/ Language: Italiano / Genre:det_crime / Series: Stephanie Plum (it)

Cacciatrice di taglie

Janet Evanovich

Stephanie Plum fa la cacciatrice di taglie per un’agenzia del New Jersey. Il suo compito è ritrovare il misterioso Ranger, sospettato di aver ucciso il figlio di un boss del traffico d’armi. Ma Ranger è anche l’uomo che ha insegnato a Stephanie tutto quello che sa del suo mestiere e che esercita su di lei un fascino pericoloso. E la cattura di Ranger non è l’unico pensiero che non la fa dormire di notte. La spassosa nonna Mazur si è trasferita da lei, un amico le ha affidato un cane bulimico, l’intimità con il fidanzato Joe Morelli è diventata impossibile, Stephanie deve più volte dissuadere dal suicidio un’amica e un maniaco tenta di ucciderla.

Janet Evanovich

Cacciatrice di taglie

Grazie a Eileen Hoffman e a Larry Martine per avermi suggerito il titolo di questo libro.

Prologo

Bene, ecco come stanno le cose, allora. Il peggior terrore di mia madre è diventato realtà. Sono una ninfomane. Provo desiderio per molti uomini. In effetti potrebbe semplicemente dipendere dal fatto che non faccio sesso proprio con nessuno. Ed è probabile che parecchi dei miei desideri non avranno mai un seguito. Forse è poco realistico credere che possa mai capitarmi una storia con Mike Richter, il cannoniere dei New York Rangers. Lo stesso si può dire per Indiana Jones.

D’altro canto, due degli uomini nella mia lista di desideri in realtà mi desiderano a loro volta. Il problema è che entrambi sembrano anche spaventati a.morte da me.

Mi chiamo Stephanie Plum, sono una cacciatrice di latitanti e lavoro con quei due uomini. Entrambi hanno a che fare con le forze dell’ordine. Uno è un poliziotto. L’altro previene il crimine con un approccio più imprenditoriale. Nessuno dei due ha una particolare inclinazione ad agire secondo le regole. Ed entrambi mi superano di parecchio in quanto a esperienze erotiche.

Tuttavia arriva il giorno in cui una ragazza deve necessariamente prendere il toro per le corna (o per qualsiasi altra parte del corpo che faccia allo scopo) e assumersi la responsabilità della propria vita. Ed è esattamente quello che ho fatto io. Ho telefonato e ho invitato uno dei due spaventati signori a venirmi a trovare.

Ora sto cercando di decidere se farlo entrare.

La mia paura è che questa finisca per essere un’esperienza simile a quella vissuta a nove anni quando, fantasticando di essere Wonder Woman, mi sono lasciata prendere la mano e sono precipitata dal tetto del garage dei Rruzak, ho distrutto il cespuglio di rose da concorso della signora Kruzak, mi sono strappata i calzoncini e le mutandine di cotone a fiori, e ho trascorso il resto della giornata senza rendermi conto che avevo il sedere di fuori.

Mentalmente alzo gli occhi al cielo, esasperata. Datti una mossa. Non c’è motivo di essere nervosa. Questa è la volontà di Dio. Dopo tutto, non ho forse estratto a sorte quel nome da un cappello, questa sera? Be’, per la verità era una ciotola, ma in ogni caso si tratta di una coincidenza cosmica. Va bene, a essere sincera ho barato un po’, e ho sbirciato quando ho estratto il nome. Diamine, a volte il destino ha bisogno di una spinta. Voglio dire: se mi fossi semplicemente affidata al fato, non sarei stata costretta a fare quella stupida telefonata, no?

Inoltre ho anche qualche altro trucco da parte, sono attrezzata per l’occasione: abito corto e nero da mangiatrice di uomini, scarpe col tacco allacciate alla caviglia, rossetto vermiglio e lucido, una scatola di preservativi nel cassetto dei maglioni, una pistola carica pronta all’uso nel vaso dei biscotti. Stephanie Plum, una donna in missione: catturarlo vivo o morto.

Un momento prima avevo sentito aprirsi le porte scorrevoli dell’ascensore, e poi dei passi nel corridoio. I passi si erano fermati davanti alla porta del mio appartamento, e avevo capito che era lui perché mi si erano contratti i capezzoli.

Aveva bussato una volta, e io ero rimasta paralizzata a fissare la serratura. Avevo aperto la porta al secondo richiamo facendo poi un passo indietro; i nostri sguardi si erano incrociati. Lui non dava il minimo segno del nervosismo che provavo io. Curiosità, forse. E desiderio. Molto desiderio. Desiderio a palate.

«Ciao» dissi.

Lui entrò nell’ingresso e chiuse la porta a chiave. Aveva il respiro lento e profondo, gli occhi scuri e l’espressione seria, e mi stava studiando.

«Bel vestito» disse. «Toglilo.»

«Magari un goccio di vino, prima» replicai. Prendi tempo!, pensavo. Fallo ubriacare! Dopo di che, se sarà un disastro forse non se lo ricorderà.

Lui scosse piano la testa. «Direi di no.»

«Un panino?»

«Dopo. Molto dopo.»

Mentalmente mi feci scrocchiare le dita, tesa.

Lui sorrise. «Sei carina quando sei nervosa.»

Strabuzzai gli occhi. Essere carina non era stato esattamente il mio obiettivo quando avevo organizzato la serata e fantasticato sulle prospettive.

Lui mi tirò a sé, allungando la mano dietro la schiena per slacciarmi la cerniera lampo. Il vestito cadde dalle spalle e si afflosciò ai miei piedi, lasciandomi con solo quelle scarpe sfacciate e un tanga Victoria’s Secret così sottile da essere quasi inesistente.

Sono alta quasi un metro e settanta, e i tacchi aggiungono altri dieci centimetri, ma lui mi supera ugualmente di un paio di dita. È anche molto più muscoloso.

Fece scorrere le mani delicatamente lungo la mia schiena e mi osservò.

«Carina» disse.

L’aveva già vista altre volte, naturalmente. Aveva infilato la testa sotto la mia gonna quando avevo sette anni. Mi aveva liberata della verginità a diciotto. E, in tempi più recenti, mi aveva fatto cose che non avrei dimenticato tanto in fretta. È un poliziotto di Trenton e si chiama Joe Monelli.

«Ti ricordi quando da bambini giocavamo al trenino?» domandò.

«Io facevo sempre il tunnel, e tu sempre il treno.»

Lui arpionò con i pollici l’elastico del mio slip e lo fece scivolare giù lentamente.

«Ero un ragazzino depravato» disse.

«Vero.»

«Ora sono migliore.»

«A volte.»

Questo mi fece guadagnare un sorriso pieno di lussuria. «Dolcezza, non dubitarne mai.»

Poi mi baciò, e il mio slip scivolò a terra. Oh, mio Dio. Oh, mio Dio!

Capitolo 1

Cinque mesi dopo…

Carol Zabo stava sul guardrail esterno del ponte sul fiume Delaware, che collega Trenton nel New Jersey con Morrisville in Pennsylvania. Reggeva nel palmo della mano destra un grosso mattone di materiale refrattario, legato alla caviglia con una corda da bucato lunga poco più di un metro. Sul lato del ponte era scritto a grandi lettere lo slogan TRENTON FA E IL MONDO PRENDE. A quanto pareva, Carol era stanca di vedersi prendere dal mondo ciò che lei faceva, qualunque cosa fosse, sicché si preparava a buttarsi nel Delaware lasciando che il mattone facesse il suo dovere.

Io mi trovavo a circa tre metri da Carol e, parlandole, cercavo di convincerla ad allontanarsi dal guardrail. Gli automobilisti ci passavano accanto, alcuni rallentavano per curiosare, imbambolati, altri si facevano strada sfrecciando a destra e sinistra tra i ficcanaso e rivolgevano a Carol gesti osceni perché disturbava il traffico.

«Ascolta, Carol» dissi «sono le otto e mezzo del mattino e comincia a nevicare. Mi si sta congelando il culo. Deciditi a buttarti perché mi scappa la pipì e ho bisogno di un caffè.»

Per la verità non credetti nemmeno per un minuto che si sarebbe buttata. Tanto per cominciare, indossava una giacca da quattrocento dollari. Non era possibile, la giacca si sarebbe rovinata. Carol veniva dal quartiere di Chambersburg, a Trenton, proprio come me, e lì la gente prima passa la giacca alla sorella e dopo si butta dal ponte.

«Ascoltami tu, Stephanie Plum» disse Carol battendo i denti. «Nessuno ti ha invitata a questa festa.»

Carol e io eravamo andate a scuola insieme. Lei faceva la capo-majorette e io roteavo il bastone. Ora lei era sposata con Lubie Zabo e voleva suicidarsi. Se fossi stata sposata con Lubie, anch’io avrei voluto suicidarmi, ma non era quello il motivo per cui Carol se ne stava sul guardrail con un mattone legato a una corda da bucato. Aveva rubato alcuni slip sexy nei grandi magazzini Frederick’s of Hollywood, sul corso principale. Non che Carol non potesse permettersi le mutandine: voleva solo mettere un po’ di pepe nella sua vita sessuale, ma era troppo imbarazzata per portarle alla cassa. Nella fretta di scappare aveva tamponato l’auto del poliziotto in borghese Brian Simon, ed era fuggita senza fermarsi. In quel momento Brian si trovava in macchina e l’aveva inseguita e sbattuta in gattabuia.

Mio cugino Vinnie, presidente e unico proprietario dell’agenzia Vincent Plum — Garanzie per cauzioni, aveva firmato il permesso di rilascio per Carol. Se lei non si fosse presentata il giorno dell’udienza, Vinnie ci avrebbe rimesso ì soldi della cauzione, a meno che non fosse riuscito a rinvenire il cadavere di Carol in tempo utile.

Ecco perché mi trovavo lì. Io sono un’agente di custodia per gli inquisiti, che è un sinonimo gentile di «cacciatrice di latitanti», e recupero la gente per conto di Vinnie. Preferibilmente vivi e disarmati. Vinnie aveva adocchiato Carol mentre andava al lavoro, quella mattina, e mi aveva incaricata di recuperarla; oppure, se il recupero non fosse stato possibile, di individuare il punto esatto in cui cadeva nel fiume. Vinnie temeva di rimetterci la cauzione se Carol si fosse buttata e i sommozzatori e i poliziotti con le aste uncinate non fossero riusciti a trovare il suo corpo appesantito dall’acqua.

«Questo è proprio un brutto modo di morire» dissi a Carol. «Avrai un aspetto orribile quando ti troveranno. Pensaci: i capelli ti diventeranno uno schifo.»

Lei roteò gli occhi verso l’alto come se potesse vedersi fin sopra la testa. «Merda. Non ci avevo pensato» disse. «E ho anche fatto da poco i colpi di sole. Fatica sprecata.»

La neve cadeva a grandi fiocchi informi e bagnati. Io portavo un paio di anfibi con spesse suole vibram, ma il freddo mi si infiltrava lo stesso fino ai piedi. Carol era più elegante, con frivoli stivali alla caviglia, un vestitino nero e la costosa giacca. In un certo senso, il mattone pareva troppo sportivo per il resto dell’abbigliamento. E l’abito mi ricordava uno di quelli che avevo nell’armadio. Lo avevo indossato solo per pochi minuti, prima che venisse gettato a terra e allontanato con un calcio… il fischio d’inizio di una notte molto faticosa con l’uomo dei miei sogni. O, almeno, con uno degli uomini dei miei sogni. È buffo come ognuno di noi attribuisca significati diversi agli abiti. Io mi mettevo quel vestito per attirare un uomo nel mio letto, mentre Carol lo sceglieva per suicidarsi. Ora, dal mio punto di vista buttarsi da un ponte vestita così è una pessima decisione. Se io dovessi gettarmi da un ponte indosserei abiti comodi: Carol avrebbe avuto l’aspetto di un’idiota, con la gonna sollevata fino alle orecchie e le mutandine in bella vista.

«Allora? Che cosa ne pensa Lubie dei colpi di sole?» domandai.

«A Lubie piacciono i colpi di sole» disse Carol. «Però vuole che mi faccia crescere i capelli. Dice che i capelli lunghi sono di gran moda, adesso.»

Personalmente, io non scommetterei molto sulla sensibilità per le tendenze della moda di un uomo che si è guadagnato il soprannome vantandosi delle proprie prodezze sessuali con una pistola lubrificante. Ma, diamine, è solo la mia opinione. «Ripetimi un po’ perché stai lì su quel guardrail.»

«Preferisco morire, piuttosto che andare in galera.»

«Ti ho detto che non andrai in galera. E anche se fosse, non sarebbe per molto.»

«Un giorno è già troppo! Un’ora è già troppo! Ti fanno togliere tutti i vestiti e poi ti fanno chinare per cercare armi nascoste. E devi andare in bagno davanti a tutti. Non c’è intimità, capisci? Ho visto un servizio in televisione.»

Bene, ora la faccenda mi era un po’ più chiara. Mi sarei uccisa anche io, piuttosto che fare una cosa del genere.

«Forse non dovrai andare in galera» dissi. «Conosco bene Brian Simon. Posso parlargli. Forse riuscirò a convincerlo a lasciar cadere le accuse.»

Il viso di Carol si illuminò. «Davvero? Faresti questo per me?»

«Ma certo. Non posso garantire niente, ma posso provarci.»

«E se non ritira le accuse potrò sempre suicidarmi.»

«Proprio così.»

Caricai in auto Carol insieme al mattone e poi mi diressi al 7-Eleven per prendere un caffè e una confezione di ciambelle al cioccolato. Mi pareva di essermele proprio meritate, visto che ero stata così brava a salvare la vita di Carol.

Portai le mie provviste fino all’ufficio di Vinnie, un locale a piano terra affacciato su Hamilton Avenue: non volevo correre il rischio di mangiarmi da sola tutte le ciambelle. E speravo che Vinnie avesse altro lavoro per me. Come agente di custodia degli inquisiti, mi pagano solo se riesco a riportare indietro qualcuno, e al momento ero libera da incarichi.

«Dannazione, capo» disse Lula da dietro gli schedari. «Dalla porta stanno entrando delle ciambelle.»

Con il suo metro e mezzo di statura e poco più di novanta chili di peso, Lula è qualcosa di molto simile a un esperto di ciambelle. Quella settimana era in versione monocromatica: capelli, pelle e rossetto, tutto color cacao. La tinta della pelle è permanente, ma quella dei capelli cambia ogni settimana.

Lula si occupa dell’archivio di Vinnie, e mi dà una mano quando ho bisogno di aiuto. Poiché io non sono la migliore cacciatrice di latitanti del mondo, e Lula non è la migliore aiutante del mondo, la faccenda si rivela perlopiù una specie di versione dilettantesca dei telefilm polizieschi.

«Sono ciambelle al cioccolato?» domandò Lula. «Stavamo proprio dicendo, con Connie, che ne avremmo avuto tanto bisogno. Vero, Connie?»

Connie Rosolli è la capoufficio di Vinnie. Seduta alla scrivania, in mezzo alla stanza, si stava esaminando i baffi in uno specchio. «Credo che farò di nuovo l’elettrolisi» disse. «Che cosa ne pensi?»

«Penso che sia un’ottima idea» le rispose Lula, prendendo senza complimenti una ciambella. «Stai cominciando ad assomigliare a Groucho Marx.»

Sorseggiai il caffè spulciando tra alcune cartelline di documenti che Connie aveva sulla scrivania. «È arrivato niente di nuovo?»

La porta dell’ufficio di Vinnie si spalancò con improvvisa violenza, e Vinnie mise fuori la testa. «Vaffanculo: qualcosa di nuovo c’è… ed è tutto tuo.»

Lula increspò un angolo della bocca e Connie arricciò il naso.

Io mi sentivo un peso sullo stomaco. Di solito devo mendicare gli incarichi, e ora ecco che Vinnie aveva tenuto qualcosa da parte per me. «Che cosa succede?» domandai.

«Si tratta di Ranger» disse Connie. «Si è dato alla macchia, non risponde al cercapersone.»

«Il bastardo non si è fatto vedere all’udienza contro di lui, ieri» disse Vinnie. «È un MC.»

MC è l’abbreviazione che usano i cacciatori di latitanti per «Mancata Comparizione». Di solito sono contenta di sapere che qualcuno non è comparso all’udienza, perché significa che tocca a me riportarlo all’ovile e guadagno di più. In questo caso non c’erano soldi da guadagnare, perché se Ranger non voleva farsi trovare non c’era verso di stanarlo. Fine della discussione.

Ranger è un cacciatore di latitanti come me, solo che lui è bravo. Ha quasi la mia età, anno più anno meno; è cubano-americano; e sono quasi certa che i delinquenti li faccia fuori. Due settimane prima una recluta idiota della polizia aveva arrestato Ranger con l’accusa di porto d’armi abusivo. Qualunque sbirro a Trenton conosce Ranger e sa che è armato illegalmente, ma a tutti va benissimo così. Ma nessuno aveva informato il novellino. Perciò Ranger era stato fermato e rinviato a giudizio per una blanda lavata di capo. Nel frattempo Vinnie lo aveva fatto uscire con una bella somma di denaro, e ora si sentiva solo, spaesato, abbandonato a se stesso in un limbo. Prima Carol. Ora Ranger. Non certo un bell’inizio, per un martedì.

«C’è qualcosa che non mi quadra» dissi. Questa faccenda mi faceva pesare il cuore in petto come piombo, perché là fuori c’era gente a cui non sarebbe dispiaciuto se Ranger fosse sparito per sempre. Ma la sua scomparsa avrebbe lasciato un gran vuoto nella mia vita.

«Non è da Ranger non comparire all’udienza in tribunale. O ignorare il cercapersone.»

Lula e Connie si scambiarono un’occhiata.

«Hai presente quel grande incendio che c’è stato giù in città domenica?» disse Connie. «È saltato fuori che l’edificio è di proprietà di Alexander Ramos.»

Alexander Ramos è un trafficante d’armi che gestisce il mercato nero dalla sua tenuta estiva sulla costa del New Jersey e dalla sua fortezza invernale ad Atene. Ha tre figli adulti, due dei quali vivono negli Stati Uniti, uno a Santa Barbara e l’altro a Hunterdon County. Il terzo vive a Rio. Queste non sono affatto informazioni riservate: la famiglia Ramos ha occupato per quattro volte la copertina del «Newsweek». Da anni la gente era convinta che Ranger avesse un qualche legame con i Ramos, ma di quale legame si trattasse precisamente non si era mai saputo. Ranger è un maestro nel non far sapere le cose.

«E allora?» domandai.

«E allora ieri, quando sono finalmente riusciti ad accedere all’edificio, hanno trovato il figlio più giovane di Ramos, Homer, arrostito in un ufficio al terzo piano. Oltre a essere carbonizzato, aveva anche un bel buco in testa, opera di una pallottola.»

«E allora?»

«E allora vogliono interrogare Ranger. La polizia è venuta qui proprio pochi minuti fa, a cercarlo.»

«Perché?»

Connie allargò le braccia.

«Comunque, lui se l’è svignata» disse Vinnie «e tu lo riporterai indietro.»

Involontariamente alzai la voce di un’ottava. «Che cosa? Sei impazzito? Io non vado a cercare Ranger.»

«È questo il bello della faccenda» disse Vinnie. «Non c’è bisogno che tu lo cerchi, perché verrà lui: ha un debole per te.»

«No! Non ci penso neanche. Scordatelo.»

«Benissimo» disse Vinnie «se non vuoi il lavoro, ci manderò Joyce.»

Joyce Barnhardt è la mia nemica storica. Solitamente mangio la polvere prima di rinunciare a qualcosa e cederlo a lei. In questo caso, Joyce poteva tenersi il lavoro. Che fosse lei a perdere tempo girando a vuoto, in cerca dell’uomo invisibile.

«Che altro c’è?» domandai a Connie.

«Due casi minori e una vera carogna.» Mi porse tre cartelline. «Visto che Ranger non è disponibile, sarò costretta a dare a te la carogna.»

Aprii la prima cartellina. Morris Munson. Arrestato per guida pericolosa e omicidio colposo. «Poteva andare peggio» dissi. «Poteva essere omicidio con sevizie.»

«Non hai letto bene fino in fondo» disse Connie. «Dopo aver investito la vittima, che casualmente era la sua ex moglie, questo tizio l’ha colpita con il cric, l’ha seviziata e ha cercato di darle fuoco. È stato accusato di omicidio per guida pericolosa perché, secondo il medico legale, la donna era già morta quando lui ha cominciato con il cric. L’aveva annaffiata per bene di benzina e stava cercando di far funzionare l’accendino quando un’auto della polizia è passata di lì per caso.»

Piccole macchie nere cominciarono a danzare davanti ai miei occhi. Mi lasciai cadere sul divano di finta pelle e misi la testa fra le ginocchia.

«Stai bene?» domandò Lula.

«Probabilmente è solo un calo di zuccheri» dissi. Probabilmente, invece, è colpa di questo lavoro.

«Poteva andare peggio» disse Connie. «Qui dice che non era armato. Tu ricordati di portare la pistola e vedrai che andrà tutto bene.»

«Non posso credere che l’abbiano rilasciato su cauzione.»

«Va’ a capire» disse Connie. «Immagino che non avessero più spazio per ospitarlo.»

Alzai lo sguardo su Vinnie, che stava ancora sulla soglia del suo ufficio. «Tu hai garantito per questo maniaco?»

«Ehi, io non sono un giudice, sono un uomo d’affari. Non aveva precedenti» disse Vinnie. «E ha un buon posto di lavoro in una fabbrica di bottoni. E una casa di proprietà.»

«E adesso è sparito.»

«Non si è presentato all’udienza» disse Connie. «Ho chiamato la fabbrica e hanno detto che mercoledì è stata l’ultima volta che l’hanno visto.»

«Non si è nemmeno fatto sentire? Ha telefonato per darsi malato?»

«No. Niente. Ho chiamato anche a casa e c’era la segreteria telefonica.»

Diedi un’occhiata agli altri due incartamenti. Lenny Dale, latitante in flagranza, accusato di violenza domestica. E Walter Dunphy, detto «l’uomo della Luna», ricercato per ubriachezza molesta e per aver orinato in luogo pubblico.

Infilai le tre cartelline nella borsa a tracolla e mi alzai.

«Chiamatemi sul cercapersone se sapete qualcosa di Ranger.»

«È la tua ultima occasione» disse Vinnie. «Giuro che altrimenti passo il caso a Joyce.»

Presi una ciambella dalla confezione, passai la scatola a Lula e me ne andai. Era marzo, e la tempesta di neve non riusciva a trasformarsi in qualcosa di veramente serio. C’era un po’ di poltiglia per strada, sul parabrezza e sul finestrino del passeggero si era formato uno strato di ghiaccio. E c’era una grande sagoma sfuocata dietro al vetro. Mi sforzai di vedere attraverso il ghiaccio. La sagoma sfuocata era Joe Morelli.

La maggior parte delle donne avrebbe un orgasmo immediato se si trovasse Morelli seduto nell’auto: era quello l’effetto che faceva. Io lo conoscevo da una vita e non mi capitava quasi più, ormai, di avere un orgasmo immediato. Mi ci volevano almeno quattro minuti.

Indossava stivali, jeans e una giacca nera di lana morbida dalla quale spuntava l’orlo di una camicia di flanella scozzese rossa. Sotto la camicia aveva una T-shirt nera e una Glock calibro .40. Gli occhi erano del colore del whiskey invecchiato, e il corpo dimostrava l’ottima qualità dei geni ereditari italiani, unita a un serio allenamento in palestra. Aveva fama di godersi la vita, ed era una fama ben meritata ma superata. Morelli concentrava tutte le energie sul lavoro, ora.

Mi infilai in auto, al volante, girai la chiavetta dell’avviamento e accesi lo sbrinatore al massimo. Viaggiavo su una Honda Civic azzurra vecchia di sei anni, che era un mezzo di trasporto assolutamente perfetto, ma non mi permetteva di scatenare la fantasia. Difficile sentirsi Xena, la Principessa Guerriera, su una Civic di sei anni.

«Allora?» chiesi a Morelli. «Che cosa succede?»

«Sei a caccia di Ranger?»

«Per niente. Non io. Nossignore. Non se ne parla nemmeno.»

Sollevò le sopracciglia.

«Non sono capace di fare magie» dissi. Mandarmi a cercare Ranger sarebbe stato come mandare il pollo a caccia della volpe.

Morelli era spaparanzato contro la portiera. «Ho bisogno di parlargli.»

«Stai indagando sull’incendio?»

«No. Si tratta di qualcos’altro.»

«Qualcos’altro che ha a che vedere con l’incendio? Come il buco in testa di Homer Ramos, per esempio?»

Morelli sorrise. «Fai un sacco di domande.»

«Sì, ma non riesco a ottenere neanche una risposta. Perché Ranger non risponde al cercapersone? In che modo è coinvolto in questa faccenda?»

«Ha incontrato Ramos in tarda serata. Sono stati ripresi da una telecamera del sistema di sicurezza. L’edificio è chiuso, di notte, ma Ramos aveva la chiave. È arrivato per primo, ha aspettato Ranger per dieci minuti e poi gli ha aperto la porta. Insieme hanno attraversato l’atrio e preso l’ascensore fino al terzo piano. Trentacinque minuti dopo, Ranger è uscito da solo. E dopo altri dieci minuti è scattato l’allarme antincendio. Sono stati visionati i nastri di tutte le quarantotto ore precedenti e, stando alle telecamere, nell’edificio non c’era nessun altro, all’infuori di Ranger e Ramos.»

«Dieci minuti sono un sacco di tempo. Aggiungine altri tre, per prendere l’ascensore o scendere le scale. Perché l’allarme non è scattato prima, se è stato Ranger ad appiccare il fuoco?»

«La porta dell’ufficio in cui è stato trovato Ramos era chiusa, e lì non ci sono rivelatori di fumo; questi si trovano solo nel corridoio.»

«Ranger non è uno stupido. Non si sarebbe lasciato riprendere dalle telecamere se avesse avuto intenzione di far fuori qualcuno.»

«La telecamera era nascosta.» Morelli adocchiò la mia ciambella. «La mangi?»

Spezzai la ciambella in due e gliene diedi un pezzo. Addentai la mia metà. «È stato usato qualche agente infiammabile?»

«Una piccola quantità di combustibile per accendini.»

«Pensi che sia stato Ranger?»

«Difficile dirlo, trattandosi di lui.»

«Connie dice che a Ramos hanno anche sparato.»

«Un proiettile da nove millimetri.»

«Perciò tu pensi’che Ranger stia sfuggendo alla polizia.»

«È Allen Barnes che si occupa delle indagini sull’omicidio. Tutto quello che ha raccolto finora conduce a Ranger e, se lo avesse portato dentro per interrogarlo, probabilmente avrebbe potuto trattenerlo qualche tempo per via dei precedenti, come l’accusa di porto d’armi abusivo. Comunque tu la voglia vedere, stare rinchiuso in cella non è certo ciò che Ranger vuole, ora. E come Barnes ha individuato in Ranger il principale sospettato, così ci sono ottime probabilità che Alexander Ramos sia giunto alla stessa conclusione. Se Ramos crede che Ranger abbia fatto fuori Homer, non aspetterà che sia il tribunale a fare giustizia.»

La ciambella era diventata un malloppo che mi si era bloccato in gola. «O forse Ramos è già arrivato a Ranger…»

«Anche questa è una possibilità.»

Merda. Ranger è un mercenario il cui rigoroso codice morale non necessariamente corrisponde sempre a quello dell’opinione comune. Aveva fatto la sua entrata in scena in veste di mio mentore quando avevo cominciato a lavorare per Vinnie, e il nostro rapporto era cresciuto fino a diventare un’amicizia, almeno per quanto lo consentissero il suo stile di vita da lupo solitario e il mio personale desiderio di rimanere viva. E, per la verità, c’era stata una crescente attrazione sessuale tra noi due, che mi spaventava a morte. Perciò i miei sentimenti per Ranger erano già complicati in partenza, e ora all’elenco delle emozioni indesiderate si aggiungeva un assai brutto presentimento.

Il cercapersone di Morelli squillò. Lui guardò il messaggio sul display e sospirò. «Devo andare. Se ti capita di incrociare Ranger, riferiscigli quello che ti ho detto. Devo proprio parlare con lui.»

«Dovrai pagare un prezzo, per questo.»

«Cena?»

«Pollo fritto» dissi. «Il più unto possibile.»

Lo guardai scendere dall’auto e attraversare la strada. Mi godetti quell’immagine finché non fu fuori dal mio campo visivo e poi rivolsi di nuovo l’attenzione agli incartamenti. Conoscevo Dunphy, «l’uomo della Luna». Eravamo andati a scuola insieme. Nessun problema, in quel caso: dovevo solo andare a scollarlo dal suo televisore.

Lenny Dale viveva in un condominio sulla Grand Avenue e risultava avere ottantadue anni. Mugugnai al pensiero. Non è mai piacevole catturare un vecchio di ottantadue anni. Comunque vadano le cose, si fa sempre la figura del verme, e ci si sente tale.

Restava da leggere l’incartamento di Morris Munson, ma non avevo voglia di andarci. Meglio rimandare e sperare che Ranger si facesse vivo.

Decisi di occuparmi di Dale, come prima cosa. Stava a meno di mezzo chilometro dall’ufficio di Vinnie e dovevo fare un’inversione di marcia sulla Hamilton, ma l’auto non ne volle sapere: andava dritta verso il centro e verso l’edificio incendiato.

Va bene, sono curiosa. Volevo vedere la scena del delitto. E magari speravo di avere una percezione extrasensoriale: stare davanti all’edificio e avere una folgorazione sul conto di Ranger.

Oltrepassai i binari della ferrovia e avanzai lentamente nel traffico mattutino. L’edificio si trovava all’angolo tra la Adams e la Terza. Era un palazzo di mattoni alto quattro piani, probabilmente di una cinquantina d’anni. Parcheggiai sul lato opposto della strada, scesi dall’auto e osservai le finestre annerite dal fumo, alcune delle quali inchiodate con assi di legno. Il nastro giallo per delimitare la scena del delitto si estendeva per tutta la larghezza dell’edificio, teso fra transenne posizionate in modo strategico sul marciapiede per impedire ai ficcanaso come me di avvicinarsi troppo. Ma io non sono il tipo a cui un dettaglio come un sigillo della polizia può impedire di dare una sbirciatina.

Attraversai la strada e mi infilai sotto il nastro. Provai a entrare dalla doppia porta a vetri ma la trovai chiusa. All’interno, l’atrio appariva relativamente indenne. Un bel po’ di acqua lurida e muri anneriti dal fumo, ma nessun danno visibile dovuto al fuoco.

Mi voltai e osservai gli edifici circostanti. Palazzi di uffici, negozi e, all’angolo, un ristorante che effettuava consegne a domicilio.

Ehi, Ranger, sei qui da qualche parte?

Niente. Nessuna percezione extrasensoriale.

Tornai rapidamente all’automobile, mi chiusi dentro e presi il telefono cellulare. Composi il numero di Ranger e attesi due squilli prima che la sua segreteria telefonica rispondesse. Il messaggio che lasciai fu molto breve: «Stai bene?».

Chiusi la comunicazione e rimasi lì seduta qualche minuto, col fiato corto e un buco nello stomaco. Non volevo che Ranger fosse morto. E non volevo che avesse ucciso Homer Ramos. Non che mi importasse un accidenti di Ramos, ma chiunque lo avesse ucciso avrebbe pagato per questo, in un modo o nell’altro.

Alla fine misi in moto l’auto e me ne andai. Mezz’ora dopo stavo davanti alla porta di Lenny Dale, e a quanto pareva i Dale erano in casa perché si sentiva un gran urlare dentro l’appartamento. Rimasi lì nel corridoio del terzo piano, spostando il mio peso da un piede all’altro, ad aspettare un momento di calma in tutto quel chiasso. Quando arrivò, bussai. Questo provocò un’altra esplosione di urla per decidere chi dovesse venire ad aprirmi.

Bussai di nuovo. La porta si spalancò e un vecchio mise fuori la testa. «Sì?»

«Lenny Dale?»

«Ce l’hai davanti, sorella.»

Era tutto naso. Il resto della faccia si era ritirato attorno a quel becco d’aquila, il cranio pelato era chiazzato di macchie color fegato, le orecchie parevano sproporzionate su quella testa mummificata. La donna alle sue spalle era canuta e grassa, con le gambe grosse come tronchi d’albero e i piedi ficcati in un paio di pantofole di peluche a forma di Garfield il Gatto.

«Che cosa vuole, quella?» strillò la donna. «Che cosa vuole?»

«Se chiudi il becco lo scoprirò!» strillò lui di rimando. «Cianciare, cianciare, cianciare. Non sai far altro.»

«Te lo do io il cianciare e cianciare» disse lei. E gli rifilò una botta sulla testa calva e lucida.

Dale si girò su se stesso e la colpì dritto su un lato della faccia.

«Ehi!» dissi. «Piantatela!»

«Ne vuoi uno anche tu?» disse Dale balzandomi contro con il pugno alzato.

Tesi la mano per ammonirlo e per un momento lui rimase immobile come una statua, paralizzato in quel gesto di levare il pugno. Aprì la bocca, strabuzzò gli occhi e cadde, rigido come un pezzo di legno, rovinando al suolo.

Mi inginocchiai accanto a lui. «Signor Dale?»

La moglie lo toccò con un piede, dentro la pantofola di Garfield. «Mmm» disse. «Mi sa che è un altro di quei suoi attacchi di cuore.»

Gli misi una mano sul collo ma non riuscii a trovare le pulsazioni.

«Oh, Cristo» dissi.

«È morto?»

«Be’, io non ne capisco molto…»

«A me pare morto.»

«Chiami il pronto intervento, io provo con la rianimazione cardiopolmonare.» In realtà non sapevo come si praticasse, ma lo avevo visto fare in televisione e volevo provarci.

«Tesoro» disse la signora Dale «riporta quell’uomo in vita e ti meno con il batticarne finché la tua testa non sembrerà una polpetta di vitello.» Si chinò sul marito. «E comunque guardalo lì: è morto stecchito. Non potrebbe essere più morto di così.»

Temevo proprio che avesse ragione. Il signor Dale non aveva un bell’aspetto.

Una donna ancora più anziana venne alla porta. «Che cosa è successo? Un altro degli attacchi di cuore di Lenny?» Si voltò e strillò in direzione del corridoio. «Roger, chiama il pronto intervento. Lenny ha avuto un altro attacco.»

In un attimo la stanza si riempì di vicini, che facevano commenti sulle condizioni di Lenny e un sacco di domande. Come è successo? È stata una cosa rapida? Per caso la signora Dale voleva una teglia di tagliatelle al tacchino per la veglia funebre?

Sicuro, disse la signora Dale, le tagliatelle andavano benissimo. E si domandò se Tootie Greenberg avrebbe potuto preparare una di quelle torte ai semi di papavero come aveva fatto per Moses Schultz.

L’unità del pronto soccorso arrivò, guardò Lenny e fu d’accordo con l’opinione generale: Lenny Dale era morto stecchito.

Io sgattaiolai silenziosamente fuori dall’appartamento e me la filai verso l’ascensore. Non era neppure mezzogiorno e la mia giornata pareva già troppo lunga e troppo piena di morti. Quando arrivai nell’atrio telefonai a Vinnie.

«Sta’ a sentire» dissi «ho trovato Dale, ma è morto.»

«Da quanto?»

«Circa venti minuti.»

«Ci sono testimoni?»

«La moglie.»

«Merda» disse Vinnie. «È stata legittima difesa, vero?»

«Ma non l’ho ucciso io!»

«Sei sicura?»

«Be’, è stato un attacco di cuore, immagino di aver forse contribuito un pochino…»

«Dov’è lui, adesso?»

«Nel suo appartamento. Ci sono anche quelli del pronto soccorso, ma non possono fare assolutamente niente. È proprio morto.»

«Cristo, non potevi fargli venire l’attacco di cuore dopo averlo portato alla polizia? Questa sarà una gran seccatura. Non ti immagini neanche la quantità di scartoffie che c’è da compilare per cose del genere. Fa’ una cosa, vedi se puoi convincere i ragazzi del pronto soccorso a portare Dale al tribunale.»

La bocca mi si spalancò per lo stupore.

«Sì, così potrebbe andare» disse Vinnie. «Fa’ solo in modo che uno dei tizi dell’accettazione venga fuori a dare un’occhiata. Così poi ti darà una ricevuta per il cadavere.»

«Non ho nessuna intenzione di portare un povero vecchio morto alla polizia!»

«Che problema c’è? Pensi che abbia fretta di farsi imbalsamare? Mettila così: stai facendo una cosa buona per lui, sai, come una specie di “ultimo giro, ultimo regalo”.»

Per la miseria. Interruppi la comunicazione. Avrei dovuto tenermi tutta la confezione di ciambelle: la giornata cominciava a sembrare una di quelle in cui me ne sarei mangiate otto. Guardai il piccolo lampeggiante verde del cellulare. Dài, Ranger, pensai. Chiamami.

Uscii dall’atrio e mi diressi in strada. Dunphy «l’uomo della Luna» era il prossimo della lista. Il Luna abitava al Burg, un quartiere a un paio di isolati dalla casa dei miei genitori. Divideva la casetta a schiera con altri due tizi giù di testa quanto lui. L’ultima volta che ne avevo sentito parlare stava facendo un lavoro notturno, come magazziniere allo Shop Bag, e a quell’ora del giorno supponevo che fosse a casa a sgranocchiare patatine e a guardare le repliche di Star Trek.

Svoltai nella Hamilton, oltrepassai l’ufficio, voltai di nuovo a sinistra all’ospedale St. Francis per entrare nel Burg, e cominciai a girare attorno alle casette a schiera sulla Grant. Il Burg è’una zona di Trenton che da un lato è delimitata dalla Chambersburg Street e dall’altro si estende verso Italy. Dolcetti prelibati e pane alle olive sono articoli di prima necessità al Burg. Lì si usa dire «linguaggio dei segni» per indicare il dito medio rivolto dritto verso il cielo. Le case sono modeste, le automobili enormi, le finestre pulite.

Parcheggiai a metà dell’isolato e controllai sulla lista di avere il numero civico giusto. La schiera era composta di ventitré casette, tutte attaccate una all’altra, ognuna di due piani, con la facciata a ridosso del marciapiede. Il Luna abitava al numero 45 della Grant.

Spalancò la porta e mi guardò. Era alto poco meno di un metro e ottanta, aveva i capelli castano chiaro che gli scendevano fino alle spalle, con la riga in mezzo. Era magro e dinoccolato, indossava una T-shirt nera dei Metallica e un paio di jeans con buchi alle ginocchia. In mano teneva un vasetto di burro di arachidi e un cucchiaio: era ora di pranzo. Mi fissò con l’aria confusa, poi si illuminò e si diede un colpetto in testa con il cucchiaio, lasciando una pallina di burro di arachidi appiccicata ai capelli. «Cazzo, piccola! Mi sono scordato dell’udienza in tribunale!»

Era impossibile non adorare il Luna, e nonostante la giornataccia mi ritrovai a sorridere. «Già. Dobbiamo portarti di nuovo là e fissare un’altra udienza.» E io stessa sarei andata a prenderlo per accompagnarlo in tribunale, la prossima volta. Stephanie Plum, mamma chioccia.

«Cosa deve fare il Luna?»

«Vieni con me alla stazione di polizia e ti darò io una mano a sbrigare la faccenda.»

«Gran seccatura, piccola. Sono nel bel mezzo di una replica di Rocky and Bullwinkle. Non possiamo rimandare a un’altra volta? Ehi, dico, perché non resti a pranzo e ci guardiamo insieme il vecchio Rocky?»

Gettai un’occhiata al cucchiaio che teneva in mano. Probabilmente possedeva soltanto quello. «Apprezzo l’invito» dissi «ma ho promesso a mia madre che avrei pranzato con lei.» Quella che si dice una piccola, innocente bugia.

«Ehi, questo sì che è proprio carino. Mangiare con la tua mamma. Molto meglio.»

«Allora, che ne dici se io adesso vado a pranzo e poi torno a prenderti, diciamo fra un’oretta?»

«Grandioso. Il Luna lo apprezzerebbe molto, piccola.»

Scroccare il pranzo da mia madre non era una cattiva idea, ora che ci pensavo. Oltre al cibo avrei scoperto qualunque pettegolezzo stesse girando al Burg riguardo all’incendio.

Lasciai il Luna alle sue repliche e avevo già la mano sulla maniglia della portiera dell’auto quando una Lincoln nera accostò e si fermò accanto a me.

Il finestrino dal lato del passeggero si abbassò e un uomo guardò fuori. «Sei Stephanie Plum?»

«Sì.»

«Vorremmo fare due chiacchiere con te. Sali.»

Sì, certo: io dovrei salire su un’auto da impiegati della mafia con due strani tizi, uno dei quali è un pakistano con una calibro .38 infilata nella cintura dei pantaloni e nascosta solo in parte dal rotolo molle della pancia, e l’altro è uno che pare l’Incredibile Hulk con i capelli a spazzola. «La mamma mi ha detto di non accettare passaggi dagli sconosciuti.»

«Non siamo esattamente degli sconosciuti» disse Hulk. «Siamo proprio il tuo genere di ragazzi. Non è vero, Habib?»

«Proprio così» disse Habib piegando la testa verso di me e mostrando, con un sorriso, un dente d’oro. «Siamo nella media, comunque.»

«Che cosa volete?» domandai.

Il tizio sul sedile del passeggero tirò un gran sospiro. «Non hai intenzione di salire in macchina, vero?»

«No.»

«Va bene, la faccenda è questa: stiamo cercando un tuo amico. Solo che forse adesso non è più tuo amico. Forse anche tu lo stai cercando.»

«Mmm.»

«Così pensavamo che si potrebbe lavorare insieme. Sai, essere una squadra.»

«Non credo.»

«Va bene, allora non dovremo far altro che seguirti. Abbiamo pensato che fosse meglio dirtelo, in modo che tu non ti spaventassi, voglio dire, vedendo che ti stiamo alle calcagna.»

«Chi siete?»

«Quello lì al volante è Habib. E io sono Mitchell.»

«No, volevo dire: chi siete, per chi lavorate?» Ero abbastanza sicura di conoscere già la risposta, ma pensavo valesse comunque la pena chiedere.

«Preferiamo non divulgare il nome del nostro datore di lavoro» disse Mitchell. «A te non importa, comunque. Quello che ti interessa è sapere che non devi tenerci fuori da niente, perché altrimenti ci arrabbiamo.»

«Sì, e non è bello quando ci arrabbiamo» disse Habib ammonendomi con il dito. «Non bisogna prenderci sottogamba. Vero?» domandò guardando Mitchell, in cerca di approvazione. «In effetti, se tu ci fai arrabbiare noi spargiamo le tue budella per tutto il posto auto di mio cugino Muhammad, nel parcheggio del 7-Eleven.»

«Sei scemo?» disse Mitchell. «Noi non facciamo queste porcherie con le budella. E se lo facciamo non è certo davanti al 7-Eleven: è lì che vado a prendere il giornale, la domenica.»

«Oh» disse Habib. «Be’, allora potremmo fare qualcosa di erotico. Potremmo fare divertenti giochini perversi con lei… molte, molte volte. Se lei vivesse nel mio Paese, sarebbe svergognata per sempre, nella comunità. Sarebbe un’emarginata. Naturalmente, visto che è un’americana decadente e immorale, sarà invece compiacente e si sottometterà alle perversioni che le infliggeremo, le piaceranno immensamente. Però, aspetta, forse potremmo mutilarla per renderle sgradevole l’esperienza.»

«Ehi, della mutilazione non mi importa, ma sta’ attento con questa faccenda del sesso» disse Mitchell a Habib. «Io ho una famiglia. Se mia moglie viene a sapere qualcosa sono fottuto.»

Capitolo 2

Alzai le braccia al cielo. «Insomma, che diavolo volete?»

«Vogliamo il tuo amichetto Ranger, e sappiamo che lo stai cercando» disse Mitchell.

«Non sto cercando Ranger. Vinnie ha dato l’incarico a Joyce Barnhardt.»

«Non so chi sia Joyce Barnhardt» disse Mitchell. «Io conosco te e ti dico che stai cercando Ranger. E quando lo troverai devi dircelo. Se non lo prendi come un dovere… serio, lo rimpiangerai.»

«Do-ve-re» disse Habib. «Mi piace. Ben detto. Penzo che me ne ricorderò.»

«“Penso”» disse Mitchell. «Si pronuncia “penso”.»

«Penzo.»

«Penso!»

«È quello che ho detto. Penzo.»

«Questo beduino è appena arrivato» disse Mitchell rivolto a me. «Prima lavorava per il nostro capo con altre mansioni, in Pakistan, ma è arrivato con l’ultimo carico di merce e non abbiamo più potuto liberarcene. Deve imparare ancora molte cose.»

«Non sono un beduino» gridò Habib. «Ti pare che sia vestito come un beduino? Sono in America, adesso, e non mi metto più certe cose. E non è carino che tu mi dica questo.»

«Beduino» disse Mitchell.

Habib strinse gli occhi. «Lurido bastardo americano.»

«Panzone.»

«Figlio di un cammelliere.»

«Fottiti» disse Mitchell.

«Ti cascassero le palle» rispose Habib.

Probabilmente non c’è alcun bisogno che io mi preoccupi di questi due tizi, pensai: si ammazzeranno l’un l’altro prima di sera. «Devo salutarvi, adesso» dissi. «Sto andando a casa dei miei per pranzo.»

«Non devi passartela bene» rispose Mitchell «se ti tocca scroccare il pranzo dai tuoi. Potremmo aiutarti in questo, sai? Tu ci dai quello che vogliamo, e noi potremmo essere veramente generosi.»

«Anche se volessi trovare Ranger, cosa che non voglio, non potrei. Ranger è come il fumo.»

«Sì, ma ho sentito dire che tu hai delle doti particolari, se capisci cosa intendo. E poi sei una cacciatrice di latitanti… li riporti indietro vivi o morti. Non te ne sfugge mai uno.»

Aprii la portiera della Honda e scivolai rapidamente al volante. «Dite ad Alexander Ramos che deve cercarsi qualcun altro per trovare Ranger.»

Mitchell aveva la faccia di uno che sta per strozzarsi con un boccone. «Noi non lavoriamo per quello stronzetto. E scusa l’espressione.»

Questo mi fece drizzare sul sedile. «Allora per chi lavorate?»

«Te l’ho già detto. Non possiamo divulgare questa informazione.»

Cristo.

Quando arrivai, mia nonna era sulla soglia di casa. Viveva con i miei genitori da quando mio nonno era andato a giocare al lotto direttamente dal buon Dio. Aveva i capelli grigio acciaio tagliati corti e arricciati con la permanente. Mangiava come un bue e aveva la pelle di un pollo bollito. Le sopracciglia erano sottili come lame di rasoio. Quel giorno indossava un paio di scarpe da tennis bianche e una tuta sintetica color magenta, e si stava facendo scivolare la parte superiore della dentiera avanti e indietro in bocca, il che voleva dire che aveva qualcosa in mente.

«Oh, che bello! Stiamo proprio apparecchiando» disse. «Tua madre ha preparato dell’insalata di pollo e involtini del negozio di Giovicchini.»

Sbirciai nel salotto. La poltrona di mio padre era vuota.

«È fuori con il taxi» disse la nonna «Whitey Blocher ha chiamato e ha detto che avevano bisogno di qualcuno per riempire un buco.»

Mio padre è un pensionato delle poste, ma fa il taxista part-time più per stare fuori di casa che per racimolare qualche spicciolo. E fare il taxista spesso è sinonimo di giocare a pinnacolo all’Elks.

Appesi la giacca nell’ingresso e presi posto al tavolo della cucina. La casa dei miei è una piccola bifamiliare: le finestre del soggiorno guardano sulla strada, quelle della sala da pranzo si affacciano sul vialetto di confine con la casa dei vicini, mentre quelle della cucina e la porta sul retro si aprono sul cortile, ben tenuto ma spoglio in questo periodo dell’anno.

Mia nonna si sedette di fronte a me. «Sto pensando di cambiare il colore dei capelli» disse. «Rose Kotman se li è tinti di rosso e sta piuttosto bene. Adesso ha anche un nuovo fidanzato.» Si servì un involtino e lo affettò con il coltello grande. «Non mi spiacerebbe avere un fidanzato.»

«Rose Kotman ha trentacinque anni» disse mia madre.

«Be’, anche io ne ho circa trentacinque» disse la nonna. «Tutti dicono sempre che non dimostro la mia età.»

Era vero: sembrava una donna di circa novant’anni. Le volevo molto bene, ma la forza di gravità non era stata gentile con lei.

«C’è un tizio, al circolo degli anziani, sul quale ho messo gli occhi» disse la nonna. «È proprio belloccio. Scommetto che se avessi i capelli rossi mi darebbe una ripassata.»

Mia madre aprì la bocca per dire qualcosa, poi ci ripensò e si allungò a prendere l’insalata di pollo.

Non avevo molta voglia di pensare ai dettagli delle ripassate di nonna, perciò cambiai discorso e arrivai dritta all’argomento che mi interessava. «Avete sentito dell’incendio giù in centro?»

La nonna spalmò un’abbondante dose di maionese sull’involtino. «Parli di quell’edificio all’angolo fra la Adams e la Terza? Questa mattina ho incontrato Esther Moyer in panetteria, e mi ha detto che c’era suo figlio Bucky al volante del camion dei pompieri con la scala. Dice che Bucky le ha raccontato che è stato un incendio veramente grandioso.»

«Nient’altro?»

«Esther ha detto che quando sono entrati nell’edificio, ieri, hanno trovato un corpo al terzo piano.»

«Sa chi era?»

«Homer Ramos. Esther ha detto che era completamente carbonizzato. Gli avevano sparato. Aveva un gran buco in testa. Ho dato un’occhiata per vedere se il cadavere sarebbe stato sistemato da Stiva, ma non c’era niente sul giornale di oggi. Dico, non sarebbe una gran cosa? Immagino che Stiva non potrebbe farci molto con quello. Potrebbe riempire il buco della pallottola con quella specie di creta da pompe funebri, come ha fatto per Moogey Bues, ma avrà il suo bel da fare con la parte carbonizzata. Certo, se vogliamo guardare il rovescio della medaglia suppongo che la famiglia Ramos risparmierà un po’ di soldi sul funerale, visto che Homer è già stato cremato. Probabilmente tutto quello che dovranno fare sarà versarlo in un’urna. Solo che immagino che la testa sia rimasta, dato che ci hanno trovato un buco. Sicché forse non riusciranno a ficcare la testa nell’urna. A meno che non la facciano a pezzi con un badile. Scommetto che basterebbero un paio di colpi ben assestati e si sbriciolerebbe a meraviglia.»

Mia madre si premette il tovagliolo sulla bocca.

«Ti senti bene?» le domandò la nonna. «Ti sta venendo un’altra di quelle caldane?» La nonna si sporse verso di me e sussurrò: «È la menopausa».

«Non è la menopausa» disse mia madre.

«Sanno chi ha sparato a Ramos?» chiesi alla nonna.

«Esther non mi ha detto niente di questo.»

Per l’una in punto mi ero rimpinzata di insalata di pollo e della torta di riso fatta da mia madre. Uscii velocemente di casa diretta alla Civic, e vidi Mitchell e Habib mezzo isolato più giù lungo la strada. Mitchell mi salutò cordialmente con un cenno quando guardai nella loro direzione. Salii in auto senza restituire il saluto e tornai dall’«uomo della Luna».

Bussai alla porta, il Luna venne ad aprire e mi guardò, confuso esattamente come prima. «Oh, già» disse alla fine. E poi fece una risata, sussultando e sbuffando.

«Vuota le tasche» gli dissi.

Lui rovesciò all’infuori le tasche dei pantaloni e una pipa per hashish cadde sul gradino d’ingresso. Lo raccolsi e lo gettai dentro casa. «Nient’altro?» domandai. «Niente acido? Niente erba?»

«No, piccola. E tu?»

Scossi la testa. Il suo cervello doveva avere l’aspetto di uno di quei grumi di corallo morto che si comprano nei negozi di animali per metterli nell’acquario.

Lui guardò oltre la mia spalla, in direzione della Civic. «Quella è la tua macchina?»

«Sì.»

Chiuse gli occhi e tese una mano. «Niente energia» disse. «Non sento nessuna energia. Quella macchina non va affatto bene per te.» Aprì gli occhi e attraversò il marciapiede a passo lento, tirandosi su i pantaloni cadenti. «Di che segno sei?»

«Bilancia.»

«Lo vedi? Lo sapevo! È un segno d’aria. E quella macchina è di terra. Non devi guidare quell’auto, piccola. Sei una forza creativa e quella macchina ti tiene troppo ancorata al suolo.»

«Vero» dissi «ma non posso permettermi altro. Sali.»

«Ho un amico che potrebbe procurarti l’auto giusta. È una specie di… commerciante.»

«Lo terrò a mente.»

Il Luna si rannicchiò sul sedile del passeggero ed estrasse gli occhiali da sole. «Sarà meglio che tu lo faccia, piccola» disse da dietro le lenti scure. «Molto meglio.»

Lo spaccio della polizia di Trenton si trova nello stesso edificio del tribunale: una tozza costruzione di mattoni, una struttura senza fronzoli, puramente funzionale; un prodotto di quella scuola di architettura cittadina del genere uno-due-tre-arrivederci-e-grazie.

Parcheggiai nell’area riservata e portai dentro il Luna. Tecnicamente non potevo essere io a riconsegnarlo alla giustizia, visto che sono un’agente di rinforzo e non un’addetta alla custodia. Perciò avviai le pratiche burocratiche e telefonai a Vinnie perché venisse a concluderle.

«Vinnie sta arrivando» dissi al Luna, facendolo sedere sulla panca vicino al tenente che si occupava del registro delle sentenze. «Ho un po’ di cosette da fare, qui. Ti lascio da solo per un paio di minuti.»

«Ehi, va bene, piccola. Non preoccuparti per me. Il Luna starà benissimo.»

«Non muoverti di qui!»

«Nessun problema.»

Andai di sopra alla sezione Crimini Violenti e trovai Brian Simon alla scrivania. Era stato promosso solo un paio di mesi prima e ora poteva anche non indossare l’uniforme, ma certo non aveva ancora fatto l’abitudine a vestirsi. Portava una giacca sportiva scozzese gialla e marrone, un completo da marina con un paio di mocassini marroni da poco prezzo, calzini rossi e una cravatta tanto larga da sembrare un tovagliolo per mangiare l’aragosta.

«Non esiste una specie di regolamento per l’abbigliamento da queste parti?» domandai. «Continua a vestirti così e ti manderemo a vivere nel Connecticut.»

«Magari potresti passare da me domattina e aiutarmi a scegliere i vestiti.»

«Gesù» risposi «sono commossa. Ma forse non è il momento giusto.»

«È giusto come qualunque altro» disse. «Qual è il problema?»

«Carol Zabo.»

«Quella è una deficiente! Mi è venuta dritta dritta addosso. E poi è scappata.»

«Era agitata.»

«Spero che tu non abbia intenzione di montarmi una di quelle scuse di circostanza, vero?»

«Per la verità è una faccenda che ha a che fare con le sue mutandine.»

Simon alzò gli occhi al cielo. «Oh, misericordia.»

«Vedi, Carol stava uscendo dai grandi magazzini Frederick’s of Hollywood, ed era sconvolta perché aveva appena preso qualche paio di mutandine sexy.»

«Sarà una storia molto imbarazzante?»

«Sei un tipo che si imbarazza facilmente?»

«Qual è il punto di tutta questa faccenda?»

«Speravo che tu potessi lasciar cadere l’accusa.»

«Neanche per idea!»

Mi sedetti sulla sedia di fronte alla scrivania. «Lo considererei un favore personale. Carol è un’amica. E questa mattina ho dovuto convincerla a non buttarsi dal ponte.»

«Per via delle mutandine?»

«Ragioni proprio come un uomo» dissi, stringendo gli occhi. «Sapevo che non avresti capito.»

«Ehi, il mio secondo nome è Mister Sensibilità. Ho letto I ponti di Madison County, due volte.»

Gli lanciai uno sguardo speranzoso, da cerbiatta. «Allora la lascerai perdere?»

«Fino a che punto dovrei farlo?»

«Non vuole finire in galera. È preoccupata per quella faccenda di andare in bagno davanti a tutti.»

Lui si chinò in avanti e batté la testa sul piano della scrivania. «Perché capitano tutte a me?»

«Sembri mia madre.»

«Farò in modo che non finisca in galera» disse. «Ma mi devi un favore.»

«Non vorrai veramente che venga a casa tua e ti aiuti a vestirti, vero? Non sono quel tipo di ragazza.»

«Continua pure a vivere con questo terrore.»

Dannazione.

Salutai Simon e tornai al piano di sotto. Vinnie era arrivato, ma non c’era traccia dell’«uomo della Luna».

«Dov’è?» volle sapere Vinnie. «Credevo avessi detto che era qui vicino alla porta di servizio.»

«C’era! Gli ho detto di aspettare sulla panca vicino al tenente che si occupa del registro delle sentenze.»

Entrambi guardammo la panca. Era vuota.

Andy Diller stava lavorando alla scrivania. «Ehi, Andy» dissi. «Sai che cosa è successo al mio trovatello?»

«Mi dispiace, non ci ho fatto caso.»

Setacciammo tutto il primo piano, ma il Luna non saltò fuori.

«Devo tornare in ufficio» disse Vinnie. «Ho del lavoro da fare.»

Parlare con il suo allibratore, giocherellare con la pistola, leggere fumetti.

Uscimmo insieme e trovammo il Luna nel parcheggio, che osservava la mia auto bruciare. C’era un gruppetto di poliziotti che si dava da fare con gli estintori ma non sembravano esserci molte speranze. Un camion dei pompieri arrivò lungo la strada, con tutti i lampeggianti accesi, e oltrepassò l’entrata protetta da una catenella, spezzandola.

«Ehi, accidenti» mi disse il Luna. «Un gran peccato per la tua macchina. È una cosa pazzesca, piccola.»

«Che cosa è successo?»

«Ero lì seduto sulla panca che ti aspettavo, e ho visto passare Reefer. Hai presente Reefer? Be’, comunque, Reefer era appena stato rilasciato dalla gattabuia e il fratello stava venendo a prenderlo, e così Reefer mi ha chiesto perché non venivo fuori un momento per salutarlo. Allora sono uscito con lui, e tu lo sai che Reefer ha sempre della buona erba, così una cosa tira l’altra e io ho pensato che potevo semplicemente rilassarmi un po’ nella tua auto, per un minuto, e farmi una fumatina. Immagino che sia partita una scintilla perché un attimo dopo il tuo sedile era in fiamme. E poi da lì si è come tutto allargato. Era uno spettacolo grandioso finché questi gentili signori non sono venuti a spegnerlo.»

Grandioso. Mmm. Mi domandai se il Luna avrebbe trovato altrettanto grandioso che io lo strozzassi.

«Mi piacerebbe molto rimanere qui e arrostire un paio di costolette» disse Vinnie «ma devo proprio tornare in ufficio.»

«Già, e io mi sto perdendo Hollywood Squares» si lamentò il Luna. «Bisogna che concludiamo le nostre faccende, piccola.»

Erano quasi le quattro quando presi gli ultimi accordi perché la macchina fosse portata via. Ero riuscita a mettere in salvo il cerchione di una ruota e questo era tutto. Mi trovavo nel parcheggio a rovistare nella mia borsa a tracolla per cercare il cellulare quando la Lincoln nera mi si avvicinò.

«Davvero una gran sfortuna con la macchina» disse Mitchell.

«Ormai ci sto facendo l’abitudine. Mi è già capitato un sacco di volte.»

«Lo abbiamo visto da lontano e abbiamo immaginato che avessi bisogno di un passaggio.»

«Per la verità ho appena chiamato un amico e mi sta venendo a prendere.»

