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Dolce triste regina delle isole vaganti

Frederik Pohl

Dopo un lungo periodo d’inattività letteraria, in cui si era limitato alla direzione di collane come «If» e «Galaxy», una decina d’anni fa Fred Pohl riprendeva a scrivere, sbalordendo tutti con opere stupende come La porta dell’infinito e Uomo più, e dimostrando una capacità di rinnovamento incredibile in un autore che aveva alle spalle una carriera tanto lunga e luminosa. Soltanto questo Pohl, il Pohl della seconda giovinezza, avrebbe potuto scrivere un romanzo breve come questo: scritto in uno stile vagamente ispirato al compianto Cordwainer Smith, in un futuro al tempo stesso assurdo e affascinante, dove navi grandi come isole traggono succo e minerali dai mari della Terra e dove si snoda bella e avvincente la vicenda romantica di un uomo che cerca di proteggere se stesso e una dolce fanciulla da un fato iniquo e dalle minacce di un morto.

Frederik Pohl

Dolce triste regina delle isole vaganti

I

Nell’anno duemila e tre, sul mare nata,
al retaggio del padre fu legata.
E nel duemila e dieci Ben, suo fratellastro,
mutò l’eredità di lei in un capestro.
Ebbe amori e li perse, conobbe gioie e pianti,
dolce, triste regina dell’isole vaganti.

Fu perché gli feci un favore che il commodoro mi promise che avrei sempre avuto un lavoro nella Flotta. Io lo presi subito in parola, tant’è vero che ancor oggi mantengo quell’incarico. La mia qualifica, la paga e le condizioni di lavoro sono cambiate dozzine di volte da allora, e ultimamente non proprio in meglio. Ma perfino Jmmi Rex riconosce che ho diritto a quest’impiego e me lo garantisce. Miseramente.

Il favore che feci a James Mackenzie risale a molto tempo prima che diventasse commodoro, e avrei potuto finire in carcere per quella faccenda. — Jason — mi disse, — dammi un mese. Ho bisogno di una proroga nella scadenza del prestito, e se me lo fai avere non dovrai più preoccuparti di nulla finché vivi. — All’epoca io ero un giovanottello poco più che ventenne, un premi-pulsanti nel reparto-dati di una banca. — Invece dovrei preoccuparmi della legge — risposi. — Delle leggi sull’estradizione, se non altro, perché falsificare dati è un reato da codice penale. — Lui rise. — Soltanto se ti prendono — disse. — E non ne avranno la possibilità perché sarai in mare, dove le leggi nazionali non hanno giurisdizione. — In quel periodo stava facendo costruire la sua prima isola galleggiante, capite, e aveva usato tutto il denaro di sua moglie più quello che era riuscito a risucchiare a due suoi sostenitori finanziari. Il terzo sostenitore, quello più grosso, esitava ancora ad addossarsi il rischio.

Anche in quei giorni era un uomo potente, James Mackenzie. A quarant’anni non lo era forse più di molti altri, però disponeva di lampeggianti occhi azzurri e di un sorriso sicuro, e dovunque andasse sapeva come rivolgersi agli uomini con cui voleva parlare. Ma ciò che mi fece decidere non fu la promessa di Mackenzie: fu la sua giovane moglie, Lady Ella. Lo amava molto. Così una notte feci un po’ di straordinario e cambiai alcuni dati della sua documentazione, sudando di paura. Ebbe i suoi trenta giorni. E all’ultimo momento il finanziatore arrivò con il denaro per terminare la grande imbarcazione: così James Mackenzie diventò il commodoro.

Era un gran bastardo, il commodoro Mackenzie, però aveva stile. A me toccarono cinquanta azioni del carico e un titolo: Assistente Esecutivo del Comandante della Flotta. Faceva un bell’effetto, anche se la Flotta era ancora composta da un solo vascello. Ma un’isola galleggiante era una macchina possente e costosa, si rimorchiava attorno venti chilometri di tubazioni e pompe, e il ponte avrebbe potuto ospitare una cittadina di piccole dimensioni. Il commodoro fece una cosa da non credersi con quel ponte, o almeno con la parte anteriore: lo coltivò. Quando lo scafo era ancora in cantiere pompò a bordo mezzo milione di metri cubi di fango dal fondale della baia di San Francisco. L’acqua colò via dagli imbrinali e il terriccio rimase. Salpò quindi verso Tacoma per aspirare acqua fredda dalle profondità, e restò nella zona più umida e tempestosa della costa del Pacifico finché la pioggia non ebbe ripulito il fango. A bordo vennero portati semi, alberelli e bulbi, e quando iniziammo la nostra prima crociera avevamo già un prato, giardini e un piccolo bosco; perché la sua amata Lady Ella odiava il mare. La residenza del proprietario era dunque un appartamento nel sottoponte, con una veranda al disopra, e sedendovi lì avreste avuto l’impressione d’essere in una tenuta del continente cinta da siepi e prati, del tutto immobile e rallegrata da un’eterna primavera. Le isole galleggianti non aspettano mai la brutta stagione. Non sono piattaforme ancorate o fissate al fondale: devono andare a cercare i posti dove la temperatura dell’aria e del mare consente loro di funzionare e lavorare al meglio.

Per quattro anni tutto procedette bene, io fui felice e la grande barca navigò lentamente nelle zone più fruttuose nel meridione dell’oceano tirando su il freddo e mettendolo in funzione contro il caldo, e… oh, come affluiva il denaro! Nel quarto anno la nostra felicità giunse al culmine perché Lady Ella rimase incinta. Era una donna fragile, tutto spirito e niente energia, e c’erano giorni in cui perfino il mare più calmo la faceva star male. Ma con la gravidanza rifiorì, tornando deliziosa e splendente. E quando la bambina nacque era ancora più bella della madre. Fu nel mese di maggio, perciò la chiamarono May, ma subito dopo la felicità ebbe termine perché Ella morì. La causa non era stata il parto, dato che i migliori ginecologi venuti da Sidney e San Francisco l’avevano assistita. Fu un cancro. Lei era vissuta con quel segreto negli ultimi mesi e s’era rifiutata di lasciarsi operare perché il chirurgo avrebbe dovuto toglierle anche il feto dall’utero. La fatica del parto fu solo ciò che le tolse le ultime energie.

Sul letto di morte chiese d’essere sepolta sulla terra. Con occhi incapaci di piangere il commodoro andò negli alloggi dell’equipaggio e scelse la moglie di un meccanico, Elsie Van Dorn, una donna placida e robusta dai modi gentili. Quando poi tornò dal funerale prese tutte le azioni della Flotta che erano state di Ella, le trasferì a nome di May, e diede a me un nuovo incarico. — La Van Dorn sarà la sua nutrice — disse, — ma tu sei da ora il suo padrino e la terrai a battesimo. — Questo mi stupì perché il suo unico Dio era sempre stato il denaro. — Ti nomino Direttore Generale della Compagnia May Mackenzie, e se farai qualcosa di sporco ti ucciderò con le mie stesse mani. Anche se io non sarò più vivo la pagherai ugualmente, perché lascerò del denaro, degli ordini e un fucile a qualcuno che ti terrà d’occhio. — Era sempre in debito con me per quel favore, capite, ma non dimenticava come gliel’avevo fatto.

E poi seguirono sette anni in cui May crebbe come un fiore, finché cominciò ad essere quasi una signorinella.

Ci sono bambine con un volto così bello e uno sguardo tanto dolce che fanno breccia nel cuore di chiunque. May era una di quelle. Per la sua età era snella e delicata, ma anche quando muoveva i primi passi era capace di fermarsi nel suo recinto e spingere lo sguardo sul mare oltre le siepi, con la silenziosa nostalgia di un vecchio marinaio: la luce dolce e triste dei suoi occhi mi faceva dimenticare i pannolini sporchi e i capricci. Quando prese a parlare come una personcina adulta e ad allacciarsi le scarpe da sola ero già innamorato di lei. Non era un sentimento di cui riuscissi a ridere, così non dirò di più, ma era una cosa reale: l’amavo in modo puro, sincero, e continuai ad amarla sempre. Non come padrino.

Per quei sette anni, comunque, ebbe l’amore di suo padre. Era l’unica figlia femmina del commodoro, e la sua sola figlia legittima… la sola, in ogni modo, che io conoscessi, perché l’altro suo figlio, illegittimo, a quei tempi era a scuola e in seguito s’impiegò negli uffici a terra della Flotta. Il commodoro non aveva un momento libero in tutto il giorno, però trovava sempre il tempo di stare un po’ con May, di giocare con lei e di rimboccarle le coperte alla sera. Io ero alquanto meno indaffarato. Non c’era molto lavoro per il Direttore Generale della Compagnia May Mackenzie, visto che ogni suo centesimo era investito nella Flotta: dapprima due isole galleggianti, poi sette, quindi una dozzina. Il denaro affluiva, ma ogni dollaro veniva subito reinvestito. Così ero in competizione con Elsie Van Dorn, e diventai la seconda bambinaia di May. Furono gli anni più belli che avessi mai vissuto; me la portavo dietro per tutta l’enorme imbarcazione. Guardavamo le navi cisterna attraccare al nostro scafo per ricevere nel loro ventre capace l’ammoniaca da noi prodotta, tenendoci un fazzoletto sul naso per non sternutire, e ascoltavamo i sibili dell’idrogeno che pompavamo nelle navi frigorifero, mentre le luci rosse lampeggiavano per ammonire di non accendere fiammiferi e non creare scintille… come se nella Flotta ci fosse qualcuno tanto idiota! Scendevamo attorno alle grandi turbine a bassa pressione che trasformavano il calore in elettricità, e dalla poppa gridavamo grandi saluti agli equipaggi dei battelli da esplorazione che partivano in cerca di superfici più calde e fondali più freddi verso cui fare rotta. Ogni membro dell’equipaggio conosceva May e la coccolava quando lei lo permetteva. Non era un vero e proprio equipaggio, quello: era una piccola città. Avevamo gli addetti alla centrale elettrica, chimici e agronomi, oceanografi, macchinisti, ufficiali di rotta, cuochi, uomini tuttofare, cinque pompieri, ufficiali alle macchine e squadre di meccanici, e perfino giardinieri e contadini per le coltivazioni sul ponte. In tutto, a bordo c’erano oltre milleottocento esseri umani, e credo che May li conoscesse tutti per nome. Ma io ero quello che le stava più vicino: ero il suo padrino e il suo amico. I bambini erano un centinaio, e quattro ragazzine della sua età divennero le sue amiche del cuore, ma io continuavo a essere una persona speciale per lei.

E poi, una mattina, il commodoro venne a colazione nella camera di May, come faceva spesso quand’era a bordo. Sembrava sfinito; ammise d’aver dormito male quella notte, poi ad un tratto cadde in avanti con il volto nel piatto e morì.

Perdonai il commodoro per essere morto a quel modo; non fu colpa sua ed è una cosa che accade a tutti. Ma non gli perdonerò mai d’essere morto lasciando un testamento a causa del quale Ben, il suo figlio bastardo, fu legalmente insignito del compito di essere il guardiano di May finché non fosse giunta al trentesimo anno d’età.

Ben arrivò a bordo prima che il corpo del commodoro fosse freddo, e si sistemò nelle sue stanze prima che l’odore del suo sigaro si fosse dissolto. Il testamento gli conferiva l’uso delle azioni con diritto di voto appartenenti a May. Io avrei potuto proibirgli di vendere o frazionare il patrimonio; avrei potuto riscuotere i dividendi e utilizzarli come credevo meglio… ma dove avrei trovato un investimento migliore delle isole galleggianti?

In ultima analisi, dunque, non potevo fare niente.

Per un mese, poi, sussultai ad ogni ombra, ad ogni minimo rumore alle mie spalle in attesa del sicario pagato dal commodoro, ma costui non comparve. Ebbi però la prova della sua esistenza quando giunse una lettera dalla Nuova Guinea per posta aerea. Diceva soltanto: Non è stata colpa tua, questa volta.

Il commodoro ruppe così non una, ma due delle promesse che mi aveva fatto. La prima era stata quella che riguardava il sicario se non avessi tutelato a dovere gli interessi di May, e sapevo di aver fallito in quel compito, ma non fui ucciso. La seconda era il suo impegno che non avrei dovuto preoccuparmi mai più di niente, mentre invece da quel giorno e per vent’anni di fila non feci altro.

II

Vent’anni e uno fu la sua età di sposa,
ma non fui io cui sorrise radiosa.
Ed a ventidue anni la fanciulla
d’un cupo e asprigno infante empì la culla.
Lo crebbe e lo allevò e gli fu vicina
dell’isole vaganti la regina.

Quando May compì quindici anni, la Van Dorn tornò a lavorare in sala macchine e May partì per la scuola. Portò con sé le amiche con cui era cresciuta, quelle che chiamavamo le altre quattro May, ma Ben non mi permise di andare con loro. — Se vuoi mantenere il tuo lavoro e la tua paga, Jason — ringhiò, — bada di lasciar stare mia sorella May. Quando sarà pronta per amare un uomo sceglierà un giovanotto ricco, bello e istruito, non un vecchio sporcaccione che dorme con le sue calze sotto il cuscino. — Questa era una bugia, e glielo urlai in faccia. Ma tutto il resto era vero: il mio amore era sempre lì. Se May avesse avuto cinque anni di più… se in quel momento avesse avuto anche un solo anno di più le avrei rivelato i miei sentimenti prima che partisse. E forse non mi avrebbe risposto un no. Fra noi c’erano trent’anni di differenza, certo, e non ero precisamente bello. Ma lei s’era sempre sentita a suo agio con me, si fidava di me, e non per caso.

Così Ben il Bastardo venne a insozzare la residenza del proprietario, con la sua moglie giallognola e la loro tozza figlia giallognola, Betsy, a cui non ero mai piaciuto. Potete stare certi che la ricambiavo. L’intera famigliola mi ripugnava. Non avevo mai conosciuto la madre di Ben, anche se sapevo chi era: un’impiegata negli uffici di un avvocato, che il commodoro aveva circuito pur di gettare uno sguardo su alcuni documenti che per lui significavano denaro. Lui aveva gettato lo sguardo; lei s’era tenuta il bambino. Ovviamente al commodoro non era passato neppure per la testa di portarla all’altare, visto che lei non aveva il becco d’un quattrino, e al momento del parto era già lontano e dimentico della cosa. Ma devo dire che il commodoro poi riconobbe questo suo figlio. Pagò un assegno mensile per mantenerlo, anche quando tirar fuori i soldi era duro. Lo mandò a scuola e infine gli diede un impiego nella Flotta, anche se non in mare. Tuttavia non volle che avesse il suo nome.

Perciò fu Benjamin (che significa Dono di Dio) Zoll (il cognome della madre) che quel giorno venne a bordo con in tasca il testamento e nel cuore la ferma volontà di regnare sovrano.

Be’, aveva qualcosa di più che la semplice arroganza. Era un uomo dall’animo gretto, ma un accanito lavoratore. Il primo giorno era già attorno allo scafo in tuta da sommozzatore, e nelle saldature dei serbatoi poppieri scoprì alcune fessure che lo resero furibondo. Prima di sera venti addetti alla manutenzione erano stati licenziati. I nuovi assunti rigarono dritto, e devo dire che mettemmo fine a quella che era stata un perdita di migliaia di dollari alla settimana.

Un’isola galleggiante con i generatori a energia termica vive della differenza che c’è fra la temperatura dell’acqua di fondo e quella di superficie. Quest’ultima scalda il fluido di lavoro, un alocarbonato con bassissimo punto d’ebollizione il cui vapore finisce nelle turbine a bassa pressione. Queste producono elettricità, che usiamo per scindere idrogeno dall’acqua ed estrarre azoto dall’aria, vendendo poi sia questi prodotti sia altri derivati. La difficoltà sta nel fatto che l’alocarbonato è un fluido troppo costoso e non lo si può lasciare a contatto dell’aria. Dev’essere condensato e poi riciclato, cosa per cui occorre una bassa temperatura. Il mare ci dà anche questa. Ci sono immense correnti fredde a livello del fondale, raramente a meno di cinquecento metri dalla superficie, così dobbiamo pompare incessantemente. Pompare acqua fredda dalle profondità, pompare il fluido di lavoro nei collettori solari, pompare acque negli impianti elettrolitici dove si produce il gas, pompare il gas nelle navi frigorifero che lo portano via… su ogni cento kilowattore di energia da noi prodotta, novantasette servono per far funzionare gli impianti.

Ma quello scarto del tre per cento basta a farci ricchi, perché una volta ammortizzate le spese di costruzione un’isola galleggiante resta sempre all’attivo.

Ben Zoll non aveva mai lavorato a bordo, così aveva molto da imparare: fece in fretta. Dal commodoro non aveva ereditato il nome, ma le sue capacità organizzative erano le stesse.

Il nome ce l’aveva May. E Ben il Bastardo le lasciò soltanto quello, bloccando le sue azioni con diritto di voto e tenendola fuori dal consiglio d’amministrazione della Flotta.

Non si può dire che le lesinasse il denaro: May ebbe le scuole migliori, istruttori d’equitazione privati, un guardaroba che avrebbe fatto invidia a una principessa. Per Ben non era un sacrificio inviarle assegni da capogiro. Sui cinque continenti miliardi di persone consumavano insaziabilmente l’idrogeno e i prodotti ammoniacali che noi fabbricavamo. Sotto Ben il Bastardo la Compagnia prosperava.

E anch’io, perché le mie cinquanta azioni sul carico mi avevano già reso milionario. Avrei potuto fare a meno di lavorare, comunque preferii restare a bordo della vecchia O.T. Dove sarei stato meglio? Nessuna persona intelligente si sarebbe mischiata ai miliardi d’individui che si affastellavano sui continenti. A terra imperversava la criminalità, e la vita della gente era caotica e stressante. Io m’ero ormai abituato alla tranquillità garantita dalle Leggi del Mare…

E inoltre, ogni tanto May veniva a casa per una visita.

Non si faceva vedere molto spesso, è vero. Ma c’erano le vacanze scolastiche. Ogni volta che aveva qualche giorno a disposizione si sobbarcava le cinque o sei ore di volo che occorrevano per raggiungerci dal Massachusetts all’Arcipelago di Bismarck, o al Mar dei Coralli, o dove altro eravamo. E d’estate restava con noi per varie settimane. Non veniva da sola: con lei tornavano sempre le altre quattro May per rivedere le loro famiglie e riposarsi lontano dalla folla della terraferma. Erano delle bellissime ragazze, capaci di far strage di cuori… e suppongo che questo facessero. C’era Maisie Richardson, bionda, atletica, piena di salute e di vitalità; e poi Ellamay Holliston-Pierce, la figlia del nostro oceanografo, dai grandi occhi azzurri e innocenti, timida e delicata; e la flessuosa Tse-Ling Mei, che divenne una stella del cinema; e May Sue Bancroft, bruna e riflessiva, la più saggia del gruppo. E poi c’era May: la mia May. Era sempre la più bella di tutte. Avevano praticamente la stessa età, May e le altre quattro May, e quando passeggiavano sulla vecchia O.T. nell’aria si spandevano tutti i colori e i profumi della primavera! Diverse com’erano, chi non era attratto dall’una s’innamorava dell’altra, ma ognuna era amabile e fatta per l’amore. Per lo più stavano fra loro, chiacchierando e ridendo delle loro cose, ma scambiavano battute anche con i membri dell’equipaggio, e se un giovanotto si lasciava scappare una parola di troppo erano sempre pronte a perdonarlo con un sorriso.

E poi c’era Betsy.

Betsy Zoll. La cagna figlia di quel bastardo di Ben. Se fosse possibile rimescolare il materiale con cui sono costruite due ragazze, e dare tutta la bellezza e tutte le virtù a una soltanto — diciamo, a May — ciò che resterebbe di quel materiale sarebbe Betsy Zoll. May era limpida come un diamante, Betsy era un pezzo di vetro fangoso. Quando May non era a bordo, Betsy se ne andava in giro atteggiandosi a principessa reale, e ogni tanto aveva una giornata buona in cui sembrava recitare dignitosamente la parte. Ma era un’impressione, e comunque all’ombra di quei cinque diamanti il pezzo di vetro perdeva anche quel poco lustro che aveva. Con lei erano gentili e simpatiche, desiderose di mostrarle che gradivano la sua compagnia, sempre sorridenti. Betsy le invidiava al punto che avrebbe affondato l’isola galleggiante solo per vederle affogare.

E poi venne un Natale in cui Betsy fu tutta sorrisi mielati e trionfanti.

Quando la vidi arrivare compresi che doveva aver girato dappertutto per cercarmi, perché ero giù in sala macchine a controllare cosa c’era di vero nella voce secondo cui occorreva un generatore nuovo. — Ebbene, Jason — disse, irraggiando tanta letizia che m’insospettii, — che farai di bello per Natale?

L’ingegnere e il direttore di macchina erano poco distanti e ci guardavano, parlando a sussurri, anche se nessuno ha bisogno di sussurrare quando le turbine a bassa pressione gli rombano negli orecchi. Le augurai cortesemente buon Natale, poi telefonai al mio ufficio per comunicare dove mi trovavo… più che altro per evitare di parlare con lei; ma stupito vidi che mi restava accanto, e quando appesi ridacchiò. — Dalla settimana prossima questo ti costerà un quarto di dollaro — disse.

Che portava brutte notizie l’avevo capito, naturalmente, ma quella non me l’aspettavo. — Bisognerà pagare per il telefono di bordo?

Lei arricciò le labbra e inclinò la testa. — Oh, sì. Per il telefono, per i tuoi schermi video e per ogni volta che girerai un interruttore — disse, con una luce di compiacimento negli occhietti bruni. — Mio padre dice che è tempo che l’equipaggio paghi l’elettricità che consuma, dice. Cinquanta cents a kilowattora, per cominciare, dice.

— Ma non ha senso!

— I dollari hanno senso — mi corresse lei. — Questa elettricità è nostra, vecchio. E costa denaro. Perché dovremmo regalarla quando la possiamo vendere?

