/ Language: Italiano / Genre:humor_prose

Le avventure di Orazio Scattini

IvanFabio Perna


www.evolutionbook.com

Sommario

Il silenzio dei colpevoli

Orazio… stai fresco?

Orazio… Alleluia!

Avventura ad Assisi

I.     Sull’attenti

II.   Le lezioni

III. Il viaggio

IV.   L’esordio della vendetta

V.     A destinazione

VI.   Il Padre Priore!

VII. Dov’è? Dov’è il maiale?

VIII.       La pulizia

IX.   Pentiti!

X.     Sorpresa!

XI.   L’inquisizione

XII. …che darei per lei…

XIII.       Il soffio del castigo

XIV.    Il gioco si svela

XV.  La resa dei conti

XVI.    L’epilogo finale

Orazio Scattini e il mistero di Donna Valeria

I.     Il passato

II.   La realtà

III. Il mistero

IV.   Il futuro

V.     Il marpione in azione

VI.   La notte

VII. Non era un sogno

VIII.       Avanti il prossimo

IX.   La matta è fuori

X.     L’ingegnere

XI.   La lettura del sogno

XII. Le tragedie non finiscono

XIII.       Il pendaglio

XIV.    La mia bambina

XV.  Trovata!

XVI.    Desidera?

XVII.      Spiriti!

XVIII.    La fine del mondo

XIX.        I segreti che uccidono

XX.  Gli incubi sono finiti

XVII.      L’epilogo finale

“LE AVVENTURE DI ORAZIO SCATTINI” ©2000 - Ivan Fabio Perna - tutti i diritti riservati

Il silenzio dei colpevoli

Non mi vedete? Eppure sono lì. Più giù, ancora più giù, eccomi là! Sì, quel tipo alla fer­mata del tram... lo sto aspettando? Seeh, aspetto un tram col secchio e la ramazza... sto lavo­rando! è il mio mestiere: pulisco le fermate degli autobus!

Mi chiamo Orazio Scattini: ma per favore, vi prego, voi chiamatemi solo Orazio. Sapete, cinque mesi fa avrei detto che conducevo una vita normale: un lavoro, una casa, una gatta che mi vuol bene, un videoregistratore eccezionale... ep­pure, 153 giorni or sono, la mia pacifica esistenza subì uno scossone del 9° grado della scala Mercalli! Torniamo indietro? O.k.! Non è che ci si sposti di molto... la stessa ora, lo stesso posto e in bocca lo stesso sapore: quello che ti prende di prima mattina e ti fa sentire come se avessi mangiato un paio di scarpe da ginnastica!

Avevo lustrato talmente a specchio quella fermata che pareva un salotto di corte dell’otto­cento! Ma ecco: arriva uno dei soliti “frettaioli” che getta un moz­zicone acceso in terra e mi rompe tutto l’incanto che avevo creato (oltre a due cose preziosissime che il mio corpo con­tiene in un sac­chetto...).

Continuava a guardare l’orologio battendo i piedi in continuazione come se dovesse andare in bagno... era vestito con un impermeabile bianco e dei calzoni color marroncino chiaro (se non fosse per la testa, pareva un cremino gigante!). Calma, calma, il tram sta arrivando...

E quando il mezzo si fermò, e le sue porte si aprirono, sembrarono aprirsi in qualche altra dimen­sione! E chissà da quale delle sette meraviglie scese lei! Bella, bellissima! Indossava un ristretto completo di color: “Blu, notte romantica” ove qualsiasi luna avrebbe avuto il piacere di sorgere sopra. Dei capelli ca­stani, con colpi di sole biondi... (parevano colpi di frusta sul mio cuore!) E la sua bellezza; indescrivibile a parole... mio Dio: ma da quali pa­gine di quale ro­manzo avevi fatto uscire un simile capolavoro? Già meditavo di farmi monaco tibetano quando d’un tratto i miei istinti si bloccarono. Quel manichino alla fermata... aspettava lei! E non appena finii di rendermi conto dello scempio, già l’allontanava nervosamente portandola chissà dove. Non doveva sfuggirmi: era come se al Botticelli fosse scappata la sua Venere... decisi di se­guirli!

In lontananza vedevo lui che le parlava sbracciandosi come se stesse affogando. Poi, un attimo di silenzio tra i due e... PAM! Lei gli allunga uno schiaffone micidiale che gli fa sputare al­meno quattro denti!

Che donna! Le lasciò l’impronta della mano sulla faccia e si di­resse decisa dove non l’avrebbe più rivi­sto; e io dietro come un gatto verso la pappa! La trovai pian­gente alla fermata successiva.

Quegli occhi... quelle meraviglie color ghiaccio ove l’intero universo si sarebbe spec­chiato e avrebbe trovato ancora posto... quella secrezione che le ri­gava il viso... Avessi avuto un machete avrei fatto a pezzi quel ghiacciolo che l’a­veva fatta così soffrire! Decisi che avrei passato i restanti centotrent’anni della mia vita a farla sorridere! Mi avvicinai... le passai una rosa rossa sotto il naso e...

<<Sai: i fiori possono stare solo vicino ai fiori...>>

M’aspettavo il solito: pedala, sgomma, vai a rompere da un’altra parte! Invece... mi guardò, prese il fiore e sorrise. Mi sentivo rinascere!

<<Ehi, un sorriso! E io che pensavo mi regalassi un pugno! Sai, io sono l’es­sere più fasti­dioso della terra; persino le formiche che ho sul bal­cone sono scap­pate perché a tutte ho chiesto il numero di tele­fono...>>

Un altro sorriso, più radioso del precedente, e io mi sentivo un eroe, avevo regalato della felicità!

<<Ehm... ora arriva la scena delle presentazioni: io sono Orazio! E tu?>>

Stavolta il sorriso si spense. Guardò la rosa, tristemente, perdendosi sui contorni dei petali rossi. In cosa avevo sbagliato?

<<Scusa l’azzardo... ma di solito quando conosco una ra­gazza comincio chiedendole la sua misura di reggiseno...>>

Sul suo viso tornò la felicità. Poi mi guardò, mi diede una carezza... e indicò la bocca scuotendo il capo.

Oh cribbio! Il Signore gli aveva regalato una bellezza mistica ma le aveva tolto la voce... era muta!

Superai l’imbarazzo esclamando:

<<Beh, tu non hai la voce, io non ho il cervello! Siamo la coppia ideale.>>

Scoppiò in una risata silenziosa, mi guardò un istante, poi prese dalla borsetta un biglietto tutto contornato da fiorellini multicolori con su scritto: “Mi chiamo Claudia”.

<<Beh, Claudia... sarò avventato però... prima che un tram ti porti via, vorrei essere sicuro di rivederti...>>

Forse avevo esagerato, i suoi occhi mi studiavano come se non m’avesse mai visto prima. Un sorriso... e un altro biglietto dalla borsetta: “Mi chiamo Claudia Sario, abito in Via Pinelli N° 22 - tel: 011/4373285... saluti e baci.”. Avevo fatto centro!

<<Che ne dici: ci vediamo Domenica?>>, dissi carico di euforia <<Non lo so... facciamo un giro in cen­tro... scambiamo due chiac­chiere... oh, scusa...>>

Che figura di m... tutto il peso della vergogna mi schiacciava come un mo­scerino, ma lei non fece una piega. Scrisse invece sul biglietto di passare da casa sua lunedì alle sette di sera e di citofonare tre volte; lei sarebbe scesa. Appena stac­cai gli occhi dal foglietto e la guardai, partì una musica di mille violini; volevo avvi­cinarmi per un bacio, ma temevo mi si avvicinasse la sua mano aperta in piena fac­cia!

Il giorno dell’appuntamento arrivai tutto impettito, reduce da nove docce e completa puli­zia delle cavità corporali. Non mi lavavo così da anni: pesavo quattro chili in meno!

Mi trovavo di fronte ad un portone di legno massiccio alto cinque metri (sem­brava l’ac­cesso al regno dei cieli!). Suonai il citofono le tre volte:

<<Il signor Orazio?>>

<<Ehm sì-sì, sono io...>>

<<Salga pure!>>

Oh no! Invito a casa! I genitori, i parenti, i vicini curiosi... svenni per trenta secondi! Rinvenni sulle ventiquattro rose rosse che gli avevo portato e, dolorante nel co­stato, salii sino al 4° piano: “Ubicazione della mia diletta!”.

Mi aprì lei, in tenuta casalinga. La bellezza le fermentava addosso ogni secondo; dovetti trat­te­nermi dal non svenire per trent’anni!

<<Ciao Claudia, non m’aspettavo un invito solenne...>>

Con un ampio gesto fece segno di accomodarmi. Che casa, che magione; solo il salone che costeggiava l’ingresso era grande come il mio con­do­minio!

<<Complimenti! Hai proprio una bella casa... piena di quadri... penso che sta­notte verrò a farci una visitina. Scherzo naturalmente...>>

<<Il signor Orazio?>>, domandò la grassa domestica.

<<Presente!>>

<<è pregato di accomodarsi in questa stanza. I signori le vogliono parlare!>>

No! Le presentazioni con i genitori! Probabilmente quello, era uno dei prezzi da pagare per poterla vedere.

Varcai la soglia della stanza. Mi trovavo in una specie di libreria con una sparuta sedia di legno nel centro e una mae­stosa poltrona davanti. Trascorsero pochi minuti, che sembra­rono eterni! Mi sentivo sperduto... ma ecco: si aprì la porta. Entrò un omaccione sulla cinquantina, tutto ben vestito, con occhialetti da dotto sul naso, barba grigia (curatissima) e sguardo assassino; quella montagna era suo padre! No­tissimo avvocato penalista! Mi alzai per presentarmi:

<<Salve, io sono...>>

<<Lo so chi è lei!>>, esclamò <<Si accomodi!>>, ci sedemmo entrambi; io con l’imbarazzo che mi devastava. <<Orazio: nome romano... come quello di mia fi­glia!>>

<<Visto che coincidenza...>>

<<Io odio le coincidenze!>>, ribatté secco <<E veniamo al sodo ragazzino. Avrai già notato il problema di figlia...>>

<<...ma per me, è come se non ci fosse...>>

<<Ma certo!>>, scattò <<Tutti quelli che vengono qua dicono la stessa cosa! Ora le racconto una storia: a otto anni Claudia fu vittima di un incidente d’auto. Noi ne uscimmo illesi. Ma per lei lo shock fu troppo grande, e perse l’uso della voce. Quindi apri bene quelle orecchie: Claudia è la mia unica figlia, e purtroppo è anche in­credibil­mente bella! Ha un cuore grande come una casa, e si fida di tutti i bastardi come te che gli ronzano attorno come una mo­sca sul miele! Hai ca­pito bene: bastardo! Appro­fittatore e rovina famiglie libidinoso! Tu la mia fiducia te la devi conqui­stare! E solo un tuo retto comportamento con la mia bambina potrà cancellare tutti gli epiteti che ti ho affibbiato! Ma ricorda: l’ul­timo che tolgo è sempre libidinoso, quindi tieni stretto nei pantaloni il tuo affaruccio se non lo vuoi ritro­vare gal­leggiante in un vasetto! Lei è tutto quello che ho: falla soffrire... e ti eviro con uno schiaccianoci! Mi sono spiegato?>>

<<S-sì... lei è stato molto...>>

Non mi fece finire la frase. Già era uscito (molto compostamente), sbattendosi la porta alle spalle.

Passai momenti d'autentico terrore, e proprio mentre mi alzavo per uscire da quella tortura entrò una donna alta e secca come un filo d’erba: sua madre!

<<Mia figlia è una ragazza molto educata, ha studiato nelle migliori scuole del mondo, è un autentico gioiello, ha un cuore grandissimo e vuole bene a tutta l’uma­nità!>>

<<Certo signora, questo lo so...>>

<<Ma cosa cazzo sai tu? Cosa? Entri in questa casa la conosci appena e pre­tendi di sa­pere? Io so! Perché io l’ho cresciuta, io l’ho tenuta nel ventre, cosa sai tu?>>

<<Si... signora, io mi fido di lei...>>

<<Ma sono io che non mi fido di te!!!>>, strillò <<Tu me la vuoi rubare!!! Me la vuoi portar via!!! Sai cosa sei tu?>>

<<...n-no...>>

<<Un bastardo!>>

<<(...arieccoci!)>>

<<E anche un lurido libidinoso! Lei è tutto quello che ho: vedi di te­nere quelle lerce mani in tasca, hai capito? Mettigliene anche una sola addosso, torcile un ca­pello... e t’in­filo i testicoli nel frulla­tore! Mi sono spiegata?>>

<<Ehm sì-sì, io credo di...>>

Anche lei se ne andò sbattendo (molto cordialmente), la porta.

Sperando nell’orrore finito mi rialzai sulle gambe tremolanti, ma ecco: come aperta da uno spirito si spa­lancò nuovamente la porta. Dietro di essa, in un raggelante completo fu­nebre, piena di crocifissi al collo, con le mani poggiate su un bastone d’avorio, c’era sua nonna! Si sedette. Piccola e guardinga non parlò; ma mi fissò per trentaquattro minuti come se fossi un delinquente. Poi esordì:

<<Lo sai che è ancora vergine?>>

<<N-no, n-non lo sa-sapevo...>>, risposi masticato dall’imbarazzo.

<<Perché cosa pensavi?>>, riprese secca <<Che avesse le esperienze di quelle puttanelle che conosci tu?>>

<<Veramente io...>>

<<Veramente cosa? ...sai cosa sei tu?>>

<<Un ba... bastardo?>>

<<Anche! Ma sei pure un gran furbone. Vuoi metterle le mani addosso, vero? Per poi an­dare a raccontare a quei debosciati dei tuoi amici gli smaneggiamenti con mia nipote? Li conosco quelli come te; avete tutti la stessa faccia! Da­vanti tutte moine e gentilezze, dietro, in­vece, col rigolo di bava penzo­lante ogni volta che ve­dete un paio di tette! Cosa ti ha detto mio figlio? Che la sua fidu­cia la devi conqui­stare? Beh sappi che la mia non la conquisterai mai! Stai at­tento a come ti muovi! Io vengo sempre a sapere ogni cosa! Lei è tutto quello che ho: toccala con un dito e t’incastro il mio bastone nel­l’ano! Mi sono spiegata?>>

<<Lei è stata chiarissima!>>, risposi sudando come un rubinetto aperto.

<<Ora vieni in sala; la cena è pronta.>>

<<Grazie, grazie molte...>>

<<(...ma vaffanculo cretino...)>>

Stranamente l’atmosfera a tavola era tutt’altro che tesa. I volti erano sorridenti e cordiali. Ero già più tranquillo. Sinché Claudia non domandò qualcosa a suo pa­dre; ma alla sua maniera: con il lin­guaggio dei muti! Iniziò una frenetica discus­sione silenziosa tra tutti i membri della famiglia ed io, in mezzo a quel vorticoso muovere di mani e nell’imbarazzo più totale! Mi sembrava di stare in tavola con degli eschimesi! Non sapevo cosa dire e cosa fare. “Parlarono” per tre quarti d’ora; tra agnolotti tartufati in salsa di noci, filetto di manzo bagnato in vino bianco francese, mace­do­nia di frutta orientale ed affogato al cioccolato.

Dopo il caffè, presa ancora dalla discussione, mi disse qualcosa... ma alla sua maniera! Non ci capii nulla. La guardai come un cane bastonato. E sua nonna, con perfida indifferenza, sentenziò:

<<Dice che va a prepararsi e che torna subito...>>

Si alzò e rimasi solo con la famiglia. Calò sulla tavola un gelo invernale!

Avevo tutti i loro oc­chi stampati addosso. Furono sedici minuti interminabili; m’alzai dalla tavola già trentenne!

Claudia in compenso uscì dalla camera con un completo color panna da far perdere i sensi ad un prete. Con un gesto secco della mano mi fece capire:

<<(Andiamo?)>>

Io, con un gesto del capo diedi la mia risposta affermativa.

In uno sprazzo di scarno galateo andai a congedarmi dal capofamiglia. La sua stretta di mano mi ricordò che era anche ex cam­pione europeo dei pesi massimi! Non feci i miei rituali son­daggi notturni per due settimane.

L’ascensore, ora, era la mia ancora di salvezza! Claudia, compresa la mia immane soffe­renza, mi passò la mano tra capelli per consolarmi e, con una mimica eccezionale, mi fece capire che avrei dovuto imparare il suo linguaggio; io, con gesti grossolani e imbarazzati, gli chiesi d’insegnarmelo. Comunque: che serata! Quel piccolo divario tra noi non fu affatto d’ostacolo; ridemmo e scher­zammo tutta la notte e, al momento di congedarci sotto casa sua, mi regalò un casto bacio sulla guancia che mi fece scordare come mi chiamavo per due giorni!

Cominciò così la nostra storia d’amore. Nei mesi successivi conquistai anche la fiducia della mamma e del battagliero papà. Ma della funerea nonna neanche a par­larne... ogni volta che en­travo in casa loro costei si sbracciava con strani amuleti e si ritirava per ore in camera a pregare.

Intanto imparai il lin­guag­gio dei muti, ed ogni giorno con lei sembrava una favola! Vivevamo entrambi nel nostro limbo di feli­cità: ogni istante insieme era come fosse il primo!

Un giorno il padre partì per un lavoro urgente portandosi dietro moglie e madre. Finalmente soli!

<<Come Adamo ed Eva, io e te soli senza nessuno nel raggio di 15 metri! Bella pro­spettiva per un maiale come me...>>

<<(Soli? Ma ti sei visto in giro?)>>

La casa era costellata da sofisticatissime telecamere a raggi infrarossi!

<<(Le ha installate una per una mia nonna.)>>

<<Quella donna mi farà impazzire! Ci manca solo che mi faccia pedinare!>>

<<(L’ha già fatto per tre mesi... personalmente!)>>

<<Basta! Un giorno di questi le faccio ingoiare tutti i suoi rosari!>>

<<(Non parlare male di lei, le voglio un bene dell’anima...)>>

<<Ma perché continua a trattarmi così?>>

<<(Non si fida di te. Dice che sei un approfittatore, un furbone e un porco!)>>

<<Io non sono né un approfittatore, né un furbone...>>

<<(...ma sei un porco!)>>

<<Esatto sono un porco! Vieni qua maialina mia che facciamo un po’ di schi­fezze...>>

<<(Piantala stupido! Le telecamere ci guardano...)>>

<<Ma un bacio sarà pur permesso?>>

<<(Dai, che tra un po’ arriva la domestica, e... non t’ho ancora detto la no­vità!)>>

<<Cos’è, sei incinta?>>

<<(Cretino! Oggi avrò la mia prima lezione di pianoforte!)>>

NOOOOOOOOO!!! Perché... perché... perché... decise di prendere quelle male­dettissime lezioni di pianoforte... perché?

<<Ma Claudia, proprio quando possiamo stare un po’ soli prendi degli im­pegni?>>

<<(Orazio, l’orario della lezione l’avevo fissato prima che papà andasse via; e poi sai quanto odio spostare gli appuntamenti. Su! Non fare drammi, l’inse­gnante verrà qui, così vedrai i miei progressi.)>>

<<Io vorrei vederti progressivamente senza vestiti comunque... aspet­tiamo il ma­e­stro; a che ora arriva?>>

<<(Alle 3.)>>

Alle 2 e 58min. suonò il citofono, alle 2, 59min. 46sec. trillò il campanello, alle 2, 59min. 57sec. Clau­dia aprì la porta, alle 3 spaccate l’insegnante cominciò ad entrare, alle 3 e 16 il suo seno finì di oltre­passare la soglia e alle 3 e 18 era in casa! Quella non era una donna; era una fem­mina primi­tiva! Alla sua vista ebbi un’erezione talmente selvaggia che sfasciai il comodino stile Luigi XVI cui ero appoggiato!

<<(Lei è Olga.)>>

<<Molto... piacere, O... Orazio...>>

<<Orazio! Mio nonno si chiama Orazio: alleva maiali!>>

<<Noi Orazi siamo tutti maiali... cioè no! Che... che dico? Mi scusi... di si­curo suo nonno non è certo un suino, mi ri-scusi tanto...>>

<<Lei è molto simpatico>>, esclamò sorridendo.

<<Accuso e ringrazio!>>

<<Bene Claudia, vogliamo cominciare?>>

<<(Certo, accomodiamoci!)>>

<<Scusa, ma conosco poco il tuo linguaggio...>>

<<(Non fa niente.)>>

<<Ehm sì-sì,>> dissi <<Claudia non ci fa caso; lei è molto... molto...>>

E se ne andarono lasciandomi in salotto a parlare al vento. Ma che esemplare, che bellezza! Un fascino con­ta­dino, grezzo, rustico! Fiera, riempiva di carne tutto il vestito che aveva addosso: una notte con lei, e avrei perso 20 chili! Quei capelli lunghi e nerissimi, testimoni di una bellezza tutta latina, quegli occhi bui: scrigno di chissà quali misteri, quelle abbondanti grazie che rigo­gliose fiorivano su di lei... che fu­cina di peccati mi fi­gu­rava! Dovevo conoscerla! Dovevo parlarle! Dovevo toc­care i suoi seni!!! Poi, mi sarei mesta­mente strappato le mani per far sì che nulla venisse più a contatto con loro! Ero completa­mente im­pazzito! Rimanevo in cucina macchinando migliaia di subdoli piani per poterla conoscere senza far­mene accor­gere. Mi sentivo un verme, ma non me ne importava nulla! Fui beccato in cucina mentre mi spremevo le meningi...

<<(Orazio, cosa fai?)>>

<<Ehm... ni-niente!>>, esclamai scattando <<Pensavo alla mia esistenza... sai, è talmente misera che è tutta po­vera di ricordi...>>

<<(Non vieni a salutare Olga?)>>

<<E come no?>>

Senza farmelo ripetere mi fiondai in salotto.

<<Orazio, è stato un piacere!>>, disse Olga.

<<Per me di sicuro! E... com’è l’allieva? Si applica?>>

<<Promette proprio bene! Ma ora scappo. Claudia: a giovedì! Orazio: arrive­derci!>>

<<Contac... eeeh... con... tanto piacere, ciao!>>

E uscì da casa, lasciando nell’aria una pungente fragranza di sesso!

<<(Orazio, penso che tu abbia fatto colpo.)>>

<<Ma va, cosa dici: io? ...nooo, e poi per me esisti solo tu, lo sai!>>

Quanto facevo schifo!

<<Ma andiamo in cucina a bere qualcosa!>>

E il piano cominciava.

<<Claudia, non c’è più una goccia di ginger...>>

<<(Non è possibile... mamma ha detto di averne comprato sei bottiglie.)>>

<<Qui non ce né neanche una>>

Le avevo buttate tutte!

<<Sai che faccio? Scendo a comprartene un paio!>>

<<(Ma no, lascia stare...)>>

<<Figurati stella, per me è un piacere! La tua bibita preferita... eh! Torno su­bito!>>

Per arrivare il prima possibile mi buttai direttamente dalla tromba delle scale.

Dov’era? Dov’era? Eccola! Stava aprendo l’auto...

<<Olga! Olga! aspetti!>>

<<Orazio, che foga! Come mai qui?>>

<<Ehm... niente, sono sceso per una commissione, l’ho vista... e ho approfit­tato per risalu­tarla...>>

<<Ma che gentile: “cavalleria d’altri tempi!”.>>

<<Dove va di bello adesso?>>

<<Ho un'altra lezione e poi a casa.>>

<<Fa anche le... lezioni private a ca... casa sua?>>

<<Certo, perché?>>

<<Perché non ho il pianoforte e ho sempre desiderato saperlo suonare. Sin da bambino è stato sem­pre il mio strumento preferito! Pensi: mi commuovevo sino alle lacrime quando sentivo Stradivari... Paganini...>>

<<Quelli sono entrambi violinisti...>>

<<Appunto dico: mi commuovevo perché era talento sprecato! Chissà, con un piano forse...>>

<<Ma sa che mi fa ridere? Lei sembra uscito da un telefilm!>>

<<Accuso e ringrazio! Allora: combiniamo?>>

<<Mm... venerdì alle 4?>>

<<Di notte?>>

<<Lei è proprio una macchietta!>>, esclamò ridendo

<<Però, mi raccomando: non dica nulla a Claudia; è tanto gelosa...>>

<<Certo, come desidera. Questo è il mio indirizzo.>>

<<Via Ventre, 31. Gra-grazie, allora: a venerdì! Arrivederla!>>

Era andata! Era andata!!! Olé, olé, olé...Yè! Venerdì avrei dovuto sfoderare tutta la mia simpatia, tutto il mio sex-appeal! (sempre che ne avessi uno...)

<<Claudia, sono a casa!>>

<<(Ciao... e il ginger?)>>

Oh cavolo!

<<Qua... quale ginger?>>

<<(Quello che eri sceso a prendere... per me.)>>

<<Ah sì! Il ginger, certo! Eeeh... m’è scivolato! Cioè, caduto! Per terra! Sì, un lago! Che tragedia...>>

<<(Ma Orazio che dici?)>>

<<Scusa amore era... era finito! Sai com’è: oggi giorno tutti bevono gi... gin­ger...>>

<<(E non hai preso nient’altro?)>>

<<Ehhh no... so che bevi solo quello allora...>>

<<(Oggi sei strano... ma ti senti bene?)>>

<<Mai stato meglio mai!>>

<<(Sei tutto... “elettrico”!)>>

<<Io elettrico? Ma dai...>>

<<(Ha telefonato papà. Ha detto che sarà qui stasera.)>>

<<Di già? Neanche il tempo di abbandonare sua madre...>>

<<(Piantala! Hanno perso l’aereo per Roma: partiranno la settimana pros­sima.)>>

<<I soldi son loro...>>

<<(Ti fermi a cena?)>>

<<Certo amore, certo...>>

Alle 11 e mezza di sera arrivarono i genitori.

<<Claudia, siamo a casa!>>, esclamò l’avvocato. <<...Ah! C’è anche Orazio...>>

<<Salve avvocato. Andato bene il viaggio?>>

<<Uno schifo!>>

<<Ciao Orazio!>>

<<Salve signora, sempre più bella! Ho fatto la guardia alla casa in vo­stra as­senza. è tutto a posto!>>

<<Questo lo dici tu!>>, sentii brontolare alle mie spalle

<<Salve nonna! Anche lei sempre più...>>

<<Non chiamarmi nonna! E non mi lisciare con le tue manfrine... ruf­fiano! Co­s’hai combinato?>>, mormorò guardinga.

<<Assolutamente nulla!>>

<<Balle! Hai l’occhio libidinoso...>>

<<Le posso assicurare che con sua nipote...>>

<<Non con mia nipote, porco! Dentro quegli occhi... ci vedo due tette gi­gante­sche!>>

<<Cara nonna, lei ha solo bisogno di una bella dormita!>>

<<Non dirmi quello che devo fare: coglione! Fai sempre il furbo vero? Ma prima o poi ti coglierò con le mani nel “pacco”!>>

<<Senti Orazio;>>, chiese l’avvocato <<ormai è tardi, perché non ti fermi a dor­mire?>>

<<NO!>>, sbraitò la nonna <<MAI!>>

<<Ma mamma, dormirebbe nella stanza degli ospiti...>>

<<Dormisse anche dove si merita cioè nella pattumiera io quel porco in casa non lo voglio! Invitate chi vi pare: preti, papi, terroristi, assassini! Ma lui NO! NO! Conosco gli elementi! Tutti con la stessa faccia! Tutti uguali: egoisti! ego­centrici e falsi! Falsi come una banconota da tre­mila lire! Ne ho sposati quattro come lui! E la grazia li ha voluti tutti sottoterra! Ma ora sono tornati!>> continuò lacrimando <<sono tor­nati per vendi­carsi sulla nostra Claudia! Non gli permet­tete di toccarla, non gli per­mettete di... di...>>

Chiuse gli occhi e s’accasciò a terra. Dieci minuti dopo eravamo all’ospedale.

<<Sua mamma s’è affaticata molto avvocato>>, osservò il dottore. <<Ora sta bene, ma le consiglio di farla riposare onde evitarle forti emozioni.>>

<<Ho capito. La ringrazio molto.>>

Claudia era in sala d’aspetto con la mamma io, in corridoio seduto su una barella. L’avvocato si avvicinò:

<<Orazio, possiamo parlare a quattr’occhi?>>

<<Certo...>>

Andammo dove Claudia non poteva sentirci.

<<Mi dispiace ma... penso che per un po’ sarà meglio che non ti faccia vedere.>>

<<Sarà fatto! Sono spiacente: è tutta colpa mia.>>

<<Ma no, che dici? Mia madre è fatta così; non s’è mai fidata di nes­suno.>>

<<No-no avvocato: è proprio colpa mia!>>

Andai a casa col rimorso che mi lacerava. La vecchia aveva ragione! Ci aveva visto giusto! Ma quella donna... quel corpo... quelle due sfere che le troneggia­vano innanzi... per sedarmi i bollori, andai a dormire nel congelatore.

Nonostante tutto, io e Claudia, ci vedevamo spesso. Le avevo dato un mazzo di chiavi di casa mia così, non appena tornavo dal lavoro, potevamo passare dei momenti insieme e lei evitava di aspet­tarmi. Ma ero continuamente tempestato da immagini ricorrenti! Ogni oggetto sferoi­dale mi ricor­dava gli enormi contenitori di latte materno dell’inse­gnante di pianoforte. Arri­vai al punto di veder sorgere il sole sotto le sembianze di un’enorme tetta luminescente e, nono­stante i terribili sensi di colpa che questo mi provocava, continuavo ad avere il peccami­noso desiderio di giacere con quella donna! Erano giorni d’inferno; combattuti tra l’amore per Clau­dia e il ven­tre di Olga. Ma dovevo vincerli! Dovevo togliermi dalla mente quell’oggetto di desiderio!

Claudia era talmente dolce; ogni suo sorriso era una finestra sulla felicità! Non mi nascondeva nulla... nei suoi occhi leggevo sempre una sincerità che non m’aveva mai rega­lato nessuna. Allora perché ero così? Perché continuavo ad abban­donarmi a pensieri lascivi? Sentivo che qual­cuno me l’avrebbe fatta pagare! La notte, spesso, sentivo delle voci, echi lontani... quasi sussurri...

<<Lurida bestia!! Ma come fai a dormire tranquillo? Claudia è a casa; sta pensando a te! E tu? Tu cosa pensi? A subdoli inganni per fornicare indisturbato con quella meretrice! Ecco cosa! Vergogna! Vergogna! Ci rivedremo al giudizio universale! Lì, fiamme dell’inferno e dannazioni eterne ti stanno aspettando...>.

Poi come se non bastasse sognavo spesso di essere legato ad una gigan­tesca mac­china delle torture con la nonna di Claudia, curva dietro ad un pentolone ribollente, che s’abbandonava in spettrali risate mentre si pre­pa­rava a lessarmi i testicoli...

Venerdì arrivai a casa alle due di pomeriggio. Claudia non c’era, ed era anche il giorno della lezione di pianoforte! Cosa dovevo fare? Telefonare e disdire tutto? No, non potevo; la voce di quella donna m’a­vrebbe provocato un imbarazzante orga­smo via cavo. Caddi sul letto ormai ridotto ad un’ameba! Serrai gli occhi e tentai di ritrovarmi in un sonno ri­sto­ratore. Dopo 10 minuti ero tra le braccia di Morfeo. Mi ripresi alle 19 e 40; talmente assonnato da non vedere più la mia immagine riflessa...

<<Ci manca solo che sia diventato un vampiro: “Il terrore di tutte le natiche!”. Ho biso­gno di una buona bacinella di caffè!>>

Messo a fuoco il circondario mi diressi verso la cucina, ma appena passata la porta d’in­gresso... furente squillò il campanello! Andai ad aprire senza neanche pensare che dietro poteva esserci anche un terrorista islamico. Ma era peggio! Di fronte a me, appoggiata allo sti­pite della porta, dentro un conturbante vestito a fiori che le sembrava dipinto addosso, c’era Olga!

<<Salve Stradivari! Ha dimenticato che oggi c’era la sua prima lezione da pianista?>>

<<Io... io... veramente non...>>

<<Cos’è? Siamo senza parole?>>

<<Co... come hai fatto a... a sapere dove abito?>>

<<Me l’ha detto Claudia!>>

<<Detto?!>>

<<Diciamo che ho spiato nella sua agenda. Ma vuoi farmi l’interroga­torio qua fuori o gentilmente mi fai entrare?>>

<<Ma... ma dentro non ho un... un pianoforte...>>

<<Pensi che sia venuta qua per suonare?>>

Dopo questa dichiarazione mi ritrovai la mascella ai piedi! Con una mano mi scostò ed entrò in casa.

<<Bel posticino...>>

<<Gra... grazie...>>

<<Allora: che si fa?>>

<<Eh-eh! Che si fa?>>

<<Sai,>> sospirò sensuale <<appena t’ho conosciuto ho capito che ti piacevo; da come mi guardavi: i tuoi occhi mi facevano sentire senza mutandine!>>

Eseguii una deglutizione d’imbarazzo che sentì tutto il quartiere!

<<Ma vediamo un po’>> con fare malizioso <<cosa offre casa tua: il bagno... con la doccia! La cucina, per mangiare qualcosina... dopo! E il letto... a 3 piazze?!>>

<<Ehhh s-sì! L’avevo progettato per delle ammucchiate ma... non ho mai avuto l’occa­sione di...>>

<<Ma allora sei una furia!>>

<<Gra... grazie ma... senti: io devo consigliarti di andare perché...>>

<<Mi vuoi cacciare? Balle!>>, m’interruppe sarcastica <<Sei un proprio un gran furbone: il pianoforte era una scusa, vero? Cosa avresti fatto durante la lezione? Men­tre io t’insegnavo come schiacciare i tasti... tu m’avresti passato la mano tra le gambe... Così?>>

Oh mio Dio!!! Cosa dovevo fare??? Il mio “io” piangeva di vergogna, ma la mia li­bido urlava come un cow-boy!!!

<<Io... io non so cosa dire...>>

<<Ma io so cosa fare!>>, ribatté secca. <<Tu mi piaci Orazio! Mi sei sempre piaciuto, e a me quando un uomo piace... me lo prendo!>>

Mi sollevò da terra e mi lanciò sul letto. Poi, mi si sedette sopra. Non potevo muovermi!

<<Tu vuoi queste, vero?>>

Passò le dita tra i bottoni del vestito e lo strappò con forza! M’inondò con tutta quella carne che a stento mi faceva respirare. Coprii gli occhi ma lei tolse la mano.

<<Guardale:>>, esclamò con rabbia <<sono tue!>>

Era come se mi regalasse Fort-Knox! Cosa dovevo fare? Aiuto! Mi appellai a quella poca ra­gione rimasta e, con coraggio stavo per dirle: “Vattene! La­sciami in pace, io amo Claudia!”. Ma alle mie mani... cosa stava succedendo? Come il ferro attratto dalla calamita si dirigevano verso quei due dirigibili. No! Non volevo, no! Ma con le lacrime agli occhi, ritrovai le mani ap­poggiate su quegli immensi recipienti!

E come un bambino, che quando tocca il fuoco si scotta, pun­tuale arrivò la punizione.

Un rumore di chiavi, una porta che si apre, una borsa che cade, degli occhi che ti fissano, una lacrima che scende... Claudia era in camera da letto!!! Guardava me e Olga con le mani alla bocca...

<<Ehm, ciao Claudia;>> dissi <<ti stavo per telefonare. Com’è il tempo fuori? Ehm... piove?>>

Ebbe un cenno come per cadere ma si riprese subito. I suoi occhi di­ven­nero fuoco! Era un fascio di nervi contratto, mi guardò con odio sprez­zante e...

<<SEI UN GRAN FIGLIO DI PUTTANA!!!>>

Ed aveva ragione.

Inutile dire che non la rividi più. Suo padre non mi rese invalido solo perché la figlia aveva riac­quistato la voce. E vani erano gli appostamenti sotto casa sua. Ap­pena la nonna mi vedeva usciva con un mitra residuato bellico del 15/18, e me lo sventagliava dietro. Ed Olga? Subito dopo il fattaccio si rivestì e, con gelida indifferenza, senza dire una parola, uscì da casa. Io rimasi solo, disteso sul letto in preda a mille rimorsi, non mi mossi e non dissi una parola per venti giorni! Sperando in continuazione che l’ac­caduto fosse solo un brutto, orrido incubo.

E ora? Ora la vita è ricominciata monotona come cinque mesi fa! Il lavoro, la casa, il videoregi­stra­tore, il gatto. Ma Claudia... che stella avevo perso! L’avrei sicura­mente rimpianta in eterno! Quei suoi sorrisi... quegli occhi vivi che ti guardavano come un passerotto indifeso, e quel viso... bel­lis­simo! Era tutto andato, finito. Come nel più triste dei film.

Ehi! Chi è quel manichino alla fermata di fronte alla mia? Ma sì, è quello che stava con Claudia il giorno che l’ho conosciuta... anche lui da solo. Arriva il tram... scende una ragazza... ma è Claudia! Cosa fanno?! Si baciano... s’abbracciano... vanno via...

Eh sì, questa è proprio la fine.

Orazio… stai fresco?

TOC-TOC!

