/ Language: Italiano / Genre:prose_contemporary

La fabbrica degli orrori

Iain Banks

Frank Cauldhame, il diciassettenne protagonista della Fabbrica degli orrori, è uno dei personaggi più cattivi della letteratura, non solo contemporanea. Frank uccide: a sangue freddo, minuscoli insetti e innocenti bambini. Frank odia: il padre, ex hippy con manie da scienziato pazzo; la madre, che lo ha abbandonato subito dopo averlo messo al mondo; tutte le donne, quasi tutti gli uomini e la maggior parte degli animali. Ha un fratello, maniaco incendiario appena uscito dal manicomio (le cui vittime preferite sono i cani). E ha un amico, Jamie il nano, con cui beve birra al pub. Frank non piace a nessuno e nessuno piace a lui, in realtà non piace nemmeno a se stesso, e sull’isolotto scozzese sul quale vive da recluso vive una vita scandita da complessi rituali, plasmati sulla base di una personalissima religione… Una favola inquietante di «educazione alla violenza», un romanzo micidiale che mescola l’universo giovanile a un immaginario allucinato al limite dell’incubo.

Iain Banks

La fabbrica degli orrori

1. I Pali Sacrificali

Stavo facendo il giro d’ispezione dei Pali Sacrificali il giorno in cui ci arrivò la notizia della fuga di mio fratello. Sapevo che sarebbe successo qualcosa. La Fabbrica mi aveva avvertito.

All’estremo confine settentrionale dell’isola, vicino ai resti disfatti del molo, dove l’argano arrugginito ancora cigola nel vento di levante, mi restavano due Pali da sistemare in fondo all’ultima duna. In cima a uno dei Pali c’era una testa di ratto con due libellule, sull’altro un gabbiano e due topi. Mentre infilzavo la testa di uno dei topi, gli uccelli si levarono nella sera con grida stridule, roteando sul sentiero che tra le dune si avvicinava al nido. Quando ebbi la sicurezza che la testa fosse ben fissa, mi arrampicai sulla sommità della duna per guardare con il binocolo.

L’agente Diggs, il poliziotto del paese, stava venendo giù per il sentiero in bicicletta, con la sua pedalata energica, abbassando la testa ogni volta che le ruote affondavano nella terra sabbiosa. Arrivato al limitare, scese dalla bici e l’appoggiò ai cavi di sospensione. Poi s’incamminò per il ponticello oscillante, fermandovisi circa a metà, in prossimità del cancello. Lo vidi suonare. Rimase fermo per un po’, volgendosi a guardare le dune tranquille e gli uccelli che vi si posavano. Non poteva vedermi, il posto in cui stavo mi nascondeva alla perfezione. Poi mio padre deve aver risposto, perché Diggs si curvò leggermente per parlare nella grata, quindi aprì il cancello con una spinta e proseguì per il ponte verso l’isola, prendendo il sentiero che porta a casa. Quando lo vidi scomparire dietro le dune mi misi a sedere per un attimo, grattandomi in mezzo alle gambe mentre il vento mi giocava tra i capelli e gli uccelli tornavano al nido.

Tirai fuori la mia fionda dalla cintura, afferrai un cuscinetto a sfere lungo poco più di un centimetro e, presa attentamente la mira, lo sparai. Raggiunse la terraferma dopo aver oltrepassato con traiettoria arcuata il fiume, i pali del telefono e il ponticello. Il tiro colpì il cartello “Proprietà privata” con un tonfo che a stento sentii, e mi sfuggì un sorriso. Era un buon segno. Alla Fabbrica come al solito non mi avevano detto niente di preciso, eppure avevo la sensazione che mi stessero mettendo in guardia per qualcosa di importante, di qualunque cosa si trattasse. Intuii anche che ci fosse sotto un che di malvagio, l’avevo capito al volo, ma ebbi il buonsenso di andarmene a controllare i Pali, e ora so di aver fatto bene; i fatti volgono ancora a mio favore.

Decisi di non tornare direttamente a casa. Mio padre non gradiva la mia presenza quando c’era Diggs, e comunque mi restavano ancora un paio di Pali da sistemare prima che calasse la sera. Feci un salto e scivolai giù per la duna fino a raggiungerne l’ombra, poi mi voltai indietro a guardare ancora quelle teste e quei corpicini che vegliavano sull’accesso settentrionale dell’isola. Ci stavano proprio bene quegli involucri vuoti sui rami nodosi. I nastri neri legati al legno dei pali si agitavano piano nel vento, quasi a volermi salutare. Pensai che nulla sarebbe andato poi tanto male, e che l’indomani avrei chiesto altre informazioni alla Fabbrica. Anche mio padre mi avrebbe detto qualcosa, forse. E nella migliore delle ipotesi si sarebbe potuto trattare addirittura della verità.

Quando il cielo cominciava a oscurarsi e già iniziavano ad apparire le stelle lasciai nel Bunker la sacca con le teste e i corpi. Gli uccelli mi avevano detto che Diggs se ne era appena andato, quindi mi diressi per la via più breve verso casa, dove le luci erano tutte accese come al solito. Vidi mio padre in cucina. «Diggs è stato qui proprio adesso. Immagino che tu lo sappia.» Mise sotto il rubinetto il mozzicone del grosso sigaro che aveva appena finito di fumare, aprì l’acqua fredda per un attimo mentre la cicca nerastra si estingueva sfrigolando, poi buttò i resti ormai fradici nella spazzatura. Appoggiai la mia roba sul tavolo e mi misi a sedere stringendomi nelle spalle. Mio padre girò la manopola del fornello per accendere sotto alla pentola, alzando il coperchio per dare un’occhiata all’intruglio che si scaldava, poi si voltò a guardarmi.

Nella stanza c’era una cappa di fumo azzurrino che restava sospeso a mezz’aria, con un’onda al centro, che forse proprio io avevo creato entrando dalla doppia porta del retro. L’onda si levò lentamente tra me e mio padre mentre lui mi fissava. Mi agitai nervosamente, poi abbassai lo sguardo, giocherellando col manico della fionda. Mi sembrò di scorgere un velo di preoccupazione sul volto di mio padre, ma era bravo a fingere, forse voleva proprio darmi quell’impressione, e la cosa mi procurò una certa perplessità.

«Forse farei meglio a dirtelo» disse. Mi voltò nuovamente le spalle e prese un cucchiaio di legno per mescolare la minestra. Rimasi in attesa per un attimo.

«Si tratta di Eric.»

Capii immediatamente. Non c’era bisogno che aggiungesse altro. Avrei potuto anche pensare, da quel poco che mi aveva detto, che il mio fratellastro fosse morto, o che stesse male, o che almeno gli fosse successo qualcosa. Invece sapevo che era stato lui, Eric, a combinare qualche guaio. E c’era soltanto una cosa che avrebbe potuto fare per far venire a mio padre quell’aria preoccupata. Era scappato. Comunque non dissi nulla.

«Eric è scappato dall’ospedale. Ecco cosa era venuto a dirmi Diggs. Pensano che potrebbe tornare qui. Togli quella roba dal tavolo, quante volte devo dirtelo.» Sorseggiò la minestra, sempre di spalle. Aspettai che si rigirasse, poi tolsi dal tavolo la fionda, il binocolo e il badile. Con lo stesso tono inespressivo mio padre continuò: «Non credo che arriverà fin qui. Entro un paio di giorni lo prenderanno, forse. Comunque ho deciso di dirtelo. Nel caso qualcun altro lo venisse a sapere e te ne volesse parlare. Prenditi un piatto».

Presi un piatto dalla credenza, poi tomai a sedere, una gamba incrociata sotto l’altra. Mio padre riprese a girare la minestra, cominciavo a sentirne l’odore che ora copriva quello del sigaro. Mi venne una sorta di agitazione allo stomaco, un fremito improvviso e crescente. E quindi Eric stava di nuovo tornando a casa: era un bene e allo stesso tempo un male. Sapevo che l’avrebbe fatto. È inutile parlarne con la Fabbrica, Eric verrà qui. Chissà quanto ci metterà. E chissà se adesso Diggs dovrà andarsene in giro per il paese ad avvisare tutti che il pazzo che dava fuoco ai cani è di nuovo in libertà. Mettete i cani al sicuro!

Mio padre mi versò la minestra nel piatto. Ci soffiai sopra. Pensavo ai Pali Sacrificali. Erano per me un sistema di primo avviso e allo stesso tempo uno strumento di prevenzione. C’era qualcosa di morboso in quegli oggetti imponenti che dall’isola si rivolgevano all’esterno per respingere chi vi volesse arrivare. Una specie di segnale d’allarme: chiunque avesse messo piede sull’isola avrebbe immediatamente capito cosa aspettarsi, dopo aver visto i totem. Eppure si sarebbero presentati non come un pugno serrato e minaccioso, ma come una mano aperta, invitante. Per Eric.

«Anche oggi ti sei lavato le mani» osservò mio padre con sarcasmo mentre sorbivo la minestra. Prese dalla dispensa la bottiglia di whisky e se ne versò un bicchiere. L’altro bicchiere, credo si trattasse di quello del poliziotto, lo posò nel lavandino. Si mise a sedere a capotavola.

Mio padre è alto e magro, anche se un po’ curvo. Ha i tratti delicati come quelli di una donna, e gli occhi scuri. Zoppica, ora; anzi, ha sempre zoppicato da che mi ricordo. La gamba sinistra è quasi completamente rigida, e di solito prende con sé un bastone quando esce. Ci sono certi giorni, quando è umido, che deve usare il bastone anche in casa, e io sento il suono secco che fa quando cammina per le stanze e i corridoi dove non ci sono tappeti, un rumore sordo, che si muove da un punto all’altro. Solo qui in cucina il bastone non si sente. Le lastre del pavimento ne attutiscono il rumore.

Quel bastone rappresenta una sicurezza per la Fabbrica. La gamba di mio padre, bloccata com’è, mi ha permesso infatti di farmi un rifugio su al caldo nel solaio, in cima alla casa, in mezzo alle cianfrusaglie e al ciarpame vario, con la polvere che aleggia e la luce del sole che si inclina e la Fabbrica che presenzia, muta, viva, immobile.

Mio padre non riesce ad arrampicarsi su per la scaletta che parte dall’ultimo piano, e, se anche ce la facesse, di sicuro non potrebbe piegarsi attorno ai mattoni del comignolo per passare dalla scala al solaio vero e proprio.

E così quel posto è mio.

Credo che mio padre abbia quarantacinque anni, anche se a volte ne dimostra molti di più e a volte pochi di meno. La sua vera età non me la dice, quarantacinque è quello che penso io, a giudicare dal suo aspetto.

«Quanto è alto questo tavolo?» disse tutt’a un tratto, mentre stavo per prendere una fetta di pane dal cesto per pulirmi il piatto. Mi voltai a guardarlo, chiedendomi come mai si preoccupasse di una cosa tanto stupida.

«Trenta pollici» risposi, prendendo una crosta dal cesto.

«Sbagliato» disse con un ghigno di entusiasmo. «Due piedi e sei pollici.»

Scossi la testa, aggrottando la fronte, e mi pulii il piatto, asciugando col pane il bordo scuro che la minestra vi aveva lasciato. Un tempo queste domande idiote mi spaventavano sul serio, ma ora, a parte il fatto che devo sapere altezza, lunghezza, larghezza, area e volume di ogni angolo della casa e di tutto ciò che c’è dentro, mi rendo conto che si tratta solo di una sua ossessione. Certe volte, quando ci sono ospiti, la cosa diventa imbarazzante, anche se è gente di famiglia e quindi dovrebbe sapere cosa aspettarsi. Si siedono lì, magari nel salotto, chiedendosi se mio padre offrirà loro da mangiare, o se farà una predica improvvisata sul cancro al colon o sui vermi intestinali. Allora lui si avvicina furtivamente a uno degli ospiti, assicurandosi che tutti lo stiano guardando, e sussurra con fare teatrale e cospirativo: «Vedete quella porta là in fondo? È larga ottantacinque pollici, da un angolo all’altro». Poi strizza l’occhio e se ne va, o scivola a sedersi al suo posto, come se niente fosse.

Da che mi ricordo, la casa è sempre stata ricoperta di adesivi bianchi con delle scritte a biro nera. Attaccati alle gambe delle sedie, ai bordi dei tappeti, al fondo dei boccali, all’antenna della radio, ai cassetti, alle testate dei letti, allo schermo dei televisori, ai manici di pentole e padelle, gli adesivi forniscono la dimensione corrispondente a quella parte dell’oggetto a cui si riferiscono, Ce ne sono anche certi scritti a matita attaccati sulle foglie delle piante. Una volta, parecchi anni fa, feci il giro della casa e li staccai uno per uno. Lui mi prese a cinghiate e mi spedì in camera mia per due giorni. In seguito mio padre decise che anche per me sarebbe stato utile ed edificante conoscere ogni misura, proprio come lui; e così dovetti passare ore e ore sul Libro delle Misure (un coso grossissimo fatto di fogli volanti su cui erano registrate accuratamente tutte le informazioni degli adesivi a seconda della stanza e del tipo di oggetto), o anche girare per casa a prendere appunti da me. Cosa che si aggiungeva alle solite lezioni di matematica, storia e altro che mio padre mi dava. Non rimaneva molto tempo per andare fuori a giocare, fatto di cui mi dispiacevo moltissimo. Avevo una guerra in corso, a quel tempo — credo che fosse quella delle Cozze contro le Mosche Morte — e mentre ero in biblioteca a sforzarmi di tenere gli occhi aperti sul Libro per assimilare quelle dannate stupide misure anglosassoni, il vento mi spazzava via gli eserciti di mosche spargendole per mezza isola e il mare mi affondava i gusci di cozza ricoprendoli poi di sabbia. Per fortuna mio padre si stancò di questo progetto grandioso e si accontentò di lanciarmi a sorpresa strane domande sulla capacità in pinte del portaombrelli o sull’area totale in sottomultipli di acro di tutte le tende che erano appese allora in casa.

«Non ne posso più di rispondere a queste domande» gli dissi mettendo il mio piatto nel lavabo. «Avremmo fatto meglio ad adottare il sistema metrico decimale!»

Mio padre sbuffò nel bicchiere che stava scolando. «Gli ettari e tutte quelle porcherie. Certo che no. Tutto si basa sulla misura del globo, si sa. Non devo essere io a dirti che sono tutte sciocchezze.»

Tirai un sospiro e presi una mela dal vaso poggiato sul davanzale della finestra. Una volta mio padre mi fece credere che la terra fosse un nastro di Moebius, non una sfera. E tuttora sostiene di crederci, e fa gran mostra di inviare un suo manoscritto a certi editori giù a Londra, cercando di convincerli a pubblicare un libro in cui sia esposta questa teoria, ma io lo so che lo fa con malizia, e che lo stupore incredulo e la giusta indignazione che la restituzione del manoscritto gli provoca sotto sotto gli fanno piacere. Questo succede circa ogni tre mesi, e io credo che la vita sarebbe per lui molto meno divertente se non ci fosse questa specie di rituale. Comunque, questa sarebbe una delle ragioni per cui non si converte al sistema metrico decimale per le sue stupide misurazioni, anche se in realtà è solo pigro.

«Che cosa hai combinato oggi?» Mi fissò al di là del tavolo, facendo rotolare il bicchiere vuoto sul piano di legno.

«In giro. A spasso, così.»

«Ancora a costruire dighe?» chiese in tono beffardo.

«No» dissi, e scossi la testa con sicurezza mentre addentavo la mela. «Non oggi.»

«Spero che tu non te ne sia andato in giro ad ammazzare creature di Dio.»

Scrollai le spalle di nuovo. Certo che l’ho fatto. Come diavolo potrei procurarmi teste e corpi per i Pali e il Bunker se non ammazzassi nessuno? La morte naturale non è poi così frequente. Ma questo alla gente non glielo puoi spiegare.

«A volte penso che sei tu quello che dovrebbe essere ricoverato, non Eric» disse guardandomi da sotto alle sopracciglia scure, con la voce bassa. Un tempo quel modo di parlare mi avrebbe fatto paura, ma non ora. Ho quasi diciassette anni, ormai sono grande. Già da un anno sono grande abbastanza, almeno qui in Scozia, per sposarmi senza il permesso dei genitori. Non è che mi interessi molto sposarmi, lo ammetto, ma il principio resta.

E poi, io non sono Eric, io sono io, e sono qui, ed è tutto ciò che conta. Non scoccio nessuno, e gli altri farebbero meglio a non scocciarmi, nel loro interesse. Io non me ne vado in giro a distribuire cani in fiamme, o a spaventare i mocciosi con manciate di insetti o di vermi. La gente in città potrà dire: «Oh, gli manca qualcosa lì» ma lo dicono tanto per divertirsi (e a volte, per spiegarsi meglio, non fanno certo segno alla testa), ma io non ci faccio caso. Ho imparato a convivere con la mia invalidità, e ho imparato a vivere senza gli altri, e quindi non me ne frega niente.

Comunque ebbi l’impressione che mio padre volesse irritarmi: di solito non mi parlava in questo modo. Le notizie riguardo a Eric dovevano averlo sconvolto. Credo che lui sapesse, come lo sapevo io, che Eric sarebbe tornato, e si preoccupava per quel che sarebbe successo. Non lo biasimavo, e non avevo dubbi che fosse preoccupato anche per me. Io sono l’incarnazione di un crimine, e se Eric fosse tornato a movimentare le cose forse sarebbe saltata fuori “la verità su Frank”.

Non ho mai avuto una registrazione all’anagrafe. Non ho né un certificato di nascita, né un numero della mutua, niente che attesti che vivo o che esisto. So che questo è illegale, e lo sa anche mio padre, e a volte penso che si sia pentito della decisione presa diciassette anni fa, al tempo dell’anarchia hippy o non so cosa.

Non che io ne abbia veramente sofferto. Anzi, la cosa mi ha fatto piacere, e neanche si capisce che non ho mai frequentato la scuola. Forse ne so più io, in fatto di materie scolastiche, di tanta altra gente della mia età. Potrei lamentarmi invece della attendibilità di certe nozioni che mi passava mio padre, questo sì. Ma da quando vado a Portneil senza di lui e mi cerco le cose in biblioteca, mio padre è costretto a comportarsi piuttosto correttamente nei miei confronti, mentre prima si prendeva sempre gioco di me, rispondendo con vere stronzate alle mie domande ingenue ma sincere. Per anni credetti che Pathos fosse uno dei tre moschettieri, che Fellatio fosse un personaggio dell’Amleto, che Vitreo fosse una città della Cina e che i contadini irlandesi dovessero pigiare la torba per fare la Guinness.

Ebbene, adesso sono in grado di arrivare fino agli scaffali più alti della biblioteca di casa, e posso andare anche a quella di Portneil, quindi posso controllare tutto ciò che mio padre mi dice, e lui mi deve dire la verità. La cosa lo infastidisce molto, credo, ma così vanno le cose. Chiamiamolo progresso.

Comunque, io ho una buona cultura. Mio padre non era capace di non indulgere al suo alquanto immaturo senso dell’umorismo, e mi propinava frottole, ma allo stesso tempo non tollerava l’idea di un figlio che in qualche modo non gli facesse onore. Visto che dal punto di vista fisico ero ormai una partita persa, non mi restava altro che il cervello. Ecco il perché di tutte quelle lezioni. Mio padre è un uomo istruito, e mi ha trasmesso molte delle cose che sapeva, e gli argomenti di cui non ne sapeva abbastanza se li studiava in modo tale da potermeli poi insegnare. Mio padre è laureato in chimica, o forse in biochimica, non so bene. Credo che in fatto di medicina generica — forse aveva anche i contatti professionali giusti — fosse informato abbastanza da assicurarmi vaccini e iniezioni secondo i tempi stabiliti, anche se per il servizio sanitario nazionale ufficialmente io non esistevo. Credo che mio padre abbia lavorato per qualche anno all’università subito dopo la laurea, e può darsi anche che abbia inventato qualcosa. Di tanto in tanto accenna a certi diritti che prenderebbe per un brevetto o una roba del genere, ma ho il sospetto che quel vecchio fricchettone campi con ciò che resta dei beni di famiglia dei Cauldhame.

Sono circa due secoli, o forse più, che la mia famiglia vive in questa zona della Scozia, da quel che ne so, e possedevamo molte terre qui attorno. Tutto quello che ci rimane, adesso, è l’isola, che è veramente piccola, e quasi non è un’isola quando c’è bassa marea. L’altro unico residuo del nostro passato glorioso è il nome del locale più movimentato di Portneil, un pub vecchio e lurido chiamato Cauldhame Arms dove vado qualche volta, anche se non sono ancora maggiorenne, a vedere certi giovani di qui che suonano musica punk, o almeno ci provano. È lì che ho incontrato e tuttora incontro l’unica persona che definirei mio amico, Jamie il nano, e lo faccio salire sulle mie spalle in modo che possa vedere anche lui i concerti.

«Mah, non credo che arriverà fin qui. Lo prenderanno» disse ancora mio padre dopo aver rimuginato a lungo in silenzio. Si alzò per sciacquare il bicchiere. Mi misi a mormorare tra me e me, cosa che abitualmente facevo quando mi veniva da ridere o da sorridere, ma pensai di comportarmi per il meglio. Mio padre mi guardò. «Vado nello studio. Non dimenticarti di chiudere a chiave, va bene?»

«Va bene» dissi annuendo.

«Buonanotte.»

Mio padre lasciò la cucina. Mi sedetti e guardai la cazzuola, Colpo Duro. C’erano dei granelli di sabbia attaccati sopra, li tirai via. Lo studio. Uno dei miei pochi desideri insoddisfatti è quello di entrare nello studio del vecchio. La cantina almeno l’ho vista, e qualche volta ci ho anche messo piede, conosco tutte le stanze del piano terra e del secondo piano, la soffitta è di mio intero dominio ed è lì che sta la Fabbrica della Vespa, ma quella stanza al primo piano non la conosco, non ci ho mai dato neanche una sbirciata.

Lo so che ci tiene delle robe chimiche là dentro, e credo che faccia esperimenti o non so che, ma di come sia fatta la stanza e di come realmente lui se ne serva non ne ho la più pallida idea. Tutto quello che ho potuto cavarci sono certi strani odori e il tap-tap del suo bastone.

Accarezzai il lungo manico della cazzuola, chiedendomi se mio padre avesse mai dato un nome al suo bastone. Ne dubitai. Lui non dà ai nomi la stessa importanza che ci do io. Io so che sono importanti.

Penso che lo studio racchiuda un segreto. Me lo ha fatto capire più di una volta, vagamente, ma abbastanza da attirare la mia curiosità e spingermi a volerglielo chiedere, quindi lui lo sa che glielo voglio chiedere. Ma non glielo chiedo, naturalmente, perché non ne ricaverei una risposta soddisfacente. Se mai mi dovesse raccontare qualcosa, sarebbero un mucchio di bugie, perché ovviamente il segreto non sarebbe più un segreto se mi dicesse la verità, e lui sa di aver bisogno di far presa su di me più che può man mano che cresco. Ormai sono grande. È solo che questi sprazzi di finto potere lo autorizzano a credere di poter controllare quello che lui vede come un corretto rapporto padre-figlio. Tutto questo è davvero patetico, ma con i suoi giochetti e con i suoi segreti e con i suoi rimproveri aspri lui cerca di mantenere intatta la sua sicurezza.

Mi appoggiai con la schiena alla sedia di legno e mi stiracchiai. Mi piace l’odore della cucina. D cibo, il fango sugli stivaloni di gomma, e certe volte il debole tanfo di cordite che sale dalla cantina, tutto questo mi dà una sensazione di buono, di solido, di emozionante quando ci penso. L’odore è diverso quando piove e abbiamo i vestiti bagnati. In inverno la grossa stufa nera emana un calore fragrante di legna marcia e torba, e tutto esala vapori, e la pioggia batte contro i vetri. In quei momenti ci si sente a proprio agio, come in un abbraccio, si prova un senso di intimità, come un bel gattone che arrotola la coda. A volte mi piacerebbe avere un gatto. Ne ho avuta solo una testa, una volta, e i gabbiani se la portarono via.

Andai in bagno, attraverso il corridoio davanti alla cucina, per farmi una cagata. Non avevo da pisciare perché avevo pisciato sui Pali durante il giorno, ammorbandoli col mio odore e con la mia forza.

Mi sedetti là e pensai a Eric, a cui era successa una cosa veramente spiacevole. Povero stronzo dalla mente contorta. Mi chiesi, cosa che ho sempre fatto, come avrei reagito io al suo posto. Ma non è successo a me. Io non ho mosso piede da qui ed Eric è quello che se n’è andato e tutto è successo da un’altra parte, e questo è quanto. Io sono io e questo posto è questo posto.

Mi misi in ascolto, chiedendomi se avrei sentito mio padre. Forse se n’era andato direttamente a letto. Dorme spesso nello studio invece che nella grande stanza da letto al secondo piano, dove c’è anche la mia camera. Forse quella stanza racchiude troppi ricordi spiacevoli (o piacevoli) per lui. In ogni caso, non sentivo russare.

Odio dovermi sempre sedere sul cesso. È il mio sfortunato handicap che mi costringe a farlo. Come una schifosissima femmina. Odio doverlo fare. Certe volte al Cauldhame Arms mi metto in piedi davanti all’orinatoio, ma la maggior parte me ne finisce tra le mani o mi scola giù per le gambe.

Mi sforzai. Plop splash. Un po’ d’acqua venne su e mi schizzò sul culo, e fu allora che squillò il telefono.

«Merda» dissi, e risi tra me. Mi pulii in fretta il culo e mi tirai su i calzoni, tirai anche la catena, poi mi avviai barcollando per il corridoio chiudendomi la lampo. Corsi su per lo scalone fino al pianerottolo del primo piano, dove sta il nostro unico telefono. Lo dico sempre a mio padre di far mettere altre spine, ma lui dice che non riceviamo abbastanza telefonate da aver bisogno di altri apparecchi. Arrivai al telefono prima che chiunque fosse stato a chiamare mettesse giù. Mio padre non s’era visto.

«Pronto» dissi. La chiamata veniva da una cabina.

«Skree-aak!» urlò una voce dall’altro capo. Allontanai la cornetta dall’orecchio e la guardai con un’espressione torva. Gridolini metallici continuavano a venir fuori dal ricevitore. Quando cessarono la riaccostai all’orecchio.

«Portneil 531» dissi freddamente.

«Frank! Frank! Sono io. Io! Ciao! Ciao!»

«C’è l’eco su questa linea oppure sei tu che ripeti due volte le stesse cose?» dissi. Avevo riconosciuto la voce di Eric.

«Tutt’e due! Ah ah ah ah ah!»

«Ciao, Eric. Dove sei?»

«Qui! E tu dove sei?»

«Qui.»

«Se siamo tutti e due qui perché ci affanniamo al telefono?»

«Dimmi dove sei prima che finiscano le monete.»

«Ma se sei qui dovresti saperlo. Non sai dove sei?» Cominciò a ridacchiare.

Dissi con calma: «Smettila di fare lo scemo, Eric».

«Non sto facendo lo scemo. Non te lo dico dove sono. Tu lo diresti ad Angus e lui lo direbbe alla Polizia e quelli mi riporterebbero in quel merdoso ospedale.»

«Smettila di dire sempre parole-di-quattro-lettere. Lo sai che non mi va. Certo che non lo dico al babbo.»

«M-e-r-d-o-s-o non è una parola-di-quattro-lettere. È di sette lettere. Non è il sette il tuo numero fortunato?»

«No. Insomma, mi vuoi dire dove sei? Voglio saperlo.»

«Ti dico dove sono se tu mi dici qual è il tuo numero fortunato.»

«Il mio numero fortunato è P.»

«Ma non è un numero. È una lettera.»

«Invece lo è. È un numero trascendentale: 2,718.»

«Mi stai fregando. Io intendevo un numero intero.»

«Dovevi spiegarti meglio» dissi io, e tirai un sospiro quando sentii il bip-bip, ma Eric mise dentro altri soldi. «Vuoi che ti richiami?»

«Oh, oh. Non me lo tirerai fuori tanto facilmente. In ogni caso, come stai?»

«Sto bene. E tu?»

«Sto bene da matti, naturalmente» disse sdegnato. Mi scappò un sorriso.

«Ascolta, suppongo che tu stia tornando qui. Se è vero, per favore non bruciare né cani né altro, va bene?»

«Ma di cosa stai parlando? Sono io. Eric. Io non brucio nessun cane!» Cominciò a urlare. «Non ne brucio di cani di merda! Ma per chi diavolo mi hai preso? Non accusarmi di bruciare cani di merda, bastardo che non sei altro! Bastardo!»

«Va bene, Eric, scusami, scusami» dissi io più in fretta che potevo. «Voglio solo che tu stia bene. Stai attento. Non fare nulla per inimicarti la gente, va bene? La gente sa essere molto sensibile…»

«Allora…» Lo sentii respirare, poi la sua voce cambiò. «Già, sto tornando a casa. Solo per un po’, per vedere come state voi due. Ci siete solo tu e il vecchio, vero?»

«Sì, solo noi due. Non vedo l’ora di incontrarti.»

«Oh, bene.» Ci fu una pausa. «Perché non venite mai a trovarmi?»

«Pensavo… Pensavo che nostro padre fosse venuto a trovarti a Natale.»

«Ah, sì? Sì, ma… tu perché non vieni mai?» chiese con tono lamentoso. Spostai il peso del corpo da una gamba all’altra, diedi un’occhiata attorno, al pianerottolo e su per le scale, aspettandomi quasi di vedere mio padre appoggiato alla ringhiera, o di vedere la sua ombra sul muro, al piano di sopra, dove si nascondeva di solito per origliare le mie telefonate.

«Non mi va di stare via dall’isola per tanto tempo, Eric. Mi spiace, ma provo una sensazione orrenda allo stomaco, come un nodo. Proprio non ci riesco ad allontanarmi, a stare via la notte… Non ce la faccio proprio. Ho voglia di vederti, ma tu stai così lontano.»

«Ma ora mi sto avvicinando.» Aveva ripreso un tono sicuro.

«Bene, quanto disti da qui?»

«Non te lo dico.»

«Io ti ho detto il mio numero fortunato.»

«Ti ho mentito. Non ho nessuna intenzione di dirti dove sono.»

«Ma non…»

«Senti, adesso riattacco.»

«Non vuoi parlare col babbo?»

«Non ancora. Gli parlerò più in là, quando sarò molto più vicino. Ora devo andare. Ci vediamo. Riguardati.»

«Sei tu che devi riguardarti.»

«Di che ti preoccupi? Andrà tutto bene. Cosa vuoi che mi succeda?»

«Non fare nulla che possa infastidire la gente. Mi hai capito. Cioè, quelli diventano furiosi. Soprattutto quando si tratta delle loro bestiole. Cioè, io non…»

«Cosa? Che cosa? Cos’è questa storia delle bestiole?» urlò.

«Niente! Stavo solo dicendo…»

«Sei una merda!» gridò. «Mi stai ancora accusando di dare fuoco ai cani, vero? E ficco anche vermi e larve in bocca ai mocciosi e ci piscio sopra, eh?»

«Adesso che lo dici…» dissi cautamente, giocherellando col filo.

«Bastardo! Bastardo! Sei una merda! Ti ucciderò! Sei…» La voce scomparve, e dovetti di nuovo allontanare il ricevitore dall’orecchio perché stava cominciando a sbattere la cornetta sulle pareti della cabina. Il suono ripetuto di quel rumore era così forte da coprire quello del bip-bip che indicava che le monete erano finite. Riattaccai.

Guardai in alto, ma di mio padre non c’era ombra. Strisciai su per le scale e infilai la testa nella ringhiera, ma il pianerottolo era vuoto. Tirai un sospiro e mi misi a sedere sugli scalini. Mi sembrava di non aver trattato Eric al telefono come avrei dovuto. Non mi viene tanto bene trattare con la gente, e, anche se Eric è mio fratello, sono più di due anni che non lo vedo, da quando è impazzito.

Mi alzai e tornai giù in cucina per chiudere a chiave e prendere il mio arnese, poi andai in bagno. Decisi di guardare la tv nella mia stanza, o di sentire la radio, e di andare a dormire presto in modo da poter essere in piedi subito dopo l’alba per catturare una vespa per la Fabbrica.

Mi sdraiai sul letto ad ascoltare John Peel alla radio e il rumore del vento intorno alla casa e quello della risacca sulla spiaggia. Da sotto il letto la mia birra fatta in casa faceva odore di fermentato.

Pensai ancora ai Pali Sacrificali. Più lentamente, questa volta, immaginandomeli uno per uno, cercando di ricordarmi la posizione e ogni singola componente, rivedendo con la mente ciò che quegli occhi senza vista stavano a sorvegliare. Scorrevo ogni immagine come fa un guardiano che passa da una telecamera all’altra su un monitor a circuito chiuso. Ebbi la sensazione che nulla andasse di traverso. Sembrava tutto a posto. Le sentinelle morte, quelle estensioni del mio corpo che cadevano in mio potere attraverso la resa semplice ma definitiva della morte, non avvertivano nulla che potesse far del male a me o all’isola.

Aprii gli occhi e riaccesi la lampada del comodino. Mi guardai nello specchio che sta sul tavolo dalla parte opposta della stanza. Stavo sopra alle coperte, in mutande.

Ho un po’ di ciccia di troppo. Niente di grave, e poi non è colpa mia, comunque non ho l’aspetto che mi piacerebbe avere. Pingue, ecco come sono. Forte e in buona salute, ma ancora un po’ in sovrappeso. Vorrei incutere cupo timore. L’aspetto che normalmente avrei avuto, che avrei dovuto avere, che avrei potuto avere se non avessi avuto quel piccolo incidente. A guardarmi non si direbbe che ho ucciso tre persone. E la cosa non mi piace.

Spensi di nuovo la luce. La stanza era immersa nel buio, non c’era neanche la luce delle stelle mentre gli occhi si abituavano all’oscurità. Forse dovrei procurarmi una di quelle radiosveglie a cristalli liquidi, anche se non mi separerei mai dalla mia vecchia sveglia di ottone. Una volta ho legato una vespa al piano di battuta delle campanelle color rame che stanno in cima alla sveglia, nel punto in cui, la mattina dopo, il martelletto le avrebbe colpite quando fosse scattata la suoneria.

Mi sveglio sempre prima che la sveglia suoni. E così ho potuto assistere alla scena.

2. Il Parco del Serpente

Presi il mucchietto di cenere — quel che restava della vespa — e lo misi in una scatola di fiammiferi, avvolgendolo in una vecchia fotografia di Eric con mio padre. Nell’immagine mio padre teneva in mano una foto formato tessera della sua prima moglie, la madre di Eric, e lei era l’unica a sorridere. Mio padre fissava l’obiettivo con un’espressione cupa. Il piccolo Eric guardava lontano mentre si puliva il naso, con aria annoiata.

La mattina era fresca, fredda. C’era foschia sui boschi ai piedi delle montagne, e nebbia in lontananza verso il Mare del Nord. Mi misi a correre forte e agile sulla sabbia bagnata, dalla parte più compatta, con la borsa e il binocolo stretti lungo i fianchi, facendo con la bocca come un rumore d’aereo. All’altezza del Bunker virai verso l’interno, rallentando man mano che, risalendo su per la spiaggia, calpestavo la sabbia bianca e soffice. Diedi un’occhiata ai relitti e alle cianfrusaglie mentre ci passavo sopra, ma non c’era niente di interessante, niente che valesse la pena recuperare, solo una medusa, una massa consunta e violacea con quattro anelli sbiaditi al centro. Cambiai leggermente tragitto per scavalcarla, facendo «Trrrrrfffaow! Trrrrrrrrrrrfffaow!» e dandole un calcio senza smettere di correre, tanto da far scoppiare intorno a me una fontana lurida di sabbia e gelatina. «Puchrrt!» fu il rumore dell’esplosione. Feci un’altra virata e mi diressi al Bunker.

I Pali erano in buono stato. Non mi serviva la sacca con le teste e i corpi. Li passai in rassegna uno per uno, lavorando per tutta la mattinata, e sotterrai la bara di carta con la vespa morta non in mezzo ai due Pali principali, come avevo pensato all’inizio, ma sotto il sentiero, proprio vicino alla parte del ponte che dava sull’isola. Fintanto che mi trovavo là, mi arrampicai su per i cavi di sospensione fino alla cima della torre che sta sulla terraferma, e mi guardai attorno. Si vedeva la parte più alta della casa, con uno dei lucernari della soffitta. Si vedeva anche la guglia della Chiesa di Scozia di Portneil, e del fumo che usciva dai comignoli della città. Tirai fuori dal taschino sinistro un coltello e con gran cura mi tagliuzzai il pollice sinistro. Macchiai di rosso la parte superiore della trave principale, quella che incrocia tutte le altre travi della torre, poi mi asciugai la piccola ferita con un fazzolettino disinfettante che tenevo in una delle borse. Dopodiché mi lasciai scivolare giù e recuperai il cuscinetto a sfere con cui avevo colpito il segnale il giorno prima.

La prima signora Cauldhame, Mary, la madre di Eric, è morta in casa, di parto. La testa di Eric era troppo grossa per lei: ebbe un’emorragia e morì dissanguata sul letto nuziale nel lontano 1960. È tutta la vita che Eric soffre di forti emicranie, e secondo me questi disturbi sono dovuti proprio al modo in cui venne al mondo. Tutta la faccenda dell’emicrania e della morte della madre hanno molto a che fare, a mio avviso, con “Quel che accadde a Eric”. Povera anima sfortunata, si trovava al posto sbagliato nel momento sbagliato, e gli è successa una cosa assurda che per pura fatalità lo ha coinvolto molto più di quanto avrebbe coinvolto chiunque altro avesse vissuto la stessa esperienza. Ecco i rischi che si corrono quando si va via da questo posto.

Se vogliamo, dunque, anche Eric ha ucciso. Credevo di aver commesso solo io omicidi in famiglia, ma il buon vecchio Eric mi ha battuto, uccidendo la madre addirittura prima di iniziare a respirare. Senza volerlo, è vero, ma non sempre è il pensiero che conta.

La Fabbrica ha detto qualcosa a proposito del fuoco.

Ci stavo ancora pensando, chiedendomi cosa significasse realmente. L’interpretazione più ovvia era che Eric avrebbe ancora bruciato qualche cane, ma io me ne intendevo fin troppo dei metodi della Fabbrica per considerarla una spiegazione definitiva. Sospettavo che ci fosse dell’altro.

In un certo senso mi dispiaceva che Eric stesse tornando. Stavo pensando di fare una Guerra di lì a poco, magari la settimana dopo o giù di lì, ma il fatto che Eric forse sarebbe riapparso mi fece cambiare idea. Sono mesi che non faccio una bella Guerra; l’ultima è stata quella dei Soldati Semplici contro gli Aerosol. Gli eserciti 1/72, con tanto di carri armati, pistole, camion, scorte, elicotteri e barche, dovettero unirsi tutti insieme per combattere l’invasione degli Aerosol. Era praticamente impossibile fermare gli Aerosol: si misero a bruciare i soldati con armi e bagagli e a sparpagliarli su tutta la zona. Alla fine un valoroso soldato, che si era avvinghiato stretto a uno degli Aerosol mentre questi tornava in volo alla base, dopo tante avventure rientrò con la notizia che la base degli avversali era un tagliere ormeggiato a un ruscello interno sotto uno strapiombo. Una forza congiunta di truppe giunse lì giusto in tempo e ridusse la base in briciole, facendo saltare per aria lo strapiombo sopra ai resti ancora fumanti. Una bella guerra, con tutti gli ingredienti giusti e un finale tra i più spettacolari che avessi mai visto (quando tornai a casa quella sera mio padre mi chiese cos’erano state quelle esplosioni e tutto quel fuoco). È stato tanto, troppo tempo fa.

In ogni caso, con Eric sulla via del ritorno, pensai che non sarebbe stata una buona idea cominciare un’altra guerra solo per abbandonarla a metà e tornare a occuparmi del mondo reale. Decisi di rimandare le ostilità per qualche tempo. Mi misi invece a costruire una diga, dopo aver unto con sostanze preziose alcuni dei Pali più importanti.

Nella mia infanzia fantasticavo di salvare la casa costruendo una diga. Immaginavo che l’erba delle dune andasse a fuoco, o che cadesse un aereo, e che proprio io avrei impedito all’esplosivo che sta in cantina di esplodere, deviando una certa quantità di acqua da una diga lungo un canale e fin dentro la casa. Il mio desiderio più grande, a quel tempo, era farmi comprare da mio padre una scavatrice, in modo da poter costruire dighe vere e proprie. Ma ora ho un approccio molto più sofisticato, quasi metafisico, alla costruzione delle dighe. Mi rendo conto del fatto che l’acqua non si può realmente sconfiggere; alla fine l’avrà sempre vinta lei, con infiltrazioni e impregnazioni e ingrossamenti ed erosioni e straripamenti. Tutto quel che si può fare è costruire un qualcosa che possa solo temporaneamente deviarne il corso o bloccarla, convincerla a fare ciò che in realtà non vuole fare. Il piacere deriva dall’eleganza del compromesso che si viene a stabilire tra il corso che l’acqua vuole seguire (spinta dalla gravità e dal materiale su cui si muove) e quello che si vorrebbe che seguisse.

Credo che nella vita siano davvero pochi i piaceri paragonabili alla costruzione di dighe. Datemi uno spiaggione con un discreto dislivello e senza troppe erbacce, e un torrente di giusta grandezza, e sarò a posto per tutto il giorno.

A quell’ora il sole era bello alto, e io mi tolsi la giacca per posarla con le borse e il binocolo. Colpo Duro si mise ad affondare e a trapassare e a sminuzzare e a scavare, e fece così un’imponente diga a tre livelli, la cui sezione principale respingeva l’acqua per ottanta passi nel Torrente Nord; non lontano dal record massimo per la posizione che avevo scelto. Mi servii del solito pezzo di metallo che uso per le inondazioni (lo tengo nascosto tra le dune vicino al posto più adatto per costruire dighe), ma la piéce de résistance era un acquedotto con sopra un vecchio sacco per il pattume di plastica nera che avevo trovato nel cumulo di macerie. L’acquedotto trasportava il torrente straripato al di sopra di tre sezioni di un canale di deviazione che avevo scavato dalla zona soprastante la diga. Costruii un piccolo villaggio a valle, sotto la diga, completo di tutto: le strade, un ponte sopra a quel che restava del ruscello, e anche una chiesa.

Far saltare in aria una diga, o semplicemente fare in modo che provochi un’alluvione, è divertente quasi quanto la fase iniziale di progetto e costruzione. Mi servii di piccole conchiglie per simboleggiare le persone, come al solito. E come al solito neanche una conchiglia sopravvisse all’allagamento quando la diga saltò per aria. Affondarono tutte, il che vuol dire che morirono tutti quanti.

Mi era venuta una gran fame, cominciavano a farmi male le braccia e le mani si erano arrossate a forza di tenere la vanga o di scavare nella sabbia. Guardai l’acqua della prima inondazione precipitare giù verso il mare, piena di fango e di schifezze, poi mi voltai e mi diressi verso casa.

«Mi è sembrato di sentirti parlare al telefono ieri notte» disse mio padre.

Scossi la testa. «No!»

Stavamo seduti in cucina a finire il pranzo, io mangiavo lo stufato, mio padre lo accompagnava con riso integrale e insalata di alghe. Si era bardato con la roba che si mette quando va in città: scarponi marroni e un tre-pezzi di tweed marrone; e sul tavolo c’era il cappello marrone. Guardai l’orologio e vidi che era giovedì. Era molto strano che andasse da qualche parte di giovedì, a Portneil o più avanti ancora. Non avevo nessuna intenzione di chiedergli dove andasse perché mi avrebbe detto solo bugie. Un tempo quando gli chiedevo dove andava mi rispondeva: «Affottere». Una piccola città, diceva lui, a nord di Inverness. Ci vollero anni e un sacco di occhiate di scherno giù in paese prima che scoprissi la verità.

«Oggi esco» mi disse tra un boccone e l’altro di riso e insalata. Feci di sì con la testa, e lui aggiunse: «Torno tardi».

Forse andava a Portneil a ubriacarsi al Rock Hotel, o forse andava fino a Inverness, dove va spesso per affari su cui preferisce mantenere il segreto, ma a me venne il sospetto che in qualche modo c’entrasse Eric.

«Va bene» dissi io.

«Prendo le chiavi, così puoi sbarrare la porta quando vuoi.» Sbatté coltello e forchetta sul piatto vuoto e si pulì la bocca con un tovagliolino marrone di carta riciclata. «Ma non mettere tutti i catenacci, va bene?»

«D’accordo.»

«Fatti qualcosa da mangiare stasera, eh?»

Annuii di nuovo, senza alzare la testa dal piatto.

«E li fai i piatti?»

Annuii ancora una volta.

«Non credo che Diggs si farà vedere ancora; ma nel caso voglio che tu gli stia alla larga.»

«Non preoccuparti» gli dissi con un sospiro.

«Andrà tutto bene, vero?» disse lui alzandosi.

«Già. Già» dissi io prendendo l’ultimo boccone di stufato.

«Allora io vado.»

Alzai la testa e lo vidi mettersi il cappello, dare un’occhiata tutt’intorno alla cucina e darsi dei colpetti sulle tasche. Guardò ancora verso di me e fece un cenno col capo.

«Ciao» gli dissi.

«Ciao, stammi bene» rispose.

«Ci vediamo più tardi.»

«Sì.» Si girò attorno, poi si voltò, guardò ancora in giro per la stanza, scosse velocemente la testa e andò alla porta, e uscendo si prese il bastone che stava nell’angolo vicino alla lavatrice. Sentii la porta d’ingresso sbattere, poi ci fu silenzio. Sospirai.

Aspettai per qualche minuto e mi alzai, lasciando il piatto quasi pulito, poi attraversai la casa per andare in salotto, da dove si vedeva il sentiero che tra le dune porta al ponte. Mio padre camminava in fretta, a testa bassa, facendo oscillare il bastone con un’aria ansiosa e arrogante. Lo vidi tirare una bastonata a dei fiori selvatici che crescevano lungo i bordi del sentiero.

Andai di corsa al piano di sopra, fermandomi alla finestra della tromba delle scale per vedere sparire mio padre tra le dune davanti al ponte, feci di corsa gli scalini, arrivai alla porta dello studio e girai subito la maniglia. La porta era sbarrata, non si muoveva di un millimetro. Un giorno se ne sarebbe dimenticato, senza dubbio, ma oggi no.

Dopo aver finito di mangiare e di lavare i piatti, andai nella mia stanza, diedi una controllata alla birra e presi il fucile ad aria compressa. Controllai che ci fossero abbastanza pallottole nelle tasche della giacca, quindi uscii dirigendomi alle Terre del Coniglio, sulla terraferma, tra il ramo maggiore del torrente e la discarica.

Non mi piace adoperare il fucile. È un lavoro troppo preciso per me. La fionda è qualcosa di ulteriore, che richiede che tu sia tutt’uno con essa. Se non sei in forma, sbagli; se sai che stai facendo qualcosa di male, ugualmente sbagli. Con un’arma da fuoco, a meno che non spari a bruciapelo, con estrema precisione, è tutto un fatto esteriore: la punti e prendi la mira, e quest’è tutto, a meno che il bersaglio non sia fuori portata e non ci sia troppo vento. Una volta alzato il cane, la forza è tutta lì, aspetta solo di essere sprigionata dalla pressione di un dito. Con una fionda si vive insieme fino all’ultimo istante. Ti resta tesa tra le mani, respira con te, si muove con te, pronta al balzo, pronta al sibilo e allo scatto, e ti lascia in quella posa enfatica, con mani e braccia allungate nell’attesa di vedere la curva scura del proiettile in volo che va a colpire il bersaglio, con un tonfo delizioso.

Ma per andare dietro ai conigli, soprattutto a quei piccoli e astuti bastardi che stanno sulle Terre, bisogna aiutarsi con ogni mezzo possibile. Se spari se ne scappano verso la tana. Il fucile fa un rumore tale da spaventarli, è vero, ma, asettico e freddo com’è, aumenta anche la possibilità di ammazzarli al primo colpo.

Per quanto ne so io, nessuno dei miei sfortunati parenti è morto sparato. Se ne sono andati in tanti modi strani, i Cauldhame e i parenti acquisiti, ma che io sappia nessuno è stato fatto fuori da un’arma da fuoco.

Arrivai alla fine del ponte, dove tecnicamente il mio territorio finisce, e mi fermai un secondo a pensare, ad ascoltare, a guardare, a provare sensazioni e sentire odori. Sembrava che tutto andasse bene.

A parte quelli che ho ucciso io (e quando li ho ammazzati avevano tutti pressappoco la stessa età che avevo io allora) mi vengono in mente almeno tre persone in famiglia che se ne sono andate in modo insolito a quello che credevano fosse il loro Creatore. Leviticus Cauldhame, il fratello maggiore di mio padre, emigrò in Sudafrica, e lì comprò una fattoria nel 1954. Leviticus, un uomo di una stupidità talmente agguerrita che le sue facoltà mentali sarebbero forse migliorate con la demenza senile, lasciò la Scozia perché i conservatori non ce l’avevano fatta a ribaltare le riforme socialiste del precedente governo laburista: le ferrovie ancora statali, il proletariato che cresceva come le mosche adesso che c’era il Welfare State a impedire che le malattie operassero una selezione naturale, le miniere di proprietà dello stato… Intollerabile! Ho letto alcune lettere che scrisse a mio padre. Leviticus stava bene in campagna, anche se c’erano un po’ troppi negri in giro. Nelle prime lettere parlava della politica dello sviluppo separato in termini di “apart-odio”, poi qualcuno deve avergli detto che si diceva “apartheid”. Non è stato mio padre, questo è certo.

Un giorno Leviticus stava passando davanti alla centrale di polizia a Johannesburg, e camminava sul marciapiede dopo aver fatto un po’ di compere, quando un negro completamente pazzo, in preda a furore omicida, si buttò in stato di incoscienza dall’ultimo piano (pare che nella caduta si sia strappato via tutte le unghie). Andò a colpire il mio zio sfortunato e innocente, ferendolo a morte. Le ultime parole che biascicò in ospedale, prima di passare dal coma alla morte, furono: «Mio Dio, gli stronzi hanno imparato a volare…»

Un debole filo di fumo si levò davanti a me dalla discarica comunale. Non avevo intenzione di arrivare fin laggiù oggi, ma sentivo il bulldozer che a volte usavano per sparpagliare le immondizie andare su di giri e pigiare.

Era un po’ che non andavo alla discarica, era giunto il momento di andare a vedere che cosa aveva buttato via la brava gente di Portneil. È lì che ho trovato tutti i vecchi aerosol dell’ultima Guerra, per non parlare di certi pezzi importanti della Fabbrica della Vespa, compresa la Facciata.

Mio zio Athelwald Trapley, dal lato materno della famiglia, emigrò in America alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Trovò un buon lavoro con una compagnia di assicurazioni per poi fuggire con una donna e infine ritrovarsi, al verde e col cuore in pezzi, in un campo roulotte da due soldi alla periferia di Fort Worth, dove decise di mettere fine ai suoi giorni.

Aprì il gas della stufa e dello scaldabagno senza accendere il fuoco e si sedette ad aspettare la fine. Comprensibilmente nervoso, e certo anche un po’ sconvolto e turbato sia per la prematura scomparsa dell’amata che per la fine che stava riservando a se stesso, ricorse senza pensarci un attimo al metodo che abitualmente adottava per calmarsi, e si accese una Marlboro.

Si lanciò fuori dalla carcassa infuocata, urlando e incespicando tra le fiamme che lo avvolgevano dalla testa ai piedi. Aveva programmato di morire in modo indolore, non di lasciarsi bruciare vivo. Così si buttò di testa nella cisterna da duecento litri piena d’acqua piovana che stava dietro alla roulotte. Si incastrò nella cisterna e morì affogato, con le gambette che si dimenavano in modo patetico mentre inghiottiva acqua e si contorceva cercando di mettere le mani in posizione tale da potersi tirare fuori.

A venti metri circa dalla collina erbosa che dà sulle Terre del Coniglio cominciai a correre in silenzio, attraversando canne e sterpaglia con un’andatura furtiva, facendo attenzione a non provocare alcun rumore con la roba che mi portavo dietro. Speravo di prendere qualche bestiaccia subito, ma in caso di bisogno avrei aspettato pure fino al calare del sole.

Mi arrampicai con calma su per la salita, con l’erba che mi scivolava sotto il petto e la pancia, e le gambe tese nello sforzo di spingere il corpo in alto e in avanti. Andavo nella stessa direzione del vento, naturalmente, e la brezza era così forte da coprire gran parte dei rumori più leggeri. Da quel che potevo vedere, non c’erano conigli-vedetta sulla collina. Mi fermai a due metri circa dalla cima e caricai silenziosamente il fucile, controllando minuziosamente i proiettili di acciaio e nylon prima di inserirli nel caricatore e richiudere furtivamente l’arma. Chiusi gli occhi e pensai alla molla stretta, compressa, e alla piccola pallottola posata sul fondo rilucente della canna scanalata. Poi mi arrampicai in cima alla collina.

