/ Language: Italiano / Genre:thriller

Io sono Dio

Giorgio Faletti

Non c’è morbosità apparente dietro le azioni del serial killer che tiene in scacco la città di New York. Non sceglie le vittime seguendo complicati percorsi mentali. Non le guarda negli occhi a una a una mentre muoiono, anche perché non avrebbe abbastanza occhi per farlo. Una giovane detective che nasconde i propri drammi personali dietro a una solida immagine e un fotoreporter con un passato discutibile da farsi perdonare sono l’unica speranza di poter fermare uno psicopatico che nemmeno rivendica le proprie azioni. Un uomo che sta compiendo una vendetta terribile per un dolore che affonda le radici in una delle più grandi tragedie americane. Un uomo che dice di essere dio.

Giorgio Faletti

Io sono Dio

(2009)

A Mauro, per il resto del viaggio

Mi sento come un autostoppista colto

da una grandinata su un’autostrada del Texas.

Non posso scappare.

Non posso nascondermi.

E non posso farla cessare.

Lyndon B. Johnson PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI

OTTO MINUTI

Inizio a camminare.

Cammino lento perché non ho bisogno di correre. Cammino lento perché non voglio correre. Tutto è previsto, anche il tempo legato al mio passo. Ho calcolato che mi bastano otto minuti. Al polso ho un orologio da pochi dollari e un peso nella tasca della giacca. È una giacca in tela verde e sul davanti, sopra il taschino, sopra il cuore, una volta c’era una striscia cucita con un grado e un nome. Apparteneva a una persona il cui ricordo è sbiadito come se la sua custodia fosse stata affidata alla memoria autunnale di un vecchio. È rimasta solo una leggera traccia più chiara, un piccolo livido sul tessuto, sopravvissuto all’affronto di mille lavaggi quando qualcuno

chi?

perché?

ha strappato via quella striscia sottile e ha trasferito il nome prima su una tomba e poi nel nulla.

Adesso è una giacca e basta.

La mia giacca.

Ho deciso che la metterò ogni volta che uscirò per fare la mia breve camminata di otto minuti. Passi che si perderanno come fruscii nel fragore di milioni di altri passi camminati ogni giorno in questa città. Minuti che si confonderanno come scherzi del tempo, stelle filanti senza colore, un fiocco di neve sul crinale che è l’unico a sapere di essere diverso da tutti gli altri.

Devo camminare otto minuti a un passo regolare per essere sicuro che il segnale radio abbia voce sufficiente per compiere il suo lavoro.

Ho letto da qualche parte che se il sole si spegnesse di colpo, la sua luce raggiungerebbe la terra ancora per otto minuti prima di precipitare tutto nel buio e nel freddo dell’addio.

D’un tratto mi ricordo di questa cosa e mi metto a ridere. Solo, in mezzo alla gente e al traffico, la testa levata al cielo, una bocca spalancata su un marciapiede di New York per la sorpresa di un satellite nello spazio, mi metto a ridere. Intorno a me persone si muovono e guardano quel tipo in piedi all’angolo di una strada che sta ridendo come un pazzo.

Qualcuno forse pensa che pazzo lo sia davvero.

Uno addirittura si ferma e per qualche istante si unisce alla mia risata, poi si rende conto che ride senza saperne il motivo. Rido fino alle lacrime per la incredibile e derisoria viltà del destino. Uomini hanno vissuto per pensare e altri non hanno potuto farlo per essere stati costretti alla sola incombenza di sopravvivere.

E altri a morire.

Un affanno senza remissione, un rantolo senza aria da salvare, un punto interrogativo da portare sulle spalle come il peso di una croce, perché la salita è una malattia che non finisce mai. Nessuno ha trovato il rimedio per il semplice motivo che il rimedio non c’è.

La mia è solo una proposta: otto minuti.

Nessuno fra gli esseri umani che si affannano intorno a me può sapere il momento in cui questi ultimi otto minuti inizieranno.

Io sì.

Io ho nelle mie mani molte volte il sole e posso spegnerlo quando voglio. Raggiungo il punto che per il mio passo e per il mio cronometro rappresenta la parola qui, infilo la mano in tasca e le mie dita circondano un piccolo oggetto solido e conosciuto.

La mia pelle sulla plastica è una guida sicura, un sentiero da percorrere, una memoria vigile.

Trovo un pulsante e con delicatezza lo premo.

E un altro.

E un altro ancora.

Un attimo o mille anni dopo, l’esplosione è un tuono senza temporale, la terra che accoglie il cielo, un momento di liberazione.

Poi le urla e la polvere e il rumore delle macchine che si scontrano, e le sirene mi avvertono che per molta gente dietro di me gli otto minuti sono finiti.

Questo è il mio potere.

Questo è il mio dovere.

Questo è il mio volere.

Io sono Dio.

TROPPI ANNI PRIMA

CAPITOLO 1

Il soffitto era bianco ma per l’uomo steso sul lettino era pieno di immagini e di specchi. Le immagini erano quelle che da mesi lo tormentavano ogni notte. Gli specchi erano quelli della realtà e della memoria, dove continuava a vedere riflesso il suo viso.

Il suo viso di adesso, il suo viso di un tempo.

Due figure diverse, la tragica magia di una trasformazione, due pedine che nel loro percorso avevano segnato l’inizio e la fine di quel lungo gioco di società che era stata la guerra. Ci avevano giocato in tanti, troppi.

Qualcuno era rimasto fermo per un giro, qualcun altro per sempre.

Nessuno aveva vinto. Nessuno, né da una parte né dall’altra.

Ma nonostante tutto, lui era tornato. Aveva conservato la vita e il respiro e la possibilità di guardare, ma aveva perso per sempre il desiderio di essere guardato. Ora per lui il mondo non andava oltre il confine della sua ombra e come punizione avrebbe continuato a correre fino al fondo della vita, a fuggire inseguito da qualcosa che si portava incollato addosso come un manifesto su un muro.

Alle sue spalle il colonnello Lensky, lo psichiatra dell’esercito, era seduto su una poltrona di pelle, una presenza amica in una posizione da cui difendersi. Erano mesi, forse anni, in realtà secoli che si incontravano in quella stanza che non riusciva a cancellare dall’aria e dalla mente il leggero odore di ruggine che si respirava in ogni ambiente militare. Anche quando invece di una caserma si trattava di un ospedale.

Il colonnello era un uomo dai radi capelli castani e dalla voce calma e un aspetto che a prima vista ricordava più un cappellano che un soldato. A volte indossava la divisa ma quasi sempre era in borghese. Abiti tranquilli, colori neutri. Un viso senza identità, una di quelle persone che si incontrano e si dimenticano subito.

Che si vogliono dimenticare subito.

D’altronde, in tutto quel tempo, aveva ascoltato la sua voce più di quanto non avesse guardato il suo viso.

«E così domani uscirai.»

Quelle parole avevano dentro il senso definitivo del congedo, il valore illimitato del sollievo, il significato inesorabile della solitudine.

«Sì.»

«Ti senti pronto?»

No! avrebbe voluto urlare. Non sono pronto, come non lo ero quando tutto questo è cominciato. Non lo sono adesso e non lo sarò mai. Non dopo aver visto quello che ho visto e aver provato quello che ho provato e dopo che il mio corpo e la mia faccia…

«Sono pronto.»

La sua voce era stata ferma. O perlomeno gli era sembrata ferma mentre pronunciava quella frase che lo condannava al mondo. E se non lo era stata, di certo il colonnello Lensky preferiva pensare che lo fosse. Come uomo e come medico aveva scelto di credere che il suo compito fosse finito, piuttosto che ammettere di aver fallito. Per questo era disposto a mentire a lui come mentiva a se stesso.

«Molto bene allora. Ho già firmato i documenti.»

Sentì il cigolio della poltrona e il fruscio dei calzoni di tela, mentre il colonnello si alzava. Il caporale Wendell Johnson si mise a sedere sul lettino e rimase un attimo immobile. Di fronte a lui, oltre la finestra aperta sul parco, spuntavano le cime verdi degli alberi a scontornare un frammento di cielo azzurro. Da quella posizione non riusciva a vedere quello che di certo avrebbe visto se si fosse affacciato. Seduti sulle panchine o adagiati nel soccorso ostile di una sedia a rotelle, in piedi sotto le piante o figli di quei pochi movimenti fragili che qualcuno chiamava autosufficienza, c’erano uomini come lui.

Quando erano partiti li avevano chiamati soldati.

Ora il loro nome era reduci.

Una parola senza gloria che attirava il silenzio ma non l’attenzione.

Una parola che significava che erano sopravvissuti, che erano usciti vivi dalla fossa infernale del Vietnam, dove nessuno sapeva che peccato doveva scontare anche se tutto intorno a lui gli dimostrava come. Erano reduci e ognuno di loro portava addosso, in modo più o meno visibile, il peso della sua personale redenzione, che iniziava e finiva entro i confini dell’ospedale militare.

Il colonnello Lensky attese che si alzasse e si voltasse, prima di avvicinarsi. Gli tese la mano e lo fissò negli occhi. Il caporale Johnson avvertì lo sforzo che stava compiendo per impedire al suo sguardo di deviare e andarsi a posare sulle cicatrici che gli deturpavano la faccia.

«Buona fortuna, Wendell.»

Era la prima volta che si rivolgeva a lui chiamandolo per nome.

Un nome non significa una persona, pensò.

Ce n’erano in giro tanti di nomi, incisi sopra tombe segnate da croci bianche, messe tutte in fila con una precisione da orologiaio. Questo non cambiava nulla. Niente sarebbe servito a riportare in vita quei ragazzi, a togliere dal loro petto senza respiro il numero che tenevano appuntato come una medaglia in onore delle guerre perse. Lui sarebbe rimasto sempre e solo uno dei tanti. Ne aveva conosciuti molti come lui, soldati che si muovevano e ridevano e fumavano spinelli e si facevano di eroina per scordare che avevano perennemente disegnato sul petto il reticolo di un mirino. L’unica differenza tra loro stava nel fatto che lui era ancora vivo, anche se in pratica si sentiva sotto una di quelle croci. Era ancora vivo, ma il prezzo che aveva pagato per questa trascurabile differenza era stato un salto nel vuoto grottesco della mostruosità.

«Grazie, signore.»

Si girò e si avviò verso la porta. Sentiva lo sguardo del dottore puntato sulla nuca. Da tempo non era più tenuto al saluto militare. Non è richiesto a chi viene ricostruito pezzo per pezzo nel corpo e nella mente con il solo scopo di permettergli di ricordare per il resto della vita. E il resto della missione era compiuta.

Buona fortuna, Wendell.

Che in realtà voleva dire: cazzi tuoi, caporale.

Percorse il corridoio verde chiaro, verniciato fino all’altezza della sua testa con smalto lucido e da lì in su con una normale pittura opaca. Nella luce incerta che filtrava dal piccolo lucernario gli riportava alla mente certe giornate tratteggiate di pioggia nella foresta, quando le foglie erano così lucide da sembrare uno specchio e la parte nascosta pareva fatta d’ombra.

Un’ombra dalla quale poteva spuntare da un momento all’altro la canna di un fucile.

Uscì all’aperto.

Fuori c’erano il sole e il cielo azzurro e alberi diversi. Alberi facili da accettare e da dimenticare. Non erano pini a macchia o bambù o mangrovie o distese acquatiche di risaie.

Non era dat-nuoc.

Questa parola gli risuonò nella testa, leggermente gutturale come nell’esatta pronuncia. Nella lingua parlata del Vietnam voleva dire paese, anche se nella traduzione letterale diventava terra-acqua, un modo estremamente realistico per comprendere l’essenza di quel territorio. Era un’immagine felice per chiunque, a patto di non doverci lavorare con la schiena curva o camminare portando sulle spalle uno zaino e un M16.

Ora la vegetazione che aveva intorno significava casa. Anche se adesso non sapeva di preciso a quale posto dare questo nome.

Il caporale sorrise perché non trovò altro modo per esprimere l’amarezza. Lo fece perché ormai quel gesto non gli provocava più dolore.

La morfina e gli aghi sotto la pelle erano un ricordo quasi sbiadito. Il dolore no, quello sarebbe rimasto una macchia gialla nella memoria ogni volta che si fosse spogliato davanti a uno specchio o che avesse cercato invano di passarsi una mano fra i capelli, trovando solo il ruvido contatto delle cicatrici da ustioni.

Si avviò per il vialetto sentendo la ghiaia scricchiolare sotto i piedi, lasciandosi il colonnello Lensky con tutto quello che significava alle spalle. Incontrò la striscia d’asfalto della strada principale e piegò a sinistra, dirigendosi senza fretta verso uno degli edifici bianchi che spiccavano in mezzo al parco, quello dove era alloggiato.

C’era tutta l’ironia del principio e della fine, in quel posto.

La storia si stava chiudendo dove era iniziata. A poche decine di miglia da lì c’era Fort Polk, il campo di addestramento avanzato prima della partenza per il Vietnam. All’arrivo erano un gruppo di ragazzi che qualcuno aveva estratto a forza dalla vita con la pretesa di trasformarli in soldati. La maggior parte di loro non era mai uscita dallo Stato in cui vivevano e alcuni nemmeno dalla contea in cui erano nati.

Non chiederti che cosa il tuo Paese può fare per te…

Nessuno se lo chiedeva, ma nessuno era pronto ad affrontare quello che il suo Paese avrebbe chiesto a lui.

All’interno del forte, nella parte sud, era stato ricostruito nei minimi particolari un tipico villaggio vietnamita. Tetti di paglia, legno, canne di bambù, rattan. Attrezzi e utensili strani, facce di istruttori dall’aspetto asiatico che in realtà erano per nascita più americane della sua. Non ci aveva trovato nessuno dei materiali e degli oggetti che gli erano familiari.

Eppure in quelle costruzioni, in quelle espressioni metafisiche di un posto lontano migliaia di miglia, c’era al tempo stesso una minaccia e un che di quotidiano.

Ecco com’è fatta la casa di Charlie, gli aveva detto il sergente.

Charlie era il soprannome con cui i soldati americani indicavano i nemici. L’addestramento era iniziato e finito. Avevano insegnato loro tutto quello che c’era da sapere. Ma lo avevano fatto in fretta e senza troppa convinzione, perché di convinzione ce n’era poca a quei tempi. Ognuno avrebbe dovuto ingegnarsi per conto suo, soprattutto a capire, fra i volti tutti uguali che aveva intorno, chi era un vietcong e chi un contadino sudvietnamita amico. Il sorriso con cui talvolta si avvicinavano era lo stesso, ma quello che portavano addosso poteva essere completamente diverso. Una bomba a mano, forse.

Come nel caso dell’uomo di colore che in quel momento veniva verso di lui, spingendo con le braccia robuste le ruote di una sedia. Fra i reduci ricoverati nell’ospedale in attesa di ricostruzione, era l’unico con cui Wendell aveva stretto amicizia.

Jeff B. Anderson, di Atlanta. Era stato vittima di un attentato mentre usciva da un bordello di Saigon. Al contrario di altri suoi compagni lui era sopravvissuto, ma era rimasto paralizzato dalla vita in giù. Niente gloria, nessuna medaglia. Solo cure e imbarazzo. Ma d’altronde in Vietnam la gloria era un fatto occasionale e le medaglie talvolta non valevano il metallo di cui erano fatte.

Jeff frenò la corsa della sedia a rotelle appoggiando le mani di piatto sulle ruote.

«Ciao, caporale. Si dicono cose strane su di te.»

«In questo posto molte delle cose che si dicono tendono a essere vere.»

«Allora è sicuro. Vai a casa?»

«Sì, vado a casa.»

La domanda successiva arrivò dopo una frazione di secondo, una sospensione breve e interminabile, perché di certo era una domanda che Jeff aveva rivolto più volte a se stesso.

«Ce la farai?»

«E tu?»

Entrambi preferirono non dare una risposta ma lasciare all’altro la facoltà di immaginarla. Quel silenzio fra loro era il riassunto di molte conversazioni precedenti. C’erano state tante cose di cui parlare e tante da maledire e quel niente di detto ne era il concentrato.

«Non so se invidiarti o no.»

«Se ti può interessare, non lo so nemmeno io.»

L’uomo sulla sedia contrasse la mascella. La voce gli uscì dalle labbra come frantumata da un’ira tardiva e inutile.

«Se solo avessero bombardato quelle maledette dighe…»

Jeff lasciò in sospeso la frase. Le sue parole evocavano fantasmi che più volte avevano cercato entrambi senza risultato di esorcizzare.

Il caporale Wendell Johnson scosse la testa.

Quello che era stato fatto apparteneva alla storia e quello che non era stato fatto rimaneva un’ipotesi senza possibilità di conferma. Nonostante i massicci bombardamenti a cui il Vietnam del Nord era stato sottoposto, nonostante il fatto che durante le incursioni aeree fosse stato sganciato il triplo delle bombe usate nella Seconda guerra mondiale, nessuno aveva mai dato l’ordine di colpire le dighe sul Fiume Rosso. Molti pensavano che sarebbe stata una mossa risolutiva. L’acqua avrebbe invaso le valli e il mondo avrebbe additato come un crimine di guerra quello che con ogni probabilità sarebbe stato un mezzo genocidio. Ma forse il conflitto avrebbe avuto un esito differente.

Forse.

«Sarebbero morte centinaia di migliaia di persone, Jeff.»

L’uomo sulla sedia a rotelle alzò uno sguardo in cui fluttuava qualcosa di indefinibile. Forse era l’estremo appello a una misericordia sospesa fra il rimpianto e il rimorso per quello che pensava. Poi girò la testa e guardò un punto lontano, oltre la cresta degli alberi.

«Sai, ci sono momenti in cui sono soprappensiero e appoggio le mani sui braccioli per cercare di alzarmi. Poi ricordo lo stato in cui mi trovo e mi maledico.»

Tirò un profondo respiro come se avesse bisogno di molta aria per dire quello che stava per dire.

«Mi maledico perché sono così e soprattutto perché darei la vita di milioni di quelle persone pur di riavere indietro le mie gambe.»

Tornò a fissarlo negli occhi.

«Cosa è successo Wen? E soprattutto perché è successo?

«Non lo so. Credo che nessuno riuscirà mai a saperlo davvero.»

Jeff appoggiò le mani sulle ruote e mosse di poco la sedia avanti e indietro, come se quel gesto servisse a ricordargli di essere ancora vivo. O semplicemente era un momento di distrazione, uno di quelli in cui pensava di potersi alzare e andarsene con le sue gambe. Seguì i pensieri e ci volle un attimo prima che diventassero parole.

«Una volta dicevano che i comunisti mangiavano i bambini.»

Parlava e lo guardava senza vederlo, come se stesse in realtà visualizzando l’immagine che quelle parole evocavano.

«Noi i comunisti li abbiamo combattuti. Forse è per questo che non ci hanno mangiati.»

Fece una pausa e quando parlò di nuovo la voce era un sussurro.

«Solo masticati e sputati.»

Si riscosse e gli tese la mano. Il caporale la strinse trovandola salda e asciutta.

«Buona fortuna, Jeff.»

«Vattene a fare in culo, Wen. E vacci in fretta. Detesto mettermi a piangere davanti a un bianco. Sulla mia pelle sembrano nere pure le lacrime.»

Wendell si allontanò con la netta sensazione che stava perdendo qualcosa. Che entrambi stavano perdendo qualcosa. Oltre a quello che già avevano perso. Aveva fatto pochi passi quando la voce di Jeff lo costrinse a fermarsi.

«Ah, Wen.»

Si girò e lo vide, un’ombra d’uomo e di macchina contro il tramonto.

«Scopatene una anche per me.»

Fece con la mano un gesto inequivocabile.

Come risposta Wendell gli sorrise.

«Va bene. Quando succederà, sarà fatto il tuo nome.»

Il caporale Wendell Johnson si allontanò con lo sguardo fisso davanti a sé, il passo che suo malgrado era ancora quello di un soldato. Raggiunse l’alloggiamento, senza più salutare né parlare con nessuno. Entrò nella sua camera. La porta del bagno era chiusa. La teneva sempre così, perché lo specchio era piazzato di fronte all’ingresso. Preferiva evitare che il suo viso fosse la prima immagine ad accoglierlo.

Si costrinse a pensare che dal giorno dopo avrebbe dovuto farci l’abitudine. Non esistevano specchi benevoli, solo superfici che riflettevano esattamente quello che vedevano. Senza pietà, con il sadismo involontario dell’indifferenza.

Si tolse la camicia e la gettò su una sedia, lontano dalla malia autolesionista dell’altro specchio, quello all’interno dell’armadio a muro. Si levò le scarpe e si stese sul letto con le mani dietro la testa, pelle ruvida contro pelle ruvida, una sensazione alla quale era abituato.

Dalla finestra, oltre i vetri socchiusi, figlio dell’azzurro cupo che preannunciava la sera, giungeva il battere ritmato e nascosto di un picchio fra gli alberi.

tupa-tupa-tupa-tupa… tupa-tupa-tupa-tupa…

La memoria fece i suoi giri viziosi e quel suono divenne il tossire sordo di un AK-47 e subito dopo un groviglio di voci e di immagini.

«Matt, dove cazzo sono questi pezzi di merda? Da dove sparano?»

«Non lo so. Non vedo niente.»

«Tu, con l’M-79, tira una granata fra quei cespugli a destra.»

«Corsini che fine ha fatto?»

E la voce di Farrell, sporca di terra e di paura, che proveniva da un punto indefinito alla loro destra.

«Corsini è andato. Pure Mc…»

tupa-tupa-tupa-tupa…

E anche la voce di Farrell si era sciolta nell’aria.

«Wen, muoviti, portiamo via il culo da qui. Ci stanno facendo a pezzi.»

tupa-tupa-tupa-tupa… tupa-tupa-tupa-tupa…

«No, non di lì. È tutto scoperto.»

«Cristo santo, sono dappertutto.»

Riaprì gli occhi e permise alle cose che lo circondavano di tornare.

L’armadio, la sedia, il tavolo, il letto, le finestre con i vetri stranamente puliti. E anche qui odore di ruggine e disinfettante. Quella stanza era stata il suo unico riferimento per mesi, dopo tutto il tempo passato in una corsia, con medici e infermieri che si affannavano intorno a lui per cercare di alleviargli la sofferenza delle ustioni. Lì aveva permesso alla mente di rientrare quasi intatta nel suo corpo devastato, aveva recuperato la lucidità e fatto a se stesso una promessa.

Il picchio concesse una tregua all’albero che stava torturando. Gli sembrò un buon augurio, la fine delle ostilità, una parte del passato che poteva lasciare in qualche modo alle spalle.

Che doveva lasciare alle spalle.

Il giorno dopo sarebbe uscito.

Non sapeva che mondo avrebbe trovato oltre le mura dell’ospedale, né sapeva come quel mondo lo avrebbe accolto. In realtà nessuna delle due cose gli importava. Solo il lungo viaggio che aveva davanti gli interessava, perché alla fine di quel viaggio lo attendeva l’incontro con due uomini. Lo avrebbero guardato con occhi pieni di paura e di stupore, quelli che si provano davanti all’incredibile. Poi lui avrebbe parlato, a quella paura e a quello stupore.

Infine li avrebbe uccisi.

Un sorriso, di nuovo privo di dolore. Senza accorgersene scivolò nel sonno. Quella notte dormì senza sentire voci e per la prima volta non sognò gli alberi della gomma.

CAPITOLO 2

Durante il viaggio lo sorprese il grano.

Da un certo punto in poi, mentre risaliva verso nord e si avvicinava a casa, a tratti sfilava morbido ai lati della strada, docile sotto l’ombra del pullman della Greyhound che tirava dritto, spinto da benzina e indifferenza. Le striature del vento e l’ombra delle nuvole lo rendevano vivo e nel ricordo restio sotto la mano. Compagno di viaggio inatteso, caldo colore della birra fresca, ospitalità da fienile.

Conosceva quella sensazione. Un tempo aveva mangiato quel pane.

Ogni volta che con altre mani aveva passato le dita fra i capelli di Karen e aveva respirato il suo profumo buono di donna, che sapeva di ogni cosa e di nessun posto simile al mondo. L’aveva provato come una fitta dolorosa quando se n’era andato dopo essere stato a casa in licenza per un mese, una effimera illusione di invulnerabilità che l’esercito concedeva a tutti prima della partenza. Gli erano stati offerti trenta giorni di paradiso e di sogni possibili, prima che l’Army Terminal di Oakland diventasse le Hawaii e infine si trasformasse in Bien-Hoa, il centro di smistamento truppe a venti miglia da Saigon.

E poi Xuan-Loc, il posto dove tutto era cominciato, dove si era guadagnato il suo piccolo appezzamento d’inferno.

Distolse lo sguardo dalla strada e abbassò la visiera del berretto da baseball. Portava occhiali da sole tenuti con un elastico perché non aveva praticamente più orecchie su cui appoggiare le stanghette. Chiuse gli occhi e si nascose in quella fragile penombra. Ne ebbe in cambio solo altre immagini.

Non c’era grano in Vietnam.

Non c’erano donne con i capelli biondi. Solo qualche infermiera dell’ospedale li aveva, ma ormai lui non aveva quasi più sensibilità nelle dita né desiderio di toccarli. E soprattutto, ne era certo, nessuna donna avrebbe più avuto il desiderio di farsi toccare da lui.

Mai più.

Un ragazzo con una camicia a fiori e i capelli lunghi che dormiva alla sua destra, dall’altra parte del corridoio, si svegliò. Si stropicciò gli occhi e si concesse uno sbadiglio che sapeva di sudore e di sonno e di erba fumata.

Si girò e iniziò a frugare in una borsa di tela che aveva appoggiato sul sedile libero di fianco. Tirò fuori una radio portatile e l’accese. Dopo qualche miagolio di ricerca una stazione lo accettò e le note di Iron Maiden, un pezzo dei Barclay James Harvest, si unirono al rumore delle ruote e del motore e al fruscio dell’aria fuori dai finestrini.

Istintivamente il caporale si voltò a guardarlo. Quando gli occhi del ragazzo, che doveva avere più o meno la sua età, si posarono sul suo viso, la reazione fu la solita, quella che leggeva ogni volta sulla faccia della gente, quella che era stato costretto a imparare per prima, come le male parole in una lingua straniera. Il ragazzo che aveva una vita e una faccia, belle o brutte che fossero, si rituffò nella borsa, fingendo di cercare qualcosa. Poi rimase seduto di tre quarti, dandogli le spalle, ad ascoltare la musica e a guardare fuori dal finestrino dalla sua parte.

Il caporale appoggiò la testa al vetro.

Ai lati della strada sfilavano cartelloni pubblicitari. A volte con prodotti che non conosceva. Automobili in corsa superavano il pullman e alcune erano di un modello che non aveva mai visto. Una Ford Fairlane decappottabile del ’66 che veniva in senso contrario fu l’unica immagine che in quel momento la sorte concesse alla sua memoria. Il tempo, seppure di poco, era andato avanti. E insieme al tempo la vita, con tutti gli appigli fortunosi che offriva a chi doveva giorno per giorno scalarla.

Erano passati due anni. Un battito di ciglia, uno scatto indecifrabile sul cronometro dell’eternità. Eppure erano bastati a cancellare tutto. Adesso, se alzava lo sguardo, davanti a lui c’era solo una parete liscia, con l’unico supporto del suo rancore a incoraggiare la salita. In tutti quei mesi era riuscito minuto dopo minuto a coltivarlo, a nutrirlo, a farlo crescere e diventare livore allo stato puro.

E adesso stava tornando a casa.

Non ci sarebbero state braccia aperte o parole di gloria o fanfare per l’arrivo dell’eroe. Nessuno lo avrebbe mai definito in quel modo e inoltre per tutti l’eroe era morto.

Era partito dalla Louisiana, dove un mezzo dell’esercito lo aveva scaricato senza troppi complimenti davanti alla stazione degli autobus. Si era trovato solo, di colpo comparsa e non più protagonista. Intorno c’era il mondo, quello vero, quello che non lo aveva aspettato. Non c’erano più i muri anonimi ma rassicuranti dell’ospedale. Mentre era in coda per prendere il biglietto, si era sentito una figura in fila per il casting di Freaks, il film di Tod Browning. Questo pensiero lo aveva fatto sorridere per un istante, l’unica scelta che aveva a disposizione. Per non fare quello che aveva fatto per intere notti e che aveva giurato di non fare più: piangere.

Buona fortuna, Wendell…

«Sedici dollari.»

Di colpo il saluto del colonnello Lensky era diventato la voce di un impiegato, che aveva appoggiato davanti a lui il biglietto per il primo tratto di strada. Nascosto dietro la feritoia dello sportello, l’uomo non aveva guardato quella parte di viso che il caporale concedeva al mondo. In cambio gli aveva offerto l’indifferenza da anonimo passeggero che desiderava.

Ma quando aveva spinto sul piano le banconote con una mano coperta da un guanto di cotone leggero, quel tipo magro, con pochi capelli e labbra sottili e occhi senza luce, aveva sollevato la testa. Si era soffermato un attimo sul suo volto e aveva di nuovo chinato il capo. La sua voce pareva arrivare dallo stesso posto da cui veniva lui, qualunque fosse.

«Vietnam?»

Aveva atteso un attimo prima di rispondere.

«Sì.»

Il bigliettaio a sorpresa gli aveva restituito il denaro.

Non aveva nemmeno preso in esame la sua perplessità. Forse l’aveva data per scontata. Aveva aggiunto poche parole che l’avevano risolta. E che per entrambi erano diventate un lungo discorso.

«Ci ho perso un figlio, fa due anni domani. Tienili tu questi. Credo serviranno più a te che alla Compagnia.»

Il caporale si era allontanato con la stessa sensazione di quando si era lasciato Jeff Anderson alle spalle. Due uomini soli per sempre, uno sulla sua sedia a rotelle e l’altro nella sua biglietteria, in un tramonto che pareva destinato per tutti a diventare eterno.

Durante il pensiero aveva cambiato autobus e compagni di viaggio e stati d’animo. L’unica cosa che non poteva cambiare era il suo aspetto. Se l’era presa comoda, perché non aveva nessuna fretta di arrivare e aveva un corpo dalla facile stanchezza e dal riposo difficile con cui fare i conti. Era sceso in motel di terz’ordine, dormendo poco e male, con i denti a tratti serrati e le mascelle contratte. E i suoi sogni ricorrenti. Sindrome da shock post-traumatico, qualcuno aveva detto. La scienza trovava sempre il modo per far diventare parte di una statistica la distruzione di una persona in carne e ossa. Ma il caporale aveva imparato a sue spese che il corpo non si abitua mai del tutto al dolore. Solo la mente talvolta riesce ad abituarsi all’orrore. E fra poco ci sarebbe stato modo di dimostrare a qualcuno tutto quello che aveva sperimentato sulla sua pelle.

Il Mississippi era diventato miglio dopo miglio il Tennessee, si era trasformato per la magia delle ruote nel Kentucky fino a promettergli davanti agli occhi il paesaggio familiare dell’Ohio. I panorami si erano catalogati intorno a lui e nella sua mente come posti stranieri, una linea che una matita colorata tracciava a mano a mano che passava il tempo sulla mappa di un territorio sconosciuto. Accanto alla strada correvano i fili della luce e del telefono. Portavano energia e parole sopra la sua testa.

C’erano case e persone come marionette nel loro teatrino che quei fili aiutavano a muoversi e a illudersi di vivere.

Ogni tanto si era chiesto di quale energia e di quali parole avesse bisogno lui in quel momento. Forse mentre era sdraiato sul lettino del colonnello Lensky tutte le frasi erano state dette e tutte le forze evocate e invocate. Era una liturgia chirurgica che la sua ragione aveva rifiutato come un credente rifiuta una pratica pagana e il dottore l’aveva celebrata invano. Aveva nascosto la sua piccola fede nel nulla in un posto sicuro della mente, un posto dove niente la potesse scalfire o annullare.

Quello che era stato non si poteva cambiare né dimenticare.

Solo ripagare.

Il leggero invito in avanti dell’autobus che rallentava lo riportò dov’era.

Il tempo diceva ora senza via di scampo e il luogo era rappresentato da un cartello stradale che gli confermava Florence. A giudicare dalla periferia, la città era come tante altre, senza la presunzione di ricordare in qualche modo la sua omonima italiana. Aveva guardato un opuscolo di viaggi, una sera, sdraiato insieme a Karen sul letto nella sua stanza. C’erano foto e occhi e pagine e mani ansiose di sfogliarle.

La Francia, la Spagna, l’Italia…

Proprio Florence, quella italiana, era stata la città sulla quale si erano soffermati di più. Karen gli aveva spiegato di quel posto cose che lui non sapeva e fatto sognare cose che non immaginava si potessero sognare.

Quella era un’epoca in cui ancora credeva che le speranze non costassero nulla, prima di imparare che invece possono costare molto care.

La vita, a volte.

Con l’ironia dell’esistenza che non esaurisce mai la vena, a una Florence c’era arrivato, dopotutto. Ma niente era come avrebbe dovuto essere. Gli tornarono alla mente le parole di Ben, l’uomo che per lui si era avvicinato di più alla figura di un padre.

Il tempo è un naufragio e solo quello che vale davvero torna a galla…

Il suo si era rivelato solo un beffardo appiglio a una zattera, un faticoso approdo alla realtà dopo essere colato a picco nella sua piccola privata utopia.

L’autista condusse docile il mezzo alla stazione degli autobus. Si arrestò con un sobbalzo accanto a una pensilina malmenata dalla ruggine e dalle insegne sbiadite.

Lui rimase seduto al suo posto, in attesa che tutti gli altri passeggeri scendessero. Una donna dall’apparente origine messicana con una bambina addormentata in braccio ebbe qualche problema a spostarsi con la valigia che portava nella mano libera. Nessuno fece il gesto di aiutarla. Il ragazzo alla sua destra raccolse la borsa e non resistette alla tentazione di lanciare verso di lui un’ultima occhiata.

Il caporale aveva deciso di arrivare a Chillicothe verso sera e dunque preferiva fare una sosta prima di passare il confine. Florence era un posto come un altro e di conseguenza era il posto giusto. Qualunque posto lo era, in quel momento. Da lì avrebbe cercato di raggiungere la sua meta con l’autostop nonostante le complicazioni che questa scelta comportava.

Sarebbe stato difficile per chiunque accettare di farlo salire in macchina.

Di solito la gente abbinava alla deturpazione fisica una propensione alla malvagità direttamente proporzionale. Senza riflettere che il male per nutrirsi deve essere seducente, accattivante. Deve attirare a sé il mondo che ha intorno con la promessa della bellezza e la premessa del sorriso. E lui ora si sentiva come l’ultima figurina mancante per completare l’album dei mostri.

L’autista lanciò uno sguardo nello specchietto dal quale poteva controllare l’interno dell’autobus e subito dopo girò la testa. Il caporale non si chiese se fosse un invito a scendere o se stesse verificando che quello che aveva intravisto nello specchietto corrispondesse a verità. In ogni caso era lui ad avere l’obbligo dell’iniziativa. Si alzò e prese la sacca dal portapacchi. Se la caricò sulla spalla, facendo attenzione a sostenere la cinghia di tela con la mano protetta dal guanto per evitare abrasioni.

Percorse il corridoio mentre l’autista, un tipo che assomigliava curiosamente a Sandy Koufax, il pitcher dei Dodgers, sembrava di colpo attratto in modo particolare dal cruscotto.

Il caporale scese quei pochi gradini interminabili e si ritrovò di nuovo solo in un piazzale, sotto un sole che era lo stesso in tutte le parti del mondo.

Diede uno sguardo in giro.

Dall’altra parte del piazzale, diviso in due dalla strada, c’era una stazione di servizio della Gulf, con un bar ristorante e un parcheggio in comune con l’Open Inn, un motel dall’aspetto malandato che prometteva camere libere e sogni d’oro.

Sistemò meglio sulla spalla la sacca con le sue cose e si avviò in quella direzione, disposto a comprarsi un poco di ospitalità senza discutere il prezzo.

Finché fosse durata, sarebbe stato un nuovo cittadino di Florence, Kentucky.

CAPITOLO 3

Il motel era, al contrario di ogni promessa, un ordinario momento di turismo a basso costo. Dappertutto il colore della necessità senza il gusto del piacere. L’uomo che lo aveva fronteggiato dietro al bancone della reception, un tipo basso e grassoccio dalla calvizie precoce che compensava con lunghe basette e baffi i pochi capelli rimasti, non aveva avuto la minima reazione visibile quando gli aveva chiesto una camera.

Solo, non gli aveva consegnato la chiave finché non aveva depositato sul banco il denaro chiesto in anticipo. Non aveva capito se fosse una prassi abituale o un trattamento di favore riservato a lui in esclusiva. In un caso o nell’altro, non gli importava.

Nella stanza c’era odore di umido e mobili da viaggio e la moquette scadente era macchiata in diversi punti. La doccia che aveva fatto, nascosto agli occhi di nessuno dietro a una tenda di plastica, era stata un’alternanza senza controllo di acqua calda e fredda. La televisione funzionava a tratti e infine si era deciso a lasciarla sintonizzata sul canale locale, dove le immagini e l’audio erano più nitidi. Stavano trasmettendo una vecchia puntata di The Green Hornet, una serie con Van Williams e Bruce Lee che era andata in onda per un solo anno, parecchio tempo prima.

Adesso era steso nudo sul letto con gli occhi chiusi. Le parole dei due eroi mascherati, lanciati con i loro vestiti sempre immacolati nella lotta contro il crimine, erano un brusio lontano. Aveva scalzato il copriletto e si era messo sotto il lenzuolo, per non avere subito lo spettacolo del suo corpo quando li avesse riaperti.

Ogni volta la tentazione era di tirare quel sottile strato di tessuto fin sopra la testa, come si fa con i cadaveri. Ne aveva visti tanti appoggiati a terra in quel modo, con un telo macchiato di sangue gettato addosso non per pietà, ma per evitare che i sopravvissuti avessero una visione chiara di quello che sarebbe potuto capitare a chiunque di loro da un momento all’altro. Troppi ne aveva visti, di morti, al punto di farne parte mentre era ancora vivo. La guerra gli aveva insegnato a uccidere e gli aveva concesso di farlo senza accusa e senza colpa per il semplice fatto di indossare una divisa. Ora tutto ciò che restava di quella divisa era una giacca di tela verde in fondo a una sacca. E le regole erano tornate quelle di sempre.

Ma non per lui.

Senza saperlo, gli uomini che lo avevano mandato ad affrontare la guerra e i suoi riti tribali gli avevano regalato qualcosa che prima aveva avuto solo l’illusione di possedere: la libertà.

Anche quella di uccidere ancora.

Sorrise all’idea e rimase steso a lungo in quel letto che senza nessuna cortesia aveva accolto decine di corpi. In quelle ore insonni, col solo biglietto di viaggio dei suoi occhi chiusi, tornò indietro nel tempo, a quando ancora di notte…

dormiva sodo, come solo i ragazzi fanno dopo una giornata di lavoro.

Un rumore sordo lo aveva svegliato all’improvviso e subito dopo la porta della stanza si era spalancata, portandogli un soffio d’aria sulla faccia e una luce puntata addosso. Dal bagliore aveva visto spuntare la minaccia brunita della canna di un fucile che si era fermata a una spanna dal suo viso. C’erano ombre dietro quella luce e nel suo cervello ancora deriso dai residui del sonno.

Una delle ombre era diventata una voce, dura e precisa.

«Non ti muovere, stronzetto, altrimenti sarà l’ultima cosa che fai da vivo.»

Mani ruvide lo avevano voltato a faccia in giù sul letto. Le braccia gli erano state tirate senza garbo dietro la schiena. Aveva sentito lo scatto metallico delle manette e da quel momento in poi i suoi movimenti e la sua vita non gli erano più appartenuti.

«Sei già stato in riformatorio. La sai quella faccenda dei tuoi diritti?»

«Sì.»

Aveva soffiato a fatica quel monosillabo, con la bocca impastata.

«Allora fai conto che te li abbia letti.»

La voce si era rivolta all’altra ombra nella stanza con un tono di comando.

«Will, dai un’occhiata in giro.»

Mentre aveva la faccia premuta sul cuscino, gli erano giunti alle orecchie i rumori di una perquisizione. Cassetti aperti e richiusi, oggetti che cadevano, fruscio di vestiti gettati all’aria. Le sue poche cose erano frugate con mani forse esperte ma di certo senza alcun riguardo.

Infine un’altra voce, con un cenno di esultanza.

«Ehi, capo, ma cosa abbiamo qui?»

Aveva sentito un passo che si avvicinava e la pressione sulle sue spalle si era alleggerita. Poi quattro mani ruvide che lo tiravano su, fino a ritrovarsi seduto sul letto. Davanti ai suoi occhi la luce illuminava un sacchetto di plastica trasparente pieno di erba.

«Ci facciamo uno spinello ogni tanto, eh? E magari questa merda la vendi pure. Mi sa che sei nei guai, ragazzo.»

In quel momento la luce della stanza si era accesa, riducendo quella della torcia a semplice accessorio. Davanti a lui c’era lo sceriffo Duane Westlake in persona. Alle sue spalle, secco e allampanato, con un filo di barba sulle guance butterate, stava Will Farland, uno dei suoi aiutanti. Il sorriso beffardo che aveva stampato sulle labbra era una smorfia senza allegria. L’unica cosa che riusciva a fare era sottolineare l’espressione malvagia dei suoi occhi.

Lui era riuscito a farfugliare solo poche parole frettolose, detestandosi per questo.

«Non è mia quella roba.»

Lo sceriffo aveva inarcato un sopracciglio.

«Ah, non è tua. E di chi sarebbe? Questo posto è magico? La fatina del dentino a te porta la marijuana?»

Aveva sollevato la testa e li aveva guardati con aria decisa che per i due era diventata subito di sfida.

«Ce l’avete messa voi, pezzi di merda.»

Il manrovescio era arrivato veloce e violento. Lo sceriffo era grosso e aveva la mano pesante. Sembrava persino impossibile che potesse essere così rapido. Aveva sentito in bocca il sapore dolciastro del sangue. E

quello rugginoso della furia. D’istinto era scattato in avanti, cercando di colpire con una testata lo stomaco dell’uomo in piedi di fronte a lui. Forse la sua era stata una mossa prevedibile o forse lo sceriffo era dotato di una agilità insolita per un uomo della sua mole. Si era ritrovato disteso a terra, con la frustrazione del nulla di fatto unita alla rabbia.

Sopra di lui erano state pronunciate altre parole di derisione.

«Il nostro giovane amico ha il sangue caldo, Will. Vuole fare l’eroe.

Forse gli serve un sedativo.»

I due lo avevano tirato in piedi senza troppi riguardi. Poi, mentre Farland lo teneva fermo, lo sceriffo aveva fatto partire un pugno allo stomaco che aveva reso l’ossigeno un sollievo sconosciuto. Era caduto a corpo morto sul letto sfatto con la sensazione che non sarebbe mai più riuscito a respirare.

Lo sceriffo si era rivolto al suo aiutante con il tono con cui si chiede a un bambino se ha fatto i compiti.

«Will, sei sicuro di aver trovato tutto quello che c’era da trovare?»

«Forse no, capo. È meglio che dia un’altra occhiata a questa topaia.»

Farland aveva infilato una mano nel giubbotto e ne aveva estratto un oggetto avvolto in un foglio di plastica trasparente. Si era rivolto allo sceriffo, continuando tuttavia a guardare lui negli occhi.

Il suo ghigno derisorio si era allargato.

«Guardi un po’ che cosa ho trovato, capo. Non le sembra una cosa sospetta?»

«Che cos’è?»

«A prima vista direi un coltello.»

«Fammi vedere.»

Lo sceriffo aveva estratto dalla tasca un paio di guanti in pelle e li aveva indossati. Poi aveva preso l’involucro che il suo aiutante gli porgeva e aveva iniziato a svolgerlo. Il fruscio della plastica aveva a poco a poco rivelato il luccichio di un lungo coltello con il manico in plastica nera.

«Will, ma questa è una spada. E a occhio e croce una lama come questa potrebbe aver fatto fuori quei due straccioni di hippy, l’altra sera al fiume.»

«Già. Potrebbe.»

Steso sul letto, lui aveva iniziato a capire. E aveva avuto un brivido, come se la temperatura nella stanza si fosse abbassata di colpo. Per quanto glielo permetteva la voce rotta dal pugno ricevuto, aveva abbozzato una debole protesta.

Ancora non sapeva quanto sarebbe stata inutile.

«Non è mio. Non l’ho mai visto.»

Lo sceriffo lo aveva guardato con un espressione di ostentato stupore.

«Ah no? Ma se è pieno delle tue impronte.»

I due si erano avvicinati e lo avevano girato a pancia sotto. Tenendo il coltello per la lama, lo sceriffo lo aveva costretto a stringere il manico. La voce di Duane Westlake era calma, mentre pronunciava la condanna.

«Mi sono sbagliato prima, quando ti ho detto che sei nei guai. In realtà sei nella merda fino al collo, ragazzo.»

Poco dopo, mentre lo trascinavano via per caricarlo sull’auto, aveva avuto la netta percezione che la sua vita, come l’aveva conosciuta fino a quel momento, fosse finita per sempre.

«…della guerra del Vietnam. Continua la polemica per la pubblicazione da parte del “New York Times” dei Pentagon Papers. È previsto un ricorso alla Corte Suprema per la ratifica del diritto a farlo da parte…»

La voce impostata di uno speaker delle Daily News, che la targhetta identificava come Alfred Lindsay, lo riscosse dal torpore senza riposo in cui era scivolato. Il volume della Tv si era alzato da solo, come se fosse animato da una volontà propria. Come se la notizia fosse qualcosa che doveva assolutamente sentire. L’argomento era sempre e ancora la guerra, che tutti volevano nascondere come sporcizia immobile sotto il tappeto e che strisciando da serpente riusciva sempre a sporgere la testa oltre i bordi.

Il caporale conosceva quella storia.

I Pentagon Papers erano il risultato di un’indagine accurata sulle cause e sulle modalità che avevano portato gli Stati Uniti a trovarsi coinvolti in Vietnam, un’inchiesta voluta dal segretario della Difesa McNamara e realizzata da un gruppo di trentasei esperti, funzionari civili e militari, sulla base dei documenti governativi da Truman in poi. Come un coniglio dal cilindro dei giornalisti, era emerso in modo evidente che l’amministrazione Johnson aveva in piena coscienza mentito all’opinione pubblica riguardo alla conduzione del conflitto. Pochi giorni prima il «New York Times», che ne era venuto in qualche modo in possesso, aveva iniziato a pubblicarli.

Con le conseguenze che erano facilmente immaginabili.

E infine sarebbero state, come succedeva di solito, solo parole. Che tanto dette quanto scritte avevano sempre lo stesso peso.

Che ne sapevano quelli della guerra? Che ne sapevano di cosa voleva dire trovarsi migliaia di miglia lontano da casa, a combattere contro un nemico invisibile e dalla volontà incredibile, che nessuno poteva pensare fosse disposto a pagare un prezzo così alto per avere in cambio così poco?

Un nemico che in fondo ai loro pensieri tutti rispettavano, anche se nessuno avrebbe avuto mai il coraggio di confessarlo.

Ce ne sarebbero voluti trentaseimila di esperti scaldasedie, civili o militari che fossero. E ancora non avrebbero capito o deciso nulla, perché non avevano mai sentito l’odore del napalm o dell’ agent orange, il diserbante che veniva usato in dosi massicce per distruggere la foresta intorno al nemico. Non avevano sentito il tac-tac-tac-tac delle mitragliatrici, il rumore sordo di un proiettile che buca un elmetto, le grida di dolore dei feriti, che sembravano così forti da arrivare fino a Washington e che invece a malapena riuscivano a raggiungere i barellieri.

Buona fortuna, Wendell…

Scostò il lenzuolo e si mise a sedere sul letto.

«Vai a fare in culo, colonnello Lensky. Tu e le tue sindromi del cazzo.»

Tutto era alle spalle, ormai.

Chillicothe, Karen, la guerra, l’ospedale.

Il fiume seguiva il suo corso e solo la riva conservava il ricordo dell’acqua passata.

Aveva ventiquattro anni e non sapeva se quello che aveva davanti si potesse ancora chiamare futuro. Ma per qualcuno quella parola avrebbe presto perso ogni significato.

A piedi scalzi, si avvicinò al televisore e lo spense. Il viso rassicurante dello speaker venne risucchiato dal buio e divenne un pallino luminoso al centro dello schermo. Come tutte le illusioni durò qualche istante, prima di sparire del tutto.

CAPITOLO 4

«Sei sicuro che non vuoi che ti porti fino in città?»

«No, qui è perfetto. Molte grazie, signor Terrance.»

Aprì la portiera. L’uomo al volante lo guardò con un sorriso nel viso abbronzato, sollevando le sopracciglia con aria interrogativa. Nella luce del cruscotto, di colpo gli ricordò un personaggio di Don Martin.

«Volevo dire molte grazie, Lukas.»

L’uomo gli fece un gesto sollevando il pollice verso l’alto.

«Così va bene.»

Si strinsero la mano. Poi il caporale sfilò la sacca dallo spazio dietro i sedili, uscì dalla macchina e chiuse la portiera. La voce dell’uomo al volante gli giunse attraverso il finestrino aperto.

«Qualunque cosa tu stia cercando, ti auguro di trovarla. O che lei trovi te.»

Le ultime parole quasi si persero nel brontolio delle marmitte. In un istante il mezzo con cui era arrivato divenne il suono di un motore che si allontanava, un sentore di carburante disperso dal vento e dalla distanza.

Una luce di fanali che la sera inoltrata inghiottiva come se fosse il suo pasto abituale.

Sistemò la sacca sulla spalla e iniziò a camminare. Un passo dopo l’altro, sentendo come un animale la vicinanza, i profumi, i posti. Tuttavia non c’erano ansia o euforia per quel ritorno.

Solo determinazione.

Poche ore prima, nella sua stanza al motel, aveva trovato nell’armadio una scatola da scarpe vuota, dimenticata da qualche ospite precedente. Sul coperchio c’era il marchio delle Famous Flag Shoes, che si compravano per corrispondenza. Il fatto che fosse ancora lì, la diceva lunga sull’accuratezza delle pulizie all’Open Inn. Aveva tolto le alette al coperchio e aveva scritto sul fondo bianco CHILLICOTHE in lettere maiuscole, ripassandole più volte con un pennarello nero che aveva nella sacca. Era sceso alla reception con la borsa in spalla e quel cartello come ipotesi di viaggio in mano. Dietro al banco, una ragazza anonima con le braccia troppo magre e i capelli lunghi e lisci e un nastro rosso intorno alla testa aveva sostituito il tipo con baffi e basette. Quando si era avvicinato per restituire la chiave, aveva perso la sua espressione incantata da Flower Power e lo aveva guardato con una traccia di timore negli occhi scuri.

Come se stesse andando verso di lei con l’intenzione di aggredirla. Stava imparando a fare i conti con questo atteggiamento. E sospettava fosse un bilancio che non sarebbe mai andato in pareggio.

Eccola, la mia fortuna, colonnello…

Aveva avuto per un attimo la tentazione maligna di spaventarla a morte, di ripagare con la stessa moneta quella repulsione e quella diffidenza istintive che aveva provato per lui. Ma non era né il momento né il posto per andarsi a cercare delle grane.

Aveva appoggiato con ostentata delicatezza la chiave sul piano di vetro, davanti a lei.

«Ecco la chiave. La camera fa schifo.»

La sua voce calma e le sue parole avevano fatto sobbalzare la ragazza.

Lo aveva guardato un poco allarmata.

Muori, stronza.

«Mi dispiace.»

Lui aveva scosso la testa in modo impercettibile. L’aveva fissata, lasciandole immaginare gli occhi nascosti dietro le lenti scure.

«Non dire così. Lo sappiamo tutti e due che non te ne frega niente.»

Aveva girato le spalle ed era uscito dal motel.

Oltre la porta a vetri aveva ritrovato il sole del piazzale. Alla sua destra c’era la stazione di servizio con l’insegna arancione e azzurra della Gulf.

Un paio di macchine erano in fila per entrare nel lavaggio e le pompe parevano avere un afflusso di mezzi sufficiente a farlo sperare in un risultato entro tempi ragionevoli. Si era incamminato verso un coffee shop sormontato da una insegna fatta a freccia che lo presentava al mondo come Florence Bowl e che proponeva cucina casalinga e breakfast a tutte le ore.

Lo aveva superato augurando ai clienti all’interno che il caffè e il cibo fossero migliori della fantasia di chi aveva trovato il nome del locale.

Era sfilato davanti alle proposte di Canada Dry e Tab e Bubble Up e ai suggerimenti per gli hamburger. Aveva ignorato le offerte di pneumatici a metà prezzo e STP e cambi d’olio scontati e si era piazzato all’uscita dell’area di servizio, in modo da essere bene in vista sia per le macchine che uscivano dal parcheggio del ristorante sia per quelle che lasciavano le pompe dopo aver fatto rifornimento.

Aveva gettato la sua sacca a terra e ci si era seduto sopra. Aveva teso il braccio, cercando di fare in modo che il cartello con la scritta fosse il più evidente possibile.

E aveva atteso.

A volte qualche macchina aveva rallentato. Una si era addirittura fermata ma quando si era alzato per raggiungerla e il guidatore lo aveva visto in faccia, era ripartito come se avesse incontrato il diavolo.

Era ancora seduto sulla sacca con il suo patetico cartello proteso, quando l’ombra di un uomo si era stampata sull’asfalto davanti a lui. Aveva sollevato il capo e si era trovato di fronte un tipo che indossava una tuta nera con degli inserti rossi. Sul petto e sulle maniche aveva dei marchi colorati di sponsor.

«Pensi di riuscire ad arrivarci a Chillicothe?»

Lui aveva abbozzato un sorriso.

«Se continua così direi di no.»

L’uomo era alto, sulla quarantina, con un fisico asciutto e con barba e capelli rossicci. Lo aveva guardato un istante prima di proseguire. Poi aveva abbassato la voce di un tono, come per minimizzare quello che stava per dire.

«Non so chi ti ha conciato in quel modo e non sono affari miei. Solo una cosa ti chiedo. E se non mi dici la verità me ne accorgerò.»

Si era concesso una pausa. Per soppesare le parole. O forse perché avessero più peso.

«Hai dei guai con la legge?»

Lui si era tolto il berretto e gli occhiali e lo aveva guardato.

«No, signore.»

Suo malgrado, il tono di quel «No, signore» lo aveva identificato senza possibilità di dubbio.

«Sei un soldato?»

La sua espressione era sembrata una conferma più che esauriente. La parola Vietnam non venne pronunciata ma galleggiava nell’aria.

«Lotteria?»

Aveva scosso la testa.

«Volontario.»

D’istinto aveva chinato la testa mentre pronunciava questa parola, quasi fosse una colpa. E si era subito pentito. Aveva rialzato il viso e piantato gli occhi in quelli dell’uomo in piedi davanti a lui.

«Come ti chiami, ragazzo?»

La domanda lo aveva sorpreso. L’uomo aveva colto la sua esitazione e aveva scrollato le spalle.

«Un nome vale l’altro. È solo per sapere come rivolgermi a te. Io sono Lukas Terrance.»

Si era alzato e aveva stretto la mano che l’altro gli porgeva.

«Wendell Johnson.»

Lukas Terrance non aveva mostrato perplessità per i guanti di cotone.

Aveva indicato con un cenno del capo un grande pick-up nero e rosso che portava sulle fiancate gli stessi marchi che aveva sulla tuta. Era fermo a una pompa alle loro spalle e un inserviente di colore gli stava facendo il pieno. Al traino aveva un carrello con sopra una monoposto per le corse negli ovali su terra. Era uno strano mezzo, con le ruote scoperte e la cabina di guida che sembrava a malapena poter contenere un uomo. Una volta ne aveva vista una simile sulla copertina di «Hot Rod», una rivista di motori.

Terrance aveva chiarito la sua posizione.

«Sto andando a nord, al Mid-Ohio Speedway, verso Cleveland.

Chillicothe non è proprio di strada, ma posso fare una piccola deviazione.

Se ti va bene viaggiare senza fretta e senza aria condizionata, posso darti un passaggio.»

Aveva risposto all’offerta con una domanda.

«Lei è un pilota, signor Terrance?»

L’uomo si era messo a ridere. Ai lati degli occhi, sul viso abbronzato, gli si era formata una ragnatela di rughe.

«Oh no. Sono solo una specie di tuttofare. Meccanico, autista, uomo di griglia. Di partenza e di barbecue, se serve.»

Aveva fatto un gesto con le mani, un gesto che riassumeva i fatti della vita.

«Jason Bridges, il mio pilota, sta viaggiando comodo su un aereo, in questo momento. A noi maestranze spetta la fatica, ai piloti la gloria. Ma se devo essere onesto, di gloria non ne arriva molta. Come pilota è una mezzasega. Tuttavia continua a correre. Cose che succedono, quando hai un padre con il portafoglio gonfio. Le auto si comprano, le palle no.»

L’inserviente aveva finito il rifornimento e si era girato a cercare con lo sguardo l’autista del pick-up. Quando lo aveva individuato gli aveva fatto un gesto eloquente, indicando la fila di auto in attesa. Terrance aveva battuto le mani cancellando così tutte le parole precedenti.

«Bene, si va? Nel caso la tua risposta sia affermativa, da questo momento puoi anche chiamarmi Lukas.»

Aveva raccolto la sacca da terra e lo aveva seguito.

La cabina di guida era un caos di carte stradali, riviste di parole crociate e numeri di «Mad» e «Playboy». Terrance gli aveva fatto posto sul sedile del passeggero spostando una confezione di biscotti Oreo e una lattina vuota di Wink.

«Devi scusarmi. Non abbiamo mai molti passeggeri su questa carretta.»

Avevano lasciato alle spalle con calma la stazione di servizio e poi Florence e infine il Kentucky. Presto, quei momenti e quei posti sarebbero stati solo ricordi. E nemmeno dei peggiori. Quelli belli, quelli veri, quelli che avrebbe accarezzato tutta la vita come gatti sulle ginocchia, stava andando a crearseli.

Era stato un viaggio piacevole.

Aveva ascoltato gli aneddoti del suo autista sul mondo delle corse e in particolare sul pilota che seguiva. Terrance era un brav’uomo, scapolo, in pratica senza fissa dimora, che viveva da sempre nell’ambiente delle gare senza mai avere trovato uno spazio in quelle veramente importanti, come la NASCAR o la Indy. Citava nomi di piloti famosi, gente del calibro di Richard Petty o Parnelli Jones o A J. Foyt come se li avesse conosciuti di persona. E forse li aveva conosciuti davvero. In ogni caso sembrava gli facesse piacere pensarlo e a tutti e due andava bene così.

Nemmeno una volta avevano accennato alla guerra.

Passato il confine, il pick-up con il suo guscio da corsa al seguito aveva imboccato senza fretta e senza aria condizionata la Route 50, che portava dritto a Chillicothe. Seduto al suo posto, con il finestrino aperto, mentre seguiva i racconti di Terrance, a poco a poco aveva visto il tramonto prepararsi a diventare notte, con quella tenace luminosità persistente tipica delle sere d’estate. I posti d’un tratto erano diventati familiari e infine era apparso un cartello con la scritta «Benvenuti nella Ross County».

Era a casa.

O meglio, era dove voleva arrivare.

Un paio di miglia dopo Slate Mills aveva chiesto al suo stupito compagno di fermarsi. Lo aveva lasciato alla sua perplessità e al resto del suo viaggio e adesso camminava come un fantasma in aperta campagna.

Solo le luci di un gruppo di case che sulla cartina stavano sotto il nome di North Folk Village apparivano in lontananza a indicargli la strada. E ogni passo sembrava molto più faticoso di tutti quelli che aveva stampato nel fango del Nam.

Finalmente arrivò a quella che era stata la sua meta fin da quando era partito dalla Louisiana. A poco meno di un miglio dal Village, imboccò un viottolo sterrato sulla sinistra e dopo qualche centinaio di iarde raggiunse un capannone in muratura, cintato da una rete metallica. Sul retro c’era uno spiazzo illuminato da tre lampioni, dove, fra cataste di tubi per ponteggi, erano parcheggiati un’autogru a otto ruote, un furgone Volkswagen, un Mountaineer Dump Truck con la pala dello spartineve.

Quella era stata la sua casa per tutto il tempo in cui aveva vissuto a Chillicothe. E sarebbe stato il suo appoggio per l’ultima notte che ci avrebbe trascorso.

Dall’interno della costruzione non usciva luce a rivelare presenze.

Prima di proseguire, si accertò che non ci fosse nessuno nelle vicinanze.

Infine si avviò, costeggiando la recinzione sulla destra fino al lato più in ombra. Arrivò a una macchia di cespugli che lo proteggeva dalla vista.

Appoggiò la sacca a terra e tirò fuori un paio di pinze che aveva comprato in un emporio durante il viaggio. Tagliò la rete quel tanto che gli bastava per permettergli di entrare. Immaginò la figura robusta di Ben Shepard in piedi davanti all’apertura e sentì con le orecchie del ricordo la sua voce sibilante che se la prendeva con «quei maledetti figli di puttana che non hanno rispetto per la proprietà altrui».

Appena dentro, si avviò verso una piccola porta in ferro, accanto al portone scorrevole dipinto di blu che era l’ingresso carraio del capannone.

Sopra era appesa una grande insegna bianca con una scritta azzurra.

Diceva a chiunque fosse interessato che quel posto era la sede della «Ben Shepard – Demolizioni Ristrutturazioni Costruzioni». Non aveva più la chiave ma sapeva dove il suo vecchio datore di lavoro ne lasciava una di riserva, sempre che avesse conservato quell’abitudine.