<<Chi è?>>

<<Sono quella che è stata... quella che è... e quella che sarà...>>

<<E chi sei? Quella che batte giù all’angolo?>>

<<SONO LA TUA MORTE!!!>>

<<Ma va? Una morte tutta mia? Siamo sicuri? Guardi che non apro; sa, di questi tempi...>>

<<Orazio Scattini, la tua vita è giunta al termine!>>

<<Per favore, la prego, mi chiami solo Orazio...>>

<<...son qui giunta a mietere la tua anima e darla in pasto al Grande Oblio!>>

<<Cavolo, che paroloni! Oh, scusi... che maleducato... s’accomodi prego. Non guardi il disordine; sa ultimamente...>>

<<L’orologio della tua esistenza sta suonando gli ultimi rintocchi!>>

<<Ah sì? Ma gradisce qualcosa... un cognacchino... un Don Bairo... sarà stanca avrà viaggiato molto...>>

<<Mi sono mossa nei turbinii del tempo con un solo compito, quello di strap­parti l’anima e portarla nel regno dei morti!>>

<<...ma non faccia complimenti beva qualcosa, farà un freddo dalle sue parti... mi dia pure la mantella...>>

<<Quando questa clessidra sarà terminata, la tua vita, la tua essenza vitale e tutto ciò che sei e rappresenti apparterranno a me!>>

<<Che impeto, che foga, sono proprio colpito! Ma diamoci del tu, tanto or­mai è come se ci conoscessimo da una vita... beh, almeno per lei... ma posso vedere la tua clessidra, è proprio bella, cavolo: marca ROLEX, guadagni molto... OOPS! Mi è caduta! Mi dispiace, si è rotta io non...>>

<<La mia clessidra... idiota! Cosa hai fatto? M’era durata quattro miliardi di anni!!!>>

<<Mi... mi dispiace...>>

<<La mia missione... adesso come farò?>>

<<Va beh, ripassa fra tre o quattrocento anni, te la ricompro nuova!>>

<<Eeeh va beh, ma nel frattempo dove... dove vado senza la mia clessidra, io...>>

<<Non so che dirti, mi dispiace... anzi, guarda... s’è fatto tardi; devo uscire. Vieni che t’accompagno alla porta...>>

<<Ma non so dove andare...>>

<<...sei mica in macchina?>>

<<Veramente io...>>

<<Ho capito! Allora ascolta: scendi, arrivi in strada, giri a destra, im­bocchi il vialone e...>>

<<...e cosa trovo laggiù?>>

<<...ma trovi tutto quello che vuoi che volevi e che vorrai... CIAO!>>

E questo dottore... è il sogno che mi tormenta!

<<Mio caro Scattini...>>

<<Per favore, la prego, mi chiami solo Orazio...>>

<<Come vuole... signor Orazio; la soluzione al suo problema non va certo ri­cercata attraverso le teorie popolane dei sogni ricorrenti, ma bensì...>>

<<No-no, mi scusi dottor Luca... io faccio questo sogno da vent’anni ma mai come ora è stato così frequente...>>

<<Per favore, la prego, mi chiami dottor Ferraris... e comunque anch’io ho un so­gno ricorrente, cosa crede? Il fatto di essere un analista non me ne rende im­mune. Sogno spesso di svegliarmi con le parti intime completamente in­ver­tite... ma non per questo mi alzo la mattina col pensiero di andare a minzionare di spalle...>>

<<Ma dottore, tutti i giorni, tutti i momenti... mi basta chiudere occhio che il so­gno parte come una registrazione... questo per me è un cam­pa­nello d’allarme!>>

<<Ma cosa crede?! Che un giorno qualcuno busserà alla sua porta e dietro, a po­sto dei suoi creditori, ci troverà “La Grande Mietitrice”? A pro­po­sito, mi deve tre anni di sedute a 80.000 lire l’ora con un tasso del 10% d’interesse fa: 9.085.000 lire...>>

<<Va beh; poi facciamo un conto unico... il problema dottore è un al­tro: il si­gnificato! Ogni istante penso che sia l’ultimo, capisce? Ho paura... paura di avere un in­farto, di prendere il treno, di attraver­sare la strada... a pro­posito: ho pro­gettato un marchingegno che permette di viaggiare per la città attaccato ai fili del tram. Ho qui un prospetto; lei ha conoscenze al­l’ufficio brevetti, vero?>>

<<Per cortesia Scattini, almeno con me sia serio...>>

<<S-sì...>>

<<Vede: la causa va ricercata in altro loco... nella sua mente! Da qualche parte, nei meandri dei suoi pensieri, c’è come... un grande in­terruttore! Noi ab­biamo tantissimi interruttori nella testa... e ognuno, se attivato, fa scattare le nostre manie, le nostre an­sie, le nostre perversioni. Nel suo caso bisogna andare a ricercare un fatto, un avvenimento, che l’ha partico­larmente sconvolta e che è andato a schiacciare l’interruttore dei sogni ri­correnti... quindi, come vede, non per questo deve avere paura di attraver­sare la strada...>>

<<Lei dice?>>

<<Certo caro Orazio. Ma veniamo al punto. Andiamo a cercare insieme quel­l’e­pisodio che ha scatenato in lei questa paura: allora?>>

<<Io... io non so cosa dirle...>>

<<Qualche incidente sul lavoro?>>

<<Si figuri, io pulisco le fermate degli autobus, che pericoli posso cor­rere? Molestie da una novantenne?>>

<<Andiamo! Forse quella storiella con la ragazza muta?>>

<<Quella è storia vecchia... piuttosto... ultimamente... no-no! Lasciamo per­dere...>>

<<Coraggio Scattini, lei mi paga... (e quando mi paga?) lei mi paga per avere consigli, per raggiungere risultati, ma se non si apre con me: come facciamo a trovarli? Avanti!>>

<<Sì-sì, d’accordo, ma per favore la prego, mi chiami solo Orazio. Vede dot­tore: questa è una storia di cui mi vergogno molto...>>

<<Cominci!>>

<<S-sì, allora:>>

“Tutto accadde quando mi decisi ad andare in palestra per aggiungere qualche etto di mu­scoli alla mia figura un po’ scarna... ed ero fortunato: perché la palestra era proprio sotto casa mia e sembrava un posto tranquillo. Entrai un sabato mattina per chiedere infor­mazioni sull’iscri­zione e subito venni presentato all’i­struttore; una specie di bue di nome Ugo, alto 2 metri e 10 e largo come l’ar­madio di casa mia. Seppi poi in seguito che ne era anche il proprietario...

<<Allora signor Scattini, abbiamo in mente di andarcene al mare con venti chili di muscoli in più?>>

<<Veramente venti chili sono un po’ troppi... comunque, non so nuo­tare e, per favore, la prego, mi chiami solo Orazio...>>

<<Ma certo! Devi sapere caro Orazio che il culturismo è una missione; noi siamo opere d’arte viventi, siamo gli scultori di noi stessi e abbiamo un com­pito quello di portare il nostro corpo ai massimi livelli! Mi se­gui?>>

<<Ehm sì-sì...>>

<<Tutto, dalla testa ai piedi, assolutamente proporzionato! Noi siamo i testi­moni della perfezione divina. Dio ci ha dato un corpo e noi lo mo­delliamo a Sua im­magine e somiglianza! Siamo il Suo orgoglio! E al­lora camminiamo fieri per il mondo portando a testa alta questa me­ravigliosa macchina! Per la Sua glo­ria... e per la gioia di tutte le femmine!>>

<<Ehm sì-sì...>>

<<Io ti renderò fiero di te stesso, fiero del tuo corpo... fiero di essere il prediletto di Dio! E quando insieme lasceremo questa valle di lacrime, noi gladiatori avremo un posto diretto al Suo fianco! Sei pronto a percor­rere questa strada con me? Io sarò il tuo anfitrione e plasmerò il tuo corpo sino alla più perfetta delle perfezioni! Farò di te un nuovo Cristo! Alla modica somma di lire 130mila al mese più 100mila d’iscrizione... allora: sei con me?>>

<<Ehm sì-sì...>>

<<Allora d’ora in poi saremo come fratelli! Vatti a cambiare... io vado! Altra gente ha bisogno del mio verbo!>>

<<Ehm sì-sì... (mio Dio che gran coglione hai buttato sulla faccia della terra...)>>

L’ambiente però non era niente male. Se non fosse per il puzzo di sudore... in­fatti nella pa­lestra maschile tirava un olezzo micidiale! Con foga pazzesca, si lanciavano tutti sugli attrezzi ginnici, votati a quella missione che il buon Ugo aveva incollato loro nel cervello. Naturalmente il mio primo pensiero fu alla palestra femminile! Lì tirava tutt’altra aria!

Rimasto solo, sgattaiolai furtivo al secondo piano e, molto lentamente, aprii la porta (il giusto necessario per annusare). Era una linfa! Quell’odore eccezionale di corpi femminili sudati... mio Dio! Uno dei pro­fumi più inebrianti del mondo... chiusi quella porta completa­mente ubriaco!

Le aspettai una per una, fuori. Dovevo vederle! Dovevo vedere quale miscela di Amazzoni aveva scatenato una simile fragranza... e una in particolare; perché in quell’odore, in quelle miliardi di particelle che lo formavano ne avevo isolata una! Quella che m’aveva fatto scattare la libido... un’eccitazione talmente vasta da ricoprire un continente!

Eccolo! Alle mie spalle, dietro al bagnoschiuma e al deodorante, c’era quell’o­dore! Chi era? Mi voltai per vederla!

Oh Dio, cos’eri riuscito a costruire? Con le la­crime agli occhi rimasi istanti eterni senza respirare... incollato con lo sguardo a quell’immagine di donna che provocò il com­pleto ribaltamento di tutti gli organi nella mia cassa toracica! Era meraviglia! Un collage straordinario di parti del corpo femminili! Quel volto... quel volto che sembrava disegnato su una tela, il lavoro certosino del più grande dei pittori! Mio Dio nonostante che in questa so­cietà tutti abbiano fretta, io la vedevo muoversi al rallentatore... quei capelli castani, che lisci come una collana di finissime pietre preziose, le scorrevano sul lato destro... e quegli occhi, che decisi fissavano la strada e le incollavano addosso una maturità che certamente aveva, e poi... il solo immaginarla 5 minuti prima nuda sotto la doccia mi faceva letteralmente schizzare il cervello dalle orecchie! Dovevo conoscerla! Ma per l’eccitazione... svenni!

Riaprii gli occhi, e vidi il mio volto disegnato nelle sue pupille. Tutte attorno, preoc­cupate, c’erano le gio­vani fanciulle della palestra. Ero circondato da 62 seni che piegati su di me si assi­curavano la mia incolumità; ma ero in pericolo! Se entro ses­santa secondi non si fossero allontanate, in me sarebbe scattato un natu­rale im­pulso a tornare neonato e ad approfittare del pasto che, go­loso, si rivolgeva a me!

<<Stai bene?>>, mi chiese premurosa.

Che voce idilliaca, e poi... al vederla così vicina, con dietro tutte le ragazze, sem­brava come la dea della bellezza insieme con le sue vestali... che sogno meravi­glioso!

<<LARGO, LARGO!>>, urlava furente Ugo.

“Le Cose Belle”, perché durano sempre 2 secondi?

<<Che succede qua?>>, disse alla mia salvatrice.

<<Non lo so Ughino... >>

...Ughino?

<<...sembra si sia sentito improvvisamente male e... ed è svenuto!>>

...Ughino?

<<Orazio, Orazio, svegliati!!!>>

Dei pesanti ceffoni alla Bud Spencer echeggiarono per tutto il quartiere...

<<Ugo calmati! Così l’ammazzi!>>

<<Scusa, ma ogni tanto non riesco a dosare la mia incredibile forza! Orazio, mio nuovo soldato, parla al tuo comandante!!!>>

<<Io... io...>>

<<Io cosa?! Oh Gesù! Ora so cosa gli è successo: la mia perfetta cono­scenza dell’anatomia umana mi dice che la sua cagionevole salute ha influito sul suo cervello e ora delira! Se rinviene assecondatelo in tutto! Probabil­mente la botta gli ha fatto perdere la ragione!>>

<<Sto bene! Sto bene! ...ho solo la pressione bassa!>>

<<Certo... la pressione bassa, certo...>>

<<Sì-sì, la pressione...>>, dicevano con imbarazzo le ragazze attorno a me <<e già come no... succede... e sì, uno cade...>>

<<Perché mi guardate come fossi un lebbroso?>>, esclamai. <<Sono solo caduto!>>

<<E smettetela!>>, disse la mia bella. <<E anche tu Ugo, smettila di scherzare!>>

<<Ma io non...>>

<<Tutto a posto in ogni caso?>>, disse con la voce che le fluiva dalle labbra come un rigolo di miele che scende da un cucchiaino.

<<Certo, solo un calo di pressione... ti ringrazio... posso... posso sa­pere il tuo nome?>>

<<Lei si chiama Sara!>>, disse Ugo stizzito. <<Ed è la mia ragazza!>>

<<è un piacere; io sono...>>

<<Avanti ragazze: lo spettacolo è finito! La palestra è chiusa! Andiamo Sara.>>

<<Ciao Sa... Sara.>>

Non feci in tempo a finire il suo nome che già “Ugastro” me la portava via!

Li vedevo allonta­narsi a braccetto l’uno con l’altra. Orrore! La genesi della bel­lezza con la genesi della defi­cienza. Non potevo permetterlo! Sapevo di aver destato il suo interesse, quello sguardo, quel crucciarsi verso di me, quella pena che discretamente mi rivolgeva...

“Sara voglio vivere insieme a te...

Sara voglio danzare stretto stretto al tuo corpo...

sentire su di me il tuo petto rigoglioso

e i contorni della tua figura che, sottile, sfiora il piacere

incastrarci l’un l’altro in uno sfumare di sospiri

aprire gli occhi e vedere i tuoi capelli che scendono su me

in quel profumo intenso di donna e femmina.”

Eh sì, le belle donne e i bei tramonti fanno gli uomini poeti!

Rimasi l’intero fine settimana a pensare tutti i sistemi, subdoli e non, per poterla conoscere, riuscire a parlarle, sorriderle, contare uno per uno tutti i nei che aveva sul corpo...

Mi presi due settimane di mutua (adducendo una gravissima infezione virale al colon) ed era mia ferma intenzione passarle in palestra per dare forma ai miei intenti. Il mattino del lunedì seguente rappresentava l’inizio della battaglia!

All’ingresso, ad accogliermi come un papà c’era, come al solito, “l’Ughetto”.

<<Orazio, mio combattente! Vedo che ti sei ripreso...>>

Mi strinse la mano e con un muggito gonfiò i pettorali nella maglietta...

<<Ehm sì-sì...>>

<<Sapessi la mia Sara com’era preoccupata, e ciò la rendeva anche par­tico­lar­mente eccitata...>>

<<Ah... ah sì?>>

<<Non ti dico che notte... era una furia! E nello stesso tempo... gentile come una fata; eh sì, per certe donne ci vogliono solo superuomini come me... caro Orazio.>>

<<Ehm sì-sì...>>

<<è la mia missione: far godere il sesso femminile. Che ci posso fare? Ci sono nato! è una cosa genetica! E purtroppo queste, caro il mio Ora­zio, sono cose che non ti potrò mai insegnare...>>

<<Va beh, pazienza...>>

<<Ad ogni modo, mio bellicoso amico, ho deciso che il tuo corpo è pieno di falle!>>

<<Ah! L’hai deciso?>>

<<Sì! Ed insieme tapperemo tutti i buchi!>>

<<Basta che me ne lasci aperti un paio...>>

<<Come dici?>>

<<No, niente...>>

<<Ho per te una sequela di esercizi che ti rafforzeranno spalle, braccia, to­race, schiena e pettorali! Sei pronto per il viaggio?>>

<<Ehm sì-sì...>>

<<Osserva quest’attrezzo. Si chiama: “Il Giro della Morte!”. Io stesso l’ho fatto costruire, su mia planimetria, da una famosa ditta ameri­cana, la “Huuu! Corporation”. Vedi: la devi immaginare come una grande arancia tagliata a metà! Ogni “spicchio” corrisponde un at­trezzo e un esercizio diverso. Dovrai mettere tutti i pesi su 50 chili, fare tre serie da dodici con un intervallo di 1 minuto ogni serie e non più. Mi sono spiegato?>>

<<Ehm sì-sì...>>

<<Orazio, rendimi fiero di te!>>

<<Ehm sì-sì...>>

Naturalmente le sue parole per me erano aria fritta! Ben altri erano i miei pro­positi, e “Ughillo” non fece ne­anche in tempo a sbattere le ciglia che io avevo già im­boccato l’ingresso della palestra femminile. Dov’era, dov’era? Eccola. Gesù che portento! Tutta impegnata e su­dante sull’at­trezzo per i pet­torali! E che pettorali! Ogni fatica era per lei un caldo espirare profondo. L’ammirai per un quarto d’ora e quando finì mi fiondai a fare conversazione. Arrivai alle sue spalle mentre si asciugava dalla fatica!

<<Ciao Sara.>>

<<Chi è? Ah, sei tu: “l’errante cascatore”. Come stai adesso?>>

<<Bene, e per me non c’è cura migliore che fare quattro chiacchiere con una bella ragazza.>>

<<Cosa mi fai? La corte adesso?>>

<<N-no, lodavo solo la tua bellezza...>>

<<Scusa, ma non ho bisogno di lodi, soprattutto da una per­sona che neanche conosco...>>

<<Ma come? Ugo non ti ha detto come mi chiamo?>>

<<No, Ugo non m’ha detto nulla e sinceramente, scusa, non m’interessa.>>

<<Ma io credevo da come mi guardavi che...>>

<<Da come cosa? Ma tu pensi che ogni persona che t’aiuta deve essere quella della tua vita?>>

<<Io credevo che magari io e te una di queste sere...>>

<<Ma levatelo dalla testa! Legarsi ad una per­sona per me vuol dire frequentare quella e basta! E da quattro anni esco con Ugo, che amo e adoro. è una persona dolce e gentile; insieme ab­biamo aperto questa palestra e starò con lui per sempre! E non vado certo a cercare avventurette con galletti che pensano solo a correr dietro alle gonnelle, trascurano la loro salute e non si reg­gono ne­anche in piedi...>>

<<Ma che idea ti sei fatta di me?>>, ribattei colpito. <<Pensi che sia uno che appena vede una bella ra­gazza, fanta­stica come un poeta, fa castelli in aria e immagina chissà quali smancerie? Ti sbagli! Io ero venuto solo per... per ringraziarti di tutto, sa­lutarti, e magari offrirti, sempre e solo per gratitudine, qualcosina alle macchinette automatiche.>>

<<Declino con gentilezza la tua offerta, prendo con gioia i tuoi ringra­zia­menti ma ora ti saluto perché, come vedi, sono impegnata negli esercizi e non voglio perdere il ritmo... addio!>>

Che figura di cacca m’ero fatto! Ma come cavolo era possibile che un simile an­gelo par­lasse così di una persona che ha il peso del suo cervello inversamente proporzionale a quello dei suoi muscoli? Che cosa lo rendeva così particolare ai suoi occhi? O era vera­mente come di­ceva, o “l’Ughacchio” recitava con lei una commedia degna del più pignolo degli attori in­glesi... dovevo indagare! E nei miei piani non c’era certo la voglia di desistere, anche se l’affare si mo­strava più complicato di come me l’aspettavo! Studiai al millimetro ognuna delle loro mosse:

Ugo arrivava puntualmente in palestra alle h.8 e 30m. spaccate. E alle 9 l’apriva al pubblico. Da quell’orario in poi seguiva gli esercizi di ciascuno dei suoi allievi; unico svago era tro­vare un angolino buio per scaccolarsi e sondare le sue parti intime con la foga degna di una talpa!

Alle h.13 spaccate si ritirava nel suo studio e ne usciva solo alle 15. Poi, da quell’ora sino alle 22 continuava a seguire, instancabile, i suoi iscritti.

Sara invece arrivava alle h.11 di mattina. Si guardava intorno e se non c’era tanta gente si sof­fermava a dare un bacio innocente sulla guancia ad Ugo (quella guancia che anche da lontano pareva la chiappa di una mucca!).

Per quello che m’era possibile scrutare nella palestra femminile, Sara, non dava tanto retta alle ragazze. Erano piuttosto loro a venire a chiederle consigli; entrava, e si dedicava a modellare il suo fisico statuario, sino a l’ora di chiusura. Non man­giava; beveva solo una strana mistura contenuta in un reci­piente con bec­cuccio, simile a quello dei ciclisti solo un po’ più grosso, civettava qualche mezz’oretta con le sue coetanee e alle 22, terminata la giornata di lavoro andava con in qual­che locale a mangiare con Ugo. Poi, alle 0.30 a casa di lui (ed io sotto la loro fi­nestra a sperare ardentemente che gio­cassero a Scacchi, Dama, Risiko, Cluedo, Pari o Dispari...).

Sara usciva dal­l’alcova alle 2 di mattina (for­tuna­tamente, non vivevano insieme) e, il giorno dopo, il solito tran-tran.

Era un piovoso giovedì sera. Avevo osservato quattro giorni della loro vita. Sara era im­pec­cabile, precisa e discreta; Ugo invece, mi puzzava come il suo alito. Nonostante si mo­strasse irreprensibile e incredibilmente vitale nell’in­segnamento, non alzava mai un peso, si limitava solo, al contrario di Sara, a dare consigli a destra e a manca, soffermandosi ogni tanto a vomi­tare i suoi pistolotti epici a qualche deficiente di turno! Era quella sosta nel­l’ufficio di primo pome­riggio che non mi convinceva. Qualche buono di cuore avrebbe affermato che sem­plicemente mangiava, e allora che bisogno c’era di chiudersi a chiave? Do­vevo vederci chiaro! Decisi di travestirmi da donna delle pulizie!

Quella vera arrivava ogni due giorni alle 13.30. Questa aprì la porta scorrevole del suo camioncino ed io dietro ad aspettarla!

<<Sa che ha proprio un bel furgone...>>

<<Ma che cazzo dici? Coglione! Avrà sì e no vent’anni! Si muove a calci e a be­stemmie ed è tutto scassato. E se non ti togli dalle palle ti schiaffo il ma­nico della scopa in un occhio!>>

Le maniere cordiali non funzionavano, appena mi girò le spalle, la stordii con una martel­lata alle tempie!

Entrai in palestra perfettamente mimetizzato da innocua lavapavimenti. Non c’era quasi nes­suno. Indi, assolutamente indisturbato, eseguii il piano. Con una scopa-telescopio, costruita grazie ai sapienti consigli di un’enciclope­dia per ra­gazzi, scrutai, dalle vetrate poste in alto del suo studio, l’interno e... sorpresa! Ecco come “l’Ugazzo” coniugava il suo verbo! Due minorenni seminude ai lati e, sul ta­volo delle strisce di innocente cocaina. Sara doveva vedere!

Le due lolite erano certamente entrate dalle porte antincendio dello studio pas­sando per il cortile indi; il mio primo pensiero fu quello di bloccare ogni tentativo di fuga poi, svestiti i panni della donna di fatica...

<<Ciao Sara!>>

<<Di nuovo tu? Cosa vuoi?>>

<<Niente... volevo sapere se potevi darmi qualche consiglio su degli esercizi...>>

<<Ma perché voi giovani intercalate sempre con questo niente? Se dici niente, non vuoi niente! Vattene! I consigli fatteli dare da Ugo!>>

<<Ma è possibile sapere perché sei così scontrosa con me? Di cos’hai paura?>>

<<Senti scusa; sarai anche un tipo simpatico non c’è che dire, ma ti ho già detto come la penso... vai da Ugo! Lui saprà delucidarti molto meglio di me.>>

<<Ma Ugo non c’è...>>

<<Sarà uscito: aspettalo!>>

<<Eeeh no! Non è uscito. è nel suo studio...>>

<<Vai e bussa!>>

<<L’ho già fatto, ma non risponde nessuno...>>

<<Come nessuno? Sei sicuro che è dentro?>>

<<L’ho visto entrare coi miei occhi!>>

<<Che gli sia successo... oh mio Dio, Ugo!>>

Si fiondò al piano di sotto con la preoccupazione degna di una mamma ed io die­tro, con un’im­pagabile sete di vendetta!

<<Ugo! Ugo, apri! Sono io, Sara!>>

Appena pronunciò il suo nome, da dentro, si sentì il frastuono degno di un terre­moto!

<<Ugo, ma che succede?>>

<<Forse gli è successo qualcosa: magari si è ingoiato la lingua e starà soffocando...>>

Fomentata dai miei dubbi, con un secco calcio sfondò la porta e... “PARAPARAPPAPà!”. Che spettacolo! Che spettacolo! Vittoria! Sotto gli occhi sbigottiti di Sara c’erano le due piccole meretrici che, quasi nude, si nascondevano inutilmente sotto il tavolo... e per terra con i pantaloncini abbas­sati e il naso tutto imbrattato di “farina”, il buon Ugo che, con le mani al­zate e lo sguardo terrorizzato inutilmente si giustificava...

<<Sara... Sara amore, io... io... io ti posso spiegare...>>

<<TU COSA?! LURIDO VERME SCHIFOSO!!!>>

E Sara gli tirò un posacenere di vetro, del peso approssimativo di 300 grammi, di ta­glio, in piena fronte! Poi fuggì piangente dalla palestra.

<<Eh sì, l’immaginavo caro “Ughicchio” che dal tuo naso ci passava, ol­tre l’a­ria delle tue stronzate, qualche altra cosa. E magari se faccio aprire da Sara quegli armadietti, dietro ci troverà di sicuro una bella collezione di liquidi poppa-muscoli. Caro il mio comandante, la sua nave è affondata! Sono vera­mente spiacente!>>

Ed eseguii una perfida risata degna del miglior Vincent Price!

<<Lurido cane!>>, grugnì Ugo con un rigolo di sangue che gli scendeva dalla fronte. <<Giuro che farò motivo della mia vita il fartela pagare!>>

<<Risparmia il fiato per altre scuse da dare a Sara! E stavolta trovale convin­centi al­trimenti sulla fronte potrai aprirci una tabaccheria... Ah! Ah! Ah!>>

Rimase di sale; con lo sguardo assente. Sara era fuori in strada che piangeva. Gli arrivai alle spalle:

<<Sara... su, non fare così... in fondo... cosa t’aspettavi...?>>

<<Ancora tu?! Ma cosa vuoi da me? Lasciami in pace, vat­tene!!!>>

Ma non demordevo:

<<Sai, anche a me è capitato di trovarmi in situazioni dove tutto il mondo mi era crollato addosso. Ma purtroppo vicino a me non c’era nessuno a darmi un conforto, una parola gentile... credimi, quando gli eventi ti tra­volgono non c’è niente di meglio di un amico per ritro­vare il sorriso. La mia vita è stata un continuo rotolare senza meta. Una famiglia distrutta, un pa­dre che non ho mai cono­sciuto, una ma­dre che vedevo solo di mat­tina... e quando le lacrime della soffe­renza mi rigavano il volto corruc­ciato, non c’era nes­suno... nessuno a... ad aiutarmi, ad asciugare quel pianto, quel pianto che era diventato una pioggia di fuoco sul mio cuore... dov’era quell’amico...? Quell’a­mico che ho sempre cercato, e che non ho mai conosciuto...>>

M’aspettavo da un momento all’altro veder uscire qualcuno a consegnarmi l’Oscar come migliore interpretazione drammatica quando, sicuro che non si fosse bevuta tutte le mie balle... come in una scena del più romantico dei film, si buttò tra le mie braccia e si liberò, con un pianto fragoroso, di tutti i pesi dal cuore.

Cucù, vittoria! ah!ah!ah!ah!

Durante i giorni seguenti io e Sara eravamo inseparabili! Ero diventato per lei una per­sona indispensabile e non mancava mai di confessarmi tutto della sua vita. Aveva ab­bando­nato la palestra e venduta la sua parte e, in quel mondo, giu­rava, non sarebbe più tornata. Con lei cercavo di sfoggiare tutto il mio reper­torio migliore di simpatia e non mancavo mai di farla ridere di gusto. Anche se, alcune volte, il suo sguardo si perdeva in pensieri passati, che testimoniavano perfettamente una certa malinconia; forse perché l’idea d’aver fallito in un amore che credeva perfetto, era una situazione che non riusciva ad accettare. Era dolce, inno­cua e di una semplicità incredibilmente eccitante; una specie di Heidi ma­sche­rata da Marilyn. Ed ora, da chiusa e schiva quale era nei miei con­fronti, divenne aperta e cor­diale. Naturalmente, tra una cordialità e l’altra, tentavo in tutti i modi di stabilire un con­tatto non solo mentale...

<<Ti prego Orazio... no! Tu per me sei più di un amico, più di un boy-friend... sei un fra­tello, ecco: un fratello!>>

<<E d’incesti... neanche a parlarne suppongo...>>

<<Ti prego, non scherzare. Ma non senti anche tu la particolarità del no­stro rapporto? Quella misteriosa alchimia che lo rende unico? Il sesso lo sporcherebbe, lo macchierebbe irrimediabil­mente con un alone di banalità, non trovi?>>

<<Beh, effettivamente il sesso è una cosa poco originale tra un uomo e una donna, ma è una delle cose che mi fanno sentir fiero di trovarmi tra le masse... e più ce n’è, meglio è!>>

<<Smettila di fare lo stupido... e poi, sono molto più grande di te...>>

<<L’età è solo una condizione anagrafica... la mia gatta, col gatto del mio vi­cino, e sempre che si struscia: sembrano due innamorati... ma lui ha undici anni e lei tre! Come te lo spieghi?>>

<<Lo spiego che noi non siamo animali... e poi, ti prego, t’ho già detto come la penso, al massimo potresti andare bene per mia sorella...>>

<<Tua sorella?>>

Sua sorella! Una bella ragazza non c’è che dire... ma la classica sedicenne vuota con la stessa perenne espressione di noia sul volto. Una parlata stanca e mono­corde, accompagnata dall’inse­parabile chewing-gum che eternamente masticava con una lentezza irritante: “...che palle la scuola, che palle i professori, che palle la vita...”, e un eccetera di palle, da far arrossire un portiere! La conobbi una domenica, a casa sua, quando Sara m’invitò a cena.

<<Ehi!>>, chiamò Sara entrando <<La tua sorellona è in casa...>>

<<Sono qui; cosa c’è?>>

<<Oggi da noi si ferma a cena Orazio.>>

<<E Ugo che fine ha fatto? L’hai sostituito con lui? >>

<<No, Orazio è solo un amico...>>

<<Già!>>, dissi. <<Purtroppo sono solo un amico...>>

<<Ciao, io sono Linda...>>

<<Ciao, Orazio!>>

Mi diede una mano talmente moscia da farmi sospettare che fosse in vita...

<<Orazio, che razza di nome, sembra uscito da un telefilm.>>

<<Accuso e ringrazio...>>

<<Accusi e che?! Ma che di tipo! Senti Sara, mi ha telefonato Ste­fano e ha detto che stasera non m’avrebbe potuto accompagnare in discoteca...>>

<<Allora stasera non vai in discoteca...>>

<<E dai, mi faccio venire a prendere da Ennio...>>

<<Niente da fare. Se vuoi uscire il sabato sera con te deve esserci un maggio­renne disin­teressato! Se tuo zio non può, non esci!>>

<<E Sara, che cazzo!>>

<<Non usare questi termini con me, ingrata!>>

<<Scusa... e tu che cazzo hai da guardare?>>

<<Veramente io...>>

<<Ma vaffanculo...>>

E s’andò a chiudere in camera.

<<Orazio la devi scusare, ma da quand’è morta nostra madre sono io che mi occupo di lei e ultimamente l’ho un po’ trascurata.>>

<<Non ti preoccupare, anch’io ho avuto la sua età... (fortunatamente non ero così...)>>

<<Senti, t’andrebbe d’accompagnarla? Se no, è capace di tenermi il broncio per dei mesi...>>

<<E la nostra serata?>>

<<Ti prego...>>

<<Va... va bene...>>

<<Splendido: Linda!>>, gridò. <<Questa sera ti accompagna Orazio: sei contenta?>>

<<Uhhh, come un muto ad una conferenza!>>, sentenziò dalla sua camera.

<<Bella battuta; una tipa arguta!>>

E arrivò il momento di uscire.

<<Dì un po’ Sara...>>, osservò Linda. <<Ma questo morto deve uscire vestito così?>>

<<Smettila di parlare così! Orazio ha uno stile tutto suo che i tuoi amici apprez­zeranno.>>

<<Certo, farò una figura di merda!>>

<<Piantala Linda o non uscirai più da casa sino alla pensione!>>

<<Va bene, scusa. Allora: sei pronto?>>

<<Oh sì, certo! Devi solo dirmi dove andare...>>

<<Dove?>>

La discoteca si chiamava “L’urlo!”. E indubbiamente teneva fede al suo nome. Già da fuori, i vetri delle case circostanti, vibravano a tempo di musica!

<<Ora entriamo; non farmi fare figure di cazzo, hai capito? Io starò in­sieme col mio ragazzo che si chiama Ennio, non venire a romperci i co­glioni, hai capito? Se sto coi miei amici non ti avvicinare, non mi parlare se non sono io a venire da te. Sara t’ha detto di portarmi a casa all’una ma da qui si va via solo alle 3, hai capito? Stronzo! E sei fai qualche cazzata ti faccio prendere a capate da Ennio... hai capito?>>

Non feci in tempo a ricordarle che alla prossima minaccia l’avrei resa invalida che già imboccava la porta d’ingresso.

<<Ciao Monica!>>, disse Linda alla cassiera. <<Paga il mio accompagnatore.>>

<<Chi, tuo zio?>>

<<No, uno ancora più deficiente. Lo riconosci perché è vestito come un piccione!>>

<<Salve, quant’è?>>

<<Guarda che devi pagare anche per Linda...>>

<<Ah sì? Ehh... quanto fa?>>

<<Sessantamila, se posi il giubbotto settanta!>>

<<Cosa?! Ma questa è follia!>>

<<Chiamala come ti pare, se non paghi, non entri. E se parli ancora, ti faccio tri­tare i denti dal nostro buttafuori! Hai capito? Stronzo!>>

<<E va bene: “...ma arriverà il giorno della vendetta, e io sarò lì a guar­dare e a godere mentre brucerai nelle fiamme della perdizione!”.>>

<<Cosa?!>>

<<Niente: ho semplicemente detto che sei una mignotta!>>

Ritirati i biglietti mi fu anche consegnato un souvenir della discoteca; un tubetto di dentifricio aroma: saliva! L’ambiente era di uno squallido pazzesco! La musica era assordante e ripetitiva, fatta di conti­nue percussioni elettroniche (pareva avere un fabbro alle spalle che mi mar­tellava il cervello), il tutto cadenzato in una musichetta banalis­sima di sottofondo con voci di coriste di colore che urlavano a tutto spiano.

Nella pista vi era un accalcare nervoso di ragazzi che bal­lavano con le braccia all’aria e lo sguardo rubato da quell’ipnotica musica. Tutt’intorno alle mura della discoteca ragazze e ragazzi in vestiti di dubbio gusto che esemplifica­vano la conversazione incastrando reciprocamente le proprie lingue! E Linda era tra loro. Ras­segnato a passare la serata in quel girone dantesco mi accasciai in­tristito su un divanetto ad attendere la fine della forgia!

Erano le due di mattina e oramai la testa mi vibrava come una campana. E proprio quando mi rassegnai a salutare i miei poveri timpani, mi si avvicinò Linda a braccetto del suo ragazzo: un essere basso, tozzo, con un ciuffo di capelli lunghi davanti, il resto della testa rasata, la faccia quadrata, lo sguardo assente e la bocca perennemente aperta. Le dissi:

<<Ti sei decisa? Andiamo a casa?>>

<<No, stasera vado a dormire a casa di Ennio, hai capito? E se mia so­rella fa storie mandala a cagare anzi, già che ci sei vacci pure tu, mi sono rotta il cazzo di voi, e se hai problemi, ne puoi parlare con Ennio.>>

<<No, Linda!>>, le dissi. <<Tu vieni a casa! Ho promesso a Sara di riportarti ad una certa ora. Sono anche sceso a patti con te facendoti restare di più, ma ora la festa è finita!>>

<<Dì un po’ tipo...>>, prese parola Ennio <<hai “probblemi”? Lei fa il cazzo che le pare hai capito? E se non ti togli dalle balle ti piglio a cartoni in faccia, hai capito?>>

Non ci vidi più! I miei occhi divennero di un rosso fuoco! Il mio sangue bollì a 3000 gradi! Ettolitri di adrenalina mi si riversarono a fiotti nelle arterie. Il digri­gnare dei miei denti si sentiva nitido nonostante la musica! Gli mollai un secco ceffone di manrovescio in piena faccia! Sputò quattro denti che andarono a finire in bocca ad una delle tante ra­gazze che ballavano sulla pista!

Al che lo presi dal bavero del suo puzzolen­tissimo giubbotto di pelle e gli dissi:

<<Senti coglionetto! Io le merdine come te me le mangio a colazione, hai... compreso? E se non vuoi che ti stacchi la testa e ti caghi in gola tu sta­sera fai quello che dico io! Hai... intuito?>>

Lo scaraventai in aria! Fece un volo di undici metri per tutta la discoteca andando a sbattere, in uno sfavillare di scariche elettriche, su una delle casse acustiche ubicate ai lati.

La musica cessò di colpo. Mi si dipinse attorno un alone di energia pura, e come un Mosè percorsi la pista verso di lui mentre tutti si aprivano terrorizzati, a ven­taglio, al mio passaggio.

Lo incenerii con lo sguardo e... HUATATATA!!! In pochi secondi, lo colpii 104 volte in più parti del corpo.

<<Ho colpito uno dei tuoi punti di pressione, fra tre secondi... potrai ascoltare solo musica classica!>>

Mi girai con gli occhi dei presenti che mi fissavano terrorizzati. Verso di me, stava cor­rendo il buttafuori. Lo scansai gentilmente. Volò per tutta la discoteca sfondando quattro muri e andando a finire nel finestrino del tram n° 15 che pas­sava nella via adiacente. Mi diressi verso Linda, la presi ancora impaurita per mano e la trascinai fuori da quella bolgia. Prima di congedarmi mi girai per l’ul­tima volta verso i pre­senti...

<<Beh?>>

Indietreggiarono tutti impauriti.

<<Sarà meglio!>>

E uscii definitivamente. Fuori mi attendeva una fitta pioggia invernale.

<<Ma chi sei tu?>>, disse Linda affascinata. <<Una specie di supereroe?>>

<<Finalmente mi rivolgi la parola senza riempirmi di parolacce. Sali in mac­china...>>

<<Sei stato fico! Troppo fico!>>

<<Grazie!>>

<<Ma dove stiamo andando?>>

<<A casa, no?>>

<<No, ti prego, voglio conoscerti, parlarti!>>

<<Devo portarti a casa; ho promesso.>>

<<Dai, non sono neanche le tre... ti porto io in un posto tranquillo; di­ventiamo amici.>>

<<E va bene... ma due chiacchiere poi a casa.>>

Il posto tranquillo era il Parco Europa, noto ritrovo di coppiette!

