/ Language: Italiano / Genre:det_irony / Series: Stephanie Plum (it)

Bastardo numero uno

Janet Evanovich

A corto di soldi, Stephanie Plum rimedia un lavoro, nella società di assicurazioni del cugino, come “cacciatrice di teste”, con il compito di consegnare alla polizia tutti gli arrestati rilasciati su cauzione che non si sono presentati in tribunale per il processo. Il suo primo caso è però quello di un agente di polizia ingiustamente accusato di omicidio, un ex compagno di liceo di Stephanie, al cuifascino lei in passato non aveva saputo resistere. Insieme i due si trovano coinvolti in una storia di traffico di eroina e in una serie di guai. Anche pubblicato come “Tutto per denaro”.

Janet Evanovich

Bastardo numero uno

Questo libro è dedicato a mio marito, Peter, con affetto.

Ringraziamenti

L’autrice desidera ringraziare per la loro inestimabile collaborazione le seguenti persone: il sergente Walter Kerstein, dipartimento di polizia di Trenton; il sergente Robert Szejner, dipartimento di polizia di Trenton; Leanne Banks; Courtney Henke; Kurt Henke; Margaret Dear; Elizabeth Brossy; Richard Anderson, poligono di Gilbert — esercitazioni con armi portatili; David Daily, dipartimento di polizia della Contea di Fairfax e Roger White.

Un ringraziamento particolare al mio agente, Aalon Priestja Frances Jalet-Miller e al mio direttore editoriale, Susannc Kirk e alla sua assistente Gillian Blake.

1

Ci sono degli uomini che entrano nella vita di una donna e la incasinano per sempre. Joseph Morelli ha sconvolto la mia vita… ma non per sempre, solo in certi periodi.

Morelli e io siamo entrambi nati e cresciuti in un quartiere operaio di Trenton che la gente conosceva come «la cittadella». Case strette, addossate le une alle altre, cortili angusti e auto americane. Gli abitanti erano per lo più di origine italiana, ma anche ungheresi e tedeschi erano abbastanza numerosi e questo favoriva i matrimoni misti. Era un buon posto per comprare un calzone o giocare d’azzardo. Se proprio eri, in ogni modo, costretto a vivere a Trenton, questo era un posto okay per mettere su famiglia.

Da bambina di solito non giocavo con Joseph Morelli. Lui abitava a due isolati di distanza e aveva due anni più di me. «Sta’ lontana dai ragazzi Morelli», mi ammoniva sempre mia madre. «Sono dei selvaggi. Ne ho sentite di cotte e di crude su quello che fanno alle ragazzine quando le trovano da sole.»

«Quali cose?» avevo chiesto curiosa.

«Non occorre che tu lo sappia», aveva tagliato corto mia madre. «Cose terribili.»

Da allora, avevo guardato Joseph Morelli con un misto di terrore e di pruriginoso interesse: nutrivo per lui una sorta di timore reverenziale. Avevo sei anni quando, con le gambe tremanti e lo stomaco contratto, seguii Morelli nel garage di suo padre, allettata dalla promessa che mi avrebbe insegnato un nuovo gioco.

Il garage dei Morelli sorgeva seminascosto, isolato e abbandonato ai margini del loro terreno. Offriva uno spettacolo desolante, illuminato com’era solo dalla luce che filtrava da una finestra incrostata di sudiciume. L’aria all’interno era stagnante e sapeva di muffa, puzzava di vecchi copertoni e di lubrificante usato. Non essendo destinato ad accogliere le auto dei Morelli, veniva utilizzato per altri scopi. Il vecchio Morelli se ne serviva per prendere i figli a cinghiate, e i figli per le loro scazzottate. Joseph Morelli ci portò la sottoscritta, Stephanie Plum. Per giocare al treno.

«Come si chiama questo gioco?» avevo chiesto a Joseph Morelli.

«Si chiama tuuu-tuuu», aveva risposto lui mettendosi carponi per strisciare fra le mie gambe, con la testa sotto la mia gonna rosa. «Tu sei la galleria, io il treno.»

Questo vi aiuterà a comprendere la mia personalità: non sono particolarmente brava a seguire i buoni consigli, o forse sono troppo curiosa. Magari è qualcosa che ha a che vedere con il mio carattere ribelle, con la noia, il destino, chissà. A ogni modo, si trattò di un’esperienza occasionale e per di più maledettamente deludente: mi aveva permesso di fare la galleria, mentre in realtà avrei voluto fare il treno.

Dieci anni dopo, Joe Morelli abitava ancora a distanza di due isolati. Era cresciuto grande, grosso e cattivo; una luce sinistra gli brillava negli occhi, che però, un minuto dopo, si scioglievano in uno sguardo tenero come un cioccolatino. Aveva un’aquila tatuata sul petto, il sedere sodo, i fianchi stretti e un’andatura da bullo. Si era fatto la fama d’essere lesto di mano e di possedere dita esperte.

La mia migliore amica, Mary Lou Molnar, mi aveva riferito di aver sentito dire che Morelli aveva una lingua come quella di una lucertola.

«Santo cielo!» era stato il mio commento. «Che cosa vorrebbe dire?»

«Non permettergli di avvicinarti quando sei sola, o lo scoprirai da te. Se ti abborda quando sei da sola… sei sistemata.»

Non avevo avuto modo di vedere spesso Morelli dall’episodio del treno. Immaginavo che avesse arricchito il suo repertorio di prodezze sessuali. Spalancai gli occhi e mi chinai verso Mary Lou, augurandomi il peggio. «Non starai parlando di stupro, eh?»

«Sto parlando di libidine. Se lui ti vuole, non hai scampo. Non gli si può resistere.»

A parte il fatto di essere palpata all’età di sei anni da chi sapete, ero illibata. Mi conservavo per il matrimonio, o almeno per il college. «Sono vergine», dissi, come se fosse una novità. «Sono sicura che non si mette con le vergini.»

«Sono la sua specialità. Il tocco vellutato delle sue dita fa sciogliere le vergini.»

Due settimane più tardi, Joe Morelli entrò da Tasty Pastry, la pasticceria dove lavoravo ogni giorno dopo la scuola, la Tasty Pastry a Hamilton. Comprò un cannolo al cioccolato, mi disse di essersi arruolato in marina e mi sfilò le mutandine come per magia quattro minuti dopo la chiusura, sul pavimento della pasticceria, dietro la vetrina dei bignè al cioccolato.

Lo rividi soltanto tre anni dopo. Mi dirigevo verso il centro commerciale a bordo della Buick di mio padre, quando notai Morelli in piedi davanti al Giovichinni’s Meat Market. Pigiai sull’acceleratore, saltai il marciapiede e lo investii da dietro, facendolo rimbalzare contro il paraurti anteriore destro. Fermai la macchina e scesi per constatare i danni. «Qualcosa di rotto?»

Lui era a gambe all’aria sul marciapiede e guardava in su verso la mia gonna. «La gamba.»

«Bene», approvai soddisfatta. Poi girai sui tacchi, risalii sulla Buick e proseguii per la mia strada.

Attribuisco l’incidente a un momento di pazzia, e a mia difesa tengo a precisare che da allora non ho più investito nessuno.

Durante i mesi invernali il vento spazzava Hamilton Avenue, gemeva davanti alle vetrine sbattendo i rifiuti contro i marciapiedi e le facciate dei negozi. Durante i mesi estivi, l’aria era immobile e opprimente, carica di umidità e satura di idrocarburi. La grande calura faceva luccicare il cemento arroventato e scioglieva l’asfalto delle strade. Le cicale frinivano, i cassonetti esalavano un tanfo pestilenziale, una bassa caligine incombeva sui campi di softball in tutto lo stato. Credo che tutto questo facesse parte della grande avventura di vivere nel New Jersey.

Quel pomeriggio, avevo deciso d’infischiarmene dell’aumento estivo del tasso di ozono, che mi prendeva alla gola, e di andarmene in giro sulla mia Mazda Miata con la capote abbassata. Il climatizzatore funzionava al massimo, cantavo con Paul Simon. I miei capelli castani lunghi fino alle spalle, scompigliati e arruffati, mi sferzavano il viso freneticamente; i miei occhi azzurri, sempre vigili, erano nascosti dietro un paio di Oakley e il mio piede era incollato sull’acceleratore.

Era domenica e avevo un appuntamento con un delizioso arrosto a casa dei miei genitori. Mi fermai a un semaforo e guardai nello specchietto retrovisore, imprecando fra i denti quando vidi Lenny Gruber su una Sedan rossiccia, due auto dietro la mia. Abbassai la testa sul volante. «Maledizione.» Ero indietro con i pagamenti della Miata e Gruber lavorava per una compagnia specializzata nel recupero crediti.

Sei mesi prima, quando avevo comperato la macchina, me la passavo bene, con un bell’appartamento e l’abbonamento alle partite dei Rangers. E poi bam! Mi ero ritrovata senza un soldo e senza carta di credito.

Tornai a guardare nello specchietto e tirai il freno a mano. Lenny era come il fumo: se cercavi di afferrarlo, svaniva: perciò non volevo perdere quest’ultima occasione per patteggiare. Scesi dalla macchina, mi scusai con l’uomo intrappolato fra le nostre auto e mi diressi verso Gruber.

«Stephanie Plum», disse Gruber giulivo, fingendosi sorpreso. «Che piacere.»

Posai le mani sul tetto della vettura e lo guardai attraverso il finestrino abbassato. «Lenny, sto andando a cena dai miei genitori. Non vorrai riprenderti l’auto mentre sono da loro, vero? Sarebbe veramente meschino da parte tua.»

«Io sono un tipo meschino, Steph. Ecco perché faccio questo bel lavoro. Sono capace di tutto, o quasi.»

Il semaforo scattò e l’uomo alla guida dell’auto dietro Gruber si attaccò al clacson.

«Potremmo fare un patto», proposi a Gruber.

«Con te nuda?»

Ebbi la visione della mia mano che gli afferrava il naso e lo torceva. Fino a farlo strillare come un maiale. Il problema era che avrei dovuto toccarlo. Meglio continuare con le buone maniere. «Lasciami la macchina per stasera, te la riporto domattina.»

«Niente da fare», ribatté Gruber. «Sei troppo furba. Sono cinque giorni che do la caccia alla tua macchina.»

«Uno in più non fa differenza.»

«Mi aspettavo un po’ di riconoscenza. Capisci che cosa voglio dire?»

Mi morsi la lingua. «Scordatelo. Prenditi l’auto. Anzi, portala via subito. Io proseguirò a piedi.»

Lo sguardo di Gruber non si staccava dal mio petto. Porto la terza, una misura non trascurabile ma tutt’altro che imponente rispetto alla mia statura di un metro e settanta. Indossavo un paio di shorts neri da ciclista e una maglia sportiva di un paio di taglie più della mia. Non era certamente un abbigliamento seducente, ma Lenny sbirciava lo stesso.

Il suo sorriso si allargò al punto di mostrare che gli mancava un molare. «Potrei aspettare fino a domani. Dopo tutto siamo andati a scuola insieme.»

«Uh, uh», fu tutto ciò che riuscii a dire.

Dopo cinque minuti svoltavo dalla Hamilton nella Roosevelt. A due isolati di distanza dall’abitazione dei miei genitori, mi sentivo come risucchiata dai miei doveri familiari, che mi trascinavano inesorabilmente nel cuore della cittadella. La nostra era una comunità dove i legami con la famiglia erano ancora saldi. Là c’erano sicurezza, affetto, stabilità e il conforto dei rituali domestici.

L’orologio sul cruscotto mi avvertiva che ero in ritardo di sette minuti; l’impulso incontrollabile di gridare mi diceva che ero arrivata a casa.

Parcheggiai lungo il marciapiede e diedi un’occhiata alla villetta bifamiliare a due piani, al portico sul davanti, alla tettoia in alluminio. La metà abitata dai Plum era gialla, ormai da quarant’anni, con il tetto scuro. Cespugli di viburno fiancheggiavano i gradini di accesso all’entrata e vasi di gerani rossi erano stati disposti a distanza regolare per tutta la lunghezza del portico. Era un’abitazione assai tradizionale, con il soggiorno sul davanti, la sala da pranzo nel mezzo e la cucina sul retro. Al piano superiore tre camere da letto e il bagno. Era una casetta linda e accogliente, stipata di mobili e impregnata dei tipici aromi della cucina.

Nell’altra metà della casa abitava la signora Markowitz, che viveva con la pensione sociale e che, non potendo permettersi grandi spese, aveva dipinto la sua facciata di verde pallido.

Mia madre mi aspettava sulla soglia. «Stephanie», chiamò. «Che cosa fai seduta in macchina? Sei in ritardo, sai che tuo padre detesta cenare in ritardo. Le patate si freddano, l’arrosto si asciuga troppo.»

Il cibo era importante nella cittadella. La Luna ruota attorno alla Terra, la Terra attorno al Sole e il quartiere ruota attorno all’arrosto. Per quanto riesco a ricordare, la vita dei miei genitori è sempre stata regolata da un pezzo di girello arrostito, servito alle sei in punto.

Nonna Mazur stava in piedi, due passi dietro mia madre. «Devo comperarmi un paio di quelli», dichiarò osservando i miei shorts. «Ho ancora belle gambe, sai.» Sollevò la gonna e si guardò le ginocchia. «Che ne dici? Mi starebbero bene?»

Nonna Mazur aveva le ginocchia simili alle maniglie di una porta. Ai suoi tempi era stata una bellezza, ma con gli anni era diventata una donnetta ossuta, spigolosa e con la pelle cascante. Pure, se voleva indossare un paio di shous da ciclista, poteva farlo benissimo. Secondo me, questo era uno dei numerosi vantaggi che offriva la vita nel New Jersey: anche le vecchie signore potevano permettersi un abbigliamento bizzarro.

Dalla cucina, mio padre mandò un grugnito di disgusto. Stava tagliando la carne. «Shorts da ciclista!» borbottò dandosi una pacca sulla fronte. «Uh!»

Due anni prima, quando le arterie ostruite dal grasso avevano spedito all’altro mondo nonno Mazur, la nonna si era trasferita dai miei e non se n’era più andata. Mio padre accettava la situazione alternando una stoica rassegnazione a mugugni volutamente sgarbati.

Ricordo che mio padre mi parlava di un cane che aveva quand’era bambino. La povera bestia era l’animale più vecchio, più brutto e più stupido di cui avessi mai sentito parlare. Perdeva urina a ogni passo, aveva i denti guasti e i fianchi irrigiditi dall’artrite. Enormi ascessi gli si aggrumavano sotto la pelle. Un giorno, nonno Plum lo portò dietro il garage e gli sparò. Sospetto che qualche volta mio padre abbia immaginato di fare lo stesso con nonna Mazur.

«Dovresti indossare abiti decenti», disse mia madre portando in tavola piselli freschi e crema di cipolle. «A trent’anni ti vesti ancora con quella roba da ragazzina. Come farai a trovare un uomo, così conciata?»

«Non voglio un uomo. Ne avevo uno e la cosa non mi piaceva.»

«Solo perché tuo marito era un farabutto», decretò nonna Mazur.

Ero perfettamente d’accordo. Il mio ex marito era un farabutto. Specialmente quando lo avevo colto in flagrante sul tavolo della sala da pranzo con Joyce Barnhardt.

«Pare che il ragazzo di Loretta Buzick si sia separato dalla moglie», m’informò mia madre. «Te lo ricordi? Ronald Buzick.»

Sapevo dove voleva arrivare e mi rifiutavo di assecondarla. «Non ho nessuna intenzione di uscire con Ronald Buzick», replicai. «Neanche parlarne.»

Ronald Buzick era un macellaio. Stempiato, grasso; probabilmente mi comportavo come una snob, ma mi riusciva difficile pensare in termini romantici a un uomo che passava le sue giornate ad ammazzare bovini e a pulire frattaglie di pollo.

Mia madre non si arrese. «Va bene, allora che ne diresti di Bernie Kuntz? L’ho incontrato in tintoria e mi ha chiesto di te. Credo che tu gli interessi. Potrei invitarlo per un caffè e una fetta di torta.»

Con la fortuna che mi ritrovavo, probabilmente mia madre aveva già invitato Bernie, e in quel momento lui stava facendo il giro dell’isolato masticando caramelle di menta. «Non voglio parlare di Bernie», dissi. «Devo dirti qualcosa. Cattive notizie…»

Temevo questo momento, avevo cercato di rimandarlo per quanto possibile.

Mia madre si portò una mano alla bocca. «Hai un tumore al seno!»

Nessuno della nostra famiglia aveva mai avuto tumori al seno, ma mia madre ne era terrorizzata. «Il mio seno è a posto. Il problema è un altro, riguarda il lavoro.»

«Il tuo impiego?»

«Non ne ho più uno. Sono stata licenziata.»

«Licenziata?» ripeté mia madre con voce strozzata. «Come è successo? Era un buon lavoro e ti piaceva.»

Avevo lavorato per E.E. Martin come responsabile degli acquisti di biancheria intima a buon mercato a Newark, che non era di certo il giardino del Garden State. In verità, era mia madre che adorava quell’impiego credendolo strepitoso, mentre in realtà passavo la maggior parte del mio tempo a discutere dei prezzi delle mutandine elastiche di nylon. E.E. Martin non era esattamente una boutique alla moda.

«Non mi preoccuperei al tuo posto», disse mia madre. «C’è sempre lavoro nel tuo campo.»

«Non ce n’è affatto.» Specialmente per chi ha lavorato per E.E. Martin. Il fatto che avessi avuto, a suo tempo, uno stipendio fisso faceva sì che tutti mi evitassero come la peste. E.E. Martin non era stato prodigo con le bustarelle l’inverno prima, così qualcuno aveva rivelato i suoi legami con la mafia. Era stato incriminato per una serie di transazioni illegali e aveva dovuto vendere alla Baldicott. Benché non avessi alcuna colpa, venni coinvolta nel repulisti. «Sono disoccupata da sei mesi.»

«Sei mesi! E io non lo sapevo. Tua madre non sapeva che eri per strada.»

«Non sono per strada, ho avuto qualche impiego a termine. Come archivista e cose del genere.» Però scivolavo sempre più giù. Il mio nome figurava presso ogni ditta in cerca di personale nella zona di Trenton e leggevo religiosamente tutte le inserzioni. Non ero schizzinosa, ma il mio futuro non si presentava roseo. Ero troppo qualificata per un primo impiego e mancavo d’esperienza come manager.

Mio padre mise un’altra fetta d’arrosto nel piatto. Lui aveva lavorato per trent’anni alle poste e aveva optato per il prepensionamento. Ora guidava un taxi part-time.

«Ieri ho visto tuo cugino Vinnie», disse. «Sta cercando qualcuno che gli riordini lo schedario. Dovresti fare un salto da lui, o telefonargli.»

Proprio la carriera che speravo… un lavoro di archivio per Vinnie. Dei miei parenti era il meno simpatico. Vinnie era un verme, un maniaco sessuale, un bugiardo. «Quanto paga?» m’informai.

Papà si strinse nelle spalle. «Il minimo.»

Magnifico. Una posizione assai desiderabile per una che era già alla disperazione. Un principale disgustoso, uno sporco impiego, uno stipendio da fame. Le possibilità di compiangermi erano infinite.

«E poi è vicino», aggiunse mia madre. «Potresti venire a casa per pranzo tutti i giorni.»

Annuii distrattamente, pensando che presto mi sarei conficcata uno spillone in un occhio.

Il sole filtrava attraverso lo spiraglio tra le tende della mia camera da letto; il condizionatore in soggiorno ronzava sinistro, annunciandomi un’ennesima mattinata soffocante mentre le lancette dell’orologio mi dicevano che erano le nove. Il giorno era cominciato senza di me.

Rotolai giù dal letto e andai in bagno. Da qui mi trascinai in cucina e mi piantai davanti al frigorifero sperando che le fate mi avessero fatto una visita durante la notte. Aprii lo sportello e fissai gli scomparti vuoti: il cibo non si era materializzato per magia dalle macchie nel contenitore del burro o dai rimasugli avvizziti che giacevano sul fondo dello scomparto della frutta e verdura. Solo mezzo barattolo di maionese, una bottiglia di birra, una pagnotta di pane integrale ammuffito, un piede di lattuga congelato e raggrinzito, ricoperto da una poltiglia scura e dalla plastica, e un barattolo di noccioline per criceti si frapponevano fra me e la fame. Mi chiesi, alle nove del mattino, se fosse troppo presto per bere una birra. Naturalmente a Mosca erano le quattro del pomeriggio. Bene.

Bevvi la metà della birra e mi avvicinai tetra alla finestra del soggiorno. Tirai le tende e guardai giù nel parcheggio. La mia Miata era sparita. Lenny aveva colpito presto. Nessuna sorpresa, eppure sentivo un nodo alla gola. Ora ero ufficialmente insolvente.

E come se non bastasse, avevo promesso a mia madre, poco prima del dessert, che sarei passata da Vinnie.

Mi trascinai sotto la doccia da cui emersi dopo mezz’ora di pianto dirotto. Infilai i collant, indossai un abito ed eccomi pronta a compiere il mio dovere filiale.

Rex, il mio criceto, dormiva ancora nella cassetta della gabbia sul banco della cucina. Lasciai cadere alcune noccioline nella bacinella e cercai di attirare la sua attenzione. Rex aprì gli occhietti neri e ammiccò. Poi contrasse i baffi, annusò e rifiutò le noccioline. Non potevo dargli torto. Le avevo assaggiate a colazione il giorno prima e non erano certo il massimo.

Chiusi la porta dell’appartamento e percorsi tre isolati lungo la St. James fino al negozio di macchine usate Blue Ribbon. Nello spiazzo c’era una Nova da cinquecento dollari che pregava di essere comprata. La ruggine che incrostava la carrozzeria e le tracce di un numero infinito di incidenti la rendevano poco riconoscibile come macchina, molto meno di una Chevy. ma la ditta Blue Ribbon era disposta a cedermela in cambio del televisore e dell’aspirapolvere. Con il frullatore e il forno a microonde pagai le tasse di registrazione e circolazione.

Guidai la Nova fuori dal piazzale e andai direttamente da Vinnie. M’infilai in un posto libero all’angolo tra la Hamilton e la Olden, sfilai la chiave dell’accensione e aspettai che la macchina si raffreddasse. Recitai una breve preghiera perché non mi vedesse nessuno che conoscevo; aprii la portiera e percorsi rapidamente il breve tratto sino all’ufficio. Sull’insegna blu e bianca una scritta: AGENZIA VINCENT PLUM — GARANZIE PER CAUZIONI. Sotto, a lettere più piccole, si garantiva un servizio di ventiquattr’ore su ventiquattro su tutto il territorio nazionale. Situato fra il Tender Loving Care Dry Cleaners e Fiorello’s Deli, Vincent Plum si occupava di liti domestiche, di tumulti, furti d’auto e taccheggiamenti. L’ufficio era piccolo e impersonale, due stanze con pannelli di legno alle pareti e un tappeto color ruggine da pochi soldi sul pavimento. Nella sala d’attesa, contro una parete, un divano in stile moderno e una scrivania di metallo, con un telefono e un computer.

La segretaria di Vinnie sedeva alla scrivania, concentrata con la testa china mentre faceva passare un mucchio di schede. «Sì?»

«Sono Stephanie Plum. Vorrei vedere mio cugino, Vinnie.»

«Stephanie Plum.» La donna alzò la testa. «Sono Connie Roselli. Tu andavi a scuola con la mia sorellina minore, Tina. Gesù, non sarai qui per chiedere un prestito per la cauzione, spero.»

La riconobbi. Era la versione di Tina invecchiata, con la vita e la faccia appesantite. Aveva una gran massa di capelli neri cotonati, una splendida carnagione olivastra e una leggera peluria sopra il labbro superiore.

«Ho bisogno di quattrini», spiegai. «So che Vinnie ha bisogno di qualcuno per l’archivio.»

«Quel posto è appena stato assegnato e, detto fra noi. non hai perso niente. Un lavoraccio, al minimo stipendio, e bisogna passare tutta la giornata a scorrere le lettere dell’alfabeto. Secondo me, se proprio ti va di trascorrere tanto tempo in ginocchio, tanto vale cercare un lavoro pagato meglio. Capisci quel che voglio dire?»

«L’ultima volta che sono stata in ginocchio cercavo le lenti a contatto.»

«Ascolta, se hai bisogno di un lavoro, perché non chiedi a Vinnie di lasciarti rintracciare i latitanti? Si guadagna bene.»

«Quanto?»

«Il dieci per cento della garanzia per la cauzione.» Connie prese una scheda dal cassetto della scrivania. «Questo l’abbiamo ricevuto ieri. La cauzione era stata stabilita in centomila dollari e lui non s’è presentato all’udienza. Se lo trovi e lo porti dentro, ti prendi diecimila dollari.»

Appoggiai una mano sulla scrivania per reggermi in piedi. «Diecimila dollari per trovare un tizio? Dov’è il trucco?»

«Ecco, qualche volta non vogliono farsi trovare e ti sparano. Ma succede raramente.» Connie sfogliò il dossier. «Questo è uno di qui. Morty Beyers ha iniziato a seguire il caso, perciò il lavoro preliminare è già stato fatto. Abbiamo le foto e tutto il resto.»

«Che cosa è capitato a Morty Beyers?» m’informai.

«Appendicite acuta. È successo alle undici e mezzo di ieri sera. Adesso è al St. Francis con un tubo di drenaggio nel fianco e un tubicino nel naso.»

Non volevo augurare sfortuna a Morty Beyers, ma cominciavo a eccitarmi alla prospettiva di prendere il suo posto. Mi allettava il denaro e l’impiego aveva una sua impronta decisa. D’altra parte, acchiappare i latitanti sembrava un’impresa azzardata e io ero abbastanza vigliacca quando si trattava di arrischiare la pelle.

«A mio avviso non dovrebbe essere difficile scovare questo individuo», riprese Connie. «Potresti andare a parlare con sua madre, e se la cosa si complica puoi sempre tirarti indietro. Che cos’hai da perdere?»

Solo la vita. «Non lo so. Non mi va la faccenda delle sparatorie.»

«Probabilmente è come guidare in autostrada», ribatté Connie. «Ci si abitua. Vivere nel New Jersey è una sfida, con i rifiuti tossici, gli autotreni e gli schizofrenici armati. Voglio dire, che cosa ti importa se un pazzo ti spara?»

Abbastanza affine alla mia filosofia, in teoria. E i diecimila dollari erano maledettamente allettanti. Avrei potuto pagare i creditori e raddrizzare la mia vita. «Okay», decisi. «Ci sto.»

«Prima devi parlare con Vinnie», disse Connie girandosi sulla sedia verso l’ufficio di Vinnie. «Ehi, Vinnie», gridò. «C’è da concludere un affare.»

Vinnie aveva quarantacinque anni ed era alto un metro e settanta senza gli alzatacchi. Aveva un corpo snello dalle ossa minute che lo faceva assomigliare a un furetto. Portava scarpe a punta e gli piacevano le donne con i seni a punta, oltre ai giovanotti dalla pelle scura. Guidava una Cadillac Seville.

«Steph accetta il lavoro di caccia ai latitanti», gli spiegò Connie.

«Niente da fare, troppo pericoloso», replicò lui. «Quasi tutti i miei agenti lavoravano nella polizia. Occorre sapere qualcosa sulle procedure legali.»

«Posso imparare», ribattei.

«Allora prima impara e poi torna.»

«Ho bisogno di lavorare subito.»

«Non è un problema mio.»

Era il momento di mostrarsi decisa… «Vedrai che diventerà anche un problema tuo, Vinnie. Farò una lunga chiacchierata con Lucilie.»

Lucilie era la moglie di Vinnie e l’unica persona alla cittadella a non sapere dei gusti sessuali di Vinnie. Lucilie teneva fermamente gli occhi chiusi e non era mio compito aprirglieli. Naturalmente, se l’avesse chiesto però…

«Vorresti ricattarmi? Me, tuo cugino?»

«Sono tempi disperati.»

Lui si rivolse a Connie. «Dalle qualche caso civile. Magari un’indagine che possa svolgere al telefono.»

«Voglio questo», dichiarai puntando il dito sulla scheda che giaceva sulla scrivania di Connie. «Voglio il caso da diecimila dollari.»

«Scordatelo. Si tratta di omicidio. Non avrei mai dovuto garantire la cauzione, ma lui era del quartiere e io ero dispiaciuto per sua madre. Dammi retta, non hai bisogno di cacciarti in un guaio di questo tipo.»

«Mi serve il denaro, Vinnie. Dammi la possibilità di portar dentro quel tipo.»

«Col cavolo», tagliò corto Vinnie. «Non si farà acciuffare. Io sono fuori di centomila dollari e non ho intenzione di mandargli dietro una dilettante.»

Connie roteò gli occhi verso di me. «Lui non ci rimette un bel niente. C’è di mezzo una grossa assicurazione.»

«Dammi una settimana, Vinnie», insistetti. «Se non lo prendo in una settimana, puoi affidare il caso a qualcun altro.»

«Non ti do neanche mezz’ora.»

Tirai un profondo sospiro e mi chinai verso mio cugino, sussurrandogli all’orecchio: «So tutto di madame Zaretski, delle fruste e delle catene. So tutto dei ragazzini e il resto».

Vinnie non parlò. Si limitò a serrare le labbra finché divennero bianche. Compresi di averlo in pugno. Lucilie sarebbe diventata matta se avesse saputo certi particolari. Lo avrebbe riferito a suo padre, Harry detto «il Martello», che avrebbe tagliato il pene di Vinnie.

«Chi devo cercare?» domandai a mio cugino.

Lui mi diede il dossier. «Joseph Morelli.»

Il mio cuore diede un balzo. Sapevo che Morelli era stato coinvolto in un omicidio. La notizia si era sparsa in tutta la cittadella e i dettagli della sparatoria avevano occupato la prima pagina del Trenton Times. POLIZIOTTO UCCIDE UOMO DISARMATO. Era successo più di un mese prima, poi altre notizie, come l’esatto ammontare del montepremi della lotteria, avevano relegato in secondo piano la vicenda di Morelli. In assenza di ulteriori informazioni avevo concluso che la sparatoria aveva avuto luogo mentre era in servizio. Non avevo capito che Morelli era stato accusato di omicidio.

A Vinnie non sfuggì la mia reazione. «Dall’espressione della tua faccia, si direbbe che lo conosci.»

Annuii. «Gli ho venduto un cannolo quando ero al liceo.»

Connie grugnì. «Cara, metà delle donne del New Jersey gli hanno venduto un cannolo.»

2

Comperai una lattina di acqua tonica da Fiorello’s e la bevvi mentre mi dirigevo alla mia auto. Salii, slacciai gli ultimi due bottoni della camicia di seta rossa e, per il gran caldo, mi tolsi i collant. Poi aprii il dossier di Morelli e studiai prima le immagini: foto segnaletiche d’archivio, un’istantanea che lo ritraeva in giubbotto di pelle e jeans, e una posa ufficiale in giacca e cravatta, chiaramente tratta da una pubblicazione della polizia. Non era cambiato molto. Un po’ più magro, forse. Con l’ossatura facciale più marcata e qualche ruga intorno agli occhi. Una cicatrice, sottile come un foglio di carta, gli tagliava il sopracciglio destro, tanto che la palpebra si abbassava leggermente: un effetto inquietante, minaccioso.

Morelli aveva approfittato della mia ingenuità non una volta, ma due. Dopo l’episodio sul pavimento della pasticceria, non mi aveva più chiamato, né mandato una cartolina e neppure un saluto. E il peggio era che io avrei voluto che mi chiamasse. Mary Lou Molnar aveva ragione. Joe Morelli era irresistibile.

Acqua passata, conclusi fra me. Negli ultimi undici anni l’avevo rivisto tre o quattro volte, e sempre a distanza. Morelli faceva parte della mia infanzia e i miei ricordi d’infanzia non trovavano spazio nel presente. Avevo un lavoro da svolgere. Chiaro e semplice. Non cercavo di vendicare vecchie offese. Trovare Morelli non aveva niente a che vedere con la vendetta. Significava solo racimolare i soldi dell’affitto. Sicuro. Ecco perché improvvisamente sentivo quel nodo alla bocca dello stomaco.

Secondo le informazioni sul contratto a garanzia della cauzione, Morelli abitava in un complesso residenziale appena fuori la Route 1. Sembrava il luogo adatto da dove cominciare a cercare. Dubitavo di trovare Morelli in casa, ma potevo chiedere ai vicini e controllare se ritirava la posta.

Misi da parte il dossier e con una certa riluttanza calzai di nuovo le scarpe. Poi girai la chiave dell’accensione. Niente. Diedi un pugno sul cruscotto e tirai un sospiro di sollievo quando il motore si accese.

Dieci minuti più tardi entravo nel parcheggio del residence di Morelli. Gli edifici in mattoni erano tutti a due piani. Ognuno era dotato di portici di collegamento. Otto appartamenti davano su ciascun portico: quattro sopra e quattro sotto. Spensi il motore e feci scorrere i numeri degli appartamenti. Morelli ne aveva uno al pianterreno, sul retro.

Rimasi seduta in macchina per un po’, mi sentivo stupida e impacciata. Mettiamo che Morelli sia in casa, che cosa faccio? Minaccio di raccontare tutto a sua madre se non viene via con le buone. Era accusato di omicidio: aveva molto da perdere. Non pensavo che mi avrebbe fatto del male, ma poteva rivelarsi un’esperienza terribilmente rischiosa. Il rischio, tuttavia, non mi aveva mai impedito di gettarmi a capofitto in un numero incredibile di progetti sballati… come il mio sciagurato matrimonio con Dickie Orr, quel farabutto. Sull’onda dei ricordi, il mio viso si contrasse in una smorfia involontaria: era difficile credere che avessi davvero sposato un uomo come Dickie.

Okay, conclusi, lascia perdere Dickie. Questo è il caso Morelli. Controlla la cassetta delle lettere e il suo appartamento. Se avevo fortuna, o sfortuna secondo i punti di vista, e lui avesse aperto la porta, avrei borbottato qualcosa fra i denti e me ne sarei andata. Dopo di che avrei chiamato la polizia lasciando agli agenti il compito di arrestarlo.

Attraversai a grandi passi il piazzale asfaltato ed esaminai attentamente la fila delle cassette della posta incassate nel muro. Erano tutte piene di buste, e quella di Morelli più delle altre. M’incamminai per il portico e bussai alla sua porta. Nessuna risposta. Ma che bella sorpresa! Tornai a bussare e aspettai. Silenzio. Girai sul retro dell’edificio e contai le finestre: quattro nell’appartamento di Morelli, quattro in quello dietro al suo. Morelli aveva abbassato la tenda avvolgibile, ma mi avvicinai lo stesso per sbirciare tra un’estremità della tenda e il muro interno. Se la tenda si fosse alzata all’improvviso, me la sarei fatta sotto. Non accadde, ma sfortunatamente non riuscii a scorgere nulla oltre la tenda. Tornai verso il portico per dare un’occhiata agli altri tre appartamenti. Due erano apparentemente deserti. Il terzo era occupato da una signora anziana che abitava lì da sei anni e non aveva mai visto Morelli. M’ero cacciata in un vicolo cieco.

Mi avviai verso la macchina cercando di pensare alla mossa successiva. Nessun segno di vita negli edifici: niente televisori a tutto volume dalle finestre aperte, niente bambini in bicicletta, niente cani in giro per il prato. Non era certo un luogo che potesse attirare le famiglie, pensai, un posto in cui i vicini si conoscessero tra di loro.

Un’auto sportiva entrò nel parcheggio, fece un largo giro e andò a fermarsi in uno degli spazi liberi. Il conducente rimase seduto al volante per un po’; mi chiesi se aspettasse qualcuno. Non avevo niente di meglio da fare e rimasi a guardare che cosa sarebbe successo. Dopo cinque minuti la portiera dalla parte del guidatore si aprì, un uomo scese e si avviò verso il portico vicino a quello di Morelli.

Non potevo credere ai miei occhi. Era il cugino di Joe, Mooch Morelli, lo «scroccone». Non riuscivo a ricordare il suo vero nome di battesimo: per quel che ne sapevo, era sempre stato chiamato Mooch. Da bambino abitava in una via vicino al St. Francis Hospital. Era sempre in giro con Joe. Incrociai le dita e mi augurai che il vecchio Mooch andasse a ritirare qualcosa che Joe aveva lasciato da un vicino. Oppure che in quello stesso momento stesse forzando una finestra dell’appartamento di Joe. Ero tutta eccitata all’idea che Mooch commettesse l’infrazione, quando lui sbucò da dietro l’edificio. Chiavi in mano, entrò dalla porta di Joe.

Aspettai, e dopo dieci minuti Mooch riapparve con una sacca da viaggio nera, salì in macchina e se ne andò. Lasciai che uscisse dal parcheggio e lo seguii. Mi tenni alla distanza di due auto, guidavo con le dita strette sul volante, con il cuore che mi martellava, stordita dall’idea di incassare diecimila dollari.

Tallonai Mooch fino a State Street finché entrò in un viale privato. Feci il giro dell’isolato e parcheggiai a una certa distanza. Un tempo quella era una zona elegante: grandi case di solida pietra, prati ampi e ben tenuti. Negli anni Sessanta, quando i liberal favorivano l’insediamento dei neri nelle zone abitate dai bianchi, uno dei proprietari aveva venduto la casa a una famiglia di colore. Nel corso dei cinque anni successivi, l’intera popolazione bianca, presa dal panico, era fuggita in massa. Arrivarono famiglie più povere, le case si degradarono e vennero divise in lotti, i prati furono abbandonati al loro destino e vennero apposte sbarre alle finestre. Ma, come spesso accade quando c’è penuria di abitazioni, ora stavano iniziando a ristrutturare il quartiere.

Mooch uscì dalla casa dopo pochi minuti. Era solo e senza la borsa. Dio. Una traccia. Quante erano le possibilità che Joe Morelli fosse in quella casa con la borsa sulle ginocchia? Valeva la pena di controllare. Mi si presentavano due alternative. Potevo chiamare subito la polizia o indagare per conto mio. Se chiamavo la polizia e Morelli non era là dentro, avrei fatto la figura della scema, e magari gli agenti non sarebbero stati disposti a correre in mio aiuto una seconda volta. D’altra parte, non me la sentivo di investigare da sola. Non era certo l’atteggiamento di una che aveva appena accettato l’incarico di scovare un latitante, ma era così.

Fissai a lungo la casa, sperando che Morelli uscisse e che non fossi costretta a entrare. Guardai l’orologio e pensai al cibo. Avevo bevuto una bottiglia di birra per colazione. Tornai a fissare la casa.

Se fossi riuscita ad arrivare fino in fondo, forse avrei trovato una miniera d’oro, avrei potuto scialacquare gli spiccioli sul fondo della mia borsetta investendoli in un hamburger. L’idea mi dava la carica.

Alla fine inspirai profondamente, aprii la portiera e scesi dall’auto. Fallo e basta, ragionai. Non trasformare in un affare di stato una mossa tanto semplice. Probabilmente lui non è neppure in casa.

Mi avviai decisa sul marciapiede, parlando fra me mentre camminavo. Raggiunsi la casa ed entrai senza esitare. Le cassette della posta nel vestibolo indicavano che c’erano otto appartamenti. Tutte le porte si aprivano su una scala comune. Le cassette delle lettere avevano il nome del proprietario, a eccezione del 201. Il nome di Morelli non compariva.

In mancanza di un piano migliore, decisi di provare con la porta misteriosa. L’adrenalina fluiva abbondante nel mio sangue quando mi girai verso la scala. Arrivai sul pianerottolo del secondo piano con il cuore che batteva impazzito. La paura di entrare in scena, pensai, è del tutto nonnaie. Tirai il fiato. Quasi senza rendermene conto riuscii ad avvicinarmi alla porta. La mia mano bussò.

Sentii movimento dietro l’uscio. Dentro c’era qualcuno, mi guardava dallo spioncino. Morelli? Ne ero sicura. I polmoni mi si riempirono d’aria, la gola mi pulsava dolorosamente. Perché facevo tutto questo? Io lavoravo nel campo della biancheria intima, che cosa ne sapevo della cattura degli assassini?

Non pensare a lui come a un assassino, ragionai. Pensa a lui come a un farabutto, al macho che ti ha traviata e che poi ha immortalato i particolari della sua bravata sul muro dei gabinetti del Mario’s Sub Shop.

Mi morsi il labbro e indirizzai un sorriso accattivante alla persona dietro lo spioncino, dicendomi che nessun macho poteva resistere a tanta ingenua stupidità.

Trascorse un altro momento, e quasi mi parve di sentirlo imprecare silenziosamente, mentre si chiedeva se doveva aprire. Agitai un dito davanti allo spioncino. Un gesto distensivo, per niente minaccioso. Volevo fargli capire che al di là della porta c’era solo una ragazza ben carrozzata, che sapevo che era in casa.

Sfilò il chiavistello, spalancò la porta e mi ritrovai faccia a faccia con Morelli.

Aveva un atteggiamento passivo e aggressivo a un tempo, la voce impaziente. «Che cosa c’è?»

Appariva più robusto di quanto mi ricordassi. Più rabbioso. Lo sguardo era più assente, la linea della bocca s’era fatta più cinica. Ero venuta a cercare un ragazzo che poteva aver ucciso in un accesso d’ira, ma l’uomo che mi stava di fronte era capace di uccidere con distacco professionale.

Mi concessi un attimo per rendere ferma la voce e per formulare la bugia: «Sto cercando Joe Juniak…»

«Ha sbagliato appartamento. Non c’è nessun Juniak, qui.»

Finsi di essere confusa e mi costrinsi a rivolgergli un sorriso tirato. «Mi scusi…» Mossi un passo indietro e stavo per ridiscendere la scala quando Morelli mi riconobbe.

«Gesù Cristo!» esclamò. «Stephanie Plum?»

Il tono della voce mi era familiare. Era lo stesso che usava mio padre quando trovava il cane degli Smullen che alzava la gamba sul suo cespuglio di ortensie. Benissimo, conclusi. Fra noi non c’è mai stato né amore né amicizia. Questo mi facilitava il compito.

«Joseph Morelli. Che sorpresa!» dissi.

Lui socchiuse gli occhi. «Già. La stessa sorpresa di quando mi hai investito con l’auto di tuo padre.»

Per evitare uno scontro, mi sentii in dovere di dare delle spiegazioni pur non sentendomi obbligata a essere convincente. «È stato un incidente. Mi è scivolato il piede.»

«Incidente un corno. Sei saltata sul marciapiede e mi sei venuta dietro. Potevi ammazzarmi.» Si appoggiò alla porta e guardò nel corridoio. «Insomma, che cosa ci fai qui veramente? Hai letto di me sui giornali e hai deciso che la mia vita non era abbastanza complicata?»

M’investì un’ondata di risentimento. «Me ne sbatto della tua vita», sbottai. «Lavoro per mio cugino Vinnie. Hai violato l’accordo sulla cauzione.»

Brava, Stephanie. Ottimo controllo.

Lui sogghignò. «Vinnie ha mandato te per portarmi dentro?»

«Lo trovi divertente?»

«Sicuro. E ti confesso che di questi giorni ho proprio bisogno di scherzare un po’, non mi è capitato spesso di ridere, ultimamente.»

Capivo il suo punto di vista, neppure a me veniva da ridere se ripensavo ai miei ultimi vent’anni di vita. «Dobbiamo parlare.»

«Sbrigati. Ho fretta.»

Calcolai che avevo circa quaranta secondi per convincerlo ad arrendersi. Sferra subito l’attacco, pensai. Fa’ appello ai suoi complessi di colpa verso la famiglia. «E tua madre?»

«Che c’entra, lei?»

«Ha firmato il contratto per la cauzione, dovrà rispondere di centomila dollari. Sarà costretta a mettere un’ipoteca sulla casa. E che cosa dirà a tutti, che suo figlio Joe è troppo vigliacco per affrontare un processo?»

Il suo viso s’indurì. «Stai perdendo il tuo tempo. Non ho nessuna intenzione di farmi arrestare. Mi metteranno in galera e getteranno via la chiave. Nel frattempo, avrò buone probabilità di lasciarci la pelle. Non sai che cosa succede ai poliziotti in prigione? Non è piacevole, credimi. E se devo dire la verità, tu sei l’ultima persona a cui permetterei di incassare il premio. Sei una pazza, mi hai investito con quella maledetta Buick.»

Avevo continuato a ripetermi che me ne infischiavo di Morelli e dell’opinione che aveva di me, ma dovevo ammettere che la sua ostilità mi feriva. Nel mio intimo, avevo desiderato che provasse della tenerezza per me. Avrei voluto chiedergli perché non s’era fatto più vivo dopo avermi sedotta nella pasticceria. Invece cominciai a strillare. «Meritavi di essere investito. E poi, ti ho sfiorato appena. Ti sei rotto la gamba da solo perché, preso dal panico, hai inciampato!»

«Puoi considerarti fortunata che non ti ho fatto causa.»

«E tu sei fortunato se pensi che potevo ingranare la retromarcia e passarti sopra tre o quattro volte.»

Morelli fece roteare gli occhi e alzò le mani. «Devo andare. Mi piacerebbe fermarmi per cercare di capire la logica femminile…»

«Logica femminile? Non afferro.»

Morelli si scostò dalla porta, infilò una giacca sportiva leggera e afferrò la sacca da viaggio nera che giaceva sul pavimento. «Devo andarmene da qui.»

«Dove vai?»

Lui mi spinse da parte e infilò una pistola nella cintura dei jeans, chiuse la porta e mise in tasca la chiave. «Non sono affari tuoi.»

«Ascolta», dissi, seguendolo giù per le scale. «Arrestare la gente è un lavoro nuovo per me, ma non sono stupida e non mi arrendo facilmente. Ho detto a Vinnie che ti avrei portato dentro ed è esattamente quanto intendo fare. Puoi scappare, se vuoi, ma prima o poi ti troverò e farò tutto ciò che sarà necessario per mandarti in galera.»

Un mucchio di balle! Non riuscivo a credere che uscissero dalla mia bocca. Ero stata fortunata a trovarlo al primo tentativo, ma l’unico modo per arrestarlo era di inciampare in Morelli legato, imbavagliato e privo di sensi. Ma anche così, non ero affatto sicura di riuscire a trascinarlo da qualche parte.

Morelli uscì da una porta sul retro e si diresse verso un’auto ultimo modello, parcheggiata vicino all’edificio. «Non prenderti il disturbo di far controllare la targa», mi avvertì. «La macchina è in prestito, fra un’ora ne avrò un’altra. E non sprecare energie a seguirmi. Ti seminerò, garantito.»

Gettò la sacca sul sedile anteriore, fece per salire in macchina, si fermò. Poi si voltò, appoggiò il gomito alla portiera e, per la prima volta da quando avevo bussato alla sua porta, si concesse alcuni istanti per guardarmi. Alla collera iniziale, subentrava la fredda valutazione dei fatti. Ecco il poliziotto, pensai. Il Morelli che non conoscevo. Il Morelli adulto, se pure esisteva un animale del genere. O forse era soltanto il vecchio Joe, che cercava una nuova dimensione.

«Mi piace la tua pettinatura, con quei ricci», disse finalmente. «Si adatta alla tua personalità. Energica, impulsiva e terribilmente sexy.»

«Tu non sai un accidente della mia personalità.»

«Conosco la parte terribilmente sexy.»

Mi accorsi di arrossire. «Mancanza di tatto, ricordarmelo.»

Morelli sogghignò. «Hai ragione. E può darsi che tu abbia ragione anche per la faccenda della Buick. Probabilmente meritavo di essere investito.»

«Ti stai scusando?»

«No. Ma la prossima volta che giochiamo al treno, puoi tenere la torcia.»

Era quasi l’una quando tornai all’ufficio di Vinnie. Mi lasciai cadere su una sedia accanto alla scrivania di Connie e reclinai la testa per gustarmi l’aria condizionata.

«Sei stata a fare jogging?» s’informò Connie. «Mai visto una persona tanto sudata dai tempi di Nixon.»

«La mia auto non ha l’aria condizionata.»

«Che seccatura! Come va il caso Morelli? Hai qualche traccia?»

«Sono qui per questo. Mi serve aiuto. Questa storia di catturare un latitante non è facile come sembra. Ho bisogno di parlare con qualcuno esperto in materia.»

«Conosco il tipo adatto. Ranger. Il suo nome completo è Ricardo Carlos Manoso. Cubano-americano di seconda generazione. Era nelle forze speciali, ora lavora per Vinnie. Usa delle tecniche che gli altri agenti neanche si sognano. Qualche volta è un po’ troppo creativo ma, diavolo, è così che si comporta un genio, no?»

«Creativo?»

«Non sempre gioca secondo le regole.»

«Oh.»

«Come Clint Eastwood nel ruolo dell’ispettore Callaghan», spiegò Connie. «Ti piace Clint Eastwood, vero?»

Connie premette un tasto sul suo telefono speciale, si collegò alla segreteria di Ranger e lasciò un messaggio. «Tranquilla», mi disse con un sorriso. «Lui ti dirà tutto ciò che hai bisogno di sapere.»

Un’ora dopo ero seduta di fronte a Ranger Manoso in un bar del centro. Il cubano aveva i capelli neri e lisci raccolti in una coda di cavallo, i bicipiti che sembravano scolpiti nel granito e tirati a lucido. Era alto quasi un metro e ottanta, aveva un collo muscoloso e un corpo dal quale sarebbe stato bene mantenere le distanze. Doveva avere ventisette o ventotto anni.

Lui si appoggiò allo schienale e mi rivolse un largo sorriso. «E così, Connie dice che dovrei trasformarti in un’agente che si occupa della cattura dei latitanti. Dice anche che hai bisogno di far pratica in poco tempo. Perché tanta fretta?»

«Vedi quella Nova scura accostata al marciapiede?»

I suoi occhi si volsero alla vetrata centrale del bar. «Uh, uh.»

«È la mia auto.»

Ranger fece un cenno quasi impercettibile. «Dunque hai bisogno di soldi. C’è altro?»

«Motivi personali.»

«Questo è un lavoro pericoloso. Sarà bene che i tuoi motivi personali siano più che validi.»

«Tu perché lo fai?»

Lui sollevò le palme delle mani. «È il lavoro che svolgo meglio.»

Ottima risposta, pensai. Più convincente della mia. «Forse un giorno sarò brava anch’io. Ma al momento il mio motivo si chiama impiego fisso.»

«Vinnie ti ha affidato un caso?»

«Joseph Morelli.»

Lui piegò indietro la testa e scoppiò in una risata che risuonò sulle pareti del piccolo locale. «Oh Dio! Mi prendi in giro? Non lo acciufferai mai, quel bellimbusto. Non si tratta di dar la caccia a un farabutto qualunque, quell’individuo è furbo. E in gamba. Capisci quel che voglio dire?»

«Connie dice che tu sei in gamba.»

«Io sono io e tu sei tu, e non diventerai mai brava come me, bellezza.»

Di solito, in casi del genere, perdevo la pazienza, ma quello non era il momento. «Lascia che ti chiarisca la mia situazione», attaccai, chinandomi verso di lui. «Sono disoccupata, mi hanno ripreso la macchina perché non pagavo le rate, ho il frigorifero vuoto, vogliono buttarmi fuori dal mio appartamento e mi fanno male le scarpe. Non ho tempo da perdere a socializzare. Vuoi aiutarmi o no?»

Manoso sogghignò. «Sarà divertente. Giocheremo al professor Higgins ed Eliza Doolittle. Sarò il tuo pigmalione.»

«Come devo chiamarti?»

«Tutti mi chiamano Ranger.»

Lui tese il braccio e prese l’incartamento che avevo portato con me. Diede una scorsa al contratto. «Ti sei già mossa basandoti su questi dati? Hai controllato il suo appartamento?»

«Lui non c’era, ma ho avuto la fortuna di trovarlo in una casa in State Street. Ci sono arrivata proprio mentre stava uscendo.»

«E dopo?»

«Se n’è andato.»

«Cristo!» sbottò Ranger. «Nessuno ti ha detto che dovevi fermarlo?»

«Gli ho chiesto di venire con me alla stazione di polizia, ma ha risposto che non se lo sognava neppure.»

Altra risata fragorosa. «Immagino che tu non abbia una pistola.»

«Pensi che dovrei procurarmene una?»

«Sarebbe una buona idea», approvò lui sempre ridendo. Poi finì di leggere il contratto. «Morelli ha ammazzato un certo Ziggy Kulesza. Ha usato la sua pistola personale per piantare una pallottola calibro 45 Hydroshock fra gli occhi di Ziggy. Da distanza ravvicinata.» Ranger alzò gli occhi a guardarmi. «Sei pratica di armi?»

«So solo che non mi piacciono.»

«Una 45 Hydroshock entra che è un piacere ma quando esce fa un buco delle dimensioni di una patata. Uno finisce con il cervello spappolato. Probabilmente la testa di Ziggy è esplosa come un uovo in un forno a microonde.»

«Gesù, mi fa piacere che tu me lo dica.»

Ranger tornò a sorridere. «Ho pensato che volessi saperlo.» Inclinò la sedia e incrociò le braccia sul petto. «Sai niente dei retroscena di questo caso?»

«Secondo gli articoli di giornale che Morty Beyers ha allegato al contratto per la cauzione, la sparatoria ha avuto luogo a tarda notte, un po’ più di un mese fa, in uno stabile sulla Shaw. Morelli era fuori servizio ed era andato a trovare Carmen Sanchez. Lui ha dichiarato che Carmen lo aveva chiamato per una questione di servizio; Morelli aveva acconsentito a raggiungerla e quando è arrivato all’appartamento di Carmen, Ziggy Kulesza ha aperto la porta e lo ha aggredito. Morelli ha affermato di aver sparato a Ziggy per legittima difesa.

«I vicini di Carmen hanno fornito una versione diversa. Alcuni si sono precipitati nel corridoio quando hanno sentito gli spari e hanno trovato Morelli in piedi accanto a Kulesza con una pistola fumante. Un inquilino ha immobilizzato Morelli finché non è arrivata la polizia. Nessuno ricorda di aver visto una pistola in mano a Ziggy e le prime indagini non hanno confermato che Ziggy fosse armato.

«Morelli aveva notato un secondo uomo nell’appartamento di Carmen al momento della sparatoria e tre vicini ricordano di aver visto uno sconosciuto, ma pare che l’uomo sia sparito prima che la polizia arrivasse sulla scena.»

«Che mi dici di Carmen?» volle sapere Ranger.

«Nessuno ricorda di averla vista. L’ultimo articolo sul giornale è stato scritto una settimana dopo il fatto. Carmen non si era ancora fatta vedere.»

Ranger annuì. «Sai altro?»

«È tutto.»

«Quel tale a cui Morelli ha sparato lavorava per Benito Ramirez. Il nome ti dice niente?»

«Ramirez è un pugile.»

«È più di un pugile, è una fottuta meraviglia. Un peso massimo come lui non si vedeva da un pezzo qui a Trenton. Si allena in una palestra in Stark Street. Lui e Ziggy erano culo e camicia. Qualche volta Ziggy gli faceva da sparring partner. Il più delle volte Ramirez se ne serviva come tirapiedi e guardia del corpo.»

«Che cosa si dice in giro sul motivo per cui Morelli ha sparato a Kulesza?»

Ranger mi scoccò una lunga occhiata. «Niente. Ma Morelli doveva avere una buona ragione. È un tipo freddo e calcolatore, e se un piedipiatti vuole sparare a qualcuno, esistono tanti mezzi.»

«Anche i poliziotti commettono degli errori.»

«Non come questo, cara.»

«Che cosa cerchi di dirmi?»

«Di stare attenta.»

