/ Language: Italiano / Genre:sf / Series: Urania

Un mondo di ombre

Jack Finney

Può ritornare il passato? E una donna può attraversare lo schermo invisibile che separa il suo tempo dal nostro? Nell’anno del centenario del cinema, questo affascinante romanzo di Finney costituisce l’omaggio di URANIA (e della fantascienza in generale) al mondo della settima arte. Un mondo di sguardi allucinati, di visioni terrificanti e sogni impossibili; un mondo di mostri e magie che diventano sotto i nostri occhi tangibili e vivi. Come gli spettri di Marion, come le ombre della nera villa adagiata in collina di questo romanzo, come il mondo del passato — anzi, il mondo senza tempo che s’infiltra nel nostro lasciando una traccia enigmatica e indelebile.

Jack Finney

Un mondo di ombre

1

Caro figlio, solo un messaggio veloce per dirti che se tu e Jan siete sicuri di volere una vecchia casa vittoriana, penso che potrebbe andarvi anche molto peggio: quelle case hanno un fascino che manca completamente alla gretta architettura dei nostri giorni. Io stesso ho vissuto in una costruzione vittoriana durante il mio periodo a San Francisco, e ti scrivo soprattutto per dirti che se nel corso delle vostre spedizioni in cerca di una casa doveste trovarvi dalle parti di un posta che si chiama Buena Vista Hill, ti chiederei di vedere se quella casa esiste ancora e di farmi sapere. Era nell’ultimo isolato all’estremità sud di Divisadero Street, al numero 114, ed era un bell’edificio a due piani (io avevo l’appartamento a pianterreno), vecchio, col tetto a due falde su timpano, un bovindo, e una vista sulla città e sulla Baia da lasciare senza fiato. Ho ricordi carissimi di quella casa, e se riuscissi a trovarne una come quella sono certo che tu e Jan sareste felici lì… Per essere felici, molte volte è solo questione di decidere di esserlo. Non aggiungo altro!

Qui non ci sono grandi novità. Il solito febbraio schifoso di Chicago, anche se ultimamente non ha fatto troppo freddo. Sabato scorso…

Ero quasi in cima a una scaletta alta un paio di metri, e i miei capelli sfioravano il soffitto. Stavo aprendo e chiudendo ritmicamente le mani intorpidite. Le mie dita producevano un piccolo pop smorzato quando toccavano le palme. Portai le mani alle orecchie e restai in ascolto. Poi sollevai un piede per volta e ruotai la caviglia. Jan, inginocchiata ai piedi della scala, infilava manciate di brandelli bagnati di carta da parati in un cartone di Tide. Al rumore delle mie dita guardò su. Le dissi: — Sto eseguendo una danza. Di gioia. Perché mi diverto tanto. Che razza di ore sono?

— Le undici e dieci. — Jan indossava calzoni blu di cotone e un maglione nero a girocollo. Ha lunghi capelli scuri, quel giorno fermati da un nastro, e una carnagione chiara; e in quel momento, senza trucco, con la luce del sole che entrava dalle finestre nude del soggiorno vuoto, sembrava pallida.

— Le undici e dieci, e abbiamo cominciato alle otto e mezzo. Già quasi tre ore. Splendido. Delizioso. Figlio di puttana. Impiegheremo tutto il giorno, fino a quando sarà ora di correre all’aeroporto. E probabilmente anche tutto il prossimo weekend.

— Credevo che con quell’aggeggio la carta venisse via subito. — Annuì in direzione dell’apparecchio per togliere la tappezzeria, una scatoletta quadrata con un manico. Dal lato anteriore, perforato, si alzava una nebbia di vapore molto umido. Un tubicino di plastica andava dalla scatola a un serbatoio cromato sul pavimento, collegato a una presa elettrica.

— Se lo pensavi, la tua visuale della vita è marcia. Al di fuori degli spot pubblicitari televisivi, non c’è niente che si possa sbucciare senza fare fatica. — Raccolsi la scatola sparavapore, la appoggiai alla parete appena sotto il soffitto, e cominciai a farla andare in su e in giù come se stessi stirando la tappezzeria. Vedere la carta che diventava scura sotto il vapore era abbastanza divertente, ma per le mie braccia era una faticaccia. Vedevo briciole di carta che si stavano asciugando sulla mia faccia e sapevo di averne altre sui capelli. Li tengo pettinati all’indietro, però sono un po’ ribelli e lunghi come quelli di tanta altra gente. Io mi chiamo Nick Cheyney, fra parentesi, e ho trent’anni; Jan ne ha ventisette. Sono piuttosto alto, magro; il mio viso è stato descritto come “amabile”, e porto occhiali con la montatura di metallo. Quel giorno sfoggiavo calzoni da lavoro color marrone e molto sporchi, una logora camicia a strisce col colletto liso e un taglio a una spalla, e scarpe di tela in pessime condizioni, di una sporcizia da record mondiale, su piedi nudi.

Jan si alzò e andò in cucina, col cartone pieno appoggiato a un fianco. Tornò col cartone vuoto e due tazzone da caffè che teneva per i manici nella mano libera. Fu costretta a lasciare aperta la porta dell’ingresso, e il nostro cane, Al, un basset hound tricolore (il che significa marrone-bianco-e-nero, non rosso-bianco-e-blu), zampettò dentro. Mentre Jan attraversava la stanza diretta al sedile sotto la finestra, Al sedette su fogli umidi e arricciati di carta da parati per godersi le attività, e io non lo tradii. Gli strizzai l’occhio, e lui aprì la bocca in un sorriso, con la lingua che penzolava fuori. Adesso stavo lavorando col raschietto. La carta si raggrinziva in strisce a forma di bandierina che restavano appese inerti, oppure cascavano sul pavimento. Jan si accomodò sul sedile sotto il bovindo, mise le tazze sul davanzale, si girò e vide Al, che le sorrise cordialmente.

— Fuori! — Jan puntò l’indice. — Lo sai che non devi entrare qui! Seminerai la carta per tutta la casa! — Lui la scrutò con molta attenzione, chiedendosi se facesse sul serio. — Fuori! In cucina! Oppure esci a giocare. È una bella giornata. — Al si tirò su, guardò me in cerca d’aiuto.

— Dice che stai violando i suoi diritti civili.

— Oggi non ne ha. Adesso vai!

Al uscì a malincuore. Jan lo seguì fino alla porta. — Sporgi denuncia alla Protezione Animali, Al! — strillai. — Io testimonierò. — Usando entrambe le mani, passai il raschietto avanti e indietro fino a ripulire tutta intera la zona umida. — Ci siamo. Il primo assaggio dello strato numero tre. — La carta appena apparsa era decorata da una griglia marrone con rampicanti verde scuro. Scesi dalla scala, raggiunsi il bovindo e presi la mia tazza di caffè. — Allora? In che periodo la collochi? Primo Orribile? Tardo Atroce? — Sorseggiando il caffè, restammo a fissare la parete.

— Non so esattamente. Gli anni Trenta?

— Dio. Niente di più? Se dobbiamo togliere strato dopo strato fino ad arrivare al 1882 o quello che è, quando avremo finito questa stanza sarà più larga di mezzo metro quadrato. E noi saremo agli anni del tramonto.

— Lo so, però è interessante. Vedere in mezzo a quali cose ha vissuto altra gente. E saranno quasi tutti morti da un bel po’, suppongo. Sai una cosa? Senti, non metterti a prendermi in giro, perché lo so che è ovvio, però…

— Se solo quelle carte da parati potessero parlare?

— Sì.

— Probabilmente sarebbero di una noia micidiale. Starebbero a borbottare dei bei vecchi tempi. Se conosco queste pareti, e credimi, le conosco, non chiuderebbero mai il becco.

— Con te in giro, non riuscirebbero a spiccicare parola. Oh, vorrei tanto sapere chi ha vissuto qui, Nick! Quale donna ha scelto la carta coi rampicanti? Non è brutta. Che aspetto aveva? E chi si è sdraiato su un divano in questa stanza, a contare quante volte si ripete il disegno? Vorrei ci fosse un modo per saperlo. — Jan sorseggiò il suo caffè.

— Un modo c’è, per quelli di noi dotati di una certa sensitività. — Chiusi gli occhi. — Era una cicciona. Con occhietti cattivi da maialino. Nuda come un verme, coi suoi osceni tatuaggi che si contorcevano alla luce delle lampade a gas, ha ucciso il marito proprio in questa stanza.

— Potrebbe avere dato il via a una tradizione. Vediamo com’è lo strato successivo.

— No. Tu vuoi barare. Bisogna togliere uno strato per intero, in tutta la stanza, prima di poter guardare l’altro. Lo stesso principio, rispettato da tutti gli uomini, ignorato da tutte le donne, che vale per le scatole di cioccolatini. Bisogna finire lo strato superiore prima di…

— Oh, e dai. Di’ di sì alla vita. — Jan mise sul davanzale la sua tazza.

— Okay. — Bevvi un altro paio di sorsi di caffè, poi mi arrampicai sulla scala e cominciai a inumidire la carta che avevo appena messo a nudo. Passai lentamente il vaporizzatore avanti e indietro finché le parti bianche del disegno non furono quasi più distinguibili dal verde delle foglie. Un angolo di carta si staccò e si arricciò per un paio di centimetri sotto il suo stesso peso. Misi giù la scatola, afferrai l’angolo, lo abbassai dolcemente, e poco per volta apparve una decorazione rosa e verde: rose e foglie su uno sfondo bianco. — Okay, questo cos’è? Coloniale? Elisabettiano? Chaucheriano?

— Non so, Nick. Non sono un’esperta. Ho solo letto un po’ sull’argomento. Forse è degli anni Venti. Direi i Ven…

Jan si interruppe perché io, continuando ad abbassare con molta lentezza la carta umida, avevo improvvisamente messo a nudo tre piccoli archi distanti diversi centimetri l’uno dall’altro. Ognuno era alto due o tre centimetri, e di un rosso molto più brillante di tutto il resto del disegno. Tirai giù la tappezzeria fino al fondo della zona umida. La carta si strappò nelle mie mani, e io la buttai a terra, poi passai il pollice sulla sommità degli archi rossi. Il rosso si spalmò sul muro. Io guardai il mio pollice, poi Jan. — Rossetto.

— Be’, togline ancora un po’. Vediamo cos’è.

Direttamente sotto lo strato che avevo appena esposto, inumidii un’altra striscia alta una trentina di centimetri, l’altezza della scatola. Lì la carta a rampicanti era ancora coperta dallo strato precedente, ma io mi diedi da fare sino a inzuppare di vapore entrambi gli strati. Cominciai a toglierli, lavorando di raschietto fra parete e carta umida, e riuscii a sbucciarli tutti e due. — Due strati in un colpo. Gli dèi dormono. — Jan non rispose. Immobile, restò a scrutare ciò che stava gradualmente apparendo: una lettera M alta trenta centimetri, scritta con mano aggraziata a rossetto sulla carta a rose. — M per mostro? Malumore? Merde?

— Nick, vai avanti!

Sporgendomi dalla scala sulla destra, reggendo con entrambe le mani il peso del vaporizzatore, inumidii un doppio strato di carta a fianco della lettera M, spingendomi sin dove riuscii ad arrivare. Di nuovo, con l’aiuto del raschietto, riuscii a togliere entrambi gli strati, e la M rossa era l’iniziale di un Marion lungo un metro, scritto con un rossetto brillante sotto l’alto, vecchio soffitto.

Adesso nessuno dei due parlava più. Scesi dalla scala e ci guardammo, sorridendo eccitati. Aiutato da Jan, spostai la scala sul pavimento in legno, verso destra, e risalii. E dopo che ebbi tolto un altro po’ di centimetri di carta da parati, Jan e io leggemmo Marion Marsh, un nome e cognome lunghi un metro e ottanta e alti trenta centimetri, un po’ sbilenchi. Appena sotto la h di Marsh la cappa del caminetto sporgeva dalla parete. La carta si fermava all’inizio dei mattoni. Io scesi per spostare la scala a sinistra. — È un testamento! Scritto su una parete! E noi siamo gli eredi. Le prime persone che lo abbiano scoperto. Ha lasciato un milione…

— Nick, stai zitto e spicciati. O morirò.

Lavorando in fretta, togliendo la carta a strisce alte un metro e larghe trenta centimetri, feci apparire una seconda riga di testo centrata sotto la prima: ha vissuto qui, diceva. La riga sotto era quasi al centro della parete, a portata di mano di Jan, e mentre io passavo in su e in giù il vaporizzatore lei lavorava di raschietto, al colmo dell’eccitazione. 14, c’era scritto, seguito da giugno, e mentre il vaporizzatore grattava contro i mattoni sporgenti del camino, Jan toglieva la carta mettendo a nudo un 1, poi un 9, poi l’intera data, 1926. La riga sotto, con le mani di Jan che seguivano la scatola tanto da vicino che il vapore si raccolse sulle sue dita, diceva Leggete. E l’ultima riga, appena sopra il battiscopa (ci inginocchiammo fianco a fianco, con le dita che volavano nell’ansia del lavoro) diceva e piangete!

Accoccolati sui talloni, guardammo su. Da soffitto a pavimento, l’immensa scritta rossa copriva metà di una parete alta quasi tre metri e trenta, con un’estensione in orizzontale di almeno tre metri e sessanta. Jan lesse ad alta voce le due frasi: — Marion Marsh ha vissuto qui, 14 giugno 1926. Leggete e piangete! — Mi strinse il braccio. — Io piangerò se non scopriremo chi era! Nick, devo sapere. Devo assolutamente sapere.

— Già. — Annuii, e mi alzai, continuando a fissare l’enorme scritta. — Anch’io darei qualcosa per sapere, certo. Forse papà sa qualcosa. Glielo chiederemo stasera. Ma guarda. Ci devono essere voluti un paio di rossetti.

— Come minimo. — Jan si tirò su. — È una grafia molto elegante. Dà la sensazione di una persona interessante.

— Scommetto che lo era, sì. Be’, cosa facciamo prima di togliere la carta? Una foto, magari? Ho il rullino nella macchina fotografica.

— Oh, no. Lasciamola! Per la festa di inaugurazione della casa, per lo meno. Sarà un meraviglioso argomento di conversazione.

— Argomento di conversazione. — Cominciai a trascinare la scala sull’altro lato del caminetto. — A volte mi chiedo come sia davvero la conversazione quando la gente ha a disposizione argomenti concreti. “Ehi, quel secchiello per il ghiaccio è sul serio il teschio di tua suocera?” “Sì, l’ho fatto con le mie mani. Appena prima che lei morisse.” “Be’, mi venisse un colpo.” Fine della conversazione. “Non dirmi che quella riproduzione a grandezza naturale del Gabinetto di Guerra di Lincoln è tutta fatta di piume!” “Sicuro come l’inferno. Ci sono voluti tre picchi muratori solo per le sopracciglia di Stanton.” “Ma non mi dire!” Fine della conversazione. E di questa cosa si parlerà anche meno, ragazza. Cosa c’è da dire? È molto probabile che nel mondo intero nessuno sappia più chi fosse Marion Marsh. Quella scritta è probabilmente tutto ciò che resta di lei. E non riusciremo mai a scoprire qualcosa di più.

Ma lo scoprimmo. Per il resto della giornata, a parte un pranzo di quindici minuti in cucina a base di panini (Al, da quell’anima dolce che è, fece gentilmente fuori le mie briciole), continuammo a sbucciare carta, nell’attesa di veder apparire altre scritte. Non ne apparvero, e alle quattro e mezzo del pomeriggio l’intera stanza era riportata allo strato della carta a rose su tutte e quattro le pareti e sulla sporgenza del bovindo. Di nuovo, ci mettemmo a guardare la parete a sinistra del caminetto: Marion Marsh ha vissuto qui, 14 giugno 1926. Leggete e piangete! leggemmo un’altra volta. Poi mi cambiai d’abito per il viaggio all’aeroporto.

Erano i primi di marzo, ma era stata una giornata assolata, dopo una settimana di pioggia quasi ininterrotta. Sopra la camicia sportiva indossavo solo un maglioncino leggero, senza maniche. L’auto era parcheggiata a lato del marciapiede di fronte alla casa, col freno a mano tirato; eravamo su una collina. Quell’automobile è la cosa migliore che io possegga: una spider Packard vecchia di quarantasei anni che ho comperato prima di sposarmi, rimessa in sesto solo a metà. Il lavoro l’ho finito io. Carrozzeria grigia e ruote con cerchioni blu mare… Andava che era una meraviglia, e la usavamo sempre; era la nostra unica automobile. Quel giorno la capote di stoffa nera era abbassata; la vernice era chiazzata di sporcizia dopo la pioggia. Salii sul predellino, scavalcai la portiera, più alta del tettuccio di certe cosiddette automobili del giorno d’oggi, e mi lasciai cadere sul sedile in pelle nera. Poi guardai le nostre finestre.

Jan era al bovindo. Alzò un braccio per salutare, un po’ fiaccamente, a spalle mosce. Èra stanca, ovviamente, e doveva scopare in soggiorno, preparare la cena, e, il lavoro più grosso in assoluto, vestirsi per la serata. Jan è una ragazza timida; si trova a suo agio solo con amici di vecchia data, fidati. E anche se aveva già conosciuto mio padre, che le era piaciuto, non lo vedeva da quasi quattro anni. I suoi nervi si calmano un po’ quando è convinta di avere il suo migliore aspetto, quindi sapevo che scegliere cosa mettersi non sarebbe stata una cosa semplice o veloce.

Mentre scendevo la collina Divisadero mi sentivo piuttosto bene. Ero ancora eccitato per la scritta sulla parete; soddisfatto del lavoro della giornata; e mi faceva molto piacere l’idea di rivedere mio padre. Le cose in generale andavano bene, pensai. Jan e io eravamo sposati da sei anni, e per quanto fossimo felici, di tanto in tanto avevamo i nostri problemi; quale coppia non ne ha, dopo un po’? Però adesso avevamo il nostro appartamento nuovo, il migliore che avessimo mai avuto. Il lavoro da fare era ancora molto, compresa l’installazione di nuovi arredi per il bagno: il padrone di casa li avrebbe pagati se avessi provveduto io a installarli. Ma fare cose del genere, persino togliere vecchia tappezzeria, mi piaceva, e piaceva anche a Jan. In quei giorni ci sentivamo sempre occupati e pieni di progetti, una bella sensazione. A volte penso che quasi tutti abbiano bisogno di un nuovo inizio, di tanto in tanto.

L’aeroporto è sempre affollato, ma a quell’ora e di quella stagione la situazione non era delle peggiori, e l’aereo era in orario. Eravamo di ritorno a casa per le sei e trenta, e lungo strada continuammo a chiacchierare per raccontarci le ultime novità. Non ce n’erano molte: papà e io ci tenevamo in contatto con una lettera ogni due settimane o giù di lì, e ogni tanto ci telefonavamo di sera. Andiamo piuttosto d’accordo, mio padre e io; mia madre è morta.

Quando svoltammo nel nostro isolato, era il tramonto a livello del terreno, ma in cielo restava ancora parecchia luce. Vedevamo la città, bianca pastello, distesa sotto la collina; ogni edificio risaltava nitido nell’aria lavata dalla pioggia. Un inizio di nebbia stava calando sulla Baia, e le luci arancio del Bay Bridge erano accese. Un bel momento per arrivare.

Mio padre scese, senza cappello, con la cravatta ancora a cavallo di una spalla dopo il viaggio a capote abbassata, e restò a guardare la casa mentre prendevo la sua valigia dal bagagliaio. Le finestre del soggiorno erano buie, ma mi parve di scorgere la macchia confusa del viso di Jan. Vedere quanto mio padre e io ci somigliamo risveglia sempre il suo interesse, e ancora una volta avrebbe fatto un paragone: stessa altezza, e lui magro come me. Papà è calvo, e la sua faccia ha una trentina d’anni più della mia, però è la stessa faccia, e io sono Nick junior. È un uomo intelligente, e negli occhi ha lo sguardo del tipo spiritoso. Quando chiusi il bagagliaio, dopo avere preso la valigia, e mi girai a guardarlo, lui annuì in direzione della casa. — È bello rivederla. — Poi scosse la testa. — E strano.

La casa, come tutte le altre su quel lato della strada, sorge su un crinale. C’è una lunga scalinata in cemento prima ancora di raggiungere i gradini in legno del portico. A metà della scalinata, l’imposta della finestra di mezzo sbatté e Jan si sporse a urlare un saluto. Papà sorrise e sventolò le mani. Sul portico, fui lieto di mettere giù per un attimo la valigia. Ci fermammo a guardare la città e la Baia, che adesso stava scomparendo molto in fretta sotto la nebbia. — L’ultima volta che mi sono trovato qui — disse papà — si poteva ancora vedere qualche veliero all’ancora. — Si girò a guardare le finestre dell’appartamento a pianterreno, al nostro fianco, ma le tendine erano tirate: ci viveva gente, e lui non poté dare un’occhiata al suo vecchio appartamento.

Jan, elegante in un completo arancio, ci aspettava in cima alla scala interna con Al, che cominciò ad abbaiare non appena si aprì la porta d’ingresso a pianterreno. Lo zittii minacciando di consegnarlo ai vivisezionisti, e lui mi guardò con aria molto attenta, rizzando le orecchie, chiedendosi se i “vivisezionisti” fossero generi commestibili. Papà gli parlò, e Al riconobbe un amico, e lo disse con la coda; aveva solo voluto chiarire a chi appartenesse quella casa, nel caso lo sconosciuto in arrivo avesse qualche dubbio. Quando fummo a metà della scala, Jan corse giù d’impulso a dare il benvenuto a papà. Si sentiva timida (la vidi arrossire), ma i suoi occhi erano eccitati. Papà mette la gente a proprio agio; è una vita che lo vedo verificarsi. Passò un braccio attorno alla vita di Jan, la baciò, la salutò, e salì con lei il resto dei gradini. Io allungai il braccio e diedi un pizzicotto a mia moglie. A papà Jan piace molto, veramente, ed ero certo che adesso lei si sentisse benissimo. — Proprio non vedo l’ora di chiedertelo! — la sentii dire. — Sai… — Jan si girò sul pianerottolo, mi vide agitare una mano (Non dirglielo adesso!), e si interruppe.

— So cosa? — Papà sorrise a Jan, poi si chinò ad accarezzare Al.

— Se la casa non è cambiata. Che effetto ti fa tornarci?

— Mi sembra di averla lasciata il mese scorso. Potrà anche parere idiota venire fin qui in aereo per una sola sera, soltanto per rivederla. Ma ne vale la pena, credimi. Soprattutto adesso che ci vivete voi due. È incredibile che siate qui.

Avevo appoggiato la valigia di papà sotto la rastrelliera per cappelli dell’ingresso. Superai i due e mi infilai in soggiorno. Jan stava dicendo: — L’abbiamo vista e ce ne siamo innamorati immediatamente. E quando abbiamo saputo che l’appartamento al primo piano era vuoto… — Scrollò le spalle, sorrise.

— Vieni qui — urlai. — Goditi il panorama prima che accenda le luci. — Loro entrarono e raggiunsero il bovindo. I lampioni esterni illuminavano debolmente la stanza, e potevamo vedere la città, adesso piena di luci, distesa davanti a noi, dall’orizzonte frastagliato delle montagne giù fino alle rive della Baia. Nick senior e Jan erano alla finestra; io stavo alle loro spalle. — I mobili resteranno nello scantinato finché non avremo rimesso in ordine la stanza — dissi in tono indifferente, e Jan mi scoccò un’occhiata: aveva intuito la falsa casualità di una frase studiata in anticipo. — Stiamo ancora togliendo la vecchia tappezzeria. Un lavoraccio infernale. — Fissando quel panorama smisurato, paragonandolo, immagino, a ciò che era un tempo, mio padre non rispose, e io mi spostai all’interruttore accanto alla porta. Esitai per un attimo. Fissando la sua schiena, mi chiesi se fosse il caso di farlo. Poi accesi il lampadario, e papà e Jan si voltarono, strizzando le palpebre nel nuovo bagliore. — E guarda cosa abbiamo scoperto stamattina — dissi distrattamente, e la testa di papà si girò a seguire il mio gesto.

— Oh, mio Dio — disse sottovoce lui, fissando l’enorme scritta rossa sulla parete.

Quando parlai, avevo la gola stretta. Per un’istante ero tornato ragazzo, e avevo paura di essermi spinto troppo in là con mio padre. — La conoscevi, papà?

Passarono un secondo o due, poi lui si voltò di scatto verso la finestra, girandoci le spalle. — Se la conoscevo — ripeté, in tono piatto. — Se conoscevo Marion Marsh. Oh, sì. Oh, sì, certo. — Si voltò di nuovo verso l’interno della stanza, scrutò la scritta sulla parete. Poi si avvicinò al muro, alzò le mani come se volesse toccare quelle parole, ma non lo fece. Si fermò davanti alla scritta, restò immobile per un momento, poi senza voltarsi a guardarci disse:

— Quando ha scritto quello ero qui con lei, in questa stanza. — Scosse la testa, colmo di meraviglia. — Avevo vent’anni. — Si chiuse nel silenzio per un altro momento. — Lo sapete come ha fatto a scrivere le righe più alte? — Si girò a guardarci. Adesso sorrideva. — Camminando sulla spalliera del divano. Coi tacchi alti. Sapeva che io avevo paura che cadesse. Ero pronto ad afferrarla se fosse scivolata, e invece c’è mancato poco che lei si mettesse a fare i salti mortali. Probabilmente era sbronza per tre quarti, ma forse no. Con lei era sempre difficile capirlo. Pensavi che fosse ubriaca, e non lo era. Poi pensavi che fosse sobria, ed era piena d’alcol. — Si girò a guardare di nuovo la parete, scuotendo lentamente la testa per meraviglia e stupore. — Ed è ancora qui. Ancora qui. Non posso crederci.

Jan disse: — Devo andare in cucina. Ho delle cose sul fuoco. Venite anche voi? Tutti e due. Non voglio perdermi una sola parola.

La cucina era tanto ampia da contenere un grosso tavolo rotondo di legno, adesso coperto da una tovaglia di lino con una decorazione a scacchi blu e bianchi, e apparecchiato per tre con la porcellana fine e i bicchieri azzurri. Attorno al tavolo, quattro sedie in legno vecchio stile; Jan le aveva smaltate a colori diversi, e le assicelle degli schienali erano di tutti e quattro i colori. C’era una vecchia stufa economica a gas, con lo sportello del forno, bianco, decorato dalla scritta WIDGEWOOD a lettere blu. Il lavandino era vecchio, con un gocciolatoio in legno pieno di crepe; dovevo sistemarlo. Il frigorifero era nuovo, come i due piani di lavoro coperti in formica, coi credenzini sotto; su un lato si apriva la porta della grande dispensa. Jan era davanti al fornello, con un grosso cucchiaio di legno in una mano, un cocktail nell’altra. Il grembiule era più lungo della gonna; Jan ha un paio di gambe molto, molto belle che mi interessano ancora enormemente. Avevo messo Al nel cortile sul retro con la sua cena. Papà e io eravamo a tavola, appoggiati agli schienali delle sedie, e sorseggiavamo i nostri drink.

— Perché lo ha scritto? — stava dicendo lui a Jan. — Non so. Un’azione impulsiva. Come faceva sempre tutto. All’improvviso, aveva deciso di trasferirsi a Hollywood. Era apparsa in due o tre film. Nel primo, in una scena di massa che non era nemmeno sopravvissuta al montaggio. Ma dopo il secondo e il terzo, pensava di poter avere una carriera nel cinema. — Papà scrollò le spalle. — E magari avrebbe anche potuto averla. Era un’attrice. A quell’epoca, questa città era piena di teatri, e io l’ho vista parecchie volte. Al vecchio Alcazar. — Annuì una volta o due. — Era brava, come no. — Bevve un sorso del suo drink.

— Forse non dovrei chiedertelo — disse Jan, e si zittì, rossa in viso.

Papà sorrise. — E forse io non dovrei risponderti. — Alzò il bicchiere alla luce. — Ma tra i due drink robusti, il piacere di essere qui e lo shock di avere rivisto sulla parete quello che ha scritto Marion, ti risponderò. La risposta è che pensavo di esserlo. Innamorato di lei. Era questo che intendevi, giusto? — Jan annuì, ancora più rossa in volto di prima, e con un gesto nervoso scostò i capelli da una spalla. — Be’, pensavo di essere innamorato, e lo pensava anche lei. A dire il vero, avevamo parlato di matrimonio. — Papà si girò a sorridermi. — Se ci fossimo sposati, tu non esisteresti, esatto? E ti starebbe bene, dopo lo scherzo che mi hai fatto in soggiorno.

— Oh, esisterei lo stesso — dissi. — Non avresti potuto tenermi fuori dalla tua vita. Però probabilmente somiglierei un po’ di più a Jean Harlow. Almeno, è l’idea che mi sono fatto di Marion Marsh. — Come tanta gente, i vecchi film mi interessano molto; li colleziono, nel mio piccolo. Quindi quella storia mi affascinava.

— No, non era nemmeno particolarmente bella. Piuttosto carina, direi, ma non ne sono sicuro. È che quando stavi con lei non ci pensavi proprio, alla bellezza. Aveva un anno più di me. — Jan aveva cominciato a versare roba nei piatti di portata, e papà e io ci alzammo per aiutarla a metterli in tavola.

Cominciammo a mangiare. Jan mi disse di accendere la caffettiera elettrica, che stava sul bordo del tavolo, e io obbedii. Poi versai il vino; papà lo assaggiò e mi sorrise, annuì per esprimere il suo apprezzamento, poi assaggiò il cibo e fece i complimenti a Jan. E fatte tutte queste cose, Jan si protese sul tavolo verso papà, e con la franchezza di una persona timida che è momentaneamente riuscita a vincere la timidezza chiese: — Perché? Perché non lo hai fatto? Perché non l’hai sposata?

— Non ero pronto a rinunciare a tutto, fare le valigie, e trasferirmi con lei a Hollywood. — La faccia di papà si coprì di rossore: il vecchio litigio era tornato in vita. — Io cosa avrei fatto, là? Non interessavo al mondo del cinema. Nessuno si sarebbe mai interessato a me, a Hollywood. Sarebbe stato assurdo. Allora come oggi. — Aveva la fronte corrugata. Mi scoccò un’occhiata nervosa, prese il bicchiere e bevve il vino. — E naturalmente sono felice di non averlo fatto. Molto felice — mi disse in tono severo, come se io stessi pensando di negare la sua affermazione. — Non avrei mai conosciuto tua madre. — Si mise a tagliare la carne, con gli occhi puntati sul piatto. — Abbiamo litigato. Capivo il suo punto di vista, anche se non volevo che lei partisse. Nel secondo film aveva avuto una piccola parte che le aveva procurato una certa attenzione. Ancora prima che il film uscisse, ottenne una parte piuttosto buona nel terzo. Fino ad allora, aveva continuato a lavorare qui. Era qui che guadagnava e aveva una vera carriera. Andava a Hollywood per un paio di giorni di riprese, al massimo, e poi tornava. Però quella era una parte più grossa, più lunga. Doveva fermarsi là, e all’improvviso decise che il cinema sarebbe stato la sua carriera. Tornò un weekend a prendermi su. Ma io non volevo partire. Dopo un po’, lei si mise a piangere. Poi cominciò a coprirmi di maledizioni, e, credetemi, quella era una cosa che sapeva fare benissimo. Poi si alzò di scatto, corse alle finestre… — Papà alzò gli occhi. Sorrideva. — E spalancò quella centrale. In teoria, io avrei dovuto temere che potesse buttarsi. Ma la conoscevo troppo bene. Era l’ultima persona al mondo capace di fare una cosa del genere. Restai seduto a guardarla, sorridendo. Così lei si inginocchiò sul sedile del bovindo, si sporse in fuori, e guardò la città, come se fosse stata quella la sua unica intenzione. Era una bella giornata, fresca e assolata, ricordo. Il tipo di giornata di San Francisco che dovremmo esportare a Chicago. E lei disse di amare il panorama. Di amare San Francisco. Di amare questo appartamento. E me. Ma per la miseria, sarebbe andata a Hollywood! Io non le risposi. Lei tirò dentro la testa, si voltò, e mi fissò per un minuto. «Un giorno andrai a vantarti in giro di avermi conosciuta, bastardo!» disse. E aveva ragione, no? Poi strillò: «E questa casa sarà celebre perché sarà la casa nella quale ho vissuto io…». Era arrivata all’eccitazione totale in una frazione di secondo. Tipico di Marion. Saltò giù dal sedile, corse nella stanza, e si arrampicò sullo schienale del divano. Continuava a cercare di punirmi mettendo in pericolo la sua incolumità, chiaro? E, immagino, voleva anche dimostrare a se stessa che io tenevo ancora a lei. Be’, ci tenevo. E questa volta io saltai su e corsi al divano, perché avrebbe potuto cadere con un niente. Poi cominciò a camminare sullo schienale, scrivendo sulla parete col rossetto. Portava una gonna corta, e sapeva che io ero sotto a guardarla. — Papà sorrideva, con lo sguardo puntato sul nulla, la forchetta immobile nella mano. — “Marion Marsh ha vissuto qui”, scrisse, poi si girò a guardarmi. Poi… era proprio svitata… disse, o meglio mormorò: «Prendimi, Nick», e senza aggiungere altro, si buttò giù all’indietro.

Papà guardò Jan, poi me, continuando a sorridere. — Be’, la presi al volo. Mi sono quasi rotto la schiena, però l’ho presa. Adesso ho settantanove anni, e la cosa potrebbe suonare strana alle vostre giovani orecchie, ma ricordo ancora esattamente e precisamente in che modo quella ragazza balorda cadde, diritta fra le mie braccia. Figliolo, non voglio mancare di rispetto alla memoria di tua madre. Mi sorrise, tutta dolcezza e allegria, alzò la testa per baciarmi, poi saltò a terra e disse: «Scosta quello scemo di divano dalla parete, scemo», solo che non usò esattamente questi termini. Poi scrisse il resto di quello che avete visto.

Io lo stavo fissando in preda alla meraviglia. Quello era un quadro del tutto inedito su un padre che all’epoca aveva una decina d’anni meno di me. — Se fosse rimasta a San Francisco, l’avresti sposata, vero? — chiesi. Ma non era proprio una domanda.

— Non so. Come potrei dirlo? Non avevo ancora conosciuto tua madre. Non voglio discuterne. — Papà restò zitto per un attimo, poi aggiunse: — Però credo di poter dire che Marion Marsh avrebbe risvegliato lo spirito competitivo in molte donne.

Jan disse: — Oh, sono deliziata, affascinata all’idea che abbia vissuto qui. Qui in casa nostra. Sono così contenta che tu ci abbia raccontato queste cose! — Spinse indietro la sedia e saltò su. — Devo andare a dare un’altra occhiata alla sua parete. — Jan passò in soggiorno con la tazza del caffè, e mio padre e io la seguimmo con le nostre tazze.

In soggiorno, sorseggiammo il caffè sotto la luce forte del lampadario, fissando di nuovo l’imponente messaggio scritto col rossetto che ci giungeva dal passato. La mia voce rimbombò nella stanza vuota. — Non l’avevo mai sentita nominare. Ha fatto fortuna a Hollywood?

— Non c’è mai tornata. — Papà bevve un sorso, poi ci guardò. — In quasi ogni libro o film sugli anni Venti c’è una scena obbligatoria: una manciata di persone che corrono su una strada di campagna su un’auto scoperta, sventolando bottiglie, cantando, urlando, ubriachi marci. Be’, succedeva sul serio. L’ho fatto anch’io. E fu questo che fece Marion la sera prima di tornare a Hollywood. Io non ero della compagnia. Era furibonda con me, e non mi invitò. L’automobile si rovesciò. Ci furono diversi feriti, e lei restò uccisa. — Jan sussultò, emise un gemito involontario di protesta. Io corrugai la fronte. — Successe a Marin County. Su una stradina secondaria dalle parti di Ross. Dovettero girare di nuovo un paio delle scene del film in cui lavorava lei. Con un’altra attrice che allora era sconosciuta, ma che si chiamava Joan Crawford. Marion non arrivò mai a vedere il suo secondo film. Uscì nelle sale un mese dopo la sua morte.

Jan lasciò passare un attimo, poi disse dolcemente: — Però tu l’hai visto.

— Ma certo. Si intitolava Ragazze focose. — Papà le sorrise. — Mi spiace, ma il titolo era quello. L’ho visto più di una volta, te lo posso assicurare, e mi sono sentito male come mai in vita mia. Perché quando l’ho visto ho capito che Marion aveva ragione. Ho avuto la certezza che avesse davanti a sé una vera carriera, forse una grande carriera. Non era particolarmente bella, però possedeva più vitalità e più… puro magnetismo animale, immagino si possa chiamare, di chiunque io abbia mai conosciuto. Quando lei era in una stanza, in qualunque posto, te ne rendevi conto. E non solo io. Tutti quanti. E quando usciva da una stanza, ti accorgevi anche di quello, come se si fossero abbassate le luci. Be’, nel film si capiva benissimo. A parte una brevissima apparizione nel finale, talmente veloce che non conta nemmeno, lei recita in una sola scena. Un party. La vedi chiacchierare con un gruppo di ammiratori. Tutto qui. Durava solo mezzo minuto, forse meno. Però le aveva procurato una parte nel film successivo, la parte che alla fine venne assegnata a Joan Crawford e che diede il via alla sua carriera. Ho pensato spesso che sarebbe dovuta essere la carriera di Marion. Perché lei aveva lo stesso fascino diretto, personale, lo stesso potere sugli spettatori che solo una manciata di star veramente grandi hanno avuto. Le attrici che non dimentichi mai, come la Garbo, la Crawford, Bette Davis. Sì, aveva una grande carriera davanti a sé. — Bevendo un altro sorso di caffè, papà guardò di nuovo la parete. — Leggete e piangete! — mormorò, e annuì. — Quel giorno aveva ragione su tutto, no?

2

Un paio di settimane più tardi, l’appartamento era in ottimo stato. Avevamo continuato a dipingere di sera e nei weekend. A quel punto, organizzammo un party, e la parete di Marion fu l’anima della festa. C’erano diciannove ospiti, molti amici dei giorni alla University of California di Berkeley, il posto dove Jan e io ci siamo conosciuti. Ce n’erano altri della Crown Zellerbach Company, l’azienda di Market Street dove lavoro. E la coppia del pianterreno, i Platt; Jan aveva fatto amicizia con Myrtle Platt alle cassette della posta del portico. Myrtle era un’allegra casalinga in sovrappeso, e dopo che lei e suo marito furono arrivati ed ebbero saputo tutto della parete (la prima cosa sulla quale ogni ospite doveva essere informato, ovviamente), lei scese a casa sua e tornò su con un enorme volume, una storia illustrata del cinema che io conoscevo, ma non potevo permettermi. Tutti si raccolsero attorno al libro, aperto sul tavolo che Jan aveva sistemato a ridosso di una parete, coi liquori e il necessario per preparare cocktail. E Myrtle sfogliò le pagine, in cerca di una foto da Ragazze focose. Ma non ce n’erano. Il film non veniva nemmeno menzionato.

Ellis Pascoe disse: — Quel film non è mai esistito. — Era un mio ex insegnante universitario, un ometto magro, barbuto, che mi raccontava sempre che il suo sogno sarebbe stato fare il professore a Oxford. — Non riconosci la grafia truccata di Nick, Jan? Lo sa Iddio se non la riconosco io, dopo tutte le sue prove scritte da semianalfabeta che ho dovuto leggere. Ti sta prendendo in giro. Quelle frasi le ha scritte lui per non dover togliere il resto della tappezzeria.

Drink alla mano, scrutando la parete di Marion, il gruppo azzardò ipotesi su ciò che poteva apparire su ulteriori strati della carta da parati dei Cheyney: un’enorme X sulla parete più grande, che sarebbe stata l’autografo di King Kong; un proclama di Walt Disney sulle bizzarre abitudini sessuali di Topolino. Ma non era possibile scacciare a forza di battute la realtà della grande scritta rossa. Conservava il suo mistero, e nessuno di noi, compresi Jan e me, poté impedirsi, in un momento o nell’altro della serata, di scrutare la parete di Marion. Dopo il party, mentre lavavamo i piatti, lasciammo entrare Al per uno spuntino di mezzanotte, prima di rimandarlo alla sua cuccia in cortile; e decidemmo che togliere il messaggio di Marion era del tutto fuori discussione: era diventato il pezzo forte di casa nostra.

Arrivò la primavera. Ci godemmo l’ultimo weekend della stagione a base di sci a Sugar Bowl, in marzo, e il weekend successivo un’amica di Jan dei tempi dell’università ci invitò a casa dei suoi a Tahoe, e andammo a fare sci d’acqua. A San Francisco c’è un meraviglioso nightclub ispirato ai vecchi tempi dell’età del jazz che si chiama Earthquake McGoon, e un paio di volte l’anno, in una cittadina della California, Volcano, il locale tiene un festival cinematografico. Invitano amici e clienti, noi compresi, e io non me lo perderei mai, a meno di avere una febbre da cavallo: grandi vecchi film della cineteca del dottor James Causey, della quale mi piacerebbe possedere anche i fondi di magazzino. Ci andammo; e vedemmo qualche nuovo film, leggemmo qualche libro, andammo a vedere un allestimento teatrale. Ci vennero a trovare amici, e noi ricambiammo le visite. In sei, un weekend, organizzammo un giro in bicicletta a Golden Gate Park. E a maggio, per il mio compleanno, Jan mi regalò un film a otto millimetri, Il segno di Zorro, con Douglas Fairbanks. Le costò cinquantacinque dollari e novantotto cent alla Blackhawk Film, molto più di quanto avrebbe dovuto spendere per il mio regalo, ma io fui felicissimo di avere la pellicola.

Arrivò l’estate, e cominciammo a parlare di cosa fare nelle mie tre settimane di ferie in luglio, però non mi veniva in mente niente che potesse essere il massimo del divertimento a costo zero. L’estate prima, eravamo stati a Tahoe per dieci giorni, e l’estate ancora prima a New York, per cui non muoverci quell’anno non ci dispiaceva poi molto. Per un paio di weekend uscimmo in barca nella Baia con qualche amico, e parlammo di comperare un’imbarcazione tutta per noi, ma sapevamo già di non potercela permettere. Io diedi una ritoccata alla vernice della Packard e le misi una marmitta nuova. E nel frattempo, in tutta questa grande allegria, continuai ad andare al lavoro dalle nove del mattino alle cinque e un quarto del pomeriggio, esclusi i compleanni di Lincoln e di Washington.

Una sera di giugno, tornando dal lavoro, scesi come al solito dal bus a due isolati da casa. Da lì, il percorso è quasi tutto in salita, e la giornata era stata piuttosto calda, sui trenta gradi, un clima splendido; così mi tolsi la giacca. La temperatura cominciava appena a scendere, mentre la prima nebbia calava sulla Baia. Salendo la collina di Buena Vista, con la giacca sulla spalla, con la panoramica della città che si espandeva sotto di me, mi sentii lieto come tutte le sere di quello spettacolo bianco pastello. E dello splendore della Baia, delle colline e montagne attorno, e di quanto restava della vecchia San Francisco. Gli speculatori interessati ai soldi stavano distruggendo la città il più in fretta possibile, bloccavano le vecchie visuali con edifici sempre più alti (lodati dal sindaco, approvati dai consiglieri comunali); e la distruzione della Baia con nuove costruzioni e inquinamento continuava. Ma c’era ancora parecchia bellezza da abbattere, prima che riuscissero a manhattizzare o milwaukizzare San Francisco; c’erano ancora molte cose belle da guardare. E io, cresciuto tra le pianure del Midwest, apprezzavo quel posto, e ormai ci vivevo da tanto tempo da sentirmene parte.

Arrivato al mio portico, leggermente senza fiato dopo la salita, pensai come sempre che avrei dovuto cominciare a fare jogging. E mi fermai a guardare un’altra volta la città, convinto di provare le stesse sensazioni di prima. Invece, in quel momento, senza un motivo comprensibile, venni trafitto da una perfida pugnalata di depressione. Era già successo, e c’ero abituato; com’ero abituato alla successione quasi automatica di pensieri che accompagnavano la depressione. L’idea stessa di quei pensieri mi annoiava e mi deprimeva a priori, così saltai quelli più grossi, i grandi problemi nazionali e internazionali dei quali sarete stanchi anche voi. Il pensiero successivo era l’idea che ormai da quasi cinque anni lavoravo in un posto che in teoria doveva essere solo un punto di passaggio fra l’università e chissà cosa; bastava solo che io scoprissi cosa realmente volevo fare. Ma per il momento, l’unica cosa che avessi scoperto era che non esisteva alcuna professione che mi interessasse sul serio. E nella mia testa aveva cominciato a prendere piede l’inquietante idea che quel lavoro (che era abbastanza gradevole, e nel quale riuscivo piuttosto bene, ma che non aveva il minimo rapporto con un solo tratto significativo della mia personalità) potesse essere permanente. Un giorno, incredibile!, avrei potuto trovarmi in pensione dopo avere trascorso tutta la mia vita lavorativa alla Crown Zellerbach. Poi giunse la consapevolezza che per Jan e me era l’ora di fare un figlio. Era un nostro desiderio, sul serio. A me piacciono i bambini, e piacciono anche a Jan, e prima o poi li avremo, ma come tanta gente avevamo deciso di concederci prima qualche anno senza problemi, e io non ero mai pronto a dire che gli anni senza problemi erano finiti. Poi c’era tutta una serie di altri pensieri altrettanto cupi e rituali. L’intera sequenza era diventata automatica, e io me ne stavo lì, col cervello quasi inerte, a fissare la città (centinaia di finestre erano un unico bagliore arancio nella luce del sole al tramonto), quando sentii aprirsi una finestra sopra il tettuccio del portico.

— Nick?

— No. Nick resta in ufficio fino a tardi. Io sono il teppista di quartiere, Rupert lo Stupratore. Apra, signora. Oggi tocca a lei.

— Cosa ci fai lì?

— Sto in equilibrio su una gamba sola. Sto cercando di stabilire il record mondia…

— Vieni su, Nick! Ho qualcosa da farti vedere!

— Okay. — Mi girai verso la porta, ed estrassi la chiave, ma prima che potessi infilarla nella serratura, sentii Jan correre giù per le scale. Spalancò la porta e mi sorrise, tutta eccitata. Indossava il pullover e i calzoni grigi che aveva comperato col buono-regalo che sua madre le aveva donato per Natale. Aveva in mano una rivista di piccolo formato, Tv Guide, e il pollice era infilato tra le pagine. Non parlò. Aprì la rivista e puntò l’indice. Le brillavano gli occhi.