<<Mamma come sei fico, te l’ha mai detto nessuno?>>

<<Beh, non è uno dei complimenti che ricevo spesso... ma, parliamo. Cosa vuoi sa­pere di me?>>

<<Ti scopi mia sorella?>>

<<Ma che razza di termini, io... io non mi scopo nessuno...>>

<<Volevo sapere come ci vai con una donna.>>

<<Di solito mi piace passeggiare...>>

<<Non hai capito, come la fai godere?>>

<<La vuoi finire di parlare come Laura Palmer? Io non scopo e non godo con nessuno!>>

<<Sei vergine?!>>

<<Io non... non voglio di... dire questo, voglio dire che... che con una ra­gazza si fa l’amore, non si sco... scopa...>>

<<Ma che ti succede? Stai tremando! Orazio... guarda cos’ho qui con me.>>

<<Co... cos’è?>>

<<Un goldone!>>

<<Un che?!>>

<<Un preservativo, un cappuccetto, un coprica... come li chiami tu? Guarda che è normale, oramai li ven­dono da tutte le parti... ne ho tanti nella borsetta. Allora: vuoi scopare con me?>>

<<Ma la vuoi finire di parlare in questo modo? Ma cosa credi? Che l’amore è una cosa che si compra dal tabaccaio? Uno ci soffre per amore; ci muore! Non lo trova den­tro una macchina con una ragazzina vogliosa che neanche cono­sce! Ma vattene via!>>

Le rifilai un calcione scaraventandola fuori dalla macchina. Finì col sedere su una pozzan­ghera. Andai via sgommando schizzandole in faccia almeno 20 litri di fango putrido.

Ero sconvolto! Una ragazzina con l’esperienza sessuale di una settantenne! E poi non c’è niente di più volgare di una ragazza che porta con sé dei profilattici. E come se io tenessi delle spirali nel portafoglio! Ma dov’è andata a finire quella genera­zione che sfogava i propri im­pulsi in fantasie variopinte? Mi serrai in casa e piansi la morte dell’ingenuità!

Il giorno dopo ebbi subito l’impulso di recarmi a casa di Sara per assicurarmi che non fosse successo nulla. Suonai al citofono.

<<Chi è?>>

<<Ehm, sono Orazio...>>

<<Sali!>>

Suonai il campanello.

<<Chi è?>>

<<Ehhh... sono sempre Orazio.>>

Aprì la porta Sara.

<<Ciao Sa...>>

Un secco cazzotto mi colpì in pieno volto.

<<Porco, maiale! Se ti rivedo ancora gironzolare at­torno a mia sorella giuro che t’ammazzo!>>

<<Ma Sara io non...>>

<<Non dire una parola! Non dire una parola! Cosa hai fatto a Linda?>>

<<Ma io non... non le ho fatto niente!>>

<<Niente? è tornata a casa sconvolta! Dicendo che hai abusato di lei! Ma come hai potuto? E io che t’avevo dato fiducia... io che comin­ciavo a provare qual­cosa per te...>>

<<Sara, io non l’ho toccata con un dito, era lei che...>>

<<Non dire menzogne, assassino! Sei un lurido assassino... a lei che è così innocente...>>

<<Così cosa?!>>

<<Ma perché m’hai fatto questo anche tu? Perché?>>

<<Ma Sara io...>>

<<Vattene! Vattene e non farti vedere più, assassino! O giuro che t’ammazzo!>>

<<Sara...>>

<<Vattene!!!>>

Ed eseguii prontamente il suo comando. Non mi feci più vivo. E da tempo or­mai, non vedo né lei, né tantomeno sua sorella!”.

<<Una storia alquanto triste caro il mio Scattini...>>

<<Per favore, la prego dottore, mi chiami solo Orazio...>>

<<Come vuole. Comunque, aldilà di tutto, simili storie possono far scat­tare molte fobie, mi creda Orazio, ma non riesco a trovare un nesso col suo sogno ricorrente...>>

<<Davvero?>>

<<Dovrei lavorarci su, peccato che il tempo a sua disposizione è finito.>>

<<A quando la prossima?>>

<<Non penso che ci sarà una prossima volta, caro il mio Orazio... In tutta la mia carriera ne ho sentite proprio tante di storie tristi, e tanti ne ho mandati ha casa senza soluzioni e, credimi, è una situazione che non rie­sco più a sopportare. Siamo inutili caro Ora­zio, inutili...>>

<<Su dottore non faccia così: se vuole le chiamo un suo collega...>>

<<Senti: puoi pagarmi almeno qualche seduta? Perché a breve... conto di togliermi la vita.>>

<<Mi dispiace dottore, ma con me ho solo tremilalire...>>

<<Pazienza... sei stato il mio paziente più divertente Orazio, addio!>>

<<A... addio dottore...>>

<<Vieni: ti accompagno alla porta. Orazio, stammi bene e... guardati le spalle!>>

<<Sa... saluti...>>

Chiuse e la porta e... “BANG!”.

<<Poverino. Però: che gesto! In fondo era bravo; anche se un po’ rimbecillito. Me lo ricorderò per molto tempo... gra­zie a lui scoprii l’utilità dell’analisi. In tre anni di sedute, riuscì a convincermi che dormire con la luce accesa faceva consu­mare corrente. Ma era sim­patico... addio dottore, addio...>>

<<FERMO Lì, NON TI MUOVERE! >>

<<Chi... chi è?>>

<<Non ti muovere! Non voltarti! Ho una pistola!>>

<<E basta! ‘Ste pistole mi stanno annoiando!>>

<<Adesso ti annoio io per bene, lurido buffone!>>

<<Ehi! Ma... questa voce, sei Ugo!>>

<<Bravo, mi hai riconosciuto... GI­RATI!>>

<<Ugo ma... ma come ti sei ridotto? Sei ingrassato, sembri un vecchio!>>

<<Ti piace come m’hai ridotto? M’hai rovinato la vita, bastardo! Da quando successe quel fatto nessuno venne più in palestra... e fallì nel giro di pochi mesi! La voce si sparse e nessuno mi volle più come istrut­tore. Cominciai a bere, e tutto intorno a me crollò come un castello di carte! Ora sono un fallito! Ed è tutta colpa tua! Mi rubasti la vita, e soprattutto l’amore!>>

<<Ma no, che dici “Ughino”? Io non ti ho rubato ni... niente, e Sara, se ti può con­solare, se mi rincontra come minimo m’ammazza...>>

<<Le risparmierò io la fatica! Preparati a morire lurido cane!!!>>

<<Ugo aspetta! Io posso dirti che... che...>>

<<Risparmia le scuse per convincere San Pietro a non mandarti all’in­ferno... bestia!>>

<<Ma no aspe...>>

BANG!... BANG!... BANG! BANG! BANG!

<<Muori! Crepa! E ora... addio vita di merda!>>

BANG!

Fumo... Luci... Tutto è distorto... Bui improvvisi e lampi di luce...

<<Ohi! Che mal di testa, ma, dove... dove sono?>>

<<Benvenuto Orazio! Finalmente ci ritroviamo!>>

<<AH! LA MORTE! ODDIO! AIUTO! NO! TI PREGO NON FARMI DEL MALE...>>

<<Per anni mi hai preso alla berlina nei tuoi sogni! Mi sfasciasti il mio orologio preferito ed ora? Che bello vederti tremante al mio co­spetto! Ti hanno crivellato di colpi lo sai?>>

<<Ah sì? Eh già... Oh mamma! Penso che per un po’ andrò ad orinare con molti dolori...>>

<<Peccato però; purtroppo non sei morto!>>

<<Ma va? E io che non ci speravo più... ma guarda! Beh, suppongo che debba tornare indietro... io la saluto! Mi stringe la mano? No eh? Va beh, salve...>>

<<Dove stai andando?>>

<<Aveva detto che...>>

<<Devo restituirti la tua anima... te l’avevo strappata. Ma m’hanno visto che sei vivo... eccotela!>>

<<Ehi! Tu sei la mia anima?>>

<<Eh sì eh.>>

<<Cavolo come mi somigli... sei proprio uguale.>>

<<Io sono quella vocetta che ti parla quando stai facendo delle caz­zate, e a cui tu non dai mai retta.>>

<<Ah sì? Sei tu? E già! Ma come che non ti fai mai sentire quando bisogna prendere decisioni importanti?>>

<<Ma sei tu che non riesci a sentirmi... dovresti...>>

<<VOLETE DEL TÈ E DEI BISCOTTI PER CASO? Levatevi dai piedi tutti e due!>>

<<E come facciamo?>>

<<Non ti preoccupare Orazio; ti sveglierai insieme alla tua ritro­vata metà in un letto d’ospedale! E la degenza, posso garan­tirti, sarà lunga e molto dolorosa, perché t’hanno fatto proprio male! A presto caro Ora­zio...>>

<<Fai pure con calma. (Sai che ti dico anima mia?)>>

<<(Cosa?)>>

<<(Che tra la vita e la morte... preferisco non perdere i capelli!)>>

<<(Saggio, molto saggio...)>>

Luci... Bagliori... Lampi.

<<AAAAAHIA! CHE MALE! CHE MALE, AHIA!>>

<<PRESTO, PRESTO DOTTORE; IL N° 21 SI è RISVEGLIATO!>>

<<MIO DIO! MA COME HA FATTO? è UN MIRACOLO! INFERMIERA, TAMPONI LE FERITE!>>

<<AAAAAH CHE DOLORE... Oh com’è carina infermiera come si chiama?>>

<<MA PERCHé NON PENSA ALLA SUA SALUTE INVECE DI FARE IL GALLETTO?>>

<<Questo me l’hanno già detto... me l’hanno già detto...>

Orazio… Alleluia!Avventura ad AssisiI.                  Sull’attenti

Impresa di pulizie “Scattini S.p.A.”. Giovedì pomeriggio, ore 15 e 30.

<<SCATTINI!!!>>

<<Son qui capo, son qui... son qui!>>

<<Scattini, io sono incredibilmente triste oggi, incredibilmente deluso...>>

<<Posso sapere il perché?>>

<<Perché ho una tremenda voglia di sbatterti in mezzo ad una strada! Licen­ziarti in tronco! Rovinarti per sempre!!! Ma non posso farlo...>>

<<Ah... ah sì?>>

<<Sì! Perché un malaugurato caso del destino ha voluto che la buonanima di mio fratello fosse tuo padre!!! E ancora me lo vedo dinanzi agli occhi in punto di morte a chiedermi col cuore in mano: “...dai un’opportunità di lavoro a quel debosciato di mio figlio... ti prego! Lui ne ha tanto bisogno...”. Ed io, mosso a compassione... FECI IL PIù GRANDE ERRORE DELLA MIA VITA!!!>>

<<Zio, ti posso chiedere di non urlare?>>

<<NON CHIAMARMI ZIO QUA DENTRO!!! La gente potrebbe pensare che io e te siamo parenti...>>

<<Sì, sì... va bene...>>

<<Scattini, dimmi: cosa hai fatto la settimana scorsa?>>

<<Zio, ti posso chie... cioè no! Ca... capo posso chiederle di chiamarmi solo Ora­zio?>>

<<QUI IO TI CHIAMO COME MI PARE!!!>>

<<Infatti dico: lei mi chiama come le pare... e chi ha detto niente?>>

<<Allora, rispondi! Cosa hai fatto la settimana scorsa?>>

<<La settimana scorsa... ho visto una puntata della nuova serie di Colombo! Era molto bella: c’era lui che...>>

<<SCATTINI!!!>>

<<Presente!>>

<<Sto parlando di una cosa che non conosci: “Il lavoro!”, STO PARLANDO DI LA­VORO!!! Che lavoro abbiamo svolto la settimana scorsa?>>

<<Mm... ehmm... ah sì! ...no! Non mi ricordo...>>

<<E allora ti rinfresco io la memoria! La settimana scorsa siamo andati a fare le pulizie generali nella nuova sede del consiglio nazionale dei Salesiani!>>

<<Ah già, è vero... (boh!)>>

<<E sai perché ci avevano chiamati?>>

<<N-no!>>

<<Perché veniva ad inaugurare la sede il vescovo... don Egisto Forte! Quel po­sto doveva essere lindo e pulito come il sedere di un neonato. Doveva brillare al sole! Un pavimento così terso che ci avresti potuto mangiare sopra! Per­ché sai qual era il vizio di don Forte?>>

<<Non saprei... vestirsi di pelle e farsi frustare?>>

<<...non mettere alla prova la mia già labile indulgenza...>>

<<...sì...>>

<<Il vescovo ha il brutto vizio di baciare i luoghi che visita... solo che non si sa dove! E sai dove è andato a posare le sue labbra immacolate in segno di sa­luto?>>

<<N-no!>>

<<Nello stipite della porta nell’aula N°31 al secondo piano! Quale era la tua stanza Scattini?>>

<<La... la 31 al secondo piano?>>

<<Esatto! Ed ora abbiamo un vescovo di ottantaquattro anni bloccato in casa con un herpes devastante alla faccia! Lo devono nutrire con una cannuccia a pompa... non può neanche a succhiarsi il brodo da solo... SCATTINI!!!>>

<<Presente!>>

<<Tu sei la mia rovina!!!>>

<<Ah... ah sì?>>

<<Sei un fannullone! Sei l’emblema assoluto della poltroneria... SCAT­TINI!!!>>

<<Presente!>>

<<Devi saltare come una molla quando ti chiamo!!! Sull’attenti!!! Io non sono come tutti quegli sciacquapiatti che conosci tu...>>

<<Sì! Sì! Sto saltando! Non vede che sto saltando? Ma che ci posso fare io se un prete si mette a baciare gli stipiti delle porte? Non ha di meglio da fare nella vita? Dio solo sa quanto olio di gomito ho buttato per pulire quella stanza... quattro volte ho passato e ripassato per terra... io sono un buon operaio, non un fannullone come dice lei... che ci posso fare se ho lasciato in vita qualche povero germetto... il sangue c’ho buttato in quel posto...>>

Dormii tutto il tempo su di un bancone.

<<Non credere di convincermi coi tuoi piagnistei da donnicciola... deficiente! Tu saresti uno Scattini? Dal niente la nostra famiglia ha creato quello che ora io ho fatto diventare un impero multinazionale! E ai miei tempi un simile menefreghismo nel lavoro era punito con le trentasei nerbate di una frusta spessa un dito! Oooh, ancora ricordo il sangue che colava a fiumi dalle mie ferite, mentre mio nonno mi prendeva a pietrate in faccia di fronte ai miei compagni di lavoro solo perché avevo chiedere un bicchiere d’acqua! Quelli erano tempi... i tempi del rispetto! I tempi dell’obbedienza! Ricordo come fosse ieri il giorno che andammo a pulire il Colosseo a Roma... ci chiamò il Duce in persona! Eravamo un pugno di uomini, 20 giorni ci lavorammo... giorno e notte... instancabil­mente... ci pagavano quattro lire... ma ogni minuto sempre con più forza, con più vi­gore! La furia e il sudore che buttavamo nella fatica del lavoro era il no­stro elisir... la nostra energia! Gli operai della premiata ditta di pulizie: “Scattini & Figli” erano un esercito! L’acciaio fuso ci correva nelle vene! E guardami negli occhi mentre ti parlo!!! Apprezza il pianto di un uomo che getta il suo dolore in un ricordo che fu! Cosa sei adesso tu? Un uomo? Ti definisci tem­prato dalla vita? La società per te una culla! Cosa ti scorre nelle vene? Sangue? Balle! La nu­tella ci passa... la marmel­lata... peggio! Ora­zio: tu hai il moccio nelle vene! Scattini!!! Devi saltare di un metro quando pronunzio il tuo nome!>>

<<Sì! Sì! Sì! Io... io ci... ci provo...io...io...>>

<<Melma! Tu sei melma! La feccia della società! Una società accomo­data in un ozio oramai inestirpabile... e la colpa è tutta tua!!!>>

<<Mia?! Ma che centro io?>>

<<Silenzio!!! E ora ascolta: caro il mio mollaccione; ho in serbo per te una gustosa sorpresina...>>

<<(Oh Dio adesso m’ammazza!)>>

<<Devi sapere che, fortunatamente, prima dell’increscioso incidente... ero riu­scito ad ottenere l’appalto per la pulizia, in occasione della festa del loro santo patrono, di un luogo di culto famoso in tutto il mondo.>>

<<Di che si tratta? Se è lecito chiedere?>>

<<Della Basilica di Assisi!>>

<<Ah!>>

<<Mi hanno chiesto di mandare lì il nostro materiale migliore e una persona di massimo credito. Questa, dovrà insegnare ai frati francescani le tecniche di pulizia, con cui la nostra ditta, è diventata famosa in tutto il mondo. Ciò mi permet­terà, uno: di rimediare il fattaccio; due: di riconquistarmi la fiducia del por­porato; tre: di raggiungere sempre di più il mio sogno... San Pietro! Oh, già vedo i miei de­tersivi che scorrono sulle sante mattonelle di marmo nel luogo simbolo della chiesa cattolica... le mie ramazze che s’incuneano discrete nelle stanze del vaticano... sino su... sempre più su... nella dimora del Papa! Oh Dio, per­dona il mio ardire: sono solo un uomo!>>

<<Ehm, senta, io non penso di essere adatto per questa crociata, e poi l’ha detto lei: sono un mollaccione! Lasciamo perdere, eh? Le trasferte per me sono sempre un peso anzi, se non le dispiace, vorrei tornare a pulire le fer­mate degli au­tobus...>>

<<Scordatelo Scattini! Troppo comodo! Effettivamente potrei mandare ad Assisi una persona di mia fiducia... oppure andarci io stesso... ma voglio darti una responsabilità! Partirai domani con il treno delle quattro di mattina! E tra sessantatré giorni esatti ci sarò io, lì, a vedere come hai svolto i lavori insieme ai frati e... attento: personalmente andrò dal primo che mi capita a chiedergli l’esatta composizione chimica del liquido per la pulizia del water, e se non mi saprà rispondere... manderò in fallimento la mia ditta spedendo ad ogni azienda del globo una lettera di diffida nei tuoi confronti dimodoché nessuno sulla faccia della terra vorrà averti a lavorare con lui! Questa volta ti ho in pu­gno, e godrò come un pazzo a vederti cadere nel baratro della miseria! AH AH AH AH AH AH AH AH AH AH AH AH!!!>>II.             Le lezioni

Al rogo! Al rogo! Ecco dove a mio zio piacerebbe mandarmi. Fossimo nel medioevo, avrebbe già arrostito il mio deretano dietro ad un mucchio di risate. E non vede l’ora di arri­va­re ad Assisi per accendere la sua miccia! Insegnare le tecniche di pulizia... io? Che amma­la­pena so come si usa lo spazzolino da denti! Ricordo ancora anni fa le lezioni che teneva quell’inva­sato sulla costruzione delle ramazze, composizione di detersivi e altre diavolerie del gene­re. Per lui l’azienda è stata sempre come una specie di setta religiosa! Obbligava i nuovi operai, ap­pena as­sunti, me compreso, a seguire un corso intensivo di preparazione di novanta giorni a paga dimezzata, sette giorni su sette, diciotto ore al giorno! Egli stesso fungeva da insegnante! Si co­minciava alle tre di mattina spaccate! I corsi si svolgevano in un sotterraneo umido, fatto sca­vare appositamente sotto i magazzini della ditta; un fitto andiri­vieni di strettissimi cunicoli che facevano da cornice ad un ambiente cupo e tetro, illu­mi­nato solo da candele e torce a mu­ro. E dopo quattro ore di preghiere al santo protettore dei netturbini cominciava la predica!

<<Il mondo è una pozza! Un liquame schifoso che avanza sempre di più! E cosa stiamo rischiando? Stiamo rischiando di venire sommersi! Sommersi da una schiuma pu­trida che gli uomini contribuiscono a creare! Fatta di rifiuti! Di scarichi fo­gnari! Di vizi di una società capitalista, che getta gli scarti del suo benessere come se fossero grandi contenitori trasparenti di merendine! Dove stiamo andando? Cosa troveranno i nostri figli? Una foresta! Una foresta fatta di monumentali inceneritori di ri­fiuti! E quando al cielo alzeranno le loro in­nocenti testoline, ci saranno nubi perenni a salutarli! Nubi che non fa­ranno capire la dif­ferenza fra il giorno e la notte! E vivranno al massimo sino a trent’anni! Tra i dolori e gli spasmi di malattie incurabili! In un futuro cupo e grigio, perderanno sentimenti e co­scienza, e il caos regnerà sovrano! Forse, un domani, si troverà rimedio per le malattie oggi incurabili. Ma die­tro alla porta ci sarà sempre un nuovo morbo pronto ad appestarci! A ren­dere la nostra vita piena di paure e incertezze! Nelle nostre cantine esistono miliardi di virus e germi creati da noi stessi, pronti a saltarci addosso per di­sgregare le nostre stesse esistenze! Sotto ad ogni letto, nei meandri di ogni angolo buio, c’è un brulicare nervoso di mi­nuscole vite, che non vedono l’ora di eliminare noi uomini dalla terra, per sostituirci in un nuovo regime! Questo è il futuro! Il futuro se non ci fossimo noi: “Gli Operatori Ecologici”!>>

Il sottoscritto riusciva ad infilarsi sempre tra le ultime file e si sparava delle abbioccatone tre­mende! Riuscivo oramai a dormire in tutte le posizioni: seduto, inginocchiato, addirittura in piedi! Una volta però, fui clamorosamente beccato! Mio zio era diventato sospettoso; e mi mi­se ad ascoltare le prediche nella primissima fila in centro. Trovandomi in quella situazione, riuscì a svilup­pare una tecnica che mi permetteva di modificare la rifrazione della luce nelle mie cornee, creandomi così un buio fittizio! Ciò mi permetteva di dormire tranquillamente con gli occhi perfettamente aperti (preoccupandomi prima, di assumere un’espressione d’interesse per non destare sospetti!).

Ricordo solo uno sberlone di micidiale potenza in pieno volto!

<<Scattini!!! Tu dormi!>>

<<Ma no zio... cosa dici? Ti giuro che ho seguito tutto...>>, gli dicevo mentre il sangue mi colava vergognosamente dal naso.

<<Non chiamarmi zio!>>, urlò impazzito. <<Io non sono più un tuo parente! Mi spacco in quattro per inse­gnare il lavoro ad una persona che in futuro dovrebbe prendere le redini di quest’azienda! E invece mi sono illuso! Sei un mollaccione! Un lurido schifoso rifiuto di fogna puzzolente! Ma come diavolo fai a dormire con gli occhi aperti?>>

<<Se vuoi te lo insegno...>>

<<Vergogna! Ignominia! Se solo penso che c’è il sangue degli Scattini nelle tue vene... mi hai messo in ridicolo di fronte a tutti i tuoi compagni... quindi, ora, devo punirti!>>

<<Eeeh va bene; andiamo a pregare sui ceci...>>

<<Troppo facile sui ceci... stavolta... SULLE NOCI!!!>>

E per un mese intero pagai quell’innocente dormita con linciaggi morali:

<<Scattini!!! Tu sei un maiale! E i maiali devono mangiare cibo da maiali! Quindi da oggi in poi non ti sederai più a tavola con noi! Ma, se vorrai nu­trirti, dovrai sfamarti per terra! Dentro quel catino di terracotta! E ti gu­sterai tutti i nostri avanzi!>>

E maltrattamenti fisici:

<<Avanti, in ginocchio sull’acido!!! Così impari a non saltare come una molla quando pronunzio il tuo nome! Avanti tu, legagli le mani! Su, cosa aspettate voi? Frustate! Frustate! Sì, così! Più forte...>>

<<(Orazio, perdonaci ma noi...)>>

<<(Non vi preoccupate ragazzi, state facendo solo il vostro dovere...)>>

<<Silenzio!!! Cos’è questo ciarlare? E tu, con quel secchio d’acqua salata, vieni qua, versaglielo sulla schiena! Sì, così! Ancora! Ancora!!!>>

Ogni giorno, a terra, stremato e dolorante.

<<E sei fortunato Scattini che ci troviamo ancora dentro una società che si de­finisce civile, altrimenti non avrei esitato a cospargerti di petrolio per poi darti fuoco!!!>>III.         Il viaggio

Stazione ferroviaria. Venerdì mattina, ore 3 e 35 min.

<<Un biglietto per Assisi, signorina.>>

<<Sola andata?>>

<<Speriamo di no!>>

<<Allora? Prima o seconda classe?>>

<<Oh mi scusi: sola andata, seconda... anzi no! Prima classe! Avete un posto libero nei Wagon-lit?>>

<<Ora controllo; è fortunato: letto singolo. Gradisce la colazione in ca­mera?>>

<<Certo, con giornali, tripli croissant e diffusione sonora... tanto, mica pago io? Addebiti tutto a questo numero di conto, queste sono le mie credenziali... sa, siamo un’importante multinazionale, io sono un dirigente!>>

<<Da come è vestito non si direbbe!>>

<<Già, ha ragione! La prossima volta devo preoccuparmi di mettere calzini dello stesso colore... sa, vivo da solo... e lei?>>

<<Guardi che non fa in tempo signor...>>, disse buttando l’occhio sui miei documenti <<Scattini! Perderà il treno...>>

<<Ha ragione signorina. Ma per favore, la prego, mi chiami solo Orazio...>>

<<Va bene... Orazio>>, disse regalandomi un sorriso.

<<Ci vediamo al mio ritorno. E se andranno bene gli affari, con la mia gratifica, la porterò a mangiare nel locale più esclusivo della città!>>

<<Davvero?>>

<<Certo, io mantengo sempre le promesse!>>

<<Lei è una persona molto gioviale; la sua ragazza deve essere molto orgogliosa di lei...>>

<<Accuso e ringrazio ma, mi spiace contraddirla: io non ho la ragazza! E lei?>>

<<Eeeh sono già occupata, e ho un ragazzo molto geloso!>>

<<Per lei, sono pronto ad affrontare anche un duello all’ultimo sangue!>>

<<è proprio un tipo simpatico!>>

<<Arrivederci signorina.>>

<<Arrivederci Orazio.>>

Wagon-lit. Ore 4 e 5 min.

<<Salve, sono il suo capo-carrozza. Lei è il signor?>>

<<Orazio Scattini. E per tutti solo Orazio!>>

<<Come vuole! A che ora desidera la colazione?>>

<<A che ora arriviamo?>>

<<Alle h.13 e 35 min.!>>

<<Va benissimo alle 13 e 30!>>

<<Ma...>>

<<Adesso, la prego, mi lasci dormire.>>

<<La devo però informare che questo è un treno di preghiera. Il treno dei pel­legrini per Assisi! Se a lei non interessano i momenti di culto, la devo esortare a non uscire dallo scompartimento, per rispetto alle persone timorate di Dio!>>

<<D’accordo (e chi si muove?).>>

Wagon-lit. Ore 5 e 35 min.

TOC-TOC!

<<Chi è?>>

<<Apri! Giovane senza fede!>>, sentii una voce di donna urlare da fuori.

<<Ma chi è?!>>

<<Sono la tua luce! Una persona che riaprirà il tuo cuore!>>

<<Non me lo può riaprire verso mezzogiorno?>>

<<La fede bussa alla porta senza un orario! Esci dal tuo mondo... essere senza Dio!>>

Aprii la porta, e davanti a me, avevo... Donna Valeria! Una persona di fede incrollabile nonché instancabile organizzatrice di viaggi preghiera praticamente in tutto il mondo! Aveva una sessantina d’anni ma era ancora una bella donna. Aveva degli occhialoni con lenti scure, e sopra i capelli castani: un cappellone con una tesa tanto ampia che ci avrebbe potuto atterrare un concorde...

<<Giovane miscredente!>>, sentenziò. <<Ma dove hai lasciato il tuo cuore? Il capo-carrozza ci ha detto che non ti vuoi unire nella preghiera, vuoi ardere all’in­ferno?>>

<<Ma quale inferno? Voglio solo dormire! E poi al capo-carrozza non gli ho mica detto che...>>

<<Silenzio! La tua lingua sputa falsità! In questo treno la preghiera è un do­vere per tutti! E da questo momento, ogni ora, sino all’arrivo, si organizzerà una catena umana di meditazione e pentimento che correrà lungo tutto il con­voglio! Questa è l’occasione che ti offriamo tutti noi! L’occasione di togliere il peccato dalla tua anima immonda e liberarla da tutti i pesi che la stanno schiacciando!>>

<<Ma che dice?! Io non ho nulla di cui pentirmi...>>

<<L’avete sentito tutti? Costui vuole erigersi a essere immacolato! Ma come ti permetti? Strappa le bestemmie dalla tua bocca! Solo la Madonna è senza peccato! Costui è uno dei tanti giovani pervertiti che fornicano giorno e notte e si abbandonano in ogni momento in proterve pratiche di edonismo!>>

<<Si è vero, è vero...>>, gridavano tutti in coro.

<<...poi, concede il suo corpo nelle mani d’abili meretrici che lo plasmano, nei fumi dei piaceri carnali, ad immagine del demonio!>>

<<...sì, sì vergogna...>>

<<...e acquista riviste oscene dove donne e uomini senza Dio si lasciano andare in disgustosi amplessi non dediti alla procreazione!>>

<<Sì, è vero, è un maiale!>>

<<Guardate i suoi occhi! Sono pieni di perversione! Serrate in casa la virtù delle vostre figlie! Perché gente come costui le può avvicinare; le può in­durre con la falsità alla lussuria!!! Perché la sua lingua è ipocrita e menzo­gnera... perché essa è mossa da Satana in persona!>>

<<Sì, è vero! strappiamola! Sì, sì estirpiamo il peccato!>>

<<Ma che dite oooh? Lasciatemi in pace io voglio solo dormire...>>

Donna Valeria mi stampò il palmo della sua mano destra aperta in piena fronte e, con gli oc­chi al cielo, in preda ad una crisi mistica, iniziò a declamare:

<<Signore, tu che tutto vedi e sai, riempi i sogni di questo giovane con immagini di santi e di beati; monda la sua coscienza dalla scabrosità dell’unione fisica senza il sacro vincolo!!! Signore, costui ha bisogno di te! L’umanità intera ha bisogno che giovani come lui ritrovino la luce del tuo verbo, dimodoché anime innocenti, come quella della mia bambina, possano nuovamente uscire da casa senza il pericolo di essere indotte nella tentazione di turpi pratiche sessuali!>>

La sua bambina?

Sporsi la testa fuori dalla cabina e vidi alla mia sinistra, avvolta in un castissimo completo color cappuccino, cappello con veletta bianca, scarpe di vernice nera e calzette bian­che da liceale, la bionda più sexy e arrapante che ebbi mai visto in 148 reincarnazioni! Se ne stava con la testa protesa verso il basso e le mani giunte in segno di preghiera. Ma perché... perché ...perché mi basta vedere un solo lembo di pelle di una ragazza... una caviglia, una mano, per immaginarmela automaticamente nuda! Il biondo dei suoi capelli a caschetto usciva fugace dalla trappola del cappello, e andava a costruire una fanciulla dalla bellezza divi­natoria! Il suo seno gonfiava, con discrezione ab­bondante, il ve­stito. E i suoi fianchi, disegnavano curve longilinee d’una perfezione geome­trica assoluta! Aveva una pelle liscia e rosea, e riuscivo a sentirne, nonostante la distanza, il candido profumo. E quel naso... quel piccolo nasino con la punta all’insù, che formava una mi­nuta collinetta sul volto ove milioni di lentiggini volteggiavano gioiose. E le labbra... quelle labbra piene di carne succu­lenta, che si aprivano impercettibilmente al ritmo di una pre­ghiera silenziosa. Una preghiera che fa­ceva prendere ai suoi occhi, già di un azzurro traspa­rente, uno sguardo... di un candore im­maco­lato! Il tutto collocato in una cornice dall’aspetto mistico: il suo volto! Stavo allagando lo scompar­timento con una bava filante de­gna del più perverso degli esibizionisti quando, fulmineo, de­clamai:

<<è vero! è vero! Sono un peccatore! La prego, mi illumini lei la strada! La via della preghiera!>>

<<L’avete sentito? Un’altra anima in pena che si converte al vangelo... avanti, gridate tutti in coro: ALLELUIA!>>

<<Alleluia... sì, sì alleluia... alleluia Donna Valeria, alleluia...>>

Durante i cori di gioia m’infilai tra mamma e figlia.

<<Ciao, non ho fatto a meno di notare il tuo impegno nella preghiera. Hai visto che forza la tua mamma, eh? Un momento, sono un’anima in pena, e ora un per­fetto... hm... perfetto cristiano! Mi chiamo Orazio e tu?>>

<<Il mio nome è...>>

<<GRAZIA!!!>>, urlò Donna Valeria. <<Esorta tutti quanti all’inginocchiarsi penite­nti!>>

<<Avanti, tutti in ginocchio... passate parola.>>

<<Tutti, tutti! Anche i conducenti!>>

<<Ehi, un momento: e... e chi guida?>>

<<Dio guiderà il treno!!!>, urlò Donna Valeria sempre più euforica. <<Dio ci gui­derà nella terra del santo! Avanti: in ginocchio! E tutti per ma­no!>>

Non appena toccai la candida Grazia, una scossa passò per tutto il mio corpo. E con le palpe­bre serrate nella passione di quell’innocuo contatto, mi auguravo che anche lei provasse quell’elet­trica sensazione. Mentre eravamo tutti in ginocchio, in silenziosa preghiera, girai lentamente gli occhi per guardarla... e m’accorsi, con gioia sopraffina, che anche lei mi stava timidamente os­servando!

Alé ed olè! è andata! Orazio: sei un drago! “Ti faccio i miei complimenti”. Ora scattava l’ope­ra­zione “conquista fisica!”. Sapevo che con una madre simile come minimo rischiavo l’augurio di una dannazione eterna, ma non me ne importava nulla! Una simile ragazza, con tutto il suo apostolico candore, avrebbe fatto esplodere i pantaloni di chiunque! Doveva essere mia, a qualsiasi costo!IV.            L’esordio della vendetta

TOC-TOC!

<<Avanti...>>

Era lo studio del dottor Ernesto Pastiglia; primario del reparto “Malattie Neurologiche”. Il dottore stava mostrando, goduto, alcune lastre ad un allievo chirurgo.

<<Vedi: abbiamo inciso il cervello in questa zona e il cadavere, di riflesso, ha dato un calcio in faccia ad un tuo collega spaccandogli il setto nasale...>>

<<Dottore, disturbo?>>

<<No, dica pure infermiera.>>

<<Ehm... è il N° 31: si rifiuta di mangiare.>>

<<Ancora?! Va beh, adesso vi raggiungo. Vada pure.>>

<<Che succede dottore?>>, chiese l’allievo chirurgo.

<<Il paziente 31, quello grosso come una casa! Ogni tanto dall’alto del suo ve­getare si rifiuta d’ingoiare cibi solidi. Venga con me...>>

<<Stiamo parlando del tipo della sparatoria, dottore?>>

<<Esatto; Ugo Carone! Cinque mesi fa ha vomitato quattro proiettili calibro trentotto nel corpo di un suo rivale in amore un certo... Orazio Scattini e poi... BUM! S’è sparato un colpo alla testa. Solo che il povero proiettile ha incontrato una scatola cranica dura come l’acciaio, ha deviato la traiettoria... e ha sfiorato il cer­vello!>>

<<Una gran fortuna...>>

<<Mm, non direi visto che da quel giorno ha lo sguardo fisso nel vuoto, non emette un suono e ammalapena riesce a masticare...>>

<<Ah sì?>>

<<Pensi che alcune volte le infermiere si dimenticano di rimetterlo a letto e, il mattino dopo, lo ritrovano tranquillo, sulla sedia dove l’avevano lasciato... e siccome è innocuo come un agnellino, la polizia ha pensato bene di mol­larlo a noi, visto che i manicomi criminali sono pieni come uova. Stiamo pensando di asportargli il cervello e metterlo in una sospensione liquida sterile. Un esperimento! Per vedere se l’attività celebrale in un cervello continua anche senza il corpo.>>

<<Poveretto...>>

<<Non si lasci impietosire...>>, esortava il primario entrando in corsia. <<Lei un giorno sarà un chirurgo; e deve vedersi come una specie... di sarto! Aprire e cucire, aprire e cucire... se si lascia muovere a compassione per ogni caso umano che incontra la sua carriera finisce prima ancora che cominciare! Entri pure: siamo arrivati!>>, un’in­fermiera, di spalle, stava ancora tentando di imboccare Ugo. <<Allora tesoro: ma­stica il paziente?>>

Con una violenza dirompente l’infermiera frantumò il piatto pieno di minestra rovente sul viso del pri­ma­rio poi, presa una siringa, gliela piantò in un occhio.

<<Oh Cristo!>>, imprecò terrorizzato il giovane dottore che lo accompagnava.

<<Cristo? Stupido ragazzino, non bestemmiare pochi minuti prima della tua morte; dinanzi al Signore faresti una brutta figura!>>

<<Non mi ammazzare, ti prego...>>, con voce stridula, il giovane, cadde a terra terrorizzato. Ad i suoi occhi, si presentava uno spettacolo raccapricciante: l’infermiera vera stava seduta sulla sedia con un cucchiaio conficcato in bocca e Ugo, indossato il suo camicie, lo fissava con uno sguardo iniettato di morte.

<<Ma guarda come tremi! Basterebbe un mio soffio per farti esplodere il cuore dalla paura! Vi divertivate sciocchi ragazzotti ad esaminarmi in tutte le po­si­zioni... a ridere di me, di com’ero fatto... e questa puttanella insieme con tutte quelle civette di colleghe; a controllarmi tutti i momenti sotto le mutande... per cinque mesi ho simulato di essere un’ameba senza più vita! Perché controlli e polizia non si preoccupassero più di me; e piano-piano non fui più un pericolo. Ed ora sono solo un ricordo, assolutamente innocuo...>>

<<Ti prego... ti prego, io comprendo la tua...>>

<<Ma cosa comprendi tu?>>, urlò violento Ugo sollevandolo dal camice. <<Voi medici e dottori siete solo buoni a ventilare pietà mentre alle vostre spalle si consumano tragedie! La tragedia di perdere tutto! Di morire dentro! Di vedere tutto il tuo mondo faticosamente co­struito disgregarsi come pane secco! Ma adesso sono tornato in vita, e sono pronto di nuovo a dissetarmi dal calice della vendetta>>, Ugo afferrò la gola del ragazzo e cominciò a stringere. <<Scattini: prepa­rati!!! Aprirò una voragine sotto i tuoi piedi, e ti spedirò dritto all’inferno!!!>>V.                 A destinazione

Assisi, stazione di -. Pomeriggio, ore 13 e 35.

