/ Language: Italiano / Genre:sf_fantasy

Jeffty ha cinque anni

Harlan Ellison

La nostalgica storia di un bambino che si rifiuta di crescere, per continuare ad ascoltare i programmi del passato. Vincitore dei premi Hugo e Nebula per il miglior racconto breve (Short Story) in 1978. Vincitore del British Fantasy Award in 1979. Nominato per il World Fantasy Award in 1978.

Harlan Ellison

Jeffty ha cinque anni

Quando avevo cinque anni, c’era un ragazzino con cui giocavo, Jeffty. Il suo vero nome era Jeff Kinzer, ma tutti quelli che giocavano con lui lo chiamavano Jeffty. Tutti e due avevamo cinque anni, e ci divertiva molto giocare insieme.

Quando avevo cinque anni una Clark Bar era grossa da ogni parte come il manico di una mazza da baseball, lunga quasi quindici centimetri, ed era rivestita di vera cioccolata, ed era piacevolmente croccante quando la si addentava a fondo, e la carta in cui era avvolta aveva un odore fresco e buono quando la si toglieva via a un’estremità, ripiegandola indietro per stringerla comodamente tra le dita senza che fondesse. Oggi una Clark Bar è sottile come una carta di credito, rivestita da qualche porcheria artificiale, dal sapore orrendo, che finge d’essere cioccolata, non scricchiola più quando la si addenta, è molliccia, e costa venti centesimi, invece degli onesti cinque di un tempo, e vi truffano avvolgendola nella carta in modo tale da farvi credere che è grossa quanto vent’anni fa, ma non è vero; è sottile, cattiva, ha un sapore ripugnante, non vale un soldo, e ancora meno venti centesimi.

Quando avevo quell’età, cinque anni, fui mandato per due anni a casa di mia zia Patricia, a Buffalo (New York) perché mio padre attraversava un brutto periodo: la zia Patricia era molto bella e aveva sposato un agente di cambio. Si presero cura di me finché non ebbi sette anni. Poi tornai a casa, e subito andai a trovare Jeffty, per giocare insieme.

Io avevo sette anni, Jeffty ancora cinque. Allora, non notai nessuna differenza. Che cosa potevo saperne? Avevo soltanto sette anni.

A sette anni avevo l’abitudine di stendermi sulla pancia davanti alla nostra radio Atwart Kent, ad ascoltare la roba migliore. Avevo legato il filo di terra al radiatore, e me ne stavo lì sul pavimento con i miei album da colorare e le mie Crayolas (quando c’erano soltanto sedici diversi colori nella scatola), ad ascoltare la rete rossa della NBC: Jack Benny nel programma Jelly-O, Amos ’n Andy, Edgar Bergen e Charlie McCarthy nel programma di Chase e Sanborn. One Man’s Family, First Nighter; la rete blu della NBC: Easy Aces, Walter Winchell, Information Please, Death Valley Days; e meglio di tutti, il Mutual Network con Green Hornet, Lone Ranger, The Shadow e Quiet Please. Oggi, quando accendo la radio della mia macchina e vado da un’estremità all’altra del quadrante, tutto quello che ricevo sono orchestre di cento archi, oppure banali programmi per casalinghe e camionisti ottusi, in cui ospiti petulanti discutono delle loro perversioni sessuali, o musica rock così forte da farmi male agli orecchi.

Quando ebbi dieci anni, mio nonno morì di vecchiaia. Io ero un ragazzino molesto, per cui mi spedirono alla scuola militare, perché qualcuno mi raddrizzasse come si deve.

Tornai quando avevo quattordici anni. Jeffty aveva sempre cinque anni.

Quando avevo cinque anni, ero solito andare al cinema il sabato pomeriggio, una matinée costava dieci centesimi e usavano vero burro sul popcorn, e io ero sempre sicuro che avrei visto Lash LaRue, o Wild Bill Elliot nelle vesti di Red Ryder, con Bobby Blake nei panni di Little Brever, o Roy Rogers, o Johnny Mack Brown; o un film dell’orrore come House of Horrors con Rondo Hatton nella parte dello Strangolatore, oppure Il bacio della pantera, La Mummia o Ho sposato una strega con Friedrich March e Veronika Lake, più un episodio di un grande serial come The Shadow con Victor Jory, o Dick Tracy o Flash Gordon; e tre disegni animati; e un documentario di viaggi di James Fitzpatrick; e il cinegiornale Movietone; e un programma di canzonette e, se rimanevo fino a tardi, un giro di bingo o keno, e frittelle e patatine fritte. Oggi vado al cinema e vedo Clint Eastwood che fa saltare la testa alla gente come meloni maturi.

A diciotto anni andai al college. Jeffty aveva sempre cinque anni. Tornai durante l’estate per lavorare nella gioielleria di mio zio Joe. Jeffty non era cambiato. Adesso sapevo che c’era qualcosa di diverso in lui, qualcosa di strano. Jeffty aveva sempre cinque anni e non un giorno di più.

A ventidue anni tornai a casa per sempre. Per aprire una filiale dei televisori Sony in città, la prima. Vedevo Jeffty, di tanto in tanto. Aveva cinque anni.

Ora le cose vanno meglio in molti sensi. La gente non muore più per le vecchie malattie. Le macchine viaggiano più veloci e vi fanno arrivare a destinazione più in fretta e su strade migliori. Le camicie sono più morbide e sembrano seta. Abbiamo i tascabili, anche se costano quanto un tempo costavano i rilegati. Quando sono a corto di fondi in banca posso vivere con le carte di credito fino a quando le cose si rimettono al meglio. Ma sono più che convinto che abbiamo perso un sacco di roba buona. Lo sapevate che non è più possibile acquistare linoleum per i pavimenti, ma soltanto rivestiture in vinyl? Non ci sono più cose come le tele cerate; non respirerete mai più i buoni odori che uscivano dalla cucina di vostra nonna. I mobili non sono più fatti per durare trent’anni o più, perché hanno fatto un’inchiesta e hanno scoperto che ai giovani inquilini piace buttar via l’arredamento ogni sette anni e sostituirlo con i nuovi componibili a colori. I dischi non danno la giusta sensazione; non sono spessi e robusti come quelli vecchi, sono sottili e si possono piegare… e questo non mi sembra giusto. I ristoranti non servono più la panna in caraffe, soltanto quella sbobbetta artificiale in vaschette di plastica, e una sola non basta mai a far arrivare il caffè al colore giusto. Dovunque si vada, le città sembrano tutte uguali con i loro Burger Kings e i MacDonald’s e i 7-Eleven e i motel e shopping center. Le cose non potrebbero andar meglio, ma perché continuo a pensare al passato?

Ciò che intendo, quando dico che aveva sempre cinque anni, non è che Jeffty fosse ritardato. No, niente di tutto questo. Intelligente come una frusta per uno di cinque anni; acuto, svelto, sveglio, uno strano ragazzino.