«Questa è una menzogna grande come una casa» disse Mitchell. «Sei rimasta qui per un’ora e non hai telefonato a nessuno. Scommetto che tua madre non sarebbe contenta di sapere che dici le bugie.»

«Sempre più contenta di sapere che salgo in macchina con voi» dissi. «Le verrebbe un infarto.»

Mitchell annuì. «Hai vinto la partita.» Il finestrino di vetro scuro scivolò e si chiuse, e la Lincoln uscì dal parcheggio. Trovai il telefono e chiamai Lula in ufficio.

«Accidenti, se avessi una monetina per ogni macchina che hai distrutto potrei andare in pensione» disse Lula quando venne a prendermi.

«Non è stata colpa mia.»

«Diavolo, non è mai colpa tua. È una di quelle faccende del karma. Quando si tratta di automobili tu stai al livello dieci del misuratore di sfiga.»

«Immagino che tu non abbia notizie di Ranger?»

«Tutto quello che so è che Vinnie ha passato l’incarico a Joyce.»

«Era contenta?»

«Ha avuto un orgasmo su due piedi lì in ufficio. Connie e io abbiamo dovuto chiedere il permesso di uscire per andare a vomitare.»

Joyce Barnhardt è una specie di fungo velenoso. Quando eravamo all’asilo insieme aveva l’abitudine di sputare nella mia confezione di latte. Alla scuola superiore metteva in giro pettegolezzi sul mio conto e scattava foto di nascosto nello spogliatoio femminile. E prima ancora che l’inchiostro si fosse asciugato sul mio certificato di matrimonio, la trovai col sedere di fuori sul tavolo nuovo di zecca della mia sala da pranzo, insieme a mio marito (ora ex marito).

Dire fungo velenoso era ancora troppo poco per Joyce Barnhardt.

«E poi è successa una cosa buffa all’automobile di Joyce» disse Lula. «Mentre lei era in ufficio a parlare con Vinnie, qualcuno le ha conficcato un cacciavite nello pneumatico.»

Sollevai le sopracciglia.

«Sia fatta la volontà di Dio» disse Lula mettendo in moto la Firebird rossa e alzando il volume dello stereo così forte che avrebbe potuto farci saltare le otturazioni dei denti.

Prese la North Clinton fino a Lincoln e poi la Chambers. Quando mi fece scendere nel cortile di casa non c’era segno di Mitchell è Habib.

«Cerchi qualcuno?» volle sapere.

«Due tizi su una Lincoln nera mi stavano seguendo, oggi: speravano che avrei trovato Ranger al posto loro. Adesso però non li vedo.»

«C’è un sacco di gente che cerca Ranger.»

«Pensi che abbia ucciso Homer Ramos?»

«Ce lo vedrei anche a uccidere Ramos, ma non lo vedrei affatto a dar fuoco a un palazzo. E non ce lo vedo a essere stupido.»

«Come per esempio a farsi riprendere da una telecamera dell’impianto di sicurezza.»

«Ranger doveva sapere dove si trovavano le telecamere. Quel palazzo è di proprietà di Alexander Ramos, e Ramos non va in giro lasciando aperto il coperchio dei barattoli: ha degli uffici in quel palazzo. Lo so perché una volta ho fatto un servizio a domicilio, là, quando esercitavo la mia precedente professione.»

La precedente professione di Lula era stata la prostituzione, perciò non chiesi altri dettagli sul servizio a domicilio.

Salutai Lula e mi fiondai attraverso la doppia porta a vetri che introduceva nel piccolo atrio del palazzo dove abitavo. Il mio appartamento era al secondo piano e potevo scegliere tra le scale e l’ascensore. Quel giorno scelsi l’ascensore, sfinita com’ero dall’aver visto bruciare la mia automobile.

Entrai in casa, appesi la borsa e la giacca e diedi una sbirciatina per vedere come stava il mio criceto, Rex. Correva sulla ruota nella sua gabbia, le zampette erano una sfuocata scia rosa sullo sfondo della plastica rossa.

«Ehi, Rex» dissi. «Come vanno le cose?»

Lui si fermò un momento, con i baffi che vibravano e gli occhi brillanti, in attesa che il cibo gli piovesse dal cielo. Gli diedi un chicco di uva passa dalla scatola nel frigorifero e gli raccontai dell’auto. Lui immagazzinò il chicco d’uva dentro la guancia e ritornò a correre. Fossi stata al suo posto avrei mangiato subito il chicco d’uva e optato per un pisolino. Non riesco a capire questa faccenda di correre per il gusto di farlo: solo se mi inseguisse un serial killer che mutila le sue vittime mi metterei davvero a correre.

Controllai la segreteria telefonica: c’era un messaggio. Senza parole, solo un respiro. Speravo che fosse il respiro di Ranger. Lo riascoltai. Il respiro sembrava normale: non era un ansimare perverso, e neppure un respiro calcolato a mente fredda. Avrebbe potuto essere di un piazzista telefonico.

Avevo ancora un paio d’ore prima che il pollo arrivasse, perciò attraversai il corridoio e bussai alla porta del mio vicino.

«Che cosa c’è?» strillò il signor Wolesky per sovrastare il boato del televisore.

«Mi chiedevo se poteva prestarmi il suo giornale. Mi è capitato un brutto inghippo con l’automobile e credo che dovrei dare un’occhiata alla sezione auto usate negli annunci.»

«Ancora?»

«Non è stata colpa mia.»

Lui mi passò il giornale. «Se fossi in te darei un’occhiata piuttosto alla liquidazione di eccedenze militari. Sarebbe meglio che tu guidassi un carrarmato.»

Mi portai il giornale a casa e lessi gli annunci delle auto e le barzellette. Stavo riflettendo sul mio oroscopo quando il telefono squillò.

«Tua nonna è lì?» domandò mia madre.

«No.»

«Ha avuto un bisticcio con tuo padre e se n’è andata di sopra nella sua stanza pestando i piedi. E un attimo dopo l’ho vista uscire e salire su un taxi!»

«Forse è andata a trovare una delle sue amiche.»

«Ho già provato da Betty Szajak e Emma Getz ma non l’hanno vista.»

Suonarono alla porta e il cuore smise di battermi in petto. Guardai dallo spioncino. Era nonna Mazur.

«È qui!» sussurrai a mia madre.

«Grazie a Dio» disse lei.

«No. Non grazie a Dio. Ha una valigia!»

«Forse ha bisogno di prendersi un po’ di vacanza da tuo padre.»

«Non può venire a vivere qui!»

«Be’, certo che no… ma forse potrebbe stare da te per un giorno o due, finché le acque non si sono calmate.»

«No! No, no, no.»

Il campanello della porta suonò di nuovo.

«Sta suonando» dissi a mia madre. «Cosa devo fare?»

«Per l’amor del cielo, falla entrare.»

«Se le apro sono condannata. È come invitare un vampiro a entrare in casa. Una volta che li hai fatti accomodare è fatta, sei bell’e morto!»

«Non si tratta di un vampiro. È tua nonna.»

La nonna bussò energicamente alla porta. «Ehilà?» gridò.

Riagganciai il telefono e aprii la porta.

«Sorpresa» disse la nonna. «Sono venuta a stare da te per un po’, intanto che cerco un appartamento.»

«Ma tu vivi con mamma.»

«Non più. Tuo padre è un buono a nulla.» Trascinò dentro la valigia e appese il cappotto a un gancio del muro. «Andrò a vivere da sola. Sono stufa di guardare gli spettacoli televisivi che sceglie tuo padre, perciò starò qui finché avrò trovato qualcosa. So che non ti dispiace se mi trasferisco per un po’.»

«Ho solo una camera da letto.»

«Posso stare sul divano. Non sono schizzinosa quanto a questo. Potrei dormire anche in piedi dentro un ripostiglio se fossi costretta.»

«E non pensi alla mamma? Si sentirà sola. È abituata ad averti attorno.» Traduzione: non pensi a me? Io sono abituata a non avere attorno nessuno.

«Immagino che sia vero» disse la nonna. «Ma dovrà semplicemente rifarsi una vita. Non posso continuare a stare in quella casa, c’è troppa tensione. Non mi fraintendere, io voglio bene a tua madre, ma a volte riesce a essere una vera palla al piede, e io non ho molto tempo da perdere. Probabilmente mi resta soltanto una trentina d’anni circa prima di cominciare a rallentare il passo.»

Una trentina d’anni avrebbe portato la nonna ben oltre i cento; e avrebbe portato me a sessant’anni, se non fossi morta sul campo.

Qualcuno bussò delicatamente alla porta: Morelli era arrivato in anticipo. Aprii la porta e lui si fece avanti fino a metà dell’ingresso prima di accorgersi della nonna.

«Nonna Mazur» disse.

«Proprio così» rispose lei. «Abito qui adesso, mi sono appena trasferita.»

Gli angoli della bocca di Morelli si piegarono leggermente verso l’alto. Tonto.

«È stato un trasferimento a sorpresa?» chiese Morelli.

Gli presi di mano il sacchetto con il pollo. «La nonna ha litigato con mio padre.»

«È pollo?» s’informò la nonna. «Si sente il profumo fino a qui.»

«Ce n’è abbastanza per tutti» le disse Morelli. «Ne prendo sempre un po’ di più.»

La nonna si fece largo tra di noi e andò in cucina. «Sto morendo di fame, tutta questa faccenda del trasloco mi ha messo appetito.» Guardò dentro al sacchetto. «E quelli sono biscotti? E insalata di cavolo?» Afferrò dei piatti dalla credenza e li fece scivolare sul tavolo della sala da pranzo. «Accidenti, sarà davvero divertente. Spero che tu abbia della birra. Ho voglia di birra.»

Morelli stava ancora sorridendo.

Era un po’ di tempo, ormai, che Morelli e io avevamo una relazione a fasi alterne. Che è un modo elegante per dire che di tanto in tanto condividevamo un letto. E Morelli non avrebbe trovato affatto divertente che le nottate insieme da occasionali diventassero inesistenti.

«Questa faccenda finirà per essere un ostacolo ai nostri progetti per la serata» sussurrai a Morelli.

«Non dobbiamo far altro che cambiare indirizzo» disse lui. «Possiamo andare a casa mia dopo cena.»

«Scordatelo. Che cosa dovrei dire alla nonna? “Scusa, stanotte non dormo qui perché devo fare quella certa cosa con Joe”?»

«E che cosa ci sarebbe di male?»

«Non saprei. Mi sentirei un po’ a disagio.»

«A disagio?»

«Mi metterebbe lo stomaco in subbuglio.»

«Sciocchezze. Nonna Mazur non ci baderebbe.»

«Sì, però lo saprebbe.»

Morelli aveva l’aria contrariata. «È una di quelle faccende di donne, vero?»

La nonna era tornata in cucina a prendere i bicchieri. «Dove tieni i tovaglioli?» domandò.

«Non ne ho» risposi.

Per un istante mi guardò inespressiva, incapace di concepire una casa senza tovaglioli.

«Ce ne sono nel sacchetto con i biscotti» disse Morelli.

La nonna sbirciò nel sacchetto e si illuminò. «Non è fantastico?» disse. «Ha portato persino i tovaglioli.»

Morelli si dondolò sui calcagni rivolgendomi uno sguardo come a dire che ero una donna fortunata. «Sempre pronto, per ogni evenienza» disse Morelli.

Alzai gli occhi al cielo.

«Questo è il poliziotto che fa per te» ribadì la nonna. «Sempre pronto, per ogni evenienza.»

Mi sedetti di fronte a lei e afferrai un pezzo di pollo. «I boy scout sono sempre pronti» dissi. «I poliziotti sono sempre affamati.»

«Adesso che vado a vivere da sola ho pensato che dovrei trovarmi un lavoro» disse la nonna. «E ho pensato anche che potrei cercarmi un lavoro come poliziotto. Che cosa ne dici?» domandò a Morelli. «Credi che sarei un bravo poliziotto?»

«Credo che lei sarebbe un ottimo poliziotto, ma il dipartimento ha un limite di età.»

La nonna strinse le labbra. «Che strazio. Odio questi stramaledetti limiti di età. Be’, suppongo non resti che diventare una cacciatrice di latitanti.»

Rivolsi lo sguardo a Morelli in cerca di aiuto ma lui teneva gli occhi incollati al piatto.

«Devi saper guidare per fare la cacciatrice di latitanti» dissi alla nonna. «E tu non hai la patente.»

«Avevo deciso di procurarmene una in ogni caso» disse lei. «Domani, per prima cosa, andrò a iscrivermi a una scuola di guida. Ho persino l’automobile. Tuo zio Sandor mi ha lasciato quella Buick e visto che tu non la usi più voglio provarla. L’aspetto non è niente male.»

Una balena con le ruote.

Quando il sacchetto del pollo fu vuoto, la nonna spinse indietro la sedia. «Mettiamo a posto qui» disse «e poi possiamo guardarci un film. Mi sono fermata al negozio di videocassette venendo qui.»

La nonna si addormentò a metà di Terminator, seduta sul divano dritta come un fuso, con la testa china sul petto.

«Forse è meglio che vada» disse Morelli. «Meglio che vi lasci, voi due ragazze, a sistemare le cose.»

Lo accompagnai alla porta. «C’è niente di nuovo su Ranger?»

«Niente. Nemmeno una parola.»

A volte nessuna notizia significa buone notizie. Per lo meno non era venuto a galla con l’alta marea.

Morelli mi tirò a sé e mi baciò, e io sentii il solito solletico nel solito posto. «Conosci il mio numero» disse lui. «E non mi frega proprio un accidenti di quello che pensano gli altri.»

Mi svegliai sul divano con il collo rigido e le ossa rotte. Qualcuno stava facendo rumore di piatti in cucina, e non ci voleva uno scienziato per immaginare di chi si trattasse.

«Non è una mattinata meravigliosa?» disse la nonna. «Sto preparando dei panini dolci. E il caffè è sul fuoco.»

Okay, okay, forse non era tanto male avere ospite la nonna.

Mescolò la pastella dei panini. «Ho pensato che oggi potevamo metterci in movimento presto e forse tu potresti portarmi a fare una lezione di guida.»

Grazie a Dio la mia auto non era più che un mucchietto di cenere. «In questo momento non possiedo una macchina» dissi. «C’è stato un incidente.»

«Di nuovo? Che cosa è successo questa volta? Ha preso fuoco? È stata colpita da una bomba? È finita sotto uno schiacciasassi?»

Mi versai una tazza di caffè. «È andata a fuoco. Ma non è stata colpa mia.»

«Hai una vita fantastica» disse la nonna. «Mai un momento di noia, automobili veloci, uomini veloci, pasti veloci: non mi dispiacerebbe avere una vita così.»

Per quello che riguardava i pasti veloci aveva ragione.

«Non hai ricevuto il giornale stamattina» aggiunse poi. «Sono andata a vedere nel corridoio e tutti i tuoi vicini lo hanno ricevuto ma tu no.»

«Non ricevo mai il giornale a domicilio» le spiegai. «Se voglio un giornale me lo compro.» Oppure me ne faccio prestare uno.

«La colazione non è la stessa cosa senza un giornale da leggere» commentò lei. «Io ho bisogno di leggere le barzellette e gli annunci funebri, e questa mattina volevo anche cercare un appartamento.»

«Ti farò avere il giornale» dissi, non volendo rallentare la ricerca dell’appartamento.

Avevo indosso una camicia da notte di flanella scozzese verde, che si intonava bene agli occhi azzurri iniettati di sangue. La nascosi sotto un giubbotto di jeans e infilai un paio di pantaloni da ginnastica grigi; ficcai i piedi negli stivali, lasciandoli slacciati, calai un berretto sul groviglio arruffato di capelli castani e ricci, lunghi fino alle spalle, e afferrai le chiavi della macchina.

«Torno subito» strillai dal corridoio. «Faccio solo un salto al 7-Eleven.»

Premetti il pulsante dell’ascensore. Le porte si aprirono e d’improvviso non capii più niente. Ranger stava appoggiato alla parete più interna con le braccia incrociate sul petto, gli occhi scuri e indagatori, gli angoli della bocca che accennavano un sorriso.

«Entra» disse.

Aveva abbandonato i suoi consueti abiti neri sgualciti o tute mimetiche alla GI Joe: indossava una giacca di pelle marrone, un maglione color crema, jeans sbiaditi e stivali da lavoro. I capelli, che teneva sempre tirati indietro in una coda di cavallo, erano tagliati corti. Aveva la barba di due giorni, che sembrava rendere ancora più bianchi i denti e ancora più scura la sua carnagione latino-americana. Un lupo in abiti borghesi.

«Cristo» dissi, sentendo in fondo allo stomaco un palpito di qualcosa che preferivo non ammettere. «Sembri diverso.»

«Proprio il tuo tipo di ragazzo.»

Già, infatti.

Si sporse in avanti, afferrò il bavero del mio giubbotto e mi tirò dentro all’ascensore. Premette il pulsante di chiusura delle porte e poi quello di stop.

«Dobbiamo parlare.»

Capitolo 3

Ranger aveva fatto parte dei Corpi Speciali dell’esercito, e ne conservava ancora la corporatura e il portamento. Stava in piedi vicino a me, costringendomi a inclinare la testa leggermente all’indietro per guardarlo negli occhi.

«Appena alzata dal letto?» domandò.

Abbassai lo sguardo. «Vuoi dire per via della camicia da notte?»

«La camicia da notte, i capelli… lo stupore.»

«Sei tu la ragione dello stupore.»

«Già» disse Ranger. «Mi accade spesso. Io stupisco le donne.»

«Che cosa è successo?»

«Ho incontrato Homer Ramos e qualcuno lo ha ucciso quando me ne sono andato.»

«E l’incendio?»

«Non sono stato io.»

«Sai chi ha ucciso Ramos?»

Ranger mi fissò per un istante. «Ho qualche idea.»

«La polizia pensa che sia stato tu. Ti hanno ripreso con la telecamera.»

«La polizia spera che sia stato io. È difficile credere che davvero pensino che sono stato io. Non ho la reputazione di uno stupido.»

«No, ma hai la reputazione di uno che… be’, uccide la gente.»

Ranger mi sorrise. «Pettegolezzi.» Vide le chiavi che tenevo in mano. «Stai andando da qualche parte?»

«La nonna è venuta a stare da me per un paio di giorni. Voleva il giornale, e pensavo di andare a comprarglielo al 7-Eleven.»

Il sorriso si allargò sul suo volto. «Tu non possiedi una macchina, bambina.»

Maledizione! «Me ne ero dimenticata.» Lo guardai stringendo gli occhi. «Come lo sai?»

«Non è nel parcheggio.»

Be’, certo.

«Che cosa ne è stato?» domandò.

«È andata nel paradiso delle auto.»

Lui premette il pulsante del terzo piano. Le porte si aprirono, Ranger diede un colpo al bloccaporte, fece un passo fuori e afferrò il giornale che giaceva sul pavimento davanti all’appartamento 3C.

«Quello è il giornale del signor Kline» dissi. Ranger mi porse il giornale e premette il pulsante del secondo piano. «Devi un favore al signor Kline.»

«Per quale motivo non ti sei presentato all’udienza in tribunale?»

«Non era il momento. Devo trovare qualcuno e non ci posso riuscire se sono agli arresti.»

«O se sei morto.»

«Già» disse Ranger «anche quello, certo. Non credo che un’apparizione pubblica programmata e preannunciata sarebbe nel mio interesse in questo preciso momento.»

«Sono stata avvicinata da due tizi del genere “molestatori”, ieri. Mitchell e Habib. Il loro piano è di seguirmi dappertutto finché non li porto da te.»

«Lavorano per Arturo Stolle.»

«Arturo Stolle il re dei tappeti? Che legame ha con tutto questo?»

«Non occorre che tu lo sappia.»

«Come dire che se tu me lo dicessi dopo dovresti uccidermi?»

«Se te lo dicessi qualcun altro potrebbe volerti morta.»

«Mitchell non sembra provare molta simpatia per Alexander Ramos.»

«Proprio per niente.» Ranger mi porse un cartoncino con scritto un indirizzo. «Vorrei che tu facessi per me un po’ di sorveglianza part-time. Hannibal Ramos è il figlio primogenito e la seconda autorità dell’impero dei Ramos. Risulta residente in California, ma trascorre sempre molto tempo qui nel New Jersey.»

«Adesso si trova qui?»

«C’è stato per tre settimane. Possiede una casetta in un complesso residenziale dalle parti della Route 29.»

«Non penserai che sia stato lui a uccidere il fratello, vero?»

«Non è in cima alla mia lista» disse Ranger. «Farò in modo che uno dei miei uomini ti procuri un’auto.»

Ranger aveva assoldato in modo del tutto informale un piccolo esercito di uomini che lo aiutassero nelle sue varie imprese. Perlopiù si trattava di ex militari e molti erano persino più folli di lui.

«No! Non è necessario.» Ho una grande sfortuna con le auto, il loro decesso si risolve spesso con l’intervento della polizia, e le auto di Ranger hanno origini ignote.

Fece un passo indietro per tornare dentro l’ascensore. «Non avvicinarti troppo a Ramos» disse. «Non è un bel tipo.» Le porte si chiusero e lui sparì.

Riemersi dal bagno fresca di doccia indossando la mia solita uniforme, jeans, stivali e T-shirt, pronta a cominciare la giornata. La nonna era seduta al tavolo della sala da pranzo intenta a leggere il giornale, e il Luna era di fronte a lei e mangiava panini dolci. «Ehi, piccola» disse «tua nonna mi ha preparato qualche panino dolce. Sei davvero, come dire, parecchio fortunata ad avere tua nonna che vive con te. È veramente una bomba, piccola.»

La nonna sorrise: «Non è un bel tipo?».

«Mi è dispiaciuto proprio molto per la faccenda di ieri» disse il Luna «così ti ho portato un’auto. È, come dire, un prestito. Ti ricordi che ti ho raccontato di questo mio amico, il “Commerciante”? Bene, era sconvolto quando gli ho raccontato dell’incendio, e ha detto che puoi usare tranquillamente una delle sue auto finché non ti fai un’altra quattro ruote.»

«È un’auto rubata, vero?»

«Ehi, piccola, per chi mi hai preso?»

«Ti ho preso per uno che sarebbe capace di rubare un’auto.»

«Be’, certo, ma non sempre. Questo è veramente un prestito.»

E io avevo veramente bisogno di un’auto. «Sarà solo per un paio di giorni» dissi. «Solo finché riscuoto i soldi dell’assicurazione.»

Il Luna si allontanò dal piatto vuoto e mi lasciò cadere in mano un mazzo di chiavi. «Lucidati gli occhi: è una macchina cosmica, piccola. L’ho scelta io stesso perché fosse compatibile con la tua aura.»

«Che genere di auto è?»

«È una Rollswagen. Una macchina del vento color argento.»

Mmm. «Bene, allora grazie. Posso darti un passaggio fino a casa?»

Lui si avviò lentamente verso il corridoio. «Mi farò una camminata. Ho bisogno di riflettere un po’.»

«Ho programmato tutta la giornata» disse la nonna. «Stamattina lezione di guida. Poi, nel pomeriggio, Melvina mi porterà un po’ in giro a vedere degli appartamenti.»

«Puoi permetterti un appartamento tuo?»

«Ho messo da parte un po’ di soldi quando ho venduto la casa. Li avevo risparmiati per andare in una di quelle case di riposo quando fossi stata vecchia, ma forse a quel punto sarà meglio che usi la pistola.»

Feci una smorfia.

«Be’, non è che abbia intenzione di riempirmi di piombo domani» disse la nonna. «Mi restano ancora un bel po’ di anni. E poi ci ho pensato bene: vedi, se tu metti la pistola in bocca quel che succede è che sfondi la nuca. In questo modo Stiva non deve lavorare molto per restituirti un bell’aspetto quando ti compone nella bara, visto che nessuno vede comunque il retro della testa. Bisogna solo stare attenti a non muovere troppo la pistola per non rovinare tutto e farsi saltare un orecchio.» Mise via il giornale. «Tornando a casa mi fermerò al supermercato e prenderò qualche costoletta di maiale per cena. Adesso devo andare a prepararmi per la lezione di guida.»

E io dovevo andare a lavorare. Il problema era che non avevo voglia di fare nessuna delle cose che mi aspettavano: non avevo voglia di spiare Hannibal Ramos, e sicuramente non avevo voglia di incontrare Morris Munson. Avrei potuto tornare a letto, ma questo non mi avrebbe procurato i soldi dell’affitto. E inoltre non avevo più un letto: il mio letto ce l’aveva la nonna.

E va bene, tanto valeva dare un’occhiata all’incartamento Munson. Presi la documentazione e la sfogliai rapidamente. A parte le percosse, lo stupro e la tentata cremazione Munson non sembrava poi così cattivo: non aveva precedenti, non si era fatto tatuare una svastica sulla fronte. Aveva indicato come suo domicilio un indirizzo di Rockwell Street. Conoscevo Rockwell, era giù verso la fabbrica dei bottoni. Non certo la migliore zona della città, ma neppure la peggiore. Perlopiù piccole casette unifamiliari e villette a schiera abitate da operai o disoccupati.

Rex dormiva nella sua gabbietta e la nonna era in bagno, perciò me ne andai senza tante cerimonie. Arrivata al parcheggio cercai la macchina del vento color argento. E la trovai, naturalmente. Ed era anche una Rollswagen, certo. La carrozzeria era quella di un vecchio maggiolino Volkswagen, e il muso quello di una Rolls Royce d’epoca. Era di un colore argento iridescente, con volute celesti disegnate lungo tutta la fiancata e punteggiate di stelle.

Chiusi gli occhi e sperai che riaprendoli l’auto sarebbe sparita. Contai fino a tre e li riaprii. La macchina era ancora lì.

Tornai a casa di corsa, presi un cappello e un paio di occhiali scuri, e ritornai all’auto. Mi infilai al volante, sprofondai il più possibile nel sedile e, tra sbuffi e scoppiettii, uscii dal parcheggio. Questo non era compatibile con la mia aura. La mia aura non era un mezzo maggiolino della Volkswagen.

Venti minuti dopo ero in Rockwell Street, a leggere i numeri civici in cerca della casa di Munson. Quando la trovai mi sembrò abbastanza normale. A un solo isolato dalla fabbrica, comoda per andare a lavorare a piedi, meno comoda se si voleva ammirare il paesaggio. Era una villetta a schiera a due piani, molto simile a quella del Luna. La facciata era rivestita con listelli di fibrocemento color marrone.

Parcheggiai accanto al marciapiede e percorsi il breve tratto fino alla porta d’entrata. Non c’erano molte possibilità che Munson fosse in casa: era mercoledì mattina e lui probabilmente si trovava in Argentina. Suonai il campanello e fui presa alla sprovvista quando la porta si aprì e Munson mise fuori la testa.

«Morris Munson?»

«Sì?»

«Pensavo che fosse… a lavorare.»

«Ho preso un paio di settimane di permesso. Ho avuto qualche problema. Chi è lei, in ogni caso?»

«Io rappresento l’agenzia Vincent Plum di garanzie per cauzioni. Lei non si è presentato all’udienza e vorremmo fargliene fissare un’altra.»

«Oh. Certo. Faccia pure, me ne fissi un’altra.»

«Per farlo devo accompagnarla giù in città.»

Lui guardò oltre la mia spalla, in direzione della Macchina del Vento. «Non si aspetterà che salga con lei su quel coso, vero?»

«Be’, sì.»

«Mi sentirei un cretino. Cosa penserebbe la gente?»

«Stia a sentire, amico, se ci posso salire io, ci può salire anche lei.»

«Voi donne… tutte uguali» disse. «Schioccate le dita e vi aspettate che gli uomini saltino nel cerchio.»

Io avevo la mano dentro la borsa a tracolla e rovistavo in cerca dello spray urticante.

«Rimanga qui» disse Munson. «Vado a prendere la mia auto, è parcheggiata sul retro. Non mi importa di fissare un’altra udienza, ma non ho intenzione di salire su quella macchina che sembra drogata. Faccio il giro dell’isolato e poi la seguo in città.» Sbam. Chiuse la porta a chiave.

Dannazione. Tornai in macchina e girai la chiavetta dell’accensione, aspettando Munson in folle e domandandomi se lo avrei mai rivisto. Controllai l’ora. Gli avrei dato cinque minuti di tempo. E poi? Avrei fatto irruzione in casa? Avrei sfondato la porta e sarei entrata ad armi spianate? Guardai nella borsetta. Niente pistola. Mi ero dimenticata di portare la pistola. Cristo, questo voleva dire che avrei dovuto tornare a casa e rimandare la faccenda di Munson a un altro giorno.

Alzai lo sguardo e vidi arrivare un’auto che svoltava l’angolo: era Munson. Che bella sorpresa, pensai. Vedi, Stephanie, non devi giudicare troppo in fretta, a volte la gente si rivela molto migliore. Ingranai la marcia e lo osservai mentre si avvicinava. Ma, un momento, stava accelerando anziché rallentare! Riuscivo a vedere il suo viso teso per la concentrazione: il maniaco aveva intenzione di venirmi addosso! Ingranai precipitosamente la retromarcia e pestai forte sul pedale dell’acceleratore. La Rolls fece un salto indietro. Non tanto da evitare la collisione, ma abbastanza per non finire completamente distrutta. Nell’impatto presi un colpo di frusta, niente di grave per una donna nata e cresciuta al Burg: veniamo su guidando le macchinine degli autoscontri sulla spiaggia di Jersey, sappiamo come incassare un colpo.

Il problema era che adesso Munson si stava accanendo su di me con quella che sembrava l’auto di un poliziotto in pensione, una Crown Victoria, molto più grande della Rollswagen. Mi venne addosso di nuovo facendomi arretrare di circa quattro metri, e il motore della mia Macchina del Vento si spense. Mentre cercavo di riavviarlo, lui caracollò fuori dall’auto e corse verso di me con un cric in mano. «Volevi vedermi saltare nel cerchio» gridò. «Te lo faccio vedere io il cerchio.»

Cominciava a emergere un comportamento rituale. Investire qualcuno con l’auto, colpirlo con il cric. Non volevo pensare a quello che sarebbe venuto dopo. Il motore della Rolls finalmente partì e io fui proiettata in avanti, a malapena evitando Munson.

Lui lanciò il cric e colpì il paraurti posteriore. «Ti odio!» gridò. «Voi donne siete tutte uguali!»

Passai da zero a cinquanta chilometri all’ora nel giro di mezzo isolato e svoltai l’angolo su due ruote. Percorsi quattrocento metri senza guardarmi indietro, e quando finalmente lo feci non c’era nessuno dietro di me. Mi costrinsi a lasciar andare un po’ l’acceleratore e inspirare profondamente. Il cuore mi batteva furiosamente nel petto, e le mani stringevano il volante fino a far diventare le nocche bianche come quelle di un cadavere. D’improvviso mi trovai davanti a un McDonald’s e l’auto automaticamente svoltò nel vicolo di accesso. Ordinai un frappé alla vaniglia e domandai al ragazzo al banco se stavano cercando personale.

«Certo» disse «cerchiamo sempre personale. Vuole fare domanda di assunzione?»

«È un lavoro molto duro?»

«Non molto» disse passandomi il modulo di richiesta insieme con la cannuccia. «A volte capita qualche pazzo, ma di solito si riesce a calmarli con una porzione di sottaceti in più.»

Parcheggiai nell’angolo più riparato dello spiazzo e bevvi il frappé leggendo il modulo. Non deve essere tanto male, pensai. Probabilmente si possono anche avere patatine fritte gratis.

Uscii dall’abitacolo e osservai la carrozzeria. La griglia frontale della Rollswagen era accartocciata, il paraurti posteriore aveva una profonda ammaccatura sulla sinistra e un fanalino era rotto.

La Lincoln nera attraversò lo spiazzo e venne a fermarsi accanto a me. Il finestrino si abbassò e Mitchell sorrise guardando la Rollswagen.

«Che diavolo è questa roba?»

Gli rivolsi uno dei miei sguardi di circostanza.

«Ti occorre una macchina? Possiamo procurartene una. Qualunque tipo di auto tu voglia» disse Mitchell. «Non hai bisogno di guidare questa… questa cosa imbarazzante.»

«Io non sto cercando Ranger.»

«Certo» disse Mitchell «ma forse lui sta cercando te. Forse ha bisogno di inzuppare un po’ il biscotto, e immagina che con te sarebbe al sicuro. Capita, sai? Un uomo ha questo genere di necessità.»

«Nel vostro Paese non si va in un bar per avere latte e biscotti?» domandò Habib a Mitchell.

«Cristo» disse Mitchell. «Non quel genere di biscotti. Sto parlando della solita vecchia faccenda del salsicciotto-nascosto-laggiù.»

«Non riesco a capire questa cosa del “salsicciotto nascosto”» rispose Habib. «Cosa intendi per salsicciotto?»

«Coglione di un vegetariano, non sai proprio niente» esclamò Mitchell. Si afferrò il cavallo dei pantaloni e diede una bella scrollata. «Hai presente: il salsicciotto.»

«Ah» disse Habib. «Capisco. Questo tipo, Ranger, ficca il suo salsicciotto in questa figlia di una scrofa.»

«Figlia di una scrofa? Prego?» reagii.

«Proprio così» annuì Habib. «Lurida baldracca.»

Dovevo proprio decidermi a portare sempre la pistola con me: avevo davvero voglia di sparare a quei due tizi. Non una cosa grave, magari soltanto fargli saltare via un occhio.

«Devo andare» dissi. «Ho da fare.»

«Va bene» replicò Mitchell «ma non sparire. E pensa a quell’offerta per l’automobile.»

«Ehi» gridai. «Come avete fatto a trovarmi?» Ma ormai erano già fuori dallo spiazzo.

Me ne andai in giro per un po’ in macchina, assicurandomi che nessuno mi stesse seguendo, poi mi diressi alla casa di Ramos. Presi la Route 29 e proseguii in direzione nord verso la Ewing Township. Ramos viveva in un quartiere ricco con grandi alberi secolari e giardini diligentemente disegnati da professionisti. Sulla Fenwood, ma abbastanza arretrato da rimanere nascosto, c’era un piccolo gruppo di casette residenziali di mattoni costruite di recente, ognuna con annesso garage a due posti auto e cortile privato circondato da muri. Davanti alle case si trovava un prato ben curato con sentieri sinuosi e aiuole, non ancora fiorite in quella stagione. Molto grazioso, molto rispettabile. Proprio il posto giusto per un trafficante internazionale di armi di contrabbando.

Con l’auto che mi ritrovavo sarebbe stata dura appostarsi in quel quartiere. In realtà sarebbe stata dura appostarsi dovunque: un’auto così insolita parcheggiata lì troppo a lungo sarebbe stata di certo notata. Lo stesso valeva per una strana donna che fosse rimasta troppo a lungo a bighellonare sul marciapiede.

Tutte le finestre della casa di Ramos avevano le tende tirate, perciò era impossibile dire se c’era qualcuno. Quella di Ramos era la penultima in una schiera di cinque villette. Da dietro spuntavano le cime degli alberi: il costruttore aveva lasciato una cintura di verde tra le varie sezioni del complesso.

Feci il giro del quartiere per farmene un’idea, poi passai nuovamente davanti alla casa di Ramos. Non era cambiato niente. Chiamai Ranger sul cercapersone e ricevetti la sua telefonata cinque minuti dopo.

«Che cosa vuoi che faccia esattamente?» domandai. «Sono davanti a casa sua, ma non c’è niente da vedere e non posso rimanere qua troppo a lungo. Non c’è modo di nascondersi.»

«Torna questa sera quando farà buio. Guarda se riceve visite.»

«Che cosa fa tutto il giorno?»

«Varie cose» disse Ranger. «A Deal c’è il quartier generale della famiglia e quando Alexander è in sede gli affari vengono condotti là, sulla costa. Prima dell’incendio Hannibal trascorreva gran parte del tempo nell’edificio giù in città. Aveva un ufficio al quarto piano.»

«Che genere di auto guida?»

«Una Jaguar verde scuro.»

«È sposato?»

«Solo quando è a Santa Barbara.»

«C’è altro che devi dirmi?»

«Sì» disse Ranger. «Sta’ attenta.»

Ranger chiuse la comunicazione e il telefono suonò di nuovo.

«Tua nonna è con te?» domandò mia madre.

«No. Sto lavorando.»

«Be’, allora dov’è? Ho telefonato a casa tua e non ha risposto nessuno.»

«La nonna aveva una lezione di guida stamattina.»

«Santa Maria madre di Dio.»

«E poi doveva uscire con Melvina.»

«Tu dovresti badare a lei. Che cosa credi? Quella donna non è capace di guidare! Ucciderà centinaia di innocenti.»

«È tutto a posto. È con un istruttore.»

«Un istruttore! A che serve un istruttore con tua nonna? E che mi dici della pistola? Ho cercato dappertutto e non sono riuscita a trovarla.»

La nonna ha una calibro .45 a canna lunga che tiene sempre nascosta. L’ha avuta dalla sua amica Elsie che se l’era procurata a una vendita all’ingrosso. Probabilmente in quel momento si trovava nella borsetta della nonna. Lei dice che dà un po’ di consistenza alla borsa nel caso dovesse usarla per colpire un assalitore. Sarà anche vero, ma sono convinta che più che altro alla nonna piaccia far finta di essere Clint Eastwood.

«Non voglio che vada in giro per strada con una pistola!» disse mia madre.

«Va bene» risposi «le parlerò io. Ma lo sai quanto è affezionata a quella pistola.»

«Perché capitano tutte a me?» domandò mia madre. «Perché tutte a me?»

Non conoscevo la risposta alla domanda, perciò riagganciai. Parcheggiai l’auto, andai a piedi fino alla fine del complesso di casette e mi inoltrai lungo una pista ciclabile lastricata. La pista attraversava la cintura alberata che si trovava sul retro della casa di Ramos e mi permise di avere una buona visuale delle finestre del secondo piano. Sfortunatamente non c’era niente da vedere perché le tende erano tirate. La recinzione di muratura impediva la vista delle finestre del primo piano, e io avrei scommesso qualunque cifra che quelle finestre erano spalancate. Non c’era motivo di tirare le tende lì, nessuno avrebbe potuto guardare dentro. A meno che, naturalmente, qualcuno fosse così maleducato da scavalcare il muro di mattoni e sedercisi in cima come un avvoltoio, ad attendere che accadesse il finimondo.

Decisi che il finimondo sarebbe arrivato più lentamente se l’avvoltoio avesse scavalcato il muro di notte, col buio, in modo che nessuno potesse vederlo, perciò proseguii lungo il sentiero fino all’estremità opposta del complesso di case, tagliai attraverso il prato per tornare alla strada e risalii in macchina.

Quando parcheggiai davanti all’ufficio, Lula stava sulla soglia. «E va bene, ci rinuncio» disse. «Che roba è?»

«Una Rollswagen.»

«È un po’ ammaccata.»

«Morris Munson era leggermente nervoso.»

«È stato lui? Lo hai preso?»

«Ho pensato di rimandare per prolungare il piacere.»

Lula aveva l’aria di una che sta per farsi venire l’ernia per non scoppiare a ridere. «Be’, dobbiamo andare a prenderlo e fargli il culo. Deve essere stato davvero molto nervoso per ammaccare così una Rollswagen. Ehi, Connie» gridò «vieni fuori a vedere che razza di macchina ha Stephanie. È una vera Rollswagen.»

«È un prestito» dissi. «Finché non mi danno i soldi dell’assicurazione.»

«Che cosa sono quei disegni a spirale sulle fiancate?»

«Vento.»

«Oh, già» disse Lula. «Dovevo immaginarlo.»

Una jeep Cherokee nera, lucidissima, accostò al marciapiede dietro la Macchina del Vento e ne scese Joyce Barnhardt. Indossava un paio di pantaloni di pelle nera, un bustino di pelle nera che a malapena conteneva i seni tondi, una giacca di pelle nera e stivali neri con i tacchi alti. I capelli erano di un rosso sgargiante, con un’acconciatura alta e riccioluta, gli occhi truccati di nero e le ciglia coperte di uno spesso strato di mascara: sembrava la versione sadomaso di Barbie.

«Ho sentito dire che mettono peli di topo in quei mascara allungaciglia» disse Lula a Joyce. «Spero che tu legga la lista degli ingredienti quando li compri.»

Joyce osservò la Macchina del Vento. «È arrivato il circo in città? Questa è una di quelle automobiline dei clown, vero?»

«È un modello unico di Rollswagen» disse Lula. «C’è qualcosa che non va?»

Joyce sorrise. «L’unica cosa che non va è che non riesco a decidere come spenderò i soldi per la cattura di Ranger.»

«Oh, certo» disse Lula. «È una decisione che può prendere un sacco di tempo.»

«Vedrete» disse Joyce. «Io riesco sempre ad avere l’uomo che cerco.»

E il cane, la capra, l’ortaggio e l’uomo di un’altra, anche.

«Bene, ci piacerebbe tanto stare qui a parlare con te, Joyce» disse Lula. «Ma abbiamo di meglio da fare. Dobbiamo occuparci di una cattura molto importante. Stavamo giusto andando a prendere un bastardo stupratore che è fuori su una cauzione altissima.»

«E ci andate con l’automobilina dei clown?» domandò Joyce.

«Ci andiamo con la mia Firebird» disse Lula. «Prendiamo sempre quella quando abbiamo in programma delle faccende rognose.»

«Devo parlare con Vinnie» disse Joyce. «Qualcuno deve aver commesso un errore nel compilare l’incartamento di Ranger. Ho controllato l’indirizzo e corrisponde a un terreno non edificato.»

Lula e io ci guardammo e sorridemmo.

«Gesù, ma pensa» disse Lula.

Nessuno sa dove viva Ranger. L’indirizzo segnato sulla sua patente corrisponde a un ostello per soli uomini in Post Street: non molto credibile per uno che possiede interi palazzi di uffici a Boston e che tutti i giorni parla con il suo consulente finanziario. Di tanto in tanto Lula e io facevamo qualche tentativo poco convinto di scoprire il suo segreto, ma non avevamo mai avuto successo.

«Allora, che cosa ne dici?» domandò Lula quando Joyce fu sparita dentro l’ufficio. «Vuoi andare a fargliela pagare a Morris Munson?»

«Non lo so. È una specie di pazzo.»

«Mmm» disse Lula. «Non mi fa paura. Credo che sarei capace di metterlo in riga. Non ti ha sparato, vero?»

«No.»

«Allora è molto meno pazzo di gran parte della gente che vive nel mio isolato.»

«Sei sicura di voler rischiare la tua Firebird per dargli la caccia, dopo quello che ha fatto alla Macchina del Vento?»

«Tanto per cominciare, anche ammettendo che io riesca a entrare in quell’auto tutta intera, credo che dopo avresti bisogno di un apriscatole per tirarmi fuori. E poi, visto che ci sono solo due posti e che li occuperemo noi, immagino che dovremmo legare Munson al tetto per portarlo in tribunale. Non che sia una cattiva idea, ma credo che ci rallenterebbe parecchio.»

Lula andò verso lo schedario, diede un calcio al cassetto in basso a destra che si aprì, lei ne estrasse una Glock calibro .40 e se la mise nella borsetta a tracolla.

«Niente sparatorie!» dissi io.

«Certo, lo so» rispose Lula. «Questa è soltanto l’assicurazione della macchina.»

Quando arrivammo in Rockwell Street avevo lo stomaco in subbuglio e il cuore che mi batteva come un tamburo nel petto.

«Non hai un bell’aspetto» disse Lula.

«Credo di soffrire il mal d’auto.»

«Non ti ha mai dato fastidio.»

«Solo quando do la caccia a un tizio che mi ha appena aggredita con un cric.»

«Non ti preoccupare: se lo fa di nuovo, gli pianto una pallottola nel culo.»

«No! Te l’ho già detto: niente sparatorie.»

«Sì, certo, ma questa è un’assicurazione sulla vita.»

Cercai di guardarla con durezza, invece sospirai.

«Qual è la casa?» domandò Lula.

«Quella con la porta verde.»

«Difficile dire se ci sia dentro qualcuno.»

Passammo davanti all’edificio due volte, poi imboccammo il vialetto di servizio che portava sul retro e ci fermammo presso il garage di Munson. Io scesi e diedi un’occhiata attraverso la finestra sudicia, su un lato del garage. La Crown Victoria era lì. Merda.

«Il piano è questo» spiegai a Lula. «Tu vai alla porta principale. Lui non ti ha mai vista, non sospetterà niente. Digli chi sei e digli che vuoi che venga giù in città con te. A quel punto lui sgattaiolerà fuori dalla porta sul retro per raggiungere l’auto e io lo prenderò di sorpresa e lo ammanetterò.»

«Mi sembra che vada bene. E se c’è qualche problema non devi far altro che gridare e io verrò ad aiutarti.»

Lula se ne andò con la Firebird, io mi avvicinai in punta di piedi alla porta di servizio di Munson e mi schiacciai contro la parete della casa in modo che non potesse vedermi. Provai a scuotere la bomboletta di spray urticante per assicurarmi che funzionasse e tesi l’orecchio per sentire Lula che bussava alla porta principale. La sentii dopo pochi minuti; poi ci fu il rumore ovattato di una conversazione e quindi quello di passi che si avvicinavano alla porta di servizio e toglievano il catenaccio. La porta si aprì e Morris Munson fece un passo fuori.

«Fermo» dissi, dando un calcio alla porta per chiuderla. «Rimani dove sei. Non muoverti o ti spruzzo con lo spray urticante.»

«Tu! Mi hai fregato!»

Tenevo la bomboletta di spray nella mano sinistra e le manette nella destra. «Voltati» dissi. «Tieni in alto le mani e appoggia i palmi contro la casa.»

«Ti odio!» strillò. «Sei proprio come la mia ex moglie. Una puttana prepotente, bugiarda e traditrice. Le assomigli anche: gli stessi capelli ricci da tossica.»

«Capelli da tossica? Prego?»

«Vivevo benissimo finché non è arrivata quella puttana a rovinare tutto. Avevo una grande casa e una bella macchina. Avevo anche l’impianto stereo.»

«E poi che cosa è successo?»

«Mi ha lasciato. Diceva che ero noioso. Il noioso vecchio Morris. Così un giorno ha preso ed è andata dall’avvocato, poi è venuta con un furgone fino alla veranda e mi ha ripulito: si è presa ogni stramaledetto mobile, tutte le dannate stoviglie e tutte quelle cazzo di posate.» Gesticolò in direzione della casa. «Questo è tutto quello che mi resta. Questa merda di casa e una Crown Victoria usata con rate da pagare ancora per due anni. Dopo quindici anni alla fabbrica di bottoni a consumarmi le dita fino all’osso, mangio cereali per cena in questa trappola per topi.»

«Cristo.»

«Aspetta un minuto» disse. «Lascia almeno che chiuda a chiave la porta. Questo posto non è un granché, ma è tutto quello che ho.»

«Va bene. Solo non fare movimenti bruschi.»

Lui mi voltò la schiena, chiuse a chiave la porta, si girò su se stesso e mi diede una spinta. «Ops» disse. «Scusa. Ho perso l’equilibrio.»

Io feci un passo indietro. «Che cos’hai in mano?»

«Un accendino. Non ne hai mai visto uno prima d’ora? Lo sai come funziona?» Lo accese e quello fece una fiammata.

«Gettalo via!»

Lui lo agitò avanti e indietro. «Guarda com’è grazioso. Osserva l’accendino. Lo sai che tipo di accendino è? Scommetto che non indovini.»

«Ti ho detto di buttarlo via.»

Lui lo tenne davanti al viso. «Brucerai. Non puoi fermarmi, adesso.»

«Che cosa dici? Cazzo!» Indossavo un paio di jeans con una T-shirt bianca infilata dentro e una camicia di flanella verde e nera sopra, come una giacca. Guardai giù e vidi che i lembi della camicia avevano preso fuoco.

«Brucia!» mi gridò. «Brucia all’inferno!»

Lasciai cadere le manette e lo spray urticante e aprii la camicia strappandola. Mi dimenai per toglierla, la gettai a terra e la calpestai per spegnere il fuoco. Quando ebbi finito mi guardai attorno e Munson era sparito. Provai ad aprire la porta di servizio. Chiusa a chiave. Udii il rumore di un motore che veniva avviato. Guardai il vialetto di accesso e vidi la Crown Victoria che andava via accelerando.

Raccolsi la camicia e me la rimisi addosso. La metà inferiore destra non c’era più.

Lula era appoggiata contro la macchina quando svoltai l’angolo.

«Dov’è Munson?» domandò.

«Andato.»

Lei guardò la mia camicia e alzò le sopracciglia. «Avrei giurato che quando siamo partite la tua camicia fosse tutta intera.»

«Non ho voglia di parlarne.»

«Sembra che sia stata messa sulla griglia. Prima la macchina, adesso la camicia: questa potrebbe diventare una settimana da record per te.»

«Io non ho bisogno di questo lavoro, sai?» dissi a Lula. «Ce ne sono tanti altri che potrei fare.»

«Per esempio?»

«Il McDonald’s sulla Market cerca personale.»

«Ho sentito dire che ti danno anche le patatine gratis.»

Provai a entrare dalla porta principale di Munson. Chiusa a chiave. Guardai attraverso la finestra a livello strada. Munson aveva tirato la tenda a fiori sbiadita, per oscurarla, ma c’era una fessura sul lato: la stanza che si vedeva era desolante. Il pavimento di legno rovinato, un divano sfondato coperto con un copriletto di ciniglia giallo tutto liso, un vecchio televisore su un carrello di metallo da poco prezzo, un tavolinetto da tè in legno di betulla davanti al divano: persino a quella distanza riuscivo a vedere che la vernice si stava sfaldando.

«Quel pazzo di Munson non se la passa troppo bene» disse Lula. «Ho sempre creduto che un maniaco sessuale omicida vivesse in condizioni migliori di questa.»

«È divorziato» dissi. «La moglie lo ha ripulito.»

«Accidenti, che ci sia di lezione. Bisogna sempre stare dalla parte di quello che arriva per primo con il furgone del trasloco.»

Quando tornammo in ufficio, l’auto di Joyce era ancora parcheggiata lì.

«Credevo che ormai se ne fosse andata» disse Lula. «Deve essere là dentro a fare a Vinnie un servizietto pomeridiano.»

Involontariamente arricciai il labbro superiore contro i denti. Correva voce che una volta Vinnie si fosse innamorato di una papera, e si diceva che Joyce avesse un debole per i cani molto grandi. Ma per qualche motivo il pensiero di quei due insieme era persino più orribile.

Con mio grande sollievo, Joyce era seduta sul divano dell’anticamera quando Lula e io passammo come turbini oltre la soglia.

«Lo sapevo che voi due perdenti non sareste state via a lungo» disse Joyce. «Non lo avete preso, vero?»

«Stephanie ha avuto un piccolo incidente con la camicia» disse Lula. «Perciò abbiamo deciso di non andare a prendere il nostro uomo.»

Connie era seduta alla scrivania a dipingersi le unghie. «Joyce crede che voi sappiate dove abita Ranger.»

«Certo che lo sappiamo» disse Lula. «Solo che non glielo diremo perché sappiamo anche quanto le piacciono le sfide.»

«Sarà meglio che me lo diciate» disse Joyce «oppure dovrò dire a Vinnie che state coprendo le spalle a Ranger.»

«Accidenti» disse Lula «questo sì che mi fa ripensare alla cosa.»

«Io non so dove abita» dissi. «Nessuno sa dove abita. Ma una volta l’ho sentito parlare al telefono con sua sorella, a Staten Island.»

«Come si chiama la sorella?»

«Marie.»

«Marie Manoso?»

«Non lo so, potrebbe essere sposata. Ma non dovrebbe essere difficile trovarla. Lavora alla fabbrica di rivestimenti in Macko Street.»

«Io ho finito, qui» disse Joyce. «Se vi viene in mente qualcos’altro chiamatemi sul telefono dell’auto. Connie ha il numero.»

Ci fu un lungo silenzio nell’ufficio finché non vedemmo la sua jeep partire e scomparire lungo la strada.

«Quando viene qui, giuro che sento odore di zolfo» disse Connie. «È come avere l’anticristo seduto sul divano.»

Lula mi guardò di traverso. «Ranger ha veramente una sorella a Staten Island?»

«Tutto è possibile.» Ma non probabile. In effetti, ora che ci pensavo, la fabbrica di rivestimenti poteva non trovarsi affatto in Macko Street.

Capitolo 4

«Oh-oh» disse Lula, gettando un’occhiata oltre la mia spalla. «Non ti voltare, ma sta arrivando tua nonna.»

Gli occhi mi schizzarono dalle orbite. «Mia nonna?»

«Merda» disse Vinnie dal fondo del suo ufficio. Ci fu un tramestio, lo schianto della sua porta chiusa con violenza, quindi il rumore dello scrocco della serratura.

La nonna entrò e si guardò in giro. «Ragazzi, questo posto è una vera schifezza» disse. «Proprio degno del lato Plum della famiglia.»

«Dov’è Melvina?» domandai.

«È nella gastronomia qui a fianco, a prendere un po’ di carne per il pranzo. Ho pensato che già che mi trovavo nei paraggi potevo parlare con Vinnie per un lavoro.»

Automaticamente ruotammo tutte la testa in direzione della porta chiusa di Vinnie.

«A che genere di lavoro pensavi?» domandò Connie.

«Cacciatrice di latitanti» disse la nonna. «Voglio occuparmi delle cose grosse. Ho una pistola e tutto.»

«Ehi Vinnie!» strillò Connie. «Hai visite.»

La porta si aprì, Vinnie mise fuori la testa e diede un’occhiata malvagia a Connie. Poi guardò la nonna. «Edna» disse, sforzandosi di sorridere ma senza riuscirci molto bene.

«Vincent» disse la nonna, con un sorriso zuccheroso.

Vinnie si dondolò da un piede all’altro cercando di darsi un contegno e sapendo che era del tutto inutile. «Che cosa posso fare per te, Edna? Hai bisogno che ti tiri fuori qualcuno su cauzione?»

«Niente affatto» disse la nonna. «Pensavo di trovarmi un lavoro e credo che mi piacerebbe fare la cacciatrice di latitanti.»

«Oh, pessima idea» disse Vinnie. «Davvero una pessima idea.»

La nonna drizzò il pelo, pronta all’attacco. «Non penserai che sono troppo vecchia, vero?»

«No! Gesù, niente affatto. È per tua figlia, monterebbe un gran casino. Voglio dire, non per parlar male di Ellen, ma non le piacerebbe l’idea.»

«Ellen è una persona meravigliosa» disse la nonna «ma è priva di fantasia. È come suo padre, che riposi in pace.» Strinse le labbra. «Era un gran rompipalle.»

«Tanto per dire pane al pane» disse Lula.

«E allora?» disse la nonna a Vinnie. «Mi dai il lavoro?»

«Non posso proprio, Edna. Non che non voglia darti una mano, ma fare la cacciatrice di latitanti richiede parecchia abilità ed esperienza.»

«Ho tutto quel che serve» disse la nonna. «So sparare e bestemmiare e sono una vera ficcanaso. E poi conosco i miei diritti: ho diritto a un impiego.» Guardò Vinnie maliziosamente. «Non mi pare che tu abbia persone anziane impiegate qui, e non mi sembra che questo sia dare pari opportunità: tu discrimini gli anziani. Ho una mezza idea di sguinzagliarti dietro la ANP.»

«La ANP è l’Associazione Nazionale dei Pensionati» disse Vinnie. «P come Pensionati: questo significa che non gliene frega niente degli anziani che lavorano.»

«Va bene» disse la nonna «che ne dici di questo: se tu non mi dai un lavoro io mi siedo su quel divano e ci rimango finché non sono morta di fame.»

Lula fischiò ammirata. «Caspita, è una dura.»

«Ci penserò» disse Vinnie. «Non ti prometto niente, ma magari, se capita l’occasione giusta…» Si ritirò dentro l’ufficio e chiuse nuovamente a chiave la porta.

«Be’, almeno è un inizio» disse la nonna. «Adesso devo andare a vedere che cosa combina Melvina. Abbiamo programmato un gran pomeriggio: dobbiamo andare a vedere alcuni appartamenti e poi ci fermeremo un po’ da Stiva per la veglia del pomeriggio. Madeline Krutchman è appena stata composta nella bara, e ho sentito dire che ha un gran bell’aspetto. È stata Dolly a farle i capelli, ha usato una tintura per dare un po’ di colore attorno al viso e ha detto anche che se mi piace potrà fare lo stesso per me.»

«In gamba» disse Lula.

La nonna e Lula si esibirono in una di quelle complicate strette di mano, poi la nonna se ne andò.

«Niente di nuovo su Ranger e Homer Ramos?» domandai a Connie.

Lei aprì una boccetta di smalto per unghie. «Ramos è stato ucciso con un colpo a distanza molto ravvicinata. Qualcuno dice che ha l’aria di essere un’esecuzione.»

Connie viene da una famiglia che ne sa qualcosa in fatto di esecuzioni, Jimmy il Sipario è suo zio: non so quale sia il suo vero cognome, tutto ciò che so è che se Jimmy ti sta dando la caccia, cala il sipario. Sono cresciuta con le storie di Jimmy il Sipario come gli altri bambini crescono con le storie di Peter Pan: è una celebrità nel mio quartiere.

«E la polizia? Come la pensa adesso?» domandai.

«Stanno cercando Ranger, ci si sono messi sul serio.»

«Come testimone?»

«Per quel che ne so, come qualunque cosa.»

Connie e Lula mi guardarono.

«Allora?» disse Lula.

«Allora cosa?»

«Lo sai, che cosa.»

«Non sono sicura, ma non credo che sia morto» dissi. «È solo una sensazione.»

«Ah!» disse Lula. «Lo sapevo! Eri nuda quando hai avuto questa sensazione?»

«No!»

«Peccato» disse Lula. «Io avrei preferito essere nuda.»

«Devo andare» dissi. «Devo dare al Luna la brutta notizia sulla Macchina del Vento.»

Il bello del Luna è che è quasi sempre a casa. Il brutto è che anche se è dentro casa è quasi sempre fuori di testa.

«Oh, accidenti» disse, venendo ad aprirmi. «Non avrò di nuovo dimenticato il giorno dell’udienza?»

«La tua udienza è fissata fra due settimane a partire da domani.»

«Grandioso.»

«Ho bisogno di parlarti a proposito della Macchina del Vento. È, come dire, un po’ ammaccata. E si è rotto uno dei fanalini posteriori. Ma la farò sistemare.»

«Ehi, piccola, non ti preoccupare. Sono cose che succedono.»

«Forse dovrei parlare con il proprietario.»

«Il Commerciante?»

«Già, il Commerciante. Dove sta?»

«È nell’ultima casa della schiera. Lui ha un garage, piccola. Capito che roba? Un garage.»

Avendo passato tutto l’inverno a grattare via il ghiaccio dal parabrezza, capivo bene l’entusiasmo del Luna per il garage: ero convinta anch’io che il garage fosse davvero una cosa meravigliosa.

L’ultima casetta della schiera era a circa quattrocento metri da lì, e ci andammo in auto.

«Pensi che sarà in casa?» domandai al Luna quando arrivammo alla fine del caseggiato.

«Il Commerciante è sempre in casa. Deve esserci per commerciare.»

Suonai il campanello e Dougie Kruper aprì la porta. Io e Dougie eravamo stati compagni di scuola ma erano anni che non lo vedevo. In realtà avevo sentito dire che si era trasferito in Arkansas ed era morto.

«Gesù, Dougie» dissi «pensavo fossi morto.»

«Nooo, ho solo desiderato di essere morto. Mio padre era stato trasferito in Arkansas, e io sono andato con lui, ma ti dico una cosa: l’Arkansas non è il posto per me. Non succede niente, capisci cosa voglio dire? E per andare sull’oceano occorrono giorni interi.»

«Sei tu il Commerciante?»

«Sissignora, sono io. Proprio io. Tu hai bisogno di qualcosa, io ce l’ho, si fa l’affare.»

«Cattive notizie, Dougie. La Macchina del Vento ha avuto un incidente.»