Dapprima pensai che avrei avuto da aspettare. Le Terre sembravano deserte nella luce pomeridiana, e solo l’erba si muoveva nel vento. Si vedevano le buche e i cumuli sparpagliati di escrementi, e si vedevano anche i cespugli di ginestre sull’estremità del pendio, al di sopra del terrapieno su cui stavano gran parte delle buche dove i conigli, correndo, scavavano sentieri serpeggianti e sottili, simili a gallerie che avanzavano a zig-zag tra i cespugli, ma delle bestie non c’era traccia. Era proprio là, in quei solchi tra le ginestre, che certi ragazzi del posto usavano mettere trappole. Ma io trovai i cappi di filo metallico, perché avevo visto i ragazzi piazzarceli, li tirai via e li posai in mezzo all’erba, lungo i sentieri che loro di solito prendevano per venire a controllare le tagliole. Se mai qualcuno sia incappato nella sua stessa trappola, questo non lo so, ma mi piace pensare che siano andati lì strisciando, con la testa davanti. In ogni caso, quei ragazzi, o chi per loro, non ne mettono più, di trappole. Credo che sia passato di moda, e se ne vanno in giro a fare scritte sui muri con le bombolette spray, a sniffare colla e a cercare qualcuno da scoparsi.

E raro che gli animali mi sorprendano, ma il coniglio che stava accucciato là vicino, non appena lo notai, per un attimo mi fece rabbrividire. Forse era lì da parecchio, in fondo alla zona pianeggiante delle Terre, immobile e con lo sguardo fisso su di me, ma io all’inizio non ci avevo fatto caso. Quando lo vidi, quella sua immobilità mi immobilizzò per un istante. Senza muovere un muscolo scossi mentalmente la testa come per schiarirmi le idee, e decisi che da quel grosso esemplare di maschio se ne sarebbe potuta ricavare una bella testa per un Palo. Sembrava quasi imbalsamato, da quanto era immobile, e io vidi che mi stava proprio fissando dritto negli occhi, senza battere ciglio, senza annusare col naso minuscolo, senza contrarre le orecchie. Lo guardai fisso anch’io, e con estrema lentezza avvicinai il fucile verso di me, muovendolo prima da una parte, poi leggermente dall’altra, sembrava quasi una cosa agitata dal vento nell’erba. Mi ci volle circa un minuto per mettere il fucile in posizione e per spostare la testa nella direzione giusta, con la guancia contro il calcio, e la bestia non si era ancora mossa di un millimetro.

Ingrandito di quattro volte e con il grosso muso baffuto diviso nettamente in quattro dalla croce del mirino, il coniglio sembrava ancora più impressionante, e ugualmente immobile. Col volto accigliato, bloccai d’improvviso la testa, e tutt’a un tratto pensai che forse era veramente imbalsamato. Forse qualcuno si stava divertendo alle mie spalle. I ragazzi che stanno giù in paese? Mio padre? Oppure Eric, di già? Era stata una mossa stupida spostare così la testa, di scatto, in modo innaturale; e il coniglio schizzò via su per il pendio. Abbassai la testa, e nello stesso tempo sollevai il fucile, senza pensarci. Non c’era tempo per riprendere la posizione giusta, tirare un bel respiro e premere con delicatezza il grilletto: dovevo sparare e basta. Il mio corpo era completamente sbilanciato, e con tutt’e due le mani sul fucile caddi in avanti, rotolando per terra per tenere l’arma fuori dalla sabbia.

Quando alzai lo sguardo, col fiato corto e il fucile ben stretto, con la parte posteriore del corpo immersa nella sabbia, non riuscii a vedere il coniglio. Feci forza sul fucile e mi colpii a un ginocchio. «Merda!» dissi tra me.

Il coniglio, comunque, non stava dentro a una tana. Non stava neanche vicino al pendio delle buche. Attraversava la pianura, correndo all’impazzata con balzi altissimi, puntando dritto verso di me, e sembrava che a ogni salto, a mezz’aria, tremasse e rabbrividisse. Veniva contro di me come un proiettile, con la testa tremolante, con una smorfia sul muso, coi denti lunghi e gialli, i più grossi denti che avessi mai visto a un coniglio, vivo o morto. Gli occhi parevano lumache arrotolate. Chiazze rosse gli schizzavano dalla coscia sinistra a ogni balzo. Mi era quasi arrivato addosso, e io stavo lì a guardare.

Non c’era tempo per ricaricare. Quando iniziai a reagire non restava più il tempo di fare niente che non fosse dettato dall’istinto. Lasciai il fucile sospeso a mezz’aria sopra alle ginocchia e cercai la fionda, che come al solito tenevo allacciata in vita, col manico incastrato tra la cintura e i calzoni. Non ebbi neanche il tempo di prendere i proiettili di ferro che usavo in caso di reazione immediata: il coniglio mi fu addosso in una frazione di secondo, puntando dritto alla gola.

Lo presi con la fionda, e mentre il grosso tubo nero di gomma si torceva nell’aria, caddi all’indietro con le braccia incrociate, lasciando che il coniglio mi passasse sopra la testa, poi presi a scalciare e a rigirarmi in modo da trovarmi alla stessa altezza della bestia, che scalciava e lottava con la forza di una faina, con tutt’e quattro le zampe aperte sulla discesa sabbiosa e col collo intrappolato nella gomma nera. Muoveva la testa da una parte é dall’altra nel tentativo di raggiungermi coi denti alle dita, pronto a trinciarmele. Gli fischiai contro, emettendo il sibilo attraverso i denti, e diedi uno strattone alla gomma, tirandola sempre più stretta. Il coniglio si mise a fare porcherie e a sputare ed emise un rumore stridente che non credevo i conigli fossero in grado di emettere, e sbatté le zampe per terra. Avevo i nervi a fior di pelle, a tal punto che diedi un’occhiata intorno per assicurarmi che quel suono non fosse un segnale per far saltare fuori un esercito di conigli della stessa razza di questa specie di dobermann, pronti a ridurmi a brandelli.

E non crepava, quella maledetta bestiaccia! La gomma si tendeva sempre di più, ma non abbastanza, e io non potevo muovere le mani per paura che mi lacerasse un dito o che mi staccasse via il naso con un morso. Per lo stesso motivo pensai di non prenderlo a testate; non avevo intenzione di avvicinarmi con la testa a quei denti. Non potevo neanche tirare su il ginocchio per spezzargli la schiena, perché stavo scivolando anch’io, con lui, giù per la china, e non riuscivo a trovare un appiglio su quella superficie con una gamba sola. Che follia! Non stavo mica in Africa! Era un coniglio, quello, non un leone! Ma che diavolo stava succedendo?

Alla fine la bestia mi morse, torcendo il collo più di quanto io potessi immaginare, e mi prese l’indice sinistro, in mezzo alle falangi.

Ecco tutto. Mi misi a urlare e tirai con tutte le mie forze, con la testa e le mani scosse dal tremito, buttandomi all’indietro per respingerlo, sbattendo con un ginocchio contro il fucile che era caduto nella sabbia.

Finii a terra, nell’erba rada ai piedi della collina, e le nocche mi erano diventate bianche mentre strangolavo il coniglio, facendomelo roteare davanti al viso, e tenendogli il collo bloccato con la sottile striscia di gomma nera, annodata come un laccio. Stavo ancora tremando, quindi non riuscivo a capire se le vibrazioni del corpo erano mie o del coniglio. Poi il laccio cedette. Il coniglio mi venne a sbattere contro la mano sinistra, mentre l’altro capo dell’elastico mi sferzò il polso destro. Le mani mi schizzarono in direzioni opposte, sbattendo per terra.

Mi sdraiai sulla schiena, con la testa nella terra sabbiosa, e lo sguardo fisso verso il posto in cui giaceva il corpo del coniglio, al limitare di una sottile curva nera, imprigionato nell’impugnatura della fionda. La bestia era immobile.

Alzai lo sguardo al cielo e chiusi la mano a pugno, sbattendola a terra. Mi voltai ancora a guardare il coniglio, poi mi andai a inginocchiare accanto a esso. Era morto; la testa riversa all’indietro, il collo spezzato, era in queste condizioni quando lo sollevai. La coscia sinistra era impastata di rosso per via del sangue, là dove l’avevo colpito con il proiettile. Era grosso, delle dimensioni di un gattone, il coniglio più grosso che avessi mai visto. Era troppo tempo che non mi occupavo più di conigli, altrimenti avrei senz’altro saputo dell’esistenza di una bestia del genere.

Mi succhiai dal dito il rivoletto di sangue. La mia fionda, fonte per me di gioia e orgoglio, la mia Distruttrice Nera, era stata a sua volta distrutta da un coniglio! Oh, immagino che avrei potuto procurarmi per corrispondenza dell’altra corda di gomma, o farmi trovare qualcosa del genere dal vecchio Cameron della ferramenta, ma non avrebbe mai più funzionato. Ogni volta che avessi sollevato il nuovo arnese per mirare a un bersaglio, vivo o morto, avrei sempre avuto in mente questo istante. La Distruttrice Nera era finita.

Tornai a sedermi nella sabbia e diedi un’occhiata intorno. Non c’erano altri conigli. La cosa non mi stupiva molto. Non c’era tempo da perdere. C’è un solo modo di reagire dopo episodi del genere.

Mi alzai, ripresi il fucile, mezzo sepolto nella sabbia della scarpata, arrivai in cima all’altura, guardai in giro, quindi decisi di rischiare, e lasciai tutto com’era. Strinsi il fucile tra le mani e partii a velocità d’emergenza, lanciandomi al massimo giù per il sentiero che riconduce all’isola, contando sul fatto che la fortuna e l’adrenalina mi avrebbero impedito di mettere un piede in fallo e di finire a terra nell’erba, boccheggiante e con una frattura multipla al femore. Nei punti più stretti usavo il fucile per bilanciarmi. Sia l’erba che la terra erano asciutte, per cui il rischio era minore di quanto avrebbe potuto. Mi allontanai dal sentiero vero e proprio e mi arrampicai di corsa su per la duna, scendendo poi dall’altra parte, fino al punto in cui il tubo di alimentazione che porta a casa l’acqua e la corrente emerge dalla sabbia e attraversa il torrente. Scavalcai con un salto le punte di ferro e ricaddi a piedi uniti sul cemento, poi attraversai di corsa la stretta superficie del tubo e saltai giù sull’isola.

Una volta a casa, andai direttamente alla mia rimessa. Lasciai il fucile, controllai la Borsa da Guerra e me la feci passare sopra il capo, allacciandomela in fretta alla vita. Richiusi a chiave lo sgabuzzino e mi avviai lentamente verso il ponte intanto che riprendevo fiato. Oltrepassato il cancelletto che sta nel bel mezzo del ponte, mi misi a correre a tutta velocità.

Alle Terre del Coniglio ogni cosa era rimasta come l’avevo lasciata — il coniglio per terra, strangolato nella fionda spezzata, la sabbia smossa e ammonticchiata nel punto in cui era avvenuto lo scontro. Il vento ancora muoveva l’erba e i fiori, e nei dintorni non c’erano animali. Neppure gli uccelli avevano scovato la carogna. Tornai immediatamente al lavoro.

Prima di tutto tirai fuori dalla Borsa da Guerra una bomba d’una ventina di centimetri fatta di filo elettrico. Aprii una fessura nell’ano del coniglio. Controllai che la bomba fosse a posto, soprattutto che fossero ben asciutti i cristalli bianchi della miscela, poi aggiunsi un tubicino di plastica che facesse da miccia e una carica esplosiva attorno al foro praticato nel tubicino nero, e fissai tutto insieme. Imbottii con quella roba il coniglio ancora caldo, lasciandolo in posizione accovacciata, seduto a guardare verso le buche del pendio. Quindi presi delle altre bombe più piccole e le sistemai dentro alle buche, pestando bene sulla parte superiore dell’entrata ai tunnel, in modo tale che il tetto, franando, lasciasse spuntare soltanto i tubicini delle micce. Riempii di benzina una vecchia bottiglia di plastica e preparai il dispositivo di accensione, la lasciai a terra in cima al pendio su cui stavano gran parte delle buche, poi tornai verso la prima buca ostruita e diedi fuoco alla miccia col mio accendino usa e getta. L’odore di plastica bruciata mi si fermava nelle narici e il bagliore della miscela in fiamme mi danzava negli occhi, intanto che mi affrettavo verso la buca successiva. Guardai l’orologio. Avevo piazzato sei piccole bombe, e in quaranta secondi le avevo accese tutte.

Mi sedetti in cima al pendio, al di sopra delle buche, mentre lo stoppino del lanciafiamme bruciava piano nella luce del sole. Passato un minuto, il primo tunnel saltò in aria. Lo sentii nel fondo dei calzoni, e sogghignai. Le altre buche esplosero in fretta, e uno sbuffo di fumo esalato dalla carica all’imboccatura di ogni bomba si levò dalla terra annebbiata immediatamente prima che esplodesse la carica principale. Sulle Terre del Coniglio rimbombavano i grumi di terra sparsa, e il tonfo sordo si avvolgeva nell’aria. La cosa mi fece sorridere. Di rumore ce n’era davvero pochissimo. Giù a casa non si sarebbe sentito niente. Tutta l’energia delle bombe si era esaurita nello scoppio della terra e nel risucchio d’aria nelle tane.

Cominciarono a uscire i primi conigli intontiti. Due di essi sanguinavano dal naso, sembrava che non avessero altre ferite, però barcollavano, quasi cadevano. Spremetti la bottiglia di plastica e spruzzai uno schizzo di benzina sullo stoppino dell’accensione che, tenuto da un picchetto da tenda di alluminio, spuntava di un paio di centimetri fuori dall’imboccatura. La benzina si incendiò quando andò a finire oltre lo stoppino nella minuscola ghiera di metallo, rimbombò nell’aria e ricadde tra i bagliori sui due conigli e attorno a essi. Presero fuoco e avvamparono, correndo, inciampando, cadendo. Mi guardai attorno per vedere se ce n’erano altri, intanto che nella zona centrale delle Terre questi primi due, crollati finalmente nell’erba, irrigiditi ma ancora in preda a contorsioni, bruciavano crepitando nel vento. Una sottile lingua di fuoco guizzava attorno all’imboccatura del lanciafiamme; la spensi. Apparve un altro coniglio, più piccolo. Lo colpii col getto di fiamme e quello schizzò via fuori tiro, dirigendosi verso l’acqua accanto alla collina dove il coniglio feroce mi aveva attaccato. Rovistai nella Borsa da Guerra, tirai fuori la pistola ad aria compressa, caricai e sparai con un unico movimento. Il tiro fallì e il coniglio si trascinò dietro di sé per la collina una scia di fumo.

Colpii altri tre conigli col lanciafiamme, prima di metterlo via. Per ultima cosa lanciai il getto di benzina incandescente contro il coniglio con cui avevo lottato, che stava ancora lì sulle Terre, in prima linea, seduto, imbottito, morto, sanguinante. Il fuoco schizzò tutt’intorno in modo tale che la bestia scomparve, avvolta da onde e spirali nero-arancio. In pochi attimi la miccia si accese, e dopo circa dieci secondi l’ammasso di fiamme esplose e si estinse, scagliando a venti metri e passa di distanza, nell’aria del tardo pomeriggio, una cosa nera e fumosa e disperdendone i pezzi per tutte le Terre. L’esplosione, di gran lunga più forte di quelle delle buche e pressoché priva di qualcosa che potesse smorzarla, schioccò per le dune come una frusta, risuonandomi nelle orecchie e facendomi anche sobbalzare.

Tutto quel che restava del coniglio ricadde al suolo, alle mie spalle, lontano. Seguii l’odore di bruciato fin dove giacevano i resti. Che consistevano essenzialmente nella testa, in un moncherino verminoso di spina dorsale e costole, e in circa una metà della pelle. Digrignai i denti e raccolsi quei caldi avanzi, li riportai alle Terre e li scaraventai dall’alto del pendio.

Rimasi in piedi, sotto la luce obliqua del sole, che mi avvolgeva calda e gialla, col tanfo di carne bruciata ed erba che si spargeva nel vento, il fumo che saliva nell’aria dalle tane e dai cadaveri, grigio e nero, l’odore dolciastro della benzina inesplosa che gocciolava dal lanciafiamme, dove l’avevo lasciato, e respirai profondamente.

Con quel che restava della benzina annaffiai la fionda e la bottiglia ormai vuota del lanciafiamme, che erano rimaste là sulla sabbia, e appiccai il fuoco. Mi misi a sedere a gambe incrociate proprio accanto alle fiamme, guardandole fisse controvento finché non si spensero e non rimase altro che la parte metallica della Distruttrice Nera, quindi raccolsi lo scheletro annerito dalla fuliggine e lo seppellii là dove era stato distrutto, ai piedi della collina. Che ora avrebbe avuto un nome: la Collina della Distruttrice Nera.

Il fuoco si era spento dappertutto. L’erba era troppo tenera e umida per potersi incendiare per bene. Non che me ne sarebbe importato qualcosa se si fosse bruciata. Avevo pensato di dare fuoco anche ai cespugli di ginestre, ma i fiori dimostravano sempre un che di amichevole quando spuntavano, e il fogliame offriva un odore migliore al naturale che non quand’era bruciato, e così non lo feci. Pensai che di danni ne avevo fatti già abbastanza per un giorno. La fionda era stata vendicata, il coniglio — o ciò che stava a significare, il suo spirito, forse — era stato insozzato e umiliato, gli era stata data una dura lezione. Mi sentivo bene. Se il fucile fosse stato a posto e non fosse entrata la sabbia nel mirino o in altre parti terribili da pulire, avrei quasi potuto dire che ne era valsa la pena. La Difesa, tenendo conto del bilancio, poteva permettersi di comprare una nuova fionda anche il giorno dopo. Per la balestra avrei dovuto aspettare un’altra settimana o giù di lì.

Con una deliziosa sensazione di sazietà dentro di me, impacchettai la Borsa da Guerra e arrancai verso casa, ripensando a ciò che era successo, cercando di sommare i perché e i percome, di capire qual era la lezione da trarre, quali i segni da leggere in tutta questa faccenda.

Lungo la strada trovai il coniglio che pensavo fosse fuggito, steso vicino all’acqua nitida e brillante del ruscello. Annerito e contorto, rannicchiato stretto in un groviglio inquietante, con gli occhi secchi e privi di vita che mentre passavo mi fissavano quasi a volermi accusare.

Con un calcio lo buttai nell’acqua.

L’altro mio zio che è morto si chiamava Harmsworth Stove, parente da parte del ramo familiare della madre di Eric. Era un uomo d’affari e viveva a Belfast. Lui e sua moglie si erano presi cura di Eric per circa cinque anni, quando mio fratello era ancora un moccioso. Harmsworth finì per suicidarsi con un trapano elettrico e una punta da sette millimetri. Introdusse l’aggeggio da un lato del cranio e, constatando di essere ancora in vita anche se un po’ dolorante, si recò in macchina fino a un ospedale lì vicino, dove più tardi morì. A dire il vero, è possibile che io abbia in qualche modo a che fare con la sua morte, visto che accadde neanche un anno dopo che gli Stove persero la loro unica figlia, Esmeralda. Una cosa non sapevano, loro e per la stessa ragione tutti gli altri: Esmeralda è stata una delle mie vittime.

Andai a letto, quella notte, ad aspettare che mio padre rientrasse e che squillasse il telefono. Nel frattempo pensai a quanto era accaduto. Forse quell’enorme coniglio non era uno di quelli delle Terre, forse era una bestia selvaggia arrivata lì da fuori per terrorizzare i conigli del posto e diventarne il capo, per poi morire in un incontro con un essere superiore di cui neanche poteva comprendere la vera essenza.

A ogni modo, si trattava di un Segno. Non avevo dubbi a riguardo. Quello snervante episodio doveva significare qualcosa. La mia reazione istintiva avrebbe potuto avere a che fare con il fuoco che la Fabbrica aveva profetizzato, ma dentro di me sapevo bene che non sarebbe finita lì, e che altre cose sarebbero successe. Ne era segno tutta quella faccenda nell’insieme, non solo la ferocia inattesa del coniglio che avevo ammazzato, ma anche la mia reazione furiosa, quasi sconsiderata, e il fato degli altri conigli innocenti che avevano subito l’impatto della mia collera.

Questa storia significava qualcosa non solo in riferimento a eventi futuri, ma anche riguardo al passato. La prima volta che commisi un assassinio fu a causa di certi conigli che avevano subito una morte violenta, una morte violenta provocata dalla bocca di un lanciafiamme praticamente identico a quello che avevo usato per compiere la mia vendetta sulla collina dei conigli. Era davvero troppo, tutto così concluso e perfetto. I fatti stavano prendendo velocemente una piega peggiore di quanto avrei potuto aspettarmi. Rischiavo di perdere il controllo della situazione. Le Terre del Coniglio — quello che credevo fosse un felice terreno di caccia — avevano dimostrato che mi sarebbe potuto benissimo capitare.

Dal più insignificante al più importante, i disegni suggeriti da queste storie si rivelano sempre veri, e la Fabbrica mi ha insegnato a farci attenzione e a rispettarli.

La prima volta che uccisi, dunque, fu a causa di quello che mio cugino Blyth Cauldhame aveva fatto ai nostri coniglietti, il mio e quello di Eric. Fu Eric a inventare il lanciafiamme, che stava in quella che allora era la rimessa delle biciclette (la mia rimessa, ora). Nostro cugino, che era venuto a passare il weekend da noi con i suoi genitori, decise che sarebbe stato divertente fare un giro con la bici di Eric nel fango molle della zona meridionale dell’isola. E fece proprio questo, mentre io e Eric stavamo fuori a far volare gli aquiloni. Lui tornò indietro e riempì il lanciafiamme di benzina. Si mise a sedere nel giardino sul retro, senza poter essere visto dalla finestra del salotto (dov’erano seduti i suoi genitori con mio padre), vicino al bucato che svolazzava al vento. Accese il lanciafiamme e schizzò vampate sulle due conigliere, mandando in cenere i nostri tesorucci.

Eric soprattutto ne rimase davvero sconvolto. Piangeva come una femminuccia. Avrei voluto uccidere Blyth lì stesso, in quel momento; non bastava la bussata che si era preso da suo padre James, fratello di mio padre, per quanto mi riguardava; non bastava, per quel che aveva fatto a Eric, mio fratello. Eric era inconsolabile, disperato e desolato perché era stato lui a costruire l’aggeggio che Blyth aveva usato per distruggere le nostre adorate bestiole. Era sempre stato piuttosto sentimentale di temperamento, il più sensibile, il più intelligente. Finché non ebbe quella sgradevole esperienza, tutti erano convinti che avrebbe fatto strada. Comunque, fu così che nacquero le Terre del Teschio, la zona della grossa duna dietro casa, in parte ricoperta di terra, dove stanno tutti i nostri animaletti morti. I primi furono i coniglietti bruciati. Il vecchio Saul ci andò a finire ancora prima, ma fu un’eccezione.

Non avevo detto niente a nessuno, neanche a Eric, di quello che volevo fare a Blyth. Avevo una certa saggezza anche allora, alla tenera età di cinque anni, quando quasi tutti i bambini sono soliti dire a genitori e amici che li odiano e che vorrebbero vederli morti. Io non dissi nulla.

Quando Blyth tornò, l’anno dopo, era diventato ancora più insopportabile, perché aveva perso la gamba sinistra fin sopra il ginocchio in un incidente (il bambino con cui si era cimentato in una prova di coraggio era rimasto ucciso). Blyth risentiva amaramente del suo handicap; aveva dieci anni, allora, ed era molto attivo. Cercava di comportarsi come se quell’orrendo affare rosa che doveva agganciarsi addosso non esistesse, come se non avesse niente a che fare con lui. Riusciva più o meno ad andare in bici, e gli piaceva giocare alla lotta o a pallone, di solito in porta. Io avevo solo sei anni, e anche se Blyth sapeva che avevo avuto un certo incidente parecchio tempo prima, apparivo comunque ai suoi occhi sicuramente molto più dotato, nel fisico, rispetto a lui. Si divertiva un mondo a sballottarmi, a fare a botte con me, a prendermi a pugni e a calci. Dimostrai un interesse convincente per tutti quei giochi scatenati, per una settimana o giù di lì mi comportai come se mi piacessero alla follia, e intanto pensavo a cosa avrei potuto fare al nostro cuginetto.

L’altro mio fratello, un fratello vero e proprio, Paul, era ancora vivo a quel tempo. Io, lui ed Eric avevamo in teoria il compito di far divertire Blyth. Facevamo del nostro meglio, portavamo Blyth nei nostri posti preferiti, lo lasciavamo giocare coi nostri giocattoli, facevamo dei giochi con lui. Io e Eric dovevamo trattenerlo, certe volte, quando voleva per esempio buttare nell’acqua il piccolo Paul per vedere se galleggiava, o quando voleva abbattere un albero e farlo cadere sul binario che passa da Portneil, ma in generale ce la cavavamo sorprendentemente bene, anche se mi rodeva vedere Eric spaventato in modo così evidente da Blyth, che in fondo aveva la sua stessa età.

E così un giorno, caldissimo e pieno di insetti, con un venticello leggero che arrivava dal mare, eravamo tutti stesi nell’erba, nella zona pianeggiante a sud rispetto alla casa. Paul e Blyth si erano addormentati, e Eric se ne stava con le mani dietro alla nuca a fissare con aria sonnacchiosa l’azzurro acceso del cielo. Blyth si era staccato la gamba di plastica, cava all’interno, e l’aveva lasciata per terra in un groviglio di cinghie e lunghi fili d’erba. Vidi Eric addormentarsi a poco a poco, la testa dolcemente riversa da un lato, gli occhi che si chiudevano. Mi alzai e andai a farmi un giro, e mi ritrovai al Bunker. Non aveva ancora assunto quell’importanza che avrebbe avuto in seguito nella mia vita, anche se il posto già mi piaceva e mi sentivo a mio agio lì, al freddo e al buio. Era uno sgabuzzino in muratura costruito subito prima dell’ultima guerra per custodire un cannone di protezione al fiordo, e stava impiantato nella sabbia come un grosso dente grigio. Entrai e trovai il serpente. Era una vipera. All’inizio non l’avevo notata, perché mi stavo divertendo a conficcare una vecchia asse di legno attraverso le crepe dello sgabuzzino, facendo finta che si trattasse di un pezzo d’artiglieria, e a sparare a pecore immaginarie. Fu solo quando finii di giocare che, dopo aver pisciato in un angolo, diedi un’occhiata all’altro angolo, ingombro di lattine arrugginite e vecchie bottiglie. Fu lì che vidi le striature zigrinate del serpente addormentato.

Decisi ciò che avrei fatto immediatamente dopo. Uscii senza far rumore e trovai un pezzo di legno della forma giusta, tornai al Bunker, presi il serpente per il collo con il pezzo di legno e lo impacchettai nella prima lattina arrugginita che avesse ancora un coperchio.

Non credo che il serpente fosse del tutto sveglio quando lo catturai, e feci attenzione a non sballottarlo troppo mentre tornavo di corsa al posto in cui i miei fratelli e Blyth stavano stesi sull’erba. Eric si era rigirato e teneva una mano sotto la testa, l’altra sugli occhi. Aveva la bocca leggermente aperta e il petto si muoveva piano. Paul era disteso al sole, avvolto su se stesso come una palla, perfettamente immobile, e Blyth stava a pancia in giù, con le mani sotto la guancia, col moncherino della gamba sinistra, sollevata tra i fiori e l’erba, che spuntava dai calzoni corti come una mostruosa erezione. Mi avvicinai, con la lattina arrugginita sempre ben stretta. La parte superiore della casa, dove il tetto è spiovente, vegliava su di noi dall’alto, a cinquanta metri circa di distanza, senza finestre. Nel giardino del retro sventolavano debolmente dei lenzuoli bianchi. Il cuore mi batteva all’impazzata, e mi bagnai le labbra con la saliva.

Mi misi a sedere accanto a Blyth, facendo attenzione a che la mia ombra non gli passasse sul volto. Appoggiai un orecchio alla lattina e la tenni ferma. Non riuscivo a sentire il serpente muoversi. Raggiunsi la gamba artificiale di Blyth, liscia e rosa, appoggiata alle sue reni, nell’ombra proiettata dal corpo. Accostai la gamba alla lattina e tirai via il coperchio, facendo scivolare nel frattempo la gamba sull’apertura. Poi capovolsi lentamente la lattina e la gamba nell’altro verso, in modo tale che la lattina fosse sopra rispetto alla gamba. Agitai la lattina, e sentii il serpente cadere dentro la gamba. All’inizio non gli piaceva, e si muoveva e sbatteva contro le pareti di plastica e l’imboccatura della lattina che io tenevo in mano sudando. Nel frattempo io restai in silenzio ad ascoltare il ronzio degli insetti e il fruscio dell’erba, e guardavo Blyth disteso là, muto e immobile, con i capelli scuri arruffati di quando in quando dal vento. Mi tremavano le mani e il sudore mi colava sugli occhi.

Il serpente smise di muoversi. Lo tenni un altro po’, con lo sguardo rivolto ancora una volta verso casa. Poi ribaltai di nuovo la gamba e la lattina, riportando la gamba sull’erba nella stessa posizione in cui si trovava prima, dietro a Blyth. Tirai via la lattina all’ultimo momento, facendo molta attenzione. Non accadde nulla. Il serpente era ancora dentro alla gamba, non riuscivo neanche a vederlo. Mi alzai, indietreggiai verso la duna più vicina, lanciai la lattina in alto, verso la sommità, poi tomai sui miei passi, mi sdraiai di nuovo dove stavo prima, e chiusi gli occhi.

Eric fu il primo a svegliarsi, io aprii gli occhi come se avessi dormito, poi svegliammo Paul e nostro cugino. Blyth mi evitò il disturbo di suggerire una partita a pallone perché fu lui stesso a proporla. Io, Eric e Paul ci avviammo insieme a prendere i posti di gioco mentre Blyth si allacciava in fretta la gamba.

Nessuno ebbe sospetti. Dal primo momento, quando io e i miei fratelli stavamo lì increduli davanti a Blyth che urlava e saltava e si tirava la gamba, fino al doloroso addio dei genitori di Blyth e alle testimonianze raccolte da Diggs (alcuni stralci di esse apparvero addirittura sull’Inverness Courier per quanto erano insoliti, e furono poi ripescati anche da un paio di giornalacci giù a Londra), nessuno avanzò l’ipotesi che potesse trattarsi di qualcosa di diverso da un incidente tragico e alquanto macabro. Solo io ne sapevo di più.

Non lo dissi a Eric. Era sotto shock per quanto era successo e sinceramente dispiaciuto per Blyth e i suoi genitori. Dissi solamente che ritenevo una punizione divina sia il fatto che Blyth avesse perso la gamba, sia che la sostituzione della gamba stessa si fosse poi rivelata lo strumento della sua rovina. E tutto per via dei conigli. Eric a quel tempo era nel bel mezzo di una fase religiosa che si supponeva anch’io, sulla sua scia, stessi in qualche modo attraversando. Pensò che avessi detto una cosa terribile. Dio non era così. Gli dissi che il dio in cui credevo io era proprio così.

In ogni caso, fu questo il motivo per cui quel pezzo di terra prese il nome di Parco del Serpente.

Me ne stavo a letto, e ripensavo a tutte queste cose. Mio padre non era ancora rientrato. Forse avrebbe passato la notte fuori. Cosa estremamente insolita, e piuttosto preoccupante. Forse era stato accoppato, o era morto d’infarto.

Ho sempre avuto un atteggiamento piuttosto ambiguo nei confronti di ciò che potrebbe succedere a mio padre, e tuttora continuo ad averlo. La morte è sempre eccitante, ti fa sempre sentire quanto tu sia vivo, quanto vulnerabile ma fortunato, almeno fino a quell’istante. La morte di qualcuno che ti è vicino, invece, ti offre una buona scusa per dare di matto per un po’, per fare cose che altrimenti sarebbero ingiustificabili. Che bellezza comportarsi veramente male e ricevere in cambio compassione!

Mi mancherebbe, mio padre, e poi non so se la legge mi permetterebbe di continuare a starmene qui senza di lui. Avrei tutti i suoi soldi? Sarebbe un’ottima cosa; potrei comprarmela subito, la moto, invece di aspettare. Cristo, ci sarebbero talmente tante cose che potrei fare che neanche saprei da dove cominciare a pensarci. Comunque sarebbe un grosso cambiamento e non so se è già il momento.

Sentivo che stavo scivolando nel sonno. Cominciavo a immaginare e vedere ogni sorta di stranezze davanti agli occhi: forme labirintiche e macchie sparse di colori ignoti, poi edifici fantastici e astronavi e armi e paesaggi. Vorrei riuscire a ricordarmi meglio i sogni…

Due anni dopo aver assassinato Blyth, ammazzai il mio fratellino Paul, per motivi completamente diversi e più seri, e l’anno successivo feci lo stesso con la cuginetta Esmeralda, più che altro per capriccio.

Finora questo è il totale realizzato. Tre. Sono anni che non ammazzo nessuno, e non intendo farlo ancora.

Stavo soltanto attraversando una fase.

3. Nel Bunker

I miei peggiori nemici sono le Donne e il Mare. Queste sono le cose che odio. Le Donne perché sono deboli e stupide e vivono all’ombra degli uomini e non valgono nulla a confronto, e il Mare perché mi ha sempre deluso, distruggendo ciò che io costruivo, lavando via ciò che lasciavo, cancellando le tracce che imprimevo. Credo che la colpa sia in parte anche del Vento.

Il Mare è una specie di nemico mitologico, e io gli dedico in cuor mio pratiche che si potrebbero definire sacrificali, un po’ lo temo, lo rispetto quanto si merita, e comunque lo tratto, in un modo o nell’altro, da pari a pari. Il Mare agisce sul mondo, e io pure; bisognerebbe temerci entrambi. Le Donne… mah, le donne, per quanto mi riguarda, mi mettono un po’ a disagio. Non mi piace che ci siano donne sull’isola, neanche la signora Clamp, che viene il sabato, ogni settimana, a pulire la casa e a portarci le provviste. È vecchissima, e asessuata, come lo sono le persone molto vecchie e quelle molto giovani, comunque è stata una donna anche lei, e questo mi scoccia, per le mie buone ragioni.

Mi svegliai il giorno dopo chiedendomi se mio padre fosse tornato o meno. Senza stare a vestirmi, mi diressi verso la sua stanza. Stavo per aprire la porta, ma prima che potessi girare la maniglia lo sentii russare, così mi voltai e andai in bagno.

Nel bagno, dopo una pisciata, mi dedicai al solito rituale delle abluzioni. Prima di tutto feci la doccia. La doccia è l’unico momento nell’arco delle ventiquattr’ore in cui mi levo le mutande. Mi tolsi il paio che avevo indosso e lo misi nella sacca dei panni sporchi. Mi lavai con cura, cominciando dai capelli e finendo coi piedi, in mezzo alle dita e sotto le unghie. Certe volte, quando ho bisogno di sostanze preziose come il formaggio delle unghie dei piedi o la pappetta dell’ombelico, mi tocca stare senza doccia per giorni e giorni. Detesto farlo, perché mi sento subito puzzolente e mi vengono i pruriti, e l’unico lato positivo di queste astinenze è che alla fine ci si sente davvero bene a lavarsi.

Dopo la doccia e una veloce strofinata prima con una salvietta, poi con l’asciugamano, mi tagliai le unghie. Poi mi lavai bene i denti con lo spazzolino elettrico. Quindi passai alla barba. Uso sempre la schiuma da barba e gli ultimi ritrovati nel settore rasoi (il bilama a testina snodabile è al momento il meglio del meglio), e tiro via con abilità e precisione la peluria morbida e scura cresciuta in un giorno e una notte. Come tutte le mie abluzioni, anche la rasatura segue uno schema definito e prestabilito; mi do lo stesso numero di rasoiate della stessa misura e nella stessa sequenza tutti i giorni. Come sempre, sentii anche stavolta un crescente formicolio di eccitazione man mano che contemplavo la superficie meticolosamente rasata del mio viso.

Mi soffiai il naso e me lo nettai con cura, mi lavai le mani, pulii il rasoio, il tagliaunghie, la doccia e il lavandino, sciacquai la salvietta e mi pettinai. Per fortuna non avevo neanche un brufolo. Non mi restava che lavarmi per l’ultima volta le mani e infilarmi un paio di mutande pulite. Misi a posto con estrema precisione tutta la roba che avevo usato per lavarmi, asciugamani, rasoio e tutto il resto, asciugai un po’ di vapore dallo specchio dell’armadietto e tornai in camera mia.

Mi misi le calze; verdi andavano bene. Poi una camicia color caki con le tasche. D’inverno mi metto anche la canottiera e una maglia verde militare sopra alla camicia, ma non d’estate. Poi mi infilai i calzoni a costine, quindi gli scarponi kickers marroncini, con la marca staccata, cosa che faccio del resto con tutto ciò che mi metto addosso perché non voglio fare da pubblicità ambulante per nessuno. La mia giacca da combattimento, il coltello, le borse, la fionda e tutto il resto dell’attrezzatura lo portai con me giù in cucina.

Era ancora presto, e la pioggia che avevo sentito annunciare la notte precedente sembrava quasi pronta a cadere. Feci una modesta colazione; era tutto pronto.

Uscii nella fresca umidità del mattino, camminando in fretta per non sentire freddo e arrivare all’isola prima che cominciasse a piovere. Le colline di là dal paese erano nascoste dalla nebbia, e il mare era in burrasca perché si era rinforzato il vento. L’erba era greve di rugiada. Gocce di bruma piegavano i fiori non dischiusi e si attaccavano anche ai miei Pali Sacrificali, come limpido sangue, sulle teste avvizzite e sui corpi sottili e ormai rinsecchiti.

A un certo punto un paio di aerei fischiarono sorvolando l’isola, due velocissimi Jaguar che procedevano affiancati a un centinaio di metri d’altezza e attraversarono l’isola in un batter d’occhio, sfrecciando verso il mare. Una volta, un paio d’anni fa, altri due aerei mi fecero fare un bel salto. Dopo aver fatto esercitazioni con le bombe sulla zona che sta proprio sotto al fiordo, si misero a volare basso sull’isola, al di sotto dei limiti consentiti, provocando un rumore improvviso e assordante che mi fece sobbalzare proprio mentre mi dedicavo a una delicata operazione: attirare in un barattolo una vespa che avevo trovato nel vecchio tronco d’albero vicino al recinto delle pecore, all’estremità settentrionale dell’isola. La vespa mi punse.

Quel giorno stesso andai in paese, comprai un modellino di Jaguar in plastica, lo montai nel pomeriggio e con gran cerimoniale lo feci saltare per aria sul tetto del Bunker con una piccola bomba a tubo. Due settimane dopo un Jaguar si schiantò in mare al largo di Nairn, anche se il pilota fece in tempo a lanciarsi fuori. Vorrei credere che in quell’occasione fosse entrato in azione il Potere, ma ho il sospetto che si sia trattato di pura coincidenza; i jet ad alte prestazioni si schiantano così spesso che non c’era da stupirsi che la mia distruzione simbolica e quella reale fossero avvenute a due settimane di distanza l’una dall’altra.

Mi misi a sedere sull’argine terroso che dà sul Torrente di Fango e mangiai una mela. Mi appoggiai con la schiena all’albero ancora giovane che in passato, quand’era ancora un arboscello, aveva svolto il ruolo di Assassino. Era cresciuto, adesso, ed era diventato un bel po’ più alto di me, ma parecchi anni fa, quando eravamo grandi uguale, l’albero mi faceva da catapulta fissa per la difesa degli approdi meridionali dell’isola. Allora, come adesso, era rivolto verso l’esterno, sul vasto torrente e sul fango color bronzo duro, con il relitto decrepito d’un vecchio peschereccio che vi spuntava.

Dopo la “Storia del vecchio Saul” assegnai all’albero un’altra funzione, e diventò l’Assassino, flagello di criceti, topi e gerbilli.

Mi ricordo che era capace di far volare una pietra grossa quanto un pugno ben oltre il torrente, sulla terraferma, con un raggio d’estensione, all’interno dei terreni ondulati, di venti metri e passa; una volta entrato in sintonia col ritmo naturale della catapulta, arrivai a sparare un colpo ogni due secondi. Potevo posizionare i proiettili in un raggio d’azione di sessanta gradi variando la direzione in cui tiravo su e giù l’alberello. Non è che a ogni sparo, ogni due secondi, mi servissi di animaletti; ne utilizzavo pochi alla settimana. Per sei mesi fui il miglior cliente del negozio di animali di Portneil, ci andavo ogni sabato per procurarmi un paio di bestiole, e ogni mese per comprare un tubo di volani da badminton, sempre nello stesso negozio. Dubito che qualcuno abbia mai messo le due cose in relazione, a parte me.

Avevo uno scopo ben preciso, questo è certo; pochissime delle cose che faccio sono immotivate, in un modo o nell’altro. Stavo cercando il teschio del Vecchio Saul.

Lanciai il torsolo della mela oltre il torrente. Sprofondò lontano, nel fango dell’argine, con un bel risucchio. Decisi che era giunto il momento di esaminare per bene l’interno del Bunker, e mi avviai lungo l’argine ad andatura sostenuta, aggirando la duna più a sud per dirigermi al vecchio sgabuzzino. Mi fermai a guardare la costa. Sembrava non ci fosse niente di interessante là, ma mi venne in mente la lezione del giorno precedente, quando avevo fatto una sosta per annusare l’aria e tutto mi era sembrato a posto, e dieci minuti dopo stavo combattendo con un coniglio kamikaze. Affrettai il passo, allontanandomi dalla duna per avvicinarmi alla linea dei detriti vomitati dal mare.

C’era una bottiglia. Un nemico davvero di poca importanza, e poi era vuota. Scesi verso la riva e scagliai in mare la bottiglia. Venne a galla, col collo rivolto verso l’alto, a dieci metri di distanza. La marea non aveva ancora ricoperto i ciottoli, così ne raccolsi una manciata e mi misi a scagliarli contro la bottiglia. Era piuttosto vicina, tanto da permettermi lanci dal basso verso l’alto. I sassolini che avevo scelto erano tutti più o meno della stessa misura, quindi ebbi la possibilità di fare tiri molto precisi: quattro finirono in acqua, il quinto mandò in frantumi il collo della bottiglia. Una vittoria da niente, perché le bottiglie le avevo già sconfitte definitivamente da tempo, subito dopo aver imparato a fare i lanci, quando per la prima volta avevo capito che il mare era un nemico. Nonostante tutto, di tanto in tanto continuava a mettermi a dura prova, il mare, e io non ero proprio nello spirito adatto per permettere la benché minima invasione del mio territorio.

La bottiglia andò a fondo. Tornai alle dune, salii in cima a quella su cui stava il Bunker, mezzo sepolto nella sabbia, e diedi un’occhiata intorno con il binocolo. La costa era limpida, anche se il tempo non lo era. Scesi verso il Bunker.

La porta di ferro l’avevo riparata da parecchi anni, allentando i cardini arrugginiti e stringendo le guide di scorrimento per la spranga. Tolsi la chiave dal lucchetto e aprii la porta. Dentro c’era un odore familiare di cera, di bruciato. Chiusi la porta e ci appoggiai dietro un puntello di legno, quindi restai immobile un attimo ad aspettare che gli occhi e la mente si adattassero al buio e alle sensazioni tattili del posto.

Dopo un po’ cominciai a intravedere qualcosa alla luce che filtrava dalla tela di sacco appesa alle due strette fessure che facevano da finestre. Mi tolsi lo zaino e il binocolo e li appesi ai chiodi conficcati nel muro mezzo sgretolato. Presi la latta con i fiammiferi e accesi le candele. Fecero una fiammata giallastra e io mi inginocchiai con i pugni stretti e mi misi a pensare. Avevo trovato l’attrezzatura per fare le candele nell’armadio sotto la scala cinque o sei anni prima, e per mesi avevo fatto pratica con i colori e le varie consistenze prima che mi saltasse in mente di usare la cera come prigione per le vespe. Alzai lo sguardo e vidi la testa di una vespa che spuntava dall’alto di una candela sull’altare. Sulla candela che avevo appena acceso, di color rosso sangue e grossa quanto il mio polso, c’erano la fiamma immobile e la testolina nel suo guscio di cera, e sembravano i pezzi di un gioco strano. Mentre ero lì a guardare, la fiamma, spostata indietro di un centimetro rispetto alla testa della vespa imprigionata nella cera, liberò dal grasso le antenne, che si raddrizzarono per un secondo prima di estinguersi nel fuoco. Gocciolata via la cera, la testa cominciò ad andare in fumo, poi il fumo si accese e il corpicino della vespa — un’altra fiamma dentro al cratere della candela — si mise a guizzare e crepitare man mano che il fuoco inceneriva l’insetto dalla testa fino al resto del corpo.

Accesi la candela che sta nel teschio del Vecchio Saul. Quella sfera d’osso, bucata e ingiallita, aveva causato la morte di tutte quelle creaturine crepate nel fango dall’altra parte del torrente. Guardai la fiamma fumosa guizzare nel teschio, nel punto in cui un tempo c’era il cervello del cane, e chiusi gli occhi. Vidi ancora una volta le Terre del Coniglio, e i corpi in fiamme che schizzavano via fulminei. Vidi ancora quel coniglio che era scappato dalle Terre ed era morto un istante prima di giungere al fiume. Vidi la Distruttrice Nera e mi ricordai della sua morte. Pensai a Eric, e mi chiesi cosa significasse quell’avvertimento della Fabbrica.

Vidi me, Frank L. Cauldhame, e vidi ciò che avrei potuto essere: un individuo alto e slanciato, forte e determinato e pronto a farsi strada nel mondo, sicuro e ostinato. Aprii gli occhi e deglutii, con un respiro profondo. Una luce fetida brillava nelle orbite del Vecchio Saul. Su tutt’e due i lati dell’altare le candele guizzavano nella corrente insieme alla fiamma del teschio.

Diedi un’occhiata di ricognizione all’interno del Bunker. Teste mozze di gabbiani, conigli, cornacchie, topi, civette, talpe e lucertole mi guardavano con aria di disprezzo. Erano appese a seccarsi a piccoli cappi di filo nero penzolanti da corde tese sui muri da un angolo all’altro, e proiettavano sulle pareti retrostanti ombre indistinte e cangianti. La mia collezione di teschi mi guardava, sparsa in terra lungo i muri, su basamenti di legno o di pietra, o su lattine e bottiglie abbandonate dal mare. Le ossa gialle del cranio di cavalli, cani, uccelli, pesci e montoni guardavano faccia a faccia il Vecchio Saul, certi tenevano aperto il becco, certi la mascella, altri tenevano becco e mascella chiusi, coi denti che spuntavano come artigli sfoderati. Le fialette con i miei preziosi fluidi le tenevo alla destra dell’altare di mattoni, legno e cemento dove stavano le candele e il teschio; a sinistra si innalzava un’alta pila di cassetti di plastica trasparente, quelli che si usano per metterci viti, rondelle, chiodi e uncini. Ogni cassettino, non più grande di una scatola di fiammiferi, conteneva il corpo di una vespa che era passata per le mani della Fabbrica.

Allungai il braccio per prendere alla mia destra un grosso recipiente di latta, feci leva col coltello sul coperchio serrato e con un cucchiaino presi un po’ dell’intruglio bianco che c’era dentro per metterlo su una piastra tonda di metallo davanti al teschio del cane. Dopodiché tolsi una vespa morta, quella che stava lì da più tempo, dal suo cassettino e la feci scivolare sul mucchio di granelli bianchi. Rimisi a posto il contenitore ben sigillato e il cassetto di plastica e accesi un piccolo rogo con un fiammifero.

Il miscuglio di zucchero e diserbante cominciò a splendere e sfrigolare, la luce intensa mi attraversò bruciando, e nuvole di fumo mi avvolsero la testa. Trattenni il respiro e gli occhi cominciarono a lacrimarmi. La fiamma si estinse in un istante, l’intruglio e la vespa un unico grumo nero di detriti sfigurati e purulenti che andavano raffreddandosi da quel calore giallo e intenso. Chiusi gli occhi per concentrarmi sui contorni dell’abbaglio, ma mi era rimasto impresso solo il ricordo del fuoco, la cui immagine si stava dissolvendo allo stesso modo in cui si era estinta la massa incandescente sulla piastra di metallo. L’immagine mi danzò per un attimo nelle retine, poi scomparve. Avevo sperato di poter vedere il volto di Eric, o di carpire qualche altro indizio riguardo a ciò che sarebbe avvenuto, ma non ottenni nulla.

Mi sporsi in avanti, spensi le candele che avevo usato per le vespe, a destra e poi a sinistra, soffiai attraverso un occhio e spensi la candela dentro al teschio del cane. Con gli occhi ancora abbagliati, trovai a tentoni l’uscita muovendomi al buio, col fumo che mi circondava. Uscii, lasciando che il fumo si disperdesse nell’aria umida. Spirali grigio-blu si avvolgevano tutt’attorno staccandosi dai miei capelli e dai vestiti mentre me ne stavo immobile là fuori a respirare profondamente. Chiusi gli occhi per un istante, poi tornai nel Bunker per mettere in ordine.

Chiusi a chiave la porta. Tornai a casa per il pranzo e trovai mio padre che spaccava la legna in giardino.

«Buongiorno» disse asciugandosi la fronte. Era umido, anche se non faceva particolarmente caldo, e lui era in canottiera.

«Ciao» dissi io.

«Tutto bene ieri?»

«Sì.»

«Sono tornato tardi.»

«Dormivo.»

«Me l’immaginavo. Vorrai pranzare, ora.»

«Oggi preparo io, se vuoi.»

«No, non preoccuparti. Puoi spaccare la legna, se ti va. Del pranzo me ne occupo io.» Mise giù l’accetta e si asciugò le mani sui calzoni, lanciandomi un’occhiata. «Tutto tranquillo ieri?»

«Oh, sì» annuii, restando là dov’ero.

«Non è successo niente?»

«Niente di particolare» gli assicurai, e intanto posai i miei arnesi e mi tolsi la giacca. Tirai su l’accetta. «Una giornata molto tranquilla, davvero.»

«Bene» disse lui, apparentemente convinto, ed entrò in casa. Cominciai ad abbattere l’accetta sulla catasta di legno.

Dopo pranzo andai in città, portandomi dietro la mia bici Gravel e un po’ di soldi. Dissi a mio padre che tornavo per l’ora di cena. Ero a metà strada da Portneil quando iniziò a piovere, perciò mi fermai per mettermi il k-way. La strada era dura, ma me la cavai senza intoppi. Il paese appariva grigio e vuoto alla luce uggiosa del pomeriggio. Sulla strada che va a nord le macchine sfrecciavano con sibili acuti; alcune di esse avevano i fari accesi, cosa che faceva sembrare tutto il resto ancora più ovattato. Prima di tutto andai al negozio di caccia e pesca a trovare il vecchio Mackenzie e prendergli un’altra delle sue fionde da caccia americane e un po’ di proiettili per il fucile ad aria compressa.

«Come va oggi, giovanotto?»

«Benissimo, e lei?»

«Oh, non troppo male» rispose scuotendo lentamente la testa grigia. Gli occhi e i capelli ingialliti avevano un che di ripugnante sotto la luce elettrica del negozio. Ci diciamo sempre le stesse cose. Spesso mi capita di stare nel negozio più del previsto solo perché c’è un buon odore.

«E come se la passa tuo zio? È un pezzo che non lo vedo.»

«Sta bene.»

«Oh, mi fa piacere» disse Mackenzie, strizzando gli occhi con una leggera aria di sofferenza e scuotendo lentamente il capo. Annuii anch’io, e guardai l’orologio.

«Be’, ora devo andare» dissi, e cominciai a indietreggiare, mettendo la nuova fionda nello zaino e le pallottole avvolte in carta scura nelle tasche della giacca da combattimento.

«Se devi andare, vai» disse Mackenzie, facendo cenni col capo verso il bancone di vetro, come a voler ispezionare le esche artificiali, i mulinelli e i richiami per le anatre che stavano là dentro. Prese uno straccio accanto al registratore di cassa e cominciò a strofinarlo lentamente, alzando lo sguardo solo nell’istante in cui stavo uscendo dal negozio, e disse: «Allora, arrivederci».

«Sì, arrivederci.»

Nel bar Belvedere del Fiordo — un luogo dove doveva essersi verificato qualche tremendo cedimento del terreno quando il posto già si chiamava così, visto che per riuscire a vedere il mare bisognerebbe stare almeno un piano più in alto — presi un caffè e feci una partita a Space Invaders.

Avevano messo un nuovo videogioco, ma dopo una sterlina o giù di lì era già in mio totale dominio, tanto che vinsi addirittura un’astronave supplementare. Mi stufai subito, e tornai a sedermi davanti al caffè.