<<Questa si chiama sincronia divina!!!>>, urlò Donna Valeria. <<All’ultimo amen, il treno ferma la sua corsa alla nostra meta. Fedeli!!! Tutti giù! A beatificare il suolo benedetto!!!>>

Io e Grazia ci alzammo all’unisono con ancora le dita intrecciate in quello che oramai era diventato un giochino romantico: accarezzarsi rispettivamente i pollici, pizzicarci le un­ghie... e mille altre innocenti languinerie.

<<Il mio animo ora è pulito.>>, disse Grazia. <<E il tuo?>>

<<Mai sentito meglio! E come se i pesi della vita fossero diventati piume.>>

<<Sai; oggi posso dire di aver conosciuto una persona dolce, gentile, e tanto fedele!

<<E io lo ...lo stesso. Ma aspetta: t’aiuto a portar giù le valigie.>>

Non l’avessi mai detto! I loro bagagli: quattro valigione di color grigio notte del peso approssima­ti­vo di 400 chili l’una; otto zaini tubolari (rosa gentile) alti 1 metro e venti; cinquantaquattro contenitori di cap­pelli (capo d’abbigliamento d’obbligo nella sua famiglia); una statua della Madonna con bam­bino in marmo di Carrara alta 2 metri con tanto di basamento in cemento armato e ser­pente ai piedi; otto tele ad olio raffiguranti santi vari con cornice di legno di faggio; quarantatré rosari, tesori di famiglia, di cui uno del diametro di un metro, scolpito in roccia delle Dolomiti!

Terminai il facchinaggio alle 4 e 21 pomeridiane. Rimasi solo, in stazione. Il sudore entrato negli occhi, mi aveva completamente offuscato la vista. Subito dopo, fui avvicinato da una strana figura di cui riuscivo ammalapena a distinguere i contorni:

<<Mi scusi: è lei il signor Scattini?>>

<<Sì ma... ma per favore... mi chiami solo... solo...>>

Non riuscii a finire la frase. Svenni dalla fatica! Riaprii gli occhi la sera tardi.

<<Oooh Cristo che mal di testa...>>

<<Ehm... mi scusi; se proprio deve fare esclamazioni di carattere re­ligioso, gradirei che si riferisse a Giuda, o a qualcun altro...>>

<<Chi è lei? E do... dove sono?>>

<<Io sono il vicario: frate Luigi; e lei si trova nell’Eremo delle Carceri: nella dimora dei francescani!>>

<<Oh cazz... cioè oh ...oh ca... cavolo! Avevo un appuntamento alla basilica que­sto pomeriggio...>>

<<Lei è Orazio Scattini, giusto?>>

<<Ehm... sì.>>

<<Non la vedevamo arrivare. Così, ho mandato frate Egisto a prenderla; non ci aspettavamo ci cadesse letteralmente ai piedi... poi Donna Valeria ci ha spiegato tutto.>>

<<Ah sì? E ade... adesso dove sono?>>

<<Lei e sua figlia vuole dire? Alloggiano qui con noi. Sono persone di gran fede.>>

<<(Perfetto!)>>

Frate Luigi mi scrutava con ciglio cattivo dall’alto della sua autorità. Aveva una cinquantina d’anni con barba e capelli curati che gli arrivavano fino alle spalle. Ma era il suo aspetto che mi incuriosiva. Se non fosse un frate, avrebbe potuto essere uno di quei tanti imprenditori rampanti abbronzati di mezza età.

<<Se le interessa,>>, disse <<anche lei alloggerà con noi. In quanto alla sua, di fede, ho molto da dubitare...>>

<<Non si preoccupi: può fidarsi! E adesso, cosa si fa?>>

<<Adesso si dorme! Se sta parlando delle sue lezioni di pulizia, per quanto credo possano servire, tutto è slittato a domani. La merce della sua ditta è già qui da una settimana... comprese le scope con display a cristalli li­quidi...>>

<<Ah, quelle! Vanno collegate con un sensore al braccio e poi, una volta por­tati i dati nel...>>

<<Mi risparmi la sua lezione su come si ramazza! Una volta c’erano scope di saggina con manico di legno... e adesso in lega di titanio... puah! Dorma bene. La sveglia domani è alle 4 del mattino!>>

<<Le quattro?! Non si può fare un po’ più tardi? Verso mezzogiorno?>>

<<Le vuole parlare il nostro priore: Padre Gustavo! Lui si libera dalla medi­ta­zione solo a quell’ora.>>

<<Ci discuto nel pomeriggio! Non mediterà mica tutto il giorno?>>

<<Lui medita tutto l’anno! A domani; signor Scattini...>>

<<Per favore, mi chiami solo...>>, e uscì sbattendo (molto cordialmente) la porta. <<Orazio...>>

Intanto mi accasciai sul cuscino imbottito di paglia, completamente distrutto! Non feci neanche in tempo a chiudere gli occhi... che m’ero già addormentato.

Colle dell’Eremo, stanza di Donna Valeria. Sera, ore 22 e 35.

<<Madre?>>

<<Cosa c’è? Immacolata figliola!>>

<<Cosa pensate di quel ragazzo? Quello che avete redento sul treno?>>

<<Ma bambina mia; ma cosa stai dicendo?>>

<<No madre è che... io... io, lo trovo simpatico... tutto... tutto qui!>>

<<Ohhh povera la mia piccina, vieni tra le braccia della tua mamma e stringimi forte! Lo sapevo, lo sapevo che prima o poi il demonio sarebbe venuto a met­terti alla prova! A tentare la tua purezza! Perché Signore? Perché anche alla mia figliola? Proteggila, tu che puoi! Ed io, che t’avevo accudito con tanto amore; perché?>>

<<Ma... madre, voi piangete.>>

<<Perché è venuto il momento, non capisci? Quando venisti al mondo, io, nei tra­vagli del parto, ebbi una visione! Un’immagine di santo m’apparve innanzi di­cendo: “Donna Valeria, le tue preghiere non sono state accolte! Il maschio che hai tanto cercato e chiesto non è disponibile in magazzino; ci dispiace! Purtroppo per te, ti daremo una bambina! Sai già i problemi che attenderanno te e la tua fede cristiana! Il sesso femminile è più incline alle lascivie della carne, essendo ogni carne... generata da una donna! Ma il Signore ha fede in te! Educa la tua creatura nell’adorazione della parola e guidala verso una vita di beatifi­cazione e di preghiera penitente! Ma attenta! Dietro ad ogni an­golo Satana è pronto ad impadronirsi della sua innocenza! Più volte ti met­terà alla prova! E quando i pruriti della tua bambina si faranno sentire con più eco, il diavolo sferrerà il suo poderoso attacco finale! Solo la tua fede nel Signore potrà salvarla! Solo le tue preghiere alla Madonna la pro­teggeranno dal peccato...”. Ora capisci bambina mia?>>

<<Ma madre voi... voi dunque non mi volevate...>>

<<Io... io avevo tanto chiesto al Signore di farmi partorire un santo! E invece...>>

<<Ma madre io... io...>>

<<Ohhh figliola tu non riesci a capire! Sei donna! E le donne sono tutte pecca­trici! Dio le punì simbolicamente con la cacciata dal paradiso! Eva rovinò la vita di tutti noi cristiani inducendo al peccato il povero Adamo! E da quel giorno, già punita con il flusso del sangue e i dolori del concepimento, la donna fu gettata in un mondo ove la lussuria regnava sovrana! Ed ella si trovò perfettamente a suo agio! Ed ora è toccato anche a te...>>

<<Madre, io sono sconvolta,>>, diceva Grazia tra i singhiozzi. <<e poi... ho solo detto che mi era simpatico...>>

<<Si comincia con la simpatia, poi con una stretta di mano... e si finisce strap­pan­dosi reciprocamente i vestiti!!! Ma non capisci che è tutta una catena? Ti prego: chiedi aiuto al Signore! Già io... con la voce rotta dal pianto lo sto chiamando con la mia anima. Figliola, ti prego, desisti dalle tue fantasie, dalle domande, da tutti i piaceri carnali... fallo almeno per la tua mammina...>>

<<Va bene madre. Lo farò per voi. Ve lo prometto.>>VI.            Il Padre Priore!

Colle dell’Eremo, stanza di Orazio. Sabato mattina, ore 3 e 39.

TOC-TOC!

<<Chi... chi... è?>>

<<Mi scusi, sono frate Emanuele; frate Luigi mi ha detto di passare da lei perché dovevate parlare con Padre Gustavo.

<<Sì, va bene, andate pure; ci... ci vado da solo...>>

<<Ehm... mi dispiace ma... ma frate Luigi mi ha detto di accompagnarvi; dice che avete l’occhio del poltrone.>>

<<Beh, il frate ha visto giusto. Ora arrivo! Tempo di vestirmi.>>

Passai davanti allo specchio e saltai dal terrore! Poi guardai bene. Quello riflesso ero pro­prio io! Un attimo per riprendermi; una sciacquata veloce alla faccia (con un’acqua tal­mente gelida che m’ibernò temporaneamente i tratti del viso) ed ora, ero quasi pronto... dico quasi perché mancava...

<<IL CAFFÈ! Senza caffè io non parlo neanche con la Madonna!>>

<<Va bene: venga con me in cucina.>>

Io adoro il caffè, niente da dire... solo che quello del giovane frate mi preoccupò alquanto, per­ché ci mise un quarto d’ora a raggiungere la tazzina!

<<è un po’ forte; qui da noi si usa così. Sa, il lavoro e la preghiera esi­gono attenzione!>>

Alla fine di quel caffè, mi sentivo un cocainomane!

<<Si sente bene?>>

<<Mai stato meglio!!! Mai!!!>>

<<Allora, andiamo da Padre Gustavo!>>

<<Lui che tipo è?>>

<<è un santo!>>

<<No! Un altro?>>

Frate Emanuele, durante il tragitto, mi raccontava di come i giorni passavano all’eremo; dei momenti di preghiera, di festa, di lavoro, di incontro. E mi raccontava di quella vita con il volto colmo di felicità, con un’enfasi... da tifoso di calcio! Ma nonostante tutto, io continuavo a chiedermi perché, giovane com’era, l’avesse scelta rinunciando a tutto.

<<Entri pure. Questa è la cella di Padre Gustavo>>

<<Grazie del passaggio, ci vediamo dopo...>>

Con molta cautela varcai la soglia di quel lugubre luogo. Proprio di fronte a me, illuminato fio­camente da una candela alla sua destra, c’era Padre Gustavo; inginocchiato e di spalle. La porta si chiuse. Rimasi solo. Insieme con quella figura che, da lontano, pareva un dise­gno a pa­stello. Quel moccolo di candela accanto a lui disegnava tutt’intorno alla cella una luce spet­trale, che sembrava fosse lì a brillare da un’eternità. In quell’ambiente così chimerico ebbi l’im­pulso di farmela sotto! Inoltre, con la porta chiusa, tutto il mondo esterno sembrava si fosse cancel­lato di colpo, ed io e quell’individuo, eravamo gli unici interpreti di una pittura immagi­naria. Il quel buio claustrofobico stavo già iniziando a dare i numeri quando, il san­gue mi si gelò de­finitivamen­te nelle vene!

<<Sei Orazio vero? Vieni avanti!>>

La sua voce sembrò uscire da ogni mattonella della stanza! Persino dal pavimento, persino dal soffitto!

<<Ma lei parla in Dolby Digital?>>

<<Coraggio figliolo, vieni a sederti accanto a me!>>

Mi diressi verso lui e, mentre m’avvicinavo cauto, sbigottito realizzai che la sua figura stava flut­tuando a mezz’aria! Le sue ginocchia erano sospese a circa trenta, quaranta centimetri dal suolo in un continuo lento ondeggiare.

<<Sa... salve...>>

<<Accomodati pure!>>

<<Ehm... grazie...>>

Quando mi sedetti rimasi di sale vedendo che il suo volto pareva un dipinto! Fisso! Immobi­le! Con gli occhi serrati!

<<Ti aspettavo ieri pomeriggio.>>

Parlò, ma le sue labbra non si mossero per niente!

<<Lei è una specie di ventriloquo?>>

<<Orazio, non ti sto parlando con la mia voce... ma con la mia mente!>>

<<Ah, sì-sì, certo, la sua mente, e già...>>

<<Cos’è, non mi credi?>>

<<Io? Ma che dice? Certo che le credo! Solo che voi francescani siete molto... molto pittoreschi, non c’è che dire...>>

<<Tu pensi che il corpo sia la parte più importante di noi stessi Orazio?>>

<<Credo di... di sì...>>

<<Orazio, è la nostra mente che comanda! La mente! La mente Orazio! La mente è il potere! Un concetto astratto che non ha nulla di materiale che comanda ciò che è assolutamente materiale! Avverti anche tu il sottile gioco che vi sta dietro? Il nostro corpo è solo un guscio in continua mutazione; il suo fine ultimo è la decadenza, poi la morte! Se viviamo mettendo prima di tutto il nostro corpo, si finisce col far invecchiare prima la nostra mente! Quel con­tinuo ondeggiare pulsante di energie dal potere strabiliante contenute nel nostro cervello! Ed io, in decine di anni di ininterrotta meditazione, posso dire di essere arrivato a controllarle tutte!>>

<<Ah sì?>>

<<Ma certo! La mia mente spazia ormai nel passato e nel futuro, in questo e in altri mondi... sai Orazio: sono anni che t’osservo!>>

<<Lei mi osserva?>>

<<Io sapevo che tu saresti venuto qui già prima che tu nascessi...>>

<<Ma va? Lei è proprio una forza! Se ha tempo mi fa una schedina?>>

<<Orazio, tu sei un ragazzo molto interessante!>>

<<Ah... ah sì?>>

<<Ho visto le tue gioie, le tue sfortune, le tue delusioni, le tue amarezze... e ho visto anche come ogni volta sei riuscito a tirarti su e a ricominciare tutto dac­capo... ma ora sei dinanzi a me... e voglio esaminarti meglio! Voglio entrare nella tua mente!>>

<<No, lasci stare. C’è già tro... troppa confusione qua dentro...>>

<<Siedi innanzi a me!>>

<<Guardi che io...>>

<<Siedi!>>

<<Va bene... ma non mi faccia male...>>

Gli occhi del frate s’aprirono e né fuoriuscì un fascio di luce bianchissima che si stampò dritto sulla mia fronte.

<<Concentrati! Le nostre menti ora si fondono... sono tutt’una! Sono nei tuoi pensieri, provo ciò che tu provi... mio Dio! Ma qui è pieno di seni, volti femminili, cosce, fianchi... ma sono in con­tatto con una psiche? O con una rivista di Playboy? E dov’è la fede Orazio dov’è? C’è una caos pazzesco qua dentro...>>

<<Gliel’avevo detto padre...>>

<<Silenzio! Ma santa Madonna: non ci capisco niente!>>

<<Guardi meglio. In fondo, sono solo un gigantesco indeciso!>>

Padre Gustavo, restò 45 minuti a sfogliarmi il cervello poi, con una secca risata finale stac­cò “i fari” dalla mia testa e riprese l’aspetto di prima.

<<Sei il ragazzo più divertente che abbia mai conosciuto.>>

<<Me lo diceva anche il mio psicanalista (...riposi in pace).>>

<<Nel tuo cranio è tutto incredibilmente interessante!>>

<<Soprattutto il pezzo di Playboy, vero?>>

<<Orazio! Bando alle ciance. Ho visto di tutto, ma non ho visto la fede! Tu non credi Orazio, non credi in Dio!>>

<<Ma va?>>

<<Un giorno molto vicino ti pentirai della tua scelta di ateismo. La fede Ora­zio, la fede! C’è bisogno anche di quella nel tuo mondo, devi trovare per lei uno spi­raglio dal quale essa possa difenderti. Molte sventure hanno se­gnato il tuo cammino e altre ancora ti faranno inciampare... la fede è il ba­stone! Il bastone contro tutti gli sgambetti!>>

<<Se lo dice lei...>>

<<Ma ora basta. Esci pure. Fuori ci sono io ad aspettarti!>>

<<Scusi ma... non ho capito, dov’è lei?>>

<<Ho detto che sono fuori ad aspettarti!>>

<<Come fa ad essere fuori se è qui dentro?>>

<<Non discutere: vai!>>

<<Va... va bene! Salve e buona meditazione... (mah!)>>

Uscii dalla cella.

<<Ciao Orazio!>>

Davanti avevo... Padre Gustavo.

<<Questa non l’ho capita. Siete gemelli?>>

<<No, sono solo un’emanazione della mia mente! In questo momento sono in cella a meditare, nell’orto a tagliare l’insalata, qui dinanzi a te, in vacanza a Parigi e nel bagno al piano di sopra!>>

<<Veramente? Se passa da disneyland mi porta un Pippo di peluche?>>

Padre Gustavo m’accompagnò nel magazzino ove si trovavano tutti gli arnesi di mio zio. Nonostante fosse molto presto, preparammo il mate­riale in cortile (così, al termine della preghiera tutti avrebbero trovato il lavoro a portata di mano). E vi­sto che gli unici svegli nell’eremo eravamo io e frate Emanuele, Padre Gustavo, decise di moltiplicarsi per diciannove rendendo il lavoro più scorrevole. Anche se questo pro­vocò una rissa fra cinque Gustavi che litigarono su chi avrebbe dovuto guidare il montacarichi!

<<Bel lavoro!>>, disse Emanuele. <<Così, dopo la preghiera, i fratelli potranno met­tersi subito all’opera!>>

<<Orazio,>> disse Padre Gustavo. <<io torno alla meditazione. Buon lavoro!>>

Una nube l’avvolse e svanì!

<<Un tipo curioso>> osservai.

<<Te lo dicevo che era un santo!>> replicò Emanuele.

<<Non ne avevo mai dubitato...>>

<<Vieni: è quasi l’ora della preghiera!>>

<<No, no vai tu. Io preferisco fermarmi qua fuori a guardare la roba...>>

<<Ma guarda che non te la ruba nessuno...>>

<<Davvero... no! Vai pure; io... io resto qui.>>

<<Tu... tu sei uno di quelli che non crede?>>

<<Perché? Non ne avevi mai visto uno?>>

<<Beh, io sono nato praticamente qui. Ero un neonato quando m’abbandonarono dinanzi alla porta dell’Eremo. Fu proprio Padre Gustavo a raccogliermi.>>

<<(...quale dei trenta?)>>

<<Sai: lui mi racconta spesso di quella notte. Mi racconta di quel pianto, quell’eco che sentiva correre lontano nella notte gelida. Da allora vivo qui. Sono frate e sono felice! Non sono mai uscito dall’Eremo. Quindi: nella mia vita ho visto solo fedeli.>>

<<Vuoi farmi credere che non hai mai visitato una città?>>

<<I miei compagni ci vanno spesso... nelle scuole, o solo così per fare un giro... ma io preferisco restarmene qui. Questo è il mio mondo. Io l’accudisco, guardo sempre che tutto sia a posto... mi sembrerebbe di tradirlo se l’abban­donassi. Mi capisci?>>

<<Mah! Non ti capisco... ma ti rispetto!>>

<<Qua vivo proprio bene e mi trovo in perfetta armonia con tutti. Sai: qui mi chiamano “specchio”, perché riesco ad imitare la voce di tutti, poi ti farò sentire. Ma ora vado... pregherò anche per te!>>

<<(...ne hai da pregare allora...)>>

Mentre vedevo il tenero Emanuele allontanarsi, la mattina aveva già destato tutti. Con passi composti, si accingevano a recarsi alla messa. Dal centro del cortile scorsi anche Grazia e Donna Valeria.

<<Grazia!>> chiamai. <<Ehi! Ciao!>>

Si girò, ma subito voltò la testa senza salutarmi. Donna Valeria invece m’attaccò con uno sguardo così tagliente che mi perforò da parte a parte. Ero già pronto a recitare la parte del bravo cristiano per stare di nuovo accanto a Grazia ma, ora, ero già solo, in mezzo al cortile e una tristezza inspiegabile m’assalì. Mi sentivo falso, falso e ipocrita. Per il semplice desi­derio di giacere con una bella fanciulla ero pronto a convertirmi ad ogni religione. Forse, l’incon­tro con Padre Gustavo (che senza enfatizzare è un uomo che ne vale cento), m’a­veva fatto apri­re gli occhi. Durante quella fusione mentale francescana, m’aveva chiesto una fede vera, reale, che io purtroppo non riuscivo a concepire. Mi sentivo finto, ingannatore e menzognero. Ma che avevo da stupirmi... così, ero sempre stato. Rimasi due ore, seduto su un cassone di legno, a fissare un sasso, perso... in chissà quali pensieri.VII.        Dov’è? Dov’è il maiale?

Impresa di pulizia, ufficio di Pier Vincenzo Scattini. Sabato mattina, ore 8 e 50.

TOC-TOC

<<Chi è?>>

<<Mi perdoni signor Scattini...>>, chiese rispettosamente la segretaria.

<<Io non perdono nessuno! Neanche mia madre! Cosa vuole? Le ho detto che non voglio essere disturbato!>>

<<Mi scusi, ma c’è un tizio qua fuori che vorrebbe parlare con suo nipote. Gli ho detto che Orazio non è qui; e insiste allora per parlare con lei.>>

<<Chi è costui? Mm, sarà qualche debosciato suo amico... non sa che qui c’è gente che lavora giorno e notte? Lo faccia passare che l’aggiusto io...>>

<<Va bene! Scusi lei? Il signor Scattini ha detto che può riceverla. Passi... passi pure.>>

Mio zio, pronto a caricarlo d’insulti, già iniziava a fare pratica di parolacce.

Il tizio entrò; e per passare dalla porta senza sbattere la testa sull’architrave dovette abbassarsi. Era gigantesco! Vestito con un impermeabile marrone col bavero alzato e un cappello che gli nascondeva parte del volto.

Mio zio iniziò allora con l’essere alquanto cordiale...

<<Chi... chi è lei?>>

<<Voglio sapere dove si trova Orazio Scattini!>>

<<Perché vuole saperlo?>>

<<Voglio salutarlo e stringerlo forte! è tanto tempo che non lo vedo... al­lora: dov’è?>>

<<Queste sono informazioni riservate! Lei potrebbe essere della concorrenza; io non posso...>>

<<Che lei non possa... è ancora da vedere!>>

<<Ma insomma, si può sapere cosa diavolo vuole?>>

<<Gliel’ho detto! Voglio sapere dove si trova Orazio Scattini. Me lo dica! E nessuno qua dentro si pentirà di essere nato!>>

<<Ma che razza di... se ne vada subito! Ha capito? Io non dico niente a nessuno! Fuori! Altrimenti chiamo la polizia!>>

<<Lei non chiama un bel niente!>>, il tizio lo sollevò dal bavero della giacca tenendolo sospeso in aria.

<<...oh Cristo!>>

<<Un altro che impreca quando l’angelo della morte viene a fargli visita! Ma insomma? Non c’è più rispetto neanche per il figlio del creatore?>>

<<Ma chi è lei? Cosa vuole da me?>>

<<Io sono uno che è venuto a regolare un po’ di conti! Per l’ultima volta: mi dica dove si trova Orazio Scattini! O le lascerò tante dita quante ne occorrono per contare fino a tre!!!>>

Nello strattonare mio zio gli cadde il cappello rivelando la sua identità.

<<Oh Dio lei... lei è quel folle che gli ha sparato!>>

<<Mi ha riconosciuto... ciò mi lusinga ma... mi spiace, ora sono costretto a mandarla a suonare l’arpa su qualche nuvoletta!>>

<<No, aspetti...>>

<<Non avrà mica paura di morire? Su, non si preoccupi. Lascerà questo mondo con dignità! Perché quando ammazzo qualcuno... gli faccio veramente male!>>

<<Non ha capito! Io e lei potremmo... potremmo metterci d’accordo! Lei vuole la testa di mio nipote tanto quanto la voglio io! Mi lasci: e insieme organizze­remo un piano che lo toglierà dalla faccia della terra una volta per tutte!>>VIII.   La pulizia

Assisi, cortile dell’Eremo. Mattina, ore 9.

<<Salve a tutti! Pregato bene?>>

Nessuna risposta.

<<Va beh; possiamo finalmente cominciare! Allora: io sono Orazio! Voi tutti ben sapete che il consiglio francescano ha accettato di rinnovare completa­mente gli attrezzi di pulizia con quelli della “Scattini S.p.A.”. E qui arriviamo al nocciolo! Con i nostri attrezzi non si tratta solo di cambiare detersivi, ma anche metodo e organizzazione delle pulizie! Ma veniamo al punto cominciando dalle scope. Sono utraleggere e collegate a questo computer centrale tramite un sensore attaccato al vostro braccio. Il com­puter, cal­colerà esattamente la superficie dell’area ramazzata; ognuno di voi avrà una precisa zona da rispettare. Dei guanti magnetici fanno restare at­taccate le mani alla scopa, e solo quando si sarà ottemperato esattamente al metraggio da scopare le mani si sbloccheranno dal manico. Una setola della scopa, una a caso, possiede un sensore sensibile alla pol­vere, che farà cal­colare la superficie passata al computer! Ma solo in pre­senza di polvere! Ora: il de­tersivo per i piatti. Ne basta una goccia per 1000 litri d’acqua! Ed è con­tenuto in queste piccole boccette con contagocce. Il liquido, uscendo cambia la sua com­posizione chimica e se l’acqua dove si trova rimane senza movimento per più di 20 secondi il composto si tra­muterà in acido sol­forico! L’odore che emana il detersivo a noi può sembrare comune lavanda... ma in realtà è un sofisticato segnale di riconoscimento per il sensore del con­tenitore che, a sua volta, collegato al computer, l’avverte che voi state lavorando. Il segnale scompare solo quando l’odore s’allontana in pratica, quando si toglie il tappo dal lavan­dino! Le spugne: si aprono in due e al centro contengono la boccetta del li­quido. Premendo con l’indice al centro si avrà l’esatta erogazione di de­ter­sivo per coprire 35 metri quadri di superficie da pulire (o sono 45? Va beh; è lo stesso!). Quando si pigia per erogare il deter­gente, al cervello elettronico viene mandato un avviso che dice che la spugna è in funzione. Mentre la usate, una bolla d’aria sistemata all’interno, continuamente sollecitata, rassicura il computer sul fatto che state la­vorando. Se la bolla d’aria non riceve più sollecitazioni per più di 48 secondi avviene la detonazione di una piccola carica di esplosivo al plastico sistemato in un punto segreto e... avete 9 secondi per allontanarvi in un raggio di almeno 60 metri! Le spugnette vanno bene per tutto: dalla pulizia dei mobili a quella dei vetri. Ora... ehm, i... i lavapavimenti a rullo: funzionano a batterie nucleari e sono a comando vo­cale. Mentre siete occupati in altri lavori, gli dovrete dire la superficie in me­tri quadri che intendete fargli pulire. Ma occhio: esso fun­zionerà solo se voi state la­vorando ad altre applicazioni. Perché vi ricordo: tutto è collegato al computer centrale; e fate molta attenzione perché se accendete un lava­pavimenti e poi vi dimenticate di dargli precise istruzioni... qui finisce che in tutta l’Umbria non cresceranno alberi per un bel pezzo. Va bene? Dimen­ti­cavo: ogni attrezzo scelto sarà vostro per sempre, una sofisticata memoria interna gli permetterà di riconoscere la vostra voce. Per oggi è tutto! Do­mande?>>

Tutti erano a bocca aperta con gli occhi sgranati.

<<Ci avrei giurato... bene! Familiarizzate pure con la roba e poi passate da me che immettiamo nel cervellone i codici e le vostre voci!>>

<<Orazio?>>

Era Grazia!

<<Grazia! Che bello rivederti! Prima non mi hai salutato; pensavo che...>>

<<Scusami; è mia madre che non vuole.>>

<<Tua mamma? E perché?>>

<<Non fare domande, ti prego! Io... io penso che non potrò più parlarti e... e allora...>>

<<Ma Grazia, io e te non ci siamo mai parlati! Voglio dire: conosciuti! Non so qual è il tuo film preferito, il tuo numero di scarpe... che deodorante usi, che misura di reggiseno porti... (anche se la posso benissimo immaginare...)>>

<<Orazio, tu sei il l’unico ragazzo per cui ho pianto... io... io credo di amarti. Ma devo dirti addio!>>

<<Grazia, aspetta...>>

<<Orazio!>>, m’interruppe con gli occhi gonfi di lacrime <<Io soffro ma... ma non devo più vederti.>>

<<Grazia, ascolta: questa notte, verso le tre, vediamoci giù in cortile!>>

<<Ma non...>>

<<Di nascosto, di nascosto da tutti! Ti prego. T’aspetterò sino all’alba!>>

Una voce insistente la chiamava.

<<Oh no, mia madre! Mi credeva chiusa in stanza... adesso chi la sente? Orazio...>>

<<Non dire nulla: a stasera.>>

E si allontanò; lasciando nell’aria quella scia d’innocente sensualità che la caratterizzava. Che ragazza, che tenera fanciulla: pazza di me! Ed io? Io non lo sapevo... percepivo solo l’odore di una ragazza che era capace di piangere per me! E questo, mi faceva sentire un maschio schi­fo­so e fiero di esserlo! E di nuovo quella tristezza riprendeva ad assalirmi... quel sentirmi falso. Ma cosa cercavo io? Cosa volevo da lei? Era neanche due giorni che mi trovavo nell’Eremo e già mi pen­tivo di tutte le mie malefatte! Ma non volevo, non volevo perdere la mia identità! Ero fatto così e allo­ra? Amavo Grazia ma era colpa mia se vedevo prima il suo fondoschiena e poi il suo cuore?

Sotto il grosso porticato Donna Valeria attendeva l’arrivo della figlia.

<<Madre, io...>>.

<<Silenzio! Non dire nulla! Entra in stanza... e vai a pregare!>>

Ci misi un intera mattinata per catalogare le voci e i codici di tutti, e dovevo essere preciso, al­tri­menti se un arnese non riconosceva la voce del proprietario andava in corto circuito e si au­to­distruggeva! Meritato fu il pasto alla mensa dei francescani. Ma non vidi lì né Grazia né Donna Valeria. In compenso mi consolai con: mozzarelle di primo latte con pomodori e ci­polline; trenette tartufate con pesto di giornata; arrosto di cervo in salsa mille odori; fettona di crostata con marmellata ai frutti di bosco; frutta di stagione e... l’Amaro dei Francescani: 78 gradi! Che scese nello stomaco a trovare i già venti bicchieri di verdicchio che allegramente m’ero scolato! E quando cominciai a cantare “Laudato sii” in ebraico antico, i frati capirono che qualcuno l’aveva da portarmi a riposare nel mio letto!IX.            Pentiti!

Colle dell’Eremo, stanza di Donna Valeria. Ore 23 e 58.

<<Madre...>>

<<Silenzio continua a pregare!!!>>

<<Ma madre, è da stamattina che siamo inginocchiate... non abbiamo neanche ma... mangiato...>>

<<La lode dev’essere il tuo cibo! Silenzio! E prega!>>

<<Sì madre.>>

Un’ora e tre quarti dopo.

<<Grazia, figlia mia, rispondi: dove sei stata questa mattina?>>

<<Alla messa madre...>>

<<Dopo la messa dopo!!!>>

<<A... a confessarmi...>>

<<Non bestemmiare davanti a me! Tu sei stata con quel porco... sgual­drina!!!>>

<<Ma mamma io...>>

<<Silenzio... silenzio! Perché menti? Perché menti a tua madre? Guardami! Io sono colei che t’ha concepito! Dovresti baciare la terra dove metto i piedi!!! Prostrarti ad ogni mio comando e invece... invece mi sfuggi! Scappi via... via!!!>>, Donna Valeria la prese con forza e la condusse davanti allo specchio. <<Osserva! Chi è quella bambina riflessa nello specchio? Chi è?>>

<<Ma madre...>>

<<Rispondi... RISPONDI!!!>>

<<So... sono io, madre...>>

<<E invece no! Quella non è più mia figlia>>, ringhiava Donna Valeria col volto rigato dalle lacrime. <<Tu non sei più mia figlia! Sei diventata una puttanella che corre dietro ai pantaloni degli uomini!!!>>

<<Ma...>>

<<Silenzio!!! Non mentire! Io t’ho visto! Dio!!!>>, esclamò Valeria percuoten­dosi il petto. <<Ho fallito!!! Ho fallito come madre e come cristiana... Dio!!! Abbi pietà della mia anima!!! Ma forse c’è ancora un modo... inginocchiati!!!>>, Donna Valeria prese una corda e cominciò a legare le mani e i piedi di Grazia. <<Prega!!! Prega non fermarti!!! Pregaaaaa!!!>>

<<No madre fermatevi! Voi state impazzendo!>>

<<Io impazzita?!>>, sbraitò con gli occhi rossi e la bava alla bocca. <<Io impazzita?! Ma quale demonio muove la tua lingua? Quale?>>, urlava strattonandola. <<Quale figlio di Satana s’è im­pos­sessato della tua anima? Tu sei indemoniata!!! Lucifero ti naviga nel sangue!!! Ti lacera le carni!!! Per quaranta giorni e quaranta notti dovrai pre­gare senza fermarti mai! Mai!!!>>, sgridava legandole i piedi. <<Solo così ritroverai la fede perduta! Solo così!!! Anche Gesù penò, fu tentato! Ma ritrovò la via, anche tu allora, an­che tu!!!>>

<<No madre adesso basta con questa commedia!!!>>, gridò ribellandosi alla tortura. <<Io non sono inde­mo­niata! Non c’è nessun Satana smettetela! Io... io vi voglio bene ma... ma voi non capite. Io amo Orazio! Ed è un amore sincero... che mi sale dal cuore!!!>>

<<Tu vaneggi!!! Tutti gli amori prima o poi finiscono... sotto le lenzuola!!!>>

<<E ANCHE SE FOSSE? Sì! E ANCHE SE FOSSE? SE C’è L’AMORE BEN VENGA AN­CHE IL SESSO!!!>>

<<PUTTANA!!!>, strillò come una pazza colpendola con un sonoro ceffone di manrovescio. <<Sei diventata una lurida puttana!!! Ahhh, come sei lurida!!! Il tuo marciume lo sento sino qui! Tu vuoi sesso? E allora vattene!!! Via da me!!! Vai a trovare piaceri agli angoli dei marciapiedi! Via da questa terra santa! Via!!! I miei occhi s’infiammano quando t’osservo... perché è come se vedessi Bel­zebù! Esci dalla mia vita! Fuori!!!>

E la povera Grazia fuggì via piangente; lasciandosi alle spalle una madre che, inginocchiata come un cane rabbioso, continuava a maledirla.X.                Sorpresa!

TOC-TOC

<<Chi... chi è?>>

<<Orazio, sono io!>>

<<Chi io?>>

<<Grazia!>>

<<Grazia? Grazia chi?>>

<<Insomma, non scherzare, apri!>>

Schiusi la porta e davanti, la povera Grazia, si vide un relitto che non aveva ancora smaltito la sbronza. In mutande, con un occhio chiuso e uno semiaperto, la bocca spalancata, un ri­golo di saliva penzolante, la canottiera slabbrata, con la spalla destra di fuori, e i capelli de­gni di un mare in tempesta!

<<Ma accomodati, non fare complimenti...>> gli dissi completamente offuscato.

<<Orazio, ma come sei ridotto? Copriti!>>

<<Copriti? O scusa! Le mutande, sì!>>

Ancora in preda ai fumi dell’alcool... senza realizzare... me le tolsi! Svenne di colpo!

<<Grazia, Grazia che ti piglia? Non sarai mica mo... morta? Devo chiedere aiuto!>>

Uscii dalla stanza. Mentre vagavo barcollante per il cortile, incontrai Donna Valeria.

<<Ah! Salve signora! Sua figlia è in camera mia. Non sta troppo bene, sa.>>

Donna Valeria posò subito l’occhio sulle mie vergogne.

<<Sodoma e Gomorra! Che schifo!!!>>

<<Ma che le prende? Ho detto che...>>, notando il suo interesse, abbassai pur’io lo sguardo. <<Oh-oh! Donna Valeria, qualcuno mi ha rubato le mutande... è mica stata lei? No eh?>>

Iniziai a ridere convulsamente, mi bloccai di colpo... e caddi svenuto come un sasso!XI.            L’inquisizione

<<Tutto questo è una vergogna! Uno scandalo per tutti noi!>>, eravamo tutti in sala riunioni, riuniti d’urgenza da frate Luigi. <<Un uomo nudo in mezzo al nostro cortile, una ragazza svenuta nella sua ca­mera, e poi? Che altro? Una violenza! Uno stupro! Ecco cosa!>>

<<Ma no, cosa dice?>>, presi parola. <<Io non ricordo nulla. Ero ubriaco, la colpa è tutta del­l’alcool...>>

<<Non hai mai sentito il detto latino: “Vino Veritas”? Il nostro santo succo s’è incuneato nel tuo cervello facendoci scoprire subito che razza di uomo sei! Uno che guarda sotto le sottane, uno che scruta, uno che immagina, uno che pensa! E pensa sesso!!! Porco maiale schifoso!!!>>, Frate Luigi mi si avventò al collo e comin­ciò a strozzarmi.

<<FERMI TUTTI!!!>>, echeggiò una voce tonante.

<<Ma è Padre Gustavo... sì, sì Padre Gustavo...>>, mormoravano spaventati, tutti in coro.