«Ragazza, quella macchina è un incidente. All’inizio sembrava una buona idea, ma non riuscivo a rifilarla a nessuno. L’avrei spinta giù da un ponte non appena tu me l’avessi riportata. A meno che, naturalmente, tu non volessi comprarla.»

«Non fa esattamente al caso mio. È troppo appariscente. Ho bisogno di una macchina che non si noti.»

«Un’auto mimetica. Il Commerciante probabilmente ha qualcosa del genere» disse Dougie. «Vieni sul retro e diamo un’occhiata veloce.»

Il retro era completamente stipato di automobili. Ce n’erano sulla strada, ce n’erano nel cortile e un’auto stava nel garage.

Dougie mi condusse a una Ford Escort nera. «Ecco qui, questa è una vera macchina mimetica.»

«Quanti anni ha?»

«Non lo so con precisione, ma ha fatto pochi chilometri.»

«Sul libretto non c’è l’anno d’immatricolazione?»

«Questa macchina in particolare non ha il libretto di circolazione.»

Mmm.

«Se ti serve un’auto con il libretto, questo farà sensibilmente salire il prezzo» disse Dougie.

«Quanto sensibilmente?»

«Sono sicuro che ci metteremo d’accordo. Dopo tutto, io sono il Commerciante.»

Durante l’ultimo anno delle superiori, Dougie Kruper era il peggiore degli sfigati. Non usciva con le ragazze, non faceva sport, e non mangiava come un essere umano. L’unica cosa che gli riusciva bene a scuola era succhiare bibite dalla cannuccia con il naso.

Il Luna andava in giro a posare la mano sulle automobili per percepirne il karma. «Questa» disse, fermandosi vicino a una piccola jeep color cachi. «Questa macchina ha capacità protettive.»

«Come un angelo custode, vuoi dire?»

«Voglio dire che ha le cinture di sicurezza.»

«Questa ha il libretto di circolazione?» domandai a Dougie. «E funziona?»

«Sono abbastanza sicuro che funzioni» disse Dougie.

Mezz’ora dopo possedevo due nuove paia di jeans e un nuovo orologio, ma non una nuova auto. Dougie avrebbe voluto vendermi anche un forno a microonde, ma ne avevo già uno.

Il pomeriggio era appena iniziato, e il tempo non era troppo male, perciò feci una passeggiata fino a casa dei miei genitori e presi in prestito la Buick del ’53 dello zio Sandor. Era gratis, funzionava e aveva il libretto di circolazione: dissi a me stessa che era una gran bella macchina. Un classico. Lo zio Sandor l’aveva acquistata nuova ed era ancora in ottime condizioni, cosa che non si poteva dire dello zio Sandor, il quale si trovava qualche metro sotto terra. Blu con scintillanti cromature alle portiere e un potente motore a otto valvole. Mi auguravo di riuscire a incassare i soldi dell’assicurazione prima che la nonna ottenesse la patente e avesse bisogno della Buick. Mi auguravo soprattutto che i soldi dell’assicurazione arrivassero in fretta perché odiavo quell’auto.

Quando finalmente arrivai a casa il sole era ormai basso. Il parcheggio del mio palazzo era pieno e la grande Lincoln nera era ferma vicino a uno dei pochi spazi ancora liberi. Parcheggiai la Buick e il finestrino del passeggero della Lincoln si aprì.

«E questa cos’è?» domandò Mitchell. «Un’altra auto? Non starai cercando di confonderci, vero?»

Ah, se solo fosse stato così semplice. «Ho avuto qualche problema.»

«Se non ti sbrighi a trovare quel Ranger avrai altri problemi che potrebbero esserti fatali.»

Probabilmente Mitchell e Habib erano due tipi molto duri, ma io avevo qualche difficoltà a farmi spaventare da loro. Non sembravano fatti della stessa pasta dello psicotico Morris Munson.

«Che cosa è successo alla tua camicia?» domandò poi Mitchell.

«Qualcuno ha cercato di darmi fuoco.»

Lui scosse la testa. «La gente è pazza. Bisognerebbe avere cento occhi oggigiorno.»

Non male, detto da uno che aveva appena finito di minacciarmi di morte.

Entrai nell’ingresso tenendo gli occhi ben aperti nel caso ci fosse Ranger. Le porte dell’ascensore si aprirono e sbirciai all’interno. Vuoto. Non sapevo se essere sollevata o delusa. Anche il corridoio era vuoto. Nell’appartamento non ebbi la stessa fortuna. La nonna sbucò fuori dalla cucina nel momento stesso in cui aprivo la porta.

«Giusto in tempo» disse. «Le bistecche di maiale sono pronte da servire. E ho anche preparato la pasta col formaggio. Solo che non abbiamo insalata perché ho pensato che, non essendoci tua madre, possiamo mangiare quello che vogliamo.»

Il tavolo nella sala da pranzo era apparecchiato con piatti veri, posate vere e i tovaglioli di carta ripiegati a triangolo.

«Accidenti» dissi. «È carino da parte tua preparare la cena in questo modo.»

«Avrei potuto fare anche di meglio, ma hai soltanto una pentola. Che cosa è successo a quella batteria che ti hanno regalato per il matrimonio?»

«L’ho buttata via quando ho trovato Dickie… be’ lo sai, con Joyce.»

La nonna portò in tavola la pasta col formaggio. «Sì, posso capire.» Si sedette e prese una bistecca di maiale. «Devo darmi una mossa. Con Melvina non abbiamo avuto tempo di andare alla veglia questo pomeriggio, così ci andremo stasera. Se vuoi venire anche tu, sei la benvenuta.»

A parte ficcarmi una forchetta in un occhio, la cosa che mi piace di più al mondo è far visita ai morti. «Grazie, ma stasera devo lavorare. Devo sorvegliare qualcuno per conto di un amico.»

«Peccato davvero» disse la nonna «sarà una gran bella veglia.»

Dopo che la nonna fu uscita guardai una replica dei Simpson, una replica della Tata e un’altra mezz’ora di televisione, cercando di distogliermi dal pensiero di Ranger. In uno sgradevole angolino della mia mente albergava un dubbio sulla sua innocenza nell’assassinio di Ramos. E il resto del cervello era occupato dall’ansia che potesse essere ucciso o arrestato prima che saltasse fuori il vero colpevole. Per complicare ulteriormente le cose avevo accettato di fare quel pedinamento per lui. Ranger era il miglior cacciatore di latitanti di Vinnie, ma aveva anche un’altra quantità di attività imprenditoriali, alcune delle quali erano persino legali. Avevo lavorato per Ranger in passato, con risultati alterni, e alla fine avevo deciso di cancellare il mio nome dalla lista dei suoi collaboratori, pensando che non fosse nell’interesse di nessuno dei due lavorare insieme. Ora sembrava arrivato il momento di fare un’eccezione. Ciò nonostante non capivo bene perché volesse il mio aiuto. Non avevo particolare competenza. Tuttavia ero leale e fortunata, e probabilmente ero anche l’unica persona disponibile.

Quando fu ormai buio mi cambiai d’abito. Un paio di calzoncini da ginnastica elasticizzati, maglietta nera, scarpe da ginnastica, una maglia nera col cappuccio e, per completare il tutto, una bomboletta di spray urticante tascabile. Se fossi stata scoperta mentre andavo in giro a spiare avrei potuto fingere di essere lì per fare jogging. Qualunque guardone perverso usava la stessa scusa e funzionava tutte le volte.

Diedi a Rex un pezzetto di formaggio e gli spiegai che sarei rientrata nel giro di un paio d’ore. Fuori, nel parcheggio, cercai la mia Honda Chic e poi mi ricordai che era andata arrosto. Poi cercai la Macchina del Vento, sbagliando di nuovo. Finalmente, con un sospiro di sconforto, adocchiai la Buick.

Fenwood Street era graziosa di notte. Le finestre delle case illuminate e i lampioni lungo la strada punteggiavano i sentierini che conducevano alle abitazioni. Non c’era nessuno per la strada.

La casa di Hannibal Ramos aveva ancora le tende tirate, ma la luce filtrava da dietro le finestre. Feci un giro dell’isolato e parcheggiai la Buick proprio vicino alla pista ciclabile che avevo percorso quella mattina.

Feci un po’ di esercizi di stretching e qualche minuto di corsa sul posto nel caso qualcuno mi stesse osservando, domandandomi se avessi un’aria sospetta. Cominciai a correre a passo lento e subito raggiunsi il sentiero che si snodava attraverso il terreno comune dietro le case. Qui c’era meno luce, filtrata dagli alberi. Aspettai che i miei occhi si adattassero all’oscurità. Tutte le staccionate delle proprietà avevano una porticina sul retro e con attenzione feci l’intero percorso contando le porte, fino a ritrovarmi dietro quella che ritenevo essere la casa di Hannibal. Le finestre del piano superiore erano buie, ma sulla recinzione si proiettava la luce di quelle al piano terra sul retro della casa.

Provai ad aprire la porticina sul retro. Chiusa. La recinzione di mattoni era alta più di due metri. I mattoni lisci e impossibili da scalare: non c’era presa per le mani né per i piedi. Mi guardai attorno in cerca di qualcosa su cui arrampicarmi. Niente.

Adocchiai l’albero di pino che cresceva accanto alla recinzione la quale, facendo pressione su alcuni dei rami più bassi, lo aveva leggermente deformato. I rami più alti si allungavano sul cortile interno: se avessi potuto arrampicarmi, mi avrebbero offerto riparo e avrei potuto spiare Hannibal. Afferrai uno dei rami più bassi e mi sollevai. Arrancai fin quasi a un metro di altezza e fui ricompensata dalla vista del cortile posteriore della casa di Hannibal. La recinzione era bordata con aiuole di fiori ricoperte di pacciame. Una veranda in muratura di forma irregolare proteggeva le entrate sul retro della casa e il resto del cortile era a prato.

Proprio come sospettavo, le tende nella parte posteriore della casa non erano tirate e da una doppia finestra si riusciva a vedere dentro la cucina. Le porte che davano sulla veranda conducevano a un soggiorno, oltre il quale era visibile una piccola porzione di un’altra stanza: probabilmente il salotto, ma era difficile dirlo con certezza. Non vedevo nessuno in giro.

Rimasi lì a sedere per un po’, osservando, ma non accadde nulla. Tutto era immobile nella casa di Hannibal. E anche nelle case dei suoi vicini. Molto noioso. Nessuno sulla pista ciclabile. Nessuno che portasse a spasso il cane. Nessuno che andasse a fare jogging. Troppo buio. È questo che mi piace degli appostamenti. Non succede mai niente. Poi devi andare al bagno e ti perdi un duplice omicidio.

Dopo un’ora avevo il sedere addormentato e le gambe indolenzite per l’immobilità. Può bastare, pensai. Non sapevo che cosa avrei dovuto cercare, comunque.

Mi voltai per ridiscendere, persi l’equilibrio e caddi rovinosamente al suolo. Sdraiata sulla schiena. Nel cortile di Hannibal.

La luce della veranda si accese e Hannibal uscì e mi guardò. «Che diavolo succede?» domandò.

Provai ad articolare le dita e a muovere le gambe. Tutto sembrava ancora funzionante.

Hannibal mi venne vicino, le mani sui fianchi, scrutandomi come se aspettasse una spiegazione.

«Sono caduta dall’albero» dissi. Piuttosto ovvio, visto che c’erano aghi di pino e ramoscelli sparsi tutto intorno a me.

Hannibal non mosse un muscolo.

Faticosamente mi alzai in piedi. «Stavo cercando di far scendere il mio gatto. È sull’albero da questo pomeriggio.»

Lui alzò lo sguardo sull’albero. «È ancora lassù, il gatto?» Sembrava che non credesse a una sola parola.

«Penso che sia saltato giù quando sono caduta.»

Hannibal Ramos aveva il colorito tipico della California e la mollezza del pantofolaio teledipendente. Avevo visto alcune sue foto, perciò la cosa non mi stupì; quello che non mi aspettavo era l’espressione devastata sul suo viso, ma tutto sommato aveva appena perso un fratello e doveva essere stato un duro colpo. I capelli castani erano sottili e tendenti a diradare, un paio di occhiali con la montatura di tartaruga gli nascondeva gli occhi. Indossava un completo grigio che aveva un gran bisogno di essere stirato e una camicia bianca con il colletto aperto, anch’essa spiegazzata: un qualunque uomo d’affari dopo una dura giornata in ufficio. Doveva aver superato da poco i quaranta e da un paio d’anni un intervento di by-pass quadruplo.

«E immagino che sia scappato via?» disse Ramos.

«Oddio, spero di no. Sono stufa di dargli la caccia.» Sono una grande bugiarda. A volte mi stupisco di me stessa.

Hannibal aprì la porta della recinzione e diede un’occhiata veloce alla pista ciclabile. «Cattive notizie. Non vedo gatti.»

Guardai oltre la spalla di Hannibal. «Qui, micio, micio» chiamai. Mi sentivo abbastanza stupida ora, ma non c’era altro da fare che andare avanti.

«Sa che cosa penso?» disse Hannibal. «Penso che non ci sia nessun gatto. Penso che lei fosse su quell’albero a spiarmi.»

Gli lanciai un’occhiata di assoluta incredulità, del tipo: Oh, davvero? «Senta» dissi, girandogli attorno precipitosamente in direzione dell’uscita. «Devo andare. Devo trovare il gatto.»

«Di che colore è?»

«Nero.»

«Buona fortuna.»

Guardai sotto un paio di cespugli lungo il bordo della pista ciclabile. «Qui, micio, micio.»

«Forse dovrebbe lasciarmi il suo nome e il numero di telefono, nel caso io lo trovi» disse Hannibal.

I nostri occhi si incrociarono per un breve istante, e il cuore mi fece un tuffo nel petto.

«No» gli risposi. «Non penso sia necessario.» E poi me ne andai camminando nella direzione opposta a quella dalla quale ero venuta.

Abbandonai la pista ciclabile e feci il giro attorno all’isolato per tornare all’auto. Attraversai la strada e rimasi nell’ombra per qualche minuto osservando la casa di Hannibal e fantasticando su di lui. Se lo avessi incontrato per strada lo avrei etichettato come un venditore di polizze assicurative. O forse un dirigente di medio livello in qualche società americana. Che fosse il principe ereditario del mercato nero delle armi non mi sarebbe mai venuto in mente.

Al piano superiore si accese una luce: il principe ereditario stava probabilmente cambiandosi d’abito per stare più comodo. Troppo presto per andare a letto, e poi le luci erano ancora accese al piano terra. Stavo quasi per andarmene quando lungo la strada passò un’auto, e svoltò nel vialetto che conduceva alla casa di Hannibal.

C’era una donna al volante. Non riuscivo a vedere il suo volto. La portiera dal lato guidatore si aprì e ne uscì una gamba lunga, avvolta in una calza velata, seguita da un corpo mozzafiato in abito nero. Capelli biondi e corti. Un portadocumenti sotto il braccio.

Annotai il numero di targa sul blocchetto che tenevo nella borsa, presi il binocolo tascabile dal cassetto portaoggetti dell’auto, e rapidamente tornai verso il retro della casa di Hannibal. Di nuovo. Tutto pareva silenzioso. Hannibal probabilmente era certo di avermi spaventata a sufficienza. Voglio dire, che razza di idiota sarebbe così pazzo da cercare di spiarlo due volte nella stessa notte?

L’idiota che sono io, ecco chi.

Salii sull’albero il più silenziosamente possibile. Più facile questa volta, conoscevo la strada. Ritrovai il ramo di prima e tirai fuori il binocolo. Sfortunatamente non c’era molto da vedere: Hannibal e la sua ospite erano nella stanza sul davanti. Riuscivo solo a catturare una porzione della schiena di Hannibal, ma la donna era fuori portata. Dopo pochi minuti ci fu in lontananza il rumore della porta principale che si chiudeva e di un’auto che ripartiva e se ne andava.

Hannibal entrò in cucina, prese un coltello da un cassetto e se ne servì per aprire una busta. Tirò fuori una lettera e la lesse. Non ebbe alcuna reazione particolare. Con cura ripose la lettera nella busta e la mise nella credenza della cucina.

Poi guardò fuori dalla finestra apparentemente perso nei propri pensieri. Si spostò verso la porta che conduceva alla veranda, l’aprì e guardò fuori in direzione dell’albero. Mi immobilizzai senza neppure avere il coraggio di respirare. Non può vedermi, pensavo. Tra le fronde dell’albero è troppo buio. Non muoverti e vedrai che tornerà dentro. Errore, errore, errore. La sua mano scivolò lungo il fianco, una torcia elettrica si accese e mi colse con le mani nel sacco.

«Qui, micio, micio» dissi, proteggendomi gli occhi con la mano per vedere controluce.

Lui alzò l’altro braccio e vidi la pistola.

«Scendi» ordinò, camminando verso di me. «Lentamente.»

Già, giusto. Io precipitai dall’albero, rompendo rami nella caduta e atterrando in piedi già pronta a correre.

Zing. L’inconfondibile rumore di una pallottola sparata con un silenziatore. Di solito non mi considero un tipo sportivo, ma percorsi il sentiero alla velocità della luce. Andai dritta alla macchina, saltai dentro e partii in quarta.

Controllai nello specchietto retrovisore parecchie volte per assicurarmi di non essere inseguita. Quando fui vicina a casa proseguii lungo la Makefield, svoltai l’angolo, spensi le luci e attesi.

Nessun’auto in vista. Riaccesi le luci e vidi che le mani avevano quasi smesso di tremare. Decisi che era un buon segno e mi diressi a casa.

Quando svoltai per entrare nel parcheggio, il fascio di luce dell’auto illuminò Morelli. Stava appoggiato mollemente contro la sua 4x4, con le braccia conserte sul petto, le gambe incrociate all’altezza della caviglia. Chiusi a chiave la Buick e lo raggiunsi. La sua espressione mutò dalla tranquillità un po’ annoiata alla curiosità divertita.

«Di nuovo con la Buick?» domandò.

«Solo per un po’.»

Mi squadrò da capo a piedi e mi tolse un ciuffo di aghi di pino dai capelli. «Non oso domandare» disse.

«Appostamento.»

«Sei tutta appiccicosa.»

«Resina. Ero su un albero di pino.»

Lui sorrise. «Ho sentito dire che cercano personale alla fabbrica di bottoni.»

«Che cosa sai di Hannibal Ramos?»

«Oh, santo cielo, non dirmi che stavi spiando Ramos. È davvero un brutto ceffo.»

«Non ha l’aria di essere cattivo. Sembra un tipo’normale.» Almeno finché non mi aveva puntato contro la pistola.

«Non sottovalutarlo. È lui che governa l’impero dei Ramos.»

«Pensavo che fosse suo padre.»

«Hannibal si occupa dell’amministrazione giorno per giorno. Corre voce che il vecchio sia malato: è sempre stato piuttosto inafferrabile, ma una fonte sicura mi riferisce che il suo comportamento da vagabondo va peggiorando, e la famiglia ha assunto delle baby sitter per assicurarsi che non se ne vada una volta per tutte.»

«Alzheimer?»

Morelli si strinse nelle spalle. «Non lo so.»

Guardai giù e mi resi conto che avevo le ginocchia sbucciate e sanguinanti.

«Potresti rimanere coinvolta in qualcosa di brutto aiutando Ranger» disse Morelli.

«Chi, io?»

«Gli hai detto di mettersi in contatto con me?»

«Non ne ho avuto l’occasione. E poi se gli lasci un messaggio sul cercapersone lo troverà. È solo che non vuole rispondere.»

Morelli mi tirò a sé e mi strinse forte. «Odori come un pino della foresta.»

«Deve essere la resina.»

Mi mise le mani attorno alla vita e mi baciò alla base del collo. «Molto sexy.»

Morelli pensava che qualunque cosa fosse sexy.

«Perché non torni a casa con me?» disse. «Ti bacerò le ginocchia sbucciate e starai subito meglio.»

Era una tentazione. «E che mi dici della nonna?»

«Non se ne accorgerà. Probabilmente dorme già profondamente.»

Una finestra al secondo piano dell’edificio si aprì. La mia finestra. E la nonna mise fuori la testa. «Sei tu, Stephanie? E chi c’è con te? È Joe Morelli, quello?»

Joe le fece un cenno di saluto. «Salve, signora Mazur.»

«Perché rimanete lì fuori?» domandò la nonna. «Perché non venite dentro a mangiare un po’ di dolce? Ci siamo fermate al supermercato, tornando a casa dalla veglia, e ho comprato una torta a strati.»

«Grazie» disse Joe «ma devo tornare a casa. Sono di turno molto presto domani mattina.»

«Accidenti» dissi «rinunciare a una torta a strati!»

«Non è della torta che ho fame.»

Sentii una contrazione ai muscoli pelvici.

«Va bene, ne taglierò una fetta solo per me» disse la nonna. «Sto morendo di fame, le veglie mi mettono sempre appetito.» La finestra si chiuse e la nonna sparì.

«Non hai intenzione di venire a casa con me, vero?» disse Morelli.

«Tu hai una torta?»

«Ho di meglio.»

Era vero. Lo sapevo con certezza.

La finestra si aprì di nuovo e ancora una volta la nonna mise fuori la testa. «Stephanie, c’è una telefonata per te. Vuoi che gli dica di richiamare più tardi?»

Morelli sollevò le sopracciglia. «Un uomo?»

Entrambi stavamo pensando a Ranger.

«Chi è?» domandai.

«Un certo Brian.»

«Deve essere Brian Simon» dissi a Morelli. «Ho dovuto implorarlo per ottenere un’indulgenza per Carol Zabo.»

«Vorrà parlarti di lei?»

«Oddio, me lo auguro.» O si trattava di quello, oppure Brian Simon voleva reclamare la propria ricompensa. «Vengo subito» gridai alla nonna. «Fatti dare il numero e digli che lo richiamo io.»

«Mi stai spezzando il cuore» disse Morelli.

«La nonna rimarrà soltanto un altro paio di giorni, e poi potremo festeggiare.»

«Tra un paio di giorni sarò arrivato fino al gomito, a forza di mordermi le mani.»

«È una faccenda seria.»

«Non dubitarne» disse Morelli. Mi baciò e non dubitai di nulla. Aveva la mano sotto la mia maglietta e la lingua nella mia bocca… e io sentii qualcuno fischiare, come un richiamo per bestie selvatiche.

La signora Fine e il signor Morgenstern erano affacciati alle finestre, richiamati dagli schiamazzi fra me e la nonna, e fischiavano. Entrambi cominciarono ad applaudire e a lanciare grida di incoraggiamento.

La signora Benson aprì la finestra. «Che cosa succede?» domandò.

«Sesso nel parcheggio» disse il signor Morgenstern.

Morelli mi guardò con l’aria di riflettere su qualcosa. «È anche possibile.»

Io mi voltai, mi precipitai all’entrata e feci uno scatto su per le scale. Presi una fetta di torta e poi telefonai a Simon.

«Che cosa c’è?» dissi.

«Ho bisogno di un favore.»

«Non faccio sesso telefonico» dissi.

«Non si tratta di quello. Caspita, perché pensi una cosa del genere?»

«Non lo so. Mi è venuta così.»

«Si tratta del mio cane. Devo andare fuori città per un paio di giorni e non ho nessuno che se ne occupi. Perciò, visto che tu mi devi un favore…»

«Vivo in un appartamento! Non posso tenere un cane.»

«Si tratta solo di un paio di giorni. Ed è davvero un cane buonissimo.»

«Hai pensato a un canile?»

«Lui odia i canili. Non mangia. Si deprime.»

«Che genere di cane è?»

«È piccolo.»

Dannazione. «Solo per un paio di giorni?»

«Te lo porto domattina presto e lo vengo a riprendere domenica.»

«Non lo so. Non è un buon momento. Mia nonna è venuta a stare da me.»

«Lui adora le anziane signore, giuro. Tua nonna se ne innamorerà.»

Gettai un’occhiata a Rex. Non avrei potuto sopportare di vederlo depresso o inappetente, perciò credevo di capire come si sentisse Simon per il proprio cane. «D’accordo» dissi. «A che ora, domani?»

«Verso le otto?»

Aprii gli occhi e mi domandai che ore fossero. Ero sul divano, fuori era buio pesto e sentivo odore di caffè. Per un attimo fui presa dal panico del disorientamento. Posai gli occhi sulla poltrona di fronte a me e mi resi conto che c’era qualcuno seduto. Un uomo. Difficile da vedere in quell’oscurità. Mi si mozzò il respiro di colpo.

«Com’è andata?» disse lui. «Hai scoperto qualcosa di interessante?»

Ranger. Inutile domandarsi come aveva fatto a entrare visto che le porte e le finestre erano chiuse a chiave. Lui aveva i suoi sistemi. «Che ore sono?»

«Le tre.»

«Ti è mai capitato di pensare che la gente dorme a quest’ora della notte?»

«C’è odore di pino della foresta qui» disse Ranger.

«Sono io. Ero appollaiata sull’albero di pino dietro la casa di Hannibal, e non sono riuscita a togliere la resina. Mi si è appiccicata tutta ai capelli.»

Vidi Ranger sorridere nell’oscurità. Lo udii ridere sommessamente.

Mi drizzai a sedere. «Hannibal ha un’amica. È arrivata in auto alle dieci in punto con una BMW nera. È stata con Hannibal per circa dieci minuti, gli ha dato una lettera e se n’è andata.»

«Che tipo era?»

«Bionda, coi capelli corti. Magra. Elegante.»

«Hai preso il numero di targa?»

«Certo. Me lo sono segnato. Non ho avuto ancora modo di controllarlo.»

Lui sorseggiò il caffè. «Nient’altro?»

«Lui mi ha vista, più o meno.»

«Più o meno?»

«Sono caduta dall’albero dritta nel suo cortile.»

Il sorriso scomparve. «E poi?»

«E poi gli ho detto che stavo cercando il gatto, ma non penso che mi abbia creduto.»

«Se ti conoscesse meglio…» disse Ranger.

«Poi, la seconda volta, mi ha beccata mentre stavo sull’albero, ha tirato fuori una pistola, e io sono saltata giù e sono scappata.»

«Bella presenza di spirito.»

«Ehi» dissi, battendomi un dito sulla testa «non ci cresce l’erba, qui.»

Ranger stava di nuovo sorridendo.

Capitolo 5

«Pensavo che tu non bevessi caffè» dissi a Ranger. «Che ne è di quella storia che tratti il tuo corpo come un tempio?»

«Fa parte del travestimento. Come il taglio di capelli» spiegò continuando a sorseggiare.

«Li lascerai crescere di nuovo?»

«Probabilmente.»

«E smetterai anche di bere caffè?»

«Fai un sacco di domande» disse Ranger.

«Sto solo cercando di farmi un’idea.»

Era sprofondato nella poltrona, con una gamba tesa, le mani sui braccioli, gli occhi su di me. Posò la tazza sul tavolino, si alzò, e venne a mettersi accanto al divano. Si chinò e mi diede un bacio lieve sulle labbra. «Su alcune cose è meglio lasciare il mistero» aggiunse. Poi si diresse verso la porta.

«Ehi, aspetta un momento» dissi. «Devo continuare a sorvegliare Hannibal?»

«Riesci a tenerlo d’occhio senza farti sparare?»

Gli gettai un’occhiata feroce attraverso l’oscurità.

«Ti ho vista» disse.

«Morelli vuole parlarti.»

«Lo chiamerò domani, forse.»

La porta si aprì e si richiuse. Se n’era andato.

Mi avvicinai allo spioncino e guardai fuori. Non c’era traccia di Ranger. Feci scorrere la catenella di sicurezza e tornai al divano. Sprimacciai il cuscino e mi rannicchiai sotto la coperta.

E pensai al bacio. Che cosa avrei dovuto capire da quel bacio? Amichevole. Era stato amichevole. Niente lingua. Niente palpeggiamenti. Niente digrignare i denti per un’incontrollabile passione. Un bacio amichevole. Solo che non lo sembrava affatto. Sembrava… sexy.

Dannazione!

«Che cosa vuoi mangiare per colazione?» domandò la nonna. «Ti va una bella zuppa d’avena calda?»

Se avessi seguito l’istinto avrei mangiato la torta. «Certo» dissi «la zuppa d’avena andrà benissimo.»

Mi versai una tazza di caffè e sentii bussare alla porta. La aprii e un’enorme cosa arancione fece irruzione.

«Per l’amor del cielo!» dissi. «Che cos’è?»

«Un Golden Retriever» disse Simon. «Per la maggior parte.»

«Non è un po’ troppo grande per essere un Golden Retriever?»

Simon trascinò un sacco da venticinque chili di cibo per cani dentro l’ingresso. «L’ho preso al canile e mi hanno detto così. Golden Retriever.»

«Avevi detto che era piccolo.»

«Ho mentito. Vuoi farmi causa?»

Il cane corse in cucina, ficcò il naso tra le gambe della nonna e annusò.

«Perbacco» disse la nonna. «A quanto pare il mio nuovo profumo funziona davvero. Bisogna che lo provi agli incontri del circolo degli anziani.»

Simon allontanò il cane dalla nonna e mi allungò un sacchetto di carta di quelli dei negozi di alimentari. «Qui c’è la sua roba. Due ciotole, alcuni prodotti per cani, un giocattolo da masticare, una spazzola e la palettina per i suoi bisogni.»

«La palettina? Ehi, aspetta un momento…»

«Devo andare» disse Simon. «Devo prendere un aereo.»

«Come si chiama?» gli strillai mentre se ne andava lungo il corridoio.

«Bob.»

«Non è una cosa magnifica?» disse la nonna. «Un cane che si chiama Bob.»

Riempii d’acqua la ciotola di Bob e la misi sul pavimento, in cucina. «Rimarrà solo un paio di giorni» dissi. «Simon tornerà a prenderlo domenica.»

La nonna diede un’occhiata al sacchetto di cibo per cani. «È una razione parecchio consistente per un paio di giorni.»

«Forse mangia molto.»

«Se mangia tutta quella roba in due giorni non ti servirà la palettina per i bisogni» disse la nonna. «Ti servirà un badile.»

Tolsi il guinzaglio a Bob e lo appesi all’attaccapanni dell’ingresso. «Bene, Bob» dissi «non sarà poi tanto male. Ho sempre desiderato un Golden Retriever.»

Bob scodinzolò e guardò prima la nonna e poi me.

La nonna preparò zuppa d’avena per tutti e tre. Lei e io portammo le nostre scodelle nella sala da pranzo e Bob mangiò in cucina. Quando tornammo, la ciotola di Bob era vuota. Ma anche la scatola di cartone che conteneva la torta era vuota.

«A quanto pare Bob è goloso di dolci» disse la nonna.

Gli mostrai un dito minaccioso. «Questo non è educato. E poi diventerai grasso.»

Bob dimenò la coda.

«Forse non è molto intelligente» disse la nonna.

Abbastanza da mangiarsi la torta.

La nonna aveva appuntamento alle nove per una lezione di guida. «Probabilmente starò fuori tutto il giorno» disse. «Perciò non preoccuparti se non mi vedi. Dopo la lezione vado a fare un giro in centro con Louise Greeber. E poi andremo a vedere qualche altro appartamento. Se vuoi posso fermarmi a prendere un po’ di carne questo pomeriggio. Pensavo che un polpettone sarebbe andato bene per cena.»

Mi feci prendere dal senso di colpa. La nonna stava occupandosi da sola della cucina. «Tocca a me» le dissi. «Lo preparo io.»

«Non credevo che sapessi cucinare il polpettone.»

«Certo che sì» dissi. «Sono capace di cucinare un sacco di cose.» Una bella bugia. Non so cucinare niente.

Allungai a Bob uno stuzzichino per cani e poi la nonna e io ce ne andammo insieme. A metà del corridoio si fermò.

«Che cos’è questo rumore?» domandò.

Ci mettemmo tutt’e due ad ascoltare. Bob ululava dall’altro lato della porta.

La mia vicina d’appartamento, la signora Karwatt, uscì sul pianerottolo. «Che cos’è questo rumore?»

«È Bob» disse la nonna. «Non gli piace restare a casa da solo.»

Dieci minuti dopo guidavo a tutta velocità con Bob che teneva la testa fuori dal finestrino, le orecchie al vento.

«Oh» disse Lula quando entrai in ufficio. «E questo chi è?»

«Si chiama Bob. Gli sto facendo da dog sitter.»

«Davvero? Che razza è?»

«Un Golden Retriever.»

«Sembra che sia rimasto per troppo tempo sotto il casco della parrucchiera.»

Gli lisciai un po’ il pelo. «Ha tenuto la testa fuori dal finestrino.»

«Ah, ecco.»

Tolsi il guinzaglio a Bob e lui corse verso Lula e rifece la scena dell’annusamento tra le gambe.

«Ehi» disse lei «sta’ indietro, mi stai lasciando le impronte del naso sui pantaloni nuovi.» Gli fece una carezza sulla testa. «Se continua così dovremo trovargli una cagnetta.»

Usai il telefono di Connie per chiamare la mia amica Marilyn Truro all’Ufficio immatricolazione auto. «Ho bisogno di verificare una targa» dissi. «Hai tempo?»

«Mi prendi in giro? Ci sono quaranta persone in fila. Se mi vedono parlare al telefono mi linciano.» Abbassò la voce. «È per un caso? È per un omicidio o qualcosa del genere?»

«Potrebbe avere a che fare con l’omicidio di Ramos.»

«Sfotti? Questa è roba grossa.»

Le diedi il numero.

«Aspetta un minuto» disse. Si sentì il ticchettio di una tastiera di computer, poi Marilyn tornò all’apparecchio. «La targa appartiene a Terry Gilman. Non lavora per Vito Grizolli?»

Per un momento rimasi senza parole. Dopo Joyce Barnhardt, Terry Gilman era la persona che disprezzavo di più. Per usare un’espressione gentile, era uscita con Joe alle scuole superiori e avevo la sensazione che non le sarebbe dispiaciuto riprendere la relazione. Terry lavorava per lo zio, Vito Grizolli, cosa che costituiva un ostacolo per i suoi progetti con Joe, visto che il mestiere di Joe consisteva nell’eliminare il crimine e quello di Vito nel produrlo.

«Oh-oh» disse Lula. «Ho sentito bene? Stai ficcando quel tuo grosso naso nel caso Ramos?»

«Be’, mi è capitato di imbattermi…»

Lula spalancò gli occhi. «Stephanie, tu stai lavorando per Ranger!»

Vinnie sbucò fuori dal suo ufficio. «È vero? Stai lavorando per Ranger?»

«No. Non è vero. Non c’è neanche un’ombra di verità.» Be’, diavolo… cosa sarà mai una bugia in più?

La porta principale si spalancò e Joyce Barnhardt fece irruzione nell’ufficio.

Lula, Connie e io ci precipitammo a mettere il guinzaglio a Bob.

«Brutta stronza» mi gridò Joyce. «Mi hai mandata a fare il giro dell’oca. Ranger non ha nessuna sorella che lavora alla fabbrica di rivestimenti Macko.»

«Forse ha smesso» dissi.

«Già, può essere» disse Lula. «La gente si licenzia in continuazione.»

Joyce abbassò lo sguardo su Bob. «Che cos’è quello?»

«È un cane» dissi, accorciando il guinzaglio.

«Perché il pelo gli sta dritto a quel modo?»

Non male, detto da una donna che aggiunge dieci centimetri di altezza all’acconciatura con un’imbottitura.

«E a parte il giro dell’oca, come sta andando la caccia a Ranger?» domandò Lula. «Non lo hai ancora rintracciato?»

«Non ancora, ma gli sono addosso.»

«Ho l’impressione che tu stia barando» disse Lula. «Scommetterei che non hai niente in mano.»

«E io scommetterei che tu non hai un giro vita» disse Joyce.

Lula si protese in avanti. «Oh, davvero? Se io lancio un bastone, tu correrai a prenderlo?»

Bob scodinzolò.

«Magari più tardi» gli dissi.

Vinnie fece di nuovo capolino dal suo ufficio. «Che cosa sta succedendo qui? Non riesco a pensare.»

Lula, Connie e io ci scambiammo un’occhiata e ci mordemmo le labbra.

«Vinnie!» tubò Joyce, puntando i seni prominenti nella sua direzione. «Hai un bell’aspetto, Vinnie.»

«Già, anche tu non sei malaccio» disse lui. Guardò Bob. «Che cos’è questa storia del cane tutto spettinato?»

«Gli sto facendo da dog sitter» risposi.

«Spero che ti paghino molto bene. È una vera schifezza.»

Accarezzai le orecchie di Bob. «A me sembra carino.» In un senso un po’ preistorico.

«Allora, che cosa sta succedendo?» domandò Joyce. «C’è niente di nuovo per me?»

Vinnie ci pensò un momento, osservò prima Connie, poi Lula, poi me e infine si ritirò nel suo ufficio.

«Niente di nuovo» disse Connie.

Joyce guardò a occhi stretti la porta chiusa di Vinnie. «Vaffanculo.»

Vinnie aprì la porta e la fissò.

«Sì, proprio a te» disse Joyce.

Vinnie ritirò la testa dentro l’ufficio, chiuse la porta e girò la chiave nella serratura.

«Fottiti» disse Joyce, con un gestaccio. Si girò sui tacchi a spillo e dondolò il sedere fin fuori della porta.

Tutte noi alzammo gli occhi al cielo.

«E adesso?» domandò Lula. «Tu e Bob avete programmato qualcosa di interessante per oggi?»

«Be’, sai… un po’ di questo, un po’ di quello.»

La porta dell’ufficio di Vinnie si aprì nuovamente. «E che ne diresti di un po’ di Morris Munson?» strillò. «Non faccio mica opere di bene qui, sai?»

«Morris Munson è un pazzo!» gli gridai di rimando. «Ha cercato di darmi fuoco!»

Vinnie rimase in piedi con le mani sui fianchi. «Che cosa vorresti dire?»

«Niente. Va benissimo» dissi. «Andrò a prendere Morris Munson. E poi che succede se mi investe con l’auto? E se mi dà fuoco e mi sfonda la testa con un cric? È il mio lavoro, vero? Perciò ecco: vado a fare il mio lavoro.»

«Questo è lo spirito giusto.»

«Aspetta un momento» disse Lula. «Questa non voglio perdermela. Vengo con te.»

Infilò le braccia in una giacca e prese una borsetta grande abbastanza per contenere una mitragliatrice smontabile. «D’accordo» dissi io, adocchiando la borsa. «Che cos’hai lì dentro?»

«Una Tech-9.»

L’arma delle squadre scelte per l’assalto urbano.

«Hai un porto d’armi?»

«Cioè?»

«Penserai che sono pazza, ma mi sentirei molto meglio se tu lasciassi qui la tua Tech-9.»

«Ragazza, tu sai davvero come rovinare il divertimento» rispose Lula.

«Lasciala a me» le disse Connie. «La uso come fermacarte. Darà all’ufficio un certo tono.»

«Mmm» mugugnò Lula.

Aprii la porta dell’ufficio e Bob si precipitò fuori. Si fermò accanto alla Buick e rimase lì, a scodinzolare, con gli occhi che brillavano.

«Sembra un cane intelligente» dissi a Lula. «Riconosce la mia auto dopo esserci salito una sola volta.»

«Che cosa è successo alla Rollswagen?»

«L’ho restituita al Commerciante.»

Il sole era sempre più alto nel cielo e scacciava la foschia mattutina riscaldando Trenton. Impiegati e negozianti si stavano riversando nel centro della città. I pulmini della scuola erano tornati al parcheggio, in attesa della fine delle lezioni, e le casalinghe erano chine sugli aspirapolvere. La mia amica Marilyn Truro dell’Ufficio immatricolazione auto era già alla sua terza tazza di latte con caffè decaffeinato, si domandava se sarebbe stato utile aggiungere un secondo cerotto alla nicotina a quello che aveva già applicato al braccio, e intanto pensava che si sarebbe sentita molto meglio se avesse potuto picchiare a sangue la prossima persona della fila.

Lula e io restammo in silenzio a pensare mentre procedevamo lungo la Hamilton in direzione della fabbrica di bottoni. Io stavo facendo mentalmente l’inventario dell’equipaggiamento. La scacciacani: nella tasca sinistra. Lo spray urticante: nella tasca destra. Le manette: agganciate al passante posteriore dei jeans. La pistola: a casa, nel barattolo dei biscotti. Il coraggio: a casa, insieme alla pistola.

«Non so tu» disse Lula quando arrivammo all’abitazione di Munson «ma io non ho nessuna intenzione di finire in cenere oggi. Propongo di sfondare la porta di casa di questo tizio e fare irruzione dentro prima che abbia il tempo di accorgersene.»

«Giusto» convenni. Naturalmente sapevo bene dalle passate esperienze che in realtà nessuna delle due era in grado di abbattere una porta. Tuttavia non sembrava una cattiva idea mentre ce ne stavamo lì a far nulla, al bordo del marciapiede, chiuse dentro l’auto.

Girai l’isolato e mi portai sul retro, scesi e guardai dalla finestra del garage di Munson. Non c’erano auto. Cristo, malissimo. Probabilmente Munson non si trovava in casa.

«La macchina non c’è» dissi a Lula.

«Mmm» fece lei.

Girammo di nuovo attorno all’isolato, parcheggiammo e bussammo alla porta principale. Nessuna risposta. Guardammo attraverso le finestre della facciata. Niente.

«Potrebbe essersi nascosto sotto il letto» disse Lula. «Forse dovremmo proprio abbattere la porta.»

Feci un passo indietro e un gesto largo con la mano. «Dopo di lei.»

«Oh» disse Lula. «No, dopo di lei.»

«No, no… insisto.»

«Va’ al diavolo. Io insisto.»

«Va bene» conclusi. «Affrontiamo la questione: nessuna delle due ha intenzione di abbattere la porta.»

«Io potrei se volessi» disse Lula. «È solo che in questo momento non ne ho voglia.»

«Già, certo.»

«Tu non credi che io potrei fare seri danni a questa porta?»

«È quello che volevo dire.»

«Mmm» fece Lula.

La porta della casa adiacente si aprì e ne uscì un’anziana donna. «Che cosa succede?»

«Stiamo cercando Morris Munson» risposi.

«Non è in casa.»

«Oh, davvero? E come lo sa?» disse Lula. «Come fa a essere sicura che non si stia nascondendo sotto il letto?»

«Ero fuori sul retro quando l’ho visto andare via in auto. Stavo portando a spasso il cane e Munson è uscito con una valigia. Ha detto che sarebbe stato via per un po’. Per quello che mi riguarda potrebbe stare via per sempre. È un delinquente. È stato arrestato per aver ucciso la moglie e qualche idiota di giudice lo ha lasciato uscire su cauzione. Ve lo immaginate?»

«Ma pensa un po’» disse Lula.

La donna ci squadrò. «Immagino che voi siate sue amiche.»

«Non esattamente» dissi. «Lavoriamo per l’agenzia che ha garantito la cauzione di Munson.» Le allungai il mio biglietto da visita. «Se dovesse tornare avrei piacere che mi chiamasse.»

«Certamente» disse la donna «ma ho la sensazione che non tornerà tanto presto.»

Bob aspettava paziente in macchina, e fu tutto contento quando aprimmo le portiere e salimmo a bordo.

«Forse Bob ha bisogno di fare colazione» disse Lula.

«Bob ha già fatto colazione.»

«Mettiamola in un altro modo. Forse Lula ha bisogno di fare colazione.»

«Hai qualcosa di particolare in mente?»

«Credo che potrei accontentarmi di uno di quei piatti completi di uova e dolcetti in un fast food. E un frappé alla vaniglia. E patatine fritte.»

Misi in moto la Buick e mi diressi al McDonald’s.

«Come va?» domandò il ragazzo che venne a prendere l’ordinazione direttamente all’auto. «Stai ancora cercando lavoro?»

«Ci sto pensando.»

Prendemmo tre porzioni di tutto e parcheggiammo al margine dello spiazzo per mangiare e starcene un po’ tranquille. Bob mangiò in un solo boccone la sua parte di colazione e le patatine. Lappò il frappé e cominciò a guardare fuori dal finestrino come se desiderasse qualcosa.

«Credo che Bob abbia bisogno di sgranchirsi le gambe» disse Lula.

Aprii la portiera e lo lasciai uscire. «Non allontanarti troppo.»

Bob saltò fuori e cominciò a passeggiare in cerchio, annusando il selciato.

«Che cosa fa?» domandò Lula. «Perché cammina in circolo? Perché sta… oh-oh, non ha un’aria rassicurante. Mi sembra che Bob stia facendo abbondantemente i suoi bisogni nel bel mezzo del parcheggio. Santo cielo, guarda che roba! Quella è una montagna di cacca.»

Bob ritornò alla Buick e si sedette per terra scodinzolando, sorridendo e aspettando di rientrare.

Lo feci salire, e Lula e io sprofondammo nei sedili.

«Pensi che qualcuno lo abbia visto?» domandai a Lula.

«Penso che tutti lo abbiano visto.»

«Dannazione» dissi. «Non ho con me la paletta per i bisogni.»

«La paletta per i bisogni, diavolo! Non mi avvicinerei a quella roba nemmeno con uno scafandro anti-contaminazione e uno scudo protettivo.»

«Non posso lasciarla lì e basta.»

«Forse potremmo passarci sopra con la macchina» disse Lula. «Sai… spiaccicarla.»

Avviai il motore, feci retromarcia e puntai la Buick dritta verso la montagna di cacca.

«Sarà meglio chiudere i finestrini» disse Lula.

«Pronti?»

Lula si tenne stretta. «Pronti.»

Pestai il piede sull’acceleratore e presi la mira.

Squish!

Abbassammo i finestrini e guardammo fuori.

«Allora, che cosa ne pensi? Credi che dovrei fare un altro passaggio?»

«Non sarebbe male» disse Lula. «E credo anche che tu te lo possa scordare quel lavoro qui.»

Mi proposi di passare a fare un controllo veloce a casa di Hannibal e non volevo coinvolgere Lula nei miei affari con Ranger, perciò le dissi una bugia qualsiasi sul fatto che sarei andata tutto il giorno a caccia di latitanti con Bob e la riaccompagnai in ufficio. Accostai al marciapiede, mi fermai e la Lincoln nera si fermò dietro di me.

Mitchell scese e venne ad affacciarsi al mio finestrino. «Ancora al volante di questa vecchia Buick» disse. «Deve essere una specie di record personale per te. E che cosa mi dici del cane e della bella fanciulla, qui?»

Lula diede a Mitchell una rapida occhiata.

«Va tutto bene» dissi a Lula. «Lo conosco.»

«Immagino» fece Lula. «Vuoi che gli spari o qualcosa del genere?»

«Magari dopo.»

«Mmm» disse Lula. Scese indolente dall’auto e andò in ufficio.

«Allora?» domandò Mitchell.

«Allora niente.»

«Che delusione.»

«E così, non vi piace Alexander Ramos?»

«Diciamo semplicemente che non stiamo dalla stessa parte.»

«Devono essere giorni davvero duri per lui, a piangere per il figlio.»

«Quello non era un figlio per il quale piangere» disse Mitchell. «Era un fottuto perdente. Fottuto e fatto di cocaina.»

«E cosa mi dici di Hannibal? Droga anche lui?»

«Nooo, non Hannibal. Hannibal è un maledetto squalo. Alexander avrebbe dovuto mettergli un nome tipo Mandibola d’Acciaio.»

«Be’, adesso devo andare» dissi. «Ho da fare, devo vedere alcune persone.»

«Il beduino e io non abbiamo impegni, perciò pensavamo di seguirti per un po’.»

«Dovreste farvi una vita vostra.»

Mitchell sorrise.

«E non voglio che mi seguiate» dissi.

Sorrise ancora di più.

Lo sguardo mi cadde sul traffico che veniva nella nostra direzione lungo la Hamilton e si concentrò su un’auto blu. Sembrava una Crown Victoria. Sembrava che ci fosse Morris Munson al volante!

«Cristo!» strillai quando Munson sterzò bruscamente passando oltre la riga bianca e mirando direttamente a me.

«Merda!» esclamò Mitchell, in preda al panico, agitandosi senza allontanarsi, come un orso ballerino addestrato.

Munson sterzò per evitare Mitchell solo all’ultimo istante, perse il controllo e si schiantò contro la Lincoln. Per un momento le due auto sembrarono fuse insieme, poi si udì Munson mandare su di giri il motore. La Crown Victoria fece un salto all’indietro di mezzo metro, il paraurti anteriore si staccò e cadde sferragliando per terra, e l’auto schizzò via a tutta velocità.

Mitchell e io corremmo alla Lincoln e guardammo dentro dove si trovava Habib.

«Per l’amor del cielo, chi diavolo era quello?» gridò Habib.

La metà anteriore della fiancata sinistra era accartocciata sulla ruota e il cofano era deformato. Habib sembrava stare bene, ma la Lincoln non avrebbe percorso nemmeno un metro finché qualcuno non avesse raddrizzato il parafango con un piede di porco, disincastrando la ruota. Peggio per loro. E un colpo di fortuna per me: Habib e Mitchell non avrebbero avuto voglia di seguirmi per un pezzo.

«Era un pazzo» disse Habib. «L’ho visto negli occhi. Era un pazzo. Avete preso il numero di targa?»

«È successo tutto troppo in fretta» disse Mitchell. «E, Cristo, mi stava venendo dritto addosso. Ho pensato che mi avesse preso di mira. Ho pensato… Gesù, ho pensato…»

«Eri spaventato come una donnetta» disse Habib.

«Sicuro» dissi «come un figlio di scrofa.»

Ora, questo era il problema. Avrei tanto voluto dir loro chi si trovava al volante dell’auto. Se avessero ucciso Munson io mi sarei tolta il problema: niente più camicie in fiamme, niente più maniaci con il cric. Sfortunatamente, in qualche modo sarei anche stata responsabile della morte di Munson, e questo non mi faceva sentire del tutto a mio agio. Meglio lasciarlo al tribunale.

«Dovreste denunciare tutto questo alla polizia» dissi. «Rimarrei qui ad aiutarvi, ma sapete com’è…»

«Già» disse Mitchell. «Hai da fare. Persone da vedere.»

Era quasi mezzogiorno quando Bob e io passammo accanto alla casa di Hannibal. Parcheggiai all’angolo e composi il numero di telefono di Ranger per riferire alla sua segreteria che c’erano novità. Poi rimasi a mordicchiarmi il labbro inferiore per un po’ mentre raccoglievo il coraggio per scendere dall’auto e andare a spiare Hannibal.

Ehi, non è poi così difficile, mi dissi. Guarda la casa: bella tranquilla. Lui non c’è. Proprio come ieri. Fai il giro sul retro, dai un’occhiata e te ne vai. Niente di faticoso.

Va bene, ce la posso fare. Un respiro profondo. Pensare positivo. Afferrai il guinzaglio di Bob e mi diressi verso la pista ciclabile che passava dietro le case. Quando arrivai al cortile posteriore della casa di Hannibal mi fermai e ascoltai. Molto silenzioso. Inoltre Bob aveva l’aria annoiata: se dall’altro lato della recinzione ci fosse stato qualcuno, Bob sarebbe stato eccitato, giusto? Osservai il muro. Scoraggiante. Specialmente da quando mi avevano sparato l’ultima volta che ero stata lì.

Calma, dissi a me stessa. Niente pensieri negativi. Che cosa farebbe l’Uomo Ragno in una situazione come questa? Che cosa farebbe Batman? Che cosa farebbe Bruce Willis? Bruce prenderebbe la rincorsa, punterebbe le scarpe da ginnastica e scalerebbe il muro. Legai il guinzaglio di Bob a un cespuglio e corsi verso il muro. Puntai le scarpe circa a metà dell’altezza del muro, mi afferrai con le mani alla cima, e rimasi appesa lì. Trassi un profondo respiro, strinsi i denti e cercai di tirarmi su… ma non venne su niente. Dannazione. Bruce sarebbe riuscito ad arrivare in cima. Ma era anche vero che Bruce probabilmente andava in palestra.

Mi lasciai cadere al suolo e rivolsi lo sguardo all’albero. C’era una pallottola conficcata nel tronco. Non avevo nessuna voglia di arrampicarmi lì. Passeggiai avanti e indietro per un po’ facendo scrocchiare le dita delle mani. E Ranger, allora?, mi domandai. Io dovrei aiutarlo. Se la situazione fosse ribaltata Ranger avrebbe scalato l’albero per dare un’occhiata.

«Sì, ma io non sono Ranger» dissi a Bob.

Bob mi guardò a lungo.

«Va bene, d’accordo» conclusi. «Salirò su quello stupido albero.»

Salii rapidamente, diedi un’occhiata in giro, vidi che nella casa e nel cortile non succedeva niente e ridiscesi. Slegai Bob e mi affrettai verso l’auto, dove mi sedetti ad aspettare che il telefono suonasse. Dopo un paio di minuti Bob si trasferì sul sedile posteriore e si sistemò nella posizione giusta per un pisolino.

All’una in punto stavo ancora aspettando che Ranger mi richiamasse e cominciavo a pensare che avevo bisogno di mangiare, quando la porta scorrevole del garage di Hannibal si aprì e la Jaguar verde uscì in retromarcia.

Santo cielo, la casa non era vuota!

La porta si richiuse; la Jaguar svoltò allontanandosi da me e si avviò in direzione della superstrada. Difficile dire chi fosse al volante ma avrei potuto giurare che si trattasse di Hannibal.

Avviai il motore e feci rapidamente il giro dell’isolato, raggiungendo la Jaguar proprio mentre stava uscendo dal comprensorio. Rimasi indietro il più possibile senza perderlo di vista.

Oltrepassammo il centro cittadino, diretti a sud, e poi svoltammo verso est sulla intentatale. Le corse di cavalli a Monmouth non erano ancora cominciate e il parco di divertimenti La grande avventura era ancora chiuso in quella stagione. Questo restringeva di molto il campo delle possibili mete, limitandolo alla casa a Deal.

Bob si stava perdendo la parte eccitante, profondamente addormentato sul sedile posteriore. Io non mi sentivo altrettanto tranquilla: di solito non vado in giro a pedinare mafiosi, sebbene tecnicamente Hannibal Ramos non fosse un «uomo d’onore». Be’, in realtà non ne ero certa, ma mi ero fatta l’idea che la mafia fosse un’organizzazione familiare diversa dal cartello delle armi di contrabbando.

Hannibal lasciò la Route 195 al Parkway, proseguì per altre due uscite in direzione nord, quindi tagliò verso Asbury Park dove svoltò a sinistra, sulla Ocean Avenue, e seguì la strada che conduceva a Deal.

Deal è una cittadina sulla riva dell’oceano dove i giardinieri riescono a far crescere il prato nella inospitale aria salmastra, le governanti fanno le pendolari dalla vicina Long Branch, e la proprietà è un valore che supera qualunque fattore di appartenenza nazionale. Le case sono grandi e a volte poste al termine di viali protetti da cancellate. Gli abitanti sono perlopiù chirurghi plastici e commercianti di tappeti. E l’unico evento davvero memorabile che abbia mai avuto luogo a Deal è stato l’uccisione del boss della malavita Benny «Spinello» Raguchi al motel See Breeze nel 1982.

Hannibal si trovava a due automobili di distanza da me. Rallentò e mise la freccia a destra per svoltare in una proprietà recintata da un muro, con un cancello che conduceva nel viale di accesso. La casa si trovava dietro una duna, perciò dalla strada erano visibili il secondo piano e il tetto, mentre il resto dell’edificio rimaneva nascosto dietro l’intonaco rosa del muro. Il cancello era una bella opera di ferro battuto traforato. Alexander Ramos, trafficante internazionale di armi e noto donnaiolo, viveva in una casa rosa nascosta da un muro rosa: ma pensa un po’, al Burg non sarebbe mai successo. Vivere in una casa di quel colore al Burg sarebbe come essere castrati.

Probabilmente l’intonaco rosa era uno stile molto mediterraneo. E probabilmente in estate, quando i tendoni venivano srotolati e i mobili da giardino scoperti, e quando il sole e il caldo inondavano la costa del New Jersey, la casa avrebbe preso vita. In marzo sembrava che stesse aspettando soltanto una dose di Prozac. Pallida, fredda e insulsa.

Oltrepassando la villa intravidi un uomo che scendeva dalla Jaguar. Aveva la stessa corporatura e lo stesso colore di capelli di Hannibal, perciò doveva trattarsi di lui. A meno che, naturalmente, Hannibal non mi avesse nuovamente vista appostata sull’albero e poi mentre lo osservavo dalla strada, e avesse fatto in modo che un vicino di casa quasi identico a lui sgattaiolasse attraverso il cortile posteriore e prendesse la Jaguar per andare a Deal, soltanto per mettermi fuori strada.

«Che cosa ne pensi?» domandai a Bob.

Bob aprì un occhio, mi rivolse uno sguardo vuoto e tornò a dormire.

La stessa cosa che pensavo io.

Proseguii per circa quattrocento metri lungo la Ocean Avenue, feci inversione di marcia e passai un’altra volta davanti alla casa rosa. Parcheggiai oltre l’angolo, in modo da non essere vista. Raccolsi i capelli sotto un berretto, indossai un paio di occhiali scuri, presi il guinzaglio di Bob e mi diressi a piedi verso la proprietà dei Ramos. Deal era una cittadina molto ordinata con marciapiedi di cemento perfetti, disegnati pensando alle governanti e alle carrozzine. Perfetti anche per spioni mascherati da proprietari di cani a passeggio.

Ero a pochi metri dal cancello quando una Town nera si avvicinò. Il cancello si aprì e la Town entrò. C’erano due uomini all’interno, seduti davanti, ma il lunotto posteriore era oscurato. Giocherellai col guinzaglio di Bob e lasciai che annusasse un po’ in giro. La Town si fermò presso il porticato di ingresso e i due uomini scesero, uno di loro fece il giro dell’auto per prendere le borse dal bagagliaio. L’altro uomo aprì la portiera per il passeggero del sedile posteriore. Quest’ultimo sembrava avere una sessantina d’anni. Altezza media. Magro. Con un completo sportivo. Capelli grigi e ondulati. Dal modo in cui i due gli danzavano attorno per servirlo immaginai che si trattasse di Alexander Ramos. Probabilmente arrivato in aereo per il funerale del figlio. Hannibal uscì per salutare l’uomo anziano. E una versione più giovane e più magra di Hannibal apparve sulla soglia della casa ma non scese le scale. Ulysses, il figlio di mezzo, pensai.

Nessuno sembrava particolarmente felice della riunione. Comprensibile, immaginai, considerate le circostanze. Hannibal disse qualcosa al vecchio. Questi si irrigidì e lo colpì al lato della testa. Non era un colpo forte, non inteso per fare del male. Era piuttosto un’affermazione. Sciocco.

Eppure istintivamente indietreggiai. E anche a quella distanza vidi che Hannibal stringeva i denti.

Capitolo 6

C’era un pensiero che non riuscii a togliermi di mente per tutta la durata del viaggio di ritorno. Un padre addolorato per la perdita di un figlio saluterebbe il proprio primogenito con una botta in testa?

«Ma che ne so io?» dissi a Bob. «Forse concorrono per il premio Famiglia Degenerata dell’Anno.»

E, per dire la verità, è sempre un conforto scoprire che esistono famiglie più degenerate della mia. Non che la mia lo sia poi tanto, nella media del New Jersey.

Quando arrivai ad Hamilton Township mi fermai al centro commerciale, presi il cellulare e telefonai a mia madre.

«Sono al bancone delle carni» dissi. «Voglio fare un polpettone. Di che cosa ho bisogno?»

Ci fu un momento di silenzio: immaginavo mia madre che si faceva il segno della croce domandandosi cosa mai potesse aver indotto sua figlia a voler cucinare un polpettone, sperando, senza crederci troppo, che la causa fosse un uomo.

«Un polpettone» disse infine mia madre.

«È per la nonna» spiegai. «Ne ha voglia.»

«Certo» esclamò mia madre. «Che cosa vado a pensare?»

Quando arrivai a casa le ritelefonai. «Bene, sono pronta» dissi. «Che cosa ci faccio con questa roba?»

