/ Language: Italiano / Genre:sf_fantasy / Series: Harry Potter (it)

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

J. Rowling

In questa nuova, attesissima avventura il piccolo grande apprendista mago Harry Potter deve vedersela con l’assassino pluriomicida Sirius Black, evaso dalla fortezza di Azkaban proprio per ucciderlo e con i Dissennatori, guardie carcerarie che neutralizzano le persone risucchiandone i pensieri positivi e impadronendosi dell’anima… Ma Harry Potter non soccombe alla paura, perché questa è la morale vincente che trasmette ai lettori. Tra mappe segrete, zie volanti e libri che mordono, farà trionfare il Bene. Che soddisfazione! Vincitore del premio Locus in 2000. Nominato per il premio Hugo in 2000.

J.K. Rowling

Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

A Jill Prewett e Aine Kiely, le madrine dello swing

Capitolo 1

Posta via gufo

Harry Potter era un ragazzo insolito sotto molti punti di vista. Prima di tutto, odiava le vacanze estive più di qualunque altro periodo dell’anno. Poi voleva davvero fare i compiti, ma era costretto a studiare di nascosto, nel cuore della notte. E per giunta era un mago.

Era quasi mezzanotte, e Harry era steso sul letto a pancia in giù, le coperte tirate sulla testa come una tenda, una torcia in mano e un grosso libro rilegato in pelle (Storia della magia, di Adalbert Incant) aperto e appoggiato al cuscino. Fece scorrere la punta della penna d’aquila sulla pagina, aggrottando le sopracciglia, alla ricerca di qualcosa che potesse aiutarlo a scrivere il tema: Perché i roghi di streghe nel Quattordicesimo Secolo furono completamente inutili.

La penna si arrestò all’inizio di un paragrafo promettente. Harry si spinse su per il naso gli occhiali rotondi, avvicinò la torcia al libro e lesse:

Nel Medioevo, i non-maghi (comunemente noti come Babbani) nutrivano un particolare timore per la magia, ma non erano molto abili nel riconoscerla. Nelle rare occasioni in cui catturavano una vera strega o un vero mago, i roghi non avevano comunque alcun effetto. La strega o il mago eseguivano un semplice Incantesimo Freddafiamma e poi fingevano di urlare di dolore mentre in realtà provavano una piacevole sensazione di solletico. Guendalina la Guercia era così contenta di farsi bruciare che si lasciò catturare non meno di quarantasette volte sotto vari travestimenti.

Harry si infilò la penna tra i denti e frugò sotto il cuscino in cerca dell’inchiostro e di un rotolo di pergamena. Lentamente e con molta attenzione stappò la boccetta, vi intinse la penna e cominciò a scrivere, interrompendosi ugni tanto per tendere l’orecchio, perché se uno dei Dursley andando in bagno avesse sentito lo scricchiolio della penna, probabilmente Harry si sarebbe ritrovato chiuso nel ripostiglio del sottoscala per il resto dell’estate.

La famiglia Dursley di Privet Drive numero 4 era il motivo per cui Harry non si era mai goduto le vacanze estive. Zio Vernon, zia Petunia e il loro figlio Dudley erano i suoi unici parenti, tutti e tre Babbani e con un atteggiamento davvero medioevale nei confronti della magia. I genitori scomparsi di Harry, una strega e un mago, non venivano mai nominati sotto il tetto dei Dursley, e per anni zia Petunia e zio Vernon avevano tiranneggiato Harry in tutti i modi, nella speranza di soffocare in lui ogni scintilla di magia. Con loro grande scorno, avevano fallito, e in quei giorni vivevano nel terrore che qualcuno scoprisse che Harry aveva trascorso gran parte degli ultimi due anni alla Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Il massimo che potevano fare, comunque, era mettere sotto chiave i libri di incantesimi, la bacchetta magica, il calderone e il manico di scopa di Harry sin dall’inizio delle vacanze estive e proibirgli di parlare con i vicini.

Il sequestro dei libri era un autentico problema per Harry, dal momento che aveva da fare un sacco di compiti per le vacanze. Tra l’altro l’insegnante meno amato da Harry, il professor Piton, gli aveva assegnato un tema particolarmente difficile sulle Pozioni Restringenti e non aspettava altro che una scusa per punirlo un mese di fila; così Harry aveva colto l’occasione durante la prima settimana di vacanza. Mentre zio Vernon, zia Petunia e Dudley erano in giardino ad ammirare la nuova auto aziendale (a voce molto alta, in modo che si sapesse in tutto il vicinato), Harry era scivolato dabbasso, aveva aperto il lucchetto del ripostiglio del sottoscala, aveva afferrato rapidamente alcuni libri e li aveva nascosti sotto il letto. Fintantoché non lasciava macchie di inchiostro sulle lenzuola, i Dursley non avrebbero mai scoperto che studiava di notte.

Oltretutto Harry stava particolarmente attento a evitare guai con gli zii, perché erano già parecchio arrabbiati con lui a causa di una telefonata giunta una settimana prima da un compagno di scuola.

Ron Weasley, uno dei migliori amici di Harry a Hogwarts, proveniva da un’intera famiglia di maghi e sapeva un sacco di cose che Harry ignorava, ma non aveva mai usato un telefono. Per colmo di sfortuna era stato zio Vernon a sollevare la cornetta.

«Qui Vernon Dursley».

Harry, che era per caso lì accanto, udì la voce di Ron e si sentì gelare.

«PRONTO? PRONTO? MI SENTE? VORREI — PARLARE — CON — HARRY — POTTER!»

Ron gridava così forte che zio Vernon sobbalzò e allontanò il ricevitore dall’orecchio, guardandolo con un misto di furia e spavento.

«CHI PARLA?» ruggì. «CHI SEI?»

«RON — WEASLEY!» urlò Ron in risposta, come se lui e zio Vernon si stessero parlando dagli estremi opposti di un campo di calcio. «SONO — UN — COMPAGNO — DI — SCUOLA — DI — HARRY!»

Gli occhietti di zio Vernon rotearono fermandosi su Harry, che era come inchiodato al pavimento.

«QUI NON CÈ NESSUN HARRY POTTER!» ruggì tenendo il ricevitore più lontano possibile, come se temesse di vederlo esplodere. «NON SO DI CHE SCUOLA STAI PARLANDO! NON CHIAMARE MAI PIÙ! NON OSARE AVVICINARTI ALLA MIA FAMIGLIA!»

E scaraventò via la cornetta come se fosse un ragno velenoso.

La sfuriata che ne seguì era stata una delle peggiori in assoluto.

«COME HAI OSATO DARE QUESTO NUMERO A GENTE COME — GENTE COME TE!» aveva strillato zio Vernon, sputacchiando saliva tutt’intorno.

Ron naturalmente capì di aver messo Harry nei guai, perché non richiamò. Nemmeno l’altra sua grande amica di Hogwarts, Hermione Granger, si era fatta viva. Harry sospettava che Ron avesse avvertito Hermione di non chiamare, il che era un peccato, perché Hermione, la studentessa più brillante del loro corso, aveva genitori Babbani, sapeva perfettamente come usare un telefono e probabilmente avrebbe avuto abbastanza buonsenso da non dire che frequentava Hogwarts.

Così Harry non aveva notizie dei suoi amici da cinque lunghe settimane, e quell’estate si stava rivelando brutta quasi come quella precedente. Ci fu solo un piccolissimo miglioramento: dopo aver giurato che non l’avrebbe usata per spedire lettere a nessuno dei suoi amici, Harry aveva avuto il permesso di lasciare libera almeno di notte la sua civetta, Edvige. Zio Vernon aveva ceduto per via del fracasso che Edvige faceva se restava sempre chiusa in gabbia.

Harry finì di scrivere di Guendalina la Guercia e tese di nuovo l’orecchio. Il silenzio nella casa buia era rotto solo dal lontano, fragoroso russare del suo enorme cugino Dudley. Doveva essere molto tardi. Gli occhi di Harry bruciavano dalla stanchezza. Forse era meglio finire il tema domani notte…

Harry richiuse la boccetta, prese una vecchia federa, vi infilò la torcia, la Storia della Magia, il tema, la penna e l’inchiostro, si alzò e nascose il tutto sotto il letto, in uno spazio coperto da un’asse mobile. Poi si alzò di nuovo, si stiracchiò e guardò la sveglia luminosa sul comodino.

Era l’una di notte. Lo stomaco di Harry fece un buffo sobbalzo. Aveva tredici anni già da un’ora, senza saperlo.

Un’altra cosa strana di Harry era la scarsa considerazione in cui teneva i suoi compleanni. Non aveva mai ricevuto un biglietto d’auguri in tutta la sua vita. I Dursley avevano completamente ignorato l’evento nei due anni passati, e non c’era motivo di credere che si sarebbero ricordati di questo.

Harry attraversò la stanza buia, oltrepassò la grande gabbia vuota di Edvige e andò verso la finestra aperta. Si sporse sul davanzale: l’aria fresca della notte era piacevole sulla faccia dopo tutto quel tempo passato sotto le coperte. Edvige era via da due notti ormai. Harry non era preoccupato, era stata lontana da casa altrettanto a lungo prima di allora, ma sperava che tornasse presto: era l’unica creatura vivente in quella casa che non si scomponesse alla sua vista.

Harry, benché ancora piuttosto piccolo e mingherlino per la sua età, era cresciuto di qualche centimetro nell’ultimo anno. I suoi capelli nerissimi, comunque, erano quelli di sempre: ostinatamente in disordine, qualunque cosa facesse. Gli occhi dietro le lenti erano verdi e brillanti, e sulla fronte, chiaramente visibile attraverso il ciuffo, c’era una sottile cicatrice a forma di saetta.

Di tutte le cose insolite di Harry, quella cicatrice era la più straordinaria. Non era, come i Dursley avevano sostenuto per dieci anni, il segno dell’incidente d’auto in cui erano morti i genitori di Harry, perché Lily e James Potter non erano morti in un incidente. Erano stati uccisi dal più temuto stregone degli ultimi cent’anni, Voldemort. Ma Harry era scampato all’attacco senz’altro segno che quella cicatrice: la maledizione di Voldemort, invece di ucciderlo, si era ritorta contro chi l’aveva scagliata. Più morto che vivo, lo stregone era fuggito…

In seguito, Harry si era trovato faccia a faccia con lui a Hogwarts. Nel ricordare il loro ultimo incontro, lì in piedi davanti alla finestra buia, Harry dovette ammettere di essere fortunato ad aver raggiunto il suo tredicesimo compleanno.

Scrutò il cielo stellato alla ricerca di un segno di Edvige, magari di ritorno con un topo morto penzolante dal becco, in attesa di lodi. Il suo sguardo vagava assente sui tetti, così ci mise qualche secondo a capire cosa fosse ciò che gli si parò davanti agli occhi.

Stagliata contro la luna d’oro, sempre più grande man mano che si avvicinava, c’era una grande creatura stranamente sghemba, che volava verso di lui. Harry rimase immobile a fissarla. Per un attimo esitò, la mano sulla maniglia della finestra, chiedendosi se non fosse il caso di chiuderla rapidamente. Ma poi la bizzarra creatura planò su uno dei lampioni di Privet Drive, e Harry, che finalmente aveva capito cosa fosse, fece un balzo di lato per farla passare.

Dalla finestra entrarono tre gufi. Due di loro sorreggevano il terzo, che sembrava privo di sensi. Atterrarono con un morbido flump sul letto di Harry, e il gufo in mezzo, che era grosso e grigio, si rovesciò su un fianco e giacque immobile. Aveva un voluminoso pacco legato alle zampe.

Harry riconobbe subito il gufo privo di sensi: si chiamava Errol, e apparteneva alla famiglia Weasley. Harry balzò subito sul letto, slegò le corde attorno alle zampe di Errol, prese il pacco e portò l’uccello nella gabbia di Edvige. Errol aprì un occhio appannato, fece un debole verso di ringraziamento e tuffò il becco nella vaschetta dell’acqua.

Harry si voltò verso gli altri uccelli. Uno dei due, una grossa civetta candida, era la sua Edvige. Anche lei portava un grosso pacco, e sembrava estremamente soddisfatta di sé. Diede a Harry un colpetto affettuoso col becco mentre lui la liberava del fardello, poi volò attraverso la stanza per raggiungere Errol.

Harry non riconobbe il terzo gufo, un bell’animale fulvo, ma capì all’istante da dove veniva perché, oltre a un terzo grosso pacco, portava una lettera con il sigillo di Hogwarts. Quando Harry gli prese il pacco, il gufo arruffò le piume con aria d’importanza, spalancò le ali e spiccò il volo nella notte attraverso la finestra.

Harry si sedette sul letto e prese il pacco di Errol, strappò l’involucro e scoprì un regalo avvolto in carta dorata, insieme al primo biglietto d’auguri della sua vita. Con dita tremanti, aprì la busta. Ne scivolarono fuori due fogli di carta: una lettera e un ritaglio di giornale.

Il ritaglio proveniva chiaramente dal quotidiano dei maghi, La Gazzetta del Profeta, perché le foto in bianco e nero erano animate. Harry lo prese, lo dispiegò e lesse:

DIPENDENTE DEL MINISTERO DELLA MAGIA VINCE GROSSO PREMIO

Arthur Weasley, Direttore dell’Ufficio per l’Uso Improprio dei Manufatti dei Babbani al Ministero della Magia, ha vinto il primo premio della lotteria annuale Super Galeone d’Oro della Gazzetta del Profeta.

Il signor Weasley, soddisfattissimo, ha dichiarato alla Gazzetta del Profeta: «Useremo il premio per una vacanza in Egitto, dove mio figlio maggiore, Bill, lavora come Spezzaincantesimi per la Banca dei Maghi Gringott».

La famiglia Weasley trascorrerà un mese in Egitto, ma tornerà in tempo per l’inizio del nuovo anno scolastico a Hogwarts, dove attualmente sono iscritti cinque dei sette ragazzi Weasley.

Harry guardò la foto animata, e un gran sorriso gli si allargò in volto quando vide tutti i nove Weasley che lo salutavano agitando freneticamente un braccio, in piedi davanti a un’alta piramide. La piccola e rotondetta signora Weasley, l’alto signor Weasley, sempre più stempiato, sei figli e una figlia, tutti quanti (anche se dall’immagine in bianco e nero non si vedeva) forniti di capelli rosso fiamma. Proprio al centro della foto c’era Ron, alto e dinoccolato, con il topo Crosta sulla spalla e il braccio attorno alle spalle della sorellina Ginny.

Per Harry nessuno meritava di vincere un bel mucchio d’oro più dei Weasley, che erano molto simpatici ed estremamente poveri. Prese la lettera di Ron e la aprì.

Caro Harry,

Buon compleanno!

Senti, mi dispiace davvero per quella telefonata. Spero che i Babbani non ti abbiano strapazzato. Ho chiesto a papà, e ha detto che non dovevo urlare.

È bellissimo qui in Egitto. Bill ci ha portati a vedere le tombe e non ti immagini nemmeno tutte le maledizioni che quegli antichi maghi egizi ci hanno ficcato dentro. La mamma non ha voluto che Ginny mettesse piede nell’ultima. Era piena di scheletri mutanti, di Babbani che erano riusciti a entrare e gli erano cresciute delle teste in più e roba del genere.

Non ci potevo credere quando papà ha vinto il Super Galeone d’Oro della Gazzetta. Settecento galeoni! Li abbiamo spesi quasi tutti per questa vacanza, ma mi compreranno una nuova bacchetta magica per il nuovo anno scolastico.

Harry ricordava fin troppo bene la circostanza in cui la vecchia bacchetta di Ron si era spezzata. Era successo quando l’auto volante con cui stavano andando a Hogwarts si era schiantata contro un albero nel cortile della scuola.

Torneremo una settimana prima dell’inizio della scuola e andremo a Londra a comprare la mia bacchetta e i libri nuovi. Ci vediamo là?

Non farti mettere sotto dai Babbani!

Cerca di venire a Londra.

Ron

P.S. Percy è diventato Caposcuola. Ha ricevuto la lettera la settimana scorsa.

Harry guardò di nuovo le fotografie. Percy, che frequentava il settimo e ultimo anno a Hogwarts, aveva l’aria particolarmente compiaciuta. Un nuovo distintivo d’argento scintillava sul fez che portava sopra gli occhiali cerchiati di corno.

Poi Harry rivolse la sua attenzione al regalo e lo scartò. Dentro c’era quella che sembrava una trottola di vetro in miniatura. Sotto c’era un altro biglietto di Ron.

Harry, questo è uno Spioscopio Tascabile. Se nei dintorni c’è qualcuno di cui non fidarsi, dovrebbe accendersi e cominciare a girare. Bill dice che è robaccia per maghi in vacanza e che non ci si può far conto, perché ieri sera ha continuato ad accendersi per tutta la cena. Ma non si era accorto che Fred e George gli avevano messo degli scarafaggi nella minestra.

Ciao da Ron

Harry posò lo Spioscopio Tascabile sul comodino, dove rimase fermo, in equilibrio sulla punta, a riflettere le lancette luminose della sveglia. Lo guardò con gioia per qualche secondo, poi prese il pacco portato da Edvige.

Anche lì dentro c’erano un regalo incartato, un biglietto e una lettera, questa volta da parte di Hermione.

Caro Harry,

Ron mi ha scritto raccontandomi della sua telefonata con tuo zio Vernon. Spero che tu stia bene.

Sono in vacanza in Francia al momento e non sapevo come fare a spedirti questo pacco: e se per caso lo aprivano alla frontiera? Ma poi è spuntata Edvige! Credo che volesse essere sicura che tu ricevessi qualcosa per il tuo compleanno, tanto per cambiare. Ti ho comprato questo regalo via gufo, c’era la pubblicità sulla Gazzetta del Profeta (me la faccio recapitare qui, è bello tenersi aggiornati sulle novità del mondo della magia). Hai visto la foto di Ron e della sua famiglia una settimana fa? Scommetto che sta imparando un sacco di cose, sono davvero invidiosa: i maghi dell’antico Egitto erano affascinanti.

Anche qui ci sono tracce di un passato di stregoneria, comunque. Ho riscritto tutto il tema di Storia della Magia per inserire alcune delle cose che ho scoperto. Spero che non sia troppo lungo, sono due rotoli di pergamena in più di quello che ha chiesto il professor Rüf.

Ron dice che sarà a Londra l’ultima settimana di vacanze. Tu ce la farai? Tua zia e tuo zio ti lasceranno venire? Spero proprio di sì. Altrimenti ci vediamo sull’Espresso di Hogwarts il primo settembre!

Tua

Hermione

P.S. Ron dice che Percy è diventato Caposcuola. Ci scommetto che ne è felice. Ron invece non sembra troppo contento.

Harry rise di nuovo, mise da parte la lettera di Hermione e prese il suo regalo. Era molto pesante. Conoscendo Hermione, era certo che fosse un grosso libro pieno di incantesimi molto difficili: e invece no. Il cuore di Harry diede un gran balzo mentre lui strappava la carta. Quello che vide fu una custodia di pelle nera, con su scritto a lettere d’argento: Kit di Manutenzione per Manici di Scopa.

«Wow, Hermione!» sussurrò Harry, aprendo la cerniera.

C’era un grosso barattolo di Lucido per manici Extra Lusso Il Quercione, un paio di lucenti Forbici coda-ciuffi d’argento, una piccola bussola d’ottone da assicurare al manico durante i lunghi viaggi e un Manuale fai-da-te intitolato La Manutenzione dei Manici di Scopa.

Oltre ai suoi amici, la cosa di Hogwarts che a Harry mancava di più era il Quidditch, lo sport più popolare del mondo della magia: altamente pericoloso, molto eccitante, si giocava su manici di scopa. Harry eccelleva nel Quidditch; era il più giovane giocatore degli ultimi cento anni. Una delle cose più preziose che Harry possedeva era la scopa da corsa Nimbus Duemila.

Mise da parte l’astuccio di pelle e prese l’ultimo pacco. Riconobbe immediatamente lo scarabocchio sulla carta marrone: era di Hagrid, il guardiacaccia di Hogwarts. Strappò il primo strato di carta e intravide qualcosa di verde, apparentemente di pelle, ma prima che finisse di scartarlo il pacchetto ebbe uno strano fremito, e il suo contenuto, qualunque cosa fosse, fece uno schiocco secco e forte, come se avesse le mascelle.

Harry si sentì gelare. Sapeva che Hagrid non gli avrebbe mai spedito di proposito qualcosa di pericoloso, ma d’altra parte Hagrid aveva una percezione del pericolo ben diversa dalla media. Era famoso per aver addomesticato ragni giganti, aver comprato un malefico cane a tre teste e aver fatto entrare di nascosto uova di drago illegali nella sua capanna.

Harry tastò nervosamente il pacco. L’oggetto misterioso schioccò di nuovo. Harry afferrò saldamente la lampada sul comodino e la levò alta sopra la testa, pronto a colpire. Poi afferrò con l’altra mano il resto della carta che avvolgeva il pacco e tirò.

Ne uscì un libro. Harry ebbe appena il tempo di notare la bella copertina verde, con sopra inciso a lettere d’oro il titolo Il Libro Mostro dei Mostri, prima che il volume scattasse in equilibrio sul bordo dandosi alla fuga di traverso sul letto come un granchio bizzarro.

«Oh oh» borbottò Harry.

Il libro cadde dal letto con un tonfo sordo e attraversò rapido la stanza. Harry lo seguì, guardingo. Il libro si era nascosto nello spazio buio sotto la sua scrivania. Pregando che i Dursley fossero ancora profondamente addormentati, Harry si mise a quattro zampe e si tese verso il dono.

«Ahia!»

Il libro si chiuse di colpo sulla sua mano e poi corse via sbatacchiando, sempre di sghembo sui bordi della copertina. Harry avanzò carponi, si slanciò in avanti e cercò di appiattirlo. Dalla camera accanto giunse un grugnito sonnolento di zio Vernon.

Edvige ed Errol osservarono con interesse Harry che afferrava il libro e lo stringeva saldamente fra le braccia, correva verso il cassettone e ne estraeva una cintura, che strinse attorno al curioso oggetto. Il Libro Mostro fu scosso dalla rabbia, ma non poteva più aprirsi e chiudersi di scatto. Così Harry lo gettò sul letto e prese il biglietto di Hagrid.

Caro Harry,

Buon compleanno!

Credo che troverai questa cosa interessante per il prossimo anno. Non ti dico altro adesso. Ti dico quando ti vedo.

Spero che i Babbani ti trattano bene.

Stammi bene.

Hagrid

A Harry parve alquanto allarmante che Hagrid considerasse utile un libro mordace, ma mise il suo biglietto vicino a quelli di Ron e di Hermione, con un sorriso più largo che mai. Restava solo la lettera da Hogwarts.

Notando che era più voluminosa del solito, Harry aprì la busta, estrasse il primo foglio di pergamena e lesse:

Caro signor Potter,

Ci pregiamo di informarla che il nuovo anno scolastico comincerà il primo settembre. L’Espresso di Hogwarts partirà dalla stazione di King’s Cross, binario nove e tre quarti, alle undici in punto.

Gli studenti del terzo anno hanno il permesso di visitare il villaggio di Hogsmeade in alcuni finesettimana stabiliti. La preghiamo di restituirei l’autorizzazione allegata, firmata da un genitore o da un tutore.

Allego la lista dei libri di testo per il prossimo anno.

Cordialmente,

Professoressa M. McGranitt

Vicepreside

P.S. Il professor Albus Silente si unisce a me nell’augurarti un felice compleanno, Harry.

Harry estrasse l’autorizzazione e la guardò, senza più sorridere. Sarebbe stato meraviglioso poter visitare Hogsmeade nei finesettimana; sapeva che era un villaggio abitato esclusivamente da maghi, e non vi aveva mai messo piede prima. Ma come avrebbe fatto a convincere gli zii a firmare il permesso?

Guardò la sveglia. Erano le due del mattino.

Harry decise che avrebbe pensato a Hogsmeade al suo risveglio, tornò a letto e si sporse per cancellare un altro giorno sulla tabella che contava i giorni mancanti al suo ritorno a Hogwarts. Poi si tolse gli occhiali e si distese, a occhi aperti, fissando i tre biglietti di compleanno.

Per quanto fosse un ragazzo decisamente insolito, in quel momento Harry Potter si sentì proprio come chiunque altro: felice, per la prima volta nella vita, che fosse il suo compleanno.

Capitolo 2

Il grosso errore di zia Marge

Quando Harry scese a colazione la mattina dopo, trovò i tre Dursley già seduti al tavolo di cucina a guardare la televisione. L’apparecchio era nuovo di zecca, un regalo di fine scuola per Dudley, che si era sempre lamentato del lungo tragitto dal frigo alla tivù del salotto. Dudley aveva passato gran parte dell’estate in cucina, masticando ininterrottamente, con i piccoli occhi porcini fissi sullo schermo e i cinque doppi menti che tremolavano.

Harry sedette tra Dudley e zio Vernon, un omone bene in carne con il collo cortissimo e folti baffi. Nessuno si sognò di augurare buon compleanno a Harry, anzi nessuno dei Dursley diede segno di accorgersi che fosse entrato in cucina, ma Harry ci era troppo abituato per farci caso. Prese una fetta di pane tostato e guardò il mezzobusto sullo schermo: parlava di un detenuto evaso…

«Black è armato ed estremamente pericoloso. È stata attivata una linea telefonica speciale, e chiunque lo avvisti è pregato di comunicarlo immediatamente alle autorità».

«È chiaro che è un delinquente» bofonchiò zio Vernon fissando l’ex prigioniero da sopra il giornale. «Guardatelo un po’, guardate com’è sporco! E i capelli, poi!»

Scoccò un malevolo sguardo obliquo a Harry, la cui chioma ribelle lo aveva sempre molto infastidito. Ma in confronto all’uomo sullo schermo, il volto magro incorniciato da un groviglio sporco che gli arrivava alle spalle, Harry si sentì molto ordinato.

Ricomparve il mezzobusto.

«Il Ministero dell’Agricoltura e della Pesca annuncerà oggi…»

«Ehi!» abbaiò zio Vernon, fissando furente il giornalista. «Non ci hai detto da dove è fuggito quel maniaco! Che razza di modo è? Quel pazzo potrebbe spuntare qui intorno da un momento all’altro!»

Zia Petunia, una donna ossuta con la faccia cavallina, si alzò di scatto e gettò un’occhiata fuori dalla finestra della cucina. Harry sapeva che zia Petunia sarebbe stata felicissima di poter chiamare il numero speciale. Era la donna più ficcanaso del mondo e passava gran parte del suo tempo a spiare i vicini, anche se erano noiosi e rispettosi della legge.

«Quando impareranno che la pena di morte è il solo modo di trattare con gente del genere?» disse zio Vernon picchiando il grosso pugno violaceo sul tavolo.

«Verissimo» disse zia Petunia, ancora intenta a sbirciare tra i rampicanti del vicino.

Zio Vernon finì il suo tè, guardò l’orologio e disse: «Esco tra un minuto, Petunia, il treno di Marge arriva alle dieci».

Harry, i cui pensieri erano tutti per il suo Kit di Manutenzione per Manici di Scopa, ripiombò bruscamente nella realtà.

«Zia Marge?» esclamò. «N-non è che sta venendo qui, vero?»

Zia Marge era la sorella di zio Vernon. Anche se per lui era solo una parente acquisita (la madre di Harry era la sorella di zia Petunia), era costretto a chiamarla zia. Zia Marge viveva in campagna, in una casa con un grande giardino, e allevava bulldog. Non veniva spesso a Privet Drive, perché non riusciva a separarsi dai suoi amatissimi cani, ma tutte le sue visite erano vividamente, orribilmente impresse nella memoria di Harry.

Per il quinto compleanno di Dudley, zia Marge aveva picchiato Harry sugli stinchi con il bastone da passeggio perché la smettesse di battere Dudley al gioco dei mimi. Qualche anno dopo, a Natale, era arrivata con un aereo telecomandato per Dudley e una scatola di biscotti per cani per Harry. Durante la sua ultima visita, Harry aveva calpestato per errore la coda del suo cane preferito, Squarta, che l’aveva rincorso per tutto il giardino, finché il ragazzo non aveva trovato riparo su un albero. Zia Marge aveva richiamato il cane solo a mezzanotte passata; l’episodio faceva ancora ridere Dudley fino alle lacrime.

«Marge rimarrà da noi per una settimana» sibilò zio Vernon, «e visto che siamo in argomento, sarà il caso di chiarire qualche cosetta prima che io vada a prenderla» aggiunse, puntando un grasso dito minaccioso verso Harry.

Dudley fece un sorrisetto e distolse lo sguardo dallo schermo. Guardare il padre che strapazzava Harry era il suo divertimento preferito.

«Prima di tutto» ringhiò zio Vernon, «tieni a posto la lingua quando parli con Marge».

«Lo farò» ribatté Harry aspramente, «se lei lo fa con me».

«Secondo» disse zio Vernon, fingendo di non aver sentito, «dal momento che Marge non sa nulla della tua anormalità, non voglio che succedano cose… cose strane mentre lei è qui. Comportati bene, capito?»

«Sì, se lo fa lei» disse Harry a denti stretti.

«Terzo» riprese zio Vernon, gli occhietti malvagi ridotti a fessure nel faccione violaceo, «abbiamo detto a Marge che frequenti il Centro di Massima Sicurezza San Bruto per Giovani Criminali Irrecuperabili».

«Che cosa?» esclamò Harry.

«E sarà meglio che tu glielo lasci credere, ragazzo, o saranno guai» ribatté zio Vernon.

Harry rimase seduto, pallido e furibondo, guardando zio Vernon con aria incredula. Zia Marge ospite per una settimana: era il peggior regalo di compleanno che i Dursley gli avessero mai fatto, peggio anche dei vecchi calzini di zio Vernon.

«Bene, Petunia» disse zio Vernon alzandosi goffamente, «vado alla stazione. Vuoi venire anche tu, Dudders?»

«No» rispose Dudley. Ora che suo padre aveva smesso di minacciare Harry, era tornato a guardare la televisione.

«Diddy adesso si fa bello per la zietta» disse zia Petunia accarezzando i folti capelli biondi di Dudley. «La mamma gli ha comprato un bel cravattino nuovo nuovo».

Zio Vernon diede una pacca sulla spalla porcina di Dudley.

«Ci vediamo fra poco, allora» disse, e uscì.

Harry, che era rimasto immobile come impietrito dall’orrore, all’improvviso ebbe un’idea. Lasciò perdere il pane tostato, scattò in piedi e seguì zio Vernon nell’ingresso.

Zio Vernon s’infilò il giaccone.

«Non ho intenzione di portare te» ringhiò.

«Non ho intenzione di venire» rispose Harry gelido. «Volevo chiederti una cosa».

Zio Vernon lo squadrò con sospetto.

«I ragazzi del terzo anno a Hog… voglio dire alla mia scuola, hanno il permesso di visitare il villaggio» disse Harry.

«E allora?» scattò zio Vernon prendendo le chiavi dell’auto da un gancio vicino alla porta.

«Devi firmare il permesso» disse Harry in fretta.

«E perché dovrei?» chiese zio Vernon beffardo.

«Be’» spiegò Harry scegliendo con cura le parole, «non sarà facile per me far finta con zia Marge di frequentare quel Centro Nonsoche…»

«Centro di Massima Sicurezza San Bruto per Giovani Criminali Irrecuperabili!» muggì zio Vernon, e Harry fu lieto di cogliere un’evidente nota di panico nella sua voce.

«Esatto» disse Harry, fissando tranquillamente il faccione paonazzo di zio Vernon. «È lungo da ricordare. E dovrò sembrare credibile, vero? E se per sbaglio mi lascio scappare qualcosa?»

«Ti spezzo le ossa una per una, capito?» ruggì zio Vernon avanzando verso Harry con il pugno alzato. Ma Harry rimase immobile.

«Spezzarmi le ossa non farebbe dimenticare a zia Marge quello che le potrei dire» ribatté ironico.

Zio Vernon si fermò, col pugno ancora alzato, grigiastro in volto.

«Ma se mi firmi il permesso» riprese Harry in fretta, «giuro che mi ricorderò il nome della scuola che hai detto, e mi comporterò come un Bab… come uno normale».

Harry capì che zio Vernon stava riflettendo, anche se aveva i denti scoperti e una vena che gli pulsava alla tempia.

«Va bene!» esclamò alla fine zio Vernon. «Starò molto attento a come ti comporti durante la visita di Marge. E se alla fine avrai rigato dritto, ti firmerò quel maledetto permesso».

Girò sui tacchi, aprì la porta e la sbatté così forte che uno dei pannelli di vetro cadde fragorosamente.

Harry non tornò in cucina. Invece andò di sopra, nella sua camera. Se doveva comportarsi come un vero Babbano, era meglio cominciare subito. Lentamente, malinconicamente, raccolse i regali e i biglietti di auguri e li nascose sotto il letto insieme ai compiti. Poi andò alla gabbia di Edvige. Errol si era ripreso; lui ed Edvige erano addormentati, il capo sotto l’ala. Harry sospirò, poi li svegliò.

«Edvige» disse in tono sconsolato, «devi sparire per una settimana. Vai con Errol, Ron si prenderà cura di te. Gli scriverò un biglietto per spiegargli. E non guardarmi cosi» — gli occhi ambrati di Edvige erano colmi di rimprovero — «non è colpa mia. E l’unico modo per avere il permesso di andare a Hogsmeade con Ron e Hermione».

Dieci minuti dopo, Errol ed Edvige (che aveva un messaggio per Ron legato a una zampa) volarono fuori dalla finestra e sparirono. Harry, decisamente triste, ripose la gabbia vuota nell’armadio.

Non dovette aspettare molto. In men che non si dica, zia Petunia prese a strillare su per le scale ordinandogli di scendere per salutare l’ospite.

«E fai qualcosa a quei capelli!» gli disse mentre Harry si avviava verso l’ingresso.

Harry non capiva perché dovesse cercare di lisciarsi i capelli. Zia Marge adorava criticarlo, e quindi più lui era disordinato più sarebbe stata contenta.

Ben presto si senti scricchiolare la ghiaia mentre l’auto di zio Vernon percorreva il vialetto, poi si udirono il rumore delle portiere che si chiudevano e i passi sul sentiero del giardino.

«Vai alla porta!» sibilò zia Petunia a Harry.

Lo stomaco ridotto a un nodo, Harry aprì la porta.

Sulla soglia c’era zia Marge. Somigliava molto a zio Vernon: larga, bene in carne e paonazza, aveva perfino i baffi, anche se non cespugliosi come quelli dello zio. In una mano reggeva un’enorme valigia, e infilato sotto l’altro braccio c’era un vecchio bulldog dal pessimo carattere.

«Dov’è il mio Dudders?» ruggì zia Marge. «Dov’è il mio nipotino tesorino?»

Dudley caracollò avanti, i capelli biondi incollati piatti sul testone, il cravattino appena visibile sotto molteplici strati di doppio mento. Zia Marge scagliò la valigia nello stomaco di Harry, mozzandogli il respiro, sollevò da terra Dudley, lo strizzò forte con il braccio libero e gli stampò un grosso bacio sulla guancia.

Harry sapeva benissimo che Dudley tollerava gli abbracci di zia Marge solo perché veniva ben ricompensato, ed era certo che, una volta sciolto l’abbraccio, Dudley avesse una crocchiante banconota da venti sterline ben stretta nel pugno ciccione.

«Petunia!» esclamò zia Marge passando davanti a Harry come se fosse un appendiabiti. Zia Marge e zia Petunia si baciarono, o meglio, zia Marge urtò il mascellone contro lo zigomo ossuto di zia Petunia.

Zio Vernon entrò, sorrise gioviale e chiuse la porta.

«Tè, Marge?» chiese. «E Squarta che cosa prende?»

«Squarta prende il tè dal mio piattino» disse zia Marge mentre entravano tutti in cucina, lasciando Harry solo nell’ingresso con la valigia. Ma lui non si lamentò; ogni scusa era buona per non dover stare con zia Marge. Così prese a trascinare la valigia di sopra, nella stanza degli ospiti, e ci mise più tempo che poteva.

Quando tornò in cucina, a zia Marge erano stati serviti tè e torta alla frutta e Squarta, in un angolo, leccava rumorosamente il piattino. Harry vide zia Petunia rabbrividire impercettibilmente notando le gocce di tè e bava che macchiavano il pavimento pulito. Zia Petunia odiava gli animali.

«Chi ti cura gli altri cani, Marge?» chiese zio Vernon.

«Oh, c’è il Colonnello Fubster che si occupa di loro» esclamò zia Marge. «Ora è in pensione, ed è contento di avere qualcosa da fare. Ma non ho proprio potuto lasciare a casa il povero vecchio Squarta. Quando è lontano da me piange».

Squarta prese a ringhiare mentre Harry si sedeva. Per la prima volta da quando era arrivata, l’attenzione di zia Marge si concentrò sul ragazzo.

«Allora!» abbaiò. «Sei ancora qui!»

«Si» disse Harry.

«Non dire sì con quel tono ingrato» ringhiò zia Marge. «Vernon e Petunia sono maledettamente gentili a tenerti. Io non l’avrei fatto. Saresti andato dritto filato all’orfanotrofio se ti avessero abbandonato sulla porta di casa mia».

Harry moriva dalla voglia di dire che avrebbe preferito stare in un orfanotrofio invece che con i Dursley, ma il pensiero del permesso per Hogsmeade lo fermò. Così sorrise a fatica.

«Non fare quelle smorfie!» tuonò zia Marge. «Vedo che non sei affatto migliorato dall’ultima volta. Speravo che la scuola ti avrebbe ficcato in testa un po’ di buone maniere». Prese una gran sorsata di tè, si asciugò i baffi e disse: «Dove hai detto che lo mandate, Vernon?»

«A San Bruto» rispose prontamente zio Vernon. «È un istituto di prim’ordine per casi senza speranza».

«Ho capito» disse zia Marge. «Usano la frusta a San Bruto, ragazzo?» abbaiò.

«Ehm…»

Zio Vernon fece sì con la testa dietro la schiena di zia Marge.

«Sì» disse Harry. Poi, pensando che tanto valeva far le cose perbene, aggiunse: «Sempre».

«Ottimo» disse zia Marge. «Io non la capisco, questa mania di non darle alla gente che se lo merita. È da smidollati, da mollaccioni. Una bella battuta è quello che ci vuole in novanta casi su cento. E te, ti picchiano spesso?»

«Oh, sì» rispose Harry, «un sacco di volte».

Zia Marge socchiuse gli occhi.

«Il tuo tono continua a non piacermi, ragazzo» profferì. «Se usi quel tono svagato per parlare delle frustate che prendi, è chiaro che non te ne danno abbastanza. Petunia, se fossi in te scriverei una lettera al direttore. Per ribadire che approvi l’uso delle maniere forti con il ragazzo».

Forse zio Vernon temeva che Harry dimenticasse il loro patto; comunque, cambiò bruscamente discorso.

«Hai sentito il telegiornale stamattina, Marge? Di quel prigioniero evaso? Che storia…»

Mentre zia Marge cominciava a fare come se fosse a casa sua, Harry si sorprese a pensare con nostalgia alla vita al numero 4 senza di lei. Zio Vernon e zia Petunia di solito lo esortavano a stare fuori dai piedi, cosa che Harry faceva con gran gioia. Zia Marge, invece, voleva tenere Harry sempre sott’occhio, in modo da poter dispensare consigli su come migliorare i suoi modi. Era felice di poter paragonare Harry a Dudley; provava un gran piacere nel comprare al nipote regali costosi e nel darglieli fissando Harry, sfidandolo a chiedere perché non ci fosse un regalo anche per lui. In più. continuava a lasciar cadere cupe allusioni su ciò che faceva di Harry una persona così manchevole.

«Non devi rimproverarti per come è venuto su il ragazzo, Vernon» disse a pranzo il terzo giorno. «Se c’è qualcosa di marcio dentro, uno non può farci niente».

Harry cercò di concentrarsi sul piatto, ma gli tremavano le mani ed era rosso di rabbia. Ricordati il permesso, si disse. Pensa a Hogsmeade. Non dire niente. Non alzare…

Zia Marge prese il bicchiere pieno di vino.

«È una delle regole base dell’allevamento» disse. «Con i cani è sempre così. Se c’è qualcosa che non va nella madre, anche i cuccioli avranno qualcosa che non…»

In quel momento, il bicchiere esplose in mano a zia Marge. Frammenti di vetro volarono in tutte le direzioni e zia Marge prese a sputacchiare e a strizzare gli occhi, il faccione rosso grondante di vino.

«Marge!» squittì zia Petunia. «Marge, va tutto bene?»

«Non è niente» grugnì zia Marge, asciugandosi la faccia col tovagliolo. «Devo averlo stretto troppo. Mi è successa la stessa cosa l’altro giorno a casa del Colonnello Fubster. Non agitarti, Petunia, è solo che ho una presa molto salda…»

Ma zia Petunia e zio Vernon lanciarono a Harry occhiate sospettose. Così lui decise che era meglio saltare il dolce e allontanarsi da tavola più in fretta che poteva.

In corridoio, appoggiò la schiena al muro e respirò profondamente. Da tanto tempo non gli succedeva di perdere il controllo e far esplodere qualcosa. Non poteva permettersi che accadesse di nuovo. Il permesso per Hogsmeade non era la sola posta in gioco: se continuava cosi, sarebbe finito nei guai con il Ministero della Magia.

Harry era ancora un mago minorenne, e la legge dei maghi gli proibiva di fare magie fuori dalla scuola. Ma il suo curriculum non era proprio immacolato in questo senso. Solo l’estate precedente aveva ricevuto una severa ammonizione ufficiale: se il Ministero avesse avuto notizia di altre pratiche magiche compiute a Privet Drive, Harry sarebbe stato espulso da Hogwarts.

Harry sentì che i Dursley si alzavano da tavola e corse di sopra, fuori dai piedi.

Harry riuscì a superare i tre giorni che seguirono sforzandosi di pensare al Manuale di Manutenzione per Manici di Scopa tutte le volte che zia Marge se la prendeva con lui. La cosa funzionò, anche se a quanto pare lo costringeva a una certa fissità dello sguardo, tanto che zia Marge cominciò a vociferare che secondo lei Harry doveva essere anormale.

Finalmente arrivò l’ultima sera della vacanza di zia Marge. Zia Petunia preparò una cenetta speciale e zio Vernon stappò parecchie bottiglie di vino. Mangiarono la minestra e il salmone senza far cenno ai difetti di Harry; al momento della meringata al limone, zio Vernon li tediò tutti con un lungo discorso sulla Grunnings, la sua ditta produttrice di trapani; poi zia Petunia fece il caffè e zio Vernon tirò fuori una bottiglia di brandy.

«Un bicchierino, Marge?»

Zia Marge aveva già bevuto parecchio. Il suo faccione era molto rosso.

«Ma sì, appena appena» disse ridacchiando. «Un po’ di questo, un po’ di quello… come il ragazzo».

Dudley stava facendo sparire la quarta fetta di meringata. Zia Petunia beveva il caffè con il mignolo teso. Harry avrebbe tanto voluto eclissarsi in camera sua, ma incontrò lo sguardo furioso di zio Vernon e capì che doveva resistere.

«Aah» disse zia Marge schioccando le labbra, e posò il bicchiere vuoto. «Che mangiata, Petunia. Di solito la sera mi faccio due cosette veloci, con dodici cani a cui badare…» Ruttò sonoramente e si batté il grosso stomaco ricoperto di tweed. «Scusate. Ma mi piace vedere un ragazzo sano» riprese, strizzando l’occhio a Dudley. «Diventerai un bell’omone, Dudders, proprio come tuo padre. Sì, ancora un po’ di brandy, Vernon… Ma quello lì…»

Piegò il capo verso Harry, che si sentì stringere lo stomaco. Il Manuale, pensò in fretta.

«Quello lì ha l’aria poco sana, è così piccolo. Succede anche con i cani. Il Colonnello Fubster l’anno scorso me ne ha annegato uno. Una specie di topo, ecco cos’era. Debole. Malnutrito».

Harry stava tentando di ricordarsi la pagina 12 del Manuale: Un Incantesimo per curare le Retromarce Riluttanti.

«Dipende tutto dal sangue, come dicevo l’altro giorno. Cattivo sangue non mente. Ora, non sto dicendo che la tua famiglia ha qualcosa che non va, Petunia» e batté sulla mano ossuta di Petunia con la sua, simile a un badile, «ma tua sorella era la mela marcia. Capita anche nelle migliori famiglie. Poi è scappata con un buono a nulla ed ecco il risultato».

Harry fissò il piatto, uno strano ronzio nelle orecchie. Prendete la scopa per la coda con fermezza, pensò. Ma non riusciva a ricordare cosa veniva dopo. La voce di zia Marge si faceva strada dentro di lui come uno dei trapani di zio Vernon.

«Quel Potter» disse zia Marge ad alta voce afferrando la bottiglia di brandy e versandone ancora, un po’ nel bicchiere un po’ sulla tovaglia, «non mi avete mai detto che lavoro faceva».

Zio Vernon e zia Petunia erano molto tesi. Perfino Dudley alzò gli occhi dalla torta per osservare i genitori.

«Lui… non lavorava» disse zio Vernon, lanciando a Harry un’occhiata obliqua. «Era disoccupato».

«Lo immaginavo!» disse zia Marge buttando giù una gran sorsata di brandy e asciugandosi il mento con la manica. «Un fannullone, un mangiapane a ufo, uno sfaticato che…»

«Non è vero» disse Harry all’improvviso. Tutti tacquero. Harry tremava. Non era mai stato così arrabbiato.

«ANCORA UN PO’ DI BRANDY!» strillò zio Vernon, che era impallidito. Svuotò la bottiglia nel bicchiere di zia Marge. «Tu, ragazzo» sibilò rivolto a Harry. «Vai a dormire, vai…»

«No, Vernon» disse zia Marge. Le era venuto il singhiozzo. Tese una mano per interrompere il fratello, gli occhietti iniettati di sangue fissi su Harry. «Va’ avanti, ragazzo, va’ avanti. Sei fiero dei tuoi genitori, vero? Figurati, due che si ammazzano in un incidente d’auto. Saranno stati ubriachi…»

«Non sono morti in un incidente!» esclamò Harry scattando in piedi.

«Sono morti in un incidente, piccolo perfido bugiardo, e ti hanno scaricato come un fardello sulle spalle dei loro bravi, operosi parenti!» strillò zia Marge furiosa. «Sei un insolente, ingrato moccioso…»

Ma zia Marge all’improvviso tacque. Per un attimo, fu come se le mancassero le parole. Sembrava gonfia di una rabbia inesprimibile, una rabbia che continuava a premere, a premere da dentro. Il suo faccione rosso cominciò ad allargarsi, i suoi occhietti presero a sporgere e la sua bocca si stirò a tal punto da impedirle di parlare. Un attimo dopo, parecchi bottoni saltarono dalla giacca di tweed e rimbalzarono sulle pareti. Si stava gonfiando come un pallone mostruoso, con lo stomaco che esplodeva dalla gonna di tweed e le dita simili a salsicce.

«MARGE!» gridarono zio Vernon e zia Petunia in coro, mentre il corpo di zia Marge cominciava a sollevarsi dalla sedia e a librarsi verso il soffitto. Ormai era completamente rotonda, un’enorme boa di salvataggio con gli occhi porcini, e le mani e i piedi sporgevano in modo bizzarro mentre navigava a mezz’aria, con uno scoppiettio soffocato. Squarta entrò a scivoloni, abbaiando furiosamente.

«Noooooo!»

Zio Vernon afferrò un piede di zia Marge e cercò di tirarla giù, ma rischiò a sua volta di sollevarsi da terra. Un istante dopo, Squarta fece un balzo e affondò i denti nella gamba di zio Vernon.

Harry scattò prima che qualcuno potesse fermarlo, diretto al ripostiglio del sottoscala. La porta si spalancò da sola per magia. In un attimo, trascinò il suo baule verso la porta. Filò su per le scale e si gettò sotto il letto, strappò l’asse mobile e afferrò la federa che conteneva i libri e i regali di compleanno. Strisciò fuori, prese la gabbia vuota di Edvige e si precipitò di nuovo dabbasso, proprio mentre zio Vernon usciva dalla sala da pranzo, la gamba del pantalone ridotta a brandelli sanguinolenti.

«TORNA SUBITO QUI!» strillò. «VIENI A RIMETTERLA A POSTO!»

Ma Harry, preso da una rabbia incontenibile, apri con un calcio il baule, afferrò la bacchetta magica e la puntò su zio Vernon.

«Se l’è meritato» disse respirando affannosamente. «Se l’è proprio meritato. Stai lontano da me».

Tese l’altra mano all’indietro, cercando a tentoni la maniglia.

«Me ne vado» disse. «Ne ho abbastanza».

E un attimo dopo era fuori, lungo la strada buia e tranquilla, trascinando il baule, con la gabbia di Edvige sottobraccio.

Capitolo 3

Il Nottetempo

Harry era già abbastanza lontano quando crollò su un muretto in Magnolia Crescent, ansimando per lo sforzo. Sedette immobile, ancora sopraffatto dall’ira, ad ascoltare i tonfi affannosi del suo cuore.

Ma dopo dieci minuti di solitudine totale nella stradetta buia, una nuova emozione lo travolse: il panico. Non si era mai trovato in un guaio peggiore, in tutti i sensi. Era solo, abbandonato nel cupo mondo Babbano, senza un posto dove andare. E, quel che era peggio, aveva appena praticato una vera magia, il che voleva dire che sarebbe stato quasi certamente espulso da Hogwarts. Aveva violato il Decreto per la Restrizione delle Arti Magiche tra i Minorenni con tanta evidenza che era sorpreso che gli emissari del Ministero della Magia non gli fossero già alle costole.