<<Padre,>> disse frate Luigi <<noi abbiamo colto questo giovane in pratiche lus­su­riose! Io, qui, in sua presenza, invoco l’antico codice cristiano del rogo per i libidinosi!!!>>

<<Ma stia zitto!!! Qui non ci sarà nessun rogo, né ora, né mai!>>

<<Ma padre...>>

<<Silenzio! Qui siamo in presenza di un povero agnello che ha smarrito il sen­tiero! E noi cosa montiamo su? Un’inquisizione spagnola! Vergogna! Questo ragazzo ha bisogno di conforto, di fede, non di condanne! Ha bisogno di un ambiente sereno per redimersi, non di un frate del 13o secolo, e neanche dei va­neggiamenti mistici di questa donna!>>, Donna Valeria evitò lo sguardo. <<frate Luigi; venga fuori con me!>>

<<Ma...>>

<<Venga fuori ho detto!!!>>

Appena uscirono; un brusio di chiacchiera si levò lungo tutto l’eco del salone. Anche se ma­gari non era vero, mi sentivo l’argomento di discussione e ciò, mi faceva sentire piccolo-pic­colo. Una mano amica mi bussò amichevolmente sulla spalla, era frate Emanuele che, arri­vando dalle cucine col grembiule tutto imbrattato di sugo, così mi testimoniava la sua com­prensione:

<<Sai Orazio, sono vent’anni che sono qui e non ho mai visto così incazzato frate Luigi!>>

<<Tu dici che è grave?>>

<<Fossi in te; dormirei con un occhio aperto: è un tipo molto vendicativo...>>

Ma era colpa mia o no? Quella povera stellina di Grazia non c’era. Probabilmente quella vi­pe­ra di sua madre l’aveva serrata in camera. Che rimorso, che nodo alle budella... un imba­razzo mi­cidiale mi scese addosso come un’aquila in picchiata, stavo male... proprio male!

Intanto, fuori, nel cortile...

<<Frate Luigi, poco fa lei mi ha sconvolto!>>, tuonò Padre Gustavo. <<Insomma: che le sta succe­dendo?>>

<<Padre, quel ragazzo è un demonio! Se non ce ne liberiamo subito rischiamo di...>>

<<Ma cosa vaneggia?! Quale demonio? Le devo forse ricordare la nostra filo­so­fia? Sveglia frate Luigi! Sveglia! E lei che deve aprire gli occhi, non Orazio.>>

<<Mi sta forse paragonando a quell’essere immondo? Io mi rifiuto di...>>

<<Lei avrà il potere di rifiutare un mio consiglio solo quando non sarò più il priore dell’eremo! Sino a quel momento, è tenuto a seguire tutto quello che le dirò io. Sono stato chiaro?>>

Nessuna risposta.

<<Sono stato chiaro?>>

<<Sì; è stato chiarissimo.>>

<<Bene! Io torno alla meditazione. E lei farebbe bene a farsi un bel esame di coscienza. Anzi, già che c’è, si chieda anche il perché ha scelto di prendere i voti...>>

Un fulmine piombò dal cielo e, in una scarica di fumo, Padre Gustavo, sparì!

<<Ma certo, certo... continuiamo pure con questi fenomeni da baraccone!>>, di­ceva tra sé mentre si allontanava il fumo da sotto il naso. <<L’essenza della fede? La fede afferma che il demonio va distrutto! Annientato! E non sarò certo io l’unico che permetterà ad un eretico di alloggiare in un luogo santo! Lei continui pure a fare pagliacciate da prestigiatore, a viaggiare con la mente tra passato e futuro... io invece resterò qui! A garantire a tutti i fedeli della terra la certezza della preghiera! A morte il demonio, a morte!!!>>XII.       …che darei per lei…

TOC-TOC!

<<Chi è?>>

<<Orazio, sono frate Emanuele.>>

<<Entra pure, è aperto.>>

<<Ciao! Ti ho portato un po’ di latte...>>

<<Grazie, poggialo pure sul comò.>>

<<Ma Orazio che hai? Sei così triste...>>

<<Si vede così tanto?>>

<<Pari un cane bastonato!>>

<<Ma è mai possibile che dovunque metto piede succedono catastrofi, persone che mi vogliono uccidere, dar fuoco, scomunicare, evirare...>>

<<Io non sono capace a dare spiegazioni Orazio ma, posso dirti, che ci sono an­che persone che ti vogliono bene, come Grazia, e altre ti reputano un buon amico... come me.>>

<<Le tue parole mi sollevano...>>

<<Servivano anche per questo.>>

<<Di Grazia sai qualcosa? L’hai più vista?>>

<<Tu gli vuoi proprio bene, vero? E io penso che anche lei ti ami.>>

<<Dio che fardello l’amore! Hai l’obbligo di non deludere mai una persona, di guardarla negli occhi con sincerità, non pensare mai cose sconce, di non strapparle i vestiti di dosso... è una situazione che non riesco a sopportare!>>

<<Comunque, m’è capitato di portare da mangiare nella sua stanza. Ma la madre non mi ha mai permesso di vederla. Sai, da quando è successo l’incidente non è più uscita. Quindi: ne so quanto te.>>

<<Che darei per rivederla.. la mia casa, i miei soldi, tutta la mia collezione di astronavi... (no, quella no!)>>

E intanto passavano i giorni. Io, tra una lezione di pulizia e l’altra, m’intrattenevo con Ema­nue­le ed altri frati in monumentali partite di poker notturne al limite della bestemmia. Ci gio­ca­vamo di tutto: porzioni di dolce, bottiglie di vino, pagnotte di pane. Frate Oronzo, l’ad­detto alla ma­celleria, se ne arrivò una sera con un quarto di bue! Frate Carmine, il bibliote­cario, era il più fortunato. Una sera vinse centoundici fette di torta di mele, cinquantotto bottiglie di Verdic­chio, ventotto salami e settantasei pacchetti di sigarette! Il più sfortunato era frate Egisto che, in una sera, giocò e perse la porzione giornaliera di dolce per novantotto anni! Frate Egisto era soprannominato “Gasolio” perché adorava più d’ogni al­tra cosa il vecchio furgone che si usava per scendere in città e non se ne separava mai. Lo tene­va sempre lustro come una moneta d’oro, e non man­cava spesso di parlargli come se fosse una persona. Inoltre l’aveva fornito d’ogni attrezzo pos­sibile. Lui di­ceva sempre: “Non si sa mai; metti caso che dobbiamo disinnescare un mis­sile”. Tra una partita e l’altra poi, c’era frate Ema­nuele che si abbandonava in piccoli spetta­coli ove imitava la voce e i tic dei presenti e non (il suo cavallo di battaglia era frate Luigi che malediva una spiaggia di nudisti).

Ma le domeniche pomeriggio, erano le più micidiali! Scattavano le sfide a pallone tra frati e preti! Io, fungevo sempre da arbitro. Una volta, durante i tempi supplementari del torneo “Avvento del Regno” (ove gli ipotetici vincitori avrebbero avuto un posto in prima fila al giu­di­zio universale), mi trovai in mezzo ai due religiosi più ben nutriti del mondo cristiano: don Gino e frate Mimmo! Che, correndosi incontro per il possesso della palla mi schiaccia­rono con i loro capientissimi stomaci. In quello scontro di giovialità e guance rubiconde, ci rimisi la ragione per tre giorni!

Ma, nonostante l’allegria, ogni volta che passavo dinanzi alla stanza di Donna Valeria una morsa al cuore mi toglieva il respiro. Cosa faceva Grazia? Cosa pensava? Non la vedevo ora­mai da molti giorni e, lentamente, stavo perdendo ogni speranza...

Stanza di Donna Valeria. Venerdì: mezzogiorno in punto.

TOC-TOC

<<Chi è?>>, sbottò Donna Valeria.

<<Apra; sono frate Luigi!>>

<<Cosa vuole?>>, domandò scontrosa facendo sbucare la testa dalla porta.

<<Mi faccia entrare: devo parlarle!>>

Il frate venne fatto accomodare e subito ai suoi occhi si presentò uno spettacolo racca­pric­ciante! Sull’inginocchiatoio: c’era Grazia, con le ginocchia rosse e lorde di sangue raggrumato che, uscendo, aveva tinto tutto il pavimento circostante. Questa pozza di dolore, le disegnava attorno un perimetro rosso degno del più sofferente dei martìri. Nell’aria un maleodo­rante olezzo di muffa da far lacrimare gli occhi. Provocato dai piatti di cibo, neanche sfiorato, che so­sta­vano in terra accanto a lei ormai da giorni. Ma ella, imperterrita, continuava a fissare, con le mani giunte in se­gno di preghiera, il gigantesco crocifisso che la sovrastava.

<<Bontà divina! Ma che è successo a sua figlia?>>

<<Sono oramai due settimane che non si alza di lì! Vuol farmi credere che si è redenta, che sta pregando! Ma io non le credo! Nella sua mente continua a macinare fantasie e fornicazioni degna della più lercia delle prostitute! Ed io le sento! E come se le vedessi! Sono oramai diventati incubi che mi aprono il cuore la notte! Ma lei continua... continua a giacere con la mente insieme con quel maiale che indisturbato alloggia ancora in questo santo luogo! Ahhh, ogni attimo che passa prego con tutto il cuore che i fulmini dell’ira divina lo folgorino all’istante! Ma non sono esaudita... Dio mi ha abbando­nato...>>

<<No, Donna Valeria! Dio non ci ha abbandonato.>>, ribatté con entusiasmo. <<è arrivato il giorno che l’emis­sario del Signore cavalchi sul sentiero della vendetta e con lo zoccolo del suo destriero dagli occhi di ghiaccio travolga con una furia devastante il maligno che s’è insediato nel cuore della sua bambina e nella fede di tutti noi cristiani!>>

<<Ma cosa dice?>>

<<Sì, Donna Valeria! è giunto il momento! Dobbiamo prepararci all’avvento del cavaliere di Dio!>>XIII.   Il soffio del castigo

Era buio. Un vento gelido passava per la città, sostando in ogni casa, incuneandosi in ogni fes­sura, come se dovesse cercare qualcuno. Sibili spettrali, facevano cantare alberi e foglie. Suoni lontani di creature notturne echeggiavano all’orizzonte, facendo prendere a quella notte, già particolare, un’immagine da incubo. Una coltre di nubi nere, come è nera la notte, uscivano dalle montagne e, in breve tempo, sarebbero andate a cancellare tutte le stelle dal firmamento. Il tempo, ora, sembrava si fosse fermato.

D’un tratto: una scarica folgorante andò a squarciare in due il cielo illuminando per un istante tutto il panorama visibile. Una pioggia pesante e spessa, non si fece attendere e, nel giro di po­chi secondi, il paesaggio si presentava come un concerto di fragori e suoni possenti che pa­re­va­no la ninna nanna del diavolo. Nell’eremo, quello scatenarsi degli elementi, sembrava am­plifi­carsi ogni minuto. Ma tutti dormivano. Nella stanza di Donna Valeria la situazione era sempre la stessa. Quella notte, come in tutte le notti, Grazia, continuava imperterrita nella pre­ghiera. Alle sue spalle, la finestra s’illuminava a momenti; i lampi facevano scorgere di fuori il cortile coperto dalla pioggia e facevano vedere, adesso, una figura! La maniglia iniziò a girare... lentamente e un’ombra entrava. L’odore umido di vestiti bagnati riempiva la stanza e quella parvenza tetra e mo­numentale era, adesso, alle spalle della ragazza.

<<Grazia!>>, la chiamò una voce profonda.

<<Chi sei?>> le rispose.

<<Sono il tuo Dio!>>

<<Sei venuto finalmente. Vuol dire che le mie preghiere sono state esaudite?>>

<<No Grazia. Le tue suppliche non possono ricevere compimento.>>

<<Allora io, non ho più un motivo per restare in vita.>>

<<Infatti, sono venuto per scortarti nel regno dei cieli... alzati!>>

Con le spalle ancora rivolte a quella voce la giovane si alzò e, subito, alla sua bocca, venne sistemato un fazzoletto imbevuto di chissà quale sostanza. Le braccia forti di quel­l’om­bra la sorressero dalla caduta e, sollevata sulle braccia ora, veniva portata fuori.

Cortile dell’Eremo. Mattina, ore 5 e 41.

La pioggia continuava a scendere fitta. Una donna in vestaglia vagava nervosa sotto il porti­cato.

<<Grazia! Grazia, dove sei?>> chiamava con insistenza Donna Valeria. <<Dove sei piccina mia... dove?>>

D’un tratto, un terribile presentimento l’assalì.

<<MAIALEEE!!!>> Urlò scaraventandosi come una pazza contro la mia stanza.

Ricordo solo che fui travolto sul letto da una porta di circa trecento chili!

<<Dove hai messo il mio tesoro, dove? Melmoso suino!!!>> sbraitò con le unghie strette al mio collo. <<Dove hai portato coi tuoi piedi caprini la mia bambina, eh? Hai abusato della sua innocenza e voluttà e poi l’hai uccisa, vero? Parla lurida bestia!!!>>

<<Ma che dice Donna Valeria: io non so niente...>> le dicevo a strozzato con un esile filo di voce.

Intanto, le urla di Valeria si fecero sentire per tutto l’eremo; e la mano pesante di frate Oron­zo mi salvò da una morte certa per soffocamento.

<<Lasciatemi! Lo voglio spolpare vivo!!!>> gridava scalciando come un puledro.

<<Che succede qui?>> domandò imperioso frate Luigi.

<<Questo cane ha tolto la vita alla mia piccina!!!>>

<<La smetta Donna Valeria con queste accuse!>> disse frate Emanuele accorso insieme agli altri.

<<E chi lo dice che sono solo accuse?>> sentenziò frate Luigi. <<Guardate sul suo letto!>>

<<è pieno di capelli!>> dicevano in coro i frati. <<E sono pure biondi! Lì, sul cu­sci­no... bontà divina! Ma ci sono macchie di sangue!>>

<<Un attimo: io non capisco... ma che succede?>> esclamai stupefatto.

<<Osi pure ostentare meraviglia?>>

Donna Valeria sgusciò dalle braccia di frate Oronzo e si avventò a mani aperte sul mio volto. Il colpo dell’impatto si sentì per tutta la provincia. Ci vollero undici persone per to­glie­rmela di dosso. Mi provocò tanti di quei graffi che, sulle mie guance, ci si poteva gio­carci a tris!

<<Orazio! Allora: come spieghi i capelli? E il sangue?>> accusò frate Luigi.

<<Non lo so. Per tutta la notte ho dormito come un sasso!>>

<<Al nostro Orazio succede spesso di compiere atti osceni e poi non ricordarsi nulla...>> diceva frate Luigi rivolto agli altri. <<Vero? Od osi negarlo?>>

<<Ma io...>>

<<Osi forse negare che da ormai diverse settimane tu con molti frati sciagurati, ti trattieni in partite a carte che durano sino a notte inoltrata ove, insieme con loro, be­vi e cialtroni per ore ed ore?>>

<<Non lo nego, voglio dire che...>>

<<Io voglio dire che quest’ateo miscredente s’è nuovamente imbottito ad iosa di alcool e poi, mosso dall’empietà, si è diretto nella notte nella dimora della povera Grazia promettendole ore lascive e lussuriose! Ella, essendo donna, quindi debole di carne, l’ha seguito accecata dalla visione di esperienze peccaminose! Poi, questo essere deviato, dopo aver abusato ignobilmente della fanciulla, ha voluto spingerla anche in pratiche libidinose contro na­tura! La povera Grazia, rendendosi conto, ma oramai lorda di peccato, si è sottratta alle sue lerce carezze ed egli, offuscato dall’ira del rifiuto e dai litri di vino, l’ha ripetu­tamente percossa sino a provocarle ferite e chissà: arrivando persino ad uc­ciderla!!!>>

<<Ma cosa dice?! Lei è pazzo!!! Io non mi sono mosso da qui!!!>>

<<Sono pazzo?!>> urlò carico di odio. <<E allora difenditi da tutto questo! Nega di aver vagato com­pletamente nudo per il cortile, nega di aver scioccato a vita una ragazzina, nega di provare dell’attenzione per la figlia di Donna Valeria... nega!!! Avanti: stiamo aspettando!!!>>

<<Io nego solo di provare attenzione per la figlia di Donna Valeria... io... io credo... credo di amarla!>>

<<Tu non sai neanche cosa sia l’amore!>> disse sprezzante. <<E presto noi tutti faremo un favore al­l’umanità regalandoti, con la nostra testimonianza un carcere a vita! O voi volete difenderlo anche davanti ai fatti?>>

Nessuno fiatò.

<<Bene! Che la giustizia dello stato e quella divina, facciano il loro corso!>>

Rimasi in piedi. Senza fiato. Raggelato da tutti quei macchinosi eventi che, chissà chi, aveva montato so­pra di me.XIV.      Il gioco si svela

In un casolare non lontano dall’Eremo. Mattina, ore 6 e 11 min.

<<Vittoria!!! C’è l’abbiamo fatta!>> mio zio, insieme con Ugo, si rallegrava di ciò che era successo. <<Grazie a quel frate e a Donna Valeria, finalmente, ora, non trovando più la ragazza, ac­cu­seranno mio nipote di omicidio, rapimento, abusi e chissà che altro! Ma guardala com’è tenera...>> disse rivolto a Grazia. <<...completamente assente. E proprio la persona che a chiunque piacerebbe avere prigioniera!>>

Ugo la fissava attento. Lei se ne stava seduta su una cassa da frutta, completamente bagnata e sporca di fanghiglia sino ai capelli. Era assorta, la testa piegata di lato e sembrava che non le importasse nulla di quello che stava succedendo.

<<è bellissima!>>, osservò Ugo.

<<Sì, è vero! è proprio sprecata per Orazio.>>

Ugo la guardava ipnotizzato. Era diverso. Il suo volto era completamente coperto da bende e, un ciuffo di capelli, gli usciva dalle pieghe di queste, in alto. Pareva ancora più monumen­tale e orrido.

<<Se ella resta in vita, sarà per noi una minaccia perenne>>, sentenziò Ugo, freddo.

<<Ma cosa farfugli? Cosa vuoi che facciamo? Non vedi che è poco più di un vege­tale? E poi la madre e il frate sono dalla nostra parte, non rischiamo nulla...>>

<<Sì, ma noi non abbiamo vinto niente se lei continua a respirare. Orazio sì, andrà in galera, ma con l’animo innocente, con la coscienza pulita... e non è quello che voglio! Lui deve pentirsi di essere nato, deve pentirsi di respirare, deve pentirsi di amare qualcuno, non deve più permettersi di provare nessun sen­timento, perché io voglio essere lì a strapparglieli tutti! L’amore che lui prova per le persone deve generare morte, altrimenti queste non sono vendette, sono buf­fonate!>>

<<Ma che dici? Vuoi veramente ammazzare qualcuno? Ma sei pazzo!>>

<<Sì, sono pazzo, e allora?>>, Ugo l’afferrò dal collo e lo sollevò per aria. <<Non è forse tutto il mondo governato da pazzi? E quando uno si sente re, il vero pazzo è colui che vuol togliergli il trono!>>

<<Ma cosa vaneggi, lasciami!>>, urlava strozzato. <<è questo il tuo ringraziamento? Io t’ho ridato un’identità, una nuova vita... una nuova forza! Ora più nessuno potrà rico­no­scerti! E tu mi compensi così?>>

<<Farò di meglio: ti regalerò la pace eterna!>>

Ugo non fece altro che stringere più forte e scagliarlo contro il muro. Poi, rivolto a Grazia:

<<Come sei bella. Questo mondo ti sporca, è necessario che tu l’abbandoni. Ma sotto gli occhi del tuo amato! Solo il più grande dei dolori può rendere pura una morte innocente!>>

Colle dell’Eremo. Sala mensa, mattina, ore 6 e 28 min.

<<A breve, la polizia sarà qui!>>, diceva soddisfatto frate Luigi. <<E finalmente, si porrà fine all’errare per la terra di questo infido individuo! Tutti voi dovrete te­stimoniare che costui è un traviatore assassino, tutti!>>

<<Ma non sarebbe meglio sentire prima Padre Gustavo?>>, chiese frate Emanuele.

<<No! Padre Gustavo è impegnato nella meditazione. E sapete benissimo che quando si avvicina l’anniversario del nostro santo egli medita ininterrot­ta­mente per un mese senza soste!>>, un trillo di telefono tagliò la già tesa atmosfera. Io, continuavo a sede­re senza dire una pa­ro­la. <<Vai a rispondere frate Carmine! E voi tutti guardate questa madre! Ha il cuore infranto! Forse non rivedrà più la sua tenera figliola e tutto per colpa di quella serpe!!! Il nostro dovere di francescani è quello di...>>

<<Frate Luigi, frate Luigi!!!>>

<<Cosa c’è? Cosa urli?>>

<<Sotto... alla basilica... sta succedendo... una cosa... spaventosa!>>

<<Ma cosa diamine tartagli?>>

<<Al telefono! Era don Gino! Dice che un pazzo dal volto bendato è entrato nella basilica ed è salito, picchiando tutti, sino al rosone superiore della facciata della chiesa. Ha sfondato il vetro ed ora minaccia di uccidere la figlia di Donna Valeria, se Orazio non scende entro 5 minuti!>>

<<Mia figlia? Che succede a mia figlia?>>, domandò stupita, singhiozzando. <<Frate Luigi; non erano questi i patti a... a Grazia non doveva succedere nulla, nulla! La mia bambina! No! La mia bambina...>>

<<Ah! E così eravate d’accordo!>>, dissi in una scarica di energia ripresa. <<Finalmente si scoprono le carte! Ragazzi! Scendiamo tutti alla basilica, non c’è tempo da perdere, In quanto a lei, frate Luigi, si vergogni! Perché se suc­cede qualcosa, avrà sulla coscienza la vita di un’innocente! Avanti, tutti giù!>>

Ci fiondammo alla basilica. Durante la corsa i miei pensieri erano rivolti alla povera Gra­zia. Ogni tratto del suo volto che affiorava nella mia memoria, mi faceva correre sempre più veloce, sempre più veloce tra la pioggia fitta che sembrava non finire mai. E poi, chi diavolo era quel bastardo che la voleva morta?

<<SCATTINI!!! Esci fuori! Altrimenti la taglio a fette come un’anguria!!! Avanti, tutti sotto! Venite a vedere, su!!! La morte di un’innocente! E scrivete pure che l’ho uccisa io, per colpa di un figlio di puttana!!! Dov’è? Dov’è?>>

Arrivai ai piedi della basilica e sopra di me, tra la pioggia e i tuoni si stava consumando quell’as­surda tragedia.

<<Scattini, dove sei?>>

<<Sono qui!>>, urlai. <<Sono arrivato!>>

<<Bene, sistemati sotto così potrai raccogliere il sangue della tua bella!>>

<<Aspetta: no! Non farle del male! è me che vuoi! Lasciala stare!>>

<<No Orazio: ti sbagli! Non voglio te. Voglio le persone che ami. Voglio ucci­derle tutte! E dopo di lei, toccherà a Sara, e poi tutte quelle segnate sulla tua agenda telefonica!>>

<<La mia agenda? Sara? Ma come fai a... UGO!!! TU SEI UGO!!!>>

<<Bravo! Mi hai riconosciuto! Ora sono proprio felice. Vuol dire che quando l’ammazzo, me la prenderò comoda. Di un po’ Orazio, quanto sono lunghe le budella di una persona? Circa 9 metri, vero? Che ne dici: se la squarto... ar­ri­veranno la sotto? Eh? Dove sei? Rispondi!>>

<<Non ti vede!>>, mi disse Emanuele. <<Orazio, non ti vede! Col buio e con la pioggia da lassù non può vederti!>>

<<Ho capito cosa vuoi fare! Pensi di riuscire ad imitare la mia voce?>>

<<Ci provo!>>

<<Dove sei? Bestia! Parla, o la apro come un giornale!!!>>

<<Sono qua, sotto di te!>>

Emanuele riproduceva la mia voce alla perfezione e io, presa una spessa corda dal furgoncino di frate Egisto, legata un’estremità al suo paraurti posteriore, già mi dirigevo all’interno dell’imponente chiesa. Prima però, mi assicurai di dire al frate che, passati cinque minuti, sarebbe dovuto sa­li­re sul furgone e partire a tutta velocità!XV.           La resa dei conti

La facciata esterna della basilica, era spartita in tre sezioni. La prima conteneva al centro un portale in stile gotico, la seconda un grande rosone centrale, con ai lati i simboli dei quattro evangelisti, mentre nell’ultima vi era il rosone più piccolo; ove quel fanatico, sfondato il ve­tro, mi­nacciava la vita di Grazia tenendola sospesa, per una mano, nel vuoto.

Arrivai sin lassù facendo in un lampo chilometri di scale. Aprii la porta di quello che do­veva es­sere il soffitto della chiesa e, come da copione, Ugo continuava a farneticare contro Emanue­le. Ero proprio dietro di lui. La pioggia e i fulmini, fuori, continuavano a fare la colonna sonora di quell’im­pos­sibile tragedia. In due secondi, fabbricai un cappio all’estremità della corda, (ero molto esperto di cappi, già a quattro anni mi esercitavo a farli per eventuali suicidi). Poi, mentre Ugo mi lanciava dannazioni cre­dendomi sotto, glielo stressi al collo. Si girò di scatto.

<<Sei qui! Non giù... e questo cos’è?>>

<<(Adesso Egisto...)>>

<<Eh? Cos’è? Bastardo! Vuoi impiccarmi?>>

<<(Adesso...)>>

<<Avanti, parla maiale... basta, ora la lancio nel vuoto! Guarda come mu...>>

Un rombo di motore echeggiò per tutta la valle. La corda entrò in tensione sino al collo di Ugo. Egli, di strappo, sbalzò all’interno portandosi dietro anche Grazia che rotolò in terra, salva. Ugo tirato per il collo strisciava sul pavimento e, in un lamento strozzato, si dirigeva verso l’uscio della porta. Arrivato, di scatto, s’aggrappò agli stipiti. Il camioncino sotto si bloccò di colpo. Ugo continuava con strozzati sforzi gutturali a tentare di spezzare la presa. La corda era tesa all’inverosimile. Le ruote del camioncino oramai giravano a vuoto nel terreno fangoso e, in un ultimo urlo sofferto, Ugo spezzò la presa facendo saltare il paraurti posteriore del furgone: era di nuovo libero.

Io, ero vicino Grazia, svenuta. Passarono alcuni secondi con i tuoni che illuminavano la figura di Ugo a terra, stremata. Iniziò ad alzarsi, lento. Aggrappandosi alla porta per non cadere. Passò quattro dita tra la corda e il collo e, con un secco gesto, la spezzò!

<<Bravo!>>, esordì tossendo. <<Un ottimo piano. Ma ti è servito a poco. Ora siamo qui, io e te, e stavolta non c’è corda che tenga. Voglio Grazia!>>

<<Prima dovrai passare sul mio... ehm... mio cadavere...>>, gli dicevo mentre proteggevo l’esile Grazia alle mie spalle.

<<Mi inviti a nozze... ma prima: guarda!>>

Lentamente si tolse le bende e sotto c’era l’orrore di un volto gonfio, maculato e pieno di ci­ca­trici!

<<Dopo la plastica mi dissero di stare tranquillo, a riposo, altrimenti avrei rischiato questo ma, come vedi: non m’importa più di nulla! La faccia non serve quando la tua vita è stata cancellata.>>

<<Ma insomma: smettila di farmi causa delle tue sventure!>>, gli urlai. <<Io non centro! Era la tua vita sbagliata! Prendevi in giro te stesso, prendevi in giro Sara. Prima o poi avrebbe scoperto com’eri, con o senza il mio aiuto.>>

<<Nooo! Sara e la palestra erano tutto quello che avevo! E tu ti sei voluto in­tromettere nella vita di due persone! Perché? Sara era mia! E mia era la vita che conducevo, anche se tu la ritenevi sbagliata! Dovevi restarne fuori! Era giusto che non t’intromettessi! Era giusto! Ma ora basta sceneggiate: adesso v’ammazzo tutti!>>

Ugo mi s’avventò al collo e cominciò a strozzarmi! Tra la morsa di quella fortissima presa ero assolutamente incapace di reagire. Sentivo le forze che m’abbandonavano. E, pensando alle ultime parole di Ugo, per un attimo, mi sentii pure tristemente in colpa. Ma poi, pensando alla fine che, dopo di me, avrebbe aspettato Grazia ten­tai di reagire. La mente però mi si offuscava sempre più. Il respiro mi abbandona­va... sinché: con un disperato appello mistico: chiesi aiuto alla Madonna! In un attimo, venni avvolto da un calore fortissimo e uno scat­to di nervi convulso fece partire un improvviso destro alla mascella di Ugo! Egli si fermò... lascio la presa... e cadde secco all’indietro. Ero salvo!

Mi diressi subito verso Grazia.

<<Grazia, Grazia sono io: Orazio! Su, riprenditi!>>

I suoi occhi spenti lentamente ripresero vita ma, presto, mi resi conto di non essere al centro della sua attenzione.

<<...la Madonna...>>

<<Come?>>

<<...la Madonna è dietro di te...>>

Mi girai ma non vidi nulla.

<<Dove? Grazia... io non vedo nessuno.>>

<<...è dietro di te, mi sta salutando...>>

Mi voltai di nuovo ma... niente.

<<Sei sicura? Guarda meglio. Perché se c’è, le chiediamo almeno un auto­grafo...>>

Grazia alzò la mano in segno di saluto e svenne.

Al mio ritorno sul piazzale della basilica c’erano ad accogliermi, come un eroe, tutti i frati dell’Eremo. Intanto erano arrivati anche polizia, carabinieri e soccorsi.

In una barella sistemai Grazia e l’accompagnai, stringendole la mano, sino all’ambulanza. Nel mentre sopraggiunse Donna Valeria.

<<Bambina mia! Tesoro di mamma, parla! Dimmi: cosa t’ha fatto questo maiale?>>

<<Maiale?! Ho salvato la vita di sua figlia e lei mi ringrazia così?>>

<<Lascia stare, Orazio.>>, sospirò Grazia riprendendosi. <<Madre: ho visto la Madonna! Ella mi ha salutato e riempito ancora di più il cuore di fede. Voglio dedicarmi per sempre alla preghiera. Voglio entrare in un convento e lodarla per tutta la vita.>> poi, rivolgendosi a me: <<Orazio: grazie! Di cuore! Tu mi hai fatto conoscere l’amore, e te ne sarò sempre grata, ma ora, mi dedicherò alla castità per fede.>>

<<Io, oramai, mi ci dedico solo per forza...>>

<<Addio Orazio...>>

<<Addio stellina.>>

E con le porte dell’ambulanza che si chiudevano, si chiudeva anche la piccola, platonica sto­ria con quella ragazza meravigliosa.

<<DIO!!!>>, urlava con le braccia al cielo Donna Valeria. <<Non mi hai abban­do­nata!!! Hai ridestato la fede della mia piccina, Dio!!! Tu sei qui ora... dammi un segno! Dammi un segno della tua presenza!!!>>

<<Dio...>>, pensai tra me, <<se davvero sei qui... falla stare zitta!>>

Un pezzo d’intonaco si staccò dalla basilica e la colpì in piena faccia.

<<Ti ringrazio!>>

Intanto mi corse incontro frate Emanuele.

<<Orazio, ce l’hai fatta... sei un eroe!>>

<<No: ce l’abbiamo fatta! E il merito è anche tuo.>>

<<E anche della Madonna!>>

<<Padre Gustavo! Lei qui?>>

<<Orazio, ti sono stato sempre vicino, in ogni momento...>>

<<Ah si? Poteva venirmi a dare una mano!>>

<<La mano l’hai chiesta alla vergine Maria, non a me. Anzi, ho un messaggio per te da parte sua... dice che sei molto simpatico!>>

<<Accuso e ringrazio! Hm, se la rivede, me la saluta?>>

<<Non mancherò: promesso.>>

Mentre tornavamo all’eremo, un carabiniere diceva al suo brigadiere:

<<Signore, un tizio ha chiamato con un cellulare da un casolare vicino all’e­remo, dice di raggiungerlo con un’ambulanza... sta male, ha bisogno di soc­corsi...>>

Il mio soggiorno dai francescani durò i sessanta giorni stabiliti. Tra lezioni di pulizia, pranzi, cene colossali, partite di poker e di pallone. Del quartetto di matti, Luigi e Donna Valeria com­presi, non ne seppi più nulla. Frate Emanuele mi disse che erano stati assicurati alla giusti­zia, ma, sin­ceramente, non me ne importava. Grazia era entrata nell’ordine di clau­sura delle Monache di Santa Chiara: “Le Clarisse”; il più restrittivo e, di sicuro, non l’avrei mai più rivista sia fuori che dentro il convento. Nell’ultima mia settimana di permanenza guidai i lavori per la pulizia della basilica, in occasione della festa di San Francesco. E, alla mia partenza, di mattina pre­sto, tutti i frati erano alla stazione a salutarmi. A sorpresa, arrivò anche Emanuele.

<<Ehi, oggi non è domenica.>>, gli dissi. <<Saresti dovuto restare su, a vegliare sulla tua casa.>>

<<Ma per un vero amico è giusto fare uno strappo alla regola. Arrivederci Orazio e, a nome di tutti, ti dico che qui, sarai sempre il benvenuto!>>

<<Ciao Emanuele!>>

E con un forte abbraccio a quel caro amico, si chiuse... la mia avventura ad Assisi!XVI.      L’epilogo finale

Manicomio criminale. Ore 24.00

<<Pensa che stamattina ne sono arrivati quattro di fila.>>, diceva l’infermiere a un secondino. <<Un frate, una donna, un vecchio molto distinto e uno pieno di cicatrici grosso come una casa. Tutti che inveivano, dai sotter­ranei in iso­lamento, su un certo Scattini... se presti attenzione forse li senti ancora...>>

<<Scattini!!! Nipote maledetto! La mia azienda è ora nelle tue mani! Non posso permetterlo... era tutta la mia vita, no!!! Fatemi uscire che lo voglio annegare nell’acido solforico, fatemi uscire!!!>>

<<Scattini!!! Eretico demonio! Un servitore di Dio non può permettere che Satana cammini indisturbato per il creato... fatemi uscire! è mio dovere di cri­stiano strappargli il cuore per poi buttarlo in un vulcano... fatemi uscire!!!>>

<<Scattini!!! Viscido edonista! La mia figliola è ancora sotto la minaccia delle tue sudicie grinfie. Puoi ancora traviarla con la tua ipocrisia... indurla al peccato! Fatemi uscire, quell’animale compromette la santità della mia bambina, fatemi uscire!!!

<<Scattini!!! Lurido bastardo! Giuro che finché continuerò ad esistere ti lancerò maledizioni... sulla terra, ed anche dall’inferno!!! E se t’incontrerò di nuovo, non esiterò a scannarti come una bestia!!! Fatemi uscire luridi cani! Fatemi uscire!!!>>.

Orazio Scattini e il mistero di Donna ValeriaI.                  Il passato

I drammi della vita di una persona, a volte, cominciano quando quest’ultima non è ancora nata. Il mio, per esempio, ebbe inizio nel lontano 1943. Ma andiamo per gradi.

Ci troviamo a Viù, un piccolo paesino della provincia piemontese. Allora si era in guerra, e i fragori dei bombardamenti si spandevano con un’eco terrificante per tutta la valle. Un fatiscente edificio sorgeva su una piccola collinetta sopra il paesino appena menzionato. Sulla sua faccia­ta, sopra il monumentale portone, vi era scritto: “Brefotrofio Femminile di Clausura delle Suore Benedettine dei Santissimi Martiri delle Crociate”. All’interno, nei fitti e bui corridoi, dei tondini flebili di luce si costruivano attorno a fiammelle di povere candele.

Era notte. Una grassa figura si aggirava per uno dei corridoi con una lampada ad olio nella ma­no destra e una frusta a nove code nell’altra... era una suora! La sorvegliante dei dormitori: suor Ustionata! Gigantesca, sguercia all’occhio sinistro, chiuso da una spessa cicatrice che le segnava la fronte sino quasi alle labbra, con una gamba di legno puntuta, camminava nervosa ti­rando violenti colpi di scudiscio alle porte, ove le piccole ospiti, aveano trovato riparo dalla loro condizione di orfanelle.

<<Dormite! Dormite piccole bastarde, dormite! Non voglio sentire neanche il rumore dei vostri respiri! Dormite! Che nessuna pianga, che nessuna si lamenti! Quei rumori che sentite provenire da fuori sono le ire divine perché voi non pregate abbastanza! Dormite! O assaggerete le sferzate del mio “gatto a nove code”!>>

In ognuna delle piccole stanzette, dietro a porte umide e marce mangiate dal tempo, dieci o più bambine dormivano su di una grossa e lisa coperta che divideva i loro magri corpicini dal pavimento gelato. Strette l’una con l’altra si difendevano dal freddo, dalle parole della suora e dalle continue, violente detonazioni che provenivano da fuori. E quando una di loro, sentì lon­tani i passi e le nerbate della suora, rivolta ad una sua amica sibilò le sue curiosità.

<<Maria, Maria che fai? Dormi?>>

<<Cosa c’è Valeria? Stai zitta! O la suora ci deflagra di frustate!>>

<<Ma ormai non c’è più, se n’è andata...>>

<<Cosa vuoi allora?>>

<<Volevo parlare...>>

<<Di che?>>

<<Di quello che ho visto fuori!>>

<<Non è possibile. Fuori non c’è niente, lo sai! Solo un grande fossato dove vengono buttate le bambine che non pregano il Signore!>>

<<Non è vero... io ho visto!>>

<<Ma cosa dici? Non ti credo!>>

<<Un giorno, mi trovavo fuori dalla sala delle preghiere...>>

<<Tu non hai pregato???>>

<<Schhh! Fammi finire! Ero rimasta chiusa in bagno, e arrivai tardi. Non osavo entrare, proprio perché avevo paura di essere buttata nel fossato e allora sono scappata... ho corso così tanto che poi non sapevo più dove mi trovavo e così mi sono nascosta sotto una panca. Ad un certo punto sentii bussare alla porta e suor Ustionata andò ad aprire e subito dopo arrivò la Madre Superiora. La vidi parlare con una persona stranissima!>>

<<Un demonio!>>

<<Non lo so, era diversa da noi, non aveva i capelli lunghi ed era piena di peli sotto il naso...>>

<<Ma anche suor Ustionata è piena di peli sotto il naso...>>

<<Ma questi erano diversi, erano belli, fatti bene...>>

<<E cosa si dicevano?>>

<<Parlavano strano... questa persona diceva che le bombe avrebbero si­curamente distrutto il nostro brefotrofio e che al più presto saremmo dovute andare via!>>

<<Ma cosa vuol dire? E poi dove andiamo? Ci vogliono buttare nel fossato... io ho paura! Non lo merito, prego giorno e notte!>>

<<Ascolta: c’è ancora una cosa che non ti ho detto...>>

<<Che cosa?>>

<<Che quando suor Ustionata ha aperto la porta... è entrata una luce fortissima!>>

<<Cosa vuol dire?>>

<<Una luce cento... mille volte più forte delle nostre candele!>>

<<Non è possibile, non c’è luce più forte delle candele...>>

<<Eppure è così, l’ho vista! E dentro questa luce c’era questa persona!>>

<<Allora era un angelo!>>

<<No, non aveva le ali! E poi, mentre lo guardavo, mi sentivo strana...>>

<<Come strana?>>

<<...strana qui, nella pancia... insomma: questa persona mi piaceva...>>

<<Valeria, io non ti capisco...>>

<<Ti giuro che non mi sono capita neanch’io!>>

<<Ti prego però... ora dormi, perché se la suora ci scopre a parlare, ci tempesta di botte!>>

<<Maria, da quando ho visto quella persona, non riesco più a dormire...>>

Una violenta esplosione non fece altro che far stringere ancora di più tra loro le povere bambi­ne. Pezzi d’intonaco e pietre cadevano sulle piccine che, per la paura della punizione, nono­stante il dolore, non osavano fiatare! E per tutta la notte le loro coperte furono i terribili tuoni artificiali dell’unica tempesta che l’uomo era riuscito a ricreare... la guerra!