Mi feci indietro perché aveva avvicinato il volto e il suo alito era acido come quello di un cane. Betsy aveva quindici anni, ma la freschezza giovanile in lei non era mai esistita. — Noi non vendiamo elettricità, Betsy: solo quello che produciamo con l’elettricità. Se volessimo venderla dovremmo dedicare più spazio ai processi di conversione, e questo spazio dov’è?

— Ottima domanda, vecchio — disse lei, trionfante. — Mio padre ha già pensato a tutto, naturalmente. Per cominciare, sotto il ponte di prua ci sono migliaia di metri cubi di spazio sprecato. Sposteremo lì un impianto per l’elettrolisi, e al centro resterà più spazio per la produzione di ammoniaca e…

— La residenza del proprietario! — ansimai.

— Vecchio — dichiarò lei, — la gente come noi non può vivere per sempre in stanzucce piene di tubature. Presto avremo finito di costruire un’isola galleggiante dieci volte più grossa di questa: sposteremo la bandiera su un’altra ammiraglia.

Dunque le chiacchiere di bordo non erano soltanto chiacchiere, e la realtà era ancora peggiore. Ma ancora non sapevo quanto peggiore, perché Betsy aveva tenuto per ultimo il vero motivo della sua visita. — Quando May verrà a casa per Natale, vedremo cos’avrà da dire — sbottai, ricordando che sul testamento del commodoro si parlava anche di quegli appartamenti, proprietà privata di May. E con quella frase le diedi il pugnale con cui colpirmi.

— Quando May verrà a casa per Natale — mi parodiò lei con una smorfia sprezzante, — ciò che vedremo è che lei non verrà per niente a casa per Natale. Oh… ma Jason! Non mi dirai che la signorina non ti ha parlato del suo fidanzato, vero? Perché, guarda un po’, si è proprio fidanzata. Con un certo Frank Appermoy. E trascorrerà il Natale con lui, a casa di sua madre.

E May non mi aveva scritto una parola! come Betsy sapeva bene. Senza curarsi di celare la soddisfazione gettò un’eloquente occhiata al suo orologio e assunse un tono ironicamente affettato. — Data la differenza di fuso orario — proclamò, — possiamo presumere che giusto in questo momento stia saltando nel letto del suo amante, con vista sul mare delle Hawaii. Che rospo da ingoiare, eh, vecchio? — volse le spalle e se ne andò, lasciandomi lì come annichilito.

Tornato in ufficio, la prima cosa che feci fu di chiedere tutti i dati di cui disponevamo su Frank Appermoy e il resto della sua parentela. La seconda, mentre aspettavo le informazioni sul monitor, fu di chiamare per visifono May alla villa degli Appermoy sull’isola maggiore delle Hawaii. Sulla costa di Kona erano le dieci di sera, e secondo il maggiordomo che mi rispose Miss May e Padron Frank erano a Luau, e non erano attesi di ritorno prima di due ore. Così lasciai detto che mi chiamassero e mi feci stampare i dati richiesti.

Sapevo già che gli Appermoy erano ricchi. E sapevo anche che ci facevano — o tentavano di farci una certa concorrenza, benché la loro produzione annua di composti azotati e idrogeno fosse inferiore a quella della nostra più piccola isola galleggiante. D’altro canto sfruttavano procedimenti industriali molto diversi.

Il denaro degli Appermoy proveniva però principalmente dalle scorie radioattive. Il vecchio Simon Appermoy non era stato meno astuto e ingegnoso del commodoro. Aveva fatto i suoi piani, quindi aveva firmato contratti con una mezza dozzina di nazioni per lo smaltimento dei rifiuti delle loro centrali elettriche a energia atomica. Subito dopo aveva acquistato due cime montuose che emergevano dal fondale dell’Oceano Pacifico, in coda alla catena delle Hawaii, isole vulcaniche spianate completamente dalle onde milioni di anni fa. Se lo stato sovrano delle Hawaii avesse il diritto di vendere isole a privati è un’altra questione, e se un privato avesse il diritto di riempirle di scorie radioattive è un’altra questione ancora, ma la faccenda dei diritti non preoccupava il vecchio Appermoy… e il motivo lo spiegherò fra poco. Fatto ciò scavò fosse alla sommità delle due piatte e consunte isole, e vi seppellì il materiale radioattivo dopo averlo vetrificato.

Quei contratti per lo smaltimento dei rifiuti sarebbero bastati ad arricchirlo, ma fu solo l’inizio. Il suo successivo era stato il mettersi in concorrenza con noi.

Qualche genio misconosciuto sul libro paga di Appermoy l’aveva informato che tutta quella radioattività, sepolta su cime sommerse a poche centinaia di metri sotto la superficie, avrebbe provocato un surriscaldamento dell’acqua e una conseguente forte corrente ascensionale e la corrente poteva essere sfruttata con turbine azionate ad acqua. Questo fu ciò che Appermoy fece, costruendo un impianto per la produzione di energia elettrica e usandola per ottenere azoto dall’aria e idrogeno con l’elettrolisi. Ma non sfruttò la corrente ascensionale solo per questo, dato che risalendo essa portava alla superficie i detriti organici del fondale accumulatisi in milioni di anni. Se voi vi trovaste quella roba sul pavimento del soggiorno la spazzereste via, disgustati; ma se ve la trovaste nel giardino sarebbe la delizia del vostro cuore, perché è l’humus più ricco del pianeta. E mentre viene alla superficie nutre i microrganismi che nutrono il krill che nutre i pesci. Appermoy ci aveva messo poco a trasformare quei bassi fondali nelle zone più ricche di pesce dell’oceano, e questo gli aveva portato altri soldi nelle tasche. In quanto al genio che suggerì questo progetto, non so quale premio Appermoy gli abbia dato. Molto probabilmente gli ha regalato un paio di scarpe nuove, in solido cemento, e lo ha mandato giù su quei fondali a supervisionare il fango che lentamente risale a galla.

Il sistema funzionava, anche se il principio su cui si basava era quasi l’opposto del nostro. Noi pompavamo su acqua fredda, usandola per far condensare di nuovo il liquido a basso punto d’ebollizione. Appermoy scaldava l’acqua del fondale con i suoi rifiuti radioattivi, per ottenere gli stessi nostri prodotti industriali e inoltre ricavare migliaia di tonnellate al giorno di pesce, che rivendeva sul continente con buon guadagno.

Dunque era una famiglia ricca; ma non certo una famiglia onesta. Il loro impero era fondato sull’inquinamento delle acque oceaniche, ed era nato da denaro ancor più sporco e velenoso. Appermoy se l’era infatti procurato — come il commodoro — con il matrimonio ma, mentre il commodoro aveva sposato una Lady, Appermoy aveva impalmato l’erede di quattro generazioni di capi della Mafia. Non c’è bisogno di dir altro per spiegare come aveva ottenuto i contratti e gli appoggi necessari. E questo spiega anche perché nessuno cercava di scalzarlo dal mercato. Altri avevano acquistato isole sommerse di quel genere, ma non erano riusciti a procurarsi i permessi necessari oppure era accaduto loro qualche incidente.

Se la sua famiglia aveva le mani sporche, mi mancavano però gli elementi per poter dire lo stesso di Frank. Nei dati di cui disponevamo non risultavano peccati di alcun genere, a meno che non si voglia definire peccato la fissazione per il gioco del polo. Comunque non rientrava nelle peculiarità di Ben Zoll, salvo che nella prima. Perché ricco lo era. Ma non si può chiamare istruito uno il cui solo scopo nella vita è di colpire una pallina stando sulla groppa di un cavallo, e certamente non era possibile definirlo bello. Uno dei suoi quadrupedi lo aveva disarcionato, passandogli con gli zoccoli sulla faccia. Dai dati in archivio risultava che non s’era ancora pienamente rimesso, e c’era anche una fotografia che lo confermava. Benché il lato destro del suo volto fosse stato rifatto a nuovo, qualcosa nei lineamenti non tornava. Non dico che sembrasse disgustoso o repellente, però nessuno avrebbe potuto chiamarlo bello… neppure sua madre e tutta la stirpe di mafiosi e criminali da cui discendeva.

E tuttavia la mia May aveva deciso di sposare quell’uomo.

Gli esploratori ci avevano trovato un’ottima corrente fredda su cui operare, a sud delle Filippine, e la stavamo sfruttando bene. Ogni grado in più, nella differenza fra la temperatura di fondo e quella di superficie, assume un gran valore quando si lavora con margini ristretti come i nostri. Così ci trovavamo a migliaia di chilometri ad ovest delle Hawaii e venne buio prima che May e il suo damerino mi chiamassero. Ero seduto sulla mia piccola veranda e fissavo la Croce del Sud, rimpiangendo amaramente di non avere vent’anni di meno, quando il visifono squillò.

Ed eccoli lì sullo schermo, tutti e due. Lui le teneva un braccio attorno alle spalle e mi sorrideva di un distorto — ma non diabolico — sorriso, e May aveva l’aria di scusarsi ma appariva radiosa. — Oh, zio Jason, tutto è successo così in fretta! — esclamò. Era la prima volta in vita sua che mi chiamava zio. — Avrei voluto chiamarti cento volte, ma…

— Non fa niente — mentii.

— Tu verrai al matrimonio, non è vero? Ti prego!

Come se ci fossero dubbi sulla cosa! Ma il giovanotto aggiunse doverosamente la sua preghiera: — Lei è la sola famiglia di May, signore. — Nessuno degli amici di lei mi aveva mai chiamato signore, dovevo ammetterlo. — Mia madre dice che sarà una seconda mamma per lei. Ha sempre desiderato avere una figlia, e Dio sa, signore, quanto io desideri la felicità di May. Perciò non sarebbe giusto che ci sposassimo se lei non fosse qui con noi.

Il reato che avevo commesso era caduto in prescrizione da molti anni, ma non avevo nessuna voglia di rimetter piede sulla terraferma, neppure su un’isola. Specialmente su un’isola di proprietà degli Appermoy. Ma lui bloccò ogni mia obiezione: — Deve venire, signore, perché tutti noi vogliamo che sia lei a condurre la sposa all’altare.

E così gliela condussi all’altare.

La condusse lungo il sentiero fiorito di fronte alla grande villa di South Point, con il Kilauea che fumava quasi dietro la casa. May portava un lei intorno al suo collo vellutato; il prete aveva un microfono fissato al colletto per far sì che i quattrocento invitati udissero ogni parola; e Betsy mi sorrideva odiosamente dalla prima fila di sedie. Ma lo sposo era pallido e zuppo di sudore, perché pochi minuti prima della cerimonia aveva avuto una specie d’attacco di convulsioni. Aveva modi abbastanza piacevoli il giovane Frank Appermoy. Ma io odiavo l’idea di condurre May all’altare per consegnarla a un altro, fosse di modi piacevoli o spiacevoli, fosse ricco o povero, giovane o vecchio. E specialmente a uno che, per quanto ne sapevo, ogni tanto cadeva preda di convulsioni o terribili mal di testa. Desideravo soltanto che lo zoccolo di quel cavallo avesse premuto un po’ più forte.

Non so se furono felici oppure no: suppongo che lo siano stati. L’anno dopo ebbero un bambino, James Reginald Appermoy, e neppure dodici mesi più tardi qualcosa nel cervello lesionato di Frank cedette. La mia May restò dunque vedova all’età di ventidue anni. E quella strega della suocera disse che era stata lei a ucciderlo.

A ventun’anni sull’altare ella sorrise,
ma il lutto all’abito assai presto mise.
La falsa madre la chiamò assassina,
la falsa sorella pregò per la sua rovina.
L’attendeva una vita d’inganni e tradimenti,
dolce sfortunata regina dell’isole vaganti.

May non poteva restare alle Hawaii con la vecchia suocera Appermoy che faceva circolare calunnie scandalose sul suo conto. Ben il Bastardo la invitò a tornare a casa. Non all’isola galleggiante su cui era cresciuta, dove gli alloggi erano stati tolti per far posto ad altri impianti per l’elettrolisi, ma alla residenza costruita sull’ultima e più grande isola di nuova costruzione. Due milioni di tonnellate di stazza! Adesso era davvero possibile definire isole quelle imbarcazioni, e sul ponte di prua la tenuta del proprietario avrebbe ospitato non una ma una dozzina di famiglie numerose. Malgrado questo dapprima Ben dichiarò che per me non c’era posto a bordo, con il solo scopo di costringere May a pregarlo. — Oh, be’ — cedette poi, fingendo un impulso generoso, — almeno si renderà utile cambiando i pannolini al bimbo. Gli troverò una stanza negli alloggi dell’equipaggio.

Negli alloggi dell’equipaggio! Io che amministravo tutte le proprietà personali di May, e che possedevo cinquanta azioni con diritto di voto. Solo un quarto della Flotta era intestato a Ben, mentre May era la proprietaria degli altri tre quarti, e tuttavia questo non ci serviva a molto: Ben aveva dalla sua il testamento, e poteva usare il diritto di voto delle azioni di May finché lei non avrebbe compiuto trent’anni. Io non riuscivo a capacitarmi che il commodoro avesse inserito una clausola così assurda. Ma quando feci una capatina a Reykjavik per consultare un avvocato, al Tribunale del Mare, mi fu detto che non c’era speranza d’impugnare il testamento. Al ritorno raccontai a May una bugìa, preferendo non dirle dov’ero stato e cos’avevo cercato di fare.

Ma la giovane donna non mi domandò niente. In quei primi mesi era totalmente assorbita dal bambino, se lo coccolava, cantava per lui, lo accudiva… e faceva una vita stressante, perché già allora il piccino era la più insopportabile e capricciosa creatura che avessi mai visto. May trascorreva le giornate nel giardino o sul bordo della grande piscina ovale, cinta da palme, con Jimmy Rex che frignava fra le sue braccia o frignava sul suo lettuccio lì accanto. Io ero sempre nei pressi per alleggerirla del lavoro o farle compagnia. E Betsy non mancava mai di comparire, esibendo gioielli e abiti costosi, di cattivo gusto, tallonata dalla piccola corte di avidi e striscianti giovanotti che erano suoi ospiti tutto l’anno. Sempre con un occhio invidioso su May e sul bambino.

Non ci voleva molto a capire ciò che voleva: qualunque cosa May avesse, Betsy gliela invidiava. Aveva perfino desiderato quel superficiale e sofferente Frank Appermoy… e l’aveva avuto, se non altro per il tempo di qualche salto sul suo lussuoso letto, come s’era affrettata a farmi sapere poi. E ora voleva il piccolo Appermoy. Dapprima avevo creduto che desiderasse semplicemente un bambino: non le sarebbe stato difficile farne uno, con tutti quei cicisbei che le stavano attorno. E m’ero detto che a scoraggiarla era stata l’idea che avrebbe dovuto sposare uno di costoro, e soprattutto il pensiero dei disagi della gravidanza e del parto. Ma mi ero sbagliato. Quello che lei voleva era James Reginald Appermoy, con tutte le sue coliche e i suoi strilli. E lo voleva per il solo motivo che lui era di May.

Così per sei o sette mesi May fu la perfetta immagine della giovane madre premurosa, mentre Rex era la perfetta immagine del lattonzolo molesto, opprimente e insopportabile. Poi il bambino fu svezzato, e lei parve tornare a contatto con il mondo. Forse cominciò a capire che era sola. Io ero l’unico vero amico che avesse a bordo. Non per colpa sua: se qualcuno dei circa settemila dipendenti di quell’isola cominciava a diventarle amico, Betsy lo riferiva a Ben e la persona in questione veniva trasferita. Perfino le altre quattro May potevano venire a bordo solo per un paio di giorni alla volta, sobbarcandosi un lungo viaggio in aereo all’andata e al ritorno perché in quel periodo ci trovavamo in pieno oceano. Così non mi meravigliai quando la mia dolce fanciulla prese a cercare un po’ di distrazione molto lontano da lì: un party a New York, una caccia alla volpe in Inghilterra, un po’ di sci in Svizzera, o la stagione teatrale a Tokio o a Parigi. Se stava via pochi giorni lasciava a me il piccolo Jimmy Rex, e io ce la mettevo tutta per essere affettuoso. Se l’assenza era più lunga lo portava con sé, e mi trovavo senza niente da fare e nessuno a cui parlare: anche i miei amici subivano molti e improvvisi trasferimenti. Avrei desiderato un’altra Elsie Van Dorn, o la stessa Elsie, però lei in quel periodo lavorava come motorista sulla vecchia isola galleggiante, e non volevo vederla coinvolta nelle angherie di Ben. Provai perciò con una successione di ragazze raccolte nelle cucine o negli uffici, nessuna delle quali resistette per più di un paio di settimane. Rimandai al loro lavoro quelle che non erano abbastanza robuste e pazienti da sopportare il piccolo demonio, mentre Ben trasferiva regolarmente quelle che invece sarebbero state adatte.

E cominciarono ad arrivarmi delle lettere anonime. Una al mese. Alcune provenivano dall’Australia, altre da Seul o da Città del Capo, ma tutte contenevano lo stesso avvertimento: Se ci tieni alla vita, aiutala. Adesso.

Ma cos’avrei potuto fare?

Non avevo bisogno dello sconosciuto sicario per sentire la necessità di aiutare la mia May. Trovai una scusa per assentarmi di nuovo, e stavolta riuscii a consultare un avvocato migliore, o semplicemente più costoso. Non si limitò a dirmi che il testamento del commodoro non poteva essere impugnato: mi diede due giorni del suo tempo, illustrando le Leggi del Mare e citando casi precedenti. La sua parcella fu superiore a quella del primo avvocato, le sue conclusioni identiche: Ben aveva la legge dalla sua fino al trentesimo compleanno di May.

Fu la sola volta in cui andai sulla terraferma, quell’anno. Avrei voluto seguire May in uno dei suoi viaggi per scoprire se lontano dall’isola galleggiante se la sentisse di parlare più liberamente della questione, oltreché, a dire il vero, per il piacere di starle vicino. Lo avrei fatto, non avrei chiesto di meglio che poterlo fare… se almeno con una parola o con uno sguardo lei mi avesse fatto capire che voleva il mio aiuto. Quella parola non venne mai; lo sguardo, forse.

Era di partenza per New York con il bambino, quel giorno. Io portai in braccio Jimmy Rex fino alla pista dov’era in attesa uno dei jet della Compagnia, e presso la scaletta le diedi i suoi documenti. — A New York per la stagione teatrale! Non sapevo che tu amassi tanto l’opera lirica — dissi, e May mi sorrise.

— Un po’ di cultura non farebbe male neppure a te, Jason, caro — sospirò. Poi tacque, e si volse a guardare pensosamente il mare caldo e immenso. Conoscevo bene quello sguardo. Quasi mi sarei aspettato di vederla mettersi il pollice in bocca, seduta a gambe incrociate su un’aiuola come quand’era bambina, malinconicamente perduta nei silenzi dell’orizzonte lontano. Il pilota aveva terminato i suoi controlli e ci stava guardando con impazienza perché doveva rispettare un orario di volo, ma May restò a fissare l’oceano per dieci minuti buoni. Quando si volse ebbi l’impressione che fosse sul punto di parlarmi.

Non disse nulla. Il suo sguardo si spostò su qualcosa alle mie spalle e cambiò idea. — Arrivederci, allora, caro Jason — disse, e mi baciò. Si fece consegnare il bambino e scomparve nel velivolo.

Mentre indietreggiavo per allontanarmi dal jet inciampai nella persona la cui vista l’aveva azzittita. Era Ben, il fratellastro. Malgrado fosse appena una dozzina d’anni più anziano di May appariva logoro, teso e irritabile. Accanto a lui c’era Betsy, con una smorfia impermalita sul volto.

Il getto d’idrogeno ardente sibilò, spinse nel cielo l’aereo e si fece troppo accecante per consentire agli occhi di seguirlo. Betsy si volse a me. — Eravamo venuti per augurarle buon viaggio — sbottò acidamente, — ma sembra che May non sprechi molta cortesia con la famiglia.

Il velivolo era a un chilometro di quota e continuava a salire. Ben si schermò gli occhi con una mano per seguirne l’allontanamento. — Jason — disse, senza guardarmi, — parliamo un po’ d’affari. Voglio comprare le tue azioni.

— Può anche darsi che tu voglia — annuii, — però io non le vendo.

Mi fissò a occhi socchiusi. Era lo sguardo di chi ha messo a posto alcuni tasselli di un puzzle, ma non abbastanza da farsi un’idea del disegno. — Ti sei divertito nella tua piccola vacanza in Islanda? — chiese.

Non avevo mai dubitato che mi facesse spiare, così non mi presi la briga di rispondere. Lui continuò: — Te le pagherò molto più del loro valore di mercato.

— Per me valgono ancor più di quel che possono valere per te, Ben — dissi, e gli volsi le spalle. Mentre mi allontanavo lo sentii tossire spiacevolmente. Era un uomo malato.

Tornai nel mio alloggio e cominciai a studiare gli inutili documenti legali fornitimi dall’avvocato, ma avevo la testa altrove. Parte dei miei pensieri giravano intorno a May, come sempre; parte di essi riguardava però Ben. Non potevo augurare niente di bene al Bastardo, tuttavia non lo volevo morto. Sapevo chi avrebbe ereditato le sue azioni. E l’avvocato di Reykjavik mi aveva detto che Ben poteva trasmettere a ogni erede l’incarico di guardiano di May… anche se l’erede era più giovane di lei e nonostante l’assurdità della clausola.

Ma non riuscivo a togliermi dalla testa la certezza che May avrebbe voluto dirmi qualcosa prima di partire, così decisi di sapere cosa. Tre giorni più tardi dissi al mio segretario di prendersi una settimana di vacanza, poi presi il volo con lo stesso aereo.

In quel periodo stavamo costeggiando le Filippine, e il jet mi sbarcò a Manila. Da lì un volo orbitale mi portò al grande terminal galleggiante fuori Sandy Hook, quindi presi un elicottero fino al tetto del mio albergo.