Diedi un’occhiata ai manifesti sui muri per vedere se ci fosse qualcosa di interessante in zona, ma a parte il Film Club non c’era molto. Il primo film in programma era Il tamburo di latta, ma era tratto da un libro che mio padre mi aveva comprato diversi anni prima, uno dei pochi veri regali che mi abbia mai fatto, e per questo ho sempre evitato accuratamente di leggerlo, così come avevo fatto con Myra Breckinridge, un altro dei suoi rari regali. Il più delle volte mio padre mi dà i soldi che gli chiedo e io mi compro quello che voglio. Non credo che la cosa lo coinvolga più di tanto; ma, d’altra parte, non sarebbe capace di rifiutarmi niente. Per quanto mi risulta, è come se tra noi due ci fosse un tacito accordo, io tengo il becco chiuso sulla mia ufficiale non-esistenza, e in cambio posso fare praticamente il comodo mio sull’isola e comprarmi più o meno tutto ciò che mi pare giù in paese. L’unica cosa su cui ultimamente abbiamo avuto discussioni è stata la motocicletta. Lui mi ha detto che me la comprava quando diventavo un po’ più grande. Io ho detto che sarebbe stata una buona idea comprarla quell’estate stessa, così avrei potuto fare pratica prima che arrivasse il brutto tempo, quando si scivola, ma lui era dell’idea che in piena estate ci sarebbe stato troppo traffico, coi turisti che andavano in giro per il paese e per tutte le strade intorno. Io credo che lui voglia solo continuare a rimandare quest’acquisto. Forse teme che io diventi troppo indipendente, o forse ha solo paura che possa ammazzarmi come capita a molti ragazzi che si fanno la moto. Non so, non riesco mai a capire bene quello che prova per me. E a pensarci bene, neanche io so se effettivamente a lui ci tengo.

Speravo di incontrare qualcuno che conoscevo, intanto che ero in paese, ma le uniche persone che vidi erano il vecchio Mackenzie del negozio di caccia e pesca e la signora Stuart al bar, grassa e sonnacchiosa, che leggeva un romanzetto rosa dietro al bancone di formica. Non che conosca poi tanta gente, comunque. Jamie è il mio unico vero amico, e grazie a lui ho incontrato un po’ di persone della mia età che posso considerare conoscenti. Non ho mai frequentato la scuola e sull’isola ho sempre agito come se in realtà non esistessi, è questo il motivo per cui non ho mai avuto a che fare con gente della mia età (tranne Eric, naturalmente, ma lui è stato via per un sacco di tempo), e quando alla fine ho preso la decisione di avventurarmi oltre e di cercare di conoscere qualcuno, proprio allora Eric è impazzito, e per un po’ le cose al paese si sono messe male.

Le mamme dicevano ai figli di comportarsi bene, altrimenti Eric Cauldhame li avrebbe presi e avrebbe fatto loro cose orribili con vermi e larve. Inevitabilmente la storia a poco a poco diventò che Eric li avrebbe bruciati vivi, non limitandosi alle bestiole e ai canile così, altra inevitabile conseguenza, un sacco di bambini cominciarono a credere che io fossi Eric, o che anch’io mi mettessi a fare gli stessi scherzi. O forse i genitori avevano intuito qualcosa a proposito di Blyth, Paul e Esmeralda. In ogni caso, i bambini mi stavano alla larga e mi gridavano insulti tenendosi a distanza, e quindi dovetti farmi da parte e limitare al minimo le mie visite in paese. Ancora adesso subisco strane occhiate da parte di bambini, ragazzi e adulti, e lo so che certe madri dicono ai figli che se non si comportano bene finiranno nelle mani di Frank, ma non mi interessa. Non ci faccio caso, a certe cose.

Presi la bici e tornai a casa in modo piuttosto incauto, sfrecciando per il sentiero tra le pozzanghere e lanciandomi a quaranta chilometri all’ora giù per il Salto — una parte del sentiero con una lunga discesa seguita da una leggera salita dove è facile staccarsi da terra — fino a toccare di nuovo il terreno con un tonfo attutito dal fango, e per poco non andai a finire nei cespugli spinosi di ginestre. Il tonfo mi provocò un dolore al culo che mi fece spalancare la bocca. Ma riuscii ad arrivare senza riportare grossi danni. Dissi a mio padre che andava tutto bene e che tornavo per mangiare nel giro di un’ora o giù di lì, poi mi diressi verso la rimessa per dare una pulita a Gravel. Dopodiché mi misi a confezionare delle altre bombe per rimpiazzare quelle che avevo usato il giorno prima, e ne feci anche qualcuna in più. Nel rifugio accesi la vecchia stufa elettrica, non tanto per scaldarmi, quanto per impedire che la miscela altamente igroscopica assorbisse i vapori umidi dell’aria.

A dire il vero mi piacerebbe non dover stare a trascinarmi dietro dal paese chili di zucchero e taniche di diserbante con cui riempire i pezzi di condutture elettriche che mi procura Jamie il nano dall’impresa edile dove lavora. È un’assurdità, con una cantina piena zeppa di cordite, in quantità tale da poter cancellare dalla carta geografica metà dell’isola, ma mio padre non mi ci lascia nemmeno avvicinare, a quella roba.

Fu il padre di mio padre, Colin Cauldhame, a procurarsi la cordite dal cantiere di riparazione navale che un tempo stava giù sulla costa. Un suo parente che lavorava là aveva trovato una vecchia nave da guerra con la santabarbara ancora piena di esplosivo. Colin comprò la cordite e la adoperò per la combustione domestica. Quando è priva di involucri, la cordite è ottima per accendere il fuoco. Colin ne acquistò in quantità tale che sarebbe bastata al fabbisogno casalingo per circa duecento anni, anche se l’avesse usata pure il figlio; forse pensava di venderla. So che mio padre per un po’ l’ha usata per accendere la stufa, ma in altri periodi non l’ha usata per niente. Dio sa quanta ancora ce n’è là sotto. Ne ho visti interi mucchi, con i marchi della Royal Navy ancora impressi sopra, e ho pensato a tutti i mezzi possibili e immaginabili per riuscire a impossessamene: ma, a meno che non riuscissi a introdurmi nella cantina scavando un tunnel dalla rimessa e a tirare fuori la cordite da dietro, in modo tale da lasciare gli imballaggi apparentemente intatti, non vedo in che altro modo ce la potrei fare. Mio padre controlla la cantina ogni due o tre settimane, scende giù nervosamente con una torcia, conta le balle di esplosivo, dà una sniffatina intorno, e controlla il termometro e l’igrometro.

È bello fresco giù in cantina, non è umido, anche se immagino che questo sia possibile solo al di sopra del livello di superficie freatica, e mio padre sembra sapere quello che fa, ed è certo del fatto che l’esplosivo non sia diventato poco affidabile, ma credo che la cosa lo innervosisca ugualmente, almeno da quando ci fu l’episodio del Cerchio della Bomba. (Colpevole, ancora una volta. Era ancora colpa mia. Il mio secondo omicidio, quello che cominciò a far cadere sospetti su di me da parte di alcuni membri della famiglia.) Ma se ha tanta paura di quell’esplosivo, non capisco perché non se ne sbarazza. Credo che covi una sua piccola superstizione riguardo alla cordite. Una sorta di legame col passato, o forse un demone nascosto, un simbolo di tutti i misfatti della nostra famiglia; che attende, forse, di coglierci un giorno di sorpresa.

In ogni caso, io non ho accesso alla cantina, e mi tocca perciò trasportare dal paese metri e metri di tubi neri di metallo, e sudarci sopra, e faticarci. Li incurvo e li taglio e li perforo e li comprimo e poi li incurvo ancora, stringendoli al massimo nella morsa, finché il banco da lavoro e tutta la rimessa scricchiolano dallo sforzo. Credo che si tratti di una vera e propria arte, in un certo senso, e di sicuro richiede abilità, ma a volte mi annoio, ed è soltanto il pensiero di come le utilizzerò, queste piccole torpedini nere, che mi fa continuare a sputar sangue dalla fatica.

Misi tutto a posto e ripulii la rimessa cancellando ogni traccia degli ordigni costruiti, poi rientrai per la cena.

«Lo stanno cercando» disse all’improvviso mio padre tra un boccone di cavolo e uno di soia. I suoi occhi scuri mi lanciarono un’occhiata tremolante come una fiamma alta e fuligginosa, poi tornò ad abbassare lo sguardo. Aprii una birra, di quelle che faccio io, e ne buttai giù un po’. Questa volta era venuta meglio del solito, era anche più forte.

«Eric?»

«Sì, Eric. Lo stanno cercando nelle paludi.»

«Le paludi?»

«Credono che potrebbe essere là.»

«Certo, sarà questo il motivo per cui lo cercano là.»

«Esatto» annuì mio padre. «Che hai da bofonchiare?»

Mi schiarii la gola e continuai a mangiare l’hamburger, facendo finta di non aver sentito.

«Stavo pensando…» disse, e si sbatté in bocca un’altra cucchiaiata di quell’intruglio verde e marrone, continuando a masticarlo a lungo. Ero in attesa di sentire quel che avrebbe aggiunto. Agitò debolmente il cucchiaio, puntandolo verso il piano di sopra, poi disse: «Quanto sarà lungo il filo del telefono?»

«Normale o tirato?» chiesi io prontamente, appoggiando la birra sul tavolo. Si limitò a borbottare, senza aggiungere altro, e tornò al suo cibo, apparentemente soddisfatto anche se non propriamente contento. Continuai a bere.

«C’è qualcosa di particolare che ti potrei ordinare dal paese?» disse alla fine, sciacquandosi la bocca con un bicchiere di succo d’arancia. Scossi la testa e tornai alla birra.

«Niente. Il solito» risposi con una scrollata di spalle.

«Patate precotte, hamburger, zucchero, tortini di carne, cornflakes e altre schifezze del genere, immagino» disse in tono leggermente sarcastico, per quanto le parole fossero già di per sé eloquenti.

Annuii. «Sì, perfetto. Conosci i miei gusti.»

«Non hai un’alimentazione corretta. Avrei dovuto essere più severo con te.»

Non dissi nulla e continuai lentamente a mangiare. Credo che mio padre mi stesse guardando dall’altro capo del tavolo, agitando il suo succo d’arancia e fissandomi mentre calavo la testa sul piatto. Scosse la testa e si alzò da tavola, portandosi il piatto al lavandino per sciacquarlo.

«Esci stasera?» mi chiese, aprendo il rubinetto.

«No, stasera resto a casa. Esco domani sera.»

«Voglio sperare che non ti riduca male anche stavolta, completamente sbronzo come al solito. Una di queste sere ti arrestano e poi dove andremo a finire?» Mi guardò. «Eh?»

«Non ho nessuna intenzione di sbronzarmi» lo rassicurai. «Mi faccio solo due o tre bicchieri per socializzare, questo è tutto…»

«Be’, fai un sacco di rumore quando torni, per uno che ha semplicemente fatto un po’ il socievole.» Mi lanciò un’occhiata scura e tornò a sedersi.

Alzai le spalle. Sicuro che mi ubriaco. Che diavolo bevi a fare se poi non ti ubriachi? Ma ci vado piano. Non voglio creare complicazioni.

«Allora stai attento. Lo sento dalle scorregge, quanto hai bevuto» disse, facendo un grugnito come a volerne imitare una.

Mio padre ha una teoria riguardo al legame importantissimo e stretto che intercorre tra la mente e l’intestino. È un’altra delle sue idee che tira fuori quando vuole fare colpo su qualcuno, ha un manoscritto sull’argomento (Lo stato della scorreggia) che di tanto in tanto spedisce a certe case editrici di Londra, che ovviamente lo rimandano indietro. Nel manoscritto mio padre asserisce in vari modi che dalle scorregge è possibile capire non solo quello che la gente ha mangiato o bevuto, ma anche che tipo di persone sono, che cosa dovrebbero mangiare, se sono individui emotivamente instabili o sconvolti, se nascondono qualcosa, se ti ridono alle spalle o cercano di ingraziarsi i tuoi favori, e addirittura quello a cui pensano nell’istante preciso in cui emettono la scorreggia (soprattutto dal suono prodotto). Tutte stronzate.

«Mah» dissi io in tono non compromettente.

«Sì che sono in grado di capirlo» ribatté lui mentre io, finito di mangiare, mi appoggiavo allo schienale, pulendomi la bocca col dorso della mano, più che altro per infastidirlo. Continuò ad annuire. «So quando bevi birra chiara e quando bevi quella a doppio malto. E ti ho sentito addosso anche la Guinness.»

«La Guinness non la bevo» mentii, ma la cosa mi colpì profondamente. «Ho paura di slogarmi la gola.»

Questo tocco d’arguzia gli scivolò addosso senza lasciare traccia, almeno apparentemente, e continuò: «Sono solo soldi buttati nel cesso, lo sai. Non aspettarti che finanzi il tuo alcolismo».

«Smettila con queste sciocchezze» gli dissi alzandomi in piedi.

«So bene di cosa parlo. Ho visto gente migliore di te credere di saperci fare con la bottiglia, e poi finire nella fogna a bere vino liquoroso.»

Se con quest’ultima uscita intendeva colpire basso, allora aveva mancato il colpo: la vecchia solfa della “gente migliore di te” non funzionava più da tempo.

«La vita è mia, non credi?» dissi, e, posato il piatto nel lavandino, lasciai la cucina. Mio padre non disse nulla.

Quella sera guardai la tv e misi un po’ in ordine le mie mappe, aggiornandole con il posto dell’ultimo nome che avevo assegnato, la Collina della Distruttrice Nera, e aggiunsi una breve descrizione di quel che avevo fatto ai conigli, registrando sia gli effetti delle bombe che le istruzioni di fabbricazione dell’ultima serie. Decisi che in futuro avrei tenuto la Polaroid nella Borsa da Guerra. Per certe spedizioni punitive a basso rischio come quella contro i conigli, infatti, la Polaroid potrebbe abbondantemente ripagarmi del peso extra e del tempo perso a usarla. Naturalmente quando si tratta di nefandezze più serie la Borsa da Guerra deve essere portata così com’è, e una macchina fotografica sarebbe solo un impiccio, ma è un paio d’anni che non ci sono vere e proprie minacce in giro, sin da quella volta in cui certi ragazzi del paese si erano messi a darmi fastidio e a farmi degli agguati per la strada.

Pensavo che le cose sarebbero andate storte per un po’, ma loro non esagerarono come mi aspettavo facessero. Una volta li minacciai con il coltello, dopo che quelli mi avevano fermato — ero in bici — e avevano cominciato a darmi spintoni e a chiedermi soldi. Quella volta se ne andarono, ma qualche giorno dopo tentarono di invadere l’isola. Li tenni a distanza con pietre e proiettili metallici, e loro risposero con fucili ad aria compressa, e per un po’ la cosa mi divertì, ma poi arrivò la signora Clamp per le commissioni settimanali e minacciò di chiamare la polizia, e dopo averla apostrofata con due o tre appellativi sgradevoli, i ragazzi se ne andarono.

Cominciai allora a organizzare un sistema di munizioni, mettendo insieme rifornimenti di proiettili metallici, sassi, bulloni e piombini da pesca e seppellendo il tutto, dentro a sacchetti di plastica o scatole, in certi punti strategici dell’isola. Preparai anche delle trappole, e dei fili collegati a bottiglie di vetro sparse sull’erba delle collinette oltre il torrente, in modo tale che se a qualcuno fosse venuto in mente di intrufolarsi, gli sarebbe capitato o di restare intrappolato o di inciampare nel filo, tirando la bottiglia fuori dalla buca e facendola finire contro una pietra. Per qualche notte restai in piedi a fare la guardia, sporgendo la testa dal lucernario posteriore della soffitta, con l’orecchio teso ad ascoltare l’eventuale tintinnio del vetro che andava a infrangersi, o le imprecazioni smorzate che qualcuno avrebbe potuto lanciare, oppure il segnale più insolito degli uccelli che, disturbati, avrebbero preso il volo, ma non accadde più nulla. Mi limitai a evitare per un po’ i ragazzi giù in paese, andandoci solo insieme a mio padre oppure quando sapevo che erano a scuola.

Il sistema di munizioni esiste ancora, e ci ho aggiunto anche un paio di bombe a benzina in uno o due dei rifugi segreti, dove un possibile percorso d’attacco si snoda per il terreno su cui dovrebbero schiantarsi le bottiglie, mentre i fili d’allarme li ho smantellati e li ho lasciati nella rimessa. Il mio Manuale di Difesa, che contiene cose come le piantine dell’isola con gli armamenti segnati, i possibili percorsi d’attacco, un elenco di tattiche e una lista di armi che posseggo o che potrei costruire, include in quest’ultima categoria un po’ di cose spiacevoli come i fili d’allarme e le trappole posizionate a un paio di metri di distanza da una certa bottiglia rotta che spunta dall’erba, le mine a denotatore elettrico fatte con bombe a tubo e piccoli chiodi, il tutto seppellito nella sabbia, insieme ad alcune interessanti, per quanto improbabili, armi segrete, come per esempio frisbee con rasoi inseriti lungo il bordo.

Non che voglia ammazzare qualcuno, adesso, è per difesa più che per offesa, e mi fa sentire molto più al sicuro. Presto avrò i soldi per una balestra potentissima, e davvero non vedo l’ora, mi consolerà soprattutto per non avercela mai fatta a convincere mio padre a comprare un fucile o una pistola che qualche volta avrei potuto usare anch’io. Ho le mie catapulte e le fionde e il fucile ad aria compressa, e tutt’e tre potrebbero rivelarsi letali in circostanze adeguate, ma non hanno una gittata sufficiente rispetto a quella che vorrei io. Lo stesso vale per le bombe a tubo. Bisogna posizionarle, o almeno lanciarle contro il bersaglio, e usare la fionda per scagliare quelle più piccole — le costruisco così proprio per questo scopo — si rivela un’azione lenta e imprecisa. Anche con la fionda è possibile commettere cattive azioni: le bombe a fionda devono avere una miccia piuttosto corta, in modo che esplodano immediatamente dopo aver colpito il bersaglio, prima che possano essere rilanciate indietro, e già per un paio di volte ho sfiorato l’incidente, visto che mi sono scoppiate subito dopo essere partite dalla fionda.

Ho avuto a che fare anche con armi da fuoco, naturalmente, sia a proiettile che a mortaio, con una parabola di tiro molto più ampia di quella delle bombe a fionda, ma si sono rivelate poco pratiche, pericolose, lente e pronte a esplodere quando meno te lo aspetti.

L’ideale sarebbe un fucile da caccia, anche se forse preferirei un calibro 22, ma la balestra andrà bene lo stesso. Forse un giorno riuscirò a escogitare un modo per aggirare la mia ufficiale non-esistenza e fare richiesta di un’arma, ma tutto sommato non è detto che mi darebbero il porto d’armi. A volte penso, magari fossi in America!

Stavo facendo l’inventario delle bombe a benzina, il cui grado di evaporazione non era stato controllato di recente, quando squillò il telefono. Guardai l’orologio, e mi stupii di quanto fosse tardi: quasi le undici. Scesi di corsa le scale per raggiungere il telefono, e mentre passavo davanti alla stanza di mio padre lo sentii avvicinarsi alla porta.

«Portneil 531.» Sentii un bip-bip provenire dalla cornetta.

«’Fanculo Frank, ho i calli ai piedi. Come cazzo se la passa il mio maschione?»

Guardai il ricevitore, e poi mio padre che, appoggiato al corrimano, si sporgeva dal piano di sopra, ficcandosi il sopra del pigiama dentro i calzoni. Parlai dentro la cornetta: «Ciao, Jamie, com’è che mi chiami a quest’ora?»

«Cheeee? C’è il vecchio lì davanti a te, vero?» disse Eric. «Digli da parte mia che è un sacco di pus ribollente.»

«Jamie ti manda i suoi saluti» gridai a mio padre, che senza dire una parola si voltò e tornò alla sua stanza. Sentii la porta che si chiudeva. Tornai al telefono. «Eric, dove sei stavolta?»

«Merda, non te lo dico. Indovina.»

«Non so… Glasgow?»

«Ah ah ah ah ah ah!» ridacchio Eric. Strinsi tra le mani la plastica della cornetta.

«Come stai? Tutto bene?»

«Sto bene. E tu?»

«Benissimo. Senti, hai da mangiare? Ha dei soldi? Te ne vai in giro in autostop o cosa? Ti stanno cercando, lo sai, ma al notiziario non hanno ancora detto niente. Non è che…» Mi fermai prima che trovasse qualcosa da ridire.

«Me la passo bene. Mangio i cani! Eh eh eh!»

«Oddio, non dirai sul serio?» borbottai.

«E che altro potrei mangiare? È magnifico, Frankie; me ne sto in giro per boschi e campi e cammino un sacco e mi faccio dare passaggi qua e là e quando arrivo vicino a un paese mi cerco un bel cane grasso e succulento e ci faccio amicizia e me lo porto nei boschi e poi lo ammazzo e me lo mangio. Niente di più semplice. Adoro la vita all’aperto.»

«Ma almeno li cuoci?»

«Certo che li cuocio, cazzo» disse Eric indignato. «Per chi mi hai preso?»

«Non mangi altro?»

«No. Rubo. Nei negozi. È facilissimo. Rubo cose che non posso mangiare, tanto per fare. Per esempio, tampax e sacchi per il pattume e pacchi di patatine formato famiglia e una confezione da cento di decorazioni per cocktail e una da dodici di candeline in vari colori e portafotografie e coprivolanti in finta pelle e portasciugamani e ammorbidenti e deodoranti per l’ambiente a doppia azione per mandar via gli odori stantii della cucina e scatoline per le cianfrusaglie e pacchi di cassette e tappi per i serbatoi delle macchine compresi di serratura e spolveradischi ed elenchi telefonici riviste di diete presine buste di etichette ciglia finte scatole da trucco intrugli per smettere di fumare orologi giocattolo…»

«Non ti piacciono le patatine?» lo interruppi.

«Eh?» Sembrava confuso.

«Hai nominato i pacchi di patatine formato famiglia tra le cose che non puoi mangiare.»

«Per l’amor di Dio, Frank, tu lo mangeresti un pacco di patatine formato famiglia?»

«E come tiri avanti?» dissi io prontamente. «Cioè, dormirai male. Non ti prendi il raffreddore o cosa?»

«Non dormo.»

«Non dormi?»

«Certo che no. Non c’è bisogno di dormire. È una cosa che ti dicono di fare per tenerti sotto controllo. Nessuno ha bisogno di dormire; ti insegnano a dormire quando sei piccolo. Se sei veramente deciso, riesci a farne a meno. Io riesco a fare a meno del sonno. Ora non dormo mai. In questo modo è molto più facile stare in guardia e controllare che nessuno ti strisci sopra furtivamente, e poi puoi continuare a camminare sempre. Non c’è niente di meglio. Diventi una specie di barca.»

«Di barca?» Mi aveva confuso le idee.

«Smettila di ripetere tutto quello che dico, Frank.» Lo sentii mettere altre monete nel telefono. «Quando torno ti insegno come si fa a non dormire»

«Grazie. Quando pensi di arrivare?»

«Prima o poi. Ah ah ah ah ah!»

«Senti, Eric, perché mangi i cani se hai la possibilità di rubare tutte quelle cose?»

«Te l’ho già detto, idiota che non sei altro: non si può mangiare quella roba di merda.»

«Perché allora non rubi cose che puoi mangiare e lasci stare quelle che non puoi mangiare e lasci perdere i cani?» suggerii io. Sapevo che non sarebbe stata una buona idea. Sentivo il tono di voce che mi saliva sempre di più mentre pronunciavo quelle parole, ed era segno che stavo cadendo in uno stato di confusione verbale.

Eric urlò: «Sei deficiente? Cosa c’è che non va? Perché mi dici queste cose? Non sono altro che cani! Non mi metto ad ammazzare gatti o topolini di campagna o pesci rossi o cose del genere. Si tratta di cani, imbecille! Cani

«Non c’è bisogno di urlare così» dissi io senza cambiare tono, anche se a dire il vero cominciavo a innervosirmi. «Ti stavo solo chiedendo perché sprechi tanto tempo a rubare cose che non puoi mangiare e poi sprechi dell’altro tempo a procurarti i cani, quando invece, tutto sommato, potresti rubare e mangiare allo stesso tempo?»

«“Tutto sommato”? “Tutto sommato”? Che cazzo dici?» urlò Eric con una voce strozzata tra il rauco e il contralto.

«Oh, non cominciare a gridare» dissi io con un sospiro, passandomi la mano sulla fronte e tra i capelli, con gli occhi chiusi.

«Io grido quanto mi pare!» urlò Eric. «Perché credi che stia facendo tutto questo? Eh? Perché cazzo credi che stia facendo tutto questo? Sono cani, sacco di merda decerebrato! Non t’è rimasto neanche un po’ di cervello? Che è successo al tuo cervello, mio piccolo Frankie? Il gatto ti ha mozzato la lingua? Ho detto, il gatto ti ha mozzato la lingua?»

«Non cominciare a sbattere…» dissi io allontanando la bocca dalla cornetta.

«Eeeeeeaaarrrggghhh Bllleeeaaarrrgggrrrllleeeooouuurrgghh!» Eric sputò e rantolò, e poi sentii il rumore della cornetta sbattuta contro l’interno della cabina. Sospirai e abbassai premurosamente il ricevitore. Forse non ero in grado di trattare con Eric per telefono.

Tornai nella mia stanza, cercando di dimenticare mio fratello. Volevo andare a letto presto in modo da alzarmi in tempo per la cerimonia battesimale della nuova catapulta. Dopodiché avrei pensato a un modo migliore per trattare con Eric.

…Proprio come una nave! È pazzo.

4. Il Cerchio della Bomba

Mi è capitato spesso di sentirmi come uno stato; una nazione, o forse una città. E i diversi sentimenti che certe volte ho provato nei confronti di idee, comportamenti e via dicendo, almeno così mi pareva, erano come le varie tendenze politiche che si alternano in un paese. Ho sempre creduto che la gente votasse per un nuovo governo non perché ne condividesse effettivamente la politica ma solo per la voglia di cambiare. Il passaggio al nuovo comporta in qualche modo un miglioramento, ecco quello che pensano. Ebbene, la gente è stupida, e tutto questo sembrerebbe avere a che vedere più con il capriccio, l’atmosfera e gli stati d’animo del momento che non con argomentazioni seriamente meditate. È così che mi girano le cose per la testa. Certe volte mi vengono in mente pensieri e sentimenti che si contraddicono l’un l’altro. È per questo che ho raggiunto la conclusione che nel mio cervello devono esserci un sacco di persone diverse.

Per esempio, c’è una parte di me che si è sentita in colpa per aver ucciso Blyth, Paul ed Esmeralda. Quella stessa parte di me si sente in colpa ora a vendicarsi dei conigli innocenti per via di quell’unica maledetta bestiaccia. Mi viene da paragonare tutto questo a un partito d’opposizione in parlamento, oppure a certa stampa alternativa. Vogliono rappresentare la coscienza, vogliono porre un freno, ma non ne hanno il potere, né c’è qualche probabilità che possano ottenerlo. Un’altra parte di me è razzista, forse perché ne ho vista poca di gente di colore, e tutto ciò che so di loro lo leggo sui giornali o lo vedo in televisione, dove si parla dei negri in termini di cifre e di presunta colpevolezza finché non ne sia provata l’innocenza. Questa parte di me è ancora piuttosto forte, anche se so bene che non c’è alcun motivo logico per l’odio razziale. Quando a Portneil vedo gente di colore che compra souvenir o si ferma a mangiare qualcosa, spero sempre che uno di loro mi faccia qualche domanda, in modo che io possa dimostrare tutta la cortesia di cui sono capace e provare che la mia razionalità supera gli istinti più bassi e anche le abitudini.

Per la stessa ragione, comunque, non c’era alcun bisogno di vendicarsi dei conigli. Non ce n’è mai bisogno, neanche nel mondo reale. Credo che le ritorsioni contro persone legate lontanamente o circostanzialmente a quelle che hanno commesso il torto servano solo a far stare bene chi si vendica. Come la pena di morte, la vuoi perché così ti senti meglio, non perché sia un deterrente o qualunque altra stupidaggine del genere.

Intanto i conigli non lo sapranno mai che la persona che ha fatto loro quello che ha fatto era Frank Cauldhame, mentre invece una comunità di individui sa che cosa commettono i cattivi ai loro danni, in modo tale che la vendetta finisce per avere l’effetto opposto, incita alla resistenza invece di stroncarla. Ma almeno io ammetto che tutto questo lo faccio per rinvigorire il mio ego, per ritrovare l’orgoglio e perché mi diverto, non per salvare il Paese o sostenere la giustizia o addirittura per onorare i morti.

Dunque c’erano alcune parti di me che guardavano alla cerimonia di nominazione della nuova fionda con un certo divertimento, o forse con disprezzo. Nella mia testa, in quel Paese che è la mia testa, la cosa equivaleva a ciò che fanno certi intellettuali, che si prendono gioco della religione e poi non sanno negarne gli effetti sulle masse. Durante la cerimonia mi misi a imbrattare il metallo, la gomma e la plastica del nuovo congegno con cerume, muco, sangue, urina, pappetta dell’ombelico e formaggio delle unghie dei piedi, e battezzai la nuova fionda sparando la cinghia vuota contro una vespa senza ali che strisciava sulla facciata della Fabbrica, e me la sparai anche sui piedi nudi, provocandomi una contusione.

Alcune parti di me pensavano che tutto questo fosse insensato, ma erano in netta minoranza. Le parti restanti sapevano che la cosa funzionava. Mi dava potere, mi faceva diventare tutt’uno con ciò che posseggo e con il luogo in cui mi trovo. Mi faceva sentire tutta la mia bontà.

* * *

Trovai una fotografia di Paul da piccolo in uno degli album che tenevo in soffitta, e dopo la cerimonia scrissi il nome della nuova fionda dietro alla foto, la accartocciai attorno a un pezzetto di metallo e fissai il tutto con un po’ di nastro adesivo, poi me ne andai, via dalla soffitta e dalla casa, nella pioggerella gelida del primo mattino.

Raggiunsi le rovine del vecchio attracco che sta al confine settentrionale dell’isola. Tirai la stringa di gomma al massimo e lanciai il proiettile con la fotografia, che si librò fischiando nell’aria verso il mare aperto e avvolgendosi su se stesso a spirale. Non vidi il tonfo nell’acqua.

Le mie fionde restano al sicuro finché nessuno ne conosce il nome, o almeno così dovrebbe essere. La cosa non ha funzionato per la Distruttrice Nera, certo, ma l’ho causata io la sua morte commettendo un errore, e il mio potere è talmente forte che quando sbaglio, cosa rara ma non impossibile, anche gli oggetti che avevo investito di una grandissima forza protettiva diventano vulnerabili. Ancora una volta, nella mia testa-Stato, provavo rabbia al pensiero di aver commesso un tale errore e nello stesso tempo alimentavo la determinazione a non ricaderci mai più. Mi sentivo come un generale che veniva punito o fucilato per aver perso una battaglia o un territorio importante.

Insomma, feci tutto il possibile perché la nuova fionda potesse considerarsi al sicuro, e anche se mi dispiaceva che l’episodio delle Terre del Coniglio mi fosse costato un’arma fidata con molte onorificenze belliche legate al suo nome (per non parlare della cospicua somma sottratta al budget della Difesa), pensai che forse era stato un bene che fosse andata così. Quella parte di me che aveva commesso l’errore con il coniglio, lasciandogli per un attimo avere la meglio, avrebbe potuto essere ancora qui in giro se non ci fosse stato quell’episodio decisivo a smascherarla. Il generale incompetente e scriteriato era stato destituito. Col ritorno di Eric, forse avrei avuto bisogno dei miei poteri e dei miei riflessi al massimo dell’efficienza.

Era ancora molto presto, e anche se avrei dovuto sentirmi un po’ giù per la bruma e la pioggia conservavo il buon umore che la cerimonia di nominazione mi aveva messo addosso.

Mi venne voglia di fare una corsa, e allora lasciai la giacca vicino al Palo che avevo sistemato il giorno che Diggs era arrivato con la notizia, e mi legai la fionda ben stretta tra la cintura e i pantaloni. Dopo aver controllato che i calzini fossero dritti e a posto, diedi una stretta agli scarponi per ottenere la giusta tensione per la corsa, poi cominciai a correre lentamente lungo la striscia di sabbia dura tra le alghe della riva. La pioggerella andava e veniva, e tra la foschia e la bruma si intravedeva ogni tanto il disco rosso sfumato del sole. Da nord arrivava un vento sottile, e io mi voltai da quella parte. Presi velocità gradualmente fino a raggiungere un’andatura stabile moderata, a passo lungo, che mi faceva funzionare correttamente i polmoni e costituiva un buon allenamento per le gambe. Le braccia, coi pugni serrati, si muovevano secondo un ritmo fluido, mandando avanti prima una spalla, poi l’altra. Respiravo profondamente, affondando i piedi nella sabbia. Mi diressi verso quella parte in cui il corso del fiume si fa più intricato e l’acqua va a sbattere avanti e indietro sulle sponde sabbiose, e regolai il passo in modo tale da poter oltrepassare facilmente i vari canaletti, un balzo alla volta. Raggiunto quel posto, abbassai la testa e aumentai la velocità. Sbattevo la testa e i pugni contro il vento, mentre i piedi si torcevano, schizzavano nell’aria, stringevano la presa del terreno e spingevano.

L’aria mi sferzava, mentre raffiche sottili e pungenti di pioggia mi colpivano man mano che ci andavo contro. I polmoni esplodevano, implodevano, esplodevano, implodevano; la sabbia bagnata mi schizzava a fiotti dalle scarpe e si alzava sempre di più man mano che acceleravo, disegnando piccole curve nell’aria, e più correvo più i grumi mi inzaccheravano le spalle. Alzai il viso e gettai la testa all’indietro, scoprendomi il collo e offrendolo al vento e alla pioggia come fosse un atto d’amore. Il fiato mi raschiava la gola, e quella sorta di debolezza che avevo provato un momento prima a causa dell’iperossigenazione svanì non appena l’eccesso di forza nel sangue fu riassorbito dai muscoli. Mi lanciai al massimo, aumentando ancora la velocità mentre la linea frastagliata di alghe morte, vecchi pezzi di legno, lattine e bottiglie mi guizzava velocemente accanto. Mi sentivo come una perla infilata che corre dritta sul suo filo, con le gambe, la gola e i polmoni che mi risucchiavano dall’interno e mi sospingevano con uno slancio inesauribile di fluida energia. Tirai a quella velocità finché mi fu possibile, poi, quando sentii che cominciavo a perdere colpi, cercai di rilassarmi, continuando per un po’ a correre veloce, ma senza esagerare.

Mi misi ad attraversare la spiaggia puntando dritto di fronte, e le dune sulla sinistra sembravano muoversi al mio passaggio, come le tribune attorno a un tracciato da corsa. Davanti si vedeva il Cerchio della Bomba, dove sarebbe terminata la mia corsa, o dove comunque avrei svoltato. Raggiunsi di nuovo la massima velocità, a testa bassa, urlando dentro di me, gridando mentalmente, e la mia voce era come un torchio che schiacciava sempre più forte e mi spremeva fino in fondo per ottenere dalle gambe lo sforzo finale. Attraversai la spiaggia quasi volando, col corpo assurdamente inclinato in avanti, i polmoni in fiamme, le gambe pulsanti.

Subito dopo rallentai quasi di scatto, lasciando che la corsa diventasse un trotterellare man mano che mi accostavo al Cerchio della Bomba. Ci arrivai quasi barcollando, poi mi gettai sulla sabbia del cratere e lì rimasi a terra ad ansimare, a rantolare, a respirare affannosamente, con lo sguardo fisso verso il cielo grigio e la bruma invisibile, con le gambe e le braccia spalancate e le rocce tutt’intorno. Il petto saliva e scendeva, il cuore batteva dentro alla sua gabbia. Nelle orecchie sentivo un rimbombo soffocato, e tutto il corpo fischiava e ronzava. I muscoli delle gambe sembravano inebetiti dal fremito. Lasciai cadere la testa da un lato, la guancia appoggiata alla sabbia fresca e umida.

Mi chiesi come fosse la morte.

Il Cerchio della Bomba, la gamba di mio padre, il suo bastone, la sua riluttanza a comprarmi una moto, le candele nel teschio, il mucchio di topi e criceti morti, tutto questo è colpa di Agnes, la seconda moglie di mio padre, mia madre.

Non me la ricordo, mia madre, perché se me la ricordassi la odierei. Odio il suo nome, odio il solo pensiero di lei. Fu lei a fare in modo che gli Stove si portassero Eric a Belfast, lontano dall’isola, lontano dalle cose che conosceva. Gli Stove pensavano che mio padre fosse un cattivo genitore perché metteva a Eric vestiti da femmina e gli faceva fare il comodo suo, e mia madre lasciò che se lo portassero via perché non le piacevano i bambini in generale, e in particolare non le piaceva Eric. Pensava che Eric in qualche modo potesse influire negativamente sul suo karma. Forse fu proprio l’avversione per i bambini che la spinse ad abbandonarmi immediatamente dopo la nascita, per tornare un’altra volta soltanto, in quella fatale occasione in cui si trovò a essere almeno in parte responsabile del mio piccolo incidente. In fondo credo di avere delle buone ragioni per odiarla. Me ne stavo là per terra nel Cerchio della Bomba, dove avevo ucciso l’altro suo figlio, e speravo che anche lei fosse morta.

Tornai indietro correndo lentamente, sprizzando energia da tutti i pori, e mi sentii ancora meglio di quando avevo iniziato la Corsa. Non vedevo l’ora di uscire, quella sera: qualcosa da bere, due chiacchiere con Jamie, il mio amico, e un po’ di musica sudata e frastornante al Cauldhame Arms. Accelerai per un breve tratto, giusto per scrollare la testa e togliermi un po’ di sabbia dai capelli, poi rallentai di nuovo.

Di solito le rocce del Cerchio della Bomba mi fanno venire in mente dei pensieri, e questa volta non facevano eccezione, soprattutto considerando il modo in cui il mio corpo era rimasto sdraiato a terra lì in mezzo, come quello di un Cristo o qualcosa del genere, come offrendosi al cielo, a sognare la morte. Insomma, Paul se ne era andato nel modo più veloce possibile; a quei tempi ero molto indulgente. Blyth aveva avuto un sacco di tempo per capire quello che gli stava accadendo, mentre urlava e saltava per tutto il Parco del Serpente, con la vipera rabbiosa e agitata che gli mordeva ripetutamente il moncone, e la piccola Esmeralda deve aver avuto qualche sentore di ciò che stava per capitarle quando il vento aveva cominciato a portarsela su lentamente.

Mio fratello Paul aveva cinque anni quando lo uccisi. Io ne avevo otto. Erano passati due anni da che avevo fatto fuori Blyth con la serpe, quando trovai un’occasione per sbarazzarmi di Paul. Non che ce l’avessi con lui personalmente, solo che sapevo che non sarebbe potuto restare qui. Sapevo che non avrei mai potuto liberarmi completamente del cane finché lui fosse rimasto in vita (il povero Eric, intelligente e buono, ma ignaro, credeva che ancora non avessi ritrovato la mia libertà, e io non potevo dirgli che si sbagliava, né potevo rivelargliene il motivo).

Io e Paul eravamo usciti a fare una passeggiata sulla spiaggia, in direzione nord, in una calma e splendente giornata d’autunno, dopo che la notte precedente una feroce bufera aveva divelto alcune tegole dal tetto, sradicato uno degli alberi vicino al vecchio recinto delle pecore e addirittura spezzato uno dei cavi del ponte sospeso. Mio padre chiese a Eric di aiutarlo con le riparazioni e i riassestamenti vari, mentre io e Paul ci levammo dai piedi.

Avevo sempre avuto un buon rapporto con Paul. Avevo sempre cercato di farlo vivere nel migliore dei modi, forse perché sapevo già da un pezzo che non sarebbe rimasto a lungo a questo mondo, e così finiva che lo trattavo molto meglio di come la maggior parte dei ragazzi tratta i propri fratelli minori.

Appena arrivati al fiume che segna il confine dell’isola ci accorgemmo subito dei numerosi cambiamenti che la tempesta aveva provocato: il fiume si era gonfiato enormemente, disegnando immensi canali nella sabbia, canali impetuosi di acqua brunastra che continuava, nel suo incessante fluire, a strappare zolle di terra dagli argini e a spazzarle via. Dovemmo arrivare quasi fino al mare, fino al limite massimo della bassa marea, per poter passare dall’altra parte. Continuammo a camminare, io tenevo Paul per la mano, senza malizia in cuore. Paul canticchiava tra sé e sé e faceva domande del tipo di quelle che fanno i bambini, chiedeva per esempio perché gli uccelli non fossero stati spazzati tutti via dalla bufera, o perché il mare non si riempisse mai completamente, col torrente che andava tanto forte.

Man mano che ci inoltravamo nelle zone più tranquille camminando sulla sabbia e fermandoci a guardare tutte le cose interessanti che erano state trasportate a riva dall’acqua, la spiaggia tendeva sempre più a scomparire. Laddove un tempo la sabbia si allungava fin verso l’orizzonte in un’ininterrotta striscia d’oro, si scorgevano ora zone sempre più rocciose esposte un po’ più in alto rispetto alla sponda che stavamo osservando, fino a un punto in cui di fronte alle dune c’era una costa di sola roccia. Quella notte la bufera aveva spazzato via tutta la sabbia, partendo dalla zona subito dopo il fiume, fino ad arrivare in luoghi che non avevo mai visto e a cui non avevo mai dato un nome. Era uno spettacolo impressionante, e all’inizio mi fece anche un po’ paura, ma solo perché era un cambiamento enorme e mi preoccupava il fatto che un giorno o l’altro l’isola si potesse ridurre così. Ricordavo, comunque, che mio padre mi aveva detto che in passato erano già avvenute cose del genere, e poi la spiaggia era sempre tornata a formarsi nelle settimane e nei mesi successivi.

Paul si divertiva un sacco a correre e saltare da una roccia all’altra e a tirare sassi nelle pozze. Le pozze che si erano formate in mezzo alle rocce erano per lui qualcosa di nuovo. Ci inoltrammo per la spiaggia devastata, scoprendo altri interessanti relitti, e finalmente giungemmo a un rudere arrugginito che da lontano sembrava una cisterna per l’acqua o una canoa mezza interrata. Spuntava da una piccola zolla sabbiosa, erto e spigoloso, un metro e mezzo circa fuori dal terreno. Mentre io osservavo quell’oggetto, Paul tentava di pescare in una delle pozze.

Toccai con un certo stupore la superficie di quel cilindro affusolato, e la cosa mi provocò una forte sensazione di calma e di forza, anche se non ne capivo il motivo. Poi mi allontanai di qualche passo e guardai l’oggetto un’altra volta. La sua forma mi si fece chiara, e fui allora in grado di immaginarne grosso modo anche la parte interrata. Era una bomba, piantata sul suo manico.

Mi avvicinai di nuovo a essa con cautela, colpendola leggermente e facendo sschhhhh! con la bocca. Era nera e ruggine, completamente deteriorata, puzzava di umido e proiettava un’ombra che pareva un missile. Seguii i contorni dell’ombra lungo la sabbia, sopra alle rocce, e mi ritrovai a guardare il piccolo Paul che sguazzava allegramente nella pozza, schiaffeggiando l’acqua con un pezzo di legno liscio grande quasi quanto lui stesso. Feci un sorriso, lo chiamai.

«La vedi questa cosa?» dissi io. Era una domanda retorica. Paul annuì, con gli occhioni sgranati. «È una campana» continuai «come quelle della chiesa giù in paese. Il rumore che si sente la domenica, hai capito?»

«Ti. Tùbito ’opo la colattione, Frank?»

«Che?»

«Il rumore tùbito ’opo colattione la domenica, Frank.» Paul mi colpì piano al ginocchio con la mano grassoccia.

Feci sì con la testa. «Sì, quello. La campana fa proprio quel rumore. È un grosso pezzo di metallo incavato pieno di rumori che vengono fuori la domenica mattina dopo colazione. Ecco cos’è.»

«La colattione?» Paul mi guardò con le piccole sopracciglia fortemente aggrottate. Scossi la testa con pazienza.

«No. La campana.»

«C come Campana» disse Paul sottovoce, annuendo tra sé, con gli occhi fissi verso l’aggeggio arrugginito. Forse stava pensando a un vecchio libro di filastrocche. Era un ragazzo intelligente. Mio padre intendeva mandarlo a scuola regolarmente, quando fosse arrivato il momento, e aveva già cominciato a insegnargli l’alfabeto.

«Bravo. Questa campana dev’essere caduta da una nave, o forse è stata portata qui dal diluvio. Ecco quello che dobbiamo fare; io salgo sulle dune e tu batti la campana col tuo pezzo di legno, così vediamo se io sento. Lo facciamo? Ti va? Forse il rumore sarà molto forte, potresti spaventarti.»

Mi chinai per portare il mio viso alla stessa altezza del suo. Scosse la testa con decisione e spiaccicò il suo naso contro il mio. «Nno! No’ mmi ’ppavento!» gridò.

Stava quasi per sgattaiolarmi davanti e colpire la bomba col pezzo di legno — l’aveva già sollevato e aveva già preso lo slancio — quando io mi allungai e lo afferrai per la cintola.

«Ancora no» dissi. «Aspetta che mi allontani. È una vecchia campana, e forse le è rimasto solo un rumore. Non vorrai mica sprecarlo così, vero?»

Paul si dimenò, con lo sguardo che sembrava indicare che in effetti non gli sarebbe spiaciuto fare qualche spreco, fino al momento in cui avrebbe dovuto colpire la campana con la sua trave. «Vabbè» disse, e smise di contorcersi. Lo misi giù. «Ma potto coppire forte forte forte?»

«Più forte che puoi, quando io ti faccio segno da sopra alla duna laggiù. Tutto a posto?»

«Potto fare una p’ova?»

«Fa’ una prova con la sabbia.»

«Potto coppire le pottanghere?»

«Sì, esercitati con le pozze d’acqua. È una buona idea.»

«Potto coppire quetta pottanghera?» Fece segno con la trave verso la pozza circolare intorno alla bomba. Scossi la testa.

«No, la campana si potrebbe arrabbiare.»

Aggrottò le ciglia. «Si allabbiano le campane?»

«Sì. Ora vado. Tu colpisci la campana forte forte e io sto a sentire forte forte, va bene?»

«Tì, Frank.»

«Non colpire la campana finché non ti faccio segno, va bene?»

Scosse la testa. «Te lo pometto.»

«Bene. Non ci metterò molto.» Mi voltai e cominciai a correre lentamente dirigendomi verso le dune. Provai una strana sensazione alla schiena. Intanto che andavo avanti, mi guardavo intorno per controllare che non ci fosse nessuno in giro. C’erano solo dei gabbiani che roteavano nel cielo chiazzato di nuvole. Quando mi voltai, vidi Paul. Era rimasto vicino alla bomba, e picchiava la sabbia con il suo pezzo di legno, tenendolo con tutt’e due le mani e sbattendolo a terra con quanta forza aveva in corpo, e intanto strillava e saltellava. Mi misi a correre più forte, oltre le rocce, sulla sabbia ferma, oltre i detriti del mare, sulla sabbia dorata e asciutta — qui dovetti rallentare — fino a raggiungere l’erba della duna più vicina. Mi inerpicai sulla cima e guardai lontano, oltre la sabbia e le rocce, verso Paul, la cui esile figura si stagliava contro il riverbero abbagliante delle pozze e della sabbia bagnata, sovrastato dall’ombra del cono obliquo di metallo che aveva accanto. Rimasi in piedi, aspettando che mi vedesse, diedi un’altra occhiata in giro e gli mandai il segnale, agitando le braccia alte sopra il capo, poi mi buttai a terra.

Mentre ero lì ad aspettare mi venne in mente che non avevo detto a Paul dove doveva colpire. Non accadde nulla. Rimasi dov’ero, sentivo lo stomaco sprofondare lentamente nella sabbia che ricopriva la duna. Sospirai e alzai lo sguardo.

Paul in lontananza pareva un pupazzo, sussultava e saltava, tirava indietro il braccio e picchiava più e più volte sulla parte laterale della bomba. Il mormorio dell’erba nel vento quasi copriva i suoi vigorosi gridolini. «Merda» dissi tra me e me, e mi appoggiai col mento sulla mano, ma in quel momento Paul, dopo aver dato un’occhiata veloce verso di me, cominciò a colpire il muso della bomba. Aveva dato un solo colpo, e io avevo tolto la mano da sotto il mento per prepararmi ad assumere una posizione di riparo, quando Paul, la bomba, la pozza che la circondava e tutte le altre cose che stavano lì attorno nel giro di dieci metri improvvisamente svanirono in un’alta colonna di sabbia, vapore e lapilli di roccia che in quell’istante breve e accecante si accese all’interno per via della foltissima detonazione esplosiva.

L’alta torre di detriti si alzò e ricadde ammucchiandosi, cominciando a ridiscendere nello stesso istante in cui l’onda d’urto mi raggiunse dalla duna. Ebbi una vaga consapevolezza delle cascatelle di sabbia che precipitavano dalle fiancate riarse delle dune circostanti. In quel momento il rumore si avvolse su se stesso, con uno schiocco ritorto, una specie di brontolio gastrico forte come un tuono. Rimasi a guardare gli schizzi circolari che si allargavano sempre più dal centro dell’esplosione man mano che le macerie ricadevano a terra. La colonna di fumo e sabbia era sospinta dal vento, e nell’ombra la sabbia si faceva più scura, formando nella parte inferiore una cortina di foschia, come quelle che si vedono al di sotto di una nuvola densa quando inizia a sgravarsi della pioggia. Riuscii a scorgere il cratere.

Scesi giù di corsa. Mi fermai a circa cinquanta metri dal cratere ancora fumante. Non mi misi a fissare con attenzione quei pezzi e frammenti sparsi tutt’attorno, li guardai soltanto con la coda dell’occhio, perché volevo e nello stesso tempo non volevo vedere brandelli di carne sanguinolenta o resti di abiti. Il rumore risuonò in modo incerto riecheggiando dalle colline oltre il paese. Il bordo del cratere era segnato da grosse schegge di pietra, staccatesi dalla superficie rocciosa sottostante, che circondavano quella scena come denti spezzati, rivolti verso il cielo oppure riversi a terra. Rimasi a guardare la nube lontana dell’esplosione spingersi alla deriva al di sopra del fiordo e disperdersi, poi mi voltai e mi misi a correre più forte che potevo per tornare a casa.

Ora so che si trattava di una bomba tedesca di cinquecento chilogrammi sganciata da un He.111 in avaria che tentava di rientrare alla base in Norvegia dopo aver fallito un attacco alla base aeronavale giù nel fiordo. Mi piace pensare che sia stato il mio fucile del Bunker a colpire l’aereo e a costringere il pilota a dare un colpo di coda e lanciare la bomba.

La punta di qualche scheggia rocciosa ancora si vede far capolino dalla sabbia che ormai da lungo tempo è tornata a coprire quella superficie. Questi spunzoni formano il Cerchio della Bomba, il monumento più adatto a commemorare il povero Paul: un cerchio blasfemo di pietre teatro di ombre.

Ancora una volta la fortuna fu dalla mia parte. Nessuno vide niente, e nessuno poté credere che il fatto l’avessi commesso io. Il dolore mi inebetì, quella volta, il senso di colpa mi dilaniò, ed Eric dovette prendersi cura di me mentre io interpretavo la mia parte alla perfezione. Non mi piaceva ingannare Eric, ma sapevo che era necessario. Non potevo dirgli che era stata colpa mia perché non avrebbe capito il motivo che mi aveva spinto a commettere quell’azione. Ne sarebbe rimasto terrificato, e molto probabilmente non sarebbe stato mai più mio amico. E così mi toccò fare la parte della creaturina innocente afflitta e rosa dal senso di colpa, e a Eric toccò consolarmi mentre mio padre ci rimuginava sopra.

A dire il vero non mi piacque molto il modo in cui Diggs mi interrogò sull’accaduto, e per qualche istante credetti che avesse capito tutto, ma poi le mie risposte sembrarono soddisfarlo. Ero anche un po’ in imbarazzo perché dovevo chiamare mio padre “zio” ed Eric e Paul “cugini”. L’idea era di mio padre, voleva imbrogliare Diggs riguardo i miei legami di parentela nel caso il poliziotto si fosse messo a fare domande in giro e avesse scoperto che ufficialmente io non esistevo. Gli raccontammo che io ero il figlio del fratello minore di mio padre, morto da tanti anni, e che mi trovavo sull’isola per una vacanza prolungata, passando da un parente all’altro nell’attesa che si decidesse del mio futuro.

In ogni caso, riuscii a tirarmi fuori da quell’impiccio, e per una volta anche il mare collaborò, arrivando subito dopo l’esplosione a spazzare via qualunque traccia rivelatrice avessi lasciato prima che Diggs potesse arrivare dal villaggio per ispezionare il luogo.

La signora Clamp era a casa quando rientrai, stava scaricando il grosso cesto di vimini della sua vecchissima bicicletta che aveva appoggiato di fianco al tavolo di cucina. Era intenta a riempire la credenza, il frigorifero e il freezer con il cibo e le provviste che aveva portato dal paese.