Ma il giorno dopo tutto era ancora miracolosamente intatto.II.             La realtà

Nello squallido refettorio la mattina si presentava senza la solita preghiera. Le bambine, tutte composte e sedute lungo la tavolata, attendevano, come ogni inizio di giornata, di ringraziare il Signore. Ma l’unica presente era suor Ustionata.

<<Suora?>>, chiese timidamente una bambina. <<Oggi non preghiamo?>>

<<Silenzio!!!>>, rispose la suora tirando una violenta frustata in terra. <<Ti piacerebbe... eh? La Madre Superiora è in riunione con Suor Assoluta e presto sarà qui! Silenzio!>>

<<Uuuh, Suor Assoluta.>>, bisbigliò Valeria alla sua amica Maria. <<La Madre Superiora non muove un dito se non è lei a dirglielo... si dice sia lei a comandare tutto...>>

<<ZITTE! Chi è che parla? Silenzio! O vi frusterò una per una e poi cospargerò di sale le vostre schiene!>>

L’imprecare della sorella terminò con l’ingresso solenne della Madre Superiora.

<<Bambine!>>, comandò questa. <<tutte in piedi! Fa il suo ingresso Suor Assoluta!>>

Quattro suore entrarono tenendo sulle spalle con immani sofferenze, le assi che sorreggevano la pe­sante poltrona papale ove era seduta Suor Assoluta! Il suo volto si presentava come una ruga unica! Non si riuscivano a distinguere né gli occhi né qualsiasi altro tratto del viso.

Un brivido di paura passò sulle schiene di tutte. Si ventilava nel brefotrofio che Suor Assoluta avesse addirittura 779 anni! Che non mangiasse mai... e che una volta avesse pregato per 215 anni di fila! La sedia fu sistemata in fondo alla sala.

<<Silenzio adesso!>>, intimò la superiora. <<Suor Assoluta ora parlerà!>>

Un silenzio sacrale calò in tutto lo stanzone.

<<Bambine...>>, disse con voce metallica e spettrale Suor Assoluta.

E da quel “bambine...” sino alle parole successive, passarono 48 interminabili minuti!

<<...sono distrutta dal dolore...>>, riprese afflitta mentre una giovane suora asciugava le bave che uscivano continuamente da una delle mille rughe sul volto della vecchia. <<Dobbiamo abbandonare questo luogo... il posto dove siete cresciute nella fede totale e nel rispetto di nostro Signore... sta crollando tutto... tutto...>>

Per un’ora e 11 minuti non pronunciò una parola.

<<...la cosa più triste per noi>>, riprese <<è sapere che il nostro metodo d’insegnamento non troverà il successo sperato... ma la verità è meglio che la sappiate da me... piuttosto che vederla da sole...>>

Altri 56 minuti di silenzio.

<<Fuori... esiste un mondo!>>

Un’eco di stupore viaggiò per le labbra di tutte le piccine.

<<Silenzio!!!>>, sbraitò suor Ustionata. <<Zitte, piccole demoniette!>>

<<La vita come voi la conoscete è tutta un’illusione.>>, continuò Suor Assoluta mentre le altre suore a stento trattenevano le lacrime. <<Non esiste alcun fossato per chi non prega... nessun luogo senza ritorno. Fuori ci sono bambine come voi, che hanno solo la fortuna di avere avuto una famiglia. Ci sono donne e... soprattutto... ci sono gli uomini!>>

<<Uomini???>>, dissero in coro le bambine. <<...e cosa sono? Mai sentita questa parola... sarà una cosa che si mangia...>>

<<Noi vi dovevamo tenere lontani da loro per sempre ma.... purtroppo, gli eventi vi sono capitolati addosso. Una vita di sola ed assoluta preghiera, ecco come doveva essere la vostra, ma purtroppo... è tutto finito!>>, da una delle rughe in alto le calò una lacrima. <<Ora, bambine, composte, andate a prepararvi. Fuori questi... uomini... vi porteranno in un altro posto.>>

<<No suora, non voglio andar via!>>, implorò una fanciulla. <<Ho paura! E se poi mi mangiano?>>

<<Adesso non lo faranno... ma presto... purtroppo... avanti sorelle! Portate le bambine a prepararsi...>>

Un colpo di frusta non mancò a farsi sentire e subito, la spessa suor Ustionata insieme con le al­tre, si mise a guidare le file delle piccine.

<<Maria!>>, chiamò Suor Assoluta. <<La piccola Maria! Fatela venire al mio cospetto!>>

<<Quale delle 38 Marie?>>, chiese suor Ustionata.

<<La più piccola! Idiota! La più piccola! Portala da me e lasciaci sole!>>

Valeria, pregna di curiosità, sgattaiolò sotto la lunga tavolata per assistere a quella misteriosa discus­sione.III.         Il mistero

Il salone era, ora, completamente vuoto. L’esile Maria, si avvicinava timida ai gradoni che por­tavano all’imponente poltrona di Suor Assoluta. Arrivata al suo cospetto, con un filo di voce disse...

<<...cosa c’è...?>>

<<Oh piccina, tu sei la bambina più fedele di tutte vero?>>

<<Non lo so...>>

<<Sì invece... io l’ho sentito! Le tue preghiere erano le più sincere, le più vere...>>

La piccola continuava a fissare con tremore la tempesta di solchi sul volto della vecchia che, ora, muoveva una scheletrica mano verso il collo e poi, toltasi una collana, la porse a Maria.

<<Vedi tesorino io non posso venire con voi... da più di settecento anni questa è la mia casa e non posso abbandonarla. Sono sicura che tu sarai l’unica bambina che manterrà intatta la sua fede e non si farà catturare dai piaceri immondi della carne. Qui, dentro questo ciondolo che ha la forma del Sacro Cuore di Gesù, è rinchiuso il mistero di tutta la fede cristiana! All’interno è descritta, minuziosamente, l’ubicazione del calice dove bevve Cristo durante l’ultima cena e dove fu raccolto il suo sangue quando morì crocifisso!>>

<<Cos’è un calice? Cos’è Cristo?>>

<<Ah già, dimenticavo: la Bibbia che vi abbiamo sempre letto l’avevamo riscritta noi, popolandola di sole figure femminili. Ma sarebbe troppo lungo da spiegare... prendi questa collana e non separartene mai! Ma ricorda: solo chi possiede una fede assoluta e sacrosanta potrà aprire il pendente che custodisce il segreto...>>

La suora non fece neanche in tempo a finire le parole che la minuta Maria l’aveva già aperto. Al sentire lo scatto del ciondolo, la suora capì che davanti a lei c’era una piccola santa.

<<Ne ero sicura! Tu sei la persona più adatta per custodire il mistero. Vai! E non cercare mai di scoprire dove si trova la coppa benedetta. Io ero stata prescelta prima di te per tenerla nascosta da tutto e da tutti. La fede deve essere cieca e assoluta! Le certezze portano solo domande... e la fede deve essere senza parole, solo fede e basta! Tienilo sempre chiuso e non darlo né ad anima viva né ad anima morta... sono sicura di aver fatto la scelta giusta! Ora, posso finalmente morire in pace. Che la tua fede nel Signore sia sempre immensa e totale.>>

La suora non fece altro che far cadere lentamente la testa a lato per poi svanire da dentro la to­naca che, senza l’appiglio di un corpo, si sgonfiò lentamente. Un soffio di vento gelido avvolse la veste che divenne pietra... disgregandosi poi come fosse cenere; tutto sotto gli occhi della piccola Maria che, come si trattasse di una cosa normale, diligentemente faceva un inchino e salutava quello che era ormai divenuto un ammasso di polvere.

Valeria, da sotto il lungo tavolone, aveva assistito a tutta la scena e, con occhi gelosi, seguì subito l’amica nelle camerate.

La sottile Maria stava raccogliendo le sue cose: un’immagine scolorita della Madonna, delle scarpette invernali, una vestaglietta rosa di ricambio e la testa sfilacciata di un orsetto di pezza ma, nel mentre, irruppe nella stanza la piccola Valeria.

<<Cosa hai fatto?>>, urlò Valeria con tono scontroso.

<<Io? Nulla...>>

<<Non dire bugie! Ti ho visto parlare con la suora... cosa vi siete dette?>>

<<Mi ha solo augurato di vivere felice...>>

<<Bugiarda! Dammi la collana che ti ha dato!>>

<<Quale collana?>>

<<Quella che ora tieni nascosta dietro la schiena...>>

<<Non posso Valeria. Suor Assoluta l’ha data a me perché sono la bambina più fedele e più buona di tutte!>>

<<Non è vero! Io sono la bambina più buona e fedele! Dammela!>>

Valeria le s’avventò contro e, dopo averle tirato diversi calci in pancia, le rubò il ciondolo.

<<Valeria, ti prego... ridammelo...>>, diceva piangendo la povera Maria, accasciata a terra con le mani sul pancino dolorante.

<<Non posso! Adesso è mio! La suora voleva darlo a me, ne sono sicura! Solo che si è sbagliata!>>

Valeria le rubò anche il suo unico giocattolo e poi corse fuori chiudendo a chiave il grosso por­tone della loro camerata. Si gettò all’impazzata per l’edificio, sentendo sempre più lontane le urla d’aiuto della sua povera amica.

Una volta uscita fu notata subito da uno dei soldati che stava salendo sull’ultimo camion.

<<Ehi tu, bambina! C’è qualcun’altra là dentro?>>

Valeria, tremante, fece cenno di no col capo e, improvvisamente... un violento fragore si udì alle loro spalle! La casa, sotto i loro occhi, si accasciò come un incerto castello di carte, sollevando un grigio nuvo­lone di pulviscolo.

<<Sei proprio sicura che là dentro non c’era più nessuno?>>, le intimò il soldato.

<<Sì!>> rispose Valeria sicura. Il militare ora la sistemava sull’autocarro e, sotto la polvere che ancora cadeva, andava a portare le bambine verso il loro labile ed incerto futuro.IV.            Il futuro

Durante il viaggio, e durante tutti gli anni passati Valeria, che in seguito fu adottata da una ric­chissima famiglia americana, cercò in tutti i modi di aprire il pendaglio rubato, anche fino a fa­rsi sanguinare le dita, ma non ci riuscì mai.

In America, Donna Grant (questo era il suo nuovo nome) studiò nelle migliori scuole religiose del paese. Ma a soli ventun’anni divenne di nuovo orfana, perdendo i genitori adottivi, e tutti i nuovi parenti, in un misterioso incidente aereo ove tutti i piloti s’addormentarono sotto il tor­pore di un tè forse troppo “zuccherato”.

Ora, ricchissima, tornava in Italia cambiando il cognome in Valeria, in ricordo dei tempi pas­sati ed apriva, nel 1958, un’agenzia di viaggio denominata: “Il Sacro Cuore”. E da quel giorno, ricca e potente, Donna Valeria poteva permettersi di tutto... tranne ancora l’amore che, nel corso degli anni, non era ancora riuscita a conoscere.

Nell’inverno del 1974, Donna Valeria si trovava per motivi di lavoro a Venezia: doveva cata­logare minuziosamente tutte le chiese che poi avrebbe presentato in un giro estivo con la sua agenzia. E qui, il suo futuro, le si presentò sotto forma di un cortese invito:

<<Un odore eccezionale si sprigiona dal vostro collo, posso sapere il nome del suo profumo?>>, chiese gentilmente un affascinante signore dai capelli lunghi e lisci completamente vestito di nero.

<<Io non uso profumi...>>, disse aggiustandosi timidamente gli occhiali e continuando a scri­vere sul suo taccuino.

<<Se questo è il vostro odore naturale, sto accanto una donna ecce­zionale... permetta che mi presenti: Orazio Strauss!>>

<<Orazio Strauss? Il famoso violinista austriaco?>>

<<Esatto! Ehh... chi ho il piacere di avere meravigliato?>>, domandò prendendole la mano.

<<Mi chiamo... Do... Donna Valeria...>>

<<è un piacere conoscerla; la sua bellezza è pari solo all’arte di questa città!>>, declamò facendo il baciamano con un coreografato inchino.

<<Voi siete un adulatore signor Strauss... di... divento rossa come una ragazzina... mi scusi... devo andare...>>

<<Aspettate! Abbiate la cortesia di essere mia ospite questa sera al Teatro “La Fenice” dove terrò un concerto...>>

Il fascino degli Orazi è sempre unico, con occhi fissi e penetranti attaccati alle pupille di Va­leria attendeva la sua risposta.

<<Io... io non so... forse ho da fare...>>

<<Forse? Se voi non vi presenterete stasera, non suonerò; lo giuro!>>

<<Non si giura mai, lo sapete?>>

<<Vi giuro che il mio violino non emetterà vibrazioni se voi non ci sarete!>>

<<Va... va bene, stasera verrò...>>

<<Avrete un posto nel loggione centrale, ove siedono solo re e regine>>

<<Grazie ma... ora... ora devo andare scusate...>>

Con passo timido e casto Valeria abbandonava la chiesa. Gli occhi di Orazio Strauss seguivano minuziosamente ogni centimetro della sua silhouette e, con un sorriso da diavoletto, già ventilava fantasie su dove l’avrebbe portata ad ubriacarsi dopo il concerto.

La sera, Donna Valeria si presentò al teatro con mezz’ora di ritardo; ovviamente il concerto, nonostante le promesse, era già cominciato!

Venne fatta accomodare, da un gaglioffo del violinista, al terzo piano del teatro ove i loggioni erano altamente pericolanti e l’accesso era vietato al pubblico.

Al termine, Donna Valeria andò a salutare il grande artista nel suo camerino...V.                 Il marpione in azione

<<Accomodatevi Signora Valeria>>, disse Orazio Strauss con una punta di meraviglia nel vederla.

<<Signorina, prego...>>

<<Scusatemi, ma non sono pratico con i convenevoli italiani.>>

<<No, no! Lo siete sin troppo! Comunque, complimenti! La vostra esecuzione de “Il Trillo del Diavolo” di Tartini è stata di un virtuosismo eccezionale, anche se l’ho sentita già cominciata...>>

<<Ehm... ma come è possibile? Il direttore m’aveva assicurato di avervi fatto accomodare...>>

Non era affatto vero!

<<Ah si?>>

<<Certo! Era venuto personalmente a dirmi che avevate preso posto...>>

<<Beh, vi hanno mentito.>>

<<Non è possibile: protesterò!>>

<<Suvvia si calmi. Il concerto l’ho pur sempre visto...>>

<<Sapete,>> disse con tono romantico il bel violinista accarezzandole le mani <<oggi dovevano esserci i regnanti di Spagna, ma li ho cacciati sostenendo che ben altra regina sarebbe oggi intervenuta...>>

Nel mentre un giovane fattorino spalancò la porta del camerino.

<<Il re e la regina di Spagna le mandano questo cesto di fiori e la ringraziano dei posti che gli avete riservato!>>

<<Stolto cafone! Non si usa bussare nel tuo paese?>>

<<Mi scusi...>> disse il giovane arrossendo.

<<Gli avranno sicuramente trovato delle terze o quarte file...>>, disse Strauss a Valeria.

<<Mi scusi...>>, riprese il fattorino <<mi mandano anche a dirle che il servizio nel loggione centrale è stato impeccabile e... la invitano a corte il giorno...>>

<<MA TE NE VUOI ANDARE LURIDO MORTO DI FAME???>>, gridò furioso tirandogli dietro una scarpa di vernice nera. <<Non prestate ascolto alle sue parole, avranno trovato posto al primo piano, insieme a villici e pezzenti.>>

<<Comunque, ora vado.>>, disse Donna Valeria. <<La ringrazio di tutto signor Strauss, arrivederci.>>

<<Come? Va già via? Il mio cuore Valeria... lo riducete in frantumi. Per pietà,>> l’implorò in ginocchio <<permettetemi di invitarvi questa sera al ristorante più esclusivo di Venezia voglio parlarvi, conoscervi!>>

<<Non potete signor Strauss, mi dispiace...>>

<<Perché? Ditemelo!>>

<<Veramente io...>>

<<IVANFABIO!>>, chiamò Strauss urlando verso la porta.

<<Sì signore!>>, disse irrompendo nel camerino l’autista del signor Strauss.

<<Fai venire immediatamente davanti al teatro una carrozza trainata da 32 cavalli bianchi... ALL’ISTANTE!>>

<<Temo che non sia possibile signore!>>

<<Buzzurri italiani... neanche un paio di cavalli bianchi a disposizione... comunque,>> rimbeccò Orazio <<l’intenzione c’era!>>

<<Va bene, verrò con voi ma... vi farò solo compagnia per pochi minuti. Domani m’aspetta una lunga giornata.>>

<<Il mio muscolo cardiaco torna a battere Donna Valeria! E il solo pensiero di scortare una donna di simile bellezza mi fa inebriare come una lunga tirata d’oppio!>>

<<Se lo dice lei...>>

<<IvanFabio! Porta la mia limousine davanti al teatro, SUBITO!>>

<<Ehm, signore, mi permetta di ricordarle che siamo arrivati in aereo e che all’aeroporto abbiamo affittato una modestissima Fiat 850.>>

<<Sta zitto lurido demente...>>, gli mormorò digrignando i denti. <<Il mio autista è un vero mattacchione! Pensate che una volta faceva l’attore... ehm, vai a pre­notare due posti al ristorante qui accanto.>>

<<Signore, si è forse scordato che ieri ha perso tutto al casinò di Montecarlo?>>

<<Ah si? Ah! Sta sicuramente scherzando di nuovo, Ah! Ah! Ah! Se non ci fossi tu non riderei mai... che ilare, che ilare... scusami IvanFabio possiamo uscire un attimo? Perdonatemi Valeria torno subito...>>

Una volta nel corridoio...

<<Lurido idiota, cretino, mentecatto, buzzurro, beota che non sei altro vieni qua! Fatti pestare come si deve...>>, sgridava allungando al servitore pesanti cef­foni alla nuca.

<<Ma signore...>>

<<Zitto! Zitto! Devi sempre dire “sì”! Quando ti ordino qualcosa! Non vedi che quella ci sta? Che vuoi rovinarmi la serata?>>

<<Ma lei è rimasto senza un soldo...>>

<<Ah si? Mm... quanto hai in tasca?>>

<<No per favore non mi chieda questo...>>

<<Zitto, zitto! Che poi te li restituisco...>>

<<Signore...>>, riprese l’autista mentre frugava nelle tasche i suoi ultimi spiccioli. <<rispettosamente le ri­membro che mi deve circa 11 milioni...>>

<<Ma sì, con il cachet della prossima tournée te li ridò con gl’interessi! Come?! Tutto qui?>>

<<Sono anch’io al verde signore...>>

<<E che ci faccio con ‘sté 4 lire? Hm... senti: prenota da “Gigi il Troione” qui all’angolo e digli che domani lo invito gratis a teatro se mi fa pagar poco... poi, mi aspetti fuori e dopo cena ci scorterai all’albergo... tutto chiaro?>>

<<Sì signore...>>

Di nuovo nel camerino...

<<Valeria, la notte ci sorride!>>, irruppe euforico gettandosi ai suoi piedi. <<Permettetemi di scortarvi sotto braccio sino alla trattor... ehm... sino al ristorante qui dietro.>>

<<Acconsento ma, ditemi: non vi offendete se poi v’abbandono? Perché devo proprio scappare...>>

<<Ma cosa dite? Certo che no... prego.>>

Dinanzi alla trattoria un’ambulanza stava portando via un tale che era stato appena accol­tellato.

<<Si accomodi Valeria... non faccia caso al disordine è un nuovo locale... alla moda!>>

<<è tutto così buio... con un puzzo di fumo...>>

<<Ma no... è la nuova tendenza, diciamo così... “crepuscolare”, ecco!>>

Una volta seduti arrivò Gigi detto “Il Troione”. Una specie di montagna di lardo flaccido con un occhio che guardava a destra e un altro a sinistra, baffoni lunghi sino alle spalle, rumorosi zoccoli da pescatore e 3 o 4 mosche che gli ronzavano perennemente attorno al faccione suda­to!

<<Che magnate?>>, grugnì.

<<Si fida di me Valeria?>>

<<Beh, più o meno...>>

<<Ci porti dei maccheroncini alle code di rondine e per secondo del filetto di sogliola al vino francese.>>

<<Ma che cazzo stai a dì?>>

<<Ehm... lei cosa ci consiglia?>>

<<Abbiamo: maccheroni alla puttanesca, spaghetti alla porca troia e stuprasuore alla romana...>>

<<Ehm, e... di secondo?>>

<<...arrosto alla vaccona, merluzzo alla zoccola, e cosce di pollo alla ciucciaca...>>

<<Grazie, grazie! Abbiamo capito...>>

<<Iniziamo con del vino... avete del Bourgogne del ‘61?>>

<<Ce l’abbiamo bianco e ce l’abbiamo rosso!>>

<<Facciamo rosso! Come il sangue... Valeria!>>

Con occhi da marpione Orazio Strauss continuava a fissare Donna Valeria che ora, iniziava ad alzarsi.

<<Dove andate madonna?>>

<<Via signor Strauss. Credo di non essere adatta alla tendenza di questo locale, perdonatemi...>>

<<Ma almeno un bicchiere di succo d’uva...>>

<<No... no! Mi basta un sorso e parto per la tangente...>>

<<Ma è proprio quello che vo... cioè è proprio quello che succede quando si esagera, qua si tratta di un solo sorso con un miserrimo individuo che a breve... no! Non posso dirlo!>>

<<Che cosa?>>, chiese curiosa Valeria.>>

<<La mia vita... a breve... giungerà al termine!>>

<<Ma che dite?>>

<<Sì, madonna Valeria. Il mio sangue contiene... mm... un morbo appestatore che... che colpisce solo i violinisti... ed è contenuto nel crine di cavallo con cui fabbricano il nostro archetto! Presto, la via della mia esistenza troverà un precipizio... bellissima Valeria.

<<Ma dite sul serio?>>, domandò impietosita accomodandosi nuovamente.

<<Certo! Che motivo avrei per mentire?>>

<<Quanto tempo le rimane ancora?>>

<<Giorni, forse poche ore!>>

<<Mi dispiace...>>

<<Ecco perché volevo la sua compagnia Donna Valeria, per avere il ricordo di un volto idilliaco da portare nel regno dei cieli...>>

<<Le sue parole mi toccano il cuore...>>, sospirò Valeria mentre Orazio Strauss guardava goloso la mano che si passava sul seno <<berrò una coppa di nettare con voi!>>

<<Grazie... oh quale giubilo!>>

E le coppe ben presto diventarono 8, 10, 15! E Donna Valeria, nel giro di pochi mi­nuti, fu completamente sbronza!

<<Ed ora: andiamo a casa!>>, sentenziò Orazio Strauss con un ghigno da orecchio a orecchio.

<<Sì, andiamo...>>, disse Donna Valeria ubriaca <<credo di non sentirmi troppo bene... sapete dove alloggio, vero?>>

<<Certo che lo so!>>, rispose sempre più perfido.

<<Non ricordo di avervelo detto...>>

<<Sì, sì, me l’avete detto ieri, in chiesa...>>

<<Ma voi non avete bevuto... perché?>>

<<Perché... perché la malattia non me lo permette Madonna Valeria...>>

Fuori il fido autista li attendeva con la 850.

<<Questa è la sua limousine?>>, domandò Valeria.

<<Già! Bella vero?>>

<<Hm... sì!>>

Gettata sul sedile di dietro...

<<Avanti, all’albergo!>>, comandò Orazio... sempre più satanico!VI.            La notte

L’albergo scriveva sull’insegna “La Stazione” ma si leggeva solo: “L St.zi..e” per via della scritta al neon rotta in diversi punti. Era un notissimo loculo a mezza stella meta di prostitute, travestiti, magnacci e coppiette che cercavano l’amplesso fugace di una notte.

Una volta in camera...

<<Siamo arrivati Valeria...>>

<<Ma questa non è la mia camera...>>

<<Avete ragione; è la mia!>>

<<Cosa??? No! Vi prego, portatemi via... io non posso restare qui...>>

<<Perché Madonna Valeria? Alleviate, voi che potete, con il vostro turgido seno le ultime ore di un condannato...>>

<<No, voi mi tentate... no!>>

<<Donna Valeria, il suo profumo mi esalta... giacete con me!>>

<<No! No! No! Stasera non sono padrona delle mie gesta... potrei fare cose di cui pentirmi... scortatemi a casa... la mia carne stasera è debole...>>

<<E la mia Valeria è cotta al punto giusto! Baciatemi! Baciatemi ora!>>

<<No! Non voglio, no!>>

<<Sì invece! Lo volete!>>, esclamò eccitato. <<La passione vi trasuda dai vestiti! Fatelo! Fatelo voi! Fatelo ora!>>

Donna Valeria stampò le sue labbra su quelle di Orazio Strauss e l’avvio alla passione fu come una ripidissima discesa sulle montagne russe! Donna Valeria agì da esperta Maria Maddalena, ed egli, ebbro di passione, si comportò di conseguenza. Le loro carni furono masticate dalla delizia dei loro ab­bracci sempre più forti, sempre più stretti, sempre più uniti. Insieme passarono ore ed ore di godimenti e piaceri clandestini!VII.        Non era un sogno

Era buio. La mattina era appena cominciata e il cigolio della finestra fece lentamente aprire gli occhi di Donna Valeria. Si sollevò dal letto cingendosi il capo, preda di un martellante mal di testa. Una flebile luce lunare illuminava solo la sua parte di letto, ed ella era ancora ignara che ciò che le era accaduto non era un osceno, torbido incubo. Ma girato il capo, la tremenda realtà si rivelò ai suoi occhi. Un uomo languiva con lei! Con le mani alla bocca in un attimo ripassò tutta la turpe notte passata! Una lacrima di vergogna passò per il suo viso, e la verità le si spiaccicò addosso come il più orrido dei delitti! Si era carnalmente unita con un individuo che neanche cono­sceva! Senza l’unione cristiana, senza che la chiesa avesse acconsentito, senza che Dio li avesse guardati prima unirsi in Chiesa, con il sacro, divino, inviolabile, intangibile, vincolo del Santo Matrimonio! Donna Valeria urlò al cielo, un grido strozzato, senza voce. Cadde a terra e pianse col disdoro che la contorceva! Cercava di cacciare dalla mente quelle immagini che la ossessio­navano, di quello schifo che aveva compiuto con un uomo che l’aveva traviata. Ma stava sem­pre peggio, perché sapeva che sua era la colpa! Fu lei ad acconsentire... fu lei a muovere per prima le labbra... fu lei per prima a godere delle attenzioni che le rivolgeva! E i pianti non servivano a lavare l’onta che la mangiava... Valeria... ora... non era più pura! Con le lacrime che le rigavano il viso e con una mano al ventre dolorante, alzò un braccio al cielo come a cercare un aiuto divino, come se chiedesse: “Dio, fammi tornare indietro... io ti supplico!”. Ma le sue preghiere, sapeva, non avrebbero trovato ascolto.

Passarono minuti che sembrarono secoli. In terra, Valeria, ora lentamente si alzava. Era incer­ta, tremante, lo sguardo era vacuo, assente, ma era sempre lì, nella sua alcova, e dietro di lei c’era l’uomo che l’aveva ingannata, circuita, illusa. Era lì, lui, nel letto, che dormiva beato, goduto di ciò che aveva compiuto, dell’avventura che era riuscito a portare a termine; un’avventura che si sarebbe sicuramente chiusa lì, in quella squallida camera d’albergo, ove chissà quante altre meretrici e donne di malaffare si erano congiunte con ladri, truffatori ed assassini! Era lì, dentro quelle stesse lenzuola, quei veli di cotone che solo all’apparenza erano bianchi, ma che in realtà raccoglievano una verità nera come la fuliggine d’un camino. Era lì, con il sorriso che lo illuminava, perso nei ricordi della notte passata. Era lì, insieme al suo vestito gettato in terra, al suo violino e all’archetto... l’archetto che ora, Donna Valeria, prendeva, sollevava al cielo e sferrandolo compiva la sua atroce ed efferata vendetta, spaccando il cuore del povero, passionale violinista! Un fiotto di sangue schizzò dallo squarcio del torace finendo sul volto di Valeria e su parte della sua pelle nuda. E il già defunto violinista, dopo un urlo soffocato e uno sguardo di pietà verso la sua assassina ora giaceva morto, nel letto, con l’amplificatore del suo strumento che si ergeva dal petto come un bastone conficcato nella sabbia. Era morto! Una pozza di sangue si allargava a macchia d’olio inzuppando di rosso le lenzuola, sempre più rosse... sempre più rosse. Ora Valeria doveva scappare, non poteva farsi trovare nel luogo ove aveva aperto il cuore di una persona, e doveva anche togliere tutte le tracce, tutti i possibili testimoni... e la sua arma finale fu un piccolo e innocente fiammifero. E mentre ella fuggiva nella notte, alle sue spalle, un edificio era inghiottito dalle fiamme.

E questo... è solo l’inizio della storia!VIII.   Avanti il prossimo

<<Il Signor Scattini?>>

<<Ehm... Orazio prego, sono qui!>>

<<Si accomodi.>>

<<Grazie.>>

Mi trovavo nello studio della dottoressa Gilda Fragola: dentista cinquantatreenne!

<<Salve dottoressa...>>

<<Ecco un altro giovane mangia liquirizia! Siediti...>>

Una volta accomodato sulla poltrona cominciò ad esaminarmi la corona dentale.

<<Che schifezza... che marciume... che olezzo! Un alito schifoso, denti marci! Allora giovanotto, quanto zucchero filato ti mangi al giorno?>>, domandò rabbiosa.

<<Ma no, che dice? Sono solo venuto per una pulizia...>>

<<Pulizia?! Per togliere tutto questo tartaro ci vorrebbe un martello pneumatico!>>, diceva nervosa mentre m’agitava un dente con una tenaglietta. <<Cosa facevi quando i tuoi denti chiedevano pietà dopo una notte in gelateria, eh? Ti stravaccavi sul letto a sognare caramelle giganti e bignè, vero? Ecco dove sono finiti tutti i tuoi cannoli alla crema e babà: si sono tramutati in nera carie che ora sta erodendo i tuoi molari!!!>>

<<Dottoressa... mi fa male...>>

<<Silenzio! Adolescente! Ci godi vero, a ruminare gomma americana mentre le tue gengive sanguinano per tutti gli zuccheri che ci mettono dentro, EH?>>

<<Senta: lei faccia solo una leggera pulizia, poi io la pago e non ci vediamo più, va bene?>>

<<Impossibile! Io non faccio lavori a metà: Igor! Legalo al letto!>>

Piombò dallo stanzino adiacente quello che lei chiamava Igor. Una specie di muscolosissimo ragazzino vestito da boy-scout con denti di tutti i tipi, lunghi anche 40 centimetri, che gli spuntavano dalla bocca sparando in tutte direzioni, formandogli un terrificante, gigantesco, orrido sorriso!

<<Igor è mio figlio!>>, esclamò fiera mentre quest’ultimo mi passava, muggendo in continuazione, le strin­ghe su tutto il corpo. <<Lui è il perfetto ragazzino diligente; si lava i denti trentotto volte al giorno e non mangia mai dolci! è il risultato di un mio personalissimo esperi­mento: denti umani, di cinghiale e di coccodrillo... non è un amore?>>

<<Dottoressa, la prego... mi liberi! Le prometto che non toccherò mai più una caramella...>>

<<NO! Adesso è tardi, lurido mangia ciambelle! Ora t’aggiusto io! Userò sui tuoi denti un mio personalissimo esperimento: un trapano con percussione multipla a laser! Monta un generatore che ho acquistato personalmente dall’esercito militare russo! Sai, forse non l’ho tarato bene... e magari ti buco da parte a parte! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah!>>

Ed insieme con la dottoressa cominciò a sghignazzare, saltellando goffamente attorno alla sedia, anche quell’assurda aberrazione del figlioletto.

<<AIUTO!!! AIUTO!!! AIUTOOOOO!!!>>

<<Signor Scattini? Signor Scattini?>>

<<Eh? Chi è? Aiuto!>>

Mi svegliai di soprassalto, ancora nella sala d’aspetto.

<<Signor Scattini, guardi che tocca a lei...>>

<<Ah si? Ehm... no grazie, penso che tornerò a casa...>>

<<Ma come? Ha aspettato così tanto tempo...>>

<<Appunto dico: m’è venuto sonno e ora vado a dormire! Semplice no?>>

<<Come vuole...>>

Che incubo. Ed era un periodo che sognavo in continuazione; accompagnato da un torpore pe­renne che mi portavo dietro per tutta la giornata. Facevo incubi di tutti i tipi e, tra i più ricor­renti, c’era quello ove una tribù di amazzoni con un seno solo si divertiva ad asportarmi un testi­colo...

Quel mattino volli andare dal dentista per avere un giorno di ferie tutto qui... voi di­rete: ma come Orazio... non eri diventato il nuovo direttore dell’azienda dopo la dipartita di tuo zio? Esatto! Solo che saltò fuori all’ultimo momento un altro suo parente del 9° grado della scala cugini: uno slovacco di diciotto anni, che ora passa il tempo a schiacciarsi i brufoli e a fare tutto quello che gli dicono gli ex collaboratori di quel mio “caro zietto” che, non appena avrà messo piede fuori dal manicomio, tornerà a rompere, forse con più magniloquenza! Eccola la vita, sempre uguale... e come diceva un mio saggio parente: “A chi tanto e a chi niente!”.

Il giorno dopo, alle quattro del pomeriggio, in azienda, stavo preparandomi per andare a casa...

<<SCATTINI!>>

<<Chi è?>>

<<Sono il vice sostituto consigliere di 3° Livello di tuo zio ed esigo rispetto!>>

<<Beh, non mi sembra di avergliene mancato...>>

<<Tu dici? Hai visto il mio ufficio?>>

<<No, e non ci tengo a vederlo... ora mi scusi: devo andare!>>

<<Aspetta!>>, disse bloccandomi. <<Il mio ufficio è sudicio e lercio come... la tua camicia, Scattini...>>

<<Io non sono più l’addetto alla pulizia degli uffici dirigenti. L’addetto ora è Bongiovanni!>>

<<Bongiovanni è morto! è stato sorpreso mentre si guardava in sala ricreazione un filmetto di Stallone fuori dall’orario...>>

<<E lo avete ammazzato?>>

<<Macché, chi l’ha toccato? Gli ho solo dato una nota di demerito a sfiducia perenne! E ciò ha influito sulla sua pensione futura riducendola dell’ottanta per cento a vita! Non ha resistito: ha ingoiato 2 litri di detergente per i vetri;>> di­ceva ghignando <<l’hanno trovato disteso in terra con gli occhi talmente gonfi che sembravano palle da tennis...>>

<<Sembra che lei ci provi gusto a raccontare queste cose.>>

<<Aspetta quando andrò a raccontare che ti sei tolto la vita iniettandoti per endovena 30 ml. di detersivo per i piatti, perché ti ho ridotto lo stipendio del 98 per cento per via del tuo rifiuto a pulirmi l’ufficio!>>

<<Solo il 98? Lei è veramente un missionario.>>

<<Non prendermi per il culo, Scattini!>>, mi intimò sollevandomi dalla camicia. <<Io non ti ho mai potuto vedere e sai perché?>>

<<N-no.>>

<<Perché solo un fesso idiota e deficiente come te rimane operaio di 2° livello pur avendo uno zio a capo di una simile multinazionale! Non t’immagini io quanti sederi ho dovuto leccare per arrivare dove sono ora...

<< Immagino molti giudicando l’alito...>>

<<E se avessi avuto la tua fortuna? A quest’ora cosa sarei? Multimiliardario! Pieno di donne! E invece? Mi devo accontentare di una Mercedes, un alloggietto di nove stanze... e di un misero due camere con angolo cottura sulla Costa Azzurra... come mi fai schifo...>>, lasciò la presa e caddi a terra. <<Scattini!>>, concluse superficiale. <<Se domani il mio ufficio, la mia seconda auto parcheggiata fuori e tutti gli uffici del parco dirigenti non saranno lustri come un anello papale ti sbatto in mezzo ad una strada, hai capito?>>

<<Hm...>>

<<Bene, lo riterrò un sì! Ed ora: mettiti al lavoro pezzente!>>

Ed uscì dagli spogliatoi, goduto, aggiustandosi la cravatta. E proprio mentre andavo a prendere gli attrezzi, mancò la corrente.

<<Ah, Scattini!>>, sentii urlare da fuori. <<Dovrai fare tutto prima che diventi buio, non possiamo mica sprecare corrente perché un fannullone non adempie per tempo ai suoi doveri... AH! AH! AH! AH! AH!>>

Non ce la facevo più! I nervi mi schizzarono fuori dalla pelle, ed ormai ero deciso! Sarei anda­to ad orinare in tutti i cassetti di quel cafone e poi, una volta licenziato, via per sempre da tutto e da tutti. E proprio mentre stavo tirando fuori dalla patta il “regal augello” sentii una voce in­cantevole chiamarmi...

<<Orazio...>>

<<Chi è?>>, urlai.