«Mescoli tutto e lo metti in una teglia da forno; lo fai cuocere per un’ora a 180°.»

«Non mi avevi detto niente della teglia da forno mentre ero al negozio!» mi lamentai.

«Non ne hai nemmeno una?»

«Be’, certo che sì. Volevo dire solo… Non farci caso.»

«Meno male» disse mia madre.

Bob era seduto nel bel mezzo della cucina e osservava tutto.

«Non ce l’ho una teglia da forno» dissi a Bob. «Ma noi non lasceremo che una sciocchezza come questa ci fermi, vero?»

Rovesciai la carne cruda in una ciotola, insieme con gli altri ingredienti fondamentali. Aggiunsi un uovo e lo osservai scivolare sulla superficie, lo ruppi con un cucchiaio. «Ehi» dissi a Bob.

Lui scodinzolò: aveva l’aria di apprezzare i cibi grassi e succulenti.

Mescolai l’impasto con il cucchiaio ma l’uovo non voleva amalgamarsi. Respirai a fondo e ficcai dentro entrambe le mani. Dopo un paio di minuti di manipolazione, tutto era ben impastato e morbido. Gli diedi la forma di un pupazzo di neve. E poi quella di un personaggio dei cartoni animati. E poi lo appiattii come una frittata. Così assomigliava a ciò che avevo lasciato nel parcheggio del McDonald’s. Alla fine lo modellai facendone due grosse palle di carne.

Per dolce avevo comprato una torta gelato alla crema di banana, la feci scivolare dal suo vassoietto di alluminio su un piatto e usai il vassoietto per le grosse palle di carne.

«La necessità è il motore dell’inventiva» dissi a Bob.

Infilai tutto nel forno, affettai un po’ di patate e le misi a cuocere, poi aprii una lattina di crema di mais e la versai in una ciotola in modo da poterla riscaldare nel forno a microonde all’ultimo momento. Cucinare non era poi tanto male, pensai, in effetti somigliava un po’ al sesso: a volte può non sembrare una buona idea all’inizio, ma una volta cominciato…

Preparai la tavola per due e il telefono suonò proprio quando stavo per finire.

«Ehilà, bambina» disse Ranger.

«Ehilà a te. Ci sono novità. L’auto che è andata da Hannibal la notte scorsa appartiene a Terry Gilman. Avrei dovuto riconoscerla quando è scesa, ma l’ho vista solo di schiena e non mi aspettavo che fosse lei.»

«Probabilmente andava a fargli le condoglianze da parte di Vito.»

«Non mi ero resa conto che lui e Ramos fossero amici.»

«Vito e Alexander coesistono.»

«Un’altra cosa» dissi. «Questa mattina ho seguito Hannibal fino alla casa di Deal.» Quindi raccontai a Ranger del vecchio nella Town, e della botta in testa, e dell’apparizione di un uomo più giovane che pensavo fosse Ulysses Ramos.

«Come sai che era lui?»

«È solo una mia idea. Assomigliava ad Hannibal ma era più magro.»

Ci fu un momento di silenzio.

«Vuoi che continui a sorvegliare la casa qui in città?» domandai.

«Fa’ un controllo una volta ogni tanto. Voglio sapere se ci vive qualcuno.»

«Non ti sembra strano che Ramos dia una botta in testa al figlio?» domandai.

«Non so» disse Ranger. «Nella mia famiglia ci diamo continuamente botte in testa.»

Poi chiuse la comunicazione e io rimasi lì ferma in piedi per diversi minuti, domandandomi che cosa mi fosse sfuggito. Ranger non lasciava mai capire granché, ma c’era stata una breve pausa e un lieve cambiamento di tono che mi avevano fatto pensare di avergli detto qualcosa di interessante. Ripercorsi la conversazione e sembrava tutto normale: un padre e due fratelli che si riuniscono in occasione di una tragedia familiare. La reazione di Alexander al saluto di Hannibal mi era sembrata strana ma avevo l’impressione che non fosse stata quella ad attirare l’attenzione di Ranger.

La nonna entrò arrancando. «Ragazzi, ho avuto una giornata pesantissima» disse. «Sono completamente distrutta.»

«Com’è andata la lezione di guida?»

«Abbastanza bene, credo. Non ho investito nessuno. E non ho distrutto neanche la macchina. E a te, com’è andata?»

«Più o meno lo stesso.»

«Louise e io siamo andate in centro per fare una di quelle belle passeggiate rinvigorenti da cittadine anziane, ma continuavamo a deviare per entrare nei negozi. E poi, dopo pranzo, siamo andate a visitare degli appartamenti. Ne ho visti un paio che avrebbero potuto andarmi bene, ma niente di davvero entusiasmante. Domani proveremo a dare un’occhiata a qualche altro condominio.» La nonna sbirciò nella terrina delle patate. «Be’, non è magnifico? Torno a casa da una dura giornata piena di impegni e c’è la cena che mi aspetta. Proprio come se fossi un uomo.»

«C’è una torta alla crema di banana per dolce» dissi «ma ho dovuto usare il vassoio per fare il polpettone.»

La nonna diede un’occhiata alla torta nel frigorifero. «Forse dovremmo mangiarla adesso prima che si scongeli e perda la forma.»

Mi sembrò una buona idea, perciò entrambe ci servimmo un po’ di torta mentre il polpettone cuoceva.

Quando ero piccola non avevo mai pensato alla nonna come al tipo di persona che mangia prima il dolce. La sua casa era sempre pulita e ordinata. I mobili erano di legno scuro e i divani confortevoli ma ordinali. Pranzo e cena erano quelli tradizionali del Burg, pronti a mezzogiorno e alle sei in punto: cavoli ripieni e arrosto, di manzo o di pollo, qualche volta di maiale oppure di prosciutto. Mio nonno non avrebbe desiderato niente di diverso. Aveva lavorato in un’acciaieria per tutta la vita. Era un tipo deciso che troneggiava nelle stanze della casetta a schiera facendole apparire più piccole. In realtà, mia nonna non mi arriva al mento e mio nonno non era molto più alto. Ma suppongo che la statura di una persona non abbia molto a che fare con i centimetri.

Di recente mi ero chiesta come sarebbe stata mia nonna se non avesse sposato mio nonno. Forse non avrebbe cominciato così tardi a mangiare il dolce prima dei pasti.

Tolsi le palle di carne dal forno e le misi una accanto all’altra su un piatto. Messe così, vicine, sembravano i testicoli di un gigante.

«Be’, guarda un po’ queste due belle palle» dir.se la nonna. «Mi ricordano tuo nonno, riposi in pace.»

Finito di mangiare portai Bob a fare una passeggiata. I lampioni erano accesi e la luce filtrava dalle finestre sul retro del mio palazzo. Percorremmo diversi isolati in un tranquillo silenzio, ne dedussi che questo è uno degli aspetti positivi di un cane: non parla troppo e si può passeggiare in pace, pensando ai fatti propri, facendo programmi.

Il mio programma consisteva nel catturare Morris Munson, preoccuparmi per Ranger e domandarmi che cosa fare con Morelli.

Su quest’ultimo punto non avevo proprio alcuna idea. Il cuore mi diceva che ero innamorata. Il cervello non ne era tanto sicuro. Non che importasse molto, perché Morelli non voleva sposarsi. E così eccomi lì con il mio orologio biologico che continuava a ticchettare e nient’altro che indecisione intorno a me.

«Che rabbia!» dissi a Bob.

Il cane si fermò e si voltò indietro per guardarmi, con l’aria di voler dire: «Che cosa succede di tanto importante lì dietro?». Be’, che cosa poteva saperne Bob? Qualcuno gli aveva asportato i testicoli quando era ancora un cucciolo, e non gli era rimasta che un po’ di pelle in più e ricordi lontani. Bob non aveva una madre che pretendeva dei nipoti, non doveva sopportare tutta questa tensione!

Quando tornai a casa la nonna si era addormentata davanti al televisore. Scrissi un biglietto per avvisarla che dovevo uscire per un po’, lo attaccai con uno spillo al suo maglione e dissi a Bob di comportarsi bene e di non mordere i mobili. Rex, sepolto sotto una montagna di trucioli, stava schiacciando un pisolino per digerire la torta. Tutto tranquillo a casa di Stephanie Plum.

Andai dritta all’abitazione di Hannibal. Erano le otto e pareva vuota, ma a dire il vero quella casa sembrava sempre deserta. Parcheggiai due isolati più avanti, scesi dall’auto e andai a piedi fin sul retro. Nessuna finestra era illuminata. Mi arrampicai sull’albero e guardai giù nel cortile di Hannibal. Tutto buio. Scesi e tornai indietro percorrendo la pista ciclabile, pensando che l’atmosfera fosse davvero sinistra. Alberi neri e cespugli neri. Niente luna a illuminare la strada. Solo, di tanto in tanto, un fascio di luce che proveniva da una finestra.

Non mi sarebbe piaciuto affatto incontrare qualche brutto tipo lì fuori. Non Munson. Né Hannibal Ramos. Forse neppure Ranger… per quanto lui fosse un brutto tipo ma in un senso molto intrigante.

Portai l’auto all’estremità dell’isolato in cui si trovava la casa di Hannibal, dove c’era una visibilità migliore. Spinsi indietro il sedile, chiusi le portiere con la sicura e rimasi ad aspettare e a osservare.

Non ci volle molto perché cominciassi ad annoiarmi. Per passare il tempo chiamai Morelli dal cellulare. «Indovina chi è?» dissi.

«La nonna se n’è andata?»

«No. Sto lavorando e lei è a casa con Bob.»

«Bob?»

«Il cane di Brian Simon. Gli sto facendo da dog sitter mentre Simon è in ferie.»

«Simon non è in ferie. L’ho visto oggi.»

«Che cosa?»

«Non posso credere che tu ti sia bevuta la balla delle ferie» disse Morelli. «Simon ha cercato di togliersi dai piedi quel cane fin dal primo momento che l’ha avuto.»

«Perché non me l’hai detto?»

«Non sapevo che avesse intenzione di darti il cane.»

Gettai un’occhiataccia al telefono. «Stai ridendo? È una risata quella che sento?»

«No. Lo giuro.»

Ma era una risata. Il bastardo stava ridendo.

«Non c’è niente da ridere» dissi. «Che cosa me ne faccio di un cane?»

«Pensavo lo avessi sempre desiderato.»

«Be’, sì… prima o poi. Ma non ora! E poi il cane ulula, non vuole essere lasciato da solo.»

«Dove sei?» domandò Morelli.

«È un segreto.»

«Cristo, non starai di nuovo facendo la posta alla casa di Hannibal, vero?»

«Nossignore. Non sto facendo quello.»

«Ho una torta» disse. «Vuoi venire qui a mangiarne una fetta?»

«È una bugia. Non hai nessuna torta.»

«Me la posso procurare.»

«Non dico che sto facendo la posta alla casa di Hannibal, ma se fosse così pensi che servirebbe a qualcosa?»

«Per quello che so Ranger ha un gruppo di persone di cui si fida e gli sta facendo sorvegliare la famiglia Ramos. Ne ho visti alla casa di Homer a Hunterdon County, e so che c’è qualcuno appostato a Deal. E tu sei stata piazzata lì a Fenwood. Non so cosa si aspetti di scoprire, ma la mia impressione è che sappia bene dove vuole arrivare. Possiede informazioni su questo delitto che noi non abbiamo.»

«Sembra che non ci sia nessuno in casa, qui» dissi.

«Alexander è in città, perciò forse Hannibal si è trasferito nell’ala sud della villa di Deal.» Morelli lasciò passare qualche istante. «Probabilmente Ranger ti ha fatto appostare lì perché è sicuro. Ti gratifica facendoti fare qualcosa, in modo che tu non debba ficcarti in qualche incarico di sorveglianza più pericoloso. Forse dovresti lasciar perdere e venire da me.»

«Bel tentativo, ma io non sono dello stesso parere.»

«Valeva la pena tentare» disse Morelli.

Chiudemmo la comunicazione e io mi misi comoda per proseguire con l’appostamento. Probabilmente Morelli aveva ragione, Hannibal si trovava sulla costa. C’era un solo modo di scoprirlo: aspettare e osservare. A mezzanotte Hannibal non era ancora comparso; avevo i piedi gelati ed ero stufa di stare seduta in auto. Scesi e mi sgranchii le gambe: un ultimo controllo sul retro e poi sarei tornata a casa. Percorsi la pista ciclabile con lo spray urticante stretto in mano. L’atmosfera era cupa. Nemmeno una luce. Tutti erano a letto. Arrivai alla porta posteriore di Hannibal e guardai le finestre. Vetri freddi e scuri. Stavo quasi per andarmene quando udii il suono attutito dello scarico di un water. Nessun dubbio da quale casa provenisse: quella di Hannibal. Un brivido gelido mi salì lungo la spina dorsale. Qualcuno era lì al buio, nella casa di Hannibal. Rimasi immobile come una statua, a malapena respirando e ascoltando con ogni molecola del mio corpo. Non ci furono altri suoni, e nessun altro segno di vita. Non sapevo che cosa significasse tutto ciò, ma ero spaventata a morte. Mi precipitai via lungo il sentiero, attraversai il prato, raggiunsi la macchina e presi il volo.

Quando entrai in casa, Rex correva sulla sua ruota e Bob venne da me con gli occhi brillanti e la lingua penzoloni, sperando in una carezza e forse in un po’ di cibo. Salutai Rex e gli diedi un acino di uvetta. Poi ne diedi un paio a Bob facendolo scodinzolare così forte che tutta la parte posteriore del suo corpo sventolava di qua e di là.

Misi la scatola di uvetta sul ripiano della cucina e andai in bagno; quando ritornai l’uvetta era sparita. Rimaneva soltanto un angolino della scatola mangiucchiato e bagnato di saliva.

«Tu hai un disordine alimentare» dissi a Bob. «Fattelo dire da qualcuno che lo sa, mangiare smodatamente è una cosa che non si fa. Prima che tu te ne accorga sarai diventato un barile.»

La nonna aveva preparato un cuscino e una coperta per me nel soggiorno. Tolsi le scarpe allontanandole con un calcio, mi infilai sotto la coperta e in un attimo mi addormentai.

Mi svegliai stanca e disorientata. Gettai un’occhiata all’orologio. Le due. Cercai di vedere qualcosa nell’oscurità. «Ranger?»

«Che cos’è questa storia del cane?»

«Gli faccio da dog sitter. Immagino che non sia un granché come cane da guardia.»

«Mi avrebbe aperto la porta se solo avesse trovato la chiave.»

«Lo so che non è tanto difficile far saltare una serratura, ma come fai con la catenella di sicurezza?»

«È un trucco del mestiere.»

«Anche io sono del mestiere.»

Ranger mi allungò una grande busta. «Da’ un’occhiata a queste foto e dimmi chi riconosci.»

Mi misi a sedere, accesi la lampada da tavolo e aprii la busta. Riconobbi Alexander Ramos e Hannibal. C’erano anche altre foto di Ulysses e Homer Ramos e di due cugini. Tutti e quattro erano molto simili; uno qualunque di loro avrebbe potuto essere l’uomo che avevo visto sulla soglia della casa di Deal. A eccezione, naturalmente, di Homer, che era morto. C’era anche una donna, fotografata insieme a Homer Ramos. Era minuta e bionda, e sorrideva. Homer le teneva il braccio sulla spalla e le restituiva il sorriso.

«Questa chi è?» domandai.

«L’ultima fidanzata di Homer. Si chiama Cynthia Lotte. Lavora giù in città. Fa la segretaria all’accettazione per qualcuno che tu conosci.»

«Oh santo cielo! Adesso la riconosco. Lavora per il mio ex marito.»

«Già» disse Ranger. «Il mondo è piccolo.»

Raccontai a Ranger della casa non illuminata, senza alcun segno di vita, e poi dello scarico del water.

«Che cosa significa questo?» domandai a Ranger.

«Significa che c’è qualcuno in casa.»

«Hannibal?»

«Hannibal è a Deal.»

Ranger spense la lampada da tavolo e si alzò in piedi. Indossava una T-shirt nera, una giacca a vento nera di goretex e un paio di pantaloni sportivi infilati negli stivali neri, come un soldato: la tenuta perfetta per le truppe d’assalto cittadine. Avrei potuto giurare che qualunque uomo lo incontrasse in un vicolo cieco si sarebbe ritrovato senza le palle, con i suoi gioielli più preziosi spariti nel nulla. E qualunque donna si sarebbe inumidita le labbra secche e si sarebbe assicurata di avere tutti i bottoni allacciati. Lui abbassò gli occhi su di me, con le mani in tasca, il volto a malapena visibile nell’oscurità della stanza.

«Avresti voglia di andare a trovare il tuo ex e dare una controllata a Cynthia Lotte?»

«Certo. Nient’altro?»

Lui sorrise e quando rispose lo fece con una voce bassa e dolce. «Non con tua nonna che dorme nella stanza accanto.»

Accidenti.

Quando Ranger uscì misi la catena di sicurezza a posto e ritornai a gettarmi sul divano; mi rigirai a lungo facendo pensieri erotici. Nessun dubbio: ero un’immorale senza speranza. Alzai gli occhi al cielo, solo che il soffitto ci si mise di mezzo. «È per via degli ormoni» dissi a chiunque fosse in ascolto. «Non è colpa mia. Ho troppi ormoni.»

Mi alzai a bere un bicchiere di aranciata. Dopo di che tornai sul divano e mi rigirai ancora un po’; la nonna russava così forte che temevo si sarebbe succhiata la lingua fino in gola e sarebbe morta soffocata.

«Non è una mattinata meravigliosa?» disse la nonna andando in cucina. «Ho voglia di una fetta di torta!»

Guardai l’orologio. Mi trascinai giù dal divano e poi nel bagno, dove rimasi sotto la doccia per un bel po’ di tempo, irritabile e di cattivo umore. Quando uscii mi guardai allo specchio del lavandino. Avevo un grosso brufolo sul mento. Be’, perfetto. Dovevo andare a trovare il mio ex marito e avevo un brufolo sul mento. Probabilmente era la punizione divina per la lussuria mentale della notte appena trascorsa.

Pensai alla calibro .38 nel vaso dei biscotti. Strinsi il pugno e poi con l’indice e il pollice tesi mimai una pistola. Mi puntai l’indice alla tempia e dissi: «Bang».

Mi vestii con una tenuta simile a quella di Ranger. T-shirt nera, pantaloni sportivi neri, stivali neri. Un gran brufolo sulla faccia. Sembravo un’idiota. Tolsi la T-shirt, i pantaloni e gli stivali, e mi infilai una T-shirt bianca con sopra una camicia di flanella scozzese e un paio di jeans con un buchetto vicino al cavallo che mi convinsi nessuno avrebbe visto. Questa era la tenuta giusta per una con un brufolo.

Quando uscii dalla camera da letto la nonna stava leggendo un quotidiano.

«Dove hai trovato il giornale?» domandai.

«Me lo sono fatta prestare da quel signore gentile in fondo al corridoio. Solo che lui ancora non lo sa.»

La nonna imparava velocemente.

«Non ho lezione di guida fino a domani, perciò oggi io e Louise andremo a vedere alcuni condomini. Ho dato un’occhiata in giro anche per il lavoro, e mi pare che ci sia un bel po’ di roba buona. Cercano cuochi, donne delle pulizie, truccatrici e venditori di auto.»

«Se tu potessi scegliere che lavoro vorresti?»

«Facile. Vorrei fare la diva del cinema.»

«Saresti bravissima» dissi.

«Certo, vorrei essere una mattatrice. Alcune parti di me hanno cominciato a deteriorarsi, ma le gambe sono ancora niente male.»

Abbassai lo sguardo sulle gambe della nonna che spuntavano da sotto il vestito. Immagino che tutto sia relativo.

Bob stava accanto alla porta con le zampe strette, perciò gli misi il guinzaglio e uscimmo. Guarda un po’, pensai, io che vado a fare un po’ di moto la mattina presto. Probabilmente dopo due settimane con Bob sarei stata così magra da dover comprare tutti i vestiti nuovi. E l’aria fresca avrebbe fatto bene anche al mio brufolo. Diavolo, avrebbe potuto perfino guarirlo. Forse, una volta tornata a casa, il brufolo non ci sarebbe stato più.

Bob e io camminammo di buon passo. Svoltammo l’angolo e sbucammo nel parcheggio, ed ecco Habib e Mitchell che mi aspettavano in una Dodge vecchia di dieci anni completamente tappezzata con tessuto per tappeti color verde pisello. Una insegna al neon sul tetto faceva pubblicità alla Art’s Carpet’s. Al confronto la Macchina del Vento sembrava di buon gusto.

«Santo cielo» dissi. «Che cos’è questa?»

«È tutto quel che c’era disponible senza preavviso» disse Mitchell. «E se fossi in te non farei troppi commenti perché è un argomento molto delicato. Tanto per rimanere in tema, comunque, stiamo cominciando a perdere la pazienza. Non vorremmo farti del male, ma dovremo pensare a qualcosa di davvero meschino se non ci consegni il tuo ragazzo in fretta.»

«È una minaccia?»

«Be’, se la vuoi mettere così, sì» disse Mitchell. «È una minaccia.»

Habib era al volante e indossava un grosso collare imbottito per le distorsioni del collo. Annuì con cautela a titolo di conferma.

«Noi siamo dei professionisti» disse Mitchell. «Non devi farti ingannare dal nostro comportamento educato.»

«Infatti» disse Habib.

«Avete intenzione di seguirmi, oggi?» domandai.

«Questo è il programma» disse Mitchell. «Spero che farai qualcosa di interessante. Non ho voglia di passare la giornata sul corso principale a guardare scarpe da donna. Il nostro capo comincia a innervosirsi.»

«Perché il vostro capo vuole Ranger?»

«Ranger ha qualcosa che gli appartiene, e vorrebbe discuterne. Puoi dirglielo.»

Sospettavo che quella discussione avrebbe potuto concludersi con un incidente fatale. «Glielo riferirò se mi capita di sentirlo.»

«Digli che se lui restituisce quello che ha, tutto finirà bene. Il passato è passato. Nessun rancore.»

«Mmm. Bene, ora devo scappare. Ci vediamo dopo.»

«Quando torni qui nel parcheggio, ti sarei grato se mi portassi un’aspirina» disse Habib. «Questo colpo di frusta al collo mi fa soffrire.»

«Non so tu» dissi a Bob quando salimmo in ascensore «ma io mi sento un po’ strapazzata.»

Quando entrai la nonna stava leggendo le barzellette a Rex. Bob le si fece vicino per unirsi al divertimento e io portai il telefono nel soggiorno per chiamare Brian.

Simon rispose al terzo squillo. «Pronto.»

«È stato un viaggio corto» dissi.

«Chi è?»

«Sono Stephanie.»

«Come hai avuto il mio numero? Non è nell’elenco.»

«Ma è sulla medaglietta del tuo cane.»

«Oh.»

«Visto che adesso sei a casa, suppongo che passerai a riprendere Bob.»

«Sono un po’ impegnato oggi…»

«Fa niente. Te lo porto io. Dove abiti?»

Ci fu un momento di silenzio. «Okay, la faccenda è questa» disse Simon. «In realtà non rivoglio indietro Bob.»

«Ma è il tuo cane!»

«Non più. Il possesso è quasi tutto, legalmente parlando. Tu hai il cibo. Tu hai la paletta per i bisogni. Tu hai il cane. Ascolta, è un cane simpatico, ma io non ho tempo da dedicargli e mi fa starnutire. Credo di essere allergico.»

«Io penso che tu sia un bastardo.»

Simon sospirò. «Non sei la prima donna che me lo dice.»

«Non posso davvero tenerlo qui. Ulula quando lo lascio da solo.»

«Come se non lo sapessi. E se lo lasci da solo mangia tutti i mobili.»

«Cosa? Che diavolo vuol dire che mangia tutti i mobili?»

«Non badarci. Non intendevo dire questo. In realtà non è che mangi proprio i mobili. Voglio dire, rosicchiare non è proprio mangiare. E non è nemmeno che lui rosicchi. Oh, merda» disse Simon. «Buona fortuna.» E riagganciò. Ricomposi il numero, ma non rispose.

Riportai il telefono in cucina e diedi a Bob la sua ciotola di croccantini per colazione. Mi versai una tazza di caffè e mangiai un po’ di torta. Ce n’era rimasta solo una fetta per cui la diedi a Bob. «Tu non mangi i mobili, vero?» domandai.

La nonna era sprofondata davanti al televisore, a guardare le previsioni del tempo. «Non preoccuparti per la cena, stasera» disse. «Possiamo mangiare gli avanzi del polpettone.»

Le feci segno di sì col pollice alzato ma lei era troppo concentrata sul tempo a Cleveland e non mi vide.

«Be’, allora adesso vado» dissi.

La nonna annuì.

Lei aveva un’aria ben riposata. E io mi sentivo uno straccio. Non stavo dormendo abbastanza, pagavo il prezzo della visita notturna e del russare. Mi trascinai fuori di casa e lungo il corridoio. Gli occhi mi si chiudevano mentre aspettavo l’ascensore.

«Sono esausta» dissi a Bob. «Ho assolutamente bisogno di dormire di più.»

Andai in auto a casa dei miei ed entrai in compagnia di Bob. Mia madre era in cucina, e canticchiava a bocca chiusa preparando una torta di mele.

«Questo deve essere Bob» disse. «Tua nonna mi ha detto che hai un cane.»

Bob corse da mia madre.

«No!» strillai. «Non ti azzardare!»

Bob si fermò a mezzo metro da mia madre e si voltò per guardarmi.

«Lo sai di che cosa sto parlando» dissi a Bob.

«Che cane beneducato» disse mia madre.

Rubai un boccone di mela dalla torta. «La nonna ti ha detto anche che lei russa? E che si alza alle prime luci dell’alba? E che guarda le previsioni del tempo per ore?» Mi versai una tazza di caffè. «Aiuto» dissi al caffè.

«Probabilmente beve un paio di bicchierini prima di andare a dormire» disse mia madre. «Russa sempre dopo averne buttati giù un paio.»

«Non può essere. Non tengo alcolici in casa.»

«Guarda nell’armadio. È dove li tiene di solito. Butto via bottiglie da dentro l’armadio in continuazione.»

«Intendi dire che se le compra e le nasconde nell’armadio?»

«Non le nasconde nell’armadio. È semplicemente il posto dove le tiene.»

«Vorresti dire che la nonna è un’alcolista?»

«No, certo che no. Si fa solo un cicchetto ogni tanto. Dice che la aiuta a dormire.»

Forse era quello il mio problema. Forse anche io avrei dovuto farmi un goccetto ogni tanto.

Il fatto è che se ne bevo troppi finisco sempre per vomitare. E una volta che comincio a bere è difficile dire quando arrivo al limite finché non è ormai troppo tardi. Ogni bicchiere sembra tirarsene dietro un altro.

Il caldo umido della cucina mi avvolgeva, si assorbiva nella camicia di flanella, e io mi sentivo come la torta, infilata nel forno, fumante. Mi contorsi per togliere la camicia, appoggiai la testa sul tavolo e mi addormentai. Sognai che era estate, e stavo arrostendomi sulla spiaggia di Point Pleasant. La spiaggia era calda sotto di me, e il sole scottava sopra di me. La mia pelle era abbronzata e fragrante come la crosta della torta di mele.

Quando mi svegliai la torta era già fuori dal forno e la casa profumava di paradiso. E mia madre mi aveva stirato la camicia.

«Ti capita mai di mangiare il dolce prima dei pasti?» domandai a mia madre.

Lei mi guardò allibita. Come se le avessi domandato se ogni mercoledì allo scoccare della mezzanotte facesse un sacrificio rituale con i gatti.

«Immagina di essere sola a casa» dissi «e che ci sia un dolcetto alla fragola nel frigorifero e un polpettone nel forno. Quale mangeresti prima?»

Mia madre ci pensò su per un minuto, gli occhi spalancati. «Non ricordo di aver mai cenato da sola. Non riesco neanche a immaginarlo.»

Abbottonai la camicia e mi infilai il giubbotto. «Devo andare, ho del lavoro da fare.»

«Perché non vieni a cena domani sera?» disse mia madre. «Potresti portare la nonna e Joseph. Farò l’arrosto di maiale e il purè di patate.»

«D’accordo, ma non so se Joe verrà.»

Aprii la porta e vidi che l’auto dei tappeti era parcheggiata dietro la Buick.

«E adesso?» domandò mia madre. «Chi sono i due uomini in quella macchina stravagante?»

«Habib e Mitchell.»

«Perché hanno parcheggiato qui?»

«Mi stanno seguendo, ma non preoccuparti. Sono gente a posto.»

«Come sarebbe a dire “non preoccuparti”? Ti pare una cosa da dire a una madre? Certo che mi preoccupo. Sembrano dei selvaggi.» Mia madre mi scostò per passare, andò fino all’auto e bussò al finestrino.

Il vetro si abbassò e Mitchell la guardò. «Come va?» domandò.

«Perché state seguendo mia figlia?»

«Sua figlia le ha detto che la stiamo seguendo? Non avrebbe dovuto. Non ci piace far preoccupare le mamme.»

«Ho una pistola in casa, e la userò se occorre» disse mia madre.

«Gesù, signora, non si scaldi tanto» disse Mitchell. «Ma che cosa avete in questa famiglia? Siete tutti così ostili. Stiamo semplicemente accompagnando la sua figliola un po’ in giro.»

«Ho preso il vostro numero di targa» disse mia madre. «Se succede qualcosa a mia figlia dirò di voi alla polizia.»

Mitchell premette il pulsante del finestrino, che si alzò e si richiuse.

«Non hai una pistola, vero?» domandai a mia madre.

«L’ho detto solo per spaventarli.»

«Mmm. Be’, grazie. Sono sicura che andrà tutto bene, adesso.»

«Tuo padre potrebbe muovere qualcuna delle sue conoscenze e farti avere un buon lavoro alla fabbrica di saponi e cosmetici» disse. «La figlia di Evelyn Nagy lavora là e ha tre settimane di ferie pagate.»

Cercai di immaginare Wonder Woman che lavora alla catena di montaggio della fabbrica di saponi e cosmetici, ma non riuscivo a mettere a fuoco l’immagine.

«Non saprei» dissi. «Non credo di avere un futuro nella Saponi Cosmetici.» Salii sulla Buick e salutai mia madre con la mano.

Lei gettò un’ultima occhiata ammonitrice a Mitchell e ritornò in casa.

«È la menopausa» dissi a Bob. «La fa diventare nervosa. Non c’è di che preoccuparsi.»

Capitolo 7

Andai in ufficio con Mitchell e Habib dietro, che mi tallonavano. Quando Bob e io entrammo, Lula guardò fuori dalla vetrina. «Sembra che quei due idioti abbiano una macchina da venditore di tappeti.»

«Già. Sono con me fin dalle prime luci dell’alba. Mi hanno detto che il loro datore di lavoro sta perdendo la pazienza con questa caccia a Ranger.»

«Non è l’unico» disse Vinnié da dentro al suo ufficio. «Joyce non sta cavando un ragno dal buco con Ranger, e io sento che sta per venirmi un’ulcera. E sorvoliamo sul fatto che sono fuori di un sacco di soldi per quella faccenda di Morris Munson. Sarà meglio che tu muova il culo e vada a cercare quella carogna.»

Con un po’ di fortuna ormai Munson doveva essere in Tibet e io non lo avrei mai trovato. «Qualche novità?» domandai a Connie.

«Niente che ti possa interessare.»

«Diglielo comunque. Questa è buona» disse Lula.

«L’altra sera Vinnie ha riconsegnato un tizio di nome Douglas Kruper, il quale aveva venduto un’auto alla figlia quindicenne di uno dei nostri illustri senatori. Tornando a casa la ragazza è stata fermata per non aver rispettato un semaforo e per guida senza patente, ed è saltato fuori che l’auto era rubata. Ora viene il bello. La macchina è stata descritta come una Rollswagen. Per caso tu conosci qualcuno di nome Douglas Kruper?»

«Altrimenti detto il Commerciante» dissi. «Era un mio compagno di scuola.»

«Be’, per un po’ non farà più nessun commercio.»

«Come ha reagito all’arresto?» domandai a Vinnie.

«Piangeva come un bambino» disse Vinnie. «Era disgustoso. Una vergogna per tutta la criminalità.»

Per puro scrupolo consultai l’archivio per vedere se avevamo qualcosa su Cynthia Lotte. Non fui troppo sorpresa di non trovarla.

«Devo fare una commissione giù al centro» dissi. «Va bene se lascio qui Bob? Dovrei tornare entro un’ora.»

«Purché non entri nel mio ufficio privato» disse Vinnie.

«Già, non diresti così se Bob fosse femmina» disse Lula.

Vinnie sbatté la porta e chiuse rumorosamente la serratura.

Dissi a Bob che sarei stata di ritorno in tempo per il pranzo e mi affrettai a tornare all’auto. Al primo sportello automatico feci un prelievo di cinquanta dollari dal mio conto; poi mi diressi a Grant Street. Dougie aveva due confezioni di profumo Dolce Vita che mi erano sembrate un lusso eccessivo quando avevo restituito la Macchina del Vento, ma forse erano in saldo ora che aveva problemi con la legge. Non che io fossi il tipo da approfittare della sfortuna altrui… però, diavolo, stiamo parlando di Dolce Vita.

C’erano tre auto parcheggiate davanti alla casa di Dougie quando arrivai. Riconobbi quella del mio amico Eddie Gazzara. Eddie e io eravamo cresciuti insieme, adesso lui era un poliziotto ed era sposato con mia cugina Shirley la Piagnona. La seconda auto aveva i vetri antiproiettile, e la terza era una Cadillac vecchia di quindici anni con ancora la vernice originale e neppure un’ombra di ruggine. Non volevo pensare a ciò che questo significava, ma somigliava moltissimo all’auto di Louise Greeber: che cosa ci faceva un’amica della nonna lì?

Dentro, la minuscola casetta a schiera era stipata di gente e i commerci fervevano. Dougie passava dall’uno all’altro, con l’aria stupita.

«Devo liquidare tutto» mi informò. «Sto chiudendo la baracca.»

C’era anche il Luna. «Ehi, tutto ciò non è bello, piccola» disse. «Questa persona ha un’attività. Ha diritto ad avere un’attività, giusto? Voglio dire, che fine hanno fatto i suoi diritti? D’accordo, ha venduto un’auto rubata a una ragazzina. Be’, tutti facciamo degli errori. Ho ragione o no?»

«Chi sbaglia paga» disse Gazzara con un mucchio di jeans tra le braccia. «Quanto vuoi per questi, Dougie?»

Presi da parte Gazzara. «Devo parlarti di Ranger.»

«Allen Barnes non fa che cercarlo» disse Gazzara.

«Barnes ha in mano qualcosa contro Ranger, a parte la videocassetta?»

«Non lo so. Non sono nel giro. Non trapela molto su questa faccenda. Nessuno vuole commettere errori con Ranger.»

«Barnes sta cercando altre persone sospette?»

«Non che io sappia. Però, come ho detto, non sono nel giro.»

Un’auto della polizia parcheggiò in doppia fila sulla strada e due uomini in uniforme entrarono. «Ho sentito dire che c’è una liquidazione in corso qui» disse uno dei due. «Per caso sono rimasti dei tostapane?»

Io presi le due bottigliette di profumo e diedi a Dougie un biglietto da dieci. «Che cosa farai adesso?»

«Non lo so. Mi sento un vero perdente» disse Dougie. «Mi va sempre tutto storto. Certa gente non ha proprio fortuna.»

«Sta’ su di morale, amico» disse il Luna. «Verrà fuori qualcos’altro. Fa’ come me. Segui la corrente.»

«Sto per andare in galera!» disse Dougie. «Mi metteranno dentro!»

«Vedi che cosa intendo?» disse il Luna. «In qualche modo si trova sempre una soluzione. Vai in galera e non devi più preoccuparti di niente: niente affitto da pagare, nessuna fatica per guadagnarsi il pane, cure dentistiche gratis. E questa non è cosa da poco, amico. Non ti farà mica schifo farti curare i denti gratis?»

Tutti osservammo il Luna per un minuto, in dubbio se fosse opportuno rispondergli seriamente.

Attraversai la casa e andai a dare un’occhiata nel retro, ma non vidi né la nonna né Louise Greeber. Salutai Gazzara e mi feci strada attraverso la folla fino alla porta.

«Molto carino da parte tua dare una mano al vecchio Dougie» disse il Luna mentre uscivo. «Dannatamente tenero, piccola.»

«Volevo solo il Dolce Vita» risposi.

In strada la Cadillac non c’era più, ma all’angolo era ferma la Macchina dei Tappeti, ad aspettare. Mi sedetti al volante della Buick e mi spruzzai un po’ di profumo per compensare il brufolo sul mento e i jeans lisi e bucati. Pensai che ci voleva qualcosa di più, perciò applicai un altro po’ di mascara alle ciglia e raccolsi i capelli. Meglio sembrare una puttanella con un brufolo che una racchia con un brufolo.

Mi diressi in centro, allo Shuman Building, dove si trovava l’ufficio del mio ex marito, Richard Orr, avvocato e bastardo donnaiolo. Era socio di minoranza di uno studio associato di dottori in legge: Rabinowitz, Rabinowitz, Zeller e Bastardo. Presi l’ascensore per il secondo piano e cercai la porta con il suo nome a lettere dorate. Non andavo spesso da quelle parti, il nostro non era stato un divorzio amichevole, e Dickie e io non ci scambiavamo gli auguri per Natale. Di tanto in tanto i nostri percorsi professionali si incrociavano.

Cynthia Lotte era seduta alla scrivania di fronte all’entrata, e pareva uscita da una pubblicità, con quel suo semplice tailleur grigio e la camicetta bianca. Quando oltrepassai la porta alzò gli occhi allarmata, evidentemente riconoscendomi dall’ultima volta che ero stata lì, quando io e Dickie avevamo avuto un piccolo diverbio.

«Non è in ufficio» disse.

Allora, dopo tutto, esiste un Dio. «Quando pensa che rientrerà?»

«Difficile dirlo. È in tribunale, oggi.»

Non portava anelli al dito. E non sembrava triste. In effetti, aveva l’aria piuttosto allegra, a parte il fatto che l’ex moglie pazza di Dickie era in ufficio.

Finsi di guardarmi in giro con un certo interesse nella stanza della reception. «È carino, qui. Deve essere bello lavorarci.»

«Di solito sì.»

Lo presi come un «quasi sempre, a parte adesso». «Immagino che sia un buon posto per lavorare se si è single. Probabilmente avrà occasione di incontrare un sacco di uomini.»

«Dove vuole arrivare?»

«Be’, stavo solo pensando a Homer Ramos. Sa, mi domandavo se per caso lo avesse incontrato qui in ufficio.»

Per un lungo momento ci fu un silenzio glaciale e avrei giurato di riuscire a sentire il battito del suo cuore. Cynthia non disse niente. E nemmeno io.

Non avrei saputo dire che cosa stesse pensando lei, ma io mi stavo facendo scrocchiare le dita mentalmente. La faccenda di Homer Ramos, in realtà, era venuta fuori un po’ più bruscamente di quanto avevo previsto e mi sentivo a disagio: di solito sono sgarbata con la gente soltanto nei miei pensieri.

Cynthia Lotte si fece forza e mi guardò dritta negli occhi. Parlò con modi estremamente cortesi e con tono premuroso. «Non che voglia cambiare argomento o cose simili» disse «ma ha provato a nascondere col trucco quel brufolo?»

Inspirai profondamente. «Oh, no. Non pensavo proprio che…»

«Deve stare attenta, perché quando i foruncoli diventano così grossi e tutti rossi e pieni di pus possono lasciare cicatrici.»

Le mie dita volarono verso il mento prima che potessi fermarle. Oddio, aveva ragione. Il brufolo sembrava enorme. Stava crescendo. Dannazione! Il mio sistema di allarme interiore scattò e il messaggio che mandava al cervello era: scappa, nasconditi!

«Comunque, ora devo andare» dissi, arretrando verso la porta. «Riferisca a Dickie che non volevo niente di particolare. Ero nei paraggi e avevo pensato di salutarlo.»

Uscii, imboccai le scale e mi precipitai fuori dall’ingresso e dal palazzo. Mi rinchiusi nella Buick e mi avvicinai allo specchietto retrovisore per vedere il brufolo.

Enorme!

Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi. Era già abbastanza brutto avere quel dannato brufolo, ma oltretutto Cynthia Lotte mi aveva messa alla porta e non avevo scoperto niente per Ranger. L’unica cosa che sapevo della Lotte era che il grigio le stava bene e che aveva toccato il mio punto debole: un solo riferimento al mio brufolo ed ero già lontana.

Mi voltai a guardare lo Shuman Building e mi domandai se Ramos avesse relazioni di affari con lo studio di Dickie. E che genere di affari? Era possibile che la Lotte avesse incontrato Ramos in quel modo. Naturalmente, avrebbe anche potuto incontrarlo per strada, l’edificio in cui Ramos lavorava era soltanto a un isolato di distanza.

Misi in moto la Buick e lentamente passai davanti al palazzo Ramos. I nastri di plastica che delimitavano la scena del delitto erano stati tolti e vedevo gente al lavoro nell’ingresso. Il vialetto di servizio che passava sul retro era affollato di furgoni per le riparazioni.

Feci inversione di marcia e riattraversai la città fermandomi al negozio di elettronica sulla Terza strada.

«Ho bisogno di un sistema di allarme» dissi al commesso. «Niente di particolare. Solo qualcosa che avverta quando la porta d’entrata viene aperta. E la smetta di guardarmi il mento!»

«Non le stavo guardando il mento. Davvero! Non avevo neppure notato quel grosso brufolo.»

Mezz’ora dopo ero sulla strada dell’ufficio per andare a riprendere Bob. In un sacchetto posato sul sedile di fianco a me c’era un piccolo apparecchio rivelatore di movimento per la porta del mio appartamento. Mi dissi che era necessario per una questione di sicurezza generale, ma la verità era che aveva un unico intento: avvisarmi ogni volta che Ranger entrava in casa mia. E per quale motivo sentivo il bisogno di un sistema di allarme? C’era forse ragione di aver paura? No. Per quanto alcune volte Ranger potesse davvero mettere paura. C’era forse sfiducia in questo? Niente affatto. Io mi fidavo di Ranger. Il fatto era che avevo comprato il sistema d’allarme perché almeno per una volta volevo trovarmi in vantaggio su di lui. Mi faceva impazzire che riuscisse a entrare nel mio appartamento senza neppure svegliarmi.

Mi fermai a un fast food e presi una confezione di bocconcini di pollo fritti per pranzo. Pensai che fosse la cosa migliore per Bob. Nessun osso che potesse fargli male.

Quando entrai nell’ufficio vidi tutti gli occhi illuminarsi davanti alla mia scatola di bocconcini di pollo.

«Bob e io stavamo giusto pensando al pollo» disse Lula. «Devi averci letto nel pensiero.»

Tolsi il coperchio alla confezione, lo misi sul pavimento e ci appoggiai una manciata di bocconcini per Bob. Ne presi uno per me e allungai il resto a Lula e a Connie. Poi telefonai a mia cugina Bunny, in banca.

«Che cosa sai di Cynthia Lotte?» le domandai.

Dopo un attimo tornò con la risposta. «Non molto» disse. «Di recente ha preso un’auto a noleggio. Paga i conti regolarmente, nessuna richiesta di sicurezza. Vive a Ewing.» Al telefono ci fu silenzio per un paio di secondi. «Che cosa stai cercando?»

«Non lo so. Lavora per Dickie.»

«Oh.» Come se questo spiegasse tutto.

Mi feci dare l’indirizzo e il numero di telefono della Lotte e salutai Bunny.

L’altra persona a cui telefonai fu Morelli. Non rispose a nessuno dei recapiti, perciò gli lasciai un messaggio sul cercapersone.

«Buffo» disse Lula. «Non avevi messo quei bocconcini sul coperchio della confezione? Non riesco a trovare il coperchio.»

Tutte guardammo Bob. Aveva un pezzetto di cartone appiccicato al labbro.

«Caspita» disse Lula. «Mi fa sembrare una dilettante.»

«Allora, non notate niente di strano su di me?» domandai.

«Solo che hai un grosso brufolo sul mento. Sarai in quel periodo del mese, eh?»

«È lo stress!» Ficcai la testa nella borsa e cercai il correttore. Torcia, spazzola, rossetto, gomma da masticare alla frutta, scacciacani, fazzoletti, detergente per le mani, spray urticante. Niente correttore.

«Io ho un cerotto» disse Connie. «Puoi provare a coprirlo con un cerotto.»

Misi il cerotto sul brufolo.

«Così va meglio» disse Lula. «Ora sembra che tu ti sia tagliata facendoti la barba.»

Fantastico.

«Prima che me ne dimentichi» aggiunse Connie «c’è stata una telefonata a proposito di Ranger, mentre parlavi con la banca. C’è un mandato di arresto contro di lui in relazione all’omicidio Ramos.»

«Che cosa dice il mandato?» domandai.

«Ricercato per interrogatorio.»

«È così che è cominciata per O.J. Simpson» disse Lula. «Dovevano solo interrogarlo. E guarda che cosa ne è venuto fuori.»

Volevo fare un controllo a casa di Hannibal, ma non potevo trascinarmi dietro Mitchell e Habib.

«Ho bisogno di un depistiggio» dissi a Lula. «Mi occorre che tu mi liberi di quei due tìzi nella Macchina dei Tappeti.»

«Intendi dire proprio liberartene o semplicemente che non vuoi che ti seguano?»

«Non voglio che mi seguano.»

«Be’, facile.» Prese una calibro .45 dal cassetto della scrivania. «Sparerò solo a un paio di gomme.»

«No! Niente spari!»

«Tu e le tue regole» disse Lula.

Vinnie mise la testa fuori dall’ufficio. «Che cosa ne dite del gioco del sacchetto in fiamme?»

Tutte ci voltammo nella sua direzione.

«Di solito è uno scherzo che si fa alla gente sulla veranda davanti a casa» disse Vinnie. «Metti della cacca di cane in un sacchetto. Poi metti il sacchetto sotto al portico dello sfigato e suoni il campanello. Quindi gli dai fuoco e scappi a gambe levate. Quando la vittima apre la porta, vede il sacchetto in fiamme e lo calpesta per spegnerlo.»

«E?»

«E si sporca tutta la scarpa» disse Vinnie. «Se fate questo scherzetto ai due tizi, avranno il loro da fare con le scarpe e saranno distratti; e tu potrai andartene.»

«Solo che non abbiamo una veranda» disse Lula.

«Metteteci un po’ di fantasia!» disse Vinnie. «Piazzate il sacchetto proprio dietro l’auto. Poi sgattaiolate via e qualcuno qui nell’ufficio strillerà loro che c’è qualcosa che brucia.»

«Suona bene» disse Lula. «L’unica cosa che ci serve è un po’ di cacca di cane.»

Tutti rivolgemmo l’attenzione a Bob.

Connie prese un sacchetto di carta marrone dal cassetto in basso. «Io ho il sacchetto e tu puoi usare la confezione vuota del pollo come paletta.»

Misi il guinzaglio a Bob e uscii con Lula dalla porta sul retro per passeggiare un po’. Bob fece pipì circa quaranta volte, ma non fornì alcun contributo per il sacchetto.

«Non sembra ispirato» disse Lula. «Forse dovremmo portarlo al parco.»

Il parco era a soli due isolati di distanza, perciò accompagnammo Bob e rimanemmo a ciondolare in giro aspettando che rispondesse alla chiamata della natura. Solo che la natura non lo chiamava.

«Hai mai notato che quando non ti serve della cacca di cane sembra essercene ovunque?» disse Lula. «E ora che ne vogliamo un po’…» Poi spalancò gli occhi. «Aspetta un attimo. Cane a ore dodici. Ed è un cane grosso.»

Infatti qualcuno stava portando il cane a passeggio nel parco. La bestia era grande e nera. L’anziana donna dall’altra parte del guinzaglio era minuta e bianca. Indossava scarpe col tacco basso e un grosso cappotto di tweed marrone, i capelli grigi erano nascosti da un berretto di lana fatto a mano. Aveva con sé un sacchetto di plastica e un fazzoletto di carta nella mano. Il sacchetto era vuoto.

«Non che voglia essere blasfema o cose simili» disse Lula. «Ma è il buon Dio che ci manda quel cane.»

Il cane si fermò improvvisamente e si accovacciò. Lula, Bob e io attraversammo il prato. Tenevo Bob al guinzaglio e Lula faceva ondeggiare la confezione del pollo e il sacchetto di carta, e tutti correvamo a gran velocità quando la donna alzò lo sguardo e ci vide. Il colorito sparì dal suo viso mentre arretrava terrorizzata.

«Sono vecchia» disse. «Non ho denaro. Andate via, non fatemi del male.»

«Non vogliamo il suo denaro» disse Lula. «Vogliamo la cacca.»

La donna tirò il guinzaglio. «Non potete prendere la cacca. Devo portarla a casa. È la legge.»

«La legge non dice che lei deve portarla a casa» disse Lula. «Dice solo che qualcuno deve farlo. E noi ci offriamo volontarie.»

Il grosso cane nero finì di fare quel che doveva e annusò Bob incuriosito, il quale restituì l’annusata e poi rivolse lo sguardo alla fessura tra le gambe della donna.

«Neanche per idea» dissi a Bob.

«Non so se sia giusto» disse la donna. «Non ho mai sentito una cosa del genere. Credo di dover essere io a portare la cacca a casa.»

«D’accordo» fece Lula «le pagheremo la cacca.» Lula mi guardò. «Dalle un paio di banconote.»

Frugai nelle tasche. «Non ho soldi con me. Non ho preso il portafogli.»

«Non accetterò niente di meno di cinque dollari» disse la donna.

«Il fatto è che non abbiamo denaro con noi» spiegò Lula.

«Allora la cacca è mia» disse la donna.

«Col cavolo» replicò Lula, spingendo da parte la donna e raccogliendo la cacca con la confezione del pollo. «Ne abbiamo bisogno noi.»

«Aiuto!» strillò la donna. «Mi rubano la cacca! Ferme! Ladre!»

«Ce l’ho» disse Lula. «L’ho presa tutta.» Lula, Bob e io corremmo come il vento e tornammo in ufficio con il sacchetto di cacca.

Ci fermammo alla porta sul retro dell’ufficio. Bob era tutto felice, e saltellava intorno. Ma Lula e io eravamo senza fiato.

«Ragazzi, per un momento ho avuto paura che ci prendesse. Correva piuttosto veloce per essere una donna anziana.»

«Non stava correndo» dissi. «Era il cane che la trascinava, cercando di star dietro a Bob.»

Tenni aperto il sacchetto mentre Lula ci gettava la cacca dentro.

«Sarà divertente» disse Lula. «Non vedo l’ora di gustarmi quei due tizi che calpestano il sacchetto di merda.»

Lula fece il giro fino davanti all’ufficio con il sacchetto e un accendino. Bob e io entrammo dalla porta sul retro. L’auto di Habib e Mitchell era parcheggiata proprio accanto al marciapiede, di fronte all’ufficio, proprio dietro la mia Buick.

Connie, Vinnie e io sbirciavamo dalla vetrina mentre Lula si portava di nascosto dietro la Macchina dei Tappeti. Mise il sacchetto per terra, proprio sotto il parafango posteriore. Vedemmo la fiamma dell’accendino, poi Lula fece un balzo e si precipitò dietro l’angolo.

Connie mise la testa fuori dalla porta. «Ehi!» strillò. «Ehi, voi due nella macchina… C’è qualcosa che brucia dietro di voi!»

Mitchell aprì il finestrino. «Che cosa?»

«C’è qualcosa che va fuoco dietro la vostra auto!»

Mitchell e Habib scesero per dare un’occhiata e tutti noi ci affollammo sulla soglia per unirci a loro.

«È solo spazzatura» disse Mitchell ad Habib. «Buttala via di lì con un calcio in modo che non danneggi l’auto.»

«È in fiamme» disse Habib. «Non voglio dare un calcio con la scarpa a un sacchetto in fiamme.»

«Ecco quello che succede quando si assume un fottuto cammelliere» disse Mitchell. «Voialtri non avete nessun senso del dovere.»

«Non è vero. Io lavoro duro in Pakistan. Nel mio Paese abbiamo una fabbrica di tappeti, e il mio incarico è picchiare i bambini indisciplinati che ci lavorano. È un gran buon lavoro.»

«Accidenti» disse Mitchell. «Tu picchi i bambini che lavorano nella fabbrica?»

«Sì. Con un bastone. È una posizione di grande responsabilità. Bisogna stare attenti a picchiarli senza rompergli quelle dita così piccole altrimenti non riescono più a fare nodi tanto accurati.»

«È disgustoso» commentai.

«Oh no» disse Habib. «Ai bambini piace e fanno un sacco di soldi per le loro famiglie.» Si rivolse a Mitchell e lo ammonì con un dito. «E io lavoro molto duro picchiando i bambini, perciò non devi dire certe cose di me.»

«Scusa» disse Mitchell. «Credo di essermi sbagliato sul tuo conto.» Diede un calcio violento al sacchetto. Il sacchetto si ruppe e una parte degli escrementi gli si appiccicò alla scarpa.

«Che diavolo è?» Mitchell scosse il piede e la merda di cane in fiamme volò ovunque. Un grosso malloppo cadde sul tappeto che copriva l’auto; si sentì il sibilo di qualcosa che prendeva fuoco e le fiamme si sparsero ovunque.

«Cristo santo» disse Mitchell, afferrando Habib e precipitandosi sul marciapiede.

Le fiamme mandavano scintille e crepitavano, e anche le tappezzerie interne si stavano incendiando. Ci fu una piccola esplosione quando arrivarono al serbatoio della benzina, e l’auto fu avvolta da un fumo nero e dal fuoco.

«Suppongo che non si trattasse di uno di quei tappeti ignifughi» disse Lula.

Habib e Mitchell erano appiattiti contro il palazzo a bocca aperta.

«Forse ora puoi andare» disse Lula. «Non credo che ti seguiranno.»

Quando il camion dei pompieri arrivò, la Macchina dei Tappeti era ormai una carcassa e il fuoco si era ridotto a dimensioni da barbecue. La mia Buick si trovava circa tre metri davanti all’auto dei tappeti ma era rimasta intatta. Non c’erano neppure bolle sulla vernice della carrozzeria. L’unica cosa era la maniglia della portiera leggermente più calda del solito.

«Ora devo andare» dissi a Mitchell. «Peccato per la vostra auto. E non mi preoccuperei per le sopracciglia: sono un po’ bruciacchiate, ma probabilmente ricresceranno. Mi è successo già una volta e tutto è tornato a posto.»

«Che cosa… Come…?» disse Mitchell.

Feci salire Bob sulla Buick e mi allontanai dal parcheggio aprendomi la strada tra le auto della polizia e i camion dei pompieri.

Carl Costanza, in uniforme, dirigeva il traffico. «Sembra un destino» disse. «È la seconda auto che mandi arrosto questa settimana.»

«Non è stata colpa mia! Non è neppure la mia auto.»

«Ho sentito dire che qualcuno ha fatto lo scherzetto del sacchetto pieno di merda ai due tirapiedi di Arturo Stolle.»

«Scherzi? Immagino che tu non sappia chi è stato.»

«Buffo, stavo proprio per chiederti se ne sapevi qualcosa tu.»

«L’ho domandato prima io.» Costanza sorrise leggermente.

«No. Non so chi sia stato.»

«Neppure io» dissi.

«Sei un’ingenua» disse Costanza. «Non posso credere che ti sia fatta fregare con questa faccenda del cane di Simon.»

«In un certo senso mi piace.»

«Non lasciarlo da solo nell’auto, però.»

«Vuoi dire perché è contro la legge?»

«No: perché ha divorato il sedile della macchina di Simon. Tutto ciò che ne è rimasto erano brandelli di gommapiuma e qualche molla.»

«Grazie per avermi rivelato il segreto.»

«Immaginavo volessi saperlo.»

Me ne andai, pensando che se Bob avesse divorato il sedile della Buick quello si sarebbe probabilmente rigenerato da solo. A rischio di sembrare la nonna, cominciavo a domandarmi quale fosse il segreto di quell’auto: era come se quell’accidenti fosse impermeabile ai danni, aveva quasi cinquant’anni e la vernice della carrozzeria era in condizioni perfette. Tutto attorno le altre auto venivano ammaccate o distrutte o appiattite come frittelle, ma alla Buick non succedeva mai niente.

«È davvero un mistero» dissi a Bob, che teneva il naso schiacciato contro il finestrino, e non pareva interessarsi minimamente alla cosa.

Ero ancora sulla Hamilton quando il cellulare squillò.

«Ehi, bambina» disse Ranger. «Hai qualcosa per me?»

«Soltanto informazioni di base sulla Lotte. Vuoi sapere dove abita?»

«Passo.»

«Il grigio le sta bene.»

«Questo sì che è vitale.»

«Mmm. Siamo un po’di cattivo umore, oggi?»

«Di cattivo umore non è abbastanza. Ho un favore da chiederti. Ho bisogno che tu vada a dare un’occhiata al retro della villa di Deal. Chiunque altro della squadra sarebbe sospetto, ma una donna che passeggia col cane lungo la spiaggia non apparirà tome una minaccia al servizio di sicurezza dei Ramos. Voglio che tu faccia un inventario della casa. Conta tutte le finestre e le porte.»

C’era una spiaggia pubblica a circa quattrocento metri dalla proprietà dei Ramos.

Parcheggiai sulla strada, e Bob e io attraversammo un breve tratto di dune basse. Il cielo era nuvoloso e l’aria più fresca di come l’avevo lasciata a Trenton. Bob teneva il naso al vento ed era tutto allegro, io mi abbottonai il giubbotto fino al collo e rimpiansi di non aver portato niente di più caldo da indossare.

La maggior parte delle grandi e costose ville sulle dune era chiusa e disabitata. Onde grigie e spumeggianti ci venivano incontro con un forte sciabordio. Qualche gabbiano camminava lungo la battigia, ma niente di più. Soltanto io, Bob e i gabbiani.

Vidi la grande casa rosa, molto più esposta dal lato della spiaggia di quanto lo fosse sulla strada. Gran parte del primo piano e tutto il secondo erano chiaramente visibili. Un portico correva per tutta la lunghezza della costruzione principale e, adiacenti a questa, c’erano altri due corpi di fabbrica. L’ala nord era costituita da un piano terra adibito a garage e, sopra di esso, c’erano probabilmente le camere da letto. L’ala sud aveva due piani e sembrava interamente residenziale.

Continuai ad arrancare sulla sabbia, non volendo apparire eccessivamente curiosa mentre contavo le finestre e le porte. Semplicemente una donna che passeggiava con il suo cane e si congelava il culo. Avevo con me il binocolo ma temevo di usarlo: non volevo destare sospetti, era impossibile dire se mi stessero osservando da qualche finestra.

Bob correva attorno a me, dimentico di tutto se non della gioia di essere all’aperto. Continuai a camminare passando davanti a parecchie case, disegnai uno schizzo su un pezzetto di carta, mi voltai e tornai indietro fino alla rampa di accesso al pubblico dove avevo parcheggiato la Buick. Missione compiuta.

Bob e io salimmo in auto e, lungo la strada, passammo davanti alla casa dei Ramos un’ultima volta. Quando mi fermai all’angolo, un uomo sui sessant’anni scese dal marciapiede e venne verso di me. Indossava una tuta da ginnastica e scarpe da jogging. E agitava le braccia. «Ferma» disse. «Si fermi un momento.»

Avrei potuto giurare che si trattava di Alexander Ramos. No, era ridicolo.

Lui trotterellò dal lato del guidatore e bussò al mio finestrino. «Ha una sigaretta?» domandò.

«Gesù… oh, no.»

Mi fece cenno di dargli ascolto. «Mi accompagni al negozio per comprare delle sigarette. Ci vorrà soltanto un minuto.»