Harry rabbrividì e guardò Magnolia Crescent da una parte e dall’altra. Che cosa gli sarebbe successo? Sarebbe stato arrestato, o semplicemente bandito dal mondo della magia? Pensò a Ron e a Hermione, e il suo cuore sprofondò ancora un po’. Harry era certo che, criminale o no, Ron e Hermione sarebbero stati pronti ad aiutarlo, ma erano tutti e due all’estero, e senza Edvige non aveva modo di comunicare con loro.

Non aveva nemmeno del denaro Babbano. C’erano alcune monete magiche in un sacchetto in fondo al baule, ma il resto della fortuna ereditata dai genitori era depositato in una camera blindata della Banca per Maghi Gringott a Londra. E non sarebbe mai riuscito a trascinare il baule fino a Londra. A meno che…

Guardò la bacchetta, che teneva ancora stretta in pugno. Se era già praticamente espulso (al pensiero il cuore gli batteva così forte da fargli male), un altro po’ di magia non poteva guastare. Aveva il Mantello dell’Invisibilità ereditato da suo padre: e se avesse gettato un incantesimo sul baule per renderlo leggero come una piuma, lo avesse legato al manico di scopa, si fosse avvolto nel mantello e fosse volato fino a Londra? Così avrebbe potuto prelevare il resto del denaro dalla camera blindata e… cominciare la sua vita di reietto. Era una prospettiva orribile, ma Harry non poteva restare li seduto per sempre, a meno di non voler spiegare a un poliziotto Babbano che cosa ci faceva nel cuore della notte con un manico di scopa e un mucchio di libri d’incantesimi.

Harry riaprì il baule e spinse da una parte il contenuto per cercare il Mantello dell’Invisibilità, ma prima ancora di averlo trovato si alzò all’improvviso e si guardò intorno un’altra volta.

Avvertiva un curioso formicolio alla nuca: era come se qualcuno lo stesse osservando. Ma la strada pareva deserta, e le luci erano tutte spente nelle grandi case squadrate.

Si chinò di nuovo sul baule, ma si rialzò quasi immediatamente e strinse più forte la bacchetta. Lo avvertiva, più che sentirlo con le orecchie: c’era qualcuno o qualcosa lì nello stretto passaggio tra il garage e la staccionata alle sue spalle. Harry cercò di strizzare gli occhi per vedere meglio. Se solo la cosa si fosse mossa, avrebbe scoperto se si trattava di un gatto randagio o di qualcos’altro.

«Lumos» mormorò Harry, e una luce abbagliante apparve sulla punta della bacchetta. La tenne alta sopra la testa, e l’intonaco incrostato di ghiaino del numero 2 all’improvviso prese a brillare; la porta del garage scintillò e Harry scorse distintamente il vasto profilo di qualcosa di molto grosso, dagli enormi occhi lucenti…

Harry fece un passo indietro, inciampò nel baule e cadde. La bacchetta gli sfuggì di mano mentre Harry allungava un braccio per attutire la caduta. Il ragazzo atterrò bruscamente nel canaletto di scolo…

Si udì un BANG assordante e Harry alzò le mani per ripararsi da un’improvvisa luce accecante…

Con un grido, rotolò sul marciapiedi, appena in tempo. Un attimo dopo, un gigantesco paio di ruote sovrastate da due enormi fanali frenava bruscamente a pochi centimetri da lui. Come Harry poté constatare, il tutto apparteneva a un autobus a tre piani di un viola intenso, apparso dal nulla. Le lettere d’oro sul parabrezza dicevano: Il Nottetempo.

Per un attimo Harry si chiese se la caduta lo avesse rimbambito. Poi un autista in uniforme viola balzò giù dal pullman e prese a parlare ad alta voce nella notte.

«Benvenuti sul Nottetempo, mezzo di trasporto di emergenza per maghi e streghe in difficoltà. Allungate la bacchetta, salite a bordo e vi portiamo dove volete. Mi chiamo Stan Picchetto, e sono il vostro bigliettaio per questa not…»

Il bigliettaio s’interruppe alla vista di Harry, che era ancora seduto per terra. Harry afferrò la bacchetta e si rialzò. Visto da vicino, Stan Picchetto sembrava poco più grande di lui: aveva diciotto, diciannove anni al massimo, con grandi orecchie a sventola e un bel po’ di brufoli.

«Che ci fai lì per terra?» domandò Stan, abbandonando il tono professionale.

«Sono caduto» disse Harry.

«Ma davvero?» chiese Stan con una risatina.

«Non l’ho fatto apposta» rispose Harry seccato. Aveva i jeans strappati al ginocchio, e la mano che aveva gettato indietro per frenare la caduta sanguinava. All’improvviso gli venne in mente perché era caduto, e si voltò rapido a guardare il passaggio tra il garage e la staccionata. I fari del Nottetempo lo inondavano di luce, ed era vuoto.

«Che guardi?» disse Stan.

«C’era una cosa nera» disse Harry indicando riluttante il passaggio. «Come un cane… ma grosso…»

Guardò Stan, che lo fissava a bocca aperta. A disagio, Harry vide lo sguardo di Stan posarsi sulla cicatrice che aveva sulla fronte.

«Che c’hai sulla testa?» chiese Stan bruscamente.

«Niente» rispose rapido Harry schiacciandosi i capelli sulla cicatrice. Se il Ministero della Magia lo stava cercando, non voleva certo facilitargli il compito.

«Com’è che ti chiami?» insistette Stan.

«Neville Paciock» disse Harry sparando il primo nome che gli venne in mente. «Allora… questo autobus» riprese in fretta, sperando di distrarre Stan, «hai detto che va dappertutto

«Orpo!» disse Stan tutto fiero. «Dove ti pare, finché c’è strada. Sott’acqua però no che non ci va. Ehi» disse, di nuovo sospettoso, «ci hai fermato, eh? Hai messo fuori la bacchetta, vero?»

«Sì» rispose Harry in fretta. «Senti, quanto costa andare fino a Londra?»

«Undici falci» rispose Stan, «ma per tredici ti diamo anche una cioccolata bella fumante, e per quindici una borsa dell’acqua calda e uno spazzolino da denti, del colore che vuoi, eh».

Harry frugò ancora una volta nel baule, estrasse un sacchetto e porse a Stan alcune monete d’argento. Poi insieme caricarono il baule sul pullman, con la gabbia di Edvige sopra, in bilico.

Dentro non c’erano i sedili; al loro posto, una mezza dozzina di letti, vicini ai finestrini chiusi da tende. Accanto a ogni letto c’era una candela accesa in un candeliere, che illuminava il rivestimento a pannelli di legno della carrozza. In fondo al pullman, un piccolo mago con un berretto da notte mormorò: «Non ora, grazie, sto mettendo le lumache in salamoia» e si rigirò nel sonno.

«Puoi metterti qui» sussurrò Stan spingendo il baule di Harry sotto il letto dietro il conducente, seduto in poltrona al volante. «Questo è il nostro autista, Ernie Urto. Questo è Neville Paciock, Ern».

Ernie Urto, un anziano mago con gli occhialoni spessi, fece un cenno a Harry, che si appiattì nervosamente la frangia e si sedette sul letto.

«Diamoci una mossa, Ern» disse Stan prendendo posto nella poltrona accanto a quella di Ernie.

Si udi un altro terribile BANG, e un attimo dopo Harry si trovò lungo disteso sul letto, sbalzato all’indietro dalla velocità del Nottetempo. Si raddrizzò, guardò fuori dal finestrino e vide che sfrecciavano lungo una strada del tutto nuova. Stan osservò divertito l’espressione stupefatta di Harry.

«È qui che eravamo quando ci hai chiamati» spiegò. «Dov’è che siamo, Ern? In Galles?»

«Mmm» disse Ernie.

«Come mai i Babbani non sentono il rumore dell’autobus?» chiese Harry.

«Figurati!» disse Stan sprezzante. «Non ci sentono e non ci vedono. Non si accorgono mai di nulla, quelli».

«Meglio che vai a svegliare Madama Palude, Stan» disse Ern. «Tra un minuto saremo ad Abergavenny».

Stan superò il letto di Harry e scomparve su per una scaletta di legno. Harry guardò ancora fuori dal finestrino, sempre più nervoso. Pareva che Ernie non avesse idea di come si usa un volante. Il Nottetempo continuava a salire sobbalzando sul marciapiede, ma non urtava nulla: file di lampioni, cassette delle lettere e bidoni si ritraevano al suo passaggio e tornavano al loro posto subito dopo.

Stan scese di nuovo, seguito da una strega verdina avvolta in un mantello da viaggio.

«Eccoci, Madama Palude» disse Stan allegramente, mentre Ern frenava di colpo e i letti scivolavano in avanti. Madama Palude si portò un fazzoletto alla bocca e scese i gradini barcollando. Stan le lanciò la borsa e richiuse la portiera; ci fu un altro BANG assordante, ed eccoli avanzare rombando lungo una stretta stradina di campagna, con gli alberi che si toglievano di torno a balzi.

Harry non sarebbe riuscito a dormire nemmeno se fosse stato a bordo di un autobus che non faceva bang e non andava a centocinquanta all’ora. Senti una stretta allo stomaco mentre tornava a riflettere su quello che lo aspettava e a chiedersi se i Dursley erano riusciti a far scendere zia Marge dal soffitto.

Stan aveva aperto La Gazzetta del Profeta e ora leggeva, con la lingua fra i denti. Una grossa foto di un uomo con il volto scavato e lunghi capelli arruffati strizzò l’occhio a Harry dalla prima pagina. Aveva l’aria stranamente familiare.

«Quell’uomo!» disse Harry, dimenticando i guai per un istante. «Era al telegiornale dei Babbani!»

Stan guardò la prima pagina e ridacchiò.

«Sirius Black» disse, e annuì. «Ma dove vivi? Certo che era al telegiornale dei Babbani».

Allo sguardo vacuo di Harry reagì con una risatina di superiorità, sfilò la prima pagina e gliela porse.

«Tocca che leggi i giornali, Neville, si sì».

Harry sollevò la pagina aila luce della candela e lesse:

BLACK ANCORA LATITANTE

Sirius Black, probabilmente il più efferato criminale mai rinchiuso nella fortezza di Azkaban, è ancora in libertà, come ha confermato oggi il Ministero della Magia.

«Stiamo facendo tutto il possibile per riacciuffare Black» ha dichiarato stamane il Ministro della Magia, Cornelius Caramell, «e chiediamo alla comunità magica di mantenere la calma».

Caramell è stato criticato da alcuni membri della Federazione Internazionale dei Maghi per aver informato il Primo Ministro Babbano della fuga di Black.

«Ho dovuto farlo» ha ribattuto Caramell, seccato. «Black è pazzo. È un pericolo per chiunque lo incontri, mago o Babbano. Il Primo Ministro mi ha personalmente garantito che non svelerà a nessuno la vera identità di Black. E poi, diciamocelo, chi gli crederebbe se lo facesse?»

Mentre tra i Babbani è stata diffusa la notizia che Black è armato di pistola (una specie di bacchetta magica di metallo che i Babbani usano per uccidersi a vicenda), la comunità magica vive nel terrore di una strage come quella di dodici anni fa, quando Black uccise tredici persone con un solo incantesimo».

Harry guardò gli occhi tenebrosi di Sirius Black, l’unica parte di quel volto scavato che avesse una parvenza di vita. Harry non aveva mai incontrato un Vampiro, ma aveva visto delle figure sui libri al corso di Difesa contro le Arti Oscure, e Black, con la sua pelle di un bianco cereo, lo sembrava proprio.

«Fa paura, eh?» disse Stan, che aveva osservato Harry mentre leggeva.

«Ha ucciso tredici persone?» chiese Harry restituendo la pagina a Stan. «Con un solo incantesimo?»

«Sì» disse Stan, «in mezzo alla folla. In pieno giorno, sì sì. Bel pasticcio, vero, Ern?»

«Mmm» commentò Ern cupo.

Stan fece ruotare la poltrona per guardare meglio Harry.

«Black stava dalla parte di Tu-Sai-Chi» disse.

«Chi, Voldemort?» chiese Harry senza riflettere.

Stan impallidì, brufoli compresi; Ern sterzò così bruscamente che un’intera fattoria dovette fare un balzo indietro per evitare l’autobus.

«Ma sei impazzito?» strillò Stan. «Che ti viene in mente di dire quel nome, eh?»

«Mi dispiace» disse Harry in fretta. «Scusate, io… io mi sono dimenticato…»

«Dimenticato!» disse Stan debolmente. «Orpo, ho il cuore che mi scoppia…»

«Allora… allora Black era un sostenitore di Tu-Sai-Chi?» esclamò Harry per farsi perdonare.

«Sì sì» disse Stan senza smettere di massaggiarsi il petto. «Sì, proprio così. Molto vicino a Tu-Sai-Chi, dicono. Ma quando il piccolo Harry Potter ha dato una bella lezione a Tu-Sai-Chi…»

Harry si appiattì di nuovo la frangia con un gesto nervoso.

«… hanno beccato tutti quelli che stavano con Tu-Sai-Chi, vero, Ern? Molti hanno capito che era finita, senza più Tu-Sai-Chi, e si sono calmati. Ma Sirius Black no. Dicono che credeva di essere il braccio destro di Tu-Sai-Chi. Comunque, hanno circondato Black in una via piena di Babbani; lui ha tirato fuori la bacchetta e ha fatto saltare tutta la via, e così ci ha rimesso la pelle un mago più una dozzina di Babbani che passavano di lì. Ti rendi conto? E lo sai che cos’ha fatto dopo, Black?» continuò Stan in un sussurro.

«Cosa?»

«Si è messo a ridere» disse Stan. «A ridere, capito? E quando sono arrivati i rinforzi del Ministero della Magia, si è fatto portare via come se niente fosse, piegato in due dalle risate. Perché è matto, vero, Ern? Non è matto?»

«Se non lo era quando è andato ad Azkaban, lo è diventato» disse Ern con la sua voce lenta. «Io mi tirerei un colpo piuttosto che mettere piede là dentro. Gli sta bene, comunque… con quello che ha combinato…»

«Hanno fatto una bella fatica a mettere tutto a tacere, vero, Ern?» disse Stan. «La strada per aria, e tutti quei Babbani stecchiti. Com’è che l’hanno chiamata, Ern?»

«Una fuga di gas» grugnì Ernie.

«E adesso è fuori» disse Stan tornando a osservare la foto della faccia scavata di Black sul giornale. «Nessuno era mai scappato da Azkaban, vero Ern? Chissà come ha fatto. Spaventoso, eh? Voglio dire, contro le guardie di Azkaban dev’essere stata una bella fatica, eh, Ern?»

Ernie all’improvviso rabbrividì.

«Parliamo di qualcos’altro, Stan, da bravo. Quelle guardie di Azkaban mi fanno venire il mal di pancia solo a pensarci».

Stan, riluttante, ripiegò il giornale e Harry appoggiò la fronte al finestrino del Nottetempo. Si sentiva malissimo. Non riusciva a immaginare che cosa avrebbe raccontato Stan ai passeggeri di lì a qualche notte.

Sentito di quell’Harry Potter? Ha fatto esplodere la sua zietta! E poi è salito qui sul bus, proprio qui, vero, Ern? Stava cercando di fuggire, sì sì…

Lui, Harry, aveva infranto la legge dei maghi proprio come Sirius Black. Gonfiare zia Marge era così grave da farlo finire ad Azkaban? Harry non sapeva nulla della prigione dei maghi, anche se ne parlavano tutti con autentico terrore. Hagrid, il guardiacaccia di Hogwarts, ci aveva trascorso due mesi solo l’anno prima. Harry non avrebbe dimenticato facilmente la paura sul viso di Hagrid quando gli avevano detto dove l’avrebbero portato, e Hagrid era una delle persone più coraggiose che Harry conoscesse.

Il Nottetempo viaggiava nell’oscurità, mettendo in fuga parchimetri e cespugli, alberi e cabine del telefono, e Harry, disteso sul materasso di piume nell’oscurità, si sentiva irrequieto e abbattuto. Dopo un po’, Stan si ricordò che Harry aveva pagato la cioccolata calda, ma gliela versò tutta sul cuscino mentre il bus si trasferiva bruscamente da Anglesea ad Aberdeen. Uno alla volta, maghi e streghe in vestaglia e ciabatte vennero giù dai piani superiori per scendere dall’autobus. Sembravano tutti molto felici di farlo.

Alla fine, Harry rimase l’unico passeggero.

«Allora, Neville» disse Stan, battendo le mani, «a Londra dove?»

«A Diagon Alley» disse Harry.

«Va bene» disse Stan, «allora tieniti forte…»

BANG!

Ed eccoli sfrecciare lungo Charing Cross Road. Harry si rizzò a sedere e osservò gli edifici e le panchine che si ritraevano dal percorso del Nottetempo. Il cielo impallidiva lentamente. Harry rifletté sul da farsi: stare tranquillo per un paio d’ore, andare alla Gringott non appena apriva, poi partire: per dove, non lo sapeva.

Ern schiacciò il freno e il Nottetempo si arrestò davanti a un piccolo pub dall’aria squallida, il Paiolo magico, dietro il quale c’era l’ingresso segreto a Diagon Alley.

«Grazie» disse Harry a Ern.

Scese i gradini con un balzo e aiutò Stan a scaricare il baule e la gabbia di Edvige.

«Be’» disse Harry, «allora addio!»

Ma Stan era distratto. In piedi vicino alla portiera, scrutava il buio ingresso del Paiolo magico.

«Eccoti qui, Harry» disse una voce.

Prima ancora di voltarsi, Harry sentì una mano sulla spalla. Nello stesso istante Stan esclamò:

«Orpo! Ern, vieni qui! Vieni qui!»

Harry si voltò a guardare il proprietario della mano e si sentì gelare: era Cornelius Caramell, il Ministro della Magia in persona.

Stan balzò a un passo da loro.

«Come l’ha chiamato Neville, Ministro?» domandò, eccitato.

Caramell, un ometto corpulento con un lungo mantello gessato, aveva l’aria stanca e infreddolita.

«Neville?» ripeté accigliato. «Questo è Harry Potter».

«Lo sapevo!» strillò Stan giulivo. «Ern! Ern! Indovina chi è il nostro Neville, Ern! E Harry Potter, si sì! Ha la cicatrice!»

«Sì» disse Caramell asciutto, «e sono molto contento che il Nottetempo abbia dato un passaggio a Harry, ma io e lui ora dobbiamo entrare al Paiolo magico…»

Caramell premette più forte la spalla di Harry, pilotandolo dentro il pub. Una sagoma curva che reggeva una lanterna apparve da dietro il bancone. Era Tom, l’avvizzito, sdentato proprietario del locale.

«L’ha trovato, Ministro!» disse Tom. «Qualcosa da bere? Birra? Brandy?»

Alle loro spalle si sentì un rumore di cose trascinate e una serie di sbuffi, e apparvero Ern e Stan con il baule di Harry e la gabbia di Edvige. I due si guardarono intorno eccitati.

«Orpo, perché non ce l’hai detto subito chi eri, Neville?» chiese Stan sorridendo, mentre la faccia gufesca di Ernie spiava curiosa da sopra la sua spalla.

«Un salottino privato, Tom, per favore» disse Caramell con uno sguardo eloquente.

«Addio». Harry salutò Stan ed Ernie in tono sconsolato, mentre Tom indicava a Caramell il corridoio dietro il bancone.

«Addio, Neville!» gridò Stan.

Caramell guidò Harry lungo lo stretto corridoio, e seguendo la lanterna si ritrovarono in un salottino. Tom schioccò le dita, il fuoco si accese nella stufa, e l’oste usci con un profondo inchino.

«Siediti, Harry» disse Caramell indicando una sedia vicino al fuoco.

Harry sedette, con la pelle d’oca sulle braccia nonostante il calore. Caramell si sfilò il mantello gessato e lo gettò da una parte, poi si tirò su i pantaloni del completo verde bottiglia e si sedette davanti a Harry.

«Sono Cornelius Caramell, Harry. Il Ministro della Magia».

Harry lo sapeva già, naturalmente: aveva già visto Caramell una volta, ma siccome in quella circostanza indossava il Mantello dell’Invisibilità di suo padre, Caramell non poteva e non doveva saperlo.

Tom ricomparve con un grembiule infilato sulla camicia da notte: portava un vassoio con tè e tartine. Lo posò sul tavolo tra Caramell e Harry e uscì dal salottino, richiudendosi la porta alle spalle.

«Bene, Harry» disse Caramell versando il tè, «ci hai fatto prendere un bello spavento, lo ammetto. Scappare così da casa dei tuoi zii! Cominciavo a pensare… ma sei sano e salvo, e questa è la cosa importante».

Caramell imburrò una tartina e spinse il piatto verso Harry.

«Mangia, Harry, sembri un fantasma. Allora… ti farà piacere sapere che abbiamo risolto l’increscioso gonfiore della signora Marge Dursley. Due membri del Dipartimento di Cancellazione della Magia Accidentale sono stati mandati a Privet Drive qualche ora fa. La signora Dursley è stata bucata e la sua memoria è stata modificata. Non ricorda nulla dell’incidente. È tutto, ed è finita bene».

Caramell sorrise a Harry sopra l’orlo della tazza di tè, come uno zio che osservi il nipote preferito. Harry, che non credeva alle sue orecchie, aprì la bocca, non riuscì a pensare a niente di sensato da dire e la richiuse.

«Ah, sei preoccupato per la reazione dei tuoi zii?» chiese Caramell. «Be’, non lo nego, sono molto arrabbiati, Harry, ma sono pronti a riprenderti con loro la prossima estate, purché tu rimanga a Hogwarts per le vacanze di Natale e di Pasqua».

Harry finalmente riuscì a parlare.

«Rimango sempre a Hogwarts per le vacanze di Natale e di Pasqua» disse, «e non voglio tornare mai più a Privet Drive».

«Su, su, sono sicuro che cambierai idea quando ti sarai calmato un po’» disse Caramell in tono preoccupato. «Sono la tua famiglia, dopotutto, e sono certo che in fondo vi volete bene, ehm, molto in fondo».

Harry non si curò di correggere Caramell. Stava ancora aspettando di sapere che cosa gli sarebbe toccato.

«Quindi» riprese Caramell imburrandosi un’altra tartina, «resta da decidere dove passerai le ultime tre settimane di vacanza. Il mio suggerimento è che tu prenda una stanza qui al Paiolo magico e…»

«Avanti» sbottò Harry, «qual è la punizione che mi aspetta?»

Caramell strizzò gli occhi.

«Punizione?»

«Ho infranto la legge!» disse Harry. «Il Decreto per la Restrizione delle Arti Magiche fra i Minorenni!»

«Oh, caro ragazzo, non vogliamo certo punirti per una cosetta del genere!» esclamò Caramell, agitando impaziente la tartina. «È stato un incidente! Nessuno finisce ad Azkaban solo per aver gonfiato una zia!»

Ma ciò non collimava affatto con i precedenti di Harry con il Ministero della Magia.

«L’anno scorso ho ricevuto un’ammonizione ufficiale solo perché un elfo domestico ha spiaccicato una torta in casa di mio zio!» disse a Caramell. accigliato. «Il Ministero della Magia ha detto che sarei stato espulso da Hogwarts se avessi praticato un altro incantesimo laggiù!»

A meno che i suoi occhi non lo ingannassero, Harry notò che Caramell assumeva all’improvviso un’aria circospetta.

«Le circostanze cambiano, Harry… dobbiamo tener conto… nel clima attuale… non vuoi essere espulso, vero?»

«Certo che no» rispose Harry.

«Bene, allora qual è il problema?» disse Caramell sollevato. «Mangia una tartina, Harry, io vado a vedere se Tom ha una camera libera per te».

Caramell uscì dal salottino mentre Harry lo fissava stupito. Stava succedendo qualcosa di molto strano. Perché Caramell lo aveva atteso al Paiolo magico, se non per punirlo? E ora che ci pensava, era normale che il Ministro della Magia in persona si occupasse di incantesimi di minorenni?

Caramell tornò, accompagnato da Tom il locandiere.

«La camera 11 è libera, Harry» disse Caramell. «Credo che starai molto comodo. Solo una cosa, sono certo che capirai… Non voglio che tu vada in giro per la Londra Babbana, chiaro? Resta a Diagon Alley. E torna qui tutte le sere prima che faccia buio. Sono certo che capirai. Tom ti terrà d’occhio per conto mio».

«D’accordo» disse Harry lentamente, «ma perché…?»

«Non vogliamo perderti di nuovo, ecco…» disse Caramell ridendo di cuore. «No, no… meglio sapere dove ti trovi… voglio dire…»

Caramell si schiarì la voce, si alzò e prese il mantello gessato.

«Be’, ora devo andare, ho tante cose da fare…»

«Notizie di Black?» chiese Harry.

Per poco il mantello non sfuggì dalle mani di Caramell.

«Cosa? Oh, hai sentito… be’, no, non ancora, ma è solo questione di tempo. Le guardie di Azkaban non hanno mai fallito… e non le ho mai viste così arrabbiate…»

Caramell rabbrividì impercettibilmente.

«Allora, arrivederci».

Tese la mano e Harry, stringendola, ebbe un’idea improvvisa.

«Ehm… Ministro? Posso chiederle una cosa?»

«Ma certo» rispose Caramell sorridendo.

«Be’, i ragazzi del terzo anno a Hogwarts hanno il permesso di andare a Hogsmeade, ma i miei zii non hanno firmato il modulo. Crede che potrebbe…?»

Caramell prese un’aria imbarazzata.

«Ah» disse. «No. No, mi dispiace tanto, Harry, ma dal momento che non sono un tuo parente né il tuo tutore…»

«Ma lei è il Ministro della Magia» disse Harry impaziente. «Se mi desse il permesso…»

«No. Mi dispiace, Harry, ma le regole sono regole» disse Caramell in tono piatto. «Forse potrai andare a Hogsmeade il prossimo anno. In effetti, credo che sia meglio se non… sì… bene, adesso vado. Divertiti, Harry».

E con un ultimo sorriso e un’ultima stretta di mano, Caramell uscì dalla stanza. Tom si avvicinò con un ampio sorriso.

«Se vuole seguirmi, signor Potter» disse, «ho già portato di sopra i suoi bagagli…»

Harry seguì Tom su per una bella scala di legno fino a una porta con il numero 11 in cifre d’ottone. Tom l’aprì con la chiave.

Dentro c’erano un letto dall’aria molto comoda, mobili di quercia lucidissimi, un fuoco che scoppiettava allegramente e, appollaiata in cima all’armadio…

«Edvige!» esclamò Harry.

La civetta candida fece schioccare il becco e volò sulla spalla di Harry.

«Gran bella civetta» disse Tom ridendo. «È arrivata cinque minuti prima di lei. Se ha bisogno di qualcosa, signor Potter, non esiti a chiederla».

Fece un altro inchino e se ne andò.

Harry rimase seduto a lungo sul letto, accarezzando Edvige con aria assente. Il cielo oltre il vetro mutò rapidamente da un blu intenso e vellutato a un freddo grigio acciaio e poi, piano piano, si fece rosa e oro. Harry non riusciva a credere di aver lasciato Privet Drive solo poche ore prima, di non essere stato espulso e di avere davanti a sé due intere settimane lontano dai Dursley.

«È stata una strana notte, Edvige» disse sbadigliando.

E senza nemmeno togliersi gli occhiali, sprofondò nel cuscino e si addormentò.

Capitolo 4

Il Paiolo magico

Harry ci mise diversi giorni ad abituarsi alla nuova, strana libertà. Prima di allora non aveva mai potuto alzarsi quando voleva o mangiare quello che gli andava. Poteva perfino andare dove gli pareva, purché rimanesse a Diagon Alley; e dal momento che sulla lunga via acciottolata si affacciavano uno accanto all’altro i negozi di magia più affascinanti del mondo, Harry non provò il desiderio di mancare alla parola data a Caramell e di addentrarsi nel mondo Babbano.

Harry faceva colazione ogni mattina al Paiolo magico, osservando gli altri ospiti: buffe streghette di campagna, in città per un giorno di shopping; maghi dall’aspetto venerabile che discutevano l’ultimo articolo su Trasfigurazione Oggi; stregoni dall’aria selvatica, nani rauchi e una volta perfino una fattucchiera, che ordinò un piatto di fegato crudo parlando attraverso un pesante passamontagna di lana.

Dopo colazione Harry andava nel cortile sul retro, estraeva la bacchetta magica, colpiva il terzo mattone da sinistra sopra il bidone dell’immondizia e faceva un passo indietro mentre nel muro si apriva il passaggio che portava a Diagon Alley.

Trascorreva le lunghe giornate estive esplorando i negozi e mangiando sotto gli ombrelloni colorati fuori dai caffè, dove gli avventori si mostravano i loro acquisti («è un Lunascopio. vecchio mio, basta perdere tempo con le carte lunari») o discutevano il caso di Sirius Black («personalmente non permetterò a nessuno dei ragazzi di uscire da solo finché quello non torna al sicuro ad Azkaban»). Harry non doveva più fare i compiti sotto le coperte alla luce della torcia; ora poteva sedersi alla luce del sole, fuori dalla Gelateria Florian di Florian Fortebraccio, a finire i compiti, e a volte gli dava una mano Florian Fortebraccio in persona, che, oltre a sapere un sacco di cose sui roghi di streghe nel Medioevo, gli serviva un gelato gratis ogni mezz’ora.

Dopo aver riempito la borsa di galeoni d’oro, falci d’argento e zellini di bronzo ritirati dalla sua camera blindata alla Gringott, Harry dovette esercitare un notevole autocontrollo per non spendere tutto in una volta. Solo continuando a ripetersi che lo aspettavano ancora cinque anni a Hogwarts, e quanto sgradevole sarebbe stato dover chiedere ai Dursley il denaro per i libri di incantesimi, riuscì a trattenersi dal comprare un magnifico set di Gobbiglie d’oro massiccio (un gioco magico simile alle biglie, in cui le sferette spruzzavano un liquido puzzolente sulla faccia dell’avversario quando perdeva un punto). Fu tremendamente tentato anche dal perfetto, commovente modellino della galassia in una grande sfera di vetro, che gli sarebbe servito per non dover seguire più nemmeno una lezione di Astronomia. Ma la cosa che più mise alla prova la fermezza di Harry comparve nel suo negozio preferito, Accessori di Prima Qualità per il Quidditch, una settimana dopo il suo arrivo al Paiolo magico.

Curioso di scoprire che cosa attirasse la folla nel negozio, Harry riuscì a sgusciare dentro e si infilò tra le streghe e i maghi eccitati, finché non riuscì a scorgere un espositore nuovo di zecca nel quale troneggiava il manico di scopa più bello che avesse mai visto.

«È appena uscito… è un prototipo…» disse un mago dalla mascella volitiva rivolto al suo vicino.

«È la scopa più veloce del mondo, vero, papà?» strillò un ragazzino più piccolo di Harry, strattonando il braccio del padre.

«Gli Irish International ne hanno appena ordinate sette!» disse il proprietario del negozio alla folla. «E sono i favoriti alla Coppa del Mondo!»

Una grassa strega davanti a Harry si spostò, e così lui riuscì a leggere il cartello appeso sotto il manico di scopa:

FIREBOLT

Questa scopa da corsa all’avanguardia è fornita di un raffinato, aerodinamico manico di frassino, trattato con vernice adamantina e numerato a mano. I ramoscelli di betulla che formano la coda, selezionati uno per uno, sono stati sfrondati e lavorati fino a raggiungere un perfetto design per offrire alla Firebolt un ineguagliabile equilibrio e una precisione millimetrica. La Firebolt ha un’accelerazione da 0 a 250 km orari in dieci secondi. In dotazione un Incantesimo Frenante indistruttibile. Prezzo su richiesta.

Prezzo su richiesta… Harry preferì non pensare a quanto potesse costare la Firebolt. Non aveva mai desiderato nulla cosi ardentemente, ma non aveva mai perso una partita a Quidditch sulla sua Nimbus Duemila, e a che cosa serviva vuotare la camera blindata alla Gringott per la Firebolt, quando possedeva già un’ottima scopa? Non chiese il prezzo, ma tornò a vederla quasi tutti i giorni.

Harry dovette comunque fare degli acquisti. Andò in farmacia a rifornire le scorte di ingredienti per pozioni, e dal momento che la sua divisa ormai si era accorciata parecchio, andò da Madama McClan: Abiti per tutte le occasioni e ne scelse una nuova. Ma soprattutto dovette comprare i libri, compresi quelli per le due nuove materie, Cura delle Creature Magiche e Divinazione.

In libreria Harry ebbe una sorpresa. Invece della solita bella mostra di libri di incantesimi grandi come mattonelle con le scritte in oro, in vetrina c’era una grande gabbia di legno che conteneva un centinaio di copie del Libro Mostro dei Mostri. Pagine strappate volavano dappertutto mentre i libri si azzuffavano fra loro, allacciati in furiosi combattimenti di lotta libera, schioccando aggressivi.

Harry estrasse la lista dei libri dalla tasca e la lesse per la prima volta. Il Libro Mostro dei Mostri era nell’elenco come volume di testo per Cura delle Creature Magiche. Ora Harry capiva perché Hagrid aveva scritto che si sarebbe rivelato utile. Si sentì sollevato: allora Hagrid non aveva bisogno d’aiuto con qualche nuovo cucciolo terrificante.

Mentre entrava al Ghirigoro, il proprietario gli corse incontro.

«Hogwarts?» gli chiese a bruciapelo. «Sei venuto a comprare i libri nuovi?»

«Sì» disse Harry. «Ho bisogno…»

«Spostati» disse il libraio impaziente, spingendo Harry di lato. S’infilò un paio di guanti molto spessi, prese un grosso, nodoso bastone da passeggio e avanzò verso la porta della gabbia dei Libri Mostri.

«Un momento» disse Harry in fretta. «Quello ce l’ho già».

«Davvero?» Sul viso del libraio apparve un’espressione di enorme sollievo. «Grazie al cielo. Mi hanno già morsicato cinque volte stamattina…»

Si udì un rumore di pagine strappate: due Libri Mostri ne avevano afferrato un terzo e lo stavano facendo a pezzi.

«Basta! Basta!» gridò il libraio infilando il bastone tra le sbarre e dividendo i libri con un colpo deciso. «Non li terrò mai più, mai più! È un manicomio! Credevo che avessimo toccato il fondo quando abbiamo comprato duecento copie del Libro Invisibile dell’Invisibilità: ci sono costate una fortuna e non le abbiamo mai trovate… be’… ti serve altro?»

«Sì» disse Harry scorrendo la lista. «Mi serve Svelare il Futuro di Cassandra Vablatsky».

«Ah, quest’anno cominci Divinazione, eh?» disse il libraio, sfilandosi i guanti e guidando Harry nel retrobottega, dove c’era un angolo dedicato alla lettura del futuro. Un tavolino era carico di libri come Prevedere l’Imprevedibile: Proteggetevi dai Traumi e Sfere Infrante: Quando le Sorti si rovesciano.

«Ecco qui» disse il libraio, che si era arrampicato su una scaletta per prendere un grosso libro nero. «Svelare il Futuro. Ottima guida a tutti i metodi base di divinazione: la lettura della mano, le sfere di cristallo, le viscere di uccello…»

Ma Harry non lo ascoltava. Lo sguardo gli era caduto su un altro libro, posato su un tavolino: Presagi di Morte: Che fare quando si prepara il Peggio.

«Oh, io non lo leggerei se fossi in te» disse il libraio allegramente quando vide che cosa aveva attirato l’attenzione di Harry. «Cominceresti a vedere presagi di morte dappertutto. Ce n’è abbastanza per spaventare a morte chiunque, è proprio il caso di dirlo».

Ma Harry continuò a fissare la copertina: c’era un cane nero grosso come un orso, con gli occhi ardenti che lo fissavano. Aveva un’aria stranamente familiare…

Il commesso mise Svelare il Futuro tra le mani di Harry.

«Nient’altro?» disse.

«Si» disse Harry, distogliendo gli occhi da quelli del cane e consultando la lista, un po’ stordito. «Mmm… ho bisogno di Trasfigurazione Intermedia e del Manuale degli Incantesimi, volume terzo».

Dieci minuti più tardi Harry uscì dal Ghirigoro con i libri nuovi sotto il braccio e fece ritorno al Paiolo magico. Camminava come in trance e urtò parecchie persone.

Salì le scale fino alla sua camera, entrò e fece scivolare i libri sul letto. Qualcuno era venuto a riordinare; le finestre erano aperte e il sole entrava a fiotti. Harry sentiva gli autobus sfrecciare lungo la strada Babbana alle sue spalle, e il rumore della folla invisibile di sotto, lungo Diagon Alley. Vide il proprio riflesso nello specchio sopra il lavandino.

«Non poteva essere un presagio di morte» disse in tono di sfida al suo doppio. «Ero già terrorizzato quando ho visto quella cosa in Magnolia Crescent… probabilmente era solo un cane randagio…»

Alzò la mano meccanicamente e cercò di appiattirsi i capelli.

«Combatti una battaglia persa, caro» disse lo specchio in un sibilo.

Mentre i giorni passavano, Harry prese a cercare Ron o Hermione dappertutto. Molti studenti di Hogwarts arrivavano a Diagon Alley, con l’inizio della scuola ormai cosi vicino. Harry incontrò Seamus Finnigan e Dean Thomas, due del Grifondoro, da Accessori di Prima Qualità per il Quidditch, dove anche loro occhieggiavano la Firebolt; e fuori dal Ghirigoro incrociò Neville Paciock, un ragazzino tondo e distratto. Harry non si fermò a chiacchierare: Neville a quanto pareva aveva perso la lista dei libri e sua nonna, una vecchietta terribile, lo stava sgridando.

Harry si svegliò l’ultimo giorno delle vacanze pensando che almeno avrebbe incontrato Ron e Hermione il giorno dopo, sull’Espresso di Hogwarts. Si alzò, si vestì, andò a dare un’ultima occhiata alla Firebolt e stava pensando a dove pranzare quando qualcuno lo chiamò costringendolo a voltarsi.

«Harry! HARRY!»

Erano lì tutti e due, seduti a un tavolino della gelateria di Florian Fortebraccio. Ron era incredibilmente lentigginoso, Hermione molto abbronzata, e tutti e due lo salutavano freneticamente con la mano.

«Finalmente!» disse Ron, sorridendo a Harry che prendeva posto al loro tavolo. «Siamo andati al Paiolo magico, ma ci hanno detto che eri uscito, e poi al Ghirigoro, e da Madama McClan, e…»

«Ho comprato tutte le cose per la scuola la settimana scorsa» spiegò Harry. «Come facevate a sapere che sto al Paiolo magico?»

«Papà» disse Ron semplicemente.

Il signor Weasley, che lavorava al Ministero della Magia, doveva aver sentito tutta la storia di zia Marge.

«Hai davvero gonfiato tua zia, Harry?» chiese Hermione in tono molto serio.

«Non volevo» rispose Harry, mentre Ron scoppiava a ridere. «È che ho… perso il controllo».

«Non c’è niente da ridere, Ron» disse Hermione seccamente. «Davvero, mi stupisco che Harry non sia stato espulso».

«Anch’io» ammise Harry. «A parte l’espulsione, credevo che mi avrebbero arrestato». Guardò Ron. «Tuo padre non sa perché Caramell mi ha lasciato andare?»

«Probabilmente perché sei tu, no?» disse Ron scrollando le spalle, con un’ultima risatina. «Il famoso Harry Potter eccetera eccetera. Preferisco non sapere che cosa farebbe a me il Ministero se gonfiassi una zia. Comunque dovrebbero prima tirarmi fuori dalla fossa, perché mamma mi ucciderebbe di sicuro. Puoi sempre chiederlo direttamente a papà stasera. Anche noi dormiamo al Paiolo magico! Cosi domattina possiamo andare insieme a King’s Cross! E c’è anche Hermione!»

Hermione annuì sorridendo. «I miei mi hanno accompagnata qui stamattina con tutte le mie cose per Hogwarts».

«Ottimo!» disse Harry allegro. «Allora avete già tutti i libri nuovi e il resto?»

«Guarda un po’» disse Ron. Estrasse da una borsa una lunga scatola piatta e l’aprì. «Bacchetta nuova di zecca. Quattordici pollici, legno di salice, con un crine di coda di unicorno incorporato. E abbiamo tutti i libri» disse indicando una grossa borsa sotto la sedia. «Forti, quei Libri Mostri, eh? Il commesso si è quasi messo a piangere quando gli abbiamo detto che ne volevamo due».

«E quelli cosa sono, Hermione?» chiese Harry indicando non una, ma tre borse stracolme sulla sedia accanto a lei.

«Quest’anno seguirò più corsi di te» disse Hermione. «Sono i libri per Aritmanzia, Cura delle Creature Magiche. Divinazione, Studio delle Antiche Rune, Babbanologia…»

«Perché anche Babbanologia?» chiese Ron, sgranando gli occhi. «Tu sei di famiglia Babbana! I tuoi genitori sono Babbani! Sai già tutto dei Babbani!»

«Ma sarà affascinante studiarli dal punto di vista dei maghi» disse Hermione entusiasta.

«Hai intenzione anche di mangiare e dormire ogni tanto, quest’anno, Hermione?» chiese Harry mentre Ron ridacchiava. Hermione fece finta di niente.

«Ho ancora dieci galeoni» disse controllando il portafogli. «Fra poco è il mio compleanno, e mamma e papà mi hanno dato dei soldi perché mi comprassi un regalo in anticipo».

«Un bel libro, magari?» chiese Ron con fare innocente.

«No, non credo» rispose Hermione seria. «Vorrei proprio un gufo. Voglio dire, Harry ha Edvige e tu hai Errol…»

«Non è mio» disse Ron. «Errol è il gufo di casa. Io ho solo Crosta». Estrasse il suo topo dalla tasca. «E voglio fargli dare un’occhiata» aggiunse, deponendo Crosta sul tavolo. «Temo che l’Egitto non gli abbia fatto troppo bene».

Crosta era più magro del solito, e i baffi gli ricadevano flosci.

«C’è un negozio di creature magiche proprio laggiù» disse Harry, che ormai conosceva Diagon Alley come le sue tasche. «Tu potresti vedere se hanno qualcosa per Crosta, e Hermione può comprarsi il suo gufo».

Così pagarono i gelati e attraversarono la strada fino al Serraglio Stregato.

Non c’era molto spazio all’interno. Tutte le pareti erano tappezzate di gabbie. C’era uno strano odore e un gran fracasso perché gli ospiti delle gabbie strillavano, squittivano, borbottavano e sibilavano, tutti insieme. La strega dietro il bancone stava dando dei consigli a un mago su come allevare i tritoni a due code, così Harry, Ron e Hermione aspettarono il loro turno osservando le gabbie.

Due enormi rospi violetti dall’aria bavosa si stavano facendo una scorpacciata di tafani morti. Una tartaruga gigante con il carapace tempestato di pietre preziose luccicava vicino alla finestra. Parecchie lumache velenose di color arancione strisciavano lente su per la parete del loro terrario di vetro, e un grasso coniglio bianco continuava a trasformarsi in un cappello a cilindro e poi di nuovo in coniglio, accompagnando ogni metamorfosi con uno schiocco secco. Poi c’erano gatti di tutti i colori, una rumorosa gabbia di corvi, un cestino di buffe palle di pelo color crema che ronzavano forte e, sul bancone, una grande gabbia piena di lustri topi neri che giocavano a saltare la corda con le lunghe code pelate.

Il mago del tritone a due code uscì e Ron si avvicinò al bancone.

«È per il mio topo» disse alla strega. «È un po’ giù di tono da quando siamo tornati dall’Egitto».

«Mettilo qui sopra» disse la strega, ed estrasse dalla tasca un paio di occhialoni neri.

Ron prese Crosta dalla tasca interna della giacca e lo posò vicino alla gabbia dei topi, che smisero di saltare e si affollarono contro la rete per vedere meglio.

Come quasi tutte le cose di Ron, il topo Crosta era di seconda mano (prima era appartenuto al fratello di Ron, Percy) e un po’ sciupato. Vicino ai lucidi topi della gabbia, sembrava particolarmente abbacchiato.

«Mmm» disse la strega sollevando Crosta. «Quanti anni ha?»

«Non lo so» rispose Ron. «Dev’essere vecchio. Era di mio fratello».

«Che poteri ha?» chiese la strega osservando Crosta da vicino.

«Ehm…» disse Ron. La verità era che Crosta non aveva mai mostrato la minima traccia di qualche potere interessante. La strega spostò lo sguardo dall’orecchio sinistro del topo, che era tutto smozzicato, alla zampa anteriore, a cui mancava un dito, e fece un verso di disapprovazione.

«Ne ha viste delle belle, questo qua» esclamò.

«Era così quando Percy me l’ha passato» disse Ron, sulla difensiva.

«Un topo ordinario, comune o da giardino come questo non può vìvere più di tre anni» disse la strega. «Se cerchi qualcosa che si consumi di meno, forse ti potrebbe andar bene uno di questi…» e indicò i topi neri, che subito ricominciarono a saltare.

«Esibizionisti» mormorò Ron.

«Be’, se invece non vuoi sostituirlo, puoi provare con questo Sciroppo Ratto» disse la strega estraendo una bottiglietta rossa da sotto il banco.

«D’accordo» disse Ron. «Quanto… AHIA!»

Ron barcollò. Dalla sommità della gabbia più alta qualcosa di grosso e arancione era piombato sulla sua testa, per poi lanciarsi verso Crosta, soffiando furiosamente.

«No, GRATTASTINCHI, NO!» gridò la strega, ma Crosta le guizzò via dalle mani come una saponetta, atterrò a pelle d’orso sul pavimento e poi filò verso la porta.

«Crosta!» gridò Ron, schizzando a sua volta fuori dal negozio. Harry lo segui.

Impiegarono quasi dieci minuti per riprendere Crosta, che si era rifugiato sotto un cestino della carta straccia davanti ad Accessori di Prima Qualità per il Quidditch. Ron si ficcò in tasca il topo tremante e si alzò massaggiandosi la testa.

«Che cos’era?»

«O un grosso gatto o una tigre piccola» disse Harry.

«Dov’è Hermione?»

«Probabilmente si sta comprando il gufo».

Ripercorsero la strada affollata fino al Serraglio Stregato. Hermione stava uscendo dal negozio, ma non con un gufo: teneva ben stretto l’enorme gatto rosso.

«Hai comprato quel mostro?» chiese Ron a bocca spalancata.

«E magnifico, vero?»

Questione di gusti, pensò Harry. Il gatto aveva un bel pelo fulvo e soffice, ma le zampe erano decisamente storte e il muso era imbronciato e un po’ schiacciato, come se il suo proprietario si fosse schiantato contro un muro. Ora che Crosta non era in vista, comunque, il gatto faceva le fusa soddisfatto tra le braccia di Hermione.

«Hermione, quella cosa mi ha quasi tirato via lo scalpo!» disse Ron.

«Non l’ha fatto apposta, vero, Grattastinchi?» disse Hermione.

«E Crosta?» disse Ron indicando il rigonfiamento nella tasca della giacca. «Ha bisogno di riposo e di quiete! Come farà con quella cosa in giro?»

«A proposito, hai dimenticato lo Sciroppo Ratto» disse Hermione, e porse a Ron la bottiglietta rossa. «Smettila di preoccuparti. Grattastinchi starà nel mio dormitorio e Crosta nel tuo, dov’è il problema? Povero Grattastinchi, la strega ha detto che ce l’aveva in negozio da un secolo, nessuno lo voleva».

«Chissà perché» commentò Ron sarcastico, e i tre si diressero al Paiolo magico dopo aver recuperato le borse con i libri.

Il signor Weasley era al bar a leggere La Gazzetta del Profeta.

«Harry!» disse con un sorriso, alzando lo sguardo. «Come stai?»

«Bene, grazie» disse Harry mentre lui, Ron e Hermione si sistemavano con tutti i loro acquisti.

Il signor Weasley mise da parte il giornale e Harry vide il viso ormai familiare di Sirius Black che lo guardava.

«Non l’hanno ancora preso, allora?» chiese.

«No» rispose il signor Weasley in tono molto serio. «Al Ministero ci hanno dispensato dagli incarichi ordinari per concentrarci tutti sulle ricerche, ma finora non abbiamo avuto fortuna».

«C’è una ricompensa se lo prendiamo?» chiese Ron. «Non sarebbe male, un po’ di soldi…»

«Non essere ridicolo, Ron» disse il signor Weasley, che da vicino appariva molto stanco e teso. «Black non si farà prendere da un mago di tredici anni. Saranno le guardie di Azkaban a riacciuffarlo, vedrete».

In quel momento entrò la signora Weasley, carica di borse e sacchetti, seguita dai gemelli, Fred e George, che stavano per cominciare il quinto anno a Hogwarts, dal neoeletto Caposcuola, Percy, e dalla più piccola della famiglia, l’unica femmina, Ginny.

Ginny, che aveva da sempre una grande passione per Harry, fu ancora più imbarazzata del solito quando lo vide, probabilmente perché lui le aveva salvato la vita l’anno prima a Hogwarts. Diventò tutta rossa e mormorò ’ciao’ senza guardarlo. Percy, invece, gli tese la mano con solennità, come se lui e Harry non si conoscessero, e disse:

«Harry. Che piacere vederti».

«Ciao, Percy» replicò Harry cercando di non ridere.

«Spero che tu stia bene» disse Percy pomposo, stringendogli la mano. Era un po’ come essere presentati al sindaco.