<<Orazio...>>

<<Ho capito, ma chi è?>>, ribattei.

<<Orazio...>>

Realizzai che sarei diventato ottuagenario prima di sentire qualcosa di diverso quindi, mi di­ressi direttamente alla fonte. Passai da un corridoio ad un altro senza capire da dove prove­niva la voce che mi chiamava con intermittente insistenza. Girai per due ore e oramai, stordito dalla monotonia del richiamo non sapevo nemmeno più dove mi trovavo. Aperta l’ennesima porta, ora, ero in un corridoio lunghissimo pieno di tubi che andavano in tutte le direzioni e, al suo fondo vi era una lucetta viva in cui, a scanso di equivoci, proveniva finalmente la voce...

<<EHI, TU!>>, urlai.

<<Orazio...>>

<<E daje! Cambia musica; chiamami Scattini! (Ma che dico!?)>>

<<Orazio...>>

<<Ho capito, ho capito, adesso arrivo! Strano...>>, pensai <<non ricordavo dei cunicoli così lunghi...>>

Arrivai alla fine dopo una lunga camminata e, con meraviglia, realizzai che l’artefice di tutto era una minuscola ragazzina scarna e pallida. Mi guardava con occhi timidi ed era vestita con una vestaglietta povera, e calzava grosse e logore scarpe invernali.

<<Tu sei Orazio vero?>>, disse con un filo di voce.

<<Mi sa che per un po’ odierò anche il mio nome...>>, le risposi inginocchian­domi.

<<Mi devi aiutare Orazio! Ho tradito la fiducia di Suor Assoluta. Mi sono fatta rubare la collana dalla mia amica Valeria. Tu sei l’unico che può fare qualcosa, aiutami!>>

<<Ma che significa? E poi chi sei? Come ti chiami?>>

<<Orazio, tutto ciò che vedi e conosci sta per andare in frantumi. Tutto sta per terminare sotto cieli di sangue... il pendaglio non deve essere aperto se no le stelle cadranno e i defunti si alzeranno dalle loro tombe mossi dal demonio in persona! Solo tu puoi fermare la fine del mondo!>>

<<Ma cos’è tutto questo “epicismo”? Mi vuoi dire chi sei? Così, dopo la fine del mondo... ti porto a mangiare un gelato? Va bene?>>

<<Orazio, ritrova ciò che è stato rubato, ti prego!>>

<<Va bene te lo prometto, ma parla chiaro: cosa ti è stato rubato?>>

<<Non dimenticarmi, perché io non sono morta...>>

Allungò un dito verso la mia fronte e, non appena mi toccò, venni sbalzato all’indietro con spin­ta di potenza eccezionale e, nel giro di pochi istanti percorsi tutto il corridoio volando all’in­dietro sino a frantumarmi sulla parete. Al rumoroso contatto col muro, apri nuovamente gli oc­chi: mi trovavo nello spogliatoio e stavo di nuovo sognando! Ma cosa mi stava succedendo?IX.            La matta è fuori

In quel momento, in un altro loco...

<<Possiamo vedere il filmato prego...>>, disse un individuo elegantemente incravattato a dei dottori.

Al suo ordine, nella stanza calò il buio e, su di un telone, venne proiettata la ripresa in que­stione.

<<Siamo tutti in pericolo... la nostra vita, le nostre famiglie, i nostri amici più cari!>>, era, ovviamente, Donna Valeria che, da su un palchetto improvvisato, pistolettava ad una folla di folli. Gioco di parole a parte, il suo pubblico erano gli occupanti del manicomio. <<Un infimo individuo vaga indisturbato per il creato minacciandoci tutti! Egli viaggia a braccetto col demonio! Si confida con lui ed esegue tutti i suoi ordini! E dall’alto della sua perfida autorità, trama con il maligno spregevoli disegni sul come annientare tutta la razza umana! E soprattutto su come abusare indi­sturbato di tutte le fanciulle del creato! Esse timide, piccole ed indifese, come la mia bambina... non sanno che costui, con occhi malvagi, le guarda tutte dalla sua boccia di vetro! E fantastica, immagina di congiungersi carnalmente con tutte loro, renderle, ancor fanciulle, sue concubine! Per poi mettere al mondo un esercito di mostri che, guidati all’attacco da Belzubù con egli al suo fianco, andrebbero ad estirpare tutti noi testimoni della fede in Cristo! Possiamo permettere tutto questo? Possiamo restare a guardare una bestia, solo all’apparenza umana, agire indisturbata a contatto con i nostri bambini? Egli mente con tutti; la sua lingua è falsa ed ingannevole! Si aggira curvo per i parchi giochi e promette balocchi e luoghi meravigliosi ai nostri virgulti e, dopo averli ad­dormentati con i vapori di caramelle intrise di sostanze, li trasporta nella sua umida e squallida cantina. Ed essi vivono lì, in sospensione perenne, in un sonno eterno, ed egli gode a sentire i pianti delle madri private dei loro figli, egli si nutre delle sofferenze altrui! Costui, questo aberrante individuo, si chiama Orazio Scattini! E noi, cristiani! Abbiamo il compito di trafiggergli il cuore con il santo crocifisso! E poi, dopo averlo arso, gioire della morte del demonio con coppe di vino e feste sino all’alba! Render quel giorno festivo e glorificarlo ogni anno come il giorno dei cavalieri di Dio che hanno annientato con la forza della Bibbia l’avanzata del maligno sulla terra!!!>>

<<Potete fermare!>>, il fotogramma si fissò su Donna Valeria euforica, con le braccia al cielo. <<A cosa abbiamo assistito esimi dottori? Al delirio di una folle, indub­biamente. Una folle che inveiva in continuazione su questo... Orazio Scattini, rendendolo colpevole di... di assurdi crimini. Quale sarebbe allora il nostro errore? Quello di dare libertà ad una donna che andrebbe a minacciare la nostra comunità, avventandosi contro questo Orazio, ed una volta eliminato, contro altri che ella vedrà come pericolo. Dare libertà ad una persona con stabilità mentale labile! Quel filmato è stato ripreso circa due mesi fa... ma se adesso andiamo a cercare Donna Valeria, la mia cliente, dove la troveremmo secondo voi? Nel parco del manicomio sì... ma non più a dar sfogo alla sua pazzia, ma bensì, a dar da mangiare ai non autosufficienti, a tener compagnia ai più anziani, ed a leggere, con voce calma e serena, la Sacra Bibbia! E se voi, eminenti dottori, andrete da ella a chiederle che cosa pensa di Orazio Scattini, ella vi risponderà: “...Orazio? Un povero cristiano che ha perso la via...”. Ecco cosa vi risponderà Donna Valeria! Una donna che, non dimentichiamoci, ha fatto opere di bene a nove zeri per la chiesa, per i bambini e per il nostro paese! Una donna che sarebbe molto riconoscente con coloro che l’aiuteranno a ritrovare la serenità. Vi dico che commettete un grave errore a tenerla rinchiusa. La mia proposta è un periodo di libertà vigilata di quattro mesi sotto la mia tutela, e poi, dopo un vostro controllo finale, se lo riterrete opportuno, la completa libertà della mia cliente!>>

<<Non so se siamo più di fronte ad una pazza avvocato Mariano.>>, diceva il primario del manicomio lucidandosi la sua mano meccanica. <<Lei sostiene che questa donna non è più un pericolo, ma chi ci assicura che la sua mente, una volta respirata l’aria della libertà, non ritorni ancora più malata di prima?>>

<<Mi scusi,>> prese parola un dottore con una benda da pirata su di un occhio <<io sono favorevole ad accordare fiducia all’avvocato Mariano. In fondo, è ormai tempo che Donna Valeria non ci dà più problemi anzi... ultimamente s’è messa anche a dare una mano in cucina... io dico di darle una possibilità!>>

<<Dottori?>>, interrogò il primario rivolto ai colleghi. <<Obiezioni?>>, nessuno fiatò. <<Bene! Se non ci sono questioni, quello che rimane da fare sono le pratiche per farla uscire. Ed ora, tutti a pranzo!>>

Durante il pasto, l’avvocato provvide diligente a ringraziare con assegni in bianco pas­sati da sotto il tavolo, tutti i dottori che avevano collaborato al rilascio della sua cliente. E, il mattino dopo, la luce della libertà, avrebbe battuto nuovamente sul volto di Donna Valeria!X.                L’ingegnere

Ero ancora negli spogliatoi, con il mio nome che mi rimbombava nel cervello, non so che ore fossero, era buio. E dall’odore metallico del mio alito mi ero fatto cinque o sei ore di sonno belle e buone! Mi diressi verso la porta e... sorpresa! Chiusa a chiave. Questo non ci voleva. Mi acca­sciai sulla panca rassegnato a passare la notte in quel luogo che emanava sempre un fragrante profumo di calzini marci! Ma dopo alcuni secondi, un’altra sorpresa... ancora una voce! Stavol­ta mi pizzicai dodici volte per essere sicuro di non dormire, e poi cercai di individuare la prove­nienza di quello che sembrava... un canto! Ed esattamente... la canzone di... di “Goldrake”! “...mangia libri di cibernetica, insalate di matematica e a giocar su Marte va...”. Ma chi era questo strano, stonatissimo nostalgico? Tutto sembrava fuoriuscire da dietro uno degli arma­dietti. Lo scansai dal muro e... arisorpresa! Nessun muro; ma una piccola porticina da cui usciva una flebile luce arancione! Era aperta. Entrai e seguii il rim­bombo della voce. Scesi delle ripidissime ed infinite scale, e arrivai dentro a quello che sem­brava un gigantesco e modernissimo laboratorio pieno di computers e lucette lampeggianti! Nel suo centro, seduto ad un tavolo, c’era colui che cantava, un individuo con una scimmietta sulla spalla, i capelli tutti sparati e una decina di fili che gli uscivano dalla testa e andavano a colle­garsi ad un gigantesco elaboratore sulla parete. Era intento ad armeggiare sui diodi di una scheda elettrica mentre continuava a cantare.

<<...VAAA DISTRUGGI IL MALE VA...>>

<<...ALABARDA SPAZIALE!!! >>, continuai.

Si girò e lanciò un urlo di terrore!

<<Chi-chi-chi sei? Ti prego, non mi arrestare no!>>, urlò andandosi a nascon­dere, insieme alla sua scimmietta, sotto il tavolo.

<<Ma io non voglio mica arrestarti...>>

<<Sì invece, tu vuoi arrestarmi! Ma io ho fatto il bravo, ho pagato tutte le multe tutte!>>

<<Sì, va bene, ma non aver paura, alzati pure...>>

<<No, tu mi vuoi fare del male, vuoi arrestarmi!>>

<<Io?! Al massimo potrei consigliarti un insegnante di canto.>>

<<Come sei entrato qui?>>

<<La porta era aperta.>>

<<Nooo! Ho lasciato di nuovo la porta aperta! Ora il Signor Scattini mi darà tante botte!>>

<<Stai parlando di PierVincenzo Scattini? Il padrone di quest’azienda?>>

<<Di lui, sì!>>

<<è in manicomio! Ed uscirà, spero, quando i miei figli saranno trisnonni! Io sono il nipote: Orazio!>>

<<Allora tu potrai dirgli che io sono stato bravo, che sono sempre qui a fare il mio dovere... glielo dirai vero?>>

<<Sì, glielo dirò, va bene...>>

<<Grazie! Ora, devo aggiustare questa scheda!>>

Lentamente riprese la sua postazione. Era giovane, sulla trentina, portava un paio di occhialoni con montatura nera, rotti a metà e aggiustati con il nastro adesivo, una tuta bianca che gli sembrava cucita addosso e, sulla spalla, l’inseparabile scimmietta che nutriva in continua­zione con delle arachidi che, ogni tanto anche lui spizzicava. La cosa però più impressionante erano quei fili che gli partivano dalla testa ed andavano a collegarsi dentro un gigantesco mac­chinone lampeggiante alto più di sei metri e largo altrettanto.

<<Che cosa stai facendo?>>, chiesi gentilmente.

<<Sto riparando un filtro decodificatore di dati monitorati a scansione multipla leggera con chip di espansione per linguaggi macchina a banda larga. Grazie a questo riesco a leggere tutti i dati criptati di qualsiasi paese e di qualsiasi civiltà extraterrestre. Ma è molto delicato e si rompe ogni quaranta decimi di secondo. Ora gli sto sistemando un piccolo microprocessore che controllerà in sequenza tutti i passaggi di lettura, così facendo, avrà danni solo ogni tre o quattro secondi.>>

<<Beh, è un’altra vita... ma... perché fai questo?>>

<<Tuo zio mi ha chiesto di farlo.>>

<<Ah sì? E dimmi: cos’altro ti ha chiesto di fare mio zio?>>

<<Di costruire tutto quello che vedi.>>, diceva continuando ad armeggiare con la scheda.

<<E... cosa vedo?>>

<<9 computer per operazioni di lettura dati con microprocessore platinato a 87 vie capace di 61 trilioni di operazioni al secondo, un centro di archiviazione dati che si erge lì sulla parete e che scende sino a 71 metri di profondità, una settantina tra generatori di energia e prelevatori... e il computer centrale a linguaggio trinario direttamente collegato col mio cervello!>>

<<E... perché tutto questo?>>

<<Per sapere tutto di tutti e per controllare tutto! Questi computers sono in grado di dominare il mondo intero! Tutte le centrali elettriche, tutti gli aeroporti, tutti i satelliti, tutti gli armamenti... li ho interfacciati con tutto! Mi ci sono voluti anni di ininterrotto lavoro ma finalmente, tuo zio avrà ciò che voleva, così potrò tornare libero.>>

<<Mio zio ti tiene chiuso qui dentro?>>

<<No! Sono io che ci voglio stare... perché fuori... fuori ci sono i vigili!>>

<<I vigili?>>

<<Sì, mi aspettano dietro ogni angolo, ad ogni strada per farmi la multa e... e io non voglio uscire. Tuo zio mi disse che gli avrebbe parlato e li avrebbe convinti che... che Lucio Lamborghinis non è cattivo, che non mette mai la macchina in divieto di sosta, che attraversa sempre la strada col verde... gli avrebbe parlato lui, se gli costruivo tutto questo.>>

<<(Mio zio era pazzo ancor prima di finire in manicomio...) E... dimmi Lucio: con questi computers, tu sei in grado di sapere proprio tutto?>>

<<Qualsiasi cosa che si trovi archiviata e che viaggi nella memoria di un computer in tutto il mondo...>>, diceva orgoglioso mentre la scimmietta continuava a nutrirsi dalla sua mano.

<<E i satelliti?>>

<<Sono in grado di deviare la traiettoria di qualsiasi satellite orbitante e di arrivare a leggere, grazie a quelli spia, persino la marca di un orologio di un tizio che sta guardando l’ora di notte!>>

<<No, mi basta molto meno...>>

Lucio nel frattempo mi raccontò di lui, dei suoi brillanti risultati in intelligenza artificiale, ro­botica, ingegneria, medicina... e di come capitò il fattaccio che gli provocò tanto terrore verso la polizia municipale.

Stava tornando a casa con la macchina, era notte, cercava da più di quaranta minuti un posteggio; dopo l’ennesimo giro dell’isolato senza successo, decise di sistemare la sua umile Opel Kadett nera del ‘78 sulle strisce pedonali all’angolo della strada. Ma, una volta sceso dall’auto, una luce fortissima gli piombò dal cielo! Era un elicottero dei vigili. Che gli in­timava di mettere le mani sull’auto e di non muoversi per alcuna ragione!

<<Ma cosa ho fatto?>>, gli urlò impaurito.

<<Silenzio!>>, gli intimarono col megafono dall’alto. <<Fa ciò che ti diciamo senza fiatare... hai capito? CANE!!!>>

Subito dopo, arrivarono sette macchine della polizia municipale. Il vigile appena sceso gli allungò subito una randellata sul muso e Lucio, stordito, si accasciò a terra.

<<Eccolo qui, il bastardo! Sono anni che ti diamo la caccia, e finalmente t’abbiamo beccato!>>

<<No, che dite... mi state scambiando con un’altra persona...>>

<<Silenzio!!!>>, urlò l’urbano tirandogli un calcio alle costole. <<Ti piace lasciare l’auto dove ti pare, vero? Ostruire il passaggio a ciechi, bambini e anziani... ma adesso ti togliamo noi la voglia di fare il furbo... sotto ragazzi!>>

Il povero Lucio fu preda dei violentissimi calci e pugni dei tutori della circolazione che dopo averlo pestato per bene, lo lasciarono in terra mezzo morto.

<<Queste>> proseguì uno di loro <<sono 148 contravvenzioni per divieti di sosta, resistenza a pubblico ufficiale, omissione per non aver aiutato a far attraversare la strada ad una vecchietta eccetera, eccetera; e ti conviene pagarle tutte nel più breve tempo possibile altrimenti... torneremo!>>

<<Ehi colleghi...>> urlò col megafono un vigile dall’elicottero <<toglietevi un attimo...>>

Costui, con atroce perfidia, lanciò il suo manganello da 56 metri che, con millimetrica preci­sione, andò a finire sulla faccia del martoriato Lucio! Disteso, in terra, mezzo morto, rimase privo di conoscenza per 31 ore poi, arrivò finalmente un’ambulanza della Croce Verde. Rimase in ospedale un mese, e una settimana la passò in prognosi riservata. Dopo il ricovero, venne dimesso insieme con un sacchetto di plastica con dentro le sue cose e con una busta piena zeppa delle contravvenzioni che doveva pagare. Terrorizzato, andò a chiedere un lavoro a mio zio che, avendo capito chi si trovava dinanzi ad un genio, iniziò a sfruttarlo sino all’osso promettendogli che avrebbe sistemato le cose se avesse fatto ciò che gli ordinava. Dopo avergli fatto automatizzare tutta l’azienda in modo assolutamente perfetto, mio zio capì che grazie a lui sarebbe riuscito a diventare addirittura pa­drone del mondo! E ce l’avrebbe anche fatta se solo (per fortuna), il manicomio non fosse arri­vato prima. Lucio, aveva conseguito quattro lauree e l’ultima, in robotica, con 110 e lode, diritto di stampa, bacio accademico e diritto di prelazione per sposarsi la figlia del rettore! Riuscì a progettare il primo computer a linguaggio tri­nario, prendendo come modello lo stesso cervello umano! L’unico problema era che per riuscire a replicare esattamente un cervello, ci sarebbero voluti 87 anni di lavoro e una camera per contenerlo lunga trecento metri e alta diciotto! E così, per risparmiare tempo, collegò i terminali direttamente al suo!

<<Ecco, adesso... stringi sull’immagine...>>, gli dicevo mentre entrambi osservavamo sul monitor del computer <<così... ancora... bravo! Ora, resta così! Così!>>

<<Quella Orazio... non è una donna che si sta spogliando?>>

<<Sì esatto! Guarda che corpo, una statua! Che seni... oh... il reggipetto così... che favola, che musica... quella non è una donna, è un angelo! Tshhhhh, adesso si sfila la calze... guarda che grazia, che danza erotica!>>

La mia lingua intrisa di bava, ormai arrivava a toccare il pavimento quando sul più bello, l’im­magine andò via. Ciò mi provocò uno shock temporaneo che bloccò i miei movimenti per 35 minuti!

<<Che significa Lucio... falla tornare!>>, gli dicevo con le lacrime agli occhi una volta ri­preso.

<<Impossibile; sino alla prossima orbita Orazio... mi dispiace...>>

<<Io amavo quella donna Lucio. Volevo farla felice... portarla a scoprire terre meravigliose e poi, invecchiare al suo fianco... guardare i nostri figli crescere ed essere seppelliti insieme. Lei con le braccia attorno alla mia vita ed io, con le mani sulle sue tette che, grazie alla chirurgia estetica, sarebbero rimaste di una per­fezione sferica assoluta! No! Io volevo morire con quei capolavori al silicone stretti nelle mie mani e l’ho persa per sempre...>>, distrutto, piansi a dirotto per un’ora e venti.XI.            La lettura del sogno

<<Cosa significa identificatore parziale di onde cerebrali a fruizione leggera?>>, domandai curioso.

<<Il pensiero!>>, rispose Lucio che oramai fungeva da cicerone nel mio continuo domandare su tutti gli oggetti presenti. <<Questo casco è in grado di leggere e figurare le tue onde cerebrali!>>

<<Ma dai non dire balle, com’è possibile?>>

<<Devi sapere che le onde del pensiero hanno una certa consistenza elettrica, se pur leggera, quindi sono vo­latili. Questo apparecchio le cattura e le codifica esattamente come il cervello e poi, le trasmette a questo monitor.>>

<<Mi piacerebbe provarlo...>>

<<Sai Orazio; questa fu la mia prima innovativa invenzione. Ricordo ancora quando la presentai ai miei compagni della facoltà di intelligenza artificiale...>>

<<Cosa ti dissero? Restarono meravigliati?>>

<<Quegli ottusi non la vollero neanche provare! Si nascosero dietro la scienza e la ricerca che prima, avrebbe dovuto esaminare il mio apparecchio in de­terminate condizioni... credevano fosse una buffonata... un fenomeno da pre­stigiatore... ma erano loro i pagliacci! Erano loro che aprivano i libri e stu­diavano i concetti col paraocchi, senza nessun’inventiva, senza nessuna passione! Quell’anno, per non avere più sotto il naso la loro boria da scien­ziatelli di laboratorio, mi laureai in tre settimane!>>

<<Mi dispiace per come ti hanno trattato...>>

<<Non fa niente... sono abituato ad essere incompreso. Ed guarda ora cos’ho creato...>>, diceva afflitto <<apparecchiature che con un semplice tocco di un dito sono in grado di controllare il mondo intero! Ma io non volevo tutto questo Orazio... fu tuo zio a comandarmelo... io stavo progettando una nave interstellare prima di costruire tutto questo.>>

<<Lucio... se questo non ti piace, puoi anche smettere. Mio zio non può farti più nulla.>>

<<Ma ci sono i vigili fuori, pronti ad arrestarmi!>>

<<Questa è una storia che poi dovremo verificare. Piuttosto, senti: questo affare, funziona anche per i sogni?>>

<<Il procedimento dovrebbe essere lo stesso, perché?>>

<<Ti va di provarlo su di me?>>

<<Va bene...>>

<<Allora tu continua ad armeggiare con la tua scheda, mentre io, mi sparo una pennichella con quest’affare sulla testa!>>

<<Come vuoi.>>

Passarono diversi minuti prima che riuscissi a prendere il sonno ma, non appena passai nelle braccia di Morfeo, sul monitor apparirono nitidi tutti i miei sogni.XII.       Le tragedie non finiscono

<<Donna Valeria...>>, diceva l’avvocato Mariano mentre la portava a casa in auto <<ho fatto tutto ciò che mi ha chiesto, assegni... mazzette... favori, ed ora lei è libera! E... mi consenta, ora... ora è il mio turno.>>

<<Non si preoccupi, anche lei avrà la sua ricompensa.>>

<<Ma io... Donna Valeria, non cerco danaro... piuttosto...>>, diceva mellifluo mentre le accarezzava una gamba <<...la passione!>>, continuava sudato mentre la mano saliva sempre più su. <<Valeria, io vi desidero... come non ho mai desiderato nessuna!>>

<<Se è il mio corpo che volete, quello avrete! Ma prima...>>, disse togliendogli la mano <<portatemi a casa!>>

L’avvocato sempre più untuoso, spinse sull’acceleratore per accorciare i tempi della sua ricompensa. Correva con l’auto sempre più nervoso, vicinissimo al volante, preoccupandosi in conti­nuazione del sudore che, a pioggia gli colava dalla fronte e, durante l’apice delle sue fan­tasie, un filo di bava viscida gli calò dal lato delle labbra andando ad allungarsi sino ai calzo­ni. Ma Valeria non se ne curava, e continuava a fissare la sua riconquistata libertà fuori dal fine­strino.

Una volta a destinazione, l’avvocato Mariano uscì con tanta di quella foga dalla macchina che andò a sbattere con il cranio su di un vaso in cemento armato ubicato sul lato del portone della villa di Donna Valeria. Con un bozzo che a vista d’occhio gli s’ingrossava sulla nuca, camminò barcollante sino alla portiera dell’auto per far scendere Donna Valeria. Ella, elegantissima, salì i nove gradini che la portavano all’ingresso ed aprì la porta.

<<Beh? Non entra?>>, disse ambigua strizzando l’occhio al dottore che, intanto, era rimasto ad ammirare le sue curve sensuali che ondeggiavano al ritmo dei gradini.

Quell’essere oramai era divenuto paonazzo ed umido come una cascata! Corse impacciato verso l’ingresso ma mancò clamorosamente un gradino finendo a corpo morto con la faccia su tutta la scalinata macinandosi i due incisivi superiori e provocandosi un taglio diagonale di cinque centimetri in piena fronte. Di nuovo in piedi, pregno di sangue che colava, malfermo sulle gambe, ma eccitato come un toro da monta, con passo vacillante, e con quella mistura di sudore e sangue che oramai gli aveva dipinto il volto, riuscì ad entrare dentro la casa di Valeria.

<<Dofe fei? Ti foglio adeffo! Ofa!>> e, come il più volgare degli amanti, già iniziava a ti­rarsi giù i calzoni per dissetare la sua libido.

<<Chiudi prima la porta amore...>>, gli mormorò sensuale Donna Valeria dalla sua camera da letto.

<<Come fuoi tu, amofe...>>

<<Ed ora vieni a prendermi!>>

<<Arrifo e ti defasto!!!>>

All’impazzata, l’eccitato dottore, corse saltellando, causa le brache calate, sino alla stanza di Valeria e non appena entrò, la trovò distesa sul letto!

<<Adeffo...>> intimava sordido con quei liquidi organici menzionati prima che gli uscivano a frotte dalla bocca e dalla fronte <<ti cafalco fino all’alba del 2030!>>, e poi, dopo quest’affermazione di dubbio gusto, si esibì in uno squallido sorriso sdentato. <<Pfepafati... Donna Falefia!>>

<<Spogliati prima... mio stallone furioso... e bevi dal mio seno tutta la lussuria che riesci a trattenere...>>

Appena il dottore fece il gesto di togliersi la cravatta Donna Valeria sfoderò da sotto le lenzuo­la una calibro 38 con silenziatore e non fece altro che premere il grilletto... una sola... pulita... e precisa volta. La pallottola viaggiò sicura dalla canna dell’arma sino alla fronte del dottore. Costui, forse ancora preda della passione, scatenava un ultimo agghiacciante sorriso per poi cadere in avanti andandosi a conficcare un occhio sullo stipite del letto.

<<Avresti potuto chiedere qualche miliardo... te l’avrei tirato in faccia senza pensarci nemmeno>>, diceva sprezzante a quell’ammasso laido oramai senza vita <<ma il mio ventre è stato macchiato una sola volta dalla vergogna e l’ho lavato partorendo una santa! Una santa!>>

Donna Valeria, senza neanche curarsi del cadavere che giaceva con la testa bucata e fracassata sullo spigolo del letto, cominciò a vestirsi e a fare le valigie.XIII.   Il pendaglio

<<Svegliati Orazio...>>, diceva gentilmente Lucio <<svegliati! è giorno!>>

<<Eh? Che succede?>>

<<Orazio... penso che tu... abbia sognato abbastanza ora, se vuoi, poi rivedere tutto.>>

<<Che ore sono...?>>, domandai tentando di aprire a forza l’occhio sinistro.

<<Le 9 di mattina.>>

<<Cazz... dovrei essere al lavoro... ma sì, poi m’inventerò qualcosa. Allora: come sono andato?>>

<<Direi bene; hai sognato per cinque ore.>>, diceva togliendomi il casco.

<<E che sogni ho fatto?>>

<<Li ho registrati: vediamo...>>

Passarono in rassegna: il solito sogno col le Amazzoni, uno in cui ero diventato sceicco ed avevo un harem con 400mila donne e uno in cui ero l’unico uomo in un mondo popolato da se­deri. E poi, tornò il sogno della ragazzina. Io e Lucio lo seguimmo con molta attenzione parola per parola.

<<Che significa secondo te?>>, gli chiesi.

<<Non ne ho idea. Ricordi di aver conosciuto una bambina che somigliava a quella?>>

<<No, mai vista... ma poi: che significa il pendolo? Suor Assoluta? Insomma: sono cose che non ho mai sentito...>>

<<Forse potremmo tentare di mettere qualche nome nel computer per vedere cosa salta fuori...>>

<<Tu credi che...>>

<<Beh, provare non costa nulla. Allora: cosa cerchiamo?>>

<<Proviamo con questa Suor Assoluta!>>

<<O.K.!>>

A Lucio bastò scrivere il nome sul monitor e pigiare il tasto d’invio.

<<Ed ora?>>, domandai mentre la scimmietta mi masticava i pantaloni.

<<Ora aspettiamo il responso... sta cercando il nome in tutte le banche dati del pianeta.>>

<<Ci metterà un secolo...>>

<<Con i computer che compri al supermercato ci metti un secolo! Ma non coi miei!>>, e non appena finì di pronunciare quelle parole, il nome della suora ricomparve. <<Guarda-guarda! “La leggenda di Suor Assoluta”, nel libro “I Misteri del Santo Graal”. Il Santo Graal? Che vuol dire?>>

<<Non è il bicchiere dove Gesù bevve nell’ultima cena?>>

<<Lo so che è quello, ma cosa centra col tuo sogno...>>

<<Puoi vedere se c’è il brano che parla di lei?>>

<<Controllo, un attimo... ecco: “La leggenda di Suor Assoluta, la religiosa ultracentenaria”.>

“Una delle ipotesi più accreditate su chi avesse posseduto la mappa del luogo ove si trova il calice di Cristo è senza dubbio, quella di Suor Assoluta. Si dice, in alcuni scritti del 1300, che un cavaliere cacciato dalla sua casata, andò a cercare in Terrasanta la coppa benedetta per divenire invincibile e vendicarsi dei suoi nemici. La cercò per più di trent’anni. L’idea di poter dissetare le sue brame col Graal lo rese quasi pazzo, lottò con tutto e con tutti; si narra che trucidò tutti coloro che osarono ostacolarlo. Ma un giorno, pentito del sangue sparso inutilmente, pianse per un anno intero e restituì tutto quello che aveva saccheggiato nel suo lungo cammino ai legittimi proprietari. E una notte, Gesù, mosso a compassione per il suo gesto, gli si rivelò innanzi:

<<Guglielmo da Roccamarcia, ascoltami!>>

<<Chi mi desta?>>

<<Sono il tuo Signore Gesù Cristo!>>

<<Lo Figlio di Dio! At codesta ora...?>>

<<Io sono molto adirato con te; mi hai riempito i cieli di musulmani che ora non fanno altro che canzonarmi dalla mattina alla sera!>>

<<Impetro pietà o meu Sactissimo Signore.>>

<<Non fa niente, ti ho già perdonato. Il tuo rimpianto per le efferatezze delle tue gesta è giunto sino a me e m’ha toccato il cuore. E ho deciso di premiarti!>>

<<Oh Signore, puoto diceres alloram che avirò codello feudo che l’averet semper bramato. Con lo castello at 4 bastioni et la corte di vergini allo mio fianco, ad accudirmi et a farmi lo bagno nello bianco latte?>>

<<Veramente io... volevo dirti dove si trovava il Santo Graal...>>

<<Ah si... chiedo venia, va bene lo stesso.>>

<<Hai carta e penna?>>

<<Mi esser seccato tutto l’inchiostro Jesus... ma, tempo!>>

Il cavaliere con noncuranza, si cavò tutti e due gli occhi e, col il sangue che sgorgava dalle orbite co­minciò a scrivere.

<<Abla, oh mio Signore...>>

<<Ma... Guglielmo, perché hai fatto quel gesto?>>

<<Meus Cristus, li miei occhi aviano viduto troppo lo sangue, tanto che oramai, tutto lo mi si presentava innanzi con lo aspetto di uno rosso morte. Anche la tua sanctissima figura. Et codesto io non lo puoto permettere ma, se non averet ap­prezzato il gesto tu, me li puoti anche riattaccare...>>

<<Apprezzo e onoro il gesto!>>

<<Ah!>>

<<Ora scrivi!>>

<<Sì...>>

Il cavaliere scrisse minuziosamente ciò che Cristo in persona gli dettava e poi, quando il si­gnore svanì, serrò il segreto all’interno del suo pendaglio che aveva la forma del Sacro Cuore di Gesù! Intanto, l’oramai orbo cavaliere, mentre faceva ritorno alla sua terra natia venne assalito in una pineta da dei predoni. Erano trentasei! Ma nonostante fosse ciecato riuscì a squartarli e a de­capitarli tutti! Ma, purtroppo, proprio mentre si accingeva ad aprire la pancia dell’ultimo bandito, una pigna di ventotto chili si staccò da un ramo e, fischiando, percorse undici metri in pic­chiata sino alla testa del cavaliere. Quel giorno fu chiamato dagli abitanti della valle “Il Giorno del Tamburo”, perché il suono dell’impatto si sentì nitido per un raggio di duecento chi­lometri! Una piccola fanciulla, che abitava in un casolare non lontano dalla pineta, al senti­re il boato si alzò secca dal letto.

<<Mater, cos’erat?>>

<<Sancti nubis! Et Jesus Cristis chet romboa sut la vallet nostram! Priestus! Scappiamot in riva at lo fliume.>>

Ma la piccola, mentre la mamma era in preda al terrore, già si era dileguata a cercare la natura di quel suono. E una volta giunta dinanzi al cieco cavaliere che giaceva stremato a terra, disse:

<<Fossi stato tu a generare codello suono?>>

<<Oh stridulat voce de virgulta... come vurria chet lo suono fosse stato lo di cannone ot di chiasso intestinale ma, in veritatis, et lo demonio che avet cozzato la malapigna sulla mia crapa. Et io, ora, muoiom. Con lo mio arcano mistero at la predonia di ladri furfantis et scippatoris.>>

<<Quale è lo tuo mistero?>>

<<Bambinam? Tu lo preghi lo Signore?>>

<<Semper!>>

<<Et allora piglia! Codesto et lo sactissimo segreto! Custodiscilo tuum. Entra in a uno convento e serra con tico la mappa dello calice benedetto. Io, ora, muoiom!>>

Il valoroso cavaliere consegnò la collana alla bambina stringendola con tutta la forza della sua fede per l’ultima volta poi, spirò tra le braccia della fanciulla che senza attendere l’età della ragione si serrò in un convento e lì passò... centinaia di anni! E proprio in questo con­vento, che col tempo era divenuto un brefotrofio femminile, ella morì come Suor Assoluta, portando con sé il mistero del calice di Cristo. Si narra comunque, che solo chi possedeva la fede di un santo avrebbe potuto aprire il pendente. Per quanto riguarda i poteri che può acquisire chi possiede il Graal un antico scritto rivela: “...chi riuscirà a posare le labbra dove ha bevuto il Figlio di Dio e dove il suo san­gue fu raccolto sarà un pericolo per tutta l’umanità”.! Effettivamente un oggetto che è entrato così intimamente in contatto con il figlio del creatore, acquisisce un’energia potenziale che non si spegnerà mai nei secoli dei secoli. Verità o semplici credenze? Lo scopriremo soltanto quando qualcuno riuscirà a trovarlo.

<<Incredibile...>>, dicevo sconvolto <<il pendaglio, la suora... è tutto vero... mio Dio...>>

<<Ma Suor Assoluta non morì con il segreto; lo consegnò alla ragazzina che ti sei sognato. E poi chi sarebbe questa Valeria che la bambina nomina nel tuo sogno... conosci una qualcuna che si chiama così?>>

<<Beh... sì, ma non credo che...>>

<<Presto, non perdiamo tempo! Sai il suo cognome?>>

<<Si chiama Donna Valeria.>>

<<Donna Valeria? Ma che razza di nome...>>

Lucio, seguì le operazioni fatte in precedenza.

<<Ecco qui! Donna Valeria. 59 anni, nubile, capelli castani, eccetera, eccetera... ma guarda un po’: cresciuta nel brefotrofio femminile di Viù in Piemonte, crollato in seguito al deterioramento delle strutture portanti il 18 ottobre del 1943. Adottata in seguito da una famiglia americana, i Grant del Texas, ricchissimi petrolieri, morti in un incidente aereo nel 1958. Ritorna in Italia lo stesso anno e cambia il suo nome da Donna Grant a Donna Valeria.>>

Mentre Lucio proseguiva con la lettura il sangue nelle vene mi divenne gelido come ghiaccio.

<<Interessante!>>, proseguì <<Se quanto abbiamo letto è vero, ora quella matta potrebbe avere Santo Graal!>>

<<No, è impossibile! Sta chiusa in manicomio.>>

<<Non più! Qui dice che è uscita stamattina...>>

<<Oggi?! Se la conosco bene starà già scavando per portarlo alla luce, e la prima persona cui darà fuoco col pensiero sarà proprio il sottoscritto. Cos’è questo cicalino?>>

<<è il computer. arrivano nuovi dati su di lei. Nella sua villa è stato trovato un cadavere, il suo avvocato; la polizia la sta cercando.>>

<<Siamo finiti! Quella ci farà scomparire tutti...>>

<<Un attimo Orazio... il libro sosteneva che solo con una fede incrollabile si può aprire il pendente. Tu pensi che lei ci sia riuscita?>>

<<Non credo! Altrimenti lo avrebbe fatto da molto tempo... ma se la sua amichetta m’è apparsa in sogno vuol dire che un modo l’avrà trovato...>>

E proprio mentre pensavo di trasferirmi in un’altra costellazione fui raggiunto da un presenti­mento.

<<Grazia... sua figlia! Adesso è una monaca, ma l’ultima volta che l’ho lasciata chiacchierava con la Madonna...>>

<<Allora è lei che ora Valeria sta cercando.>>

<<Lucio, dobbiamo seguirla! Usa uno dei satelliti.>>

<<Sì! Dove lo puntiamo?>>

<<Ad Assisi!>>XIV.      La mia bambina

<<Vorrei parlare con mia figlia... si chiama clarissa Grazia Valeria>>

<<Non è possibile!>>, disse scontrosa un’anziana monaca con un dente solo che, nero, le spuntava dal labbro inferiore. <<Le monache incontrano i parenti una volta ogni 5 anni! E non si fanno trattamenti di favore.>>

<<La prego, io devo vederla!>>

<<Non si può! Ora se ne vada!>>

<<Aspetti: mi faccia parlare con la superiora, ella capirà!>>

<<La superiora è muta da 54 anni!>>

<<Allora le porti questa busta...>>

<<Sarà fatto. E ora torni tra qualche lustro...>>, sbottò.