Giovedì 14 giugno, lessi in cima alla pagina, e vidi che l’unghia smaltata di Jan era appoggiata sul disegnetto a forma di schermo televisivo, con un 9 stampato in bianco. La data di quel giorno; il Canale 9 era la rete televisiva della zona della Baia. Le presi di mano la rivista e, mentre salivo le scale, lessi il pezzo. 21,30. ALLE ORIGINI DEL CINEMA. Ragazze focose, film muto degli anni Venti con Richard Abel e Blanche Purvell: bonacce piene di liquore, gioventù sfrenata, automobili veloci, e feste da capogiro. Accompagnamento al pianoforte basato sullo spartito originale di Mabel Ordway.

Sorridevo quando arrivammo al nostro pianerottolo. — Ragazza, tu non lo sai, ma probabilmente mi hai appena salvato la vita. — Baciai Jan, con molto trasporto: e lei arrossì. — Adesso come diavolo riuscirò ad aspettare fino alle nove e mezzo?

Alle nove e ventotto accesi il televisore del soggiorno, lo sintonizzai sul Canale 9, e aspettai che si materializzassero immagini e suoni. All’altro lato della stanza, Jan sedeva sul divano imbottito, e Al era sdraiato sul tappeto, più o meno fuori combattimento com’è di solito dopo cena. Arrivò il sonoro: la voce di un uomo con un sottofondo musicale. La musica crebbe di volume, e la voce svanì. Poi l’immagine si gonfiò sino a riempire lo schermo, ruotando lentamente dall’alto in basso. Sintonizzai i comandi, e l’immagine si fermò. Due uomini, su sedie di plastica, stavano l’uno di fronte all’altro. Uno ascoltava e annuiva a lenti cenni del capo; le labbra dell’altro si muovevano, ma non si udiva parola, perché la musica sovrastava completamente la voce. La telecamera indietreggiò, e i due cominciarono a rimpicciolire, senza smettere di parlare. Uno dei due rovesciò la testa indietro in una risata. Sembravano totalmente presi da ciò che stavano dicendo, al punto di non essersi accorti che il programma era finito.

Mi sedetti sul divano. Sullo schermo apparve il logo della stazione televisiva, KQED. Per un po’ di tempo, una ventina di secondi o più, le lettere rimasero lì, mute; c’era solo il ronzio del televisore. Dissi: — Questa sì è classe. Niente annunci pubblicitari. — Mi allungai sul divano, stesi le gambe, e appoggiai i piedi (portavo un paio di pantofole molto morbide) su Al, che si trovava esattamente al posto giusto. Lui alzò la testa, a guardare dapprima me, poi i miei piedi. Potevo leggergli nel pensiero. Si stava chiedendo quale fosse la mossa meno faticosa: fare lo sforzo di alzarsi e sfuggire alla mia portata, oppure restare sdraiato e sopportare in silenzio. Ci pensò su, poi riabbassò la testa; con un sospiro, mi pare. Gli dissi: — Questo fa parte del tuo mestiere di cane, Al. Non basta abbaiare ai quattro venti. Devi guadagnarti la tua scatoletta quotidiana di cibo per cani da settantanove cent. Si paga tutto. — Con uno sforzo supremo, lui sbatté due volte la coda sul pavimento, e io tolsi i piedi dal suo corpo. Il logo della stazione televisiva svanì, e apparve la scritta ALLE ORIGINI DEL CINEMA, sovrimpressa su una fotografia di Charlie Chaplin. L’improvvisa colonna sonora fu una tempesta di pianola meccanica. Un bel giovanotto, in giacca e cravatta a farfalla, spuntò sullo schermo. Lo sfondo dipinto alle sue spalle rappresentava la cassa di un cinematografo. Il giovanotto parlò in tono gradevole, e con aria apparentemente autorevole, dei film degli anni Venti. Le solite balle. Dissi: — Lo vedi il sorrisetto divertito? Indica che quello sa che i vecchi film sono un po’ ridicoli. Però nota la voce misurata, il tono accademico. Nessuno potrà mai accusarlo di prenderli in giro.

— Ma cos’hai stasera?

— Sono Samuel Johnson. La mia mente è un bisturi. Riesco a vedere dietro tutte le facciate fasulle. La verità è che per quanto possa sembrare ridicolo, sono eccitatissimo.

— Anch’io.

Lo schermo diventò scuro, e (con Jan protesa a spalle in avanti per l’entusiasmo) il titolo del film apparve a lettere bianche su un fondo nero che era sbiadito, non completamente nero. Ragazze focose, diceva incredibilmente, in un grazioso corsivo d’epoca. Un film Paramount. L’accompagnamento al pianoforte (non più una pianola meccanica, grazie a Dio) diminuì di volume fino a diventare uno sfondo quasi impercettibile, però di importanza essenziale: ci ritrovammo in un altro tempo, molto prima che il cinema possedesse il sonoro. I titoli di testa corsero veloci, e piuttosto concisi. Lo schermo tornò buio per un attimo; poi apparve un’enorme automobile con tanto di chauffeur che imboccava un sentiero circolare in ghiaia, passando fra due alti cancelli in ferro battuto. Jan mi strinse il braccio. — Non posso crederci! La tensione mi uccide! Vedremo Marion Marsh!

L’auto sullo schermo rallentò, poi si fermò davanti alla scala in pietra di una grande casa di campagna. Mi protesi in avanti a scrutare, e riuscii a identificare l’ornamento sul radiatore: una Pierce Arrow. Apparve un sottotitolo: Una ricca villa di Long Island. Lo chauffeur aprì una portiera posteriore della berlina e aiutò a scendere un’anziana signora. La donna aveva gli occhialini col manico; indossava un vestito lungo e un cappello rotondo a tese larghe, leggermente curvo in alto. Dissi: — Sembra che abbia in testa una torta.

La scena cambiò: l’interno di una grande stanza (tappezzeria e lance incrociate alle pareti), con porte finestra spalancate che davano su una veranda in pietra, con un’imponente balaustra in pietra; dietro la veranda, un prato enorme si stendeva in distanza. Non riuscii a capire se fosse vero o fosse uno sfondo dipinto. L’anziana signora con gli occhialini col manico stava entrando nella stanza, e dalla veranda le andava incontro una giovane donna: Blanche Purvell, la star del film. In contrasto con l’abito della vecchia, il suo arrivava solo alle ginocchia ed era senza maniche. — Belle gambe — dissi, e sorrisi quando Jan mi lanciò un’occhiata.

Il ritmo della storia era veloce: Blanche Purvell era una ricca ereditiera, innamorata di un uomo povero che viveva nella città vicina, anche se la madre, la donna degli occhialini, non era d’accordo. Apparve il giovanotto. Consegnava generi di drogheria; portava un berretto bianco a punta curva, camicia bianca, cravatta, e un maglione. Con l’aiuto di una signora di mezza età in tenuta da cameriera, scaricò tutto da un cestino di vimini sul tavolo di una cucina molto strana, molto vecchiotta. Poi arrivò la ragazza. I due si scambiarono un sorriso d’amore mentre la cameriera non guardava, poi uscirono da una porta sul retro. Si incamminarono su una distesa d’erba, superarono un paio di campi da tennis dove gente giovane stava giocando. Mi chiesi dove fossero state girate quelle scene, e cosa ci fosse adesso al posto dell’erba: la rampa di una superstrada, probabilmente, oppure un centro commerciale con un parcheggio da cinque acri. La coppia proseguì verso un furgone, un Model T Ford nero con un tettuccio lungo e curvo che andava dal parabrezza alla sponda posteriore. Gli sportelletti laterali erano aperti. Era parcheggiato su una strada bianca.

Mentre attraversavano l’erba verso il furgone, la ragazza si guardò attorno, lanciò un’occhiata alla casa, poi lei e il ragazzo si tennero per mano per tutto il resto del percorso. — A lui interessano i soldi — disse Jan.

— Naturalmente. Porta quel berretto idiota perché è calvo come una palla da biliardo, e lei non lo sa.

— Che sorpresa, quando lui se lo toglierà in luna di miele.

— Bisogna vedere se lo toglierà.

Apparve una spider coi raggi delle ruote in legno, la capote abbassata. Frenò bruscamente; le ruote sembravano girare all’indietro. Una nube di polvere avvolse ragazzo e ragazza, e Jan mormorò: — Che splendore. — Un giovanotto in completo da tennis, con un golf di lana sulle spalle, saltò giù scavalcando la portiera chiusa dell’automobile. Aveva in mano un paio di racchette da tennis. Scrutò con aria di superiorità il furgone, poi con un cenno imperioso ordinò alla ragazza di seguirlo verso i campi da tennis. — Lo adoro! — disse Jan.

— Sei una snob. — Sullo schermo, la ragazza girò sui tacchi per mettersi alle calcagna del tipo in tenuta da tennis, poi si voltò a lanciare un’occhiata struggente al giovanotto rimasto davanti al furgone. Parlò, e mentre le sue labbra si muovevano, io dissi: — Ti amo, Ralph, ma Frank ha un odore migliore. — Sullo schermo, un sottotitolo disse: Preferirei restare con te!

Perdemmo interesse: la storia correva troppo veloce e troppo ovvia, e il mondo al quale faceva riferimento (se faceva riferimento a qualche mondo) era remoto al punto dell’incomprensibilità. Il film era la copia di una copia, probabilmente; i volti erano slavati, bianchissimi, e Jan mormorò: — Sono tutti occhi, labbra e sopracciglia, come nelle vecchie fotografie.

— Già. Sai una cosa? Questo film è stato girato grazie alla luce riflessa in un obiettivo. La luce proiettata dai volti di persone reali. Che un tempo esistevano davvero, e in quella certa scena facevano proprio quello che stiamo vedendo. Lo so, però non ci credo. Questo è stato sempre e solo un vecchio film, e al di fuori del film tutti loro non sono mai esistiti.

Le note del pianoforte non si interruppero mai. Neri, grigi e bianchi continuarono ad alternarsi sullo schermo, e noi restammo a guardare in preda all’apatia. Di tanto in tanto, con l’altro di guardia, uno di noi due si alzava per andare a prendere qualcosa da mangiare, qualcosa da bere, fare un salto in bagno, o un giro in casa. Stavamo seguendo il film da più di quaranta minuti, e io ero in cucina, seduto al tavolo, a leggere le pagine sportive (verdi) del Chronicle e mangiare patatine fritte. Il rumore del sacchetto e il profumo delle patatine avevano miracolosamente risvegliato Al dal suo coma. Adesso era seduto sul pavimento a guardarmi, come una goffa imitazione basset hound del terrier che stava di fronte al fonografo nei vecchi annunci pubblicitari, a testa piegata, orecchie ritte (o almeno, fino al massimo del ritto di cui era capace), e ogni tanto io gli lanciavo una patatina. Ho tentato di insegnargli ad afferrare le cose al volo, ma i suoi occhi non sono esattamente perfetti; e ogni patatina gli atterrava sul naso, rimbalzava sul pavimento, e lui doveva andarla a cercare. Poi la mandava giù in un sol boccone e ricominciava a guardarmi, in attesa di altri rifornimenti.

Al mi piace, come penso di aver già lasciato capire, e i suoi occhi mi affascinano. Sono così grandi e castani, così umani e innocenti. È come se un bambinetto di quattro anni, colmo di fiducia, vi guardasse negli occhi da un peloso muso canino marrone e bianco. Era ciò che Al stava facendo in quel momento, e io mi sporsi dal tavolo a guardarlo diritto negli occhi e fargli una domanda vecchia e familiare in quella situazione. — Senti, ma tu chi sei? Tu che stai lì dentro? Sul serio. Non mi freghi, sai, con quel folle costume da cane. — Sollevai una delle sue orecchie marroni incredibilmente lunghe. — Nessun cane ha orecchie ridicole come queste. È qui che hai commesso il tuo grande errore! — Di colpo, balzai in ginocchio al suo fianco, lo afferrai sotto le zampe anteriori, e lo coricai sulla schiena. Tenendolo fermo sul pavimento con una mano, mi misi a frugare nel pelo bianco del suo petto. — Dov’è la cerniera lampo? Adesso ti tolgo questo stupido costume da cane! Ti sbugiardo per l’impostore che sei! — Era un vecchio gioco, il tipo di spupazzamento che Al adora. Si mise a lottare con le zampe posteriori e con denti molto cauti. Dopo un minuto, lo lasciai rialzare, lo calmai con un po’ di grattate dietro le orecchie. — Okay, hai vinto un’altra volta. — Gli diedi una patatina. — Sei furbo, come no. Lo sappiamo. Però quella cerniera c’è, e un giorno o l’altro la troverò.

— Nick, ci siamo, credo! — strillò Jan. Versai a terra le ultime patatine per Al e corsi fuori dalla cucina.

La scena era un party nella grande stanza dell’inizio del film, adesso piena di gente. Al pianoforte a coda, con le spalle che sussultavano al ritmo rapido della musica, sedeva un giovanotto con un filo esilissimo di baffi e capelli neri, impomatati, pettinati all’indietro. Al suo fianco, sul sedile, una ragazza in gonna corta beveva frequenti e rapidi sorsi dal drink che teneva in mano. L’altra mano si muoveva nell’aria all’altezza delle spalle, apparentemente a tempo col pianoforte. Un’altra ragazza era coricata sul piano, col mento tenuto su dalla mano destra; nella sinistra aveva un bicchiere da cocktail. I tappeti erano stati arrotolati, e le coppie ballavano a ritmo frenetico. Su un’ampia scalinata curva era seduta gente che si baciava; diversi altri tizi, sdraiati su un divano, mimavano l’ebbrezza alcolica. Quasi tutti avevano in mano un bicchiere da cocktail, e bevevano spessissimo, rovesciando indietro la testa.

Una cosa completamente irreale. Quegli individui e quel party non erano mai esistiti. Quelle antiche fotografie che piroettavano mute alla musica di un implacabile pianoforte erano assurde. L’obiettivo della macchina da presa si spostò lentamente ai margini della festa, e rivelò: una coppia ubriaca in maniera esagerata, seduta sotto un tavolo; un maggiordomo privo d’espressione che entrava con un vassoio di bicchieri pieni e una bottiglia che qualcuno gli rubò immediatamente; una partita di dadi sul pavimento, con maschi e femmine tutti in ginocchio; un gruppetto di uomini (compreso l’arrogante tennista, adesso in smoking) che accerchiavano una ragazza, quasi al punto di nasconderla.

Poi due degli uomini, come per caso, si spostarono, e apparve la ragazza, e noi sgranammo gli occhi: sapevamo, da quanto aveva raccontato mio padre, che era Marion Marsh. In un abitino corto, molto anni Venti, come tutte le altre donne; coi capelli alla maschietta come tutte, con una ciocca a forma di J su ogni guancia, e il viso bianco come tutti gli altri, Marion restò ad ascoltare uno degli uomini. Poi sorrise e gli rispose, e io, senza sapere perché, mi resi conto che aveva catturato la mia attenzione. In un modo assolutamente indefinibile, grazie alla semplice magia di una personalità rara, diversa, quella ragazza sembrava reale, a differenza degli altri. Era una figurina granulosa in un angolo dello schermo, però parlava sul serio. Mi sorpresi a protendermi in avanti sul divano, come se in quella maniera mi fosse possibile udirla; e avrei voluto udire. Alzò la mano, scosse l’indice, rimproverando scherzosamente uno degli uomini, poi sorrise, e Jan e io sorridemmo con lei. In finta supplica, uno degli uomini intrecciò le mani in preghiera, poi prese Marion per il gomito; cercò di allontanarla dagli altri; e quando lei scosse dolcemente la testa, e piegò le labbra in un sorriso di rifiuto, io la desiderai come donna. Per chissà quale motivo, che non ho capito allora e non capisco oggi, a differenza di tutte le altre figure di quella scena assurda, quella figura in grigio e bianco era viva.

Distolse gli occhi dagli uomini che aveva attorno, scrutò la stanza. E l’ombra di noia che apparve sul suo viso in quel momento, e che svanì non appena lei si girò di nuovo verso il gruppo, era genuina. Guardandola riprendere la conversazione, mi parve di capire i veri sentimenti della donna che interpretava; in seguito ricordai l’intera scena come se avessi udito la sua voce. E in quell’attimo mi sembrò addirittura credibile che le caricature attorno a lei, gli uomini che quasi saltavano nell’esagerata enfasi dell’attenzione per Marion, provassero davvero ciò che stavano recitando. La macchina da presa si mosse, l’immagine di Marion rimpicciolì, la scena svanì sullo sfondo, e io mi protesi in avanti per cogliere le ultime immagini di lei. E quando Marion scomparve del tutto dall’inquadratura, io restai sotto l’incantesimo della sua presenza, con la netta sensazione che lei stesse ancora sorridendo e parlando fuori campo.

Quell’impressione durò per un lungo momento, nell’interminabile musica del pianoforte, con i fotogrammi che continuavano a scorrere senza più avere il minimo significato per me. Poi uscii dalla trance e guardai Jan. — Ragazzi — mormorai. — Aveva la scintilla. L’aveva sul serio.

— Sì… Oh, potrei mettermi a piangere! Nick, sarebbe diventata una star! Il suo nome ci sarebbe stato noto come…

— Lo so. Come quelli di Norma Talmadge o Clara Bow. Non c’è il minimo dubbio.

— Be’, è un peccato! Pensa a come deve essersi sentito tuo padre guardando il film.

— Gli è passata da un bel pezzo, ne sono certo.

Restammo davanti al televisore per qualche altro minuto, poi Jan disse: — Non credo di poter resistere ancora mezz’ora, Nick. Sono quasi le dieci e mezzo, e sono stanca. Ma sono così contenta di averlo visto. — Si girò a guardare le parole di Marion sulla parete alle nostre spalle.

— Si vede ancora. Alla fine.

— Solo per un secondo, o così ha detto tuo padre, e io sono troppo stanca. Oggi ho fatto le pulizie di casa. Tu guarda pure, se vuoi. Io vado a letto e continuerò a pensare a lei finché non mi addormenterò.

— Okay. Prima “biscotta” fuori il vecchio, ti spiace? — Non ricordo come fosse iniziata la cosa, ma alla sera, anziché ricorrere ai metodi bruti e semplicemente ordinare ad Al di uscire, gli passavamo un biscotto sul naso. La sua lingua guizzava automaticamente fuori dalla bocca e dava una ripassata al naso. Lui mandava giù le briciole di biscotto, sgranava gli occhi, si alzava con scatto atletico, trotterellava in cucina e usciva dalla porticina tutta per lui che avevo installato alla base della porta. Quando era in cortile, gli davamo il biscotto e lo chiudevamo fuori. Veloce, semplice; niente discussioni e tutti contenti, almeno finché Al non aveva divorato il biscotto.

Jan mi diede un bacio sulla guancia, biscottò fuori Al, e io restai a guardare il film fino in fondo, per un’altra trentina di minuti, rovesciato sul divano, mezzo sveglio e mezzo addormentato. Negli ultimi istanti di Ragazze focose, una sposa, Blanche Purvell, lanciava il bouquet a un gruppo di damigelle d’onore ai piedi della scalinata, e Marion Marsh si intravedeva per qualche altro attimo. In effetti, faceva esattamente le stesse identiche cose di tutte le altre damigelle, e la si vedeva per non più di quattro secondi, prima che il suo viso venisse nascosto da un braccio che si sollevava. Ma mi aveva catturato; si era fatta un fan. E, annuendo, dissi a me stesso che anche in quella scena così breve lei spiccava fra le altre. Fine, disse il sottotitolo sullo schermo. La musica di pianoforte svanì mentre io mi alzavo per andare a spegnere il televisore, prima che il tizio col cravattino tornasse a spiegarci cosa avevamo visto. — Be’, Marion — dissi, mormorando nel silenzio appena nato — eri grande. Assolutamente grande.

— Sì.

La luce del televisore si stava riducendo alle dimensioni di un minuscolo diamante. Io rimasi immobile, col sangue che defluiva dalla superficie della mia pelle. Misi al lavoro il cervello, in cerca di alternative. Ma non ce n’erano. Non potevo negare l’inconfondibile differenza tra una cosa semplicemente immaginata e una cosa reale. Sapevo di avere veramente sentito quell’unica parola, pronunciata con perfetta chiarezza, da una voce femminile piacevolmente rauca che non era quella di Jan. L’idea di muovermi non mi andava a genio, però mi mossi; girai la testa a scrutare l’intera stanza, nella fioca luce che entrava dalle finestre. Una trave del soffitto emise un crepitio legnoso, contraendosi dopo il caldo della giornata; ma sapevo di cosa si trattava, c’ero abituato, e continuai a frugare la stanza con gli occhi.

Il buio non era sufficiente per permettere a qualcuno di nascondersi, e non si vedeva nessuno. Lo sapevo già; sapevo più di quanto volessi permettermi di ammettere; e i capelli sulla nuca e i peli sulle mie braccia erano diritti, elettrici.

— Nick, sono io.

— Chi?

— Marion — rispose la voce, spazientita.

— Marion… — Mi costò un notevole sforzo dirlo. — Marsh?

— Naturalmente! Dovevo vedere il mio film. Dio, non ero brava?

Annuii, poi mi venne in mente che magari lei non poteva vedermi, e dissi: — Sì — ma mi si spezzò la voce. Mi schiarii la gola, ritentai, e questa volta la voce era troppo alta. — Sì, eri brava! — dissi. — Sei un… — E di nuovo mi fu difficile pronunciare quella parola. Era troppo ridicola. — Un fantasma?

Ci fu un lungo silenzio. Forse non avrei più udito altro. Poi, perplessa e leggermente divertita, colma di meraviglia come se l’idea fosse del tutto nuova, la voce disse: — Suppongo di sì. — Una risata. — Ma pensa tu! Però sì, immagino che debba essere un fantasma. Possiamo tornare nei posti dove abbiamo vissuto, sai, anche se sono in pochi a farlo. Richiede tanta… Tu come la chiameresti?

— Energia metapsichica? — Ero talmente affascinato che mi ero scordato di avere paura. Anzi, ero eccitatissimo. Immaginavo già di raccontarlo a Jan, ai colleghi in ufficio, ai party.

— Sì, qualcosa del genere, suppongo. Bisogna proprio avere voglia di tornare. E io l’avevo, credimi! Il mio film, e non lo avevo mai visto! Finalmente proiettato qui in casa mia! Cos’è quell’affare?

— Un televisore.

— Serve a vedere i film?

— Sì. Soprattutto a quello.

— Però non è il massimo, eh? Così piccolo. Ma che differenza fa? Finalmente ho visto il mio film! Sono rimasta tagliata fuori, ricordi?, a soli vent’anni.

— Ventuno, no? — Non mi ero più mosso; non mi era venuto in mente di farlo.

— Oh, chi se ne frega? Perché è tanto importante? A te è sempre piaciuto sottolineare che eri un po’ più giovane di me.

Non vedevo l’utilità di correggerla. Dissi: — Senti, com’è? Dall’altra… — Odio frasi del genere, ma non mi veniva in mente nessun surrogato. — Dall’altra parte?

— Oh… — La voce fece una pausa. — Un po’ come essere sbronzi. Ci si sente piuttosto bene e non si pensa molto. Com’è essere vivi? Io l’ho quasi dimenticato.

— Il contrario, grosso modo. Marion, senti, potresti apparire? Come realmente eri. Come sei. Come eri.

— Oh, Nickie, è fantasticamente difficile. Anche solo per un secondo o due. Dev’essere per questo che i fantasmi spariscono così in fretta, non credi? L’unico mezzo per poter restare in circolazione per un po’ di tempo è la possessione.

— Cioè?

— Entrare in qualcuno. Si può fare solo per un motivo terribilmente importante.

— Però tu puoi apparire per qualche secondo. Lo vuoi fare? Ti prego. — Alla fine, mi venne in mente che potevo anche sedermi, e così mi buttai sull’orlo del divano.

La voce era morbida. — Vuoi rivedermi ancora una volta, eh, Nickie? Sei dolce. Se solo non avessimo litigato! Tutto sarebbe potuto essere così diverso. Va bene. Guarda nell’angolo verso l’ingresso, dall’altra parte delle finestre.

Guardai, e quello che vidi fu un convergere, un raccogliersi di luce dal resto della stanza. Alla periferia della mia visuale, gli angoli del soggiorno e il bianco del soffitto divennero palesemente più scuri; poi svanirono nell’oscurità totale. La luce si riversò sul pavimento. Poi corse veloce lungo il battiscopa, come in un piccolo banco di nebbia; si concentrò e cominciò a sollevarsi nell’angolo buio al lato opposto della stanza, dapprima grigia come nebbia, poi soffusa di un fioco chiarore, iridescente. All’improvviso, un’esplosione di colori che fluirono l’uno sull’altro, si separarono, assunsero consistenza, si fissarono in forme ben definite. E poi apparve lei, sorridente.

La figura era trasparente. La parete era chiaramente visibile dietro lei. Però Marion era perfettamente nitida e chiara. Indossava un vestito blu e verde; l’orlo della gonna arrivava alle ginocchia di (rimasi stupefatto di me stesso per essermene reso conto) un paio di gambe meravigliose. L’incarnato era di un delizioso colore tra rosa e bianco, e, sorprendentemente, i capelli che nel film non sembravano biondi erano invece gialli. Mi guardava, abbassando di tanto in tanto le palpebre degli occhi azzurri; non era bella, ma molto carina, e trasmetteva la sorprendente sensazione di vitalità che comunicava anche nel film. Con una voce molto più fioca, disse: — Non sei cambiato, Nick. O almeno, solo pochissimo. Sei un po’ più vecchio. Adesso sei più vecchio di me! E sei sposato, vero? La ragazza di prima era tua moglie. Tutti e due qui nel mio vecchio appartamento.

Stavo aprendo la bocca per risponderle, per dirle chi realmente fossi. Ma le sue ultime parole erano scese quasi a livello di impercettibilità, e i colori e l’intera immagine stavano rapidamente perdendo consistenza. Era quasi scomparsa, solo vagamente visibile, quando sollevò un poco la testa. Per la prima volta, parve accorgersi della scritta che copriva la parete dietro il divano, e la perdita di consistenza si interruppe. Forma e colori ripresero una certa sostanza, la conservarono grazie a quello che doveva essere uno sforzo di volontà. Vidi la sua mano salire al petto, vidi gli occhi sgranarsi e il volto piegarsi in una smorfia. Poi la sentii esclamare, a voce molto bassa: — Essere stata viva! — Le vestigia di colori e forma svanirono, e io vidi di nuovo gli angoli della stanza, il chiarore bianco del soffitto. Sussurrai: — Marion? — Ma non mi aspettavo una risposta, e non la ebbi.

Andai alle finestre. Guardai la città, la lunga linea di luci arancio che erano l’unica cosa visibile del Bay Bridge. Pensavo di voler restare lì a riflettere su ciò che era appena accaduto, ma la mia mente era vuota, si rifiutava di pensare; in quel momento, mi sentivo sopraffatto. Dopo qualche momento, con un’occhiata alla parete di Marion mentre passavo, uscii in corridoio e andai in camera da letto.

A letto, Jan era rivolta verso me. Le sfiorai le labbra nel solito bacio della buonanotte, un contatto lieve per non svegliarla. Ma lei era sveglia, almeno parzialmente; si avvicinò a me, e io la presi fra le braccia. Chiusi gli occhi, esausto, contento di poter dormire. Ma l’abbraccio di Jan si fece più intimo, mi attirò al suo corpo, e io sorrisi, sorpreso: quando Jan si addormentava, strapparla al sonno prima del mattino era difficile come svegliare un bambino. Credevo di essere esausto, ma Jan mi lasciò stupefatto, e scopersi di non essere affatto esausto. Ma quando ci coricammo di nuovo fianco a fianco, col mio braccio attorno alla vita di Jan, mi sentii precipitare nel sonno come stessi correndo su una pista per toboga, e ne fui lieto: ciò che era accaduto in soggiorno richiedeva una mole di riflessioni al momento del tutto impossibili. E mi sentivo anche felice, più di quanto fossi da parecchio tempo. Ultimamente, le cose fra Jan e me non erano andate bene come avrebbero dovuto, e non sapevo perché. Niente di serio, però non riuscivamo a trovare un rimedio, e ovviamente problemi del genere te li porti anche a letto. Ma quella sera la tensione fra noi era sparita, di colpo; realmente sparita. Mi sentivo felice e, per quanto insonnolito, quasi esuberante. Che serata straordinaria, pensai, sorridendo nel buio; poi, wham!, caddi addormentato.

3

Il mio ufficio è semplicemente un ufficio, non piccolo ma tutt’altro che grande. Ho un tappeto di un bel verde foresta, una scrivania e una poltroncina decenti, una sedia per i visitatori, un tavolo sul quale mettere le cose. E alla parete ho appeso un paio di articoli personali. Uno è una stampa di Brueghel intitolata La torre di Babele, che mi piace guardare perché è piena zeppa di persone piccole piccole impegnate a fare un’infinità di cose per costruire una torre che arriva fino alle nuvole. Mi ricorda le copertine di Boy’s Life di quando ero ragazzo, piene di ragazzi che nuotano, corrono, giocano a calcio, si arrampicano sugli alberi.

Mille cose. Potevi studiare a ripetizione una di quelle copertine, convinto di avere finalmente visto tutto, ma di solito trovavi sempre qualcosa che ti era sfuggita. Be’, io penso che la stampa di Brueghel sia proprio all’altezza delle vecchie copertine di Boy’s Life, e quando sono annoiato mi alzo, mi ci metto davanti, e cerco qualcosa di nuovo. L’altro articolo personale è una fotografia di Fay Wray in costume da giungla; una foto che mi piace moltissimo.

Il giorno dopo avere visto lo spettro di Marion, sedevo nel mio ufficio con la matita in mano, la punta rivolta verso il basso, apparentemente intento a studiare le carte sulla mia scrivania. Lavoro alla Promozione Vendite. Ho a che fare con le mie controparti dell’agenzia pubblicitaria; ogni tanto partecipo a qualche convegno o riunione sulla Costa Ovest, il che è un dubbio beneficio, ma se non altro mi permette di cambiare ambiente; e faccio una notevole varietà di cose legate alla vendita dei nostri articoli, prodotti cartacei di così tanti tipi che un uomo sano di mente non riuscirebbe mai a immaginarli tutti. Parecchia della roba che produciamo è effettivamente utile, e non sforniamo nulla di pericoloso, quindi per lo meno non mi vergogno di quello che faccio.

Ma in quel momento non stavo facendo niente. Avevo per la mente cose più importanti dei tovaglioli di carta. Per tutto il mattino, da che avevo aperto gli occhi, avevo fatto del mio meglio per pensare a ciò che era successo la sera prima, qualunque cosa fosse successa. A mezzogiorno mandai giù un boccone in fretta per avere il tempo di camminare (prima fino al Ferry Building all’inizio di Market Street, poi tra i moli coperti, con la Baia che a tratti appariva fra un molo e l’altro) e pensare ancora un po’, cercando di raggiungere qualche conclusione.

Ma non mi pareva di poter concludere molto. Più che altro, rivissi mentalmente l’esperienza, diverse volte. A titolo sperimentale, tentai di convincermi di avere solo immaginato, o sognato in maniera molto vivida, ciò che era successo, ma la differenza tra il sogno o l’immaginazione e la realtà la conoscono tutti: era successo davvero. Di ritorno alla mia scrivania, l’unica conclusione alla quale giunsi fu che in rare occasioni gli spettri appaiono sul serio.

Non lo avevo raccontato a nessuno, ovviamente, e non intendevo farlo; lo avrei detto solo a Jan. Non appena sceso dall’ascensore nell’atmosfera tanto concreta, tutta luci fluorescenti, macchine per scrivere elettriche e aria condizionata, della Crown Zellerbach, capii subito che non avrei cercato di convincere qualcuno di ciò che era accaduto la sera prima nel buio della nostra vecchia casa. E a colazione non ne parlai con Jan; avrei dovuto ripetermi, parlare e parlare, e non c’era tempo. Glielo avrei raccontato quella sera, e… Una storia fantastica. Sorrisi all’idea, ansioso di dirglielo. E ansioso, mi resi conto, di rivedere Jan. Ricordando il dopofilm della sera prima, quel giorno provavo molto calore e tenerezza per Jan, apprezzavo le sue buone qualità, mi facevano piacere persino i suoi difetti.

Il mio telefono squillò, e siccome stavo pensando a lei, era Jan: è così che vanno le cose, e lo sanno tutti. Dopo i saluti, lei disse: — Non dimenticare il party con gli Hurst, stasera.

— Sì, lo so. Me lo ricordavo. È una prospettiva piacevole.

— Anche per me. È da un po’ che non usciamo a divertirci.

Sorrisi e aprii un cassetto in basso, per appoggiare i piedi. — Non credo sia chic aspettare con tanta impazienza un cocktail party.

— Lo so. Soprattutto un party organizzato per raccogliere fondi. Nickie, ti ho chiamato perché Magnin sta pubblicizzando una svendita di vestiti in saldo. È una vera svendita, e io ho bisogno di un abito nuovo da sera. Qualcosa di semplice. Nero, suppongo. Un vestito che vada sempre. Però…

— Allora vallo a comperare.

— Be’, non sono sicura che possiamo permetterci…

— Quella che non possiamo permetterci è la roba da mangiare. Quindi comprati il vestito. Voglio sperimentare l’ondata di orgoglio che un uomo prova quando a un party tutti i maschi pizzicano il sedere a sua moglie.

— Ottimo. Il primo pizzicotto è tuo. Ci vediamo stasera.

Dopo il lavoro, sceso dall’autobus, tornai a casa a piedi, scrutando la città mentre salivo la collina di Buena Vista. Ero innamorato del mondo e di quel momento, il momento nel quale un bambino di quattro o cinque anni, accoccolato su un solo pattino, mi corse incontro senza nemmeno vedermi, concentrato com’era sul compito di non perdere l’equilibrio. Mi spostai di lato, felice del bambino e della serata che mi attendeva: mi piacciono i party di tutti i tipi, almeno come idea.

Sul portico mi fermai a riprendere fiato, ma solo per un istante o poco più, e salii i gradini della scala interna a due a due: dovevo cambiarmi, poi dovevamo attraversare in auto il Golden Gate Bridge e arrivare a Marin County. Sul pianerottolo strillai: — Sono a casa!

— E io sono qui! — rispose dal bagno la voce di Jan. Lei fece una pausa, poi aggiunse: — Ho paura di uscire.

— Come sarebbe a dire? — chiesi alla porta del bagno, passandole davanti. Entrai in camera da letto e slacciai la cravatta.

— Mi ucciderai.

— Be’, allora esci e facciamola finita. Ti lascio scegliere il metodo che preferisci. — Sbottonando la camicia, puntai gli occhi sulla porta del bagno, all’altro lato del corridoio. Si stava aprendo lentamente verso l’interno, con Jan nascosta dietro. Si spalancò quasi del tutto, e di colpo lei apparve in corridoio. Per metà sorrideva, per metà aveva dipinta in faccia una smorfia implorante. Restai di sasso. Il suo vestito nuovo era folle: una giostra di colori da dare il capogiro, come se qualcuno avesse spruzzato manciate di vernice sulla stoffa; ed era più corto di parecchi centimetri di qualunque cosa Jan avesse mai portato. Guardando meglio, mi resi conto che era un vestito preparato con molta maestria; le macchie di colore erano sistemate in modo armonico e ben proporzionato. Però era un pugno nell’occhio, e dissi: — Ma che diavolo? — Non volevo Jan pensasse che io disapprovavo il vestito che, dopo tutto, doveva portare al party di quella sera, così aggiunsi subito: — È splendido. — E lo era sul serio, mi resi conto. — Credimi, giuro — dissi, e lei sorrise alla sincerità della mia voce. — Mi piace un sacco. Gambe come le tue devono essere messe in mostra. — Per un’incredibile frazione di secondo, mi trovai a paragonare le gambe di Jan con quelle di Marion Marsh, e scacciai quel pensiero idiota. — Sei meravigliosa. Forse dovrò passare la serata a salvarti dalle aggressioni sessuali. Fra parentesi, se avessimo tempo…

— Non lo abbiamo.

— Peccato. Che fine ha fatto il vestitino nero?

— Non so — rispose lei, fingendo un gemito di dolore, ed entrò in camera da letto e si mise a studiare l’abito. — Volevo comperare una cosa tranquilla, poi ho visto questo, l’ho provato così per ridere, e… — Girò la testa, sorrise, scrollò le spalle. — Non so cosa mi abbia preso, ma l’ho comperato. Ti piace sul serio? No, non ti piace per niente.

— Sì, sul serio. — Mi stavo mettendo una camicia nuova. — Però tutte le altre donne saranno invisibili. Ti linceranno. Hai dato da mangiare ad Al?

— Sì. Ha insistito.

Nel tragitto verso il ponte, con la capote abbassata, raccontai a Jan quello che era successo la sera prima, con molta calma ma senza trascurare il minimo dettaglio. Volevo farmi capire bene. Lei ascoltò, poi ne parlammo. Jan aveva diverse domande, e io risposi a tutte. E lei disse che le sarebbe piaciuto essere stata con me. Capii che mi credeva; cioè sapeva che non stavo mentendo, che ero convinto di averle raccontato la verità. Ma che fosse successo davvero, o fosse stata solo un’illusione… Chi può dire che certe cose siano reali, se non le ha vissute?

La città di Ross è vecchia, in base agli standard della California, ed è ricca. Ospita tanta gente con tanti soldi da avere tanto potere da mantenerla vecchia. Ci sono ancora strade troppo strette per il traffico moderno; alcune sono soltanto viali col fondo ghiaioso che non sono cambiati di un millimetro da quando i cavalli trainavano carretti, e vengono conservate in quello stato. Ci sono pochissimi parchimetri, non molti cartelli stradali o lampioni, una considerevole assenza di numeri civici; e nel cuore della città si trovano acri di terreno coperto d’alberi, di proprietà dell’Alt and Garden Club, acri che si potrebbero riempire di condominii con notevole profitto economico, ma rimangono intatti. Su alcuni dei viali col fondo in ghiaia sorgono enormi ville che hanno cinquanta, sessanta, settanta, ottanta o più anni. Sono ben conservate e regolarmente ridipinte; sono molto distanziate fra loro e lontane dalla strada, protette da alte siepi o file di alberi, su appezzamenti ricchissimi di verde; sia le case che l’ambiente circostante hanno lo stesso identico aspetto da decenni. Vivrei in una di quelle case, se me la potessi permettere, e fu un piacere scoprire che il party si teneva in una di quelle ville.

Coperta da assicelle in legno splendidamente ingrigite dagli anni, a due piani ma talmente larga da sembrare bassa, sorgeva ad abbondante distanza dalla strada, al termine di un lungo sentiero d’accesso bianco delimitato da alberi. Le auto erano parcheggiate su entrambi i lati del sentiero. Aggiunsi la Packard a una delle file e ci incamminammo verso la casa. Sentivo giungere una musica smorzata dall’interno, ed ero molto eccitato. Chiesi: — A quale causa è consacrato questo party? Per usare un’espressione un po’ forbita.

— È per un asilo nido. Per bambini con madri che lavorano. Un’istituzione interrazziale. Hazel è nel comitato direttivo.

— Benissimo. Il che significa che più ci si sbronza, più si migliorano i rapporti fra le razze. Il che alleggerisce notevolmente la coscienza. Se non finisci ubriaco marcio, sei un maledetto bigotto.

Ci stavamo avvicinando ai gradini in legno di un portico vecchio stile che correva lungo tutta la facciata della casa, e su entrambi i lati. Adesso sentivo benissimo la musica: roba da pianobar. Salimmo i gradini, ci spostammo su un lato del portico, con una gigantesca doppia porta spalancata, e cominciammo a udire il ronzio robusto della conversazione fra parecchie persone. Poi approdammo a un ingresso col pavimento in cotto rosso, e per un attimo restammo a guardare la stanza oltre l’ingresso, e io capii come mai il party si tenesse proprio lì.

Era una stanza immensa, quindici o più metri in ogni direzione orizzontale, con un soffitto alto due piani e lucernari che si potevano aprire grazie ai. meccanismi a ruote e catene disposti sulle pareti. Doveva essere stata pensata come sala da ballo, perché direttamente di fronte all’ingresso c’era una piattaforma fissa, abbastanza grande da ospitare un’intera orchestra, anche se al momento c’era solo un pianoforte: un piano a coda che dominava l’intero salone, suonato da un uomo coi capelli grigi, in smoking grigio con decorazioni in argento. A occhi socchiusi, ondeggiava a tempo con la sua musica lenta, liquida, e aveva sulle labbra un sorriso professionale. Al momento, si stava esibendo in The Way You Look Tonight. Nella stanza c’erano cento o più persone. Chiacchieravano e sorridevano a gruppetti, o si aggiravano a passi lenti tra la folla, o sedevano lungo le pareti su innumerevoli sedie e grandi, vecchi divani imbottiti di velluto, blu sbiadito o marrone. Poi scorgemmo gli Hurst, Hazel e Frank. Si stavano facendo strada verso noi, sorridenti, e noi andammo loro incontro nell’enorme salone.

Venimmo presentati a un gruppo di amici degli Hurst e restammo a fare capannello con loro per qualche minuto. Io scrutai le donne che archiviavano nelle banche della memoria i dettagli completi del vestito di Jan. Una di loro cominciò a parlarci dell’asilo nido, e dopo un po’ a me si appannò lo sguardo. Poi altre due coppie, che conoscevano quasi tutti gli altri, si unirono al nostro circolo, e nel caos dei saluti e delle battute io sfiorai il braccio di Jan. — Andiamo a versare l’obolo per le madri che lavorano.

Avevo visto il bar a un’estremità della stanza, tavolini pieghevoli coperti di tovaglie accostati l’uno all’altro. Dietro, a ridosso della parete, c’era una seconda fila di tavoli, il bar vero e proprio. Quando lo raggiungemmo, tre baristi in giacca rossa stavano servendo sette o otto persone. All’ultimo tavolino, una signora dai capelli grigi, sorridente e molto distinta, sedeva su un seggiolino pieghevole; aveva davanti a sé un mazzo di biglietti e una scatola di metallo nero. Pagai per due biglietti, ognuno dei quali valido, mi informò la signora con voce raffinata. — Per qualunque tipo di drink, dal vino bianco al Martini. — La ringraziai, notai, che anche la mia voce si sforzava di sembrare raffinata, poi mi girai verso Jan per chiederle cosa volesse.

Restai perplesso dalla sua espressione: fissava il bar a bocca socchiusa. I tavoli erano coperti di bottiglie, in enorme quantità, in parte già aperte, in parte ancora chiuse. C’erano whisky di ogni tipo e di molte marche; decine di bottiglie di gin e vodka; c’erano vino e sherry; file di Coca, 7 Up, gazzosa, altre bevande gasate; sul pavimento, sotto il tavolo, erano accatastate casse di liquore e vino. Uno spettacolo imponente, però… Di tanto in tanto, per eccitazione ed esuberanza, Jan, come talora succede ai timidi, si ficca in testa di mettersi a fare il pagliaccio, e di solito sceglie quello che a me sembra il momento sbagliato. Pensai fosse in uno di quegli stati d’animo, e cercai di tirarle una gomitata per farla smettere subito, ma era troppo tardi. Jan fece un sorrisone al barista in attesa, che la fissava a sopracciglia alte, e gli disse: — Wow! Ma guarda tutto quel ben di Dio! È roba buona?

— E dai, Jan — borbottai. — Cosa vuoi?

— Be’, tanto per mettere in moto le cose, prenderò un cocktail Bronx.

Il barista corrugò la fronte. Un tizio a qualche tavolo di distanza ci stava fissando.

Io ripresi a borbottare. — Non credo servano cocktail complicati a un party del genere. Richiedono troppo tempo.

— Okay. Siamo qui per fare i bravi. Allora un gin buck. — Jan fissò il barista, poi scosse la testa, esterrefatta. — Non sai cos’è? Ma dove vivi? È solo gin, ginger ale, e succo di limetta. Mettici molto gin, e lascia pure perdere la limetta. È l’alcol che conta!

— Oh, per amor di Dio — dissi a denti stretti, e mi girai a ricambiare gli sguardi acidi della gente attorno a noi. Il barista diede il drink a Jan, quasi impassibile, anche se mi lasciò intravedere un sogghigno sepolto in fondo agli occhi. Io dissi: — Bourbon e soda — e misi sul tavolo i miei due biglietti. Restai a guardare il barista, che preparò il mio drink abbastanza in fretta. Presi il bicchiere, lieto di potermi voltare. Jan era a metà stanza; stava tornando verso gli Hurst. Poi la vidi fermarsi con un gruppetto di persone, rovesciare la testa all’indietro, e tracannare il liquore come un lupo di mare assetato. A quel punto, si girò e tornò verso me.

— Fallo un’altra volta, ragazzone! — disse, porgendomi il bicchiere vuoto. — È roba forte. Fresca fresca dalla fabbrica!

— Piccola, stai facendo un casino del diavolo, credimi — le dissi. — Lo so che ultimamente siamo usciti poco, ma cerca di cambiare musica, eh? Prima di tornare dagli Hurst e dai loro amici. Aspettami là. Ti porto il tuo drink. — Mi costrinsi a sorriderle, e mi riavvicinai al bar. Porca miseria, era una serata che aspettavo da tanto tempo!

C’era un bar a ogni estremità della stanza, scopersi. Mentre ripartivo verso gli Hurst, vidi Jan e Frank Hurst lasciare il gruppo e dirigersi al lato opposto della stanza; poi vidi il secondo bar. Dopo essermi fatto strada in mezzo alla folla, con varie acrobazie per non rovesciare né il bicchiere di Jan né il mio, lei e Frank stavano tornando. Jan sorseggiava un nuovo drink. Ci raggiunse, rossa in viso, con gli occhi che brillavano. Finì il drink, poi mi passò il bicchiere vuoto, prese quello che le avevo portato io, e si scolò metà cocktail. Un paio di donne la stavano guardando, continuavano a studiare il suo vestito. Jan le fissò con aria insolente finché loro non distolsero lo sguardo. All’improvviso, Jan diede una sventagliata con un fianco e cominciò a schioccare le dita della mano libera. — Questo party sta schiattando — disse. — Diamogli un po’ di movimento! — Si scolò tutto il drink e, senza guardarmi, mi tese il bicchiere. Fui costretto a prenderlo (a quel punto stavo maneggiando tre bicchieri), e Jan lasciò di nuovo il gruppo.

Ero arrabbiato con Jan come mai in vita mia, credo. Mi sforzai di lasciare stampato sulle labbra un sorriso e restai lì, coi due bicchieri vuoti nelle mani abbassate sui fianchi. Speravo che non si notassero troppo. Ascoltai con estrema attenzione una delle donne, che stava parlando della necessità di maggiore spazio e più attrezzature per l’asilo nido. Mi rifiutai di voltarmi per vedere dove stesse andando Jan; sapevo che non aveva soldi.