Un accento piuttosto pesante. Il viso simile a quello di un falco. La stessa corporatura e la stessa altezza. Sembrava davvero Alexander Ramos.

«Lei vive da queste parti?» gli domandai.

«Già, vivo in quello schifo mostruoso di casa rosa. Che cosa ne dice? Mi accompagna al negozio o no?»

Mio Dio! Era Ramos. «Di solito non do passaggi agli sconosciuti.»

«Faccia un’eccezione: ho bisogno di una sigaretta. Comunque, lei ha un grosso cane sul sedile posteriore e ha anche tutta l’aria di una che dà passaggi agli sconosciuti. Che cosa crede, che sia nato ieri?»

«Non proprio ieri.»

Lui spalancò la portiera dal lato passeggero e salì in auto. «Davvero buffo. Mi tocca fare la parte di quello che fa l’autostop.»

«Non conosco la zona. Da che parte devo andare?»

«Giri lì all’angolo. C’è un negozio a circa ottocento metri.»

«Se si tratta solo di ottocento metri, perché non ci va a piedi?»

«Ho le mie ragioni.»

«Non dovrebbe fumare, eh? Non vuole che nessuno la becchi mentre va al negozio?»

«Maledetti dottori. Devo sgattaiolare fuori da casa mia solo per trovare una sigaretta.» Fece un gesto rassegnato. «E comunque non sopporto di stare in quella villa. Sembra un mausoleo popolato di cadaveri. Maledetto pezzo di merda rosa.»

«Se non le piace, perché ci vive?»

«Bella domanda. Dovrei venderla. Non mi è mai piaciuta, fin dall’inizio, ma mi ero appena sposato e mia moglie la voleva a tutti i costi. Con lei tutto doveva essere rosa.» Rifletté per un minuto. «Come si chiamava? Trixie? Trudie? Cristo, non me lo ricordo neanche.»

«Non si ricorda il nome di sua moglie?»

«Ho avuto molte mogli. Molte. Quattro. No, aspetti un minuto… cinque.»

«Adesso è sposato?»

Lui scosse la testa. «Ne ho davvero abbastanza del matrimonio. L’anno scorso mi sono operato alla prostata. Un tempo le donne mi sposavano perché avevo le palle e i soldi. Adesso mi sposerebbero soltanto per i soldi.» Scosse nuovamente la testa. «Non è sufficiente. Bisogna avere un limite, sa?»

Mi fermai davanti al negozio e lui saltò fuori dall’auto. «Non vada via. Torno subito.»

Una parte di me voleva scappare a gambe levate. Quella era la parte vigliacca. E una parte di me voleva gridare «Yahoo!» Quella era la parte cretina.

Due minuti dopo lui era di nuovo in auto e accendeva una sigaretta.

«Ehi» dissi «niente fumo in macchina.»

«Le do altri venti dollari.»

«Non voglio neanche i primi venti, e la risposta è no: niente fumo.»

«Odio questo Paese; la gente non sa vivere. Tutti bevono soltanto quella schifezza di latte magro.» Indicò l’incrocio. «Giri lì e prenda la Shoreline Avenue.»

«Dove andiamo?»

«C’è un bar che conosco.»

Proprio quello che mi serviva, che Hannibal venisse fuori a cercare il padre e trovasse me, pappa e ciccia con lui, in un bar. «Non credo che sia una buona idea.»

«Mi lascia fumare nell’auto?»

«No.»

«Allora andiamo da Sal.»

«D’accordo, l’accompagno da Sal, ma non entro.»

«Sicuro che entra.»

«Ma il cane…»

«Può venire anche lui. Gli compro una birra e un sandwich.»

Il bar di Sal era piccolo e buio. Il bancone si estendeva per tutta la lunghezza della stanza. Due vecchi stavano seduti a un’estremità, a bere e a guardare la televisione. Alla sinistra della porta c’erano tre tavoli vuoti. Ramos ne scelse uno e si sedette.

Senza bisogno di chiedere, il barista portò a Ramos una bottiglia di ouzo e due bicchierini. Nessuno parlò. Ramos bevve un bicchierino. Poi si accese una sigaretta e si riempì di fumo i polmoni. «Ahh» fece espirando.

A volte invidio le persone che fumano: sembrano sempre così felici quando inspirano quella prima boccata di catrame. Non mi viene in mente niente che renda me così felice. Forse la torta di compleanno.

Ramos si versò ancora da bere e spinse la bottiglia verso di me.

«No, grazie» dissi. «Devo guidare.»

Lui scosse la testa. «Che Paese da signorine.» Ingollò il secondo bicchierino. «Non mi fraintenda. Alcune cose mi piacciono, d’accordo. Mi piacciono le grandi macchine americane. E mi piace il football americano. E mi piacciono le donne americane con grandi tette.»

Oh, Signore.

«Chiede spesso dei passaggi alla gente?» gli domandai.

«Ogni volta che posso.»

«Non crede che sia pericoloso? Immagini se venisse caricato da un pazzo.»

Lui tirò fuori una calibro .22 dalla tasca. «Gli sparo.» Posò la pistola sul tavolo, chiuse gli occhi e inspirò un’altra boccata di fumo. «Lei vive da queste parti?»

«No. Vengo solo una volta ogni tanto per far passeggiare il cane. Gli piace gironzolare sulla spiaggia.»

«Che cos’è quel cerotto sul mento?»

«Mi sono tagliata facendomi la barba.»

Lui gettò un biglietto da venti sul tavolo e si alzò in piedi. «Tagliata facendosi la barba. Mi piace. Lei è un bel tipo. Può portarmi a casa adesso.»

Lo feci scendere un isolato prima di casa sua.

«Torni domani» disse. «Alla stessa ora. Forse potrei assumerla come autista personale.»

Quando io e Bob rientrammo a casa la nonna stava apparecchiando la tavola per la cena.

Il Luna era sprofondato sul divano a guardare la televisione. «Ehi» disse «come va?»

«Non mi lamento» risposi. «E tu, come va?»

«Non lo so, piccola. È difficile credere che il Commerciante non ci sia più. Pensavo che lui ci sarebbe stato per sempre. Voglio dire, ci faceva comodo. Lui era il Commerciante.» Scosse la testa. «È una cosa che sconvolge il mio mondo, piccola.»

«Deve solo bollire un altro po’ e poi raffreddarsi» disse la nonna. «E dopo faremo una bella cenetta. Mi è sempre piaciuto avere compagnia per cena. Specialmente se si tratta di un uomo.»

Non ero sicura che il Luna potesse essere considerato un uomo. Lui era una specie di Peter Pan, trascorreva un sacco di tempo nell’Isola che non c’è.

Bob uscì dalla cucina, andò dal Luna e lo annusò per bene in mezzo alle gambe.

«Ehi, piccolo, non al primo appuntamento, ragazzo.»

«Mi sono comprata un’auto, oggi» disse la nonna. «E il Luna me l’ha portata a casa.»

Spalancai la bocca per lo stupore. «Ma tu hai già un’auto. Hai la Buick dello zio Sandor.»

«Vero. E non mi dispiace, credo che sia una gran macchina. Ho solo deciso che non era adatta alla mia nuova immagine. Ho pensato che mi serviva qualcosa di più sportivo. Louise è venuta a prendermi: aveva sentito dire della liquidazione del Commerciante, e così, naturalmente, ci siamo sbrigate per fare incetta di Metamucil, quel lassativo che è stato proibito. E poi, mentre eravamo lì, ho comprato l’auto.»

«Hai comprato un’auto da Dougie?»

«Puoi scommetterci. Ed è una bellezza.»

Lanciai al Luna un’occhiata che, nell’intenzione, doveva essere fulminante, ma con lui era sprecata. La gamma emotiva del Luna non andava oltre la tenerezza.

«Aspetta di vedere l’auto di tua nonna» disse. «È una macchina eccellente.»

«È una macchina per pupe» aggiunse la nonna. «Sembro una diva.»

Più che altro, il marito di una diva, pensai. Ma, ehi, se questo faceva felice la nonna allora andava benissimo anche a me. «Che macchina è?»

«È una Corvette» disse la nonna. «Ed è rossa.»

Capitolo 8

Mia nonna ha una Corvette rossa, mentre io ho una Buick blu del ’53 e un grosso brufolo sul mento. Potrebbe andare peggio, pensai. Il brufolo potrebbe essere sul naso.

«E poi» disse la nonna «so quanto ti piace la Buick. Non volevo portartela via.»

Annuii e cercai di sorridere. «Scusami» dissi. «Devo lavarmi le mani prima di cenare.»

Con calma andai nel bagno, chiusi la porta a chiave, mi guardai nello specchio sul lavandino e tirai su col naso. Una lacrima scese dall’occhio sinistro. Trattieniti, mi dissi. È solo un brufolo. Andrà via. Sì, ma la Buick? mi domandai. La Buick era più preoccupante. Quella non dava alcun segno di volersene andare. Un’altra lacrima scese. Sei troppo emotiva, dissi alla persona nello specchio. Stai facendo una tragedia per nulla. Probabilmente si tratta soltanto di uno squilibrio ormonale temporaneo dovuto alla carenza di sonno.

Mi gettai un po’ d’acqua sul viso e mi soffiai il naso. Perlomeno stanotte avrei potuto dormire sapendo che avevo un sistema di allarme alla porta. Non mi importava tanto che Ranger venisse a farmi visita alle due del mattino… ma odiavo il fatto che sgattaiolasse dentro a mia insaputa. E se avessi parlato nel sonno e lui fosse stato lì a guardarmi? E se fosse stato lì a fissare il mio brufolo?

Il Luna se ne andò dopo cena e la nonna si coricò presto, non prima di avermi mostrato l’auto nuova.

Morelli telefonò alle nove e cinque. «Scusami ma non ho potuto farmi sentire prima» disse. «È stata una di quella giornate! E tu?»

«Ho un brufolo.»

«Non posso competere con questo.»

«Conosci una donna di nome Cynthia Lotte? Si dice che fosse la fidanzata di Homer Ramos.»

«Per quel che so di Homer, cambiava ragazza come gli altri uomini cambiano i calzini.»

«Hai mai incontrato suo padre?»

«Gli ho parlato un paio di volte.»

«E la tua opinione?»

«Il tipico vecchietto greco contrabbandiere di armi. Non l’ho visto di recente.» Ci fu una pausa. «Nonna Mazur è ancora lì?»

«Già.»

Morelli tirò un lungo sospiro.

«Mia madre vuole sapere se ti piacerebbe venire a cena domani sera. Farà l’arrosto di maiale.»

«Certo» disse Morelli. «Tu ci sarai, vero?»

«Io, la nonna e Bob.»

«Oddio» disse Morelli.

Riagganciai, portai Bob a fare una passeggiata attorno all’isolato, diedi a Rex un chicco di uva passa e poi guardai la televisione per un po’. Mi addormentai più o meno a metà della partita di hockey e mi svegliai in tempo per vedere la seconda parte di un programma dedicato ai serial killer e agli avvocati. Quando il programma fu terminato controllai tre volte le serrature della porta d’ingresso e appesi il rilevatore di movimento alla maniglia: se qualcuno avesse aperto la porta l’allarme sarebbe scattato. Speravo davvero che questo non succedesse, perché dopo il programma sugli avvocati mi sentivo un po’ scossa: Ranger che fissava il mio brufolo non sembrava una cosa tanto preoccupante se paragonata a qualcuno che mi tagliava la lingua e se la portava a casa per completare la sua collezione di lingue congelate. Tanto per stare tranquilla andai in cucina e nascosi tutti i coltelli, non aveva senso facilitare le cose a un pazzo che volesse infilarsi in casa e tagliuzzarmi con il mio stesso coltello. Poi presi la pistola dal vaso dei biscotti e la ficcai sotto uno dei cuscini del divano nel caso avessi bisogno di usarla rapidamente.

Spensi le luci e mi infilai sotto la coperta del mio giaciglio di fortuna, sul divano. La nonna russava nella camera da letto. Il freezer, durante il ciclo di scongelamento, ronzava in cucina. Udii il rumore lontano della portiera di un’auto che veniva sbattuta, nel parcheggio. Tutti rumori normali, mi dissi. Allora perché il cuore mi batteva con tanta preoccupante forza? Perché avevo guardato quello stupido programma sui serial killer in televisione, ecco perché.

D’accordo, dimentica il programma. Dormi. Pensa a qualcos’altro.

Chiusi gli occhi e pensai ad Alexander Ramos, che probabilmente non era tanto diverso da quei killer perversi che mi stavano provocando le palpitazioni. Quale problema aveva Ramos? L’uomo che controllava il flusso di armi clandestine in tutto il mondo era costretto a chiedere un passaggio a una sconosciuta per comprarsi qualche sigaretta. La voce che correva sosteneva che Ramos fosse malato, ma non mi era parso né vecchio né pazzo, mentre era con me. Un po’ aggressivo, forse, non tanto paziente. Suppongo esistano luoghi dove il suo comportamento sarebbe ritenuto stravagante, ma questo era il New Jersey e mi sembrava che Ramos fosse perfetto per questo Stato.

Ero attonita al punto che a malapena gli avevo parlato, ma adesso che era trascorsa qualche ora avevo un milione di domande da fargli. Non era soltanto il desiderio di parlargli ancora un po’: avevo la bizzarra curiosità di vedere l’interno della sua casa. Quando ero bambina i miei genitori mi avevano portata a Washington a vedere la Casa Bianca. Rimanemmo lì in fila per ore, e poi fummo accompagnati in tutte le stanze aperte al pubblico. Una colossale delusione: a chi interessa la sala da pranzo del capo dello Stato? Io volevo vedere la cucina. Volevo vedere il bagno del presidente. E ora volevo vedere il tappeto del soggiorno di Alexander Ramos. Volevo esplorare la suite di Hannibal e dare un’occhiata nel frigorifero. Voglio dire, tutti loro erano stati sulla copertina del «Newsweek» perciò dovevano essere personaggi interessanti, giusto?

Questo mi fece pensare ad Hannibal, che non mi era sembrato per nulla interessante. E a Cynthia Lotte, che a sua volta non mi era parsa granché. E Cynthia Lotte nuda con Homer Ramos? Ancora niente di interessante. Bene, e allora Cynthia Lotte e Batman? Andava meglio. Un momento: Hannibal Ramos e Batman? Orrore! Corsi in bagno e mi lavai i denti. Non credo di avere una particolare fobia per l’omosessualità, ma Batman è oltre il limite.

Quando uscii dal bagno qualcuno stava armeggiando alla porta d’ingresso e grattava rumorosamente la serratura. La porta si aprì di scatto, subito bloccata dalla catenella di sicurezza, e l’allarme entrò in funzione. Quando arrivai nell’ingresso vidi il Luna che mi guardava dalla fessura tra la porta e lo stipite.

«Ehi, piccola» disse quando spensi l’allarme. «Come va?»

«Che stai facendo qui?»

«Ho dimenticato di dare a tua nonna la chiave di riserva dell’auto. Ce l’avevo in tasca. Così l’ho portata.» Mi lasciò cadere la chiave in mano. «Ragazzi, è forte questo allarme. So che ce ne sono alcuni che suonano la musica della sigla di Bonanza. Ti ricordi di Bonanza? Ragazzi, quello era un grande telefilm.»

«Come hai fatto ad aprire la porta?»

«Ho usato uno stuzzicadenti. Non volevo disturbare così tardi.»

«È stato premuroso da parte tua.»

«Il Luna cerca sempre di essere premuroso.» Mi salutò col segno della pace e se ne andò tranquillo lungo il corridoio.

Chiusi la porta e riprogrammai l’allarme. La nonna stava ancora russando in camera mia e Bob non si era mosso di un millimetro dal suo posto vicino al divano. Se il serial killer della televisione si fosse fatto vedere nel mio appartamento sarei stata completamente sola.

Cercai Rex nella gabbia e gli spiegai la faccenda dell’allarme. «Niente di cui preoccuparsi» dissi. «Lo so che è rumoroso ma almeno tu eri già sveglio e pronto a correre.» Rex era seduto in equilibrio sul suo culetto di criceto, con le zampine anteriori che gli pendevano davanti, i baffi che vibravano, le piccole orecchie di pelle sottile tese e gli occhi scuri e tondi spalancati. Lasciai cadere un pezzetto di cracker nella sua mangiatoia e lui si precipitò a ficcarselo nella tasca della guancia, poi sparì dentro la tana fatta con una lattina di zuppa. Rex sa come affrontare un momento di crisi.

Tornai al divano e mi tirai la coperta fino al petto. Niente più pensieri su Batman, mi dissi. E basta sbirciare sotto la sua tutina gommata. E basta con i serial killer. E anche con Joe Morelli visto che avrei potuto avere la tentazione di chiamarlo e chiedergli di sposarmi… o qualcosa del genere.

E allora a che cosa dovevo pensare? Per esempio, alla nonna che russava? Il rumore era abbastanza forte da compromettere il mio udito per il resto della vita. Mi sarei messa il cuscino sulla testa, ma in questo modo non avrei sentito l’allarme e il serial killer sarebbe potuto entrare e avrebbe potuto tagliarmi la lingua. Oh, merda, ecco che ricominciavo a pensare al serial killer!

Ci fu ancora rumore alla porta. Cercai di guardare l’orologio al buio. Doveva essere l’una. La porta si aprì con uno scatto e l’allarme si azionò. Senza dubbio Ranger. Mi passai una mano tra i capelli e mi assicurai che il cerotto fosse sempre al suo posto. Indossavo pantaloncini di flanella e una T-shirt bianca e all’ultimo momento fui presa dal panico che i capezzoli potessero vedersi attraverso la maglietta. Maledizione! Avrei dovuto pensarci prima. Mi affrettai ad andare nell’ingresso per spegnere l’allarme, ma prima che potessi raggiungere la porta un paio di tenaglie spuntò tra l’anta e lo stipite, fece saltare la catenella di sicurezza e la porta si spalancò.

«Ehi» dissi a Ranger «questo è barare!»

Ma non era Ranger quello che entrò dalla porta scassinata. Era Morris Munson. Strappò via il congegno antifurto dalla maniglia della porta e lo colpì con le tenaglie. L’allarme emise un ultimo gemito e morì. La nonna stava ancora russando. Bob era sempre pacificamente sdraiato vicino al divano. E Rex era in piedi sull’attenti a recitare la sua imitazione dell’orso grizzly.

«Sorpresa» disse Munson, chiudendo la porta e inoltrandosi nell’ingresso. La scacciacani, lo spray urticante, la torcia a manganello e la limetta per le unghie erano tutti nella borsa appesa a un gancio, fuori portata, alle spalle di Munson. La pistola era da qualche parte sotto i cuscini del divano, ma in realtà non volevo davvero usare la pistola: le armi mi spaventano a morte… e ammazzano la gente. Ammazzare la gente non è tra le prime voci nella lista delle mie cose preferite.

Forse avrei dovuto essere felice di vedere Munson. Voglio dire, in fin dei conti io avrei dovuto cercarlo, no? Ed eccolo qui, che si presentava spontaneamente a casa mia.

«Fermati dove sei» dissi. «Hai violato le regole della libertà su cauzione e sei sotto mandato di arresto.»

«Tu hai rovinato la mia vita» disse. «Io ho fatto di tutto per te, e tu hai rovinato la mia vita. Ti sei presa tutto. La casa, la macchina, i mobili…»

«Quella era la tua ex moglie, stupido! Assomiglio forse alla tua ex moglie?»

«Più o meno.»

«Per niente!» Specialmente visto che la sua ex moglie era morta, con le impronte degli pneumatici disegnate sulla schiena. «Come mi hai trovata?»

«Un giorno ti ho seguita fino a casa. È difficile perdere le tue tracce con quella Buick.»

«Non pensi veramente che io sia tua moglie, vero?»

Le sue labbra si tesero in un sorriso ambiguo. «No, ma se faccio credere di essere veramente fuori di testa posso reclamare l’incapacità di intendere e volere. Un povero marito sconvolto che diventa pazzo. Con te ho gettato tutte le basi, ora non mi resta che massacrarti e darti fuoco, e tornerò a casa libero.»

«Sei pazzo!»

«Lo vedi, sta già funzionando.»

«Be’, non ti andrà bene, perché sono una professionista ben allenata nella difesa personale.»

«Non dire balle. Ho chiesto in giro: tu non sei allenata a niente. Vendevi biancheria intima per signora finché non sei stata licenziata.»

«Non sono stata licenziata. Sono stata sospesa dall’incarico.»

«Qualunque cosa sia.» Aprì la mano, tenne il palmo verso l’alto e mi mostrò un coltello a serramanico. Premette il bottone e la lama scattò fuori. «Ora, se tu collabori non farà troppo male. Non ti voglio uccidere. Ho pensato di accoltellarti un paio di volte perché la scena venga bene. Magari tagliarti via un capezzolo.»

«Non pensarci neanche!»

«Ascoltami, signorina, lasciami in pace, d’accordo? Devo affrontare un’accusa per omicidio.»

«È una stupidaggine. Non funzionerà mai! Hai parlato col tuo avvocato di questo?»

«Non posso permettermi un avvocato! Mia moglie mi ha fottuto tutto, mi ha ripulito.»

Un centimetro dopo l’altro stavo arretrando verso il divano mentre parlavamo. Ora che conoscevo il suo piano di tagliarmi via un capezzolo, usare la pistola non mi sembrava una cattiva idea.

«Ferma lì» disse. «Non vorrai che ti dia la caccia in giro per tutto l’appartamento, vero?»

«Volevo solo sedermi, non mi sento tanto bene.»

E questo non era poi molto lontano dalla verità. Il cuore mi batteva all’impazzata nel petto, e avevo cominciato a sudare freddo. Mi lasciai cadere sul divano e affondai le dita nella fessura tra i cuscini. Niente pistola. Frugai con la mano sotto il cuscino accanto a me. Ancora niente.

«Che cosa stai facendo?» domandò lui.

«Sto cercando una sigaretta» dissi. «Ho bisogno di un’ultima sigaretta per calmare i nervi.»

«Scordatelo. È arrivata l’ora.» Mi si scagliò contro con il coltello, io mi scansai e lui conficcò il coltello nel cuscino del divano.

Gridai e arrancai a quattro zampe in cerca della pistola finché la trovai sotto il cuscino centrale. Munson mi venne addosso di nuovo, e io gli sparai a un piede.

Bob aprì un occhio.

«Figlia di puttana!» strillò Munson, lasciando cadere il coltello e afferrandosi il piede. «Figlia di puttana!»

Io arretrai tenendolo sotto tiro. «Sei in arresto.»

«Sono ferito. Sono ferito. Morirò. Morirò dissanguato.»

Entrambi abbassammo lo sguardo sul suo piede. Il sangue non stava esattamente sgorgando fuori. C’era una macchiolina sul mignolo.

«Devo averti colpito solo di striscio» dissi.

«Gesù» disse «che tiro maldestro. Eri proprio su di me. Come puoi aver mancato il mio piede?»

«Vuoi che ci riprovi?»

«Ormai è tutto rovinato. Hai rovinato tutto come al solito. Ogni volta che io ho un piano tu lo mandi all’aria. Avrebbe funzionato tutto alla perfezione. Dovevo venire qui, tagliarti un capezzolo e darti fuoco. Ma adesso è andato tutto a puttane.» Gettò le braccia in aria pieno di disgusto. «Donne!» Si voltò e cominciò a zoppicare in direzione della porta.

«Ehi» strillai «dove stai andando?»

«Me ne vado. Il dito del piede mi fa un male da morire. E guarda la scarpa. C’è un gran buco. Pensi che le scarpe crescano sugli alberi? Lo vedi, è questo che voglio dire. Tu non hai rispetto per nessuno se non per te stessa. Voi donne siete tutte uguali. Prendete, prendete, prendete. Dammi, dammi, dammi.»

«Non preoccuparti per la scarpa. Lo Stato provvederà a fartene avere un paio nuove.» Insieme con un bel maglione arancione e un paio di catene per le caviglie.

«Scordatelo. Io non tornerò in galera finché non saranno tutti convinti che sono pazzo.»

«Io ne sono già convinta. E inoltre ho una pistola e ti sparerò di nuovo se mi costringerai.»

Lui tenne le mani in alto. «Avanti, spara.»

Non soltanto non riuscivo a sparare a un uomo disarmato, ma avevo anche finito le munizioni. Erano sulla mia lista di cose da comprare. Latte, pane, pallottole.

Gli passai accanto, presi la borsetta dal gancio a muro e rovesciai tutto sul pavimento, poiché era il modo più veloce per trovare le manette e lo spray urticante. Sia io sia Munson ci gettammo sulle cianfrusaglie sparse per terra e vinse lui: si prese lo spray urticante e fece un salto verso la porta. «Se mi segui ti spruzzo» disse.

Lo guardai mentre se ne andava a una specie di galoppo lungo il corridoio, facendo attenzione al piede ferito. Si fermò all’ascensore e mi mostrò la bomboletta di spray urticante, agitandomela davanti al naso. «Tornerò» disse. Poi entrò in ascensore e scomparve.

Chiusi la porta a chiave. Fantastico… per quello che contava. Andai in cucina a cercare qualcosa che mi fosse di conforto. La torta era finita. Negli oscuri recessi della credenza non era nascosta nessuna barretta al cioccolato. Nessuna bevanda alcolica. Niente snack al formaggio. Il vasetto di burro di arachidi era vuoto.

Bob e io provammo con un paio di olive, ma non erano affatto ciò che la situazione richiedeva. «Avrebbero bisogno quanto meno di una glassatura» dissi a Bob.

Raccolsi alla meglio le cianfrusaglie sparse sul pavimento dell’ingresso e le gettai di nuovo dentro la borsa. Misi l’allarme distrutto sul mobile, spensi le luci e tornai al divano. Giacqui così nel buio, ma la minaccia con cui Munson se n’era andato mi risuonava in testa. Davvero non importava se fosse pazzo intenzionalmente o realmente; di base c’era il fatto che ero andata molto vicina a rimanere senza capezzoli. Probabilmente non sarei più riuscita a dormire finché non avessi messo una porta blindata. Aveva detto che sarebbe tornato, e non sapevo se fosse una questione di ore o di giorni.

Il problema era che a malapena riuscivo a tenere gli occhi aperti. Provai a cantare, ma scivolai nel sonno più o meno a metà di Novantanove bottiglie di birra sul muro. L’ultima cosa che ricordavo era di aver contato fino a cinquantasette bottiglie di birra, e poi fui svegliata di soprassalto dalla sensazione di non essere sola nella stanza.

Rimasi sdraiata, immobile, con il cuore che batteva furiosamente e i polmoni bloccati come in un fermo immagine. Non avevo sentito rumore di passi sul tappeto. Nell’aria attorno a me non sentivo l’odore del corpo di un uomo impazzito e sconvolto. C’era solo l’irrazionale consapevolezza che qualcuno si trovava nel mio spazio. E poi, senza preavviso, delle dita si posarono sul mio polso, e io fui improvvisamente in azione. L’adrenalina ebbe un’impennata e mi catapultai giù dal divano addosso all’intruso.

Entrambi fummo colti di sorpresa e inciampammo sul tavolino del salotto, finendo per terra in un groviglio di braccia e gambe. E in un attimo io mi ritrovai bloccata sotto di lui, la qual cosa non fu un’esperienza del tutto spiacevole non appena mi resi conto che si trattava di Ranger. Eravamo bacino contro bacino, petto contro petto, le sue mani allacciate ai miei polsi. Passò un istante durante il quale non facemmo altro che respirare.

«Bel placcaggio, bambina» disse. E poi mi baciò. Nessun dubbio sull’intenzione, questa volta. Non il tipo di bacio che si darebbe a una cugina, per esempio. Più il genere di bacio che un uomo darebbe a una donna quando muore dalla voglia di strapparle di dosso i vestiti e darle una buona ragione per cantare l’Alleluja.

Mi baciò ancora più profondamente e infilò le mani sotto la mia T-shirt, appoggiando i palmi aperti sulla pancia. Una scarica di calore elettrico mi contrasse i capezzoli. Grazie a Dio li avevo ancora tutti e due!

La porta della camera da letto si aprì rumorosamente e la nonna mise fuori la testa. «Va tutto bene, qui?»

Grandioso. Adesso si sveglia!

«Sì. Tutto perfetto» dissi.

«È Ranger quello sopra di te?»

«Mi stava mostrando una mossa per la difesa personale» tentai di giustificarmi.

«Non mi dispiacerebbe imparare un po’ di difesa personale» disse la nonna.

«Be’, abbiamo quasi finito.»

Ranger rotolò giù da me, sdraiandosi sulla schiena. «Se lei non fosse sua nonna le sparerei.»

«Accidenti» disse la nonna «mi perdo sempre la parte migliore.»

Balzai in piedi e misi a posto la T-shirt. «Non ti sei persa molto. Stavo giusto per fare un po’ di cioccolata calda, ne vuoi?»

«Certo» disse la nonna. «Vado a mettermi la vestaglia.»

Ranger sollevò lo sguardo su di me. Nella stanza era buio, solo una lama di luce veniva dalla porta aperta della camera da letto. E tuttavia c’era abbastanza illuminazione perché potessi vedere che la sua bocca sorrideva ma gli occhi erano seri. «Salvata dalla nonna.»

«Vuoi della cioccolata calda?»

Mi seguì in cucina. «Passo.»

Gli diedi il foglietto con il disegno della casa. «Qui c’è lo schizzo che volevi.»

«C’è nient’altro che vuoi dirmi?»

Sapeva di Alexander Ramos. «Come lo sai?»

«Stavo sorvegliando la casa sulla spiaggia. Ti ho vista far salire Ramos in macchina.»

Versai il latte in due tazze e le misi nel forno a microonde. «Che cos’è questa faccenda? Mi ha fermato per mendicare una sigaretta.»

Ranger sorrise. «Hai mai provato a smettere di fumare?»

Scossi la testa.

«Allora non puoi capire.»

«Tu fumavi?»

«Io ho fatto di tutto.» Prese il rivelatore di movimento dal mobile e se lo rigirò in mano. «Ho visto che la catena di sicurezza è rotta.»

«Non sei stato l’unica visita di stanotte.»

«Che cosa è successo?»

«Uno che non si era presentato all’udienza in tribunale ha fatto irruzione nel mio appartamento. Gli ho sparato a un piede e se n’è andato.»

«Evidentemente non hai letto il Manuale del cacciatore di latitanti. Noi dovremmo soltanto prendere i brutti ceffi e trascinare il loro fottuto culo in galera.»

Mescolai il cacao al latte caldo. «Ramos vuole che io ritorni oggi. Mi ha offerto un lavoro come contrabbandiere di sigarette.»

«È un lavoro che non devi accettare. Alexander può essere molto impulsivo, e stravagante. E paranoico. È sotto cure mediche, ma non sempre le segue. Hannibal ha assunto delle guardie del corpo per tenere d’occhio il vecchio, ma lui le sta facendo sembrare dilettanti: sgattaiola via sotto il loro naso ogni volta che ne ha la possibilità. Tra lui e Hannibal si sta svolgendo una battaglia molto dura e tu non devi rimanere intrappolata in mezzo al fuoco.»

«Non è bellissimo?» disse la nonna, entrando in cucina e prendendo la sua tazza di cioccolata. «È molto più divertente vivere con te. Noi non ricevevamo mai visite di uomini nel bel mezzo della notte, quando vivevo da tua madre.»

Ranger ripose l’allarme sul mobile. «Devo andare. Godetevi la cioccolata calda.»

Lo accompagnai alla porta. «C’è altro che devo fare? Controllare la tua posta? Dar l’acqua alle piante?»

«La mia posta viene rispedita all’avvocato e a dar l’acqua alle piante ci penso io stesso.»

«Perciò ti senti al sicuro nella tua tana?»

Gli angoli della bocca gli si curvarono in un accenno di sorriso. Si chinò e mi baciò alla base del collo, proprio sopra il bordo della T-shirt. «Sogni d’oro.»

Prima di andarsene salutò la nonna, che era rimasta in cucina.

«Che bel giovane educato» disse la nonna. «E ha un eccellente involucro.»

Andai dritta all’armadio, trovai la bottiglia di alcolico e ne versai un po’ nella cioccolata calda.

La mattina successiva la nonna e io avevamo i postumi di una sbornia.

«Devo smetterla di bere cioccolata calda nel bel mezzo della notte» disse la nonna. «Mi sembra che gli occhi mi stiano per esplodere. Forse dovrei andare a fare un controllo per il glaucoma.»

«Meglio ancora, perché non fai un controllo per il livello di alcol nel sangue?»

Presi un paio di aspirine e mi trascinai fino al parcheggio. Habib e Mitchell erano là, seduti ad aspettare, in un piccolo furgone verde con due seggiolini per bambini sul sedile posteriore, ma non c’era alcun bambino.

«È un’ottima auto per un pedinamento» dissi. «Proprio adatta.»

«Non cominciare» replicò Mitchell. «Non sono di buon umore.»

«È l’auto di tua moglie, vero?»

Mi gettò un’occhiata tetra.

«Giusto per rendervi la vita più semplice, in modo che non vi perdiate, tanto vale dirvi che per prima cosa andrò in ufficio.»

«Odio quel posto» disse Habib. «È maledetto! Porta male!»

Mi diressi in ufficio e parcheggiai giusto davanti all’ingresso. Habib rimase un isolato più indietro e tenne il motore acceso.

«Ehi, ragazza» disse Lula. «Dov’è Bob?»

«È con la nonna. Oggi dormono fino a tardi.»

«Sembra che anche tu avresti avuto bisogno di dormire ancora un po’. Hai un aspetto orribile: se il resto della tua faccia fosse nero come i cerchi sotto gli occhi potresti trasferirti nel mio quartiere. Certo, c’è di buono che con le occhiaie scure e gli occhi iniettati di sangue a mala pena si nota quel grosso e brutto brufolo.»

E ciò che c’era davvero di buono era che in quel momento non me ne fregava niente del brufolo. È curioso il modo in cui una cosa da nulla come rischiare la vita possa far guardare a un brufolo da una prospettiva completamente diversa. Quello di cui mi importava quel giorno era inchiodare Munson. Non volevo affrontare un’altra notte insonne, a preoccuparmi di andare a fuoco.

«Ho la sensazione che Morris Munson questa mattina sia di nuovo a casa sua» dissi a Lula. «Ci sto andando e ho intenzione di saltargli addosso una volta per tutte.»

«Vengo con te» disse Lula. «Non mi dispiacerebbe mettere le mani su qualcuno oggi. In effetti, sono proprio dell’umore giusto.»

Presi la pistola dalla borsa. «Sono un po’ giù di munizioni» dissi a Connie. «Ne hai qualcuna di scorta in giro?»

Vinnie fece capolino dall’ufficio. «Metti munizioni nella pistola? Ho sentito bene? È un’occasione speciale?»

«Mi capita spesso di avere la pistola carica» dissi, stringendo gli occhi inviperita. «In effetti, proprio la notte scorsa ho sparato a qualcuno.»

Ci fu un sobbalzo collettivo.

«A chi hai sparato?» domandò Lula.

«A Morris Munson. È entrato in casa mia.»

Vinnie si precipitò nella stanza. «Dov’è? È morto? Non lo hai colpito alla schiena vero? Non faccio che ripetere a tutti: non colpite mai alle spalle!»

«Non gli ho sparato alla schiena. Gli ho sparato a un piede.»

«E allora? Dov’è?»

«Santo cielo» disse Lula. «Gli hai sparato a un piede con l’ultima pallottola, vero? Spari a vuoto e finiscono le munizioni.» Scosse la testa. «Non è odioso quando succede?»

Connie tornò dalla stanza sul retro con una scatola di munizioni. «Sei sicura di volerle?» mi domandò. «Non hai davvero un bell’aspetto. Non so se sia una buona idea dare a una donna una scatola di munizioni quando ha un brufolo.»

Misi quattro pallottole nel caricatore e gettai la scatola nella borsa. «Sto benissimo.»

«Ecco una donna che ha un piano in mente» disse Lula.

Ecco una donna che ha i postumi di una sbornia e che vuole soltanto arrivare alla fine della giornata.

A metà strada verso la casa di Munson, in Rockwell Street, accostai al marciapiede e vomitai. Habib e Mitchell ridacchiarono alle mie spalle.

«Deve essere stata una notte speciale» disse Lula.

«Non ho voglia di pensarci.» Ed era più di un semplice modo di dire: davvero non volevo pensarci. Voglio dire, che diavolo era questa cosa tra me e Ranger? Dovevo essere pazza! E non riuscivo a credere di essere rimasta lì a sedere e a bere bourbon e cioccolata calda con la nonna. Non sono una buona bevitrice, mi ubriaco con due bottiglie di birra. Mi sentivo come se il cervello fosse stato sparato nell’iperspazio e il corpo fosse rimasto indietro.

Guidai per altri cinquecento metri e svoltai nel vialetto di accesso del McDonald’s per il mio infallibile rimedio contro i postumi della sbornia: patatine fritte e Coca Cola.

«Già che siamo qui potrei prendere qualcosa anch’io» disse Lula. «Uova, dolcetti, patatine, frullato al cioccolato e un Big Mac» disse ad alta voce sporgendosi davanti a me.

Sentii che stavo diventando verde. «Questo sarebbe uno spuntino?»

«Già, proprio così» disse. «Be’, lasciamo perdere le patatine.»

Il ragazzo che serviva le auto mi allungò il sacchetto del cibo e guardò il sedile posteriore della Buick. «Dov’è il suo cane?»

«A casa.»

«Peccato. È stato davvero grandioso la volta scorsa. Dio, era proprio una montagna di…»

Pestai sull’acceleratore e volai via. Quando arrivammo a casa di Munson il cibo era finito e io mi sentivo molto meglio.

«Che cosa ti fa pensare che quel pazzo sia ritornato?» domandò Lula.

«È solo una sensazione. Avrà avuto bisogno di medicarsi il piede e di prendere un altro paio di scarpe. Al suo posto, io sarei tornata a casa per fare queste cose. Ed era notte inoltrata. Trovandomi già lì avrei voluto dormire nel mio letto.»

Dall’aspetto esteriore della casa non era possibile dedurre niente. Le finestre non erano illuminate. Non c’era segno di vita all’interno. Feci il giro dell’isolato e presi il vialetto che conduceva al garage. Lula balzò fuori e guardò attraverso la finestra del garage.

«C’è! Bene» disse risalendo in auto. «O almeno, quel catorcio di macchina c’è.»

«Hai la scacciacani e lo spray urticante?»

«Un elefante ha la proboscide? Potrei invadere la Bulgaria con l’attrezzatura che tengo nella borsa.»

Tornai davanti alla casa e lasciai lì Lula per sorvegliare la porta principale, poi parcheggiai l’auto in un vicolo due abitazioni più avanti, fuori dalla vista di Munson. Habib e Mitchell parcheggiarono dietro di me con la macchinina per bambini, chiusero le portiere con la sicura e aprirono i loro sacchetti con la colazione di McDonald’s.

Superai due cortili, arrivai sul retro della casa di Munson e con cautela guardai attraverso la finestra della cucina. Tutto tranquillo. Una scatola di cerotti e un pacchetto di fazzoletti di carta si trovavano sul tavolo da pranzo. Sono un genio o no? Feci un passo indietro e guardai in alto verso il secondo piano. Si udiva un rumore molto attutito di acqua che scorreva. Munson stava facendo la doccia. Accidenti, le cose non potevano mettersi meglio di così.

Provai ad aprire la porta. Chiusa. Tentai con le finestre. Chiuse. Stavo per romperne una quando Lula venne ad aprire la porta posteriore dall’interno.

«Non era una gran serratura quella dell’ingresso principale.»

Evidentemente dovevo essere l’unica persona al mondo incapace di scassinare una porta.

Rimanemmo in cucina in ascolto. L’acqua scorreva ancora al piano di sopra. Lula teneva lo spray urticante in una mano e la scacciacani nell’altra. Io ne avevo una libera e nell’altra le manette. Salimmo le scale con cautela e ci fermammo sul pianerottolo. La casa era piccola. Due camere da letto e un bagno al secondo piano. Le porte delle camere erano aperte e le stanze erano vuote. Il bagno era chiuso. Lula si mise con la schiena al muro, a un lato della porta, pronta a spruzzare con la bomboletta. Io mi appostai all’altro lato. Entrambe sapevamo esattamente come muoverci perché avevamo guardato i film polizieschi in televisione. Sembrava che Munson non avesse mai armi con sé ed era improbabile che facesse la doccia armato, ma un po’ di cautela non guastava.

«Al tre» bisbigliai a Lula, con la mano sulla maniglia della porta. «Uno, due, tre!»

Capitolo 9

«Aspetta un minuto» disse Lula «sarà nudo. Forse non vogliamo vederlo così. Ho visto un sacco di uomini brutti nella mia vita. Non sono tanto ansiosa di vederne un altro.»

«Non mi interessa il fatto che sia nudo» dissi. «Mi interessa invece che non possa avere un coltello in tasca o una fiamma ossidrica a portata di mano.»

«Giusto.»

«D’accordo, ora ricomincio a contare. Preparati. Uno, due, tre!»

Spalancai la porta del bagno ed entrambe saltammo dentro. Munson scostò la tenda della doccia. «Che diavolo succede?»

«Sei in arresto» disse Lula. «E gradiremmo molto che ti mettessi un asciugamano addosso visto che non ho proprio voglia di guardare le tue parti intime tristi e raggrinzite.»

Aveva i capelli pieni di shampoo e una grande fasciatura al piede, protetta da un sacchetto di plastica legato stretto alla caviglia con un elastico.

«Io sono pazzo!» strillò. «Sono un maledetto pazzo e voi non mi avrete mai vivo!»

«Certo, come vuoi» disse Lula porgendogli un asciugamano. «Adesso vuoi chiudere l’acqua per favore?»

Munson prese l’asciugamano e lo gettò in faccia a Lula.

«Ehi!» disse Lula «fermo lì. Gettami di nuovo in faccia l’asciugamano e ti riempio il naso di spray urticante.»

Munson lo gettò di nuovo. «Cicciottella, cicciottella» cantilenò.

Lula dimenticò lo spray urticante e gli si gettò al collo. Munson allungò una mano e rivolse il getto della doccia contro di lei, poi saltò fuori dal box. Cercai di afferrarlo, ma era bagnato e scivoloso di sapone, e Lula stava agitando le braccia per cercare di sfuggire al getto d’acqua.

«Spruzzagli lo spray!» strillai a Lula. «Fulminalo con la corrente elettrica! Sparagli! Fa’ qualcosa!»

Munson si fece strada spintonandoci. Attraversò la casa di corsa e uscì dalla porta sul retro. Io gli stavo alle calcagna e Lula era a poco più di tre metri dietro di me. Il piede doveva fargli un male cane, ma lui corse via veloce, attraversando due cortili e poi svoltando nel vicolo. Io feci un salto e lo afferrai da dietro. Entrambi cademmo a terra e ci rotolammo allacciati, bestemmiando e graffiandoci. Munson stava cercando di liberarsi e io di trattenerlo e mettergli le manette. Sarebbe stato più semplice se avesse avuto dei vestiti a cui aggrapparsi. Così com’era non avevo nessuna voglia di aggrapparmi a lui.

«Colpiscilo dove fa male» gridava Lula. «Colpiscilo dove fa male!»

E così feci. A volte si arriva a un punto in cui non si ha più voglia di perdere tempo. Feci un passo indietro e rifilai a Munson una ginocchiata nei testicoli.

Munson gridò e si mise in posizione fetale.

Lula e io gli togliemmo le mani dalle misere parti basse e le ammanettammo dietro la schiena.

«Avrei voluto filmarti mentre lottavi con questo tipo» disse Lula. «Mi ha fatto venire in mente la barzelletta del nano nel campo di nudisti che continua a ficcare il naso negli affari degli altri.»

Mitchell e Habib erano scesi dall’auto e stavano a pochi metri da noi con l’aria sofferente.

«Ho sentito male persino io quaggiù» disse Mitchell. «Se riceviamo l’ordine di sistemarti per le feste io mi metterò un sospensorio protettivo.»

Lula corse di nuovo in casa per prendere una coperta e chiudere a chiave. E Habib, Mitchell e io trascinammo Munson fino alla Buick. Quando Lula tornò avvolgemmo Munson nella coperta e lo spingemmo sul sedile posteriore, poi lo accompagnai al posto di polizia di North Clinton. Entrammo dall’accesso posteriore, al quale si arrivava in auto.

«Proprio come da McDonald’s» disse Lula. «Solo che veniamo a lasciare qualcosa, invece di prenderlo.»

Suonai il campanello e dissi chi ero. Un attimo dopo Carl Costanza aprì la porta posteriore e sbirciò la Buick. «Che cosa c’è adesso?» chiese.

«Ho una persona sul sedile posteriore. Morris Munson. Un uccel di bosco.»

Carl guardò bene dal finestrino dell’auto e sorrise. «È nudo.»

Sospirai. «Non avrai intenzione di crearmi problemi per questo, vero?»

«Ehi, Juniak» strillò Costanza «vieni a dare un’occhiata a questo tizio nudo. Prova un po’ a immaginare a chi appartiene!»

«Va bene» disse Lula a Munson «fine dei giochi. Adesso puoi uscire.»

«No» rispose Munson «non scendo.»

«Scenderai eccome» disse Lula.

Juniak e altri due poliziotti raggiunsero Costanza sulla porta. Sorridevano tutti come piedipiatti rimbambiti.

«A volte penso che questo sia davvero un lavoro infame» disse uno dei poliziotti. «Ma poi ci sono occasioni in cui si vedono cose come queste e all’improvviso sembra che ne valga la pena. Perché quel tizio nudo ha un sacchetto di plastica al piede?»

«Gli ho sparato» dissi.

Costanza e Juniak si scambiarono un’occhiata. «Non voglio sapere niente» disse Costanza. «Non ho sentito niente.»

Lula rivolse a Munson la sua tipica occhiata da cane inferocito. «Se non tiri fuori quel tuo mucchietto d’ossa dall’auto, vengo a prenderti.»

«Fottiti» disse Munson. «Va’ a farti fottere, culona.»

I poliziotti trattennero il respiro e fecero un passo indietro.

«E va bene» disse Lula. «Adesso mi hai veramente stancato. Tanto hai fatto che hai rovinato le mie buone intenzioni. Ora vengo lì e ti stano come un topo, tu e quel tuo uccello che sembra una matita.»

Si precipitò fuori dell’auto e spalancò la portiera posteriore.

E Munson saltò giù immediatamente.

Gli avvolsi attorno la coperta ed entrammo tutti nella stazione di polizia, tranne Lula che aveva una fobia per quel genere di ambiente. Lei fece retromarcia nel vialetto, trovò un posto nel cortile e parcheggiò.

Ammanettai Munson alla panca vicino al tenente che si occupava del registro delle sentenze, presentai la documentazione e ottenni la ricevuta per la consegna del latitante. La prossima cosa da fare che avevo nella lista era andare a trovare Brian Simon.

Stavo salendo al terzo piano quando Costanza mi trattenne. «Se cerchi Simon, lascia perdere. Se l’è data a gambe non appena ha saputo che eri qui.» Mi squadrò da capo a piedi. «Non voglio offenderti o niente del genere, ma hai un aspetto orribile.»

Ero completamente coperta di polvere, i jeans si erano strappati sul ginocchio, i capelli erano alle prese con una giornata veramente pessima, e poi c’era il brufolo.

«Sembra che tu non dorma da giorni» disse Costanza.

«In effetti è così.»

«Dovrei fare due chiacchiere con Morelli.»

«Non si tratta di Morelli. Si tratta di mia nonna. Si è trasferita da me e russa.» Per non parlare del fatto che nella mia vita c’era anche il Luna. E un bel numero di pazzi. E Ranger.

«Dunque fammi capire bene. Tu vivi con tua nonna e il cane di Simon?»

«Già.»

Costanza sorrise. «Ehi, Juniak» strillò «aspetta di sentire questa.» Si voltò di nuovo verso di me. «Non mi stupisce che Morelli sia tanto di cattivo umore.»

«Di’ a Simon che l’ho cercato.»

«Contaci» disse Costanza.

Dalla stazione di polizia andammo in ufficio e io entrai con Lula per vantarmi un po’ della mia bravura come cacciatrice di latitanti. Lula e io avevamo catturato il nostro uomo. Era stata una grande cattura, anche. Un maniaco omicida. Be’, insomma, forse non era stata un’operazione ineccepibile ma, santo cielo, l’avevamo preso.

Sbattei sulla scrivania di Connie la ricevuta per la consegna del latitante. «Siamo brave o no?» dissi.

Vinnie uscì dal suo ufficio. «Per caso ho sentito parlare di una nuova cattura?»

«Morris Munson» disse Connie. «Firmato, sigillato e consegnato.»

Vinnie si dondolò sui calcagni, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, il sorriso che andava da un orecchio all’altro. «Fantastico.»

«Non ci ha nemmeno dato fuoco questa volta» disse Lula. «Siamo state brave. Lo abbiamo sbattuto in galera.»

Connie si rivolse a Lula. «Lo sapete che siete tutte bagnate?»

«Già. Be’, abbiamo dovuto stanare il maledetto fuori della doccia.»

Le sopracciglia di Vinnie schizzarono fino in cima alla fronte. «Vorreste dire che lo avete arrestato nudo?»

«Non sarebbe stato tanto male se non fosse corso fuori di casa e giù in strada» disse Lula.

Vinnie scosse la testa, il sorriso ancora più ampio. «Io adoro questo lavoro.»

Connie mi consegnò quello che mi spettava; io diedi a Lula la sua parte e tornai a casa per cambiarmi. La nonna c’era ancora, si stava preparando per la lezione di guida: aveva indossato la tuta viola con le scarpe da ginnastica e una maglietta a maniche lunghe con una scritta sul petto che diceva CIUCCIAMI IL CALZINO. «Oggi ho incontrato un uomo nell’ascensore» disse. «E l’ho invitato a cenare con noi stasera.»

«Come si chiama?»

«Myron Landowsky. È un po’ attempato, ma immagino che da qualche parte dovrò pur cominciare.» Prese la borsetta dal ripiano, se la ficcò sotto il braccio e fece una carezza sulla testa a Bob. «Bob è stato un bravo bambino oggi, a parte il fatto che ha mangiato il rotolo di carta igienica del bagno. Ah, già, speravo che tu e Joseph poteste venire con la macchina. Myron non guida quando è buio, per via della vista debole.»

«Non c’è problema.»

Mi preparai un sandwich con un uovo fritto per pranzo, mi cambiai i jeans, spazzolai i capelli raccogliendoli in una coda bassa e coprii il brufolo con una tonnellata di correttore. Misi un po’ di mascara sulle ciglia e mi guardai allo specchio. Stephanie, Stephanie, Stephanie, dissi. Che cosa stai facendo?

Mi stavo preparando per tornare alla spiaggia, ecco che cosa stavo facendo. Mi affliggeva il fatto di aver probabilmente sprecato l’opportunità di parlare con Alexander Ramos. Il giorno prima ero rimasta seduta al tavolo di fronte a lui come una perfetta imbranata. Stavamo sorvegliando la famiglia Ramos e quando io, inaspettatamente, ero riuscita a entrare nel pollaio non avevo fatto al gallo neanche una domanda. Ero sicura che il consiglio di Ranger fosse saggio, che avrei dovuto stare lontana da Alexander Ramos, ma mi sembrava stupido non tornare e provare a trarre qualche vantaggio dalla situazione.

Afferrai la giacca e misi il guinzaglio a Bob. Feci una sosta in cucina per salutare Rex e per rimettere la pistola nel vaso dei biscotti. Mi pareva non fosse una buona idea averla addosso mentre facevo da autista ad Alexander Ramos. Sarebbe stato difficile spiegare la presenza della pistola se Ramos o qualcuno dei suoi baby sitter mi avesse perquisita.

Quando scesi trovai l’auto di Joyce Barnhardt parcheggiata nel cortile del mio palazzo. «Che bella faccia! Sembri una pizza» disse.

A quanto pare il correttore non era del tutto efficace. «Hai bisogno di qualcosa?»

«Sai di che cosa ho bisogno.»

Joyce non era l’unica idiota che si aggirava nel parcheggio. Mitchell e Habib erano fermi sul lato opposto. Andai verso di loro e Mitchell abbassò il finestrino del lato guidatore.

«Avete visto la donna con cui stavo parlando?» domandai. «Quella è Joyce Barnhardt. È lei l’agente di rinforzo che Vinnie ha assoldato per trovare Ranger. Se volete arrivare a lui dovete pedinare Joyce.»

Entrambi guardarono Joyce.

«Se una donna si vestisse in quel modo al mio Paese, la lapideremmo a morte» disse Habib.

«Belle poppe, però» disse Mitchell. «Sono vere?»

«Per quel che ne so, sì.»

«Quante possibilità credi che abbia di scovare Ranger?»

«Nessuna.»

«Quante possibilità pensi di avere tu?»

«Nessuna.»

«Abbiamo ordine di sorvegliare te» disse Mitchell. «Ed è quello che faremo.»

«Peccato» commentò Habib. «Mi piace davvero guardare quella puttanella di Joyce Barnhardt.»

«Avete intenzione di seguirmi tutto il pomeriggio?»

Il rossore salì dal collo di Mitchell fino alle guance. «Abbiamo qualche altra cosa da fare.»

Sorrisi. «Devi riportare l’auto a casa?»

«Al diavolo l’auto» disse Mitchell. «Mio figlio ha una partita di calcio.»

Tornai alla Buick e feci salire Bob sul sedile posteriore. Almeno non dovevo preoccuparmi di essere seguita, grazie alla partita di calcio. Guardai nello specchietto retrovisore solo per assicurarmene: niente Habib e Mitchell. Majoyce mi stava pedinando. Accostai al marciapiede, mi fermai e Joyce si fermò pochi metri dietro di me. Scesi dall’auto e andai da lei.

«Piantala» dissi.

«È un Paese libero.»

«Hai intenzione di seguirmi tutto il giorno?»

«Probabilmente.»

«E se ti chiedessi gentilmente di non farlo?»

«Siamo realisti.»

Guardai la sua auto, una piccola fuoristrada nera nuova fiammante. Poi guardai la mia: la grossa Buick blu. Tornai al volante. «Tieniti forte» dissi a Bob. E partii in retromarcia.

Crash.

Ingranai la prima e mi feci avanti di qualche metro. Scesi e ispezionai i danni. Il paraurti della fuoristrada era accartocciato e Joyce stava lottando con l’airbag che si era gonfiato. Il posteriore della Buick era intatto. Neanche un graffio. Tornai al volante e me ne andai. Non è saggio mettersi a discutere con una donna che ha un brufolo.

A Deal il cielo era coperto, e una foschia arrivava dall’oceano. Cielo grigio, mare grigio, marciapiedi grigi, un’enorme villa rosa che apparteneva ad Alexander Ramos. Passai davanti alla villa, feci inversione di marcia, ripassai nuovamente, svoltai e parcheggiai all’angolo. Mi domandavo se Ranger fosse lì in osservazione. Avevo l’impressione di sì. Non c’erano furgoni o camioncini in sosta lungo la strada. Questo voleva dire che doveva trovarsi in una casa, e che la casa doveva essere vuota. Facile indovinare che si trattasse di una delle ville disabitate lungo la spiaggia. Molto più improbabile che fosse una di quelle sulla strada. Non ce n’era nessuna con le finestre chiuse.

Guardai l’orologio. Stessa ora, stesso posto. Ramos non c’era. Dopo dieci minuti squillò il telefono.

«Ehilà» disse Ranger.

«Ehilà a te.»

«Non sei molto brava a seguire le istruzioni.»

«Vuoi dire quelle di non accettare il lavoro di contrabbandiere di sigarette? Era troppo allettante per lasciarselo scappare.»

«Starai attenta, vero?»

«Certo.»

«Il nostro uomo ha difficoltà a uscire di casa. Rimani lì.»

«Come lo sai? Dove ti trovi?»

«Sta’ pronta. Lo spettacolo sta per cominciare» disse Ranger. E chiuse la comunicazione.

Alexander Ramos oltrepassò il cancello e attraversò la strada di corsa verso la mia auto. Spalancò la portiera e si gettò dentro. «Vai!» gridò. «Vai!»

Allontanandomi dal marciapiede vidi due uomini in giacca e cravatta che uscivano dal cancello e si precipitavano verso di noi. Pigiai a fondo l’acceleratore e ce ne andammo a gran velocità.

Ramos non aveva per nulla un bell’aspetto. Era pallido, sudava e ansimava. «Cristo» disse «non credevo che ce l’avrei fatta. Quella casa è un manicomio. Per fortuna ho guardato dalla finestra al momento giusto e ho visto la tua auto. Stavo impazzendo là dentro.»

«Vuole andare al negozio?»

«No. È il primo posto in cui mi cercherebbero. Non posso neppure andare da Sal.»

Cominciavo ad avere una pessima sensazione. Per esempio, che quello fosse uno di quei giorni in cui Alexander non aveva preso la medicina.

«Portami ad Asbury Park» disse. «Conosco un locale lì.»

«Perché quegli uomini la inseguivano?»

«Nessuno mi inseguiva.»

«Ma io li ho visti.»

«Non hai visto niente.»

Dieci minuti dopo puntò l’indice e disse: «Là. Fermati in quel bar».

Entrammo tutti e tre nel bar, ci sedemmo a un tavolo e procedemmo allo stesso rituale della volta precedente. Il barista portò una bottiglia di ouzo al tavolo senza che gli fosse chiesto nulla. Ramos ne ingollò due bicchierini e poi si accese una sigaretta.

«La conoscono tutti» dissi.

Lui si guardò in giro, osservando i fatiscenti séparé lungo una delle pareti e il bancone di mogano scuro che occupava tutta la lunghezza di un’altra. Dietro al bancone c’era la solita collezione di bottiglie e dietro a queste il solito grande specchio da bar. All’estremità opposta della stanza, uno degli sgabelli era occupato da un uomo che osservava il fondo del proprio bicchiere.

«Per alcuni anni sono venuto qui» mi disse Ramos. «Vengo quando ho bisogno di stare lontano da quei pazzi.»

«Quei pazzi?»

«La mia famiglia. Ho allevato tre figli incapaci che spendono i soldi più rapidamente di quanto io riesca a guadagnarli.»

«Lei è Alexander Ramos, vero? Ho visto una sua fotografia sul “Newsweek” non molto tempo fa. Mi dispiace per Homer. Ho letto dell’incendio sui giornali.»

Lui si versò un altro bicchierino. «Un pazzo di meno con cui avere a che fare.»

Mi sentii impallidire. Era un’affermazione agghiacciante per un padre.

Lui tirò una lunga boccata dalla sigaretta, chiuse gli occhi e assaporò quel momento. «Loro credono che il vecchio non sappia ciò che sta succedendo. Ebbene, si sbagliano: il vecchio sa tutto. Non ho messo in piedi i miei affari con la stupidità. E non l’ho fatto neppure con la gentilezza, perciò è meglio che stiano attenti a dove ficcano il naso.»

Mi voltai a dare un’occhiata alla porta. «È sicuro che qui possiamo stare tranquilli?»

«Quando sei con Alexander Ramos, sei sempre al sicuro. Nessuno tocca Alexander Ramos.»

Già, giusto. Ecco perché ci stavamo nascondendo in un bar di Asbury Park. Sembrava di stare a Stranilandia.

«Ma non amo essere disturbato quando fumo» disse. «Non voglio avere sotto gli occhi tutte quelle sanguisughe.»

«Perché non se ne libera? Dica loro di lasciare la casa.»

Lui mi osservò attraverso un velo di fumo. «Che impressione farebbe? Sono la mia famiglia.» Lasciò cadere la sigaretta a terra e la calpestò. «C’è solo un modo per liberarsi dalla famiglia.»

Oh, santo cielo.

«Abbiamo finito, qui» disse. «Devo tornare prima che mio figlio mi faccia fuori.»

«Hannibal?»

«Il signor Sotutto. Non avrei mai dovuto mandarlo al college.»

Si alzò e gettò una manciata di soldi sul tavolo. «E tu? Sei andata al college?»