Era alto un metro, piccolo per la sua età, ma perfettamente formato, niente testa grossa, niente mascella strana, no, niente. Un ragazzino simpatico di cinque anni, dall’aspetto normale. Salvo che avrebbe dovuto avere la mia stessa età: ventidue anni.

Quando parlava, lo faceva con la voce squillante di soprano di un bambino di cinque anni; quando camminava, lo faceva con i saltelli e gli strascicamenti di un cinquenne; quando si rivolgeva a voi, rivelava gli interessi di un cinquenne… fumetti, soldatini, un pezzetto di cartone fissato sul davanti della bicicletta, cosicché il suono prodotto dai raggi che lo colpivano sembrasse il rombo di un motoscafo; e sempre domande del tipo perché quella cosa fa così e così, quanto è alto quello, quanto è vecchio quell’altro, perché l’erba è verde, a che cosa assomiglia un elefante? A ventidue anni ne aveva cinque.

I genitori di Jeffty erano una coppia triste. Poiché ero amico di Jeffty, lasciavo che mi stesse ancora intorno in negozio, a volte lo portavo alla fiera o al minigolf o al cinema, e finivo per passare un po’ di tempo con loro. Non che me ne importasse molto, poiché erano così spaventosamente deprimenti. Ma d’altronde immagino che non ci si potesse aspettare molto di più da quei poveri diavoli. Essi avevano in casa una creatura aliena, un bambino che non era andato oltre i cinque anni in ventidue anni, che dava loro la delizia di quell’eterna, speciale condizione infantile, ma che gli negava, contemporaneamente, la gioia di veder crescere un bambino fino a diventare un adulto normale.

I cinque anni sono un meraviglioso momento della vita per un bambino… o meglio, possono esserlo, se il bambino è relativamente libero dalle mostruose bestialità in cui indulgono gli altri bambini. È il tempo in cui gli occhi sono spalancati e la mente non è ancora imprigionata in schemi, quando ancora non si è stati condizionati ad accettare ogni cosa come immutabile e senza speranza; un’epoca in cui le mani non riescono mai a fare abbastanza, la mente non può mai esser sazia, il mondo è infinito e colorato, e pieno di misteri. I cinque anni sono un momento speciale prima che essi prendano l’anima indagatrice, generosa, insaziabile del giovanissimo sognatore e la caccino in quelle tetre scatole che sono le aule scolastiche. Un’epoca anteriore all’imprigionamento di quelle mani esitanti che vogliono toccare ogni cosa, afferrare ogni cosa, capire ogni cosa, sopra la superficie di un banco. Un tempo precedente ammonimenti del tipo: «Comportati bene», e «Devi maturare», e «Non fare il bambino». È un’epoca in cui il bambino è ancora grazioso e sensibile ed è il tesoro di tutti. Un tempo di delizie, di meraviglia e d’innocenza.

Jeffty era rimasto incollato a quel tempo, soltanto cinque anni, cinque.

Ma per i suoi genitori era un incubo continuo dal quale nessuno, né assistenti sociali, né preti, né psicologi infantili, né insegnanti, né amici, né psichiatri e nessun altro mago della medicina, avrebbe mai potuto svegliarli con uno schiaffo o uno scrollone. Per diciassette anni il loro dolore era cresciuto, da una fase all’altra, prima l’incredulo stupore, poi la comprensione, e da questa la preoccupazione, la paura, la confusione, e poi la rabbia, l’antipatia, l’odio più scoperto, e alla fine la ripugnanza e il disgusto più profondo, per finire con la più desolata accettazione.

John Kinzer era un caporeparto alla «Balder Tool Die». Un uomo sulla cinquantina. Per tutti, salvo per colui che la viveva, la sua vita era tremendamente monotona. Niente di speciale, di eccezionale, salvo il fatto di aver generato un ventiduenne di cinque anni.

John Kinzer era un uomo piccolo, morbido, privo di spigoli, con due occhi pallidi che non sembravano mai fissare i miei per più di qualche secondo. Egli si spostava continuamente sulla sua sedia durante la conversazione, e pareva vedesse cose nell’angolo in alto della stanza, cose che nessun altro poteva… o voleva vedere. Presumo che la sua qualifica più adatta fosse ossessionato. Ciò che la sua vita era diventata… be’, ossessionato gli andava a pennello.

Leona Kinzer cercava coraggiosamente di essere all’altezza. Non importava a quale ora della sua giornata capitassi a casa sua, ella cercava sempre di appiopparmi del cibo. E quando Jeffty era in casa, ella gli stava sempre addosso per farlo mangiare: — Tesoro, vuoi un arancio? Un bell’arancio? O un mandarino? Ho dei mandarini, qui. Potrei sbucciarti un mandarino. — Ma c’era chiaramente una tale paura in lei, la paura di suo figlio, che quelle offerte avevano sempre un suono vagamente sinistro.

Leona Kinzer era stata una donna alta, ma gli anni l’avevano incurvata. Sembrava sempre cercare una nicchia, un punto qualunque della parete rivestita di carta da parati in cui svanire, assumere una colorazione mimetica a chiazze rosa, e nascondersi per sempre alla vista dei grandi occhi castani del bambino, cosicché passandole davanti cento volte al giorno, non si rendesse conto che lei era lì, invisibile, trattenendo il fiato. Le sue mani erano rosse a furia di spolverare e lavare. Come se mantenendo immacolate le stanze ella potesse scontare il suo immaginario peccato: l’aver messo alla luce quella straordinaria creatura.

Né John né Leona Kinzer guardavano troppo la televisione. La casa era di solito mortalmente silenziosa, non c’era neppure il sottile gorgogliare dell’acqua nei tubi, lo scricchiolio delle travi di legno che si assestavano, il ronzio del frigorifero. Spaventosamente silenziosa, come se perfino il tempo, nel passare, si tenesse volutamente discosto da essa.

In quanto a Jeffty, era inoffensivo. Egli viveva in quell’atmosfera di ovattata paura e di ottuso disgusto, e se effettivamente lo capiva, non lo diede mai a vedere in alcun modo. Giocava come gioca un bambino, e sembrava felice. Ma doveva aver percepito, alla maniera di un bambino di cinque anni, quanto alieno era in loro presenza.

Alieno. No, questo non era esatto. Egli era troppo umano, semmai. Ma fuori fase, non sincronizzato col mondo intorno a lui, e risonante su una vibrazione diversa da quella dei suoi genitori. Dio solo lo sa. E gli altri bambini non volevano giocare con lui. Man mano che crescevano e diventavano più grandi di Jeffty, lo trovavano sulle prime troppo bambino, poi non interessante, poi semplicemente spaventoso, mentre si andavano accorgendo, col prender forma della loro percezione dell’invecchiamento, che lui non era toccato dal tempo come loro. Perfino quelli più piccoli della sua età, che capitavano per caso dalle sue parti, finivano per allontanarsi rapidamente da lui, come un cane, in strada, corre via al fragore dell’accensione di un’auto.