A un tratto provai un senso di nausea. Non era un’avventura da poco quella in cui m’ero imbarcata per guadagnare in fretta dei soldi. Acciuffare Morelli sarebbe stato difficile. E mandarlo in tribunale mi avrebbe dato scarsa soddisfazione. D’accordo, lui non era la persona che preferivo al mondo, ma non lo odiavo abbastanza per desiderare di vederlo marcire in galera per il resto della vita.

«Sei sempre decisa ad arrestarlo?» domandò Ranger.

Rimasi silenziosa.

«Se non lo fai tu, lo farà qualcun altro», riprese Ranger. «Devi ficcartelo bene in testa. E ricorda, non si fanno affari se ti metti a giudicare la gente. Fa’ il tuo lavoro e porta dentro Morelli. Devi fidarti del sistema.»

«Tu ti fidi?» replicai.

«Serve a combattere l’anarchia.»

«In questo caso ci sono in ballo un sacco di soldi. Se sei così bravo, perché Vinnie non ti ha assegnato Morelli? Perché in origine ha affidato il caso a Morty Beyers?»

«Vinnie spesso è indecifrabile…»

«C’è qualcos’altro che dovrei sapere su Morelli?»

«Se vuoi i soldi ti conviene trovare in fretta il tuo uomo. Circola voce che il sistema giudiziario sia per lui l’ultimo dei problemi.»

«Stai dicendo che c’è un contratto su di lui?»

Ranger finse di impugnare una pistola con la mano. «Bang.»

«Sei sicuro?»

Lui strinse le spalle. «Ripeto quello che ho sentito dire.»

«L’intreccio si complica», commentai.

«Come ti dicevo, lascia perdere l’intreccio. Il tuo compito è semplice. Trova l’uomo e portalo dentro.»

«Credi che possa farcela?»

«No.»

Se cercava di scoraggiarmi, quella era la risposta sbagliata. «Mi aiuterai comunque?»

«Sì, ma non dirlo a nessuno. Non vorrei offuscare la mia immagine passando per un bravo ragazzo.»

Annuii. «Okay, da dove comincio?»

«Per prima cosa devi attrezzarti. E mentre andiamo a prendere l’equipaggiamento, ti parlerò degli aspetti legali.»

«Non sarà troppo costoso, vero?»

«Il mio tempo e le mie conoscenze te li offro gratuitamente perché mi sei simpatica e ho sempre desiderato essere il professor Higgins, ma le manette costano quaranta dollari il paio. Hai una carta di credito?»

Non più. Avevo impegnato anche i miei pochi gioielli, venduto il divano letto del soggiorno a un vicino per pagare gli addebiti sulla carta di credito e ceduto gli elettrodomestici per acquistare la Nova. Mi rimaneva solo una piccola riserva che mi ero ostinatamente rifiutata di toccare. L’avevo messa da parte per ricostruirmi le ginocchia il giorno in cui quelli del recupero crediti me le avrebbero spezzate.

All’inferno, probabilmente il denaro non sarebbe neanche stato sufficiente. «Ho da parte qualche dollaro», dissi.

Lasciai cadere la mia nuova borsa a tracolla di pelle nera sul pavimento accanto alla sedia e mi misi a tavola. Mia madre, papà e nonna Mazur avevano già preso posto e aspettavano di sapere com’era andata con Vinnie.

«Sei in ritardo di venti minuti», osservò mia madre. «Da un momento all’altro mi aspettavo di udire le sirene. Non hai avuto un incidente, vero?»

«Lavoravo.»

«Di già?» La mamma si rivolse a mio padre. «Il primo giorno, tuo cugino, l’ha fatta lavorare fuori orario. Dovresti parlargli, Frank.»

«Non è come credi», spiegai. «Ho un orario flessibile.»

«Tuo padre ha lavorato alle poste per trent’anni e non ha mai tardato per la cena.»

Mi scappò un sospiro prima che riuscissi a trattenerlo.

«Perché sospiri?» chiese mia madre. «E quando hai comperato quella nuova borsa?»

«Oggi. Devo portare con me alcune cose, per questo lavoro. Mi occorreva una borsa più grande.»

«Quali cose? Credevo facessi un lavoro d’archivio.»

«No, ho accettato un altro incarico.»

«E sarebbe?»

Versai un po’ di ketchup sul polpettone trattenendo a malapena un secondo sospiro. «Sono un’agente», risposi. «Mi occupo della ricerca di latitanti.»

«E che cosa significa?» sbottò mia madre. «Frank, tu ci capisci qualcosa?»

«Sì», fece mio padre. «È una bounty hunter, dà la caccia ai ricercati dietro compenso.»

Mia madre si batté la fronte e fece roteare gli occhi. «Stephanie, Stephanie, che cosa ti viene in mente? Questo non è un lavoro per una signorina perbene.»

«È un’occupazione legale e rispettabile», replicai. «Come quella di un poliziotto e di un investigatore privato…» Non avevo mai considerato nessuno dei due lavori particolarmente rispettabile.

«Ma non sai niente di queste cose!»

«È semplice», spiegai. «Vinnie mi affida un FTA, io lo trovo e lo accompagno alla stazione di polizia.»

«Che cos’è un FTA?» volle sapere mia madre.

«È una persona che non si è presentata in tribunale.»

«Ecco, potrei fare anch’io questo lavoro», intervenne nonna Mazur. «Giusto per guadagnare un po’ di soldi. Potrei venire con te a dar la caccia agli FTA.»

«Gesù», si lasciò sfuggire mio padre.

La mamma li ignorò tutti e due. «Dovresti imparare a fare rivestimenti per poltrone e divani», suggerì. «C’è molta richiesta. Frank, che cosa ne pensi? Non è una buona idea?»

Tesi i muscoli della schiena e feci uno sforzo per rilassarmi. Coraggio, mi dissi. Era un buon esercizio per l’indomani, quando sarei andata a trovare la madre di Morelli.

Secondo il metro di giudizio della cittadella, mia madre, di fronte alla mamma di Joseph Morelli, era una casalinga di serie B. Mia madre non era di certo una persona inefficiente, ma, per gli standard del quartiere, la signora Morelli era una casalinga addirittura eroica: Dio in persona non avrebbe saputo pulire i vetri, lavare più bianco o preparare gli ziti meglio di lei. Non perdeva mai una messa, si occupava di vendite a domicilio a tempo perso e mi metteva addosso una fifa blu con i suoi occhi scuri e penetranti.

Non pensavo che la signora avrebbe fatto la spia sul suo ultimo figlio, ma era sulla lista e dovevo assolutamente parlarle.

Con il padre di Joe sarebbe stato diverso, bastavano cinque dollari e una confezione da sei lattine di birra per farlo cantare; ma era morto.

Quel mattino avevo deciso di esibire un’immagine professionale; tailleur di lino beige, calze e scarpe con i tacchi alti e orecchini di perle. Parcheggiai lungo il marciapiede, salii i gradini del portico e bussai alla porta d’ingresso di casa Morelli.

«Bene, bene», disse mamma Morelli sull’uscio, fissandomi con uno sguardo di biasimo, solitamente riservato agli atei e ai fannulloni. «Guarda chi c’è… la piccola bounty hunter.» Sollevò il mento di un paio di centimetri e soggiunse: «So tutto di te e del tuo nuovo impiego. Non ho niente da dirti».

«Devo trovare Joe, signora. Non si è presentato all’ultima udienza in tribunale.»

«Sono sicura che aveva i suoi buoni motivi.»

Già, perché è colpevole. «Senta, le lascio il mio biglietto, nel caso…» Frugai nella borsa nera, trovai le manette, lo spray per capelli, la torcia, la spazzola… ma nessun biglietto da visita. Inclinai la borsa per guardare meglio e la pistola cadde sullo zerbino verde.

«Una pistola!» esclamò la signora Morelli. «In che mondo viviamo? Tua madre sa che vai in giro con una pistola? Glielo dirò, anzi la chiamo subito.»

Mi lanciò un’occhiata di profondo disprezzo e sbatté la porta.

Avevo trent’anni e lei voleva chiamare mia madre. Cose che succedevano solo alla cittadella. Raccolsi la pistola, la rimisi nella borsa e trovai i biglietti da visita. Ne infilai uno fra la porta e l’intelaiatura dell’uscio. Poi percorsi il breve tratto che mi separava dalla casa dei miei genitori e usai il loro telefono per chiamare mio cugino Francie, che sapeva tutto di tutti.

È sparito da un pezzo, aveva detto Francie. È un furbone e probabilmente ora porta un paio di baffi finti. Faceva il poliziotto, ha dei contatti. Sa come procurarsi una nuova tessera di previdenza sociale. Si sarà trasferito. Lascia perdere, aveva suggerito Francie. Non lo troverai mai.

L’intuito e la disperazione mi suggerivano il contrario, perciò chiamai Eddie Gazarra, un poliziotto di Trenton e uno dei miei migliori amici da quando ero nata. Non solo era un caro amico, ma aveva anche sposato mia cugina, Shirley, la «piagnucolona». Perché Eddie l’avesse sposata non riuscivo proprio a capirlo, ma stavano insieme da undici anni, perciò dovevano amarsi.

Con Gazarra non persi tempo in preliminari. Andai diritta al nocciolo della questione, gli parlai del mio lavoro con Vinnie e gli chiesi se sapesse qualcosa della sparatoria che aveva visto protagonista Morelli.

«Non è una storia in cui tu dovresti farti coinvolgere», decretò Gazarra. «Vuoi lavorare per Vinnie? Bene, allora digli di affidarti un altro caso.»

«Troppo tardi. Ho accettato questo.»

«La faccenda puzza.»

«Tutto, nel New Jersey, ha un cattivo odore. È una delle poche cose inevitabili.»

Gazarra abbassò la voce. «Quando un poliziotto viene accusato di omicidio, è una faccenda seria. Tutti diventano suscettibili. E questo omicidio era particolarmente brutto perché le prove materiali erano contro Morelli. È stato arrestato sul luogo del delitto con la pistola fumante in mano. Lui ha dichiarato che Ziggy era armato, ma non è stata trovata nessuna arma; né proiettili conficcati nei muri, sul pavimento o sul soffitto. Nessun residuo di polvere da sparo sulla mano o sulla camicia di Ziggy. Al Gran Giurì non restava altro che incriminare Morelli. E come se non bastasse, lui non si è presentato all’udienza. Un brutto colpo per il dipartimento, una situazione maledettamente imbarazzante. Alla centrale, quando si parla di Morelli, tutti hanno improvvisamente qualcosa da fare. Nessuno farà i salti di gioia se ficchi il naso in questa storia. Da’ la caccia a Morelli e ti ritroverai a camminare da sola sull’orlo di un baratro.»

«Se lo prendo, incasserò diecimila dollari.»

«Ti conviene comperare biglietti della lotteria, allora. Hai maggiori probabilità.»

«Se ho ben capito, Morelli era andato da Carmen Sanchez, ma la donna non era in casa, quando è arrivato.»

«Non solo non si trovava sulla scena del delitto, ma è scomparsa dalla faccia della terra.»

«Tuttora?»

«Sicuro. E non credere che non l’abbiamo cercata.»

«E quel tale che Morelli afferma di aver visto nell’appartamento con Ziggy? Il testimone misterioso?»

«Svanito.»

Arricciai il naso incredula. «Non pensi che sia strano?»

«Stranissimo», confermò Gazarra.

«Forse Morelli si è sbagliato.»

Mi pareva di vedere Gazarra all’altro capo del filo mentre stringeva le spalle. «So solo che il mio intuito di poliziotto mi dice che qualcosa non quadra.»

«Credi che Morelli si arruolerà nella legione straniera?»

«Io credo che resterà in circolazione cercando di aumentare le sue probabilità di continuare a vivere… o che morirà nel tentativo.»

Ero sollevata nel constatare che la mia opinione si rafforzava. «Hai qualche suggerimento da darmi?»

«Nessuno che tu voglia sentire.»

«Andiamo, Eddie, ho bisogno di aiuto.»

Un sospiro. «Non lo troverai nascosto in casa di un parente o di un amico. È furbo. L’unica cosa è cercare Carmen Sanchez e l’individuo che Morelli ha visto nell’appartamento con Ziggy. Al posto di Morelli cercherei di rintracciare queste due persone, sparite misteriosamente, sia per provare la mia innocenza, sia per accertarmi che non possano dimostrare la mia colpevolezza. Non so come potrai fare. Se noi non li abbiamo trovati, quei due, non riuscirai a scovarli neppure tu.»

Ringraziai Gazarra e riappesi. Quella di cercare i testimoni sembrava una buona idea. Non mi preoccupai, per necessità, che si presentasse come una missione impossibile. A me interessava seguire le tracce di Carmen Sanchez, magari percorrendo la stessa strada di Morelli. Chissà che i nostri sentieri non s’incrociassero di nuovo.

Da dove cominciare? Dall’abitazione di Carmen. Potevo parlare con i vicini, scoprire qualche traccia sui suoi amici e la famiglia. Che altro? Parlare con il pugile, Benito Ramirez. Se lui e Ziggy erano così intimi, forse Ramirez conosceva Carmen Sanchez. Magari sapeva dove si nascondeva il testimone scomparso.

Presi una lattina di acqua tonica e una confezione di Fig Newtons dalla dispensa e decisi di parlare prima con Ramirez.

3

Stark Street iniziava dal fiume, a nord del palazzo del governatore, e proseguiva verso nord-est. Brulicante di piccoli negozi, bar, locali per lo spaccio di crack e di tetre case a schiera a tre piani, si snodava per quasi un miglio. Gran parte delle case erano state trasformate in appartamenti o in abitazioni da affittare. Poche avevano l’aria condizionata, tutte erano sovraffollate. Con il caldo, gli inquilini sciamavano sui gradini all’ingresso e agli angoli della strada, in cerca di refrigerio e di diversivi. Alle dieci del mattino, la via era ancora relativamente tranquilla.

Al primo giro mi sfuggì la palestra, ricontrollai l’indirizzo sulla pagina che avevo strappato dall’elenco telefonico e tornai indietro guidando lentamente per leggere i numeri civici. Poi vidi l’insegna, STARK STREET GYM, scritta in lettere nere su una vetrina. Non era un granché come insegna, ma suppongo che non se ne curassero affatto. Dovetti allontanarmi di due isolati prima di trovare un parcheggio.

Chiusi a chiave la Nova, misi a tracolla la grande borsa nera e mi avviai. Ormai avevo dimenticato il fiasco con la signora Morelli e mi sentivo davvero disinvolta mentre, indossando un vestito adeguato all’occasione, mi portavo sulle spalle il mio armamentario da bounty hunter. Era imbarazzante doverlo ammettere, ma mi sentivo a mio agio nel mio nuovo ruolo: non c’era niente di meglio che portare in giro un paio di manette per metter un po’ di brio nell’andatura di una donna.

La palestra era situata al centro dell’isolato, oltre una carrozzeria. Le porte del garage erano aperte e, quando attraversai il piazzale di cemento, dall’interno iniziarono a guaire come gatti in calore e a schioccare baci al mio indirizzo. La mia indole m’imponeva di rispondergli per le rime ma, in nome della discrezione, tenni la bocca chiusa e affrettai il passo.

Sull’altro lato della strada una figura indistinta si ritrasse da una finestra al terzo piano. Il movimento attirò la mia attenzione. Qualcuno mi sorvegliava. Non c’era da sorprendersi, avevo percorso la via non una, ma due volte. Quel mattino si era staccata la marmitta della mia auto e il rombo del motore rimbalzava sui muri di Stark Street. La mia non si poteva certo definire una missione segreta.

La porta della palestra dava su un piccolo atrio con una scala d’accesso al piano superiore. Le pareti del pozzo della scala erano dell’usuale color verde, ricoperte di graffiti dipinti con lo spray e di impronte che vi si erano accumulate in vent’anni. Il locale emanava un odore sgradevole: il tanfo di urina che esalava dai gradini inferiori era misto all’odore rancido del sudore stagnante e al lezzo di effluvi corporei. Il secondo piano aveva l’aspetto di un magazzino e non era meglio del primo.

Un gruppetto di uomini lavorava ai pesi. Il ring era deserto, ai sacchi non c’era nessuno. Conclusi che dovevano essere tutti quanti fuori, in cerca di guai o a rubare auto. Fu l’ultima osservazione amena che mi concessi. Al mio ingresso l’attività languiva, e se mi ero sentita a disagio per la strada lì era molto peggio. Mi sarei aspettata che un campione fosse circondato da un’aura di professionalità, non avevo previsto un’atmosfera carica di ostilità e diffidenza. Ero solo un’ingenua donna bianca che era entrata in una palestra di neri, e se quel silenzio ostile fosse stato più minaccioso, avrei girato i tacchi e mi sarei precipitata giù per le scale come un’invasata.

Assunsi una posa decisa, più per non svenire per la paura che per impressionare i ragazzi, e tirai su la tracolla del borsone. «Cerco Benito Ramirez.»

Un’enorme montagna di muscoli si alzò da una panca. «Sono io Ramirez.»

Era alto circa due metri, aveva una voce insinuante, le labbra piegate in un sorriso sognante. L’effetto generale era raccapricciante: la voce e il sorriso contrastavano con lo sguardo sfuggente e calcolatore.

Attraversai la stanza e gli tesi la mano. «Stephanie Plum.»

«Benito Ramirez.»

La sua stretta era troppo cordiale, troppo prolungata. Più una carezza che una stretta, e sgradevolmente sensuale. Lo fissai dritto negli occhi, assai ravvicinati e con le palpebre cascanti. Cominciai a pormi delle domande sui pugili: fino a quel momento avevo pensato che il loro fosse uno sport basato sulla prontezza e sull’aggressività, che mirassero a vincere senza mutilare necessariamente l’avversario. Sembrava che invece Ramirez godesse a uccidere. C’era qualcosa nel suo sguardo ottuso che suggeriva la presenza del male; i suoi occhi erano come dei buchi neri che risucchiavano tutto e nulla facevano trasparire. Il sorriso, un po’ ebete, aveva un che di morboso nella sua dolcezza e lasciava intravedere la follia. Mi chiesi se non si trattasse di una posa per impaurire gli avversari prima del match. Per studiata che fosse, mi metteva i brividi.

Cercai di liberare la mano ma la sua stretta si rafforzò.

«Allora, Stephanie Plum, che cosa posso fare per te?» mi chiese con la sua voce di velluto.

Come dipendente di E.E. Martin avevo avuto a che fare con la feccia, ma avevo imparato a farmi valere pur restando gradevole e professionale. Il mio viso e la mia voce dicevano a Ramirez che ero un tipo cordiale. Le parole un po’ meno. «Se mi lasci andare la mano, ti do il mio biglietto da visita.»

Il sorriso gli rimase incollato sulla faccia, ora più amabile e curioso che folle. Gli diedi il biglietto da visita e lo osservai mentre lo leggeva.

«Agente incaricato della cattura dei latitanti», disse chiaramente divertito. «Un lavoro importante per una ragazzina.»

Non mi ero mai considerata una ragazzina finché non m’ero trovata vicino a Ramirez. Sono alta un metro e settanta e ho un’ossatura robusta, che ho ereditato dal buon ceppo ungherese dei Mazur, contadini con il fisico perfettamente costruito per lavorare nei campi di paprika, trascinare l’aratro e sfornare bambini come conigli. Correvo e saltavo periodicamente i pasti per mantenermi snella, ma continuavo a pesare sui sessanta chili. Non ero certo robusta, ma neppure minuta. «Cerco Joe Morelli. L’hai visto?»

Ramirez scosse la testa. «Non conosco Joe Morelli. So soltanto che ha sparato a Ziggy.» Guardò gli altri uomini e chiese: «Qualcuno di voi ha visto questo Morelli?»

Nessuno rispose.

«Mi è stato detto che c’era un testimone alla sparatoria e che è sparito», ripresi. «Hai idea di chi potesse essere?»

Di nuovo nessuna risposta.

Non mi arresi. «Che mi dici di Carmen Sanchez? La conosci? Ziggy ti ha mai parlato di lei?»

«Fai un sacco di domande», osservò Ramirez.

Eravamo in piedi vicino alle grandi finestre vecchio stile della stanza e per nessun’altra ragione, se non per istinto, spostai la mia attenzione all’edificio di fronte. Ecco di nuovo la figura indistinta dietro una finestra del terzo piano. Un uomo, mi parve. Non avrei potuto dire se fosse bianco o nero. Non che avesse importanza.

Ramirez mi tirò per la manica della giacca. «Ti andrebbe una Coca? Abbiamo il distributore. O se preferisci ti offro dell’acqua tonica.»

«Grazie, ma mi aspetta una mattinata intensa e devo andare. Se vedi Morelli, ti pregherei di avvertirmi.»

«Di solito le ragazze sono onorate di sentirsi offrire una bibita dal campione.»

Non io, pensai. La sottoscritta pensava che il campione fosse fuori di testa, forse. E non le piaceva affatto l’atmosfera della palestra.

«Mi piacerebbe restare, ma ho un appuntamento per il pranzo», spiegai. Con una scatola di Fig Newtons.

«Non fa bene affannarsi tanto. Dovresti fermarti e rilassarti. Lascia perdere l’appuntamento.»

Spostai il mio peso cercando di allontanarmi di qualche centimetro, mentre dicevo la bugia. «Veramente si tratta di un appuntamento d’affari con il sergente Gazarra.»

«Non ti credo», dichiarò Ramirez. Il suo sorriso si era fatto teso e nella voce non c’era un briciolo di cordialità. «Sono convinto che mi racconti una balla, con questa storia del pranzo.»

Mi si chiuse lo stomaco per il panico e mi costrinsi a non reagire. Ramirez stava giocando con me a beneficio dei suoi amici. Probabilmente era offeso perché non avevo ceduto al suo fascino. Ora doveva salvare la faccia.

Guardai ostentatamente l’orologio. «Mi dispiace che la pensi così, ma devo vedere Gazarra fra dieci minuti. Non sarà contento se arrivo in ritardo.»

Mossi un passo indietro e Ramirez mi agguantò per la collottola, affondando le dita tanto da farmi piegare la schiena.

«Tu non vai da nessuna parte, Stephanie Plum», bisbigliò il campione. «Non ho ancora finito con te.»

Il silenzio nella palestra era opprimente. Nessuno si muoveva. Nessuno protestava. Guardai gli altri che mi fissarono impassibili. Nessuno di loro mi avrebbe aiutata. Per la prima volta provai un brivido di paura.

Abbassai la voce per adeguarmi al bisbiglio di Ramirez. «Sono venuta qui come rappresentante della legge, a cercare informazioni che possano aiutarmi a rintracciare Joe Morelli. Non ti ho dato motivo di fraintendere le mie intenzioni. Sono una professionista ed esigo rispetto.»

Ramirez mi trascinò più vicino. «Devi imparare alcune cosette, riguardo al campione», sibilò. «Prima di tutto, non parlargli di rispetto. Secondo: il campione ottiene sempre ciò che vuole.» Mi diede uno scossone prima di soggiungere: «Sai cosa vuole il campione, in questo momento? Vuole che tu sia gentile con lui, baby. Molto gentile e carina. Mostragli un po’ di rispetto». Il suo sguardo si spostò sui miei seni. «Fagli vedere che hai paura. Hai paura di me, vero, sgualdrina?»

Qualsiasi donna, anche con un quoziente d’intelligenza drammaticamente basso, avrebbe avuto paura di Benito Ramirez.

Lui ridacchiò e a me si accapponò la pelle.

«Sei spaventata ora», sussurrò lui soddisfatto. «Mi pare di fiutare la tua paura. Scommetto che hai le mutandine bagnate. Forse dovrei infilarci la mano per accertarmene.»

Avevo una pistola nella borsa e l’avrei usata se fosse stato indispensabile, ma non finché non fossi riuscita a dissuaderlo con altri mezzi. Dieci minuti di istruzioni non avevano fatto di me una tiratrice scelta, d’accordo. Non volevo uccidere nessuno, volevo solo tenere a bada quella gente per squagliarmela. Feci scivolare la mano nella borsa finché sentii l’arma, dura e confortante sotto il palmo della mano.

Infila la mano, prendi la pistola, pensai. Puntala contro Ramirez con aria decisa. Ero capace di premere il grilletto? Onestamente non lo sapevo. Avevo i miei dubbi. Speravo di non dover arrivare a tanto.

«Lasciami andare il collo», ordinai. «È l’ultima volta che te lo chiedo.»

«Nessuno può permettersi di dire al campione che cosa deve fare», ruggì, perdendo la calma, con il viso stravolto dalla rabbia. Per una frazione di secondo vidi dentro di lui, ne percepii la follia e l’odio così inestinguibile che mi toglieva il respiro.

Ramirez mi afferrò per la camicetta e, mentre urlavo, sentii lacerarsi la stoffa.

Nei momenti di crisi, quando una persona reagisce d’istinto, fa la cosa più semplice. Io feci ciò che avrebbe fatto qualsiasi donna americana in una simile circostanza. Colpii Ramirez alla testa con la borsa. Con la pistola, il cercapersone e l’assortimento di oggetti vari, il borsone doveva pesare quasi cinque chili.

Ramirez barcollò su un fianco e io schizzai verso le scale. Non feci in tempo a muovere qualche passo che lui mi afferrò per i capelli e mi fece volare attraverso la stanza come una bambola di pezza. Caddi a faccia in giù, sbattendo le mani a terra e scivolando sul pavimento di legno dipinto. L’impatto mi tolse l’aria dai polmoni.

Ramirez piombò su di me a cavalcioni, il posteriore sulla mia schiena, tirandomi selvaggiamente i capelli. Strinsi la borsa, ma non riuscii a prendere la pistola.

Sentii il crack di un’arma ad alto potenziale e le finestre andarono in frantumi. Altri spari. Qualcuno stava svuotando il caricatore nella palestra. Gli uomini nello stanzone corsero gridando in cerca di un riparo. Fra loro c’era anche Ramirez. Presi a muovermi come un granchio sul pavimento, incapace di reggermi sulle gambe. Raggiunsi le scale, mi rialzai e mi precipitai verso la ringhiera. In preda al panico, non riuscivo a coordinare i movimenti; saltai il secondo scalino e scivolai giù per tutta la rampa fino al pianerottolo coperto dal linoleum screpolato, a livello della strada. Mi tirai su e barcollai fuori nella calura e nella luce accecante del sole. Avevo le calze strappate e mi sanguinavano le ginocchia. Stavo appoggiata alla maniglia della porta cercando di riprendere fiato, quando una mano mi si posò sul braccio. Diedi un balzo e gemetti. Era Joe Morelli.

«Cristo!» disse lui spingendomi avanti. «Non restartene qui. Alza i tacchi e fila.»

Non ero sicura che Ramirez s’interessasse di me al punto da inseguirmi giù per le scale, ma non mi sembrava prudente rimanermene lì ad aspettare per scoprire se avevo ragione, perciò trotterellai dietro Morelli, con il petto che mi bruciava per la mancanza di ossigeno e la gonna arrotolata fino all’inguine. L’avesse fatto Kathleen Turner al cinema, sarebbe stato uno spettacolo, ma io dovevo essere molto meno affascinante. Mi colava il naso, perdevo bava dalla bocca, mandavo grugniti di dolore e piagnucolavo di paura; emettevo suoni animaleschi e lanciavo al Padreterno fantasiose promesse di vendetta.

Svoltammo all’angolo, tagliammo attraverso un vicolo dell’isolato successivo e percorremmo di volata una stradina fra i cortili dietro le case. Il viottolo era costeggiato da vecchi garage di legno e da bidoni traboccanti immondizia.

A due isolati di distanza risuonò l’urlo delle sirene. Senza dubbio un paio di auto di pattuglia e un’ambulanza stavano accorgendo, chiamate da qualcuno dopo la sparatoria. Quanto sarebbe stato meglio se fossi rimasta nei paraggi della palestra e mi fossi rivolta ai poliziotti per chiedere aiuto a rintracciare Morelli. Un particolare da ricordare la prossima volta che avrebbero tentato di violentarmi e di picchiarmi.

Morelli si fermò di colpo e mi trascinò in un garage vuoto. Le doppie porte erano socchiuse quanto bastava per intrufolarsi dentro, non abbastanza però perché qualcuno, passando, potesse vedere all’interno. Il pavimento era ingombro di sporcizia, nell’aria opprimente un odore metallico. Rimasi colpita dall’ironia del caso: eccomi di nuovo, dopo tanti anni, in un garage con Morelli. Lui aveva un’espressione di collera, gli occhi duri, gli angoli della bocca piegati in una smorfia. Mi afferrò per la giacca e mi inchiodò contro la ruvida parete di legno. Una pioggia di polvere cadde dalle travi. Serrai i denti.

La sua voce era tesa per la rabbia, che riusciva appena a controllare. «Che diavolo credevi di fare entrando nella palestra?»

La domanda fu accompagnata da uno scossone che fece cadere altra polvere su di noi.

«Rispondi!» ordinò Morelli.

Ero dolente, sul serio. Ero stata una stupida. E ora, per aggiungere il danno alla beffa, Morelli si prendeva gioco di me. Era davvero umiliante, quasi come il fatto che fosse stato proprio lui a salvarmi. «Ti stavo cercando», risposi.

«Be’ congratulazioni, mi hai trovato. Inoltre hai fatto saltare la mia copertura e di questo non sono affatto felice.»

«Eri tu l’ombra alla finestra del terzo piano che sorvegliava la palestra dall’edificio di fronte?»

Morelli non rispose. Nel buio del garage dilatò gli occhi scurissimi.

Feci schioccare mentalmente le nocche. «E ora immagino che ci sia una sola cosa da fare.»

«Non vedo l’ora di saperlo.»

Infilai la mano nella borsa, tirai fuori la pistola e la puntai contro il petto di Morelli. «Sei in arresto.»

Lui sbarrò gli occhi attonito. «Hai una pistola? Perché non l’hai usata contro Ramirez? Gesù, l’hai colpito con la borsa come una scolaretta! Perché non gli hai puntato la dannata pistola?»

Mi accorsi di arrossire. Che dire? La verità era troppo imbarazzante. E controproducente. Ammettere con Morelli di aver avuto paura più della pistola che di Ramirez non avrebbe certo giovato alla mia credibilità come agente.

Non ci volle molto perché Morelli lo intuisse. Con un grugnito di disgusto spinse da parte la canna dell’arma e mi prese la pistola. «Se non la usi, non dovresti portarla. Hai il porto d’armi per circolare con una pistola nascosta nella borsa?»

«Sì», risposi, ma ero poco convinta che il documento fosse legale.

«Dove hai preso il permesso?»

«Me l’ha procurato Ranger.»

«Ranger Manoso? Cristo, probabilmente lo ha fabbricato nella sua cantina.» Morelli estrasse i proiettili e mi restituì la pistola.«Cercati un altro impiego. E sta’ lontana da Ramirez. È pazzo. È stato incriminato per stupro in tre occasioni e ogni volta è stato assolto perché la vittima è immancabilmente scomparsa.»

«Non sapevo…»

«C’è un sacco di cose che non sai.»

Il suo atteggiamento cominciava a irritarmi. Capivo anche troppo bene che avevo un mucchio di cose da imparare su come arrestare i criminali. Non avevo bisogno, però, di quell’aria di superiorità sarcastica di Morelli. «Qual è il tuo punto di vista?» domandai.

«Lascia perdere il mio caso. Vuoi fare carriera nell’ambiente come tutore della legge? Bene, accomodati pure, ma non esercitarti con me. Ho abbastanza problemi senza dovermi preoccupare di salvarti il culo.»

«Nessuno te l’ha chiesto. Me la sarei cavata da sola, se tu non avessi interferito.»

«Tesoro, non saresti stata capace di trovare il tuo culo neanche con tutte e due le mani.»

Le mie palme scorticate bruciavano in modo infernale. Mi doleva la testa all’altezza dell’attaccatura dei capelli. Mi tremavano le ginocchia. Volevo tornare a casa e ficcarmi sotto una doccia calda per cinque o sei ore, finché non mi fossi sentita di nuovo forte e pulita. Volevo mollare Morelli e raccogliere le idee. «Vado a casa», annunciai.

«Buona idea», approvò lui. «Dov’è la tua auto?»

«Fra Stark Street e Tyler.»

Lui si appiattì di fianco alla porta e gettò una rapida occhiata fuori. «Via libera.»

Avevo le ginocchia irrigidite e il sangue si era seccato coagulandosi su quel che rimaneva dei collant. Non mi pareva il caso di zoppicare, non dovevo indulgere in una simile debolezza davanti a uno come Morelli. Così strinsi i denti senza emettere un gemito. Quando raggiungemmo l’angolo, mi resi conto che lui mi aveva accompagnato fino a Stark Street. «Non ho bisogno di una scorta», dichiarai. «Sto bene.»

Lui mi teneva la mano sul gomito, guidandomi. «Non illuderti, non m’interessa tanto la tua salute quanto il fatto che tu esca dalla mia vita. Voglio essere certo che tu te ne vada. Voglio solo vedere il tubo di scappamento della tua macchina allontanarsi nel tramonto.»

Buona fortuna, pensai. Il tubo di scappamento e la marmitta della mia auto erano da qualche parte sulla Route 1.

Raggiungemmo Stark e io barcollai alla vista della mia auto. Era rimasta parcheggiata sulla strada per meno di un’ora e in quel lasso di tempo era stata completamente pitturata con lo spray. Per la maggior parte di rosa e verde, con le ovvie scritte oscene su entrambi i lati. Controllai la targa e guardai sul sedile posteriore cercando il pacco di Fig Newtons. Sicuro, era proprio la mia macchina.

Una nuova umiliazione che si aggiungeva alle altre della giornata. Me ne infischiai. Ero come intorpidita. E immunizzata dagli affronti. Cercai le chiavi nella borsa, le trovai e le infilai nella serratura della portiera.

Morelli si dondolava sui talloni, le mani in tasca, un sorrisetto che gli affiorava sulle labbra. «Certa gente si diverte così.»

«Crepa!»

Morelli piegò la testa e rise forte. Una risata fragorosa e profonda, quasi contagiosa, se non fossi stata in condizioni pietose. Aprii la portiera, salii al volante, girai la chiavetta dell’accensione, mollai un pugno al cruscotto e lasciai Joe a tossire nella nuvola dello scarico dello scappamento, in un rumore così assordante da squarciargli i visceri.

Ufficialmente abitavo al confine orientale della città di Trenton, ma in realtà il mio quartiere si trovava più nel territorio di Hamilton che in quello di Trenton. L’edificio in cui abitavo era un brutto cubo di mattoni rossi, costruito prima dell’avvento dell’aria condizionata centralizzata e delle finestre con i doppi vetri. I diciotto appartamenti dello stabile erano distribuiti su tre piani. Secondo lo standard moderno non era un condominio di lusso. Non aveva la piscina o i campi da tennis, l’ascensore era piuttosto inaffidabile. Il bagno era arredato con servizi color giallo senape. Gli accessori della cucina erano decisamente anonimi.

Di positivo c’era che l’appartamento era stato costruito con materiale resistente e solido. Nessun suono filtrava attraverso i muri, le stanze erano ampie e luminose, i soffitti alti. Abitavo al secondo piano e le mie finestre si affacciavano su un piccolo parcheggio privato. Non c’erano balconate, ma ero abbastanza fortunata da avere una vecchia scala antincendio vicino alla finestra della camera da letto. L’ideale per far asciugare le calze e per sedersi all’aperto nelle afose serate estive.

Ma la cosa più importante era che il brutto edificio di mattoni non faceva parte di un complesso di edifici altrettanto brutti e disposti a casaccio. Sorgeva in una via affollata di piccoli negozi e confinava con un quartiere di case modeste. Come vivere nella cittadella… ma meglio. Il fornaio era solo a un isolato.

Parcheggiai la macchina ed entrai dall’ingresso posteriore. Poiché Morelli non era nei paraggi, non dovevo mostrarmi forte e coraggiosa, perciò mi diressi verso il mio appartamento zoppicando e imprecando. Feci la doccia, mi disinfettai con ciò che trovai nella cassetta del pronto soccorso e indossai un paio di shorts con una maglietta. Le mie ginocchia erano spellate e ammaccate; le abrasioni stavano già assumendo una tinta violacea. I gomiti erano nelle stesse condizioni. Mi sentivo proprio come una bimba caduta dalla bicicletta, che un minuto prima gridava a distesa «Posso farcela, posso farcela!» e, improvvisamente, come una sciocca, si ritrovava a terra con le ginocchia scorticate.

Mi gettai sul letto supina, le braccia e le gambe distese. Era la posizione che assumevo quando dovevo riflettere sull’inutilità delle cose. Aveva certi vantaggi, naturalmente. Potevo sonnecchiare mentre aspettavo che mi venisse in mente qualche idea brillante. Giacqui sul letto a lungo, o così mi sembrò. Nessuna idea brillante mi si affacciò alla mente ed ero troppo agitata per dormire.

Non potevo fare a meno di rivivere la mia esperienza con Ramirez. Non ero mai stata aggredita da un uomo, prima. Né ci ero andata vicino. Quell’aggressione era stata a dir poco degradante, un’esperienza spaventosa. Ora che la situazione si era risolta, mi sentivo più tranquilla, ma anche violata e vulnerabile.

Considerai l’ipotesi di presentare un esposto alla polizia, ma la scartai immediatamente. Andare a piangere alla polizia non avrebbe certo giovato alla mia immagine di dura e abile bounty hunter. Non riuscivo a raffigurarmi Ranger che sporgeva una denuncia per lesioni.

Ero stata fortunata, conclusi. Me l’ero cavata con qualche graffio. Grazie a Morelli.

Quest’ultima ammissione mi fece emettere un gemito. Essere salvata da Morelli era stato maledettamente imbarazzante. E ingiusto. Tutto considerato, non pensavo di essermi comportata tanto male. Mi era stato affidato quel caso da meno di quarantotto ore e avevo scovato il mio uomo per ben due volte. Vero, non ero riuscita ad arrestarlo, ma stavo ancora imparando. Nessuno si aspetta che uno studente d’ingegneria al primo anno costruisca un ponte perfetto. Pensavo di meritare la stessa indulgenza.

Dubitavo che la pistola mi fosse di qualche utilità. Non mi ci vedevo a sparare a Morelli. Forse a un piede. Ma quali possibilità avevo di colpire un bersaglio mobile? Nessuna. Chiaro che dovevo trovare un modo meno letale per bloccare la mia preda. Magari una bomboletta spray sarebbe stata più congeniale al mio stile. L’indomani sarei tornata dall’armaiolo a cercare qualcosa da aggiungere all’assortimento della mia borsa.

La radiosveglia sul comodino indicava che erano le cinque e cinquanta minuti. La guardai distrattamente, per un momento avevo perso il senso del tempo, poi mi sentii prendere dall’orrore. Mia madre mi aspettava a cena anche quella sera.

Balzai giù dal letto, mi precipitai al telefono. Non dava segni di vita. Non avevo pagato la bolletta. Afferrai le chiavi della macchina dal banco della cucina e sfrecciai fuori dalla porta.

4

Mia madre era in piedi sugli scalini del portico, quando parcheggiai accanto al marciapiede. Agitava le braccia e gridava. Non potevo sentirla con il rombo del motore, ma riuscivo a leggere le parole sulle labbra. «Spegni il motore!» gridava. «Spegnilo!»

«Scusa», gridai di rimando. «La marmitta è rotta.»

«Devi fare qualcosa. Ti ho sentita arrivare quando eri a quattro isolati da qui. Farai venire le palpitazioni alla vecchia signora Ciak.» La mamma guardò l’auto. «L’hai fatta decorare?»

«È successo in Stark Street. Vandali.» La spinsi nell’anticamera prima che avesse il tempo di leggere le scritte.

«Che belle ginocchia!» commentò nonna Mazur chinandosi per guardare da vicino le mie ferite. «La settimana scorsa ho visto uno show alla televisione. Alcune donne avevano le ginocchia come le tue. Non sono riuscita a capire come si fossero procurate quelle bruciature.»

«Cristo!» borbottò mio padre da dietro il giornale. Non aveva bisogno di aggiungere altro, noi tutti capivamo.

«Non sono bruciature», spiegai a nonna Mazur. «Sono caduta dai pattini.» Non mi preoccupai d’aver raccontato una bugia: avevo alle spalle una serie impressionante di infortuni.

Sbirciai il tavolo in sala da pranzo. Era preparato con la tovaglia di pizzo. Abbiamo compagnia, conclusi. Contai i coperti. Cinque. Alzai gli occhi al cielo. «Mamma, non dovevi.»

«Che cosa?»

Suonò il campanello e i miei timori trovarono conferma.

«Abbiamo compagnia, ma non è un pranzo ufficiale», annunciò mia madre andando ad aprire. «Potrò invitare un ospite in casa mia, no?»

«È Bernie Kuntz», precisai. «Lo vedo dalla finestra del corridoio.»

Mia madre si fermò piantando le mani sui fianchi. «Che cosa ha che non va Bernie Kuntz?»

«Tanto per cominciare… è un uomo.»

«Okay, hai avuto una brutta esperienza. Ma questo non vuol dire che tu debba arrenderti. Guarda tua sorella Valerie. È felicemente sposata da dodici anni. E ha due bellissime bambine.»

«Proprio per questo. Io me ne vado dalla porta sul retro.»

«Torta di ananas», disse mia madre. «Dovrai rinunciare al dessert se te ne vai ora. E non credere che te ne metta da parte una fetta.»

Mia madre era pronta a ricorrere a qualsiasi mezzo, se pensava che ne valesse la pena. Sapeva che mi avrebbe inchiodata con la torta di ananas. Un Plum era disposto a sopportare di tutto, per un buon dessert.

Nonna Mazur sbirciò fuori dalla porta. «Chi è lei?»

«Sono Bernie Kuntz.»

«Che cosa vuole?»

Guardai verso la porta e vidi che Bernie si spostava di continuo sui piedi, evidentemente a disagio.

«Sono stato invitato a cena», spiegò lui.

Nonna Mazur non aveva ancora aperto la porta. «Helen!» gridò da sopra le spalle. «C’è qui un giovanotto che dice di essere invitato a cena. Perché nessuno me l’ha detto? Guarda che vestito indosso. Non posso intrattenere un signore con questo vecchio straccio.»

Conoscevo Bernie da quando aveva cinque anni. Ero andata alle elementari con lui. Pranzavamo insieme e pensando a lui mi veniva in mente il burro di arachidi e la gelatina di frutta sul pane. Avevo perso i contatti con il mio amichetto alla scuola superiore. Sapevo che aveva frequentato il college e che aveva cominciato a lavorare nel negozio di suo padre, che vendeva casalinghi.

Bernie era di statura media, di costituzione normale, forse un po’ grassoccio. Calzava lucidi mocassini con il fiocchetto, indossava pantaloni di buon taglio e una giacca sportiva. Per quello che vedevo, non era cambiato molto dai tempi della scuola. Sembrava che non fosse ancora capace di sommare le frazioni; il cursore di metallo della cerniera lampo gli sporgeva dalla patta dei pantaloni, tenendola leggermente sollevata.

Prendemmo posto a tavola e ci concentrammo sulla cena.

«Bernie vende elettrodomestici», fece mia madre passando il cavolo rosso. «Guadagna bene e possiede una Bonneville.»

«Una Bonneville, ma pensa!» osservò nonna Mazur.

Mio padre tenne la testa china sul pollo. Lui tifava per i Mets, indossava biancheria Fruit of the Loom e guidava una Buick. Era un uomo dai saldi princìpi, per nulla disposto a lasciarsi impressionare da un venditore di tostapane, arricchitosi improvvisamente, che guidava una Bonneville.

Bernie si rivolse a me. «E tu cosa fai, ora?»

Rigirai la forchetta. La mia giornata non era stata esattamente un successo e annunciare al mondo che ero una bounty hunter, mi sembrava presuntuoso. «Lavoro in una specie di compagnia d’assicurazioni», risposi.

«Sarebbe a dire che ti occupi di reclami?»

«Qualcosa di simile.»

«È una bounty hunter», strillò nonna Mazur. «Dà la caccia ai criminali, proprio come alla televisione. Ha una pistola e tutto il resto.» La nonna allungò il braccio dietro di lei, verso la credenza dove avevo lasciato la tracolla. «Ha un borsone pieno di tutto il suo armamentario», spiegò posando la borsa sulle ginocchia.

Tirò fuori le manette, il cercapersone, un pacco di assorbenti da viaggio e li posò sul tavolo. «Ecco la pistola», annunciò orgogliosa. «Non è una meraviglia?»

Devo ammettere che era una gran bella pistola. Era in acciaio inossidabile con l’impugnatura di legno. Una Smith Wesson 5 colpi, modello 38 Special. Facile da usare e da portare, aveva assicurato Ranger. E costava meno di una semiautomatica, se si considerava ragionevole la somma di quattrocento dollari.

«Mio Dio!» strillò mia madre. «Mettila via. Qualcuno le prenda la pistola prima che si ammazzi.»

Il tamburo era aperto, si vedeva che non era carica. Non ero molto esperta di pistole, ma sapevo che un’arma non può sparare senza proiettili. «È scarica», affermai. «Non ci sono i proiettili.»

Nonna Mazur stringeva l’arma con entrambe le mani, con il dito sul grilletto. Socchiuse gli occhi e mirò all’armadietto delle porcellane. «Bang! bang! bang!» disse.

Mio padre ci ignorava tutti quanti, occupato com’era con il sugo di salsicce.

«Non mi piacciono le armi a tavola», dichiarò mia madre. «E la cena si raffredda. Dovrò riscaldare il sugo.»

«Questa pistola è del tutto inutile, senza munizioni», mi ricordò nonna Mazur. «Come farai ad acciuffare gli assassini con una pistola senza proiettili?»

Bernie era rimasto seduto a bocca aperta per tutta la scena. «Assassini?» ripeté.

«Sta dando la caccia a Joe Morelli», lo informò la nonna. «Lui è un furfante e non ha pagato la cauzione. Ha ammazzato Ziggy Kulesza sparandogli alla testa.»

«Conoscevo Ziggy Kulesza», disse Bernie. «Gli ho venduto un televisore con uno schermo enorme circa un anno fa. Non vendiamo molti di quei televisori, sono troppo cari.»

«Ha comperato altro da te?» domandai. «Di recente?»

«No. Ma qualche volta l’ho visto al Sal’s Butcher Shop, sull’altro lato della strada. Ziggy sembrava a posto, una persona normale.»

Nessuno aveva prestato attenzione a nonna Mazur. Giocava ancora con la pistola, fingendo di prendere la mira. Mi ricordai che nella borsa c’era anche una scatola di munizioni, accanto agli assorbenti. Un lampo di terrore si insinuò nella mia mente. «Nonna, non avrai caricato la pistola…»

«Certo che l’ho caricata. E non ho inserito il colpo in canna, come ho visto fare alla televisione. Così non si può sparare per sbaglio.» Nonna Mazur armò la pistola per mostrarmi quanto era stata brava. Seguì un colpo assordante, una vampata uscì dalla canna e il pollo sobbalzò nel piatto di portata.

«Madre di Dio!» urlò la mamma balzando in piedi e rovesciando la sedia.

«Cribbio!» fece nonna Mazur. «Devo aver sbagliato.» Si chinò per esaminare l’arma. «Mica male per la prima volta che maneggio una pistola. Ho sparato a quel pollastro proprio nel groppone.»

Mio padre stringeva la forchetta nella mano, la sua faccia era rossa come un gambero.

Girai attorno al tavolo e con prudenza presi la pistola dalle mani di nonna Mazur. Estrassi i proiettili e rimisi il tutto nella borsa.

«Guarda hai rotto il piatto», frignò mia madre. «Faceva parte del servizio buono. Non riuscirò a sostituirlo.» Spostò il piatto e tutti noi fissammo in silenzio il foro nella tovaglia e il proiettile conficcato nel tavolo di mogano.

Nonna Mazur fu la prima a parlare. «La sparatoria mi ha messo appetito», dichiarò. «Qualcuno mi passi le patate.»

Tutto sommato, Bernie Kuntz se l’era cavata abbastanza bene, durante la serata. Non aveva fatto pipì nei pantaloni quando nonna Mazur aveva sparato al pollo, aveva divorato senza battere ciglio due porzioni dei temuti cavoletti di Bruxelles preparati da mia madre. Si era mostrato passabilmente gentile con me, anche se appariva chiaro che noi due non eravamo destinati a dividere un letto e che la mia era una famiglia di matti. Si era mostrato affabile a ragione, dopo tutto ero una donna che aveva bisogno di elettrodomestici. Le smancerie gli avrebbero fatto perdere qualche oretta di sera, ma le provvigioni che avrebbe incassato sugli ordini gli avrebbero fatto guadagnare una vacanza alle Hawaii. Il nostro era un incontro voluto dal cielo: lui voleva vendere, io volevo comprare e non disdegnavo certo la sua offerta di uno sconto del dieci per cento. Inoltre avevo saputo qualcosa sul conto di Ziggy Kulesza: acquistava la carne dal Sal Bocha, un tale che era più conosciuto come allibratore che come macellaio.

Accantonai l’informazione per servirmene in futuro. Ora sembrava insignificante, ma chissà che non potesse rivelarsi utile.

Ero al tavolo della mia cucina con un bicchiere di tè freddo e il dossier su Morelli. Cercavo di mettere insieme un piano d’azione. Avevo preparato una ciotola di popcorn per Rex; il criceto aveva le guance gonfie di cibo, gli occhi lucidi.

«Allora, Rex, che ne pensi? Credi che riusciremo ad acciuffare Morelli?» dissi.

Qualcuno bussò alla porta e sia io che Rex restammo perfettamente immobili con le antenne radar in funzione. Non aspettavo nessuno. I miei vicini erano quasi tutti persone anziane e io non avevo amici fra loro. Comunque, i miei vicini non avrebbero mai bussato alla mia porta alle nove e mezzo di sera. Forse la signora Becker del terzo piano, se aveva sbagliato porta.

Continuarono a bussare, io e Rex voltammo la testa verso l’uscio. Era una solida porta di metallo, con uno spioncino, un chiavistello e una doppia catena. Quando il tempo era buono, lasciavo spalancate le finestre notte e giorno, ma tenevo sempre la porta chiusa. Neppure Annibale con i suoi elefanti sarebbe riuscito a passare dalla mia porta, ma le finestre costituivano una pacchia per qualsiasi idiota in grado di salire su una scala di sicurezza.

Coprii la ciotola di popcorn con un tegame perché Rex non potesse venir fuori dalla sua gabbia e andai a dare un’occhiata. Avevo la mano sulla maniglia, quando i colpi cessarono. Guardai attraverso lo spioncino e vidi soltanto buio. Qualcuno vi teneva appoggiato un dito. Non era un buon segno. «Chi è?» domandai.

Una risata sommessa dietro la porta. Balzai indietro. La risata fu seguita da una sola parola. «Stephanie.»

Era una voce assolutamente inconfondibile, melodiosa e beffarda. Ramirez.

«Sono venuto a giocare con te, Stephanie», canticchiò lui. «Sei pronta?»

Mi si piegarono le ginocchia, avevo un vuoto allo stomaco. «Vattene o chiamo la polizia.»

«Non puoi chiamare nessuno. Il tuo telefono non funziona, lo so perché ho provato a comporre il numero.»

I miei genitori non hanno mai capito il mio desiderio d’indipendenza. Sono convinti che la mia vita sia segnata dall’angoscia e dalla solitudine; persuaderli del contrario è fiato sprecato. In realtà non sono quasi mai angosciata. A volte, mi capita a causa di uno di quegli orribili insetti con un’infinità di zampette. Secondo me, il solo ragno buono è quello morto; i diritti delle donne non valgono un accidente se poi non possono chiedere a un uomo di schiacciare scarafaggi al posto loro. Non mi preoccupo che gli skinhead possano buttarmi giù la porta a calci o che riescano a entrare in casa dalla finestra. In genere preferiscono prendere di mira i quartieri più vicini alla stazione. Le rapine e i saccheggi di auto sono rari dalle mie parti e quasi mai si concludono con un omicidio.

Finora, i soli momenti critici che avevo vissuto erano legati al fatto — non molto frequente in verità — che mi svegliavo nel cuore della notte terrorizzata da un’improbabile invasione di… fantasmi, orchi, vampiri, extraterrestri. In preda alla mia sfrenata fantasia, rimanevo a letto respirando a malapena e aspettando di levitare. Devo ammetterlo, forse mi avrebbe giovato un po’ di compagnia nell’attesa, ma quale altro essere umano, fatta eccezione per Bill Murray, mi sarebbe stato d’aiuto nel caso di un attacco di spettri? Fortunatamente non sono mai stata vittima di una rotazione del collo a centottanta gradi, né sono mai stata disintegrata dai marziani, né ho mai ricevuto l’onore di un’apparizione di Elvis. L’unica volta che mi ero avvicinata a un’esperienza extracorporea era stato quando Joe Morelli aveva posato su di me le sue labbra, quattordici anni prima, dietro la vetrina dei bignè.

La voce di Ramirez mi giunse attraverso la porta. «Non mi va di lasciare le cose a metà con una donna, Stephanie Plum. Non mi piace che una donna scappi via dal campione.»

Lui afferrò la maniglia della porta e per un attimo mi balzò il cuore in gola. La porta resistette e il mio polso tornò normale.

Respirai profondamente e decisi che la cosa migliore era ignorarlo. Non volevo mettermi a gridare con lui e non mi pareva una buona mossa quella di peggiorare le cose. Subito chiusi e bloccai le finestre del soggiorno, tirai le tende. Corsi in camera da letto e mi domandai se non dovessi usare la scala di sicurezza per andare a chiedere aiuto. In un certo senso era ridicolo dare maggior peso alla minaccia. Non è una faccenda grave, mi dissi. Niente di cui preoccuparsi. Roteai gli occhi. Non c’era da avere paura… di un pazzo criminale che pesava cento chilogrammi e che stava davanti alla mia porta, insultandomi.

Mi portai la mano alla bocca per soffocare un gemito isterico. Niente panico, mi ordinai. Prima o poi i miei vicini avrebbero cominciato a diventare curiosi e Ramirez sarebbe stato costretto ad andarsene.

Tirai fuori la pistola dalla borsa e tornai alla porta per dare un’altra occhiata. Lo spioncino era scoperto e il corridoio sembrava deserto. Appoggiai l’orecchio all’uscio e ascoltai. Niente. Feci scorrere il chiavistello e socchiusi la porta, senza sganciare la grossa catena, impugnai la pistola. Ramirez non si vedeva. Staccai la catena e diedi un’occhiata nel corridoio. Tutto tranquillo. Lui se n’era andato.

Mi cadde l’occhio su una chiazza di sostanza viscida che scivolava sulla porta. Ero sicura che non si trattava di tapioca. Trattenni un’imprecazione, mi affrettai a chiudere, tirai il chiavistello e agganciai la catena. Magnifico. Ero al lavoro da due giorni e uno psicopatico si era appena masturbato davanti alla mia porta.

Cose del genere non mi erano mai capitate quando lavoravo per E.E. Martin. Una volta un barbone mi aveva orinato sui piedi e di tanto in tanto qualcuno s’era calato i pantaloni alla stazione, ma c’era da aspettarselo se uno lavorava a Newark. Avevo imparato a non considerare certe cose come un affronto personale. Questa storia con Ramirez era un’altra faccenda. Mi metteva addosso una gran fifa.

Sobbalzai quando una finestra si aprì e si richiuse sopra di me. La signora Delgado faceva uscire il suo gatto per la notte, mi dissi. Controllati. Dovevo togliermi Ramirez dalla mente, perciò mi misi a cercare qualche oggetto da dare in pegno. Non era rimasto molto. Un walkman, un ferro da stiro, gli orecchini di perle del matrimonio, un orologio da cucina a forma di galletto, un poster incorniciato di Ansel Adam, due lampade da tavolo. Speravo che bastasse per pagare la bolletta del telefono e farmelo ricollegare. Non volevo trovarmi di nuovo intrappolata in casa senza la possibilità di chiedere aiuto.