«Molto bene, grazie…»

«Harry!» esclamò Fred, dando una gomitata a Percy per toglierlo di torno e facendo un profondo inchino. «È semplicemente magnifico vederti, ragazzo…»

«Meraviglioso» disse George, spingendo Fred da una parte e afferrando la mano di Harry. «Assolutamente splendido».

Percy li guardò storto.

«Ora basta» disse la signora Weasley.

«Mamma!» esclamò Fred, come se l’avesse vista solo in quell’istante. E poi, afferrandole la mano: «È fantastico vederti…»

«Ho detto basta così» disse la signora Weasley depositando i sacchetti su una sedia vuota. «Buongiorno, Harry caro. Hai sentito la bella novità, vero?» Indicò il distintivo d’argento nuovo di zecca appuntato sul petto di Percy. «È il secondo Caposcuola in famiglia!» disse, orgogliosa.

«E l’ultimo» mormorò Fred fra i denti.

«Non ne dubito» disse la signora Weasley, improvvisamente accigliata. «Voi due non siete diventati Prefetti, a quanto ne so».

«E perché dovremmo?» chiese George, inorridito alla sola idea. «Toglierebbe tutto il gusto».

Ginny ridacchiò.

«Dovreste dare il buon esempio a vostra sorella!» esclamò la signora Weasley.

«Ginny ha altri fratelli che possono darle il buon esempio, mamma» disse Percy altezzoso. «Salgo a cambiarmi per la cena…»

Scomparve su per le scale, e George sospirò.

«Abbiamo cercato di chiuderlo in una piramide» disse a Harry. «Ma la mamma ci ha scoperti».

La cena fu molto piacevole. Tom l’oste unì tre tavoli nel salottino e i sette Weasley, Harry e Hermione consumarono insieme cinque deliziose portate.

«Come facciamo ad andare a King’s Cross domattina, papà?» chiese Fred mentre attaccavano un sontuoso budino al cioccolato.

«Il Ministero ci presta un paio di macchine» disse il signor Weasley.

Tutti lo fissarono.

«Perché?» chiese Percy incuriosito.

«È per te, Perce» disse George serissimo. «E ci saranno tante bandierine sul cofano, con scritto sopra G.Z…»

«…che vuol dire Gran Zuccone» completò Fred.

Tutti ridacchiarono nel budino, tranne Percy e la signora Weasley.

«Perché il Ministero ci dà le macchine, papà?» chiese di nuovo Percy in tono austero.

«Be’, siccome noi non ce l’abbiamo più…» spiegò il signor Weasley, «e visto che lavoro per loro, ci fanno questo piacere…»

La sua voce suonava normalissima, ma Harry non poté fare a meno di notare che le orecchie del signor Weasley erano diventate rosse, proprio come succedeva a Ron quando era nervoso.

«E meno male» esclamò seccamente la signora Weasley. «Ma avete visto quanti bagagli avete, tutti quanti? Sareste proprio un bello spettacolo sulla metropolitana Babbana… avete fatto tutte le valigie, vero?»

«Ron non ha ancora preparato il baule» disse Percy in tono di sopportazione. «Ha accatastato tutte le sue cose sul mio letto».

«Sarà meglio che tu vada a fare i bagagli come si deve, Ron, perché domattina non avremo molto tempo» disse la signora Weasley. Ron lanciò un’occhiata torva a Percy.

Dopo cena tutti erano sazi e sonnolenti. Uno dopo l’altro, salirono nelle loro camere a controllare che tutto fosse in ordine per il giorno dopo. Ron e Percy dormivano nella stanza accanto a quella di Harry. Quest’ultimo aveva appena chiuso a chiave il suo baule quando sentì un’esplosione di voci dall’altra parte della parete. Incuriosito, andò a vedere che cosa succedeva.

La porta della 12 era spalancata e Percy gridava.

«Era qui, sul comodino, l’ho tirato fuori per lucidarlo…»

«Io non l’ho toccato, va bene?» urlò di rimando Ron.

«Che cosa succede?» chiese Harry.

«Il mio distintivo da Caposcuola è sparito» disse Percy.

«Anche lo Sciroppo Ratto di Crosta» disse Ron, lanciando una serie di oggetti fuori dal suo baule. «Forse l’ho lasciato giù al bar…»

«Tu non vai da nessuna parte finché non salta fuori il mio distintivo!» strillò Percy.

«Vado io a prendere le cose di Crosta, io ho già finito» disse Harry a Ron, e scese le scale.

Era a metà del corridoio verso il bar, a quell’ora molto buio, quando sentì altre due voci concitate provenire dal salottino. Un attimo dopo, le riconobbe: erano quelle dei signori Weasley. Esitò: non voleva che lo scoprissero ad ascoltarli mentre litigavano. Ma quando sentì pronunciare il suo nome si fermò e si avvicinò alla porta.

«…non ha senso non dirglielo» stava dicendo il signor Weasley in tono accalorato. «Harry ha il diritto di sapere. Ho cercato di spiegarlo a Caramell, ma lui insiste nel trattare Harry come un bambino… ha tredici anni e…»

«Arthur, la verità lo spaventerebbe troppo!» disse la signora Weasley con voce acuta. «Vuoi davvero che torni a scuola con un peso del genere? Per l’amor del cielo, può essere solo felice di non saperlo!»

«Non voglio spaventarlo, voglio metterlo in guardia!» ribatté il signor Weasley. «Lo sai come sono fatti Harry e Ron, sempre in giro per conto loro: sono entrati due volte nella foresta proibita! Ma Harry quest’anno non deve farlo assolutamente! Quando penso a cosa gli sarebbe potuto succedere la notte che è scappato di casa! Se il Nottetempo non gli avesse dato un passaggio, scommetto che sarebbe stato ucciso prima che il Ministero lo ritrovasse».

«Ma non è morto, sta benissimo, e allora spiegami perché…»

«Molly, dicono che Sirius Black è pazzo, e forse lo è, ma è stato abbastanza furbo da fuggire da Azkaban, e questo dovrebbe essere impossibile. Sono passate tre settimane e nessuno ne ha visto l’ombra, e non mi importa quello che Caramell continua a ripetere alla Gazzetta del Profeta, non siamo più vicini alla cattura di Black che all’invenzione delle bacchette autoincantanti. La sola cosa che sappiamo per certo è ciò che Black sta cercando…»

«Ma Harry sarà assolutamente al sicuro a Hogwarts…»

«Credevamo che Azkaban fosse un posto assolutamente sicuro. Se Black è riuscito a fuggire da Azkaban, può anche penetrare a Hogwarts…»

«Ma nessuno ha la certezza che Black stia cercando Harry…»

Si udì un tonfo: di certo il signor Weasley aveva battuto il pugno sul tavolo.

«Molly, quante volte te lo devo ripetere? Non era scritto sui giornali perché Caramell ha voluto che non si sapesse, ma Caramell è andato ad Azkaban la notte della fuga di Black. Le guardie gli hanno detto che Black negli ultimi giorni parlava nel sonno. Diceva sempre le stesse cose… ’è a Hogwarts… è a Hogwarts…’ Black è incontrollabile, Molly, e vuole Harry morto. Secondo me, è convinto che l’assassinio di Harry riporterà al potere Tu-Sai-Chi. Black ha perso tutto la notte in cui Harry ha fermato Tu-Sai-Chi, e ha avuto dodici anni di solitudine ad Azkaban per meditarci sopra…»

Cadde il silenzio. Harry si avvicinò alla porta, ansioso di saperne di più.

«Be’, Arthur, devi fare quello che ritieni giusto. Ma dimentichi Albus Silente. Non credo che possa succedere niente a Harry finché Silente è il Preside. Sa tutto, immagino…»

«Ma certo. Abbiamo dovuto chiedergli il permesso di disporre le guardie di Azkaban attorno alla scuola. Non ne era felice, ma ha accettato».

«Non ne era felice? Perché non dovrebbe esserne felice, se sono li per catturare Black?»

«A Silente le guardie di Azkaban non piacciono» disse il signor Weasley. «E nemmeno a me, se è per quello… ma quando si ha a che fare con un mago come Black, a volte bisogna allearsi con forze da cui sarebbe meglio tenersi lontano».

«Se servono a salvare Harry…»

«…allora non dirò mai più una parola contro di loro» disse il signor Weasley stancamente. «È tardi, Molly, andiamo di sopra…»

Harry sentì muoversi le sedie. Più silenziosamente possibile corse lungo il corridoio fino al bar. La porta del salottino si aprì, e qualche istante dopo un rumore di passi disse a Harry che i Weasley stavano salendo le scale.

Lo Sciroppo Ratto era sotto il tavolo della cena. Harry attese finché non sentì chiudersi la porta della camera dei Weasley, poi prese il flaconcino e andò di sopra.

Fred e George erano nascosti nell’ombra del pianerottolo e si rotolavano dalle risate mentre Percy smantellava la sua camera alla ricerca del distintivo.

«Ce l’abbiamo noi» sussurrò Fred a Harry. «L’abbiamo migliorato».

Ora sul distintivo c’era scritto Zuccaposcuola.

Harry scoppiò in una risata forzata, consegnò la boccetta a Ron, si chiuse in camera e si distese sul letto.

E così Sirius Black lo stava cercando. Questo spiegava tutto: Caramell aveva chiuso un occhio con lui perché era contento di trovarlo vivo. Gli aveva fatto promettere di rimanere a Diagon Alley dove c’erano un sacco di maghi a tenerlo sotto controllo. E mandava due auto del Ministero per portarli alla stazione il giorno dopo, in modo che i Weasley potessero sorvegliarlo finché non fosse salito sul treno.

Harry rimase disteso ad ascoltare le grida soffocate nella camera accanto e a chiedersi perché si sentisse così poco spaventato. Sirius Black aveva ucciso tredici persone con un solo incantesimo; i Weasley erano convinti che Harry sarebbe stato preso dal panico se avesse saputo la verità. Ma Harry era d’accordo con la signora Weasley, il posto più sicuro del mondo era quello dove si trovava Albus Silente; non dicevano tutti che Silente era l’unica persona di cui Voldemort avesse mai avuto paura? Di sicuro Black, il braccio destro di Voldemort, lo temeva allo stesso modo.

E poi c’erano le guardie di Azkaban, di cui tutti parlavano. Pareva potessero far impazzire la gente di paura, e se si piazzavano attorno alla scuola, le probabilità che Black riuscisse a entrare sembravano molto remote.

No, tutto sommato la cosa che più turbava Harry era che la possibilità di andare a Hogsmeade era ormai ridotta a zero. Nessuno gli avrebbe permesso di allontanarsi dal castello, l’unico posto sicuro finché Black non fosse stato catturato; in effetti, Harry sospettava che ogni suo movimento sarebbe stato strettamente sorvegliato fino alla fine dell’emergenza.

Fissò imbronciato il soffitto buio. Credevano che non sapesse badare a se stesso? Era sfuggito tre volte a Voldemort, quindi non era proprio una frana…

Non richiesta, l’immagine della bestia nell’ombra di Magnolia Crescent gli attraversò la mente. Che fare quando si prepara il Peggio…

«Nessuno sta per uccidermi» disse Harry ad alta voce.

«È così che si fa, caro» commentò lo specchio, assonnato.

Capitolo 5

Il Dissennatore

La mattina dopo, Tom svegliò Harry, con il suo solito sorriso sdentato e una tazza di tè. Harry si vestì e stava convincendo una riottosa Edvige a tornare dentro la gabbia quando Ron entrò nella sua camera sbattendo la porta, con una felpa infilata a metà e l’aria irritabile.

«Prima saliamo sul treno meglio è» disse. «Almeno a Hogwarts riuscirò a stare alla larga da Percy. Ora mi accusa di aver versato il tè sulla sua foto di Penelope Light. Sai» Ron fece una smorfia, «la sua fidanzata. Si è nascosta sotto la cornice perché ha il naso tutto a macchie…»

«Devo dirti una cosa» esordi Harry, ma furono interrotti da Fred e George che si congratulavano con Ron per aver fatto di nuovo arrabbiare Percy.

Scesero per la colazione. Il signor Weasley leggeva accigliato la prima pagina della Gazzetta del Profeta e la signora Weasley raccontava a Ginny e a Hermione di un Filtro d’Amore che aveva preparato da ragazza. Avevano tutte e tre la ridarella.

«Che cosa stavi dicendo?» chiese Ron a Harry sedendosi a tavola.

«Te lo dico dopo» borbottò Harry vedendo entrare Percy.

Harry non riuscì a parlare con Ron né con Hermione nel caos della partenza: furono troppo occupati a trascinare tutti i loro bauli giù per la stretta scala del Paiolo magico e accatastarli vicino alla porta, con Edvige e Hermes, il gufo di Percy, in cima al tutto nelle loro gabbie. Un cestino di vimini vicino al mucchio di bauli sputacchiava rumorosamente.

«Va tutto bene, Grattastinchi» lo blandì Hermione attraverso i vimini. «Ti farò uscire sul treno».

«Nemmeno per idea» scattò Ron. «E il povero Crosta?»

Indicò il davanti della giacca, dove un grosso rigonfiamento segnalava la presenza di Crosta appallottolato nella tasca interna.

Il signor Weasley, che era uscito ad aspettare le auto del Ministero, infilò dentro la testa.

«Sono arrivate» disse. «Harry, andiamo…»

Il signor Weasley scortò Harry verso la prima delle due auto fuori moda verde scuro, ciascuna delle quali aveva al volante un mago dall’aria furtiva in uniforme di velluto verde smeraldo.

«Sali, Harry» disse il signor Weasley guardando a destra e a sinistra nella strada affollata.

Harry salì e ben presto fu seguito da Hermione, Ron e, con grande disgusto di Ron, Percy.

Il viaggio fino a King’s Cross fu molto tranquillo in confronto alla gita di Harry sul Nottetempo. Le auto del Ministero della Magia sembravano quasi normali, anche se Harry notò che sgusciavano nel traffico come la macchina nuova della ditta di zio Vernon non sarebbe mai riuscita a fare. Raggiunsero King’s Cross con venti minuti di anticipo; gli autisti del Ministero trovarono dei carrelli, scaricarono i bauli, salutarono il signor Weasley sfiorandosi il berretto e ripartirono, riuscendo misteriosamente a scattare in testa a una fila di macchine ferme ai semafori.

Il signor Weasley scortò Harry dentro la stazione.

«Bene» disse guardandosi intorno. «Andiamo due a due, visto che siamo in tanti. Io passo per primo con Harry».

Il signor Weasley puntò verso la barriera che separava i binari nove e dieci, spingendo il carrello di Harry, apparentemente molto interessato all’Intercity 125 che era appena arrivato al binario nove. Con un’occhiata eloquente a Harry, si appoggiò in maniera casuale alla barriera. Harry lo imitò.

Un attimo dopo l’attraversarono ritrovandosi sul binario nove e tre quarti davanti all’Espresso di Hogwarts, un treno a vapore scarlatto, che sbuffava fumo su un binario affollato di streghe e maghi che salutavano i loro figli.

Percy e Ginny apparvero all’improvviso dietro a Harry. Ansimavano, e sembrava che avessero corso.

«Ah, ecco Penelope!» disse Percy, lisciandosi i capelli e diventando tutto rosa. Ginny intercettò lo sguardo di Harry ed entrambi si voltarono per nascondere le risate mentre Percy avanzava verso una ragazza dai lunghi capelli ricci, camminando col petto così in fuori che nessuno avrebbe potuto ignorare il distintivo splendente.

Quando gli altri Weasley e Hermione li ebbero raggiunti, Harry e il signor Weasley aprirono la strada verso la coda del treno, oltre una serie di scompartimenti affollati, fino a una carrozza che sembrava vuota. I ragazzi caricarono i bauli, sistemarono Edvige e Grattastinchi sulla reticella, poi tornarono sulla banchina per salutare i signori Weasley.

La signora Weasley baciò tutti i suoi figli, poi Hermione e alla fine Harry, che fu un po’ imbarazzato ma anche contento quando la mamma di Ron lo strinse in un abbraccio supplementare.

«Farai attenzione, vero, Harry?» gli disse cercando di ricomporsi, con gli occhi stranamente lucidi. Poi aprì la capace borsetta e disse: «Ho preparato i sandwich per tutti… tieni, Ron… no, non è carne secca… Fred? Dov’è Fred? Eccoti qui, caro…»

«Harry» disse piano il signor Weasley, «vieni qui un momento…»

Scivolò dietro una colonna, e Harry lo seguì, lasciando gli altri attorno alla signora Weasley.

«C’è una cosa che devo dirti prima che tu parta…» esordì il signor Weasley con voce tesa.

«Va tutto bene, signor Weasley» disse Harry. «Lo so già».

«Lo sai? Come fai a saperlo?»

«Io… ehm… io vi ho sentiti parlare ieri sera, lei e la signora Weasley. Non ho proprio potuto evitarlo» aggiunse in fretta. «Mi dispiace…»

«Non volevo che lo scoprissi così» disse il signor Weasley ansioso.

«No… davvero, va tutto bene. Così lei non ha tradito la parola data a Caramell e io so come stanno le cose».

«Harry, sarai molto spaventato…»

«No» disse Harry con sincerità. «Davvero» aggiunse, perché il signor Weasley lo guardava incredulo. «Non sto cercando di fare l’eroe, ma insomma, Sirius Black non può essere peggio di Voldemort, vero?»

Il signor Weasley si ritrasse sentendo pronunciare quel nome, ma non fece i soliti commenti.

«Harry, sapevo che sei di una tempra più forte di quanto non creda Caramell, e naturalmente sono felice che tu non abbia paura, ma…»

«Arthur!» gridò la signora Weasley, intenta a far salire gli altri sul treno, «Arthur, che cosa fai? È ora!»

«Arriva, Molly!» disse il signor Weasley, ma poi si voltò di nuovo verso Harry e riprese a parlare con voce più bassa, in fretta, questa volta. «Ascolta, voglio che tu mi dia la tua parola…»

«…che farò il bravo e rimarrò al castello?» chiese Harry rassegnato.

«Non proprio» disse il signor Weasley, più serio che mai. «Harry, giurami che non andrai a cercare Black».

Harry lo fissò. «Che cosa?»

Si senti un fischio acuto. I controllori camminavano lungo il treno e chiudevano le porte.

«Promettimi, Harry» disse il signor Weasley, parlando ancora più rapidamente, «che qualunque cosa accada…»

«Perché dovrei andare a cercare qualcuno che vuole uccidermi?» chiese Harry senza capire.

«Giurami che qualunque cosa sentirai…»

«Arthur, sbrigati!» strillò la signora Weasley.

Il vapore schizzava dal treno, che aveva cominciato a muoversi. Harry corse verso la portiera, Ron la spalancò e fece un passo indietro per lasciarlo salire. Poi tutti si sporsero dal finestrino per salutare i Weasley finché il treno non fece una curva e li cancellò dalla loro vista.

«Devo parlarvi in privato» mormorò Harry a Ron e Hermione mentre il treno prendeva velocità.

«Vai via, Ginny» disse Ron.

«Carino da parte tua» ribatté Ginny irritata, e se ne andò.

Harry, Ron e Hermione si incamminarono lungo il corridoio, alla ricerca di uno scompartimento vuoto, ma erano tutti occupati tranne l’ultimo, in fondo al treno.

Dentro c’era un solo passeggero, un uomo profondamente addormentato, seduto vicino al finestrino. Harry, Ron e Hermione rimasero sulla soglia a guardarlo. L’Espresso di Hogwarts di solito era riservato agli studenti e non avevano mai visto un adulto a bordo, a parte la strega che portava il tè e i sandwich.

Lo sconosciuto indossava un completo da mago molto consunto, rammendato in più punti. Aveva l’aria stanca e malata. Benché fosse piuttosto giovane, i suoi capelli castano chiaro erano striati di grigio.

«Secondo voi chi è?» sibilò Ron mentre si sedevano, chiudevano la porta e occupavano i posti più lontani dal finestrino.

«Il professor R.J. Lupin» sussurrò pronta Hermione.

«Come fai a saperlo?»

«C’è scritto sulla valigia» rispose Hermione, indicando la reticella sopra lo sconosciuto, occupata da una valigetta lisa tenuta insieme da una grande quantità di spago legato con cura. Il nome professor R.J. Lupin era stampato su un angolo a lettere un po’ sbucciate.

«Chissà che cosa insegna» disse Ron osservando il pallido profilo di Lupin.

«È ovvio» sussurrò Hermione, «c’è solo una materia possibile, no? Difesa contro le Arti Oscure».

Harry, Ron e Hermione avevano già avuto due professori di Difesa contro le Arti Oscure, ed entrambi avevano resistito un anno soltanto. Correva voce che quel posto portasse iella.

«Be’, spero che sia all’altezza» disse Ron in tono dubbioso. «Ha l’aria di uno che basta una bella fattura a sistemarlo, no? Comunque…» e si voltò verso Harry, «che cosa dovevi dirci?»

Harry raccontò della discussione tra il signore e la signora Weasley e degli avvertimenti che il signor Weasley gli aveva appena dato. Quando ebbe finito, Ron era sconvolto, e Hermione si teneva le mani sulla bocca. Alla fine le abbassò per dire:

«Sirius Black è fuggito per venire a cercare te? Oh, Harry… dovrai stare molto, molto attento. Non andare in cerca di guai, Harry…»

«Non vado in cerca di guai» disse Harry seccato. «Di solito sono i guai che trovano me».

«Harry non è mica tanto scemo da andare a cercare un pazzo che vuole ucciderlo» commentò Ron, scosso.

Stavano prendendo la notizia peggio di quanto Harry non si fosse aspettato. A quanto pareva, sia Ron che Hermione temevano Sirius Black molto più di lui.

«Non si sa come è riuscito a fuggire da Azkaban» disse Ron, nervoso. «Nessuno c’era mai riuscito prima. Ed era anche un sorvegliato speciale».

«Ma lo prenderanno, vero?» intervenne Hermione in tono vivace. «Voglio dire, ci sono anche tutti quei Babbani che gli danno la caccia…»

«Che cos’è questo rumore?» chiese Ron all’improvviso.

Era una sorta di fischio debole e tintinnante… Cercarono dappertutto nello scompartimento. «Viene dal tuo baule, Harry» disse Ron, alzandosi per raggiungere il bagaglio di Harry sulla reticella. Un momento dopo aveva estratto lo Spioscopio Tascabile dalle cose di Harry. L’oggetto vorticava sul palmo della mano di Ron, scintillando.

«Quello è uno Spioscopio?» disse Hermione incuriosita, avvicinandosi per vedere meglio.

«Sì… ma da due soldi» disse Ron. «È praticamente impazzito quando ho cercato di legarlo alla zampa di Errol per spedirlo a Harry».

«Stavi facendo qualcosa di scorretto?» chiese Hermione pungente.

«No! Be’… non avrei dovuto usare Errol, non è adatto ai viaggi lunghi… ma come facevo altrimenti a mandare il regalo a Harry?»

«Rimettilo nel baule» disse Harry, mentre lo Spioscopio sibilava senza pietà, «o lo sveglieremo».

Fece un cenno verso il professor Lupin. Ron infilò lo Spioscopio in un paio di vecchi calzini particolarmente orrendi di zio Vernon, che soffocarono il rumore, poi richiuse il baule.

«Possiamo farlo controllare a Hogsmeade» disse Ron, e si sedette di nuovo. «Da Mondomago vendono cose del genere, strumenti magici, cose così, me l’hanno detto Fred e George».

«Che cosa sai di Hogsmeade?» chiese Hermione curiosa. «Ho letto che è l’unico insediamento completamente non-Babbano di tutta la Gran Bretagna…»

«Sì, credo di sì» disse Ron in tono sbrigativo, «ma non è per quello che mi attira. Io voglio assolutamente andare da Mielandia

«Che cos’è?» chiese Hermione.

«È un negozio di dolci» disse Ron con aria sognante, «dove hanno di tutto… Le Piperille, che ti fanno uscire il fumo dalla bocca, e dei Cioccoli giganti ripieni di crema alla fragola e panna, e certe deliziose penne d’aquila di zucchero che puoi succhiare in classe e sembra che tu sia lì a pensare che cosa scrivere…»

«Ma Hogsmeade è un posto molto interessante, vero?» insistette Hermione entusiasta. «In Siti Storici della Stregoneria c’è scritto che la locanda è stata il quartier generale della Rivolta dei Folletti nel 1612, e la Stamberga Strillante dovrebbe essere l’edificio più infestato dai fantasmi di tutto il paese…»

«…ed enormi palline frizzanti che ti alzano da terra mentre le succhi» disse Ron, che evidentemente non aveva ascoltato una parola del discorso di Hermione.

Lei si rivolse a Harry.

«Che bello, poter uscire da scuola per un po’ e fare un giro a Hogsmeade».

«Sì, che bello» disse Harry in tono funereo. «Poi mi racconterete».

«Che vuoi dire?» chiese Ron.

«Non posso venire. I Dursley non mi hanno firmato il permesso, e nemmeno Caramell».

Ron lo guardò orripilato.

«Non hai il permesso di venire? Ma… insomma… la McGranitt te lo darà, o qualcun altro…»

Harry fece una risatina lugubre. La professoressa McGranitt, direttrice della Casa di Grifondoro, era molto rigorosa.

«…oppure possiamo chiedere a Fred e George, loro conoscono tutti i passaggi segreti che portano fuori dal castello…»

«Ron!» esclamò Hermione decisa. «Non credo che Harry dovrebbe sgattaiolare fuori dalla scuola con Black in libertà…»

«Sì, suppongo che sarà quello che dirà la McGranitt quando le chiederò il permesso» disse Harry amaramente.

«Ma se noi stiamo con lui» disse Ron a Hermione, «Black non oserà…»

«Oh, Ron, non dire sciocchezze» lo zittì Hermione. «Black ha già ucciso un mucchio di persone in una strada affollata. Credi davvero che rinuncerebbe ad aggredire Harry solo perché ci siamo noi

Mentre parlava, giocherellava con le cinghiette che chiudevano il cestino di Grattastinchi.

«Non far uscire quella cosa!» disse Ron. Troppo tardi: Grattastinchi balzò fuori dal cestino, si stiracchiò, sbadigliò e balzò sulle ginocchia di Ron. Il rigonfiamento nella tasca di Ron si mise a tremare, mentre il ragazzo spingeva via il gatto con rabbia.

«Via di qui!»

«Ron, lascialo stare!» esclamò Hermione arrabbiata.

Ron stava per risponderle a tono quando il professor Lupin si mosse. Lo guardarono preoccupati, ma non fece altro che voltare la testa e continuare a dormire, con la bocca leggermente aperta.

L’Espresso di Hogwarts puntava dritto a nord e il paesaggio fuori dal finestrino diventava sempre più cupo e selvaggio mentre le nuvole nel cielo s’infittivano. Oltre la porta dello scompartimento i ragazzi si rincorrevano avanti e indietro. Grattastinchi si era sistemato su un sedile vuoto, col muso schiacciato rivolto verso Ron e gli occhi gialli fissi sulla tasca interna della sua giacca.

All’una esatta la grassa strega col carrello del cibo si presentò sulla soglia.

«Credete che dovremmo svegliarlo?» chiese Ron indicando con un cenno il professor Lupin. «Non gli farebbe male mangiare qualcosa, mi sembra».

Hermione si avvicinò cauta al professor Lupin.

«Ehm… professore…» disse. «Mi scusi… professore…»

Il mago non si mosse.

«Non preoccuparti, cara» disse la strega porgendo a Harry un vassoio di Calderotti. «Se quando si sveglia ha fame, mi trova nella vettura davanti con il macchinista».

«Ma dorme?» chiese Ron piano, mentre la strega richiudeva la porta. «Voglio dire, non è morto, vero?»

«No, no, respira» sussurrò Hermione, prendendo il biscotto che Harry le offriva.

Forse non era un tipo di gran compagnia, ma la presenza del professor Lupin nello scompartimento si rivelò utile. A metà pomeriggio, proprio mentre la pioggia cominciava a cadere confondendo i profili delle colline che scorrevano oltre il finestrino, risuonarono dei passi nel corridoio, e sulla soglia comparvero le tre persone meno gradite a Harry e ai suoi amici: Draco Malfoy, accompagnato dai suoi scherani, Vincent Tiger e Gregory Goyle.

Draco Malfoy e Harry erano nemici sin dal momento in cui si erano incontrati durante il primo viaggio verso Hogwarts. Malfoy, che aveva un viso pallido, appuntito e beffardo, era nella Casa dei Serpeverde; giocava da Cercatore nella squadra di Quidditch del Serpeverde, lo stesso ruolo di Harry nel Grifondoro. Tiger e Goyle sembravano essere al mondo solo per eseguire gli ordini di Malfoy. Erano entrambi grossi e muscolosi; Tiger era più alto, con un taglio di capelli a scodella e il collo taurino, Goyle aveva ispidi capelli corti e lunghe braccia scimmiesche.

«Bene bene, ma guarda chi c’è» disse Malfoy con il suo solito tono mellifluo, aprendo la porta dello scompartimento. «Potterino e Lenticchia».

Tiger e Goyle ridacchiarono come due troll.

«Ho sentito dire che finalmente tuo padre ha messo le mani su un po’ di soldi, Weasley» disse Malfoy. «Tua madre ci è rimasta secca dalla meraviglia?»

Ron si alzò così in fretta che rovesciò a terra il cestino di Grattastinchi. Il professor Lupin grugnì nel sonno.

«E quello chi è?» disse Malfoy, facendo istintivamente un passo indietro alla vista di Lupin.

«Un nuovo insegnante» disse Harry, che si era alzato a sua volta per trattenere Ron. «Che cosa stavi dicendo, Malfoy?»

Gli occhi pallidi di Malfoy diventarono due fessure: non era così sciocco da attaccare briga sotto gli occhi di un insegnante.

«Andiamo» disse a Tiger e Goyle in tono risentito, e il terzetto spari.

Harry e Ron si risedettero. Ron si massaggiò le nocche.

«Non ho intenzione di farmi insultare da Malfoy quest’anno» disse rabbioso. «Nessuna intenzione. Se fa un’altra battuta sulla mia famiglia, gli prendo la testa e…»

Ron fece un gesto violento a mezz’aria.

«Ron» sibilò Hermione, indicando il professor Lupin, «attento…»

Ma il professor Lupin era ancora profondamente addormentato.

La pioggia s’infittì mentre il treno filava verso nord; i finestrini ora erano di un grigio compatto e luccicante, che s’incupì gradualmente finché le luci non si accesero lungo i corridoi e sopra le reticelle. Il treno sferragliava, la pioggia tamburellava, il vento ululava, ma il professor Lupin continuò a dormire.

«Dovremmo esserci ormai» disse Ron, sporgendosi per guardare, oltre il professor Lupin, il finestrino ormai completamente nero.

In quel momento il treno prese a rallentare.

«Magnifico» disse Ron alzandosi e scavalcando con cautela l’insegnante addormentato per cercare di vedere fuori. «Ho una fame da lupi. Voglio andare al banchetto…»

«Non è possibile che ci siamo già» disse Hermione guardando l’orologio.

«E allora perché ci fermiamo?»

Il treno perdeva velocità. Mentre il rumore degli stantuffi cessava, il vento e la pioggia urlavano ancora più forte oltre i vetri.

Harry, che era il più vicino alla porta, si alzò e dette un’occhiata in corridoio. In tutto il vagone teste curiose spuntavano dagli scompartimenti.

Il treno si arrestò con uno scossone e una serie di tonfi lontani annunciò loro che i bagagli erano caduti dalle reticelle. Poi, senza alcun preavviso, tutte le luci si spensero e cadde la più completa oscurità.

«Che cosa succede?» La voce di Ron risuonò alle spalle di Harry.

«Ahia!» strillò Hermione. «Ron, quello era il mio piede!»

Harry cercò il suo sedile a tentoni.

«Credete che ci sia un guasto?»

«Non so…»

Si udì un rumore stridente, e Harry vide la scura sagoma di Ron che puliva un pezzetto di finestrino e cercava di guardare fuori.

«C’è qualcosa che si muove laggiù» disse Ron. «Credo che qualcuno stia salendo…»

La porta dello scompartimento si aprì all’improvviso e qualcuno inciampò nelle gambe di Harry.

«Scusa… sapete che cosa succede? Ahia… scusate…»

«Ciao, Neville» disse Harry, tendendo le mani nel buio fino ad afferrare Neville per il mantello.

«Harry? Sei tu? Che cosa succede?»

«Non lo so… siediti…»

Ci fu un sibilo acuto e un gemito di dolore. Neville aveva cercato di sedersi su Grattastinchi.

«Vado a chiedere al macchinista che cosa succede» disse Hermione. Harry la sentì passare, udì la porta aprirsi di nuovo, e poi un tonfo e due strilli.

«Chi è là?»

«Chi sei tu

«Ginny?»

«Hermione?»

«Che cosa fai?»

«Stavo cercando Ron…»

«Entra e siediti…»

«Non qui!» disse Harry in fretta. «Qui ci sono io!»

«Ahia!» gemette Neville.

«Silenzio!» disse all’improvviso una voce roca.

A quanto pareva il professor Lupin si era finalmente svegliato. Harry lo sentì muoversi nel suo angolo. Nessuno parlò.

Si udì un basso crepitio e una luce tremolante riempi lo scompartimento. Il professor Lupin teneva in mano una manciata di fiammelle. Gli illuminavano il viso grigio e stanco, ma gli occhi erano attenti e guardinghi.

«Restate dove siete» disse con la stessa voce roca, e si alzò lentamente tenendo davanti a sé la manciata di fiammelle.

Ma la porta si aprì piano piano prima che Lupin potesse raggiungerla.

In piedi sulla soglia, illuminata dalle fiammelle danzanti nella mano di Lupin, c’era una figura ammantata che torreggiava fino al soffitto. Aveva il volto completamente nascosto dal cappuccio. Gli occhi di Harry sfrecciarono in basso, e quello che vide gli diede una stretta allo stomaco. Una mano spuntava dal mantello, ed era scintillante, grigiastra, viscida e rugosa, come una cosa morta rimasta troppo a lungo nell’acqua…

Ma fu visibile solo per un attimo. Come se la creatura sotto il mantello avesse avvertito lo sguardo di Harry, la mano si ritrasse all’improvviso nelle pieghe nere della stoffa.

Poi la cosa, quale che fosse, trasse un lungo, lento, incerto sospiro, come se cercasse di respirare qualcosa di più dell’aria.

Un freddo intenso calò su di loro. Harry sentì il respiro mozzarsi nel petto. Il freddo penetrò fin sotto la pelle. Era dentro di lui, s’insinuava fino al cuore…

Gli occhi di Harry si rovesciarono. Non vedeva più niente. Annegava nel gelo. Senti un rumore come uno scroscio d’acqua, e poi fu trascinato verso il basso, e il rombo diventava più forte…

E poi, da molto lontano, sentì urlare. Urla terribili, di orrore, di supplica. Chiunque fosse, Harry pensò di aiutarlo, ma non ci riuscì: una fitta nebbia biancastra aleggiava vorticando attorno a lui, dentro di lui…

«Harry! Harry! Ti senti bene?»

Qualcuno lo stava schiaffeggiando.

«C-che cosa?»

Harry aprì gli occhi. C’erano luci sopra di lui, e il pavimento vibrava. L’Espresso di Hogwarts era di nuovo in movimento ed era tornata la luce. Era scivolato a terra. Ron e Hermione erano inginocchiati vicino a lui, dietro di loro Neville e il professor Lupin lo stavano guardando. Harry si sentiva malissimo; quando alzò la mano per aggiustarsi gli occhiali, sentì il viso coperto di sudore freddo.

Ron e Hermione lo aiutarono a mettersi seduto.

«Stai bene?» gli chiese Ron nervosamente.

«Sì» rispose Harry, guardando in fretta verso la porta. La creatura incappucciata era sparita. «Che cosa è successo? Dov’è quella… quella cosa? Chi è stato a urlare?»

«Nessuno ha urlato» disse Ron, ancora più nervoso.

Harry si guardò intorno nello scompartimento illuminato. Ginny e Neville lo fissavano, pallidissimi.

«Ma io ho sentito gridare…»

Un colpo secco li fece sobbalzare tutti quanti. Il professor Lupin stava spezzando un’enorme tavoletta di cioccolato.

«Tieni» disse a Harry, e gliene tese un pezzo piuttosto grosso. «Mangia. Ti farà bene».

Harry prese il cioccolato ma non lo mangiò.

«Che cos’era quella cosa?» chiese a Lupin.

«Un Dissennatore» disse Lupin, distribuendo il cioccolato agli altri. «Uno dei Dissennatori di Azkaban».

Tutti lo guardarono. Il professor Lupin appallottolò la carta del cioccolato e se la mise in tasca.

«Mangiate» ripeté. «Vi farà bene. Devo andare a parlare col macchinista, scusate…»

Oltrepassò Harry e scomparve nel corridoio.

«Sei sicuro di star bene, Harry?» disse Hermione, guardandolo preoccupata.

«Non capisco… che cosa è successo?» chiese Harry, asciugandosi il sudore.

«Be’… quella cosa… il Dissennatore… era lì in piedi che si guardava intorno… cioè, credo, non l’ho visto in faccia, e tu… tu…»

«Credevo che ti prendesse un colpo» disse Ron, ancora spaventato. «Sei diventato tutto rigido e sei caduto dal sedile e hai cominciato a muoverti strano…»

«E il professor Lupin ti ha scavalcato, è andato verso il Dissennatore e ha preso la bacchetta magica» disse Hermione, «e poi ha detto: ’Nessuno di noi tiene nascosto Sirius Black sotto il mantello. Vai via’. Ma il Dissennatore non si è mosso, e cosi Lupin ha mormorato qualcosa, e dalla sua bacchetta è uscita una cosa d’argento diretta contro quell’essere, e poi è volata via…»

«È stato orribile» esclamò Neville con voce più alta del solito. «Hai sentito che freddo quando è entrato?»

«Io mi sentivo strano» disse Ron stringendosi nelle spalle. «Come se non potessi mai più essere felice…»

Ginny, che era rannicchiata nel suo angolino con l’aria sconvolta quasi quanto Harry, ruppe in un piccolo singhiozzo; Hermione le si avvicinò e le mise un braccio attorno alle spalle.

«Ma nessuno di voi… è caduto dal sedile?» chiese Harry imbarazzato.

«No» rispose Ron, guardando di nuovo Harry. «Ginny tremava come una foglia, però…»

Harry non capiva. Si sentiva debole e tremante, come se si stesse rimettendo da un brutto raffreddore; sentiva anche le prime avvisaglie della vergogna. Perché lui era crollato cosi, e gli altri no?

Il professor Lupin era tornato. Entrando si guardò intorno e disse con un sorrisetto:

«Non ho messo il veleno in quel cioccolato, sapete…»

Harry ne staccò un morso e con sua grande sorpresa sentì un fiotto di calore invaderlo da capo a piedi.

«Saremo a Hogwarts tra dieci minuti» disse il professor Lupin. «Stai bene, Harry?»

Harry non chiese come faceva a sapere il suo nome.

«Sì» mormorò imbarazzato.

Non parlarono molto durante il resto del viaggio. Finalmente il treno si fermò alla stazione di Hogsmeade, e la discesa fu un gran caos: i gufi tubavano, i gatti miagolavano e il rospo di Neville gracidava da sotto il berretto del suo padrone. Sulla stretta banchina si gelava; scrosciava una pioggia ghiacciata.

«Quelli del primo anno da questa parte!» gridò una voce familiare. Harry, Ron e Hermione si voltarono e all’altro capo della banchina videro la sagoma gigantesca di Hagrid, che riuniva i nuovi, spaventatissimi studenti per la tradizionale traversata del lago.

«State bene, voi tre?» urlò Hagrid sopra la folla. Lo salutarono con la mano, ma non poterono parlare con lui perché la corrente di ragazzi li spingeva lungo il binario. Harry, Ron e Hermione seguirono gli altri fino a un sentiero fangoso, dove almeno cento carrozze attendevano il resto degli studenti. Ciascuna era trainata, ne dedusse Harry, da un cavallo invisibile, perché quando furono saliti ed ebbero chiuso le portiere, le carrozze partirono da sole, formando una lunga fila traballante e oscillante.

La carrozza aveva un vago odore di muffa e paglia. Harry si sentiva meglio dopo il cioccolato, ma era ancora debole. Ron e Hermione continuavano a lanciargli occhiate preoccupate, come se temessero di vederlo svenire di nuovo.

Mentre la carrozza attraversava una maestosa cancellata in ferro battuto, affiancata da colonne di pietra sormontate da cinghiali alati, Harry vide altri due Dissennatori torreggianti e incappucciati che facevano la guardia ai lati dell’ingresso. Un’ondata di freddo malessere minacciò di assalirlo di nuovo; appoggiò la schiena al sedile bitorzoluto e chiuse gli occhi finché non furono passati. La carrozza prese velocità sul lungo viale che saliva al castello; Hermione si sporse dal finestrino a guardare le torri e i torrioni avvicinarsi. Infine, la carrozza si fermò, e Ron e Hermione scesero.

Mentre Harry li seguiva, una voce strascicata ed euforica gli risuonò nelle orecchie.

«Sei svenuto, Potter? Paciock ha detto la verità? Sei davvero svenuto

Malfoy diede una gomitata a Hermione per bloccare la strada a Harry sui gradini che portavano al castello. Aveva una smorfia soddisfatta e i suoi occhi pallidi brillavano di malizia.

«Togliti di torno, Malfoy» borbottò Ron con la mascella contratta.

«Sei svenuto anche tu, Weasley?» esclamò Malfoy ad alta voce. «Quel brutto, spaventoso Dissennatore ha fatto paura anche a te, Weasley?»

«Qualcosa non va?» disse una voce gentile. Il professor Lupin era appena sceso dalla carrozza dietro la loro.

Malfoy scoccò uno sguardo insolente al professor Lupin, che comprendeva le toppe sui suoi abiti e la valigia consunta. Con una vena di sarcasmo appena percettibile, rispose:

«Oh, no, ehm… professore». Poi fece un cenno d’intesa a Tiger e Goyle, e li guidò su per i gradini, dentro il castello.

Hermione diede una spinta a Ron per farlo muovere, e i tre si unirono alla folla che sciamava per le scale, attraversava i portoni di quercia ed entrava nella Sala d’Ingresso illuminata da torce fiammeggianti, da cui partiva una maestosa scalinata di marmo che portava ai piani superiori.

La porta della Sala Grande era aperta sulla destra; Harry seguì la folla e la oltrepassò, ma aveva appena dato un’occhiata al soffitto incantato, che quella sera era nero e coperto di nuvole, quando sentì una voce:

«Potter! Granger! Voglio vedervi subito!»

Harry e Hermione si voltarono, sorpresi. La professoressa McGranitt, insegnante di Trasfigurazione e direttrice della Casa di Grifondoro, li stava chiamando al di sopra della folla. Era una strega dall’aria severa con i capelli raccolti in uno stretto chignon; i suoi occhi penetranti erano incorniciati da occhiali rettangolari. Harry si fece largo verso di lei con un vago presentimento: la professoressa McGranitt aveva un certo modo di farlo sentire sempre in colpa.

«Non c’è bisogno di fare quella faccia: voglio solo parlarvi nel mio ufficio» disse loro. «Tu va’ pure avanti, Weasley».

Ron rimase a guardare la professoressa McGranitt che spingeva Harry e Hermione via dalla folla rumorosa; insieme i tre attraversarono la Sala d’Ingresso, salirono le scale e si incamminarono lungo un corridoio.

Giunti nel suo ufficio, una stanzetta con un gran camino acceso, la professoressa McGranitt fece segno a Harry e Hermione di sedersi. Si sedette dietro la scrivania ed esordì senza preamboli:

«Il professor Lupin ha mandato un gufo per avvertire che sei stato male in treno, Potter».

Prima che Harry potesse replicare, qualcuno bussò piano alla porta e Madama Chips, l’infermiera, entrò con aria affaccendata.

Harry si sentì arrossire. Era già abbastanza spiacevole che fosse svenuto, senza che tutti si agitassero tanto.

«Sto bene» disse, «non ho bisogno di niente…»

«Oh, si tratta di te» disse Madama Chips senza battere ciglio e chinandosi su di lui per osservarlo da vicino. «Suppongo che stessi facendo di nuovo qualcosa di pericoloso».

«È stato un Dissennatore, Chips» spiegò la professoressa McGranitt.

Le due donne si scambiarono uno sguardo torvo e Madama Chips fece un verso di disapprovazione.

«Mettere tutti quei Dissennatori attorno alla scuola» mormorò, spingendo indietro i capelli di Harry per sentirgli la fronte. «Non è certo il primo a svenire. Sì, è tutto appiccicoso. Sono terrificanti, davvero, e l’effetto che fanno su persone che sono già di per sé cagionevoli…»

«Io non sono cagionevole!» esclamò Harry imbronciato.

«Ma certo che no» disse Madama Chips distrattamente, mentre gli sentiva il polso.

«Di cosa ha bisogno?» chiese la McGranitt asciutta. «Riposo? È meglio se stanotte dorme in infermeria?»

«Sto bene!» disse Harry balzando in piedi. L’idea di quello che avrebbe detto Draco Malfoy se lui avesse passato la notte in infermeria era una tortura.

«Be’, come minimo dovrebbe mangiare un po’ di cioccolato» disse Madama Chips, scrutando Harry negli occhi.

«Ne ho già mangiato un po’» disse Hafry. «Me l’ha dato il professor Lupin. L’ha dato a tutti».

«Davvero?» disse Madama Chips in tono d’approvazione. «Vuol dire che finalmente abbiamo un insegnante di Difesa contro le Arti Oscure che conosce il suo mestiere?»

«Sei sicuro di stare bene, Potter?» chiese la McGranitt brusca.

«Sì» rispose Harry.

«Molto bene. Per favore aspetta qui fuori mentre scambio due parole con la signorina Granger sui suoi orari, poi andremo insieme al banchetto».

Harry tornò in corridoio con Madama Chips, che si avviò verso l’infermeria parlottando tra sé. Dovette aspettare solo qualche minuto, e poi Hermione uscì con l’aria molto soddisfatta, seguita dalla professoressa McGranitt, e il terzetto ridiscese le scale fino alla Sala Grande.

Era un mare di cappelli neri a punta; ognuna delle tavolate era affollata di studenti, i visi illuminati dalle fiammelle di migliaia di candele che galleggiavano a mezz’aria sui tavoli. Il professor Vitious, un piccolo mago con un gran ciuffo di capelli bianchi, stava portando via un cappello antico e uno sgabello a tre piedi.

«Oh» disse Hermione piano, «ci siamo persi lo Smistamento!»

I nuovi arrivati a Hogwarts indossavano il Cappello Parlante, che li assegnava strillando alle case a cui erano più adatti (Grifondoro, Corvonero, Tassorosso o Serpeverde). La professoressa McGranitt si avviò verso il suo posto al tavolo degli insegnanti, mentre Harry e Hermione si dirigevano, cercando di non farsi notare, verso il tavolo dei Grifondoro. Tutti si voltarono a guardarli mentre strisciavano lungo il muro della sala, e alcuni indicarono Harry. La storia del suo svenimento davanti al Dissennatore si era diffusa cosi in fretta?

Lui e Hermione si sedettero ai due lati di Ron, che aveva tenuto loro il posto.

«Che cosa è successo?» mormorò a Harry.

Harry cominciò a spiegargli tutto in un sussurro, ma in quel momento il Preside si alzò, e così Harry fu costretto a tacere.

Il professor Silente, benché molto vecchio, comunicava sempre una grande energia. Aveva i capelli e la barba d’argento, piuttosto lunghi, occhialetti a mezzaluna e il naso molto adunco. Spesso era stato definito il più grande mago del suo tempo, ma non era per questo che Harry lo rispettava. Non si poteva fare a meno di avere fiducia in Albus Silente, e mentre Harry lo guardava sorridere agli studenti, si sentì davvero tranquillo per la prima volta da quando il Dissennatore era entrato nello scompartimento del treno.

«Benvenuti!» disse Silente, con la luce delle candele che gli risplendeva nella barba. «Benvenuti a un altro anno a Hogwarts! Devo dirvi solo poche cose, e siccome sono tutte molto serie, credo che sia meglio toglierci il pensiero prima che finiate frastornati dal nostro ottimo banchetto…»

Silente si schiarì la voce e riprese:

«Come ormai tutti saprete dopo la perquisizione dell’Espresso di Hogwarts, la nostra scuola attualmente ospita alcuni dei Dissennatori di Azkaban, che sono qui in missione per conto del Ministero della Magia».

Si interruppe, e Harry ricordò le parole del signor Weasley su quanto Silente non fosse affatto felice che i Dissennatori sorvegliassero la scuola.

«Sono di guardia a tutti gli ingressi» riprese Silente, «e finché rimarranno con noi, voglio che sia chiaro che nessuno deve allontanarsi da scuola senza permesso. I Dissennatori non devono essere presi in giro con trucchi o travestimenti, né tantomeno coi Mantelli dell’Invisibilità» aggiunse in tono neutro, e Harry e Ron si scambiarono un’occhiata. «Non fa parte della natura di un Dissennatore comprendere eventuali scuse o suppliche. Di conseguenza vi metto in guardia tutti quanti: non date loro motivo di farvi del male. Conto sui Prefetti, e sui nuovi Capiscuola, perché facciano in modo che nessuno entri in conflitto con i Dissennatori» disse.

Percy, che era seduto poco distante da Harry, spinse di nuovo il petto in fuori lanciando occhiate autoritarie tutto intorno. Silente tacque di nuovo; fece scorrere uno sguardo molto serio sulla sala, e tutti rimasero immobili, in silenzio.