«Buon giorno, signora Clamp» dissi io cortesemente entrando in cucina. Si voltò a guardarmi. La signora Clamp è molto anziana ed estremamente minuta. Mi squadrò da capo a piedi e disse: «Ah, sei tu?» e tornò a girarsi verso il cestino di vimini, scavando in profondità con entrambe le mani per portare in superficie dei pacchetti di forma allungata avvolti in carta di giornale. Con andatura barcollante si portò verso il freezer, si arrampicò su uno sgabello, scartò i pacchi che rivelarono il proprio contenuto (erano i miei hamburger) e li piazzò nel freezer, sporgendosi fino quasi a ficcarcisi dentro. Mi attraversò il pensiero di quanto sarebbe stato facile… Scossi la testa per liberarmi di quel pensiero stupido. Mi sedetti al tavolo per guardare la signora Clamp al lavoro.

«Come se la passa in questi giorni, signora Clamp?» le chiesi.

«Oh, abbastanza bene» disse la signora Clamp scuotendo la testa mentre scendeva dallo sgabello e ritornava al freezer con altri hamburger surgelati in mano. Che si stesse congelando anche lei? Avevo la certezza di scorgere piccoli cristalli di ghiaccio luccicare sulla leggera peluria del suo volto.

«Gesù, ha portato un bel po’ di roba oggi. Strano che non sia caduta per terra tornando a casa.»

«Tu non mi avresti certo tirata su.» La signora Clamp scosse ancora una volta la testa, andò al lavandino, si sporse in punta di piedi per raggiungere il rubinetto, aprì l’acqua calda, si sciacquò le mani, se le asciugò sul grembiule azzurro plastificato e prese del formaggio dalla bici.

«Posso farle una tazza di qualche cosa, signora Clamp?»

«No, grazie. Non voglio niente» disse lei scuotendo la testa dentro al freezer, un po’ sotto il livello dello scomparto per il ghiaccio.

«Be’, allora niente.» La guardai che si lavava le mani un’altra volta. Quando cominciò a separare la lattuga dagli spinaci mi congedai e andai nella mia stanza.

Facemmo il nostro solito pranzo del sabato: pesce e patate dell’orto. La signora Clamp era all’altro capo del tavolo di fronte a mio padre, al posto dove di solito mi siedo io. Io mi sedetti circa a metà, con le spalle al lavandino, facendo dei disegni nel piatto con le spine di pesce mentre mio padre e la signora Clamp si scambiavano parole di cortesia, dei veri e propri riti di formalità. Feci un piccolo scheletro umano con le lische dei pesci morti e lo spruzzai di ketchup per rendere la cosa più realistica.

«Dell’altro tè, signor Cauldhame?» chiese la signora Clamp.

«No, grazie, signora Clamp» rispose mio padre.

«E tu, Francis?» mi chiese.

«No, grazie» dissi io. Un pisello sarebbe andato benissimo per fare da teschio allo scheletro. Ce lo misi. Mio padre e la signora Clamp continuarono a parlottare del più e del meno.

«Ho sentito dire che l’altro giorno è venuto il poliziotto. Non le darà mica fastidio che ne parli?» disse la signora Clamp tossicchiando educatamente.

«Già, è venuto il poliziotto» disse mio padre, ingozzando tanto di quel cibo da non poter parlare per uno o due minuti. La signora Clamp fece un cenno col capo di fronte al pesce troppo salato e sorseggiò il tè. Borbottai qualcosa tra me e me, e mio padre, con le mascelle che parevano due lottatori di catch impegnati in un corpo a corpo, mi lanciò un’occhiata.

Non fu aggiunto altro sull’argomento.

Sabato sera al Cauldhame. Me ne stetti lì come al solito, in fondo alla sala stipata e fumosa che sta sul retro dell’albergo, con la mia media chiara nel bicchiere di plastica, le gambe leggermente accavallate, la schiena appoggiata a una colonna rivestita di carta da parati, e Jamie il nano seduto sulle spalle che di tanto in tanto mi appoggiava la sua doppio malto in testa e si metteva a chiacchierare.

«Che hai fatto di bello in questi giorni, Frankie?»

«Mica tanto. Ho steso un paio di conigli l’altro giorno, ed Eric continua a farmi telefonate inquietanti. È tutto. E tu che mi racconti?»

«Niente di particolare. Com’è che Eric ti chiama?»

«Non sai niente?» dissi io, voltando la testa per guardarlo in faccia. Lui si appoggiò meglio e abbassò la testa per guardarmi. Che strana la faccia della gente se la guardi al contrario. «Oh, è scappato.»

«Scappato???»

«Zitto. Se ancora non si sa in giro, è meglio non farlo sapere. Già, se l’è squagliata. Ha chiamato a casa un paio di volte. Dice che sta venendo da queste parti. Diggs è venuto ad avvisarci il giorno che è scappato.»

«Cristo. Lo stanno cercando?»

«Angus dice di sì. Non hanno dato la notizia? Pensavo che tu già lo sapessi.»

«Macché. Gesù. Pensi che lo diranno in paese se non lo prendono?»

«Che ne so.» Mi venne da scrollare le spalle.

«Che succede se si mette di nuovo a bruciare i cani? Merda. E quei vermi che faceva ingozzare ai ragazzini! In paese si incazzeranno da morire.» Lo sentii scuotere la testa.

«Penso che terranno segreta la notizia. Forse credono di acchiapparlo in fretta.»

«Credi che lo prenderanno?»

«Oh, e che ne so. Sarà pazzo, ma è anche furbo. Se non fosse stato furbo non sarebbe riuscito a scappare, e poi quando chiama sembra sveglio. Sveglio ma fuori di testa.»

«Non sembri granché preoccupato.»

«Spero che ce la faccia. Mi farebbe piacere rivederlo. E mi piacerebbe vederlo farsi tutta quella strada soltanto per… così.» Feci un sorso di birra.

«Merda. Spero che non si metta a fare cazzate.»

«È probabile. È l’unica cosa che mi preoccupa. Credo che i cani non gli piacciano più. Comunque, i ragazzini possono stare tranquilli.»

«Come si muove? Ti ha detto come intende arrivare qui? Ce li ha i soldi?»

«Qualche soldo deve avercelo, almeno per telefonare. Ma più che altro rubacchia qua e là.»

«Dio. Be’, certo non si può biasimarlo per essere scappato da una gabbia di matti.»

«Già» dissi io. Intanto erano arrivati quelli che dovevano suonare, un gruppo punk di Inverness che si chiamava The Vomits. Il cantante aveva la cresta e un sacco di lampo e di catene. Afferrò il microfono mentre gli altri tre cominciavano a pestare gli strumenti, e si mise a urlare:

La mia morosa mi ha smollato
e io questo magone di merda me lo tengo
Ho pure perso il lavoro
e quando mi sparo le seghe non vengo…

Mi sistemai meglio con le spalle appoggiate al muro e bevvi un sorso. Intanto Jamie si era messo a sbattermi i piedi addosso e a gridare, con la musica frastornante che tuonava nella sala sudata. Sembrava che ci fosse da divertirsi.

Durante l’intervallo, mentre un barista portava secchio e straccio sotto il palco, dove tutti quanti si erano messi a sputare, io andai a prendere ancora da bere.

«Il solito?» fece Duncan da dietro al banco. Jamie annuì. «Come va, Frank?» disse rivolgendosi a me, poggiando sul banco una chiara e una doppio malto.

«Bene. E tu?» dissi io.

«Si tira a campare. Ne vuoi ancora di bottiglie vuote?»

«No, grazie, ne ho abbastanza per la mia birra.»

«Ti farai vedere ancora qui in giro, vero?»

«Ma certo» dissi. Duncan si sporse per dare a Jamie la sua birra e io presi la mia, lasciando contemporaneamente i soldi.

«Vi saluto, ragazzi» disse Duncan mentre ci voltavamo per tornare alla colonna.

Qualche birra più tardi, quando i Vomits erano al primo bis, ci mettemmo a ballare, a saltare su e giù, e Jamie urlava e batteva le mani e ballava sulle mie spalle. Non mi scoccia ballare con le ragazze quando lo faccio per Jamie, anche se una volta mi chiese di andare fuori insieme a lui perché doveva baciarsi con una cavallona altissima. Il pensiero di quelle tette che mi schiacciavano la faccia mi fece quasi salire il vomito, cosicché dovetti abbandonare per forza il mio amico. Comunque, la maggior parte delle punk non sanno esattamente di profumo, e solo alcune portano la gonna, e soltanto minigonne di pelle. Io e Jamie ci beccammo un bel paio di spintoni e rischiammo quasi di cadere a terra, ma ce la cavammo bene, riuscendo a reggere tutta la notte senza farci neanche un graffio. Purtroppo Jamie si mise a parlare con una tizia, ma io avevo già il mio daffare a cercare di respirare profondamente e a mantenermi in piedi per preoccuparmi di quello che faceva lui.

«Sì, presto avrò una moto, una due e cinquanta, naturalmente» diceva Jamie. Io ascoltavo solo a metà. Non avrebbe mai avuto una moto perché non ce l’avrebbe fatta a raggiungere i pedali, ma io non avrei detto nulla neanche se avessi potuto, perché non è proprio il caso di dire la verità alle donne e poi, come si suol dire, a questo servono gli amici. Quando riuscii a vedere meglio la ragazza, notai che era una ventenne dall’aria rozza, e aveva sulle palpebre una quantità di strati che sembravano dati col rullo. Fumava una schifosa sigaretta francese.

«La mia amica Sue s’è fatta la moto, una Suzuki 185GT che era del fratello, prima, ma poi se l’è presa lei e adesso si sta mettendo da parte i soldi che si vuole fare una Gold Wing.»

Stavano tirando su le sedie e sistemando il casino e i bicchieri rotti e le buste infradiciate delle patatine, e io ancora non mi sentivo tanto bene. La ragazza più la sentivo parlare peggio mi pareva. Aveva un accento terribile: veniva da qualche parte della costa occidentale. Glasgow, forse. Non me ne meraviglierei.

«Io una di quelle lì non la vorrei proprio, sono troppo pesanti. Una cinquecento, che ne so. Mi piacerebbe un casino una Moto Guzzi, ma mica sono tanto sicura, cioè, dell’albero motore…»

Cristo. Stavo per fare una vomitata bella colorata sul giubbotto della ragazza, le avrei arrugginito le cerniere e le avrei riempito le tasche e gli strappi, e forse Jamie al primo spaventoso conato sarebbe finito dall’altra parte della sala, sopra alle casse di birra vicino agli altoparlanti. Ecco cosa ne sarebbe stato delle fantasticherie motociclistiche di quei due.

«La vuoi una paglia?» disse la ragazza, sbattendomi in faccia il pacchetto per offrirlo a Jamie. Vidi la stria azzurra e lucente lasciata dal pacchetto che mi passava davanti, e continuai a vederla anche dopo. Jamie doveva aver preso una sigaretta anche se sapevo che non fumava, perché vidi l’accendino salire verso l’alto e accendersi davanti ai miei occhi con una pioggia di scintille, come un fuoco d’artificio. Sentivo che il mio lobo occipitale era sul punto di fondere. Pensai di fare qualche battuta a Jamie dicendogli che gli si sarebbe arrestata la crescita, ma tutto ciò che proveniva dal mio cervello sembrava comprimersi sotto la spinta dei messaggi urgenti che le budella mi inviavano. Sentivo un immondo tramestio su e giù nello stomaco, e ormai non avevo più dubbi su come sarebbe andata a finire, ma non riuscivo a muovermi. Me ne stavo immobile a fare da piedistallo tra il pavimento e la colonna, e Jamie era rimasto a parlottare con la ragazza del rumore che faceva una Triumph e delle corse che lei si era fatta di notte lungo le coste del Loch Lomond.

«Sei qui in vacanza, o cosa?»

«Sì, insieme alle mie amiche e c’ho pure il moroso, ma sta alla piattaforma petrolifera.»

«Mmm…»

Respiravo sempre profondamente, cercando di snebbiarmi il cervello con l’ossigeno. Non riuscivo proprio a capire come facesse Jamie. Era alto la metà di me, pesava la metà o anche meno, ma qualunque cosa ci bevessimo insieme, lui rimaneva sempre tranquillo. Di sicuro non le rovesciava per terra di nascosto, le sue birre: gli schizzi sarebbero arrivati addosso a me se lo avesse fatto. Mi resi conto che la ragazza si era finalmente accorta di me. Mi diede uno scossone alla spalla, e mi accorsi gradualmente che non era la prima volta che lo faceva.

«Ehi!» mi disse.

«Che c’è?» dissi io barcollando.

«Tutto bene?»

«Sì» annuii lentamente, sperando che si accontentasse di quella risposta, poi mi guardai attorno e mi voltai da una parte con lo sguardo rivolto verso l’alto, come se tutt’a un tratto avessi trovato sul soffitto qualcosa di molto interessante e importante a cui rivolgere la mia attenzione. Jamie mi diede un colpetto col piede. «Che c’è?» ripetei, senza cercare di guardarlo in faccia.

«Hai intenzione di startene qua tutta la notte?»

«Che? No. Di’, siete pronti voi due? Okay.» Allungai le mani all’indietro per cercare il muro, lo trovai e mi tirai su, con la speranza di non scivolare sul pavimento fradicio di birra.

«Forse faresti meglio a mettermi giù, amico» disse Jamie, continuando a darmi dei calci. Guardai verso l’alto e poi di nuovo di lato, come se volessi voltarmi verso di lui, poi annuii. Mi lasciai scivolare con la schiena attaccata alla colonna fino a ritrovarmi praticamente con le chiappe per terra. La ragazza aiutò Jamie a saltare giù. Da quell’angolazione, nella sala illuminata a giorno, i capelli rossi di lui e quelli biondi di lei si fecero improvvisamente abbaglianti. Duncan si stava avvicinando con lo spazzolone e il secchio, e intanto vuotava i posacenere e dava una pulita intorno. Mi alzai a stento, poi mi accorsi che Jamie e la ragazza mi stavano afferrando da sotto alle braccia per aiutarmi. Stavo cominciando a vedere triplo, chiedendomi come fosse possibile, visto che gli occhi erano due. Non capivo se mi stavano dicendo qualcosa oppure no.

«Ehi» dissi, nel caso mi stessero parlando davvero, poi mi resi conto che mi portavano fuori, all’aria fresca, attraverso l’uscita di sicurezza. Avevo bisogno del bagno, e a ogni passo mi pareva che le budella mi si contorcessero sempre di più. Avevo una sensazione orribile: il mio corpo sembrava diviso in due parti uguali, una parte tratteneva la piscia, l’altra tratteneva la birra non digerita, il whisky, le patatine, le arachidi tostate, la saliva, il moccio, la bile e uno o due bocconi di pesce con patate. Qualche anfratto malato del mio cervello si mise a pensare improvvisamente alle uova fritte belle unte adagiate su di un piatto, circondate da riccioli incavati di pancetta in mezzo a una pozza di grasso, col bordo del piatto incrostato di grumi coagulati. Lottai contro il bisogno impellente e agghiacciante che mi saliva dallo stomaco. Cercai di pensare a qualcosa di carino; poi, quando non mi venne in mente niente, decisi di concentrarmi su quello che succedeva intorno a me. Stavamo fuori dal Cauldhame Arms, e camminavamo sui marciapiede davanti alla banca, con Jamie che mi teneva da una parte e la ragazza dall’altra. Era una serata fredda e nuvolosa, accesa da luci al sodio. Ci lasciammo alle spalle l’odore del pub, e io cercai di farmi entrare in testa un po’ d’aria fresca. Ero consapevole del mio equilibrio instabile, e di tanto in tanto crollavo addosso a Jamie o alla ragazza, ma non potevo farci niente. Mi sentivo come uno di quei dinosauri preistorici, talmente grossi che avevano un cervello a parte per controllare le zampe posteriori. Mi sembrava di avere un cervello per ogni organo del corpo, solo che tutti questi cervelli avevano interrotto le relazioni diplomatiche. Barcollavo e inciampavo di continuo cercando di fare del mio meglio, fidando nella fortuna e nelle due persone che erano con me. A dire il vero, non è che avessi una gran fiducia in quei due, visto che Jamie era troppo basso per tenermi nel caso in cui avessi rischiato seriamente di cadere, e la ragazza era una ragazza. Forse troppo debole; e anche se così non fosse stato, di sicuro avrebbe lasciato che mi spaccassi il cranio sul marciapiede, perché alle donne piace vedere gli uomini in difficoltà.

«T’attacchi sempre addosso a ’sto modo, cioè così, insomma?» disse la ragazza.

«Così come?» disse Jamie, senza, pensai, la giusta dose di indignazione preventiva.

«Che ti metti sopra alle spalle.»

«Oh, no, è solo che così i concerti li vedo meglio.»

«Graziaddio. Mi credevo che pure al cesso c’andavi così.»

«E sì. Ci ficchiamo dentro a un cesso e Frank piscia nel vaso e io nella cassetta dello scarico.»

«Non sfottere!»

«Veramente!» disse Jamie con una voce distorta da una smorfia. Io cercavo di andare avanti come meglio potevo, e intanto mi sorbivo tutte quelle stronzate. Mi dava un certo fastidio quello che diceva Jamie a proposito di come andavo al cesso, anche se scherzava. Lo sa quanto sono sensibile riguardo a quella cosa. Soltanto una volta o due mi ha rinfacciato di non aver mai partecipato a un’attività molto interessante, quella di andare nel bagno dei maschi del Cauldhame (o di qualunque altro posto) ad attaccare le cicche di sigarette negli orinatoi con torrenti di piscio.

Ammetto di aver guardato Jamie che lo faceva e di averne ricevuta una certa impressione. Il Cauldhame Arms si presenta particolarmente adatto a quell’attività, avendo un unico lunghissimo orinatoio che si estende per tutta una parete e arriva alla metà di quella successiva, con un solo buco di scolo. Secondo Jamie lo scopo del gioco è quello di spingere una cicca inzuppata, da qualunque parte del canale si trovi, su e giù dal buco scoperto, cercando di separare gli strati del filtro quanto più è possibile. I punti si segnano dal numero di scanalature nella ceramica oltre le quali si riesce a mandare il mozzicone (con aggiunta di punti in caso il buco venisse centrato o il percorso venisse completato dall’estremità del canale fino al buco) oppure dal grado di distrazione che si riesce a causare — a ben vedere è molto difficile disintegrare il cilindretto scuro dalla parte bruciata — e, a fine serata, dal numero di cicche totalizzate.

Il gioco può essere fatto, in forma ridotta, anche negli orinatoi singoli di forma semisferica che vanno più di moda oggi, ma Jamie non ci ha mai provato, perché è talmente basso che per usare uno di quegli aggeggi deve rimanere a circa un metro di distanza e svuotarsi la vescica con un getto a parabola.

In ogni caso, sembrerebbe che ci siano diversi modi per rendere più interessante una pisciata lunga, ma non è roba per me, grazie al mio crudele destino.

«Che è tuo fratello o che cosa?»

«No, è un mio amico.»

«Sempre così fatto?»

«Già. Il sabato sera sì.»

Questa è una clamorosa bugia, naturalmente. È raro che mi sbronzi al punto di non poter parlare o camminare in posizione eretta. Gliene avrei dette quattro a Jamie, se avessi avuto la capacità di parlare e non avessi dovuto concentrarmi a mettere un piede di seguito all’altro. Non avevo la certezza che avrei saputo trattenere il vomito, ma quella stessa parte irresponsabile e distruttrice del mio cervello — soltanto qualche neurone, probabilmente, ma credo che ne bastino pochi, di elementi criminali, per dare al resto del cervello una pessima fama — continuò a pensare a quelle uova fritte con la pancetta fredda, e appena quella scena mi tornava in mente mi saliva su un conato. Ci volle una buona dose di forza di volontà per pensare all’aria delle colline o alle ombre che getta l’acqua sulla sabbia solcata, cose che ho sempre creduto recassero in sé un senso di chiarezza e freschezza e che mi sarebbero state d’aiuto per distrarre il cervello dall’impicciarsi del contenuto del mio stomaco.

Comunque, avevo un disperato bisogno di pisciare, anche più di prima. Jamie e la ragazza stavano a qualche centimetro di distanza da me, tenendomi per le braccia, e spesso finivo addosso all’uno o all’altra, ma la mia ubriachezza aveva raggiunto uno stato — nel momento in cui le ultime due birre ingollate insieme con un whisky mi arrivarono nel sangue che scorreva all’impazzata — che avrei anche potuto trovarmi su di un altro pianeta, per la speranza che avevo di far capire loro quello di cui avevo bisogno. Mi camminavano di lato, da una parte e dall’altra, e parlavano tra loro, biascicando emerite stronzate come se si trattasse di argomenti importantissimi, e io, con più cervello di tutti e due messi assieme e con informazioni di vitale importanza, non riuscivo a farmi uscire una parola.

Doveva esserci un modo. Provai a scrollare la testa e a fare qualche altro respiro profondo. Raddrizzai l’andatura. Pensai molto attentamente alle parole e a come comporle. Diedi una controllata alla lingua e feci una prova con la gola. Dovevo riprendere il controllo. Dovevo comunicare. Mi guardai attorno quando attraversammo una strada; vidi il segnale per Union Street fissato su di un muretto basso. Mi voltai verso Jamie e poi verso la ragazza, mi schiarii la voce e dissi in modo piuttosto chiaro: «Non so se per caso voi due abbiate mai condiviso — oppure stiate tuttora condividendo, per quel che ne so, almeno tra di voi, e comunque senza includere me — la svista concettuale che io casualmente ho potuto notare nelle parole contenute in quel segnale, ma sta di fatto che io credevo che il termine “unione” presente in tale denominazione delineasse un’associazione di lavoratori, un sindacato, e mi era sembrata una cosa di stampo alquanto socialista da parte dei padri della città denominare in siffatto modo una strada. Aveva destato in me una certa impressione il fatto che forse non tutto era perduto sul versante delle prospettive per una possibile pacificazione o almeno per un cessate il fuoco nella lotta di classe se un simile riconoscimento del valore delle unioni dei lavoratori poteva trovare una realizzazione in un segnale relativo a una via così venerabile e importante, ma devo ammettere che la disillusione mi è giunta nel momento in cui mio padre — Dio possa perdonargli il suo senso dell’umorismo — mi ha fornito informazioni sul fatto che era l’unione recentemente confermata tra il parlamento inglese e quello scozzese che le autorità locali celebravano con tanta solennità e durevolezza (in concomitanza con centinaia di altri consigli municipali dell’intero territorio che fino ad allora era stato un regno indipendente) sicuramente con un occhio rivolto alle opportunità di profitto che questa recente forma di omaggio non disinteressato avrebbe presentato».

La ragazza si rivolse a Jamie: «Che, ha detto qualche cosa quello là?»

«Credevo si stesse solo schiarendo la gola» disse Jamie.

«Mi sa che s’è messo a parlare delle banane, o che ne so.»

«Banane?» disse Jamie incredulo, guardando la ragazza.

«Vabbé» disse lei guardandomi e scuotendo la testa. «Mo’ basta.»

Gran bella comunicazione, pensai. Evidentemente erano entrambi così ubriachi che neanche capivano la mia lingua grammaticalmente corretta. Sospirai profondamente guardando prima l’uno poi l’altra mentre continuavamo a scendere lentamente per la strada principale, passando davanti a Woolworth e ai semafori. Guardai dritto davanti a me e cercai di pensare a cosa mai avrei potuto fare. Mi aiutarono ad attraversare la strada successiva, mentre io quasi inciampavo sullo scalino del marciapiede. Improvvisamente mi resi conto della vulnerabilità del mio naso e dei denti davanti, nel caso fossero venuti a contatto con il granito dei selciati di Portneil a una qualunque velocità che superasse quella di una frazione di metro al secondo.

«Bella storia, io e una compagna mia ce ne siamo andate in giro in mezzo ai cosi della forestale, come si chiamano, i sentieri, sopra alle colline, a novanta all’ora, andavamo impennando a tavoletta.»

«Merda!»

Mio Dio, stavano ancora parlando di moto.

«Insomma mo’ dov’è che ce lo dobbiamo portare questo qua?»

«Da mia madre. Se è ancora in piedi ci fa un po’ di tè.»

«Tua madre?»

«Eh.»

«Ah.»

Mi venne come un lampo. Era talmente ovvio che non capivo come mai non mi fosse venuto in mente prima. Sapevo che non c’era tempo da perdere e che non era il caso di esitare — stavo proprio per scoppiare — così abbassai la testa e mi divincolai da Jamie e dalla ragazza, mettendomi a correre fino in fondo alla strada. Non mi restava altro che scappare, proprio come Eric, in modo tale da potermi trovare un posticino tranquillo per farmi una bella pisciata.

«Frank!»

«Porca troia, rompicazzo di merda, che cazzo fai adesso?»

Avevo ancora la strada sotto i piedi, che si muovevano più o meno come si dovevano muovere. Sentivo Jamie e la ragazza che mi correvano dietro gridando, ma io avevo già superato la vecchia friggitoria e il monumento ai caduti e stavo prendendo velocità. La vescica tirata certo non mi aiutava, ma neanche mi impediva nei movimenti come avrei temuto.

«Frank, torna indietro! Frank, fermati! Cosa c’è che non va, Frank? Frank, bastardo fottuto, ti romperai l’osso del collo!»

«Ma lascialo andare, quel testa di cazzo!»

«No, è amico mio. Frank!»

Girai l’angolo in Bank Street, mi ci buttai a capofitto mancando di poco due lampioni, schizzai a sinistra in Adam Smith Street e arrivai al garage di McGarvie. Mi buttai nel cortile e andai di corsa dietro a una pompa, ruttando e ansimando e sentendomi il cuore in gola. Mi calai i pantaloni e mi accovacciai, appoggiandomi con la schiena alla pompa principale, col respiro che diventava sempre più affannoso man mano che la pozza di piscio fumante si raccoglieva sul selciato rugoso dell’area di rifornimento.

Sentii un rumore di passi, e un’ombra mi si avvicinò da destra. Mi voltai di fianco e vidi Jamie.

«Ah ah ah» rantolò, appoggiandosi con una mano a un’altra pompa per tenersi in equilibrio, piegato un po’ in avanti e con lo sguardo rivolto a terra, e con l’altra mano poggiata su un ginocchio, ansimante. «Ecco… ah… eccoti… eccoti qua… uhf uhf…» Si mise a sedere sul basamento delle pompe e guardò per un attimo verso il vetro scuro dell’ufficio. Mi sedetti anch’io, lasciandomi cadere contro la pompa, scrollandomi le ultime gocce. Inciampai all’indietro e mi misi giù sul basamento, poi mi rialzai barcollando e mi tirai su i calzoni.

«Perché l’hai fatto?» disse Jamie, ancora ansimante.

Gli feci un cenno, armeggiando con la cintura. Stavo per sentirmi male di nuovo, inalando zaffate di fumo dai vestiti impregnati.

«Mi d-disp…» stavo cominciando a dire che mi dispiaceva, ma le parole mi si trasformarono in un conato. La parte malsana del mio cervello pensò improvvisamente alle uova con la pancetta unta di grasso e di nuovo il mio stomaco ebbe uno sbuffo. Mi piegai in due, col ventre squassato dai conati, e sentii le budella contrarsi come se avessi un malloppo in corpo, qualcosa di vivo, indipendentemente dalla mia volontà. Mi sentivo come penso che debba sentirsi una donna incinta con un bambino dentro che scalcia. La gola mi raspava con la forza di un motore d’aereo. Jamie mi raccolse mentre stavo per cadere. Rimasi lì come un coltello a serramanico mezzo aperto, schizzando tutt’intorno il cortile. Jamie mi cacciò una mano attorno alla vita per non farmi cadere di faccia, e mi tenne con l’altra mano la fronte, borbottando qualcosa. Continuai a dare di stomaco; cominciavo a stare veramente male. Gli occhi mi si erano riempiti di lacrime, mi colava il naso e la testa me la sentivo come un pomodoro maturo, pronta a scoppiare. Lottavo per prendere fiato tra un conato e l’altro, e intanto buttavo giù grumi di vomito e tossivo e contemporaneamente sputavo. Mi sentivo emettere rumori orribili, come quelli che faceva Eric al telefono in preda alle sue follie, e speravo che nessuno passasse in quel momento, che nessuno mi vedesse in quello stato indegno e indifeso. Mi fermai, per un attimo credetti di sentirmi meglio, poi ricominciai a muovermi e mi sentii dieci volte peggio. Mi spostai da una parte, con Jamie che mi aiutava, e mi misi bocconi in un angolo relativamente pulito del selciato, dove c’erano le macchie di grasso più vecchie. Tossii e sputacchiai, con lo stomaco che mi sobbalzava ripetutamente in gola, poi caddi all’indietro tra le braccia di Jamie, stringendomi le gambe al petto per alleviare i dolori ai muscoli gastrici.

«Meglio, adesso?» disse Jamie. Annuii. Mi piegai in avanti, in modo da sedermi sui talloni, con la testa tra le ginocchia. Jamie mi incoraggiava. «Aspetta un attimo, Frankie.» Lo sentii allontanarsi e tornare dopo pochi secondi. Aveva preso dei ruvidi pezzi di scottex dal rotolo del distributore. Mi asciugò la bocca con uno strappo, il resto del viso con un altro. Poi li raccolse e li buttò nell’immondizia.

Anche se ero ancora in preda ai fumi dell’alcol e avevo dei dolori atroci allo stomaco, anche se la gola me la sentivo come se due porcospini ci stessero facendo a botte dentro, stavo molto meglio. «Grazie» riuscii ad articolare, e cominciai a fare dei tentativi per mettermi in piedi. Jamie mi aiutò a tirarmi su.

«Cristo, ma in che stato ti riduci, Frank!»

«Mm» dissi, strofinandomi gli occhi con la manica e guardandomi attorno per vedere se eravamo ancora soli. Diedi un paio di pacche sulla spalla a Jamie e ci dirigemmo verso la strada.

Percorremmo la strada deserta, io respiravo profondamente e Jamie mi teneva per un gomito. La ragazza se n’era andata, c’era da aspettarselo, ma a me non dispiaceva per niente.

«Perché te ne sei scappato a quel modo?»

Scossi la testa. «Avevo bisogno.»

«Che?» disse Jamie ridendo. «Perché non l’hai detto?»

«Non potevo.»

«Solo perché c’era la ragazza?»

«No» dissi, e tossii. «Non potevo parlare. Ero troppo fuori.»

«Eh?» rise ancora Jamie.

Feci un cenno di assenso. «Già» dissi. Jamie continuò a ridere e scosse la testa. Proseguimmo il nostro cammino.

La madre di Jamie era ancora in piedi, così ci fece una tazza di tè. È un donnone che porta sempre la stessa vestaglia verde ogni volta che la vedo, cioè quelle sere che dopo il pub io e Jamie finiamo a casa sua, cosa che avviene piuttosto spesso. Non è troppo scortese, anche se finge di apprezzarmi molto più di quanto io so che in realtà mi apprezzi.

«Ehi, ragazzino, non hai una gran bella cera. Qua, siediti che ti faccio subito subito un po’ di tè. Povero piccolo!» Non mi mossi di un millimetro dalla sedia del soggiorno intanto che Jamie appendeva le giacche. Lo sentivo saltellare nell’ingresso.

«Grazie» gracchiai, con la gola secca.

«Ecco a te, cucciolotto. Vuoi che alzi il riscaldamento? Hai freddo?»

Scossi la testa, e lei sorrise e mi fece un cenno col capo e mi diede una pacca sulla spalla e sgattaiolò in cucina. Jamie arrivò e si mise a sedere sul divano, accanto alla mia sedia. Mi guardò, mi fece un ghigno e scosse la testa.

«In che stato! In che stato!» disse sbattendo le mani e sbilanciandosi in avanti, coi piedi dritti davanti a lui. Io roteai gli occhi e guardai da un’altra parte. «Non ti preoccupare, Frankie, amico mio. Un paio di tazze di tè e starai bene.»

«Ummf» riuscii a dire, con un brivido.

Andai via verso l’una, l’ubriachezza era calata e le viscere mi scoppiavano per tutto il tè che avevo ingurgitato. Lo stomaco e la gola erano tornati quasi a posto, anche se avevo ancora la voce impastata. Diedi la buonanotte a Jamie e alla madre e mi avviai verso la periferia del paese, dirigendomi verso il sentiero che porta all’isola. Percorsi il sentiero al buio, ogni tanto lo illuminavo con la torcia, e mi diressi alla volta del ponte, verso casa.

Fu una passeggiata tranquilla attraverso le paludi, le dune e la campagna. A parte i pochi rumori che facevo camminando, altro non sentivo che il rombo lontano e sporadico dei camion che attraversavano il paese. Il cielo era quasi completamente ricoperto dalle nuvole, e la luna faceva poca luce, e non c’era nessuno intorno a me.

Mi ricordo che una volta, era l’estate di due anni fa, mentre scendevo per il sentiero a tramonto inoltrato dopo una giornata in giro per le colline, vidi delle strane luci nel buio che iniziava a calare, delle luci che slittavano nell’aria e sovrastavano l’isola. Si agitavano e si muovevano in modo inquietante, scintillavano, si spostavano, bruciavano come se fossero solide e pesanti, non sembrava che si stessero muovendo nell’aria. Mi fermai a guardarle per un po’, puntandoci sopra il mio binocolo. Per un istante, tra le immagini cangianti disegnate dalla luce, mi sembrò di scorgere qualche forma. Un brivido mi percorse allora le membra, e la mia mente cercò con tutte le sue forze di ragionare e capire cosa stessi vedendo. Lanciai un’occhiata veloce verso l’oscurità e poi mi voltai ancora verso quelle torri mute e lontane di fiamme traballanti. Erano sospese nel cielo come volti di fuoco che guardassero verso l’isola, come se stessero aspettando.

Allora mi venne in mente una cosa, e capii.

Un miraggio, un riflesso che si propagava dall’acqua del mare all’aria. Stavo guardando le fiammate gassose delle piattaforme petrolifere a centinaia di chilometri di distanza, nel Mare del Nord. Tornando con lo sguardo alle forme che avvolgevano le luci, mi accorsi che erano le piattaforme stesse, che si stagliavano sfumate contro il proprio bagliore gassoso. La cosa mi rallegrò, mi rese ancora più felice di quanto lo fossi prima di scorgere le strane apparizioni, e mi venne in mente che magari qualcuno che avesse avuto meno immaginazione di me, e che nello stesso tempo fosse stato meno razionale, sarebbe giunto alla conclusione di aver visto degli UFO.

Alla fine arrivai all’isola. La casa era immersa nell’oscurità. Rimasi a guardarla al buio, appena consapevole della sua presenza fisica sotto i fievoli raggi di una luna spezzata, e pensai che sembrava più grande di quello che in realtà era. Pareva la testa di un gigante di pietra, un imponente teschio che alla luce della luna mostrasse le sue forme e i suoi ricordi, con lo sguardo fisso verso il mare, attaccato a un corpo grosso e potente sepolto nella roccia e nella pietra, pronto a scrollarsi, a liberarsi, a disseppellirsi a qualche misterioso comando o segnale. La casa guardava fisso verso il mare, verso la notte, e io ci entrai.

5. Un mazzo di fiori

Ho ucciso la piccola Esmeralda perché lo sentivo come un dovere nei miei confronti e per il mondo in generale. Gli altri due a mio carico, dopotutto, erano maschi, ed eliminandoli avevo fatto una specie di favore alla schiatta delle donne, statisticamente parlando. Se davvero avessi il coraggio di farmi carico delle mie convinzioni — avevo allora pensato — a questo punto dovrei riequilibrare un pochino la bilancia. E la mia cuginetta era il bersaglio più facile e ovvio che potessi trovare, tutto qui.

Anche questa volta non c’era niente di personale. I bambini non sono persone vere e proprie, nel senso che non sono piccoli uomini e piccole donne ma una specie a parte composta di esemplari che (forse) diventeranno individui dell’uno o dell’altro sesso, a tempo debito. Quelli molto piccoli, poi, che non hanno subito i condizionamenti nefasti e insidiosi dei genitori o della società, sono davvero asessuati, e quindi di gradevolissima compagnia. Esmeralda mi era simpatica (anche se trovavo il suo nome un po’ sdolcinato) e giocavo volentieri con lei quando veniva a trovarci. Era figlia di Harmsworth e Morag Stove, parenti della prima moglie di mio padre. Eric era andato a stare da loro per un paio d’anni, da quando ne aveva tre fino a quando ne compì cinque. Di solito arrivavano da Belfast per passare l’estate da noi. Mio padre andava molto d’accordo con Harmsworth, e insieme si concedevano vacanze davvero rilassanti, visto che di Esmeralda me ne occupavo io. Credo che la signora Stove non si fidasse poi tanto, quell’estate, a lasciare Esmeralda con me, in quanto era passato soltanto un anno da quando il piccolo Paul aveva perso tragicamente la vita; ma io, che avevo compiuto nove anni, mi dimostravo felice, ormai a posto dopo quella tremenda esperienza, molto responsabile e intelligente, e, ogni volta che qualcuno tornava sull’argomento, visibilmente triste per l’infausto destino toccato a mio fratello. Ho la certezza che fosse soltanto la mia coscienza sinceramente pulita a farmi apparire del tutto innocente agli occhi degli adulti che mi stavano attorno. Riuscii addirittura a bleffare doppiamente, fingendo profondi sensi di colpa per le ragioni sbagliate, e così gli adulti mi dicevano che non potevo addossarmi la responsabilità dell’accaduto per non aver avvertito Paul in tempo. Ero davvero geniale.

Avevo già deciso che avrei tentato di assassinare Esmeralda ancor prima che lei e i suoi genitori arrivassero per le vacanze. Eric era via per un campo-scuola, quindi saremmo rimasti da soli lei e io. Sarebbe stata una faccenda rischiosa, a così breve distanza dalla morte di Paul, ma dovevo assolutamente fare qualcosa per riequilibrare la bilancia. Lo sentivo nelle viscere, nelle ossa. Dovevo. Era come un prurito, qualcosa a cui non avevo modo di resistere, come quando cammino per strada a Portneil e accidentalmente striscio il tallone contro una sporgenza del marciapiede. Devo immediatamente strisciare anche l’altro piede, e cerco di farlo anche con la stessa intensità, nei limiti del possibile. Solo così riesco a sentirmi di nuovo bene. Lo stesso mi succede quando sfioro un muro o un lampione col braccio. Devo strofinare subito anche l’altro, o almeno grattarmi con l’altra mano. Ho una vasta gamma di modi per mantenere stabile l’equilibrio, anche se non so assolutamente perché lo faccio. Sono cose che vanno fatte, punto e basta. Dunque, per lo stesso motivo, dovevo assolutamente sbarazzarmi di qualche femmina, per portare la bilancia a pendere dall’altra parte.

Quell’anno mi era presa la fissa degli aquiloni. Credo fosse il 1973. Li facevo con diversi materiali: canne e sterpi e appendiabiti di metallo e picchetti da campeggio in alluminio e pezzi di carta e fogli di plastica e sacchi per il pattume e stracci e spago e corda e filo di nylon e tutti i tipi di cinghie e stringhe e fibbie e fasce elastiche e cavi metallici e mollette e viti e chiodi e frammenti cannibalizzati da modellini di barche e altri giocattoli. Costruii una manovella con impugnatura doppia e nottolino di arresto, lasciando lo spazio per mezzo chilometro di filo attorno al cilindretto centrale; feci diverse code da abbinare ai modelli cui fossero state necessarie, e decine di aquiloni di diversa grandezza, alcuni dei quali particolarmente adatti al volo acrobatico. Li tenevo nella rimessa, e quando la collezione raggiunse dimensioni consistenti dovetti addirittura togliere da lì la bici e metterla sotto un telone.

Quell’estate portai spesso Esmeralda a giocare con gli aquiloni. La lasciavo divertire con un modello piccolo, a filo unico, mentre io facevo volare uno di quelli acrobatici, lanciandolo ora più in alto ora più in basso rispetto al suo, o tuffandolo nella sabbia dall’alto di una collina. Tiravo il filo fino a colpire le alte torri di sabbia che avevo costruito, poi riportavo l’aquilone in alto, che si librava nell’aria trascinandosi dietro una scia di sabbia smossa. Una volta buttai giù anche una diga, mettendoci però un sacco di tempo e sacrificando un paio di aquiloni prima di riuscirvi. Li scaraventavo in modo tale che a ogni botta colpissero di taglio la parte alta dello sbarramento. Riuscii così ad aprire una fessura via via più larga attraverso cui l’acqua cominciò a filtrare, finché non inondò l’intera diga e il villaggio di sabbia che proteggeva.

Un giorno, mentre stavo in cima a una duna a combattere col mio aquilone contro la forza del vento, e stringevo e tiravo e aggiustavo e attorcigliavo, una di quelle spire si avvolse a cappio attorno al collo di Esmeralda, e fu allora che mi venne l’idea. Avrei usato un aquilone.

Rimasi immobile dov’ero a pensarci con calma, come se nulla mi fosse passato per la testa, come se la mia concentrazione fosse rivolta unicamente al pilotaggio dell’aquilone. Pensai che l’idea fosse più che ragionevole. Mentre rimuginavo, la faccenda prese forma da sola, sviluppandosi e rinvigorendosi fino a diventare quella che avrei concepito in formula definitiva come la nemesi della mia cuginetta. Sogghignai, me ne ricordo bene, e feci scendere il mio aquilone fulmineo e aguzzo attraverso l’acqua e gli sterpi, la sabbia e la risacca, finché guizzò nel vento con sobbalzi e virate a strapiombo e andò a colpire la mia cuginetta seduta in cima a una duna che strattonava spasmodicamente il filo stretto in mano, alto nel cielo. Si voltò, sorrise e strillò, strabuzzando gli occhi alla luce dell’estate. Mi misi a ridere, tenendo sotto controllo contemporaneamente la cosa che stava per aria e quella che avevo in testa.

Feci un grosso aquilone.

Era così grande che neanche ci stava nella rimessa. Lo ricavai da alcuni picchetti di alluminio che avevo trovato in soffitta tempo prima, e da altri che avevo preso alla discarica. La parte non metallica l’avevo fatta in un primo tempo con i sacchi per il pattume, ma poi l’avevo sostituita con pezzi di tenda da campeggio, trovati sempre in soffitta.

Adoperai inoltre per la parte dell’impugnatura, che avevo rinforzato con una cassettina che tenesse ben saldo il tutto, del filo da pesca di nylon arancione, arrotolato attorno a uno speciale cilindretto. La coda era fatta di pagine tutte attorcigliate di Armi da fuoco munizioni, una rivista che a quell’epoca compravo regolarmente. Dipinsi sull’aquilone, con la vernice rossa, la testa di un cane, perché ancora credevo di essere del segno cinese del Cane. Anni prima mio padre mi aveva detto che ero di quel segno perché Sirio era in cielo al momento della mia nascita. Comunque, era solo un simbolo.

Un giorno uscii di casa prestissimo, allo spuntar del sole, quando tutti gli altri dormivano ancora. Andai alla rimessa, presi l’aquilone, mi inoltrai verso le dune e lo sistemai per bene. Fissai un paletto per terra, ci legai il filo di nylon e feci andare l’aquilone, ma senza srotolare subito il filo in tutta la sua lunghezza. Feci una gran fatica, anche se il vento non era troppo forte, e le mie mani avvamparono di calore, nonostante i pesanti guanti da saldatore che le rivestivano. Verificai che fosse tutto a posto e riportai l’aquilone alla rimessa.

Quel pomeriggio, col vento — un po’ più fresco rispetto al mattino — che ancora soffiava per tutta l’isola dirigendosi verso il Mare del Nord, io ed Esmeralda uscimmo come al solito e ci fermammo alla rimessa per prendere l’aquilone disassemblato. Mi aiutò a trasportarlo attraverso le dune, stringendo diligentemente al petto l’impugnatura e facendo tintinnare il nottolino sul cilindro, finché non arrivammo in un posto distante e ben nascosto rispetto alla casa. Era una collina piuttosto alta, inclinata in lontananza verso la Norvegia e la Danimarca, e inclinata era anche l’erba che il vento spazzava via come ciocche di capelli dalla fronte.

Esmeralda raccoglieva fiori mentre io riassestavo l’aquilone con appropriata solennità e lentezza. Lei parlava con i fiori, mi ricordo, come a volerli convincere di rendersi visibili per farsi cogliere e trasformare in mazzolini. Il vento le scompigliava i capelli biondi sul viso intanto che camminava, si accoccolava, si arrampicava e parlottava, e io riassestavo i pezzi.

Alla fine l’aquilone fu terminato in ogni particolare e adagiato sull’erba, sembrava una tenda in fase di smontaggio, verde su verde. Il vento lo attraversava tutto facendolo sbatacchiare qua e là con rumore sordo e schioccante, come di frusta, e lo faceva ergere, a tratti, come fosse un oggetto animato, col cane dipinto che guardava accigliato. Separai dal resto il filo di nylon arancione e cominciai a legarlo, districandolo per bene e tirando via tutti i nodi.

Chiamai Esmeralda. Stringeva in pugno un mazzo di fiori, e fece in modo che io aspettassi pazientemente che me li descrivesse uno per uno, inventandosi i nomi quando non se li ricordava o non li conosceva per niente. Accettai la margherita che mi aveva offerto con tanta grazia e la infilai nell’asola del taschino sinistro della giacca. Le dissi che avevo finito di costruire il nuovo aquilone e che poteva aiutarmi a provarlo. Era molto emozionata, voleva tenere il filo. Le dissi che le avrei fatto fare un tentativo, ma solo sotto il mio controllo. Disse che voleva tenersi anche i fiori, e io le risposi che forse ce l’avrebbe fatta.

Esmeralda fece oooh! e aaah! di fronte alle dimensioni dell’aquilone e al feroce cane dipinto. L’aquilone era steso sull’erba arruffata dal vento, sembrava una manta impaziente, e cominciava a incresparsi. Presi i fili principali di controllo e li diedi a Esmeralda, mostrandole come e da che parte tenerli. Le spiegai che avevo fatto dei piccoli anelli per i polsi, che le avrebbero evitato di perdere la presa. Infilò con forza le mani dentro il nylon attorcigliato, stringendo un filo in una mano e l’altro filo, insieme al mazzetto di fiori sgargianti, nell’altra. Misi insieme le stringhe di controllo dalla mia parte e le avvolsi a cappio attorno all’aquilone. Esmeralda saltellò di qua e di là e mi disse di sbrigarmi a lanciarlo nel vento. Diedi un’ultima occhiata intorno. Non mi restò che dare un calcetto alla parte superiore dell’aquilone per farlo salire in aria. Tornai indietro di corsa da mia cugina mentre la corda floscia tra lei e l’aquilone che si librava rapido nel cielo si tendeva.

L’aquilone sbatteva al vento con un che di selvaggio, e la coda si issava verso l’alto facendo un rumore che pareva quello del cartone quando viene strappato. I colpi d’aria lo strattonavano da tutte le parti e lo facevano scricchiolare. La coda si divise in due, mentre l’ossatura cava si incurvava sempre più. Raggiunsi Esmeralda alle spalle e trattenni i fili subito dietro i suoi gomitini lentigginosi, in attesa dello strappo. I fili si tesero, e lo strappo arrivò presto. Dovetti piantare i talloni nella sabbia per rimanere stabile. Urtai violentemente contro Esmeralda e lei strillò. Lasciò andare il filo quando il primo brutale schiocco fece tendere il nylon, e rimase lì impalata a guardarmi e a fissare il cielo mentre io mi arrabattavo a mantenere il controllo dell’aria che ci sovrastava. Teneva ancora i fiori stretti in mano, e gli strattoni che io davo ai fili la facevano muovere come un burattino. La manovella ce l’avevo sul petto, e il pezzo di filo che la separava dalle mie mani non era perfettamente teso. Esmeralda si guardò attorno un’ultima volta e si voltò verso di me con una risatina sciocca, e io in risposta mi misi a ridere. Poi lasciai andare i fili.

La manovella la colpì alla schiena e la fece guaire. Quando i fili si tesero completamente, Esmeralda fu trascinata per i piedi, con la corda che si stringeva attorno ai polsi. Vacillai all’indietro, un po’ per fare la scena nel caso malaugurato che qualcuno ci stesse guardando, un po’ perché avevo perso l’equilibrio lasciando andare la manovella. Caddi sulla terra nello stesso istante in cui Esmeralda la lasciò per sempre. L’aquilone continuò a schioccare e sbatacchiare, a sbatacchiare e schioccare, e sollevò la bambina dalla terra al cielo, manovella e tutto. Mi sdraiai a pancia in su e rimasi a guardarla per un istante, poi mi alzai e le corsi dietro più forte che potevo, ma solo perché sapevo che non avrei potuto prenderla. Esmeralda urlava e dimenava le gambe con quanta forza ancora le restava, ma i crudeli cappi di nylon la tenevano imprigionata dai polsi, l’aquilone era stretto tra le fauci del vento, e la piccola era già fuori dalla mia portata anche se avessi voluto raggiungerla.

Mi misi a correre sempre più forte, saltando giù da una duna e rotolando dalla parte rivolta verso il mare, e vidi quella figuretta dimenarsi e issarsi in alto nel cielo, spazzata via dall’aquilone. Riuscivo appena a sentire le sue urla e gli strilli, un flebile gemito in balia del vento. Il suo corpo fluttuava sopra la sabbia e le rocce, sospinto verso il mare, e io sotto di lei correvo e me la spassavo un mondo a vedere la manovella infilzata che sporgeva da sotto ai suoi piedini scalcianti. Il vestito le ondeggiava tutt’attorno.

Saliva sempre più in alto, e io continuai a correre, mentre il vento e l’aquilone mi sorpassavano. Attraversai le pozzanghere increspate sulla riva, poi entrai nel mare, immergendomi fino alle ginocchia. Proprio allora cadde qualcosa dal suo corpo, una cosa che in un primo momento sembrava solida, poi si disperse e si dissolse. Pensai che si fosse pisciata addosso, poi vidi i fiori precipitare dal cielo e colpire l’acqua attorno a me come fossero strane gocce di pioggia. Arrancai verso l’acqua bassa e arrivai in quel punto, raccattai per quanto mi fu possibile i fiori di Esmeralda e rimasi a guardare attraverso il mio mazzolino la bambina e l’aquilone che si spingevano verso il Mare del Nord. Mi venne in mente che in effetti avrebbe potuto farcela a districarsi da quel dannato congegno e che avrebbe potuto raggiungere il suolo prima che il vento ve la scaraventasse, ma a conti fatti dedussi che se anche fosse andata così io avevo fatto comunque del mio meglio, e l’onore era salvo.

La vidi farsi sempre più piccola, poi mi voltai e mi diressi verso la costa.

Mi rendevo conto del fatto che tre morti nelle mie immediate vicinanze e nel giro di soli quattro anni non potevano non destare sospetti, ma avevo già preparato un piano accurato riguardo a quella che sarebbe stata la mia reazione. Non corsi immediatamente a casa, ma tornai alle dune e mi misi a sedere, con i fiori ancora in mano. Mi misi a cantare e farfugliare storie, assunsi un aspetto deperito, mi rotolai nella sabbia e me ne strofinai un po’ negli occhi, insomma tentai di inscenare un’alterazione psichica che agli altri sarebbe apparsa terrificante, data la mia tenera età. Era calata la sera e io ero ancora là sulla duna, con lo sguardo fisso sul mare, quando una guardia forestale mi trovò.

Era uno della squadra di soccorso organizzata da Diggs. Mio padre e gli zii si erano accorti della nostra assenza e, visto che non erano riusciti a trovarci da nessuna parte, avevano chiamato la polizia. Il forestale arrivò in cima alla duna fischiettando e sferzando a casaccio sterpi e canne con un bastone.

Finsi di non accorgermi della sua presenza. Continuai a tenere lo sguardo fisso e a rabbrividire, con i fiori stretti nel pugno. Il forestale segnalò il ritrovamento, passando parola da un anello all’altro della catena di uomini che perlustravano la zona delle dune, e subito dopo arrivarono Diggs e mio padre, ma io finsi di non notare neanche loro. Alla fine attorno a me si erano ammassate un sacco di persone, mi guardavano, mi facevano domande, si grattavano la testa, si guardavano l’orologio e sbirciavano attorno. Ma io sembravo non accorgermi affatto di loro. Si rimisero in riga e continuarono a cercare Esmeralda, mentre gli altri mi portarono a casa. Mi offrirono da mangiare — stavo veramente morendo di fame — ma sembrai non accorgermi neanche della minestra. Mi fecero delle altre domande, a cui rispondevo con sguardo assente e un silenzio catatonico. Lo zio e la zia, con la faccia rossa e gli occhi bagnati, mi turbarono molto, ma io non diedi segno di accorgermi di loro. Infine mio padre mi portò in camera, mi spogliò e mi mise a letto.

Qualcuno rimase nella mia stanza per tutta la notte, ma io non chiusi occhio né lasciai dormire chi mi stava accanto, sia che si trattasse di mio padre che di Diggs che di chiunque altro: per un po’ me ne stavo in silenzio, simulando il sonno, poi di colpo urlavo con quanto fiato avessi in gola e mi buttavo giù dal letto e mi dimenavo sul pavimento. Ogni volta che facevo questa scena c’era qualcuno che mi tirava su, mi abbracciava teneramente e mi rimetteva a letto. Ogni volta facevo finta di riaddormentarmi, e dopo qualche minuto tornavo a fare pazzie. Se qualcuno mi parlava, io restavo a letto e tremavo, con gli occhi persi nel vuoto, senza emettere alcun suono, incapace di sentire le loro parole.

