E durante il mio viaggio a Bayport ho appreso molto, in parte da ciò che Colui-che-cammina-dietro si è lasciato sfuggire.» Si fermò e aggiunse con un’infantile espressione di furbizia. «E adesso torniamo a Hempnell?»

Il telefono squillò. Era il portiere, tutto agitato, incoerente, che balbettava delle frasi incomprensibili in cui si capivano soltanto le parole “polizia” e “buttarvi fuori”. Per calmarlo Norman gli propose di scendere subito.

Il vecchio lo aspettava ai piedi della scala.

«Senta, signora» cominciò alzando un dito minaccioso. «Io voglio sapere cosa sta succedendo. Sissy è scesa ora dalla sua stanza, bianca come un panno lavato. Non mi ha voluto dir niente, ma tremava come una foglia. Sissy è mia nipote, le ho fatto avere io quel posto di cameriera, e sono responsabile di ciò che le può accadere. So cosa sono gli alberghi. Vi ho lavorato tutta la vita. E so che razza di gente ospitano. Talvolta le donne collaborano con gli uomini, e so che cosa tentano di fare alle ragazze. Io non ho niente contro di lei, signore ma è strana la maniera in cui sua moglie è arrivata qui. Quando mi ha detto di chiamare Sissy io ho pensato che stesse male, o qualcosa del genere. Ma se sta male perché non chiama un medico? E che cosa fanno loro due, svegli alle quattro del mattino? La signora Thompson, che ha la stanza accanto, mi ha chiamato per dire che in camera sua non si faceva altro che parlare, non ad alta voce, ma in maniera che a lei faceva paura. Ho il diritto di sapere che cosa sta succedendo.» Norman assunse il suo tono più distinto di professore e calmò a una a una le apprensioni del vecchio portiere, finché gli sembrarono inconsistenti. Tutto con molta dignità. Dopo un ultimo borbottio, il vecchio si lasciò convincere. Mentre Norman risaliva le scale, lui tornò ciabattando al suo centralino.

Arrivato al secondo piano, Norman udì lo squillo del telefono. Mentre percorrevano il corridoio lo squillo cessò. Norman aprì la porta. Tansy era in piedi vicino al letto, parlava al telefono. La macchia scura del telefono, che le attraversava il viso dall’orecchio alla bocca, intensificava il pallore delle guance e delle labbra, e il biancore degli asciugamani.

«Qui parla Tansy Saylor» diceva con una voce priva di modulazioni. «Voglio la mia anima.» Un silenzio «Non mi senti, Evelyn? Sono Tansy Saylor. Voglio la mia anima.»

Norman aveva completamente dimenticato la prenotazione telefonica, fatta in un attimo di disperata collera. Non sapeva più ora, cos’era che aveva pensato di dirle.

Un gemito prolungato uscì dal telefono. Tansy continuava lo stesso a parlare.

«Qui parla Tansy Saylor. Voglio la mia anima.»

Norman fece un passo avanti. Il gemito era diventato un urlo. Ma insieme a quello, si sentiva un intermittente ansare. Tentò di afferrare il telefono, ma in quel momento Tansy si voltò di colpo e qualcosa accadde allo stesso microfono.

Quando un oggetto inanimato si comporta come se avesse una vita propria, si pensa naturalmente alla possibilità di un’illusione ottica o altro. Vi è un modo, ad esempio, di maneggiare una matita che dà illusione di piegarla avanti e indietro come se fosse di gomma. E Tansy aveva la mano sul telefono, e l’agitava così rapidamente che diventava difficile essere certo di qualsiasi cosa. Comunque a Norman parve che il telefono diventasse improvvisamente pieghevole e si contorcesse come una serpe, penetrasse nella guancia di Tansy e nel collo, proprio sotto l’orecchio come una doppia zampa nera. Insieme all’urlo gli parve di udire un rumore attutito di risucchio…

La sua reazione fu immediata, involontaria e sbalorditiva. Cadde ginocchioni e strappò dal muro il cavo del telefono. Dal filo rotto uscivano scintille viola. L’estremità libera del cavo scattò all’indietro come una frusta, e parve ondulare un po’, poi si arrotolò intorno al braccio di Norman. Gli parve che per un attimo il cavo lo stringesse con forza, poi la stretta si allentò. Staccò il filo dal braccio con un terrore panico e si rimise in piedi.

Il telefono era caduto a terra. Aveva l’aspetto solito di un telefono. Gli diede un leggero calcio, udì un pluff e il telefono scivolò di pochi centimetri sul pavimento. Si chinò, esitò un attimo e lo toccò con riluttanza. Era duro e rigido come tutti i telefoni.

Guardò Tansy. Era in piedi nella stessa posizione di prima. Non c’era un atomo di paura nella sua espressione. Con l’indifferenza di una macchina aveva alzato una mano e si massaggiava lentamente la guancia e il collo. All’angolo del labbro apparivano alcune gocce di sangue.

Naturalmente poteva aver sbattuto il telefono sui denti ed essersi ferita il labbro.

Ma lui aveva visto…

Forse aveva scosso il telefono nella mano così rapidamente che gli era sembrato flessibile e piegato.

Ma non era un’apparenza… Ciò che aveva veduto era stato l’impossibile. Ma tante cose impossibili erano accadute.

Ed era stata proprio Evelyn Sawtelle all’altro capo del filo. Lui aveva sentito il rumore ampliato della raganella nel microfono. Nulla di sovrannaturale in questo. Se il disco della raganella fosse stato suonato a tutto volume nel telefono, lo si sarebbe sentito in quella maniera. Egli non si poteva ingannare su quel rumore. Era un fatto, e lui doveva attenersi ai fatti.

Gli forniva la scusa emotiva che gli occorreva. Ira. Egli era sbalordito dall’impeto d’odio che lo aveva pervaso al pensiero di quella donna dagli occhi spenti. Per un attimo si sentì nei panni dell’Iniquisitore davanti a una testimonianza irrefutabile di stregoneria. Visioni di tortura, la ruota, lo stivaletto, gli vennero in mente. Poi le reminiscenze medioevali svanirono e rimase l’ira che si andava trasformando in un deciso sentimento di odio.

Qualunque cosa fosse capitata a Tansy, sapeva che Evelyn Sawtelle, Hulda Gunnison e Flora Carr ne erano autrici. Aveva fin troppe certezze del loro agire. Quello era un fatto al quale doveva attenersi. Che avessero perseguitato la mente di Tansy per mezzo di una diabolica, subdola azione di suggestione o con l’aiuto di indefinibili, innominabili mezzi, non aveva importanza. Erano, tutt’e tre, responsabili del suo stato.

E non c’era alcun modo di accusarle, sia legalmente, sia per mezzo della psichiatria. Ciò che era accaduto nei pochi giorni precedenti, era qualcosa che lui solo, fra tutti gli uomini, era in grado di credere e comprendere. Egli stesso doveva combattere quelle tre arpie usando contro di loro le stesse armi, quelle innominabili stesse armi.

Doveva agire comunque come se credesse nelle virtù di questi innominabili mezzi.

Tansy smise di sfregarsi la guancia. La sua lingua sfiorò il labbro nel punto dove il sangue si stava asciugando.

«Andiamo a Hempnell, adesso?»

«Sì.»

16

Il ritmico dondolio del treno era come la ninna-nanna dell’Età della Macchina. Norman udiva russare la locomotiva. I campi verdi immensi, roventi, che sfilavano veloci nell’inquadratura del finestrino si assopivano nel sole di mezzogiorno. Le fattorie, le greggi, i cavalli che punteggiavano qua e là i campi si arrendevano al caldo. Anche a lui sarebbe piaciuto appisolarsi, ma sapeva di non potervi riuscire. In quanto a… lei, in apparenza non dormiva mai.

«Vorrei proprio riassumere una o due cose» le disse.» «Interrompimi se ti sembra che sbagli, o se non capisci.»

Con la coda dell’occhio osservò la figura seduta fra lui e il finestrino far cenno di sì col capo.

Norman si rimproverò la sua meschinità, quella sua facilità ad adattarsi a ogni situazione, che gli rendeva consueta perfino… la presenza di lei, tant’è che a distanza di solo un giorno e mezzo, egli era in grado di trattarla come una macchina pensante, e le chiedeva ricordi e reazioni nello stesso modo in cui si ordina a un inserviente di mettere un disco sul grammofono.

Allo stesso tempo sapeva che solo un severo dominio di sé, delle sue azioni e dei suoi pensieri gli permetteva di tollerare quel continuo, intimo contatto. Ad esempio, non la guardava mai in faccia. Lo confortava d’altra parte l’idea che la condizione di Tansy fosse passeggera. Guai se si lasciava andare un attimo a pensare a ciò che sarebbe stata la sua vita se avesse dovuto condividere letto e mensa con quel blocco di freddezza, con quella oscurità interiore, con quella vacuità…

Purtroppo la gente notava la differenza. Quelle persone, ad esempio, nella folla a New York, fra le quali si era fatto strada a spintoni. Generalmente si scansavano tutti per non essere sfiorati da Tansy, e Norman si era accorto che più di una persona si voltava e li seguiva con lo sguardo, incerta fra il timore e la curiosità. E quando una donna aveva cominciato a urlare… Per fortuna erano riusciti a perdersi tra la folla.

La breve fermata a New York gli aveva dato il tempo di prendere importanti decisioni, ed era felice di non dovervi più pensare. Lo scompartimento-salone gli sembrò un’oasi di pace e di isolamento.

Cosa mai notavano gli altri in Tansy? A guardarla attentamente, la truccatura formava un contrasto vistoso e grottesco con il pallore dell’incarnato, e la cipria non ricopriva del tutto quel livido intorno alla bocca. La veletta era stata utilissima. Bisognava però guardarla da vicino, perché il trucco era in effetti un trucco da teatro. O era il suo modo di camminare che gli altri notavano? O il modo con cui erano indossati gli abiti? I vestiti ora le cadevano inerti alle spalle, come quelli di uno spaventapasseri, e non se ne capiva la ragione. O vi era veramente qualcosa che confermava ciò che aveva detto la cameriera di Bayport.

“Tu lasci vagare il tuo pensiero” disse fra sé “perché non vuoi intraprendere il compito sgradevole che ti sei assegnato.” Quel compito, egli lo odiava, perché era falso, o perché forse era troppo vero.

Cominciò rapidamente a dissertare: «La magia è una scienza empirica». Parlava al muro, come se dettasse una lezione. «C’è un’immensa differenza fra la formula di fisica e una formula magica, sebbene abbiano, lo stesso nome. La prima descrive con un simbolo squisitamente matematico, il rapporto di causa ed effetto, considerato uno stratagemma che mira ad ottenere qualcosa o a compiere qualcosa. Tiene sempre conto del movente o del desiderio della persona che invoca la formula, sia esso movente l’avidità, l’amore, la vendetta o altro. Tutt’al contrario, l’esperimento fisico è essenzialmente indipendente dallo sperimentatore. In breve non vi è stata che poca o nessuna magia pura da potersi paragonare alla scienza pura.

“Questa distinzione fra fisica e magia, è soltanto un incidente storico. La fisica è cominciata anch’essa come una specie di magia, vedi l’alchimia e vedi anche la matematica mistica di Pitagora. E la fisica moderna è, in ultima analisi, tanto empirica quanto la magia diretta. Si potrebbe dare alla magia una simile superstruttura per mezzo della ricerca di magia pura e con l’indagine e la correlazione delle formule magiche dei popoli e di epoche diverse, nell’intento di scoprire le formule fondamentali da esprimere in simboli matematici e che potrebbero trovare una estesa applicazione. La maggior parte delle persone che praticano la magia hanno sempre gli occhi fissi sui risultati immediati e non si preoccupano della teoria. Ma appunto perché la ricerca scientifica pura ha finito per portare a risultati che sembrano dovuti al caso e capaci di larga applicazione pratica, così la ricerca in fatto di magia pura potrebbe eventualmente portare ad analoghi risultati.

“Gli studi di Rhine, dell’università di Duke, sono arrivati molto vicini alla magia pura con una dovizia di esempi di chiaroveggenza, profezia e telepatia, e con l’indagine sui legami diretti fra tutte le menti, le loro possibilità di influenzarsi istantaneamente a vicenda, anche se si trovano ai poli opposti della terra.»

Attese un momento prima di proseguire.

«La materia stessa della magia è affine a quella della fisica, perché si occupa di certe forze e di certi materiali, sebbene questo…»

«Io credo sia più affine alla psicologia» interruppe la voce.

«Come mai?» disse Norman. Ma continuava a non guardarla.

«Perché concerne il controllo di altri esseri, li comanda, li costringe a eseguire certe azioni.»

«Bene, questo è interessante. Per fortuna le formule mantengono la loro validità fintanto che il loro riferimento è chiaro, anche se ignoriamo la vera natura delle entità alle quali si riferiscono. Per esempio uno studioso di fisica può anche non essere in grado di descrivere visualmente l’atomo, sebbene il termine apparenza visiva si possa difficilmente attribuire all’atomo. Allo stesso modo uno stregone non ha bisogno di descrivere l’apparenza e la natura dell’entità che egli invoca, donde i consueti riferimenti, nella letteratura magica, a indescrivibili e innominabili orrori. Ma il paragone è valido. Molte forze, in apparenza impersonali, quando sono sufficientemente analizzate diventano qualcosa di molto simile alla personalità. Non è troppo arrischiato dichiarare che sarebbe necessaria una scienza affine alla psicologia per descrivere il comportamento di un singolo elettrone con tutti i suoi capricci e i suoi impulsi, sebbene l’elettrone, considerato nel suo aspetto collettivo, ubbidisce a leggi relativamente semplici, come avviene con gli uomini considerati sotto l’aspetto di moltitudine. Lo stesso dicasi, e in grado perfino maggiore, delle entità fondamentali della magia.

«Ed è in parte per questo motivo che l’operazione di magia si dimostra così infida e pericolosa, e che il suo effetto può essere annullato con tanta facilità se la presunta vittima sta in guardia, così le tue formule, per quanto ne sappiamo, si sono rese inoperanti da quando la signora Gunnison ti ha rubato il diario.»

Le parole di Norman giungevano alle stesse orecchie con uno strano tono enfatico. Ma era indispensabile che mantenesse quel suo modo asciutto, professionale, per poter proseguire il suo ragionamento. Sapeva che se si lasciava andare a un tono casuale, la confusione mentale lo avrebbe ben presto sopraffatto.