«Per passare a un argomento più allegro» riprese, «sono lieto di dare il benvenuto a due nuovi insegnanti. Innanzitutto al professor Lupin, che ha gentilmente accettato la cattedra di Difesa contro le Arti Oscure».

Risuonò qualche applauso sparso e poco entusiasta. Solo i ragazzi che si erano trovati nello scompartimento di Lupin batterono forte le mani, e Harry era uno di loro. Il professor Lupin aveva l’aria particolarmente trasandata accanto agli altri insegnanti, che indossavano i loro abiti migliori.

«Guarda Piton!» sibilò Ron all’orecchio di Harry.

Il professor Piton, l’insegnante di Pozioni, stava guardando il professor Lupin. Tutti sapevano che Piton desiderava moltissimo il posto di insegnante di Difesa contro le Arti Oscure, ma anche Harry, che odiava Piton, rimase stupito nel vedere l’espressione che gli deformava il viso scarno e olivastro. Era più che rabbia: era disgusto allo stato puro. Harry conosceva fin troppo bene quell’espressione: era lo sguardo che Piton gli rivolgeva ogni volta che lo incontrava.

«Quanto alla nostra seconda nuova nomina» riprese Silente, mentre il tiepido applauso per il professor Lupin si spegneva, «sono spiacente di dovervi dire che il professor Kettleburn, il nostro insegnante di Cura delle Creature Magiche, è andato in pensione alla fine dell’anno scorso per godersi gli anni, nonché le membra, che gli restano. Comunque sono lieto di annunciarvi che il suo posto verrà preso nientemeno che da Rubeus Hagrid, che ha accettato di assumere il ruolo di insegnante in aggiunta al suo compito di guardiacaccia».

Harry, Ron e Hermione si scambiarono una serie di occhiate stupefatte. Poi si unirono all’applauso, che fu fragoroso soprattutto alla tavola dei Grifondoro. Harry si protese per guardare Hagrid, che era di un rosso paonazzo e si fissava le manone, con un gran sorriso nascosto nel groviglio della barba nera.

«Dovevamo immaginarlo!» raggi Ron battendo il pugno sul tavolo. «Chi altri poteva dirci di comprare un libro che morde?»

Harry, Ron e Hermione furono gli ultimi a smettere di applaudire, e mentre il professor Silente riprendeva a parlare, videro che Hagrid si asciugava gli occhi con la tovaglia.

«Bene, credo di avervi detto tutte le cose importanti» concluse Silente. «Che la festa cominci!»

Fu un banchetto delizioso; la sala risuonava di chiacchiere, risate e del tintinnio di coltelli e forchette. Harry, Ron e Hermione, comunque, non vedevano l’ora che finisse per poter parlare con Hagrid. Sapevano che cosa significava per lui diventare insegnante. Hagrid non era un mago diplomato; era stato espulso da Hogwarts al terzo anno per una colpa che non aveva commesso, ed erano stati loro tre a riabilitarlo l’anno prima.

Finalmente, quando gli ultimi bocconi di torta di zucca furono spariti dai piatti d’oro, Silente annunciò che era ora di andare a dormire, e i ragazzi colsero al volo l’opportunità.

«Congratulazioni, Hagrid!» strillò Hermione, mentre si avvicinavano al tavolo degli insegnanti.

«Eccovi qui, voi tre» disse Hagrid, asciugandosi la faccia lustra nel tovagliolo. «Non ci credo ancora… grand’uomo, Silente… è venuto da me dopo che il professor Kettleburn ha detto che non ci stava più… era proprio quello che desideravo…»

Sopraffatto dall’emozione, nascose il viso nel tovagliolo, e la professoressa McGranitt fece loro cenno di andarsene.

Harry, Ron e Hermione si unirono ai Grifondoro che sciamavano su per la scalinata di marmo e, sempre più stanchi, percorrevano altri corridoi e salivano altre scale fino all’ingresso nascosto alla Torre di Grifondoro. Un grande ritratto di una signora grassa vestita di rosa chiese loro: «Parola d’ordine?»

«Entrate, entrate!» disse Percy dalla folla. «La nuova parola d’ordine è Fortuna Maior

«Oh, no» mormorò Neville Paciock sconsolato. Per lui tenere a mente la parola d’ordine era sempre stato un problema.

Dopo aver oltrepassato l’ingresso e la sala comune, i ragazzi e le ragazze si separarono; Harry si arrampicò su per la scala a chiocciola senza alcun pensiero se non la gioia di essere di ritorno; raggiunsero il familiare dormitorio circolare con i suoi cinque letti a baldacchino e Harry, guardandosi intorno, si sentì finalmente a casa.

Capitolo 6

Artigli e foglie di tè

Quando Harry, Ron e Hermione entrarono nella Sala Grande per la colazione, la mattina dopo, la prima cosa che videro fu Draco Malfoy impegnato a intrattenere un folto gruppo di Serpeverde con una storia molto divertente. Mentre passavano, Malfoy si esibì in una ridicola imitazione di uno svenimento che fece scoppiare tutti a ridere.

«Ignoralo» disse Hermione, che era appena dietro Harry, «ignoralo e basta, non ne vale la pena…»

«Ehi, Potter!» strillò Pansy Parkinson, una ragazza di Serpeverde con la faccia da carlino. «Potter! Stanno arrivando i Dissennatori. Potter! Uuuuuu!»

Harry si lasciò cadere su una sedia al tavolo dei Grifondoro, accanto a George Weasley.

«I nuovi orari del terzo anno» disse George, passando dei fogli. «Che cosa ti succede, Harry?»

«Malfoy» disse Ron, sedendosi dall’altro lato di George e lanciando un’occhiata al tavolo dei Serpeverde.

George alzò gli occhi giusto in tempo per vedere Malfoy che fingeva un’altra volta di svenire.

«Quel piccolo idiota» disse tranquillamente. «Non era così tronfio ieri sera quando i Dissennatori sono saliti sul treno. È entrato di corsa nel nostro scompartimento, vero, Fred?»

«Quasi se la faceva addosso» disse Fred, scoccando a Malfoy uno sguardo sprezzante.

«Non ero tanto contento nemmeno io» disse George. «Sono tremendi, questi Dissennatori…»

«È come se ti ghiacciassero dentro, vero?» aggiunse Fred.

«Però voi non siete svenuti» disse Harry a voce bassa.

«Lascia perdere, Harry» lo esortò George. «Papà è dovuto andare ad Azkaban una volta, ti ricordi, Fred? E ha detto che è il posto peggiore in cui sia mai stato. È tornato che era tutto un tremito… è come se portassero via la felicità, i Dissennatori. Quasi tutti i prigionieri impazziscono là dentro».

«Comunque, vedremo come riderà Malfoy dopo la prima partita a Quidditch» disse Fred. «Grifondoro contro Serpeverde, il primo incontro della stagione, ti ricordi?»

L’unica volta che Harry e Malfoy si erano trovati di fronte in una partita a Quidditch, Malfoy ne era uscito decisamente malconcio. Un po’ rincuorato, Harry si servì di salsicce e pomodori fritti.

Hermione stava studiando l’orario.

«Oh bene, oggi cominciamo le nuove materie» disse allegramente.

«Hermione» disse Ron accigliato, guardando sopra la sua spalla, «hanno fatto un pasticcio col tuo orario. Guarda, ti hanno iscritto a dieci materie al giorno. Non c’è abbastanza tempo».

«Ce la farò. Ho deciso tutto insieme alla McGranitt».

«Ma guarda» esclamò Ron ridendo, «hai visto stamattina cosa ti tocca? Alle nove, Divinazione. E lì sotto, alle nove, Babbanologia. E…» Ron avvicinò il foglio, incredulo, «guarda… sotto, Aritmanzia, alle nove. Voglio dire, lo so che sei brava, Hermione, ma nessuno è così bravo. Come fai a seguire tre lezioni contemporaneamente?»

«Non essere sciocco» disse Hermione secca. «Certo che non seguirò tre lezioni contemporaneamente».

«E allora…»

«Passami la marmellata» tagliò corto Hermione.

«Ma…»

«Oh, Ron, che cosa t’importa se il mio orario è un po’ affollato?» scattò Hermione. «Te l’ho detto, ho deciso tutto con la McGranitt».

In quel momento Hagrid entrò nella Sala Grande. Indossava il suo lungo cappotto di talpa e in una delle manone teneva una moffetta morta che faceva dondolare distrattamente.

«Tutto bene?» disse allegramente, fermandosi al tavolo dei Grifondoro. «La mia prima lezione! Subito dopo pranzo! Sono in piedi dalle cinque che preparo tutto… spero che va tutto bene… io, insegnante… davvero…»

Fece un gran sorriso ai tre e si diresse al tavolo dei professori, senza smettere di far dondolare la moffetta.

«Chissà che cos’ha preparato» disse Ron, con una nota d’ansia nella voce.

La sala cominciava a svuotarsi mentre i ragazzi si avviavano alla prima lezione; Ron consultò il suo orario.

«Meglio andare, guardate, Divinazione è in cima alla Torre Nord, ci vogliono dieci minuti per arrivarci…»

Finirono in fretta la colazione, salutarono Fred e George e riattraversarono la sala. Mentre passavano accanto al tavolo dei Serpeverde, Malfoy fece ancora finta di svenire. Le risate seguirono Harry fino all’ingresso.

Il viaggio fino alla Torre Nord fu lungo. In due anni a Hogwarts non avevano ancora imparato tutto sul castello, e non erano mai stati nella Torre Nord prima d’allora.

«Ci-deve-pur-essere-una-scorciatoia» disse Ron sbuffando mentre salivano la settima rampa di scale e approdavano su un pianerottolo sconosciuto, dove non c’era altro che un grande dipinto di una striscia d’erba appeso al muro di pietra.

«Credo che sia da questa parte» disse Hermione, dando un’occhiata al corridoio vuoto sulla destra.

«Non è possibile» disse Ron. «Da quella parte c’è il sud, si vede un pezzetto di lago dalla finestra…»

Harry stava guardando il quadro. Un grasso pony pomellato grigio si era appena fatto avanti e ora brucava con aria noncurante. Harry era abituato al fatto che i soggetti dei quadri di Hogwarts si muovessero e uscissero dalle cornici per farsi visita, ma osservarli era sempre un divertimento. Un attimo dopo, un basso, tozzo cavaliere in armatura entrò nel quadro sferragliando, all’inseguimento del pony. A giudicare dalle macchie d’erba sulle ginocchiere di metallo, era appena caduto.

«Aha!» urlò, vedendo Harry, Ron e Hermione. «Che razza di villanzoni sono costoro che osano invadere le mie terre! Siete forse venuti a burlarvi di me? Via di qui, canaglie, cani!»

I tre osservarono stupefatti il piccolo cavaliere che sfoderava la spada e prendeva a menare fendenti brutali, saltellando su e giù, furioso. Ma la spada era troppo lunga per lui; un colpo particolarmente brusco gli fece perdere l’equilibrio, e il cavaliere cadde nell’erba, a faccia in giù.

«Tutto bene?» disse Harry avvicinandosi al quadro.

«Indietro, vile spaccone! Indietro, furfante!»

Il cavaliere rialzò la spada e vi si puntellò per rimettersi in piedi, ma la lama penetrò a fondo nell’erba e, per quanto lui tirasse con tutte le sue forze, non riuscì a sfilarla. Alla fine si lasciò cadere di nuovo a terra e sollevò il cimiero per asciugarsi il viso.

«Senta» disse Harry, approfittando della stanchezza del cavaliere, «stiamo cercando la Torre Nord. Non sa dirci la strada, per caso?»

«Una missione!» L’ira del cavaliere svanì in un istante. L’ometto si rialzò in un clangore metallico ed esclamò: «Seguitemi, cari amici, e troveremo la nostra meta, o periremo eroicamente nell’impresa!»

Diede alla spada un altro vano strattone, cercò inutilmente di salire sul grasso pony, rinunciò e gridò:

«Ora in marcia, buoni signori e gentile damigella! Avanti! Avanti!»

E prese a correre sferragliando verso il lato sinistro della cornice, finché non scomparve.

Lo inseguirono lungo il corridoio, guidati dal clangore dell’armatura. Ogni tanto lo vedevano correre attraverso un quadro davanti a loro.

«Siate coraggiosi e di cuor saldo, il peggio deve ancora venire!» esortò il cavaliere, ricomparendo davanti a un gruppo di allarmate dame in crinolina, ritratte in un quadro appeso sul muro di una stretta scala a chiocciola.

Ansimando, Harry, Ron e Hermione salirono i gradini ripidi, sempre più stanchi e confusi, finché finalmente non udirono un mormorio sopra le loro teste e capirono di aver raggiunto la classe.

«Addio!» gridò il cavaliere, infilando la testa in un quadro che raffigurava alcuni monaci dall’aria sinistra. «Addio, miei compagni d’armi! Se mai avrete bisogno di un nobile cuore e nervi d’acciaio, cercate di Sir Cadogan!»

«Sì, senz’altro» mormorò Ron, mentre il cavaliere spariva, «se mai avremo bisogno di un pazzo».

Salirono gli ultimi gradini e sbucarono su un piccolo pianerottolo, dov’era già radunata gran parte della classe. Non c’erano porte intorno, ma Ron diede un colpetto a Harry indicando il soffitto, sul quale si apriva una botola rotonda con una targa di ottone al centro.

«Sibilla Cooman, insegnante di Divinazione» lesse Harry. «Come facciamo a salire?»

Come in risposta alla sua domanda, la botola si aprì all’improvviso, e una scala argentata calò fino ai piedi di Harry. Tutti tacquero.

«Dopo di te» disse Ron sorridendo. Così Harry salì per primo.

Spuntò nell’aula più strana che avesse mai visto. In effetti non aveva l’aspetto di un’aula; sembrava più un incrocio tra un solaio e una sala da tè vecchio stile. Ospitava almeno venti tavolini rotondi, tutti circondati da poltroncine foderate di chintz e piccoli, grassi sgabelli. Il tutto era illuminato da una bassa luce scarlatta; le tende alle finestre erano tirate, e le numerose lampade erano drappeggiate con sciarpe rosso scuro. C’era un caldo soffocante, e il fuoco che ardeva nel camino lambendo un grosso bollitore di rame emanava un profumo intenso, quasi malsano. Gli scaffali che correvano tutto attorno ai muri circolari erano stipati di piume dall’aria polverosa, mozziconi di candele, scatole di vecchie carte da gioco, innumerevoli sfere di cristallo argentate e una gran varietà di tazze da tè.

Ron spuntò da dietro le spalle di Harry mentre la classe si radunava attorno a loro, sussurrando.

«Dov’è?» chiese Ron.

Una voce uscì all’improvviso dall’ombra, una voce dolce e misteriosa.

«Benvenuti» disse. «È bello vedervi in carne e ossa, finalmente».

La prima impressione che Harry ne ebbe fu quella di un grosso insetto luccicante. La professoressa Cooman avanzò nel cerchio di luce del fuoco, e videro che era molto magra; gli spessi occhiali le rendevano gli occhi molto più grandi del normale, ed era avvolta in uno scialle leggero, tutto ricamato di perline. Innumerevoli catene e collane le pendevano dal collo esile, e le mani e le braccia erano cariche di braccialetti e anelli.

«Sedete, ragazzi miei, sedete» disse, e tutti presero posto cautamente nelle poltrone o sprofondarono negli sgabelli. Harry, Ron e Hermione si sedettero attorno allo stesso tavolino rotondo.

«Benvenuti a Divinazione» disse la Cooman, che aveva preso posto in un’ampia poltrona davanti al fuoco. «Io sono la professoressa Cooman. Può darsi che non mi abbiate mai visto. Ritengo che scendere troppo spesso nella confusione della scuola offuschi il mio Occhio Interiore».

Nessuno commentò questa straordinaria dichiarazione. La professoressa Cooman riaccomodò con grazia lo scialle e riprese: «Allora, avete deciso di studiare Divinazione, la più difficile di tutte le arti magiche. Devo però dirvi subito che se non avete la Vista, potrò insegnarvi assai poco. I libri possono farvi progredire solo fino a un certo punto in questo campo…»

Sia Harry che Ron sorrisero e lanciarono un’occhiata a Hermione, allarmata alla notizia che i libri non sarebbero stati di grande aiuto in questa materia.

«Molte streghe e molti maghi, per quanto talento possano avere nel campo delle esplosioni e degli odori e delle sparizioni improvvise, non sono tuttavia in grado di penetrare i misteri velati del futuro» riprese la professoressa Cooman, con gli enormi occhi scintillanti che si spostavano da un volto all’altro. «È un Dono concesso a pochi. Tu, ragazzo» disse improvvisamente rivolta a Neville, che quasi cadde dallo sgabello, «sta bene tua nonna?»

«Credo di sì» rispose Neville con voce tremante.

«Non ne sarei così sicuro se fossi in te, caro» disse la professoressa Cooman mentre il fuoco traeva riflessi dai suoi lunghi orecchini di smeraldo. Neville deglutì. La professoressa riprese tranquillamente.

«Quest’anno ci occuperemo dei metodi base della Divinazione. Il primo trimestre sarà dedicato alla Lettura delle Foglie di Tè. Nel prossimo passeremo alla Lettura della Mario. Comunque, mia cara» disse, rivolgendosi d’un tratto a Calì Patil, «guardati da un uomo coi capelli rossi».

Calì scoccò uno sguardo stupito a Ron, che era dietro di lei, e allontanò la sedia.

«Nell’ultimo trimestre» proseguì la professoressa Cooman, «passeremo alla Sfera di Cristallo, se avremo finito con i Presagi di Fuoco, naturalmente. Purtroppo, a febbraio avremo la classe decimata da una brutta epidemia di influenza. Io stessa perderò la voce. E attorno a Pasqua, uno di noi ci lascerà per sempre».

Un silenzio carico di tensione segui questa dichiarazione, ma la professoressa Cooman parve non notarlo.

«Tu, cara» disse a Lavanda Brown, che era la più vicina e si ritrasse sulla sua sedia, «ti dispiace passarmi la teiera d’argento, quella grande?»

Lavanda, sollevata, si alzò, prese un’enorme teiera dallo scaffale e la pose sul tavolo davanti alla professoressa Cooman.

«Grazie, cara. Ah, fra l’altro, quella cosa che temi… succederà venerdì sedici ottobre».

Lavanda prese a tremare.

«Ora voglio che formiate delle coppie. Prendete una tazza dallo scaffale, venite da me e io la riempirò, poi sedetevi e bevete; bevete finché non rimangono solo i fondi. Fateli roteare attorno alla tazza per tre volte con la mano sinistra, poi rovesciate la tazza sul piattino, aspettate che il tè rimasto coli via e passate la vostra tazza al compagno per la lettura. Interpreterete i disegni consultando le pagine 5 e 6 di Svelare il Futuro. Io girerò fra di voi e vi darò una mano. Oh, caro» esclamò afferrando per il braccio Neville, che si stava alzando, «dopo che avrai rotto la prima tazza, vorresti essere così gentile da prenderne una di quelle con il disegno blu? Sono piuttosto affezionata a quelle rosa».

Neville, in effetti, non aveva ancora raggiunto lo scaffale quando si udì un tintinnio di ceramica infranta. La professoressa Cooman si avvicinò al ragazzo, gli tese paletta e scopino e disse: «Una di quelle blu, caro, se non ti dispiace… grazie…»

Quando Harry e Ron ebbero riempito le loro tazze, tornarono al tavolo e cercarono di bere in fretta il tè bollente. Fecero roteare i fondi come aveva detto la professoressa Cooman, poi voltarono le tazze e se le scambiarono.

«Bene» disse Ron, mentre aprivano i libri alla pagina 5, «che cosa vedi nella mia?»

«Un mucchietto di roba marrone bagnata» rispose Harry. L’aroma intenso del fumo lo aveva reso sonnolento e intontito.

«Aprite le vostre menti, cari, e lasciate che i vostri occhi vedano al di là del concreto!» disse la professoressa Cooman nella penombra.

Harry cercò di riscuotersi dal torpore.

«Bene, nella tua c’è una specie di croce tutta storta…» disse consultando Svelare il Futuro. «Vuol dire che dovrai affrontare ’prove e sofferenze’, mi dispiace, ma c’è una cosa che potrebbe essere il sole… aspetta… vuol dire ’grande gioia…’ quindi soffrirai ma poi sarai molto felice…»

«Il tuo Occhio Interiore ha bisogno di una bella visita, dammi retta» disse Ron, ed entrambi soffocarono le risate mentre la professoressa Cooman guardava dalla loro parte.

«Ora tocca a me…» Ron scrutò l’interno della tazza di Harry, la fronte aggrottata per lo sforzo. «C’è un grumo che assomiglia a una bombetta» disse. «Forse andrai a lavorare al Ministero della Magia…»

Rigirò la tazza dall’altra parte.

«Però visto da qui assomiglia più a una ghianda… cosa vuol dire?» Studiò il libro. «’Una fortuna inaspettata, oro a sorpresa’. Ottimo, così puoi prestarmene un po’… e qui c’è un’altra cosa» disse rigirando di nuovo la tazza «che sembra un animale… sì, se questa è la testa… sembra un ippopotamo… no, una pecora…»

La professoressa Cooman si avvicinò mentre Harry scoppiava a ridere.

«Fammi vedere, caro» disse a Ron in tono di rimprovero, curvandosi per prendergli la tazza di Harry. Tutti tacquero, in attesa.

La professoressa Cooman guardò dentro la tazza, facendola ruotare in senso antiorario.

«Il falco… caro, tu hai un nemico mortale».

«Ma questo lo sanno tutti» disse Hermione in un sussurro un po’ troppo forte. La professoressa Cooman la fissò.

«Be’, è così» insistette Hermione. «Tutti sanno di Harry e Lei-Sa-Chi».

Harry e Ron la guardarono con un misto di stupore e ammirazione. Non avevano mai sentito Hermione rivolgersi in quel tono a un professore. La professoressa Cooman decise di non ribattere. Abbassò i grandi occhi sulla tazza di Harry e riprese a farla ruotare.

«Il bastone… un agguato. Oh, caro, questa non è una tazza benigna…»

«Credevo che fosse una bombetta» disse Ron imbarazzato.

«Il teschio… pericolo sul tuo cammino, caro…»

Tutti fissavano esterrefatti la professoressa Cooman, che fece roteare la tazza un’ultima volta, trattenne il respiro e infine gettò un grido.

Si udì un altro fragore di ceramica infranta. Neville aveva rotto la sua seconda tazza. La professoressa Cooman sprofondò in una poltrona vuota, con la mano scintillante posata sul cuore e gli occhi chiusi.

«Caro ragazzo… povero caro ragazzo… no… è meglio non dire niente… no… non chiedermi…»

«Che cosa c’è, professoressa?» chiese Dean Thomas all’improvviso. Si erano alzati tutti e lentamente avevano circondato il tavolo di Harry e Ron, avvicinandosi alla professoressa Cooman per guardare nella tazza di Harry.

Gli occhi dell’insegnante si spalancarono in maniera teatrale. «Mio caro» disse, «è il Gramo».

«Il cosa?» chiese Harry.

Non era l’unico a non aver capito. Dean Thoinas alzò le spalle e Lavanda Brown lo guardò perplessa, ma quasi tutti gli altri si portarono le mani alla bocca, orripilati.

«Il Gramo, mio caro, il Gramo!» esclamò la professoressa Cooman, stupita che Harry non avesse capito. «Il cane fantasma gigante che infesta i cimiteri! Caro ragazzo, è un presagio… il peggior presagio di morte

Harry sentì una stretta allo stomaco. Quel cane sulla copertina di Presagi di Morte al Ghirigoro, il cane nella penombra in Magnolia Crescent… anche Lavanda Brown si portò le mani alla bocca. Tutti fissavano Harry: tutti tranne Hermione, che si era alzata ed era alle spalle dell’insegnante.

«Non mi sembra che assomigli a un Gramo» disse con voce piatta.

La professoressa Cooman fissò Hermione con crescente antipatia. «Mi perdonerai se te lo dico, cara, ma sento pochissima Aura attorno a te. Pochissima sensibilità agli echi del futuro».

Seamus Finnigan inclinò la testa da una parte all’altra.

«Sembra un Gramo se lo guardi così» disse strizzando gli occhi fin quasi a chiuderli, «ma visto da qui sembra più un asino» disse piegandosi a sinistra.

«Avete finito di decidere se devo morire o no?» disse Harry cogliendo tutti, anche se stesso, di sorpresa. Ora nessuno sembrava aver voglia di guardarlo.

«Credo che per oggi ci fermeremo qui» disse la professoressa Cooman con la sua voce più velata. «Sì… vi prego di portar via le vostre cose…»

In silenzio, i ragazzi riportarono le tazze all’insegnante, presero i libri e li riposero nelle borse. Perfino Ron evitava lo sguardo di Harry.

«Buona fortuna a tutti» disse la professoressa Cooman con un filo di voce, «fino al prossimo incontro. Oh, e tu, caro» disse rivolta a Neville, «la prossima volta arriverai in ritardo, quindi ricordati che dovrai lavorare di più per metterti in pari».

Harry, Ron e Hermione scesero la scaletta e la scala a chiocciola in silenzio, poi si diressero alla lezione di Trasfigurazione della professoressa McGranitt. Ci misero tanto a trovare la sua classe che, per quanto fossero usciti in anticipo da Divinazione, arrivarono appena in tempo.

Harry prese posto in fondo all’aula, ma era come se si fosse seduto nell’occhio di un riflettore: tutti gli altri continuavano a rivolgergli occhiate furtive, come se dovesse cadere morto da un momento all’altro. Sentì a stento quello che la professoressa diceva degli Animagi (maghi che potevano trasformarsi a loro piacere in animali) e non la vide nemmeno trasformarsi davanti a loro in un gatto tigrato con i segni degli occhiali attorno agli occhi.

«Ma insomma, che cos’avete oggi?» domandò la professoressa McGranitt, tornando se stessa con un debole pop e guardandoli tutti quanti uno a uno. «Non che sia importante, ma è la prima volta che la mia trasformazione non viene accolta da un applauso».

Tutti si voltarono di nuovo verso Harry, ma nessuno parlò. Poi Hermione alzò la mano.

«Ci scusi, professoressa, abbiamo appena avuto la prima ora di Divinazione, e stavamo leggendo le foglie di tè e…»

«Ah, certo» esclamò la professoressa McGranitt accigliata. «Non c’è bisogno di aggiungere altro, signorina Granger. Ditemi, chi di voi morirà quest’anno?»

Tutti la fissarono.

«Io» disse Harry alla fine.

«Capisco» commentò la professoressa McGranitt guardando Harry con i suoi occhi piccoli e lucenti. «Allora è bene che tu sappia, Potter, che Sibilla Cooman ha predetto la morte di uno studente all’anno da quando è arrivata in questa scuola. Nessuno è ancora morto. Vedere presagi di morte dappertutto è il suo modo preferito di dare il benvenuto a una nuova classe. Se non fosse che non ho l’abitudine di parlar male dei miei colleghi…»

La professoressa McGranitt s’interruppe, e tutti notarono che aveva le narici bianche e dilatate. Poi riprese, più tranquilla:

«La Divinazione è uno dei settori più imprecisi della magia. Non vi nasconderò che faccio fatica a tollerarla. I veri Veggenti sono molto rari, e la professoressa Cooman…»

Si interruppe di nuovo, e poi disse in tono molto pratico: «A me sembri in perfetta salute, Potter, quindi mi scuserai se non ti dispenso dai compiti oggi. Ti assicuro che se dovessi morire non sei tenuto a consegnarli».

Hermione rise. Harry si sentì un po’ meglio. Era più difficile aver paura di un mucchietto di foglie di tè lontano dalla debole luce rossa e dal profumo troppo intenso dell’aula della professoressa Cooman. Non tutti erano convinti, comunque. Ron aveva ancora l’aria preoccupata, e Lavanda sussurrò: «Ma allora, la tazza di Neville?»

Quando la lezione di Trasfigurazione fu terminata, si unirono tutti alla folla che si dirigeva rumorosamente verso la Sala Grande per il pranzo.

«Allegro, Ron» disse Hermione spingendo verso di lui un piatto di stufato. «Hai sentito che cos’ha detto la professoressa McGranitt».

Ron si servì e prese la forchetta, ma non cominciò a mangiare.

«Harry» chiese con voce bassa e seria, «tu non hai visto un grosso cane nero da nessuna parte, vero?»

«Sì che l’ho visto» rispose Harry. «Ne ho visto uno la notte che sono scappato dai Dursley».

Ron mollò la forchetta, che cadde con un tintinnio.

«Probabilmente era un randagio» disse Hermione tranquillamente.

Ron guardò Hermione come se fosse impazzita.

«Hermione, se Harry ha visto un Gramo, è… è una cosa brutta» disse. «Mio… mio zio Bilius ne ha visto uno… ed è morto ventiquattr’ore dopo!»

«Una coincidenza» disse Hermione in tono leggero, versandosi del succo di pompelmo.

«Non sai che cosa dici!» esclamò Ron, che stava cominciando ad arrabbiarsi. «I Grami ghiacciano il sangue di mago nelle vene!»

«Ecco, appunto» disse Hermione in tono di superiorità. «Vedono il Gramo e muoiono di paura. Il Gramo non è un presagio, è la causa della loro morte! E Harry è ancora con noi perché non è così stupido da vederne uno e pensare va bene, meglio che adesso tiri le cuoia!»

Ron rimase senza parole davanti a Hermione, che prese la borsa, estrasse il libro nuovo di Aritmanzia e lo aprì appoggiandolo contro la caraffa di succo.

«Credo che Divinazione sia una materia piuttosto confusa» disse, cercando la pagina giusta. «Più che altro si indovina, se vuoi saperlo».

«Non c’era niente di confuso nel Gramo dentro quella tazza!» esclamò Ron infuriato.

«Non sembravi così sicuro di te quando hai detto a Harry che era una pecora» disse Hermione gelida.

«La professoressa Cooman ha detto che non hai l’Aura giusta! È solo che non ti va giù di non essere brava in qualcosa, una volta tanto!»

Aveva toccato un nervo scoperto. Hermione sbatté il libro di Aritmanzia così bruscamente che pezzetti di carne e carote volarono dappertutto.

«Se essere bravi in Divinazione vuol dire che devo far finta di vedere presagi di morte in un mucchietto di foglie di tè, non sono sicura che continuerò a studiarla! Quella lezione è stata davvero tremenda rispetto ad Aritmanzia!»

Si alzò di scatto, afferrò la borsa e se ne andò.

Ron la guardò accigliato.

«Ma che cosa dice?» chiese a Harry. «Non ci è ancora andata, a lezione di Aritmanzia».

Harry fu lieto di uscire dal castello dopo pranzo. La pioggia del giorno prima era sparita; il cielo era grigio pallido e l’erba umida ed elastica sotto i piedi mentre si avviavano alla prima lezione di Cura delle Creature Magiche.

Ron e Hermione non si parlavano. Harry marciò accanto a loro in silenzio mentre attraversavano i prati scendendo verso la capanna di Hagrid, al limitare della foresta proibita. Fu solo quando riconobbe tre schiene fin troppo familiari che si rese conto che avrebbero dovuto seguire la lezione con i Serpeverde. Malfoy stava parlando animatamente con Tiger e Goyle, che ridacchiavano. Harry era sicuro di sapere di cosa stavano parlando.

Hagrid aspettava gli allievi sulla soglia della sua capanna. Era in piedi, imbacuccato nel cappotto di talpa, con Thor il cane da caccia accanto a sé, e sembrava impaziente di cominciare.

«Forza, avanti, muovetevi!» disse mentre i ragazzi si avvicinavano. «Oggi ho una cosa specialissima per voi! Una gran lezione! Ci siete tutti? Bene, allora seguite me!»

Per un terribile istante, Harry temette che Hagrid li stesse per condurre nella foresta, dove aveva vissuto tanti brutti momenti da bastargli per tutta la vita. Invece Hagrid si limitò a costeggiare gli alberi esterni, e cinque minuti più tardi si arrestarono accanto a un recinto. Dentro non c’era niente.

«Tutti attorno alla staccionata, qui!» gridò Hagrid. «Ecco… mettetevi così che vedete bene… adesso per prima cosa aprite i libri…»

«Come?» disse la voce fredda e strascicata di Draco Malfoy.

«Eh?» disse Hagrid.

«Come facciamo ad aprire i libri?» ripeté Malfoy. Prese la sua copia del Libro Mostro dei Mostri, che aveva chiuso con uno spago. Anche gli altri estrassero i loro. Alcuni, come Harry, avevano chiuso i libri con una cintura; altri li avevano infilati in borse strettissime o avevano fissato le pagine con un mucchio di graffette.

«Nes… nessuno di voi è riuscito ad aprire il suo libro?» chiese Hagrid disorientato.

Tutti scossero la testa.

«Dovete accarezzarlo» spiegò Hagrid, come se fosse la cosa più ovvia del mondo. «Guardate…»

Prese la copia di Hermione e strappò via il Magiscotch che la teneva chiusa. Il libro cercò di morderlo, ma Hagrid fece scorrere il gigantesco indice lungo il dorso e il libro rabbrividì, poi si aprì e rimase immobile nella sua mano.

«Oh, che sciocchi!» sibilò Malfoy. «Dovevamo accarezzarli! Perché non l’abbiamo capito subito?»

«Be’… sono divertenti, no?» disse Hagrid a Hermione in tono incerto.

«Oh, terribilmente divertenti!» esclamò Malfoy. «Davvero spiritoso, assegnarci un libro che cerca di mangiarti le mani!»

«Taci, Malfoy» disse Harry piano. Hagrid sembrava umiliato e Harry desiderava che la sua prima lezione fosse un successo.

«Va bene» riprese Hagrid, un po’ smarrito, «allora… avete tutti il libro… e… e… adesso vi servono delle Creature Magiche. Sì. Io vado e le prendo. Voi state qui…»

Si allontanò da loro e si addentrò nella foresta.

«Mio Dio, questo posto è caduto davvero in basso» disse Malfoy ad alta voce. «Quell’idiota che fa l’insegnante. A mio padre prenderà un colpo quando glielo dirò…»

«Taci, Malfoy» ripeté Harry.

«Attento, Potter, c’è un Dissennatore dietro di te…»

«Oooooh!» strillò Lavanda Brown, indicando il lato opposto del recinto.

Almeno una dozzina di creature, le più bizzarre che Harry avesse mai visto, trotterellavano verso di loro. Avevano i corpi, le zampe posteriori e le code da cavallo, le zampe anteriori, le ali e la testa di aquile giganti, becchi feroci color dell’acciaio e grandi occhi di un arancione squillante. Gli artigli sulle zampe davanti erano lunghi più di quindici centimetri e avevano l’aria letale. Ciascuna delle bestie portava uno spesso collare di cuoio attorno al collo, fissato a una lunga catena, e tutte le estremità delle catene erano strette nelle manone di Hagrid, che entrò correndo nel recinto, dietro le creature.

«Fermi qui, adesso!» ruggì, agitando le catene e spingendo le creature verso lo steccato dove i ragazzi erano in attesa. Tutti fecero un passo indietro mentre Hagrid li raggiungeva e legava le creature alla staccionata.

«Ippogrifi!» ruggì allegramente Hagrid agitando una mano. «Belli, eh?»

Harry capì che cosa intendeva dire Hagrid. Una volta superato il primo moto di spavento alla vista di una cosa che era metà cavallo metà uccello, cominciavi ad apprezzare i mantelli lucenti degli Ippogrifi, che mutavano gradualmente da piuma a pelo, ciascuno di un colore diverso: grigio tempesta, bronzo, fulvo rosato, castagna lucente, nero inchiostro.

«Allora» disse Hagrid sfregandosi le mani e sorridendo, «se volete venire un po’ più vicini…»

Nessuno sembrava desideroso di farlo. Harry, Ron e Hermione, comunque, si avvicinarono cautamente alla staccionata.

«Ora, la prima cosa da sapere degli Ippogrifi è che sono orgogliosi» disse Hagrid. «Facili da offendere, ecco come sono. Mai insultarne uno, perché può essere l’ultima cosa che fate».

Malfoy, Tiger e Goyle non ascoltavano; stavano parlottando e Harry aveva la spiacevole sensazione che stessero tramando per rovinare la lezione.

«Dovete sempre lasciargli fare la prima mossa» continuò Hagrid. «È educato, capito? Camminate verso l’Ippogrifo, fate un inchino, e aspettate. Se anche lui fa un inchino, potete toccarlo. Se non lo fa, via veloci, perché quegli artigli fanno male. Bene, chi va per primo?»

I ragazzi per tutta risposta si ritrassero ancora di più. Anche Harry, Ron e Hermione erano intimoriti. Gli Ippogrifi scuotevano le teste fiere e agitavano le ali poderose; sembrava che non gradissero di restare così legati.

«Nessuno?» disse Hagrid con uno sguardo supplichevole.

«Io» esclamò Harry.

Dietro di lui tutti trattennero il respiro. Lavanda e Calì sussurrarono: «Oooh, no, Harry, ricordati le foglie di tè!»

Harry le ignorò. Si arrampicò sulla staccionata.

«Bravo, Harry!» ruggi Hagrid. «Vediamo come te la cavi con Fierobecco».

Slegò una delle catene, allontanò l’Ippogrifo grigio dai suoi compagni e gli sfilò il collare di cuoio. Dall’altra parte del recinto, i ragazzi trattennero il fiato. Gli occhi di Malfoy si strinsero malvagi.

«Piano, ora, Harry» disse Hagrid a bassa voce. «Hai stabilito un contatto visivo, adesso cerca di non chiudere gli occhi… gli Ippogrifi non si fidano di te se strizzi troppo gli occhi…»

Gli occhi di Harry presero subito a lacrimare, ma non li chiuse. Fierobecco aveva voltato la testa, e lo fissava con un’altera pupilla arancione.

«Così» disse Hagrid. «Così, Harry… ora fai l’inchino…»

Harry non aveva molta voglia di esporre il collo nudo a Fierobecco, ma fece come gli diceva Hagrid. S’inchinò in fretta e poi alzò gli occhi.

L’Ippogrifo continuava a fissarlo, altezzoso. Non si mosse.

«Ah» disse Hagrid preoccupato. «Va bene… adesso torna indietro, Harry, Harry, piano…»

Ma in quel momento, con grande sorpresa di Harry, l’Ippogrifo piegò all’improvviso le ginocchia squamose, e si abbassò in quello che era un inconfondibile inchino.

«Ben fatto, Harry!» esclamò Hagrid estasiato. «Va bene, adesso puoi toccarlo! Accarezzagli il becco, avanti!»

Anche se avrebbe preferito ritrarsi, Harry avanzò lentamente verso l’Ippogrifo e tese una mano. Gli carezzò il becco alcune volte e l’Ippogrifo chiuse pigramente gli occhi, soddisfatto.

La classe applaudì, tutti tranne Malfoy, Tiger e Goyle, che sembravano profondamente irritati.

«Va bene così, Harry» disse Hagrid. «Ora ti lascia salire in groppa, guarda».

Era più di quanto Harry desiderasse. Era abituato a un manico di scopa, ma non era certo che un Ippogrifo sarebbe stato la stessa cosa.

«Sali da lì, dietro l’ala» disse Hagrid, «e ricordati di non strapparci nessuna piuma, lui non è contento se lo fai…»

Harry mise il piede sull’ala di Fierobecco e si issò sul suo dorso. Fierobecco si alzò. Harry non sapeva bene dove aggrapparsi: davanti a lui era tutto coperto di piume.

«Avanti!» ruggì Hagrid, dando una manata sul fianco dell’Ippogrifo.

Senza preavviso, le ali lunghe più di tre metri si spalancarono; Harry ebbe appena il tempo di afferrare il collo dell’Ippogrifo e già quello si librava nell’aria. Non era affatto come un manico di scopa, e Harry sapeva quale dei due preferiva; le ali dell’Ippogrifo battevano scomodamente, urtandogli le gambe e dandogli l’impressione di stare per cadere da un momento all’altro; le piume lucenti scivolavano sotto le sue dita e Harry d’altra parte non osava aggrapparsi più forte; abituato ai movimenti fluidi della sua Nimbus Duemila, ora beccheggiava avanti e indietro mentre i fianchi dell’Ippogrifo si alzavano e si abbassavano insieme alle ali.

Fierobecco gli fece fare un giro del recinto e poi puntò di nuovo verso terra. Era questo il momento temuto da Harry: si ritrasse mentre il collo liscio si abbassava, certo di scivolare sul becco dell’animale; poi sentì un colpo secco mentre le quattro zampe male assortite toccavano terra, e riuscì a stento a reggersi e a raddrizzarsi.

«Bravo, Harry!» ruggì Hagrid, mentre tutti tranne Malfoy, Tiger e Goyle lo festeggiavano. «Ok, c’è qualcun altro che vuole provare?»

Incoraggiati dal successo di Harry, gli altri ragazzi si arrampicarono cautamente sulla staccionata. Hagrid slegò gli Ippogrifi uno a uno, e ben presto tutti furono impegnati in una serie di nervosi inchini. Neville si ritrasse dal suo Ippogrifo, che sembrava non avere nessuna intenzione di inchinarsi. Ron e Hermione fecero qualche prova con quello color castagna, mentre Harry li guardava.

Malfoy, Tiger e Goyle avevano scelto Fierobecco. Si era inchinato a Malfoy, che ora gli accarezzava il becco con aria sprezzante.

«È facilissimo» borbottò Malfoy abbastanza forte da farsi sentire da Harry. «Lo sapevo, se ce l’ha fatta Potter… Scommetto che non sei per niente pericoloso, vero?» disse all’Ippogrifo. «Vero, brutto bestione?»

Fu un attimo, un lampo di artigli d’acciaio. Malfoy cacciò uno strillo acuto. Hagrid infilò di nuovo il collare a Fierobecco e si chinò rapido sul ragazzo, che giaceva rannicchiato sull’erba, col sangue che sgorgava a fiotti inzuppandogli i vestiti.

«Muoio!» strillò Malfoy, mentre tutta la classe seguiva la scena, terrorizzata. «Muoio, guardate! Mi ha ucciso!»

«Non muori!» disse Hagrid pallidissimo. «Se qualcuno mi aiuta… bisogna portarlo via di qua…»

Hermione corse ad aprire il cancello mentre Hagrid sollevava Malfoy senza sforzo. Mentre passavano, Harry vide che Malfoy aveva una lunga, profonda ferita al braccio: il sangue colava macchiando l’erba. Hagrid corse su per la collina, verso il castello, con il ragazzo fra le braccia.

Molto scossa, la classe di Cura delle Creature Magiche li seguì a distanza. I Serpeverde erano infuriati con Hagrid.

«Dovrebbero licenziarlo subito!» esclamò Pansy Parkinson, in lacrime.

«È tutta colpa di Malfoy!» ribatté Dean Thomas. Tiger e Goyle gli mostrarono i pugni con aria minacciosa.

Salirono i gradini di pietra ed entrarono nella Sala d’Ingresso deserta.

«Vado a vedere se sta bene!» disse Pansy, e corse su per la scalinata. I Serpeverde, sempre confabulando contro Hagrid, si avviarono verso la loro sala comune nei sotterranei; Harry, Ron e Hermione salirono verso la torre del Grifondoro.

«Credete che se la caverà?» chiese Hermione, nervosa.

«Ma certo, Madama Chips sa curare i tagli in un secondo» la rassicurò Harry, che l’infermiera aveva prodigiosamente guarito da ferite ben più gravi.

«È un vero peccato che sia successo alla prima lezione di Hagrid, però, vero?» disse Ron, preoccupato. «Ci scommetto che Malfoy cercherà di metterlo nei guai…»

Furono tra i primi a raggiungere la Sala Grande all’ora di cena, con la speranza di vedere Hagrid, ma il loro amico non c’era.

«Non lo licenzieranno, vero?» chiese Hermione ansiosa, senza toccare il pasticcio di rognone.

«Sarà meglio di no» disse Ron. Anche lui non riuscì a mangiare.

Harry teneva d’occhio il tavolo dei Serpeverde. Un bel gruppo che comprendeva Tiger e Goyle era immerso in un fitto conciliabolo. Harry era sicuro che stessero mettendo a punto la loro versione di come Malfoy era rimasto ferito.

«Be’, non si può dire che come primo giorno non sia stato interessante» disse Ron con aria cupa.

Dopo cena salirono nell’affollata sala comune di Grifondoro e cercarono di fare i compiti assegnati dalla professoressa McGranitt, ma tutti e tre continuavano a distrarsi e a guardare fuori dalla finestra,

«C’è una luce accesa in casa di Hagrid» disse Harry all’improvviso.

Ron guardò l’orologio.

«Se ci sbrighiamo, possiamo andare a trovarlo, è ancora presto…»

«Non so» disse Hermione lentamente, guardando Harry.

«Io ho il permesso di attraversare i prati!» esclamò Harry piccato. «Sirius Black non ha ancora superato la sorveglianza dei Dissennatori, no?»

Così riposero i libri e uscirono dal buco del ritratto. Con somma soddisfazione non incontrarono nessuno fino al portone, dal momento che non erano proprio sicuri di poter uscire.

L’erba era ancora umida e sembrava quasi nera alla luce del tramonto. Arrivati alla capanna di Hagrid bussarono, e una voce borbottò: «Entrate».

Hagrid era seduto in maniche di camicia al rozzo tavolo di legno; il suo cagnone, Thor, gli teneva la testa in grembo. Bastò loro uno sguardo per capire che Hagrid aveva bevuto; davanti a lui c’era una caraffa di peltro grossa come un sécchio, e il loro amico sembrò metterli a fuoco a fatica.

«Mi sa che è un record» farfugliò quando li ebbe riconosciuti. «Credo che non hanno mai avuto un insegnante che è durato un giorno solo».

«Non ti avranno licenziato, Hagrid!» esclamò Hermione.

«Non ancora» disse Hagrid penosamente, trangugiando una gran sorsata del contenuto della caraffa. «Ma è solo questione di tempo, certo, dopo che Malfoy…»

«Come sta?» chiese Ron mentre si sedevano. «Niente di grave, vero?»

«Madama Chips l’ha sistemato come poteva» disse Hagrid triste, «ma dice che gli fa ancora male… è tutto bendato… si lamenta…»

«Fa finta» disse subito Harry. «Madama Chips sa curare qualunque cosa. L’anno scorso mi ha fatto ricrescere metà delle ossa. È solo che Malfoy cerca di sfruttare la situazione come può».

«Il Consiglio della Scuola lo sa, certo» disse Hagrid. «Dice che ho cominciato con una cosa troppo difficile. Dovevo lasciare gli Ippogrifi per dopo… cominciare con i Vermicoli o cose del genere… e io pensavo che era una bella prima lezione… è tutta colpa mia…»

«È tutta colpa di Malfoy, Hagrid!» esclamò Hermione vivacemente.

«Noi abbiamo visto tutto» disse Harry. «Tu hai detto che gli Ippogrifi attaccano se li insulti. È un problema di Malfoy se non ti ha ascoltato. Diremo a Silente che cosa è successo veramente».

«Sì, non pensarci, Hagrid, noi siamo con te» intervenne Ron.

Dagli angoli dei lucidi occhi neri di Hagrid caddero calde lacrime. L’omone afferrò Harry e Ron e li stritolò in un abbraccio da frattura.

«Credo che tu abbia bevuto abbastanza, Hagrid» disse Hermione in tono deciso. Prese la caraffa dal tavolo e uscì a vuotarla.

«Sì, forse lei ha ragione» balbettò Hagrid, lasciando andare Harry e Ron, che barcollarono un po’ massaggiandosi le costole. Hagrid si alzò a fatica dalla sedia e seguì Hermione all’aperto con passo malfermo. Si udì un gran sciacquio.

«Che cosa ha fatto?» chiese Harry teso, mentre Hermione rientrava con la caraffa vuota.

«Ha infilato la testa nell’abbeveratoio» rispose Hermione riponendo la caraffa.

Hagrid tornò dentro, i lunghi capelli e la barba grondanti acqua, e si asciugò gli occhi.

«Adesso va meglio» disse, scuotendo la testa come un cane e schizzandoli tutti. «Sentite, è stato bello che siete venuti a trovarmi, davvero…»

Hagrid si immobilizzò e fissò Harry, rendendosi conto solo in quell’istante che c’era anche lui.

«CHE COSA CREDI DI FARE, EH?» ruggì, così all’improvviso che fecero un salto tutti e tre. «TU NON DEVI ANDARE IN GIRO QUANDO C’È BUIO, HARRY! E VOI DUE CHE GLIELO LASCIATE FARE!»

Si avvicinò a Harry, lo afferrò per un braccio e lo spinse verso la porta.

«Andiamo!» esclamò arrabbiato. «Vi riaccompagno a scuola, e non voglio più vedere voi che uscite e venite a trovare me con il buio, mai più. Non ne vale la pena!»

Capitolo 7

Il Molliccio nell’armadio

Malfoy non si ripresentò a lezione fino a martedì mattina tardi, quando i Serpeverde e i Grifondoro erano a metà della doppia ora di Pozioni. Entrò spavaldo nel sotterraneo, il braccio destro bendato e appeso al collo, con l’aria baldanzosa, almeno secondo Harry, di uno che è eroicamente sopravvissuto a una tremenda battaglia.

«Come va, Draco?» gli chiese Pansy Parkinson, tutta uno zucchero. «Ti fa tanto male?»

«Sì» disse Malfoy inalberando un cipiglio coraggioso. Ma Harry lo vide strizzare l’occhio a Tiger e a Goyle quando Pansy distolse lo sguardo.

«Al posto, al posto» disse mollemente il professor Piton.