Andai avanti così fino all’alba, quando la squadra di soccorso rientrò, senza Esmeralda. A quel punto mi addormentai.

Mi ci volle una settimana per riprendermi, e fu una delle settimane più belle della mia vita. Eric era tornato dal campo-scuola e io ricominciai un po’ a parlare dopo il suo arrivo. In un primo momento pronunciavo solo parole senza senso, poi presi a dare qualche indizio sparso sull’accaduto, a cui seguivano sempre urla e catatonia.

Verso metà settimana al dottor MacLennan fu concesso di vedermi per un attimo, dopo che Diggs respinse la pretesa di mio padre di non farmi visitare da nessuno. Comunque lui restò nella stanza durante la visita, torvo e sospettoso, per accertarsi che il medico si mantenesse entro certi limiti. Tirai un sospiro di sollievo quando gli impedì di osservarmi dalla testa ai piedi, e per risposta recuperai un qualche barlume di lucidità.

Finita la settimana continuai sporadicamente a fingere incubi, improvvisi silenzi e tremiti, ma mangiavo ormai in modo quasi normale e rispondevo correttamente a gran parte delle domande. Quando si parlava di Esmeralda e di ciò che le era capitato finiva sempre che urlavo e mi facevo venire degli attacchi, ma dopo i lunghi e pazienti interrogatori di Diggs e mio padre, feci in modo che venissero a conoscenza di quello che io volevo che sapessero: un grosso aquilone, Esmeralda impigliata nei fili, io che cercavo di aiutarla, la manovella che mi scivolava di mano, la corsa disperata, poi un vuoto.

Dissi inoltre di aver paura di portare iella, di portare morte e distruzione a tutti quelli che mi stavano attorno, e anche che temevo di dover andare in carcere perché la gente avrebbe pensato che io avessi ucciso Esmeralda. Piangevo e mi stringevo a mio padre, e mi stringevo anche a Diggs. Sentivo l’odore della stoffa ruvida della divisa blu, e in quel momento mi sembrò quasi che il poliziotto si sciogliesse, e che credesse alle mie parole. Gli chiesi di andare alla rimessa, tirare fuori tutti i miei aquiloni e bruciarli, cosa che lui puntualmente fece, in una fossa che adesso si chiama Valle del Rogo degli Aquiloni. Mi dispiacque per gli aquiloni, e sapevo che mai più avrei potuto giocarci se volevo che la faccenda continuasse a risultare credibile, ma ne valeva la pena. Esmeralda non fece mai più la sua comparsa. Nessuno la vide più dopo di me, come dimostrarono anche le inchieste di Diggs tra i pescatori e gli operai delle piattaforme.

Fu così che pareggiai il conto e mi regalai una fantastica settimana di grande recitazione, anche se la cosa non fu semplice. I fiori che stringevo ancora in pugno quando mi riportarono a casa mi erano poi stati sottratti, ed erano stati messi in una busta di plastica sopra al frigorifero. Li trovai là due settimane dopo, morti e avvizziti, abbandonati e dimenticati. Li presi, una notte, e li portai nel mio reliquiario su in soffitta, e ancora li conservo, attorcigliati e secchi come avanzi fossili di nastro adesivo, infilati in una bottiglietta di vetro. Certe volte mi chiedo dove sia andata a finire mia cugina; in fondo al mare, o sbattuta dai flutti su qualche costa scoscesa e deserta, oppure schizzata dal vento contro la fiancata di un alto monte, a far da cibo ad aquile e gabbiani…

Mi piace pensare che sia morta mentre ancora volava attaccata all’aquilone gigante, che abbia volteggiato intorno al mondo e sia salita ancora più in alto, consunta e sempre più leggera per la fame e per la sete, fino a diventare nient’altro che un esile scheletro in balia delle correnti aeree del pianeta, una specie di Olandesina Volante. Ma dubito che una visione così romantica delle cose possa rispecchiare la realtà.

Passai gran parte della domenica a letto. Dopo la baldoria della notte precedente avevo bisogno di riposarmi, di reidratarmi, di mangiare un po’, insomma di farmi passare la sbronza. Mi venne quasi voglia di decidere che mai più avrei bevuto, ma, visto che ero ancora molto giovane, capii che non sarebbe stata una cosa molto realistica, quindi decisi che non avrei più bevuto a quel modo.

Mio padre venne a bussare alla porta della mia stanza quando non mi vide apparire per la colazione.

«Che cosa c’è che non va, ammesso che ci sia bisogno di chiederlo?»

«Niente» gracchiai io attraverso la porta chiusa.

«Passerà» disse lui con sarcasmo. «Quanto hai bevuto ieri sera?»

«Non molto.»

«Mmm…» commentò.

«Scendo subito» replicai, e mi rigirai un po’ nel letto per fare rumore, come se stessi per alzarmi.

«Eri tu al telefono stanotte?»

«Che?» chiesi io, smettendola di agitarmi.

«Eri tu, vero? L’ho capito che eri tu. Hai cercato di camuffarti la voce. Perché hai chiamato a quell’ora?»

«Ahh… Non ricordo di aver chiamato, sinceramente…» dissi io con cautela.

«Che idiota che sei, ragazzo mio» rispose, e se ne tornò di sotto zoppicando. Me ne rimasi nel letto, a pensare. Non avevo affatto telefonato a casa, quella notte. Avevo passato il mio tempo con Jamie al pub, poi eravamo andati fuori con la ragazza, poi li avevo smollati e avevo iniziato a correre, poi avevo finito per ritrovarmi di nuovo con Jamie, e infine con lui e sua madre, poi avevo preso la strada di casa in stato di semi-sobrietà. Non c’erano momenti di vuoto. Capii che doveva essere stato Eric a chiamare. A sentire mio padre, la conversazione non doveva essere durata molto, altrimenti avrebbe riconosciuto la voce del figlio. Rimasi a letto, a pancia in su, sperando che Eric fosse ancora lontano dalla sua meta, e anche che la testa e le budella la smettessero di ricordarmi quanto fossero capaci di sentirsi male.

«Ma guardati!» disse mio padre quando io alla fine, nel pomeriggio, scesi giù in vestaglia per guardare un vecchio film in tv. «Spero che tu sia fiero di te. Spero che tu creda che ridurti così ti faccia sentire uomo» aggiunse in tono di rimprovero, poi scosse la testa e tornò a leggere il Scientific American. Mi adagiai compitamente in una delle comode poltrone del salotto.

«Ho bevuto un po’ ieri sera, papà, lo ammetto. Mi dispiace che la cosa ti abbia sconvolto tanto, ma ti assicuro che ne sto già pagando le conseguenze.»

«Bene, spero che ti serva da lezione. Sai quante cellule cerebrali sei riuscito a distruggerti in una notte?»

«Qualche migliaio» risposi dopo una breve pausa per fare il conto.

Mio padre annuì con entusiasmo: «Almeno!»

«Bene, cercherò di non farlo più.»

«Mmmh.»

«Brrap!» replicò rumorosamente il mio ano, sorprendendo me tanto quanto mio padre. Mise giù la rivista e guardò fisso davanti a sé al di sopra della mia testa, con un sorrisetto saggio, mentre io mi schiarivo la gola e sventolavo l’orlo della vestaglia con la maggiore discrezione possibile. Vidi le sue narici incresparsi e tremolare.

«Birra chiara e whisky, eh?» disse lui, annuendo tra sé e sé e ritornando alla rivista. Mi accorsi che stavo arrossendo e digrignai i denti, felice del fatto che si fosse nuovamente immerso nella sua carta patinata. Ma come diavolo avrà indovinato? Feci come se nulla fosse successo.

«Oh. A proposito» dissi. «Spero che per te non sia un problema, ma ho detto a Jamie che Eric è scappato.»

Mi lanciò un’occhiata da sopra alla rivista, scosse la testa e continuò a leggere. «Idiota» disse.

Quella sera, dopo uno spuntino veloce che non era una vera e propria cena, andai in soffitta e usai il binocolo per dare un’occhiata da lontano all’isola, per accertarmi che non fosse successo niente durante il tempo che avevo passato dentro casa. Pareva tutto tranquillo. Uscii per una breve passeggiata nella nebbia fitta e fredda, dalla spiaggia fino al confine meridionale e ritorno, poi rincasai e guardai un altro po’ di tv, anche perché si era messo a piovere, una pioggia sospinta da un vento leggero che mugugnava lamentoso battendo contro la finestra.

Ero già a letto quando squillò il telefono. Mi alzai di scatto — non stavo ancora dormendo — e corsi giù per rispondere prima che lo facesse mio padre. Non sapevo se era ancora in piedi.

«Sì?» dissi col fiatone, cacciandomi la giacca del pigiama dentro ai calzoni. Prima si sentirono dei bip, poi dall’altro capo qualcuno sospirò.

«No.»

«Che cosa?» dissi io aggrottando le sopracciglia.

«No» rispose la voce dall’altro capo.

«Eh?» dissi io. Non avevo neanche la certezza che fosse Eric.

«Tu hai detto “Sì”. Io dico “No”.»

«Cosa dovrei dire?»

«“Portneil 531.”»

«D’accordo. Portneil 531. Pronto?»

«Bene. Ciao.» La voce ridacchiò e il telefono ammutolì. Guardai la cornetta con un’aria di rimprovero, poi riattaccai. Esitai un attimo. Il telefono squillò ancora. Risposi di scatto quando era ancora a metà il primo squillo.

«S…» cominciai a rispondere, poi risuonarono i bip. Aspettai che terminassero e dissi: «Portneil 531».

«Portneil 531» disse Eric. Almeno, credevo fosse Eric.

«Sì?» dissi io.

«Sì cosa?»

«Sì, risponde Portneil 531.»

«Ma credevo che io parlassi dal Portneil 531.»

«È qui, invece, il 531. Chi sei? Sei tu?»

«Sono io. Parlo con il 531?»

«Sì» urlai.

«E chi parla?»

«Frank Cauldhame» risposi, cercando di mantenere la calma. «Chi parla?»

«Frank Cauldhame» disse Eric. Mi guardai attorno, su e giù dalle scale, ma non vidi traccia di mio padre.

«Ciao, Eric» dissi allegramente. Decisi di non farlo arrabbiare, qualunque cosa fosse accaduta. Piuttosto avrei messo giù il telefono, evitando in ogni caso di dire la cosa sbagliata. Non avrei lasciato che mio fratello riducesse in briciole un’altra cabina telefonica.

«Ti ho appena detto che mi chiamo Frank. Perché mi chiami “Eric”?» disse mio fratello.

«Dai, Eric, ho riconosciuto la voce.»

«Sono Frank. Smettila di chiamarmi Eric.»

«Va bene, va bene. Allora ti chiamo Frank.»

«Insomma, chi sei tu?»

Ci pensai per un attimo. «Eric» provai a dire.

«Ma hai appena detto che ti chiami Frank.»

«D’accordo» sospirai, appoggiandomi al muro con una mano e pensando a ciò che avrei potuto dire. «Era… era solo uno scherzo. Oh Dio, non lo so.» Corrugai la fronte in attesa che Eric dicesse qualcosa.

«Comunque, Eric» disse Eric «che novità ci sono?»

«Oh, niente d’importante. Ero al pub, ieri sera. Hai chiamato?»

«Io? No.»

«Oh. Papà dice che qualcuno ha chiamato. Ho pensato che potevi essere tu.»

«E perché dovrei chiamare?»

«Be’, non lo so.» Diedi un’alzata di spalle. «Per la stessa ragione per cui stai chiamando adesso. Che so…»

«Perché credi che abbia chiamato, ora?»

«Non lo so.»

«Cristo. Non sai perché ho chiamato, non sai come ti chiami, sbagli anche il mio nome. Non ci stai molto con la testa, vero?»

«Oh, Gesù» dissi, rivolgendomi più a me che a lui. Sentivo che la conversazione stava prendendo una piega sbagliata.

«Non vuoi chiedermi come sto?»

«Sì, sì. Come stai?» dissi.

«Malissimo. E tu?»

«Così. Perché stai malissimo?»

«Non ti interessa.»

«Certo che m’interessa. Cosa c’è che non va?»

«Niente che ti possa interessare. Chiedimi qualcos’altro. Com’è il tempo, dove sono, o qualche altra cosa. Lo so che non ti interessa come mi sento.»

«Ma certo che m’interessa. Sei mio fratello. È naturale che m’interessa» protestai io. In quel momento sentii la porta della cucina che si apriva, e dopo qualche istante apparve mio padre in fondo alle scale. Si appoggiò alla sfera di legno che sta alla fine della ringhiera e rimase a guardarmi fisso. Sollevò la testa e la inclinò da un lato per sentire meglio. Persi qualche pezzo della risposta di Eric. Continuò dicendo: «…importa come mi sento, ogni volta che telefono è lo stesso. Dove sono, ecco l’unica cosa che ti interessa. Non vuoi sapere dove sto con la testa, vuoi sapere solo dove si trova il mio corpo. Non so perché me la prendo, non lo so. Potrei anche non prendermi la briga di chiamare».

«Mmmh. Bene. Eccoti qua» dissi, guardando mio padre con un sorriso. Lui non si mosse e non disse una parola.

«Capisci quello che voglio dire? Sei buono solo a fare: “Mmmh. Bene. Eccoti qua”. Grazie al cazzo. Questo dimostra tutto il tuo interesse nei miei confronti.»

«Ti sbagli. È esattamente il contrario» gli dissi, poi allontanai appena il ricevitore dalla bocca e gridai a mio padre: «È Jamie, papà

«…Non so neanche perché faccio lo sforzo…» vaneggiò Eric nella cornetta, apparentemente dimentico di ciò che avevo appena detto. Mio padre fece finta di niente. Rimase nella stessa posizione di prima, sempre con le orecchie tese.

Mi leccai le labbra e dissi: «Be’, Jamie…»

«Che? Vedi? Non hai ancora imparato il mio nome. Ma perché fai così? È quello che vorrei sapere. Allora? Perché? Lui non mi vuole bene. E invece tu me ne vuoi, vero?» La sua voce divenne sempre più debole e distorta; forse aveva scostato la bocca dalla cornetta. Pareva che stesse parlando con qualcuno accanto a lui nella cabina.

«Sì, Jamie, certo.» Feci un sorrisetto a mio padre, annuii e mi misi una mano sotto l’ascella opposta, cercando di apparire il più possibile a mio agio.

«Mi vuoi bene, vero, tesoruccio? Come se il tuo cuoricino ardesse d’amore per me…» borbottò Eric in lontananza. Deglutii e sorrisi ancora a mio padre.

«Be’, le cose stanno così, Jamie. Gliel’ho detto anche a papà stamattina.» Salutai mio padre con la mano.

«Bruci d’amore per me, vero, dolcezza?»

Il mio cuore e lo stomaco stavano per sbattere l’uno contro l’altro quando udii attraverso il telefono un respiro affannoso e concitato fare da sottofondo al mormorio di Eric. Un uggiolio sottile e un minorino di bava alla bocca mi fecero venire la pelle d’oca dappertutto. Rabbrividii. La testa mi ballava come se avessi appena buttato giù ettolitri di whisky foltissimo. Continuavo a sentire quel fiatone rantolante. Eric pronunciò a voce bassa qualche parola suadente, voltando le spalle alla cornetta. Oh mio Dio! C’era un cane con lui nella cabina! Oh no!

«Senti! Jamie! Che cosa…?» dissi alzando la voce disperatamente. Mi chiesi se mio padre potesse vedermi la pelle d’oca. Pensai che gli occhi mi stessero schizzando fuori dall’orbita, ma non c’era molto che potessi fare. Mi stavo concentrando con tutte le mie forze per farmi venire in mente qualcosa per distrarre Eric. «Stavo… ah… stavo giusto pensando che dovremmo… che dovremmo farci un altro giro con la vecchia macchina di Willy, sai, quella che lui qualche volta lancia a razzo giù per la spiaggia… Ci siamo divertiti un sacco, vero?» Avevo cominciato a gracchiare, mi si era completamente seccata la gola.

«Che? Di che stai parlando?» rispose prontamente la voce di Eric riavvicinandosi alla cornetta. Inghiottii e feci un altro sorriso a mio padre, i cui occhi pareva si fossero assottigliati.

«Te lo ricordi, Jamie. Il giro sulla macchina di Willy. Vorrei proprio che papà» dissi pronunciando la parola con un sibilo «mi comprasse una macchina vecchia per guidare sulla spiaggia.»

«Stai dicendo cazzate. Non ho fatto nessun giro in macchina sulla spiaggia. Hai di nuovo dimenticato chi sono» disse Eric, senza neanche ascoltare quello che stavo dicendo. Voltai le spalle a mio padre in fondo alle scale e mi girai verso l’angolo, tirai qualche sospiro forte, poi bisbigliai mentalmente, con la bocca lontana dalla cornetta: Oh mio Dio!

«Sì, sì, hai ragione, Jamie» continuai ormai senza speranza. «Mio fratello si sta ancora dirigendo da queste parti, per quanto ne so io. Io e papà speriamo che stia bene.»

«Bastardo! Parli come se io non ci fossi! Cristo santo, odio la gente che fa così. Non dovresti comportarti così con me, non è vero, tesoruccio?» La sua voce si interruppe di nuovo, attraverso il telefono si sentivano ora suoni canini — era un cucciolo, forse. Stavo cominciando a sudare.

Sentii dei passi giù nell’ingresso, poi la luce della cucina si spense. Si sentirono ancora i passi, poi mio padre cominciò a salire su per la scala. Mi voltai in fretta e gli feci un sorriso quando mi passò accanto.

«Va bene, Jamie, ti lascio» dissi pateticamente, smettendo di parlare.

«Non stare troppo tempo al telefono» disse mio padre sorpassandomi, poi proseguì la sua salita.

«Va bene, papà!» gridai allegramente. Cominciavo a sentire un dolore alla vescica, come spesso mi capita quando le cose vanno molto male e non vedo una via d’uscita.

«Aaaaaoooo!»

Allontanai di scatto il ricevitore dall’orecchio e lo fissai per un secondo. Non capivo se il rumore l’avesse fatto Eric o il cane.

«Pronto? Pronto?» bisbigliai affannosamente, alzando lo sguardo per vedere l’ombra di mio padre scivolare via dal muro del piano di sopra.

«Haaaooouuuaaaooouuu!» fu l’urlo che arrivò dall’altro capo del filo. Vacillai e indietreggiai. Mio Dio, che cosa stava facendo a quella bestia? Poi il ricevitore fu sbattuto forte, sentii un rumore atroce, e tuonò come se si stesse schiantando contro qualcosa. «Bastardo… Aargh! Cazzo! Merda! Vieni qui, piccolo…»

«Pronto! Eric! Voglio dire, Frank! Cioè… Pronto! Che succede?» dissi io con un sibilo, volgendo lo sguardo in cima alle scale alla ricerca dell’ombra di mio padre. Mi rannicchiai sopra al telefono e mi coprii la bocca con la mano libera. «Pronto?»

Si sentì un fracasso, poi Eric urlò nella cornetta: «È stata colpa tua». Poi arrivò un altro schianto. Riuscivo vagamente a sentire i suoni, ma per quanto mi sforzassi non capivo di cosa si trattasse, potevano anche essere disturbi della linea. Mi chiesi se avrei dovuto mettere giù il telefono, e stavo per farlo quando la voce di Eric tornò a farsi sentire, mugugnando parole incomprensibili.

«Pronto? Che cosa?» dissi io.

«Ancora lì, eh? Mi è scappato il bastardo. Tutta colpa tua! Cristo, ma perché fai così?»

«Mi dispiace» risposi io in tono sincero.

«È troppo tardi. Mi ha morso, quella merda. Ma lo riacchiappo. Bastardo.» Cominciò ad arrivare il bip-bip. Sentii che inseriva altre monete. «Immagino che tu ne sia felice!»

«Felice di che?»

«Felice che lo stramaledetto cane se ne sia andato, stronzo.»

«Che? Io?» dissi evasivamente.

«Non starai cercando di dire che ti dispiace che sia scappato, vero?»

«Ah…»

«L’hai fatto apposta!» urlò Eric. «L’hai fatto apposta! Volevi che scappasse! Non mi fai giocare con niente! Avresti preferito che si divertisse più il cane di me! Sei una merda! Bastardo schifoso!»

«Ah, ah» ridacchiai senza essere convincente. «Be’, grazie per aver chiamato… Frank. Ciao.» Sbattei giù il telefono e rimasi lì per un attimo, congratulandomi in cuor mio per il mio comportamento impeccabile, tutto considerato. Mi asciugai la fronte sudaticcia e diedi un’ultima occhiata al muro senza ombre del piano di sopra.

Scossi la testa e arrancai su per le scale. Avevo raggiunto l’ultimo gradino della rampa quando il telefono squillò di nuovo. Mi fermai di scatto. Se avessi risposto… Ma se non l’avessi fatto e fosse arrivato padre… tornai giù di corsa, tirai su, sentii le monete che entravano. Poi Eric urlò: «Bastardo!» e subito dopo si udì una sfilza di rumori assordanti, come di plastica sbattuta contro vetro e metallo. Chiusi gli occhi e rimasi ad ascoltare gli schianti e i colpi finché un tonfo particolarmente forte non si affievolì fino a diventare un ronzio leggero, ma diverso da quello che generalmente fanno i telefoni. Riattaccai, mi voltai, guardai verso il piano di sopra e mi avviai a passi stanchi ancora una volta su per le scale.

Mi misi a letto. Presto avrei dovuto trovare una soluzione definitiva a questo problema. Era l’unico modo. Avrei dovuto cercare di esercitare la mia influenza sulle cose affrontandole proprio alla radice: il Vecchio Saul. Ci voleva un rimedio efficace se non volevo che Eric si mettesse a sfasciare tutte le cabine telefoniche della Scozia e decimasse la popolazione canina della nazione. Prima, pensai, dovrò consultare la Fabbrica.

Non era propriamente colpa mia, ma questa faccenda mi aveva coinvolto fino in fondo, e dovevo riuscire a fare qualcosa con il teschio del vecchio cane, l’aiuto della Fabbrica e un pizzico di fortuna. Quanto diventasse suscettibile mio fratello di fronte alle vibrazioni che ero in grado di emanare, buone o cattive che fossero, è una faccenda a cui non avevo molta voglia di pensare, data la condizione della sua mente. Comunque, dovevo fare qualcosa.

Sperai che il cucciolotto se la fosse cavata. Diamine, non bisogna prendersela con tutti i cani per quello che è successo. Il colpevole era il Vecchio Saul. Il Vecchio Saul era passato alla storia, nella nostra famiglia e nella mia mitologia personale, come il Castratore-Traditore, ma grazie alle creaturine che sguazzavano nel torrente era ormai finito in mio potere.

Eric era completamente pazzo, anche se era mio fratello. Era fortunato ad avere qualcuno con la testa sulle spalle che ancora gli volesse bene.

6. Le Terre del Teschio

Quando Agnes Cauldhame arrivò, incinta di otto mesi e mezzo, sulla sua BSA 500, col manubrio inclinato e l’occhio di Sauron dipinto in rosso sul serbatoio, mio padre — c’era da aspettarselo — non fece certo i salti di gioia. Dopotutto lei lo aveva abbandonato quasi immediatamente dopo la mia nascita, lasciandogli una creatura urlante da accudire. Sparire senza farsi sentire per tre anni, né una telefonata né una cartolina, poi tornare sulle ali del vento, farsi il sentiero e il ponte portandosi in pancia il bambino di qualcun altro e aspettarsi di essere accolta in casa, sfamata, accudita e anche assistita durante il parto da mio padre… Insomma, era pretendere troppo.

Avevo solo tre anni all’epoca, quindi non mi ricordo granché. A dire il vero non mi ricordo un bel niente, cosa che vale, del resto, per tutto quanto era avvenuto prima di quella data. E comunque, in quel caso, avevo le mie buone ragioni. Da quel poco che ho potuto mettere insieme quando mio padre decise di farsi scappare qualche informazione, mi è stato possibile farmi un’idea accurata dei fatti accaduti. Ogni tanto la signora Clamp se ne veniva con qualche dettaglio in più, anche se probabilmente i suoi racconti erano ancora meno affidabili di quelli di mio padre.

Eric non c’era a quel tempo, stava a Belfast con gli Stove.

Agnes era abbronzata, imponente, tutta perline e camicioni sgargianti, decisa a partorire nella posizione del loto (la stessa posizione in cui il bambino era stato concepito, diceva) e a salmodiare “Om” durante il fatidico momento. Rifiutava di rispondere a mio padre che le chiedeva dove fosse stata in quei tre anni e con chi. Gli intimava di non essere possessivo nei riguardi di lei e del suo corpo. Stava bene e aveva un bambino in grembo, era l’unica cosa che a mio padre spettava sapere.

Agnes si acquattò in quella che un tempo era la loro camera da letto, nonostante le proteste di mio padre. Se lui fosse stato segretamente felice di averla di nuovo con sé, e se gli fosse venuta in mente l’idea stupida che lei sarebbe potuta restare con lui, questo non posso dirlo. Non credo che mio padre sia una persona tanto forte, nonostante quell’aria di sicurezza che riesce ad assumere quando vuole far colpo su qualcuno. Ho il sospetto che la forte determinazione di mia madre sarebbe bastata a dominarlo. In ogni caso, lei aveva ottenuto quello che voleva, e aveva trascorso un paio di settimane in grande stile durante quell’estate inebriante di pace e amore eccetera.

Mio padre all’epoca aveva ancora pieno uso di tutt’e due le gambe, e doveva servirsene per correre su e giù dalla cucina o dal salotto fino alla camera da letto e ritorno ogni volta che Agnes faceva tintinnare le campanelle cucite sull’orlo dei jeans a zampa d’elefante sistemati a mo’ di drappo su una sedia accanto al letto. E come se non bastasse, mio padre doveva occuparsi di me. Io trotterellavo da tutte le parti, a quel tempo, e combinavo pasticci proprio come tutti gli altri bambini di tre anni sani e normali.

Come ho già detto, non mi ricordo niente, ma mi hanno raccontato che provavo un certo gusto a infastidire il Vecchio Saul, l’anziano e zoppo bulldog bianco che mio padre teneva — così mi è stato riferito — perché era bruttissimo e perché non gli piacevano le donne. Al Vecchio Saul non piacevano neppure le motociclette, ed era uscito di testa all’arrivo di Agnes, si era messo ad abbaiare e l’aveva assalita. Agnes l’aveva spinto a calci per tutto il giardino, fino a farlo guaire e correre via fino alle dune. Era riapparso solo quando si era sentito di nuovo al sicuro, con lei confinata a letto. La signora Clamp sostiene che mio padre si sarebbe dovuto sbarazzare della bestia anni prima che tutte quelle cose accadessero, ma io credo che il vecchio cagnone puzzolente di pesce, dalla mascella umida e dagli occhi gialli e cisposi finiva per risultare simpatico proprio perché era ripugnante.

Agnes entrò in travaglio con gran tempismo all’ora di pranzo di una giornata calma e afosa. Sudava e salmodiava tra sé e sé intanto che mio padre metteva a bollire acqua e altre cose e la signora Clamp le tamponava la fronte raccontandole di tutte le donne morte di parto che aveva conosciuto. Io giocavo fuori, correndo da una parte e dall’altra in calzoncini, molto felice — suppongo — di tutta la faccenda della gravidanza perché mi dava libertà di fare il comodo mio in casa e in giardino, senza la supervisione di mio padre.

Cosa avessi fatto io per infastidire il Vecchio Saul, se fosse il caldo la causa della sua stizza spropositata, se davvero Agnes l’avesse colpito alla testa quand’era arrivata, come dice la signora Clamp, di tutto questo non so niente. Ma quella creaturina sudicia e abbronzata dalla testa arruffata che se ne andava in giro trotterellando da tutte le parti, cioè io, avrebbe potuto benissimo essere implicata in qualche malefatta ai danni del cane.

Accadde tutto in giardino, su una zolla di terra che poi diventò un orto, quando mio padre si infervorò col cibo naturista. Mancava circa un’ora al parto. Mia madre ansimava e brontolava, spingeva e sospirava, assistita sia da mio padre che dalla signora Clamp, quando tutti e tre (o almeno due di loro, visto che Agnes aveva già di che preoccuparsi) udirono un abbaiare concitato e un unico urlo acuto e tremendo.

Mio padre corse alla finestra, guardò giù verso il giardino, poi gridò e scappò via dalla stanza, lasciando la signora Clamp sola e con gli occhi fuori dalle orbite.

Si precipitò in giardino e mi tirò su. Tornò di corsa in casa, chiamò la signora Clamp a urla, poi mi appoggiò sul tavolo di cucina e usò degli strofinacci per fermare il sangue alla meno peggio. La signora Clamp, ancora ignara e piuttosto in collera, comparve con la medicina che lui aveva chiesto, poi quasi svenne quando vide il casino che avevo in mezzo alle gambe. Mio padre prese la roba e le disse di tornare su da mia madre.

Un’ora dopo ripresi i sensi e mi ritrovai a letto esangue e con lo stomaco imbottito di farmaci, mentre mio padre era uscito col fucile alla ricerca del Vecchio Saul.

Lo trovò dopo un paio di minuti, prima che il cane avesse la possibilità di lasciare propriamente la casa. Se ne stava acquattato vicino la porta della cantina, all’ombra fredda che c’è giù dalle scale. Guaì e rabbrividì, col mio sangue giovane mescolato sulle mascelle bavose alla saliva e al denso muco oculare, quindi mostrò i denti e rivolse uno sguardo incerto e implorante verso mio padre, che lo sollevò in aria e lo strangolò.

Non è stato facile farmi raccontare tutto questo da mio padre. Secondo lui, poi, fu proprio nell’istante in cui toglieva al cane l’ultimo soffio vitale che sentì un altro urlo, questa volta proveniente dalla casa, dal piano di sopra, il primo grido del bambino che avrebbe poi portato il nome di Paul. Quali pensieri ingarbugliati attraversassero la mente di mio padre a quel tempo per fargli scegliere un nome del genere per il bambino, neanche me l’immagino. Comunque quello fu il nome che Angus scelse per il suo nuovo figlio. Dovette sceglierlo lui perché Agnes non si fermò molto. Rimase a casa un paio di giorni per riprendersi, manifestò shock e orrore per quello che era successo a me, poi inforcò la moto e se ne andò a tutta birra. Mio padre cercò di fermarla parandosi davanti a lei, ma lei lo investì rompendogli malamente una gamba, sul sentiero che porta al ponte.

E così la signora Clamp si ritrovò a prendersi cura di mìo padre mentre lui la esortava a prendersi cura di me. Rifiutò ancora una volta che l’anziana donna chiamasse un dottore, e si sistemò la gamba da solo, anche se non proprio in modo perfetto. Ecco perché zoppica. La signora Clamp dovette portare il neonato all’infermeria locale il giorno dopo la partenza della madre. Mio padre protestò, ma la signora Clamp osservò che era già abbastanza gravoso occuparsi di due invalidi senza avere tra i piedi un bambino con bisogno costante di cure.

Fu questa l’ultima visita di mia madre sull’isola. Aveva lasciato lì un morto, due invalidi a vita e un neonato. Niente male per un paio di settimane di una monotona estate di amore psichedelico, pace e carineria generale.

Il Vecchio Saul finì bruciato sulla collinetta dietro alla casa, nel posto che poi avrei chiamato le “Terre del Teschio”. Mio padre sostiene di aver squartato la bestia e di avergli trovato i miei minuscoli genitali nello stomaco, ma non mi è mai stato possibile farmi dire che fine abbiano fatto.

Paul, naturalmente, era Saul. Quel nemico era stato sufficientemente astuto — dev’essere andata proprio così — da trasferirsi nel corpo del bambino. Ecco perché mio padre aveva scelto quel nome per il mio nuovo fratellino. È stata proprio una fortuna che io l’abbia localizzato in tempo e abbia agito quand’era ancora in tenera età, altrimenti Dio solo sa che tipo di individuo sarebbe potuto diventare, posseduto com’era dall’anima di Saul. Ma io, con l’aiuto della fortuna e del temporale, l’ho messo in contatto con la Bomba, e questo l’ha sistemato per sempre.

Comunque parecchie bestiole — gerbilli, topolini bianchi e criceti — dovettero morire sprofondate nel fango per permettermi di recuperare il teschio del Vecchio Saul. Catapultavo gli animaletti nel fango, dall’altra parte del torrente, in modo che mi fosse possibile fare anche i funerali. Mio padre non mi avrebbe mai permesso di scavare una fossa per quelle creature, per questo dovevano andarsene in quel modo ingrato, finendo i loro giorni agghindate con qualche fronzolo tirato via dal volano. Compravo abitualmente le palline per il volano in paese, nel negozio di sport e giocattoli, poi tiravo via la parte di gomma, strizzavo il porcellino d’India di turno (a dire il vero lo feci una volta soltanto, giusto per principio, e non diventò un’abitudine perché i porcellini d’India erano troppo cari e anche un po’ troppo grossi) e lo ficcavo a forza su per l’imbuto di plastica finché questo non si adattava attorno al corpicino come un vestito. Così gli animaletti erano pronti al volo; allora li fiondavo a parabola sopra l’acqua e il fango regalandoli a una morte soffocante. Poi li seppellivo, usando come bare le grosse scatole di fiammiferi che tenevamo vicino al fornello e che io da anni conservavo e adoperavo come contenitori per soldatini, per farci modellini di case e così via.

Dissi a mio padre che stavo cercando di spedirli verso la terraferma, e che quelli che avevo dovuto seppellire — quelli che erano caduti troppo vicino — erano vittime della ricerca scientifica, ma dubito che veramente mi servisse una scusa come questa. Mio padre non sembrava preoccuparsi molto della sofferenza delle forme di vita inferiori, pur essendo un ex fricchettone, ma forse era per via dei suoi trascorsi con la medicina.

Tenevo il conto, naturalmente, e quindi so che ci sono voluti non meno di trentasette esperimenti di lancio, per così dire, prima che la mia fidata cazzuola a manico lungo, nel mordicchiare le Terre del Teschio, andasse a colpire qualcosa di più duro del terreno sabbioso. Alla fine trovai i resti del cane.

Sarebbe stato bello se al momento della riesumazione del teschio fossero passati dieci anni dalla morte dell’animale, ma in effetti era passato solo qualche mese. Comunque, l’Anno del Teschio finì col nemico in mio potere: il teschio, che spuntava dal suolo come un grosso dente cariato, fu rinvenuto in una notte opportunamente scura e tempestosa grazie alla luce della mia torcia e alla cazzuola Colpo Duro, mentre mio padre dormiva, cosa che anch’io avrei dovuto fare, e il cielo era squassato da tuoni, pioggia e burrasca.

Tremavo mentre portavo la cosa al Bunker, in preda alla paura scatenata dalla mia immaginazione paranoica, ma alla fine riuscii a farcela. Portai là il teschio marcescente, lo ripulii e ci misi una candela dentro con tanto di accessori magici, poi me ne tornai, dopo aver preso tanto freddo e tanta pioggia, nel mio lettuccio caldo e confortevole.

Tutto considerato, mi sembra di aver agito per il meglio, di aver risolto i miei problemi nel miglior modo possibile. Il mio nemico è morto due volte, ed è ancora in mio potere. Non sono propriamente un uomo, e nulla può cambiare questa cosa. Ma io sono io, e questo mi basta come risarcimento.

Questa storia dei cani in fiamme è veramente insensata.

7. Space Invaders

Prima di rendermi conto che gli uccelli fossero miei alleati occasionali, mi capitava spesso di fargli cose non proprio carine: gli sparavo, li agganciavo all’amo, li intrappolavo nella sabbia legandoli a un bastoncino durante la bassa marea, sistemavo bombe con detonatore elettrico sotto i loro nidi, e via dicendo.

Il mio gioco preferito consisteva nel catturarne due insieme con l’esca e la rete per poi legarli l’uno all’altro. Solitamente si trattava di gabbiani, e io li legavo zampa a zampa con del grosso filo da pesca di nylon arancione, poi mi sedevo in cima a una duna e guardavo. Certe volte prendevo un gabbiano e un corvo, e anche se non erano della stessa specie capivano immediatamente che non avrebbero potuto volare come al solito. Il filo, a dire il vero, era lungo abbastanza per consentire il volo, ma i due uccelli finivano presto per mettersi a combattere, dopo qualche acrobazia goffa e ridicola.

Se uno dei due moriva, il sopravvissuto — che spesso rimaneva ferito — non se la cavava certo meglio, attaccato com’era a un pesante cadavere invece che a un avversario vivo. Ho visto un paio di volte uccelli talmente determinati da beccare la zampetta dell’avversario sconfitto fino a reciderla, ma difficilmente ci riuscivano, e comunque la maggior parte neanche ci pensava, e così venivano catturati dai topi durante la notte.

Facevo anche altri giochi, ma quello mi dava sempre una gran soddisfazione, era una delle mie invenzioni più mature; un gioco simbolico, per così dire, e contornato da un bel miscuglio di insensibilità e ironia.

* * *

Uno degli uccelli cagò su Gravel mentre io pedalavo su per il sentiero verso il paese un giovedì mattina. Mi fermai, lanciai un’occhiataccia ai gabbiani che svolazzavano e ai tordi, poi presi un po’ d’erba e la strofinai su quel casino giallastro per pulire il parafango anteriore. Era una giornata soleggiata e luminosa, animata da una leggera brezza. Le previsioni per i giorni successivi erano buone, e io speravo che il bel tempo tenesse fino all’arrivo di Eric.

Incontrai Jamie per pranzo nel salottino del Cauldhame Arms, e ci accomodammo davanti a uno schermo tv per fare una partita a un videogioco.

«Se è tanto fuori di testa non capisco perché non l’hanno ancora preso» disse Jamie.

«Te l’ho detto, è pazzo, ma è molto furbo. Non è stupido. È sempre stato molto intelligente, da quando era piccolo. Ha imparato a leggere presto, facendo esclamare a tutti i parenti, zii e zie: “Oh, come crescono in fretta di questi tempi!” e cose del genere, da prima che io nascessi.»

«In ogni caso, è pazzo.»

«È quello che dicono, ma non so se è vero.»

«Che mi dici dei cani? E degli insetti?»

«Va bene, potrebbe sembrare una cosa da pazzi, lo ammetto, ma a volte penso che abbia in mente qualcosa, forse non è del tutto matto. Forse è solo che non ne può più di comportarsi come una persona normale e ha deciso di fare stranezze, ed è stato rinchiuso perché si è spinto troppo oltre.»

«E lui reagisce facendo il matto» disse Jamie con una smorfia, tracannandosi la birra mentre io annientavo sullo schermo una sfilza di astronavi variopinte che cercavano di sfuggire da tutte le parti. Mi venne da ridere. «Sì, se è così che la pensi. Oh, non lo so. Forse è matto davvero. Forse anch’io non ci sto con la testa. Forse tutti quanti. O almeno tutta la mia famiglia.»

«Adesso sì che ragioni.»

Lo guardai per un istante, poi sorrisi. «Mi capita, a volte. Mio padre è un eccentrico… Credo di avere anch’io qualche stranezza.» Scrollai le spalle, tornando a concentrarmi sulla battaglia spaziale. «Ma non me ne frega niente. Ci sono un sacco di persone più matte di me, qua attorno.»

Jamie rimase muto per un po’ mentre io mi facevo schermate e schermate di flotte rotanti e sibilanti. Alla fine la mia fortuna si esaurì e mi fecero fuori. Presi il mio boccale, e Jamie si mise in posizione per distruggere qualche pezzo dello sfarzoso schieramento. Gli guardai la testa mentre si accingeva a giocare. Cominciava a perdere i capelli, anche se sapevo che aveva solo ventitré anni. Mi faceva pensare a un pupazzo, con quella testa sproporzionata e quelle braccine tarchiate e quelle gambe che si dimenavano nello sforzo di schiacciare il pulsante per fare fuoco e controllare con piccoli scatti i comandi di posizione.

«È vero» disse dopo un po’, sempre proteso all’attacco delle navi in arrivo. «E molti di loro sono politici, presidenti e cose del genere.»

«Che?» dissi io, chiedendomi a cosa si stesse riferendo.

«Quelli ancora più pazzi. Molti sono a capo di nazioni, religioni ed eserciti. I veri pazzi.»

«Già, suppongo di sì» dissi soprappensiero, sempre seguendo su e giù la battaglia sullo schermo. «O forse sono gli unici che ragionano. Dopo tutto sono loro ad avere tutto il potere e la ricchezza. Sono loro che decidono quello che la gente deve fare, se deve morire per loro o lavorare per loro o procurargli potere o proteggerli o pagargli le tasse o comprargli i giocattoli, e sono loro che sopravviveranno a un’altra grande guerra, nei bunker e nel sottosuolo. Dunque, visto che le cose stanno così, chi è che gli va a dire che sono pazzi perché non fanno le cose nel modo in cui Pinco Pallino pensa che andrebbero fatte? Se la pensassero come Pinco Pallino, sarebbero direttamente Pinco Pallino, e qualcun altro si divertirebbe al posto loro.»

«La sopravvivenza dei più forti.»

«Già.»

«La soprav…» Jamie prese fiato energicamente e tirò i comandi con una forza tale che quasi cadde dallo sgabello, ma riuscì a schivare le saette gialle dardeggianti che avevano costretto i suoi affarini in un angolo dello schermo «…vivenza dei più stronzi.» Mi guardò e mi fece un sogghigno veloce prima di curvarsi nuovamente sui comandi. Io continuai a bere, facendo sì con la testa.

«Se preferisci. Se sopravvivono i più stronzi, allora diamoci sotto.»

«Noi siamo tutti della schiatta di Pinco Pallino» disse Jamie.

«Sì, tutti quanti. L’intera specie. Se veramente diventiamo malvagi e insensibili al punto da usare quelle splendide bombe H e al neutrone l’uno sull’altro, forse è meglio se ci eliminiamo da soli prima di raggiungere lo spazio e cominciare a fare cose orribili alle altre razze esistenti.»

«Vuoi dire che saremmo noi gli “Space Invaders”?»

«Sì» dissi io ridendo, e mi dondolai sullo sgabello. «È così. Siamo proprio noi!» Risi ancora e puntai il dito sullo schermo nel punto in cui passava una formazione di cosi svolazzanti rossi e verdi. In quel momento uno di essi, staccandosi dal gruppo principale, si tuffò verso il basso e fece fuoco contro lo schieramento di Jamie. Mancò il bersaglio, ma lo abbrancò con un’aletta verde fino a farlo scomparire dallo schermo, e così la flotta di Jamie esplose con un bagliore luminescente di rosso e giallo.

«Merda» disse, rimettendosi comodo. Scosse la testa.

Mi misi in posizione e aspettai che apparisse la mia flotta.

Con una leggera ubriacatura in corpo dovuta alle tre birre, me ne tornai all’isola fischiettando. Mi piacevano un sacco le chiacchierate con Jamie all’ora di pranzo. Qualche volta parliamo anche il sabato sera, ma non si sente niente quando c’è la musica dal vivo, e poi mi sbronzo troppo, e anche se riesco a parlare la sbornia mi impedisce di ricordarmi quello che dico. Il che, a pensarci bene, significa la stessa cosa, a giudicare dal modo in cui le persone che di solito si comportano in modo educato si trasformano in idioti balbettanti e incivili e in enfatici predicatori una volta che le molecole di alcol nel sangue superano in quantità i neuroni o non so cosa. Fortunatamente uno se ne accorge solo se resta sobrio, quindi la soluzione è ovvia quanto piacevole, almeno in quel momento.

Mio padre stava dormendo su una sdraio in giardino quando tornai a casa. Lasciai la bici nella rimessa e rimasi a guardarlo da lì per un istante, in una posizione tale che se in quel preciso momento si fosse svegliato avrebbe creduto che io stessi giusto allora chiudendo la porta. Aveva la testa leggermente inclinata dalla mia parte, e la bocca era semiaperta. Portava gli occhiali scuri, ma attraverso le lenti si vedevano lo stesso gli occhi chiusi.

Avevo da pisciare, così non restai a guardarlo a lungo. Non che avessi qualche ragione particolare per guardarlo; mi piaceva e basta. Mi faceva bene sapere che mi fosse possibile vederlo senza che lui vedesse me, e che io mi rendessi perfettamente conto di ogni cosa mentre lui no.

Entrai in casa.

Trascorsi tutto il lunedì, dopo un rapido controllo dei Pali, a fare qualche riparazione e qualche miglioria alla Fabbrica, lavorando l’intero pomeriggio fino a che gli occhi non mi fecero male e mio padre non mi chiamò giù per la cena.

La sera venne a piovere, quindi restai a casa a guardare la televisione. Andai a letto presto. Eric non si fece sentire.

Dopo aver eliminato almeno metà della birra che avevo bevuto al Cauldhame, salii a dare un’altra occhiata alla Fabbrica. Mi arrampicai nella soffitta inondata dal calore e dalla luce del sole e dall’odore di vecchi libri interessanti, e decisi di rimettere un po’ in ordine il posto.

Sistemai nelle scatole i vecchi giocattoli, riposi qualche rotolo di moquette e di carta da parati nel posto da dove erano caduti, riappesi un paio di cartine geografiche sulla parete inclinata del sottotetto di legno, tirai via un po’ di attrezzi e arnesi che mi erano serviti per riparare la Fabbrica e mi occupai di quelle sue sezioni che necessitavano di rifornimenti.

Trovai delle cose molto interessanti durante questo lavoro: un astrolabio fatto in casa, una scatola contenente le parti pieghevoli di un modellino in scala delle mura di Bisanzio, i resti della mia collezione di isolatori per i pali del telegrafo e qualche vecchia scartoffia di quando mio padre mi insegnava il francese. Sfogliando quelle pagine, non vi trovai neppure una delle sue ovvie bugie. Non mi aveva insegnato a dire volgarità invece di “mi scusi” o di “mi può indicare la strada per la stazione, per favore?”, anche se a mio avviso la tentazione dev’essere stata forte.

Finii di riordinare la soffitta, starnutendo più volte per via della polvere luminescente che si spandeva nello spazio dorato. Diedi un’altra occhiata alla Fabbrica riassettata, giusto perché mi piace guardarla e mi piace giocherellarci e toccarla e sfiorare i suoi piccoli livelli e le porticine e i congegni. Alla fine mi costrinsi ad andare via, pensando in cuor mio che presto avrei avuto occasione di usarla nel modo più giusto. Avrei catturato una vespa quel pomeriggio stesso e avrei messo in funzione la Fabbrica il giorno successivo. Volevo interrogare ancora una volta la Fabbrica prima che Eric arrivasse; volevo avere un’idea più precisa di quello che stava per accadere.

C’era qualche rischio, ovviamente, a chiedere la stessa cosa due volte, ma pensai che le circostanze eccezionali lo rendessero necessario, e la Fabbrica era mia, dopotutto.

Presi la vespa senza alcuna difficoltà. Ci entrò praticamente da sola nel barattolo da cerimonia che da sempre adopero per conservare le prede per la Fabbrica. Presi il barattolo, lo sigillai col coperchio bucherellato e lo misi via insieme a qualche foglia e una manciata di bucce d’arancia, lasciandolo all’ombra dell’argine, quel pomeriggio, intanto che io mi dedicavo alla costruzione di un impianto di dighe.

Lavorai e sudai alla luce del tardo pomeriggio mentre mio padre faceva qualche rattoppo di verniciatura sul retro della casa e la vespa girava in tondo chiusa dentro al barattolo, con le antenne che oscillavano.

Ero a metà con la diga — il momento più delicato — quando mi venne l’idea che sarebbe stato divertente farla anche esplodere, così lasciai l’acqua a defluire e mi feci il sentiero in senso inverso per andare a prendere la Borsa da Guerra nella rimessa. Tornai indietro con la sacca e vi tirai fuori la bomba più piccola tra quelle predisposte alla detonazione elettrica. La collegai ai fili della torcia elettrica, con le punte scoperte che si intravedevano dal foro che avevo fatto col trapano nella copertura metallica, e avvolsi la bomba in un paio di buste di plastica. Conficcai la bomba sul fondo della diga principale, facendo passare i fili da dietro, fino al punto in cui avevo lasciato la vespa ad affannarsi nel suo barattolo. Coprii i fili, in modo da camuffarli col resto, poi tornai a costruire le dighe.

La barriera divenne bella grossa e piuttosto complicata, con ben due villaggi ai suoi piedi, uno vicino a due piccole dighe e uno sottocorrente rispetto all’ultima diga. C’erano dei ponti corredati di stradine, un castello con quattro torri e due tunnel stradali. Subito prima dell’ora del tè tirai fuori l’ultimo filo dalla torcia e portai il barattolo con la vespa in cima alla duna più vicina.

Riuscivo a vedere mio padre, sempre intento a dipingere le imposte della finestra del salotto. Mi ricordo ancora i disegni che c’erano sulla facciata della casa, dalla parte del mare. Erano sbiaditi già allora, ma si potevano considerare opere minori di una collezione di arte flippata, da quello che mi ricordo: grandi spirali vorticose e simboli induisti che facevano capolino sulla facciata come tatuaggi in technicolor, avvolgendosi attorno alle finestre e seguendo l’arcata della porta. Un cimelio di quando mio padre era un hippy. Sono rovinati e scrostati, adesso, consunti dal vento e dal mare, dalla pioggia e dal sole. Se ne distingue appena la sagoma, insieme a qualche mostruosa macchia del colore di origine. Sembra pelle screpolata.

Aprii la torcia, inserii le batterie, le sistemai per bene e schiacciai il bottone di accensione. La corrente passò in serie, con la batteria da nove volt fissata col nastro adesivo, attraversò i fili che partivano dal foro in cui prima c’era la lampadina e giunsero nell’involucro della bomba. Al centro la lana d’acciaio guizzò in un bagliore opaco, poi diventò più luminosa e cominciò a sciogliersi, mentre la mistura di cristalli bianchi esplodeva facendo saltare via il metallo — a cui avevo dato la giusta curvatura solo dopo una perdita immane di sudore e di tempo — come fosse carta.

Buuum! La parte frontale della diga più grande saltò in aria e schizzò da tutte le parti. Un miscuglio confuso di gas e vapore, acqua e sabbia, si levò in aria e ricadde a spruzzi. Un bel rumore ovattato. Nel fondo dei pantaloni, subito prima di udire il tonfo, avevo sentito un tremolio intenso e localizzato.

La sabbia scivolò nell’aria, precipitò, schizzò nell’acqua e ricadde pesantemente a mucchietti, inzaccherando le casette e i sentieri. L’acqua, ormai libera di defluire, si abbatté contro i muretti di sabbia e defluì in basso, rosicchiandosi gli orli della breccia e sputando una melma brunastra sopra il primo villaggio, poi si fece strada e andò ad ammassarsi dietro la duna seguente, tornò indietro, distrusse casette di sabbia, ribaltò di fianco il castello dalle torri già disfatte. Il supporto del ponte crollò, la parte di legno cedette, affondando da un lato, poi la diga cominciò a inondarsi, e nel giro di pochissimo fu completamente sommersa, divorata dalla piena che ancora si sprigionava dalla prima diga, con l’acqua che spingeva da cinquanta metri e passa in balia della corrente.

Lasciai il barattolo e scesi dalla duna esultante, mentre l’acqua si riversava a ondate sulla superficie zigrinata del letto del fiume, colpendo le case, seguendo le strade, correndo per i tunnel, finché non andò a investire l’ultima diga, che fu sopraffatta in un batter d’occhio. Infine l’onda andò a schiantarsi contro le case rimanenti, raggnippate nel secondo villaggio. Le dighe erano ridotte in poltiglia, le case erano finite nell’acqua, i ponti e i tunnel stavano precipitando e gli argini crollavano da tutte le parti. Un meraviglioso senso di eccitazione mi investì lo stomaco come un’onda e mi prese alla gola, facendomi fremere al pensiero della distruzione per acqua che avevo scatenato.

Guardai i fili elettrici arrotolarsi nell’acqua, tutti raggnippati da un lato, poi mi voltai verso la parte centrale dell’inondazione, che si dirigeva velocemente verso il mare passando sopra alla sabbia per lungo tempo secca. Mi sedetti di fronte a dove prima c’era il primo villaggio, e dove ora fluttuavano creste d’acqua fangosa in lento avvicinamento, e aspettai che la piena calasse, con le gambe incrociate, i gomiti sulle ginocchia e la testa tra le mani. Provai calore e gioia, e anche un po’ di fame.

Alla fine, quando il torrente tornò pressoché normale e non rimase più nulla delle mie ore di lavoro, individuai ciò che stavo cercando: il relitto nero e argento della bomba, che spuntava sventrato e grinzoso dalla sabbia, sottocorrente rispetto alla diga che aveva distrutto. Non mi tolsi gli scarponi, ma avanzai sulle mani finché non raggiunsi il bel mezzo del torrente, mentre i piedi rimasero là dov’erano, puntati contro l’argine asciutto. Raccolsi i resti della bomba dal letto del fiumiciattolo, afferrai quell’oggetto frastagliato con la bocca, poi tornai indietro, sempre carponi, finché non mi fu possibile riprendere la posizione e rialzarmi.