Così, io rimasi il suo solo amico. Un amico molto più vecchio di lui. Cinque anni. Ventidue anni. Mi era simpatico: molto più di quanto io riesca ad esprimere. Non ho mai capito perché. Ma era così, senza riserve.

Ma poiché passavo del tempo insieme a Jeffty, scoprii che passavo del tempo, per obbligo di cortesia, con John e Leona Kinzer. A cena, a volte il sabato pomeriggio, un’ora o giù di lì quando riaccompagnavo a casa Jeffty dal cinema. Essi mi erano grati fino al servilismo. Io li sollevavo dall’imbarazzante compito di uscire con lui, di dover fingere di fronte al mondo che erano i genitori amorevoli di un bambino perfettamente normale, grazioso, felice. La loro gratitudine si spingeva fino a ospitarmi il più possibile. Ma ogni istante di quel loro scoramento era… ripugnante.

Provavo dispiacere per quei poveri diavoli, ma li disprezzavo per la loro incapacità di amare Jeffty, così vivace e amabile.

Non lo diedi mai a vedere, neppure durante le serate in loro compagnia, imbarazzanti fino all’inverosimile.

Sedevamo lì, in soggiorno… quel soggiorno sempre buio che andava oscurandosi nel crepuscolo, come se la densa penombra che vi gravava in permanenza potesse nascondere al mondo esterno la perenne ignominia che invece luci brillanti avrebbero impietosamente rivelato al mondo: sedevamo lì, dunque, guardandosi l’un l’altro, e io non sapevo cosa dir loro, essi non sapevano che cosa rispondere.

— Allora, come vanno le cose in fabbrica? — chiedevo, con uno sforzo, a John Kinzer.

E John Kinzer scrollava le spalle. Non certo la vita, e meno ancora la conversazione, erano servite a renderlo disinvolto. — Bene, sì, bene — diceva alla fine.

E ricominciava il silenzio.

— Vuoi una fetta di torta e un caffè? — chiedeva Leona. — L’ho fatto fresco fresco stamattina. — Oppure una torta di mele, farcita. O latte caldo con pasticcini. O un budino di riso.

— No, no, grazie, signora Kinzer. Jeffty ed io abbiamo appena mangiato due panini al formaggio. — E poi, di nuovo, silenzio.

Poi, quando l’immobilità e l’imbarazzo diventavano eccessivi perfino per loro (e chi mai sapeva quanto a lungo durava quel silenzio totale quand’erano soli, con quel continuo assillo di cui certamente si guardavano bene dal parlare) Leona Kinzer diceva: — Credo che si sia addormentato.

John Kinzer annuiva: — Non sento più suonare la radio.

Sì, vi garantisco che continuava così, sempre, finché io non riuscivo a trovare una scusa sufficientemente cortese, un pretesto, per quanto esile. Sì, ogni volta andava così, in questo modo. Ogni volta… salvo una.

— Non so più che cosa fare — disse Leona. Scoppiò a piangere. — Non c’è nessun cambiamento, non una sola giornata di pace.

Suo marito riuscì a trascinarsi fuori dalla vecchia poltrona e ad avvicinarsi a lei. Si chinò e cercò di calmarla, ma era fin troppo chiaro, dalla goffaggine con cui le toccò i capelli grigi, che la sua capacità di mostrarsi compassionevole era, per così dire, atrofizzata. — Ssst, Leona, va tutto bene. Sssst. — Ma Leona continuò a piangere. Le sue mani graffiavano i braccioli della poltrona rivestiti di velluto.

Poi ella disse: — A volte vorrei che fosse nato morto.

John alzò gli occhi e si guardò intorno. Forse negli angoli bui della stanza, cercava quelle ombre senza nome che vi stavano sempre acquattate. Cercava forse Dio, in quegli spazi? — Non puoi dirlo sul serio — lui replicò, sommesso, patetico, sollecitandola con la tensione del suo corpo e il tremito della sua voce a ritirare subito ciò che aveva detto, prima che Dio udisse quel tremendo pensiero. Ma Leona l’intendeva davvero così, l’intendeva moltissimo.

Quella sera riuscii a sgusciar via prima del solito. Essi non volevano testimoni alla loro vergogna. Io fui ben lieto di andarmene.

E me ne restai lontano per una settimana. Lontano da loro, da Jeffty, dalla strada in cui abitavano, perfino dal loro quartiere.

Io avevo la mia vita. Il negozio, la contabilità, i colloqui con i fornitori, il poker con gli amici, donne graziose che portavo in ristoranti ben illuminati, i miei genitori… e dovevo mettere l’antigelo nella macchina, lamentarmi con la lavanderia che mi metteva troppo amido nei colletti e nei polsini, e ancora la ginnastica in palestra, le tasse, cogliere sul fatto Jan o David (chiunque dei due fosse) che rubavano dal registratore di cassa. Avevo la mia vita.

Ma neppure quella sera poté tenermi lontano da Jeffty. Venne a trovarmi in negozio e mi chiese di accompagnarlo al rodeo. Ed eccoci a rifar coppia in qualche modo, un ventiduenne con tutt’altri interessi… e un cinquenne. Non mi sono mai soffermato a riflettere su ciò che ci univa; pensai sempre che fosse un’abitudine contratta con gli anni… e magari l’affetto per un bambino che avrebbe potuto essere il fratellino minore che non avevo mai avuto (ricordavo quando avevamo giocato insieme, quando avevamo avuto entrambi la stessa età. Io ricordavo quel periodo, e Jeffty era ancora lo stesso).

Poi, un giorno andai a prenderlo per accompagnarlo a un cinema dove proiettavano due film, e soltanto quel pomeriggio cominciai a notare alcune cose di cui avrei dovuto accorgermi chissà quanto prima.

Arrivai a piedi alla casa dei Kinzer, convinto che, come al solito, avrei trovato Jeffty seduto sui gradini, sul davanti della casa, oppure sulla sedia a dondolo, nella veranda, che mi aspettava. Ma non lo vidi da nessuna parte.

Entrare dentro la casa, nel buio e nel silenzio, immerso com’ero nel vivido sole di maggio, mi parve impensabile. Sostai per qualche attimo sulla strada, poi portai le mani a imbuto davanti alla bocca, e gridai: — Jeffty? Ehi, Jeffty, vieni fuori, andiamo. Faremo tardi.

La sua voce mi giunse debole, come se uscisse dal sottosuolo.

— Sono qui, Donny.

Potevo sentirlo, ma non riuscivo a vederlo. Era Jeffty, non c’erano dubbi in proposito: nessuno, salvo Jeffty, chiamava «Donny» il presidente e unico proprietario della Horton TV Sound Center, Donald H. Horton. Non mi aveva mai chiamato in altro modo.