La donna finì di parlare, qualcuno le rispose, e io bevvi un sorso o due dal mio bicchiere, spostandomi un poco con la massima cautela per lanciare un’occhiata di soppiatto a Jan. Rimasi completamente esterrefatto: era al bar, sorrideva, e stava accettando un drink da un uomo che per lei era un perfetto sconosciuto, ne ero certo. Lui fece un mezzo inchino e agitò una mano in risposta ai ringraziamenti di Jan. Mia moglie alzò il bicchiere in un brindisi, bevve un terzo del liquore, poi si rituffò nella folla: non per tornare al nostro gruppo, come pensai in un primo momento, ma per dirigersi all’altro lato della stanza. Riuscii a seguire per qualche passo il suo vestito, poi scomparve nella marea umana.

Non sapevo che fare. Proprio non lo sapevo. Non potevo creare una situazione imbarazzante per lei o per me andandola a cercare in mezzo alla folla, anche se avrei voluto. Con uno sforzo, restai dov’ero e finii il mio drink. Poi sorrisi a Hazel Hurst, al mio fianco, gesticolai col bicchiere vuoto e chiesi: — Posso portarti un rifornimento, Hazel? — Sapevo che beveva pochissimo, e quando mi rispose di no sorrisi un’altra volta, girai sui tacchi e mi avviai verso il bar, a passo lento e indifferente. Continuai a guardarmi attorno e a cercare di proiettare l’immagine dell’uomo che si sta divertendo. Pensavo che se me la fossi presa calma, forse sarei riuscito ad acchiappare Jan al bar e a trascinarla fuori di lì, in un modo o nell’altro.

A metà strada dal bar, sentii il pianoforte interrompere bruscamente un medley di motivi da musical. Udii un leggero aumento nel livello del ronzio delle conversazioni, vidi teste girarsi verso la piattaforma. Mi voltai anch’io, senza sapere cosa avrei visto; ma quando vidi, mi parve di averlo saputo da una vita. Sulla piattaforma, il pianista sorrideva cortese, a testa china sui tasti, e ascoltava una donna che gli stava sussurrando qualcosa all’orecchio. Fra lei e me c’era la massa del pianoforte, e la testa della donna era parzialmente nascosta da quella del pianista. Non la vedevo, però sapevo. Poi, con un sorriso gigante, Jan rialzò la testa sulla piattaforma. Il suo vestito era l’oggetto più vivace dell’intera sala. Quando il pianista attaccò a suonare quella che doveva essere la sua richiesta, lei balzò a sedere sul pianoforte, sventolando le gambe, e si mise a cantare col pianista Bye Bye Blackbird. Cantava le parole quando le conosceva, e sostituiva quelle che non ricordava con da-da, DA-da.

Se la cavò abbastanza bene: una voce esile, ma intonata. E mentre io camminavo tra la folla verso lei, la canzone terminò (il pianista diede un taglio netto), e le persone raccolte attorno alla piattaforma applaudirono; ma il movimento delle mani era fiacco, pigro: un applauso ironico. Qualcuno urlò beffardamente: — Brava! — Jan scivolò giù dal pianoforte, e la sua testa si chinò di nuovo su quella del pianista. Lui annuì, con un sorriso rigido sulle labbra, e cominciò a suonare Sweet Sue a ritmo molto molto veloce.

Incredibilmente, Jan si mise a ballare, a ginocchia unite, con piedi e gomiti che piroettavano per aria. Il suo vestito era un arcobaleno in volo. Ed era brava, splendida. I suoi piedi guizzavano a ritmo impeccabile, le dita schioccavano, il viso era alzato verso il soffitto, a occhi socchiusi nell’estasi della danza. Erano spalle e braccia a muoversi di più, e le gambe, ma soprattutto dalle ginocchia in giù. A parte l’ondeggiare dei fianchi, il corpo si muoveva pochissimo, e non si spostava. Si sentivano le sue scarpe strusciare sul parquet, ed era una danza selvaggia, eccitante, primitiva, intrisa di un’innocente sessualità; e dopo che mi fui fatto strada fino all’orlo della piattaforma, restai lì a guardare Jan, arrabbiato, furibondo, e al tempo stesso preda di una ridicola sensazione d’orgoglio per quella stupefacente esibizione.

Il pianista concluse con uno scampanellio di note e un accordo, e quasi tutta la sala applaudì, questa volta in maniera sincera. Una dozzina di voci o più urlarono: — Ancora! — e dicevano sul serio. Jan si stava producendo in una serie di inchini quasi da professionista: prima a sinistra, poi a destra, ruotando lentamente su se stessa per abbracciare l’intero pubblico. Nel girarsi, mi vide intento a fissarla, e si portò sull’orlo della piattaforma, direttamente di fronte a me. — Prendimi, Nick! — disse. E si buttò giù dalla piattaforma, all’indietro, fra le mie braccia. I miei tre bicchieri vuoti si frantumarono sul pavimento.

Non mi permisi di pensare al significato di tutto quello. Non per il momento. Con l’eterno sorriso sulle labbra, appoggiai a terra Jan, le passai un braccio attorno alla vita, e le afferrai il polso sinistro con la sinistra. Con l’altra mano le presi il polso destro, e tenendo le mani basse, nascoste agli occhi degli altri, la guidai (la spinsi a forza, in effetti) tra la gente attorno alla piattaforma che ancora sorrideva e applaudiva. La folla si aprì a malincuore per lasciarci passare. Su quel lato della stanza avevo visto una porta a vetri che dava su uno dei portici laterali, e su una breve scala che portava a un prato. Ci dirigemmo in fretta verso la porta. L’avevamo quasi raggiunta, passando davanti al bar, quando Jan si fermò così di scatto che il suo polso sinistro si liberò. Mi girai a guardarla, continuando a tenere stretto l’altro suo braccio, e lei mi tese il palmo della mano libera. — Dammi venti dollari.

— Fuori — mormorai, in tono dolce, per calmarla. — Andiamo fuori e ti…

— No. — Lei agitò la mano nell’aria, spazientita. — Qui. E subito. O non farò un altro passo.

Osservato da tutti, tirai fuori il portafoglio, trovai un biglietto da venti, e lo diedi a Jan. A quel punto, dovetti lasciarla andare. Lei prese i soldi, girò attorno alla signora dai capelli grigi che la fissava a occhi strabuzzati, e raggiunse il bar. Prese una bottiglia ancora chiusa di gin Gordon, si girò, sbatté i venti dollari davanti alla donna, e, seguita da me, si avviò all’uscita. Sorrideva, soffiava baci d’addio alla sala sorridente, mormorante, incredula.

Sulla Packard, ero talmente confuso che ebbi qualche problema a inserire la chiave nell’avviamento; e quando feci marcia indietro sul sentiero d’accesso, per poco non tamponai l’automobile parcheggiata dietro di noi. Svoltai sulla strada bianca e per mezzo isolato guidai con la faccia incollata al parabrezza, cercando di vedere qualcosa al chiaro di luna, prima di ricordarmi di accendere i fari. Volevo trovare un posticino isolato dove fermarci a parlare; al momento, non riuscivo ad aprire bocca.

Ma la capote era abbassata, l’aria della sera mi rinfrescava le guance, e dopo un po’ avevo ritrovato il controllo della voce. Così dissi: — Jan. — Ma lei mi ignorò. Era alle prese col cerchio di plastica attorno al coperchio della bottiglia che teneva in grembo. Impaziente, cominciò a svitare il tappo senza togliere la plastica. I miei nervi erano molto tesi, e mi venne da strillare: — Per la miseria! — Avevamo raggiunto la campagna più o meno aperta. Alle nostre spalle non c’erano più edifici. Accostai sul ciglio della strada e fermai, con una frenata brusca. — Jan, rispondimi, se no, il cielo mi aiuti, io ti…

Lei mi sorrise dolcemente. — Chiamami col mio nome, e ti risponderò.

Restai a fissarla, ma anche questa volta sapevo; e mi sembrava di sapere da molto tempo. Sapevo chi fosse stato, quel pomeriggio, a comperare il vestito sgargiante con l’orlo della gonna venti centimetri sopra le ginocchia, chi conoscesse quasi tutte le parole di Bye Bye, Blackbird, e chi fosse in grado di ballare il charleston come se lo avesse appena inventato. — Marion?

— Parlerò con l’intero mondo sbronzo. Apri questa maledetta bottiglia, Nickie. Hai bisogno di un goccetto!

Aveva ragione. Afferrai la bottiglia e cominciai a togliere il cerchietto di plastica. L’autista di una Volkswagen di passaggio si girò a guardarci. E tre drink e sei chilometri dopo, sulla serpeggiante strada bianca (avevamo superato i limiti della città e l’ultima delle case, eravamo in piena campagna), sentii il bisogno di un altro sorso. Bevvi, reggendo il volante con una sola mano. Il gin scendeva dalla bottiglia direttamente nella mia gola.

— Passa qui. — Obbedii. Lei tracannò, poi sorrise. — Questa non è roba da due soldi fatta in casa, baby. Questo è vero gin di prima della guerra!

— Dobbiamo parlare. — Un sentierino davanti a noi portava al recinto di un campo, e io rallentai per imboccarlo.

— Sicuro, ma non adesso. Mi sto divertendo. Guida! — Lei appoggiò il suo piede sul mio e pigiò l’acceleratore a tavoletta. L’automobile fece un balzo in avanti, e io sterzai di colpo per non finire diritto nel fossato sotto il sentiero. — Dai gas! Forza con quel motore! — strillò lei. Si girò, si arrampicò sul sedile, andò a sistemarsi sulla capote abbassata. — Iuuuupiiiii! — urlò, e un frammento della mia mente riuscì a notare che stavo sorridendo, e che il mio piede continuava a tenere schiacciato l’acceleratore.

Era pericoloso. Non c’erano argini nelle curve, e la metà posteriore dell’automobile sbandava a ogni svolta. Ma senza rallentare, mi chinai in avanti e con una mano allentai i due grossi dadi ad alette del parabrezza, e abbassai dolcemente il parabrezza sul cofano.

L’aria della sera, fresca e fragrante degli aromi della campagna, mi arruffò i capelli, mi premette gli occhiali contro la fronte e gli zigomi, mi costrinse a socchiudere gli occhi. Imboccammo un’altra curva. Questa volta le ruote posteriori viaggiarono nel vuoto per un metro buono prima di ritrovare il contatto col terreno. Il cuore mi salì in gola per l’eccitazione, e strillai: — Iuuuupiiiiii! — Seduta sulla capote abbassata, Marion sventolava in aria la bottiglia di gin. In quel momento, nei suoi occhi socchiusi c’era un’espressione di piacere totale. Il sorriso sulle sue labbra esprimeva una pura, incosciente, gioia animale.

— Al diavolo gli sbirri! — strillò lei, e bevve una lunga sorsata di gin. La sua gola era candida nel chiarore lunare. Poi mi passò la bottiglia. Io la afferrai e mandai giù quello che restava del liquore senza sollevare il piede dall’acceleratore. Un albero stava correndo verso noi, e io mi sollevai a metà dal sedile, e con tutta la forza del mio braccio scaraventai la bottiglia contro l’albero. Lo centrò in pieno. Si frantumò in un modo splendido. Schegge di vetro volarono via come punte di ghiaccio, e tutti e due lanciammo un ululato di gioia. Mi sentivo libero e selvaggio, come non ero più stato dall’infanzia, più di quanto ricordassi possibile.

Ma dopo qualche centinaio di metri rallentai, pigiai sui freni, poi imboccai una stradina che portava a una fattoria le cui luci brillavano lontane. C’erano cavalli in un campo, e alberi coi rami che si protendevano sulla strada. Fermai sotto gli alberi, misi il freno a mano, spensi motore e fari. Dovevamo parlare.

Marion stava scivolando sul sedile al mio fianco, e la gonna le risaliva su per le cosce. Si girò verso me, sollevò le braccia. — Oh, Nickie, Nickie — disse. — È così bello essere tornata.

— Ferma. — Dovetti alzare una mano. — Senti, tu sei convinta che io sia mio padre?

— Ma no, naturalmente. Lo credevo ieri sera. Quando abbiamo visto il mio film. Ero ancora confusa. Lo sai? Si perde il senso del tempo. Perché non ha più alcuna importanza.

— Questi non sono gli anni Venti.

— Com’è vero! Che razza di party. Tutti che se ne stanno lì a parlare di asili infantili! Che cavolo di party era? Nessuno che si sbronzasse. Cos’era quel grosso ponte rosso che abbiamo attraversato?

— Il Golden Gate Bridge.

— Che fine hanno fatto i traghetti?

— Eliminati.

— Buonanotte! Che fesseria! Erano divertenti.

— Be’, abbiamo tenuto i tram. Qualcuno.

— Fantastico. Oh, senti! Dempsey ha battuto Tunney?

— No. Ha vinto Tunney. Due volte. C’è stata la rivincita.

— Accidenti. Dempsey è così attraente, molto più carino del principe di Galles. In che anno siamo?

— Millenovecentottantacinque.

— Cosa? Cavoli, ma sono passati… cinquantasette anni.

— Cinquantanove.

— Odio l’aritmetica. Il che significa che io ho…

— Ottant’anni.

Lei restò a bocca aperta, poi sorrise. — No, non è vero. E tu lo sai.

Qualcosa si mosse nei recessi della mia mente. Era lì da un po’ di tempo, e adesso si fece avanti, imponendosi alla mia attenzione. — Marion… Ieri sera. Dopo il film. Eri… tu?

Lei si appoggiò alla portiera e mi guardò. Le sue spalle tremavano in una risata muta. Poi annuì.

Mi scostai. Mi girai a fissare gli alberi al nostro fianco. Sentii Marion scivolare sul sedile verso me, poi mi tirò una gomitata al fianco. — Ehi — disse sottovoce — cosa c’è di tanto interessante lì? Ehi, Nickie, guardami! — Io scossi la testa. — Perché no?

— No, all’inferno! — Mi voltai a guardarla, poi scossi la testa, incredulo. — Signore, me ne sto qui a guardare la faccia e il corpo di mia moglie, e parlo con te del fatto che l’ho tradita! È una specie di incesto! Però peggio! — Appoggiai i gomiti sul bordo del grande volante in legno e mi presi la faccia tra le mani. — Gesù! Devo essere l’unico uomo degli ultimi cinquantamila anni che abbia scoperto un nuovo tipo di peccato!

— E non è stato bello? — Io non mi mossi, non risposi. — Andiamo — disse lei, morbida, suadente — dire che è stato bello non ti farà del male. Perché lo è stato. E tu lo sai.

— Col cavolo.

— Oh, sì, è stato bello. Molto meglio che con comesichiama, Janice Lavapiatti, una che non ci sa proprio fare. — Marion restò zitta per un attimo. — Guardami, maledizione! Io non somiglio per niente a tua moglie!

Mi voltai, socchiusi gli occhi. Il viso era quello di Jan, e i capelli, le braccia, le mani e il corpo erano i suoi, però… c’erano una sfrontatezza negli occhi, una pienezza nelle labbra sorridenti, una tensione e un’eccitazione in ogni linea di quel corpo familiare, che io non avevo mai visto. C’era una certa somiglianza con Jan, ma, incredibilmente, nulla di più. Quella era un’altra donna: Marion Marsh, e nessun’altra, che adesso si chinava verso me, sorridendo, offrendosi. — Baciami, Nickie.

Io scossi la testa e mi girai di scatto.

— Perché?

— Per un motivo assolutamente ridicolo. Non voglio tradire mia moglie! — Fissavo, senza quasi vederli, gli alberi a lato dell’automobile, e tentavo di scacciare una tentazione (Gesù, quanto avrei voluto non avere bevuto quel gin) così intensa da mozzarmi il respiro. Desideravo con un’intensità incredibile. Chiusi gli occhi e cominciai a inspirare lentamente, ritmicamente. Raffreddai i miei pensieri, consapevole che al mio fianco c’era una ragazza che si offriva, che aspettava… E vinsi. Quando alla fine riaprii gli occhi, mi sentivo fisicamente debole.

Eseguii qualche altra inspirazione per calmarmi, poi mi voltai verso Marion per farle capire che doveva uscire dalla nostra vita. Ancora girata verso me, sorridente, lei non si mosse, e non disse nulla; restò ad aspettare mentre io andavo in cerca delle parole giuste. Era (ma come poteva esserlo? Com’era possibile?) voluttuosa; il più sensuale e totale concentrato di femminilità che io avessi mai visto. La femminilità brillava nei suoi occhi, trasudava da quel corpo familiare e completamente estraneo, riempiva l’aria. — Nickie — disse dolcemente — ti rendi conto che sotto questo vestito c’è una ragazza nuda? — E l’intensità dell’improvvisa delusione che provai, lo shock raggelante di sapere che avevo vinto, che avrei resistito, fu insopportabile. La abbrancai. La abbrancai, e lei abbrancò me, e lì, coi cavalli che ci guardavano e tutto il resto, fermo in automobile su una strada di campagna come uno studentello, col corpo di mia moglie fra le braccia, io tradii un’altra volta mia moglie. Gesù.

Superammo la villa dove, incredibilmente, il party era ancora in corso e raggiungemmo l’autostrada. Solo a quel punto mi sentii in grado di parlare. Udii la mia voce, solenne e un poco tremante per la serietà di ciò che avevo da dire. — Marion, ascoltami. Non devi mai, mai più farlo. — Ma lei non rispose, e nella luce verdastra di un lampione dell’autostrada vidi che dormiva.

Continuò a dormire sul ponte e mentre attraversavamo San Francisco, ma quando tirai il freno a mano aprì gli occhi al rumore, guardò la casa, poi me. — Ciao — disse.

Con la vista annebbiata dal gin che avevo bevuto, strizzando le palpebre, scrutai il suo volto. Eravamo quasi direttamente sotto il lampione davanti a casa. — Ciao, Jan.

— Ciao. — La sua mano si sollevò alla bocca, in un gesto da vera signora, a soffocare un rutto. Poi Jan appoggiò alla fronte il dorso della mano. — Nickie… Non mi sento molto bene.

4

Un po’ prima di mezzogiorno ero in cucina, in pigiama e pantofole, ad aspettare che le fette di pane saltassero fuori dal tostapane, cercando di ignorare il gorgoglio pulsante della caffettiera. Avevo un doposbornia coi fiocchi, e mi era d’aiuto restare assolutamente immobile mentre aspettavo, con le braccia penzoloni sui fianchi, a occhi chiusi. Quando il pane schizzò fuori dal tostapane mi fece sobbalzare. A quel punto dovetti spingermi all’altro lato della cucina; me la cavai camminando senza sollevare le suole delle pantofole dal linoleum. Tirare fuori i piatti non fu troppo difficile, ma i vassoi sono riposti nello stretto spazio tra forno e frigorifero, appoggiati di lato sul pavimento, e dovetti chinarmi. Lo feci con estrema lentezza, piegando soltanto le ginocchia, con gli occhi puntati in avanti. Individuai un vassoio al tatto.

Al grattò alla porta sul retro: avremmo dovuto lasciarlo entrare già da un pezzo, e lo sapeva. A occhi chiusi, lo informai che avevamo deciso di sbarazzarci di lui e prendere al suo posto una pianta. Forse mi credette, perché quando mi avviai verso il frigorifero lo sentii ridiscendere le scale.

Cercavo, con ansia disperata, il succo di pomodoro in mezzo ai cartoni del latte. Mi ero ricordato che vodka e succo di pomodoro dovrebbero essere il rimedio per quel tipo di malessere. Però non ce n’era; lo beviamo di rado. In compenso c’era una bella bottiglia gelata di champagne della California che Jan aveva comperato a una svendita di un negozio di liquori e che teneva da parte per il nostro anniversario. Era un’emergenza. Presi la bottiglia, tolsi il rivestimento di stagnola, ed estrassi il tappo, molto molto attento a non provocare rumore.

Il vassoio vibrò nelle mie mani per tutto il tragitto; i liquidi si rovesciarono. Arrivai in camera da letto. Il viso di Jan era bianco come un osso, sopra la camicia da notte rosa e lo scialle scuro che le copriva le spalle: aveva bevuto più gin di me. Era seduta contro il cuscino, e mi disse: — Oh, grazie a Dio. Io non sarei mai riuscita ad alzarmi. Sarei morta di fame qui. Grazie, Nickie, amore — aggiunse, in un tono così dolce e adorante che la mia coscienza cominciò a pulsare più della testa.

— Ho fatto tutto al tatto. Non osavo aprire gli occhi. — Misi il vassoio al centro del letto e mi arrampicai su. Poi, lentamente, lentissimamente, masticando per puro sforzo di volontà, deglutendo con la massima attenzione, mangiammo il pane tostato. Lo mandammo giù con minuscoli sorsi di uno champagne gelido e incredibilmente delizioso; poi passammo alle aspirine e al caffè. Alla seconda tazza, chiesi: — Come stai?

Jan rifletté, stringendo la tazza con entrambe le mani. — Meglio — rispose, un poco sorpresa. — Il mal di testa non è troppo terribile. Si vede che l’aspirina sta facendo effetto. E mi sento un po’ meno a pezzi in generale. Il caffè e il pane tostato, suppongo.

— Con la fondamentale assistenza dello champagne. Queste cose non bisognerebbe farle, sai. Se no si finisce diritti sulla strada dell’alcolismo.

— Be’, dà una mano. — Sorseggiò un altro po’ di champagne, un altro po’ di caffè, poi sospirò, mise giù la tazza, adagiò la testa sul cuscino, chiuse gli occhi, e si appisolò.

Io restai a guardarla, pallida e vulnerabile: quella era Jan, era mia moglie. La sera prima, e quella prima ancora, io la avevo… Non importava che il corpo fosse suo; avevo posseduto un’altra donna, su quello non c’era il minimo dubbio. Ogni tanto mi ero concesso qualche fantasia su altre donne, però la risposta ai nostri problemi non era mai stata un’altra persona; io volevo sistemare le cose con Jan. Continuai a guardarla, mentre le sue guance riprendevano colore, e ricordai i tempi prima del matrimonio, ricordai la luna di miele, cose del genere. Provavo molta tenerezza per lei, e l’impulso quasi aggressivo di proteggerla. Poi scivolai nel sonno anch’io.

— Nick?

— Sì? — Aprii gli occhi ed eseguii un veloce controllo dei miei sistemi. Sì, stavo proprio guarendo.

— Cos’è successo ieri sera? Non ricor… — La sua voce si spense. Jan, aggrottata, fissò i piedi del letto. Poi riportò lo sguardo su me. — Nick! Ieri sera. Ho… ballato? Sì?

— Be’, sì. Un po’.

— Da sola?

Io annuii, guardandola.

— Strano. Quasi non ricordo. Riesco a intravedermi per un attimo, poi l’immagine scompare. — Sgranò gli occhi. — E ho anche cantato, vero? Sulla piattaforma.

Annuii di nuovo.

— Oh, Nick, ma è mostruoso! — Jan si coprì il viso con le mani. — Perché non mi hai fermata? Cosa dirò agli Hurst? — Abbassò le mani e mi fissò, colma di meraviglia. — E poi… Non sono del tutto sicura di ricordare. È come un sogno che mi sfugge. Però… Non abbiamo fatto un giro in auto? A velocità folle? Sbandando in curva? E tu non hai… Sì, Nick. Tu hai lanciato una bottiglia contro un albero!

Annuii un’altra volta.

— Non capisco. Noi non siamo tipi da sbronze! — Jan restò a fissarmi.

Non sapevo cosa rispondere. Non sapevo nemmeno se fosse il caso di dire qualcosa. Scrollai le spalle. — Be’, a volte succede. A tradimento. — C’era un inizio di colore sulle sue guance, ma sotto gli occhi Jan aveva borse nere. Era delicata, fragile, e un’ondata di colpevole tenerezza corse nel mio corpo. — Sono contento che tu ti senta meglio.

Lei sorrise al tono di verità della mia voce. — Lo so. Stai meglio anche tu, no? — Annuii. — Ne sono lieta.

Mi chinai su lei e la baciai teneramente. Poi mi sporsi sul vassoio, presi fra le mani le sue spalle, e la baciai di nuovo, molto più a lungo, con forza. Volevo chiederle perdono per ciò che avevo fatto, e mi pareva che quello fosse il modo giusto. — Ehi! — Jan finse di restare senza fiato. — Che storia è questa? E col doposbornia e tutto quanto.

Sorrisi. — Specialmente con un doposbornia. A me succede così. Non so perché. Mi è sempre successo.

— Sempre? Il che significa…

— Lasciamo perdere la storia antica. Quello che conta è l’oggi. — Mi sporsi ancora sul vassoio, protendendomi verso lei.

— Allora forse è il caso di liberarci di questo, santo cielo. — Jan prese il vassoio e lo mise sul pavimento. Poi si girò verso me, e ci baciammo, a lungo ma dolcemente. Poi appoggiammo tutti e due la testa su un unico cuscino. Sorridemmo, felici l’uno dell’altra, felici di sapere che stavamo per fare l’amore: una sensazione tranquilla, familiare, quasi languida, accentuata dagli ultimi residui del doposbornia.

Ci baciammo di nuovo, ci avvicinammo, ci mettemmo comodi. Jan cercò e trovò il fazzoletto che tiene sotto il cuscino e si soffiò il naso. Io tirai la coperta fin sopra le spalle di tutti e due e sprimacciai il cuscino. Alla base del mio collo era iniziata una pulsazione, un’emicrania indecisa se tornare o no. Ma non mi importava. Dovevo scaricare il fardello dei sensi di colpa nei confronti di Jan, e la cosa bella era che mi piaceva farlo. Adesso la baciavo con lenta passione, e lei rispondeva. I miei sensi cominciavano a risvegliarsi, e io sorrisi di sollievo perché mi stava piacendo quanto la sera prima. Anzi, anche di più. Le mani di Jan si intrecciarono sotto la mia nuca, e lei mi attirò a sé, baciandomi una volta e un’altra e un’altra, a raffica, con forza. Io strinsi le braccia attorno al suo corpo sino a farla boccheggiare. — Jan?

— Sì?…

Provai la travolgente tentazione di convincermi che mi ero ingannato. Avrei voluto crederlo. Gesù, quanto avrei voluto. Ma sapevo che quello era il momento della verità, il test che dovevo assolutamente superare. La spinsi via con tanta violenza che le sue mani intrecciate si divisero in maniera brutale, e lei urlò. Ma io continuai a spingere freneticamente, usando entrambe le mani. — No, porca miseria, no! — Stavo urlando. — Sei tu, e lo so!

— Oh, che differenza fa? — disse Marion, rabbiosa.

— Tutta la differenza di questo mondo! — Avevo steso le gambe per tenerla lontana; la pianta di un piede era premuta contro il suo stomaco.

— Già, è proprio così, no? Tutta la differenza di questo mondo. — Il viso di Jan mi sorrideva, ma gli occhi, sensuali e maliziosi, erano quelli di Marion.

Sono un patito di film muti, definizione che non mi piace molto, ma non ne ho una migliore. E ho visto molte vecchie cose di Keaton, Laurel e Hardy, Chaplin, Mack Sennett. Quindi so che i migliori pezzi forti delle vecchie comiche sono tutt’altro che abborracciati. Poste le premesse iniziali, alcune di queste bellissime vecchie sequenze (come Keaton e il mortaio sul carrello ferroviario, in Il generale) hanno una logica meravigliosa; ogni evento nasce inevitabilmente dal precedente. In un senso molto bizzarro, sono realistiche; sono scene che potrebbero succedere. Quindi, non mi meravigliò scoprire che ciò che accadde lì, nella mia camera da letto, si trasformasse in qualcosa che i poliziotti delle comiche avrebbero capito.

Lei cercò di spostarsi verso me, ma il mio piede era ancora premuto contro il suo stomaco, la teneva ferma; e lei disse: — Nickie, tu ne hai voglia, e lo sai!

Lo sapevo. — No, non ne ho nessuna voglia. Adesso piantala.

All’improvviso, lei fece correre una mano sulla mia gamba, sotto i calzoni del pigiama, grattando con le dita, e la mia gamba si ritrasse per un riflesso automatico. All’istante, lei strisciò verso me, e io abbassai un piede sul pavimento e mi alzai su una gamba sola, traballando. Lei si scaraventò verso me, ridendo come un’ossessa, e una mano scattò ad afferrare un’estremità della cordicella del mio pigiama. La mano diede uno strattone, il nodo si sciolse, e i miei calzoni precipitarono sul pavimento in una pozzanghera di stoffa bianca che mi arrivava alle caviglie. Io mi chinai subito a raccoglierli, ma lei era ormai all’orlo del letto, tentava di abbrancarmi, e io schizzai all’indietro. Un piede uscì dai calzoni, che mi seguirono nella corsa penzolando dall’altra caviglia. Marion stava rotolando giù dal letto in un turbinio di camicia da notte rosa e gambe scaldanti. Io mi sentivo nudo, scoperto. Abbassando con una mano l’orlo della giacca, corsi nella stanza, e liberai l’altro piede dai calzoni. Sul fondo della stanza c’è un grande armadio che occupa tutta la parete. L’anta più vicina a me era aperta, e io entrai. È un’anta scorrevole; la richiusi subito.

Venne riaperta all’istante. Davanti a me c’era Marion, che sorrideva eccitata. Fece un passo avanti, e io schizzai via, scostando freneticamente gli abiti appesi. — Marion, per amor del cielo! È assurdo!

— Però divertente! Divertiamoci nell’armadio, Nick! Urrà!

Adesso ero nella zona di Jan del lungo armadio. Avanzavo alla cieca, scaraventando indietro sull’asticella chili di vestiti. Marion, che mi inseguiva, se li gettava alle spalle quasi con la mia stessa velocità. Era come se stessimo nuotando in un mare di abiti. — Nickie — strillò lei felice, con voce smorzata — non è eccitante?

In un modo piuttosto inquietante, lo era. Se solo lei mi avesse toccato con un dito, sapevo già cosa sarebbe accaduto, lì e subito. Usando entrambe le braccia in uno stile di nuoto non troppo ortodosso, mentre correvo verso l’estremità opposta dell’armadio, cominciai a scaraventare indietro quantità ancora maggiori di vestiti.

Mi fermai di colpo e restai immobile: davanti a me era apparsa una luce improvvisa. L’anta sul fondo dell’armadio si era aperta nel silenzio più totale. Mi misi in ascolto, ma non sentii niente. Stavo cercando di respirare nel modo più calmo possibile. Il silenzio continuò. Capii che lei era di fronte all’armadio, chissà dove, giuliva, ad aspettare che io decidessi per una direzione o per l’altra. Mi trovavo fra le due ante aperte, in una minuscola terra di nessuno sgombra d’abiti, a mezza strada fra la mia parte dell’armadio, che avevo di fronte, e la parte di Jan alle mie spalle. Mi protesi in silenzio. Le mie dita sfiorarono del nylon, e riconobbi la mia giacca da sci. Con molta lentezza, tastai sotto la giacca, toccai un materiale ancora più morbido, e lo strinsi nella mano.

Poi la sentii. Ci fu un tintinnio improvviso di appendiabiti: stava avanzando verso me dalla parte di Jan. Probabilmente sperava di catturarmi mentre procedevo in quella direzione. Sotto le mie camicie, vestiti e calzoni appesi c’era uno spazio vuoto alto un metro. Mi accoccolai sui talloni, poi corsi avanti a testa bassa, e nel silenzio più totale rientrai in camera da letto piegato in due a mo’ di oca. In una mano avevo i miei calzoni da sci azzurro cielo. Mi alzai, mi misi in equilibrio su un piede, e infilai sull’altra gamba i calzoni. Ma ero stato troppo precipitoso: persi l’equilibrio, e fui costretto a mettermi a saltellare. I tonfi del mio piede sul pavimento risuonarono forti come martellate.

La sentii cambiare immediatamente direzione nell’armadio, e poi lei apparve dall’anta sul fondo, dalla parte di Jan. Restò a guardarmi. Sollevò lentamente entrambe le mani all’altezza delle spalle, curvò le dita ad artiglio, e distorse il viso in una parodia cretina di lussuria. Le sue spalle chine in avanti tremavano in una risata muta. A passi lenti, si avviò verso me.

Quando ti inseguono, ti lasci prendere da una specie di panico illogico. Senza riflettere, mi buttai sul pavimento della stanza a quattro zampe, mi diedi una spinta robusta premendo i piedi contro l’armadio, e scivolando sul pavimento mi infilai sotto il letto.

Rotolando freneticamente sullo stomaco, mi girai verso la stanza; poi rimasi lì, sotto il letto, a guardare i suoi piedi nudi, l’orlo della camicia da notte. Marion si aggirava nella camera, boccheggiando per le continue crisi di riso. Avevo una gamba infilata nei calzoni da sci, e cercai di infilare anche l’altra nello spazio di pochi centimetri sotto il letto, ma non riuscivo a trovare l’apertura, non potevo muovermi o vedere alle mie spalle; sudavo come un maiale. Poi il mio piede trovò l’apertura dei calzoni, e, furibondo, infilai l’altra gamba con tutta la forza che avevo.

Lei era china a scrutarmi, coi capelli che quasi toccavano il pavimento. I suoi occhi capovolti, e molto eccitati, erano puntati nei miei. Per un momento, entrambi immobili, ci fissammo. Poi, sotto il suo viso rovesciato, apparve una mano. L’indice piegato a uncino mi invitò lascivamente a uscire, e io mi misi a bestemmiare.

Marion si rialzò. Il letto cominciò a muoversi sulle rotelle, per mettermi a nudo. Io reagii prima di riflettere. Come un soldato che strisci sotto il fuoco nemico, avanzai su gomiti e ginocchia per tenere il passo col letto. Poi, finalmente, il mio cervello riprese a funzionare. Avevo sbattuto la testa contro le molle del letto; mi ero fatto male ai gomiti cadendo sul pavimento; ero accaldato, impolverato, rabbioso; in quel momento, ero in grado di resistere a qualunque donna. Smisi di muovermi e lasciai che il letto si spostasse sino a espormi.

Con una certa difficoltà, mi tirai su aggrappandomi alla testata del letto, che adesso era al centro della stanza, e mi eressi in tutta la mia statura. Somigliavo un po’ a un tritone, immagino, con le gambe incollate l’una all’altra; perché, scopersi, le avevo infilate tutte e due nella stessa gamba dei calzoni da sci. Marion non riusciva a parlare. A braccio teso, puntava l’indice sulle mie gambe fasciate dalla stoffa elastica che sembravano un’unica gamba, enorme e stranamente contorta, con due piedi che spuntavano da un solo risvolto teso fino all’incredibile. Lei era scossa dalle risate, aveva gli occhi sgranati di deliziato stupore. Che io sia dannato se mi metto a saltare, dissi, e restai lì, attaccato alla testata del letto; poi fui costretto a sorridere a mia volta. Marion crollò sul letto, scossa da risate frenetiche, ululando, e io la guardai, e per un po’ continuai a sorridere, poi scoppiai a ridere con lei.

Marion si calmò. Sdraiata sul letto, con le lacrime che le scendevano sulle guance, boccheggiava in cerca d’aria, scuoteva la testa per l’incredulità. Io la guardai, e lottai con me stesso. Lottai con foga maggiore. Lottai furiosamente. E persi. Non potevo camminare, così avanzai balzelloni, piroettai nell’aria, in una nube di stoffa bianca e azzurro cielo. Atterrai al suo fianco, e la abbrancai al primo tentativo.

Quando, più tardi, mi rizzai a sedere, lo feci molto lentamente. Afferrai la coperta, la tirai su, me la avvolsi attorno alle spalle, con un angolo che mi copriva la testa, e restai seduto sul letto, le braccia strette attorno alle ginocchia. — Oh, porca miseria — dissi. — Porcaccia, porcaccia, porcaccia miseria.

— A volte mi fai uscire dai gangheri. — Marion sprimacciò un cuscino, poi si coricò, si coprì col lenzuolo. — Però, che pigiama party! E tu lo sai bene! — Sorrise. — Com’è bello essere tornata! Amare ancora!

— Allora vai a possedere qualcun altro, per la miseria!

— Non posso entrare in una persona qualunque! Questa è casa mia, il mio posto, quindi devo possedere Jean, Jane, June, come diavolo si chiama. Non penserai che mi piaccia? — Fece scendere su un occhio una ciocca di capelli. — Guarda questi capelli stitici. Che colore schifoso. — Lasciò cadere la ciocca. — E sopracciglia folte! Braccia scheletriche! — Una gamba spuntò da sotto il lenzuolo, si alzò in aria, molto aggraziata. — Le gambe non sono male, devo dire. Anche se le mie erano meglio. — Con un sorriso ironico, restò in quella posa finché io non distolsi lo sguardo; poi abbassò la gamba nella mia direzione, con le dita dei piedi tese in avanti per sottolineare l’armonia delle curve.

— Piantala.

Marion riportò la gamba sotto il lenzuolo e cominciò a emettere suoni schioccanti. — L’interno della sua bocca è strano. Non è abbastanza grande, o qualcosa del genere. Però per baciarsi va bene, eh, Nickie? — All’improvviso, tese le braccia, inarcò il corpo sotto il lenzuolo sino a farlo appoggiare soltanto su spalle e talloni. — Oh, è meraviglioso, Nick! Tutto è meraviglioso! È meraviglioso semplicemente potersi stiracchiare! Me n’ero dimenticata! — Si rimise sdraiata, e vide il vassoio sul pavimento, dalla sua parte. — Ehi! È un sacco di tempo che non bevo champagne! — Si sporse dal letto, riempì due bicchieri, si girò e me ne passò uno. Io sorseggiai il mio di pessimo umore. Lei assaggiò, poi mandò giù d’un fiato. — Ragazzi! Se è buono! Dove la trovi roba del genere?

— In un negozio di liquori dalle parti di Haight Street.

— I distillatori clandestini hanno un negozio?

— No. Il proibizionismo è finito, Marion. Da molto prima che io nascessi.

— Be’, un sacco di problemi in meno. — Marion prese la bottiglia, riempì il suo bicchiere, tenne in mano la bottiglia, impaziente, finché io non ebbi finito di bere, poi fece il rifornimento anche a me.

— Marion, devi andartene. E lasciarci in pace. Devi.

— Finché resta ancora dello champagne? Tu non conosci Marion Marsh.

— Sto cominciando a conoscerla.

Finimmo la bottiglia; restava meno di mezzo bicchiere a testa. Marion svuotò il suo, la testa piegata all’indietro, assaporando le ultime gocce, poi mise il bicchiere sul comodino e schioccò le labbra. — C’è bisogno di un altro po’ di questa ottima, ottima roba, Nickie.

— Mai. Tu devi andartene, porca miseria!

Lei lanciò via il lenzuolo e si alzò, nuda e bellissima. Andò all’armadio. L’anta della parte di Jan era aperta. Marion infilò un piede e poi l’altro in un vecchio paio di scarpe di Jan, le uniche coi tacchi alti. Prese la borsetta di Jan dal cassettone, si girò verso la porta della stanza; e mentre usciva, allungò un braccio nell’armadio e prese il soprabito di Jan.

A tempo di record, indossai calzoni e camicia direttamente sopra la giacca del pigiama, e un paio di mocassini sui piedi nudi. Infilai la camicia nei pantaloni mentre correvo giù per le scale. Ma quando arrivai al marciapiede, lei aveva già fatto un bel pezzo di strada. Era quasi all’angolo. Saltai sulla Packard e cominciai a scendere la collina, accelerando per quanto osavo. Prima che io raggiungessi l’angolo, lei svoltò a destra.

Le tenni dietro. Mi infilai direttamente in un parcheggio in fondo all’isolato. Marion era cinquanta metri più avanti di me. Superati il negozio di gastronomia, il salone di bellezza e il parrucchiere, si dirigeva al negozio di liquori la cui insegna si protendeva sul marciapiede, in fondo all’isolato. Quasi direttamente sotto l’insegna, una donna robusta era girata nella direzione dalla quale arrivava Marion. Stava muovendo la bocca, e dopo avere spento il motore mi resi conto che stava chiedendo aiuto con un fil di voce. Ripeté l’invocazione, senza urlarla, quasi sussurrando: — Aiuto. — Poi disse: — Polizia. — Non guardava Marion, ma la schiena di un uomo che si stava allontanando da lei. L’uomo non era vecchio, come mi era parso a una prima occhiata, ma solo molto malconcio. Indossava un cappotto eccessivamente lungo e sporco che gli arrivava fino alle scarpe slacciate; in testa aveva una cuffia abbassata su orecchie e fronte. Stava scrutando Marion, mi resi conto; e in quell’istante, a una decina di metri da Marion, continuando a camminare a passi misurati, l’uomo spalancò il cappotto. Io bestemmiai e scesi dall’automobile. Perché, a parte le scarpe, l’uomo era completamente nudo sotto il cappotto: un esibizionista che teneva ben discosti l’uno dall’altro i lembi del cappotto, gli occhi puntati in quelli di Marion.

Marion non strillò, non rallentò, non distolse lo sguardo, non esitò. All’istante, spalancò il proprio soprabito; e i due, nudi come vermi sotto quell’unico strato di stoffa, fecero ancora qualche passo l’uno verso l’altro, mostrandosi come mamma li aveva fatti.

L’uomo, scioccato, restò a bocca aperta. Si fermò, guardò orripilato; poi alzò le braccia, si riavvolse nel cappotto, se lo strinse addosso, girò sui tacchi e scappò.

Si trovò a correre nella direzione della donna robusta, la quale urlò, si girò, e si diede alla fuga. Tutti e due (la donna che barcollava per il panico, l’uomo che strascicava i piedi per non perdere le scarpe) corsero in strada con una lentezza surreale. Marion, di nuovo avvolta nel soprabito, fece la sua maestosa entrata nel negozio di liquori.

Ero troppo scosso da una risata muta, con le spalle che mi tremavano, per protestare quando la seguii in negozio. Lei comperò quattro bottiglie di champagne. Dei soldi che c’erano nella borsetta di Jan rimasero solo diciannove cents.

Ricordo con una chiarezza abbagliante una parte di ciò che accadde dopo, e del resto non so nulla. Ricordo una corsa giù per le scale interne di casa mia, bottiglie alla mano; Marion indossava la vestaglia rossa con decorazioni in oro e le pantofole di Jan. Sul portico, bussammo a forza di pugni alla porta dei Platt, torcendoci dalle risate. E ricordo le loro facce quando corsero alla porta, la spalancarono, e si trovarono di fronte noi due. Stavano pranzando. Ricordo di averli invitati su a bere champagne, ma non ricordo che siano venuti.

E ricordo Marion e me in cucina, intenti ad aprire una bottiglia di champagne: io la tenevo ferma, e lei girava il tappo. Al grattò alla sua porticina, e io la aprii con un piede. Lui spinse col naso, entrò, e si fermò di botto. Immobile, paralizzato a metà di un passo, fissò Marion. Ovviamente, non riconosceva Jan; quella era un’estranea, e lui la studiò con cautela. Poi Marion estrasse il tappo, si chinò, schioccò amabilmente le dita, e Al le si avvicinò prudentemente. Qualche grattatina sul collo, ed erano amici.

Dovevano essere arrivati i Platt, perché erano lì: Frank sul sedile del bovindo, un bicchiere in mano, pronto a sorridere a qualunque cosa succedesse o venisse detta; Myrtle che scendeva di corsa a casa sua, poi tornava su con un mucchio di vecchi dischi che mise sul tavolino da caffè. Marion frugò nei dischi, disse: — Per mille capperelli, Eddie Cantor! — e me ne passò tre o quattro. Riuscii a infilarli sull’asta del giradischi dopo un paio di tentativi, accesi l’apparecchio, e il suono uscì alla velocità della voce di Paperino, e ululammo tutti. Marion ne fu deliziata; era la prima volta che sentiva musica così veloce. Regolai il giradischi sui 78 giri e ripartimmo.

Ricordo chiaramente di essermi sdraiato sul divano, a grattare le orecchie di Al. Myrtle e Frank, fianco a fianco sul sedile, sorridevano mentre Marion cantava le parole di Ida! Sweet As Apple Cider!, schioccando le dita, all’unisono con la voce ricca, melodiosa di Eddie Cantor. E ricordo Marion insegnarci “come balla Eddie Cantor”. Ci disse di allargare le dita di entrambe le mani, poi avvicinare le mani l’una all’altra e staccarle subito dopo, facendo toccare soltanto le punte delle dita, in una sorta di applauso muto. Diventati padroni di quella tecnica con l’aiuto di altro champagne, Marion ci insegnò a sgranare gli occhi in modo esagerato facendoli roteare di continuo nelle orbite. Dopo di che, roteando gli occhi, applaudendo con le punte delle dita, sollevando il più possibile le ginocchia, cominciammo a dimenarci nella stanza al ritmo di Makin’ Whoopee! Al abbaiava.

Se quello era il modo di ballare di Eddie Cantor, ci piaceva, e tutti quanti sembravamo conoscere più o meno bene le parole di Makin’ Whoopee!; compreso Al, che le ululava con la testa rivolta al soffitto. Accompagnati dalla voce a tutto volume di Eddie Cantor, urlammo e ululammo la canzone, dimenandoci per tutte le stanze della casa nello stile di danza di Eddie Cantor. Pavimenti e vetri delle finestre vibravano, e dopo un po’ da una parete del soggiorno cadde una fotografia incorniciata.

Però non mi sembrò mai di essere ubriaco; o se lo ero, lo champagne mi provocava una forma diversa, più leggera di sbornia. Il pomeriggio passò al volo. Marion continuava a chiedermi che ore fossero, all’infinito mi parve, anche se la cosa non mi diede mai fastidio. Io sorridevo e rispondevo: — Un quarto alle cinque — … — Le sei e quindici — … — Le sette appena passate — …Non ricordo quando noi due abbiamo cominciato a ballare, però ricordo che a un certo punto ballavamo con aria sognante, guancia a guancia, senza quasi muoverci, al ritmo di The Sheik of Araby cantata da Rudy Vallee. Myrtle, seduta sul divano, ci sorrideva raggiante; Frank dormiva su una sedia. Ricordo con un forte, netto imbarazzo il mio cretinissimo senso d’orgoglio all’idea che Marion mi ritenesse degno di tanto disturbo. Le mormorai qualche parola per dirglielo. Lei rispose: — Credi di essere l’unico motivo per il quale sono tornata? Non prenderti in giro da solo, sceicco. Ho motivi molto più consistenti di questo, mi puoi credere! Che ore sono? — Ballando, passammo davanti a Myrtle, e lei disse che era meraviglioso vedere quanta dolcezza, quanta passione esistesse ancora fra Jan e me, e la mia coscienza si mise a urlare. Ma che altro posso fare?, mi chiesi mentalmente. Starmene isolato in un angolo finché lei non se ne andrà?

Ricordo di avere chiuso la portiera della Packard, di avere abbandonato la testa sulla pelle imbottita del sedile, di avere sentito sbattere l’altra portiera e il motore accendersi.