«Sì.»

«E adesso che cosa fai?»

Temevo che se gli avessi detto di essere una cacciatrice di latitanti mi avrebbe sparato. «Un po’ di questo e un po’ di quello» dissi.

«Tutta quella buona istruzione e non hai un lavoro?»

«Parla come mia madre.»

«Probabilmente stai facendo venire il crepacuore a tua madre.»

Questo mi fece sorridere. Era un pazzo furioso, ma in qualche modo mi piaceva. Mi ricordava mio zio Punky.

«Lei sa chi è stato a uccidere Homer?»

«Homer si è ucciso da solo.»

«Ho letto sui giornali che non hanno trovato l’arma, perciò hanno escluso il suicidio.»

«C’è più di un modo di uccidersi. Mio figlio era stupido e avido.»

«Oh… non l’ha ucciso lei, vero?»

«Ero in Grecia quando gli hanno sparato.»

Ci guardammo negli occhi. Sapevamo entrambi che questo non rispondeva alla domanda. Ramos avrebbe potuto ordinare l’esecuzione del figlio.

Lo riaccompagnai a Deal e parcheggiai in una strada laterale, a un isolato dalla villa rosa.

«Ogni volta che vuoi guadagnarti venti verdoni devi soltanto farti vedere giù all’angolo» disse Ramos.

Sorrisi. Non avevo accettato denaro da lui e probabilmente non sarei tornata.

«D’accordo» dissi «mi tenga d’occhio.»

Me ne andai non appena scese dall’auto. Non volevo rischiare che i tizi in giacca e cravatta mi vedessero. Dieci minuti dopo il telefono squillò.

«Un incontro breve» disse Ranger.

«Beve, fuma, torna a casa.»

«Hai saputo niente?»

«Penso che sia pazzo.»

«È l’opinione generale.»

A volte Ranger aveva modi confidenziali e diretti, altre volte sembrava un agente di cambio. Ricardo Carlos Manoso, l’Uomo del Mistero.

«Pensi che Ramos abbia ucciso il figlio?»

«Ne sarebbe capace.»

«Ha detto che Homer è stato assassinato perché era avido e stupido. Tu conoscevi Homer: era davvero così?»

«Homer era il più debole dei suoi tre figli. Aveva sempre scelto la strada più facile. Ma questa a volte può diventare un problema.»

«In che senso?»

«Homer era il tipo che perdeva centomila dollari al gioco e poi cercava la strada più semplice per trovare il denaro, come assaltare un camion e derubarlo, o commerciare droga. Così facendo pestava i piedi alla mafia o si scontrava con la polizia e Hannibal doveva pagare la cauzione per tirarlo fuori.»

Il che mi indusse a domandarmi che cosa stesse facendo Ranger con Homer Ramos la notte in cui era stato ucciso. Ma sarebbe stato fiato sprecato chiederglielo.

«A più tardi, bambina» disse Ranger. E chiuse la comunicazione.

Tornai a casa in tempo per portare a spasso Bob e farmi una doccia.

Persi un’altra mezz’ora per sistemarmi i capelli in modo che avessero un’aria volutamente trascurata, come se non avessi avuto voglia di sforzarmi troppo, ma fossi così naturalmente bella da avere comunque un aspetto fantastico. Pareva un sacrilegio andare in giro con un’acconciatura tanto sexy e un brufolo tanto grosso e brutto, perciò lo spremetti finché scoppiò. Dopo di che quello che mi rimase sul mento fu un grosso buco sanguinante. Maledizione. Ci appiccicai un pezzetto di carta igienica per fermare il sangue mentre mi truccavo. Indossai un paio di pantaloni neri elasticizzati e un maglione rosso a girocollo. Mi tolsi la carta igienica dal mento e feci un passo indietro per dare un’occhiata generale. Le borse sotto gli occhi si erano notevolmente ridotte e sul mento si stava già cominciando a formare una crosticina. Non proprio una modella da copertina, ma con la luce bassa avrei avuto un aspetto accettabile.

Sentii la porta d’ingresso aprirsi e richiudersi, e la nonna passò oltre il bagno per andare in camera da letto, provocando un piccolo spostamento d’aria.

«Ragazzi, guidare è fantastico» disse. «Non so perché sono andata in giro tutti questi anni senza patente. Nel pomeriggio ho fatto una lezione di guida e poi è venuta a prendermi Melvina, mi ha portata sul corso principale e mi ha lasciata fare qualche giro al volante. Sono stata molto brava, anche. A parte quando ho frenato troppo bruscamente, una volta, e Melvina si è fatta male alla schiena.»

Il campanello suonò e, aprendo la porta, mi trovai davanti Myron Landowsky che ansimava nel corridoio. Landowsky mi aveva sempre fatto pensare a una tartaruga, con quella testa calva piena di macchie color fegato che sporgeva dalle spalle curve e la cintura dei pantaloni tirata su fin quasi alle ascelle.

«Ti dico una cosa: se non si decidono a sistemare quell’ascensore, io trasloco» disse. «Sono ventidue anni che abito qui, ma me ne andrò se devo. La vecchia Besder sale con quel suo treppiede da passeggio e poi, prima di uscire, preme il pulsante di arresto. Gliel’ho visto fare un milione di volte. Le ci vogliono quindici minuti solo per uscire dall’ascensore, e poi lei se ne va e l’ascensore rimane bloccato. E nel frattempo noi, al terzo piano, che cosa dovremmo fare? Ho dovuto venire fin qui a piedi.»

«Desidera un bicchier d’acqua?»

«Ha qualche liquore?»

«No.»

«Fa niente, allora.» Si guardò attorno. «Sono venuto a prendere tua nonna. Andiamo fuori a cena.»

«Si sta preparando. Ci vorrà solo un minuto.»

Bussarono alla porta e Morelli entrò. Mi guardò e poi guardò Myron.

«È un appuntamento a quattro» spiegai. «Questo è un amico della nonna, Myron Landowsky.»

«Vuole scusarci, per favore?» disse Morelli, trascinandomi nel corridoio.

«In ogni caso devo sedermi» rispose Landowsky. «Sono dovuto venire fin qui a piedi.»

Morelli chiuse la porta, mi spinse contro il muro e mi baciò. Quando ebbe finito mi guardai per controllare di essere ancora vestita.

«Accidenti» dissi.

Mi sfiorò l’orecchio con le labbra. «Se non fai uscire quei vecchi dal tuo appartamento morirò per autocombustione.»

Sapevo esattamente come si sentiva: l’avevo sperimentato quella mattina mentre facevo la doccia, ma questo non era di grande aiuto.

La nonna aprì la porta ed entrò. «Per un attimo ho creduto che ve ne foste andati senza di noi.»

Prendemmo la Buick perché nel furgone di Morelli non c’era abbastanza posto pef tutti. Joe era al volante, Bob era seduto vicino a lui e io vicino al finestrino. La nonna e Myron erano nel sedile posteriore, a discutere di antiacidi.

«Ci sono novità sull’assassinio Ramos?» domandai a Morelli.

«Niente di nuovo. Barnes è ancora convinto che sia stato Ranger.»

«Nessun altro sospetto?»

«Abbastanza da riempire lo stadio di Shea. Ma non ci sono prove contro nessuno.»

«Che cosa mi dici della famiglia?»

Morelli mi guardò negli occhi. «E che cosa ti devo dire?»

«Sono sospettati?»

«Come chiunque altro che lo sia già in almeno tre Stati.»

Quando parcheggiammo, mia madre era sulla soglia di casa. Sembrava strano vederla lì, in piedi, da sola. Negli ultimi due anni c’era sempre stata la nonna accanto a lei. Una madre e una figlia i cui ruoli si erano ribaltati: la nonna che si sottraeva allegramente alle responsabilità familiari, mia madre che mestamente se ne faceva carico, cercando disperata di trovare una collocazione per un’anziana donna che improvvisamente era diventata uno strano ibrido tra madre tollerante e figlia ribelle. E mio padre, in soggiorno, che non voleva avere alcuna parte in tutto ciò.

«Non è fantastico?» disse la nonna. «Sembra tutto diverso da questo lato della porta.»

Bob si precipitò giù dall’auto e puntò mia madre, guidato dal profumo di arrosto di maiale che arrivava a zaffate dalla cucina.

Myron si muoveva più lentamente. «Gran macchina, la tua» disse. «Una vera bellezza. Non fanno più auto come queste, sono tutte catorci, oggigiorno, catorci di plastica. Fatti da un manipolo di stranieri.»

Mio padre raggiunse l’ingresso. Questo era il suo genere di discorsi: era un americano di seconda generazione e adorava parlar male degli stranieri, parenti esclusi. Si ritrasse quando vide che a parlare era stato l’Uomo Tartaruga.

«Questo qui è Myron» disse la nonna a titolo di presentazione. «È il mio accompagnatore, stasera.»

«Bella casa» disse Myron. «I rivestimenti di alluminio sono molto resistenti. Questo è un rivestimento di alluminio, vero?»

Bob correva in giro come un pazzo, eccitato dall’odore del cibo. Si fermò nell’ingresso e diede una bella annusata al sedere di mio padre.

«Fa’ uscire questo cane di qui» disse lui. «Da dove salta fuori?»

«Questo qui è Bob» spiegò mia nonna. «Sta soltanto salutando. Ho visto in televisone un programma che parlava di cani e diceva che annusare il sedere è per loro come stringersi la mano. So tutto dei cani, adesso. E siamo molto fortunati che Bob abbia avuto i testicoli asportati in tempo, prima che prendesse l’abitudine di montare le gambe alla gente. Dicono che sia davvero difficile togliere quest’abitudine a un cane.»

«Una volta, da bambino, avevo un coniglio che montava le gambe della gente» disse Myron. «Ragazzi, una volta che ti aveva afferrato la gamba, neanche il diavolo lo avrebbe allontanato. E non si preoccupava affatto di chi montava: una volta prese il gatto tenendolo per il collo e quasi lo uccise.»

Sentii che Morelli era scosso da una risata silenziosa alle mie spalle.

«Sto morendo di fame» disse la nonna. «Mangiamo.»

Ci sedemmo tutti a tavola, a parte Bob che consumava il suo pasto in cucina. Mio padre si servì un paio di fette di maiale e passò il vassoio a Morelli, poi cominciammo a far girare la ciotola di purè di patate. E i fagiolini, la salsa di mele, il vasetto dei sottaceti, il cestino dei panini e le barbabietole in agrodolce.

«Niente barbabietole per me» disse Myron. «Mi fanno venire la diarrea. Non so com’è: si diventa vecchi e tutto ti fa venire la diarrea.»

Bella prospettiva.

«Sei fortunato» replicò la nonna. «Sei fortunato a non aver bisogno del Metamucil. Adesso che il Commerciante si è ritirato dagli affari i prezzi delle medicine saliranno alle stelle e anche altra roba sarà introvabile. Ho comprato l’auto appena in tempo.»

Mia madre e mio padre alzarono gli occhi dal piatto.

«Hai comprato un’auto?» disse mia madre. «Nessuno me lo aveva detto.»

«Ed è anche un gioiello» rispose la nonna. «È una Corvette rossa.»

Mia madre si fece il segno della croce. «Santo cielo» disse.

Capitolo 10

«Come hai potuto permetterti una Corvette?» domandò mio padre. «Tutto quel che hai è la pensione sociale.»

«Ho i soldi della vendita della casa» disse la nonna. «E comunque ho fatto un buon affare. Persino il Luna ha detto che ho fatto un buon affare.»

Mia madre si fece di nuovo il segno della croce. «Il Luna» ripeté con appena una sfumatura isterica nella voce. «Hai comprato un’auto da quell’uomo?»

«No, non da lui» disse la nonna. «Il Luna non vende auto. L’ho comprata dal Commerciante.»

«Grazie al cielo» disse mia madre, mettendosi una mano sul cuore. «Per un momento… Sono contenta che almeno tu sia andata da un commerciante.»

«Non un commerciante di auto» le rispose la nonna. «L’ho comprata da un commerciante di Metamucil. L’ho pagata quattrocentocinquanta verdoni. È un buon prezzo, vero?»

«Dipende» disse mio padre. «Ha il motore?»

«Non ci ho guardato» rispose la nonna. «Le auto non hanno tutte il motore?»

Joe era sulle spine. Non voleva essere lui a riprendere mia nonna per il possesso di merce rubata.

«Mentre Louise e io stavamo guardando le auto, c’era una coppia di uomini nel cortile del Commerciante, e parlavano di Homer Ramos» disse la nonna. «Dicevano che era un grande commerciante di macchine anche lui. Non sapevo che la famiglia Ramos vendesse auto, pensavo che trattasse solo armi.»

«Homer Ramos vendeva auto rubate» disse mio padre con la testa china sul piatto. «Lo sanno tutti.»

Mi voltai verso Joe. «È vero?»

Joe si strinse nelle spalle. Non si sbilanciava. La faccia di bronzo del poliziotto. Per chi era capace di leggere tra le righe, quella faccia diceva: «Indagine in corso».

«E non è tutto» proseguì la nonna. «Quello tradiva la moglie. Era un vero bastardo. Dicono che il fratello non sia meglio di lui. Vive giù in California ma si tiene una casa qui per vedere delle donne di nascosto. Tutta quella famiglia è marcia, se volete saperlo.»

«Deve essere piuttosto ricco se ha due case» disse Myron. «Vorrei averli io tanti soldi. Mi prenderei una ragazza anch’io.»

Ci fu un silenzio generale mentre tutti ci stavamo domandando che cosa se ne sarebbe fatto Landowsky di una ragazza.

Lui si allungò a prendere la ciotola del purè, ma era vuota.

«Dammela, la riempio» disse la nonna. «Ellen ne lascia sempre un po’ in caldo sulla stufa.» Prese la ciotola e trotterellò via.

«Oh-oh» esclamò, appena mise piede in cucina.

Mia madre e io ci alzammo simultaneamente e andammo a vedere che cosa fosse successo. La nonna era in mezzo alla stanza e guardava la torta sul tavolo. «La buona notizia è che Bob non ha mangiato tutta la torta» disse. «La cattiva notizia è che ha leccato via la glassa da un lato.»

Senza perdere un colpo, mia madre prese un coltello a spatola dal cassetto delle posate, tolse un po’ di glassa dalla cima della torta, la spalmò sul lato che Bob aveva leccato e spolverò di cocco tutto il dolce.

«Era un sacco di tempo che non mangiavamo una torta al cocco» disse la nonna. «Ha un gran bell’aspetto.»

Mia madre mise la torta sopra il frigorifero, fuori della portata di Bob. «Quando eri bambina, anche tu avevi il vizio di leccare la glassa ogni volta» mi disse. «Abbiamo mangiato un sacco di torte al cocco.»

Morelli mi rivolse uno sguardo interrogativo quando tornai in sala.

«Non fare domande» dissi. «E non mangiare la parte esterna della torta.»

Il cortile era quasi pieno di auto quando tornai a casa. I più anziani erano già rientrati, e già piazzati davanti al televisore.

Myron fece dondolare le proprie chiavi di casa davanti alla nonna. «Che ne dici di venire da me per il bicchiere della staffa, dolcezza?»

«Voi uomini siete tutti uguali» disse la nonna. «Sapete pensare soltanto a una cosa.»

«A che cosa?» domandò Myron.

La nonna storse la bocca. «Se hai bisogno che te lo spieghi, allora non ha senso che venga da te per il bicchiere della staffa.»

Morelli accompagnò la nonna e me fino in casa. La lasciò entrare, poi mi prese di lato. «Potresti venire a casa con me» disse.

La tentazione c’era. E non per il motivo che sperava Morelli: ero stanca morta, e Morelli non russava. Forse sarei davvero riuscita a dormire a casa sua. Avevo trascorso tante notti insonni che non mi ricordavo neppure quale effetto facesse dormire.

Lui mi sfiorò le labbra con un bacio. «La nonna non se ne avrà a male. C’è Bob con lei.»

Otto ore, pensai. Tutto quello che volevo erano otto ore di sonno, e sarei tornata come nuova.

Lui infilò le mani sotto il mio maglione. «Sarà una notte da ricordare.»

Sarebbe stata una notte senza piromani scassinatori armati di coltello. «Sarebbe un paradiso» dissi, senza neppure rendermi conto che stavo parlando a voce alta.

Lui era così vicino che potevo sentire ogni parte del suo corpo premuta contro di me. E una di quelle parti stava crescendo. Di solito questo avrebbe stimolato una reazione corrispondente nel mio corpo. Ma quella sera pensavo che si trattasse di qualcosa di cui potevo fare a meno. E tuttavia, se quello era il prezzo da pagare per avere una notte di sonno decente, andasse come doveva andare.

«Dammi solo il tempo di fare un salto in casa a prendere qualcosa» dissi a Morelli, già immaginando me stessa teneramente accoccolata nel suo letto con una camicia da notte di flanella adatta all’occasione. «E poi devo dirlo alla nonna.»

«Non hai intenzione di entrare, chiudere a chiave la porta e lasciarmi qui fuori, vero?»

«Perché dovrei fare una cosa del genere?»

«Non lo so. Era solo una sensazione…»

«Dovresti venire dentro» gridò la nonna. «C’è un programma in televisione, tutto sugli alligatori.» Poi drizzò le orecchie. «Che cos’è questo strano rumore? Sembra un grillo.»

«Merda» disse Joe.

Lui e io sapevamo che cos’era quel suono. Era il suo cercapersone. Morelli stava facendo del proprio meglio per ignorarlo.

Io fui la prima ad arrendermi. «Dovrai guardarlo prima o poi» dissi.

«Posso anche evitare di farlo» disse lui. «So di cosa si tratta, e non è niente di piacevole.» Controllò il display, fece una smorfia e si diresse al telefono in cucina. Quando tornò aveva in mano un tovagliolo di carta con su scritto un indirizzo, e io gli rivolsi uno sguardo interrogativo.

«Devo andare» disse. «Ma tornerò.»

«Quando? Quando tornerai?»

«Mercoledì al più tardi.»

Alzai gli occhi al cielo. Umorismo da poliziotto.

Mi diede un rapido bacio e se ne andò.

Premetti il pulsante di richiamata del telefono. Rispose una donna e riconobbi la voce. Terry Gilman.

«Guarda qui» disse la nonna. «L’alligatore ha mangiato una mucca. Non è una cosa che si vede tutti i giorni.»

Mi sedetti accanto a lei. Per fortuna non ci furono altre scene di quel genere. Per quanto adesso sapessi che Joe stava andando a incontrare Terry Gilman, la morte e la distruzione mi facevano ancora un certo effetto. Il fatto che fosse senza dubbio un incontro di lavoro toglieva una parte del gusto all’idea di impazzire per la gelosia. E tuttavia sarei forse riuscita a entrare in una discreta agitazione se soltanto non fossi stata così maledettamente stanca.

Quando il programma sugli alligatori fu finito, guardammo per un po’ il canale delle vendite promozionali.

«Credo che andrò a letto» disse alla fine la nonna. «Devo fare il mio sonno di bellezza.»

Non appena fu uscita dalla stanza tirai fuori cuscino e coperta, spensi le luci e mi buttai sul divano. Mi addormentai all’istante, di un sonno profondo e senza sogni. E breve. Infatti fui svegliata dal russare della nonna. Mi alzai per chiudere la sua porta, ma era già chiusa. Sospirai, in parte di autocommiserazione e in parte di stupore, nel vedere che lei riusciva a dormire con tutto quel rumore. Avrebbe dovuto svegliarla. Bob sembrava non farci caso. Dormiva sul pavimento a un’estremità del divano, sdraiato su un fianco.

Mi infilai sotto la coperta e mi costrinsi a tornare a dormire. Mi rigirai per un po’. Misi le mani sulle orecchie. Mi agitai ancora. Il divano era scomodo. La coperta era in disordine e la nonna continuava a russare. «Arrrgh» dissi. Bob non si mosse.

La nonna doveva andarsene, in un modo o nell’altro. Mi alzai e arrancai fino in cucina. Guardai nella credenza e nel frigorifero. Niente di interessante. Era da poco passata mezzanotte. Non tanto tardi, in realtà. Forse avrei dovuto uscire e andare in un bar per calmare i nervi. La cioccolata era un calmante, giusto?

Mi infilai i jeans e le scarpe e coprii la giacca del pigiama con un cappotto. Presi la borsa dal gancio nell’ingresso e uscii. Ci sarebbero voluti solo dieci minuti per fare un salto al bar e poi sarei tornata a casa e senza dubbio mi sarei di nuovo addormentata.

Entrai nell’ascensore quasi aspettandomi di trovare Ranger, ma lui non si fece vedere. E non c’era ombra di lui neanche nel parcheggio. Accesi il motore della Buick, andai fino al negozio e comprai dei dolcetti al cioccolato. Ne mangiai un po’ immediatamente con l’intenzione di tenere il resto per quando fossi stata a letto ma, chissà come, finirono tutti.

Pensai alla nonna e al fatto che russava, e la cosa non mi invogliò a tornare a casa, perciò mi diressi a casa di Joe. Joe abita appena fuori dal Burg in una villetta a schiera che ha ereditato da una zia. All’inizio era parso strano pensare a lui come a un proprietario. Ma in qualche modo la casa si era modellata su Joe e l’unione si era dimostrata gradevole. Era una casetta graziosa in una strada tranquilla. La schiera di villette era in uno stile semplice ed essenziale, con la cucina sul retro e le camere da letto e il bagno al primo piano.

La casa era buia. Nessuna luce filtrava da dietro le tende. Nessun furgone parcheggiato lungo la strada. Nessun segno di Terry Gilman. Bene, forse mi stavo comportando proprio come una ragazzina ansiosa. E forse i dolcetti erano stati solo una scusa per andare lì. Composi il numero di Joe sul cellulare. Nessuna risposta.

Era un peccato che non fossi brava a scassinare le serrature. Avrei potuto entrare e andare a dormire nel letto di Joe. Proprio come Riccioli d’Oro.

Ingranai la marcia e lentamente percorsi tutta la lunghezza dell’isolato, con la sensazione di non essere più stanca. Diavolo, pensai, giacché sono qua senza niente da fare, perché non dare un’occhiata alla casa di Hannibal?

Uscii dal quartiere di Joe, presi la Hamilton e andai in direzione del fiume. Arrivai sulla Route 29 e in pochi minuti ero già davanti alla villetta. Buio, buio, buio. Nessuna luce nemmeno lì. Parcheggiai nell’isolato successivo, appena girato l’angolo, e andai a piedi fino alla casa. Rimasi lì, giusto davanti, a guardare le finestre. C’era forse un tenue bagliore nella stanza principale? Attraversai il prato con circospezione e poi i cespugli che circondavano la casa, quindi premetti il naso contro la finestra. C’era decisamente un po’ di luce proveniente da qualche parte della casa. Poteva essere la lampada di un comodino. Difficile dire da dove venisse.

Tornai precipitosamente sul vialetto e poi, di buon passo, alla pista ciclabile dove aspettai qualche istante perché gli occhi si abituassero all’oscurità. Quindi, con cautela, mi inoltrai verso il cortile di Hannibal. Mi arrampicai sull’albero e osservai la finestra. Tutte le tende erano tirate ma, di nuovo, c’era un barlume di luce che veniva da qualche punto al piano terra. Cominciavo a pensare che quella luce non volesse dire niente quando improvvisamente si spense.

Questo mi fece sobbalzare il cuore in petto, poiché non avevo alcuna voglia di farmi sparare di nuovo. In realtà, probabilmente, non era una grande idea rimanere lì sull’albero. Forse sarebbe stato meglio spiare da una certa distanza… per esempio dalla Georgia. Silenziosamente scesi a terra e stavo per andarmene in punta di piedi quando udii lo scatto di una serratura. O qualcuno aveva chiuso dall’interno per la notte, oppure stava venendo fuori per spararmi. Questo mi indusse ad affrettarmi.

Ero sul punto di svoltare sulla strada quando udii lo scricchiolio di un cancello che si apriva. Mi appiattii contro la recinzione, nascosta nell’ombra, trattenni il fiato e osservai la pista ciclabile.

Una figura solitaria comparve. Chiuse il cancello. Si fermò un momento e guardò esattamente nella mia direzione. Ero quasi sicura che fosse uscita dal cortile di Hannibal. Ero quasi sicura che non riuscisse a vedermi. C’era un buon tratto di distanza tra noi ed essa era quasi invisibile nell’oscurità; la luce naturale della notte ne mostrava solo la sagoma. Girò sui tacchi e si avviò nella direzione opposta a me, passando sotto la lama di luce che proveniva da una finestra, e per un attimo fu visibile. Il fiato mi si spezzò in gola. Era Ranger. Aprii la bocca per chiamarlo ma se n’era già andato, scomparso nella notte. Come un fantasma.

Corsi sulla strada e rimasi in ascolto. Non sentii nulla, tranne il rumore di avviamento di un motore non lontano da lì. Una piccola fuoristrada nera attraversò l’incrocio e lentamente si diresse in città. Ero per metà spaventata e per metà smarrita, come se fosse stata tutta un’allucinazione dovuta alla mancanza di sonno. Confusa, tornai all’auto e partii in direzione di casa.

La nonna stava ancora russando come un boscaiolo quando lasciai cadere la borsetta sul ripiano della cucina. Salutai Rex e arrancai verso il divano. Non mi diedi neppure la pena di togliere le scarpe. Mi limitai a crollare sui cuscini e a tirarmi addosso la coperta.

Quando riaprii gli occhi, il Luna e Dougie erano seduti sul tavolino del salotto e mi fissavano.

«Ehi!» strillai. «Che diavolo succede?»

«Salve, piccola» disse il Luna «spero che non ti abbiamo, come dire, svegliata.»

«Che cosa ci fate in casa mia?» strillai.

«Il ragazzo, qui, un tempo conosciuto come il Commerciante, ha bisogno di parlarti. È un po’, come dire, confuso. Sai com’è, un attimo fa era un uomo d’affari di successo, e l’attimo dopo — wham - si vede strappare via tutto il futuro da sotto i piedi. Non è proprio una bella cosa, ragazza.»

Dougie scosse la testa. «Non è una bella cosa» ripeté.

«Così abbiamo pensato che forse tu avevi qualche idea per il suo prossimo impiego» proseguì il Luna «visto che tu hai un lavoro di successo. Voi due siete un po’ come… be’, una bella coppia di imprenditori.»

«Non che non abbia ricevuto delle offerte» precisò Dougie.

«Proprio così» disse il Luna. «Dougie è molto richiesto nel commercio dei farmaci. C’è sempre spazio per giovani intraprendenti nel settore farmaceutico.»

«Vorresti dire come il Metamucil?»

«Anche quello» disse il Luna.

Come se Dougie non fosse già abbastanza nei guai. Vendere Metamucil rubato era un conto. Vendere crack era tutta un’altra storia.

«Probabilmente il commercio dei farmaci non è una buona idea» spiegai loro. «Potrebbe anche ridurre la tua aspettativa di vita.»

Dougie annuì nuovamente. «Esattamente quello che pensavo. E ora che Homer è uscito di scena le cose si faranno complicate.»

«Accidenti a Homer» disse il Luna. «Era una bella persona. Ecco, lui era un uomo d’affari.»

«Homer?» domandai.

«Homer Ramos. Homer e io eravamo così» disse il Luna unendo i due indici. «Eravamo vicini, piccola.»

«Mi stai dicendo che Homer Ramos era implicato in un giro di droga?»

«Be’, certo» disse il Luna. «Non lo siamo tutti?»

«Come l’hai conosciuto?»

«Non lo conoscevo davvero, in senso fisico. Era più una specie di legame cosmico. Lui era, come dire, il grande santone della droga e io una specie di seguace. È stato davvero un colpo di sfortuna che gli abbiano aperto un buco in testa. E proprio quando aveva appena preso quel costoso tappeto, oltre tutto.»

«Un tappeto?»

«Ero al negozio di tappeti Art’s Carpet’s la scorsa settimana, e stavo osservando la compravendita dei tappeti. E lo sai come vanno queste cose: all’inizio pensi che i tappeti siano assolutamente eccellenti, e poi, più li guardi, più cominciano a sembrarti tutti uguali. E prima che tu te ne renda conto sei ipnotizzato dai tappeti. E subito dopo, senza accorgertene, ti stai prendendo una pausa, sdraiato sul pavimento, a tremare di freddo. E mentre ero lì sdraiato, dietro ai tappeti, ho sentito Homer entrare. È passato nella stanza sul retro, ha preso un tappeto e se n’è andato. E il tizio dei tappeti, sai, il proprietario, stava parlando con Homer del fatto che il tappeto valeva un milione di dollari e Homer doveva starci molto attento. Un bel po’ di soldi, eh?»

Un tappeto da un milione di dollari! Arturo Stolle aveva dato un tappeto da un milione di dollari a Homer Ramos poco prima che Ramos fosse ucciso. E ora Stolle stava cercando Ranger, l’ultima persona che aveva visto Ramos vivo… a eccezione del tizio che lo aveva ucciso. E Stolle pensava che Ranger avesse qualcosa che apparteneva a lui. Tutta questa faccenda di Stolle poteva davvero riguardare solo un tappeto? Difficile da credere. Doveva essere un tappeto dannatamente importante.

«Sono quasi sicuro che non si è trattato, come dire, di un’allucinazione» disse il Luna.

«Sarebbe stata una strana allucinazione» commentai.

«Non così strana come la volta che credevo di essermi trasformato in un gigantesco palloncino di gomma da masticare. È stato davvero spaventoso, piccola. Avevo queste manine e questi piedini, e tutto il resto era gomma da masticare. Non avevo neppure una faccia. Ed ero, come dire, tutto masticato, sai.» Il Luna rabbrividì involontariamente. «È stato un gran brutto viaggio, piccola.»

La porta si aprì e Morelli entrò. Guardò il Luna e Dougie, poi guardò l’orologio e alzò le sopracciglia.

«Ehi, ragazzo» disse il Luna. «È un sacco di tempo che non ci vediamo. Come vanno le cose?»

«Non mi lamento» disse Morelli.

Dougie, per nulla ingenuo come il Luna, saltò in piedi alla vista di Morelli e calpestò accidentalmente Bob che guaì di sorpresa e affondò i denti nei pantaloni di Dougie strappando un brandello di stoffa.

Nonna Mazur aprì la porta della camera da letto e guardò fuori. «Che cosa succede?» domandò. «Mi sto perdendo qualcosa?»

Dougie si dondolava sui talloni, pronto a scattare verso la porta alla prima occasione, non si sentiva a proprio agio in presenza di un poliziotto. Gli mancavano molte delle qualità necessarie per essere un criminale di successo.

Morelli sollevò una mano in segno di resa. «Ci rinuncio» disse. Mi diede un bacio svogliato sulle labbra e si voltò per andarsene.

«Ehi, aspetta» dissi. «Ho bisogno di parlarti.» Guardai il Luna. «Da sola.»

«Certo» disse il Luna. «Nessun problema. Abbiamo apprezzato il saggio consiglio sulla faccenda dei farmaci. Io e Dougie dovremo cercare altre strade per trovargli un impiego.»

«Io torno a letto» disse la nonna quando il Luna e Dougie se ne andarono. «Non sembra niente di interessante. Preferivo la notte scorsa quando eri sul pavimento con quel cacciatore di latitanti.»

Morelli mi rivolse lo stesso sguardo che hanno i comici della televisione quando il loro compare fa qualcosa di incredibilmente stupido.

«È una lunga storia» dissi.

«Ci scommetto.»

«Non penso che tu abbia voglia di ascoltare tutta questa noiosa faccenda per intero proprio adesso» dissi.

«Credo che invece sarebbe molto divertente. È così che si è rotta la tua catenella di sicurezza?»

«No, quella è opera di Morris Munson.»

«Una nottata molto impegnativa.»

Sospirai e mi lasciai sprofondare di nuovo sul divano.

Morelli si accomodò in una poltrona di fronte a me. «Allora?»

«Sai niente di tappeti?»

«So che stanno sul pavimento.»

Gli raccontai la storia del Luna e del tappeto da un milione di dollari.

«Forse non era il tappeto che valeva un milione di dollari» disse Morelli. «Forse c’era qualcosa dentro al tappeto.»

«Per esempio?»

Joe si limitò a guardarmi.

Feci a me stessa qualche domanda a voce alta. «Che cosa è abbastanza piccolo da stare dentro a un tappeto? Droga?»

«Ho visto un pezzetto del filmato registrato dalle telecamere di sicurezza durante l’incendio da Ramos» disse Morelli. «La notte in cui si è incontrato con Ranger, Homer Ramos aveva con sé una borsa da palestra quando è passato davanti alla telecamera nascosta. E Ranger aveva la borsa quando se n’è andato. Corre voce che Arturo Stolle abbia perso un bel po’ di denaro e voglia parlare con Ranger. Che cosa ne pensi?»

«Penso che forse Stolle ha dato a Ramos della droga. Ramos l’ha passata a qualcuno perché la tagliasse e la distribuisse e si è ritrovato con una borsa da palestra piena di soldi, parte dei quali appartenevano a Stolle. Qualcosa è successo tra Ranger e Homer Ramos, e Ranger ha preso la borsa.»

«E se fosse andata così, allora probabilmente questa era un’attività fuori dalle abitudini di Homer Ramos» disse Morelli. «Droga, estorsione e gioco d’azzardo sono cose per il crimine organizzato. Le armi sono roba per la famiglia Ramos. E Homer Ramos ha sempre rispettato questa regola.»

Non fosse per il fatto che, a Trenton, si trattava piuttosto di crimine disorganizzato. Trenton si trovava proprio a metà tra New York e Philadelphia, nessuno se ne interessava molto ed era frequentata perlopiù da un manipolo di delinquenti di medio livello che passava le giornate a giocare d’azzardo nei vari ritrovi. I soldi delle bische contribuivano a stabilizzare lo spaccio di droga. E la droga veniva smerciata da bande dei bassifondi che si davano nomi come i Corleone. Non fosse stato per i film del Padrino e per i documentali sul crimine in televisione, probabilmente a Trenton nessuno avrebbe saputo come agire e quale nome darsi.

Così ora cominciavo ad avere un’idea più chiara del motivo per cui Alexander Ramos era tanto cinico nei confronti del figlio. Ma la domanda principale rimaneva: cinico abbastanza da ucciderlo? E forse avevo anche capito la ragione per cui Arturo Stolle stava cercando Ranger.

«Queste sono solo congetture» proseguì Morelli. «Solamente parole.»

«Tu non mi dici mai niente delle informazioni che ottieni dalla polizia. Perché ora mi racconti tutto questo?»

«Queste non sono esattamente informazioni avute in polizia. Queste sono solo le idee sparse che mi ronzano in testa. Ho tenuto d’occhio Stolle per parecchio tempo senza molta fortuna. Forse questo è l’indizio che stavo aspettando. Ho bisogno di parlare con Ranger, ma non riesco a farmi ritelefonare. Perciò ti riferisco tutto e tu potrai informare Ranger.»

Annuii. «Gli darò il messaggio.»

«Nessun particolare al telefono.»

«Capito. Com’è andata con la Gilman?»

Morelli sorrise. «Lascia che indovini. Hai accidentalmente urtato il pulsante di richiamata del telefono.»

«D’accordo, lo ammetto, sono stata cattiva.»

«La Squadra Anticrimine sta avendo qualche problema organizzativo. Avevo notato un aumento dei traffici fuori e dentro i locali notturni, perciò ho manifestato le mie preoccupazioni a Vito. Vito ha mandato Terry per rassicurarmi che i ragazzi non stavano rifornendosi di armi nucleari per la Terza guerra mondiale.»

«Ho visto Terry mercoledì. Ha consegnato una lettera ad Hannibal Ramos.»

«La Anticrimine e la squadra che si occupa del traffico d’armi stanno cercando di ristabilire i confini. Homer Ramos ha abbattuto alcune barriere e ora che è uscito di scena le barriere devono essere ripristinate.» Joe mi stuzzicò il piede con il proprio. «Allora?»

«Allora, che cosa?»

«Che cosa ne dici?»

Ero tanto stanca che avevo le labbra insensibili e Morelli voleva che ci dessimo un po’ da fare. «Certo» dissi. «Lascia solo che riposi gli occhi per un minuto.»

Chiusi gli occhi e quando mi svegliai era già mattina. Morelli non c’era più.

«Sono in ritardo» disse la nonna, trotterellando dalla camera da letto alla cucina. «Ho dormito troppo. È colpa di tutte quelle interruzioni durante la notte. Questo posto sembra la stazione centrale. Tra mezz’ora ho la mia ultima lezione di guida. E poi domani farò l’esame: speravo che tu potessi accompagnarmi.»

«Certamente. Lo farò.»

«E poi traslocherò. Niente di personale, ma questa è una gabbia di matti.»

«E dove andrai?»

«Torno a vivere da tua madre. Tuo padre si merita di avere qualcuno con cui litigare, comunque.»

Era domenica e la nonna andava sempre in chiesa la domenica mattina. «E che ne è della messa?»

«Non ho tempo per quello, oggi. Dio dovrà fare a meno di me. In ogni caso tua madre sarà là a rappresentare la famiglia.»

Mia madre svolgeva sempre questo compito, perché mio padre non andava mai a messa: rimaneva a casa e aspettava che arrivasse la busta bianca del fornaio. Da quando ho memoria, ogni domenica mattina mia madre andava in chiesa, e sulla via del ritorno si fermava dal fornaio. Ogni volta portava a casa focacce con la marmellata. Nient’altro che focacce con la marmellata. Biscotti, torte al caffè e cannoli venivano acquistati nei giorni feriali: la domenica era la giornata delle focacce alla marmellata. Era come fare la comunione. Sono una cattolica per nascita, ma nella mia personale religione la Trinità sarà per sempre composta dal Padre, dal Figlio e dalla Santa Focaccia alla Marmellata.

Misi il guinzaglio a Bob e lo portai fuori a fare una passeggiata. L’aria era fresca e il cielo blu, la primavera sembrava ormai alle porte. Non vidi Habib e Mitchell nel parcheggio. Immaginai che non lavorassero di domenica. Non vidi neppure Joyce Barnhardt. E questo fu un sollievo.

La nonna se n’era andata quando tornai a casa e l’appartamento era immerso in una quiete paradisiaca. Diedi da mangiare a Bob, bevvi un bicchiere di spremuta d’arancia e poi mi rannicchiai sotto la coperta. Mi svegliai all’una del pomeriggio e ripensai alla mia conversazione con Joe, la notte precedente. Avevo tenuto duro con lui: non gli avevo detto di aver visto Ranger che usciva dalla casa di Hannibal. Mi domandai se anche Morelli mi avesse nascosto qualche informazione. Era decisamente possibile che lo avesse fatto, la nostra relazione professionale aveva un codice di regole completamente diverso dalla relazione personale, Joe lo aveva stabilito fin dall’inizio: c’erano faccende di polizia che lui semplicemente non condivideva con me. Le regole personali erano ancora in fase evolutiva, lui aveva le sue e io avevo le mie; di tanto in tanto ci trovavamo d’accordo. Non molto tempo prima avevamo fatto un tentativo di andare a vivere insieme, ma le responsabilità mettevano a disagio lui e la reclusione infastidiva me. Perciò ci eravamo separati.

Riscaldai una scatoletta di zuppa di pollo con pasta e telefonai a Joe. «Mi dispiace per la notte scorsa» dissi.

«Da principio ho temuto che fossi morta.»

«Ero stanca.»

«Me l’ero immaginato.»

«La nonna è uscita, per tutto il giorno, e io ho un po’ di lavoro da fare. Mi domandavo se avessi voglia di fare da dog sitter a Bob.»

«Per quanto tempo?» domandò Morelli. «Un giorno? Un anno?»

«Un paio d’ore.»

Subito dopo chiamai Lula. «Devo fare una violazione di domicilio con scasso. Vuoi venire con me?»

«Diavolo, certo. Non c’è niente che mi piaccia di più di una violazione di domicilio.»

Portai Bob da Morelli e gli diedi qualche istruzione. «Tienilo d’occhio. Mangia qualunque cosa.»

«Forse dovremmo arruolarlo in polizia» disse Joe. «Come se la cava con gli alcolici?»

Quando arrivai a casa di Lula lei mi stava aspettando sotto la veranda. Era vestita in modo discreto, con un paio di pantacalze verde acido e una giacchetta di pelliccia finta rosa shocking. La si sarebbe potuta piazzare a un angolo, nella nebbia, in piena notte, e sarebbe stata visibile ad almeno cinque chilometri di distanza.

«Bella tenuta» dissi.

«Volevo essere carina nel caso ci arrestassero. Sai come fanno, ti scattano una fotografia e tutto il resto.» Salì in auto e mi squadrò. «Ti dispiacerà di aver indossato quella camicetta incolore. Non farà nessuna figura. E a questo proposito, non ti sei neppure acconciata i capelli. Che razza di pettinatura è quella?»

«Non ho in programma di farmi arrestare.»

«Non si sa mai. Non fa mai male prendere qualche precauzione e aggiungere un po’ di eye-liner al trucco. Da chi stiamo andando a scassinare, in ogni caso?»

«Hannibal Ramos.»

«Come hai detto? Vuoi dire il fratello del defunto Homer Ramos? E il figlio primogenito del re delle armi, Alexander Ramos? Sei diventata pazza?»

«Probabilmente non è a casa.»

«Come pensi di scoprirlo?»

«Penso di suonare il campanello.»

«E se viene ad aprire?»

«Gli domanderò se ha visto il mio gatto.»

«Oh-oh» disse Lula. «Tu non hai un gatto.»

D’accordo, era una piccola bugia. Non mi era venuto in mente niente di meglio. Avrei scommesso che Hannibal non fosse in casa. Non avevo sentito Ranger pronunciare nessun tipo di saluto la notte precedente. Non avevo notato luci accese dopo che lui se n’era andato.

«Che cosa stai cercando?» domandò Lula. «O vuoi semplicemente morire giovane?»

«Lo saprò quando lo vedrò» dissi. O almeno lo speravo.

Per la verità, non volevo pensare troppo a quello che stavo cercando. In parte temevo che avrebbe incriminato Ranger. Lui mi aveva chiesto di sorvegliare la casa di Hannibal e poi era andato a ficcare il naso senza di me. Mi faceva sentire come un ragazzino che viene lasciato indietro. E inoltre ero un po’ preoccupata: che cosa era andato a cercare a casa di Ramos? E per di più, che cosa era andato a cercare alla casa di Deal? Sospettavo che la mia spedizione per inventariare porte e finestre gli avesse fornito le informazioni che gli occorrevano per penetrare nell’edificio. Che cosa mai poteva esserci là, da valer la pena di correre un rischio simile?

Ranger, l’Uomo del Mistero, andava bene quando tutto funzionava a dovere, ma ora mi ritrovavo invischiata in qualcosa di molto serio e cominciavo a pensare che il costante mistero che ammantava Ranger fosse ormai un po’ superato: volevo sapere che cosa stava succedendo ed esigevo qualche rassicurazione sul fatto che in questo caso Ranger si trovasse dalla parte giusta della legge. Voglio dire, chi era quell’uomo?

Lula e io ci fermammo sul marciapiede a studiare la casa di Hannibal. Le tende erano ancora tirate. Tutto molto quieto. Anche le villette vicine erano silenziose. Domenica pomeriggio: erano tutti giù in centro.

«Sei sicura che questo sia l’indirizzo giusto?» disse Lula. «Non sembra affatto la casa di un pezzo grosso del traffico di armi. Mi aspettavo qualcosa come il Taj-Mahal. Qualcosa di simile al posto dove abita Donald.»

«Donald Trump non vive nel Taj-Mahal.»

«Invece sì, quando è ad Adantic City. Questo galletto non ha neppure le torri di guardia per le sentinelle. Che razza di trafficante d’armi è?»

«Di basso livello.»

«Un fottuto miserabile.»

Mi avvicinai alla porta e suonai il campanello.

«Di basso livello o no» disse Lula «se viene ad aprire me la faccio addosso.»

Provai a far girare la maniglia, ma la porta era chiusa a chiave.

Guardai Lula. «Tu sei capace di scassinare una serratura, vero?»

«Diavolo, certo. Non hanno ancora inventato una serratura che io non riesca ad aprire. Solo che non ho portato con me il mio comediavolosichiama.»

«L’attrezzo per scassinare?»

«Esatto. E comunque che cosa facciamo con il sistema d’allarme?»

«Ho la sensazione che il sistema d’allarme non sia attivato.» E, se lo fosse stato, saremmo scappate via come il vento non appena fosse entrato in funzione.

Tornammo sul marciapiede, facemmo il giro dell’isolato e arrivammo sulla pista ciclabile da una traversa un po’ più lontana, nel caso qualcuno ci stesse osservando. Proseguimmo fino alla recinzione della casa di Hannibal ed entrammo attraverso il cancello, che non era chiuso a chiave.

«Sei stata qui altre volte?» domandò Lula.

«Già.»

«Che cosa è successo?»

«Mi ha sparato.»

«Mmm, interessante.»

Afferrai la maniglia della porta che dava sul portico e la scossi. Non era chiusa a chiave.

«Puoi entrare prima tu» disse Lula. «So che ti piace tanto.»

Tirai la tendina di lato e feci un passo nella casa di Hannibal.

«È buio qui» disse Lula. «Questo tizio deve essere un vampiro.»

Mi voltai a guardarla.

«Oh-oh» disse lei. «Mi sono spaventata da sola.»

«Non si tratta di un vampiro. Tiene le tende tirate perché nessuno possa guardare dentro. Farò un controllo preliminare per accertarmi che la casa sia vuota. E poi andrò di stanza in stanza per vedere se salta fuori qualcosa di interessante. Voglio che tu rimanga qui per fare la guardia.»

Capitolo 11

Il primo piano era vuoto, e così pure il seminterrato. Qui c’era una piccola stanza di servizio e un’ampia sala da gioco con un televisore a schermo gigante, un tavolo da biliardo e un mobiletto bar. Mi venne in mente che nel seminterrato poteva esserci qualcuno che guardava la televisione e la casa sarebbe comunque apparsa scura e disabitata dall’esterno.

C’erano tre camere da letto al primo piano, anch’esse senza traccia di vita umana. Una stanza era chiaramente quella principale. Un’altra era stata trasformata in ufficio, con librerie a muro e una grande scrivania dal ripiano ricoperto di pelle. E la terza camera da letto era quella degli ospiti. Fu quella a catturare il mio interesse; sembrava che ci vivesse qualcuno: le lenzuola erano in disordine, vestiti da uomo erano appoggiati su una delle sedie, un paio di scarpe era stato gettato in un angolo della stanza.

Perquisii i cassetti e gli armadi, controllando le tasche degli abiti in cerca di qualcosa che potesse identificare l’ospite. Non c’era niente. Gli abiti erano costosi. Immaginai che il loro proprietario dovesse essere di statura media e di media costituzione, al di sotto del metro e ottanta e probabilmente sugli ottanta chili. Confrontai i pantaloni con quelli che si trovavano nella camera principale: Ramos aveva un giro vita maggiore e un gusto più classico. Il bagno di Hannibal era adiacente alla camera da letto principale, quello degli ospiti era in fondo al corridoio: nessuno dei due riservava sorprese, con la sola eccezione di alcuni preservativi nel bagno degli ospiti. L’ospite si aspettava un po’ di movimento.

Passai nell’ufficio, controllai prima di tutto la libreria. Biografie, un atlante, un po’ di narrativa. Mi sedetti alla scrivania. Non c’erano agende né rubriche di indirizzi. C’era solo un blocchetto per appunti e una penna. Nessun messaggio. Un computer portatile. Lo accesi. Niente sul desktop. Tutto ciò che trovai sull’hard disk appariva innocuo. Hannibal era molto cauto. Spensi il computer e rovistai nei cassetti. Anche qui, niente. Hannibal era ordinato. La sua presenza lasciava un disordine minimo. Mi domandai se la sua suite nella villa sulla spiaggia fosse nelle stesse condizioni.

La persona che stava nella stanza degli ospiti non era altrettanto ordinata. La sua scrivania, dovunque si trovasse, doveva essere un vero disastro.

Non avevo trovato armi nelle stanze al piano superiore. Poiché sapevo con certezza che Hannibal aveva almeno una pistola, questo significava probabilmente che la teneva con sé. Non sembrava il tipo di persona che lascia la propria arma nel vaso dei biscotti.

Subito dopo tornai nel seminterrato. Non c’era molto su cui investigare laggiù.

«Che delusione» dissi a Lula chiudendomi la porta della cantina alle spalle. «Non c’è niente qui.»

«Non ho trovato niente neppure a questo piano» confermò lei. «Nessuna scatola di fiammiferi con l’indirizzo di qualche bar, niente armi nascoste sotto i cuscini del divano. C’è qualcosa da mangiare nel frigorifero. Birra, succo di frutta, qualche fetta di pane e qualche piatto freddo. C’è anche qualche lattina di gazzosa. E questo è tutto.»

Andai al frigorifero e osservai l’involucro dei piatti freddi. Erano stati acquistati allo Shop Rite due giorni prima. «Questo è davvero inquietante» dissi a Lula. «Qualcuno vive in questa casa.» Ciò che pensai ma non dissi fu che chiunque fosse poteva tornare in qualsiasi momento.

«Già, e non se ne intende molto di piatti freddi» disse Lula. «Ha comprato petto di pollo e formaggio svizzero quando avrebbe potuto avere salame e provolone.»

Eravamo in cucina, a guardare dentro al frigorifero, e non prestavamo molta attenzione a ciò che succedeva davanti alla casa. Si udì il rumore di una serratura che scattava e Lula e io ci irrigidimmo.

«Oh-oh» disse Lula.

La porta si aprì. Cynthia Lotte mosse qualche passo all’interno e socchiuse gli occhi per guardarci nella luce tenue. «Che cosa diavolo state facendo qui?» domandò.

Lula e io eravamo senza parole.

«Diglielo» fece Lula, dandomi di gomito. «Dille che cosa stiamo facendo qui.»

«Non preoccuparti di che cosa ci facciamo noi» dissi. «Che cosa ci fai tu

«Non sono affari vostri. E comunque io ho una chiave, perciò è ovvio che sono di casa, qui.»

Lula tirò fuori una Glock. «Bene, io ho una pistola, perciò credo che siamo due a uno per noi.»

Cynthia tirò fuori dalla borsetta una calibro .45. «Anche io ho una pistola. Siamo pari.»

Entrambe si voltarono a guardare me.

«Io ho una pistola a casa» dissi. «Ho dimenticato di portarla.»

«Questo non conta» fece Cynthia.

«Qualcosa conta» replicò Lula. «Non è come se non avesse affatto una pistola. E inoltre lei è terribile quando ha la pistola. Una volta ha ucciso un uomo.»

«Mi ricordo di averlo letto sul giornale. A Dickie è quasi venuto un infarto, pensava che potesse avere una pessima ripercussione su di lui.»

«Dickie è gradevole come le emorroidi» dissi.

Cynthia sorrise senza allegria. «Tutti gli uomini fanno quest’effetto.» Si guardò attorno. «Di solito venivo qui con Homer, quando Hannibal era fuori città.»

Questo spiegava la chiave. E forse anche i preservativi nel bagno. «Homer teneva i propri vestiti nella stanza degli ospiti?»

«Un paio di camicie. Un po’ di biancheria.»

«Ci sono degli abiti di sopra, nella stanza degli ospiti. Forse potresti dare un’occhiata e dirmi se sono di Homer.»

«Prima voglio sapere che cosa state facendo qui.»

«Un mio amico è un possibile sospetto per l’incendio e per l’assassinio di Homer. Sto cercando di chiarire che cosa è successo davvero.»

«E tu che cosa pensi? Che Hannibal abbia ucciso il fratello?»

«Non lo so. Sto andando a tentoni.»

Cynthia si diresse verso le scale. «Lasciate che vi dica qualcosa di Homer: tutti volevano ucciderlo. Compresa la sottoscritta. Homer era un bugiardo, un verme traditore. La sua famiglia non faceva altro che pagare cauzioni per tirarlo fuori di galera. Se io fossi stata nei panni di Hannibal, avrei sparato a Homer molto tempo prima, ma i legami familiari dei Ramos sono molto forti.»

La seguimmo su per le scale fino alla stanza degli ospiti e aspettammo sulla soglia mentre entrava e dava un’occhiata in giro.

«Alcuni di questi sono certamente abiti di Homer» disse, esaminando il contenuto dei cassetti. «Altri non li ho mai visti prima d’ora.» Diede un calcio a un paio di boxer di seta a disegni fantasia che giacevano sul pavimento. «Avete visto questi?» Prese la mira e sparò cinque colpi contro i boxer. «Questi erano di Homer.»

«Dannazione» disse Lula «non risparmiarli.»

«Sapeva essere davvero affascinante» disse Cynthia. «Ma la sua attenzione durava poco quando si trattava di donne. Pensavo fosse innamorato di me. Speravo di poterlo cambiare.»

«Che cosa è successo che ha fatto cambiare idea a te, invece?»

«Due giorni prima che fosse ucciso mi ha detto che la nostra storia era finita. Mi ha detto cose molto sgradevoli, mi ha detto che se gli avessi creato qualche problema mi avrebbe fatta fuori, e poi mi ha svuotato il cofanetto dei gioielli e ha preso la mia auto. Ha detto che aveva bisogno di soldi.»

«Lo hai denunciato alla polizia?»

«No. Gli ho creduto quando ha detto che mi avrebbe ammazzata.» Ripose la pistola nella tasca della giacca. «Comunque, a un certo punto ho pensato che forse Homer non aveva avuto tempo di rivendere i miei gioielli… che forse li aveva nascosti qui.»

«Ho perlustrato tutta la casa» dissi «e non ho visto gioielli da donna, ma se vuoi guardare tu stessa sei la benvenuta.»

Lei si strinse nelle spalle. «È passato troppo tempo. Avrei dovuto venire a controllare prima.»

«Non avevi paura di incontrare Hannibal?» chiese Lula.

«Contavo sul fatto che Alexander fosse venuto per partecipare ai funerali, e Hannibal fosse perciò nella residenza sulla costa.»

Scendemmo tutte al piano terra.

«E in garage?» domandò Cynthia. «Ci avete guardato? Non credo che abbiate trovato la mia Porsche argentata.»

«Dannazione» disse Lula, molto impressionata. «Tu hai una Porsche?»

«Homer me l’aveva regalata per l’anniversario dei nostri primi sei mesi insieme.» Sospirò. «Come ho detto, Homer sapeva essere davvero affascinante.»

In quel caso «affascinante» stava per «generoso».

Hannibal aveva un box a due posti adiacente alla casa. La porta del garage si trovava subito fuori dall’ingresso ed era chiusa con un catenaccio. Cynthia l’aprì e accese la luce. Ed eccola lì… la Porsche argentata.

«La mia Porsche!» strillò Cynthia. «Non avrei mai creduto di rivederla.» Smise di strillare e arricciò il naso. «Che cos’è questo odore?»

Lula e io ci guardammo. Conoscevamo quell’odore.

«Oh-oh» disse Lula.

Cynthia corse verso l’auto. «Spero che mi abbia lasciato le chiavi. Spero…»

Si interruppe bruscamente e guardò dentro l’auto attraverso il finestrino. «C’è qualcuno che dorme nella mia macchina.»

Lula e io facemmo una smorfia e Cynthia cominciò a urlare. «È morto! È morto! È morto nella mia Porsche!»

Lula e io ci avvicinammo e guardammo dentro.

«Già. È morto stecchito» confermò Lula. «La causa sono quei tre buchi nella fronte. Sei fortunata» disse a Cynthia «sembra che questo tizio abbia avuto a che fare con una calibro .22. Se gli avessero sparato con una .45 ci sarebbe cervello sparso dappertutto. Un proiettile calibro .22 entra e va un po’ in giro per il cranio, come Pacman.»

Difficile dirlo con il corpo accasciato sul sedile, ma pareva alto circa un metro e settanta, forse in sovrappeso di una ventina di chili. Capelli scuri tagliati corti, sui quarantacinque anni. Indossava una camicia di maglina e un cappotto sportivo. Al dito mignolo un anello di diamanti. Tre fori nella testa.

«Lo riconosci?» domandai a Cynthia.

«No. Non l’ho mai visto prima. È terribile. Com’è potuto accadere? C’è del sangue sui rivestimenti.»

«Non è così grave, considerando che si è preso tre pallottole in testa» disse Lula. «Un consiglio: non usare acqua calda per toglierlo. L’acqua calda fa coaugulare il sangue.»

Cynthia aprì la portiera e cercò di trascinare il tizio morto fuori dall’auto, ma il cadavere non collaborava.

«Mi farebbe comodo un po’ d’aiuto» disse Cynthia. «Qualcuno vada dall’altra parte e lo spinga.»

«Ehi, aspetta un minuto» dissi. «Questa è la scena del delitto. Dovresti lasciare tutto come sta.»

«Col cavolo» disse Cynthia. «Questa è la mia auto e io me ne andrò con lei. Lavoro per un avvocato, so quello che succede: requisirebbero l’auto fino al giorno del giudizio universale. E poi probabilmente la consegnerebbero a sua moglie.» Aveva tirato fuori il corpo per metà, ma le gambe erano rigide e non si piegavano.

«Avremmo bisogno di quei due tizi che ho visto in televisione» disse Lula. «Tagliavano in due un uomo e non facevano neanche tanto disordine.»

Cynthia aveva afferrato la testa, sperando di far leva in qualche modo. «Il piede si è incastrato nella leva del cambio. Qualcuno gli dia un calcio.»

«Non guardare me» disse Lula. «La gente morta mi fa venire i brividi. Non ho intenzióne di toccare nessun cadavere.»

Cynthia afferrò la giacca dell’uomo e tirò. «È impossibile. Non riuscirò mai a tirare fuori questo idiota dalla mia auto.»

«Forse potremmo lubrificarlo» disse Lula.

«Forse potreste aiutarmi» disse Cynthia. «Vai dall’altra parte e metti un piede contro il suo sedere mentre Stephanie mi aiuta a tirare.»

«Finché si tratta solo di un piede» disse Lula. «Suppongo di poterlo fare.»

Cynthia prese la testa di quell’uomo e io afferrai saldamente il davanti della camicia, mentre Lula lo spingeva fuori con un colpo assestato a dovere.

Lo lasciammo cadere immediatamente e facemmo un passo indietro.

«Chi pensi che lo abbia ucciso?» domandai. Senza aspettarmi una risposta, in realtà.

«Homer, naturalmente» disse Cynthia.

Scossi la testa. «È morto da troppo poco tempo per essere stato ucciso da Homer.»

«Hannibal?»

«Non penso che Hannibal lascerebbe un cadavere nel suo stesso garage.»

«Be’, non mi interessa chi lo ha ucciso» disse Cynthia. «Adesso ho la Porsche e me ne vado a casa.»

Il tizio morto giaceva raggomitolato sul pavimento con le gambe piegate in modo innaturale, i capelli spettinati, la camicia fuori dai pantaloni.

«Che ne facciamo di lui?» domandai. «Non possiamo semplicemente lasciarlo qui in questo modo. Sembra che stia così… scomodo.»

«È per via delle gambe» disse Lula. «Si sono irrigidite mentre era seduto.» Prese una sedia da giardino da una pila in fondo al garage e la mise accanto al tizio morto. «Se lo mettiamo su una sedia sembrerà più naturale, come se stesse aspettando un passaggio o qualcosa del genere.»

Così lo sollevammo, lo mettemmo sulla sedia e ci scostammo un po’ per dare un’occhiata. Quando ci allontanammo, però, lui cadde dalla sedia. Faccia a terra.

«Meno male che è morto» disse Lula «altrimenti si sarebbe fatto un male del diavolo.»

Lo mettemmo di nuovo a sedere sulla sedia e questa volta lo avvolgemmo con una corda elastica. Il naso era leggermente schiacciato e un occhio si era chiuso a causa dell’impatto dopo la caduta» così che uno era aperto e l’altro no, ma a parte questo aveva un discreto aspetto. Ci allontanammo nuovamente e lui rimase al suo posto.