La terraferma non mi piace. E non mi piace la folla, con i suoi rumori e i suoi odori: detesto l’atmosfera delle città. Avevo preso un appartamento nello stesso albergo dove alloggiava May, e non avevo intenzione di uscirne che per far visita a lei. Così, appena mi fui lavato e cambiato, uscii in corridoio e l’ascensore mi portò una dozzina di piani più in alto. Bussai alla sua porta. Ad aprirmi venne Tse-Ling Mei. — Zio Jason! — esclamò, sorpresa e felice ma con un filo d’ansia per la mia imprevista comparsa. — Oh, cielo! Entra, ti prego!

Nell’appartamento c’erano le altre quattro May. E c’era anche il piccolo Jimmy Rex, che nella sua stanzetta strillava a più non posso rifiutando di fare il suo sonnellino, ma la mia May non era in albergo.

Le ragazze s’affrettarono a farmi sedere e mi si affollarono attorno, belle e profumate come fiori di campo. — Gradisci un po’ di tè? — chiese Mei, e — Hai mangiato? — s’informò Maisie, e — Quello di cui Jason ha bisogno è un buon drink — fu la diagnosi di May Sue Bancroft, mentre Ellamay Holliston-Pierce esclamò invece: — Oh, per favore, raccontaci le ultime novità della Flotta!

Così chiacchierammo per un po’ e cominciai a rilassarmi, anche se m’infastidiva vedere che le ragazze sembravano non avere idea di quando May sarebbe rientrata. Poi May Sue Bancroft gemette: — Oh, all’inferno! — Ci voltammo a guardare cosa succedeva. Sulla soglia del soggiorno c’era Jimmy Rex, scappato in qualche modo dal suo lettuccio e venuto non tanto a curiosare quanto a darci dei dispiaceri: in una mano teneva il pannolino asciutto che s’era levato, e con l’altra si stava aiutando, deliberatamente, a orinare sul costoso tappeto Aubusson. Capite ora che imprevedibile estrazione a sorte sia il mettere al mondo un figlio? Se ci fosse andata bene avrebbe preso da sua madre; ma perfino se avesse preso dal padre non sarebbe stato nulla di peggio che uno sciocco. Invece, nella caotica lotteria dei geni e dei cromosomi lui aveva estratto l’anima della sua nonna materna, quella cagna perversa, e ancora non sapevo fino a che punto mi avrebbe fatto soffrire.

Quel che fece quel giorno, comunque, fu di rovinare l’umore a tutti quanti. Mi alzai per andarmene. Tse-Ling Mei aveva agguantato il piccolo mostro, mentre Maisie tentava di rimettergli il pannolino ed Ellamay era corsa nel bagno in cerca di una spugna per salvare il tappeto. May Sue Bancroft invece disse: — Ti accompagno giù al tassì, ma lo sguardo di lei mi azzittì all’istante.

Così ci avviammo in corridoio tenendoci per mano ed entrammo in ascensore — cosa che mi fece salire il cuore in bocca perché non ero più abituato alle discese ad alta velocità — poi lasciai che lei mi guidasse nell’atrio verso un’uscita sul retro. In strada mi fece girare in fretta un angolo, si guardò attorno con misteriosa cautela e fermò un tassì. Io ero vestito per il clima caldo delle Filippine, mentre a New York eravamo in novembre, e anche May Sue non indossava molto. Disturbato dagli odori, dalla ressa dell’albergo e dai troppi rumori l’avevo lasciata parlare a ruota libera fino in strada, e in tono indifferente lei m’aveva informato che Tse-Ling Mei aveva avuto una parte importante in un film, che Maisie stava per sposarsi, che Ellamay aveva messo su un ospedale non so dove, nel Jersey o nell’Indiana, e che lei era tornata all’università per prendere la laurea in legge. Ma appena mi ebbe ficcato nel tassì mise dentro la testa per baciarmi un orecchio. E quello che mi diede non fu un bacio: sussurrò un indirizzo e un numero, quindi si volse e s’allontanò subito senza voltarsi indietro.

Ormai ero abbastanza insospettito per non fermarmi a quelle semplici precauzioni, cosicché un po’ più avanti scesi dal tassì, camminai cinque minuti malgrado il freddo e ne presi un altro in una viuzza secondaria. Poco più tardi ero sul posto.

L’indirizzo corrispondeva a un alberghetto vecchio e scalcinato; il numero era quello di una camera da poco prezzo all’ultimo piano. Nel corridoio stagnava il puzzo della marijuana misto a quello di calzini sporchi e di sudore. Bussai, e la porta mi venne aperta da un individuo sulla quarantina, scalzo, con la camicia sbottonata e i pantaloni tirati su ma ancora mezzo aperti sul davanti. Malgrado ciò aveva un aspetto sobrio e posato, elegante, non il tipo d’uomo che uno si aspetterebbe di trovare in un pollaio frequentato dalle prostitute e dai loro clienti.

E dietro di lui, distesa su un letto sfatto e con indosso soltanto la sottoveste, c’era la mia May. Sul volto aveva un’espressione sbigottita e spaventata.

— Non è come puoi pensare, zio Jason — disse in fretta a me. E all’uomo: — Svelto! Fallo entrare e chiudi!

Lui non esitò un istante. Mi afferrò per un gomito, con forza sorprendente per la sua esile corporatura, e mi tirò in camera. Poi mise fuori la testa, controllò il corridoio e chiuse la porta. Si volse a osservarmi.

— Mi chiamo Jefferson Ormondo — disse. — Lavoro in banca, ramo investimenti. Spiacente che ci abbia trovati così, ma le finestre sono inchiodate e non è possibile spegnere questo maledetto impianto di riscaldamento. Ben Zoll ha orecchi dappertutto. Capisce? — Nel parlare si riabbottonava; sedette a infilarsi le scarpe e disse: — Scendo a dare un’occhiata nell’atrio per accertarmi che non sia stato seguito. May le spiegherà in che termini sta la situazione. — Uscì, lasciandomi in quella squallida stanza con la mia dolce May seduta sul letto, davanti a una situazione che parlava da sola.

— Stiamo cercando di eliminare il controllo di Ben sulle mie proprietà — mormorò lei, alzandosi.

— Questo non è possibile… — balbettai. Ma ciò che la mia faccia stava dicendo era: Questo non è bello da parte tua, May. Gettarti in un’impresa simile senza il mio aiuto! E fu alla mia faccia che lei rispose.

— Jason, caro, io non ho segreti per te. È una cosa che non posso fare senza di te.

— I migliori avvocati di Reykjavik mi hanno già detto che non c’è speranza — le riferii. — Il testamento di tuo padre è inattaccabile.

— Anche se fosse stato falsificato, Jason?

La fissai, esterrefatto.

— Falsificato — ripeté, annuendo. — Non completamente: soltanto le date. Mio padre aveva stabilito che la tutela finanziaria terminasse al mio ventesimo compleanno, ma Ben è riuscito a corrompere qualcuno e ha fatto aggiungere dieci anni alla scadenza.

Stava intavolando un argomento su cui non ero certo ansioso di rivelarle la mia esperienza. Non sapevo — e non seppi mai — se il commodoro le avesse parlato del favore che gli avevo fatto. Lei comunque non sfiorò quel tasto e proseguì: — Questa è una frode, Jason, è un reato per cui qualcuno dovrà essere condannato. Ma in quanto a provarlo… è molto difficile. Non ho mai potuto parlarne con te. Ben ha sempre piazzato microfoni dappertutto e ha i suoi agenti. Inoltre — disse, mettendomi una mano su un braccio, — sa che sei molto più esperto di me e ti ha fatto sorvegliare strettamente.

Borbottai: — Non devi giustificarti di niente con me, May. — Però le chiesi ugualmente spiegazioni. A quanto mi disse, quell’ometto smilzo e mezzo calvo, Ormondo, lavorava per la banca che amministrava e reinvestiva i capitali di Ben, e gli era parso che ci fosse qualcosa di strano nei suoi documenti. Per dirne una, il testamento avrebbe dovuto comparire registrato in più luoghi, non solo nella memoria del computer della banca. Ma la banca del commodoro era stata assorbita da un’altra, le cui registrazioni non erano più disponibili; inoltre l’archivio dov’era custodito il testamento originale era andato distrutto con la perdita di tutta la documentazione.

Ormondo era giunto a sospettare che dietro a questi fatti ci fosse un tentativo di truffa. Non aveva potuto provarlo, ma gli era venuta la curiosità d’indagare oltre e s’era accorto che le cose da scoprire non mancavano.

Ben stava mungendo ben bene la Flotta. Aveva costituito una sua corporazione, la quale acquistava l’idrogeno dalle isole galleggianti, e un’altra che rivendeva i prodotti ammoniacali sul continente, e una terza che affittava alla Flotta piloti e servizi esplorativi per la ricerca di acque fredde a minore profondità. Anche la Compagnia che ci metteva a disposizione aerei e idrovolanti era finita nelle sue mani. Tutto ciò che la Flotta acquistava veniva a costarle un po’ di più; tutto ciò che vendeva le fruttava un po’ di meno: la differenza scivolava in conti bancari intestati a Ben.

Con questi elementi Ormondo s’era recato a un party a cui era stata invitata May, le si era fatto presentare e le aveva sussurrato le sue conclusioni in un orecchio.

Da quel giorno, per quasi un anno, i due avevano cercato di mettere insieme una documentazione e interrogato gente che poteva conoscere certi retroscena. Qualche voce sulla loro attività doveva essere sicuramente giunta a Ben; ma Ormondo era un uomo prudente.

Erano riusciti a farsi un quadro quasi completo della faccenda.

— Il nostro prossimo passo, Jason — mi disse, — era quello di mettere al corrente te; stavo quasi per chiederti di venire con me. Sono contenta che tu abbia deciso di non aspettare che ti parlassimo.

— Naturalmente farò tutto quello che vorrai — la tranquillizzai.

Lei sorrise e mi accarezzò una spalla. — Ne ero certa, caro Jason. C’è anche un’altra cosa.

Mi accorsi che era imbarazzata. Si morse le belle labbra, esitò, e i suoi occhi indugiarono sulle scadenti stampe marinaresche appese alle pareti scrostate come se contemplasse l’oceano. Poi sospirò: — Ho bisogno di un marito, Jason.

Quella frase mi colse impreparato. — Un marito?

— Devo avere un uomo al mio fianco, per me stessa, e anche per sostenere questa battaglia che sarà dura. E soprattutto ho bisogno di un padre per Jimmy Rex. Lui ha diritto di avere un padre, Jason. Non un giovanotto sciocco, ma un uomo adulto, saggio, gentile e sensibile. Non m’importa che sia più vecchio di me; ciò che conta è che sia qualcuno di cui io possa fidarmi, e che possa amare con tutto il mio cuore.

Per anni e anni avevo sognato di sentirle dire quelle parole, e l’emozione mi mozzò il fiato. — Oh, mia cara, tu mi dai una grande gioia! — esclamai, prendendola dolcemente per le spalle… e confuso la vidi sbarrare gli occhi con espressione stupefatta.

La battaglia fu davvero molto dura. Per molti mesi tutti noi trascorremmo più tempo in Islanda che a casa nostra. Già in se stesso, questo fu un prezzo piuttosto alto per me. Comunque i tribunali che amministrano le Leggi del Mare si trovano in Islanda, e il fatto che sia un’isola piacevole e piena di piscine calde non fece che acutizzare in me la nostalgia per i ben più riposanti panorami dei mari del sud.

Ma vincemmo; non del tutto, però vincemmo. E Ben il Bastardo sarebbe potuto finire benissimo in prigione se la sua malattia non lo avesse condotto in ospedale. Per sua sfortuna non ne uscì vivo.

Così fu Betsy a dover sgombrare la residenza, e non suo padre, anche se non perse certo tutto. Provare che il testamento era stato falsificato ci fu impossibile. La lotta che facemmo nei tribunali fu lunga e senza esclusione di colpi e tre dei nostri testimoni scomparvero, tuttavia la documentazione delle compagnie create da Ben andò in mano al giudice. La tutela finanziaria venne annullata. Ogni contratto firmato da Ben fu invalidato. La Flotta venne divisa in due. Metà delle isole galleggianti andarono a Betsy; il resto, inclusa metà del capitale di Ben, a May. E Betsy cominciò a darsi da fare con ciò che le era rimasto… ma noi eravamo infine abbastanza soddisfatti. Tornammo a stabilire la residenza sulla prima vecchia isola galleggiante, la mettemmo in tranquilla navigazione nello Stretto di Malacca, e come Dio volle la figlia del commodoro tornò ad essere l’indiscussa regina delle isole vaganti. Tutti erano felici nel vederla di nuovo lì a bordo, con il suo bambino…

E con suo marito. Che non ero io.

La natura aveva fatto di May la più gentile delle fanciulle. Ma per quanto fosse comprensiva non dimenticò l’imbecillità di cui avevo dato prova fraintendendo le sue parole, quando aveva cercato di dirmi che desiderava sposare Jefferson Ormondo.

III

Per amore del figlio e reclamare il suo avere
a vent’anni e quattro volle ancora sposare.
E si batté e vinse per poter conservare
onesta la sua gente con i doni del mare.
Benedetto fu il riposo da lotte e da tormenti,
in quei brevi anni lieti sulle isole vaganti.

Benché l’avessi persa di nuovo fu un periodo felice. May era la serenità in persona. Jefferson Ormondo ebbe il buon senso di godersi quella tranquillità… be’, che altro poteva fare? Perfino il piccolo Jimmy Rex era diventato più trattabile, lontano da Betsy e dai suoi tentativi di far emergere il lato peggiore del suo carattere.

Dopo un po’ di tempo facemmo perfino una sorta di armistizio con la stessa Betsy: non che lo trovassimo piacevole e divertente. Comunque lei venne a farci visita mentre eravamo in sosta di lavoro nelle solite zone di mare più produttive, e poi non ci fu altro da fare che restituirle la visita sulla sua nuova grande ammiraglia. Ma se detestavo l’idea di rivedere Betsy, quel viaggio mi giunse gradito per altri versi. Il suo Comandante Operativo era un uomo come si deve — avevamo navigato insieme sotto il commodoro — e inoltre volevo dare un’occhiata ai loro impianti.

Quel che occorre ai radiatori per lo scambio di calore è un’acqua di superficie molto calda, possibilmente il primo metro d’acqua, che è quello a temperatura maggiore. Ma quando si pompano dentro cento tonnellate di liquido al secondo la tubature assorbono qualunque cosa vi sia attorno. Così, quando il comandante Havrila mi condusse sul ponte, sorridendo fieramente, sapevo già cosa voleva mostrarmi. Lo avevo visto dall’aria. L’isola galleggiante era circondata da una rete-filtro, disposta a trenta metri dallo scafo in ogni direzione. Nel notarne la presenza avevo capito che si erano ancorati su un bassofondo a forma di tazza, dai bordi rialzati. — State assorbendo acqua direttamente dalle aperture dello scafo, eh? — opinai, — e avete intrappolato l’acqua di superficie in un’infossatura. La rete vi serve per tenere fuori i pesci?

Lui sogghignò tristemente. — Sapevo che quando l’avessi vista non ci sarebbe stato bisogno di dirti una parola, Jason — annuì. — Pompiamo da una riserva profonda una decina di metri, ma l’acqua che vi affluisce dall’esterno è unicamente lo strato di superficie.

— Uno stratagemma intelligente — mi complimentai. — Ma questa rete non vi dimezza le possibilità di manovra?

— Diciamo pure che le annulla — confessò lietamente. — Ma non abbiamo bisogno di muoverci finché riusciamo a mandar giù le tubature per l’assorbimento dell’acqua fredda oltre il bordo di questo bassofondo. Il guaio è che in profondità non abbiamo la bassa temperatura che vorrei. — Poi chiese: — Dimmi, Jason, voi cosa usate contro le incrostazioni organiche?

— Lo stesso vostro sistema, suppongo. Ogni dieci giorni invertiamo il flusso, assorbendo sabbia come detergente. Questo ci costa un bel po’ d’energia, tuttavia. — Il mare è pieno di piccole forme di vita che cercano qualcosa a cui abbarbicarsi… e sfortunatamente qualsiasi superficie va loro bene. L’interno delle tubature è dunque un posto buono quanto un altro. Il problema non esiste con quelle che assorbono acqua fredda, poiché nell’alto fondale non c’è vita organica di quel genere. Ma con le tubature di superficie è un’altra faccenda.

— Stiamo usando il cento per cento dello strato superiore — esclamò. — È tutto intrappolato in quest’infossatura e tiriamo dentro molta sabbia per ripulire le incrostazioni.

— Ottimo lavoro, certo. Ma cosa farete quando i vostri filtri saranno intasati? — dissi. Lui rise e mi portò al bar per offrirmi un drink, quasi per premiarmi d’aver individuato la falla nel loro stratagemma.

Nei tre giorni che restammo lì mi lasciai offrire da bere molte volte. Non avevo nessuna disposizione d’animo negativa verso gli ufficiali e gli equipaggi di Betsy, però non potevo dire lo stesso dei suoi amici. E non mi andava giù che a May piacessero alcuni di loro. Tutte le ospiti di sesso femminile proclamavano d’essere attrici o fotomodelle, raccontando fandonie con assoluta disinvoltura. Anche gli uomini spacciavano balle, alcuni per il semplice fatto di autodefinirsi uomini. Basti dire che fra i più sopportabili c’era Simon Kelleway di Las Vegas, un tipo strisciante, al momento ospite di Betsy a causa di una condanna per omicidio rilasciatagli in contumacia da un tribunale del Nevada. E c’era Dougie d’Agasto di Miami Beach, alto e bello, il più potente proprietario di bordelli della costa atlantica. Era quasi tutta gente di Chicago, Los Angeles e New Orleans, e si comportavano come se fossero ricchi esponenti del jet-set a un party elegante, ma dal primo all’ultimo avevano ottimi motivi per stare lontani dalle grinfie della legge.

Quello che mi restava maggiormente sul gozzo era proprio d’Agasto, il più attraente e il più vanesio di tutti. E mi restava sul gozzo perché May sembrava non disprezzare affatto la sua compagnia. La prima sera, a cena, seduti l’uno accanto all’altro avevano parlato molto. Ci voleva poco a capire che andava a letto con Betsy. Probabilmente tutti i suoi ospiti avevano conosciuto il suo letto, perché dopo la morte di Ben era diventata molto più avvicinabile e disponibile alle avventurette, o addirittura aggressiva verso chi solleticava i suoi appetiti. Con mia enorme sorpresa fece un tentativo perfino con me, quando alle due del mattino bussò alla mia porta per annunciarmi che non aveva voglia di dormire. Quando la informai educatamente che invece io quella voglia l’avevo, lei scosse le spalle e sogghignò: — Be’, probabilmente da un vecchio pitocco come te non ci cavarei niente comunque. Aspetti la tua May da tanto tempo che ormai devi esserti fossilizzato. — Se ne andò senza dire altro, e io desiderai più che mai di non aver accettato il suo invito.

Così trascorsi tutto il mio tempo evitando con cura Betsy e i suoi amici. Presi ogni pasto con il comandante Havrila, alla mensa ufficiali, e parlammo di bottega apertamente e con molta franchezza, scambiandoci informazioni anche abbastanza riservate sui fatti accaduti. La più parte di quel che dicemmo, tuttavia, non era segreto. Sapevo che Betsy stava diversificando la sua produzione, perché ciò che vendeva sulla terraferma diventava di pubblico dominio sin da quando firmava un contratto. Non ero invece al corrente del suo progetto di manifatturare prodotti finiti, sia in acciaio sia nell’elettronica. — Le navi che arrivano qui sono comunque in zavorra — disse Jim Mordecai, il direttore alle Vendite. — Perciò potrebbero portarci la materia prima… e noi abbiamo l’elettricità. Inoltre produciamo molto ossigeno extra, che stiamo già buttando via per non far crollare il prezzo con un’eccessiva immissione sul mercato. E c’è da considerare l’inquinamento.

— Inquinamento? Qui nell’oceano? — chiesi.

— È proprio qui che possiamo fare a meno di preoccuparcene, Jason, in mare. Sulla terraferma dovremmo montare costosi impianti di depurazione. Anche se… — ebbe un sogghigno, — non so se la gente alle Hawaii sarebbe d’accordo con me. — Tacque, volgendosi a interrogare il comandante con un’occhiata. — Comunque abbiamo una specie di problema d’inquinamento — disse, e Havrila dovette segnalargli il suo assenso perché continuò: — Stiamo pompando su tanta acqua dal fondale che il residuo di anidride carbonica non si dissipa abbastanza in fretta. Superiamo già le cinquecento parti per milione.

— Davvero? Io non avevo notato niente.

— Naturalmente! — esclamò il comandante Havrila. — Da quanto possiamo dire non c’è alcun rischio per la salute. Anzi, miss Betsy dice che le piace: fa crescere meglio le piante del suo giardino! E ora che ne dici di un brandy, Jason?

Dissi che mi andava. Me ne sarei lasciato offrire anche un altro, ma avevano del lavoro da fare e non volevo trattenerli. Così mi offrii volontario per portare Jimmy Rex a fare una passeggiata e ne approfittai per dare un’occhiata al grande giardino. C’erano siepi di buganvillee, orchidee, rose, e le aiuole erano fiorite e lussureggianti.

Alle persone sensibili piace cogliere fiori, e a Jimmy Rex piaceva. Solo che la sua sensibilità era diversa: li coglieva a manciate, scaraventandoseli dietro le spalle mentre avanzava lungo le aiuole. Visto che ce n’erano fin troppi lo lasciai fare, limitandomi a seguirlo e pensando ai fatti miei, finché d’un tratto udii delle voci e alzando gli occhi vidi che stava cercando d’infilarsi fra i cespugli. — Torna indietro, James Reginald! — gridai. Con mio stupore ubbidì subito, mogio mogio. Sentii dei sussurri oltre le frasche, poi qualcuno si allontanò mentre qualcun altro aggirava invece i cespugli per vedere chi fossi.

Era Dougie d’Agasto. Indossava pantaloncini corti e scarpe da tennis, slacciate, e la camicia di seta l’aveva in mano. Se la gettò su una spalla nuda e abbronzata. — Oh, sei tu, Jason — sorrise. O almeno, la smorfia poco amichevole che mi diresse intendeva sembrare anche un sorriso. — Già, quando ho visto Jimmy Rex mi son detto che tu non dovevi essere lontano. È un bene che non siate capitati qui dieci minuti prima!