«Rimane da fare una considerazione importante» riprese senza fermarsi. «La magia ci appare come una scienza decisamente subordinata all’ambiente, cioè alla posizione del mondo e delle condizioni generali del cosmo in un determinato momento, qualunque esso sia. Per esempio la geometria di Euclide è utile sulla terra; ma fuori, nell’immensità dello spazio, una geometria non euclidea si dimostra più pratica. Ed è così anche per la magia, e forse in maniera ancora più evidente. Sembra che nella magia le formule fondamentali non espresse cambino col passare del tempo e necessitino di continue riformulazioni. È lecito pensare che tali modifiche ubbidiscano a leggi non ancora scoperte. È anche stata fatta l’ipotesi che le leggi delle fisica ubbidiscono a un’analoga tendenza evolutiva. Ma ammettendo questa possibilità di evoluzione, essa è molto meno rapida nella fisica che nella magia. Ad esempio, si ritiene che la velocità della luce muti lentamente col passare dei secoli. È naturale che le leggi della magia si modifichino più rapidamente, poiché la magia dipende da un contatto fra il mondo materiale e un altro livello di esistenza. Questo contatto è complesso ed è soggetto a rapidi cambiamenti.

“Prendiamo ad esempio l’astrologia. Nel corso di molti secoli, la successione degli equinozi ha portato il sole in case celesti molto diverse, i segni dello zodiaco, per gli stessi periodi dell’anno. Si dice tuttora che una persona nata, poniamo, il 22 marzo, si trovi sotto il segno dell’Ariete, per quanto in realtà sia nata quando il sole era ancora nella costellazione dei pesci. Se si trascurano i cambiamenti avvenuti dal giorno in cui fu scoperta l’astrologia sino ad oggi, risulteranno inesatte e antiquate le formule per…”

«È mia convinzione» interruppe la voce, come un grammofono che si mette improvvisamente a suonare «che l’astrologia sia sempre stata inesatta. E una delle varie scienze occulte pure, e che viene usata alla stessa stregua della vetrina di un negozio, a scopo di richiamo… Ne sono convinta.»

«Penso che sia proprio così» disse Norman «e questo aiuta a capire perché la magia in sé è sempre stata discreditata come scienza, ed è questo appunto che io volevo dimostrare.

“Supponiamo che le formule fondamentali della fisica, come ad esempio le tre leggi del moto di Newton, siano mutate varie volte nel corso di queste ultime migliaia di anni. La scoperta delle altre leggi fisiche, in qualsiasi momento, sarebbe stata molto difficile. Gli stessi esperimenti, condotti in epoche diverse, darebbero risultati diversi. Questo accade invece con la magia e spiega perché essa venga periodicamente discreditata e ripugni a una mente razionale. Mi ricorda un po’ ciò che diceva il vecchio Carr a proposito della distribuzione delle carte al bridge. Rimescolando varie volte una moltitudine di fattori cosmici, le leggi della magia si modificano. Un occhio attento riesce a scoprire i mutamenti, ma sono necessari esperimenti continui, del tipo “sbaglia e impara”, al fine di mantenere l’efficacia delle formule magiche, soprattutto per il fatto che le formule fondamentali e le formule generali non sono mai state scoperte.

“Prendiamo un esempio concreto, la formula che io ho usato doménica notte. Comporta vari ingredienti che denunciano una recente revisione. Per esempio nella formula originale, non modificata, cosa si usava al posto di una puntina di grammofono?»

«Un fischietto in legno di salice, di determinata forma, nel quale si era fischiato una volta sola.»

«E il platino e l’iridio?»

«La formula originale diceva argento. Ma un metallo più pesante conviene di più. Il piombo, però, si era dimostrato inefficace. Lo avevo provato una volta. Forse era troppo dissimile dall’argento per altri versi.»

«Appunto. Tentativi empirici, sbagliare e riprendere da capo. Inoltre, in mancanza di esauriente indagine, non possiamo essere certi che tutti gli ingredienti di una formula magica siano indispensabili alla sua riuscita. Un paragone fra le formule usate in paesi diversi in epoche diverse sarebbe molto utile. Indicherebbe quali ingredienti sono comuni a tutte le formule, e quindi presumibilmente indispensabili e quali sono quelli non essenziali.»

Bussarono alla porta. Norman disse qualcosa, e la figura seduta accanto a lui abbassò il velo sul viso e si volse verso la finestra come se contemplasse i prati che sfilavano davanti. Solo allora egli aprì la porta.

Era l’ora di colazione, che gli era parsa tanto lunga a venire, come lo era stata la prima colazione. E l’inserviente era diverso ora. Un uomo color caffè anziché il nero d’ebano della prima volta. Evidentemente il cameriere di prima, che aveva mostrato evidenti segni di nervosità a ogni andirivieni, aveva deciso di lasciare che fosse un altro a prendersi la mancia finale.

Con impazienza mista a curiosità, Norman attese le reazioni del nuovo arrivato. Era in grado di indovinarle quasi tutte: prima un rapido sguardo alla persona seduta vicino a Norman (avrà pensato che lui e Tansy fossero i personaggi più misteriosi di tutto il treno). Poi un lungo sguardo di fianco mentre allestiva il tavolo pieghevole per la colazione, poi uno sguardo sorpreso, gli occhi che si spalancavano. Avvertiva quasi il brivido che percorreva quella pelle colore del caffè. E, dopo, solo sguardi involontari e una nervosità crescente, che si manifestava con una certa goffaggine, nel maneggiare le posate, i bicchieri. Poi un largo sorriso e una veloce uscita dallo scompartimento.

Una volta solamente Norman intervenne e fu per raddrizzare i coltelli e le forchette e piazzarli ad angolo retto nella loro usuale posizione.

Il pasto fu semplice, quasi frugale. Norman non guardava di fronte a sé mentre mangiava. Vi era qualcosa di più di una voracità animalesca in quel cibarsi metodico. Dopo il pasto tornò a sedersi comodamente e stava per accendere una sigaretta quando la figura accanto a lui disse:

«Non dimentichi nulla?» Le parole erano pronunciate senza alcuna modulazione.

Si alzò e mise tutti gli avanzi in una piccola scatola di cartone. Li coprì col tovagliolo di carta che aveva usato per ripulire tutti i piatti e mise la scatola nella valigia, accanto alla busta che conteneva i ritagli d’unghia che si era tagliato al mattino. La vista dei piatti scrupolosamente ripuliti dopo la prima colazione aveva contribuito a turbare il primo cameriere, ma Norman aveva deciso di aderire inflessibilmente a tutti i tabù espressi da Tansy.

E così aveva raccolto i resti del cibo, aveva badato a che nessun coltello né altro oggetto tagliente fosse rivolto contro di lui, o contro la sua compagna, e che dormendo avessero il capo rivolto verso la locomotiva, nella direzione stessa del loro viaggio, e aveva ubbidito ad altre regole minori. I pasti in privato permettevano di soddisfare un altro tabù, ma per questo c’era più di un motivo.

Diede un’occhiata all’orologio. Fra mezz’ora sarebbero arrivati a Hempnell. Non si rendeva conto di essere così vicino, C’era un leggerissimo senso di resistenza quasi fisica nell’avanzare verso quella regione, come se l’aria fosse diventata più densa. E la sua mente era alle prese con un gran numero di problemi non ancora vagliati.

Con le spalle voltate di proposito alla sua compagna, disse:

«Secondo il mito, le anime possono essere imprigionate in diversi modi: in scatole, nodi, animali, pietre… Hai qualche idea in proposito?»

Come aveva temuto, questa domanda gli portò la solita risposta. Le parole erano pronunciate con la stessa ostinazione monotona della prima volta in cui le aveva udite.

«Voglio la mia anima.»

Strinse la mani incrociate sul grembo. Per questo aveva finora evitato la domanda. Ma doveva cercare di saperne di più, se possibile.

«Ma dove, esattamente, la dobbiamo cercare?»

«Io voglio la mia anima.»

«Sì…» Gli era difficile controllare la propria voce. «Ma dove, con precisione, può essere nascosta? Se lo sapessi sarebbe più facile.»

Dopo una lunga pausa, Tansy gli disse imitando come un robot i suoi modi professorali.

«L’habitat dell’anima è il cervello umano. Se è libero, cerca subito di integratisi. Si dice che anima e corpo siano creature separate, che convivono per simbiosi, una simbiosi così stretta, intima, che normalmente le fa apparire come un’unica cosa. Questo contatto sembra essersi fatto sempre più stretto col passare dei secoli. In effetti, quando muore il corpo ch’essa occupava, l’anima generalmente non riesce ad evadere e sembra morire con esso. Ma a causa di interventi sovrannaturali, l’anima talvolta si separa dal corpo che la ospita. E allora se non può ritornare nel proprio corpo, viene irresistibilmente attratta da un altro, sia che questo corpo possegga già un’anima o no. E così l’anima prigioniera è generalmente racchiusa nel cervello di chi l’ha catturata ed è obbligata a sentire, a seguire, nella più totale intimità, l’agire di quell’anima. In questo risiede forse il suo tormento peggiore.»

Il sudore colava a gocce sulla fronte di Norman.

La sua voce non tremò ma era anormalmente forte e sibilante quando chiese: «Com’è Evelyn Sawtelle?»

Nel dare la risposta, Tansy pareva leggesse il riassunto di una scheda informativa politica.

«È dominata da una bramosia di prestigio sociale. Impiega quasi tutto il tempo in falliti tentativi di snobismo. Nutre idee romantiche sul proprio conto, ma poiché queste idee sono troppo ambiziose per potersi realizzare, diventa moralista e puritana, e sfoggia severissime regole di condotta. È convinta di essere defraudata di qualcosa per via di quel marito che ha, e teme continuamente di vedergli perdere quel terreno che lei è riuscita faticosamente e fargli guadagnare. Quella sua personale mancanza di sicurezza le fa commettere azioni malefiche e inspiegabilmente crudeli. In questo momento è attanagliata dalla paura, ed è sempre in guardia. Per questa ragione aveva già pronti i suoi sortilegi quando ha ricevuto la telefonata.»

Norman chiese: «E la signora Gunnison, cosa pensi di lei?».

«È una donna di grande vigore e grandi appetiti. È una buona massaia e anche una buona padrona di casa: ma quelle attività non intaccano la sua energia. Avrebbe dovuto essere la padrona di una grande proprietà feudale. È un tiranno, congenitamente, e solo nella tirannia si sente a suo agio. Le sue bramosie, che per la maggior parte non possono essere apertamente soddisfatte nella nostra società contemporanea, trovano sfogo nondimeno per vie traverse. Le domestiche dei Gunnison hanno raccontato molte cose, ma solo di rado e con molta circospezione, perché lei è spie tata verso coloro che tradiscono la sua fiducia o minacciano la sua sicurezza.»

«E la signora Carr?»

«Di lei si può dir poco. È una donna convenzionale, governa suo marito con indulgenza, e le piace farsi passare per una soave, santa donna. Ma è avida di gioventù. Sono convinta che sia diventata strega nell’età matura, e quindi soffre di un profondo senso di frustrazione. Non sono sicura dei suoi moventi profondi. È strano, ma poco o niente della sua mente traspare oltre la superficie.»

Norman assentì. Poi facendosi forza disse in fretta: «Cosa sai della formula per riprendere un’anima rubata?»

«Poca cosa. Avevo molte di queste formule segnate nel diario che la signora Gunnison mi ha rubato. Avevo la vaga idea di escogitare un sortilegio di salvaguardia nel caso di un’eventuale aggressione in tal senso. Ma non le ricordo e dubito che ve ne sia una veramente efficace. Non le ho mai provate e, per mia esperienza, le formule non riescono mai al primo tentativo. Devono essere continuamente corrette dalla pratica.»

«Ma se fosse possibile paragonarle tra di loro, ricavando una formula fondamentale, una specie di denominatore comune, forse che…?»

Bussarono. Il portabagagli veniva a prendere le valigie.

«Arriviamo a Hempnell fra cinque minuti, signore. Le do una spazzolata qui in corridoio, signore?»

Norman gli diede la mancia e declinò l’offerta. Gli disse pure che si sarebbe portato le valigie da solo. Il portabagagli sorrise e se ne andò.

Norman si mise al finestrino. Per alcuni secondi vide solo la parete di pietra di una gola che gli correva davanti agli occhi con un sibilo, e alcuni alberi che svettavano sopra di essa. Ma poi la parete di sasso cedette il posto all’ampio panorama, e le rotaie cominciarono a scendere a zig-zag giù per la collina.

Vi erano più boschi che prati nella valle. Gli alberi parevano invadere la città, restringerla. Ma gli edifici del collegio vi spiccavano con fredda chiarezza. Avrebbe quasi potuto individuare la finestra del suo studio.

Quelle torri grigie, austere, quei tetti scuri davano l’impressione di un’intrusione da parte di un mondo molto diverso e molto più vecchio. Il suo cuore cominciò a martellare nel petto, come se già gli fosse apparsa in quel momento la fortezza del nemico.

17

Frenando un impulso a fare dietro-front, Norman voltò l’angolo di Morton, gonfiò il petto e si fece forza per guardare il collegio. Ciò che lo colpì maggiormente fu il suo aspetto di normalità. Ovviamente, non si aspettava una manifestazione tangibile di malignità, un segno esteriore di intima nevrosi, o di qualunque altro vizio contro il quale Norman stava combattendo. Ma questo anormale stato di buona salute, questa normalità da libro di testo (le piccole schiere di alunni che si dirigevano tutti insieme ai dormitori o ai bar non alcoolici dell’associazione studentesca, le file di ragazze in bianco che andavano alla lezione di tennis, l’aspetto cordiale, consueto dei larghi viali) colpiva Norman al centro stesso della sua mente, come se volesse deliberatamente convincere lui di essere pazzo.

“Non t’ingannare” dicevano i suoi pensieri “alcune di queste allegre ragazze sono già contaminate. Il tarlo c’è. Le loro rispettabili mammine hanno impresso nella loro mente qualche delicato suggerimento su come si fa a realizzare i propri desideri. Sanno già che la nevrosi è un male più complesso di quanto lo ammettano i libri di psichiatria e che i testi di economia non scalfiscono neppure la superficie della magia del denaro. E non sono certamente formule di chimica quelle che mandano a memoria quando i loro occhi assumono quell’espressione lontana, mentre sorseggiano la loro Coca-Cola o parlano dei loro corteggiatori”.

Entrò a Morton e salì rapidamente le scale.

Ma la sua capacità di meravigliarsi non era ancora esaurita, e fu in grado di capirlo, vedendo un gruppo di studenti uscire di classe in fondo al corridoio del terzo piano. Guardò l’orologio e capì che quella era la sua classe che se ne andava dopo averlo atteso dieci minuti, i dieci minuti di grazia concessi a un professore ritardatario. Era giusto, commentò. Lui era Norman Saylor, professore, vincolato ai suoi corsi, alle sue riunioni di comitato, ai suoi vari incarichi. Si nascose in fretta dietro l’angolo del corridoio per non farsi notare.

Dopo avere atteso pochi minuti davanti alla porta, entrò nel suo studio. Nulla pareva essere stato toccato, ma si mosse con prudenza e si guardò attentamente in giro per scoprire eventuali oggetti non del tutto consueti. Non aprì alcun cassetto prima di averlo ispezionato con cura.

Una sola lettera, fra quelle che si erano accumulate sul suo tavolo, era importante. Proveniva dall’ufficio di Pollard, e gli intimava di presentarsi a una riunione dei consiglieri, verso la fine della settimana. Sorrise con triste soddisfazione a questo indizio che la sua carriera stava rapidamente declinando.