Sistemai Rex nella sua gabbia, mi lavai i denti e infilai la camicia da notte. Andai a letto con tutte le luci accese.

La prima cosa che feci, svegliandomi la mattina dopo, fu controllare lo spioncino. Non avendo notato niente d’insolito, feci la doccia e mi vestii. Rex dormiva profondamente dopo una notte movimentata. Cambiai l’acqua della sua vaschetta e gli riempii la ciotola di quelle maledette noccioline. Mi sarebbe piaciuto bere una buona tazza di caffè, ma purtroppo non ne avevo in casa.

Andai alla finestra del soggiorno e sbirciai fuori nel parcheggio per vedere se ci fosse Ramirez, poi tornai a controllare lo spioncino. Feci scorrere il chiavistello tenendo la catena agganciata, cacciai fuori il naso dalla fessura e annusai. Non fiutai la presenza di pugili, perciò aprii completamente la porta. In mano stringevo la pistola. Il corridoio era vuoto. Chiusi a chiave la porta e mi avviai. L’ascensore si fermò al piano, con un sobbalzo, la porta si aprì e per poco non sparai alla vecchia signora Moyer. Chiesi scusa, spiegai che la pistola era un giocattolo e con aria furtiva scesi le scale per portare il primo carico di paccottiglia alla mia auto.

Quando Emilio aprì il banco dei pegni, ero in crisi d’astinenza da caffeina. Tirai sul prezzo degli orecchini, ma lo feci senza eccessiva fermezza e alla fine capii di essere stata imbrogliata. Non che m’importasse più di tanto. Avevo quello che mi occorreva, il denaro per un’arma non letale e per il telefono. Mi restava quanto bastava per concedermi un buon caffè e una tartina ai mirtilli.

Impiegai cinque minuti per deliziarmi della mia colazione, poi mi diressi agli uffici della compagnia dei telefoni. A un semaforo, qualcuno da un furgone fischiò forte. Dai gesti delle mani, immaginai che i due sul camioncino fossero entusiasti dei graffiti sulla mia auto. Non sentivo quello che dicevano per via del rumore assordante del motore. Meno male.

Notai una nebbia attorno a me e compresi che la macchina fumava. Non era la solita nuvoletta bianca di condensa che si forma con il freddo, questo era fumo denso e nero, che in assenza del tubo di scappamento usciva da sotto il sedere. Mollai un pugno sul cruscotto per vedere se gli indicatori funzionassero e si accese la spia rossa dell’olio. Mi fermai a una stazione di servizio all’angolo, comperai una lattina di lubrificante, la vuotai nella macchina e controllai l’astina dell’olio. Era ancora basso, perciò aggiunsi una seconda lattina.

Prossima fermata, la compagnia dei telefoni. Pagare la bolletta e chiedere che mi riallacciassero l’apparecchio fu piuttosto complicato, quasi come ottenere una green card. Alla fine spiegai che la mia vecchia nonna cieca viveva con me, che soffriva di frequenti attacchi cardiaci e che avere il telefono era questione di vita o di morte. Non credo che la donna dietro lo sportello mi credesse, ma dopo un po’ mi promise che qualcuno avrebbe provveduto a riallacciare l’apparecchio in giornata. Bel colpo. Se Ramirez fosse tornato, avrei chiamato la polizia. Inoltre intendevo acquistare una bomboletta spray da difesa. Non ci sapevo fare con la pistola, ma potevo cavarmela con una bomboletta.

Quando raggiunsi il negozio d’armaiolo, la spia dell’olio aveva ripreso a lampeggiare. Non si vedeva più fumo, perciò conclusi che l’indicatore si era bloccato. E chi se ne frega, pensai. Non avevo nessuna intenzione di spendere altri soldi per l’olio. Per ora la macchina doveva arrangiarsi; appena incassati i diecimila dollari del premio, le avrei comperato tutto l’olio che voleva… e poi l’avrei scaraventata giù da un ponte.

Avevo sempre immaginato che i proprietari dei negozi d’armi fossero tutti grandi e grossi, con berretti da baseball che reclamizzavano ditte di motociclette. Nella mia fantasia credevo che si chiamassero Bubba e Billy Bob. Invece, quel negozio era gestito da una donna che si chiamava Sunny. Era un tipo sulla quarantina con la pelle abbronzata, della tinta di un sigaro di qualità, i capelli crespi tinti color giallo canarino e una voce da fumatrice accanita. Portava orecchini di Strass, jeans attillati e aveva piccole palme dipinte sulle unghie.

«Bel lavoro», osservai, guardando le unghie.

«Opera di Maura, all’Hair Palace. È un genio per le unghie, fa delle cerette fantastiche, ti depila come una palla da bigliardo.»

«Me lo ricorderò.»

«Basta che chieda di Maura. Le dica che la manda Sunny. Che cosa posso fare per lei? È già rimasta senza munizioni?»

«Mi serve uno spray per autodifesa.»

«Che tipo usa?»

«Ce ne sono di vari generi?»

«Santo cielo, sì. Abbiamo una linea completa di spray.» La donna allungò la mano verso lo scatolone vicino a lei e tirò fuori parecchi pacchetti avvolti nel cellofane. «Questo è il Mace originale. Poi abbiamo il Pappergard, con lo spray ecologico, usata attualmente da molti dipartimenti di polizia. E infine il Sure Guard, un’autentica arma chimica. È capace di abbattere un uomo di cento chili in sei secondi. Agisce sul sistema nervoso. Basta che venga a contatto con la pelle e la persona colpita è KO. Non importa se è ubriaca o drogata. Uno spruzzo ed è finita.»

«Sembra pericoloso.»

«Può giurarci.»

«È letale? Lascia danni permanenti?»

«L’unico danno permanente per la vittima sarà il ricordo di un’esperienza umiliante. Naturalmente all’inizio si verificherà un principio di paralisi ma, spariti gli effetti, resterà vomito e un atroce mal di testa.»

«Non saprei. E se malauguratamente me lo spruzzo addosso?»

La donna fece una smorfia. «Cara, deve evitare di spruzzarsi.»

«Mi pare un po’ complicato.»

«Niente affatto. È semplice come premere un tasto. E poi lei è una professionista, ormai.» La donna mi diede un colpetto sulla mano. «Prenda il Sure Guard. Non se ne pentirà.»

Non mi sentivo una professionista, mi sentivo una perfetta idiota. Avevo sempre criticato i governi che usavano le armi chimiche, ed eccomi lì a comperare gas nervino da una donna che si faceva la ceretta ai peli del pube.

«Il Sure Guard si vende in diverse confezioni», riprese Sunny. «Io adopero il modello da diciassette grammi. Ha il suo anello di acciaio inossidabile, una bella custodia di pelle in tre colori, a scelta.»

«Accidenti!» fu il mio commento.

«Lo provi fuori all’aperto», suggerì Sunny. «Si assicuri di saperlo usare.»

Uscii dal negozio, tesi il braccio e spruzzai. Il vento cambiò, mi precipitai dentro sbattendo la porta.

«Il vento è infido», spiegò la donna. «Le conviene uscire dal retro, attraverso il poligono di tiro.»

Seguii il suo consiglio e quando raggiunsi la strada, corsi alla mia auto e balzai al volante temendo che qualche goccia di Sure Guard fosse rimasta nell’aria. Infilai la chiave dell’accensione e cercai di non farmi prendere dal panico al pensiero di portarmi tra le ginocchia una bomba a gas. Il motore si accese, la luce dell’indicatore dell’olio riprese a lampeggiare. All’inferno, pensai. Mettiti in coda. Sulla lista dei miei problemi da risolvere, l’olio non figurava neppure tra i primi dieci.

Mi tuffai nel traffico, rifiutandomi di controllare dallo specchietto se dal tubo di scappamento uscissero nuvole di fumo. Carmen abitava parecchi isolati a est di Stark Street. Non era un quartiere elegante, ma neppure il peggiore. L’edificio era di mattoni gialli e aveva bisogno di una buona ripulita. Quattro piani, senza ascensore. Il piccolo atrio al pianterreno era pavimentato con piastrelle scheggiate, l’appartamento era situato al secondo piano. Sudavo, quando raggiunsi la porta. Il nastro giallo che delimitava la scena del delitto era stato rimosso, ma c’era un lucchetto. Sul secondo piano si aprivano altri due appartamenti. Bussai a ciascuna porta. Nel primo non c’era nessuno in casa. La porta del secondo fu aperta da una donna ispanica, la signora Santiago, sui quarantotto, cinquant’anni. Reggeva un bambino sul fianco. Aveva i capelli neri pettinati all’indietro, la faccia rotonda. Indossava una vestaglia di cotone blu e calzava pantofole di spugna. All’interno dell’appartamento il ronzio monotono di un televisore. Vedevo due piccole teste profilate contro lo schermo. Mi presentai e diedi alla donna il mio biglietto da visita.

«Non so che altro dire», si scusò la signora Santiago. «Questa Carmen ha abitato qui solo per breve tempo. Nessuno la conosceva. Era un tipo tranquillo, se ne stava per conto suo.»

«L’ha più vista dopo la sparatoria?»

«No.»

«Sa dove possa trovarsi. Da amici, parenti?»

«Non la conoscevo, come gli altri inquilini, del resto. Mi hanno detto che lavorava in un bar… lo Step-in, sulla Stark Street. Forse là qualcuno la conosceva.»

«Lei era in casa, la sera della sparatoria?»

«Sì. Era tardi e Carmen teneva altissimo il volume del televisore. Non l’avevo mai sentito così alto. Poi qualcuno ha bussato alla sua porta. Un uomo. Si è saputo che era un poliziotto. Immagino che picchiasse così forte all’uscio perché nessuno poteva sentirlo per via della televisione. E poi c’è stato uno sparo. È stato allora che ho chiamato la polizia. Quando sono tornata vicino alla porta, c’era una gran confusione nel corridoio, perciò ho guardato fuori.»

«E poi?»

«Ho visto John Kuzack e altri inquilini dello stabile. Qui siamo tutti solidali fra noi, non come certe persone che fingono di non vedere mai niente. Ecco perché nel palazzo non circola la droga e non abbiamo grane. John stava in piedi vicino al poliziotto, quando ho guardato fuori. Lui non sapeva che era un agente, aveva visto qualcuno colpito a morte sulla porta di Carmen, e quest’altro uomo aveva una pistola, perciò è intervenuto con decisione.»

«E dopo che cosa è successo?»

«Un gran trambusto, c’era tanta gente nel corridoio.»

«C’era anche Carmen?»

«Non l’ho vista, con tante persone. Tutti volevano sapere che cosa era successo, capisce? Alcuni inquilini cercavano di soccorrere la vittima, ma inutilmente. Lui era morto.»

«Pare che ci fossero due uomini nell’appartamento di Carmen. Ha visto il secondo?»

«Mi pare di sì. Era un tale che non conoscevo, mai visto prima. Magro, capelli neri, carnagione scura, sui trent’anni. Una faccia strana. Come se fosse stata appiattita con un tegame, con il naso schiacciato. Ecco perché l’ho notato.»

«Che cosa gli è capitato?»

La donna si strinse nelle spalle. «Non lo so. È sparito, come Carmen.»

«Forse dovrei parlare con John Kuzack», azzardai.

«Appartamento 4B. Dovrebbe essere in casa.»

Ringraziai la donna e salii altre due rampe di scale, chiedendomi chi poteva essere l’uomo capace di disarmare Morelli. Bussai e aspettai. Poi tornai a bussare abbastanza energicamente da sbucciarmi le nocche. La porta si spalancò e la domanda che mi ero posta poco prima trovò risposta. John Kuzack era un omone, alto quasi due metri, aveva i capelli ingrigiti raccolti in una coda di cavallo e un serpente a sonagli tatuato sulla fronte. Teneva una guida TV in una mano e una lattina di birra nell’altra. Dall’appartamento avvolto in una specie di nebbiolina usciva un odore dolciastro. Veterano del Vietnam, pensai. Aviotrasportato.

«John Kuzack?»

Lui mi guadò con gli occhi socchiusi. «Desidera?»

«Sto cercando di rintracciare Joe Morelli. Speravo che lei potesse dirmi qualcosa di Carmen Sanchez.»

«È un’agente?»

«Lavoro per Vincent Plum. Ha pagato la cauzione per Joe Morelli.»

«Non conoscevo bene Carmen Sanchez», rispose Kuzack. «La vedevo qui intorno, l’ho salutata un paio di volte. Sembrava una persona perbene. Stavo salendo le scale quando ho sentito la sparatoria.»

«La signora Santiago, al secondo piano, ha detto che lei ha bloccato il pistolero.»

«Già. Non sapevo che era un poliziotto, sapevo solo che aveva sparato a qualcuno ed era ancora armato. C’era un sacco di gente che si stava riversando nel corridoio e lui ordinava a tutti di stare lontano. Ho capito che era una situazione difficile, così l’ho colpito con una confezione da sei lattine di birra. Lui è crollato, svenuto.»

«Davvero?» dissi, quasi scoppiando in una sonora risata. Il rapporto della polizia aveva stabilito che Morelli era stato colpito con un corpo contundente. Non si parlava di lattine di birra. «Un bel coraggio.»

Kuzack sorrise. «Diavolo, il coraggio non c’entra. Ero sbronzo.»

«Sa che fine ha fatto Carmen?»

«No. Immagino che sia sparita nella confusione.»

«Da allora non l’ha più vista?»

«No.»

«Sa qualcosa del testimone scomparso? La signora Santiago dice di aver visto un uomo con il naso schiacciato.»

«Ricordo di averlo visto, ma è tutto.»

«Lo riconoscerebbe, se dovesse rivederlo?»

«Probabile.»

«Crede ci sia qualcun altro nello stabile che potrebbe saperne di più?»

«Edleman è stato l’unico che l’ha visto bene.»

«Edleman è un inquilino?»

«Era un inquilino. È stato investito da un’auto la settimana scorsa. Proprio di fronte all’edificio. Un ‘mordi e fuggi’.»

Sentii una stretta nervosa allo stomaco. «Crede che la morte di Edleman si ricolleghi all’omicidio Kulesza?»

«Non c’è modo di scoprirlo.»

Ringraziai Kuzack per la sua disponibilità e scesi lentamente le scale gustandomi l’aroma del suo spinello.

Era quasi mezzogiorno e cominciava a far caldo. Quel mattino ero uscita con un tailleur e scarpe con il tacco alto per apparire rispettabile e ispirare fiducia. Avevo lasciato i finestrini abbassati, quando avevo parcheggiato davanti alla casa di Carmen, con una mezza speranza che mi rubassero la macchina. Non ci aveva pensato nessuno, perciò mi misi al volante e finii i Fig Newtons che avevo preso dalla dispensa di mia madre. Non avevo scoperto granché dai vicini di Carmen, ma se non altro non ero stata aggredita né ero volata giù per una rampa di scale.

L’appartamento di Morelli figurava al secondo posto sulla mia lista.

5

Avevo chiamato Ranger per chiedergli aiuto. Ero troppo inesperta per introdurmi illegalmente in una casa. Quando entrai nel parcheggio. Ranger mi aspettava. Tutto vestito di nero. Maglietta senza maniche e pantaloni neri. Stava appoggiato a una lucida Mercedes nera con tante antenne che avrebbe potuto comunicare con Marte. Parcheggiai piuttosto lontano perché il fumo del mio tubo di scappamento non gli appannasse la vernice della Mercedes.

«Tua, la macchina?» chiesi. Come se la vettura potesse appartenere a qualcun altro.

«La vita è stata generosa con me.» Ranger spostò lo sguardo verso la mia Nova. «Bel lavoretto», commentò. «Sei stata in Stark Street?»

«Sì, e mi hanno rubato la radio.»

«Eh, eh. È stato bello da parte tua contribuire per i meno fortunati.»

«lo sarei disposta a offrire la macchina completa, ma nessuno la vuole.»

«Quei teppisti sono pazzi, ma non sono affatto stupidi.» Ranger indicò con la testa l’appartamento di Morelli. «Sembra che in casa non ci sia nessuno, perciò dovremo compiere il giro senza la guida turistica.»

«È illegale?»

«Diavolo, no. Siamo tutori della Legge, baby. I bounty hunter possono fare qualsiasi cosa. Non ci serve neppure un mandato di perquisizione.» Ranger si allacciò alla vita un cinturone nero di nylon e vi infilò la sua Glock 9 mm. Appese un paio di manette alla cintura e infilò la stessa giacca nera che indossava quando lo avevo incontrato la prima volta al bar. «Non penso che Morelli sia là, ma non si sa mai. Bisogna sempre tenersi pronti.»

Forse anch’io avrei dovuto prendere quelle precauzioni, ma non mi ci vedevo con il calcio di una pisola che spuntava dalla cintura della gonna. E comunque sarebbe stato inutile. Morelli sapeva che non avrei mai avuto il coraggio di sparargli.

Attraversammo il parcheggio e percorremmo il portico fino all’appartamento di Morelli. Ranger bussò alla porta e aspettò un momento. «C’è nessuno in casa?» domandò. Nessuna risposta.

«E adesso che facciamo?» chiesi. «Hai intenzione di buttar giù la porta a calci?»

«Assolutamente no. C’è il pencolo di rompersi un piede con una bravata del genere.»

«Allora vuoi far saltare la serratura, giusto? Usi una carta di credito?»

Ranger scosse la testa. «Hai visto troppi telefilm», decretò. Prese di tasca una chiave e la inserì nella serratura. «L’ho avuta dal custode, mentre ti aspettavo.»

L’appartamento di Morelli era composto da soggiorno, angolo cottura, cucina, bagno e camera da letto. Era abbastanza pulito e arredato in modo essenziale. Un piccolo tavolo quadrato di quercia, un tavolino da caffè, quattro sedie, un comodo divano e una sedia rigida. In soggiorno c’era uno stereo costoso e un piccolo televisore in camera da letto.

Ranger e io perquisimmo la cucina alla ricerca di un’agenda degli indirizzi. Sfogliammo le fatture ammonticchiate davanti al tostapane.

Era facile immaginare Morelli a casa sua che, gettate le chiavi sul ripiano della cucina, si liberava delle scarpe e scorreva la posta. Mi assalì un’ondata di rimorso al pensiero che probabilmente Joe non sarebbe stato più in grado di compiere nessuno di quei semplici rituali. Aveva ucciso un uomo e così facendo aveva posto fine anche alla sua vita. Come poteva essere stato così stupido? Come poteva essersi cacciato in questa maledetta storia? Perché accadono certe cose?

«Qui non c’è niente», annunciò Ranger. Premette il tasto sulla segreteria telefonica. «Ciao bellimbusto!» tubò una voce femminile. «Sono Carlene. Richiamami.» Bip.

«Joseph Anthony Morelli, sono tua madre. Ci sei? Pronto, pronto!» Bip.

Ranger capovolse l’apparecchio e copiò il codice di sicurezza e quello dei messaggi speciali. «Tieni questi numeri, puoi avere accesso ai suoi messaggi anche da un telefono esterno. Chissà che non salti fuori qualcosa.»

Ci spostammo nella camera da letto, setacciammo tutti i cassetti, sfogliammo libri e riviste, esaminammo attentamente alcune fotografie sul cassettone. Erano solo foto di famiglia, niente di utile. Nessun ritratto di Carmen. Per la maggior parte. i cassetti erano vuoti, lui s’era portato via calzini e biancheria. Peccato, mi sarebbe piaciuto vedere che biancheria indossava.

Ritornammo in cucina.

«Questo posto è pulito», concluse Ranger. «Non troveremo niente che possa aiutarti. E dubito che lui ritorni. Mi pare che abbia portato via tutto ciò che gli serviva.» Afferrò un mazzo di chiavi da un gancio su una parete della cucina e me lo diede.

«Queste tienile. È inutile disturbare il custode, se vuoi entrare di nuovo.»

Chiudemmo la porta con la chiave del custode e gliela facemmo scivolare sotto la porta della guardiola. Ranger salì sulla Mercedes, inforcò gli occhiali scuri, spinse indietro il tettuccio apribile, inserì una cassetta nel mangianastri e se ne andò veloce come Batman.

Con un sospiro di rassegnazione guardai la mia Nova. Perdeva olio. Lì vicino, la nuova jeep Cherokee rossa di Morelli luccicava al sole. Sentivo il peso delle chiavi che mi penzolavano dal dito. Una chiave di casa e due dell’auto. Decisi che non c’era niente di male se davo un’occhiata da vicino, perciò aprii la portiera della Cherokee e guardai all’interno. Odorava ancora di nuovo. Il cruscotto era lucido, i tappetini puliti, l’imbottitura rossa, soffice e perfetta. La vettura era a cinque posti, aveva quattro ruote motrici e tanti cavalli da inorgoglire un uomo. Era equipaggiata con condizionatore d’aria, una radio Alpine con mangianastri, una ricetrasmittente della polizia, un telefono cellulare e un CB. Un’auto terrificante. E apparteneva a Morelli. Non era giusto che un ricercato come lui avesse un’auto favolosa e io un catorcio come la Nova.

Visto che avevo già aperto la portiera, avrei dovuto metterla in moto, pensai. Non era bene che una macchina restasse ferma a lungo, lo sanno tutti. Inspirai profondamente e con cautela salii al volante. Aggiustai il sedile e lo specchietto retrovisore. Misi le mani sul volante, gustando una sensazione di sicurezza. Con una macchina così potevo prendere Morelli. Ero intelligente e tenace, mi mancava solo un’auto. Chissà se sapevo guidarla, mi chiesi. Forse accendere il motore non era sufficiente, forse bisognava fare il giro dell’isolato. Meglio ancora, avrei dovuto guidarla per un giorno o due per togliermi il capriccio.

Okay, chi cercavo di ingannare? Stavo pensando di rubare la macchina di Morelli. No, non rubare, puntualizzai a me stessa. Requisire. Dopo tutto ero una bounty hunter e probabilmente potevo sequestrare una macchina in caso d’emergenza. Sbirciai in direzione della Nova. Mi sembrava proprio una situazione d’emergenza.

Mi si offriva un altro vantaggio, rubando la jeep. Morelli non l’avrebbe affatto gradito. E se si fosse arrabbiato, avrebbe fatto l’errore di tentare di riprendersela.

Girai la chiave dell’accensione e cercai di ignorare il fatto che il cuore mi martellava impazzito. Il segreto di un buon bounty hunter era quello di cogliere l’occasione. Flessibilità. Adattamento. Creatività. Tutti attributi necessari. Niente di male se poi avevi anche le palle.

Respirai lentamente e premetti il pedale della mia prima auto rubata. Avevo un’altra meta sull’agenda. Dovevo andare allo Step-in Bar Grill, l’ultimo posto di lavoro di Carmen. Il locale era situato sul lato inferiore di Stark Street, a due isolati dalla palestra. Ero incerta se dovessi andare a casa a cambiarmi per indossare abiti più casual, ma alla fine decisi di tenermi il vestito che avevo. Tanto non avevo nessuna intenzione di mescolarmi con i frequentatori del bar.

Trovai un posto per parcheggiare a mezzo isolato. Chiusi a chiave la macchina, percorsi a piedi il breve tratto fino al bar, che era chiuso. La porta aveva un lucchetto, le vetrine sbarrate. Nessuna spiegazione. Non ero poi tanto delusa. Dopo l’incidente nella palestra non me la sentivo proprio di fare irruzione in un altro santuario della virilità di Stark Street. Mi affrettai verso la Cherokee e percorsi su e giù la via nella vaga speranza di incontrare Morelli. Alla quinta corsa, visto che la benzina scarseggiava, rinunciai. Cercai nel portaoggetti, sperando che vi avesse dimenticato una carta di credito, ma non ne trovai. All’inferno. Niente benzina, niente soldi, niente carte di credito.

Se dovevo continuare a dare la caccia a Morelli, mi occorrevano i soldi per le spese. Vinnie era la risposta ai miei problemi. Doveva anticiparmi un po’ di denaro contante. Mi fermai a un semaforo e mi concessi un attimo per studiare il telefono di Morelli. Azionai l’apparecchio e il numero apparve sul display. Comodo. Perché limitarsi a rubare l’auto di Morelli? Potevo anche sfruttare il suo telefono.

Chiamai l’ufficio di Vinnie, mi rispose Connie.

«C’è Vinnie?» m’informai.

«Sì, ci sarà per tutto il pomeriggio», rispose lei.

«Arrivo fra dieci minuti, devo parlargli.»

«Hai acciuffato Morelli?» volle sapere Connie.

«No, ma gli ho requisito la macchina.»

«Ha il tetto apribile?»

Alzai gli occhi al cielo. «No, non ce l’ha.»

«Peccato!» fu il commento di Connie.

Riappesi e svoltai nella Southhard, cercando di decidere come formulare una richiesta che Vinnie non giudicasse irragionevole. Mi occorreva denaro per due settimane e, se volevo usare la jeep per prendere Morelli, dovevo far installare un antifurto. Non potevo tenere d’occhio la Cherokee ventiquattr’ore su ventiquattro e non volevo che Morelli se la riprendesse mentre dormivo, facevo la pipì o andavo a fare la spesa.

Stavo pensando a una somma adeguata, quando suonò il telefono, il suo sommesso ronzio per poco non mi mandò a sbattere sul marciapiede. Una sensazione strana. Come se mi avessero sorpresa a origliare o a raccontare bugie, o fossi seduta sul water con le pareti del bagno che crollavano all’improvviso. Provai l’irrazionale impulso di allontanarmi dalla strada e correre via dalla macchina.

Mi misi ansiosamente in ascolto. «Pronto?»

Una pausa e poi una voce femminile. «Desidero parlare con Joseph Morelli.»

Dio santo. Era mamma Morelli. Come se non fossi già abbastanza incasinata. «Joe non c’è in questo momento.»

«Chi parla?»

«Sono una sua amica. Joe mi ha pregato di spostare l’auto di tanto in tanto.»

«Bugiarda!» tuonò la signora Morelli. «So chi sei, Stephanie Plum. Riconosco la tua voce. Che cosa ci fai nella macchina di Joseph?»

Nessuno sa mostrarsi sprezzante come mamma Morelli. Se al telefono ci fosse stata una madre normale, le avrei spiegato, o avrei chiesto scusa, ma la madre di Morelli mi terrorizzava.

«Come?» gridai. «Non sento. Cosa?»

Sbattei giù la cornetta e interruppi la comunicazione. «Brava», mi dissi a voce alta. «Molto professionale. Ottimi riflessi.»

Parcheggiai sulla Hamilton e percorsi a piedi il mezzo isolato fino all’ufficio di Vinnie. Mi preparavo allo scontro, l’adrenalina mi scorreva nel sangue aumentando le mie energie. Varcai la porta come un fulmine, salutai Connie alzando i pollici ed entrai nell’ufficio di Vinnie. Lui sedeva alla scrivania, chino su una schedina delle corse.

«Salve, come va?» salutai.

«E adesso che c’è?» fu la risposta di Vinnie.

Ecco quello che mi piace della mia famiglia. Sempre uniti, calorosi e disponibili l’uno con l’altro. «Voglio un anticipo sul mio compenso. Devo sostenere delle spese per l’incarico.»

«Un acconto? Stai scherzando?»

«Non scherzo affatto. Quando arresterò Morelli mi spettano diecimila dollari. Ne voglio duemila come anticipo.»

«Col cavolo! E non credere di potermi ricattare. Se parli con mia moglie, sono un uomo morto, e non si può cavare un accidente da un morto, furbona.»

Vinnie aveva segnato un punto a suo favore. «Okay, il ricatto non funziona. Mettiamola così, allora; tu mi dai subito duemila dollari e io non prenderò la mia percentuale completa.»

«E se non prendi Morelli? Ci hai mai pensato, a questo?»

Ogni minuto della mia vita. «Lo prenderò.»

«Ah, ah. Scusami, ma non condivido la tua sicurezza. E ricordati che ho acconsentito a questa follia solo per una settimana. Ti rimangono quattro giorni. Se per lunedì non lo avrai arrestato, affiderò il caso a qualcun altro.»

Entrò Connie. «C’è qualche problema? Stephanie ha bisogno di soldi? Perché non le dai Clarence Sampson?»

«Chi è Clarence Sampson?» chiesi.

«Uno della nostra famigliola di ubriaconi. Di solito è perfettamente tranquillo, ma di tanto in tanto commette qualche stupidaggine.»

«Per esempio?»

«Per esempio guida in stato di ubriachezza con un’alta percentuale di alcol nel sangue. In questa particolare occasione ha avuto la sfortuna di incappare in un’auto della polizia.»

«Ha investito un’auto della polizia?»

«Non esattamente», spiegò Connie. «Lui tentava di guidare l’auto della polizia. È finito in un negozio di liquori in State Street.»

«Hai una foto di questo individuo?»

«Ho un voluminoso dossier con fotografie accumulatosi durante gli ultimi vent’anni. Abbiamo garantito la cauzione per Sampson tante volte che conosco a memoria il numero della sua tessera di previdenza sociale.»

Seguii Connie nell’ufficio accanto e aspettai che tirasse fuori una cartella da un mucchio di fascicoli.

«Quasi tutti i nostri agenti si occupano contemporaneamente di diversi casi», spiegò Connie. «Il lavoro rende di più, in questo modo.» Mi porse una dozzina di cartellette. «Questi sono i casi che Morty Beyers stava seguendo per noi. Sarà fuori combattimento per un po’, potresti darci un’occhiata. Alcuni sono più facili di altri. Manda a memoria nomi e indirizzi e associali alle fotografie. Chissà mai che tu non abbia fortuna. La settimana scorsa Andy Zabotsky era in coda che aspettava il suo pollo fritto quando ha riconosciuto l’uomo davanti a lui, uno che non si era presentato all’udienza. Un bel colpo, tanto più che si trattava di uno spacciatore. Avremmo perso trentamila dollari.»

«Non sapevo che pagaste la cauzione anche per gli spacciatori di droga», osservai. «Ho sempre pensato che vi occupaste di roba da poco.»

«Gli spacciatori di droga rendono bene», disse Connie. «Non vogliono lasciare le loro zone. Hanno dei clienti e guadagnano bene. Se non pagano la cauzione, puoi star sicura che di solito ricompaiono.»

Mi ficcai i documenti sotto il braccio con la promessa di fotocopiarli e restituire gli originali a Connie. La storia del pollo mi era piaciuta. Se Andy Zabotsky era stato capace di arrestare un criminale in una rosticceria, pensate alle mie possibilità: io mangio sempre pollo. E mi piace. Forse avrei potuto farcela come bounty hunter. Una volta saldati i miei debiti, avrei potuto mantenermi arrestando gente come Sampson, magari facendo irruzione in un fast food.

Spinsi la porta e trattenni il respiro passando repentinamente dall’aria condizionata alla vampa esterna. La giornata, già calda, era diventata rovente. L’aria era pesante e appiccicosa, il cielo velato, il sole scottava sulla pelle esposta; guardai verso l’alto coprendomi gli occhi e aspettandomi di vedere il buco di ozono che si spalancava sopra di me come l’occhio di un gigantesco ciclope pronto a lanciare raggi radioattivi. Sapevo che il buco si trovava sopra l’Antartide, ma mi aspettavo che prima o poi arrivasse anche nel New Jersey. Il Jersey era uno dei maggiori produttori di resine ureiche e nello stato si ammassavano i rifiuti abbandonati al largo di New York. Era logico pensare che, prima o poi, arrivasse anche il buco di ozono.

Aprii la Cherokee e mi misi al volante. Il denaro per la cattura di Sampson non mi avrebbe certo permesso di andare alle Barbados, ma mi avrebbe consentito di mettere qualcosa nel frigorifero, oltre la muffa. E, cosa più importante, mi avrebbe offerto l’occasione di far pratica come agente. Quando Ranger mi aveva accompagnato al posto di polizia per farmi ottenere il porto d’armi, mi aveva spiegato anche la procedura dell’arresto, ma non esisteva un surrogato all’esperienza diretta.

Premetti il tasto sul telefono dell’auto e composi il numero di casa di Clarence Sampson. Non rispose nessuno. E non mi era stato fornito un numero del posto di lavoro. Dal rapporto della polizia risultava il suo indirizzo: 5077 Limeing Street. Non conoscevo Limeing Street, perciò consultai una cartina stradale e scoprii che Sampson abitava a due isolati da Stark Street. Avevo la foto del ricercato incollata sul cruscotto e ogni secondo la confrontavo con gli uomini che camminavano lungo la via.

Connie mi aveva suggerito di visitare i bar sul tratto inferiore di Stark Street. Proprio la mia aspirazione, passare un’oretta al Rainbow Room all’angolo tra la Limeing e la Stark. Avrei preferito che mi tagliassero i pollici con un coltello smussato. Conclusi che era altrettanto efficace e meno pericoloso aspettare chiusa nella Cherokee e sorvegliare la strada. Se Clarence Sampson si trovava in un bar, prima o poi sarebbe uscito.

Impiegai un bel po’ a trovare uno spazio libero all’angolo tra la Limeing e la Stark. Da lì avevo una buona visuale della Stark e potevo sorvegliare fino a metà di un isolato della Limeing. Ero piuttosto appariscente nel mio tailleur, con quella grande macchina rosso fiamma, ma lo sarei stata altrettanto se fossi entrata nel Rainbow Room. Alzai i finestrini e mi allungai sul sedile, cercando di mettermi comoda.

Un ragazzino con una massa di capelli e una catena d’oro del valore di settecento dollari al collo, guardò dentro l’auto mentre due compagni si piazzavano poco lontano. «Ehi, bambola», sghignazzò il ragazzino. «Che ci fai qui?»

«Aspetto qualcuno», risposi.

«Ah, sì? Una bella bambola come te non dovrebbe aspettare nessuno.»

Uno dei suoi amici si fece avanti. Cominciò a emettere dei sospiri e a mostrarmi la lingua. Quando si accorse che lo guardavo, cominciò a leccare il finestrino.

Frugai nella borsa, trovai la pistola e la bomboletta. Posai il tutto sul cruscotto. Qualche passante si fermava a guardare di tanto in tanto, ma nessuno si attardò più di tanto.

Alle cinque mi sentivo nervosa e avevo la gonna completamente spiegazzata. Cercavo Clarence Sampson, ma pensavo a Joe Morelli. Lui era da qualche parte, lì vicino. Me lo suggeriva la morsa allo stomaco. Mi sembrava che una leggera scarica elettrica mi attraversasse la spina dorsale. Immaginavo la scena dell’arresto. Lui non se lo aspettava, io gli piombavo alle spalle e lo neutralizzavo con lo spray. Se la sorpresa non fosse stata possibile, avrei dovuto distrarlo facendolo parlare e aspettare il momento giusto per scaricargli addosso la bomboletta. Una volta caduto al suolo paralizzato, l’avrei ammanettato. Dopo di che, tutto sarebbe diventato più facile.

Alle sei avevo eseguito mentalmente l’arresto quarantadue volte ed ero agitata. Alle sei e mezzo avevo il morale sotto i tacchi e mi si era addormentata la guancia sinistra. Mi stirai meglio che potei. Cominciai a contare le auto in transito, recitai le parole dell’inno nazionale e lessi lentamente gli ingredienti sul pacchetto di gomma da masticare che trovai nella borsa. Alle sette chiesi l’ora al servizio telefonico per assicurarmi che l’orologio di Morelli funzionasse.

Stavo recriminando sul fatto di avere il sesso e il colore sbagliati per operare con efficacia nei quartieri di Trenton, quando un uomo che corrispondeva alla descrizione di Sampson uscì incespicando dal Rainbow Room. Guardai la foto sul cruscotto, tornai a fissare l’uomo, e di nuovo la foto. Ero sicura al novanta per cento che fosse Sampson. Flaccido e corpulento, testa piccola, sguardo torvo, capelli e barba scuri, bianco caucasico. Somigliava a Bruto. Doveva essere Sampson. Ragioniamo: quanti bianchi grassi e barbuti vivevano nel quartiere?

Rimisi la pistola e la bomboletta nella borsa, mi allontanai dal marciapiede e percorsi due isolati per poter svoltare in direzione di Limeing e piazzarmi fra Sampson e la sua casa. Parcheggiai in doppia fila e scesi dall’auto. Un gruppo di ragazzi chiacchierava all’angolo, due bambine sedevano con le loro Barbie in grembo sugli scalini di un ingresso. Dall’altra parte della via, sul marciapiede, un divano sgangherato senza cuscini: la versione di Limeing Street di un dondolo da giardino. Due vecchi sedevano sul divano fissando muti il vuoto, le facce rugose immobili.

Sampson barcollava lentamente, chiaro che era «cotto». Il suo sorriso era contagioso. Gli sorrisi di rimando. «Clarence Sampson?»

«Sono io», rispose.

Voce impastata, cattivo odore, come quello dei vestiti dimenticati per settimane nel cesto della biancheria.

Gli tesi la mano. «Sono Stephanie Plum, rappresento la sua compagnia di garanzia. Lei non si è presentato in tribunale e vorremmo che si rimettesse in regola per una nuova udienza.»

Un’espressione confusa gli increspò la fronte, l’uomo assorbì l’informazione e tornò a sorridere.

«Suppongo di essermene scordato.»

Sampson non era certo il tipo che definiremmo dalla personalità ben definita. Non sarebbe mai morto per un attacco cardiaco causato dallo stress, più facile che morisse per apatia.

Continuai a sorridere. «Okay. Capita spesso. Ho qui la macchina…» Indicai la Cherokee. «Se non le dispiace, l’accompagnerò alla stazione di polizia. Così sbrighiamo le formalità necessarie.»

Lui guardò in direzione della sua casa. «Non so…»

Lo presi a braccetto puntandogli un gomito nel fianco, affabile come un vecchio mandriano che guida verso il branco un vitello smarrito. Su bello. «Non ci vorrà molto.» Tre settimane, forse.

Sprizzavo amabilità e fascino da tutti i pori e intanto premevo con i seni sul suo braccio carnoso come ulteriore incentivo. Lo feci girare attorno alla macchina e aprii lo sportello del passeggero. «Le sono veramente grata», dissi.

Alla portiera Sampson s’impuntò: «Tutto quello che devo fare è fissare una nuova data per l’udienza, giusto?»

«Giusto.» E poi restare in una cella finché l’udienza non sarà fissata sul calendario. Non provavo simpatia per lui. Avrebbe potuto ammazzare qualcuno, guidando in stato di ebbrezza.

Lo convinsi a salire e agganciai la cintura. Girai attorno alla Cherokee, salii a mia volta e accesi il motore, con il timore che una lampadina si accendesse nel minuscolo cervello di Sampson e capisse che ero un’agente. Non riuscivo a immaginare che cosa sarebbe successo quando fossimo arrivati alla stazione di polizia. Un passo alla volta, mi dissi. Se diventava violento, lo avrei neutralizzato con la bomboletta. Forse.

I miei timori erano prematuri. Non avevo percorso pochi metri, che Sampson mi guardò con occhi annebbiati e si addormentò rannicchiato contro la portiera come un gigantesco lumacone. Innalzai una rapida preghiera perché non si pisciasse addosso, non vomitasse o avesse qualche altra reazione tipica degli ubriachi.

Dopo parecchi isolati mi fermai a un semaforo e gli diedi un’occhiata. Dormiva. Finora tutto bene.

Un furgone Econoline di un azzurro sbiadito attirò la mia attenzione sull’altro lato dell’incrocio. Tre antenne. Un robusto equipaggiamento per un vecchio furgone sgangherato. Guardai il conducente con gli occhi socchiusi, un’ombra dietro il vetro sfumato, e una strana sensazione mi prese alla nuca. Scattò il semaforo. Le auto attraversarono l’incrocio. Il furgone mi passò vicino. Rimasi atterrita alla vista di Joe Morelli al volante, che mi guardava attonito.

Il mio primo impulso fu quello di rimpicciolire fino a diventare invisibile. In teoria avrei dovuto essere contenta di aver stabilito un contatto, ma in realtà in quel momento ero terribilmente confusa. Ero davvero brava a fantasticare l’arresto di Morelli, ma nel momento in cui mi si presentava la possibilità, la mia sicurezza si era già dissolta. Dietro di me stridettero dei freni e nello specchietto retrovisore vidi il furgone salire sul marciapiede per compiere un’inversione a U.

Mi aspettavo che mi seguisse, ma non con quella velocità. Le portiere della jeep erano chiuse, ma per precauzione premetti di nuovo il tasto della sicura. Tenevo in grembo la bomboletta di Sure Guard. La stazione di polizia si trovava a meno di un chilometro. Mi chiesi se dovevo mollare Clarence e mettermi all’inseguimento di Morelli. Dopo tutto era lui il mio obiettivo principale.

Presi in esame tutti i modi possibili per arrestarlo, ma nessuno mi parve soddisfacente. Non volevo che Morelli mi piombasse addosso mentre mi occupavo di Clarence e non mi andava di mollarlo nella via. Non in quel quartiere. Non ero sicura di poter controllare le conseguenze.

Morelli era cinque auto dietro di me, quando mi fermai al semaforo. Vidi aprirsi la portiera del posto di guida e Morelli scendere dal furgone. Correva verso di me. Afferrai la bomboletta e pregai che il semaforo diventasse verde. Morelli era a pochi passi, quando le auto ripresero a muoversi e lui fu costretto a tornare al furgone.

Il buon Clarence continuava a dormire, la testa china, la bocca aperta, emettendo suoni soffocati. Svoltai a sinistra in North Clinton e il telefono ronzò.

Era Morelli e non sembrava di buonumore. «Che diavolo credi di fare?» abbaiò.

«Sto portando il signor Sampson alla stazione di polizia. Se vuoi seguirci, sarà un piacere per noi. Renderebbe ogni cosa più facile per me.»

Una buona risposta, considerando che m’era preso un attacco d’ansia.

«Quella che stai guidando è la mia macchina!»

«Mmm. Be’, l’ho requisita.»

«Che cosa?!»

Interruppi la comunicazione prima che la conversazione degenerasse in minacce di morte. Il furgone sparì a due isolati dalla polizia e io proseguii con il mio prigioniero che continuava a dormire come un bambino.

Il dipartimento di polizia di Trenton è dislocato sui tre piani di un edificio di mattoni a forma di cubo, un tentativo maldestro di applicare criteri di funzionalità all’architettura municipale. Chiaramente a corto di fondi, l’avevano costruito badando all’essenziale. Era stata una scelta positiva, considerando il fatto che il distretto era in pieno ghetto e che, se fosse scoppiata una sommossa di vaste proporzioni, sarebbe stato comunque completamente distrutto.

L’adiacente parcheggio cintato veniva usato dalle auto di servizio e dai furgoni, dagli impiegati, dai poliziotti, nonché dai cittadini assillati dai problemi con la giustizia.

Case a schiera di arenaria e piccoli negozi, tipici della zona, sorgevano di fronte all’entrata principale: una pescheria, un bar privo di insegna luminosa con sinistre sbarre di metallo alle finestre, una drogheria all’angolo, un negozio di elettrodomestici usati, che metteva in mostra una fila variopinta di lavatrici esposte sul marciapiede, e una chiesa mormone.

Entrai nel piazzale, attivai il telefono e chiesi aiuto per il trasferimento di un ricercato in stato d’arresto. Mi fu ordinato di proseguire fino alla porta di sicurezza sul retro, dove mi avrebbe aspettato un agente in divisa. Continuai fino alla porta designata e indietreggiai nel viale sistemando l’auto con la portiera di Clarence vicino all’edificio. Non vidi nessun agente in divisa, perciò chiamai di nuovo con il telefono. Mi risposero di stare calma. Facile per loro… quelli sapevano che cosa fare.

Dopo qualche minuto Crazy Carl Costanza mise la testa fuori dalla porta. Avevo fatto la prima comunione con Crazy Carl, fra l’altro.

Lui guardò verso di me, oltre Sampson. «Stephanie Plum?»

«Ciao, Carl.»

La sua faccia s’illuminò di un sorriso. «Mi avevano detto che qua fuori c’era una rompiscatole.»

«Io», confermai.

«Chi è il bell’addormentato?»

«Un ricercato.»

Carl si fece avanti per dare un’occhiata da vicino. «È morto?»

«Non credo.»

«Puzza come un cadavere.»

Ero d’accordo. «Gli farebbe bene un bagno con la canna.» Diedi a Clarence uno scossone e gli gridai all’orecchio: «Andiamo. È ora di svegliarsi».

Clarence tossicchiò e aprì gli occhi. «Dove sono?»

«Alla stazione di polizia», risposi. «Scendiamo.»

Lui mi fissò con lo sguardo dell’ubiiaco che non connette e rimase seduto inerte come un sacco di sabbia.

«Fa’ qualcosa», dissi a Costanza. «Tiralo giù.»

Costanza afferrò Clarence per le braccia e io appoggiai il piede sul sedere del prigioniero. Lo spingemmo a poco a poco e riuscimmo a far scendere quell’ammasso di carne putrida di Sampson dal sedile sul marciapiede.

«Ecco perché faccio il poliziotto», dichiarò Costanza. «Non so resistere al fascino di certe situazioni.»

Trascinammo Clarence attraverso la porta di sicurezza, lo ammanettammo a una panca di legno e lo consegnammo all’addetto alle registrazioni di questi casi. Tornai fuori di corsa e spostai la Cherokee in uno spazio del parcheggio dove sarebbe stata meno visibile ai poliziotti, nel caso la scambiassero per un’auto rubata.

Quando rientrai, Clarence era stato spogliato della cintura, dei lacci delle scarpe e degli effetti personali; sembrava disperato e patetico. Era il mio primo arresto, avevo creduto di provare soddisfazione per il mio successo e invece mi era difficile esaltarmi per le disgrazie altrui.

Ritirai l’attestato per l’arresto e passai qualche minuto a chiacchierare con Crazy Carl dei vecchi tempi. Poi mi diressi al parcheggio. Avevo sperato di andarmene prima del buio, ma la notte era scesa presto sotto un banco di nubi. Il cielo era senza stelle e senza luna. Traffico leggero, più facile tallonare qualcuno, conclusi fra me, ma non ci credevo. Avevo scarsa fiducia nelle mie possibilità di individuare Morelli.

Nessuna traccia del furgone. Questo non significava molto. Ormai Morelli poteva essere alla guida di qualsiasi veicolo. Mi diressi verso Nottingham con un occhio sulla strada e l’altro sullo specchietto. Dubitavo che Morelli non fosse là fuori, da qualche parte, ma almeno mi usava la cortesia di non farsi vedere. Questo voleva dire che mi prendeva abbastanza seriamente. Un pensiero confortante che mi fece nascere l’idea di un piano. Semplicissimo. Andare a casa, parcheggiare la Cherokee, aspettare fra i cespugli con la bomboletta micidiale e immobilizzare Morelli se avesse tentato di recuperare la sua macchina.

6

La facciata principale del palazzo dava direttamente sul marciapiede, il parcheggio era dietro. Lo spiazzo non aveva niente di pittoresco, consisteva in un rettangolo d’asfalto suddiviso in spazi per parcheggiare. Non eravamo così raffinati da pretendere che a ognuno di noi fosse riservato uno spazio fisso. Parcheggiare era un’impresa disperata, dal momento che i posti migliori erano riservati ai disabili. Tre cassonetti fiancheggiavano l’entrata: due per i materiali riciclabili, il terzo per tutti gli altri rifiuti. Positivo per l’ambiente, un po’ meno per l’estetica. L’ingresso posteriore era più accogliente grazie a una siepe di rigogliose azalee che copriva quasi l’intera lunghezza del piazzale. In primavera le azalee erano bellissime, con i piccoli fiori rosa, e d’inverno davano allo scenario un tocco di magia perché il custode le decorava con piccole luci variopinte. Per il resto dell’anno erano meglio di niente.

Scelsi uno spazio bene illuminato al centro del parcheggio. Volevo vedere Morelli, quando sarebbe venuto a riprendere la sua auto. E poi, era uno dei pochi posti liberi. Gli inquilini dello stabile erano per la maggior parte anziani e preferivano non guidare con il buio. Alle nove il parcheggio era pieno e i televisori andavano a tutto volume negli appartamenti.

Mi guardai attorno per accertarmi che non ci fosse nessun segno della presenza di Morelli. Poi sollevai il cofano e rimossi la calotta dello spinterogeno della Cherokee. Uno dei numerosi trucchi per sopravvivere nel New Jersey. Chiunque abbia lasciato la propria auto nel parcheggio dell’aeroporto di Newark sa che bisogna rimuovere la calotta dello spinterogeno. È runico modo per essere certi di ritrovare la macchina al ritorno.

Cercai di figurarmi il momento in cui la Cherokee non sarebbe partita, Morelli chino sotto il cofano alzato; allora lo avrei attaccato con la bomboletta. Mi affrettai verso l’edificio e mi nascosi dietro le azalee.

Sedetti sul terreno sopra un giornale per non sciupare la gonna. Avrei voluto cambiarmi d’abito, ma temevo di perdere Morelli, se fossi salita in casa. Davanti alle azalee erano sparsi dei trucioli; il terreno su cui sedevo era di terra battuta. Magari, da bambina, l’avrei trovato un rifugio accogliente, ma non ero più una bambina e notavo delle cose a cui i bambini non fanno caso. In particolare che le azalee non erano così belle viste da dietro.

Una grossa Chrysler entrò nel parcheggio, ne scese un uomo con i capelli bianchi. Lo riconobbi, ma non sapevo il suo nome. Si avviò lentamente verso l’ingresso dello stabile. Non sembrava allarmato, non si mise a gridare: «Aiuto, c’è una pazza nascosta fra i cespugli!» perciò ebbi la conferma di essere ben nascosta. Guardai l’orologio nel buio. Le nove e quarantacinque. Stare ferma ad aspettare non era uno dei miei passatempi preferiti. Avevo fame, mi sentivo stanca e a disagio. Probabilmente c’è gente che approfitta dei momenti di attesa per raccogliere le idee, fare la lista delle faccende domestiche o per immergersi in profonde riflessioni sulla propria condizione. Per me l’attesa era connaturata alla perversione mentale. Era un buco nero. Una perdita di tempo.

Erano le undici e io stavo ancora aspettando. Mi sentivo intorpidita e dovevo andare in bagno. In qualche modo, riuscii a restare seduta per un’altra ora e mezza. Stavo riesaminando le mie possibilità e pensando a un nuovo piano, quando cominciò a piovere. Grosse e rade gocce di pioggia cadevano pigre schizzando i cespugli di azalee o andando a infrangersi sulla terra battuta dove ero seduta; un odore di muffa, che sembrava esalare da un cunicolo ricoperto di ragnatele, saliva dal terreno. Sedevo con la schiena appoggiata al muro dell’edificio, le gambe piegate contro il petto. Di tanto in tanto una piccola goccia traditrice cadeva anche su di me, ma per il resto ero all’asciutto.

Dopo qualche minuto la pioggia si intensificò, le gocce divennero più piccole e più fitte e si levò il vento. Sul piazzale iniziarono a formarsi delle pozzanghere che riflettevano sprazzi di luce; la pioggia imperlava la lucida vernice rossa della Cherokee.

Era la notte ideale per mettersi a letto con un libro ad ascoltare il tic tac delle gocce sulla finestra e sulla scala antincendio. Ed era una notte schifosa per restarsene accovacciati dietro un cespuglio di azalee. La pioggia aveva preso a turbinare con il vento inzuppandomi la camicia e incollandomi i capelli sulla faccia.

All’una, ormai ridotta in condizioni pietose, tremavo, ero inzuppata e stavo per farmi la pipì addosso. Non che la cosa avesse importanza. All’una e cinque abbandonai il piano. Anche se Morelli si fosse fatto vedere, e cominciavo a dubitarne, non pensavo di essere abbastanza in forma per riuscire a catturarlo. E non volevo assolutamente che lui mi vedesse così conciata.

Stavo per andarmene quando un’auto svoltò nel parcheggio, andò a occupare uno spazio in fondo e spense i fari. Scese un uomo che, a testa bassa, si diresse verso la Cherokee. Non era Joe. Era di nuovo Mooch. Appoggiai la fronte sulle ginocchia e chiusi gli occhi. Ero stata un’ingenua a pensare che Joe sarebbe caduto nella trappola. L’intero dipartimento di polizia gli dava la caccia. Non avrebbe mai abboccato a un trucchetto del genere. Rimasi imbronciata per pochi secondi, poi mi riscossi, giurando a me stessa di essere più furba la prossima volta. Dovevo mettermi nei panni di Morelli. Mi sarei esposta al punto di andare personalmente a riprendermi la macchina? No. Okay, stavo imparando. Regola numero uno: non sottovalutare il nemico. Regola numero due: ragionare come un delinquente.

Mooch aprì la portiera del posto di guida e si mise al volante. Il motorino d’avviamento tossicchiò, ma non si accese. Mooch aspettò qualche minuto e riprovò. Scese dall’auto, guardò sotto il cofano. Non occorreva essere un genio per capire che mancava la calotta dello spinterogeno. Mooch si rialzò, chiuse il cofano con un colpo secco, mollò un calcio a una ruota e sbottò in un’imprecazione colorita. Poi risalì sulla sua auto e uscì dal parcheggio.

Sgattaiolai fuori dall’ombra e percorsi faticosamente il tratto che mi separava dall’ingresso posteriore dell’edificio. La gonna si incollava alle gambe, l’acqua mi riempiva le scarpe. La serata era stata un fiasco, ma poteva andare peggio. Joe avrebbe potuto mandare sua madre a prendere la Cherokee.

L’androne era deserto, sembrava più buio del solito. Premetti il bottone dell’ascensore e aspettai. L’acqua mi gocciolava dalla punta del naso e dall’orlo della gonna, formando un minuscolo lago sul pavimento di mattonelle grigie. Due ascensori affiancati servivano lo stabile. Per quel che ne sapevo, finora nessuno era morto precipitando con la cabina, o era stalo lanciato nello spazio, ma esistevano ottime possibilità di restare fermi fra un piano e l’altro. Di solito usavo le scale, ma quella notte decisi di portare la mia stupidità masochista al massimo e presi l’ascensore. La cabina si fermò, le porte si aprirono ed entrai. Salii al secondo piano senza incidenti e proseguii nel corridoio. Cercai le chiavi nella borsa e stavo per entrare in casa quando mi ricordai della calotta dello spinterogeno. L’avevo lasciata dietro le azalee. Pensai di scendere a riprenderla, ma scartai subito l’idea. Per nessun motivo al mondo sarei tornata giù.

Tirai il chiavistello della porta e mi levai i vestiti sulla piccola striscia di linoleum che fungeva da anticamera. Le scarpe erano rovinate, sulla gonna erano impressi i titoli del giornale del giorno prima. Ammucchiai gli abiti inzuppati sul pavimento e andai diritta in bagno.

Regolai l’acqua, entrai nella vasca, tirai la tenda della doccia e lasciai che il getto m’inondasse. La giornata non era stata del tutto negativa, conclusi. Avevo effettuato un arresto, ora ero in regola. Per prima cosa, l’indomani, avrei incassato il denaro da Vinnie. M’insaponai, mi risciacquai e lavai i capelli. Girai il rubinetto dell’idromassaggio e rimasi in piedi a lungo lasciando che la tensione si dissolvesse. Per due volte Joe aveva usato Mooch come fattorino. Forse avrei dovuto sorvegliare Mooch. Il problema era che non potevo sorvegliare tutti nello stesso momento.

Fui distratta da una chiazza di colore sull’altro lato della tenda trasparente della doccia lucida di sapone. La chiazza si mosse e il mio cuore si fermò per un attimo. C’era qualcuno nel bagno: ero paralizzata dallo choc. Rimasi immobile come una statua, senza riuscire a connettere. Poi mi ricordai di Ramirez e mi si rivoltò lo stomaco: forse era entrato da una finestra. Dio solo sapeva di che cosa era capace Ramirez.

Avevo portato il borsone in bagno, ma era fuori portata sulla toletta.