Aprì lo sportello dell’estintore. Subito dietro al fusto rosso c’era la chiave che cercava. La prese con un sorriso sulle labbra martoriate e andò ad aprire la porta. Il battente scivolò verso l’interno senza cigolii.

Un passo e fu dentro.

La poca luce che riusciva a entrare dall’esterno, attraverso i vetri posti in alto sui quattro lati, rivelava un capannone pieno di attrezzi e macchinari.

Caschi da lavoro, tute appese, due betoniere di diversa capienza. Alla sua sinistra un lungo bancone pieno di strumenti per la lavorazione del legno e del ferro.

Il caldo umido, la penombra, l’odore, erano oggetti familiari. Ferro, cemento, legno, calce, cartongesso, lubrificante. Il vago afrore di corpi sudati dalle tute appese ai ganci. Invece il gusto che sentiva in bocca era del tutto nuovo. Era il gusto acido della lacerazione, il rigurgito di tutto quello che gli era stato strappato. La vita di tutti i giorni, l’affetto, l’amore.

Quel poco che aveva conosciuto quando Karen gli aveva insegnato che cosa meritasse quel nome.

Avanzò nella semioscurità, badando a dove metteva i piedi, verso una porta sul lato destro. Sforzandosi di non pensare che quel posto ruvido e spigoloso per lui aveva significato tutto quello che altri ragazzi trovavano in una bella casa dalle pareti tinteggiate di fresco e in una macchina parcheggiata nel garage.

Oltre quella soglia, attaccata al muro del capannone come un mollusco a uno scoglio, c’era un’unica grande stanza con una sola finestra protetta da un’inferriata. Un angolo cottura e un bagno ai lati opposti completavano la pianta della sua dimora abituale. Quando di quel posto era diventato custode, operaio e unico inquilino.

Arrivò alla porta e la spinse.

E rimase a bocca aperta per lo stupore.

Qui le forme erano più nette. La luce dei lampioni del parcheggio che entrava dalla finestra mandava quasi tutte le ombre a rintanarsi negli angoli.

La stanza era in perfetto ordine, come se fosse uscito ore e non anni prima. Non c’era per aria l’idea pruriginosa della polvere e saltavano agli occhi i segni di una pulizia frequente e accurata. Solo il letto era coperto da un telo di plastica trasparente.

Stava per muovere un nuovo passo nella sua vecchia casa, quando di colpo sentì qualcosa urtarlo e strisciargli veloce in mezzo alle gambe.

Subito dopo una sagoma scura saltò sul letto, facendo frusciare la plastica.

Chiuse la porta, si avvicinò al tavolino da notte e accese la lampada accanto al letto. Dalla luce tenue che si aggiunse a quella esterna emerse il muso di un grosso gatto nero, che lo guardava con due enormi occhi verdi.

«Walzer. Cristo santo, ci sei ancora.»

Senza paura, l’animale si avvicinò camminando leggermente di traverso per annusarlo. Lui allungò la mano per afferrarlo e il micio si lasciò prendere senza accennare reazione. Si sedette sul letto e se lo tirò sulle ginocchia. Iniziò a grattarlo con delicatezza sotto il mento e quello subito si mise a ronfare, come sapeva avrebbe fatto.

«Ti piace ancora, eh? Sei rimasto il godurioso filosofo che eri.»

Mentre lo accarezzava, con l’altra mano arrivò al punto dove avrebbe dovuto esserci la zampa posteriore destra.

«Vedo che non ti è ricresciuta, nel frattempo.»

Legata al nome di quel gatto c’era una strana storia. Stava facendo per conto di Ben una riparazione nello studio della dottoressa Peterson, la veterinaria. Era arrivata una coppia con un gattino avvolto in una coperta tutta insanguinata. Un cane di grossa taglia era entrato nel loro giardino e lo aveva azzannato, forse facendogli pagare la sola colpa di esistere. Il gatto era stato visitato e subito dopo sottoposto a un intervento chirurgico, ma non era stato possibile salvargli la zampa. Quando la dottoressa era uscita dalla sala operatoria e lo aveva annunciato ai proprietari, i due si erano guardati con l’aria imbarazzata.

Poi la donna, una tipa slavata con un twin-set azzurro, che cercava invano di correggere col rossetto due labbra troppo sottili, si era rivolta con voce dubbiosa alla veterinaria.

«Senza una zampa, dice?»

Subito si era girata per cercare conferma nell’uomo che era al suo fianco.

«Che ne pensi, Sam?»

L’uomo aveva fatto un gesto vago.

«Be’, di certo quella povera bestiola soffrirebbe, senza una zampa.

Sarebbe menomato a vita. Mi chiedo se a questo punto non sarebbe addirittura meglio…»

Aveva lasciato la frase in sospeso. La dottoressa Peterson lo aveva guardato con aria interrogativa e aveva aggiunto in vece sua l’ultima parola.

«Sopprimerlo?»

I due si erano consultati con uno sguardo già pieno di sollievo. Non gli sembrava vero di aver trovato quella scappatoia, di poter spacciare come la proposta di una fonte autorevole quella che in realtà era una decisione già presa.

«Vedo che anche lei è d’accordo, dottoressa. Allora lo faccia pure. Non soffrirà vero?»

Gli occhi azzurri della veterinaria in quel momento erano di ghiaccio e la sua voce li aveva coperti di brina. Ma i due avevano troppa fretta di lasciare quel posto per accorgersene.

«No, non soffrirà.»

I due avevano pagato ed erano usciti un poco più in fretta di quanto sarebbe stato logico attendersi, accostando con delicatezza la porta. Poi un rumore di auto che giungeva da fuori aveva confermato la condanna senza possibilità di grazia per quella povera bestia. Lui aveva assistito alla scena, senza smettere di lavorare. Solo a quel punto aveva lasciato il gesso che stava impastando in un secchio e si era avvicinato a Claudine Peterson.

Tutti e due erano bianchi, lei per via del camice e lui per i segni di polvere che aveva sui vestiti.

«Non lo uccida, dottoressa. Lo prendo io.»

Lei lo aveva guardato senza parlare. I suoi occhi lo avevano frugato a lungo, prima di rispondere. Poi aveva detto due sole parole.

«Va bene.»

Si era girata ed era rientrata nello studio, lasciandolo solo e padrone di un gatto con tre zampe. Proprio da quello era nato il suo nome. Crescendo, il suo modo di camminare gli aveva ricordato il tempo del walzer: un-due-tre, un-due-tre, un-due-tre…

E Walzer era rimasto.

Stava per spostare il gatto, che continuava a fare le fusa beato di fianco a lui sul letto quando, di colpo, la porta venne spalancata da un calcio.

Walzer si spaventò e con un guizzo agile sulle sue tre zampe corse a rintanarsi sotto il letto. Una voce imperiosa si riversò nella stanza e in quello che restava delle sue orecchie.

«Chiunque tu sia, è meglio se vieni fuori con le mani bene in vista e senza fare movimenti bruschi. Ho un fucile e sono intenzionato a usarlo.»

Rimase un attimo immobile.

Poi, senza dire una parola, si alzò, avviandosi con calma verso la porta.

Poco prima di affacciarsi nel riquadro illuminato, tese le braccia verso l’alto. Quello era l’unico movimento che ancora gli procurava un poco di dolore.

E una marea di ricordi.

CAPITOLO 5

Ben Shepard si spostò dietro una betoniera, cercando di tenersi nella posizione migliore per avere sotto tiro la porta. Una goccia di sudore polveroso lungo la tempia gli ricordò quanto il capannone fosse caldo e umido. Per un attimo ebbe la tentazione di asciugarla ma preferì non staccare le mani dal Remington. Chiunque ci fosse in quella stanza, non sapeva come avrebbe reagito all’intimazione di uscire. Ma soprattutto non sapeva se fosse armato o no. Ad ogni modo, l’uomo era stato avvisato. Lui reggeva fra le mani un fucile a pompa e non gettava mai parole al vento.

Aveva fatto la guerra in Corea. Se quel tipo o quei tipi non credevano che fosse davvero intenzionato a usarlo, si sbagliavano di grosso.

Non successe nulla.

Aveva preferito non accendere luci. Nella penombra, il tempo sembrava un fatto personale fra lui e il battito del suo cuore. Attese per degli istanti che parevano covati dall’eternità.

Era stato un caso che fosse lì a quell’ora.

Stava tornando dopo una serata al bowling con la squadra per cui giocava. Era sulla Western Avenue ed era appena uscito dal North Folk Village quando sul cruscotto del suo vecchio furgone la spia dell’olio si era accesa. Se avesse continuato, avrebbe corso il rischio di grippare. A poche decine di iarde c’era il viottolo che portava al suo capannone. Lo aveva imboccato al volo, invadendo l’altra corsia per fare una larga curva e non essere costretto a frenare. Subito dopo aveva spento il motore e messo in folle per sfruttare l’abbrivio e arrivare fino al cancello.

Mentre si avvicinava all’edificio sentendo il pietrisco sotto gli pneumatici rollare con un suono sempre più grave a mano a mano che perdeva velocità, per un attimo gli era parso di vedere una luminosità scialba trasparire dai vetri. Questo aveva interrotto di colpo dei pensieri non proprio edificanti rivolti a qualunque divinità fosse preposta alla cura degli automobilisti.

Aveva subito fermato il furgone. Aveva sfilato da dietro i sedili il Remington e controllato che fosse carico. Era sceso senza sbattere la portiera e si era avvicinato camminando sul ciglio erboso, per non far rumore con le scarpe pesanti. Quando se ne era andato, un paio d’ore prima, poteva aver dimenticato la luce accesa.

Di certo era così.

Ma in ogni caso aveva preferito sincerarsene stando al sicuro dalla parte giusta della canna di un fucile. Come diceva il suo vecchio, di troppa prudenza non era mai morto nessuno.

Aveva proseguito costeggiando la rete e aveva trovato la recinzione tagliata. Poi aveva visto la stanza sul retro illuminata e un’ombra passare davanti alla finestra.

Le mani posate sul calcio del Remington avevano iniziato a inumidirsi oltre il dovuto. Aveva buttato rapidamente lo sguardo in giro.

Non aveva notato macchine parcheggiate nelle vicinanze e questo fatto lo lasciava perplesso. Il capannone era pieno di materiali e attrezzi. Il loro valore non era elevato, ma avrebbero in ogni caso potuto fare gola a un ladro. Però era tutta roba piuttosto pesante. Gli sembrava strano che qualcuno avesse deciso di venire a ripulirgli il magazzino a piedi.

Aveva superato il varco nella rete e raggiunto l’ingresso accanto al passo carraio. Quando aveva spinto il battente, l’aveva trovato aperto. Al tatto aveva sentito la chiave nella toppa e nella scarsa luce dei lampioni riverberata dal muro chiaro aveva percepito lo sportello dell’estintore socchiuso.

Strano. Molto strano.

Solo lui conosceva l’esistenza della chiave di riserva.

Incuriosito e circospetto in egual misura aveva percorso la sua piccola gimkana furtiva attraverso i materiali ammassati all’interno, fino a spalancare la porta della stanza sul retro con un calcio.

E ora teneva un fucile puntato verso una porta aperta.

Una figura d’uomo con le mani alzate comparve sulla soglia. Fece un paio di passi e si fermò. Ben si mosse di conseguenza, in modo da continuare a essere protetto dalla massa tozza e goffa della betoniera. Da quel punto poteva tenere sotto tiro le gambe di quel tipo e se solo avesse tentato un movimento brusco lo avrebbe abbassato di dieci pollici.

«Sei solo?»

La risposta era arrivata subito. Calma e tranquilla, apparentemente sincera.

«Sì.»

«Bene, ora esco. Se tu o qualche tuo amico avete intenzione di farmi un brutto scherzo, ti faccio un buco nella pancia grosso come un tunnel della ferrovia.»

Attese un attimo e poi uscì con cautela allo scoperto. Teneva il fucile all’altezza del fianco saldamente puntato verso lo stomaco dell’uomo. Fece un paio di passi verso di lui, fino ad arrivare a vederlo bene in viso.

E quello che vide gli depose un velo di brividi sulle braccia e sul collo.

L’uomo aveva il viso e la testa completamente sfigurati da quelle che sembravano le cicatrici di ustioni tremende. Dalla faccia proseguivano sul collo e si perdevano nel colletto aperto della camicia. L’orecchio destro era del tutto assente mentre di quell’altro ne era rimasto solo un pezzo, attaccato come una beffa al cranio dove la pelle rimarginata a grana grossa aveva sostituito i capelli.

Solo la zona intorno agli occhi era integra. E adesso quegli occhi lo seguivano mentre si avvicinava, più ironici che preoccupati.

«E tu chi diavolo sei?»

L’uomo sorrise. Ammesso che quello che gli appariva sul viso quando cercava di farlo si potesse chiamare sorriso.

«Grazie, Ben. Almeno non mi hai chiesto che cosa sono.»

L’uomo abbassò le braccia, senza chiedere l’autorizzazione a farlo. Solo in quel momento Ben si rese conto che sulle mani portava dei guanti di tessuto leggero.

«Lo so che sono difficile da riconoscere. Speravo che almeno la mia voce fosse rimasta la stessa.»

Ben Shepard sgranò gli occhi. La canna del fucile si abbassò suo malgrado, come se di colpo le braccia fossero diventate così molli da non riuscire a sorreggerlo. Poi la parola gli arrivò come se non ne avesse avuto il dono prima.

«Cristo santo benedetto, Little Boss. Sei tu. Credevamo tutti che fossi…»

La frase rimase in sospeso, come in sospeso erano rimaste le loro vite per tutto quel tempo. L’altro fece un gesto vago con la mano.

«Morto?»

La frase successiva gli uscì dalle labbra come un pensiero ad alta voce e una speranza sottoterra.

«E secondo te non lo sono?»

Ben si sentì di colpo vecchio. E capì che la persona che aveva di fronte si sentiva molto più vecchia di lui. Ancora confuso da quell’incontro inatteso, senza sapere bene che fare o che dire, si avvicinò al muro e tese una mano verso un interruttore. Una improbabile luce di servizio si diffuse per l’ambiente. Quando fece per accenderne un’altra, Little Boss lo fermò con un gesto.

«Lascia stare. Ti garantisco che aumentando la luce non miglioro.»

Ben si accorse di avere gli occhi umidi. Si sentì inutile e stupido. Infine fece l’unica cosa che l’istinto gli dettava. Appoggiò il Remington su una pila di casse, si avvicinò e abbracciò con delicatezza quel soldato che negli occhi aveva solo cose distrutte.

«Cazzo, Little Boss, che bello sapere che sei vivo.»

Sentì le braccia del ragazzo circondargli le spalle.

«Little Boss non esiste più, Ben. Ma è bello essere qui con te.»

Rimasero un istante così, per un affetto che era quello fra un padre e un figlio. Con l’assurda speranza che quando si fossero staccati sarebbe stato un qualunque giorno del passato, e tutto era normale e Ben Shepard, imprenditore edile, si attardava nel capannone per dare le istruzioni al suo operaio per il giorno dopo.

Si sciolsero dall’abbraccio e furono di nuovo quelli di adesso, uno di fronte all’altro.

Ben fece un cenno con la testa.

«Vieni di là. Deve essere rimasta qualche birra. Se ti va.»

Il ragazzo sorrise e gli rispose alla luce della loro vecchia confidenza.

«Mai rifiutare una birra da Ben Shepard. Potrebbe incazzarsi. E non è un bello spettacolo trovarselo di fronte in quelle condizioni.»

Si spostarono nella stanza sul retro. Little Boss andò a sedersi sul letto.

Fece un verso di richiamo e subito Walzer uscì dal suo nascondiglio e gli saltò in grembo.

«Hai lasciato tutto com’era. Perché?»

Ben si diresse verso il frigorifero e fu contento che Little Boss non lo vedesse in faccia mentre rispondeva.

«Premonizioni da veggente o incrollabili speranze di un vecchio.

Chiamale come preferisci.»

Chiuse lo sportello e si girò con due birre in mano. Col collo di una bottiglia indicò il gatto, che accettava con le sue semplici implicazioni feline le carezze sulla testa e sul collo.

«Ho fatto pulire periodicamente la tua stanza. E ogni giorno ho rimpinzato quella bestiaccia che tieni sulle ginocchia.»

Porse al ragazzo sul letto la sua birra. Poi raggiunse una sedia e per qualche istante bevvero in silenzio. Tutti e due sapevano di essere pieni di domande alle quali ognuno avrebbe faticato a dare una risposta.

Poi Ben capì che doveva essere lui il primo.

Controllando a fatica il desiderio di guardare da un’altra parte, chiese.

«Cosa ti è successo? Chi ti ha conciato così?»

Il ragazzo si prese un tempo lungo come una guerra, prima di rispondere.

«Non è una storia breve, Ben. E piuttosto brutta. Sei sicuro di volerla sentire?»

Ben si appoggiò allo schienale della sedia e la inclinò fino ad appoggiarsi al muro.

«Io ho tempo. Tutto il tempo…»

«…e tutti gli uomini che ci servono, soldato. Finché tu e i tuoi compagni non avrete capito che in questo Paese sarete sconfitti.»

Era seduto a terra, appoggiato a un mozzicone d’albero senza fronde avvinghiato al terreno da radici inutili, le mani legate dietro la schiena.

Davanti a lui l’alba stava salendo. Alle spalle sentiva la presenza del suo compagno, anche lui immobilizzato nello stesso modo. Era da un po’ che non parlava e non si muoveva. Forse era riuscito ad assopirsi. Forse era morto. Entrambe le ipotesi erano plausibili. Da due giorni stavano fermi in quel posto. Due giorni di cibo scarso, di sonno spezzato dalle fitte ai polsi e dai crampi al sedere. Ora aveva sete e fame e i vestiti erano incollati alla pelle per il sudore e la sporcizia. E uomo con la fascia rossa intorno alla testa si era chinato su di lui e aveva tenuto sospese davanti ai suoi occhi le loro piastrine di riconoscimento. Le aveva lasciate oscillare con un effetto quasi ipnotico. Poi le aveva girate a proprio favore, come per controllare i nomi, anche se li ricordava benissimo.

«Wendell Johnson e Matt Corey. Che ci fanno due bravi ragazzi americani, in mezzo a queste risaie? Non avevate niente di meglio da fare a casa vostra?»

Certo che ce l’avevo, testa di cazzo pezzo di merda.

Aveva urlato quella frase solo nella sua testa. Aveva imparato a sue spese qual era il prezzo delle parole espresse, con quella gente.

Il guerrigliero era un tipo secco, dall’età indefinibile, con occhi piccoli e infossati. Un poco più alto della media. Variava un buon inglese sporcato da un accento gutturale. Era passato del tempo

quanto?

da quando il suo plotone era stato annientato dall’attacco improvviso dei vietcong. Erano morti tutti, tranne loro due. E subito dopo era iniziato un calvario di continui spostamenti, di zanzare, di marce esauste fatte di passi guidati dalla volontà, ancora uno, ancora uno, ancora uno…

E di botte.

Ogni tanto avevano incontrato altri gruppi di combattenti. Uomini con i visi tutti uguali che trasportavano armi e rifornimenti in bicicletta per sentieri quasi invisibili tracciati fra la vegetazione.

Quelli erano gli unici momenti di sollievo

dove ci portano Matt?

Non lo so.

Hai idea di dove siamo?

No, ma ce la caveremo Wen, stai tranquillo

e di riposo.

L’acqua, l’acqua benedetta che altrove arrivava con il semplice gesto di aprire un rubinetto, era un attimo di paradiso in terra che i loro carcerieri sembravano dispensare con un piacere sadico.

Il suo carceriere non aveva atteso una risposta. Sapeva che non sarebbe arrivata.

«Mi dispiace molto che gli altri tuoi compagni siano morti.»

«Non credo», gli era sfuggito dalle labbra.

Aveva subito teso i muscoli del collo, aspettando come replica uno schiaffo. Invece sul viso del vietcong era apparso un sorriso che solo la luce beffarda degli occhi riusciva a trasformare in crudele. In silenzio si era acceso una sigaretta. Poi aveva risposto con una voce neutra che suonava stranamente sincera.

«Ti sbagli. Davvero mi sarebbe piaciuto avervi vivi. Tutti.»

Aveva usato lo stesso tono di voce quando aveva detto

«Non preoccuparti, caporale. Ora sarai curato…»

e subito dopo aveva sparato in testa a Sid Margolin, che era steso a terra e si lamentava per una ferita alla spalla.

Da un punto dietro di lui era arrivato il brusio miagolante di una radio.

Poi un altro guerrigliero, un ragazzo molto più giovane, aveva raggiunto il suo comandante. I due avevano scambiato un frettoloso dialogo, nella lingua incomprensibile di un Paese che mai sarebbe riuscito a capire.

Poi il capo era tornato a rivolgersi a lui.

«Quella di oggi è una giornata che si preannuncia piuttosto divertente.»

Aveva piegato le ginocchia e si era accucciato davanti a lui, in modo da poterlo vedere bene in viso.

«Ci sarà un attacco aereo. Ce ne sono tutti i giorni. Ma il prossimo sarà in questa zona.»

In quel momento aveva capito. C’erano uomini che andavano in guerra perché ci dovevano andare. Altri che sentivano di doverci andare. L’uomo con la fascia rossa c’era perché gli piaceva. Quando la guerra fosse finita, probabilmente se ne sarebbe inventata un’altra, forse solo sua, pur di continuare a combattere.

E a uccidere.

Quel pensiero gli aveva dipinto in faccia un’espressione che l’altro aveva frainteso.

«Che c’è? Ti stupisci, soldato? Credi che le scimmie gialle, i Charlie, come ci chiamate, non siano in grado di svolgere operazioni di intelligence?»

Gli aveva dato con il palmo della mano un buffetto sulla guancia, tanto più beffardo in quanto lieve come una carezza.

«E invece ne siamo capaci. E oggi avrai modo di scoprire per chi combatti.»

Si era rialzato di scatto e aveva fatto un gesto. Subito quattro uomini armati di AK-47 e fucili erano arrivati di corsa e li avevano circondati, tenendoli sotto tiro. Un quinto si era avvicinato e aveva sciolto loro i polsi. Con un gesto brusco li aveva invitati a sollevarsi.

Il comandante aveva indicato il sentiero davanti a loro.

«Da quella parte. In fretta e in silenzio, per favore.»

Li avevano spinti senza troppi riguardi verso la direzione indicata.

Dopo pochi minuti di marcia a passo veloce erano sbucati in una vasta radura sabbiosa, costeggiata sul lato alla loro destra da quella che sembrava una piantagione di alberi della gomma, posti a una distanza così regolare da sembrare un puntiglio della natura nel caos della vegetazione tutto intorno.

Erano stati separati e legati a due tronchi quasi alle estremità opposte della radura, in modo che fra loro ci fosse una lunga linea di alberi.

Subito dopo aver sentito i lacci assicurargli i polsi, un bavaglio gli era stato stretto sulla bocca.

La stessa sorte era toccata al suo compagno, che per un accenno di ribellione si era preso un colpo con il calcio del fucile in mezzo alla schiena.

L’uomo con la fascia rossa si era avvicinato con la sua aria sorniona.

«Voi che lo usate con tanta facilità dovreste sapere che effetto fa il napalm. La mia gente lo sa da tempo…»

Aveva indicato un punto imprecisato nel cielo di fronte a lui.

«Gli aerei arriveranno di là, soldato americano.»

Gli aveva rimesso al collo la piastrina di riconoscimento. Quindi gli aveva girato le spalle e se n’era andato, seguito dai suoi uomini, silenziosi come solo loro sapevano essere. Erano rimasti soli, a guardarsi da lontano e a chiedersi perché e che cosa e quando. Poi da quel punto oltre gli alberi, nel cielo davanti a loro, era arrivato il rumore di un motore. Il Cessna L-19 Bird Dog era uscito come il frutto di un sortilegio dal bordo della vegetazione. Era in missione di ricognizione e stava volando a bassa quota. Li aveva quasi superati quando di colpo il pilota aveva compiuto una virata, facendo scendere ancora di più l’apparecchio. Tanto da permettergli di vedere con chiarezza la sagoma dei due uomini all’interno della carlinga. Poco dopo, finito il gioco di prestigio, il velivolo era tornato a inseguire il cielo da cui era venuto. Il tempo era trascorso nel silenzio e nel sudore in quantità indefinibili. Poi un sibilo e una coppia di Phantom era arrivata a una velocità che la loro paura aveva scomposto in fotogrammi e aveva portato con sé il tuono. Solo dopo, per una bizzarria, il lampo. Aveva visto il bagliore crescere e diventare una striscia di fuoco che avanzava come danzando dopo aver divorato tutto sulla sua strada e la striscia era arrivata su di loro e aveva investito…

«…in pieno il mio compagno, Ben. Lui è stato letteralmente incenerito.

Io ero più lontano e sono stato solo colpito da un’ondata di calore tale da ridurmi in questo stato. Non so come ho fatto a salvarmi. E non so quanto tempo sono rimasto lì prima che arrivassero i soccorsi. Ho dei ricordi molto confusi. So che mi sono svegliato in un ospedale, coperto di bende e con degli aghi infilati nelle vene. E credo che ci vogliano le vite di molti uomini per provare il dolore che ho provato io in quei pochi mesi.»

Il ragazzo fece una pausa. Ben capì che era per lasciargli assimilare quello che gli aveva appena detto. O per prepararlo alla conferma successiva.

«I vietcong ci hanno usati come scudi umani. E quelli del ricognitore ci hanno visti. Sapevano che eravamo lì. E hanno attaccato lo stesso.»

Ben si guardò la punta delle scarpe. In quel momento qualunque cosa avesse detto a proposito di quell’esperienza sarebbe stata inutile.

Decise di tornare al presente e a tutte le sue incertezze.

«Che hai intenzione di fare ora?»

Little Boss sollevò le spalle, con noncuranza.

«Ho solo bisogno di un appoggio per qualche ora. Devo vedere un paio di persone. Poi passerò a prendere Walzer e me ne andrò via.»

Il gatto, indifferente come tutti i suoi simili, si alzò dalle ginocchia del suo padrone e sistemò le sue tre zampe in una posizione più comoda sul letto.

Ben staccò la sedia dal muro e la lasciò ricadere a terra.

«Sento che stai per cacciarti nei guai.»

Il ragazzo scosse la testa, nascosto dietro al suo non sorriso.

«Io non posso cacciarmi nei guai.»

Si sfilò i guanti di cotone e tese verso Ben le mani coperte di cicatrici.

«Vedi? Niente impronte digitali. Cancellate. Qualsiasi cosa tocchi, non lascio tracce.»

Parve riflettere un istante, come se finalmente avesse trovato per se stesso la definizione giusta.

«Io non esisto più. Sono un fantasma.»

Lo guardò con occhi che chiedevano molto anche se erano disposti a concedere poco.

«Ben, dammi la tua parola d’onore che non dirai a nessuno che sono stato qui.»

«Nemmeno a…?»

Lo interruppe secco, preciso. Prima ancora che avesse il tempo di terminare la frase.

«A nessuno, ho detto. Mai.»

«Altrimenti?»

Un attimo di silenzio. Poi dalla sua bocca martoriata uscirono parole fredde come quelle dei morti.

«Ti uccido.»

Ben Shepard capì che per il ragazzo il mondo era scomparso. Non solo quello che aveva dentro, ma anche quello che gli stava intorno. Un brivido gli percorse la schiena. Era partito con uomini del suo Paese per combattere una guerra contro altri uomini che gli avevano ordinato di odiare e uccidere. Dopo quello che era successo, le parti si erano invertite.

Era tornato a casa e per tutti lui era diventato il nemico.

CAPITOLO 6

Seduto nell’oscurità attendeva.

Da tanto tempo aspettava quel momento e adesso che era arrivato la fretta o l’ansia erano del tutto assenti. Gli sembrava che la sua presenza in quel posto fosse del tutto normale, prevista, contemplata. Come l’alba o il tramonto o qualsiasi altra cosa che doveva essere e che ogni giorno, giorno dopo giorno, era.

Appoggiata sulle ginocchia teneva una Colt M1911, l’arma d’ordinanza dell’esercito. Il buon Jeff Anderson, che era stato privato delle gambe ma non della sua natura di maneggione, gli aveva procurato quella pistola senza fare domande. E, forse per la prima volta in vita sua, non gli aveva chiesto niente in cambio. L’aveva tenuta nella sacca, avvolta in uno straccio, per tutto il viaggio.

L’unica cosa leggera che portasse con sé.

La stanza in cui si trovava era un salotto con un divano e due poltrone al centro, disposti a ferro di cavallo in favore del televisore accostato al muro. Un ordinario arredamento di una ordinaria casa americana, nella quale era chiaro che viveva un uomo da solo. Pochi quadri dozzinali alle pareti, un tappeto che non ispirava un senso di pulizia, qualche piatto di un vecchio pasto nell’acquaio. E odore di sigarette dappertutto.

Davanti a lui, sulla destra, la porta della cucina. A sinistra, un’altra porta attraverso la quale, dopo aver percorso un piccolo vestibolo, si entrava in casa dall’ingresso in giardino. Alle sue spalle, protetto da una sporgenza di muro, l’accesso alle scale che portavano al piano di sopra. Quando era arrivato e si era accorto che la casa era deserta, aveva forzato la porta sul retro e aveva rapidamente perlustrato l’interno.

Mentre lo faceva, aveva nelle orecchie la voce del sergente istruttore a Fort Polk.

Prima di tutto, ricognizione dei luoghi.

Dopo aver preso coscienza della disposizione delle stanze, aveva scelto di attendere nel salotto perché poteva tenere sotto controllo sia l’ingresso principale che quello di servizio.

Scelta strategica della posizione.

Si era seduto sul divano e tolto la sicura alla pistola. Il colpo era scivolato in canna con un rumore secco come la sua bocca.

Controllo dell’efficienza delle armi.

E mentre aspettava, il suo pensiero era ritornato a Ben.

Aveva ancora negli occhi la sua espressione quando lo aveva minacciato.

Nessuna traccia di paura, solo di delusione. Aveva cercato invano di cancellare quelle due parole cambiando discorso. Chiedendo quello che in realtà avrebbe voluto chiedergli dal primo istante del loro incontro.

«Come sta Karen?»

«Bene. Ha avuto il bambino. Te l’aveva scritto. Perché dopo non ti sei fatto vivo con lei?»

Aveva fatto una pausa e poi aveva proseguito, con un tono più basso.

«Quando le hanno detto che eri morto, ha pianto tutte le lacrime che si potevano piangere.»

C’era una nota di rimprovero in quelle parole e in quella voce. Lui si era alzato di scatto, indicando se stesso con le mani.

«Ben, mi vedi? Le cicatrici che ho sul viso le ho su tutto il corpo.»

«Lei ti amava.»

Ben si era corretto subito.

«Lei ti ama.»

Lui aveva scosso la testa, come per scacciare un pensiero molesto.

«Ama un uomo che adesso non esiste più.»

«Io sono certo che…»

Lo aveva fermato con un gesto della mano.

«Le certezze non sono di questo mondo. E quelle poche quasi sempre sono negative.»

Si era girato verso la finestra, perché Ben non lo vedesse in viso. Ma soprattutto per non vedere quello di lui.

«Oh sì, io lo so che succederebbe se andassi da lei. Mi butterebbe le braccia al collo. Ma per quanto?»

Si era girato di nuovo verso Ben. Prima, d’istinto, si era nascosto per un attimo. Ma ora doveva tornare a guardare la realtà in faccia e lasciare che la realtà vedesse in faccia lui.

«Ammesso che tutti gli altri problemi fra di noi fossero risolti, suo padre e tutto il resto, per quanto tempo durerebbe? Io me lo sono chiesto ogni momento, fin dalla prima volta che mi hanno permesso di guardarmi in uno specchio e ho scoperto quello che sono diventato.»

Ben aveva visto nei suoi occhi lacrime che erano diamanti da poco prezzo. Gli unici che poteva permettersi con la paga da soldato. E aveva capito che quelle parole le aveva già ripetute nella sua testa centinaia di volte.

«Te lo immagini cosa vorrebbe dire svegliarsi la mattina e come prima cosa vedere il mio viso? Quanto durerebbe, Ben? Quanto?»

Non aveva atteso risposta. Non perché non volesse saperla, ma perché la sapeva già.

La sapevano tutti e due.

Aveva di nuovo cambiato discorso.

«Sai perché sono partito volontario per il Vietnam?»

«No. Non sono mai riuscito a capire il senso di quella decisione.»

Era tornato a sedersi sul letto e ad accarezzare Walzer. Gli aveva raccontato tutto quello che era successo. Ben era rimasto ad ascoltare in silenzio. Mentre parlava, lo aveva solo guardato in viso, facendo scorrere gli occhi sulla sua pelle martoriata. Quando aveva finito, Ben si era coperto il viso con le mani. La sua voce era filtrata attraverso la barriera delle dita.

«Ma non pensi che Karen…»

Di scatto si era rimesso in piedi e si era avvicinato alla sedia dove stava seduto il suo vecchio datore di lavoro. Come per sottolineare meglio le sue parole.

«Credevo di essere stato chiaro. Non sa che sono vivo e non deve saperlo.»

A quel punto anche Ben si era alzato e in silenzio lo aveva abbracciato di nuovo, con più forza questa volta. Lui non era riuscito a ricambiare quella stretta. Era rimasto con le braccia abbandonate lungo i fianchi, finché l’altro si era staccato.

«Ci sono cose che nessuno dovrebbe provare nella vita, mio povero ragazzo. Non so se è giusto che io lo faccia. Per te, per Karen, per il bambino. Ma per quello che mi riguarda io non ti ho mai visto.»

Quando era uscito, Ben era davanti alla porta del capannone. Non gli aveva chiesto né dove andasse né cosa ci andasse a fare. Ma nei suoi occhi c’era l’amaro convincimento che presto lo avrebbe saputo. Sentiva lo sguardo suo malgrado complice seguirlo mentre si allontanava.

In quel momento c’erano due sole cose certe, per tutti e due.

La prima era che Ben non lo avrebbe tradito.

La seconda che non si sarebbero rivisti mai più.

Aveva attraversato la città e percorso a piedi il tragitto fino alla casa al fondo di Mechanic Street. Preferiva farsi qualche miglio piuttosto che chiedere in prestito un’auto a Ben. Voleva evitare in qualunque modo di coinvolgerlo oltre il dovuto in quella brutta storia. E non aveva la minima intenzione di farsi beccare mentre cercava di rubare un’auto.

Mentre camminava, Chillicothe gli era sfilata immobile intorno senza accorgersi di lui, come sempre. Era solo un posto qualunque in America, quello dove si era accontentato di un briciolo di speranza quando molti ragazzi della sua età si muovevano con noncuranza fra cumuli di cose sicure.

Aveva percorso strade ed evitato persone e schivato luci e ogni passo era un pensiero e ogni pensiero…

Il motore di una macchina nel vialetto lo riportò all’attenzione che per un attimo aveva perso. Si alzò dal divano e si avvicinò alla finestra. Scostò una tendina che odorava di polvere e guardò fuori. Una Plymouth Barracuda ultimo modello era parcheggiata con il muso puntato verso la saracinesca del garage. Le luci dei fari morirono sul cemento e uno dopo l’altro dalla macchina scesero Duane Westlake e Will Farland.

Erano tutti e due in divisa.

Lo sceriffo era un poco più corpulento dell’ultima volta che lo aveva visto. Troppo cibo e troppa birra, forse. Forse sempre più pieno di merda.

L’altro era rimasto magro e allampanato e maledetto come lo ricordava.

I due si avvicinarono chiacchierando alla porta d’ingresso.

Non riusciva a credere alla sua fortuna.

Aveva ipotizzato di dover fare due visite, quella notte. Ora il caso gli stava offrendo su un piatto di platino la possibilità di evitarne una. E di fare in modo che ognuno dei due sapesse…

La porta si aprì e prima che la luce invadesse la stanza ebbe modo di vedere le sagome dei due uomini stampate nel riquadro che la luce aveva ritagliato sul pavimento.

Il chiaro e lo scuro.

Il grosso e il secco.

Il male e il peggio.

Si spostò verso le scale e per qualche istante rimase appoggiato al muro ad ascoltare le loro voci. Il dialogo passò nella sua testa come le pagine di un testo teatrale che una volta Karen gli aveva fatto leggere.

Westlake.

«Che ne hai fatto di quei ragazzi che abbiamo fermato? Chi sono?»

Farland.

«Quattro vagabondi di passaggio. Solita roba. Capelli lunghi e chitarre.

Non abbiamo niente contro di loro. Però, in attesa di accertamenti, stanotte la passeranno al fresco.»

Una pausa. Ancora Farland.

«Ho detto a Rabowsky di metterli in cella con qualcuno tosto, se capita.»

Udì un risolino che sembrava lo squittire di un topo. Di certo uscito dalle labbra sottili del vicesceriffo.

Di nuovo Farland.

«Stanotte invece dell’amore faranno la guerra.»

Westlake.

«Magari gli viene la voglia di tagliarsi i capelli e di cercarsi un lavoro.»

Dal suo nascondiglio sorrise con l’amaro in bocca.

Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Solo che quelli non erano lupi. Erano sciacalli, della peggior specie.

Si sporse con cautela, protetto dalla penombra e dal riparo offerti dal muro. Lo sceriffo andò ad accendere la televisione, gettò il cappello sul tavolo e si lasciò sprofondare in una poltrona. Poco dopo alla luce della stanza si aggiunse il baluginare dello schermo.

E il commento di una partita di baseball.

«Cristo, siamo già quasi alla fine. E stiamo perdendo. Lo sapevo che giocare in California ci avrebbe detto male.»

Si girò verso il suo secondo.

«Se vuoi, c’è della birra in frigo. Intanto che ci vai, prendimene una.»

Lo sceriffo era il capo assoluto e ci teneva a sottolinearlo, anche in caso di ospitalità. Si chiese se si sarebbe comportato nello stesso modo se invece del suo sottoposto ci fosse stato in quella stanza il giudice Swanson.

Decise che quello era il momento. Uscì dal suo nascondiglio con la pistola puntata.

«La birra può aspettare. Alzate le mani.»

Al suono della voce, Will Farland, che stava alla sua destra, ebbe un sussulto. E quando si rese conto del suo aspetto, sbiancò in viso.

Westlake aveva girato la testa di colpo. Vedendolo, rimase un attimo interdetto.

«E tu chi cazzo sei?»

Domanda sbagliata, sceriffo. Sei sicuro di volerlo sapere?

«Per ora non ha importanza. Alzati e mettiti al centro della stanza. E tu vai di fianco a lui.»

Mentre i due si muovevano come aveva loro ordinato, Farland, provò a far scivolare la mano verso la fondina della pistola.

Prevedibile.

Fece un paio di rapidi passi di lato in modo da inquadrarlo completamente e scosse la testa.

«Non ci provare. Quest’arma la so usare molto bene. Mi credi sulla parola o vuoi che te lo dimostri?»

Lo sceriffo sollevò le mani in un gesto che voleva essere tranquillizzante.

«Senti amico, cerchiamo di stare tutti calmi. Io non so chi tu sia e cosa cerchi, ma ti ricordo che la tua presenza in questa casa già costituisce un reato. Inoltre stai minacciando con un’arma due rappresentanti della legge.

Non pensi che la tua posizione sia già abbastanza grave? Prima di fare altre cazzate ti consiglio di…»

«I suoi consigli portano male, sceriffo Westlake.»

Stupito nel sentir pronunciare il suo nome, l’uomo aggrottò le sopracciglia e inclinò un poco la grossa testa di lato.

«Ci conosciamo?»

«Le presentazioni rimandiamole a dopo. Ora Will siediti per terra.»

Farland era troppo interdetto per essere incuriosito. Girò gli occhi verso il suo superiore, incerto sul da farsi.

La voce che si sentì arrivare addosso cancellò ogni dubbio.

«Non è più lui che comanda, pezzo di merda. Sono io adesso. Se preferisci finire a terra da morto, sono in grado di accontentarti.»

L’uomo si piegò sulle lunghe gambe e si sedette aiutandosi con la mano appoggiata sul pavimento. A quel punto, con la canna della pistola, lo indicò allo sceriffo.

«Adesso, con calma e senza movimenti bruschi, sfilagli le manette dalla cintura e legalo con le mani dietro la schiena.»

Westlake si fece rosso in viso per lo sforzo, mentre si piegava ed eseguiva l’ordine. Il doppio e secco clack delle manette che si chiudevano segnò l’inizio della prigionia del vicesceriffo Will Farland.

«Adesso prendi le tue e mettitene una al polso destro. Poi girati tenendo le braccia dietro la schiena.»

C’era rabbia negli occhi dello sceriffo. Ma di fronte a quegli stessi occhi c’era anche una pistola. Obbedì all’ordine e subito dopo una mano sicura fece scattare l’altra manetta al polso libero.

E quello fu l’inizio della sua prigionia.

«Siediti accanto a lui, adesso.»

Lo sceriffo non poteva aiutarsi con le mani. Piegò le ginocchia e cadde a terra in un modo goffo, appoggiando con violenza la sua mole contro la spalla di Farland. Per poco non finirono tutti e due distesi sul pavimento.

«Chi sei?»

«I nomi vanno e vengono, sceriffo. Solo i ricordi restano.»

Sparì per un attimo dietro il muro che nascondeva le scale. Quando tornò reggeva in mano una tanica piena di benzina. Durante l’ispezione della casa l’aveva trovata nel garage, accanto a una falciatrice. Di certo era una riserva che lo sceriffo si teneva in casa per non restare a secco quando tosava il prato. Questa insignificante scoperta gli aveva fatto venire in testa una piccola idea e messo addosso una grande gioia.

Infilò la pistola nella cintura e si avvicinò ai due uomini. Con calma iniziò a versare loro addosso il contenuto della tanica. I loro vestiti si macchiarono di scuro mentre l’odore acre e oleoso della benzina si spargeva nella stanza.

Will Farland si scostò d’istinto per evitare di prendere il getto sul viso e diede una testata alla tempia dello sceriffo. Westlake non ebbe nessuna reazione. Il dolore era stato anestetizzato dal panico che iniziava ad affiorare nei suoi occhi.

«Che cosa vuoi? Soldi? Non ho molto in casa, ma in banca…»

Il vice interruppe per una volta il suo capo, con una voce resa stridula dalla paura.

«Anche io ne ho. Quasi ventimila dollari. Te li darò tutti.»

Che ci fanno due bravi ragazzi americani in mezzo a queste risaie?

Mentre continuava a versare addosso ai due il liquido della tanica, gli fece piacere pensare che le loro lacrime non fossero causate solo dai vapori della benzina. Parlò con il tono rassicurante che un giorno qualcuno gli aveva insegnato.

Non preoccuparti, caporale. Ora sarai curato…

«Già. Forse possiamo metterci d’accordo.»

Un barlume di speranza arrivò a confortare il viso e le parole dello sceriffo.

«Certo. Domani mattina ci accompagni in banca e ti prendi un sacco di soldi.»

«Sì, potremmo fare così…»

La voce che concedeva l’illusione sparì di colpo.

«Ma non lo faremo.»

Con il residuo di benzina contenuto nel fusto segnò sul pavimento una striscia che arrivava fino alla porta. Mise la mano in tasca e ne estrasse uno Zippo. Un odore nauseabondo si aggiunse a quello pungente che già riempiva la stanza. Farland si era liberato nei calzoni.

«No, ti prego, non farlo, non farlo per l’amor di…»

«Chiudi quella bocca di merda!»

Westlake aveva interrotto quell’inutile piagnucolio. Recuperò un poco di orgoglio con la forza dell’odio e della curiosità.

«Chi sei, bastardo?»

Il ragazzo che era stato un soldato lo guardò un istante in silenzio.

Gli aerei arriveranno di là…

Poi disse il suo nome.

Lo sceriffo sgranò gli occhi.

«Non è possibile. Tu sei morto.»

Fece scattare l’accendino. Gli occhi terrorizzati dei due uomini erano fissi sulla fiamma. Sorrise e per una volta fu contento che il suo sorriso fosse una smorfia.

«No, figli di puttana. Voi siete morti.»

Con un gesto plateale, aprì la mano più del dovuto e lasciò cadere lo Zippo a terra. Non sapeva quanto sarebbe durata per i due uomini la caduta dell’accendino. Ma sapeva bene quanto poteva essere lungo quel breve tragitto.

Niente tuono, per loro.

Solo il rumore metallico dello Zippo che batteva sul pavimento. Poi un luminoso sbuffo caldo e subito dopo una lingua di fiamma che avanzava danzando fino a inghiottirli come un anticipo dell’inferno che li attendeva.

Rimase a sentirli urlare e a vederli agitarsi e bruciare finché nella stanza non si sparse l’odore della carne ustionata. Lo respirò a pieni polmoni, godendo del fatto che questa volta la carne non era la sua.

Poi aprì la porta e uscì in strada. Cominciò a camminare lasciandosi la casa alle spalle, sentendo le grida accompagnarlo come una benedizione mentre si allontanava.

Poco dopo, quando le grida cessarono, seppe che la prigionia dello sceriffo Duane Westlake e del suo vice Will Farland era finita.

TROPPI ANNI DOPO

CAPITOLO 7

Jeremy Cortese guardò la BMW scura che si allontanava con il desiderio segreto di vederla esplodere. Aveva la certezza che, a parte l’autista, delle persone che c’erano all’interno il mondo non avrebbe sentito la minima mancanza.

«Andate a fare in culo, idioti.»

Con questo commento a fare da navigatore satellitare, lasciò la macchina a perdersi nel traffico e rientrò in una delle due baracche del cantiere. In realtà erano due scatole in lamiera montate su ruote e allineate allo steccato che delimitava l’area dei lavori.

Resistette alla tentazione di accendere una sigaretta.

La riunione tecnica appena conclusa lo aveva indisposto e aveva aumentato il malumore che si stava trascinando addosso dall’inizio della giornata, anche se non ne era la sola causa.

La sera prima era stato al Madison Square Garden a vedere i Knicks perdere malamente contro i Dallas Mavericks. Ne era uscito con un senso di amarezza che lo portava ogni volta a chiedersi il perché della sua ostinazione nel frequentare quel tempio dello sport.

L’aggregazione, la festa, la passione comune da tempo avevano smesso di appartenergli. Che la sua squadra vincesse o perdesse, si ritrovava a casa sempre con lo stesso frusto pensiero.

E solo.

Andare a caccia di ricordi non è mai un bell’affare. Qualunque cosa trovi sulla tua strada, rimane in ogni caso un nulla di fatto. Quelli belli non li puoi più catturare e quelli brutti non li puoi uccidere. E ogni respiro sembrava fatto d’aria malsana, quella che si ferma in gola e lascia un cattivo sapore in bocca.

Tuttavia, ogni volta ci tornava, nutrendo quell’istinto a farsi del male che ogni essere umano, in misura maggiore o minore, porta dentro di sé.

Più volte, durante la partita, aveva lasciato correre lo sguardo sulla gradinata intorno a lui, fino a perdere a poco a poco l’interesse per quello che succedeva sul campo dove si agitavano quei ragazzi con le loro divise colorate.

Con una malinconica vaschetta di popcorn in mano, aveva visto padri e figli esultare per una schiacciata di Irons o a una tripla di Jones e gridare in coro con il resto dei tifosi, scandendo le sillabe della parola «Difesa! Difesa! Difesa!» quando la squadra avversaria attaccava.

Un tempo lo aveva fatto anche lui, quando andava a vedere le partite con i suoi figli e sentiva di rappresentare qualcosa nella loro vita. Ma quella si era rivelata un’illusione, mentre la verità era che loro rappresentavano tutto nella sua.

Quando uno dei Knicks ne aveva messo dentro una da tre, anche lui si era alzato, esultando per inerzia insieme a una folla di perfetti sconosciuti e approfittando di quel pretesto per ricacciare dentro qualcosa che stava salendo verso i suoi occhi.

Poi era tornato a sedersi. Alla sua destra c’era un posto vuoto e alla sua sinistra un ragazzo e una ragazza si guardavano e parevano chiedersi perché stavano lì invece di essere in un letto qualunque in una casa qualunque a farsi del bene.

Quando andava al Madison con i suoi figli, si sedeva sempre in mezzo a loro. John, il più piccolo, di solito si metteva alla sua destra e controllava con lo stesso interesse il gioco e il va e vieni dei venditori di bibite, zucchero filato e tutta una serie di altre cibarie da spalto. Jeremy lo aveva paragonato spesso a una fornace che poteva bruciare hot dog e popcorn come una vecchia locomotiva a vapore bruciava carbone. Più di una volta aveva pensato che quel ragazzino non avesse alcun interesse verso la pallacanestro e che il solo piacere nell’andare allo stadio fosse rappresentato dalla manica larga che in quel frangente suo padre mostrava.

Sam, il più grande, quello che assomigliava di più a lui sia fisicamente che caratterialmente, quello che presto lo avrebbe superato in altezza, era invece rapito dalle fasi del gioco. Senza che ne avessero mai parlato, sapeva che il suo sogno sarebbe stato quello di diventare un giorno una stella dell’NBA. Purtroppo Jeremy era convinto che quello sarebbe rimasto un sogno e nulla più. Sam aveva ereditato la sua ossatura grossa e una corporatura che nel tempo avrebbe avuto la tendenza ad allargarsi più che ad allungarsi, anche se faceva parte della squadra della scuola e quando giocavano insieme sotto il canestro dietro casa lo batteva regolarmente.

Lo mortificava addirittura. E ogni volta il suo orgoglio di genitore rendeva Jeremy felice di subire un’umiliazione come quella.

Poi era successo quello che era successo. In realtà non provava sensi di colpa e non aveva colpe da addossare.

Era semplicemente iniziata la demolizione.

Lui e Jenny, sua moglie, si erano ritrovati a girare per casa parlando sempre di meno e discutendo sempre di più. Poi i litigi erano finiti ed era rimasto il silenzio. Senza una ragione vera, erano diventati due estranei. A quel punto la demolizione era conclusa e loro non avevano trovato la forza di mettersi a ricostruire.

Dopo il divorzio, Jenny si era avvicinata ai suoi genitori e adesso viveva nel Queens con i ragazzi. I rapporti fra loro erano rimasti tutto sommato buoni e nonostante quello che aveva stabilito il giudice, lei gli concedeva di incontrare i figli quando voleva. Solo che Jeremy non sempre poteva e poco per volta era successo che i ragazzi lo vedevano con sempre minore frequenza e con sempre minore entusiasmo. Le uscite si erano diradate e le partite allo stadio erano cessate del tutto.

A quanto pareva, demolire era diventata una sua specialità, dentro e fuori il suo lavoro.

Si riscosse da quei pensieri e cercò di tornare al presente.

La Sonora Inc., l’impresa di costruzioni con un fatturato da capogiro per la quale lavorava, aveva rilevato all’angolo fra la Terza Avenue e la 23sima Strada due stabili attigui di quattro piani, pagando una somma considerevole ai proprietari e una simpatica buonuscita alle poche famiglie che ancora abitavano quegli edifici. Al loro posto sarebbe stato innalzato un grande condominio di quarantadue piani, con palestra, piscina sul tetto e altre amenità varie.

A spallate, il nuovo stava eliminando il vecchio.

Erano arrivati quasi alla fine dell’opera di demolizione. Jeremy trovava quel tratto di percorso necessario ma estremamente noioso. Dopo mesi di fatica, rumore e camion che portavano via macerie, pareva che il lavoro non fosse nemmeno cominciato. All’inizio aveva visto con un pizzico di malinconia cadere quei due vecchi edifici in mattoni rossi, un pezzo della poca storia che aveva intorno a sé. Tuttavia l’eccitazione del costruire sarebbe stata un valido antidoto. Presto gli escavatori avrebbero creato spazio sufficiente per gettare fondamenta adatte a sostenere un palazzo di quel genere. E poi sarebbe iniziata la creazione, la salita, l’aggiunta del pezzo al pezzo fino al momento esaltante in cui avrebbero piantato una bandiera a stelle e strisce sul tetto.

In piedi sulla porta della baracca, vide gli operai smettere a uno a uno la propria occupazione e dirigersi verso di lui.

Guardò l’orologio. Le discussioni con quegli imbecilli avevano fatto arrivare la pausa senza che se ne accorgesse. Non aveva fame e soprattutto non aveva voglia, in quel momento, di dividere con i suoi sottoposti le chiacchiere che l’ora del pranzo portava insieme al pasto. Aveva con le persone che lavoravano sotto di lui dei rapporti cordiali, se non amichevoli. Non dividevano altri aspetti della vita ma condividevano il lavoro, che ne rappresentava la maggior parte. E lui voleva che nei cantieri che dirigeva si lavorasse nella maggiore armonia possibile. Per questo motivo si era guadagnato la stima dei suoi superiori e il rispetto delle maestranze, anche se tutti sapevano che era pronto, quando serviva, a togliere il guanto e a mostrare il pugno di ferro.

Il fatto che nel caso specifico non fosse un guanto di velluto ma da fatica non cambiava la sostanza delle cose.

Ronald Freeman, il suo vice, salì nella baracca facendo ondeggiare leggermente il pavimento. Era un uomo di colore, alto e grosso, con una passione per la birra e i cibi piccanti. Le tracce di tutte e due le tendenze erano evidenti sul suo viso e sul suo corpo. Freeman aveva sposato una donna di origine indiana, trovando, come diceva lui, curry per i suoi denti.

Una volta Jeremy era stato a cena a casa loro. Appena aveva messo in bocca il primo pezzo di qualcosa che aveva un nome come masala si era sentito avvampare ed era stato costretto a bere subito una sorsata di birra.

Poi aveva chiesto ridendo al suo ospite se per servire quel cibo fosse necessario il porto d’armi.

Ron si tolse il casco di plastica e si avvicinò all’angolo dove aveva posato il contenitore termico che ogni giorno sua moglie gli preparava. Si sedette sulla panca che costeggiava il lato lungo della baracca e se lo mise sulle ginocchia. Lo vide in faccia e capì che era una di quelle giornate da eliminare dal calendario.

«Grane?»

Jeremy scrollò le spalle, minimizzando.

«Le solite. Quando un architetto e un ingegnere si mettono d’accordo dopo aver litigato fra loro per ore, l’unica cosa che sanno fare è andare alla ricerca di un terzo rompicoglioni per mettere insieme una specie di Triangolo delle Bermude.»

«E l’hanno trovato?»

«Lo sai come gira. Le teste di cazzo si trovano con una facilità disarmante.»

«La Brokens?»

«Già.»

«Se quella donna ne capisse il doppio di quello che ne capisce, non capirebbe un cazzo. A letto deve essere proprio un fenomeno, se suo marito le lascia tutta questa briglia sul collo.»

«Oppure deve essere un pezzo di legno e suo marito la manda in giro a sfiancarsi perché la sera non abbia pretese. Pensa cosa deve essere avere quella donna stesa di fianco e sentirla allungare una mano…»

Ron fece una smorfia di raccapriccio e ratificò con le parole il suo pensiero.

«Personalmente, dovrebbero mettermi una muta di Beagle nelle mutande per stanarlo.»

In quel momento due uomini salirono i gradini e li raggiunsero all’interno della baracca. Ron ne approfittò per aprire il contenitore del cibo. Immediatamente un forte odore di aglio si sparse nell’ambiente.

James Ritter, un giovane operaio con la faccia da bravo ragazzo, fece un passo verso la porta da cui era entrato un secondo prima.

«Cristo santo, Ron. Lo sa la CIA che ti porti dietro delle armi di distruzione di massa? Se mangi tutta quella roba, dopo puoi saldare il ferro con il fiato.»

Per tutta risposta, Freeman portò con ostentazione una forchettata di cibo alla bocca.

«Sei un incompetente. Ti meriti quella spazzatura che mangi di solito, che ti frantuma lo stomaco e ti annulla anche l’effetto del Viagra, del quale sono certo hai già bisogno.»

Jeremy sorrise.

Era soddisfatto di quell’atmosfera di cameratismo. L’esperienza gli aveva insegnato che gli uomini si muovevano meglio se svolgevano un lavoro pesante in un clima leggero. Proprio per questo di solito si preparava qualcosa a casa e consumava il suo pasto seduto in una delle due baracche, insieme ai suoi operai.

Ma quando aveva la luna storta, preferiva stare solo. Per pensare ai fatti suoi e non farli pesare agli altri.

Si avvicinò alla porta e rimase un attimo sulla soglia, a guardare fuori.

«Non mangi, boss?»

Scosse la testa, senza girarsi.

«Faccio un salto al Deli qui dietro. Tornerò per contare le vittime che il cibo di Ron ha fatto.»

Scese i gradini della baracca e si trovò cittadino. Attraversò sulle strisce e si incamminò per la 23sima lasciandosi la Terza Avenue alle spalle. Il traffico non era esagerato a quell’ora e in quella parte della città. New York si sceglieva i suoi ritmi in modo molto regolare, salvo impazzire di tanto in tanto, quando una massa di auto e di gente si riversava senza preavviso e senza motivo per le strade.

In quella città tutto appariva e spariva continuamente, come in un eterno gioco di prestigio: auto, persone, case.

Vite.

Arrivò al Deli camminando deciso, senza soffermarsi davanti a nessuna vetrina. Un poco perché non gli interessava quello che c’era all’interno, ma soprattutto perché non voleva vedere la sua immagine riflessa. Per il timore di accorgersi che anche lui era sparito nel nulla.

Spinse la porta del locale affollato e un afrore di cibo gli arrivò alle narici. Vedendolo entrare, una ragazza asiatica trovò il tempo di sorridergli da dietro alla cassa, prima di tornare alla fila di gente che era in coda per pesare e pagare il proprio cibo.

Percorse lentamente il lungo espositore che serviva da scaldavivande, cercando qualcosa che lo attraesse fra il contenuto dei vari recipienti. Degli inservienti, asiatici anche loro, li sostituivano a mano a mano che si svuotavano. Prese un contenitore di plastica e si servì qualche pezzo di pollo in umido dall’aria accettabile e si fece preparare un’insalata mista.

Nel frattempo la fila alla cassa si era accorciata e dopo poco si trovò davanti alla ragazza che gli aveva sorriso quando era entrato. A un primo sguardo distratto l’aveva giudicata molto più giovane. Ora che la vedeva da vicino, si rese conto che non avrebbe potuto essere sua figlia. Lei sorrise come se fosse disposta a diventare per lui qualcosa di diverso. Jeremy pensò che probabilmente lo faceva con tutti. Pesò i suoi contenitori, pagò la cifra che gli venne richiesta e lasciò la donna a sorridere nello stesso modo al cliente successivo.

Si diresse sul fondo del locale e si sistemò da solo a un tavolo per due. Il pollo manteneva quello che prometteva, vale a dire poco. Lo abbandonò quasi subito. Si dedicò all’insalata, pensando a quanto aveva insistito Jenny, quando stavano ancora insieme, perché mangiasse più verdura.

Tutto succede troppo tardi. Sempre troppo tardi…

Inseguì con la lingua i frammenti di insalata che si infilavano fra i denti e li fece sparire dal sorriso con sorsate della birra che aveva preso dal frigo delle bevande.

Il pensiero ritornò alla riunione del mattino con Val Courier, architetto di chiara fama e dubbia sessualità, e Fred Wyring, ingegnere dal calcolo più che sospetto, al quale si era aggiunta la moglie del proprietario della compagnia. La signora Elisabeth Brokens, che sembrava un opuscolo del Botox, stanca di passare da un analista all’altro, aveva deciso che la miglior cura per le sue nevrosi sarebbe stata il lavoro. Non avendo un’attitudine, una preparazione, un’idea, l’unica strada percorribile era stata quella di appoggiarsi al marito. Forse si era liberata delle sue nevrosi, ma solo perché le stava distribuendo a piene mani a tutte le persone con cui veniva in contatto.

Jeremy Cortese non aveva titoli di studio ma la sua laurea se l’era guadagnata sul campo. Giorno dopo giorno, lavorando sodo e imparando da chi ne sapeva più di lui. Trovava le discussioni con gli incompetenti una perdita di tempo, della quale prima o poi avrebbe dovuto rendere conto a qualcuno, nella fattispecie al signor Brokens in persona. Che il suo lavoro lo conosceva bene ma evidentemente non conosceva altrettanto bene la moglie, se le lasciava mettere il becco.

Ogni volta che la vedeva arrivare, era tentato di far scattare il cronografo, per documentare al suo capo quanto tempo gli costava una visita della sua signora al cantiere. Forse sarebbe stato meglio per lui continuare a pagare le parcelle degli analisti. E magari anche quelle di un giovane maestro di tennis o di golf disposto a fare gli straordinari.

Era così immerso nei suoi pensieri che non vide Ronald Freeman entrare. Solo quando fu in piedi di fronte a lui la percezione della sua presenza gli fece alzare lo sguardo dall’insalata.

«Abbiamo un problema.»

Ron fece una pausa e appoggiò le mani al tavolo. Guardandolo fisso. Sul viso aveva un’espressione che non gli aveva mai visto. Se la definizione fosse stata possibile, Jeremy avrebbe detto che era pallido.

«Un grosso problema.»

Quella conferma accese una luce d’allarme nella testa di Jeremy.

«Che succede?»

Ron fece un cenno con il capo verso la porta.

«Forse è meglio che vieni a vedere di persona.»

Senza attendere risposta si girò e si avviò verso l’uscita. Jeremy lo seguì, a metà fra il sorpreso e il preoccupato. Era abbastanza raro vedere il suo vice interdetto di fronte a un’emergenza, quale che fosse.

In strada, camminarono uno di fianco all’altro. Mentre si avvicinavano al cantiere, vide che gli uomini erano usciti dall’area cintata, un gruppo eterogeneo di giubbetti da lavoro e caschi colorati.

Senza accorgersene, affrettò il passo.