Asciugai il pezzo di metallo appiattito con uno straccio della Borsa da Guerra, misi la bomba nella sacca, poi raccolsi il barattolo con la vespa e tornai a casa per il tè, scavalcando il torrente proprio nel punto più alto da cui avevo fatto defluire le acque.

La nostra vita è tutta fatta di simboli. Ogni cosa che facciamo è parte di un disegno dove abbiamo comunque voce in capitolo. I forti stabiliscono i propri percorsi e influenzano quelli degli altri, i deboli ce li hanno già segnati. I deboli e gli sfortunati. E gli stupidi. La Fabbrica della Vespa è parte del disegno perché è parte della vita e — a maggior ragione — della morte. È complicata, proprio come la vita, e complicati sono tutti i pezzi. Il motivo per cui la Fabbrica sa rispondere alle domande è che ogni domanda è un inizio che cerca una fine, e la Fabbrica riguarda la Fine — la morte, nient’altro. Tenetevi le vostre viscere e i vostri bastoncini, i vostri dadi e i libri, il volo degli uccelli e le voci e i pendolini e tutte quelle altre stronzate; io ho la Fabbrica, e risponde al presente e al futuro. Non al passato.

Mi misi a letto, quella notte, sapendo che la Fabbrica era bell’e pronta, aspettava solo quella vespa che annaspava e girava in tondo nel barattolo accanto al mio letto. Pensai alla Fabbrica, su in soffitta, e aspettai che squillasse il telefono.

La Fabbrica della Vespa è bella, letale, perfetta. Mi avrebbe dato qualche indizio su ciò che stava per succedere, mi avrebbe dato una mano a capire cosa fare, e dopo che l’avessi consultata, avrei potuto provare a contattare Eric attraverso il teschio del Vecchio Saul. È mio fratello, dopo tutto, anche se solo per metà, e siamo due uomini, anche se io lo sono soltanto per metà. A un livello profondo, noi due ci capiamo, anche se lui è pazzo e io no. Abbiamo anche un’altra cosa in comune, mi è venuta in mente solo da poco ma potrebbe tornarmi utile in futuro: tutt’e due abbiamo ucciso, e l’abbiamo fatto usando la testa.

Mi venne in mente allora, ma lo sapevo anche prima, che gli uomini sono fatti proprio per quello scopo. Entrambi i sessi sanno fare una sola cosa molto bene: le donne mettono al mondo, gli uomini uccidono. Noi — mi considero un uomo per carica onoraria — siamo il sesso forte. Noi penetriamo, ci facciamo strada, spingiamo e deprediamo. Il fatto che io sia capace solo di fare qualcosa di analogo a queste azioni desunte dalla terminologia sessuale non mi scoraggia affatto. Lo sento nelle ossa, nei miei geni non castrati. Per Eric deve valere tutto questo.

Si fecero le undici, poi arrivò la mezzanotte e il segnale orario, allora spensi la radio e mi misi a dormire.

8. La Fabbrica della Vespa

Il mattino dopo, mentre mio padre dormiva e la luce fredda dell’alba filtrava tra la fitta cortina di nubi, mi alzai in silenzio, mi lavai e mi rasai con cura, ritornai nella mia stanza, mi vestii lentamente, poi presi il barattolo con la vespa mezza addormentata e lo portai in soffitta, dove la Fabbrica mi stava aspettando.

Posai il barattolo sul piccolo altare sotto la finestra e feci gli ultimi preparativi di cui necessitava la Fabbrica. Dopodiché presi un po’ di gel detergente dal vasetto accanto all’altare e me lo strofinai bene sulle mani. Diedi un’occhiata alle Tavole delle maree e delle distanze, un libricino rosso che tenevo dall’altra parte dell’altare, per controllare l’orario dell’alta marea. Sistemai le due candeline delle vespe posizionandole come fossero le lancette di un orologio che segnava l’ora dell’alta marea sulla facciata della Fabbrica, poi svitai il coperchio del barattolo ed estrassi le foglie e le bucce d’arancia, lasciandoci dentro solo la vespa.

Poggiai il barattolo sull’altare, che era agghindato con diversi oggetti di potere: il teschio del serpente che aveva ucciso Blyth (catturato e tagliato in due da suo padre con una vanga da giardinaggio; l’avevo recuperato dall’erba nascondendone la parte anteriore nella sabbia prima che Diggs se lo portasse via come prova per le indagini), un frammento della bomba che aveva dilaniato Paul (il pezzo più piccolo che avevo trovato; ce n’erano un sacco), un brandello di tenda da campeggio, ossia la stoffa dell’aquilone che si era portata in cielo Esmeralda (un ritaglio, ovviamente, non l’originale) e un piattino contenente alcuni dei denti gialli e rovinati del Vecchio Saul (estratti senza alcuna difficoltà).

Mi misi una mano in mezzo alle gambe, chiusi gli occhi e ripetei le mie preghiere segrete. Ero in grado di recitarle automaticamente, ma provai a pensare al loro significato mentre le dicevo. Contenevano le mie confessioni, i miei sogni e le speranze, le paure e gli odii, e ancora mi fanno rabbrividire ogni volta che le pronuncio, automaticamente o meno. Basterebbe un registratore nelle vicinanze, e l’orribile verità sui miei tre omicidi verrebbe presto a galla. È solo per quel motivo che le preghiere sono pericolose. Dicono anche la verità su chi sono io, su ciò che voglio e ciò che provo, e fa una certa impressione sentirsi descrivere nel modo in cui si è pensato a se stessi nei momenti di sincerità e abiezione più estrema, tanto quanto è umiliante sentire a cosa si è pensato nei momenti di maggiore speranza e illusione.

Finite le preghiere, presi la vespa senza alcuna difficoltà, la portai verso la parte inferiore della Fabbrica e ce la feci entrare.

La Fabbrica della Vespa ricopre un’area di parecchi metri quadri disseminati in un groviglio irregolare e vagamente fatiscente di metallo, legno, vetro e plastica. Il fulcro della Fabbrica è il quadrante del vecchio orologio che un tempo era appeso sulla porta della Banca Reale di Scozia a Portneil.

L’orologio è l’oggetto più importante che abbia mai recuperato dalla discarica comunale. L’ho trovato là nell’Anno del Teschio e me lo sono portato fino a casa facendolo rotolare per il sentiero e per il ponte con un suono rimbombante. Dopodiché l’ho messo al sicuro nella rimessa e ho aspettato il momento che mio padre si allontanasse per un’intera giornata, poi ho faticato e sudato ore e ore per portarlo fino in soffitta. È fatto di metallo ed è quasi un metro di diametro. È pesantissimo e praticamente intatto. Le ore sono segnate con cifre romane. Era stato costruito a Edimburgo nel 1864, esattamente cento anni prima della mia nascita. Non si trattava certo di una coincidenza.

Ovviamente, visto che l’orologio dava sia verso l’interno che verso l’esterno della porta, ci dev’essere stato anche un altro quadrante. Lho cercato per settimane, dopo che avevo trovato la parte in mio possesso, battendo a tappeto la discarica, ma non ho mai trovato l’altro pezzo. Anche questo fa parte del mistero della Fabbrica, una sorta di leggenda, nel suo piccolo. Il vecchio Cameron della ferramenta mi ha detto di aver sentito dire che un rottamaio di Inverness avesse preso gli ingranaggi dell’orologio, quindi forse anche il secondo quadrante è stato fuso, oppure adesso adorna una parete di qualche casa elegante costruita con i proventi delle macchine demolite e dei prezzi altalenanti del ferro. Ma propenderei per la prima ipotesi.

Nel quadrante c’era qualche buco, che io ho saldato, ma ho lasciato com’era il foro centrale in cui il meccanismo si collegava alle lancette, ed è da quell’apertura che le vespe vengono introdotte nella Fabbrica. Una volta entrate là, possono girovagare per tutto il quadrante a loro piacimento, e possono curiosare attorno alle candele con le vespe loro parenti sepolte nella cera, oppure ignorare quei piccoli sepolcri, a seconda dei gusti.

Comunque, una volta giunte al limite del quadrante che io ho sigillato con una barriera di compensato alta cinque centimetri e tappato con un vetro circolare fatto fare su misura dal vetraio, le vespe possono entrare in uno dei dodici corridoi attraverso porticine della loro misura, che corrispondono rispettivamente ai numeri, enormi rispetto alla loro stazza. Fatta la scelta, il peso della vespa aziona un delicato meccanismo ad altalena costruito con pezzi di lattine d’alluminio, fili e spilli, e la porticina si chiude alle spalle dell’insetto, imprigionandolo nel corridoio selezionato. Nonostante io mi preoccupi di tenere i meccanismi delle porte sempre ben oliati e bilanciati, e di ripararli e controllarli fino a che anche il più lieve tremolio le faccia scattare — mi tocca camminare con passo leggero quando la Fabbrica sta svolgendo il suo compito lento e mortale — qualche volta la Fabbrica non accetta la prima scelta operata dalla vespa, e la lascia strisciare fuori finché non si ritrova di nuovo sul quadrante.

Certe volte le vespe si mettono a volare o strisciare all’indietro fino al cerchio di vetro, a volte restano un sacco di tempo vicino al foro senza uscita da cui sono entrate, ma presto o tardi scelgono un buco e una porta funzionanti, e da quel momento il loro fato è segnato.

Gran parte delle morti offerte dalla Fabbrica sono automatiche, ma alcune richiedono il mio intervento per il colpo di grazia, cosa che, ovviamente, è in qualche modo in relazione con quello che la Fabbrica volta per volta tenta di comunicarmi. Se la vespa si arrampica su per le canne del fucile ad aria compressa, a me tocca premere il grilletto; se precipita nella Pozza Ribollente, devo attaccare la corrente; se invece va a finire nel Salotto del Ragno o nella Caverna di Venere o nella Formicheria, posso semplicemente sedermi ad assistere alla natura che compie il suo corso. Se la vespa è portata ad avventurarsi nel Pozzo Acido o nella Camera di Ghiaccio o verso quel luogo che scherzosamente ho ribattezzato Cesso dei Maschi (dove lo strumento di sterminio è la mia stessa urina, in genere fresca di giornata), anche in quel caso posso starmene a guardare; se va a cadere sugli aculei ad alta tensione della Sala del Voltaggio, posso rimirarla mentre viene fulminata; se si ritrova nella Zona del Pesomorto, la vedo che si spiaccica e si riduce in poltiglia; se infine incespica dentro al Corridoio delle Lame, la osservo sminuzzarsi in preda alle convulsioni. Quando mi capita di disporre di qualche morte alternativa in aggiunta a quelle elencate, allora vedo la vespa che si rovescia addosso cera liquefatta, che ingerisce marmellata avvelenata o si infilza su uno spillo catapultata da un elastico. Può anche succedere che l’insetto metta in moto una catena di eventi che alla fine lo porta a saltare per aria, intrappolato in una piccola camera ben sigillata, col diossido di carbonio estratto da una lampadina al sodio, ma quando sceglie l’acqua bollente o la canna del fucile del Cunicolo del Destino, allora io devo partecipare in modo diretto alla sua morte. E se si inoltra nel Lago Feroce, tocca a me abbassare la barra che aziona l’accendino.

La morte per fuoco avviene sempre sulle Dodici, ed è una di quelle non sostituibili dalle morti alternative. Ho associato simbolicamente il Fuoco alla morte di Paul, era avvenuta verso mezzogiorno. Allo stesso modo, la morte per avvelenamento è rappresentata dal Salotto del Ragno che corrisponde alle Quattro. Esmeralda è morta probabilmente per annegamento (il Cesso degli Uomini), e le ho attribuito un’ora del decesso arbitraria, le Otto, tanto per rispettare la simmetria.

Vidi la vespa uscire dal barattolo e arrampicarsi su una foto di Eric che avevo piazzato sull’imboccatura. L’insetto non perdeva tempo, nel giro di pochi secondi giunse sulla facciata della Fabbrica. Si trascinò sopra la scritta con la marca e l’anno di fabbricazione dell’orologio, ignorò completamente le candele con le altre vespe sepolte dentro, e si avviò in modo piuttosto spedito verso il grande Dodici, entrando nella porticina di fronte che si richiuse silenziosamente alle sue spalle. Alla stessa velocità zampettò alla volta del corridoio, attraversando un’entrata intrecciata fatta come quella delle nasse, da cui si può accedere ma non uscire, poi infilò l’imbuto di metallo lucidato a specchio e andò a finire nello scomparto di vetro dove avrebbe finalmente trovato la morte.

Tornai a sedermi, sospirando. Mi passai una mano tra i capelli e restai col busto inclinato in avanti a guardare la vespa che intanto era caduta. La vidi arrampicarsi a fatica sulla pallina d’acciaio annerita e striata coi colori dell’arcobaleno che mi era stata venduta come filtro da tè ma che ora si era trasformata in filtro da benzina. Un sorriso afflitto mi incurvò le labbra. Lo scomparto era ben aerato per via dei numerosi buchi nel coperchio e nel fondo di metallo che corredavano il tubo di vetro, quindi la vespa non sarebbe soffocata per le esalazioni del carburante. A pensarci bene si avvertiva una leggera perdita di benzina tutte le volte che la Fabbrica veniva innescata. Sentivo l’odore di quella benzina mentre guardavo la vespa, e forse l’aria esalava anche un lieve sentore di vernice fresca, ma non ne avevo la certezza. Mi strinsi nelle spalle e schiacciai l’interruttore della scatola, in modo tale che un pezzo di spago scivolò lungo i binari (costituiti dal picchetto da tenda in alluminio) e giunse a contatto con la rotella e il meccanismo di erogazione del gas dell’accendino usa e getta sospeso sopra la pozza di benzina.

Non ci vollero neanche diversi tentativi per azionare il meccanismo: si accese al primo colpo, e le fiamme sottili, ancora piuttosto luminose in contrasto con l’oscurità del primo mattino in cui era immersa la soffitta, si arricciavano e lambivano la pallina aperta del filtro. Le fiamme non fuoriuscivano dalle maglie, ma il calore sì, e la vespa schizzò verso l’alto, ronzando rabbiosamente sopra le fiamme mute, e andò a urtare contro il vetro, poi ricadde all’indietro, colpì le pareti del filtro, si arrampicò sul bordo, cominciò a scivolare tra le fiamme, si rialzò in volo per allontanarsi, sbatté due o tre volte contro il tubo metallico dell’imbuto, poi tornò a cadere nella trappola d’acciaio. Si tirò su un’ultima volta e svolazzò disperatamente per qualche secondo, ma ormai le ali dovevano essersi bruciacchiate, perché si muoveva in modo folle e irregolare, poi cadde nella rete metallica del filtro e morì, dimenandosi fino all’ultimo, finché non rimase immobile, con un sottile filo di fumo che saliva dal suo corpicino.

Mi sedetti a guardare l’insetto annerito che sfrigolava e si accartocciava; a guardare le fiamme che si levavano tranquille e sventagliavano attorno al filtro da tè come una mano; a guardare il riflesso delle fiammelle tremolanti sulla parete opposta del tubicino di vetro. Alla fine mi sporsi in avanti, svitai la base del cilindro, feci scivolare verso di me la semisfera metallica con la benzina e spensi il fuoco. Aprii il coperchio di quella sezione della Fabbrica e ci infilai un paio di pinzette per rimuovere il corpo. Lo riposi in una scatola di fiammiferi vuota e l’appoggiai sull’altare.

Non sempre la Fabbrica restituisce i cadaveri delle sue vittime. L’acido e le formiche non lasciano resti, e la trappola di Venere e quella del Ragno fanno avanzare solo qualche rimasuglio accartocciato, e a volte neanche quello. Ancora una volta, comunque, mi era rimasto un cadaverino bruciato. Ancora una volta avrei dovuto fare qualcosa per sistemarlo. Mi presi la testa fra le mani, dondolando avanti e indietro sullo sgabello. La Fabbrica era tutt’intorno a me, l’altare mi stava alle spalle. Lanciai un’occhiata alle attrezzature della Fabbrica, ai tanti modi di morire che offriva, ai suoi corridoi, alle strettoie, alle piccole camere, alle lucine in fondo ai tunnel, ai serbatoi e alle cisterne, ai meccanismi a leva, ai fili e alle batterie, ai sostegni e ai supporti, ai tubi e ai cavi. Schiacciai alcuni interruttori, e dei piccoli propulsori ronzarono dentro ai corridoi, emanando un risucchio d’aria che si diresse verso i fori di uscita sopra ai mucchietti di marmellata fino ad arrivare alla facciata della Fabbrica. Rimasi in ascolto per qualche istante, finché non sentii l’odore della marmellata, che serviva per allettare le vespe più pigre e spingerle tra le braccia della morte. Disattivai i meccanismi.

Cominciai a spegnere tutto, a staccare i fili, a svuotare e a ricaricare la Fabbrica. La luce del mattino si stava facendo strada nella parte di cielo visibile dal lucernario, e si sentiva anche nell’aria fresca lo stridio di qualche uccello più mattiniero degli altri. Quando la disattivazione rituale della Fabbrica fu portata a termine tornai all’altare, con lo sguardo che vagava tutt’attorno alla ricerca delle varie componenti, soffermandosi sui piedistalli in miniatura e sui barattolini, sui ricordi della mia vita, su tutti quegli oggetti del passato che avevo trovato e conservato. Le fotografie dei miei parenti morti, sia di quelli che avevo ucciso io, sia di quelli che erano morti e basta. Le fotografie dei vivi: Eric, mio padre, mia madre. Fotografie di oggetti: una BSA 500 (non quella moto, purtroppo; credo che mio padre abbia distrutto tutte le foto in cui compariva), la casa quand’era ancora dipinta con colori sgargianti, e anche una foto dell’altare stesso.

Passai la scatola di fiammiferi con dentro la vespa morta sopra all’altare, la scossi un po’ al cospetto di tutti gli oggetti appoggiati là sopra, il barattolo di sabbia raccattata dalla spiaggia, le boccette dei miei preziosi fluidi, qualche pelo della barba di mio padre prelevato dal suo stick emostatico, un’altra scatola di fiammiferi con i primi denti di Eric avvolti nell’ovatta, una provetta con dei capelli di mio padre, un’altra con ruggine e pittura scrostate dal ponte che congiunge l’isola alla terraferma. Accesi le candele con le vespe invischiate nella cera, chiusi gli occhi e mi portai il piccolo sarcofago di cartone davanti alla fronte, in modo tale da sentire dentro la testa la presenza della vespa contenuta nella scatolina; una sensazione di prurito, di solletico, proprio dentro il cranio. Subito dopo spensi le candele, coprii l’altare, mi alzai in piedi, mi tolsi la polvere dai pantaloni, presi la foto di Eric che avevo posato sul vetro della Fabbrica e con quella incartai il sarcofago, legai il tutto ben stretto con un elastico e me lo misi nella tasca della giacca.

Mi avviai a passi lenti lungo la spiaggia alla volta del Bunker, con le mani in tasca e la testa bassa, con gli occhi fissi sulla sabbia e sui miei piedi, ma senza guardare veramente né l’una né gli altri. Dovunque mi voltassi c’era il fuoco. La Fabbrica l’aveva detto due volte, e io ne avevo fatto uso istintivamente quando quel maledetto coniglio aveva sferrato il suo attacco, e alla fine avevo spinto le fiamme in ogni angolo della mia mente. E poi Eric non faceva che portare quel fuoco sempre più vicino.

Sollevai il volto verso l’aria pungente e il cielo pastello dalle sfumature azzurre e rosate, con la sensazione del vento umido sulla pelle, ascoltando il sibilo della marea che scemava in lontananza. Da qualche parte una pecora si mise a belare.

Dovevo provare col Vecchio Saul, dovevo fare il tentativo di contattare il mio fratello pazzo prima che tutti questi fuochi si congiungessero e spazzassero via Eric, o spazzassero via la mia vita dall’isola. Cercai di convincermi che la situazione non fosse poi così grave, ma dentro di me sentivo che lo era; la Fabbrica non diceva mai bugie, e una volta tanto era stata anche piuttosto specifica. Mi stavo iniziando a preoccupare.

Nel Bunker, con il sarcofago della vespa di fronte al teschio del Vecchio Saul e la luce che filtrava dalle orbite dei suoi occhi ormai da tempo inariditi, mi inginocchiai nell’oscurità pungente davanti all’altare, col capo chino. Pensai a Eric. Pensai a com’era prima che gli capitasse quella spiacevole esperienza. A quando, sebbene si trovasse a distanza dall’isola, ne faceva ancora parte. Mi ricordai di com’era allora: un ragazzo intelligente, gentile, entusiasta. E poi pensai a com’era diventato: una forza del fuoco e della distruzione che si avvicinava all’isola come un angelo folle, con la testa brulicante di urla riecheggianti di pazzia e illusioni.

Mi sporsi in avanti e appoggiai il palmo della mano destra sul cranio del cane, tenendo gli occhi chiusi. La candela era accesa da poco, e il teschio cominciava appena a scaldarsi. Una parte cinica e sgradevole della mia mente mi disse che sembravo Spock in Star Trek mentre attivava un contatto psichico o qualcosa del genere, ma io la ignorai. Non me ne importava niente. Respirai profondamente, pensai ancora più profondamente. La faccia di Eric mi fluttuava davanti, lentiggini, capelli biondi e sorriso ansioso. Un volto giovane, sottile e intelligente, proprio come me lo immaginavo quando mi sforzavo di pensare a lui ai bei tempi, all’epoca delle estati passate insieme sull’isola.

Mi concentrai, mi premetti la pancia e trattenni il fiato, come se mi sforzassi di cagare. Il sangue mi rombava nelle orecchie. Con una mano mi schiacciai gli occhi chiusi, usando pollice e indice, dentro il mio stesso cranio, mentre l’altra mano si stava scaldando sul teschio del Vecchio Saul. Vidi delle luci, disegni erranti a forma di solchi che si allargavano a poco a poco, o simili a grosse impronte digitali arrotolate.

Sentii lo stomaco contrarsi involontariamente, e un’ondata di feroce agitazione mi attraversò il corpo. Solo acidi e ghiandole, lo sapevo benissimo, ma mi sentii trasportare da un teschio all’altro. Eric! Stavo per farcela! Lo sentivo. Sentivo i piedi doloranti e piagati, le gambe frementi, le mani sudicie e impastate di sudore, i capelli sozzi e pruriginosi. Sentivo il suo odore come fosse il mio, riuscivo a vedere attraverso quegli occhi che a stento si chiudevano e che gli ardevano nel cranio crudi, schizzati di sangue, asciutti. Sentivo i resti di qualche pasto agghiacciante che giacevano dentro lo stomaco, il sapore della carne bruciata e del pelo e degli ossi sulla lingua. Ce l’avevo fatta! Io ero…

Un’esplosione mi fece schizzare in aria. Il mio corpo fu sbalzato all’indietro e sbattuto via dall’altare come se fosse stato una granata leggera. Feci un volo sopra al pavimento di cemento ricoperto di terra e andai a finire contro il muro dalla parte opposta, con la testa che mi ronzava e la mano destra che mi faceva male. Caddi su un fianco e mi raggomitolai stringendo le ginocchia al petto.

Rimasi lì a terra a prendere fiato, con le braccia strette intorno al corpo e la testa spiaccicata sul pavimento ruvido del Bunker, e mi dondolai leggermente avanti e indietro. Sentivo la mano destra delle stesse dimensioni e dello stesso colore di un guantone da pugilato. Man mano che il respiro diventava regolare, dalla mano mi salivano fitte di dolore lungo tutto il braccio. Canticchiai a bassa voce e lentamente mi misi a sedere, sfregandomi gli occhi. Continuai a dondolarmi, avvicinando ancora di più la testa alle ginocchia, e indietreggiai leggermente con la schiena. Cercai di soccorrere il mio io distrutto e di riportarlo in salute.

Le ombre annebbiate che avevano riempito il Bunker cominciavano a dissolversi. Recuperata perfettamente la messa a fuoco, vidi che il teschio era ancora acceso, e le fiamme ardevano. Fissai quel bagliore e sollevai la mano destra, cominciando a leccarmela. Diedi un’occhiata intorno per vedere se il mio volo avesse danneggiato qualcosa, ma mi sembrò che fosse tutto a posto. Gli unici danni li avevo riportati io. Feci un sospiro tremolante e cercai di rilassarmi, appoggiando la testa sul freddo cemento del muro alle mie spalle.

Dopo un po’ mi raddrizzai e appoggiai sul pavimento la mano ancora palpitante per rinfrescarla. La tenni lì per qualche minuto, poi la tirai su e cercai di pulirla dal terriccio che la ricopriva, per vedere se c’erano ferite visibili, ma c’era troppa poca luce. Mi alzai lentamente e andai all’altare. Accesi le candele laterali con le mani che mi tremavano, misi la vespa e le altre cose nel contenitore di plastica alla sinistra dell’altare e diedi fuoco a quel sarcofago improvvisato sulla piastra di metallo davanti al Vecchio Saul. La fotografia di Eric prese fuoco. Il suo viso infantile scomparve tra le fiamme. Soffiai attraverso uno degli occhi del Vecchio Saul e spensi la candela.

Restai immobile per un attimo, cercando di mettere ordine nei miei pensieri, poi raggiunsi la porta di metallo del Bunker e la aprii. La luce morbida delle nuvole mattutine inondò lo stanzino e mi fece strizzare gli occhi. Mi voltai, spensi le altre candele e mi guardai di nuovo la mano. Il palmo era rosso e infiammato. La leccai ancora.

Ce l’avevo quasi fatta. Credevo sul serio di avere Eric in pugno, di avere il controllo della sua mente e di farne parte. Avevo visto il mondo attraverso i suoi occhi. Avevo sentito il sangue pulsare nella sua testa, il terreno sotto i suoi piedi. Avevo sentito l’odore del suo corpo e il sapore del suo ultimo pasto. Ma era troppo per me. La deflagrazione nella sua testa era qualcosa che una mente normale non poteva sopportare. Richiedeva una capacità folle di totale adesione che solo i pazzi completi riescono a esprimere costantemente, e che i soldati più feroci e gli atleti più agguerriti riescono a emulare soltanto per qualche istante. Ogni particella del cervello di Eric era concentrata su due sole azioni: tornare a casa e incendiare. E nessun cervello normale — neanche il mio, ben lontano dalla normalità e molto più potente della media — avrebbe potuto fronteggiare quello spiegamento di forze. Eric era dedito alla Guerra Totale, a una vera e propria Jihad. Si muoveva sulle ali del Vento Divino fino alle soglie dell’autodistruzione, e io non potevo farci niente.

Chiusi a chiave il Bunker e tornai a casa passando per la spiaggia, di nuovo a testa bassa, con più pensieri e preoccupazioni di quanti ne avessi all’andata.

Passai il resto della giornata a casa a leggere libri e giornali, a guardare la televisione e a pensare. Non potevo fare niente per Eric dall’interno, quindi dovevo cambiare strategia. La mia mitologia personale che ruotava attorno alla Fabbrica era abbastanza flessibile da accettare il fallimento che si era appena verificato e da usare una tale sconfitta per suggerire la vera soluzione. Le mie truppe d’assalto avevano subito uno scacco, ma avevo ancora tante altre risorse. Ce l’avrei fatta, ma non servendomi direttamente dei miei poteri. Almeno non applicando direttamente altri poteri che non fossero quelli dell’immaginazione. Era questo in definitiva il fondamento su cui si reggeva tutto il resto, e se non fosse stato in grado di reggere la sfida che Eric rappresentava, allora la mia distruzione sarebbe stata più che meritata.

Mio padre stava ancora pitturando, trascinandosi su per la scala verso le finestre con il barattolo della vernice e il pennello serrato tra i denti. Gli offrii il mio aiuto, ma lui insistette nel fare da solo. Quella stessa scala mi era servita diverse volte in passato per cercare di penetrare nello studio del vecchio, ma lui aveva piazzato delle serrature speciali alle finestre, e teneva pure le imposte accostate e le tende tirate. Mi piaceva vederlo arrancare con difficoltà sulla scala. Non era mai riuscito a salire sino in soffitta. Mi venne in mente che era proprio una fortuna che la casa fosse dell’altezza che era, altrimenti sarebbe stato capace di salire con la scala sino al tetto quindi di sbirciare dentro la soffitta attraverso i lucernari. Ma eravamo entrambi al sicuro, le nostre rispettive cittadelle erano al riparo anche per il futuro.

Per una volta mio padre mi lasciò preparare la cena, e mi misi a cucinare delle verdure al curry che entrambi trovammo passabili. Durante il pasto guardammo un documentario di geologia sul televisore portatile che avevo spostato apposta in cucina. Non appena il problema di Eric sarà risolto, decisi, devo proprio riprendere la mia campagna per persuadere mio padre a comprare un videoregistratore. Capitava fin troppo spesso di perdere dei buoni programmi nelle giornate di bel tempo.

Dopo cena mio padre andò in paese. Era un fatto insolito, ma non gli chiesi perché ci volesse andare. Aveva l’aria stanca, dopo aver passato tutta la giornata ad arrampicarsi sulla scala e ad allungarsi, ma salì in camera sua, si mise gli abiti che usa ogni volta che va a Portneil, e ritornò zoppicando in salotto per salutarmi.

«Be’, allora io esco» disse. Si mise a ispezionare con lo sguardo il salotto, come per scoprire se avessi già commesso qualche atrocità, addirittura prima che lui fosse uscito. Continuai a guardare la televisione e annuii senza rivolgergli neanche un’occhiata.

«Sta’ tranquillo» dissi.

«Non farò tardi. Non c’è bisogno che ti chiuda a chiave.»

«Va bene.»

«Ti comporterai bene, allora?»

«Oh sì.» Lo guardai, incrociai le braccia e sprofondai ancora di più nella vecchia poltrona. Indietreggiò, con i piedi nell’ingresso e il corpo inclinato verso il salotto. Solo la mano sulla maniglia della porta gli impediva di cadere. Mi fece ancora un cenno, mentre il berretto gli si abbassava sulla testa.

«Bene. A più tardi. Ci vediamo… mi raccomando.»

Sorrisi e ritornai a guardare lo schermo. «Sì, papà. Ci vediamo.»

«Mmh» disse, e dopo un’ultima occhiata al salotto, come a controllare se fosse sparita l’argenteria, chiuse la porta e sentii il rumore dei suoi passi nell’ingresso e poi fuori dalla porta principale. Lo vidi salire per il sentiero, aspettai un attimo, dopodiché salii al piano di sopra e provai ad aprire la porta dello studio che, come al solito, come sempre, era così fissa che avrebbe potuto benissimo far parte del muro.

Sonnecchiai per un po’. La luce fuori si stava facendo sempre più debole, alla tv c’era un orribile telefilm americano, e la testa mi faceva male. Strabuzzai gli occhi cisposi, sbadigliai per spiccicare le labbra e farmi entrare un po’ d’aria nella bocca impastata. Stavo stiracchiandomi tra uno sbadiglio e l’altro quando mi fermai di scatto. Il telefono si era messo a squillare.

Balzai in piedi, incespicai, per poco non caddi. Raggiunsi la porta, l’ingresso, la scala, e infine il telefono, più in fretta possibile. Sollevai il ricevitore con la mano destra, quella ferita. Premetti la cornetta sull’orecchio.

«Pronto» dissi.

«Ciao, Frank, come te la passi?» disse Jamie. Provai un misto di sollievo e disappunto. Sospirai.

«Ah, Jamie. Sto bene. E tu?»

«Sono a casa dal lavoro. Mi è caduta un’asse sul piede stamattina, e adesso è tutto gonfio.»

«Niente di serio, spero.»

«No. Starò a riposo per il resto della settimana, se mi va bene. Vado dal medico domani a farmi fare un certificato. Comunque volevo dirti che rimango a casa per il resto del giorno. Puoi portarmi da bere, se vuoi.»

«D’accordo. Forse passo domani. Ti chiamo prima per dirtelo.»

«Bene. Altre notizie da chi sai tu?»

«Niente. Pensavo che fosse lui quando ho sentito il telefono.»

«Sì, lo sapevo che l’avresti pensato. Non ti preoccupare. Non ho sentito niente in giro, pare che di stranezze non se ne siano viste, quindi forse non è ancora arrivato.»

«Sì, ma io vorrei rivederlo. Non vorrei proprio che si rimettesse a fare le solite stronzate. So che se ne dovrà comunque andare via da qui, anche se non combina niente, ma io voglio vederlo. Vorrei tutt’e due le cose, capisci?»

«Sì, sì. Andrà tutto bene, alla fine. Non ti preoccupare.»

«Non mi preoccupo.»

«Bene. Senti, io esco a comprare qualche pinta di anestetico giù al Cauldhame. Ti va di venire?»

«No, grazie. Sono a pezzi. Sono in piedi da stamattina presto. Ci vediamo domani.»

«D’accordo. Stammi bene. Ci vediamo, Frank.»

«Bene, Jamie. Ciao.»

«Ciao» disse Jamie. Riattaccai e tornai di sotto per cercare qualcosa di migliore in televisione, ma non feci in tempo a fare tutti gli scalini che il telefono squillò di nuovo. Tornai su. Mentre salivo sentii un ronzio nella testa e pensai che potesse essere Eric, ma la mia mente non percepiva i bip-bip. Feci un sogghigno e dissi: «Allora? Hai dimenticato qualcosa?»

«Dimenticato? Io non mi dimentico un bel niente! Mi ricordo sempre tutto! Tutto!» urlò una voce familiare dall’altro capo del telefono.

Mi si irrigidirono le membra. Deglutii e dissi: «Ehm…»

«Perché mi accusi di dimenticarmi le cose? Cosa mi stai accusando di dimenticare? Che cosa? Non mi sono dimenticato un bel niente!» esclamò Eric sputacchiando.

«Eric, scusami. Pensavo che fosse un’altra persona.»

«Sono io!» urlò. «Non sono un’altra persona! Sono io! Io!»

«Pensavo che fosse Jamie» dissi io in tono lamentoso, chiudendo gli occhi.

«Quel nano schifoso? Sei un bastardo!»

«Mi dispiace, io…» Poi mi interruppi un attimo per riflettere. «Come ti permetti di chiamarlo “nano schifoso”? È un mio amico. Non è colpa sua se è basso.»

«Ah sì?» rispose Eric. «E come fai a saperlo?»

«Che significa come faccio a saperlo? Non è colpa sua se è nato così» dissi io cominciando ad arrabbiarmi veramente.

«Hai solo la sua parola.»

«Ho solo la sua parola? In che senso?» chiesi io.

«Che è un nano» sputacchiò Eric.

«Che?» urlai, quasi incapace di credere alle mie orecchie. «Lo vedo, che è un nano. Idiota!»

«È quello che lui vuole farti credere. Forse in realtà è un alieno. Forse gli altri della sua razza sono ancora più piccoli di lui. Come fai a sapere che non è un alieno gigante di una razza di alieni piccoli? Eh?»

«Non fare il cretino!» urlai nella cornetta, afferrandola con la mano bruciata e dolorante.

«Be’, non dire che non ti ho avvertito!» gridò Eric.

«Non preoccuparti!» urlai io in risposta.

«Comunque» disse Eric in un tono di voce improvvisamente calmo, tanto che per un secondo o due pensai di stare parlando con qualcun altro, visto che aveva cominciato a fare una conversazione sorprendentemente normale. «Come stai?»

«Eh?» dissi io in tono un po’ confuso. «Ah, bene. Bene. E tu come stai?»

«Oh, niente male. Ci sono quasi.»

«Dove? Qui?»

«No. Là. Cristo, come fa la linea a essere disturbata a una distanza così?»

«A quale distanza? Eh? Come fa? E che ne so.» Mi toccai la fronte con l’altra mano, con la sensazione che stessi completamente perdendo il filo del discorso.

«Ci sono quasi» ripeté Eric con voce stanca. Fece un sospiro. «Non sto arrivando qui. Sono già qui. Sto arrivando là. Come potrei chiamarti se fossi già qui?»

«Ma dov’è qui?» chiesi io.

«Vuoi dire che non sai dove sei? Di nuovo?» esclamò incredulo Eric. Chiusi gli occhi e sbuffai con rassegnazione. Lui continuò: «E hai il coraggio di accusare me di dimenticarmi le cose? Ah ah!»

«Senti, tu sei completamente pazzo!» urlai io contro la plastica verde della cornetta stringendola sempre di più. Sentivo le fitte di dolore che mi salivano lungo il braccio, mentre la faccia mi si contorceva. «Non ne posso più delle tue telefonate. Prima mi chiami e poi ti comporti apposta in modo spaventoso. Smettila di fare questi giochetti!» rantolai, ormai a corto di fiato. «Sai bene cosa voglio dire quando dico “qui”! Voglio dire dove diavolo sei tu! Io so dove sono. Smettila di fare confusione, va bene?»

«Mmmh. Certo, Frank» disse Eric con tono di sufficienza. «Scusami se ti ho fatto arrabbiare.»

«Insomma…» avevo cominciato di nuovo a urlare, poi ripresi il controllo e mi calmai, respirando profondamente. «Senti… ecco… non trattarmi a quel modo. Ti ho solo chiesto dove sei.»

«Sì, va bene, Frank. Capisco» disse Eric pacatamente. «Ma proprio non posso dirti dove sono, altrimenti qualcuno potrebbe origliare. Lo vedi anche tu che non posso, vero?»

«Va bene, va bene» dissi io. «Ma non sei in una cabina, non è vero?»

«Be’, certo che no» disse lui innervosito. Poi riuscì a controllare il tono di voce e aggiunse: «Sì. È così. Sono in una casa. Una villetta, per essere precisi.»

«Cosa?» dissi io. «Di chi?»

«Non lo so» rispose, e mi sembrò quasi di sentire la sua scrollata di spalle. «Credo che potrei scoprirlo, se proprio ti interessa tanto. Ti interessa?»

«Eh? No. Sì. Cioè, no. Che importa? Ma dove… voglio dire… chi…»

«Senti, Frank» disse Eric spazientito «È solo la villetta per le vacanze di qualcuno, o il rifugio per il fine settimana, o qualcosa del genere, va bene? Non so di chi è. Ma chi se ne importa? L’hai detto anche tu…»

«Vuoi dire che hai scassinato la serratura?»

«Sì. E allora? Anzi, a dire il vero non ho dovuto scassinare un bel niente. Ho trovato la chiave della porta del retro nella grondaia. Cosa c’è di male? È un bel posticino.»

«Non hai paura che ti becchino?»

«Non molta. Sto seduto qui nella stanza che dà sulla facciata e controllo la strada. Non c’è problema. Ho da mangiare e c’è il bagno e il telefono e il freezer — Dio santo, ci entrerebbe un pastore alsaziano, qua dentro! — e il letto e tutto il resto. Che lusso!»

«Un pastore alsaziano!» strillai.

«Be’, sì, se ce l’avessi. Non ce l’ho, ma se ce l’avessi lo potrei conservare qua dentro. Infatti…»

«Non farlo» lo interruppi, chiudendo di nuovo gli occhi e sollevando la mano come se lui fosse lì in stanza con me. «Non dirmelo.»

«Va bene. Allora, volevo solo telefonarti per dirti che sto bene, e volevo sapere come stavi tu.»

«Io sto bene. Sei sicuro di star bene anche tu?»

«Sì. Mai stato meglio. Mi sento in forma. Credo che sia per quello che mangio…»

«Ascolta!» lo interruppi disperatamente, con la sensazione che i miei occhi si stessero aprendo sempre più al pensiero di ciò che stavo per chiedergli. «Non ti è successo niente stamattina, vero? Niente dentro di te… Non hai sentito niente? Hai sentito qualcosa?»

«Che vai blaterando?» disse Eric lievemente alterato.

«Hai sentito qualcosa stamattina, molto presto?»

«Ma che diavolo vuoi dire? Sentito?»

«Cioè, hai provato qualcosa? Una sensazione? Stamattina verso l’alba?»

«Be’» disse Eric in tono misurato e lento. «È strano che tu mi dica…»

«Sì? Che cosa?» dissi io con voce agitata, schiacciando la bocca così forte contro il ricevitore che i denti mi sbatterono sulla plastica.

«Niente di niente. Stamattina, se proprio devo essere sincero, è stata una di quelle mattine in cui non è successo un bel niente» mi informò Eric in tono quasi cortese. «Ho dormito.»

«Ma se hai detto che non dormi più!» dissi io furiosamente.

«Cristo, Frank. Nessuno è perfetto.» Cominciò a ridere.

«Ma…» cominciai. Serrai le labbra e digrignai i denti. Ancora una volta, chiusi gli occhi.

«Comunque, Frank, adesso piantala» disse lui. «A dir la verità sto cominciando a scocciarmi. Forse ti richiamo. In ogni caso ci vediamo presto. Ciao ciao.»

Prima che potessi ribattere, il telefono si ammutolì e io restai con la cornetta in mano, a guardarla come se fosse colpa sua. Avevo i nervi a fior di pelle e volevo sfogarmi. Pensai di sbattere il ricevitore contro qualche oggetto, ma poi decisi che sarebbe stato di cattivo gusto, e allora lo rimisi violentemente al suo posto. Fece uno squillo in risposta, e io lo fissai ancora. Poi mi voltai e me ne tornai di sotto sbattendo i piedi, mi buttai in poltrona e schiacciai a ripetizione i bottoni del telecomando, canale dopo canale, per circa dieci minuti. Dopodiché mi accorsi che stavo seguendo ben tre programmi contemporaneamente (il telegiornale, un altro agghiacciante telefilm americano e un documentario di archeologia), quando invece in genere faccio fatica a seguirne uno per volta. Gettai via il telecomando con disgusto e schizzai fuori, sotto la luce che andava ormai svanendo, a lanciare qualche sasso tra le onde.

9. Quel che accadde a Eric

Ero già a letto quando mio padre rincasò, subito dopo di me. Mi addormentai immediatamente, immergendomi in un sonno profondo e duraturo. La mattina dopo mi svegliai tardi, più del solito. Telefonai a Jamie. Non c’era, era andato dal dottore, ma sua madre mi disse che sarebbe rientrato presto. Mi preparai l’occorrente per la giornata e dissi a mio padre di aspettarmi per il tardo pomeriggio, poi mi avviai verso Portneil.

Jamie era tornato quando arrivai a casa sua. Tra una chiacchiera e l’altra ci scolammo un paio di lattine di Red Death, accompagnandole con dei dolci fatti da sua madre. Finito lo spuntino me ne andai, oltrepassai il paese e mi diressi verso le colline.

In cima a un colle ricoperto di erica, un pendio non troppo scosceso di terra e roccia situato oltre il confine dell’area forestale protetta, mi sedetti su una pietra per mangiare il mio pranzo al sacco. Guardai in lontananza, oltre l’orizzonte caliginoso, oltre Portneil: i pascoli punteggiati del bianco delle pecore, le dune, la discarica, l’isola (non che sembrasse un’isola, a vederla da là, perché pareva attaccata alla terraferma), la sabbia, il mare. Il cielo ospitava qualche nuvola. Era azzurro acceso, a perpendicolo, ma verso l’orizzonte, verso la calma distesa del fiordo e del mare, sfumava in tinte più chiare. Le allodole cinguettavano nell’aria. Una poiana si librò in volo come se cercasse qualcosa che si muoveva in mezzo al prato, tra l’erba, l’erica e i cespugli di ginestra. Gli insetti ronzavano svolazzando tutt’attorno, e io per scacciarli mi sventolavo con una felce intanto che mangiavo i panini e bevevo il succo d’arancia.

Alla mia sinistra le colline si facevano sempre più alte e lontane, ergendosi gradualmente, e sfumavano verso il grigio e l’azzurro avvolte nel luccicore della distanza. Guardai col binocolo il paese ai miei piedi, vidi i camion e le macchine che correvano lungo la statale, poi seguii con lo sguardo un treno che andava a sud, si fermava in paese e ripartiva, snodandosi sinuosamente davanti al mare.

Mi piace lasciare l’isola, ogni tanto. Senza andare troppo lontano. Non so ancora se è veramente possibile, ma è bello allontanarsi un po’, qualche volta, e assumere un punto di vista leggermente più distanziato. Ovviamente so quanto è piccolo un pezzo di terra. Non sono affatto idiota. Ho una chiara idea delle dimensioni del pianeta e so quanto è minuscola la parte che io conosco. Ho guardato troppa televisione, ho visto troppi documentari sulla natura e sui viaggi per non rendermi conto di quanto sia limitata la mia conoscenza degli altri luoghi in termini di esperienza diretta. Ma non voglio andare troppo lontano, non sento il bisogno di viaggiare o di conoscere un altro clima o della gente diversa. So chi sono e conosco i miei limiti. Ho le mie buone ragioni per restringermi gli orizzonti. Paura, sì, lo ammetto. Ma anche necessità di sentirmi al sicuro in un mondo che si dà il caso mi abbia trattato con crudeltà quando non avevo ancora l’età e la possibilità di agire su di esso.

E poi mi è bastata la lezione di Eric.

Eric se n’era andato. Con tutta l’intelligenza che aveva, con tutto il suo promettente ingegno e la sensibilità, aveva lasciato l’isola per trovare la sua via. Aveva scelto un sentiero e l’aveva seguito. Quella strada l’aveva portato alla distruzione, l’aveva fatto diventare una persona completamente diversa, le cui somiglianze con il ragazzo sensato che fino allora era stato apparivano semplicemente oscene.

Ma era sempre mio fratello, e io gli volevo bene, in qualche modo. Gli volevo bene nonostante la sua alterazione, allo stesso modo in cui lui, credo, mi volesse bene nonostante la mia invalidità. Quello stesso senso di protezione, credo, che le donne pare provino nei confronti dei bambini e gli uomini nei confronti delle donne.

Eric aveva lasciato l’isola ancor prima che io nascessi. Tornava solo per le vacanze, ma io credo che la sua anima non si fosse mai mossa da lì. Quando tornò davvero, un anno dopo il mio piccolo incidente, quando nostro padre aveva deciso che eravamo entrambi cresciuti abbastanza perché lui potesse occuparsi di noi, io non ebbi alcun risentimento. Anzi, andammo d’accordo sin dall’inizio, e sicuramente devo averlo messo in imbarazzo con il mio atteggiamento servile e imitativo nei suoi confronti, anche se la sua sconfinata sensibilità gli ha sempre impedito di farmelo notare, evitando così il rischio di ferirmi.

Quando se ne andò per frequentare la scuola, io mi consumai dal dispiacere. Ogni volta che tornava per le vacanze mi illuminavo di gioia, saltellavo da tutte le parti e traboccavo di entusiasmo. Passavamo tutte le estati sull’isola, a far volare gli aquiloni, ad assemblare modellini di legno e di plastica, a giocare con il Lego, col Meccano e con tutto quello che trovavamo in giro, a costruire dighe, capanne, trincee. Facevamo volare gli aeroplanini, giocavamo con le barchette, costruivamo velieri di sabbia e ci inventavamo società segrete, codici, lingue. Lui mi raccontava delle storie, inventandosele sul momento. Certe volte le mettevamo anche in scena. Giocavamo ai soldati valorosi che combattevano tra le dune, e lottavamo, e vincevamo, e lottavamo ancora, e a volte morivamo. Le uniche volte che Eric riusciva veramente a ferirmi erano quelle in cui la storia richiedeva la sua morte eroica, e io prendevo tutto troppo sul serio: lo vedevo esalare l’ultimo respiro riverso nell’erba o nella sabbia, dopo che aveva fatto saltare in aria il ponte o la diga o il convoglio nemico solo per salvarmi la vita, e io ricacciavo indietro le lacrime, e lo prendevo a pugni per cercare di cambiare la storia, ma lui rifiutava, mi scansava via e moriva. Moriva troppo spesso.

Quando gli veniva l’emicrania — a volte durava per dei giorni — io mi innervosivo moltissimo. Gli portavo bevande fresche e cibo nella stanza buia al piano di sopra, scivolavo dentro e restavo lì al suo capezzale. Tremavo dalla paura quando prendeva a lamentarsi e a contorcersi nel letto. La sua sofferenza mi distruggeva, e niente aveva più senso per me. Le storie e i giochi diventavano improvvisamente stupidi e inutili, e l’unica attività che in quei momenti ancora mi sembrava sensata restava quella di lanciare sassi contro bottiglie e gabbiani. Me ne andavo in giro a cercare i gabbiani e a fare cose diverse da quelle che piacevano a lui. Quando si riprendeva, era come un nuovo ritorno a casa, e io diventavo irrefrenabile.

Alla fine, comunque, gli venne un bisogno impellente di allontanarsi, visto che ormai era diventato un uomo, e andò via da me, verso il mondo esterno, con tutte le opportunità favolose che offriva, con tutti i suoi spaventosi pericoli. Decise di seguire le orme paterne e cominciò a studiare medicina. Quando partì mi disse che nulla sarebbe cambiato. Sarebbe stato libero per gran parte dell’estate, anche se doveva andare a stare a Glasgow per lavorare in ospedale e fare assistenza ai medici durante le visite in reparto. Mi disse che per me sarebbe rimasto l’Eric di sempre, ma io sapevo che non era vero, e gli leggevo nel cuore che anche lui lo sapeva. Ce l’aveva scritto negli occhi, si capiva dalle sue parole. Stava lasciando l’isola. Stava lasciando me.

Non potevo biasimarlo, neanche allora che il dolore era per me veramente lancinante. Era Eric, era mio fratello, stava facendo quello che doveva fare, proprio come il soldato valoroso che cadeva per la giusta causa, o per me. Come potevo dubitare di lui, come potevo accusarlo, quando lui non aveva mai neanche lontanamente dato l’impressione di voler dubitare di me o di volermi accusare? Mio Dio. Tutti quei delitti, quei tre bambini ammazzati, tra cui anche un fratello. E lui non è stato mai sfiorato dall’idea che io avessi qualcosa a che fare con quelle storie. L’avrei capito. Non sarebbe stato capace di guardarmi in faccia se solo avesse avuto un sospetto, non sapeva proprio mentire.

E così se ne andò al sud, frequentò il primo anno, in anticipo rispetto agli altri per via dei suoi brillanti risultati, poi cominciò il secondo. L’estate di mezzo tornò a casa, ma era cambiato. Cercava di comportarsi con me come aveva sempre fatto, ma io sentivo che non era spontaneo. Era distante. Il suo cuore non era più sull’isola, l’aveva lasciato insieme ai compagni di università, insieme ai suoi studi tanto amati; forse vagava per qualche altra parte del mondo, comunque non era più sull’isola. Non era più con me.

Ce ne andavamo in giro, giocavamo con gli aquiloni, costruivamo le dighe, ma non era più come un tempo. Lui era un adulto che cercava di farmi divertire, non un ragazzo che cercava di divertirsi anche lui. Non furono certo giorni brutti, e io ero comunque felice che lui fosse con me. Ma dopo un mese Eric se ne andò via, non senza un certo sollievo, lasciandomi per raggiungere degli altri studenti suoi amici in vacanza nel sud della Francia. Quella partenza fu per me come un lutto, stavo piangendo la morte di mio fratello, dell’amico che lui era stato per me. Sentivo più acuto che mai il dolore della mia lesione, quella lesione che avrebbe significato per me una condanna a una perenne adolescenza, che mi avrebbe impedito di crescere e diventare un vero uomo, capace di trovare la propria strada nel mondo.

Riuscii comunque a respingere quelle sensazioni in breve tempo. Avevo il Teschio, avevo la Fabbrica, avevo un senso sostitutivo di soddisfazione mascolina nei confronti dei successi strepitosi di Eric nel mondo esterno, visto che, per quel che mi riguardava, stavo cominciando a impadronirmi dell’isola e delle terre circostanti e a esercitare il mio dominio incontrastato su di esse. Eric mi scriveva per dirmi come se la passava, e telefonava. Parlava con mio padre, poi con me. Certe volte mi faceva ridere, al telefono, come sanno fare certe persone brillanti che ti fanno divertire anche quando non ne hai voglia. Non mi faceva mai capire sul serio che aveva completamente abbandonato sia me che l’isola.

E poi gli capitò quello sfortunato episodio, che andò ad aggiungersi ad altre cose di cui né io né mio padre sapevamo niente. Un episodio che fu sufficiente a far fuori anche un tipo strano come lui, a farlo schizzare via verso qualcos’ altro, un insieme di tante cose: quello che lui era prima (anche se diabolicamente invertito) e nello stesso tempo una persona più saggia e capace di stare al mondo; un adulto ferito e pericoloso, confuso, patetico e insieme un maniaco. Mi faceva pensare a un ologramma e ai suoi frantumi. Con l’immagine intera contenuta in ogni frammento acuminato, scheggia e contemporaneamente interezza.

Accadde durante il secondo anno, nell’ospedale dove faceva tirocinio. Non doveva lavorare lì a tempo pieno, nessuno gli imponeva di occuparsi di quell’umanità derelitta nei reparti più infognati dell’ospedale. Andava là a dare una mano durante il suo tempo libero. Successivamente mio padre e io venimmo a sapere che aveva avuto certi problemi di cui non ci aveva mai parlato. Si era innamorato di una tizia, ed era finita male, lei gli aveva detto che in fondo non lo amava e se ne era andata con un altro. Per un periodo le sue emicranie erano peggiorate e avevano finito per interferire con il lavoro. Era per quello, e per la ragazza, che lavorava in modo non ufficiale nella clinica universitaria: dava una mano agli infermieri del turno di notte, seduto coi suoi libri nel buio della corsia mentre i vecchi e i giovani e gli infermi si lamentavano e tossivano.