Quando mi svegliai, al volante c’era Marion, e anche se restava dello champagne nelle mie vene e nella mia mente, ancora non mi pareva di essere ubriaco. Aprii gli occhi, con la testa appoggiata all’indietro. Vidi il profilo basso di un edificio scorrere al nostro fianco, e mi resi conto di averlo già visto in passato. Stavamo rallentando all’altezza del marciapiede; era stato quello a svegliarmi. E sì, conoscevo le superfici a tegole del tetto, le mura con lo stucco beige, le porte ad arco di quell’edificio vagamente in stile missione. Cos’era?

Mi tirai su, restai a guardare mentre ci fermavamo. Marion tirò il freno a mano, spense motore e fari. L’edificio era ancora bello, però ormai vecchio, debolmente illuminato da luci troppo scarse; e accanto al lungo marciapiede con il bordo dipinto di rosso non era parcheggiata nemmeno un’altra automobile. — Nick, spicciati! Sistema l’automobile da qualche parte, portala in un garage. Faremo tardi! — Mi girai. Avvolta nel soprabito di Jan, Marion stava scendendo. Chiuse la portiera, fece il giro dell’auto, corse sul marciapiede, ed entrò da una delle porte a due ante disseminate lungo tutta la facciata dell’edificio.

Non sapevo di cosa stesse parlando Marion, però adesso sapevo dove ci trovassimo: eravamo alla stazione ferroviaria. Dopo un momento o giù di lì, scesi dall’auto, entrai, e mi fermai. Al lato opposto del locale, Marion era a uno sportello della biglietteria, girata di schiena. A parte l’impiegato allo sportello, c’era solo un’altra persona in tutta la sala d’attesa, un vecchio che aspettava seduto su una delle lunghe panche in legno. In mezzo ai piedi teneva un sacchetto di carta marrone con l’intera superficie spiegazzata, come fosse stata piegata e ripiegata un’infinità di volte.

Marion si girò, lasciò lo sportello, arrivò al centro della sala e si fermò. Io mi incamminai verso lei, ma lei non mi vide subito. Si stava guardando attorno, scrutava la vecchia stazione, studiava persino il soffitto. Avvicinandomi, notai che i suoi occhi erano esterrefatti. Quando udì i miei passi, si girò. — Nick, dice che il Lark non c’è più! — Si voltò a guardare l’impiegato all’unico sportello aperto; un ragazzo di non più di diciannove anni, un messicano con un filo di baffi, in maniche di camicia. I gomiti sul piano dello sportello, il mento sulle palme delle mani, leggeva una rivista. — Dice che non c’è più nessun treno notturno per Los Angeles! — Le parole di Marion erano un gemito. Temevo che potesse mettersi a piangere.

— Lo so. — Tesi una mano sul suo gomito. Dolcemente, le dissi: — Marion, la gente non viaggia più in treno. Non ce ne sono quasi più.

Lei non rispose, non si mosse. Si guardò attorno, a lungo. Scrutò la panche deserte e male in arnese; la lunga fila di sportelli, quasi tutti chiusi da assi di compensato; il ristorante dalla vetrina polverosa in un angolo della sala d’aspetto, con le grandi maniglie della porta d’ingresso bloccate da catena e lucchetto; il grande cartello elettrico in alto con la scritta ARRIVI-PARTENZE, che al momento annunciava solo il nulla; la tavola calda smantellata, con la fila di supporti metallici degli sgabelli ancora inchiodata al pavimento, mentre gli sgabelli erano scomparsi. Disse: — Sono venuta qui una sera. Recitavo all’Alcazar. Ero nel primo e nel terzo atto, ma non nel secondo, così ho avuto il tempo di correre qui e tornare a teatro per rientrare in scena. Doug Fairbanks e Mary Pickford stavano partendo per Hollywood.

“Tornavano a casa a Pickfair. Si erano fermati qui tre giorni. Avevano visto la commedia in cui recitavo la seconda sera, dalla quinta fila. Li avevo riconosciuti. E adesso rientravano a Hollywood. Sul Lark, ovviamente. Sono arrivata qui in tempo per vederli scendere da una grossa automobile verde scuro, con la capote di tela abbassata. Era una bella sera. È successo proprio lì.” Annuì in direzione della strada e si avviò verso la porta aperta. Io la seguii, continuando a tenerla per il gomito. “Doug salutava con la mano e sorrideva, con quel suo meraviglioso sorriso, e intanto aiutava Mary a scendere dall’auto. E anche lei aveva sulle labbra il suo bellissimo sorriso.” Ci fermammo sul marciapiede. Marion fissò la strada buia, deserta. “Lei aveva tra le braccia un mazzo enorme di rose gialle. E la loro automobile era ferma esattamente dove ho parcheggiato la tua. Qualcuno aveva tenuto libero lo spazio per loro. Però io non sono riuscita ad avvicinarmi. Sul marciapiede e in strada dovevano esserci un migliaio di persone che urlavano ‘Doug! Mary!’ Quelli più vicini cercavano di toccarli. Doug continuava a sorridere, e teneva un braccio attorno a Mary, e intanto percorrevano il marciapiede. Proprio qui, in questo punto esatto! La gente che arrivava per prendere il Lark… ce n’erano centinaia tutte le sere, Nick!… era costretta a scendere da taxi e automobili in mezzo alla strada, ai margini della folla. E la gente si alzava sui predellini delle auto, saltava in aria per cercare di vedere Doug e Mary sopra le teste della folla. Poi tutti li hanno seguiti dentro. Le entrate erano intasate. Siamo andati tutti a vederli partire. Quando il Lark ha lasciato la stazione, in perfetto orario, Doug e Mary erano sulla piattaforma panoramica, appena sopra il grosso cartello rotondo che diceva Lark. Doug salutava la folla col braccio, e Mary lanciava le sue rose alla gente, a una a una. Qualcuno si è messo a correre sul marciapiede a fianco del treno per poterli vedere fino in ultimo. Doug ha continuato a salutare e Mary a scoccare baci finché il treno non è scomparso in lontananza, e noi abbiamo risposto ai loro saluti finché sono rimasti solo due fanalini rossi e il cartello illuminato con la scritta Lark.” Marion si girò a guardare la facciata scolorita della stazione, poi si voltò di scatto, e percorremmo il marciapiede deserto fino all’automobile.

Guidai io, tenendo d’occhio Marion. Si girava a guardare la città che correva al nostro fianco, abbassava gli occhi sul pavimento dell’automobile, guardava di nuovo la città. Dopo un po’, a occhi bassi, disse: — Portami a O’Farrell Street, ti spiace, Nick? Tra la Mason e la Powell — e io annuii.

Attraversai Market Street, imboccai la O’Farrell, aspettai a un semaforo della Mason, poi ripartii lentamente verso la Powell. A metà di un isolato rallentai. — Qui?

— Un po’ più avanti, credo… No, adesso siamo troppo avanti. Oppure no? Aspetta.

Accostai al marciapiede. La capote era ancora abbassata, e Marion si girò a guardare dal retro dell’auto, poi si chinò in avanti, scrutando dal parabrezza. Studiò un edificio appena davanti a noi, sull’altro lato della via. — Moatle? E cosa significa? — Indicava un’enorme insegna in plastica gialla, rossa e bianca sulla facciata dell’edificio.

— Motel — la corressi. — È… una specie di hotel. Però senza atrio o cose del genere. Soltanto stanze e il posto per parcheggiare l’automobile… — La mia voce si spense. Marion stava scuotendo la testa per zittirmi. Chiuse gli occhi e girò la testa nella direzione opposta.

Poi riaprì gli occhi e fissò di nuovo il motel. — Ma guardalo! — disse, rabbiosa. — Gesù, com’è brutto! Portami via di qui, Nick. Un tempo lì c’era l’Alcazar.

Un isolato più avanti chiesi: — Qualcosa d’altro?

— Niente.

— Allora forse dovresti spiegarmi cosa avevi in mente prima. Alla stazione.

Irrequieta, lei rispose: — Dovevamo andare a Hollywood.

— A Hollywood. — Annuii. — E perché?

— Perché? Hai visto Ragazze focose! Ero grande — disse semplicemente lei. — Stavo già lavorando in un altro film. E in quello ero ancora più grande. Saremmo andati a Hollywood, Nickie. Come avremmo dovuto fare l’altra volta! Così avrei potuto riprendere la mia carriera.

Annuii ripetutamente, poi dissi con molta dolcezza: — Be’, adesso lo sai. Questo è un mondo diverso, Marion. L’Alcazar è scomparso. Come il Lark. E magari tra un po’ sparirà anche la stazione ferroviaria. E il mondo si sta riempiendo di motel. Ragazze focose è stato tanto, tanto tempo fa. E io non sono mio padre.

Lei annuì, poi abbandonò la testa sul sedile, e io la guardai. Aveva gli occhi chiusi; le lacrime le colavano sulle guance. — Porca miseria. Avevo davanti una grande carriera!

Arrivati a casa, misi il freno a mano. Marion aprì gli occhi e alzò la testa a guardare la casa. Restò a fissarla per qualche secondo, poi si girò verso me. — Addio, Nickie. — Scosse la testa a movimenti lenti. — Sono stanca, così stanca. — Poi sorrise e mi mise una mano sulla spalla. — Però è stato bello, no? — Non le risposi. Dire di sì mi sembrava sleale nei confronti di Jan, e mi sentivo già abbastanza in colpa. — E dai, Nickie — mi sollecitò lei, delusa di me — di’ che è stato bello. Non ti succederà niente.

Restai a guardarla per qualche attimo. — Te ne vai sul serio? Per sempre?

Lei annuì, e deglutì. — Sì.

— Va bene — dissi. — Perché no, allora? Ammetterò che è stato bello perché lo è stato. Non posso farci niente. — Ci riflettei su, poi le sorrisi. — Quindi sì, è stato molto bello, Marion. In effetti, è stato meraviglioso, e io non lo dimenticherò mai.

— Perbacco. — Lei sorrise e appoggiò la testa sul sedile.

Mi sentivo enormemente meglio solo per il fatto di riuscire a dire quelle cose, ammettere la verità. — Sei una ragazza fantastica, Marion. Diversa da tutte le altre che ho conosciuto. Per più di un verso.

— Raccontalo a tutti — mormorò lei, a occhi chiusi. — Io mi impappinerei.

— Non chiedermi di fare paragoni fra te e Jan, perché non li farò. — Fissavo, attraverso il parabrezza, la strada deserta. — Però all’inferno, sì, ammetterò che è stato bello. È stato meraviglioso, Marion. Assolutamente meraviglioso.

— Di che cavolo stai parlando? — Lei si tirò su.

— Jan…?

— Jan? Ma certo che sono Jan. — Si guardò attorno, poi disse: — Oh, mio Dio — e portò una mano alla fronte, abbassando le palpebre. — Nickie… Non mi sento troppo bene. Un’altra volta! — aggiunse, e spalancò gli occhi. — Nick, abbiamo bevuto ancora, eh? Ho gli stessi… ricordi frammentari. Qualche lampo a tratti. Cosa ci sta succedendo? Bere in questo modo due sere di fila come… come se fossimo tornati agli anni Venti o qualcosa del genere!

— Champagne per il doposbornia. È stato quello il nostro grande errore. — Mi protesi ad aprirle la portiera, per troncare la conversazione, e lei scese.

Ma a casa nostra, tutte le luci erano accese, i mobili del soggiorno erano spostati, c’erano patatine fritte rovesciate per tutto il tappeto, una bottiglia vuota di champagne su una sedia, e, trionfo finale dell’anarchia, Al stava dormendo sul divano. Jan guardò, poi scosse la testa, e percorremmo il corridoio verso la camera da letto. Sulla soglia lei si fermò di botto. — Cosa diavolo ci fa il letto al centro della stanza?

— Be’. Hai. Detto. Che. Volevi risistemare l’arredamento.

Non mi ascoltava. Entrata nella stanza, puntò l’indice sul pavimento. — E cosa ci fanno i calzoni del tuo pigiama ?

— Be’… — Tentai un sorrisetto sconcio. — Ce li hai buttati tu.

— Non lo ricordo. — Jan aggrottò la fronte. — Perché dovrei buttare sul pavimento i calzoni del tuo pigiama? A dire il vero, non ricordo nemmeno che abbiamo… Oppure sì? Ricordo di avere cominciato… — A me parve che la cosa più saggia da fare fosse metterci a letto e spegnere la luce, e cominciai a slacciarmi la camicia. Ma Jan adesso puntava l’indice in alto, verso l’anta aperta dell’armadio, e la sua bocca era spalancata per lo stupore. — Cosa ci fanno lassù i tuoi calzoni da sci?

— Be’. Tu. Volevi aggiustarli. Li hai messi lì per ricordartelo. Uno dei risvolti si è scucito. Vedi?

— Aggiustarli? I tuoi calzoni da sci? Perché dovrebbero venirmi in mente in un momento come… — Jan si era girata. Si stava sbottonando il soprabito, e restò a fissarmi. — Hai sotto la giacca del pigiama!

— Cristo! — Avevo esaurito le risposte, ma Jan non lo notò. Si fermò a riflettere, poi andò a passi lenti all’armadio, si tolse il soprabito, lo appese, si voltò, poi si accorse del vestito che indossava: cortissimo, e decorato da quelle che sembravano manciate gettate a caso di colori fondamentali. — Avevo detto che non lo avrei mai più messo… Odio questo vestito!

Andò al letto e sedette, scrutando pensosa la stanza. Io, cercando di non dare nell’occhio, recuperai i calzoni del pigiama facendo il minor rumore possibile. Li agganciai col piede, mi tolsi i pantaloni, infilai quelli del pigiama. Stavo appendendo i calzoni quando sentii Jan mormorare: — Adesso mi ricordo di quando lo abbiamo fatto. — Mi girai di scatto a guardarla, ma lei sorrideva e annuiva. — Più o meno — aggiunse. — Una cosa selvaggia… Mio Dio. — Alzò gli occhi su me, improvvisamente felice. — E tu hai detto che è stato meraviglioso. Hai detto che è stato assolutamente meraviglioso. Oh, Nickie, era tanto tempo che non mi dicevi una cosa del genere. — Tentai di sorridere, trattenendo il fiato.

Jan intrecciò le mani in grembo, e il suo viso si fece pensoso. — Ma è come se… non fossi stata io. Lo ero, ovviamente, però… — Scosse la testa. — Però non lo ero. Non so nemmeno cosa voglia esattamente dire, però… — Scosse ancora la testa. — Mi ricordo di quando lo abbiamo fatto. Più o meno. A brandelli? — Restò a fissare il nulla, poi ripeté seccamente, testardamente: — Però non ero io. — Io rimasi immobile all’altro lato della stanza, in pigiama, aspettando. Jan si girò di colpo a guardarmi, a occhi sgranati. — E non ero io ieri sera! Ballare! Cantare! Fare la figura dell’idiota su quella piattaforma! Non farei mai cose simili! — Io pensai di mettermi a strillare, buttarmi sul pavimento, zoppicare su una sola gamba come se l’altra avesse un crampo, ma restai immobile, ipnotizzato. Jan si voltò di nuovo verso la parete. Con estrema lentezza, disse: — E non ero io nemmeno due sere fa. Qui. A letto. Dopo il film di Marion. — Muovendosi come in trance, Jan si alzò. In un soffio, mormorò: — Marion… Ecco cosa hai detto in automobile. «È stato assolutamente meraviglioso… Marion.» — Lo strillò. — Hai detto MARION! Mio Dio… — Crollò a sedere di colpo. — Si è… impossessata di me. Giusto? E tu lo sapevi. Tu lo sapevi! Oh, Nickie — gemette. — Non mi sarei mai sognata che tu potessi tradirmi!

Mentii. Corsi al letto, sedetti al suo fianco, passai un braccio attorno alle sue spalle tremanti; e ascoltandomi mi trovai convincente, perché cominciai con la verità. — Non lo sapevo, Jan! Sono venuto a letto dopo il film di Marion. Tu ti sei svegliata, e… Credevo fossi tu! Mio Dio, perché non avrei dovuto crederlo? — Sotto il mio braccio, il tremito si fermò. Lei mi guardò, e sul suo viso lessi la consapevolezza che quella doveva essere la verità. Poi cominciò la menzogna. — Stessa cosa la sera dopo. Dopo il party con gli Hurst, credevo fossi t…

— In campagna? In automobile? Credevi fossi io!?

— Be’, porco diavolo, sembravi tu! E non dimenticare che eravamo ubriachi.

Lei rifletté, poi scosse la testa, e sottrasse le spalle al mio abbraccio. — Però stamattina sapevi. Perché prima, in automobile, hai detto «E stato meraviglioso, Marion!» Hai una relazione con lei!

— Oh, per amor…

— Vuoi il divorzio?

— Jan, per amor del cielo! E per cosa? Per sposare Marion? — In tono rassicurante, le dissi: — Piccola, piccola, stammi a sentire. Oggi lo sapevo, sì. Ma l’ho scoperto solo… durante.

— E con ciò?

— E con ciò cosa?

— Quando hai capito che non ero io, perché non hai smesso?

— SMETTERE!? Mio Dio, che ispirazione. L’idea è tipica, assolutamente tipica di una quantità di cose che in questa casa non vanno!

Lei saltò su, afferrò l’orlo del vestito di Marion con entrambe le mani, se lo tolse di dosso con un gesto rabbioso; e, scoppiando in lacrime, cominciò a stracciarlo in tanti pezzi; e l’emicrania in agguato nella mia testa sin dal mattino decollò a razzo.

5

Domenica mattina, quando entrai in cucina, la colazione era sul fuoco, e io sorrisi e dissi: — Buongiorno — a Jan. Ma lei si limitò ad annuire, e non parlò, non sorrise. Mentre mangiavamo lasciai entrare Al per rallegrare un po’ l’atmosfera, e ogni tanto gli lanciai un pezzo di pane tostato. Come sempre con tutto ciò che gli veniva gettato, il pane cadeva sul pavimento o rimbalzava sul suo naso, e lui doveva andare in cerca del cibo, fiutando come un cane da tartufi. Jan, seduta di fronte a me, era totalmente presa dalla prima pagina del giornale, e io cominciai a parlarle attraverso Al. — Vuoi dire a Jan di passarmi lo zucchero, Al? Grazie… Chiedi a Jan se vuole ancora un po’ di questo caffè assolutamente delizioso. E versalo anche per te, naturalmente.

Dopo un po’ lei accennò un sorriso debole, e disse ad Al: — Digli che oggi può aiutarmi a fare le pulizie di casa. Ce n’è bisogno!

Sopravvivemmo alla giornata trattandoci con estrema cortesia, leggendo da cima a fondo ogni singola parte del giornale; e nel pomeriggio, pulita la casa, Jan fece un sonnellino e io andai a fare una passeggiata con Al.

Ma lunedì sera, quando tornai a casa, lei aveva preparato in soggiorno, sul tavolino da caffè, drink e una ciotola di patatine fritte, e sedemmo a goderci il tutto sul divano, con le schiene rivolte alla parete di Marion. Jan disse che aveva riflettuto. Capiva che ero stato ingannato, e che non era giusto colpevolizzarmi. Lo disse la sua bocca, ma non i suoi occhi; non del tutto; non ancora.

Ma se non altro, ci eravamo riconciliati, per lo meno ufficialmente. Jan, seduta col drink in mano, con una voce che era la parodia della perfetta casalinga e un sorriso in tono, mi chiese: — Allora, amore? Com’è andata la giornata in ufficio?

— Rompiti una gamba — le risposi amabilmente. Poi Al arrivò a salutarmi e accettare qualche patatina. — E com’è andata la tua giornata, Al? — chiesi.

Jan rispose: — Pesante. Ha dovuto abbaiare all’uomo della spazzatura e all’uomo del gas, tutto in un solo ricco giorno.

— Be’, è il suo lavoro, no? — dissi ad Al. — Fa parte della posizione di cane. A tutto l’abbaiare ci pensa lui. Con le sue sole forze. Nessun altro lo aiuta o si offre di aiutarlo, ma lui non si lamenta mai. — Mi ero chinato in avanti verso lui, e anche se sono piuttosto in gamba a schivare, quella volta mi centrò alla guancia con la lingua. Asciugandomi il viso con uno dei fazzolettini di carta che Jan aveva preparato, dissi: — Esito a parlarne, ma dov’è che voialtri cani avete preso l’idea che essere leccati in faccia da un’umida lingua canina possa sembrare minaccioso? Cinquemila anni di status domestico, e ancora non avete capito che non serve a molto. Prova un po’ a trovare un gatto che lo faccia. — Le orecchie di Al si rizzarono alla parola “gatto”. — Loro sì che sono furbi. — Presi una patatina, e lui restò a fissarla. Gliela diedi e dissi: — Lo sai cosa farò di te, ragazzo mio? Ti spedirò via nave in Danimarca. — Lui si passò la lingua sulla bocca e continuò a guardare la ciotola delle patatine. — Là fanno un’operazione che ti trasformerà in un gatto. — Lui rizzò le orecchie, piegò la testa. — Già. Sforbiceranno quelle orecchie grosse, lunghe, mosce e pendule fino a farle diventare graziose, bellissime orecchie a punta come quelle dei gatti. — Gli lanciai un’altra patatina. — Ti insegnano a camminare sugli steccati. All’inizio usano un apparecchietto a ruote per abituarti, poi sono cavoli tuoi. E c’è un corso rapido di miagolio. Oh, ti piacerà moltissimo essere un gatto! — Gli presi un’orecchia e con quella gli diedi uno schiaffetto sul muso. — Un duello, m’sieu? — e lui mostrò i denti in una pigra, finta minaccia, sventolando la coda. Presi un’ultima patatina e gli indicai qualche briciola che aveva lasciato sul pavimento. — Un altro scherzo del genere, e pago un killer perché ti faccia fuori. Chiaro? — Gettai la patatina. Rimbalzò sul suo naso, e lui si aggirò a cercarla, la individuò (era a un metro circa di distanza), e Jan e io ci sorridemmo.

Parlammo. Le mie ferie cominciavano la settimana successiva, e in mancanza di qualcosa di speciale da fare avevamo deciso di restare a casa: visitare i musei, andare a vedere una commedia che doveva essere piuttosto buona, provare un paio di ristoranti dei quali ci avevano parlato. E c’era ancora la camera degli ospiti da dipingere. Bevemmo un altro drink, e Jan mi raccontò cosa le aveva detto Myrtle Platt quel mattino, quando si erano viste alle cassette della posta.

Nell’insieme eravamo abbastanza rilassati, eppure al tempo stesso tesi, sul chi vive, e restammo in quello stato d’animo per tutta la sera. Marion se n’era andata sul serio? Sembrava di sì, però… A letto non facemmo la pace nell’unico modo che conti. Jan aveva paura, mi disse, e io non potevo certo fargliene una colpa. Parlando al buio, decidemmo che nel periodo di ferie avrei anche tolto la tappezzeria dalla parete di Marion.

Martedì rientrai un po’ tardi: una qualche solenne cretinata in ufficio che avrebbe anche potuto aspettare fino al primo mattino del 2001. Jan era in cucina a preparare la cena. La sentii armeggiare e andai direttamente da lei. La prima cosa che dissi, superando la soglia, fu: — Allora? — e lei afferrò al volo. Scosse la testa, sorridendo, e mi mostrò la destra a dita incrociate: Marion non era tornata. La baciai, la strinsi a me, frugai con la mano libera sotto la sua gonna finché non trovai qualcosa di elastico da far schioccare. Poi mi cambiai d’abito, preparai i drink sul gocciolatoio di legno, e bevemmo. Jan restò quasi incollata ai fornelli, io mi appoggiai al lavandino.

Le chiesi: — Jan, cosa provi? All’idea di essere stata… invasata? — Mi pareva che ormai se ne potesse parlare.

— È orribile. — Aveva aperto il forno e stava tastando con la forchetta qualcosa che sfrigolava. — È stato terribile, Nick — aggiunse, armeggiando con la forchetta; poi chiuse lo sportello e si rialzò. — Ero atterrita. — Annuii. Jan sorseggiava il suo drink distrattamente, gli occhi puntati su Al, che era affascinato dalle sue attività al forno. Poi scosse la testa e depositò il bicchiere sul piano d’appoggio più vicino ai fornelli. — No — disse. — Non è questo che provo. È quello che credo di dover provare, e basta. È stato spaventoso. — Ci pensò su. — Vagamente… spettrale. — Sorrise all’aggettivo. — Intravedevo solo in maniera vaga quello che faceva lei. Era tutto molto sfumato. Come guardare attraverso una decina di lastre di vetro. E solo per un istante ogni tanto… Quando lei si stancava, immagino, e per un attimo doveva allentare la presa.

— E com’erano, questi momenti occasionali?

Lei rifletté, poi sorrise, sorpresa della sua stessa risposta. — Interessanti. La vita certe volte può essere un po’ noiosa, è ovvio. Succede a tutti. E devo ammettere che era interessante essere, come dire?, precipitata nella mente e nelle sensazioni di qualcun altro. Qualcuno eccitato e soddisfatto praticamente di tutto ciò che vedeva. È affascinante sapere, sapere sul serio, Nick, come appaiono le cose viste dalla mente di un altro. — Sorseggiò dal bicchiere. Sembrava (la mia impressione era esatta? Non ne ero certo) un po’ triste, e all’improvviso io ebbi la bizzarra sensazione che forse qualcosa fosse scomparso dalla sua vita. Sorseggiando sovrappensiero il suo drink, Jan restò a fissare il nulla; poi i suoi occhi si puntarono su me, sputando lampi di rabbia. — E pensava che tu fossi il miele della vita! — Si voltò, si chinò a spalancare lo sportello del forno e tastare con la forchetta quello che c’era dentro.

Dopo un po’ si tirò su, fece le sue scuse, e io sorrisi, le dissi che era tutto a posto, e… Be’, sopravvivemmo anche a martedì.

Un mercoledì sì e uno no, Jan scendeva a giocare a bridge con Myrtle Platt e un paio di amiche di Myrtle, e Al e io le davamo sempre una mano con i piatti, in modo che potesse uscire al più presto: Al faceva fuori gli avanzi che gli gettavo mentre davo una prima ripulita ai piatti che Jan doveva lavare. Lei si cambiò d’abito, scese, e io mi aggirai un po’ per casa, in cerca di qualcosa da leggere. Quel giorno era arrivato un catalogo di film della Blackhawk, e io sedetti sotto il bovindo (c’era ancora un po’ di luce solare) e segnai un paio di cose che mi sarebbe piaciuto comperare prima o poi, magari per Natale: la versione del 1920 di Il dottor Jekyll e Mr. Hyde, con Nita Naldi, il mio secondo nome preferito nella storia del cinema muto (il primo è Lya de Putti), e magari The Social Secretary con Norma Talmadge ed Erich von Stroheim. Misi giù il catalogo, e per qualche momento restai a guardare la parete di Marion. Marion Marsh ha vissuto qui, lessi di nuovo. 14 giugno 1926. Lo schienale del divano nascondeva il resto. Poi mi alzai, andai in cucina, sollevai il ricevitore del telefono, e composi il prefisso di zona e il numero di mio padre. Erano circa le venti da noi, le ventidue a Chicago. Lui rispose, e chiacchierammo: di tanto in tanto, uno di noi due chiamava l’altro, soprattutto quando eravamo in ritardo con la corrispondenza. Papà aveva incontrato al Loop un mio vecchio amico, Eddie Krueger, che aveva frequentato molto casa nostra quando io facevo le superiori e quando tornavo a casa dal college per le vacanze, con mia madre ancora viva. — E — disse papà — il clima fa schifo, ma c’era da aspettarselo.

— Già. Senti, volevo chiederti una cosa, papà. Semplice curiosità, ma ci sto pensando da un po’.

— Spara.

— Okay. I Venti. Mi chiedevo…

— I cosa?

— Gli anni Venti. Millenovecentoventi e dintorni.

— Ah. Cosa volevi sapere?

— Erano davvero grandi come si legge sempre? Erano proprio così diversi da oggi? La gente era diversa?

Ci fu una lunga pausa. Nel timore che fosse caduta la linea, aprii la bocca per aggiungere qualcosa, ma mio padre rispose proprio allora. — Be’, ci ho riflettuto anch’io. Devi tenere presente che almeno una parte dei Venti sono stati anche i miei vent’anni. Ero giovane, spensierato, e quando ripensi alla tua giovinezza tendi a vederla attraverso lenti colorate di rosa. E in generale, tendiamo a ricordare il bello del passato e dimenticare il brutto. Sugli anni Venti si è fatta anche molta propaganda. Sono stati molto esaltati. Posto tutto questo, Nick, avendo a mente queste cose e tenendole ben presenti… la risposta è diavolo, sì. Ah, Nick, sono stati un grande periodo. Un’epoca così diversa. Tutto era diverso, allora. Era un momento splendido e glorioso per essere vivi e giovani.

— Ma perché? In che senso?

Un’altra pausa. — Non riuscirò a spiegartelo esattamente. Le cose erano così maledettamente diverse. L’epoca, l’aspetto esteriore delle cose, il Paese stesso. Al diavolo, persino l’odore delle drogherie. E mio Dio, sì, la gente era diversa. Eravamo più fessi. Nemmeno lontanamente furbi quanto voi. A ventun anni, non mi è mai passata per la testa l’idea di mettere in discussione il perché di un certo stato di cose. Così come tu non metteresti in discussione il fatto che al mattino debba spuntare il sole, o che d’inverno debba nevicare. Però a me sembra che fossimo più cordiali. Più tolleranti. Non ricordo l’odio che esiste oggi. Eravamo più rilassati, più interessati alle cose. Eravamo più vivi, cavoli! Sapevamo divertirci. Credo sapessimo a cosa serve vivere. Non riesco proprio a spiegartelo, Nick. Era solo un’epoca migliore. Ritengo di essere stato fortunato a essere giovane negli anni Venti. E provo tristezza per i giovani di oggi. È tutto così maledettamente cupo.

Parlammo ancora un po’. Mi chiesi cosa avrebbe detto papà se gli avessi raccontato di Marion, ma ovviamente stetti zitto. Quando Jan tornò, io dormivo. Avevano giocato un rubber in più, mi disse a colazione, ed era stato lungo.

Verso le dieci di sera di giovedì, misi giù una rivista e guardai Jan. Stava lavorando a maglia su qualcosa che prima o poi, in teoria, si sarebbe trasformato in un maglione per me. Restai a guardarla, sapendo benissimo che in effetti dal suo lavoro sarebbe uscito un maglione. Però, emotivamente, mi è sempre impossibile credere che impastando una matassa di filo di lana con un paio di ferri si possa ottenere un capo d’abbigliamento davvero indossabile: cosa lo tiene assieme?

Jan sapeva che la stavo guardando, e finse di non saperlo. Indossava una blusa bianca e una gonna nera, piuttosto severa; però era molto, molto carina. Dissi: — Jan — e lei alzò gli occhi con un sorriso luminoso. I ferri si fermarono. — Se vuoi perdonare la banalità della frase, non possiamo andare avanti in questo modo.

— Lo so… — Lei riabbassò gli occhi sul suo lavoro.

— Allora, se posso offrire un suggerimento a una signora, perché non ci trasferiamo tranquilli e contenti in camera da letto, mano nella mano, e non ci facciamo una scopata?

Lei arrossì come un peperone.

Jan e io dobbiamo essere i fanalini di coda dell’ultima generazione cresciuta nella convinzione che esistano “brutte parole”. Tanti nostri amici sono solo poco più giovani, appena un paio d’anni o giù di lì, ma questa minima differenza deve essere la linea di confine, e loro sono capaci di pronunciare queste parole senza problemi. E anche se sono persone per bene, molto educate, che si guarderebbero dal menzionare certi termini se qualcun altro non ne accennasse, la differenza è lo stesso palpabile. Io me la sono cavata decentemente: ho fatto il militare, e sono un maschio. Ma Jan ha avuto enormi problemi. Ho scoperto (me lo ha confessato lei) che ha fatto pratica in casa. Lavando i piatti della colazione, per esempio, sola in casa, con le mani infilate nell’acqua saponata, si preparava spiritualmente, poi inspirava una boccata d’aria e diceva: — Fottere! — Dapprima, le è parso un verbo tutto sbagliato, capace di provocare scontri e tensioni, assolutamente inadatto alla buona società. Ma ha perseverato, si è abituata a inserire quella e altre parole de rigueur in frasi da tutti i giorni, allenandosi come si potrebbe fare per perfezionare l’accento francese; e finalmente è riuscita a lasciar cadere quei termini nelle sue frasi con la più totale indifferenza, senza sospetti d’enfasi o di mancanza d’enfasi. Alla fine, ha tentato esperimenti dal vivo in quelle che mio padre definirebbe “compagnie eterogenee”, e ha ottenuto splendidi risultati. Le veniva perfettamente naturale; l’unico problema era che assumeva un colorito rosso acceso, e rimaneva in quello stato per trenta minuti.

Adesso era rossa in volto, ma annuì allegramente. — Lasciami solo finire questo ferro.

Quando lei arrivò in camera da letto, io mi stavo abbottonando la giacca del pigiama, e con le dita dei piedi grattavo le costole di Al; lui era sdraiato sul nostro scendiletto, in preda al suo coma del dopocena. — Sarà meglio biscottarlo fuori — disse Jan.

Mi accoccolai a fianco di Al e gli battei sulla spalla. Un occhio castano si socchiuse di qualche millimetro, e io gli feci l’imperioso gesto dell’arbitro che espelle un giocatore, battendo col pollice sul suo corpo, e l’occhio si chiuse. — Dice che non ha voglia di uscire.

— Be’, deve uscire. Nickie… Ho paura.

— Già, anch’io. — Battei di nuovo sulla spalla di Al. Questa volta lui non aprì un occhio. — Dice che ha diritto a restare qui quanto chiunque altro. Dice che è un essere umano anche lui.

— Be’, digli che le persone col pelo sulle palpebre non sono affatto umane. Hai paura davvero?

— Sì. Non voglio che lei torni. Però…

— Lo so, lo so.

— Tu non sei per niente un essere umano. Sei un cane! Credi che non riusciamo a capire la differenza? — Sollevai la coda inerte di Al. — E questa? — Alzai una delle sue lunghe orecchie. — Come la spieghi questa qui? — Gli battei l’indice sul naso nero, gommoso. — E questo! — Afferrai una zampa. — E questa! Abbiamo un sacco di indizi. Non puoi fregarci! — Guardai Jan, che si stava slacciando la gonna. — Ma se preferisci non farlo…

— Oh, no! No. Non possiamo. Andare avanti. All’infinito. Senza.

Al stava sbattendo fiaccamente la coda, e io gli feci notare: — Quel movimento è la prova decisiva, conclusiva. Tu sei un cane. Dai, vieni a prendere il tuo biscotto. — Lui si tirò su, sbadigliò, si stiracchiò, sorrise a Jan, e mi seguì in corridoio. Quando tornai, Jan era seduta sul letto. Aveva sulle labbra il sorriso rigido di un cadavere deciso a essere felice.

Non erano certo le condizioni ideali per fare l’amore, ma ci mettemmo all’opera, con lentezza, esitazione, coraggio. Cominciò ad andare un po’ meglio, poi molto meglio; poi diedi a Jan un bacio extra-speciale, e lei lo ricambiò con un altro in stile raccomandata espresso con ricevuta di ritorno, e le cose si misero sull’ottimo. Le dissi: — Tu sei una ragazzina molto sporcacciona, e io lo dirò a tua madre.

— Fai pure. Non ti crederà mai.

Le regalai un bacio lungo, intenso, che Jan ricambiò. Poi mi sollevai su un gomito e accesi la luce. Jan mi fissò esterrefatta. — Jan?

— , per amor del cielo!

Spensi la luce, la riaccesi immediatamente. — Dove sei nata?

— Cosa?

— Dove sei…

— Kankakee, Illinois! Mio Dio!

Tesi la mano verso l’interruttore, mi fermai. — Qual è il cognome da ragazza di tua madre?

— Sellers!

Spensi la luce. Jan mi si avvicinò nel buio. Appoggiandole le labbra all’orecchio, mormorai: — Qual è il tuo numero di assistenza sanitaria?

Lei rispose dolcemente: — 481-03-2660.

— Amore — dissi; e finalmente Jan e io facemmo la pace sul serio.

Il venerdì arrivò e finalmente passò, e adesso avevo davanti tre lunghe settimane di ferie. Non avevamo intenzione di combinare molto, però era sempre una vacanza, e così tornai a casa pronto a celebrare: saremmo usciti a cena con Fritz e Anita Kahker.

Arrivai a casa, e Anita aveva telefonato nel pomeriggio. Si era presa l’influenza; bisognava rimandare la cena. Non volevo accettare l’idea, non volevo restare chiuso nel nostro appartamento un’altra sera; volevo fare qualcosa per celebrare. Non sapevo cosa. E alla fine andammo al cinema.

Non c’era niente di interessante da vedere. Lessi ogni singolo titolo sulle pagine rosa del Chronicle della domenica, le pagine degli spettacoli che conserviamo per avere il quadro generale della settimana, e nell’intera città o nei dintorni non c’era un solo film degno di essere visto, ma uscimmo lo stesso. Andammo a vedere un western del quale non avevo mai sentito parlare, cosa rara per me, al Metro di Union Street, e fu un enorme errore.

Comperai il popcorn, per festeggiare sul serio, ma Jan non ne voleva, e ci guardammo il maledetto film, un Technicolor a grande schermo. Tentai di interessarmi per lo meno al paesaggio, che era molto spettacolare. La colonna sonora si gonfiava in frequenti crescendo e poi piombava in drammatici silenzi. Il vento ululava nei canyon, i proiettili fischiavano e facevano schioccare l’aria in strade polverose, gli zoccoli battevano il terreno, le ruote dei carri cigolavano; e persone che vivevano nel miUeottocentosettanta o giù di lì, anticipando con grande sagacia l’idioma dei nostri giorni, dicevano cose come: — Ma tu crederesti a duecento indiani?

Cominciai a richiamare alla memoria i nomi degli interpreti secondari, i titoli degli altri film nei quali li avevo già visti; nessun film è uno spreco totale di tempo, per me. Ma quando lanciai un’occhiata a Jan a metà della proiezione, lei dormiva, col mento abbassato sul petto. Sapevo che non avrei dovuto trascinarla lì, e se fosse stata sveglia le avrei proposto di uscire. Ma cominciavo a nutrire un vago interesse per gli sviluppi della trama, e lei dormiva tranquilla, e così restammo. Più tardi, quando vidi che si era svegliata, mi girai per chiederle se volesse andarsene, ma adesso sembrava che il film le piacesse. Sorrideva a bocca socchiusa, ascoltava attentamente, e così restammo sino alla fine.

Le luci si accesero, lo scarso pubblico si alzò per uscire, e lei si girò verso me. — Che meraviglia! — disse, e io sorrisi al suo sarcasmo.

— Sì, grande. — Aspettai che Jan si alzasse, ma lei continuava a fissare lo schermo bianco.

— Quei paesaggi! — disse, e io mi resi conto che c’era una nota eccitata nella sua voce. La gente che avanzava lentamente tra le poltrone della nostra fila si voltò a guardarci. — I costumi! — disse lei, continuando a fissare lo schermo. — E il colore! — Si girò a guardarmi. — Nickie, bastardo, non mi hai detto che i film sono a colori! E che lo schermo è così grande! — Si chinò verso me, a occhi sgranati. Gli altri spettatori sorridevano apertamente, e la sua voce si abbassò a un sussurro. — E che parlano. Oh, Nickie, sono tornata a dare un’ultima occhiata al mondo, ed è una fortuna che lo abbia fatto. — La sua voce si alzò di nuovo, eccitata, esuberante. — Ma immagina! Puoi davvero sentire quello che dicono! Ragazzi! Ragazzi, ragazzi, RAGAZZI!

Sbatté le palpebre e diede un’occhiata allo scherma. — Oh. Il film è finito. — Si alzò di fretta, si girò a raccogliere la giacca. — Mi spiace. Penso di essermi addormentata. — Infilando il braccio nella manica della giacca mentre ci avviavamo tra le poltrone, Jan chiese sottovoce: — Era atroce, eh? Ma sai una cosa? — Mi prese sottobraccio e puntò verso l’uscita. — Sento dentro lo stesso tipo di calore e piacere che a volte provo dopo avere visto un film meraviglioso.

6

Quel mattino c’erano due motivi per alzarsi tardi: non solo era sabato; era anche il mio primo giorno di ferie, e io feci del mio meglio. A occhi ancora chiusi, restai sdraiato a raccontarmi che avevo sonno e mi sarei subito rimesso a dormire, ma dietro le palpebre ero perfettamente sveglio. Perché sapevo.

Mi resi conto che non c’erano suoni in camera da letto; nessun movimento, nessuna presenza al mio fianco, e i miei occhi si aprirono di scatto. La testa si girò a guardare il lato del letto di Jan, vuoto, con le lenzuola scostate. Poi mi rizzai a sedere, e guardai sul pavimento. Da per tutto erano sparsi brandelli di stoffa dagli orli sfilacciati: il vestito nero di Jan, il suo abito migliore, ridotto a decine di frammenti.

Vestendomi il più in fretta possibile, dissi: — Porca miseria. Porcaccia miseria! — ma udii la falsa veemenza della mia voce, e per un istante mi immobilizzai. Poi annuii, e finalmente lo ammisi con me stesso: Marion mi era mancata. Mi era mancata per tutta la settimana. Era una cosa incontrollabile.

Dirò questo a mia difesa. Afferrando la prima camicia che trovai, una camicia bianca, e allacciando solo un bottone sì e uno no; acchiappando un paio di calzoni marroni; infilando i piedi nudi in un paio di mocassini: facendo tutto questo, ebbi il buon gusto di non cercare di dare la colpa a Jan. A quanto sembrava, occorreva qualcun altro, una donna scapestrata ed esuberante come Marion, per portare a galla quello che chiaramente non era il mio vero io, ma un altro uomo stramaledettamente più capace di divertirsi. Non mi piaceva l’idea, non mi piacevano le sue implicazioni, non volevo pensarci; mi rendeva triste; ed era quella la sensazione che volevo provare pensando a Jan.

La casa era muta come nessuna casa lo è quando qualcuno è presente. Ma mentre mi allacciavo la cintura, sentii aprirsi la porta d’ingresso a pianterreno, sentii i suoi passi salire la scala, e uscii sul pianerottolo.

Una valchiria bionda, coi calzoni neri e il maglione a collo alto di Jan, stava salendo. Alzò la testa, mi guardò, sorrise, e batté una mano sui capelli. — Falsi. E da due soldi. Però almeno non sono color topo. Ho comperato la parrucca al salone di bellezza di Haight Street. Jan ha il conto aperto. Spero non ti dispiaccia. — Mi arrivò a fianco. — Dammi il benvenuto, Nickie. — Mi baciò sulla fronte, mi girò attorno ed entrò in soggiorno.

— Non dovevi tornare! — La seguii all’interno. — Avevi detto che non saresti tornata!

Lei si voltò. La sua espressione si fece dura. — E piantala! Il tavolo delle promesse ha chiuso. Adesso sono a colori! Su uno schermo gigante. E c’è… — Si interruppe, poi sorrise. — Ehi, l’epoca del muto è finita! Ehi, Nick, adesso parlano! — Si girò a guardare la parete sopra il divano, poi si avviò in quella direzione, leggendo ad alta voce. — Marion Marsh ha vissuto qui. 14 giugno 1926. — Si voltò a fissarmi, annuì. — Era il giorno in cui avrei dovuto andare a Hollywood. Con Nick Cheyney. — Puntò di nuovo gli occhi sulla parete, annuendo vigorosamente fra sé e sé. — Avevo davanti una carriera. Una grande carriera. Grande quanto quella di Joan Crawford. — Assorta nella propria visione, distolse lo sguardo. — È così che doveva essere — disse in tono veemente, annuendo di nuovo. Poi, più pacata: — Ed è così che sarà. — Guardò me. — Avrò la mia carriera. — All’improvviso, sorrise. — A colori, e parlata.

Io raggiunsi il sedile del bovindo, le indicai il divano, e dopo un attimo lei si accomodò. Sul sedile, mi protesi in avanti, coi gomiti sulle ginocchia, e intrecciai le mani. — Stai a sentire. Tu hai agito d’impulso per tutta la vita, e cos’è successo? Alla fine ti sei ammazzata. Be’, niente è cambiato. La televisione trasmette il tuo vecchio film a più di mezzo secolo di distanza, tu torni a vederlo, e agendo d’impulso mi seduci solo perché assomiglio alla tua vecchia fiamma. Ma questo serve soltanto a provocare guai, e in ogni caso tu scopri che dai tuoi tempi è cambiato tutto. Lo puoi vedere! Sai che non puoi farci niente! Però dai un’occhiata a uno schifoso film con attori che parlano e pessimi colori, e wham!, torni un’altra volta per riprendere la tua vecchia carriera, senza riflettere un secondo su come potrai riuscire a farlo. Ma tu non pensi mai, per la miseria?

L’avevo punta sul vivo; lo vedevo benissimo. Non aveva una risposta, e per un momento o due, cupa in volto, restò zitta. Poi, l’unica cosa che riuscì a dire fu: — Okay, ci vediamo.

— Spiegami come faresti.

Di nuovo, dovette andare in cerca di una risposta; poi, in tono di sfida, disse: — Avevo amici a Hollywood.

— Nel 1926, Marion! Non ci sono più. Sono morti.

— Balle! Le persone che conoscevo io non erano star. Erano giovani! Come me. — Rifletté un istante. — Come il trovarobe di Ragazze focose, Hugo Dahl! Aveva solo diciassette anni. Terzo assistente trovarobe o qualcosa del genere. — Saltò su e corse alla libreria. Tengo sugli scaffali del soggiorno qualche elenco telefonico di altre città che ho rubato negli hotel: un elenco di Manhattan vecchio di due anni, uno di Portland, Oregon, i tre elenchi principali di Los Angeles, un altro di Reno. Marion prese quello che sul dorso aveva stampato BEVERLY HILLS, e in piedi davanti alla libreria sfogliò le pagine in cerca della D. Il suo indice scese lungo una colonna, tornò indietro, si fermò, poi Marion mi guardò trionfante.

— Ed è ancora vivo. Lui mi aiuterà — disse soddisfatta. Chiuse l’elenco, lo rimise al suo posto. — Aveva una cotta per me.

— Gesù, Marion, adesso non ha più diciassette anni. Ne ha più di settanta! — dissi, implorante. — Sarà in pensione. Avrà lasciato il cinema chissà da quanto.

— Forse. E forse no.

— Okay, la cosa non ha importanza, perché senti… Al massimo sei riuscita a possedere Jan per qualche ora. Ti costa fatica, giusto? Energia metapsichica o come diavolo vuoi chiamarla. — Lei non rispose. Si limitò a riprendere l’espressione cupa. — E dopo un po’ tu resti a secco, no? A quel punto devi mollare, e Jan torna. Giusto?