Quando arrivarono all’entrata, gli operai fecero largo in silenzio al loro passaggio. Sembrava la scena di un vecchio film, uno di quelli in cui una carrellata mostra volti muti e senza speranza davanti alla galleria di una miniera dove un crollo improvviso ha imprigionato dei minatori all’interno.

Ma cosa diavolo sta succedendo?

Non persero tempo a indossare l’elmetto, come la regola del cantiere prescriveva. Jeremy seguì Ronald che aveva piegato a destra.

Costeggiarono la staccionata, di fianco ai resti di un muro ancora in piedi e poco dopo si trovarono a scendere per una scala che conduceva al vecchio seminterrato ormai quasi del tutto a cielo aperto. Appena di sotto, il suo vice lo guidò verso la parte opposta dello scavo. L’unico muro ancora parzialmente in piedi era quello più robusto che i due edifici avevano in comune e che era in via di demolizione.

Uno dietro all’altro arrivarono all’angolo di sinistra, quello più lontano dalla scala. Ronald si fermò e si spostò lasciando la vista libera, con un movimento a sipario che ebbe un involontario effetto coreografico.

Jeremy si sentì di colpo rabbrividire. Un conato gli scosse lo stomaco e fu contento di aver mangiato solo dell’insalata.

Il lavoro di smantellamento aveva rivelato un’intercapedine. Da una breccia, aperta dal martello pneumatico, sporco di tempo e di polvere, sporgeva il braccio di un cadavere. Il viso, ridotto quasi a un teschio, era appoggiato a quello che restava della spalla e pareva guardare verso l’esterno con l’amara desolazione di chi è riuscito troppo tardi a ritrovare l’aria e la luce.

CAPITOLO 8

Vivien Light parcheggiò la sua Volvo XC60, spense il motore e rimase un attimo in attesa che il mondo intorno a lei la raggiungesse. Per tutto il viaggio di ritorno da Cresskill aveva avuto la sensazione di essere sfalsata, di muoversi in una esclusiva dimensione parallela, dove lei era più veloce rispetto a tutto il resto. Come se lasciasse dietro di sé una scia composta da frammenti di passato, rapide frazioni e rifrazioni di tempo colorato, visibili come la coda di una cometa dalle auto, dalle case e dalle persone che animavano gli schermi dei finestrini.

Le succedeva ogni volta che saliva a trovare sua sorella.

Ogni viaggio di andata era una speranza, immotivata ma proprio per questo ancora più forte e ancora più deludente, nel ritrovarla uguale a sempre e come sempre bella. Sembrava che per una assurda compensazione i mesi e gli anni non avessero effetto sul suo viso. Solo i suoi occhi erano una macchia azzurra spalancata nel vuoto su cui era affacciata e che la sua malattia continuava lenta a scalare.

Per questo il ritorno era una specie di salto nell’iperspazio, che la faceva riemergere in un posto che l’attendeva al centro della realtà.

Senza civetteria, girò lo specchietto retrovisore verso di lei. Per rivedersi normale, per riconoscersi. Le apparve il viso di una ragazza che qualcuno talvolta aveva definito bella e che qualcun altro aveva sfiorato come se non esistesse. Il gradimento, come sempre succede, era puntualmente invertito rispetto ai suoi interessi.

Era bruna, con i capelli tagliati corti, sorrideva raramente, non incrociava mai le braccia e di tanto in tanto si trovava nella necessità di un contatto fisico con le persone. Nei suoi occhi chiari sembrava esserci una perenne traccia di severità. E nel cruscotto della sua auto c’era una Glock 23 calibro 40 S&W.

Se fosse stata una donna normale, forse il suo approccio quotidiano all’esistenza sarebbe stato diverso. E anche il suo aspetto, forse. Ma i capelli corti erano per impedire che qualcuno avesse modo di afferrarla durante un corpo a corpo, l’espressione severa rappresentava una distanza da mantenere, incrociare le braccia poteva significare insicurezza, toccare una persona serviva a trasmettere un senso di protezione e instaurare un rapporto di confidenza necessario per farla aprire e confidare. E la pistola l’aveva perché era il detective Vivien Light, in forza al 13° Distretto del New York Police Department, sulla 21sima Strada. L’ingresso del suo posto di lavoro le stava alle spalle e aspettava solo che lei scendesse dalla macchina e facesse quei pochi passi che l’avrebbero di nuovo trasformata da una donna in pena in un poliziotto.

Si sporse per prendere la pistola dal cassetto davanti al sedile del passeggero e la infilò nella tasca del giubbotto. Tirò fuori il cellulare e si concesse un altro istante, prima di accenderlo e tornare sulla terra.

Nello specchietto laterale vide due agenti del Distretto uscire dalla porta a vetri dell’ingresso, scendere la scalinata, salire sull’auto e partire veloci, le luci lampeggianti e la sirena accesa. Una chiamata, una delle tante che arrivavano ogni giorno: un’emergenza, una necessità, un crimine. Uomini donne ragazzi che ogni giorno in quella città camminavano in mezzo al pericolo senza possibilità di prevederlo e di combatterlo.

Loro erano lì per quello.

Cortesia

Professionalità

Rispetto

Questo era scritto sulle portiere delle auto della Polizia. Purtroppo non sempre la cortesia, la professionalità e il rispetto bastavano a proteggere tutta quella gente dalla violenza e dalla pazzia umana. A volte, per poterla combattere, un poliziotto doveva permettere che una piccola parte di quella follia entrasse dentro di lui. Con il difficile compito di esserne consapevole e di riuscire a tenerla a bada. Questo faceva la differenza fra loro e le persone con le quali a volte erano costretti a scambiare violenza con violenza. Questo era il motivo per cui lei portava i capelli corti, sorrideva raramente, aveva un distintivo in tasca e una pistola appesa alla cintura.

Senza una ragione, le venne in mente un’antica favola indiana, quella che aveva raccontato un tempo a Sundance e che narrava di un vecchio Cherokee seduto davanti al tramonto con suo nipote.

«Nonno, perché gli uomini combattono?»

Il vecchio, gli occhi rivolti al sole calante, al giorno che stava perdendo la sua battaglia con la notte, parlò con voce calma.

«Ogni uomo, prima o poi, è chiamato a farlo. Per ogni uomo c’è sempre una battaglia che aspetta di essere combattuta, da vincere o da perdere.

Perché lo scontro più feroce è quello che avviene fra i due lupi.»

«Quali lupi, nonno?»

«Quelli che ogni uomo porta dentro di sé.»

Il bambino non riusciva a capire. Attese che il nonno rompesse l’attimo di silenzio che aveva lasciato cadere fra loro, forse per accendere la sua curiosità. Infine, il vecchio che aveva dentro di sé la saggezza del tempo riprese con il suo tono calmo.

«Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo.»

Il vecchio fece di nuovo una pausa, questa volta per dargli modo di capire quello che aveva appena detto.

«E l’altro?»

«L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.»

Il bambino rimase a pensare un istante a quello che il nonno gli aveva appena raccontato. Poi diede voce alla sua curiosità e al suo pensiero.

«E quale lupo vince?»

Il vecchio Cherokee si girò a guardarlo e rispose con occhi puliti.

«Quello che nutri di più.»

Vivien aprì la portiera e scese dalla macchina. Accese il telefono, che non appena trovò campo si mise subito a squillare.

Lo portò all’orecchio e d’istinto rispose come se fosse seduta alla sua scrivania.

«Detective Light.»

«Sono Bellew. Dove sei?»

«Proprio qui sotto. Sto entrando.»

«Bene, scendo. Ci vediamo nell’atrio.»

Vivien salì i gradini, superò la porta a vetri e fu all’interno dell’edificio, un punto d’arrivo e di partenza per un campionario di umanità dolente e transitoria. Gente che la vita aveva schiantato, gente che aveva schiantato vite. Ognuno di loro aveva lasciato dietro di sé un residuo che portava immagini alla mente e che si respirava nell’aria. A sinistra, dietro un bancone che occupava tutta la parete, c’erano gli agenti in servizio. I loro piedi poggiavano su una pedana, in modo che chiunque si trovasse davanti a loro fosse costretto a guardare verso l’alto. Alle loro spalle un muro coperto di piastrelle che una volta erano state bianche. Come nelle fiabe, Vivien non sapeva risalire all’origine di quella volta. Ora alcune erano sbrecciate, la fuga era una ragnatela grigiastra e il bianco coperto da una patina opaca che solo il tempo passato male può dare.

Un uomo di colore con le mani ammanettate dietro la schiena era davanti al bancone, con un agente in divisa di fianco che lo teneva per un braccio e un altro dietro al desk che stava formalizzando i dettagli dell’arresto.

Vivien entrò e rispose con un gesto al cenno di saluto dell’agente. Girò a destra e si trovò in un’ampia stanza, dipinta di un colore anonimo, con sedie allineate al centro e un pannello bianco appeso al muro di fronte. Un altro stava su un cavalletto, accanto a una scrivania rialzata. Quella era la sala riunioni dove agli agenti in servizio veniva comunicato l’ordine del giorno e dove si impartivano le direttive generali per le operazioni.

Il capitano Alan Bellew, il suo diretto superiore, sbucò da una porta a vetri che si apriva su un corridoio, di fronte all’ingresso. La vide e venne verso di lei, col suo passo veloce che dava un senso di vigoria fisica. Era un uomo alto, pratico, capace, che amava il suo lavoro e sapeva farlo bene.

Conosceva la difficile situazione famigliare di Vivien. Nonostante la sua giovane età e il fardello che le pesava addosso, i suoi indiscutibili meriti sul lavoro l’avevano spinto a tenerla in particolare considerazione. Fra loro era nato un rapporto di stima reciproca che li aveva portati a collaborare con ottimi risultati. Sia umani che professionali. Uno dei colleghi di Vivien una volta l’aveva definita «La cocca del capitano», ma quando Bellew l’aveva saputo aveva preso da parte il detective e gli aveva fatto un breve discorso. Nessuno sapeva quello che gli aveva detto, ma da quel momento in poi ogni allusione era scomparsa.

Quando fu di fronte a lei, secondo il suo abituale modo di fare, andò subito al sodo.

«C’è appena stata una chiamata. Abbiamo un omicidio. Un cadavere che a quanto pare è vecchio di anni. È saltato fuori in un cantiere durante dei lavori di demolizione. Era murato nella parete divisoria fra due seminterrati.»

Fece una pausa. Quel tanto che bastava per darle il tempo di focalizzare la situazione.

«Mi piacerebbe che te ne occupassi tu.»

«Dov’è?»

Bellew fece un istintivo cenno con la testa verso un punto imprecisato.

«A due isolati da qui, sulla 23sima all’angolo con la Terza. La Scientifica dovrebbe essere già lì. Anche il coroner è per strada. Sul posto ci sono Bowman e Salinas per tenere sotto controllo la situazione, finché non arrivi.»

Vivien realizzò in quel momento dove erano diretti i due agenti che aveva visto partire poco prima.

«Non è un affare che riguarda quelli della Cold Case?»

La Cold Case Squad era il dipartimento della Polizia a cui erano delegati i casi di omicidio ancora irrisolti dopo parecchi anni. Freddi, per l’appunto.

E stando alle parole del capitano, quello ci rientrava alla perfezione.

«Per ora ce ne occupiamo noi. Poi vedremo se sarà opportuno trasferirlo a loro.»

Vivien sapeva che per carattere il capitano Alan Bellew riteneva il 13° Distretto un suo territorio personale e che sopportava a fatica le intromissioni di agenti che non fossero alle sue dirette dipendenze.

Vivien fece un cenno di assenso.

«Okay. Ci vado subito.»

In quel momento, da una porta sul lato destro del bancone, dalla parte opposta dell’atrio, uscirono due uomini. Uno era più anziano, con i capelli grigi e il viso abbronzato.

Vela forse, o golf.

O forse tutte e due, pensò Vivien.

Il vestito scuro, la valigetta di cuoio e l’aria seria erano i tre elementi che gli appendevano al collo un cartello con scritta una parola: avvocato.

L’altro era più giovane, sui trentacinque anni. Indossava un paio di occhiali scuri e sul viso sciupato c’era una barba di qualche giorno. Il suo abbigliamento era decisamente più sportivo, anche se i vestiti portavano le tracce della notte che aveva passato in cella. E non solo di quella, visto che aveva un segno su un labbro e la manica sinistra della giacca era stracciata all’attaccatura della spalla.

I due uscirono senza guardarsi intorno. Vivien e Bellew li seguirono con gli occhi, finché scomparvero oltre il dondolio della porta a vetri. Il capitano fece un mezzo sorriso.

«Stanotte al Plaza abbiamo avuto ospite una celebrità.» Vivien conosceva bene il significato di quella frase. Al piano superiore, sul lato di uno stanzone dove stavano una accanto all’altra le scrivanie dei detective, così vicine da sembrare ammassate come in una esposizione di mobili da ufficio, c’era una cella. Di solito ci venivano parcheggiati gli arrestati, a volte per una intera notte, in attesa di essere liberati su cauzione o trasferiti al carcere vicino a Chinatown. Ironicamente l’avevano battezzata Il Plaza, per la scomodità delle lunghe panche di legno assicurate alle pareti.

«Chi è quel tipo?»

«Russell Wade.»

«Quel Russell Wade? Quello che ha vinto il Pulitzer a venticinque anni?

E che gli hanno tolto tre mesi dopo?»

Il capitano fece un cenno del capo. Il sorriso era scomparso dalle sue labbra.

«Già. Proprio lui.»

Vivien sapeva capire quando nella voce del suo superiore c’era una traccia di umana amarezza. Chiunque l’avrebbe provata di fronte a un sistematico e quasi compiaciuto tentativo di autodistruzione. Per motivi personali, anche lei conosceva bene quella situazione.

«L’abbiamo beccato ieri sera, in una retata in una bisca clandestina, ubriaco fradicio. Ha fatto resistenza all’arresto. Credo che si sia beccato pure un cazzotto da Tyler.»

Bellew archiviò subito quella breve parentesi fra le pratiche evase e rimise il motivo del loro incontro al centro della discussione.

«Con buona pace dei vivi, credo che ora tu debba occuparti di un morto.

Ha aspettato tanto, non facciamolo aspettare ancora.»

«Penso che ne abbia tutto il diritto.»

Bellew la lasciò sola e Vivien si ritrovò fuori, nell’aria dolce di quel pomeriggio di tarda primavera. Scese i pochi gradini e per un istante ebbe alla sua destra una fugace visione di Russell Wade e dell’avvocato che sparivano in una limousine con autista. La macchina si mosse e le sfilò davanti. L’ospite di una notte al Plaza si era tolto gli occhiali e attraverso il vetro aperto i loro sguardi si incrociarono. Vivien entrò per un attimo in due intensi occhi scuri e rimase stupita dalla immensa tristezza che ci trovò dentro. Poi la macchina passò oltre e quel viso sparì nel movimento e dietro lo schermo del finestrino elettrico. Per un istante due pianeti ai confini opposti della galassia si erano sfiorati ma la distanza era stata ristabilita dalla semplice barriera di un cristallo oscurato.

Un attimo solo e Vivien ritornò chi era e a quello che il mondo si aspettava da lei. Il posto dove avevano trovato il corpo era talmente vicino che avrebbe fatto prima ad andarci a piedi. E intanto già stava elaborando le poche informazioni che erano in suo possesso. Un cantiere era spesso un luogo ideale dove far sparire per sempre una persona indesiderata. Non sarebbe stata la prima volta e nemmeno l’ultima. Un delitto, un corpo nascosto nel cemento, una vecchia storia di violenza e follia.

Quale lupo vince?

Lo scontro fra i lupi era iniziato con l’inizio del tempo. Nel viaggio dei secoli c’era sempre stato qualcuno che aveva nutrito il lupo sbagliato.

Vivien si mosse, con l’inevitabile eccitazione che ogni volta la faceva avvicinare a un nuovo caso. E con la consapevolezza che, l’avesse risolto o meno, come ogni volta tutti ne sarebbero usciti sconfitti.

CAPITOLO 9

Arrivò al cantiere risalendo la Terza Avenue.

Aveva camminato passando semafori, costeggiando vetrine di bar, incrociando gente, persona normale fra persone normali. Adesso doveva uscire dall’anonimato che fino a quel momento l’aveva confusa con la varia umanità intorno a lei per assumere un ruolo esclusivo. L’arrivo di un detective sulla scena di un delitto era un momento particolare, come per un attore l’apertura di un sipario. Nessuno avrebbe mosso un dito prima dell’arrivo dell’incaricato dell’indagine. Conosceva le sensazioni che avrebbe provato. E sapeva che, come sempre, sarebbe stata ben lieta di poterne fare a meno. Il luogo dove era stato commesso un omicidio, recente o datato che fosse, non era privo di un suo fascino nefando. Teatri di stragi erano diventati nel tempo addirittura delle mete turistiche. Per lei era un posto dove abbandonare le emozioni e svolgere il suo lavoro. Tutte le ipotesi che poteva aver costruito nella sua testa durante quel breve tragitto stavano per passare alla prova dei fatti.

La macchina della polizia era parcheggiata a lato del marciapiede, protetta dalle transenne di plastica arancione che delimitavano quella parte dell’area del cantiere che invadeva la corsia stradale. Bowman e Salinas, i due agenti mandati da Bellew, non si vedevano. Probabilmente erano all’interno, dove stavano circoscrivendo con le strisce gialle la zona in cui era stato trovato il corpo.

Gli operai erano radunati davanti all’ingresso di una delle due baracche ai lati del cantiere. In piedi, leggermente scostati, c’erano altri due uomini, un nero alto e grosso e un bianco con una giacca da lavoro di tela blu. Tutti i presenti sembravano avere il nervosismo come unico motore dei loro movimenti. Vivien riusciva a capire benissimo il loro stato d’animo. Non capita tutti i giorni di abbattere un muro e trovarsi davanti a un cadavere.

Si avvicinò ai due, mostrando il distintivo.

«Buongiorno. Credo stiate aspettando me. Sono il detective Vivien Light.»

Se erano rimasti sorpresi di vederla arrivare a piedi, non lo dimostrarono. Il sollievo per la sua presenza, per avere finalmente davanti qualcuno a cui fare riferimento, superava qualsiasi altra considerazione.

Il bianco parlò per tutti e due.

«Sono Jeremy Cortese, il capo cantiere. E questo è Ronald Freeman, il mio secondo.»

Vivien affrontò subito l’argomento, certa che anche i due non vedevano l’ora.

«Chi ha scoperto il cadavere?»

Cortese indicò il gruppo di operai dietro a loro.

«Jeff Sefakias. Stava abbattendo un muro e…»

Vivien lo interruppe.

«Va bene. Con lui parlerò dopo. Adesso vorrei fare un sopralluogo.»

Cortese mosse un passo verso l’ingresso del cantiere.

«Da questa parte. Le faccio strada.»

Freeman rimase dov’era.

«Se fosse possibile, vorrei evitare di rivedere quel… quella cosa.»

Vivien trattenne a stento un sorriso di simpatia. Lo fece perché poteva essere travisato e sembrare un atteggiamento di derisione. Non c’era ragione di umiliare quella che a istinto le pareva una brava persona. Per l’ennesima volta Vivien dovette rendersi conto dell’estrema imprevedibilità di chi era preposto ad abbinare i corpi e le menti. La stazza di quell’uomo avrebbe messo paura a chiunque e invece era lui a essere impressionato da una scena cruenta.

In quel momento una grossa berlina scura si fermò a lato delle transenne.

L’autista si precipitò ad aprire la portiera al passeggero sul sedile posteriore. Dalla macchina scese una donna. Era alta, bionda e doveva essere stata bella. Adesso era solo un manifesto della inutile battaglia di certe femmine contro l’imparzialità del tempo. Anche se l’abbigliamento era casual, i capi che indossava erano tutti firmati. Sapeva di boutique della Quinta Avenue, Sacks, sedute di massaggi in Spa esclusive, profumo francese e puzza sotto il naso. Senza degnare Vivien di un’occhiata, si rivolse direttamente a Cortese.

«Jeremy, che succede qui?»

«Come le ho detto al telefono, durante gli scavi abbiamo trovato il corpo di un uomo.»

«Va bene, ma i lavori non si possono certo fermare per questo. Ha idea di quanto costa ogni giorno questo cantiere all’impresa?»

Cortese si era stretto nelle spalle e aveva fatto un istintivo gesto con le mani in direzione di Vivien.

«Stavamo aspettando l’arrivo della Polizia.»

Solo in quel momento la donna parve accorgersi della sua presenza. La squadrò da capo a piedi, con un’espressione che Vivien decise non valeva la fatica di essere decifrata. Qualunque fosse stato l’esame, abbigliamento o aspetto o età, sapeva di non averlo superato.

«Agente, vediamo di risolvere al più presto questo increscioso incidente.»

Vivien piegò leggermente la testa di lato e le sorrise.

«Con chi ho il piacere di parlare?»

La donna tirò fuori un tono da proclama.

«Elisabeth Brokens. Mio marito è Charles Brokens, il proprietario della compagnia.»

«Bene, signora Elisabeth Brokens moglie di Charles Brokens proprietario della compagnia, un increscioso incidente potrebbe essere ad esempio il naso che le ha messo in faccia il suo chirurgo plastico. Quello che è successo qui, tutto il resto del mondo si ostina a chiamarlo omicidio.

E come lei ben sa, questa pratica tende a essere perseguita dalla legge.

Che, mi permetto di farle notare, ha la prelazione sul bilancio della compagnia.»

Smise di sorridere e cambiò tono di colpo.

«E se lei non si leva dai piedi la faccio arrestare per intralcio a un’indagine della Polizia di New York.»

«Come si permette? Mio marito è un amico personale del capo della Polizia e…»

«E allora vada a lamentarsi con lui, cara signora Elisabeth Brokens moglie di Charles Brokens amico personale del capo della Polizia. E mi lasci fare il mio lavoro.»

Le girò le spalle, lasciandola scolpita nel suo marmo a immaginare chissà quale ritorsione nei suoi confronti. Si avviò verso l’apertura nella recinzione che secondo il suo giudizio doveva essere l’ingresso del cantiere.

Jeremy Cortese le si mise di fianco. Il suo viso era beato e incredulo.

«Signorina, il giorno che avesse un cantiere da dirigere, sarei lieto di farlo gratis, per lei. La faccia della signora Brokens dopo il suo discorso resterà fra i ricordi più belli della mia vita.»

Ma Vivien quasi non sentì le sue parole. Ormai con la mente era già altrove. Come superarono la soglia si rese conto della situazione con un solo colpo d’occhio. Poco oltre i loro piedi, delimitato da una rete di protezione, si apriva un buco nel terreno, grande circa tre quarti dell’area del cantiere e profondo quanto un interrato. Il fondo era il pavimento di due edifici diversi ed era diviso a metà dalla linea di materiali differenti.

Dalla parte opposta c’era ancora parte del piano a livello strada da demolire, ma il grosso del lavoro era stato fatto. In basso, i due agenti stavano finendo di circoscrivere un’area nell’angolo di sinistra. Un operaio era in piedi alle loro spalle, appoggiato a un muro, in attesa.

Cortese le fornì delle risposte prima che facesse le domande.

«La Sonora ha rilevato due vecchi edifici che stavano uno accanto all’altro. Li stiamo demolendo per costruire un condominio. Come vede, siamo quasi alla fine.»

Vivien indicò il pavimento diviso in due.

«Cosa c’era prima qui?»

«Di qua appartamenti e al piano strada un ristorante. Cucina italiana, mi pare. Abbiamo rimosso un sacco di vecchie attrezzature. Dall’altra parte un piccolo garage. Credo che sia stato realizzato successivamente alla costruzione dell’edificio, perché abbiamo trovato tracce di ristrutturazione.»

«Sa chi erano i proprietari?»

«No. Ma la compagnia ha di certo tutte le documentazioni che le servono.»

Cortese si mosse e Vivien lo seguì. Raggiunsero l’angolo alla loro destra, dove una scala di cemento, residuo delle costruzioni precedenti, scendeva al livello inferiore. Il cantiere deserto dava un senso di desolazione, con i martelli pneumatici appoggiati a terra e il grosso mezzo giallo con la benna perforatrice lasciato da una parte con il motore spento. C’era tutto intorno il malessere grigio della distruzione senza la promessa colorata della rinascita.

Mentre imboccavano la scala, due tecnici della Scientifica comparvero, carichi dei loro strumenti. Vivien fece un cenno e loro si avviarono per raggiungerli.

La detective e Cortese scesero la scala e arrivarono camminando in silenzio dai due agenti in attesa. Cortese si fermò a un paio di passi di distanza dalla linea gialla. Victor Salinas, un ragazzo alto e bruno che aveva un debole per Vivien e il cui sguardo non ne faceva mistero, attese che la detective arrivasse alla sua altezza e poi alzò la striscia gialla per permetterle di passare.

«Com’è la situazione?»

«A prima vista direi normale e complicata nello stesso tempo. Vieni a vedere.»

Nella parte finale il muro aveva una specie di intercapedine quadrata.

Vivien girò la testa e vide che dalla parte opposta ce n’era un’altra uguale.

Probabilmente uno o più pilastri, ormai demoliti, seguivano quella linea.

Davanti a lei, da uno squarcio nel cemento, sporgeva un avambraccio coperto da quello che restava di un giubbetto di panno. Un teschio con tracce di pelle incartapecorita e un residuo di capelli si intravedeva all’interno, con il suo sorriso allegorico da Feria de los muertos e il suo significato terreno di morte violenta.

Vivien si avvicinò al muro. Osservò con attenzione il braccio, il corpo, la stoffa della manica. Cercò di sbirciare dentro, cercando di cogliere ogni dettaglio, per costruire quella prima impressione che sovente si rivelava esatta.

Si girò e vide che quelli della Scientifica e un uomo sui quaranta con una giacca sportiva e un paio di jeans erano fuori delle transenne in attesa di istruzioni. Vivien non lo aveva mai visto ma dall’aria vagamente annoiata capì che doveva essere il medico legale. Probabilmente si era unito a loro mentre esaminava il corpo.

Vivien li raggiunse.

«Okay. Vediamo di tirarlo fuori di lì.»

Jeremy Cortese si fece avanti e indicò l’operaio che stava in piedi in disparte.

«Se volete, ho un mio uomo che non ha problemi alla vista di un cadavere. Conosce il suo mestiere e quando è libero aiuta suo cognato che ha un’impresa di onoranze funebri.»

«Lo chiami.»

Il capo cantiere fece un cenno all’operaio, che si mosse verso di loro. Era un tipo poco oltre la trentina, con un viso da ragazzo e tratti vagamente orientali. Dal casco spuntavano dei lucidi capelli scuri. Vivien pensò che nel suo albero genealogico ci dovesse essere qualcosa di asiatico.

Senza una parola li superò, si avvicinò alla parete e si chinò per prendere da terra il martello pneumatico.

Vivien si mise al suo fianco.

«Lei come si chiama?»

«Tom. Tom Dickson.»

«Bene Tom, questa è una faccenda delicata che deve essere portata a termine con estrema cautela. Tutto quello che c’è all’interno di questa nicchia potrebbe essere molto importante. Se per lei è uguale, preferirei usasse mazza e scalpello, anche se è un lavoro più lungo e faticoso.»

«Stia tranquilla. So quello che faccio. Troverà tutto come le serve.»

Vivien gli appoggiò una mano sulla spalla.

«Mi fido di te, Tom. Procedi.»

Dovette ammettere che quell’uomo sapeva davvero il fatto suo. Ampliò la breccia in modo che l’interno fosse accessibile, facendo cadere le macerie verso l’esterno ma senza spostare di un pollice la posizione del cadavere.

Vivien si fece dare una torcia elettrica da Salinas e si avvicinò per dare uno sguardo nella nicchia. La luce del giorno era ancora abbastanza forte ma all’interno c’era una leggera penombra che non permetteva di distinguere bene tutti i particolari. E Dio sapeva di quanti particolari ci fosse bisogno in un caso come quello. Fece correre il raggio luminoso sulle pareti e sui resti dell’uomo. L’esiguità dello spazio aveva impedito al corpo di scivolare a terra. Se ne stava appoggiato sul lato sinistro, la testa piegata in un angolo innaturale. Questo dettaglio aveva dato l’impressione, vedendolo dall’esterno, che avesse la testa appoggiata sulla spalla.

L’ambiente chiuso e la scarsa umidità lo avevano parzialmente mummificato, per cui era molto più integro del normale. E dunque era molto più difficile ipotizzare da quanto tempo se ne stesse nascosto fra quelle pareti.

Chi sei? Chi ti ha ucciso?

Vivien sapeva che per le famiglie di persone scomparse la cosa peggiore era l’ansia di non sapere. Qualcuno e quando

una sera, un giorno

usciva di casa e senza una ragione non ci faceva più ritorno. E in assenza della prova di un corpo, per tutta la vita le persone a lui vicine si sarebbero chieste che cosa, dove e perché. Senza mai smettere di alimentare una speranza che solo il tempo sapeva spegnere con pazienza.

Si riscosse e tornò alla sua ispezione.

Quando illuminò il terreno, si accorse che a terra, vicino ai piedi del cadavere, c’era un oggetto coperto di polvere che a prima vista sembrava una specie di portafoglio. Si fece dare un paio di guanti di lattice, si infilò nell’apertura e si chinò per raccoglierlo. Poi si rialzò e fece un gesto ai tecnici della Scientifica e al medico legale.

«Prego signori, tocca a voi.»

Mentre i tecnici si mettevano all’opera, esaminò l’oggetto che aveva in mano.

Soffiò delicatamente per togliere il velo di polvere. Il materiale era una finta pelle che doveva essere stata nera o marrone e più che un portafoglio sembrava un portadocumenti. Con cautela lo aprì. I fogli di plastica dura all’interno erano incollati e si separarono con un leggero rumore di carta stracciata.

Dentro, una per ogni lato, c’erano due foto.

Sollevò la protezione e infilò delicatamente le dita per estrarle senza rovinarle. Le esaminò alla luce della torcia. Nella prima, un ragazzo in elmetto e divisa da combattimento era appoggiato a un carro armato e guardava con occhi seri l’obiettivo. Intorno c’era una vegetazione che richiamava un Paese esotico. La girò e dietro la accolse una scritta sbiadita dal tempo, che aveva quasi cancellato alcune lettere, ma non a sufficienza da renderle illeggibili.

Cu Chi District 1971

La seconda, molto meglio conservata, la sorprese. Il soggetto era lo stesso ragazzo che in quella precedente guardava il fotografo con aria riflessiva. Qui era in borghese, con una T-shirt a disegni psichedelici e dei pantaloni da lavoro. In quest’immagine aveva i capelli lunghi e sorrideva, tendendo verso l’obiettivo un grosso gatto nero. Studiò attentamente la persona e l’animale. All’inizio pensò che si trattasse di una deformazione provocata dalla prospettiva, ma poi si rese conto che la prima impressione era stata quella giusta.

Il gatto aveva solo tre zampe.

Dietro non c’era nessuna scritta.

Si fece dare da Bowman, l’altro agente, due buste di plastica e ci infilò il portadocumenti e le fotografie. Raggiunse Frank Ritter, il caposquadra della Scientifica con il quale aveva già collaborato in passato, e gliele porse.

«Vorrei che analizzaste questo materiale. Impronte digitali, se ce ne sono, e un esame dei vestiti della vittima con annessi e connessi. Inoltre vorrei un ingrandimento delle foto.»

«Vedremo quel che si può fare. Ma se fossi in te non ci farei troppo affidamento. Mi sembra tutto piuttosto datato.»

E avevo bisogno che me lo dicessi tu…

Vide che nel frattempo il cadavere era stato spostato e appoggiato con delicatezza su una barella. Il medico legale era in piedi davanti al corpo. Si avvicinò per esaminarlo. Quello che era stato un uomo aveva raggiunto il suo ultimo giorno indossando un giubbetto di panno e un paio di pantaloni che all’apparenza dovevano essere stati di una qualità del tutto ordinaria.

Il coroner girò intorno alla barella e si mise al fianco di Vivien.

Limitarono le presentazioni al minimo indispensabile.

«Jack Borman.»

«Vivien Light.»

Sapevano tutti e due chi erano, dov’erano e cosa stavano facendo. Ogni altra considerazione, in quel momento, passava in secondo piano.

«Riesce a darmi un’idea delle cause della morte?»

«Dalla posizione della testa del cadavere, senza usare termini tecnici, posso azzardare che qualcuno gli ha spezzato l’osso del collo. Con che cosa non lo so. Sarò più chiaro dopo l’autopsia.»

«Da quanto tempo pensa che sia lì?»

«Dallo stato di conservazione del corpo direi circa una quindicina d’anni.

Però contano anche le condizioni del luogo in cui era nascosto. Comunque ci arriveremo con le analisi dei tessuti. In questo credo potranno anche essere utili gli esami della Scientifica sulla stoffa dei vestiti.»

«Grazie.»

«Non c’è di che.»

Mentre il coroner si allontanava, Vivien si rese conto che tutto quello che si poteva fare era stato fatto. Diede l’ordine di rimuovere la salma, salutò i presenti e lasciò gli uomini alle loro incombenze. A questo punto, ritenne inutile parlare con l’operaio che aveva trovato per primo il corpo.

Aveva dato a Bowman l’incarico di prendere i dati di tutte le persone che avrebbero potuto essere utili alle indagini. Le avrebbe sentite in un secondo tempo, compreso il signor Charles Brokens proprietario della compagnia che tutte le mattine si svegliava con quella moglie nel letto.

In un caso di omicidio come quello, i dati più interessanti di solito venivano dalle rilevazioni tecniche più che dalle testimonianze. Dopo di che avrebbe messo a punto un piano d’azione.

Fece a ritroso il percorso che l’aveva portata sul luogo di un delitto vecchio di anni e si ritrovò fuori dal cantiere. Gli operai la guardarono con un misto di ammirazione e soggezione. Se li lasciò alle spalle e si incamminò verso il Distretto per recuperare la macchina. Aveva bisogno di pensare e il fragoroso anonimato di New York era paradossalmente l’ambiente giusto.

Bellew le aveva assegnato un caso non facile. Forse perché la riteneva in grado di risolverlo, ma la stima in quel frangente era sinonimo di castagne da levare dal fuoco. E dai fatti emersi, erano castagne che nel fuoco ci stavano minimo da quindici anni, talmente abbrustolite da essere degli irriconoscibili pezzi di carbone.

Passò davanti alla vetrina di un bar e d’istinto diede uno sguardo all’interno. Seduto a un tavolo, con una ragazza bionda dai capelli lunghi, c’era Richard. I due stavano parlando e guardandosi in un modo che escludeva una semplice amicizia. Si sentì una guardona e si allontanò in fretta, prima che lui potesse vederla, anche se pareva non avere occhi che per la sua compagna. Non era stupita di trovarlo lì. Abitava da quelle parti e in quel bar c’erano stati insieme diverse volte.

Forse sarebbe stato meglio qualche volta di più.

Con lui aveva avuto una storia che era durata un anno, piena di risate, cibo e vino e sesso tenero e delicato. Un rapporto che era stato a un passo da poter essere definito amore.

Ma lei, con il suo lavoro e con la situazione di Sundance e di sua sorella, aveva trovato sempre meno possibilità di dedicarsi a loro due. Alla fine quel passo si era rivelato troppo lungo per le loro poche gambe e la storia era finita.

Mentre camminava, si rese conto che il suo problema era lo stesso di tutte le persone che si muovevano in quella strada e in quella città e in quel mondo, con la presunzione di vivere e la certezza di morire. Purtroppo non c’era nessun mondo alternativo e nessuno di loro, per quanto si illudesse di farlo durare il più possibile, aveva in realtà tempo a sufficienza.

CAPITOLO 10

Ziggy Stardust sapeva mimetizzarsi.

Era capace di essere un perfetto nessuno fra i milioni di nessuno che ogni giorno respiravano l’aria di New York. Era un perfetto esempio di né questo né quello: né alto né basso, né grasso né magro, né bello né brutto.

Uno splendido uomo da niente, di quelli che non si notano, che non si ricordano, che non si amano.

Il re del nulla.

Ma di questo nulla aveva fatto la sua arte. Questo, a modo suo, si riteneva: un artista. E nello stesso modo si definiva un viaggiatore.

Percorreva in media ogni giorno più miglia sulla metropolitana di quanti non ne percorresse in una settimana un normale utente. Per Ziggy Stardust la Subway era il posto dei fessi. E luogo principale di una delle sue multiformi attività: il borseggio. Un’altra, collaterale ma non meno importante, era quella di essere il fornitore di fiducia di una serie di persone piene di soldi che amavano la polvere bianca e altri accessori senza rischi e senza problemi.

E da lui non ne avevano mai avuti.

Non era uno spaccio in grande stile ma era un gettito continuo, una specie di piccola rendita. Bastava una telefonata a un numero sicuro e i signori e le signore della upper class si vedevano recapitare a casa quello che serviva per le loro serate o ricevevano indirizzi per i loro giochini.

Loro avevano il denaro, lui aveva quello per cui erano disposti a pagare.

Questo incrocio di domanda e offerta era così naturale da far cadere ogni scrupolo, se mai Ziggy ne avesse avuti.

Saltuariamente, quando riusciva, vendeva informazioni a chi ne aveva bisogno. Talvolta anche alla Polizia, che in cambio di qualche soffiata produttiva fatta nel più rigoroso riserbo, chiudeva un occhio sui frequenti viaggi di Ziggy Stardust in metropolitana.

Ovviamente quello non era il suo vero nome. L’originale non se lo ricordava più nessuno. A volte nemmeno lui. Quel soprannome gli era arrivato addosso tanto tempo prima, quando qualcuno aveva notato una sua somiglianza con David Bowie all’epoca in cui era uscito il disco Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Non ricordava più chi era stato e sotto l’effetto di quale sostanza fosse stata ravvisata tale somiglianza, ma la definizione era rimasta.

Era l’unica cosa che lo estraeva un poco dall’anonimato nel quale aveva sempre cercato di vivere. Lui non camminava in mezzo alla strada. Si muoveva rasentando i muri e sempre nella zona più in ombra. Quando era in grado di scegliere, preferiva essere dimenticato, piuttosto che ricordato.

La sera rientrava nel suo buco a Brooklyn, guardava la televisione e girava per Internet e usciva solo per telefonare. Tutte le chiamate di lavoro le faceva da un telefono pubblico. A casa, su un mobile, aveva sempre un rotolo di quarti di dollaro, per ogni evenienza. Un sacco di gente non aveva capito che non a caso il cellulare si chiamava in quel modo. Era nello stesso tempo un telefono e il veicolo che ti portava in galera. E quelli che ci finivano per una intercettazione da un telefonino se lo meritavano.

Non perché erano delinquenti, ma perché erano stupidi.

Anche adesso, mentre scendeva la scala che portava alla stazione di Bleecker Street, con il suo costume da passeggero qualunque, non riusciva a fare a meno di radicarsi nel suo convincimento. Meglio far credere a tutti di non essere nessuno, piuttosto che prima o poi qualcuno decidesse di dimostrartelo.

Arrivò sulla piattaforma e salì su un vagone della linea verde diretto verso Uptown. L’aprirsi e il chiudersi delle porte scorrevoli, l’ingresso e l’uscita costante di passeggeri stanchi e con l’unico desiderio di essere altrove volevano dire spinte, corpi a contatto, odore di sudore. Ma significavano anche portafogli e distrazione, i due elementi alla base del suo lavoro. C’era sempre una borsetta leggermente aperta, una tasca mal chiusa, una sacca vicino a qualcuno immerso in un libro così avvincente da fargli dimenticare tutto il resto. Qualche volta, Ziggy aveva pensato con un sorriso che per gli autori di best seller tuffanaso c’erano gli estremi di un’accusa di complicità per i borseggi che giornalmente avvenivano sulla metropolitana.

Certo non erano più i tempi d’oro. Adesso le carte di credito la facevano da padrone e c’erano in giro sempre meno contanti. Proprio per questo aveva deciso di allargarsi, diversificando le sue attività, come consigliavano i broker alla televisione.

Questo pensiero lo sorprese. Non aveva mai identificato se stesso come una persona a cui si potesse applicare quella definizione. Nella testa gli apparve l’immagine della sua carta da visita.

Ziggy Stardust

Broker

Per poco non si mise a ridere.

Attenzione la porta sta per chiudersi, recitò la voce programmata nell’altoparlante.

Si spostò verso la parte anteriore della carrozza, quella più affollata.

Superò un paio di persone, facendosi largo fra gomiti appesi e zaffate di aglio. Seduto di fianco alla porta c’era un tipo con una giacca verde militare. Non riuscì a definire la sua età. Dal punto in cui stava non lo vedeva bene perché da sotto la giacca spuntava il cappuccio blu di una tuta a nascondergli in parte il viso. Aveva la testa leggermente reclinata di lato e sembrava che il dondolio della carrozza lo avesse fatto assopire. Accanto ai suoi piedi c’era una borsa di tela scura, della dimensione di una ventiquattro ore.

Ziggy ebbe un leggero senso di formicolio ai polpastrelli. C’era una parte di lui che manifestava una percezione quasi extrasensoriale, quando individuava una vittima. Una specie di indole nascosta che a volte gli aveva dato l’idea di essere nato apposta per fare quello. Certo, l’abbigliamento di quel tipo non rivelava in nessun modo che nella borsa potesse esserci qualcosa di valore. Tuttavia le mani appoggiate in grembo non erano quelle di un uomo che svolge lavori pesanti e l’orologio sembrava di marca.

Secondo lui c’era qualcosa che andava oltre l’apparenza. Il suo istinto raramente lo aveva tradito e col tempo aveva imparato a fidarsi.

Una volta, senza ispirazione alcuna, aveva sfilato il portafoglio a un tipo in giacca e cravatta solo perché sfiorandolo aveva sentito al tatto un cappotto di cachemire che da solo doveva valere più di quattromila dollari.

Senza nessun’altra premonizione salvo l’illusoria referenza di quel tessuto, si era mosso. Poco dopo, nel portafoglio di quel tipo ci aveva trovato sette dollari, una carta di credito finta e un abbonamento della metropolitana.

Pezzente.

Si avvicinò all’uomo con la giacca verde, tenendosi dall’altro lato della porta. Attese un paio di fermate. Il numero di passeggeri stava aumentando. Si spostò verso il centro e poi, come per lasciare libero l’ingresso, si ritrovò accanto a lui.

La borsa di tela stava in terra. Era vicino ai suoi piedi, sulla sinistra, il manico nella posizione perfetta per essere

presa alla fermata giusta

scendendo mentre altri passeggeri salivano. Controllò che l’uomo avesse sempre la testa nella stessa posizione. Non si era mosso. Molti si assopivano sui treni, specie quelli che avevano un lungo viaggio da fare.

Ziggy si convinse che il tipo apparteneva a quella categoria di persone.

Attese di arrivare alla stazione della Grand Central, dove di solito il flusso dei passeggeri che entravano e uscivano era maggiore. Non appena si aprirono le porte, con un movimento estremamente veloce e naturale, prese la borsa e scese. Subito la nascose con il corpo.

Con la coda dell’occhio, mentre cercava di sciogliersi fra la gente, gli parve di vedere una giacca verde scendere dalla vettura, un istante prima che partisse.

Merda.

La Grand Central era sempre piena di sbirri e se quel tipo lo aveva sgamato, c’era il caso che ne venisse fuori una bella piazzata. E magari qualche giorno al fresco. Superò un paio di poliziotti, un uomo più anziano e una ragazza di colore, più giovane, che stavano chiacchierando giusto fuori dalla stazione. Non successe nulla. Nessuno arrivò di corsa gridando «Al ladro!» per attirare l’attenzione dei due agenti. Preferì non girarsi, per dare al tipo che lo seguiva l’impressione di non essersi accorto di nulla.

Uscì sulla 42sima e piegò subito a destra e poi ancora a destra, sulla Vanderbilt. C’era un tratto poco trafficato e quello era il posto giusto per controllare se il tipo con la giacca militare lo seguiva veramente oppure no.

Rientrò nel Terminal dall’ingresso laterale, approfittando dell’occasione per gettare uno sguardo distratto alla sua destra. Non vide girare l’angolo nessuno che potesse assomigliare alla persona in questione. Ma ancora non significava nulla. Se quello era un tipo sveglio, sapeva come fare per seguire qualcuno senza farsene accorgere. Esattamente come lui conosceva il modo per seminare qualcuno che lo stava pedinando. Si chiese di nuovo come mai il tipo non avesse avvertito i poliziotti. Se si era accorto subito del furto e gli era andato dietro per occuparsi personalmente di recuperare la borsa, questo poteva avere due significati.

Primo: correva il rischio che fosse un tipo pericoloso. Secondo: nella borsa ci poteva essere qualcosa di valore ma che era meglio non finisse sotto gli occhi della Polizia. E nell’ipotesi che questo secondo punto si fosse rivelato esatto, cresceva parecchio l’interesse di Ziggy per il contenuto. Ma nello stesso tempo il tipo diventava molto pericoloso.

Il suo presentimento luminoso si stava girando a poco a poco verso un cielo meno sereno. Scese al livello inferiore affollato di ristoranti etnici e gente che a ogni ora beveva e mangiava, dopo l’arrivo o prima della partenza. L’enorme sala era piena di insegne, colori, odori di cibo e un senso di fretta. E quest’ultima era quella che lo coinvolgeva di più, anche se si stava imponendo di camminare con passo normale.

Si trovò dall’altra parte e mentre saliva la scalinata di nuovo girò lo sguardo per controllare la strada dietro a sé. Nessuna persona sospetta.

Iniziò a rilassarsi. Forse era stata solo un’impressione. Forse iniziava a diventare troppo vecchio per quel lavoro.

Seguì le indicazioni e rientrò nella metropolitana. Si diresse verso la stazione della linea viola, quella che portava in alto, nel Queens. Aspettò l’arrivo di un treno e seguì il flusso di passeggeri che salivano in vettura.

Una precauzione dovuta. Alla luce del ragionamento di poco prima, l’uomo con la giacca verde, ammesso che lo stesse seguendo davvero, non avrebbe mai tentato nulla contro di lui in un posto affollato. Attese con aria indifferente fino a quando la solita voce annunciò che le porte stavano per chiudersi.

Solo allora, con uno scatto, tornò sulla banchina, come un passeggero che di colpo si rende conto di avere sbagliato vettura. Si lasciò alle spalle lo sferragliare del treno in partenza e si mosse di nuovo verso la linea verde che scendeva a Downtown per poi proseguire fino a Brooklyn.

Fece il viaggio in più tappe, aspettando a ogni fermata il convoglio successivo, continuando con aria indifferente a far vagare lo sguardo intorno a lui. Anonimo fra gente scazzata e anonima, con a tratti quelle macchie di colore umano che a New York facevano da termine di paragone. Ammesso che qualcuno avesse tempo e voglia di farne.

Quando decise che tutto era tranquillo, dopo l’ultima fermata trovò un posto a sedere. Si mise comodo e attese, la borsa in grembo, vincendo la curiosità di aprirla e di scoprire cosa c’era dentro. Meglio a casa, dove avrebbe potuto esaminare tutto con calma, senza fretta.

Ziggy Stardust sapeva aspettare.

Lo aveva fatto per tutta la vita, fin da quando era ragazzo e aveva iniziato ad arrabattarsi in mille modi per unire il pranzo con la cena. Aveva continuato in seguito, senza cadere nell’errore marchiano dell’avidità.

Accontentandosi, ma con l’incrollabile certezza che un giorno tutto sarebbe cambiato, di colpo. La sua vita, la sua casa, il suo nome.

Addio Ziggy Stardust, bentornato signor Zbigniew Malone.

Cambiò ancora una linea prima di arrivare a una stazione nei paraggi di casa sua. Abitava a Brooklyn, nel quartiere dove c’era la maggior concentrazione di haitiani e dove addirittura le scritte di alcuni ristoranti erano ancora in francese. Un mondo multietnico, con donne dal culo enorme e voce acuta e ragazzi dal passo strascicato e il berretto con la visiera girata da una parte. Al confine con quella zona il mondo ordinato e composto del quartiere ebreo, villette con prati ben curati e Mercedes nel vialetto d’ingresso. Persone silenziose, che si muovevano come ombre scure, i visi seri sotto i loro cappelli neri. Ziggy, ogni volta che li vedeva, aveva l’impressione che pregassero anche quando contavano il denaro.

Però a lui andava bene così. In attesa del giorno in cui avrebbe potuto permettersi di dire adesso basta e scegliere.

Sul muro della casa dove abitava, quello senza finestre che dava sulla strada, qualcuno aveva dipinto un murale. L’artista non era granché, ma quei colori, in un posto così stinto e slavato, gli avevano sempre messo allegria. Superò l’ingresso e scese i gradini che portavano verso il seminterrato che era casa sua. Un’unica stanza con un minuscolo bagno, mobili dozzinali e consumati e l’odore di cucina esotica che scendeva dai piani superiori. Il letto sfatto era appoggiato contro la parete di fronte, sotto la finestra vicina al soffitto che portava in casa la poca luce che arrivava dall’esterno. Tutto sembrava far parte di un tempo addietro, anche il tocco di modernità del televisore ad alta definizione, del pc e della stampante All-in-one, sui quali era posato un velo di polvere.

L’unica nota strana, inusuale, era una libreria alla parete di sinistra, piena di volumi perfettamente ordinati e disposti in ordine alfabetico. Altri erano sparsi per la casa. Addirittura una pila di libri faceva da tavolino da notte sulla parte destra del letto.

Ziggy appoggiò la borsa sul tavolo ingombro di vecchie riviste e si tolse la giacca, buttandola su una poltrona. Prese la borsa e andò a sedersi sul letto. La aprì e iniziò a svuotarla e ad appoggiare sul lenzuolo il suo contenuto. C’erano due quotidiani, il «New York Times» e «Usa Today», una scatola di plastica gialla e blu che si rivelò essere un mini-kit di attrezzi da lavoro, un rotolo di filo di rame e uno di nastro adesivo grigio, quello che usano gli elettricisti. Poi tirò fuori quello che tendeva la borsa e dava il maggior peso. Un album portafoto con la copertina di pelle marrone e fogli di carta ruvida dello stesso colore, pieni di vecchie immagini in bianco e nero, gente che non conosceva in posti che non conosceva. Tutte foto piuttosto datate. Dall’abbigliamento, a spanne avrebbe detto che si trattava degli anni Settanta. Scorse qualche pagina.

Un’immagine attrasse la sua attenzione. La tolse dalle linguette adesive che la fissavano alla carta e rimase qualche istante a fissarla. Un ragazzo con i capelli lunghi e sulle labbra un sorriso che non riusciva a salire fino ai suoi occhi, aveva in braccio un grosso gatto nero. Lo scatto, in modo del tutto casuale, era riuscito a catturare una strana appartenenza reciproca, come se quei due esseri viventi, nelle rispettive specie, fossero uno il riflesso dell’altro.

La fece scivolare nel taschino della camicia. Continuò nella sua esplorazione del contenuto della borsa. Estrasse un oggetto di plastica nero, di forma rettangolare, leggermente più lungo e più stretto di un pacchetto di sigarette, fermato a metà da un giro di nastro per evitare che si aprisse. A una estremità c’era una serie di pulsanti di diverso colore.

Ziggy rimase un attimo a guardarlo, interdetto. Sembrava un telecomando artigianale. Rudimentale forse, ma l’impressione era quella.

Lo appoggiò di fianco alle altre cose e tirò fuori dalla borsa l’ultimo oggetto che conteneva. Era una grossa busta marrone, un poco spiegazzata, con scritto un nome e un indirizzo già in parte sbiaditi dall’usura. Dalle dimensioni si sarebbe detto che era servita per spedire il volume con le foto.

La aprì per controllare l’interno e ci trovò dei fogli di carta comune scritti a mano con una calligrafia rozza ma abbastanza leggibile. La scrittura di un uomo che forse non aveva molta dimestichezza con le parole, sia parlate che scritte.

Ziggy iniziò a leggere. I primi fogli erano piuttosto noiosi, pieni di un racconto di vita esposto in modo rude e a volte disarticolato. Lui era uno che leggeva libri e sapeva riconoscere la mano di un uomo che aveva studiato e che sapeva scrivere. Quella non lo era.

Però si accorse che la lettura non era priva di un certo fascino, nonostante la prosa non certo da scrittore. Per quello che raccontava, piuttosto che come. Continuò a leggere con sempre maggiore attenzione e a poco a poco l’attenzione divenne interesse e infine una specie di febbre.

Al termine della lettera, non poté fare a meno di scattare in piedi. Sentì un leggero brivido percorrergli la schiena e i peli delle sue braccia rizzarsi come per effetto di un campo elettrico.

Ziggy Stardust non riusciva a credere ai suoi occhi. Si risedette lento, con le gambe aperte e lo sguardo verso un punto imprecisato. Più del tempo che dello spazio.

La grande occasione era arrivata.

Quello che aveva in mano poteva valere milioni di dollari, trovando la gente giusta. Gli girava la testa all’idea. I possibili vantaggi per lui gli fecero dimenticare le sicure conseguenze per altri.

Appoggiò i fogli sul letto con attenzione esagerata, quasi fossero oggetti fragili. Poi iniziò a pensare come trarre profitto da quella fortuna inaspettata. A come muoversi e come fare per distillare il materiale in modo da suscitare il massimo interesse e avere il massimo tornaconto.

E soprattutto a chi contattare.

Diversi pensieri fecero diversi passaggi alla velocità della luce nel suo cervello.

Accese la stampante e mise i fogli sul tavolo accanto al monitor del computer. La prima cosa importante era fare delle fotocopie. Una copia sarebbe bastata a suscitare l’interesse di chiunque e quel chiunque avrebbe dovuto essere disposto a sborsare una bella cifra pur di entrare in possesso dell’originale. Che doveva rimanere in suo possesso fino alla conclusione dell’affare. Una volta fatte le fotocopie, avrebbe tenuto con sé solo la parte sufficiente a lasciare immaginare senza rivelare nulla di decisivo. Il resto lo avrebbe distrutto. La copia autentica di quella lettera benedetta l’avrebbe messa in una busta e l’avrebbe spedita a una casella di posta anonima della quale a volte si serviva. Lì avrebbe riposato finché qualcuno non gli avesse dato motivo di andarla a ritirare.

E quel motivo poteva essere rappresentato solo da una bella quantità di denaro.

Iniziò a fotocopiare, disponendo di volta in volta gli originali di fianco alla copia. Ziggy era un tipo preciso, sul lavoro. E quello era il lavoro più importante che gli fosse mai capitato nella vita.

Pose uno degli ultimi fogli sul vetro dello scanner, abbassò il coperchio e premette il pulsante di avvio. La luce di scansione percorse la macchina fino ad avere in memoria la pagina completa. Al momento di stampare, il sensore avvertì che la carta era finita e un led arancione si mise a lampeggiare sul lato sinistro dell’apparecchio.

Ziggy andò a prendere dei fogli da una risma che teneva appoggiata su uno scaffale della libreria e li introdusse nel cassettino.

In quel momento sentì un rumore alle sue spalle, un leggero crac metallico, come quello di una chiave che si spezza nella toppa. Si girò in tempo per vedere la porta che si apriva e per vedere un uomo con una giacca verde.

No, non ora, non adesso che era tutto a portata di mano…

E invece davanti a sé aveva una mano che reggeva un coltello.

Di certo era la lama con cui aveva forzato quello straccio di serratura. E dallo sguardo dell’uomo capiva che non si sarebbe limitato a quello.

Sentì che le gambe gli cedevano e non ebbe la forza di dire nulla. Mentre l’uomo avanzava verso di lui, Ziggy Stardust si mise a piangere. Per la paura del dolore e per la paura della morte.

Ma soprattutto per la delusione.

CAPITOLO 11

La Volvo si muoveva senza difficoltà in mezzo al traffico che la stava trascinando verso il Bronx. A quell’ora, salire verso nord poteva essere un vero e proprio viaggio. Tuttavia, una volta uscita da Manhattan, Vivien aveva trovato un flusso abbastanza fluido. Da che si era lasciata alla destra il Triborough Bridge, aveva percorso la Bruckner Expressway in un tempo relativamente breve.

Il sole stava scendendo alle sue spalle e la città si preparava al tramonto.

Il cielo aveva una luminosità azzurro cupo, netta al punto tale da parere lavorata a mano. Il colore che solo la brezza di New York sapeva regalare, quando arrivava a ripulire quel piccolo tratto di infinito che ognuno si illudeva di avere sopra di sé.

Il telefono della macchina interruppe la musica che veniva dalla radio.

L’aveva lasciata in sottofondo, a basso volume, un suono con regole e intenzioni precise a mescolarsi con il brusio informe del traffico.

Attivò il vivavoce e diede a chi la chiamava il permesso di entrare. Nella sua macchina e nei suoi pensieri.

«Vivien?»

«Sì.»

«Ciao, sono Nathan.»

Precisazione inutile. Aveva riconosciuto la voce di suo cognato.

L’avrebbe riconosciuta anche in mezzo al fragore di una battaglia.

Cosa vuoi, pezzo di merda? pensò.

«Cosa vuoi, pezzo di merda?» disse.

Ci fu un attimo di silenzio.

«Non riuscirai mai a perdonarmi, vero?»

«Nathan, il perdono è per chi si pente. Il perdono è per chi cerca di riparare al male che ha fatto.»

L’uomo dall’altra parte attese un attimo, per dare modo a quelle parole di perdersi nella distanza che li separava. In ogni senso.

«Hai visto Greta di recente?»

«E tu?»

Vivien lo aggredì, sentendo salire quella voglia di picchiarlo che provava ogni volta che si trovava in sua presenza o semplicemente lo sentiva. In quel momento, se fossa stato seduto al suo fianco, gli avrebbe spezzato il naso con una gomitata.

«Quanto tempo è che non vedi tua moglie? Quanto tempo è che non vedi tua figlia? Per quanto tempo ancora credi di poterti nascondere?»

«Vivien, io non mi nascondo. Io…»

«Io un cazzo, brutto figlio di puttana!»

Aveva urlato. E aveva sbagliato a farlo. Il disprezzo che provava per quell’uomo non doveva essere manifestato con un ruggito. Doveva essere espresso con il sibilo del serpente.

E serpente divenne.

«Nathan, tu sei un vigliacco. Lo sei sempre stato e sempre lo sarai. E quando ti sei trovato davanti a delle difficoltà troppo grandi per te hai fatto l’unica cosa che sai fare: sei scappato.»

«Io ho sempre provveduto a tutte le loro necessità. A volte ci sono scelte che…»

Lo interruppe bruscamente.

«Tu non avevi scelte. Avevi delle responsabilità. E te le dovevi assumere. Quello straccio di assegno che mandi tutti i mesi non è sufficiente a compensare la tua latitanza. E nemmeno a mettere in pace la tua coscienza. Dunque adesso non chiamarmi per sapere come sta tua moglie. Non chiamarmi per sapere come sta tua figlia. Se vuoi sentirti meglio, alza quel maledetto culo sul quale sei seduto e vai a vederlo di persona.»

Premette con tanta rabbia il pulsante di fine comunicazione che per un istante ebbe timore che si fosse rotto. Rimase per qualche istante a guardare davanti a sé, guidando e ascoltando il battito forsennato del suo cuore. Poche lacere lacrime di rabbia le scesero lungo le guance. Se le asciugò con il dorso della mano e cercò di calmarsi.

Per dimenticare il posto dove era stata quel mattino e il posto verso il quale stava andando ora, si rifugiò nell’unico luogo sicuro che aveva: il suo lavoro.

Cercò di lasciarsi alle spalle ogni altro pensiero e ordinò alla sua mente di concentrarsi sull’indagine che si preparava ad affrontare. Richiamò le immagini di quel braccio che sporgeva dalla breccia di un muro, la desolazione di quella testa incartapecorita appoggiata a una spalla che era solo un residuo di pelle e ossa.

Anche se la pratica le aveva insegnato che tutto era possibile, quella stessa esperienza le faceva temere che sarebbe stato molto difficile risalire all’identità dell’uomo nel cemento. Di solito i cantieri erano un posto molto appetito dalla malavita per nascondere le vittime dei loro regolamenti di conti. Trattandosi di professionisti, spesso i cadaveri venivano sepolti nudi o stracciando dai vestiti tutte le etichette, nel caso remoto di un ritrovamento. Qualcuno addirittura cancellava le impronte digitali con l’acido. Esaminando il corpo, aveva notato che questo non era stato fatto e che le etichette erano al loro posto, per quanto fossero parecchio deteriorate. Significava che forse non si trattava di un professionista, ma di un omicida occasionale che non aveva avuto la freddezza e l’esperienza di eliminare ogni possibile traccia.

Ma chi poteva avere la possibilità di nascondere il corpo in un blocco di cemento? Era abbastanza difficile per chiunque, a meno di non avere la complicità di un addetto ai lavori. O forse il colpevole era proprio uno di loro. Uno che lavorava per un’impresa edile. Il delitto, quale ne fosse il movente, poteva essere l’azione isolata di un uomo comune verso un altro uomo comune, senza nessun coinvolgimento da parte della malavita organizzata.

L’unica pista era rappresentata da quelle foto, soprattutto da quel bizzarro gatto nero a tre…

«Cazzo!»

Si era fatta prendere dai suoi pensieri e non si era accorta che lo svincolo per la Hutchinson River Parkway era bloccato da una coda di macchine.

Frenò bruscamente, deviando verso sinistra per non tamponare l’auto che la precedeva. Il guidatore di un grosso pick-up alle sue spalle suonò con forza il clacson. Vivien vide dallo specchietto retrovisore che sporgendosi verso il parabrezza le stava mostrando il dito medio.

Di solito detestava ricorrere a certi mezzi quando non era in servizio, ma quella sera decise che aveva fretta. La propria distrazione, più che il gesto dell’uomo, l’aveva innervosita. Prese il lampeggiante magnetico dietro al sedile, aprì il finestrino, lo accese e lo appoggiò sul tetto.