L’intruso attraversò la stanza con due balzi e strappò dall’asta la tenda della doccia con una tale forza che gli anelli di plastica si staccarono schizzando dappertutto. Gridai, scagliai la boccetta dello shampoo e mi appiattii contro le piastrelle della parete.

Non era Ramirez, era Joe Morelli. Teneva in una mano la tendina, l’altra mano era chiusa a pugno. Sulla fronte gli si stava formando un livido nel punto in cui lo aveva colpito la bottiglietta. Era fuori di sé e dubitavo che rispettasse il gentil sesso al punto di trattenersi dal rompermi il naso. Eppure avevo una gran voglia di menare le mani. Chi si credeva di essere, quel cafone? Prima mi aveva spaventata a morte, poi mi aveva rovinato la tenda della doccia.

«Che accidenti credi di fare?» strillai. «Non hai mai sentito parlare del campanello? Come sei entrato?»

«Hai lasciato aperta la finestra della tua camera.»

«La zanzariera era chiusa.»

«Le zanzariere non contano.»

«Se me l’hai rovinata, me la paghi. E la tenda della doccia? Le tende non crescono sugli alberi, sai.» Abbassai il volume della voce, ma il tono restava un’ottava più alto del normale. Onestamente, non avevo idea di quello che dicevo. Ero in preda al panico e alla rabbia, come mai m’era capitato prima. Ero furibonda che avesse violato la mia privacy ed ero terrorizzata perché mi aveva sorpresa nuda.

In circostanze adatte, nudo è bello…! Fare la doccia, fare l’amore, venire al mondo. Rimanermene nuda e gocciolante, in piedi davanti a Joe Morelli, che era completamente vestito, era più che un incubo.

Chiusi l’acqua e feci per afferrare un asciugamano, ma Morelli mi scostò la mano e gettò l’asciugamano sul pavimento dietro di sé.

«Dammi quell’asciugamano!» ordinai.

«No, finché non abbiamo chiarito alcune cose.»

Da ragazzo Morelli perdeva facilmente il controllo. Ora ero giunta alla conclusione che da adulto sapeva controllarsi alla perfezione. Nei suoi occhi affiorava il temperamento italiano, ma la violenza esibita era decisamente calcolata. Indossava una maglietta nera inzuppata di pioggia e un paio di jeans. Quando si girò verso il portasciugamani, vidi la pistola infilata nei jeans, all’altezza delle reni.

Non era difficile immaginare Morelli uccidere qualcuno, ma concordavo con Ranger e Eddie Gazami: il Morelli adulto non era stupido né impulsivo.

Si mise le mani sui fianchi. Aveva i capelli umidi che si arricciavano sulla fronte e sopra le orecchie. La bocca dalla piega dura non sorrideva. «Dov’è la calotta dello spinterogeno?»

Quando sono nel dubbio, passo sempre all’offensiva. «Se non esci subito dal mio bagno, mi metto a urlare.»

«Sono le due del mattino, Stephanie. I tuoi vicini dormono beati con l’apparecchio acustico sul comodino. Grida pure, nessuno ti sentirà.»

Rimasi sulle mie e lo guardai accigliata. Sempre con un’aria di sfida. Mi venisse un accidente se gli davo la soddisfazione di apparire imbarazzata e vulnerabile.

«Te lo chiedo un’altra volta», riprese lui. «Dov’è la calotta?»

«Non so di che cosa parli.»

«Ascolta, bambola. Ti metto sottosopra la casa, se necessario.»

«Non ho la calotta, non è qui. E non sono la tua bambola.»

«Perché proprio io?» si lamentò Morelli. «Che cosa ho fatto per meritarmi tutto questo’1»

Sollevai un sopracciglio con aria severa.

Morelli sospirò. «Sì, lo so.» Prese la mia borsa, la capovolse e il contenuto si sparse sul pavimento. Tirò fuori le manette dal mucchio e mosse un passo avanti. «Dammi il polso.»

«Brutto maniaco.»

«Come preferisci.» Lui fece scattare un bracciale e me lo strinse al polso destro.

Tirai indietro il braccio e scalciai verso di lui, ma era difficile muoversi nella vasca. Morelli scansò il calcio e agganciò l’altro bracciale all’asta della tenda della doccia. Guardai impietrita e incapace di credere a ciò che era successo.

Morelli indietreggiò e mi squadrò dalla testa ai piedi. «Vuoi dirmi dov’è la calotta?»

Non riuscivo a spiccicare parola. Abbassai la cresta. Avevo le guance infuocate per l’ansia e l’imbarazzo, la gola contratta.

«Magnifico», disse Morelli. «Non parlare. Puoi restare lì per sempre per quanto mi riguarda.»

Frugò nei cassetti del tavolino della toletta, svuotò il cestino della carta straccia, sollevò il coperchio del serbatoio sopra il water. Poi si precipitò fuori dal bagno senza degnarmi di uno sguardo. Lo sentii muoversi nell’appartamento mentre frugava ogni centimetro. Rumore di argenteria che sbatteva, cassetti aperti e chiusi, le ante dell’armadio che venivano spalancate. Qualche pausa sporadica seguita da un borbottìo soffocato.

Cercai di tirare l’asta con tutto il mio peso per piegarla, ma era troppo resistente.

Finalmente Morelli riapparve sulla porta del bagno.

«E adesso?» sbottai.

Lui si appoggiò allo stipite con fare indolente. «Sono tornato solo per dare un’altra occhiata.» Un sogghigno gli increspò le labbra, i suoi occhi si incollarono ai miei seni. «Freddo?»

Appena mi fossi liberata, lo avrei braccato come un segugio. Non m’importava se era innocente o colpevole. A costo di impiegare il resto della mia vita, lo avrei preso. «Va’ all’inferno.»

Il sogghigno si allargò. «Fortuna che sono un gentiluomo. Altri ne avrebbero approfittato in una situazione del genere.»

«Non mi dire.»

Lui si staccò dallo stipite. «È stato un piacere.»

«Aspetta un minuto. Non puoi andartene.»

«Credo proprio di sì.»

«E io? Non mi togli le manette?»

Morelli rifletté un momento. Andò in cucina e tornò con il telefono portatile. «Quando me ne vado, chiudo la porta a chiave; perciò assicurati che chiunque venga a liberarti abbia la chiave.»

«Nessuno ha la chiave di casa mia!»

«Sono sicuro che inventerai qualcosa», tagliò corto Morelli. «Chiama la polizia, i pompieri. Chiama i fottuti marine!»

«Sono nuda!»

Lui sorrise, mi strizzò l’occhio e se ne andò.

Sentii chiudersi la porta d’ingresso, poi la serratura che scattava, ma provai ugualmente a chiamare quel bastardo. Aspettai qualche secondo trattenendo il respiro, le orecchie tese nel silenzio. Joe Morelli se n’era andato. Strinsi le dita sul telefono. Speriamo che la compagnia dei telefoni abbia mantenuto la promessa di riallacciare l’apparecchio. Mi spostai sul bordo della vasca per sollevarmi al livello della mano ammanettata. Estrassi tutta l’antenna, premetti il tasto del telefono e l’avvicinai all’orecchio. Mi sentii così sollevata che per poco non scoppiai in lacrime.

Ora avevo un altro problema. Chi chiamare? La polizia e i pompieri erano fuori discussione. Si sarebbero precipitati nel mio parcheggio a sirene spiegate e con i lampeggianti accesi, e nel momento in cui avessero raggiunto la mia porta, quaranta anziani cittadini in pigiama avrebbero affollato il corridoio chiedendo a gran voce che cosa fosse tutto quello strepito e aspettandosi una spiegazione. Oramai comprendevo perfettamente alcune delle peculiarità dei miei attempati coinquilini: erano dispettosi in fatto di parcheggio e provavano un’attrazione morbosa per certe situazioni incresciose. Non appena avessero avuto sentore dell’arrivo delle auto con i lampeggianti in funzione si sarebbero precipitati alle finestre, incollandovi il naso.

Da parte mia, potevo anche risparmiarmi le occhiate maliziose di quattro o cinque poliziotti mentre ero incatenata nuda all’asta della tenda della doccia.

Se avessi chiamato mia madre, avrei dovuto espatriare, perché lei non mi avrebbe mai perdonato. E poi, avrebbe mandato mio padre e lui mi avrebbe visto nuda e ammanettata. Non riuscivo a immaginare una situazione del genere.

Se avessi chiamato mia sorella, lei avrebbe interpellato mia madre.

E infine avrei preferito marcire appesa alla doccia piuttosto di chiamare il mio ex marito.

A complicare ulteriormente le cose, chiunque fosse venuto a liberarmi avrebbe dovuto arrampicarsi sulla scala antincendio o forzare la serratura della porta. Mi venne in mente solo un nome. Avrei dovuto chiamare Ranger. Tirai un profondo sospiro e composi il numero, sperando di ricordarlo esattamente.

Lui rispose al primo squillo. «Sì.»

«Ranger?»

«Chi parla?»

«Stephanie Plum. Ho un problema.»

Una breve pausa, mi pareva di vederlo mentre si metteva seduto nel letto. «Quale problema?»

Roteai gli occhi, non riuscivo a credere di essere io a fare quella telefonata. «Sono ammanettata all’asta della doccia, ho bisogno di qualcuno che mi liberi.»

Altra pausa, poi lui tolse la comunicazione.

Ricomposi il numero, premendo i tasti con tanta forza che quasi mi ruppi un dito.

«Sì!» rispose Ranger in tono divertito.

«Non riappendere! È una cosa seria, maledizione! Sono intrappolata nel bagno, la porta d’ingresso è chiusa e nessuno ha la chiave.»

«Perché non chiami la polizia? Loro sono felici quando possono prestare soccorso a qualcuno.»

«Perché non voglio dare spiegazioni ai piedipiatti. E poi, sono nuda.»

«Eh, eh.»

«Non è divertente, sai. Morelli si è introdotto nel mio appartamento mentre ero sotto la doccia e quel figlio di buona donna mi ha ammanettato.»

«Ti piace quel tipo, eh?»

«Vuoi aiutarmi o no?»

«Dove abiti?»

«Nello stabile all’angolo fra la St. James e la Dunworth. Appartamento 215. È sul retro. Morelli si è arrampicato sulla scala di sicurezza e si è introdotto dalla finestra. Probabilmente dovrai fare la stessa cosa.»

In realtà non potevo biasimare Morelli per avermi ammanettato. Dopo tutto, gli avevo rubato la macchina. E capivo che volesse tenermi lontana mentre perquisiva l’appartamento. Avrei anche potuto perdonarlo per aver distrutto la tenda della doccia in una esibizione maschilista di forza, ma lui si era spinto troppo oltre quando mi aveva lasciato lì nuda e ammanettata. Se credeva di scoraggiarmi, si sbagliava. Ormai era una sfida, e non mi sarei certo tirata indietro. Avrei preso Morelli, a costo di morire.

Ero rimasta in piedi nella vasca per un periodo che mi sembrava di ore, quando sentii aprire e chiudere la porta d’ingresso. Il vapore della doccia si era dissipato da un pezzo e l’aria era fredda. Avevo la mano intorpidita, ero esausta e affamata, mi faceva male la testa.

Ranger apparve sulla porta del bagno. Mi sentii troppo sollevata per essere imbarazzata. «Ti ringrazio d’essere venuto in piena notte.»

Lui sorrise. «Non volevo perdermi lo spettacolo di te incatenata e nuda.»

«Le chiavi sono in mezzo a quel casino sul pavimento.»

Lui trovò le chiavi, mi prese il telefono dalle dita e aprì le manette. «Tu e Morelli avete per caso una storia?»

«Ricordi quando mi hai consegnato le sue chiavi, oggi pomeriggio?»

«Uh, uh.»

«Ho preso in prestito la sua auto.»

«In prestito?»

«Gliel’ho requisita, per la precisione. Sai, la legge è dalla nostra parte…»

«Uh, uh.»

«Bene, gli ho requisito l’auto e lui l’ha saputo.»

Ranger sorrise e mi porse un asciugamano. «Come ha preso la storia della requisizione?»

«Diciamo che non era contento. A ogni modo, ho parcheggiato la macchina e ho tolto la calotta dello spinterogeno per precauzione.»

«Scommetto che ha funzionato alla grande.»

Uscii dalla vasca e dovetti soffocare un grido quando vidi la mia immagine riflessa nello specchio della toilette. Avevo i capelli ritti come se avessi preso una scossa da duemila volt e mi avessero spruzzata con l’appretto. «Devo installare un antifurto nella sua auto, ma non ho il denaro necessario.»

Ranger rise, una risata sommessa e divertita. «Un antifurto. Morelli ne sarà felice.» Raccolse una penna dal pavimento e scrisse un indirizzo su un pezzo di carta igienica. «Conosco un garage che ti farà un buon prezzo.»

Andai in camera e cambiai l’asciugamano con un lungo accappatoio di spugna. «Ti ho sentito entrare dalla porta.»

«Ho fatto saltare la serratura. Non mi è parso prudente svegliare il custode.» Ranger guardò verso la finestra. La pioggia batteva sul vetro scuro, dal davanzale pendeva un pezzo di zanzariera. «Faccio l’Uomo Ragno solo con il bel tempo.»

«Morelli mi ha fracassato la zanzariera.»

«Si vede che aveva fretta.»

«Ho notato che parli quasi sempre il linguaggio del ghetto.»

«Sono poliglotta», rispose Ranger.

Lo accompagnai alla porta. Provavo un po’ d’invidia, avrei voluto conoscere un’altra lingua.

Dormii un sonno profondo e senza sogni, e avrei continuato a dormire fino a novembre se non fosse stato per l’insistente bussare alla porta d’ingresso. Guardai di sbieco l’orologio sul comodino. Le otto e trentacinque. Una volta amavo la compagnia, ora avevo paura quando qualcuno bussava alla mia porta. Il mio primo pensiero fu Ramirez. Il secondo fu che la polizia era venuta ad arrestarmi per il furto dell’auto.

Presi la bomboletta di Sure Guard dal comodino, infilai una vestaglia e mi trascinai alla porta. Chiusi un occhio e con l’altro guardai attraverso lo spioncino. Fuori c’era Eddie Gazami. Era in divisa e reggeva due sacchetti. Aprii la porta e fiutai l’aria come un cane che segue una pista. «Ciao», lo salutai.

«Ciao», rispose Gazarra passandomi davanti nel minuscolo corridoio e dirigendosi verso il tavolo de! soggiorno. «Dove sono i mobili?»

«Sto cambiando l’arredamento.»

«Uh, uh.»

Sedemmo l’uno di fronte all’altra e aspettai che tirasse fuori due tazze da caffè da uno dei sacchetti. Poi svitammo il tappo del contenitore del caffè, spiegammo i tovaglioli e ci buttammo sulle ciambelle.

Eravamo così buoni amici che non sentivamo il bisogno di parlare mentre mangiavamo. Attaccammo per prima le paste con la crema. Poi ci dividemmo le rimanenti ciambelle alla marmellata. Dopo due di queste, Eddie non si era ancora accorto dei miei capelli e allora mi chiesi come dovevano essere in condizioni normali. Lui non aveva ancora fatto commenti sul disordine che aveva lasciato Morelli. Questo mi offrì l’occasione di meditare sulle mie attitudini di donna di casa.

Gazarra mangiò la terza ciambella più lentamente, sorseggiando il caffè. «Ho saputo che hai eseguito un arresto, ieri», esordì fra un boccone e l’altro.

Gli era rimasto solo il caffè e adocchiava la mia ciambella, che per prudenza tirai dalla mia parte.

«Non vuoi fare a metà di quella?» suggerì lui.

«Credo proprio di no», replicai. «Come hai saputo dell’arresto?»

«Chiacchiere di spogliatoio. Sei sulla bocca di tutti in questo momento. I ragazzi scommettono su quando ti farai scopare da Morelli.»

Mi si contrasse il cuore così forte che temetti mi schizzassero gli occhi fuori dalle orbite. Fissai Gazarra per un minuto intero, aspettando che la pressione sanguigna tornasse normale e temendo che i capillari esplodessero in tutto il corpo.

«Come lo sapranno, quando mi scopa?» domandai a denti stretti. «Forse mi ha già scopato. Forse lo facciamo due volte al giorno.»

«Loro pensano che rinuncerai al caso, quando ti farai scopare. In realtà scommettono su quando abbandonerai il caso.»

«E tu partecipi alle scommesse?» volli sapere.

«No. Morelli ti ha incastrata quando eri alle scuole superiori. Non credo che ti farai incastrare una seconda volta.»

«Che cosa ne sai tu di quella storia delle superiori?»

«Tutti lo sanno.»

«Gesù.» Inghiottii l’ultimo boccone della mia ultima ciambella e la mandai giù con il caffè.

Eddie sospirò mentre osservava il resto del dolce sparire nella mia bocca. «Tua cugina, la regina delle bisbetiche, mi tiene a dieta», spiegò. «Per il breakfast mi lascia prendere caffè decaffeinato, mezza tazza di cereali con un po’ di latte scremato e mezzo pompelmo.»

«Mi pare che non sia un’alimentazione adatta per un poliziotto», convenni.

«Supponiamo che mi sparino», ragionò Eddie, «e che abbia nello stomaco solo caffè decaffeinato e mezzo pompelmo. Credi che finirei al reparto di traumatologia?»

«Non come se avessi in corpo caffè e ciambelle.»

«Maledettamente giusto.»

«Quel rotolo di grasso che sporge sopra la cintura probabilmente serve a fermare i proiettili», osservai.

Eddie scolò la tazza del caffè e la gettò nel sacchetto vuoto. «Non l’avresti detto se non fossi arrabbiata per la storia delle scommesse.»

Ne convenni. «È stato crudele.»

Lui prese un tovagliolo e spolverò lo zucchero dalla camicia azzurra. Una delle cose che aveva imparato all’accademia, pensai. Tornò a sedersi con le braccia conserte. Gazarra era alto un metro e settantacinque, tarchiato. I suoi lineamenti tradivano l’origine slava; aveva occhi blu, chiari e inespressivi, capelli biondissimi e il naso corto e largo. Quando eravamo ragazzi abitava due case dopo la mia, i suoi genitori vivevano tuttora là. Per tutta la vita aveva desiderato di diventare un poliziotto. Ora che indossava una divisa, non aveva nessun desiderio di fare carriera. Gli piaceva guidare l’auto, rispondere alle chiamate d’emergenza, arrivare per primo sulla scena del delitto. Era bravo a confortare la gente. Era simpatico a tutti, con la sola possibile eccezione di sua moglie.

«Ho qualche informazione per te», annunciò Eddie. «Sono andato da Pino’s l’altra sera a bere una birra e ho incontrato Gus Dembrowsky. Gus è il PC che lavora al caso Kulesza.»

«Che cos’è un PC?» m’informai.

«Un detective in borghese.»

La notizia mi fece drizzare sulla sedia. «Ti ha detto qualcosa a proposito di Morelli?»

«Ha confermato che la Sanchez era un’informatrice della polizia. Dembrowsky si è lasciato sfuggire che Morelli aveva una scheda della donna. I nomi degli informatori sono tenuti segreti. Il supervisore di controllo tiene tutte le schede in un archivio chiuso a chiave. Suppongo che in questo caso la notizia sia trapelata per lo svolgimento delle indagini.»

«Perciò la faccenda è più complicata di quanto potrebbe sembrare. Può darsi che l’omicidio sia collegato a qualcosa su cui Morelli stava lavorando.»

«Potrebbe essere. Come può darsi che Morelli avesse un interesse sentimentale per la Sanchez. Mi risulta che fosse giovane e carina. Il tipo latino.»

«Lei è ancora latitante.»

«Già. Il dipartimento è risalito a certi parenti a Staten Island, ma nessuno l’ha vista.»

«Ieri ho parlato con i vicini della donna; ho saputo che uno degli inquilini, che ricordava di aver visto il presunto testimone di Morelli, è morto improvvisamente.»

«Che genere di morte improvvisa?»

«È stato investito da un’auto pirata davanti all’edificio.»

«Potrebbe essere stato un incidente.»

«Vorrei crederlo.»

Eddie guardò l’orologio e si alzò. «Devo andare.»

«Un’ultima cosa. Conosci Mooch Morelli?»

«Lo vedo in giro qualche volta.»

«Sai che cosa fa o dove abita?»

«Lavora per la sanità. È una specie di ispettore. Abita a Hamilton. Connie deve avere i dati in ufficio. Se lui ha un telefono, sarà facile trovare l’indirizzo.»

«Grazie. E grazie per le ciambelle e il caffè.»

Eddie si fermò in corridoio. «Hai bisogno di soldi?»

«Me la cavo», risposi scuotendo la testa.

Lui mi abbracciò, mi baciò sulla guancia e se ne andò.

Chiusi la porta alle sue spalle e le lacrime mi inumidirono gli occhi. Qualche volta l’amicizia mi commuove. Tornai in soggiorno, raccolsi i sacchetti vuoti e i tovaglioli e andai a gettarli nel cestino in cucina. Questa era la prima occasione per passare in rassegna il mio appartamento. Morelli lo aveva setacciato a fondo e, per la rabbia di non trovare ciò che cercava, aveva lasciato un vero disastro. Le credenze erano spalancate, il contenuto sparso sul banco o sul pavimento; i libri rimossi dagli scaffali, il cuscino dell’unica sedia rimastami, era volato chissà dove. La camera da letto si presentava in un disordine incredibile, con gli abiti ammucchiati sul pavimento. Rimisi in ordine la cucina e decisi che il resto poteva aspettare.

Feci la doccia e indossai un paio di shorts da ciclista neri con una maglietta kaki di grossa taglia. Il mio equipaggiamento da bounty hunter era ancora sparso sul pavimento del bagno. Rimisi tutto nella grande borsa di pelle nera che mi gettai sulle spalle. Controllai che tutte le finestre fossero chiuse. Questo sarebbe diventato un rituale, mattina e sera. Detestavo l’idea di vivere come un animale in gabbia, ma non volevo altre sorprese. Chiudere la porta a chiave fu una questione di pura formalità, più che di sicurezza. Ranger aveva fatto saltare la serratura con facilità. Naturalmente non tutti erano in gamba come lui. Era anche più opportuno aggiungere un altro chiavistello a quelli già esistenti. Alla prima occasione ne avrei parlato con il custode.

Salutai Rex, raccolsi tutto il mio coraggio e misi la testa fuori dalla porta prima di avventurarmi nel corridoio, per assicurarmi che Ramirez non apparisse all’improvviso.

7

La calotta dello spinterogeno era sotto un cespuglio, dove l’avevo lasciata, vicino alla facciata dell’edificio. La rimontai e uscii dal parcheggio dirigendomi verso Hamilton. Trovai un posto libero davanti all’ufficio di Vinnie e riuscii a parcheggiare la Cherokee al terzo tentativo.

Connie era alla scrivania, intenta a guardarsi in uno specchietto per liberare le ciglia dai grumi di mascara.

Alzò lo sguardo appena mi scorse. «Tu non usi mai questa roba per allungare le ciglia?» chiese. «Sembra fatta con i peli di topo.»

Le agitai sotto il naso la ricevuta rilasciatami il giorno prima dalla polizia. «Ho preso Clarence.»

«Bene!» commentò lei stringendo le dita a pugno e tirando indietro il gomito.

«C’è Vinnie?»

«È dovuto passare dal dentista… per farsi affilare gli incisivi, credo.» Connie prese gli originali della pratica e afferrò la mia ricevuta. «Non c’è bisogno di Vinnie, ti faccio io l’assegno.» Scrisse un appunto sulla cartelletta dei documenti e la depositò nel contenitore in un angolo lontano della scrivania. Poi prese il libretto e staccò l’assegno. «Come va con Morelli? Lo hai localizzato?»

«Non esattamente, ma so che è ancora in città.»

«È davvero un bel tipo», disse Connie. «L’ho visto sei mesi fa, prima che scoppiasse il caso. Stava ordinando del provolone in un negozio. Ho dovuto compiere uno sforzo per non affondargli i denti nelle natiche.»

«Si direbbe che ti piace la carne!»

«Macché, quell’uomo è irresistibile.»

«È anche accusato di omicidio», le ricordai.

Connie sospirò. «Un sacco di donne a Trenton piangeranno quando sapranno che Morelli è in galera.»

Probabilmente era vero, ma io non mi sarei trovata fra quelle donne. Dopo la notte appena trascorsa, il pensiero di Morelli dietro le sbarre suscitava sensazioni piacevoli nel mio cuore, umiliato e in preda a un desiderio di vendetta. «Hai un elenco telefonico?» m’informai.

Connie si girò sulla sedia per indicarmi gli schedari. «È il librone sopra il cassetto G.»

«Sai qualcosa sul conto di Mooch Morelli?» domandai mentre cercavo il nominativo.

«Solo che ha sposato Shirley Gallo.»

L’unico Morelli in Hamilton Township figurava al 617 Bergen Court. Cercai la località sulla cartina dietro la scrivania di Connie. Se ricordavo bene la zona, era un quartiere di casette a piani sfalsati, piuttosto degradate.

«Hai visto Shirley, ultimamente?» chiese Connie. «È grossa come un cavallo. Deve aver messo su almeno quaranta chili dalla scuola superiore. L’ho vista alla festa di Margie Manusco. Occupava tre sedie quando si sedeva e aveva una borsa piena di Ding Dong. Probabilmente per casi d’emergenza… se qualcuno tentava di soffiarle l’insalata di patate.»

«Shirley Gallo grassa? Era magra come un chiodo, a scuola.»

«Le vie del Signore sono misteriose.»

«Amen.»

Il cattolicesimo che praticavano nella cittadella era una religione comoda. Nel dubbio, c’era sempre Dio, dietro le quinte, ad assumersi le colpe degli uomini.

Connie mi consegnò l’assegno e si rimosse un grumo di mascara dalle ciglia dell’occhio sinistro. «Sai cosa ti dico? È maledettamente complicato apparire una donna di classe», dichiarò.

Il garage che mi aveva raccomandato Ranger si trovava in un piccolo complesso industriale e il retro dava sulla Route 1. Il complesso era costituito da sei edifici di cemento tipo bunker dipinti di giallo, con la tinta sbiadita dal tempo e dai gas di scarico provenienti dall’autostrada. Nel concepirne il progetto, gli architetti probabilmente avevano previsto di circondarlo di prati e cespugli. All’atto pratico, però, i prati erano diventati una distesa di terra battuta, di mozziconi di sigarette, barattoli ed erbe infestanti. Ognuno dei sei edifici era munito di un viale d’accesso lastricato e di un parcheggio.

Superai lentamente una tipografia e uno stabilimento per la lavorazione di materie plastiche e mi fermai davanti a una carrozzeria: Al’s Auto Body recitava l’insegna. Le porte d’accesso erano tre di cui solo una spalancata. Nel cortile sul retro erano ammonticchiate diverse vetture sfasciate e arrugginite, più o meno smontate; altre macchine, ultimo modello con il paraurti incurvato, erano parcheggiate in un recinto di filo spinato adiacente alla terza entrata.

Mi addentrai nel parcheggio e mi fermai vicino a una Toyota nera quattro per quattro sollevata con un cric per asportarne le enormi ruote, più adatte a un’escavatrice.

Per strada, avevo fatto una sosta in banca e avevo depositato l’assegno. Sapevo perfettamente quanto denaro ero disposta a spendere per l’antifurto, e non avrei sborsato un centesimo di più. Probabilmente la somma che avevo in mente non sarebbe bastata, ma non c’era niente di male a chiedere.

Aprii la portiera e scesi nella calura opprimente, respirando lentamente per non farmi soffocare dalle esalazioni mefitiche. Il sole sembrava sporco vicino all’autostrada: lo smog ne offuscava la luce e ne appiattiva la sagoma. Il rumore di un avvitatore ad aria compressa proveniva dalla carrozzeria.

Attraversai il parcheggio e lanciai un’occhiata furtiva all’interno di quella bolgia indistinta di pistole per ingrassaggio, filtri per l’olio e uomini dall’aria scostante in tuta arancione. Uno di loro, mi venne incontro lentamente. Portava a mo’ di copricapo una calza di nylon di misura spropositata, annodata a un’estremità. Evidentemente l’accorgimento gli sarebbe tornato utile se avesse deciso di rapinare un minimarket mentre tornava a casa. Gli dissi che stavo cercando Al, mi rispose che l’avevo trovato.

«Voglio installare un antifurto sulla mia auto. Ranger ha detto che lei mi avrebbe fatto un buon prezzo.»

«Come mai conosce Ranger?»

«Lavoriamo insieme.»

«Questo copre un campo piuttosto vasto.»

Non sapevo che cosa volesse dire e probabilmente non volevo saperlo. «Sono un’agente.»

«Perciò le serve un impianto antifurto perché le capita di trovarsi in quartieri pericolosi.»

«Veramente l’auto l’ho rubata e temo che il proprietario cercherà di riprendersela.»

I suoi occhi mandarono un lampo divertito. «Meglio ancora.»

Il garagista si avvicinò a un banco in fondo al locale e tornò con un oggetto di plastica nera di forma quadrata. «Questo è un vero gioiello», spiegò. «Funziona con la pressione dell’aria. Ogni volta che cambia la pressione, per un finestrino rotto o una portiera aperta, si mette a suonare tanto forte da rompere i timpani.» Rigirò l’aggeggio nella mano. «Basta premere il tasto, poi passano venti secondi prima che entri in azione. Così ha il tempo di scendere e di chiudere la portiera. Altri venti secondi, dopo che si apre la portiera, e può così inserire il codice per disattivarlo.»

«Come faccio a chiuderlo, una volta che è scattato l’allarme?»

«Con una chiavetta.» L’uomo mi mise in mano una piccola chiave d’argento. «Le consiglio di non lasciare la chiave nell’auto. Così non serve allo scopo.»

«È più piccolo di quanto credessi.»

«Piccolo ma potente. E il bello è che costa poco perché è facile da installare. Basta avvitarlo sul cruscotto.»

«Quanto costa?»

«Sessanta dollari.»

«Venduto.»

Lui prese un cacciavite dalla tasca posteriore. «Mi faccia vedere dove desidera che lo metta.»

«Sulla Cherokee rossa vicino a quel camion. Preferirei che lo sistemasse in qualche punto poco visibile. Non vorrei rovinare il cruscotto.»

Dopo qualche minuto mi dirigevo verso Stark Street, piuttosto compiaciuta di me stessa. Ora avevo un antifurto che non mi era costato un patrimonio e che potevo trasferire senza difficoltà nell’auto che intendevo acquistare quando avessi riscosso i soldi per l’arresto di Morelli. Mi fermai al 7-Eleven e comperai uno yogurt alla vaniglia e una confezione di succo d’arancia per pranzo. Bevvi continuando a guidare, decisamente comoda in quello splendore di macchina con l’aria condizionata. Possedevo un antifurto, una bomboletta di gas, uno yogurt. Che altro potevo desiderare dalla vita?

Parcheggiai di fronte alla palestra, finii di bere il succo d’arancia, attivai l’allarme, presi la borsa e le foto di Morelli e chiusi l’auto. Stavo agitando un drappo rosso sotto il naso di un toro. Per farmi notare ancora di più avrei dovuto attaccare un cartello sul parabrezza. ECCOMI! VENITE A PRENDERMI!

Nella via ogni attività si svolgeva al rallentatore, per il caldo pomeridiano. Due prostitute stavano in piedi all’angolo, come se aspettassero l’autobus, ma l’autobus non passava in Stark Street. Le donne se ne stavano là chiaramente annoiate e deluse. Impossibile agganciare un cliente a quell’ora del giorno. Indossavano ciabatte di plastica da poco, top elasticizzati e shorts aderenti di maglina. Avevano i capelli cortissimi, a spazzola. Non ero sicura di come facessero le prostitute a stabilire il loro prezzo, ma se gli uomini le pagavano a peso, quelle due facevano al caso loro.

Non nascosero la loro ostilità mentre mi avvicinavo: le mani sui fianchi, le labbra inferiori sporgenti e gli occhi così spalancati che sembravano schizzare fuori dalle orbite.

«Ehi, bella, che ci fai qui?» strillò una delle due. «Questa è la nostra zona, chiaro?»

Credevo che ci fosse una bella differenza tra una ragazza della cittadella e una battona.

«Sto cercando un amico, Joe Morelli», risposi mostrando la foto del ricercato. «Per caso l’avete visto nei paraggi?»

«Che cosa vuoi da questo Morelli?»

«È una questione personale.»

«Me l’immagino.»

«Lo conosci?»

Lei spostò il peso da una gamba all’altra. Mica tanto facile. «Può darsi.»

«In realtà, eravamo più che amici», precisai.

«Cioè?»

«Quel bastardo mi ha messa incinta.»

«Non sembra, a vederti.»

«Dammi tempo un mese.»

«Puoi rimediare.»

«Sicuro», convenni. «E la prima cosa è trovare Morelli. Sapete dove sia?»

«No… uh.»

«Voi conoscete una certa Carmen Sanchez? Lavorava allo Step-in.»

«Ti ha messo incinta anche lei?»

«Pensavo di trovarla con Morelli.»

«Carmen è scomparsa», dichiarò l’altra prostituta. «Capita spesso alle donne in Stark Street. È un rischio ambientale.»

«Vuoi spiegarti meglio?»

«Lei vuole tenere la bocca chiusa, ecco cosa vuole fare», si intromise la prima ragazza. «Non sappiamo niente di questa storia. E non abbiamo tempo di restare a parlare con te. Dobbiamo lavorare.»

Controllai tutta la via. Non c’era lavoro in vista, così pensai che volessero darmi il benservito. Chiesi i loro nomi, mi risposero che si chiamavano Lula e Jackie. Lasciai a tutte e due il mio biglietto da visita pregandole di darmi un colpo di telefono se avessero visto Morelli o la Sanchez. Avrei voluto chiedere anche del testimone scomparso, ma che cosa potevo dire? Scusate avete visto per caso un uomo con la faccia piatta come una padella?

Passai di porta in porta a parlare con le persone sedute sugli scalini, a interrogare i bottegai. Alle quattro avevo il naso bruciato dal sole e nient’altro. Avevo cominciato dal lato settentrionale di Stark Street e mi ero spinta due isolati a ovest. Poi attraversai la strada e tornai indietro. Ero passata con circospezione davanti al garage e alla palestra. Avevo però scartato i bar. Potevano costituire la mia migliore fonte d’informazioni, ma mi sembravano pericolosi, troppo al di sopra delle mie capacità. Forse ero eccessivamente prudente, forse quei bar pullulavano di persone perbene, a cui non poteva fregare di meno della mia vita. In verità, non ero abituata a far parte di una minoranza: mi sentivo come un nero sorpreso a sbirciare donne bianche in un rispettabile quartiere alla periferia di Birmingham.

Percorsi due isolati e mezzo dirigendomi a sud, poi tornai indietro attraversando la strada. Sull’altro lato gran parte degli edifici era di tipo residenziale e una folla sempre più numerosa di persone sciamava verso la strada; per questo procedevo più lentamente verso il punto in cui avevo lasciato la macchina.

Per fortuna la Cherokee era sempre accanto al marciapiede, ma sfortunatamente Morelli non si era fatto vivo. Evitai di guardare le finestre della palestra. Se Ramirez mi osservava, preferivo far finta di niente. Avevo stretto i capelli in una coda di cavallo e sentivo un certo prurito alla nuca. Probabilmente mi ero scottata al sole. Non mi davo troppa pena per scegliere una crema solare. In realtà, mi aspettavo che l’inquinamento filtrasse i raggi cancerogeni.

Una donna si diresse a passo rapido verso di me dall’altra parte della strada. Era robusta, vestita sobriamente, con i capelli neri tirati indietro e raccolti in uno chignon alla nuca.

«Mi scusi», esordì. «Lei è Stephanie Plum?»

«Sì.»

«Il signor Alpha vorrebbe parlarle», annunciò. «Il suo ufficio è proprio di fronte.»

Non conoscevo nessun signor Alpha e non mi entusiasmava fermarmi nel territorio di Benito Ramirez, ma la donna emanava una certa rispettabilità cattolica, perciò la seguii. Entrammo nell’edificio vicino alla palestra, una casa a schiera come tante altre in Stark Street. Stretta, tre piani, esterno fuligginoso, finestre sudice. Salimmo rapidamente una rampa di scale fino a un piccolo pianerottolo, dove si affacciavano tre porte. Una era socchiusa, l’aria condizionata filtrava nel corridoio.

«Da questa parte», m’invitò la donna guidandomi in una sala d’attesa quasi completamente occupata da un divano di pelle verde e da una grande scrivania chiara di legno screpolato. Su un tavolo scolorito erano sparse riviste di boxe sgualcite e foto di pugili tappezzavano le pareti che imploravano di essere ritinteggiate.

La donna mi introdusse in un ufficio interno e chiuse la porta alle mie spalle. L’ufficio era simile alla sala d’attesa, con due finestre che si affacciavano sulla strada. L’uomo alla scrivania si alzò quando mi vide entrare. Indossava pantaloni con la piega e camicia con le maniche corte aperta sul collo. Aveva lineamenti marcati e mascelle quadrate; il suo corpo robusto mostrava ancora i muscoli, ma l’età aveva aggiunto qualche piega alla vita e i capelli neri cominciavano a ingrigirsi. Valutai che stesse avviandosi ai sessanta e conclusi che per lui la vita non era stata tutta rose e fiori.

L’uomo si chinò e mi tese la mano. «Jimmy Alpha. Sono il manager di Benito Ramirez.»

Annuii, non sapendo che cosa rispondere. La mia prima reazione fu quella di strillare, ma probabilmente sarebbe stata assai poco professionale.

Lui m’indicò una sedia pieghevole di fianco alla scrivania. «Ho saputo che è tornata e ho voluto cogliere l’occasione di porgerle le mie scuse. So che cosa è accaduto in palestra fra lei e Benito. Ho cercato di telefonarle, ma il suo apparecchio era isolato.»

Le scuse destarono in me una nuova rabbia. «Il comportamento di Ramirez è stato gratuito e imperdonabile.»

Alpha sembrava sinceramente imbarazzato. «Non ho mai pensato che avrei avuto problemi del genere», confessò. «Volevo solo scovare un pugile di classe e adesso che ce l’ho, mi ritrovo con l’ulcera.» Tirò fuori una bottiglietta di Mylanta dal primo cassetto della scrivania. «La vede questa? La compro apposta.» Svitò il tappo e bevve. Portò la mano chiusa a pugno verso il petto e sospirò. «Mi creda, sono sinceramente dispiaciuto per quanto è accaduto in palestra.»

«Non c’è ragione di scusarsi, non è un suo problema.»

«Vorrei che fosse vero. Purtroppo, è un mio problema.» Alpha riavvitò il tappo, rimise la bottiglietta nel cassetto e si sporse avanti, le braccia sulla scrivania. «Lei lavora per Vinnie, vero?»

«Sì.»

«Conosco Vinnie da un pezzo, è un originale.»

Alpha sorrise e io conclusi che il manager doveva aver sentito parlare di quel bel tipo di mio cugino.

Alpha tornò serio, gli occhi appuntati sui pollici e affondò leggermente nella sua poltroncina. «A volte non so che cosa fare con Benito. Non è cattivo, ma s’intende solo di boxe, niente altro. Il successo può dare alla testa di un uomo che viene dal nulla come Benito.»

Alzò gli occhi per vedere se credevo a quello che diceva. Emisi un grugnito di derisione e lui capi che ero profondamente disgustata.

«Non cerco di scusarlo», riprese l’uomo mostrandosi amareggiato. «Benito fa cose sbagliate, e io non ho nessuna influenza su di lui, al momento. È pieno di sé, e si circonda di individui che hanno il cervello nei guantoni da pugile.»

«La palestra era affollata di ragazzi robusti che non hanno mosso un dito per aiutarmi.»

«Ho parlato con loro di questa faccenda. Un tempo le donne erano rispettate, ma ora il rispetto non esiste più. Omicidi, droga…» Alpha tacque e s’immerse nei propri pensieri.

Ricordai ciò che Morelli mi aveva detto di Ramìrez e delle precedenti accuse di stupro. Alpha stava nascondendo la testa sotto la sabbia come uno struzzo o forse stava cercando di coprire le malefatte della sua gallina dalle uova d’oro. Avrei scommesso sulla teoria dello struzzo.

Lo fissai in gelido silenzio, sentendomi troppo isolata, in quell’ufficio nel ghetto al secondo piano, per esprimere i miei pensieri, e troppo arrabbiata per mormorare una frase cortese.

«Se Benito la importuna di nuovo, mi avverta subito», continuò Alpha. «Non mi va che succedano certe cose.»

«L’altra notte è venuto a casa mia e ha tentato di entrare. Ha vomitato insulti pesanti nel corridoio e mi ha imbrattato la porta. Se succede di nuovo, lo denuncio.»

Alpha appariva visibilmente scosso. «Nessuno me l’ha detto. Non l’ha aggredita, vero?»

«No.»

Alpha prese un biglietto sulla scrivania e vi scribacchiò un numero. «Questo è il mio numero di casa», spiegò porgendomi il biglietto. «Se le dà fastidio di nuovo, mi chiami immediatamente. E se ha danneggiato la porta, provvederò a farla riparare.»

«La porta è okay; ma tenga quell’individuo lontano da me.»

Lui strinse le labbra e annuì.

«Immagino che lei non sappia niente di Carmen Sanchez?» insistetti.

«Solo ciò che si legge sui giornali.»

In State Street svoltai a sinistra e mi tuffai nel traffico dell’ora di punta. Il semaforo scattò e avanzammo tutti un po’ alla volta. M’era rimasto abbastanza denaro per comperare qualche provvista, perciò passai davanti a casa senza fermarmi e proseguii fino al Super Fresh.

Mentre ero alla cassa, mi venne in mente che Morelli doveva pur procurarsi il cibo da qualche parte o tramite qualcuno. Magari si aggirava per il Super Fresh con un paio di baffoni posticci alla Groucho Marx, occhiali e naso finti. E poi dove abitava? Forse nel furgone azzurro. Pensavo l’avesse abbandonato dopo che l’avevo individuato. O forse no. Probabilmente il veicolo gli faceva ancora comodo e lo usava come quartier generale con una fornitissima riserva di scatolame. Era anche possibile che il furgone fosse dotato di dispositivi di intercettazione. Aveva spiato Ramirez dalla strada, forse ne ascoltava anche le conversazioni.

Non avevo visto il furgone in Stark Street. Veramente non lo avevo neppure cercato, ma se ci fosse stato l’avrei di sicuro notato. Non sapevo granché della sorveglianza elettronica, ma sapevo che chi sorvegliava doveva essere abbastanza vicino al sorvegliato. Un aspetto questo che dovevo valutare meglio. Forse potevo trovare Morelli cercando il furgone.

Fui costretta a fermarmi in fondo al parcheggio e fu allora che imprecai fra me e me contro i vecchi disabili che occupavano i posti migliori. Afferrai i tre sacchetti di plastica della spesa e la confezione da sei lattine di birra, e chiusi la portiera della Cherokee con il ginocchio. Avevo le braccia tese nello sforzo di reggere il peso e arrancavo impacciata con le borse che mi sbattevano contro le ginocchia. Mi venne in mente una storiella che avevo sentito chissà dove e che aveva a che fare con i testicoli di un elefante.

Presi l’ascensore, barcollai per il breve tratto del corridoio e deposi le borse sullo zerbino mentre cercavo la chiave. Aprii la porta, accesi la luce, portai le borse in cucina e tornai indietro per chiudere la porta. Sistemai la roba separando le provviste che andavano nella dispensa da quelle per il frigorifero. Era bello avere di nuovo del cibo in casa. Fare incetta di viveri era parte integrante del mio patrimonio genetico. Le casalinghe della cittadella erano sempre pronte per le emergenze, accumulando carta igienica e scatolame nel caso in cui una bufera di neve dovesse ripetersi.

Perfino Rex era tutto eccitato mentre osservava l’attività in cucina dalla sua gabbietta, le zampette che premevano con forza sul vetro.

«Sono in arrivo giorni migliori, Rex», annunciai dandogli una fettina di mela. «D’ora in poi mangerai sempre mele e broccoli.»

Al supermercato avevo comperato una pianta della città, la aprii sul tavolo mentre mi sedevo per cenare. L’indomani avrei eseguito una ricerca accurata del furgone blu. Avrei ispezionato la zona intorno alla palestra e avrei controllato l’indirizzo di Ramirez. Tirai fuori l’elenco telefonico e cercai Ramirez. In elenco ce n’erano ventitré. Tre con il nome che iniziava con la B. Composi il primo numero e una donna rispose al quarto squillo. In sottofondo sentivo piangere un bambino.

«Benito Ramirez, il pugile, abita lì?» chiesi.

La risposta mi giunse in spagnolo e non suonò cordiale. Mi scusai per il disturbo e riappesi. Al secondo numero rispose Ramirez in persona ma non era quello che cercavo. Le tre B non portarono da nessuna parte. Conclusi che non valeva la pena di chiamare gli altri numeri. In un certo senso ero contenta di non aver trovato il pugile. Non so che cosa gli avrei detto. Niente, suppongo. Cercavo un indirizzo, non una conversazione. E la verità era che il solo pensiero di Ramirez mi dava i brividi. Avrei potuto piazzarmi alla palestra e tentare di seguire il pugile quando usciva, ma la Cherokee rossa non sarebbe certo passata inosservata. Forse Eddie poteva aiutarmi. I poliziotti trovano sempre il modo di ottenere un indirizzo. Chi altri conoscevo che avesse accesso agli indirizzi? Marilyn Truro lavorava alla Motorizzazione. Se avessi avuto un numero di targa, probabilmente avrebbe potuto risalire all’indirizzo. Oppure potevo chiamare la palestra. No, troppo facile.

Che diavolo, mi dissi. Provaci. Purtroppo avevo strappato la pagina con la pubblicità della palestra dal mio elenco, così chiamai il servizio telefonico. Ringraziai l’operatore e feci il numero che mi aveva dato. Dissi al tipo che mi rispose che dovevo incontrare Benito, ma che avevo perso l’indirizzo.

«320 Polk», rispose lui. «Non so il numero di appartamento, ma so che è al secondo piano. In fondo al corridoio. C’è il nome sulla porta, non può sbagliare.»

«Grazie di cuore», dissi.

Spinsi il telefono all’estremità del tavolo ed esaminai la mappa per localizzare Polk. La cartina indicava che si trovava a tre isolati dalla palestra e che correva parallela a Stark Street. Feci un cerchio con un evidenziatore giallo intorno all’indirizzo. Ora c’erano due posti dove cercare il furgone. Avrei parcheggiato e sarei andata a piedi, se necessario, percorrendo vicoli e chiedendo nei garage. Era la prima cosa da fare l’indomani mattina se non saltava fuori niente, sarei tornata a occuparmi dei casi che Connie mi aveva affidato. Giusto per mettere insieme il denaro dell’affitto.

Controllai tutte le finestre per assicurarmi che fossero ben chiuse, poi tirai le tende. Desideravo fare la doccia e andare a letto presto senza trovarmi davanti visitatori inaspettati.

Riordinai l’appartamento cercando di non far caso agli spazi vuoti dove prima c’erano gli elettrodomestici e di ignorare i segni dei mobili sul tappeto del soggiorno. Con i diecimila dollari per la cattura di Morelli avrei restituito una parvenza di normalità alla mia vita, ma era pur sempre una soluzione provvisoria. Probabilmente avrei dovuto continuare a cercare un impiego.

Chi volevo prendere in giro? Ormai non c’era più posto per me nel mio campo.

Potevo continuare a dar la caccia ai ricercati, ma sembrava piuttosto rischioso, nel migliore dei casi. E nel peggiore… non volevo neanche pensarci. Oltre ad abituarmi a essere minacciata, odiata e possibilmente molestata e magari ammazzata, avrei dovuto imparare a gestire la mia attività da sola. Avrei dovuto imparare le arti marziali e alcune tecniche della polizia per neutralizzare i delinquenti. Non avevo nessuna intenzione di trasformarmi in un Terminator, ma neppure ero disposta a continuare a operare come una sprovveduta. Se avessi avuto un televisore, avrei potuto guardare le repliche dei telefilm polizieschi.

Mi ricordai di aver deciso di far installare un altro catenaccio alla porta d’ingresso e decisi di andare da Dillon Ruddick, il custode. Dillon e io eravamo amici, forse per il fatto che eravamo gli unici in tutto il condominio a credere che ci si potesse alimentare senza ingoiare pillole. Riusciva a stento a leggere i fumetti, ma con un attrezzo qualunque in mano diventava un mago. Viveva nei meandri de! palazzo, in un’atmosfera di ovattata efficienza, senza mai vedere la luce del sole. Il borbottio delle caldaie e il fruscio dell’acqua nelle tubature accompagnavano le sue giornate cantandogli una sorta di serenata in sottofondo. Dillon diceva che gli piaceva, che gli ricordava l’oceano.

«Salve Dillon», lo salutai quando aprì la porta. «Come va?»

«Bene, non posso lamentarmi. Che cosa posso fare per lei?»

«Sono preoccupata per la crescente criminalità. Pensavo che sarebbe una buona idea aggiungere un altro catenaccio alla mia porta.»

«Ottima idea», approvò lui. «La prudenza non è mai troppa. Pensi che ho appena finito di mettere un catenaccio alla porta della signora Luger. Ha detto che un paio di giorni fa, nel cuore della notte, c’era un tipo grande e grosso che strillava nei corridoi. Era terrorizzata. Forse lo ha sentito anche lei, la signora Luger abita solo due porte dopo il suo appartamento.»

Trattenni a stento un singhiozzo, conoscevo il nome di quel tipo grande e grosso.

«Cercherò di mettere il catenaccio per domani», promise Dillon. «Intanto, che ne dice di una birra?»

«Molto volentieri.»

Lui mi porse una lattina di birra e una ciotola di noccioline. Successivamente alzò il volume del televisore e insieme ci sedemmo sul divano.

Avevo messo la sveglia sulle otto, ma alle sette ero già in piedi, ansiosa di andare alla ricerca del furgone. Feci la doccia e dedicai un po’ di tempo ai miei capelli, trattandoli con gel e lacca dopo averli pettinati. Quando fui pronta, somigliavo a Cher in una giornata no. Ma Cher, anche in un momento negativo, non era niente male. Indossai l’ultimo paio di shorts puliti, il reggiseno che fungeva anche da top e una casacca con il cappuccio. Allacciai le Reebok, rivoltai i calzini bianchi e mi sentii proprio a mio agio.

A colazione mangiai fiocchi d’avena surgelati. Se andavano bene a Tony la Tigre, erano buoni anche per me. Dopo di che mi lavai i denti, misi un paio di orecchini d’oro, passai il rossetto sulle labbra ed ero pronta.

Le cicale frinivano preannunciando un’altra giornata caldissima, la rugiada del mattino fumava sull’asfalto. Uscii dal parcheggio per immettermi nel flusso del traffico congestionato sulla St. James. Avevo la mappa aperta sul sedile accanto a me, più un blocco per appunti sul quale avevo iniziato ad annotare numeri di telefono, indirizzi e altre informazioni utili.

Il palazzo di Ramirez era situato al centro dell’isolato, un edificio anonimo, circondato da una selva di abitazioni a quattro piani senza ascensore, costruite l’una accanto all’altra per i lavoratori meno abbienti. Molto probabilmente in origine erano occupate da immigrati; irlandesi, italiani e polacchi di belle speranze provenienti dal Delaware per lavorare nelle fabbriche di Trenton. Difficile dire chi vi abitasse ora. Non si vedevano vecchi seduti sugli scalini, né bambini che giocavano sul marciapiede. Due donne asiatiche di mezza età aspettavano alla fermata dell’autobus, le borse strette al petto, le facce impassibili. Non c’era nessun furgone in vista, nessun posto dove nasconderne uno. Niente garage e niente vicoli. Se Morelli sorvegliava Ramirez, doveva farlo dal retro o da un appartamento adiacente.

Girai attorno all’angolo e trovai una stradina che tagliava l’isolato. Niente garage neppure qui. Una soletta d’asfalto era stata stesa direttamente sul retro dell’edificio di Ramirez. Le strisce del parcheggio per sei macchine correvano in diagonale sulla soletta. C’erano solo quattro auto parcheggiate: tre vecchie bagnarole e una Silver Porsche con la targa che aveva inciso sopra in oro: IL CAMPIONE. Nelle auto non c’era nessuno.

Oltre la strada di servizio c’erano altri appartamenti, probabilmente in affitto. Un luogo dove Morelli poteva ragionevolmente osservare o ascoltare, pensai, ma non c’era nessun segno di lui.

Attraversai la stradina e girai attorno all’isolato, ampliando il giro fino a controllare tutte le vie transitabili nella zona. Il furgone non c’era.

Mi diressi verso Stark Street e ripetei l’operazione, alla ricerca del furgone. C’erano garage e vicoli, perciò parcheggiai la Cherokee e proseguii a piedi. Alle dodici e mezzo avevo ficcato il naso in una infinità di garage. Se incrociavo gli occhi, vedevo il naso che si spellava, i capelli erano incollati alla nuca e mi doleva la spalla per via del borsone a tracolla.

Quando tornai alla Cherokee mi fumavano i piedi. Mi appoggiai all’auto per assicurarmi che le suole delle scarpe non si fossero fuse. Un isolato più avanti vidi Lula e Jackie al loro angolo. Decisi che non c’era niente di male se andavo a scambiare due chiacchiere.

«Stai ancora cercando Morelli?» domandò Lula.

Spinsi gli occhiali da sole sulla testa. «L’hai visto?»

«No. E non ho saputo niente di lui. Si tiene nascosto.»

«E il suo furgone?»

«Non so niente di un furgone. Ultimamente Morelli guidava una Cherokee rossa… come quella che hai tu.» La donna sbarrò gli occhi. «Ehi, non sarà l’auto di Morelli?»

«L’ho presa in prestito.»

La faccia di Lula s’illuminò di un largo sorriso. «Tesoro, stai dicendo che hai rubato la macchina di Morelli? Ragazza, ti sfonderà a calci il tuo culetto rinsecchito!»

«Un paio di giorni fa l’ho visto alla guida di un Econoline blu», spiegai. «Aveva un sacco di antenne che spuntavano da ogni parte. Non l’hai visto passare?»

«Non abbiamo visto niente», intervenne Jackie.

Mi rivolsi a Lula. «E tu? Hai visto un furgone blu?»

«Dimmi la verità, sei davvero incinta?» volle sapere.

«No, ma avrei potuto restarci.» Quattordici anni fa.

«Allora che succede? Che cosa vuoi da Morelli?»

«Lavoro per la persona che ha garantito per la sua cauzione. Morelli non si è presentato all’udienza.»

«Ma davvero? Ci sono in ballo dei soldi?»

«Il dieci per cento della cauzione.»

«Mi piacerebbe», confessò Lula. «Dovrei cambiar mestiere.»

«Faresti meglio a smettere di chiacchierare, prima che il tuo pappone ti dia una battuta», suggerì Jackie.

Tornai a casa e mangiai altri fiocchi d’avena surgelati, poi chiamai mia madre.

«Ho fatto un bel piatto di cavoli ripieni», annunciò lei. «Dovresti venire a cena.»

«Verrei volentieri, ma ho alcune cose da fare.»

«Per esempio? Che cos’hai di tanto importante da sbrigare da non trovare il tempo di mangiare il cavolo ripieno?»

«Lavoro.»

«Che genere di lavoro? Stai sempre cercando Morelli?»

«Sì.»

«Trovati un altro impiego. Ho visto un cartello al Clars’s Beauty Salon, cercano una sciampista.»

Nonna Mazur gridava qualcosa in sottofondo.

«Ah sì», riprese mia madre. «Stamattina ha telefonato quel pugile, Benito Ramirez. Tuo padre era molto eccitato. Un giovanotto così simpatico, educato.»