— Forse.

— Forse un corno. Tu non arriveresti nemmeno a Hollywood. Jan riprenderebbe il controllo di sé e tornerebbe a casa. E ammesso che tu ci arrivassi, lei potrebbe fare diecimila cose per rovinare la tua seconda carriera ancora prima che iniziasse.

Marion restò a fissare il pavimento per una decina buona di secondi, poi rialzò la testa. — Dovrebbe lasciarmi fare! — sbottò.

— Lasciarti fare? Regalare una… una fetta della sua vita? A te? Perché diavolo dovrebbe?

Marion borbottò qualcosa, e rifiutò di guardarmi.

— Come?

— Ho detto che non parlavo di sempre!

— Oh. E che quantità di tempo avresti in mente?

— Non so. Esattamente. — Mi guardò, piegò la testa di lato, come qualcuno che stesse riflettendo su un’offerta. — Qualche anno, magari?

Risi, e lei perse tutta la sua sicurezza.

— Va bene. Un anno, Cristo santo! — Saltò su dal divano, intrecciò nervosamente le braccia sul petto, strinse i gomiti con le mani come avesse freddo. E con la parrucca bionda, per quanto artificiale apparisse, coi calzoni neri e il maglione che Jan non portava quasi mai, e con l’espressione decisa che aveva in volto quando cominciò a passeggiare avanti e indietro in soggiorno, non somigliava affatto a Jan. — Non so quanto tempo ci vorrà! — disse. — E poi cosa diavolo importa? Lei cosa fa della sua vita meschina e schifosa? Niente! Buonanotte. Gioca addirittura a bridge!

Scossi la testa. — Gesù… Tu sei completamente spietata, vero? Completamente.

— Tu non conosci i tuoi polli! — Mi scoccò un’occhiata sprezzante. — Non sono più spietata di quanto lo sarebbe chiunque altro. Chiunque provasse le mie stesse sensazioni. — Si piazzò davanti a me, chinandosi bellicosamente in avanti. — È questo che tu non capisci. Non sai cosa provo. Ti preoccupi per Jan. Ti preoccupi per te. Pensa a me! — Mi fissò per un altro istante, poi girò sui tacchi, ricominciò a camminare. — Ho perso tutto — mormorò, a se stessa quanto a me. — Il massimo che chiunque possa perdere. La maggior parte di una vita che sarebbe stata meravigliosa. — Si voltò di nuovo verso me, adesso implorante. — Ti sto chiedendo di farmi un regalo. Di restituirmi solo una piccola parte di ciò che ho perso. Convincila a farlo, Nickie!

Dopo un momento (che altro potevo fare?) scossi la testa in un cenno di diniego, e lei si voltò di scatto. Restai a guardarla percorrere a passi lenti la stanza; toccare soprappensiero un paralume, tastare la stoffa fra pollice e indice; raccogliere un posacenere, dare un’occhiata alla scritta sul fondo, rimetterlo giù; fermarsi a guardare una fotografia; ripartire. — Che gusto schifoso — borbottò a un certo punto. — Tutto così monotono. Ha paura dei colori.

Uscì in corridoio e tornò. Andò a una finestra, scrutò la strada sotto, poi se ne staccò. Una passeggiatina nervosa, dissi a me stesso, ma mi resi conto che era solo una frase fatta, e che non era vera; Marion era piuttosto calma. Allo zoo ho visto una tigre percorrere all’infinito il perimetro della sua gabbia, con gli occhi che non vedevano nemmeno più la folla di curiosi continuamente diversi. E mi sono reso conto che non era nervosa, ma dotata di una pazienza infinita. Non sapeva cosa stesse aspettando. Ma quando finalmente fosse successo, l’avrebbe riconosciuto immediatamente: la serratura lasciata aperta un giorno, per sbaglio; l’inferriata gradualmente erosa da una ruggine di cui nessuno si era mai accorto.

Marion stava semplicemente passeggiando per casa in attesa di ciò che sarebbe accaduto. Avevamo detto tutto quello che c’era da dire. La guardai; guardai il viso di mia moglie sotto l’assurda parrucca bionda, e però non era il viso di mia moglie. Non era di Jan, ma di Marion Marsh, la donna che avrebbe potuto diventare una star del muto. E aveva vissuto quel periodo! Era realmente stata a Hollywood nei remoti, quasi mitici giorni dei film muti. Le chiesi: — Marion, hai mai visto qualche star?

Lei annuì. — Lon Chaney, una volta.

— Non stai scherzando? Dove?

— In una strada di uno studio. All’ora di pranzo. Stavo andando a comperare un cestino alla mensa, e ho svoltato in un vicolo tra due edifici. — Si fermò davanti a me. Io accavallai le gambe, la fissai, rimasi in ascolto. — E lui spunta dietro l’angolo. Camminava diritto verso me. Stavano girando un film. Era truccato e aveva un aspetto assolutamente orribile. Aveva una cicatrice sul sopracciglio sinistro, e un occhio completamente bianco.

— Singapore Joe! Era il trucco da Singapore Joe per Il capitano di Singapore!

— Lo hai visto?

— No. Venderei l’anima per averne una copia. Ne ho soltanto letto. Aveva l’occhio coperto dalla membrana di un uovo.

— Come fai a saperlo?

— Colleziono vecchi film. Non che ne abbia molti. Il segno di Zorro, Giglio infranto. Un paio di episodi di serial. Qualche vecchio cinegiornale. Però so parecchio sull’argomento, e si dice che la membrana d’uovo abbia procurato a Chaney danni permanenti alla vista.

— Be’, era mostruoso, Nickie. — Marion sedette al mio fianco. — Si è accorto che ero un po’ spaventata. Eravamo noi due soli in quel vicoletto. E quando mi è arrivato più vicino, ha chiuso deliberatamente l’altro occhio, così a fissarmi è rimasto solo quello bianco! Mi è scappato uno strillo, e lui ha sorriso, ha chiuso l’occhio bianco, e quando ci siamo incrociati mi ha fatto l’occhiolino con l’occhio buono. Era un uomo dolcissimo. Lo dicevano tutti. Anche piuttosto bello. Una di quelle bellezze da duro.

— Signore. Avere visto dal vivo Lon Chaney. Nel trucco per Il capitano di Singapore. — Sorridevo, scuotevo la testa. — Hai visto qualcun altro?

— Oh… Laura La Plante.

— Sul serio?

— Sì. Stava girando sul set vicino al nostro. E quando non c’era bisogno di me per le riprese, andavo a guardare alla porta accanto.

Annuii. Ai tempi del cinema muto, i rumori non avevano importanza, e spesso giravano su set disposti fianco a fianco. — Qual era il film?

— Non ricordo.

— Non ricordi!

— No. — Lei mi guardò, incuriosita.

— Be’, com’era qualche scena? Potrei riconoscerlo da quello.

— Oh, Nickie, che differenza fa? Lei era in cucina a preparare da mangiare o roba del genere. Io volevo vedere Laura La Plante.

— E com’era?

Marion scrollò le spalle. — Okay. Però io ero meglio. — Mi vide sorridere, e sorrise a sua volta. — Lo so. Sembro troppo piena di me. E lo sono. Però è anche vero: io ero molto meglio. Lo sono ancora. E lo sarò sempre.

— Hai mai conosciuto qualche star?

— Sì. Be’, non molto. Non troppo bene. Però ho conosciuto un po’ Valentino. Anche lui ha lavorato su un set vicino al mio, una volta, e abbiamo parlato. Due, tre volte.

— Mio Dio. Valentino! Di cosa avete parlato?

— Oh… — Lei aggrottò la fronte, guardò il pavimento. Poi rialzò la testa. — Di quanto fossero orgogliosi di lui gli abitanti del suo paese. Un paesello italiano. Secondo me era un uomo molto semplice. E molto gentile. Con me lo è stato.

Non riuscivo a smettere di scuotere la testa. — Hai conosciuto Valentino. Non posso proprio crederci. In questi giorni, all’Olympic proiettano un suo film. I quattro cavalieri dell’Apocalisse. L’ho visto due volte.

— Sei proprio un fanatico del cinema, eh? Ho conosciuto un tizio della Paramount che faceva collezione di film come te. A dire il vero, li rubava.

— Cosa?

— Sì. Lavorava al reparto… come lo chiamereste voi?… distribuzione; penso. Era solo un impiegato addetto alle spedizioni. Impacchettava le copie dei nuovi film e le inviava ai distributori. Magari una dozzina a New York, una mezza dozzina a Chicago, un paio a Milwaukee, e così via. Era un lavoro da schifo, e non pagava molto, però anche lui era un patito di film. Come me. Come quasi tutti quanti noi. Eravamo pazzi per i film. E poterci lavorare, avere rapporti col mondo del cinema… Una volta…

— Aspetta un secondo. Parlami un po’ di questo tizio che collezionava film.

— Te l’ho detto. Era pazzo dei film, ma sapeva che non avrebbe mai potuto interpretarne uno. Aveva un naso enorme, girato all’insù. Non mi piaceva guardarlo, anche se era un uomo gentile e andava matto per me. Se un film gli piaceva, se lo teneva, tutto qui. Ordinava una copia in più e se la portava a casa.

Mi alzai in piedi, girandomi a guardarla. Sentivo crescere l’eccitazione, e cercai di frenarla. Mi sembrava di dover stare molto attento, o tutto quello che stavo udendo sarebbe scomparso, svanito come un sogno impossibile da ricordare. — Marion. Stammi a sentire. Che tipo di film gli piaceva?

Lei scrollò le spalle, poi si mise a pensare. — Oh… — Puntò di nuovo gli occhi su me. — Quelli di Griffith, per esempio. Un regista. Lo conosci? D. W. Gr…

— Sì! Lo conosco.

— Be’, quello aveva tutti i suoi film, ricordo. Tutti i suoi lungometraggi.

— Tutti? — mormorai. Le mie ginocchia stavano per sciogliersi. — Tutti i lungometraggi di D. W. Griffith? Gesù. Lo sai che diversi non esistono piu? Sono andati persi! Non ne esiste una sola copia nel mondo intero! E lui li aveva… tutti?

— Sì. — Marion mi fissava colma di meraviglia.

— Che altro? Marion, che altro aveva?

— Nickie, non lo so. Un’infinità di film. Scambiava copie coi suoi amici che facevano lo stesso mestiere in altri studios.

— Mio Dio. — Sedetti al suo fianco, ma mi rialzai subito. — Cioè, per esempio?

— Be’, aveva un amico alla Universal e si scam…

— La Universal! NO! Senti, c’è stato un incendio alla Universal! Dopo la tua morte. Centinaia di film assolutamente senza prezzo andati persi! Film favolosi! Film mitici, oggi! — La scrutai. Il mio viso non aveva più un’espressione. — E lui ne aveva qualcuno. Pensare che li abbia avuti… Senti, quando accadeva tutto questo?

— Nel millenovecentoventisei.

— E lui quanti anni aveva?

— Hmm… Trenta.

Feci i conti, e scossi la testa. — Ormai dovrebbe essere morto. Però forse no. Forse no. Come si chiamava? — Girai sui tacchi, corsi alla libreria, afferrai i tre elenchi telefonici di Los Angeles, e tornai al bovindo. — Come si chiamava, Marion? Potrebbe essere ancora vivo. Potrebbe essere in queste pagine! — Sedetti, coi tre volumi sulle ginocchia, BEVERLY HILLS in cima.

— Quando a Los Angeles ci sono stata io, c’era un solo elenco telefonico, e non era più grande…

— Marion! — Lei si zittì. — Come si chiamava?

— Non ricordo.

— MA CERTO CHE PUOI RICORDARE!

— Aspetta un secondo! Buonanotte, infermiera! Aveva un cognome insolito. E un nome molto breve. Dick? No, non Dick. Quello era l’elettricista alto… Però qualcosa di simile. — Aggrottò la fronte. — Norman? No, quello era il giovane falegname coi capelli scuri. E Ned Berman era un cameraman…

— Ma non conoscevi nemmeno una donna, Cristo?

— Non le ricordo troppo bene. Dammi un minuto e me lo ricorderò. Smettila di interrompermi.

Tentai di aspettare con tutta calma, ma ero talmente eccitato che dovetti saltare su e andare in bagno, poi tornai indietro. Lei aveva ancora la fronte corrugata. Fissava il pavimento col labbro inferiore tra i denti. — Ti è venuto in mente? — Mi fermai di fronte a lei.

— No. Non ancora. Perché tutta questa eccitazione, Nick? Lo so che i film ti interessano, però interessano anche a me, e a me non succede di…

— Mi interessano? — Dovetti ridere a quel verbo. — Ragazzi, se tu avessi mai collezionato qualcosa… Non lo hai mai fatto, eh?

— Soltanto uomini. — Marion mi sorrideva, come sempre contenta di ogni possibile tipo d’eccitazione. — Perché?

Non potevo restare fermo. Le mani infilate nelle tasche posteriori, mi misi a camminare avanti e indietro davanti a lei, in fretta. — Senti, se sei un collezionista, hai sempre il tuo… come si chiama?… il tuo Santo Graal. Un collezionista di manoscritti si immagina probabilmente nel retro di un vecchio, oscuro negozio di libri usati. Sul fondo di uno scaffale in un angolo buio, sotto una pigna di libri, trova un fascio di vecchie carte che sono lì da anni. Toglie lo spago, e controlla i fogli a uno a uno. Robaccia. E poi, a metà del fascio, eccolo lì. Gli cominciano a tremare le mani perché ha sotto gli occhi la grafia minuta che ha studiato tante volte sulle riproduzioni della firma dell’uomo. E la firma è l’unico esempio di manoscritto lasciato dall’uomo che sia mai stato ritrovato. Esposto in vetrina e sorvegliato notte e giorno al British Museum. Vale un milione di dollari, si pensa, se mai venisse messa in vendita. Eppure adesso… — Ero affascinato da me stesso, dalla mia eloquenza, e Marion sorrideva. — Adesso lui ha trovato pagine e pagine di quella grafia minuta, in un inchiostro arrugginito dal tempo. Con note ai margini! E poi, poi… Dopo molte pagine del manoscritto, trova un monologo. Le prime parole sono state cancellate con dei trattini, ma lui riesce a leggerle. E dicono… — Mi fermai a riflettere. — Dicono Esistere o morire è il mio dilemma, e la penna le ha cancellate. E appena sopra quelle parole, a lettere ancora più piccole, è scritto per la prima volta al mondo, dalla mano stessa dell’autore, Essere o non essere, ecco…

Lei scoppiò a ridere, e io sorrisi. — D’accordo. Okay. Ho esagerato. È ridicolo. Però non del tutto, Marion. Non del tutto. Il Rembrandt sconosciuto, appeso alla parete di un negozio Goodwill Thrift, in vendita per quattro dollari e mezzo, è stato trovato. Come una vecchia teiera di metallo che costava settantacinque cent, e che aveva sul fondo un’incisione a lettere talmente piccole e smangiate che nessun altro le aveva notate: P. Revere, Argentiere. Su una bancarella è stato acquistato per dieci cent un libriccino. Stampato a Boston nel 1827, stando alla prima pagina, che diceva anche Tamerlano e altre poesie di Edgar A. Poe. La molla del collezionismo è il sogno quasi impossibile. E vuoi sapere qual è il mio?

Marion annuì, sorridendo.

— Tutti i rulli… Tutti i quarantadue incredibili rulli del capolavoro perduto di Erich von Stroheim, Greed.

— Lui li aveva.

— Non sai di cosa stai parlando!

— Sì che lo so! Ricordo quel film. A San Francisco ne parlavano tutti! Lo hanno girato qui, e io ho assistito a una parte delle riprese! Poi Von Stroheim lo ha terminato, ed era lungo decine e decine di rulli, e lo hanno tagliato brutalmente. È successo alla… M-G-M!

Annuii. Le mie parole erano un sussurro. — Sì. Lo hanno ridotto a dieci soli rulli. E adesso anche alcuni di quelli sono andati persi. Marion… — Mi accoccolai davanti a lei, a fissarla, e la mia voce era un soffio. — Sei sicura di ricordare bene? Aveva tutti e quarantadue i rulli?

— Ma certo. Me ne ha parlato lui. Ha dovuto dare in cambio tre film della Paramount per averli. Ma li ha avuti.

Mi alzai, sedetti al suo fianco, le presi la mano, la guardai negli occhi. — Allora, Marion — le dissi dolcemente — adesso capisci? Capisci perché devi ricordare il suo nome?

Lei annuì. — Sì. Capisco. Quello che provi. — Liberò la mano con uno strattone e saltò su. — Perché tu non capisci quello che provo io? — Restò a fissarmi come se volesse incenerirmi, poi la sua espressione cambiò. — Senti, il cinematografo dove proiettano I quattro cavalieri dell’Apocalisse…

— L’Olympic. È un vecchio locale.

— Fanno matinée?

— Oggi è sabato, giusto? Sì, tutti i weekend.

— Portami a vederlo. — Feci per dire qualcosa, e lei si mise quasi a urlare. — Nickie, non discutere! Sono stufa marcia di discussioni! Fallo e basta!

— Guarda che volevo dire di sì.

Diedi ad Al un paio di biscotti per cani a forma di osso, quelli che non gli piace molto mangiare ma che adora seppellire, e gli diedi anche una tiratina di coda. Poi portai Marion all’Olympic.

È un bellissimo, vecchio locale. Penso risalga proprio agli anni Venti. Gli spettacoli sono in vecchio stile totale, compreso l’accompagnamento d’organo. Trovano sempre ottime copie, e lì tutti prendono molto sul serio i film. Comperammo i popcorn, che vendono in sacchetti a strisce colorate del tutto fuori moda, e ci accomodammo. Per essere una matinée, c’era parecchia gente, ma trovammo due sedili vicini sul lato di una fila.

Le luci si spensero, l’organo cominciò a suonare, il vecchio sipario di velluto rosso si aprì in due cigolando, e iniziò un cinegiornale della Pathé. Un gallo cantò, muto, prima del marchio della casa cinematografica. Cullati da una musica d’organo perfettamente adatta, guardammo una corsa di cavalli ormai dimenticata. Vedemmo un senatore dell’Oklahoma, altrettanto dimenticato, sventolare le braccia dall’ultimo vagone di un treno; una didascalia ci disse che si era appena opposto con coraggio e decisione all’abrogazione dell’Atto Volstead. E guardammo uno scimpanzé su una bicicletta.

Poi ci venne proposto un coro: le parole di Rose Marie scivolarono in alto dal fondo dello schermo, verso dopo verso. L’organo suonava la canzone, e una palla bianca in movimento toccava ogni parola o sillaba nel momento in cui doveva essere cantata. Non molte persone accettarono il gioco, ma Marion lo fece, a voce alta e chiara, e ovviamente io dovetti imitarla, anche se mi abbassai un po’ sul sedile. Ma a quel punto, altre otto o dieci persone si unirono al coro, e poi anche qualche altra. Dopo cinque o sei versi a base di Rose-ma Reeee, yiii luh vue… Rose-ma Reee, mide ear, diventò divertente. Molto poetico. La fine della canzone mi diede una certa tristezza.

Apparvero i titoli di testa di I quattro cavalieri dell’Apocalisse, e ci preparammo spiritualmente a vederlo. All’inizio mi annoiai un po’ (lo avevo già visto due volte), ma ben presto il film mi conquistò, e ricominciai a godermelo. I quattro cavalieri è il film di Valentino con la famosa sequenza del tango, una grande, eccellente scena. Ai tavoli attorno alla pista da ballo di un caffè argentino, decine di clienti ammirano Rodolfo Valentino, nel costume da gaucho del suo personaggio, Julio, mentre balla con Helena Domingues in tenuta da spagnola, con tanto di lungo scialle a frange.

Valentino la tiene romanticamente incollata a sé, le fa rovesciare all’indietro la metà superiore del corpo, si china a fissarla negli occhi; è una scena che si può guardare per farsi due risate, oppure la si può godere sul serio. Io sono uno di quelli che se la godono. Mi irritano moltissimo gli idioti che, alla proiezione di un film muto, fanno sfoggio col resto del pubblico della loro sofisticata cultura sghignazzando di continuo. I vecchi stilemi di recitazione e le storie possono essere cretini, ma andate oltre la superficie, e spesso troverete una quantità di cose degne di essere viste.

Quella era una cosa degna di essere vista. È una grande scena di ballo (Valentino era un ballerino professionista prima di entrare nel cinema), e l’organista era eccellente, come accade di solito all’Olympic: il suo tango era sincronizzato alla perfezione coi movimenti degli attori, come una vera colonna sonora.

Mi pare strano avere capito immediatamente cosa cominciò a succedermi in quel momento, anche se non era poi davvero strano; più di una volta Jan mi aveva già parlato del fenomeno, cercando le parole adatte per descriverlo. Era una sensazione quasi fisica, come se (spero riusciate a immaginare una sensazione del genere) qualcun altro fosse seduto con me sulla mia poltrona, qualcuno che spingeva ma non mi dava fastidio. Sicché, all’improvviso, io e lui occupammo lo stesso spazio. In un lampo, in pochi secondi, qualcun altro si impossessò di me; io mi trovai letteralmente “posseduto”.

Col mio io immobilizzato, impotente e inerme, venni spinto da parte, scacciato in un angolo remoto del mio stesso essere. Percepivo ancora gli impulsi comunicati dai miei sensi. Per qualche secondo continuai a riconoscere i messaggi che i miei occhi e le mie orecchie ricevevano; ma in modo vago, e da una distanza che cresceva di istante in istante, come un bambino che scivoli in fretta nel sonno. Nel giro di due secondi, tre al massimo, io ero completamente scomparso, raggomitolato in un qualche abisso del mio essere; e Rodolfo Valentino si era impossessato di me.

A intervalli (che io vivevo come un bambino che stia cadendo dal sonno, o che abbia la febbre), la presa sul mio io si allentava per un momento, o mezzo momento. Quasi all’istante il potere estraneo mi riprendeva in suo possesso con forza rinnovata, ma in quell’istante io acquisivo una consapevolezza frammentaria di ciò che l’altro vedeva, udiva, e provava, e il ricordo di quei momenti riesce ancora a scuotermi.

Perché ciò che l’altro vedeva, non solo nei bianchi, grigi e neri del vecchio schermo quadrato sul palco polveroso dell’Olympic, ma oltre, e ciò che provava, era più di quanto chiunque altro potesse sperimentare. Diritto sul sedile, proteso in avanti, coi pugni chiusi stretti al petto, il mento alto, non vedeva solo i baluginii dello schermo. Oltre i limiti dello schermo, nei suoi ricordi, un regista a occhi socchiusi, con un berretto di tela e un megafono in mano, lo scrutava. L’obiettivo di una macchina da presa su un treppiede di legno seguiva i suoi movimenti, e l’uomo dietro la macchina era chino sulle ginocchia, con l’occhio incollato al mirino; portava calzoni alla zuava, camicia bianca e cravatta, e il suo pugno destro girava in cerchio con un movimento assolutamente regolare, per filmare le immagini che il pubblico dell’Olympic stava vedendo in quel momento. Dietro la macchina da presa, un gruppo di curiosi e tecnici di studio, due dei quali in tuta, uno con un martello in mano. E al pianoforte, intento a suonare il tango, un uomo col panciotto e, stranamente, un cappello di feltro a tesa larga. Seduta davanti allo schermo, l’altra persona che non ero io vide tutte queste cose nel ricordo. E più di tutto, fu sommersa da un altro ricordo: la colossale sensazione di trionfo alla splendida consapevolezza, nel momento stesso in cui ballava, che quella sarebbe stata una grande scena.

Poi, il nulla improvviso. Il nulla puro; nemmeno il vuoto. Poi un altro momento di stordita semiconsapevolezza: il magnifico tango sullo schermo stava terminando. Stacco su un’altra scena, altri personaggi, e nell’istante dello stacco, la marea di un’unica sensazione. Un’ondata di disperazione così nera che non la descriverei in tutta la sua forza nemmeno se ne fossi capace. Una disperazione totale: l’insopportabile orrore del desiderio, del peggiore di tutti i desideri; il disperato rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere.

Negli occhi ancora rivolti allo schermo cominciarono a gonfiarsi lacrime. Scesero giù per le mie guance, e la mano di Marion si posò sul mio braccio. — Mi spiace, Rudy — mormorò lei. — Mi spiace tanto. Ma lui doveva sapere. Grazie.

La mia testa annuì, la mia mano si posò sulla sua per un istante, poi Valentino scomparve; e io rimasi a guardare lo schermo senza vedere, adesso sapendo ciò che non volevo sapere: quanto sia enorme il senso di perdita quando una vita, un talento e una carriera vengono bruscamente interrotti. L’ego umano è inconcepibilmente immenso, e ovviamente con l’eccezione dei politici del nostro Paese, nessuno ama se stesso più di un attore. Rodolfo Valentino, che all’epoca aveva solo trentun anni, aveva davanti a sé decenni di fama mondiale e adulazione. Tanto, tanto tempo. Ma avere perso all’improvviso, assurdamente, tutto quello. Evaporato! Scomparso! Semplicemente, non era sopportabile.

— Adesso capisci? — Marion mi stava guardando, e io sbattei le palpebre, riuscii ad annuire, poi mi passai sugli occhi il dorso della mano.

— Sì. Gesù. Usciamo! — Mi ero alzato e avviato nella fila. Superai sei ginocchia, due barbe, e un paio di occhiali con la montatura in metallo che riflettevano lo schermo. Marion mi seguiva.

Tornando a casa, lasciai la capote abbassata. L’aria nebbiosa del tardo pomeriggio di San Francisco mi rinfrescò il viso. Non aprii bocca finché non ci fermammo a un semaforo, a un paio di isolati da casa. — Il povero figlio di puttana — sussurrai. — Il povero bastardo fregato. L’unica cosa che desiderasse era la sua carriera. Non credo abbia mai dedicato un solo pensiero alla Donna in Nero.

— Chi?

— La donna del mistero sempre vestita di nero, con la veletta, che tutti gli anni si recava sulla sua tomba. Certi anni ce ne sono state quattro o cinque.

Lei non mi ascoltava. Il semaforo diventò verde. Io ripartii, e Marion mormorò: — Prima o poi, tutti perdono la vita, e credimi, non è poi così brutto. Dopo che è successo, a tanta gente non dispiace troppo. Ma per quelli di noi che hanno visto interrompersi di colpo qualcosa di straordinario… — Scosse la testa. — Dovevo proprio farti capire, Nickie. E anche adesso, tu sai solo in parte. Perché Rudy non prova le mie stesse sensazioni. Lui non ha mai desiderato fare quello che sto facendo io. Ha accettato la situazione.

Svoltai in Divisadero, rallentai al marciapiede davanti a casa, frenai, spensi il motore, tirai al massimo il freno a mano, e Marion mi mise una mano sul braccio. — Aiutami, Nickie. Devi aiutarmi.

— Ma come, Marion, come?

— Fai capire a Jan che dovrebbe aiutarmi! Solo per un anno. O sei mesi. Anche solo per un altro film! Userà la sua vita meglio di quanto stia facendo adesso. Faglielo capire, Nickie. Ti prego. Ti prego.

Mi chinai in avanti, appoggiai le braccia sul grande, vecchio volante in legno, e scrutai la strada immobile oltre il parabrezza. Mi sembrava vero; mi sembrava vero che Marion avesse bisogno di una piccola parte della vita di Jan più di quanto ne avesse bisogno Jan. Eppure… Guardai Marion e scossi la testa. — Non è giusto, Marion. Convincere Jan o chiunque altro a rinunciare a un pezzo della propria esistenza.

— Parlale! Raccontale quello che è successo oggi. Spiegale cosa hai provato. E lascia decidere a lei. Almeno potrai parlarle, no?

Dopo un attimo o due, annuii e scrollai le spalle. — Sì, questo posso farlo. Però poi spetterà a lei decidere.

— Va bene. Tu parlale. — Marion appoggiò la testa sul sedile, scrutò la nebbia che si muoveva pigramente nel cielo quasi buio. — Fra parentesi — aggiunse languida — mi sono ricordata quel nome.

Girai la testa di scatto e fissai Marion, ma lei non si mosse. Continuando a scrutare il cielo con espressione sognante, disse in tono indifferente: — Ore fa, per l’esattezza. Nell’appartamento. Ho guardato sull’elenco telefonico di L.A. intanto che tu eri in bagno. — Girò la testa di lato e mi guardò con occhi innocenti. — C’è ancora, Nickie, amore. L’uomo che aveva i film è ancora vivo. E io sono assolutamente certa che li possegga ancora. — Riportò lo sguardo sul cielo. — Per cui, vieni a Hollywood con me, e lo andremo a trovare. Ti dirò come si chiama… — Si voltò a sorridermi, dolce, amorevole. — Quando saremo là. Dopo che tu avrai parlato con Jan.

Chiuse gli occhi, inspirò profondamente una volta, due, e riaprì gli occhi. — Oh, Dio. Ancora. — Jan si guardò attorno, e io non persi tempo.

Le dissi immediatamente: — Senti, siamo soltanto andati al cinema!

Lei annuì, premette l’indice sulla fronte. — Lo so. Quando vedo un film di giorno, mi viene sempre questa leggera emicrania. E poi è talmente ridicolo che so che è vero. — Una smorfia: la sua mano sulla fronte aveva incontrato qualcosa. La mano salì, tastò, poi afferrò la parrucca bionda. Jan se la strappò dalla testa e restò a fissarla. — Questa che diavolo è?

— Andiamo in casa. — Mi chinai in avanti ad aprirle la portiera. — Ho un sacco di cose da raccontarti.

7

Portammo Al a fare una passeggiata. Prima Jan si cambiò; non le piacevano i calzoni e il maglione nero. Entrando in camera da letto, si fermò di botto, passò gli occhi sui brandelli di stoffa nera sparsi sul pavimento, e mi sorprese. — Forse ha ragione lei — mormorò, e si mise l’abito arancio, il più sgargiante che avesse.

Accompagnammo Al al campo giochi, a tre isolati da casa. È un posto che gli piace perché in genere ci sono bambini che gli fanno i complimenti, giocano con lui, e a volte gli danno le caramelle. Però quel giorno non c’era anima viva, così Al si arrangiò al meglio possibile: contò le altalene, gli scivoli, e l’unico, solitario albero. Sedemmo sull’orlo della grande buca di sabbia per i bambini più piccoli, mentre Al scorrazzava in giro, e io parlai con Jan.

In maniera molto esplicita, le dissi cosa volesse Marion e cosa mi era accaduto all’Olympic. Lei ascoltò con tanta attenzione da restare praticamente immobile. Poi, per mezzo minuto buono, rimase muta. — Tu lo faresti? — esplose all’improvviso, quasi furibonda. — Tu rinunceresti a una parte della tua vita per, diciamo, Valentino?

— Be’… Per Valentino non so. Forse per Cary Grant.

— Grant non ne ha bisogno, per amor del cielo! Nick, io so cosa prova Marion. L’ho scoperto come lo hai scoperto tu, con piccoli guizzi qua e là di ritorno di coscienza. Non avevo mai immaginato che un essere umano potesse desiderare qualcosa con tanta forza, eppure… Sai una cosa? A volte quasi la invidio. Vorrei essere io a desiderare qualcosa con quella intensità. Capisci cosa voglio dire?

— Sì. Quando mio padre era un giovanotto che aveva appena finito la scuola, voleva un lavoro. Lo sai perché? Per «poter avere una vita costruttiva». Ne trovò uno qui a San Francisco, da un distributore all’ingrosso di generi alimentari. Lavorava lunghe ore in un magazzino, a caricare camion. Un lavoro pesantissimo, e pagato pochi soldi. Ma a lui andava bene. Perché gli offriva l’occasione di «dimostrare di che stoffa era fatto». Be’, io sono un po’ più furbo. Chi crede in cose del genere, al giorno d’oggi? Nessuno, e abbiamo ragione. Lo stavano solo sfruttando. Però il punto è che io quasi invidio le convinzioni che un tempo la gente aveva, false o no che fossero. Perché non ho niente che possa prendere il posto di quelle convinzioni. E non lo hai nemmeno tu. Quindi sì, capisco quello che vuoi dire.

— Dimmi cosa fare, Nick! E lo farò. Se tu dici che devo, lo farò! Forse la mia piccola stupida vita non è importante, non con…

— Ehi, non dire questo! — Le misi un braccio attorno alle spalle, le strinsi un ginocchio. — Che idea sarebbe, una piccola stupida vita? Non è affatto…

— Oh, sì che lo è — ribatté lei, calma. — È una vita da niente. Mi sembra di avere concluso qualcosa di serio se provo una ricetta nuova e a te piace. Oppure se arredo una stanza come mi consiglia una rivista. O se riesco ad arrivare fino in fondo a un libro pesante.

Parlai, discussi, cercai di consolarla, e lei annuì e finse di sentirsi consolata. Chiamammo Al, lo mettemmo al guinzaglio e tornammo verso casa. Era ancora giorno, ma la nebbia del tardo pomeriggio aveva imbiancato il cielo, e all’improvviso il clima era gelido.

— Dimmi cosa fare, Nick — ripeté Jan mentre camminavamo, ma io scossi la testa.

— No. Devi decidere tu.

Qualche altro passo, e lei disse: — Va bene. Però dimmi cosa faresti tu. Questo me lo puoi dire.

Mi sembrava di pensare in maniera onesta. E credevo che se fossi stato al posto suo, lo avrei fatto.

Così annuii e risposi: — Sì. Penso che lo farei.

— Allora lo farò. Le darò… — Jan esitò, poi concluse quasi con rabbia: — Un paio di settimane, tutto qui. Per cominciare. Poi vedremo come regolarci. Nick, non è onesto?

— Onestissimo. Senti, concedile due settimane piene, e se non succede niente, chiusa lì. Torneremo a casa nella terza settimana delle mie ferie. Ce la spasseremo.

— Oh. Vai anche tu a Hollywood?

Mi sentii arrossire. Non mi era nemmeno venuto in mente di non partire. — Be’, sì. Non penserai che possa… lasciarti là da sola? Per una parte del tempo, ci sarai tu. E sarai sola, se non ci sono anch’io.

— Va bene. Però a volte sono capace di scacciarla. Ho imparato la tecnica, e l’ho già fatto. È un po’ come una lotta libera, e certe volte sono riuscita a… sbatterla fuori. Lei lo sa. Quindi dille che io dovrò tornare tutte le sere, appena lei sarà rientrata all’hotel! E per tutta la notte, ogni notte. Se no salto fuori di colpo nel bel mezzo della sua rentrée e le taglio le gambe.

— Una buona idea. Maledettamente buona.

A casa demmo da mangiare ad Al, poi uscimmo a cena. Nessuno dei due aveva voglia di restare in casa. Io ero depresso; non sapevo di preciso perché, e pensavo potesse esserlo anche Jan. Ci avviammo verso la Haight e un ristorantino che io trovo delizioso perché è tanto economico: “Il nostro vomitorio di quartiere”, come mi è stato proibito di chiamarlo. E camminando, una storia vera che avevo letto tempo addietro mi si affacciò alla mente.

Un uomo era stato assassinato, senza motivi apparenti, nel suo appartamento. In casa erano rimasti soldi, gioielli, parecchi oggetti di valore, compresa una collezione di francobolli. Sembrava non mancasse nulla. Un mistero. Uno dei detective, per puro caso, era un collezionista di francobolli. Controllò gli album del morto e trovò una pagina di francobolli rari, le prime emissioni delle Hawaii; c’era tutto, tranne il pezzo da due cent. E lui sapeva ciò che gli altri poliziotti non sapevano: quello era il più raro degli esemplari hawaiani. Passò in rassegna gli amici del morto finché non individuò un altro collezionista di francobolli. Poi fece conoscenza con l’uomo. Diventarono amici. E alla fine, una sera, l’uomo mostrò al detective il suo orgoglio e la sua gioia, una collezione completa dei primi francobolli hawaiani. Dove aveva trovato il pezzo da due cent? Non era in grado di dirlo. Venne arrestato, accusato d’omicidio, e continuò a non saper spiegare. Non poteva spiegare. Venne processato, condannato, e confessò: l’amico si era rifiutato di vendergli quel francobollo, l’unico che gli mancasse per completare la collezione. Così lo aveva ucciso e derubato. Aveva commesso un omicidio per un vecchio francobollo da due cent.

Mentre camminavo con Jan in direzione di Haight Street, mi dissi che una giuria di dodici collezionisti di francobolli avrebbe assolto l’assassino, ma il pensiero non mi fu d’aiuto. Perché non avevo raccontato a Jan dell’uomo di Hollywood che poteva possedere una collezione da capogiro di film incredibilmente rari? Perché? Ero stato davvero onesto nello spingerla ad accettare la volontà di Marion, in modo che anch’io potessi avere la mia occasione? Stavo vendendo mia moglie (ombre dello schiavismo sudista!) solo per la vaga possibilità di mettere le mani su antichi rulli di pellicola cinematografica? “Mio Dio! pensai. Sto vivendo la sceneggiatura di un film muto! Il film che io voglio è Greed! Avidità!”

Così, a cena, gliene parlai. Le spiegai quanto fossero dubbi i miei motivi. E Jan disse: — Sono sollevata, Nick. Avevo paura che tu volessi andare a Hollywood solo per stare con Marion! — E all’improvviso io mi sentii in grande forma, e ordinai una costosa caraffa del misterioso, torbido liquido rosso che al vomitorio passa per vino. Levammo i bicchieri in un brindisi, bevemmo a occhi socchiusi; e io mi scoprii a chiedermi se andare a Hollywood con Marion non fosse il mio vero motivo, il mio unico motivo. Al diavolo. Coraggiosamente, riempii di nuovo i bicchieri. Più tardi, per la prima volta in vita mia, trovai il coraggio di chiedere il “sacchetto di avanzi per il cane”, in modo che anche Al potesse festeggiare.

Il mattino dopo, preparando le valigie, Jan era un po’ torva; ma se anche aveva voglia di cambiare idea (e secondo me la tentazione la sfiorò), non aprì bocca, e per le otto eravamo pronti. Indossava un vestito rosa, la giacca di stoffa, e un foulard, nel caso avessimo fatto il viaggio con la capote abbassata. Io portavo calzoni marroni, mocassini, camicia sportiva, e un maglioncino senza maniche.

L’ultima cosa che trasportai fu un cartone di cibo per cani, che lasciai sul portico del retro dei Platt; si sarebbero presi cura di Al. E quando Al trotterellò sul portico a investigare, gli spiegai quello che stava succedendo. Secondo me, i cani recepiscono il senso generale di una spiegazione, anche se magari non capiscono proprio tutte le parole.

Mi accoccolai al suo fianco, gli grattai le orecchie, sollevai di tanto in tanto le grosse aree di pelle che ha attorno alle spalle e al collo: i basset hound sono dotati del doppio di pelle rispetto ai loro veri bisogni. Gli dissi: — Senti, non è vero che tu sia stato licenziato dal tuo posto di cane. La posizione resta tua. E non è nemmeno vero che tu sia stato adottato; sei sempre il nostro vero figlio. Okay, staremo via per un po’, però torneremo. E i Platt si prenderanno cura del tuo benessere fisico, se non spirituale. Quindi non preoccuparti, okay? — Lui sventolò la coda e, sono incline a pensare, annuì. Sollevai una manciata enorme di pelle che aveva attorno alle spalle. — Fra parentesi, non so dove tu abbia comperato questo lercio costume da cane, però di sicuro fa schifo. — Lui si lanciò verso il mio orecchio con la lingua, ma io eseguii una manovra evasiva. — E quando torno, mi piacerebbe vederti con un costumino più nuovo e più chic. Ormai le orecchie lunghe non vanno più di moda. — Al pareva interessato. — Perché non provi con un costume da barboncino, la prossima volta? Sono molto carini. Qualcuno gli mette anche i cerchietti alle caviglie e alla coda. Però bisognerà far accorciare le zampe. — Mi rialzai. — Allora, ricordati che torneremo. Torneremo. Nel frattempo, gioca bene le tue carte, e vedrai che riuscirai a scroccare ai Platt un sacco di delizie proibite. — Gli assestai un pugno a una spalla, che è più robusta e più massiccia della mia; poi portai in auto i nostri bagagli.

Non sapevamo quando si sarebbe fatta viva Marion, ma arrivò mentre stavamo partendo. Scendevo le scale con le valigie, e Jan era alle mie spalle, con le chiavi in mano per chiudere la porta, quando la sentii rientrare in casa come se avesse scordato qualcosa. Nel momento in cui alzai gli occhi dal bagagliaio della Packard, lei scendeva dai gradini del portico. A braccia sollevate, stava sistemando la parrucca bionda. E all’improvviso, io mi resi conto che sarei partito per Hollywood in compagnia dello spettro di un’attrice cinematografica morta nel 1926. Probabilmente rimasi a fissarla a bocca aperta, perché lei raggiunse l’automobile, aprì la portiera dalla sua parte, poi si fermò a guardarmi. — E dai, Nickie. Non perdere tempo. Siamo in ritardo di quarantasette anni.

Durante il viaggio accaddero solo un paio di cose degne di nota. È un tragitto non indifferente da percorrere in un solo giorno. La vecchia Packard non è l’automobile ideale per i viaggi lunghi, e io non parlai molto. Chiesi subito a Marion se accettasse i termini di Jan, e lei rispose di sì. Poi le chiesi il nome dell’uomo che possedeva i film, l’incredibile collezione di film muti; ammesso che li avesse ancora; ammesso che le pellicole esistessero ancora.

— Bollinghurst — rispose lei. — Si chiama Ted Bollinghurst. — Era soltanto un nome, ma il mio stomaco si contrasse. L’eccitazione si gonfiò di nuovo in me, e io seppi che quel nome sarebbe rimasto scolpito per sempre nella mia mente. — Abita al 1101 di Keever Street, a Beverly Hills, stando al tuo elenco telefonico. E questo è tutto quello che so, Nick. Non so se abbia ancora i film. Non so nient’altro.

Da quel momento in poi, Marion chiacchierò parecchio, facendomi notare i cambiamenti. Ce n’erano stati parecchi dal 1926, e per la maggior parte del tempo io continuai ad ascoltare e annuire. A pranzo entrammo in un drive-in, e Marion lo trovò bellissimo. Volle a tutti i costi sporgersi dalla mia parte per ordinare dal microfono: frappé per due, cheeseburger per me, hamburger per lei, con tutta la farcitura possibile. Si riadagiò sul sedile, poi aggrottò la fronte e si protese di nuovo in avanti. — Niente cipolle con l’hamburger! — disse nel microfono, e mi sorrise. — Ciao, Nick — disse, e io le diedi una pacca sul ginocchio, lì nel drive-in: Jan non digerisce le cipolle.

L’unica altra cosa che accadde fu che mi trovai a lottare col volante. Il tachimetro segnava cento chilometri orari, una velocità molto, molto alta per la Packard; e i pneumatici ululavano in curva.

Riuscii a riprendere il controllo, decelerando con cautela, finché non tornammo su un rettilineo. Attorno al collo avevo il foulard di Marion, gonfiato alle mie spalle dal vento. Molto romantico. — Cos’è successo?

— Si è messo a guidare Rudy — rispose lei, scusandosi. — Ha voluto entrarti dentro per un po’.

— Be’, come autista fa schifo!

— Lo so. Ha detto che il volante risponde molto peggio della sua Isotta-Fraschini, e che era meglio ridare il comando a te.

— In curva?

— Lo so. È tutto svitato.

Verso le dieci e trenta di quella sera, Jan e io cenammo al piccolo ristorante del Beverly Hills Hotel. Seduti a un séparé, in attesa che ci servissero, eravamo talmente esausti da riuscire solo a fissarci con aria istupidita. — A me restano i suoi mal di testa, i suoi doposbornia, e adesso la sua stanchezza totale — disse Jan, massaggiandosi la fronte. La sua destra sfiorò l’attaccatura dei capelli, incontrò la parrucca bionda, e la tirò giù. Jan scrollò le spalle. Rinunciammo a un budino dall’aspetto delizioso per la spossatezza fisica. Alle undici eravamo a letto, e dormivamo già. La parrucca era sul comodino.

A un certo punto mi svegliai, e mi accorsi che anche Jan era sveglia.

— Nick?

— Sì?

— Non sono sicura di voler andare avanti con questa faccenda. Tu cosa ne pensi?

— Decidi domattina. — Mi rimisi a dormire.

Quando mi svegliai di nuovo era giorno, e Marion, in parrucca e vestito arancio di Jan, era seduta sull’orlo del letto. Aveva al suo fianco un elenco telefonico aperto, e i suoi occhi erano puntati sulla sveglietta da viaggio. — Le sei e quarantacinque sono un po’ troppo presto per telefonare, Nickie?

— Sì. — Tornai a dormire.

Mi svegliai un’altra volta al suono di qualcuno che componeva un numero al telefono, e guardai la sveglia: le otto e un minuto. — Non è troppo presto! — si difese Marion; poi disse nel ricevitore: — Pronto? Il signor Dahl, per favore. Il signor Hugo Dahl. — Ascoltò. — Capisco. E potrei raggiungerlo là? — Ascoltò, annuì. — North Gower Street. Grazie infinite. — Riagganciò e mi guardò, improvvisamente spaventata. — Sta andando allo studio. Lavora ancora nel cinema. Nickie, ho paura! È lui la mia unica speranza. Ho cercato negli elenchi telefonici, e di tutte le persone che conoscevo non c’è nessun altro che possa ancora fare quel lavoro. E se non si ricordasse di me? — Non vedevo come Dahl potesse averla dimenticata, ma non dissi niente. Lei saltò su e corse a sedersi dalla mia parte del letto. — Nickie, oggi verrai con me, vero? Non posso andare agli studios da sola! Ho paura! Sul serio.

— Va bene.

Sollevata, Marion guardò la sveglia. — È troppo presto per partire. Non sarà ancora arrivato. Perché non…

— No.

— Potremmo almeno pomiciare un po’. Porta fortuna.

— Porta sfortuna. — Rotolai all’altro lato del letto, mi sedetti, presi l’elenco telefonico, cercai alla B, e trovai “Bollinghurst, Theo N., 1101 Keever Street.” Guardai Marion e sorrisi. — URRa’ per HOLLywood! — Mi misi a cantare. Saltai a terra e mi feci una doccia, continuando a cantare.