Con un sorriso, vide l’uomo abbassare di colpo la mano e ritrarsi. Le macchine davanti a lei, nei limiti del possibile, accostarono per agevolare il suo passaggio. Si fece strada in direzione di Zerega Avenue e un paio di isolati dopo aver svoltato sulla Logan si trovò di fianco alla chiesa di Saint Benedict.

Parcheggiò la XC60 in un posto libero dal lato opposto della strada.

Rimase un attimo a osservare la facciata in mattoni chiari, la breve scalinata che portava ai tre portoni d’ingresso sormontati da archi a tutto sesto, le colonne e i fregi che li decoravano.

Era una costruzione recente. La sua storia non andava cercata nel passato, ma in quello che stava costruendo nel presente per il futuro. Mai Vivien avrebbe pensato che un posto come quello potesse un giorno diventarle così familiare.

Scese dalla macchina e attraversò la strada.

C’era già nell’aria quella penombra che confonde il colore dei gatti ma restava ancora luce a sufficienza per riconoscere una persona. Stava per avviarsi verso il priorato quando vide padre Angelo Cremonesi, uno dei vicari della parrocchia, uscire dal portone centrale insieme ad altre due persone, un uomo e una donna. Di solito le confessioni erano il sabato dalle quattro alle cinque ma nessuno era troppo fiscale e gli orari si rivelavano sempre abbastanza elastici.

Vivien salì i pochi gradini e lo raggiunse. Il prete rimase ad attenderla e la coppia che era con lui si allontanò.

«Buonasera, signorina Light.»

«Buonasera, reverendo.»

Vivien gli strinse la mano. Era un uomo che aveva superato la sessantina, con i capelli bianchi, un aspetto vigoroso e uno sguardo mite.

La prima volta che lo aveva incontrato le aveva ricordato Spencer Tracy in un vecchio film.

«È venuta a prendere sua nipote?»

«Sì. Ho parlato con padre McKean e tutti e due crediamo sia arrivato il momento di provare a farle passare un paio di giorni a casa. Lunedì mattina la riporto qui.»

Pronunciarne il nome le richiamò alla mente il viso e lo sguardo di Michael McKean. Aveva un volto espressivo e occhi che davano la sensazione di poter arrivare dentro le persone e oltre le pareti. Senza tuttavia forzare nessuna serratura o abbattere nessun muro. Forse era questa sua capacità di vedere oltre che lo faceva essere presente ogni volta che c’era bisogno di lui.

Il vicario, un uomo docile ma un poco pignolo, tenne a precisare i fatti.

«Padre McKean oggi non c’è e si scusa per questo. I ragazzi sono ancora al molo. Una persona gentile di cui non ricordo il nome ha offerto loro un giro in barca a vela. Mi ha appena chiamato John. Sa del vostro accordo con Michael e ha detto di avvertirla che stavano finendo di sistemare le loro cose e che fra poco saranno qui.»

«Molto bene.»

«Vuole attendere nel priorato?»

«No grazie, padre. Li aspetto in chiesa.»

«Allora a presto, signorina Light.»

Il sacerdote si allontanò. Forse aveva scambiato la sua intenzione di attendere in chiesa per devozione. Vivien non si pose il problema. In realtà tutto quello che desiderava in quel momento era restare da sola.

Spinse il battente del portone e superò l’atrio rivestito in legno chiaro, lasciandosi alle spalle le due statue di santa Teresa e san Gerardo poste in una nicchia nella parete. Un’altra porta, più leggera, la condusse all’interno vero e proprio della chiesa.

Faceva fresco e c’erano penombra e silenzio. E quella promessa di benvenuto e di riparo offerta dall’altare all’estremità opposta dell’unica navata.

Ogni volta che entrava in una chiesa, Vivien faceva fatica a trovarci la presenza di Dio. Aveva passato parte del suo poco tempo per le strade ma già troppi demoni aveva incontrato, sentendosi sempre e solo un essere umano debole e impaurito nell’affrontarli. Lì, in quel posto, con quelle immagini, con quell’ansia di sacro costruito dal bisogno dell’uomo, nella luce delle candele accese per fede e speranza, non riusciva a condividere nemmeno un frammento di quella fede e di quella speranza.

La vita è un posto in affitto. A volte Dio è un personaggio scomodo da avere in giro per casa.

Si sedette in uno degli ultimi banchi. Si rese conto di una cosa. In quello che per tutti i credenti era un luogo di pace e di salvezza, lei aveva una pistola appesa alla cintura. E nonostante tutto si sentiva inerme.

Chiuse gli occhi e sostituì la luce incerta con l’oscurità. Mentre aspettava che arrivasse Sundance, sua nipote, arrivarono anche i ricordi. Il giorno in cui…

era seduta alla sua scrivania, piazzata proprio davanti al Plaza, nel caos di carte, telefonate, fatti di brutta gente e brutte vite, battute e discorsi oziosi fra colleghi sui turni di servizio. In una sequenza che non avrebbe dimenticato mai più, dalla porta che dava sulla scala era uscito a sorpresa il detective Peter Curtin. Era stato in forza al 13° Distretto fino a qualche tempo prima. Poi in un conflitto a fuoco durante un’operazione era stato ferito in modo piuttosto serio. Ne era uscito bene fisicamente ma dal punto di vista emozionale si era accorto di non essere più la stessa persona. Anche su pressione della moglie, aveva chiesto e ottenuto il trasferimento a un incarico più tranquillo. E adesso stava alla Buoncostume.

Era venuto direttamente alla sua scrivania.

«Ciao, Peter. Che ci fai da queste parti?»

«Ho bisogno di parlarti, Vivien.»

C’era una nota di imbarazzo nella sua voce e questo aveva spento il sorriso con cui l’aveva accolto.

«Certo, dimmi pure.»

«Non qui. Ti va di fare due passi?»

Sorpresa, Vivien aveva lasciato la sua scrivania e poco dopo si erano trovati all’esterno. Curtin si era incamminato verso la Terza Avenue e Vivien gli si era messa di fianco. C’era tensione e lui aveva cercato di alleggerirla. Non era riuscita a capire bene a favore di chi.

«Come va qui? Bellew tiene sempre tutti sulla corda?»

Vivien si era fermata.

«Non girare intorno al cespuglio, Peter. Che succede?»

Il suo collega guardava da un’altra parte. Ed era una parte che a Vivien non piaceva per nulla.

«Lo sai anche tu come va in questa città. Escort e roba del genere.

Asian Paradise, Ebony Companions, Transex Dates. E l’ottanta per cento di quelle che reclamizzano come Spa, massaggi eccetera, sono in realtà delle specie di case di appuntamenti. Succede in tutto il mondo. Ma questa è Manhattan. Questo è il centro del mondo e qui succede tutto di più…»

Peter si era fermato e si era finalmente deciso a guardarla negli occhi.

«Abbiamo avuto una soffiata. Un posto di lusso, nell’Upper East Side.

Frequentato da uomini a cui piacciono le ragazze molto giovani. A volte ragazzi. Tutti minorenni, in ogni caso. Siamo entrati e abbiamo beccato diverse persone. E…»

Aveva fatto una pausa che per Vivien era stata una premonizione. Con poca voce in gola aveva pronunciato una supplica lunga una sola lettera.

«E?»

E la premonizione si era trasformata in realtà.

«Una di queste era tua nipote.»

Tutto il mondo di colpo era salito su una giostra. Vivien aveva sentito dentro una cosa che avrebbe volentieri sostituito con la morte.

«Sono stato io a entrare nella camera dove…»

Peter non aveva avuto la forza di aggiungere altro. Quel silenzio tuttavia lasciò campo libero alla fantasia di Vivien e fu peggio delle peggiori parole.

«Per fortuna la conoscevo e sono riuscito per miracolo a tenerla fuori dal casino.»

Peter le aveva appoggiato le mani sulle braccia.

«Se salta fuori questa storia si mettono di mezzo gli assistenti sociali.

Con una situazione famigliare come la vostra ci sta che venga affidata alle cure di qualche istituto. È una ragazza che ha bisogno di aiuto.»

Vivien lo aveva guardato negli occhi.

«Non mi stai dicendo tutto, Peter.»

Un attimo di pausa. Poi una risposta che lui non avrebbe voluto dare e che lei non avrebbe voluto sentire.

«Tua nipote si droga. In una tasca le abbiamo trovato della cocaina.»

«Quanta?»

«Non a sufficienza per ipotizzare che spacci. Ma se ne deve fare un bel po’ al giorno, se è arrivata al punto di…»

Al punto di prostituirsi per avere i soldi, aveva finito nella sua testa Vivien.

«Dov’è adesso?»

Peter aveva fatto un cenno con la testa verso un punto indefinito lungo la strada.

«Nella mia auto. Una collega la sta tenendo d’occhio.»

Vivien gli aveva stretto una mano. Per trasmettere e per ricevere.

«Grazie, Peter. Sei un amico. Te ne devo non una, ma mille.» Si erano avviati verso la macchina. Vivien aveva percorso quel breve tragitto come una sonnambula, con l’urgenza e il timore di trovarsi di fronte sua nipote, con…

…la stessa ansia con la quale adesso la stava aspettando.

Un rumore di passi alle sue spalle la costrinse a riaprire gli occhi e la riportò a un presente che era solo un poco migliore del passato.

Si alzò e si girò verso l’ingresso. Si trovò di fronte sua nipote. Aveva in mano una sacca sportiva. Era bella come sua madre e come sua madre era in qualche modo stata spezzata. Ma per lei c’era una speranza. Doveva esserci.

John Kortighan era rimasto indietro, sulla soglia. Protettivo e vigile, come sempre. Ma discreto al punto da non voler invadere con la sua presenza quel momento di intimità. Le rivolse un semplice cenno del capo che era nello stesso tempo un saluto e una conferma. Vivien ricambiò il saluto del braccio destro di padre McKean, il sacerdote che aveva fondato Joy, la comunità che in quel momento si stava prendendo cura di Sundance e di altri ragazzi con esperienze come la sua.

Vivien sfiorò con una mano la guancia della nipote. Ogni volta che la incontrava non poteva fare a meno di sentirsi in colpa. Per tutto quello che non aveva fatto. Per essere così impegnata a occuparsi di gente lontana da non capire che chi aveva più bisogno di lei stava a un solo passo di distanza. E che a suo modo aveva chiesto aiuto, senza che nessuno l’ascoltasse.

«È bello rivederti, Sunny. Sei molto bella oggi.»

La ragazza sorrise. C’era nei suoi occhi un’aria maliziosa ma senza provocazione.

«Tu sei bella, Vunny. Io sono splendida, dovresti saperlo.»

Avevano ripreso quel gioco, di quando lei era bambina, di quando si erano scambiate quei soprannomi che ne erano in qualche modo il codice.

Di quando Vivien le pettinava i capelli e le raccontava che un giorno sarebbe diventata una donna splendida. Forse una modella, forse un’attrice.

E insieme immaginavano tutto quello che avrebbe potuto essere.

Tutto, meno quello che effettivamente è stato…

«Che dici, andiamo?»

«Certo. Io sono pronta.»

Aveva sollevato leggermente la sacca che conteneva il cambio di abiti per quei giorni che avrebbero passato insieme.

«Ti sei portata i vestiti da rock?»

«Uniforme al seguito.»

Vivien era riuscita ad avere due biglietti per il concerto degli U2 del giorno dopo, al Madison Square Garden. Sundance era una fan della band e questa circostanza aveva favorito non poco la concessione di quei due giorni di licenza da Joy.

«Allora andiamo.»

Si avvicinarono a John. Era un tipo di statura media, dal fisico energico, vestito con un semplice paio di jeans e una felpa. Aveva un viso aperto, occhi senza sorprese e l’aria propositiva di chi pensa più al futuro che al passato.

«Ciao, Sundance. Ci vediamo lunedì.»

Vivien tese la mano. L’uomo la strinse, con una presa salda.

«Grazie, John.»

«Grazie a te. Divertiti e falla divertire. Andate pure, io mi fermo ancora un poco qui.»

Uscirono, lasciando l’uomo nella calma della chiesa.

La sera aveva cacciato ogni traccia di luce naturale per vestirsi ad arte di luci artificiali. Salirono in macchina e si avviarono verso Manhattan, il trionfo di quel make-up luminoso. Vivien guidava tranquilla e ascoltava quello che la nipote le diceva, lasciando campo libero a qualunque argomento lei decidesse di trattare.

Non nominò la madre e nemmeno la ragazza lo fece, come se per un tacito accordo ogni pensiero oscuro fosse bandito da quel momento. Non era per ingannare o ignorare la memoria. Ognuna delle due custodiva dentro di sé, senza bisogno di dirlo, la certezza che quello che stavano provando a ricostruire non era per loro due soltanto.

Continuarono in quel modo, finché Vivien ebbe la sensazione che a ogni giro delle ruote, a ogni battito del polso, perdevano un poco del loro ruolo di zia e nipote per diventare un poco più amiche. Sentì che qualcosa dentro si scioglieva, che sbiadiva l’immagine di Greta che tormentava i suoi giorni e l’immagine di Sundance nuda fra le braccia di un uomo più vecchio di suo padre che tormentava le sue notti.

Si erano lasciate alle spalle Roosevelt Island e stavano costeggiando l’East River verso Downtown quando accadde. Circa mezzo miglio davanti a loro, sulla destra, di colpo una luce arrivò a sovrapporsi e a cancellare tutte le altre e per un attimo sembrò il concentrato di tutte le luci del mondo.

Poi la strada parve tremare sotto le ruote della macchina e attraverso i finestrini aperti arrivò il rombo avido di un’esplosione.

CAPITOLO 12

Russell Wade era appena rientrato a casa quando all’improvviso un lucido bagliore inatteso arrivò dal Lower East Side. Le grandi finestre dal soffitto al pavimento del soggiorno divennero la cornice di quel lampo, così vivido da sembrare quasi un gioco. Ma il lampo non si spense e continuò ad ardere nascondendo tutte le luci in lontananza. Attraverso il filtro dei vetri antisfondamento arrivò sordo un rombo che non era tuono ma la sua umana distruttiva imitazione. E poi una sinfonia eterogenea di dispositivi d’allarme, messi in funzione dallo spostamento d’aria, isterici senza ferocia, come inutili piccoli cani abbaianti dietro a un’inferriata.

La vibrazione gli fece fare istintivamente un passo indietro. Sapeva quello che era successo. Lo aveva capito subito. L’aveva già visto e provato sulla sua pelle, altrove. Sapeva che quel bagliore significava incredulità e sorpresa, dolore e polvere, urla, feriti, bestemmie e preghiere.

Significava morte.

E, in un bagliore altrettanto improvviso, un flash di immagini e ricordi.

«Robert, ti prego…»

E suo fratello già preso dall’ansia che stava controllando le macchine e gli obiettivi e che i rullini fossero al loro posto nelle tasche del giubbetto.

Senza guardarlo in faccia. Forse si vergognava per questo. Forse nella sua mente stava già vedendo le foto che avrebbe scattato.

«Non succederà nulla, Russell. Tu devi solo stare qui tranquillo.»

«E tu dove vai?»

Robert aveva sentito l’odore della sua paura. Era abituato a quell’odore.

Tutta la città ne era impregnata. Si respirava nell’aria. Come un brutto presentimento che si avvera, come un incubo che non sparisce al risveglio, come le urla di moribondi che non finiscono dopo la loro morte.

Lo aveva guardato con occhi che forse lo vedevano per la prima volta da che erano arrivati a Pristina. Un ragazzo spaventato che non doveva essere lì.

«Devo andare là fuori. Devo esserci.»

Russell aveva capito che non poteva essere che così. E nello stesso momento aveva realizzato che non avrebbe mai potuto, neanche in cento vite, essere come suo fratello. Era tornato in cantina, sotto la botola coperta dal vecchio tappeto farinoso e Robert era uscito dalla porta. Nel sole nella polvere nella guerra.

Era stata l’ultima volta che lo aveva visto vivo.

Come reazione a quel pensiero, corse in camera da letto, dove sulla scrivania era appoggiata una delle sue macchine fotografiche. La prese e tornò alla finestra. Spense tutte le luci per evitare il riflesso e scattò diverse inquadrature di quel bagliore lontano, ipnotico, circondato da un’aura di luce malsana. Sapeva che quelle foto non sarebbero state di nessuna utilità ma lo fece per punire se stesso. Per ricordare chi era, cosa aveva fatto, cosa non aveva fatto.

Erano passati anni da che suo fratello era uscito da quella porta trafitta dal sole, amplificando per qualche istante il ticchettare lontano di raffiche di mitra.

Nulla era cambiato.

Da quel giorno in poi, non c’era stato mattino che non si fosse svegliato con quell’immagine davanti agli occhi e quel suono nelle orecchie. Da allora in poi, ogni suo inutile scatto era stato solo un nuovo fotogramma di quella sua antica paura. Mentre continuava a inquadrare e a premere il pulsante, iniziò a tremare. Un tremito di rabbia, animale, senza gemiti, di puro istinto, come se fosse la sua anima in realtà a rabbrividire dentro di lui e avesse il potere di scuotere e percuotere il suo corpo.

Lo schiocco dell’obiettivo divenne nevrotico

cli-clok

cli-clok

cli-clok

cli-clok

cli-clok

come nella isterica furia omicida di chi ha sparato addosso alla sua vittima

Robert

tutte le cartucce a disposizione e che tuttavia non riesce a smettere di tirare il grilletto e continua, per inerzia dei nervi, ottenendo in cambio solo lo scatto vuoto e secco del percussore.

Basta, cazzo!

Puntuale come una replica dovuta, arrivò dall’esterno il suono acuto e urgente delle sirene.

Lampi senza collera.

Lampi di luce accesa buona sana veloce. Polizia, pompieri, ambulanze.

La città era colpita, la città era ferita, la città chiedeva aiuto. E tutti accorrevano, da tutte le parti, con la rapidità che la misericordia e la civiltà mettevano loro a disposizione.

Russell smise di scattare e al chiarore che proveniva dall’esterno trovò il telecomando del televisore. Lo accese e lo trovò automaticamente sintonizzato su NY1. In quel momento erano in programma le previsioni del tempo. La trasmissione fu interrotta due secondi dopo che lo schermo si era illuminato. L’uomo davanti alle cartine con il sole e la pioggia fu sostituito senza preavviso da un primo piano di Faber Andrews, uno degli anchorman del canale. Una voce profonda, un volto serio e compreso nella situazione, non per mestiere, ma per umanità.

«Abbiamo appena avuto notizia che una forte esplosione ha sconvolto un palazzo nel Lower East Side di New York City. Le prime voci parlano di un numero imprecisato di vittime, ma che pare piuttosto elevato. Non abbiamo modo di riportare altro. Attualmente non conosciamo le cause e i motivi di questo fatto funesto che speriamo in seguito di poter ridimensionare nella sua gravità e non dover definire criminale. Il ricordo di avvenimenti altrettanto luttuosi del recente passato è ancora nel ricordo di tutti. In questo momento tutta la città, tutta l’America, forse tutto il mondo stanno aspettando con il fiato sospeso di sapere. I nostri corrispondenti si sono già mossi per raggiungere il luogo dell’incidente e fra poco saremo in grado di darvi notizie più aggiornate. Per ora è tutto.»

Russell si spostò sulla CNN. Anche qui stavano dando un annuncio che, con visi e parole differenti, era nel senso uguale a quello di NY1. Tolse l’audio, lasciando alle immagini il compito di riferire. Rimase seduto sul divano davanti al televisore, con la sola lanugine luminosa dello schermo a fargli compagnia. Le luci della città oltre le vetrate sembravano provenire dal freddo e dalla lontananza dello spazio siderale. E in basso, a sinistra, c’era quella luce da sole assassino a divorare tutte le altre stelle. Quando i suoi gli avevano regalato quell’appartamento, era stato contento di essere al ventinovesimo piano e che da lì ci fosse una vista stupenda su tutta Downtown, con il Brooklyn e il Manhattan Bridge sulla sinistra e il Flatiron a destra e il New York Life Insurance Building proprio di fronte a lui.

Ora quella vista era solo un altro motivo di angoscia.

Tutto era successo così in fretta. Tutto era andato così veloce da che era stato rilasciato dopo la notte in prigione. Eppure, se ci ripensava, le immagini nella sua testa si muovevano come al rallentatore. Era chiaro ogni istante, ogni sfumatura, ogni colore, ogni sensazione. Come una condanna a rivivere quegli istanti all’infinito.

Come fosse di nuovo e per sempre Pristina.

Il viaggio dal Distretto di Polizia a casa era iniziato in silenzio. E secondo le sue intenzioni, così avrebbe dovuto essere per tutto il tempo.

L’avvocato Corneill Thornton, un vecchio amico di famiglia, lo aveva capito e fino a un certo punto si era adeguato.

Poi la tregua era finita. Ed era arrivato l’attacco.

«Tua madre è molto in pensiero per te.»

Senza guardarlo, Russell aveva risposto con un’alzata di spalle.

«Mia madre è sempre in pensiero per qualcosa.»

Gli erano venuti in mente la figura inappuntabile e il viso levigato di Margareth Taylor Wade, appartenente all’alta borghesia di Boston, che nella scala di valori di quella città poteva essere considerata una vera e propria aristocrazia. Boston era la città più europea di tutta la East Coast, forse d’America. Dunque la più esclusiva. E lei ne era una delle rappresentanti di maggiore spicco. Margareth si muoveva con grazia ed eleganza nel mondo con il suo viso dolce da donna che non meritava quello che la vita le aveva riservato: un figlio ucciso durante un reportage di guerra nell’ex Jugoslavia e l’altro protagonista di una vita che, se possibile, era un dolore ancora peggiore.

Forse non si era mai ripresa, né da una cosa né dall’altra. Ma continuava la sua vita di distinzione e memoria perché erano imprescindibili da lei. Con suo padre, Russell non parlava dal giorno successivo a quella maledetta faccenda del Pulitzer.

Dal loro atteggiamento nei suoi confronti, fin dai primi tempi, Russell aveva sempre ricavato un sospetto. Forse ognuno dei due pensava che era morto il fratello sbagliato.

L’avvocato aveva continuato nel suo approccio, che Russell sapeva benissimo dove sarebbe arrivato.

«Le ho detto che sei ferito. Lei pensa sarebbe opportuno che tu ti facessi vedere da un medico.»

A Russell venne da sorridere.

Opportuno…

«Mia madre è ineccepibile. Oltre che la parola giusta al momento giusto, sa sempre scegliere anche la più elegante.»

Thornton si era appoggiato allo schienale di cuoio. Le sue spalle si erano rilassate come succede di fronte alle situazioni senza speranza.

«Russell, io ti conosco da quando eri un ragazzino. Non pensi che…»

«Avvocato, lei non è qui per condannare o per assolvere. Per quello ci sono i giudici. Né per farmi prediche. Per quello ci sono i preti. Lei deve solo tirarmi fuori dai pasticci, quando le viene richiesto.»

Russell si era girato a guardarlo con un mezzo sorriso.

«Mi pare che sia pagato per farlo. Profumatamente, con una parcella oraria che è il corrispettivo del salario settimanale di un operaio.»

«Tirarti fuori dai pasticci, dici? È quello che continuo a fare.

Ultimamente mi pare che accada più sovente di quanto sia legittimo aspettarsi.»

L’avvocato aveva fatto una pausa. Come per decidere se dire o non dire.

Infine aveva scelto la prima soluzione.

«Russell, ognuno ha il diritto, sancito dalla Costituzione e dal suo cervello, di distruggersi come meglio crede. E tu hai una fantasia estremamente creativa, in quella direzione.»

Lo aveva guardato negli occhi e da avvocato difensore si era trasformato in compiaciuto carnefice.

«Da ora in poi, sarò lieto di rinunciare alla parcella. Dirò a tua madre, quando servirà, di rivolgersi altrove. E me ne starò seduto, con un sigaro e un bicchiere di buon whisky in mano, a guardare lo spettacolo della tua demolizione.»

Null’altro era stato detto perché null’altro c’era da dire. La limousine lo aveva lasciato davanti a casa, sulla 29sima, fra la Park e la Madison. Era sceso senza salutare e senza aspettare un saluto. Il tutto alla luce di un velato disprezzo umano e di una efficace indifferenza professionale. Era salito nel suo appartamento, dopo aver afferrato al volo le chiavi che gli tendeva il doorman. Aveva appena aperto la porta che il telefono si era messo a squillare. Russell era certo di sapere chi era. Aveva sollevato la cornetta e aveva detto

«Pronto?»

aspettandosi di sentire una voce. E quella voce era arrivata.

«Ciao, fotografo. Ti ha detto male ieri, eh? Al gioco e con gli sbirri.»

Russell aveva visualizzato un’immagine. Un uomo di colore, grosso, con perenni occhiali scuri e con un doppio mento che il pizzetto cercava invano di mascherare, la mano piena di anelli che reggeva un cellulare, sprofondato nel sedile posteriore della sua Mercedes.

«LaMarr, non sono nello stato d’animo giusto per sentire le tue stronzate. Che vuoi?»

«Lo sai che voglio, giovanotto. Soldi.»

«In questo momento non li ho.»

«Bene. Temo che farai meglio ad averli quanto prima.»

«Che hai intenzione di fare? Spararmi?»

Dall’altra parte era arrivata una risata piena di forza e di scherno. E una minaccia ancora più umiliante.

«La tentazione è forte. Ma non sono così scemo da metterti in una cassa con in tasca i cinquantamila dollari che mi devi. Semplicemente ti manderò un paio di miei ragazzi che ti spiegheranno alcune cose della vita. Poi ti lascerò il tempo di guarire. E poi te li manderò di nuovo, finché li accoglierai con in mano i miei soldi, che nel frattempo saranno diventati sessantamila, se non di più.»

«Sei un pezzo di merda, LaMarr.»

«Sì. E non vedo l’ora di dimostrarti fino a che punto. Ciao, fotografo delle mie chiappe. Prova con La Ruota della Fortuna, magari ti andrà meglio.»

Russell aveva riattaccato, le mascelle contratte, annegando nei fili l’eco della risata di LaMarr Monroe, uno dei più grandi figli di puttana che popolavano le notti di New York. Purtroppo, Russell sapeva che non parlava a vanvera. Era un tipo che manteneva quello che prometteva, specie quando correva il rischio di perdere la faccia.

Era andato in camera da letto e si era spogliato, gettando i vestiti a terra. La giacca strappata era finita nella spazzatura. Si era spostato in bagno, si era imposto di farsi una doccia e la barba, con la tentazione di mettere la schiuma sullo specchio invece che sul viso. Per non vedere la sua faccia. Per non vedere la sua espressione. Dopo, si era trovato da solo in casa. E per lui quella definizione significava essere a casa senza nulla da bere, senza un tiro di cocaina e senza un centesimo in tasca.

L’appartamento in cui viveva era ufficiosamente suo ma in realtà era intestato a una società della famiglia. Anche i mobili erano stati scelti con gusto da un arredatore pagato da sua madre fra la vasta scelta a prezzo popolare dell’Ikea e di altri magazzini simili. Il motivo era semplice. Tutti sapevano che Russell si sarebbe rivenduto qualunque cosa di valore con cui fosse venuto a contatto e che i soldi li avrebbe investiti a un tavolo da gioco.

Cosa che era successa con regolarità in passato.

Auto, orologi, quadri, tappeti.

Tutto.

Con furia distruttiva e precisione maniacale.

Russell si era seduto su un divano. Avrebbe potuto telefonare a Miriam o a un’altra delle modelle che frequentava in quel periodo, ma averle in giro per casa significava a un certo punto essere in grado di mettere sul piano del tavolo un poco di polverina bianca. E avere il denaro per portarle fuori. In quel momento, in cui non aveva niente dentro, sentiva il desiderio di avere almeno delle cose intorno. E ognuna di quelle cose costava denaro. Un pensiero aveva attraversato la sua mente.

O meglio, un nome.

Ziggy.

Aveva conosciuto quell’ometto stinto diversi anni prima. Era un informatore di suo fratello, uno che a volte gli faceva soffiate su movimenti interessanti di quella vita della città che lui definiva «oltre la linea di frontiera», quelli che era giusto sapere perché ogni fatto poteva diventare notizia. Dopo la morte di Robert erano rimasti in contatto, per motivi ben diversi. Uno dei quali era che, in memoria di suo fratello, gli procurava quello che gli serviva e gli faceva credito. E qualche piccolo prestito quando, come adesso, era con l’acqua alla gola. Russell ignorava il motivo di quell’attaccamento e di quella fiducia. Ma era un dato acquisito e quando era necessario ne approfittava.

Purtroppo Ziggy non usava il cellulare e la trafila per arrivare a lui era troppo lunga. Dopo alcuni passeggi nervosi fra il soggiorno e la camera da letto, aveva preso una decisione. Era sceso in garage e aveva tirato fuori la macchina, che guidava di rado e malvolentieri. Forse perché era una Nissan da poche migliaia di dollari e sul libretto di circolazione non c’era il suo nome. Controllò che nel serbatoio ci fosse benzina a sufficienza per l’andata e il ritorno. Sapeva dove abitava Ziggy e si era avviato seguendo gli strattoni del traffico verso Brooklyn. Il viaggio era stato una specie di automatismo. Aveva visto scorrere la città senza vederla, per ripagare il fatto che la città non vedeva lui.

Il labbro gli faceva male e gli occhi gli bruciavano, nonostante gli occhiali da sole.

Aveva passato il ponte ignorando gli skyline di Manhattan e di Brooklyn Heights e si era addentrato nei quartieri dove gente qualunque viveva una vita qualunque. Posti senza illusioni e senza risultati, disegnati a tratto ruvido con i colori sbiaditi della realtà, posti che frequentava spesso perché erano quelli in cui nascevano le bische clandestine e dove chiunque poteva trovare quello che gli serviva.

Bastava avere pochi scrupoli e parecchio denaro.

Era arrivato a casa di Ziggy quasi senza accorgersene. Aveva parcheggiato poco oltre l’edificio e dopo alcuni passi si era trovato a spingere la porta d’ingresso e a scendere i gradini che portavano al seminterrato. Qui non c’erano portieri e il citofono era una formalità ormai superata da tempo. In fondo alla scala aveva piegato a sinistra. I muri erano fatti di mattoni industriali verniciati frettolosamente di un colore che un tempo doveva essere stato beige. Le pareti erano tutte macchiate e c’era nell’aria odore di cavolo lesso e di umidità. Appena girato l’angolo, si era trovato di fronte una sequenza di porte marrone sbiadito. Una persona stava uscendo da quella verso cui era diretto, in fondo al corridoio, sulla destra. Un uomo con una giacca militare verde e un cappuccio blu alzato a coprire la testa, che si era mosso a passo deciso verso l’altra parte del corridoio, per sparire dietro l’angolo opposto, sulla scala che portava all’ingresso sul cortile.

Russell non ci aveva fatto molto caso. Aveva pensato fosse solo uno dei mille contatti che doveva avere ogni giorno quel trafficone di Ziggy.

Quando era arrivato all’altezza dell’uscio, aveva trovato il battente accostato. Aveva spinto la maniglia e il suo sguardo aveva inquadrato la stanza e poi tutto era successo con la velocità di un lampo e la scansione a fotogrammi di una moviola.

Ziggy in ginocchio a terra con la camicia tutta macchiata di sangue che stava cercando di tirarsi in piedi aggrappandosi a una sedia

lui che si avvicinava e la mano scarna dell’uomo arpionata al suo braccio Ziggy appoggiato al bordo del tavolo con la mano tesa verso la stampante

lui che non capiva

Ziggy con il dito che premeva un tasto lasciando una traccia rossa lui che ascoltava senza sentire il fruscio del foglio stampato che usciva sul carrello

Ziggy con in mano una foto

lui terrorizzato

e infine Ziggy che con una contrazione aveva gettato fuori l’ultimo respiro e l’ultimo fiotto di sangue dalla bocca aperta. Era caduto a terra con un rumore sordo e Russell si era trovato in piedi, in mezzo alla stanza, con in mano una foto in bianco e nero e un foglio stampato, tutti e due macchiati di rosso.

E negli occhi l’immagine di suo fratello steso insanguinato nella polvere.

Muovendosi come un manichino, senza alcuna coscienza dei suoi gesti, aveva infilato il foglio e la foto in una tasca. Poi, seguendo la logica e l’istinto degli animali, era fuggito lasciando la ragione dietro di sé, in quel posto che sapeva di cavolo lesso e di umidità e di presente e di passato.

Aveva raggiunto la macchina senza incontrare nessuno. Era partito imponendosi di non andare veloce per non attirare l’attenzione. Aveva guidato come in trance fino a che il respiro era tornato normale e il battito del cuore una anomalia risolta. A quel punto aveva fermato la macchina in un vicolo e si era messo a riflettere. Si era detto che fuggendo aveva fatto senza dubbio una scelta istintiva ma nello stesso momento era certo che fosse anche la scelta sbagliata. Avrebbe dovuto chiamare la Polizia.

Ma questo significava dover spiegare il motivo della sua presenza lì e della sua frequentazione con Ziggy. E quel trafficone in chissà quali pasticci si era infilato. Inoltre era possibile che il tipo con la giacca verde potesse essere la persona che aveva accoltellato quel poveraccio. L’idea che potesse, per un motivo qualunque, decidere di tornare indietro non era una bella prospettiva. Non voleva essere un secondo cadavere adagiato acconto a quello di Ziggy.

No. Meglio fare finta di nulla. Nessuno l’aveva visto, non aveva lasciato tracce dietro di sé e da quelle parti era pieno di gente che si faceva i fatti suoi. Inoltre, ogni abitante del quartiere aveva per natura una certa riluttanza ad aprirsi con i poliziotti.

Mentre rifletteva e decideva che linea seguire, si era accorto che la manica destra della giacca era macchiata di sangue. Aveva svuotato le tasche gettando ogni cosa sul sedile del passeggero. Aveva controllato che non ci fosse nessuno nei paraggi quindi era sceso a buttare l’indumento in un cassonetto dei rifiuti. Con un cenno di autoironia che lo aveva sorpreso, date le circostanze, si era detto che al ritmo di due giacche gettate al giorno, presto avrebbe avuto seri problemi con il guardaroba.

Era salito in macchina ed era tornato a casa. Dal garage, con l’ascensore era salito direttamente al suo piano. Questo avrebbe evitato al portiere la fatica di ricordare che era uscito con la giacca ed era rientrato in maniche di camicia.

Aveva appena appoggiato la sua roba sul tavolo quando era arrivata l’esplosione.

Si alzò dal divano e andò a riaccendere la luce, gli occhi rivolti al bagliore a est e il pensiero che non riusciva a staccarsi da quello che era successo nel pomeriggio. Gli venne da chiedersi una cosa, ora che ragionava a mente fredda. Perché Ziggy aveva impiegato le ultime forze e gli ultimi momenti di vita per stampare quel foglio rimasto in sospeso e per metterlo fra le sue mani insieme alla foto? Cosa c’era sopra di tanto importante da giustificare quel comportamento?

Si avvicinò al tavolo, prese la foto e la fissò per qualche istante, senza sapere chi fosse e senza capire che cosa potesse significare quel viso di ragazzo bruno che reggeva in mano un gatto nero. Il foglio invece era la fotocopia di una lettera scritta a mano, con un tratto senza dubbio maschile. Iniziò a leggere, cercando di decifrare la calligrafia ruvida e imprecisa.

E mentre scorreva le parole e ne capiva il senso, si ripeteva che non poteva essere vero. Dovette rileggerla tre volte per convincersi. Dopo, senza fiato, appoggiò di nuovo la lettera e la foto sul tavolo, con la sola macchia del sangue di Ziggy a confermare che invece era tutto reale, che non si trattava di un sogno.

Ritornò a rivolgere lo sguardo verso l’incendio che continuava ad ardere laggiù in fondo.

Aveva la testa confusa. Mille pensieri gli attraversavano la mente senza che riuscisse a fissarne nemmeno uno. L’annunciatore di NY1, prima, non aveva detto l’indirizzo preciso del posto dove quel palazzo si era disintegrato. Di certo lo avrebbero riferito in un notiziario successivo.

Lo doveva assolutamente sapere.

Tornò sul divano e ridiede voce al televisore per avere ulteriori informazioni dai telegiornali. Senza sapere bene se aspettarsi una smentita o una conferma.

Rimase lì, chiedendosi se il vuoto nel quale si sentiva precipitare fosse la morte. Se suo fratello provava la stessa cosa, ogni volta che si avvicinava a una notizia o stava per scattare una delle sue foto. Nascose il viso fra le mani e nella penombra delle palpebre chiuse si rivolse all’unica persona che avesse davvero contato qualcosa per lui. Come ultimo appiglio, cercò di immaginare quello che avrebbe fatto Robert Wade se si fosse trovato nella sua situazione.

CAPITOLO 13

Padre Michael McKean era seduto su una poltrona davanti a un vecchio televisore, nella sua camera a Joy, la sede della comunità che aveva fondato a Pelham Bay. Era una stanza all’ultimo piano, un abbaino con parte del soffitto a spiovere, i muri bianchi e un pavimento di larghe tavole di abete. Nell’aria c’era ancora un vago sentore dell’impregnante con cui era stato trattato, una settimana prima. I mobili da poco prezzo che componevano l’arredamento spartano erano stati recuperati dove capitava.

Tutti i volumi appoggiati sulla libreria, sulla scrivania e sul tavolino da notte erano arrivati in quella casa seguendo lo stesso percorso. Molti erano regali dei parrocchiani, alcuni fatti espressamente a lui. Tuttavia, padre McKean per sé aveva sempre scelto le cose più usurate e compromesse.

Un poco per il suo carattere ma soprattutto perché, se c’era la possibilità di avere una miglioria nella vita di tutti i giorni, preferiva che fossero i ragazzi a beneficiarne. Le pareti erano spoglie, a parte il crocifisso sopra il letto e la macchia di un unico poster. Riproduceva il dipinto in cui Van Gogh aveva ritratto con i suoi colori inventati e la sua prospettiva da visionario la povertà della sua stanza nella Casa Gialla ad Arles. Pur essendo due ambienti completamente differenti, entrando si aveva l’impressione che quelle due stanze si comprendessero, che in qualche modo comunicassero e che quel quadro sul muro bianco fosse in realtà un’apertura attraverso la quale era possibile avere accesso a un posto lontano e a un tempo diverso.

Oltre i vetri della finestra senza tende, si intravedeva il mare riflettere l’azzurro ventoso del cielo di fine aprile. Quando era bambino, in giornate serene come quella, sua madre gli diceva che il sole dava all’aria un colore come gli occhi degli angeli e che il vento non permetteva loro di piangere.

Una piega amara diede una nuova forma alla sua bocca e una diversa espressione al suo viso. Quelle parole piene di fantasia e colore erano state trasmesse a una mente ancora così pulita da saperle raccogliere e trattenere nella memoria per sempre. Ma il notiziario della CNN in quel momento aveva altre parole e altre immagini per il suo presente, chiamate a comporre per la memoria futura scene che da sempre solo la guerra aveva il triste privilegio di rappresentare.

E la guerra, come tutte le epidemie, prima o poi arrivava dappertutto.

In primo piano c’era il viso di Mark Lassiter, un inviato dal viso consapevole eppure come incredulo per quello che stava vedendo e dicendo, che portava sotto gli occhi e nei capelli e sul colletto della camicia il segno di una notte passata in bianco. Dietro di lui le macerie di un palazzo sventrato dalle quali uscivano ancora delle beffarde volute di fumo grigiastro, figlie morenti delle fiamme che avevano illuminato a lungo l’oscurità e lo sgomento degli uomini. I vigili del fuoco avevano lottato tutta la notte per sedarle e ancora adesso, su un lato, i lunghi getti degli idranti indicavano che l’opera non era del tutto finita.

«Quello che vedete alle mie spalle è il palazzo che ieri sera è stato parzialmente distrutto da una fortissima esplosione. Gli esperti, dopo una prima sommaria indagine, sono ancora all’opera per stabilirne le cause.

Finora nessuna rivendicazione è arrivata a stabilire se si tratti di un attentato di stampo terroristico o di un semplice per quanto tragico incidente. La sola cosa certa è che il bilancio delle vittime e dei dispersi è piuttosto elevato. I soccorritori stanno lavorando senza sosta e senza risparmio di mezzi per estrarre da sotto le macerie i corpi di quanti hanno perso la vita con la speranza mai spenta di trovare eventuali superstiti.

Ecco le impressionanti immagini dalla telecamera montata sul nostro elicottero che mostrano senza bisogno di eccessivi commenti l’entità di questa tragedia che sta sconvolgendo la città e l’intero Paese e che riporta alla mente altre immagini e altre vittime che gli uomini e la storia non smetteranno mai di ricordare.»

L’inquadratura era cambiata e la voce di Lassiter si trovò a fare da sottofondo a delle riprese aeree. Vista dall’alto, la scena era ancora più straziante. L’edificio, una costruzione in mattoni rossi di ventidue piani, era stato stroncato a metà in senso longitudinale dall’esplosione. La parte destra aveva collassato ma, invece di far implodere l’edificio, era scivolata di lato lasciando uno spuntone eretto come un dito a indicare il cielo. La linea di frattura era netta al punto tale che su quel fianco si vedevano le stanze senza la parete esterna e residui di mobili e di quegli oggetti che significavano per gli essere umani la vita di tutti i giorni.

All’ultimo piano, un lenzuolo bianco era rimasto infilato su un traliccio e adesso si muoveva desolato al vento e allo spostamento d’aria delle pale dell’elicottero, come una bandiera di resa e di lutto. Fortunatamente la parte che si era staccata era scivolata verso una zona alberata, un piccolo parco con giochi per i bambini, un campo da basket e due da tennis, che aveva accolto le macerie evitando di colpire altri edifici e di far aumentare il numero delle vittime. L’esplosione, sfogandosi verso il lato dell’East River, aveva ignorato gli edifici dalla parte opposta, anche se tutti i vetri, per un discreto raggio, erano stati polverizzati dallo spostamento d’aria.

Intorno al palazzo ferito e fra le sue macerie, era un delirio colorato di mezzi di soccorso e di uomini che si affannavano pieni di vigore e di speranza in quella lotta contro il tempo.

Il commentatore tornò in primo piano sostituendo il proprio viso a quelle immagini di desolazione e morte.

«Il sindaco Wilson Gollemberg ha decretato lo stato di emergenza e si è precipitato sulla scena del disastro. Ha partecipato attivamente per tutta la notte alle operazioni di soccorso. Abbiamo una sua prima dichiarazione, registrata ieri sera subito dopo il suo arrivo sul posto.»

Ancora un cambio di inquadratura, con quel tanto di perdita di qualità che una registrazione fatta in quelle condizione comportava. Il sindaco, un uomo alto e dal viso aperto che dava l’impressione di vibrare di ansia e nello stesso tempo trasmettere fiducia e fermezza, era illuminato dalle luci bianche e immobili delle telecamere, che combattevano il controluce di fiamme senza legge alle sue spalle. In quel momento di confusione e di emergenza aveva rilasciato poche parole a commento di quello che era appena successo.

«Per ora non è possibile fare bilanci e trarre conclusioni. Una sola cosa posso promettere, da sindaco a tutti miei cittadini e da americano a tutti gli americani. Se esistono uno o più responsabili di questo atto nefando, voglio che sappiano fin da ora che per loro non ci sarà scampo. La loro viltà e la loro ferocia avranno la punizione che si meritano.»

Ancora il telecronista in diretta da un luogo che per molta gente non sarebbe stato mai più lo stesso.

«Per il momento è tutto dal Lower East Side di New York. Una conferenza stampa è prevista a breve. Vi chiederò la linea se ci saranno ulteriori sviluppi. Qui Mark Lassiter, a voi studio.»

L’immagine e la risposta degli anchorman seduti alla scrivania nello studio arrivarono in contemporanea allo squillo del cellulare, posato su un tavolino accanto alla poltrona. Il sacerdote tolse l’audio al televisore e rispose alla chiamata. Dall’apparecchio uscì la voce leggermente sfocata dall’emozione di Paul Smith, il parroco di Saint Benedict.

«Michael, stai vedendo la televisione?»

«Sì.»

«È terrificante.»

«Sì, lo è.»

«Tutta quella gente. Tutti quei morti. Tutta quella disperazione. Non riesco a capacitarmi. Cosa può avere in mente chi ha fatto una cosa del genere?»

Padre McKean si trovò vittima di una strana e desolata stanchezza, quella che colpisce l’umanità di un uomo quando è costretta a fronteggiare la completa assenza di umanità in altri uomini.

«C’è una cosa della quale temo dobbiamo renderci conto, Paul. L’odio non è più un sentimento. Ormai sta diventando un virus. Quando arriva a infettare l’animo, la mente si perde. E le difese delle persone sono sempre più deboli.»

Dall’altra parte ci fu un attimo di silenzio, come se il vecchio sacerdote stesse riflettendo sulle parole che aveva appena udito. Poi espresse un dubbio, che forse era il vero motivo della sua chiamata.

«Con quello che è appena successo credi sia il caso di celebrare la messa solenne? Non pensi che una cosa in tono più dimesso sarebbe meglio, viste le circostanze?»

Nella parrocchia di Saint Benedict, quella delle dieci e quarantacinque era la più importante delle messe della domenica. Per questo negli orari in bacheca era definita messa solenne. Sulla tribuna sopra l’ingresso della chiesa, dove era sistemato l’organo a canne, prendeva posto il coro. Altri vocalist durante la funzione cantavano salmi direttamente sull’altare.

L’inizio della funzione comprendeva una piccola processione alla quale, oltre l’officiante e quattro chierichetti in tunica bianca, partecipavano anche alcuni fedeli, sempre diversi, scelti fra i parrocchiani.

McKean ci pensò un attimo e scosse la testa, come se dall’altra parte il parroco lo potesse vedere.

«Non credo, Paul. Io penso che la messa solenne, proprio oggi, sia nello stesso tempo una presa di posizione e una risposta precisa a questa barbarie. Da qualunque parte arrivi. Non smetteremo di pregare Dio nel modo che riteniamo più degno. E nello stesso modo solenne renderemo onore alle vittime innocenti di questa tragedia.»

Fece una breve pausa, prima di proseguire.

«L’unica cosa che credo si potrebbe fare è cambiare la lettura. Nella liturgia di oggi è previsto un passo dal Vangelo secondo Giovanni. Io lo sostituirei con il Discorso della Montagna. Le Beatitudini, intendo. Fa parte del vissuto di tutti, anche dei non credenti. Io penso sia molto significativo in una giornata come questa, in cui la misericordia non deve essere sopraffatta dall’ansia istintiva di rivalsa. La vendetta è la giustizia imperfetta di questo mondo. Noi parliamo alla gente di una giustizia che non è terrena e dunque non contaminata dall’errore.»

Dall’altra parte ci fu un istante di silenzio.

«Luca o Matteo?»

«Luca. Il passaggio di Matteo comprende una parte di ritorsione che non è in linea con quelli che sono i nostri sentimenti. E le cantate potrebbero essere The whole world is waiting for love e Let the valley be raised. Ma per questo ritengo giusto consultarsi anche con il maestro Bennett, il direttore del coro.»

Ancora una pausa e poi il sollievo del dubbio fugato nella risposta del parroco.

«Sì, penso che tu abbia ragione. C’è solo una cosa che ti chiederei. E sono certo di interpretare il parere di tutti.»

«Dimmi.»

«Vorrei fossi tu a tenere il sermone, durante la messa.»

Padre McKean ebbe un istintivo moto interiore di tenerezza. Il reverendo Smith era una persona sensibile e fragile, facile alla commozione. Sovente la sua voce si spezzava, quando doveva affrontare argomenti che coinvolgevano a fondo la sua sensibilità.

«Va bene, Paul.»

«A fra poco, allora.»

«Parto fra pochi minuti.»

Appoggiò il cellulare sul tavolino, si alzò e andò alla finestra. Rimase con le mani nelle tasche a guardare senza vederlo il giornaliero panorama della sua finestra. Forme e colori di sempre, familiari, mare vento alberi, che quel giorno sembravano estranei spettatori di un mondo a parte, immagini senza comprensione e difficili da comprendere. Il servizio che aveva appena visto in televisione continuava a sovrapporsi a quello che aveva davanti agli occhi. Gli tornarono in mente i tempi feroci intorno all’11 Settembre, il giorno che aveva cambiato il tempo e il mondo da prima a dopo.

Ripensò a quanti crimini erano stati commessi in nome di Dio, quando Dio non c’entrava per nulla. Di qualunque dio si stesse parlando. D’istinto, a Michael McKean, l’uomo e non il sacerdote, venne da chiedersi una cosa.

Qualche tempo prima, Giovanni Paolo II aveva chiesto scusa al mondo per il comportamento della Chiesa cattolica di circa quattrocento anni prima, all’epoca dell’Inquisizione. Fra quattrocento anni, di che cosa il Papa di allora avrebbe chiesto scusa per quello che stavano facendo adesso? Di cosa avrebbero chiesto scusa tutti gli uomini che nel mondo professavano una fede?

La fede era un dono, come l’amore e l’amicizia e la fiducia. Non poteva nascere dalla ragione. La ragione poteva solo, in certi casi, aiutare a tenerla viva. Era l’altro binario, quello che correva parallelo in una direzione che non era dato sapere. Ma se la fede faceva perdere la ragione, si perdevano con lei l’amore, l’amicizia, la fiducia, la bontà.

E dunque la speranza.

Aveva intorno a sé, da che Joy era nata, ragazzi in cui quello era stato un sentimento sconosciuto fin dall’inizio o perduto nel corso del loro breve e infelice viaggio. Quello che avevano avuto, in cambio della speranza, era stata una terribile sicurezza. Che la vita fosse fatta di vicoli, di espedienti, di penombra, di desideri mai realizzati, di botte, di affetto negato, di cose belle riservate ad altri. Che andando contro la vita e contro se stessi nulla avevano da perdere, perché nel nulla vivevano.

E così in quel nulla molti si perdevano.

Bussarono alla porta. Il sacerdote lasciò la finestra e andò ad aprire. Nel riquadro si trovò davanti la figura di John Kortighan, il responsabile laico di Joy. La positività fatta persona. E Dio sapeva di quanta positività ci fosse bisogno ogni giorno in un posto come quello.

John si occupava di tutti gli aspetti pratici di una struttura che era, sotto un profilo tecnico, abbastanza semplice da gestire ma nello stesso tempo, per diversi motivi, parecchio complessa. Era organizzatore, amministratore, procuratore e un sacco di altre cose che finivano per «ore», non ultima quella di essere un vero signore. Quando aveva accettato di occuparsi di Joy in cambio di uno stipendio non molto elevato e non sempre puntuale, il reverendo McKean si era trovato dapprima incredulo e in seguito euforico, come davanti a un bel regalo inatteso. Non si era sbagliato nel valutarlo e non aveva mai avuto ragione di pentirsi della sua scelta.

«I ragazzi sono pronti, Michael.»

«Molto bene. Andiamo.»

Prese la giacca dall’attaccapanni, uscì dalla stanza e accostò la porta.

Non si curò di chiudere a chiave. A Joy non esistevano chiavistelli o serrature. Quello che aveva da sempre cercato di trasmettere ai suoi ragazzi era che non si trovavano in un carcere ma in un luogo dove la libera scelta governava le azioni e i movimenti di tutti. Ognuno di loro era autonomo e in qualunque momento poteva lasciare la comunità, se lo avesse ritenuto opportuno. Molti di loro erano approdati a Joy proprio perché nel posto in cui vivevano prima si erano sentiti imprigionati.

Padre McKean ne era conscio e sapeva che la battaglia contro la droga era lunga e difficile. Sapeva che ognuno dei suoi ragazzi lottava contro una necessità fisica che poteva trasformarsi in un autentico malessere. Nello stesso tempo ognuno doveva confrontarsi con tutto quello che, dentro e intorno a lui, lo aveva spinto nella peggiore delle oscurità, quella in cui ci si può trovare anche quando non è buio. Con la certezza che il supplizio fisico poteva cessare e tutto il resto poteva essere nascosto o scordato col semplice gesto di prendere una pastiglia, aspirare della polvere bianca, infilarsi un ago nelle vene.

A volte, purtroppo, qualcuno non ce la faceva. Qualche mattino si svegliavano e si trovavano di fronte a un letto vuoto e a una sconfitta che era difficile assorbire e metabolizzare. In quel momento erano gli altri ragazzi che si stringevano intorno a lui. Quella dimostrazione di affetto e di fiducia dava senso a tutte le cose e la forza per continuare, con molta amarezza e un poco di esperienza in più.

Mentre scendevano le scale, John non riuscì a evitare un commento a quello che era successo la sera prima a Manhattan. Probabilmente non si stava parlando d’altro, nel mondo.

«Hai visto i notiziari?»

«Non tutti ma parecchi.»

«Io stamattina ho avuto da fare. Ci sono stati sviluppi?»

«No. O almeno non sviluppi a conoscenza della stampa.»

«Secondo te chi è stato? Terroristi islamici?»

«Non saprei. Non sono riuscito a farmi un’idea precisa. Probabilmente nessuno è riuscito a farsela. L’altra volta la rivendicazione è stata immediata.»

Non era il caso di specificare. Tutti e due sapevano quale potesse essere definita l’altra volta.

«Ho un cugino in Polizia, proprio in un Distretto nel Lower East Side.

L’ho sentito stamattina. Era sul posto. Non ha potuto sbilanciarsi ma ha detto che è una gran brutta faccenda.»

John si fermò un istante sull’ultimo pianerottolo, come se quello che stava per dire necessitasse di una precisazione.

«Voglio dire, molto più brutta di quanto sembra.»

Ripresero a scendere e arrivarono al fondo delle scale in silenzio. Tutti e due chiedendosi che cosa al mondo avesse il potere di trasformare un fatto di sangue come quello in qualcosa di ancora peggiore. Attraversarono la cucina attrezzata per i bisogni di una comunità di una trentina di persone, dove tre ragazzi di turno e la signora Carraro, la cuoca, stavano lavorando per preparare il pasto della domenica.

Era un locale piuttosto ampio, che dava sul retro della casa, illuminato da grandi finestre, con i fuochi al centro sotto la cappa di aspirazione e i banconi e i frigoriferi ai lati.

Padre McKean si avvicinò a un fornello, affiancandosi alla donna che gli dava le spalle e che non l’aveva visto arrivare. Sollevò il coperchio e lasciò che una voluta di vapore profumato di sugo salisse a perdersi nella cappa.

«Buongiorno signora Carrara, con che cosa ci avvelenate oggi?»

Janet Carraro, una donna di mezza età dalle forme abbondanti e, per sua stessa definizione, a due libbre dall’essere grassa, ebbe un sobbalzo. Si pulì le mani sul grembiule, tolse il coperchio dalle mani del sacerdote e lo riappoggiò sulla pentola.

«Padre McKean, per sua norma e regola questo è un sugo che può considerarsi un peccato di gola.»

«Dunque oltre che per i nostri corpi dobbiamo temere per le nostre anime?»

I ragazzi che stavano pulendo e affettando delle verdure su un tagliere di legno dall’altra parte della stanza sorrisero. Quel tipo di schermaglie era abituale fra i due, una piccola rappresentazione frutto del reciproco affetto a uso e consumo del divertimento comune. La cuoca prese un cucchiaio di legno, lo intinse nel sugo e lo porse con aria di sfida al sacerdote.

«Tenga e constati di persona, uomo di poca fede. E si ricordi san Tommaso.»

McKean avvicinò il cucchiaio alle labbra soffiando per raffreddarlo e poi lo infilò in bocca. L’aria dubbiosa dei primi istanti venne sostituita da un’espressione estatica. Riconobbe subito il sapore robusto del sugo all’amatriciana della signora Carrara.

«Le chiedo scusa, signora Carrara. Questo è il miglior ragù che abbia mai assaggiato.»

«È un sugo all’amatriciana.»

«Allora sarà il caso di riferirglielo, altrimenti continuerà a sapere di ragù.»

La cuoca finse di indignarsi.

«Se lei non fosse la persona che è, per questa affermazione metterei una dose gigantesca di peperoncino nel suo piatto, quando sarà il momento. E non è ancora del tutto escluso che non lo faccia.»

Ma il tono della sua voce e il viso sorridente smentivano le sue parole.

Gli fece un gesto con il cucchiaio verso la porta.

«E adesso se ne vada e lasci lavorare le persone, se vuole mangiare quando torna. Ragù o amatriciana che sia.»

Il sacerdote trovò John Kortighan in piedi accanto alla porta che dava sul cortile, con un sorriso sulle labbra per il piccolo spettacolo a cui aveva appena assistito. Mentre gli teneva la porta aperta espresse il suo giudizio critico.

«Molto divertente. Tu e la signora Carrara potreste farlo di mestiere.»

«Lo ha già fatto Shakespeare. Ragù or not ragù, this is the question, ricordi?»

La sonora risata del suo collaboratore li seguì all’aperto e si perse senza echi nell’aria fresca. Si ritrovarono nel cortile e si avviarono verso il lato destro della costruzione, dove un pulmino scalcinato con a bordo i ragazzi era in attesa.

Padre McKean si fermò e alzò un istante gli occhi verso il cielo sereno.

Nonostante il breve scambio di battute, gli era arrivata addosso una improvvisa sensazione di disagio, alla quale non riusciva a dare un nome.

Tuttavia, quando salì sul mezzo e salutò i ragazzi, la tenerezza e la gioia di essere insieme allontanarono un attimo il pensiero che gli era arrivato come una brutta notizia poco prima. Ma mentre il vecchio furgone percorreva la strada sterrata verso l’uscita della proprietà, lasciandosi dietro la casa a sbiadire in una nuvola di polvere, quella sensazione di minaccia incombente tornò a prendere possesso dei suoi pensieri. Rivide tutte le immagini passate alla televisione ed ebbe l’impressione che il vento, quello che impediva agli angeli e agli uomini di piangere, all’improvviso avesse smesso di soffiare.

CAPITOLO 14

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.

Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.

Il reverendo McKean era in piedi davanti al leggio sulla sinistra dell’altare, sopraelevato di un paio di gradini rispetto al pavimento della chiesa. Quando la sua voce profonda arrivò alla fine della lettura, rimase un attimo in silenzio, con gli occhi fissi sulla pagina, per lasciare alle sue parole il tempo di percorrerla. Non era un viaggio lungo ma di certo in quel momento non era un viaggio facile. Infine rialzò il capo e fece scorrere lo sguardo per la chiesa piena di gente.

Poi iniziò a parlare.

«Le frasi che avete appena sentito appartengono a uno dei sermoni più famosi di Gesù. Lo è diventato non solo per la bellezza di queste parole, per la loro forza evocativa, ma per la sua importanza nei secoli a venire. In questi pochi passi è compresa l’essenza della dottrina che per gli ultimi tre anni della sua vita ha predicato. Colui che facendosi uomo ha portato sulla terra un nuovo patto fra gli uomini e il Padre, con il suo messaggio ci ha indicato la speranza ma non ci ha invitati alla resa. Non significa che ognuno di noi deve accettare passivamente quello che può arrivare di ingiusto, di doloroso, di funesto in un mondo fatto da Dio ma governato dagli uomini. Tuttavia ci ricorda che la nostra forza e il nostro sostegno nella lotta di ogni giorno stanno nella Fede. E ce la chiede. Non ce la impone, semplicemente come un amico ce la chiede.»

Fece una pausa e chinò di nuovo gli occhi sul leggio davanti a lui.

Quando rialzò la testa lasciò senza vergogna che ogni persona presente vedesse le lacrime che gli scorrevano sulle guance.

«Tutti voi sapete quello che è successo nella nostra città ieri sera. Le immagini terribili che ognuno di noi ha negli occhi non sono nuove, come non sono nuovi lo sgomento, il dolore, la pietà quando ci si trova di fronte a prove come quella che siamo stati chiamati a superare.»

Lasciò ai presenti un istante per capire, per ricordare.

«Che tutti siamo stati chiamati a superare, fino all’ultimo uomo, perché il dolore che colpisce uno solo di noi colpisce tutto il genere umano. Essendo fatti di carne, con le nostre debolezze e le nostre fragilità, quando arriva un fatto luttuoso e inatteso, un fatto incomprensibile che coinvolge la nostra esistenza e supera la nostra tolleranza, il primo istinto è quello di chiedersi perché Dio ci ha abbandonato. Di chiedersi perché, se siamo suoi figli, permette che accadano queste cose. Lo fece anche Gesù, quando sulla croce aveva sentito la sua parte umana esigere il tributo di dolore che la volontà del Padre gli aveva richiesto. E badate bene che in quel momento Gesù non aveva Fede…»

Fece una pausa. C’era in chiesa un silenzio nuovo, quella domenica.

«In quel momento Gesù era la Fede.»

Il sacerdote aveva sottolineato in modo particolare quella frase, prima di proseguire.

«Se è successo all’uomo che è venuto al mondo con la volontà di portarci la redenzione, è comprensibile che possa accadere anche a noi, che di quella volontà e di quel sacrificio siamo i beneficiari e della quale rendiamo grazie ogni volta che ci accostiamo a un altare.»

Una nuova pausa e la sua voce ritornò per tutti quella di un confidente e non di un predicatore.

«Vedete, un amico si accetta per quello che è. A volte dobbiamo farlo anche quando non capiamo, perché la fiducia in certi casi deve andare oltre la comprensione. Se agiamo in questo modo per un amico, che è e resta un essere umano, a maggior ragione lo dovremo fare per Dio, che è nostro padre e che è nello stesso tempo il nostro migliore amico. Quando non capiamo, dobbiamo offrire in cambio quella Fede, che ci viene chiesta anche se siamo poveri, afflitti, se abbiamo fame e sete, se siamo perseguitati, insultati, accusati ingiustamente. Perché Gesù ci ha insegnato che viene dalla nostra bontà, dalla purezza del nostro cuore, dalla nostra misericordia, dal nostro desiderio di pace. E noi, ricordando le parole di Gesù sulla montagna, avremo quella Fede. Perche ci ha promesso che se quello che viviamo è un mondo imperfetto, se quello in cui invecchiamo è un tempo imperfetto, quello che un giorno avremo in cambio sarà un posto meraviglioso, tutto nostro. E non ci sarà tempo, perché sarà per sempre.»