Harry e Ron si scambiarono sguardi cupi. Piton non si sarebbe limitato a dire ’al posto’ se fossero stati loro ad arrivare in ritardo: li avrebbe puniti e basta. Invece Malfoy se la cavava sempre alle lezioni di Piton, che era il direttore dei Serpeverde e di solito riservava un trattamento di favore agli studenti della sua Casa.

Quel giorno stavano provando una nuova Pozione Restringente. Malfoy sistemò il suo paiolo vicino a Harry e Ron, che si trovarono così a dover preparare gli ingredienti sullo stesso tavolo.

«Signore» disse Malfoy, «signore, ho bisogno che qualcuno mi aiuti a tagliare queste radici di margherita, perché ho il braccio…»

«Weasley, taglia tu le radici a Malfoy» disse Piton senza alzare gli occhi.

Ron diventò paonazzo.

«Il tuo braccio sta benissimo» sibilò a Malfoy.

Malfoy fece una smorfia.

«Weasley, hai sentito che cosa ha detto il professor Piton. Tagliami quelle radici».

Ron prese il coltello, afferrò le radici di Malfoy e prese a tritarle grossolanamente, a pezzi di grandezza diversa.

«Professore» disse Malfoy con la sua voce strascicata, «Weasley sta mutilando le mie radici».

Piton avanzò verso il tavolo, avvicinò il naso adunco alle radici, poi rivolse a Ron un sorriso sgradevole da sotto la cortina di lunghi, neri capelli unticci.

«Dài le tue radici a Malfoy, Weasley».

«Ma professore…!»

Ron aveva passato l’ultimo quarto d’ora a sezionare con cura le sue radici dividendole in pezzi tutti uguali.

«Adesso» disse Piton con un tono che non ammetteva repliche.

Ron spinse le sue radici ben tagliate verso Malfoy e riprese il coltello.

«Signore, ho bisogno che qualcuno mi sbucci questo Grinzafico» disse Malfoy ridacchiando sotto i baffi.

«Potter, sbuccia il Grinzafico di Malfoy» disse Piton, rivolgendo a Harry lo sguardo di disgusto che riservava sempre e soltanto a lui.

Harry prese il Grinzafico di Malfoy mentre Ron cercava di riparare il danno fatto alle radici che era costretto a usare. Sbucciò il Grinzafico più veloce che poté e lo lanciò a Malfoy senza dire una parola. Malfoy sfoderò un ghigno ancora più ampio del solito.

«Avete visto il vostro amichetto Hagrid ultimamente?» chiese.

«Non sono affari tuoi» ribatté Ron aspro, senza alzare lo sguardo.

«Temo che non farà l’insegnante ancora a lungo» disse Malfoy sarcastico. «Mio padre non è molto contento della mia ferita…»

«Continua a parlare, Malfoy, e la ferita te la ritroverai davvero» sibilò Ron.

«…ha protestato con il Consiglio della Scuola. E con il Ministero della Magia. Mio padre è un uomo molto influente, sapete. E una ferita permanente come questa…» disse sospirando, «…chissà se il mio braccio tornerà mai come prima?»

«Allora è per quello che lo tieni al collo» disse Harry, tremante di rabbia, decapitando per sbaglio un bruco morto. «Per cercare di far licenziare Hagrid».

«Be’» disse Malfoy abbassando la voce fino a un sussurro, «in parte è così, Potter. Ma ci sono anche degli altri vantaggi. Weasley, affettami il bruco».

Qualche paiolo più in là, Neville era nei guai. Le lezioni di Pozioni gettavano sempre Neville nel panico; era la materia in cui andava peggio, e il terrore che gli incuteva il professor Piton non faceva che peggiorare le cose. La sua pozione, che sarebbe dovuta essere di uno splendente verde acido, era diventata…

«Arancione, Paciock» disse Piton, pescandone un po’ con il mestolo e facendola colare di nuovo nel calderone, in modo che tutti vedessero. «Arancione. Dimmi, ragazzo, non ti entra proprio niente in quel testone? Non mi hai sentito quando ho detto che bastava una sola milza di gatto? Non ho detto che bastava una spruzzata di succo di sanguisuga? Che cosa devo fare perché tu capisca, Paciock?»

Neville era rosso e tremava tutto. Sembrava sul punto di piangere.

«La prego, professore» disse Hermione, «per favore, mi permetta di aiutare Neville a sistemare le cose…»

«Non ricordo di averti chiesto di esibirti, signorina Granger» disse Piton gelido, e Hermione diventò rossa come Neville. «Paciock, alla fine della lezione daremo un po’ della pozione al tuo rospo e staremo a vedere che cosa succede. Forse così imparerai a fare le cose per bene».

Piton si allontanò, lasciando Neville senza fiato per la paura.

«Aiutami!» gemette il ragazzo, rivolto a Hermione.

«Ehi, Harry» disse Seamus Finnigan, allungandosi sul tavolo per prendere in prestito la bilancia d’ottone di Harry, «hai sentito? Pare che Sirius Black sia stato avvistato, c’era scritto sulla Gazzetta del Profeta di oggi».

«Dove?» chiesero Harry e Ron in fretta. All’altro capo del tavolo, Malfoy alzò lo sguardo e si mise in ascolto.

«Non lontano da qui» disse Seamus eccitato. «L’ha visto una Babbana. Naturalmente non è che ci abbia capito molto. I Babbani sono convinti che sia un criminale comune, no? Così ha chiamato il numero speciale. Quando sono arrivati quelli del Ministero della Magia, era sparito».

«Non lontano da qui…» ripeté Ron, rivolgendo a Harry uno sguardo eloquente. Si voltò e vide Malfoy che li guardava fisso. «Che cosa vuoi, Malfoy? Hai bisogno che ti sbucci qualcos’altro?»

Ma gli occhi di Malfoy brillavano di una luce perfida, ed erano puntati su Harry. Malfoy si chinò sul tavolo.

«Stai pensando di catturare Black da solo, Potter?»

«Sì, proprio così» disse Harry in tono disinvolto.

La bocca di Malfoy si piegò in un sorriso malvagio.

«Naturalmente, se si trattasse di me» disse tranquillamente, «avrei già fatto qualcosa. Non me ne starei qui a scuola come un bravo bambino. Sarei in giro a cercarlo».

«Di che cosa stai parlando, Malfoy?» disse Ron bruscamente.

«Non lo sai, Potter?» sibilò Malfoy, socchiudendo gli occhi pallidi.

«Non so che cosa?»

Malfoy scoppiò in una bassa risatina.

«Forse è meglio che non rischi la pelle» disse. «Meglio lasciar fare ai Dissenatori, vero? Ma se si trattasse di me, vorrei vendicarmi. Sarei io a dargli la caccia».

«Cosa diavolo stai dicendo?» esclamò Harry rabbiosamente. Ma in quel momento Piton disse:

«Ormai dovreste aver finito di mescolare gli ingredienti. Questa pozione ha bisogno di cuocere prima che sia possibile berla. Mettete via tutto mentre bolle e poi proveremo quella di Paciock…»

Tiger e Goyle scoppiarono a ridere alla vista di Neville che sudava mescolando febbrilmente la sua pozione. Hermione gli suggeriva cosa fare a mezza voce, cercando di non farsi vedere né sentire da Piton. Harry e Ron riposero gli ingredienti inutilizzati e andarono a lavare mani e mestoli nell’acquaio di pietra, nell’angolo.

«Che cosa voleva dire Malfoy?» mormorò Harry a Ron, ficcando le mani sotto il getto ghiacciato che sprizzava da una bocca di gargoyle. «Perché dovrei vendicarmi di Black? Non mi ha fatto niente, non ancora».

«Si sta inventando tutto» disse Ron furibondo. «Sta cercando di farti fare qualcosa di stupido…»

Ormai la lezione era quasi finita. Piton si avvicinò a Neville, rannicchiato accanto al suo paiolo.

«Tutti qui» ordinò Piton, con gli occhi neri che scintillavano, «e guardate che cosa succede al rospo di Paciock. Se è riuscito a preparare una Pozione Restringente, diventerà un girino. Se ha sbagliato, e non ho alcun dubbio in proposito, è probabile che il suo rospo finisca avvelenato».

I Grifondoro osservarono la scena intimoriti. I Serpeverde avevano l’aria eccitata. Piton prese il rospo e lo sistemò nella mano sinistra, immerse un cucchiaino nella pozione di Neville, che ora era verde, e ne fece colare alcune gocce nella gola di Oscar.

Ci fu un attimo di silenzio, e Oscar deglutì. Poi si udì un piccolo pop, e Oscar il girino si contorse nella mano di Piton.

I Grifondoro applaudirono. Piton, irritato, prese una bottiglietta dalla tasca del mantello e versò qualche goccia sul rospo, che ritornò della sua taglia adulta.

«Cinque punti in meno per i Grifondoro» disse Piton, cancellando in un attimo i sorrisi dalle facce dei ragazzi. «Ti avevo detto di non aiutarlo, signorina Granger… La lezione è finita».

Harry, Ron e Hermione risalirono i gradini che conducevano alla Sala d’Ingresso. Harry stava ancora pensando alle parole di Malfoy, mentre Ron si lamentava di Piton.

«Cinque punti in meno perché la pozione andava bene! Perché non hai mentito, Hermione? Dovevi dire che Neville l’aveva preparata da solo!»

Hermione non rispose. Ron si guardò intorno.

«Dov’è finita?»

Anche Harry si voltò. Erano in cima ai gradini e gli altri li stavano superando, diretti alla Sala Grande per il pranzo.

«Era qui dietro di noi» disse Ron preoccupato.

Malfoy li oltrepassò, scortato da Tiger e Goyle. Fece una smorfia a Harry e sparì.

«Eccola là» disse Harry.

Hermione saliva le scale in fretta, ansante; in una mano teneva stretta la borsa, con l’altra sembrava che si stesse infilando qualcosa sotto il vestito.

«Come hai fatto?» chiese Ron.

«Che cosa?» disse Hermione raggiungendoli.

«Un attimo fa eri dietro di noi, e poi eccoti di nuovo in fondo alle scale».

«Cosa?» Hermione sembrava un po’ confusa. «Oh… sono tornata indietro a prendere una cosa. Oh, no…»

Una cucitura della sua borsa era saltata. Harry non ne fu stupito: dentro c’erano almeno una dozzina di libri grossi e pesanti.

«Perché ti porti dietro tutta questa roba?» le chiese Ron.

«Lo sai quante materie ho scelto» rispose Hermione senza fiato. «Me li puoi tenere?»

«Ma…» Ron guardò le copertine dei libri che lei gli porgeva. «Oggi non ci sono queste lezioni. Nel pomeriggio abbiamo solo Difesa contro le Arti Oscure».

«Oh, si» disse Hermione vaga, rimettendo tutti i libri nella borsa. «Spero che per pranzo ci sia qualcosa di buono: ho una fame…» aggiunse, dirigendosi verso la Sala Grande.

«Non hai la sensazione che Hermione ci stia nascondendo qualcosa?» chiese Ron a Harry.

Il professor Lupin non c’era quando arrivarono alla prima lezione di Difesa contro le Arti Oscure. Tutti presero posto, tirarono fuori i libri, le penne e le pergamene, e stavano chiacchierando quando finalmente l’insegnante entrò nell’aula. Lupin sorrise in modo vago e posò la vecchia valigia tarlata sulla cattedra. Era trasandato come sempre, ma aveva l’aria più sana che non sul treno, l’aria di uno che ha consumato qualche pasto come si deve.

«Buon pomeriggio» disse. «Vi prego di rimettere i libri nelle borse. Oggi faremo una lezione pratica. Vi occorrono solo le bacchette magiche».

I ragazzi riposero i libri scambiandosi occhiate curiose. Non avevano mai seguito una lezione pratica di Difesa contro le Arti Oscure, a meno di non prendere in considerazione la lezione memorabile dell’anno prima, quando l’insegnante aveva portato in classe una gabbia di folletti e li aveva liberati.

«Bene» disse il professor Lupin quando tutti furono pronti, «se ora volete seguirmi…»

Perplessi ma interessati, i ragazzi si alzarono e seguirono il professor Lupin, che li guidò fuori dalla classe, lungo il corridoio deserto e oltre un angolo, dove la prima cosa che videro fu Pix il Poltergeist che fluttuava a mezz’aria a testa in giù e ficcava una gomma masticata nella toppa più vicina.

Pix fece finta di niente finché il professor Lupin non gli fu vicinissimo, poi agitò i piedi dalle dita arricciate e canticchiò:

«Pazzo, pazzo Lupin. Pazzo, lupesco Lupin, pazzo, lupesco Lupin…»

Per quanto in genere fosse maleducato e intrattabile, di solito Pix rispettava gli insegnanti. Tutti guardarono il professor Lupin per vedere come avrebbe risposto: con loro grande sorpresa, stava sorridendo.

«Se fossi in te, Pix, toglierei quella cicca dalla toppa» disse in tono amabile. «O Mastro Gazza non riuscirà a prendere le sue scope».

Gazza era il custode di Hogwarts, un mago fallito dal pessimo carattere, perennemente in guerra contro gli studenti e anche contro Pix. Comunque, Pix non prestò attenzione alle parole del professor Lupin e, anzi, fece una fragorosa pernacchia spruzzando saliva dappertutto.

Il professor Lupin sospirò ed estrasse la bacchetta magica.

«Ecco un piccolo, utile incantesimo» disse rivolto alla classe. «Vi prego di osservare attentamente».

Sollevò il braccio, disse «Waddiwasi!» e puntò la bacchetta verso Pix.

Con la forza di un proiettile, la pallottola di gomma da masticare schizzò fuori dalla toppa e s’infilò su per la narice sinistra di Pix, che sobbalzò e filò via imprecando.

«Forte, signore!» disse Dean Thomas stupefatto.

«Grazie, Dean» disse il professor Lupin mettendo via la bacchetta. «Procediamo».

Ripartirono. I ragazzi ora guardavano il trasandato professor Lupin con un nuovo rispetto. Lui li guidò lungo un secondo corridoio e si fermò davanti alla porta della sala professori.

«Entrate, prego» disse il professor Lupin aprendola.

La sala, una stanza lunga, rivestita di legno, piena di vecchie sedie scompagnate, era vuota, tranne che per un insegnante. Il professor Piton era seduto in una poltrona bassa, e alzò lo sguardo mentre la classe entrava. Aveva gli occhi scintillanti e una smorfia antipatica sul viso. Mentre il professor Lupin entrava e chiudeva la porta alle sue spalle, Piton disse:

«Lasciala aperta, Lupin. Preferisco non assistere».

Si alzò e si allontanò, con il manto nero che fluttuava alle sue spalle. Giunto sulla soglia, si voltò e disse: «Forse nessuno ti ha avvertito, Lupin, ma in questa classe c’è Neville Paciock. Ti consiglio di non affidargli compiti troppo difficili. A meno che la signorina Granger non gli borbotti suggerimenti nell’orecchio».

Neville si fece paonazzo. Harry fissò Piton: era già abbastanza spiacevole che maltrattasse Neville durante le sue ore, figuriamoci davanti agli altri insegnanti.

Il professor Lupin inarcò le sopracciglia.

«Speravo che Neville mi assistesse nella prima fase dell’operazione» osservò, «e sono certo che lo farà egregiamente».

La faccia di Neville diventò se possibile ancora più scarlatta. Le labbra di Piton si arricciarono, ma il mago se ne andò sbattendo la porta.

«Allora» disse il professor Lupin radunando la classe verso l’altro capo della stanza, occupato solo da un vecchio armadio in cui gli insegnanti tenevano i mantelli di ricambio. Mentre il professor Lupin si avvicinava, l’armadio ondeggiò all’improvviso, sbattendo contro il muro. Alcuni ragazzi balzarono indietro, spaventati.

«Niente paura» commentò il professore con la massima calma. «C’è un Molliccio lì dentro».

Quasi tutti sembravano convinti che ci fosse da aver paura, eccome. Neville rivolse al professor Lupin un’occhiata di puro terrore, e Seamus Finnigan fissò con apprensione la maniglia che aveva preso a sbatacchiare.

«I Mollicci amano i luoghi chiusi e oscuri» spiegò il professor Lupin. «Gli armadi, gli spazi sotto i letti, le antine sotto i lavandini… Una volta ne ho incontrato uno che si era insediato in una pendola. Questo si è trasferito lì dentro ieri pomeriggio, e ho chiesto al Preside di lasciarcelo per poter fare un po’ di pratica con voi del terzo anno. Allora, la prima domanda che dobbiamo porci è questa: che cos’è un Molliccio?»

Hermione alzò la mano.

«E un Mutaforma» disse. «Può assumere l’aspetto di quello che ritiene ci spaventi di più».

«Non avrei saputo dirlo meglio» approvò il professor Lupin, e Hermione sorrise radiosa. «Quindi il Molliccio che sta lì al buio non ha ancora assunto una forma. Non sa ancora che cosa spaventerà la persona dall’altra parte della porta. Nessuno sa che aspetto ha un Molliccio quando è solo, ma quando lo farò uscire, diventerà immediatamente ciò di cui ciascuno di noi ha più paura. Questo significa» disse il professor Lupin, ben deciso a ignorare il farfugliare terrorizzato di Neville, «che abbiamo un grosso vantaggio sul Molliccio prima di cominciare. Hai capito quale, Harry?»

Cercare di rispondere a una domanda con Hermione al fianco che saltellava da un piede all’altro, la mano per aria, era piuttosto spiazzante, ma Harry ci provò.

«Ehm… forse… siccome siamo in tanti, lui non sa che forma prendere?»

«Precisamente» disse il professor Lupin, e Hermione abbassò il braccio, un po’ delusa. «È sempre meglio avere compagnia quando si ha a che fare con un Molliccio. Così lo si confonde. Che cosa diventerà, un cadavere senza testa o una lumaca carnivora? Una volta ho visto un Molliccio commettere l’errore di cercare di spaventare due persone contemporaneamente. Alla fine si è trasformato in mezza lumaca. Nemmeno lontanamente spaventoso.

«L’incantesimo per respingere un Molliccio» continuò Lupin, «è semplice, ma richiede una grande forza mentale. Sapete, ciò che sconfigge un Molliccio sono le risate. Quello che dovete fare è costringerlo ad assumere una forma che trovate divertente. Ora proveremo l’incantesimo senza le bacchette magiche. Dopo di me, prego… Riddikulus!»

«Riddikulus!» ripeterono tutti in coro.

«Bene» disse il professor Lupin. «Molto bene. Questo però era il meno, temo. Vedete, la parola da sola non basta. Ed è qui che entri in campo tu, Neville».

L’armadio tremò di nuovo, anche se non tanto quanto Neville, che avanzò con l’aria di un condannato a morte.

«Bene, Neville» disse il professor Lupin. «Innanzitutto: qual è la cosa che ti fa più paura al mondo?»

Le labbra di Neville si mossero, ma non ne uscì nulla.

«Scusa, Neville, non ho capito» disse il professor Lupin incoraggiante.

Neville si guardò intorno terrorizzato, come per chiedere aiuto, poi mormorò, poco più che in un sussurro:

«Il professor Piton».

Quasi tutti risero. Anche Neville sorrise a mo’ di scusa. Il professor Lupin, invece, parve impensierito.

«Il professor Piton… mmm… Neville, tu vivi con la nonna, vero?»

«Ehm… si» ammise Neville nervosamente. «Ma… non voglio che il Molliccio si trasformi in lei».

«No, no, mi hai frainteso» disse il professor Lupin con un sorriso. «Mi chiedevo solo se puoi dirci che genere di abiti porta di solito tua nonna».

Neville parve stupito ma rispose:

«Be’… ha sempre lo stesso cappello. Un cappello alto con un avvoltoio impagliato in cima. E un vestito lungo… quasi sempre verde… e a volte un collo di volpe»

«E la borsetta?» gli suggerì il professor Lupin.

«Ne ha una grande, rossa» rispose Neville.

«Va bene» disse il professor Lupin. «Riesci a immaginarti bene questi vestiti, Neville? Riesci a vederli con l’occhio della mente?»

«Sì» disse Neville in tono incerto. Era chiaro che si chiedeva cosa sarebbe venuto dopo.

«Quando il Molliccio uscirà dall’armadio, Neville, e ti vedrà, assumerà l’aspetto del professor Piton» disse Lupin. «E tu alzerai la bacchetta, così, griderai Riddikulus e ti concentrerai al massimo sugli abiti di tua nonna. Se tutto va bene, ci ritroveremo davanti il professor Molliccio Piton con tanto di cappello, avvoltoio, vestito verde e borsa grande rossa».

Tutti scoppiarono a ridere. L’armadio si agitò ancora più violentemente.

«Se Neville ce la fa, è probabile che il Molliccio concentri la sua attenzione su ciascuno di noi, a turno» prosegui il professor Lupin. «Vorrei che tutti voi ora vi soffermaste a pensare qual è la cosa che più vi fa paura, e a immaginare come fare per renderla comica…»

Nella stanza scese il silenzio. Harry rifletté… di cosa aveva più paura in assoluto?

Il suo primo pensiero andò a Voldemort, un Voldemort ancora al culmine dei suoi poteri. Ma prima ancora di cominciare a pensare a un possibile contrattacco da sferrare contro un Molliccio-Voldemort, una cosa orribile affiorò nella sua mente fluttuando…

Una mano lucida, in decomposizione, che scivolava fuori da un mantello nero… un lungo respiro spezzato che usciva da una bocca invisibile… poi un freddo cosi pungente che era come annegare…

Harry rabbrividì, poi si guardò attorno, nella speranza che nessuno si fosse accorto di niente. Molti dei suoi compagni avevano gli occhi chiusi. Ron stava borbottando fra sé «strappagli le zampe». Harry era sicuro di sapere a cosa alludeva. Ciò che Ron temeva di più erano i ragni.

«Siete pronti?» chiese il professor Lupin.

Harry si sentì invadere da un’ondata di paura. Non era pronto. Come si poteva rendere meno spaventoso un Dissennatore? Ma non voleva chiedere altro tempo: tutti gli altri avevano risposto di sì e si stavano rimboccando le maniche.

«Neville, noi tutti faremo un passo indietro» disse il professor Lupin. «Ti sgombriamo il campo, d’accordo? Sarò io a chiamare il prossimo… ora tutti indietro, così Neville può vedere bene…»

Si ritrassero tutti lungo le pareti, lasciando Neville solo di fronte all’armadio. Era pallido e spaventato, ma si era rimboccato le maniche del mantello e teneva pronta la bacchetta magica.

«Al tre, Neville» disse il professor Lupin, puntando la bacchetta verso la maniglia dell’armadio. «Uno… due… tre… ora

Un getto di scintille sprizzò dalla punta della bacchetta di Lupin e colpì la maniglia. L’armadio si spalancò. Ne uscì il professor Piton, arcigno e minaccioso, gli occhi che lampeggiavano, puntati su Neville.

Neville arretrò, la bacchetta levata, cercando invano di parlare. Piton si stava curvando su di lui, s’insinuava nei suoi abiti.

«R… r… riddikulus!» strillò Neville.

Si udì come uno schiocco di frusta. Piton barcollò; ora indossava un lungo abito orlato di pizzo, in testa aveva un alto cappello con sopra un avvoltoio mangiato dalle tarme, e agitava una grossa borsa scarlatta.

I ragazzi scoppiarono a ridere; il Molliccio si fermò, confuso, e il professor Lupin urlò:

«Calì! Tocca a te!»

Calì avanzò con fare deciso. Piton le girò intorno. Si udì un altro schiocco, e al suo posto comparve una mummia tutta fasciata, grondante sangue. Il suo volto senza occhi era rivolto verso Calì e la cosa cominciò ad avanzare verso di lei, molto lentamente, strascicando i piedi, le braccia rigide che si alzavano…

«Riddikulus!» gridò Calì.

Una benda si dipanò dai piedi della mummia, che inciampò, cadde in avanti e perse la testa, che rotolò via.

«Seamus!» ruggì il professor Lupin.

Seamus prese il posto di Calì.

Crack! Al posto della mummia c’era una donna con i capelli neri lunghi fino a terra e il volto scheletrico e verdastro: una banshee, la strega delle brughiere. L’essere spalancò la bocca e un suono disumano riempì la stanza, un lungo gemito ululante che fece drizzare i capelli a Harry…

«Riddikulus!» urlò Seamus.

La banshee emise un verso rasposo e si afferrò la gola: le era sparita la voce.

Crack! La banshee si trasformò in un topo, che corse in tondo cercando di prendersi la coda e poi — crack! — diventò un serpente a sonagli, che si contorse prima di diventare — crack! — una pupilla insanguinata.

«È confuso!» gridò Lupin. «Ce la facciamo! Dean!»

Dean avanzò in fretta.

Crack! La pupilla diventò una mano tagliata, che si drizzò sulle dita e cominciò ad arrancare sul pavimento come un granchio.

«Riddikulus!» strillò Dean.

Risuonò un colpo secco, e la mano fini chiusa in una trappola per topi.

«Eccellente! Ron, a te!»

Ron balzò in avanti. Crack!

Qualcuno urlò. Un ragno gigante, alto due metri e coperto di peli, avanzava verso Ron, agitando le tenaglie, minaccioso. Per un attimo, Harry pensò che Ron fosse come paralizzato. E poi…

«Riddikulus!» gridò Ron con rabbia, e le zampe del ragno scomparvero; la bestia prese a rotolare su se stessa; Lavanda Brown strillò balzando all’indietro; il corpo rotolò fino ai piedi di Harry, che levò la bacchetta, pronto, quando…

«Di qua!» esclamò il professor Lupin all’improvviso, correndo in avanti.

Crack!

Il ragno senza zampe era sparito. Per un attimo, tutti si guardarono intorno per capire dov’era finito. Poi videro una sfera di un bianco argenteo galleggiare a mezz’aria davanti a Lupin, che disse «Riddikulus!» quasi pigramente.

Crack!

«Avanti, Neville, finiscilo!» disse Lupin, mentre il Molliccio cadeva a terra sotto forma di scarafaggio. Crack! Ricomparve Piton. Questa volta Neville avanzò con aria decisa.

«Riddikulus!» gridò, e tutti per un brevissimo istante ebbero una seconda visione di Piton vestito di pizzo. Poi Neville scoppiò a ridere. Il Molliccio esplose e si dissolse in mille volute di fumo.

«Eccellente!» tuonò il professor Lupin mentre la classe applaudiva. «Eccellente, Neville. Siete stati tutti bravi… vediamo un po’… cinque punti per ciascuno ai Grifondoro che hanno affrontato il Molliccio, dieci a Neville perché l’ha fatto due volte… e cinque per ciascuno a Hermione e Harry».

«Ma io non ho fatto niente» osservò Harry.

«Tu e Hermione avete risposto correttamente alle mie domande all’inizio della lezione, Harry» disse Lupin in tono allegro. «Molto bene, un’ottima lezione. Per compito, siete pregati di leggere il capitolo sui Mollicci e di farne il riassunto… consegna lunedì. È tutto».

Chiacchierando eccitati, i ragazzi uscirono dalla sala professori. Harry però non si sentiva soddisfatto. Il professor Lupin gli aveva deliberatamente impedito di affrontare il Molliccio. Perché? Era perché aveva visto Harry svenire sul treno, e credeva che non fosse in grado di farcela? Credeva forse che Harry avrebbe perso conoscenza un’altra volta?

Ma nessuno degli altri sembrava aver notato nulla.

«Visto come l’ho sfidata, quella banshee?» urlò Seamus.

«E la mano!» disse Dean, agitando la sua.

«E Piton con quel cappello!»

«E la mia mummia!»

«Chissà come mai il professor Lupin ha paura delle sfere di cristallo» si chiese Lavanda pensierosa.

«E stata la più bella lezione di Difesa contro le Arti Oscure che abbiamo mai seguito, vero?» disse Ron eccitato mentre tornavano in classe a prendere le borse.

«Sembra un ottimo insegnante» disse Hermione in tono d’approvazione. «Ma avrei voluto provarci anch’io, con il Molliccio…»

«E per te che cosa sarebbe diventato?» le chiese Ron ridacchiando. «Un compito in cui prendi nove invece dei tuoi soliti dieci?»

Capitolo 8

La fuga della Signora Grassa

In un lampo, Difesa contro le Arti Oscure diventò la lezione più amata. Solo Draco Malfoy e la sua banda di Serpeverde avevano qualcosa di sgradevole da dire sul professor Lupin.

«Guardate un po’ i suoi vestiti» ripeteva Malfoy in un sussurro quando passava il professor Lupin. «Si veste come il nostro vecchio elfo domestico».

Ma nessun altro badava agli abiti lisi e rattoppati del professor Lupin. Le lezioni che seguirono furono interessanti quanto la prima. Dopo i Mollicci, studiarono i Berretti Rossi, piccole, malvagie creature simili ai goblin che si aggiravano ovunque vi fosse stato uno spargimento di sangue, nelle segrete dei castelli e nelle buche dei campi di battaglia deserti, in attesa di colpire con un randello chi si era smarrito. Dai Berretti Rossi passarono ai Kappa, tetre creature acquatiche che sembravano scimmie squamose, con mani palmate pronte a strangolare gli ignari nuotatori negli stagni.

Harry desiderava solo che anche altri corsi fossero altrettanto piacevoli. Il peggiore di tutti era Pozioni. Piton in quel periodo era particolarmente vendicativo, e nessuno aveva dubbi sul perché. La storia del Mollìccio che aveva assunto le sue sembianze, e di come Neville gli aveva fatto indossare gli abiti di sua nonna, si era propagata per tutta la scuola alla velocità del fulmine. Piton non la trovò affatto divertente. I suoi occhi lampeggiavano minacciosi solo a sentir nominare il professor Lupin, e strapazzava Neville più che mai.

Harry era arrivato a temere anche le ore che trascorreva nella torretta soffocante della professoressa Cooman, decifrando forme e simboli sbilenchi, cercando di ignorare gli enormi occhi dell’insegnante che si riempivano di lacrime tutte le volte che lo guardava. La professoressa Cooman non riusciva a piacergli, anche se gran parte della classe la trattava con un rispetto che sconfinava nella reverenza. Calì Patil e Lavanda Brown avevano cominciato a frequentare la torre all’ora di pranzo, e tornavano sempre con un irritante atteggiamento di superiorità, come se sapessero cose ignote agli altri. Avevano cominciato anche a parlare sottovoce quando si rivolgevano a Harry, come se fosse sul letto di morte.

A nessuno piaceva davvero Cura delle Creature Magiche, che, dopo la prima lezione tutta emozioni e colpi di scena, era diventata estremamente tediosa. Hagrid sembrava aver perso la fiducia in se stesso. Ora passavano lezioni intere a imparare come badare ai Vermicoli, che probabilmente erano tra le creature più noiose del mondo.

«Perché uno dovrebbe occuparsi di loro?» disse Ron dopo un’altra ora trascorsa infilando striscioline di lattuga giù per le gole viscide dei Vermicoli.

All’inizio di ottobre, comunque, Harry ebbe qualcos’altro a cui pensare, qualcosa di così piacevole da compensare le lezioni insoddisfacenti. Si avvicinava la stagione del Quidditch, e Oliver Baston, capitano della squadra dei Grifondoro, un giovedì sera indisse una riunione per discutere le tattiche per il nuovo campionato.

Una squadra di Quidditch era formata da sette giocatori: tre Cacciatori, il cui compito consisteva nel segnare i punti facendo passare la Pluffa (una palla rossa grande come un pallone da calcio) in uno degli anelli posti all’altezza di quindici metri alle due estremità del campo; due Battitori, provvisti di mazze robuste per respingere i Bolidi (due pesanti palle nere che sfrecciavano in giro cercando di colpire i giocatori); un Portiere, che difendeva le reti, e il Cercatore, che aveva il compito più difficile, quello di prendere il Boccino d’Oro, una pallina alata grossa come una noce la cui cattura poneva fine alla partita e guadagnava alla squadra del Cercatore centocinquanta punti extra.

Oliver Baston era un corpulento ragazzo di diciassette anni che frequentava il settimo e ultimo anno a Hogwarts. C’era una sorta di quieta disperazione nella sua voce quando si rivolse ai sei compagni di squadra negli spogliatoi gelidi ai confini del campo di Quidditch già immerso nelle tenebre.

«Questa è la nostra ultima possibilità — la mia ultima possibilità — di vincere la Coppa del Quidditch» disse camminando avanti e indietro. «Alla fine di quest’anno me ne andrò. Non avrò un’altra occasione. Il Grifondoro non vince da sette anni. Ok, siamo stati sfortunatissimi: prima gli incidenti, poi l’annullamento del torneo l’anno scorso…» Baston deglutì, come se il ricordo gli facesse venire ancora un groppo in gola. «Ma sappiamo anche che la nostra è la squadra migliore della scuola» disse, battendo col pugno sul palmo della mano, con l’antico bagliore fanatico negli occhi.

«Abbiamo tre ottimi Cacciatori».

Baston indicò Alicia Spinnet, Angelina Johnson e Katie Bell.

«Abbiamo due Battitori imbattibili».

«Piantala, Oliver, ci metti in imbarazzo» dissero in coro Fred e George Weasley, fingendo di arrossire.

«E abbiamo un Cercatore che ci ha sempre portato alla vittoria!» ruggì Baston, fissando Harry con una sorta di furioso orgoglio. «E poi ci sono io» disse, come ripensandoci.

«Anche tu sei molto bravo, Oliver» disse George.

«Un diavolo di Portiere» commentò Fred.

«Il punto è» continuò Baston, riprendendo a camminare avanti e indietro «che la Coppa del Quidditch avrebbe dovuto essere nostra negli ultimi due anni. Da quando Harry è entrato in squadra, ho pensato che ce l’avessimo in tasca. Ma non abbiamo vinto, e quest’anno è l’ultima possibilità che abbiamo di vedere il nostro nome inciso sul trofeo…»

Baston era così abbattuto che perfino Fred e George si mostrarono comprensivi.

«Oliver, questo è il nostro anno» disse Fred.

«Ce la faremo, Oliver!» esclamò Angelina.

«Ma certo» aggiunse Harry.

Carica di determinazione, la squadra riprese gli allenamenti, tre sere la settimana. Il tempo era sempre più freddo e umido, le notti più buie, ma né fango né vento né pioggia potevano offuscare la meravigliosa visione di Harry che si immaginava finalmente nell’atto di vincere la grossa Coppa del Quidditch d’argento.

Una sera dopo gli allenamenti Harry tornò nella sala comune del Grifondoro intirizzito e indolenzito, ma soddisfatto di com’erano andate le cose, e trovò la stanza pervasa da un ronzio eccitato.

«Che cosa è successo?» chiese a Ron e Hermione, seduti in due dei posti migliori vicino al camino, intenti a completare delle mappe stellari per Astronomia.

«Il primo finesettimana a Hogsmeade» disse Ron, indicando un cartello appeso alla vecchia bacheca. «Alla fine di ottobre. Per Halloween».

«Ottimo» disse Fred, che aveva seguito Harry attraverso il buco del ritratto. «Devo andare da Zonko, sono a corto di Pallottole Puzzole».

Harry si lasciò cadere in una sedia accanto a Ron, mentre il suo buonumore svaniva. Hermione parve leggergli nella mente.

«Harry, sono sicura che la prossima volta potrai venire» disse. «E probabile che presto catturino Black, è già stato avvistato un’altra volta».

«Black non è così sciocco da tentare qualcosa a Hogsmeade» disse Ron. «Chiedi alla McGranitt se puoi venire questa volta, Harry, la prossima chissà quando sarà…»

«Ron!» esclamò Hermione. «Harry deve rimanere a scuola…»

«Non può essere l’unico del terzo anno che non viene» disse Ron. «Chiedi alla McGranitt, dài, Harry…»

«Sì, credo che lo farò» decise Harry.

Hermione aprì la bocca per ribattere, ma in quel momento Grattastinchi le balzò in grembo. Dalla bocca gli penzolava un grosso ragno morto.

«Deve proprio mangiarlo davanti a noi?» chiese Ron accigliato.

«Bravo Grattastinchi, l’hai preso tutto da solo?» disse Hermione.

Grattastinchi masticò lentamente il ragno, gli occhi gialli che fissavano Ron con insolenza.

«Tienilo lì» disse Ron irritato, tornando al compito. «C’è Crosta che dorme nella mia borsa».

Harry sbadigliò. Voleva andare a dormire, ma anche lui doveva completare la mappa stellare. Si tirò vicino la borsa dei libri, prese pergamena, inchiostro e penna, e cominciò.

«Puoi copiare la mia, se vuoi» disse Ron, scrivendo il nome dell’ultima stella con un ghirigoro e spingendo il foglio verso Harry.

Hermione, che disapprovava chi copia, strinse le labbra ma non disse niente. Grattastinchi continuava a fissare Ron senza battere ciglio, agitando la punta della coda cespugliosa. Poi, senza preavviso, balzò.

«EHI!» ruggì Ron, afferrando la borsa, mentre Grattastinchi vi affondava gli artigli e cominciava a tirare e strappare con furia. «VATTENE, STUPIDO ANIMALE!»

Ron cercò di sottrarre la borsa a Grattastinchi, ma il gatto vi rimase aggrappato, soffiando e graffiando.

«Ron, non fargli del male!» strillò Hermione. Tutti seguivano lo spettacolo. Ron fece roteare la borsa, con il felino ancora saldamente ancorato, e Crosta volò fuori…

«PRENDETE QUEL GATTO!» urlò Ron, mentre Grattastinchi si districava dai resti della borsa, sfrecciava sotto il tavolo e si gettava all’inseguimento di uno spaventatissimo Crosta.

George Weasley cercò di bloccare il gatto, ma non ci riuscì; Crosta passò attraverso venti paia di gambe e s’infilò sotto un vecchio cassettone; Grattastinchi si immobilizzò, si appiattì e prese a sferrare zampate furiose sotto il mobile.

Ron e Hermione corsero verso di lui; Hermione lo afferrò e lo portò via; Ron si gettò pancia a terra e, con grande difficoltà, tirò fuori Crosta prendendolo per la coda.

«Guardalo!» disse infuriato a Hermione, facendole penzolare il topo davanti al naso. «È pelle e ossa! Tienigli lontano quel gatto!»

«Grattastinchi non può capire!» disse Hermione con voce tremante. «Tutti i gatti danno la caccia ai topi, Ron!»

«Quell’animale ha qualcosa di strano!» esclamò Ron, cercando di convincere un agitatissimo Crosta a tornare dentro la tasca. «Ha sentito che dicevo che nella mia borsa c’era Crosta!»

«Oh, che sciocchezza» disse Hermione impaziente. «Grattastinchi ha sentito l’odore, Ron, altrimenti come avrebbe fatto a…»

«Quel gatto ce l’ha con Crosta!» insistette Ron, ignorando i compagni che cominciavano a ridacchiare. «E Crosta era qui prima di lui, ed è anche malato

Ron attraversò la sala comune, salì le scale e sparì nel dormitorio dei ragazzi.

Il giorno dopo, Ron era ancora arrabbiato con Hermione. Quasi non le rivolse la parola per tutta la lezione di Erbologia, anche se lui, Hermione e Harry stavano lavorando insieme sullo stesso Puffagiolo.

«Come sta Crosta?» chiese Hermione timidamente mentre spogliavano le piante dei loro grassi baccelli rosa e sgranavano i fagioli luminosi in un secchio.

«È nascosto sotto il letto, e trema di paura» disse Ron arrabbiato, mancando il secchio e spargendo fagioli per tutto il pavimento della serra.

«Attento, Weasley, attento!» esclamò la professoressa Sprite mentre i fagioli sbocciavano all’improvviso davanti ai loro occhi.

Subito dopo avevano Trasfigurazione. Harry, che aveva deciso di chiedere alla professoressa McGranitt se poteva andare a Hogsmeade con gli altri, si unì alla coda fuori dalla classe pensando al modo migliore di sostenere la propria causa. Ma qualcosa all’inizio della fila lo distrasse.

Lavanda Brown era in singhiozzi. Calì le teneva un braccio attorno alle spalle e spiegava qualcosa a Seamus Finnigan e a Dean Thomas, entrambi molto seri.

«Che cosa è successo, Lavanda?» chiese Hermione ansiosa, mentre lei, Ron e Harry si univano al gruppo.

«Ha ricevuto una lettera da casa stamattina» sussurrò Calì. «È il suo coniglio, Binky. E stato ucciso da una volpe».

«Oh» esclamò Hermione. «Mi dispiace, Lavanda».

«Dovevo aspettarmelo!» disse Lavanda in tono tragico. «Lo sapete che giorno è oggi?»

«Mmm…»

«Il sedici ottobre! ’Quella cosa che temi succederà il sedici ottobre!’ Vi ricordate? Aveva ragione, aveva ragione!»

Ora tutta la classe era riunita attorno a Lavanda. Seamus scosse la testa, compunto. Hermione esitò, poi disse:

«Tu… tu avevi paura che Binky venisse ucciso da una volpe?»

«Be’, non necessariamente da una volpe» disse Lavanda, alzando gli occhi pieni di lacrime verso Hermione, «ma naturalmente avevo paura che morisse…»

«Oh» commentò Hermione. Fece un’altra pausa. Poi riprese: «Binky era vecchio

«N… no!» singhiozzò Lavanda. «E… era solo un cucciolo!»

Calì strinse più forte il braccio attorno alle spalle dell’amica.

«Ma allora, perché avevi paura che morisse?» chiese Hermione.

Calì le rivolse uno sguardo torvo.

«Be’, cercate di vederla con un po’ di logica» disse Hermione rivolta al resto del gruppo. «Voglio dire, Binky non è nemmeno morto oggi, è solo che a Lavanda la notizia è arrivata oggi…»

Lavanda ululò.

«…e non è possibile che se lo aspettasse, perché per lei è stata una brutta sorpresa…»

«Non badare a Hermione, Lavanda» disse Ron ad alta voce. «A lei non importa niente degli animali degli altri».

In quel momento, per fortuna, la professoressa McGranitt aprì la porta della classe. Hermione e Ron si stavano guardando in cagnesco, e una volta entrati presero posto ai due lati di Harry e non si rivolsero la parola per tutta la lezione.

Harry non aveva ancora deciso che cosa dire alla professoressa McGranitt quando suonò la campana alla fine della lezione, ma fu lei ad affrontare l’argomento Hogsmeade per prima.

«Un momento, prego!» esclamò a voce alta, mentre i ragazzi si preparavano a uscire. «Dal momento che siete tutti della mia Casa, dovete consegnarmi i permessi per andare a Hogsmeade prima di Halloween. Niente permesso, niente gita al villaggio, quindi cercate di ricordarvene!»

Neville alzò la mano.

«Mi scusi, professoressa, credo di aver perso…»

«Tua nonna l’ha spedito direttamente a me, Paciock» disse la professoressa McGranitt. «A quanto pare, credeva che fosse più sicuro. Bene, è tutto, potete andare».

«Chiediglielo adesso» sibilò Ron a Harry.

«Oh, ma…» disse Hermione.

«Dài, Harry» insistette Ron.

Harry attese che il resto della classe se ne fosse andato, poi avanzò verso la cattedra. Era nervoso.

«Sì, Potter?»

Harry fece un gran respiro.

«Professoressa, mio zio e mia zia… ehm… si sono dimenticati di firmare il modulo» disse.

La professoressa McGranitt lo fissò al di sopra degli occhiali rettangolari, ma non rispose.

«Quindi… ehm… crede che vada bene… voglio dire, va bene se… se vado anch’io a Hogsmeade?»

La professoressa McGranitt abbassò lo sguardo e prese a riordinare i fogli sulla cattedra.

«Temo di no, Potter» disse. «Mi hai sentito. Niente permesso, niente gita. È la regola».

«Ma… professoressa, i miei zii… lo sa, sono Babbani, e non capiscono bene le cose di Hogwarts, i moduli, e tutto il resto» obiettò Harry, mentre Ron lo esortava ad andare avanti annuendo con vigore. «Se lei dice che posso andare…»

«Ma io non lo dico» lo interruppe la professoressa McGranitt, alzandosi e infilando le carte riordinate dentro un cassetto. «Nel modulo è scritto chiaramente che a dare il permesso dev’essere un genitore o il tutore». Si voltò a guardarlo, con una strana espressione. Compassione, forse? «Mi dispiace, Potter, ma è la mia ultima parola. Meglio che ti sbrighi, o arriverai in ritardo alla prossima lezione».

Non c’era niente da fare. Ron apostrofò la professoressa McGranitt con una serie di epiteti che infastidirono molto Hermione; quanto a lei, assunse un’espressione da ’meglio così’ che irritò ancora di più Ron, e Harry dovette sopportare le chiacchiere allegre dei compagni che parlavano di quello che avrebbero fatto appena arrivati a Hogsmeade.

«C’è sempre il banchetto» disse Ron a Harry, sforzandosi di tirargli su il morale. «Il banchetto di Halloween, la sera».

«Si» commentò Harry cupo, «magnifico».

Il banchetto di Halloween era sempre grandioso, ma avrebbe avuto un altro sapore se fosse arrivato a chiusura di una giornata a Hogsmeade con tutti gli altri. Niente di quello che dissero i ragazzi riuscì a consolare Harry. Dean Thomas, che era abile con la penna, si offrì di falsificare la firma di zio Vernon sul modulo, ma dal momento che Harry aveva già detto alla professoressa McGranitt che il permesso non era stato firmato, era del tutto inutile. Ron suggerì con scarso entusiasmo l’uso del Mantello dell’Invisibilità, ma Hermione fu irremovibile e gli ricordò che Silente aveva detto loro che i Dissennatori potevano vedere attraverso la stoffa. Quanto a Percy, riuscì a pronunciare le parole meno consolanti in assoluto.

«Parlano tanto di Hogsmeade, ma te lo assicuro, Harry, non è come raccontano» disse serio. «Certo, il negozio di caramelle non è male, e L’Emporio degli Scherzi di Zonko è decisamente pericoloso, e sì, la Stamberga Strillante vale una visita, ma sul serio, Harry, a parte queste cose, non ti perdi proprio niente».

La mattina di Halloween, Harry si svegliò con gli altri e scese a colazione completamente avvilito, anche se fece del suo meglio per comportarsi normalmente.

«Ti porteremo un sacco di dolci di Mielandia» disse Hermione, profondamente dispiaciuta per lui.

«Sì, un mucchio» ribadì Ron. Lui e Hermione alla fine avevano dimenticato la lite scatenata da Grattastinchi di fronte ai problemi di Harry.

«Non preoccupatevi per me» disse Harry in un tono che sperava suonasse disinvolto, «ci vediamo al banchetto. Divertitevi».

Li accompagnò fino all’ingresso. Mastro Gazza, il custode, era in piedi sulla porta e controllava i nomi di chi usciva su una lunga lista, scrutando i ragazzi uno per uno con sospetto e assicurandosi che nessuno sgattaiolasse fuori senza avere il permesso.

«Resti qui, Potter?» gridò Malfoy, in fila con Tiger e Goyle. «Paura dei Dissennatori?»

Harry lo ignorò e si avviò tutto solo su per la scalinata di marmo, attraversò i corridoi deserti e tornò alla Torre del Grifondoro.

«Parola d’ordine?» chiese la Signora Grassa riscuotendosi da un pisolino.

«Fortuna Maior» rispose Harry in tono distratto.

Il ritratto si aprì e Harry entrò attraverso il buco nella sala comune. Era piena di studenti del primo e del secondo anno che chiacchieravano, e c’era anche qualche studente più anziano che evidentemente aveva visitato Hogsmeade tante di quelle volte da non trovarla più una novità eccitante.

«Harry! Harry! Ciao, Harry!»

Era Colin Canon, uno del secondo anno che provava una grande ammirazione per Harry e non perdeva occasione per rivolgergli la parola.

«Non vai a Hogsmeade, Harry? Come mai? Ehi…» Colin guardò i suoi amici con impazienza, «perché non vieni a sederti qui con noi, Harry?»

«Ehm… no, grazie, Colin» disse Harry, che non aveva voglia di star lì con decine di occhi avidamente puntati sulla sua cicatrice. «Devo… devo andare in biblioteca a fare una ricerca».

Dopodiché non ebbe scelta: si voltò e riattraversò il buco del ritratto.

«Perché mi hai svegliato?» gli disse brontolando la Signora Grassa mentre Harry si allontanava.

Il ragazzo vagò scoraggiato in direzione della biblioteca, ma a metà strada cambiò idea; non aveva voglia di studiare. Si voltò e si trovò faccia a faccia con Gazza, che doveva aver appena congedato l’ultimo dei ragazzi in partenza per Hogsmeade.

«Che cosa fai?» grugnì Gazza sospettoso.

«Niente» disse Harry sincero.

«Niente!» ripeté aspro Gazza, con le guance flosce che tremolavano. «Figuriamoci! Sei qui che vai in giro tutto furtivo… Perché non sei a Hogsmeade a comprare Pallottole Puzzole, Polvere Ruttosa e Vermi Sibilanti come quelle canagliette dei tuoi amici?»

Harry scrollò le spalle.

«Allora fila nella tua sala comune, è là che devi stare!» esclamò sgarbatamente Gazza, e rimase a guardare storto Harry finché il ragazzo non scomparve.

Ma Harry non tornò nella sala comune; salì una scala, pensando vagamente di andare alla Gufaia a trovare Edvige, e stava percorrendo un altro corridoio quando una voce proveniente da una delle stanze disse: «Harry?»

Harry tornò sui suoi passi per andare a vedere chi aveva parlato e scorse il professor Lupin sulla porta del suo studio.

«Che cosa fai?» gli chiese, in un tono molto diverso da quello di Gazza. «Dove sono Ron e Hermione?»