Sul taxi, diretti a est in Wilshire Boulevard, guardai fuori dal finestrino. Non sapevo molto di quella città ed ero curioso. Ma ogni isolato che superavamo, fermandoci spesso ai semafori, sembrava identico al precedente: edifici generalmente bianchi, nuovi o dall’aria nuova, e di altezza piuttosto uniforme, per cui tendevano a confondersi l’uno con l’altro. Però notai che le singole architetture erano spesso notevoli, talora eccentriche, addirittura bizzarre. Uno qualunque degli edifici che incontravamo sarebbe stato memorabile da qualsiasi altra parte; un monumento cittadino. Ma lì, così tante costruzioni tentavano di apparire uniche che l’effetto cumulativo era una monotonia globale. Erano in pietra, ma sembrava difficile credere che fossero realmente state progettate per durare nei secoli. E nella inquietante luce solare di Los Angeles, una luce slavata che filtrava a fatica dalla foschia di perpetuo smog, quegli isolati monotoni parevano privi di sostanza, di vita, e di significato. Esistono nonlibri e noncelebrità, persone la cui unica fama riposa nel fatto che il loro nome, chissà perché, è conosciuto. A me sembrava di trovarmi in un nonposto, e lo dissi a Marion.

— Però un tempo era diverso. Questo era un posto meraviglioso. Una città, una vera città. — Guardò fuori dal finestrino, poi scosse la testa e si rannicchiò sul sedile, come per isolarsi dal paesaggio che avevamo attorno. — Ma adesso non mi piace. Non potrebbe mai piacermi. Non vedo come potrebbe piacere a qualcuno. — All’improvviso, si protese in avanti a parlare all’autista. — Ci riporti all’hotel!

— Okay. — Il taxista scrollò le spalle, controllò nello specchietto retrovisore che non ci fossero in giro poliziotti, e rallentò, in attesa del momento buono per immettersi nel traffico dalla direzione opposta. Poi eseguì un’inversione a U, molto veloce e molto illegale.

Restai in attesa di una spiegazione, e dopo un secondo o due lei alzò entrambe le mani e si tolse la parrucca.

— Jan?

Lei annuì, acida. — Non so se voglio andare avanti con questa cosa, Nick, adesso che siamo qui. Questo posto non mi piace! Cosa ci facciamo qui? — Sbatté di scatto le palpebre, sussultò, e si chinò in avanti. — Ci porti a Gower Street! — disse, e rimise in testa la parrucca.

— Mio Dio. — Mi afflosciai sul sedile e mi voltai verso il finestrino, dissociandomi dalla donna che avevo in quel momento al mio fianco.

— Signora, a me non importa. — L’autista si girò a sorridere con calma forzata. — Se vuole, può andare avanti tutto il giorno, avanti e indietro, purché mi paghi la corsa. Ma se mi beccano per questa inversione, alla multa ci pensa lei! — Direttamente di fronte all’hotel, eseguì una nuova inversione a U e ripartì in direzione est.

— Torniamo all’hotel! — Lei si tolse la parrucca.

— No! — L’autista frenò di colpo, accostò al marciapiede e si fermò. — Non lo faccio! Niente potrebbe costringermi a farlo! Trovatevi un altro ta…

— Calma — intervenni, rassicurante. — Aspetti un secondo. Ci faremo perdonare con la mancia. — Mormorando sottovoce, parlai con Jan. Le ricordai che aveva promesso. La sollecitai ad aspettare di vedere cosa sarebbe successo, e alla fine lei si arrese. — Andiamo — dissi all’autista. — North Gower Street, e questa volta non cambieremo idea.

Restai deluso, enormemente, dall’aspetto esterno dello studio. Non so cosa mi aspettassi, però pensavo di vedere come minimo qualcosa di sfavillante. Invece quella era solo una parete a stucco bianco, molto alta, lunga un intero isolato, quasi spoglia, a lato del marciapiede; di fronte, un parcheggio pubblico scalcagnato, pieno di buche, chiuso da una palizzata bianca in rovina e lastricato di cartacce che nessuno avrebbe mai raccolto. Sulle pareti esterne dello studio, qualche cartellone cinematografico; per il resto, poteva benissimo essere un magazzino. E la porta, l’ingresso principale a uno studio famoso nel mondo intero, era una comune porta a livello della strada, con le maniglie che avevano perso la cromatura, i vetri un po’ sporchi. Non mi avrebbe sorpreso trovare all’interno uno studio dentistico a prezzi stracciati.

Quello che trovammo fu un cubicolo grande abbastanza da contenere noi due e una piccola scrivania che pareva uscita dai saldi di un mobilificio per poveracci. Alle pareti di compensato era appesa qualche fotografia sbiadita di attori cinematografici e star televisive; e dietro la scrivania, un uomo di mezza età dalla faccia simpatica, in un’uniforme vagamente da poliziotto, alzò la testa da una copia di The Hollywood Reporter. — Posso esservi d’aiuto?

Se mi ero preoccupato per le possibili reazioni di Marion, smisi di nutrire timori quando vidi spuntarle il sorriso sulle labbra. E gli occhi dell’uomo mi dissero che il sorriso non era passato inosservato. — Sì, grazie, se non le spiace — disse Marion, guardando l’uomo con quello che sembrava sincero interesse, come se avesse voglia di trascorrere almeno un’ora a chiacchierare con lui.

— Vorrei vedere il signor Hugo Dahl.

— Ha un appuntamento? — L’uomo cominciò ad annuire automaticamente. Era chiaro che gli sarebbe piaciuto evocare dal nulla un appuntamento che forse non esisteva.

— No, però sono una vecchia amica. Se gli fa sapere che c’è Marion Marsh, credo che potrebbe vedermi.

L’uomo consultò un logoro elenco di numeri telefonici appiccicato alla sua scrivania con un nastro adesivo ingiallito, poi chiamò. — Reception. La signora Marion Marsh vorrebbe vedere il signor Dahl. — Ascoltò, poi restò in attesa, sorridendo a Marion. — Solo un secondo — disse nel ricevitore, poi chiese a Marion: — Ha detto Marion Marsh? — Lei annuì, gli scoccò un altro sorriso gigante, che lui ricambiò. — Bene — disse l’uomo nel ricevitore, poi riappese. — Scende subito.

Io non dissi niente. Marion aveva dimenticato che Hugo Dahl avrebbe visto la faccia di Jan? Aspettammo, facendo i pochi passi che la stanzetta permetteva, guardando gli ingrandimenti fotografici molto sgranati. Dopo un po’ sentii aprirsi la porta di un ascensore da qualche parte sulla sinistra dell’ingresso, e passi che si avvicinavano; poi arrivò un uomo alto, magro però con la pancia, sulla settantina. Indossava un abito blu scuro e un maglione. Era calvo, con frange di capelli e basette grigie. Aveva un viso rugoso, cadente, eternamente stanco. Ma i suoi occhi erano svegli e cauti. — Lei è… Marion Marsh?

Lei scrutò l’uomo sulla mezza età avanzata, o sull’inizio della terza età, e per un attimo non rispose. Poi si esibì in un sorriso sfolgorante, e Dahl spalancò la bocca, sorpreso. — Sono la pronipote della Marion Marsh che lei conosceva. Ma forse non la ricorda?

Lui stava rispondendo al sorriso. Le rughe erano momentaneamente scomparse, e adesso si poteva immaginare come fosse stato il suo volto da giovane. — Nessuno ha mai dimenticato Marion Marsh. La ricordo dieci volte meglio delle persone con cui ho pranzato ieri. Lei è la sua pronipote? — chiese incredulo, e Marion annuì, senza smettere di sorridere. — Non le somiglia, a parte il sorriso. Il sorriso è lo stesso. Identico. Come mai porta il cognome Marsh?

— Mi hanno chiamata Marion in suo onore. E la ammiravo così tanto, aveva tanto talento, che ho preso Marsh come cognome d’arte. — Aggiunse timidamente: — Come cognome per la mia carriera cinematografica. O almeno lo spero.

Dahl sorrise. Un bel sorriso: ammiccante, ma dolce. — Ed è qui per questo. Marion le ha parlato di me, eh? È ancora… viva? Mi sembrava di avere sentito…

— Oh, sì! Vivissima! Ha avuto un brutto incidente. Anni fa. Ma si è ripresa. E ha parlato spesso di lei. — Marion esitò, in un modo molto convincente. — Forse non dovrei dirlo, però… Ho sempre avuto la sensazione che lei le piacesse. C’era qualcosa nella sua voce, tutte le volte che faceva il suo nome…

Lui rise. — Se non è vero, e non lo è, non voglio saperlo. Be’, stamattina sto facendo delle audizioni, e se la pronipote di Marion Marsh vuole essere della partita, prego. Mi segua. — Fece per avviarsi, si ricordò di me, e disse: — Viene anche lei?

— Oh, scusi! — disse Marion. — Sono così nervosa. Questo è un mio amico che… È un attore anche lui! Mi dà sostegno morale. Sono spaventata a morte.

— Okay. Venite tutt’e due. La farò preparare per l’audizione, Marion. — Uscimmo dalla stanzetta sulla destra. Marion si girò a sorridere alla guardia alla reception, poi imboccammo un corridoio costellato di porte e targhette con nomi in plastica bianca su fondo nero. Sbucammo in un vicolo o una strada, molto, molto stretta; superammo un vecchio edificio di legno a un piano, grigio, con finestre a doppi telai e un tetto ad assicelle. Dietro diverse delle finestre c’erano donne che battevano a macchina sotto brillanti luci fluorescenti.

Parecchio più avanti sulla strada si stendeva una fila di cupi edifici a mattoni, alti quattro o cinque piani; avevano pochissime finestre, e anche quelle poche sembravano disposte a casaccio, per cui era impossibile farsi un’idea esatta dei piani. Sui lati, scale antincendio sulle quali stavano accoccolate parecchie persone. Continuammo a camminare per almeno un isolato, costruzione dopo costruzione, e io fui orgoglioso di Marion (e anche un po’ sorpreso, lo ammetterò) quando lei si ricordò di me. — Dovrei andare a trovare anche qualcun altro — disse a Dahl. — Ted Bollinghurst. Lei lo ha mai conosciuto?

— Oh, sì, certo. Stavamo allo stesso studio. Poi lui ha traslocato. Alla United Artists, mi pare. Però ho continuato a incontrarlo per tutti gli anni Venti e Trenta. Hollywood era molto più piccola, all’epoca. Poi ho sentito dire che aveva lasciato il cinema e si era messo negli immobili, e per anni non ne ho più saputo nulla. Sa, qui se uno non è nel cinema non esiste. Ma molti anni più tardi ho letto di lui sul giornale, ed era ricco. Come tanta gente che si è messa a vendere case a Hollywood al momento giusto. Gesù, quando penso ai terreni che avrei potuto comperare. Nell’estate del 1928 ho acquistato una spider Dodge allo stesso identico prezzo di sei acri di terreno che non valevano un soldo e che oggi sono in pieno centro di Beverly Hills. Se avessi comperato quelli e me li fossi tenuti stretti, adesso sarei ricco, invece di essere costretto a… Oh, al diavolo. Bollinghurst e tanta altra gente lo hanno fatto, e io no. L’ultima volta che ne ho sentito parlare, negli anni Quaranta, aveva comperato Graustark.

— Comperato cosa? — chiesi.

— Graustark. La vecchia villa di Vilma Banky. Non ne ha mai sentito parlare? — Io scossi la testa. — Era come Pickfair, la casa di Doug Fairbanks e Mary Pickford. Un tempo, nel mondo civile tutti quanti sapevano di Pickfair e Graustark. Posti favolosi. Costruiti su otto o dieci acri di terreno. Un milione di stanze. Piscine. Campi da tennis. Scuderie. Garage pieni di Daimler, Duesenberg e Hispano-Suiza. Be’, Ted ha comperato Graustark. Perché era appartenuta a Vilma Banky, ne sono certo. Era proprio un patito di cinema. La villa era vuota da anni, ridotta in condizioni pietose. Un elefante bianco. Nemmeno il terreno in sé e per sé aveva un valore particolare, per Hollywood. Ma lui l’ha comperata, e ha ristrutturato tutto. E ci è andato a vivere. Per un po’ si è sentito parlare dei party che dava. C’era anche la sala da ballo. Io non ci sono mai andato, ma mi sono arrivate voci. Però sono anni che non sento parlare di party lì. Era molto più vecchio di tutti noi, e dubito sia ancora vivo. Non so nemmeno se Graustark esista ancora. Probabilmente adesso sarà un parcheggio.

— Dove si trovava? — domandai.

Lui rifletté un attimo. — Keever Street. Da qualche parte di Keever Street.

— Attorno al numero millecento?

— Più o meno. Perché?

— Semplice curiosità.

Davanti a noi, una doppia porta in acciaio verniciato di grigio era spalancata. Una donna magra, coi capelli neri, sulla quarantina, uscì e svoltò in strada. — Marie — chiamò Dahl. La donna si girò e restò ad aspettare. — Ne ho un’altra per te — disse Dahl, indicando Marion con un cenno della testa. — Me la puoi preparare? In fretta. Alle scartoffie pensiamo dopo. — La donna soppesò Marion con gli occhi, poi annuì. — Ma certo. — Gesticolò col mento in direzione di Marion. — Vieni.

Le due donne si avviarono, e Dahl mi indicò le porte grigie dell’edificio che sembrava un magazzino, ed entrammo. Non avevo niente di meglio da fare, ed ero curioso. L’interno era enorme: un gigantesco spazio aperto, col soffitto perso nel buio. Non vedevo molto. A parte qualche rara lampadina che illuminava pochissimo, e il bagliore rosso delle uscite di sicurezza, quasi l’intero locale era al buio. Di luminoso c’era solo un angolo molto lontano. Nelle tenebre intravedevo oggetti dal profilo indistinto e una grande, indefinibile impalcatura in legno.

Procedemmo verso l’unica zona illuminata dell’ampio spazio: un angolo con mattoni a vista. Un paio di potenti riflettori montati su supporti mobili fornivano tutta la luce necessaria. E sotto quella luce, una decina di persone (quasi tutti uomini, due o tre donne) chiacchieravano fra loro, stringendo in mano bicchieri da caffè di plastica. Uno, un giovanotto semi-calvo in calzoni e giacca blu, ci individuò e si incamminò verso noi. Reggeva in mano un porta-blocco. — Fred — disse Dahl, quando il tizio si fermò davanti a noi — c’è un altro candidato. Parlagli. — Ormai non si ricordava nemmeno più della mia esistenza. — Vedi se ha qualche specialità. Se ti sembra adatto, assumilo. — Si girò verso me e disse: — Fred è il capo dell’unità esterna. — Non sapevo cosa significasse. Continuammo a procedere verso il gruppo che stava sotto i riflettori.

— Nome? — chiese Fred, con la matita appoggiata sul porta-blocco. Eravamo al margine esterno del cerchio di luce, però io riuscivo a vedere otto o dieci nomi scritti a matita sul modulo fermato dalla molla del porta-blocco di Fred. Stavo per rispondergli che c’era stato un equivoco, ma rimasi orripilato; mi parve di essere sul punto di svenire. L’uomo davanti a me e l’edificio nel quale ci trovavamo avevano cominciato a sparire. Ero svenuto una volta al college, perché per fare economia avevo smesso di mangiare la colazione; lo svenimento era iniziato nello stesso modo, e in quel momento mi chiesi se avrei picchiato la testa sul pavimento. Però non caddi. Per quanto vista e udito stessero diventando sempre più fiochi, sentii la mia voce, lontana, rispondere; e il tono era calmo, sicuro di sé, e parecchio più profondo della mia voce normale.

— Rod. Rod Guglielmi.

— Rod per Rodney?

— No. Rodolfo.

— Qualche specialità?

— Tutto quello che volete. — La scena davanti a me, e le voci, cominciavano a svanire.

— Be’, a noi serve una controfigura, niente di più.

Un attimo di esitazione, poi la mia bocca pronunciò le parole. — Io posso farlo.

— Fare cosa?

— Tutto quello che volete. Guidare automobili da corsa. Camminare su un filo. Lanciarmi da un treno a un altro. Paracadu… — Il nulla. Nemmeno il buio; solo il puro, incolore nulla.

Spesso, svegliandosi, si riesce a capire per quanto tempo si sia dormito; nella stessa maniera, quella volta io riuscii a capire che non era trascorsa più di mezz’ora. Ma era come risvegliarsi da un innaturale sonno febbricitante per un momento o poco più di superchiarezza. Mi trovavo in uno spazio ristretto, un camerino con tavolo, specchio, una sedia, e ganci ai quali erano appesi i miei abiti. Ero in piedi, mi accorsi, con un piede sul pavimento, l’altro sulla sedia, e mi stavo guardando. La metà superiore del mio corpo, scopersi, indossava una camicia di nylon bianco, molto scollata, gonfia sul petto e nelle maniche. I calzoni erano alla cavallerizza. Portavo scarpe coi lacci intrecciati sulle caviglie, e attorno alla gamba posata sul pavimento avevo una fascia di pelle fermata da due fibbie d’ottone. Un’altra fibbia era nelle mie mani; a quanto sembrava, stavo per sistemarla sull’altra gamba. Poi, ancora la sensazione di svenimento, il mondo esterno che svaniva, il nulla che mi correva incontro.

Capii di nuovo che era passato altro tempo. Un’ora e mezzo, forse due ore. Semplicemente, riaprii gli occhi come dopo un sonno senza sogni, e vidi; ma non sapevo cosa vedessi. Era un pavimento, un pavimento enorme, sterminato, ma non di una stanza. Lo guardavo attraverso una foschia uniforme, perplesso dall’incrociarsi casuale di linee grigio-bianche, a volte rette, a volte curve, e dalla successione di mattonelle rosse e verdi grosse come un’unghia, in file parallele. Lontana, lontanissima, vicino all’orlo del pavimento, c’era una curva irregolare, più larga, grigio piombo; e mi resi conto che quello che vedevo era un fiume. E che le linee grigio-bianche erano strade, i quadrati verdi e rossi tetti, e che quell’enorme pavimento si stendeva sotto di me appena oltre l’orlo di una superficie coperta di stoffa sulla quale, appaiate, si trovavano le mie scarpe.

C’era anche un suono, percepii, un ruggito martellante, e una sensazione: ero raggelato dalla continua pressione dell’aria contro petto e costato. E adesso sentivo la stoffa della mia camicia sventolare nell’aria, battermi sulla pelle. Muovendo leggermente gli occhi, vidi una superficie verniciata sopra la mia testa, e intravidi un tirante metallico piegato ad angolo acuto.

Scacciai l’idea dalla mente per tutto il tempo possibile: l’idea che non stavo sognando, ma ero davvero accoccolato su un’ala di un vecchio biplano, centinaia di metri al di sopra di Los Angeles. La mia testa si girò un po’ di più. Vidi le nocche bianche del mio pugno sinistro strette attorno a un puntale, e (sulla mia sinistra, alle mie spalle) la testa del pilota, con casco e occhialoni. Mi si inaridì la gola, il mio intestino si raggrinzì. Sgranai gli occhi per lo shock. Per un altro momento, scrutai il vago, infinitamente lontano orizzonte, chilometri davanti a me e chilometri sotto di me; poi tutto tornò ad annebbiarsi, e questa volta capii che stavo veramente, realmente per svenire.

Ma prima che accadesse, ebbi di nuovo la sensazione di qualcuno che spingeva verso me, contro me, però senza esercitare una pressione fisica; e all’improvviso, ci trovammo a occupare lo stesso spazio, e Rodolfo Guglielmi era tornato. La curiosità, ovviamente, è sempre l’emozione più forte, e io riuscii a chiedermi dove avessi letto o sentito quel nome vagamente familiare. Poi ricordai. Sull’ala di quel primitivo aereo, con me c’era Rodolfo Valentino, scritturato con il suo vero nome come controfigura. Pur di tornare nel mondo del cinema, era pronto a fare anche quello.

Ma non voleva prendere il sopravvento completo su di me. Restammo lì, alti in cielo, immobili su un pezzo di stoffa verniciata… e dopo un po’ capii che lui aveva paura quanto me!

Mi lasciò! Diede un’occhiata all’orrore che si stendeva davanti e sotto noi, e mi abbandonò un’altra volta! Stringevo il montante con tanta forza che il mio braccio si stava addormentando. Guardai più avanti: il lungo, lungo muso dell’aereo dalla forma bizzarra; l’arrugginito tubo di scappamento su un lato della fusoliera; la vernice che si staccava attorno ai fori del tubo; il cerchio tremolante, inconsistente, trasparente dell’elica. E le mie ginocchia si squagliarono, le spalle si abbassarono, e io fui sul punto di cadere a corpo morto nello spazio.

Mi sia concesso dire, a eterno merito e gloria di Rodolfo Valentino, che tornò! Tornò. Assieme, facemmo una profonda, profonda inspirazione, poi lui si girò verso il pilota e si costrinse a sorridere. Un atto eroico. Valentino era un vero uomo. Ci aveva portati lassù, e ci avrebbe riportati giù. Con infinito sollievo mi lasciai invadere dal nulla.

Questa volta trascorsero solo pochi minuti, e di colpo, senza preavviso, rividi la grande pianura nebbiosa che era quasi tutta l’area di Los Angeles, da orizzonte a orizzonte; e l’altitudine era ancora maggiore.

Ma l’ala era scomparsa! Sentivo vicino il ronzio regolare, martellante, antico dell’unico motore, però l’aereo era svanito! Guardando in su (in su? Sì, in su!) vedevo le minuscole linee che erano strade e i puntolini che erano tetti. Avvertivo un dolore alla parte posteriore delle ginocchia (perché?), e il sangue si era congestionato in viso e sul collo. Poi capii: ero capovolto, e con la testa piegata all’indietro scrutavo, oltre il nulla, il pianeta che ruotava lontano sotto di me. Distolsi subito gli occhi, guardai giù (su?), e vidi la mia camicia bianca sventolare all’impazzata nell’aria, da metà del petto alla grande cintura di cuoio; vidi fino alle ginocchia le mie gambe inguainate nei calzoni alla cavallerizza, e nient’altro. Niente fasce, niente scarpe, soltanto l’ala dell’aereo coperta di stoffa. Udii la mia stessa gola emettere un suono strangolato perché (mio Dio!) penzolavo a testa in giù nell’aria con le ginocchia piegate attorno al pattino sotto la fusoliera dell’aereo.

La mia testa si girò di scatto per il terrore, e vidi la testa con casco e occhialoni guardarmi. Le labbra sorrisero, il pilota mi fece un cenno con la mano guantata, e io cominciai a perdere consapevolezza di me; e ne fui lieto, perché preferivo cadere in stato d’incoscienza e morire piuttosto che continuare, anche per un solo secondo, a vedere e capire l’orrore della mia situazione.

Era passato altro tempo, molto altro tempo, quando sentii tornare pensiero e coscienza, e questa volta li sentii tornare in maniera completa. Mi accorsi di provare una terribile stanchezza nel corpo come nella mente, e capii che Valentino se n’era andato in via definitiva. Non volevo, non potevo aprire gli occhi per la paura di vedere. Ma le mie orecchie funzionavano, e il suono del motore dell’aereo era scomparso. Mi resi conto di udire il mormorio di voci impegnate in normalissime conversazioni, e aprii gli occhi.

Mi trovavo in una stanza. No, era un cinematografo, anche se piuttosto strano. Lo schermo bianco davanti a me, la prima cosa che vidi, era in miniatura; al massimo due terzi delle dimensioni normali. E c’erano solo una mezza dozzina di file di poltrone, ciascuna composta di una decina di poltrone. Dieci o undici persone sedevano qua e là. Due file più avanti, sulla mia sinistra, Hugo Dahl era in compagnia di altri due uomini, compreso Fred dell’unità esterna. Appena dietro Dahl sedeva una ragazza con un portablocco in grembo; aveva un portamine con una piccola lampadina vicino alla punta, e la accese un paio di volte. Sparsi in giro, altri uomini e donne, forse attori. Qualcuno mi tirò una gomitata. Mi girai, e al mio fianco c’era Marion (capii che era lei dall’espressione). Doveva essere tornata all’hotel, perché indossava un vestito verde che a Jan non piaceva; non lo portava quasi mai, anche se su Marion stava benissimo. Abbassai gli occhi su di me. Anch’io avevo fatto un salto all’hotel. Portavo un altro vestito, camicia, cravatta. Marion disse: — Penso che stiano per cominciare, Rudy. Sono nervosissima.

Le sussurrai: — Non sono Rudy. Sono Nick.

— Be’, credimi, ne sono contenta. È un uomo impossibile! Non mi ero mai resa conto che per lui esistesse solo l’io, io, io, io. Non sono riuscita a dire una sola parola per l’intera cena!

— Marion, cosa succede? Che ore sono? Hai fatto il tuo provino? Dove stia…

— Oh, sì, stamattina. Hanno sviluppato la pellicola nel pomeriggio. Adesso vedremo i provini. Hugo ci ha invitati.

— Be’, a cosa servono? Per quale film?

— Non lo so. Nessuno lo ha detto. Ma credo…

Hugo Dahl si era girato sulla poltrona a guardarsi attorno. — Ci siamo tutti? — strillò, e, senza attendere risposta, puntò lo sguardo sulla cabina di proiezione. — Okay, Jerry. Andiamo.

Le luci si spensero immediatamente, e sullo schermo apparve un rettangolo di luce lampeggiante. Diventò bianco latte, e poi si materializzò in un lampo un numero 4 capovolto, poi lettere scritte a mano, a loro volta capovolte, e lo spezzone di un vecchio film. All’improvviso, sfuocato, sullo schermo apparve un uomo girato verso la macchina da presa, con qualcosa in mano. L’immagine si mise immediatamente a fuoco e svelò un giovanotto dai capelli lunghi, con baffi un po’ cascanti e una giacca di pelle a frange. Reggeva in mano una lavagnetta sulla quale, a gesso, era scritto HUNTLEY, e sotto CIAK 1, KAI MEISSNER. Nell’altra mano stringeva un’assicella bianca e nera fissata al fondo della lavagnetta. La sbatté contro la lavagnetta e uscì di scena.

La scena (il giovanotto l’aveva quasi completamente nascosta) era un’orchestra di quattro elementi, uomini in giacche a strisce rosse e bianche e cappelli di paglia. Il pianista, con le mani sopra la tastiera, guardò gli altri, poi attaccò a suonare; il trombonista alzò il suo strumento, e le destre degli altri due, suonatori di banjo accoccolati su alti sgabelli, cominciarono a muoversi talmente in fretta da diventare macchie indistinte. L’improvvisa eruzione di musica era un meraviglioso jazz vecchio stile dal ritmo veloce, pronunciato.

La macchina da presa indietreggiò e rivelò un angolo illuminato di palcoscenico, con un tendone di velluto bianco sul fondo. Una ragazza uscì dalle quinte. Indossava un abito rosso a frange lungo fino alle ginocchia; una fascia le cingeva la fronte e i capelli, tagliati corti. Con un sorriso professionale a noi del pubblico, cominciò a ballare. Un ballo veloce e perfettamente a tempo; un’approssimazione del charleston, mi resi conto. Ma i movimenti avevano qualcosa di artificiale, di meccanico, e io ebbi l’improvviso sospetto che la ragazza avesse bluffato, che avesse detto di conoscere quel ballo anche se non era vero. Magari si era fatta dare una lezione velocissima la sera prima del provino. L’esibizione durò forse una ventina di secondi; poi, con un sorrisone a un pubblico inesistente che esplose in un applauso registrato, la ragazza uscì di scena mentre i banjo emettevano un’ultima nota. Dalla strizzatina d’occhi molto poco convinta capii che si era resa conto di avere fatto un buco nell’acqua.

Non ci fu nessuna reazione dal pubblico reale. Marion si chinò verso me a mormorare: — Più che un charleston, sembrava una polka. — Senza il minimo intervallo dopo l’ultima nota, riapparve il giovanotto con la giacca a frange e la lavagnetta. Le due righe in basso erano state cancellate, e sotto HUNTLEY sempre scritto col gesso, lessi CIAK 2, JUNE VAN CLEE.

L’assicella di legno sbatté. Il giovanotto se ne andò, e ricomparve l’orchestrina. Le mani del pianista erano di nuovo sospese sopra la tastiera. La macchina da presa indietreggiò dopo l’uscita di scena del giovanotto, e la stessa musica riattaccò: estremamente ritmata, eseguita con grande sapienza. Mi sarebbe piaciuto restarla ad ascoltare per ore. Una seconda ragazza, più alta e magra della prima, ma vestita nello stesso modo, entrò dalle quinte.

Era molto meglio. Una tipa in gamba. Però, sul minuscolo palcoscenico, si stava semplicemente esibendo con estrema competenza professionale, e per soldi. Nonostante il sorriso, il suo era un ballo privo di gioia e d’ispirazione. Come la strizzatina d’occhio finale; e lo stesso accadde con le ragazze del terzo, quarto, e quinto ciak.

Sempre senza interruzioni nel filmato, riapparve la lavagnetta (CIAK 6, MARION MARSH), il giovanotto se ne andò, e le mani del pianista scesero sulla tastiera. L’esplosione di musica ricominciò, e Marion apparve sul palco in un corto abito rosso pomodoro, fascia sulla fronte, e (particolare diverso da tutte le altre) una cintura a perline che le cingeva la vita. Anche lei sorrise al pubblico immaginario dietro i riflettori, però in quel sorriso c’era tutta la sicurezza di qualcosa che lei sapeva di poter fare in maniera superba. Quel sorriso diceva che era soddisfatta di se stessa e felice, che amava il pubblico che stava per avere il piacere di godersi la sua esibizione. Per un attimo ricordai la minuscola figura in bianco e nero che avevo visto sullo schermo del mio televisore (tanto, tanto tempo fa, mi parve) in Ragazze focose. Era la stessa ragazza, adesso a dimensioni più grandi del naturale, a colori brillanti, e accompagnata da un vortice di musica, ma con l’identica magica presenza. Io sorridevo, rispondevo automaticamente alla sua allegra arroganza, e sapevo già (me lo diceva il brivido che correva su per la mia spina dorsale), che sarebbe stata bravissima.

Il suo corpo passò dal camminare al ballare senza il minimo sforzo, senza una pausa o una transizione, splendidamente libero. Marion non ascoltava la musica, non cercava di coordinare i propri movimenti col ritmo dell’orchestra: il suo corpo, semplicemente, fluì nella musica, si unì a quel jazz frenetico, felice, e ne diventò parte. Piedi e gomiti guizzavano con tanta naturalezza che il ritmo sembrò più lento di quanto fosse stato in altri ciak. E poi, all’unisono, le dita delle sue mani schioccarono, il corpo di Marion si abbandonò a se stesso, e il ballo prese fuoco. Le sue gambe si muovevano in una frenesia estatica ma perfettamente controllata. Il mento si sollevò lentamente, gli occhi si chiusero nel piacere dei sensi. Marion amava quello che stava facendo, si vedeva benissimo, si sentiva; ogni atomo del suo corpo eccitato ne godeva. Una danza selvaggia, frenetica, che terminò di colpo sull’ultima nota. Lei riaprì gli occhi, e quando ci sorrise e ci fece l’occhiolino, lo fece con tanta ilare sensualità che un uomo strillò, e tutti noi scoppiammo in un vero applauso.

Sullo schermo, il giovanotto si stava avvicinando alla macchina da presa con la lavagnetta per il settimo ciak, ma Hugo Dahl era balzato in piedi. — Lo sapevo! Lo sapevo! L’ho detto! Jerry, hai preparato l’altro materiale? Te lo avevo chiesto!

— Sì! L’ho pronto sul secondo proiettore — rispose una voce attutita dalla cabina di proiezione.

— Allora fammelo vedere, Cristo santo! Ci siamo! È lei! — Sullo schermo, l’orchestrina aveva ripreso a suonare; ma di colpo immagini e musica si interruppero. Il ristretto pubblico mormorò, e nel buio Dahl urlò: — Marion, baby, tua nonna non ha mai fatto di meglio! Tu hai un futuro in questo schifoso mestiere, te lo posso promettere!

La mano di Marion, sul bracciolo, aveva afferrato il mio braccio. Stringeva così forte che io stavo perdendo la sensibilità alle dita della mano. Lo schermo si illuminò, mostrò un veloce conto alla rovescia, e in quella luce mi voltai a guardare Marion. La sinistra mi stringeva il braccio, la destra era premuta sul petto; e lei fissava lo schermo, a bocca socchiusa per lo stupefatto, incredulo, sfolgorante sollievo. 7, 6, 5, 4, 3… Credevo che avremmo rivisto Marion, e invece all’improvviso una bottiglia gigantesca riempì lo schermo. L’etichetta era a stento visibile, ma una profonda voce maschile provvide a leggerla: — Ketchup Huntley Ricetta Classica! — Il tappo si svitò da solo, volò via, e la bottiglia si inclinò in avanti. La voce continuò: — Nel nuovo formato con la grande grandissima bocca! — Alla parola “bocca”, sopra la bottiglia apparve una nuvola da fumetto; e mentre all’interno della nuvola si formavano parole, una voce nasale, stridula, comica, la voce della bottiglia di ketchup, le pronunciò: — Però io ho ancora il mio vecchio sapore… Con tutta la tipica bontà di Huntley! — In quel momento, sullo schermo si materializzò di nuovo il sesto ciak, il charleston di Marion; ma questa volta, quando le mani del pianista calarono sulla tastiera, la voce acuta e divertente disse: — Sissignore! Tutto il vecchio straordinario sapore… — L’esplosione di jazz iniziò all’unisono con il termine “sapore”. Sorridente, Marion entrava in scena nel suo vestito rosso pomodoro. — Con tutta la tipica bontà di Huntley! — proseguì la voce; e Marion iniziò a ballare esattamente su “bontà”.

Nei venti secondi di quel charleston spettacoloso, la voce disse: — Sì! Ancora quello straordinario vecchio sapore… Il famoso gusto Huntley dei bei tempi andati! — E, alla fine del ballo, la voce disse: — Con l’antica bontà… Huntley! — nell’esatto preciso momento in cui Marion faceva l’occhiolino.

Marion uscì di scena, l’ultimo accordo di banjo si spense. La bottiglia gigante riempì di nuovo lo schermo, chinandosi in avanti a mostrare la bocca aperta, e sopra apparve un’altra nuvola da fumetto. Simultaneamente, le parole stampate e la voce buffa dissero: — Wow! — e lo schermo rimase vuoto.

— Grande! Grande! — Hugo Dahl si era messo a urlare. — Ci siamo, ci siamo! Non c’è bisogno di vedere altro. Marion, amore, fammi telefonare domattina dal tuo agente. Fred, la tua roba è pronta?

Un attimo prima che il raggio del proiettore si spegnesse, vidi il volto di Marion. Era pallido, stordito, stupefatto, come se qualcuno che lei amava l’avesse presa a schiaffi. Poi, nel buio, sentii il suo fiato sulla mia guancia quando mi sussurrò: — Nick, ma cos’è? Cos’è?

Più avanti, Fred stava parlando. Mi chinai su Marion e le mormorai, disfatto: — Uno spot.

— Un cosa?

— Una… una specie di annuncio pubblicitario. Come sui giornali. Non è per il cinema, Marion. È per la televisione.

— Quell’aggeggio sul quale abbiamo visto il mio film? È questo che ho girato? Non un film, ma… Il mio charleston serviva solo a fare pubblicità al ketchup? — Annuii nel buio, le presi la mano.

Fred stava dicendo: — Abbiamo provato con un professionista del biliardo. Colpi da maestro. E il tipo era grande. Interessante, ma fiacco, senza vita. Ho eliminato il pezzo. Abbiamo provato con un’idea umoristica. Il cattivo che lega la ragazza ai binari del treno, cose del genere. Non funziona, Hugo. Però abbiamo girato qualcosa che funziona sul serio. Un’intera giornata di lavoro. Abbiamo già montato tutto. Aspetta di vederlo. Jerry, sei pronto? Fai partire.

Sapevo. Quando la bottiglia gigante si inclinò in avanti e la voce ridicola ululò: — Nel nuovo formato con la grande grandissima bocca! — io sapevo cosa stava per apparire sullo schermo, e chiusi gli occhi. Ma quando il filmato pubblicitario si interruppe, e il rombo del motore di un antico biplano riempì la sala, mi appoggiai una mano sugli occhi subito dopo averli riaperti. Poi allargai le dita, e malgrado me stesso restai a guardare.

Incredibilmente, eccomi là in camicia bianca sventolante, calzoni da cavallerizzo e fasce di pelle, sull’ala più bassa di un antico biplano, sullo sfondo di un cielo azzurro chiaro. Le immagini erano state girate a una certa distanza dall’aereo, di lato alla fusoliera; nel frastuono del mio motore, non mi ero accorto della presenza dell’altro apparecchio, che si trovava un po’ sotto di noi. Il mio stomaco si contrasse. Sapevo che Los Angeles era un paio di chilometri sotto i miei piedi, immobili sull’ala dell’aereo, ma la macchina, da presa inquadrava soltanto l’uomo sull’ala e il cielo sopra; avremmo anche potuto essere a sei o sette metri dal suolo.

Di nuovo, a livello quasi fisico, come già era accaduto all’Olympic di San Francisco, percepii la fusione con qualcun altro, sentii che il mio corpo veniva occupato; avvertii il tentativo quasi irritato di spingermi da parte, cacciarmi in un angolo remoto del mio essere. Ma questa volta opposi una rabbiosa resistenza. Questa volta tenni duro, e… Sullo schermo la scena cambiò e, affascinati, noi due guardammo assieme.

Un’auto sportiva vecchio modello, con la capote nera abbassata, correva su una strada bianca, sbandando da un lato all’altro. Chiaramente, le riprese erano state effettuate da un elicottero che volava appena sopra l’auto, leggermente più indietro e di lato. L’autista della vecchia automobile aveva una mano sul volante, e con l’altra teneva ferma una ragazza che si divincolava al suo fianco. La ragazza portava un lungo vestito bianco. Aveva le mani legate dietro la schiena, ed era imbavagliata. — Sì! — stava dicendo la voce ridicola. — Tutto il grandioso vecchio sapore… — L’antico biplano apparve nell’angolo in alto a sinistra dello schermo, puntando sull’automobile. Il mio corpo penzolava in aria a testa in giù, con la camicia che sventolava e le ginocchia strette attorno al pattino. Quando l’aereo si trovò direttamente sopra l’automobile (mi sfuggì un urletto dalle labbra), la figura si lasciò cadere. Eseguì un perfetto salto mortale e atterrò sul sedile posteriore. Primo piano: in piedi sul sedile posteriore, io tenevo un braccio attorno al collo dell’autista, e tendevo l’altra mano per togliere la chiave dal cruscotto e impadronirmi del volante. Altro stacco: l’automobile ferma a lato della strada, con l’autista legato e imbavagliate, e la ragazza fra le mie braccia che puntava lo sguardo sul pubblico. — Con tutta la bontà dei bei vecchi tempi! — disse la voce buffa, ed esattamente su “bontà” la ragazza fece l’occhiolino, e io avvertii l’improvvisa scomparsa della pressione sui miei muscoli, i miei nervi, i sensi e la mente.

Sullo schermo, la grande bottiglia di ketchup si piegò in avanti, e la voce continuò a parlare. Ma io mi ero girato sulla poltrona a guardare sul fondo della sala di proiezione, e lo vidi. Camminava a passi lenti appena sotto il raggio bianco del proiettore, chiaro e trasparente; la parete dietro di lui era perfettamente visibile. Riconobbi il profilo aquilino, gli occhi socchiusi, e i capelli neri impomatati, tratti che mi erano familiari da centinaia di libri sul cinema e da una decina di film, di Rodolfo Valentino. Indossava quello che era forse il costume che aveva scelto per l’eternità: lunghi calzoni scuri, gonfi quasi fino alle caviglie; stivali; una cintura borchiata in pelle alta una ventina di centimetri; uno scialle ruvido gettato su una spalla della camicia. Ma adesso, quelle spalle un tempo così fiere si erano afflosciate. E nella destra, appeso per il sottogola, aveva il resto del suo costume: il grande cappello da gaucho che pendeva inerte, sconfitto. Senza guardare lo schermo, rabbrividendo alla voce della bottiglia di ketchup Huntley, camminò verso l’uscita, ma non la raggiunse mai. Mentre la voce ridicola urlava: — Wow! — Rodolfo Guglielmi scomparve come una luce spenta all’improvviso.

Marion e io uscimmo. Scivolammo nella nostra fila di poltrone e corremmo fuori prima che in sala si riaccendessero le luci. Camminammo sulla stretta strada, malamente illuminata da lampioni di foggia antica, forse i residui di un film dimenticato. La luna era alta, quasi piena, e il suo chiarore dolce, morbido. I vecchi edifici in legno e mattoni che superavamo erano bui e muti, con finestre nere come l’inchiostro, oppure gialle nella luce lunare. All’angolo, svoltammo verso il cancello d’ingresso dello studio e la guardiola dove un uomo della sicurezza stava leggendo una rivista. Arrivati lì, Marion mi mise una mano sul braccio, e ci fermammo.

Si girò a guardare la strada deserta sotto la luna, immobile come quella di una città fantasma. Fissò l’edificio scuro e morto al nostro fianco. Poi si girò verso me. — Abbracciami, Nickie — disse. Io obbedii, e lei studiò il mio viso. — Sembri proprio lui. Quasi. Quasi perfettamente identico, però… Non lo sei. Non lo sei. Baciami lo stesso, Nickie. Dammi il bacio dell’addio! Perché non tornerò mai più.

La attirai a me, la baciai con dolcezza, con tenerezza. Le sfiorai il viso con le dita, le guance; le scostai i capelli dalle tempie; e lei, pallidissima nel chiarore lunare, mi sorrise. Poi io la baciai di nuovo, e dopo un attimo lei indietreggiò. — Ehi. Era per me o per Marion?

— Per Marion. Quel bacio era per Marion. Volevo farle sapere che qualcuno tiene a lei. E che si ricorderà. — Presi Jan fra le braccia. — Però questo è per te.

Trovammo un taxi e demmo l’indirizzo dell’hotel. Il mattino dopo, di buon’ora, saremmo tornati a casa. Non sarei mai entrato al 1101 di Keever Street, ormai lo sapevo, però dovevo vedere quella villa, e così chiesi all’autista di passarci davanti.

Quando svoltammo in Keever Street e io lessi la targa della via, mi guardai attorno. Non sapevo se fossimo ancora a Beverly Hills o no; la zona non collimava con la mia idea di Beverly Hills. C’erano negozietti su entrambi i lati della strada: una drogheria dall’illuminazione sfavillante, coi clienti che spingevano carrelli per la spesa; un negozio di dischi; una lavanderia; stazioni di servizio; tre ristoranti con servizio di cibi da asportare, tutti pieni zeppi: erano le nove di sera. E disseminati tra un negozio e l’altro, isolati oppure a gruppi di due o tre, sorgevano i resti laminati in amianto di quella che un tempo era stata la zona residenziale del quartiere. Non erano più case per una sola famiglia (si vedevano otto o dieci cassette della posta sotto ogni portico), ma condomini, con la demolizione come unica prospettiva futura. Non era una zona povera; non credo che qui sia permessa l’esistenza di zone povere, però era l’equivalente della povertà a Los Angeles.

Percorremmo lentamente l’isolato coi numeri dal settecento in su; poi l’ottocento, il novecento, il mille, ed erano tutti uguali. E lo era anche l’isolato del millecento, sul nostro lato della via. Ma non sull’altro.

Il taxista mise in folle e fermò al marciapiede di quello che doveva essere il numero 1101, perché non c’erano altre case. Guardammo. Alle nostre spalle, le luci e le insegne di un negozio di biciclette e di uno di liquori, entrambi aperti; e a poche decine di metri di distanza, all’angolo, l’illuminazione a giorno di una stazione di servizio Standard non concedeva un solo millimetro alla sera. Ma sul lato opposto della via, una grande area buia, illuminata soltanto dalla luna, era muta e immobile, immersa in un altro tempo.

Sotto il grande disco lunare si stendeva un isolato circondato da mura in pietra alte a petto d’uomo; facevano da base a una recinzione in ferro alta almeno tre metri. Le mura si interrompevano in un solo punto, direttamente di fronte a noi: un doppio cancello in ferro battuto, magnificamente lavorato, alto sei metri, immetteva su un sentiero d’accesso in ghiaia. Dietro il cancello e le pareti che si protendevano sulla via in entrambe le direzioni c’erano acri (masse nere nel chiarore lunare) di enormi alberi, con le cime che si stagliavano contro il cielo luminoso; grandi grumi di alte siepi; argentee distese di prato; sentieri bianchi e statue appena intraviste; e sul fondo, oltre le massicce presenze di alberi e siepi, la casa, un’enorme villa a quattro piani in stile spagnolo.

Non una finestra del lato che potevamo vedere era illuminata. La grande casa, lontana dalla via, più nascosta che visibile, dava l’idea di non avere mai conosciuto l’illuminazione, e di non essere destinata a conoscerla in futuro. La tentazione di scendere dal taxi e correre al cancello fu irresistibile. Lo scrutai dal marciapiede. Al centro di ciascuna delle due metà, incastonato nel ferro battuto, un grande ovale convesso di metallo, incorniciato da una corona d’alloro. Su quello di sinistra, in uno stile molto elaborato, era sbalzata la lettera V, e sull’altro una B. Mi aggrappai alle sbarre e scrutai nel buio. Sentivo solo il rumore dei rami mossi dalla brezza, e il fruscio leggero di una foglia sulla ghiaia del sentiero d’accesso. D’impulso, tentai di dare una scrollata alle sbarre che stringevo in mano, ma erano inamovibili, come affondate nell’acciaio. Restai a guardare per qualche altro istante, poi tornai indietro.

Al lato opposto della via, fermo davanti al taxi prima di risalire, mi girai di nuovo a guardare. Là dentro, da qualche parte… Ma scossi la testa, irritato con me stesso; e cercai di non pensare a quello che poteva trovarsi all’interno della villa lontana, immersa nel buio, lambita dai raggi della luna; e salii sul taxi.

All’hotel, raccontai a Jan della giornata e di Rodolfo Guglielmi. Lei mi ascoltò, scosse la testa, mi sorrise incredula, scosse di nuovo la testa. E parlammo di Marion; dicemmo il poco che c’era da dire. A pianterreno, nell’atrio, avevo comperato il Times di Los Angeles, e lo sfogliammo a letto; ma per noi era difficile da seguire, e molte delle notizie non ci interessavano, come succede sempre col quotidiano di un’altra città. Mi alzai, andai allo scrittoio, sfogliai le pagine del giornale che raccontava cosa si potesse fare in città; ma a quanto sembrava, al di fuori del nostro hotel non succedeva proprio niente. In un cassetto c’erano delle cartoline, già affrancate dalla direzione, scoprii; un vero tocco di classe. E siccome sapevo che le avrei comunque pagate, ne presi una (una foto della piscina dell’hotel) e mi misi a scrivere. “Caro Al, eccoci qua nella celebre, eccitante Hollywood! C’è pieno di star! Domani andiamo a Forest Lawn, a visitare il mausoleo famoso nel mondo intero di Felix il Gatto. Con affetto, il tuo amico Nick.” In corridoio non c’era nessuno. Lasciando aperta la porta della stanza, schizzai fuori in pigiama, infilai la cartolina nella buca accanto all’ascensore, e tornai al riparo sano e salvo. Verso le undici, o un paio di minuti dopo, spegnemmo la luce, e il telefono squillò quasi all’istante.