(Non è una bugia: per quanto riguarda il pubblico, io sono l’unico proprietario del Centro. La società di fatto con mia zia Patricia esiste soltanto per consentirmi di ripagare il prestito che mi ha fatto, integrando la somma di cui ero venuto in possesso alla maggiore età, somma che avevo ereditato da mio nonno quando avevo dieci anni. Non che fosse un gran prestito, solo diciottomila, ma le avevo chiesto di essere la mia socia silenziosa, perché si era presa cura di me quand’ero bambino).

— Dove sei, Jeffty?

— Sotto la veranda, nel mio posto segreto.

Raggiunsi il fianco della veranda, mi chinai e tolsi la grata di vimini. Là sotto, sulla terra battuta, Jeffty si era confezionato il suo luogo segreto. Alcune ceste arancioni piene di libri, un tavolino e alcuni cuscini; alcune grosse candele sgocciolanti garantivano l’illuminazione, e noi avevamo l’abitudine di nasconderci là sotto, quando avevamo entrambi… cinque anni.

— Che cosa stai combinando? — gli chiesi, strisciando dentro e tirandomi la grata dietro le spalle, per chiuderla. Faceva fresco, sotto la veranda, la terra esalava un odore confortante e le candele ardevano con una sorta di vaga complicità. Qualunque ragazzino si sarebbe sentito a casa sua, in quel luogo segreto: non c’è mai stato un ragazzino, infatti, che non abbia trascorso le ore più felici, più creative, più deliziose e misteriose della sua vita in un simile luogo arcano.

— Sto giocando — rispose. Stringeva qualcosa di rotondo e dorato, che gli riempiva il palmo della piccola mano.

— Ti sei dimenticato che dovevamo andare al cinema?

— Niente affatto. Ti stavo giusto aspettando qui.

— Papà e mamma sono a casa?

— Mamma.

Capii allora perché mi stava aspettando sotto la veranda. Non indagai oltre. — Che cos’hai lì in mano?

— Il Distintivo Decodificatore Segreto di Capitan Mezzanotte — dichiarò, esibendolo sul palmo della mano.

Lo fissai come inebetito per parecchi minuti, poi mi riscossi e contemplai con occhi sgranati il miracolo che Jeffty stringeva in mano. Un miracolo che, semplicemente, non poteva esistere.

— Jeffty — bisbigliai, quasi timoroso di distruggere l’incanto, — come l’hai avuto?

— È arrivato oggi per posta. L’avevo chiesto.

— Dev’esserti costato un sacco di soldi.

— Oh, no. Dieci centesimi e due buoni-premio di due scatole di Ovomaltina.

— Posso vederlo? — La mia voce tremava, e anche la mano che gli tesi. Egli mi diede il distintivo, e io accolsi il miracolo nel cavo della mano. Era meraviglioso.

Ricordate? Capitan Mezzanotte era un programma diffuso in tutta la nazione, nel 1940. Era una trasmissione sponsorizzata dall’Ovomaltina. E ogni anno approntavano un nuovo Distintivo Decodificatore Segreto dello Squadrone. E alla fine di ogni trasmissione, davano un indizio su quella che sarebbe stata la puntata successiva… un indizio che soltanto i ragazzini col distintivo ufficiale potevano decifrare. Avevano smesso di produrre quei meravigliosi distintivi decodificatori nel 1949. Ricordo quello che avevo nel 1945: era meraviglioso. Aveva una lente d’ingrandimento al centro del quadrante del codice. Le trasmissioni di Capitan Mezzanotte cessarono nel 1950, e sebbene diventasse una serie televisiva (di vita breve) verso la metà degli anni Cinquanta, con tanto di Distintivi Decodificatori distribuiti nel 1955 e ’56, per ciò che mi riguarda i veri distintivi finirono dopo il 1949.

Il Decodificatore di Capitan Mezzanotte che reggevo in mano, quello che Jeffty mi aveva detto di aver ricevuto per posta, per dieci centesimi (dieci centesimi!!!) e due buoni-premio di Ovomaltina, era di metallo dorato, lustro, nuovo di zecca, neppure un’ammaccatura o una macchia di ruggine, come sui distintivi vecchi che si possono trovare a un prezzo esorbitante nelle botteghe dei collezionisti, ogni tanto… Era un Decodificatore nuovo. E l’anno impresso su di esso era quello attuale.

Ma Capitan Mezzanotte non esisteva più. Niente di simile esisteva alla radio. Avevo ascoltato una o due imitazioni assai scadenti delle vecchie trasmissioni, attualmente in programma, storie monotone, effetti sonori rabberciati, la sensazione complessiva che si ricavava era di qualcosa di sbagliato, datato, trito. Eppure, io, in quel momento, tenevo in mano un nuovo distintivo.

— Jeffty, parlami di questo — dissi.

— Per dirti che cosa, Donny? È il mio nuovo Distintivo Decodificatore Segreto. Mi serve per capire che cosa succederà domani.

— Domani… dove?

— Nel programma.

— Quale programma?

Mi fissò, come se io facessi apposta a non capire: — Il programma di Capitan Mezzanotte, Donny! — Ero davvero sciocco.

Non riuscivo ancora a capire bene. Ero lì, a bocca aperta, e ancora non capivo che cosa stesse succedendo. — Vuoi dire uno di quei dischi che hanno registrato dai vecchi programmi radio? È questo che intendi, Jeffty?

— Quali dischi? — Adesso era lui che non capiva.

Ci fissammo, là sotto la veranda. E poi dissi, molto lentamente, quasi timoroso della risposta: — Jeffty, come fai a sentire Capitan Mezzanotte?

— Ogni giorno. Alla radio. Alla mia radio. Ogni giorno alle cinque e mezza.

Notizie. Musica, musica sciocca, banale, e notizie. Ecco che cosa c’era ogni giorno alla radio, alle cinque e mezza. E non Capitan Mezzanotte. Lo Squadrone Segreto non veniva più trasmesso da vent’anni.

— Possiamo sentirlo, oggi? — gli chiesi.

— Donny! — esclamò. Quant’ero sciocco. Lo capii dal modo in cui lo disse, anche se sulle prime non sapevo perché. Poi me ne resi conto: oggi era sabato. Capitan Mezzanotte era in programma dal lunedì al venerdì. Non al sabato o alla domenica.

— Andiamo al cinema?

Dovette chiedermelo due volte. La mia mente era altrove. Niente di definito. Nessuna conclusione. Nessuna supposizione avventata su cui balzare. Soltanto un agitarsi scomposto qua e là, cercando di capire e concludendo, come voi avreste concluso, come chiunque avrebbe concluso piuttosto che accettare la verità, l’impossibile e meravigliosa verità, concludendo infine che doveva esserci una spiegazione semplice che non intravedevo ancora. Qualcosa d’insignificante, di banale, magari, come il passaggio del tempo che ci porta via tutte le cose vecchie e buone, imbrogliandoci e dandoci in cambio ninnoli di plastica. E tutto nel nome del progresso.