A me non interessava affatto sapere con chi andava a rotolarsi fra i cespugli. Poggiai una mano su una spalla di Jimmy Rex — di fronte agli estranei aveva imparato a mostrarsi docile — e dissi: — Stavamo giusto per rientrare.

Lui annuì distrattamente, sbadigliò, si grattò il torace e spazzolò la camicia, ma i suoi occhi restarono fissi su di noi. — Ho notato che non perdi mai d’occhio il Piccolino, eh? — disse.

— Certo non posso lasciarlo avvicinare alla balaustra — borbottai. D’Agasto mi osservò come se avessi parlato in una lingua straniera.

— Per l’amor del cielo, è solo di un incidente che hai paura? Io sto parlando di un rapimento, un sequestro. — Il suo sorriso si allargò, facendosi ancor meno amichevole. — Hai un’idea di quel che vale il piccolo?

Se avessi conosciuto Dougie d’Agasto su un campo da tennis non avrei mai sospettato che non fosse solo un giovanotto brillante, sportivo e vivace, perché sapeva esibire allegria e buonumore. Ma bastava sentirlo aprir bocca per capire chi fosse, e la sua testa era sempre al lavoro su qualcosa di poco divertente.

Socchiuse le palpebre. — Cos’è che avete in totale, Jason? — ruminò, facendo il calcolo. — Diciotto isole galleggianti: questa è la Flotta di May, no? Alcune devono ancora ammortizzare le spese di costruzione, probabilmente, ma chiunque potrebbe pagarvele dieci milioni di dollari l’una. E questi sono soltanto spiccioli, perché quando la vecchia Appermoy tirerà le cuoia il bambino sarà il suo unico erede. Amico, tu hai fra le mani un miliardo di dollari! Che ne dici di mettermelo sull’aereo, quando me ne vado, e di non dire niente finché non sarò a San Francisco? Potremmo fare metà e metà in quest’affare!

Mi stava fissando negli occhi, così sbatté le palpebre, volse le spalle e se ne andò senza aspettare la risposta. Jimmy Rex lo guardava fra spaventato e affascinato. — Stava scherzando, vero, zio Jay? — chiese.

— Che domanda stupida! Si capisce che era uno scherzo! — Ma non lo era.

Quando tornammo sulla nostra isola galleggiante mi sentii meglio, e per prima cosa feci quattro chiacchiere con il capo del nostro apparato di sorveglianza. Da quel momento in poi ci fu sempre un uomo armato con Jimmy Rex, sia che fosse con me sia in compagnia dei suoi genitori.

Non cessai di preoccuparmi, anche se dopo un po’ la mia tensione si allentò. Per May e Jefferson Ormondo quello fu il miglior periodo della loro vita. Passeggiando sul ponte si tenevano sempre per mano. Devo ammettere che lui sapeva essere un buon marito, per quanto mancasse di ogni attrattiva, e avrebbe potuto essere anche un buon padre se Jimmy Rex fosse stato capace di comportarsi come un figlio.

Il denaro continuava ad affluire. Più carburanti producevamo, più la gente della terraferma se li divorava e ne chiedeva ancora. Non riuscivamo a produrre azoto abbastanza in fretta da esaudire le richieste di fertilizzanti, perciò il loro prezzo continuava a salire. Da tempo le nostre isole non erano più le sole a galleggiare sui mari, e ogni tanto ne incrociavamo una giapponese, o australiana. Ne costruimmo altre, ancora più grosse, e c’era sempre lavoro per tutte.

Quando Jimmy Rex ebbe compiuto tre anni ci trasferimmo sulla più moderna e grande che si fosse mai vista: tre milioni e ottocentomila tonnellate di stazza. Avremmo potuto mandare avanti una nazione con la sola energia elettrica che producevamo. Jefferson Ormondo la vide quand’era ancora in cantiere e volle lavorarci sopra per progettare le ultime rifiniture e la residenza principale. May lo incoraggiò a sbizzarrirsi pianificando in grande. E grande lo era… ma io non nascosi che m’ero sentito più felice sulla vecchia O.T. — Tu sei un sentimentale, Jason — mi rispose May. — E mi sei ancora più caro per questo. Ma la O.T. è soltanto un vecchio barcone… e piccolo, inoltre non ha neppure un maneggio decente per i cavalli!

Stava cercando di farmi ridere, sapeva bene che non ero mai montato a cavallo. — E allora vuoi venderla come ferrovecchio?

— No! — protestò appassionatamente. Poi, più calma: — Non voglio. Ma cosa possiamo farne, Jason? Il Golfo del Messico?

Ci avevo già pensato, ma era un’idea che non poteva funzionare. C’erano buoni posti nel Golfo per una piccola isola galleggiante, ma non mi sembrava che un vecchio scafo potesse cavarsela bene in una zona così soggetta al cattivo tempo. — Forse il Triangolo del Brasile — dissi. Fra la costa del Sud America e quella dell’Africa c’erano tratti di mare più che adatti. Ma come trasferirla laggiù? Naturalmente la vecchia O.T. non poteva passare da Panama, e sia attraverso gli Stretti di Magellano sia Capo Horn il mare burrascoso l’avrebbe forse fatta naufragare. — Penserò io a una qualche soluzione — dissi. E dopo un po’ ci arrivai: la vendetti a una società della vecchia Appermoy, la ex suocera di May, e loro la ormeggiarono in pianta stabile nello stretto a sud di Lahaina trasformandola in una stazione OTEC per la sorveglianza delle balene. Non trovai divertente trattare con la vecchia strega, ma lei ci fece un buon prezzo e mandò perfino a May un bel regalo di nozze… con un anno di ritardo, certo. Gentile come sempre May ne fu commossa al punto che si offrì di mandare Jimmy Rex a visitare la nonna, di tanto in tanto.

Ma io sentivo la mancanza di quel tozzo barcone. La nuova isola galleggiante non era soltanto più grossa, era anche meglio concepita. Montammo un nuovo sistema d’assorbimento per l’acqua fredda, con un singolo tubo lungo cinque chilometri e del diametro di sei metri. La larghezza della tubatura si adeguava meglio ai nostri scopi perché impediva che l’acqua si riscaldasse molto nel risalire. Naturalmente un po’ si riscaldava sempre. Nel tragitto verso l’alto i gas disciolti in essa ne espandevano la massa, il che contribuiva a raffreddarla, tuttavia dovemmo istallare valvole di sicurezza lungo la tubatura per impedire che col calare della pressione questi gas la facessero scoppiare. Inoltre quel dannato tubo era così lungo che si torceva come uno spaghetto bagnato, e per mantenerlo continuamente in posizione dovemmo far costruire un altro dei sommergibili da alta profondità che usavamo per cercare le correnti fredde. E dato che tiravamo in superficie un’enorme quantità di plancton ci trovammo ad essere seguiti da flottiglie di pescherecci coreani e peruviani. Io non invidiavo il pesce che indirettamente fornivamo loro, però ero stato più felice quando avevo potuto vedere l’orizzonte sgombro intorno a me.

May rideva nel sentirmi lamentare così. — Quello che non ti piace in realtà sono i cambiamenti — mi disse un giorno, fra ironica e intenerita. Eravamo su uno dei ponti di coperta inferiori, e Jimmy Rex fingeva di sparare ai delfini che venivano a giocare intorno allo scafo. Assorbivamo con potenza acqua caida di superficie, e avevo fatto istallare una rete anti-pesci sul tipo di quella usata dall’ammiraglia di Betsy; ma il fatto che questa emergesse sull’acqua di un paio di metri era un invito a nozze per i delfini, che la saltavano agevolmente.

— Penso che le cose dovrebbero andare meglio, e non solo cambiare — risposi.

Lei sospirò, tirando indietro Jimmy Rex dalla balaustra. — E così non vanno meglio?

— Alcune non proprio.

— Dimmene una!

Le indicai le acque dell’oceano al di là della rete protettiva. — Intorno alla vecchia O.T. non vedevamo mai galleggiare seppie morte.

— Jason, sii serio! Questo non è colpa della nostra isola. Ci sono pesci morti ovunque in questa zona del Pacifico… — Con la coda dell’occhio vide che il bambino s’era arrampicato sulla balaustra per sparare meglio con il suo fucile immaginario. — James Reginald Appermoy! — esclamò, seccata, e lo riagguantò giusto mentre era sul punto di precipitare in mare.

Be’, un tuffo di una dozzina di metri non gli avrebbe fatto alcun male, ma anche lui dovette riflettere che sarebbe stato poco divertente. Se ne restò buono per almeno un minuto, e mi permise anche di tenergli un braccio attorno. Ma io mi stavo sempre preoccupando per quelle seppie. Un pesce morto in mare è una rarità, visto che di solito non fa in tempo a rendere l’anima che qualcosa lo ha già divorato. — Ho sentito dire che intorno alle Hawaii c’è una moria molto peggiore — osservai, e May disse:

— Oh, a proposito delle Hawaii, Jimmy Rex dovrà andare a far visita a sua nonna, la settimana prossima.

Io non dissi nulla ma il mio sguardo fu eloquente. — Andrà tutto bene — mi rassicurò lei.

— Andrà tutto bene se Pan e Jeremy staranno con lui — cercai di contrattare. Erano i due uomini della sicurezza che Jimmy Rex detestava di meno.

— Be’, se pensi che la sensibilità della nonna non ne sarà ferita… — Vide la mia espressione e tacque. — Va bene, andranno anche loro — promise. — Ma dopotutto gli Appermoy fanno parte della famiglia. E anche Betsy. Anzi, quando Jimmy Rex tornerà dalle Hawaii pensavo d’invitare qui alcuni dei suoi amici.

— Betsy è della famiglia — ammisi, — ma la spazzatura che si tiene intorno non c’entra niente.

— Però sono divertenti, Jason. E con tutto lo spazio che abbiamo ora sarebbe un peccato non invitare un po’ di gente.

— Questa — dissi, — è un’altra delle cose per cui preferivo la vecchia O.T.

Ma non avevo argomenti validi da opporre ai suoi discorsi sulla famiglia. E se dovevamo intrattenere gli amici di Betsy, lei avrebbe dovuto ospitare noi e i nostri; così May e Jeff e il bambino, insieme a me e alle quattro May, partimmo in volo per far visita alla regina Betsy. Le nostre ammiraglie non erano mai troppo distanti, di solito, almeno da un punto di vista geografico. Con gli esploratori delle due flotte sempre in cerca dei migliori delta-Ts (così chiamavamo le zone di mare con forti differenze termiche fra superficie e fondale) e gli idrologi che fornivano previsioni identiche sulla loro stabilità, e i navigatori ormai esperti nel tenere le isole galleggianti sulle zone più adatte dei delta, be’… c’erano poche soluzioni ottimali al nostro problema comune, specialmente quando ciascuna delle due flotte copiava la tecnologia dell’altra. Non c’era dunque da stupirsi se adottavamo le stesse soluzioni. E se avevamo gli stessi problemi, come mi resi conto allorché mi trovai accanto ad Havrila, sull’ammiraglia di Betsy. Gli indicai il mare. — Vedo che anche voi navigate in mezzo alle seppie morte.

— Anche la nostra flotta da pesce se ne lamenta — annuì gravemente lui, poi rise. — Ti dirò, avremmo potuto far di meglio che metterci nell’industria del pesce.

— Anche noi ci avevamo fatto un pensiero, per un po’ — dissi, — ma abbiamo preferito non occuparci dei prodotti deperibili. C’è fin troppo lavoro in altri campi.

Ed era vero. Stavamo spaziando in dozzine di attività. Estraevamo metalli pesanti dall’acqua sullo zoccolo continentale americano del Pacifico. Setacciavamo pallottole di manganese dal fondale oceanico. Il solo prodotto alimentare di cui ci occupavamo era l’acqua potabile non inquinata, sempre più rara sulla terraferma; avevamo costruito due enormi rimorchiatori sperimentali, a vela: macchine infernali che potevano essere usate per trainare icebergs dall’Antartide su fino al Golfo Persico.

Tutte le nostre iniziative prosperavano — benché nessuna come lo sfruttamento della differenza termica profondità-superficie, che era la base su cui poggiavamo — perfino gli icebergs. Questi erano la passione di Jefferson. Era un uomo legato alla terra, e qualunque cosa servisse a migliorare le condizioni di vita sui territori poco favoriti dalla sorte lo affascinava. Una settimana sì e una settimana no era fuori a supervisionare quei progetti. Ma non mi piaceva che lasciasse sola May. E la cosa mi piacque ancor meno quando in corrispondenza delle assenze di Jeff cominciarono ad arrivare parecchi degli spensierati amici di Betsy. Quello che capitava da noi più spesso era Dougie d’Agasto.

Quando i guai sono pronti per venire inevitabilmente vengono; durante una delle sue visite Dougie si trattenne un giorno di troppo. Jeff tornò a casa, e fin da prima che il jet toccasse la pista dovette notare dove si trovavano i suoi familiari, perché non andò a cercarli nella villa sul ponte anteriore. Consegnò la valigetta a un cameriere e venne direttamente in piscina. May, bella e provocante nel suo costume da bagno, stava sorvegliando che Jimmy Rex non rotolasse giù dal materassino galleggiante. Dougie d’Agastole s’era accostato e le mormorava qualcosa in un orecchio; il suo braccio sinistro era intorno alla vita di lei e con le dita giocherellava intorno all’elastico dei suoi slip. Jeff non era certo uno sportivo. Smilzo e basso, calvo, la sua unica attività fisica erano le passeggiate igieniche. Ma quando fece girare d’Agasto lo colpì con un gancio da manuale. Dougie volò indietro nella piscina, scomparve sott’acqua e quando riemerse gemeva e si palpeggiava il suo bel naso, ancora intatto ma sanguinante. Un’ora più tardi l’individuo era già lontano dall’isola galleggiante. Non so poi quali discorsi vi furono, in privato, fra May e Jefferson.

Ciò che so è quel che dissi io a May, appena mi capitò di trovarla da sola: — Sei una sciocca a rischiare di perdere Jeff per quel piccolo lenone di Miami.

Non erano affari miei? Be’, se non altro lei non disse questo. Ma mi fissò con serietà. — Non sto rischiando Jeff, zio Jason. Dougie è un rubacuori di professione, certo. Però è talmente un bel ragazzo.

— È un parassita.

— Fa quasi parte della famiglia.

— Ha un qualche genere di parentela con la tua ex suocera, sicuro, e fa parte della cerchia di Betsy. Ma quelli sono criminali, spacciatori di droga, gente violenta. E assassini.

Lei rise divertita e mi diede un buffetto su una guancia. — Dougie non ucciderebbe mai nessuno, Jason. Salvo forse qualche donna, amandola a morte. Ma hai ragione, non dovrei lasciargli pensare che lo incoraggio e non voglio affatto farlo.

Per sei mesi ebbi il piacere di non vedere più Dougie d’Agasto, ma sapevo che pochi giorni dopo quella scenata aveva scritto sia a May sia a Jefferson due untuose e striscianti lettere di scusa. Jeff mi fece capire d’averlo perdonato, ignorando il mio parere e i miei consigli. Poi Betsy venne da noi per un party, e portò d’Agasto con sé.

In quel periodo eravamo in competizione, e la visita era di piacere soltanto in parte poiché avremmo dovuto anche parlare d’affari. L’oceano è grande, ma esistono poche e sottili strisce di esso, sopra certe correnti sottomarine, dove la differenza di temperatura tra fondo e superficie può far girare al massimo le nostre turbine. Ambedue le flotte s’erano avvicinate molto all’equatore, inoltre: non tanto per il calore solare quanto perché dovevamo evitare il maltempo. Le isole galleggianti erano diventate un po’ troppo grosse e goffe per poter affrontare o evitare in fretta un uragano. E sull’equatore un uragano è un fenomeno quasi inesistente, perché l’effetto Coriolis comincia a farsi sentire sui venti soltanto più a nord o più a sud. Quell’inverno le zone in cui non si prevedevano forti tempeste erano ancor meno del solito.

Così l’orizzonte che ci vedevamo attorno non era mai vuoto. C’erano sempre diverse isole galleggianti in vista, a volte nostre, a volte di Betsy, o russe, o norvegesi o giapponesi. Prima del party vi furono dunque discussioni abbastanza incisive fra i comandanti di Betsy e i nostri, e onestamente devo dire che non mi preoccupai di sapere come avessero risolto la questione della spartizione territoriale. Comunque, i nostri ospiti gradirono molto il trattenimento. Era il primo dell’anno: i rinfreschi non mancavano, la gente era sparsa qua e là sull’isola in festicciole diverse e i membri dell’equipaggio erano i benvenuti nella nostra residenza. Vidi Betsy e May cantare Auld Lang Syne insieme al personale di cucina, e Dougie d’Agasto palpeggiare il sedere a un’operaia della sala turbine; se anche una volta, finita la festa, ci saremmo tagliati la gola l’un l’altro sui mercati di due continenti in quel momento tenevamo i coltelli nel fodero. La mattina seguente, con metà dell’equipaggio ancora sotto i postumi della sbornia, Jefferson Ormondo uscì a ispezionare le tubature per l’idrogeno che ci collegavano a una nave frigorifero appena giunta per fare il pieno.

C’era una falla. Ogni perdita di gas può essere pericolosissima, ma quella non avrebbe dovuto provocare un disastro per due ragioni. La prima è che l’idrogeno si disperde velocemente nell’atmosfera, e comunque abbastanza velocemente da produrre un sibilo che può essere ben avvertito. Infatti sia Jefferson sia gli altri corsero subito alla ringhiera: c’era un tuffo di una ventina di metri da fare per togliersi di mezzo, e al di sotto il mare era calmissimo. La seconda ragione era che non c’era da preoccuparsi perché una scintilla avrebbe dovuto incendiare il gas. Nelle vicinanze delle tubature per il trasbordo dell’idrogeno non era tollerato nulla che potesse produrre accidentalmente una scintilla.

Se l’esplosione fosse avvenuta a pochi metri da Jeff probabilmente non sarebbe stata mortale. Ma quando accadde lui era dentro l’esplosione: si trovava all’interno di una massa mista di aria e di idrogeno, e quel miscuglio gli era penetrato nei polmoni. Il gas scoppiò sia intorno a lui sia dentro di lui. Visse poco più di un’ora. Per tutto il tempo della sua agonia cercò di gridare e di gemere, ma non aveva più polmoni che gli consentissero di farlo.

Il solo danno all’isola galleggiante fu un po’ di vernice scorticata intorno alle flange che avevano ceduto. Tuttavia questo a May bastò: disse che non intendeva più abitare a bordo. Dopo il funerale dichiarò che Jimmy Rex aveva bisogno di una buona scuola, così si sarebbe trasferita con lui in Florida. Io potevo soltanto fare alcune ipotesi su cosa volesse May in realtà: o meglio, non volevo farne nessuna. Ma potei smettere di farmi domande alcuni mesi più tardi, quando lei mi chiamò per visifono e disse: — Ho una meravigliosa novità, zio Jay.

Il suo volto dolce e malinconico, inquadrato nello schermo, aveva un’espressione che mi fermò un attimo il cuore. Chiesi: — Chi è il fortunato?

Lei mi fissò: — Ti prego, non dire nulla su di lui quando ti dirò il suo nome. Me lo prometti?

Avevo la bocca arida e il cuore che andava a sbalzi, ma mi costrinsi a sorridere. — È Dougie d’Agasto, vero? E hai già deciso?

— Sì, ho deciso, Jay caro. È un uomo molto più gentile e simpatico di quel che credi.

— Lo spero.

— Oh, Jay, ti prego! Cerca di vedere le cose dal mio punto di vista. Ho sposato il mio primo marito perché Ben insisteva, e il secondo perché avevo bisogno del suo aiuto. Questa volta è perché lo voglio io, Jay. Sii buono, dimmi che è una cosa giusta!

— May — mormorai all’amore della mia vita, — qualunque cosa tu faccia va sempre bene per me. — Due volte vedova alla sua età… come potevo biasimarla?

No, era più giusto biasimare me stesso. E la previsione di Ben il Bastardo si realizzava. Aveva detto che lei avrebbe sposato un uomo ricco, istruito e bello. Non aveva mai detto che questi tre sarebbero stati un uomo solo.

IV

Sposò per dovere e per far sodalizio
il primo consorte, vissuto nell’ozio.
E sposò per amicizia e per aver man forte
il secondo, che il troppo impegno portò a morte.
Ma quando volle sposarsi per amore
l’uomo che scelse dei tre fu il peggiore.
Ingenua e cieca era agli animi intriganti
la malinconica regina dell’isole vaganti.

Misero su casa a Miami. Miami! Non riuscivo a immaginare come la mia May potesse credersi felice fra la gente della terraferma, specialmente gente di quel genere, e tuttavia le sue lettere rivelavano una certa serenità. Erano brevi, devo dire, e non molto frequenti. Ma le poche notizie che contenevano erano buone. Dougie, a quanto volle scrivermi, aveva messo la testa a partito e studiava ingegneria idroelettrica! Era un peccato che questo lo tenesse a lungo lontano da casa, ma la materia a cui s’appassionava richiedeva impegno. Lei invece giocava a golf, nuotava, andava a cavallo… aveva sempre qualcosa da fare. E Jimmy Rex diceva d’essere contento della sua scuola. Dalle lettere non si capiva se la scuola fosse contenta di lui. Così un aspetto positivo riuscivo a vederlo: se non avevo May, almeno non avevo neppure Jimmy Rex.