Con un sincronismo ammirevole, alla fine del suo sermone il suono evocativo dell’organo a canne si diffuse per la chiesa, sostenendo il coro che intonava un canto che parlava del mondo e del suo bisogno d’amore.

Ogni volta che padre McKean ascoltava le voci affiatate dei cantori in quella fusione perfetta di armonia, non poteva fare a meno di sentire un brivido percorrergli le braccia. Pensò che la musica fosse uno dei più grandi doni fatti agli uomini, uno dei pochi che riuscisse a coinvolgere lo spirito al punto tale da ripercuotersi sul corpo. Si allontanò dal leggio e raggiunse il suo posto vicino ai chierichetti dall’altra parte dell’altare.

Rimase in piedi, seguendo il rituale della messa e nello stesso tempo continuando a osservare i fedeli che affollavano la chiesa.

I suoi ragazzi, a parte quelli che erano di turno per i lavori a Joy, erano seduti nei primi banchi. Come per tutto il resto, aveva lasciato libera scelta riguardo alla preghiera o la presenza alle funzioni. Joy era un posto di conversione umana, prima che di conversione religiosa. Il fatto che la comunità facesse capo a un sacerdote cattolico, per sua decisione doveva essere ininfluente ai fini delle scelte dei ragazzi. Ma era conscio del fatto che quasi tutti venivano in chiesa perché c’era lui e perché capivano che lui aveva piacere di saperli partecipi a un momento di aggregazione collettiva.

E questo, per il momento, gli bastava.

La chiesa di Saint Benedict era al centro di un quartiere residenziale del Bronx chiamato Country Club, popolato per la massima parte da gente di origine italiana e ispanica, le cui caratteristiche fisiche erano facilmente riconoscibili nella maggior parte dei presenti. Nell’ingresso della chiesa, attaccate al muro intorno alla statua della Santa Vergine, c’erano delle targhe in ottone poste in memoria di defunti della parrocchia. In prevalenza i cognomi erano italiani o spagnoli. Infatti, nell’arco della giornata, per favorire le due etnie venivano celebrate messe in entrambe le lingue.

Al momento della comunione, padre McKean si avvicinò all’altare e ricevette l’ostia direttamente dalle mani del parroco, che non mancò di rivolgergli uno sguardo di compiacimento per il suo sermone. Fra la magia della musica che sottolineava lo scambio di un segno di pace e l’odore dell’incenso che si spargeva nell’aria, la voce del reverendo Paul Smith condusse in preghiera la messa fino alla fine.

Poco dopo, come consuetudine, i sacerdoti si trovarono all’uscita della chiesa per salutare i fedeli e scambiare qualche impressione, per sentire le loro storie o discutere le nuove iniziative della parrocchia. Durante i mesi invernali questo incontro avveniva nell’atrio ma in quella bella giornata di fine aprile i portoni erano spalancati e si ritrovarono tutti sparsi sui gradini all’esterno.

Padre McKean ricevette i complimenti per il suo commento al Vangelo ed Ellen Carraro, la sorella più anziana della loro cuoca, non mancò di presentarsi con gli occhi ancora lucidi per esprimergli la sua commozione e ricordargli la sua artrite. Roger Brodie, un falegname in pensione che a volte prestava gratuitamente la sua opera alla parrocchia, gli promise che il giorno dopo sarebbe stato a Joy per una riparazione al tetto. A poco a poco i gruppi si sciolsero e tutti ritornarono verso le loro macchine e le loro case. Molti erano venuti a piedi, vista la vicinanza delle loro abitazioni.

Il parroco e padre McKean si ritrovarono da soli.

«Sei stato emozionante oggi. Sei una grande persona, Michael. Per quello che dici e per come lo dici. Per quello che fai e come lo fai.»

«Grazie, Paul.»

Il reverendo Paul Smith girò la testa e rivolse uno sguardo a John Kortighan e ai ragazzi che erano sul marciapiede in fondo alla scalinata e stavano aspettando per tornare a Joy. Quando girò la testa verso di lui, McKean gli lesse negli occhi l’imbarazzo.

«Ti devo chiedere un sacrificio, se la cosa non ti è di troppo peso.»

«Dimmi.»

«Angelo non sta bene. So che la domenica è un giorno importante per te e i tuoi ragazzi ma non te la sentiresti di sostituirlo per la messa delle dodici e trenta?»

«Non è un problema.»

I ragazzi avrebbero sentito la sua mancanza ma in quella giornata così particolare sapeva di non essere dell’umore giusto per condividere la compagnia della tavola. Quel senso di oppressione non lo aveva abbandonato del tutto e riteneva fosse meglio non esserci piuttosto che essere un corpo d’umore estraneo.

Scese gli scalini e raggiunse i ragazzi in attesa.

«Mi spiace, ma temo che dovrete pranzare senza di me. Ho un impegno qui in parrocchia. Vi raggiungerò dopo. Dite alla signora Carraro che mi tenga qualcosa in caldo, se non avrete spazzolato tutto.»

Lesse la delusione sul viso di alcuni di loro. Jerry Romero, il più anziano del gruppo, quello che da più tempo era ospite di Joy e che per molti suoi compagni era un punto di riferimento, si fece portavoce del malcontento comune.

«Mi sa che per farti perdonare questa sera dovrai concedere una seduta di Fastflyx.»

Fastflyx era un servizio di noleggio postale di film in DVD che Joy aveva avuto gratuitamente dalla compagnia grazie alle arti diplomatiche di John. In quel posto di fatica e di rinunce che era la comunità, anche un film visto insieme risultava essere un piccolo lusso.

McKean puntò il dito contro il ragazzo.

«Questo è un bieco ricatto, Jerry. E lo dico a te e ai tuoi complici.

Tuttavia mi sento costretto a cedere sotto il peso della volontà comune.

Inoltre credo che proprio ieri sia arrivata una sorpresa. Anzi, una doppia sorpresa.»

Fece un gesto con le mani per prevenire le richieste dei ragazzi.

«Ne parliamo dopo. Adesso andate che gli altri vi stanno aspettando.»

Discutendo fra loro i ragazzi si mossero verso la Batmobile, il soprannome che avevano dato al pulmino. McKean li guardò mentre si allontanavano. Erano una massa colorata di vestiti e un groviglio di problemi troppo grandi per la loro giovane età. Alcuni erano dei soggetti non facili con cui relazionarsi. Ma erano la sua famiglia e per un tratto della loro vita Joy sarebbe stata la loro.

John si trattenne un istante prima di raggiungerli.

«Vuoi che torni a prenderti?»

«Non ti preoccupare, mi farò dare un passaggio da qualcuno.»

«Okay. A dopo, allora.»

Rimase in strada finché il mezzo non si avviò e sparì svoltando l’angolo.

Poi salì i gradini e rientrò in chiesa, che in quel momento era deserta. Solo una coppia di donne si era trattenuta in un banco vicino all’altare, per un prosieguo personale di quel contatto collettivo con Dio che era stata la messa.

Sul lato destro, subito dopo l’ingresso, c’era il confessionale. Era in legno chiaro e lucido, con i due ingressi coperti da tende di velluto bordeaux. Una luce rossa, accesa o spenta, indicava la presenza del sacerdote all’interno e una più piccola, di lato, se era libero o meno. La parte riservata al confessore era uno spazio angusto con l’unico conforto di una sedia di vimini, sotto una applique schermata che dall’alto diffondeva una luce tenue sulla tappezzeria azzurra. La parte del penitente era molto più spartana, con l’inginocchiatoio e la griglia che permetteva una riservatezza di cui molti necessitavano in un momento così intimo.

Qui padre McKean si rifugiava a volte, senza accendere la luce né segnalare in alcun modo la sua presenza all’interno. Rimaneva per qualche tempo a riflettere sulle necessità economiche della sua opera, a raccogliere le idee quando erano uccelli migratori, a concentrarsi sul caso di un ragazzo particolarmente difficile. Per arrivare alla conclusione che tutti lo erano e che tutti meritavano la stessa attenzione, che con il denaro che avevano a disposizione compivano degli autentici miracoli e che avrebbero continuato a compierli. E che le idee, anche le più difficili da seguire, prima o poi mostravano il posto dove avevano fatto il nido.

Quel giorno, come tanti altri, scostò la tenda, entrò e si sedette, senza accendere la piccola luce sopra la sua testa. La sedia era vecchia ma comoda e la penombra un alleato. Il sacerdote stese le gambe e appoggiò la testa contro il muro. Le immagini che erano uscite dalla televisione a sconvolgere gli occhi e le coscienze avevano un prezzo per chiunque, anche per chi non era stato toccato direttamente dalla tragedia. Per il solo fatto di esistere. C’erano giorni come quello in cui la sua vita saliva su una bilancia e la difficoltà maggiore era capire. Nonostante quello che aveva detto durante la messa, non solo di capire gli uomini ma anche la volontà del Dio che serviva. Di tanto in tanto si chiedeva come sarebbe stata la sua esistenza se non avesse seguito il richiamo di quella che il mondo ecclesiastico definiva vocazione. Avere una moglie, dei figli, un lavoro, una vita normale. Aveva trentotto anni e tanti anni prima, al momento della scelta, gli avevano detto a cosa rinunciava. Tuttavia era un avvertimento e non un’esperienza. Ora a volte sentiva un vuoto a cui non sapeva dare un nome, ma nello stesso tempo era certo che un vuoto simile facesse parte del vissuto di ogni essere umano che camminava sulla terra. Lui aveva la sua rivalsa giornaliera sul nulla vivendo ogni giorno a contatto con i suoi ragazzi e aiutandoli a non farne mai più parte. In definitiva, si disse che la cosa più difficile non era capire, ma dopo aver capito continuare, nonostante la fatica, a percorrere la strada. In quel momento, era la cosa più vicina alla Fede che potesse offrire a se stesso e agli altri.

E a Dio.

«Eccomi, padre McKean.»

La voce entrò all’improvviso e senza preavviso. Arrivò dalla penombra e da un mondo senza pace che per qualche istante era stato dimenticato. Si appoggiò al bracciolo e si sporse verso la grata. Dall’altra parte, nella luce incerta, una figura appena intravista e una spalla coperta da un tessuto verde.

«Buona giornata. Cosa posso fare per te?»

«Nulla. Credo che lei mi stesse aspettando.»

Quelle parole lo misero a disagio. La voce era cupa ma tranquilla, come di qualcuno che non ha nessuna paura dell’abisso al quale è affacciato.

«Ci conosciamo?»

«Molto bene. O per nulla, se preferisce.»

Il disagio divenne un leggero senso di angoscia. Il sacerdote trovò rifugio nelle uniche parole che potevano offrirglielo.

«Sei entrato in un confessionale. Devo pensare che vuoi confessarti?»

«Sì.»

Il monosillabo era arrivato deciso ma noncurante.

«E allora dimmi i tuoi peccati.»

«Io non ne ho. Non cerco assoluzione perché non ne ho bisogno. E in ogni caso so che non me la darebbe.»

Dalla sua parte, il sacerdote rimase interdetto di fronte a quella dichiarazione di inutilità. Dal tono della voce aveva percepito che non veniva da una semplice presunzione ma da qualcosa di molto più ampio e devastante. In un altro momento il reverendo Michael McKean forse avrebbe reagito diversamente. Ora aveva ancora gli occhi e le orecchie pieni di immagini e suoni di morte e il senso di disfatta che prende dopo una notte quasi insonne.

«Se questo è il tuo pensiero, allora cosa posso fare per te?»

«Nulla. Volevo solo lasciare a lei un messaggio.»

«Che messaggio?»

Un attimo di silenzio. Ma non era esitazione. Era solo il tempo di permettere all’altro di sgombrare la mente da ogni altro pensiero che non fosse quello.

«Sono stato io.»

«A fare cosa?»

«Sono stato io a fare esplodere il palazzo nel Lower East Side.»

Padre McKean rimase senza fiato.

Le immagini si sovrapposero. Polvere, ambulanze, le urla dei feriti, il colore del sangue, i cadaveri trasportati in un telo, il pianto dei sopravvissuti, lo strazio di chi aveva perso tutto. Le dichiarazioni alla televisione. E un’intera città, un intero Paese di nuovo percorsi dalla paura che era, come aveva detto qualcuno, l’unico vero cavaliere dell’apocalisse.

E l’ombra indistinta che stava dall’altra parte di quella sottile barriera asseriva di essere la responsabile di tutto questo.

La ragione gli impose di prendere tempo e di riflettere con lucidità. Nel mondo esistevano persone malate che amavano addossarsi la colpa di omicidi e disastri dei quali non c’era la minima possibilità che fossero responsabili.

«Lo so che cosa sta pensando.»

«Cosa?»

«Che sono un mitomane, che non c’è nulla che provi che quello che sto dicendo sia vero.»

Michael McKean, uomo di ragione e sacerdote per credo, in quel momento era solo un animale con tutti i sensi tesi. E ogni frammento del suo istinto ancestrale gli urlava che l’uomo dall’altra parte del confessionale diceva la verità.

Ebbe bisogno di respirare qualche istante, prima di proseguire. L’altro capì ed ebbe rispetto del suo silenzio. Quando ritrovò la voce, il sacerdote si appellò a una pietà che sapeva già non avrebbe trovato.

«Che senso hanno per te tutte quelle morti, tutto quel dolore?»

«Giustizia. E la giustizia non dovrebbe mai creare dolore. Ne è stata dispensata tanta, in passato, ed è diventata oggetto di culto. Perché mai questa volta dovrebbe essere diverso?»

«Che cosa intendi per giustizia?»

«Il Mar Rosso che si apre e si chiude. Sodoma. Gomorra. Ho molti altri esempi, se vuole.»

La voce tacque per un attimo. Dalla sua parte del confessionale, che in quel momento gli sembrava il luogo più freddo del mondo, padre McKean avrebbe voluto urlare che quelle erano solo favole della Bibbia, che non era giusto prenderle alla lettera, che…

Si trattenne e perse l’attimo per controbattere. Il suo interlocutore lo intese come un invito a continuare.

«Gli uomini hanno avuto due vangeli, uno per la loro anima e uno per le loro vite. Uno religioso e uno laico. Tutti e due hanno insegnato agli uomini più o meno le stesse cose. La fratellanza, la giustizia, l’uguaglianza.

Ci sono state persone che li hanno diffusi nel mondo e nel tempo.»

La voce pareva arrivare da un posto molto più lontano della minima distanza che li separava. Adesso era diventata un soffio ed era incrinata dalla delusione. Quella che genera rabbia e non lacrime.

«Ma quasi nessuno ha avuto la forza di vivere secondo gli insegnamenti che predicava.»

«Tutti gli uomini sono imperfetti. Fa parte della natura. Come puoi non provare compassione? Non sei pentito di quello che hai fatto?»

«No. Perché lo farò ancora. E lei sarà il primo a saperlo.»

Padre McKean nascose il viso fra le mani. Quello che gli stava capitando era troppo per un uomo. Se le parole di quell’individuo corrispondevano alla verità, era una prova superiore alle sue forze. Alle forze di chiunque vestisse un abito sacerdotale. La voce lo incalzò. Non feroce, ma suadente.

Piena di comprensione.

«Nelle sue parole, durante la messa. C’era dolore. C’era partecipazione.

Ma non c’era vera Fede.»

Tentò una vana ribellione, non a quelle parole, ma alla sua paura.

«Come puoi dire questo?»

L’uomo continuò, come non avesse sentito la domanda.

«Io l’aiuterò a ritrovarla, Michael McKean. Io posso.»

Ci fu una nuova pausa. Poi le tre parole che davano inizio all’eternità.

«Io sono Dio.»

CAPITOLO 15

Per certi versi, Joy era il regno del quasi.

Tutto era quasi funzionante, quasi lucido, quasi moderno. Il tetto era quasi a posto e la tinta all’esterno quasi non aveva bisogno di ritocchi. I pochi dipendenti fissi quasi regolarmente ricevevano uno stipendio, i collaboratori esterni quasi sempre ci rinunciavano. Tutto era di seconda mano e in quella fiera del frusto qualsiasi cosa nuova spiccava come la luce di un faro in lontananza. Ma era anche il posto dove ogni giorno, con fatica, si costruiva un pezzo nuovo della zattera.

Mentre guidava la Batmobile lungo la strada sterrata in direzione della casa, John Kortighan sapeva che nell’auto con lui c’era un gruppo di ragazzi per i quali la vita era stata una pessima consigliera. Poco per volta aveva divorato la loro fiducia e si erano trovati soli così a lungo da confondere la solitudine con l’abitudine. Ognuno, con quell’originalità tipica del fato avverso, aveva trovato un personale e distruttivo modo di perdersi, con l’indifferenza del mondo a coprire le sue tracce.

Ora in quel posto potevano insieme provare a ritrovarsi, capendo che per logica e non per caso avevano diritto a un’alternativa. E lui si sentiva fortunato e gratificato per essere stato scelto a fare parte di quell’impresa.

Per quanto dura e disperata fosse.

John superò il cancello e poco dopo il furgone attraversava il cortile per andarsi a fermare sotto la tettoia del parcheggio. I ragazzi scesero e si diressero verso l’ingresso posteriore della cucina, discutendo e scherzando fra loro. La domenica era per tutti un giorno particolare, un giorno senza fantasmi.

Jerry Romero espresse il parere di tutti.

«Ragazzi che fame.»

Gli fece eco con un’alzata di spalle Hendymion Lee, un ragazzo dalle evidenti ascendenze orientali.

«Sai che novità? Tu hai sempre fame. Sono certo che se tu fossi il Papa, la comunione arriverebbero a darla con delle fette di salame, invece che delle ostie.»

Jerry si avvicinò a Hendymion e con il braccio gli strinse la testa in una morsa da wrestler.

«Se dipendesse da te, muso giallo, la farebbero con le bacchette.»

Ridevano tutti e due.

Shalimar Bennett, una ragazza di colore con dei buffi capelli sparati e il corpo di una gazzella, si intromise nello scherzo.

«Jerry che diventa Papa? Non potrebbe nemmeno diventare prete. Non regge il vino. Alla sua prima messa si sbronzerebbe e lo caccerebbero.»

John sorrise, mentre si attardava in mezzo al cortile e li vedeva sparire all’interno della casa. Non si faceva ingannare da quell’atmosfera rilassata.

Sapeva quanto quell’equilibrio fosse fragile, come in ognuno di loro il ricordo e la tentazione fossero tutt’uno, in attesa di trasformarsi in un ricordo e basta. Tuttavia era bello quello a cui assisteva ogni giorno, al tentativo di rinascita e alla costruzione di un possibile futuro. Con la certezza da un miliardo di dollari che fosse anche merito suo e con la presunzione da pochi centesimi di continuare a farlo finché avesse potuto.

Solo, in piedi in mezzo al cortile, la sua ombra nascosta dal sole a picco nei contorni del suo corpo, John Kortighan alzò gli occhi nel cielo azzurro a osservare la casa.

La sede di Joy era posta ai confini di quella parte del Pelham Bay Park attaccata al Bronx, in una proprietà di circa sei acri affacciata sul tratto di mare che come un dito si insinuava verso nord a frugare la terra. La costruzione principale era un edificio di due piani con la forma di una C squadrata, costruita secondo i dettami architettonici che caratterizzano le case del New England, con l’uso preponderante del legno e dei mattoni scuri. Il lato libero era aperto verso la costa verde che oltre il canale, per contrasto, scendeva come una mano verso sud a respingere il mare.

Qui c’era l’ingresso, affacciato sul giardino, attraverso il quale si accedeva alla casa attraverso una veranda a forma di un mezzo ottagono, illuminata dalle grandi porte a vetri. Al pianterreno c’erano la cucina con dispensa, la sala da pranzo, una piccola infermeria, una biblioteca e una sala con giochi e Tv. Su uno dei lati corti, due camere da letto con un bagno in comune per le persone dello staff che come lui risiedevano in pianta stabile a Joy. Al secondo piano le camere da letto dei ragazzi e nell’abbaino la camera di padre McKean.

Il lato lungo era affacciato sul cortile, dove era stato realizzato un edificio secondario, sede di un laboratorio dove trovava spazio chi, invece dello studio, optava per delle attività di carattere manuale. Alle spalle del laboratorio l’orto, che arrivava fino al confine a ovest della proprietà, chiuso da un frutteto. In un primo tempo era stato portato avanti come esperimento, con l’idea di fornire una distrazione che avvicinasse gli ospiti di Joy a qualcosa di fisico, di paziente e di premiante nello stesso tempo.

Poco per volta, per la sorpresa di tutti, la produzione di frutta e verdura era aumentata fino a rendere la comunità quasi autosufficiente. Addirittura, in occasione di raccolti particolarmente abbondanti, una rappresentanza dei ragazzi scendeva al mercato di Union Square a vendere i propri prodotti.

La signora Carraro si affacciò sulla porta della cucina, asciugandosi la mano nel grembiule.

«Cos’è questa storia che mangiamo senza don Michael?»

«È stato trattenuto. Deve dire la messa delle dodici e mezza.»

«Bene, non morirà nessuno se aspettiamo un poco. In questo posto la domenica non si pranza senza quell’uomo.»

«Va bene, colonnello.»

John indicò l’interno della cucina, dal quale proveniva l’eco sopra tono della conversazione dei ragazzi.

«Però lo dice lei ai caimani.»

«Non fiateranno. E vorrei ancora vedere.»

«Ne sono certo.»

John la vide sparire oltre la soglia, con il suo miglior viso da battaglia.

Anche se i ragazzi erano in evidente soprannumero e la signora Carraro in evidente stato di inferiorità, non aveva dubbi su chi l’avrebbe spuntata.

John lasciò i ragazzi a cavarsela da soli con la loro cuoca. Era una donna dall’apparenza dolce e remissiva ma in diverse occasioni aveva dimostrato un carattere molto volitivo. Sapeva che quando prendeva una decisione era difficile farle cambiare idea, specie se questa decisione andava a favore di padre Michael McKean.

Si mosse verso sinistra e costeggiò la casa, camminando piano, respirando l’aria che sapeva di leggero salmastro.

Pensando.

Il sole era già caldo e la vegetazione stava iniziando a esplodere, con quel fragore verde e silenzioso che ogni volta sorprendeva il cuore e la vista mentre abbatteva i muri grigi e freddi dell’inverno. Arrivò sul fronte della casa e si inoltrò per i sentieri del giardino, sentendo la ghiaia scricchiolare sotto la suola delle scarpe. Fino al punto oltre il quale aveva davanti solo la tavola lucida del mare e il verde del parco, dall’altra parte del canale. Si fermò con le mani in tasca e il viso nella brezza leggera, con l’odore dell’acqua e quel senso apparentemente statico del tutto è possibile che la primavera significava.

Si girò di nuovo a guardare la casa.

Mattoni e assi.

Vetro e cemento.

Tecnica e lavoro manuale.

Tutte cose umane.

Quello che c’era all’interno di quelle pareti, mattoni o legno che fossero, andava oltre. Significava qualcosa. E lui, per la prima volta nella sua vita, si sentiva parte di quel qualcosa, a prescindere dal punto di partenza e di arrivo e dagli inevitabili incidenti di viaggio.

John Kortighan non era un credente. Non era mai riuscito a nutrire nessuna fiducia, né in Dio né negli uomini. E di conseguenza nemmeno in se stesso. Tuttavia Michael McKean in qualche modo era riuscito ad aprire una crepa nel muro, quello che la gente in apparenza aveva costruito contro di lui e che lui per rivalsa aveva rinforzato dalla sua parte. Dio era rimasto tuttora un concetto nebuloso e lontano, nascosto dietro la nitida umanità del suo rappresentante. Ma in qualche modo, anche se non glielo aveva mai detto, il sacerdote oltre a quella dei ragazzi stava salvando anche la sua vita.

Al piano superiore, dietro i vetri che riflettevano il cielo, intravide delle figure in movimento. Di certo erano dei ragazzi che stavano andando nelle loro stanze. Ognuno aveva la sua esperienza, il suo spezzone di vita. Messi tutti insieme dal caso come i cristalli in un caleidoscopio, costruivano un’immagine vivida e fragile. Come tutte le cose instabili, non era facile da decifrare ma era sorprendente nei suoi colori.

Si mosse e tornò sui suoi passi. Entrò in casa dall’ingresso principale.

Imboccò la scala che portava di sopra. Mentre saliva, passo dopo passo, gradino dopo gradino, sorprese liberi i suoi pensieri.

La storia di Joy era molto semplice e molto complessa nello stesso tempo. E come spesso succede in questi casi, la sua fondazione aveva alle spalle un evento tragico, come se certe proposte avessero necessità di nascere dal dolore per trovare la forza di diventare realtà.

John non era ancora arrivato nel quartiere ma ne aveva sentito parlare da Michael, il cui racconto stringato era stato integrato da un paio di conversazioni più approfondite con il parroco di Saint Benedict.

Era…

…un venerdì e si stava celebrando un funerale.

Un ragazzo di diciassette anni, Robin Wheaters, era stato trovato morto per overdose in un angolo del parco, dall’altra parte del ponte, all’incrocio della Shore con la City Island Road. Una coppia che faceva jogging aveva intravisto attraverso il fogliame un corpo steso a terra, coperto a metà da un cespuglio. Si erano avvicinati e lo avevano trovato rantolante e privo di conoscenza. L’ambulanza e la corsa in ospedale erano risultate inutili. Robin si era spento poco dopo fra le braccia della madre, accompagnata sul posto da un’auto della Polizia, che aveva avvertito quando l’assenza immotivata del figlio si era protratta per tutta la notte. Nessuno in famiglia aveva mai avuto il minimo sospetto di un suo coinvolgimento con le droghe. Le cause della morte avevano gettato un ulteriore raccapriccio sulla fine già di per sé agghiacciante del ragazzo.

L’autopsia e l’assenza di tracce sul corpo avevano rivelato che con ogni probabilità per lui era stata la prima volta. Il suo destino portava scritto che non ce ne dovesse essere una seconda.

La madre era la sorella vedova di Barry Lovito, un avvocato di origine italiana che esercitava a Manhattan ma che aveva scelto di continuare a vivere a Country Club, nel Bronx. Era un uomo ricco, impegnato e scapolo, che nella vita si era battuto duramente per arrivare a occupare uno dei posti in cima alla piramide. E ci era riuscito al punto tale che adesso la piramide era quasi tutta sua.

Quando le circostanze lo avevano richiesto, aveva accolto in casa il nipote con la madre, per quel senso della famiglia proprio degli italiani.

La donna aveva una salute instabile e un carattere tendente a somatizzare e la perdita del marito non era stata di certo una buona medicina per i suoi guai fisici e psichici. Robin dal canto suo era un ragazzo sensibile, malinconico e suggestionabile. Quando si era sentito abbandonato a se stesso, le pessime compagnie come corvi erano volate al suo fianco.

Spesso succede, quando la solitudine non è cercata.

In chiesa c’erano tutti e due, lo zio e la madre. L’avvocato Lovito indossava un abito scuro dalla fattura impeccabile che lo qualificava in mezzo a tutti come una persona facoltosa. Aveva le mascelle serrate e teneva lo sguardo fisso davanti a sé, per il dolore e forse per il senso di colpa. Quel ragazzo per lui era il figlio che non aveva mai avuto e del quale, dopo una vita spesa a inseguire il successo, iniziava a sentire la mancanza. In seguito alla morte di suo cognato si era illuso di poterne prendere il posto, senza sapere che il primo dovere di un genitore è esserci, senza dilazioni e senza deleghe.

La donna aveva il viso scarno e scavato dalla pena. I suoi occhi rossi e infossati dicevano che non aveva più lacrime e la sua espressione che con il figlio stava seppellendo anche ogni desiderio di continuare a vivere. Era uscita seguendo il feretro e appoggiandosi al fratello, il corpo sottile in un tailleur nero che di colpo sembrava divenuto di un paio di taglie troppo grande.

Padre McKean era sul fondo della chiesa, circondato da un gruppo di adolescenti, molti dei quali erano amici di Robin. Aveva assistito alla funzione con quel senso di inadeguatezza che lo prendeva sempre davanti alla perdita immotivata di una giovane vita. Portava da sempre dentro di sé un concetto di luce che apparteneva a un essere umano ancor prima che a un religioso. Quella vita stroncata era una sconfitta di tutti, anche sua, perché non sempre erano in grado di sostituire quello che veniva a mancare con qualcosa di altrettanto valido.

E il mondo intorno era pieno di rami e di serpenti.

Barry Lovito uscendo dalla chiesa aveva girato la testa dalla sua parte e lo aveva visto in mezzo ai ragazzi. Il suo sguardo si era fermato un istante più a lungo del prevedibile sulla figura del reverendo Michael McKean. Poi aveva girato la testa e, sempre sorreggendo la sorella, aveva proseguito la sua triste passeggiata fino alla macchina e fino al cimitero.

Tre giorni dopo il sacerdote se lo era trovato di fronte, accompagnato dal parroco. Dopo le presentazioni di rito, Paul li aveva lasciati soli. Era evidente che il legale era venuto per parlare con lui, anche se ne ignorava il motivo. McKean era a Saint Benedict da poco meno di un anno e aveva scambiato con lui solo dei saluti, fino a quel momento. Come se gli avesse letto nel pensiero, l’avvocato aveva percepito la sua curiosità e si era affrettato a soddisfarla.

«So che si sta chiedendo che cosa sono venuto a fare. E soprattutto che cosa sono venuto a dire. Le ruberò solo un attimo.»

Si era incamminato verso il vicariato, a passo lento.

«Ho appena rilevato una proprietà, su verso il parco. È una casa grande, con un bell’appezzamento di terreno. Sei acri, più o meno. Il tipo di abitazione che può accogliere fino a trenta persone. Vista sul mare e sulla costa.»

Padre McKean doveva aver assunto un’espressione interdetta, perché un mezzo sorriso era apparso sul viso del suo interlocutore. Aveva fatto un gesto rassicurante con la mano.

«Non tema. Non sto cercando di vendergliela.»

Lovito aveva riflettuto un attimo, incerto se ampliare il preambolo. Poi aveva deciso che non era necessario.

«Vorrei che quella casa diventasse la sede di una comunità dove ragazzi con i problemi di mio nipote trovassero un aiuto e un conforto. Non è facile, ma vorrei provarci, almeno. So che questo non mi ridarà Robin ma forse mi ridarà qualche ora di sonno senza incubi.»

Lovito aveva girato la testa a guardare altrove. Entrambi sapevano bene che erano tutte e due cose impossibili.

«In ogni caso questo è un mio problema.»

L’avvocato aveva fatto una pausa dalla quale era uscito togliendosi gli occhiali scuri. Si era piazzato davanti a lui con il piglio deciso dell’uomo che non ha paura né di dire né di fare.

Né di ammettere le proprie colpe.

«Padre McKean, io sono un uomo pratico e, qualunque sia la mia motivazione, il risultato è quello che conta e che nel tempo resta in evidenza. È mio desiderio che questa comunità non sia solo un’ipotesi ma diventi una realtà. E desidero che sia lei a occuparsene.»

«Io? Perché io?»

«Mi sono informato su di lei. E le mie informazioni hanno confermato quello che in realtà avevo intuito non appena l’ho vista in mezzo a quei ragazzi. Oltre a tutte le sue qualifiche, so che lei ha un grande ascendente e una grande capacità di comunicare con i giovani.»

Il sacerdote lo aveva guardato come se già stesse vedendo altrove.

L’avvocato, uomo che aveva imparato a conoscere gli uomini, aveva capito. Secondo la logica del suo lavoro, aveva voluto prevenire ogni possibile obiezione.

«Al denaro in massima parte provvederò io. Posso farle avere anche un contributo statale a fondo perduto.»

Gli aveva concesso un istante.

«E se le può interessare ho già parlato con delle persone all’arcidiocesi.

La cosa non avrebbe nessun tipo di obiezione. Può chiamare l’arcivescovo se non mi crede.»

Dopo un lungo colloquio con il cardinale Logan, aveva accettato e l’avventura era partita. La casa era stata ristrutturata ed era stato costituito un fondo per garantire a Joy una cifra mensile che potesse far fronte a gran parte delle spese. Grazie all’influenza dell’avvocato Lovito si era sparsa la voce e i primi ragazzi erano arrivati. E padre Michael McKean era lì ad aspettarli.

Dopo un poco era arrivato lui, trovando tutto perfetto nel suo quotidiano costante divenire. Anche se la perfezione non era di questo mondo e Joy non era un’isola abbastanza lontana per essere un’eccezione a questa regola.

La madre di Robin si era spenta come un fuoco abbandonato sulla spiaggia pochi mesi dopo l’inaugurazione, divorata dal suo stesso dolore.

L’avvocato se ne era andato l’anno successivo, stroncato da un infarto mentre lavorava quattordici ore al giorno per diventare padrone dell’intera piramide. Come spesso succede, aveva lasciato dietro di sé molto denaro e molta avidità. Alcuni lontani parenti erano emersi dalle nebbie dell’indifferenza e avevano impugnato il testamento che assegnava l’intero suo patrimonio a Joy. Le motivazioni della causa legale erano molteplici e diverse fra loro, ma avevano tutte lo stesso intento: quello di concedere agli attori della causa di mettere le mani sul denaro. E in attesa del verdetto, ogni ulteriore emolumento alla comunità era stato congelato. Al presente, la sopravvivenza di Joy era un fatto difficile da pronosticare. Ma, nonostante l’amarezza, un valido motivo per lottare.

E lo avrebbero fatto insieme, lui e Michael.

Per sempre.

Si trovò, quasi senza accorgersene, davanti alla camera del sacerdote, all’ultimo piano. Controllò che nessuno stesse salendo le scale. Con una leggera ansia, figlia naturale del proibito, John spinse la porta ed entrò.

L’aveva già fatto altre volte, provando solo una strana eccitazione senza colpa per quella violazione dell’intimità di una persona. Chiuse l’uscio alle sue spalle e mosse qualche passo incerto all’interno della stanza. I suoi occhi erano una macchina da presa che registrava per l’ennesima volta ogni dettaglio, ogni particolare. Ogni colore. Sfiorò con le dita una Bibbia appoggiata sulla scrivania, prese in mano un pullover gettato su una sedia e infine andò ad aprire l’armadio. Tutto lo scarso guardaroba di Michael era davanti ai suoi occhi, appeso alle grucce. Rimase fermo a guardare gli abiti e a respirare l’odore dell’uomo che fin dal primo istante lo aveva affascinato e attratto. Al punto da doversene allontanare, in certi momenti, per timore che quello che provava gli si leggesse in viso. Chiuse l’armadio e si avvicinò al letto. Fece scorrere le dita sulla coperta e poi si sdraiò a pancia in sotto, facendo aderire il viso al punto del cuscino dove si era posata la testa di Michael McKean. Respirò a pieni polmoni. Quando era da solo e pensava a Michael, c’erano volte in cui desiderava essere con lui.

Altre volte, come adesso, che desiderava essere lui. Ed era convinto che, rimanendo lì, prima o poi ci sarebbe riuscito…

Il cellulare iniziò a squillare da qualche parte nelle sue tasche. Scese dal letto in fretta, col fiato in gola, come se quel suono fosse il segnale che il mondo lo aveva scoperto. Trovò con mano incerta l’apparecchio e rispose.

«John, sono Michael. Sto arrivando. La messa la dice Paul al posto mio.»

Rimase turbato, come se l’uomo dall’altra parte potesse vederlo e sapere il posto in cui si trovava. Ma nonostante arrivasse filtrata dal proprio imbarazzo, la voce nel telefono non era quella che John era abituato ad associare al viso di Michael. Sembrava spezzata o angosciata o tutte e due le cose insieme.

«Mike, che c’è? Stai bene? È successo qualcosa?»

«Non ti preoccupare. Fra poco sono lì. Non è successo niente.»

«Va bene. A dopo, allora.»

John spense il telefono e rimase a osservarlo come se così potesse decifrare le parole che aveva appena sentito. Conosceva Michael McKean a sufficienza per capire quando qualcosa lo colpiva al punto da non essere più la persona che tutti erano abituati a conoscere.

E questa era una di quelle volte.

Quando gli aveva chiesto se fosse successo qualcosa, aveva risposto che non era successo niente. Ma, nonostante le sue rassicurazioni, la sua voce aveva il tono di una persona a cui è successo di tutto. Lasciò la stanza che era ritornata di colpo un luogo qualunque e chiuse la porta. Per tutto il tempo che impiegò a tornare di sotto, non riuscì a non sentirsi un uomo inutile e solo.

CAPITOLO 16

La forchetta si allungò a prendere due spaghetti dalla pentola che bolliva.

Vivien, facendo attenzione a non scottarsi, li portò alla bocca e li assaggiò. Erano a mezza cottura. Scolò la pasta e la depose nel sugo che attendeva in padella. La fece saltare per alcuni minuti a fuoco vivo finché non fu evaporata l’acqua in eccesso e arrivò al punto giusto di consistenza, come da piccola le aveva insegnato la nonna. Quella che, al contrario del resto della famiglia, non si era mai rassegnata al fatto che il suo cognome, nel corso del tempo, da Luce fosse diventato Light. Appoggiò la padella sul piano atermico e con la pinza iniziò a dividerla nei due piatti appoggiati dall’altra parte dell’isola.

Non aveva ritenuto necessario sedersi al tavolo e aveva apparecchiato due posti con delle tovagliette in bambù sul bancone, dall’altra parte dei fuochi.

Alzò la voce per farsi sentire da sua nipote, che stava in fondo al corridoio, nella camera da letto.

«È pronto.»

Poco dopo Sundance sbucò nella zona giorno del piccolo appartamento di Vivien. Si era appena fatta una doccia e aveva ancora i lunghi capelli umidi. La luce che proveniva dalla finestra la investì. Aveva addosso una T-shirt e un paio di jeans eppure sembrava una regina. Nonostante le poche tracce paterne, era il ritratto di sua madre.

Bella, esile, fragile.

Difficile da capire e facile da ferire.

Vivien sentì una stretta al cuore. C’erano momenti in cui il dolore, che si portava dentro rappreso come un grumo di sangue, di colpo si scioglieva e la invadeva tutta. Era pena per tutto quello che era stato, era rimpianto per tutto quello che poteva essere e che la sorte non aveva voluto che fosse.

Era una risata di scherno per quei pochi istanti in cui, da essere umano, si era trovata a pensare che la vita era bella. Per i sogni di tutti che erano diventati la terra di nessuno.

Nonostante questo sorrise a sua nipote.

Non doveva permettere al senso delle cose perdute di entrare con la sua onda lunga a guastare quelle che si potevano ancora recuperare. E a compromettere quelle nuove e durature che si potevano costruire nel tratto di futuro che ancora le spettava. Non sempre il tempo riparava tutte le ferite. A Vivien bastava che non ne procurasse altre. Al resto, per quello che era in suo potere, avrebbe provveduto lei. Non per mettere a tacere il senso di colpa che si portava dentro. Solo per impedire che Sundance lasciasse troppa voce al suo.

La ragazza si sedette sullo sgabello e chinò la testa sul piatto, per aspirare il profumo della pasta. I capelli caddero sulla tavola come il pianto di un salice.

«Che hai fatto?»

«Cose semplici. Spaghetti al pomodoro e basilico.»

«Mmmh. Buoni.»

«Parere espresso sulla fiducia?»

Sundance alzò verso di lei gli occhi azzurri e puliti come se non fosse successo niente, come se quella profondità le appartenesse per nascita e non per riflesso interiore.

«I tuoi spaghetti sono sempre buoni.»

Vivien sorrise e fece un gesto di esagerato compiacimento.

«Promozione sul campo. Che meraviglia. Credo che metterò questa affermazione sul mio annuncio nei Cuori Solitari.»

Si sedette di fianco a Sundance. Iniziarono a mangiare in silenzio, consce ognuna della presenza dell’altra.

Vivien, dopo quello che era successo, non aveva mai parlato direttamente con sua nipote dei fatti che l’avevano vista protagonista. Per quello c’era stato uno psicologo, attraverso un percorso difficile, tortuoso e blindato che ancora non si era del tutto concluso. A volte Vivien si chiedeva se lo sarebbe stato mai. Ma lei era l’unica rimasta come punto di riferimento, dopo che sua sorella Greta era caduta vittima di un’Alzheimer precoce che la stava trascinando giorno dopo giorno verso il nulla. Nathan, il padre di Sundance, che nel nulla c’era nato e la sola cosa che sapeva fare era mascherarlo, aveva pensato bene di andarsene altrove, cercando di dimenticare qualcosa che non lo avrebbe mai abbandonato. Se non altro aveva lasciato dietro di sé denaro a sufficienza per provvedere a sua moglie e sua figlia. Vivien sovente aveva pensato, conoscendolo infine e del tutto, che questo era il massimo che si potesse aspettare da lui. Che in ogni caso qualunque altra cosa fosse arrivata da quella parte sarebbe stata più un danno che non un aiuto.

Finirono la pasta quasi nello stesso momento.

«Hai ancora fame? Ti faccio un hamburger, se vuoi.»

«No. Sono a posto così. Grazie, Vunny.»

Sundance si alzò e si diresse verso la televisione, che Vivien aveva lasciato volutamente spenta durante il pasto. La vide prendere il telecomando dal bracciolo del divano e puntarlo verso l’apparecchio. Le immagini e le voci di Eyewitness Channel entrarono nella stanza.

E uno spettacolo di desolazione e di morte apparve sullo schermo.

Vivien tolse i piatti dal bancone e andò a posarli nell’acquaio. Le immagini che il canale trasmetteva erano un drammatico corollario di quello che avevano vissuto da vicino e in prima persona.

La sera prima, quando l’esplosione aveva bloccato il respiro del mondo e il traffico della città, Vivien si era subito sintonizzata su un canale radio, certa che entro pochi istanti avrebbero saputo che cosa era successo. E in effetti, dopo una piccola eternità, il programma di musica che era in onda era stato interrotto per dare l’annuncio dell’esplosione, con i pochi dettagli disponibili concessi dalla tempestività. Tutte e due erano rimaste in silenzio, ad ascoltare i commenti dell’annunciatore e nello stesso tempo a vedere i bagliori delle fiamme davanti a loro, così vivide e violente da sembrare ardere anche le anime oltre che le cose. L’incendio aveva continuato a divampare di fianco alla macchina, mentre superavano Alphabet City all’altezza della 10ma Strada, costeggiando il fiume e la parallela Avenue D. Vivien era certa che da lì a poco il traffico in quella zona sarebbe stato bloccato, per cui aveva scelto di fare un lungo giro per arrivare a casa, nella zona di Battery Park. Aveva imboccato il Williamsburg Bridge e percorso tutta la Brooklyn-Queens Expressway per sbucare a Downtown attraverso il tunnel. Per tutto il tempo non avevano quasi detto una parola, continuando a saltare di canale in canale per avere aggiornamenti.

Una volta a casa si erano precipitate ad accendere la Tv. E le immagini da incubo metropolitano che erano apparse confermavano quello che di persona si erano trovate a testimoniare. Avevano seguito le trasmissioni fino a tardi, commentando quello che vedevano. Avevano ascoltato le parole del sindaco e un breve commento in diretta dalla Casa Bianca finché la stanchezza aveva avuto il sopravvento sullo sconforto.

Si erano addormentate una di fianco all’altra, nel letto di Vivien, nelle orecchie ancora il tuono dell’esplosione, sentendo quella vibrazione della terra che era seguita allo scoppio come se nel ricordo non dovesse mai finire.

Vivien aprì il rubinetto e lasciò scorrere l’acqua sui piatti sporchi di sugo. Aggiunse alcune gocce di detersivo. La schiuma nacque dal nulla come un gioco innocente, mentre sentiva alle sue spalle le voci dei cronisti che non aggiungevano nulla di nuovo a quello che già sapevano, a parte l’aggiornamento sul numero delle vittime che continuava a crescere.

Lo squillo del telefono fu un segno di vita fra tutti quei racconti di morte. Vivien si asciugò le mani e prese il cordless. Le arrivò alle orecchie la voce del capitano Alan Bellew, forte e incisiva come sempre ma con una leggera nota di stanchezza di fondo.

«Ciao, Vivien. Sono Bellew.»

Non l’aveva mai chiamata a casa e tantomeno nei suoi giorni di riposo.

Immaginò subito quale potesse essere il seguito di quella conversazione.

«Dimmi.»

Non ci fu nemmeno il bisogno di precisare l’argomento. Lo sapevano fin troppo bene tutti e due.

«È un casino. Sono appena uscito da una lunga riunione a One Police Plaza con il capo della Polizia e i responsabili di ogni Distretto. Sto recuperando tutti i miei uomini. Stasera vi vorrei vedere per mettervi al corrente della situazione.»

«È così grave?»

«Sì. Quello che sa la stampa non è ancora niente. Anche se devo dire che pure noi per il momento non ne sappiamo molto di più. C’è la possibilità neppure troppo remota che la città possa trovarsi sotto attacco. In ogni caso vi spiegherò tutto di persona. Alle nove al Distretto.»

«D’accordo. Ci vediamo.»

La voce del capitano scese di tono e divenne quella di un amico dopo essere stata quella di un superiore in un momento di emergenza.

«Mi dispiace, Vivien. Lo so che ultimamente hai lavorato sodo e conosco quello che ti porti dietro. So che stasera dovevi accompagnare tua nipote al concerto degli U2. In ogni caso sappi che per motivi di ordine pubblico tutte le manifestazioni che prevedono il raduno di molte persone sono state sospese fino a nuovo ordine.»

«Lo so. Lo ha appena detto la televisione.»

Il capitano fece una pausa. Di partecipazione e non di imbarazzo.

«Come sta Sundance?»

Bellew aveva due figlie poco più grandi di sua nipote. Vivien pensò che probabilmente aveva i loro visi negli occhi mentre le faceva quella domanda.

«Bene.»

Lo disse piano, come ci si accosta a un’illusione e non a una certezza.

L’uomo dall’altra parte capì e non andò oltre.

«A stasera allora.»

«Ciao, Alan. Grazie.»

Vivien chiuse la comunicazione e appoggiò il telefono di fianco al lavandino. Rimase per un istante a guardare i due piatti come se fossero immersi nelle profondità dell’oceano invece che in pochi pollici di acqua.

Quando si girò, Sundance era in piedi davanti a lei dall’altra parte del bancone. Era adulta in quel momento, aveva occhi antichi in un corpo da ragazzina. Tutto quello che aveva intorno le stava provando che ogni cosa che si possiede può essere spazzata via senza preavviso. Vivien sentì più che mai la volontà di insegnarle e di dimostrarle che nello stesso modo molte cose belle possono arrivare.

Come, non lo sapeva ancora. Ma avrebbe imparato. E avrebbe salvato tutte e due.

Sua nipote le sorrise, come se avesse letto sul suo viso quel pensiero.

«Dobbiamo tornare a Joy, vero?»

Vivien assentì con il capo.

«Mi dispiace.»

«Vado a preparare la borsa.»

La ragazza si allontanò e sparì nel corridoio, verso la camera da letto.

Vivien andò alla piccola cassaforte, nascosta senza troppa fantasia dietro un quadro. Dopo aver composto sul pannello elettronico la combinazione, dall’interno prese la pistola e il distintivo.

Sundance era in fondo al corridoio che l’aspettava con la sacca in mano.

Non c’era traccia di delusione sul suo viso. Vivien avrebbe preferito trovarcela, invece di una prematura abitudine a una vita che procede in quel modo e che non sempre si può cambiare.

Quel pomeriggio avevano programmato di andare a correre insieme lungo l’Hudson e poi concedersi una serata di spettacolo e di aggregazione, perse fra la folla del concerto eppure consapevoli di essere insieme, in un momento di buona euforia come solo la musica può dare.

E invece…

Scesero in strada e si avvicinarono alla macchina. La giornata era stupenda ma in quel particolare momento il sole, la brezza leggera e l’azzurro intenso sembravano addirittura beffardi, una vanità compiaciuta della natura piuttosto che un regalo agli esseri umani.

Vivien fece scattare il telecomando e aprì la portiera. Sundance gettò la borsa sul sedile posteriore e poi venne a sedersi al suo fianco. Mentre stava per avviare il motore, la voce esile della ragazza la colse impreparata.

«Sei stata a trovare la mamma, ultimamente?»

Vivien rimase sorpresa e sospesa. Erano parecchi mesi che fra loro quell’argomento non veniva toccato. Si voltò verso sua nipote. Stava guardando fuori dal finestrino, come se avesse pudore di quella domanda o timore della risposta.

«Sì. Ci sono stata. Ieri.»

«Come sta?»

Dove sta, sarebbe la domanda più giusta.

Vivien non espresse quel pensiero istintivo. Cercò di avere una voce il più possibile normale mentre le diceva la verità, come aveva deciso di fare.

«Non bene.»

«Pensi che potrei vederla?»

Vivien sentì una improvvisa mancanza di fiato, come se l’aria all’interno della macchina si fosse rarefatta di colpo.

«Non so se sia una buona idea. Non credo che ti riconoscerebbe.»

Sundance la guardò con il viso rigato di lacrime.

«Io riconosco lei. E questo mi basta.»

Vivien si sentì invadere da una tenerezza devastante. Da che sua nipote si era trovata immischiata in quella brutta storia, era la prima volta che la vedeva piangere. Non sapeva se quando era da sola si fosse mai lasciata attrarre dal conforto illusorio delle lacrime. Con lei e con tutte le persone con cui era venuta a contatto era rimasta sempre presente a se stessa, come se avesse eretto un muro fra sé e la sua umanità per impedire al dolore di entrare.

Di colpo rivide la ragazza di un tempo e rivisse tutti i momenti belli passati insieme. Si sporse sul sedile e la abbracciò, per cercare di cancellare quelli brutti che tutte e due dovevano dimenticare. Sundance si rifugiò in quell’abbraccio e rimasero a lungo immobili, lasciando tutto lo spazio che avevano dentro a quella corrente di emozioni, ognuna stringendo in pugno il biglietto di ritorno da un lungo viaggio.

Vivien sentì la voce rotta dai singhiozzi di sua nipote provenire da un punto imprecisato fra i suoi capelli.

«Oh, Vunny, mi dispiace per quello che ho fatto. Mi dispiace tanto. Non ero io, non ero io, non ero io…»

Continuò a ripetere quelle parole finché Vivien la strinse più forte e le appoggiò una mano sul capo. Sapeva che quello era un momento importante delle loro vite e pregò qualunque entità fosse responsabile delle esistenze degli uomini di farle trovare le parole giuste.

«Shhhhhh. È tutto passato adesso. È tutto passato.»

Disse quella frase due volte, per convincerla e per convincersi.

Vivien la tenne in quel modo finché i singhiozzi di Sundance si calmarono. Quando si staccarono, Vivien si sporse verso il cruscotto, lo aprì e tirò fuori una scatola di Kleenex.

La porse alla ragazza.

«Tieni. Se andiamo avanti così fra poco questa macchina diventerà un acquario.»

Disse quella frase scherzosa per alleggerire la tensione e per suggellare quel nuovo patto fra loro. Sundance accennò a un sorriso. Prese un fazzoletto e si asciugò gli occhi.

Vivien fece la stessa cosa.

La voce decisa della ragazza la sorprese mentre si asciugava gli occhi.

«C’era un uomo.»

Vivien rimase in attesa. In silenzio. La cosa più sbagliata da fare sarebbe stata quella di dimostrare impazienza e di incalzare le confidenze della ragazza. Sundance proseguì senza bisogno di incoraggiamenti. Adesso che il muro era caduto, sembrava che ogni cosa oscura nascosta dall’altra parte avesse urgenza di ritrovare la luce del sole.

«Uno che ho conosciuto e che mi dava delle cose. Uno che organizzava…»

La voce della ragazza si ruppe. Vivien capì che era ancora difficile per lei pronunciare certe parole e usare certe espressioni.

«Ti ricordi come si chiama?»

«Il nome vero non lo conosco. Tutti lo chiamavano Ziggy Stardust.

Penso fosse un soprannome.»

«Sai dove sta? Hai un numero di telefono?»

«No. L’ho visto una volta sola. Poi mi ha chiamato sempre lui.»

Vivien tirò un lungo respiro per calmare i battiti del suo cuore. Sapeva con che cosa avrebbe dovuto combattere nei prossimi giorni. Con la sua rabbia e con il suo istinto. Col desiderio di scovare quella carogna e di entrare nel posto dove viveva e scaricargli un intero caricatore nella testa.

Guardò sua nipote. Per la prima volta lo sguardo che ne ebbe in cambio era senza ombre. Adesso sapeva che poteva parlare con lei in un modo nuovo, che lei avrebbe capito.

«C’è qualcosa che sta succedendo in questa città. Qualcosa di molto brutto che forse potrebbe costare molte vite umane. Per questo tutta la Polizia di New York è in stato d’allarme e per questo stasera devo essere al Distretto. Per cercare di evitare che succeda ancora quello che è appena successo.»

Le lasciò il tempo per assimilare quello che aveva detto. E per prepararla a quello che stava per dire.

«Ma ti prometto una cosa. Non avrò pace finché non avrò messo quest’uomo in condizione di non fare del male a nessuno. Mai più.»

Sundance fece solo un cenno di assenso col capo. In quel momento fra loro non serviva altro. Vivien accese il motore e diresse la macchina verso Joy, che ancora per un poco sarebbe stata la casa di sua nipote. Era ansiosa di comunicare al reverendo McKean i progressi che c’erano stati, ma mentre entrava nel traffico non poteva impedirsi di avere un altro pensiero fisso in mente. Chiunque fosse questo fantomatico Ziggy Stardust, la sua vita sarebbe diventata un inferno.

CAPITOLO 17

Vivien superò le porte a vetri ed entrò nel Distretto.

Lasciò fuori dalla porta una splendida e azzurra mattinata di sole che non aveva la minima voglia di seguirla. Si ritrovò nel grande ambiente incolore con un muro di piastrelle che in passato erano state bianche. Di solito quello era per lei un luogo familiare, un posto di frontiera nel bel mezzo della civiltà, dove tuttavia riusciva a trovare un senso di casa che altrove aveva perso.

Oggi era diverso. Oggi c’era qualcosa di anomalo nell’aria e dentro di lei, un senso di inquietudine e di elettrica attesa che non riusciva a definire.

Aveva letto da qualche parte che l’uomo guerriero in tempo di pace combatte se stesso. Si chiese che genere di guerra avrebbero dovuto combattere nei tempi a venire. E quanto spazio sarebbe rimasto a ognuno di loro per il proprio piccolo o grande conflitto interiore.

In un Distretto la pace non era uno stato d’attesa. Era un sogno.

Salutò con un gesto della mano gli agenti in servizio dietro il bancone e imboccò la porta che portava al piano superiore. Iniziò a salire la scala, lasciandosi alle spalle la sala riunioni dove la sera prima il capitano Alan Bellew aveva fatto il punto della situazione, davanti a tutti gli uomini che in quel momento non erano in servizio. Appoggiato alla scrivania li aveva messi al corrente dello scenario a cui si trovavano di fronte.

«Come avete capito tutti, è una brutta faccenda. Ormai è assodato che l’esplosione del palazzo sulla 10ma Strada è frutto di un attentato. Gli esperti hanno trovato tracce di esplosivo. Della peggiore specie. Vale a dire tritolo abbinato a napalm. È l’unico dettaglio che non è ancora in possesso della stampa, anche se, come sempre succede, lo sarà presto. Chi ha fatto quella cosa voleva il massimo della distruzione, unendo l’effetto incendiario al potere dirompente. Il palazzo è stato minato con una precisione chirurgica. In che modo gli attentatori siano riusciti a disporre le cariche in un modo così accurato senza dare nell’occhio rimane un mistero. È inutile che vi dica che ci stanno lavorando tutti: FBI, NSA e quant’altri. E noi, ovviamente.»

Bellew aveva fatto una pausa.

«Stamattina, durante la riunione nell’ufficio del capo c’erano anche il sindaco e un paio di pezzi grossi venuti da Washington in rappresentanza del presidente. Il livello di Defcon è salito a uno stato di allarme su scala nazionale. Questo significa che tutte le basi e gli aeroporti militari sono sul piede di guerra. La CIA è all’opera per cercare di capire che cosa sta succedendo. Vi dico questo tanto per spiegare qual è il battito del polso dell’America in questi giorni.»

Vincent Narrow, un detective alto e robusto seduto in prima fila, aveva alzato una mano. Il capitano con un gesto gli aveva concesso la parola.

«C’è stata qualche rivendicazione?»

Tutti si stavano chiedendo la stessa cosa. Nonostante il tempo trascorso, i fantasmi dell’11 Settembre erano ben lontani dall’essere fugati.

Bellew aveva scosso la testa.

«Assolutamente nulla. Per il momento tutto quello che si sa è esattamente quello che ha detto la televisione. Al-Qaeda in un comunicato su Internet si è chiamata fuori. Dicono che non sono stati loro. Gli esperti di informatica stanno verificando l’attendibilità di quel messaggio. C’è sempre la possibilità di qualche altro gruppo di fanatici di vario genere, ma di solito sono molto solleciti nel reclamare il merito delle loro imprese.»

Un’altra richiesta era arrivata dal fondo della sala.

«Una pista qualunque?»

«Nemmeno l’ombra. A parte l’abbinamento inusuale dei due esplosivi.»

Infine Vivien aveva fatto la domanda della quale tutti avevano timore di conoscere la risposta.

«Quante vittime?»

Il capitano aveva sospirato, prima di rispondere.

«Per il momento più di novanta. Per fortuna il numero dei morti è stato limitato dal fatto che, essendo sabato sera, molti erano fuori a cena o per il weekend. Ma sono destinati ad aumentare. Alcuni sono stati ustionati in un modo orrendo. Molti feriti non ce la faranno.»

Il capitano aveva lasciato un attimo ai presenti per assimilare quelle cifre. E per unirle nella mente alle immagini che le televisioni di tutto il mondo in quel frangente stavano trasmettendo.

«Non è il massacro dell’11 Settembre, ma è possibile che siamo solo all’inizio, vista l’abilità e l’esperienza che gli attentatori hanno dimostrato.

L’esortazione che posso fare a tutti voi è quella di stare con gli occhi spalancati e le orecchie bene aperte. Proseguite le indagini a cui siete stati assegnati ma nel frattempo non trascurate nulla, nemmeno il più piccolo dettaglio. Spargete la voce fra i vostri informatori. Se necessario siamo autorizzati a promettere ricompense di ogni genere, dal denaro fino al condono di alcuni reati, a chi è in grado di fornire informazioni utili.»

Aveva preso alcune foto dal piano della scrivania e le aveva mostrate ai suoi uomini.

«Sono state fatte delle foto intorno al luogo dell’attentato. Verranno esposte nella bacheca di sopra. Di solito i maniaci amano guardare le conseguenze delle loro nefandezze. Forse non servirà a nulla, forse servirà a qualcosa. In ogni caso dateci un’occhiata. Non si sa mai da dove può arrivare una traccia. È tutto per il momento.»

La riunione si era sciolta e i presenti erano usciti commentando i fatti.

Qualcuno era rientrato a casa, altri si erano sparsi per la città a vivere quello scampolo di domenica. Tutti con una ruga in più rispetto a quando erano arrivati.

Vivien, che era scesa dal Bronx direttamente al Distretto, aveva recuperato la sua macchina al parcheggio e di malavoglia aveva seguito il traffico indolente fino a casa. Il giorno dopo la città si sarebbe risvegliata e avrebbe iniziato la sua furibonda corsa verso chissà cosa, guidata dal solito e chissà quale perché. Ma per il momento c’era calma e tempo per pensare. E proprio questo serviva a Vivien. Appena rientrata si era fatta una doccia e subito si era infilata a letto, cercando senza riuscirci di leggere un libro. Per quello che restava della notte aveva dormito poco e male. Le parole del capitano, unite a quello di cui era stata testimone in compagnia di Sundance, l’avevano inquietata. Inoltre era rimasta disorientata dal comportamento di padre McKean quando si erano incontrati a Joy. Aveva parlato con lui dei progressi nei rapporti con la nipote, della sua apertura verso di lei, del nuovo corso nel loro rapporto.

L’atteggiamento che ne aveva avuto in cambio non era quello che si era aspettata. Il sacerdote aveva accolto quella notizia con un sorriso tiepido e delle parole che sembravano più di circostanza che di esultanza per un risultato che avevano inseguito a lungo. Non sembrava più la persona che aveva imparato a conoscere e ad ammirare fin dal primo istante. A più riprese aveva deviato il discorso sull’attentato, informandosi sulle modalità, sul numero delle vittime, sulle indagini. Vivien ne aveva ricavato un senso di malessere strano, ambiguo, qualcosa che di certo anche padre McKean si portava dentro e che le aveva trasmesso.

Vivien sbucò infine nella sala dove erano piazzate le scrivanie dei detective. Solo un paio di colleghi erano alle loro postazioni. Il Plaza era vuoto.

Fece un cenno di saluto che comprendeva tutti e nessuno. In quel momento il cameratismo che di solito percorreva quella stanza era scomparso. Tutti erano silenziosi e ognuno sembrava seguire un personale pensiero.

Si sedette alla scrivania, accese il computer e cliccò il tasto del mouse.

Quando il monitor le diede via libera, lanciò il link del Police Database, introdusse il suo User ID e la sua password e, non appena il programma la fece entrare, digitò il nome di Ziggy Stardust. Dopo pochi istanti apparve la foto di un uomo con la sua scheda segnaletica. Fu sorpresa di trovarsi davanti agli occhi un viso anonimo, dall’apparenza innocua, una persona di quelle che si incontrano e subito si scordano. Un perfetto prodotto del niente.