Jan era la più vicina all’apparecchio. Alzò il ricevitore e rispose. — Pronto? — Nel buio, cercai e trovai l’interruttore della lampada sul comodino. Jan sussultò al tono esagitato della voce, poi scostò il ricevitore dall’orecchio, e io mi avvicinai ad ascoltare. — Che diavolo di fine hai fatto? — stava strillando una voce maschile. — Dove sei andata? Ho dovuto…

— Chi parla?

— Hugo Dahl, per la miseria! È tutta la sera che chiamo, ogni mezz’ora! Adesso stammi a sentire. Hai visto il tizio che stava con me in sala di proiezione? Giovane, calvo, vestito marrone? Be’, è Jerry Houk! Un produttore. Cinema, non televisione. È un pezzo grosso, e tu gli piaci. Stanno finendo un film. C’è una parte disponibile. Molto piccola. Una scena velocissima. Che hanno già girato. Però sono ancora sul set. Domani è l’ultimo giorno di riprese. Trovati lì all’una, e cercheranno di infilarci dentro un paio di inquadrature con te prima di chiudere. Se le troveranno buone, le useranno. Okay? Gesù, è un’ora e mezzo che tento di raggiungerti!

Jan fissava il telefono. Mi guardò, e accennò a passarmi il ricevitore, poi incollò il microfono all’orecchio.

— Allora? — chiese la voce di Dahl. — Cosa ne dici? Vuoi… Ehi, ma tu sei davvero Marion Marsh?

Jan esitò per un altro istante. Poi, con voce decisa, rispose: — Sì. Sì, sono Marion Marsh. E ci sarò. Domani all’una. Sono rimasta sorpresa per un attimo, signor Dahl. Non riuscivo più a parlare. Ma ci sarò. E non so dirle quanto apprezzi la sua gentilezza.

— Non se ne parla nemmeno. Ho sempre avuto un debole per Marion Marsh. Buona fortuna, ragazza. E salutami… mio Dio!… tua nonna!

Jan riagganciò. Col telefono in mano, rimase a guardare nella mia direzione, al lato opposto della stanza. — Ma come… — le dissi.

Jan si limitò a scuotere la testa.

— Lei lo saprà — rispose. — Lo saprà. E ci sarà.

8

La stessa guardia alla reception, dopo lo stesso scambio di sonisi e sguardi di reciproca ammirazione, trovò il nome di Marion su un elenco di visitatori attesi. Il mio non c’era, ma Marion si limitò a dirgli che era tutto a posto, e lui le spiegò come trovare il teatro di posa 2. Poi percorremmo la stessa stradina dello studio, adesso inondata dal sole e piena di gente, che la sera prima avevamo percorso tra silenzio e chiaro di luna.

Una doppia porta d’acciaio verniciata in grigio ci fece entrare nel teatro di posa 2, un altro enorme edificio che pareva un granaio. In fondo alla penombra dell’ampio pavimento di cemento vedemmo un set sfolgorante di luci, con molte persone. Il battere di un martello sul legno echeggiava, produceva una vera eco, nel grande spazio chiuso; un uomo in tuta bianca da falegname entrò dopo di noi e corse avanti con un’asse.

Avvicinandoci, scoprimmo che il set rappresentava tre lati di una grande stanza quasi incredibilmente moderna nell’arredamento. Grandi dipinti privi di cornice, macchie e spirali di colore, erano appesi alle pareti; le statue sui piedistalli e nelle nicchie dei muri erano complessi assemblaggi di metallo, plastica e legno; tappeti e mobili erano bianchi, ma tutto il resto, compresi gli abiti degli attori, sfoggiava colori aggressivi.

Non stavano lavorando, ci rendemmo conto procedendo a passi sempre più lenti e timidi verso il set. In piedi o seduti, chiacchieravano, bevevano caffè da bicchieri di plastica; intanto, tre operai in tuta bianca modificavano l’angolo di un piccolo binario di metallo avvitato su fogli di compensato. Il binario portava al set, vi si proiettava all’interno per un metro circa. All’estremità opposta del binario c’era una macchina da presa su ruote, molto bassa e talmente grande che sul retro era montato un sedile sul quale si trovava un ometto dall’aria nervosa. L’uomo guardava dal mirino della macchina, e dava l’idea di un contadino sul suo trattore.

Ci fermammo ai bordi del set. Qualcuno ci guardò. Di fronte a noi due uomini, non in abiti da party, stavano discutendo. Erano sui venticinque anni, entrambi con basette e capelli piuttosto lunghi. Indossavano maglioni e calzoni sportivi; una tenuta da lavoro. Ci lanciarono un’occhiata e continuarono a parlare, poi uno dei due, con un portablocco sotto il braccio, si avviò sul set verso noi. Avvicinandosi, inarcò le sopracciglia in una domanda muta, e Marion gli sorrise. — Sono Marion Marsh.

Lui consultò i fogli sul porta-blocco. — Perfetto. — Restituì il sorriso con una certa cordialità. — Il signor Hiller spera di poter parlare con lei, signorina March.

— Marsh. Marion Marsh.

— Marsh. Mi scusi. Spera di poter parlare con lei. Nel frattempo… — L’uomo si guardò attorno, poi indicò una grossa scatola grigia sulla quale era scritto il nome dello studio. Si trovava a fianco del set, a un metro circa dal punto in cui iniziava il pavimento coi tappeti bianchi. — Vuole sedersi lì, per favore? E ci resti. Non si muova. — Sorrise di nuovo e tornò dall’uomo col quale stava parlando. Il signor Hiller, probabilmente.

Gli uomini in tuta avevano finito di spostare il binario. Un paio di operai in camicia verde e calzoni spinsero avanti la macchina da presa fino all’inizio del set, poi la riportarono indietro. Stavano provando il binario e l’angolo di ripresa, con l’operatore che continuava a guardare dal mirino. Poi l’operatore annuì a Hiller, che strillò: — Okay, tutti ai loro posti! — e gli attori cominciarono a dare i bicchieri del caffè a uno degli uomini in tuta verde, che faceva il giro del set con un vassoio. Tutti si sistemarono in coppia e a gruppi; qualcuno sedette, ma la maggior parte degli attori rimase in piedi. Una donna con un vassoio di bicchieri parzialmente colmi di liquore cominciò a muoversi tra la folla. Qualcuno prese un bicchiere; qualcuno accese una sigaretta. Una ragazza con un vassoio col necessario per il trucco andò in giro a controllare gli attori, spruzzò cipria su qualche faccia.

Dopo di che, restammo seduti sulla scatola grigia per tre ore. Il binario venne ancora spostato e la scena fu girata tre volte, con lunghe, lunghe attese fra un ciak e l’altro; non ho mai saputo perché. Dopo due ore, uno degli uomini in tuta verde ci portò due Coca in bicchieri di carta. — Da parte del signor Hiller.

Gli attori, uomini e donne, erano giovani o quasi, e indossavano abiti eccentrici, singolari, esageratamente colorati. Marion li studiava. E a ogni ciak, in piedi o seduti, tenevano in mano il bicchiere, la sigaretta, parlavano, ridevano. Forse per una ventina di secondi. Poi uno degli ospiti, un uomo tozzo e barbuto che parlava con una ragazza, esplodeva in una risata molto sonora; tutti si giravano a guardarlo, e la scena finiva lì.

Un po’ dopo le quattro del pomeriggio la scena terminò per la terza volta, e il regista urlò: — Okay, va bene così. — Sospirò, sbatté le palpebre cinque o sei volte, si fece dare un portablocco dall’altro uomo e lo consultò. Poi guardò noi. Restituì il portablocco e ci raggiunse.

— Adesso giriamo con lei, signorina Marsh — disse, fermandosi di fronte a noi. — Scusi il ritardo. Dovranno vestirla e truccarla, e risparmieremo tempo se potrò parlare con lei intanto che è al trucco. — Fece cenno a Marion di seguirlo e girò un angolo del set, verso la parete dell’edificio e una specie di grossa roulotte montata su cavalletti di legno. Sul fianco c’erano una mezza dozzina di porte, e scalini in legno che portavano alla piattaforma davanti a ogni porta: camerini, probabilmente. Una donna di mezza età li raggiunse. Entrarono tutti e tre in uno dei camerini e chiusero la porta.

Il tizio col portablocco urlò: — Silenzio! Silenzio, per favore! — e dopo che le chiacchiere si furono spente disse: — Va bene. Adesso rigiriamo una scena. La… — Guardò il portablocco. — La ottantuno. Controllate il copione, se dovete. È la scena con la ragazza in abito lungo. — Non accadde nulla. Chiacchiere e sorseggiare di caffè e Coca continuarono, e l’uomo col portablocco si buttò su una sedia e restò a fissare il pavimento.

Il regista e Marion uscirono dalla roulotte. Marion era truccata e indossava un lungo abito blu chiaro, con una corda blu scuro alla vita. Mentre procedevano verso il set, vidi che lei era a piedi nudi. — Tutti ai loro posti — urlò il regista, e gli attori si riposizionarono. Adesso occupavano posti diversi: stesso party, ma un’altra scena. Di nuovo vennero distribuiti i bicchieri e ritoccato il trucco.

Il regista accompagnò Marion sul set. Gli attori, in posizione ma muti, li guardavano. Mormorando istruzioni, Hiller guidò Marion e la sistemò al suo posto. Un attore le si avvicinò, le sorrise e disse: — Bla, bla, bla, bla — e Marion sorrise e disse qualcosa. Venne portata a una seconda posizione. Il giovanotto la seguì. Due uomini che stavano discutendo davanti a un quadro si girarono e si avviarono verso Marion.

Provarono l’intera scena. Alla fine, il regista indicò col piede un punto sul pavimento, e io vidi Marion annuire. Hiller guardò l’orologio, poi disse: — Okay, adesso giriamo.

Gli attori ripresero le loro posizioni. Le luci divennero più intense; da chissà dove uscì una musica dura, stridente, ma non troppo forte. Qualcuno urlò: — Silenzio sul set! — L’illuminazione divenne ancora più forte; un’altra voce strillò: — Si gira! — Un uomo con una lavagnetta apparve sul set e camminò verso la macchina da presa, che sul binario si era spinta fino all’inizio del pavimento. L’uomo alzò la lavagnetta, e io lessi: 81. Marion Marsh. Ciak Uno. L’uomo batté l’asticella di legno, uscì di corsa dall’inquadratura. Le chiacchiere del party cominciarono, e io rimasi a guardare, affascinato, eccitato, colmo di ansietà per Marion.

Lei era su un lato del set, vicino al regista, e tutti gli altri parlavano, ridevano, si spostavano, formavano nuovi gruppi. I due uomini guardavano la tela alla parete, davano l’impressione di discuterne. Poi il regista fece un cenno con la testa a Marion, e lei entrò sul set e si fermò nella posizione che lui le aveva indicato. Scrutò il party con un’aria vagamente divertita, vagamente annoiata, e io avvertii un improvviso, piccolo brivido. Marion sembrava così a proprio agio, padrona della situazione; in una maniera che non capivo allora e non capirò mai, col suo modo di camminare, guardarsi attorno, e adesso stare ferma, mi aveva fatto capire che al party era arrivata una persona importante.

L’attore che le si era avvicinato nella breve prova per dire: “Bla, bla, bla” la raggiunse di nuovo, e disse qualcosa che la musica rese incomprensibile. E quando Marion rispose, e sorrise, io vidi il mento dell’uomo sollevarsi un poco, e il suo sorriso di risposta non era finto, svelava un interesse reale. I due uomini davanti al quadro si girarono a guardarli. Uno scrollò le spalle e disse qualcosa, e l’altro rise, voltando le spalle alla parete. In quel momento si accorse di Marion, e lui e l’altro si incamminarono verso lei. Lei li vide, sorrise di piacere, tese la mano; e l’uomo più vicino a lei affrettò il passo per correre a stringerle la destra e salutarla per nome, che era Essie. I quattro rimasero a parlare, a sorridere; poi l’intera stanza (i singoli individui, le coppie, i gruppi) si accorse, quasi all’unisono, della presenza di Essie. Tutti si giravano, la vedevano, la fissavano in silenzio, poi si mettevano a parlare concitatamente con la persona più vicina. Per cui ci fu un momento di silenzio crescente, quasi totale, mentre la stanza scrutava Marion, e subito dopo un eccitato aumento di tono nel brusio delle conversazioni. E anche se gli ospiti ricominciarono a parlare, tutti lanciavano occhiate di soppiatto a Essie, senza stare a sentire cosa dicessero gli altri. Ma stava accadendo anche un’altra cosa: tutto era diventato vero, reale.

Non so se qualcuno sia mai riuscito a darne una spiegazione, ma di tanto in tanto nascono rare persone diverse da tutti noi. Riescono a scatenare qualcosa che è reale, invisibile, e potente nei suoi effetti quanto l’elettricità. E Marion lo stava facendo. Al centro del party, lo teneva in pugno. Gli altri erano intensamente consapevoli della sua presenza, non si limitavano a recitare. Adesso il party era vero (io mi scordai che si trattava solo di un film) perché era entrato in azione un magnetismo. Doveva essersi verificato un momento simile, mi resi conto, la prima volta che la Garbo si era trovata davanti a una macchina da presa.

Marion lasciò gli uomini coi quali stava parlando e raggiunse la sua destinazione finale, il punto sul pavimento che il regista aveva sfiorato con la scarpa. Per un attimo restò a sorridere pigramente, consapevole dell’attenzione che aveva provocato e del tutto indifferente. Poi, quasi senza accorgersi di farlo, mosse leggermente spalle, braccia e fianchi, in maniera indolente e un poco insolente, in un accenno di ballo moderno; una cosa che non poteva avere imparato, che doveva avere intuito. Stava per mettersi a ballare sul serio. L’intera stanza lo capì. Le conversazioni si spensero, e tutti fissarono Marion colti da vero fascino. Per un attimo, lei restò immobile, esitò. Il regista urlò: — Stop! Stop! — e si avviò sul set verso lei.

Ma sorrideva. — Bene — disse, procedendo verso Marion. — Gesù Cristo, è stata grande! Senta — disse in tono stupefatto, fermandosi di fronte a lei — lei ha qualcosa di speciale, lo sa? Una… — Scrollò le spalle. — Non so. Una presenza, credo. Potrebbe rifarlo? — Fu preso dall’improvvisa preoccupazione che lei non ne fosse capace. — Senta, potrebbe rifarlo? Nello stesso identico modo! Non cambi niente. Tranne… — Sorrise, alzò una mano per dimostrarle che non la stava rimproverando, ansioso di non innervosirla nemmeno lontanamente. — Tranne per quell’esitazione — concluse in tono dolce. — Okay! — urlò, ma l’uomo col ciak gli stava battendo sul braccio per attirare la sua attenzione. I due confabularono per qualche istante. Il regista guardò l’orologio. — Okay, andiamo in straordinario — disse. — Dobbiamo girare questa scena. Okay, tutti ai loro posti!

La ragazza del trucco fece un altro giro, l’operatore armeggiò con l’obiettivo, l’uomo con la lavagnetta apparve, diede il ciak; e accadde di nuovo. Però non fu la stessa cosa. Quella volta… Non lo avrei creduto possibile, ma quella volta fu meglio. Meglio perché adesso tutti, sul set, sapevano che quel giorno stava succedendo qualcosa d’importante, e l’aria vibrava dell’eccitazione di quella consapevolezza. Rifecero tutto, e la scena fu una meraviglia. Chi è costei?, diceva la scena mentre Marion raggiungeva la sua posizione finale. Chi è questa incredibile Essie, e cosa farà?

Marion lasciò i tre uomini, si spostò verso la sua ultima posizione, la raggiunse, e si fermò di nuovo, pigra, insolente, serena e orgogliosa. Di nuovo mosse il corpo al ritmo della musica, solo un poco, ma la forza di quella sensuale promessa mi mozzò il respiro in gola. E questa volta, senza la minima esitazione, la sua mano si posò sulla corda blu attorno alla vita e slacciò l’unico nodo. Con un passo in avanti, con le spalle che già ballavano, si liberò del vestito, lo lasciò cadere sul pavimento, e sorrise agli ospiti, completamente nuda. Sulla curva dello stomaco, col rossetto, era stato tracciato un cuore; una freccia piumata blu lo trafiggeva, e pareva che la punta e metà della freccia fossero penetrate nell’ombelico di Marion. E il cuore e la freccia trasformavano la sua nudità in qualcosa di osceno.

Lei sorrise al pubblico, un attimo prima che la danza iniziasse; poi aggrottò la fronte. Abbassò gli occhi su se stessa, li rialzò, ma adesso guardava oltre il pubblico. Dopo di che, quella ragazza del 1926 (per quanto spregiudicata, sempre una ragazza del 1926) disse: — No. — Lo disse a voce piuttosto alta, ma parlava soprattutto a se stessa. — Per la miseria, no. Questo non è cinema. — Si guardò attorno. Il suo sguardo passò in rassegna tutte le facce. — Bastardi — disse. Poi si voltò a fissare il regista, e con una voce gonfia di disprezzo disse: — Bastardo. Questo non è CINEMA! Per niente!

Il regista si rianimò. — Stop! Stop! — Si incamminò verso Marion. — Tu, stammi a sentire! Se vuoi passare questo maledetto provino, se hai intenzione di lavorare ancora… — Si fermò e, come tutti gli altri, restò a guardare.

Marion si era chinata a raccogliere il vestito, e senza prendersi il disturbo di indossarlo, di nascondere la propria nudità, lo buttò sprezzante su una spalla; e a testa alta lasciò il set, diretta al camerino.

Di colpo, tutti quanti trovarono qualcosa d’urgente da fare. Mi ignorarono come se io fossi invisibile. Il regista, in particolare, non ebbe un attimo di quiete: passeggiò rabbiosamente avanti e indietro; ordinò che il set venisse irrevocabilmente smontato il più in fretta possibile; lasciò liberi gli attori; fece spegnere e rimuovere le luci, assieme a tutte le attrezzature. E quando Marion uscì vestita, ogni singola persona fece l’impossibile per ignorarla mentre percorreva il set nella mia direzione, a testa alta, pronta a scoccare occhiatacce a chiunque. Le andai incontro, la presi a braccetto; e percorrendo un angolo del set verso l’uscita lontana, anch’io avevo la testa eretta e l’aria bellicosa, e cercai attorno qualcuno disposto a sostenere i nostri sguardi. E qualcuno lo fece. Alcuni attori e tecnici puntarono gli occhi nei nostri, magari con un’aria un po’ ironica, ma comunque sorrisero per dare la loro approvazione. Però fuori, nella penombra, nel lungo percorso verso le porte di metallo grigio e la strada dello studio, Marion pianse un po’. Poi smise.

Pensavo se ne fosse andata. All’esterno dello studio, mentre facevo cenno a un taxi fermò a una decina di metri da noi, chiesi: — Jan?

— No. Sono Marion, Nickie. Sono una puttana egoista, e lo so. Ma non sempre. Non proprio sempre. — Il taxi si fermò davanti a noi. Lei si chinò sul finestrino anteriore aperto e disse all’autista: — Keever Street, 1101.

Sul taxi non volle parlare. Quando ci provai, mise la sua mano sulla mia per un attimo, per zittirmi e farmi capire che sapeva che ero pronto a consolarla, se avessi potuto; poi si girò a guardare fuori dal finestrino.

Scendemmo alla stazione di servizio Standard, a un quarto di isolato dalla grande cancellata in ferro battuto. All’angolo c’era una cabina telefonica, e Marion chiamò il numero di Bollinghurst, Theo N. — Lo hai trovato? — le chiesi quando uscì.

— No, però ho trasmesso il messaggio. Ho detto che Marion Marsh sta aspettando. Davanti al cancello.

Avviandosi in strada, verso le mura e la recinzione in metallo che si stendeva in entrambe le direzioni, lei disse: — Sono già stata qui. Quando la villa era nuova. L’ho vista da un bus turistico. — Camminammo lungo il muro, poi ci fermammo al grande cancello che chiudeva il sentiero d’accesso. Marion indicò le vecchie placche al centro, una con una V, l’altra con una B. — All’epoca erano lucidissime. Brillavano come oro. — Alla luce del giorno, vidi che le placche non erano in ferro come il cancello; erano di bronzo, chiazzate di verde dal verderame. Sulla chiave di volta dell’arco che contornava la sommità del cancello, un cartiglio di bronzo sormontato da un elmetto piumato diceva GRAUSTARK. Ma anche quello era ormai verde, e alcuni dei paletti della palizzata erano privi di vernice, e sotto si vedeva la ruggine. Sul muro in pietra alla nostra destra, una scritta a vernice spray di chissà quanto tempo prima, ormai praticamente illeggibile.

Udimmo un rumore, un forte tintinnio metallico, e sul sentiero d’accesso apparve un uomo in bicicletta che correva verso noi. Di aspetto giovanile, calvo, indossava una specie di uniforme da maggiordomo, però senza giacca: pantaloni neri con una striscia bianca sui lati delle gambe, panciotto a strisce orizzontali bianche e nere, bavero, farfallino. Saltò giù dall’antica bicicletta e percorse gli ultimi metri col solo piede destro su un pedale. Annuì cordialmente, e con una grossa chiave d’ottone aprì un cancelletto che si trovava all’interno del grande cancello, talmente ben mimetizzato che io non mi ero accorto della sua presenza. Ci invitò a entrare gesticolando. Dopo che fummo passati, l’uomo richiuse il cancelletto. Poi, spingendo a mano la bicicletta, ci accompagnò sull’ampia curva del sentiero d’accesso, verso la casa.

— I prati erano meravigliosi, quando li ho visti io — mormorò Marion. — L’autobus si è fermato al cancello per lasciarci guardare dentro. Gli irrigatori erano in funzione, e ognuno creava un arcobaleno, e l’erba era perfetta. — Adesso non lo era. Il prato era stato rasato da poco, ma vista così, a distanza ravvicinata, l’erba era deturpata da grandi isole di tarassachi ed erbacce recise. — La ghiaia era bianchissima e appena rastrellata. — Ma se le manciate di pietruzze che restavano adesso sul sentiero erano mai state bianche, era difficile immaginarlo, e non c’era quasi più nulla da rastrellare. Essenzialmente, il sentiero era composto di un paio di solchi invasi da erbacce, stoppie, e foglie ingiallite.

Eppure, il terreno non era in stato d’incuria. Le siepi e gli alberelli che superammo avevano bisogno di essere potati, sistemati, ma non erano abbandonati a se stessi. Venivano curati, però in maniera sommaria; come se, pensai, non ci fosse più qualcuno a controllare la qualità del lavoro.

Procedendo sul sentiero, la casa diventava sempre più grande, si espandeva in entrambe le direzioni, e io vidi che era davvero enorme: una gigantesca villa a due piani, a tetto piano, in stile spagnolo, con le mura a stucco grezzo, color beige. Grandi scalini in pietra portavano dal sentiero alla veranda, alla massiccia doppia porta in legno lavorato.

Saliti i tre gradini, dalla veranda passammo nell’atrio, ampio ma non enorme. Il pavimento era a mattonelle in pietra nere e bianche, a mo’ di scacchiera. Dal soffitto alto due piani pendeva, appeso a una catena coperta di velluto, il lampadario di cristallo più grande che io abbia mai visto in una casa privata. E lì aspettammo venticinque minuti, seduti l’uno di fronte all’altra su sedie a schienale rigido foderate di velluto.

Io avevo davanti una doppia porta scorrevole in quercia, sotto un’imponente arcata; ai lati dell’arcata, due armature medievali, ciascuna dotata di una lancia lunga tre metri. Alla mia destra, una scala curva con la passatoia terminava su una porta sotto un arco; dietro doveva esserci un corridoio. Marion guardava me e una finestra alta due metri e mezzo appena dietro la mia sedia. La finestra dava su un pezzo di giardino e una grande fontana che non buttava più acqua da chissà quanto tempo. Il fondo della vasca era colmo di foglie marce.

Aspettammo nel lusso e nello sfarzo, a un tempo imponenti e patetici, di un’altra epoca, un altro gusto. A tratti si udivano rumori distanti giungere da porte lontane, chiuse. Poi con la coda dell’occhio intravidi un movimento, girai la testa, e lui apparve su un angolo della scala che stava scendendo a passi lenti. Indossava quello che mi parve uno smoking vecchio stile, a colletto estremamente rigido.

Senza dubbio era vecchio, molto vecchio. E senza dubbio era Ted Bollinghurst. Se nel 1926 aveva quasi quarant’anni, adesso doveva essere vicino al secolo, ed era esattamente l’età che gli avrei dato: rughe su rughe, ben al di là dei settant’anni. L’eterea fragilità dei novanta e più. Ci alzammo. Lui ci sorrideva a occhi socchiusi, perché forse non era ben certo di vederci, e prima che lui parlasse io ebbi il tempo di studiarlo.

Era il naso a svelare l’identità di Ted Bollinghurst. Marion mi aveva parlato di un naso camuso, ma non ero preparato a un naso così girato all’insù, quasi una deformità, con narici che erano lunghi buchi neri. Era calvo, e al tempo stesso non lo era; su un cranio insolitamente a cupola crescevano pochi ciuffi di capelli, però talmente fitti da non lasciare spazi vuoti. Una capigliatura stranamente scura, come quella di un candidato alla presidenza, che una meticolosa riga centrale divideva in due, senza dubbio da sempre. Adesso, però, i capelli scendevano flosci, inerti, sulle punte di orecchie larghe e raggrinzite.

Ormai era a metà della scala, e io vidi che i capelli erano chiaramente tinti, e che sotto gli zigomi prominenti c’erano due leggere chiazze rosse, e capii perché avessimo aspettato venticinque minuti. Bollinghurst si era dedicato al trucco, aveva un po’ restaurato il viso; e aveva indossato, scoprii, non uno smoking, ma una giacca da casa marrone scuro, coi risvolti di seta. Per incontrare Marion Marsh, quell’uomo vecchio, vecchissimo, aveva voluto apparire al suo meglio.

Lentamente, lentamente, sempre avanzando col piede destro, meticoloso passo dopo meticoloso passo come un bambino, con le mani che non lasciavano mai il corrimano, arrivò finalmente a vederci sul serio. Il suo sorriso diventò vero, e lui cominciò a piacermi. Mi piacque persino la sua strana faccia. — Marion?

— Sì. Sì, sono io… Ted. — Marion si era alzata, e fissava Bollinghurst a bocca spalancata. Poi gli regalò un sorriso splendido e corse ai piedi della scala. Lui scese gli ultimi gradini e tese una mano. Sorrideva ancora, però mi sembrò vicino al pianto.

— Marion, Marion, Marion — disse. Un tempo era stato più alto, probabilmente; ma ora, nonostante fosse sull’ultimo scalino, non era più alto di lei. — Che bello vederti. Mia cara, che bello, che bello. — Aveva lasciato andare il corrimano e stringeva la destra di Marion con entrambe le mani, scrutandola in volto; e Marion, che lo guardava sorridente, era a sua volta quasi alle lacrime.

Gli rispose, sinceramente felice e commossa di rivederlo, poi mi presentò, e il vecchio mi diede il benvenuto. La sua voce era molto sicura, sorprendentemente profonda, un poco più lenta di quella di un giovane, ma non troppo. Pareva un uomo vecchio ma ancora colmo di vigore, perfettamente padrone della mente e delle facoltà cerebrali. Però non poteva essere così, mi resi conto: se non era alla senilità, era comunque approdato al vago, generico stato confusionale che la precede. Perché non lo sfiorò nemmeno l’idea che la Marion Marsh che aveva conosciuto doveva essere una donna di ottant’anni. Chiaramente, per lui Marion era soltanto Marion, cioè la ragazza dei suoi ricordi, come era sempre stata. Però rammentò una cosa: — Hai cambiato il colore dei capelli, eh? — Scosse un indice che era un rametto secco, sorrise. Lasciò la scala e cominciò a muoversi sulla grande scacchiera, verso la doppia porta scorrevole. — Erano biondi! E tagliati alla maschietta — disse. Mi strizzò l’occhio e scosse la testa, come per dire “Queste donne!” — Però per il resto non sei cambiata. Nemmeno un po’. Riconoscerei quel sorriso da per tutto.

— E nemmeno tu sei cambiato. Ho ricono…

— Hai riconosciuto questo naso! — Una risata catarrosa, poi un colpo di tosse soffocato. — Quello non cambia!

— Secondo me è carino.

— Però il resto di me è cambiato, sono pronto a dichiararlo al mondo. Ragazzi, ragazzi, ragazzi. — Si fermò davanti alla grande porta, infilò le punte dei pollici nei due fori per l’apertura. — Tu non sei mai stata qui, vero? — chiese, incerto. — Sei stata a qualcuno dei party che davamo?

— No.

— E lei, signore? Nick? È la sua prima visita a Graustark?

— Sissignore.

— Bene. Ottimo. Tanti pensavano che io fossi scemo a comperarla, ma mi piace farla vedere. — Cominciò ad aprire la doppia porta, e io andai a dargli una mano; poi lui ci fece cenno di precederlo in una stanza non molto più piccola della palestra delle superiori dove giocavo a basket.

Come l’ingresso, era alta due piani; le tende erano chiuse, l’illuminazione soffusa. Somigliava più all’atrio di un buon hotel degli anni Venti che a un soggiorno; e chiaramente, era stata progettata in funzione di grandi feste. Appena superata la soglia, ci trovammo a guardare un locale con dodici o quattordici divani, e non so quante decine di poltrone imbottite, con stoffe fuori moda da decenni; e nonostante tutto quello, lo spazio era ancora aperto, arioso. C’erano tappeti altissimi, tre pianoforti a coda (tre), ognuno coperto da uno scialle a frange e da miriadi di fotografie in cornice. E tavoli, lampade, enormi vasi, soprammobili, statue, dipinti. C’erano lampade da pavimento alte un metro e ottanta, due metri. Una era completamente di vimini, anche il paralume, e la luce filtrava dai vimini; e quasi tutte erano adorne di altri ricchissimi scialli. A metà altezza della parete iniziava una balconata con porte chiuse che correva su tutti i lati della stanza, tranne quello dal quale eravamo entrati. Altri scialli spagnoli erano appesi alla ringhiera della balconata; su uno era ricamato un cactus, sugli altri rose.

Percepii tutto questo a una prima, veloce occhiata. Poi la mia testa si fermò, e rimasi a fissare la scala sul lato opposto della grande stanza, e non appena la vidi mi resi conto che quell’ambiente enorme era solo uno sfondo per la scala.

Dalla balconata, gradini delimitati da uno sfarzoso corrimano scendevano lungo la parete di fronte a noi. A non più di un metro sopra il livello del pavimento, terminavano in un pianerottolo in marmo bianco grande quanto un piccolo palcoscenico. Da lì, tre soli scalini di enorme ampiezza scendevano fino al pavimento, ognuno un po’ più largo del precedente. L’ultimo, con gli orli artisticamente arrotondati, doveva essere largo almeno cinque metri. Il pianerottolo era un palcoscenico, studiato per un’apparizione mozzafiato dall’alto, per attirare l’attenzione di tutti prima di scendere nella stanza e unirsi alla folla.

Ma poi capii che anche il pianerottolo era solo uno sfondo all’interno di uno sfondo per qualcosa d’altro. Sulla parete sopra il pianerottolo, rivolto verso la stanza e la grande entrata sulla quale cj trovavamo in quel momento, era appeso il ritratto, come minimo a grandezza naturale, di una donna così magnifica che il mio corpo ebbe un brivido quando lo guardai. Conoscevo quel viso: Vilma Banky, in un abito da sera degli anni Venti lungo fino alle ginocchia, con uno scialle spagnolo su una spalla. Aveva la testa girata e il mento leggermente sollevato, a mostrare il suo magnifico profilo. Al centro della fronte, un ricciolo di capelli tracciava spirale su spirale, all’infinito, ma se la cosa vi può sembrare buffa, non lo era: quella era una donna bellissima, stupenda, e nulla avrebbe potuto renderla assurda. Luci nascoste illuminavano il dipinto da ogni lato, senza creare riflessi, e la cornice dorata doveva essere alta almeno tre metri. E il ritratto era appeso a un’altezza scientificamente studiata. Chiunque (a eccezione di King Kong) fosse sceso dalla balconata sul pianerottolo si sarebbe trovato sovrastato da Vilma Banky.

Ted restò ad aspettare che noi due ci riempissimo gli occhi, come senza dubbio faceva sempre quando portava qualcuno in quella stanza per la prima volta. Alla fine ci girammo verso lui, mormorammo i nostri complimenti, e lui annuì, sorrise, e li accettò a nome di Vilma Banky. — Sì. Grazie. Questa è la stanza di Vilma. Ed è ancora casa sua, praticamente identica a come l’ha lasciata. Ho fatto lavorare per più di un anno, a tempo pieno, un gruppo di ricercatori prima di iniziare i lavori. Hanno consultato vecchi quotidiani e riviste e resoconti vari. Hanno intervistato o scambiato corrispondenza con gente che era stata qui spesso. Moltissime persone. E molte ci hanno prestato le fotografie che avevano scattato. Hanno consultato diari e lettere del periodo in cui Vilma ha vissuto qui. Hanno letto i suoi appunti sulle questioni domestiche. E per fortuna avevamo il catalogo dell’asta, con descrizioni millimetriche di praticamente tutto ciò che si trovava in questa casa. Così siamo riusciti a rintracciare molte delle cose che erano state vendute. Compreso il dipinto. Soprattutto il dipinto. Nella maggioranza dei casi siamo stati in grado di ricomperare. Molti mobili sono stati restaurati, riportati alle condizioni originali. Certe stoffe sono state addirittura ritessute. Una parte dei mobili è stata rifatta ex novo. Quindi adesso… Be’, lei si troverebbe a proprio agio in casa sua, se potesse tornarci. Però ho aggiunto alcune cose.

A passi lenti, si avvicinò a quello che mi era parso un tavolo dal piano ovale, molto elegante, con gambe sottili; ma seguendo Bollinghurst, vidi dapprima che il piano era in vetro, e poi che una piccola lampada schermata sotto il piano illuminava l’interno di quello che non era un tavolo, ma una vetrinetta foderata in seta azzurro mare. Ci fermammo davanti al mobile, abbassammo gli occhi; e io non capii cosa stessi vedendo al centro della vetrina, su un cartoncino stampato.

Era un grumo informe grande quanto una monetina da dieci cent, di colore fra il rosa e il grigiastro, con la superficie corrugata. Stava al centro di un pezzo di tela vagamente circolare, dai bordi frastagliati, delle dimensioni di una mano. Prima che io potessi leggere il cartoncino, Ted spiegò, abbassando la voce in segno di rispetto: — È la gomma da masticare che Spencer Tracy ha appiccicato sull’aereo di Clark Gable in Arditi dell’aria. — Marion sollevò un poco la testa a guardarmi, perplessa, e io lessi la sua espressione: chi è Spencer Tracy? Chi è Clark Gable?

— E questa… — Ted Bollinghurst stava ripartendo, e a quel punto vidi che metà dei tavoli della stanza non erano tavoli, ma vetrinette. Ci fermammo davanti a quella più vicina, foderata di una seta altrettanto sbiadita però di colore giallo, e ci chinammo. — La frusta di Ramon Navarro. Da Ben Hur. — E adesso Marion, col naso che quasi toccava il vetro, sorrideva, soddisfatta, compiaciuta, colpita.

Aggirammo lentamente un pianoforte, e tra le dozzine di fotografie piazzate sulla coda, tutte con dedica a Ted (e spesso col suo nome sbagliato), riconobbi quelle di Clive Brook, Leatrice Joy, Aileen Pringle, Larry Semon, Rod La Rocque, Clara Kimball Young. Marion e io rialzammo la testa nello stesso momento, i nostri occhi si incontrarono, e sorridemmo nel riconoscere quello che sembrava un ricordo comune. Però non lo era. Avevamo visto le stesse persone negli stessi film, e ogni minimo movimento sullo schermo era stato identico per entrambi, ma ovviamente avevamo visto cose diverse. Per lei si era trattato di persone giovani e belle, più vive che mai, e di film nuovi che preludevano a chissà quanti altri. Per me invece erano state resurrezioni, il miracolo finalmente reso possibile dal cinema: vedere persone scomparse, ormai mitiche. Ma sorridemmo e annuimmo, ognuno con un proprio piacere, e ci avvicinammo con Ted a un’altra vetrina identica alle precedenti, solo che era foderata in rosa.

Tutte quelle fodere di seta slavata avevano la stessa tessitura, cambiava soltanto il colore; e tutte erano fissate ai lati delle vetrine a grandi svolazzi, e tese sulle imbottiture al centro. Sul rosa di quella vetrinetta c’era… Cosa? Peli, neri come l’inchiostro, che possedevano ancora una forma ben definita. Se fosse stato possibile applicarli a un viso, sarebbero stati una barba perfetta; pizzetto alla Van Dyck, basette e baffi erano chiaramente distinguibili. Sul cartoncino era stampato BARBA DI RODOLFO VALENTINO, TAGLIATA NELL’ESTATE DEL 1924 su RICHIESTA DELL’ASSOCIAZIONE NAZIONALE BARBIERI. Marion stava annuendo. — Sì, ricordo. Ne hanno parlato tutti i giornali.

— La comperò Charley Morrison. Direttamente dal barbiere. Sì, è proprio vera. Per dieci soli dollari, brigante fortunato. Non me l’avrebbe mai venduta, ma quando lui è morto, nel 1950, l’ho comperata dalla vedova. Ho concluso l’affare al funerale. Ci sono stato costretto. Mi avevano detto che interessava alla Donna in Nero.

Sulla seta verde mela della vetrinetta successiva c’era un foglio battuto a macchina, con correzioni a mano sui margini e tra una riga e l’altra. — Un pezzo rarissimo — disse Ted. — È la quarta e quasi definitiva stesura della lettera annuale di Shirley Temple a Babbo Natale, pubblicata ogni dicembre in tutto il Paese. Questa l’ha scritta quando aveva quattordici anni. È una delle ultime. Alcune delle correzioni ai margini sono di L. B. Mayer in persona. — Guardammo colmi di meraviglia, chini sull’etereo mobiletto, e io lessi il foglio fino a “e ti prego, ti prego caro Babo, non dimenticare tutti i bambinni…” Lì mi fermai.

Vedemmo la gobba usata da Lon Chaney in Notre Dame de Paris, un meraviglioso grumo di stucco in un’imbracatura di cuoio. Non mi sarebbe dispiaciuto possederla e indossarla in casa, di tanto in tanto.

Ci trasferimmo a una cosa nera, informe, che a me sembrò un meteorite appoggiato su seta bianca, e devo darne atto a Ted: ci spiegò scrupolosamente che non era del tutto certo dell’autenticità di quel pezzo. Pensava, aveva motivo di credere, che si potesse trattare del mezzo pompelmo che James Cagney aveva spiaccicato in faccia a Mae Clarke in Nemico pubblico. Lo aveva comperato per venti dollari da un inserviente del set che gli aveva garantito l’assoluta originalità del pompelmo, però Ted non era convinto al cento per cento che quel frutto non fosse stato usato solo per le prove.

Vedemmo, su una seta color sorbetto all’arancia, tre frammenti delle decorazioni dell’albero di Natale al quale spara William Powell, con un fucile ad aria compressa, in L’uomo ombra. E su una seta blu scuro (quello era un pezzo autentico sul serio, perché Ted in persona lo aveva rubato dal camerino di Marlene Dietrich subito dopo l’ultimo giorno delle riprese di Marocco), un flacone di crema depilatoria.

Su seta argentea: quattro oggetti d’oro a forma di mezzaluna. Chino sulla vetrina, vidi che gli orli interni erano affilati, sottili come fogli di carta. Parevano scimitarre in miniatura con tanti piccoli fori. RINFORZI DEI TACCHI DELLE SCARPE DI RUBY KEELER, LOGORATI SUL SET DI “QUARANTADUESIMA STRADA”.

— D’oro? — chiesi a Ted.

— Li ho fatti placcare.

Vedemmo la farfalla artificiale che Lew Ayres tentava di afferrare dalla sua trincea, appena prima che gli sparassero nella scena finale di Niente di nuovo sul fronte occidentale; e un mezzo dollaro lanciato da George Raft. E in una delle ultime vetrinette, un piccolo oggetto lungo circa quattro centimetri, su seta scarlatta. La forma ricordava vagamente quella di un otto; era avvolto nel cellophane e fermato a metà da un nastro di carta. Non c’era il solito cartoncino. Ted lanciò un’occhiata nervosa a Marion, poi si chinò verso me. — Viene da un film di Andy Hardy — sussurrò. — È il contraccettivo che Lewis Stone trova nel taschino per l’orologio dei calzoni di Andy, il mattino dopo il ballo studentesco. Ovviamente, nel film non si vede. Il giudice Hardy lo tiene nascosto in mano quando lo mette sotto il naso di Andy, non dice di cosa si tratti, ma si capisce benissimo. Me lo ha dato il giudice in persona.

Avevamo raggiunto le scale, e ci fermammo un momento. La parete era tappezzata da scaffali di libreria dal pavimento al livello dell’occhio; sugli scaffali, volumi rilegati in pelle con scritte in oro sui dorsi. Ogni volume conteneva un’annata di Photoplay, Silver Screen, o qualcuna delle altre vecchie riviste di cinema, ognuna contraddistinta da un suo colore. Lo scaffale più in basso ospitava sceneggiature rilegate in pelle, a cominciare da La grande rapina al treno.

Guardandole, mi tornò in mente l’articolo di uno psichiatra che avevo letto da qualche parte. Costui sosteneva che è probabilmente una fortuna il fatto che non troppi individui dalla personalità ossessiva siano ricchi. Faceva l’esempio di un uomo ossessionato dalla paura dei germi. Aveva cominciato come certa gente che tutti noi abbiamo conosciuto, persone che aprono la porta con la mano infilata in una tasca della giacca per sfuggire ai germi annidati sulla maniglia. Ma quello era ricco, e poteva permettersi di lasciare crescere in modo incontrollato la propria ossessione. Dopo un po’, viveva a Parigi, in una suite d’hotel dove solo un suo cameriere poteva entrare. Poi cominciò a pagare per tutte le stanze di quell’ala, tenendole vuote, e poi per le stanze al piano sopra e sotto. Finalmente isolato nello spazio, doveva pur sempre mangiare. Alla fine, si ridusse a sopravvivere solo di cibi stracotti, enormi arrosti che il cuoco abbandonava davanti alla sua porta e che lui prendeva solo dopo che il cuoco se n’era andato. Dopo di che, nella stanza, col suo coltello, l’uomo scavava un cubetto al centro dell’arrosto, una minuscola porzione di carne che nessun’altra mano poteva aver toccato.

Anche Ted Bollinghurst era soltanto un uomo con un’ossessione piuttosto comune (un appassionato di cinema, un fanatico di vecchi film, e non siamo in pochi), però aveva i soldi per arrivare ai limiti estremi. E io sapevo che l’unica cosa che mi rendesse diverso da lui erano pochi milioni di dollari. Ai piedi della scala di Vilma Banky, ero pronto a salire, ansioso di vedere dove portasse.

Avevo scacciato la domanda per paura della risposta che avrei sentito; e quando Marion la fece, lanciandomi un’occhiata, io trattenni letteralmente il fiato. — Ted, tu collezionavi copie dei film che ti piacevano — cominciò Marion.

— Sì. Vuoi dire che le rubavo. — Lui sghignazzò, e fu costretto a tossire.

— Le hai… ancora? — Avrei voluto tapparmi le orecchie con le mani, ma ero lì a bocca aperta, nella spasmodica attesa di una risposta.

— Ma naturalmente. Le vuoi vedere?

Io emisi un sospiro così forte che lui si girò a guardarmi, e quando Marion rispose di sì, riuscii solo ad annuire.

Ci avviammo sulle scale. Ted ci fece strada, a passi lenti ma sicuri, col piede destro che avanzava sempre per primo e la mano rinsecchita sul corrimano. Disse: — D. W. Griffith ha salito queste scale. Lo sappiamo per certo. E Mary Pickford, Dolores del Rio, Dustin Farnum, Milton Sills, Ernst Lubitsch, Alma Rubens, e molti, molti altri. A dire il vero, diversi sono caduti su queste scale. E ho raccolto parecchi aneddoti che parlano di star di entrambi i sessi che sono state inseguite su queste scale. Alcuni dei nomi ti stupirebbero.

Sul pianerottolo svoltammo a sinistra, per percorrere la balconata affacciata sull’immensa stanza sotto. Da lì, le vetrinette erano ovali dai colori tenui. Sulla nostra destra, una serie di porte chiuse, ognuna con una minuscola targa in ottone: BAGNO TURCO… SALA DA BILIARDO… SALA RADIO… Due porte fianco a fianco, una con la targa SCEICCHI, l’altra con REGINE DI SABA… E sul fondo una porta che Ted spalancò invitandoci a entrare: BIBITE. La stanza conteneva un banco con un distributore di bibite dagli zipoli cromati, e uno specchio dietro; tavoli rotondi con sedie le cui gambe e gli schienali erano complessi intrecci di fil di ferro. — Volete bere qualcosa? È perfettamente funzionante. Una ventina di bibite diverse. — Rispondemmo No, grazie, e lui annuì. Lasciò richiudere la porta e proseguì. — A volte mi verso un bicchiere di qualcosa.

Eravamo giunti in fondo alla balconata. Svoltammo a destra, e ci trovammo davanti due porte oscillanti imbottite. Entrai, tenni aperte le porte per Marion e Ted. Eravamo in un corridoio. Iniziammo a percorrerlo, e io girai la testa e mi guardai attorno.

Il corridoio era molto largo, come minimo tre metri e mezzo. E talmente lungo che il gioco prospettico risultava chiarissimo: le quattro linee del pavimento e del soffitto scendevano, inclinandosi progressivamente, verso il quadrato lontano che era l’estremità opposta del corridoio, così distante che non riuscivo a vedere cosa la occupasse. Intravedevo solo una forma indistinta. Il soffitto era alto, e il pavimento in marmo bianco, bianco perché la parete alla nostra sinistra era un muro esterno lungo il quale, ad ampi intervalli, erano disposte quattro enormi finestre ad arco a vetri colorati. La prima distava una dozzina di metri da noi. La luce naturale del sole, rafforzata da riflettori (ormai doveva essere quasi il tramonto), illuminava il corridoio, creando chiazze di colore sul marmo bianco del pavimento e sulle pareti. Un bell’effetto scenografico.