Tolse alcuni documenti dai raccoglitori, ne riempì fino all’orlo la sua cartella e fece un pacco del resto.

Dopo aver lanciato un ultimo sguardo intorno a sé, durante il quale notò che il drago di Estrey non era stato rimesso al suo posto, qualunque esso fosse, sul tetto del collegio, cominciò a scendere le scale.

Appena fuori, incontrò la signora Gunnison.

Fu intensamente conscio di avere le braccia imbarazzate dai pacchi, e per un attimo non riuscì nemmeno a vedere chiaramente la donna.

«Per fortuna che l’ho incontrata» cominciò subito «Harold ha tentato con ogni mezzo di mettersi in contatto con lei. Dov’è stato?»

Improvvisamente Norman si accorse di quanto vi era di vecchio, di aggressivo, di sciatto in quella donna. Con un senso di frustrazione mista a sollievo si rese conto che la guerra in cui si era impegnato era una faccenda strettamente clandestina e che in superficie i rapporti erano quelli di prima. Le disse che Tansy e lui avevano trascorso il fine settimana con degli amici in campagna, che Tansy aveva avuto un’intossicazione da cibo e che il messaggio da lui inviato a Hempnell doveva essersi smarrito. Quella bugia, preparata in anticipo, aveva il vantaggio di giustificare l’aspetto di Tansy, se fosse capitato ad alcuno di vederla, e gli poteva fornire un alibi per assentarsi dai corsi col pretesto di una ricaduta.

Non si aspettava di essere creduto della signora Gunnison; comunque la sua spiegazione doveva apparire coerente.

Lei accettò senza commenti e pronunciò alcune parole di conforto. Poi proseguì subito: «Si metta in contatto con Harold, la prego. Credo si tratti di quella riunione dei consiglieri alla quale lei è stato convocato. Sa che Harold pensa un gran bene di lei… Arrivederci».

La guardò sconcertato mentre se ne andava. Strano a dirsi, ma all’ultimo momento gli pareva di aver sorpreso una sfumatura di cordialità nei suoi modi, come se per un attimo qualcosa che non era la signora Gunnison gli fosse venuto incontro, espresso da quegli occhi.

Ma doveva mettersi al lavoro. Uscito dal collegio, accelerò il passo e imboccò una stradina laterale dove aveva parcheggiato la macchina. Guardando appena la figura immobile seduta sul sedile anteriore, entrò in macchina e si diresse dai Sawtelle.

La loro casa era più grande delle loro necessità, e il prato rasato, sulla facciata, le conferiva un aspetto protocollare; ma vi si vedevano molte macchie gialle, e i fiori allineati come soldatini apparivano trascurati.

«Aspettami qui» le disse. «Non uscire dalla macchina per nessun motivo.»

Con sua grande sorpresa, Hervey gli venne incontro sulla soglia. Aveva gli occhi cerchiati, lo sguardo preoccupato come sempre, e la sua agitazione era più visibile del solito.

«Son contento che tu sia venuto» gli disse facendolo entrare. «Non so più dove dar la testa, con tutte le responsabilità del reparto concentrate sulle mie spalle. Classi da licenziare, istruttori interinari da trovare, e il programma del prossimo anno scolastico da decidere entro domani. Vieni, andiamo nel mio studio.» Spinse Norman attraverso un enorme soggiorno arredato con mobili costosi ma freddi, fino al suo stanzino, una vera tana, trasandato, coperto di libri su tutte le pareti e con un solo, minuscolo finestrino.

«Mi viene quasi da impazzire. Non ho più osato mettere fuori il naso da quando Evelyn è stata aggredita, sabato notte.»

«Che cosa?»

«Non lo sapevi?» si fermò e guardò Norman sorpreso. Anche in quello stanzino Hervey tentava di camminare in su e in giù, sebbene non vi fosse spazio sufficiente. «Ma come? Era sui giornali. Mi meravigliavo che tu non fossi venuto o avessi telefonato. Non ho fatto altro che cercarti in casa e in studio. Ma nessuno sapeva dov’eri. Evelyn è a letto da domenica e strilla come un’ossessa se parlo di uscire di casa. In questo momento, per fortuna, dorme.»

Norman ripeté rapidamente la storia già predisposta. Voleva sentire cos’era successo a Evelyn domenica notte. Mentre raccontava con eccessiva naturalezza e noncuranza la sua bugia sull’intossicazione di Tansy, la sua mente correva a Bayport e alla chiamata telefonica fatta a Evelyn Sawtelle nella stessa notte. Solo che in quella occasione, gli era parso che Evelyn aggredisse, e non certo fosse aggredita. Ed era venuto ora per chiedergliene conto. Però…

«Sono proprio sfortunato» esclamò Sawtelle tragicamente, quando Norman ebbe terminato. «Tutto il mio reparto si sgretola nella prima settimana del mio incarico. Non dico che sia colpa tua, naturalmente. E il giovane Stackpoole è a letto con l’influenza!»

«Ce la faremo, vedrai» disse Norman. «Ora siedi e raccontami di Evelyn.»

A malavoglia Sawtelle sgomberò un angolo della scrivania per potersi sedere. Brontolò quando lo sguardo gli cadde su alcune carte presumibilmente urgenti.

«È successo alle quattro circa, all’alba di domenica» disse gingillandosi nervosamente con le carte. «Fui svegliato da un urlo atroce. Il letto di Evelyn era vuoto. Il corridoio era buio. Ma udii a pianterreno qualcosa di simile a una lotta: tonfi, percosse.»

Improvvisamente Hervey alzò il capo: «Cos’è stato? Mi è parso di sentire dei passi nell’atrio?» Prima che Norman potesse intervenire, Hervey continuò il suo discorso. «Sono i miei poveri nervi. Mi giocano certi tiri, da quel giorno… Ti dicevo, presi in mano qualcosa, un vaso, credo, e scesi al pianterreno. In quel momento il rumore cessò. Accesi le luci e andai in tutte le stanze. Nella cameretta da cucire, trovai Evelyn distesa al suolo, svenuta, con alcuni brutti lividi che cominciavano a mostrarsi intorno al collo e alla bocca. In terra, davanti a lei, c’era il telefono. Lo teniamo in quella stanza perché Evelyn lo usa di continuo. Mi parve di impazzire. Chiamai un dottore e la polizia. Quando Evelyn rinvenì, fu in grado di dirci cos’era successo, sebbene fosse molto scossa. Le era sembrato di sentire squillare il telefono. Era scesa nel buio senza svegliarmi. Mentre alzava il microfono, un uomo nascosto in un angolo era balzato su di lei e l’aveva aggredita. Lei si era difesa con tutte le sue forze… impazzisco a pensarci!… ma era più robusto di lei, e quasi la strozzò facendola svenire.»

Nella sua agitazione Sawtelle aveva gualcito il foglio di carta che aveva in mano. Se ne accorse e subito si mise a stenderlo e a stirarlo.

«Per fortuna ero sceso in quel momento! Penso che sia stato quello a farlo scappare. Il dottore mi disse che tranne i lividi, Evelyn non presentava altre lesioni. Ma anche il dottore era allarmato alla vista di quei lividi. Ha detto che non ne aveva mai visto di simili.

“La polizia suppone che il ladro, dopo essersi introdotto in casa, abbia chiamato il centralino locale e chiesto di richiamarlo col pretesto che questo numero non funzionava bene; lo squillo del telefono avrebbe quindi attratto qualcuno al piano di sotto. Non si capisce come abbia fatto a entrare, perché la porta e le finestre erano perfettamente chiuse. Forse mi ero dimenticato di chiudere la porta d’ingresso, prima di andare a letto. Una imperdonabile dimenticanza.

“La polizia ritiene trattarsi di un ladro o di un maniaco sessuale: ma io credo sia stato anche pazzo, perché sul pavimento vi era un piatto d’argento e inoltre due delle nostre forchette d’argento si sono intrecciate in modo molto strano, e altre cose inconsuete sono accadute. Oltretutto deve aver suonato il grammofono, perché il piatto del disco girava ancora, e sul pavimento vi era uno dei dischi di recitazione di Evelyn rotto in mille pezzi.»

Norman spalancò tanto d’occhi e guardò il suo capo reparto sociologia; ma dietro quello sguardo innocente si faceva strada la conferma effettiva di aver sentito la raganella nel telefono, a Bayport (e che altro poteva essere quel disco in frantumi?), e che Evelyn Sawtelle si serviva della magia né più né meno di come aveva fatto Tansy; altrimenti come avrebbe potuto avere tutto sottomano? Ma i suoi pensieri si precipitavano su ciò che Sawtelle aveva detto delle lesioni di sua moglie, di quei lividi che parevano identici a quelli che Tansy si era fatta col telefono… o che le aveva fatto il telefono. Gli stessi lividi, gli stessi strumenti, suggerivano un mondo oscuro in cui la magia nera veniva ostacolata, si ritorceva sul mittente, nel quale l’intenzione di terrorizzare con una pretesa magia nera colpiva di ritorno la mente colpevole e psicopatica che l’aveva ideata.

«È tutta colpa mia» ripeteva Sawtelle, dolente, tirandosi la cravatta. Norman ricordò che Sawtelle si sentiva colpevole ogni volta che qualcosa colpiva o soltanto sconvolgeva Evelyn. «Mi sarei dovuto svegliare. Dovevo andare io al telefono. Quando penso a quella fragile creatura, che scendeva a tastoni per la scala senza sapere di aver davanti a sé… Ah!… E il mio nuovo incarico! Ti dico io che mi sento impazzire. La povera Evelyn è in uno stato così pietoso, da quando è successo, che tu non lo crederesti neanche vedendola.» E tirò il nodo della cravatta così nervosamente che si strozzò quasi e dovette allentarlo subito.

«Se ti dico che non ha chiuso occhio!» continuò, quando gli tornò il fiato. «Se la signora Gunnison non fosse stata così gentile da stare un paio d’ore con Evelyn, ieri mattina, non so cos’avrei fatto. Anche lei presente, Evelyn aveva ancora tanta paura che non mi lasciava fare un passo. Dio mio! Evelyn!!!»

Norman non poté identificare l’urlo inumano, e dubitò che Sawtelle lo potesse, tranne che quell’urlo proveniva dal primo piano della casa. Gridando: «Lo sapevo io di avere udito dei passi… È tornato!» Sawtelle corse come un fulmine fuori dallo studio. Norman lo seguì, ma con ben diversa paura addosso, paura che gli fu confermata da un rapido sguardo fuori dalla finestra: la sua macchina era vuota.

Sorpassò Sawtelle per le scale e fu il primo a raggiungere la porta della camera da letto. Si fermò di botto e Sawtelle gli cadde quasi addosso.

Non era successo nulla di ciò che Norman temeva. Avviluppata e ben stretta nella trapunta rosa, Evelyn Sawtelle si era spinta in fondo al letto, contro la parete: i denti le battevano, il suo viso era di un pallore gessoso.

In piedi, vicina al letto c’era Tansy. Per un attimo Norman si senti invadere da una grande speranza. Poi vide lo sguardo di sua moglie e la sua speranza svanì in un doloroso baleno. Aveva alzato il velo. Con quel trucco pesante, guance scarlatte, labbra colore di vermiglio, pareva una statua indecentemente dipinta, grottesca sino all’inverosimile, sullo sfondo rosa delle tende di seta. Ma una statua famelica.

Sawtelle spinse da parte Norman gridando: «Cos’è successo? Cos’è successo?» Vide Tansy. «Non sapevo lei fosse quì. Quando è entrata?» Poi: «È lei che l’ha spaventata?»

La statua parlò e il suo tono tranquillo lo zittì.

«Oh, no, non l’ho spaventata io. Non è vero, Evelyn?»

Evelyn Sawtelle guardava Tansy con gli occhi sbarrati per il terrore, e la sua mascella continuava a tremare. Ma quando parlò fu solo per dire: «No, Tansy non mi ha… spaventata… stavamo chiacchierando e… poi mi è parso di sentire… un rumore…»

«Solo un rumore, cara?» disse Sawtelle.

«Sì, come un rumore di passi, molto attutiti, nel corridoio…»

Non riusciva a staccare gli occhi da Tansy che fece un cenno di assenso quand’ebbe terminato.

Norman accompagnò Sawtelle nella sua futile quanto melodrammatica perlustrazione del primo piano. Quando tornarono, Evelyn era sola.

«Tansy è tornata in macchina» disse a Norman con voce flebile «Sono sicura che quei passi li devo avere immaginati.»

Ma i suoi occhi erano sempre pieni di paura quando Norman la lasciò, e non parve conscia della presenza di suo marito sebbene questi si desse da fare a stendere la trapunta e a sprimacciare i guanciali.

Tansy era seduta in macchina, guardando fisso davanti a sé. Norman vide che il suo corpo era sempre dominato da quella sua unica emozione. Doveva pur farle una domanda.

«No, non ha la mia anima» fu la risposta. «L’ho interrogata a lungo. Per esserne assolutamente certa ho fatto la prova definitiva: l’ho abbracciata. Ed è in quel momento che ha urlato. Ha molta paura dei morti.»

«Cosa ti ha detto?»

«Mi ha detto che qualcuno è venuto a portarle via la mia anima. Qualcuno che non si fidava di lei, qualcuno che desiderava la mia anima, per tenerla in ostaggio e anche per altri motivi, la signora Gunnison.»

Le dita di Norman aggrappate al volante sbiancarono. Pensava a quello strano sguardo implorante che aveva visto balenare prima negli occhi della signora Gunnison.

18

Entrando nello studio del professor Carr, si aveva l’impressione di trovarsi davanti a un tentativo di ridurre il mondo materiale e sensibile alla purezza virginale della geometria. Le anguste pareti erano ornate di tre stampe incorniciate che rappresentavano le sezioni coniche. In cima alla libreria, piena di libri di matematica rilegati in pelle con titoli in oro, vi erano due modelli di superfici curve, fatte di argentone e filo metallico. L’ombrello con le pieghe non schiacciate, in un angolo, avrebbe potuto simulare un modello geometrico e la superficie della piccola scrivania che separava Norman dal professor Carr era anch’essa nuda, tranne alcuni fogli di carta coperti di simboli. Le dita pallide, sottili di Carr riposavano su uno di questi fogli.

«Sì» gli disse «queste sono equazioni possibili di logica simbolica.»

Norman ne era quasi sicuro, ma fu felice di sentirselo confermare da un matematico. L’affrettato riferimento che Norman aveva fatto al Principia Matematica non aveva pienamente soddisfatto il professor Carr.

«Le maiuscole rappresentano le classi di entità, le minuscole sono i rapporti» disse Norman per aiutarlo.

«Ah, sì» Carr fregò il mento scuro sotto la barbetta a punta. «Ma di che tipo di entità e di rapporti si tratta?»

«Lei può risolvere l’equazione anche se ignora il significato dei simboli, non è vero?» ribatté Norman.