«Me ne vado» disse Cynthia. Abbassò tutti i finestrini dell’auto, premette il pulsante di apertura del garage, fece retromarcia e partì.

La porta del garage si richiuse e Lula e io rimanemmo con il morto.

Lula si dondolava da un piede all’altro. «Pensi che dovremmo dire qualche parola di commiato per il defunto? Non mi piace mancare di rispetto ai morti.»

«Penso che dovremmo andarcene alla svelta da qua.»

«Amen» disse Lula, e si fece il segno della croce.

«Credevo che tu fossi battista.»

«Già, ma noi non abbiamo alcun gesto rituale per occasioni come questa.»

Uscimmo dal garage, sbirciammo dalla porta sul retro per assicurarci che non ci fosse nessuno in giro, e ce la svignammo dalla porta sotto il patio. Ci chiudemmo il cancello alle spalle e percorremmo la pista ciclabile fino all’auto.

«Non so tu» disse Lula «ma io ho intenzione di tornare a casa e rimanere sotto la doccia per un paio d’ore, poi mi sciacquerò con un detergente al cloro.»

Sembrava una buona idea, specialmente perché una doccia mi avrebbe dato l’opportunità di rimandare a più tardi la visita a Morelli. Voglio dire, che cosa gli avrei raccontato? «Indovina un po’, Joe, oggi sono entrata in casa di Hannibal Ramos scassinando la porta. Poi ho manomesso la scena del delitto, aiutato una donna a cancellare delle prove e infine me ne sono andata. Perciò, se mi troverai ancora attraente dopo dieci anni di galera…» Per non parlare del fatto che questa era la seconda volta che Ranger veniva visto allontanarsi dal luogo di un omicidio.

Quando tornai nel mio appartamento avevo tutti i sintomi di un pessimo umore. Ero andata a casa di Hannibal per cercare informazioni, e ora ne avevo più di quante ne desiderassi e non volevo pensare al loro significato. Chiamai Ranger sul cercapersone e pranzai il che, nello stato di distrazione mentale in cui mi trovavo, si ridusse a qualche oliva. Di nuovo.

Portai il telefono in bagno con me prima di fare la doccia. Poi mi cambiai d’abito, asciugai i capelli e diedi alle ciglia un paio di colpetti di mascara. Stavo considerando la possibilità di usare anche l’eye-liner quando Ranger telefonò.

«Voglio sapere che cosa sta succedendo» dissi. «Ho appena trovato un tizio morto nel garage di Hannibal.»

«E allora?»

«E allora voglio sapere chi è. E voglio sapere chi lo ha ucciso. E voglio sapere che cosa stavi facendo ieri notte, quando sei sgattaiolato fuori dalla casa di Ramos.»

Riuscivo a percepire la forza della personalità di Ranger dall’altro capo del filo. «Non occorre che tu sappia nessuna di queste cose.»

«Col cavolo, non occorre. Sono appena rimasta invischiata in un omicidio.»

«Sei capitata sulla scena di un delitto. È diverso dall’essere coinvolti in un omicidio. Hai già chiamato la polizia?»

«No.»

«Sarebbe una buona idea chiamare la polizia. E potresti rimanere vaga sulla parte che riguarda l’ispezione e la serratura scassinata.»

«Dovrei rimanere vaga su un mucchio di cose.»

«È una tua scelta» disse Ranger.

«Sei perfido!» gli strillai al telefono. «Sono stufa di questa faccenda del Misterioso Ranger. Tu hai qualche problema, te ne rendi conto? Un giorno mi infili le mani sotto la maglietta e il giorno dopo mi dici che non sono affari miei. Non so neppure dove vivi.»

«Se non sai niente, non puoi rivelare niente.»

«Grazie per il voto di fiducia.»

«Le cose stanno così» disse Ranger.

«E c’è dell’altro, Morelli vuole che tu lo chiami. Sta sorvegliando qualcuno da molto tempo e ora tu sei in qualche modo collegato con questo qualcuno, e Morelli pensa che tu potresti essergli di aiuto.»

«Più tardi» disse Ranger. E riagganciò.

Ottimo. Se questo era quello che voleva, allora andava benissimo anche a me.

Mi precipitai in cucina, presi la pistola dal vaso dei biscotti, afferrai la borsa e attraversai a grandi passi il corridoio, scesi le scale, uscii dall’ingresso e andai alla Buick. Joyce era parcheggiata in cortile, nella fuoristrada con il paraurti accartocciato. Mi vide uscire dal palazzo e mi fece un gestaccio. Glielo restituii e partii per andare a casa di Morelli. Joyce mi seguiva a un’auto di distanza. Benissimo. Poteva seguirmi quanto voleva, a quel punto. Per quello che mi riguardava, Ranger doveva cavarsela da solo. Io mi tiravo fuori dalla scena.

Morelli e Bob erano seduti fianco a fianco sul divano a guardare la televisione, quando entrai. C’era una scatola vuota della pizzeria Pino sul tavolino del salotto, un contenitore da gelato vuoto e un paio di lattine di birra accartocciate.

«Pranzo?» domandai.

«Bob aveva fame. E non preoccuparti, non ha bevuto birra.» Morelli mi indicò il posto accanto a sé battendo leggermente la mano sui cuscini. «C’è posto per te, qui.»

Quando Morelli era un poliziotto, i suoi occhi marrone scuro erano duri e determinati, il volto asciutto e spigoloso, e la cicatrice che gli attraversava il sopracciglio destro dava la giusta impressione che Joe non avesse mai vissuto una vita prudente. Quando si sentiva sexy, gli occhi castani erano come cioccolato fuso, la bocca si ammorbidiva e la cicatrice dava l’errata impressione che avesse bisogno di amorevoli cure materne.

E in quel preciso momento Morelli si sentiva molto sexy. E io mi sentivo molto poco sexy. In realtà mi sentivo assolutamente scontrosa. Mi lasciai cadere sul divano e gettai un’occhiata torva alla scatola di pizza vuota, ricordandomi del pranzo a base di olive.

Morelli fece scivolare il braccio attorno alle mie spalle e mi solleticò il collo. «Finalmente soli» disse.

«Devo dirti qualcosa.»

Morelli si irrigidì.

«Mi sono imbattuta in un tizio morto, oggi.»

Lui sprofondò nel divano. «Ho una ragazza che trova tizi morti. Perché proprio a me?»

«Sembri mia madre.»

«Mi sento come se lo fossi.»

«Be’, non farlo» lo rimbeccai. «Non mi piace nemmeno quando è mia madre a sentirsi mia madre.»

«Immagino che tu voglia parlarmene.»

«Ehi, se non vuoi ascoltare non c’è problema. Posso semplicemente telefonare alla stazione di polizia.»

Lui si drizzò a sedere. «Non li hai ancora chiamati? Oh merda, fammi indovinare: sei entrata in casa di qualcuno e hai inciampato in un omicidio.»

«La casa di Hannibal.»

Morelli si alzò in piedi. «La casa di Hannibal?»

«Ma non sono entrata con la forza. La porta sul retro era aperta.»

«Che cosa diavolo stavi facendo in casa di Ramos?» strillò. «Che cosa credevi di fare?»

Mi alzai in piedi anch’io e gli gridai di rimando. «Stavo facendo il mio lavoro.»

«La violazione di domicilio con scasso non è il tuo lavoro.»

«Ti ho detto che non è stata una violazione. Sono soltanto entrata.»

«Ah, una differenza sostanziale. E chi è il morto che hai trovato?»

«Non lo so. Qualcuno è stato fatto fuori nel garage.»

Morelli andò in cucina e compose rapidamente un numero al telefono. «Ho un’informazione anonima» disse. «Perché non mandate qualcuno a casa di Hannibal Ramos a Fenwood e date un’occhiata in garage? La porta sul retro dovrebbe essere aperta.»

Morelli riagganciò e si voltò verso di me. «Bene, questa è sistemata» disse. «Andiamo di sopra.»

«Sesso, sesso, sesso» dissi. «È tutto quello a cui sai pensare.» Anche se, ora che mi ero riposata e mi ero tolta di dosso il peso di quel tìzio morto, un orgasmo non sembrava una cattiva idea.

Morelli mi spinse contro la parete e si chinò su di me. «Penso anche ad altre cose oltre al sesso… ma non di recente.» Mi baciò più profondamente del solito, e l’idea dell’orgasmo sembrava sempre migliore.

«Solo un’ultima domanda a proposito del tizio morto» domandai. «Quanto tempo pensi che ci vorrà prima che lo trovino?»

«Se c’è un’auto nei paraggi, ci vorranno solo cinque o dieci minuti.»

C’erano ottime possibilità che avrebbero chiamato Morelli, non appena avessero dato un’occhiata al tizio nel garage. E anche nei miei giorni migliori mi occorrono più di cinque minuti. Ma forse ci sarebbe voluto un po’ più di tempo per far arrivare un’auto alla casa e poi perché i poliziotti andassero sul retro ed entrassero nel garage. Perciò, se non perdevo tempo a togliermi tutti i vestiti di dosso e arrivavamo direttamente al punto, sarei riuscita a portare a termine la cosa.

«Perché non lo facciamo qui?» dissi a Morelli, slacciandogli il bottone dei jeans. «La cucina è un posto così sexy.»

«Solo un minuto» disse. «Chiudo le tendine.»

Mi liberai delle scarpe e dei jeans. «Non c’è tempo.»

Morelli mi rivolse una lunga occhiata. «Non che voglia lamentarmi, ma non posso fare a meno di pensare che tutto questo è troppo bello per essere vero.»

«Hai mai sentito parlare di fast food? Questo è fast sex.»

Lo accarezzai e lui rimase senza fiato. «Quanto vuoi che sia rapido?» domandò.

Il telefono squillò.

Dannazione!

Morelli prese la cornetta con una mano mentre con l’altra mi teneva stretto il polso. Rimase al telefono un momento, poi mi guardò. «È Costanza. Era nei paraggi, perciò ha preso la chiamata ed è andato a controllare la casa di Ramos. Dice che devo andare là a vedere con i miei occhi. Ha accennato qualcosa a proposito di un tizio tutto spettinato, come se avesse avuto una pessima giornata e stesse aspettando l’autobus. Almeno è quello che mi è parso di capire, tra le sue risate.»

Mi strinsi nelle spalle e alzai le mani in segno di resa. Come dire: Be’, ecco, non so di che cosa stai parlando. A me era sembrato un normalissimo tizio morto.

«C’è nient’altro che vuoi dirmi su questa faccenda?» domandò Morelli.

«Non senza la presenza del mio avvocato.»

Ci rimettemmo i vestiti, raccogliemmo le nostre cose e andammo alla porta. Bob era ancora seduto sul divano a guardare la televisione.

«È buffo» disse Morelli «ma giurerei che sta seguendo il programma.»

«Forse dovremmo lasciarlo qui.»

Uscimmo e Morelli chiuse la porta a chiave. «Ascolta, dolcezza, racconta a qualcuno che ho lasciato un cane a guardare la televisione e mi arrabbio sul serio.» Guardò la mia auto e poi quella parcheggiata dietro. «È Joyce, quella?»

«Mi sta seguendo.»

«Vuoi che te ne liberi?»

Diedi un rapido bacio a Morelli, presi l’auto e mi diressi al negozio di alimentari con Joyce incollata al mio paraurti. Non avevo molti soldi con me e la carta di credito era esaurita, perciò mi limitai all’essenziale: burro di arachidi, palatine, pane, birra, latte e due gratta-e-vinci.

Subito dopo mi fermai alla ferramenta, dove comprai una serratura per la porta di casa, per sostituire la catenella di sicurezza rotta. L’idea era di offrire una birra, in cambio dell’installazione della serratura, al mio ottimo ed eccezionale vicino di casa Dillan Rudick, un esperto in queste cose.

Uscita dalla ferramenta tornai a casa. Parcheggiai nel cortile, chiusi a chiave la Buick e salutai con la mano Joyce. Mi rispose con un gestaccio tipicamente italiano.

Mi fermai da Dillan, che abitava in un appartamento nel seminterrato, e gli spiegai di che cosa avevo bisogno. Lui prese la cassetta degli attrezzi e salimmo insieme. Aveva la mia età e viveva come una talpa nelle viscere del palazzo. Era un tipo veramente a posto, ma non faceva mai niente e per quel che ne sapevo non aveva una ragazza… perciò, come era da immaginare, beveva moltissima birra. E poiché non guadagnava troppi soldi, una birra gratis era sempre la benvenuta.

Controllai la segreteria telefonica mentre Dillan installava la serratura. Cinque telefonate per nonna Mazur, nessuna per me.

Dillan e io ci stavamo riposando davanti alla televisione quando la nonna rientrò.

«Ragazzi, è stata davvero una grande giornata» disse la nonna. «Ho guidato tutto il tempo e ho quasi imparato anche a frenare.» Diede un’occhiata a Dillan. «E chi è questo bel giovanotto?»

Le presentai Dillan e poi, visto che era ora di cena, preparai per tutti sandwich al burro di arachidi e patatine. Mangiammo davanti al televisore e, tra la nonna e Dillan, in qualche modo la confezione da sei lattine di birra sparì. Entrambi erano piuttosto allegri, ma io cominciavo a essere preoccupata per Bob. Me lo immaginavo da solo a casa di Morelli senza niente da mangiare a parte la scatola vuota di pizza. E il divano. E il letto. E le tende e il tappeto e la poltrona preferita di Morelli. Poi immaginai Morelli che rientrava e sparava a Bob, e non era un bel pensiero.

Telefonai a Morelli ma nessuno rispose. Maledizione. Non avrei mai dovuto lasciare Bob in casa da solo. Avevo in mano le chiavi e mi stavo infilando la giacca quando Joe arrivò con Bob al seguito.

«Vai da qualche parte?» domandò Joe osservando le chiavi e la giacca.

«Ero preoccupata per Bob. Stavo per venire da te a vedere se era tutto a posto.»

«Credevo che avessi intenzione di lasciare il Paese.»

Gli rivolsi il più fasullo dei sorrisi.

Morelli tolse il guinzaglio a Bob, salutò la nonna e Dillan e mi trascinò in cucina. «Ho bisogno di parlarti.»

Sentii Dillan esclamare e immaginai che Bob stesse facendo conoscenza.

«Sono armata» dissi a Joe «perciò è meglio che tu stia attento. Ho una pistola nella borsetta.»

Morelli prese la borsa e la gettò dall’altra parte della stanza.

Oh-oh.

«Quello nel garage di Hannibal era Junior Macaroni» disse Morelli. «Lavora per Stolle. Molto strano trovarlo nel garage di Hannibal. E c’è qualcosa di ancora più strano.»

Feci una smorfia, ma solo col pensiero.

«Macaroni era seduto su una sedia da giardino.»

«È stata un’idea di Lula» dissi. «Be’, d’accordo, anche mia, ma sembrava che stesse così scomodo, sdraiato sul pavimento di cemento.»

Morelli finalmente sorrise. «Dovrei arrestarti per manomissione della scena del delitto, ma quello era un tale schifoso bastardo, e aveva un’aria così fottutamente stupida, seduto lì a quel modo…»

«Come sai che non sono stata io a ucciderlo?»

«Perché tu hai una calibro .38 e lui è stato ucciso con una .22. E oltre a questo, non saresti capace di centrare un elefante neanche a cinque passi di distanza. L’unica volta che hai sparato a qualcuno è stato grazie a un intervento divino.»

Vero.

«Quanta gente sa che l’ho messo a sedere su una sedia da giardino?»

«Non lo sa nessuno, ma almeno un centinaio di persone se lo sono immaginato. Nessuno ne farà parola.» Morelli guardò l’orologio. «Devo andare. Ho un appuntamento fissato per stasera.»

«Non si tratta di un appuntamento con Ranger, vero?»

«No.»

«Bugiardo.»

Morelli tirò fuori un paio di manette dalla tasca della giacca e prima che mi rendessi conto di quello che stava succedendo mi ammanettò al frigorifero.

«Che cosa stai facendo?» dissi.

«Avevi intenzione di seguirmi. Lascerò la chiave nella cassetta della posta giù da basso.»

Ma questa è una storia d’amore o cosa?

«Sono pronta» disse la nonna.

Indossava la tuta da ginnastica viola e scarpe da tennis bianche. I capelli erano accuratamente arricciati e aveva messo un rossetto rosa. Teneva sotto braccio la sua grande borsa di pelle nera. Quello che temevo era che dentro ci fosse la pistola e che potesse minacciare l’esaminatore durante la prova di guida, se non le avesse concesso la patente.

«Non c’è la pistola lì dentro, vero?» domandai.

«Certo che no.»

Non le credetti neppure per un istante.

Quando scendemmo nel parcheggio, la nonna si diresse verso la Buick. «Suppongo di avere più possibilità di ottenere la patente se guido la Buick» disse. «Ho sentito dire che i giovani alla guida di macchine sportive li preoccupano.»

Habib e Mitchell entrarono nel parcheggio. Avevano di nuovo la Lincoln.

«Sembra nuova» dissi.

Mitchell si illuminò. «Già, hanno fatto un gran lavoro. L’abbiamo ritirata questa mattina. Abbiamo dovuto aspettare che la vernice si asciugasse.» Guardò la nonna, seduta al volante della Buick. «Che cosa c’è in programma oggi?»

«Sto accompagnando la nonna a fare l’esame di guida.»

«Molto gentile da parte tua» disse Mitchell. «Sei una brava nipote, ma lei non è un po’ troppo vecchia?»

La nonna digrignò la dentiera. «Vecchia?» strillò. «Te lo faccio vedere io se sono vecchia.» Sentii il rumore della borsa che si apriva, la nonna ci infilò una mano e la estrasse con la pistola. «Non sono tanto vecchia da non poterti sparare in un occhio» disse, puntando l’arma.

Mitchell e Habib sprofondarono nei sedili, nascondendosi.

Gettai un’occhiataccia alla nonna. «Credevo avessi detto che non avevi portato la pistola.»

«A quanto pare mi sbagliavo.»

«Mettila via. E sarà meglio che tu non minacci nessuno durante l’esame, altrimenti ti arresteranno.»

«Vecchia pazza» disse Mitchell dal fondo della Lincoln.

«Così va meglio» si acquietò la nonna. «Mi piace essere pazza.»

Capitolo 12

Avevo sentimenti contrastanti riguardo al fatto che la nonna prendesse la patente. Da un lato pensavo fosse una gran cosa che potesse essere più indipendente. Dall’altro lato non volevo trovarmi in strada con lei. Mentre andavamo all’esame di guida passò con il rosso e mi proiettò contro il finestrino più di una volta. Poi parcheggiò nell’area riservata agli handicappati, insistendo che la cosa aveva a che fare con l’iscrizione all’Associazione Nazionale Pensionati.

Quando rientrò a passi pesanti nella sala d’attesa, dopo aver fatto l’esame di pratica, seppi immediatamente che le strade sarebbero state sicure ancora per un po’.

«Non esagero» disse lei. «Non mi ha promossa praticamente in niente.»

«Puoi sempre rifare l’esame» dissi.

«Certo, maledizione, certo che posso. Lo rifarò finché non sarò promossa: ho il sacrosanto diritto di guidare un’auto.» Strinse forte le labbra. «Immagino che ieri avrei dovuto andare in chiesa.»

«Non ti avrebbe fatto male» dissi.

«Be’, la prossima volta farò tutto per bene. Accenderò anche una candela. Mi comporterò come si deve.»

Mitchell e Habib ci stavano seguendo, ma erano a circa quattrocento metri di distanza. All’andata ci avevano quasi tamponato svariate volte, quando la nonna aveva frenato bruscamente, e ora, sulla via del ritorno, non volevano correre rischi.

«Hai ancora intenzione di traslocare?» chiesi alla nonna.

«Certo. L’ho già detto a tua madre. E Louise Greeber verrà questo pomeriggio per aiutarmi. Perciò non devi preoccuparti di niente. È stato gentile da parte tua permettermi di rimanere, l’ho apprezzato molto, ma ho bisogno di un po’ di sonno come si deve. Non so come tu faccia ad andare avanti dormendo così poco.»

«Va bene» dissi. «Suppongo che tu abbia già deciso.» Forse anch’io avrei dovuto accendere una candela.

Quando rientrammo, Bob ci stava aspettando.

«Credo che Bob abbia bisogno di tu-sai-che-cosa» disse la nonna.

Perciò Bob e io scendemmo nel parcheggio. Habib e Mitchell erano lì, seduti in auto, ad aspettare pazientemente che io li portassi da Ranger, e adesso c’era anche Joyce. Feci dietrofront, rientrai nel palazzo e uscii dalla porta principale.

Bob e io passeggiammo lungo la strada per tutto un isolato e poi svoltammo in una zona residenziale di piccole villette unifamiliari. Bob fece tu-sai-che-cosa circa quaranta o cinquanta volte nel giro di cinque minuti e poi tornammo a casa. Una Mercedes nera svoltò l’angolo due isolati più avanti e il cuore mi balzò in gola. La Mercedes si avvicinò e il battito cardiaco si bloccò. C’erano solo due possibilità: spacciatori di droga oppure Ranger. L’auto si fermò accanto a me e Ranger fece un leggero cenno della testa che significava: «Sali».

Feci sistemare Bob sul sedile posteriore e mi sedetti accanto a Ranger. «Ci sono tre persone parcheggiate nel mio cortile che sperano di incontrarti» dissi. «Che cosa ci fai qui?»

«Voglio parlarti.»

Un conto era possedere l’abilità di penetrare in un appartamento di nascosto; tutt’altra cosa era essere capaci di indovinare sempre che cosa stessi facendo in ogni momento del giorno. «Come sapevi che ero uscita con Bob? Che cosa sei, un sensitivo?»

«Niente di tanto strano. Ho telefonato e tua nonna mi ha detto che eri andata a portar fuori il cane.»

«Caspita, che delusione. Adesso mi dirai anche che tu non sei Superman.»

Ranger sorrise. «Vuoi che io lo sia? Allora passa la notte con me.»

«Credo di essere un po’ troppo nervosa» gli dissi.

«Astuta» disse Ranger.

«Di che cosa vuoi parlarmi?»

«Ti sollevo dal tuo incarico.»

Il nervosismo scomparve e fu sostituito dal germe di un sentimento maligno che mi si annidò in fondo allo stomaco. «Tu e Morelli avete fatto un accordo, vero?»

«Ci siamo chiariti.»

Stavano tagliandomi fuori, mettendomi da parte come un bagaglio inutile. O peggio, come un intralcio. In tre secondi passai da una dolorosa incredulità alla furia totale.

«È stata un’idea di Morelli?»

«È stata una mia idea. Hannibal ti ha vista. Alexander ti ha vista. E adesso metà della polizia di Trenton sa che sei entrata in casa di Hannibal e hai trovato Junior Macaroni nel garage.»

«Lo hai saputo da Morelli?»

«L’ho saputo da tutti. La mia segreteria telefonica era intasata. È solo che è troppo pericoloso per te continuare a indagare su questo caso. Ho paura che Hannibal possa fare due più due e darti la caccia.»

«È umiliante.»

«Ma davvero lo hai messo a sedere su una sedia da giardino?»

«Sì. E a proposito: sei stato tu a ucciderlo?»

«No. La Porsche non era nel garage quando io sono entrato in casa. E non c’era nemmeno Macaroni.»

«Come hai superato il sistema di allarme?»

«Nello stesso modo in cui lo hai fatto tu: l’allarme non era inserito.» Guardò l’orologio. «Devo andare.»

Aprii la portiera e feci per scendere.

Ranger mi afferrò il polso. «Non sei molto brava a obbedire agli ordini, ma questa volta mi ascolterai, vero? Devi starne fuori. E devi stare molto attenta.»

Sospirai, scesi dall’auto e presi Bob dal sedile posteriore. «Fa’ solo in modo che Joyce non ti trovi. Questo mi rovinerebbe definitivamente la giornata.»

Lasciai Bob a casa, presi le chiavi dell’auto e la borsa e scesi di nuovo nel parcheggio. Dovevo andare da qualche parte. Da qualunque parte. Ero troppo scossa per rimanere a casa. Per la verità non ero tanto agitata per il fatto di essere stata sollevata dall’incarico, era solo che odiavo essere licenziata per la mia stupidità. Ero caduta da un albero, per l’amor del cielo. E poi avevo messo Junior Macaroni a sedere su una sedia da giardino. Voglio dire, fino a che punto si può essere idioti?

Avevo bisogno di cibo, pensai. Un gelato. Con cioccolato fondente caldo. E panna montata. C’era un banchetto di gelati, sul corso principale, che confezionava sundae per quattro persone. Ecco di che cosa avevo bisogno. Di un gigantesco sundae.

Salii sulla Buick e Mitchell salì con me.

«Prego?» dissi. «Abbiamo appuntamento per uscire insieme?»

«Ti piacerebbe» disse Mitchell. «Il signor Stolle vuole parlarti.»

«Ma pensa un po’. Non sono dell’umore giusto per parlare col signor Stolle. A dire il vero non lo sono per parlare con chiunque, compreso te. Perciò spero che non la prenderai come una questione personale, ma scendi da questa macchina.»

Mitchell tirò fuori la pistola. «Dovresti cambiare d’umore.»

«Altrimenti mi spari?»

«Non prenderla come una questione personale» disse Mitchell.

Il negozio di tappeti Art’s Carpet’s si trova ad Hamilton Township, la zona dei locali equivoci. È sulla Route 33, non lontano da Five Points, ed è assolutamente identico a qualunque altro negozio lungo la strada, se non fosse per l’insegna luminosa verde che è visibile fino da Rhode Island. L’edificio è un blocco di cemento a un solo piano, con ampie vetrine sul davanti che annunciano saldi per tutto l’anno. Ero stata molte volte allo Art’s Carpet’s, come del resto qualunque altro uomo, donna o bambino del New Jersey. Non avevo mai comprato niente, mane ero stata molto tentata: Art’s ha davvero degli ottimi prezzi.

Parcheggiai la Buick davanti al negozio. Habib si fermò di fianco alla mia auto. E Joyce parcheggiò accanto alla Lincoln.

«Che cosa vuole Stolle?» domandai. «Non vorrà uccidermi o qualcosa del genere, vero?»

«Il signor Stolle non uccide la gente. Assume altre persone per questo genere di cose. Vuole semplicemente parlare con te. È tutto quello che mi ha detto.»

Nel negozio vagava una coppia di donne, sembravano madre e figlia; attorno a loro si aggirava un venditore. Mitchell e io entrammo insieme e lui mi condusse tra le pile di tappeti e i modellini di telai fino all’ufficio sul retro.

Stolle era un uomo sui cinquantacinque anni di robusta corporatura. Aveva il torso a forma di botte e cominciava a diventare calvo. Indossava un maglione sgargiante e i pantaloni di un completo. Tese la mano ed esibì il suo migliore sorriso da commerciante di tappeti.

«Aspetterò qui fuori» disse Mitchell e chiuse la porta lasciandomi da sola con Stolle.

«Pare che tu sia una ragazza davvero in gamba» disse Stolle. «Ho sentito molto parlare di te.»

«Mmm.»

«E allora come è possibile che tu non abbia avuto abbastanza fortuna da consegnarmi Manoso?»

«Non sono tanto in gamba. E Ranger non si avvicina certo a me quando Habib e Mitchell sono nei paraggi.»

Stolle sorrise. «Per dirti la verità, non mi sono mai aspettato che tu ci avresti consegnato Manoso. Ma, diavolo, chi non risica non rosica, giusto?»

Io non risposi.

«Sfortunatamente, poiché la strada più semplice non ha funzionato, dobbiamo tentare qualcos’altro. Vogliamo mandare un messaggio al tuo ragazzo. Non vuole parlarmi? Benissimo. Vuole continuare a nascondersi? Anche questo va bene. E sai perché? Perché noi abbiamo te. Quando io perderò la pazienza, e sto per farlo, ti faremo del male, e Manoso saprà che lui avrebbe potuto evitarlo.»

D’un tratto mi accorsi di non avere più aria nei polmoni. Non avevo pensato a questa prospettiva. «Non è il mio ragazzo» dissi. «Lei sta sopravvalutando l’importanza che posso avere per lui.»

«Forse, ma ha comunque il senso della cavalleria. Temperamento latino, sai com’è.» Stolle si sedette sulla poltroncina dietro la scrivania e si chinò all’indietro. «Dovresti incoraggiare Manoso a parlare con noi. Mitchell e Habib sembrano ragazzi per bene, ma faranno qualunque cosa gli ordinerò. In effetti, in passato, hanno fatto cose terribili. Tu hai un cane, vero?» Stolle si protese in avanti, le mani sulla scrivania. «Mitchell è bravissimo a uccidere i cani. Non che voglia uccidere il tuo cane…»

«Non è il mio cane. Gli faccio da dog sitter.»

«Volevo solo fare un esempio.»

«Sta perdendo tempo» dissi. «Ranger è un mercenario. Non può arrivare a lui attraverso me. Non abbiamo quel genere di relazione. Nessuno ha quel genere di relazione con lui.»

Stolle sorrise e si strinse nelle spalle. «Come ho detto prima, chi non risica non rosica. Vale la pena di provare, non credi?»

Lo guardai per un istante, rivolgendogli la mia tipica occhiata insondabile, e poi mi voltai e me ne andai.

Mitchell, Habib e Joyce erano ancora lì fermi ad aspettare, quando uscii dal negozio.

Salii sulla Buick e con discrezione mi toccai il cavallo dei pantaloni per essere sicura di non essermela fatta addosso. Respirai profondamente e misi le mani sul volante. Inspirare, espirare, inspirare, espirare. Volevo infilare la chiave d’avviamento, ma non riuscivo a staccare le mani dal volante. Respirai ancora un po’. Dissi a me stessa che Arturo Stolle era solamente un pallone gonfiato. Non ci credevo. Quello che credevo era che Arturo Stolle fosse un vero pezzo di merda. E non sembrava che Habib e Mitchell fossero molto migliori.

Tutti mi stavano guardando, aspettando di vedere che cosa avrei fatto. Non volevo mostrare a nessuno di essere spaventata, perciò mi costrinsi a togliere le mani dal volante e ad avviare il motore. Con molta cautela uscii dal parcheggio in retromarcia, ingranai la prima e me ne andai. Mi concentrai sulla guida, lenta e ferma.

Mentre guidavo composi sul telefono tutti i numeri di Ranger che avevo, lasciando un messaggio molto semplice: «Chiamami subito». Quando ebbi esaurito i numeri di Ranger telefonai a Carol Zabo.

«Ho bisogno di un favore» dissi.

«Qualunque cosa.»

«Joyce Barnhardt mi sta seguendo…»

«Maledetta puttana» disse Carol.

«E anche due tizi in una Lincoln mi stanno seguendo.»

«Mmm.»

«Non ti preoccupare: sono giorni che mi seguono e fino a questo momento non hanno sparato a nessuno.» Fino a quel momento. «In ogni caso ho bisogno di fare in modo che non mi seguano più, e ho un piano.»

Ero a circa cinque minuti dalla casa di Carol, al Burg, non lontano dai miei genitori. Lei e Lubie avevano acquistato una casa con i soldi ricevuti per il matrimonio e si erano messi immediatamente a formare una famiglia. Avevano deciso di smettere dopo due figli. Ottima cosa per il mondo: i bambini di Carol erano la dannazione del vicinato. Una volta cresciuti sarebbero probabilmente diventati dei poliziotti.

Le stradine laterali al Burg sono lunghe e strette, molte sono bordate da recinzioni di vario genere e la maggior parte sbuca in un vicolo. Tutti i vicoli sono larghi quanto una sola macchina e quelli che danno accesso alle case tra Beal e Cedar sono particolarmente lunghi.

Chiesi a Carol di aspettarmi all’angolo tra Cedar e il vicolo di Reed Street. Secondo il piano io avrei condotto Joyce e quei due bravi ragazzi lungo il vicolo e poi, non appena svoltato sulla Cedar, Carol sarebbe sbucata fuori dietro di me e avrebbe bloccato il vicolo simulando problemi con l’auto.

Arrivai al Burg e vagai per altri cinque minuti per dare a Carol un po’ di tempo in più per mettersi in posizione. Poi svoltai nel vicolo di Reed Street tirandomi dietro Joyce e i due balordi. Arrivai alla Cedar e, proprio come previsto, ecco Carol. La sorpassai, lei avanzò e poi si fermò, e tutti gli altri rimasero intrappolati. Guardai dietro per vedere che cosa stava succedendo, e vidi Carol e altre tre donne uscire dalla sua auto: Monica Kajewski, Gail Wojohowitz e Angie Bono. Ognuna di loro odiava Joyce Barnhardt. Ci sarebbe stata una rissa al Burg!

Andai dritta a Broad e poi mi diressi verso la costa. Non avevo intenzione di stare seduta ad aspettare che Mitchell uccidesse Bob a titolo dimostrativo. Oggi Bob… domani io.

Arrivai a Deal e lentamente passai davanti alla proprietà dei Ramos. Cercai di nuovo di contattare Ranger per telefono. Nessuna risposta. Continuai lungo la strada. Avanti, Ranger, guarda fuori dalla finestra, dovunque tu sia. Ero a un isolato di distanza dalla casa rosa e mi preparavo a fare inversione di marcia, quando la portiera dal lato passeggero venne spalancata e Alexander Ramos saltò dentro.

«Ehi, dolcezza» disse. «Non puoi proprio starmi lontana, eh?»

Merda! Non lo volevo nella mia auto proprio adesso!

«Per fortuna che ti ho vista. Stavo diventando pazzo là dentro» disse.

«Gesù!» esclamai. «Perché non si fa mettere uno di quei cerotti alla nicotina?»

«Non voglio un maledetto cerotto. Voglio una sigaretta. Accompagnami al negozio. E sbrigati, sto morendo.»

«Ci sono delle sigarette nel cassetto portaoggetti. Le ha lasciate lei la volta scorsa.»

Tirò fuori il pacchetto e mise una sigaretta in bocca.

«Non nell’auto!»

«Cristo, è come essere sposati senza neppure il sesso. Andiamo da Sal.»

Non volevo andare da Sal. Volevo parlare con Ranger. «Non ha paura che a casa sentano la sua mancanza? È certo di essere al sicuro andando in quel bar?»

«Sì. C’è qualche problema a Trenton e tutti sono occupati a cercare di sistemare le cose.»

Era possibile che il problema fosse un tizio morto nel garage di Hannibal. «Deve essere un problema serio» dissi. «Forse dovrebbe dare una mano anche lei.»

«Ho già fatto la mia parte. Sto facendo caricare il problema su una nave che parte la prossima settimana. Con un po’ di fortuna la nave affonderà.»

Perfetto, mi aveva spiazzato. Non capivo come avrebbero fatto a mettere il tizio morto su una nave. E non capivo neanche perché volessero farlo.

Poiché non avevo fortuna nel cercare di far scendere Ramos dall’auto, percorsi il breve tratto fino al locale di Sal, poi entrammo e ci sedemmo a un tavolo. Ramos ingollò un bicchierino e si accese la sigaretta. «Tornerò in Grecia la prossima settimana» disse. «Vuoi venire con me? Potremmo sposarci.»

«Pensavo che non ne volesse più sapere di matrimonio.»

«Ho cambiato idea.»

«Sono lusingata, ma non posso accettare.»

Lui si strinse nelle spalle e si versò un altro bicchierino. «Arrangiati.»

«Questo problema a Trenton… si tratta di affari?»

«Affari. Faccende personali. Per me sono la stessa cosa. Lascia che ti dia un suggerimento: non fare figli. E se vuoi vivere alla grande, le armi sono la strada migliore. Questo è tutto quello che posso consigliare.»

Il mio cellulare squillò.

«Che cosa succede?» disse Ranger.

«Non posso parlare adesso.»

Il suo tono di voce era stranamente teso. «Dimmi che non sei con Ramos.»

«Non posso dirtelo. Perché non hai risposto alle mie chiamate?»

«Ho dovuto spegnere il cellulare per un po’. Sono appena tornato e Tank ha detto che ti ha vista dare un passaggio a Ramos.»

«Non è stata colpa mia! Ero venuta qui per cercarti.»

«Be’, è meglio che tu stia ben nascosta perché tre auto sono appena uscite dalla proprietà e credo di indovinare chi stanno cercando.»

Richiusi il cellulare e lo gettai nella borsa. «Devo andare» dissi a Ramos.

«Era il tuo ragazzo, vero? Sembra un vero rompipalle. Potrei occuparmene io, se capisci cosa intendo.»

Gettai un biglietto da venti dollari sul tavolo e afferrai la bottiglia di ouzo. «Venga» dissi «questa possiamo portarla con noi.»

Ramos guardò oltre la mia spalla in direzione della porta. «Oh Cristo, guarda un po’ chi c’è.»

Avevo paura di guardare. «Sono i miei baby sitter» disse Alexander. «Non posso neppure pulirmi il culo senza avere un pubblico.»

Mi voltai e quasi svenni per il sollievo nel vedere che non si trattava di Hannibal. Erano due uomini, entrambi sulla cinquantina, in giacca e cravatta. Avevano l’aria di gente che mangia un sacco di pasta e probabilmente non rifiuta neppure il dolce.

«C’è bisogno di lei a casa» disse uno dei due.

«Sono qui con la mia amica» rispose Alexander.

«Già, ma forse potrebbe incontrarla in qualche altra occasione. Non siamo ancora riusciti a trovare quel carico che dobbiamo portare sulla nave.»

Uno dei due accompagnò Alexander fuori dalla porta e l’altro rimase indietro per parlarmi.

«Senta» disse «non è bello approfittare di una persona anziana in questo modo. Non ha amici della sua età?»

«Io non mi sto approfittando di lui. Me lo sono ritrovata nell’auto.»

«Lo so. Lo fa, alle volte.» L’uomo prese dalla tasca un fermasoldi e ne estrasse un centone. «Ecco, questo è per il suo disturbo.»

Feci un passo indietro. «Lei ha frainteso tutto.»

«D’accordo, quanto vuole?» Prese altri nove biglietti da cento, li ripiegò e li lasciò cadere nella mia borsa. «Non voglio più sentir parlare di lei. E lei deve promettere di lasciare in pace il vecchio. Capito?»

«Aspetti un momento…»

Lui scostò di lato la giacca per mostrarmi la pistola.

«Ora capisco» dissi.

Si voltò, uscì dalla porta e salì sulla Town che aspettava vicino al marciapiede. L’auto partì.

«La vita può essere davvero strana» dissi al barista. Poi me ne andai anch’io. Quando fui abbastanza lontana da Deal da sentirmi al sicuro ritelefonai a Ranger e gli raccontai di Stolle.

«Voglio che tu vada a casa e ti chiuda dentro» mi ordinò Ranger. «Manderò Tank a prenderti.»

«E poi?»

«E poi ti farò portare in qualche posto sicuro finché tutta questa faccenda non si sistemerà.»

«Non credo proprio.»

«Non rendermi le cose difficili, stavolta» disse Ranger. «Ho già abbastanza problemi.»

«Bene, allora risolvili. E risolvili in fretta!» E chiusi la comunicazione. Ecco fatto, avevo perso la pazienza. Era stata una giornata pesante.

Quando parcheggiai nel cortile, Mitchell e Habib mi stavano aspettando. Li salutai con un cenno della mano ma loro non risposero. Nemmeno un sorriso. Nemmeno un commento. Non era un buon segno.

Salii due piani di scale e mi affrettai a raggiungere il mio appartamento. Sentivo un malessere allo stomaco e il cuore in subbuglio. Entrai in casa e fui sopraffatta dal sollievo quando Bob mi venne incontro. Chiusi a chiave la porta alle mie spalle e controllai Rex per assicurarmi che anche lui stesse bene. C’erano dodici messaggi in segreteria telefonica. Uno era muto. Sembrava uno dei silenzi di Ranger. Dieci erano per la nonna. L’ultimo era di mia madre.

«Stasera mangiamo pollo fritto» disse. «Tua nonna pensava che forse potresti venire anche tu, visto che non hai niente da mangiare in casa perché Bob ha divorato tutto quello che c’era nella credenza mentre lei la puliva. E la nonna dice che forse è meglio che lo porti a spasso, quando rientri, perché ha ingurgitato due scatole di prugne secche che lei aveva appena comprato.»

Guardai Bob. Fiutava in giro e dalle dimensioni dello stomaco sembrava che avesse ingoiato un pallone da spiaggia.

«Gesù, Bob» dissi «non hai un bell’aspetto.»

Bob ruttò e fece un po’ d’aria.

«Forse dovremmo andare a fare una passeggiata.»

Bob cominciò ad ansimare. La saliva gocciolava sul pavimento e un tuono rombò nel suo stomaco. Arrancò qualche passo in avanti e poi si accovacciò.

«No!» gridai. «Non qui!» Afferrai il guinzaglio e la borsa e lo trascinai fuori dall’appartamento e lungo il corridoio. Non aspettammo l’ascensore. Prendemmo le scale e corremmo attraverso l’ingresso. Lo portai fuori e stavo per attraversare il cortile quando la Lincoln improvvisamente inchiodò davanti a noi. Mitchell saltò fuori dall’auto, mi spinse a terra e afferrò Bob.

Quando riuscii a rialzarmi in piedi, la Lincoln era già ripartita. Io urlai e le corsi dietro, ma l’auto era già fuori dal parcheggio sulla St. James Street. A un tratto frenò. Le portiere si spalancarono e Habib e Mitchell saltarono fuori.

«Gesù Cristo!» strillò Mitchell. «Dannazione! Figlio di puttana!»

Habib si teneva una mano sulla bocca. «Sto per vomitare. Nemmeno in Pakistan ho mai visto una cosa del genere.»

Bob scese con calma dall’auto, scodinzolando, e corse da me. Il suo stomaco era di nuovo snello e di aspetto sano e lui non sbavava e non ansimava più.

«Ti senti meglio adesso, amico?» dissi, carezzandolo dietro le orecchie proprio come piaceva a lui. «Bravo. Bravo, Bob!»

Mitchell aveva gli occhi sporgenti e il viso paonazzo. «Ucciderò quel fottuto cane. Lo ammazzo quel bastardo. Lo sai che cosa ha fatto? Ha fatto quella cosa nella mia macchina e poi ha anche vomitato. Ma che cosa gli dai da mangiare? Non sai niente dei cani? Che razza di dog sitter sei?»

«Ha mangiato le prugne della nonna» dissi.

Mitchell si teneva le mani sulla testa. «Non prendermi per il culo.»

Feci salire Bob sulla Buick, chiusi le portiere con la sicura e attraversai il prato fino alla strada per evitare Habib e Mitchell.

Mia madre e mia nonna mi stavano aspettando dietro là porta a vetri quando parcheggiai la Buick di fronte alla loro casa.

«Ce ne accorgiamo sempre quando stai venendo qui» disse la nonna. «Quell’auto si sente a un chilometro di distanza.»

Non scherzavano.

«Dov’è la tua giacca?» domandò mia madre. «Non hai freddo?»

«Non ho avuto tempo di prendere la giacca» dissi. «È una lunga storia. Probabilmente non avete voglia di ascoltarla.»

«Io voglio ascoltarla» disse la nonna. «Scommetto che è fantastica.»

«Prima devo fare una telefonata.»

«Fallo intanto che porto la cena in tavola» disse mia madre. «È già tutto pronto.»

Dal telefono della cucina chiamai Morelli. «Devo chiederti un favore.»

«Bene. Adoro quando sei in debito con me» rispose.

«Vorrei che tu ti prendessi cura di Bob per un po’.»

«Non mi stai facendo lo stesso scherzetto che Simon ha fatto a te, vero?»

«No!»

«Allora di che cosa si tratta?»

«Hai presente quando tu non mi puoi parlare delle tue faccende di polizia?»

«Sì.»

«Bene, io non ti posso parlare di questo. Almeno non dalla cucina di mia madre.»

La nonna irruppe in cucina. «È Joseph al telefono? Digli che abbiamo un sacco di pollo fritto, ma che deve sbrigarsi se vuole trovarne ancora.»

«Non gli piace il pollo fritto.»

«Io adoro il pollo fritto» disse Joe. «Sarò lì in un attimo.»

«No!»

Troppo tardi. Aveva già riagganciato. «Mettete un piatto in più» dissi.

La nonna era già a tavola e aveva l’aria confusa. «Il piatto in più è per Bob o per Joe?»

«Joe. Bob ha lo stomaco in disordine.»

«Non mi meraviglia» disse la nonna. «Con tutte quelle prugne. E poi ha mangiato una scatola di fiocchi di mais e un sacchetto di dolci. Stavo pulendo la credenza mentre aspettavo che Louise venisse a prendermi e sono andata un momento in bagno; quando sono tornata non c’era più niente sul piano di lavoro.»

Accarezzai Bob sulla testa. Era un cane così tonto. Per niente astuto come Rex. Nemmeno abbastanza furbo da lasciar perdere le prugne. E tuttavia aveva i suoi pregi. Aveva un paio di meravigliosi occhi castani, e io adoravo gli occhi castani. E poi era di buona compagnia: non cercava mai di cambiare programma alla radio e non aveva nominato neppure una volta il mio brufolo. E va bene, in definitiva mi ero in qualche modo affezionata a Bob. In effetti, probabilmente sarei stata pronta a strappare il cuore a Mitchell a mani nude quando aveva cercato di rapire il cucciolone. Abbracciai Bob. Era anche piacevole da accarezzare. «Andrai a casa con Joe, stasera» gli dissi. «Sarai al sicuro là.»

Mia madre aveva messo sulla tavola il pollo fritto insieme con pane tostato, cavolo rosso e broccoli. Nessuno avrebbe toccato i broccoli, ma mia madre li aveva preparati lo stesso perché facevano bene alla salute.

Joe entrò e prese posto a tavola, di fianco a me.

«Com’è andata oggi?» domandò la nonna a Joe. «Hai arrestato qualche assassino?»

«Non oggi, ma ho buone speranze per domani.»

«Davvero?» dissi.

«Be’, no, non davvero.»

«Com’è andata con Ranger?»

Morelli si servì una cucchiaiata di cavolo rosso sul piatto. «Come mi aspettavo.»

«Mi ha detto di star fuori da questa faccenda. Anche tu vuoi la stessa cosa?»

«Sì, ma sono abbastanza furbo da non dirtelo. È come sventolarti una bandiera rossa davanti agli occhi.» Prese un pezzo di pollo. «Gli hai dichiarato guerra?»

«Più o meno. Ho rifiutato la sua offerta di un rifugio sicuro.»

«Sei così in pericolo da aver bisogno di un rifugio?»

«Non lo so. Sembra un provvedimento eccessivo.»

Morelli fece scivolare la mano lungo lo schienale della mia sedia. «La mia casa è sicura. Puoi trasferirti lì con Bob e me. E inoltre, mi devi un favore, ricordi?»

«Vuoi già riscuoterlo?»

«Prima è meglio è.»

Il telefono squillò e la nonna andò in cucina a rispondere. «È per Stephanie» disse ad alta voce. «È Lula.»

«Ho cercato di mettermi in contatto con te per tutto il pomeriggio» disse Lula. «Non ti ho trovata da nessuna parte. Il tuo cellulare era spento. E non rispondi mai al cercapersone. Che cos’ha che non va il cercapersone?»

«Non posso permettermi di avere sia il cercapersone sia il cellulare, perciò ho scelto il cellulare. Che cosa c’è?»

«Hanno trovato Cynthia Lotte seduta in quella Porsche, ed era morta stecchita. Giuro che nessuno mi farà mai sedere su quell’auto. Se lo fai ne esci defunto.»

«Quando è successo? Come lo sai?»

«L’hanno trovata questo pomeriggio, nel garage della Terza strada. Connie e io lo abbiamo sentito sul canale radio della polizia. E oltre a tutto questo, ho anche un incarico da affidarti. Vinnie era su tutte le furie per il fatto che non riuscivamo a contattarti, e non c’è nessun altro a cui affidare questo lavoro.»

«E Joyce, allora? E Frankie Defrances?»

«Non riusciamo a trovare neppure Joyce. Non risponde al cercapersone. E Frankie si è appena operato di ernia.»

«Verrò in ufficio domattina presto.»

«Neanche per idea. Vinnie dice che devi prendere questo tizio stanotte prima che scappi. Lui sa esattamente dove si trova, mi ha dato la documentazione.»

«Quanto vale?»

«È una cauzione da centomila dollari. Vinnie ti darà il dieci per cento.»

Calmati, cuore mio. «Vengo a prenderti tra una ventina di minuti.»

Tornai a tavola, avvolsi due pezzi di pollo nel tovagliolo e li misi nella borsa. Abbracciai Bob e baciai frettolosamente Joe sulla guancia. «Devo andare» dissi. «Mi hanno affidato un lavoro.»

Morelli non aveva l’aria felice. «Ti vedrò dopo?»

«Forse. A parte pagare il mio debito, devo parlarti di Cynthia Lotte.»

«Sapevo che prima o poi ci saresti arrivata.»

Quando arrivai a casa di Lula la trovai che mi aspettava fuori. «Ho gli incartamenti» disse «e non sembra troppo male. Si chiama Elwood Steiger ed è incriminato per droga. Cercava di produrla nel garage della madre, ma l’intero vicinato ne ha sentito l’odore. Immagino che uno dei vicini abbia chiamato la polizia. Comunque sua madre ha offerto la casa come garanzia di cauzione e ora ha paura che il caro Elwood scappi in Messico. Non si è presentato all’udienza in tribunale, venerdì, e la madre ha trovato i biglietti dell’aereo nei cassetti della biancheria. Perciò si è rivolta a Vinnie.»

«Dove possiamo trovarlo?»

«Stando a quello che dice la madre, è uno di quei fanatici di Star Trek e proprio stasera c’è una specie di grande evento dedicato alla serie televisiva. Mi ha dato l’indirizzo.»

Lessi il biglietto e grugnii. Era la casa di Dougie. «Conosco il tipo che abita qui» dissi mentre ci avviavamo verso il luogo segnalato. «Dougie Kruper.»

Lula si batté una mano sulla fronte. «Mi sembrava che suonasse familiare.»

«Non voglio che nessuno si faccia male durante questo arresto» ordinai.

«Mmm.»

«Non entreremo là dentro come dei gangster con le pistole spianate.»

«Mmm.»

«In realtà, non useremo affatto le pistole.»

«Ti sto ascoltando.»

Guardai la borsa che teneva sotto braccio. «C’è una pistola là dentro?»

«Diavolo, sì.»

«E ne hai un’altra alla cintura?»

«La Glock.»

«Hai anche la fondina da caviglia?»

«Solo le signorine usano la fondina da caviglia» disse Lula.

«Voglio che lasci tutte le armi in auto.»

«Sono fanatici di Star Trek quelli che dovremo affrontare. Potrebbero usare con noi la presa mortale del vulcaniano.»

«Lasciale in macchina!» gridai.

«Accidenti, non c’è nessun bisogno di far chiamare la polizia per questo.» Lula guardò attraverso il finestrino. «Sembra che ci sia una festa a casa di Dougie.»

C’erano molte auto parcheggiate davanti e tutte le luci dell’abitazione erano accese. La porta principale era aperta e il Luna era sulla soglia. Parcheggiai parecchie case più avanti e Lula e io tornammo indietro per raggiungere il Luna.

«Ehi, piccola» disse lui quando mi vide. «Benvenuta al Trekarama.»

«Che cosa succede?»

«Questo è il nuovo lavoro di Dougie. Trekarama. È un’idea tutta nostra. E Dougie è il Trekmaster. Non è fantastico, piccola? Questo è l’affare del nuovo millennio. Sarà grandioso, sai? Potremmo anche farne, come dire, un franchising.»

«Che cosa diavolo è un Trekarama?» domandò Lula.

«È un locale notturno, piccola. È un luogo di culto. È un santuario per uomini e donne che sono andati dove nessun uomo è mai giunto prima.»

«Prima di che cosa?»

Il Luna fissò lo sguardo nel vuoto, trasfigurato. «Prima di tutto.»

«Mmm.»

«Ti costerà cinque dollari entrare» disse il Luna.

Gliene diedi dieci, poi Lula e io ci facemmo strada tra gli invitati che si affollavano vicino alla porta.

«Non ho mai visto tanti idioti tutti insieme in vita mia» disse Lula. «A eccezione di quel tizio laggiù vicino alla scala. Non è affatto male.»

Ispezionammo la stanza, cercando Steiger e tentando di riconoscerlo dalla foto della documentazione. Il problema era che alcuni dei fanatici di Star Trek erano in costume, vestiti come i loro personaggi preferiti.

Dougie si affrettò a venirci a salutare. «Benvenute a Trekarama. Ci sono stuzzichini e bevande là nell’angolo vicino al romuliano, e tra circa dieci minuti cominceremo a proiettare i film. Gli stuzzichini sono veramente buoni. Li ho presi, ehm, in un’offerta per liquidazione.» Traduzione: merci trafugate che stavano andando a male in qualche magazzino.

Lula batté le nocche sulla testa di Dougie. «Ehilà, c’è nessuno lì dentro? Ti sembriamo una coppia di sfigate fanatiche di Star Trek

«Be’…»

«Stiamo soltanto dando un’occhiata in giro» informai Dougie.

«Come turiste?»

«Forse andrò a fare un giro turistico dalle parti di quel bel tipo laggiù» disse Lula.

Capitolo 13

Lula e io ci addentrammo nella stanza facendoci strada tra la folla e cercando Elwood. Aveva diciannove anni, alto quanto me, magro, con i capelli biondi. Incriminato già due volte. Non volevo che la cattura desse nell’occhio: volevo portarlo fuori di lì molto tranquillamente e poi fargli scivolare le manette ai polsi.

«Ehi» disse Lula «hai visto quel piccoletto vestito da capitano Kirk? Che cosa ne pensi?»

Guardai con attenzione attraverso la stanza. «Potrebbe anche essere Steiger» concordai.

Arrancammo in quella direzione e io mi avvicinai a lui. «Steve?» dissi. «Steve Miller?»

Il capitano Kirk mi guardò. «No. Mi dispiace.»

«Ho un appuntamento al buio» dissi. «Mi ha detto che sarebbe stato vestito da ufficiale.» Tesi la mano. «Io sono Stephanie Plum.»

Lui mi strinse la mano. «Elwood Steiger.»

Tombola.

«Ragazzi, fa davvero caldo qua dentro» dissi. «Vado fuori a prendere un po’ d’aria. Vieni con me?»

Lui si guardò attorno, nervoso, cercando di vedere se si stava perdendo qualcosa. «Non saprei. Non credo. Hanno detto che stanno per proiettare i film.»

Lezione numero uno: cercare di sedurre un fanatico di Star Trek quando stanno per proiettare i film è del tutto inutile. Perciò dovevo scegliere: potevo forzare la mano, oppure aspettare finché non avesse deciso di andarsene. Se fosse rimasto fino alla fine e fosse uscito con tutti gli altri avrebbe potuto essere un problema. Il Luna venne verso di noi. «Accidenti, è bello vedere che voi due andate d’accordo. Elwood ha passato dei brutti momenti, sai. Stava fabbricando roba buona e lo hanno costretto a chiudere. È stato un brutto colpo per tutti noi.»

Gli occhi di Elwood giravano in ogni direzione come se la sua testa fosse un flipper. «Fra poco proietteranno i film, vero?» domandò. «Sono venuto soltanto per questo motivo.»

Il Luna sorseggiò il suo drink. «Elwood stava guadagnando bene, risparmiando per andare al college, quando gli hanno ritirato la licenza. Una vergogna. Una vera carognata.»

Elwood sorrise debolmente. «Non ho mai avuto una licenza» disse.

«Sei stato fortunato a conoscere Stephanie, qui» disse il Luna. «Non so che cosa faremmo io e Dougie senza Steph. Un sacco di cacciatori di latitanti si limiterebbero a trascinare il nostro culo ossuto in galera, ma Steph no, lei…»

Elwood aveva l’aria di uno che ha appena ricevuto una frustata. «Una cacciatrice di latitanti!»

«La migliore che c’è» disse il Luna.

Mi chinai in avanti, in modo da poter parlare a voce bassa ma udibile da Elwood. «Forse sarebbe meglio se andassimo fuori, dove possiamo scambiare due chiacchiere.»

Elwood fece un passo indietro. «No! Non ci vengo! Lasciami in pace.»

Cercai di ammanettarlo ma lui mi allontanò le mani con un colpo.

Lula tirò fuori la scacciacani, Elwood si nascose dietro al Luna e questi crollò come un castello di carte.

«Ops» disse Lula «credo di aver preso lo Star Trek sbagliato.»

«Lo hai ucciso!» strillò Elwood.

«Calmati» disse Lula. «Non strillarmi nelle orecchie.»

Io gli afferrai una mano e gli chiusi le manette attorno al polso.

«Lo hai ucciso. Gli hai sparato!» esclamò Elwood.

Lula teneva le mani sui fianchi. «Hai per caso sentito uno sparo? Io non credo. Non ho neppure una pistola, perché la signorina Nonviolenza, qui, me le ha fatte lasciare tutte nell’auto. Meglio così, comunque, altrimenti potrei spararti solo perché sei un odioso, piccolo coglione.»

Stavo ancora cercando di afferrare l’altra mano per ammanettarla quando la gente cominciò ad affollarsi attorno a noi. «Che cosa succede?» domandavano. «Che cosa state facendo al capitano Kirk?»

«Portiamo il suo inutile culo pallido dietro le sbarre» disse Lula. «State indietro.»

Con la coda dell’occhio vidi qualcosa che volava e colpiva Lula sul lato della testa.

«Ehi!» disse lei. «Che cosa succede?» Si portò una mano alla testa. «Questa è una di quelle palline al formaggio puzzolenti degli stuzzichini. Chi è che tira palline al formaggio?»

«Liberate il capitano Kirk» strillò qualcuno.

«Col cavolo» rispose Lula.

Sbam! Lula si prese in fronte un salatino alla polpa di granchio.

«Aspettate un attimo» disse.

Sbam. Sbam. Sbam. Involtini all’uovo.

Dalla stanza si levò un coro all’unisono: «Liberate il capitano Kirk. Liberate il capitano Kirk».

«Io me ne vado» disse Lula. «Questa gente è pazza. Hanno visto troppi film.»

Sospinsi Elwood in avanti, verso la porta, e venni colpita da uno schizzo di salsa piccante per gli involtini all’uovo, oltre che da un paio di palline al formaggio.

«Prendeteli!» strillò qualcuno. «Vogliono rapire il capitano Kirk.»

Lula e io abbassammo la testa e lottammo per farci strada attraverso una pioggia di stuzzichini trafugati e di orribili minacce. Raggiungemmo la porta principale e ci precipitammo fuori, correndo e trascinandoci dietro Elwood. Lo gettammo sul sedile posteriore e io spinsi l’acceleratore a tavoletta. Qualunque altra macchina sarebbe partita a razzo ma la Buick lasciò gli ormeggi con calma e determinazione e si avviò lungo la strada a forza di muscoli.

«Lo sai, a ripensarci, questi fanatici di Star Trek sono un manipolo di signorine» disse Lula. «Se una cosa simile fosse successa nel mio quartiere quelle palline al formaggio sarebbero state ripiene di proiettili.»

Elwood era sprofondato nel sedile posteriore e non diceva una parola. Era stato colpito per errore da un paio di munizioni al formaggio e di involtini all’uovo, e ora la sua divisa da capitano Kirk non era più all’altezza dello standard della Federazione.

Accompagnai a casa Lula e proseguii verso la stazione di polizia. Jimmy Neeley era di turno alla scrivania. «Gesù» disse «che cos’è questo odore?»

«Palline al formaggio» risposi. «E involtini all’uovo.»

«Sembra che siate stati coinvolti in una sparatoria alimentare.»

«Sono stati i romuliani a cominciare» dissi. «Dannati romuliani.»

«Già» disse Neeley «non ci si può proprio fidare di quei maledetti.»