«Eccoti, brutto figlio di puttana.»

Lesse rapidamente tutte le imprese di cui Zbigniew Malone alias Ziggy Stardust si era reso protagonista. Vivien conosceva quella tipologia di persone. Un delinquente di mezza tacca, uno di quelli che per tutta la vita restavano a galleggiare ai bordi della legalità senza avere mai la capacità o il coraggio di inoltrarsi in mare aperto. Uno che nemmeno fra la gente della sua risma riusciva a godere di uno straccio di stima. Era stato arrestato diverse volte per diversi reati. Borseggio, spaccio, sfruttamento della prostituzione e altre facezie. Aveva fatto anche un poco di galera, ma meno di quanto Vivien si sarebbe aspettata, visto il suo curriculum.

Lesse l’indirizzo del soggetto e vide che stava a Brooklyn. Conosceva un detective che lavorava al 67° Distretto, un tipo sveglio e alla mano col quale in passato aveva collaborato per un’indagine. Prese il telefono e si fece passare il Distretto di Brooklyn. Si qualificò con il centralinista e chiese di parlare con il detective Star. Poco dopo la voce del collega le arrivò all’orecchio, leggermente gutturale proprio come la ricordava.

«Star.»

«Ciao, Robert. Sono Vivien Light, del 13°.»

«Ciao delizia del genere umano. A cosa devo l’onore?»

«Lusingata per la definizione, anche se il genere umano la pensa diversamente. Forse tu non ne fai parte.»

Le arrivò il suono della risata di Star.

«Vedo che non sei cambiata. Che ti serve?»

«Ho bisogno di un’informazione.»

«Spara.»

«Che mi dici di un tizio che si fa chiamare Ziggy Stardust?»

«Potrei dirti un sacco di cose ma la prima che mi viene in mente è che è morto.»

«Morto?»

«Esatto. Morto ammazzato. Accoltellato per la precisione. Lo hanno trovato ieri nel suo appartamento, steso a terra in un lago di sangue.

L’autopsia ha stabilito che la morte risale a sabato. Era un pesce piccolo ma qualcuno ha deciso che non meritava di vivere. Noi lo usavamo qualche volta come informatore.»

Vivien aggiunse la qualifica di spia a quelle di Ziggy Stardust di cui già era in possesso. Questo spiegava la mano leggera della Polizia nei suoi confronti. Di solito, in cambio di informazioni di una certa consistenza, si chiudeva un occhio su attività illecite di scarso rilievo.

«Avete preso l’assassino?»

Voleva aggiungere che nel caso lei in persona sarebbe andata volentieri in prigione a dargli una medaglia, ma si trattenne.

«Con i giri che aveva quel pezzente non credo sia facile. E se devo essere onesto, non lascia nessuno a piangerlo. Ce ne stiamo occupando noi ma con quello che sta succedendo, la caccia a chi lo ha tolto dal mondo non ha di certo una priorità assoluta.»

«Ci credo. Tienimi informata. Se dovesse essere necessario ti spiegherò anche il perché.»

«Va bene. Ciao.»

Vivien riagganciò e rimase un attimo a macinare le notizie che aveva appena ricevuto. Poi decise di lanciare la stampa della scheda che aveva sullo schermo. Si alzò e raggiunse la macchina collegata in rete nel momento esatto in cui il foglio usciva sul carrello. Lo prese, tornò alla sua postazione e lo depose sulla scrivania. Aveva intenzione di far vedere la foto a Sundance, per avere la conferma che fosse proprio quello l’uomo di cui le aveva parlato. Non riusciva a provare vergogna per quel piccolo meschino senso di euforia che portava dentro. La brutta fine di Ziggy Stardust era la dimostrazione che la vendetta e la giustizia a volte coincidevano. Quello che aveva promesso a sua nipote si era avverato prima del previsto. L’unico rammarico di Vivien era di non averne alcun merito.

Brett Tyler, un suo collega, sbucò in quel momento dalla porta del bagno di fianco al Plaza. Era un tipo scuro e ben piazzato, dal carattere ostinato più che brillante. E dai modi piuttosto ruvidi con chi non meritava altro trattamento. Vivien l’aveva visto in azione e doveva dire che, quando voleva, sapeva essere estremamente efficace.

Tyler si avvicinò alla sua scrivania.

«Ciao, Vivien. Tutto okay?»

«Più o meno. Tu?»

Il detective allargò le braccia in un gesto rassegnato.

«Sono in fremente attesa di Russell Wade per la testimonianza su quel giro di bische clandestine. Una mattinata di thrilling autentico.»

Vivien rivide la figura stazzonata di Wade uscire dal Distretto accompagnato dal suo avvocato. Ripensò al commento del capitano mentre sfilavano davanti a loro. Alla sua vita disordinata che Bellew aveva definito un vero e proprio tentativo di autodistruzione.

«Sei tu che gli hai fatto a pezzi il labbro?»

«Sì. E se posso farti una confidenza, anche con un certo piacere. Quel tipo non mi piace per niente.»

Vivien non ebbe il tempo di ribattere, perché in quel momento il tipo in questione apparve sulla porta, accompagnato da un agente in divisa. Vivien vide che si era rimesso in sesto rispetto alla prima volta che l’aveva visto, anche se sul suo labbro era ancora evidente il segno della cura Brett Tyler.

«Lupus in fabula», disse piano il collega di fianco a lei.

Wade si diresse verso di loro, mentre l’agente spariva da dove era venuto. Arrivò alla loro altezza e rimase in piedi davanti a Tyler, il quale non fece nulla per mostrarsi cordiale, a parte un saluto così formale da essere vagamente sarcastico.

«Buongiorno, signor Wade.»

«C’è un motivo perché lo sia?»

«In effetti no. Per nessuno dei due.»

L’uomo girò la testa verso Vivien, che era seduta di fianco a loro. Non disse nulla, rimase solo un istante a fissarla. Poi il suo sguardo si spostò e cadde sulla foto che era appoggiata sulla scrivania. Subito dopo i suoi occhi tornarono a cercare quelli di Tyler.

«Allora, vediamo di risolvere alla svelta questa faccenda?»

Il tono della domanda era stato vagamente provocatorio. Tyler accettò la sfida.

«Non ha portato il suo avvocato?»

«Perché, ha intenzione di darmi un altro pugno?»

Vivien avrebbe giurato di vedere una luce divertita nello sguardo di Russell Wade. Forse l’aveva vista anche Tyler, perché si rabbuiò di colpo.

Si fece di lato e indicò un punto alla sua destra.

«Da questa parte, prego.»

Mentre si avviavano verso la scrivania di Tyler, sulla bocca di Vivien rimase per qualche istante un accenno di sorriso per la scaramuccia verbale fra i due. Poi dedicò la sua attenzione al faldone relativo al cadavere che avevano trovato murato sulla 23sima che era sulla sua scrivania. Lo aprì e all’interno ci trovò il referto dell’autopsia e una copia delle foto che avevano trovato nel portadocumenti in terra, di fianco al corpo. Nonostante il desiderio del capitano di occuparsi dei reati commessi nel suo territorio di competenza, era ragionevolmente certa che la pratica sarebbe stata trasferita alla Cold Case, per cui scorse velocemente e senza troppo interesse il documento redatto dal medico legale. Confermava con termini tecnici le cause della morte che il coroner le aveva anticipato con parole più accessibili sul luogo del ritrovamento. La data della morte era fatta risalire a una quindicina di anni prima, con una certa possibilità di imprecisione dovuta alle condizioni del luogo in cui il corpo si era conservato. L’analisi sui resti dei vestiti non era ancora arrivata, quella sull’arco dentale era in corso. Il cadavere non presentava segni particolari, a parte una linea di frattura consolidata all’omero e alla tibia destri e un tatuaggio su una spalla, ancora visibile nonostante il tempo trascorso.

Allegata all’incartamento c’era una riproduzione fotografica. Era un Jolly Roger, la bandiera dei pirati, quella con il teschio e le tibie incrociate. Un disegno abbastanza comune, nel suo genere. Sotto c’era una scritta THE ONLY FLAG tracciata con dei caratteri adeguati all’immagine. Vivien pensò al significato di quell’iscrizione e all’ironia della vita. Fregiarsi di quella che secondo lui era la sola bandiera possibile non aveva salvato quell’uomo dal fare una brutta fine. Tuttavia quel tatuaggio poteva essere l’unica esile indicazione per arrivare a identificare il cadavere, se per caso fosse appartenuta a qualche gruppo o associazione particolare.

La documentazione finiva lì, insieme a qualsiasi ulteriore traccia in loro possesso.

Il lavoro di investigazione si presentava piuttosto noioso. Una ricerca al DOB, il Department of Buildings, sui due edifici demoliti.

Le deposizioni dei proprietari e degli inquilini.

Le denunce delle persone scomparse intorno a quella data.

Posò il referto e prese in mano le due foto. Rimase a fissare a lungo il ragazzo in divisa ritto davanti a un carro armato, protagonista di una guerra più di vergogna che di gloria. Poi passò all’immagine in cui tendeva verso l’obiettivo quel bizzarro gatto a tre zampe. Si chiese il perché di quella anomalia o di quella mutilazione e si rispose che probabilmente non lo avrebbe saputo mai. Rimise il tutto all’interno della cartellina troppo sottile per essere definita un dossier e si appoggiò allo schienale della sedia.

Avrebbe dovuto scrivere un rapporto ma ora non ne aveva voglia.

Si alzò, attraversò la stanza e uscì sul pianerottolo dove c’era la macchina del caffè. Premette i pulsanti giusti e ordinò al suo barman meccanico un caffè con latte e senza zucchero. Nel momento stesso in cui il liquido caldo finiva di riempire il bicchiere di carta, Russell Wade comparve al suo fianco. Non aveva l’aria di uno che desiderava un caffè.

Vivien prese il bicchiere e si girò verso di lui.

«Finito con il suo aguzzino?»

«Con quello sì. Ora ho bisogno di parlare con lei.»

«Con me? A che proposito?»

«La foto di quell’uomo, quella che ha sulla sua scrivania.»

Un piccolo senso di all’erta si accese all’interno di Vivien. Erano la sua esperienza ma soprattutto il suo talento che lo mettevano in funzione. E raramente si era sbagliata.

«Ebbene?»

«Lo conoscevo.»

Vivien notò che il verbo era stato coniugato al passato.

«Sa che è stato ucciso?»

«Sì, l’ho saputo.»

«Se ha delle informazioni relative a quell’uomo posso metterla in contatto con quelli che si occupano delle indagini.»

Wade rimase perplesso.

«Ho visto la foto sulla sua scrivania. Credevo che se ne occupasse lei.»

«No. Sono i miei colleghi di Brooklyn. Il fatto che quella foto fosse sulla mia scrivania è del tutto casuale.»

L’uomo ritenne opportuna una precisazione.

«In ogni caso non è la morte di Ziggy il centro della questione. Non del tutto almeno. C’è un altro motivo molto più importante. Ma a questo punto ne vorrei parlare in privato con lei e con il responsabile del Distretto.»

«In questo momento il capitano Bellew è molto occupato. E la prego di credere che non sono parole di circostanza.»

Lui fece una pausa, guardandola negli occhi. Vivien ricordò il momento in cui era sfilato davanti a lei in auto, il giorno in cui lo avevano scarcerato. Quel senso di tristezza e di solitudine che le aveva trasmesso.

Non aveva nessun motivo per stimare quell’uomo ma ancora una volta non riuscì a rimanere insensibile di fronte alla profondità di quello sguardo.

La voce di Russell Wade le arrivò tranquilla alle orecchie.

«Se le dicessi che ho una traccia importante per arrivare a chi ha fatto esplodere il palazzo nel Lower East Side, pensa che il capitano Bellew potrebbe trovare un minuto per me?»

CAPITOLO 18

Era seduto su una sedia di plastica, in una saletta d’attesa al secondo piano del 13° Distretto di Polizia. Una stanza anonima, con muri sbiaditi testimoni di storie che nello stesso modo si erano sbiadite nel tempo. Ma il suo tempo era oggi e la sua storia apparteneva al presente. Che sovente era un momento molto difficile da vivere.

Si alzò e andò alla finestra che dava sulla strada.

Uomini e donne e automobili percorrevano quella primavera calda e odorosa di vento e foglie nuove. Come sempre, quando l’inverno sembrava senza scampo, il freddo senza alternativa e il grigio l’unico colore possibile, quella rinascita arrivava come una sorpresa per impedire che la fiducia si trasformasse in una definitiva illusione.

Mise le mani in tasca e, nel bene o nel male, si sentì parte del mondo.

Dopo la scoperta che aveva fatto a casa di Ziggy, dopo avere letto il foglio che gli aveva passato prima di morire e aver compreso con sconcerto di cosa si trattava, il sabato e la domenica erano trascorsi in una lunga e tormentata riflessione. Intervallata da notiziari televisivi, dalla lettura dei giornali e dalle immagini dell’uomo insanguinato che gli era morto fra le braccia.

Infine, aveva preso una decisione.

Non sapeva se fosse quella giusta, ma finalmente era una decisione sua.

In quella situazione difficile e incerta, adesso una sola cosa gli era chiara. Che in quel passaggio della sua vita qualcosa era finito e qualcos’altro stava per iniziare. E lui avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere perché fosse qualcosa di giusto e importante. Per uno strano scherzo del destino, nel momento in cui si era ritrovato da solo di fronte a una responsabilità enorme, il nodo che si portava dentro da anni si era sciolto. Come se la nave avesse bisogno di una vera tempesta per dimostrare di essere in grado di navigare.

In un primo tempo, preso dal dubbio e dallo sconforto, si era chiesto che cosa avrebbe fatto Robert Wade se fosse stato al posto suo. Poi aveva capito che era la domanda sbagliata da rivolgersi. Quello che era importante capire e decidere era che cosa doveva fare lui. E finalmente aveva girato le spalle allo specchio nel quale, per quanto cercasse il proprio viso, per anni aveva continuato a vedere riflessa l’immagine di suo fratello.

Per tutta la notte fra domenica e lunedì era rimasto steso sul letto, guardando il soffitto che era un tetto chiaro nella penombra, con le luci e le voci della città oltre le vetrate a ricordargli che ognuno era solo ma che in realtà nessuno lo era davvero.

Era sufficiente cercare. La cosa più difficile da capire non era chi, non era come. Era il posto. E quasi sempre era più vicino di quanto si riuscisse a ipotizzare. Quando il mattino aveva spento le insegne e i lampioni e riacceso la luce del sole, si era alzato. Aveva fatto una doccia che aveva cancellato completamente ogni traccia di stanchezza per la notte insonne.

Si era ritrovato in bagno, nudo davanti allo specchio. Adesso sulla superficie lucida c’erano il suo corpo e il suo volto. Adesso sapeva chi era e che, se doveva dimostrare qualcosa, la doveva provare a se stesso e a nessun altro.

Ma soprattutto, adesso non aveva più paura.

La porta si aprì alle sue spalle. Sulla soglia apparve la ragazza che si era presentata come la detective Vivien Light. Quando poco tempo prima poco? era stato scarcerato ed era uscito in strada con l’avvocato Thornton, mentre stava salendo in macchina l’aveva vista fuori dalla porta a vetri, immobile come se fosse indecisa se scendere i gradini o meno. L’auto le era passata davanti e i loro occhi si erano incrociati. Un momento, un breve sguardo nel quale non c’era giudizio e non c’era condanna. Solo un senso di strana comprensione che Russell non aveva dimenticato. Prima non sapeva che fosse un poliziotto ma quando l’aveva trovata seduta a una scrivania nel Distretto con la foto di Ziggy accanto, aveva capito che forse era la persona giusta con cui parlare.

Se quel forse sarebbe diventato una certezza lo avrebbe scoperto presto.

La ragazza si fece di lato e gli indicò il corridoio.

«Venga.»

Russell la seguì fino a una porta con il vetro smerigliato e la scritta Capitano Alan Bellew tracciata in corsivo con il pennello da una mano sicura. A Russell ricordò certe immagini di film polizieschi in bianco e nero degli anni Quaranta. La detective spinse la porta senza bussare e si trovarono in un ufficio dai mobili per nulla austeri.

Schedari ai muri sulla sinistra, un armadio sulla destra, un tavolino con due poltroncine e una macchina per il caffè appoggiata sul piano di legno.

Pareti dalla tinta indefinibile. Un paio di discutibili quadri e alcune piante infilate negli anelli di un portavasi in ferro battuto.

Dietro una scrivania piazzata proprio di fronte alla porta c’era un uomo.

Russell non riusciva a inquadrarlo bene a causa del controluce della finestra, appena mitigato dalle veneziane.

L’uomo gli indicò una sedia davanti alla scrivania.

«Sono il capitano Bellew. Si sieda, signor Wade.»

Russell prese posto sulla sedia e la ragazza si spostò a lato, un poco discosta, in piedi. Lo osservava con curiosità, quella che invece il capitano non lasciava trasparire.

Russell decise che era un uomo che sapeva il fatto suo. Non un politico ma un poliziotto, uno che si era guadagnato i gradi e gli incarichi con i risultati sul campo e non con le pubbliche relazioni.

Bellew si appoggiò allo schienale della sedia.

«Mi dice la detective Light che lei pretende di avere delle informazioni importanti per noi.»

«Non lo pretendo. Le ho.»

«Vedremo. Per ora partiamo dall’inizio. Mi parli del suo rapporto con questo Ziggy Stardust.»

«Prima vorrei parlare del mio rapporto con lei.»

«Prego?»

«So che in casi come questi avete un ampio potere discrezionale sulle concessioni da fare a chi fornisce elementi utili alle indagini. Avete a disposizione denaro e tutta una serie di altri privilegi. Addirittura l’immunità, se necessario.»

Il viso del capitano si fece buio.

«Vuole denaro?»

Russell Wade scosse la testa. Un mezzo sorriso gli apparve sulle labbra.

«Fino a due giorni fa un’offerta simile mi avrebbe allettato. Forse anche convinto…»

Chinò la testa e fece una pausa, lasciando la frase in sospeso come se di colpo fosse arrivato un ricordo o un pensiero da inseguire. Poi rialzò la testa.

«Oggi è diverso. C’è solo una cosa che voglio.»

«Ed è lecito sapere quale?»

«Io voglio l’esclusiva. Voglio poter seguire da vicino le indagini in cambio di quello che vi darò.»

Il capitano rimase un attimo a pensare. Quando parlò scandì bene le parole, come se quello che stava esprimendo fosse un concetto da sottolineare in modo molto preciso.

«Signor Wade, direi che lei non si presenta qui fornito delle migliori referenze.»

Russell fece un gesto vago con la mano. E si adeguò al tono del suo interlocutore.

«Capitano Bellew, la mia storia è di dominio pubblico. Tutti sanno che in passato ho ricevuto un Premio Pulitzer che non meritavo e che giustamente mi è stato tolto. Io non nego quelle circostanze, le conosco solo un poco meglio. Le mie responsabilità per quello che ho fatto in passato non hanno scusanti, al massimo delle spiegazioni. Ma non mi sembra questo il momento giusto per darne. La prego di credere che ho da dire cose molto importanti anche se, come dice lei, non mi presento con le migliori credenziali.»

«Perché vuole questo?»

Russell si rese conto che quella era una domanda la cui risposta era determinante. Per il resto della conversazione e per il resto della sua vita.

La stava dando all’uomo che aveva di fronte ma nel contempo la stava dando anche e definitivamente a se stesso.

«Le potrei elencare una lunga serie di motivi. Ma in realtà quello che desidero davvero è smettere di essere un vigliacco.»

Nella stanza cadde il silenzio.

Il capitano rimase a guardarlo a lungo negli occhi. Russell sostenne il suo sguardo senza nessuna fatica.

«Potrei trattenerla come sospetto per l’omicidio di Ziggy Stardust.»

«Di certo sarebbe in suo potere, ma non credo che lo farà.»

Ritenne opportuna una precisazione, in modo da non far sembrare la sua affermazione frutto di pura presunzione.

«Capitano, io non sono uno sciacallo. Se avessi voluto uno scoop sarei andato al “New York Times”, pur con le difficoltà che lei immagina. Ma, mi creda, questo avrebbe gettato nel panico l’intera città. Nel panico più totale. E non ho la minima intenzione di giocare con la vita di migliaia di persone. Perché questo c’è in ballo…»

Fece una breve pausa, guardando prima una e poi l’altra le due persone presenti nella stanza.

«La vita di migliaia di persone.»

Aveva ripetuto l’ultima frase in modo che il concetto fosse chiaro per loro come lo era per lui. Poi lo rinforzò con un messaggio che non sapeva se fosse più difficile da trasmettere o da accettare.

«L’esplosione di sabato, se è come penso io, sarà solo la prima di una lunga serie.»

Si alzò in piedi e fece qualche passo nella stanza.

«Per una serie di motivi, uno dei quali è rappresentato dal caso, ho scelto di parlare di questa cosa con la detective Light e con lei. Ma non è mia intenzione trattenere per me informazioni che potrebbero salvare la vita di così tante persone. Potrei andare all’FBI ma credo che l’idea migliore sia che tutto parta da qui, da questa stanza.»

Tornò davanti alla scrivania. Si appoggiò con le mani sul piano del tavolo e inclinò leggermente il corpo verso l’uomo che stava dall’altra parte.

Ora era lui a cercare lo sguardo del capitano.

«Mi basta la sua parola d’onore che mi permetterà di seguire le indagini da vicino.»

Russell sapeva che fra i corpi investigativi c’era da sempre una certa rivalità. E sapeva che arrivava all’acme fra la Polizia di New York e l’FBI.

Il capitano Bellew aveva l’aria di essere un buon poliziotto e una brava persona. Ma era pur sempre un essere umano. L’idea che il suo Distretto potesse venire a capo di quella faccenda e goderne i meriti di certo poteva essere un elemento di peso.

Il capitano indicò la sedia.

«Si sieda.»

Russell tornò ad accomodarsi. Il capitano Bellew attese che si fosse seduto prima di parlare.

«Va bene. Ha la mia parola d’onore che, se quello che ha da dire è interessante, le darò modo di seguire le indagini. Ma se ci ha fatto perdere del tempo, sarò io personalmente a gettarla a calci nel sedere giù per le scale.»

Una pausa e uno sguardo per ratificare il patto e le sue possibili conseguenze.

«E adesso parli.»

Il capitano fece un gesto a Vivien, che fino a quel momento era stata in silenzio, mantenendo la sua posizione di fianco alla scrivania, ferma ad ascoltare quella conversazione. Russell capì che da quel momento in poi sarebbe stata lei a condurre le operazioni.

E infatti lo fece.

«Che cosa c’entra con lei Ziggy Stardust?»

«Per motivi miei sono stato a casa sua, sabato pomeriggio.»

«Che motivi?»

Russell Wade alzò le spalle.

«Conoscete me. E credo conosceste Ziggy e quello che faceva. Posso dire che il motivo non ha importanza, per il momento?»

«Vada avanti.»

«Ziggy abitava in un seminterrato. Quando sono arrivato a casa sua e ho svoltato l’angolo al fondo delle scale, ho visto una persona con una giacca militare che imboccava con una certa fretta la scala dall’altra parte del corridoio. Ho pensato che fosse uno dei tanti clienti di Ziggy che non vedeva l’ora di trovarsi lontano di lì.»

«Lo saprebbe riconoscere?»

Russell aveva percepito la trasformazione della ragazza e ne rimase impressionato in modo molto favorevole. Da semplice spettatrice adesso era diventata quella che faceva le domande con l’atteggiamento di chi sapeva il fatto suo.

«Non credo. Non l’ho visto in faccia. Come corporatura era abbastanza comune. Potrebbe appartenere a chiunque.»

«E poi che ha fatto?»

«La porta di Ziggy era aperta. Sono entrato e lui era ancora vivo. Era coperto di sangue. Dappertutto. Sui calzoni e sul davanti della camicia. Gli colava anche dalla bocca. Stava cercando di rialzarsi e di arrivare alla stampante.»

Il capitano intervenne a chiarire quel dettaglio.

«La stampante?»

Russell fece un cenno affermativo con la testa.

«Quello ha fatto. Anche io mi sono chiesto il perché. Si è aggrappato a me e ha premuto un tasto della stampante dove c’era un led arancione che lampeggiava, come succede quando finisce la carta e la macchina si mette in stand by.»

«E poi?»

«Con le ultime forze ha preso il foglio appena stampato e me l’ha messo in mano. Poi è scivolato a terra ed è morto.»

Russell si prese un attimo di tempo prima di continuare. Nessuno dei due poliziotti disse o fece nulla per incalzarlo.

«A quel punto mi sono fatto prendere dal panico. Ho infilato il foglio nella tasca della giacca e sono scappato. So che avrei dovuto chiamare la Polizia ma la paura delle conseguenze o che l’assassino potesse ritornare ha avuto il sopravvento. Quando sono arrivato a casa, ho visto dalle finestre del mio appartamento l’esplosione nel Lower East Side e me ne sono dimenticato. Quando mi sono calmato e sono tornato un po’ più presente a me stesso, sono andato a vedere il foglio. Era la fotocopia di parte di una lettera più lunga, perché inizia e finisce con un periodo sospeso. È scritta a mano e ho fatto una certa fatica a leggerla, per le macchie di sangue che c’erano sopra.»

Russell di nuovo si arrestò. Il suo tono cambiò e la sua voce divenne quella di un uomo che non riusciva, nonostante tutto, ad arrendersi all’evidenza.

«Ho dovuto rileggerla due volte prima di realizzare il senso di quelle parole. E quando le ho capite devo confessare che mi è caduto il mondo addosso.»

«Che c’era scritto di tanto rilevante?»

Russell Wade infilò una mano nella tasca interna della giacca. Ne tirò fuori un foglio ripiegato in quattro. Lo tese verso la ragazza.

«Ecco. Questa è una fotocopia dell’originale. Legga lei stessa.»

Vivien la prese, la aprì e iniziò a leggere. Quando arrivò alla fine il suo viso era pallido e aveva le labbra tirate. Senza dire una parola passò il foglio al capitano, che iniziò a sua volta a scorrere le righe.

e per questo me ne sono andato. Dunque adesso sai chi sono e da dove vengo, nello stesso modo in cui sai chi sei tu. La mia storia, come vedi, non è stata lunga da raccontare, perché da un certo punto in poi non è successo molto. È stato difficile raccontarla, invece, perché è stato difficile viverla. Non ho potuto, in vita, lasciare nulla a nessuno. Ho preferito tenere per me il mio rancore e il mio odio. Ora che il cancro ha fatto il suo lavoro e io sono da un’altra parte, posso lasciare qualcosa a te come ogni padre dovrebbe fare per un figlio e come avrei dovuto fare io molto tempo fa senza averne la possibilità. Non ho molto denaro. Tutto quello che avevo, detratte le spese del mio funerale, è qui nella busta, in biglietti da mille dollari. Sono certo che ne farai buon uso. Per tutta la mia vita, prima e dopo la guerra, ho lavorato nell’edilizia. Ho imparato da ragazzo, quando ero alle dipendenze di un uomo che per me è stato come un padre, a usare l’esplosivo per le demolizioni. L’esercito mi ha insegnato il resto. Durante tutto il tempo che ho lavorato a New York, in molti dei posti che ho contribuito a costruire ho nascosto delle bombe. Tritolo e napalm, che per mia sfortuna ho dovuto conoscere fin troppo bene. Avrei voluto essere io stesso a farle esplodere ma visto che leggi queste parole vuole dire che la mia mancanza di coraggio e la vita hanno disposto diversamente. Allegati a questa lettera troverai gli indirizzi degli edifici minati e il modo per farli esplodere al posto mio. Se lo farai, mi avrai vendicato. Altrimenti rimarrò una delle tante vittime della guerra che non hanno avuto il conforto della giustizia. Ti consiglio di imparare a memoria gli indirizzi e i dati tecnici e poi distruggere questa lettera. Il primo palazzo è nel Lower East Side, sulla 10ma Strada all’angolo con la Avenue D. Il secondo

Lo scritto finiva qui. Anche il capitano era pallido quando finì di leggere. Prese il foglio e lo depose sulla scrivania. Appoggiò i gomiti sul tavolo e nascose il viso fra le mani. La sua voce arrivò smorzata, mentre faceva un ultimo umano tentativo di convincersi che quello che aveva appena letto non era vero.

«Signor Wade, questo potrebbe anche averlo scritto lei. Chi mi dice che non sia un’altra delle sue bufale?»

«Il tritolo e il napalm. Ho controllato. Nessuno ne ha fatto cenno, né in televisione né sui giornali. Devo dedurre che sia un particolare che non è in possesso dei media. Se mi conferma che la causa delle esplosioni è quella, mi pare una prova sufficiente.»

Russell si rivolse alla detective, che era pallida e pareva non essere in grado di riprendersi. Tutti, nella stanza, pensavano la stessa cosa. Se quello che c’era scritto nella lettera era vero, significava che una guerra era in atto. E l’uomo che l’aveva scatenata, da solo, aveva la potenza di un piccolo esercito.

«E poi c’è un’altra cosa, che non so se può essere utile.»

Di nuovo Russell Wade infilò una mano nella tasca interna della giacca.

Questa volta ne estrasse una foto macchiata di sangue. La tese verso la detective.

«Insieme al foglio Ziggy mi ha dato questa.»

La ragazza prese la foto e rimase un istante a fissare l’immagine. Poi sembrò percorsa da una scossa elettrica.

«Aspettate un attimo. Torno subito.»

A passo veloce attraversò la stanza, uscì dalla porta e sparì nel corridoio.

Quasi non lasciò a Russell e al capitano Bellew il tempo di chiedersi il motivo di quel comportamento. Un attimo dopo era di ritorno, con una cartellina gialla in mano. C’era solo una rampa di scale fra l’ufficio del capitano e la sua postazione. Chiuse la porta e si avvicinò alla scrivania, prima di iniziare a parlare.

«Un paio di giorni fa, durante una demolizione in un cantiere sulla 23sima Strada, è stato trovato un cadavere murato in un’intercapedine.

L’autopsia dice che sta lì da quindici anni, più o meno. Non abbiamo trovato nessuna traccia significativa, a parte una cosa.»

Russell riteneva che il capitano fosse già al corrente di alcuni dettagli.

Capì che il modo di esporre i fatti della detective Vivien Light era a suo uso e consumo. Questo significava che stava rispettando il patto appena stipulato.

La ragazza continuò.

«A terra, di fianco al cadavere, abbiamo trovato un portadocumenti contenente due foto. Eccole.»

Diede al capitano gli ingrandimenti in bianco e nero che stavano nella cartellina. Bellew li esaminò per qualche istante. Quando Vivien fu certa che le avesse assimilate bene, gli passò quella che Russell le aveva appena mostrato.

«E questa è quella che Ziggy ha dato al signor Wade.»

Appena la vide, il capitano non riuscì a trattenere una esclamazione.

«Cristo santo.»

Continuò a passare lo sguardo dall’una all’altra foto per un tempo che sembrò interminabile. Poi si sporse sul piano della scrivania e le tese a Russell. In una c’erano un ragazzo in divisa davanti a un carro armato, in un’immagine forse riconducibile alla guerra del Vietnam. Nell’altra lo stesso ragazzo, in abiti borghesi, tendeva verso l’obiettivo un grosso gatto nero, che sembrava privo di una zampa.

Russell capì il motivo del comportamento della detective Light e della sorpresa del suo superiore. Il ragazzo e il gatto nella foto trovata accanto a un cadavere vecchio di quindici anni erano gli stessi ritratti in quella che Ziggy Stardust gli aveva messo in mano prima di morire.

CAPITOLO 19

Io sono Dio…

Da quando aveva aperto gli occhi, quelle tre parole continuavano a risuonare nella testa del reverendo Michael McKean come se fossero incise su un nastro che si ripeteva all’infinito. Fino alla sera prima c’era stata ancora, da qualche parte dentro di lui, una piccola speranza che tutto fosse frutto del vaneggiamento di un folle, l’innocuo autolesionismo di una mente vacillante. Ma la ragione e l’istinto, che di solito stavano fra loro in conflitto, gli dicevano che era tutto vero.

E alla luce del sole ogni cosa sembrava più nitida e definitiva.

Ricordava la fine di quella assurda conversazione nel confessionale, quando l’uomo, dopo la sua terribile affermazione, aveva cambiato il tono della voce e si era fatto suadente, confidenziale. Parole di minaccia in un timbro impastato ad arte di colpa e d’innocenza.

«Ora io mi alzerò e me ne andrò. E lei non mi seguirà, né cercherà di fermarmi. Se lo facesse, le conseguenze sarebbero molto spiacevoli. Per lei e per le persone che le sono care. Mi può credere, come può credere a tutto quello che le ho detto.»

«Aspetta. Non te ne andare. Spiegami almeno perché…»

La voce lo aveva interrotto, di nuovo ferma e precisa.

«Credevo di essere stato chiaro. Non ho niente da spiegare. Solo cose da annunciare. E lei le verrà a conoscere prima di chiunque altro.»

L’uomo proseguì nel suo delirio come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Questa volta ho riunito il buio alla luce. La prossima rimetterò insieme la terra all’acqua.»

«Che cosa significa?»

«Capirà, nel tempo.»

La voce era carica di una tranquilla e inesorabile minaccia. Col terrore di vederlo sparire da un momento all’altro padre McKean gli aveva rivolto un’ultima disperata domanda.

«Perché sei venuto a parlarne con me? Perché io?»

«Perché, più di chiunque altro, lei ha bisogno di me. Io lo so.»

Un tratto di silenzio che era sembrato infinito da parte di quell’uomo che si diceva padrone dell’eternità. Poi le sue parole definitive. Il suo addio al mondo senza scampo.

«Ego sum Alpha et Omega.»

L’uomo si era alzato e se ne era andato quasi senza fare rumore, un fruscio verde oltre la grata, un viso appena intravisto nella penombra. Era rimasto solo, senza fiato e senza paura, perché quello che provava era così grande e senza nome da non lasciare posto a nessun altro sentimento.

Era uscito dal confessionale pallido in viso e quando Paul, il parroco, era venuto a cercarlo era rimasto interdetto di fronte al suo aspetto sofferente.

«Che hai Michael, non ti senti bene?»

Aveva ritenuto inutile mentire. Inoltre dopo quell’esperienza non aveva davvero le forze necessarie a sostenere la messa di fronte ai fedeli di mezzogiorno. Il rito era un momento di gioia e di aggregazione e gli sembrava un peccato contaminarlo con ì pensieri che aveva dentro.

«No. A dirti la verità non mi sento bene per niente.»

«Okay. Vai a casa. Alla funzione ci penso io.»

«Ti ringrazio, Paul.»

Il parroco aveva ricevuto una visita di gente da fuori e gli aveva trovato un passaggio fino a Joy. Una persona che non conosceva e che si era presentata come Willy Del Carmine gli aveva indicato una grossa macchina della quale non ricordava quasi il colore. Per tutto il breve tragitto era rimasto in silenzio, guardando fuori dal finestrino, uscendo dai suoi pensieri solo per fornire le indicazioni al suo autista. Vece quasi fatica a riconoscere la strada che aveva già percorso mille volte.

Quando si era trovato nel cortile con il rumore dell’auto che si allontanava, si era accorto di non avere nemmeno ringraziato e salutato la persona che era stata così gentile con lui.

John era in giardino e vedendo la macchina arrivare lo aveva raggiunto. Era un uomo di una sensibilità non comune e con una capacità ancora più acuta di leggere dentro alle persone.

Padre McKean sapeva che avrebbe capito che qualcosa non andava.

Già lo aveva percepito dal tono della sua voce, quando da Saint Benedict aveva avvisato che stava per rientrare. A conferma dell’opinione che aveva di lui, John si era avvicinato come se avesse timore di essere inopportuno.

«Tutto bene?»

«Tutto bene, John. Ti ringrazio.»

Il suo collaboratore non aveva insistito oltre, confermando un’altra delle sue qualità, la discrezione. Si conoscevano troppo bene, ormai.

Sapeva che John era fiducioso che, quando fosse stato tempo e luogo, il suo amico Michael McKean si sarebbe aperto con lui. Non poteva sapere che questa volta era del tutto diverso.

Il problema era insormontabile.

Ed era la causa di un’angoscia che provava per la prima volta nella sua vita. In passato aveva raccolto le confidenze di altri sacerdoti ai quali era successo, in confessione, di sentirsi raccontare crimini. Adesso capiva il loro turbamento, il sentirsi umanamente in conflitto con il loro ruolo di ministri della Fede e della Chiesa che avevano scelto di servire.

Il sigillo sacramentale era inviolabile. Perciò era proibito a ogni confessore di tradire chiunque si confidasse all’interno di un confessionale.

In nessun caso e in nessun modo.

La violazione non era permessa neppure in caso di minaccia di morte del confessore o di altri. Il sacerdote che si trovava a violare il segreto confessionale incorreva automaticamente nella scomunica definita latae sententiae, che poteva essere tolta solo dal Papa. E difficilmente il Pontefice, nel corso del tempo, lo aveva fatto.

Se il peccato consisteva in un atto criminale, il confessore poteva suggerire o imporre al penitente, come condizione indispensabile per l’assoluzione, che si costituisse alle autorità civili. Non poteva fare altro e soprattutto non poteva informare lui stesso gli organi inquirenti neppure in modo indiretto.

C’erano casi in cui una parte della confessione poteva essere rivelata ad altri, ma sempre col permesso della persona interessata e sempre senza rivelarne l’identità. Questo valeva per alcuni peccati, che non potevano essere perdonati senza l’autorizzazione del vescovo o del Papa. Tutto questo, tuttavia, prevedeva una cosa determinante. La richiesta di assoluzione era conseguente al pentimento, al desiderio di liberare l’anima da un peso insostenibile. In quel caso, padre McKean non si trovava di fronte né all’una né all’altro.

Un uomo aveva dichiarato guerra alla società.

Distruggendo e mietendo vittime, spargendo lacrime e dolore e disperazione. Con la determinazione del dio che nel suo deliquio sosteneva di essere, il dio che distruggeva città e annientava gli eserciti, quando ancora la legge era quella dell’occhio per occhio e dente per dente.

Dopo quell’accenno di conversazione nel cortile con John, per non doversi addentrare oltre in difficili spiegazioni, si era avviato verso la cucina. Per quanto gli era stato possibile, si era messo la sua maschera migliore ed era entrato in casa per pranzare con i ragazzi, che erano stati lieti di averlo a tavola per quella piccola festa domenicale.

Qualcuno di loro non si era fatto ingannare. La signora Carraro per prima. E nel caos di risate e commenti e scherzi intorno alla tavola, un paio di ragazzi avevano capito. Katy Grande, una ragazza di diciassette anni con un buffo naso cosparso di efelidi e Hugo Sael, un altro degli ospiti di Joy dotato di una particolare attenzione al mondo che lo circondava, lo avevano guardato ogni tanto con un’aria interrogativa, come chiedendosi dove si fosse nascosto il padre McKean che conoscevano.

Nel pomeriggio, mentre erano quasi tutti in giardino a vivere quella splendida giornata di sole, li avevano raggiunti Vivien e Sundance. Se la ragazza era dispiaciuta che la piega degli eventi avesse costretto le autorità a rinviare il concerto non lo aveva dato a vedere. Era serena e pareva felice di essere tornata a Joy.

Lei e la sua giovane zia sembravano molto più unite di quando il giorno prima Vivien era salita a prenderla. L’imbarazzo fra loro sembrava dissolto e pareva che quel difficile rapporto avesse intrapreso un viaggio verso un posto diverso. Ma soprattutto in un modo diverso.

Questa impressione gli era stata confermata quando Vivien, con parole che rasentavano l’euforia, gli aveva riferito quello che era successo con la nipote, di quella nuova ritrovata confidenza e unione, che tutti loro avevano inseguito con ansia e conseguito a fatica nel corso del tempo.

Adesso, alla luce del sole e di un giorno nuovo, si rendeva conto di quanto fosse stato poco gratificante verso quell’entusiasmo il suo comportamento del giorno prima. Non aveva potuto fare a meno di continuare a informarsi con la detective della tragedia della 10ma Strada, delle sue conseguenze e delle sue implicazioni, cercando in modo quasi ossessivo di capire se nelle mani della Polizia c’era una traccia, un collegamento, un’idea su chi potesse avere compiuto quella strage. Con la tentazione repressa a stento di appartarsi con lei e di riferirle quello che era accaduto e tutte le informazioni che erano in suo possesso.

Adesso si rendeva conto che aveva avuto le risposte che poteva avere, alla luce del fatto che tutto era ancora in divenire e che qualunque informazione fosse in possesso di Vivien, in quanto membro della Polizia, era oggetto di una riservatezza legata alle indagini in corso.

Ognuno aveva i suoi segreti confessionali. E ognuno doveva reggerne il peso, per la responsabilità che si era assunto nel momento in cui aveva pronunciato i suoi voti. Laici o religiosi che fossero.

Ego sum Alpha et Omega…

Padre McKean guardò dalla finestra quel paesaggio verde e azzurro di primavera che di solito lo riempiva di pace. E che adesso ritrovava quasi ostile, come se l’inverno fosse tornato non per quello che c’era fuori ma per gli occhi con cui lo guardava adesso. Dopo che si era alzato dal letto come un sonnambulo, aveva fatto una doccia, si era vestito e aveva detto le sue preghiere con un fervore nuovo. Poi si era aggirato per la stanza, stentando a riconoscere gli oggetti che aveva intorno. Cose povere, familiari, oggetti di tutti i giorni, che se pure rappresentavano le difficoltà quotidiane della sua vita, parevano d’un tratto appartenere a un tempo felice perduto per sempre.

Bussarono alla porta.

«Sì?»

«Michael, sono John.»

«Entra.»

Padre McKean se lo aspettava. Di solito al lunedì mattina avevano sempre una riunione per discutere delle attività e degli obiettivi della settimana. Era un momento difficile ma anche di gratificante impegno e di lotta contro le avversità, alla luce del fine comune che la piccola comunità di Joy si era prefissa. Tuttavia quel giorno il suo factotum entrò con l’aria di chi avrebbe voluto trovarsi in un altro posto e in un altro tempo.

«Scusa se ti disturbo ma c’è una cosa della quale devo assolutamente discutere con te.»

«Nessun disturbo. Che succede?»

L’uomo ritenne opportuno un breve preambolo, date la confidenza e la stima che c’erano fra loro.

«Mike, non so che cosa ti sia successo ma sono certo che a tempo debito mi metterai al corrente. E mi dispiace venire qui a seccarti adesso.»

Per l’ennesima volta il reverendo McKean si rese conto del grande tatto di John Kortighan e di quanto era fortunato ad avere una persona del suo calibro nello staff di Joy.

«Non fa niente, John. Nulla di importante. Passerà presto, credimi.

Dimmi tu, piuttosto.»

«Abbiamo dei problemi.»

A Joy c’erano sempre dei problemi, di varia natura. Con i ragazzi, con il denaro, con certi collaboratori, con le tentazioni del mondo esterno. Ma quelli che erano stampati sul viso di John sembravano nuovi e particolarmente importanti.

«Ho parlato con Rosaria, stamattina.»

Rosaria Carnevale era una parrocchiana di Saint Benedict, di chiara origine italiana, che abitava a Country Club ma che dirigeva una filiale della M&T Bank a Manhattan, quella che si occupava degli interessi economici della comunità e della gestione del patrimonio lasciato dall’avvocato Barry Lovito.

«Che dice?»

John riportò quello che non avrebbe mai voluto dire.

«Dice che ha fatto i salti mortali, durante la causa in corso, per continuare a farci avere il versamento mensile che lo statuto prevede. Ma adesso, su istanza dei presunti eredi dell’avvocato, ha ricevuto una nuova ingiunzione dal tribunale. I pagamenti sono sospesi sino alla sentenza e alla risoluzione della vertenza in corso.»

Questo significava che fino a quando il giudice non si fosse pronunciato, a parte il contributo dello Stato di New York, la principale forma di sostentamento della comunità sarebbe venuta a mancare. Per le sue notevoli necessità, Joy avrebbe dovuto, da quel momento in poi, fare affidamento sulle sue sole forze e sulle offerte spontanee della gente di buon cuore.

Padre McKean guardò di nuovo fuori dalla finestra, pensieroso, in silenzio. Quando parlò, per la prima volta John Kortighan sentì lo sconforto nella sua voce.

«Quanto abbiamo in cassa?»

«Poco o niente. Se fossimo una società direi che siamo alla bancarotta.»

Il sacerdote si girò e un piccolo sorriso senza colore fiorì sulle sue labbra.

«Stai tranquillo, John. Ce la caveremo. Come abbiamo sempre fatto.

Anche questa volta ce la caveremo.»

Tuttavia nel suo tono non c’era traccia della sicurezza e della fiducia ostentate, come se avesse detto quelle parole più per illudere se stesso che convincere la persona con cui stava parlando.

John sentì il freddo della realtà impadronirsi a poco a poco dell’aria della stanza.

«Va bene. Ti lascio. Delle altre cose possiamo parlare poi. Sono inezie in confronto a quello che ti ho appena detto.»

«Sì, John, vai pure. Ti raggiungo subito.»

«Okay, allora. Ti aspetto di sotto.»

Padre McKean vide il suo uomo di fiducia uscire e chiudersi delicatamente la porta alle spalle. Quello che gli dispiaceva era sapere che stava male per via della situazione, ma quello che lo feriva davvero era il sospetto di averlo deluso.

Io sono Dio…

Lui non lo era. Né desiderava esserlo. Lui era solo un uomo consapevole dei suoi limiti terreni. Fino a quel momento gli era bastato cercare di servirlo nel modo migliore possibile, accettando tutto quello che gli veniva offerto e tutto quello che gli veniva richiesto.

Ma adesso…

Prese il cellulare dalla scrivania e dopo una breve ricerca sulla rubrica compose il numero dell’arcidiocesi di New York. Qualche squillo di troppo per la sua impazienza e quando una voce dall’altra parte rispose, si qualificò con il centralinista.

«Sono il reverendo Michael McKean della parrocchia di Saint Benedict, nel Bronx. Sono anche il responsabile di Joy, una comunità di recupero di ragazzi che hanno avuto problemi con la droga. Vorrei parlare con l’ufficio dell’arcivescovo.»

Di solito le sue presentazioni erano molto più stringate ma aveva preferito mettere sulla bilancia il carico pesante perché la sua chiamata fosse inoltrata subito.

«Un attimo, padre McKean.»

Il centralinista lo mise in attesa. Pochi secondi dopo una voce lo raggiunse. Una voce giovane e garbata.

«Buongiorno, reverendo. Sono Samuel Bellamy, uno dei collaboratori del cardinale Logan. In cosa posso esserle utile?»

«Ho bisogno di parlare quanto prima con Sua Eminenza. Di persona. Mi creda, si tratta di una questione di vita o di morte.»

Doveva aver trasmesso in maniera molto efficace la propria angoscia al suo interlocutore, perché nel tono della risposta c’era sincero rammarico, oltre a un accenno di preoccupazione.

«Purtroppo il cardinale è partito stamattina per un breve soggiorno a Roma. Sarà nella Santa Sede a colloquio con il Pontefice. Non sarà di ritorno prima di domenica.»

Michael McKean si sentì di colpo perduto. Una settimana. Aveva sperato di poter condividere il peso della sua pena con l’arcivescovo, avere un consiglio, una direttiva. Il miracolo di una dispensa non poteva essere nemmeno lontanamente ipotizzato, ma il conforto del parere di un superiore in quel momento gli era indispensabile.

«Posso fare qualcosa io, reverendo?»

«No, purtroppo. L’unica cosa che le chiedo è di farmi avere un appuntamento con Sua Eminenza il più presto possibile.»

«Per quello che è nelle mie possibilità, le garantisco che sarà fatto. Sarà mia cura avvertirla personalmente presso la sua parrocchia.»

«La ringrazio.»

Padre McKean chiuse la comunicazione e si sedette sul bordo del letto, sentendo il materasso cedere sotto il peso del suo corpo. Per la prima volta da che aveva deciso di prendere i voti, si sentì veramente solo. E come qualcuno che aveva insegnato al mondo l’amore e il perdono, per la prima volta gli venne da chiedere a Dio, l’unico e il vero, perché lo aveva abbandonato.

CAPITOLO 20

Vivien uscì dal Distretto e si diresse verso la macchina. La temperatura era rinfrescata. Il sole che al mattino sembrava intoccabile, adesso stava combattendo con un vento arrivato da ovest senza preavviso. Nuvole e ombre si contendevano il cielo e la terra. Sembrava il destino annunciato di quella città: correre e rincorrere senza mai riuscire in realtà ad afferrare nulla.

Trovò Russell Wade nel posto esatto in cui gli aveva dato appuntamento.

Vivien non era ancora riuscita a farsi un’idea di quell’uomo. Tutte le volte che ci provava, arrivava uno scarto imprevisto, qualcosa di inatteso e di improbabile a falsare il quadro che si stava costruendo nella testa.

E questo la indisponeva.

Mentre si avvicinava a lui, ripercorse nella mente tutta quella storia pazzesca.

Quando alla fine dell’incontro con il capitano si erano tutti resi conto che non c’era più nulla da dire ma molto da fare, Vivien si era rivolta a Wade.

«Mi può aspettare un attimo fuori, per favore?»

Lo sfortunato vincitore di un immeritato Premio Pulitzer si era alzato e si era diretto verso la porta.

«Senza problemi. Arrivederci capitano e grazie.»

Nella risposta di Bellew c’era stata una formale cortesia non sostenuta dal tono con cui venivano pronunciate le parole.

«Non c’è di che. Se questa cosa avrà il seguito che tutti ci auguriamo, ci sarà molta gente che dovrà dire grazie a lei.»

E anche il direttore di qualche giornale…

aveva pensato Vivien.

L’uomo era uscito chiudendo con delicatezza la porta alle sue spalle e lei era rimasta da sola col suo superiore. Il suo primo istinto sarebbe stato quello di chiedergli se era impazzito a promettere quello che aveva promesso a un tipo come Russell Wade. Il suo rapporto con il capitano però prevedeva da sempre il rispetto l’uno per le ragioni dell’altro e questa volta non poteva essere diverso. Inoltre era il suo capo e non voleva metterlo nell’imbarazzo di doverglielo ricordare.

«Che ne dici, Alan? Di questa storia delle bombe intendo.»

«Che mi sembra una follia. Che non mi sembra possibile. Ma dopo i fatti dell’11 Settembre ho scoperto che i confini della follia e del possibile si sono parecchio allargati.»

Vivien aveva confermato il suo accordo con quelle considerazioni affrontando un altro argomento. Quello che la preoccupava di più.

L’anello debole della catena.

«E di Wade che ne pensi?»

Il capitano aveva fatto un gesto con le spalle. Che voleva dire tutto e niente.

«Per il momento ci ha fornito l’unica traccia che abbiamo. E siamo fortunati ad averne una, da qualunque parte arrivi. In condizioni normali quel bellimbusto lo avrei cacciato a calci nel culo. Ma queste non sono condizioni normali. Sono morte quasi cento persone. Là fuori c’è altra gente ignara che in questo momento corre il rischio di fare la stessa fine.

Come ho detto durante il briefing, abbiamo il dovere di non trascurare nessuna possibilità. Inoltre quella storia delle foto è curiosa. Fa diventare un caso di routine un’ipotesi di importanza vitale. E mi sa di autentico.

Solo la realtà riesce a essere così fantasiosa da creare certe coincidenze.»

Vivien aveva ragionato spesso su questo concetto. E le sue esperienze di lavoro parevano avvalorarlo ogni giorno di più.

«Ce le teniamo per noi queste informazioni?»

Bellew si era grattato un orecchio, come faceva spesso quando rifletteva.

«Per il momento sì. Non voglio correre il rischio di diffondere il panico o di farmi ridere dietro da tutte le autorità dello Stato e da tutte le polizie del Paese. Esiste sempre, anche se non lo credo, la remota possibilità che tutto si sgonfi come una bolla di sapone.»

«Ti fidi di Wade in questo senso? È chiaro come il sole che sta cercando una storia grossa.»

«Infatti ce l’ha. E proprio per questo motivo non parlerà. Perché non gli conviene. Non lo faremo neanche noi, per lo stesso motivo.»

Vivien aveva chiesto una conferma di quello che già sapeva.

«Per cui d’ora in poi me lo dovrò portare dietro?»

Il capitano allargò le braccia come per accogliere l’inevitabile.

«Gli ho dato la mia parola d’onore. E io di solito mantengo la mia parola.»

Stavolta era stato il capitano a cambiare discorso, sigillando senza possibilità di correzione una lettera scritta a modo suo.

«Telefonerò immediatamente al 67° per farti mandare il file dell’indagine su questo Ziggy. Se lo riterrai necessario potrai anche fare un sopralluogo nel suo appartamento. Per quanto riguarda il tipo nel muro, che di colpo è diventato protagonista, hai qualche idea?»

«Sì. Ho una traccia. Non granché ma è in ogni caso un punto di partenza.»

«Molto bene. Al lavoro. E qualsiasi cosa tu abbia bisogno, non hai che da farmelo sapere. Posso farti avere tutto quello che ti serve senza dovermi sbottonare troppo, per il momento.»

Vivien non aveva fatto fatica a credergli. Sapeva che il capitano Alan Bellew vantava una vecchia amicizia con il capo della Polizia, che al contrario di Elisabeth Brokens moglie di Charles Brokens eccetera eccetera, non era solo millantata.

«Okay. Vado.»

Vivien si era girata per lasciare l’ufficio. Quando era sulla porta e stava per uscire Bellew l’aveva richiamata.

«Vivien, un’ultima cosa.»

E aveva guardata negli occhi e le aveva sorriso sornione.

«Per quanto riguarda Russell Wade, in caso di necessità, ricorda questo dettaglio. Io gli ho dato la mia parola d’onore.»

Una pausa prima di sottolineare il concetto finale.

«Tu no.»

Vivien era uscita con lo stesso sorriso sulle labbra. Fuori aveva trovato Russell Wade, in piedi con le mani in tasca, nella saletta dove aveva aspettato poco prima.

«Eccomi.»

«Mi dica, detective.»

«Se dovremo passare un poco di tempo insieme, puoi chiamarmi Vivien.»

«Okay, Vivien. Che succede adesso?»

«Dammi il tuo cellulare.»

Russell aveva tirato fuori dalla tasca il suo telefono. Vivien si era stupita che non fosse un iPhone. A New York tutti i VIP l’avevano. Forse Wade non si considerava tale o forse l’aveva gettato come fiche su qualche tavolo da gioco.

La detective aveva preso l’apparecchio e composto il proprio numero telefonico. Quando lo aveva sentito squillare, in basso sulla sua scrivania, aveva riattaccato e lo aveva restituito al suo proprietario.

«Ecco. Questo in memoria è il mio numero di telefono. Fuori, uscendo dall’edificio, a sinistra, c’è una Volvo metallizzata. È la mia macchina. Vai lì e aspetta che io ti raggiunga.»

Aveva caricato di sarcasmo la frase successiva.

«Ho delle cose da fare e non so quanto ci vorrà. Mi dispiace, ma dovrai avere pazienza.»

Russell l’aveva guardata. Nei suoi occhi era passato un velo di quella tristezza che Vivien ci aveva scoperto con sorpresa pochi giorni prima.

«Ho aspettato più di dieci anni. Posso aspettare ancora un poco.»

Aveva girato le spalle e se ne era andato. In piedi sull’orlo delle scale, Vivien era rimasta qualche secondo perplessa a vederlo scendere e sparire al piano di sotto. Poi aveva sceso a sua volta la rampa ed era tornata alla sua scrivania. Accanto all’eccitazione per l’importanza del compito che il caso le aveva messo in mano, era rimasta l’angoscia trasmessa dalle parole che aveva letto su quella lettera. Parole farneticanti trasportate dal vento come semi velenosi, che avevano trovato chissà dove il terreno adatto per germogliare. Vivien si chiese che genere di sofferenze potesse aver patito l’uomo che aveva lasciato quel messaggio e quale male potesse affliggere l’uomo che l’aveva ricevuto, se aveva deciso di accettarne l’eredità e mettere in atto la sua folle vendetta postuma.

I confini della follia si sono allargati…

Forse in quel caso era più giusto dire che i confini erano stati cancellati del tutto.

Si era seduta alla scrivania e si era collegata al Database della Polizia.

Nella stringa di ricerca aveva lanciato le parole The only flag e atteso il risultato. Sullo schermo le era apparsa quasi subito la foto di una spalla nuda sulla quale era tracciato un tatuaggio uguale a quello trovato sul cadavere. Era l’elemento distintivo di un gruppo di biker con sede a Coney Island che si facevano chiamare Skullbusters. Allegate al dossier c’erano alcune foto segnaletiche degli elementi della banda che avevano avuto dei guai con la legge. Accanto al nome di ognuno erano elencate le piccole o grandi nefandezze del galantuomo in questione. Le foto sembravano piuttosto vecchie e Vivien si era chiesta se uno di loro non fosse la stessa persona che aveva riposato per anni sepolta nelle fondamenta di un palazzo sulla 23sima Strada. Sarebbe stato il massimo dell’ironia ma non se ne sarebbe stupita più di tanto. Come aveva sottolineato poco prima il capitano, tutto il loro lavoro era fatto di coincidenze. Le foto dello stesso ragazzo e dello stesso gatto trovate in due posti così distanti nel tempo e nello spazio ne erano la prova tangibile.

Mentre stava prendendo nota dell’indirizzo della sede dei motociclisti, era arrivato per via telematica dal 67° Distretto di Brooklyn il dossier della morte di Ziggy Stardust. Bellew non aveva perso tempo. Sul suo computer adesso Vivien aveva tutto il materiale: il referto sommario del coroner, il rapporto redatto dal detective incaricato del caso e le foto scattate sulla scena del delitto. Ne aveva ingrandita ai limiti del possibile una scattata nella prospettiva che la interessava. Si vedeva chiaramente, su un tasto della stampante appoggiata al tavolo, una traccia rossa, come se qualcuno avesse premuto il pulsante con un dito macchiato di sangue.

Un altro elemento che deponeva a favore della storia riferita da Russell Wade.

Le altre foto mostravano il cadavere di un uomo di corporatura esile che giaceva a terra coperto di sangue. Vivien era rimasta a lungo a guardarle e non era riuscita a provare il minimo accenno di pietà, mentre pensava che il bastardo aveva avuto quello che meritava. Per quello che aveva fatto a sua nipote e a chissà quanti altri ragazzi. Subito dopo aver formulato quel pensiero da giustizia sommaria, era stata costretta per l’ennesima volta a constatare quanto il coinvolgimento personale cambiasse la prospettiva delle cose.

Vivien prese dalla tasca il telecomando e fece scattare l’apertura automatica delle porte. Russell Wade si avvicinò e salì dalla parte del passeggero. Vivien entrò in macchina e se lo trovò seduto di fianco, intento ad allacciarsi la cintura di sicurezza. Mentre lo osservava, si sorprese a pensare che era un bell’uomo. Si diede subito della stupida e questo fatto aggiunse disappunto a disappunto.

L’uomo la guardò con aria d’attesa.

«Dove andiamo?»

«Coney Island.»

«A fare che?»

«A vedere delle persone.»

«Che persone?»

«Aspetta e vedrai.»

Mentre la macchina entrava nel traffico, Russell si appoggiò allo schienale e fissò la strada davanti a lui.

«Oggi sei in un particolare stato di grazia oppure sei sempre così comunicativa?»

«Solo con gli ospiti importanti.»

Russell Wade si girò verso di lei.

«Io non ti piaccio, vero?»

Quelle parole erano sembrate più l’enunciazione di un dato di fatto che una domanda vera e propria. Vivien fu contenta di quell’approccio così diretto. A uso e consumo dei loro rapporti presenti e futuri, espose senza peli sulla lingua il proprio parere.

«In condizioni normali, mi saresti del tutto indifferente. Ognuno della sua vita può fare quello che meglio crede. Anche gettarla via, se non fa del male a nessuno. C’è in giro un sacco di gente che ha bisogno di aiuto per grane che le sono arrivate addosso senza nessuna colpa. Chi è adulto e senziente e le grane se le va a cercare, per quanto mi riguarda, ha via libera. Questo non è qualunquismo, è solo buonsenso.»

Russell Wade fece un gesto eloquente con il capo.

«Okay. Almeno abbiamo una tua presa di posizione ufficiale nei miei confronti.»

Vivien fece uno scarto con la macchina e accostò al marciapiede, provocando la reazione degli autisti che la seguivano. Lasciò il volante e si girò verso l’uomo che le stava seduto di fianco.

«Mettiamo bene le cose in chiaro. Puoi avere incantato il capitano con quella storia della tua redenzione, ma io sono più difficile da addomesticare.»

Russell rimase a guardarla in silenzio. Quello sguardo scuro e all’apparenza indifeso la portò a sentirsi presa in giro e a mettere nelle sue parole una durezza che non le apparteneva.

«Le persone non cambiano, signor Russell Wade. Ognuno è quello che è e appartiene a un posto preciso. Per quanti giri faccia, prima o poi ci ritorna. E non credo che tu sia un’eccezione a questa regola.»

«Che cosa te lo fa credere?»

«Sei venuto qui con in tasca una fotocopia del foglio che ti ha consegnato Ziggy. Questo significa che l’originale, quello macchiato del suo sangue, ce l’hai ancora tu. E ti sarebbe servita come prova con l’FBI o l’NSA o chi diavolo vuoi nel caso noi non ti avessimo creduto e ti avessimo risposto picche.»

Vivien si era accalorata e aveva rincarato la dose.