«Certamente. E i risultati delle operazioni saranno altrettanto validi sia che si tratti di mele, di incrociatori, di temi poetici o di segni dello zodiaco. Sempreché, naturalmente, i riferimenti originali fra entità e simboli siano stati assunti correttamente.»

«Ed ecco il mio problema» disse Norman rapidamente. Vi sono diciassette equazioni sul primo foglio. A prima vista sembrano molto diverse, fra loro. Ora mi chiedo se, da queste diciassette equazioni, non traspare una semplice, fondamentale equazione, mescolata a un mucchio di termini non essenziali. Ognuno degli altri fogli presenta un analogo problema.»

«Hm…» Il professor Carr cominciò a scarabocchiare con una matita, e il suo sguardo stava per tornare sul foglio, ma si trattenne.

«Devo confessare che sono molto curioso di sapere a quali entità si riferiscono questi problemi» aggiunse ingenuamente. «Non sapevo che fossero stati fatti dei tentativi di applicare la logica simbolica alla sociologia.»

Norman aveva previsto questa osservazione. «Sarò sincero, Linthicum» gli disse. «Mi è venuta una vaga idea di una certa teoria poco ortodossa e mi sono ripromesso di non parlarne finché non sarò sicuro che essa sia effettivamente valida.»

Il viso di Carr si illuminò di un largo sorriso di comprensione. «Posso capire i tuoi sentimenti» gli disse. «Ricordo ancora le tristi conseguenze di un mio affrettato annuncio, un tempo in cui avevo creduto di aver trovato la soluzione della trisezione dell’angolo. Naturalmente» aggiunse subito «ero ancora al ginnasio a quei tempi. Comunque ho fatto passare un brutto quarto d’ora al mio professore» disse con una sfumatura di soddisfazione.

Quando riprese a parlare gli era tornata la giovanile, timida curiosità. «Tuttavia… questi simboli mi stuzzicano molto. Così come sono potrebbero riferirsi… Be’, a qualsiasi cosa.»

«Mi spiace» disse Norman. «Lo so che le chiedo troppo…»

«Niente affatto, niente affatto.» Gingillandosi con la matita diede un’altra occhiata al foglio. Qualcosa lo colpì. «Ma, questo è molto intessante, non lo avevo notato prima» disse. E la sua matita cominciò a volare sulla carta, cancellando alcune cifre, formulando nuove equazioni. Il solco verticale fra le sue sopracciglia si fece più profondo. In un momento fu totalmente assorbito dal problema.

Con un senso di sollievo Norman si adagiò nella poltrona. Si sentiva esausto, gli occhi gli bruciavano. Quei cinque fogli rappresentavano venti ore di lavoro ininterrotto: martedì notte, mercoledì mattina e parte di mercoledì pomeriggio. Anche in questa occasione non aveva potuto fare a meno dell’aiuto di Tansy alla quale dettava appunti. Si era accorto di poter contare sulla sua automatica, inconscia precisione di robot.

Seguiva ora, semi ipnotizzato, quelle dita agili, anche se vecchie, che riempivano un foglio nuovo di equazioni derivate. I loro rapidi ma ordinati movimenti rendevano più intensa la serena, monastica quiete del piccolo studio.

Una stranezza appresso l’altra, pensava Norman come in un sogno. Non soltanto doveva far finta di credere alla magia nera, per sopraffare tre vecchie superstiziose e psicopatiche che si erano impadronite della mente di sua moglie, ma doveva anche rivolgersi alla scienza moderna della logica simbolica per servire quella pretesa fede. La logica simbolica usata per districare le contraddizioni e l’ambiguità delle formule magiche… Cos’avrebbe detto il vecchio Carr se avesse saputo a quali “entità” si riferivano i simboli?

Soltanto perché aveva invocato il prestigio dell’alta matematica, Norman era stato in grado di convincere Tansy che lui poteva escogitare una magia abbastanza forte da sconfiggere quella usata dalle sue nemiche. Mossa d’altronde conforme alle migliori tradizioni della stregoneria, a pensarci bene. Gli stregoni cercano sempre di incorporare le ultime scoperte nei loro sistemi, per guadagnare prestigio. Che cos’era in fondo la stregoneria se non una lotta per il prestigio nell’ambito del misticismo, e che cos’era uno stregone se non un individuo che si era illecitamente innalzato al di sopra dei suoi simili?

Che immagine grottesca era quella (ogni cosa cominciava a diventare istericamente ridicola nella sua mente stanca): una donna che credeva parzialmente alla magia, spinta sull’orlo della pazzia da tre donne che probabilmente vi credevano in pieno, o forse non ci credevano affatto, e i loro piani venivano ostacolati da un marito che non credeva a nulla ma che faceva finta di credere fino in fondo, ed era deciso ad agire in ogni cosa conformemente a questa credenza.

Oppure, pensò Norman (il suo sogno ad occhi aperti tendeva a farlo scivolare nel sonno, e la delicata, matematica semplicità dell’ambiente spingeva la sua mente verso visioni di spazio assoluto nel quale contemplava, davanti a sé, l’infinito) perché non abbandonare questo ragionamento artificiale ed ammettere che Tansy possedeva una cosa chiamata anima, e che questa cosa le era stata rubata dalla strega magra Evelyn Sawtelle, indi rubata ad Evelyn dalla strega grassa, Hulda Gunnison, e che in quello stesso momento egli cercava con quale magia avrebbe potuto…

Si scosse il sonno di dosso e tornò nel mondo raziocinante.

Carr aveva spinto davanti a sé un foglio di carta e aveva subito cominciato a lavorare su un altro dei cinque fogli che Norman gli aveva dato.

«Lei ha già trovato la prima equazione fondamentale?» gli chiese Norman incredulo.

Carr parve seccato per l’interruzione. «Certo, naturalmente.» La sua matita correva di nuovo, poi si fermò e guardò Norman. «Sì, è l’ultima equazione, quella più breve, in basso. A dire il vero non ero certo di trovarne una quando ho cominciato, ma le tue entità e i tuoi rapporti sembrano possedere un significato, qualunque esso sia.» E tornò con la matita al suo lavoro.

Norman rabbrividì e guardò allibito l’equazione risultante, chiedendosi quale fosse il suo significato. Per poterlo dire doveva consultare i riferimenti del suo codice e certamente non voleva esibire quel codice in quel luogo.

«Mi spiace darle tutto quel lavoro» disse malinconicamente. Carr riuscì a guardarlo un attimo. «Niente affatto, mi diverte. In verità ho sempre avuto il pallino per questo tipo di problema.»

Le ombre del pomeriggio si allungavano. Norman accese la luce di mezzo e Carr lo ringraziò con un rapido cenno del capo. La matita volava. Tre altri fogli erano stati spinti verso Norman, e Carr terminava l’ultimo quando la porta si aprì.

«Linthicum» fece la voce, senza neppure una traccia di rimprovero. «Cosa fai? È mezz’ora che ti aspetto di sotto.»

«Mi spiace, cara» disse il vecchio, guardando prima l’orologio poi la moglie «ma ero così impegnato…»

Lei vide Norman. «Ah, non sapevo che tu avessi una visita. Cosa penserà di me il professor Saylor. Temo di avergli dato l’impressione che io ti tiranneggi.»

Accompagnò queste parole con un così strano sorriso, che Norman si trovò a dire, nello stesso attimo del professor Carr: «Ma niente affatto.»

«Il professor Saylor mi sembra stanco morto» disse lei guadando Norman ansiosamente. «Spero che tu non lo abbia affaticato, Linthicum.»

«Oh, no, cara. Sono io che ho fatto tutto il suo lavoro» disse il marito.

Flora fece il giro del tavolo e guardò oltre la spalla del marito.

«Che cos’è?» chiese con gentilezza.

«Non lo so» disse Carr. Si raddrizzò e strizzò l’occhio a Norman. Poi proseguì: «Credo che dietro questi simboli, il professor Saylor stia rivoluzionando la scienza della sociologia. Ma è un segreto assoluto. E in ogni caso non ho la minima idea del significato di questi simboli. Io gli faccio solo da cervello elettronico.»

Con un cenno educato, come per dire: «Mi permette?» La signora Carr prese uno dei fogli e lo studiò attraverso le sue spesse lenti. Ma apparentemente la vista di quella serie di simboli la sconcertò e ripose il foglio.

«La matematica non è il mio forte» spiegò. «Sono sempre stata mediocre in scienze.»

«Sciocchezze, Flora» disse Carr. «Quando andiamo insieme a fare acquisti tu sei sempre stata più svelta di me a calcolare mentalmente i prezzi. Eppure ce la metto tutta per batterti.»

«Questo non conta» disse la signora Carr deliziata.

«Un momento e ho finito» disse il marito tornando ai suoi calcoli.

La signora Carr si rivolse a Norman, di là dal tavolo, parlando sottovoce. «Professor Saylor, sia così gentile di fare a Tansy questa mia ambasciata. Vorrei invitarla per il bridge domani sera, cioè giovedì, con Hulda Gunnison e Evelyn Sawtelle. Linthicum ha una riunione.»

«Con piacere» disse Norman con entusiasmo «ma temo che non possa farcela». E spiegò la faccenda dell’intossicazione.

«Ma è terribile, proprio terribile!» osservò la signora Carr. «Non vuole che venga ad assisterla?»

«Grazie» mentì Norman «abbiamo fatto venire qualcuno.»

«Molto, molto saggio» disse la signora Carr e guardò attentamente Norman, come per scoprire in lui la fonte di tanta saggezza. Il suo sguardo fisso lo mise a disagio. Era nello stesso tempo ingenuo e predatorio. Non lo avrebbe sorpreso, uno sguardo simile, in una delle sue alunne, ma in quella vecchia signora…

Carr depose la penna. «Ecco» disse «ho finito.»

Ringraziandolo ancora Norman raccolse i suoi fogli.

«Non è affatto un disturbo» lo assicurò Carr «mi hai procurato un pomeriggio molto, molto interessante. Devo confessare che hai provocato la mia curiosità.»

«Linthicum va pazzo per qualsiasi gioco matematico, specialmente quando si presenta come un rebus» disse la signora Carr. «Lo sa che una volta ha perfino compilato tutta una serie di tabelle sulle corse dei cavalli

«Ah… sì, è vero. Ma era solo per dare un esempio concreto del calcolo delle probabilità» corresse Carr, pronto. Ma il suo sorriso era ugualmente indulgente.

Lei aveva messo la mano sulla spalla del marito, e questi la coprì con la sua. Fragili e vivaci, invecchiati ma ancora freschi, quei due offrivano l’esempio perfetto della coppia che invecchia bene.

«Le prometto» Norman gli disse «che se un giorno sconvolgerò la scienza della sociologia, lei sarà il primo a saperlo. Buona sera» e uscì con un leggero inchino.

Appena giunto a casa tirò fuori il suo codice. “W” era la lettera che contrassegnava il primo foglio. Ne ricordava il significato ma preferì assicurarsene.

W — sortilegio per fare uscire l’anima dal corpo.

Sì, era proprio quello. Si mise a studiare il foglio aggiunto da Carr, con lo svolgimento dei calcoli, e decifrò accuratamente l’equazione finale: C — nastro di rame con intaccature. Annuì. T — attorcigliare da Est a Ovest. Aveva pensato che questo elemento si sarebbe annullato. Per fortuna si era rivolto a un matematico per semplificare le diciassette equazioni, ognuna delle quali rappresentava la formula del sortilegio usato da gente di varie razze per fare uscire l’anima dal corpo: arabi, zulù, polinesiani, americani, indo-americani, negro-americani, ecc. C’erano tutte: le formule più recenti e quelle in uso da molto tempo.

A — Òvolo velenoso. Capperi! Avrebbe scommesso che questo termine si sarebbe annullato. Ci voleva del tempo per scovare il fungo micidiale. Ma forse si poteva fare a meno di quella formula se fosse stato necessario. Prese due altri fogli.

V — sortilegio per dominare l’anima di un’altra persona.

sortilegio per immergere nel sonno gli abitanti di una casa.

Si mise a decifrare uno di essi. In pochi minuti si era assicurato che il reperimento degli ingredienti non offriva particolari difficoltà salvo che la formula del foglio “Z” richiedeva una mano mozza e della terra di cimitero da lanciare sul tetto della casa dove si voleva imporre il sonno. Ma non doveva essere difficile rubare una mano di morto dal laboratorio d’anatomia, e quindi se…

Conscio di un’improvvisa stanchezza e di una repulsione per quelle formule che persistevano ad apparire più ignobili che ridicole, si spinse indietro con la sedia. Per la prima volta da quando era tornato in casa, guardò la figura vicino alla finestra. Sedeva sulla sedia a dondolo, col viso voltato verso le tende abbassate. Quand’era stato che aveva cominciato a dondolarsi? Norman non lo ricordava, ma una volta dato il via, i muscoli del suo corpo proseguivano automaticamente nello slancio ritmico.

Con la fulmineità di uno scoppio, gli venne un desiderio struggente di Tansy, delle sue intonazioni, dei suoi gesti, delle sue moine, delle sue trovate bislacche, di tutte quelle piccole cose che contribuiscono a rendere reale, umana e adorabile una donna. Quelle cose lui le voleva subito, all’istante, e la presenza di quell’imitazione di morta-viva, quella spoglia di Tansy, gli rendeva questo desiderio ancora più crudele. Ma che razza d’uomo egli era mai per gingillarsi con formule di occultismo mentre in quel momento…

“Ci sono cose che si possono fare a un’anima”, aveva detto Tansy. E anche: “Le domestiche dei Gunnison hanno raccontato certe cose…”. Doveva recarsi subito dai Gunnison, bloccare Hulda e obbligarla ad agire.

Si sforzò di calmare la sua ira. Un gesto del genere avrebbe rovinato ogni cosa. Come si fa ad usare apertamente la forza con qualcuno che trattiene in sé, quale ostaggio, la mente, la coscienza stessa della persona amata? No, aveva già valutato questa eventualità e la sua linea di condotta era già decisa, avrebbe combattuto contro quelle donne usando le loro stesse armi. Le formule segrete che tanto gli ripugnavano erano la sua speranza migliore. Era stato castigato per aver commesso il solito errore di guardare quel volto. Deliberatamente sedette dall’altra parte del tavolo, voltando le spalle alla sedia a dondolo.

Ma si sentiva irrequieto, i muscoli gli dolevano per la stanchezza e doveva smettere per un po’ di lavorare.

A un tratto le chiese: «Cos’è secondo te che ha mutato tutti i rapporti in un odio così implacabile e micidiale?»

«L’equilibrio è stato spezzato» rispose.

«Com’è successo?» Istintivamente stava per voltarsi ma si trattenne.

«È accaduto quanto io ho smesso di praticare la magia.» Quel dondolio era di una esasperante monotonia.

«Ma perché questo fatto ha dato luogo a tanto odio?»

«Perché ha spezzato l’equilibrio.»

«Va bene, ma come si può spiegare la repentinità del mutamento, il passare brusco da mosse aggressive piuttosto blande a una malvagità omicida?»