«Che cosa voleva?»

«Ha detto che aveva cercato di mettersi in contatto con te, ma che il tuo telefono era staccato. L’ho avvertito che adesso funziona.»

Avrei voluto sbattere la testa contro il muro. «Ramirez è uno sporco individuo. Se richiama non parlargli.»

«Con me è stato molto educato.»

Sicuro, pensai, il più cortese stupratore omicida di Trenton. E adesso sapeva che il mio telefono funzionava.

8

Il mio palazzo non disponeva di una lavanderia e l’attuale proprietario non sembrava disposto a spendere per certe comodità. La più vicina lavanderia a gettoni, la Super Suds, si trovava a circa mezzo miglio, a Hamilton. Non un tragitto impraticabile ma comunque una bella scocciatura.

Cacciai nella borsa il mucchietto di schede che mi aveva dato Connie, misi la borsa a tracolla, trascinai il cesto della biancheria nel corridoio, chiusi la porta a chiave e arrancai verso l’auto.

Il Super Studs non era male, come posto. C’era un parcheggio in un piccolo piazzale di fianco all’edificio e, poco distante, una tavola calda dove uno poteva gustare un panino imbottito di pollo, se avesse avuto a disposizione un po’ di contante. Per combinazione io non ne avevo, perciò infilai la biancheria in una macchina, aggiunsi il detersivo e mi sedetti per rileggere le schede dei ricercati.

Lonnie Dodd era il primo e sembrava la preda più facile. Aveva ventidue anni e viveva in Hamilton Township. Era stato accusato di furto d’auto. Incensurato. Usai il telefono a gettoni della lavanderia per chiamare Connie e verificare se Dodd non si era ancora presentato in tribunale.

«Probabilmente lo trovi nel suo garage intento a cambiare l’olio», mi avvertì Connie. «Succede sempre così. Una mania degli uomini. Diavolo, pensano, nessuno mi dà ordini. Ho rubato solo qualche auto, perché tante storie? Perciò non si presentano all’appuntamento in tribunale.»

Ringraziai Connie e tornai alla mia sedia. Appena finito di fare il bucato, sarei andata a casa di Dodd per vedere se riuscivo a trovarlo.

Rimisi le schede nella borsa e trasferii i panni nella macchina ad asciugare. Tornai a sedermi e guardai fuori dalla grande vetrina. In quel momento passò il furgone blu. Fui così sorpresa che rimasi di sasso, la bocca spalancata, gli occhi sbarrati, incapace di pensare. Non fu certo una reazione veloce. Il furgone sparì lungo la via e in lontananza vidi accendersi gli stop. Morelli si era fermato nel traffico.

Finalmente mi mossi. Credo di aver volato, non ricordo di aver toccato terra. Sfrecciai fuori dal parcheggio sgommando, raggiunsi l’angolo e scattò l’allarme. Nella fretta m’ero scordata di digitare il codice.

Non riuscivo a pensare per il frastuono. La chiavetta del codice era nel mazzo attaccato alla chiave dell’accensione. Frenai di colpo e con un testacoda mi fermai in mezzo alla strada. Guardai nel retrovisore con un sospiro di sollievo nel constatare che dietro non c’erano altre macchine. Disattivai l’allarme e ripartii.

C’erano parecchie auto fra me e Morelli. Lui svoltò a destra; strinsi forte il volante e avanzai piano piano, inventando nuove imprecazioni colorite mentre mi facevo strada fino all’incrocio. Quando svoltai, Morelli era sparito. Percorsi lentamente le vie su e giù. Stavo per arrendermi quando vidi il furgone, fermo nel parcheggio di Manni’s Deli.

Mi fermai all’entrata del parcheggio e fissai il furgone, chiedendomi che cosa dovevo fare. Non avevo modo di vedere se Morelli fosse al volante. Poteva essersi sdraiato per schiacciare un pisolino, o poteva essere entrato da Manni’s a ordinare un piatto di tonno. Probabilmente avrei dovuto parcheggiare e indagare. Se non era nel furgone, mi sarei nascosta dietro un’auto e lo avrei immobilizzato con il gas della bomboletta appena fosse stato a tiro.

M’infilai in uno spazio libero a quattro auto dal furgone e spensi il motore. Stavo per prendere la borsa quando improvvisamente si spalancò la portiera del posto di guida, e mi sentii strappare dal sedile. Barcollai e andai a sbattere contro il muro che era il petto di Morelli.

«Mi cercavi?» chiese lui.

«Potresti arrenderti», replicai. «Io non mi arrendo.»

Lui serrò le labbra. «Ragioniamo. Supponiamo che mi sdrai sul selciato e che tu m’investa con la mia macchina, passandomi sopra tre o quattro volte… proprio come ai vecchi tempi. Ti piacerebbe? Prendi il denaro anche se mi consegni morto?»

«Non c’è bisogno di arrabbiarsi. Io ho un incarico da svolgere. Niente di personale.»

«Niente di personale? Hai disturbato mia madre, mi hai rubato la macchina e adesso vai in giro a dire che ti ho messa incinta. A mio avviso, mettere una donna incinta è un affare molto personale. Gesù, non basta che sia accusato di omicidio? Chi sei, la bounty killer venuta dall’inferno?»

«Sei troppo nervoso.»

«Peggio, sono rassegnato. Tutti hanno una croce da portare… tu sei la mia. Mi arrendo. Prenditi pure l’auto, non m’importa più. Ti chiedo solo di non graffiare le portiere e di cambiare l’olio quando si accende la luce rossa.» Morelli guardò all’interno della Cherokee. «Non usi il telefono, vero?»

«No, naturalmente.»

«Le telefonate costano.»

«Non preoccuparti.»

«Merda», borbottò lui. «La mia vita è una merda.»

«Probabilmente è solo una fase transitoria.»

La sua espressione si addolcì. «Mi piace come sei vestita.» Infilò un dito nell’ampia scollatura della mia casacca e sbirciò nel reggiseno. «Molto sexy.»

Un’ondata di calore mi invase lo stomaco. Mi dissi che era collera, ma sospettai che si trattasse di paura di perdere il controllo. Gli scostai la mano. «Non fare il cafone.»

«Beh, ti ho messa incinta, no? Un gesto d’intimità non dovrebbe offenderti.» Morelli si fece più vicino. «E mi piace anche il tuo rossetto. Rosso ciliegia. Che tentazione.»

Abbassò la testa e mi baciò.

Capisco che avrei dovuto dargli una ginocchiata all’inguine, ma fu un bacio delizioso. Joe Morelli sapeva ancora baciare. Un bacio lento e tenero all’inizio, poi sempre più profondo e sensuale. Lui si tirò indietro e sorrise e io compresi di essere stata fregata.

«Preso!» disse lui.

Morelli mi girò attorno e levò le chiavi dell’accensione. «Non voglio che tu mi segua.»

«È il mio ultimo pensiero.»

«Sicuro. A ogni modo farò di tutto per rallentare i tuoi movimenti.»

Si avviò verso il cassonetto del Manni’s Deli e vi gettò le chiavi. «Buona caccia», augurò dirigendosi verso il furgone. «Pulisciti i piedi prima di salire sulla mia auto.»

«Aspetta un minuto», gridai. «Devo farti qualche domanda sull’omicidio. Voglio sapere di Carmen Sanchez. E se è vero che c’è un contratto su di te.»

Lui si issò nella cabina del furgone e uscì dal parcheggio.

Il cassonetto era di dimensioni industriali: un metro e cinquanta per un metro e ottanta; largo un metro e mezzo. Mi alzai sulle punte dei piedi e guardai oltre il bordo. Era pieno per un quarto e puzzava terribilmente. Le chiavi non si vedevano.

Una donnicciola sarebbe scoppiata in lacrime. Una donna più intelligente si sarebbe procurata un altro mazzo di chiavi. Trascinai una cassa di legno di fianco al bidone e mi issai sopra per guardare meglio. Gran parte dei rifiuti era contenuta in sacchetti di plastica, alcuni dei quali si erano squarciati quando erano stati gettati nel cassonetto spargendo avanzi di cibo, rimasugli di insalata di patate, fondi di caffè, grasso di carne alla griglia, porcherie non meglio identificate, piedi di lattuga ridotti a brodo primordiale.

Mi vennero in mente gli animali spiaccicati sull’asfalto. Cenere alla cenere, maionese… ai suoi vari ingredienti. Che si tratti di gatti o di insalata di cavoli, la decomposizione non ha nulla di attraente.

Passai in rassegna tutte le persone che conoscevo, ma non trovai nessuno tanto scemo da calarsi nel cassonetto per me. Okay, decisi, adesso o mai più. Scavalcai con una gamba il bordo del bidone e rimasi così per un momento, cercando di raccogliere tutto il mio coraggio. Poi mi abbassai lentamente, le labbra serrate in una smorfia. Se avessi fiutato la presenza di un topo, sarei schizzata fuori.

I barattoli sotto ai miei piedi galleggiavano su una poltiglia molle e maleodorante. Mi accorsi di scivolare, mi appoggiai perciò con una mano al bordo del cassonetto sbattendo il gomito contro la parete. Imprecai e trattenni le lacrime.

Trovai una borsa di plastica per il pane relativamente pulita e la usai come un guanto per frugare nel sudiciume. Mi muovevo con cautela per paura di finire a faccia in giù sui carciofi e sulle cervella di vitello in salsa verde. La quantità di cibo gettato era impressionante, tutto quello spreco mi rivoltava lo stomaco, come l’odore di marcio che impregnava l’aria, mi pungeva le narici e mi si attaccava al palato.

Dopo un momento che mi parve un’eternità, trovai le chiavi affondate in una poltiglia giallo scuro. Non vedevo pannolini in giro, perciò mi augurai che la fanghiglia fosse senape. Ficcai la mano in quello schifo coprendomi la bocca.

Trattenni il respiro, gettai le chiavi oltre il bordo del cassonetto e non persi tempo a seguirle. Ripulii le chiavi alla meglio con il sacchetto del pane. La roba gialla venne via, rendendo le chiavi abbastanza pulite per una guida d’emergenza. Mi levai le scarpe e con due dita mi sfilai i calzini. Esaminai il resto del mio abbigliamento. A parte qualche macchia di salsa sul davanti della casacca, sembrava pulito.

Vicino al cassonetto c’era un mucchio di giornali da riciclare: coprii il sedile di guida con le pagine sportive, giusto nel caso non mi fossi accorta di qualche porcheria rimastami attaccata al posteriore. Ricoprii con il resto del giornale il pavimento dalla parte del passeggero e vi posai con cautela le scarpe e i calzini.

Gettai un’occhiata alle altre pagine del giornale e lessi un titolo. CONCITTADINO UCCISO A COLPI D’ARMA DA FUOCO SPARATI DA UN VEICOLO IN CORSA. Sotto il titolo, una foto di John Kuzack. Lo avevo visto mercoledì, ora era venerdì. Il giornale era vecchio di un giorno. Lessi il trafiletto trattenendo il respiro. Kuzack era stato abbattuto nella tarda notte di mercoledì davanti al palazzo dove abitava. Il cronista proseguiva ricordando che il morto era stato un eroe del Vietnam, dove si era guadagnato una medaglia al valore, e che era un personaggio caratteristico e benvoluto in tutto il quartiere. Al momento, la polizia non aveva formulato alcuna ipotesi né individuato il movente.

Mi appoggiai alla Cherokee cercando di capacitarmi della morte di John Kuzack. Era così imponente e pieno di vita quando gli avevo parlato. E ora era morto. Prima Edleman, investito da un’auto pirata, e adesso Kuzack. Delle tre persone che avevano visto e ricordavano il testimone scomparso, due erano morte. Pensai alla signora Santiago, ai suoi bambini e rabbrividii.

Piegai accuratamente il giornale e lo infilai nello scomparto della carta stradale. Appena tornata a casa avrei chiamato Gazarra per avere rassicurazioni sull’incolumità della signora Santiago.

Non mi pareva più di puzzare, ma per precauzione guidai con i finestrini abbassati.

Parcheggiai vicino alla lavanderia ed entrai scalza a recuperare i miei panni. Nello stanzone c’era solo una persona, una donna anziana seduta al tavolo in fondo.

«Cielo!» esclamò stralunata. «Cos’è quest’odore?»

Mi sentii arrossire. «Dev’essere fuori», spiegai. «Probabilmente è entrato quando ho aperto là porta.»

«Spaventoso!»

Annusai, ma non sentivo niente. Mi si era chiuso il naso per una forma di autodifesa. Sbirciai la mia casacca. «Le sembra che la mia maglia abbia un odore di salsa?»

Lei si teneva una federa premuta sulla faccia. «Mi viene da vomitare.»

Ammucchiai la mia biancheria nel cesto e uscii. A metà strada da casa mi fermai a un semaforo e mi accorsi che mi lacrimavano gli occhi. Brutto segno, pensai. Per fortuna nessuno era in vista quando svoltai nel parcheggio ed entrai nel palazzo. L’atrio e l’ascensore erano deserti. Fino a quel momento tutto bene. Le porte dell’ascensore si aprirono al secondo piano, e anche lì non incontrai nessuno. Tirai un sospiro di sollievo, trascinai il cesto del bucato fino alla porta, entrai in casa, mi tolsi i vestiti e li cacciai in un sacco di plastica per i rifiuti.

Sotto la doccia, mi insaponai e mi strofinai energicamente tre volte. Indossai abiti puliti e andai dal signor Wolesky, che abitava di fronte, per fare una verifica.

Lui aprì la porta e subito si tappò il naso. «Uh!» ansimò. «Che cos’è questo odore?»

«Me lo stavo giusto chiedendo», risposi. «Pare che venga dal corridoio.»

«Una puzza insopportabile.»

«Già», convenni con un sospiro. «È stata anche la mia prima impressione.»

Rientrai nel mio appartamento. Dovevo rilavare ogni cosa ed ero rimasta senza spiccioli. Avrei dovuto fare il bucato in casa. Guardai l’orologio: erano quasi le sei. Avrei chiamato mia madre con il telefono sulla macchina per avvertirla che sarei andata da lei a cena.

Parcheggiai davanti alla casa e mia madre apparve come per magia, probabilmente guidata da un misterioso istinto materno che le suggeriva sempre il momento in cui la figlia toccava il marciapiede.

«Un’auto nuova!» esclamò. «Che bella. Dove l’hai presa?»

Avevo il cesto dei panni sotto un braccio e il sacco per i rifiuti sotto l’altro. «Me la sono fatta prestare da un amico.»

«Chi è questo amico?»

«Non lo conosci. È uno con cui sono andata a scuola.»

«Be’ sei fortunata ad avere simili amici. Dovresti portargli qualcosa, una torta per esempio.»

Le passai davanti e mi diressi verso la scala della cantina. «Ho portato i miei panni da lavare. Non ti dispiace, vero?»

«Certo che non mi dispiace. Cos’è questo odore? Sei tu? Puzzi come un bidone per le immondizie.»

«Mi sono cadute le chiavi in un cassonetto dei rifiuti e ho dovuto calarmici dentro per riprenderle.»

«Non capisco proprio come mai certe cose succedano solo a te. Agli altri non capita mai. Chi farebbe cadere le chiavi in un cassonetto? Nessuno. Solo tu.»

Nonna Mazur uscì dalla cucina. «C’è odore di vomito.»

«È Stephanie», spiegò mia madre. «È entrata in un cassonetto.»

«Che cosa ci faceva in un cassonetto? Cercava dei cadaveri? Ho visto un film alla televisione, dove dei delinquenti spappolavano il cervello a un tale prima di gettarlo in un bidone, in pasto ai topi.»

«Cercava le chiavi», spiegò mia madre. «È stato un incidente.»

«Peccato», commentò nonna Mazur. «Mi aspettavo di meglio da lei.»

Dopo aver cenato, chiamai Eddie Gazarra, misi in lavatrice il secondo carico e lavai con una canna le scarpe e le chiavi. Spruzzai del Lysol all’interno della Cherokee e abbassai completamente i finestrini. L’allarme non scattava con i finestrini aperti, ma non pensavo di correre il rischio che il padrone venisse a reclamare l’auto davanti alla casa dei miei genitori. Dopo la doccia indossai abiti puliti, freschi di bucato e asciutti.

Ero spaventata per la morte di John Kuzack e non mi andava di rientrare a casa con il buio, perciò mi congedai presto. Avevo appena chiuso la porta, quando suonò il telefono. Dall’altro capo risuonò una voce soffocata, tanto che dovetti tendere l’orecchio, guardando di sbieco il ricevitore, come se questo potesse aiutarmi a sentir meglio.

La paura è un’emozione illogica. Nessuno può fare del male al telefono, ma mi ritrassi lo stesso quando capii che era Ramirez.

Riappesi subito e quando il telefono squillò di nuovo staccai la spina dal muro. Avevo bisogno di una segreteria telefonica, ma non potevo permettermela se non avessi eseguito un arresto. L’indomani, per prima cosa, sarei andata a cercare Lonnie Dodd.

Mi svegliai al tamburellare della pioggia sulla scala antincendio. Proprio quello che ci voleva per complicarmi ancor di più la vita. Scesi dal letto e scostai le tende, per niente contenta alla prospettiva di una giornata in ammollo. Il parcheggio era lucido, rifletteva una luce che proveniva da fonti misteriose. Il resto del mondo appariva grigio, la coltre di nubi sembrava non terminare, gli edifici apparivano privi di colore per la pioggia.

Feci la doccia, indossai jeans e maglietta, lasciando asciugare i capelli all’aria. Tanto mi sarei inzuppata appena messo piede fuori dal palazzo. Feci colazione, mi lavai i denti, mi applicai uno strato di ombretto turchese tanto per avere un che di allegro. Calzai le scarpe del cassonetto in onore della pioggia. Le guardai e annusai. Forse puzzavano un po’ di prosciutto cotto, ma tutto considerato non era tanto male.

Feci l’inventario del contenuto del borsone, per essere certa di avere tutto l’occorrente: manette, manganello, torcia, pistola, munizioni di scorta; anche se avevo già scordato come si caricava una pistola, avrei potuto comunque servirmene come oggetto contundente da tirare in testa a qualche delinquente in fuga. Misi nella borsa la scheda di Dodd oltre a un ombrello pieghevole e a un pacchetto di cracker per uno spuntino estemporaneo. Presi il giaccone di gore-tex rosso e nero che avevo comperato quando appartenevo alla classe privilegiata dei lavoratori e mi diressi verso il parcheggio.

Era il giorno adatto per rimanersene a casa, sotto le coperte a leggere i fumetti e a sgranocchiare dolci. Non era certo la giornata ideale per andare a caccia di delinquenti. Sfortunatamente ero a corto di soldi e non potevo permettermi di fare troppo la schizzinosa.

Dall’elenco, l’indirizzo di Lonnie Dodd risultava 2115 Barnes. Controllai la carta stradale per potermi orientare. Hamilton Township era circa tre volte Trenton, a forma di cuneo. Barnes era situata a ridosso della ferrovia Conrail, appena a nord di Yardville, sul tratto inferiore della contea.

Imboccai la Chambers e svoltai in Apollo Street. Barnes era poco lontano. Il cielo si era leggermente rischiarato ed era possibile leggere i numeri delle case. Più mi avvicinavo al 2115 e più mi sentivo depressa. Il valore delle proprietà calava a ritmo impressionante. Quello che era sorto come un quartiere rispettabile con tanti bungalow monofamiliari si era degradato fino a ospitare gente a basso reddito o addirittura senza alcun reddito.

Il numero 2115 si trovava in fondo alla via. L’erba era cresciuta assai alta sul prato, una bicicletta arrugginita e una lavatrice con il coperchio piegato ornavano lo spiazzo davanti alla costruzione. La casa stessa pareva un ammasso di cenere poggiato su un basamento. Più che di una casa, aveva l’aspetto di un fabbricato destinato all’allevamento di polli o di maiali. Alla finestra sul davanti era attaccato un lenzuolo, apparentemente senza scopo. Probabilmente per permettere agli abitanti di godersi la loro privacy mentre si fracassavano in testa lattine di birra o meditavano altre piacevolezze del genere.

Mi dissi che doveva essere ora o mai più. La pioggia batteva sul tetto dell’auto e inondava il parabrezza. Per farmi coraggio mi ripassai il rossetto sulle labbra. Ma non era sufficiente, così mi rifeci completamente il trucco. Mi guardai nello specchietto: Wonder Woman sarebbe schiattata dall’invidia. Esaminai la foto di Dodd un’ultima volta. Non volevo affrontare l’uomo sbagliato. Misi le chiavi nella borsa, alzai il cappuccio del giaccone e scesi dall’auto. Bussai alla porta, sperando che nessuno fosse in casa. La pioggia, il quartiere e quella piccola casa sinistra mi davano i brividi. Se al secondo tentativo non apre nessuno, pensai, vuol dire che è destino. Perciò me ne vado.

Nessuno rispose quando bussai la seconda volta, ma avevo sentito scorrere l’acqua del water e sapevo che in casa c’era qualcuno. Maledizione. Presi a tempestare la porta di pugni. «Aprite», gridai. «Devo consegnare la pizza.»

Un individuo dall’aspetto macilento, i capelli neri lunghi fino alle spalle aprì. Era più alto di me, non aveva le scarpe né la camicia, indossava un paio di jeans logori e sporchi, con la lampo tirata su a metà. Alle sue spalle riuscivo a vedere il soggiorno cosparso di rifiuti. Sentivo odore di gatto.

«Non ho ordinato nessuna pizza», dichiarò lui.

«Lonnie Dodd?»

«Sì. Cos’è questa cazzata della pizza?»

«Era un trucco per farti aprire la porta.»

«Che cosa?»

«Lavoro per Vincent Plum, il garante della tua cauzione. Non ti sei presentato all’udienza e il signor Plum vorrebbe che ti facessi fissare una nuova udienza.»

«Non mi faccio fissare nessuna udienza.»

La pioggia colava dal mio giaccone inzuppandomi i jeans e le scarpe. «Basterebbero pochi minuti, ti accompagno io con la macchina.»

«Plum non fa servizio d’auto, lui assume solo due tipi di persone… donne con le tette grosse e a punta e sporchi bounty hunter. Niente di personale, con quell’impermeabile è difficile vedere, ma non mi sembra che tu abbia le tette grosse e a punta. Perciò devi essere una sporca bounty hunter.»

Senza preavviso allungò il braccio nella pioggia, mi prese la borsa dalla spalla e ne gettò il contenuto sul vecchio tappeto rossiccio alle sue spalle. La pistola atterrò con un tonfo.

«Potresti avere un sacco di guai, a circolare con un’arma nascosta», mi fece osservare.

Socchiusi gli occhi. «Sei disposto a collaborare?»

«Tu cosa pensi?»

«Io penso che sei un ragazzo intelligente; vai a metterti le scarpe e una camicia e vieni con me.»

«Supponiamo che non sia così intelligente.»

«Bene. Allora ridammi la mia roba e io sarò ben felice di andarmene.» Mai pronunciato parole più sincere.

«Non ti do un accidente. Questa roba è mia, adesso.»

Ero ancora combattuta dal desiderio di mollargli un calcio nelle palle, quando lui mi diede una spinta facendomi cadere sul cemento. Caddi pesantemente con il posteriore nel fango.

«Va’ a fare un giretto», suggerì Dodd. «Altrimenti ti sparo con la tua stessa fottuta pistola.»

La porta sbatté, il catenaccio si chiuse con un colpo secco. Mi rialzai e mi asciugai le mani sul giaccone impermeabile. Non riuscivo a credere che mi avesse buttato fuori, dopo aver preso la mia borsa. Che cosa m’ero messa in testa?

Avevo pensato di avere a che fare con Clarence Sampson e non con Lonnie Dodd. Lonnie non era un grassone ubriaco, avrei dovuto avvicinarlo con un atteggiamento più difensivo, mantenendo le distanze. E con la bomboletta in mano, non nella borsa.

Avevo un sacco di cose da imparare. Mi mancava l’abilità ma, cosa ancor più problematica, non avevo la grinta necessaria. Ranger aveva cercato di dirmelo, ma io non avevo capito. Mai abbassare la guardia, aveva detto. Quando cammini per la strada, devi osservare tutto, senza lasciarti sfuggire nulla. Lascia divagare la mente e potresti morire. Quando dai la caccia a un latitante, preparati al peggio.

Mi era sembrato un po’ drammatico, quando Ranger aveva parlato in quel modo. Ripensandoci, ora mi sembrava un ottimo consiglio.

Tornai barcollando verso la jeep e rimasi in piedi fumante di rabbia, imprecando contro me stessa, contro Dodd ed E.E. Martin. Feci un pensierino anche a proposito di Ramirez e Morelli e sferrai un calcio a un pneumatico.

«E adesso?» gridai nella pioggia. «Che cosa hai intenzione di fare, genio?»

Beh, di sicuro sapevo che non me ne sarei andata senza Lonnie Dodd ammanettato sul sedile posteriore. Però avevo bisogno d’aiuto e mi si presentavano due possibilità: la polizia o Ranger. Se chiamavo gli agenti, potevo cacciarmi nei guai per via della pistola. Meglio rivolgersi a Ranger.

Chiusi gli occhi. In realtà non volevo chiamare Ranger, avrei preferito arrangiarmi da sola per dimostrare a tutti quanto ero brava.

«L’orgoglio precede la caduta», citai a voce alta. Non sapevo esattamente che cosa volesse dire ma sembrava adatto alla circostanza.

Tirai un gran sospiro, mi levai il giaccone imbrattato di fango e gocciolante di pioggia, salii al volante e chiamai Ranger.

«Sì?» disse lui.

«Ho un problema.»

«Sei nuda?»

«No.»

«Peccato.»

«Ho un ricercato barricato in casa, ma non ho avuto fortuna nell’eseguire l’arresto.»

«Puoi essere più precisa sul fatto della fortuna?»

«Mi ha preso la borsa e mi ha sbattuto fuori a calci.»

Silenzio. Poi: «Suppongo che non sei riuscita a prendere la pistola.»

«Infatti. L’unica soddisfazione è che l’arma non era carica.»

«Ci sono delle munizioni nella borsa?»

«Può darsi che siano rotolate fuori.»

«Dove sei adesso?»

«Davanti alla casa, nella jeep.»

«E vuoi che venga lì per convincere il tuo uomo ad arrendersi.»

«Sì.»

«Buon per te che sono il tuo pigmalione. Qual è l’indirizzo?»

Glielo diedi e riappesi, sentendomi disgustata con me stessa. In pratica avevo armato il mio ricercato e ora mandavo Ranger ad aggiustare il pasticcio che avevo combinato. Dovevo farmi più furba, e in fretta. Dovevo imparare a caricare quella maledetta pistola e a sparare. Magari non avrei avuto il coraggio di sparare a Morelli, ma ero quasi sicura di riuscire a colpire Lonnie Dodd.

Guardai l’orologio sul cruscotto, aspettando Ranger, ansiosa di concludere questa faccenda lasciata in sospeso. Passarono dieci minuti, poi ecco la Mercedes, in fondo alla via, lucida e sinistra sotto la pioggia che scivolava sulla carrozzeria.

Scendemmo dalle rispettive auto nello stesso istante. Ranger aveva un berretto nero da baseball, jeans e maglietta neri. In vita portava un cinturone pure nero con la fondina, la pistola fissata alle gambe da una banda in velcro. A una prima occhiata poteva passare per una testa di cuoio. «Come si chiama il ricercato?»

«Lonnie Dodd.»

«Hai una foto?»

Corsi alla Cherokee, presi il ritratto di Dodd e lo diedi a Ranger.

«Che cosa ha fatto?» volle sapere lui.

«Furto d’auto. È incensurato.»

«È solo?»

«Per quello che ne so, credo di sì, ma non posso garantirlo.»

«La casa ha un’uscita posteriore?»

«Non lo so.»

«Cerchiamo di scoprirlo.»

Ci dirigemmo direttamente verso il retro passando attraverso l’erba alta e tenendo gli occhi fissi sulla porta principale e sulle finestre per cogliere qualsiasi movimento. Non m’ero curata di prendere il giaccone impermeabile, mi sembrava un ingombro inutile, a questo punto. Tutte le mie energie erano dirette alla cattura di Dodd. Ero zuppa fradicia ed era un sollievo capire che non avrei potuto bagnarmi di più. Il cortile sul retro era identico a quello davanti alla casa: erbacce, un’altalena arrugginita, due bidoni dei rifiuti stracolmi, con i coperchi per terra. Una porta di servizio si apriva sul cortile.

Ranger mi spinse vicino alla casa, fuori dalla vista della finestra. «Resta qui e sorveglia la porta sul retro. Io entro da quella principale. Non fare l’eroina, mi raccomando. Se vedi qualcuno che corre verso i binari della ferrovia, rimani fuori portata. Capito?»

L’acqua mi gocciolava dal naso. «Mi dispiace di metterti in questo pasticcio.»

«In parte è colpa mia. Non ti ho preso abbastanza sul serio. Se vuoi fare realmente questo lavoro, avrai bisogno di qualcuno che ti aiuti nei momenti difficili. E dovremmo dedicare un po’ di tempo a esaminare le tecniche di arresto.»

«Ho bisogno di un partner.»

«Sicuro.»

Ranger si allontanò compiendo il giro della casa, i passi attutiti dalla pioggia. Trattenni il fiato e tesi le orecchie: lo sentii bussare, sentii l’uscio che si apriva e lui che dichiarava le proprie generalità.

Qualcuno rispose dall’interno, ma non afferrai le parole. Seguirono rumori concitati e gli avvertimenti di Ranger che stava entrando, la porta che si spalancava, grida e infine un colpo di pistola.

L’uscio sul retro si aprì e Lonnie Dodd si precipitò fuori: non si diresse verso la ferrovia, ma verso la casa vicina. Era ancora vestito con i soli jeans, correva senza meta nella pioggia, in preda al panico. Ero nascosta parzialmente da una baracca e lui stava correndo verso di me, senza guardarsi attorno. Vidi il riflesso metallico della pistola che aveva infilato nella cintura. Oltre gli insulti e il resto, quel verme stava scappando con la mia pistola. Quattrocento dollari gettati alle ortiche, proprio quando avevo deciso di imparare a usare quel maledetto aggeggio.

Non avrei permesso che accadesse una cosa simile. Chiamai Ranger a voce spiegata e partii all’inseguimento di Dodd. Che non mi precedeva di molto; per di più io avevo il vantaggio di portare le scarpe. Lui scivolò sull’erba fradicia, cadde su un ginocchio e allora gli piombai sulla schiena. Crollammo a terra tutti e due. Lui se ne uscì con un grugnito, mentre gli cascavano addosso sessanta chili di femmina fuori di sé dalla rabbia. Beh, facciamo sessantuno, ma non un grammo di più, lo giuro.

Dodd faticava a respirare. Gli strappai la pistola non per istinto di difesa, ma per un senso della proprietà. Era la mia pistola, maledizione. Mi tirai su e puntai la 38 in direzione di Dodd, impugnandola con tutte due le mani per nascondere il tremito. Non mi venne neppure in mente di controllare se c’erano i proiettili. «Non muoverti o sparo.»

Con la coda dell’occhio vidi apparire Ranger. Piantò il ginocchio sulla schiena di Dodd, fece scattare le manette e lo fece alzare.

«Questo figlio di buona donna mi ha sparato», ringhiò Ranger. «Ci crederesti? Uno sporco ladro d’auto mi ha sparato.» Spinse Dodd davanti a sé verso la strada. «Porto sempre un giubbotto antiproiettile e dove pensi che mi abbia colpito? È così maldestro e fifone che mi spara a una gamba!»

Guardai la gamba del mio partner e per poco non svenni.

«Corri avanti e chiama la polizia», ordinò Ranger. «E chiama Al al garage perché venga a prendere la mia auto.»

«Sei sicuro di star bene?»

«È una ferita superficiale, niente di grave.»

Feci le telefonate, ritirai la mia borsa e oggetti vari dalla casa di Dodd e aspettai con Ranger. Legammo il ricercato come un salame, a faccia in giù nel fango. Ranger e io sedemmo sul marciapiede. Lui non sembrava troppo preoccupato per la ferita, disse che ne aveva passate di peggio, ma sul suo viso notavo un’espressione sofferente.

Strinsi le braccia attorno al corpo e serrai i denti perché non battessero. Esteriormente avevo assunto un atteggiamento freddo e controllato, come Ranger, ma dentro di me tremavo così forte che sentivo il cuore contrarsi nel petto.

9

Arrivò prima la polizia, poi l’ambulanza e infine Al. Rilasciammo le dichiarazioni preliminari, poi Ranger fu trasportato all’ospedale e io seguii l’auto della polizia alla centrale.

Erano quasi le cinque quando raggiunsi l’ufficio di Vinnie. Pregai Connie di staccare due assegni separati: cinquanta dollari per me, il resto a Ranger. Non avrei preso neppure un soldo, ma avevo bisogno di controllare le mie telefonate e con quel denaro avrei potuto comperare una segreteria telefonica.

Non vedevo l’ora di tornare a casa, fare una doccia, indossare abiti puliti e asciutti e consumare un pasto decente. Sapevo che una volta rientrata non avrei avuto voglia di uscire di nuovo, perciò mi diressi verso il negozio di Kuntz prima di tornare nel mio appartamento.

Bernie stava applicando le etichette con il prezzo su una scatola di sveglie. Alzò la testa quando entrai nel negozio.

«Mi occorre una segreteria telefonica», spiegai. «Qualcosa che costi meno di cinquanta dollari.»

Ormai la mia camicia e i jeans erano relativamente asciutti, ma le scarpe facevano acqua a ogni passo. Se stavo in piedi, subito si formavano minuscole pozzanghere attorno a me.

Bernie finse educatamente di non notarlo. Assunse l’atteggiamento del perfetto venditore e mi mostrò due modelli di segreteria telefonica del costo richiesto. Gli chiesi quale mi raccomandava e seguii il suo consiglio.

«Master Card?» volle sapere lui.

«Ho appena incassato un assegno di cinquanta dollari da Vinnie. Posso girartelo?»

«Certamente», acconsentì Bernie. «Va benissimo.»

Dal punto in cui mi trovavo, potevo guardar fuori dalla vetrina nell’interno del Sal’s Meat Market, sull’altro lato della strada. Non c’era molto da vedere: una vetrina con il nome scritto in lettere nero e oro e l’unica porta a vetri dove spiccava il cartello APERTO fissato con una piccola ventosa. Conclusi che Bernie doveva trascorrere ore intere a osservare intontito la porta del negozio di Sal.

«Hai detto che Ziggy Kulesza faceva la spesa da Sal?»

«Sicuro. Là si può comperare di tutto.»

«Già, l’ho sentito dire. Secondo te che cosa comperava, Ziggy?»

«Difficile dirlo, ma non l’ho mai visto uscire con un pacco di braciole di maiale.»

Cercai di proteggere la segreteria telefonica infilandola sotto la camicia e tornai di corsa alla Cherokee. Diedi un’ultima occhiata perplessa al negozio di Sal e partii.

Il traffico era tanto rallentato dalla pioggia che in breve fui ipnotizzata dal movimento del tergicristallo e dai fanalini rossi delle auto che mi precedevano. Come se guidassi con il pilota automatico. Riesaminai la giornata, preoccupata per Ranger. Un conto è vedere alla televisione qualcuno che si becca un colpo di pistola, ma dal vero è tutta un’altra cosa. Ranger ripeteva che non si trattava di una ferita grave, ma a me sembrava abbastanza seria. Possedevo una pistola ed ero decisa a imparare a usarla, però avevo perso parte dell’entusiasmo iniziale. Non mi andava di imbottire di piombo un essere umano.

Svoltai nel parcheggio e trovai un posto vicino all’edificio. Inserii l’antifurto, mi trascinai fuori dall’auto e salii le scale. Lasciai le scarpe in anticamera e deposi la borsa e la segreteria telefonica sul banco in cucina. Aprii una lattina di birra e chiamai l’ospedale per avere notizie di Ranger. Mi dissero che era stato medicato e dimesso. Questa era una buona notizia.

Mi rimpinzai di cracker e burro di arachidi, innaffiandoli con un’altra birra, e finalmente mi trascinai in camera. Mi tolsi gli abiti umidi, temendo di vedermi addosso la muffa; ma non scoprii nulla di strano, fortunatamente. Indossai una camicia da notte corta come una maglietta, un paio di mutandine pulite e mi infilai sotto le lenzuola.

Mi svegliai con il cuore che martellava, senza che riuscissi a capire perché. Quando la mente si snebbiò, mi resi conto che squillava il telefono. Annaspai verso l’apparecchio e stupidamente guardai l’orologio sul comodino. Le due. Doveva esser morto qualcuno, pensai. Nonna Mazur o zia Sophie. O forse mio padre aveva avuto una colica renale.

Risposi trattenendo il fiato e aspettandomi il peggio. «Pronto.»

Silenzio all’altro capo. Sentivo respirare affannosamente, rumori di lotta e poi qualcuno gridò. Una voce di donna a distanza. «No!» supplicava, «Oh, Dio, no!» Un urlo terribile lacerò l’aria, scostai la cornetta dall’orecchio e cominciai a sudare freddo quando compresi ciò che avevo udito. Sbattei giù il ricevitore e accesi la lampada sul comodino.

Scesi dal letto con le gambe tremanti e andai in cucina. Allacciai la segreteria telefonica e la programmai perché rispondesse dopo un solo squillo. La registrazione invitava a lasciare un messaggio. Evitai di dare il mio nome. Andai in bagno a lavarmi i denti e tornai a letto.

Suonò il telefono, sentii scattare la segreteria. Mi misi seduta ad ascoltare. All’altro capo del filo una voce per metà cantilenava, per metà sussurrava. «Stephanie… Stephanie…»

Portai la mano alla bocca, un gesto istintivo per soffocare un grido. Il suono mi morì in gola lasciando il posto a un singhiozzo smorzato.

«Non dovevi riappendere, sgualdrina», disse lui. «Ti sei persa la parte migliore. Devi sapere che cosa sa fare il campione, così aspetterai con ansia il tuo turno.»

Corsi in cucina, ma prima che disattivassi la segreteria telefonica, la donna fu in linea. Sembrava giovane. Le sue parole si sentivano appena, nella voce affioravano le lacrime e il tremito. «È sta… stato bello…» disse con voce spezzata. «Oh Dio, aiutatemi, sono ferita… È orribile…»

La comunicazione fu interrotta. Chiamai immediatamente la polizia, spiegai agli agenti che la registrazione veniva dall’apparecchio di Ramirez. Diedi l’indirizzo del pugile e il mio numero nel caso volessero risalire alla telefonata. Riappesi, mi aggirai per la casa, controllando tre volte le serrature di porte e finestre. Meno male che avevo fatto installare un altro catenaccio.

Suonò il telefono, rispose la segreteria. Nessuno parlava, ma potevo sentire affiorare, nel silenzio, il male e la follia. Lui era là che ascoltava, gustava la mia paura distillandola goccia a goccia. A distanza sentivo una donna piangere sommessamente. Strappai la spina del telefono e la gettai nel lavello.

Mi svegliai all’alba, contenta che la notte fosse passata. Non pioveva più ed era troppo presto perché gli uccelli cominciassero a cinguettare. Sulla St. James non passavano ancora macchine. Era come se il mondo non respirasse in attesa che all’orizzonte spuntasse il sole.

Mi tornò in mente la telefonata; non c’era bisogno del registratore per ricordarmi il messaggio. La buona e sensibile Stephanie voleva che fosse emesso un ordine di cattura. Stephanie, la neofita bounty hunter si preoccupava ancora del rispetto e della credibilità. Non potevo correre alla polizia ogni volta che ero minacciata, e aspettarmi, dopo, che mi considerassero alla pari. La mia richiesta d’aiuto per la donna torturata era già a verbale. Ci ripensai per un po’ e decisi di non insistere, per il momento.

Più tardi, in giornata, avrei telefonato a Jimmy Alpha.

Avevo programmato di chiedere a Ranger di accompagnarmi al poligono, ma era ancora convalescente per la ferita; avrei dovuto ripiegare su Eddie Gazarra. Guardai di nuovo l’orologio. Gazarra doveva essere al lavoro. Composi il numero della centrale e gli lasciai un messaggio.

Indossai maglietta e shorts, mi allacciai le scarpe da footing. Correre non era una delle mie attività preferite, ma era tempo di pensare seriamente al lavoro e di mantenermi in forma.

«Coraggio», mi dissi.

Trotterellai lungo il corridoio, giù per le scale, varcai il portone. Con un sospiro di rassegnazione partii per il percorso di tre miglia che avevo tracciato con cura per evitare dislivelli e negozi di panettieri.

Ce la misi tutta per il primo miglio, poi fu un supplizio. Non sono di quelli che riescono a trovare il passo. Il mio corpo non aveva nessuna disposizione per la corsa. Preferivo starmene seduta alla guida di una lussuosa automobile. Ero coperta di sudore e ansimavo quando svoltai l’angolo e vidi il mio palazzo a metà isolato. Così vicino eppure ancora così lontano. Corsi per l’ultimo tratto come meglio potei. Mi fermai stremata al portone, piegata in due dalla fatica, aspettando che mi si snebbiasse la vista. Ero così in forma che mi reggevo a malapena in piedi.

Eddie Gazarra accostò al marciapiede la sua auto di pattuglia. «Ho ricevuto il tuo messaggio», spiegò. «Gesù, sei uno straccio!»

«Ho corso.»

«Forse dovresti andare da un medico.»

«Colpa della mia pelle chiara. Si arrossa facilmente. Hai saputo di Ranger?»

«In ogni minimo dettaglio. Sei sulla bocca di tutti. So perfino com’eri vestita quando ti sei presentata da Dodd. Pare che la tua maglietta fosse davvero bagnata.»

«Quando hai cominciato la tua carriera di poliziotto, avevi paura della pistola?»

«Ho maneggiato armi per gran parte della mia vita. Da ragazzo avevo un fucile ad aria compressa e andavo a caccia con mio padre e lo zio Walt. Per me le armi sono sempre state semplici oggetti di metallo.»

«Se decido di continuare a lavorare per Vinnie, credi che dovrei portare una pistola?»

«Dipende dal genere di casi che ti affidano. Se fai solo lavoro d’indagine, no. Se dai la caccia a dei pazzi, sì. Hai una pistola?»

«Una Smith Wesson 38 Special. Me l’ha passata Ranger dandomi le istruzioni in soli dieci minuti, ma non mi sento tranquilla. Saresti disposto a farmi da baby-sitter mentre mi alleno al poligono?»

«Parli sul serio, vero?»

«Assolutamente.»

Eddie annuì. «Ho saputo della tua chiamata della notte scorsa.»

«Saltato fuori niente?»

«Hanno mandato subito qualcuno, ma quando sono arrivati gli agenti Ramirez era solo. Ha dichiarato di non averti telefonato. La donna non si è fatta viva, ma tu potresti sporgere denuncia per molestie.»

«Ci penserò.»

Salutai Eddie e ansimai sbuffando su per le scale. Entrai in casa, tirai fuori un filo del telefono di scorta, misi un nuovo nastro sulla segreteria telefonica e andai a fare la doccia. Era domenica. Vinnie mi aveva concesso una settimana e il termine era scaduto. Non m’importava. Lui poteva affidare il caso a qualcun altro, ma non poteva impedirmi di dare la caccia a Morelli. Se poi qualcun altro lo incastrava prima di me, pazienza; ma fino a che questo non fosse accaduto, intendevo continuare.

Gazarra mi aveva dato appuntamento al poligono dietro il Sunny’s Gun Shop per le quattro, appena avesse terminato il suo turno. Mi restava perciò una giornata intera per curiosare. Cominciai passando davanti alla casa della madre di Morelli, quella di suo cugino e di vari parenti. Girai intorno al parcheggio della casa dove abitava e notai che la Nova era ancora dove l’avevo lasciata. Percorsi avanti e indietro Stark Street e Polk. Non vidi né il furgone né altri indizi della presenza di Morelli.

Passai davanti allo stabile di Carmen e mi portai sul retro. La strada di servizio che tagliava l’isolato era stretta e piena di buche. Non c’era parcheggio per gli inquilini. L’unica porta posteriore si apriva sul viottolo. Sul lato opposto, casette a schiera a ridosso della strada.

Parcheggiai il più vicino possibile allo stabile, lasciando appena lo spazio per un’altra auto. Scesi e guardai in su, cercando di localizzare l’appartamento di Carmen al secondo piano; rimasi sorpresa nel vedere due finestre sbarrate e annerite dal fumo. Le finestre erano quelle dell’appartamento della Santiago.

La porta posteriore a livello della strada era spalancata, nell’aria stagnava odor di fumo e di legno bruciacchiato. Sentii qualcuno che spazzava lo stretto passaggio che conduceva all’atrio principale.

Un rivolo d’acqua sporca colava dalla soglia, un uomo dalla pelle scura e con i baffi guardò verso di me. Poi il suo sguardo si spostò verso la Cherokee. L’uomo piegò la testa in direzione della strada. «È vietato parcheggiare qui.»

Gli diedi il mio biglietto da visita. «Sto cercando Joe Morelli. Ha violato l’accordo per la cauzione.»

«L’ultima volta che l’ho visto era lungo disteso sulla schiena, svenuto.»

«Ha visto quando è stato colpito?»

«No. Sono arrivato dopo la polizia. Il mio appartamento è nello scantinato, non si sente nulla da lì.»

Guardai in alto, verso le finestre annerite. «Che cosa è successo?»

«Un incendio nell’appartamento della Santiago. È stato venerdì. Erano circa le due del mattino. Grazie a Dio in casa non c’era nessuno, la signora Santiago si trovava da sua figlia. Le teneva i bambini. Di solito i ragazzini vengono qui, ma venerdì la signora è andata da loro.»

«Nessuno sa come è scoppiato l’incendio?»

«Può essere cominciato in un milione di modi. Non tutto funziona a dovere in uno stabile come questo. Non che sia peggio di tanti altri, ma è un palazzo vecchio, capisce?»

Diedi un’ultima occhiata alle finestre e mi chiesi se fosse tanto difficile lanciare una bomba incendiaria contro la finestra della camera della signora Santiago. Probabilmente no, conclusi. E alle due del mattino, in un appartamento di modeste dimensioni, un incendio scoppiato nella camera da letto poteva diventare una trappola. Se la Santiago fosse stata in casa, sarebbe morta arrostita. Non c’erano balconi né scale di sicurezza, c’era un solo modo per uscire: la porta d’ingresso. Anche se, a quanto sembrava, Carmen e il testimone scomparso non dovevano essere usciti dalla porta.

Mi voltai a guardare le finestre delle case sull’altro lato della strada e conclusi che non sarebbe stato male andare a interrogare gli inquilini. Risalii in macchina, girai intorno all’isolato e trovai un parcheggio un po’ più avanti. Bussai a diverse porte, rivolsi un sacco di domande, mostrai le foto. Le risposte furono identiche. No, non riconoscevano Morelli e non avevano visto niente d’insolito dalle finestre posteriori la notte dell’omicidio o quella dell’incendio.

Provai con la casa situata direttamente di fronte all’appartamento di Carmen e mi trovai faccia a faccia con un vecchietto curvo che brandiva una mazza da baseball. Aveva gli occhi acquosi e il naso a becco.

«Fa esercizio come battitore?»

«Non sono molto bravo.»

Mi presentai e gli chiesi se avesse visto Morelli.

«No, Mai visto. E ho di meglio da fare che guardar fuori dalla finestra. Comunque, non avrei visto un accidente la notte dell’omicidio. Era buio. Come avrei potuto vedere qualcosa?»

«Ci sono i lampioni là dietro», gli feci notare. «Il posto doveva essere bene illuminato.»

«I lampioni erano spenti. L’ho detto anche ai poliziotti che sono venuti a interrogarmi. Quei maledetti lampioni sono sempre fuori uso, i ragazzi li prendono a sassate. So che erano spenti perché ho guardato per vedere cos’era tutto quel trambusto. Non riuscivo a sentire la televisione per il fracasso delle auto della polizia e dei camion.

«La prima volta che ho guardato fuori è stato quando ho sentito il rumore del motore di uno di quei camion frigorifero. Era parcheggiato proprio dietro casa mia. Le dirò, questo quartiere sta andando in malora, la gente non ha più considerazione per nessuno. Parcheggiano camion e furgoni nel vicolo mentre sono in giro per i fatti loro. Dovrebbe essere vietato.»

Annuii vagamente pensando che per fortuna avevo una pistola, perché se mi fossi imtata fino a quel punto sarei arrivata a uccidermi.

Lui scambiò il mio cenno come un gesto d’incoraggiamento e continuò. «Dopo è arrivato un furgone della polizia che aveva le stesse dimensioni del camion frigorifero; hanno lasciato il motore acceso. Si vede che hanno benzina da sprecare.»

«Dunque non ha visto niente di sospetto?» incalzai.

«Era maledettamente buio. King Kong avrebbe potuto arrampicarsi su quel muro e nessuno se ne sarebbe accorto.»

Ringraziai il vecchio per la sua disponibilità e tornai alla jeep. Era quasi mezzogiorno e l’aria s’era fatta caldissima. Mi fermai al bar di mio cugino Ronnie a comperare una confezione da sei lattine di birra e mi diressi verso Stark Street.

Lula e Jackie stavano mettendo in mostra la loro mercanzia all’angolo, come al solito. Sudavano e si agitavano nella calura, apostrofando i loro potenziali clienti con nomignoli vezzosi o allettandoli con fantasiose proposte. Parcheggiai poco lontano, posai la birra sul cofano. Aprii un barattolo.

Lula adocchiò la birra. «Stai cercando di attirarci lontano dal nostro angolo, ragazza?»

Le rivolsi un largo sorriso. In un certo senso, quelle due mi piacevano. «Ho pensato che potevate aver sete.»

«Sete è dir poco.» Lula si avvicinò e prese una birra. «Non so proprio perché perdo tempo a venire qui. Nessuno vuole fottere con questo caldo.»

Jackie la seguì. «Non dovresti bere», avvertì la compagna. «Il tuo vecchio si arrabbia.»

«Uhh», commentò Lula. «Ammesso che me ne importi, lui non è qui sotto il sole, quel ruffiano.»

«Allora, novità su Morelli?» domandai. «Successo niente?»

«Non l’ho visto», rispose Lula. «E neppure il furgone.»

«Saputo qualcosa di Carmen?»

«Per esempio?»

«Per esempio se si trova da qualche parte.»

Lula indossava un top con un sacco di fronzoli che pendevano da ogni parte. La ragazza si passò la lattina di birra gelata sul petto. Un gesto inutile, pensai. Ce ne sarebbe voluto un barile per rinfrescare un seno di quelle dimensioni.

«Non so niente di Carmen.»

Un brutto pensiero mi balenò nella mente. «Carmen è mai uscita con Ramirez?»

«Prima o poi tutte escono con Ramirez.»

«Tu sei mai stata con lui?»

«Io no. A lui piace esercitare il suo fascino sulle magre.»

«Supponiamo che voglia esercitare il suo fascino su di te. Ci andresti?»

«Sorella, nessuno rifiuta niente a Ramirez.»

«Pare che maltratti le donne.»

«Un’infinità di uomini maltratta le donne», intervenne Jackie. «Qualche volta hanno la luna storta.»

«O sono malati», aggiunsi. «Anormali. Mi risulta che Ramirez è un anormale.»

Lula guardò verso la palestra, gli occhi che fissavano le finestre al secondo piano. «Sì», mormorò. «È anormale. Mi spaventa. Avevo un’amica che andava con Ramirez: lui l’ha ferita in modo grave.»

«Con un coltello?» insistei.

«No, con una bottiglia di birra», replicò Lula. «Ha rotto il collo e l’ha usato per… colpirla.»

Mi sentii mancare, per un momento il tempo si fermò. «Come sai che è stato Ramirez?»

«La gente lo sa.»

«La gente non sa niente», intervenne di nuovo Jackie. «Le persone non dovrebbero parlare. Qualcuno potrebbe sentire, ti troverai nei guai. Sarà tutta colpa tua, perché sai bene che bisogna tenere la bocca chiusa. Non voglio restare qui ad ascoltare, me ne torno al mio angolo. E se sai qual è il tuo bene, vieni anche tu.»

«Sapessi qual è il mio bene, non sarei qui a battere, ti pare?» borbottò Lula allontanandosi.

«Sta attenta», le gridai.

«Una grassona come me non ha bisogno di stare attenta», replicò. «Basta che gli pesti i piedi, a quei bastardi. Nessuno può fregare Lula.»

Sistemai le altre lattine di birra in macchina, salii al volante e chiusi le portiere. Avviai il motore e girai gli sfiatatoi dell’aria condizionata in modo che il fresco mi arrivasse sulla faccia. Andiamo, Stephanie, calmati, mi dissi. Ma non riuscivo a calmarmi. Mi batteva il cuore e avevo un nodo alla gola per il dolore che provavo per una donna che non conoscevo neppure e che doveva aver sofferto terribilmente. Volevo allontanarmi il più possibile da Stark Street e non tornarci mai più. Non volevo sapere certe cose, avevo paura che il terrore si insinuasse dentro di me all’improvviso. Strinsi il volante e guardai nella via verso la palestra al secondo piano, in preda alla rabbia e all’orrore, al pensiero che Ramirez non era stato punito e che fosse libero di mutilare e terrorizzare altre donne.

Scesi dall’auto, chiusi la portiera con un colpo secco e attraversai la strada fino all’edificio dove c’era l’ufficio di Alpha. Salii le scale due gradini alla volta. Sfrecciai davanti alla segretaria e spalancai la porta del suo ufficio privato con tale forza da farla sbattere rumorosamente contro la parete.

Alpha fece un balzo sulla sedia.

Appoggiai le palme delle mani sulla scrivania e gli sibilai sulla faccia: «L’altra sera ho ricevuto una telefonata dal suo pugile. Stava brutalizzando una giovane donna e cercava di terrorizzarmi facendomi sentire i lamenti di quella poveretta. So tutto dei suoi precedenti come stupratore, sono al corrente delle sue predilezioni per le mutilazioni sessuali. Non so come sia riuscito a cavarsela finora, ma sono qui per dirle che la fortuna lo ha abbandonato. O lo ferma lei, o ci penserò io. Andrò alla polizia, alla stampa, parlerò con il delegato della vostra federazione.»

«Non lo faccia, me ne occupo io. Lo giuro, provvederò personalmente lo ricondurrò alla ragione.»

«Oggi!» tuonai.

«Sicuro, oggi. Prometto. Gli troverò qualcuno che lo aiuti.»

Non gli credetti nemmeno per un secondo, ma gliel’avevo cantata chiara, perciò me ne andai con la stessa decisione con cui ero entrata. Sulle scale mi costrinsi a respirare profondamente, poi attraversai la strada con una calma che non sentivo. Uscii dallo spazio dove avevo parcheggiato e mi allontanai molto lentamente, con estrema cautela.

Era ancora presto, ma non avevo più voglia di sprecare energie per la caccia ai delinquenti. Mi diressi verso casa per forza d’inerzia. Mi accorsi di trovarmi nel mio parcheggio. Chiusi la Cherokee, salii le scale fino al mio appartamento, mi lasciai cadere sul letto e assunsi la posizione preferita per meditare.

Mi svegliai alle tre, stavo molto meglio. Mentre dormivo la mia mente doveva aver trovato un nascondiglio sicuro per quell’ultima sequela di pensieri deprimenti. Non li avevo scordati del tutto, ma non mi martellavano più nel cervello.

Mi preparai un sandwich con burro e marmellata, ne diedi un boccone a Rex e ingollai il resto mentre ascoltavo i messaggi per il telefono di Morelli.