— Andiamo al cinema, Donny?

— Ci puoi scommettere gli stivali che ci andiamo, ragazzino — dissi. E sorrisi. E gli porsi il Decodificatore. E lui lo mise nella tasca dei calzoni. E poi strisciammo fuori da sotto la veranda. E andammo al cinema. E nessuno di noi due disse più nulla di Capitan Mezzanotte per tutto il resto della giornata. E non ci fu un solo minuto, per tutto il resto della giornata, che io non fossi ossessionato dal suo pensiero.

La settimana successiva fu tempo d’inventario. Non vidi Jeffty fino a giovedì. Confesso che me ne andai sul presto, lasciando il negozio nelle mani di Jan e David, dicendo loro che avevo certe faccende da sbrigare. Erano le quattro del pomeriggio. Arrivai dai Kinzer alle quattro e tre quarti. Mi aprì Leona; aveva un aspetto esausto e remoto. — Jeffty è da queste parti? — Lei disse che era sopra nella sua stanza…

… ad ascoltare la radio.

Salii i gradini a due alla volta.

D’accordo, avevo finalmente compiuto quel passo illogico e impossibile. Se quello sconvolgimento della realtà avesse coinvolto chiunque altro non fosse Jeffty, adulto o bambino, avrei trovato delle risposte più accettabili. Ma si trattava di Jeffty, chiaramente un ricettacolo di vita di tipo diverso, e ciò che lo riguardava non poteva rientrare nello schema ordinario delle cose.

Lo ammetto: volevo sentirlo con i miei orecchi, volevo…

Anche con la porta chiusa riconobbi il programma: «Ecco che va, Tennessee! Prendilo!».

Vi fu il pesante rimbombo della fucilata, il sibilo acuto della pallottola, poi la stessa voce urlò trionfante: «Preso! Centrato in pie-e-e-e-eno!».

Stava ascoltando l’American Broadcasting Company, 790 chilocicli: Tennessee Kid, uno dei miei programmi favoriti degli anni Quaranta, una serie western che non ascoltavo più da quasi vent’anni, poiché da quasi vent’anni non esisteva più.

Mi sedetti sull’ultimo gradino in cima alla scala, lì, nel corridoio al secondo piano della casa dei Kinzer, e ascoltai il programma. Non era una ripetizione di un vecchio episodio, poiché, nel corso della narrazione, vi erano di tanto in tanto riferimenti a fatti culturali e tecnologici correnti, e frasi che non erano state di uso comune negli anni Quaranta: aerosol, bombolette, tatuaggi al laser, Tanzania, l’espressione «iperteso».

Non potevo in alcun modo nascondermi che Jeffty stesse ascoltando una nuova puntata di Tennessee Jed.

Corsi giù, uscii dalla porta principale e raggiunsi la mia auto. Leona doveva essere in cucina. Girai la chiavetta e accesi la radio, e la sintonizzai sui 790 chilocicli. La stazione della ABC. Musica rock.

Restai lì seduto per alcuni attimi, poi feci passare l’indice da un’estremità all’altra del quadrante. Musica, notizie, programmi di varietà. Niente Tennessee Jed. Ed era una Blaupunkt, la migliore radio che si potesse avere. Non era qualche emittente secondaria che non riuscivo a captare: semplicemente, non esisteva!

Un paio di minuti dopo spensi la radio e l’accensione e ritornai di sopra senza far rumore. Tornai a sedermi sul gradino in cima alla scala e ascoltai l’intero programma. Era meraviglioso!

Eccitante, pieno d’immaginazione, di tutte le più affascinanti innovazioni dei radiogrammi, così come le ricordavo. Ed era moderno. Non era un pezzo d’antiquariato, una riedizione per blandire i desideri di una fascia d’ascoltatori sempre più esigua che moriva dalla voglia di rivivere i vecchi tempi. Era un nuovo spettacolo, con le vecchie voci, ma giovani e vivaci più che mai. Perfino la pubblicità reclamizzava prodotti attuali, anche se non era chiassosa e insultante come gli annunci che si ascoltano alla radio oggigiorno.

E quando Tennessee Jed finì alle cinque in punto, sentii Jeffty che cambiava stazione finché non udì la voce familiare di Glenn Riggs che annunciava: «E ora, Hop Harrigan, l’asso americano dell’aria!». Si udì il fragore di un aereo in volo. Era un aereo a elica, non un jet! Non il suono al quale oggi i ragazzini sono abituati sin dalla nascita, ma il suono con cui io ero cresciuto, il vero suono di un aereo, il suono ringhioso, rauco, che andava su di giri, tipico degli aerei che G-8 e i suoi Assi da Combattimento pilotavano, che pilotava Capitan Mezzanotte, che pilotava Hop Harrigan. E poi sentii Hop che diceva: «CX-4 chiama torre di controllo, CX-4 chiama torre di controllo. Siamo in attesa!». Una pausa, quindi: «Okay, qui Hop Harrigan. Arriviamo!».

E Jeffty che aveva lo stesso problema di tutti noi, negli anni Quaranta, con tanti programmi che mettevano i nostri eroi, ugualmente favoriti, l’uno contro l’altro su differenti stazioni, dopo aver presentato i propri rispetti a Hop Harrigan e a Tank Tinker, girò il quadrante e tornò alla ABC, dove udii un colpo di gong, la disordinata cacofonia di un chiacchierio in cinese senza senso, e l’annunciatore che urlava: «Te-e-erry e i pirati!».

Restai seduto lì sull’ultimo gradino e ascoltai Terry e Connie e Flip Corkin e, Dio mi aiuti, Agnes Moorehead nella parte della Dragon Lady, tutti, insomma, in una nuova avventura nella Cina Rossa che non esisteva ai giorni della versione personale dell’Oriente creata da Milton Caniff nel 1937, con i pirati del fiume e Ciang Kai Scek e i signori della guerra e l’ingenuo imperialismo della diplomazia americana delle cannoniere.

Restai lì seduto e ascoltai tutto il programma, e poi ascoltai anche Superman, una parte di Jack Armstrong, the All-American Boy, e parte di Capitan Mezzanotte, e John Kinzer tornò a casa, ma né lui né Leona salirono di sopra per scoprire che cosa mi fosse accaduto, o dove fosse Jeffty, e restai lì ancora seduto, e scoprii che avevo cominciato a piangere, fino a quando Jeffty non mi sentì e aprì la porta: mi vide, uscì e mi fissò, in preda a un’infantile confusione. Ed ecco in quel momento la stazione mandare in onda la musica d’inizio di Tom Mix, «When it’s Round-up Time in Texas and the Bloom is on the Sage», e Jeffty mi toccò la spalla, mi sorrise e disse: — Ehi, Donny, vuoi entrare e ascoltare con me la radio?

Hume negò l’esistenza di uno spazio assoluto, nel quale ogni cosa avesse un suo posto preciso. Borges nega l’esistenza di un unico tempo, nel quale tutti gli eventi siano collegati.