La residenza del proprietario era rimasta a me, e avevo tutto il tempo che volevo per aggirarmi da solo in quel lusso. Non ero dell’umore di dare dei cocktail party, e se a Betsy venne mai l’idea di farsi invitare ebbe il buon senso di non parlarmene. Mi tenevo occupato. In quel periodo lavoravamo in una dozzina di campi diversi. Vendevamo gas liquidi: ossigeno, azoto, idrogeno, anidride carbonica solida, ammoniaca, metanolo, clorina e soda caustica; inoltre piccole quantità di argon e di elio, quando trovavamo compratori. Mi trastullavo con l’idea di mettere in orbita geostazionaria molto bassa un satellite con cui trasmettere energia in Australia o in Giappone. L’industria dell’acciaio di Betsy invece andava male. Intanto, prendendo spunto da quel che mi aveva fatto notare il comandante Havrila sulle navi che arrivavano in zavorra, le sfruttavo per far arrivare sabbia con cui ripulivamo le tubature dalle incrostazioni anche in alto mare. Naturalmente non ero io il proprietario della Flotta, e per ogni cosa chiedevo il permesso a May. Lei me lo dava invariabilmente. Dato che quell’attività mi gratificava avrei dovuto essere felice… o felice per quanto ci si potrebbe aspettare, sapendo che la mia May era sposata con un verme travestito da uomo. Alla mia infelicità contribuiva però la lettera che mi era arrivata più o meno quando mi aspettavo. Non c’era il nome del mittente né il suo indirizzo. Solo tre righe:

Gli ordini del commodoro sono ancora in corso. Non ero certo se fosse il caso di eseguirli o meno, così ho tirato la moneta. Stavolta hai vinto tu.

Quasi avrei desiderato che la moneta fosse caduta al contrario… o meglio, mi sarebbe piaciuto se il mio misterioso corrispondente fosse venuto a parlarmi della faccenda. E se poi avesse deciso di assassinarmi… be’, certo non gli avrei dato una mano, ma c’erano notti in cui anche andarmene a quel modo mi sembrava meglio che vivere lì da solo. E Dio sapeva se avevo bisogno di qualche buon consiglio… perfino dal mio potenziale assassino.

Infine May mi spedì una lettera in cui diceva: Ti prego, vieni a casa nostra per qualche giorno. E in fondo c’erano alcune righe scritte da Dougie d’Agasto:

Abbiamo qualche affare importante di cui parlare, Jason. Potresti venirne fuori molto ricco; inoltre, questo è ciò che May desidera.

Perfino quando quell’individuo cercava d’essere gentile riusciva a farmi rizzare il pelo. Non avevo dimenticato l’ultimo affare che mi aveva proposto. E conoscendolo pensai, per un attimo, che avrebbe potuto rifarmi la stessa offerta… ma era un’idea paranoica, ovviamente. Nessuno rapisce un bambino quando ha già catturato la madre.

Se c’era una cosa certa era che io non avevo intenzione di parlare di niente con Dougie d’Agasto, non importa quali panorami di ricchezza mi avesse steso dinanzi. Ma a chiedermi di far loro visita era May.

Non è un volo lungo quello da Papeete a Miami, ma sono pur sempre cinque fusi orari e mi portò via la nottata. Così arrivai alle dieci del mattino ora locale, con appena un’ora di sonno dietro le spalle e di umore poco felice. All’aeroporto presi un tassì e mi feci portare all’indirizzo che Dougie mi aveva dato. Il quartiere in cui mi trovai sembrava la zona dei magazzini e puzzava come se ci fosse un inceneritore di rifiuti. Un paio di vecchie auto a benzina, mezzo bruciate, arrugginivano lungo il marciapiede. Eravamo solo a due o tre isolati dalla Biscayne Bay… che aggiungeva il suo odore all’atmosfera. Uno degli edifici della zona era stato semidistrutto da un incendio, e un altro aveva porte e finestre sbarrate da assi. Di fronte a un negozio di alimentari una vecchia negra rovesciò un secchio d’acqua saponata sul marciapiede e cominciò a ramazzare con una scopa. Attraversai la strada verso di lei, con la valigetta in mano. — Mi scusi, può dirmi dove abita Douglas d’Agasto? — chiesi.

Si raddrizzò stancamente. — Dietro di lei — rispose. Ebbi l’impressione che ci fosse una luce ostile nel suo sguardo, comunque aggiunse: — Vuole che l’aiuti a portare la valigia?

— Grazie, no. Ma è un’offerta gentile da parte sua. — Sorrisi e accennai al marciapiede. — Non mi aspettavo che qualcuno sapesse ancora cos’è la pulizia da queste parti.

— Io non sono di queste parti — m’informò lei, e ci salutammo cortesemente. Se non altro, pensai, in quel quartiere sopravviveva una persona gentile per fare il paio con May… ma come poteva d’Agasto aver portato May a vivere in quel sobborgo? Be’, naturalmente poteva se la zona si adattava ai suoi scopi, anch’essi poco puliti.

E naturalmente ero partito da una premessa sbagliata. Nell’edificio che mi era stato indicato non abitava nessuno. Era adibito a uffici, e una volta che fui nel cortile interno vidi che era anche abbastanza lussuoso. Da dietro un’inferriata coperta d’edera sbucò un giovanotto smilzo, di colore, che aggirò una fontana di marmo e mi chiese cosa desiderassi. Dopo che gli ebbi dato il mio nome mi fece passare attraverso una porta — notai il montante spesso e largo, e compresi che conteneva un apparato rivelatore d’armi — quindi in una bella sala d’attesa. Qui una ragazza svelta e attraente dai capelli rosa mi prese in consegna, guidandomi nell’ufficio di Douglas d’Agasto.

Avevo già visto una foto di quel salone: era l’ufficio di Mussolini, al Quirinale. — Ehilà, zio Jason! — esclamò d’Agasto alzandosi per darmi il benvenuto con una stretta di mano, cosa che avvenne solo quand’ebbi superato i quindici metri che mi separavano dalla sua scrivania. — Lieto che tu sia potuto venire. Scusa se ti ho dato l’indirizzo dell’ufficio, ma ho pensato che avresti preferito prima parlare d’affari e poi andare a casa a rilassarti un po’.

Lasciai che agitasse la mia mano: — E quali sarebbero gli affari di cui dobbiamo parlare?

Lui annuì, approvando che venissi subito al punto. Non fu da meno: — May vuole la proprietà completa della Flotta. Niente più fiduciari, niente altri proprietari. Così vorremmo che tu rinunciassi al tuo incarico di amministratore e ci vendessi la tua parte di azioni. Siamo disposti a pagartele cinquanta milioni di dollari, zio Jason.

Non mi aveva invitato a sedere ma presi lo stesso una sedia. — Io non sono tuo zio — precisai, — e le mie azioni non valgono tanto. Quindici o venti milioni, al più. Ma poco importa perché non le vendo.

— May ci terrebbe molto che tu…

— Se May vuole che io faccia una cosa me lo dice lei stessa.

Nell’espressione che gli si congelò sul volto ci fu un attimo di rabbia omicida. Non me ne feci un baffo. Ma subito il suo volto abbronzato tornò a irradiare una presuntuosa sicurezza di sé. — In tal caso — disse, esibendo un gran sorriso, — non ci resta che andare a casa, e provvedere lei a chiederti questa cosuccia. Credo che il nostro posticino ti piacerà.

Se Dougie intendeva dire che l’avrei trovato lussuoso, sapevo che non esagerava. Avevo firmato io i trasferimenti di fondi, sul conto di May, che erano serviti per quella spesa. E il lusso cominciò a farsi vedere assai prima che arrivassimo là. Distavamo solo tre isolati dal molo privato di Dougie, sulla baia, ma uscendo in cortile trovammo una limousine con autista ad attenderci. Mentre giravamo fuori, sulla strada, vidi che la vecchia negra smetteva di lavare la vetrina del negozio e si voltava a gettarci un’occhiata. Apprezzai quello sguardo: ora sapevo a chi dedicava la sua ostilità. Ci trasferimmo in un motoscafo con tre uomini di equipaggio e rombammo via nel canale, passammo sotto alcuni ponti, aggirammo diverse piccole isole e facemmo rotta verso una abbastanza estesa. La costeggiammo per qualche minuto. Lungo la riva sorgevano ville eleganti, poi per un pezzo ci furono solo mangrovie e cipressi, finché raggiungemmo un molo a cui avrebbe potuto attraccare un transatlantico. Be’, non proprio, ora esagero. Ma anche quella banchina era un’esagerazione. Neppure Dougie poteva desiderare un vascello per cui occorresse tutto quello spazio.

La villa era delle dimensioni che mi aspettavo, ma la cosa più bella di quello spettacolo era May che correva giù per il vastissimo prato verde smeraldo per venirmi incontro. Mi baciò sulle guance, abbracciandomi più forte di quanto avesse mai fatto, poi fece un passo indietro per esaminarmi. Anch’io la esaminai, emozionato. Era la mia dolcissima e tenera May, bella come sempre, con i suoi grandi occhi luminosi, i capelli di seta, il volto… — Mi sembri stanca — dissi, senza stare a riflettere, ma era vero. Per farmi perdonare aggiunsi: — Troppo golf, suppongo.

Il suo sorriso vacillò, poi riprese a splendere. — Troppo tempo che non ti vedo, piuttosto, Jason. Su, lascia che ti prenda a braccetto. Oh, Jason… ho sentito tanto la tua mancanza!

Se sarò consultato dal tribunale celeste quando verrà il giorno di decidere per quanto tempo Dougie d’Agasto dovrà arrostire all’inferno, potrò dire a suo discarico che almeno ci lasciò soli a parlare. Si scusò con noi, andò nel suo studio per un’oretta, scese a pranzo e subito dopo andò via in motoscafo restando assente fino a sera. Disse che era per i suoi studi d’ingegneria idroelettrica: così ebbi May tutta per me. Mi fece vedere la villa e mi raccontò di quel che faceva Jimmy Rex. Poi mi parlò della plebaglia secessionista, che spesso impazzava per le strade, e disse che non poteva dar loro torto e che forse quella parte della Florida si sarebbe unita a Cuba. Volle sapere se avessi visto le nuove grandi isole galleggianti che la Cina stava varando, e se in mare ci fosse molto pesce morto. Ebbi anche il tempo di fare un pisolino prima di cena, ma né lei né io sfiorammo l’argomento principale.

La cena non fu sontuosa, però May aveva fatto cucinare diverse fra le mie pietanze preferite. Fin da bambina sapeva bene quali fossero. Quando il caffè fu in tavola, Dougie fece segno ai camerieri di uscire dalla sala e si appoggiò allo schienale dell’elegante sedia.

— Tesoro, è il momento di parlargliene — disse, con quel sorriso che sembrava sempre sul punto di trasformarsi in una smorfia acida.

May sembrò riluttante, ma non si oppose. Mise i gomiti sulla tavola, poggiò il mento sulle mani e mi guardò. — Tu sei stato come un secondo padre per me, Jason, e un buon amico.

Non erano proprio le parole che avevo sperato di udire da lei, ma date le circostanze erano le migliori che potessi aspettarmi. Mi sporsi ad accarezzarle una mano.

— Così non credere che io non ti sia grata, caro, perché lo sono. E lo sarò sempre. Ma non sono più una bambina: sono una donna adulta, sposata… — Sposata tre volte, pensai io, e lei dovette avere la stessa riflessione perché esitò. — Sposata, e con un figlio. E posso prendermi le mie responsabilità come ogni persona adulta. Così vorrei chiederti di rinunciare al tuo incarico di amministratore fiduciario. — Dougie annuì con serietà, quasi che ascoltasse quell’idea per la prima volta e si degnasse di riconoscerne la saggezza. Non disse nulla. E fece bene, perché avrei potuto rispondergli con un vocabolario assai poco elegante. — Non devi vendere le tue azioni se preferisci tenerle, Jay — continuò lei. — Dougie pensava che ti converrebbe, ma sta a te. Però ti prego di pensarci.

Non mi volsi a guardare Dougie. Non ne avevo bisogno perché avvertivo la temperatura del suo sorriso… e la sentii scendere sottozero quando dissi: — Se facessi quel che chiedi, May, sarei ucciso. E per ordine di tuo padre. — Tolsi di tasca le diciannove lettere che avevo ricevuto dal mio ignoto sicario e gliele porsi. Poi riferii loro parola per parola la promessa che il commodoro mi aveva fatto.

Dougie abbatté un pugno sul tavolo, e malgrado lo spessore il legno tremò. Non fece commenti, e io non lo guardai, ma con le lacrime nella voce May gemette: — Vuoi dire che mio padre ha pagato qualcuno per ucciderti? Ma questo è terribile!

Le sfiorai ancora la mano. — No, mia cara, non è così. Dal suo punto di vista aveva ragione a farmi sorvegliare; se ti avessi tradita, la punizione sarebbe stata giusta. — E desiderai essere più sicuro di non aver mai tradito i suoi interessi.

May stava piangendo, adesso. Sarebbe stato compito di suo marito confortarla, ma suo marito stava studiandosi le diciannove lettere, le buste e i francobolli. Io mi alzai, girai intorno al tavolo, poggiai un ginocchio al suolo e le cinsi la vita con un braccio. Per qualche minuto nessuno parlò, e a me non sarebbe importato nulla se quei momenti fossero durati per sempre, con May tenera e doice che si appoggiava a me. Ma alla fine Dougie smise di ruminare quel che stava ruminando, sbatté le lettere sul tavolo e mi fissò a occhi stretti. — Suppongo che tu non stia mentendo spudoratamente, è così? — disse.

May si raddrizzò, rigidamente. — Jason non mi ha mai mentito — affermò. — Mai!

— Non voglio credere che si sia cucinato da solo tutte queste lettere — concesse lui, — così diciamo pure che sia vero. Tu cos’hai da dire Jay? Hai un’idea di chi possa essere questo individuo?

Esitai, ma era ormai tardi per danneggiare in qualche modo quella persona. — Per un po’ ho creduto che fosse il comandante Havrila — dissi. — Tuttavia lui è morto sei mesi fa, e da allora ho ricevuto altre lettere.

— Non hai mai cercato di scoprirlo? Di indagare nei luoghi da cui sono state spedite? Di rintracciare chi le ha impostate?

— Come avrei potuto fare? — O forse avrei dovuto dire perché prendermi la briga di farlo? Da tempo avevo accettato la situazione che il commodoro mi aveva imposto.

Lui annuì. Non si stava mostrando d’accordo, stava sottolineando il fatto che io non avevo né il carattere né l’iniziativa per trarmi d’impaccio da solo. — Ciò che faremo noi — propose, — è di metterti attorno il più dannato apparato di sorveglianza che abbia mai visto in vita tua. Ventiquattr’ore al giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. E dimentica i cinquanta milioni: io posso arrivare fino a…

— Dougie, smettila! — gemette May. La guardai, sbattendo le palpebre ma lei aveva girato la testa. Poi si volse a me. — Quello che hai detto cambia tutto, naturalmente. Così la questione è chiusa. Andremo avanti come abbiamo sempre fatto finora.

Mi aspettavo un’esplosione da Dougie, invece non batté ciglio. Ancora non avevo capito che da Dougie d’Agasto c’era da aspettarsi una sola cosa: non faceva mai quello che uno si aspettava. Faceva sempre qualcosa di peggio. Annuì, riordinò le lettere, se le mise in tasca e ci elargì un luminoso sorriso.

— In questo caso — esclamò, — che ne dite di una partitina a biliardo?

Se quella sera Dougie d’Agasto non ottenne ciò che voleva dal nostro incontro, per altri versi riuscì ad avere molto. Ad esempio il diritto di darmi istruzioni sul da farsi. Ogni lettera in cui si parlava d’affari portava in calce la firma di May, ma non c’erano dubbi su chi l’avesse compilata.

Le sue istruzioni non erano sciocche o sbagliate, a dire il vero… anche se forse c’erano state lettere che May s’era rifiutata di firmare. Cancellare i piani per un’altra draga da alte profondità… be’, in quel periodo i noduli di manganese saturavano il mercato, con tante isole galleggianti che li raccoglievano. Rinunciare al progetto degli icebergs e vendere le relative attrezzature… certo, dopo i primi successi le nostre entrare s’erano ridotte quasi a zero in quel campo. Non cercò mai di tagliarmi i fondi che destinavo a rendere la Flotta sicura e confortevole per gli equipaggi, ma mise il veto a ogni programma di espansione. Stava ammassando fondi, all’apparenza. Senza dubbio aveva un suo progetto dunque, ed ero certo che presto o tardi l’avrei scoperto.

Nel frattempo eseguivo i suoi ordini, e la vita di bordo non era poi tanto malvagia. Agli ufficiali e all’equipaggio io piacevo, credo. Non solo a quelli dell’ammiraglia. Quando andai in volo a Dubai per firmare il contratto di vendita dei rimorchiatori degli icebergs, e pagai gli equipaggi, loro mi portarono in città e cenammo assieme. Mai mi sarei aspettato questo da quaranta fra uomoni e donne che avevo appena licenziato, e che non potevo far riassumere in altri reparti della Flotta… erano però tutti bravi marinai e il lavoro non mancava. Ciò che fecero fu dunque dire addio a un amico, e ne fui commosso. Ero ancora ubriaco quando risalii in aereo, e atterrando sull’ammiraglia avevo il cervello pieno di stoppa e la vista confusa… ma non abbastanza da non vedere che parcheggiato sulla pista c’era il jet privato di Betsy.

— Ho pensato — disse, venendomi incontro, — che fosse tempo di farti una visita, visto che tu non ti fai mai vedere.

Betsy era una persona che non avrei mai incluso fra i miei amici, ma non desideravo neppure offenderla. — Sei sempre la benvenuta sulla Flotta di May — dichiarai, con molta educazione e molta poca sincerità, e chiamai il maggiordomo e alcune cameriere per farle preparare un appartamento. Mi avevano già preceduto, naturalmente: c’erano fiori freschi nei vasi e bevande ghiacciate nell’ala della villa che sceicchi e ministri occupavano quand’erano nostri ospiti. Con mio sollievo Betsy non s’imbronciò quando dissi che avevo da sbrigare qualche lavoretto. — Sono stato assente un paio di giorni — borbottai, — e bisogna proprio che… — M’interruppe ponendomi un dito sulle labbra con un sorriso che in altre circostante avrei definito una seducente promessa.

— Ne approfitterò per usare la vostra piscina, Jay — disse, anche lei educatamente. E per un’oretta si trastullò nuotando in piscina e lasciandosi scivolare giù per la liscia cascata dal fondo di vetro, mentre io facevo quel che dovevo fare. Il che non era soltanto lavoro: presi alcune pasticche e respirai ossigeno puro da una bombola perché con Betsy come ospite volevo avere la mente sgombra e chiara.

Aveva chiesto che la cena fosse servita in giardino, e quando uscii a raggiungerla vidi che indossava un abito lungo e semitrasparente, bianco, e un fiore d’ibisco nella spilla di diamanti che le teneva sollevati i capelli da un lato. — Come sei elegante — dissi, inchinandomi al copione. Lei ebbe un sorriso sognante, mentre il sommelier serviva il vino.

— A noi due — disse, e quando avemmo bevuto un sorso i suoi occhi scintillarono. — Com’è fresca e profumata l’aria, qui, Jay.

— Speriamo che resti così — fu quel che dissi io, perché mi erano giunte voci sui progetti diversificanti a cui Betsy intendeva dare il via. Lei mi fissò pensosa, ma solo un attimo perché era troppo occupata a recitare la parte romantica che s’era imposta. Per tutta la cena esibì modi svenevoli e chiacchierò, spettegolando sui suoi amici altolocati. Il cuoco aveva avuto il tempo di fare del suo meglio, così la cena fu a base di sughi e salse elaborate, e prodotti freschissimi della piccola fattoria di bordo. Come dessert venne servita frutta affogata in un cocktail così alcolico che rinuciai al mio solito bicchierino di brandy come digestivo. Dopo quei due giorni a Dubai ne avevo abbastanza dell’alcol, inoltre. Betsy non aveva i miei problemi con la digestione: mangiò e bevve tutto quel che le venne servito, e quand’ebbe finito sospirò soddisfatta: — Vorrei avere il tuo cuoco, Jay! Suppongo di poterti dire che ho già cercato di portartelo via.

— Lo so — dissi. E sapevo anche per quale ragione lui si era rifiutato: fin da ragazzina Besty aveva la fama di saper far impazzire il personale di servizio.

— Tu sai molte cose sui miei affari, non è vero? — mormorò, insinuante. — Penso che volessi dire qualcosa, con quell’osservazione sull’inquinamento.

Scossi le spalle. — Ho sentito dire — ammisi cautamente, — che hai contrattato per avere grandi quantità di carbone australiano. La sola cosa che io possa ipotizzare sui tuoi progetti è che intendiate trasformarlo in benzina con la pirolisi. Così finiremo per avere attorno delle raffinerie galleggianti.

— Hai delle buone fonti d’informazione, Jay. E anch’io. Sei stato uno sciocco a metterti contro Dougie, lo sai.

Era seduta fra me e il disco rosso del sole sull’orizzonte. Mi spostai per togliermi la luce dagli occhi e vederla meglio in viso, e con una risatina lei trasse la sedia accanto alla mia. — Tu sei sempre una sorpresa per me, Jason — disse. — Quelle diciannove lettere… e in tanti anni non hai mai detto una parola a nessuno.

Finalmente capii perché sorrideva. — Hai una spia in casa di May — la accusai.

— Mio caro Jason! È naturale che io provi interesse per quel che succede intorno a mia sorella.

— Non è tua sorella.

— Penso sempre a lei come la mia sorellina maggiore. — Spostò un ginocchio contro il mio. — Ti piacerebbe sapere come penso a te?

Ora, il trascorrere degli anni non mi aveva certo reso più attraente: ero più vecchio del padre di Betsy. Non riuscivo a pensare ad alcuna ragione perché il mio corpo dovesse sedurla, ma aveva gli occhi socchiusi, un sorrisetto insinuante sulle labbra e la voce le s’era fatta rauca.

Mi alzai per riempirle il bicchiere, e quando sedetti di nuovo badai a ristabilire le distanze. — Perché sono stato uno sciocco, Betsy?