Uno studio fotografico l’aveva chiamato per offrirgli un ritratto in grandezza naturale se si fosse presentato per una seduta. Un tale voleva vendergli lampadine e Charlene gli aveva fatto una proposta indecente, ansimando rumorosamente; aveva avuto un orgasmo, oppure aveva calpestato la coda del gatto. Purtroppo il nastro era terminato, perciò non c’erano altri messaggi. Bene così. Non me la sentivo di ascoltare altro.

Stavo riordinando la cucina quando suonò il telefono e la segreteria entrò in azione.

«Mi ascolti, Stephanie? Sei in casa? Ti ho visto parlare con Lula e Jackie, oggi. Bevevi birra in loro compagnia. Non mi è piaciuto, Stephanie. Mi sono sentito offeso, come se tu preferissi loro a me. E mi sono arrabbiato perché non vuoi ciò che il campione desidera darti.

«Forse ti farò un regalo. Magari te lo consegno alla porta mentre dormi. Ti piacerebbe? Tutte le donne amano i regali. Specialmente se sono come quelli che offre il campione. Ti farò una sorpresa. Solo per te, Stephanie.»

Con questa promessa che mi risuonava nelle orecchie, mi assicurai di aver messo pistola e munizioni nella borsa, e uscii per andare da Sunny’s. Arrivai alle quattro e aspettai nel parcheggio finché apparve Eddie, alle quattro e un quarto.

Era in borghese e aveva la sua 38 fuori ordinanza appesa alla cintura.

«Dove hai la pistola?» mi chiese.

Diedi un colpetto alla borsa.

«È vietato nascondere un’arma. Nel New Jersey è un grave reato.»

«Ho un permesso.»

«Fammelo vedere.»

Tirai fuori il permesso dal portafoglio.

«Questa è un’autorizzazione a detenere un’arma da fuoco, non equivale al porto d’armi», decretò Eddie.

«Ranger mi ha detto che era multiuso.»

«Ranger ti aiuta anche a falsificare le targhe?»

«Be’ qualche volta penso che si muova ai limiti della legge. Hai intenzione di arrestarmi?»

«No, ma ti costerà…»

«Una dozzina di ciambelle?»

«Le ciambelle bastano per strappare una multa. Questa faccenda vale una confezione di birra da sei e una pizza.»

Per arrivare al poligono bisognava passare dal negozio d’armaiolo. Eddie pagò la tariffa del poligono e comperò una scatola di munizioni. Feci altrettanto. Il tiro a segno era proprio dietro il negozio e consisteva in una stanza grande come una corsia da bowling. Vi si allineavano sette cabine, ciascuna con una mensola a livello del petto. Bersagli standard, sagome di esseri umani dal ginocchio in su, con cerchi sempre più ampi centrati sul cuore, erano appesi alle pulegge. Secondo il regolamento del poligono, non si doveva puntare mai la pistola contro la persona in piedi vicino al tiratore.

«Okay», disse Gazarra. «Cominciamo dal principio. Hai una Smith Wesson Special calibro 38. Una pistola a cinque colpi, perciò rientra nella categoria delle armi portatili. Usi proiettili Hydroshock per causare il massimo dolore. Questa levetta si spinge avanti con il pollice, il tamburo scatta, e allora puoi caricare l’arma. Ogni proiettile è un colpo. Carica ciascuna camera di scoppio e fa scattare il tamburo. Mai lasciare il dito sul grilletto. Premerlo è un riflesso naturale, potresti farti un buco nel piede. Tendi il dito direttamente verso la canna finché sei pronta a sparare. Oggi imparerai ad assumere la posizione di base. Divarica le gambe alla stessa larghezza delle spalle con il peso ben distribuito sui piedi. Impugna l’arma con entrambe le mani, con il pollice sinistro sopra il destro; braccia distese parallelamente al terreno. Guarda il bersaglio, alza la pistola e prendi la mira. Regola l’alzo e spara.

«Questa pistola è a doppia azione. Puoi sparare premendo il grilletto, o alzando il cane e poi premendo il grilletto.» Eddie mi illustrava ogni particolare, mentre parlava, naturalmente senza far partire il colpo. Alla fine fece scattare il tamburo, lasciò cadere i proiettili sulla mensola, vi posò la pistola e si tirò indietro. «Qualche domanda?»

«No, non ancora.»

Lui mi diede un paraorecchi. «Prova.»

Il primo sparo fu un colpo singolo. Colpii il centro del bersaglio. Sparai ancora numerosi colpi singoli e poi passai a sparare due colpi a distanza ravvicinata. Era più difficile, ma me la cavai abbastanza bene.

Dopo mezz’ora avevo finito le munizioni e sparavo a casaccio perché avevo i muscoli intorpiditi. Di solito, quando vado in palestra lavoro soprattutto sugli addominali e sulle gambe, perché sono le parti che tendono a ingrassare. Se volevo diventare una brava tiratrice con la pistola, dovevo dedicarmi maggiormente a sviluppare i muscoli della parte superiore del corpo.

Eddie tirò verso di noi il bersaglio. «Mica male.»

«Va meglio con i colpi singoli, però.»

«Perché sei una donna.»

«Non parleresti così, se io avessi una pistola in mano», replicai.

Comperai una scatola di munizioni prima di andar via. Misi i proiettili nella borsa insieme con la pistola. Guidavo un’auto rubata. A questo punto, preoccuparsi del fatto che circolassi con un’arma nascosta nella borsa diventava inutile.

«Allora, mi sono guadagnato la pizza?» volle sapere Eddie.

«Cosa dirà Shirley?»

«È a una festa.»

«I ragazzi?»

«Dalla suocera.»

«Non pensi alla dieta?»

«Insomma, non vuoi proprio offrirmi questa pizza?»

«Ho soltanto dodici dollari e trentatré cent per distinguermi da una barbona della stazione.»

«Okay. Offro io.»

«Bene. Devo parlarti, ho dei problemi.»

Dieci minuti più tardi eravamo alla pizzeria Pino’s. C’erano parecchi ristoranti italiani nel quartiere, ma Pino’s era l’ideale per la pizza. Si diceva che di notte enormi scarafaggi invadessero la cucina, ma la pizza era di prim’ordine: la pasta era soffice e croccante, la salsa fatta in casa e c’erano abbastanza peperoni da poterci affondare il braccio fino al gomito. C’erano un bar e una sala. La sera tardi il bar era affollato di poliziotti appena smontati dal servizio che cercavano di alleviare la stanchezza prima di tornare a casa. A quell’ora del giorno, il locale era pieno di agenti che aspettavano di entrare in servizio.

Trovammo un tavolo nella sala e ordinammo da bere mentre aspettavamo la pizza. Al centro del tavolo c’erano uno spargipepe e una formaggiera per il parmigiano. La tovaglia era di plastica, a scacchi rossi e bianchi. Le pareti a pannelli erano laccate e decorate con ritratti incorniciati di italiani famosi e di qualche personaggio del luogo. Frank Sinatra e Benito Ramirez le celebrità dominanti.

«Allora, qual è il problema?» attaccò Eddie.

«Due problemi. Il primo è Joe Morelli. L’ho incontrato quattro volte da quando ho accettato questo incarico e neanche una volta sono riuscita ad arrestarlo.»

«Hai paura di lui?» volle sapere Eddie.

«No, ho paura a usare la pistola.»

«Allora usa il classico metodo delle donne: immobilizzalo con lo spray e ammanettalo.»

Più facile a dirlo che a farlo, pensai. È difficile spruzzare un uomo che ti tiene la lingua in bocca. «Infatti questo era il mio piano, ma lui si muove sempre più velocemente di me.»

«Vuoi un consiglio? Lascia perdere Morelli. Tu sei una principiante, lui è un professionista. Ha parecchi anni di esperienza sulle spalle. Era un bravo poliziotto, probabilmente è anche più in gamba come criminale.»

«Non posso permettermi di dimenticare Morelli. Vorrei che tu facessi un paio di controlli per due veicoli.» Scrissi il numero di targa del furgone su un tovagliolo di carta e glielo diedi. «Vedi se puoi trovare il proprietario. Inoltre vorrei sapere se Carmen Sanchez possiede un’auto. In caso affermativo, è stata sequestrata?»

Bevvi un po’ di birra e mi appoggiai allo schienale della sedia gustando l’aria fresca e il brusio attorno a me. Ogni tavolo era occupato, altre persone aspettavano alla porta. Evidentemente nessuno aveva voglia di cucinare, con quel caldo.

«Passiamo al secondo problema», suggerì Eddie.

«Se te lo dico, devi promettermi di non arrabbiarti.»

«Cristo, sei incinta.»

Lo guardai confusa. «Perché ti è venuta in mente una cosa simile?»

Lui parve imbarazzato. «Non so, mi è scappata. Shirley mi dice sempre che è incinta.»

Gazarra aveva quattro figli. Il maggiore aveva nove anni, il più piccolo uno. Tutti maschi e tutti mostri.

«Be’, non sono incinta. Si tratta di Ramirez.» Gli raccontai tutta la storia sul conto del pugile.

«Avresti dovuto sporgere denuncia», osservò Eddie. «Perché non hai chiamato la polizia quando ti ha aggredito in palestra?»

«Ranger avrebbe presentato un esposto se fosse stato aggredito?» replicai.

«Tu non sei Ranger.»

«Vero, ma cerca di capire il mio punto di vista.»

«Perché mi racconti tutto questo?»

«Perché se sparisco all’improvviso, desidero che tu sappia dove cominciare a cercarmi.»

«Gesù, se pensi che quell’individuo sia tanto pericoloso, dovresti cercare di ottenere un mandato di cattura.»

«Non ho molta pratica con i mandati di cattura. E poi, che cosa direi al giudice… che Ramirez ha minacciato di mandarmi un regalo? Guardati attorno. Che cosa vedi?»

Eddie sospirò. «Foto di Ramirez a fianco del papa e di Frank Sinatra.»

«Sono sicura che me la caverò», conclusi. «Avevo solo bisogno di parlarne con qualcuno.»

«Se hai altri problemi, chiamami immediatamente.»

Annuii.

«Quando sei in casa sola, assicurati che la pistola sia carica e a portata di mano. Sapresti usarla contro Ramirez, in caso di necessità?»

«Non so, penso di sì.»

«I turni sono cambiati, lavoro di giorno. Ma desidero vederti ogni pomeriggio alle quattro e mezzo da Sunny’s. Pago io le munizioni e il poligono. L’unico modo per sentirsi a proprio agio con una pistola è quello di usarla.»

10

Alle nove ero a casa e, non avendo di meglio da fare, decisi di pulire il mio appartamento. Non c’erano messaggi sulla segreteria telefonica, né pacchi sospetti davanti alla porta. Preparai il giaciglio per Rex, passai l’aspirapolvere sul tappeto, lavai per bene il bagno e lucidai i pochi mobili che mi erano rimasti. Così arrivarono le dieci. Controllai per l’ultima volta tutte le serrature, feci la doccia e mi coricai.

Mi svegliai alle sette, euforica. Avevo dormito come un ghiro. Sulla segreteria telefonica non c’erano messaggi, gli uccelli cantavano, il sole brillava, il mio volto si rifletteva sul tostapane. Indossai shorts e maglietta, e accesi la macchinetta del caffè. Scostai le tende del soggiorno e rimasi incantata da quella magnifica giornata. Il cielo era di un azzurro splendente, l’aria pulita dopo la pioggia e io provavo una immensa voglia di cantare.

Passai in camera da letto, tirai la tenda e rimasi impietrita alla vista di Lula legata alla scala antincendio. Era appesa come una bambola di pezza, le braccia piegate sopra la ringhiera in una posizione innaturale, la testa reclinata sul petto. Aveva le gambe allargate, cosicché sembrava seduta. Era nuda e coperta di sangue, che si era raggrumato sui capelli e sulle gambe. Dietro di lei era teso un lenzuolo per nasconderla alla vista dal parcheggio.

Gridai il suo nome, afferrai la serratura, il cuore mi batteva così forte che avevo gli occhi annebbiati. Aprii la finestra e per poco non caddi sulla scala antincendio; allungai le braccia nell’inutile tentativo di sciogliere i nodi che la tenevano legata.

Lula non si mosse, non emise un suono. Non capivo se respirava. «Andrà tutto bene», gridai con voce rauca e la gola serrata. «Vado a chiedere aiuto.» E sottovoce aggiunsi: «Non morire. Oh Dio, Lula, non morire…»

Mi fiondai dalla finestra per andare a chiamare una ambulanza, inciampai sul davanzale e crollai sul pavimento. Non sentivo dolore, solo panico. Strisciando carponi raggiunsi il telefono. Non riuscivo a ricordare il numero del pronto intervento. La mia mente, in preda a un attacco isterico, si era come bloccata lasciandomi smarrita e confusa di fronte a quella tragedia, improvvisa e inaspettata, che non riuscivo ad accettare.

Premetti lo zero e spiegai all’operatore che Lula era ferita sulla scala di sicurezza. Rividi in un lampo Jackie Kennedy che strisciava sopra il sedile dell’auto per soccorrere il marito morto, e scoppiai in lacrime, piangendo per Lula, per Jackie e per me stessa, tutte vittime della violenza.

Cercai freneticamente nel cassetto dei coltelli, finalmente trovai quello che cercavo nello scolapiatti. Non sapevo da quanto tempo Lula fosse legata, ma non potevo sopportare di vederla appesa là fuori.

Tornai alla finestra con il coltello, tagliai le corde e Lula mi si accasciò fra le braccia. Pesava almeno il doppio di me, ma in qualche modo trascinai il suo corpo inerte e insanguinato attraverso la finestra. L’istinto mi suggeriva di nasconderla e di proteggerla. Sentii le sirene in lontananza; dopo qualche secondo la polizia bussava alla mia porta. Non ricordo di averli fatti entrare, ma evidentemente avevo aperto la porta. Un agente in divisa mi condusse in cucina e mi fece sedere. Lo seguì un medico.

«Che cosa è successo?» volle sapere il poliziotto.

«L’ho trovata sulla scala antincendio», riferii. «Ho tirato le tende e l’ho vista.» Battevo i denti e il cuore mi martellava. Inghiottivo aria. «Lei era legata e appesa; ho tagliato le funi e l’ho trascinata dentro dalla finestra.»

Sentivo i medici che ordinavano di portare la barella. Il mio letto fu spinto da parte per fare spazio. Avevo paura di chiedere se Lula fosse viva. Inspirai di nuovo l’aria e serrai le mani in grembo, finché le nocche divennero bianche e le unghie si conficcarono nelle palme.

«Lula abita qui?» domandò il poliziotto.

«No. Qui abito io. Non so dove vive Lula, non conosco neppure il suo cognome.»

Suonò il telefono e con un gesto meccanico allungai il braccio per rispondere.

La voce all’altro capo del filo risuonò sommessa. «Hai ricevuto il mio regalo, Stephanie?»

Fu come se la terra avesse cessato improvvisamente di girare. Per un attimo provai un senso di smarrimento, poi misi tutto a fuoco. Premetti il tasto della segreteria telefonica e alzai il volume perché tutti potessero sentire.

«Di che regalo parli?» domandai.

«Lo sai benissimo. Ho visto che l’hai trovata, ti guardavo mentre la trascinavi dalla finestra. Ti sorvegliavo. Sarei potuto venire a prenderti stanotte mentre dormivi, ma volevo che prima vedessi Lula. Mi premeva che ti rendessi conto di che cosa so fare a una donna, così ora sai quello che ti aspetta. Pensaci, sgualdrina. Pensa a come ti farò male e a quanto dovrai supplicarmi.»

«Ti piace far male alle donne?» chiesi. Cominciavo a riprendere il controllo.

«Qualche volta le donne hanno bisogno di una lezione.»

Decisi di divagare. «Che mi dici di Carmen Sanchez? L’hai torturata?»

«Non così bene come farò con te. Ho in mente qualcosa di speciale.»

«Questo è il momento più adatto», dissi e fu uno choc comprendere che facevo sul serio. Non era una spacconata. Ero attanagliata da una furia fredda e implacabile, che mi chiudeva la bocca dello stomaco.

«Adesso ci sono i poliziotti, sgualdrina. Non vengo da te quando ci sono i piedipiatti. Capiterò quando sei sola e non mi aspetti. Così avremo tanto tempo per stare insieme.»

La comunicazione fu interrotta.

«Gesù Cristo!» esclamò l’agente in divisa. «È pazzo.»

«Sa chi era?»

«Temo di sì.»

Staccai il nastro dalla segreteria e scrissi il mio nome e la data sull’etichetta. La mano mi tremava con una violenza tale che la calligrafia era quasi illeggibile.

Una radio gracchiò dal soggiorno. Sentivo un mormorio di voci nella mia camera. Voci meno frenetiche, il ritmo dell’attività era diminuito. Mi guardai e vidi che ero coperta del sangue di Lula. Mi aveva inzuppato la maglietta e gli shorts, si stava coagulando sulle mani e sui piedi nudi. Anche il telefono, il pavimento e il banco della cucina erano macchiati di sangue.

Il poliziotto e il medico si scambiarono un’occhiata. «Forse sarebbe bene che si levasse di dosso quel sangue», suggerì il dottore. «Che ne dice di una doccia?»

Mentre andavo in bagno, guardai Lula. Stavano per portarla via. Era assicurata alla barella con le cinghie e coperta con un lenzuolo e una coperta. «Come sta?» m’informai.

Un membro della squadra del pronto intervento spinse avanti la barella. «È viva», rispose.

Quando uscii dalla doccia i barellieri e il medico se n’erano andati. Erano rimasti due agenti in divisa e quello che aveva parlato con me in cucina stava conferendo con un poliziotto in borghese nel soggiorno. Entrambi prendevano appunti. Mi vestii rapidamente, senza asciugarmi i capelli. Ero ansiosa di fare la mia deposizione e farla finita. Volevo andare all’ospedale a trovare Lula.

L’agente in borghese si chiamava Dorsey. L’avevo già visto, probabilmente da Pino’s. Era un tipo di statura media, corporatura normale e si avvicinava alla cinquantina. Era in maniche di camicia, con un paio di pantaloni di tela e mocassini. Notai che teneva il nastro della segreteria telefonica nel taschino della camicia. Reperto A. Gli riferii l’incidente nella palestra, omettendo il nome di Morelli e lasciando credere a Dorsey che l’identità del mio salvatore mi era rimasta sconosciuta. Se la polizia preferiva credere che Morelli aveva lasciato la città, per me andava bene. Non avevo perso le speranze di arrestarlo e di riscuotere il mio denaro.

Dorsey prese un sacco di appunti e guardò l’agente di pattuglia con aria d’intesa. Non sembrava sorpreso. Suppongo che quando uno lavora nella polizia da parecchio tempo, non si sorprenda di nulla.

Quando se ne furono andati, spensi la caffettiera, chiusi e feci scattare la serratura della finestra della camera, afferrai il borsone e, drizzando le spalle, mi preparai ad affrontare ciò che mi aspettava nel corridoio. Dovevo farmi strada passando davanti alla signora Orbach, il signor Grossman, la signora Feinsmith, il signor Wolesky e chissà quanti altri. Avrebbero voluto sapere i dettagli e io non ero dell’umore migliore per fornire particolari sull’accaduto.

A testa china, borbottai qualche scusa e puntai direttamente verso le scale. Sfrecciai fuori dal palazzo e corsi verso la Cherokee.

Imboccai la St. James fino a Olden, tagliai attraverso Trenton e puntai in direzione di Stark Street. Sarebbe stato molto più facile andare direttamente all’ospedale St. Francis, ma volevo cercare Jackie. Rombai giù per Stark Street, passai davanti alla palestra senza voltarmi. Per quello che mi riguardava, Ramirez era finito. Se fosse riuscito a sottrarsi alla legge anche stavolta, lo avrei sistemato io stessa. Magari tagliandogli il pisello con un coltello affilatissimo, se necessario.

Jackie stava uscendo dal Corner Bar, dove immaginai che avesse fatto colazione. Frenai di colpo e sporgendomi dalla portiera le gridai: «Sali!»

«Che succede?»

«Lula è all’ospedale. Ramirez l’ha massacrata.»

«Oh Dio!» piagnucolò Jackie. «Avevo tanta paura, me lo sentivo. È grave?»

«Non lo so. L’ho trovata sulla scala antincendio di casa mia. Ramirez l’aveva lasciata legata alla ringhiera. Un messaggio diretto a me. Lula era svenuta.»

«Ero là quando è venuto a prenderla. Lei non voleva andare, ma non si dice no a Benito Ramirez. Il protettore di Lula l’avrebbe picchiata a sangue.»

«Già. Be’, è stata picchiata a sangue, comunque.»

Trovai posto per parcheggiare a Hamilton, a un isolato dall’ingresso del pronto soccorso. Inserii l’antifurto e con Jackie partii al trotto. Lei si trascinava dietro la sua enorme stazza, ma non respirava affannosamente quando varcammo le doppie porte a vetri. Evidentemente saltare da un letto all’altro tutto il giorno mantiene in forma.

«Una ragazza di nome Lula è stata portata qui poco fa con un’ambulanza», dissi all’impiegata.

Lei mi guardò, poi sbirciò Jackie. Che indossava calzoncini corti verdi che le coprivano a malapena il sedere, un top rosa e sandali di gomma. «Lei è della famiglia?» volle sapere l’impiegata rivolgendosi a Jackie.

«Lula non ha famiglia, qui.»

«Bisogna che qualcuno riempia i moduli», decretò l’altra.

«Posso farlo io», replicò Jackie.

Riempiti i moduli, l’impiegata ci disse di sedere e aspettare. Obbedimmo in silenzio, sfogliando con gesti meccanici alcune riviste e osservando con distacco disumano i feriti che sfilavano l’uno dopo l’altro nel corridoio. Dopo mezz’ora chiesi nuovamente di Lula e mi risposero che era in radiologia. Quanto ci sarebbe rimasta? m’informai. L’impiegata non lo sapeva. Ci voleva un po’ di tempo, dopo di che un medico ci avrebbe avvertite. Riferii a Jackie.

«Uhh», fu il suo commento. «Naturale.»

Avevo voglia di un caffè, perciò lasciai Jackie ad aspettare e andai alla ricerca del bar. Mi dissero di seguire le impronte sul pavimento e ci sarei arrivata di sicuro. Trovai il bar, riempii un vassoio di cartone di pasticcini, vi aggiunsi due caffè doppi e due arance nel caso a Jackie e a me fosse venuta fame. Pensai che era improbabile, ma conclusi che era come premurarsi di portare un paio di mutandine pulite, in caso di un incidente d’auto. Meglio essere preparati.

Un’ora dopo apparve il dottore.

Guardò prima me, poi Jackie. Lei tirò su il top e tirò giù i calzoncini. Un gesto inutile.

«Lei è della famiglia?» domandò il medico a Jackie.

«Diciamo di sì», rispose la ragazza. «Come sta?»

«La prognosi è riservata, ma abbiamo speranze. Ha perso parecchio sangue e ha subito un trauma cranico. Ha ferite multiple, bisogna suturare. Sta per essere trasportata in chirurgia. Ci vorrà un po’ prima che la riportino nella sua stanza. Ora potete andare e tornare fra un’ora o due.»

«Io non mi muovo», decise Jackie.

Trascorsero due ore senza altre notizie. Avevamo mangiato tutti i pasticcini e stavamo per attaccare le arance.

«Non mi piace», disse Jackie. «Non mi va di stare rinchiusa in un ospedale. Questo posto puzza maledettamente di fagiolini in scatola.»

«Non ci sei abituata, vero?»

«Giusto.»

Non aggiunse altro e non insistetti. Mi spostai sulla sedia, mi guardai attorno e vidi Dorsey che parlava con l’impiegata. Il poliziotto annuiva, otteneva le rispose alle sue domande. L’impiegata indicò me e Jackie, Dorsey si avvicinò.

«Come sta Lula?» s’informò. «Novità?»

«È in chirurgia», risposi.

Lui sedette vicino a me. «Non siamo ancora riusciti a scovare Ramirez. Ha idea di dove possa essere? Ha detto niente di interessante prima che lei cominciasse a registrare?»

«Ha detto che mi aveva visto trascinare Lula dalla finestra. E che sapeva che la polizia era a casa mia. Doveva essere vicino.»

«Probabilmente chiamava dal telefono nell’auto.»

Ne convenni.

«Ecco il mio biglietto da visita.» Dorsey scrisse un numero dietro. «Questo è il numero di casa. Se vede Ramirez o le telefona, me lo faccia sapere immediatamente.»

«Gli sarà difficile nascondersi», osservai. «È una celebrità locale, lo si riconosce facilmente.»

Dorsey rimise la penna nella tasca interna della giacca e così ebbi modo di vedere la fondina che portava al fianco. «C’è un sacco di gente in questa città pronta a commettere un’infrazione per nascondere e proteggere Benito Ramirez. È già capitato in altre occasioni.»

«Sì, ma non avevate un nastro.»

«Giusto. Il nastro può fare la differenza.»

«Non farà nessuna differenza», dichiarò Jackie quando Dorsey se ne fu andato. «Ramirez fa quello che vuole. Non importa a nessuno se picchia una prostituta.»

«A noi importa», ribattei. «Possiamo fermarlo. E possiamo convincere Lula a testimoniare contro di lui.»

«Uhh», mormorò Jackie. «Tu non sai tante cose.»

Erano le tre quando ci permisero di vedere Lula. Lei non aveva ancora ripreso conoscenza. Ci dissero che la visita era limitata a dieci minuti ciascuna. Le strinsi una mano e le assicurai che se la sarebbe cavata. Quando il mio tempo fu scaduto, dissi a Jackie che dovevo andare a un appuntamento a cui non potevo mancare. Lei mi assicurò che sarebbe rimasta finché Lula riapriva gli occhi.

Arrivai da Sunny’s mezz’ora prima di Gazarra. Pagai la tariffa, comperai una scatola di munizioni e andai al poligono. Sparai alcuni colpi con il cane alzato e mi accinsi a esercitarmi seriamente. Immaginai di vedere Ramirez di fronte al bersaglio. Mirai al cuore, alle palle, al naso.

Gazarra arrivò alle quattro e mezzo. Lasciò cadere una scatola di munizioni sulla mia mensola ed entrò nella cabina accanto alla mia. Quando finii le due scatole di proiettili, mi sentivo piacevolmente rilassata e più sicura con la pistola. Ricaricai l’arma e la rimisi nella borsa. Finalmente battei la mano sulla spalla di Eddie e gli indicai che avevo finito.

Lui infilò la sua Glock nella fondina e mi seguì fuori. Aspettammo di essere nel parcheggio, prima di parlare.

«Ho saputo della telefonata», esordì Eddie. «Mi dispiace di non essere venuto, ma ero in servizio. Ho visto Dorsey al commissariato, ha detto che sei stata in gamba, ad accendere il registratore quando Ramirez era al telefono.»

«Avresti dovuto vedermi cinque minuti prima. Non riuscivo a ricordare il 911.»

«Non ti andrebbe l’idea di prenderti una vacanza?»

«Ci ho pensato.»

«Hai la pistola nella borsa?» volle sapere Eddie.

«Accidenti no, sarebbe un’infrazione alla legge.»

Gazarra sospirò. «Non farla vedere a nessuno, okay? E chiamami se hai paura. Shirley e io saremmo felici di ospitarti per tutto il tempo che vuoi.»

«Ti sono grata.»

«Ho controllato il numero di targa che mi hai dato. Appartiene a un veicolo sequestrato per sosta vietata e mai reclamato.»

«Ho visto Morelli guidare quel veicolo», riferii.

«Probabilmente se l’è fatto prestare.»

Sorridemmo entrambi al pensiero che il ricercato avesse rubato un furgone da un deposito di veicoli sequestrati.

«Sai niente di Carmen Sanchez? Ha una macchina?» domandai.

Gazarra tirò fuori un foglietto dalla tasca. «Questa è la marca e il numero della patente. L’auto non è stata sequestrata.»

Eddie tacque per un momento, poi si offrì: «Vuoi che ti accompagni a casa per assicurarci che nessuno si sia introdotto nel tuo appartamento?»

«Non è necessario», risposi. «Metà degli inquilini del palazzo probabilmente è ancora accampata nel mio corridoio.»

Ciò che più mi metteva a disagio era il sangue. Avrei dovuto entrare in casa e affrontare le orribili tracce del lavoro di Ramirez. Il sangue di Lula doveva essere ancora sul telefono, sulle pareti, sul banco in cucina e sul pavimento. Se la vista del sangue mi avesse provocato un nuovo attacco d’isteria, volevo cavarmela da sola, alla mia maniera.

Parcheggiai e sgattaiolai nello stabile inosservata. È l’ora buona, conclusi. I corridoi erano deserti, tutti erano in casa per la cena. Avevo la bomboletta in una mano e la pistola infilata nella cintura. Girai la chiave nella serratura e mi sentii mancare. Avanti, mi dissi, entra decisa, cerca sotto il letto eventuali stupratori, infilati un paio di guanti di gomma e pulisci il disastro.

Mossi un passo incerto nell’anticamera e compresi che qualcuno si trovava nel mio appartamento. Qualcuno stava spignattando in cucina: sbatteva le pentole e faceva correre l’acqua, rumori gradevoli tutto sommato. Sentivo anche in sottofondo lo sfrigolio del cibo in padella.

«Ehi!» gridai impugnando la pistola, con il cuore che mi batteva all’impazzata. «Chi c’è?»

Morelli uscì dalla cucina. «Io. Metti via la pistola. Dobbiamo parlare.»

«Gesù, che arroganza! Ti è mai passato per la testa che potrei spararti con questa pistola?»

«No, non ci ho mai pensato.»

«Sto esercitandomi, sono abbastanza brava con le armi.»

Lui si spostò dietro di me e chiuse la porta. «Già, devi essere proprio in gamba a sparare contro quelle sagome di cartone.»

«Che cosa ci fai in casa mia?»

«Preparo la cena.» Lui tornò ai suoi tegami. «Ho saputo che hai avuto una giornata difficile.»

La mia mente turbinava. Mi ero spaccata il cervello nel tentativo di trovare Morelli ed eccolo qui, in casa mia. In quel momento mi voltava le spalle, potevo sparargli nel sedere.

«Non vorrai sparare a un uomo disarmato», disse lui, leggendomi nel pensiero. «Qui nel New Jersey non approvano cose del genere. Lasciatelo dire da uno che se ne intende.»

E va bene, non gli avrei sparato. Lo avrei incastrato con il Sure Guard. Non se ne sarebbe neanche accorto.

Morelli gettò nella padella dei funghi freschi e continuò a cucinare. Un buon profumino si diffuse nella casa. Lui stava rigirando peperoni verdi e rossi, cipolle e funghi; i miei istinti omicidi si stavano affievolendo a mano a mano che aumentava l’acquolina in bocca.

Cercai, fra me e me, di giustificare la decisione di mettere da parte la bomboletta. Forse dovevo ascoltarlo, ma, in verità, le mie motivazioni erano più basse. Ero affamata e depressa, più spaventata di Ramirez che di Joe Morelli. Anzi, in un certo senso, mi sentivo sicura con Morelli in casa.

Una cosa alla volta, decisi. Prima mangia, poi gli spruzzi il gas, per dessert.

Lui si voltò a guardarmi. «Hai voglia di parlarne?»

«Ramirez ha quasi ammazzato Lula e l’ha appesa alla mia scala antincendio.»

«Ramirez è come un parassita che si alimenta con la paura degli altri. L’hai mai visto sul ring? I suoi fan lo adorano perché si mantiene lontano dall’avversario finché l’arbitro non gli intima di battersi. Gioca con l’avversario. Gli piace far scorrere il sangue, vuole punire chi gli sta di fronte. Parla con le sue vittime con quella sua voce suadente mentre le picchia, spiega loro che sarà sempre peggio e che si fermerà solo quando gli chiederanno di metterle KO. Così fa con le donne. Vuole vederle contorcersi dalla paura e dal dolore. Gli piace lasciare il suo marchio.»

Gettai la borsa sul banco. «Lo so. È bravissimo a mutilare le persone e a farsi supplicare. Si può dire che la sua è una vera ossessione.»

Morelli abbassò la fiamma del fornello. «Sto cercando di spaventarti, ma non credo che funzioni.»

«Sono già spaventata, più di così si muore.» Mi guardai intorno e notai che qualcuno aveva lavato il sangue. «Hai ripulito la cucina?»

«La cucina e la camera da letto. Dovrai far lavare il tappeto, però.»

«Grazie. Non avrei sopportato di vedere altro sangue.»

«È stato così brutto?»

«Già. Lei aveva la faccia irriconoscibile per le botte… e perdeva sangue dappertutto.» La voce mi morì in gola. Guardai il pavimento. «Merda.»

«C’è del vino nel frigorifero. Perché non scambi la pistola con un paio di bicchieri?»

«Perché sei così gentile con me?»

«Ho bisogno di te.»

«Cielo!»

«Non in quel senso.»

«Non intendevo in quel senso. Ho detto solo Cielo! Che cosa fai?»

«Bistecche. Le ho messe a cuocere quando sei entrata nel parcheggio.» Morelli versò il vino e mi porse il bicchiere. «Fai una vita un po’ spartana, qui.»

«Ho perso l’impiego e non sono riuscita a trovarne un altro. Ho venduto qualche mobile per tirare avanti.»

«È stato allora che hai deciso di lavorare per Vinnie?» volle sapere lui.

«Non avevo molte alternative», spiegai.

«Perciò mi dai la caccia solo per soldi. Niente di personale.»

«Al principio non era così.»

Lui si muoveva nella mia cucina come se ci fosse sempre vissuto; posò i piatti sul banco, prese un’insalatiera dal frigorifero. La sua disinvoltura avrebbe dovuto darmi sui nervi, ma in realtà era piacevole.

Morelli mise una bistecca su ciascun piatto, le coprì di peperoni e cipolle e vi aggiunse una patata al forno. Poi condì l’insalata, spense la griglia e si asciugò le mani. «Perché è personale, adesso?»

«Mi hai ammanettata all’asta della doccia, mi hai costretta a calarmi in un bidone per le immondizie per riprendere le mie chiavi! Ogni volta che ti incontro, fai il possibile per umiliarmi!»

«Non erano le tue chiavi, erano le mie.» Morelli bevve un sorso di vino e mi guardò negli occhi. «Mi hai rubato la macchina.»

«Avevo un piano», borbottai.

«Pensavi di incastrarmi se fossi venuto a riprendere l’auto?»

«Qualcosa di simile.»

Lui portò il suo piatto sul tavolo. «Ho saputo che da Macy’s assumono personale femminile.»

«Parli come mia madre.»

Morelli sogghignò e si tuffò sulla bistecca.

Era stata una giornata snervante, il vino e il buon cibo mi rianimarono. Mangiavamo allo stesso tavolo, seduti l’uno di fronte all’altra, gustando il pasto come una vecchia coppia. Ripulii il piatto e spinsi indietro la sedia. «Che cosa ti serve?»

«Collaborazione», rispose lui pronto. «In cambio cercherò di farti incassare il tuo premio in denaro.»

«Sono tutta orecchi.»

«Carmen Sanchez era un’informatrice. Una sera me ne stavo a casa a guardare la televisione, quando mi ha telefonato chiedendo aiuto. Mi dice di esser stata violentata e picchiata. Ha bisogno di soldi e di un posto sicuro dove nascondersi. In cambio mi fornirà informazioni importanti.

«Quando arrivo a casa sua, Ziggy Kulesza mi apre la porta e Carmen non si vede. Un altro individuo, il testimone scomparso, esce dalla camera da letto, mi riconosce chissà come, e si fa prendere dal panico. ‘Quest’uomo è un poliziotto’, grida a Ziggy. ‘Hai aperto la porta a un maledetto piedipiatti!’

«Ziggy mi punta una pistola e spara, io rispondo al fuoco e sparo a bruciapelo. Dopo di che, l’unica cosa che ricordo è che stavo fissando il soffitto. Il secondo individuo è sparito, Carmen pure, come la pistola di Ziggy.»

«Ma lui come può aver fallito il colpo a distanza così ravvicinata? E se ti ha mancato, dov’è finito il proiettile?» osservai.

«L’unica spiegazione che mi è venuta in mente è che la pistola si era inceppata.»

«Sicché adesso vuoi trovare Carmen perché convalidi la tua versione», ragionai.

«Non credo che Carmen potrà convalidare la storia di nessuno. La mia convinzione è che la ragazza sia stata picchiata da Ramirez, che poi ha mandato Ziggy e il suo amico a finire l’opera. Ziggy faceva tutto il lavoro sporco per Ramirez.

«Quando sei sempre sulla strada come me, si vengono a sapere tante cose. Ramirez ama infliggere sevizie alle donne. È capitato che due o tre ragazze viste l’ultima volta in sua compagnia, siano poi scomparse. Credo che lui le faccia portar via e poi le uccida. Oppure le picchia a sangue e poi manda qualcuno a finire il lavoretto per evitare che trapeli qualcosa. Dopo di che il corpo sparisce. Nessun cadavere, nessun reato. Credo che Carmen fosse morta nella camera da letto quando sono arrivato. Ecco perché Ziggy era terrorizzato.»

«C’è una sola porta», gli ricordai. «E nessuno l’ha vista uscire, viva o morta.»

«In camera da letto c’è una finestra che dà sulla strada di servizio», mi ricordò Morelli.

«Pensi che Carmen sia stata calata dalla finestra?»

Morelli mise il piatto nel lavello e accese la macchinetta del caffè. «Sto cercando l’individuo che mi ha riconosciuto. Ziggy ha mollato la pistola quando è caduto a terra. L’ho vista cadere da qualche parte. Quando sono stato colpito da dietro, il complice di Ziggy, deve aver preso la pistola, poi è sgusciato in camera, ha gettato Carmen dalla finestra e l’ha seguita.»

«Sono stata alla casa della Sanchez. È un bel salto, se non sei morto.»

Morelli strinse le spalle. «Forse lui è riuscito a intrufolarsi tra le persone chine su Ziggy e me. È uscito dalla porta sul retro, ha raccolto Carmen e si è allontanato con una macchina.»

«Adesso parliamo dei miei diecimila dollari.»

«Aiutami a dimostrare che ho sparato a Kulesza per legittima difesa e mi lascerò arrestare.»

«E, secondo te, come riuscirò a farlo?»

«L’unico legame con il testimone scomparso è Ramirez. L’ho tenuto d’occhio, ma senza risultato. Purtroppo non ho libertà di movimento. Ultimamente ho passato più ore a nascondermi che a cercare. Ho l’impressione di non avere più tempo né idee.»

Morelli tacque per alcuni secondi, poi riprese: «Nessuno sospetterebbe mai che sia tu ad aiutarmi».

«Perché dovrei darti una mano? Perché non dovrei cogliere l’occasione di portarti dentro?» obiettai.

«Perché sono innocente.»

«Questo è un problema tuo, non mio.» Era una risposta dura, che non rifletteva interamente la verità. Il fatto era che cominciavo a mostrarmi un po’ troppo tenera verso Morelli.

«Allora mettiamola così: mentre mi aiuti a cercare il testimone, io ti proteggo da Ramirez», propose lui.

Stavo per ribattere che non avevo bisogno di protezione, ma era semplicemente assurdo. Dovevo essere protetta, eccome. «E che succede se Dorsey arresta Ramirez e io non ho più bisogno della tua protezione?»

«Ramirez uscirà subito di galera su cauzione e doppiamente famelico. Ha amici potenti.»

«In che modo hai intenzione di proteggermi?» volli sapere.

«Ti offro protezione fisica, tesoro.»

«Non dormirai nel mio appartamento.»

«Dormirò nel furgone. Domani installerò i congegni necessari.»

«E stanotte?»

«Decidi tu», rispose Morelli. «Probabilmente ora non corri nessun pericolo. A parer mio, Ramirez vuol giocare con te per un po’. Per lui è come un combattimento. Vorrà gustarsi tutti i dieci round.»

Ero d’accordo. Ramirez avrebbe potuto introdursi in camera mia fracassando la finestra, ma preferiva aspettare.

«Anche se volessi aiutarti, non saprei da dove cominciare», osservai. «Che cosa posso fare io che non abbia già fatto tu? Forse il testimone è scappato in Argentina.»

«No, non è in Argentina. È qui ad ammazzare la gente, chiunque lo possa riconoscere. Ha ucciso due persone che abitavano nel palazzo di Carmen e ha fallito nel tentativo di eliminare la terza. Anch’io sono sulla sua lista, ma non riesce a trovarmi perché mi nascondo, e se mi mostro in pubblico per stanarlo, la polizia mi beccherà.»

Mi si accese una lampadina. «Vuoi che faccia da esca. Vuoi farmi ballonzolare sotto il naso di Ramirez e ti aspetti che gli tiri fuori delle informazioni mentre lui sperimenta su di me le sue tecniche di tortura. Gesù, Morelli, so che ce l’hai con me per quella volta che ti ho investito con la Buick, ma non pensi di esagerare con la tua vendetta?»

«Non si tratta di vendetta. La verità è… che mi piaci.» La bocca di Morelli si addolcì in un sorriso allettante. «In circostanze diverse tenterei perfino di riparare ai vecchi torti.»

«Oh, cielo.»

«Quando questa storia sarà finita, cercheremo di cancellare quella vena di cinismo che hai acquisito.»

«Tu mi chiedi di mettere in pericolo la mia vita per salvarti la pelle.»

«La tua vita è già in pericolo. Sei perseguitata da un gigante che stupra e tortura le donne. Se riusciamo a scovare il mio testimone, possiamo provare che è legato a Ramirez e mandarli entrambi in galera o in manicomio per il resto della loro vita.»

Morelli aveva un punto a suo favore.

«Piazzerò un microfono in anticamera e in camera da letto». riprese lui. «Così sentirò tutto ciò che avviene nell’appartamento, tranne che nel bagno. Se chiudi la porta del bagno probabilmente, non potrò sentire niente. Quando esci, nasconderemo un dispositivo d’intercettazione sotto la tua camicia, così potrò seguirti a distanza.»

Tirai un profondo sospiro. «Mi lascerai incassare il premio quando troveremo il testimone?»

«Certamente.»

«Hai detto che Carmen era un’informatrice. Che genere di informazioni ti passava?»

«Vendeva qualsiasi briciola di notizia le capitava. Per la maggior parte sullo spaccio di droga e nomi di appartenenti a una posse. Non so che cosa volesse riferirmi, quando mi ha chiamato. Non l’ho mai saputo.»

«Membri di una posse?» ripetei.

«Ma sì, i componenti di una gang di giamaicani. Striker ha messo su la banda principale a Philadelphia e mette lo zampino in qualunque affare di droga qui a Trenton. Al confronto quelli della mafia sembrano delle mammolette. I suoi ragazzi portano qui la droga più velocemente di quanto riescano a venderla e noi non sappiamo come ci arrivi. Abbiamo avuto dodici decessi per overdose da eroina, questa estate. La merce è così disponibile che gli spacciatori non si curano neppure di tagliarla secondo le regole.»

«Credi che Carmen avesse informazioni su Striker?» chiesi.

Morelli mi fissò per qualche istante. «No», disse finalmente. «Credo che volesse dirmi qualcosa sul conto di Ramirez. Probabilmente aveva sentito qualcosa mentre era con lui.»

11

Il telefono squillò alle sette. Rispose la segreteria telefonica e riconobbi la voce di Morelli. «Sorgi e splendi», disse allegramente. «Sarò davanti alla tua porta fra dieci minuti per installare i dispositivi. Metti su il caffè.»

Preparai la macchinetta, mi lavai i denti e indossai dei pantaloncini e una camicetta. Morelli arrivò con cinque minuti d’anticipo reggendo una borsa per gli attrezzi. Sulla sua camicia a maniche corte spiccava un adesivo incollato sul taschino con la scritta LONG’S SERVICE.

«Che cos’è Long’s Service?» domandai.

«Tutto quello che ti fa comodo.»

«Ah, ah. Un travestimento.»

Lui gettò gli occhiali da sole sul banco della cucina e si avvicinò alla caffettiera. «La gente non fa caso agli operai. Ricordano il colore della divisa e niente altro. E se sei in gamba, con una divisa entri in qualunque stabile.»

Mi versai il caffè e composi il numero dell’ospedale per avere notizie di Lula. Mi dissero che le sue condizioni erano stazionarie.

«Devi andare a parlarle», suggerì Morelli. «Accertati che non voglia ritirare le accuse. Ieri sera hanno arrestato Ramirez e l’hanno interrogato per violenza carnale aggravata. È già fuori. Rilasciato sulla parola.»

Posò la tazzina del caffè, aprì la borsa degli attrezzi e tirò fuori un piccolo cacciavite e due piastre per coprire gli attacchi elettrici. «Sembrano comuni spine a muro», spiegò, «ma internamente nascondono congegni d’ascolto. Le uso perché non richiedono la sostituzione della batteria. Funzionano. Sono molto sicure.»

Staccò la piastra della presa in anticamera, collegò i fili lavorando con un paio di pinze con le punte di gomma. «Così, mi è possibile ascoltare e registrare dal furgone. Se Ramirez tentasse di entrare qui o si presentasse alla porta, dovrai seguire il tuo istinto. Se pensi di riuscire a farlo parlare per cavargli delle informazioni senza correre pericoli, fa’ pure.»

Morelli finì di lavorare in anticamera e si trasferì in camera da letto, ripetendo l’operazione. «Ricordati due cose: se accendi la radio non posso sentire quello che succede qua dentro. E se devo intervenire, è probabile che lo faccia dalla finestra della camera. Perciò lascia le tende chiuse per darmi un minimo di copertura.»

«Credi che si arriverà a tanto?»

«Spero di no. Cerca di far parlare Ramirez al telefono e ricordati di registrare.» Morelli rimise il cacciavite nella borsa, poi tirò fuori un rotolo di cerotto e una scatoletta di plastica delle dimensioni di un pacchetto di gomma da masticare.

«Questa è una trasmittente in miniatura. Funziona con batterie al litio da nove volt, per una durata di quindici ore. È dotata di un microfono esterno, pesa diciannove grammi e costa milleduecento dollari. Non perderlo e non tenerlo addosso sotto la doccia.»

«Forse Ramirez si comporterà meglio, ora che è stato accusato di violenza e lesioni», osservai.

«Lui non sa distinguere il bene dal male.»

«Qual è il programma della giornata?» volli sapere.

«Pensavo che potremmo tornare in Stark Street. Ora che non devi più preoccuparti di farmi impazzire, potresti concentrarti per far innervosire Ramirez. Costringilo a compiere un’altra mossa.»

«Gesù, Stark Street! Il mio luogo preferito. E che cosa dovrei fare?»

«Passeggia, cerca di apparire sexy, fa’ domande irritanti quanto basta per innervosire i tuoi interlocutori. Sono cose che ti vengono naturali, no?»

«Conosci Jimmy Alpha?» chiesi.

«Tutti lo conoscono.»

«Che ne pensi di lui?»

«Provo sentimenti contrastanti. Quando ho avuto a che fare con lui, si è sempre mostrato una persona perbene. Io credevo che fosse un grande manager. Ha lavorato bene con Ramirez, gli ha procurato incontri di prestigio e bravi allenatori.» Morelli si riempì la tazza di caffè. «Individui come Jimmy Alpha passano la vita intera sperando di trovare qualcuno del calibro di Ramirez. I più non ci arrivano nemmeno vicino. Essere il manager di Ramirez è come possedere il biglietto vincente della lotteria da un milione di dollari… anzi, meglio, perché il pugile continuerà a rendere. Ramirez è una miniera d’oro. Purtroppo è anche un pazzo fottuto e Alpha si trova spesso in difficoltà.»

«L’ho pensato anch’io. Possedere quel biglietto vincente può indurre una persona a chiudere un occhio sulle colpe di Ramirez.»

«Specialmente ora che hanno cominciato a guadagnare un sacco di soldi. Alpha ha mantenuto il pugile per anni, quando era solo un teppistello. Ora Ramirez detiene il titolo e ha firmato un contratto per incontri trasmessi in televisione. A conti fatti, per Alpha vale milioni.»

«Così, secondo te, Alpha si è compromesso.»

«Penso che lui non sia responsabile, sul piano criminale.»

Morelli guardò l’orologio. «Per prima cosa, la mattina, Ramirez fa un po’ di moto, poi consuma il breakfast in un piccolo locale di fronte alla palestra. Dopo colazione, si allena in palestra, dove solitamente rimane fino alle quattro.»

«Lungo, come allenamento», commentai.

«Non ha ancora raggiunto la condizione. Se dovesse combattere con un pugile appena decente, si troverebbe nei guai. I suoi due ultimi avversari erano dei dilettanti. Fra tre settimane ha un incontro con un’altra scartina. Dopo di che comincerà a prepararsi seriamente per il match con Lionel Reesey.»

«Vedo che sai un sacco di cose sulla boxe.»

«La boxe è lo sport più gratificante. Uomo contro uomo, combattimento primordiale. È come il sesso… ti mette in contatto con la bestia.»

Emisi un suono strozzato.

Lui prese un’arancia dal cesto di frutta sul banco. «Sei avvelenata perché non sai ricordare l’ultima volta che hai visto la bestia.»

«Ti sbagli.»

«Tesoro, è come dico io. Mi sono informato, non hai una vita sociale.»

Gli feci segno con la mano di andare a farsi fottere. «E di questa che te ne pare?»

Lui sorrise. «Sei carina quando ti comporti da stupida. Se vuoi che scateni la bestia, fammelo sapere, in qualsiasi momento.»

Prima o poi lo avrei attaccato con il gas. Magari non lo avrei portato dentro, ma mi sarei divertita un mondo a vederlo svenire e vomitare.

«Devo andare», disse Morelli. «Un tuo vicino mi ha visto entrare, e non vorrei rovinarti la reputazione fermandomi troppo a lungo. Vieni in Stark Street verso mezzogiorno, gironzola per un’oretta o due e portati la trasmittente. Io ti sorveglierò e starò in ascolto.»

Dovevo far passare la mattinata, perciò uscii a correre. Non fu affatto piacevole, ma almeno evitai di vedere Eddie Gazarra e di sentire i suoi commenti sulla mia faccia accaldata. Feci colazione e una lunga doccia, pensando a come avrei speso il mio denaro dopo aver messo nel sacco Morelli.

Calzai un paio di sandali con le fibbie a strappo, una minigonna nera, aderente, lavorata a maglia, e un top elasticizzato rosso con una scollatura vertiginosa che lasciava intravedere quanto sporgeva dal reggiseno. Spruzzai la lacca sui capelli per aumentarne il volume. Segnai i miei occhi con un eye-liner blu notte e inumidii le ciglia con del mascara; passai sulle labbra un rossetto color rosso fiamma e mi attaccai ai lobi gli orecchini più vistosi che possedevo. Mi laccai le unghie con uno smalto dello stesso colore del rossetto e finalmente mi guardai allo specchio.

Sembravo proprio una donnaccia.

Erano le undici. Un po’ presto, ma volevo sbrigarmi per andare a trovare Lula. Dopo l’ospedale, contavo di esercitarmi al poligono e infine tornare a casa ad aspettare che il telefono squillasse.

Parcheggiai a un isolato dalla palestra e mi incamminai nella via con il borsone a tracolla e la mano stretta sulla bomboletta Sure Guard. Avevo scoperto che la trasmittente si vedeva sotto il top attillato, così avevo dovuto infilarmela nelle mutandine. Alla faccia tua, Morelli.

Il furgone era parcheggiato quasi di fronte alla palestra. Jackie si trovava fra me e il veicolo. Appariva anche più imbronciata del solito.

«Come sta Lula?» m’informai. «Sei stata all’ospedale, oggi?»

«Non ci sono ore di visita, al mattino. E comunque non ho tempo di andare a trovarla, devo guadagnarmi la pagnotta.»

«Quando ho telefonato all’ospedale, mi hanno detto che le sue condizioni erano stazionarie.»

«Già. L’hanno trasferita in una camera, dovrà restare ancora un po’ perché i medici temono un’emorragia interna, ma credo che se la caverà.»

«Ha un posto sicuro dove andare, quando uscirà?»

«Nessun luogo sarà sicuro per Lula quando la dimetteranno dall’ospedale, a meno che non si faccia furba. Dovrà dire alla polizia che un bianco figlio di buona donna l’ha tagliata a fette.»

Sbirciai lungo la strada verso il furgone e mi parve di sentire il grugnito di esasperazione di Morelli. «Qualcuno deve fermare Ramirez», dissi.

«Non sarà certo Lula», ribatté Jackie. «Che cosa può testimonare, secondo te? Credi che la gente crederà a una puttana? Diranno che ha avuto quel che si meritava e che probabilmente il suo protettore gliele ha date di santa ragione per causa tua. O forse diranno anche che ti sei messa a battere senza pagare un pappone e che qualcuno ha voluto darti una lezione.»

«Hai visto Ramirez, oggi? È in palestra?»

«Non lo so. I miei occhi non vedono mai Ramirez: per quello che mi riguarda, è l’uomo invisibile.»

Mi aspettavo una reazione del genere. E probabilmente Jackie aveva ragione sulla testimonianza di Lula. Ramirez avrebbe assunto il miglior avvocato dello stato, che non avrebbe certo sudato troppo per screditare Lula.

Proseguii nella via. Qualcuno ha visto Carmen Sanchez? domandai qua e là. È vero che era stata vista con Benito Ramirez la sera in cui Ziggy venne ucciso?

Nessuno l’aveva vista. Nessuno sapeva niente della donna e di Ramirez.

Gironzolai per un’altra ora e conclusi l’operazione attraversando la strada per andare a deporre qualche dispiacere ai piedi di Jimmy Alpha. Stavolta non entrai nel suo ufficio come un ciclone. Aspettai pazientemente che la segretaria mi annunciasse.

Non parve sorpreso di vedermi. Probabilmente mi osservava dalla finestra. Aveva profonde occhiaie scure, come quando uno passa una notte insonne e affronta dei problemi senza soluzione. Mi piantai davanti alla scrivania e per un minuto intero ci fissammo senza parlare.

«Ha saputo di Lula?» chiesi finalmente.

Alpha annuì.

«L’ha quasi ammazzata, Jimmy. L’ha coperta di tagli e di botte, poi l’ha lasciata appesa alla mia scala antincendio. Quindi mi ha telefonato per domandarmi se avevo ricevuto il suo regalo e mi ha minacciata dicendomi che dovevo aspettarmi una sorte peggiore.»

Alpha fece di nuovo un cenno con la testa, ma stavolta di diniego. «Gli ho parlato», disse. «Benito ammette di aver trascorso un po’ di tempo con Lula e forse di essere stato piuttosto rude con lei, ma niente di più. Ha detto che qualcuno deve aver avuto rapporti con la ragazza dopo di lui. Afferma che qualcuno vuole screditarlo.»

«Gli ho parlato al telefono, ho sentito bene. È tutto registrato.»

«Benito giura che non era lui.»

«E lei gli crede?»

«So che è un po’ pazzo con le donne. Ha quell’atteggiamento del maschio duro, teme di non essere rispettato come merita. Ma proprio non lo vedo appendere una donna su una scala di sicurezza e non me l’immagino mentre fa una telefonata del genere. Capisco che non sia Einstein, ma non è così scemo.»

«Non è scemo, Jimmy, è malato. Ha fatto cose terribili.»

Alpha si passò una mano fra i capelli. «Non so, forse ha ragione. Senta, mi faccia un favore, stia lontana da Stark Street per un po’. La polizia sta investigando su quanto è successo a Lula. Qualsiasi cosa scoprano… dovrò adeguarmi. Nel frattempo devo preparare Benito a combattere. Si batterà contro Tommy Clark fra tre settimane. Clark non rappresenta una minaccia, ma bisogna prendere ugualmente sul serio questi incontri. I fan comperano il biglietto, si meritano un buon match. Se Benito la vede, si agita, capisce? È già dura convincerlo ad allenarsi…»

C’erano meno di dieci gradi nell’ufficio, ma Alpha aveva un alone scuro sotto le ascelle. Al suo posto, avrei sudato anch’io. Lui vedeva il suo sogno trasformarsi in un incubo e non aveva il coraggio di affrontarlo.