«Se per un qualsiasi motivo ti avessimo chiesto di svuotare le tasche avremmo trovato solo la fotocopia di un foglio che potevi benissimo spacciare per una tua fantasia o un tuo appunto per una storia. Tanto tu nello spacciare una cosa per un’altra mi pare abbia una certa predisposizione.»

Le sue parole non parevano aver scalfito l’imperturbabilità del suo ospite. Questo era segno di autocontrollo o abitudine. Nonostante la sua furia, Vivien era più propensa per la seconda delle due ipotesi.

Impugnò il volante, si staccò dal marciapiede e riprese il viaggio verso Coney Island. La successiva domanda di Russell la colse di sorpresa. Forse anche lui stava cercando di farsi un’opinione della sua compagna di viaggio.

«Di solito i detective hanno un partner. Perché tu non ce l’hai?»

«Adesso ho te. E la tua presenza mi conferma le ragioni per cui di solito lavoro da sola.»

Dopo quella risposta secca, nella macchina cadde il silenzio. Durante la conversazione Vivien aveva diretto la macchina verso Downtown e adesso stavano superando il ponte di Brooklyn. Quando si lasciarono alle spalle Manhattan, Vivien accese la radio e la sintonizzò su Radio Kiss 98.7, la stazione che trasmetteva musica nera. Guidò la Volvo per la Brooklyn-Queens Expressway fino a imboccare la Gowanus.

Russell guardava fuori dal finestrino, dalla sua parte. Quando arrivò un brano particolarmente ritmato iniziò, forse senza accorgersene, a battere il tempo con il piede. Vivien si rese conto che la responsabilità di quella situazione le era caduta addosso in un momento delicato. Il pensiero di Sundance e il comportamento strano di padre McKean avevano deviato la sua serenità di giudizio. O perlomeno le avevano fatto esprimere con durezza un giudizio non richiesto.

Mentre parcheggiava la macchina sulla Surf Avenue a Coney Island provò un lieve senso di colpa.

«Russell, scusami per quello che ho detto prima. Qualunque sia la tua motivazione, ci stai dando un grosso aiuto e di questo ti siamo grati. Per il resto non sta a me giudicare. Non è giusto che sia così, ma in questo momento ho dei problemi personali che influenzano il mio comportamento.»

Russell sembrò colpito da quella improvvisa apertura. Le sorrise.

«Non fa nulla. Nessuno come me può capire quanto i problemi personali possano avere influenza sulle scelte di vita.»

Scesero dalla macchina e raggiunsero a piedi l’indirizzo che Vivien aveva tirato giù dal file sugli Skullbusters. Al numero civico in suo possesso corrispondeva un grande punto vendita della Harley Davidson, con officina per le riparazioni e la personalizzazione delle moto. Quel posto dava l’aria di azienda, efficienza e pulizia. Era cento miglia lontano dalle esperienze che Vivien aveva sui covi dei biker, tipo quelli del Bronx o del Queens.

Entrarono. Alla loro sinistra una lunga fila di moto, di diversi modelli ma tutte rigorosamente Harley. A destra un’esposizione di capi d’abbigliamento e accessori, dai caschi alle tute alle marmitte. Di fronte un bancone, da dietro il quale uscì un tipo alto e robusto, con un paio di jeans e una maglietta nera senza maniche che venne verso di loro. Aveva una bandana nera, basette e baffi a manubrio che a Vivien ricordarono il fidanzato di Julia Roberts in Erin Brockovich. Mentre si avvicinava si rese conto che i baffi erano tinti, che la bandana probabilmente aveva il compito di coprire una calvizie e che il tipo, sotto l’abbronzatura, doveva da tempo aver passato i sessant’anni. Sulla spalla destra aveva tatuato un Jolly Roger con la stessa scritta trovata sul corpo murato quindici anni prima.

«Buongiorno. Mi chiamo Vivien Light.»

L’uomo sorrise, divertito.

«Quella del film?»

«No, quella della Polizia.»

Mentre dava quella risposta secca Vivien aveva estratto il distintivo.

L’assonanza del suo nome con quello di Vivien Leigh, la protagonista di Via col vento, l’aveva tormentata per tutta la vita.

L’atteggiamento sereno dell’uomo non cambiò.

Pelle dura o coscienza tranquilla, pensò Vivien.

«Io sono Justin Chowsky, il titolare. C’è qualcosa che non va?»

«A quanto mi risulta questa era la sede di un gruppo di biker chiamato Skullbusters.»

«E lo è ancora.»

Chowsky sorrise all’aria sorpresa di Vivien.

«Le cose sono un po’ cambiate dall’inizio. Una volta in questo posto c’era un gruppo di ragazzi scapestrati, alcuni dei quali avevano dei problemi con la legge. Anche io, se devo dirla tutta. Roba da niente, può controllare. Qualche spinello, qualche rissa, qualche sbronza di troppo.»

L’uomo con i suoi ostinati baffi spioventi guardò per un attimo una vetrina come se proiettate sopra ci fossero scene della sua giovinezza.

«Eravamo delle teste calde ma nessuno di noi era un delinquente vero. I soggetti veramente brutti si sono allontanati di loro spontanea volontà.»

Fece un gesto circolare con la mano, che comprendeva nello stesso tempo l’ambiente intorno a loro e un senso di visibile orgoglio.

«Poi un giorno ho deciso di aprire la baracca che vedete qui intorno.

Poco per volta siamo diventati uno dei più importanti centri di vendita e di personalizzazione dello Stato. E gli Skullbusters sono diventati un sereno gruppo di vecchietti nostalgici che si ostinano ad andare in giro con delle moto come se fossero ancora dei ragazzi.»

Vivien guardò Russell, che fino a quel momento si era tenuto a un paio di passi di distanza senza avvicinarsi e senza presentarsi. Si compiacque per il suo comportamento. Era uno che sapeva stare al posto suo.

Tornò a rivolgere le sue attenzioni all’uomo di fronte a lei.

«Signor Chowsky, ho bisogno di un’informazione.»

Prese il silenzio dell’uomo come un assenso.

«Una quindicina di anni fa, più o meno, le risulta che un membro del gruppo sia scomparso nel nulla senza lasciare traccia di sé?»

La risposta arrivò senza esitazione e Vivien sentì il suo cuore allargarsi alla speranza.

«Mitch Sparrow.»

«Mitch Sparrow?»

Vivien ripeté il nome, come per paura che svanisse dalle loro memorie.

«Lui. E per la precisione è successo…»

Chowsky si tolse la bandana, smentendo le supposizioni di Vivien e rivelando una chioma folta nonostante l’età. Si passò una mano fra i capelli, anche questi rigorosamente tinti, come se quel gesto lo aiutasse a ricordare.

«È successo esattamente diciotto anni fa.»

Vivien notò che la data era compatibile con la tolleranza che il medico legale aveva espresso nel referto dell’autopsia.

«Ne è sicuro?»

«Assolutamente. Pochi giorni dopo è nato il mio ultimo figlio.»

Vivien estrasse dalla tasca interna del giubbotto una delle due foto che aveva portato con sé, quella in primo piano. La tese verso Chowsky.

«È questo Mitch Sparrow?»

L’uomo non ebbe nemmeno bisogno di prenderla in mano per guardarla meglio.

«No. Mitch era biondo e questo è bruno. E poi era allergico ai gatti.»

«Non ha mai visto questa persona?»

«Mai in tutta la mia vita.»

Vivien rimase un attimo a pensare alle implicazioni di quella affermazione. Poi tornò a quella parte del suo lavoro che le richiedeva di porre delle domande.

«Che tipo era Mitch?»

Chowsky sorrise.

«All’inizio, quando si è unito a noi, era un biker sfegatato. Curava la sua moto più di sua madre. Era un bel ragazzo ma le donne le trattava come fazzoletti usa e getta.»

L’uomo sembrava uno di quelli che provavano piacere nel sentirsi parlare. Vivien lo incalzò.

«E poi?»

Chowsky fece un gesto con le spalle che descriveva i casi ovvi della vita.

«Un giorno ha incontrato una ragazza diversa dalle altre e ci è cascato pure lui. Ha usato sempre meno la moto e sempre più il letto. Finché la ragazza ci è rimasta. Incinta, voglio dire. Allora lui ha trovato un lavoro e si sono sposati. Siamo andati tutti al suo matrimonio. E siamo rimasti ubriachi due giorni.»

Vivien non aveva tempo per i ricordi delle bisbocce di un vecchio motociclista. Cercò di arrivare al sodo.

«Mi parli della sua scomparsa. Com’è andata?»

«C’è poco da dire. Un bel giorno è sparito. Di punto in bianco. La moglie ha avvertito la Polizia. Sono stati anche da me a fare domande.

Quelli del 70° Distretto, mi pare. Ma non ne è venuto fuori nulla. I francesi dicono cherchez la femme.»

L’uomo sembrò molto compiaciuto di quella sua citazione in una lingua straniera.

«È ancora in contatto con la moglie?»

«No. Per un po’, finché è rimasta da queste parti, lei e mia moglie ogni tanto si vedevano. Ma un paio d’anni dopo la scomparsa di Mitch si è trovata un compagno e si è trasferita.»

Chowsky prevenne la successiva domanda.

«Non so dove.»

«Ricorda come si chiamava?»

«Carmen. Montaldo o Montero, non ricordo bene. Era un’ispanica, gran bella donna. Se Mitch è scappato con un’altra, ha fatto una delle più grosse fesserie della sua vita.»

Vivien non poteva dire a Chowsky che Mitch, con ogni probabilità, quella fesseria non l’aveva fatta. Forse ne aveva fatta qualcuna più grossa, se come sospettava era finito in un muro di cemento. Ma quella no.

Ritenne che da quell’uomo, per il momento, non poteva avere altre informazioni. Aveva un nome, aveva un periodo, aveva una denuncia fatta da una donna di nome Carmen, Montaldo o Montero che fosse. Si trattava di trovare un verbale e rintracciare la donna.

«La ringrazio, signor Chowsky, lei mi è stato di grande aiuto.»

«Non c’è di che, signorina Light.»

Lasciarono l’uomo alle sue moto e ai suoi ricordi e si avviarono verso l’uscita. Mentre stavano per superare la soglia, Russell si fermò. Rimase per un attimo a guardarla, indeciso. Poi si girò di nuovo verso Chowsky, che nel frattempo era tornato dietro il bancone.

«Un’ultima cosa, se non le dispiace.»

«Dica pure.»

«Che lavoro faceva Mitch Sparrow?»

«Lavorava nell’edilizia. Ed era pure bravo. Sarebbe diventato capocantiere, se non fosse sparito nel nulla.»

CAPITOLO 21

Non appena si furono allontanati di due passi dal negozio, Vivien tirò fuori il BlackBerry e compose il numero diretto dell’ufficio del capitano.

Un paio di squilli e il suo superiore rispose.

«Bellew.»

«Alan, sono Vivien. Ho delle novità.»

«Molto bene.»

«Mi serve una ricerca alla velocità del fulmine.»

Il capitano percepì l’eccitazione della caccia nella voce di Vivien e divenne anche la sua.

«Anche di più, se riesco. Dimmi.»

Erano entrambi poliziotti esperti. Tutti e due sapevano che in un caso come quello si trattava più di una lotta contro il tempo che contro un uomo. E l’uomo che stavano cercando aveva il tempo dalla sua parte.

«Segnati questi dati.»

Vivien diede al capitano qualche secondo per prendere carta e penna.

«Vai.»

«Il tipo nel muro con ogni probabilità si chiama Mitch Sparrow. Un testimone mi ha confermato che apparteneva a un gruppo di biker che si facevano chiamare Skullbusters. Erano di stanza a Coney Island, sulla Surf Avenue. Dovrebbe esserci una denuncia di scomparsa presentata al 70° Distretto diciotto anni fa da una donna che si chiama Carmen Montaldo o Montero. Un paio di anni dopo lei si è trasferita a un indirizzo sconosciuto, dopo aver trovato un nuovo compagno. Ho bisogno di rintracciarla.»

«Va bene. Dammi mezz’ora e ti dico qualcosa.»

«Un’ultima cosa. Questo Mitch Sparrow era un operaio edile.»

La notizia diede una comprensibile eccitazione al capitano.

«Cristo santo.»

«Esatto. Per cui sarà il caso di fare qualche ricerca presso i registri delle Unions. Puoi incaricare qualcuno?»

Le Unions erano i sindacati che provvedevano a fornire alle imprese i lavoratori di cui avevano bisogno, scegliendoli fra i propri iscritti. Per una serie di motivi, tecnici e relazionali, quasi tutte le imprese si rivolgevano a loro in caso di necessità.

«Fai conto che gli uomini siano già in strada.»

Vivien chiuse la comunicazione. Russell aveva ascoltato camminando in silenzio al suo fianco, mentre tornavano verso la macchina.

«Scusami.»

«Di che?»

«Per poco fa, intendo. Scusa se mi sono intromesso. L’ho fatto d’istinto.»

In effetti Vivien era stata colta di sorpresa dalla domanda che Wade aveva fatto a Chowsky. E si era rammaricata di non averci pensato prima lei stessa. Ma l’onestà del suo carattere le imponeva da sempre di onorare i meriti altrui.

«È stata una cosa sensata. Più che sensata.»

Russell proseguì nell’esposizione delle sue motivazioni. Sembrava lui stesso sorpreso di quella improvvisa intuizione.

«Mi è venuto in mente che se questo Sparrow è finito in un blocco di cemento, deve aver saputo qualcosa che non doveva sapere o visto qualcosa che non doveva vedere.»

Fece una pausa di riflessione.

«Così ho ripensato alle parole che abbiamo letto sulla lettera che vi ho consegnato.»

Sul viso gli passò un’ombra e Vivien fu certa che stesse vivendo un’altra volta le circostanze in cui l’aveva ottenuta. Le righe scritte con una ruvida grafia maschile scorsero con una nitidezza impressionante anche nella sua mente.

Per tutta la mia vita, prima e dopo la guerra, ho lavorato nell’edilizia.

Terminò il pensiero di Russell, che da semplice supposizione era ormai diventata una certezza comune.

«E hai concluso che esiste una forte probabilità che l’uomo che ha ucciso Sparrow e l’uomo che ha scritto la lettera siano la stessa persona.»

«Esatto.»

Nel frattempo avevano raggiunto il parcheggio. All’estremità opposta del grande piazzale, oltre la linea dei pochi alberi, spuntavano la sagoma scheletrica del Rollercoaster e della Parachute Tower e si intravedevano i tendoni del Luna Park di Coney Island. Non c’erano molte macchine nello spiazzo e Vivien pensò che il lunedì non doveva essere di certo il giorno di maggiore affluenza per un parco di divertimenti, anche in una giornata bella e strana come quella.

Guardò l’orologio.

«Tutta questa storia me l’ha fatto scordare, ma adesso mi accorgo di avere fame. Dobbiamo aspettare la telefonata del capitano. Che ne dici di un hamburger?»

Russell fece un sorriso dubbio e vago.

«Io non mangio. Ti posso fare compagnia, se vuoi.»

«Sei a dieta?»

Il sorriso dell’uomo divenne un’avvilita espressione di resa incondizionata.

«La verità è che non ho un centesimo in tasca. E le mie carte di credito sono ormai da tempo solo dei pezzi di plastica. In città ho dei posti che mi danno fiducia ma qui sono in territorio Comanche. Nessuna possibilità di sopravvivenza.»

Nonostante tutto quello che sapeva sulla vita sregolata di Russell Wade, Vivien ebbe un moto istintivo di simpatia e tenerezza. Lo ricacciò subito dove non poteva combinare guai.

«Sei messo male, eh?»

«È un momento di grossa crisi per tutti. Tu che sei in Polizia dovresti aver saputo di quel falsario che hanno arrestato nel New Jersey.»

«Quale falsario?»

«Faceva banconote da venticinque dollari, perché di questi tempi con quelli da venti non ci stava dentro con i costi.»

Vivien scoppiò a ridere suo malgrado. Un paio di ragazzi di colore vestiti nel più puro stile hip-hop che stavano attraversando il parcheggio si girarono dalla loro parte.

Guardò negli occhi Russell Wade come se lo vedesse per la prima volta.

Dietro lo sguardo divertito, ci trovò l’abitudine all’emarginazione. Si chiese se da un certo momento in poi non fosse stata frutto più di una decisione personale che non un’imposizione del mondo che aveva intorno.

«Posso offrire io?»

Russell fece un gesto desolato con il capo.

«Non sono nella condizione di rifiutare. Ti confesso che ho una fame che con il solo incentivo di un vasetto di maionese posso mangiare anche le gomme della macchina.»

«Vieni, allora. Le gomme della macchina ci servono ancora. E inoltre fare da sponsor per un pranzo mi costa di meno.»

Attraversarono il parcheggio e raggiunsero la riva del mare. Sulla spiaggia non c’era nessuno, a parte qualche persona a passeggio con il cane e qualche istituzionale e irriducibile runner. Il riflesso del sole e delle nuvole sull’acqua era un gioco magico d’aria, di luce e di ombra. Vivien si fermò a osservarlo, il viso nel vento che muoveva le onde e le tingeva di schiuma. C’erano a volte nella sua vita momenti come quello. Momenti in cui, davanti allo splendore indifferente del mondo, avrebbe voluto sedersi, chiudere gli occhi e dimenticare tutto.

E che tutti si dimenticassero di lei.

Ma non era possibile. Per le persone a cui voleva bene e delle quali aveva accettato di occuparsi come donna. Per le persone che non conosceva e delle quali aveva accettato di occuparsi come poliziotto.

Molte di loro, in quel momento, si muovevano in quella città senza sapere di essere sulla lista di morte di un assassino, la cui follia aveva cancellato ogni senso di pietà.

Proseguirono sulla Boardwalk finché trovarono un chiosco colorato che vendeva hot dog, souvlaki e hamburger. Il profumo della carne alla griglia, portato del vento, li aveva preceduti e guidati. Di fianco c’era una tettoia con tavoli e sedie di legno per consentire ai clienti d’estate di mangiare all’ombra, davanti al mare.

«Cosa vuoi?»

«Cheeseburger, direi.»

«Uno o due?»

Russell fece una faccia contrita.

«Due sarebbe perfetto.»

Di nuovo Vivien si trovò a sorridere. Non c’era nessun motivo per farlo, ma quell’uomo aveva a tratti il potere di far emergere dentro di lei una parte leggera, in grado di galleggiare su ogni tipo di umore.

«Okay, orfanello. Siediti e aspettami.»

Si avvicinò al tipo dietro il banco e gli diede le ordinazioni mentre Russell prendeva posto all’ombra della tettoia. Poco dopo Vivien lo raggiunse, reggendo un vassoio con i contenitori del cibo e due bottiglie di acqua minerale. Spinse verso Russell i suoi cheeseburger e gli appoggiò davanti con ostentazione l’acqua.

«Ho preso questa da bere. Immagino che avresti preferito una birra. Ma visto che sei con me, possiamo ritenerci tutti e due in servizio, per cui niente alcol.»

Russell sorrise.

«Un periodo di astinenza non mi farà male. Credo di avere un poco esagerato negli ultimi tempi…»

Lasciò la frase in sospeso, con tutti i suoi significati. Di colpo cambiò espressione e tono della voce.

«Mi dispiace per tutto questo.»

«Che cosa?»

«Averti costretta a pagare.»

Vivien rispose con un gesto noncurante e parole di ottimismo.

«Avrai modo di ripagarmi con una cena sontuosa da qualche parte. A mia scelta. Se questa vicenda finirà come tutti ci auguriamo, avrai una grande storia da raccontare. E le grandi storie portano di solito fama e denaro.»

«Non è per il denaro che lo faccio.»

Aveva pronunciato quella frase a bassa voce, quasi con indifferenza.

Vivien fu certa che non l’aveva detta solo per lei, ma che nella sua mente stava parlando con qualcun altro. O forse con molti altri.

Per un poco mangiarono in silenzio, ognuno perso nei suoi pensieri.

«Vuoi sapere la verità su La seconda Passione

Le parole di Russell erano arrivate crude e senza preambolo. Vivien sollevò il capo a guardarlo e lo scoprì con il volto rivolto verso il mare, i capelli scuri mossi dal vento. Dal tono della sua voce capiva che quello era un momento importante per lui. Era la fine di un lungo viaggio, era tornare a casa e finalmente ritrovare nello specchio un viso a cui era contento di assomigliare.

Russell non attese la sua risposta. Continuò a parlare, seguendo il filo di un racconto che era nello stesso tempo il filo di una memoria. Di quelli che il cuore e la mente fanno fatica a seguire insieme.

«Mio fratello Robert aveva dieci anni più di me. Era una persona speciale, di quelle che hanno il dono gentile ma fermo di trasformare in loro proprietà privata tutto quello con cui vengono a contatto.»

Vivien decise che la cosa più giusta da fare in un momento come quello era ascoltare.

«Era il mio idolo. E anche l’idolo della scuola, delle ragazze e della famiglia. Non per una precisa volontà sua ma per predisposizione naturale.

Credo che poche volte nella mia vita ho sentito nella voce di un uomo l’orgoglio che aveva mio padre quando parlava di Robert.»

Fece una pausa nella quale c’era il destino del mondo e il senso della sua vita.

«Anche in mia presenza.»

Di rimbalzo, parole e immagini arrivarono dal tempo nella mente di Vivien. Mentre Russell procedeva nel suo racconto, voci e volti della sua vita si affiancarono a quelli dell’uomo seduto davanti a lei.

…e naturalmente Greta è stata messa a capo delle cheerleader. Non perché è mia figlia ma non vedo chi, oltre lei, avrebbe potuto…

«Io cercavo di imitarlo in tutto, ma lui era una persona irraggiungibile. E un pazzo scatenato. Amava il rischio, mettersi alla prova, competere di continuo. A ripensarci ora credo di sapere il motivo. L’avversario più irriducibile che si trovava ogni volta di fronte era se stesso.»

…Nathan Green? Greta, vuoi dire che stasera ti viene a prendere quel Nathan Green? Non ci posso credere. È il ragazzo più…

«Robert era irrefrenabile. Sembrava essere sempre a caccia di qualcosa.

E la trovò quando a un certo punto iniziò a occuparsi di fotografia.

Dapprima era sembrata a tutti una delle sue mille iniziative ma poco per volta venne a galla un vero talento. Aveva la capacità innata di arrivare con l’obiettivo all’anima delle cose e delle persone. Guardando le sue foto si aveva l’impressione che portassero lo sguardo oltre l’apparenza, che guidassero gli occhi in un posto dove da soli non riuscivano ad arrivare.»

sei bellissima, Greta. Non credo che da queste parti si sia mai vista una sposa più bella. In tutto il mondo, credo. Sono orgogliosa di te, piccola mia…

«Il resto è storia nota. Il suo senso dell’estremo lo ha fatto a poco a poco diventare uno dei più famosi reporter di guerra. Dove c’era un conflitto, lui c’era. Chiunque all’inizio si fosse chiesto perché l’erede di una delle famiglie più ricche di Boston rischiasse la vita in giro per il mondo con una Nikon in mano fu smentito dai fatti. Le sue foto erano pubblicate da tutti i giornali d’America. Del mondo, in verità.»

Accademia di Polizia, dici? Ne sei sicura? A parte che è un lavoro pericoloso, io non credo che…

Vivien si fece forza e cancellò tutto, prima che il bel viso di Greta arrivasse dal passato a ricordarle la pena del presente.

«E tu?»

Aveva interrotto il racconto di Russell con quella semplice domanda, senza potergli spiegare che la stava rivolgendo a tutti e due.

«E io?»

Russell ripeté quelle parole come se solo allora ricordasse che nella storia che stava raccontando anche lui aveva un posto. Un posto suo, cercato da sempre e senza risultato. Sul suo viso apparve un sorriso timido e Vivien capì che era rivolto alla propria ingenuità di un tempo.

«Per emulazione, ho iniziato pure io a pasticciare con le macchine fotografiche. Quando dissi a mio padre di averle comprate, aveva stampata in viso l’espressione di chi vede il proprio denaro gettato dalla finestra.

Robert invece ne fu entusiasta. Mi ha aiutato e incoraggiato in tutti i modi.

È lui che mi ha insegnato tutto quello che so.»

Vivien si accorse che, nonostante la fame dichiarata, il suo ospite non aveva nemmeno finito il primo dei suoi due cheeseburger. Sapeva bene, per esperienza personale, come i ricordi avessero il potere di cancellare l’appetito.

Russell continuò e Vivien ebbe l’impressione che fosse la prima volta che parlava di queste cose con qualcuno. Si chiese perché lo stesse facendo con lei.

«Volevo essere come lui. Volevo dimostrare a mio padre e mia madre e a tutti i loro amici che anche io valevo qualcosa. Così quando lui partì per il Kosovo, gli chiesi di portare anche me in Europa.»

Dopo aver guardato altrove per tutto quel tempo, Russell si girò verso di lei, con una diversa confidenza.

«Ricordi la storia della guerra nei Balcani?»

Vivien non ne sapeva molto. Per un attimo fu imbarazzata dalla propria ignoranza.

«Più o meno.»

«Sul finire degli anni Novanta, il Kosovo era una provincia confederata dell’ex Jugoslavia, a maggioranza albanese e di religione musulmana, governata con pugno di ferro da una minoranza serba che teneva a bada aspirazioni separatiste e di annessione all’Albania.»

Vivien era affascinata dalla voce di Russell, dalla sua capacità di raccontare le cose, di condividerle con chi aveva di fronte fino a portarlo a farne parte. Pensò che quello, forse, era il suo vero talento. Era certa che davvero, quando tutto fosse finito, avrebbe avuto modo di raccontare una grande storia.

La sua grande storia.

«Tutto era cominciato molto tempo prima. Secoli prima. A nord di Pristina, la capitale, c’è un posto che si chiama Kosovo Polje. Il nome significa “La piana dei merli”. Alla fine del Trecento è stata combattuta una battaglia dove un esercito cristiano composto da una coalizione serbo-bosniaca guidata da un certo Lazar Hrebeljanovic è stato distrutto dall’esercito dell’Impero Ottomano. Soprattutto i serbi ebbero delle perdite enormi. Dopo la disfatta è stato eretto in quel posto un monumento unico al mondo, credo. Si tratta di una stele che rappresenta un perenne anatema contro i nemici del popolo serbo, che augura loro la perdita cruenta e crudele di ogni bene possibile, in questo e nell’altro mondo. Io ci sono stato. Davanti a quel monumento ho capito una cosa.»

Fece una breve pausa, come per cercare le parole giuste per esprimere in modo sintetico il suo pensiero.

«Le guerre finiscono. L’odio dura per sempre.»

Vivien si chiese se avesse di nuovo anche lui nella mente le parole della lettera e il concetto che esprimevano.

Per tutta la mia vita, prima e dopo la guerra, ho lavorato nell’edilizia…

«Robert mi spiegò che Milosevic, nel 1987, aveva giurato che nessuno avrebbe mai più alzato una mano su un serbo. Quella dichiarazione di intenti lo aveva in un attimo trasformato nell’uomo forte della situazione ed era diventato presidente. Nel 1989, esattamente seicento anni dopo la battaglia di Kosovo Polje, accanto a quella stele, fece un discorso battagliero davanti a oltre cinquecentomila serbi. Quel giorno tutti gli albanesi rimasero chiusi in casa.»

Russell fece un movimento con le mani, come per racchiudere il tempo in quel gesto.

«Noi siamo arrivati all’inizio del 1999, quando le repressioni e i combattimenti con i ribelli dell’UCK, l’Esercito di Liberazione del Kosovo, stavano convincendo la comunità internazionale a intervenire. Ho visto cose che non dimenticherò più. Cose che per abitudine e attitudine Robert attraversava come se fosse impermeabile.»

Vivien si chiese se Russell si sarebbe mai liberato del fantasma di Robert Wade.

«Una notte, poco prima che i bombardamenti della NATO cominciassero, tutti i giornalisti e i fotografi furono espulsi. I motivi non erano dichiarati ma il sospetto comune è che si intendesse mettere in atto una pesante pulizia etnica. Il prefetto di Pristina aveva detto, in modo succinto ma chiaro, che chi se ne andava aveva un augurio di buon viaggio mentre a chi restava non veniva garantito nulla. Alcuni non lo fecero. E noi fra questi.»

Vivien azzardò una domanda.

«Sei sicuro che Robert fosse davvero un uomo coraggioso?»

«Un tempo lo credevo. Adesso non ne sono più così sicuro.»

Russell tornò al racconto con una voce che era sollievo e fatica insieme.

«Robert aveva un amico, Tahir Bajraktari, se ricordo bene, un maestro di scuola che abitava alla periferia di Pristina con la moglie Lindita. Robert gli diede del denaro e lui prima di andarsene dalla città ci nascose in casa sua, in una stanza interrata a cui si accedeva attraverso una botola nascosta da un tappeto, sul retro dell’edificio. Ci arrivava da fuori l’eco dei combattimenti. Quelli dell’UCK attaccavano, colpivano e poi sparivano nel nulla.»

Vivien ebbe l’impressione che se lo avesse guardato a fondo negli occhi avrebbe visto le immagini che stava rivedendo in quel momento.

«Io ero terrorizzato. Robert faceva di tutto per tranquillizzarmi. Rimase per un poco con me ma il richiamo di quello che stava succedendo all’esterno è stato più forte di lui. Un paio di giorni dopo uscì dal nostro nascondiglio con le tasche piene di rullini, mentre fuori risuonavano per le strade le raffiche di mitra. Non l’ho più visto vivo.»

Russell prese la bottiglia e bevve un lungo sorso d’acqua.

«Siccome non tornava sono uscito a cercarlo, ancora adesso non so con che coraggio. Ho camminato per le strade deserte. Pristina era una città fantasma. La gente era scappata, lasciando in certi casi la porta aperta e la luce accesa. Sono sceso in direzione del centro e a un certo punto l’ho trovato. Robert era steso a terra, su un marciapiede, in una piazzetta con degli alberi, dove c’erano altri cadaveri. Aveva il petto distrutto da una raffica di mitra, la macchina fotografica ancora stretta in mano. Ho preso la macchina e sono tornato di corsa a nascondermi. Ho pianto per Robert e ho pianto per me, finché non ho più avuto la forza per fare nemmeno quello. Poi sono iniziati i bombardamenti della NATO. Sono rimasto nascosto lì non so per quanto tempo, ascoltando le bombe cadere, senza lavarmi, razionando il cibo che avevo a disposizione, finché mi sono reso conto che le voci che arrivavano da fuori parlavano inglese. Allora ho capito di essere in salvo e sono uscito.»

Tornò a bere con avidità, come se il ricordo delle lacrime di allora avesse prosciugato ogni traccia di liquido nel suo corpo.

«Quando sono riuscito a sviluppare le foto della macchina di Robert, quando ho avuto modo di vederle, sono stato elettrizzato da uno scatto in particolare. Ho capito subito che era una foto straordinaria, una di quelle che un fotografo insegue per tutta la vita.»

Vivien aveva ben chiara quell’immagine. Tutto il mondo la conosceva.

Era diventata una delle foto più famose del pianeta.

Rappresentava un uomo che veniva colpito da un proiettile al cuore.

Indossava un paio di calzoni scuri ed era con il torso e i piedi nudi.

L’impatto del colpo aveva allargato uno spruzzo di sangue e lo aveva sollevato da terra. Per una di quelle casualità che fanno la fortuna di un reporter di guerra, era stato colto dall’obiettivo con le braccia allargate e i piedi sovrapposti, il corpo sospeso in una posizione che ricordava la figura di Gesù sulla croce. Anche il viso dell’uomo, scarno, con i capelli lunghi e un accenno di barba, collimava con quella che era l’iconografia tradizionale del Cristo. Il titolo della foto, La seconda Passione, era venuto fuori quasi di conseguenza.

«Mi sono fatto prendere da qualcosa che non so spiegare. Invidia, rabbia per quella capacità di cogliere l’attimo, ambizione. Avidità, forse. L’ho presentata al “New York Times” dicendo che l’avevo scattata io. Il resto lo sai. Ci ho vinto un Premio Pulitzer, con quella foto. Purtroppo il fratello dell’uomo ucciso aveva visto Robert mentre la scattava e ha rivelato la verità ai giornali. Così tutti hanno saputo che la foto non era mia.»

Fece una pausa prima di arrivare a una conclusione che gli era costata anni di vita.

«E se devo essere onesto, non sono del tutto certo che mi sia dispiaciuto.»

Vivien aveva appoggiato d’istinto una mano sul braccio di Russell.

Quando se ne rese conto la tirò via sperando che l’altro non se ne fosse accorto.

«Che hai fatto dopo?»

«Sono sopravvissuto, accettando qualsiasi lavoro mi capitasse. Servizi di moda, foto tecniche, persino dei matrimoni. Ma soprattutto sono ricorso qualche volta di troppo al denaro della mia famiglia.»

Vivien stava cercando le parole giuste per alleviare il peso di quella confessione ma la suoneria del telefono la prevenne. Prese l’apparecchio dal tavolo. La memoria aveva trasferito sul display un nome: Bellew.

Attivò la comunicazione.

«Dimmi, Alan.»

«Un autentico colpo di fortuna. Ho chiamato il responsabile del 70° e gli ho imposto di andare a fare una ricerca. Quando gli ho chiesto di mettere al lavoro tutti gli uomini a disposizione mi ha preso per matto.»

«Ci credo. Trovato qualcosa?»

«La donna si chiama Carmen Montesa. Quando si è trasferita ha avuto l’accortezza di andare alla Polizia e comunicare il cambio di casa. Ho fatto controllare e ancora risulta un’utenza telefonica attiva a suo nome allo stesso indirizzo, nel Queens. Te lo mando subito sul telefono.»

«Alan, sei un grande.»

«Ragazza, la prima donna che me lo ha detto è l’ostetrica che mi ha messo la mondo. Mettiti in coda. Buon lavoro e tienimi informato.»

Vivien si alzò e Russell fece altrettanto. Aveva capito che la pausa era terminata e che era tempo di muoversi.

«Novità?»

«Speriamo di sì. Per adesso abbiamo trovato la donna, poi vedremo.»

La detective si pulì la bocca, gettò il tovagliolo di carta sul tavolo e si diresse verso la macchina. Russell lanciò uno sguardo malinconico verso il cibo che aveva a malapena toccato. Poi seguì Vivien, lasciandosi alle spalle una storia che, per quanto facesse, aveva il sospetto che non sarebbe mai finita.

CAPITOLO 22

Carmen Montesa amava i numeri.

Li aveva sempre amati, fin da bambina. Alle elementari era la migliore della sua classe. Lavorare con i numeri le dava un senso di ordine, di pace.

Le piaceva incasellarli nei quadretti del foglio, ognuno con il suo segno grafico e il suo significato quantitativo, stesi uno accanto all’altro o in colonna, tutti compresi nella sua calligrafia infantile ma precisa. E, al contrario di molti altri suoi compagni di scuola, trovava tutto molto creativo. Nella sua mente di bambina aveva addirittura attribuito un colore ai numeri. Il quattro era giallo e il cinque era blu. Il tre era verde e il nove era marrone. Lo zero era di un bianco candido, incontaminato.

Anche adesso, seduta nella sua vecchia poltrona di pelle, aveva una rivista di sudoku appoggiata in grembo. Purtroppo di quelle fantasie di bambina non era rimasto molto. I numeri erano diventati dei segni neri sulla carta bianca di un periodico e niente altro. Col tempo i colori erano spariti e aveva scoperto che lo zero, applicato alla vita delle persone, non aveva un bella tinta.

Le sarebbe piaciuto un percorso diverso, poter studiare, andare al college, scegliere una facoltà legata ai numeri che le avrebbe consentito di farli diventare il suo lavoro. Le circostanze avevano scelto diversamente.

In un film che aveva visto, uno dei protagonisti diceva che a New York è molto difficile la vita se sei messicano e sei povero. Quando aveva sentito quella frase, dentro di sé non aveva potuto che confermare. Lei aveva avuto, rispetto al resto delle ragazze nella sua situazione, il vantaggio di essere bella. E questo l’aveva aiutata molto. Non aveva mai accettato veri compromessi, anche se nel corso del tempo aveva imparato a sopportare qualche strusciata e qualche mano morta di troppo. Solo una volta, per essere sicura di entrare alla scuola delle infermiere, aveva fatto un pompino al direttore. Quando aveva visto in faccia le sue colleghe di corso e aveva trovato una alta percentuale di ragazze carine, si era resa conto che quel tipo di esame d’ammissione doveva essere una cosa che aveva in comune con molte di loro.

Poi era arrivato Mitch…

Spostò la rivista quando si accorse che una lacrima era caduta a macchiare l’inchiostro del pennarello nello schema del sudoku. Il numero che aveva appena scritto, il cinque, aveva allargato la sua pancia e adesso era circondato da un alone bluastro, tondo e troppo simile allo zero.

Non è possibile, dopo tutti questi anni ancora piango…

Si diede della stupida e appoggiò la rivista su un tavolino accanto a lei.

Ma lasciò che le lacrime scorressero e con loro i ricordi. Era tutto quello che le restava di un periodo felice, forse l’unico vero lembo di terra verde della sua esistenza. Dal momento che l’aveva conosciuto, Mitch aveva cambiato la sua vita, in tutti i sensi.

Prima e dopo.

Con lui aveva scoperto la passione, quello che l’amore poteva essere e fare. Le aveva fatto il più grande regalo del mondo, l’aveva fatta sentire amata e desiderata e donna e madre. Tutte cose che le aveva chiesto indietro dopo, quando era sparito nel nulla, da un giorno all’altro, lasciandola sola con un figlio piccolo da crescere. La madre di Carmen lo aveva sempre detestato. Quando era stato chiaro che suo marito non sarebbe ritornato, pur senza commentare apertamente, si era presentata con dipinte sul viso le parole te-l’avevo-detto-io. Aveva sopportato le sue allusioni perché aveva bisogno di lei per la custodia del bambino quando era impegnata al lavoro, ma non aveva mai accettato di tornare nella casa dei suoi. La sera se ne stava nel suo, nel loro appartamento, con Nick che era il ritratto sputato di suo padre, a leggere storie e a guardare cartoni animati e a sfogliare riviste di moto.

Poi, un giorno, aveva conosciuto Elias. Era un chicano come lei, un ragazzo a posto, che lavorava come cuoco in un ristorante dell’East Village. Si erano frequentati per un poco, come semplici amici. Elias conosceva la sua situazione, era un uomo dolce e rispettoso e si vedeva lontano un miglio che era innamorato di lei. Non le aveva mai chiesto nulla, non aveva mai cercato di sfiorarla nemmeno con un dito.

Lei ci stava bene, parlavano molto, piaceva a Nick. Non lo amava, ma quando le aveva proposto di andare a vivere insieme, dopo molte esitazioni aveva accettato. Avevano ottenuto un mutuo e comprato una casetta in un quartiere popolare del Queens che Elias aveva insistito per intestare a lei.

Carmen sorrise fra le lacrime al ricordo di quell’uomo tenero e sprovveduto.

Povero Elias. Avevano fatto l’amore per la prima volta nella loro casa.

Lui era timido e delicato e inesperto e lei aveva dovuto prenderlo per mano come un bambino e guidarlo attraverso la sua emozione. Un mese dopo aveva scoperto di essere incinta ed esattamente nove mesi dopo quella loro prima notte era nata Allison.

Aveva avuto una famiglia. Un figlio, una figlia e un compagno che le voleva bene, seduti tutti insieme alla stessa tavola. Di fronte a lei non c’era l’uomo che dentro di sé ancora desiderava ci fosse, non era la felicità sfarzosa dei giorni con Mitch. Era la serenità, che quando la si otteneva e la si considerava di per sé un valido risultato, rappresentava l’inizio della vecchiaia.

Purtroppo non pareva essere il destino della sua vita riuscire a tenersi un uomo.

Anche Elias se n’era andato, portato via da una forma acuta di leucemia che lo aveva consumato in poco tempo. Ricordava ancora l’espressione desolata della dottoressa Myra Collins, una internista dell’ospedale dove lavorava allora, quando l’aveva presa da parte e le aveva spiegato il senso del risultato delle prime analisi. Con parole chiare e cortesi che alle orecchie di Carmen erano suonate già come parole di condoglianze.

E di nuovo era rimasta sola. Aveva deciso che in quel modo, da adesso in poi, avrebbe continuato la sua vita. Sola con i suoi figli, loro tre e basta.

Nick era un ragazzo dolce e adorabile e Allison una ragazzina dalla personalità molto spiccata. Poi un giorno Nick le aveva confessato di essere omosessuale. Carmen lo aveva già capito ma aspettava che fosse lui ad affrontare l’argomento. Dal suo punto di vista non cambiava nulla. Nick era e restava suo figlio. Si riteneva una donna abbastanza intelligente e una madre troppo affettuosa per consentire a una diversità sessuale di compromettere la stima che aveva di lui come persona. Avevano parlato un pomeriggio intero delle umiliazioni che aveva patito e dei turbamenti che aveva attraversato prima di accettarsi, in una comunità di ragazzi che avevano fatto del machismo la loro regola di vita. Poi lui le aveva annunciato che con il suo compagno sarebbero andati a vivere nel West Village.

Carmen si alzò e andò in cucina a prendere un pezzo di carta dal rotolo appoggiato sul piano. Si asciugò gli occhi. Adesso che ci pensava, la frase completa del ragazzo del film era che non è facile vivere a New York se sei messicano, povero e gay.

Aprì il frigo e si versò un bicchiere di succo di mela.

Basta piangere, si disse.

Lacrime ne aveva versate a sufficienza, nella sua vita. Se anche la vita di Nick all’inizio non era stata facile, adesso era commesso in una boutique di Soho, era innamorato e felice. Anche lei aveva un buon lavoro, non aveva eccessivi problemi di denaro e portava avanti da anni una relazione discreta e senza coinvolgimenti con il suo capo, il dottor Bronson. Poteva essere considerata una vita accettabile. Certo, Allison da bambina vivace si era trasformata in una adolescente difficile. Ogni tanto, senza preavviso, stava fuori tutta la notte. Carmen sapeva che stava col suo ragazzo quando lui aveva la casa libera. Tuttavia avrebbe preferito essere avvertita quando succedeva. Era certa che, dopo aver attraversato tutti gli inevitabili conflitti generazionali, il loro rapporto col tempo sarebbe migliorato. Carmen negli anni aveva imparato a conoscere e a capire le persone ma, come tutti, mai completamente se stessa e quelli con cui era coinvolta affettivamente. A volte aveva il sospetto che tutte le sue certezze a proposito di Allison fossero fumo che si gettava negli occhi da sola e niente altro.

Stava per tornare alla sua poltrona e ai numeri del suo quiz matematico quando sentì suonare alla porta. Si chiese chi potesse essere. Le poche amiche che aveva raramente le facevano visita senza un preavviso telefonico. E inoltre a quell’ora del giorno lavoravano tutte. Lasciò la cucina e percorse il corridoio fino alla porta d’ingresso.

Nel riquadro di vetro, confuse oltre la tenda, c’erano le sagome di due persone.

Quando aprì l’uscio si trovò davanti una ragazza dall’aria energica, volitiva, una di quelle che sono sempre troppo occupate per ricordarsi di essere anche belle. L’altro era un uomo sui trentacinque anni, alto, con i capelli scuri e occhi neri e intensi. Aveva una barba di un paio di giorni che gli dava un senso randagio e accattivante. Carmen pensò che se lei fosse stata ancora giovane, la ragazza sarebbe stata così attraente da poter essere considerata una rivale e lui così eccitante da poter essere considerato una preda. Ma quelli erano solo i fuochi fatui della memoria, un gioco all’identificazione senza alcun seguito che faceva con se stessa tutte le volte che incontrava delle persone nuove, giovani o vecchie che fossero.

Alla sua età non aveva più voglia di mettersi in gioco, perché la vita le aveva insegnato come, nella maggioranza dei casi, andava a finire. Tutto sommato, ancora una volta, si trattava di una serie di numeri.

«La signora Carmen Montesa?»

«Sì.»

La ragazza le mostrò un distintivo lucido di plastica e metallo.

«Mi chiamo Vivien Light e sono un detective del 13° Distretto, a Manhattan.»

Le lasciò il tempo di controllare la sua foto sul tesserino. Poi indicò l’uomo al suo fianco.

«Lui è Russell Wade, il mio partner.»

Carmen sentì un guizzo di ansia attraversarle il cuore. Ebbe un paio di extrasistole, come sempre le succedeva quando si emozionava.

«Che succede. Si tratta di Allison? È successo qualcosa a mia figlia?»

«No signora, stia tranquilla. Ho solo bisogno di scambiare due parole con lei.»

Il sollievo arrivò come un balsamo a placarla. Era troppo eccitabile. Ma contro la sua natura non poteva fare nulla. Sul lavoro era di una freddezza e un’efficienza ammirevoli, ma come rientrava nel suo ruolo di donna e di madre ritornava a essere vulnerabile.

Si rilassò.

«Mi dica pure.»

La ragazza le indicò con un sorriso l’interno della casa.

«Temo che non sia una cosa così veloce. Possiamo entrare qualche istante?»

Carmen si fece di lato, un’espressione dispiaciuta sul viso.

«Scusate. Il sollievo mi ha fatto dimenticare le buone maniere. Certo che potete entrare.»

Si spostò dalla soglia e tenne la porta aperta per consentire l’ingresso.

Quando le passò vicino, Carmen pensò che l’uomo aveva un buon profumo. Subito dopo si corresse. Aveva un buon odore. La ragazza invece sapeva di vaniglia e di cuoio. Mentre chiudeva la porta si chiese che cosa avrebbero pensato di lei, se avessero potuto sentire quello che le era passato per la mente.

Li superò e li guidò verso il salotto. Sentì la voce della ragazza arrivare cortese da dietro le spalle.

«Spero di non averla disturbata.»

Carmen si stupì che un membro della Polizia si scusasse. Di solito erano piuttosto ruvidi. Specie quando erano dei gringos come loro e si rivolgevano a un ispanico. In quel momento ebbe la certezza che non erano entrati nella sua casa a portare delle belle notizie.

Uscirono dal corridoio e furono nel soggiorno. Carmen si girò a guardare la ragazza perché vedesse che non erano parole di circostanza.

«Nessun disturbo. Oggi è il mio giorno libero. Mi stavo godendo un pomeriggio di ozio.»

«Lei che lavoro fa?»

Mentre stava per rispondere, si chiese perché un mezzo sorriso fosse corso rapido sul viso dell’uomo, quando aveva sentito la ragazza formulare quella domanda.

«Sono infermiera. Prima ero al Bellevue, a Manhattan. Ho lavorato lì per molto tempo. Adesso sono l’assistente in sala operatoria del dottor Bronson, un chirurgo plastico.»

Indicò il divano alle spalle dei due.

«Accomodatevi, vi prego. Volete qualcosa? Un caffè?»

Si sedette nella poltrona solo dopo che i due si furono accomodati sul divano.

«No grazie, signora. Stiamo bene così.»

La ragazza le sorrise. Carmen ebbe l’impressione di trovarsi di fronte a una persona che, quando voleva, sapeva mettere gli altri a proprio agio.

Forse perché di solito lo era anche lei. Lui pareva un poco più sulle spine.

Non sembrava un poliziotto. Non aveva quell’aria sbrigativa che di solito i rappresentanti della legge portavano in giro come emblema del loro potere.

Vide che Vivien si guardava in giro. Aveva fatto correre lo sguardo attento sulle pareti, sulla tappezzeria, sul bancone della cucina che si intravedeva dalla porta alla loro destra, sulla saletta da pranzo dall’altra parte del corridoio. Un giro d’occhi rapido, ma acuto. Carmen fu certa che si era impressa nella mente ogni particolare.

«È molto bello qui.»

Carmen le sorrise.

«Lei è molto gentile e molto diplomatica. È la casa di una donna che vive del suo stipendio. Quelle molto belle sono diverse. Ma io sto bene così.»

Non aggiunse altro. Puntò gli occhi in quelli della ragazza e attese. Lei capì che i convenevoli erano finiti e doveva arrivare al motivo della sua visita.

«Signora, lei diciotto anni fa ha denunciato la scomparsa di suo marito, Mitch Sparrow.»

Non era una domanda, era un’affermazione.

Carmen si trovò spiazzata. Prima di tutto per la coincidenza di aver pensato a Mitch pochi minuti prima. In secondo luogo perché non immaginava che dopo tanto tempo quella storia interessasse ancora qualcuno, a parte lei.

«Sì, esatto.»

«Ci può raccontare com’è andata?»

«Non c’è molto da dire. Un giorno è uscito di casa e non è più rientrato.

Ho aspettato fino a tardi e poi a notte fonda ho avvertito la Polizia.»

«E cosa è saltato fuori dalle indagini?»

«Era stato al lavoro, come sempre. Ha lasciato il cantiere dove lavorava all’ora solita, ma non è mai rientrato a casa. Mio marito era un operaio edile.»

Carmen aveva fornito quella precisazione ma aveva avuto l’impressione che i due fossero già al corrente di quel particolare della vita di Mitch.

«Che tipo era suo marito?»

«Una persona speciale. Quando l’ho conosciuto aveva solo in mente la sua moto. E le ragazze. Ma quando ci siamo incontrati è stato amore a prima vista.»

«Nessuno screzio, nessun dissapore, qualcosa che potesse far pensare a…»

Carmen la interruppe.

«A un’altra donna, intende?»

Aveva capito dove la domanda della ragazza intendeva andare a parare.

Guardandola, ebbe anche l’impressione che la ragazza lo avesse chiesto senza una vera necessità, solo perché faceva parte di una prassi del suo lavoro. Era come se sapesse già la risposta.

Ci tenne tuttavia a spiegare qual era la vera situazione fra lei e suo marito. Alla luce di quello che aveva pensato poco prima che i due arrivassero a rivangare ufficialmente la storia.

«No, mi creda. Io e Mitch eravamo innamorati e lui adorava suo figlio.

Sono una donna e so capire quando un uomo è distratto da altri pensieri. Il desiderio è la prima cosa che se ne va. Mitch aveva in mente solo me, di giorno e soprattutto di notte. E io solo lui. Credo di essermi spiegata.»

Aveva di fronte a sé un’altra donna. Carmen sapeva che avrebbe capito di cosa stava parlando. In effetti la detective sembrò soddisfatta delle sue parole e cambiò argomento.

«Mi conferma che suo marito aveva un tatuaggio sulla spalla destra?»

«Sì. Era una bandiera pirata. Sa, quelle con il teschio e le tibie incrociate. C’era una scritta sotto, ma in questo momento non mi ricordo quale.»

«The only flag, forse?»

«Proprio quella. Era il simbolo di quegli sballati dei suoi amici, tutti fanatici delle moto. Prima noi abitavamo a Coney Island e Mitch…»

«Sì signora, sappiamo degli Skullbusters.»

La ragazza l’aveva interrotta, con voce gentile ma ferma. Carmen ricordava di aver presentato la denuncia al 70° Distretto. Si chiese che cosa fosse successo, per far muovere la Polizia di un Distretto di Manhattan.

La detective proseguì, con il suo tono professionale, incisivo e rassicurante nello stesso tempo.

«Le risulta che suo marito avesse avuto delle fratture?»

«Sì. Era caduto dalla moto. Omero e tibia, mi pare di ricordare. È stato in quell’occasione che ci siamo incontrati. È stato ricoverato nell’ospedale dove lavoravo. Quando è stato dimesso mi ha obbligato a scrivere il mio numero di telefono sul gesso. Ci siamo sentiti spesso e quando è tornato a togliere l’armatura, come la chiamava lui, mi ha chiesto di uscire.»

«Un’ultima cosa, signora. Dove lavorava suo marito quando è scomparso?»

Carmen richiamò a fatica dalla memoria ricordi che si erano rifugiati in un posto nascosto.

«La sua impresa stava ristrutturando un edificio a Manhattan, dalle parti della Terza Avenue, mi pare.»

La ragazza rimase un attimo in silenzio. Come qualcuno che sta cercando con difficoltà le parole giuste da dire. Carmen pensò che ci sono discorsi che sono come operazioni aritmetiche. Per quanto si cambi l’ordine delle parole, il risultato resta inalterato. Infatti ciò che Vivien disse poco dopo confermò quel suo rapido pensiero.

«Signora Sparrow, temo di doverle dare una brutta notizia. Abbiamo trovato un corpo nascosto in una intercapedine di un palazzo, appunto sulla 23sima Strada all’angolo con la Terza Avenue. Abbiamo ragione di credere, alla luce di quel che ci ha appena detto, che si tratti di suo marito.»

Carmen sentì qualcosa arrivare e andarsene nello stesso tempo, come un’onda lunga e cattiva che fa solo dondolare la barca per andare a sfogarsi in mare aperto. Nonostante il suo proposito di poco prima, dopo tanto tempo di congetture le lacrime della certezza iniziarono a scorrerle sulle guance. Piegò la testa e nascose il viso tra le mani. Quando si risollevò e pose i suoi occhi in quelli di Vivien, Carmen ebbe la sensazione che sarebbero state le ultime.

«Scusatemi.»

Si alzò e andò in cucina. Quando tornò aveva un pacchetto di fazzoletti di carta in mano. Mentre si sedeva fece la domanda che da subito le era venuta in mente.

«Avete idea di chi…»

La detective scosse la testa.

«No signora. Siamo qui per questo, per cercare di capirci qualcosa. Già l’identificazione, dopo tutto questo tempo, è molto difficile. La prova definitiva sarebbe quella del DNA.»

«Ho il suo codino.»

«Prego?»

Carmen si alzò dalla poltrona.

«Datemi un secondo, per favore.»

Carmen attraversò la stanza e uscì dalla vista dei suoi due ospiti. Pochi passi dopo si trovò davanti a una porta ricavata nel sottoscala. Sapeva dove conservava quello che stava cercando. Ricordava tutto quello che aveva a che fare con il suo unico marito.

Il suo unico uomo.

E infatti, quando aprì la porta, il baule era lì, pieno di cose da poco prezzo e di grande valore. Fece scattare la chiusura e sollevò il coperchio.

Quello che cercava stava sopra a tutto, avvolto in un panno leggero. Tirò fuori l’involucro, tolse la protezione e lo guardò un istante, con in bocca il gusto amaro della tenerezza che quello strano cimelio le suscitava. Prese anche una vecchia foto, più o meno dell’epoca in cui Mitch era scomparso.

Poi tornò nell’altra stanza e mostrò ai due seduti sul divano quello che aveva portato con sé. Era una cornice di legno scuro dentro la quale, stesa su un panno verde e protetta da un vetro, c’era una treccia di capelli biondi.

Carmen sorrise al ricordo.

Spiegò con parole chiare mentre con la stessa chiarezza riviveva l’episodio.

«Quando Mitch ha iniziato a lavorare, si è tagliato i capelli che portava in una coda di cavallo. Prima di farlo, glieli ho raccolti in una treccia. Per ricordo li abbiamo fatti incorniciare. Potete prendere questo. Dai capelli è possibile ricavare il DNA.»

Poi tese verso la ragazza la foto.

«E questa è di mio marito. Una delle ultime.»

Carmen vide un piccolo compiacimento apparire sul viso della ragazza.

Aveva notato che per tutto il tempo l’altro era rimasto in silenzio, a guardarla intenso con quegli occhi scuri che parevano scavare nella gente.

Si era detta che, fra i due, doveva essere lei a tenere le redini del rapporto tra loro e con il mondo.

Vivien prese il quadro e lo appoggiò di taglio sul divano, contro il suo fianco.

«Una paio di cose ancora, se non le dispiace.»

La ragazza tirò fuori un oggetto dalla tasca interna del giubbotto. Glielo porse e Carmen vide che era un portadocumenti.

«Quest’oggetto apparteneva a suo marito?»

Lo prese in mano e lo esaminò con attenzione.

«No, non mi pare proprio. Non era il suo genere. Aveva solo cose con su il marchio della Harley.»

«Ha mai visto questa persona?»

Carmen si trovò davanti agli occhi una foto dove un ragazzo bruno e un grosso gatto nero erano in posa per il fotografo.

«No, mai.»

Mentre la detective tornava a riporre gli oggetti nella tasca, Carmen ebbe l’impressione che quella dichiarazione l’avesse delusa ma non sorpresa.

«Che lei sappia, non è successo qualcosa di strano, di insolito durante la carriera di suo marito? Qualcosa che le possa aver riferito, magari senza darci troppa importanza?»

Le lasciò il tempo di riflettere. Poi ci tenne a sottolineare un concetto.

«Signora, per comprensibili motivi non posso dirle nulla, ma sappia che è di una importanza estrema.»

Il tono sembrava accorato e riusciva a trasmettere il senso d’ansia che la ragazza di certo provava. Carmen ci pensò un poco e poi fu costretta a fare un gesto rassegnato con le mani.

«No. Nonostante il passato piuttosto vivace di Mitch facevamo una vita tranquilla. Ogni tanto vedeva ancora i vecchi amici, gli Skullbusters intendo, ma a parte qualche sera che tornava a casa con qualche birra di troppo in corpo, era uno che lavorava e che rigava diritto. A casa parlava poco del suo lavoro. Giocava tutto il tempo con Nick.»

La detective stava per replicare quando furono interrotti dal rumore di una chiave nella toppa e della porta d’ingresso che si apriva. I discorsi furono sostituiti da un rumore di tacchi sul pavimento che parve a tutti più eloquente delle parole. Carmen vide sua figlia sbucare dal corridoio e affacciarsi sul soggiorno.

Aveva capelli corti sparati con il gel, gli occhi truccati in un modo pesante, un rossetto viola e mezzi guanti neri alle mani. I jeans sembravano di un paio di taglie più ampi del necessario e aveva una maglietta corta che le lasciava scoperto l’ombelico, attraversato da un piercing.

Non sembrò sorpresa di trovare sua madre in compagnia di due sconosciuti. Li guardò con sufficienza, prima loro poi lei.

«Potevi fare a meno di chiamare gli sbirri. Tanto lo sai che torno.»

«Loro non…»

La ragazza la interruppe mentre distoglieva lo sguardo per infilare la chiave nella borsa. Pareva annoiata più che impressionata.

«Loro ce l’hanno scritto in faccia che sono due poliziotti. Credi che sia nata ieri?»

Tornò a fissare la madre.

«Comunque la ragazza cattiva è tornata e i tuoi due cani da fiuto possono tornarsene da dove sono venuti. E digli che senza un mandato di perquisizione in questa casa non sollevano nemmeno un tovagliolo.»

Carmen vide un’ombra scendere a incupire gli occhi di Vivien. Come se già sapesse, come se avesse vissuto altrove e in precedenza quella situazione.

Sentì la detective rivolgersi ad Allison con voce costretta alla pazienza.

«Non siamo qui per te. Abbiamo portato una notizia a tua madre.»

Ma Allison aveva già voltato loro le spalle, come se il discorso non la interessasse. Sparì dietro l’angolo lasciando solo il suono sarcastico della sua voce.

«E chi cazzo se ne frega non lo vogliamo aggiungere a questo bel discorso?»

Aveva detto questa frase mentre già stava salendo le scale per raggiungere la sua camera. Dall’alto arrivò, sul loro imbarazzo e sul loro silenzio, il rumore di una porta sbattuta.

Carmen non sapeva che dire. Fu Vivien a parlare per prima. La scena a cui aveva appena assistito la autorizzò a una piccola confidenza. E le diede del tu.

«Carmen, posso andare a dire due parole a tua figlia?»

Rimase un attimo interdetta sul senso di quella richiesta.

«Sì, credo di sì.»

La detective ritenne necessaria una precisazione.

«Temo che saranno, per così dire, parole un poco ruvide.»

«Capisco. Ma non credo che le faranno del male.»

Vivien si alzò. Carmen le mostrò un piccolo sorriso, leggero e complice.

«Prima camera a destra, in cima alle scale.»

Vivien sparì dietro l’angolo, sulle tracce di un discorso che riteneva giusto fare, a quella persona e in quel momento. Quello che si era presentato come Russell assunse un’espressione di ironica circostanza.

Finora era rimasto in silenzio ma quando le fece sentire la sua voce, era esattamente come Carmen se l’aspettava.

«Vivien è una ragazza molto decisa.»

«Vedo.»

«E anche molto precisa, quando vuole.»

Carmen confermò quel parere, con un tono compiaciuto.

«Ne sono certa.»

Rimasero in silenzio fino a quando Vivien ritornò, poco dopo. Con aria tranquilla attraversò la stanza e tornò a sedersi sul divano.

«Ecco fatto. Avrà le guance un poco rosse per le prossime ore ma dovrebbe avere capito il giro delle cose.»

Tirò fuori il portafoglio, prese un biglietto da visita e lo appoggiò sul tavolino sopra alla rivista di enigmistica. Carmen la vide prendere il pennarello che c’era di fianco e scrivere qualcosa sul retro. Poi si sporse verso di lei e le tese il cartoncino.

«Questo è il mio numero. Dietro c’è anche quello del cellulare. Se dovesse venirti in mente qualcosa a proposito di tuo marito o dovessi avere altri problemi con tua figlia chiamami pure.»

Vivien prese il quadro e si alzò, subito imitata da Russell, segno che la loro visita era finita. Carmen li accompagnò alla porta. Mentre stavano per uscire, appoggiò una mano sul braccio della ragazza.

«Vivien.»

«Sì?»

«Grazie. È una cosa che avrei dovuto fare io tempo fa, ma grazie lo stesso.»

La detective le sorrise. Gli occhi le scintillarono un momento mentre faceva un gesto con le spalle per minimizzare la cosa.

«E di che? Ciao, Carmen.»

Attese che fossero in fondo agli scalini e poi chiuse la porta. Tornò in soggiorno, ripensando a tutta quella storia.

Mitch, maledizione, per quanto è durata spero di essere riuscita a farti capire quanto ti amavo…

Sapeva che la parte difficile sarebbe arrivata la sera, quando avrebbe spento la luce e si sarebbe trovata da sola con tutti i suoi fantasmi. Per il momento decise di accendere la televisione e chiamare il mondo a farle compagnia.