— Gli incidenti accadono — mormorò, da sopra l’orlo del bicchiere. — Potresti avere una vecchiaia tranquilla se fossi… prudente, Jay. — Io mi agitai a disagio, cercando d’ignorare le implicazioni. — E May ha davanti a sé la vita intera — continuò, — a meno che non le capiti un incidente. Perché, come sai, Jason, tu sei l’amministratore fiduciario del patrimonio di May grazie al testamento del commodoro… ma solo finché lei vive. Una volta morta, tu non avresti voce in capitolo sui proventi delle sue azioni.

— Le azioni passerebbero a Jimmy Rex.

— E se accadesse qualcosa a Jimmy Rex?

Mi stavo irritando… e non perché lei mi stesse mettendo pensieri nuovi nella testa: quelle erano preoccupazioni che mi ruminavano ormai da anni. Fortunatamente, per tranquillizzarmi l’animo, m’ero procurato una risposta a quelle domande. — Il denaro di May — dissi, — è molto, ma non è niente se paragonato a quello che Jimmy Rex erediterà da sua nonna. Gli Appermoy hanno i miliardi, e lui è l’unico erede.

Betsy rise divertita. — E pensare — si stupì, — che tu sei quello che ha svegliato il nostro interesse per il pesce morto!

Annuii, come se avessi capito. Dubito però d’averla ingannata perché la cosa sfuggiva del tutto alla mia comprensione, e per prendere tempo nel tentativo d’indovinare il significato mi versai un brandy. Camminai su e giù assaporando il Courvoisieur. O era lei a prendermi deliberatamente in giro, o ero più stanco e stordito, e sì, anche più ubriaco di quel che credevo. Forse non m’ero schiarito la mente abbastanza? La logica mi sembrava molto semplice: a Jimmy Rex non avrebbe potuto accadere niente — almeno, niente provocato da Dougie — finché sua nonna era viva, perché Dougie non avrebbe certo gettato via la possibilità di veder finire in famiglia la fortuna degli Appermoy. Non immaginavo però cosa potesse avere a che fare il pesce morto con tutto ciò, e Betsy non mi stava certo aiutando a riflettere. Si accostò a me facendo le fusa come una gatta, e d’un tratto mi leccò il lobo di un orecchio. — Sei un uomo eccitante, Jason — sussurrò.

— Per l’amor di Dio, Betsy! — protestai, senza capire se a confondermi le idee era quel che stavo dicendo o quella lingua umida e calda nel mio orecchio. Ero un uomo già oltre la mezz’età, ma non ero ancora morto. Betsy non mi attraeva per niente: non era mai stata graziosa. Però era giovane, abbastanza bene in carne, e doveva essersi versata almeno cento dollari di profumo francese su quell’abito vaporoso e semitrasparente. Cercai di tornare sui binari della conversazione: — Vuoi spiegarmi, per favore, quello che stai cercando di dire?

Lei ebbe un sorriso vago e indietreggiò un tantino… non era per rimettere un po’ di spazio fra noi: voleva solo aspirare l’aria nei polmoni. Per gonfiare il petto. Io finsi di non farci caso. — Jason — ronfò lei, — riesco a pensare meglio quando sono distesa. A letto, con un uomo caldo e simpatico accanto a me.

Non potevo più avere il minimo dubbio che Betsy intendeva aggiungere il mio nome alla lista di quelli dei suoi amanti. E m’imbarazza ammettere che in quel momento m’illusi che fosse davvero per una certa mia avvenenza fisica… o quasi m’illusi. Gracchiai: — Perché stai facendo questo, Betsy?

— Uffa! — s’imbronciò lei. Poi scrollò le spalle. — Perché voglio tutto quello che appartiene a May; ma ti prometto che ne varrà la pena. A letto io sono speciale, Jason. E ti prometto anche — aggiunse, passandomi le braccia intorno al collo, — che in quel grande letto dove dormi, e che era di May, dopo che l’avremo usato come va usato ti dirò tutto ciò che vorrai sapere… e ne resterai davvero affascinato.

Su quella promessa m’ingannò, anche se fu la sola che non mantenne. E quella notte non dormii molto. Quando mi svegliai, il mattino dopo, e ripensai a chi avevo avuto come compagna diletto, lei se n’era andata. Misi i piedi fuori dalle lenzuola, allungai una mano a recuperare il pigiama e mentre ancora mi stupivo su quel che era accaduto sentii l’ululato di un jet. Andai sulla terrazza e lassù, argenteo e veloce nel cielo limpido, c’era l’aereo di Betsy. Aveva avuto quel che era venuta a cercare e se n’era andata.

Ma quella notte non fu la sola in cui mi tolse il sonno. Non potevo togliermi dalla testa le cose che aveva detto o sottinteso, e la peggiore era l’allusione al fatto che la morte di Jeff non era stata accidentale. Dougie era un corrotto, naturalmente. Non avevo mai pensato che fosse anche un assassino, salvo che forse nel mio subconscio; ma ora che Betsy mi aveva messo quella pulce nell’orecchio la cosa mi parve probabile.

Chiamai ancora il capo del servizio di sicurezza, e da quel giorno in poi non restai mai senza un paio di guardiani a portata di voce.

Ma questo proteggeva soltanto me; cosa poteva proteggere la mia May? La logica mi diceva che sarebbe stato insensato per Dougie far del male a May o a Jimmy Rex prima che il bambino ereditasse il patrimonio degli Appermoy. Anzi avrebbe avuto tutto l’interesse a coccolarseli tutti e due, almeno fino alla morte della vecchia.

Tuttavia il puzzo del pesce morto mi sussurrava che c’era qualcosa di sbagliato in questo mio ragionamento. Besty sapeva cosa, ma come c’era da aspettarsi non aveva voluto dirmelo. Così feci eseguire alcune discrete investigazioni.

Non fu necessario attenderne l’esito. Prima che i miei agenti facessero rapporto, una mattina fui svegliato dal tesoriere della Flotta che venne a bussare alla porta per comunicarmi una notizia.

Il pesce morto aveva causato la fine degli Appermoy.

A quanto risultava, il vecchio Appermoy ne aveva fatta una un po’ troppo sporca prima di morire. Il sistema di vetrificare gli scarti radioattivi era sicuro e poco costoso, e per lui non sarebbe valsa la pena di rischiare la galera cercando di risparmiare in quel settore. Ma gli impianti che usava per la vetrificazione avevano avuto un guasto proprio in un periodo critico, e si era visto costretto a liberarsi in fretta del carico di una delle sue navi: ottocento tonnellate di rifiuti altamente radioattivi, senza nessun luogo legittimo in cui sistemarli. Di conseguenza s’era limitato a scaricarli sulla sommità del suo pianoro sommerso, e naturalmente essi avevano cominciato subito a disperdersi in mare.

Appermoy non aveva assassinato l’Oceano Pacifico, troppo vasto anche per la sua criminale efferatezza, ma ne aveva inquinato tre milioni di chilometri quadrati al punto da causare immense morie di pesce. La famiglia della vedova era riuscita a tenere il coperchio sulla pentola — corrompere era un’arte, per la Mafia — finché la meteorologia non li aveva traditi: per un mese intero i venti delle Hawaii avevano soffiato al contrario. Le correnti di superficie ne erano state alterate, ed acque molto radioattive avevano cominciato a lambire le spiagge di Oahu, Maui, e la costa di Kona.

La faccenda era diventata troppo grossa per chi teneva giù il coperchio di quella pentola bollente, e le attività degli Appermoy erano saltate allo scoperto alla prima indagine. La legge li aveva raggiunti, costringendoli a pagare una multa di venti miliardi di dollari, dopo di che varie agenzie governative s’erano lanciate sulle loro altre imprese come segugi affamati. — Io scommetterei — commentò il tesoriere, — che la vecchia Appermoy è riuscita a salvare qualche milione di dollari, qua e là. Ma la bancarotta è stata completa.

E così Jimmy Rex aveva perduto buona parte della sua eredità… e May la sua assicurazione sulla vita.

Dal momento che non credevo più che l’incidente di Jeff fosse stato un incidente, cominciai a temere che qualcosa sarebbe presto accaduto a May e a suo figlio. Cosa potevo fare per impedirlo? Scartai l’uno dopo l’altro molti piani. Avrei potuto mettere Dougie di fronte ai miei sospetti e avvertirlo che sarebbe stato sorvegliato… idea assurda! Non sarebbe stata la paura a tener lontano dai soldi le grinfie di d’Agasto. Avrei potuto avvertire May, spiegarle le mie conclusioni e supplicarla di divorziare. Ma questa era un’altra idea irrealizzabile: se teneva davvero in conto la mia opinione su quell’uomo, in primo luogo non l’avrebbe mai sposato. Il piano migliore era proprio quello che scartai subito dopo averci pensato. Perché sarei stato capace, nella mia rabbia e disperazione, di fare a Dougie quel che temevo volesse fare a May.

Ma non volli cadere così in basso, anche se una premonizione mi diceva che me ne sarei pentito amaramente. E mentre mi rodevo con la tentazione di mettermi in contatto con May, senza saper bene cos’avrei potuto dirle, fu lei a chiamare me. Il suo volto era stanco e la vidi molto tesa, ma tentò di apparire spensierata. — Buone notizie, Jason! — esclamò, benché i suoi stessi occhi la smentissero. — Dougie dice che non dobbiamo più preoccuparci di quelle lettere. Ne è sicuro. È riuscito ad avere delle prove inconfutabili, e te le porterà. — Poi aggiunse, con sforzo evidente: — Ma solo tu devi decidere se la prova è sufficiente, Jay. Io appoggerò la tua decisione, qualunque sia.

E due giorni più tardi, prima dell’alba, il sibilo dell’aereo di Dougie mi strappò dal sonno. Quando fui vestito e scesi non lo trovai però sulla pista d’atterraggio. C’era solo il pilota, con un messaggio per me: Mr. d’Agasto aveva incaricato alcuni inservienti di portare il suo materiale giù al reparto eliminazione-rifiuti. Mr. d’Agasto mi avrebbe atteso là. Mr. d’Agasto mi pregava di raggiungerlo subito.

Mr. d’Agasto era speciale nel darmi sui nervi. Perché il reparto eliminazione-rifiuti? Non era molto più che l’apertura di una fogna… intorno al perimetro dell’isola galleggiante c’era un complesso di attrezzature e non potevamo sbattere i rifiuti nell’acqua che assorbivamo, cosicché c’era un pozzo che usciva dal centro dello scafo. Si trattava di un locale più basso e sudicio della sentina, e nessuno ci andava se poteva farne a meno. Non mi piaceva il fatto che Dougie avesse scelto quel posto, non mi piaceva ricevere ordini da lui… e soprattutto, naturalmente, non mi piaceva Dougie. Ma andai. E per tutto il percorso sul montacarichi, e poi lungo le rumorose sale delle turbine a bassa pressione, non feci che chiedermi se Dougie meditasse di uccidermi e scaraventare il mio cadavere in quel pozzo: ormai lo credevo capace di tutto.

E non avevo dimenticato certe cose che Betsy mi aveva detto quella notte. Niente di utile, sia chiaro; erano soltanto cose che lei credeva sessualmente stimolanti. E le aveva tutte imparate da Dougie. Per metà della nottata non aveva fatto altro che dirmi quanto questa o quest’altra cosa piacevano a Dougie, invitandomi a provarle, insistendo perché facessi come Dougie… ma alcune m’ero rifiutato di farle, e mi sentivo rivoltare al solo pensiero di quello che doveva accadere fra Dougie e May nella loro camera da letto. Così l’idea di vederlo m’era quasi insopportabile. E se aveva progettato di uccidermi… be’, almeno non sarei più stato tormentato da quei pensieri velenosi.

Venne però fuori che non aveva nessun progetto del genere.

Nella stanzetta dell’eliminatore c’era lui solo. L’aria era piena di vapori, perché aveva aperto il portellone del pozzo e pochi metri più in basso ondeggiava l’acqua fetida e calda in cui sboccava la nostra fogna. Dougie aveva un piede poggiato su una lunga cassa da imballaggio, e per combattere il puzzo dello scarico s’era acceso un sigaro. — Chiudi la porta — ordinò.

Feci quello che chiedeva. Dougie dovette accorgersi che ero teso e preoccupato, ed ebbe un sorrisetto. — Non ci vorrà molto — mi rassicurò. — Aiutami ad aprire l’imballaggio.

Mi diedi da fare ubbidendo alle sue istruzioni. Era materiale piuttosto pesante, con due strati di plastica sigillata che ricoprivano quello che risultò essere un cassone metallico lungo un paio di metri. Le cerniere erano chiuse con un lucchetto. — Devo dire che ti prendi cura dei tuoi documenti — ansimai, mentre terminavo di strappare via la plastica.

Lui rise, per un motivo che non potei capire. Gli occorse qualche minuto per tirare via il lucchetto dalle flange e quando aprì il coperchio…

Era il coperchio di una bara.

Dall’interno si sollevò un disgustoso miasma di decomposizione. Il corpo steso nella cassa doveva esser morto da parecchi giorni, ma il vecchio volto rugoso era ancora ben riconoscibile. In vita era appartenuto a Elsie Van Dorn. — Non avrei mai pensato a lei! — ansimai.

— E non dovrai pensarci più — ridacchiò Dougie. — Sei davvero un povero ingenuo, vecchio. Il commodoro non se l’era trovato gratis il suo cane da guardia. Non ho dovuto far altro che spulciare la lista dei suoi lasciti testamentari minori, anche se non è stato facile metterci le mani sopra. — Io chinai il capo, evitando di guardarlo negli occhi. — Una volta risalito a lei è stato facile. Aveva perfino copie delle lettere in una cassetta di sicurezza.

Non fui capace d’aprir bocca. Avevo a mala pena la forza di fissare la povera Elsie, che aveva amato molto la bambina di cui era stata la nutrice e che, alla fine, aveva pagato un prezzo per quell’amore.

— Hai visto abbastanza? Sei convinto? — chiese Dougie, e spinse la cassa nel pozzo. Due metri più in basso l’acqua fetita si aprì con uno spruzzo e la bara scomparve con il suo segreto verso il fondo dell’oceano. — Adesso non hai più nessuna scusa, vecchio — disse Dougie. — E ti ho portato dei documenti che aspettano solo la tua penna. Eccoli qui: firma.

E come già prevedevo, non appena tornò a Miami con le carte firmate, May trasferì a nome di lui tutte le sue azioni. L’avevo supplicata di non farlo, per visifono. E lei, evitando il mio sguardo, aveva risposto: — Sento che… o almeno lo spero, che quando avrà ciò che desidera non vorrà… — E s’era azzittita, scuotendo il capo, rifiutando di dire quel che lui avrebbe fatto in caso contrario. Fu così che Dougie d’Agasto s’incoronò Re delle isole galleggianti.

Quel ch’era letizia divenne dolore
quand’ella sposò dell’inferno il signore.
Da schiava la vita ora aveva venduto
a un traditore sanguinario, a un bruto,
e il suo bacio insozzava le labbra innocenti
dell’afflitta regina dell’isole vaganti.

Le isole artificiali continuavano a incassare denaro, ma all’orizzonte si prospettavano nuvole scure. Sulla terraferma c’erano nuove fonti di energia: metano di profondità da sotto la crosta terrestre. E c’era un grosso satellite in orbita geostazionaria, con generatori solari MHD che spedivano giù energia in forma di microonde. E ogni mese venivano varate nuove grandi isole, nostre, o di Betsy, o di altri. Tutti quanti usavamo tubature lunghe cinque chilometri, sfruttavamo le stesse zone d’oceano e risucchiavamo dagli stessi delta-Ts. Ma a darmi fastidio non era più il relativo affollamento del mare: c’era di peggio. Il grande Oceano Pacifico era pieno di grumi catramosi e di idrocarburi. Non avevo sbagliato sui programmi industriali di Betsy, solo che non mirava alla produzione di benzina. Acquistava carbone scadente dall’Australia, lo pirolizzava per estrarne idrocarburi liquidi, quindi con l’elettrolisi ne ricavava alcol combustibile e gas diversi. Erano prodotti costosi da immagazzinare poiché non richiedevano d’essere trasformati in liquidi, e lei li rivendeva in Australia, in Giappone, in America e in Europa. E lasciava che gli scarti della lavorazione galleggiassero via impestando il mare fino all’orizzonte.

Metà delle altre flotte stavano cominciando a fare la stessa cosa, e Dougie mi convocò per sapere perché non avessi proposto che anche noi ci mettessimo in quel ramo. Erano da poco venuti ad abitare a bordo: lui, May e il ragazzo; questo perché Dougie riteneva sciocco che a May non piacesse stare dov’era morto Jeff. Mi costrinse a stare dieci minuti di fila in piedi davanti alla sua scrivania di tek mentre batteva sulla tastiera di un computer e si studiava i dati, con faccia impassibile e un sigaro che gli si consumava lentamente fra le labbra. Poi si volse a fissarmi. — Ebbene? Puoi spiegarmi perché non esistono neppure i progetti per convertire qualcuna delle nostre isole a questa lavorazione?

L’opinione che Dougie d’Agasto aveva su di me non m’importava un fico secco, ma non volevo che convincesse May che ero un vecchio rimbecillito. — Il mercato è già saturo. Ci sono fin troppe isole galleggianti che vendono questi prodotti — dissi.

— Solo perché noi ci abbiamo pensato troppo tardi!

Scossi il capo. — No. Perché l’idrogeno è un carburante più pulito — osservai, conscio che questo non gli faceva il minimo effetto, — e consente un guadagno alquanto maggiore. — Questo gli fece effetto. — Inoltre questo piccolo boom non durerà neppure abbastanza da ammortizzare il costo degli impianti di pirolisi. Tutto ciò che fa è di trasformare il Pacifico in un altro Lago Michigan. — E infatti c’erano giorni in cui il puzzo portato dal vento mi faceva lacrimare gli occhi.

— Be’ — disse, come se per pura elemosina mi concedesse un’altra possibilità, — lasciamo perdere questa faccenda. Del resto ho altri progetti.

Ma non mi disse quali fossero. Non glielo chiesi. Tuttavia confesso che ero curioso, perché, dando al rettile i meriti del rettile, Dougie non aveva del tutto gettato via il suo tempo studiando l’industria termica e idroelettrica marina alla scuola di Miami. In realtà io sapevo che non studiava proprio niente, salvo un’ora alla settimana dedicata a farsi un’idea della cosa, e dove trascorresse il resto del suo tempo era soltanto una supposizione per me… e anche per May, giacché le piccole rughe comparse attorno agli occhi di lei non era dovute al sole e al golf.

Risultò infine che Dougie aveva scoperto la via più semplice: aveva comprato in blocco la scuola. S’era poi assicurato i servizi dei venti insegnanti più esperti e li aveva mandati in volo alla Flotta. Ne sapeva abbastanza per fare una buona scelta, comunque. Era gente in gamba, e ne conoscevo personalmente un paio. Desmond MacLean aveva lavorato come ingegnere sulla vecchia O.T. del commodoro prima di tornare alla scuola per specializzarsi. Ma anche Desmond non si sarebbe offerto volontariamente al servizio di Dougie senza quell’espediente.

Sempre per dare al rettile quel che è del rettile, devo dire che era un lavoratore. Ci dava dentro non meno di quel che aveva fatto Jefferson Ormondo, anche se non capivo dove trovava il tempo per tutto. Quando la famiglia abitava a bordo lui era dappertutto, controllava gli impianti, parlava con gli uomini, studiava i sistemi automatici. Ma lui e May facevano anche parte del jet-set, e andavano a ricevimenti dovunque sia in mare sia in terra. Teneva May lontana da me tre settimane su quattro. E May non era la sua unica donna. Dougie non aveva perso la sua passione per le avventurette: era di gusti facili e si dava da fare… dopo un po’ anche piuttosto apertamente. E io non potevo perdonargli neppure le sue infedeltà: quale altro uomo al mondo avrebbe voluto di più, se aveva già una donna come May?

Riuscivo a capire ciò che Dougie desiderava. Ogni cosa possibile: voleva tutto. Era cresciuto in una famiglia povera, invidioso dei parenti facoltosi e influenti. Adesso era quasi più ricco di loro… ma quel quasi era la spina nella sua carne. E fin dall’inizio aveva voluto la metà della Flotta appartenente a Betsy per aggiungerla a quella di May. Se sul suo ruolino paga c’erano ora ingegneri di grosso calibro, gli avvocati che aveva messo al lavoro erano dieci volte più numerosi… ma erano numerosi anche quelli di Betsy. Quando s’incontravano, all’uno o all’altro dei vari avvenimenti mondani, scherzavano sui loro tentativi legali di sopraffarsi a vicenda, ma nulla avrebbe dato loro maggiore soddisfazione che prendersi a pugnalate ferocemente.

Una mattina Desmond MacLean venne da me. — Mr. d’Agasto — disse, — mi ha autorizzato a parlartene. Andiamo su in coffa, vuoi? — E si limitò a sogghignare senza dir nulla mentre salivamo con un montacarichi nel piccolo locale per le osservazioni meteorologiche. Dalla balaustra m’indicò con un largo gesto del braccio il panorama sottostante. — Cos’è che vedi qui, Jason? — domandò.

Quel che vedevo era ciò che avevo visto ogni giorno. La grande massa dell’isola galleggiante, estesa per centinaia di metri in ogni direzione, e al di là di essa il mare con una dozzina di navi ormeggiate o in movimento nella foschia.

— Vedo un sacco di sporcizia — dissi.

— Allora sarai contento quando ci vedrai produrre più idrogeno e a buon mercato, no? — disse, allegramente.

Scossi le spalle. — E dove pensi di trovare il delta-Ts?

— Questo è il problema, infatti. — Tornò in cabina, inserì il suo codice nella consolle e fece apparire sullo schermo una mappa dell’Oceano Pacifico. — Qui è dove siamo noi — disse, puntandovi un dito; — al centro di questa zona ovale verde scuro, stesa fra la Nuova Guinea e le Hawaii. In questo momento ci sono quattrocento isole galleggianti che la sfruttano, e ciascuna tira su una media di cento tonnellate d’acqua al secondo. Ciò significa… — Batté i tasti di una calcolatrice, — ottanta miliardi di litri al giorno; trentamila miliardi all’anno. Dunque ogni anno noi muoviamo trenta chilometri cubi d’acqua dal fondo della superficie!