Il dondolio era cessato. Non vi fu alcuna risposta. Ma, come si disse Norman, sapeva già la risposta che quella mente informe dietro di lui stava preparando. Questo conflitto fra streghe, lui lo paragonava alla guerra di trincea, a una battaglia fra due linee fortificate, o a uno stato d’assedio. Nello stesso modo in cui il cemento o le armature di metallo sminuiscono l’azione dei proiettili, così i contro-amuleti, gli anti-sortilegi e i processi protettivi rendevano relativamente futili i più violenti attacchi. Ma una volta spariti, il cemento e le armature, e che la strega avesse rinnegato la stregoneria, essa si trovava in una specie di terra di nessuno e…

Anche il timore di violenti contrattacchi lanciati da posizioni così altamente fortificate, scoraggiava ogni aggressione diretta. L’unica cosa da fare in quelle circostanze era di acquattarsi nell’ombra, attendere senza muoversi, sparare da una posizione coperta ed attaccare il nemico soltanto se esso si fosse imprudentemente scoperto. Inoltre vi doveva essere tutto un freno alla violenza.

Questa idea spiegava forse perché l’atteggiamento di Tansy, con la sua apparenza pacifica, aveva rotto l’equilibrio. Come avrebbe reagito una nazione se nel bel mezzo di una guerra il suo nemico avesse disarmato tutte le sue navi da guerra, demolito gli aerei, mettendosi apparentemente alla sua mercé? Ragionando realisticamente, la risposta poteva essere una sola, cioè che il nemico avesse escogitato un’arma molto più potente delle navi da guerra e degli aerei, e che avrebbe presto proposto un armistizio, il quale si sarebbe poi rivelato un tranello. Quindi l’unica mossa da fare era di colpire immediatamente e fortissimo, prima che l’arma segreta si fosse potuta adoperare.

«Io credo che…» cominciò a dire.

In quel momento, forse un leggero sibilo nell’aria o uno scricchiolio del pavimento sotto la pesante moquette, o una sensazione meno tangibile, lo costrinse a voltarsi.

Con un balzo fulmineo da una parte riuscì, ma riuscì appena, a spostare il capo fuori della traiettoria di ciò che in quel momento gli parve un oggetto metallico. Con un atroce sibilo esso si piantò sullo schienale della poltrona, e la forza del colpo si attuti. Ma la sua spalla che aveva ricevuto il colpo già attutito s’intorpidì immediatamente.

Aggrappandosi al tavolo con il braccio sano si gettò contro il tavolo e ne fece il giro.

Quel che vide lo fece indietreggiare come se avesse ricevuto un altro colpo: cercò appoggio dietro di sé con la mano per non cadere.

Quell’essere inumano era in piedi nel centro della stanza dov’era tornata d’un balzo indietro, come quello d’un gatto, dopo aver fallito il primo colpo. Le gambe erano quasi rigide ma il peso del corpo era portato in avanti. Era senza scarpe, le pantofole che avrebbero fatto rumore erano rimaste accanto alla sedia a dondolo. Brandiva le molle di ferro che aveva preso senza farsi sentire dal loro supporto vicino al camino.

Nel viso c’era ora una certa vitalità. Ma era una vitalità che le faceva stringere la mascella e sbavare, una vitalità che le dilatava le narici ad ogni respiro, che allontanava la ciocca di capelli sugli occhi con gesti rapidi, febbrili, una vitalità che infuocava il suo sguardo.

Con un riso diabolico la figura alzò l’attizzatoio e non colpì Norman, bensì il lampadario che pendeva sul suo capo. L’oscurità invase la stanza che egli aveva chiuso accuratamente con le tende per evitare che si potesse curiosare dall’esterno.

Udì una serie di passi affrettati e smorzati. Si accucciò, ma un sibilo gli passò molto vicino. Udì un rumore come se essa fosse caduta in avanti o fosse rotolata sul tavolo dopo che lui aveva parato il colpo. Si udivano le carte che scivolavano e il loro leggero fruscio quando cadevano in terra. Poi tutto fu silenzio salvo quell’ansare rapido, il respiro di una bestia.

Si accucciò sul tappeto e cercò di non muovere un muscolo, tendendo l’orecchio per localizzare la direzione di quel respiro.

È atroce, pensò, l’inefficacia dell’udito umano per localizzare un suono. Sulle prime gli parve che quell’ansare venisse da una direzione poi da un’altra, sebbene non vi fosse il minimo fruscio di movimenti. Finì poi col perdere il senso dell’orientamento all’interno della stanza. Cercò di ricordare esattamente i suoi movimenti da quando si era allontanato dal tavolo con un balzo. Quando era caduto in terra era rotolato su se stesso. Ma fin dove?

Per evitare che si potesse spiare in casa aveva oscurato il soggiorno e la stanza da letto. Il buio era totale. Nemmeno un filo di luce filtrava dall’esterno. E lui si trovava in un punto ignoto di una illimitata espansione di moquette, un infinito senza muri e dal soffitto basso.

E in un certo punto di questo infinito vi era quella creatura. Forse vedeva e udiva meglio di lui? Forse nella sua retina si imprimevano delle forme che per i sensi di una Tansy dall’animo sano sarebbero state solamente oscurità? Cosa s’aspettava? Tese l’orecchio ma il respiro affannoso non si sentiva più.

Quell’oscurità poteva essere la stessa di una giungla, con un tetto di liane fittamente intrecciate. Civiltà è sinonimo di luce. Quando la luce scompare, la civiltà viene soffocata. Norman fu presto ridotto allo stesso livello di quell’essere. Era forse questo che lei aveva sperato quando aveva mandato il lampadario in frantumi. Quella stanza poteva raffigurare ora la camera più interna di una caverna preistorica, e lui era ora uno di quegli uomini primitivi, dal cervello annebbiato, che fuggiva, pieno di terrore, dall’ira della sua compagna nell’adorata forma della quale una strega aveva introdotto un demonio, la robusta strega grassa dalle labbra cadenti e dagli occhi crudeli, dagli ornamenti di rame intrecciati nella chioma rossa ingarbugliata. Che cosa doveva fare, prendere l’ascia e tentare di cacciare il demonio dal cranio che l’ospitava? O cercare la strega e soffocarla finché facesse uscire il demonio? E come avrebbe potuto, nel frattempo, nascondere la moglie? Se la tribù l’avesse scoperta, l’avrebbe uccisa immediatamente, era la legge. Anche in quel momento il demonio era in lei e cercava di uccidere lui, Norman.

Con la mente confusa e tenebrosa come quella di un ipotetico primitivo antenato, Norman cercò di risolvere il problema, e a un tratto capì che cosa attendeva da lui quell’essere inumano.

Già sentiva che i suoi muscoli si intorpidivano mentre la spalla lanciava fitte dolorose man mano che tornava la sensibilità. Avrebbe fatto, presto o tardi, un movimento involontario. E a quel momento l’essere armato di attizzatoio gli sarebbe venuto addosso.

Allungò la mano con molta prudenza. Lentamente, molto lentamente, descrisse un cerchio finché trovò a tastoni un tavolino sul quale era posato un libro. Lo afferrò fra il pollice e le altre dita nel punto ove sporgeva dal tavolo, lo alzò e lo avvicinò a sé. I suoi muscoli tremavano per lo sforzo di mantenere un silenzio assoluto.

Con un gesto lento egli lanciò il libro verso il centro della stanza affinché colpisse il pavimento ad alcuni passi da lui. Quel suono ottenne immediatamente la risposta scontata. Attese mezzo secondo e si lanciò in avanti, tentando di immobilizzarla al tappeto. Ma la furbizia di quell’essere superava le previsioni di Norman. Le sue braccia si richiusero su un grosso cuscino che era stato scagliato verso il libro e fu solo per fortuna che si salvò dai colpi d’attizzatoio che gli piovevano intorno al capo.

Protese le mani ed afferrò alla cieca la sbarra di metallo. Ci fu un movimento di tira e molla per divincolarsi dalla sua presa. Poi Norman cadde all’indietro con l’attizzatoio in mano, mentre i passi si allontanavano verso la parte posteriore della casa.

Egli la seguì in cucina. Un cassetto tirato con troppa energia cadde in terra ed egli udì il rumore agghiacciante di posate e di coltelli mossi.

Ma in cucina la luce era sufficiente a indicare la sagoma di lei. Balzò sulla mano alzata che brandiva il lungo coltello, la strinse al polso. Lei si buttò su di lui e caddero insieme sul pavimento.

Egli sentì contro di sé il calore del suo corpo, animato da furore omicida sino al limite estremo della sua forza. Per un attimo sentì il freddo della lama sulla sua guancia e allontanò con forza l’arma da sé. Piegò le gambe verso lo stomaco per difendersi dai colpi delle sue ginocchia. Lei allora si avventò su di lui convulsamente, e le sue mascelle gli si strinsero sul braccio che teneva lontano il coltello. I denti cercavano con un movimento a sega di penetrare nella stoffa della giacca. Il tessuto si strappò ed egli cercò con la mano libera di allontanare da sé quel corpo. Poi trovò i capelli, le tirò indietro la testa e lei abbandonò il morso. Il coltello cadde a terra e lei si mise a graffiargli il viso. Norman afferrò le dita che cercavano gli occhi, le narici. L’essere innominabile urlò e gli sputò sul viso. Con pressione costante egli piegò le sue braccia fin dietro la schiena di lei, e con sforzo supremo si mise in ginocchio. Urli soffocati, rabbiosi, uscivano da quella gola.

Fin troppo conscio dello sfinimento e del tremore che stava per sopraffare i suoi muscoli, cambiò presa, in modo da tenere con una mano sola, i polsi di lei. Con l’altra cercò a tastoni la porta dell’armadietto, aprì con un movimento brusco e trovò un cordone.

19

«Questa volta la cosa è molto grave, Norm» disse Harold Gunnison. «Fenner e Liddell vogliono proprio la tua testa.»

Norman si avvicinò con la sedia, come se quella conversazione fosse il vero motivo della sua visita allo studio di Gunnison quella mattina.

Gunnison proseguì. «Io temo che vogliano riesaminare la faccenda della Van Nice, col pretesto che non vi può essere fumo senza arrosto. Tireranno in ballo anche Theodore Jennings per usarlo contro di te, pretenderanno che il suo “esaurimento nervoso” si è aggravato per la tua ingiustificata ostilità, la tua indebita severità nei suoi confronti e così via. Naturalmente abbiamo tutti gli elementi per una strenua difesa del tuo operato. Ma il solo fatto di parlare di queste cose influirà negativamente sugli altri consiglieri. C’è poi quel tuo discorso sul sesso che terrai alle madri degli allievi, e i tuoi amici, quegli attori che hai invitato in collegio. Personalmente io non faccio alcuna obiezione, ma guarda che il momento è scelto male.»

Norman annuì, disciplinatamente. La signora Gunnison sarebbe dovuta arrivare tra poco. La cameriera gli aveva appena detto al telefono che lei era uscita per recarsi da suo marito.

«Naturalmente queste accuse non hanno alcun peso in sé.» Gunnison appariva insolitamente grave, lo sguardo preoccupato. «Ma, come ti ho detto, lasciano una traccia antipatica, possono essere un cuneo col quale scuotere la tua posizione. Il vero pericolo è rappresentato da un attacco limitato ma concentrato sul modo di condurre i tuoi corsi, sui tuoi discorsi in pubblico, e forse su alcuni aspetti della tua vita di società. Poi seguirà un discorso sulla necessità di effettuare delle restrizioni, ove siano opportune, capisci ciò che voglio dire?» Fece una pausa. «Ciò che più mi dà noia è il fatto che Pollard si sia raffreddato nei tuoi confronti. Io gli ho detto esattamente ciò che pensavo della nomina di Sawtelle, e mi ha risposto che i consiglieri glielo hanno imposto. Non è cattivo, ma ha il pallino della politica.» Gunnison si strinse nelle spalle come se fosse un fatto di dominio pubblico che la distinzione fra professori e uomini politici fosse vecchia come il mondo.

Norman si scosse. «Temo proprio di averlo insultato la settimana scorsa. Abbiamo avuto una lunga discussione e io ho perso le staffe.»

Gunnison scosse la testa. «Ciò non basta a spiegare il suo atteggiamento. Gli insulti, lui è in grado di incassarli. Se ti si mette contro è solo perché lo ritiene necessario e opportuno (che parola odiosa!) ai fini dell’opinione pubblica. Tu sai come dirige il collegio. Ogni due o tre anni bisogna che getti qualcuno in pasto alle fiere.»

Norman ascoltava appena. Pensava al corpo di Tansy, così come l’aveva lasciato, con le braccia e le gambe legate, la mascella pendente, il respiro affannoso, il fiato atroce a causa del whisky che le aveva fatto ingoiare. Era una via tortuosa, quella che egli aveva intrapreso, ma per arrivare a una soluzione non ve n’erano altre. A un certo momento, la notte precedente, si era quasi deciso a chiamare un medico e forse a farla ricoverare. Ma se lo avesse fatto avrebbe perduto per sempre ogni possibilità di ricuperare la ragione di Tansy. Quale psichiatra avrebbe creduto al complotto malefico di cui Norman conosceva l’esistenza, diretto contro l’integrità mentale di sua moglie? Per ragioni analoghe non c’era alcun amico al quale rivolgersi per un aiuto. No, l’unica strada era quella di puntare diritto alla signora Gunnison. Ma non era piacevole l’ipotesi di essere inquadrato nei titoli dei giornali come ad esempio LA MOGLIE DI UN PROFESSORE VITTIMA DI TORTURE. LEGATA E CHIUSA IN UNA DISPENSA DAL MARITO.

«È veramente molto grave, Norman» ripeteva Gunnison. «Mia moglie ne è convinta, ed è molto in gamba in queste faccende, conosce la gente.»

Sua moglie. Ubbidientemente Norman annuì.

«Per nostra sfortuna i nodi vengono al pettine in questo momento.» continuò Gunnison «mentre tu hai un sacco di guai, malattie e altro.» Norman notò che Gunnison guardava con una certa curiosità i suoi cerotti all’angolo dell’occhio e sotto una narice. Ma non gli diede alcuna spiegazione.

Gunnison era irrequieto, si voltò poi si riadagiò nella poltrona.

«Norm» disse «ho la sensazione che qualcosa non vada. Normalmente tu sei in grado di superare facilmente contrarietà di questo genere. Sei uno dei pochi uomini in gamba che abbiamo qui; ma io ho l’impressione che ci sia qualcosa di storto in tutto l’insieme.»

Era un’ovvia offerta a confidarsi e Norman sapeva che era fatta in buona fede. Per una frazione di secondo considerò l’idea di dire a Gunnison una piccolissima parte della verità. Ma equivaleva a portare i suoi guai in tribunale, e poteva immaginare, con la sua visione acuta, quasi allucinata, frutto della sua estrema stanchezza, come si sarebbero svolte le cose.

Come si poteva pensare di portare Tansy al banco dei testimoni anche nella sua condizione precedente di pazzia non furiosa?