Jeffty riceveva programmi radio da un luogo che non poteva, secondo logica, esistere nello schema naturale dello spazio-tempo come l’aveva concepito Einstein. Ma questo non era tutto quello che riceveva. Gli arrivavano per posta premi che nessuno fabbricava. Leggeva fumetti defunti da trent’anni almeno. Vedeva film con attori morti da vent’anni. Era il terminal ricevente d’inesauribili gioie e piaceri del passato, che il mondo aveva perduto strada facendo.

Nel suo volo suicida, a capofitto verso Domani Sempre Nuovi e Diversi, il mondo aveva letteralmente raso al suolo la sua reggia di semplici felicità, aveva rovesciato cemento sopra i suoi giardini incantati, disperdendo folletti e fantasie, e tutto questo, miracolosamente, nel più impossibile dei modi, veniva restituito al presente grazie a Jeffty. Rivivificato, aggiornato, reso attuale nel più scrupoloso rispetto della tradizione. Jeffty era un Aladino che non aveva bisogno del genio; la sua stessa natura era la magica lampada che ricreava, concretamente, la sua realtà.

E mi condusse nel suo mondo.

Perché si fidava di me.

Facemmo colazione a base di Quaker Puffed Wheat Sparkies e Ovomaltina bollente che sorseggiammo in tazze di quest’anno della Little Orphan Annie Shake-Up. Andammo al cinema, e mentre tutti si sorbivano una commedia con Goldie Hawn e Ryan o’Neal, Jeffty e io ci godemmo Humphrey Bogart nei panni di Parker, il ladro professionista, nella brillante riduzione di John Huston del romanzo di Donald Westlake, Slayground. Il secondo film in programma era Leinengen Versus the Ants, un film prodotto da Val Lewton, con Spencer Tracy, Carole Lombard e Laird Cregar.

Due volte al mese andavamo all’edicola, ad acquistare i nuovi numeri di «The Shadow», «Doc Savage» e «Startling Stories». Jeffty e io ci mettevamo seduti fianco a fianco e io gli leggevo le riviste. Gli piacquero in particolare il nuovo romanzo breve di Henry Kuttner, The Dreams of Achilles, e la nuova serie di racconti di Stanley G. Weinbaum, ambientati nell’universo subatomico di Redurna. Ci godemmo la prima puntata delle nuove avventure di Conan, scritte da Robert E. Howard (il romanzo, dal titolo Isle of the Black Ones, cominciò ad apparire in settembre sulle pagine di «Weird Tales»); questo ci rianimò, dopo la parziale delusione che ci aveva procurato il quarto romanzo di Edgar Rice Burroughs della serie di Giove, con protagonista John Carter di Barsoom: Corsairs of Jupiter. Ma il direttore di «Argosy All-Story Weekly» promise che vi sarebbero stati altri due romanzi della serie di Giove, e questa inaspettata rivelazione rinnovò i nostri entusiasmi per John Carter.

Leggemmo insieme i fumetti, e ancor prima di ritrovarci e discuterne, Jeffty ed io avevamo deciso entrambi che i nostri personaggi preferiti erano Doll Mann, Airboy e The Heap. Adoravamo inoltre le strisce di George Carlson nei «Jingle Jangle Comics», in particolare il Pie-Face Prince delle storie di Old Pretzelburg, che leggemmo insieme, ridendoci sopra insieme, anche se dovetti spiegare a Jeffty alcune delle battute più sottili, perché era troppo giovane per avere quel genere d’intuito.

Come spiegarlo? Non posso. Avevo studiato abbastanza fisica al college da poterci improvvisar sopra un paio di congetture, ma è più probabile che io abbia torto piuttosto che ragione. Occasionalmente la legge della conservazione dell’energia perde di valore. Queste sono le leggi che i fisici definiscono «debolmente violate». Forse Jeffty catalizzava inconsciamente queste «deboli violazioni» della legge della conservazione, della cui esistenza soltanto adesso cominciamo a renderci conto. Cercai nei testi più recenti qualcosa, in questo campo: decadimenti «proibiti», come ad esempio il decadimento gamma che non comprende il muone neutro fra i suoi prodotti, e simili… ma niente di ciò in cui m’imbattei, neppure le ultime interpretazioni dell’Istituto Svizzero per le Ricerche Nucleari vicino a Zurigo, mi fornirono qualche indicazione. Mi ritrovai a dover accettare quel vago principio filosofico secondo il quale il vero nome della scienza è magia.

Nessuna spiegazione, ma un periodo terribilmente bello.

Il periodo più felice della mia vita.

Avevo il mondo reale, il mondo del mio negozio, dei miei amici e della mia famiglia, il mondo dei profitti e delle perdite, delle tasse e degli acquisti, della politica, delle ragazze, del caffè che aumentava sempre di prezzo e dei forni a microonde.

E avevo il mondo di Jeffty nel quale esistevo soltanto quand’ero con lui. Le cose del passato, che lui conosceva così fresche e nuove, potevo sperimentarle soltanto quand’ero in sua compagnia. E la barriera fra i due mondi divenne sempre più sottile, luminosa e trasparente. Io avevo il meglio dei due mondi. E sapevo, in qualche modo, che non avrei potuto portare niente dall’uno all’altro.

L’essermi dimenticato di ciò per un solo istante, tradendo Jeffty in un attimo di distrazione, causò la fine di tutto.

Mi divertivo così tanto che divenni imprudente e non considerai con la dovuta attenzione quanto fosse realmente fragile il. rapporto fra il mondo di Jeffty e il mio. Perché il presente invidia l’esistenza del passato. Non lo compresi mai, finché non fu troppo tardi. In nessun libro sulle belve feroci, dove la sopravvivenza viene raffigurata a base di battaglie fra artigli e zanne, tentacoli e sacche di veleno, è illustrata la ferocia con cui il presente guata sempre il passato. In nessun luogo esiste una descrizione di come il presente sta in agguato, pronto, in attesa che Quello Che Era diventi Adesso, Questo Momento, per farlo a brani con le sue fauci spietate. Chi poteva sapere una cosa del genere… a un’età qualunque… e non certamente alla mia età… Chi poteva capire una cosa del genere?

Sto cercando di discolparmi, ma non posso. Fu colpa mia.

Era un altro sabato pomeriggio.

— Che cosa danno, oggi? — gli chiesi, mentre ci recavamo in macchina in centro.

Lui alzò lo sguardo su di me dall’altro lato del sedile anteriore e mi gratificò di uno dei suoi meravigliosi sorrisi: — Ken Maynard in Bullwhip Justice e L’uomo disintegrato. — Continuò a sorridermi, sapendo di avermi genuinamente sorpreso. Lo fissai, incredulo.

— Stai scherzando! — esclamai, deliziato. — L’uomo disintegrato di Bester? — Egli annuì, deliziato che io fossi deliziato. Sapeva che era uno dei miei libri preferiti. — Oh, ma è magnifico!