Presi la ricevuta per la consegna del latitante e tolsi le manette al capitano Kirk, poi me ne andai e passeggiai un po’ all’aperto nella notte. Il cortile della stazione di polizia era illuminato artificialmente da lampioni alogeni. Sotto le luci il cielo era buio e senza stelle. Una leggera pioggia aveva preso a cadere. Sarebbe stata una bella nottata se mi fossi trovata a casa di Morelli con lui e Bob. Così come stavano le cose ero sola sotto la pioggia e puzzavo come un enorme salatino, con addosso la lieve preoccupazione che se qualcuno aveva fatto fuori Cynthia Lotte io avrei potuto essere la prossima della lista. L’unica cosa positiva dell’omicidio della Lotte era che mi aveva temporaneamente distolto i pensieri dalla faccenda di Arturo Stolle.

Non mi sentivo per niente attraente con la camicia sporca di salsa e i capelli pieni di palline maleodoranti, perciò tornai a casa a cambiarmi prima di andare da Morelli. Parcheggiai la Buick vicino alla Cadillac del signor Weinstein e mossi qualche passo verso il palazzo prima di rendermi conto che Ranger era appoggiato contro l’auto di fronte a me.

«Devi stare più attenta, bambina» disse. «Devi guardarti bene in giro prima di scendere dalla macchina.»

«Ero distratta.»

«Una pallottola in testa ti distrarrebbe in modo molto più definitivo.»

Feci una smorfia e gli mostrai la lingua.

Ranger sorrise. «Stai cercando di eccitarmi?» Mi tolse un pezzette di cibo dai capelli. «Involtino all’uovo?»

«È stata una lunga notte.»

«Hai saputo niente da Ramos?»

«Ha detto che hanno un problema a Trenton, che io suppongo essere Junior Macaroni. Ma poi ha aggiunto che ci ha pensato lui e che il problema se ne andrà in nave la prossima settimana. E che con un po’ di fortuna la nave affonderà. Poi i due gorilla sono venuti a prenderlo e hanno detto che non riuscivano a trovare il carico. Tu riesci a capirci qualcosa?»

«Sì.»

«E me lo spieghi?»

«No.»

Cristo. «Sei proprio un bastardo. Non voglio più lavorare per te.»

«Troppo tardi. Ti ho già licenziata.»

«Intendo dire mai più

«Dov’è Bob?»

«Con Morelli.»

«Perciò devo preoccuparmi soltanto della tua sicurezza» disse Ranger.

«È un pensiero carino, ma non è necessario.»

«Che cosa? Mi prendi in giro? Io ti ho detto di starne fuori e di fare attenzione e due ore dopo avevi di nuovo Ramos in macchina.»

«Stavo cercando te e lui è saltato dentro alla Buick.»

«Hai mai sentito parlare di chiusure di sicurezza?»

Alzai il mento cercando di fingermi indignata. «Vado a casa. E per farti contento mi chiuderò dentro.»

«Errore. Ci verrai con me e sarò io a chiuderti dentro.»

«Mi stai minacciando?»

«No. Te lo sto solamente dicendo chiaro e tondo.»

«Stammi a sentire, bello» dissi «siamo nel Ventesimo secolo: le donne non sono oggetti. Tu non puoi andare in giro a rinchiuderle da qualche parte. Se io voglio fare un’incredibile stupidaggine e mettermi in pericolo ho il diritto di farlo.»

Ranger mi ammanettò. «Non credo proprio.»

«Ehi!»

«Sarà soltanto per un paio di giorni.»

«Non riesco a crederci! Mi stai veramente rinchiudendo?»

Lui mi afferrò l’altro polso e io gli strappai di mano le manette e feci un salto indietro.

«Vieni qui» disse.

Mi rifugiai dietro un’auto. La manetta pendeva dal polso e in un certo strano modo, a cui non volevo pensare, tutto ciò era erotico. Ma per un altro verso mi faceva veramente infuriare. Frugai nella borsa e tirai fuori lo spray urticante. «Vieni a prendermi» gli dissi.

Lui mise le mani sull’auto. «Le cose non stanno andando per il verso giusto, vero?»

«Come ti aspettavi che andassero?»

«Già, hai ragione. Avrei dovuto saperlo. Non c’è mai niente di facile con te. La gente salta in aria. Le auto vengono schiacciate da camion dell’immondizia. Ho partecipato ad assalti in grande stile meno pericolosi che incontrare te per prendere un caffè.» Tenne alte le chiavi perché io potessi vederle. «Vuoi che ti tolga le manette?»

«Lancia le chiavi verso di me.»

«Dovrai venire a prenderle.»

«Neanche per sogno.»

«Quello spray urticante funziona solo se me lo spruzzi in faccia. Pensi di essere abbastanza brava da colpirmi?»

«Certamente.»

Un catorcio di auto entrò nel parcheggio. Entrambi gli rivolgemmo tutta la nostra attenzione. Ranger aveva una pistola in mano e il braccio disteso lungo il fianco.

L’auto si fermò e ne scesero Dougie e il Luna. «Ehi, piccola» mi chiamò il Luna. «Bel colpo trovarti qui. Io e Dougie abbiamo bisogno dei tuoi saggi consigli.»

«Devo parlare con queste persone» dissi a Ranger. «Lula e io abbiamo in un certo senso messo a soqquadro la loro casa.»

«Fammi indovinare, forse servivano involtini all’uovo e qualcosa di giallo?»

«Palline al formaggio. E non è stata colpa mia. Hanno cominciato i romuliani.»

Gli angoli della sua bocca si piegarono in un lieve, controllato sorriso. «Avrei dovuto indovinare che si trattava dei romuliani.» Fece un cenno con la pistola. «Va’ a parlare con i tuoi amici. Noi finiremo dopo.»

«La chiave?»

Lui sorrise e scosse la testa.

«Questa è guerra» dissi.

Il sorriso si trasformò in una smorfia. «Sta’ attenta.»

Arretrai e mi avvicinai alla porta posteriore del palazzo, mentre Dougie e il Luna mi seguivano. Non riuscivo a immaginare che cosa volessero. Un risarcimento per danni? Una raccomandazione per permettere a Elwood di diventare il signore della droga? La mia opinione a proposito degli involtini all’uovo?

Attraversai rapidamente l’ingresso e salii le scale. «Possiamo parlare a casa mia» dissi. «Ho bisogno di cambiarmi gli abiti.»

«Mi dispiace per la tua camicia. Quei fanatici di Star Trek erano inferociti. Ti dico una cosa, sembravano mafiosi» disse il Luna. «La Federazione è nei guai, non arriverà da nessuna parte con membri di quel genere. Non hanno avuto alcun rispetto per la casa di Dougie.»

Aprii la porta. «Hanno fatto molti danni?»

Il Luna si gettò sul divano. «All’inizio pensavamo che si limitasse tutto alle palline al formaggio. Ma poi abbiamo avuto problemi con la polizia e abbiamo dovuto interrompere la proiezione.»

«I poliziotti hanno fatto irruzione proprio nel bel mezzo di un filmato e siamo stati fortunati a riuscire ad andarcene vivi» disse Dougie.

«Adesso, come dire, abbiamo paura di tornare là, piccola. Ci stavamo domandando se potevamo passare la notte qui con te e tua nonna.»

«Nonna Mazur è tornata a stare dai miei.»

«Peccato. Era fantastica.»

Diedi loro cuscini e coperte.

«Grazioso braccialetto» disse il Luna.

Guardai le manette che ancora mi pendevano dal polso destro. Le avevo dimenticate. Mi domandai se Ranger fosse ancora nel parcheggio. E mi chiesi se avrei dovuto andare con lui. Feci scattare la serratura della porta e poi mi chiusi a chiave nella camera da letto, raggomitolandomi sotto le coperte con ancora quella robaccia tra i capelli. Mi addormentai all’istante.

La mattina dopo, quando mi svegliai, mi resi conto che mi ero completamente dimenticata di Joe.

Merda.

A casa sua non rispondeva nessuno e stavo quasi per fare un tentativo sul cercapersone quando il telefono squillò.

«Che cosa diavolo sta succedendo?» disse Joe. «Sono appena arrivato in centrale e ho sentito dire che sei stata aggredita da un romuliano.»

«Sto bene. Ho catturato un latitante a una festa dedicata a Star Trek e c’è stata un po’ di confusione.»

«Sfortunatamente ho anch’io delle brutte notizie. La tua amica Carol Zabo è di nuovo in cima al ponte. Sembra che lei e un gruppetto di amiche abbiano rapito Joyce Barnhardt e l’abbiano lasciata nuda e legata a un albero vicino al cimitero degli animali domestici ad Hamilton Township.»

«Mi prendi in giro? Carol arrestata per il rapimento di Joyce Barnhardt?»

«No. Joyce non ha presentato denuncia. È stato un vero spettacolo, però: si è mossa mezza polizia per andare a liberarla. Carol è stata arrestata perché faceva un po’ troppo chiasso in un luogo pubblico. Penso che lei e le altre ragazze stessero semplicemente festeggiando, ed è stata solo ammonita per cattiva condotta, ma nessuno riesce a convincerla che non andrà in galera. Ci stavamo domandando se puoi andare tu a tirarla giù da quel dannato ponte. Sta provocando un ingorgo nel traffico dell’ora di punta.»

«Ci vado immediatamente.» Era tutta colpa mia. Accidenti, quando le cose si mettevano a girare per il verso sbagliato tutto il mondo diventava un cesso.

Ero andata a dormire ancora vestita, per cui non dovetti neppure prepararmi. Passando dal soggiorno strillai al Luna e a Dougie che sarei tornata presto. Quando uscii dalla porta posteriore del palazzo avevo in mano lo spray urticante nel caso Ranger saltasse fuori da dietro un cespuglio.

Non c’era traccia di Ranger. E neppure di Habib o Mitchell, perciò partii in direzione del ponte.

I poliziotti sono fortunati: hanno quelle grandi luci rosse quando devono andare velocemente da qualche parte. Io invece non avevo alcun lampeggiante, perciò, quando il traffico si bloccò, montai con l’auto sul marciapiede.

Cadeva una pioggia insistente. La temperatura si aggirava sui quattro gradi e l’intera popolazione dello Stato era al telefono per informarsi sulle tariffe degli aerei diretti in Florida. A eccezione, naturalmente, della gente che si era radunata sul ponte a osservare perplessa Carol.

Parcheggiai dietro un’auto della polizia e mi feci strada a piedi fino al centro del ponte, dove Carol era appollaiata sul guardrail con un ombrello aperto in mano.

«Grazie per esserti presa cura di Joyce» dissi. «Che cosa stai facendo?»

«Sono stata arrestata di nuovo.»

«Ti hanno semplicemente ammonita per cattiva condotta. Non andrai in galera per questo.»

Carol smontò dal guardrail. «Volevo soltanto essere sicura.» Mi guardò. «Che cos’hai nei capelli? E che cosa sono quelle manette? Sei stata con Morelli, vero?»

«No, da un bel po’ di tempo» dissi ammiccando.

Tornammo ciascuna alla propria auto: Carol andò a casa, e io andai in ufficio.

«Accidenti» disse Lula quando mi vide. «Penso proprio che quella che sta entrando adesso abbia una bella storia da raccontarci. Come mai quelle manette?»

«Mi pareva che si intonassero con le palline al formaggio tra i capelli. Sai com’è, accessori per completare la tenuta.»

«Spero che si tratti di Morelli» disse Connie. «Non mi dispiacerebbe essere ammanettata da lui.»

«Ci sei andata vicina» dissi. «È stato Ranger.»

«Oh-oh» disse Lula. «Mi sto bagnando.»

«Non si trattava di niente di erotico» dissi. «È stato… un incidente. E poi abbiamo perso la chiave.»

Connie si fece aria con una cartellina di cartone. «Sto per avere un colpo di calore.»

Le diedi la ricevuta per la consegna di Elwood Steiger. Tutto considerato erano stati soldi facili. Non uno sparo né qualcuno che cercasse di darmi fuoco.

La porta principale si spalancò e Joyce Barnhardt fece irruzione nell’ufficio. «Me la pagherai» mi disse. «Rimpiangerai di esserti messa contro di me.»

Lula e Connie si girarono di scatto nella mia direzione e mi rivolsero uno sguardo interrogativo.

«Carol Zabo e alcune sue amiche mi hanno dato una mano a liberarmi di Joyce legandola a un albero… nuda.»

«Non voglio sparatorie, qui dentro» disse Connie a Joyce.

«Spararle sarebbe troppo facile» disse Joyce. «Voglio qualcosa di meglio: voglio Ranger.» Mi guardò a occhi stretti. «So che sei in intimità con lui. Bene. Sarà meglio che tu usi questo vantaggio e me lo consegni. Perché se non lo fai entro ventiquattro ore, denuncerò Carol Zabo per rapimento.» Joyce girò sui tacchi a spillo dei suoi stivaletti e sparì fuori della porta.

«Merda» disse Lula. «C’è di nuovo quell’odore di zolfo.»

Connie mi allungò l’assegno per Elwood. «Questo è un bel problema.»

Presi l’assegno e lo infilai nella borsa. «Ho così tanti problemi che non riesco neppure a ricordarmeli tutti.»

L’anziana signora Bestler stava giocando a fare il ragazzo dell’ascensore. «Andiamo su» disse. «Pelletteria da donna, biancheria…» Si chinò in avanti appoggiandosi sul treppiede da passeggio e mi guardò. «Oh santo cielo» disse «il salone di bellezza è al secondo piano.»

«Perfetto» le risposi. «È esattamente dove devo andare.»

Il mio appartamento era silenzioso quando entrai. Le coperte che avevo dato a Dougie e al Luna erano ordinatamente piegate sul divano. Avevano lasciato un biglietto su uno dei cuscini. Sopra c’erano scritte tre sole parole: «A più tardi».

Mi trascinai nel bagno, mi spogliai e mi lavai la testa parecchie volte. Indossai dei vestiti puliti, poi asciugai i capelli con un colpo di phon e li acconciai in una coda di cavallo. Telefonai a Morelli per sapere come andava con Bob e lui disse che il cane stava bene e che il suo vicino gli stava facendo da dog sitter. Poi scesi nel seminterrato e chiesi a Dillan di troncare la catena delle manette in modo da non avere il secondo braccialetto che dondolava al vento.

Dopo di che non mi restava altro da fare. Non avevo latitanti da rintracciare, non avevo un cane da portare a spasso, non avevo nessuno da sorvegliare e nessuna casa in cui penetrare. Avrei potuto andare da un fabbro per far aprire la manetta, ma speravo ancora di ottenere la chiave da Ranger. Avevo intenzione di consegnarlo a Joyce, quella sera: meglio questo piuttosto che correre il rischio che Joyce facesse tornare Carol sul ponte. Recuperare Carol da un possibile annegamento cominciava a diventare una storia vecchia. E sarebbe stato facile consegnare Ranger, tutto quello che dovevo fare era organizzare un incontro, dirgli che volevo che mi togliesse le manette e farlo venire da me. Poi lo avrei stordito con la scacciacani e impacchettato per consegnarlo a Joyce. Naturalmente dopo avrei dovuto inventarmi qualcosa per liberarlo. Non volevo certo che Ranger finisse in galera.

Poiché sembrava che sulla mia agenda non fosse registrato alcun impegno fino a sera, pensai che avrei potuto pulire la gabbia del criceto. E dopo la gabbia del criceto, forse, sarei passata al frigorifero. Diavolo, avrei potuto persino farmi prendere la mano e rimettere a posto il bagno… no, questo era improbabile. Ripescai Rex dalla sua mangiatoia e lo misi nella grande zuppiera che usavo per gli spaghetti, sul piano di lavoro della cucina. Rimase lì seduto a sbattere le palpebre alla luce improvvisa, contrariato per essere stato svegliato in pieno sonno.

«Mi dispiace, piccolo» dissi. «Devo pulire la vecchia fattoria.»

Dieci minuti dopo Rex era di nuovo nella sua gabbia, agitatissimo perché tutti i suoi tesori nascosti ora si trovavano in un grosso sacco di plastica della spazzatura. Gli diedi una noce sgusciata e un chicco d’uva passa. Lui portò il chicco d’uva nella mangiatoia rimessa a nuovo e quella fu l’ultima volta che lo vidi.

Guardai fuori dalla finestra del soggiorno e vidi il parcheggio bagnato. Ancora nessun segno di Habib e Mitchell, tutte le auto appartenevano agli inquilini. Ottimo, potevo andare a gettare la spazzatura senza alcun rischio. Mi avvolsi nella giacca, presi il sacco con la lettiera sporca del criceto e mi avviai lungo il corridoio.

La signora Besder era ancora nell’ascensore. «Oh, hai un aspetto molto migliore adesso, cara» disse. «Non c’è niente che faccia bene come trascorrere un’ora di relax a chiacchierare nel salone di bellezza.» Le porte dell’ascensore si aprirono sull’ingresso e io saltai fuori. «Ora si sale» cantilenò la signora Bestler. «Abbigliamento per uomo, terzo piano.» E le porte si richiusero.

Attraversai l’ingresso fino alla porta sul retro e mi fermai un momento per tirare su il cappuccio. La pioggia era insistente. L’acqua aveva formato pozzanghere sull’asfalto luccicante e perle sulle carrozzerie lucidate di recente degli anziani inquilini. Feci un passo fuori, chinai la testa e mi affrettai ad attraversare il cortile fino alla pattumiera.

Gettai il sacco dentro al cassonetto, mi voltai e mi trovai faccia a faccia con Habib e Mitchell. Erano bagnati fradici e non avevano un aspetto amichevole.

«Da dove venite?» domandai. «Non ho visto la vostra macchina.»

«È parcheggiata in una strada laterale» disse Mitchell mostrandomi la pistola «ed è lì che andremo. Comincia a camminare.»

«Non credo proprio» dissi. «Se mi sparate Ranger non avrà più nessun motivo di trattare con Stolle.»

«Sbagliato» disse Mitchell. «Solo se noi ti uccidiamo, Ranger non avrà alcun motivo.»

Il cassonetto dei rifiuti si trovava all’estremità posteriore del cortile. Scivolai su un tratto di prato reso viscido dalla pioggia, con le gambe che tremavano, troppo spaventata per riuscire a pensare. Mi domandavo dove si trovasse Ranger in quel momento, proprio quando avevo bisogno di lui. Perché non era lì, a insistere per chiudermi a chiave in un rifugio? Adesso che avevo pulito la gabbia del criceto sarei stata felice di seguirlo.

Mitchell era di nuovo alla guida del furgoncino verde. Immaginai che non fossero riusciti a pulire bene la Lincoln. E forse era meglio che non scegliessi proprio quell’argomento per fare conversazione.

Habib si sedette di fianco a me sul sedile posteriore. Indossava un impermeabile che sembrava completamente intriso d’acqua: dovevano essere rimasti nascosti tra i cespugli che circondavano il palazzo. Lui non portava il cappello e l’acqua gli gocciolava dai capelli giù per la schiena e sul viso. Si passò una mano sulla faccia. Nessuno sembrava preoccuparsi del fatto che stavamo bagnando tutti i rivestimenti interni dell’auto.

«Bene» dissi cercando di tenere un tono di voce normale. «E adesso?»

«Adesso non occorre che tu sappia niente» rispose Habib. «Devi soltanto stare buona, ora.»

Stare buona era la cosa peggiore, perché mi lasciava il tempo di pensare, e pensare non era piacevole. Non c’era da aspettarsi niente di positivo da questo viaggio. Cercai di chiudere la porta alle emozioni, la paura e il rimorso non mi avrebbero portata da nessuna parte. Non volevo neppure lasciar correre libera l’immaginazione. Poteva semplicemente trattarsi di un altro incontro con Arturo, non c’era ragione di perdere la testa prima del tempo. Mi concentrai sul respiro. Profondo e regolare. Inspirare ossigeno. Mentalmente intonai una cantilena di meditazione. Ohhmmm. Lo avevo visto fare in televisione e sembrava che funzionasse sul serio.

Mitchell era diretto a ovest sulla Hamilton, in direzione del fiume. Attraversò Broad e si infilò nelle stradine della zona industriale della città. Il parcheggio in cui entrò era adiacente a una struttura di mattoni a tre piani che era stata una fabbrica di pezzi di ricambio, ma era da tempo in disuso. Un cartello con la scritta VENDESI era stato attaccato alla facciata dell’edificio, ma sembrava che fosse lì da un centinaio d’anni.

Mitchell parcheggiò e scese dall’auto. Aprì la portiera dalla mia parte e mi fece cenno di uscire tenendomi sotto tiro con la pistola. Habib mi seguì. Aprì una porta laterale dell’edificio con una chiave ed entrammo insieme. Era freddo e umido all’interno. L’illuminazione era fioca, proveniente solo dalle porte aperte dei piccoli uffici nei quali il sole filtrava attraverso finestre sudicie. Percorremmo un breve corridoio ed entrammo nell’area di accoglienza. Le piastrelle del pavimento scricchiolavano sotto le suole e tutta la stanza era spoglia a eccezione di due sedie pieghevoli di metallo e di una piccola e rovinata scrivania di legno. C’era una scatola di cartone posata a terra.

«Siediti» mi disse Mitchell. «Prendi una sedia.»

Si tolse il cappotto e lo gettò sulla scrivania. Habib fece lo stesso. Le loro camicie non erano molto più asciutte dei cappotti.

«Bene, questo è il piano» disse Mitchell. «Ora ti daremo una botta in testa con la scacciacani e poi, mentre sarai priva di conoscenza, ti taglieremo un dito con le forbici, queste.» Prese un paio di grosse cesoie dalla scatola di cartone. «In questo modo avremo qualcosa da mandare a Ranger. Poi staremo qui con te a fare la guardia e a vedere quello che succede. Se lui vuole trattare, noi saremo disponibili. Se non vuole, immagino che dovremo ucciderti.»

Sentivo un forte ronzio nelle orecchie e scossi la testa per farlo svanire. «Aspettate un minuto» dissi. «Avrei qualche domanda da fare.»

Mitchell sospirò. «Le donne hanno sempre domande da fare.»

«Forse potremmo tagliarle la lingua» propose Habib. «A volte funziona. Al mio Paese lo facciamo, e con ottimi risultati.»

Cominciavo a sospettare che avesse mentito sulle sue origini pakistane: mi sembrava piuttosto che il suo Paese fosse l’inferno.

«Il signor Stolle non ha detto niente a proposito della lingua» disse Mitchell. «Forse vuole risparmiarla per qualche altra volta.»

«Dove avete intenzione di rinchiudermi?» domandai a Mitchell.

«Qui. Ti chiuderemo nel bagno.»

«Ma come farete con il sangue?»

«In che senso?»

«Potrei morire dissanguata. E allora come farete a servirvi di me per trattare con Ranger?»

Si guardarono l’un l’altro. Non ci avevano pensato. «Questa è una cosa nuova per me» disse Mitchell. «Di solito mi limito a picchiare la gente a morte o a fargli saltare le cervella.»

«Dovreste procurarvi delle bende pulite e un po’ di antisettico.»

«Penso che sia giusto» assentì Mitchell. Guardò l’orologio. «Non abbiamo molto tempo. Devo riportare l’auto a mia moglie perché possa andare a prendere i bambini a scuola. Non voglio che debbano aspettare lì fuori sotto la pioggia.»

«C’è un negozio sulla Broad Street» disse Habib. «Potremmo prendere tutto là.»

«Comprate anche qualche calmante per il dolore» dissi.

In realtà non volevo affatto né le bende né il calmante. Quello che volevo veramente era tempo. È quanto si desidera sempre avere quando capita qualche disastro. Si vuole tempo per sperare che non sia accaduto veramente, tempo perché il disastro se ne vada, tempo per scoprire che era tutto un errore, tempo per permettere a Dio di intervenire.

«D’accordo» disse Mitchell. «Vai nel bagno, laggiù.»

Era una stanza senza finestre, larga circa un metro e mezzo e lunga due. Un water. Un lavabo. E questo era tutto. Sul lato esterno della porta era stata installata una serratura. Non sembrava nuova di zecca, perciò immaginai di non essere la prima persona che veniva tenuta prigioniera lì.

Entrai nella piccola stanza e loro chiusero a chiave la porta. Appoggiai l’orecchio allo stipite.

«Sai una cosa, sto cominciando a odiare questo lavoro» disse Mitchell. «Perché non possiamo mai fare questo genere di cose in una bella giornata? Una volta ho dovuto prendere un tizio, Alvin Margucci: faceva così fottutamente freddo che la pistola si era congelata e abbiamo dovuto picchiarlo a morte con un badile. E poi quando abbiamo cominciato a scavargli la fossa non riuscivamo neanche a scalfire il terreno. È stato un gran casino.»

«Sembra davvero un lavoro duro» disse Habib. «È molto meglio al mio Paese, dove è quasi sempre caldo e il terreno è soffice. Spesso non dobbiamo neppure scavare perché il Pakistan è una terra molto accidentata e possiamo semplicemente gettare il tizio appena morto dentro a un burrone.»

«Già, be’, sai… qui abbiamo i fiumi, ma i cadaveri vengono a galla e questo non va bene.»

«Proprio così» disse Habib. «L’ho sperimentato anch’io.»

Mi sembrò di sentirli uscire, udii la porta all’estremità del salone aprirsi e poi richiudersi. Provai a forzare la porta del bagno. Poi mi guardai attorno. Feci un po’ di respirazione e osservai nuovamente il piccolo locale. Mi imposi di riflettere. Mi sentivo come Winnie the Pooh, che era un orsetto di poco cervello. Si trattava di una orribile stanzetta, con un lavandino e un water sudici e un pavimento di linoleum lurido. La parete accanto al lavandino era macchiata di acqua con una chiazza di umido vicino al soffitto. Probabilmente un problema di tubature al piano superiore. Non ci trovavamo certo in una costruzione di buona qualità. Misi la mano sul muro e lo sentii trasudare, le pareti erano fradicie.

Indossavo un paio di anfibi con grosse suole robuste. Mi misi a sedere sul lavandino, tirai un calcio potente alla parete e il piede la trapassò uscendo direttamente dall’altra parte. Cominciai a ridere, e poi mi resi conto che stavo piangendo. Non c’era tempo per gli isterismi, mi dissi. Dovevo solo andarmene di lì il più velocemente possibile.

Afferrai i bordi del buco nel muro, togliendone via grossi pezzi. Riuscii a ricavare un’apertura sufficientemente grande tra i montanti verticali, e poi mi misi al lavoro sulla parete più esterna. Fu questione di minuti e avevo distrutto entrambe le pareti abbastanza da potermici infilare. Le unghie si erano rotte e le dita sanguinavano, ma ora mi trovavo in un piccolo ufficio e mi ero lasciata il bagno alle spalle. Provai ad aprire la porta. Era chiusa a chiave. Gesù, pensai, non dirmi che devo passare attraverso l’intero edificio facendo buchi nei muri a colpi di stivale! Aspetta un momento, sciocca: l’ufficio ha una finestra. Mi costrinsi a respirare profondamente. Non ero al massimo della lucidità, ero troppo spaventata. Provai ad aprire la vetrata, ma non si mosse. Era rimasta chiusa per troppo tempo, sulla serratura erano state passate troppe mani di vernice. Nella stanza non c’erano mobili. Mi liberai della giacca, la avvolsi attorno alla mano, strinsi il pugno e ruppi la finestra. Tolsi quanti più pezzi di vetro riuscii e guardai fuori. Era un salto piuttosto alto, ma forse potevo farcela. Mi sfilai uno stivale e con quello eliminai tutti i vetri rimasti alla finestra in modo da non tagliarmi più di quanto fosse necessario. Rimisi l’anfibio e con una gamba scavalcai il davanzale. La finestra si affacciava sulla parte anteriore dell’edificio. Per favore, mio Dio, fa che Habib e Mitchell non arrivino proprio mentre sto saltando dalla finestra. Mi calai lentamente, con la schiena verso la strada, in modo da potermi tenere stretta con le mani, lasciandomi penzolare giù, le dita dei piedi puntate contro le fessure tra i mattoni. Arrivata al massimo dell’estensione, mi lasciai cadere e atterrai prima sui piedi e poi sul sedere. Rimasi a terra per un minuto, stordita, sdraiata sul marciapiede, con la pioggia che mi batteva sul viso.

Inspirai profondamente e mi rialzai, poi cominciai a correre. Attraversai la strada, percorsi un lungo vialetto e poi un’altra strada. Non avevo idea di dove stessi andando. Stavo soltanto mettendo della distanza tra me e l’edificio di mattoni.

Capitolo 14

Mi fermai per riprendere fiato, piegata in due, con gli occhi che mi si incrociavano per il dolore ai polmoni. I jeans si erano strappati all’altezza delle ginocchia e queste si erano graffiate sui vetri. Entrambe le mani erano tagliate. Avevo perduto la giacca nella fretta di scappare: dopo averla tolta dalla mano attorno alla quale l’avevo avvolta, l’avevo lasciata là. Indossavo una T-shirt e una camicia di flanella ed ero bagnata fradicia: battevo i denti per il freddo e per la paura. Mi appoggiai al muro di un palazzo e ascoltai il rumore, attutito dalla pioggia, delle auto che passavano non lontano da lì, a Broad.

Non volevo andare a Broad, mi sarei sentita troppo esposta. Quella era una zona della città che non conoscevo bene. Non avevo molta scelta, ma pensai che avrei dovuto entrare in uno di quei palazzi e chiedere aiuto. Dall’altro lato della strada c’era un negozio di generi vari collegato a una pompa di benzina. La cosa mi metteva a disagio: troppo visibile. Mi trovavo accanto a un edificio che sembrava ospitare degli uffici. Entrai dalla porta principale in un piccolo ingresso. Un unico ascensore si trovava sulla sinistra, proprio accanto c’era una porta antincendio metallica che conduceva alle scale. Il tabellone affisso alla parete elencava le varie società ospitate nel palazzo. Cinque piani di uffici. Non riconobbi nessuno dei nomi. Salii le scale fino al primo piano e scelsi una porta a caso. Si apriva su una stanza piena di scaffali di metallo carichi di computer, stampanti e componenti informatiche assortite.

Un tizio in T-shirt, dai capelli crespi, lavorava a una scrivania vicino alla porta. Alzò lo sguardo quando misi dentro la testa.

«Che cosa fate qui?» domandai.

«Ripariamo computer.»

«Mi stavo domandando se avrei potuto usare il vostro telefono per fare una chiamata urbana. Sono caduta dalla bicicletta per via della pioggia e ho bisogno di telefonare a qualcuno per farmi dare un passaggio.» Forse non era opportuno aggiungere che c’erano degli uomini che mi cercavano per mutilarmi: sarebbe stato più di quello che lui desiderava sapere.

Mi squadrò da capo a piedi. «È sicura che quella che mi ha raccontato sia la storia vera?»

«Certo che sono sicura.» Nel dubbio… sempre meglio mentire.

Con un gesto mi indicò il telefono all’estremità della scrivania. «Prego.»

Non potevo telefonare ai miei, non c’era modo di spiegar loro questa faccenda. E non volevo chiamare Joe perché non desideravo che sapesse quanto ero stata stupida. Non avevo nessuna intenzione di chiamare Ranger perché mi avrebbe rinchiusa, anche se l’idea cominciava a diventare allettante. Rimaneva solo Lula.

«Grazie» dissi all’uomo, riagganciando la cornetta dopo aver dato l’indirizzo a Lula. «Molto gentile.»

Sembrava quasi inorridito dal mio aspetto, perciò uscii dall’ufficio e scesi al piano terra ad aspettare.

Cinque minuti dopo Lula parcheggiò lì davanti. Quando salii in macchina lei chiuse le portiere con la sicura, tirò fuori la pistola dalla borsa e la posò sul cruscotto davanti a noi.

«Buona idea» dissi.

«Dove andiamo?»

Non potevo tornare a casa: Habib e Mitchell mi avrebbero sicuramente cercata là. Avrei potuto andare dai miei o da Joe, ma non prima di essermi ripulita. Ero sicura che anche Lula mi avrebbe ospitata a casa sua, ma il suo appartamento era minuscolo e non volevo che scoppiasse la Terza guerra mondiale solo perché ci pestavamo i piedi l’una con l’altra. «Portami a casa di Dougie» dissi.

«Non so come hai fatto a ferirti in quel modo, ma devi esserti procurata anche qualche danno al cervello.»

Spiegai tutto a Lula. «Nessuno penserà di cercarmi a casa di Dougie» dissi. «Inoltre ha ancora dei vestiti da quando era il Commerciante. E probabilmente ha anche un’auto da prestarmi.»

«Dovresti chiamare Ranger o Joe sul cercapersone» disse Lula. «Meglio uno dei due, piuttosto che Dougie. Con loro saresti al sicuro.»

«Non posso farlo. Stasera devo consegnare Ranger in cambio di Carol.»

«Che cosa hai detto?»

«Stasera consegnerò Ranger a Joyce.» Dal telefono dell’auto di Lula chiamai Joe in ufficio. «Ho un grande favore da chiederti» gli dissi.

«Un altro?»

«Sono preoccupata che qualcuno possa entrare in casa mia, e non posso tornarci in questo momento. Mi stavo domandando se tu potessi andare a prendere Rex e tenerlo con te.»

Ci fu un lungo silenzio. «Quanto è urgente?»

«Urgente.»

«La cosa non mi piace affatto» disse Joe.

«E mentre sei lì, forse potresti dare un’occhiata al vaso dei biscotti e vedere se la mia pistola c’è ancora. E, ehm, forse potresti anche prendere la mia borsa.»

«Che cosa sta succedendo?»

«Arturo Stolle pensa che tenendomi in ostaggio riuscirà a convincere Ranger a cooperare con lui.»

«Tu stai bene?»

«Benissimo. È solo che sono uscita di casa in fretta.»

«Immagino che tu non voglia farti venire a prendere da qualche parte.»

«No. Pensa solo a Rex. Io sono con Lula.»

«Questo mi tranquillizza molto.»

«Proverò a passare più tardi, stasera.»

«Cerca di farlo davvero.»

Lula si fermò davanti alla casa di Dougie. Le due finestre a piano terra erano chiuse con delle assi. Al piano superiore le tendine erano tirate, ma la luce filtrava dall’interno. Lula mi diede la Glock.

«Tieni questa con te. Ha il caricatore pieno. E chiamami se hai bisogno di qualcosa.»

«Starò benissimo» dissi.

«Certo. Lo so. Aspetterò qui finché entrerai in casa e mi farai segno di andare.»

Percorsi di corsa il breve tratto fino alla porta. Non sapevo bene perché, dato che non avrei potuto bagnarmi più di così. Bussai ma nessuno rispose. Immaginai che Dougie si stesse nascondendo da qualche parte, per paura che qualche fanatico di Star Trek fosse tornato a trovarlo.

«Ehi, Dougie!» gridai. «Tranquillo, sono Stephanie. Apri la porta!»

Funzionò. Vidi un’ombra muoversi alla finestra e Dougie sbirciò fuori. Poco dopo la porta si aprì.

«C’è nessuno con te?» domandai.

«Solo il Luna.»

Infilai la Glock nella cintura dei jeans e mi voltai per fare cenno a Lula di andare.

«Chiudi a chiave la porta» dissi entrando nella stanza.

Dougie mi aveva già preceduto. Non soltanto aveva chiuso a più mandate la porta ma stava anche spingendoci contro un frigorifero.

«Pensi che sia necessario?» domandai.

«Probabilmente è eccessivo» disse. «In realtà oggi è stata una giornata tranquilla. È solo che sono ancora scosso per via della rissa.»

«A quanto pare ti hanno rotto le finestre.»

«Solo una. I vigili del fuoco hanno rotto l’altra quando hanno buttato fuori il divano.»

Guardai il divano. Era carbonizzato per metà. Il Luna era seduto nella parte ancora intatta.

«Ehi, piccola, sei arrivata al momento giusto» disse. «Abbiamo appena finito di riscaldare un po’ di salatini alla polpa di granchio. Stavamo guardando le repliche di un telefilm in televisione.»

«Già» intervenne Dougie. «Sono rimasti un sacco di salatini alla polpa di granchio. Dobbiamo mangiarli prima della scadenza, cioè venerdì.»

Mi sembrò strano che nessuno dei due facesse commenti sul fatto che ero tutta bagnata e sanguinante ed ero entrata con una pistola in mano. Ma forse la gente si presenta sempre così in casa d’altri.

«Mi stavo domandando se tu avessi qualche abito asciutto» dissi a Dougie. «Li hai finiti tutti quei jeans che stavi cercando di svendere?»

«Ne ho ancora un mucchio nella camera da letto, di sopra. Perlopiù taglie piccole, perciò forse troverai qualcosa. E ci sono anche delle camicie. Serviti pure di tutto quello che vuoi.»

Nell’armadietto dei medicinali, in bagno, c’erano alcuni cerotti. Mi lavai alla meglio e cercai tra i vestiti di Dougie finché trovai qualcosa che mi andava bene.

Era pomeriggio inoltrato e non avevo pranzato, perciò mi gettai affamata sui salatini alla polpa di granchio. Poi andai in cucina e chiamai Joe sul cellulare.

«Dove ti trovi?» domandò.

«Perché?»

«Voglio saperlo, ecco perché.»

C’era qualcosa che non andava. Mio Dio, non Rex. «Che cosa c’è che non va? Si tratta di Rex? Rex sta bene?»

«Non ti preoccupare per Rex, lui sta benissimo. È in un’auto della polizia con Costanza che lo sta portando a casa mia. Io sono ancora nel tuo appartamento. Quando sono arrivato la porta era aperta e la casa era stata svaligiata. Non credo che ci sia niente di rotto, ma è davvero un disastro. Hanno svuotato la tua borsa sul pavimento. Il portafogli, la scacciacani e lo spray urticante ci sono ancora, così come la tua pistola nel vaso dei biscotti. Mi pare che questi tizi fossero più pazzi che altro. Credo che siano andati in giro a fare danni e non si siano neppure accorti della gabbia di Rex.»

Mi tenevo una mano sul cuore. Rex stava bene. Era tutto quello che mi interessava.

«Sto per andarmene» concluse. «Dimmi dove ti trovi.»

«Sono a casa di Dougie.»

«Dougie Kruper?»

«Stiamo guardando un telefilm.»

«Arrivo subito.»

«No! Sono al sicuro. Nessuno penserebbe mai di cercarmi qui. E sto aiutando Dougie a rimettere in ordine. Lula e io abbiamo provocato una rissa la notte scorsa e mi sento responsabile, devo aiutarlo a mettere a posto.» Bugiarda, bugiarda, ti crescerà il naso.

«Sembrerebbe ragionevole, ma non credo a una sola parola.»

«Ascoltami, io non interferisco con il tuo lavoro e tu non puoi interferire col mio.»

«Già, solo che io so quello che faccio.»

Aveva ragione. «Ci vediamo stasera.»

«Merda» disse Morelli. «Ho bisogno di bere qualcosa.»

«Da’ un’occhiata nell’armadio in camera mia. Forse la nonna ha lasciato una bottiglia.»

Rimasi a guardare telefilm con Dougie e il Luna per tre ore, mangiai altri salatini alla polpa di granchio e poi telefonai a Ranger. Lui non rispose, perciò tentai con il cercapersone. Dieci minuti dopo mi richiamò.

«Vorrei togliermi questo braccialetto» gli dissi.

«Puoi andare da un fabbro.»

«Ho avuto qualche altro problema con Stolle.»

«E dunque?»

«E dunque ho bisogno di parlarti.»

«Ah sì?»

«Sarò nel parcheggio dietro l’ufficio alle nove in punto. Verrò con una macchina presa in prestito. Non so ancora quale.»

Ranger interruppe la comunicazione. Immaginai che questo volesse dire che sarebbe venuto.

Ora avevo un problema. Possedevo soltanto la Glock, e Ranger non si sarebbe fatto spaventare da una Glock: sapeva benissimo che non gli avrei mai sparato.

«Mi servono alcune cose» dissi a Dougie. «Manette, una scacciacani e dello spray urticante.»

«Qui non le ho» rispose Dougie «ma posso fare una telefonata. Conosco un tizio.»

Mezz’ora dopo bussarono alla porta e tutti insieme spingemmo via il frigorifero. Aprimmo e io rimasi a bocca aperta.

«Lenny Gruber» dissi. «È un secolo che non ti vedo.»

«Sono stato molto impegnato.»

«Già, so tutto. Troppe schifezze da fare e così poco tempo.»

«Amico!» disse il Luna. «Entra. Prendi un salatino alla polpa di granchio.»

Gruber e io eravamo stati compagni di scuola. Era il genere di persona che scorreggia in classe e poi grida: «Ehi, che puzza! Chi è che ha tagliato il formaggio?». Gli mancava un molare e aveva i pantaloni sempre un po’ slacciati.

Gruber si servì un salatino alla polpa di granchio e mise una valigetta di alluminio sul tavolino del salotto. La aprì e all’interno vidi una gran confusione di scacciacani, spray da difesa, manette, coltelli, mine e pugni di ferro. Persino una confezione di preservativi e un vibratore. Immaginai che facesse ottimi affari con i magnaccia.

Scelsi un paio di manette, una scacciacani e una piccola bomboletta di spray urticante. «Quanto fa?» domandai.

Lui aveva gli occhi incollati al mio seno. «Per te, un prezzo speciale.»

«Non voglio favori» dissi.

Mi propose un prezzo accettabile.

«Affare fatto. Ma dovrai aspettare per essere pagato. Non ho soldi con me.»

Lui sogghignò e il molare mancante spiccò nella sua bocca come un cratere. «Possiamo trovare un accordo.»

«Non possiamo trovare nessun accordo. Ti farò avere i soldi domani.»

«Se non mi paghi prima di domani, il prezzo è più alto.»

«Stammi a sentire, Gruber. Ho avuto una giornata veramente, veramente pessima. Non insistere. Sono arrivata al limite.» Premetti il pulsante di accensione della scacciacani. «Questa cosa funziona? Forse dovrei provarla su qualcuno.»

«Le donne» disse Gruber al Luna. «Non si può vivere con loro, non si può vivere senza di loro.»

«Potresti spostarti un po’ sulla sinistra?» domandò il Luna. «Sei proprio davanti al televisore, amico, e siamo al punto culminante del telefilm.»

Presi in prestito da Dougie una jeep Cherokee vecchia di due anni. Era una delle quattro auto rimaste invendute per via del fatto che il libretto e la ricevuta d’acquisto erano andate smarrite. Avevo trovato un paio di jeans e una T-shirt che mi andavano più o meno bene e mi ero fatta prestare una giacca e un paio di calzini puliti dal Luna. Né Dougie né il Luna, però, avevano una lavatrice o una asciugatrice, né tantomeno un ferro da stiro, perciò quello che mi mancava era la biancheria intima. Dalla tasca posteriore dei jeans mi pendevano le manette. Il resto dell’equipaggiamento era infilato nell’assortimento di tasche della giacca.

Mi recai al parcheggio dietro all’ufficio di Vinnie e posteggiai. Aveva smesso di piovere e l’aria sembrava un tiepido annuncio di primavera. Era molto buio, attraverso le nuvole non si riuscivano a vedere né le stelle né la luna. Dietro l’ufficio c’era spazio sufficiente per quattro auto, ma fino a quel momento vi stava soltanto la mia. Ero in anticipo. Probabilmente non così in anticipo come Ranger. Lui sicuramente mi aveva vista arrivare e mi stava osservando da qualche appostamento per essere sicuro che l’incontro non fosse rischioso. Agiva seguendo le comuni procedure.

Io osservavo il vicolo che portava al piccolo cortile quando Ranger bussò lievemente al finestrino.

«Dannazione!» strillai. «Mi hai fatto venire un colpo. Non dovresti prendere la gente alle spalle in questo modo.»

«E tu dovresti stare con le spalle al muro, bambina.» Aprì la portiera. «Togliti la giacca.»

«Avrò freddo.»

«Toglitela e dammela.»

«Tu non ti fidi di me.»

Lui sorrise.

Mi tolsi la giacca e gliela porsi.

«Tieni un sacco di roba in tasca» commentò.

«Le solite cose.»

«Scendi dall’auto.»

Non era così che pensavo sarebbe andata. Non credevo che sarei rimasta senza giacca tanto in fretta. «Preferirei che salissi tu. È più caldo qui.»

«Scendi.»

Sospirai e uscii.

Lui mise una mano sul mio fondoschiena, infilò le dita sotto la cintura dei jeans e tolse le manette.

«Andiamo dentro» disse. «Mi sento più sicuro.»

«Solo per curiosità: sai come aggirare il sistema d’allarme o conosci il codice di sicurezza?»

Lui aprì la porta sul retro. «Conosco il codice.»

Entrammo nell’ingressino in cui conservavamo le armi e la cancelleria di scorta. Ranger aprì la porta che conduceva alla stanza sul davanti e la luce naturale che proveniva dalla strada si riversò dentro attraverso le vetrine. Stando tra le due stanze poteva controllare entrambe le porte.

Posò la mia giacca e le manette su uno schedario fuori dalla mia portata e guardò il braccialetto che avevo ancora al polso dal giorno prima. «Un nuovo modello.»

«Un po’ fastidioso, però.»

Prese la chiave dalla tasca, aprì la manetta, la tolse e la gettò sulla mia giacca. Poi mi afferrò entrambe le mani e voltò i palmi verso l’alto. «Indossi gli abiti di qualcun altro, hai la pistola di qualcun altro, hai le mani ferite e non porti biancheria intima. Che cosa sta succedendo?»

Guardai giù, la sagoma del seno e la sporgenza dei capezzoli che si disegnavano sulla T-shirt. «A volte non indosso biancheria.»

«Tu non stai mai senza biancheria.»

«Come lo sai?»

«Un talento naturale.»

Lui portava i suoi soliti abiti da strada: pantaloni neri sportivi infilati in stivali neri, una T-shirt nera e una giacca a vento nera. Si tolse quest’ultima e me la avvolse intorno alle spalle. Aveva ancora il calore del suo corpo e un leggero odore di oceano.

«Hai passato molto tempo a Deal?» domandai.

«Dovrei essere là anche adesso.»

«C’è qualcuno che sorveglia Ramos per te?»

«Tank.»

Con le mani teneva ancora la giacca a vento, le nocche che poggiavano leggermente contro il mio seno. Un gesto di possesso intimo, più che un’aggressione sessuale.

«Come pensi di farlo?» domandò, a bassa voce.

«Fare che cosa?»

«Catturarmi. Non è per questo che siamo qui?»

Quello era il piano originale, ma lui mi aveva portato via tutti i giocattoli.

E ora l’aria che avevo nei polmoni mi sembrava calda e densa e cominciavo a pensare che dopo tutto non erano fatti miei se Carol voleva gettarsi dal ponte. Appoggiai le mani sul suo addome, e lui mi guardò attentamente. Sospettai che stesse ancora aspettando una risposta alla sua domanda, ma io avevo un problema più urgente. Non sapevo che cosa toccare per primo. Dovevo lasciar scorrere le mani verso l’alto? O dovevo muoverle verso il basso? Io volevo scendere, ma forse sarebbe sembrato troppo precipitoso. Non volevo che pensasse che ero una ragazza facile.

«Steph?»

«Mmm?»

Tenevo ancora le mani sul suo stomaco e lo sentii ridere. «Sento odore di bruciato, bambina. Forse stai pensando troppo.»

Non era il mio cervello che andava a fuoco. Con la punta delle dita andai un po’ in giro a tastare.

Lui scosse la testa. «Non mi incoraggiare. Non è un buon momento.» Mi spostò le mani dal suo stomaco e guardò di nuovo le ferite. «Com’è successo?»

Gli raccontai di Habib, di Mitchell e della fuga dalla fabbrica.

«Arturo Stolle si meritava uno come Homer Ramos» disse Ranger.

«Non saprei. Nessuno mi dice niente!»

«Per anni, nel giro del crimine, Stolle ha avuto la fetta di torta che riguardava l’immigrazione e l’adozione illegale. Usa i contatti che ha in Estremo Oriente per far arrivare nel Paese ragazzine giovanissime, per la prostituzione e per procreare neonati da dare in adozione ad altissimo prezzo. Sei mesi fa, Stolle si è reso conto che poteva utilizzare gli stessi contatti per contrabbandare droga insieme con le ragazze. Il problema è che la droga non faceva parte della fetta di torta di Stolle. Perciò ha agganciato Homer Ramos, che era notoriamente stupido come una merda e sempre a corto di denaro, e si è messo d’accordo con lui perché gli facesse da intermediario con i contatti all’estero. Stolle era convinto che gli altri cartelli della mafia sarebbero stati alla larga dal figlio di Alexander Ramos.»

«E tu che parte hai in tutto questo?»

«Quella di mediatore. Io facevo da tramite tra le diverse fazioni. Tutti, compresi i federali, volevano evitare una guerra tra bande.» Il suo cercapersone trillò e lui osservò il display. «Devo tornare a Deal. Hai altre armi nascoste nel tuo arsenale? Vuoi fare un tentativo dell’ultima ora di catturarmi?»

Diavolo. Quanto era odioso. «Ti odio» dissi.

«No, non mi odi» disse Ranger, baciandomi leggermente sulle labbra.

«Perché hai accettato di incontrarmi?»

I nostri sguardi si incrociarono per un istante. E poi lui mi ammanettò. Tutt’e due le mani dietro la schiena.

«Merda!» strillai.

«Mi dispiace, ma tu sei una vera rompiscatole. Non riesco a fare il mio lavoro se mi devo preoccupare di te. Ti consegnerò a Tank. Lui ti porterà in un rifugio e ti terrà d’occhio finché le cose non si saranno risolte.»

«Non puoi farmi questo! Carol tornerà di nuovo sul ponte.»

Ranger fece una smorfia. «Carol?»

Gli raccontai di Carol e di Joyce, e di come Carol non volesse rendere pubbliche le proprie intimità, e come questa volta fosse un po’ anche colpa mia.

Ranger batté la testa contro lo schedario. «Perché proprio a me?» disse.

«Non avrei permesso che Joyce ti trattenesse» dissi. «Ti avrei consegnato a lei e poi avrei cercato un modo per liberarti.»

«So che lo rimpiangerò ma, che Dio mi perdoni, ti lascio libera. E Carol non salterà giù dal ponte. Ti do tempo fino alle nove di domani mattina per sistemare le cose con Joyce. Dopo di che ti verrò a cercare. E voglio che tu mi prometta che non ti avvicinerai ad Arturo Stolle o a chiunque porti il nome Ramos.»

«Lo prometto.»

Attraversai la città fino alla casa di Lula. Abitava in un appartamento al secondo piano, affacciato sulla strada, e le luci erano ancora accese. Non avevo con me il cellulare, perciò suonai il campanello. Una finestra sopra di me si aprì e Lula si sporse. «Chi è?»

«Sono Stephanie.»

Mi gettò la chiave e io entrai.

Lula mi venne incontro in cima alle scale. «Passi qui la notte?»

«No. Ho bisogno di aiuto. Hai presente il mio piano per consegnare Ranger a Joyce? Be’, non ha funzionato esattamente come prevedevo.»

Lula scoppiò a ridere. «Ragazza, il problema è Ranger. Nessuno è meglio di lui, neppure tu.» Diede un’occhiata alla mia T-shirt e ai jeans. «Non che voglia farmi gli affari tuoi, ma indossavi un reggiseno prima di iniziare la serata, o è una cosa recente?»

«Ero così già all’inizio. Dougie e il Luna non indossano il mio genere di biancheria.»

«Peccato» disse Lula.

L’appartamento era un bilocale: camera da letto con bagno adiacente, e un’altra stanza che serviva da soggiorno e da sala da pranzo, con un piccolo angolo cottura. Lula aveva sistemato un tavolino rotondo e due sedie da cucina vicino ai fornelli. Mi sedetti su una di quelle e accettai una birra.

«Hai voglia di un sandwich?» domandò. «Ho della mortadella.»

«Un sandwich sarebbe fantastico. Dougie aveva solo dei salatini alla polpa di granchio.» Bevvi un lungo sorso di birra. «Allora adesso il problema è questo: che cosa vogliamo fare con Joyce? Mi sento responsabile per Carol.»

«Non puoi sentirti responsabile per qualcuno che non ha giudizio» disse Lula. «Tu non le avevi detto di legare Joyce a quell’albero.»

Vero.

«Tuttavia» disse Lula «sarebbe bello fare un altro sgambetto a Joyce.»

«Hai qualche idea?»

«Joyce conosce bene Ranger?»

«Lo ha visto un paio di volte.»

«E se le rifilassimo qualcuno che assomiglia a Ranger e poi ci riprendessimo il sosia? Io conosco un tizio, Morgan, che potrebbe andar bene. La stessa pelle scura, la stessa costituzione. Forse non altrettanto bello, ma ci va abbastanza vicino. Specialmente se è davvero buio e lui non apre bocca: è completamente tonto.»

«Forse mi ci vogliono un altro paio di birre prima di pensare che una cosa del genere possa funzionare.»

Lula guardò le bottiglie vuote che si erano accumulate sul ripiano della cucina. «Io ho cominciato a bere prima di te. Perciò sono molto ottimista riguardo a questo piano.» Aprì una rubrica consunta e scorse i nomi con un dito.

«È uno che ho conosciuto sul lavoro, il mio precedente lavoro.»

«Un cliente?»

«Un protettore. È un vero bastardo, ma mi deve un favore. E probabilmente è la persona giusta per farsi passare come Ranger. Forse ha persino gli abiti adatti nell’armadio.»

Cinque minuti dopo Morgan richiamò rispondendo allo squillo di Lula sul cercapersone. Ed ecco servito il finto Ranger.

«Questo è il piano» disse Lula. «Tra mezz’ora noi andiamo a prendere il tipo all’angolo tra la Stark e la Belmont. Solo che lui non può stare fuori tutta la notte, perciò dobbiamo sbrigarci.»

Telefonai a Joyce e le dissi che avevo Ranger, e che ci saremmo incontrate nel parcheggio dietro l’ufficio. Era il posto più buio che mi venne in mente.

Finii il mio sandwich e la birra e poi Lula e io ci infilammo nella Cherokee. Arrivammo all’angolo tra la Stark e la Belmont e io dovetti guardare una seconda volta per essere sicura che l’uomo che ci aspettava non fosse davvero Ranger.

Quando Morgan si avvicinò la differenza fu palese. Il colore della pelle era lo stesso ma i tratti del viso erano più volgari. C’erano più rughe attorno alla bocca e agli occhi e meno intelligenza nel suo sguardo. «Sarà meglio che Joyce non lo guardi troppo da vicino» osservai.

«Forse dovevi bere un’altra birra» disse Lula. «Comunque, è davvero molto buio dietro l’ufficio e se le cose vanno per il verso giusto Joyce sarà fuori gioco prima di essere andata troppo lontano.»

Ammanettammo Morgan con le mani davanti, che è una cosa idiota da fare, ma Joyce non è una cacciatrice di latitanti abbastanza brava da saperlo. Poi gli lasciammo la chiave delle manette. L’accordo era che lui si sarebbe messo la chiave in bocca quando fossimo stati nel parcheggio. Si sarebbe rifiutato di parlare con Joyce, facendo scena muta. Noi avremmo cercato di forarle una gomma e, quando lei fossa scesa a dare un’occhiata, Morgan si sarebbe tolto le manette e sarebbe fuggito nella notte.

Arrivammo nel vicolo in anticipo, in modo da poter far scendere Lula. Avevamo deciso che lei sarebbe rimasta nascosta dietro al bidone della spazzatura di cui si servivano Vinnie e il suo vicino, e mentre Joyce prendeva in consegna Ranger, Lula avrebbe infilato uno spillone nella gomma della sua auto. Déjà vu. Parcheggiai la Cherokee in modo che Joyce fosse costretta a fermarsi accanto al bidone della spazzatura. Lula saltò fuori dall’auto e si nascose; subito dopo un paio di fari svoltarono l’angolo.

Joyce fermò la sua piccola fuoristrada accanto alla mia auto e scese. Io feci altrettanto. Morgan era sprofondato sul sedile posteriore, la testa china sul petto.

Joyce sbirciò dentro l’auto. «Non riesco a vederlo. Accendi le luci.»

«Neanche per idea» dissi. «E tu sarai così gentile da spegnere le tue. C’è un sacco di gente che gli sta dando la caccia.»

«Perché è tutto raggomitolato?»

«È drogato.»

Joyce annuì. «Mi stavo giusto domandando come saresti riuscita a prenderlo.»

Nel tirare giù Morgan dal sedile posteriore feci una grande sceneggiata e parecchio rumore. Lui crollò addosso a me, approfittandone per palparmi di sfuggita; Joyce e io lo conducemmo quasi trascinandolo all’auto di lei e lo infilammo dentro.

«Un’ultima cosa» dissi a Joyce, porgendole una dichiarazione che avevo preparato a casa di Lula. «Dovresti firmare questa.»

«Che cos’è?»

«È un documento col quale tu dichiari di essere andata volontariamente al cimitero degli animali domestici con Carol e di averla pregata di legarti all’albero.»

«Ma sei pazza? Non lo firmerò mai.»

«Allora mi riprendo Ranger dalla tua auto.»

Joyce diede un’occhiata alla fuoristrada e al suo prezioso carico. «Diavolo» disse, prendendo la penna e firmando la dichiarazione. «Ho quello che volevo.»

«Tu va’ via per prima» dissi a Joyce, tirando fuori la Glock dalla tasca. «Voglio essere sicura che tu esca sana e salva dal vicolo.»

«Non riesco a credere che tu abbia fatto questo» disse Joyce. «Non pensavo che fossi un lurido serpente velenoso fino a questo punto.»

Dolcezza, tu non sai niente di me. «L’ho fatto per Carol» dissi.

Rimasi lì con la Glock puntata e osservai Joyce che se ne andava. Nell’attimo stesso in cui svoltò dal vicolo sulla strada, Lula saltò fuori, si infilò in auto e partimmo.

«Le do cinquecento metri circa» disse Lula. «Sono la regina del fora-e-fuggi.»

Sulla strada riuscivo ancora a vedere Joyce. Non c’era traffico e lei era a solo un isolato di distanza da me. Le sue luci posteriori dondolarorio e l’auto cominciò a rallentare.

«Bene, bene, bene» fece Lula.

Joyce proseguì per un altro isolato a velocità ridotta.

«Vorrebbe tanto continuare a guidare con quella gomma sgonfia» disse Lula «ma è preoccupata per la sua bella fuoristrada nuova fiammante.»

Le luci dei freni lampeggiarono di nuovo e Joyce accostò al marciapiede. Eravamo dietro di lei di un isolato, con le luci spente, apparentemente parcheggiate. Joyce era scesa e aveva girato dietro all’auto quando un furgoncino sfrecciò di fianco a me e frenò bruscamente vicino a lei. Due uomini saltarono fuori a pistole spianate. Uno puntò l’arma su Joyce e l’altro afferrò Morgan nell’attimo stesso in cui mise piede fuori dall’auto.

«Che diavolo succede?» disse Lula. «Che cosa succede, cazzo?»

Erano Habib e Mitchell. Credevano di aver catturato Ranger.

Morgan venne caricato sul furgoncino che partì a tutta velocità.

Lula e io rimanemmo sedute in silenzio, sotto shock, senza sapere che cosa fare.

Joyce strillava e agitava le braccia. Alla fine diede un calcio alla gomma sgonfia, risalì sulla fuoristrada e, penso, fece una telefonata.

«Era andato tutto bene» disse Lula alla fine.

Io feci retromarcia lungo l’isolato, a luci spente, poi svoltai l’angolo e me ne andai. «Dove pensi che ci abbiano beccate?»

«Deve essere stato a casa mia» disse Lula. «Probabilmente non hanno voluto muoversi finché eravamo in due. E poi sono stati davvero molto fortunati quando la gomma di Joyce si è sgonfiata.»

«Non penseranno più di essere tanto fortunati quando scopriranno che quello che hanno preso è Morgan.»

Dougie e il Luna stavano giocando a Monopoli quando tornai a casa loro. «Pensavo che tu lavorassi allo Shop Bag» dissi al Luna. «Ma perché non sei mai lì?»

«Non ho avuto fortuna, mi hanno licenziato, piccola. Ti dico una cosa: questo è un grande Paese. In quale altro po