“Lei dice, signora Saylor, che la sua anima le è stata rubata dal corpo?” “Sì” “Lei è conscia dell’assenza della sua anima?” “No. Non sono conscia di nulla” “Non conscia? Non vorrà dire che lei è inconscia?” “Certo. Io non posso né sentire né vedere” “Lei vuol dire che non mi vede né mi sente?” “Esattamente” “E allora come mai…”

Colpetto di martello da parte del giudice: “Se queste risate non cessano immediatamente, faccio sgombrare l’aula.”

Oppure la signora Gunnison era chiamata a testimoniare e lui, Norman, scoppiava in un richiamo appassionato alla giuria: “Signori, guardate quegli occhi, guardateli bene, vi supplico. C’è l’anima di mia moglie dietro quegli occhi, convincetevi, ve ne prego.”

Udì invece Gunnison che gli chiedeva: «Che hai, Norm?»

L’autentica gentilezza della voce lo commosse e lo fece tornare in sé. Stanco e improvvisamente assonnato tentava di formulare una risposta.

In quel momento entrò la signora Gunnison.

«Buon giorno» disse «sono felice che siate finalmente riusciti a parlare, voi due.» Poi con espressione protettiva guardò Norman attentamente. «Scommetto che lei non dorme da almeno due notti» disse bruscamente. «E cosa si è fatto sul viso? È stato il suo gatto a saltarle addosso?»

Gunnison rise, come faceva sempre per i modi burberi di sua moglie. «Che donna! Adora i cani e odia i gatti. Ma ha ragione sulla questione del sonno, Norman.»

La vista di quella donna e il suono della sua voce risvegliarono Norman portandolo a uno stato di gelida lucidità. Hulda Gunnison aveva l’aspetto di qualcuno che dorme regolarmente dieci ore per notte. Un costoso vestito verde faceva risaltare il rosso dei suoi capelli e le conferiva una specie di bellezza vistosa. La sottoveste pendeva e il soprabito era abbottonato storto; ma ciò suscitava in Norman l’idea di una trascuratezza privilegiata. Tipica di un personaggio potente che si ritiene superiore ai normali dettami dell’eleganza. Per una volta non aveva con sé la sua enorme borsa. Il cuore di Norman sussultò.

Non si fidava a guardarla negli occhi. Fece per alzarsi.

«Non andartene, Norm» disse Gunnison. «C’è ancora qualcosa di cui dobbiamo parlare.»

«Ma sì, perché non rimane?» disse la signora Gunnison.

«Mi dispiace» rispose Norman. «Tornerò nel pomeriggio se lei ha tempo, o domattina al più tardi.»

«Benissimo, non mancare» disse Gunnison gravemente. «C’è la riunione dei consiglieri domani pomeriggio.»

La signora Gunnison si sedette nella poltrona che Norman aveva appena lasciato.

«Mi saluti Tansy» gli disse. «La vedrò domani dai Carr, cioè se si è rimessa.» Norman annuì, poi uscì rapidamente e chiuse la porta dietro di sé.

Mentre aveva ancora la mano sulla maniglia, vide la borsa verde della signora Gunnison sul tavolo. Era dalla parte della vetrina che conteneva le gocce di Rupert e altre stranezze. Il suo cuore sussultò di nuovo.

In quell’anticamera, che serviva da segreteria, vi era una studentessa impiegata. Norman la interpellò.

«Signorina Miller» le disse, «vorrebbe essere così gentile da andarmi a prendere le pagelle di questi studenti?» E pronunciò mezza dozzina di nomi.

«Le pagelle sono nell’archivio, professor Saylor» disse un po’ dubbiosa.

«Lo so, ma dica all’incaricato che la mando io. Il professor Gunnison ed io le vogliamo riesaminare.»

Diligentemente prese nota dei nomi.

Mentre la porta si richiudeva dietro la ragazza, egli aprì il primo cassetto della scrivania, dove sapeva che vi era la chiave della vetrina.

Alcuni minuti dopo uscì la signora Gunnison.

«Credevo che lei fosse uscito» esclamò in tono asciutto. Poi con i suoi soliti modi burberi: «Aspettava che io me ne andassi per parlare da solo a solo con Harold?»

Egli non rispose, ma le guardò con insistenza la punta del naso.

Lei prese subito la borsa. «Non è il caso di farne un segreto» disse «io ne so tanto quanto lei, dei suoi guai, e forse anche di più. Per essere franchi, le cose si mettono piuttosto male.» La sua voce assumeva l’arroganza del vincitore. Ma gli sorrise.

Lui continuava a guardarle il naso.

«Ed è inutile che lei faccia finta di non essere seccato» continuò, irritata del suo silenzio «perché so benissimo che lo è e che domani Pollard chiederà le sue dimissioni.» Poi aggiunse: «Ma che cosa sta guardando?»

«Nulla» rispose, ed evitò il suo sguardo. Sbuffò, incredula, e prese dalla borsetta lo specchietto, lo guardò un momento senza capire, poi ispezionò tutto il viso in dettaglio.

Sembrò a Norman che la seconda lancetta dell’orologio si fermasse in eterno.

Molto dolcemente, ma molto rapidamente, con voce del tutto casuale che non fece neanche voltare la signora Gunnison, le disse: «Io so che avete rubato l’anima di mia moglie, e so come avete fatto. È il mio ramo e so come si procede. Per esempio se siete in una stanza con qualcun altro di cui volete rubare l’anima e quella persona si guarda allo specchio, e lo specchio si rompe mentre l’immagine del viso vi è tuttora riflessa, allora…»

Con un rapido, leggero rumore argentino, appena udibile, lo specchio in mano alla signora Gunnison si polverizzò in una piccola nube di polvere iridescente.

Improvvisamente parve a Norman che un altro peso si fosse aggiunto alla sua mente, che una oscurità intangibile premesse sui suoi pensieri…

Il grido soffocato di sorpresa, o di paura, che uscì dalle labbra della signora Gunnison si interruppe di colpo. Qualcosa che somigliava a un’espressione di ebetudine invase il suo volto, ma era dovuta al fatto che tutti i suoi muscoli si erano rilassati.

Norman fece un passo avanti e le prese il braccio. Per un secondo lei lo guardò senza capire poi barcollò e fece lentamente un passo, poi un altro mentre lui le diceva: «Venga con me, è la sua unica possibilità.»

Egli tremava, faceva fatica a credere alla sua riuscita, mentre lei lo seguiva nel corridoio. Vicino alle scale incontrarono la signorina Miller che tornava indietro con le pagelle.

«Mi spiace di averla disturbata» disse lui «perché ci siamo accorti di non averne più bisogno. Sia gentile e le riporti in archivio.»

La ragazza annuì con un sorriso educato ma un po’ ironico. Pareva pensare: «Ah, quei professori!»

Mentre Norman conduceva una signora Gunnison insolitamente docile fuori del reparto amministrativo, quella strana oscurità premeva sempre sui suoi pensieri. Era qualcosa di assolutamente diverso da tutto ciò che avesse provato sino allora.

Improvvisamente si aprì uno spiraglio in quella oscurità, come si aprono le nubi per lasciar passare uno stretto raggio di luce rossa. Solo che le nubi temporalesche erano ora all’interno del suo cervello e la luce rossa era una collera furiosa, impotente. Eppure quella sensazione non gli era completamente nuova.

A cospetto di quello spiraglio, la mente di Norman si rannicchiò. Il collegio, davanti a lui, parve tremare e oscillare, tutto colorato di un debole chiarore rossastro.

Pensò: “Se esiste la cosa che chiamano ‘sdoppiamento della personalità’, e se si produce una spaccatura fra due diverse coscienze…”

Ma questa era pazzia.

Bruscamente riaffiorò un altro ricordo, parole uscite dalle labbra di Tansy nello scompartimento del treno: “L’anima è circondata dal cervello”. E poi: “Se viene ostacolata e non riesce a rientrare nel proprio corpo, è irresistibilmente attratta da un altro, che questo possegga già un’anima o no. L’anima prigioniera è generalmente racchiusa nel cervello di chi l’ha catturata”.

In quel momento, da quello spiraglio di luce portato sull’onda di rabbia scagliata nel suo cervello, scaturì un pensiero intelligibile. Quel pensiero diceva solamente: “Sciocco, perché lo hai fatto?”. Ma quel pensiero, come quella rabbia incandescente, somigliava tanto alla signora Gunnison, ed egli accettò, sia che volesse dire per lui pazzia o no, sia che significasse stregoneria o no, l’idea che la mente della signora Gunnison si trovasse dentro il suo stesso cervello e dialogasse con la sua stessa mente.

Per un attimo guardò il viso molle di quell’enorme corpo femminile che egli stava spingendo attraverso il campus.

Per un attimo si sgomentò all’idea di toccare, con il suo cervello, una personalità denudata. Ma fu solo un attimo. Poi, che fosse pazzia o no, la sua accettazione fu totale. Attraversò il campus, parlando dentro di sé con la signora Gunnison.

La domanda fu ripetuta: «Come hai fatto?»

Prima che se ne rendesse conto i suoi pensieri avevano risposto: «È stato lo specchio fatto col vetro di Rupert, che stava nella vetrina. Il calore delle tue dita lo ha fatto andare in pezzi. Io lo avevo tenuto isolato con un fazzoletto mentre lo trasferivo dalla vetrina alla tua borsetta. Secondo una credenza primitiva, l’immagine in uno specchio è l’anima di chi si specchia, o un veicolo per quest’anima. Se lo specchio si rompe mentre l’immagine vi è riflessa, l’anima rimane per sempre chiusa fuori del corpo.» Tutto questo discorso, dato che non era rallentato dalla parola, fu formulato in un lampo.

Con la stessa fulmineità, il pensiero successivo della signora Gunnison gli giunse da quello spiraglio nel blocco di oscurità. «E dove porti ora il mio corpo?»

«A casa mia.»

«Che cosa vuoi?»

«L’anima di mia moglie.»

Seguì un lungo silenzio. La spaccatura si chiuse, poi si riaprì.

«Tu non la puoi prendere, io la tengo prigioniera, come tu tieni prigioniera la mia. Ma la mia anima te la nasconde, e la trattiene prigioniera.»

«Non la posso prendere, d’accordo. Ma tratterrò la tua finché non restituisci a mia moglie la sua anima.»

«E se mi rifiuto?»

«Tuo marito è una mente realistica. Non crederà mai a ciò che il tuo corpo gli dirà. Consulterà gli alienisti, i medici migliori, sarà molto addolorato, ma finirà per far ricoverare il corpo di sua moglie in un asilo per pazzi.»

Norman avvertì un senso di disfatta e di sottomissione, e anche un senso di panico, nella risposta non pronunciata. Ma la disfatta e la sottomissione non erano ancora apertamente accettati.

«Tu non sarai in grado di trattenere la mia anima, perché la odi. Ti fa ribrezzo. La tua mente non la sopporterà.»

Per appoggiare questa sua dichiarazione, giunse da quella spaccatura un rivoletto che si gonfiò in un baleno. Le cose che egli odiava vennero in piena luce e le dovette subire. Norman accelerò il passo, e il corpo che si trascinava dietro cominciò ad ansimare.

«C’è stata Ann» dicevano i pensieri della signora Gunnison, non proprio con le parole ma con la pienezza della memoria. «Ann venne a lavorare da me otto anni fa. Era una creatura fragile, bionda, ma in grado di lavorare duramente tutto il giorno. Era docile, molto sottomessa e in preda alla paura. Lo sai che si può governare una persona solo con la paura senza adoperare un atomo di forza? Una parola un po’ brusca, uno sguardo severo agiscono per sottinteso; non è ciò che si dice direttamente che conta. Gradatamente, acquisii su di lei tutto il potere che sulla ragazza avevano avuto il padre, i maestri, il confessore. La facevo piangere solo a guardarla in un certo modo. Le incutevo terrore piantandomi sulla porta della sua camera. Potevo obbligarla a reggere piatti bollenti mentre ci serviva a tavola, e farla attendere a mio piacere mentre continuavo a discorrere con Harold. Ho visto poi com’erano le sue dita.»

Nella stessa maniera mentale Norman apprese le storie di Clara, di Milly, di Mary e di Ermengarde. Non riusciva a scindere i suoi pensieri da quelli della signora Gunnison, non poteva chiudere lo spiraglio, sebbene fosse in suo potere allargarlo. Un po’ come accade per le meduse, e per certe piante carnivore, l’anima di lei si apriva sino a cingere quella di Norman tant’è che pareva lui il prigioniero anziché lei.

«Poi venne Trudie. Trudie mi adorava. Era una ragazzina lenta e un po’ stupida. Proveniva da una famiglia contadina. Passava delle ore ad occuparsi dei miei vestiti. La incoraggiavo in varie maniere al punto che tutto ciò che mi apparteneva le pareva sacro. In ultimo avrebbe fatto qualsiasi cosa per me, il che era molto divertente, perché arrossiva facilmente e non era mai riuscita a sbarazzarsi del suo senso di vergogna.»

Ma erano arrivati sulla soglia di casa, e il flusso dei pensieri ripugnanti cessò. Lo spiraglio si restrinse, divenne una minuscola fessura.

Spinse la signora Gunnison sino alla porta dello spogliatoio di Tansy. Indicò la povera figura legata, allungata sulla coperta che egli aveva steso sul pavimento. Giaceva nella stessa posizione in cui l’aveva lasciata con gli occhi chiusi, la mascella pendente, il fiato grosso. Quella visione parve aggiungere un’ulteriore pressione sulla sua mente, ma questa proveniva dal basso ed entrava attraverso le orbite.

«Liberala da ciò che hai introdotto in lei per sortilegio» si sorprese a pronunciare.

Ci fu una pausa. Un ragno nero uscì dalla gonna di Tansy e si mise a camminare sulla coperta. Nell’attimo in cui pensò: “Eccolo, è quello!” Norman si buttò sull’insetto e lo schiacciò col piede mentre cercava di scappare sul pavimento. Egli fu conscio di un pensiero molto velato nella sua mente: “La sua anima ha cercato il corpo più vicino. E ora il mio fedele sovrano non eseguirà più alcun incarico per me. Non animerà né carne umana, né legno, né pietra. Mi dovrò cercare un altro cane.”

«Restituiscile ciò che le hai tolto.»

Questa volta la pausa fu più lunga, lo spiraglio si chiuse del tutto, la figura legata si agitò come se stesse per rotolare su se stessa. Le labbra si mossero, la mascella rilassata si strinse. Conscio solamente di quel peso oscuro sulla sua mente e di una consapevolezza dei sensi così acuta che credette di avvertire il battito del cuore nel corpo di Tansy, egli si chinò, tagliò la corda, tolse i tamponi che aveva messo ai polsi e alle caviglie perché i legacci non le facessero male.

La testa rotolava qua e là senza posa. Le labbra si muovevano, pareva che dicesse “Norman”. Le palpebre batterono ed egli si sentì come un brivido che gli attraversava il corpo. Poi in un fluire improvviso, gioioso, come un fiore che sboccia miracolosamente in un attimo, l’espressione tornò sul suo viso, le mani abbandonate si rianimarono, si posarono sulle spalle di Norman, e dagli occhi aperti, un’anima senza timore, sana, lucida lo guardò in faccia.