<<Lei gliela deve portare ora! Adesso! La prego!!!>>

<<Pensi a pregare nostro Signore Gesù Cristo... specie di donnaccia!>> osservò la monaca cercando di chiuderla fuori.

<<Senti brutto tappo di una suora schifosa,>> in un impeto di rabbia, con una spallata alla porta, Valeria fece volare sedere in terra l’anziana monaca. <<io ho passato quasi sessant’anni della mia vita a pregarlo praticamente giorno e notte,>> le intimava puntandole il dito. <<anche quando dormivo. Ho pronunciato più “Padre Nostro...” io, che tu in tutta la tua insignificante vita, ora: o mi porti mia figlia, o troverò il modo di sbatterti a fare la missionaria tra le tribù cannibali del Congo... mi sono spiegata?>>

<<...aspetti qua...>>, disse alzandosi.

Valeria attendeva trepidante in quell’ordinata saletta. Sul muro di questa vi erano tanti quadri a soggetto religioso e una scritta scolpita nel marmo a lettere dorate: “Cristo osserva e giudica... sempre!”.

<<Donna Valeria?>>

<<Sono io...>>

<<Sono la Madre Superiora...>>

<<Ma non era muta?>>

<<Dinanzi ad un assegno da ottocento milioni parlerebbe chiunque. Dunque: lei vuole vedere sua figlia... perché?>>

<<Perché sono la sua mamma...>>

<<Lo sa che sua figlia è un po’ particolare...>>

<<Ma cosa dice?>>

<<Parla con le ombre...>>

<<Con cosa?>>

<<Sua figlia discute con santi... defunti... lei capisce, non è che lo diamo per vero ma... dobbiamo proteggerla.>>

<<Mi bastano pochi minuti.>>

<<Clarissa Carola!>>, disse la Madre ad una monachella.

<<Sì eccellentissima Superiora.>>

<<Porta qui clarissa Grazia. Lei Donna Valeria, ha dato i natali ad una santa... se ne rende conto?>>

<<Io... non so... devo ancora vedere.>>

<<Vi lascio soli. Ah! Dimenticavo: firmi l’assegno...>>

<<Certo... ecco fatto!>>

Grazia entrò trepidante con un sorriso radioso. E trattenendo le lacrime esclamò:

<<Madre!>>

<<Piccina mia... oh... abbracciami!>>

<<Oh madre! Che bello rivedervi.>>

<<Stringimi forte Grazia, forte! Tu sei la mia unica speranza!>>

<<Madre, perché siete qui?>>

<<Volevo vederti, parlarti.>>

<<Qui mi trovo molto bene madre. è un posto meraviglioso, dove la preghiera è sempre una musica.>>

<<Oh, sono felice per te. Dunque è proprio vero... sei una santa!>>

<<Ma madre, cosa dite? Io sono solo una che serve nostro Signore.>>

<<Dicono che lo servi bene. Ma... ora, devo darti questo.>>

<<Cos’è? Un regalo? Ma è il vostro pendente non mi avevate mai permesso di toccarlo...>>

<<Aprilo!>>, intimò nervosa Donna Valeria e, senza alcuna fatica Grazia, fece rientrare la luce all’interno del ciondolo.

<<C’è un foglietto dentro, è per me?>>

<<NO! Questo è mio! è... lo scontrino del parcheggio! L’ho messo lì per non perderlo. Tienilo adesso il pendente è tuo!>>

<<Grazie madre ma... siete sicura che volete privarvene?!>>

<<Certo piccina, ora ho quello che volevo. Ancora una cosa prima, dimmi: a Orazio, ci pensi ancora?>>

<<Sempre madre!>>

<<Ma perché!?>>

<<Perché lui m’ha fatto conoscere anche l’altro amore, quello che si può provare per un uomo. E per questo gliene sarò sempre grata.>>

Donna Valeria, in preda ad un nodo al cuore, scoppiò a piangere.

<<Perché bambina mia, perché? Perché pensi ancora a quel demonio?>>

<<Ma no madre, Orazio non è un demonio, è un caro ragazzo con un cuore gran­dissimo. Vedete madre, io posso ritenermi fortunata: ho conosciuto l’amore per Orazio, e l’amore per Gesù. Questi due sentimenti messi insieme, mi riempiono di fede e mi fanno amare ancor di più tutta l’umanità! Sapete: alcune volte mi chiedo come avrebbe potuto essere la mia vita accanto a lui, magari con dei bambini...>>

<<Figliola strappa dalla mente questi pensieri!>>, urlò disperata Donna Valeria <<Quel porco t’avrebbe messo le mani addosso dalla mattina alla sera! Ma non capisci? Far figli richiede far prima del sesso! E tu devi restar pura... pura anche nei pensieri!>>

<<Ma madre, è una cosa naturale...>>

<<Ma quale natura e quale natura? Tu non puoi saperlo... tu non sai che cosa succede quando un uomo e una donna si uniscono... tutto il rispetto per Iddio svanisce e rimane solo la passione, la lussuria! Che schifo... che schifo!>>

<<Ma madre, allora voi, con mio padre?>>

<<Tuo padre non era quella persona di cui ti ho sempre parlato... non morì pu­gnalato da un protestante per render gloria a nostro Signore... era un animale! Un porco simile al tuo Orazio e una sera, abusò di me fuorviando i miei pensieri con l’alcool... ed io... quella notte... mi lasciai trasportare dalla passione e... e... no! No!>>, gridò strozzata nascondendosi il volto tra le mani.

<<Madre calmatevi... io non sapevo che...>>

<<Sì figliola, lo so. Ora vado a compiere un favore a tutta l’umanità e, soprattutto a te. Non sei ancora completa piccina mia. Devo farti dimenticare quella persona.>>

<<Madre, se parlate di Orazio, voi non ci riuscirete mai.>>

<<Non ti preoccupare... ora stringimi forte e ricorda: la tua mamma veglierà sempre sulla tua santità, sempre!>>XV.           Trovata!

<<Eccola lì, sta uscendo dal monastero.>>

<<La seguo, la seguo...>>

<<Come facciamo a sapere se ha aperto il ciondolo?>>

<<Non lo so e... tra 11 minuti il satellite cambierà orbita!>>

<<Non c’è modo di fermarla?>>

<<Un modo ci sarebbe...>>

<<Quale?>>

<<Armare il satellite e lanciargli un raggio laser che la folgorerebbe all’istante!>>

<<Ucciderla?!>>

<<Mi hai chiesto tu un modo Orazio. Io te l’ho detto...>>

<<Non posso farlo. Non ce la farei mai... la fermerò quando ritorna! Guarda! Sta telefonando con un cellulare! Visualizza i numeri, dai!>>

<<Ci siamo, un attimo e ascolteremo la telefonata... ecco!>>

<<Pronto?>>, rispose una voce graziata. <<Agenzia di viaggi il Sacro Cuore.>>

<<Ernesto, deficiente! Sono Donna Valeria!>>

<<Signora Valeria! Oh! Ma dove si trova? La polizia è stata qui, ha fatto domande, i giornali scrivono che lei è un’assassina, gli affari crollano, sono rimasto solo... ma dove si trova?>>

<<Fregatene degli affari, idiota! E raggiungimi stanotte all’una alla stazione ma prima: contatta una ditta che si occupa di scavi.>>

<<Di che?!>>

<<Stolto cretino! Scavi! Scavi! Gente che scava sottoterra, di che pago bene, sbrigati! E trovami un posto dove possa nascondermi. Tornerò coi capelli corti e neri.>>

<<Sì capo, agli ordini.>>

Finita la telefonata.

<<Dunque...>>, dissi a Lucio <<tornerà qui! La raggiungerò e tenterò di fermarla!>>

<<Ma ci sarà anche il suo tirapiedi! Chiama la polizia.>>

<<Devo riavere quel ciondolo! L’ho promesso a quella ragazzina! Quale delle sue agenzie ha chiamato?>>

<<La filiale di piazza Pitagora!>>

<<E allora,>> dissi a me stesso <<andiamo prima a trovare questo Ernesto!>>XVI.      Desidera?

<<Lei è il signor Ernesto?>>

Avevo dinanzi Ernesto Puppo, il direttore esecutivo dell’agenzia: “Il Sacro Cuore”. Un ometto sulla quarantina, calvo, occhiali a fondo di bicchiere, sguardo da beota e voce ed atteggiamenti da super checca! Ed io, coglievo la palla al balzo!

<<Sì... sono io...>>

<<Mi chiamo Battista Giovanni>>, proseguii con voce tenue <<ho avuto il suo nome da un mio caro amico, Mario Maddalena che grazie a lei ha ritrovato se stesso sulle montagne del Burundi. Sa, devo ritirarmi in preghiera a vita... ha per caso da consigliarmi un loco adatto alla mia fede?>>

<<Dipende da quanto vuole spendere...>>

<<Ahhh io non bado a spese...>>

<<Vuol restare solo?>>

<<Sì, solo! Io e la mia anima in pena!>>

<<Allora guardi: abbiamo da proporle un pacchetto viaggio favoloso! Pensi: sul cucuzzolo di una montagna a vita, con tanto di capretta e casetta in legno. Tutto da solo per sempre! Non è meraviglioso?>>, disse sfarfallando le mani in aria.

<<Oh, divino! La possibilità di esistere in solitudine con me solo... non vedo l’ora! Così potrò combattere contro la mia natura deviata!>>

<<Che cosa? Non capisco...>>

<<Mi scusi, non volevo farla partecipe delle mie angosce...>>

<<No, anzi, parli la supplico!>>, disse accarezzandomi la mano.

<<Vede... è da tempo ormai che sogno di congiungermi carnalmente con un uomo. La sola idea mi fa sentire come una pentola piena d’acqua bollente pronta per ricevere tutti gli spaghetti! L’idea di carezzare un petto villoso, intrecciare tutti quei peli ricci con le dita e poi abbandonarmi tutto tra le sue braccia sudate e forti io... io... no, no, come faccio schifo, no! Finirò all’inferno!!!>>

<<Parli, si confidi; è la cosa migliore...>>, mi consigliò abbracciandomi.

<<Io... io sono un deviato!>>

<<Anche lei? Anch’io!>>

<<Davvero?>>

<<Sì, e da molto ormai. Non so più che cosa fare... la sola idea di giacere con un uomo mi fa letteralmente impazzire.>>

<<Anche lei dunque vive in quest’angoscia... siamo dei pervertiti!>>

<<è vero... ma mi parli di lei: dunque, vuole fuggire da tutto per sedare i suoi lerci e innaturali istinti?>>

<<è vero voglio sedere ehm... sedare tutto me stesso... ma la solitudine... io... fugga con me!>>

<<Io?!>>

<<Sì lei, io l’amo!>>

<<Ma cosa dice? Non mi conosce neppure.>>

<<L’amore è muto e cieco; io l’amo dal primo momento!>>

<<Io... io sono sconvolto...>>, esclamò Ernesto.

<<La prego, stasera, stasera stessa!>>

<<Io stasera... stasera non posso, ho un impegno...>>

<<E allora tu... tu non mi ami! Mi hai illuso! Porco! Sei come tutti gli altri!>>, urlai tirandogli il timbro dell’agenzia in fronte.

<<Ma cosa dici? No... io... io anch’io ti amo ma...>>

<<E allora stasera all’una all’aeroporto! Prenderemo l’aereo dell’una e uno per il Nepal... via da tutto e da tutti!>>

<<Sì! M’hai convinto!>>, esclamò <<E ora baciami!>>

<<Ehm... no... io... aspetta, che foga... no! Io... non sono ancora pronto ecco. Coraggio; avremo tutto il tempo poi.>>

<<Allora corro a prepararmi amore. Via da tutto!>>

<<Via da tutto, ciccino!>>

E con passo da ballerina classica volò via a fare le valigie. Ed ora, libero dalla “zia”, potevo in­contrare da solo Donna Valeria.XVII.  Spiriti!

Arrivai alla stazione con 4 ore d’anticipo. La facciata di questa, si presentava buia... con una nebbia a strati che la tagliava in più punti e con una luna gialla e misteriosa che gli spuntava sul lato sinistro. Era oramai mezzanotte inoltrata. Da più di tre ore controllavo ogni treno che pro­veniva dall’Umbria. Ero nervoso e preoccupato. Ogni minuto formulavo le congetture più sva­riate su come Valeria avesse potuto procurarsi il Graal. E poi, io ero adatto per tutto questo? Protettore io di un simbolo così sacro e inviolabile? L’ultimo treno tra dieci minuti sarebbe ar­rivato con tutto il suo carico di mistero.

Nell’atrio binari erano rimasti solo dei barboni e qualche poliziotto. Faceva sempre più freddo. Camminavo agitato a destra e a sinistra mentre l’aria condensata del mio respiro usciva fumosa dalle mie labbra.

DIN-DON-DAN:

<<ANNUNCIO RITARDO: IL TRENO INTERCITY 9418: “TORQUEMADA”, PROVE­NIENTE DA PESCARA PER TORINO PORTA NUOVA VIAGGIA CON CIRCA 30 MINUTI DI RITARDO.>>

La voce elettronica della stazione m’aveva condannato ad un’altra mezzora di freddo gelido.

Mi poggiai dentro una cabina telefonica e attesi disfatto l’arrivo di Donna Valeria. La stan­chezza cominciava a farsi sentire implacabile. Stavo crollando dal sonno quando: il telefono della cabina squillò barbaro.

<<Chi è?>>, risposi.

<<Non c’è motivo di restare Orazio>>, disse una voce che sembrava provenire dall’ol­tretomba. <<Oramai la fine del mondo è giunta!>>

<<Ma chi è?>>, insistetti.

<<Il diavolo!>>

<<Ah, sei tu? Senti: puoi scaldare un po’ questo posto? Qui fa un freddo cane...>>

<<Ti piace fare il pagliaccio vero Orazio? Non ti preoccupare tra un po’ ci saranno solo fuochi perenni in tutto il creato. E tu arderai in eterno, te lo posso ga­rantire!>>

<<Neanche un po’ di Vin Brûlé? Ne avete lì, no?>>

<<Lurido buffone!>>, e attaccò.

<<Che scortese...>>

Nel giro di 20 secondi poi, una nebbia fittissima calò su tutta la stazione Ero schiacciato da quel vapore assillante e, campione mondiale dei claustrofobici quale sono, iniziai a dare evi­denti segni di squilibrio mentale. Ero intrappolato dentro la cabina poi, come se non bastasse, tornò la bambinetta del sogno.

<<Orazio.>>

<<Cosa... cosa c’è?>>, risposi con tangibili problemi alle vie respiratorie.

<<Orazio puoi andar via, Donna Valeria non ha con se il segreto del Santo Graal, mi sono sbagliata.>>

<<Sei sicura?>>, le dissi completamente blu in volto.

<<Certo Orazio. Ora farò un tunnel nella nebbia così potrai tornare a casa!>>

<<Oh Grazie... un altro minuto e io...>>

<<FERMO ORAZIO!!!>>, mi ordinò un’altra bambinetta del tutto simile all’altra. <<Costei è il demonio che ha preso le mie sembianze. Non darle ascolto!>>

<<Eh? Cosa?>>, oramai l’aria mi mancava in ogni dove e le mie pupille, capovolte, mi stavano guar­dando il cervello e, completamente paonazzo in volto, vomitai addosso alla prima bambina.

<<Maledetto Scattini! Che schifo!>>, gridò arrabbiatissima. <<Tornerò a scorticarti vivo te lo garantisco!>>, e poi, tramutatasi in una lingua di fuoco, svanì.

<<Bravo Orazio, hai cacciato il demonio!>>, esclamò felice la ragazzina.

<<Sì però adesso togli questa nebbia... lei si è beccata gli spaghetti al ragù per te sta salendo la bistecca ai ferri con contorno di patate al cartoccio.>>

La nebbia svanì.

<<Prima di andare Orazio, devo dirti la verità su Donna Valeria. Devi sapere con chi ti stai scontrando!>>

La bimba mi narrò tutte le malefatte di Donna Valeria: l’ultimo giorno al brefotrofio, l’incidente dei suoi genitori, l’assassinio di Orazio Strauss... poi, la piccola svanì! E, di colpo, mi trovai davanti Amilcare Grotto, barbone novantenne, che mi fissava incuriosito.

<<Salve...>>, salutai imbarazzato <<è già arrivato il treno da Pescara? Era in ritardo di trenta minuti...>>

<<Il mio è in ritardo da settant’anni!>>, mi rispose secco continuando ad accarezzare la sua lunga e riccia barba grigia.

Guardai la mia inseparabile cipolla: erano la due meno un quarto. Il treno era arrivato da un pezzo! Furtivo sbirciai fuori dalla cabina e, in centro all’atrio, vi era una persona sola... a scanso di equivoci proprio Donna Valeria, che attendeva trepidante il suo delicato galoppino. Chetichellamente, mi diressi alle sue spalle.

<<Nuovo look Donna Valeria...>>, esordii alle sue spalle <<la fa più giovane di circa 20 minuti!>>

<<Scattini! Dunque il demonio è arrivato prima!>>

<<è lei il demonio Valeria! Mi consegni la mappa del Graal altrimenti sulla terra non ci saranno più case... chiese... scuole... puntate di Star Trek da guardare... solo i fuochi eterni e le fiamme dell’inferno!>>

<<Non mi catechizzare con le tue fantasie da stregone, pagliaccio! Tu porterai ciò sulla terra, non io! Io devo difendere tutta l’umanità dalle tue corna demo­niache!>>

<<La smetta Donna Valeria! Ma si rende conto di ciò che succederà se lei riuscirà a portare a compimento i suoi intenti? L’energia del Graal possiede una forza devastante senza padroni. Se lei arriverà a controllarlo solo il male vedrà la luce dai suoi fini, glielo garantisco!>>

<<Ma cosa garantisci tu!>>, disse facendomi volare in terra con un pesante schiaffo di manrovescio. <<Tu non sei più in grado di formulare nulla... bestia! A breve ti renderò una innocua massa informe di carne ed ora... AIUTO!!! AIUTO!!! QUEST’UOMO MI VUOLE VIOLENTARE!!!>>

Non feci in tempo a battere le ciglia che avevo già ventuno agenti di polizia addosso.

<<Porco! Cos’hai fatto a questa vecchia!>>, mi urlò in faccia un agente mentre tutti gli altri mi puntavano pistole, mitragliette ed uno: un lanciarazzi!

<<Ma vecchia a chi? Maleducato!>>, scattò su colpita Donna Valeria.

<<Mi scusi signora... non intendevo offenderla; Lurido!>>, gridò allungandomi un calcio in faccia. <<Mi hai fatto fare brutta figura con la vegliarda!>>

<<Ma come si permette? Agente!>>

<<Mi ri-scusi signora, ma è colpa di questo verme se incespico con i termini. Bestia! Animale!>>, urlava continuando a percuotermi. <<Ti piace allungare le mani sulle senili vetuste vero? Strisciare le tue vergogne sulle loro rancide carni... parla!!! Esprimi le tue malevole fantasie sulle mature attempate... vigliacco!>>

<<AGENTE!!! Esigo le sue scuse immediate!>>

<<Ma certo, mi perdoni signora, non era mio desiderio offenderla. Lei può andare a riposarsi, io mi occuperò di questo oscuro deviato!>>

<<Agente...>>, dicevo distrutto in terra <<Lei è Donna Valeria, l’assassina che state cercando...>>

<<Silenzio!!!>>, sbraitò stordendomi col calcio della pistola. <<Mi ariscusi signora, costui la figurava con una pericolosa assassina che stiamo cercando da stamani. Solo un codardo poteva prendersela con una appassita e sciupata vecchietta come lei che...>>

Il ciarlare del poliziotto terminò con una potente sberla in faccia da parte dell’offesa Donna Valeria che ora, con passo deciso, abbandonava la stazione.

<<Hai visto che m’ha fatto l’arcaica secolare?>>, riprese ferito il poliziotto. <<Ed è tutta colpa tua! Voi! Conciatelo per le feste!>>

<<Ma capo... è svenuto...>>

<<Pestatelo senza indugio! Il dolore lo ritroverà al risveglio... AH! AH! AH!>>

Due settimane di galera! Se galera si poteva chiamare... mi trovavo in un gabbiotto di plexiglas tutto trasparente al centro della stazione. Su una targhetta a vista vi era scritto: “Ministero di Grazia e Giustizia - Nuovo programma di punizione per piccoli delinquenti - Qui segregato: Orazio Scattini, oscena e volgare carogna che, in preda a lubriche e oscure fantasie, usava violenze su una povera vecchia”. Ero alla berlina di tutti. Mi guardavano come un assassino e, ogni tanto, mi lanciavano uova marce, pomodori muffiti e altro del genere. Ma, la co­sa più orrenda erano le visite mattutine delle scuole! Di solito, elementari. Che accompagnate dalle loro fide maestrine, venivano ad esaminare com’era fatto un delinquente.

<<Maestra, quello è un bandito?>>

<<Anche, piccina, anche! Ma soprattutto costui è un lurido, maiale, schifoso... che, se la giustizia non lo assicurava per tempo a quest’ora t’avrebbe già rovinato la vita mostrandoti al parco le sue sozze pudenda da sotto un impermeabile! Ora composti bambini, sono arrivate le sedie!>>

E poi, come al cinema, mi osservavano seduti per due ore. E dopo, cominciavano le doman­dine... “Io sono Luigino e volevo sapere come si sente una persona che lentamente sta disgre­gando la già labile società dove viviamo...!”; “Io sono Mariuccia, e volevo sapere come spera di reinserirsi nella vita di tutti i giorni sapendo di dover combattere ogni minuto con la sua in­dole deviata!”; “Io sono Peppino, si rende conto che fuori c’è gente onesta che lavora e lei, con le sue turpi azioni, toglie il futuro ai loro figli?”; “...il suo cervello, cosa maci­na? Cosa architetta? Cosa elucubra? Che ne pensa di donarne un campione per l’università di scienze criminali?”. Ogni giorno così: offeso e deriso. E Donna Valeria dov’era... cosa faceva? Aveva trovato il Graal? Oramai avevo perso ogni speranza di farcela. Non sognavo più nulla... non avevo nessun aiuto da Lucio... ogni notte mi passava davanti inerte. Ero proprio di­strutto.XVIII.        La fine del mondo

La libertà mi fu riconsegnata con tre giorni d’anticipo.

<<Sei libero Scattini: buona condotta! Ora riga diritto!>>

<<...S-sì...>>

Le vie della città erano le solite: popolate dal traffico e dalla gente nervosa. Io, con due occhi scavati, denutrito, rimasi un attimo a constatare che la fine non era ancora arrivata. E ora? Cosa potevo fare? Oramai, mosso solo dall’istinto, salii su un tram e mi diressi verso la ditta.

Mentre il mezzo mi portava a destinazione salì un controllore...

<<Biglietti...>>

<<Cosa? >>, risposi offuscato.

<<Di un po’, sei sordo? Ti ho chiesto sei hai il biglietto!>>

<<Non ce l’ho...>>

<<Ecco! Lo sapevo! Un altro animale che ha pensato bene di approfittare della gente onesta che paga le tasse! Documenti!>>

Quando uscii, mi scordai di prenderli.

<<Non li ho...>>

<<Non li hai?! Ma chi credi di prendere in giro, eh? Gino, chiama la polizia!>>, urlò al conducente. <<Adesso ti farò passare la voglia di fare il furbo! Ti farò sbattere in galera!>>

<<No! Di nuovo... senta: non può chiudere un occhio? Io scendo qui, tanto sono quasi arrivato...>>

<<No! Io l’unica cosa che chiuderò sarà la porta della tua cella fondendo la chiave nella serratura! Le multe adesso non bastano più! Punizioni più severe: lo strappo delle unghie, chiodi roventi tra le dita dei piedi! Ecco cosa ci vuole...>>

Mentre il controllore farfugliava che sarebbe stato giusto farmi timbrare la lingua il cielo, improvvisamente, divenne rosso san­gue. Una scossa fece tremare la terra! Il tram uscì dai binari. Condotti del gas esplodevano. Cavi elettrici saltavano ovunque. La gente, presa dal panico, fuggiva in tutte le direzioni. Carrozzine con bambini piangenti venivano abbandonate ai lati delle strade mentre esplosioni dirompenti cir­condavano la città. Era la fine... la fine di tutto. In un ultimo appello al mio istinto a sopravvi­vere uscì da un finestrino e corsi verso la ditta.XIX.      I segreti che uccidono

<<LUCIOOO!!!>>, urlai arrivato negli spogliatoi.

Cercai subito dietro l’armadietto la porta per raggiungerlo e, una volta entrato, mi diressi sotto mentre fuori si scatenava l’apoca­lisse!

<<Lucio!!!>>, urlai entrando. <<Donna Valeria ha trovato il Graal!>>, mi bloccai di colpo e rimasi di sale.

<<Mi dispiace Orazio...>>, diceva sommesso Lucio mentre dietro di lui, Donna Valeria, lo ca­rezzava premurosa come una mamma.

<<Che caro questo ragazzo, vero Orazio? Tuo zio aveva ragione sai... basta dirgli che lo denunci ai vigili, e lui ti distrugge tutto il pianeta... che caro...>>

<<Donna Valeria, che ci fa qui?>>

<<Governo il mondo! Ecco cosa faccio!>>, diceva perfida, con la scimmietta di Lucio che giaceva in terra priva di sensi, mentre sassi e pietre cadevano ovunque. <<Piaciuta la sorpresa fuori dalla galera? Un mio personale regalino... ma era solo la pillola... tra un po’ arri­veranno i macigni!>>

<<Perché fai questo Donna Valeria? E me che vuoi, lascia stare tutti...>>

<<No! Non posso! Ho cercato e cercato come una matta, scavato ovunque, ma non c’era nessuna coppa benedetta! Tu e il maligno l’avete trafugata! Ed ora, per impedirti di colonizzare la terra con i figli del demonio, la distruggerò!>>

<<Ma cosa dici Valeria, smettila! Quale demonio, quale? Guardami! Ti sembro un diavolo? Ti sembro uno spirito maligno? Finiscila! Così facendo sarai causa della morte di milioni di persone, pensa a tutta la gente innocente che sta soffrendo adesso per colpa tua, pensa a tua figlia!>>

<<Mia figlia è pronta a morire per salvare la terra! Così come lo devono essere tutti! Tutti! Nel regno dei cieli ritroveranno ciò che lasciano qui con dolore, così tu, con Satana tuo padrone, lascerete tutto il creato e qui, esisterà solo il bene eterno di nostro Signore!>>

<<Valeria: tu sei il demonio! Tu rubasti alla piccola Maria, picchiandola a sangue, la sua collana! Tu l’uccidesti facendogli crollare addosso il brefotrofio! Tu uccidesti tutti i tuoi genitori! Tu succhiasti la passione e la lussuria al padre di Grazia... per poi ucciderlo come un cane!!!>>

<<NOOOOO!!!!!>>, urlò con tutto il fiato che aveva in corpo <<LUI HA PRIMA UCCISO ME!!! LUI MI HA POSSEDUTA CON L’INGANNO!!! E TU VUOI FARE LO STESSO CON LA MIA BAMBINA!!!!!>>

Donna Valeria urlando come una pazza mi si avventò al collo e iniziò a strangolarmi. Aveva una forza dirompente; le sue unghie, conficcate nel mio collo, mi facevano uscire, a fiumi, litri di sangue!

<<MUORI FINALMENTE, MUORI!!!!!>

Oramai l’oscurità la faceva da padrona sulla vista e, persa ogni speranza lentamente, morivo. Per un attimo, ebbi una visione: una landa morta e desolata che copriva tutta la terra. Stavo ve­dendo il futuro. Ma subito dopo, un secco urto su Donna Valeria la scaraventò in terra. Una volta riaperti gli occhi, vedevo Lucio che, con uno dei cavi della sua testa in mano diretto verso Valeria, la riempiva di scariche elettriche. Ed ella, in terra, a contorcersi dal dolore. Ri­manevo lì, fermo, a vedere quella Donna che continuava a maledirmi e che ora, lentamente si stava spegnendo. Tutto lentamente si calmava, la terra non tremava più.

<<Fermati Lucio, ora può bastare.>>

Appena il buon Lucio smise con le scariche... come un felino impazzito Valeria mi si riavventò al collo riprendendo a strozzarmi!!! Lucio gli dovette dare 15 mazzate in testa per farle perdere i sensi. Ed ora, con Valeria che giaceva legata come un salame su una sedia, finalmente... tutto era finito!

La polizia arrivò pochi minuti dopo e Lucio, finita quella baraonda, si accingeva a spegnere definitivamente le luci della sua casa.XX.          Gli incubi sono finiti

<<Sei sicuro di quello che fai?>>

<<Certo.>>, mi diceva mentre si staccava ad uno ad uno i cavi dal cervello e poi, con cura pater­na, raccoglieva da terra la sua piccola scimmietta stordita.

<<Non è morta, vero?>>

Lucio fece passare una nocciolina sotto il naso del piccolo primate. In un attimo balzò in piedi. Ora, resuscitato, sgranocchiava allegro un guscio di arachidi... ed anche un suo dito.

<<Potresti fare tante belle cose da qui.>>

<<Ma anche cose orribili! Pensa se qualche scienziato malato venisse a scoprire tutto questo. E poi basta un tasto, e tutto si disattiva per sempre! Ora, l’unica cosa che mi spaventa, sono i vigili.>>

<<Senti... fai un’ultima cosa! Controlla se ci sono contravvenzioni a tuo nome.>>

<<Io... io non so...>>

<<Avanti!>>

Lucio digitò tutti i suoi dati entrò nel computer centrale dei vigili e scoprì con sorpresa che non c’era nulla a suo carico.

<<Ma com’è possibile? Loro ce l’avevano con me... mi hanno fatto anche le con­travvenzioni!>>

<<Ti avranno scambiato con qualcun altro!>>

<<Ed io, come uno stupido, sono rimasto sepolto qui per tutto questo tempo.>>

<<Su, coraggio Lucio, ora la vita ricomincia!>>

<<Lucio Lamborghinis!>>, esclamò un militare tutto impettito entrato nel frattempo.

<<So... sono io.>>

<<Si presenti a nome della nazione nella base militare segnata su questa richiesta di collaborazione!>>

<<Posso sa... sapere di che si tratta?>>

<<Lei è stato scelto per riorganizzare su base planetaria tutto il software e l’hardware dei nostri computers. Si presenti Lunedì alle 7 spaccate e chieda dell’ammiraglio Emiliano Ferron!>>

<<Va... va bene...>>

<<Visto Lucio? Ora tutto gira come deve.>>

<<Ma, non so, i militari... le guerre...>>

<<Beh, tu organizza tutto dimodoché ci sia sempre la pace!>>

<<Grazie Orazio e... nonostante tutto quello che possa ancora dire Donna Valeria su di te... sei un ragazzo molto saggio. La gente del pianeta non lo sa ma... ti deve la vita!>>

<<Io salvatore del mondo? Nooo...>>XVII.  L’epilogo finale

“DRIIIIIIIN!”

Era la sveglia che mi mitragliava! Mi alzai di botto e fuori, la mattina di una solare domenica, mi salutava gioiosa.

<<Ma che diavolo... era un sogno! Era tutto un sogno!>>, dicevo alla mia gatta che beata dormiva su di una pila di mutande. <<Oh cavolo... ed era pure bello! Mi devo ricor­dare di staccare la sveglia la domenica così, la prossima volta, sognerò di essere Superman sino a lunedì mattina!>>

“DIN-DON”

<<Chi è?>>

<<Puoi aprire Orazio?>>, domandò una voce talmente dolce che per un attimo mi fece sentire un barattolo di miele!

Stregato da quel timbro di voce melodico, messi i pantaloni, aprii senza indugio.

<<Ciao Orazio>>, disse una dolce signora che, composta, mi sorrideva sul pianerotto­lo.

<<Sa... salve... ma chi è scusi?>>

<<Sono la... non più piccola Maria!>>, mi rispose con una punta di tristezza.

<<Maria... Maria... mi dispiace ma non conosco...>>, folgorato dal ricordo. <<Lei... tu... lei è la piccola Maria???>>

<<Sì Orazio. Posso entrare?>>

<<Pre... prego e... guardi pure il disordine, una rivista di arte moderna me l’ha pubblicato in prima pagina.>>

<<Scherzi sempre Orazio, ed è proprio questa la tua forza, non perderla mai!>>

<<Ah si? Accuso e ringrazio, ma... gradisce un tè.>>

<<Va bene.>>

<<Ci metto un attimo. Ma allora era tutto vero! Lei esiste davvero, ma come mai si fa vedere solo adesso?>>

<<Ho dormito! E mi sono svegliata solo ieri.>>

<<Ma com’è possibile?>>

<<Alcuni i soldati mi trovarono sotto le macerie venni portata in un convento. Stavo bene, solo che vivevo in uno stato... uno stato di sogno perenne, in coma. Mi rendevo conto di aver perso il ciondolo e così lo cercavo nell’unico modo che mi era possibile... con la mente! Entravo nei pensieri delle persone e vedevo se in loro potevo riconoscere un aiuto. E dopo anni di ricerca ho in­contrato i tuoi. Ho avvertito il tuo passato e il tuo astio verso Donna Valeria. Così, ho cominciato ad esistere nei tuoi sogni. E tu, seguendo i miei consigli e con l’aiuto del Signore, sei riuscito a salvarci tutti. E ci hai ri­consegnato intatto il mistero della coppa di Cristo!>>

<<Non so devo credere alle sue parole, chiunque altro la prenderebbe per matta...>>

<<Ma sappiamo che non è così!>>

<<Però non capisco una cosa:>> dicevo con trasporto, mentre gli porgevo il bicchiere. <<Donna Valeria era riuscita ad aprire la collana, ma allora perché non ha trovato il Santo Graal?>>

<<Vedi Orazio: ognuno legge dentro la mappa quello che ha scritto nel cuore e Donna Valeria ha visto solo quello che voleva leggere. La verità è forse che, per riuscire a leggere ciò che realmente vi è stato scritto con la fede e il sangue, un cristiano dovrebbe avere lo stesso coraggio che ebbe il cavaliere, cioè strapparsi gli occhi ed offrirli al Signore.>>

<<Beh, se uno lo fa con sufficiente velocità forse, ci può anche riuscire...>>

<<Io e tutte coloro che verranno dopo di me avremo un solo compito, portare la collana sinché il regno di Dio non tornerà sulla terra! Orazio, ora devo dirti addio, il convento mi aspetta. Andrò ad Assisi, vivrò insieme con la tua amica Grazia.>>

<<Me la saluti tanto.>>

<<Chissà, se io non avrò la stessa longevità di Suor Assoluta forse... forse sarà lei a sostituirmi!>>

<<Già, chissà...>>

<<Addio Orazio, vivi bene. Ci vediamo dall’altra parte.>>

<<Speriamo il più tardi possibile. E... com’era il tè?>>

<<Faceva schifo! Comunque, ho apprezzato la cortesia, addio!>>

<<Addio Ma... Maria.>>

Rimasi con un sorriso pieno di soddisfazione e di orgoglio per aver conosciuto una donna così eccezionale! Avevo aiutato a salvare la terra, milioni di persone avrebbero dovuto ringraziarmi, coprirmi di ori, offrirmi in sposa le loro figlie, sacrificare agnelli e grassi maia­lini il giorno del mio compleanno e, proprio mentre già mi figuravo una tuta da supereroe con colori sgargianti fui assalito da un terribile presentimento...

<<...vuoi vedere che adesso finisco di pronunciare queste parole... e mi risveglio nello spogliatoio della ditta?>>

e le avventure continuano...

“LE AVVENTURE DI ORAZIO SCATTINI”

©2000 - Ivan Fabio Perna - tutti i diritti riservati

e-mail: ivanperna@hotmail.com

Dedico i miei lavori e le mie opere a tutti coloro che si sentono sinceramente miei amici. E a quella ragazza laggiù, da quella parte, che mi vuole ancora bene

Questa faccia così seria nasce a Torino nel 1971 e da sempre è attore, regista teatrale (fiscalmente dal 1993), scrittore e sceneggiatore.

E' apparso in film e pubblicità televisive e ha recitato a New York in occasione del Festival del Teatro Italiano. Scrive e porta in scena (e spesso interpreta e dirige) musical e commedie di prosa.

Attivissimo nel campo del sociale è uno dei fondatori della prima compagnia di musical in Italia interamente formata da disabili e non.

Insegna teatro negli istituti superiori di Torino e provincia.

Attualmente sta lavorando ad una trasmissione televisiva e ad una situation comedy.

Le avventure di Orazio Scattini ha cominciato a scriverle nel 1993, e da allora, non si è più fermato...

Ivan Fabio PernaLe avventure di Orazio Scattini

Orazio è uno come tanti. Fa lo spazzino e pulisce le fermate degli autobus.

Ma allora perché gliene succedono di tutti i colori?

Perché non riesce a vivere una banale e noiosa esistenza come si meriterebbe qualsiasi essere umano?

Orazio vive e racconta pazzesche storie d’amore fatte di donne belle da rimbecillire, per cui arriverebbe a scalare l'Everest completamente nudo! Ma lui non è un playboy, né un macho da muscoli possenti, e allora come fa a piacere tanto? (“non posso fare l’amore in macchina, mi sentirei in competizione con il cambio”; “effettivamente il sesso è una cosa poco originale tra un uomo e una donna, ma è una delle cose che mi fanno sentir fiero di trovarmi tra le masse... e più ce n’è, meglio è!”)

Storie che finiscono tragicamente... (“Orazio, addio! Mi dedicherò alla castità per fede.”, “Io oramai... mi ci dedico solo per forza!”)

Ma questo non basta! Avventura, misticismo, colpi di scena! Orazio, come un ignaro Indiana Jones, vive storie con tanto di supernemici e finali a sorpresa.

Non manca nulla allo scaltro, furbo, poltrone e sempre con la battuta pronta Orazio Scattini. Entrate nel suo mondo, e scoprirete com'è difficile riuscire a non divertirsi!