Gli spiegai che avevo un lavoro da svolgere e che non potevo star lontana da Stark Street. Uscii e scesi l’unica rampa di scale. Sedetti sull’ultimo scalino e parlai abbassando la testa verso l’inguine. «Maledizione, è stato davvero deprimente.»

Sull’altro lato della via, Morelli ascoltava nel furgone. Non riuscivo a immaginare che cosa pensasse.

Morelli bussò alla mia porta alle dieci e mezzo di quella sera. Teneva una confezione da sei lattine di birra, una pizza e un televisore portabile sotto il braccio. Non indossava la divisa, ma un paio di jeans e una maglietta della marina.

«Un altro giorno in quel furgone e potrei essere contento di andare in galera», dichiarò.

«La pizza l’hai presa da Pino’s

«E dove, se no?»

«Come hai fatto ad averla?»

«Pino consegna anche ai criminali.» Morelli si guardò attorno. «Dov’è l’attacco del televisore?»

«In soggiorno.»

Morelli inserì il cavo della TV nella presa, posò la pizza e la birra sul pavimento e premette il telecomando. «Hai ricevuto telefonate?»

«Nessuna.»

Aprì una birra. «È ancora presto. Ramirez lavora meglio di notte.»

«Ho parlato con Lula. Non testimonierà», annunciai.

«Bella sorpresa.»

Sedetti sul pavimento vicino alla scatola della pizza. «Hai sentito la mia conversazione con Alpha?»

«Sì, l’ho sentita. Come accidenti ti eri agghindata?»

«Ero vestita da puttana. Volevo accelerare le cose.»

«Cristo, gli uomini ti rincorrevano in auto fin sul marciapiede. E tu dove hai nascosto il microfono? Non ce l’avevi sotto il top. Mi sarei accorto persino di un pezzetto di scotch.»

«L’ho messo nelle mutande.»

«Magnifico!» esclamò Morelli. «Quando lo riavrò, lo farò indorare.»

Aprii anch’io una lattina di birra e presi un pezzo di pizza. «E Alpha? Credi che potremmo convincerlo a testimoniare contro Ramirez?»

Morelli era occupato a cambiare continuamente canale, trovò una partita di football, guardò per qualche secondo. «Dipende da quello che sa. Se è deciso a cacciare la testa sotto la sabbia, non vorrà cacciarsi nei guai. Dopo che te ne sei andata, Dorsey gli ha fatto una visita e ha ottenuto meno di te.»

«Avevi messo un microfono nell’ufficio di Alpha?» gli chiesi.

«No. Chiacchiere da bar, l’ho saputo da Pino’s.»

Era rimasto solo un pezzo di pizza. Entrambi la puntavamo.

«Ti fa ingrassare», avvertì Morelli.

Aveva ragione, ma presi ugualmente la pizza.

Buttai fuori Morelli poco dopo l’una e mi coricai. Dormii tutta la notte e al mattino vidi che non c’erano messaggi sulla segreteria telefonica. Stavo per accendere la macchinetta del caffè quando suonò l’allarme dell’auto, nel parcheggio sottostante. Afferrai le chiavi e mi precipitai fuori, saltando gli scalini tre per volta. La portiera del posto di guida era aperta, quando raggiunsi la Cherokee. Disattivai e reinserii l’allarme, e rientrai in casa.

Morelli era in cucina, si vedeva che per lo sforzo di star calmo gli era salita la pressione.

«Non volevo che rubassero la tua auto», spiegai. «Perciò ho fatto mettere l’allarme.»

«Non era degli altri che ti preoccupavi, ma del sottoscritto. Hai fatto mettere l’antifurto nella mia maledetta auto perché non te la portassi via sotto il naso!»

«Però ha funzionato. Che cosa ci facevi nella nostra macchina?»

«Non è la nostra, ma la mia macchina. Ti permetto di guidarla. Andavo a prendere qualcosa per la colazione.»

«Perché non hai usato il furgone?»

«Perché volevo guidare la mia auto. Giuro che quando questa storia sarà conclusa, mi trasferisco in Alaska. A costo di qualunque sacrificio, sono deciso a mettere migliaia di chilometri fra noi. Perché se rimango qui, ti strangolo e mi accuseranno di omicidio di primo grado.»

«Gesù, Morelli, come ti scaldi! Cerca di calmarti. È solo un antifurto, dovresti ringraziarmi. L’ho fatto installare con i miei soldi.»

«Merda, e di cosa debbo ringraziarti?»

«Sei decisamente sotto stress, in questi ultimi tempi.»

Qualcuno bussò alla porta, sobbalzammo tutti e due.

Morelli arrivò prima di me allo spioncino. Si ritrasse di parecchi passi e mi trascinò con lui. «È Morty Beyers.»

Altro colpo alla porta.

«Non può arrestarti», dichiarai. «Tu sei mio, non ti divido con nessuno.»

Andai alla porta a dare un’occhiata personalmente. Non avevo mai visto Morty Beyers, ma l’uomo dietro l’uscio aveva l’aria di uno che avesse appena subito una appendicectomia. Era prossimo ai quarant’anni, in sovrappeso, faccia color cenere; era piegato e si teneva lo stomaco. I suoi capelli color sabbia erano pettinati in modo da coprire la calvizie incipiente ed erano lucidi di sudore.

Gli aprii.

«Morty Beyers», si presentò tendendo la mano. «Tu devi essere Stephanie Plum.»

«Ma non eri in ospedale?»

«Per una appendicite, basta un ricovero di poche ore. Ho ripreso a lavorare. Mi hanno detto che sono come nuovo.»

Non sembrava, a guardarlo. Anzi, dava l’impressione di aver incontrato uno spettro sulle scale. «Ti fa male lo stomaco?»

«Solo se sto eretto.»

«Che cosa posso fare per te?»

«Vinnie mi ha detto che avevi per le mani i miei casi. Ora che sto bene, pensavo…»

«Di riprenderti il materiale», conclusi.

«Già. Senti, mi dispiace che tu non abbia avuto successo.»

«Non è stato un fiasco completo, ho arrestato due ricercati.»

Beyers annuì. «Nessuna fortuna con Morelli?»

«Assolutamente.»

«Ti sembrerà strano, ma giurerei di aver visto la sua auto nel parcheggio.»

«L’ho rubata», risposi pronta. «Pensavo di snidarlo costringendolo a venire a riprendersi l’auto.»

«L’hai rubata?! Davvero? Gesù, è fantastico.» Morty stava appoggiato al muro con la mano premuta sull’inguine.

«Vuoi sederti per un minuto? Desideri un po’ d’acqua?»

«No, sto bene. Devo andare al lavoro. Volevo solo le foto e il resto.»

Corsi in cucina, radunai le schede e tornai alla porta. «Ecco il materiale.»

«Perfetto.» Lui infilò i fascicoli sotto il braccio. «Dunque hai intenzione di tenerti la macchina per un po’?»

«Non ho ancora deciso.»

«Se ti capitasse di vedere Morelli camminare per strada, lo porteresti dentro?»

«Sì.»

Beyers sorrise. «Al tuo posto, farei la stessa cosa. Non mi arrenderei solo perché è finita la settimana di prova. Resti fra noi, Vinnie pagherebbe chiunque gli riportasse Morelli. Be’, adesso vado. E grazie.»

«Curati», gli suggerii.

«Certo. Prenderò l’ascensore.»

Chiusi la porta, feci scorrere il catenaccio e agganciai la catena. Quando mi voltai, Morelli stava in piedi sulla soglia della camera da letto. «Pensi che sapesse che eri qui?» gli chiesi.

«Se l’avesse saputo, ora avrei la sua pistola puntata alla fronte. Non sottovalutare Beyers. Non è così stupido come sembra e non è così gentile come vorrebbe farti credere. Era un poliziotto. L’hanno sbattuto fuori perché chiedeva favori alle prostitute, di entrambi i sessi. Noi lo chiamavamo Morty la Talpa perché infilava il pisello in qualsiasi buco trovasse.»

«Scommetto che lui e Vinnie vanno perfettamente d’accordo.»

Andai alla finestra e guardai giù nel parcheggio. Beyers stava esaminando l’auto di Morelli, sbirciava dai finestrini. Provò la maniglia della portiera e la serratura del baule. Poi scrisse qualcosa sulla copertina di un fascicolo. Si drizzò leggermente e si guardò attorno nel piazzale. La sua attenzione era ora attirata dal furgone. Si avvicinò lentamente al veicolo e premette il naso sui finestrini per vedere l’interno; alla fine si issò faticosamente sul paraurti anteriore per sbirciare attraverso il parabrezza. Si tirò indietro per guardare le antenne. Andò dietro il furgone e copiò il numero di targa. Poi si voltò e guardò su verso lo stabile. Balzai indietro dalla finestra.

Dopo cinque minuti risuonò un altro colpo alla porta.

«Mi chiedevo a proposito di quel furgone nel parcheggio…», disse Beyers. «L’hai notato?»

«Quello blu con le antenne?»

«Sì. Conosci il proprietario?»

«No, ma è lì da un po’ di tempo.»

Chiusi l’uscio e osservai Beyers dallo spioncino. Rimase in piedi a riflettere per un momento, poi bussò alla porta del signor Molesky. Mostrò al mio coinquilino la foto di Morelli e gli rivolse alcune domande. Finalmente, ringraziò Molesky, gli diede il suo biglietto da visita e si allontanò.

Tornai alla finestra, ma Beyers non apparve nel parcheggio. «Va a chiedere di porta in porta», dissi.

Morelli e io continuammo a guardare dalla finestra e finalmente Beyers si avviò zoppicando verso la sua auto. Aveva una Ford Escort blu scuro di modello recente, dotata di telefono. Uscì dal parcheggio e svoltò in direzione della St. James.

Morelli era in cucina con la testa nel frigorifero. «Beyers sarà una grossa seccatura. Andrà a controllare la targa del furgone e metterà insieme due più due.»

«Questo che cosa significa per te?»

«Mi costringe ad andarmene da Trenton finché non trovo un altro veicolo», spiegò mentre tirava fuori un cartone di succo d’arancia e una pagnotta di pane con l’uva. «Metti in conto questa roba. Devo andarmene.» Si fermò alla porta. «Temo che per un po’ dovrai cavartela da sola. Chiuditi in casa, non aprire a nessuno e dovrebbe andare tutto bene. In alternativa potresti venire con me, ma se ci beccano insieme tu diventi complice.»

«Resterò qui, non preoccuparti.»

«Promettimi che non uscirai.»

«Prometto, prometto!»

Certe promesse sono fatte per essere violate. Come questa. Non avevo nessuna intenzione di star seduta con le mani in mano ad aspettare Ramirez. Ero in attesa di sue notizie dal giorno prima. Volevo darci un taglio. Volevo Ramirez dietro le sbarre. E non vedevo l’ora d’incassare il premio per continuare a vivere la mia vita.

Guardai fuori dalla finestra per assicurarmi che Morelli se ne fosse andato. Presi il borsone e chiusi la porta a chiave. Mi diressi verso Stark Steet e parcheggiai di fronte alla palestra. Non avevo il coraggio di muovermi liberamente nella via, senza Morelli, perciò rimasi in macchina con i finestrini alzati e le portiere chiuse con la sicura. Ero certa che ormai Ramirez conosceva la Cherokee. Meglio così.

A intervalli di mezz’ora accendevo l’aria condizionata per mantenere bassa la temperatura e rompere la monotonia. Molte volte guardai verso l’ufficio di Jimmy Alpha e notai una faccia alla finestra. Niente, invece, dietro le finestre della palestra.

Alle dodici e trenta Alpha attraversò la strada e bussò al finestrino.

Abbassai il vetro. «Mi scusi se ho parcheggiato in questo punto, Jimmy, ma devo continuare la sorveglianza per individuare Morelli. Sono sicura che capirà.»

Lui aggrottò le sopracciglia. «Non afferro. Se io cercassi Morelli, terrei d’occhio i suoi parenti e amici. Cos’è questa storia di Stark Street e Carmen Sanchez?»

«Ho una mia teoria su quanto è accaduto. Credo che Benito abbia abusato di Carmen proprio come ha fatto con Lula. Credo che poi, preso dal panico, abbia mandato Ziggy e qualcun altro da Carmen per assicurarsi che la donna non facesse troppo baccano. Sono quasi convinta che Morelli sia entrato in quel momento e che abbia sparato a Ziggy per legittima difesa, come afferma lui stesso. Poi, non si sa come, Carmen, l’altro complice e la pistola di Ziggy sono spariti. Credo che Morelli li stia cercando e che Stark Street sia il posto dov’è più logico cercare.»

«Pazzesco. Come è giunta a questa ridicola conclusione?»

«Ho letto il verbale d’arresto di Morelli.»

Alpha appariva disgustato. «Cosa credeva che dicesse, Morelli? Che ha sparato a Ziggy per il gusto di sparare? Benito è un bersaglio facile, con la sua reputazione di essere un po’ troppo aggressivo con le donne. E Ziggy lavorava per lui, perciò Morelli ha preso lo spunto da lì.»

«E il testimone scomparso? Anche lui doveva lavorare per Benito», gli feci notare.

«Non so niente del testimone scomparso», borbottò Alpha.

«Dicono che ha il naso schiacciato come se fosse stato appiattito con un tegame. Una faccia che si nota.»

Alpha sorrise. «Non in una palestra di terza categoria. Metà dei tipacci che lavorano là hanno un naso simile.» Guardò l’orologio e soggiunse: «Sono in ritardo per il pranzo. Mi sembra piuttosto accaldata, così tappata in macchina. Vuole che le porti qualcosa? Una bibita fresca? Un panino?»

«Sto bene così. Fra poco anch’io farò un break per pranzo. Devo andare anche alla toilette.»

«C’è un gabinetto al secondo piano. Si faccia dare la chiave da Lorna. Le dica che ha il mio permesso.»

Pensai che fosse molto cortese da parte di Alpha offrirmi l’uso del suo bagno, ma non volevo correre il rischio che Ramirez mi giocasse qualche brutto scherzo mentre mi trovavo alla toilette.

Scrutai la strada in tutta la sua lunghezza e mi allontanai per andare alla ricerca di una tavola calda. Tornai nello stesso punto dove avevo parcheggiato prima, mi sentivo più rilassata e doppiamente annoiata. M’ero portata un libro, ma era difficile leggere e sudare allo stesso tempo. Sudare aveva la precedenza.

Alle tre avevo i capelli increspati e incollati sul collo e sulla faccia, la camicia attaccata alla schiena e il petto bagnato di sudore. Sentivo i crampi alle gambe, un fastidioso tic mi tormentava l’occhio sinistro.

Finora nessun segno di Ramirez. Il traffico dei pedoni era ristretto a poche chiazze d’ombra, per lo più la gente preferiva rifugiarsi nei bar con l’aria condizionata. Io ero l’unica scema rimasta seduta ad arrostire in una macchina. Perfino le prostitute erano sparite per una pausa di metà pomeriggio.

Strinsi nella mano la mia bomboletta e scesi dalla Cherokee, gemendo sommessamente per il gran mal di schiena. Mi stirai, saltellai, girai attorno all’auto e mi toccai le punte dei piedi. Una leggera brezza scendeva per Stark Street, mi sentivo sin troppo felice. D’accordo l’aria era torrida, ma se non altro si muoveva.

Mi appoggiai alla macchina e scostai la camicia dal corpo sudato.

Jackie emerse dal Grand Hotel e venne verso di me, diretta al suo angolo. «Sei distrutta dal caldo», disse, allungandomi una Coca gelata.

Feci saltare il tappo e bevvi; poi appoggiai il barattolo freddo alla fronte. «Grazie. Magnifico.»

«Non credere che stia diventando tenera con te», replicò lei. «È solo perché morirai seduta in macchina e la cosa procurerebbe una brutta fama a Stark Street. La gente dirà che è un omicidio razzista e allora addio ai miei affari con i piccoli bianchi depravati.»

«Cercherò di non morire. Dio mi perdoni se dovessi rovinare i tuoi affari.»

«Fottere, prima di tutto», spiegò Jackie. «Quei piccoli bianchi depravati sganciano un bel po’ di denaro per il mio brutto deretano.»

«Come sta Lula?» m’informai.

Jackie scrollò le spalle. «Fa del suo meglio. Ti ringrazia dei fiori.»

«Non c’è grande movimento, oggi.»

Jackie alzò gli occhi verso le finestre della palestra. «Meno male», mormorò.

Seguii il suo sguardo. «Sarà meglio che non ti vedano parlare con me.»

«Hai ragione», convenne lei. «E comunque, devo tornare al lavoro.»

Mi fermai ancora per un minuto, gustando la Coca e il lusso di essere in posizione verticale. Mi girai per risalire in macchina e rimasi senza fiato alla vista di Ramirez vicino a me.

«È tutto il giorno che aspetto di vederti scendere dall’auto», esordì. «Scommetto che sei sorpresa per come mi muovo così silenziosamente. Non mi hai sentito arrivare, vero? È così che deve essere, non mi sentirai mai avvicinarmi finché non ti piomberò addosso. E allora sarà troppo tardi.»

Respirai lentamente per calmare i battiti del cuore, aspettai ancora un momento per rendere ferma la voce. Quando mi accorsi di aver ripreso il controllo, gli chiesi di Carmen. «Voglio sapere della Sanchez. Lei ti ha visto arrivare?»

«Carmen e io avevamo un appuntamento. Chiedeva ciò che ha avuto.»

«Dov’è, adesso?»

Lui scrollò le spalle. «Non lo so. È sparita dopo che Ziggy è morto.»

«Che mi dici di quel tizio che era con Ziggy, quella sera? Chi era? Che cosa gli è capitato?»

«Non so niente neppure di lui.»

«Credevo che quei due lavorassero per te», insistetti.

«Perché non andiamo su e ne parliamo?» suggerì Ramirez. «Oppure possiamo fare una corsa in macchina. Ho una Porsche, ti invito sulla mia Porsche.»

«Non credo proprio.»

«Vedi, ci risiamo. Respingi il campione, dici sempre di no. Non mi piace.»

«Parlami di Ziggy e del suo amico… quello con il naso schiacciato.»

«Più interessante parlare del campione. Lui ti insegnerà un po’ di rispetto. E ti punirà, così impari a respingerlo.» Ramirez si fece più vicino e il calore del suo corpo rendeva l’aria fresca, al confronto. «Pensa che ti farò sanguinare, prima di fotterti. Ti va l’idea? Vuoi che ti tagli a fettine, sgualdrina?»

«Tu non mi farai un bel niente», ribattei. «Non mi fai paura e non mi ecciti.»

«Non è vero.» Lui mi afferrò il braccio e strinse così forte da farmi gridare.

Gli sferrai un calcio nello stinco e lui mi colpì. Non vidi muoversi la sua mano. Lo schiocco mi rintronò nelle orecchie, la testa si piegò all’indietro. Sentii in bocca il sapore del sangue e sbattei diverse volte le palpebre per snebbiare la vista. Quando le stelle svanirono, lo colpii in viso con il Sure Guard.

Ramirez mandò un urlo di dolore e di rabbia e barcollò, portandosi le mani agli occhi. L’urlo si trasformò in un gemito soffocato e il campione si ritrovò per terra, carponi, come un animale mostruoso… un grosso bufalo ferito e infuriato.

Jimmy Alpha corse fuori dalla casa di fronte, seguito dalla sua segretaria e da un uomo che non avevo mai visto.

Lo sconosciuto si inginocchiò accanto a Ramirez cercando di calmarlo, rassicurandolo che fra un minuto si sarebbe ripreso. Doveva solo respirare profondamente.

Alpha e la segretaria si precipitarono verso di me.

«Gesù!» esclamò Jimmy cacciandomi in mano un fazzoletto pulito. «Sta bene? Non le ha rotto niente, vero?»

Misi il fazzoletto sulla bocca e ve lo tenni mentre passavo la lingua sui denti per vedere se ne mancava qualcuno. «Credo di star bene.»

«Mi dispiace terribilmente», riprese Jimmy. «Non so che cosa gli prende… quando tratta le donne in questo modo. Chiedo scusa per lui. Non so proprio che cosa fare.»

Non ero dell’umore giusto per accettare scuse. «Può fare un sacco di cose», replicai. «Offrirgli assistenza psichiatrica. Lo faccia rinchiudere. Altrimenti lo porti dal veterinario e lo faccia castrare.»

«Vuole andare da un medico?» offrì Alpha. «Le pago la visita.»

«L’unico posto dove voglio andare è la stazione di polizia. Sporgerò denuncia, dica quello che vuole, niente mi fermerà.»

«Ci pensi almeno un giorno», supplicò Jimmy. «Aspetti di non essere più così sconvolta. Lui non può permettersi una nuova accusa per aggressione e violenza, in questo momento.»

12

Con uno strattone spalancai la portiera e mi misi al volante. Mi allontanai dal bordo del marciapiede badando a non investire nessuno. Guidai a velocità moderata e non mi voltai a guardare dietro. Mi fermai a un semaforo ed esplorai i danni dallo specchietto. Il labbro superiore era tagliato all’interno e sanguinava ancora. Avevo un livido che andava estendendosi sulla guancia sinistra. Labbro e guancia cominciavano a gonfiarsi.

Tenevo stretto il volante e usavo ogni energia per restare calma. Proseguii a sud verso State Street, dirigendomi a Hamilton. Quando vi giunsi mi parve di essere al sicuro; nel mio quartiere potevo permettermi di fermarmi e ragionare. M’infilai nel parcheggio di un grande magazzino e rimasi seduta in macchina per un po’. Dovevo andare alla polizia per denunciare l’aggressione, ma non sapevo come gli agenti avrebbero considerato quest’ultimo incidente con Ramirez. Lui mi aveva minacciata e io lo avevo provocato deliberatamente parcheggiando di fronte alla palestra. Non era stata una mossa intelligente.

Avevo avuto una scarica di adrenalina, da quando il pugile era apparso al mio fianco, e adesso che l’effetto stava scemando, affioravano la stanchezza e il dolore fisico. Mi facevano male il braccio e la mascella, avevo il polso debolissimo.

Guarda in faccia la realtà, per oggi non ce la fai ad andare alla centrale. Frugai nella borsa finché trovai il biglietto di Dorsey. Meglio mettersi in contatto con lui e riferirgli quanto era successo. Composi il suo numero e lasciai un messaggio, pregandolo di richiamarmi. Non specificai quale fosse il problema: non mi sentivo di parlarne.

Entrai nel supermercato e comperai un ghiacciolo. «Ho avuto un incidente», spiegai alla commessa. «Labbro gonfio.»

«Dovrebbe andare da un medico», suggerì lei.

Strappai l’involucro del ghiacciolo e appoggiai il ghiaccio al labbro. «Ahhh!», sospirai. «Va meglio.»

Tornai alla macchina, ingranai la retromarcia e andai a sbattere contro un furgone. Tutta la mia vita mi balenò davanti agli occhi, come in un lampo. Ero sopraffatta dall’angoscia. Oh, Signore, pregai, fa’ che non si sia ammaccata.

Io e l’autista del camioncino scendemmo per esaminare i rispettivi veicoli. Il furgone non presentava nemmeno un graffio. Niente ammaccature, neppure un graffio sulla vernice. La Cherokee… be’, era come se qualcuno avesse aperto con l’apriscatole il paraurti posteriore destro.

L’uomo del furgone fissò il mio labbro gonfio. «Una lite domestica?»

«Un incidente.»

«Immagino che questa non sia la sua giornata buona», commentò lui.

«Nessuna giornata è buona per me.»

Poiché l’incidente era avvenuto per colpa mia e il furgone non era stato danneggiato, saltammo il rituale di scambiarci i dati sulle rispettive assicurazioni. Diedi un’ultima occhiata al mio paraurti, rabbrividii e mi allontanai, chiedendomi quale delle due alternative fosse la migliore: suicidarmi o affrontare Morelli.

Il telefono stava squillando quando entrai in casa. Si trattava di Dorsey.

«Devo sporgere una denuncia contro Ramiress», gli dissi. «Mi ha colpito alla bocca.»

«Dov’è accaduto?»

«In Ssstark Ssstreet.» Fornii al detective tutti i dettagli e rifiutai la sua offerta di venire da me per raccogliere la mia deposizione. Non volevo correre il rischio che incontrasse Morelli. Gli promisi che sarei andata alla centrale l’indomani per completare la denuncia.

Feci la doccia e per cena mangiai un gelato. Ogni dieci minuti guardavo fuori dalla finestra per vedere se ci fosse qualche segno della presenza di Morelli nel parcheggio. Avevo parcheggiato la Cherokee in un angolo dove l’illuminazione era scarsa. Se fossi riuscita a passare la notte, l’indomani avrei portato l’auto al garage di Al per chiedergli se poteva eseguire una riparazione lampo. Non avevo idea di quanto mi sarebbe costato.

Guardai la televisione fino alle undici e andai a letto, portando in camera la gabbia di Rex che mi tenesse compagnia. Non c’erano state telefonate da parte di Ramirez e nessun segno di Morelli. Non sapevo nemmeno se sentirmi sollevata o delusa. Ignoravo se Morelli fosse in ascolto per proteggermi come stabilito, perciò mi addormentai con la bomboletta, il telefono portatile e la pistola sul comodino.

Il telefono suonò alle sei e mezzo. Era Morelli.

«È ora di alzarsi», disse.

Guardai l’orologio sul comodino. «Veramente siamo in piena notte.»

«Ti saresti alzata da parecchie ore se avessi dovuto dormire in una Nissan Sentra.»

«Che cosa ci fai in una Sentra?»

«Sto facendo riverniciare il furgone con un colore diverso e ho fatto rimuovere le antenne. Sono riuscito a trovare un nuovo set di targhe. Intanto, il garage mi ha prestato un’auto. Ho aspettato che fosse buio e mi sono fermato a Maple, proprio dietro il tuo parcheggio.»

«Per potermi proteggere?»

«Veramente non volevo perdere l’occasione di sentire il fruscio dei tuoi abiti mentre ti spogliavi. Che cos’era quello strano squittio che è durato tutta la notte?»

«Era Rex nella sua gabbia.»

«Credevo che lo tenessi in cucina.»

Non volevo fargli capire che avevo paura e mi sentivo sola, perciò mentii: «Ho pulito il lavello. A lui non piace l’odore del detersivo, così l’ho portato in camera».

La pausa che seguì durò per un paio di secondi.

«Traduco», riprese Morelli. «Ti sentivi sola e spaventata e hai portato con te Rex per tenerti compagnia.»

«Sono momenti difficili.»

«Parliamone», suggerì lui.

«Immagino che vorrai andartene da Trenton prima che Beyers ritorni.»

«Credo di sì. Sono troppo scoperto in questa auto. Devo ritirare il furgone stasera alle sei, poi torno.»

«Ci sentiamo più tardi.»

«Ricevuto, Capitan Video.»

Tornai a letto e dopo due ore mi svegliai di soprassalto sentendo l’allarme della Cherokee che ululava nel parcheggio. Scesi dal letto in un baleno, corsi alla finestra, tirai le tende in tempo per vedere Morty Beyers che fracassava l’antifurto con il calcio della pistola.

«Beyers!» strillai dalla finestra. «Che accidenti credi di fare?»

«Mia moglie mi ha lasciato e si è presa la Escort.»

«E allora?»

«E allora mi serve un’auto. Stavo per noleggiarne una quando mi è venuta in mente la jeep di Morelli. Ho pensato di risparmiare un po’ di soldi, finché non rintraccio Mona.»

«Cristo, Beyers, non puoi entrare in un parcheggio e portarti via la macchina di un altro. Questo si chiama furto. Sei un maledetto ladro d’auto!»

«E con questo?»

«Dove hai preso le chiavi?»

«Nello stesso posto dove le hai trovate tu. Nell’appartamento di Morelli. C’era un mazzo di scorta nel cassettone.»

«Non te la caverai, te l’assicuro.»

«Cosa vuoi fare, chiamare la polizia?»

«Dio ti punirà.»

«E chi se ne frega!» Beyers scivolò al volante, prese tempo per aggiustarsi il sedile e per accendere la radio.

Arrogante bastardo, pensai. Non solo mi rubava la macchina, ma se ne stava là a vantarsi di potersene appropriare impunemente. Afferrai la bomboletta, sfrecciai fuori dalla porta e giù per le scale. Ero scalza, portavo solo una camicia da notte con l’effigie di Topolino e un bikini, ma me ne infischiavo altamente.

Avevo appena messo il piede fuori dalla porta sul retro, quando vidi Beyers girare la chiave dell’accensione e premere sull’acceleratore. Un secondo dopo l’auto esplose con un boato assordante, facendo volare le portiere come un disco da frisbee. Le fiamme salirono rapidamente dal telaio e divorarono la Cherokee trasformandola in una palla di fuoco brillante.

Ero troppo sgomenta per muovermi. Rimasi impalata a bocca aperta mentre parti del tetto e dei paraurti invertivano la traiettoria per ricadere al suolo.

Ulularono a distanza le sirene, gli inquilini del palazzo si riversarono fuori e rimasero accanto a me a fissare la jeep in fiamme. Nuvole di fumo nero ribollivano nel cielo del mattino, il calore m’investì in piena faccia.

Non c’era stata nessuna possibilità di salvare Morty Beyers. Anche se mi fossi lanciata, non sarei riuscita a tirarlo fuori dalla vettura. E probabilmente lui era morto al momento dello scoppio, non a causa delle fiamme. Mi venne da pensare che non si trattava certo di una disgrazia. L’attentato era stato preparato per la sottoscritta.

La cosa presentava un lato positivo: non dovevo più affrontare Morelli per i danni dell’incidente.

Mi tirai indietro e mi feci strada tra la piccola folla che si era radunata. Salii le scale a due gradini per volta e mi chiusi in casa. Imprudentemente avevo lasciato aperta la porta d’ingresso prima di precipitarmi fuori, perciò ispezionai ogni angolo, impugnando la pistola. Se mi fossi imbattuta nell’individuo che aveva arrostito Beyers, non avrei certo perso tempo con la bomboletta del gas, gli avrei piantato immediatamente una pallottola nello stomaco. Un buon bersaglio, lo stomaco.

Quando fui sicura che in casa non c’era nessuno, mi vestii con shorts e maglietta. Andai in bagno a darmi un’occhiata: sullo zigomo avevo un livido rosso e un piccolo taglio sul labbro inferiore. Il gonfiore era diminuito. Invece, a causa dell’incendio, la mia pelle sembrava bruciata dal sole e dalla sabbia; le sopracciglia e i capelli attorno alla faccia erano bruciacchiati e appiccicati sulle punte di qualche millimetro. Molto carina. Non che mi lamentassi, potevo esser morta e mutilata, con parti del corpo disperse fra le azalee. Calzai le scarpe da ginnastica e scesi per dare un’altra occhiata.

Il parcheggio e le vie adiacenti erano intasate di camion dei vigili del fuoco, auto della polizia e ambulanze. Erano state disposte delle transenne per tenere lontano i curiosi dai resti fumanti della jeep. Sul terreno, rivoli di olio e acqua sporca; l’aria aveva odore di arrosto bruciato. Non volevo pensarci. Vidi Dorsey in piedi che parlava con un poliziotto in divisa. Alzò la testa, mi notò e si avvicinò.

«Ho una brutta sensazione su questa faccenda.»

«Conosce Morty Beyers?» gli chiesi.

«Sì.»

«Era nella jeep.»

«Cristo! È sicura?»

«Gli stavo parlando quando l’auto è esplosa.»

«Questo spiega perché ha perso le sopracciglia. Di che cosa parlavate?»

«Vinnie mi aveva dato solo una settimana di tempo per arrestare Morelli. La settimana era finita e Morty ha preso in mano il caso. In un certo senso stavamo parlando di Morelli.»

«Ma lei non doveva essere troppo vicino, altrimenti sarebbe ridotta a un hamburger, a quest’ora.»

«In realtà, ero quasi dove siamo ora e stavamo litigando. Non eravamo d’accordo su una questione.»

Un agente in divisa si avvicinò con una targa contorta. «Abbiamo trovato questa vicino al cassonetto delle immondizie», annunciò. «Vuole che la faccia identificare?»

Presi la targa. «Non si disturbi, l’auto appartiene a Morelli.»

«Oh Dio!» gemette Dorsey. «Aspetto solo che si spieghi.»

Decisi di abbellire la verità poiché era probabile che la polizia non vedesse di buon occhio la caccia a un ricercato da parte di un bounty hunter e non giustificasse il fatto che avessi requisito un’auto. «È andata così», attaccai. «Mi ero recata dalla madre di Morelli e lei era preoccupata che nessuno facesse muovere la macchina di Joe. Sa, la batteria ne risente, se si lascia ferma un’auto. Così, dopo una breve chiacchierata, ho acconsentito a mettere in moto la macchina.»

«Sicché guidava l’auto di Morelli per fare un favore a sua madre?» fece Dorsey.

«Sì. Lui l’aveva pregata di averne cura, ma la signora non aveva tempo.»

«Un gesto nobile da parte sua», commentò Dorsey.

«Sono nobile per natura.»

«Vada avanti.»

Gli spiegai che la moglie di Beyers lo aveva lasciato, che lui aveva cercato di rubare l’auto e che aveva commesso l’errore di dire: «Chi se ne frega», rivolto a Dio. Subito dopo la Cherokee era esplosa.

«Lei crede che Dio si sia offeso e abbia arrostito Beyers?»

«È solo un’ipotesi.»

«Quando verrà alla centrale per completare la denuncia contro Ramirez, vedremo di approfondire questa faccenda.»

Rimasi a guardare ancora per qualche minuto, poi risalii in casa. Non ci tenevo particolarmente a trovarmi nelle vicinanze quando avrebbero raccolto le ceneri di Morty Beyers.

Sedetti davanti al televisore fino a mezzogiorno, tenendo le finestre chiuse e le tende tirate per non vedere la scena nel parcheggio. Di tanto in tanto andavo in bagno e mi guardavo allo specchio per vedere se mi fossero ricresciute le sopracciglia.

Alle dodici in punto tirai le tende e azzardai un’occhiata al parcheggio. La Cherokee era stata rimossa, erano rimasti solo due agenti di pattuglia. Dalla finestra sembrava che stessero riempiendo i moduli per i danni subiti dalle poche auto che erano state colpite dalle schegge dell’esplosione.

Una mattina di televisione mi aveva anestetizzato abbastanza da sentirmi pronta a rimettermi in pista, perciò feci una doccia e mi vestii cercando di non pensare alla morte e alle bombe.

Dovevo andare alla stazione di polizia, ma ero senza macchina. In tasca, pochi dollari. Neanche un soldo sul conto corrente e le carte di credito erano scoperte. Dovevo effettuare un altro arresto.

Chiamai Connie e le riferii quanto era accaduto a Morty Beyers.

«Questo costituisce una grossa falla nella diga di Vinnie», osservò Connie. «Ranger è convalescente dopo una sparatoria e adesso Morty Beyers esce di scena. Erano i nostri due agenti migliori.»

«Già, un vero peccato. Suppongo che a Vinnie sia rimasta io sola.»

All’altro capo del filo seguì una lunga pausa. «Non sei stata tu a far fuori Morty, no?»

«In un certo senso, Beyers se l’è voluta. Hai qualche caso facile? Mi serve denaro in fretta.»

«Ho un tale che non si è presentato all’udienza con una cauzione di duemila dollari. Atti osceni. È stato buttato fuori da tre case di riposo. Attualmente vive in un appartamento non so dove.» Sentii Connie che sfogliava alcune carte. «Eccolo», annunciò alla fine. «Santo cielo, abita nel tuo stabile.»

«Come si chiama?» m’informai.

«William Earling. Appartamento 3E.»

Afferrai la borsa e guardai su. Salii le scale fino al terzo piano, contai gli appartamenti e bussai alla porta di Earling. Mi aprì un uomo e immediatamente sospettai che fosse la persona giusta poiché era vecchio e completamente nudo. «Signor Earling?» chiesi.

«Sono io. Le sembro in forma, carina? Le pare che sia bene attrezzato?»

Mi ordinai mentalmente di non guardare, ma i miei occhi si abbassarono senza volerlo. Non solo non era attrezzato, ma i suoi organi genitali erano completamente avvizziti. «Veramente notevole», dissi e gli tesi il mio biglietto da visita. «Lavoro per Vincent Plum, il suo garante. Lei non si è presentato all’udienza, signor Earling. Devo portarla in città così potrà rimettersi in nota.»

«Quelle maledette udienze sono una perdita di tempo», dichiarò Earling. «Ho settantasei anni. Crede che manderanno in galera un uomo della mia età solo perché ha mostrato in giro i suoi attributi?»

Sinceramente, lo speravo. Vedere Earling nudo bastava a farmi desiderare di restare nubile. «Devo accompagnarla in città. Che ne dice di vestirsi?»

«Non indosso abiti. Dio mi ha fatto venire al mondo nudo e così me ne andrò.»

«Okay, per me, ma nel frattempo desidero che si vesta.»

«Se vuole che la segua, vengo nudo.»

Tirai fuori le manette e gliele feci scattare ai polsi.

«Brutalità poliziesca», strillò lui.

«Spiacente di deluderla, ma non sono un poliziotto.»

«Be’, che cos’è, allora?»

«Sono un’agente incaricata di ricercare i latitanti che non hanno tenuto fede alle clausole della libertà su cauzione.»

«Fa lo stesso. Brutalità, brutalità!»

Andai all’armadio in anticamera, trovai un impermeabile e glielo abbottonai addosso.

«Non vengo con lei», strillò Earling irrigidendosi, le mani ammanettate sotto l’indumento. «Non può costringermi.»

«Ascolti, nonnino, o viene con le buone, o la immobilizzo con il gas e la trascino per i piedi», minacciai.

Stentavo a credere che stessi parlando in quel modo a un povero vecchio. Ero inorridita per il mio comportamento, ma accidenti, l’operazione valeva duecento dollari.

«Non si scordi di chiudere a chiave», mi ammonì lui. «Questo quartiere è diventato impossibile. Le chiavi sono in cucina.»

Presi le chiavi, una aveva inciso un piccolo logo della Buick. Bel colpo. «Un’altra cosa», dissi. «Le dispiace se prendo la sua auto per accompagnarla in città?»

«Niente in contrario, purché non sprechi troppa benzina. Io ho un reddito fisso, sa.»

Portai dentro il signor Earling a tempo di record, badando a non imbattermi in Dorsey. Tornando a casa mi fermai all’ufficio per ritirare il mio assegno e poi in banca per incassarlo. Parcheggiai l’auto di Earling il più vicino possibile al portone per far sì che si mostrasse in giro nudo il meno possibile una volta che fosse uscito di prigione. Non volevo più rivederlo a meno che non fosse del tutto inevitabile.

Salii in casa e chiamai i miei; tremavo al pensiero di ciò che stavo per fare.

«Papà è fuori con il taxi?» m’informai. «Avrei bisogno di fare una corsa.»

«Oggi non lavora, è qui. Dove devi andare?» chiese mia madre.

«A un residence sulla Route 1.» Ancora tremavo.

«Adesso?»

«Sì, adesso», confermai con un sospiro.

«Stasera preparo lumache farcite. Vieni?» mi propose mia madre.

Desideravo le lumache ripiene più di qualsiasi altra cosa al mondo, più del sesso, di un’auto veloce, di una notte fresca o delle sopracciglia. Per un po’ volevo tornare bambina, sentirmi al sicuro, coccolata dalla mamma che mi riempiva il bicchiere di latte sollevandomi dalle mie responsabilità. Desideravo trascorrere qualche ora in una casa stipata di mobili orribili con un insopportabile odore di cucina in tutte le stanze. «Non vedo l’ora di gustare le tue lumache.»

Mio padre mi aspettava alla porta sul retro dopo un quarto d’ora. Ebbe un sussulto, vedendomi.

«C’è stato un incidente nel parcheggio», spiegai. «Un’auto si è incendiata e io ero troppo vicina.» Gli diedi l’indirizzo e lo pregai di fermarsi al K-Mart mentre eravamo sulla strada. Mezz’ora dopo, papà mi lasciò nel parcheggio di Morelli.

«Dì a mamma che sarò da voi per le sei», annunciai.

Lui guardò la Nova e le lattine d’olio che avevo appena comperato. Forse è meglio che mi fermi per vedere se parte.

Misi l’olio e controllai il livello. Feci a mio padre un cenno affermativo. Lui non parve affatto impressionato. Salii al volante, diedi un pugno al cruscotto e avviai il motore. «Parte sempre», gridai.

Mio padre era rimasto impassibile, sapevo che stava pensando che avrei dovuto acquistare una Buick. Certe cose non capitano mai con una Buick. Uscimmo insieme dal parcheggio, salutai papà agitando il braccio e puntai la Nova in direzione del Ye Olde Muffler Shoppe. Passai davanti al tetto arancione e appuntito sull’Howard Johnson Motel, allo Shady Grove Trailer Park, al canile Happy Days Kennels. Gli altri automobilisti si tenevano a debita distanza non osando entrare nella mia rumorosa scia. Dopo circa dieci chilometri mi rallegrai alla vista dell’insegna su cui campeggiava una marmitta gialla e nera.

Portavo gli occhiali Oakleys per nascondere le sopracciglia, ma l’uomo al banco mi guardò ugualmente due volte. Riempii i moduli, gli diedi le chiavi e andai a sedermi nella saletta riservata ai proprietari delle auto in riparazione. Quarantacinque minuti più tardi ero di nuovo per strada. Notai il fumo solo quando mi fermai a un incrocio, la luce rossa si accendeva di tanto in tanto. Non potevo aspettarmi di meglio, conclusi.

Mia madre attaccò appena misi piede sul portico: «Ogni volta che ti vedo, è sempre peggio. Lividi, tagli, e adesso guarda che capelli! Oh Dio, non hai più le sopracciglia! Che cosa ti è successo? Tuo padre mi ha detto che ti sei trovata vicino a un incendio».

«Un’auto ha preso fuoco nel mio parcheggio. Niente di grave.»

«L’ho visto in televisione», intervenne nonna Mazur passando davanti a mia madre con una gomitata. «Hanno detto che è stata l’esplosione di una bomba. La macchina è volata in cielo. E dentro c’era un tale, un losco figuro che si chiamava Beyers. Dicono che non sia rimasto molto di lui.»

Nonna Mazur indossava una blusa di cotone rosa e arancione, con le maniche di lamé, shorts da ciclista blu, scarpe da tennis bianche e calze arrotolate sopra il ginocchio.

«Belli i tuoi shorts», osservai. «Un colore stupendo.»

«È andata a un funerale così conciata, oggi pomeriggio», gridò mio padre dalla cucina. «Era la funzione per Tony Mancuso.»

«Ti dirò», riprese nonna Mazur. «È stato il miglior servizio funebre a cui ho assistito questo mese. Tony aveva un aspetto magnifico, gli avevano messo una cravatta decorata con tante teste di cavallo.»

«Finora abbiamo ricevuto sette telefonate», la interruppe mia madre. «Ho spiegato a tutti che stamattina s’era scordata di prendere la medicina.»

Nonna Mazur sbatté i denti. «Nessuno s’intende di moda, da queste parti, non puoi mai vestirti in modo diverso.» Si guardò gli shorts e mi chiese un po’ perplessa: «Che ne pensi? Non credi che siano adatti per una cerimonia pomeridiana?»

«Certo», risposi. «Ma di sera consiglierei pantaloncini neri.»

«Proprio quello che pensavo. Devo procurarmene un paio.»

Alle otto ero sazia della buona cena, della casa stipata di mobili e pronta ancora una volta a riprendere la mia vita indipendente. Uscii dalla casa dei miei genitori con le braccia cariche di avanzi della cena e tornai al mio appartamento.

Per gran parte della giornata avevo evitato di pensare all’esplosione della Cherokee, ma adesso era il momento di guardare in faccia la realtà. Qualcuno aveva tentato di uccidermi, e non era Ramirez. Lui voleva solo infliggermi dolore e sentirmi chiedere pietà. Il campione era un essere abominevole e spaventoso, ma prevedibile. Sapevo da dove proveniva, era un pazzo criminale.

Piazzare una bomba era una diversa forma di pazzia. Una mossa calcolata e con uno scopo ben preciso. Una bomba serviva per togliere di mezzo un individuo, qualcuno che dava fastidio.

Perché proprio io? pensavo. Chi poteva volermi morta? L’interrogativo mi fece serpeggiare un brivido lungo la schiena.

Piazzai la Nova al centro del parcheggio e mi chiesi se l’indomani mattina avrei avuto il coraggio di premere l’acceleratore. L’auto di Morelli era stata rimossa e c’erano poche tracce dell’incendio. Il piazzale era brunito e segnato nel punto in cui era bruciata la jeep, ma non c’era alcun segno del nastro usato dalla polizia per delimitare la scena del delitto, né dei rottami anneriti dal fuoco.

Entrai in casa e vidi che la segreteria telefonica lampeggiava furiosamente. Dorsey aveva chiamato tre volte, pregandomi di farmi viva. Non sembrava troppo cordiale. Poi aveva chiamato Bernie per annunciare che la ditta lanciava una vendita promozionale e mi invitava a passare nel suo negozio. Venti per cento di sconto per i frullatori più una bottiglia di daiquiri in omaggio ai primi venti clienti. Mi luccicarono gli occhi al pensiero di un daiquiri. Mi restava ancora qualche dollaro e quei frullatori dovevano essere proprio un affare. L’ultima telefonata era di Jimmy Alpha, con altre scuse e l’augurio che Ramirez non mi avesse ferita troppo gravemente.

Guardai l’orologio, erano quasi le nove. Non ce la facevo ad andare da Bernie prima che chiudesse il negozio. Peccato. Ero sicura che dopo un daiquiri sarei stata in grado di pensare più chiaramente e magari immaginare chi aveva tentato di mandarmi in orbita.

Accesi il televisore e sedetti, ma la mia mente era altrove, stava passando in rassegna i potenziali assassini. Degli uomini che avevo catturato, soltanto Lonnie Dodd avrebbe potuto esserlo, ma il ragazzo era in galera. Più probabile che questa faccenda avesse a che fare con l’omicidio di Kulesza. Qualcuno era preoccupato per il fatto che andassi in giro a curiosare. Ma non riuscivo a immaginare chi volesse uccidermi. La morte era una cosa seria.

Doveva esserci qualcosa che mi era sfuggito e che si riferiva a Carmen, a Kulesza o a Morelli. Oppure al testimone misterioso.

Un cattivo pensiero si agitava in un angolo del mio cervello. Tutto sommato, io costituivo un’autentica minaccia mortale per una persona sola: Morelli.

Alle undici suonò il telefono, risposi prima della segreteria telefonica.

«Sei sola?» s’informò Morelli.

Esitai un attimo. «Sì.»

«Perché hai esitato?»

«Tu che cosa provi a parlare di omicidio?»

«Omicidio di chi?» si stupì lui.

«Il mio.»

«Sono fuori di me.»

«Era solo una domanda.»

«Vengo su», tagliò corto lui. «Aspettami alla porta.»

Infilai la bomboletta nella cintura degli shorts e la coprii con la maglietta. Incollai l’occhio allo spioncino e aprii la porta quando vidi Morelli avanzare nel corridoio. Ogni giorno che passava il suo aspetto sembrava peggiorare. Aveva bisogno di farsi tagliare i capelli e sembrava che non si radesse da una settimana, anche se in realtà forse non si sbarbava solo da un paio di giorni. Jeans e maglietta sembravano gli indumenti di un barbone.

Morelli chiuse l’uscio e fece scattare la chiave. Notò la mia faccia bruciacchiata e i lividi sul braccio. Aveva un’espressione cupa. «Vuoi dirmi che cosa è successo?»

«Il labbro tagliato e i lividi sono opera di Ramirez. Abbiamo avuto una lite, ma credo di aver vinto io. L’ho colpito con il gas e l’ho lasciato che vomitava in mezzo alla strada.»

«E le sopracciglia bruciate?»

«Mmmm. Ecco, questo è piuttosto complicato.»

Lui si rabbuiò. «Che cosa è accaduto?»

«La tua auto è esplosa.»

Nessuna reazione per alcuni secondi. «Vuoi ripetere?» chiese alla fine.

«La buona notizia è che non devi più preoccuparti di Morty Beyers.»

«E quella cattiva?» incalzò lui.

Presi la targa dal banco della cucina e gliela diedi. «È tutto ciò che è rimasto della tua macchina.»

Lui fissò la targa scosso e in silenzio.

Gli riferii che Beyers era stato piantato dalla moglie e che lei l’aveva lasciato senza auto, gli parlai della bomba e delle tre telefonate di Dorsey.

Morelli trasse le stesse conclusioni a cui ero arrivata anch’io. «Non è stato Ramirez.»

«Ho fatto a mente un elenco delle persone che potrebbero volermi morta e il tuo nome è il primo», annunciai.

«Soltanto nei miei sogni», replicò lui. «Chi altro c’è sulla lista?»

«Lonnie Dodd, ma credo che sia ancora in prigione.»

«Hai mai ricevuto minacce di morte? Per esempio da ex mariti o ex boyfriend? Hai investito nessuno, di recente?»

Non volendo dare troppo peso alla domanda, decisi di non reagire in nessun modo.

«Okay», riprese lui. «Dunque pensi che questa storia sia collegata all’omicidio di Kulesza?»

«Sì.»

«Sei spaventata?»

«Sì.»

«Bene, così starai attenta.» Morelli aprì il frigorifero, tirò fuori gli avanzi che mi aveva dato mia madre e li mangiò senza riscaldarli. «Devi essere prudente quando parli con Dorsey. Se quello scopre che lavori con me, potrebbe accusarti di complicità o favoreggiamento.»

«Ho il fastidioso sospetto di esser stata trascinata in una alleanza che non torna a mio vantaggio», gli feci notare.

Lui aprì una birra. «L’unico modo per riscuotere i tuoi diecimila dollari dipende dal fatto che io ti permetta di arrestarmi. E io non te lo permetterò se prima non posso provare la mia innocenza. Se vuoi ritirarti dall’affare, avvertimi, ma dopo dovrai dare un addio al tuo denaro.»

«Questo è un atteggiamento disgustoso.»

Lui scosse la testa. «Realistico.»

«Avrei potuto colpirti con il gas in ogni momento.»

«Non credo proprio.»

Tirai fuori lo spray, ma prima che potessi prendere la mira, lui mi fece volare la bomboletta dalla mano.

«Non vale», protestai. «Te l’aspettavi.»

Lui finì di mangiare il suo sandwich e mise il piatto nella lavastoviglie. «Me l’aspetto sempre.»

«E adesso che facciamo?» domandai.

«Persistiamo. È chiaro che diamo sui nervi a qualcuno.»

«Non mi va di fare il bersaglio», borbottai.

«Non vorrai lamentarti per questo, eh?» Morelli si sistemò davanti al televisore e prese a trafficare con il telecomando. Appariva stanco, seduto con la schiena contro la parete, una gamba piegata sul ginocchio. Sintonizzò l’apparecchio su uno spettacolo notturno e chiuse gli occhi. Il suo respiro si fece profondo e regolare, la testa si abbassò sul petto.

«Ora potrei colpirti con il gas», sussurrai.

Lui alzò la testa, ma non aprì gli occhi. Un sorriso gli increspò gli angoli della bocca. «Non è nel tuo stile, bellezza.»

Dormiva ancora sul pavimento davanti al televisore quando mi alzai alle otto. In punta di piedi gli passai vicino e uscii per andare a correre. Quando rientrai, leggeva il giornale e beveva il caffè.

«C’è qualcosa sull’esplosione?» gli chiesi.

«L’articolo e le foto sono in terza pagina. La definiscono un’esplosione inspiegabile. Niente di particolarmente interessante.» Mi guardò da sopra il giornale. «Dorsey ha lasciato un altro messaggio sulla segreteria telefonica. Forse dovresti sentire che cosa vuole.»

Feci una rapida doccia, indossai abiti puliti e applicai un po’ di crema alla mia faccia arrossata. Poi il mio naso spellato mi portò diritta alla caffettiera. Bevvi mezza tazza mentre leggevo i fumetti del giornale e finalmente chiamai Dorsey.

«Sono arrivate le analisi di laboratorio», annunciò il poliziotto. «Era decisamente una bomba. Un lavoro da professionisti. Naturalmente, basta prendere un libro da qualsiasi biblioteca per sapere come si confeziona una bomba. A ogni modo, desideravo che lo sapesse.»

«Lo sospettavo.»

«Ha idea di chi possa essere stato?»

«Nessun nome.»

«Che ne dice di Morelli?»

«È una possibilità», ammisi.

«Ieri non si è fatta vedere alla centrale.»

Stava cercando di ottenere informazioni. Sapeva che c’era qualcosa di poco chiaro in tutta la faccenda, solo che non lo aveva ancora inquadrato. Benvenuto Dorsey. «Cercherò di venire oggi», promisi.

«Le consiglio di provarci, sul serio.»

Riappesi e finii di bere il caffè. «Dorsey vuole che vada da lui.»

«Ci vai?» chiese Morelli.

«No, mi farà domande a cui non posso rispondere.»

«Allora stamattina dovresti passare un po’ di tempo in Stark Street», suggerì lui.

«Stamattina no. Ho altro da fare.»

«Per esempio?»

«Cose personali.»

Lui inarcò le sopracciglia con aria interrogativa.

«Ho dei nodi da sciogliere… nel caso…»

«Nel caso di che cosa?» insisté Morelli.

Risposi con un gesto esasperato: «Nel caso che mi capiti qualcosa. In questi ultimi dieci giorni sono stata perseguitata da un sadico e ora sono sulla lista di un bombardiere professionista. Mi sento un po’ insicura, okay? Lasciami riprendere fiato, Morelli. Devo vedere certe persone, ho alcune commissioni da fare.»

Lui mi staccò con dolcezza una striscia di pelle dal naso. «Andrà tutto bene», disse con voce sommessa. «Capisco che tu sia spaventata, lo sono anch’io. Ma noi siamo i buoni e i buoni vincono sempre.»

Mi sentivo un’idiota perché Morelli si mostrava così gentile con me, quando in realtà ciò che volevo fare era andare da Bernie a comperare un frullatore e avere gratis la mia bottiglia di daiquiri.

«Come pensi di andare a fare queste commissioni, senza la jeep?» domandò Morelli.

«Ho ripreso la Nova.»

A quel punto lui fece una smorfia. «Non l’avrai parcheggiata qui sotto, eh?»

«Speravo che il bombardiere non avrebbe riconosciuto la mia auto.»

«Dio santo!»

«Sono sicura di non dovermi preoccupare.»

«Ma certo, sono sicuro anch’io. Scendo con te per accertarmi di essere doppiamente sicuro.»

Raccolsi il mio armamentario, controllai le finestre e inserii la segreteria telefonica. Morelli mi aspettava alla porta. Scendemmo insieme le scale e ci fermammo quando raggiungemmo la Nova.

«Anche se il bombardiere sapesse che questa è la tua macchina, sarebbe un idiota a riprovarci la seconda volta», osservò Morelli. «Dalle statistiche risulta che il secondo colpo proviene sempre da una direzione diversa.»

Osservazione sensata, ma i miei piedi erano incollati al selciato e il cuore mi batteva furiosamente. «Okay, vado», dissi. «Adesso o mai più.»

Morelli si era disteso sul ventre e guardava sotto la Nova.

«Che cosa vedi?» gli chiesi.

«Una gran perdita d’olio.» Strisciò fuori e si rialzò.

Sollevai il cofano ed esaminai l’asta dell’olio. Meraviglia delle meraviglie: la macchina era a secco. Misi due barattoli d’olio e richiusi il cofano.

Morelli aveva preso le chiavi dalla portiera e s’infilò davanti al volante. «Resta indietro», mi ordinò.