Si sedette sulla poltrona e puntò il telecomando verso l’apparecchio.

Quando lo schermo si illuminò c’era un servizio del notiziario sull’esplosione di sabato sulla 10ma Strada, a Manhattan. Nel vedere quelle immagini di distruzione, un ricordo le attraversò la mente. Si sollevò di scatto, corse alla porta e la aprì. Russell e Vivien erano ancora fuori, sul marciapiede opposto, accanto a una macchina, come se si fossero fermati per commentare l’esito di quell’incontro.

Fece un gesto con il braccio per richiamare la loro attenzione.

«Vivien.»

La detective e il suo partner girarono la testa nella sua direzione. Quando la videro in cima ai tre gradini, sotto la tettoia dell’ingresso, la raggiunsero.

«Che c’è Carmen?»

«Mi è venuta in mente una cosa. È passato tanto tempo e i miei ricordi sono…»

Vivien pareva eccitata. La interruppe con una vena di impazienza nella voce.

«Dimmi.»

Carmen era imbarazzata. Per la prima volta nella sua vita era una voce in un’indagine della Polizia e temeva di fare una brutta figura o dire qualcosa che la facesse sembrare stupida.

«Ecco, non so se possa essere una cosa importante ma mi sono ricordata che molto tempo fa l’impresa per cui lavorava Mitch, la Newborn Brothers, ristrutturò una casa sul North Shore, a Long Island. Una casa di un ex militare, mi pare di ricordare. Un maggiore o un colonnello, qualcosa del genere.»

Vivien la incalzò.

«Ebbene?»

Carmen fece ancora una piccola pausa esitante poi di getto disse quello che aveva da dire.

«Circa un anno dopo la fine dei lavori la casa esplose.»

Nella luce incerta del crepuscolo, Carmen vide come se fosse giorno il viso della ragazza impallidire.

CAPITOLO 23

Dal finestrino della macchina Russell e Vivien videro Carmen Montesa richiudere lentamente la porta di casa, una figura sola e desolata che cercava invano di tenere fuori dall’uscio qualcosa che di certo sarebbe rientrato dalla finestra. Di notte e con denti feroci. Un secondo dopo Vivien aveva già in mano il telefono dell’auto e aveva composto al volo il numero del capitano. Sapeva che l’avrebbe trovato in ufficio, in attesa.

Seduto di fianco, Russell contò tre squilli prima che arrivasse la risposta.

«Bellew.»

Vivien non si perse in preamboli.

«Alan, ci sono sviluppi.»

La domanda conseguente s’insinuò come un cuneo nella sorpresa di Vivien.

«Wade è lì con te?»

Vivien, d’istinto, si girò a guardare Russell.

«Sì.»

«Hai la possibilità di mettermi in vivavoce?»

«Certo.»

«Molto bene. Quello che devo dire lo dovete sentire tutti e due.»

Vivien rimase interdetta. Trovava molto inusuale quella procedura.

D’altronde tutta quella faccenda era inusuale. Addirittura pazzesca. Poi si disse che forse, ricordando la promessa fatta, aveva accettato di includere Russell nelle loro considerazioni. O forse aveva da dire qualcosa che lo interessava da vicino. Vivien premette un pulsante e il timbro della comunicazione cambiò e si sparse per l’abitacolo.

«Ci sei.»

La voce del capitano uscì dalle casse dell’auto forte e chiara.

«Parlami delle tue novità, prima di tutto.»

Vivien iniziò a mettere il capitano al corrente dei loro passi avanti.

«Sono quasi sicura che il tipo nel muro sia questo Mitch Sparrow di cui ti ho parlato. Per un’identificazione certa ho in mano gli elementi per un esame del DNA. Bisognerebbe procedere al volo.»

«Fammi avere quello che hai e consideralo già fatto. Altro?»

Russell era affascinato dal modo chiaro e telegrafico di comunicare dei due poliziotti. Parlavano la stessa lingua e l’avevano imparata sulla loro pelle.

Vivien proseguì, eccitata.

«Anni fa Sparrow ha lavorato per una piccola impresa di costruzioni che si chiamava Newborn Brothers. Me lo ha appena detto la moglie. Hanno fatto dei lavori di restauro in una casa sul North Shore, a Long Island. E senti questa: sembra che la casa appartenesse a un ex militare e che un anno dopo la fine dei lavori sia esplosa. E dai rilievi degli esperti sembra per un attentato e non per un incidente. Che ne dici?»

«Dico che mi sembra un’ottima pista da seguire.»

Vivien continuò, certa che il suo superiore dall’altra parte stava prendendo nota.

«Bisognerebbe risalire alla Newborn Brothers e all’impresa che ha costruito il palazzo nel Lower East Side e controllare negli schedari del personale, se ancora ci sono. Vedere se le due costruzioni hanno fra gli operai una persona in comune. E sapere i nomi dei responsabili delle società.»

«Metto subito al lavoro gli uomini.»

Il capitano cambiò tono. Quello che aveva da dire Vivien era già archiviato e in via di esecuzione. Adesso toccava a lui mettere sul piatto gli aggiornamenti.

«Io nel frattempo mi sono mosso. Ho dovuto parlare con Willard, il capo della Polizia. Ma l’ho fatto in privato. Molto in privato, non so se mi spiego.»

«Perfettamente.»

«Gli ho mostrato la lettera e gli ho spiegato per sommi capi la faccenda.

Ha fatto un salto sulla sedia. Ma, com’era prevedibile, ha preso le distanze e di conseguenza si è preso del tempo. Ha detto che come traccia gli sembra esile e poco fondata, anche se non siamo nella condizione di trascurare nulla. Ha intenzione di farla esaminare da un criminologo o da uno psicologo, ma utilizzando qualcuno che sia fuori dai soliti giri della Polizia e dell’FBI. Una persona senza memoria e senza lingua, per intenderci. Sta valutando una serie di nomi. Siamo rimasti d’accordo che per il momento si procede con cautela, tenendo la cosa riservata a noi, come concordato. È una situazione molto delicata e instabile, per tutti.

Sono morte delle persone. Altre sono forse in pericolo di vita. Per quello che ci riguarda, può saltare una fila di teste oppure su quelle stesse teste può essere posata una corona. E fra queste ci sono anche le nostre, Vivien.»

Russell ebbe l’impressione che la ragazza se le aspettasse, quelle parole.

Non fece nessun commento, né con la voce né con il viso.

«Ricevuto.»

«Wade, mi sente?»

Russell d’istinto avvicinò la testa alla zona dove riteneva fosse piazzato il microfono.

«Sì, capitano.»

«Non ho parlato con il capo del nostro accordo. Se uscirà qualche cosa prima che questa storia sia finita, la sua vita diventerà molto peggio del peggiore dei suoi incubi. Mi sono spiegato?»

«Molto bene, capitano.»

Questo significava che da ora in poi le loro vite erano intrecciate senza via di scampo, qualunque fosse il risultato. Sia che la testa arrivasse a sentire il filo della lama o il peso della corona. Vivien si rivolse al suo superiore, con la voce tranquilla e distaccata. Russell ammirò il suo autocontrollo, cosa che lui era ben lontano dal possedere.

«Bene. Questo l’abbiamo stabilito. Altre notizie?»

Il tono del capitano ridiventò quello professionale di un poliziotto che sta esaminando gli elementi di un’indagine. La pausa emotiva era terminata. Si tornava al lavoro.

«Di buono c’è che all’occorrenza abbiamo a disposizione tutta la Polizia di New York. E il potere di tirare giù dal letto chiunque a qualunque ora della notte, il capo per primo.»

Ci fu un rumore di carta sfogliata.

«Ho qui davanti i risultati delle prime analisi. Gli esperti pensano di essere arrivati al tipo di innesco. Si tratta di una cosa semplice e molto ingegnosa nello stesso tempo. Una serie successiva di impulsi radio a diverse frequenze che vanno emesse con una sequenza precisa. In una città attraversata da onde radio, questo mette le mine al sicuro dall’esplodere per un segnale fortuito.»

Russell aveva un dubbio che lo perseguitava da quando quella storia pazzesca era saltata fuori. Intervenne di nuovo nella conversazione.

«Il palazzo esploso è stato costruito parecchi anni fa. Come mai dopo tutto questo tempo le bombe erano ancora funzionanti?»

Quella domanda doveva essersela posta anche il capitano, perché emise un sospiro prima di rispondere. Nonostante l’esperienza, era un piccolo segno di rinnovata incredulità davanti al genio della follia.

«Niente batterie. Il figlio di puttana ha collegato l’innesco alla corrente del palazzo. Può darsi che nel corso degli anni qualcuno si sia deteriorato e non funzioni più, ma in chissà quanti posti quel pazzo ha piazzato la sua merda.»

Ci fu uno strano suono e Russell per un istante temette che la linea fosse caduta. Poi la voce di Bellew tornò in giro per l’auto.

«State facendo un ottimo lavoro ragazzi. Ci tenevo a dirvelo. Un ottimo lavoro.»

Vivien riprese in mano il filo e lo tagliò. Ormai tutto quello che dovevano dirsi era stato detto.

«Aspetto che tu ti faccia vivo, allora. Chiamami non appena hai quelle informazioni.»

«Più in fretta che posso.»

Vivien chiuse la comunicazione e per qualche istante solo il rumore attutito del traffico fece a gara con i loro pensieri nel silenzio della macchina. Russell guardava la strada e le luci che illuminavano la sera. In quella giornata senza memoria, il tempo li aveva preceduti e li aveva accolti quasi a sorpresa nell’oscurità.

Fu Russell a parlare per primo. E lo fece con parole che ricambiavano la fiducia che Bellew aveva riposto in lui permettendogli di partecipare come testimone a quell’indagine.

«Vuoi l’originale?»

Distratta dai suoi pensieri, Vivien non arrivò subito al senso della proposta.

«Che originale?»

«Avevi ragione quando mi hai accusato di essermi presentato con la fotocopia del foglio che ho preso da Ziggy. Quello vero l’ho infilato in una busta e l’ho spedito al mio indirizzo di casa. È un sistema che mi ha insegnato lui. Credo che sia nella mia casella di posta, in questo momento.»

«Dove abiti?»

Russell fu contento che da parte di Vivien non arrivassero altri commenti.

«29sima Strada, fra la Park e la Madison.»

Senza aggiungere altro, Vivien percorse in silenzio il Queens Boulevard e portò la macchina ad attraversare il Queensboro Bridge. Sbucarono a Manhattan all’altezza della 60sima Strada e piegarono a sinistra sulla Park Avenue. Scesero verso sud, in balia dei capricci del traffico.

«Siamo arrivati.»

La voce di Vivien gli arrivò alle orecchie come un ricordo e Russell capì che, dopo aver appoggiato la testa al sedile, si era addormentato. La macchina adesso era parcheggiata sulla 29sima all’angolo con la Park.

Doveva solo attraversare e in pochi passi avrebbe raggiunto casa sua.

Vivien lo guardò mentre si strofinava gli occhi.

«Sei stanco?»

«Temo di sì.»

«Avrai tempo per dormire quando questa storia sarà finita.»

Senza dire che le sue speranze erano del tutto diverse, Russell approfittò del semaforo verde e raggiunse l’altra parte del marciapiede. Quando arrivò all’ingresso del suo palazzo, spinse la porta a vetri e fu nell’atrio.

L’edificio, come tutti quelli di un certo prestigio a New York, disponeva di un servizio di portineria ventiquattro ore su ventiquattro. Si avvicinò al portiere dietro al bancone. Si stupì, a quell’ora, di trovarci anche Zef, il building manager. Era una persona amica, un uomo di origine albanese che si era rimboccato le maniche e aveva lavorato sodo, fino a raggiungere la sua posizione attuale. Con lui Russell aveva da sempre un rapporto molto cordiale. Era convinto che Zef, oltre che spettatore delle sue discutibili imprese, ne fosse in segreto anche l’unico fan.

«Buonasera, signor Wade.»

Russell aveva una certa tendenza alla distrazione, oltre che una propensione per la vita scapestrata. Per questo motivo lasciava sempre, dopo averne persi diversi mazzi, le chiavi in portineria. Di solito l’uomo di turno, quando lo vedeva arrivare, gliele tendeva senza che lui dovesse chiederlo. L’assenza di quel gesto abituale denunciava qualcosa di anomalo. Con una pulce nell’orecchio, Russell si rivolse al suo amico.

«Salve, Zef. Hai perso tu le chiavi, questa volta?»

«Temo ci sia un problema, signor Wade.»

Le parole dell’uomo e più ancora la sua espressione, richiamarono molte altre pulci nell’orecchio di Russell. Con un’idea in testa che non si poteva considerare una congettura ma una certezza, pose lo stesso la domanda.

«Che problema?»

Sul viso dell’uomo era evidente l’imbarazzo. Nonostante questo aveva la correttezza di guardarlo negli occhi.

«Oggi sono venuti un rappresentante della Philmore Inc. e un avvocato con una lettera dell’amministratore delegato indirizzata a me. E con una per lei.»

«E cosa c’è scritto?»

«Quella indirizzata a lei non l’ho aperta, per ovvi motivi. La potrà ritirare insieme al resto della posta.»

«E l’altra?»

«Quella dell’amministratore inviata alla mia attenzione dice che l’appartamento di proprietà della società in questo stabile non è più a sua disposizione. Con effetto immediato. Dunque non posso darle le chiavi.»

«Ma la mia roba?»

Zef si strinse nelle spalle in un gesto che voleva dire: non sparatemi, io sono solo il pianista. A Russell venne da ridere. Sembrava una situazione da commedia hollywoodiana, invece stava capitando davvero.

«La persona in questione è salita nell’appartamento e ha messo tutti i suoi effetti personali in due valigie. Sono di là, nel deposito.»

Pareva davvero dispiaciuto di quello che stava succedendo e Russell, alla luce dei loro rapporti, non aveva motivo di dubitare che fosse sincero.

Nel frattempo il portiere era andato a prendere la posta e l’aveva appoggiata sul piano di marmo del bancone. Russell riconobbe la busta gialla con la sua calligrafia e il marchio della Philmore Inc. su quella senza affrancatura di fianco. La prese e la aprì. Quando spiegò il foglio davanti agli occhi riconobbe immediatamente la scrittura di suo padre.

Russell,

qualunque corda, per quanto resistente, se tirata all’inverosimile, si spezza. La mia si è rotta da tempo. È stata solo quell’anima gentile di tua madre ad afferrarne i lembi e a mantenerla unita, fornendoti a mia insaputa il denaro e l’appartamento in cui fino a oggi hai vissuto. Dopo la tua ultima prodezza, temo che anche le sue forze siano venute meno. Si è trovata di fronte a una scelta: se mantenere rapporti con un uomo che ha sposato qualche decina d’anni fa e che nel corso del tempo le ha dato mille prove del suo amore o con un figlio irrecuperabile che non ha fatto altro che fornire, nei suoi momenti migliori, un solido imbarazzo a questa famiglia.

La scelta, per quanto dolorosa, è venuta spontanea.

Per usare un linguaggio che tu puoi capire, da questo momento sono cazzi tuoi, figliolo.

Jenson Wade

P.S. Se tu avessi il buongusto di cambiare il cognome che porti, sarebbe un gesto da noi molto gradito.

Russell si adeguò al lessico, per ratificare il concetto.

«E così, quello stronzo di mio padre mi ha cacciato di casa.»

Zef assunse un’aria di circostanza, che comprendeva anche un imbarazzato mezzo sorriso.

«Ecco, io avrei usato altre parole ma il concetto è quello.»

Russell rimase un attimo pensieroso. Nonostante tutto, non se la sentiva di biasimare quella decisione. Anzi, era sorpreso che fosse arrivata dopo un tempo che lui non avrebbe concesso a se stesso.

«Va bene, Zef, non fa nulla.»

Raccolse le buste dal bancone e le infilò nella tasca interna della giacca.

«Posso lasciare qui le valigie, per il momento?»

«Quanto vuole, signor Wade.»

«Molto bene. Verrò a ritirarle e passerò ogni tanto per vedere se c’è posta.»

«Lei sa che la vedo sempre con molto piacere.»

«D’accordo, allora. Arrivederci, amico mio.»

Russell si girò e si avviò verso l’uscita. La voce di Zef lo trattenne.

«Un’ultima cosa, signor Wade.»

Russell si girò e lo vide lasciare la postazione e attraversare l’atrio. Lo raggiunse e si mise fra lui e il portiere che aveva alle spalle. Parlò sottovoce, con un tono confidenziale.

«Immagino che in questo momento la sua situazione sia, come dire, un poco precaria.»

Russell era sempre stato molto divertito dalla proprietà di linguaggio di quel bizzarro personaggio. Anche in questa occasione non si era smentito.

«Be’, il concetto non è del tutto adeguato ma rende l’idea.»

«Bene, signor Wade, se posso permettermi…»

Zef tese una mano verso di lui come per salutarlo meglio e quando Russell la strinse sentì nel palmo della mano la consistenza di alcune banconote.

«Zef, guarda che non…»

L’uomo lo interruppe. Fece un cenno d’intesa e di complicità.

«Sono solo cinquecento dollari, signor Wade. Le serviranno per tirare avanti. Me li renderà quando si sarà messo a posto.»

Russell ritirò la mano e infilò i soldi nella tasca della giacca. Li accettava per quello che significavano. Per lui e per la persona che glieli aveva offerti con il cuore e con estrema discrezione. In un momento importante della sua vita, l’unico aiuto tangibile che gli arrivava era da un estraneo.

Appoggiò una mano sulla spalla di Zef.

«Sei una bella persona, amico mio. Ti prometto che li riavrai. Con gli interessi.»

«Ne sono certo, signor Wade.»

Russell guardò Zef negli occhi e ci scoprì una sincerità e una fiducia che lui per primo era ben lontano dal possedere. Girò le spalle a quell’uomo e alla loro commozione e uscì in strada. Si fermò un istante a ripensare a quello che era appena successo. Infilò la mano nella tasca per sincerarsi che era tutto vero, che ancora esistevano persone così.

Nello stesso istante con la coda dell’occhio vide un movimento alle sue spalle e una mano arrivò decisa dalla penombra ad artigliare il suo braccio.

Girò la testa verso destra e trovò accanto a sé un uomo di colore, alto e corpulento, vestito di nero. Una grossa macchina scura accese i fari e si staccò dall’altra parte del marciapiede e venne a fermarsi davanti a loro. La portiera posteriore si aprì come se il movimento fosse sincronizzato all’arresto del veicolo. D’istinto Russell si guardò intorno per cercare di capire quello che stava succedendo. Il suo angelo custode la prese come una ricerca di alternative e ritenne opportuno sottolineare la realtà della situazione.

«Sali in macchina. Senza fare storie. È meglio per te, credimi.»

Russell vide attraverso la portiera aperta le gambe robuste di un uomo seduto sul sedile posteriore. Con un sospiro entrò nella macchina e si sedette, mentre il tipo doppio che lo aveva così cortesemente invitato a salire prendeva posto sul sedile anteriore.

Russell salutò l’uomo che si trovò seduto di fianco con il tono di un egiziano che saluta una piaga.

«Ciao, LaMarr.»

Il solito sorriso beffardo affiorò sulle labbra del grassone che lo aveva accolto all’interno. Il vestito elegante non compensava la sua figura sgraziata e gli occhiali scuri non fornivano nessun tipo di protezione alla grana volgare dei suoi lineamenti.

«Ciao, fotografo. Ti vedo un poco fuori forma. Qualche preoccupazione?»

Mentre la macchina partiva, Russell si girò a guardare dal lunotto posteriore. Se Vivien aveva visto la scena, non aveva avuto il tempo di intervenire. Poteva darsi che si fosse mossa per seguirli. Tuttavia non aveva visto nessuna macchina staccarsi dal marciapiede, dall’altra parte della Park Avenue.

Tornò a girarsi verso LaMarr.

«Il problema è che tu continui a sbagliare deodorante. Stare seduto vicino a te farebbe appannare gli occhi di chiunque.»

«Ottima battuta. Merita l’applauso.»

LaMarr non smise di sorridere. Fece un cenno all’uomo seduto di fronte che si sporse e tirò uno schiaffo in viso a Russell. Il rumore della carne contro la carne fu per un attimo l’unico suono all’interno dell’auto.

Russell sentì mille piccoli aghi roventi pungere la guancia e vide una macchia giallastra arrivare a danzare davanti all’occhio sinistro. LaMarr gli appoggiò una mano sulla spalla, noncurante.

«Come vedi, i miei ragazzi hanno un modo piuttosto bizzarro di apprezzare l’umorismo. Ne hai delle altre di battute come quella?»

Rassegnato, Russell si afflosciò contro lo schienale. Nel frattempo la macchina aveva svoltato sulla Madison e adesso stavano procedendo verso Uptown. Al volante c’era un tipo con il cranio rasato e Russell giudicò che avesse la stessa corporatura di quello che lo aveva appena fatto oggetto di una discutibile attenzione.

«Che vuoi, LaMarr?»

«Te l’ho detto. Soldi. Di solito non partecipo agli incassi, ma con te voglio fare un’eccezione. Non capita tutti i giorni di avere a che fare con una celebrità e tu lo sei. Inoltre mi stai sul cazzo in modo incredibile.»

Indicò con un cenno del capo l’uomo che lo aveva appena schiaffeggiato.

«Sarà un piacere sedermi in prima fila e vederti contrattare con Jimbo.»

«È inutile. In questo momento non ho i tuoi cinquantamila dollari.»

LaMarr scosse la grossa testa. Il doppio mento ondeggiò leggermente, lucido di sudore nel riflesso che veniva da fuori.

«Sbagliato. La matematica non deve essere il tuo forte. Come il poker d’altronde. Sono sessantamila, ricordi?»

Russell stava per replicare ma si trattenne. Preferiva evitare un altro incontro con il palmo della mano di Jimbo. Quello che aveva appena provato non gli aveva lasciato nessuna nostalgia.

«Dove andiamo?»

«Vedrai. Un posto tranquillo, dove fare due chiacchiere fra gentiluomini.»

Nell’auto cadde il silenzio. LaMarr non sembrava intenzionato a dare ulteriori spiegazioni e a Russell non servivano più di tanto. Sapeva benissimo cosa sarebbe successo una volta che fossero arrivati a destinazione, quale che fosse il posto.

Poco per volta, districandosi in mezzo al flusso di luci colorate e auto, la macchina raggiunse una zona di Harlem che Russell conosceva bene.

C’erano un paio di locali che frequentava quando voleva sentire dell’ottimo jazz e un altro paio di locali, molto meno pubblicizzati, che frequentava quando era in grana e aveva voglia di giocare ai dadi.

La macchina si fermò in una strada poco illuminata, davanti a una saracinesca chiusa. Jimbo scese, aprì il lucchetto e tirò la maniglia verso l’alto. Davanti ai fari della macchina la parete metallica lasciò il posto a un locale spoglio, un grande magazzino fatto a L con una fila di pilastri in cemento al centro.

Con un fruscio, la macchina superò l’ingresso e la saracinesca si richiuse alle loro spalle. La macchina piegò a sinistra, superò l’angolo e si fermò di sbieco. Pochi istanti dopo un paio di luci anemiche che pendevano dal soffitto si accesero, spandendo un chiarore incerto dalle lampadine sporche e incrostate.

Jimbo arrivò ad aprire la portiera dalla parte di Russell.

«Scendi.»

Lo prese per un braccio con la sua stretta di ferro e lo fece girare intorno all’auto. Russell ebbe modo di godersi lo spettacolo di LaMarr che usciva a fatica dalla portiera. Trattenne al volo un commento che sarebbe valso solo un altro applauso di Jimbo.

Alla loro sinistra c’era una scrivania con una sedia. Di fronte un’altra sedia, di legno, di quelle con la seduta in paglia. Nonostante la precarietà della situazione, Russell trovò quell’ambientazione molto classica.

Evidentemente LaMarr era un nostalgico.

Jimbo lo spinse verso la scrivania e gli indicò il piano.

«Svuota le tasche. Tutte. Non costringermi a cercare al posto tuo.»

Con un sospiro Russell appoggiò sul tavolo tutto quello che aveva in tasca. Un portafoglio con i documenti, le lettere e i cinquecento dollari che gli aveva appena dato Zef. E un pacchetto di chewing-gum alla cannella.

Il grassone raggiunse la sedia dietro la scrivania, mentre si lisciava il bavero della giacca. Si tolse il cappello e si sedette, appoggiando i grossi avambracci sul tavolo. Gli anelli che portava alle dita scintillarono, nel movimento. Russell pensò che sembrava una versione di Jabba the Hutt in un altro colore.

«Molto bene, signor Russell Wade. Vediamo che cosa abbiamo qui.»

Tirò la roba di Russell verso di sé. Aprì il portafoglio ma lo gettò subito, non appena vide che era vuoto. Ignorò le buste e infine prese in mano le banconote e le contò.

«Che colpo. Cinquecento dollari.»

Si appoggiò allo schienale della sedia, come per richiamare alla memoria qualcosa che ricordava benissimo.

«E tu me ne devi sessantacinquemila.»

Russell non ritenne opportuno sottolineare che fino a poco prima LaMarr ne aveva pretesi solo sessantamila. Il suo angelo custode nel frattempo lo aveva accompagnato a sedersi sulla sedia davanti alla scrivania e si era piazzato al suo fianco. Visto dal basso sembrava ancora più grosso e minaccioso. L’autista, appena arrivati, era sceso dalla macchina ed era sparito dietro una porta alle loro spalle, che aveva tutta l’aria di essere un bagno.

LaMarr fece scorrere la mano dalle dita grasse fra i capelli corti e crespi.

«Come intendiamo procedere al pagamento del resto?»

Finse di riflettere.

Russell pensò che stava giocando come il gatto col topo, che con quella rappresentazione stava fornendo a se stesso una riprova di potere.

«Voglio essere generoso. Visto che ho appena incassato, ti voglio abbuonare altri cinquecento dollari.»

Fece un cenno con il capo verso Jimbo. Il pugno nello stomaco arrivò con una velocità impressionante e una forza che cancellò l’aria dai polmoni di Russell e forse dall’intera atmosfera. Sentì un conato acido salirgli in bocca mentre si piegava in avanti per l’istinto di vomitare. Un filo di saliva gli uscì dalla bocca e si perse fra la polvere del pavimento. LaMarr lo guardò compiaciuto, come si guarda un bambino che ha fatto a dovere i suoi compiti.

«Ecco, adesso ne restano solo sessantaquattromila.»

«Per il momento direi che può bastare.»

Quelle parole, portate dalla voce di Vivien, arrivarono da un punto alle spalle di Russell, ferme e sicure.

Tre teste si girarono contemporaneamente in quella direzione, solo per vedere la ragazza emergere dall’ombra ed entrare nel cono di luce delle lampade. Il fiato di Russell si allargò come per incanto.

Il grassone guardò verso Jimbo, incredulo.

«Chi è questa puttana del cazzo?»

Vivien sollevò la mano e puntò la pistola che stringeva in pugno verso la testa di LaMarr.

«Questa puttana è armata e se non vi appoggiate tutti e due con la faccia al muro e le gambe allargate, potrebbe dimostrarvi quanto è offesa per le vostre basse insinuazioni.»

Il resto avvenne prima che Russell avesse il tempo di avvertire Vivien.

L’uomo che era in bagno sbucò veloce dalla porta alle sue spalle e le circondò il petto con le braccia, immobilizzandola. La reazione di Vivien fu istantanea e Russell capì perché il capitano Bellew aveva la stima dipinta negli occhi quando la guardava.

Invece di cercare di divincolarsi, Vivien si appoggiò con il corpo contro quello dell’uomo, sollevò le gambe e piantò i tacchi degli stivali pesanti sulla punta delle scarpe del suo aggressore. Russell sentì distintamente il rumore delle dita dei piedi che si spezzavano. Un grido strozzato e le braccia che circondavano Vivien si sciolsero come per magia. L’uomo si accasciò a terra, su un fianco, le gambe rattrappite, bestemmiando.

Vivien gli puntò la pistola addosso e rivolse uno sguardo di sfida agli altri due.

«Molto bene. Adesso chi altro ci vuole provare?»

Fece un cenno verso Jimbo.

«Sei armato?»

«Sì.»

«Bene. Allora prendi la pistola con due dita, appoggiala a terra e spingila verso di me. Lentamente. Sono piuttosto nervosa in questo momento.»

Mentre teneva d’occhio Jimbo, Vivien si piegò sull’uomo a terra, con la mano sinistra lo frugò e gli sfilò dalla giacca un grosso revolver. Si rialzò e poco dopo, con uno striscio metallico sul pavimento, le arrivò vicino ai piedi anche l’automatica dell’altro. Infilò nella cintura la pistola a tamburo che aveva appena requisito e si chinò a raccogliere il nuovo trofeo da terra.

Poi si fece di lato e Russell la vide con la canna della pistola indicare a Jimbo l’uomo steso a terra.

«Perfetto. E adesso muoviti con calma e sdraiati a terra vicino a lui.»

Quando fu certa che i due fossero sotto controllo, si avvicinò alla sedia dove era seduto Russell. Si rivolse a LaMarr.

«Hai armi?»

«No.»

«Meglio per te se non scopro che mi hai detto una bugia.»

«Niente armi.»

LaMarr aveva confermato guardando la canna di una pistola. C’era la possibilità di credergli.

Vivien si rivolse a Russell.

«Ce la fai ad alzarti?»

Lui sentiva le gambe come indipendenti dalla sua volontà. Con uno sforzo si alzò in piedi, lo stomaco contratto dai crampi. Si avvicinò a Vivien e si vide consegnare in mano una grossa pistola scura. Con un cenno del capo lei gli indicò i due uomini stesi a terra.

«Tieni d’occhio quelli. Se si muovono spara.»

«Con piacere.»

Russell non aveva mai usato in vita sua un’arma da fuoco ma lo schiaffo di Jimbo sarebbe da solo stato un bell’incentivo a iniziare. E da quella distanza era impossibile per chiunque sbagliare mira.

Vivien si rilassò e si rivolse a LaMarr, che aveva seguito la scena con una certa apprensione, seduto dietro la scrivania.

«Posso sapere il tuo nome?»

L’uomo esitò un istante. Si fece passare la lingua sulle labbra secche, prima di rispondere.

«LaMarr.»

«Okay. La puttana del cazzo qui presente si chiama Vivien Light ed è una detective del 13° Distretto. Ed è appena stata testimone oculare di un rapimento. Che come ben sai è un crimine federale. Secondo te, quanto può valere il fatto che io non chiami l’FBI e te li scateni addosso?»

LaMarr aveva capito dove il discorso della ragazza intendeva andare a parare.

«Non lo so. Diciamo sessantaquattromila dollari?»

Vivien si sporse e tolse dalla sua mano grassa e sudata i dollari che ancora stringeva.

«Diciamo sessantaquattromila e cinquecento e l’accordo è concluso. In via definitiva, mi sono spiegata?»

Si rialzò e infilò i soldi nella tasca dei jeans.

«Prendo il tuo silenzio come un assenso. Andiamo Russell. Qui non abbiamo più nulla da fare.»

Russell prese le buste e il portafoglio dal piano della scrivania e li infilò in tasca. Prese il pacchetto di chewing-gum, lo osservò un istante e poi lo posò con grazia esagerata davanti a LaMarr.

«Questi te li lascio. Nel caso dovessi addolcirti la bocca.»

Gli sorrise serafico.

«Usali con parsimonia. Valgono sessantaquattromila dollari.»

Negli occhi del grassone c’era la rabbia e c’era la morte. Russell non si curò di sapere di chi. Raggiunse Vivien e indietreggiarono in silenzio, spalla contro spalla, tenendo d’occhio il gruppetto. Arrivarono alla saracinesca e Russell vide che Jimbo, quando erano arrivati, non l’aveva abbassata del tutto. Ecco come aveva fatto Vivien a entrare senza farsi sentire. Questa volta la ragazza si chinò e la sollevò. Un rumore di ferro sui rulli permise loro di uscire senza dover fare altre evoluzioni sul pavimento.

Poco dopo erano seduti nella macchina di lei. Russell si accorse che le tremavano le mani, per il crollo dell’adrenalina. Anche lui non era messo meglio. Si consolò vedendo che nemmeno una persona addestrata a quel tipo di cose ci faceva mai realmente l’abitudine.

Russell cercò di rilassarsi e di ritrovare la voce.

«Grazie.»

Gli arrivò di rimando una risposta secca.

«Grazie un corno.»

Si girò di scatto e vide che Vivien sorrideva. Lo stava prendendo in giro.

Infilò una mano in tasca e gli tese i cinquecento dollari.

«Parte di questi serviranno a pagare la lavanderia. E spero per le tue finanze di non aver rovinato il giubbotto, rigirandomi per terra.»

Russell accettò quell’invito sopra le righe a risolvere la tensione.

«Appena posso, ti regalo una boutique.»

«Che si aggiunge alla cena.»

Vivien avviò l’auto e uscirono da quella strada e da quella brutta esperienza. Russell guardò il profilo di lei mentre guidava. Era giovane, decisa e bella. Una donna pericolosa, se vista dalla parte sbagliata della canna di una pistola.

«C’è una cosa che ti devo dire.»

«Cosa?»

Russell si allacciò la cintura per far smettere il cicalino di suonare.

«Quando ti ho vista sbucare da dietro l’angolo…»

«Sì?»

Russell chiuse gli occhi e si lasciò andare contro il sedile.

«D’ora in poi sarò devoto a quella tua apparizione come a un’apparizione della Madonna.»

Nella penombra delle palpebre gli arrivò il suono della risata fresca di Vivien. Allora Russell sentì qualcosa che svaniva e sorrise anche lui.

CAPITOLO 24

La chiave girò nella toppa, aprì la serratura e scomparve di nuovo nelle tasche di Vivien. La ragazza entrò e premette l’interruttore. La luce invase il corridoio spingendosi fino a illuminare parte del soggiorno. Un passo, un altro interruttore e la luce prese possesso di tutto l’appartamento.

«Vieni, accomodati.»

Russell entrò, reggendo una borsa in ogni mano. Diede uno sguardo in giro.

«È carino qui.»

Vivien lo guardò con aria di sufficienza.

«Vuoi che ti ripeta le parole di Carmen Montesa quando le ho detto le stesse cose di casa sua?»

«No, dico davvero.»

Si era aspettato di trovare una casa dove la cura e l’ordine fossero approssimativi. Il carattere volitivo di Vivien nella sua mente non collimava molto con quello paziente e scrupoloso della donna di casa.

Invece il piccolo appartamento era un gioiello di buon gusto nell’arredamento e un esempio raro di attenzione ai dettagli. C’era nell’aria qualcosa che non aveva mai provato. Non il caos forsennato del suo appartamento, non lo splendore asettico della casa dei suoi genitori. C’era amore da parte di chi abitava in quella casa per ciò che aveva intorno.

Appoggiò a terra le borse, continuando a valutare con gli occhi l’appartamento.

«Hai una donna delle pulizie?»

Vivien gli rispose di spalle, mentre apriva il frigo e tirava fuori una bottiglia di acqua minerale.

«Il gioco di parole viene fin troppo facile.»

«Vale a dire?»

«È abbastanza difficile trovare una donna delle pulizie in casa di chi lavora nella Polizia. Le domestiche a New York costano come un chirurgo plastico, con il difetto che il loro lavoro è da ritoccare molto prima.»

Russell si trattenne dal dire che nel poco tempo che era andato in giro con suo fratello aveva incontrato funzionari di Polizia, in America e all’estero, che con le mazzette che prendevano si sarebbero potuti permettere un esercito di domestici. Mentre si versava un bicchiere d’acqua Vivien indicò il divano a due posti piazzato davanti al televisore.

«Siediti. Vuoi una birra?»

«Vada per la birra.»

Si avvicinò al bancone e prese la bottiglietta che Vivien aveva aperto e spinto verso di lui. Quando sentì il liquido fresco scendere nello stomaco, si rese conto che era assetato e che avrebbe portato con sé i postumi del ceffone di Jimbo per diversi giorni. Andò verso la promessa confortevole del divano. Per farlo passò accanto a un mobile sul quale, in un portaritratti con un singolare design, c’era la foto di una donna insieme a una ragazza sui quindici anni. Si capiva a prima vista che erano madre e figlia, per le caratteristiche fisiche in comune e per una bellezza che aveva la stessa matrice.

«Chi sono?»

«Mia sorella e mia nipote.»

Vivien aveva risposto con la voce di chi con poche parole ha esaurito l’argomento. Russell capì che c’era qualche episodio poco felice legato a quelle due persone e che forse lei non aveva piacere di parlarne. Non chiese altro e si sedette sul divano. Passò una mano sulla pelle chiara che lo rivestiva.

«Comodo. E anche bello.»

«Il ragazzo con cui stavo è un architetto. Mi ha dato una mano a scegliere i mobili e ad arredare l’appartamento.»

«E adesso lui che fine ha fatto?»

Vivien fece un mezzo sorriso, pieno di autoironia.

«Da buon architetto, diciamo che aveva altri progetti.»

«E tu?»

Vivien allargò le braccia.

«Il mio annuncio suona più o meno così. Giovane, lavoro interessante, single, non cerca nessuno.»

Anche in questo caso Russell non aggiunse nulla. Tuttavia non poté fare a meno di provare un piccolo compiacimento all’idea che Vivien non avesse un compagno nella vita.

La ragazza finì il suo bicchiere d’acqua e lo ripose nel lavandino.

«Credo che farò una doccia. Tu mettiti a tuo agio, guarda la televisione, finisci la birra. Dopo ti cedo il bagno, se la vuoi fare anche tu.»

Russell si sentiva addosso la polvere dei secoli. L’idea dell’acqua tiepida che gli scorreva addosso lavando via le tracce di quella giornata gli diede un brivido di piacere.

«Okay. Aspetto qui.»

Vivien scomparve in camera da letto e poco dopo ne uscì con addosso un accappatoio. Si infilò nel bagno e quasi subito Russell sentì l’acqua scorrere. Non riuscì a impedirsi di immaginare il corpo scattante e solido di quella ragazza nudo sotto la doccia. Di colpo gli sembrò che la birra non fosse abbastanza fredda per spegnere il piccolo calore che gli era nato dentro.

Si alzò e andò alla finestra dalla quale si vedeva uno scorcio dell’Hudson. La sera era chiara ma non c’erano stelle. Le luci avide di protagonismo della città avevano il potere di cancellarle anche dal cielo più luminoso.

Durante il viaggio di ritorno da Harlem, lui e Vivien si erano scambiati le reciproche impressioni dei fatti di cui erano stati protagonisti. Quando lo aveva visto sparire all’interno della macchina, Vivien si era subito resa conto che c’era qualcosa che non andava. E quando la grossa berlina si era mossa, si era posta con discrezione all’inseguimento, tenendo la distanza di un paio di vetture ma riuscendo a non perderla mai d’occhio.

Quando aveva visto la macchina svoltare in una strada senza uscita, aveva mollato l’XC60 a bordo strada. Era scesa al volo e aveva visto la macchina scura sparire oltre l’ingresso del magazzino. Si era avvicinata e aveva esultato quando si era accorta che la saracinesca non era stata abbassata del tutto, ma era sollevata da terra quel tanto che bastava per consentirle di entrare senza segnalare la sua presenza. Era scivolata dentro sdraiandosi a terra e approfittando dell’esiguo passaggio.

Seguendo le voci che le arrivavano da dietro l’angolo, si era affacciata con cautela per capire che cosa doveva aspettarsi. Aveva visto LaMarr seduto alla scrivania e il gorilla in piedi di fianco a Russell. Dal suo punto d’osservazione sulla Park, quando lui era stato prelevato, a tratti aveva perso la visuale, per colpa delle auto che le passavano di fianco. Aveva creduto che Jimbo fosse anche l’autista della macchina, per cui non aveva ipotizzato che potesse esserci un terzo uomo. Per fortuna, nonostante l’aggressione improvvisa e imprevista, se l’era cavata lo stesso.

Se l’erano cavata lo stesso.

Poi Russell aveva spiegato quello che era successo nell’atrio quando era arrivato a casa e aveva permesso a Vivien di sorridere della sua condizione di diseredato. Lo aveva fatto a sua volta. E poi aveva spiegato la cortesia di Zef e il prestito di cinquecento dollari.

«E adesso che fai?»

«Mi cercherò un albergo.»

«Quelle che ti ho restituito sono le tue sole finanze?»

«Al momento temo di sì.»

«Se vuoi un posto decente, quei soldi ti basteranno per un paio di giorni, a essere ottimisti. E io non voglio stare nella stessa macchina con un tipo che dorme in uno di quelli che ti puoi permettere.»

Russell dentro di sé aveva avallato una disamina che era addirittura sconcertante nella sua chiarezza. Tuttavia era stato costretto a mettere sul piatto l’evidenza.

«Non posso fare altro.»

Vivien aveva fatto un gesto vago.

«A casa mia nel soggiorno c’è un divano letto. Nei prossimi giorni credo che dormiremo ben poco. Se vuoi seguire questa storia è meglio che tu rimanga con me. Non voglio essere costretta a girare tutta la città per venirti a prendere. Se ti adatti è tuo.»

Russell non aveva esitato.

«Credo che mi sentirò come al Plaza.»

Vivien si era messa a ridere. Russell non aveva capito il motivo di quell’ilarità. La spiegazione era arrivata subito dopo.

«Sai come chiamiamo al Distretto la cella dove hanno infilato te quando ti hanno arrestato?»

«Non dirmelo. Fammi indovinare. Il Plaza, forse?»

Vivien aveva assentito con il capo. Russell aveva accettato lo scherzo.

«Credo che in questo periodo procurarmi dei debiti con te sia diventata la mia specialità. Cosa che peraltro mi è sempre riuscita piuttosto bene in generale.»

Russell trovava confortevole il ricordo di quella conversazione.

Nella macchina si era formata una piccola, cameratesca forma di complicità. Una reazione dell’animo, un esile e momentaneo rifugio davanti all’idea che stavano inseguendo un assassino che aveva già ucciso un centinaio di persone e che si apprestava a farlo di nuovo.

Lasciò la finestra e andò ad aprire una delle due borse che aveva portato con sé. All’interno c’erano il suo laptop e le macchine fotografiche, le uniche cose che Russell giudicava sacre e incedibili. Prima di venire a casa di Vivien, erano passati dal Distretto per lasciare al capitano il quadro con i capelli di Mitch Sparrow e poi dalla 29sima Strada, dove Russell aveva preparato le borse frugando fra le sue cose abbandonate nel deposito di una casa non più sua.

Prese il portatile, lo appoggiò sul tavolo e lo accese. A sorpresa trovò una connessione wireless non protetta ed ebbe l’accesso a Internet.

Controllò la posta. Poche cose. E dal tenore usuale. Time Warner Cable che gli spiegava i motivi della cessazione del servizio, un’agenzia che gli spiegava i motivi per cui presto avrebbe ricevuto una lettera da un avvocato e Ivan Genasi, un amico fotografo molto bravo che chiedeva dove fosse finito. Era l’unico a cui non dovesse dei soldi. Per gli altri messaggi, l’unica causale era rappresentata da mancati pagamenti o mancata restituzione di prestiti. Russell si trovò a disagio. Gli sembrava, leggendo quelle e-mail, di violare la privacy di una persona che non conosceva, di accedere all’intimità di uno sconosciuto, tanto si sentiva lontano in quel momento dall’uomo che aveva ispirato quelle lettere.

Chiuse il programma di posta e aprì un nuovo documento di Word.

Rimase un attimo sovrappensiero poi decise di salvarlo come «Vivien».

Iniziò dapprima ad annotare alcuni dei pensieri che gli erano passati per la testa da quando quella storia era iniziata. Se li era appuntati facendo un nodo a un fazzoletto mentale ogni volta che una considerazione interessante nasceva spontanea dagli eventi. Poco per volta, mentre scriveva, le parole iniziarono a fluire senza soluzione di continuità, come se ci fosse una connessione diretta fra il pensiero e le mani e la tastiera del notebook. Si fece prendere dal racconto oppure fu lui che prese il racconto e lo costrinse in cifre nere sullo schermo pallido che aveva davanti. Non lo sapeva e non gli interessava neppure. Gli bastava quel senso di completo possesso che la scrittura gli dava in quel momento. La voce di Vivien lo sorprese che aveva già steso quasi due pagine.

«Tocca a te, se vuoi.»

Si girò e la vide. Aveva indossato una tuta leggera e aveva ai piedi delle normali ciabatte infradito. Ispirava un’aria di freschezza e innocenza.

Russell l’aveva vista reagire all’aggressione di un uomo grosso tre volte più di lei e metterlo nell’impossibilità di nuocere. L’aveva vista tenerne a bada altri puntando loro addosso una pistola. L’aveva vista trattare un balordo come una pezza da piedi.

Aveva pensato di lei che era una donna pericolosa. E solo in quel momento, nel preciso istante in cui si presentava a lui del tutto indifesa, capiva quanto. Si girò a guardare il portaritratti sul mobile, dal quale una donna e una ragazza sorridevano. Pensò che il posto naturale di Vivien era in quella foto, a dividere con loro la bellezza.

Poi riportò gli occhi su di lei e rimase a fissarla senza parlare, al punto che lei lo riprese.

«Ehi, che ti succede?»

«Un giorno, quando questa storia sarà finita, mi dovrai permettere di farti delle foto.»

«A me? Stai scherzando?»

Vivien indicò la foto nel portaritratti.

«È mia sorella la fotomodella della famiglia. Io sono quella al limite della mascolinità che fa il poliziotto, ricordi? Non saprei nemmeno cosa fare davanti a un obiettivo.»

Quello che stai facendo adesso sarebbe più che sufficiente, pensò Russell.

Capì che, nonostante le parole di risposta e di fuga, quella richiesta le aveva fatto piacere. E vide sul suo viso una sorpresa e inattesa timidezza, che forse in altri momenti nascondeva tendendo in avanti un distintivo.

«Dico sul serio. Promettimelo.»

«Non dire scemenze. E vattene dalla mia cucina. Ti ho lasciato degli asciugamani puliti in bagno.»

Russell salvò quello che aveva scritto sul desktop, si alzò dal tavolo e andò a prendere della biancheria e dei vestiti puliti dalla borsa. Si infilò in bagno dove trovò una pila di asciugamani appoggiati su un mobile di fianco al lavandino. Si spogliò, aprì l’acqua nella doccia e si accorse che la temperatura a cui l’aveva lasciata impostata Vivien era perfetta anche per lui.

Un dettaglio. Una sciocchezza. Ma lo fece sentire a casa lo stesso.

Entrò sotto il getto e lasciò che l’acqua e la schiuma lavassero via la stanchezza e i pensieri di quella e delle giornate precedenti. Dopo la vicenda di Ziggy e l’esplosione, si era sentito per la prima volta in vita sua davvero solo e incapace davanti a responsabilità troppo difficili da sostenere. Adesso invece era lì e faceva parte di qualcosa, qualcosa che apparteneva solo al lui, al suo presente e non ai suoi ricordi.

Chiuse il miscelatore e uscì dalla doccia, cercando di non gocciolare l’acqua al di fuori del tappetino. Prese il telo di spugna e iniziò ad asciugarsi, trovandolo morbido e profumato. A casa dei suoi, dove c’era una schiera di persone di sevizio e la biancheria migliore, non ne aveva mai trovato uno così soffice. O almeno in quel momento gli sembrava così.

Si asciugò i capelli e indossò una camicia e un paio di calzoni puliti.

Decise di uniformarsi alla sua ospite e rimase a piedi scalzi.

Quando uscì dal bagno Vivien era seduta davanti al notebook. Aveva aperto il documento salvato con il suo nome e stava leggendo quello che Russell aveva scritto.

«Che fai?»

Vivien continuò a leggere, senza nemmeno girare la testa, come se quell’invasione in un computer altrui fosse del tutto naturale.

«Il poliziotto. Indago.»

Russell protestò senza troppa convinzione.

«Questa è una flagrante violazione della privacy e della libertà di stampa.»

«Se non vuoi che io ficchi il naso, non devi dare il mio nome a dei file.»

Quando finì di leggere, si alzò e senza commentare andò verso il bancone della cucina. Russell si accorse che c’era una pentola sul fuoco e un tegame con un sugo rosso di fianco. Vivien alzò la portata della cappa di aspirazione. Poi indicò l’acqua che iniziava a bollire.

«Penne all’arrabbiata. O spaghetti, a scelta.»

Russell rimase sorpreso. Lei intervenne su quella sorpresa con qualche parola a proprio favore.

«Sono di origine italiana. Li so fare. Ti puoi fidare.»

«Certo che mi fido. Mi chiedo solo come hai fatto in così poco tempo a improvvisare un sugo.»

Vivien gettò la pasta nella pentola e mise il coperchio, per favorire la seconda ebollizione.

«È la prima volta che vieni sulla Terra? Sul tuo pianeta non ci sono i congelatori e i forni a microonde?»

«Sul mio pianeta non mangiamo mai a casa. Pensa che il palazzo dell’imperatore è una tavola calda.»

Russell si avvicinò a Vivien, che stava dall’altra parte del bancone. Si sedette su uno sgabello e curiosò con lo sguardo nella padella.

«In realtà la capacità di una persona di destreggiarsi tra i fornelli mi ha sempre affascinato. Io una volta ci ho provato e sono riuscito a far bruciare le uova sode.»

Vivien continuò a occuparsi della pasta e del sugo. La battuta di Russell non aveva scavalcato i suoi pensieri di quel momento.

«Sai, oggi mi è capitato più volte di chiedermi come sei veramente.»

Russell alzò le spalle.

«Uno qualunque. Non ho avuto pregi particolari. Mi sono dovuto accontentare di difetti particolari.»

«Un pregio ce l’hai. Ho letto quello che hai scritto. È bellissimo.

Convincente. Arriva a chi legge.»

Questa volta fu il turno di Russell di essere compiaciuto del complimento e di cercare di non darlo a vedere.

«Dici? E la prima volta che lo faccio.»

«Dico. E se vuoi sapere il mio parere, aggiungerei una cosa.»

«Quale?»

«Se tu non avessi passato la tua vita a cercare di essere Robert Wade, forse avresti scoperto che suo fratello può essere una persona altrettanto interessante.»

Russell sentì una cosa che si muoveva dentro alla quale non sapeva dare un nome. Qualcosa che arrivava da un posto che non credeva esistesse e che era andata a infilarsi in un posto che non credeva di avere.

Capiva solo che desiderava fare una cosa. E la fece.

Girò intorno al bancone e raggiunse Vivien. Le prese il viso fra le mani e la baciò, appoggiando delicatamente le labbra alle sue. Per un istante lei ricambiò il bacio ma subito arrivò una mano decisa sul petto a spingerlo indietro.

Russell si accorse che il respiro le si era accelerato.

«Ehi, calma. Calma. Non intendevo questo, quando ti ho invitato qui.»

Si girò, come per cancellare quello che era appena successo. Per qualche secondo si occupò della pasta, lasciando a Russell la vista delle sue spalle e il profumo dei suoi capelli. La sentì mormorare alcune parole, sottovoce.

«O forse sì. Non lo so nemmeno io. L’unica cosa che so è che non voglio complicazioni.»

«Io nemmeno. Ma se sono il prezzo da pagare per avere te, le accetto volentieri.»

Dopo un istante, Vivien si girò e gli passò le braccia al collo.

«E allora al diavolo la pasta.»

Alzò la testa e questa volta il bacio che gli offrì fu senza mani a spingere via. Il corpo di lei contro il suo era esattamente come Russell se l’era immaginato. Solido e morbido, acerbo e fruttato, consolazione per oggi e desolazione per ieri. Mentre faceva scorrere la mano sotto la felpa e trovava la sua pelle, si chiedeva perché qui, perché ora, perché lei e perché non prima. Vivien continuò a baciarlo mentre nel piacere degli occhi chiusi lo trascinava in camera da letto. La penombra li accolse e li convinse che quello era il posto giusto per loro e per quella eccitazione che strappava abiti di dosso e trasformava un corpo in un luogo sacro.

Mentre si perdeva dentro di lei, mentre scordava nomi e persone, Russell non riusciva a capire se Vivien fosse il chiarore prima dell’alba o un barbaglio dopo il tramonto.

Sapeva solo che era come il suo nome. Luce e basta.

Dopo, restarono raggomitolati come se la pelle dell’una fosse il vestito naturale dell’altro. Russell ebbe la percezione di scivolare nel tepore del sonno e subito si riscosse, per timore di perderla. Si accorse che doveva aver dormito qualche minuto. Allungò una mano e trovò il letto vuoto.

Vivien si era alzata dal letto ed era andata alla finestra. La vide nel controluce, velata dalle tende, accettare il chiarore che proveniva da fuori in cambio di quella prospettiva che gli offriva il suo corpo.

Si alzò e la raggiunse. Scostò i teli e la abbracciò da dietro, sentendo il fisico asciutto di lei aderire al suo. Lei si accostò in modo naturale, come se quello dovesse essere. E niente altro.

Russell le appoggiò le labbra sul collo e respirò il profumo della sua pelle di donna dopo l’amore.

«Dove sei?»

«Qui. Lì. Dappertutto.»

Vivien aveva indicato con un gesto vago il fiume oltre i vetri e tutto il mondo.

«E io sono con te?»

«Da sempre, credo.»

Non aggiunsero altro, perché null’altro c’era da aggiungere.

Fuori dai vetri il fiume scorreva tranquillo e rifletteva luci che erano uno sfarzo inutile ai loro occhi. Tutto quello che serviva per distruggere e costruire era in quella stanza. Restarono affacciati a scambiarsi la consolazione della presenza e i frammenti del rimpianto finché, d’improvviso, una luce abbagliante arrivò dall’orizzonte e attraversò i vuoti fra i palazzi di fronte, fotografandoli nel riquadro di quella finestra.

Qualche istante dopo, alle loro orecchie, arrivò il fragore indecente e presuntuoso di un’esplosione.

CAPITOLO 25

«Siamo nella merda più totale.»

Il capitano Alan Bellew gettò il «New York Times» sulla scrivania, a fare compagnia agli altri quotidiani che già occupavano alla rinfusa il piano. Tutte le testate, una per una, dopo l’esplosione della notte precedente, avevano gettato sul mercato edizioni straordinarie. Erano piene di ipotesi, illazioni, suggerimenti. Ma tutte nello stesso modo si chiedevano cosa stessero facendo le autorità inquirenti, quale difesa avessero predisposto per l’incolumità dei cittadini. Le televisioni si occupavano di quell’evento lasciando qualsiasi altra cosa succedesse nel mondo al ruolo di notizia secondaria. L’intero pianeta era alla finestra e stavano arrivando corrispondenti da tutto il mondo, come se l’America fosse in stato di guerra.

La nuova esplosione era avvenuta a notte inoltrata in riva all’Hudson, a Hell’s Kitchen, in un capannone sulla Dodicesima Avenue all’altezza della 48sima Strada, giusto di fianco al Sea Air and Space Museum, dove era esposta la portaerei Intrepid. La costruzione si era letteralmente disintegrata. I frammenti avevano colpito la nave ormeggiata di fianco e danneggiato gli aerei e gli elicotteri esposti sul ponte, un tragico e nostalgico déjà vu delle guerre che avevano combattuto. I vetri dei palazzi vicini erano stati distrutti dallo spostamento d’aria. Un anziano era morto d’infarto. La strada era in parte franata nell’Hudson e il fuoco aveva illuminato a lungo una scena desolata, con relitti in fiamme trasportati dalla corrente e le macerie al rogo di un posto che solo per l’ora tarda non si era trasformato nel teatro di una nuova strage da commemorare. Le vittime si contavano nell’ordine della ventina, più un numero imprecisato di feriti non gravi. Un gruppo di nottambuli, il cui solo torto era quello di essere lì in quel momento, erano stati letteralmente smembrati e i loro resti si erano sparsi sull’asfalto. Del guardiano notturno del capannone non era rimasta traccia. Alcune macchine in transito erano state investite dall’esplosione e scaraventate via in un groviglio di lamiere accartocciate.

Altre non avevano fatto in tempo a frenare ed erano finite nel fiume insieme ai detriti della strada. I passeggeri erano tutti morti. I pompieri avevano combattuto a lungo prima di spegnere il fuoco e gli esperti della Polizia avevano iniziato le ricognizioni in loco non appena la scena era stata accessibile.

Si attendevano i risultati da un momento all’altro.

Dopo una notte livida e insonne, Russell e Vivien stavano nell’ufficio del capitano, a dividere con lui la frustrazione e l’impotenza a sconfiggere l’uomo che li stava sfidando.

Uno e invisibile.

Bellew finalmente smise di muoversi per la stanza e si sedette sulla sedia, senza per questo trovare pace.

«Sono arrivate telefonate da tutte le parti. Il presidente, il governatore, il sindaco. Ogni maledetta autorità di questo Paese ha preso in mano il telefono e ha chiamato qualcun altro. E tutti si sono concentrati sul capo. Il quale, naturalmente, subito dopo mi ha chiamato.»

Russell e Vivien attesero in silenzio l’esito di quello sfogo.

«Willard si sente affondare e annaspando trascina sotto anche me. Ha un complesso di colpa per aver peccato di prudenza.»

«Tu che gli hai detto?»

Bellew fece un gesto che comprendeva l’ovvio e il suo esatto contrario.

«Gli ho detto che da una parte non abbiamo ancora la certezza di stare seguendo la pista giusta, dall’altra gli ho ribadito che quanta più gente è al corrente del fatto, quante più probabilità ci sono di una fuga di notizie. Se questa voce dovesse arrivare nelle orecchie di quelli di Al-Qaeda, sarebbe un vero disastro. Avremmo un concorrente spietato nella caccia a quella lista. Pensa che gola farebbe loro. Una città già minata, solo da far esplodere. Se fosse di dominio pubblico, New York nel giro di tre ore si trasformerebbe in un deserto. Con il casino che potete immaginare.

Autostrade intasate, feriti, sciacallaggio, gente dispersa chissà cazzo dove.»

Vivien riusciva a farsi un quadro abbastanza dettagliato della situazione.

«L’FBI e l’NSA che dicono?»

Il capitano appoggiò i gomiti sul tavolo.

«Poco. Sai che quelli del piano nobile non si sbottonano facilmente. Pare che stiano seguendo per conto loro una traccia di terrorismo islamico. Ora non ci sono eccessive pressioni da quella parte. Almeno questa è una nota positiva.»

Russell era rimasto assorto per tutto il tempo della conversazione fra Vivien e Bellew, come seguendo un filo logico suo personale.

A quel punto intervenne per farne partecipi gli altri.

«L’unica cosa che ci lega alla persona che ha messo le bombe è Mitch Sparrow. Mi pare non ci siano più dubbi che il tipo murato è lui. È anche certo che il portadocumenti con le foto non è suo, per cui è probabile che l’abbia perso chi ha infilato nel cemento quel poveretto. Dunque nelle due foto, quella col gatto e quella scattata in Vietnam, c’è ritratto il suo assassino. Secondo me, Sparrow ha scoperto quello che stava facendo e per farlo tacere lui lo ha ucciso.»

Da parte del capitano arrivò una conclusione che era la diretta conseguenza di quello che aveva appena detto Russell.

«Dunque lavoravano insieme.»

«In via continuativa o saltuariamente, non so. Una cosa è sicura. Che lavoravano nello stesso posto quando Sparrow è scomparso.»

Russell rimase un attimo assorto, come per riordinare le idee. Vivien era affascinata da quella concentrazione.

«La persona a cui diamo la caccia è chiaramente il figlio di quello che ha messo le mine. Il padre forse era un reduce del Vietnam, che deve essere tornato con delle ferite psicologiche enormi. Molti soldati sono stati trasformati dalla guerra. Alcuni non hanno perso l’abitudine ma soprattutto il gusto di uccidere e hanno continuato a farlo anche quando sono rientrati nella vita civile. Mio fratello ne è stato testimone più volte.»

Vivien sentì il fantasma di Robert Wade comparire senza ansia nella voce di Russell. Lo guardò e vide un viso che conosceva portare in giro occhi diversi. Sentì dentro un piccolo affanno felice. Subito le preoccupazioni per la storia che stavano vivendo presero il sopravvento.

Russell continuò nella sua razionale esposizione dei fatti senza accorgersi di nulla.

«Purtroppo è chiaro che, se chi ha scritto la lettera e piazzato le bombe aveva problemi di mente, il figlio li ha ricevuti moltiplicati in eredità. Dal tenore del messaggio mi pare che non abbia mai avuto modo di conoscere il padre, che si è rivelato a lui solo dopo la morte. Mi chiedo perché.»

Russell fece una pausa, lasciando sospeso quell’interrogativo al quale era vitale dare una risposta.

Come per concedere una pausa di riflessione ai presenti, il telefono posato sulla scrivania prese a suonare. Il capitano allungò una mano e portò la cornetta all’orecchio.

«Bellew.»

Rimase ad ascoltare in silenzio quello che la persona dall’altra parte gli riferiva. Vivien e Russell videro a mano a mano la sua mascella contrarsi.

Riagganciò con dipinta in viso la voglia di spaccare il telefono.

«Era il capo della squadra di artificieri che ha esaminato le macerie sull’Hudson.»

Fece una pausa. Poi disse quello che tutti si aspettavano.

«È di nuovo lui. Stesso esplosivo, stesso tipo di innesco.»

Russell si alzò in piedi, come se dopo quella conferma avesse bisogno di muoversi.

«Mi è venuta in mente una cosa. Non sono un esperto, ma costui, per decidere di mettere in pratica quello che il padre aveva solo progettato, deve per forza essere uno psicopatico asociale o qualcosa del genere, con tutte le implicazioni e le caratteristiche del caso.»

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