— Stramagnifico — disse lui.

— E chi c’è?

— Franchot Tone, Evelyn Keys, Lionel Barrymore e Elisha Cook jr. — Lui ne sapeva sugli attori molto più di quanto ne avessi mai saputo io. Sapeva i nomi di tutti gli attori di qualunque film avesse visto. Perfino quelli dei caratteristi.

— E i disegni animati?

— Ce ne sono tre, Little Lulu, Paperino e Bunny. E una Pete Smith Speciality, e un Lew Lehr Monkeys da Cr-r-r-aziest Peoples.

— Oh, ragazzi! — esclamai. Sorridevo da orecchio a orecchio. E poi guardai giù e vidi il blocco dei moduli delle ordinazioni sul sedile. Mi ero dimenticato di lasciarlo al negozio.

— Devo fermarmi al Centro — dissi. — Devo lasciar giù qualcosa. Mi ci vorrà soltanto un minuto.

— Okay — fece Jeffty. — Ma non farai tardi, vero?

— Ci puoi giurare, ragazzino — replicai.

Quando mi fermai al parcheggio dietro il Centro, egli decise di venire con me. Poi avremmo proseguito a piedi fino al cinema. La nostra non è una città tanto grande. Ci sono soltanto due cinema, l’Utopia e il Lyric. Noi eravamo diretti all’Utopia, a tre isolati dal Centro.

Entrai nel negozio col blocco dei moduli, e trovai il pandemonio. David e Jan stavano servendo due clienti ciascuno, e c’era altra gente nel negozio in attesa di esser servita. Jan si voltò verso di me, il suo volto era un’angosciata maschera d’implorazione. David stava correndo dal deposito alla sala audizioni, e tutto ciò che riuscì a mormorare quando mi passò accanto fulmineo, fu: «Aiuto!», e poi scomparve.

— Jeffty — dissi, curvandomi verso di lui, — ascoltami, concedimi qualche minuto. Jan e David sono nei guai con tutta questa gente. Non faremo tardi, te lo prometto. Soltanto, lascia che mi sbarazzi di un paio di questi clienti. — Parve innervosirsi, ma annuì.

Gli indicai una sedia: — Mettiti qui per un po’, e sarò subito da te.

Si avvicinò alla sedia, tranquillo nonostante tutto, e vi si accomodò.

Io cominciai a occuparmi della gente che voleva i televisori a colori. Questa era la prima grossa infornata di televisori a colori che fosse arrivata — la televisione a colori cominciava ad avere prezzi ragionevoli soltanto adesso, e quella era la prima campagna pubblicitaria della Sony — ed era per me tempo di vacche grasse. Mi vedevo col prestito completamente pagato e il Centro che per la prima volta mi garantiva un profitto.

Erano affari.

E nel mio mondo i buoni affari hanno la precedenza.

Jeffty era lì e fissava la parete. Lasciate che vi parli della parete.

Un insieme di mensole e pilastri che dal pavimento arrivavano a meno di un metro dal soffitto. I televisori erano stati sistemati in bell’ordine, in varie file. Trentatré televisori. E tutti contemporaneamente in funzione. In bianco e nero, piccoli, grandi, tutti accesi. Jeffty, quel sabato pomeriggio, si trovò seduto davanti a trentatré televisori in funzione. Noi, nella nostra città, possiamo prendere un totale di tredici canali, compresi alcuni programmi educativi. Su un canale c’era il golf, sul secondo il baseball, sul terzo una partita a bowling giocata da personaggi famosi, il quarto canale mostrava una conversazione religiosa, il quinto uno spettacolo di danza di ragazzi e ragazze, il sesto dava la replica di una commedia, il settimo quella di un poliziesco, l’ottavo era un documentario sulla natura e mostrava interminabilmente un uomo che gettava la lenza con una mosca come esca, il nono dava notizie e commenti, il decimo mostrava una gara di corsa, sull’undicesimo un uomo calcolava dei logaritmi su una lavagna, sul dodicesimo una donna faceva ginnastica, e sul tredicesimo c’era un cartone animato spagnolo assai mal fatto. Tutti questi spettacoli, salvo tre, erano ripetuti su tre diversi apparecchi. Jeffty sedette e guardò la parete di televisori, quel sabato pomeriggio, mentre io vendevo il più rapidamente possibile, e a pronti contanti, per ripagare mia zia Patricia e restare in contatto col mio mondo. Si trattava di affari.

Avrei dovuto pensarci. Avrei dovuto capire che cos’era il presente e il modo in cui uccideva il passato. Ma stavo vendendo a piene mani. E quando finalmente lanciai un’occhiata a Jeffty, mezz’ora più tardi, pareva un altro bambino.

Sudava. Quel terribile sudore dovuto alla febbre, quando vi coglie un’infezione intestinale. Era smorto, pallido come un verme, e le sue piccole mani stringevano con tanta forza i braccioli della sedia, che potevo vedere le nocche bianche sporgere. Mi precipitai da lui, scusandomi con una coppia di mezza età che stava esaminando il nuovo modello da ventun pollici Mediterranean.

— Jeffty!

Mi guardò, ma i suoi occhi non riuscirono a mettermi a fuoco. Era in preda a un assoluto terrore. Lo tirai giù dalla sedia e mi avvicinai con lui verso la porta d’ingresso, e i clienti che avevo lasciato gridarono: — Ehi! — L’uomo di mezza età disse: — Me lo vuol vendere questo affare, o no?

Spostai lo sguardo da lui a Jeffty, e poi di nuovo a lui. Jeffty era come uno zombie. Era venuto fin dove io l’avevo trascinato, le sue gambe sembravano di gomma, e strisciava i piedi. Il passato veniva divorato dal presente, una sensazione come di sordo dolore.

Tirai fuori di scatto i soldi da una tasca e li cacciai in mano a Jeffty:

— Ragazzino, ascoltami… adesso esci subito di qui! — Lui non riusciva ancora a mettere a fuoco le immagini. — Jeffty — dissi, con quanta più fermezza avevo, — ascoltami! — Il cliente di mezza età e sua moglie stavano venendo verso di noi. — Ascolta, ragazzino, esci di qui immediatamente. Vai a piedi fino all’Utopia e compera i biglietti. Ti raggiungerò subito.

L’uomo di mezza età e sua moglie ci erano quasi addosso. Spinsi Jeffty attraverso la porta e lo vidi allontanarsi barcollando verso la direzione sbagliata, per poi fermarsi, riprendersi, voltarsi, tornare indietro e passare di nuovo davanti al Centro, in direzione dell’Utopia. — Si, signore — dissi, raddrizzandomi e fronteggiandoli. — Sì, signora, è un apparecchio formidabile con alcune sensazionali caratteristiche! Se volete venire con me…

Vi fu un tremendo suono, straziante, come di qualcuno che soffrisse, ma non riuscii a capire da quale canale provenisse, o da quale apparecchio.