«Assolutamente no. Questa è la mia auto, ci penso io a metterla in moto.»

«Se uno di noi due deve saltare in aria, meglio che tocchi a me. Tanto posso considerarmi morto se non trovo quel testimone scomparso. Allontanati.»

Lui girò la chiave. Non successe niente. Mi guardò.

«Qualche volta bisogna darle un colpetto», suggerii.

Lui tornò a girare la chiave e tirò un pugno sul cruscotto. L’auto tossicchiò e poi si accese. Stentò, poi il motore iniziò a girare.

Morelli si lasciò andare sul volante, tenendo gli occhi chiusi. «Cristo.»

Lo guardai attraverso il finestrino. «Hai bagnato il sedile?»

«Molto divertente.» Scese dalla macchina e mi tenne aperta la portiera. «Vuoi che ti segua?»

«No, non occorre. Grazie.»

«Mi troverai in Stark Street, se hai bisogno di me. Chissà… forse il testimone si presenta alla palestra.»

Quando raggiunsi il negozio di Bernie, notai che la gente non stava in coda per entrare, perciò conclusi che ero una dei primi clienti.

«Ehi!» salutò Bernie. «Guarda chi c’è.»

«Ho ricevuto il tuo messaggio per il frullatore.»

«È questo piccolo gioiello», disse lui dando un colpetto a un frullatore esposto. «Frulla noci, ghiaccio, banane e fa un ottimo daiquiri.»

Guardai il prezzo del frullatore; potevo permettermelo. «Venduto. Posso avere la mia bottiglia di daiquiri in omaggio?»

«Certamente.» Bernie portò un frullatore nella sua scatola alla cassa e lo impacchettò. «Come va?» chiese imbarazzato, gli occhi fissi ai peli bruciacchiati che un tempo erano stati le mie sopracciglia.

«Meglio.»

«Un daiquiri ti farà bene.»

«Senza ombra di dubbio», approvai.

Sull’altro lato della strada, Sal stava lucidando la porta del suo negozio. Era un uomo dall’aspetto gradevole, robusto e stempiato, avvolto nel suo grembiulone bianco da macellaio. Per quello che ne sapevo, faceva anche l’allibratore a tempo perso. Niente di speciale. Dubitavo che fosse implicato. Ma allora, perché un tipo come Kulesza, la cui vita era concentrata in Stark Street, attraversava la città per andare da Sal? Avevo poche informazioni su Kulesza, non sapevo nulla della sua vita; l’unica informazione abbastanza interessante era che andava a far spesa da Sal. Forse Ziggy era uno scommettitore. Forse lui e Sal erano vecchi amici. O erano legati in qualche modo. A ripensarci, era possibile che Sal sapesse qualcosa di Carmen o dell’uomo con il naso schiacciato.

Chiacchierai ancora per qualche minuto con Bernie, mentre mi si affacciava l’idea di interrogare Sal. Vidi una donna entrare nel negozio e fare un acquisto. Mi sembrava un buon approccio. Mi avrebbe offerto l’opportunità di guardarmi attorno.

Promisi a Bernie che sarei tornata per comperare altri articoli e attraversai la strada.

13

Spinsi la porta del negozio di Sal e mi avvicinai al lungo banco d’esposizione pieno di bistecche, vassoi di carne macinata e pezzi d’arrosto già avvolti con lo spago.

Sal mi accolse con un sorriso. «Desidera?»

«Ero da Kuntz’s a comperare un frullatore…» Alzai il pacchetto perché lo vedesse. «…e ho pensato di prendere qualcosa per la cena, intanto che ero qui.»

«Salsicce? Pesce fresco? Un pezzo di pollo?»

«Pesce.»

«Ho delle sogliole appena pescate al largo del Jersey.»

«Probabilmente luccicavano al buio. Bene. Me ne dia per due persone.»

Da qualche parte, nel retrobottega, si aprì una porta; potevo sentire il ronzio del motore di un camion. La porta si chiuse e il rumore svanì.

Un uomo entrò dal corridoio e il mio cuore sobbalzò. Non solo il naso dello sconosciuto era schiacciato, ma tutta la faccia sembrava appiattita… come se fosse stata colpita con una padella. Non potevo esserne sicura finché Morelli non gli avesse dato un’occhiata, ma sospettavo fortemente di aver trovato il testimone scomparso.

Ero combattuta tra il desiderio di mettermi a saltellare e gridare per l’eccitazione e l’istinto di scappar via prima che mi facessero a fettine.

«Ho una consegna per te», disse l’uomo a Sal. «Vuoi che la metta nella cella?»

«Sì», rispose il macellaio. «E prendi i due bidoni accanto alla porta. Uno è pesante, ci vorrà il carrello.»

Poi l’attenzione di Sal tornò al pesce. «Come lo cucina?» volle sapere. «Lo si può cucinare fritto, arrosto o farcito. Personalmente lo preferisco fritto con un sacco di pastella e affogato nel grasso.»

Sentii chiudersi la porta sul retro dietro l’uomo con la faccia appiattita. «Chi era quello?» domandai al macellaio.

«Louis. Lavora per il grossista a Philadelphia. Trasporta la carne.»

«E allora perché porta via bidoni?» insistei.

«Qualche volta metto via gli scarti, li usano come cibo per i cani.»

Dovetti stringere i denti per non volare fuori dalla porta. Avevo trovato il testimone! Ne ero sicura. Quando tornai alla Nova mi girava la testa per lo sforzo di trattenermi. Ero salva, ormai. Avrei potuto pagare l’affitto, ero riuscita a combinare qualcosa. E ora avevo ritrovato il testimone scomparso. Tutto filava liscio. Avrei portato dentro Morelli e non avrei avuto più nulla a che fare con Ziggy Kulesza. Uscivo di scena. Ormai non c’era più motivo perché qualcuno mi uccidesse. Tranne, naturalmente, Ramirez. Ma per fortuna il pugile era abbastanza nei guai da restare fuori dalla circolazione per parecchio tempo.

Il vecchio che abitava nella casa di fronte all’appartamento di Carmen aveva detto di esser stato disturbato dal rumore di un camion frigorifero. Ero pronta a scommettere che si trattava di un camion per il trasporto della carne. Non potevo saperlo con certezza finché non avessi eseguito un altro controllo dietro l’edificio di Carmen, ma se Louis aveva parcheggiato abbastanza vicino, sarebbe stato in grado di issarsi sul tetto del camion, sistemare Carmen sul ghiaccio e allontanarsi indisturbato.

Invece non riuscivo a immaginare il ruolo di Sal in questa storia. Forse erano solo Ziggy e Louis che eseguivano per Ramirez il lavoro di ripulitura.

Vedevo abbastanza bene il macellaio dal punto in cui mi trovavo. Infilai la chiave dell’accensione e diedi un’ultima occhiata. Sal e Louis stavano parlando, Louis appariva calmo, l’altro sembrava agitato. Decisi di fermarmi a guardare ancora per un po’. Sal voltò la schiena a Louis e fece una telefonata. Anche a distanza si vedeva che era arrabbiato. Sbatté giù la cornetta e i due uomini entrarono nella cella frigorifera per riapparire dopo qualche secondo facendo rotolare il bidone degli scarti. I due spinsero il barile nel corridoio che conduceva all’uscita sul retro. Poco dopo riapparve Louis con quello che sembrava un quarto di bue sulla spalla. L’uomo depositò la carne nel freezer e fece rotolare fuori il secondo bidone. Si fermò nel corridoio sul retro e guardò verso la facciata del negozio. Mi si fermò il cuore, mi chiesi se si fosse accorto che stavo curiosando. Louis venne avanti e io presi la bomboletta di Sure Guard. Lui si fermò alla porta e girò il cartello con scritto: APERTO. Dalla strada l’insegna indicava CHIUSO.

Non mi aspettavo questa mossa. Che cosa voleva dire? Sal non si vedeva, il negozio era chiuso e per quello che ne sapevo, non era un giorno di festa. Louis uscì dalla porta sul retro, le luci si spensero. Provavo una brutta sensazione alla bocca dello stomaco. La spiacevole impressione si trasformò in panico, mi suggerì di non perdere di vista Louis.

Ingranai la marcia e proseguii sino in fondo all’isolato. Un camion frigorifero bianco con la targa della Pennsylvania si immise nel traffico davanti a me e dopo due isolati svoltammo sulla Chambers. Avrei preferito lasciar ricadere l’intera faccenda sulle spalle di Morelli, ma non sapevo come mettermi in contatto con lui. Morelli si trovava a nord, in Stark Street, io mi dirigevo verso sud. Con tutta probabilità lui aveva un telefono nel furgone, ma non conoscevo il numero e inoltre non avrei potuto chiamarlo finché non ci fossimo fermati da qualche parte.

Il camion frigorifero imboccò la Route 206 a Whitehorse. Il traffico era moderatamente pesante. Lo tallonavo a due auto di distanza: mi accorsi che era abbastanza facile restare nascosta e allo stesso tempo tenere d’occhio Louis. Appena passato il raccordo con la Route 70, la spia dell’indicatore dell’olio lampeggiò e rimase accesa. Imprecai fra i denti, mi fermai sul ciglio della strada, misi due barattoli d’olio in tutta fretta, richiusi il cofano e ripartii.

Spinsi la Nova al massimo, ignorando le vibrazioni alle ruote anteriori e le occhiate stupite degli altri automobilisti mentre li sorpassavo con la mia bagnarola. Dopo un paio di chilometri, rividi il camion. Louis procedeva lentamente, tenendosi a una velocità di poco superiore al limite. Tirai un sospiro di sollievo e mi rimisi in fila. Pregai che non andasse lontano. M’era rimasta solo una lattina e mezzo d’olio sul sedile posteriore.

A Hammonton, Louis svoltò in una strada secondaria proseguendo a est. C’erano meno auto e io dovetti tenermi a distanza maggiore. Nella campagna i terreni coltivati si alternavano a chiazze di vegetazione. Dopo una ventina di chilometri, il camion rallentò e imboccò un viale ghiaioso che conduceva a una costruzione in lamiera ondulata, tipo magazzino. L’insegna sulla facciata recava le scritte PORTO TURISTICO DELLA RADA DI PACHETCO e CELLE FRIGORIFERE. Dietro la costruzione si vedevano le barche e oltre le imbarcazioni il riflesso del sole sull’acqua.

Costeggiai il piazzale e feci una inversione a U sulla strada che finiva al fiume Mullico. Poi tornai indietro lentamente. Il camion era fermo vicino alla passerella che portava alle imbarcazioni. Louis e Sal erano scesi dal veicolo e stavano appoggiati al paraurti posteriore, come se aspettassero qualcosa o qualcuno. Erano soli in quel porticciolo turistico e, sebbene fosse estate, sembrava che gran parte dell’attività si concentrasse durante il weekend.

Prima, avevo superato una stazione di servizio. Decisi che il posto non dava nell’occhio e che potevo fermarmi lì ad aspettare. Se Sal o Louis si fossero allontanati dal porticciolo, dovevano seguire quella direzione, per tornare alla civiltà; perciò avrei potuto seguirli. A questo si aggiungeva il vantaggio di un telefono pubblico e la possibilità di mettermi in contatto con Morelli.

La stazione di servizio risaliva al tempo in cui non erano stati ancora introdotti i computer: aveva due distributori antiquati su una pista in cemento tutta macchiata. Un cartello appoggiato su una delle pompe reclamizzava esche vive e carburante a buon mercato. La baracca di legno dietro le pompe era rattoppata con bidoni pressati e liste di compensato. Un telefono pubblico era installato accanto all’entrata.

Parcheggiai, parzialmente nascosta, dietro la stazione e percorsi a piedi il breve tratto fino al telefono, contenta di poter approfittare dell’occasione per sgranchirmi le gambe. Chiamai il mio numero. Fu l’unica cosa che mi venne in mente. Il telefono squillò una volta, rispose la segreteria telefonica e sentii la mia voce che mi diceva che non ero in casa. «Non c’è nessun altro?» domandai. Niente. Diedi il numero del telefono pubblico e invitai chiunque avesse bisogno a chiamare immediatamente quel numero.

Stavo per risalire in macchina quando la Porsche di Ramirez passò a gran velocità. Sempre più strano, pensai. Ecco che abbiamo un macellaio, un pistolero e un pugile che si incontrano nel porto della rada di Pachetco. Appariva alquanto improbabile che si ritrovassero per andare a pescare. Se fosse stato Ramirez a inoltrarsi per quella stradina, mi sarei spinta più vicino per dare un’occhiata. Spiegai a me stessa che mi tenevo indietro perché Ramirez poteva riconoscere la Nova. Ma non era tutta la verità. Ramirez era riuscito nel suo intento: la sola vista della sua auto mi mandava in crisi: sudavo freddo per il terrore e avevo seri dubbi sulla mia capacità di reagire a un altro scontro.

Dopo un po’ la Porsche sfrecciò rombando oltre la mia postazione, diretta verso l’autostrada. I finestrini erano oscurati, così non riuscii a capire chi vi fosse a bordo. La vettura però era a due posti: almeno uno dei tre era rimasto al porto. Speravo si trattasse di Louis. Chiamai di nuovo la mia segreteria telefonica, stavolta il messaggio era più urgente. «CHIAMA!»

Era quasi buio quando finalmente il telefono squillò.

«Dove sei?» chiese Morelli.

«Sono al mare. In una stazione di servizio alla periferia di Atlantic City. Ho trovato il testimone, si chiama Louis.»

«È lì con te?»

«È giù sulla strada.» Riferii a Morelli gli avvenimenti della giornata e gli diedi le indicazioni per raggiungere il porto. Presi una lattina di acqua tonica dal distributore automatico della baracca e mi rimisi ad aspettare.

Era già sceso il crepuscolo quando finalmente Morelli si fermò vicino a me con il furgone. Non avevo notato traffico sulla strada da quando era passato Ramirez, perciò ero sicura che il camion non fosse sgusciato via. Avevo pensato che forse Louis poteva essere su una barca, magari per passarvi la notte. Non vedevo altro motivo per cui il camion fosse ancora nel piazzale del porto.

«Il nostro uomo è nel porto?» volle sapere Morelli.

«Per quello che ne so, sì.»

«Ramirez è tornato?»

Feci segno di no con la testa.

«Vado a dare un’occhiata in giro. Tu resta qui», ordinò Morelli.

Non ero più disposta ad aspettare da nessuna parte, ero stufa delle attese. E non mi fidavo completamente di Morelli. Aveva la cattiva abitudine di far promesse allettanti.

Seguii il furgone fino al bordo dell’acqua e parcheggiai. Il camion frigorifero bianco non si era mosso. Louis non si vedeva. Le barche legate alla banchina erano avvolte nell’ombra. Era chiaro che il porto della rada di Pachetco non costituiva un centro di attività frenetica.

Scesi dalla Nova e mi avvicinai a Morelli.

«Mi pareva di averti detto di aspettare alla stazione di servizio», borbottò lui. «Così ci mettiamo in mostra.»

«Ho pensato che potevi aver bisogno d’aiuto per Louis», replicai.

Morelli era sceso dal furgone e stava in piedi accanto a me. Aveva l’aspetto di un pericoloso delinquente, al buio. Sorrise, i suoi denti erano sorprendentemente bianchi accostati alla barba nera. «Bugiarda. Sei preoccupata dei tuoi diecimila dollari.»

«Anche questo.»

Ci fissammo per un momento soppesando in silenzio la situazione.

Finalmente Morelli allungò il braccio attraverso il finestrino aperto, prese una giacca dal sedile e tirò fuori una semiautomatica dalla tasca interna per infilarsela nella cintura dei jeans. «Sarà meglio cercare il mio testimone.»

Ci avvicinammo al camion e sbirciammo nella cabina, vuota e chiusa a chiave. Non c’erano altre auto nel piazzale.

Vicino, l’acqua lambiva i piloni e le barche cigolavano contro gli ormeggi. C’erano quattro moli, ciascuno con quattordici passerelle, sette per ciascun lato, di cui nessuna in uso.

Percorremmo ogni molo sino in fondo, leggendo i nomi delle barche, cercando qualche segno di vita. A metà del terzo molo ci fermammo davanti alla grande Hatteras Convertible con un ponte provvisorio ed entrambi leggemmo il nome dell’imbarcazione: La pupa di Sal.

Morelli salì a bordo e scivolò a poppa. Lo seguii, tenendomi a debita distanza. Il ponte era cosparso di materiale per la pesca: reti, fiocine, arpioni. La porta che conduceva alla cabina era chiusa dall’esterno con un lucchetto; evidentemente Louis non si trovava sull’imbarcazione. Morelli prese dalla tasca una piccola torcia e la puntò sull’oblò della cabina; la maggior parte dell’interno era stata smantellata per la pesca a vasto raggio, alcune panche avevano sostituito un arredamento più lussuoso. La piccola cambusa era ingombra di lattine di birra schiacciate e di mucchi di piatti di carta sporchi. Alla luce della minuscola torcia notammo i residui di una polvere.

«Sal è un tipo disordinato», osservai.

«Sei sicura che Louis non fosse in macchina con Ramirez?» incalzò Morelli.

«Non posso saperlo, l’auto ha i vetri oscurati. Ma ci sono soltanto due sedili, perciò almeno una persona è rimasta qui.»

«Non c’erano altri veicoli sulla strada?»

«No.»

«Potrebbe aver preso l’altra direzione», ragionò Morelli.

«Ma non può andare lontano. Da quella parte la strada finisce dopo meno di un chilometro.»

La luna era bassa nel cielo, creava argentei riflessi sull’acqua. Guardammo indietro, verso il camion frigorifero bianco. Il motore della cella ronzava quietamente nel buio.

«Forse dovremmo dare un’altra occhiata al camion», suggerì Morelli.

Il tono della sua voce mi destò una strana sensazione; non avevo il coraggio di formulare la domanda che mi si era affacciata alla mente. Avevamo già constatato che Louis non era nella cabina del camion. Che cosa era rimasto?

Tornammo presso il veicolo e Morelli osservò attentamente i comandi del termostato esterno del reparto di refrigerazione.

«A che temperatura è fissato?» chiesi.

«Meno dieci.»

«Perché così freddo?»

Morelli si portò allo sportello posteriore. «Tu cosa ne pensi?»

«Qualcuno cerca di congelare qualcosa.»

«È anche la mia ipotesi.» Lo sportello isolante del camion era tenuto chiuso da un pesante catenaccio con lucchetto. Morelli soppesò il lucchetto. «Poteva andar peggio», osservò. Poi corse al furgone e tornò con un seghetto.

Mi guardai attorno nervosamente. Non era il massimo delle mie ambizioni quella di esser sorpresa a rapinare un camion per la carne. «Non c’è un modo migliore?» sussurrai sopra lo stridore del seghetto. «Non puoi far saltare la serratura?»

«Così faccio prima», rispose Morelli. «Tu sta’ attenta, non vorrei che ci fosse un guardiano notturno.»

La lama del seghetto penetrò nel metallo e la serratura scattò. Morelli tirò indietro il catenaccio e diede una spallata al pesante sportello. Nell’interno c’era buio pesto. Lui si issò sul paraurti e io lo seguii, prendendo la mia torcia dalla borsa. L’aria gelida m’investì in pieno, togliendomi il respiro. Tutti e due puntammo il fascio di luce delle torce sulle pareti ghiacciate. Enormi ganci per la carne pendevano vuoti dal soffitto. Vicino allo sportello c’era il grosso bidone degli scarti che avevo visto caricare quello stesso pomeriggio, mentre il bidone vuoto stava poco lontano, il coperchio inclinato contro la parete.

Tenendolo basso, proiettai il fascio di luce della lampadina verso il fondo del veicolo e inghiottii l’aria fredda quando mi resi conto di ciò che vedevo. Louis giaceva sulla schiena a gambe divaricate, gli occhi sbarrati, i piedi rivolti all’esterno. Dal naso gli era colato il muco che si era congelato sulle guance. Una larga chiazza di urina si era cristallizzata sul davanti dei pantaloni. In mezzo alla fronte spiccava un grande foro nero. Sal giaceva accanto a lui, con un foro identico e la stessa espressione sbigottita sulla faccia gelata.

«Merda!» sibilò Morelli. «Non ho proprio fortuna.»

Gli unici morti che avevo visto in vita mia erano stati imbalsamati e vestiti di tutto punto per la funzione in chiesa. Avevano i capelli ben pettinati, le guance imbellettate e gli occhi chiusi per suggerire il sonno eterno. Nessuno aveva un buco in fronte. Sentii la bile salirmi alla gola e mi portai una mano alla bocca.

Morelli mi tirò giù dal camion, sulla ghiaia. «Non vomitare nel camion», ordinò. «Potresti inquinare la scena del delitto.»

Respirai profondamente, sperando che il mio stomaco si assestasse.

Morelli mi teneva una mano sulla nuca. «Ti senti meglio?»

Annuii decisa. «Sto bene. È che… sono stata colta di sorpresa.»

«Mi occorre della roba che ho nel furgone. Resta qui, non risalire nel camion e non toccare niente.»

Non aveva di che preoccuparsi, per questo. Neppure un branco di cavalli selvaggi mi avrebbe trascinato di nuovo su quel camion.

Lui tornò con un piede di porco e due paia di guanti di gomma monouso. Uno lo diede a me. Infilammo i guanti e Morelli si issò di nuovo nel veicolo. «Punta la luce su Louis», ordinò chinandosi sul cadavere.

«Che cosa fai?»

«Cerco la pistola sparita.»

Si drizzò e mi gettò un mazzo di chiavi. «Non ha addosso nessuna pistola, ma aveva in tasca queste chiavi. Guarda se una apre lo sportello della cabina.»

Aprii lo sportello dei passeggeri, frugai nella tasca della portiera, nel cruscotto e sotto il sedile. Non trovai la pistola. Quando tornai indietro, Morelli stava forzando il barile sigillato con il piede di porco.

«Nella cabina la pistola non c’è», annunciai.

Il coperchio saltò e Morelli accese la torcia per poter guardare dentro.

«Allora?» chiesi.

La sua voce era tesa, quando rispose. «È Carmen.»

Fui investita da un’altra ondata di nausea. «Credi che sia rimasta per tutto questo tempo nel freezer di Sal?»

«Si direbbe di sì.»

«Ma perché portarla in giro? Non aveva paura che qualcuno la scoprisse?»

Morelli si strinse nelle spalle. «Penso che si sentisse al sicuro. Forse non era la prima volta che lo faceva. Basta una certa pratica, e ci si sente tranquilli.»

«Stai pensando a quelle tre donne che sono sparite da Stark Street?»

«Probabilmente Sal aspettava il momento giusto per liberarsi di Carmen e gettarla in mare.»

«Non capisco il ruolo di Sal», ragionai.

Morelli abbassò il coperchio. «Nemmeno io, ma ho l’impressione che potremo convincere Ramirez a spiegarcelo.»

Si asciugò le mani sui pantaloni, lasciandovi delle macchie bianche.

«Che cos’è quella roba bianca?» chiesi. «Sal trafficava con il borotalco, detersivi o cose del genere?»

Morelli si guardò le mani e i pantaloni. «Non me n’ero accorto.»

«C’era della polvere anche sul pavimento della barca. E adesso ne hai raccolta dal bidone.»

«Gesù!» esclamò Morelli. Sollevò il coperchio dal bidone, passò il dito sul bordo interno e assaggiò. «Questa è droga.»

«Sal non mi sembrava uno che prendesse il crack.»

«Non è crack, è eroina.»

«Sei sicuro?» insistei.

«Ne ho vista un’infinità, di questa roba.»

Vidi che sorrideva nel buio.

«Buon Dio, credo che abbiamo trovato una barca d’appoggio», osservò Morelli. «Ho sempre creduto che lo scopo principale fosse quello di proteggere Ramirez, ma ora non ne sono più tanto sicuro. Si tratta di droga.»

«Che cos’è una “barca d’appoggio”?» volli sapere.

«È una piccola imbarcazione che esce in mare per incontrarsi con una barca più grande coinvolta nel traffico di droga.

«Gran parte dell’eroina prodotta viene dall’Afghanistan, dal Pakistan, dalla Birmania. Di solito passa attraverso l’Africa settentrionale, poi va ad Amsterdam o in qualche altra città europea. In passato, il modo più comune per far entrare la droga era da nord-est, attraverso l’aeroporto. Per un anno abbiamo ricevuto soffiate che la merce viaggiava su navi che attraccavano a Port Newark. La DEA e la dogana hanno lavorato sodo, ma senza risultati.» Morelli tenne il dito alzato e soggiunse: «Ecco la ragione: quando la nave attracca a Newark, l’eroina è già stata scaricata».

«Su una barca d’appoggio», conclusi.

«Già. La piccola imbarcazione ritira la droga dalla nave più grande e la trasporta a un piccolo porto come questo, dove non ci sono ispettori della dogana.

«Secondo me caricano la merce in questi barili dopo che è stata consegnata.»

«Però sembra impossibile che qualcuno sia così sprovveduto da lasciare prove incriminanti», ragionai.

Morelli emise un grugnito. «Se lavori sempre con la droga, il fatto diventa una banalità. Non ci crederesti se ti dicessi quanta gente lascia la droga in piena vista, negli appartamenti, nei garage. Inoltre, la barca appartiene a Sal, che probabilmente non partecipava all’operazione della consegna. Così, se la barca veniva intercettata, lui poteva sempre dire di averla prestata a un amico. E che non sapeva fosse usata per attività illecite.»

«Credi sia per questo che circola tanta eroina a Trenton?» azzardai.

«Può darsi. Con un’imbarcazione come questa si possono portar dentro grossi quantitativi ed eliminare così i corrieri. Il costo cala e la qualità sale.»

«E i tossicodipendenti cominciano a morire.»

«Già.»

«Perché pensi che Ramirez abbia sparato a Sal e a Louis?»

«Forse doveva tagliare i ponti alle sue spalle.»

Morelli proiettò il fascio di luce della torcia verso gli angoli posteriori del camion. Lo vedevo appena nel buio, ma sentivo il rumore dei suoi passi mentre si muoveva.

«Che cosa fai?» gli chiesi.

«Cerco una pistola. Nel caso non l’avessi notato, sono maledettamente scalognato. Il mio testimone è morto, se non riesco a trovare la pistola di Ziggy, sono morto anch’io.»

«C’è sempre Ramirez.»

«Che magari non ha nessuna voglia di parlare.»

«Esageri. Secondo me Ramirez appare sulla scena di due esecuzioni, senza contare che abbiamo scoperto un gigantesco traffico di droga.»

«È possibile che tutto ciò faccia sorgere dei dubbi sulla reputazione di Ziggy, ma questo non cambia il fatto che ho sparato a un uomo disarmato», mi ricordò lui.

«Ranger dice che devi aver fiducia nel sistema.»

«Ranger non conosce il sistema.»

Non volevo vedere Morelli in galera per un delitto che non aveva commesso, ma non volevo neppure che continuasse a vivere come un fuggiasco. In realtà era un bravo ragazzo e, sebbene mi ripugnasse ammetterlo, aveva cominciato a piacermi. Una volta finita la caccia all’uomo, mi sarebbe mancata la sua amicizia e quel suo continuo stuzzicarmi. Era vero che Morelli di tanto in tanto mi irritava, ma ora esisteva un nuovo senso di cameratismo che superava i miei risentimenti. Mi era difficile credere che sarebbe finito in galera alla luce delle nuove prove. Certo, probabilmente avrebbe perso il posto nella polizia, ma era una disgrazia minore in confronto alla prospettiva di trascorrere lunghi anni alla macchia.

«Credo che dovremmo chiamare la polizia e lasciare che se ne occupino loro», dissi alla fine. «Non puoi continuare a nasconderti per il resto dei tuoi giorni. Non pensi a tua madre? E alla bolletta del telefono?»

«La bolletta del telefono? Cristo, Stephanie, non avrai fatto salire alle stelle la bolletta del telefono della jeep?»

«Avevamo un accordo», gli ricordai. «Tu ti saresti lasciato arrestare se avessimo trovato il testimone.»

«Sì, ma non avevo previsto che fosse morto.»

«Mi daranno lo sfratto.»

«Sta a sentire, il tuo appartamento non è poi così favoloso. Star qui a parlare non serve. Sappiamo entrambi che non sei capace di portarmi dentro con la forza. Tu incasserai i tuoi soldi soltanto con il mio permesso. Basta che te ne stia buona al tuo posto.»

«Non mi piace il tuo atteggiamento, Morelli.»

La luce della torcia ruotò e lui si lanciò verso lo sportello. «Me ne sbatto di quello che pensi del mio atteggiamento. Non sono dell’umore migliore. Il testimone è morto e non riesco a trovare l’arma del delitto. Certo, è probabile che Ramirez canterà come un fringuello, e io sarò prosciolto, ma finché questo non succede, mi terrò nascosto.»

«Sbagli. Non capisci che non ti conviene? E poi, io ho un lavoro da svolgere e lo svolgerò. Non avrei mai dovuto venire a patti con te.»

«Era un buon accordo», replicò lui.

«Tu l’avresti accettato?» lo sfidai.

«No, ma io non sono te. Io ho certe capacità che tu non ti sogni neppure. E sono molto più cattivo di te.»

«Mi sottovaluti. Sono abbastanza cattiva pure io.»

Morelli sogghignò. «Sei uno zucchero, morbida e dolce, e quando ti scaldi diventi deliziosa.»

Rimasi senza parole. Non riuscivo a credere che solo pochi istanti prima avevo avuto pensieri amichevoli e protettivi per questo balordo.

«Io imparo in fretta, Morelli. Ho commesso qualche errore all’inizio, ma ora sono capace di portarti in galera.»

«Sì, giusto», ammise lui. «E come fai, mi spari?»

Non mi lasciai incantare dal suo sarcasmo. «Il pensiero mi alletta, ma non è necessario sparare. Basta che chiuda lo sportello, bastardo arrogante.»

Nella penombra vidi che sbarrava gli occhi quando comprese la mia minaccia, un secondo prima che chiudessi il pesante sportello. Sentii il tonfo soffocato del suo corpo quando sbatté all’interno. Troppo tardi. Avevo già tirato il catenaccio.

Portai la temperatura del frigorifero a più cinque. Pensavo che fosse abbastanza fredda per impedire ai cadaveri di scongelarsi, ma non così bassa da trasformare Morelli in un ghiacciolo durante la corsa a Trenton. Salii nella cabina e accesi il motore grazie alle chiavi di Louis. Uscii dal piazzale immettendomi sulla strada e mi diressi verso l’autostrada.

A metà della corsa trovai un telefono a gettoni e chiamai Dorsey. Gli annunciai che stavo portando Morelli alla centrale, ma non gli fornii ulteriori dettagli. Aggiunsi solo che sarei arrivata nel giro di quarantacinque minuti e che sarebbe stato cortese da parte sua se mi avesse aspettato.

Svoltai nel viale in North Clinton in perfetto orario e inquadrai con i fari Dorsey e due agenti in divisa. Spensi il motore, tirai un profondo sospiro per allentare la tensione allo stomaco e balzai giù dalla cabina.

«Forse dovrebbe chiamare rinforzi», dissi a Dorsey. «Credo che Morelli sia furioso.»

Le sopracciglia di Dorsey si congiunsero all’attaccatura dei capelli. «Lo ha sistemato nel camion?» chiese.

«Sì. E non è solo.»

Uno degli agenti tirò il catenaccio, lo sportello si aprì e Morelli si catapultò sulla sottoscritta. Entrambi cademmo sull’asfalto, rotolando avvinti e imprecando l’una contro l’altro.

Dorsey e gli agenti in divisa trascinarono via Morelli, ma lui continuò a imprecare agitando le braccia. «Ti prenderò», urlò. «Appena esco di qui, vengo a prenderti. Sei una maledetta pazza, un pericolo pubblico!»

Apparvero altri due poliziotti e in quattro spinsero Morelli oltre la porta sul retro. Dorsey rimase indietro con me. «Le conviene aspettare fuori finché si calma», suggerì.

Mi ripulii le ginocchia. «Ci vorrà un po’», replicai.

Consegnai a Dorsey le chiavi del camion e gli raccontai la faccenda della droga e di Ramirez. Quando terminai le spiegazioni. Morelli era stato trasferito al piano superiore, la strada era sgombra, così andai a ritirare la mia ricevuta dal tenente di servizio.

Erano quasi le dodici quando finalmente entrai nel mio appartamento. L’unico rimpianto della serata era il fatto che avevo lasciato il frullatore in macchina, al porto. Un daiquiri mi ci voleva proprio. Chiusi a chiave la porta d’ingresso e gettai la borsa sul banco della cucina.

Provavo sentimenti contrastanti verso Morelli… non sapevo se avevo fatto la cosa giusta. Alla fine, era stata la riscossione del denaro che aveva guidato la mia scelta. Avevo agito sotto la spinta di una comprensibile indignazione e della convinzione che Morelli dovesse arrendersi.

L’appartamento era buio e silenzioso, illuminato soltanto dalla lampada in anticamera. Nel soggiorno c’erano ombre profonde, ma non mi suscitavano paura. La caccia era finita.

Dovevo pensare al mio futuro. Fare la bounty hunter era un mestiere più complicato di quanto avessi immaginato al principio. Eppure, mi riservava dei momenti indimenticabili. Avevo imparato parecchio nel corso delle due ultime settimane.

Il caldo del pomeriggio era cessato e la temperatura si era attenuata notevolmente. Le tende chiuse si agitavano leggermente per la brezza. Una notte ideale per dormire, pensai.

Mi tolsi le scarpe e sedetti sul bordo del letto, sentendomi improvvisamente un po’ a disagio. Non riuscivo a spiegarmi perché. Qualcosa non andava. Pensai alla borsa in cucina e la mia apprensione aumentò. Questa è paranoia, mi dissi. Ero chiusa nella mia casa e se qualcuno cercava di entrare dalla finestra, cosa assai improbabile, avrei avuto il tempo di fermarlo.

Eppure, una punta d’ansia continuava a tormentarmi.

Guardai verso la finestra, le tende che si gonfiavano dolcemente: fu allora che un lampo di consapevolezza mi colpì come una coltellata. Quando ero uscita la finestra era chiusa. Ora era aperta. Gesù, era aperta. La paura mi serpeggiò in tutto il corpo, mozzandomi il fiato.

Qualcuno si trovava nel mio appartamento… o aspettava sulla scala antincendio. Mi morsi il labbro per impedirmi di piangere. Dio, fa’ che non sia Ramirez. Chiunque, tranne lui. Il cuore mi martellava e avevo voglia di vomitare.

Mi restavano due alternative. Potevo correre alla porta d’ingresso o tuffarmi sulla scala di sicurezza. Sempre che i miei piedi riuscissero a muoversi. Conclusi che era più probabile che Ramirez si trovasse nell’appartamento piuttosto che sulla scala antincendio, perciò mi avvicinai alla finestra. Trattenendo il respiro, tirai le tende e fissai il nottolino. Era al suo posto. Un cerchio di vetro era stato rimosso dalla parte alta della finestra, permettendo all’intruso di infilare un braccio e aprire la serratura. L’aria della notte frusciava dolcemente attraverso l’apertura nel vetro.

Un lavoro da professionista, pensai. Forse non è Ramirez, ma qualcun altro. Che non ha trovato niente da rubare e si è spostato in cerca di miglior bottino. Guardai la scala. Era deserta e silenziosa, sembrava tutto a posto.

Chiama la polizia e denuncia il tentativo di furto con scasso, mi dissi. Il telefono era sul comodino. Premetti i tasti e non successe niente. Qualcuno doveva aver staccato la spina in cucina. Una vocina nella testa mi sussurrava di uscire dalla casa. Usa la scala di sicurezza, sbrigati.

Tornai alla finestra e trafficai con il nottolino. Dietro di me sentii un movimento, la presenza dell’intruso. Potevo vederlo riflesso nella finestra, in piedi sulla porta della camera da letto, inquadrato dalla fioca luce del corridoio.

Mi chiamò per nome e i capelli mi si drizzarono in testa.

«Tiri le tende», ordinò, «e si volti lentamente in modo che possa vederla.»

Feci come mi veniva ordinato scrutando nel buio con gli occhi socchiusi. Riconoscevo la sua voce, ma non capivo come mai si trovasse lì. «Che cosa fa qui?» chiesi.

«Ottima domanda», rispose facendo scattare l’interruttore della luce. Era Jimmy Alpha e impugnava una pistola. «Me lo sono chiesto anch’io», rispose. «Come siamo arrivati a questo? lo sono una persona perbene, sa? Cerco di fare ciò che è giusto.»

«È bene fare ciò che è giusto», convenni.

«Dove sono finiti i suoi mobili?»

«Ho avuto momenti difficili.»

Lui annuì. «Allora sa com’è», osservò con un largo sorriso. «È per questo che ha cominciato a lavorare per Vinnie?»

«Sì.»

«Vinnie e io in un certo senso ci somigliamo. Facciamo ciò che dobbiamo fare per tenerci a galla. Come lei, del resto.»

Non mi andava di essere paragonata a Vinnie. ma non era il caso di discutere con uno che impugnava una pistola. «Credo di sì.»

«Lei segue gli incontri di boxe?»

«No.»

Alpha sospirò. «Un manager come me aspetta per tutta la vita che gli capiti un pugile decente. Di solito muore senza averne trovato uno.»

«Ma lei ha un bravo pugile, Ramirez.»

«Ho preso Benito quando era un ragazzo. Aveva quattordici anni. Ho capito subito che era diverso dagli altri. Possedeva un buon drive, potenza e talento.»

Follia, pensai. Non dimenticarti la follia.

«Gli ho insegnato tutto ciò che sa sulla boxe. Gli ho dedicato il mio tempo, ho provveduto perché mangiasse in maniera adeguata, gli ho comperato vestiti, quando era in bolletta. Gli ho permesso di dormire in ufficio quando sua madre impazziva per il crack.»

«E adesso è un campione», conclusi.

Lui sorrise, un sorriso tirato. «È il mio sogno. Ho lavorato tutta la vita per questo.»

Cominciavo a intuire quale piega avrebbe preso la conversazione. «E lui ora sfugge al suo controllo.»

Jimmy si appoggiò alla porta. «Già. Non lo tengo più. Rovinerà ogni cosa… i buoni momenti, il denaro che ho speso. Non posso più dirgli niente, non mi ascolta.»

«Che cosa intende fare?» azzardai.

«Ahh!» sospirò Alpha. «Questo è un grosso interrogativo. La risposta è diversificare. Prima faccio un mucchio di soldi e poi cambio.

«Capisce quel che voglio dire? Prendo il denaro che guadagno con Ramirez e lo investo in altri affari. Una catena di pollerie, una lavanderia, magari un negozio di macelleria. Forse riesco a rilevare una macelleria con pochi soldi, perché il proprietario non ce la fa a tener fede a certe scommesse che aveva fatto.»

«Sal», dissi.

«Sicuro, Sal. Oggi lei ha spaventato il povero Sal, quando è entrata nel negozio mentre c’era Louis, ma alla fine tutto si aggiusta.»

«Non sapevo che Sal mi conoscesse.»

«Cara, non è difficile riconoscerla. Non ha più le sopracciglia», mi ricordò lui.

«Sal era preoccupato che vedessi Louis», ragionai.

«Infatti. Perciò mi ha telefonato e io gli ho detto che dovevamo trovarci tutti al porto. Louis doveva andarci comunque. Domani arriva un carico, così ho deciso di eliminare Louis perché è un gran casinista. Non ne fa una giusta. Si è fatto vedere a casa di Carmen da un’infinità di persone e ha dovuto eliminarle. Ma solo due su tre. Non ha saputo eliminare Morelli. Il povero idiota ha trovato l’auto di Morelli nel suo parcheggio e non ha pensato che forse la guidava qualcun altro, così ha finito con l’arrostire Morty Beyers. Dopo che lei ha riconosciuto Louis, ho deciso che il suo tempo era finito.

«Allora sono andato al porto dopo aver preso in prestito l’auto di Benito e, strada facendo, l’ho vista alla stazione di servizio. È stato allora che mi è venuta la brillante idea. Jimmy, mi sono detto, ecco il modo di uscirne.»

Facevo fatica a seguirlo nel ragionamento, ancora non capivo completamente dove e come fosse implicato. «Uscire da che cosa?» domandai.

«Dalla maledetta faccenda. Cerchi di capire, io ho rinunciato a un sacco di cose per la boxe. Non mi sono mai sposato, non ho mai avuto una famiglia. Per tutta la vita non ho avuto altro che la boxe. Se uno è giovane, non ci fa caso, continua a pensare che c’è tempo. Ma un bel giorno ci si sveglia e ci si accorge che non ce n’è.

«Ho trovato un pugile che si diverte a torturare la gente. È una malattia, qualcosa non funziona nella sua lesta e io non posso farci niente. Ho capito che la sua carriera stava per finire, perciò ho preso il denaro che abbiamo guadagnato e ho acquistato un paio di proprietà. Subito dopo ho conosciuto un certo giamaicano; lui afferma che c’è un modo migliore per far quattrini. Droga. Io compero, la sua organizzazione si occupa della distribuzione. Riciclo il denaro attraverso i miei affari e Ramirez. Andiamo avanti per un po’ e la cosa funziona perfettamente. Basta tenere Ramirez fuori di prigione.

«Il problema è che ora ho un sacco di denaro e non riesco a mollare. L’organizzazione mi tiene in pugno, capisce.»

«Striker», cercai di indovinare.

«Esatto. È una grossa banda di fottuti giamaicani. Cattivi, avidi, furfanti.

«Dunque proseguo sulla strada per dare una lezione a Louis, vedo lei seduta al distributore e formulo un piano: ammazzo Sal e Louis secondo lo stile di Striker. Lascio tracce di polverina sulla barca e sul bidone, così i piedipiatti immaginano di che si tratta. Non rimane nessuno che possa parlare alle mie spalle e rappresento un rischio troppo grande perché Striker continui a servirsi di me. E il bello è che la morte di Sal e Louis sarà attribuita a Ramirez, grazie a lei, Stephanie. Sono sicuro che quando ha fatto la sua deposizione alla polizia, ha dichiarato che Ramirez le è sfrecciato davanti in macchina mentre era al distributore.»

«Però, ancora non capisco perché è in casa mia e impugna una pistola.»

«Non posso correre il rischio che Ramirez parli con i poliziotti e che quelli giungano alla conclusione che sia stupido come sembra. Oppure che Benito riferisca che ho preso in prestito la sua macchina e che la polizia gli creda. Perciò farò in modo che sia lei a piantargli una pallottola in corpo. Dopo, non ci sarà più nessun Benito, né Sal, né Louis.»

«E Stephanie?» m’informai.

«Non ci sarà più neppure Stephanie.» Alpha teneva la base dell’apparecchio telefonico nei pantaloni. L’inserì nella presa a muro in camera e compose un numero. «Amico», disse quando ottenne risposta. «C’è qui una ragazza che ti aspetta.»

All’altro capo del filo qualcuno evidentemente chiese particolari.

«Stephanie Plum». rispose Jimmy. «È a casa ad aspettarti. Ah, Benito, sta attento che nessuno ti veda. Ti conviene salire dalla scala antincendio.»

La conversazione finì e Jimmy staccò la spina.

«È quanto è successo a Carmen?» chiesi.

«Cristo, per Carmen si è trattato di eutanasia. Non so come abbia fatto ad arrivare a casa. Quando ce ne siamo accorti, aveva già parlato con Morelli.»

«E ora che facciamo?»

Lui si appoggiò alla parete. «Aspettiamo.»

«Che succederà quando arriverà Ramirez?» insistei.

«Io volto la schiena mentre lui fa quello che deve fare, poi gli sparo con la sua pistola. Quando arriverà la polizia sarete entrambi morti dissanguati e non ci saranno più questioni in sospeso.»

Alpha era terribilmente serio. Sarebbe rimasto a guardare mentre Ramirez mi violentava e mi torturava, dopo di che si sarebbe accertato che fossi ferita mortalmente.

La stanza ondeggiò davanti a me, mi si piegarono le gambe e mi ritrovai seduta sul bordo del letto. Lasciai cadere la testa fra le ginocchia e aspettai che mi si snebbiasse la mente. Rividi il corpo martoriato di Lula e il terrore aumentò.

Lo stordimento svanì ma il cuore mi batteva impazzito. Afferra un’occasione, seguitavo a ripetermi. Fa’ qualcosa! Non restare seduta qui ad aspettare Ramirez.

«Si sente bene?» mi domandò Alpha. «Non ha una bella cera.»

Tenni la testa abbassata. «Mi viene da vomitare.»

«Vuole andare in bagno?»

Scossi la testa, che tenevo ancora fra le ginocchia. «Mi dia solo un minuto per riprender fiato.»

Vicino, Rex correva nella sua gabbia. Non ce la facevo a guardarlo, sapendo che forse era l’ultima volta che lo vedevo. Strano come una persona si affezioni a un animaletto. Sentii un nodo alla gola al pensiero che Rex sarebbe rimasto orfano. Fa’ qualcosa!

Recitai una breve preghiera, strinsi i denti e scattai a testa bassa lanciandomi con violenza contro Alpha e facendogli perdere l’equilibrio.

Lui emise un soffio d’aria e la pistola si scaricò sopra la mia testa mandando in frantumi la finestra. Fossi stata più calma gli avrei sferrato un altro calcio all’inguine, ma agivo senza pensare, con l’adrenalina che mi entrava in circolo a velocità vertiginosa. Lotta o fuggi era il quesito e la fuga sembrava prospettare maggior possibilità di successo.

Mi allontanai dalla porta aperta della camera, in soggiorno. Ero quasi in anticamera quando sentii un altro sparo e una lama di calore mi dilaniò la gamba sinistra. Gridai per il dolore e la sorpresa, persi l’equilibrio e caddi in cucina. Afferrai la borsa sul banco con tutte due le mani e cercai la mia 38. Alpha si spostò alla porta della cucina. Puntò la pistola e prese la mira. «Spiacente», disse. «Non c’è altro modo.»

Mi bruciava la gamba e il cuore sembrava voler saltar fuori dal petto. Mi colava il naso, le lacrime mi annebbiavano la vista. Avevo le mani strette sulla Smith Wesson, ancora nella borsa. Ricacciai le lacrime e sparai.

14

La pioggia batteva dolcemente sulla finestra del soggiorno, in sintonia con il rumore di Rex nella sua gabbia. Erano trascorsi quattro giorni da quando Alpha mi aveva sparato e il dolore lancinante si era trasformato in un fastidio sopportabile.

Il recupero della mia salute mentale sarebbe stato più lento. Avevo tuttora incubi notturni, mi riusciva difficile restare in casa sola. Dopo aver sparato a Jimmy Alpha, mi ero trascinata fino al telefono e avevo chiamato la polizia prima di svenire. Gli agenti erano arrivati in tempo per acciuffare Ramirez sulla scala antincendio. Lo avevano portato in galera e mi avevano condotto all’ospedale. Per fortuna m’era andata meglio che a Jimmy Alpha: lui era morto, io viva.

I diecimila dollari che mi spettavano erano stati depositati sul mio conto in banca: non avevo ancora speso un cent. Non riuscivo a muovermi con destrezza perché avevo diciassette punti nel posteriore. Appena tolti i punti, sognavo di fare qualcosa di fantastico, come volare alla Martinica per il weekend. O forse mi sarei fatta un tatuaggio o avrei tinto i capelli di rosso.

Sobbalzai sentendo qualcuno che bussava alla porta. Erano quasi le sette e non aspettavo nessuno. Mi spostai con cautela in anticamera e guardai attraverso lo spioncino. Rimasi a bocca aperta alla vista di Joe Morelli in giacca sportiva e jeans, ben sbarbato, con i capelli tagliati da poco. Lui fissava direttamente nello spioncino e sorrideva compiaciuto. Sapeva che lo osservavo e io mi chiedevo se fosse sensato aprirgli la porta. Mi salutò con la mano e allora mi tornò in mente che solo due settimane prima le nostre posizioni erano invertite.

Tirai i due chiavistelli ma non toccai la catena, e socchiusi l’uscio. «Sì?»

«Stacca la catena», ordinò Morelli.

«Perché?»

«Perché ti ho portato la pizza e non riesco a passartela dalla fessura, senza correre il rischio che il formaggio coli giù.»

«L’hai presa da Pino’s

«Certo.»

Spostai il peso sulla gamba destra per alleggerire la sinistra. «Perché mi hai portato la pizza?»

«Non lo so, mi sentivo di farlo. Insomma, vuoi aprire o no?»

«Non ho ancora deciso.»

La mia risposta provocò un sorrisetto diabolico. «Hai paura di me?»

«Uh… Sì.»

Il sorriso gli rimase incollato sulla faccia. «Capisco che devi aver paura. Mi hai rinchiuso in un camion frigorifero con tre morti. Prima o poi te la farò pagare.»

«Ma non stasera?» azzardai.

«No, stasera no», rispose lui.

Chiusi la porta, sganciai la catena e riaprii.

Morelli posò la scatola della pizza e sei lattine di birra sul banco della cucina e si voltò. «Vedo che fatichi a camminare. Come ti senti?»

«Okay. Per fortuna il proiettile di Alpha mi ha lacerato solo uno strato di grasso e il danno maggiore lo ha prodotto alla parete in anticamera.»

Il sorriso svanì. «Ma come stai veramente?»

Non capisco che cos’abbia Morelli, ma riesce ad annullare le mie difese. Anche quando sto in guardia, riesce a farmi incazzare, mi disorienta e suscita in me emozioni inopportune. Strinse gli occhi preoccupato, la sua bocca assunse un’espressione grave che smentiva il tono casuale della sua domanda.

Mi morsi il labbro, ma le lacrime cominciarono ugualmente a bagnarmi le guance.

Morelli mi prese fra le braccia e mi tenne stretta. Mi appoggiò una guancia sulla testa e mi baciò i capelli.

Restammo così a lungo, se non fosse stato per il dolore al posteriore, mi sarei addormentata, finalmente rinfrancata, in pace, al sicuro fra le sue braccia.

«Se ti faccio una domanda seria, mi dai una risposta onesta?» mi mormorò Morelli all’orecchio.

«Forse.»

«Ti ricordi quella volta nel garage di mio padre?»

«Perfettamente.»

«E quando l’abbiamo fatto nella pasticceria?»

«Uh, uh.»

«Perché ci sei stata? La mia capacità di persuasione è davvero così forte?»

Piegai indietro la testa per guardarlo. «Credo che da parte mia fosse più che altro curiosità e ribellione.» Per non parlare di tempesta ormonale, aggiunsi mentalmente.

«Allora sei disposta a prenderti la tua responsabilità?»

«Certamente.»

Il sorriso era ritornato sulle sue labbra. «E se facessimo l’amore qui, fino a che punto te ne assumeresti la colpa?»

«Santo cielo, Morelli, ho diciassette punti nel sedere!»

Lui sospirò. «Pensi che potremmo tornare a essere amici?»

Tutto questo dall’uomo che aveva gettato le mie chiavi in un cassonetto delle immondizie. «Suppongo sia possibile. Non mi sembra il caso di firmare un accordo e sigillarlo con il sangue.»

«No, ma potremmo brindare con la birra.»

«Mi sta bene», approvai.

«Okay, e adesso che abbiamo sistemato la faccenda, vorrei vedere una partita di baseball. Tu hai il mio televisore.»

«Gli uomini hanno sempre secondi fini», borbottai portando la pizza in soggiorno.

Morelli mi seguì con la birra. «Come fai a sederti?»

«Ho una ciambella di gomma. E non fare commenti, perché ti stendo con la bomboletta.»

Lui si tolse la giacca e sfilò la fondina, e appese entrambe alla maniglia della porta della camera da letto, accese il televisore e cercò di sintonizzarsi sulla partita. «Ho ancora qualcosa da dirti», mi rivelò. «Sei disposta ad ascoltarmi?»

«Mezz’ora fa avrei detto di no, ma davanti a questa pizza sono pronta a tutto.»

«Non è la pizza, tesoro, è la mia maschia presenza.»

Sollevai le sopracciglia.

Morelli ignorò la mia espressione. «Prima di tutto, il perito legale ha detto che meriti un encomio solenne come tiratrice scelta. Hai centrato Alpha con cinque colpi al cuore, distanti un paio di centimentri l’uno dall’altro. Abbastanza sorprendente, se si considera che hai sparato con la pistola nella borsetta.»

Bevemmo un po’ di birra, poiché nessuno dei due sapeva come affrontare la situazione. Dopotutto avevo ucciso un uomo. L’orgoglio era fuori luogo, il dolore non rientrava nel quadro. Restava solo il rammarico.

«Pensi che poteva finire in altro modo?» chiesi.

«No», rispose Morelli. «Lui ti avrebbe ucciso, se non lo avessi liquidato per prima.»

Era vero. Alpha mi avrebbe ucciso, non avevo dubbi.

Morelli si sporse in avanti per vedere un lancio. Howard Barker colpì male. «Merda», borbottò Morelli, e tornò a concedermi la sua attenzione. «E ora le belle notizie. Avevo collegato un registratore al palo con i cavi elettrici infondo al tuo parcheggio, lo usavo quando non ero nei paraggi. Così potevo controllare se alla fine della giornata m’era sfuggito qualcosa. Quel maledetto congegno funzionava ancora quando Jimmy ti è piombato addosso. Ha registrato la vostra conversazione, la sparatoria e tutto il resto. Forte e chiaro.»

«Maledizione!» commentai.

«Qualche volta sono così geniale che mi spavento», osservò Morelli.

«Abbastanza da non finire in prigione.»

Lui prese un pezzo di pizza, seminando pepe verde e cipolla durante l’operazione e raccogliendo il tutto con le dita. «Sono stato prosciolto da tutte le accuse e reintegrato nel dipartimento, con gli arretrati. La pistola era nel bidone con Carmen. Era rimasta congelata per tutto il tempo, così le impronte erano chiare e quelli della scientifica hanno trovato tracce di sangue sull’arma. Non abbiamo ancora i risultati del DNA, ma i primi test di laboratorio indicano che si tratta del sangue di Ziggy, e provano che lui era armato quando gli ho sparato. Evidentemente la pistola si è inceppata quando Ziggy mi ha sparato, proprio come sospettavo. Quando lui si è accasciato sul pavimento, la pistola gli è caduta di mano e Louis l’ha raccolta, portandola via. Poi l’amico deve aver deciso di liberarsene.»

Tirai un profondo sospiro e rivolsi a Joe la domanda che più mi martellava nella mente negli ultimi tre giorni. «E Ramirez?»

«È in stato di fermo senza cauzione, in attesa della perizia psichiatrica. Ora che Alpha è uscito di scena, numerose donne si sono presentate per testimoniare contro il pugile.»

Il senso di sollievo era quasi doloroso.

«Che progetti hai?» s’informò Morelli. «Continuerai a lavorare per Vinnie?»

«Non lo so ancora», risposi mangiando un po’ di pizza. «È probabile. Quasi certo.»

«Giusto per sgombrare il terreno dall’incomprensione», riprese Morelli, «mi dispiace di aver scritto quei versi sul muro dello stadio, quando eravamo alla scuola superiore.»

Mi sentii mancare. «Sul muro dello stadio?»

Silenzio.

Morelli era arrossito. «Credevo che lo sapessi.»

«Io sapevo delle scritte al Mario’s Sub Shop

«Oh.»

«Stai dicendo che hai scritto una poesia sul muro dello stadio? con i particolari di ciò che era successo dietro la vetrina dei cannoli, in pasticceria!?»

«Servirebbe se ti dicessi che era una poesia lusinghiera nei tuoi confronti?»

Avrei voluto picchiarlo, ma lui era già in piedi e saltellava lontano da me. «Accidenti, Stephanie, non è bene serbare rancore.»

«Sei un farabutto, Morelli. Un vero bastardo.»

«È probabile», ammise lui, «ma ti ho portato una buona… pizza.»

FINE