«A Hogsmeade» disse Harry, sforzandosi di suonare neutro.

«Ah» disse Lupin. Studiò Harry per un attimo.«Perché non entri? Mi è appena arrivato un Avvincino per la prossima lezione».

«Un che cosa?» chiese Harry.

Seguì Lupin nel suo studio. Nell’angolo c’era un grande acquario pieno. Una creatura di un verde malsano con piccole corna sulla fronte schiacciava il muso contro il vetro, facendo delle smorfie e piegando le lunghe dita magre.

«Un demone acquatico» disse Lupin, studiando l’Avvincino soprappensiero. «Non dovremmo avere problemi con lui, non dopo i Kappa. Il trucco è allentare la sua presa. Vedi che dita lunghe ha? Forti, ma molto fragili».

L’Avvincino scoprì i denti verdi e poi sprofondò in un groviglio di alghe in un angolo.

«Una tazza di tè?» chiese Lupin, cercando il bollitore con lo sguardo. «Stavo giusto per farlo».

«Va bene» accettò Harry timidamente.

Lupin batté il bollitore con la bacchetta e uno sbuffo di vapore si alzò istantaneamente dall’ugello.

«Siediti» disse Lupin, togliendo il coperchio da un barattolo polveroso. «Ho solo del tè in bustine, temo, ma sospetto che tu ne abbia abbastanza di foglie di tè, no?»

Harry lo guardò. Lo sguardo di Lupin ebbe un guizzo divertito.

«Come fa a saperlo?» chiese Harry.

«Me l’ha detto la professoressa McGranitt» rispose Lupin, porgendogli un tazzone sbeccato. «Non sei preoccupato, vero?»

«No» disse Harry.

Pensò per un attimo di raccontare a Lupin del cane che aveva visto in Magnolia Crescent, ma decise che era meglio di no. Non voleva che Lupin lo credesse un vigliacco, soprattutto perché il professore sembrava già convinto che non potesse affrontare un Molliccio.

Parte dei suoi pensieri dovette leggerglisi in faccia, perché Lupin disse:

«C’è qualcosa che ti preoccupa, Harry?»

«No» mentì lui. Bevve un sorso di tè, osservando l’Avvincino che brandiva un pugno minaccioso contro di lui. «Sì» disse all’improvviso, posando la tazza sulla scrivania di Lupin. «Si ricorda il giorno che abbiamo sfidato il Molliccio?»

«Sì» disse Lupin lentamente.

«Perché non mi ha permesso di affrontarlo?» chiese Harry bruscamente.

Lupin sollevò le sopracciglia.

«Credevo che fosse ovvio, Harry» rispose sorpreso.

Harry, che si aspettava che Lupin negasse, rimase interdetto.

«Perché?» chiese di nuovo.

«Be’» disse Lupin un po’ accigliato, «ho pensato che se il Molliccio ti avesse visto, avrebbe assunto la forma di Voldemort».

Harry lo fissò stupito. Non solo era l’ultima risposta che si sarebbe aspettata, ma Lupin aveva pronunciato il nome di Voldemort. L’unica altra persona che osasse farlo ad alta voce (a parte Harry) era il professor Silente.

«Ovviamente mi sbagliavo» riprese Lupin, sempre molto serio. «Ma ho pensato che non era una buona idea che Voldemort si materializzasse in sala professori. Immagino che avrebbe seminato il panico».

«Non stavo pensando a Voldemort» disse Harry con onestà. «Io… io pensavo a uno di quei Dissennatori».

«Capisco» disse Lupin assorto. «Bene bene… sono colpito». Fece un piccolo sorriso quando vide la sorpresa sul viso di Harry. «Ciò rivela che quello di cui hai più paura è… la paura. Molto saggio, Harry».

Harry non sapeva che cosa replicare, così bevve un altro sorso di tè.

«Allora hai creduto che non ti ritenessi in grado di combattere il Molliccio?» chiese Lupin con perspicacia.

«Be’… sì» disse Harry. All’improvviso si sentiva molto meglio. «Professor Lupin, lei sa che i Dissenatori…»

Fu interrotto da qualcuno che bussava alla porta.

«Avanti» disse Lupin.

La porta si aprì ed entrò Piton. Aveva in mano un calice da cui saliva un fumo leggero, e si fermò alla vista di Harry, con gli occhi neri che si stringevano in due fessure.

«Ah, Severus» lo salutò Lupin sorridendo. «Grazie mille. Puoi metterlo sulla scrivania?»

Piton posò il calice fumante e fece scorrere lo sguardo da Harry a Lupin.

«Stavo mostrando a Harry il mio Avvincino» spiegò Lupin in tono amichevole, indicando l’acquario.

«Affascinante» disse Piton senza guardare. «Dovresti berla subito, Lupin».

«Sì, sì» disse Lupin.

«Ne ho fatto un paiolo» riprese Piton. «Se ne vuoi ancora».

«Probabilmente ne prenderò dell’altra domani. Grazie mille, Severus».

«Di niente» disse Piton, ma nei suoi occhi balenò un’espressione che non piacque a Harry. Uscì dalla stanza senza sorridere, guardingo.

Harry osservò il calice, incuriosito. Lupin sorrise.

«Il professor Piton è stato così gentile da prepararmi una pozione» disse. «Io non sono mai stato un granché a distillare pozioni, e questa è particolarmente complicata». Prese il calice e lo annusò. «Peccato che lo zucchero ne annulli i poteri» aggiunse, bevendone un sorso con un brivido di disgusto.

«Perché…?» Harry esordì. Lupin lo guardò e rispose alla domanda lasciata a metà.

«Mi sento un po’ giù di tono» disse. «Questa pozione è l’unico rimedio. Sono molto fortunato a lavorare con un collega come Piton; non sono molti i maghi in grado di prepararla».

Il professor Lupin bevve un altro sorso e Harry ebbe il folle istinto di strappargli di mano il calice.

«Il professor Piton è molto attratto dalle Arti Oscure» esclamò.

«Davvero?» disse Lupin, dimostrando solo un vago interesse, mentre beveva un’altra sorsata della pozione.

«C’è chi dice…» Harry esitò, poi proseguì, irrefrenabile, «c’è chi dice che farebbe qualunque cosa per ottenere la cattedra di Difesa contro le Arti Oscure».

Lupin vuotò il calice e fece una smorfia.

«Disgustosa» dichiarò. «Bene, Harry, ora è meglio che torni al lavoro. Ci vediamo al banchetto, più tardi».

«Va bene» disse Harry, posando il tazzone da tè.

Il calice vuoto continuava a fumare.

«Ecco qui» disse Ron. «Abbiamo preso tutto quello che potevamo».

Una pioggia di caramelle dai colori brillanti si rovesciò in grembo a Harry. Era il tramonto, e Ron e Hermione erano appena apparsi nella sala comune, le guance accese dal vento freddo, con l’aria di chi ha appena trascorso la più bella giornata della sua vita.

«Grazie» disse Harry, prendendo un pacchetto di minuscole Piperille nere. «Com’è Hogsmeade? Dove siete andati?»

A quanto pareva, dappertutto. Da Mondomago Accessori magici, da Zonko l’Emporio degli Scherzi, ai Tre Manici di Scopa per bere una pinta di Burrobirra bollente e in molti altri posti.

«E l’ufficio postale, Harry! Ci sono duecento gufi, tutti sugli scaffali, divisi per colore secondo la velocità che vuoi per la tua lettera!»

«Da Mielandia hanno un nuovo tipo di caramello, c’erano gli assaggi gratis, eccone un pezzo, guarda…»

«Forse abbiamo visto un orco, davvero, c’è di tutto ai Tre Manici di Scopa…»

«Avremmo voluto portarti un po’ di Burrobirra, sapessi come scalda…»

«E tu che cos’hai fatto?» chiese Hermione ansiosa. «Hai fatto i compiti?»

«No» disse Harry. «Lupin mi ha offerto il tè nel suo studio. E poi è entrato Piton…»

Raccontò loro del calice. Ron rimase a bocca aperta.

«Lupin l’ha bevuta?» esclamò. «Ma è pazzo?»

Hermione guardò l’ora.

«Meglio scendere, sapete, il banchetto comincia fra cinque minuti…» Corsero via attraverso il buco del ritratto e si tuffarono nella folla, continuando a parlare di Piton.

«Ma se… insomma…» Hermione abbassò la voce, guardandosi intorno con aria nervosa, «se stava davvero tentando di… di avvelenare Lupin… non l’avrebbe fatto davanti a Harry».

«Sì, può darsi» disse Harry mentre raggiungevano l’ingresso ed entravano nella Sala Grande. Era stata decorata con centinaia e centinaia di zucche piene di candele accese, un nugolo di pipistrelli veri svolazzanti e tantissime stelle filanti di un color arancione fiammeggiante, che guizzavano pigramente lungo il soffitto coperto di nuvole come luminosi serpenti d’acqua.

Il cibo era delizioso; anche Hermione e Ron, che erano pieni da scoppiare di caramelle di Mielandia, si servirono una seconda porzione di tutto. Harry continuava a guardare verso il tavolo degli insegnanti. Il professor Lupin sembrava allegro e quanto mai in forma. Discuteva animatamente con il piccolo professor Vitious, l’insegnante di Incantesimi. Lo sguardo di Harry percorse tutto il tavolo e si arrestò su Piton. Era la sua immaginazione, o gli occhi di Piton dardeggiavano verso Lupin più spesso di quanto non fosse normale?

Il banchetto si concluse con uno spettacolo offerto dagli spettri di Hogwarts. Balzarono fuori dai muri e su dai tavoli per fare un numero di volo in formazione; Nick-Quasi-Senza-Testa, il fantasma di Grifondoro, riscosse un grande successo reinterpretando la scena della propria maldestra decapitazione.

La serata era stata così piacevole che il buonumore di Harry non fu scalfito nemmeno da Malfoy, che urlò tra la folla, mentre uscivano dalla Sala Grande: «I Dissennatori ti mandano i loro più cari saluti, Potter!»

Harry, Ron e Hermione seguirono il resto dei Grifondoro lungo il consueto percorso fino alla torre, ma quando raggiunsero il corridoio che finiva con il ritratto della Signora Grassa lo trovarono stipato di studenti.

«Perché non entrano?» chiese Ron incuriosito.

Harry cercò di guardare oltre la folla di teste davanti a lui. Il ritratto sembrava chiuso.

«Fatemi passare, per favore» disse Percy, facendosi largo nella calca con aria d’importanza. «Che cos’è questo ingorgo? Non è possibile che abbiate dimenticato la parola d’ordine tutti quanti… scusate, sono il Caposcuola…»

E poi il silenzio cadde sulla folla, a partire da chi era davanti, così che una corrente gelata parve dilagare per il corridoio. Percy disse, con voce improvvisamente aspra: «Qualcuno vada a chiamare il professor Silente. Subito».

I ragazzi si voltarono; quelli nelle ultime file si alzarono in punta di piedi.

«Che cosa succede?» chiese Ginny, che era appena arrivata.

Un attimo dopo, ecco il professor Silente avanzare verso il ritratto. I Grifondoro si fecero da parte per lasciarlo passare, e Harry, Ron e Hermione si avvicinarono per vedere che cosa stava succedendo.

«Oh, cielo…» Hermione afferrò Harry per un braccio.

La Signora Grassa era sparita dal ritratto, che era stato lacerato con tanta violenza che il pavimento era coperto di strisce di tela; grossi pezzi erano stati strappati via.

Silente diede una rapida occhiata al quadro distrutto e si voltò, incupito, mentre i professori McGranitt, Lupin e Piton lo raggiungevano di corsa.

«Dobbiamo trovarla» disse Silente. «Professoressa McGranitt, la prego di andare da Mastro Gazza e di dirgli di cercare la Signora Grassa in tutti i quadri del castello».

«Buona fortuna!» disse una voce ghignante.

Era Pix il Poltergeist, che fluttuava sopra la folla, soddisfattissimo, come sempre quando qualcosa non andava per il verso giusto.

«Che cosa vuoi dire, Pix?» gli chiese Silente con calma, e il ghigno di Pix si attenuò: non osava farsi beffe di Silente. Invece mise fuori una vocetta untuosa, non più gradevole della sua risatina beffarda.

«Si vergogna, signor Capo, signore. Non vuole farsi vedere. È un vero disastro. L’ho vista correre dentro il paesaggio al quarto piano, signore, e nascondersi dietro gli alberi. Urlava qualcosa di terribile» disse allegramente. «Poverina» aggiunse, senza peraltro suonare convincente.

«Ha detto chi è stato?» chiese Silente con calma.

«Oh, sì, Capodirettore, signore» disse Pix con l’aria di uno che culla una bomba. «Sa, si è arrabbiato moltissimo quando lei non l’ha lasciato entrare». Pix fece una capriola e rivolse un ghigno a Silente di sotto in su, con la testa che spuntava tra le gambe. «Che caratteraccio, quel Sirius Black».

Capitolo 9

Una Grama sconfitta

Il professor Silente rispedì tutti i ragazzi del Grifondoro nella Sala Grande, dove dieci minuti più tardi li raggiunsero gli studenti di Tassorosso, Corvonero e Serpeverde, tutti estremamente confusi.

«Io e gli insegnanti dobbiamo perquisire il castello» disse loro Silente mentre i professori McGranitt e Vitious chiudevano tutte le porte della sala. «Temo che per la vostra sicurezza dovrete passare la notte qui. Voglio che i Prefetti facciano la guardia agli ingressi. Affido la responsabilità ai Capiscuola. Ogni anomalia deve essermi riferita immediatamente» aggiunse rivolto a Percy, che sembrava molto compreso nel suo ruolo. «Comunicate via fantasma».

Il professor Silente tacque, fece per andarsene, poi disse:

«Oh, sì, avrete bisogno di…»

Un cenno casuale della mano e i lunghi tavoli si addossarono alle pareti; un altro cenno, e il pavimento si coprì di centinaia di soffici sacchi a pelo violetti.

«Buonanotte» disse il professor Silente chiudendosi la porta alle spalle.

La Sala si riempì in un attimo di mormoni eccitati; i Grifondoro raccontarono l’accaduto al resto della scuola.

«Tutti nei sacchi a pelo!» esclamò Percy. «Forza, basta con le chiacchiere! Fra dieci minuti luci spente!»

«Andiamo» disse Ron a Harry e Hermione. Presero tre sacchi a pelo e li trascinarono in un angolo.

«Credete che Black sia ancora nel castello?» sussurrò Hermione preoccupata.

«E chiaro che Silente è convinto di sì» rispose Ron.

«Per fortuna ha scelto proprio questa sera» disse Hermione mentre si infilavano nei sacchi a pelo, completamente vestiti, e si puntellavano sui gomiti per chiacchierare. «L’unica sera che non eravamo nella torre…»

«Suppongo che abbia perso la nozione del tempo, essendo in fuga» disse Ron. «Non si è reso conto che era Halloween. Altrimenti sarebbe venuto qui».

Hermione rabbrividì.

Tutto intorno a loro, i ragazzi si rivolgevano la stessa domanda: Come ha fatto a entrare?

«Forse è capace di Materializzarsi» disse un Corvonero vicino a loro. «Sa apparire dal nulla, insomma».

«Probabilmente si è travestito» suggerì un Tassorosso del quinto anno.

«Potrebbe essere entrato volando» azzardò Dean Thomas.

«Ma insomma, io sono l’unica che si è presa la briga di leggere Storia di Hogwarts?» disse Hermione irritata a Harry e Ron.

«È probabile» rispose Ron. «Perché?»

«Perché il castello è protetto da qualcosa di più che dalle mura» disse Hermione. «Ci sono incantesimi di ogni sorta per impedire alla gente di entrare di soppiatto. Non ci si può Materializzare e basta, qui. Mi piacerebbe vedere il travestimento in grado di ingannare i Dissennatori. Sorvegliano ogni singolo ingresso. Se fosse venuto in volo, lo avrebbero visto. E Gazza conosce tutti i passaggi segreti, immagino che siano sorvegliati anche quelli…»

«Si spengono le luci!» gridò Percy. «Tutti nei sacchi a pelo e silenzio assoluto!»

Le candele si spensero tutte in una volta. L’unica luce residua emanava dai fantasmi argentati che fluttuavano parlando in tono serio con i Prefetti, e dal soffitto incantato, che, come il cielo fuori dalle finestre, era trapunto di stelle. Un po’ per quello, un po’ per i sussurri che ancora echeggiavano, a Harry parve di dormire all’aperto, sotto un vento leggero.

Ogni ora un insegnante tornava nella sala per controllare che tutto fosse a posto. Verso le tre del mattino, quando molti studenti finalmente si erano addormentati, entrò il professor Silente. Harry lo vide cercare Percy, che si aggirava tra i sacchi a pelo sgridando chi ancora chiacchierava. Percy era a poca distanza da Harry, Ron e Hermione, che finsero subito di dormire mentre i passi di Silente si avvicinavano.

«Qualche traccia di lui, professore?» chiese Percy in un sussurro.

«No. Qui tutto bene?»

«Tutto sotto controllo, signore».

«Bene. Ora è inutile spostarli. Ho trovato un guardiano temporaneo per il ritratto del Grifondoro. Domani potrai farli trasferire».

«E la Signora Grassa, signore?»

«Si è nascosta in una cartina dell’Argyllshire al secondo piano. A quanto pare si è rifiutata di far entrare Black senza la parola d’ordine, così lui l’ha aggredita. È ancora molto scossa, ma quando si sarà calmata chiederò a Mastro Gazza di restaurarla».

Harry sentì la porta della sala aprirsi di nuovo cigolando, e altri passi avvicinarsi.

«Preside?» Era Piton. Harry rimase immobile, con le orecchie tese. «Tutto il terzo piano è stato perquisito. Non è lì. E Gazza ha ispezionato le segrete: anche là sotto niente».

«E la torre di Astronomia? La stanza della professoressa Cooman? La Guferia?»

«Tutto controllato…»

«Molto bene, Severus. Non che mi aspettassi di trovarlo».

«Ha idea di come possa essere entrato, Preside?» chiese Piton.

Harry alzò appena la testa per sentirci anche con l’altro orecchio.

«Parecchie, Severus, una meno probabile dell’altra».

Harry aprì gli occhi per un istante e li strizzò nella direzione delle voci. Silente gli dava le spalle, ma poteva vedere il volto di Percy, concentratissimo, e il profilo di Piton, che sembrava arrabbiato.

«Si ricorda la nostra conversazione, Preside, appena prima… ah… dell’inizio del trimestre?» disse Piton a labbra strette, come se cercasse di non farsi sentire da Percy.

«Sì, Severus» rispose Silente, con una nota d’avvertimento nella voce.

«Sembra… quasi impossibile… che Black sia potuto entrare nella scuola senza un aiuto dall’interno. Avevo espresso la mia preoccupazione quando lei ha assegnato…»

«Non credo che nel castello ci sia una sola persona che avrebbe aiutato Black a entrare» ribatté Silente, facendo capire che l’argomento era chiuso così chiaramente che Piton non osò replicare. «Devo scendere dai Dissennatori» disse Silente. «Ho detto che li avrei informati alla fine dell’ispezione».

«Non hanno offerto la loro collaborazione, signore?» chiese Percy.

«Oh, sì» disse Silente gelido. «Ma temo proprio che nessun Dissennatore varcherà la soglia di questo castello finché io sono il Preside».

Percy parve confuso. Silente uscì dalla sala a passi rapidi e silenziosi. Piton rimase ancora un attimo, guardando il Preside con un’espressione di profondo rancore, poi se ne andò a sua volta.

Harry rivolse un’occhiata a Ron e Hermione. Entrambi avevano gli occhi spalancati che riflettevano il cielo stellato.

«Ma che sta succedendo?» sussurrò Ron.

Nei giorni seguenti, a scuola non si parlò d’altro che di Sirius Black. Le teorie su come era riuscito a penetrare nel castello diventarono sempre più improbabili; Hannah Abbott di Tassorosso trascorse gran parte della lezione di Erbologia dicendo a tutti che Black era in grado di trasformarsi in un cespuglio fiorito.

La tela strappata della Signora Grassa era stata staccata dalla parete e sostituita con il ritratto di Sir Cadogan e del suo grasso pony grigio. Nessuno ne fu felice. Sir Cadogan passava metà del tempo a sfidare la gente a duello, e il resto a inventare complicate parole d’ordine che cambiava almeno due volte al giorno.

«È completamente pazzo» disse Seamus Finnigan a Percy. «Non potremmo avere qualcun altro come guardiano?»

«Nessuno degli altri quadri ha accettato il compito» disse Percy. «Hanno paura di quello che è successo alla Signora Grassa. Sir Cadogan è stato l’unico ad avere il coraggio di farsi avanti».

Sir Cadogan, comunque, era l’ultimo dei pensieri di Harry. Ora era tenuto sotto strettissima sorveglianza. Gli insegnanti inventavano scuse per scortarlo lungo i corridoi e Percy Weasley (che agiva, Harry ne aveva il sospetto, su ordine di sua madre) lo seguiva ovunque come un cane da guardia estremamente pomposo. E per finire, la professoressa McGranitt convocò Harry nel suo ufficio con un’espressione così cupa che Harry pensò che fosse morto qualcuno.

«È inutile nascondertelo ancora a lungo, Potter» disse in tono molto serio. «So che per te sarà uno shock, ma Sirius Black…»

«So che sta cercando me» disse Harry stancamente. «Ho sentito i genitori di Ron che ne parlavano. Il signor Weasley lavora per il Ministero della Magia».

La professoressa McGranitt parve molto sorpresa. Fissò Harry per qualche istante, poi disse: «Capisco! Bene, in questo caso, Potter, comprenderai perché non credo che sia una buona idea che tu prenda parte agli allenamenti di Quidditch la sera. Fuori nel campo, solo con i tuoi compagni, è troppo rischioso, Potter…»

«Ma sabato c’è la prima partita di campionato!» esclamò Harry, sconvolto. «Devo allenarmi, professoressa!»

La McGranitt lo fissò intensamente. Harry sapeva che ci teneva molto alle sorti della squadra dei Grifondoro; dopotutto, lei era stata la prima a proporlo come Cercatore. Attese, trattenendo il respiro.

«Mmm…» La professoressa McGranitt si alzò e guardò fuori dalla finestra, verso il campo da Quidditch, a stento visibile attraverso la pioggia. «Be’… il cielo sa quanto vorrei che finalmente vincessimo la Coppa… ma comunque, Potter… sarei più tranquilla se fosse presente un insegnante. Chiederò a Madama Bumb di assistere ai vostri allenamenti».

Il tempo peggiorò costantemente mentre si avvicinava la prima partita di Quidditch. Imperterrita, la squadra dei Grifondoro si allenava più decisa che mai sotto gli occhi di Madama Bumb. Poi, agli ultimi allenamenti prima della partita del sabato, Oliver Baston comunicò alla sua squadra alcune spiacevoli novità.

«Non giochiamo contro Serpeverde!» disse, con aria molto arrabbiata. «Flirt è appena venuto a trovarmi. L’incontro è con i Tassorosso».

«Perché?» chiese in coro il resto della squadra.

«La scusa di Flitt è che il loro Cercatore ha il braccio ancora fuori uso» spiegò Baston, digrignando i denti furioso. «Ma è chiaro il perché. Non vogliono giocare con questo tempo. Credono di avere meno possibilità…»

Aveva piovuto forte e tirato vento tutto il giorno, e mentre Baston parlava, udirono un rombo di tuono in lontananza.

«Il braccio di Malfoy non ha niente che non va!» esclamò Harry rabbioso. «Fa finta!»

«Lo so, ma non possiamo dimostrarlo» disse Baston amaramente. «Abbiamo provato tutte quelle tattiche convinti di incontrare i Serpeverde, e invece sfidiamo i Tassorosso, e il loro stile è totalmente diverso. Hanno un nuovo Capitano e un nuovo Cercatore, Cedric Diggory…»

Angelina, Alicia e Kate presero a ridacchiare.

«Che c’è?» disse Baston, irritato da quel comportamento così superficiale.

«È quello alto e carino, vero?» chiese Angelina.

«Forte e silenzioso» aggiunse Katie, e ripresero a ridere.

«È silenzioso solo perché è troppo tonto per mettere due parole in fila» disse Fred impaziente. «Non so perché ti preoccupi, Oliver, i Tassorosso sono una facile preda. L’ultima volta che abbiamo giocato contro di loro, Harry ha preso il Boccino d’Oro dopo cinque minuti, ti ricordi?»

«Ma giocavamo in condizioni completamente diverse!» urlò Baston, gli occhi un po’ sporgenti. «Diggory ha messo su una squadra molto forte! È un ottimo Cercatore! Era proprio quello che temevo, che la prendeste così alla leggera! Non dobbiamo rilassarci! Dobbiamo restare concentrati! I Serpeverde stanno cercando di prenderci in contropiede! Dobbiamo vincere!»

«Oliver, calmati!» disse Fred, un po’ allarmato. «Stiamo prendendo Tassorosso molto sul serio. Sul serio».

Il giorno prima della partita, il vento prese a ululare e la pioggia cadde più fitta che mai. Era così buio che nei corridoi e nelle classi furono accese torce e lanterne supplementari. La squadra dei Serpeverde era molto soddisfatta, e Malfoy più di tutti.

«Ah, se solo il mio braccio stesse un po’ meglio!» sospirava, mentre la tempesta scuoteva le finestre.

Harry non aveva altro in mente se non la partita. Oliver Baston continuava a correre da lui tra una lezione e l’altra per dargli dei suggerimenti. La terza volta, Baston lo trattenne così a lungo che Harry all’improvviso si rese conto di essere in ritardo di dieci minuti per Difesa contro le Arti Oscure, e si allontanò correndo, con Baston che gli urlava alle spalle:

«Diggory è molto veloce a scartare, Harry, quindi dovresti provare col giro della morte…»

Harry si fermò con uno scivolone fuori dalla classe di Difesa contro le Arti Oscure, aprì la porta e sfrecciò dentro.

«Mi scusi, professor Lupin, sono in ritardo…»

Ma non fu il professor Lupin a guardarlo dalla cattedra: era Piton.

«La lezione è cominciata dieci minuti fa, Potter, quindi suppongo che dovremo togliere dieci punti ai Grifondoro. Siediti».

Ma Harry non si mosse.

«Dov’è il professor Lupin?» chiese.

«Ha detto che oggi stava troppo male per fare lezione» disse Piton con un sorriso storto. «Credevo di averti detto di sederti».

Ma Harry rimase dov’era.

«Che cos’ha?»

Gli occhi neri di Piton scintillarono.

«Niente di mortale» disse, con l’aria di desiderare che invece fosse così. «Altri cinque punti in meno per i Grifondoro, e se devo chiederti un’altra volta di sederti, diventeranno cinquanta».

Harry andò lentamente al suo posto e si sedette. Piton guardò la classe.

«Come dicevo prima che Potter ci interrompesse, il professor Lupin non mi ha lasciato appunti sugli argomenti che avete affrontato finora…»

«Signore, abbiamo fatto i Mollicci, i Berretti Rossi, i Kappa e gli Avvincini» disse Hermione in fretta, «e stavamo per cominciare…»

«Zitta» disse Piton gelido. «Non ti ho chiesto informazioni. Stavo solo commentando la mancanza di organizzazione del professor Lupin…»

«È il miglior insegnante di Difesa contro le Arti Oscure che abbiamo mai avuto» disse Dean Thomas coraggiosamente, accompagnato dal mormorio di approvazione della classe. Piton parve più minaccioso che mai.

«Vi accontentate di poco. Lupin non vi sta certo caricando di lavoro… Saper affrontare i Berretti Rossi e gli Avvincini è roba da primo anno. Oggi parleremo di…»

Harry lo guardò sfogliare il libro di testo fino all’ultimo capitolo, al quale, Piton doveva ben saperlo, non erano ancora arrivati.

«…Lupi Mannari» disse Piton.

«Ma signore» saltò su Hermione senza riuscire a trattenersi, «non dovremmo fare i Lupi Mannari, non ancora, dobbiamo cominciare i Marciotti…»

«Signorina Granger» disse Piton con voce mortalmente calma, «ero convinto di dover essere io a tenere questa lezione, non tu. E io vi dico di andare a pagina 394». Si guardò intorno. «Tutti! Adesso

Con molti sguardi torvi e delusi e qualche mormorio imbronciato, i ragazzi aprirono i libri.

«Chi di voi sa dirmi come si fa a distinguere un Lupo Mannaro da un lupo vero?» chiese Piton.

Tutti rimasero seduti zitti e immobili; tutti tranne Hermione, la cui mano, come accadeva spesso, scattò in aria.

«Nessuno?» chiese Piton, ignorando Hermione, col sorriso storto di prima. «Volete dire che il professor Lupin non vi ha insegnato nemmeno la differenza fondamentale tra…»

«Gliel’abbiamo detto» esclamò Calì, «non siamo ancora arrivati ai Lupi Mannari, siamo ai…»

«Silenzio!» sibilò Piton. «Bene bene bene, non avrei mai pensato di incontrare una classe del terzo anno che non sapesse nemmeno riconoscere un Lupo Mannaro. Mi premurerò di comunicare al professor Silente quanto siete indietro…»

«Signore» disse Hermione, con la mano ancora a mezz’aria, «il Lupo Mannaro è diverso da un vero lupo per molti dettagli. Il muso del lupo mannaro…»

«È la seconda volta che parli non richiesta, signorina Granger» disse tranquillamente Piton. «Altri cinque punti in meno ai Grifondoro, per essere un’insopportabile sotutto».

Hermione diventò rossissima, abbassò la mano e fissò il pavimento con gli occhi pieni di lacrime. L’avversione della classe per Piton si rivelò appieno negli sguardi cupi che si concentrarono su di lui: tutti avevano chiamato Hermione ’sotutto’ almeno una volta, e Ron, che glielo ripeteva almeno due volte la settimana, disse ad alta voce:

«Lei ci ha fatto una domanda e Hermione sa la risposta! Perché lo chiede, se poi non vuole ascoltarla?»

La classe seppe all’istante che Ron si era spinto troppo in là. Piton avanzò lentamente verso Ron e tutti trattennero il respiro.

«Punizione per Weasley» disse Piton con voce soave, avvicinando il volto a quello di Ron. «E se ti sento ancora criticare il mio modo di insegnare, te ne farò pentire».

Nessuno fece un solo rumore durante il resto della lezione. Rimasero seduti a prendere appunti sui Lupi Mannari copiando dal libro, mentre Piton andava su e giù tra i banchi, osservando il lavoro che avevano fatto con il professor Lupin.

«Spiegazione insufficiente… questo è sbagliato, il Kappa si trova più comunemente in Mongolia… Il professor Lupin ti ha dato otto per questa roba? Per me non ti meritavi un tre…»

Quando finalmente suonò la campana, Piton li trattenne.

«Dovete fare un tema su come si riconoscono e si uccidono i Lupi Mannari. Voglio due rotoli di pergamena, e li voglio per lunedì mattina. È ora che qualcuno prenda in pugno questa classe. Weasley, rimani, dobbiamo decidere la tua punizione».

Harry e Hermione uscirono con il resto della classe, che aspettò finché non fu fuori portata e poi esplose in una furiosa invettiva contro Piton.

«Piton non si è mai comportato così con gli altri insegnanti di Difesa contro le Arti Oscure, anche se voleva lui il posto» disse Harry a Hermione. «Perché ce l’ha con Lupin? Credi che sia per via del Molliccio?»

«Non so» disse Hermione pensierosa. «Ma spero tanto che il professor Lupin guarisca presto…»

Ron li raggiunse cinque minuti dopo, arrabbiatissimo.

«Sapete che cosa mi fa fare quel…» (e qui definì Piton con un epiteto che strappò a Hermione una protesta scandalizzata) «Devo pulire i vasi da notte dell’infermeria. Senza magia!» Respirava forte, e aveva i pugni stretti. «Perché Black non si è nascosto nello studio di Piton, eh? Almeno poteva farlo fuori, una buona volta!»

La mattina dopo Harry si svegliò molto presto, così presto che era ancora buio. Per un attimo gli parve di essere stato svegliato dal fischio del vento, poi sentì una corrente fredda dietro il collo e sedette di scatto: Pix il Poltergeist gli aleggiava accanto e gli aveva soffiato nell’orecchio.

«Perché l’hai fatto?» chiese Harry furioso.

Pix gonfiò le guance, soffiò forte e schizzò fuori dalla stanza ridacchiando.

Harry cercò a tentoni la sveglia e la guardò. Erano le quattro e mezzo. Maledicendo Pix, si ridistese e cercò di riprendere sonno, ma era molto difficile, ora che era sveglio, ignorare il rombo del tuono, l’urto del vento contro i muri del castello e gli scricchiolii lontani degli alberi nella foresta proibita. Di lì a poche ore sarebbe stato fuori, sul campo da Quidditch, a combattere nella tempesta. Alla fine rinunciò a dormire, si alzò, si vestì, prese la sua Nimbus Duemila e uscì dal dormitorio senza fare rumore.

Mentre apriva la porta, qualcosa gli si strusciò contro la gamba. Si chinò appena in tempo per afferrare Grattastinchi per la coda cespugliosa e trascinarlo fuori.

«Lo sai, credo che Ron abbia ragione su di te» disse Harry sospettoso, rivolto al gatto. «Ci sono un sacco di topi qui in giro, vai a prenderli. Dài» aggiunse, spingendo Grattastinchi col piede giù per la scala a chiocciola, «lascia in pace Crosta».

Il fragore della tempesta sembrava più forte dalla sala comune. Harry sapeva che la partita non sarebbe stata cancellata; gli incontri di Quidditch non venivano annullati per sciocchezze come i temporali. Comunque cominciava a preoccuparsi. Baston gli aveva indicato Cedric Diggory in corridoio; Diggory era uno del quinto anno, molto più robusto di Harry. Di solito i Cercatori erano leggeri e veloci, ma il peso di Diggory sarebbe stato un vantaggio con quel tempaccio, perché era meno probabile che finisse spazzato via.

Harry trascorse davanti al fuoco le ore che lo separavano dall’alba, alzandosi ogni tanto per impedire a Grattastinchi di sgattaiolare di nuovo su per la scala dei ragazzi. Alla fine, pensando che fosse ora di colazione, si diresse da solo verso il buco del ritratto.

«Fermati e combatti, fellone!» esclamò Sir Cadogan.

«Oh, stai zitto» ribatté Harry sbadigliando.

Davanti a una grossa ciotola di porridge si sentì meglio, e quando ebbe addentato il pane tostato anche il resto della squadra era seduto a tavola.

«Sarà dura» disse Baston, che non toccò cibo.

«Smettila di preoccuparti, Oliver» disse Alicia cercando di consolarlo, «non sarà un po’ di pioggia a fermarci».

Ma era molto di più di un po’ di pioggia. Il Quidditch era così popolare che tutta la scuola voleva assistere alla partita, come sempre, ma tutti corsero giù per il prato verso il campo da Quidditch con le teste chine per opporsi al vento feroce, con gli ombrelli che volavano via strappati dalle loro mani. Appena prima di entrare negli spogliatoi, Harry vide Malfoy, Tiger e Goyle che ridevano e lo additavano da sotto un enorme ombrello, diretti allo stadio.

La squadra s’infilò la divisa scarlatta e attese che Baston facesse il solito discorsetto d’incoraggiamento pre-partita, ma il discorso non venne. Baston cercò più volte di prendere la parola, emise uno strano singulto, poi scosse la testa sfiduciato e fece loro cenno di seguirlo.

Il vento era cosi forte che entrando in campo barcollarono. Se la folla applaudì, non la sentirono: ogni altro rumore era sovrastato dai tuoni. La pioggia schizzava gli occhiali di Harry. Come accidenti avrebbe fatto a vedere il Boccino d’Oro?

I Tassorosso avanzavano dall’altra parte del campo, nelle loro divise giallo canarino. I Capitani si diressero uno verso l’altro e si strinsero la mano; Diggory sorrise a Baston, ma Baston sembrava avere la mascella paralizzata e fece appena un cenno. Harry vide le labbra di Madama Bumb scandire le parole ’in sella alle scope’; estrasse il piede destro dal fango con uno schiocco e montò sulla Nimbus Duemila. Madama Bumb si portò il fischietto alle labbra e ne trasse un fischio penetrante e lontano. Era cominciata.

Harry decollò rapido, ma la sua Nimbus oscillava leggermente per via del vento. Cercò di tenerla più dritta che poteva, strizzando gli occhi per vedere nella pioggia.

Di lì a cinque minuti era bagnato fradicio e congelato, e riusciva a stento a vedere i suoi compagni, per non parlare del minuscolo Boccino. Volò avanti e indietro per il campo, rincorrendo sagome sfuocate rosse e gialle, senza avere idea di cosa stesse succedendo. Non sentiva i commenti, con quel vento. La folla era nascosta sotto un mare di mantelli e ombrelli malconci. Harry rischiò due volte di essere disarcionato da un Bolide; la sua vista era così appannata dalla pioggia sugli occhiali che non li aveva visti arrivare.

Perse il senso del tempo. Tenere dritto il manico di scopa divenne sempre più difficile. Il cielo s’incupiva, come se la notte avesse deciso di arrivare in anticipo. Due volte Harry colpì un altro giocatore, senza sapere se fosse un compagno o un avversario; ormai erano tutti così zuppi, e la pioggia era così fitta, che riusciva a stento a distinguerli…

Con il primo lampo arrivò anche il suono del fischietto di Madama Bumb. Harry intravide nella pioggia la sagoma di Baston che gli faceva cenno di scendere. Tutta la squadra atterrò schizzando nel fango.

«Ho chiesto un time out!» ruggì Baston. «Venite qui sotto…»

Si strinsero al bordo del campo sotto un grosso ombrello; Harry si sfilò gli occhiali e li asciugò in fretta sulla maglietta.

«A quanto siamo?»

«Cinquanta a zero per noi» disse Baston, «ma se non prendiamo in fretta il Boccino, giocheremo al buio».

«Non ce la faccio con questi» disse Harry esasperato, sventolando gli occhiali.

In quel momento, accanto a lui comparve Hermione; aveva il mantello sulla testa e inesplicabilmente sorrideva.

«Ho un’idea, Harry! Dammi i tuoi occhiali, svelto!»

Lui glieli tese, e mentre la squadra assisteva stupita, Hermione li colpì con la sua bacchetta magica esclamando: «Impervius!»

«Ecco!» disse restituendoli a Harry. «Respingeranno la pioggia!»

Baston l’avrebbe baciata.

«Ottimo!» le gridò dietro con voce rauca, mentre Hermione spariva tra la folla. «Ok, squadra, avanti!»

L’incantesimo di Hermione fece il miracolo. Harry era ancora intirizzito, era ancora più zuppo di quanto non fosse mai stato in vita sua, ma almeno ci vedeva. Pieno di una nuova determinazione, spinse la scopa nell’aria turbolenta, cercando il Boccino in tutte le direzioni, evitando un Bolide, tuffandosi sotto Diggory che filava nella direzione opposta…

Si udì un altro tuono, seguito immediatamente da un fulmine a zigzag. Il gioco era sempre più pericoloso. Harry doveva prendere il Boccino in fretta…

Si voltò, deciso a tornare verso il centro del campo, ma in quell’istante un altro lampo illuminò le tribune, e Harry vide qualcosa che lo sconvolse: la sagoma di un enorme cane nero dal pelo ispido, stagliata nettamente contro il cielo, immobile nella vuota fila di sedili più in alto.

Le mani infreddolite di Harry scivolarono sul manico di scopa e la sua Nimbus scese di alcuni metri. Scuotendosi via dagli occhi la frangia inzuppata, Harry guardò di nuovo verso la tribuna. Il cane era sparito.

«Harry!» Arrivò l’urlo angosciato di Baston. «Harry, dietro di te!»

Harry si guardò intorno disperatamente. Cedric Diggory filava su per il campo, e un minuscolo frammento d’oro brillava nell’aria gonfia di pioggia che li separava…

Con un moto di panico, Harry si appiattì sul manico di scopa e filò verso il Boccino.

«Dài!» urlò alla sua Nimbus, mentre la pioggia gli schiaffeggiava il volto, «più veloce!»

Ma stava succedendo qualcosa di strano. Un silenzio lugubre cadde sullo stadio. Il vento, benché più forte che mai, non ruggiva più. Era come se qualcuno avesse spento l’audio, come se Harry fosse diventato sordo all’improvviso… che cos’era?

E poi un’ondata di gelo orribilmente familiare si abbatté su di lui, lo invase, mentre Harry cominciava a distinguere qualcosa che si muoveva laggiù sul campo…

Prima di avere il tempo di riflettere, Harry distolse lo sguardo dal Boccino e guardò in basso.

Sotto c’erano almeno un centinaio di Dissennatori, con le teste incappucciate rivolte verso di lui. Fu come se il suo petto si riempisse di acqua gelata, che gli perforava lo stomaco. E poi lo udì di nuovo… qualcuno gridava, gridava dentro la sua testa… una donna…

«No! Harry no, ti prego!»

«Spostati, stupida… spostati…»

«Harry no! Prendi me piuttosto, uccidi me, ma non Harry!»

Una nebbia confusa e vorticante riempiva la mente di Harry… Che cosa stava facendo? Perché era in volo? Doveva aiutarla… stava per morire… stava per essere uccisa…

Harry cadde, cadde nella nebbiolina ghiacciata.

«Non Harry! Ti prego… per favore… lui no!»

Una voce penetrante rideva, la donna gridava, e Harry non capì più nulla.

«Per fortuna il terreno era molle».

«Credevo che fosse morto».

«Ma se non si è nemmeno rotto gli occhiali».

Harry sentiva un mormorio di voci, ma non avevano alcun senso. Non aveva idea di dove fosse, o di come ci fosse arrivato, o di cosa avesse fatto prima. Tutto quello che sapeva è che aveva male dappertutto, come se qualcuno l’avesse picchiato.

«È la cosa più spaventosa che ho visto».

Spaventosa… la cosa più spaventosa… nere figure incappucciate… freddo… grida…

Harry spalancò gli occhi. Era in infermeria. La squadra di Quidditch dei Grifondoro, schizzata di fango da capo a piedi, era riunita attorno al suo letto. C’erano anche Ron e Hermione, con l’aria di essere appena usciti da una piscina.

«Harry!» disse Fred, pallidissimo sotto lo strato di fango. «Come ti senti?»

Era come se la memoria di Harry avesse premuto il tasto di avanzamento veloce. I lampi… Il Gramo… il Boccino… e i Dissennatori…

«Che cosa è successo?» chiese, rizzandosi a sedere così di colpo che tutti rimasero a bocca aperta.

«Sei caduto» spiegò Fred. «Da… almeno… quindici metri».

«Credevamo che fossi morto» disse Alicia, tremante.

Hermione fece un verso stridulo. Aveva gli occhi rossi.

«Ma… la partita?» chiese Harry. «Che cosa è successo? È stata sospesa?»

Nessuno disse nulla. La terribile verità sprofondò dentro Harry come una pietra.

«Non avremo… perso

«Diggory ha preso il Boccino» disse George. «Dopo che sei caduto. Non si è accorto di quello che era successo. Quando si è guardato indietro e ti ha visto per terra, ha cercato di far sospendere la partita. Voleva che rigiocassimo. Ma hanno vinto lealmente… lo ha ammesso anche Baston».

«Dov’è Baston?» chiese Harry, notando all’improvviso la sua assenza.

«È alle docce» disse Fred. «Crediamo che stia tentando di annegarsi».

Harry lasciò cadere la testa fra le ginocchia e si mise le mani nei capelli. Fred lo prese per la spalla e lo scosse con forza.

«Dài, Harry, non avevi mai perso un Boccino».

«Doveva pur succedere prima o poi» lo consolò George.

«Non è ancora finita» disse Fred. «Abbiamo perso per cento punti, giusto? Quindi se Tassorosso perde con Corvonero e noi battiamo Corvonero e Serpeverde…»

«Tassorosso dovrebbe andar sotto di almeno duecento punti» disse George.

«Ma se battono Corvonero…»

«Impossibile, i Corvonero sono troppo bravi. Ma se Serpeverde perde contro Tassorosso…»

«Dipende tutto dal punteggio… un margine di cento punti, in più o in meno…»

Harry rimase disteso, in silenzio. Avevano perso… per la prima volta, aveva perso una partita a Quidditch.

Dopo una decina di minuti, Madama Chips venne a dire alla squadra di lasciarlo in pace.

«Verremo a trovarti più tardi» gli disse Fred. «Non buttarti giù, Harry, sei sempre il miglior Cercatore che abbiamo mai avuto».

I ragazzi uscirono lasciando dietro di sé una scia di fango. Madama Chips chiuse la porta alle loro spalle, con uno sguardo di disapprovazione. Ron e Hermione si avvicinarono al letto di Harry.

«Silente era arrabbiatissimo» disse Hermione con voce tremula. «Non l’avevo mai visto così. È corso in campo mentre cadevi, ha agitato la bacchetta e tu hai rallentato la caduta. Poi ha puntato la bacchetta contro i Dissennatori. Gli ha spedito contro una roba d’argento. Se ne sono andati subito… era su tutte le furie perché erano entrati, l’abbiamo sentito…»

«Poi ha fatto apparire una barella e ti ci ha fatto salire con un incantesimo» disse Ron. «Ed è tornato a scuola con te che ci galleggiavi sopra. Tutti credevano che fossi…»

La sua voce si spense, ma Harry quasi non se ne accorse. Stava pensando a quello che gli avevano fatto i Dissennatori… alla voce che urlava. Alzò gli occhi e vide Ron e Hermione che lo guardavano così preoccupati che cercò in fretta qualcosa di concreto da dire.

«Qualcuno ha preso la mia Nimbus?»

Ron e Hermione si scambiarono una rapida occhiata.

«Ehm…»

«Come?» chiese Harry, spostando lo sguardo dall’uno all’altra.

«Be’… quando sei caduto, è stata spazzata via dal vento» disse Hermione esitante.

«E poi?»

«E poi è finita… è finita… oh, Harry, è finita sul Platano Picchiatore».

Harry si sentì torcere dentro. Il Platano Picchiatore era un albero molto violento che si trovava nel bel mezzo del cortile, isolato.

«E poi?» chiese temendo la risposta.

«Be’, lo sai com’è il Platano Picchiatore» disse Ron. «A lui… a lui non piace essere colpito».

«Il professor Vitious l’ha riportata indietro poco prima che ti svegliassi» disse Hermione con una vocina piccola piccola.

Lentamente, si chinò per prendere una borsa ai suoi piedi, la rovesciò e fece cadere sul letto dei pezzetti di legno e saggina scheggiati e spezzati, i soli resti del fedele manico di scopa di Harry, definitivamente distrutto.

Capitolo 10

La Mappa del Malandrino

Madama Chips insistette per trattenere Harry in infermeria per tutto il finesettimana. Lui non discusse e non si lamentò, ma non le permise di buttare via i miseri resti della sua Nimbus Duemila. Sapeva che era stupido, sapeva che la Nimbus non poteva essere riparata, ma era più forte di lui; era come se avesse perduto uno dei suoi migliori amici.

Harry ebbe fiumi di visitatori, tutti decisi a tenerlo di buonumore. Hagrid gli mandò un mazzo di fiori imparruccati che sembravano cavoli gialli e Ginny Weasley, arrossendo furiosamente, sì presentò con un biglietto d’auguri che aveva fatto lei e che cantava a squarciagola a meno che Harry non lo tenesse chiuso sotto la ciotola della frutta. La squadra dei Grifondoro tornò a fargli visita domenica mattina, questa volta accompagnata da Baston, che con voce cupa e desolata assicurò a Harry che non lo riteneva assolutamente responsabile della sconfitta. Ron e Hermione si allontanavano dal letto di Harry solo la sera. Ma nulla e nessuno poteva far stare meglio Harry, perché nessuno sapeva nemmeno la metà di ciò che lo turbava.

Non aveva raccontato a nessuno del Gramo, nemmeno a Ron e Hermione, perché sapeva che Ron si sarebbe spaventato e Hermione lo avrebbe preso in giro. Comunque, restava il fatto che ormai era apparso due volte, e che entrambe le sue apparizioni erano state seguite da incidenti quasi mortali; la prima volta aveva rischiato di essere travolto dal Nottetempo, la seconda era volato giù dal manico di scopa, e da una grande altezza. Il Gramo aveva intenzione di perseguitarlo fino a ottenere la sua morte? Doveva passare il resto dei suoi giorni a guardarsi le spalle dalla bestia?

E poi c’erano i Dissennatori. Harry si sentiva umiliato tutte le volte che ci pensava. Tutti dicevano che i Dissennatori erano orribili, ma nessun altro sveniva tutte le volte che gli si avvicinavano… nessun altro udiva risuonare nella testa l’eco della voce dei propri genitori in punto di morte.

Perché Harry ormai sapeva di chi erano quelle grida. Aveva sentito quelle parole, le aveva sentite e risentite durante le ore della notte in infermeria, mentre giaceva sveglio a guardare le strisce di luce lunare sul soffitto. Quando i Dissenatori gli si avvicinavano, riascoltava gli ultimi istanti di vita di sua madre, i suoi tentativi di proteggere lui, Harry, da Voldemort, e la risata di Voldemort appena prima che la uccidesse… Harry dormiva sonni agitati, sprofondava in sogni affollati di mani marce e appiccicose e di suppliche impietrite, e si svegliava di soprassalto cercando di fissare nella mente la voce di sua madre, cercando di ricordarla.