Un istante dopo, l’oscurità repellente che premeva sul suo cervello sparì.

Con uno sguardo sconfitto, velenoso, la signora Gunnison si voltò ed uscì. Norman udì i suoi passi allontanarsi, la porta dell’ingresso che si apriva. Poi le braccia di Norman cinsero Tansy, le loro labbra s’incontrarono.

20

Appena la porta d’ingresso si chiuse, come se fosse stato un segnale, Tansy respinse il marito sebbene le sue labbra gli restituissero ancora il bacio.

«Non dobbiamo osare di essere felici, non dobbiamo, Norman» gli disse «Neanche per un attimo.»

Uno sguardo turbato e apprensivo rannuvolava l’anelito di felicità nei suoi occhi, come se guardasse un muro alto che le nascondeva la luce del sole. Quando rispose alla domanda spaventata di Norman, fu in un sussurro, come se il fatto solo di pronunciare quel nome fosse in sé pericoloso.

«La signora Carr…»

Le sue mani gli strinsero il braccio come per avvertirlo dell’imminenza del pericolo.

«Norman, io ho paura, io ho una tremenda paura. Per noi due. La mia anima ha imparato tante cose. È tutto diverso da ciò che pensavo. Molto peggio. E la signora Carr…»

Le mente di Norman divenne di colpo annebbiata ed esausta. Gli pareva odioso dover spezzare quella sensazione di sollievo. Il desiderio di pretendere, per un po’ di tempo almeno, che le cose fossero razionali e comuni era diventato per lui una specie di bramosia. Guardò Tansy completamente stordito come se fosse un’immagine di un sogno di un fumatore d’oppio.

«Sei salva» le disse un po’ brusco. «Io ho combattuto per riaverti, ora che mi sei stata restituita io non ti lascerò più. Nessuno ti potrà toccare, nessuno.»

«Oh, Norman» disse abbassando gli occhi. «So che sei stato coraggioso e così in gamba, so i rischi che hai corso, i sacrifici che hai dovuto fare per me, rinunciando per un’intera settimana ad usare la tua mente raziocinante, sopportando la bestialità della mente denudata di quella donna. E hai battuto Evelyn Sawtelle e la signora Gunnison lealmente, con le loro stesse armi. Ma la signora Carr?» le sue mani gli trasmisero il loro tremore. «Norman, quella ti ha lasciato fare, ha solo atteso che tu le battessi, voleva impaurire quelle donne e ha preferito che fossi tu a farlo anziché lei. Ora però ci si mette anch’essa».

«No, Tansy, no» le diceva con monotona insistenza; ma era incapace di trovare alcun argomento per sostenere il suo diniego.

«Povero caro, tu sei stanco» disse diventando di colpo tenera e affettuosa. «Ti porto qualcosa da bere.»

Gli sembrò di aver continuato a battere le ciglia e a fregarsi gli occhi e a scuotere il capo, e nient’altro sino al momento in cui tornò Tansy con la bottiglia.

«Vorrei cambiarmi» disse guardando il suo vestito stracciato e sgualcito. «Poi dobbiamo parlare.»

Bevve d’un fiato la dose di whisky, che era piuttosto forte, poi se ne versò un’altra. Ma l’alcool non gli procurò alcuno stimolo. Non lo aveva liberato da quella sensazione di narcosi. Anzi, questa sensazione s’intensificava. Dopo alcuni minuti si alzò e andò traballando sino alla camera da letto.

Tansy aveva indossato un vestito di lana bianca, un abito che a lui era sempre piaciuto, ma che non aveva messo da molto tempo. Ricordò che se lo sentiva stretto, troppo piccolo per lei. Ma ora capiva che nella gioia del ritorno si sentiva felice di ritrovare il suo corpo giovanile e lo voleva mostrare sotto la sua luce migliore.

«È come entrare in una casa nuova» gli disse con un sorriso che per un attimo cancellò la sua espressione ansiosa. «O meglio, come tornare a casa dopo una lunga assenza. Ti senti felice, ma ogni cosa ti sembra un po’ strana. Ci vuole un po’ per riabituarsi.»

Ora che lei aveva pronunciato la parola strana, Norman si rendeva conto che c’era una specie di incertezza nei suoi movimenti, nei gesti, nelle espressioni; pareva come una convalescente dopo una lunga malattia, che sa solo alzarsi e camminare.

Si era pettinata all’indietro, e i capelli le ricadevano sulle spalle. Era ancora scalza e ciò la rimpiccioliva, le dava l’aria di una ragazzina. La trovò attraente anche se la vedeva con una mente istupidita e annebbiata.

Norman le aveva portato una bibita, ma lei l’assaggiò appena e la ripose sul tavolo.

«No, Norman. Noi dobbiamo parlare» disse. «Ci sono molte cose che ti devo dire e forse non avremo molto tempo per discuterne.»

Lui si guardò attorno: per un attimo gli occhi gli caddero sulla porta bianca dello spogliatoio di Tansy. Poi annuì con gravità e si sedette sul letto. Quell’impressione di sogno da narcosi era più forte che mai e la voce stranamente vivace e i modi asciutti di Tansy parevano far parte di quel sogno.

«Dietro tutta questa faccenda c’è la signora Carr» cominciò a dire. «È stata lei ad avvicinare la signora Gunnison e Evelyn Sawtelle, e questo fatto di per sé è piuttosto significativo: le donne sono sempre molto discrete sulle questioni di magia, lavorano da sole. Un pizzico di scienza viene tramandato dalle vecchie alle giovani, specialmente da madre a figlia, ma sempre con moderazione e con molta diffidenza. Questo è l’unico caso di cui la signora Gunnison abbia sentito parlare (io l’ho saputo scrutando la sua mente), in cui tre donne hanno fattivamente collaborato. È un avvenimento senza precedenti, di un’importanza rivoluzionaria, che promette Dio solo sa quali cose per l’avvenire. Perfino adesso, io non posseggo che un infimo indizio delle ambizioni della signora Carr. Queste ambizioni mirano ad un vasto accrescimento dei suoi poteri. Sono già tre quarti di secolo, più o meno, che lei sta tramando la sua tela.»

Norman incamerava apaticamente queste insolite asserzioni. Bevve un altro sorso di whisky.

«A vederla sembra un’innocua vecchietta, un po’ svanita, ma molto puritana in superficie, infantile ma pudica» continuò Tansy. Norman trasalì perché gli era parso di avvertire nella voce di lei una nota di segreto giubilo. Era un contrasto così inaspettato che si persuase di essere stato vittima della sua immaginazione. Quando lei riprese a parlare, quella nota era sparita dalla sua voce.

«Ma questo è solo una parte del suo travestimento, da aggiungere alla voce suadente e ai suoi modi cordiali. È l’attrice più furba che esista al mondo. Sotto quella corteccia è dura come l’acciaio, è fredda nei punti che per la signora Gunnison sono scottanti, è ascetica laddove la signora Gunnison è schiava dei suoi appetiti. Ma anch’essa ha i suoi appetiti, profondamente nascosti nell’intimo. Ha una grande ammirazione per il Massachussets puritano. Talvolta ho la stranissima sensazione che cerchi di restaurare, con mezzi inimmaginabili, quella comunità che aveva bandito le streghe, la cosidetta comunità teocratica, e di volerla restaurare così com’era, ma ai nostri giorni.

“Domina le altre due donne per mezzo della paura. In un certo senso esse sono poco più di due apprendiste nel suo laboratorio di stregoneria. Tu che sai qualcosa della signora Gunnison, capirai ciò che intendo dire quando dichiaro che ho visto i pensieri della signora Gunnison fremere di terrore perché s’immaginava di aver leggermente offeso la signora Carr.»

Norman terminò il suo whisky. La sua mente, anziché afferrare questa nuova minaccia, se ne allontanava. Si sarebbe dovuto svegliare a suon di frusta, si disse svogliatamente. Tansy spinse il suo bicchiere verso quello di Norman.

«La paura della signora Gunnison è giustificata perché la signora Carr ha poteri così malefici che non ha mai bisogno di usarli, tranne che per minacciare. I suoi più potenti atout sono gli occhi. Con quelle spesse lenti possiede l’arma sovrannaturale, la più temuta, l’arma contro la quale sono diretti più della metà di tutti i sortilegi protettivi, l’arma il cui nome è noto in tutto il mondo e che è diventata il bersaglio preferito degli scettici: il malocchio. Con quella può impadronirsi dell’anima di un altro individuo solo a guardarlo.

“Finora si è trattenuta perché voleva punire le altre due, colpevoli di disubbidienza leggera, ponendole in una situazione in cui avrebbero dovuto per forza chiedere il suo aiuto. Ma ora si sbrigherà ad agire. Nel tuo operato ha avvertito un pericolo per la sua persona.»

La voce di Tansy era diventata così concitata ed affannosa, che Norman comprese che lottava contro il tempo. «Inoltre, ha un altro movente sepolto in fondo all’oscurità della sua mente. Non oso neanche citarlo, ma a volte l’ho sorpresa che studiava i miei movimenti, le mie espressioni con la più strana avidità.»

S’interruppe di colpo e divenne pallidissima.

«Ora la sento… sento che cerca di farmi uscire da me stessa… sta penetrando in me… Nooo!» Tansy gridò. «No, non puoi farmelo fare… io non voglio… non voglio

Prima che se ne rendesse conto, sua moglie era caduta in ginocchio, si aggrappava alle sue gambe, gli stringeva le mani. «Non lasciare che quella donna mi tocchi, Norman» balbettava come un bambino terrorizzato. «Non lasciare che mi venga vicino.»

«Non temere, non la lascerò avvicinare…» disse finalmente sveglio.

«Oh, ma tu non la puoi fermare… sta venendo qui… col suo stesso corpo. Vedi che non ha paura di te? Viene per portarmi via l’anima un’altra volta. Io non ti posso dire ciò che vuole, è una cosa troppo ripugnante.»

L’afferrò alle spalle. «Tu me lo devi dire» le disse. «Di che si tratta?»

Lentamente alzò il suo viso sbiancato, impaurito, e i suoi occhi guardarono negli occhi di Norman e non li abbandonarono neppure un secondo mentre gli parlava. «Lo sai che la signora Carr ti ama, Norman. Tu conosci i suoi modi ridicolmente giovanili. Sai che vuol sempre avere gente giovane intorno a sé, che si nutre dei loro sentimenti, della loro innocenza, dei loro entusiasmi. Norman, l’appetito della signora Carr per tutto ciò che è giovane è stato per anni e anni la sua passione dominante. Ha respinto la vecchiaia e la morte per molto tempo, più tempo di quanto tu possa immaginare. È più vicina ai novanta che ai settanta, ma inesorabilmente, la marcia del tempo incombe su di lei. Non è la morte di cui ha paura, ma farebbe qualsiasi cosa, capisci, qualsiasi cosa, Norman, per possedere un corpo giovane.

“Non lo vedi, Norman? Le altre due volevano la mia anima, ma questa vuole il mio corpo. Non hai mai notato il modo in cui ti guarda? Ti desidera, Norman, quella vecchia megera, desidera te e vuole amarti fisicamente impossessandosi del mio corpo. Vuol possedere il mio corpo e intrappolare la mia anima in quel vecchio manico di scopa: questo è il suo vero corpo, far morire la mia anima in quel corpo ignobile, in quella sozza carne. Ed ora viene qui, sta venendo qui adesso.»

Guardò con profondo orrore i suoi occhi terrorizzati, fissi, quasi ipnotici.

«La devi fermare, Norman, la devi fermare nell’unico modo in cui si possa fermare.» E senza staccare gli occhi da quelli del marito, Tansy si alzò e uscì a ritroso dalla stanza.

C’era effettivamente qualcosa di ipnotizzante, nei suoi occhi, uno strano effetto del suo terrore, perché parve a Norman che appena uscita dalla stanza essa fosse già di ritorno al suo fianco e gli metteva in mano qualcosa di freddo, di duro e di angoloso.

«Dovrai fare molto presto» stava dicendo «se tu esiti per il minimo istante, le darai l’occasione anche breve di fissarti con i suoi occhi e sarai perduto… ed io sarò perduta per sempre. Lo sai come fa il cobra, che sputa veleno negli occhi delle sue vittime… ebbene è così. Sii pronto, Norman, è molto vicina.»

Si udirono dei passi affrettati nel vialetto del giardino, la porta d’ingresso si aprì di colpo: Tansy si spinse contro suo marito, così vicina da sentire sul petto i suoi seni. Le sue labbra umide cercarono le sue. Le restituì il bacio quasi brutalmente. Lei sussurrò: «Fa’ presto, tesoro» e poi scappò.

I suoi passi erano ora nel corridoio, Norman alzò la rivoltella. Si avvide allora che la camera da letto era immersa in una strana, non naturale oscurità. Tansy aveva chiuso le tende. La porta della camera da letto si aprì verso l’interno. Una forma sottile, in abito di seta grigia, si profilò contro la luce del corridoio. Oltre la canna della rivoltella egli vide il viso appassito, le lenti spesse. Le sue dita erano sul grilletto.

La testa dai capelli d’argento si scosse.

«Presto, Norman, presto!» La voce era vicino a lui, nervosa.

La figura in grigio nel vano della porta non si mosse. La rivoltella oscillò, poi improvvisamente si girò fino a puntarsi sulla figura che gli stava vicino…

«Norman

21

Un venticello irrequieto agitava le foglie della quercia posta come una sentinella corpulenta a guardia della casa dei Carr.

Nell’oscurità generale, il bianco dei muri esterni, un bianco immacolato, così perfetto che i vicini dicevano ridendo che la vecchia signora Carr usciva ogni notte dal suo letto, quando tutti erano a dormire, e li lavava con un pennello dal manico lunghissimo. Dappertutto si aveva l’impressione di vecchiaia pulita, ordinata, sana. La casa aveva perfino un suo odore, come un vecchio cassettone nel quale un capitano dei tempi andati avesse trasportato spezie raffinate durante i suoi viaggi nei mari della Cina.

La facciata della casa guardava verso il campus. Le alunne la potevano vedere quando si recavano in aula, e ricordavano i pomeriggi trascorsi in quella casa, sedute ritte sulle sedie dure, sfoggiando i loro modi più raffinati, mentre un allegro fuoco di legna ardeva sugli alari di rame lucidissimi al centro di un grande camino bianco. La signora Carr era una donna così cara, nella sua severa ingenuità. Le si faceva credere ogni cosa, pensavano le ragazze. E raccontava le storie più strane, con dei particolari impossibili di cui non era neppure cosciente. E con il suo tè profumato di cannella serviva dei biscotti allo zenzero che erano una delizia.

Una luce si accese nell’atrio, producendo ombre strane sul legno intagliato dalla veranda. La porta bianca a sei pannelli si aprì sotto la luce dell’ingresso.