— Ci sono molti più chilometri cubi nel Pacifico — dissi, incapace di credere che le nostre misere pompe cambiassero qualcosa nell’immensa massa di quii’oceano.

— Ma non sono molte le zone di cui possiamo servirci se vogliamo assorbire dalla profondità di cinque chilometri.

— Be’, naturalmente. È per questo che cerchiamo di non stare troppo vicini fra noi… o almeno ci proviamo.

— Ci proviamo — annuì lui — finché possiamo. Ma sia che ci accordiamo per lavorare vicini, sia restando a distanza, non è molta l’acqua a bassa temperatura che possiamo sfruttare. È una questione di semplice aritmetica: quando usiamo acqua di profondità a sei gradi e acqua di superficie a trentadue, abbiamo un delta-Ts di ventisei, ovvero l’optimum per cui sono strutturate le nostre turbine. L’efficienza delle caldaie sale in rapporto al cubo della differenza di temperatura. E in temperature come queste il quoziente termico è di ventisei al cubo… 17.576.

— È un po’ di tempo che non troviamo un delta-Ts di ventisei gradi — ammisi.

— E sarà sempre più difficile trovarne uno finché continuiamo a competere con una fiotta d’isole galleggianti. Stiamo risucchiando su i migliori strati d’acqua fredda, e raffreddiamo quella di superficie. Così per la maggior parte del tempo lavoriamo con un’acqua superficiale di tre gradi inferiore a quel che dovrebbe essere, e con un’acqua di fondo tre gradi più calda. Un delta-Ts di venti, dunque. Quoziente termico: ottomila. E questo significa circa la metà dell’energia che dovremmo avere.

— Significa produrre poco, va bene!

— E andrà ancora peggio — disse lui, ma in tono così spensierato che sbottai, irritato:

— E va bene, sentiamo! Dimmi come pensi di fare a tirare l’asso fuori dalla manica.

— Andremo a maggiore profondità! — dichiarò lui, trionfante. Feci per obiettare ma mi zittì con un gesto e indicò la carta geografica sullo schermo. — Qui ci sono zone inesplorate con una temperatura superficiale di trenta gradi o più. — Con una matita laser tracciò linee rosse attorno ad alcuni tratti di mare. Mi chinai a osservarli e scossi il capo, lui però m’interruppe: — Aspetta un minuto, Jason. Qui ci sono spessi strati d’acqua di profondità a tre gradi. Tre gradi, mi capisci? E guarda… sono sotto una zona larga cinquecento chilometri che noi già conosciamo. Trentatré gradi alla superficie, tre gradi in profondità: un delta-Ts di trenta, che al cubo… immagina il quoziente termico, Jason!

Non avevo bisogno d’immaginare quello che era il sogno di ogni isola galleggiante. — Maledizione, Des — brontolai. — Tu stai parlando di acqua di fondale!

— L’hai detto. A dieci chilometri di profondità, per la più parte.

— Conosco già questa zona — battei un dito sullo schermo. — Quello che non hai fatto apparire nel quadro sono le forti correnti calde a mezza profondità. Tu prova a mandare giù un tubo per l’aspirazione qui dentro e le correnti te lo torceranno come uno spaghetto bagnato!

Lui ghignò soddisfatto. — Giusto — disse, — e sbagliato. Io non sto parlando di tubature flessibili. Sto parlando di tubi d’acciaio, ormeggiati per tutta la lunghezza ad apparati automatici forniti di motori indipendenti che ne mantengano la posizione dinamica. Naturalmente l’alto quoziente termico non si traduce tutto in profitto. Una dannata quantità di energia servirebbe a questo apparato per impedire che le correnti annodino le tubature. E costruirlo costerebbe un bel po’ di quattrini. Ma ho fatto io stesso i progetti e i preventivi: con un quoziente termico di ventisettemila è possibile affrontare l’impresa.

M’era rimasta solo un’altra domanda: — Quando?

— Abbiamo già cominciato, Jason! Sono già partiti i contratti d’acquisto per il materiale e gli equipaggiamenti, e fra due mesi avremo le prime consegne. Mr. d’Agasto ha assunto una quantità di manodopera specializzata, e cominceremo a prenderli a bordo il mese prossimo…

— A bordo? Qui?

Il sorriso di Desmond fu attraversato da un’ombra quando rispose: — Be’, sì. La conversione degli impianti sarà fatta in mare: questo è il progetto di Mr. d’Agasto. A dire il vero penso — aggiuse, con una smorfia, — che avremmo fatto meglio a portare in cantiere le isole una alla volta, magari a Osaka, e fare i lavori nella baia. Gli ho mostrato anche dei preventivi. Sarebbe facile e non troppo costoso… ma il boss è lui, Jason.

Annuii. Era il boss e lo stava dimostrando. Non mi aveva detto una parola… aveva perfino proibito a Desmond di parlarmene finché la cosa non avesse preso inizio. Lui era il capo. E io… io ero una persona ormai superflua.

Vi sono profezie che si avverano da sole; un uomo che pensa d’essere superfluo comincia a diventarlo davvero. La cosa migliore che riuscivo a pensare di me stesso era che stavo procedendo proprio su quella strada, dal vecchio sciocco che ero.

Così sgombrai il campo; me ne andai in Nuova Zelanda.

Avrei potuto altrettanto facilmente scegliere Okinawa o l’Islanda. Sulla Terra non c’era un posto dove qualcuno avesse bisogno di me, o dove io avessi un particolare motivo per andare. Ma pensavo che mi sarebbe piaciuto vedere i geyser prima di morire, cosicché decisi per la Nuova Zelanda. Conoscevo là un paio di persone con cui avevo avuto relazioni abbastanza amichevoli: agenti di navigazione, spedizionieri, e anche un banchiere di nome Sam Abramowitz con cui avevo trattato affari per quarant’anni. Avevo sempre un certo disagio a incontrare Sam perché lo conoscevo già quand’ero un giovanottello nel reparto-dati di una banca, e lui era uno dei pochi a sapere che avevo alterato dei documenti per aiutare il commodoro ai suoi inizi. Allorché sfiorai quell’argomento s’affrettò però a mettermi a mio agio: — Ah, Jason! — borbottò. — Roba di cent’anni fa e di un altro mondo. Là eravamo in America, poi, e tutti e due abbiamo parecchi ricordi che sarà meglio lasciarci alle spalle. — Infatti era stato il banchiere personale di alcuni riciclatori di denaro sporco, finché s’era sentito rivoltare lo stomaco e aveva preferito emigrare. — Dimentichiamo il passato e beviamoci un drink. E domattina ti porterò io a vedere tutti i dannati geyser che vuoi.

Così bighellonai per un mesetto, e poi per altri quindici o venti giorni. I geyser non riuscirono a trattenere il mio interesse tanto a lungo e neppure la Nuova Zelanda, perché una volta visto quel che c’era da vedere era sempre terraferma, per quanto piccola e lontana dalla civiltà. Avevo nostalgia del mare, ma più ancora desideravo che qualcuno mi volesse là sul mare. Così, quando un giorno May mi chiamò per visifono, tenere un tono calmo e casuale mi costò uno sforzo. — Un party? — dissi. — Be’, io non sono un tipo da ricevimenti eleganti, mia cara, lo sai.

— Oh, ti prego, Jason! Verranno anche ie altre May, e con un sacco di loro amici… sarà il più grande party che abbia mai dato.

— Mi piacerebbe vedere le quattro May — ammisi.

— Non tanto quanto a loro piacerebbe rivedere te! Non so neppure se verrebbero, se dicessi loro che tu non ci sarai. E poi, Jason… — c’era una grande dolcezza nella sua voce e nel timido sorriso che mi rivolse. — Io ho tanto sentito la tua mancanza.

Be’, è naturale che andai! Comunque, non ne potevo più delle pecore e dei geyser, e di sentirmi sotto i piedi la terraferma.

May aveva tenuto libere le mie solite stanze, però stavano arrivando moltissimi ospiti, così fui lieto di lasciarle a May Sue Bancroft ed a Tse-Ling Mei, e scesi negli alloggi dell’equipaggio. Neppure lì c’era molto posto. La nuova manodopera era già a bordo per i lavori. Quando vidi le loro facce mi parvero la più triste banda di tipi duri che si potessero prelevare da un penitenziario. Se non avessi saputo che erano specialisti in costruzioni subacquee li avrei presi per picchiatori assoldati dalla Mafia per sedare uno sciopero. Ognuno s’era portato dietro centocinquanta chili di bagaglio personale, ma non credetti neppure un istante che fossero strumenti musicali o libri.

La loro presenza non migliorava ceno il morale sull’isola galleggiante. Dougie aveva tolto seicento persone dai loro appartamenti abituali in modo che i nuovi venuti occupassero una sezione intera da soli. E costoro mangiavano insieme, parlavano insieme e stavano insieme. Il resto della nostra gente era felice di evitarli. Il primo giorno gii agenti della sicurezza ne avevano arrestati due per possesso di droghe pesanti, ma a Dougie questo non importò. Ordinò che le accuse fossero lasciate cadere, e che la sicurezza non mettesse più piede nella sezione occupata dalla nuova manodopera. Non soltanto gli agenti della sicurezza: a tutto l’equipaggio venne detto di tenersi alla larga. E tipi dall’aria minacciosa venuti a bordo con quei lavoratori piantonarono i corridoi per non far passare nessun altro. Tutti i nuovi indossavano uniformi diverse da quelle della nostra gente — rosso scarlatto, con elemetti antiurto — e sembravano più un esercito invasore che qualsiasi altra cosa.

E si comportavano come se lo fossero, anche. Sull’isola galleggiante c’era un’atmosfera pesante che non avevo mai sentito, neppure quando Ben il Bastardo era il nostro padrone: cercai di non farmene influenzare. Vecchio Jason, mi dissi, anche se non avevo superato i sessanta e non ero vecchio per niente. Vecchio mio, tu vedi fantasmi dappertutto e ti preoccupi per niente. Come potrebbero le cose andar peggio di come vanno già? Non potrebbero, mi dissi, per rassicurarmi. Ma a sessant’anni avevo ancora molte cose da imparare.

Andai da May e le dissi che quella gente nuova non mi piaceva. Stava provando alcuni vestiti per il party, con un paio di cameriere che le svolazzavano attorno ammirando sia lei sia gli abiti, e non c’era dubbio che fosse bella come sempre — un po’ più snella, un po’ meno gaia, ma sempre la più bella ragazza del mondo — perciò l’eleganza di quelle vesti le rendeva appena giustizia.

— Non resteranno qui molto, Jason caro — rispose. — Appena avranno istallato le nuove tubature se ne andranno.

— Non vorrei essere quello che li dovrà mandar via dall’isola — borbottai. Per qualche momento lei non mi guardò. Era in piedi davanti alla grande finestra e fissava il mare al di là del giardino, con la stessa espressione malinconica e incantata di quando aveva due anni. Poi disse: — Forse dovresti parlarne a Dougie, non a me. — Aveva ormai piegato se stessa alla decisione di non interferire nel modo in cui l’uomo da lei scelto governava l’impero che lei gli aveva dato. E io dovevo rispettare i suoi desideri.

Così andai a parlare con Dougie. Lui rise e m’invitò ad andare a bermi un drink. Disse che aveva troppo da fare per ascoltare le mie stupidaggini.

Questo fu ciò che disse, e senza dubbio era vero perché ristrutturare gli impianti era un lavoro duro e bisognava organizzare bene il party. Il ricevimento sarebbe servito a dare il pubblico annuncio della cosa che tutti quelli dell’ambiente conoscevano ormai da settimane, ovvero che noi saremmo andati a cercare il freddo alle grandi profondità. Dougie aveva invitato gente della flotta russa e di quella giapponese, un certo numero di nostri più assidui clienti della terraferma, e naturalmente aveva invitato Betsy. Poiché May me lo chiese, fui molto gentile con lei… esattamente come lo fui con il comdandante Tsusnehshow e il vecchio Barone Akagana quando vennero a bordo. La salutai con modi urbani, le offrii un drink, la aiutai a sistemarsi nell’appartamento messo a sua disposizione; poi me ne andai per ricevere le quattro May. Se anche erano un tantino meno giovani dell’ultima volta che le avevo viste, in compenso erano assai più belle e affascinanti. Tse-Ling Mei era una delle stelle del cinema più amate. Maisie Gerstyn, che una volta era Maisie Richardson, aveva portato con sé il suo simpatico marito e i loro due graziosi gemelli. Ci sedemmo tutti sulla veranda del mio vecchio appartamento — dove li avevamo fatti sistemare — e spettegolammo godendo della reciproca compagnia finché il sole fu basso e per loro venne il momento di cambiarsi per il party.

Io non avevo fretta di cambiarmi, né a dire il vero di partecipare al ricevimento. Stavo camminando lentamente verso la stanza in cui avevo lasciato la valigia quando l’interfono chiamò il mio nome. Desmond MacLean desiderava vedermi sul ponte di coperta, e la sua voce suonava strana.

La principale ragione per cui il suo tono m’era sembrato strano era che aveva già bevuto qualche bicchierino di troppo. Non era solo, inoltre. Sedeva a un tavolino, rosso in faccia e con la lingua che gli s’inceppava sulle parole più lunghe, e accanto a lui, che gli teneva testa un drink dopo l’altro, c’era Betsy Zoll. — Tu, grosso idiota! — lo rimproverai. — Non devi venire a giocare in serie A. Non capisci che questa signora ti sta spremendo informazioni riservate?

Lui scosse il capo, ottusamente: — Non è così — borbottò. — Non, umpf, mi capisci? Non è affatto così: è lei che parla.

Non volevo essere paziente con lui… né con Betsy, del resto, che sedeva lì serena e sorridente. Chiamai un medico, gli feci somministrare dell’ossigeno e un paio di caffè forti. — Meglio che tu non partecipi al party — gli dissi, secco, — o farai la disgrazia di questa Flotta. — Lui si strinse nelle spalle, sconsolato. — Maledizione! — esclamai. — Si può sapere che ti prende? Non vedi che stai facendo la parte dello sciocco? E fra l’altro, perché mi hai chiamato?

Si volse a Betsy. — Diglielo tu — mugolò, e si sottomise alle attenzioni del medico che gli premette la maschera a ossigeno sulla faccia.

Mentre MacLean trangugiava caffè e inalava ossigeno puro, cedendo malvolentieri alle mani del medico, Betsy si alzò. Avrei scommesso che aveva bevuto molto più di Desmond, ma il suo solo sintomo era una maggiore cautela nei movimenti, come se il pavimento fosse instabile. E la sua voce era controllatissima. — Quello che gli ho detto, vecchio — disse, — è soltanto una cosa che potresti vedere benissimo da solo. Basterebbe che ti guardassi intorno.

— Dove, di preciso? — chiesi. Lei indicò una finestra.

Ma fuori non c’era da vedere niente che io non sapessi già. In distanza, all’orizzonte, c’era l’ammiraglia di Betsy, un’altra isola della sua flotta e due della nostra… ma sapevo che, per una ragione o per l’altra, negli ultimi giorni ci eravamo avvicinati alquanto a varie isole galleggianti. L’unica altra cosa per qualche verso insolita era la flottiglia di aliscafi e hovercraft che galleggiavano tutto intorno a noi. E la loro presenza era ben spiegabile. Dovevano servire a portare avanti e indietro i nostri ospiti, ovviamente… benché fosse, come riflettei osservandoli meglio, un po’ strano che gli equipaggi di quelle imbarcazioni indossassero tutti la divisa rossa della manodopera appena assunta.

— Non so bene cos’è quello che sto guardando — ammisi, irrigidendomi.

Betsy rise e si volse al medico. — Fuori — ordinò. L’uomo mi guardò, le lanciò un’occhiata offesa e poi uscì. — Sei stato sulla pista d’atterraggio? — chiese Betsy.

— No. Perché avrei dovuto? — Ma mi sporsi a guardare anche in quella direzione. Parcheggiati a lato della pista c’erano dozzine di velivoli, e invece di trasferirli sottocoperta il personale ne stava facendo affluire altri con i montacarichi.

— Vecchio — disse lei, sprezzante, — non puoi vedere quello che non vuoi vedere. Io so da settimane quel che sta succedendo: sono venuta soltanto per esserne sicura.

— Sicura di cosa?

— Ah, Jason, quanto sei sciocco! Non sai riconoscere una forza d’invasione quando ne vedi una?

— Non credo che Dougie abbia bisogno d’invadere l’isola — dissi, fraintendendola, — dal momento che May gli ha dato l’intera Flotta.

— Non la tua Flotta, razza d’idiota… la mia! Vuole rubarmi le mie isole galleggianti!

— Tanto per cominciare, anche tu le hai rubate — dissi testardamente, rifiutando di prenderla alla leggtera. — O lo ha fatto quel bastardo di tuo padre.

Lei mi fissò, sprezzante. — Tutti rubano tutto. In quale altro modo qualcuno può diventare ricco? Come avrebbe potuto far fortuna il commodoro se tu non avessi rubato e imbrogliato per lui? Dio ti aiuti, vecchio, perché sei diventato cieco. Se non vuoi credere a me, chiedilo a questo tuo amico ubriacone. — Scosse il capo, con un sogghigno, e uscì dal ponte.

Desmod aveva quasi recuperato le sue facoltà mentali. Tuttavia gli occorse un po’ di tempo per tirar fuori l’intera storia. Betsy lo aveva ridotto balbettante e stordito, forse con l’aiuto di qualche pillola nelle bevande, e ciò che balbettò fu quello che avrei dovuto arrivare a capire da solo. Desmond aveva esaminato il materiale arrivato per i lavoratori subacquei e trovato che c’erano pompe, tubature, motori… ma anche armi portatili di vario genere, esplosivi, equipaggiamenti da assalto e perfino armi molto peggiori e pericolose. I lavori in corso erano stati una scusa per portare a bordo truppe addestrate. Il party era una scusa anch’esso: soprattutto per avere Betsy fra le mani come ostaggio.

Dio solo sa da quanto tempo Dougie progettava quella follia. Dio solo sa quanta gente di Betsy avesse cercato di corrompere e quali somme avesse speso per acquistare gli armamenti e procurarsi quella truppa. Dio solo sa… ma anch’io avrei dovuto saperlo! Se non me ne fossi andato in Nuova Zelanda per una sciocca ripicca avrei potuto accorgermene e far qualcosa per impedirlo. Ma anche così avrei dovuto capire ugualmente, e da mesi, che Dougie non si sarebbe accontentato della metà di una cosa. Lui voleva tutta la Flotta, non soltanto le isole di May.

Ma avrebbe dovuto capire che una manovra così complessa e in grande stile presentava dei pericoli, e soprattutto che corrompere gli uomini di Betsy significava soltanto spingerli a chiedere a lei una bustarella più sostanziosa. Mentre m’incamminavo verso il ponte di comando di Dougie sentii un rombo di motori, e vidi l’aliscafo di Betsy sollevarsi e filare via veloce sui suoi pattini. Le imbarcazioni armate ne furono colte di sorpresa, o forse gli uomini in tuta rossa non pensarono che lei fosse a bordo, e Dougie restò con le pive nel sacco. Quando entrai in plancia, poco dopo, vidi il volto di lei che gli parlava dallo schermo di un visifono. — Devi disarmare i lanciamissili delle tue barchette — gli stava dicendo. — E rifondermi il costo delle armi che mi hai costretto a comprare: altrimenti le userò.

— Puttana! — ringhiò Dougie, e continuò a sbraitare oscenità nel microfono. Poi passò alle minacce, così insensate che ne restai sbalordito. Anche i suoi uomini dovettero pensare che aveva perso la testa, perché quando ordinò loro di far muovere ugualmente le imbarcazioni da assalto si scambiarono occhiate insoddisfatte. Lui afferrò un altro microfono e gridando diede l’ordine di attaccare.

— L’hai voluto tu! — disse Betsy dallo schermo. — Guarda la tua stupida flotta! — Dougie si volse alla finestra; tutti i suoi ufficiali si girarono a guardare il mare, e anch’io.

Desiderai non averlo fatto.

Non avevo mai visto esplodere un’atomica tascabile prima d’allora. E non fu sulle imbarcazioni armate che accadde. L’isola galleggiante più vicina alla nostra in quella zona del delta-Ts era l’ultima fatta costruire da May: due milioni di tonnellate di stazza, e con la maggior parte delle diecimila persone d’equipaggio ancora a bordo. Era una macchina poderosa, così robusta che avrebbe potuto attraversare un uragano o urtare in un iceberg senza oscillare neppure. Ma una mini esplosione atomica nella sala macchine era troppo anche per un’isola galleggiante.

Per nostra buona sorte la deflagrazione avvenne all’interno delio scafo, in profondità, ma prima che potessi rendermi conto che quell’orrore era una realtà i miei occhi furono abbagliati da un lampo terribile. L’onda d’urto non fu neppure abbastanza forte da frantumare i vetri, pero venne seguita da un vento caldo, violento e maleodorante, che abbatté alcuni alberi nel giardino; quindi ci fu una vibrazione subacquea che scosse lo scafo e vidi avvicinarsi un’onda di marea. Quando la parete d’acqua spumeggiante ci arrivò addosso, devastò i mezzi d’assalto di Dougie facendoli affondare a dozzine e sfracellandoli contro la nostra isola, e una volta che fu passata oltre non ci fu altro. Ma non c’era più neppure l’isola colpita, perché al suo posto restavano soltanto rottami radioattivi a galla in uno specchio di mare sconvolto.

Dougie non ebbe l’intelligenza di capire che aveva perse; probabilmente era convinto, credo, che i suoi mercenari avrebbero fatto di tutto per guadagnarsi la paga. Quando ordinò loro di lanciare i missili dalle postazioni montate a bordo, senza tener conto che anche noi avevamo puntati addosso missili della stessa capacità distruttiva, i suoi uomini fecero né più né meno quello che ogni mercenario avrebbe fatto al loro posto: cambiarono bandiera, e puntandogli i fucili addosso lo dichiararono in arresto. Lui non volle sottomettersi e si gettò addosso a uno di loro per strappargli l’arma di mano. E gli altri spararono, uccidendolo.