Stava facendo quello, la notte in cui accadde lo spiacevole episodio. Era un reparto dove venivano ricoverati bambini talmente rovinati da non poter sopravvivere fuori dall’ospedale, e anche dentro duravano poco. Un’infermiera che era stata in buoni rapporti con Eric ci scrisse una lettera, spiegandoci grosso modo quello che era successo, e dal tono della lettera sembrava che lei non fosse d’accordo sul fatto che certi bambini venissero tenuti in vita: non erano altro che oggetti d’esposizione che dottori e professori esibivano agli studenti.

Era una notte di luglio calda e opprimente, ed Eric era al suo orrido posto, vicino ai magazzini e all’antro delle caldaie. Aveva avuto mal di testa tutto il giorno, e mentre era in reparto il dolore era peggiorato, trasformandosi in una tremenda emicrania. Il sistema di aerazione era fuori uso da un paio di settimane, e i tecnici stavano cercando di ripararlo. Quella notte c’era un’aria afosa e pesante, e in quelle condizioni l’emicrania di Eric diventava lancinante. Qualcuno sarebbe arrivato a sostituirlo di lì a un’oretta. Se ci fosse stato qualcun altro credo che anche Eric avrebbe ammesso la sconfitta e se ne sarebbe andato nella sua stanza a stendersi sul letto. Fatto sta che se ne rimase lì in reparto a cambiare pannolini, a calmare i bambini che frignavano, a rifare i letti, a sostituire le flebo e tutto il resto, con la testa spaccata in due dal dolore, con la vista annebbiata da luci e linee.

Il bambino di cui si stava occupando quando accadde il fatto viveva allo stato puramente vegetativo. Tra le altre cose era completamente incontinente, riusciva a emettere solo gorgoglii e suoni indistinti, aveva uno scarso controllo della muscolatura — anche la testa necessitava di un supporto — e infine doveva indossare una specie di caschetto metallico, perché le ossa del cranio non si erano mai saldate e la pelle che rivestiva il cervello era sottile come carta velina.

Bisognava dargli da mangiare con una certa frequenza un intruglio speciale, ed era proprio quello che Eric stava facendo quando accadde il fatto. Si era accorto che il bambino era un po’ più silenzioso del normale, inerte sulla sedia, con lo sguardo fisso davanti a sé, il respiro leggero, gli occhi vitrei e un’espressione quasi pacifica sul volto solitamente vacuo. Sembrava addirittura incapace di ingerire il cibo, una delle poche attività che in genere era in grado di svolgere in modo anche partecipativo. Eric era molto paziente, e aspettò con il cucchiaio dritto davanti ai suoi occhi persi nel nulla. Glielo avvicinò alle labbra, e a questo punto di solito il bambino tirava fuori la lingua o cercava di sporgersi in avanti per prendere in bocca il cucchiaio, ma quella sera se ne restò immobile, senza gorgoglii, senza scuotere la testa, senza spostarsi o sbattere le mani o ruotare gli occhi: teneva lo sguardo fisso dinanzi a sé, il volto segnato da un’espressione curiosa che avrebbe potuto essere scambiata per felicità.

Eric continuò a insistere, si sedette ancora più vicino a lui, cercando di ignorare il dolore che gli martellava la testa sempre più forte via via che l’emicrania peggiorava. Gli parlò con dolcezza, cosa che normalmente avrebbe causato una rotazione delle pupille e un movimento della testa verso la fonte del suono, ma non ci fu alcuna reazione. Eric controllò la cartella clinica fissata di fianco alla sedia per vedere se gli erano state somministrate nuove cure, ma tutto sembrava normale. Si accostò ancora, cantilenando qualcosa tra sé, col cucchiaio sempre proteso, lottando contro le fitte di dolore che gli perforavano il cranio.

Fu allora che vide qualcosa. Una specie di movimento — piccolissimo, pressoché impercettibile — sulla testa rasata del bambino, che in quel momento accennava quasi un sorriso. Una mossa lenta e davvero minuscola. Eric strinse gli occhi e scosse la testa per tentare di scacciare i bagliori tremolanti dell’emicrania che gli stava ormai annebbiando il cervello. Si alzò in piedi, con il cucchiaio di poltiglia ancora stretto in mano. Si chinò sulla testa del bimbo per guardare più da vicino. Non riusciva a vedere niente. Guardò anche lungo il bordo del caschetto metallico, e gli parve di scorgere qualcosa là sotto, allora lo sollevò per controllare che non ci fosse qualche problema.

Un operaio della sala caldaie sentì l’urlo di Eric e accorse in reparto brandendo una grossa chiave inglese. Trovò Eric raggomitolato per terra in un angolo, che urlava con quanto fiato aveva in gola, la testa tra le gambe, mezzo inginocchiato e mezzo steso, in posizione fetale. La sedia del bambino si era ribaltata, ma lui era ancora legato dentro, con il sorriso sulle labbra, riverso sul pavimento a qualche metro di distanza da Eric.

L’uomo della sala caldaie cercò di scuotere Eric, ma non ebbe risposta. Poi guardò il bambino nella sedia e fece per avvicinarvisi, forse per rimetterlo su. Fece qualche passo, poi improvvisamente corse via verso la porta, ma lo stomaco non gli resse e vomitò prima di poterla raggiungere. Un’infermiera del piano di sopra lo trovò nel corridoio, ancora intento a lottare contro il vomito, quando scese a vedere cosa fosse tutto quel baccano. Eric intanto aveva smesso di urlare e si era calmato. Il bambino aveva ancora il sorriso sulle labbra.

L’infermiera raddrizzò la sedia. Non so se la cosa l’abbia sconvolta, se le sia costata fatica soffocare la nausea, oppure, avendo già assistito a scene simili o anche peggiori, se sia riuscita tranquillamente ad affrontare la situazione. Comunque seppe cavarsela: fece delle telefonate per chiedere aiuto e si diede da fare per tirar via Eric dall’angolo in cui si era rintanato. Lo fece sedere su una sedia, coprì la testa del bambino con un panno e cercò di confortare l’operaio delle caldaie, poi rimosse il cucchiaio dal cranio aperto del bimbo sorridente. Ce l’aveva conficcato Eric. Forse aveva pensato, nei primi momenti di shock, di poter tirare via con quello ciò che aveva visto là dentro.

In reparto erano entrate delle mosche, probabilmente quando si era inceppato il condizionatore. Si erano intrufolate sotto il caschetto di acciaio inossidabile e lì avevano depositato le uova. Quello che Eric vide quando sollevò il caschetto, quello che vide in quel luogo greve di sofferenza umana, con la città oscura, opprimente, afosa che si allargava violentemente tutt’attorno, quello che vide, con l’emicrania che gli spaccava in due il cranio, fu un nido brulicante di larve grasse e lente che pasteggiavano col cervello del bambino nuotando nei propri succhi gastrici.

Eric sembrò riprendersi dall’accaduto. Gli furono somministrati dei sedativi, restò ricoverato per un paio di notti, poi si riposò per qualche giorno nella sua stanza. Tornò agli studi nel giro di una settimana e riprese a frequentare i corsi regolarmente. Furono in pochi a sapere che gli era successo qualcosa. Qualcuno si accorse che era un po’ taciturno, ma niente di più. A noi non fu detto nulla, tranne che Eric aveva saltato le lezioni per qualche giorno a causa dell’emicrania.

Successivamente venimmo a sapere che si era messo a bere, non andava alle lezioni o si presentava a quelle sbagliate, urlava nel sonno e svegliava i vicini di stanza dello studentato, si impasticcava, saltava gli esami e le esercitazioni. Alla fine quelli dell’università gli suggerirono di starsene a casa fino alla fine dell’anno, visto che era rimasto indietro con i programmi. Eric la prese malissimo. Raccolse tutti i suoi libri, li mise uno sopra all’altro nel corridoio davanti all’ufficio del suo professore e appiccò il fuoco. Fu fortunato a non beccarsi una denuncia: l’università fu indulgente nei suoi confronti, chiuse un occhio sui lievi danni arrecati dal fumo agli antichi rivestimenti in legno, ed Eric tornò sull’isola.

Ma non tornò da me. Non volle avere niente a che fare con me, se ne stava chiuso in camera a sentire i suoi dischi a volume alto e non usciva mai, tranne che per andare in paese, dove però fu presto bandito da tutti e quattro i pub perché scatenava risse e urlava e insultava la gente. Quando si accorgeva di me mi puntava addosso i suoi occhi immensi, oppure si dava dei colpetti sul naso e ammiccava furtivamente. Gli era venuto uno sguardo torvo, segnato dalle occhiaie, e molto spesso gli tremavano le narici. Una volta mi sollevò tra le braccia e mi diede un bacio sulla bocca, facendomi una gran paura.

Anche mio padre divenne poco comunicativo. Si abbandonò a una vita tetra fatta di lunghe passeggiate e silenzi cupi, introspettivi. Si mise a fumare sigarette, e per un periodo ne fumò in gran quantità, una dopo l’altra. Andò avanti così per circa un mese, e la casa era diventata un inferno. Io stavo spesso fuori, oppure mi chiudevo in camera a guardare la tv.

In quel periodo Eric cominciò a terrorizzare i ragazzini giù in paese, prima scagliandogli addosso manciate di vermi, poi ficcandoglieli dentro ai vestiti all’uscita da scuola. Quando infine cominciò a metterglieli in bocca, un gruppetto di genitori, un insegnante e Diggs arrivarono sull’isola per parlare con mio padre. Io stavo nella mia stanza, in un bagno di sudore, mentre quelli parlavano giù in salotto, con i genitori che ricoprivano mio padre di urla. Eric fu interrogato dal dottore, da Diggs, e anche da un assistente sociale di Inverness, ma non diceva quasi niente: se ne restava seduto, col sorriso sulle labbra, e ogni tanto parlava della quantità di proteine contenute nei vermi. Una volta tornò a casa tutto pesto e sanguinante, e io e mio padre deducemmo che qualche ragazzo più grande o qualche genitore doveva avergliele suonate di santa ragione.

Un giorno un gruppo di ragazzini vide mio fratello che versava una tanica di benzina addosso a uno yorkshire e gli dava fuoco. Non si vedevano più cani in circolazione da circa due settimane. I genitori credettero ai propri figli e si misero alla ricerca di Eric. Lo trovarono che stava facendo la stessa cosa a un vecchio bastardino precedentemente adescato con dei dolci all’anice. Lo inseguirono per i boschi che si estendono oltre il paese, ma non riuscirono a prenderlo.

Diggs venne ancora da noi, quella sera, per dirci che doveva arrestare Eric per disturbo alla quiete pubblica. Aspettò fino a tardi, accettando solo un paio di whisky che mio padre gli aveva offerto, ma Eric non tornò. Diggs se ne andò e mio padre rimase ancora in attesa, ma Eric non si fece vivo. Dopo tre giorni e cinque cani finalmente tornò, stravolto e lurido. Puzzava di benzina e di fumo, aveva i vestiti a brandelli e la faccia scarnita e sudicia. Rientrò la mattina presto (fu mio padre a sentirlo), saccheggiò il frigo, ingurgitò una gran quantità di cibi diversi e si trascinò rumorosamente a letto.

Mio padre strisciò furtivo fino al telefono e chiamò Diggs, che arrivò prima di colazione. Eric però doveva essersi accorto di qualcosa, perché uscì dalla finestra della sua stanza, calandosi giù per la grondaia, e se la filò con la bicicletta di Diggs. Dopo una settimana e due cani, riuscirono a prenderlo mentre era intento a risucchiare benzina da una macchina parcheggiata per strada. Durante l’arresto i suoi concittadini gli ruppero la mascella, e quella volta Eric non scappò.

Qualche mese più tardi fu dichiarato malato di mente. Era stato sottoposto a ogni tipo di esame, aveva tentato di fuggire innumerevoli volte, e aveva aggredito infermieri, assistenti sociali e medici, minacciandoli di intraprendere azioni legali ai loro danni o addirittura di ammazzarli. Man mano che le analisi cliniche, le minacce e le rivolte proseguivano, Eric veniva trasferito in istituti sempre più sicuri e attrezzati per le lunghe degenze. Ci arrivarono notizie che si era calmato molto nella casa di cura a sud di Glasgow e aveva smesso di tentare la fuga, ma a ripensarci forse stava proprio tentando — riuscendoci, a quanto pare — di placare i sorveglianti dandogli l’illusione di non doversi più preoccupare di lui.

E adesso stava di nuovo tornando da noi.

Feci scorrere lentamente lo sguardo, attraverso il binocolo, lungo il paesaggio che si stendeva davanti a me e ai miei piedi, da nord a sud, da una parte all’altra dell’orizzonte caliginoso, tra il paese e le strade e la ferrovia e i campi e la spiaggia, e mi chiesi se i miei occhi potessero cogliere in qualche modo il luogo in cui si trovava allora Eric, ammesso che fosse già arrivato nei paraggi. Sentivo che era vicino. Non avevo nessuna ragione per pensarlo, però c’era stato tutto il tempo, la chiamata della notte precedente mi era sembrata più chiara delle altre, e poi… semplicemente lo sentivo. Poteva essere proprio qui in giro, acquattato da qualche parte in attesa che calasse la notte. Forse si stava muovendo furtivamente in mezzo al bosco, o tra i cespugli di ginestre, o attorno alle dune, forse si stava dirigendo verso casa, o forse andava a caccia di cani.

Camminai lungo il crinale delle colline, poi tornai giù di qualche chilometro, a sud rispetto al paese, attraversando file di conifere riecheggianti ronzii di motoseghe lontane, tra macchie scure di ombra e silenzio. Oltrepassai la ferrovia e qualche campo di orzo mosso dal vento, superai la strada e il pascolo impervio e giunsi alla spiaggia.

Camminai lungo la linea di sabbia dura, con i piedi in fiamme e le gambe indolenzite. Un vento leggero si era alzato dal mare, e ne fui felice, perché tutte le nuvole erano state spazzate via e il sole, che andava calando lentamente, era ancora forte. Arrivai a un torrente che avevo già attraversato su per le colline. Lo riattraversai lì, vicino al mare, addentrandomi nelle dune per dirigermi verso un ponte sospeso che stava da quelle parti. Un gregge di pecore si sparpagliò davanti ai miei occhi. Alcune erano tosate, altre avevano ancora la lana addosso. Si allontanarono ballonzolanti, coi loro belati incerti, si fermarono a una distanza che ritennero sicura e si misero a brucare l’erba punteggiata di fiori, chinando la testa o accovacciandosi sul prato.

Un tempo disprezzavo le pecore per la loro profonda stupidità. Le vedevo mangiare, e mangiare, e sempre mangiare, e bastava un cane per tenerne a bada intere greggi. Le inseguivo, divertendomi un mondo per il loro modo di correre, le vedevo andarsi a ficcare in situazioni stupide e complicate, e pensavo che si meritassero di finire in spezzatino, e che l’attività di produrre la lana fosse già troppo nobile per loro. Ci vollero anni e lunghe elaborazioni prima che finalmente mi rendessi conto di quello che le pecore rappresentassero veramente: non la loro stessa stupidità, ma il nostro potere, la nostra avidità e la superbia.

Dopo aver appreso le teorie dell’evoluzione e qualche nozione di storia e agricoltura, capii che quelle bestie bianche e grasse che mi avevano fatto tanto ridere perché andavano l’una dietro l’altra e si impigliavano nei cespugli erano non solo il prodotto di generazioni di pecore, ma anche il prodotto di generazioni di allevatori. Le avevamo create noi, le avevamo plasmate, trasformando quegli esemplari selvatici e intelligenti che le avevano precedute nella catena evolutiva in animali docili, timorosi, stupidi, succulenti e buoni a produrre lana. Non volevamo che le pecore fossero particolarmente furbe, visto che l’intelligenza e l’aggressività in qualche modo procedevano di pari passo. Certo, gli arieti sono un po’ più svegli, ma anche loro sono sviliti dalle stupide femmine con cui devono unirsi per la riproduzione.

Lo stesso principio vale per le galline e le mucche e per tutte le specie su cui abbiamo saputo mettere le nostre grinfie avide e affamate. Qualche volta mi viene in mente che qualcosa di simile sarebbe potuto succedere anche con le donne, ma, per quanto la teoria possa sembrare affascinante, forse mi sbaglio.

Tornai a casa in tempo per la cena, ingozzai uova, bistecca, patatine e fagioli e passai il resto della serata davanti alla televisione a cercare di tiranni via dai denti con un fiammifero dei frammenti di mucca morta.

10. Cane in fuga

Mi dà fastidio il fatto che Eric sia impazzito. Anche se non si è mai trattato propriamente di una cosa a intermittenza, con momenti di follia che si alternavano a sprazzi di lucidità, ho la certezza che sia stato proprio l’incidente col bambino a far scattare in Eric quella molla che l’avrebbe inevitabilmente condotto alla rovina. Una parte di lui non poteva accettare quel che era accaduto, ciò che aveva visto non combaciava affatto col modo in cui secondo lui sarebbero dovute andare le cose. Forse una zona profonda della sua coscienza, sepolta sotto gli strati del tempo e del progresso come i resti romani di una città moderna, credeva ancora in Dio, e non riusciva a tollerare l’idea che una simile entità, ammesso che potesse esistere un essere così improbabile, avesse permesso che accadesse una cosa del genere a una delle sue creature, fatte a quanto pare a sua stessa immagine e somiglianza.

Quel che allora si sprigionò dentro Eric, di qualunque cosa si trattasse, lo rese un debole, provocò in lui un’incrinatura. Se fosse stato un vero uomo non avrebbe reagito a quel modo. Le donne — lo so bene perché ne ho viste a centinaia, forse a migliaia nei film e nei programmi televisivi — non resistono quando si trovano di fronte a un evento davvero importante. Se vengono violentate, o se gli muore il fidanzato, vanno fuori di testa e si suicidano, oppure si struggono di dolore fino alla morte. So bene che non tutte reagiscono allo stesso modo, ma questa è la regola, e le donne che non vi obbediscono sono comunque in minoranza.

Credo che ne esista anche qualcuna in gamba, più mascolina delle altre nel carattere, e comunque ho il sospetto che Eric sia stato vittima di un animo un po’ troppo femminile. Quella sensibilità, quel desiderio di non ferire la gente, quell’intelligenza delicata, accorta, erano tutte caratteristiche che gli appartenevano forse proprio perché pensava troppo come una donna. Non aveva mai avuto problemi a riguardo prima che gli capitasse quella spiacevole esperienza, ma in quel momento, in quella circostanza estrema, Eric crollò. La colpa è di mio padre, per non parlare di quella puttana che l’aveva mollato per un altro. Mio padre deve prendersi le sue responsabilità soprattutto per le stupidaggini che ha fatto quando Eric era piccolo, lasciando che si vestisse come meglio credeva e facendogli scegliere liberamente se mettersi i pantaloni o la gonna. Harmsworth e Morag Stove avevano tutte le ragioni per preoccuparsi del modo in cui veniva allevato il nipote, e fecero bene a prendersi cura di lui. Se mio padre non avesse avuto quelle idee balorde, se mia madre non avesse provato risentimento nei confronti di Eric e se gli Stove l’avessero portato via prima, forse le cose sarebbero andate diversamente. Ma non è stato così, e spero che mio padre si senta in colpa per questo, come è giusto che sia. Voglio che si senta continuamente addosso il peso di ciò che ha fatto, e spero che non chiuda occhio la notte, o che gli incubi lo facciano svegliare nel gelo della notte in un bagno di sudore se per caso riesce ad addormentarsi. Se lo merita.

La sera della scarpinata sulle colline Eric non chiamò. Avevo preso sonno quasi subito, ma sicuramente avrei sentito lo squillo del telefono. Invece feci tutta una tirata, forse per la stanchezza della lunga camminata. Il giorno dopo mi svegliai alla solita ora, uscii a fare una passeggiata lungo la spiaggia all’aria fresca del mattino e tornai in tempo per una colazione sostanziosa.

C’era qualcosa di inquietante nell’aria. Mio padre era più taciturno che mai, e il calore della cucina si addensava in fretta, spandendosi greve per tutta la casa nonostante le finestre aperte. Vagai da una stanza all’altra, poi mi appoggiai a un davanzale per guardare fuori, perlustrando l’orizzonte con gli occhi sbarrati. Dopodiché, con mio padre mezzo addormentato in poltrona, tornai in camera, indossai una maglietta e il gilè leggero con le tasche, le riempii di cose utili, mi misi in spalla lo zainetto e uscii di casa, con l’intenzione di dare un’occhiata alle varie vie di accesso all’isola e di passare forse anche dalla discarica, se non c’erano troppe mosche. Inforcai gli occhiali da sole. Le lenti scure rendevano i colori più vividi. Cominciai a sudare subito dopo aver varcato la soglia di casa. Un venticello caldo e tutt’altro che refrigerante soffiava incerto da più direzioni, portando con sé l’odore dell’erba e dei fiori. Mi avviai a passo deciso su per il sentiero, passai il ponte e costeggiai il torrente dalla parte della terraferma, seguendone il corso e scavalcando a balzi le diramazioni minori, fino ad arrivare alla zona delle dighe. Poi mi diressi a nord e risalii la fascia delle dune davanti al mare, prendendole dalla parte della cima sabbiosa per poterne sfruttare la visuale, anche se arrampicarsi dal versante meridionale significava fare il doppio della fatica.

Il riverbero della calura rendeva tutto tremolante, incerto, mutevole. La sabbia era bollente. Attorno a me ronzavano insetti di ogni specie e dimensione. Li scacciai via con la mano.

Di tanto in tanto sollevavo gli occhiali, mi asciugavo il sudore dalla fronte e guardavo col binocolo, esaminando l’orizzonte velato dal tremolio dell’afa. Mi prudeva la testa dal sudore, e sentivo un formicolio in mezzo alle gambe. Controllai diverse volte e con estrema accuratezza le cose che avevo portato con me. Soppesai distrattamente l’astuccio con i proiettili, portai una mano alla vita per controllare coltello e fionda, verificai se avevo ancora l’accendino, il pettine, lo specchio, la penna e la carta. Sorseggiai un po’ d’acqua dalla borraccia, anche se ormai era calda e sapeva di stantio.

Vidi qualche relitto dall’aspetto interessante sulla spiaggia e lungo la battigia, ma me ne restai sulle dune, seguendo la strada più scoscesa quando non potevo fare altrimenti, e spingendomi verso l’estremo nord, oltre ruscelletti e piccoli acquitrini, oltre il Cerchio della Bomba e oltre lo spiazzo (a cui non avevo mai dato un nome vero e proprio) dove Esmeralda aveva preso il volo.

Pensai a quei luoghi solo dopo averli superati.

Dopo un’ora o giù di lì cominciai a spostarmi verso l’interno, poi girai a sud, seguendo le ultime dune, e mi fermai a guardare i pascoli smangiucchiati con le pecore che si muovevano lente sull’erba e continuavano a brucare. Sembravano quasi delle larve. Rimasi immobile per un attimo e seguii il volo di un uccello che si stagliava contro l’azzurro ininterrotto del cielo, volteggiando nella corrente e solcando il cielo con movimenti spiraliformi, ora in un verso, ora nell’altro. Più in basso sfrecciò uno stormo di gabbiani, con le ali tese e il collo bianco allungato come a puntare qualcosa. Trovai una rana morta stecchita in cima a una duna, ancora sporca di sangue sul dorso e tutta incrostata di sabbia, e mi chiesi come fosse potuta arrivare fin là. Forse l’aveva lasciata cadere un uccello. Mi infilai il berretto verde, proteggendomi gli occhi dalla luce abbagliante. Mi avviai a passo spedito giù per il sentiero, all’altezza dell’isola e della casa. Ogni tanto mi fermavo per guardare col binocolo. Le macchine e i camion scintillavano in mezzo agli alberi, a circa un chilometro di distanza. Passò anche un elicottero, forse diretto verso una piattaforma o un oleodotto.

Mi inoltrai in mezzo agli arbusti e arrivai alla discarica, subito dopo mezzogiorno. Mi sedetti all’ombra del fogliame e ispezionai il posto attraverso le lenti degli occhiali. C’erano un po’ di gabbiani, e nessuno in giro. Un filo di fumo saliva lentamente da un fuoco acceso al centro, e tutt’attorno si vedevano i resti sparsi di ciò che era stato gettato via in città e dintorni: scatoloni e sacchi di plastica nera, insieme al bianco luccicante e rovinato di vecchie lavatrici, cucine e frigoriferi. Per un istante si alzò il vento, e le cartacce varie si sollevarono nell’aria disegnando un mulinello, poi ricaddero al suolo.

Mi avvicinai ancora di più alla discarica, assaporandone l’odore marcio e dolciastro. Presi a calci le immondizie, capovolgendo a colpi di stivale gli oggetti più interessanti, ma non c’era niente che valesse veramente la pena di raccattare. Uno dei motivi per cui la discarica mi è sempre piaciuta tanto è che ogni volta è diversa. Si sposta, come fosse un immenso essere vivente, si espande come un’ameba gigantesca man mano che assorbe la terra feconda e i rifiuti di tutta la gente. Ma quel giorno sembrava stanca e noiosa. Diventai insofferente nei suoi confronti, lasciandomi quasi prendere dalla rabbia. Lanciai un paio di boccette per l’aerosol nel debole fuoco acceso nel mezzo. Caddero senza alcun vigore tra le fiamme pallide, dandomi poca soddisfazione. Lasciai la discarica e ripresi il mio cammino verso sud. A circa un chilometro dalla discarica, vicino a un torrente, c’era una specie di villetta, una casa per le vacanze che dava dritta sul mare. Era sigillata e deserta, e non c’erano impronte recenti sul sentiero sconnesso che portava all’entrata e poi alla spiaggia. Era proprio su quel viottolo che Willie, un amico di Jamie, ci aveva fatto fare la corsa sul furgone, sgommando a tutta velocità sulla sabbia.

Sbirciai l’interno dalla finestra. Nella penombra si scorgevano dei mobili male assortiti, dall’aria polverosa e abbandonata. Sul tavolo c’era una vecchia rivista, con un angolo ingiallito dal sole. Mi sedetti là fuori, nell’ombra proiettata dal tetto spiovente, e finii di bere l’acqua. Mi tolsi il berretto e mi asciugai la fronte col fazzoletto. In lontananza si sentivano esplosioni soffocate provenienti dal campo-esercitazioni che stava più avanti, lungo la costa. A un certo punto il cielo fu squarciato da un jet, che passò sopra il mare piatto dirigendosi verso ovest.

Dall’altra parte della casa si stendeva una fila di collinette ricoperte di ginestre e alberi rachitici modellati dal vento. Puntai il binocolo da quella parte, scacciando le mosche con la mano. Cominciava a farmi male la testa e avevo la gola secca, nonostante avessi appena scolato quell’acqua ormai calda che mi era rimasta. Misi giù il binocolo e abbassai gli occhiali sul naso. In quel momento udii un rumore.

Era una specie di ululato. Un animale — mio Dio, sperai non fosse stato un essere umano a emettere quel suono — lanciò un urlo straziante. Era un gemito di angoscia crescente e disperata, un suono che solo un animale in fin di vita potrebbe produrre, e che mai si vorrebbe sentir emettere da qualsivoglia creatura vivente.

Mi sedetti, con il calore che mi arrostiva e il sudore che mi colava addosso. Mi vennero i brividi. Una folata fredda mi percorse le membra, e mi scrollai come un cane bagnato, da capo a piedi. Scossi la nuca inzuppata di sudore, e i capelli si staccarono, restando dritti dietro al collo. Mi alzai in fretta, aggrappandomi al legno caldo della casa, con il binocolo che mi sbatteva sul petto. L’ululato veniva dalle colline. Tirai su gli occhiali da sole e afferrai il binocolo, dandomi una botta in fronte mentre cercavo affannosamente di mettere a fuoco. Le mani mi tremavano. Una sagoma nera schizzò fuori dai cespugli, lasciando dietro di sé una scia di fumo. Discese a folle velocità la collina, calpestando l’erba punteggiata di giallo lucente, e oltrepassò una staccionata. Armeggiai col binocolo per cercare di ottenere una panoramica e seguire l’animale, ma il movimento convulso delle mani mi fece sfocare la visuale. Il gemito penetrante risuonava nell’aria, acuto e terribile. Vidi sparire quella sagoma dietro un cespuglio, poi tornai a vederla. Correva avvolta dalle fiamme, e saltava qua e là tra le canne e l’erba, con il fumo che le si levava attorno. Avevo la bocca tutta secca. Non riuscivo a inghiottire, stavo soffocando, ma continuai a seguire col binocolo la bestia che sbandava e si contorceva in preda ai guaiti, rimbalzava, cadeva, schizzava ancora in aria. Poi scomparve, a un centinaio di metri da me e altrettanti dalla cresta della collina. Spostai velocemente il binocolo verso l’alto per vedere cosa succedeva lassù, percorsi con lo sguardo ogni direzione, avanti e indietro, mi soffermai a osservare attentamente un cespuglio, scossi la testa, ispezionai nuovamente l’orizzonte. Una parte insulsa del mio cervello si mise a pensare a quello che si vede nei film quando qualcuno guarda con un binocolo, quello che si suppone debba vedere chi sta guardando: l’immagine è sempre racchiusa in una specie di otto coricato. Quando ci guardo dentro io, invece, vedo sempre un cerchio più o meno perfetto. Abbassai il binocolo e diedi una rapida occhiata intorno. Non c’era nessuno. Mi spostai di scatto dall’ombra, scavalcai il reticolato che delimitava il giardino e mi diressi di corsa verso le collinette.

Una volta raggiunto il crinale mi fermai per un momento, piegandomi in due per riprendere fiato e scrollarmi dai capelli un po’ di sudore, che lasciai gocciolare ai miei piedi, sull’erba scintillante. Avevo la maglietta appiccicata addosso. Poggiai le mani sulle ginocchia e sollevai la testa, sforzando gli occhi per scrutare gli alberi e i cespugli allineati in cima al colle. Percorsi con lo sguardo l’orizzonte, oltre i campi e le file di ginestre che segnavano il solco della ferrovia. Camminai a passo sostenuto lungo il crinale, con la testa che ciondolava avanti e indietro, finché non vidi una chiazza di erba che stava bruciando. Spensi il fuoco coi piedi e cercai delle tracce. Le trovai. Aumentai la velocità dell’andatura, nonostante le proteste dei miei polmoni e della gola, e vidi un altro incendio nell’erba che si stava propagando verso le ginestre. Estinsi anche quello, e proseguii.

Dalla parte interna del crinale vidi una piccola conca. Gli alberi là attorno erano cresciuti in modo abbastanza normale. Se ne vedevano solo le cime, che spuntavano dalla barriera delle collinette e parevano venir fuori direttamente dal mare, agitate dal vento.

Mi misi a correre verso la parte erbosa del dirupo, nella scia instabile di ombra proiettata dalle foglie e dai rami che ondeggiavano lentamente nel vento. C’erano delle pietre disposte in circolo attorno a un centro annerito. Diedi un’occhiata in giro. Vidi una chiazza di erba appiattita. Mi fermai per calmare i nervi, diedi un’altra occhiata agli alberi, all’erba, alle felci, ma non vidi nulla. Mi avvicinai alle pietre, le toccai, e lo stesso feci con le ceneri nel mezzo. Erano ancora calde, anche se ci batteva l’ombra, talmente calde da farmi ritirare la mano. Sentii odore di benzina.

Risalii dalla conca e mi arrampicai su un albero, mi sistemai bene in equilibrio e lentamente cominciai a ispezionare la zona, aiutandomi col binocolo. Niente.

Scesi dall’albero, rimasi immobile per un istante, poi tirai un respiro profondo e ridiscesi di corsa la collina, dal versante rivolto verso il mare, dirigendomi in diagonale verso il punto in cui avevo visto passare la bestia. Feci una deviazione per estinguere un altro piccolo incendio. Sorpresi una pecora intenta a brucare. Le saltai addosso, tanto per spaventarla, e quella si mise a belare e fuggì.

Il cane giaceva nel torrente che porta alla palude. Era ancora vivo, anche se aveva perso gran parte del pelo, e la cute sotto era livida e squarciata. Tremava nell’acqua, e a vederlo anche a me vennero i brividi. Rimasi sull’argine a guardarlo. Sollevò la testa scossa dalle convulsioni e mi guardò con un occhio solo, l’altro era bruciato. Nella pozza d’acqua in cui era immerso galleggiavano grumi di pelo bruciacchiato. Sentii nelle narici un leggero odore di carne bruciata, e mi venne un groppo alla gola, proprio sotto il pomo di Adamo.

Presi la borsa con i proiettili, mi slegai la fionda dalla cintola e la caricai. Allungai le braccia, avvicinandomi una mano al viso madido di sudore, e sparai il colpo.

Il cane tirò fuori la testa di scatto, la rimise sott’acqua, poi la sollevò di nuovo e cercò di fuggire, riverso su un fianco. Si lasciò trascinare per un po’ dalla corrente, poi andò a sbattere contro l’argine. Perdeva sangue dall’orbita ormai vuota di quell’unico occhio che gli era rimasto. «A Frank non si sfugge» mormorai.

Trascinai fuori il cane e scavai col coltello una fossa nel terreno soffice di torba che circondava l’alto corso del torrente, soffocando i conati che mi salivano per la puzza del cadavere. Seppellii la bestia, mi guardai attorno e poi, dopo aver valutato bene la direzione del vento, mi spostai di qualche metro e diedi fuoco al prato. Le vampe lambirono le ultime tracce di quella fuga fiammeggiante, insieme alla tomba del cane. L’incendio si propagò fino al torrente, dove sapevo sarebbe terminato. Estinsi qualche chiazza isolata che stava prendendo fuoco sull’altra sponda, dove erano volati dei tizzoni.

Quando fu tutto finito, e il cane fu definitivamente arso dalle fiamme, mi voltai verso casa e mi misi a correre.

Non ci furono incidenti sulla via del ritorno. Tracannai un litro d’acqua e cercai di rilassarmi nel fresco della vasca da bagno, con un cartone di succo d’arancia appoggiato sul bordo. Stavo ancora tremando. Mi ci volle un po’ per togliermi dai capelli la puzza di bruciato. Dalla cucina, dove mio padre stava facendo da mangiare, salivano odori di cibi vegetariani. Non avevo dubbi: avevo quasi visto mio fratello. Non era lì che aveva passato la notte, pensai, ma c’era passato, e per poco non l’avevo incrociato. In un certo senso provai sollievo. La cosa mi risultava difficile da accettare, ma era la verità.

Sprofondai di schiena, lasciando che l’acqua mi venisse addosso.

Mi infilai la vestaglia e scesi in cucina. Mio padre era seduto a tavola in calzoncini e canottiera, con i gomiti appoggiati sul piano e lo sguardo fisso sull’Inverness Courier. Rimisi in frigo il succo d’arancia e tirai su il coperchio del tegame; dentro c’era un intruglio al curry che si stava raffreddando, da accompagnarsi con l’insalata disposta sul tavolo in una ciotola. Mio padre sfogliava il giornale, ignorandomi.

«Caldo, eh?» dissi, in mancanza di altri argomenti.

«Mmmh.»

Mi sedetti all’altro capo del tavolo. Mio padre voltò un’altra pagina, a testa bassa. Mi schiarii la gola.

«C’è stato un incendio giù, vicino a quella casa nuova. L’ho visto. E l’ho anche spento» dissi per coprirmi le spalle.

«Sarà stato per il caldo» disse mio padre senza alzare lo sguardo. Annuii tra me, grattandomi in mezzo alle gambe senza dare nell’occhio, attraverso i lembi della vestaglia.

«Ho sentito le previsioni. Dicono che domani sul tardi cambia il tempo» dissi scrollando le spalle. «Così pare.»

«Bene, staremo a vedere» disse mio padre. Richiuse il giornale e si alzò a controllare lo stufato. Annuii, giocherellando con la cintura della vestaglia, e buttai un’occhiata distratta al quotidiano. Mio padre si sporse in avanti per annusare l’intruglio. Io rimasi immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto.

Mi voltai verso di lui, mi alzai, girai intorno alla seggiola su cui prima era seduto, mi fermai, come a voler guardare fuori dalla porta. Ma i miei occhi caddero di sbieco sui titoli del giornale. MISTERIOSO INCENDIO DIVAMPA IN CASA DI VILLEGGIATURA, c’era scritto in prima pagina, in fondo a sinistra. Una villetta subito a sud di Inverness era andata a fuoco immediatamente prima che il giornale andasse in stampa. La polizia stava conducendo le indagini.

Tornai all’altro capo del tavolo, mi misi a sedere.

Mangiammo l’insalata e lo stufato, e io ricominciai a sudare. Un tempo pensavo di essere una strana creatura perché avevo scoperto che il giorno dopo aver mangiato curry anche le mie ascelle sapevano di curry, ma poi Jamie mi disse che succedeva anche a lui, e la cosa mi tranquillizzò notevolmente. Mangiai lo stufato, poi uno yogurt e una banana, ma non servì a togliermi il piccante dalla bocca. Mio padre, che aveva sempre avuto un atteggiamento masochistico nei confronti di quel piatto, non riuscì a finirlo, e ne lasciò quasi la metà.

Ero ancora in vestaglia, a guardare la tv in soggiorno, quando squillò il telefono. Mi avviai verso la porta, ma sentii mio padre che usciva dal suo studio per andare a rispondere. Rimasi sulla soglia ad ascoltare. Non riuscii a capire molto, poi sentii i passi di mio padre che veniva giù dalle scale e tornai in fretta alla mia poltrona, ci sprofondai dentro e poggiai la testa su un bracciolo, con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta. Mio padre aprì la porta.

«Frank, è per te.»

«Eh?» dissi io piano. Aprii gli occhi, mi voltai verso la tv, poi mi alzai un po’ barcollante. Mio padre lasciò la porta aperta e ritornò nello studio. Andai al telefono.

«Sì… Pronto?»

«Buo-o-n-giorno, pa-a-rlo con Fra-a-nk?» disse una voce strascicata.

«Sì. Chi è?»

«Ah, ah, piccolo Frank!» urlò Eric. «Bene, eccomi qua, sono nel cuore della foresta e continuo a mangiare i miei hot dog! Ah, ah! Allora come stai, ragazzo mio? L’oroscopo ti è favorevole, vero? A proposito, di che segno sei? L’ho dimenticato.»

«Del cane.»

«Oh, davvero?»

«Sì. E tu di che segno sei?» chiesi io seguendo diligentemente un suo vecchio tormentone.

«Cancro!» arrivò la risposta, urlata.

«Benigno o maligno?» domandai io in tono stanco.

«Maligno!» stridette Eric. «Ho detto cancro, non tumore

Allontanai l’orecchio dalla cornetta. Cominciò a ridere sguaiatamente, e io dissi: «Senti, Eric…»

«Come stai? Come vanno le cose? A che pensi? Stai bene? Come te la passi? Che mi dici? Che fai di bello? Dove stai con la testa in questo momento? Dove sei stato? Cristo santo, Frank, sai perché le Volvo fischiano? Be’, neanch’io, ma chi se ne frega? Cosa disse Trotskij? “Ho bisogno di Stalin come di un buco in testa”. Ah ah ah ah ah! A dire il vero non mi piacciono queste macchine tedesche. Hanno i fari troppo ravvicinati. Stai bene, Frankie?»

«Eric…»

«A letto, a dormire. Forse a masturbarti. Ce l’hai il preservativo? Ah ah ah!»

«Eric» dissi io guardando su per le scale per controllare che mio padre non fosse là attorno. «Vuoi stare zitto?»

«Che?» disse Eric con voce rotta e risentita.

«Il cane» dissi io con un sibilo. «Oggi ho visto il cane. Quello vicino alla casa nuova. Ero lì. L’ho visto.»

«Che cane?» chiese Eric perplesso. Sentivo i suoi sospiri pesanti e un chiacchiericcio in sottofondo.

«Non cercare di confondermi, Eric. L’ho visto. Voglio che tu la smetta, hai capito? Basta coi cani. Mi senti? Hai capito? Allora?»

«Che? Che cani?»

«Hai capito benissimo. Sento che non sei lontano da qui. Niente più cani. Lasciali in pace. E smettila anche coi bambini. Niente vermi. Scordatelo. Se vuoi vieni a trovarci — sarebbe bello — ma niente vermi e niente cani in fiamme. Sto dicendo sul serio, Eric. Faresti meglio a darmi retta.»

«Dare retta a cosa? Di che stai parlando?» disse lui lamentoso.

«Hai sentito» dissi, e misi giù il telefono. Rimasi in piedi lì accanto, guardando in alto verso le scale. Dopo pochi secondi squillò di nuovo. Tirai su la cornetta, sentii solo il segnale e riattaccai. Restai in attesa per qualche minuto, ma non accadde altro.

Tornai in soggiorno e incrociai mio padre che usciva dallo studio asciugandosi le mani con uno straccio. Aveva gli occhi spalancati e si portava dietro una scia di odori incomprensibili.

«Chi era?»

«Jamie che faceva una voce strana» dissi.

«Mmmh» rispose, apparentemente risollevato, e tornò indietro.

A parte lo stufato che gli tornava su, mio padre fu molto silenzioso. Quando la serata cominciò a rinfrescarsi uscii a fare un giro sull’isola. Arrivavano delle nuvole dal mare, e sembrava che una porta si stesse sbarrando lentamente davanti al cielo, intrappolando sopra l’isola il calore delle giornate. Si sentivano dei tuoni dall’altra parte delle colline. Niente lampi. Piombai in un sonno agitato, senza mai smettere di sudare e rigirarmi nel letto, finché un’alba iniettata di sangue non fece la sua comparsa sopra la spiaggia.

11. Il figliol prodigo

Mi svegliai dall’ultimo scampolo di sonno inquieto con la trapunta per terra, di fianco al letto. Ero in un bagno di sudore. Mi alzai, mi feci una doccia, mi rasai con cura e mi arrampicai su in soffitta prima che il caldo si facesse troppo intenso.

La soffitta era afosa. Aprii i lucernari e misi fuori la testa, perlustrando col binocolo l’orizzonte, la terra da una parte, il mare dall’altra. Il cielo era ancora coperto. C’era una luce stanca, e il vento sapeva di stantio. Armeggiai un po’ con la Fabbrica, diedi da mangiare alle formiche, al ragno e alla Venere, controllai i fili, spolverai il vetro della facciata, provai le batterie e lubrificai le porticine e gli altri meccanismi, più che altro per accertarmi che fosse tutto a posto. Diedi una pulita all’altare e sistemai con cura tutti gli oggetti, servendomi di un righello per controllare che i barattolini e gli altri pezzi fossero disposti in perfetta simmetria.

Tornai di sotto grondante di sudore, ma non me la sentii di farmi un’altra doccia. Mio padre era in piedi, intento a preparare la colazione, e nel frattempo mi misi a guardare un po’ di tv, i programmi del sabato mattina. Mangiammo in silenzio. Dopo colazione uscii a fare un giro sull’isola. Andai al Bunker e presi la sacca con le teste, in modo da poter fare le mie riparazioni ai Pali intanto che ero là in giro.

Mi ci volle più del solito a completare il percorso perché continuavo a fermarmi e a salire in cima alle dune più alte che incontravo per controllare gli approdi. Non vidi nulla. Le teste sui Pali Sacrificali erano in buono stato. Dovevo sostituire un paio di teste di topo, ma niente di più. Le altre teste e le banderuole erano intatte. Trovai un gabbiano morto sopra una duna, sul versante rivolto alla terraferma, di fronte alla parte centrale dell’isola. Presi la testa e seppellii il corpo vicino a un Palo. Misi quella testa ormai fetida dentro un sacchetto di plastica e la riposi nella sacca insieme agli altri resti rinsecchiti.

Sentii gli uccelli, poi li vidi, levarsi in volo come se qualcuno stesse attraversando il sentiero, ma sapevo che si trattava solo della signora Clamp. Mi arrampicai su una duna per guardare, e la vidi sul ponte, che avanzava sulla sua vecchia bicicletta col portapacchi. Diedi un’altra occhiata verso il pascolo e le dune dopo che la signora Clamp scomparve alla mia vista, in prossimità della casa, ma non c’era niente. Solo pecore e gabbiani. Dalla discarica saliva un filo di fumo, e si sentiva il brontolio continuo di una vecchia motrice diesel sul binario. Il cielo era coperto ma luminoso, e il vento soffiava incerto, appiccicaticcio. Verso il mare aperto si intravedevano schegge dorate che sfioravano l’orizzonte, dove l’acqua luccicava sotto squarci di sereno, ma erano lontane, molto lontane.

Completai il giro dei Pali Sacrificali, poi rimasi mezz’ora vicino al vecchio argano, concedendomi un po’ di allenamento col tiro al bersaglio. Sistemai un po’ di lattine sul ferro arrugginito del recinto, arretrai di una trentina di metri e le buttai giù tutte quante con la fionda, con soli tre colpi supplementari rispetto alle sei lattine. Una volta recuperati i proiettili, tutti tranne uno, le rimisi in piedi, tornai alla stessa distanza e presi la mira. Mi ci vollero quattordici colpi prima di riuscire ad abbatterle tutte. Alla fine lanciai un po’ di volte il coltello contro un albero vicino al vecchio ovile e provai una certa soddisfazione nel vedere che riuscivo a dosare bene il numero di volteggi, visto che ogni volta la lama entrava bella dritta nella corteccia tagliuzzata.

Tomai a casa e mi lavai, mi cambiai la camicia e feci la mia comparsa in cucina in tempo per mangiare il primo, che la signora Clamp stava scodellando. Si trattava di una brodaglia bollente. Brandii una fetta di pane bianco soffice e fragrante, mentre la signora Clamp si chinava sul piatto a ingurgitare il brodo con un risucchio chiassoso e mio padre si spezzettava del pane integrale che pareva impastato con la segatura.

«Come sta, signora Clamp?» chiesi io cordialmente.

«Oh, io sto bene» rispose lei congiungendo le sopracciglia e atteggiandole in modo tale che sembravano un filo di lana sbrogliato da una matassa. Aggrottò la fronte ancora più profondamente e si concentrò sul cucchiaio gocciolante che teneva giusto sotto il mento. «Oh, sì. Io sì che sto bene.»

«Fa caldo, vero?» borbottai. Sventolai la fetta di pane sulla minestra, con mio padre che mi fissava torvo.

«Siamo in estate» spiegò la signora Clamp.

«Oh, già» dissi. «L’avevo dimenticato.»

«Frank» biascicò mio padre con la bocca piena di verdura e segatura. «Non credo che tu possa ricordarti l’esatta capacità di questi cucchiai.»

«Un quarto di gill?» suggerii con aria innocente. Lui mi guardò in cagnesco e sorseggiò dell’altra brodaglia. Continuai a sventolare il pane, interrompendomi solo per disturbare la pellicina scura che si stava formando sulla superficie del mio piatto. La signora Clamp tirò su un’altra cucchiaiata.

«E come vanno le cose in paese, signora Clamp?» chiesi.

«Molto bene, per quel che ne so io» rispose lei sempre rivolgendosi alla minestra. Annuii. Mio padre soffiò nel cucchiaio. «Il cane dei Macky è scomparso, così mi hanno detto» aggiunse la signora Clamp. Inarcai lievemente le sopracciglia e abbozzai un sorriso preoccupato. Mio padre si bloccò e mi guardò fisso. Il rumore della zuppa che intanto gocciolava — il cucchiaio aveva iniziato a flettersi immediatamente dopo la frase della signora Clamp — riecheggiò per la stanza come piscio scrosciante dentro la tazza del cesso.

«Davvero?» dissi io, sempre sventolando la fetta di pane. «Che peccato. Meno male che mio fratello non è qua in giro, altrimenti avrebbero dato la colpa a lui.» Sorrisi, lanciai un’occhiata a mio padre, poi tornai a guardare la signora Clamp, che mi stava fissando con gli occhi socchiusi attraverso il fumo che saliva dal piatto. La fetta di pane che stavo usando per raffreddare il piatto si stancò di quell’attività e si sgretolò. Raccolsi prontamente l’estremità che precipitava e la poggiai nel piatto, sollevando il cucchiaio nel tentativo di sorseggiare un po’ di minestra.

«Hmm» disse la signora Clamp.

«La signora Clamp non ha potuto comprarti gli hamburger oggi» disse mio padre schiarendosi la gola mentre articolava la prima sillaba di “potuto”. «Quindi ti ha preso un po’ di macinato.»

«Tutta colpa dei sindacati!» borbottò cupa la signora Clamp, sputacchiando nel proprio piatto. Piazzai un gomito sul tavolo, appoggiai una guancia sulla mano stretta a pugno e la guardai con aria sbalordita. Senza ottenerne niente. Non alzò neanche lo sguardo, e io allora mi strinsi nelle spalle e tornai a sorseggiare la brodaglia. Mio padre aveva abbassato il cucchiaio. Si asciugò la fronte con una manica e cercò di rimuovere con un’unghia, dall’interstizio tra due denti superiori, un pezzo di quella che a me sembrava segatura.

«C’è stato un piccolo incendio ieri vicino alla casa nuova, signora Clamp. L’ho spento io, sa… Ero proprio lì. L’ho visto e l’ho spento» dissi.

«Non ti vantare troppo, figliolo» disse mio padre. La signora Clamp tenne a freno la lingua.

«È vero, l’ho fatto» dissi io sorridendo.

«Sono certo che alla signora Clamp non interessi molto.»

«Oh, altro che» disse la signora Clamp scuotendo la testa con un gesto enfatico di difficile interpretazione.

«Hai visto?» borbottai a mio padre. Feci un cenno alla signora Clamp, che intanto succhiava rumorosamente la minestra.

Me ne restai in silenzio mentre mangiavamo il secondo, uno stufato. Quando arrivammo alla crema col rabarbaro notai che c’era una novità nel miscuglio degli ingredienti: il latte con cui era stata fatta la crema era decisamente avariato. Feci un sorrisetto, mio padre grugnì, la signora Clamp ingurgitò l’intruglio sputando i peduncoli di rabarbaro nel tovagliolo. A voler essere indulgenti, il dolce non era cotto al punto giusto.

Il pranzo mi rallegrò immensamente e mi diede molta energia, anche se il pomeriggio era ancora più caldo della mattina. Non si vedevano fenditure nella distesa luccicante del mare, e nella luce che filtrava dalle nuvole c’era un che di denso, qualcosa che appesantiva l’aria e il vento stagnante. Uscii per fare il giro completo dell’isola, muovendomi a passo vivace. Vidi la signora Clamp che si avviava verso il paese, poi mi incamminai nella stessa direzione e andai a sedermi in cima a un’alta duna, a qualche centinaio di metri di distanza dal mare, per perlustrare col binocolo la terra infuocata.

Il sudore cominciò a scorrermi addosso appena smisi di muovermi. Mi stava venendo mal di testa. Avevo portato con me un po’ d’acqua. La bevvi e riempii di nuovo la borraccia al primo torrente. Senza dubbio mio padre aveva ragione a dire che nei fiumi ci cagano le pecore, ma di sicuro io ero da tempo immune a qualunque accidente ci si potesse beccare nei torrentelli della zona, visto che da anni ne bevevo l’acqua, da quando avevo cominciato a farci le dighe. Tracannai più acqua di quanta me ne andasse giù e tornai in cima alla duna. In lontananza le pecore erano immobili, accucciate sull’erba. Non c’erano neanche gabbiani. Solo le mosche erano in attività. Dalla discarica si levava ancora lo stesso filo di fumo, mentre una stria di caligine bluastra saliva dalle colline, da uno spiazzo dove stavano abbattendo gli alberi per la cartiera vicino al fiordo. Tesi l’orecchio per udire il rumore delle motoseghe, ma non ci riuscii.

Stavo scorrendo quell’orizzonte col binocolo, orientandolo verso sud, quando vidi mio padre. Lo inquadrai, poi distolsi lo sguardo. Scompariva, riappariva. Camminava sul sentiero, diretto verso il paese. Stavo cercando di individuare il Salto, e lo vidi arrampicarsi su per la duna dove in genere vado a esercitarmi con la bici. Aveva scavalcato il Salto. Mentre me ne stavo lì a guardare sembrava che lui stesse incespicando lungo il sentiero davanti alla vetta della collina, ma poi si riassestò e continuò il cammino. Il suo berretto svanì oltre il versante opposto della duna. Aveva un passo instabile, come se fosse ubriaco.

Abbassai il binocolo e mi sfregai il mento leggermente ruvido. C’era qualcosa di strano. Non aveva detto che sarebbe andato in paese. Mi chiesi cosa avesse in mente.

Scesi di corsa giù per la duna, scavalcai il torrente con un salto e tornai a casa a velocità sostenuta. Sentii odore di whisky quando entrai dalla porta sul retro. Ripensai a quanto tempo fosse passato da quando avevamo finito di mangiare e da quando la signora Clamp se ne era andata. Circa un’ora, un’ora e mezza. Entrai in cucina, dove l’odore di whisky era ancora più intenso, e vidi sul tavolo una bottiglia mezza vuota, con un bicchiere accanto. Guardai nel lavello per vedere se ci fosse un altro bicchiere, ma c’erano solo i piatti sporchi ammucchiati. Aggrottai la fronte.