La maggior parte dell’accaduto l’appresi più tardi dalla ragazza della biglietteria e da alcune persone che conosco e che vennero da me a dirmelo. Quando arrivai all’Utopia, quasi venti minuti dopo, Jeffty era stato picchiato fin quasi a esser ridotto in poltiglia, ed era stato portato nell’ufficio del direttore.

— Non avete visto un bambino, di circa cinque anni, con dei grandi occhi e capelli castani, lisci… Mi stava aspettando.

— Oh, credo che sia il bambino che quei ragazzi hanno picchiato!

— Che cosa? E dov’è adesso?

— Lo hanno portato nell’ufficio del direttore. Nessuno sapeva chi fosse, o dove fossero i suoi genitori…

Una ragazza con l’uniforme da maschera gli stava ripulendo la faccia con una salvietta umida. Le strappai di mano la salvietta e le ordinai di uscire dall’ufficio. Ella si mostrò offesa e sbottò in qualcosa di villano, ma se ne andò. Mi sedetti sull’orlo del divano e cercai di pulir via il sangue dalle lacerazioni, senza riaprire le ferite dove si era già formata la crosta. Entrambi gli occhi erano gonfi, e chiusi. La bocca era malamente escoriata. Anche i capelli erano incrostati di sangue disseccato.

Aveva fatto la fila dietro a due ragazzi sui dieci anni. Avevano cominciato a vendere biglietti mezz’ora prima dello spettacolo, e per un quarto d’ora, ancora, le porte non sarebbero state aperte. Lui aveva aspettato. I ragazzi davanti a lui stavano ascoltando una partita di calcio da una radio portatile. Jeffty aveva voluto ascoltare chissà quale programma. Dio solo sa che cosa poteva essere stato, Grand Central Station, Land of the Lost, Dio solo sa. Aveva chiesto in prestito la loro radio per ascoltare quel programma per un minuto, c’era stato uno spazio pubblicitario o qualcosa del genere e i ragazzi gli avevano dato la radio, probabilmente per una maligna forma di cortesia che permettesse loro, poi, di mostrarsi offesi e di suonarle al ragazzino. Egli aveva cambiato stazione… ed essi erano stati incapaci di ritrovarla, per ascoltare di nuovo la partita. La radio era bloccata sul passato, su una stazione che non esisteva per nessuno, salvo Jeffty.

Era stato picchiato selvaggiamente, mentre tutti stavano a guardare.

E poi i due ragazzi erano scappati via.

E io l’avevo lasciato solo, l’avevo lasciato a combattere il presente senza le armi adeguate. Lo avevo tradito per vendere un ventun pollici Mediterranean, e adesso il suo viso era carne ridotta in poltiglia. Egli gemette qualcosa d’inaudibile e singhiozzò sommesso.

— Sssst, tutto a posto, ragazzino, sono Donny. Sono qui. Ti porto a casa, andrà tutto bene.

Avrei dovuto accompagnarlo direttamente all’ospedale. Non so perché non lo feci. Avrei dovuto. Avrei dovuto farlo.

Quando lo trasportai attraverso la soglia, John e Leona Kinzer si limitarono a fissarmi. Non si mossero per prendermelo dalle braccia. Una delle sue mani penzolava inerte. Era cosciente, ma appena appena. Essi mi fissarono, lì nella semioscurità di un sabato pomeriggio, nel presente. Io li guardai. — Un paio di ragazzi lo hanno picchiato al cinema. — Lo sollevai di qualche centimetro, fra le braccia, e lo porsi a loro. Essi mi fissarono, ci fissarono entrambi, senza niente nei loro occhi, senza alcun movimento. — Gesù Cristo — urlai. — È stato picchiato! È vostro figlio! Non volete neppure toccarlo? Che razza di gente siete, per l’inferno?

Poi Leona si mosse verso di me, molto lentamente. Ci fronteggiò per alcuni istanti, e sul suo viso era dipinto uno stoicismo plumbeo, terribile a vedersi. Voleva dire: Ho già passato momenti come questo, molte volte, e non posso sopportare di passarne ancora. Eppure eccomi qui.

Perciò lo diedi a lei. Dio mi aiuti, lo consegnai a lei.

E lei lo portò di sopra per lavargli via il sangue e il dolore.

John Kinzer e io restammo nel soggiorno in ombra, distanti l’uno dall’altro, e ci fissammo.

Egli non aveva nulla da dirmi.

Gli passai accanto, scostandolo, e mi lasciai cadere su una poltrona.

Tremavo.

Di sopra, sentii scorrere l’acqua del bagno.

Dopo quello che sembrò un tempo lunghissimo, Leona scese dabbasso asciugandosi le mani sul grembiule. Si sedette sul sofà, e un attimo dopo John si sedette accanto a lei. Dal piano di sopra mi giunse un suono di musica rock.

— Vuoi una fetta di torta? — mi chiese Leona.

Non risposi. Stavo ascoltando quella musica… Musica rock. Alla radio. C’era una lampada sul tavolino accanto al sofà. Irradiava una luce debole, futile, nel soggiorno in ombra. Musica rock del presente alla radio del piano di sopra? Feci per dire qualcosa, e poi seppi…

Balzai in piedi proprio mentre un orrido crepitio soffocava la musica, e la luce della lampada sul tavolino si fece più fioca, ancora più fioca, e tremolò. Io urlai, non so che cosa urlai, e corsi su per la scala.

I genitori di Jeffty non si mossero. Rimasero lì, seduti con le mani incrociate, là dove erano rimasti per così tanti anni.

Incespicai e caddi due volte mentre mi precipitavo su per le scale.

Non c’è molto alla televisione che m’interessi. Ho comperato un vecchio apparecchio radio Philco a forma di cattedrale in un negozio di roba usata, e ho sostituito tutte le parti bruciate con valvole originali prese dalle vecchie radio ancora funzionanti che sono riuscito a trovare. Non ho usato transistor o circuiti stampati. Non avrebbero funzionato.

A volte sono rimasto davanti a quell’apparecchio per ore intere, girando la manopola avanti e indietro sul quadrante, quanto più lentamente si possa immaginare, così lentamente che quasi pareva che l’indice neppure si muovesse. Ma non sono mai riuscito a trovare Capitan Mezzanotte o The Land of the Lost o The Shadow o Quiet Please.

Dunque, lei lo amava ancora un po’, anche dopo tutti quegli anni. Io non riesco a odiarli: essi volevano soltanto disperatamente vivere nel mondo presente. Il che non è poi una cosa così terribile.

Tutto considerato, è un buon mondo. È molto meglio di com’era un tempo, e in molti sensi. La gente non muore più a causa delle vecchie malattie. Muore a causa di quelle nuove, ma questo è il Progresso, non è vero?

Non è vero?

Ditemelo.

Qualcuno me lo dica, per favore.