Lo dicemmo a Ted, che parve soddisfatto. Stavamo raggiungendo una porta della parete interna alla nostra destra. A fianco della porta, appesa ad altezza d’occhio, c’era una targa in legno. Noce lucido. Lettere dorate sulla superficie della targa componevano un lungo elenco. Riuscii a leggerlo quando arrivammo più vicino: ALLA NAZIMOVA, ANTONIO MORENO, HOPE HAMPTON, EDMUND LOWE, DOLORES COSTELLO, RICHARD DIX, TOM MIX. — Tutti quanti hanno dormito in quella camera da letto, una volta o l’altra — disse Ted. — Alcuni contemporaneamente. — Sentii Marion emettere un ansito, e mi voltai.

Avevamo quasi raggiunto la prima delle grandi finestre a vetrate, e io corsi avanti, poi mi fermai a guardare. Illuminata da una luce tanto intensa da sembrare sospesa nel vuoto, la vetrata era composta di centinaia di pezzi di vetro, alcuni piccoli come un’unghia, altri grossi come un braccio. Tagliati e accostati con arte meravigliosa, formavano una scena verticale di ogni concepibile colore e sfumatura; a dominare, però, era il verde, in una decina o più di tonalità e gradazioni di tonalità, e ogni singolo frammento di vetro ardeva di luce.

Era un dipinto composto di incandescenti gioielli di vetro. Sulla cima di una collina disseminata d’alberi si alzavano grigi spalti merlati; sullo sfondo, l’inizio di una foresta lussureggiante. In primo piano, un fossato colmo d’acqua azzurra e un ponte levatoio alzato. E sugli spalti, in calzamaglia verde, farsetto e berretto a punta; una faretra piena di frecce sulla schiena; una mano su un fianco, e un arco sollevato nell’altra mano; a piedi arrogantemente divaricati, con un sorriso così smagliante da costringermi a socchiudere le palpebre davanti al brillio dei denti, c’era… Ma sì, certo, e lo dissi ad alta voce. — Douglas Fairbanks.

— In Robin Hood — esalò Marion.

Ted annuì. — Quelle sono le mie aggiunte. Hanno richiesto quattro anni e mezzo all’artista. — Dopo un lungo minuto o più, riprendemmo il cammino.

NITA NALDI era il primo nome sulla placca della seconda camera da letto. Poi REGINALD DENNY, POLA NEGRI, HERMAN MANKIEWICZ, LEATRICE JOY, MARY MILES MINTER, CONRAD NAGEL… Ma smisi di leggere. Avevamo raggiunto la seconda sfolgorante vetrata.

Tutto l’angolo sinistro in basso, dietro la forma rotonda dell’elica, era occupato dal motore e dalla cabina di guida di un aeroplano che puntava direttamente verso noi. L’aereo era inclinato in maniera folle, con le doppie ali su un lato protese verso l’angolo in alto a destra. In basso a destra, molto sotto le ali, un campo di battaglia disseminato di crateri. Sopra il campo, fino alla parte più alta della finestra, come sfondo all’intera scena, un cielo azzurro cosparso di nubi bianche. E al centro del cielo, un aereo piccolo, lontano, che scendeva in picchiata lasciandosi dietro una scia di fumo nero. Sulle ali superiori era raffigurata una croce di Malta. Il pilota del primo aereo, l’apparecchio in primo piano che riempiva l’angolo in basso a sinistra della grande finestra, sorrideva. Aveva una mano alzata perché stava per togliersi il casco di cuoio e gli occhialoni. Conoscevo quel sorriso, quella faccia: Buddy Rogers, ovviamente, in Ali. E quando dissi a Ted Bollinghurst che quella vetrata era eccezionale, non scherzavo.

Altra porta, altra camera da letto: CONSTANCE BINNEY, THOMAS MEIGHAN, MAE MURRAY, CLAIRE WINDSOR, RICHARD BARTHELMESS, NATACHA RAMBOVA… E sulla finestra al lato opposto del corridoio, un soldato in uniforme blu, chepì bianco, fasce bianche sui calzoni, con le caviglie affondate nella sabbia, si girava a guardare, angosciato, la disfatta colonna di uomini che stava guidando verso un forte lontano, sull’angolo in alto a sinistra. Il tricolore penzolava floscio all’angolo più vicino degli spalti. — Beau geste — sussurrò Marion. — Ronald Colman. Oh, lo adoro! — e io annuii e dissi: — Anch’io.

LILA LEE, BARBARA LA MARR, JACK HOLT, MABEL NORMAND, WALLACE REID, CONSTANCE COLLIER, BULL MONTANA…

Con una rosa di un rosso spettacolare stretta in mano, Renee Adoree correva nella strada del villaggio che occupava buona parte dell’ultima vetrata. Stava inutilmente cercando di raggiungere l’autocarro militare verde oliva dal quale John Gilbert, dietro la sponda posteriore rialzata, si protendeva verso la ragazza e verso la rosa con una mano tesa. L’altra mano stringeva il fucile, in una scena di La grande parata.

EVELYN BRENT, SESSUE HAYAKAWA, OLGA BACLANOVA, BUCK JONES, BILLIE DOVE, GEORGE ARLISS, MADGE BELLAMY, LYA DE PUTTI… — Mio Dio — dissi. — Se avessi potuto esserci! Se solo avessi potuto essere qui in quei giorni. — E Ted e Marion annuirono.

Di fronte a noi, due porte in legno scolpito con decorazioni in oro, fiancheggiate da pilastri dorati cosparsi di lapislazzulì, occupavano il fondo del corridoio; sopra le porte, una struttura sporgente si proiettava nel corridoio. Ted alzò un interruttore alla parete, e decine di piccole lampadine (vetro bianco, punte a spillo) si accesero, delineando la forma rettangolare di un cartellone cinematografico in miniatura. Sul cartellone, piccolissime lampadine multicolori componevano la scritta IL TEATRO DI VILMA. Erano di ogni possibile colore, allegre, sfolgoranti; lampeggiavano a intermittenza, dandoci il benvenuto, promettendoci l’antica magia di “andare al cinema”. Ted aprì una porta, le luci all’interno si accesero, e Marion e io entrammo, sorridendo per l’eccitazione. — La sala di proiezione di Vilma — disse Ted. La porta si chiuse in silenzio alle nostre spalle. — Quasi identica a come l’ha lasciata lei.

Era una meraviglia, gioia pura. Il mio cuore tremò d’invidia. Eravamo sul fondo di un cinematografo degli anni Venti in miniatura: colonne dipinte e decorate, motivi ornamentali a stucco; pareti laterali a pannelli in mogano, con una piccola galleria a mezza altezza di ciascuna; un soffitto a volta cosparso di giganteschi diamanti di luce. Davanti a noi, uno schermo quadrato, grande forse la metà degli schermi attuali. E tre file non di sedili, ma divani e poltrone imbottite, capaci di contenere forse una ventina di persone. Gli unici spazi liberi erano sui lati.

Un locale splendido. Lì, sul fondo, le nostre gambe sfioravano l’orlo posteriore di un lungo tavolo che occupava quasi tutto il retro della sala. Sul tavolo c’erano apparecchiature per la visione e il montaggio dei film, compresi due reggibobina a manovella per riavvolgere la pellicola. In fondo a sinistra, a fianco del tavolo, la grande massa nera di un vecchio proiettore a lampada ad arco.

Mi girai verso Ted a dire: — Darei un braccio. Sul serio. Il sinistro senz’altro.

— È bellissimo — sussurrò Marion. — Ted, davvero!

— Sì. — Lui annuì, senza sorridere. — Per me è come una cappella. Ci vengo spesso. A meditare. Poi faccio partire uno dei miei vecchi film preferiti, e lo accompagno da me. — Puntò l’indice più avanti, sulla sinistra, e io vidi qualcosa che mi era sfuggito: una nicchia a forma di conchiglia a metà della parete. All’interno c’era un piccolo organo. — Ho imparato a suonarlo. Per accompagnare i film più vecchi. È chiaro che non bisogna mai proiettarli senza musica. — Si girò a toccare le tende che occupavano l’intera parete posteriore, tranne davanti alle porte, e proseguivano per un certo tratto sulle pareti laterali. — Però ho dovuto mettere queste per i film sonori — disse, come per scusarsi. — C’era dell’eco.

Ci guardammo attorno. Faceva un fresco gradevole. Sentivo alzarsi aria dal pavimento più avanti. Mi girai e scoprii le bocche dell’impianto di aria condizionata alle nostre spalle, sistemate lungo le pareti appena sotto il soffitto e sopra le tende. Direttamente dietro noi, le porte dalle quali eravamo entrati avevano un cartello rosso con la scritta USCITA, e pensai che fossero le uniche porte. Ma Ted si era spostato sulla destra del locale, a fianco del tavolo. Scostò le tende su quel lato della parete. Apparve un’altra porta, e quando la vidi un nodo d’eccitazione mi serrò la gola.

Ero stato tormentato da una domanda della quale non volevo nemmeno ammettere l’esistenza: come aveva fatto Ted Bollinghurst a impedire che pellicole al nitrato degli anni Venti si disintegrassero col passare degli anni? Tanti vecchi film erano andati persi proprio in quel modo: si erano lentamente polverizzati negli archivi di studios indifferenti.

Ma la porta che Ted aveva messo a nudo era smaltata di bianco, e sull’angolo in alto a sinistra lettere cromate dicevano WESTINGHOUSE. Adesso lui la stava aprendo; al posto del pomello aveva una lunga maniglia cromata. Tese la mano, le luci interne si accesero, e io vidi tubi coperti di brina. La porta immetteva in una cella frigorifera, come nelle macellerie. — L’unico modo pratico che io conosca per conservare vecchie pellicole — disse Ted, girato a metà verso noi sulla soglia. Sorrise. — I primi tempi ho usato il ghiaccio. Tenevo i miei film in ghiacciaie di seconda mano. A volte ho saltato il pranzo, però i soldi per il ghiaccio li ho sempre trovati. In seguito ho usato vecchi frigoriferi, e adesso questo. Ogni millimetro di pellicola che posseggo è in condizioni perfette. Ogni copia immacolata, splendente come un gioiello. Non c’è un solo fotogramma graffiato, qui dentro. — Il suo sorriso si allargò. — Venite!

Le ginocchia mi tremavano, il respiro era affannoso. Quando varcai la soglia della cella frigorifera, sbattei nella spalla di Marion. Avevo dimenticato la sua presenza, dimenticato tutto ciò che non fosse il rettangolo illuminato della porta. Ted, appena dentro, ci invitava a seguirlo.

Faceva freddo, ma non mi importava niente. Su entrambi i lati del locale, cassetti in acciaio inossidabile. Ogni cassetto aveva una grossa maniglia verticale, e sopra ogni maniglia una cornicetta metallica conteneva un cartoncino. Quando vidi ciò che era scritto su alcuni cartoncini, dovetti abbassare gli occhi sul pavimento per un attimo, perché mi era venuto il capogiro.

Poi rialzai la testa. Avevo di fronte tre cassetti con l’etichetta WM. DE MILLE, e sotto ogni etichetta, scritto a macchina, un elenco di titoli. Tirai una maniglia, il cassetto si aprì, e io fissai la doppia fila di portabobine, una dozzina come minimo. Eccoli lì. Veri, reali. Film diretti da William de Mille, con la de minuscola, non da suo fratello Cecil, con la De maiuscola, del quale purtroppo sono stati salvati quasi tutti i film. Quelle erano le opere del fratello che girava i bei film. Sollevai uno dei contenitori metallici, sentii il gelo su palme e dita, e lessi ad alta voce l’etichetta. — L’applauso del mondo. — Intimorito, mi girai a guardare Ted. — Questa deve essere l’unica copia esistente al mondo.

Lui annuì felice. Gli brillavano gli occhi. — Ne sono certo. Lo vuole vedere? Glielo proietto!

— Aspetti. — Alzai una mano e rimisi al suo posto il contenitore. Avevo visto dei cassetti con l’etichetta GARBO. Chiusi quello di de Mille e mi misi a leggere i titoli della Garbo. Sul primo e sul secondo portabobine, niente di speciale. Alle mie spalle, Marion esclamò: — Armi a tracolla! L’ho visto da bambina, ai tempi della guerra. — Lo trovai alla terza etichetta: La donna divina, con la Garbo e, ricordai, Polly Moran, John Mack Brown… Un film scomparso della Garbo. Era quello che volevo farmi proiettare? Cominciai ad avvertire una certa frenesia. Non potevamo vedere più di un film, però… Mi guardai attorno. La cella frigorifera era piena di film che dovevo vedere!

Mi misi a leggere etichette, spalancare cassetti, guardare per un istante, chiudere, aprire un altro cassetto. C’erano i film di Edward Sloman, forse un regista ancora più grande di Griffith, però… Il National Film Archive possiede, di Sloman, Lo spettro di Rosie Taylor, girato nel 1918; il Museum of Modern Arts di New York ha qualche rullo di Idoli infranti; ma quasi tutto il resto del suo lavoro è scomparso. Forse uno dei nostri migliori registi, se solo potessimo vedere la sua opera, ed era , davanti a me, quasi completa. Volevo vedere uno di quei film? O magari un rullo di tutti. Sì, , però…

— Mary Pickford! — mormorò Marion, aprendo un cassetto.

Ted alzava prima un piede e poi l’altro, in una danza contenuta ma molto eccitata. — Scegline uno, Marion! Te lo faccio vedere! Ho Tess del paese delle tempeste! — Un altro film perduto, e io feci quasi per rispondere di sì, ma Marion aveva chiuso il cassetto.

— L’ho visto.

Mi spostai al suo fianco a leggere le etichette della Pickford, e lo trovai: Fanchon e il grillo. Era quasi in cima al primo elenco di titoli, e fui molto, molto tentato. Girato nel 1915, era interpretato da Mary Pickford, da un giovane, giovanissimo Fred Astaire e da sua sorella Adele.

Poi vidi i due cassetti nella fila sopra quella della Pickford. L’etichetta diceva GREED. Mi si bloccò la voce. Restai lì a puntare l’indice, ma quando Ted si avvicinò a leggere le etichette, riuscii a balbettare: — Tutti? Tutti e quarantadue i rulli?

Lui annuì. Aveva gli occhi lucidi. — Tutti. Una copia completa e assolutamente perfetta fatta dai loro tre migliori tecnici. Hanno lavorato tutta notte, fino all’alba del giorno in cui lo studio ha fatto distruggere i negativi!

Rimasi impalato. Non sapevo cosa fare. Vedere tutti e quarantadue i rulli di Greed avrebbe richiesto dieci ore. — È questo? — stava chiedendo Ted. — È questo che volete vedere? Tutto? Una parte? Vi proietterò tutto quello che volete! — Era fuori di sé per la gioia.

Gli dissi: — Ted. Un rullo è stato colorato…

— Ce l’ho, ce l’ho! — Aprì un cassetto, lasciò correre gli occhi sui contenitori metallici, poi ne afferrò uno. — È questo! All’inizio del rullo. Lo vuole vedere? Lo metto in macchina! — Tornò nel cinematografo in miniatura, mise sul tavolo il portabobine e alzò il coperchio.

Io gli battei sul braccio. Adesso sapevo cosa volevo. — Non c’è bisogno di proiettarlo, Ted. Me lo lasci solo toccare.

Lui aveva già srotolato i primi due metri di linguetta iniziale e un metro e mezzo di rullo. Si girò a guardarmi, poi annuì e sorrise. — Capisco. Sì, certo. — Improvvisamente ansioso, chiese: — Lei sa maneggiare una pellicola?

— Mi creda, sì. La tengo in mano solo sui bordi. Non ho mai lasciato un’impronta su un solo fotogramma in vita mia.

Mi passò la linguetta iniziale. Io la alzai in aria, poi presi fra pollice e indice la pellicola, esercitando il minimo di pressione possibile. — La passi alla moviola, se vuole — disse Ted, ma io scossi la testa. Avevo sollevato la pellicola verso le luci del soffitto, ed era più che sufficiente. La famosa scena: Zasu Pitts, una Zasu Pitts giovanissima e deliziosa, nuda su un letto sul quale erano sparse monete d’oro. Procedendo di fotogramma in fotogramma, riuscii a vedere che lei si rotolava letteralmente nell’oro, premendo il corpo contro le monete. L’epitome dell’avidità. E quella, quella era la scena che Von Stroheim aveva ordinato di colorare a mano: sulla pellicola che io tenevo alzata alla luce, ogni monetina aveva ricevuto il colore dell’oro dalla punta di un pennello. Mi tremarono le mani, al pensiero di ciò che le mie dita stringevano.

Alla fine rimisi giù la pellicola e cominciai a risistemarla nel suo contenitore, ma Ted stava tremando d’eccitazione. — Farò io! Lasci stare! — Immagino che in vita sua non avesse mai lasciato un solo metro di pellicola fuori del portabobine, ma adesso era troppo eccitato per perdere tempo. — Venga qui. Trovi quello che vuole vedere. Lo trovi!

Non ci riuscivo. E nemmeno Marion. “Film perduti” era un’espressione priva di significato per lei; li aveva visti quasi tutti quando erano nuovi. Le sue esclamazioni erano riservate ai film che non aveva mai visto: un Charlie Chaplin, un Dolores Costello, roba che si può comperare dalla Blackhawk. Una volta la sentii dire a Ted: — Questo l’ho visto girare!

Io trovai Il patriota, un Ernst Lubitsch perduto, e lo portai al tavolo. Srotolai la pellicola quel tanto da avere il piacere di leggere i titoli di testa. Ma non era quello il film, il film, e Ted quasi letteralmente mi trascinò alla cella frigorifera perché trovassi la pellicola da proiettare.

Guardai nell’incredibile collezione di tutti i lungometraggi di D. W. Griffith, cercando di decidermi. Finii per scegliere La cosa più grande della vita perché Lillian Gish aveva sempre sostenuto che era il massimo capolavoro del maestro. — Credo che mi piacerebbe vedere un po’ di questo — dissi, passando la prima bobina a Ted. Lui annuì e si avviò al tavolo. Ma quando aprì il contenitore, io dissi all’improvviso: — No, aspetti! Non è la scelta migliore — e tornai di corsa nella cella frigorifera.

Mettete un bambino affamato in un negozio di dolciumi, ditegli che può scegliere quello che vuole, però una sola cosa e nient’altro… Be’, era la mia situazione. Non riuscivo a decidere perché, sempre, poteva esserci qualcosa di meglio che non avevo visto.

Trovai L’uomo dei miracoli, diretto nel 1919 dal misterioso George Loane Tucker, perduto da decenni. E Peg del mio cuore, con Laurette Taylor. Film interpretati da Marie Doro, Marguerite Clark ed Elsie Ferguson, attrici delle quali sono andati persi tutti i film.

E poi lo trovai. Passando davanti al secondo cassetto con la scritta ERNST LUBITSCH, intravidi un titolo con la coda dell’occhio, e fu da lì che presi il film che sapevo di dover vedere, la versione muta di Il grande Gatsby perduta da tanto tempo. Per lo meno, pensai che di quello si trattasse, e portai la prima bobina al tavolo per controllare i titoli di testa. Sul tavolo erano ammucchiate le pellicole delle quali avevamo aperto i contenitori, e la cosa mi turbava; ero certo che non fosse mai accaduto a quella collezione. Ma se anche il tavolo dava l’impressione di una grande confusione, con metri di pellicola che uscivano dai portabobine aperti, in realtà non era così. Nessun film si aggrovigliava con gli altri; tutti occupavano un loro spazio ben definito. Dovevo fare spazio per Il grande Gatsby, e spostai le altre pellicole con estrema cura, scavando un angolino. Poi cominciai a srotolare la pellicola, trovai i titoli di testa, e li alzai alla luce.

E su ognuno dei fotogrammi che stringevo nelle due mani, a minuscole lettere bianche su fondo nero, c’era l’incredibile cast: Rodolfo Valentino nella parte di Gatsby… Gloria Swanson in quella di Daisy Buchanan… Greta Garbo nel ruolo di Jordan Baker… John Gilbert in quello di Carraway… Mae West nel ruolo di Myrtle, la sua unica interpretazione muta, ne ero quasi certo… George O’Brien nella parte di Tom Buchanan… Harry Langdon nel suo unico ruolo serio, del quale fino a quel momento ero all’oscuro, quello del marito di Myrtle…

Ted, al mio fianco, scrutava la pellicola. Gli chiesi: — Non è il film con la sequenza del party nella villa di Gatsby?

— Sì, con Gilda Gray, Chaplin, e Francis Scott Fitzgerald stesso tra gli ospiti.

Abbassai la pellicola e fissai per un attimo lo schermo vuoto. Quell’incredibile film non solo era perduto da decenni, ma non era mai stato proiettato. A quanto si diceva, lo aveva fatto seppellire Gloria Swanson perché Lubitsch aveva concesso troppo spazio alla Garbo e alla West. Mi girai verso Ted. — Questo — gli dissi. — È questo che voglio vedere. — E dall’interno della cella frigorifera Marion emise un mezzo urlo.

Era davanti a un cassetto chiuso, con l’indice puntato sull’etichetta. Quando le arrivammo a fianco, lesse ad alta voce: — Le figlie del jazz… Oh, accidenti, Ted, perché lo hai tenuto? Voglio vederlo e non voglio vederlo! — Si voltò verso me. — È questo, Nickie. Mi hanno sostituita con la Crawford… Io sarei stata la rivelazione di questo film, non lei, se solo… — Scosse la testa. — No, porca miseria! Non lo voglio vedere!

Ma Ted aveva aperto il cassetto. Dentro c’erano due soli portabobine. — Marion… lei non c’è.

— Sì, non ha… Cosa vuoi dire?

— Ho salvato le riprese girate con te. — Ted sollevò di scatto il mento e guardò Marion. I suoi occhi antichi erano perplessi. — Credevamo fossi morta! Sì… Ne eravamo convinti. E io ho fatto stampare i positivi delle tue scene prima che buttassero i negativi. Quando il film è finito, con la Crawford al tuo posto, ho tolto le sue scene dalla mia copia. E le ho sostituite con le tue.

Era fermo davanti al cassetto aperto, la mano immobile sul bordo di metallo. Dopo un istante, Marion mise la propria destra su quella di Ted. — Ted, perché?

Lui guardò da un’altra parte. — Lo sai perché, no?

— Sì. Credo di sì.

— Perché ti amavo. Ti ho sempre amata.

Guardando, ascoltando, capii finalmente, sino in fondo, perché i vecchi, vecchi film fossero un tempo stati così popolari. Perché, con una popolazione che era solo la metà della nostra, negli anni Venti sessanta milioni di persone andassero al cinema tutte le settimane. Noi ridiamo dei loro film e delle storie che loro prendevano sul serio. Ma quelle persone erano in sintonia coi film, e i film con loro; la gente era fatta così, o per lo meno pensava di voler essere così. Ted e Marion si stavano comportando come personaggi dei loro film, e ciò che dicevano somigliava ai vecchi sottotitoli. Ted ritirò lentamente la mano da sotto quella di Marion; se io fossi stato alla macchina da presa, avrei fatto un primo piano delle mani. La destra grande, avvizzita, percorsa da vene di Ted carezzò dolcemente la destra di Marion. Poi Marion intrecciò l’una all’altra le palme, le divise. — Ma sapevo che era impossibile — disse Ted. — Io ero più vecchio. Tanto più vecchio. — Sorrise. — E poi ero un mostriciattolo così buffo!

— No, non è vero. — Lei alzò con estrema lentezza una mano e sfiorò la mascella di Ted nella pantomima di un pugno. — Brutto testone…

— Andiamo! — Ted raccolse i due portabobine. — È questo che vogliamo vedere! È solo il primo terzo, solo la tua parte di film. Il tuo film, Marion! — Dissolvenza.

Era quello che volevamo vedere. Lo voleva Marion, e nonostante tutto ciò che quell’incredibile cella conteneva, lo volevo anch’io. Mentre il vecchio riportava in vita l’imponente proiettore, io spensi la luce della cella frigorifera. Marion mi fece strada sino alla prima fila, dove sedemmo su un divanetto imbottito per due.

Marion si mise a fissare lo schermo, ansiosa come un bambino. Girato a metà sul divano, guardai Ted inserire la pellicola nel proiettore. Lavorava sorprendentemente in fretta. Fece passare la linguetta iniziale nella sua finestrella, la agganciò alla ruota dentata, sistemò l’estremità sulla grande bobina di avvolgimento. Chiuse lo sportellino di metallo, ne aprì un altro sul retro del proiettore, posizionò gli elettrodi di carbone, chiuse lo sportello, accese la lampada ad arco, e fece scorrere una parte della linguetta. Le luci nel piccolo cinematografo erano ancora accese. Poi Ted aprì uno sportello, guardò la pellicola all’interno del proiettore, lasciò scorrere un altro po’ di linguetta, chiuse lo sportello, spense le luci in sala, e corse a lato di poltrone e divani.

Non capii il motivo di tanta fretta finché sullo schermo non smise di scorrere il bianco della linguetta iniziale e, sovrimpresso al disegno stilizzato di un sassofono, apparve il titolo: JESSE L. LASKY PRESENTA “LE FIGLIE DEL JAZZ”, UNA PRODUZIONE HOWARD BERMAN, DAL ROMANZO DI WALTER BRADEN. E in quel preciso momento iniziarono le prime note di accompagnamento di Ted; era arrivato in tempo all’organo.

I titoli di testa, a lettere bianche su fondo nero, passarono veloci, e molto più brevi di quelli del giorno d’oggi. Io però non li lessi, contrariamente alle mie abitudini, e credo che neanche Marion li abbia letti. Perché sulla destra del nome dell’ultimo personaggio, ADELE, al posto del JOAN CRAWFORD che avrebbe dovuto esserci apparve qualcosa d’altro: un rettangolo bianco, lampeggiante, e io capii cos’era successo. Su ogni singolo fotogramma dei titoli, Ted aveva meticolosamente grattato via un rettangolino di emulsione, cancellando il nome della Crawford. Al suo posto, a lettere vibranti, tremolanti, leggemmo il nome che Ted aveva scritto a penna: MARION MARSH.

Il film iniziò, continuò, ed era insignificante; né Ted né chiunque altro lo avrebbero mai conservato per il suo valore intrinseco. Ricordai di averne già sentito parlare, da un collezionista di film che lo aveva visto. Era un fan della Crawford, collezionava tutti i suoi film, e aveva visto Le figlie del jazz solo perché era la prima apparizione dell’attrice. Diversamente, il film sarebbe scomparso. La Crawford era brava, mi aveva detto. E infatti era stata notata e aveva cominciato la propria carriera.

Era, grosso modo, una commedia. La star era Alicia Conway, che ha girato qualche film negli anni Venti. Lì interpretava una ballerina decisa a sposare un milionario, che però si innamora perdutamente del giovane e bel cameriere del milionario, e lo sposa per puro amore. Dopo parecchie fesserie, si scopre che il giovanotto è il milionario e che ha finto di essere un cameriere perché stanco di donne che gli danno la caccia per i suoi soldi.

Guardammo per un po’. L’organo era un sottofondo discreto, capace di seguire benissimo le diverse atmosfere delle scene. A un certo punto mi girai a guardare, e Ted ondeggiava dolcemente sullo sgabello, con le dita che volavano sulla tastiera. Era felice.

Mi arrivò una gomitata e mi voltai. Sullo schermo, una piscina rettangolare, di vecchia foggia; una scena in esterni filmata con troppo sole. E sì, nel gruppo ai bordi della piscina (le ragazze in costumi da bagno scuri, col gonnellino, e cuffie di gomma; gli uomini in calzoncini scuri e maglietta bianca) c’era la ragazza che avevo visto sul mio televisore e dal vero, trasparente ma vivida, reale, quella stessa sera. Le immagini erano in bianco e nero, ma alla luce del giorno il colore biondo dei suoi capelli era evidente. A una a una, le ragazze, ballerine ospiti del milionario, percorsero il trampolino, si misero in posa all’estremità, guardarono gli spettatori, e si tuffarono.

Non riuscii a capire come accadesse. Le altre erano soltanto attrici che recitavano la loro parte, agitavano fianchi e spalle camminando sul trampolino, sbattevano le ciglia prima di tuffarsi. Ma di nuovo, come sempre, Marion Marsh mi diede un brivido. Percorse il trampolino senza dimenarsi, in maniera molto semplice e diretta, ma la sua figura, il suo corpo, i movimenti, e lei stessa, lei in quanto persona, si imposero alla mia attenzione. E successe qualcosa anche agli uomini raccolti attorno alla piscina, qualcosa di cui, ne sono convinto, non si resero nemmeno conto. Al passaggio di ognuna delle quattro ragazze che avevano preceduto Marion, gli uomini avevano sorriso, mosso le sopracciglia in su e in giù, mormorato commenti. Con Marion, invece, rimasero immobili a guardare, senza ricordarsi di parlare, e così lei diventò l’unica figura in movimento sullo schermo. Quando arrivò in fondo al trampolino, a piedi uniti, guardandosi attorno con la tipica arroganza di Marion Marsh che avevo imparato a conoscere, persino le ragazze che stavano nuotando in acqua alzarono gli occhi a guardarla. Poi lei si tuffò, trafisse l’acqua col corpo, uscì di scena. La ragazza successiva si fece avanti sul trampolino, e il film perse di nuovo ogni traccia di vita.

— Ma cosa hai fatto? — sussurrai. — Cosa pensavi? Sentivi la parte?

— La parte? Ma no. L’unica cosa che pensassi era che volevo farmi guardare. Pensavo alla macchina da presa.

Sullo schermo, la via di una città; e a fianco di un enorme tram, intravidi una vecchia automobile elettrica dal tettuccio molto alto, il tipo d’auto che andava a batterie e che al posto del volante aveva una barra di timone.

Un po’ più tardi, un inseguimento: una macchina sportiva correva su una stretta strada asfaltata, a lato dei binari ferroviari, nel tentativo di raggiungere un treno. Sulla piattaforma panoramica, Alicia Conway, a braccia aperte, aspettava che l’uomo sul predellino dell’automobile arrivasse tanto vicino da poterle lanciare la busta che conteneva la sua licenza di matrimonio. L’auto sbandava da un lato all’altro della strada.

Stacco, primo piano sull’auto. Vediamo l’autista e tre o quattro persone sui sedili anteriori e posteriori, uomini e donne. Sono eccitati. L’autista è chino sul volante, sterza di continuo; ha gli occhi sgranati per dare l’impressione dell’alta velocità. Le ragazze strillano, fanno smorfie, ondeggiano a destra e a sinistra; e a me diedero l’impressione di non credere in ciò che facevano, nel film, nella possibilità che il pubblico potesse trovarlo credibile. Con l’eccezione di Marion.

Dapprima, non si notava nemmeno. Ma dopo la prima decina di secondi di quell’inseguimento esagitato, individuavi sul sedile posteriore una ragazza quasi nascosta dalle altre. Ti accorgevi della sua presenza, mi resi conto, perché non faceva niente. Se ne stava soltanto seduta, col mento leggermente sollevato, gli occhi quasi socchiusi, e un sorriso remoto sulle labbra; però sentivi l’aria correrle sul volto, percepivi la sua pacata eccitazione. Appena prima che la scena terminasse, con lo sguardo di ogni possibile spettatore incollato addosso, Marion alzava all’improvviso le braccia, le protendeva in avanti, si sollevava a metà dal sedile, e potevi leggere le parole sulle sue labbra esattamente come se le avessi udite: Più veloce…

La scena era sua, rubata a tutti gli altri che nemmeno si accorgevano di lei. Quando mi girai a guardare Marion nel buio, sorrideva. Con gli occhi ancora sullo schermo, mormorò: — È stata una mia idea, quell’ultimo gesto. Non ho detto niente prima per paura che me lo proibissero. L’ho fatto e basta. Scommetto che la Crawford me l’ha rubato.

La bobina finì. Ted tornò indietro di corsa, accese le luci, tolse la bobina, la mise giù, sistemò la seconda sul proiettore. Sempre lavorando molto in fretta, controllò le due bobine, chiuse lo sportello di metallo, avviò il proiettore, spense le luci. Mentre sullo schermo passava la linguetta iniziale, lui corse all’organo, e di nuovo le prime note e le prime immagini coincisero alla perfezione.

— La mia ultima scena — mormorò Marion. — Credo sia all’inizio.

Arrivò dopo un minuto o due. Un vecchio amato da tutti, il produttore di un musical di Hollywood, era appena crollato a terra fra le quinte. Adesso le ballerine di fila, una dozzina di ragazze, dovevano andare avanti, sorridere al pubblico, schioccare le dita a tempo di jazz, anche se i loro cuori sanguinavano.

Undici ragazze lo fecero snudando i denti in sorrisi rigidi, come se la macchina da presa potesse filmare un sorriso solo se venivano messi in mostra tutti i denti; intanto sbattevano in continuazione le palpebre, per dimostrare che stavano trattenendo le lacrime. Marion inventò un sorriso nervoso, a labbra socchiuse; il labbro inferiore accennava solo un tremito di tanto in tanto; e i suoi occhi erano puntati oltre il pubblico, che non vedevano più. La guardavi, e ti veniva da chiederti cosa stesse pensando. Ma sapevi cosa pensasse, te lo aveva detto la trama del film, e quindi credevi di vedere le sue vere sensazioni. Le altre mimavano il dolore, ma Marion te lo faceva vivere, te lo faceva percepire. Dovevano essere in funzione due macchine da presa, una riservata ai primi piani. Perché i visi dell’una o dell’altra ragazza cominciarono ad apparire in primo piano. Ma la macchina da presa tornò sempre più spesso sul volto di Marion. Al mio fianco, lei mormorava fra sé, eccitata: — Pensavo che lo avrebbero fatto, ma non ne ero sicura! Stanno usando il mio primo piano. Il mio.

Un altro stacco, un altro primo piano di Marion, con lo stesso sorriso, e le spalle che ondeggiavano, le dita che schioccavano; ma adesso sul suo viso colavano lacrime. La macchina indietreggiò tanto da mostrare la sua intera figura che ballava, sorridendo per il pubblico, piangendo per il dolore, e io mi scoprii eccitatissimo. Avrei voluto urlare o strillare o fare qualcosa. Sapevo che Joan Crawford non era stata migliore di ciò che stavo vedendo, che non avrebbe potuto esserlo.

La sala si illuminò, lo schermo divenne quasi bianco, le immagini indistinguibili. Mi sentii irritato come succede quando qualcuno apre una porta in un cinematografo nel mezzo della proiezione, e mi girai a guardare chi fosse entrato. Ma non c’erano porte aperte, e già nel breve istante in cui voltai la testa la luce era scomparsa. Solo uno sciame di falene di luce bianco-gialla, stranamente, volteggiava e correva a zigzag sopra la superficie del grande tavolo sul fondo. Guizzavano velocissime, sparando scintille come micce.

Ed erano micce, mi resi conto: una decina di pellicole che bruciavano a velocità folle, mentre il fuoco correva verso i portabobine aperti. Già mentre mi alzavo dal divanetto capii cosa fosse successo. Lo capii perché avevo intravisto all’interno del proiettore la luce brillantissima della lampada ad arco, che invece non avrei dovuto vedere. Lo sportello di metallo che Ted aveva chiuso in fretta e furia per correre all’organo si era riaperto, almeno un po’. Ed era bastato che una scintilla degli elettrodi al carbone, incandescenti, cadesse sulla pellicola sul tavolo. Un foro dai contorni frastagliati si era aperto in uno dei fotogrammi (di Greed? Di Il grande Gatsby? Di un Griffith perduto?). Il lampo di una fiamma aveva invaso per un attimo lo schermo con la sua luce, e adesso decine di micce si erano accese.

Mentre correvo verso la parete laterale del piccolo cinematografo, vidi il primo portabobine, e un istante dopo tutti quanti, esplodere in fiamme gialle. Nubi di fumo nero, denso, si gonfiarono e si espansero come un’ondata di genietti maligni; si fusero tra loro e vennero risucchiate, come un tendone nero, verso le bocche d’aerazione sotto il soffitto, sul fondo della sala. Prima ancora che io avessi raggiunto la parete, le tende direttamente di fronte alle pellicole in fiamme, a lato del tavolo, presero fuoco crepitando.

A metà della parete mi arrivò alle narici un odore intensissimo, nauseabondo, e mi fermai. La pellicola che brucia produce un gas altamente velenoso, capace di uccidere con estrema rapidità. Sapevo cosa sarebbe successo. Le vecchie pellicole sono come dinamite, chimicamente affini alla nitroglicerina, credo: ci sarebbe stata un’esplosione, e nessuno era in grado di superare la barriera di gas per spegnere le fiamme.

Immobile a fianco del muro, fissai il fondo della stanza, i contenitori aperti trasformati in pentole nelle quali bolliva un velenoso fuoco giallo, il fumo nero che si alzava come una parete dal tavolo alle bocche di aerazione. Sentivo già la pressione del calore corrermi incontro. Le vecchie pellicole al nitrato si incendiano a solo trecento gradi Fahrenheit. Di lì a pochi istanti (non solo le tende, ma adesso anche i vecchi pannelli di legno verniciato avevano preso a crepitare) i cassetti che avevamo lasciati aperti appena oltre la soglia della cella frigorifera avrebbero raggiunto la temperatura critica. Si sarebbero sviluppate fiamme; i coperchi dei portabobine sarebbero volati via. E poi sarebbero esplosi i cassetti chiusi.

Urlai: — Ted! — Il vecchio sedeva davanti all’organo. Paralizzato, pietrificato, fissava il fuoco. Mentre tornavo di corsa a prendere Marion, strillai: — Fuori, Ted, fuori! Si metta un fazzoletto sulla faccia ed esca! — Corsi verso Marion. Incredibilmente, la vidi girare la testa, smettere di guardare l’incendio e riportare gli occhi sullo schermo. Il proiettore, sul lato opposto del tavolo rispetto alla pellicola e alle tende in fiamme, funzionava ancora. Sullo schermo continuava a vivere il film di Marion.

La afferrai per un polso, ma lei si liberò subito con un violento strattone. Scosse la testa senza nemmeno staccare gli occhi dallo schermo. — No! Vai tu, Nickie! Io devo vedere il mio film!

Ritentai, ma lei si aggrappò al grosso bracciolo imbottito, infilò i piedi sotto il divano, e oppose una resistenza caparbia… È il film continuò a scorrere, sedici fotogrammi al secondo, col fuoco alle nostre spalle che inondava di luce lo schermo. Però l’immagine era ancora chiara: Marion, nel suo corpo di mezzo secolo prima, schioccava le dita, sorrideva coraggiosamente mentre ballava, guardava diritta davanti a sé come fissasse il fuoco, e piangeva. E davanti allo schermo, a occhi avidamente sgranati, sedeva non Marion, ma il corpo di mia moglie; e io presi la sua nuca nella sinistra aperta, e con la destra mi preparai ad assestarle un pugno alla mascella con la forza giusta, per farle perdere conoscenza senza rompere ossa. Lei mi vide. Il suo sguardo si staccò per un attimo dallo schermo e guizzò al mio pugno. E un istante prima che io la colpissi, lei si afflosciò. Emise un lieve gemito e chiuse gli occhi.

In parte correndo, in parte barcollando, trasportai il corpo svenuto di Jan in avanti. Mi preparai alla corsa attorno all’orlo del tavolo, oltre la parete di fumo velenoso, verso l’indistinta forma rossa del cartello dell’uscita, in fondo. Col braccio destro sotto le sue ginocchia inerti, il sinistro attorno al suo collo, spostai la mano sinistra sino a coprirle il viso, pronto a chiuderle bocca e narici negli istanti della corsa.

Ted mi fissava dall’altro lato della sala. Poi si girò sul sedile a guardare in direzione dello schermo, e automaticamente io lo imitai. Trasparente ma perfettamente distinta, Marion sedeva in prima fila; il raggio del proiettore metteva in risalto il biondo dei suoi capelli. Il viso era rivolto allo schermo sul quale lei stava ballando. Ted si voltò, abbassò entrambe le mani sulla tastiera, e dall’organo uscì un accordo potente. Continuò a suonare con vigore furibondo; e lo spettro che danzava sullo schermo, come lo spettro seduto sul divano, divennero sempre più bianchi ed eterei, nella metamorfosi che precedeva la sparizione definitiva.

Poi Marion si voltò a guardare Jan e me. Sorrise con ironia, con affetto. E sollevando una mano alla fronte, in un saluto scanzonato alla Joan Blondell, riportò lo sguardo sullo schermo.

Io mi misi a correre. Mi girai a guardare un’ultima volta Ted, che stava ancora suonando, e lui si voltò verso me. E io seppi di avere già visto ciò che vidi in quell’attimo. La mente umana funziona in maniera strana, nei momenti più strani; e anche mentre correvo nella cortina di fumo acido, con la mano stretta sul viso di Jan, mentre mi precipitavo oltre le porte, nell’aria pulita del lungo corridoio, continuai a cercare di ricordare dove avessi già visto quella faccia.

Jan fu scossa da un brivido, mormorò qualcosa, e aprì gli occhi. La depositai a terra. Ci mettemmo a correre in corridoio, e mentre fuggivamo capii cosa avevo visto quando la testa a cupola di Ted, coi radi capelli, si era girata a mostrarmi gli occhi, rotondi e sgranati, e quelle enormi narici, due fori completamente neri nel bagliore crepitante dell’incendio. Era la scena, riprodotta quasi al millimetro, nella caverna sotto il teatro; la scena nella quale il Fantasma dell’Opera si gira dall’organo per puntare sulla stanza quel suo sguardo orribile e patetico.

Sul grande prato buio, assieme a una decina di domestici di Ted e alla folla che si stava raccogliendo (sempre più fitta, con gente che si riversava in continuazione dal cancello in ferro), restammo a guardare Graustark. In distanza si cominciavano a udire le sirene delle autopompe. Dentro, le luci si erano spente all’improvviso, e adesso la grande casa era una silhouette stagliata contro il cielo della sera. Solo tre finestre che non sapevo a cosa corrispondessero brillavano rosse. Poi il tetto (sopra la cella frigorifera e la sala di proiezione, dissero i domestici) esplose in un’enorme, ruggente lingua di fiamme, grandi scintille, oggetti neri scaraventati in alto. Il cielo diventò rosa.

Il fuoco era libero. Lo vedemmo cominciare a correre nel lungo corridoio con le camere da letto dove avevano dormito Vilma Banky… la Nazimova… Tom Mix… Constance Binney… Milton Sills… Lya de Putti! Poi, la prima delle grandi vetrate ad arco avvampò di luce per l’ultima volta, come mai in passato, illuminata dall’interno. Nella mano tesa di Renee Adoree, la rosa diventò incandescente. E nel furioso turbinio delle fiamme ruggenti, lei parve muoversi davvero, protendersi verso il soldato sul camion, appena al di là della sua portata. Poi la vetrata tremò, si spezzò, e centinaia di vividi frammenti di La grande parata piovvero sul terreno. Qualcuno avvampava di colori.

Il fuoco sbucò dal soffitto del corridoio. La luce si proiettò all’esterno sul prato, trasformando le persone davanti a noi in silhouette dai contorni rosati. Tenevo il braccio attorno alle spalle un poco tremanti di Jan; cominciavamo a sentire il calore. Sulla distante fortezza della vetrata successiva, il tricolore francese brillava di una luminosità impossibile. Tremò per un attimo, parve ondeggiare. Ronald Colman e la sua lacera colonna di uomini barcollarono, come stessero per buttarsi sulla sabbia del deserto; poi svanirono nel nulla. La parte centrale della finestra aveva raggiunto il punto di fusione.

Il fuoco corse ruggendo in corridoio. L’aereo di Buddy Rogers, come il distante apparecchio che aveva appena abbattuto, si incendiò, o così parve. Le fiamme gli lambirono le ali. Vicino alla punta di un’ala, un pannello di vetro crollò, e il fumo nero si riversò immediatamente all’esterno, come salendo dall’ala. Poi, sempre sorridente, con la destra sollevata a togliersi il casco, toccandosi la fronte in un ultimo saluto, Buddy scomparve dietro una vampata rossa di fiamma, nera di fumo.

Un istante dopo, non di più, il costume di Doug Fairbanks diventò di uno stupendo, brillantissimo verde smeraldo, e il suo indomito sorriso a denti candidi fu visibile, ne sono certo, sopra mezza Hollywood in quell’ultimo attimo, prima che Robin Hood esplodesse e svanisse per sempre. Poi Jan e io ci voltammo, e nel tremolio della luce rosa, con le lunghe ombre dei grandi alberi di Graustark che ondeggiavano davanti a noi, ci avviammo al cancello. Mentre uscivamo arrivò la prima autopompa, sollevando una nube di ghiaia e foglie morte.

L’esperienza ci cambia, ci dicono, o comunque dovrebbe cambiarci, e forse Marion Marsh cambiò noi due; può darsi. Di certo è stata un’esperienza che non dimenticheremo mai. E quella sera, molto, molto più tardi, nella nostra camera al Beverly Hills Hotel, uscendo dal bagno, io pensai per un attimo che Marion fosse tornata un’altra volta: mi sorrideva carica di promesse dal letto, e indossava il négligé più trasparente che io abbia mai regalato a Jan. Ma non era Marion; era Jan, che voleva farmi pensare, ne sono quasi certo, di essere Marion. In ogni caso, tentò (e ottenne buoni risultati) di essere un po’ più come lei, un po’ più scatenata e libera. Ma nessuno di noi cambia davvero molto. Restiamo noi stessi, e in buona parte quella era sempre Jan, il che mi andava benissimo. Dopo tutto, e lo sapevo, io non sono Rodolfo Guglielmi.

Un pizzico di pazzia ce lo concedemmo; non tornammo subito a casa. Trascorremmo un paio di giorni a Disneyland e visitammo il cimitero di Forest Lawn, però io non riuscii a trovare il mausoleo marmoreo di Felix il Gatto. Poi ripartimmo per casa, perché eravamo rimasti a corto di soldi e io dovevo finire il bagno nuovo.

Una decina di giorni dopo, da Hollywood arrivò un malloppo di documenti, e noi li compilammo e li restituimmo firmati coi nostri veri nomi, spiegando che Marsh e Guglielmi erano pseudonimi. E per un po’ di tempo, finché quei maledetti spot pubblicitari del ketchup Huntley continuarono a essere trasmessi, ricevemmo asségni per quelli che venivano definiti “pagamenti residui”. Io mi comperai Lo stretto sentiero, con William S. Hart; Nomadi del nord, con Betty Blythe; e Capitan Gennaio, con Baby Peggy. Al ebbe un nuovo cappottino scozzese di lana per l’inverno, e non gli piacque e fece resistenza; anche se, come gli feci notare io, aveva un graziosissimo taschino grande abbastanza per contenere un biscotto per cani a forma di osso. E Jan comperò un paio di mobili nuovi e fece ridecorare il soggiorno.

Con l’eccezione di una parete, ovviamente. Quella non è cambiata, e non cambierà mai finché noi resteremo in questa casa. Marion Marsh ha vissuto qui, dice ancora l’enorme scritta a rossetto. Leggete e piangete.

FINE