Per Harry fu un sollievo tornare al caos della scuola il lunedì, essere costretto a pensare ad altro, anche se dovette sopportare la persecuzione di Draco Malfoy. Malfoy era quasi fuori di sé per la gioia dopo la sconfitta dei Grifondoro. Finalmente si era tolto le bende, e festeggiava il recuperato uso di entrambe le mani producendosi in ispirate imitazioni di Harry che precipitava dal manico di scopa. Malfoy trascorse gran parte della lezione di Pozioni imitando i Dissennatori per tutto il sotterraneo; Ron alla fine non ne poté più e gli lanciò contro un grosso, viscido cuore di coccodrillo che gli si spiaccicò sulla faccia e diede a Piton l’opportunità di togliere cinquanta punti ai Grifondoro.

«Se Piton insegna ancora Difesa contro le Arti Oscure, mi do malato» disse Ron, mentre si dirigevano verso l’aula di Lupin dopo colazione. «Guarda chi c’è dentro, Hermione».

Hermione spiò dentro la classe.

«Tutto bene!»

Il professor Lupin era tornato. Aveva proprio l’aria di chi è stato malato. Il suo vecchio mantello penzolava più largo e c’erano ombre scure sotto i suoi occhi; però sorrise ai ragazzi mentre prendevano posto, e tutti esplosero in un fiume di lamentele sul comportamento di Piton durante la sua assenza.

«Non è giusto, era solo una supplenza, perché ci ha dato dei compiti?»

«Non sappiamo niente dei Lupi Mannari…»

«…due rotoli di pergamena!»

«Avete detto al professor Piton che non c’eravamo ancora arrivati?» chiese Lupin un po’ accigliato.

«Sì, ma lui ha detto che eravamo indietro…»

«…non ha ascoltato…»

«…due rotoli di pergamena!»

Il professor Lupin sorrise all’indignazione sulle loro facce. «Non preoccupatevi. Parlerò io col professor Piton. Non dovete fare il tema».

«Oh, no» esclamò Hermione delusa, «io l’ho già finito!» La lezione fu molto piacevole. Il professor Lupin aveva portato con sé un barattolo di vetro con dentro un Marciotto, una piccola creatura con una zampa sola, dall’aria fragile e innocua, che sembrava fatta di fili di fumo.

«Attira i viaggiatori nelle paludi» spiegò il professor Lupin, e tutti presero appunti. «Vedete la lanterna appesa alla mano? Lui avanza a saltelli, la gente segue la luce, e poi…»

Il Marciotto emise un rumore orrendo e si scagliò contro il vetro.

Quando suonò la campana, tutti raccolsero i libri e si diressero alla porta, compreso Harry, ma…

«Aspetta un momento, Harry» disse Lupin, «vorrei parlarti».

Harry tornò indietro e osservò il professor Lupin che ricopriva il barattolo del Marciotto con un telo.

«Mi hanno detto della partita» disse Lupin, tornando verso la cattedra e cominciando a stipare la valigetta di libri, «e mi dispiace per il tuo manico di scopa. C’è qualche speranza di ripararlo?»

«No» disse Harry. «L’albero l’ha fatto a pezzi».

Lupin sospirò.

«Hanno piantato il Platano Picchiatore l’anno che sono arrivato a Hogwarts. Allora facevamo un gioco, bisognava cercare di avvicinarsi e toccare il tronco. Alla fine un ragazzo, David Gudgeon, ha quasi perso un occhio, e ci è stato proibito di avvicinarci. Sarebbe ora di sradicarlo… Ne parlerò con il professor Silente…»

«Le hanno detto anche dei Dissennatori?» chiese Harry a fatica.

Lupin gli scoccò un rapido sguardo.

«Sì. Credo che nessuno abbia mai visto il professor Silente così infuriato. Sono irrequieti da un po’ di tempo… sono arrabbiati perché si rifiuta di farli entrare nell’area della scuola… È per quello che sei caduto, immagino…»

«Sì» disse Harry. Esitò, e poi la domanda gli salì spontanea alle labbra. «Perché? Perché mi tormentano così? Sono solo…?»

«Non ha niente a che vedere con la debolezza» disse il professor Lupin seccamente, come se gli avesse letto nel pensiero. «I Dissennatori tormentano te più degli altri perché nel tuo passato ci sono cose terribili che gli altri non hanno vissuto».

Un raggio di sole invernale attraversò la classe, illuminando i capelli grigi di Lupin e i segni sul suo giovane volto.

«I Dissennatori sono le creature più disgustose della terra. Infestano i luoghi più cupi e sporchi, esultano nella decadenza e nella disperazione, svuotano di pace, speranza e felicità l’aria che li circonda. Perfino i Babbani avvertono la loro presenza, anche se non li vedono. Se ti avvicini troppo a un Dissennatore, ogni sensazione piacevole, ogni bel ricordo ti verrà succhiato via. Se appena può, il Dissennatore si nutrirà di te abbastanza a lungo da farti diventare simile a lui… malvagio e senz’anima. Non ti rimarranno altro che le peggiori esperienze della tua vita. E le cose peggiori che sono successe a te, Harry, bastano a far precipitare chiunque da un manico di scopa. Non hai niente di cui vergognarti».

«Quando mi si avvicinano…» Harry fissò la cattedra di Lupin, con la gola stretta, «sento Voldemort che uccide mia madre».

Lupin fece un gesto improvviso, come se volesse mettere una mano sulla spalla di Harry, ma poi ci ripensò. Ci fu un attimo di silenzio; e poi…

«Perché sono venuti alla partita?» disse Harry amaramente.

«Cominciano ad aver fame» rispose Lupin tranquillo, chiudendo la valigetta con un colpo secco. «Silente non li lascia entrare a scuola, quindi la loro provvista di prede umane si è esaurita… credo che non abbiano resistito al pensiero della folla attorno al campo da Quidditch. Tutta quell’eccitazione… le emozioni al massimo… per loro è come un banchetto».

«Azkaban dev’essere un posto tremendo» mormorò Harry. Lupin annuì cupo.

«La fortezza si trova su un’isoletta in mezzo al mare, ma non servono mura e acqua per trattenere i prigionieri, non quando sono tutti intrappolati nelle proprie teste, incapaci di formulare un solo pensiero allegro. Quasi tutti impazziscono entro qualche settimana».

«Ma Sirius Black è fuggito» disse Harry lentamente. «Ce l’ha fatta…»

La valigetta di Lupin scivolò dalla cattedra; lui l’afferrò di scatto prima che cadesse.

«Sì» disse, rialzandosi. «Black deve aver trovato il modo di combatterli. Non l’avrei creduto possibile… i Dissennatori sono in grado di prosciugare un mago dei suoi poteri se rimane nelle loro mani troppo a lungo…»

«Ma lei è riuscito a mandar via quel Dissennatore sul treno» disse Harry all’improvviso.

«Ci sono… delle difese a cui si può ricorrere» disse Lupin. «Ma c’era un solo Dissennatore sul treno. Più sono, più è difficile resistergli».

«Quali difese?» chiese subito Harry. «Me le può insegnare?»

«Non ho la pretesa di essere un esperto nella lotta ai Dissennatori, Harry, tutt’altro…»

«Ma se i Dissennatori vengono a un’altra partita di Quidditch… io devo saperli combattere…»

Lupin guardò il volto determinato di Harry, esitò, poi disse: «Be’… d’accordo. Cercherò di aiutarti. Ma temo che dovremo aspettare il prossimo trimestre. Ho molto da fare prima delle vacanze. Ho scelto un momento molto poco opportuno per ammalarmi».

Un po’ per la promessa di Lupin di dargli qualche lezione Anti-Dissennatore, un po’ per il pensiero che forse non avrebbe mai più dovuto riascoltare la morte di sua madre, un po’ per il fatto che Corvonero aveva schiacciato Tassorosso nell’incontro alla fine di novembre, l’umore di Harry migliorò decisamente. Grifondoro dopotutto non era fuori gara, anche se non poteva permettersi di perdere un’altra partita. Baston tornò in possesso della sua energia frenetica, e fece lavorare la squadra come sempre nei turbini di pioggia gelida che continuarono anche in dicembre. Harry non vide traccia di Dissenatori nel territorio della scuola. La furia di Silente sembrava trattenerli nelle loro postazioni agli ingressi.

Due settimane prima della fine del trimestre, il cielo si illuminò all’improvviso di un candore opalino e abbagliante e una mattina i prati fangosi si ricoprirono di gelo lucente. Nel castello c’era aria di Natale. Il professor Vitious, l’insegnante di Incantesimi, aveva già decorato le classi con luci scintillanti che si rivelarono essere autentiche fate svolazzanti. Gli studenti discutevano allegramente dei loro progetti per le vacanze. Sia Ron che Hermione avevano deciso di rimanere a Hogwarts, e anche se Ron disse che era perché non poteva sopportare l’idea di due settimane con Percy, e Hermione insistette che aveva bisogno di andare in biblioteca, Harry sapeva benissimo che lo facevano per tenergli compagnia, e gliene fu molto grato.

Con gran gioia di tutti tranne Harry, l’ultimo finesettimana del trimestre fu programmata un’altra gita a Hogsmeade.

«Possiamo comprare lì i regali di Natale!» disse Hermione. «I miei andranno matti per i Fildimenta Interdentali di Mielandia

Rassegnato al fatto che sarebbe stato l’unico studente del terzo anno a rimanere al castello, Harry prese in prestito da Baston una copia di Guida ai Manici di Scopa e decise di passare la giornata a informarsi sulla fabbricazione delle scope. Agli allenamenti cavalcava una scopa in dotazione alla scuola, una vecchia Stellasfreccia. che era molto lenta e instabile; decisamente, aveva bisogno di una scopa nuova.

Il sabato mattina della gita a Hogsmeade, Harry salutò Ron e Hermione, imbacuccati in mantelli e sciarpe, poi sali da solo la scalinata di marmo e si diresse verso la Torre dei Grifondoro. Fuori aveva cominciato a nevicare, e il castello era molto tranquillo.

«Psst… Harry!»

A metà del corridoio del terzo piano si voltò e vide George e Fred che lo guardavano sporgendosi da dietro la statua di una strega gobba con un occhio solo.

«Che cosa fate?» chiese Harry incuriosito. «Perché non siete andati a Hogsmeade?»

«Era per fare un po’ di festa con te prima di partire» disse Fred con una misteriosa strizzatina d’occhi. «Vieni…»

Indicò una classe vuota sulla sinistra della statua orba. Harry seguì Fred e George. George chiuse piano la porta e si voltò sorridendo.

«Regalo di Natale in anticipo per te, Harry».

Con un gesto teatrale, Fred trasse qualcosa da sotto il mantello e la posò su un banco. Era un foglio di pergamena grande, quadrato, molto consunto, assolutamente vuoto. Harry, sospettando uno degli scherzi di Fred e George, lo fissò.

«Che cosa dovrebbe essere?»

«Questo, Harry, è il segreto del nostro successo» disse George sfiorando il foglio.

«Darlo a te è una vera sofferenza» disse Fred, «ma ieri sera abbiamo deciso che tu ne hai più bisogno di noi».

«Comunque lo sappiamo a memoria» disse George. «Lo affidiamo a te. A noi non serve più».

«E cosa me ne faccio di una vecchia pergamena?» chiese Harry.

«Una vecchia pergamena!» esclamò Fred, chiudendo gli occhi con una smorfia, come se Harry lo avesse offeso a morte. «Spiega tu. George».

«Be’… quando eravamo al primo anno, Harry, giovani, spensierati e innocenti…»

Harry sbuffò. Dubitava che Fred e George fossero mai stati innocenti.

«…be’, più innocenti di adesso, abbiamo avuto qualche guaio con Gazza».

«Abbiamo buttato una Caccabomba nel corridoio e questo l’ha fatto arrabbiare, chissà perché…»

«Cosi ci ha trascinato nel suo ufficio e ha cominciato a minacciarci con il solito repertorio…»

«…di punizioni…»

«…e squartamenti…»

«…e noi non abbiamo potuto fare a meno di notare un cassetto, in uno dei suoi armadi, con sopra scritto Cose Requisite - Pericolo».

«Non vorrete dire che…» esordì Harry sorridendo.

«Be’, tu che cosa avresti fatto?» chiese Fred. «George l’ha distratto lanciando un’altra Caccabomba, io ho aperto il cassetto e ho preso… questa».

«Non è una brutta azione come sembra, sai» disse George. «Sospettiamo che Gazza non abbia mai scoperto come usarla. Probabilmente aveva una vaga idea di che cos’era, altrimenti non l’avrebbe requisita».

«E voi sapete come usarla?»

«Ma certo» disse Fred con un ghigno. «Questo tesorino ci ha insegnato più cose di tutti gli insegnanti della scuola messi insieme».

«Volete prendermi in giro» disse Harry, guardando la vecchia pergamena strappata.

«Ma davvero?» disse George.

Estrasse la bacchetta, sfiorò il foglio e disse: «Giuro solennemente di non avere buone intenzioni».

E all’improvviso sottili righe d’inchiostro cominciarono a spuntare come una ragnatela dal punto in cui la bacchetta di George aveva toccato il foglio. Si univano, si incrociavano, si allargavano in tutti gli angoli della pergamena. Parole presero a fiorire in testa alla pagina, grosse parole verdi e aggraziate che proclamavano:

I SIGNORI LUNASTORTA, CODALISCIA, FELPATO E RAMOSO

CONSIGLIERI E ALLEATI DEI MAGICI MALFATTORI

SONO FIERI DI PRESENTARVI

LA MAPPA DEL MALANDRINO

Era una mappa che mostrava ogni particolare del castello e del parco di Hogwarts. Ma la cosa davvero sorprendente erano le minuscole macchie d’inchiostro che si muovevano sulla carta, ciascuna contrassegnata da un nome scritto molto piccolo su un cartiglio. Stupefatto, Harry si curvò sulla cartina. Una macchiolina con il suo cartiglio nell’angolo superiore sinistro mostrava il professor Silente intento a camminare su e giù per il suo studio; il gatto del custode, Mrs Purr, si aggirava per il secondo piano, e Pix il Poltergeist al momento attraversava a balzi la sala dei trofei. E mentre il suo sguardo percorreva i familiari corridoi, Harry notò qualcos’altro.

La mappa mostrava una serie di passaggi segreti che non aveva mai esplorato. E molti di essi avevano l’aria di condurre…

«…dritto a Hogsmeade» disse Fred, indicandone uno col dito. «Ce ne sono sette in tutto. Ora, Gazza conosce questi quattro» e li segnò, «ma siamo certi di essere i soli a conoscenza di questi. Lascia perdere quello dietro lo specchio del quarto piano. L’abbiamo usato fino all’inverno scorso, ma c’è stata una frana e adesso è bloccato. E crediamo che nessuno abbia mai usato questo, perché il Platano Picchiatore si trova proprio sopra l’entrata. Ma questo porta dritto nella cantina di Mielandia. L’abbiamo usato un sacco di volte. E come avrai notato, l’ingresso è fuori da questa stanza. Si passa dalla gobba di quella vecchiaccia orba».

«Lunastorta, Codaliscia, Felpato e Ramoso» sospirò George, accarezzando la parte superiore del foglio. «Gli dobbiamo così tanto».

«Nobili signori, che hanno lavorato instancabilmente per aiutare una nuova generazione di fuorilegge» disse Fred solennemente.

«Giusto» aggiunse George in tono vivace, «e non dimenticare di cancellarla dopo che l’hai usata…»

«…altrimenti potranno leggerla tutti» disse Fred in tono d’avvertimento.

«Devi solo darle un altro colpetto e dire Fatto il misfatto! E sparirà tutto».

«Allora, giovane Harry» disse Fred in un’inquietante imitazione di Percy, «comportati bene».

«Ci vediamo da Mielandia» disse George, con una strizzatina d’occhi.

E i due gemelli uscirono con una smorfia soddisfatta.

Harry rimase lì a fissare la mappa miracolosa. Osservò la minuscola Mrs Purr d’inchiostro girare a sinistra e fermarsi ad annusare qualcosa per terra. Se Gazza davvero non sapeva… non avrebbe dovuto passare davanti ai Dissennatori…

Ma mentre era lì, invaso dall’eccitazione, gli venne in mente una cosa detta tempo prima dal signor Weasley.

Non fidarti mai di una cosa che pensa da sé, se non sai dove ha il cervello.

La mappa era uno di quei pericolosi oggetti magici da cui il signor Weasley li aveva messi in guardia… Consiglieri e Alleati dei Magici Malfattori… ma comunque, ragionò Harry, lui voleva usarla solo per andare a Hogsmeade, non era come se volesse rubare qualcosa o aggredire qualcuno… e Fred e George l’avevano usata per anni e non era successo niente di terribile…

Harry seguì con la punta del dito il passaggio segreto che portava a Mielandia.

Poi, all’improvviso, come rispondendo a un ordine, arrotolò la mappa, la infilò sotto gli abiti e corse alla porta della classe. La socchiuse. Non c’era nessuno fuori. Con grande cautela uscì dalla stanza e si infilò dietro la statua della strega con un occhio solo.

Che cosa doveva fare? Estrasse di nuovo la mappa e vide, con grande stupore, che era comparsa una nuova figurina d’inchiostro, con sotto un cartiglio che diceva ’Harry Potter’. La figurina si trovava esattamente dove si trovava il vero Harry Potter, circa a metà del corridoio del terzo piano. Harry la guardò con attenzione. Il suo minuscolo doppio d’inchiostro stava colpendo la strega con la sua microscopica bacchetta magica; Harry prese rapidamente la sua bacchetta e colpì la statua. Non successe nulla. Guardò di nuovo la mappa. Vicino alla figurina era comparsa una minuscola nuvola, con dentro una parola: Dissendium.

«Dissendium!» sussurrò Harry, dando di nuovo un colpetto alla strega di pietra.

Subito la gobba della statua si aprì quel tanto che bastava a far passare una persona piuttosto esile. Harry diede una rapida occhiata su e giù per il corridoio, poi ripose la mappa, s’infilò nel buco a testa in giù e si spinse in avanti.

Sdrucciolò per un bel tratto lungo quello che sembrava uno scivolo di pietra, poi atterrò sul terreno freddo e umido. Si alzò e si guardò intorno. Era buio pesto. Alzò la bacchetta, mormorò «Lumos!» e vide che si trovava in un cunicolo molto stretto, basso, scavato nel terriccio. Prese la mappa, la colpì con la punta della bacchetta e mormorò «Fatto il misfatto!» La mappa si cancellò subito. Harry la piegò con cura, la mise via di nuovo e poi, col cuore che batteva forte, eccitato e preoccupato insieme, partì.

Il passaggio era tutto curve e zigzag, un po’ come la tana di un coniglio gigante. Harry lo percorse in fretta, inciampando spesso sul terreno sconnesso, la bacchetta sfoderata davanti a sé.

Gli ci volle un secolo, ma il pensiero di Mielandia lo sosteneva. Dopo quella che gli parve almeno un’ora, il passaggio cominciò a salire. Ansante, Harry accelerò, il viso bollente, i piedi gelati.

Dieci minuti dopo, giunse ai piedi di una gradinata di pietra consunta, che partiva davanti a lui e si perdeva nel buio. Stando attento a non far rumore, Harry prese a salire. Cento gradini, duecento gradini, perse il conto, guardandosi i piedi… poi, a sorpresa, urtò con la testa contro qualcosa di duro.

Sembrava una botola. Harry rimase lì a massaggiarsi la testa, in ascolto. Sopra di lui non si sentiva nessun rumore. Molto lentamente, spinse la botola, la socchiuse e spiò fuori.

Si trovava in una cantina piena di casse e scatole di legno. Harry uscì dalla botola e la richiuse: combaciava così perfettamente con il pavimento polveroso che era impossibile individuarla. Harry strisciò lentamente verso la scala di legno che portava di sopra. Ora sentiva delle voci, oltre al tintinnio di un campanello e a una porta che si apriva e si chiudeva.

Incerto sul da farsi, all’improvviso sentì una porta spalancarsi molto più vicino; qualcuno stava per scendere.

«E prendi un’altra scatola di Lumache Gelatinose, caro, sono quasi finite…» disse una voce femminile.

Un paio di piedi scendeva le scale. Harry balzò dietro una cassa enorme e attese che i passi sparissero. Sentì che l’uomo spostava delle scatole contro il muro di fronte. Forse non avrebbe avuto un’altra possibilità…

Svelto e silenzioso, Harry sbucò dal suo nascondiglio e salì le scale; guardò indietro e vide una schiena immensa e una lucida testa calva sprofondate in una scatola. Harry raggiunse la porta in cima alle scale, la superò e si trovò dietro il banco di Mielandia. Si chinò, strisciò di lato e poi si alzò.

Mielandia era così affollato di studenti di Hogwarts che nessuno notò Harry. Il ragazzo si fece largo tra loro, guardandosi intorno, e soffocò una risatina immaginando lo stupore sulla faccia porcina di Dudley se avesse potuto vederlo in quel momento.

C’erano scaffali su scaffali di dolci e caramelle, i più deliziosi che sì potessero immaginare. Blocchi di torrone cremoso, quadretti rosa lucenti coperti di glassa al cocco, mou color del miele; centinaia di tipi diversi di cioccolato disposti in pile ordinate: c’era un barile di Gelatine Tuttigusti + 1, e un altro di Api Frizzole. le palline di sorbetto levitante di cui aveva parlato Roti; lungo un’altra parete c’erano le caramelle Effetti Speciali; la SuperPallaGomma di Drooble (che riempiva una stanza di palloni color genziana che si rifiutavano di scoppiare per giorni interi), i curiosi frammenti di Fildimenta Interdentali, le minuscole Piperille nere («sputate fuoco davanti ai vostri amici!»), I Topoghiacci («per far squittire i vostri denti!»), i Rospi alla Menta («saltano nello stomaco come se fossero veri!»), fragili piume di zucchero filato e bonbon esplosivi.

Harry s’infilò in un crocchio di ragazzi del sesto anno e vide un cartello appeso nell’angolo più lontano del negozio (’Sapori Insoliti’). Sotto c’erano Ron e Hermione, intenti a esaminare un vassoio di leccalecca al gusto di sangue. Harry s’intrufolò alle loro spalle.

«Bleah, no, a Harry non piaceranno, sono per Vampiri, immagino» stava dicendo Hermione.

«E questi?» chiese Ron infilando un barattolo di Scarafaggi a Grappolo sotto il naso di Hermione.

«Direi proprio di no» disse Harry.

Ron fece quasi cadere il barattolo.

«Harry!» squittì Hermione. «Che cosa ci fai qui? Come… come hai…»

«Wow!» disse Ron, impressionato, «hai imparato a Materializzarti!»

«Certo che no» disse Harry. Abbassò la voce per non farsi sentire da quelli del sesto anno e raccontò loro della Mappa del Malandrino.

«E come mai Fred e George non l’hanno mai data a me?» esclamò Ron offeso. «Sono loro fratello!»

«Ma Harry non se la terrà!» disse Hermione, come se l’idea fosse ridicola. «La consegnerà alla professoressa McGranitt, vero, Harry?»

«Nient’affatto!» disse Harry.

«Sei impazzita?» disse Ron a Hermione sgranando gli occhi. «Consegnare una cosa cosi utile?»

«Se la consegno, dovrò dire dove l’ho presa! Gazza scoprirebbe che l’hanno rubata Fred e George!»

«E Sirius Black?» disse Hermione in un soffio. «Potrebbe usare uno dei passaggi che ci sono su quella mappa per entrare nel castello! Gli insegnanti lo devono sapere!»

«Non può entrare attraverso un passaggio segreto» disse Harry in fretta. «Ce ne sono sette sulla mappa, giusto? Fred e George suppongono che Gazza ne conosca già quattro. Quanto agli altri tre, uno è bloccato, quindi nessuno può prenderlo. Uno ha il Platano Picchiatore piantato sull’ingresso, quindi di lì non si può uscire. E quello che ho appena usato… be’… è molto difficile vedere l’entrata giù in cantina… quindi, a meno che non sapesse già della sua esistenza…»

Harry esitò. E se Black sapeva di quel passaggio? Ron, comunque, si schiarì la voce in maniera eloquente e indicò un cartello appeso all’interno della porta del negozio.

PER ORDINE DEL MINISTERO DELLA MAGIA

Si ricorda alla clientela che fino a ulteriore comunicazione, i Dissennatori pattuglieranno le strade di Hogsmeade tutte le notti dopo il calar del sole. Questa misura è stata presa per garantire la sicurezza degli abitanti di Hogsmeade e sarà revocata solo dopo la cattura di Sirius Black. È quindi consigliabile portare a termine le compere ben prima del tramonto.

Buon Natale!

«Visto?» disse piano Ron. «Vorrei proprio vederlo, Sirius Black che cerca di entrare da Mielandia con il villaggio che brulica di Dissennatori. Comunque, Hermione, i proprietari di Mielandia lo sentirebbero se ci provasse, non credi? Abitano sopra il negozio!»

«Sì, ma… ma…» Hermione sembrava decisa a trovare un altro problema. «Insomma, Harry non dovrebbe venire comunque a Hogsmeade, non ha il permesso firmato! Se qualcuno lo scopre, finirà nei guai, e guai seri! E non è ancora il calar del sole… cosa succede se Sirius Black si fa vedere oggi? Adesso, magari?»

«Farebbe una bella fatica a trovare Harry là in mezzo» disse Ron, indicando con un cenno la neve fitta che vorticava oltre le finestre a pannelli. «Dai, Hermione, è Natale, Harry si merita una tregua».

Hermione si morse le labbra. Sembrava molto preoccupata.

«Hai intenzione di denunciarmi?» le chiese Harry con un sorriso.

«Oh… certo che no… ma davvero, Harry…»

«Hai visto le Api Frizzole, Harry?» disse Ron, trascinandolo verso un barile. «E le Lumache Gelatinose? E i Pallini Acidi? Fred me ne ha dato uno quando avevo sette anni… mi ha fatto un buco nella lingua. Mi ricordo che mamma gliele ha date con la scopa». Ron fissò la scatola dei Pallini Acidi, soprappensiero. «Chissà se Fred mangerebbe un po’ di Scarafaggi a Grappolo, se gli dico che sono noccioline…»

Quando Ron e Hermione ebbero pagato tutti i dolci, il terzetto uscì da Mielandia e si tuffò nella tormenta.

Hogsmeade sembrava un biglietto natalizio: i piccoli cottage col tetto spiovente e i negozi erano coperti da uno strato di neve fresca; c’erano ghirlande di agrifoglio sulle porte e candele incantate appese agli alberi.

Harry tremava; a differenza degli altri due, non aveva il mantello. Risalirono la via, le teste chine contro il vento, Ron e Hermione intenti a urlare attraverso le sciarpe.

«Quello è l’Ufficio Postale…»

«Zonko è da quella parte…»

«Potremmo andare fino alla Stamberga Strillante…»

«Sapete cosa vi dico?» propose Ron, coi denti che battevano. «Perché non andiamo a prenderci una Burrobirra ai Tre Manici di Scopa

Harry era più che d’accordo: il vento era tagliente e lui aveva le mani gelate, così attraversarono la strada e dopo qualche minuto entravano nella piccola locanda.

Era molto affollata, rumorosa, calda e fumosa. Una donna ben tornita con un viso grazioso stava servendo una comitiva di chiassosi stregoni al bancone.

«Quella è Madama Rosmerta» disse Ron. «Vado a prendere da bere, d’accordo?» aggiunse, arrossendo un pochino.

Harry e Hermione si fecero strada fino in fondo al locale, dove c’era un tavolino libero tra la finestra e un bell’albero di Natale vicino al camino. Ron tornò cinque minuti dopo con tre boccali schiumanti di Burrobirra bollente.

«Buon Natale!» disse allegramente alzando il suo.

Harry bevve a lunghi sorsi. Era la cosa più squisita che avesse mai assaggiato e gli parve che lo scaldasse tutto da dentro.

Una corrente improvvisa gli scompigliò i capelli. La porta dei Tre Manici si era riaperta. Harry gettò uno sguardo in quella direzione da sopra l’orlo del boccale e la Burrobirra gli andò di traverso.

I professori McGranitt e Vitious erano appena entrati nel pub in un vortice di fiocchi di neve, seguiti a poca distanza da Hagrid, immerso in una fitta conversazione con un uomo robusto che indossava una bombetta verde acido e un mantello gessato: Cornelius Caramell, Ministro della Magia.

In un attimo, Ron e Hermione spinsero la testa di Harry sotto il tavolo. Accoccolandosi al riparo, grondante di Burrobirra, Harry strinse spasmodicamente il boccale vuoto e osservò i piedi degli insegnanti e di Caramell avanzare verso il bancone, fermarsi, poi voltarsi e puntare proprio verso di lui.

Da qualche parte di sopra, Hermione sussurrò: «Mobiliarbus!»

L’albero di Natale accanto al tavolo si sollevò di mezzo metro, scivolò di lato e atterrò con un tonfo morbido esattamente davanti al loro tavolo, nascondendoli alla vista degli insegnanti. Attraverso i fitti rami più in basso Harry vide quattro sedie allontanarsi dal tavolo accanto al loro, poi sentì i grugniti e i sospiri degli insegnanti e del Ministro mentre si sedevano.

Subito dopo vide avvicinarsi un altro paio di piedi, calzati in scintillanti scarpe turchese col tacco alto, e sentì una voce femminile.

«Un’Acquaviola piccola…»

«Per me» disse la professoressa McGranitt.

«Quattro pinte di idromele aromatico…»

«’azie, Rosmerta» disse Hagrid.

«Uno sciroppo di ciliegia con seltz, ghiaccio e ombrellino…»

«Mmm» disse il professor Vitious schioccando le labbra.

«Quindi il rum di ribes rosso dev’essere suo, Ministro».

«Grazie, Rosmerta cara» disse Caramell. «È davvero bello rivederti. Prendi qualcosa anche tu… Unisciti a noi».

«Be’, grazie mille, Ministro».

Harry vide i tacchi scintillanti allontanarsi e poi tornare indietro. Il cuore gli pulsava in gola. Perché non gli era venuto in mente che era l’ultimo finesettimana del trimestre anche per gli insegnanti? E quanto sarebbero rimasti lì seduti? Aveva bisogno di tempo per intrufolarsi di nuovo dentro Mielandia se voleva tornare a scuola prima di notte… La gamba di Hermione scattò nervosa vicino a lui.

«Allora, che cosa l’ha portata qui in mezzo ai boschi, Ministro?» chiese Madama Rosmerta.

Harry vide la parte inferiore del corpo di Caramell agitarsi sulla sedia come per controllare che nei dintorni nessuno origliasse. Poi disse a voce bassa:

«Chi altri, mia cara, se non Sirius Black? Credo che tu abbia sentito che cos’è successo su a scuola a Halloween».

«Mi sono giunte delle voci» ammise Madama Rosmerta.

«L’hai raccontato a tutto il pub, Hagrid?» chiese la professoressa McGranitt irritata.

«Crede che Black sia ancora da queste parti, Ministro?» sussurrò Madama Rosmerta.

«Ne sono certo» disse seccamente Caramell.

«Lo sapete che i Dissennatori hanno perquisito il mio locale per ben due volte?» disse Madama Rosmerta con la voce un po’ incrinata. «Mi hanno fatto scappar via tutti i clienti… è una cosa che danneggia gli affari, Ministro».

«Rosmerta, cara, a me non piacciono più che a te» disse Caramell imbarazzato. «Una precauzione necessaria… spiacevole, ma insomma… ne ho appena incontrati alcuni. Sono furiosi con Silente… non gli lascia metter piede nel territorio del castello».

«Direi proprio di no» disse la professoressa McGranitt decisa. «Come faremmo a insegnare con quegli orrori in circolazione?»

«Infatti, infatti!» squittì il piccolo professor Vitious, con i piedi che penzolavano dalla sedia.

«Comunque» insistette Caramell «loro sono qui per proteggervi tutti da qualcosa di assai peggiore… sappiamo tutti di che cosa è capace Black…»

«Lo sa che faccio ancora fatica a crederci?» disse Madama Rosmerta pensierosa. «Di tutti quelli che passano al Lato Oscuro, Sirius Black era l’ultimo che mi sarei immaginata… voglio dire, me lo ricordo da ragazzo a Hogwarts. Se lei mi avesse detto allora che cosa sarebbe diventato, avrei pensato che forse aveva bevuto troppo idromele».

«Non hai la più pallida idea di quello che ha fatto, Rosmerta» disse Caramell burbero. «Le cose peggiori non sono note ai più».

«Le cose peggiori?» chiese Madama Rosmerta incuriosita. «Peggio che uccidere tutta quella povera gente, intende dire?»

«Proprio così» rispose Caramell.

«Non ci posso credere. Che cosa potrebbe essere peggio di questo?»

«Dici che te lo ricordi a Hogwarts, Rosmerta» mormorò la professoressa McGranitt. «Ti ricordi chi era il suo migliore amico?»

«Ma certo» rispose Madama Rosmerta con una risatina. «Dove c’era uno c’era anche l’altro, vi ricordate? Quante volte sono stati qui… ooh, mi facevano ridere, eccome. Che coppia, Sirius Black e James Potter!»

Harry lasciò cadere il boccale che finì a terra con un tonfo. Ron gli sferrò un calcio.

«Precisamente» disse la professoressa McGranitt. «Black e Potter. I capi della loro piccola banda. Tutti e due molto brillanti, è ovvio — straordinariamente brillanti, in effetti — ma non credo che a scuola ci siano mai state delle pesti come loro…»

«Mica lo so» disse Hagrid ridacchiando, «Fred e George Weasley mi sa che gli darebbero del filo da torcere a quelli, sì».

«Sembrava che Black e Potter fossero fratelli!» intervenne il professor Vitious. «Inseparabili!»

«Ma certo» disse Caramell. «Potter si fidava di Black più che di ogni altro suo amico. Quando finirono la scuola, nulla cambiò. Black fece da testimone quando James sposò Lily. Poi lo scelsero come padrino di Harry. Harry non lo sa, naturalmente. Potete immaginare come l’idea lo torturerebbe».

«Perché Black alla fine si è rivelato complice di Voi-Sapete-Chi?» sussurrò Madama Rosmerta.

«Molto peggio, mia cara…» Caramell abbassò la voce e continuò in una sorta di basso brontolio. «I Potter sapevano che Voi-Sapete-Chi dava loro la caccia. Silente, che naturalmente lavorava senza sosta per fermare Voi-Sapete-Chi, aveva parecchie utili spie. Una di loro lo avvertì, e lui lo disse subito a James e Lily. Consigliò loro di nascondersi. Be’, naturalmente non era facile nascondersi da Voi-Sapete-Chi. Silente disse loro che la cosa migliore era usare l’Incanto Fidelius».

«Come funziona?» chiese Madama Rosmerta col fiato sospeso per la curiosità. Il professor Vitious si schiarì la voce.

«È un incantesimo incredibilmente complesso» disse stridulo, «che consiste nel nascondere con la magia un segreto dentro una sola persona vivente. L’informazione è nascosta dentro la persona prescelta, o Custode Segreto, e quindi è impossibile da trovare… a meno che, naturalmente, il Custode Segreto non decida di renderla nota. Finché il Custode Segreto si fosse rifiutato di parlare, Voi-Sapete-Chi avrebbe potuto perquisire per anni il paesino dove erano nascosti James e Lily senza trovarli, nemmeno se fosse andato a sbattere il naso contro la finestra del loro salotto!»

«Allora Black era il Custode Segreto dei Potter?» sussurrò Madama Rosmerta.

«Ma certo» disse la professoressa McGranitt. «James Potter disse a Silente che Black sarebbe morto piuttosto che rivelare dove si trovavano, che lo stesso Black progettava di nascondersi… eppure Silente rimase preoccupato. Ricordo che si offrì lui stesso come Custode Segreto per i Potter».

«Sospettava di Black?» chiese Madama Rosmerta sbalordita.

«Era certo che qualcuno vicino ai Potter stesse tenendo informato Voi-Sapete-Chi sui loro spostamenti» disse cupamente la professoressa McGranitt. «In verità da qualche tempo sospettava che qualcuno dalla nostra parte avesse tradito e stesse passando un sacco di informazioni a Voi-Sapete-Chi».

«Ma James Potter insistette per affidarsi a Black?»

«Sì» disse Caramell tetro. «E poi, appena una settimana dopo che l’Incanto Fidelius era stato eseguito…»

«Black li tradì?» mormorò Madama Rosmerta.

«Proprio così. Black era stanco di fare il doppio gioco, era pronto a dichiarare apertamente che stava dalla parte di Voi-Sapete-Chi, e pare che avesse progettato di farlo alla morte dei Potter. Ma, come tutti sappiamo, Voi-Sapete-Chi fallì col piccolo Harry Potter. Svaniti i suoi poteri, terribilmente debole, fuggì. E questo lasciò Black in una posizione molto spiacevole. Il suo Signore era caduto proprio nel momento in cui lui, Black, aveva mostrato la sua vera anima di traditore. Non ebbe altra scelta se non fuggire a sua volta…»

«Sporco schifoso voltagabbana!» disse Hagrid, così forte che metà degli avventori ammutolirono.

«Sst!» disse la professoressa McGranitt.

«Io l’ho incontrato!» ringhiò Hagrid. «Devo essere stato l’ultimo che l’ha visto prima che ammazzasse tutte quelle persone! Sono io che ho portato via Harry dalla casa di Lily e James dopo che li ha uccisi! L’ho portato via da quelle rovine, povero piccolino, con una ferita grossa sulla fronte, e i suoi genitori morti… e Sirius Black salta fuori con quella sua moto volante. Non avevo capito che cosa faceva là. Non sapevo che era il Custode Segreto dei Potter. Pensavo che aveva appena sentito la notizia dell’attacco di Voi-Sapete-Chi e che era venuto a vedere cosa poteva fare. Tutto bianco e tremante, era. E sapete che cosa ho fatto? HO CONSOLATO QUEL TRADITORE ASSASSINO!» ruggì Hagrid.

«Hagrid, ti prego!» disse la professoressa McGranitt. «Parla piano!»

«Come facevo a sapere che non era disperato per Lily e James? Invece lui pensava a Voi-Sapete-Chi! E poi mi dice ’Dammi Harry, Hagrid, sono il suo padrino, lo curo io…’ Ha! Ma io avevo ordini precisi da Silente, e ho detto a Black che no, che Silente ha detto che Harry deve andare da suo zio e sua zia. Black ha insistito ma alla fine si è arreso.

«Mi ha detto di prendere la sua moto per portare via Harry. ’A me non serve più’ dice.

«Ma io dovevo saperlo che c’era qualcosa che non andava. Lui amava quella moto, perché allora la dava a me? Perché non gli serviva più? Perché era troppo facile da trovare. Silente lo sapeva che lui era il Custode Segreto dei Potter. Black sapeva che doveva scappare quella notte, sapeva che era questione di ore prima che il Ministero gli dava la caccia.

«E se gli davo Harry, eh? Ci scommetto che lo buttava giù dalla moto dritto in mare. Il figlio del suo migliore amico! Ma quando un mago passa al Lato Oscuro, non c’è niente e nessuno che gli importa più…»

Un lungo silenzio seguì il racconto di Hagrid. Poi Madama Rosmerta disse, piuttosto soddisfatta:

«Ma non è riuscito a sparire, eh? Il Ministero della Magia l’ha catturato il giorno dopo!»

«Ahimé, magari» disse Caramell amaramente. «Non siamo stati noi a trovarlo. È stato il piccolo Peter Minus, un altro amico dei Potter. Impazzito di dolore, senza dubbio, sapendo che Black era il Custode Segreto dei Potter, è andato a cercarlo».

«Minus… quel ragazzino grasso che gli correva sempre dietro a Hogwarts?» chiese Madama Rosmerta.

«Venerava Black e Potter, erano i suoi idoli» disse la professoressa McGranitt. «Ma non era dotato come loro. Spesso sono stata dura con lui. Potete immaginare come… come mi dispiace adesso…» Era come se all’improvviso le fosse venuto il raffreddore.

«Su, su, Minerva» disse Caramell gentilmente, «Minus è morto da eroe. I testimoni — Babbani, naturalmente, poi abbiamo cancellato i loro ricordi — ci hanno raccontato come Minus ha affrontato Black. Dicono che singhiozzava: ’Lily e James, Sirius! Come hai potuto!’ E poi ha preso la bacchetta magica. Be’, naturalmente Black è stato più veloce. Ha polverizzato Minus…»

La professoressa McGranitt si soffiò il naso e disse con voce confusa:

«Stupido ragazzo… sciocco ragazzo… era sempre un disastro nei duelli… doveva lasciar fare al Ministero…»

«Parola mia, se ero io a trovare Black prima di Minus, non perdevo tempo con le bacchette, ma lo squartavo pezzo a pezzo…» ringhiò Hagrid.

«Non sai quello che dici, Hagrid» disse Caramell severo. «Nessuno, a parte i Maghi Tiratori Scelti della Squadra Speciale Magica, sarebbe riuscito a far fronte a Black, una volta in trappola. Io ero viceministro al Dipartimento delle Catastrofi Magiche a quell’epoca, e fui uno dei primi ad arrivare dopo che Black uccise tutta quella gente. Io… io non lo scorderò mai. A volte me lo sogno ancora. Un cratere al centro della strada, cosi profondo che aveva distrutto la fognatura. Corpi dappertutto. Babbani che urlavano. E Black li in piedi che rideva davanti a ciò che era rimasto di Minus… un mucchietto di stoffa macchiata di sangue e qualche… qualche frammento…»

Caramell si interruppe bruscamente. Cinque nasi furono soffiati.

«Be’, adesso lo sai, Rosmerta» disse Caramell con voce roca. «Black fu portato via da venti uomini della Pattuglia della Squadra Speciale Magica e Minus ricevette l’Ordine di Merlino, Prima Classe, alla memoria, che credo fu di qualche consolazione per la sua povera madre. Da allora Black è sempre rimasto ad Azkaban».

Madama Rosmerta emise un lungo sospiro.

«È vero che è pazzo, Ministro?»

«Vorrei poterlo dire» esclamò Caramell lentamente. «Credo che certamente la sconfitta del suo maestro lo abbia messo fuori gioco per un po’. L’assassinio di Minus e di tutti quei Babbani fu l’atto di un uomo disperato, senza via di scampo: crudele e inutile. Ho incontrato Black nella mia ultima ispezione ad Azkaban. Sapete, gran parte dei prigionieri stanno seduti e borbottano tra sé nel buio, privi di senno… ma vedere come Black sembrava normale mi ha lasciato di stucco. Mi ha parlato come un essere ragionevole. È stato snervante. Sembrava solo annoiato: mi ha chiesto se avevo finito di leggere il giornale, tranquillissimo, ha detto che gli mancavano i cruciverba. Sì, mi ha stupito lo scarso effetto che i Dissennatori sembrano avere su di lui… ed era uno dei prigionieri più sorvegliati, sapete. Dissennatori fuori dalla sua cella giorno e notte».

«Ma perché crede che sia fuggito?» chiese Madama Rosmerta. «Santo cielo, Ministro, non starà cercando di riunirsi a Lei-Sa-Chi, vero?»

«Oserei dire che questo è il suo piano… finale» disse Caramell evasivo. «Ma speriamo di catturarlo molto prima. Devo ammettere che Voi-Sapete-Chi solo e senza complici è una cosa… ma ridategli il suo servitore più fedele, e tremo al pensiero di come potrebbe risorgere in fretta…»

Si udi un lieve tintinnio di vetro contro legno. Qualcuno aveva posato il bicchiere.

«Cornelius, se deve cenare con il Preside sarà meglio che ci avviamo verso il castello» disse la professoressa McGranitt.

Un paio dopo l’altro, i piedi davanti a Harry si caricarono di nuovo del peso dei loro proprietari; orli di mantelli fluttuarono di fronte ai suoi occhi e i tacchi scintillanti di Madama Rosmerta sparirono dietro il bancone. La porta dei Tre Manici si apri di nuovo, entrò un altro turbine di neve e gli insegnanti scomparvero.

«Harry?»

I volti di Ron e di Hermione spuntarono sotto il tavolo. Lo fissarono entrambi, senza parole.

Capitolo 11

La Firebolt

Harry non aveva idea di come fosse riuscito a tornare nella cantina di Mielandia, nel tunnel e infine al castello. Sapeva solo che il viaggio di ritorno gli era parso rapidissimo, e che si era a stento reso conto di quello che faceva, perché nella sua testa rimbombava ancora la conversazione che aveva appena ascoltato.

Perché nessuno gliel’aveva mai detto? Silente, Hagrid, il signor Weasley, Cornelius Caramell… perché nessuno aveva mai accennato al fatto che i genitori di Harry erano morti traditi dal loro migliore amico?

Ron e Hermione studiarono Harry nervosamente per tutta la cena, senza avere il coraggio di parlare di quello che avevano origliato, perché Percy era seduto accanto a loro. Quando salirono nell’affollata sala comune, scoprirono che Fred e George avevano fatto scoppiare una mezza dozzina di Caccabombe in un attacco di allegria da fine trimestre. Harry, che non voleva che Fred e George gli chiedessero se fosse riuscito a raggiungere Hogsmeade, sgattaiolò piano su nel dormitorio vuoto, e si diresse verso il suo comodino. Spinse da una parte i libri e trovò subito quello che cercava: l’album delle fotografie rilegato in cuoio che Hagrid gli aveva regalato due anni prima, pieno di foto animate di suo padre e sua madre. Si sedette sul letto, tirò le tende tutto attorno e cominciò a voltare le pagine, cercando, finché…

Si soffermò su una foto del matrimonio dei genitori. Suo padre lo salutava con la mano, sorridendo, con i capelli neri arruffati come quelli di Harry sparati in tutte le direzioni. Ecco sua madre, splendente di felicità, che lo teneva sottobraccio. E li vicino… doveva essere lui. Il loro testimone… Harry non ci aveva mai pensato prima.

Se non avesse saputo che si trattava della stessa persona, non avrebbe mai indovinato che quello nella foto era Black. Il suo viso non era incavato e cereo, ma bello e ridente. Lavorava già per Voldemort quando quella foto era stata scattata? Progettava già la morte delle due persone a lui più vicine? Sapeva che avrebbe dovuto affrontare dodici anni ad Azkaban, dodici anni che l’avrebbero reso irriconoscibile?

Ma i Dissennatori non gli fanno niente, pensò Harry, fissando la bella faccia radiosa. Lui non sente gridare la mamma se si avvicinano troppo…

Harry chiuse di colpo l’album, lo rimise nel comodino, si tolse i vestiti e gli occhiali e s’infilò sotto le coperte, controllando che le tende lo nascondessero ben bene.

La porta del dormitorio si aprì.

«Harry?» disse Ron, incerto.

Ma Harry rimase immobile, fingendo di dormire. Sentì Ron allontanarsi e si distese sulla schiena, con gli occhi spalancati.

Un odio che non aveva mai provato prima scorreva dentro di lui come veleno. Vedeva Black che rideva di lui nell’oscurità, come se qualcuno gli avesse incollato davanti agli occhi la foto dell’album. Rimase a guardare, come se qualcuno gli mostrasse un frammento di film, Sirius Black che fulminava Peter Minus (che somigliava a Neville Paciock) mandandolo in mille pezzi. Sentiva un basso mormorio eccitato, anche se non aveva idea di come potesse suonare la voce di Black. «È accaduto, mio Signore… I Potter mi hanno nominato loro Custode Segreto…» E poi ecco un’altra voce, una risata penetrante, la stessa risata che Harry sentiva echeggiare dentro la testa tutte le volte che i Dissennatori si avvicinavano…

«Harry, hai un… un aspetto orribile».

Harry non era riuscito a dormire fino all’alba. Al risveglio aveva trovato il dormitorio deserto, si era vestito ed era sceso in una sala comune completamente vuota, tranne che per Ron, che stava mangiando un Rospo alla Menta e si massaggiava lo stomaco, e Hermione, che aveva sparpagliato libri e quaderni su tre tavoli.

«Dove sono tutti?» chiese Harry.

«Partiti! È il primo giorno di vacanza, ricordi?» disse Ron, guardando Harry da vicino. «È quasi ora di pranzo, sarei venuto a svegliarti tra un minuto».

Harry sprofondò in una poltrona vicino al fuoco. La neve continuava a cadere oltre i vetri. Grattastinchi era disteso davanti al fuoco come un grosso tappeto rosso.

«Davvero, hai l’aria di non stare troppo bene» disse Hermione, guardandolo ansiosa.

«Sto bene» replicò Harry.

«Harry, ascolta» disse Hermione, scambiando uno sguardo con Ron, «devi essere sconvolto per le cose che abbiamo sentito ieri. Ma comunque non devi fare niente di stupido».

«Tipo?» chiese Harry.

«Tipo andare a cercare Black» disse Ron seccamente.

Harry capì che avevano provato quella conversazione mentre dormiva. Non disse nulla.

«Non lo farai, vero, Harry?» chiese Hermione.

«Perché non vale la pena di morire per Black» disse Ron.

Harry li guardò. Sembrava che proprio non capissero.

«Sapete che cosa vedo e sento tutte le volte che mi si avvicina un Dissennatore?» Ron e Hermione scossero la testa, preoccupati. «Sento mia madre che grida e supplica Voldemort. E se voi sentiste vostra madre che urla così e sta per essere uccisa, non ve la dimentichereste tanto in fretta. E se scopriste che uno che doveva essere un suo amico l’ha tradita e ha messo Voldemort sulle sue tracce…»

«Tu non puoi farci niente!» esclamò Hermione sconvolta. «I Dissennatori prenderanno Black e lui tornerà ad Azkaban e… e avrà quello che si merita!»

«Hai sentito che cosa ha detto Caramell. Azkaban non ha effetto su Black. Per lui non è una condanna come lo è per gli altri».