Mio padre di solito non lasciava così la roba da lavare. Afferrai la bottiglia di whisky e cercai sull’etichetta qualche segno a biro blu, ma non ce n’erano. Significava che la bottiglia era stata appena aperta. Scossi la testa, mi asciugai la fronte con uno strofinaccio. Mi tolsi il gilè con le tasche e lo appoggiai su una sedia.

Andai nell’ingresso. Quando alzai lo sguardo verso il piano di sopra vidi subito che il telefono aveva il ricevitore staccato. Salii in fretta le scale e mi portai la cornetta all’orecchio. Faceva un rumore strano. La rimisi al suo posto, aspettai qualche secondo, la tirai su un’altra volta e sentii il segnale di linea libera. Riattaccai e mi precipitai su verso lo studio. Provai a ruotare la maniglia appoggiandomi con tutto il peso contro la porta. Non si muoveva.

«Merda!» esclamai. Avevo creduto che fosse successo qualcosa e che mio padre avesse lasciato aperto lo studio. Forse aveva chiamato Eric. E mio padre aveva risposto, ne era rimasto sconvolto e si era ubriacato. E forse stava andando in paese a comprarsi altra roba da bere. Dal tizio che la vende sottobanco. Oppure — guardai l’orologio — era già iniziata la festa di Rob Roy, quando si può vendere tutto l’alcol che si vuole anche senza licenza? Scossi la testa. Non faceva alcuna differenza. Forse quando Eric aveva chiamato mio padre era già ubriaco. E stava andando in paese a sbronzarsi ancora di più, oppure cercava Diggs. Oppure Eric gli aveva dato un appuntamento. No, questo non era molto probabile. Avrebbe contattato prima me.

Corsi di sopra, mi infilai nel calore opprimente della soffitta, aprii il lucernario rivolto alla terraferma e perlustrai gli approdi con il binocolo. Tornai giù e uscii di nuovo, chiudendo a chiave la porta di casa. Trotterellai fino al ponte e su per il sentiero, facendo ancora una volta delle deviazioni per via delle dune. Sembrava tutto normale. Mi fermai nel posto in cui avevo visto mio padre l’ultima volta, proprio in cima alla collina che dà sul Salto. Mi grattai in mezzo alle gambe in preda all’esasperazione, chiedendomi quale fosse la cosa migliore da fare. Non mi pareva sensato lasciare l’isola, ma mi venne il sospetto che in paese o da quelle parti stesse cominciando a succedere qualcosa. Pensai di passare da Jamie, ma forse lui non era nelle condizioni migliori per scarpinare in giro per Portneil a cercare mio padre, tenendo le narici ben aperte per captare l’odore di cane bruciato.

Mi misi a sedere e tentai di pensare. Come avrebbe agito a questo punto Eric? Avrebbe aspettato che calasse la notte per avvicinarsi (si sarebbe avvicinato di sicuro; non aveva fatto tutta questa strada per poi tornarsene indietro all’ultimo momento), oppure gli sarebbe balenata l’idea che, avendo già rischiato grosso con le telefonate, non avrebbe avuto molto da perdere ad arrivare direttamente a casa. Ma poteva farlo anche ieri. Cosa lo tratteneva? Stava escogitando qualcosa. O forse l’avevo trattato in modo troppo rude al telefono. Perché avevo riagganciato? Che idiota! Forse aveva deciso di arrendersi, o di battersela! E tutto perché io, suo fratello, l’avevo rifiutato!

Scossi la testa con rabbia e mi rialzai in piedi. Nessuna di queste considerazioni mi portava da qualche parte. Dovetti concludere che Eric stesse tentando di mettersi in contatto con me. E questo significava che dovevo tornarmene a casa, dove avrebbe telefonato oppure, prima o poi, sarebbe arrivato. Inoltre era lì il centro del mio potere e della forza, ed era necessario che proteggessi quel posto più di ogni altra cosa. Presa questa decisione, con l’animo risollevato per il piano stabilito — anche se si trattava di un piano più che altro votato all’inazione — mi voltai avviandomi a passo spedito verso casa.

La casa era diventata ancora più afosa durante la mia assenza. Mi lasciai cadere sopra una sedia della cucina, poi mi rialzai per lavare il bicchiere e mettere a posto la bottiglia di whisky. Bevvi del succo d’arancia, poi riempii una brocca di succo e ghiaccio, presi un paio di mele, mezza fetta di pane e un po’ di formaggio e portai il tutto in soffitta. Sistemai la sedia che solitamente sta vicino alla Fabbrica in cima a una pila di vecchie enciclopedie, feci oscillare la finestra del lucernario rivolto alla terraferma e mi preparai un cuscino con delle vecchie tende sbiadite. Mi adagiai in quel piccolo trono e cominciai a scrutare con il binocolo. Dopo un po’ andai a ripescare la mia vecchia radio di bachelite dal fondo di una cassa piena di giocattoli e inserii la spina dopo averla fissata a un trasformatore. Sintonizzai su Radio Tre. C’era un’opera di Wagner. Quello che ci voleva per mettermi dell’umore giusto, pensai. Tornai al lucernario.

La cortina di nubi si era squarciata qua e là, e le schegge di sereno si muovevano lentamente inondando chiazze di terra di una luce abbacinante e violenta. Ogni tanto la luce investiva la casa. Vidi l’ombra del mio sgabuzzino che si spostava man mano che il tardo pomeriggio si avviava a diventare prima serata e il sole ruotava sopra le nuvole sfilacciate. Un’immagine lenta di vetri riflessi mi abbagliò. Proveniva dal nuovo complesso residenziale immerso nel verde, un po’ in alto rispetto alla parte vecchia di Portneil. Quando una fila di finestre cessava di mandare i riflessi un’altra fila cominciava, con piccoli buchi di interruzione causati dall’occasionale apertura o dalla chiusura delle vetrate, oppure dal passaggio di qualche macchina sulla statale. Bevvi un po’ di succo, trattenendo in bocca i cubetti di ghiaccio, mentre l’alito opprimente della casa mi si spandeva intorno. Continuai a tenere il binocolo ben saldo, perlustrando nord e sud, spingendomi più lontano possibile con lo sguardo e facendo attenzione a non precipitare dal lucernario. L’opera terminò, lasciando spazio a della spaventosa musica contemporanea che mi faceva pensare al lamento di un eretico sul rogo oppure a un cane avvolto dalle fiamme. La ascoltai, perché mi faceva passare il sonno.

Alle sei e mezza squillò il telefono. Balzai giù dalla sedia, mi tuffai dalla porta della soffitta e slittai giù per le scale. Sollevai la cornetta e me la portai all’orecchio con un movimento secco. Mi venne quasi un fremito di eccitazione al pensiero della mia enorme capacità di coordinazione dei movimenti, e dissi, con voce calma: «Sì?»

«Fraaang?» biascicò stentata la voce di mio padre. «Frang, scceii tuu?»

Lasciai che il disgusto che provavo si insinuasse nella mia voce. «Sì, papà, sono io. Che succede?»

«Scciòono in paeese, figliòolo» disse lui sottovoce, come se stesse per scoppiare a piangere. Lo sentii tirare un respiro profondo. «Fraang, lo scciaii che ti ho sccembree uoluto beene… Sto… sto chiamàando dal paeese, figliòolo. Uuoi ueniire qui, uuoi ueniire… vieeni… Hanno préscioo Eric, figliòolo.»

Restai immobile. Guardai la carta da parati dietro al tavolino d’angolo col telefono che sta dove le scale fanno la curva. La carta aveva un disegno di foglie, verde su bianco, con una specie di rampicante che spuntava qua e là tra la vegetazione. Era attaccata un po’ storta. Non ci avevo mai fatto caso prima di allora, dopo tutte le volte che avevo risposto al telefono. Era orribile. Mio padre era stato un idiota a sceglierla.

«Fraang?» Si schiarì la gola. «Fraang, figliòolo?» disse, in modo quasi normale, poi si lasciò andare di nuovo: «Frang, scceii llì? Dì uualcossciaa, figliòolo. Dimmi uualche coosciia, figliòolo. Ho ddetto che hanno préscioo Eric. Scci scentii, figliòolo? Frang, sceii angòora lì?»

«Ti…» Le labbra mi si incepparono e la frase mi morì sul nascere. Mi schiarii la gola accuratamente e ricominciai. «Ti ho sentito, papà. Hanno preso Eric. Ho sentito. Arrivo subito. Dove ci vediamo, alla polizia?»

«No, no, figliòolo. Uediàmosci dauaanti… dauaanti alla bibglioteca. Sì, la bibglioteca. Ci uediàamo là.»

«La biblioteca?» dissi io. «Perché là?»

«Uaa beene, figliòolo… Scii ueediàmo. Eh?» Lo sentii sbatacchiare un po’ il ricevitore, poi la linea si ammutolì. Riattaccai lentamente. Sentii una fitta ai polmoni, una sensazione quasi metallica che andava di pari passo col battito martellante del cuore e con il vuoto dentro la testa.

Restai immobile per qualche istante, poi risalii le scale fino alla soffitta per chiudere il lucernario e spegnere la radio. Mi facevano male le gambe, le sentivo stanche. Forse avevo un po’ esagerato con gli sforzi in quegli ultimi tempi.

Gli squarci nelle nuvole si muovevano lentamente verso l’interno man mano che risalivo il sentiero per il paese. Erano le sette e mezza, ma era quasi buio, una foschia estiva di luce morbida che si spandeva dappertutto sopra la terra arida. Qualche uccello si agitò letargicamente al mio passaggio. Qualche altro se ne restò appollaiato sui fili del telefono che si dipanano fino all’isola sui loro pali scheletrici. Le pecore emettevano il solito suono rotto e sgradevole, e gli agnelli piagnucolavano al seguito. C’erano uccelli appostati anche sul filo spinato dei recinti, dove ciuffi di lana sporca rimasti impigliati segnavano il tragitto delle pecore. Nonostante tutta l’acqua ingurgitata durante il giorno, la testa cominciava di nuovo a farmi male. Sospirai e continuai a camminare, attraversando le dune declinanti e i campi incolti e i pascoli radi. Mi sedetti un attimo sulla sabbia, subito prima che le dune cessassero del tutto, e mi asciugai la fronte. Mi scrollai un po’ di sudore dalle dita e guardai in lontananza le pecore immobili e gli uccelli appollaiati. Dal paese si sentivano le campane, provenienti probabilmente dalla chiesa cattolica. O forse si era diffusa la notizia che i maledetti cani erano ormai al sicuro. Ghignai, sbuffai dal naso con una specie di mezza risata e oltrepassai con lo sguardo i prati e la boscaglia e la sterpaglia fino a che non vidi i campanili della Chiesa di Scozia. Riuscivo quasi a vedere la biblioteca, da lassù. Sentii i miei piedi gemere, e capii che non avrei dovuto sedermi. Mi avrebbero fatto troppo male, una volta ripreso il cammino. Sapevo perfettamente che stavo solo cercando di ritardare il mio arrivo in paese, così come avevo ritardato l’uscita da casa dopo la telefonata di mio padre. Guardai di nuovo gli uccelli sui fili, gli stessi fili telefonici che mi avevano comunicato la notizia. Sembravano quasi delle note in un pentagramma. Notai che c’era una zona vuota.

Corrugai la fronte, guardai più da vicino, mi accigliai ancora di più. Cercai il binocolo, mi tastai il petto. L’avevo lasciato a casa. Mi alzai e ripresi a camminare verso i terreni incolti, allontanandomi dal sentiero, poi affrettai il passo. Dopo un po’ mi misi a correre e attraversai la sterpaglia e i canneti, scavalcai una recinzione e mi ritrovai nel pascolo, dove le pecore si alzarono e si sparpagliarono blaterando lamentosamente.

Ero senza fiato quando arrivai ai cavi del telefono.

Ce n’era uno a terra. Il filo reciso penzolava di fianco al palo dalla parte della terraferma. Alzai lo sguardo e mi assicurai di non avere le traveggole. Alcuni degli uccelli appollaiati nei paraggi erano volati via, disegnando dei cerchi, e lo stridìo cupo delle loro voci si levò nell’aria immobile sopra l’erba riarsa. Raggiunsi di corsa il palo dalla parte dell’isola, all’altro capo del filo tagliato. Un orecchio, coperto di pelo corto bianco e nero e ancora sanguinante, era inchiodato al palo. Lo toccai e sorrisi. Mi guardai attorno in preda all’esagitazione, poi mi calmai. Volsi lo sguardo in direzione del paese, dove i campanili si ergevano come un dito puntato in segno di accusa.

«Bugiardo schifoso» mormorai, poi mi avviai di nuovo verso l’isola, prendendo velocità man mano che andavo avanti, squarciando il sentiero al mio passaggio, pestandone a fondo la superficie. Arrivai di corsa fino al Salto e lo superai con un volo. Mi misi a urlare e schiamazzare, poi mi azzittii e risparmiai il fiato prezioso per la corsa.

Tornai a casa e mi inerpicai schiumante di sudore fino alla soffitta, fermandomi un secondo davanti al telefono per verificare che funzionasse. La linea era interrotta. Corsi di sopra, diedi una rapida occhiata col binocolo dal lucernario, poi mi ricomposi, cercando di fare mente locale. Mi adagiai sulla sedia, riaccesi la radio e continuai a guardare.

Era là fuori da qualche parte. Dovevo ringraziare gli uccelli. Sentii un fremito dentro lo stomaco, quasi un’ondata di gioia gastroenterica che mi fece rabbrividire nonostante il caldo. Quel vecchio bugiardo di merda aveva provato a stanarmi da casa solo perché lui aveva paura di affrontare Eric. Mio Dio, che idiota a non aver percepito subito il tono menzognero in quella voce impastata! Con che coraggio poi mi sgridava quando bevevo! Almeno io lo facevo quando sapevo di potermelo permettere, non quando sapevo che avrei avuto bisogno di tutta la mia lucidità per affrontare una crisi. Che merda. E si considera un uomo!

Bevvi qualche altro bicchiere di succo d’arancia, ancora fresco dentro la brocca, mangiai una mela e un po’ di pane e formaggio, e continuai la perlustrazione. La serata si rabbuiò velocemente quando il sole calò e le nuvole si richiusero. Le correnti d’aria calda che avevano squarciato il cielo si erano già dissolte, e la coltre distesa sulle pianure e le colline si stava ricompattando, grigia e informe. Dopo un po’ sentii un tuono, e qualcosa di aspro e minaccioso si diffuse nell’aria. Ero sotto tensione, e non riuscivo a non aspettare lo squillo del telefono, anche se sapevo che non sarebbe arrivato. Quanto ci avrebbe messo mio padre a capire che stavo tardando? Pensava che arrivassi in bici? Era caduto in qualche fosso? Oppure barcollava alla testa di qualche banda di paesani diretti in massa all’isola con le torce accese per stanare l’Ammazzacani?

Non faceva molta differenza. Avrei visto chiunque fosse arrivato, anche al buio, e avrei accolto mio fratello o abbandonato la casa per rifugiarmi sull’isola se si fossero fatti vivi i vigilantes. Spensi la radio in modo tale da poter sentire i rumori della terraferma, e strabuzzai gli occhi per vedere nella luce morente. Dopo un po’ irruppi in cucina e raccattai del cibo, lo misi in una sacca e me lo portai su in soffitta. Nel caso avessi dovuto lasciare la casa per incontrare Eric. Forse avrebbe avuto fame. Tornai a sedermi, scrutando centimetro per centimetro le ombre che calavano sulla terra sempre più buia. In lontananza, ai piedi delle colline, c’erano delle luci che si muovevano sulla strada, scintillando nel crepuscolo e lanciando bagliori, come lampi di fari intermittenti, in mezzo agli alberi, dietro le curve, sopra le alture. Mi sfregai gli occhi e mi stiracchiai, cercando di mandar via la stanchezza.

Mi venne in mente di aggiungere qualche pastiglia di antidolorifico alla borsa che avrei portato con me in caso di uscita. Con questo tempo Eric avrebbe potuto avere l’emicrania, e forse avrebbe avuto bisogno di qualcosa per alleviare il dolore. Sperai che non ce l’avesse.

Sbadigliai, spalancai gli occhi, mangiai un’altra mela. Le ombre indistinte sotto alle nuvole erano diventate più scure.

Mi svegliai.

Era buio. Stavo ancora sulla sedia, con la testa sulle braccia incrociate, i gomiti poggiati contro l’infisso metallico del lucernario. Qualcosa, un rumore in casa, mi aveva dato la sveglia. Restai sulla sedia ancora un istante, col cuore in gola e la schiena dolorante per la posizione assunta per così tanto tempo. Il sangue si fece strada a fatica per tornare alle braccia, che sotto il peso della testa erano rimaste un po’ a secco. Mi stiracchiai sulla sedia, veloce e in silenzio. La soffitta era immersa nell’oscurità, e non percepivo niente. Toccai un bottone dell’orologio, vidi che erano le undici passate. Avevo dormito per delle ore. Che idiota! Sentii qualcuno che si muoveva di sotto. Passi indistinti, una porta che si chiudeva, altri rumori. Vetri rotti. Mi si rizzarono i peli dietro il collo. Era la seconda volta che mi succedeva nel giro di una settimana. Serrai le mascelle, mi dissi di smetterla di avere paura e di fare invece qualcosa. Poteva essere Eric, o poteva essere mio padre. L’avrei scoperto andando di sotto a vedere. Per sicurezza avrei preso con me il coltello.

Mi alzai dalla sedia e mi avvicinai con cautela alla porta costeggiando a tentoni i mattoni grezzi del comignolo. Mi fermai là davanti e tirai la camicia fuori dai pantaloni per nascondere il coltello appeso alla cintola. Cominciai lentamente a scendere verso il pianerottolo buio. C’era una luce nell’ingresso, in fondo, e proiettava strane ombre pallide e gialle sulle pareti del corridoio. Arrivai alla ringhiera, guardai oltre il parapetto. Non si vedeva niente. I rumori erano cessati. Annusai l’aria.

Percepii un odore di fumo e alcol che pareva arrivare direttamente dal pub. Doveva essere mio padre. Provai sollievo. In quel momento lo sentii uscire dal salotto, seguito da un rumore di bagnato, quasi un oceano tuonante. Mi scostai dal parapetto e rimasi in ascolto. Barcollava, sbatteva contro i muri, inciampava sulle scale. Sentii il suo respiro pesante. Stava borbottando qualcosa. Aspettai che il rumore e l’odore salissero. Restai immobile, e un po’ alla volta ritrovai la calma. Sentii mio padre arrivare al primo pianerottolo, dove stava il telefono. Poi, dei passi malfermi.

«Fraang!» urlò. Non mi mossi, restai in silenzio. Per istinto, forse. O per l’abitudine acquisita dalle tante volte che avevo finto di non essere dove realmente ero, in modo tale da poter ascoltare di nascosto chi credeva di essere solo. Respirai piano.

«Fraaang!» urlò ancora. Mi apprestai a tornare in soffitta, sgattaiolando via in punta di piedi, senza calpestare quei punti in cui il pavimento scricchiolava. Mio padre martellò di pugni la porta del bagno al primo piano e tirò una maledizione quando si accorse che era aperta. Lo sentii avviarsi su per le scale. Veniva verso di me, con passi brevi e irregolari. Gli scappò un grugnito quando inciampò e andò a sbattere contro il muro. Mi arrampicai in silenzio su per la scala, piegandomi in avanti fino a raggiungere il nudo pavimento in legno della soffitta. Restai là per terra, con la testa a un metro circa dalla botola dell’entrata, le mani aggrappate ai mattoni. Se mio padre avesse tentato di guardare dentro la soffitta dalla botola, avrei trovato riparo acquattandomi dietro la cappa del camino. Strizzai gli occhi. Mio padre sbatteva i pugni sulla porta della mia stanza. La aprì. «Fraang!» biascicò. E poi: «Oh… Cazzo!»

Ebbi un tuffo al cuore. Non lo avevo mai sentito imprecare a quel modo. Quella parola mi sembrò particolarmente oscena, pronunciata da lui. Non l’aveva detta con quel fare indifferente con cui la dicono Eric o Jamie. Lo sentii ansimare proprio sotto la botola, e il suo odore mi salì fino alle narici: whisky e tabacco.

Ancora passi barcollanti sul pianerottolo, poi lo sbattere della porta della sua stanza. Ripresi a respirare, e solo allora mi accorsi che avevo tenuto il fiato sospeso. Il cuore mi batteva fino a scoppiare, e mi sembrò quasi strano che mio padre non fosse riuscito a sentirlo rimbombare attraverso le assi del pavimento. Aspettai ancora un istante, ma i rumori erano cessati del tutto, si sentiva solo un remoto rumore bianco proveniente dal salotto. Forse aveva lasciato la tv accesa, ferma su un canale non sintonizzato.

Restai ancora dov’ero per cinque minuti, poi mi alzai lentamente, mi scrollai, infilai la camicia nei pantaloni, raccolsi al buio la borsa, mi fissai la fionda alla cintola, cercai in giro il gilè, lo trovai, e poi, con tutti gli attrezzi addosso, scivolai giù per la scala e arrivai al pianerottolo, lo attraversai e senza far rumore scesi dabbasso.

Nel salotto la televisione irradiava il suo sibilo variopinto nella stanza vuota. Mi avvicinai e la spensi. Mi voltai per uscire e vidi la giacca di tweed di mio padre tutta stropicciata sopra una sedia. La presi in mano e la sentii tintinnare. Frugai nelle tasche arricciando il naso per il tanfo di alcol e fumo che esalava. La mia mano si serrò attorno a un mazzo di chiavi.

Le tirai fuori e le osservai. C’era la chiave della porta d’ingresso, quella della porta sul retro, quelle della cantina e della rimessa, un paio di chiavi piccole che non riconobbi e poi un’altra chiave, probabilmente di qualche porta interna, come quella della mia stanza ma di forma diversa. La bocca mi si prosciugò improvvisamente, e mi accorsi che la mano cominciava a tremarmi, imperlata di sudore lungo le linee del palmo. Poteva essere la chiave della sua stanza oppure…

Corsi di sopra, facendo gli scalini tre per volta, interrompendo il ritmo solo quando dovevo evitare quelli che scricchiolavano. Passai davanti allo studio e mi fermai davanti alla stanza di mio padre. La porta era socchiusa, con la chiave infilata nella toppa. Mio padre russava. Chiusi delicatamente la porta e tornai in fretta allo studio. Misi la chiave nella serratura e la girai. Era ben oliata, e non oppose alcuna resistenza. Restai immobile per un secondo o due, poi ruotai la maniglia e aprii la porta.

Accesi la luce. Lo studio.

Era tutto disordinato e pieno di roba, e c’era un’aria greve e afosa. La luce centrale era una semplice lampadina, molto potente. C’erano due scrivanie, uno scrittoio e una branda con delle lenzuola aggrovigliate, uno scaffale, due tavoloni ricoperti di bottiglie di vario tipo e attrezzature da laboratorio di chimica. Nell’angolo, dentro un lavandino, c’erano dei tubetti di reagenti, altre boccette e una serpentina di raffreddamento. Si sentiva un odore come di ammoniaca. Mi voltai, sporsi la testa nel corridoio e rimasi in ascolto. Si sentiva solo il russare lontano di mio padre. Sfilai la chiave e richiusi la porta dall’interno.

Appena mi allontanai dalla porta notai un oggetto. Era una provetta, appoggiata sullo scrittoio, proprio dietro alla porta: se questa fosse stata aperta non l’avrei neanche vista. Nella provetta c’era del liquido trasparente. Alcol, pensai. Nell’alcol c’era un bel paio di minuscoli genitali maschili un po’ malridotti.

Rimasi a fissarli, con la mano ancora stretta sulla chiave che avevo girato, e gli occhi mi si riempirono di lacrime. Sentii qualcosa alla gola, qualcosa di molto profondo, e gli occhi e il naso mi si inondarono fino a esplodere. Mi misi a piangere, lasciando che le lacrime salate mi rigassero le guance fino alla bocca. Mi colava il naso, tirai su e singhiozzai, col petto ansimante e i muscoli della mascella in preda a tremiti incontrollabili. Mi dimenticai completamente di Eric, di mio padre, di tutto il resto, tranne che di me e della mia perdita.

Mi ci volle un po’ per ricompormi, e ci riuscii senza perdere le staffe e senza dirmi che non dovevo comportarmi come una stupida ragazza, mi calmai e basta, normalmente. Sentivo dentro di me come un peso che dalla testa mi scendeva fino allo stomaco. Mi asciugai il viso con la camicia e mi soffiai il naso senza far rumore, poi cominciai a perquisire la stanza a tappeto, lasciando perdere la provetta sullo scrittoio. Forse era quello l’unico segreto di quel posto, ma volevo accertarmene.

C’erano un sacco di schifezze. Schifezze e robe chimiche. I cassetti dello scrittoio erano pieni di vecchie carte e fotografie. C’erano delle lettere, degli appunti, bollette, moduli, certificati, polizze assicurative (nessuna riguardava me, e comunque erano scadute da un pezzo), pagine di un orribile racconto o romanzo (riguardava degli hippy in una comune nel deserto che entravano in contatto con gli alieni) che qualcuno aveva battuto con una macchina per scrivere sgangherata, ed era tutto segnato di correzioni. C’erano dei fermacarte di vetro, guanti, spillette psichedeliche, vecchi singoli dei Beatles, qualche copia di Oz e IT, biro scariche e matite spezzate. Porcherie, tutte porcherie.

C’era una parte dello scrittoio chiusa a chiave. Proprio sotto l’anta scorrevole arrotondata, con una serratura vicino al bordo superiore. Tirai via le chiavi dalla porta. Una di quelle più piccole entrava nella toppa, proprio come mi aspettavo. L’anta si abbassò e io estrassi i quattro cassettini che vi erano nascosti, appoggiandoli sul piano dello scrittoio.

Guardai con gli occhi sbarrati quel che c’era lì dentro, finché le gambe non presero a tremarmi e dovetti sedermi sulla piccola seggiola traballante mezza nascosta dallo scrittoio. Mi strinsi la testa tra le mani, senza smettere di tremare. Cos’altro ancora avrei dovuto subire nel corso di quella notte?

Infilai le mani in uno dei cassettini e tirai fuori una scatola azzurra. Erano dei tampax. Con le dita tremanti estrassi dal cassetto un’altra scatola. C’era un’etichetta con la scritta “Ormoni maschili”. All’interno trovai dei contenitori più piccoli, ordinatamente catalogati a biro nera, con date progressive di lì a sei mesi. In un altro cassetto c’era una scatola etichettata “KBr”, scritta che mi fece scattare qualcosa di molto vago nei recessi più profondi della mente. I restanti due cassetti contenevano rotoli di banconote da cinque e da dieci sterline e sacchetti di cellofan con dentro dei quadratini di carta. Non mi rimanevano forze sufficienti per cercare di capire cosa fosse quella roba. Il mio cervello stava vorticando attorno a un’idea spaventosa che avevo appena elaborato. Restai sulla sedia a pensare, con lo sguardo fisso nel vuoto e la bocca aperta. Non guardai la provetta.

Pensai a quel viso delicato, a quelle braccia ricoperte di peluria sottile. Cercai di ricordare se avessi mai visto mio padre nudo al di sotto della cintola, ma non vi riuscii. Il segreto. Non poteva essere. Scossi la testa, ma non mi fu possibile scacciare quell’idea. Angus. Agnes. Su tutto ciò che era accaduto avevo solo la sua parola. Non sapevo quanto fosse affidabile la signora Clamp, né che tipo di complicità ci fosse tra loro due. Ma non poteva essere! Era una cosa mostruosa, terrificante! Mi alzai di scatto, facendo ribaltare all’indietro la sedia, che andò a sbattere contro le assi scoperte del pavimento. Afferrai la scatola dei tampax e quella degli ormoni, presi le chiavi, aprii la porta e partii alla carica. Mi avviai su per le scale, dopo aver infilato le chiavi in tasca e tirato fuori il coltello dalla custodia. «A Frank non si sfugge» sibilai tra i denti.

Irruppi in camera di mio padre e accesi la luce. Lui era steso sul letto, con i vestiti ancora addosso. Gli si era sfilata una scarpa ed era caduta sul pavimento proprio in corrispondenza del piede scalzo e penzolante dal bordo del letto. Era disteso sulla schiena e russava. Si agitò gettandosi un braccio davanti al viso per proteggersi dalla luce. Mi fiondai su di lui, gli spostai il braccio e gli diedi due schiaffi. Fece uno scatto con la testa e lanciò un urlo. Aprì un occhio, poi l’altro. Gli puntai il coltello in faccia e vidi il suo sguardo da ubriaco che stentava a metterlo a fuoco. Puzzava come un caprone.

«Fraang?» disse con voce flebile. Gli feci scivolare la lama sulla fronte, fermandomi all’altezza del naso.

«Bastardo» sputai. «Che diavolo è questa roba?» Con l’altra mano brandii i tampax e gli ormoni sventolandoglieli in faccia. Lui gemette e chiuse gli occhi. «Dimmelo!» urlai, continuando a schiaffeggiarlo col dorso della mano con cui stringevo il coltello. Cercò di rotolare via da me, dall’altra parte del letto, verso la finestra aperta, ma io lo tirai indietro, tenendolo lontano dalla notte afosa e calma.

«No, Frang, n-no» disse scuotendo la testa e cercando di respingere le mie mani. Feci cadere le scatole e lo afferrai ben stretto per un braccio. Lo tirai a me e gli puntai il coltello alla gola.

«Cristo santo, vuoi dirmelo o…» Lasciai le parole sospese a mezz’aria. Allentai la presa sul braccio e scesi con la mano fino ai pantaloni. Slacciai la cintura sfilandola dai passanti. Lui cercò di fermarmi in modo maldestro, ma io gli scostai violentemente le mani e lo stuzzicai alla gola con la punta della lama. Sbottonai i pantaloni e tirai giù la lampo senza staccargli gli occhi di dosso, e intanto cercavo di non pensare a ciò che avrei potuto trovare là sotto, a ciò che avrei potuto non trovare. Aprii i pantaloni e tirai fuori la camicia. Lui mi guardava, steso sul letto con gli occhi rossi e luccicanti, e scuoteva la testa.

«Che u-uoi fa-a-re, Frang? M-mi d-dispiàscie, sì, sì, mi dispiascie u-ueraménde. Un e-espe-e-riméndo. Solo un espee-ri-mén… Nommi fa-a-re gniénde, ti p-prego, Frang, pe’ fauo-o-re, Frang…»

«Puttana! Sei una puttana!» urlai, con la voce tremante e gli occhi che iniziavano ad annebbiarsi. Gli/le tirai giù le mutande strappandogliele di dosso con furore perverso.

In quel momento si sentì un grido all’esterno, fuori dalla finestra. Restai con lo sguardo fisso sul cazzo e sulle palle di mio padre: dimensioni grosse, peli scuri, aspetto piuttosto untuoso. E intanto il silenzio dell’isola veniva squarciato da un urlo animalesco. Le gambe di mio padre ebbero un sussulto. Poi arrivò una luce guizzante color arancio, proveniente da un punto in cui non ci sarebbe dovuta essere nessuna luce, lontano, oltre le dune. E altre urla, lamenti, belati, e ancora urla. Urla dappertutto.

«Cristo santo, che s-succede?» ansimò mio padre voltando la testa tremante verso la finestra. Indietreggiai, poi mi avvicinai ai piedi del letto e guardai fuori dalla finestra. I rumori terrificanti e la luce oltre le dune sembravano avvicinarsi sempre più. Il bagliore era circondato da un alone, e arrivava dall’alta duna dietro la casa, dove ci sono le Terre del Teschio. Era una luce gialla e tremolante, attraversata da strie fumose. Il rumore sembrava quello che avevo sentito emettere dal cane bruciato vivo, ma ancora più forte e continuo, più penetrante. La luce si fece più intensa. Vidi qualcosa che correva in cima alle Terre del Teschio, qualcosa che bruciava e urlava e si precipitava giù verso il mare. Era una pecora, e ce n’erano altre dietro di lei. Prima solo un paio, poi una mezza dozzina. Correvano all’impazzata sull’erba e sulla sabbia. Nel giro di pochi secondi tutta la collina si riempì di pecore incendiate, con la lana tutta avvolta dalle fiamme, che gemevano furiosamente e correvano a valle lasciando che l’erba e gli sterpi prendessero fuoco al loro passaggio e ardessero senza tregua.

Fu allora che vidi Eric. Mio padre mi venne dietro barcollando, ma io lo ignorai e mi misi a guardare la sagoma scarna che ballava e saltellava in cima alla duna. Eric brandiva in una mano una grossa torcia accesa, nell’altra un’ascia. E intanto urlava.

«Oh, mio Dio, no!» disse mio padre. Mi voltai verso di lui. Si stava tirando su i pantaloni. Gli diedi uno spintone e corsi alla porta.

«Sbrigati» gli gridai. Uscii dalla stanza, scesi di corsa le scale senza controllare se mi stesse seguendo. Le fiamme si vedevano da ogni finestra, e tutta la casa echeggiava dei lamenti delle pecore torturate. Entrai in cucina, valutai l’idea di prendere un po’ d’acqua da portarmi dietro, ma decisi che sarebbe stato inutile. Uscii dalla veranda e arrivai in giardino. Una pecora con le zampe posteriori avvolte dalle fiamme mi venne quasi addosso. Correva per il giardino già mezzo incendiato, e all’ultimo momento riuscì a schivare la porta con un belato di terrore, balzando poi oltre la recinzione bassa nel prato davanti alla casa. Mi diressi di corsa sul retro alla ricerca di Eric.

C’erano pecore e fiamme dappertutto. L’erba che rivestiva le Terre del Teschio era avvolta dal fuoco. Le vampe schizzavano via dalla rimessa e dai cespugli, dalle piante e dai fiori del giardino, con le pecore ardenti sparse tutt’attorno, alcune morte e distese dentro pozze di fuoco bluastro, altre che ancora saltavano, gemendo e ululando con le loro voci rotte, gutturali. Eric era sulle scale che portano alla cantina. Vidi la torcia che teneva in mano proiettare una fiamma tremolante sul muro sotto la finestra del bagno. Stava assalendo a colpi d’ascia la porta della cantina.

«Eric! No!» urlai. Mi avviai verso di lui, poi mi voltai. Mi aggrappai a uno spigolo della casa e sporsi la testa per dare un’occhiata alla porta aperta della veranda. «Papà! Vieni fuori! Papà!» Sentivo alle mie spalle il rumore del legno che andava in frantumi. Mi voltai di nuovo e corsi alla ricerca di Eric. Scavalcai con un salto la carcassa incenerita di una pecora proprio davanti ai gradini della cantina. Eric si girò facendo oscillare l’ascia verso di me. Mi accovacciai e rotolai per terra, poi balzai in piedi preparandomi a schizzare via, ma lui ricominciò a sbattere violentemente l’ascia contro la porta, urlando a ogni colpo come se lui stesso fosse la porta. La lama dell’ascia scomparve nel legno, e ci restò conficcata. Lui la scosse con forza fino a tirarla fuori, mi lanciò un’occhiata, quindi riprese a picchiare contro la porta. Le fiamme che si levavano dalla torcia mi proiettavano addosso la loro ombra. La torcia era appoggiata di fianco alla porta, e la vernice fresca stava già cominciando a prendere fuoco. Tirai fuori la fionda. Eric aveva quasi abbattuto la porta. Mio padre non si era ancora fatto vivo. Eric mi lanciò un’altra occhiata e conficcò l’ascia nel legno. Mentre mi frugavo le tasche alla ricerca di un proiettile, una pecora alle nostre spalle lanciò un ululato. Sentivo tutt’intorno a me un odore di carne arrostita e il rumore crepitante del fuoco. La sferetta metallica si adattò bene al cuoio della fionda, e io tesi l’elastico.

«Eric!» gridai quando la porta cedette. Lui afferrò l’ascia con una mano sola, con l’altra raccolse la torcia. Diede un calcio alla porta e la sfondò. Tirai ancora di un centimetro l’elastico della fionda. Gli gettai un’occhiata attraverso la Y della forcella. Lui si voltò a guardarmi. Aveva la barba lunga, la faccia tutta sporca come il gnigno di un animale. Era il ragazzo, anzi, l’uomo che io avevo conosciuto, eppure nello stesso tempo era una persona completamente diversa. Quella faccia ghignava e sudava e lanciava occhiate torve, sussultando ogni volta che il petto gli si gonfiava e sgonfiava e che le fiamme gli vibravano intorno. Teneva sempre strette in mano l’ascia e la fiaccola ardente, con la porta della cantina alle sue spalle ridotta a un ammasso di frantumi. Riuscii a scorgere soltanto le balle di cordite, che mi sembrarono di colore arancio scuro alla luce densa e guizzante dei fuochi circostanti e della torcia di mio fratello. Eric scosse la testa, con aria confusa e ansiosa.

Anch’io scossi la testa, lentamente.

Lui rise e fece un cenno con la testa. Lasciò la torcia, un po’ facendola scivolare a terra con noncuranza, un po’ gettandola di proposito dentro la cantina. Poi corse verso di me.

Fui sul punto di sparare il proiettile quando lo vidi venire dalla mia parte, ma un secondo prima che le dita mi si aprissero notai che non aveva più l’ascia. La sentii rotolare con un rumore di ferraglia giù per i gradini della cantina. Eric mi schivò all’ultimo momento, e io caddi su un fianco, stringendomi le ginocchia al petto. Cominciai a rotolare, mentre Eric correva all’impazzata per il giardino, dirigendosi verso la parte meridionale dell’isola. Lasciai la fionda, scesi di corsa gli scalini e raccolsi la torcia. Era a circa un metro di distanza dall’entrata, ben lontana dalla cordite. La scagliai velocemente all’esterno, mentre nella rimessa incendiata cominciavano a scoppiare le bombe.

C’era un rumore assordante. Le granate mi che sfrecciavano sopra la testa e le finestre della casa esplodevano verso l’interno. La rimessa fu completamente distrutta. Due bombe schizzarono fuori e scoppiarono in altri punti del giardino, ma per fortuna non dalla mia parte. Quando ritenni di essere fuori pericolo sollevai la testa e vidi che la rimessa non esisteva più. Tutte le pecore erano morte, oppure se n’erano andate, ed Eric era svanito nel nulla.

Mio padre era in cucina, con in mano un secchio d’acqua e un coltello da scalco. Entrai, e lui posò il coltello sul tavolo. Sembrava un vecchio di cent’anni. Sul tavolo c’era la provetta. Mi sedetti a capotavola, abbandonandomi sulla sedia. Lo guardai in faccia.

«Era Eric alla porta, papà» dissi io, mettendomi a ridere. Le orecchie mi rimbombavano ancora per le esplosioni della rimessa.

Mio padre restò in piedi, con un’aria stupida e senile dipinta sul volto. Aveva gli occhi cisposi e umidi, e gli tremavano le mani. Sentii che pian piano cominciavo a calmarmi.

«Ch…» cominciò, poi si schiarì la gola. «Che… che è successo?» Sembrava sobrio.

«Ha cercato di entrare in cantina. Credo che stesse per farci saltare tutti per aria. È scappato di nuovo. Ho risistemato la porta nel miglior modo possibile. Quasi tutti gli incendi sono estinti. Quello non ti servirà.» Indicai il secchio d’acqua. «Vorrei piuttosto che ti mettessi seduto e mi dicessi una o due cosette che mi piacerebbe sapere.» Mi sistemai sulla sedia appoggiandomi allo schienale.

Mi guardò per un istante, poi afferrò la provetta, ma gli scivolò di mano. Cadde per terra e si ruppe. Gli uscì una risata nervosa. Si chinò, poi si raddrizzò prendendo in mano quello che c’era nella provetta. Tenne quella roba bene in vista davanti a me, ma io continuavo a guardarlo dritto negli occhi. Chiuse la mano, poi la riaprì, come un prestigiatore. Conteneva una pallina rosa. Non un testicolo. Una pallina rosa, come un grumo di plastilina, o di cera. Lo guardai fisso.

«Spiegami» gli dissi.

E lui mi spiegò.

12. Quel che accadde a me

Una volta andai a costruire le mie dighe tra la sabbia e le conche rocciose che stanno nella zona meridionale della costa, molto in giù, oltre la casa nuova. Era una giornata calma, luminosa, perfetta. Non c’era nessuna linea di demarcazione tra la terra e il cielo, e neanche vapori stagnanti. Il mare era piatto.

In lontananza si vedevano lievi pendii collinari punteggiati di campi. In uno di quei campi c’erano delle mucche e due grossi cavalli scuri. Io me ne stavo là a costruire, quando da una stradina di fianco al campo arrivò un camioncino. Si fermò vicino al cancello e fece manovra, sistemandosi con la parte posteriore di fronte a me. Guardai col binocolo e vidi che il furgone si allontanava di circa un chilometro. Ne scesero due uomini. Aprirono dal retro e formarono una rampa, con delle alette laterali in legno sollevate a mo’ di parapetto da entrambi i lati. I due cavalli si avvicinarono a guardare.

Io restai in piedi dentro una conca, con l’acqua che mi lambiva gli stivaloni di gomma. La mia figura proiettava un’ombra offuscata. Gli uomini entrarono nel campo e portarono fuori uno dei cavalli con una corda attorno al collo. Non oppose resistenza, ma quando gli uomini tentarono di farlo entrare nel camioncino, su per la rampa, tra le fiancate sbilenche, quello si mise a scartare, recalcitrare e impennare. L’altro cavallo faceva pressione contro la recinzione. Qualche secondo dopo sentii un nitrito disperato nell’aria calma. Il cavallo non voleva entrare. Delle mucche là nel campo si misero a osservare la scena, e poi tornarono a ruminare.

La sabbia, la vegetazione selvaggia, le rocce, e le conchiglie intorno a me venivano lambite silenziosamente fino alla consunzione dalle onde leggere e dalle pieghe di luce chiara. Un uccello ruppe la calma con un verso. Gli uomini spostarono il camioncino, portandosi dietro il cavallo giù per il sentiero e per una viuzza laterale. Il cavallo che era rimasto nel campo si mise a nitrire forte e a correre disegnando cerchi insulsi. Mi si stancarono le braccia e gli occhi, e allontanai lo sguardo, rivolgendolo alla linea di colline e montagne che si allungava verso la luce ardente del nord. Quando tornai a guardare da quella parte, il cavallo era dentro il furgone, che ripartì con una sgommata veloce. L’altro cavallo, ormai solo, correva su e giù frastornato dal cancello alla recinzione, prima seguendo il camioncino, poi lasciandolo perdere. Uno degli uomini era rimasto nel campo, e appena il camioncino scomparve oltre la cresta delle colline, si mise a calmare l’animale.

Più tardi, sulla strada del ritorno, passai davanti al campo e vidi il cavallo che brucava tranquillamente.

Mi trovo sulla duna che sovrasta il Bunker, adesso, in questo mattino domenicale fresco e ventilato, e mi ricordo di aver sognato quel cavallo proprio la notte scorsa.

Dopo che mio padre mi ebbe detto quello che doveva dirmi, dopo che io ebbi attraversato la fase dell’incredulità, quella della rabbia e quella della cieca rassegnazione, dopo esserci guardati intorno, nei pressi del giardino, alla ricerca di Eric, tentando nel frattempo di dare una sistemata a quella confusione e di estinguere gli ultimi piccoli fuochi, dopo aver barricato la porta della cantina, dopo che fummo entrati in casa, dopo che lui mi ebbe detto perché aveva fatto quello che aveva fatto, ce ne andammo a letto. Chiusi a chiave la porta della mia stanza, e sicuramente anche lui fece lo stesso. Mi addormentai e sognai di rivivere quel pomeriggio dei cavalli, mi svegliai presto e uscii a cercare Eric. Vidi Diggs che veniva giù per il sentiero mentre io uscivo. Mio padre aveva un sacco di cose da dirgli. Lasciai che se la vedessero tra loro.

Il tempo si era schiarito. Niente bufera, niente lampi né tuoni, solo un vento che arrivava da ovest a spazzare via tutte le nuvole verso il mare aperto, insieme alla calura malsana. Una specie di miracolo, o forse solo un anticiclone sulla Norvegia. Dunque la giornata era luminosa, chiara, fresca.

Trovai Eric addormentato sulla duna del Bunker, con la testa in mezzo all’erba ondulata, raggomitolato come un bambino. Mi avvicinai a lui e mi misi a sedere. Restai lì per un attimo, poi pronunciai il suo nome e gli scossi una spalla. Lui si svegliò, mi guardò e sorrise.

«Ciao, Eric» dissi. Lui tese una mano e io la afferrai. Fece un cenno col capo, senza smettere di sorridere. Poi cambiò posizione, poggiò la testa riccioluta sul mio grembo, chiuse gli occhi e si riaddormentò.

Io non sono Francis Leslie Cauldhame. Sono Frances Lesley Cauldhame. Detta in poche parole. I tampax e gli ormoni erano per me.

Quando mio padre agghindava Eric come una femminuccia era solo per fare le prove generali. Quando il Vecchio Saul fece scempio di me, mio padre considerò l’episodio un’opportunità ideale per un piccolo esperimento, e nello stesso tempo un modo per contenere — o addirittura rimuovere — l’influenza della presenza femminile intorno a lui nel momento in cui a me sarebbe toccato crescere. E allora cominciò a imbottirmi di ormoni, senza mai smettere. Ecco perché faceva sempre lui da mangiare, ecco perché io ho sempre pensato che il mio clitoride ingrossato fosse il moncherino di un pene. Ecco perché avevo la barba, niente mestruazioni e tutto il resto.

I tampax erano lì pronti, nel caso che un giorno i miei ormoni veri avessero avuto la meglio su quelli di cui lui mi imbottiva. Mi dava anche il bromuro per evitare che l’androgeno aggiunto mi scatenasse la libidine. Aveva plasmato una intera collezione di finti genitali maschili con la stessa cera che io avevo poi trovato nel sottoscala e usato per le mie candele. Mi avrebbe dato conforto mostrandomi la provetta se io mai avessi sollevato dubbi sulla mia castrazione. Erano prove supplementari. Bugie supplementari. Anche la storia delle scorregge era un inganno. Era amico di vecchia data del barista Duncan, e gli comprava da bere in cambio di una telefonata informativa dopo le mie bevute al Cauldhame Arms. Neanche adesso ho la sicurezza che mi abbia detto tutto, anche se credo sia stato assalito dal bisogno impellente di confessare ogni cosa, e comunque la notte scorsa aveva le lacrime agli occhi.

Quando penso a tutto questo mi viene un nodo di rabbia allo stomaco, ma cerco di combatterlo. Avrei voluto ucciderlo là in cucina, dopo le rivelazioni. C’è una parte di me che ancora vorrebbe credere che si tratti dell’ennesima bugia, ma so bene che è la verità. Sono una donna. Le gambe tutte coperte di cicatrici, le grandi labbra un po’ maciullate, non sarò mai molto attraente. Ma secondo mio padre sono una normalissima femmina, in grado di avere rapporti sessuali e anche di mettere al mondo dei figli (rabbrividisco al pensiero di entrambe le cose).

Guardo lontano, verso il mare scintillante, con Eric addormentato in grembo, e ripenso a quel povero cavallo.

Non so cosa farò. Non posso restare qui, ma tutto il resto mi spaventa. Comunque credo che dovrò andarmene. In giro. Avrei anche potuto prendere in considerazione il suicidio, se alcuni miei parenti non avessero creato certi precedenti.

Abbasso lo sguardo verso la testa di Eric: dorme, silenzioso e sudicio. Ha il volto tranquillo. Non prova alcun dolore.

Rimango per un po’ a fissare le onde che si infrangono sulla riva. Sul mare, su quella lente d’acqua che si avvolge rigonfia e oscillante intorno alla terra, vedo un deserto crespo, e mi sembra piatto come un lago salato. In tutti gli altri posti la geografia è diversa. Il mare ondeggia, fluttua, si gonfia, si avvolge in dune tumultuose quando il vento si rinforza, forma cumuli alti come colline quando soffiano gli alisei, e alla fine si ritira, orlato di bianco e screziato di tempesta, in vette circolari battute dalle brezze turbinanti.

E dove sono adesso, dove io ed Eric siamo seduti, sdraiati, a dormire, a guardare, in questa calda giornata d’estate, tra sei mesi cadrà la neve. Il ghiaccio e il gelo, la brina e la condensa, il vento ululante che arriva dalla Siberia, spinto sopra alla Scandinavia a spazzare il Mare del Nord, le acque grigie del mondo e l’aria livida dei cieli. Tutte queste cose poggeranno le loro mani fredde e decise su questo posto, e ne prenderanno possesso.

Voglio ridere, o piangere, o tutt’e due le cose, mentre sto qui a pensare alla mia vita, alle mie tre morti. Quattro, ora, visto che la verità di mio padre ha ucciso ciò che io ero.

Ma sono ancora io. Sono la stessa persona di prima, con gli stessi ricordi e gli stessi eventi vissuti, le stesse (piccole) mete raggiunte, gli stessi (spaventosi) crimini sulla coscienza.

Perché? Come ho potuto fare quelle cose?

Forse perché pensavo di aver avuto tutto ciò che veramente contava al mondo, l’unico elemento valido per la conservazione della specie, e mi era stato sottratto ancora prima che potessi capirne il valore. Forse avevo ucciso per vendetta, facendomi malignamente pagare il pedaggio — per mezzo dell’unico potere di cui abbia potuto disporre — da coloro che erano transitati nel mio raggio d’azione. Coloro che, uguali a me, sarebbero diventati ciò che io mai avrei potuto diventare: una persona adulta.

Mancandomi una volontà, per così dire, me ne sono dovuta creare un’altra. Per poter leccare le mie ferite, ho finito per eliminare loro, contraccambiando con un’innocenza furiosa quella castrazione che non avevo avuto modo di avvertire fino in fondo, ma che in qualche modo — forse attraverso l’atteggiamento degli altri — avevo percepito come una perdita ingiusta e irreparabile. Non avendo alcuna finalità nella vita o nella procreazione, avevo spietatamente investito ogni energia nell’esatto contrario, e avevo così trovato il negativo e la negazione di quella fecondità che solo agli altri era data perseguire. Credo di aver deciso che, non potendo mai diventare un uomo, visto che questa possibilità mi era stata preclusa, avrei tolto la stessa possibilità a quelli che mi stavano intorno. Fu così che mi trasformai nell’omicida, una figura che vagamente ricordava quella del soldato eroico e implacabile, o comunque vi rendeva omaggio, almeno in tutta la roba che avevo visto o letto. E così mi cercavo le armi, me le costruivo, e mi sceglievo le vittime tra quelle prodotte più di recente attraverso quell’unico atto che io ero incapace di compiere. Fin lì erano miei pari: pur possedendo la potenzialità riproduttiva, a quell’età non avevano certo più possibilità di quante ne avessi io di compiere l’atto necessario. Chiamiamola pure invidia del pene.

Adesso so che è stato tutto inutile. Non c’era niente da vendicare, solo una bugia, un inganno che avrebbe dovuto essere smascherato, un travestimento che mi avrebbe consentito di guardare all’esterno, anche se alla fine ero io a non volerlo. Avevo l’orgoglio. Eunuco ma unico. Una presenza nobile e feroce in quelle terre, il guerriero storpio, il principe caduto…

Adesso mi accorgo che ero soltanto l’idiota.

Ho l’impressione che la fede nella mia suprema ferita, nel vero e proprio taglio che mi aveva separato dalla società, mi avesse portato a prendere la mia vita troppo sul serio, e quella degli altri, per la stessa ragione, troppo alla leggera. Gli assassinii erano per me come un concepimento. Erano come il sesso. La Fabbrica era il mio tentativo di costruire la vita, di rimpiazzare quel coinvolgimento che altrimenti non avrei voluto.

Be’, con la morte è più facile che le cose riescano bene.

Dentro quella grande macchina le cose non erano così trite e ritrite (o forse maciullate) come lo sono apparse nella mia esperienza. Ognuno di noi, nella sua Fabbrica personale, può pensare che, una volta imboccato un corridoio, il suo destino sia suggellato e ineluttabile (da sogno o da incubo, banale o bizzarro, buono o cattivo). E invece basta una parola, uno sguardo, una svista… e tutto può cambiare, tutto può essere modificato, e la sala rivestita di marmi diventa una fogna, e il labirinto dei topi un sentiero dorato. La nostra destinazione è la stessa, alla fine, ma il viaggio — in parte scelto, in parte prestabilito — cambia per ognuno di noi, anche mentre viviamo e mentre cresciamo. Credevo che una delle porticine mi si fosse chiusa alle spalle anni addietro, e invece stavo ancora arrampicandomi su per la facciata. Adesso la porta si chiude, e comincia il mio viaggio.

Guardo ancora Eric e sorrido, annuendo tra me al soffio della brezza, con le onde che s’infrangono e il vento che alza gli spruzzi e muove l’erba, e qualche uccello che stride. Immagino che dovrò dirgli cosa mi è successo.

Povero Eric, è tornato a casa a trovare suo fratello solo per scoprire che (Zap! Paw! Saltano le dighe! Scoppiano le bombe! Sfrigolano le vespe: ttssss!) ha una sorella.

FINE