I russi e i giapponesi protestarono e sollevarono un gran polverone, ma legalmente avevano le mani legate e non poterono far nulla. Non c’erano leggi efficaci lì, fuori da ogni confine di acque territoriali, e la pace faceva difetto un po’ ovunque anche nel resto del mondo. Quando Betsy tornò a bordo della nostra isola ci venne da conquistatrice, con una quantità di uomini armati che presero subito possesso dei punti chiave. E nel gran locale di plancia ordinò a May di trasferire immediatamente a suo nome la proprietà della Flotta e ogni altro capitale: liquido o investito.

La mia May la fronteggiò con calma, però era scossa e pallida. Si volse a me per cercare un po’ d’appoggio e fu anche peggio, perché con un fucile puntato in un fianco non ero precisamente un’immagine rassicurante. — Il mondo non ti permetterà questo atto di pirateria! — gridò, ma Betsy le rispose con un sogghigno contorto.

— Il mondo ha i suoi guai a cui pensare — disse. — Certo, sono accaduti incidenti spiacevoli ma chi credi che alzerà un dito per aiutare un’assassina?

Io ringhiai un’imprecazione intuendo quello che si proponeva di fare, mentre l’espressione di May mi diceva che ancora era incapace d’immaginare dove poteva spingersi quella strega. — Sappiamo benissimo che hai ammazzato tuo marito — dichiarò Betsy. — Il secondo, almeno… benché il primo sia morto anch’egli in circostanze sospette. — May non si prese la briga di replicare a quella calunnia: la lasciò parlare. E quel che uscì dalla bocca di Betsy era una menzogna solo a metà, perché disse: — Ho la confessione scritta del meccanico che aiutò Dougie d’Agasto a organizzare l’incidente di Jeff, e prove in abbondanza. Ho anche due testimoni che ti hanno sentito complottare con Dougie prima dell’omicidio. — Sorrise di nuovo. — E tutti sanno che tu e Dougie eravate amanti fin da molto prima di decidere che non volevate più Jeff tra i piedi.

Se non mi avessero spinto indietro l’avrei strangolata.

Più tardi, allorché i documenti furono firmati e May se ne andò sotto scorta, Betsy si volse a me. — Bene — disse, accennando ai suoi uomini di lasciarmi le braccia. — Cosa devo farne di te, vecchio?

— Di me non m’importa — sbottai. — Ma guai a te se provi a gettare fango addosso a May: non hai uno straccio di prova che in tribunale starebbe in piedi per un secondo.

— Qui l’unico tribunale che conta sono io. Ma non temere, non subirà alcun processo… per il semplice motivo che non tornerà mai più sulla terraferma. La terrò qui a bordo con me vita natural durante.

Abbassai la testa. — Non essere crudele con lei. Non trattarla male, almeno, — supplicai, disposto anche a strisciare a terra se avesse voluto.

— Perché dovrei trattarla male? Al contrario — si compiacque lei, di buonumore, — lascerò che sia tu il suo carceriere, vecchio… a patto che tu voglia fare con me un accordo conveniente. E poi potrai trattarla con tutti i riguardi che credi.

Fu cosi che si concluse quello che per le nostre vite era stato un periodo di relativa tranquillità.

V

Vestir tre volte il lutto aveva ucciso
tutto ciò che le restava, anche il sorriso.
E la falsa sorella imprigionò in guardina
dell’isole vaganti la regina.

Per un anno e tre mesi feci quel che aveva stabilito Betsy, anche se non so come potei resistere tanto a lungo. Poi una mattina decisi di andare nel suo ufficio. — Mi spiace, ma deve attendere — mi disse il maggiordomo. — In questo momento miss Zoll è molto occupata.

— Aspetterò — sospirai. E per più di un’ora passeggiai avanti e indietro sulla sua terrazza coperta. Era un bel posto, luminoso, sopraelevato rispetto al grande giardino di prua. May non aveva giardino. Tutto lo spazio di cui poteva godere erano quattro camere, ben arredate, dove le era concesso di guardare la TV, ascoltare dischi, leggere libri, mangiare ciò che voleva e ottenere quello di cui aveva bisogno, ma a parte me e le cameriere non aveva nessuno con cui parlare. Poteva ricevere solo tre persone. Io ero la prima, Betsy la seconda (ma aveva la buona grazia di non farsi mai vedere) e il terzo, che sarebbe stato il più benvenuto di ogni altro ma non metteva mai piede lì dentro, era Jimmy Rex. Betsy stessa aveva disegnato il progetto di quella prigione. Aveva finestre larghe e luminose, che però guardavano soltanto sul mare. La porta era una sola, sorvegliata in permanenza da una guardia armata, e all’esterno un pulsante consentiva di far scattare saracinesche d’acciaio per chiudere ermeticamente porta e finestre. Ma non era mai stato usato: da lì May non poteva andare comunque in nessun posto.

Così attesi sulla veranda armandomi di tutta la pazienza possibile, finché lei non si decise a uscire. Era in vestaglia, insonnolita e sbadigliante: venne fuori tenendo una mano attorno al torace peloso del pilota di aliscafo che in quel periodo era il suo amante favorito. — E allora, vecchio? Cos’è che vuoi, adesso? May è forse infelice nel suo appartamentino gratuito? Già… magari le piacerebbe farsi un paio di settimane a Miami, con i suoi amici spacciatori di droga e venditori d’armi, eh?

Non volli darle la soddisfazione di vedermi irritato. — Ho deciso di venderti le mie azioni — dissi.

Lei mi scrutò accigliata per qualche istante. Poi diede una pacca al pilota e con il pollice gli indicò la porta. Quando l’uomo fu uscito, disse: — Dov’è il trucco, Jay? — La sua voce era del tutto indifferente; avrebbe potuto uscire da un computer parlante, privo di emozioni, una macchina che si limitava a reagire chiedendo ulteriori dati. Mi diede un brivido.

— Non mi piace quello che fai — dissi. — Ma se non posso fermarti non voglio neppure sentirmi tuo complice.

Lei si sfregò pensosamente le labbra, screpolate e incrostate di rossetto secco, quindi batté le mani. Subito la cameriera personale comparve sulla soglia, seguita da una guardia che controllò la situazione con un’occhiata. Betsy schioccò le dita, e quel gesto fu interpretato come la richiesta di una tazza di caffè, che la cameriera portò di corsa.

— Sì, credo che tu non stia mentendo — disse, — ma mi piace vedere chiaro nei miei affari. Come intendi utilizzare il denaro?

— Voglio andarmene.

— E lasciare la tua preziosa May?

Cercai di tener ferma la voce. — Voglio solo restare lontano per un po’, Betsy. Più tardi tornerò e riprenderò a fare il secondino, ma non ne posso più di stare a bordo. Ed è tempo che faccia dei progetti per il mio futuro. — Mi parve poco convinta, così continuai: — Tu sei un tiranno qui, Betsy. Ti sei compiaciuta di lasciare May viva, ma un giorno o l’altro sarai troppo ubriaca, o piena di droga fino agli occhi, o irritata con qualcuno dei gaglioffi che ti porti a letto, e sfogherai la tua rabbia su di lei. E visto che non posso far niente per aiutare May voglio far qualcosa per aiutare me stesso.

Lei sorseggiò il caffè, studiandomi da sopra il bordo della tazza, poi scosse le spalle. — Puoi vendere soltanto su mia offerta, Jay. E la mia offerta è di dieci milioni di dollari.

Quando ne avevo rifiutati cinquanta! — Venticinque — contrattai. Lei scosse il capo e disse:

— Nove.

E nove furono.

May poté subito leggermi in faccia che avevo qualcosa da dirle, ma dopo che fui entrato nel suo appartamento preferì seguire l’etichetta e domandarmi come stavo, quindi volle sapere cosa faceva Jimmy Rex. Anch’io fui lieto di poterla prendere un po’ alla larga. Poi, con un bicchiere di vino in mano, annunciai: — Ho idea di andare in Nuova Zelanda per un certo tempo.

— Ah?

— Non molto, May. Forse qualche settimana; poi tornerò, lo prometto.

— Naturalmente so che tornerai, Jay caro. Ma hai ragione, certo. Devi respirare un po’ d’aria libera anche tu. E in Nuova Zelanda ci sono dei bei posti… ricordo che c’è anche una bella pista da sci. — I suoi occhi vagarono sull’orizzonte vuoto fuori dalla finestra, e cercò di assumere un tono leggero. — Mi piacerebbe andarci: là non potrei danneggiare Betsy in alcun modo. — Sapeva quanto me che ogni parola pronunciata lì dentro veniva ascoltata, e suppongo che in quel momento stesse parlando più a Betsy che a me, pur conscia che non sarebbe servito a niente. — Potrei prometterle di non tentare nulla — disse. — E io non ho mai mancato alla mia parola.

Me ne andai prima che si voltasse per non farle vedere che ero sul punto di piangere. Sapevo bene che May era sincera e sapevo altrettanto bene che Betsy, la madre di tutte le menzogne, non le avrebbe mai creduto.

Oh, May, mia dolce, maledetto fu il giorno
che a liberarti mi vide di ritorno.
Maledetto fu il giorno in cui volli salvare
l’infelice regina dell’isole del mare.

La Nuova Zelanda non era stata una scelta casuale: dovevo andare lì per tre ragioni. La prima, perché era poco popolata e lontana dal resto del misero mondo di terraferma. La seconda, perché grazie alle sue sorgenti geotermiche non aveva rapporti clientelari con la Flotta, e lì nessuno mirava a ingraziarsi particolarmente Betsy. La terza, perché avevo bisogno di un amico sicuro.

Gli occhi di Betsy non si fermavano alla balaustra della sua isola. Così il primo giorno ad Auckland visitai sei diverse banche per discutere su come investire i miei nove milioni di dollari. Il secondo feci un giro aereo dei pascoli, con il pretesto di acquistare un buon allevamento di pecore, e quella sera mi permisi di bere qualche bicchiere di troppo al bar dell’albergo dove alloggiavo. A tutti quelli che ebbero voglia di ascoltarmi raccontai quale strega vendicativa fosse Betsy Zoll, e come avessi ormai perso ogni speranza di vedere libera la mia dolce May. Ignoravo quale dei clienti, allevatori e uomini d’affari, avrebbe passato parola a Betsy, ma non avevo dubbi che le sue bustarelle fossero giunte fin lì.

Il terzo giorno andai a visitare gli impianti di una piccola isola galleggiante, e fu là, nella sala delle turbine a bassa pressione, che incontrai Sam Abramowitz, a cui avevo fatto pervenire un biglietto. — Già, nessuno può sentirci qui dentro — annuì, fra il sibilo e il rombare delle macchine. — Cosa posso fare per te? — E poi, quando glielo ebbi detto: — Tu devi esser diventato pazzo!

Fui d’accordo che vivevamo in un mondo sempre più pazzo. — Comunque — continuai, — quello che mi serve è un esploratore subacqueo con un pilota abile, e un idrovolante veloce: gente che non si spaventi sotto il fuoco. Per un milione di dollari.

Lui fece qualche smorfia. Prima di rispondere fece qualche passo ed esplorò con gli occhi la sala piena di macchinari, benché fosse certo che nessuna spia poteva averci seguiti lì. — Non posso procurarteli nel giro di una nottata, lo sai.

— Non ne ho bisogno domani, Sam. Voglio che trascorra un po’ di tempo per far allentare un po’ la sorveglianza di Betsy. Almeno un mese: sei mesi sarebbe ancor meglio. Tu mandami un messaggio quando avrai tutto pronto… qualcosa su un buon investimento in un impianto per tosare le pecore, magari. E il pilota dovrà indossare qualcosa che io possa riconoscere per sapere che si tratta di lui.

Lui scosse lentamente il capo, senza rifiutare ma borbottando che piloti disposti a rischiare la pelle e il resto non se ne trovavano molti. — Un milione di dollari, hai detto? Potrebbe costare di più.

— Pagherò qualunque cifra. — Il mio tono deciso lo fece sospirare: era un assenso. Gli presi una mano fra le mie. — Sei un bravo amico, Sam. Non è solo per me, lo sai. È per la ragazza più cara che tu abbia mai visto.

Lui distolse lo sguardo e non rispose. Per un attimo ebbe un’aria di disapprovazione che non compresi e non mi piacque, ma l’importante era che avesse accettato. Prima di lasciarci gli firmai un’autorizzazione a prelevare fondi dai miei depositi bancari, senza limiti. Se alla fine di quei nove milioni non ci fosse rimasto niente, io avrei potuto andare a fare il mendicante. Ma sarei stato libero e così anche May.

Questo era il destino che io sognavo per May, perché il piano era piuttosto buono e Sam Abramowitz era un amico migliore di quel che meritassi. Fu prudente e astuto. Quando infine mi fece avere il segnale convenuto e l’esploratore subacqueo attraccò alla nostra isola galleggiante, vidi che era uno di quei batiscafi argentini di ultimo modello. Il pilota raccontò a Betsy d’aver scoperto un profondo strato d’acqua fredda e si offrì di rivelargliene l’ubicazione dietro pagamento. Quando vidi che portava una cravatta verde lo identificai come il mio uomo. Non ebbi modo di parlargli poiché restò con Betsy a contrattare i particolari dell’accordo, comunque scesi all’attracco e studiai il battello con attenzione. Un esploratore subacqueo è poco più aerodinamico di un uovo, ma la linea e la velocità non hanno importanza. Ciò che conta è la sua capacità di resistere alle alte pressioni e di manovrare bene mentre studia le correnti di profondità. Quello aveva un aspetto solidissimo. Una volta dentro di esso e in immersione avremmo avuta la nostra possibilità. Saremmo fuggiti tenendoci al riparo dietro strati d’acqua di diversa temperatura e densità per evitare gli ecoscandagli, fino a uscire dalla portata delle armi di Betsy. L’autonomia era sufficiente a raggiungere l’Australia, o le Hawaii, o il Giappone, o un arcipelago qualsiasi del sud Pacifico. Io avrei puntato su Manila. Di tutte le destinazioni quella poteva essere la più pericolosa per noi, dal momento che le Filippine erano molto frequentate dalla gente del mare, ma proprio perciò era l’ultimo posto in cui Betsy ci avrebbe fatti cercare, e questo ci avrebbe dato il tempo di confondere le tracce e sparire.

Tutto ciò di cui avremmo avuto bisogno a quel punto era un idrovolante veloce che doveva comparire sulla scena anche come diversivo.

Appena fu buio scesi dunque all’appartamento di May. Era lì che ammazzava il tempo come al solito, un po’ leggendo e un po’ dedicandosi a lavori di cucito. — È una notte calda — dissi, accostandomi alla finestra sotto cui si stendeva l’oscurità del mare, venti metri più in basso. Torcendo il collo riuscivo a scorgere il piccolo sommergibile ormeggiato accanto a una delle scalette con la prua già voltata verso una delle uscite della rete di protezione. Sulla banchina, giusto dove mi aspettavo di vederlo, c’era l’uomo con la cravatta verde. Aveva appena fatto il pieno di carburante e lo stava pagando a uno degli addetti. Ciò che aspettava adesso era l’idrovolante, il cui compito era di attirare l’attenzione di tutti sulla pista d’atterraggio.

Quello era il diversivo: e ormai non mancava molto.

— Mi piacerebbe fare una nuotata con te — dissi. May mi fissò intensamente, stupita. — Guarda — continuai, prendendola per mano e conducendola alla finestra, — basterebbe tuffarci da qui. E in una notte come questa potremmo anche nuotare fino alle Hawaii, e rivedere le palme e le grandi spiagge bianche. — Erano parole assurde, e anche il mio sogghigno dovette sembrarle assurdo mentre mi portavo la sua mano alle labbra per baciarla. Ma quando le lasciai le dita fra esse avevo infilato un bigliettino che diceva: Appena te lo dico dovremo tuffarci entrambi in mare. C’è un battello che aspetta per portarci via.

— Credo che berrò qualcosa, caro Jay — disse May in tono casuale e mi accennò di seguirla al bar. Poco dopo si scusò e andò nel bagno, e quando poi ne uscì riprese a chiacchierare svagatamele, sul succo di mela un po’ acido che le avevano servito a pranzo e sullo strano sogno che aveva fatto quella notte.

Mezz’ora dopo stavamo ancora parlando del più e del meno, allorché dal ponte di coperta giunse il suono allarmato della sirena che chiedeva l’intervento delle forze di sicurezza sulla pista d’atterraggio. Presi subito May per un gomito e la condussi alla finestra.

E in quel momento la porta dell’appartamento si apri mentre entrava il piccolo Jimmy Rex.

Aveva da poco compiuto gli otto anni, e negli ultimi due era cresciuto sotto la perniciosa influenza di Betsy. Rovinargli il carattere, già guasto, non le era stato difficile perché nelle sue vene scorreva il sangue maligno degli Appermoy. E in quei due anni il ragazzo era venuto a far visita a sua madre soltanto due volte. Naturalmente era stata Betsy a mandarlo. Nei suoi occhi c’era tutt’altro che amore filiale quando chiese, sardonico: — Stai forse pensando di fare una sciocchezza, mammina? — Aveva un bel volto liscio, una voce chiara e un cuore che avevo ormai rinunciato a decifrare. M’interposi fra di loro.

— Perché fai una domanda di questo genre? — lo rimproverai.

Alzò gli occhi su di me. — Betsy dice che è molto strano — rispose, — che tu sia diventato un fannullone, che abbia venduto le tue azioni e che abbia smesso di chiedermi di venire un po’ qui. E di sopra c’è un aereo che dice di essere della flotta societica, di avere dei guasti alla strumentazione e di voler fare un atterraggio di fortuna.

Non mi ero atteso che Betsy mettesse insieme quei fatti con tanta acutezza. Ma la guardia in piedi fuori dalla porta non ci guardava; stava ascoltando l’interfono e sui suo volto duro c’era ostilità per l’aereo russo di cui sentiva notizie, i russi erano concorrenti che ci rubavano soldi, e molti sarebbero stati lieti di spedirgli un missile nella fusoliera invece che lasciarlo atterrare. Aprii la bocca per rispondere a Jimmy Rex, ma May mi prese per un braccio.

— Non potremmo portarlo con noi, Jason? — supplicò.

— No, non possiamo — gridai. — E non c’è tempo per discutere! — Se Betsy era abbastanza sospettosa da mandare lì il ragazzo avevamo pochi minuti, forse pochi secondi, perché il diversivo dell’aereo non l’avrebbe ingannata a lungo.

Non c’era alcuna confusione nella mente di May. Capiva quel che stavo dicendo; sapeva che quella era la semplice verità. Ma era anche una madre, una donna che non riusciva a rassegnarsi d’aver già perduto il suo unico figlio. Lo fissò per un lungo istante, poi con un gemito si volse e corse alla finestra.

Non potei impedire ciò che accadde subito dopo. — No! — strillò il piccolo Jimmy Rex, e fece l’unica cosa che poteva fare per fermarla: corse fuori dalla porta e premette il pulsante per sigillare tutte le uscite dell’appartamento di May.

Non poté trattenerla all’interno: non del tutto.

Le saracinesche metalliche si abbassarono… e quella della finestra si abbatté con forza terribile e spaventosa sul collo di May. Della mia May.

E fu lì che io rimasi, da solo, silenzioso, con ciò che restava di May. Dieci minuti più tardi sentii le saracinesche che si rialzavano, la porta venne aperta e Betsy si precipitò dentro con Jimmy Rex alle calcagna. Betsy appariva furiosa, trionfante, offesa… ma quando mi vide chino accanto alla finestra, con il corpo senza testa di May stretto fra le braccia, lordo di sangue, sembrò più che altro sollevata.

In quanto a Jimmy Rex, devo essere onesto: davanti al corpo decapitato della madre pianse. Gemette e tirò sul con il naso, e credo che riuscì a esibire un dolore sincero… per otto o dieci minuti, almeno.

Perfino Betsy fu un po’ scossa a quello spettacolo, ma non a lungo quanto lui, perché il ragazzo aveva ancora le lacrime agli occhi allorché lei mi fissò con una sorta di orrida ammirazione. — Tu, vecchio pazzoide — disse, quasi deliziata, — lo sentivo che avresti fatto qualcosa e che sarebbe stata la tua stupidità a risolvere tutti i miei problemi. Penso proprio di doverti ringraziare.

— Se dici un’altra parola — sussurrai — ci saranno due donne morte in questa stanza. — E quando mi alzai le avrei spezzato il collo con le mie mani se il fucile della guardia non mi avesse spinto indietro.

Entrò altra gente, un medico diede un’occhiata al corpo di May e lo coprì con un lenzuolo; Jimmy Rex se ne andò scortato da una cameriera, e io non potevo far altro che guardare quel sangue, per terra, addosso a me, sulla finestra. Mi volsi e vidi che Betsy mi teneva gli occhi addosso, stavolta con un’espressione che sul suo volto mi apparve indecifrabile. Se non l’avessi conosciuta bene avrei detto che c’era della pietà in quello sguardo.

Poi sospirò e scosse il capo. — Vecchio — disse, sgarbata, — vattene dalla mia isola e porta con te le tue folli illusioni. — Fece un cenno ai suoi uomini. Venti minuti più tardi la grande mole galleggiante spariva alle mie spalle mentre il battello su cui avrei dovuto fuggire libero con May portava via me solo, verso… neppure sapevo cosa.

Così a morte per due diverse mani era andata.
L’ascia fu dal suo amico più cara sollevata,
e il falso figlio abbatté la lama
che ogni sua quieta speranza rese vana.
E il buio spense infine gli occhi innocenti
della dolce triste regina dell’isole vaganti.

Per oltre un anno dopo quei fatti, ogni notte mi svegliai tremando dall’incubo in cui continuavo a vedere la saracinesca che piombava sul tenero collo di May. Era tremendo riviverlo in sogno ma da sveglio era ancora peggio. Quali erano le illusioni che avevano indotto anche il nero cuore di Betsy a impietosirsi per me?

Non ho mai trovato la vera risposta a questa domanda. E forse, dentro di me, non voglio neppure trovarla.