«Io vado, Flora» gridò il professor Carr. «Le tue compagne di bridge sono un po’ in ritardo, mi pare?»

«Non tarderanno» risuonò nell’atrio la voce argentina. «Ciao, Linthicum.»

Il professor Carr chiuse la porta. Che peccato non poter partecipare alla partita di bridge. Ma la tesi che il giovane Rayford stava per leggere sulla Teoria dei numeri primi, sarebbe stata indubbiamente interessante. Non si poteva avere tutto. I suoi passi risuonarono sulla ghiaia del vialetto fiancheggiato da una siepe bassa con piccoli fiori bianchi che parevano un merletto. I passi svanirono appena ebbe raggiunto il cemento del marciapiede.

Sul lato posteriore della casa una macchina si fermò. Poi si udì un rumore attutito, come di qualcosa che si trasporta, e poi dei passi lenti, pesanti. Una porta si aprì dietro la casa e per un attimo, nell’arco illuminato, apparve un uomo che portava sulla spalla un fagotto enorme che poteva sembrare il corpo fasciato di una donna, solo che un andirivieni strano come questo era impensabile in casa dei Carr, lo avrebbe confermato qualsiasi vicino. Poi la porta si chiuse, e per un altro po’ vi fu solo silenzio, mentre la brezza agitava le foglie della grande quercia.

Con un tremendo spreco di copertoni, una Studebaker nera frenò davanti al cancello. Ne uscì la signora Gunnison. «Spicciati, Evelyn» disse «ci hai fatto far tardi ancora una volta. Lo sai che le dà sui nervi.»

«Ho fatto più presto che potevo» rispose lamentosamente la sua compagna.

Appena la porta a sei pannelli si aprì, il profumo di spezie divenne tangibile.

«Venite tardi, carissime» disse la voce argentina e ridente. «Ma per questa volta vi perdono perché ho una sorpresa per voi. Entrate.»

Seguirono la fragile figura vestita di fruscianti sete sino al soggiorno. In piedi vicino al tavolino da gioco, con la sua tovaglia ricamata e due piatti di cristallo pieni di dolci, c’era Norman Saylor. La luce della lampada mista a quella del fuoco nel camino, illuminava il suo viso privo di espressione.

«Poiché Tansy non ha potuto venire» disse la signora Carr «Norman ha acconsentito a fare il quarto. Non è una bella sorpresa? Non è carino da parte del professor Saylor?»

La signora Gunnison parve fare appello a tutto il suo coraggio.

«Non sono tanto sicura che questa combinazione mi piaccia» disse dopo un po’.

«Da quando in qua le cose hanno da piacerti o no?» rispose tagliente la signora Carr, in piedi ed eretta. «Sedetevi tutt’e due.»

Appena ebbero preso posto intorno al tavolo, la signora Carr fece scorrere le carte, scegliendone due dal mazzo. Quando parlò la sua voce era dolce e squillante come sempre.

«Ecco, queste siete voi» disse piazzando la dama di quadri e la dama di fiori davanti a loro. «E questo è il professor Saylor.» Aggiunse il re di cuori alle due altre carte. «E qui ci sono io.» Mise la regina di picche sulle altre tre carte. «Qui a lato c’è la regina di cuori, Tansy Saylor. Ciò che intendo fare è questo.» Mosse la regina di cuori in modo che coprisse quella di picche. «Non capite? Be’ non è proprio ciò che sembra, e nessuna di voi è particolarmente intelligente, ma a momenti capirete tutto. Il professor Saylor e io abbiamo avuto in questo momento una conversazione interessantissima» continuò. «Concerne il suo lavoro. Non è vero, professor Saylor?» Lui annuì. «Ha fatto delle scoperte assolutamente sensazionali. A quanto pare esistono delle leggi fisse che regolano ciò che noi donne abbiamo empiricamente sperimentato. Gli uomini sono così intelligenti in certe cose, non vi pare? Egli è stato così gentile a riferirmi tutte quelle leggi. Non vi potete neanche immaginare come rende ogni cosa più sicura, e più efficace. L’efficienza è la cosa più importante, oggigiorno. Ebbene, il professor Saylor ha già fatto qualcosa per me, ma non vi dirò che cosa, però c’è una sorpresa per ognuna di voi, e una per qualcun altro. E guai se una di voi intende far qualcosa di maligno… mi sarebbe facile toglierle… voi sapete di che sto parlando.

“E ora accadrà qualcosa che metterà in grado il professor Saylor e me di lavorare in avvenire in stretta collaborazione, così stretta che voi non lo potete nemmeno immaginare. Siete qui per aiutarmi. Ecco perché vi ho fatto venire. Norman, apra la porta della stanza.»

Era una porta scorrevole di antica foggia, di un bianco lucente. La spinse lentamente da una parte.

«Ecco» disse la signora Carr «oggi sono piena di sorprese per voi.»

Il corpo di Tansy era legato alla poltrona, ed era imbavagliato. Al di sopra del bavaglio, i suoi occhi fulminavano tutti con uno sguardo di odio impotente.

Evelyn Sawtelle si alzò a mezzo, soffocando un grido.

«Non c’è bisogno di fare l’isterica, Evelyn» disse la signora Carr «ora la sua anima è dentro il suo corpo.»

Evelyn Sawtelle tornò a sedere, ma le sue labbra tremavano.

La signora Gunnison era pallida ma stringeva le mascelle e aveva appoggiato i gomiti sul tavolo. «Non mi va» disse. «È troppo rischioso.»

«Ora io sono in grado di correre dei rischi che non avrei potuto correre una settimana fa, mia cara» disse dolcemente la signora Carr. «In questa faccenda il tuo aiuto e quello di Evelyn mi sono indispensabili. Naturalmente, se non volete, io non vi obbligo. Spero soltanto che ne comprendiate le conseguenze.»

La signora Gunnison abbassò lo sguardo. «Va bene» disse «ma facciamo presto.»

«Io sono una donna molto vecchia» cominciò la signora Carr con una lentezza esasperante «e sono innamorata della vita. È sempre stato per me un sentimento molto deprimente pensare che la mia vita si avvicini alla fine. E per motivi che probabilmente voi comprenderete, io temo la morte un po’ più della maggior parte delle persone.

“Ma ora sembra che io debba, una volta ancora, godere di quelle gioie che una donna vecchia considera perdute per sempre. Le insolite circostanze di queste ultime settimane mi hanno aiutata a preparare il terreno. Anche il professor Saylor mi è stato di grande aiuto. E voi, carissime, mi aiuterete anche voi. Vedete, bisogna creare un certo tipo di tensione, e soltanto le persone che hanno una determinata esperienza alle spalle sono in grado di farlo. E poi occorrono proprio quattro persone. Il professor Saylor (un uomo dalla mente così brillante!) mi dice che è come produrre una tensione elettrica, in modo da poter far scattare una scintilla da un punto a un altro. Solo che questa volta la traiettoria parte da qui, dove io sono seduta, fin lì» e indicò la figura imbavagliata. «E le scintille dovranno essere due. Quando tutto sarà finito, la regina di cuori coprirà interamente la regina di picche, e anche la regina di picche coprirà interamente la regina di cuori. Vedete, carissime, questa sera viviamo in un mondo a quattro dimensioni! Ma le cose che non si vedono sono sempre le più importanti. Non vi pare?»

«Tu non lo puoi fare» esclamò la signora Gunnison. «Non sarai in grado di nascondere la verità.»

«Ah, davvero, tu credi che…? Al contrario. Io non avrò il minimo sforzo da fare. Lasciate che vi chieda cos’accadrebbe se la vecchia signora Carr pretendesse di essere la giovane signora Saylor? Lo sapete benissimo cosa accadrebbe a quella dolce innocente vecchia signora. In certi casi le leggi e le credenze di una società scettica fanno veramente comodo.

“Norman” proseguì lei “possiamo cominciare col fuoco. Io dirò alle altre cosa dovranno fare di preciso.»

Norman gettò una manciata di polvere sul fuoco. Vi fu una vampata, poi un odore pungente, nauseante invase la stanza.

E chissà? vi sarà stato forse un movimento al centro del mondo, un fluire di silenziose correnti nella tenebra oscura. Sulla faccia buia del pianeta un milione di donne si saranno rivoltate, irrequiete, nel sonno, e alcune si saranno svegliate tremanti e terrorizzate. Sul lato rischiarato della terra un altro milione di donne si sarà sentito nervoso e strani sogni ad occhi aperti si saranno rincorsi nella loro mente. Alcune avranno fatto degli errori nel loro lavoro, e avranno ripreso ad addizionare colonne di cifre, o ad attaccare un filo diverso a una valvola diversa, o a mandare agli scarti un pezzo di metallo mal punzonato, o a rifare il biberon del bambino. Alcune si saranno ritrovate con strani sospetti che fiorivano come funghi nei loro pensieri; e forse una certa massa fisica avrà cominciato a lavorare sempre più vicino al suo punto d’appoggio, come una trottola che tentenna e scivola lentamente verso il bordo del tavolo. E alcune creature che si saranno trovate vicino a quel punto, vedendo ciò che stava per accadere, saranno fuggite terrorizzate nell’oscurità. Poi arrivata sull’orlo la trottola si sarà fermata. L’irregolarità dei suoi movimenti sarà cessata ed avrà ripreso il suo moto regolare.

E forse le correnti avranno cessato di turbare la tenebra, restaurando, a un tratto, il perduto equilibrio…

Norman Saylor aprì i vetri, sotto e sopra, per far scomparire i pungenti vapori residui. Poi tagliò le corde che trattenevano legata la donna e le tolse il bavaglio dalla bocca. Lei, dopo un attimo si alzò e senza una parola la coppia lasciò la stanza.

In tutto quel tempo le altre non avevano detto una parola. La figura vestita di seta grigia sedeva con la testa china, le spalle incurvate, le mani fragili abbandonate sui fianchi.

Nell’arco della porta, la donna che Norman Saylor aveva slegata si voltò:

«Una sola cosa vi voglio dire ancora. Tutto ciò che vi ho detto prima, in questa seduta, era vero, tranne una cosa.»

La signora Gunnison alzò gli occhi, Evelyn Sawtelle si voltò a mezzo sulla sedia. La terza donna non si mosse.

«L’anima della signora Carr non è stata trasferita nel corpo di Tansy Saylor questa sera. La cosa era avvenuta molto prima, quando la signora Carr aveva rubato l’anima di Tansy Saylor alla signora Gunnison, occupando il corpo di Tansy Saylor, allora svuotato del suo io, e legato, e lasciando che l’anima di Tansy Saylor rimanesse intrappolata in quel suo corpo vetusto, destinato a essere ucciso dal proprio marito, in conformità ai piani stessi della signora Carr. Perché la signora Carr sapeva che Tansy Saylor avrebbe avuto soltanto un pensiero disperato: correre a casa, da suo marito. E la signora Carr era sicura di poter persuadere Norman Saylor a uccidere il corpo che, a sua insaputa, racchiudeva l’anima di sua moglie, persuaso di uccidere invece la signora Carr, anima e corpo. E con questo gesto avrebbe segnato la fine dell’anima di Tansy Saylor.

“Tu lo sapevi, Hulda Gunnison, che la signora Carr si era impadronita dell’anima di Tansy Saylor che tu tenevi prigioniera, esattamente allo stesso modo in cui tu l’avevi rubata a Evelyn Sawtelle, e per le stesse ragioni. Ma non hai voluto rivelare questo punto a Norman Saylor perché avresti perduto la tua carta migliore di ricatto. Questa sera tu hai sospettato che qualcosa non quadrava, ma non hai osato fare domande.

“Ed ora, il risultato dell’esperimento di questa sera, effettuato con il vostro aiuto, è questo: l’anima della signora Carr è tornata nel corpo della signora Carr, e quella di Tansy Saylor nel corpo di questa. Nel mio corpo. Buona notte, Evelyn, buona notte, Hulda, ciao, Flora, cara.»

La porta dai sei pannelli si chiuse dietro di loro e la ghiaia del vialetto scricchiolò sotto i loro passi.

«Ma come hai fatto a capirlo?» fu la prima domanda di Tansy. «Quando mi hai visto in piedi nell’arco della porta, che ti guardavo dietro gli occhiali, col fiato grosso per aver corso verso di te, con un unico pensiero nella mente, quello di trovarti… come hai fatto a sapere che ero io?»

«In parte» disse pensandoci un po’ «è stato perché lei, alla fine si era tradita. Aveva cominciato a parlare gonfiando le parole, in quel suo modo enfatico, caratteristico. Ma questo gesto, da solo, non sarebbe bastato. Era un’attrice troppo consumata. Deve aver studiato il tuo comportamento per anni e anni. Ma ora che ho veduto come facevi bene la sua parte questa sera, così, senza alcuna preparazione o quasi, mi chiedo come sono riuscito a vedere attraverso la sua persona…»

«Ma allora…?»

«È stato anche per il modo in cui correvi nel vialetto: non mi è sembrato il modo di correre della signora Carr. E c’era un’altra cosa, il modo come si teneva eretta. Ma è stato soprattutto il momento in cui hai scosso il capo, tre volte di seguito. Era impossibile non riconoscerti. Dopodiché ho scoperto tutte le altre cose.»

«Ma non credi che dopo tutto ciò che è successo, ti verrà sempre da chiederti chi sono io, in realtà?»

«Probabilmente sì» rispose con fare serio «ma sarò sempre in grado di dominare i miei sospetti.»

Udirono dei passi affrettati in fondo al giardino e uno scambio di saluti fra due figure nell’ombra.

«Ciao, voi due» disse Gunnison. «È già finito il bridge? Pensavo di tornare indietro con Linthicum e riportare a casa Hulda con la macchina. Senti, Norman. Pollard è venuto a parlarmi dopo la lettura della tesi. Ha cambiato improvvisamente parere sulla faccenda che sai. Di conseguenza i consiglieri hanno annullato la loro riunione di domani.»

«È stata una tesi interessantissima» disse il professor Carr. «Ho avuto la soddisfazione di chiedere al laureando un paio di cosucce birichine alle quali, devo dire, ha risposto molto bene, dopo che qualche punto di secondaria importanza era stato chiarito. Mi spiace non aver potuto essere al bridge. Mah! Penso non cambi nulla.»

«E la cosa più buffa» disse Tansy dopo che ebbero ripreso la strada «è che egli troverà effettivamente che non è cambiato nulla!» e scoppiò a ridere di quel riso contagioso, segno di grande sollievo.

«Tesoro mio» gli disse ancora Tansy «credi veramente a queste cose, o fai finta di crederci per il mio bene? credi veramente di aver ricuperato l’anima di tua moglie imprigionata nel corpo di un’altra? Oppure la tua scienza, la tua mente scientifica ti ha già spiegato che hai trascorso quest’ultima settimana facendo finta di credere alla stregoneria per guarire tua moglie e tre vecchie nevrotiche dall’illusione di essere l’un l’altra e varie altre sciocchezze?»

«Non lo so» disse Norman piano e con la stessa serietà di prima. «Non lo so proprio…»

FINE