«E allora, che cosa vorresti dire?» disse Ron, tesissimo. «Vuoi… uccidere Black?»

«Non essere sciocco» intervenne Hermione col panico nella voce. «Harry non vuole uccidere nessuno, vero, Harry?»

Ancora una volta Harry non rispose. Non sapeva che cosa voleva fare. Sapeva solo che l’idea di non far niente mentre Black era in libertà era più di quanto potesse sopportare.

«Malfoy lo sa» disse bruscamente. «Vi ricordate che cosa mi ha detto alla lezione? ’Se fossi io, gli darei la caccia personalmente… Vorrei vendicarmi’».

«Hai intenzione di seguire i consigli di Malfoy invece dei nostri?» disse Ron con rabbia. «Ascolta… lo sai che cosa hanno dato alla madre di Minus dopo che Black ebbe finito con lui? Me l’ha detto papà… L’Ordine di Merlino, Prima Classe, e un dito di Minus in una scatola. Il pezzo più grande che sono riusciti a ritrovare. Black è un pazzo, Harry, ed è pericoloso…»

«Malfoy deve averlo saputo da suo padre» disse Harry, ignorando Ron. «Era uno degli amici di Voldemort…»

«Di’ Tu-Sai-Chi, per favore» lo interruppe Ron arrabbiato.

«…e quindi naturalmente i Malfoy sapevano che Black lavorava per Voldemort…»

«…e a Malfoy piacerebbe tanto vederti esplodere in un milione di pezzi, come Minus! Svegliati, Malfoy spera solo che tu ti faccia uccidere prima di doverti affrontare al Quidditch».

«Harry, ti prego» disse Hermione, con gli occhi lucidi di lacrime, «ti prego, sii ragionevole. Black ha fatto una cosa terribile, ma n-non devi metterti in pericolo, è proprio quello che vuole… Oh, Harry, se andassi a cercarlo faresti il suo gioco. Tua madre e tuo padre non vorrebbero che tu ti facessi del male, no? Non vorrebbero mai che tu andassi a cercare Black!»

«Non saprò mai che cosa vogliono o no, perché grazie a Black non ci ho mai parlato» concluse Harry.

Cadde il silenzio. Grattastinchi si stiracchiò voluttuosamente, estraendo gli artigli. La tasca di Ron rabbrividì.

«Sentite» disse Ron, cercando di cambiare discorso, «è vacanza! E quasi Natale! Andiamo… andiamo a cercare Hagrid, sono secoli che non andiamo a trovarlo!»

«No!» disse Hermione in fretta. «Harry non deve uscire dal castello, Ron…»

«Sì, andiamo» disse Harry. «Così potrò chiedergli perché non ha mai parlato di Black quando mi ha raccontato tutto dei miei genitori!»

Un’ulteriore discussione su Sirius Black chiaramente non era quello che Ron aveva in mente.

«Oppure potremmo fare una partita a scacchi» esclamò rapido, «o a Gobbiglie, Percy ha lasciato qui le sue…»

«No, andiamo da Hagrid» disse Harry con fermezza.

Così presero i mantelli, passarono attraverso il ritratto («Combattete, cani rognosi dal ventre giallo!»), scesero nel castello deserto e uscirono dal portone di quercia.

Si avviarono lentamente giù per il prato, scavando uno stretto passaggio nella neve scintillante e polverosa, le calze e gli orli dei mantelli inzuppati. La foresta proibita sembrava avvolta da un incantesimo, con tutti gli alberi drappeggiati d’argento, e la capanna di Hagrid pareva un dolce con la glassa.

Ron bussò, ma nessuno rispose.

«Non sarà fuori, vero?» disse Hermione, tremando sotto il mantello.

Ma Ron accostò l’orecchio alla porta.

«Sento un rumore strano» disse. «Ascoltate… è Thor?»

Anche Harry e Hermione avvicinarono le orecchie alla porta. Dall’interno della capanna veniva una serie di bassi gemiti singhiozzanti.

«E se andassimo a cercare qualcuno?» propose Ron, nervoso.

«Hagrid!» gridò Harry, bussando forte. «Hagrid, ci sei?»

Si udì un suono di passi pesanti, poi la porta si aprì con uno scricchiolio. Hagrid era lì, gli occhi rossi e gonfi, le lacrime che gli colavano sul gilet di cuoio.

«Avete saputo?» gemette, gettandosi al collo di Harry.

Siccome Hagrid era grosso almeno il doppio di un uomo normale, non era una cosa da ridere. Harry, sul punto di crollare sotto il suo peso, fu salvato da Ron e Hermione che afferrarono il guardiacaccia da una parte e dall’altra e con l’aiuto di Harry lo spinsero nella capanna. Hagrid si lasciò condurre verso una sedia e si abbandonò sul tavolo, singhiozzando in maniera incontrollabile, il volto rigato di lacrime che gli scivolavano nella barba ingarbugliata.

«Hagrid, che cosa c’è?» chiese Hermione, turbata.

Harry notò una lettera dall’aria ufficiale aperta sul tavolo.

«Che cos’è, Hagrid?»

I singhiozzi del guardiacaccia raddoppiarono, ma l’omone spinse la lettera verso Harry, che la prese e lesse ad alta voce:

Caro signor Hagrid,

in seguito alla nostra inchiesta sull’aggressione di uno studente da parte di un Ippogrifo durante la sua lezione, abbiamo accettato le assicurazioni del professor Silente sul fatto che lei non è responsabile del malaugurato incidente.

«Be’, ma allora va tutto bene, Hagrid!» disse Ron, battendogli su una spalla. Ma il guardiacaccia non smise di singhiozzare e agitò una manona invitando Harry a continuare.

Ciononostante, dobbiamo esprimere la nostra preoccupazione sull’Ippogrifo in questione. Abbiamo deciso di accogliere la protesta ufficiale del signor Lucius Malfoy, e il caso sarà dunque sottoposto al Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose. L’udienza avrà luogo il 20 aprile. Le chiediamo di presentarsi con il suo Ippogrifo nella data suddetta presso gli uffici del Comitato a Londra. Nel frattempo, l’Ippogrifo deve essere tenuto legato e isolato.

In fede…

Seguiva l’elenco dei consiglieri della scuola.

«Oh» disse Ron. «Ma dicevi che Fierobecco non è cattivo, Hagrid. Scommetto che ce la farà…»

«Tu non li conosci quei gargoyle del Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose!» esclamò Hagrid con voce soffocata, asciugandosi gli occhi sulla manica. «Loro ce l’hanno con le creature interessanti!»

Un rumore improvviso fece voltare Harry, Ron e Hermione. Fierobecco l’Ippogrifo giaceva in un angolo della capanna, masticando qualcosa che colava sangue sul pavimento.

«Non potevo lasciarlo legato là fuori nella neve!» esclamò Hagrid. «Tutto solo! A Natale!»

Harry, Ron e Hermione si scambiarono sguardi eloquenti. Non erano mai stati della stessa opinione di Hagrid su quelle che lui definiva ’creature interessanti’ e gli altri chiamavano ’mostri orribili’. D’altra parte, non sembrava che Fierobecco fosse particolarmente pericoloso. In effetti, rispetto alla media di Hagrid, era piuttosto carino.

«Dovrai costruirti una difesa convincente, Hagrid» disse Hermione, sedendosi e passando una mano sull’enorme avambraccio dell’amico. «Sono certa che puoi dimostrare che Fierobecco è un animale tranquillo».

«Non cambierà niente!» singhiozzò Hagrid. «Quei diavoli della Soppressione, Lucius Malfoy ce li ha in saccoccia! Hanno paura di lui! E se perdo, Fierobecco…»

Hagrid si passò il dito sulla gola, poi diede in un alto gemito e si gettò in avanti, nascondendo il viso fra le braccia.

«E Silente che cosa dice, Hagrid?» chiese Harry.

«Ha già fatto tante cose per me» gemette Hagrid. «Ha già tanto da fare per tenere quei Dissennatori fuori dal castello, e con Sirius Black nascosto in giro…»

Ron e Hermione alzarono lo sguardo verso Harry, aspettandosi che cominciasse a rimproverare Hagrid di non avergli detto la verità su Black. Ma Harry non ci riuscì, non con un Hagrid così depresso e spaventato.

«Ascolta, Hagrid» disse. «Non puoi arrenderti. Hermione ha ragione, hai solo bisogno di una buona difesa. Puoi chiamarci a testimoniare…»

«Sono certa di aver letto di un Ippogrifo che era stato provocato» disse Hermione pensosa, «e l’Ippogrifo è stato assolto. Andrò a cercarlo, Hagrid, per vedere che cosa è successo esattamente».

Hagrid ululò ancora più forte. Harry e Hermione cercarono con gli occhi l’aiuto di Ron.

«Ehm… se preparassi il tè?» propose Ron.

Harry lo guardò sconcertato.

«Mia madre lo fa sempre quando qualcuno è sconvolto» mormorò Ron alzando le spalle.

Alla fine, dopo molte assicurazioni di aiuto, davanti a una tazza di tè fumante, Hagrid si soffiò il naso in un fazzoletto grande come una tovaglia e disse:

«Avete ragione. Non posso permettermi di andare a pezzi. Devo rimettermi in sesto…»

Thor, il grosso cane da caccia di Hagrid, uscì timidamente da sotto il tavolo e posò la testa sul ginocchio del suo padrone.

«Io non sono più io ultimamente» disse Hagrid, accarezzando Thor con una mano e asciugandosi la faccia con l’altra. «Sono preoccupato per Fierobecco, e le mie lezioni non piacciono a nessuno…»

«A noi piacciono!» mentì prontamente Hermione.

«Sì, sono straordinarie!» disse Ron incrociando le dita sotto il tavolo. «Ehm… come stanno i Vermicoli?»

«Morti» disse Hagrid in tono lugubre. «Troppa lattuga».

«Oh, no!» disse Ron arricciando il labbro.

«E quei Dissennatori mi fanno sentire tutto strano» disse Hagrid, con un brivido improvviso. «Ci devo passare davanti tutte le volte che vado ai Tre Manici di Scopa per un goccetto. È come essere ancora ad Azkaban…»

Tacque e bevve un sorso di tè. Ron e Hermione lo guardarono senza fiato. Non avevano mai sentito Hagrid alludere al suo breve soggiorno ad Azkaban. Dopo una pausa, Hermione chiese timidamente:

«È brutto là dentro, Hagrid?»

«Non avete idea» disse Hagrid piano. «Mai stato in un posto così. Credevo di diventare matto. Continuavo a pensare cose terribili dentro la mia testa… al giorno che mi hanno buttato fuori da Hogwarts… al giorno che il mio papà è morto… al giorno che ho dovuto lasciar andare Norberto…»

Gli occhi gli si riempirono di lacrime. Norberto era il cucciolo di drago che Hagrid una volta aveva vinto alle carte.

«Dopo un po’ non ti ricordi più chi sei. E non sai più che senso ha vivere. Mi ricordo che speravo di morire nel sonno… quando mi hanno fatto uscire è stato come nascere un’altra volta, tutto che tornava vivo, la cosa più bella del mondo. Ma i Dissennatori non erano contenti di lasciarmi andare».

«Ma eri innocente!» disse Hermione.

Hagrid sbuffò.

«Credi che a quelli gli importa? No che non gli importa. Basta che hanno cento o duecento umani chiusi là con loro e gli possono succhiare via tutta la felicità, e non gli importa mica chi ha la colpa e chi non ha la colpa».

Hagrid tacque un istante, fissando il suo tè. Poi disse piano:

«Pensavo di liberare Fierobecco… cercare di farlo volar via… ma come lo spieghi te a un Ippogrifo che deve scappare a nascondersi? E poi… ho paura di infrangere la legge…» Li guardò, con le lacrime che gli inondavano il viso. «Non voglio tornare mai più ad Azkaban».

La gita da Hagrid, tutt’altro che allegra, aveva comunque sortito l’effetto desiderato. Anche se Harry non si era certo scordato di Black, non poteva crogiolarsi di continuo nel pensiero della vendetta se voleva aiutare Hagrid a vincere l’udienza con il Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose. Lui, Ron e Hermione andarono in biblioteca il giorno dopo, e tornarono nella sala comune deserta carichi di libri utili per preparare la difesa di Fierobecco. Tutti e tre sedettero davanti al fuoco acceso, voltando lentamente le pagine di polverosi volumi che parlavano di casi celebri di bestie da preda, e ogni tanto, quando si imbattevano in qualcosa di interessante, la commentavano a voce alta.

«Sentite qui… c’è stato un caso nel 1722… ma l’Ippogrifo fu condannato… bleah, guardate che cosa gli hanno fatto, è orribile…»

«Questo potrebbe servirci… una Manticora ha fatto a pezzi qualcuno nel 1296, e l’hanno lasciata andare… oh… no, è stato solo perché avevano tutti troppa paura per avvicinarsi…»

Nel frattempo, nel resto del castello erano state allestite le solite meravigliose decorazioni natalizie, anche se non era rimasto quasi nessuno a godersele. Fitte ghirlande di vischio e agrifoglio furono appese nei corridoi, luci misteriose brillavano dall’interno delle armature e la Sala Grande ospitava come sempre dodici abeti scintillanti di stelle d’oro. Un robusto, delizioso aroma di cibo pervadeva i corridoi, e per la Vigilia di Natale era diventato così intenso che anche Crosta mise il muso fuori dal suo rifugio nella tasca di Ron per annusare l’aria speranzoso.

La mattina di Natale, Harry fu svegliato da Ron che gli gettava addosso un cuscino.

«Ehi! I regali!»

Harry afferrò gli occhiali e se li infilò, socchiudendo gli occhi nella penombra per vedere bene il mucchietto di pacchi apparso ai piedi del letto. Ron stava già strappando via la carta dai suoi regali.

«Un altro maglione dalla mamma… marrone, un’altra volta… guarda se ce l’hai anche tu».

Harry ce l’aveva. La signora Weasley gli aveva mandato un golf scarlatto con il leone dei Grifondoro ricamato davanti, una dozzina di tortini fatti in casa, un dolce di Natale e una scatola di croccante alle nocciole. Mentre metteva da parte tutte queste cose, scorse un lungo pacchetto sottile che era rimasto sotto.

«Che cos’è?» chiese Ron con in mano un paio di calze marroni appena scartate.

«Non lo so…»

Harry strappò la carta e trattenne il respiro mentre un meraviglioso manico di scopa lucente rotolava sul copriletto. Ron lasciò cadere le calze e balzò giù dal letto per vedere più da vicino.

«Non ci posso credere» disse con voce roca.

Era una Firebolt, la gemella della meraviglia che Harry era andato a vedere tutti i giorni a Diagon Alley. Il manico scintillò mentre lo afferrava. Harry lo sentì vibrare e lasciò la presa: si librò a mezz’aria, da solo, esattamente all’altezza giusta per essere inforcato. Lo sguardo di Harry si spostò dal numero di serie inciso in oro sulla punta del manico, e poi giù giù fino agli aerodinamici ramoscelli di betulla perfettamente levigati che formavano la coda.

«Chi te lo manda?» chiese Ron a mezza voce.

«Guarda se c’è un biglietto» disse Harry.

Ron strappò la carta che aveva avvolto la Firebolt.

«Non c’è niente! Cavolo, chi spenderebbe così tanto per te?»

«Be’» disse Harry, stordito, «scommetto che non sono i Dursley».

«Io scommetto che è stato Silente» disse Ron, che ora si aggirava attorno alla Firebolt studiandone uno per uno i sontuosi dettagli. «Anche il Mantello dell’Invisibilità te l’aveva mandato anonimo…»

«Ma quello era di mio padre» disse Harry. «Silente me l’ha solo consegnato. Non spenderebbe centinaia di galeoni per me. Non può permettersi di regalare cose del genere agli studenti…»

«Ecco perché non vuole dire che è stato lui!» esclamò Ron. «Perché un idiota come Malfoy non possa dire che fa dei favoritismi. Ehi, Harry…» aggiunse scoppiando a ridere, «Malfoy! Aspetta che ti veda con quella! Ci resterà secco! Questa è una scopa mondiale

«Non posso crederci» mormorò Harry, facendo scorrere una mano sulla Firebolt, mentre Ron sprofondava sul suo letto, ridendo come un matto al pensiero di Malfoy. «Chi…?»

«Io lo so» disse Ron cercando di controllarsi. «Io lo so chi può essere stato: Lupin!»

«Cosa?» esclamò Harry scoppiando a ridere a sua volta. «Lupin? Ma se avesse tutto quel denaro potrebbe comprarsi dei vestiti nuovi».

«Sì, però tu gli piaci» disse Ron. «E non c’era quando la tua Nimbus è andata in pezzi, e può darsi che l’abbia sentito raccontare e che abbia deciso di andare a Diagon Alley a prenderti questa…»

«Come sarebbe a dire, non c’era?» chiese Harry. «Era ammalato quando c’è stata quella partita».

«Be’, in infermeria non c’era» disse Ron. «Io ero là, a pulire i vasi da notte per ordine di Piton, ti ricordi?»

Harry aggrottò la fronte.

«Non credo che Lupin si possa permettere una cosa del genere».

«Perché ridete, voi due?»

Hermione era appena entrata. Era in vestaglia e portava in braccio Grattastinchi, che aveva l’aria molto imbronciata e un festone argentato legato al collo.

«Non portarlo qui dentro!» disse Ron, estraendo in fretta Crosta dalle profondità del suo letto e ficcandoselo nella tasca del pigiama. Ma Hermione non gli diede retta. Lasciò cadere Grattastinchi sul letto vuoto di Seamus e fissò la Firebolt a bocca aperta.

«Oh, Harry! Chi te l’ha regalata?»

«Non ne ho idea» rispose Harry. «Non c’era nessun biglietto».

Con sua grande sorpresa, Hermione non fu né eccitata né incuriosita dalla novità. Al contrario, si fece seria e si morse un labbro.

«Che cos’hai?» le chiese Ron.

«Non lo so» disse Hermione lentamente, «ma è un po’ strano, no? Voglio dire, è una bella scopa, no?»

Ron sospirò, esasperato.

«È la scopa migliore che esista, Hermione» disse.

«Quindi dev’essere molto costosa…»

«Probabilmente costa più di tutte le scope dei Serpeverde messe insieme» disse Ron allegramente.

«Be’… chi regalerebbe a Harry una scopa del genere senza nemmeno dirgli che è stato lui?» chiese Hermione.

«Che cosa importa?» disse Ron impaziente. «Senti, Harry, posso farci un giro? Posso?»

«Credo che nessuno dovrebbe cavalcare quella scopa!» esclamò Hermione.

Harry e Ron la fissarono.

«Che cosa pensi che ci farà Harry, spazzarci il pavimento?» chiese Ron.

Ma prima che Hermione potesse rispondere, Grattastinchi balzò dal letto puntando dritto al petto di Ron.

«PORTALO — FUORI — DI — QUI!» ruggi Ron, mentre gli artigli di Grattastinchi gli strappavano il pigiama e Crosta tentava una fuga disperata sulla sua spalla. Ron afferrò Crosta per la coda e sferrò al gatto un calcio che invece colpì il baule ai piedi del letto di Harry. Il baule si rovesciò e Ron prese a saltellare, strillando.

Il pelo di Grattastinchi si rizzò all’improvviso. Un acuto fischio metallico riempi la stanza. Lo Spioscopio Tascabile era scivolato fuori dai vecchi calzini di zio Vernon e ora vorticava e riluceva sul pavimento.

«Me l’ero dimenticato!» disse Harry, chinandosi per raccoglierlo. «Non mi metto mai quelle calze se posso evitarlo…»

Lo Spioscopio girava e fischiava sulla palma della sua mano. Grattastinchi sibilava e soffiava contro il piccolo strumento.

«È meglio se porti via quel gatto, Hermione» disse Ron furioso. Era seduto sul letto di Harry e si massaggiava l’alluce. «Non puoi spegnere quella roba?» aggiunse rivolto a Harry, mentre Hermione usciva con Grattastinchi che teneva ancora i maligni occhi gialli fissi su Ron.

Harry infilò di nuovo lo Spioscopio dentro i calzini e li gettò nel baule. Ora si sentivano solo i gemiti e le imprecazioni di Ron. Crosta era rannicchiato tra le mani del suo padrone. Harry, che non lo vedeva da parecchio, fu spiacevolmente sorpreso notando che Crosta, una volta così grasso, era diventato molto magro e spelacchiato.

«Non ha l’aria di star bene, vero?» chiese Harry.

«È lo stress!» ribatté Ron. «Starebbe benissimo se quella grossa stupida palla di pelo lo lasciasse in pace!»

Ma Harry, che ricordava quanto aveva detto la strega del Serraglio Stregato sul fatto che i topi vivono solo tre anni, non poté fare a meno di pensare che, a meno che Crosta non possedesse poteri che non aveva mai rivelato, la sua fine era vicina. E nonostante Ron si lamentasse spesso di Crosta definendolo un topo noioso e inutile, Harry era certo che Ron sarebbe stato molto triste se Crosta fosse morto.

Lo spirito natalizio era decisamente scarso nella sala comune dei Grifondoro quella mattina. Hermione aveva chiuso Grattastinchi nel dormitorio femminile, ma era arrabbiata con Ron perché aveva cercato di dargli un calcio; Ron era ancora furibondo per il recente tentativo di Grattastinchi di divorare Crosta. Harry rinunciò a cercare di farli parlare tra loro e si dedicò a un attento esame della Firebolt, che si era portato di sotto. Per qualche motivo, anche questo parve irritare Hermione, che non disse nulla, ma continuò a guardare cupamente la scopa come se anche quella avesse criticato il suo gatto.

All’ora di pranzo scesero nella Sala Grande e scoprirono che i tavoli erano stati di nuovo disposti lungo le pareti, e che al centro della stanza c’era un solo tavolo, preparato per dodici. I professori Silente, McGranitt, Piton, Sprite e Vitious erano seduti con Gazza, il guardiano, che aveva sostituito il solito cappotto marrone con un frac dall’aria molto vecchia e piuttosto muffita. C’erano solo altri tre studenti, due del primo anno, che sembravano parecchio tesi, e un imbronciato Serpeverde del quinto anno.

«Buon Natale!» esclamò Silente mentre Harry, Ron e Hermione si avvicinavano al tavolo. «Siccome siamo così pochi, ci sembrava sciocco usare i tavoli dei dormitori… sedete, sedete!»

Harry, Ron e Hermione presero posto vicini all’altro capo del tavolo.

«I cracker!» disse Silente entusiasta, offrendo l’estremità di un involto d’argento a Piton, che lo prese con riluttanza e tirò. Con uno schiocco simile a un colpo di fucile, il cracker si spezzò rivelando un grosso cappello da strega, a punta, sormontato da un avvoltoio impagliato.

Harry, memore del Molliccio, intercettò lo sguardo di Ron ed entrambi sorrisero; la bocca di Piton diventò una fessura e l’insegnante spinse il cappello verso Silente, che se lo mise subito al posto del suo.

«Cominciate!» disse con un sorriso.

Mentre Harry si serviva di patate arrosto, le porte della Sala Grande si aprirono di nuovo. Era la professoressa Cooman, che scivolò verso di loro come se avesse le ruote. Per l’occasione indossava un abito verde coperto di lustrini, che la faceva somigliare più che mai a una scintillante libellula gigante.

«Sibilla, che bella sorpresa!» esclamò Silente alzandosi.

«Stavo guardando nella sfera, Preside» disse la professoressa Cooman con la sua voce più velata e remota, «e con mio grande stupore mi sono vista abbandonare il mio pranzo solitario e raggiungervi. Chi sono io per rifiutare i suggerimenti del destino? Sono scesa subito in fretta dalla mia torre, e vi prego di perdonare il ritardo…»

«Certo, certo» disse Silente con gli occhi che brillavano. «Permettimi di prenderti una sedia…»

E in effetti con un cenno della bacchetta sollevò a mezz’aria una sedia che roteò su se stessa per qualche secondo prima di cadere con un tonfo tra il professor Piton e la professoressa McGranitt. La professoressa Cooman comunque non si sedette; i suoi occhi enormi passarono in rassegna il tavolo, e all’improvviso lei emise una specie di strillo soffocato.

«Non oso, professore! Se mi siedo con voi, saremo in tredici! La peggiore delle sfortune! Non dimenticate che quando tredici persone pranzano insieme, la prima ad alzarsi sarà la prima a morire!»

«Correremo questo rischio, Sibilla» disse la professoressa McGranitt impaziente. «Siediti, il tacchino si raffredda».

La professoressa Cooman esitò, poi prese posto sulla sedia vuota, gli occhi chiusi, la bocca serrata, come in attesa che un fulmine colpisse la tavola. La professoressa McGranitt affondò un grosso cucchiaio nella zuppiera più vicina.

«Della trippa, Sibilla?»

La professoressa Cooman la ignorò. Aprì gli occhi, si guardò intorno un’altra volta e disse:

«Ma dov’è il caro professor Lupin?»

«Temo che il poverino sia di nuovo ammalato» disse Silente, facendo cenno agli altri di servirsi. «Un vero peccato che debba succedere proprio il giorno di Natale».

«Ma naturalmente tu lo sapevi già, vero, Sibilla?» disse la professoressa McGranitt inarcando le sopracciglia.

La professoressa Cooman scoccò alla McGranitt uno sguardo gelido.

«Certo che lo sapevo, Minerva» disse piano. «Ma non si ostenta la propria Onniscienza. Spesso mi comporto come se non possedessi l’Occhio Interiore, per non innervosire gli altri».

«Questo spiega molte cose» ribatté mordace la professoressa McGranitt.

La voce della Cooman si fece all’improvviso molto meno velata.

«Se vuoi proprio saperlo, Minerva, il povero professor Lupin non resterà fra noi molto a lungo. Sembra che sappia benissimo di non avere molto tempo davanti a sé. È fuggito via quando mi sono offerta di guardare il suo futuro dentro la sfera di cristallo…»

«Me lo immagino» disse seccamente la professoressa McGranitt.

«Dubito» intervenne Silente con voce allegra ma decisa a porre fine alla conversazione, «che il professor Lupin corra un pericolo immediato. Severus, gli hai preparato di nuovo quella pozione?»

«Sì, Preside» disse Piton.

«Bene» disse Silente. «Quindi dovrebbe riuscire ad alzarsi molto presto… Derek, hai preso un po’ di queste? Sono ottime».

Il ragazzo del primo anno arrossì violentemente quando Silente gli rivolse la parola, e prese il piatto di salsicce con mani tremanti.

La professoressa Cooman si comportò quasi normalmente fino alla fine del pranzo di Natale, due ore più tardi. Pieni da scoppiare di cibo squisito, indossando ancora i cappelli spuntati dai cracker, Harry e Ron furono i primi ad alzarsi da tavola, e l’insegnante cacciò uno strillo.

«Miei cari! Chi di voi si è alzato per primo? Chi?»

«Non lo so» disse Ron, guardando incerto verso Harry.

«Dubito che faccia molta differenza» disse gelida la professoressa McGranitt, «a meno che un pazzo armato di ascia non sia appostato dietro la porta pronto a fare a pezzi il primo che attraversa l’ingresso».

Anche Ron rise. La professoressa Cooman parve molto offesa.

«Vieni?» chiese Harry a Hermione.

«No» mormorò Hermione, «devo dire una cosa alla professoressa McGranitt».

«Probabilmente cercherà di farsi aumentare le lezioni» disse Ron con uno sbadiglio mentre attraversavano l’ingresso, completamente sgombro di pazzi armati di ascia.

Quando raggiunsero il ritratto trovarono Sir Cadogan che festeggiava il Natale con un paio di frati, parecchi precedenti direttori di Hogwarts e il suo grasso pony. Sollevò il cimiero e brindò a loro alzando un calice di idromele.

«Buon… hic… Natale! Parola d’ordine?»

«Vile canaglia» disse Ron.

«Altrettanto a voi, messere!» ruggì Sir Cadogan, mentre il dipinto si spostava per lasciarli passare.

Harry andò dritto nel dormitorio, prese la Firebolt e il Kit di Manutenzione che Hermione gli aveva regalato per il suo compleanno, li portò di sotto e cercò di trovare qualcosa da fare alla Firebolt: ma non c’erano ramoscelli da potare, e il manico splendeva talmente che era inutile lucidarlo. Lui e Ron rimasero lì ad ammirarla da tutte le parti, finché il ritratto non si aprì lasciando entrare Hermione, accompagnata dalla professoressa McGranitt.

Anche se la McGranitt era la responsabile del Grifondoro, Harry l’aveva vista solo una volta nella sala comune, ed era stato per dare un annuncio molto serio. Lui e Ron la fissarono, stringendo entrambi la Firebolt. Hermione li superò, si sedette, prese il libro più vicino e vi nascose la faccia.

«Allora è questo, vero?» disse la professoressa McGranitt senza preamboli, avvicinandosi al fuoco e osservando la Firebolt. «La signorina Granger mi ha appena informato che qualcuno ti ha regalato un manico di scopa, Potter».

Harry e Ron guardarono Hermione. Videro la sua fronte diventare rossa oltre il margine del libro, che teneva a rovescio.

«Posso?» disse la professoressa McGranitt, e senza aspettare la risposta prese la Firebolt dalle loro mani. La esaminò con cura dalla punta alla coda. «Mmm. E non c’era nessun biglietto, Potter? Niente? Nessun messaggio di nessun genere?»

«No» disse Harry in tono inespressivo.

«Capisco…» disse la professoressa McGranitt. «Be’, temo che dovrò portarla via, Potter».

«C… che cosa?» esclamò Harry balzando in piedi. «Perché?»

«Dobbiamo controllare che non abbia il malocchio» disse la professoressa McGranitt. «Io non sono un’esperta, ma credo che Madama Bumb e il professor Vitious la smonteranno…»

«La smonteranno?» ripeté Ron, come se la professoressa McGranitt fosse pazza.

«Non ci vorrà più di qualche settimana» disse l’insegnante. «La riavrai quando saremo sicuri che non sia stregata».

«Non ha niente che non va» disse Harry con un tremito nella voce. «Davvero, professoressa…»

«Non puoi saperlo, Potter» ribatté la professoressa McGranitt in tono gentile, «non finché non l’hai provata, e comunque, temo che questo sia fuori questione finché non saremo sicuri che non sia stata manomessa. Ti terrò informato».

La professoressa McGranitt girò sui tacchi e portando con sé la Firebolt riattraversò il buco del ritratto, che si chiuse alle sue spalle. Harry rimase a guardare nel vuoto anche quando fu sparita, con il barattolo di Lucido per manici ancora stretto in mano. Ron si voltò come una furia verso Hermione.

«Perché sei andata a dirlo alla McGranitt?»

Hermione gettò via il libro. Era ancora tutta rossa in faccia, ma si alzò e guardò Ron con aria di sfida.

«Perché pensavo, e la professoressa McGranitt è d’accordo con me, che probabilmente è stato Sirius Black a mandare quella scopa a Harry!»

Capitolo 12

Il Patronus

Harry sapeva che Hermione aveva agito con le migliori intenzioni, ma questo non gli impedì di arrabbiarsi con lei. Per poche, brevi ore era stato il proprietario di uno dei migliori manici di scopa del mondo, e ora, grazie alla sua intromissione, non sapeva se l’avrebbe mai più rivisto. Era certo che al momento non ci fosse niente che non andava nella Firebolt, ma in che condizioni sarebbe stata dopo aver subito ogni genere di test anti-malocchio?

Anche Ron era furioso con Hermione. Per quello che lo riguardava, smontare una Firebolt nuova di zecca non era niente di meno che un crimine. Hermione, sempre convinta di aver agito per il meglio, prese a evitare la sala comune. Harry e Ron immaginarono che si fosse rifugiata in biblioteca, e non cercarono di convincerla a tornare. Dopotutto furono contenti quando gli altri fecero ritorno a scuola subito dopo il primo dell’anno, e la Torre dei Grifondoro fu di nuovo affollata e rumorosa.

Baston andò a cercare Harry la sera prima dell’inizio delle lezioni.

«Hai passato un buon Natale?» chiese, e poi, senza aspettare una risposta, si sedette, abbassò la voce e disse: «Ho riflettuto un po’ durante le vacanze, Harry. Dopo l’ultima partita, sai. Se i Dissennatori vengono anche alla prossima… voglio dire… non possiamo rischiare che tu… be’…»

Baston s’interruppe imbarazzato.

«Ci sto lavorando» disse Harry in fretta. «Il professor Lupin ha detto che mi avrebbe insegnato a tenere lontani i Dissennatori. Dovremmo cominciare questa settimana, ha detto che dopo Natale avrebbe trovato il tempo».

«Ah!» esclamò Baston illuminandosi. «Bene, in questo caso… non volevo certo perdere un Cercatore come te, Harry. Hai già ordinato una scopa nuova?»

«No» rispose Harry.

«Cosa? Sarà meglio che ti sbrighi, sai… non puoi cavalcare quella Stellasfreccia contro i Corvonero!»

«Gli hanno regalato una Firebolt per Natale» disse Ron.

«Una Firebolt? No! Davvero? Una… una Firebolt vera

«Non agitarti, Oliver» disse Harry cupo. «Non ce l’ho più. Me l’hanno requisita». E raccontò tutto del controllo anti-malocchio.

«Malocchio? E com’è possibile?»

«Sirius Black» disse Harry stancamente. «Pare che mi dia la caccia. Quindi la McGranitt crede che possa averla mandata lui».

Trascurando il fatto che un celebre assassino desse la caccia al suo Cercatore, Baston disse:

«Ma Black non avrebbe potuto comprare una Firebolt! È un evaso! Tutto il paese lo sta cercando! Come avrebbe potuto entrare da Accessori di Prima Qualità per il Quidditch e comprare un manico di scopa?»

«Lo so» disse Harry, «ma la McGranitt ha deciso di farla smontare…»

Baston sbiancò.

«Andrò a parlarle, Harry» promise. «La farò ragionare… una Firebolt… una vera Firebolt nella nostra squadra… lei vuole quanto noi che Grifondoro vinca… Le farò capire… una Firebolt…»

Il giorno dopo ricominciarono le lezioni. L’ultima cosa che si potesse desiderare era passare due ore all’aperto in una gelida mattina di gennaio, ma Hagrid aveva preparato un falò pieno di Salamandre per divertirli, e trascorsero una lezione insolitamente piacevole raccogliendo legna secca e foglie per alimentare il fuoco, mentre le bestiole scorrazzavano su e giù per i ceppi incandescenti che si sgretolavano. La prima lezione di Divinazione del nuovo trimestre fu molto meno divertente; la professoressa Cooman era passata alla Lettura della Mano, e informò subito Harry che aveva le linee della vita più brevi che avesse mai visto.

Era a Difesa contro le Arti Oscure che Harry aveva davvero voglia di andare; dopo la conversazione con Baston, voleva cominciare le lezioni Anti-Dissennatori il più presto possibile.

«Ah, sì» disse Lupin quando Harry gli ricordò la promessa alla fine della lezione. «Fammi un po’ vedere… cosa ne dici di giovedì sera alle otto? La classe di Storia della Magia dovrebbe essere grande abbastanza… Dovrò pensare bene a come possiamo fare… non possiamo far entrare nel castello un vero Dissennatore per fare esercizio…»

«Sembra ancora malato, vero?» disse Ron mentre percorrevano il corridoio diretti a cena. «Secondo te che cos’ha?»

Alle loro spalle si udì un ’mmm’ forte e impaziente. Era Hermione, seduta ai piedi di un’armatura, intenta a sistemare la borsa, così gonfia di libri che non si chiudeva.

«Cos’era quel ’mmm’?» chiese Ron seccato.

«Niente» rispose Hermione con voce altera, rimettendosi la borsa in spalla.

«Adesso mi spieghi» ribatté Ron. «Mi stavo chiedendo che cos’ha Lupin, e tu…»

«Be’, ma non è ovvio?» disse Hermione con un’aria di insopportabile superiorità.

«Se non vuoi dircelo, non dircelo» esclamò Ron.

«D’accordo» disse Hermione altezzosa, prima di allontanarsi.

«Non lo sa» commentò Ron, guardandola. «Sta solo cercando di convincerci a parlarle di nuovo».

Alle otto di giovedì sera, Harry uscì dalla Torre dei Grifondoro e si diresse verso la classe di Storia della Magia. Era buia e vuota quando arrivò, ma accese le lanterne con la bacchetta magica e dopo soli cinque minuti apparve il professor Lupin con una grossa cassa da imballaggio, che posò sulla scrivania del professor Rüf.

«Che cos’è?» chiese Harry.

«Un altro Molliccio» rispose Lupin, togliendosi il mantello. «È da martedì che setaccio il castello, e per fortuna l’ho trovato nascosto nello schedario di Mastro Gazza. È la cosa più simile a un Dissennatore che abbiamo. Appena ti vedrà, il Molliccio si trasformerà in un Dissennatore, quindi potremo esercitarci con lui. Quando non lo usiamo posso tenerlo nel mio ufficio, sotto la scrivania c’è un armadietto che gli piacerà».

«D’accordo» disse Harry, cercando di dare l’impressione di non essere preoccupato, ma anzi assolutamente felice che Lupin avesse trovato un così valido sostituto di un vero Dissennatore.

«Allora…» Il professor Lupin estrasse la bacchetta e fece cenno a Harry di imitarlo. «L’incantesimo che cercherò di insegnarti è magia molto avanzata, Harry… molto al di sopra del Fattucchiere Ordinario. Si chiama Incanto Patronus».

«Come funziona?» chiese Harry nervoso.

«Be’, quando funziona correttamente, evoca un Patronus» spiegò Lupin, «che è una specie di Anti-Dissennatore. Un guardiano che fa da schermo fra te e il Dissennatore».

Harry ebbe un’improvvisa visione di se stesso rannicchiato dietro una figura formato Hagrid armata di una grossa mazza. Il professor Lupin riprese: «Il Patronus è una forza positiva, una proiezione delle cose di cui si alimenta il Dissennatore: la speranza, la felicità, il desiderio di sopravvivere. Ma non può provare la disperazione come i veri esseri umani, quindi i Dissennatori non sono in grado di fargli del male. Devo però avvertirti, Harry, che l’incantesimo potrebbe essere troppo avanzato per te. Molti maghi qualificati incontrano serie difficoltà».

«Che aspetto ha un Patronus?» chiese Harry curioso.

«Ciascuno è unico per il mago che lo evoca».

«E come si fa a evocarlo?»

«Con un incantesimo che funziona soltanto se ti concentri con tutte le tue forze su un solo ricordo molto felice».

Harry cercò un ricordo felice. Di sicuro nulla di quanto gli era successo dai Dursley poteva andare. Alla fine scelse la prima volta che aveva cavalcato un manico di scopa.

«Va bene» disse, cercando di richiamare alla mente con più precisione che poteva la meravigliosa sensazione del volo avvertita nello stomaco.

«L’incantesimo è questo». Lupin si schiarì la voce: «Expecto Patronum!»

«Expecto Patronum» ripeté Harry sottovoce, «expecto Patronum».

«Ti stai concentrando bene sul tuo ricordo felice?»

«Oh… sì…» disse Harry costringendosi a ripensare a quella prima cavalcata, «Expecto patrono… no, Patronum… mi scusi… Expecto Patronum, Expecto Patronum…»

Qualcosa schizzò fuori all’improvviso dalla punta della sua bacchetta; sembrava un filo di gas argenteo.

«L’ha visto?» esclamò Harry eccitato, «è successo qualcosa!»

«Molto bene» disse Lupin con un sorriso. «Ora… sei pronto a provarci con un Dissennatore?»

«Sì» disse Harry, stringendo forte la bacchetta e spostandosi al centro della classe deserta. Cercò di mantenere il pensiero fisso sul volo, ma qualcos’altro continuava a interferire… rischiava di risentire sua madre in ogni istante… ma non doveva pensarci, altrimenti l’avrebbe risentita davvero, e non voleva… o invece voleva?

Lupin afferrò il coperchio della cassa e lo tolse.

Un Dissennatore si levò lentamente, il viso incappucciato rivolto verso Harry, una mano spettrale e coperta di croste che tratteneva il mantello. Le lanterne tutto intorno guizzarono e si spensero. Il Dissennatore uscì dalla cassa e prese ad avanzare in silenzio verso Harry, traendo respiri rotti e profondi. Un’ondata di gelo pungente investì il ragazzo…

«Expecto Patronum!» urlò Harry. «Expecto Patronum! Expecto…»

Ma la classe e il Dissennatore si stavano dissolvendo… Harry cadeva di nuovo in una fitta nebbia bianca, e la voce di sua madre era più acuta che mai, ed echeggiava dentro la sua testa…

«Harry no! Harry no! Per favore… farò qualunque cosa…»

Scrosci di risa penetranti… Si divertiva al suo terrore…

«Harry!»

Harry tornò alla vita. Era disteso sul pavimento, a pancia in su. Le lanterne della classe erano di nuovo accese. Non dovette chiedere che cos’era successo.

«Mi dispiace» borbottò, alzandosi a sedere, mentre un sudore freddo gli colava dietro gli occhiali.

«Stai bene?» gli chiese Lupin.

«Sì…» Harry si aggrappò a un banco, si alzò e vi si appoggiò.

«Ecco…» Lupin gli porse una Cioccorana. «Mangiala prima di riprovare. Non mi aspettavo che ce la facessi la prima volta. In effetti mi sarei stupito se ti fosse riuscito».

«Sta peggiorando» mormorò Harry staccando la testa della rana con un morso. «Questa volta l’ho sentita più forte… e lui… Voldemort…»

Lupin era più pallido del solito.

«Harry, se vuoi che smettiamo ti capisco benissimo…»

«Continuiamo!» esclamò Harry deciso, ficcandosi in bocca il resto della Cioccorana. «Devo farlo! E se i Dissennatori si presentano alla partita contro i Corvonero? Non posso permettermi di cadere di nuovo. Se perdiamo quell’incontro perderemo la Coppa del Quidditch!»

«Allora va bene…» disse Lupin. «Forse vuoi scegliere un altro ricordo, un ricordo felice, voglio dire, su cui concentrarti… quello a quanto pare non era abbastanza intenso…»

Harry rifletté e decise che i suoi sentimenti quando il Grifondoro aveva vinto la Coppa delle Case l’anno prima si potevano proprio definire di grande felicità. Brandì di nuovo la bacchetta con forza, e riprese il suo posto al centro della classe.

«Pronto?» gli chiese Lupin afferrando il coperchio della cassa.

«Pronto» rispose Harry, tentando con tutte le sue forze di riempirsi la testa di pensieri allegri sulla vittoria dei Grifondoro, e non di pensieri cupi su quello che sarebbe successo una volta aperta la cassa.

«Vai!» disse Lupin sollevando il coperchio. La stanza diventò di nuovo gelida e buia. Il Dissennatore avanzò rantolando; una mano in putrefazione si tese verso Harry…

«Expecto Patronum!’» urlò Harry. «Expecto Patronum! Expecto Pat…»

Una nebbia bianca oscurò i suoi sensi… grandi forme sfocate si muovevano attorno a lui… poi si udì una nuova voce, la voce di un uomo, che gridava, preso dal panico…

«Lily, prendi Harry e scappa! È Lui! Scappa! Corri! Io cerco di trattenerlo…»

Il rumore di qualcuno che si precipita fuori da una stanza… una porta che si spalanca… una risatina acuta…

«Harry! Harry… svegliati…»

Lupin lo stava schiaffeggiando. Questa volta Harry ci mise un po’ di più a capire perché era disteso sul polveroso pavimento di una classe.

«Ho sentito mio padre» mormorò. «È la prima volta che lo sento… ha cercato di affrontare Voldemort per dare a mia madre il tempo di fuggire…»

Harry all’improvviso si accorse che aveva il viso bagnato di lacrime. Chinò il capo più che poteva e si asciugò le guance con un lembo del vestito, fingendo di allacciarsi la scarpa, per non farsi vedere da Lupin.

«Hai sentito James?» chiese Lupin con una strana voce.

«Si…» A volto asciutto, Harry alzò gli occhi. «Perché… lei non conosceva mio padre, vero?»

«Io… sì, in realtà» disse Lupin. «Eravamo amici a Hogwarts. Ascolta, Harry… forse per questa sera dovremmo lasciar perdere. Questo incantesimo è troppo avanzato… Non dovevo nemmeno proporti di provarci…»

«No!» esclamò Harry. Si rialzò. «Proverò un’altra volta! Non penso a cose abbastanza felici, ecco cos’è… aspetti…»

Si spremette le meningi. Un ricordo molto, molto felice… uno da poter trasformare in un buon Patronus forte…

Il momento in cui aveva scoperto che era un mago, e che avrebbe lasciato casa Dursley per andare a Hogwarts! Se non era quello un ricordo felice, allora… Concentrandosi molto intensamente su ciò che aveva provato quando aveva capito che se ne sarebbe andato da Privet Drive, Harry si alzò e affrontò ancora una volta la cassa.

«Pronto?» chiese Lupin, con l’aria di agire contro ogni buonsenso. «Ti sei concentrato? D’accordo… vai!»

Alzò il coperchio della cassa per la terza volta, e il Dissennatore ne uscì; la stanza divenne fredda e buia…

«EXPECTO PATRONUM!» strillò Harry, «EXPECTO PATRONUM! EXPECTO PATRONUM!»

L’urlo dentro la sua testa era ricominciato, solo che questa volta era come se uscisse da una radio male sintonizzata. Diminuiva, aumentava, diminuiva di nuovo… e Harry vide ancora il Dissennatore… si era fermato… e poi una grande ombra argentea esplose dalla punta della bacchetta di Harry, si alzò fluttuando tra lui e il Dissennatore, e anche se Harry si sentiva le gambe molli, era ancora in piedi… anche se non sapeva per quanto avrebbe resistito…

«Riddikulus!» ruggì Lupin, facendo un balzo in avanti.

Qualcosa si spezzò sonoramente, e il Patronus nebuloso di Harry sparì assieme al Dissennatore; Harry si lasciò cadere su una sedia, esausto come se avesse appena corso per un miglio, le gambe tremanti. Con la coda dell’occhio vide il professor Lupin che a colpi di bacchetta costringeva il Molliccio a rientrare nella cassa; era tornato di nuovo un globo argenteo.

«Eccellente!» disse Lupin avvicinandosi. «Eccellente, Harry! Davvero un buon inizio!»

«Posso provare ancora? Solo una volta?»

«Non ora» disse Lupin in tono fermo. «Per una sola sera basta così. Ecco…»

E porse a Harry una grossa tavoletta del migliore cioccolato di Mielandia.

«Mangialo tutto, o Madama Chips mi farà a pezzi. Ci vediamo la prossima settimana alla stessa ora?»

«Ok» disse Harry. Diede un morso al cioccolato e guardò Lupin che spegneva le lanterne, che si erano riaccese dopo la scomparsa del Dissennatore. Gli era appena venuta in mente una cosa.

«Professor Lupin» disse. «Se conosceva mio padre, allora deve aver conosciuto anche Sirius Black».

Lupin si voltò in fretta.

«Che cosa te lo fa pensare?» disse in tono asciutto.

«Niente… voglio dire, so solo che anche loro erano amici qui a Hogwarts…»

Il volto di Lupin si rilassò.

«Sì, lo conoscevo» rispose brevemente. «O almeno così credevo. È meglio che tu vada, Harry, si sta facendo tardi».

Harry uscì dalla classe, percorse il corridoio e girò un angolo, poi fece una deviazione dietro un’armatura e si sedette sul piedistallo per finire il cioccolato, desiderando di non aver nominato Black, visto che chiaramente Lupin non era entusiasta dell’argomento. Poi il pensiero di Harry tornò a sua madre e suo padre…

Si sentiva esausto e stranamente svuotato, anche se era così pieno di cioccolato. Per quanto terribile fosse ascoltare gli ultimi istanti di vita dei suoi genitori ripetersi nella sua testa, erano le sole volte che aveva sentito le loro voci da quando era molto piccolo. Ma non sarebbe mai stato in grado di far apparire un vero Patronus se parte di luì desiderava riascoltare i suoi genitori…

«Sono morti» si disse deciso. «Sono morti e ascoltare i loro echi non li riporterà indietro. Meglio che ti controlli se vuoi quella Coppa del Quidditch».

Si alzò, si ficcò in bocca l’ultimo pezzo di cioccolato e si diresse verso la Torre dei Grifondoro.

Corvonero giocò contro Serpeverde una settimana dopo l’inizio del trimestre. Vinse Serpeverde, anche se di stretta misura. Secondo Baston, era un bene per Grifondoro, che si sarebbe piazzato secondo se a sua volta avesse battuto Corvonero. Quindi Baston portò il numero degli allenamenti a cinque la settimana. Con le lezioni Anti-Dissennatore di Lupin, che da sole erano più faticose di sei allenamenti di Quidditch, Harry aveva solo una sera la settimana per fare i compiti. Anche così, non parve accusare lo sforzo tanto quanto Hermione, il cui immenso carico di lavoro cominciava a farsi sentire. Tutte le sere, senza eccezioni, Hermione era in un angolo della sala comune, con parecchi tavoli coperti di libri, schemi di Aritmanzia, dizionari di rune, diagrammi di Babbani che sollevavano oggetti pesanti e quaderni su quaderni di appunti fitti fitti; quasi non parlava con nessuno, e quando veniva interrotta scattava, nervosissima. «Come fa?» bisbigliò Ron rivolto a Harry una sera, mentre quest’ultimo finiva un tema complicato sui Veleni Irriconoscibili per Piton. Harry alzò gli occhi. Hermione si vedeva a stento dietro una pila di libri in bilico.

«A far cosa?»

«A star dietro a tutte le lezioni!» disse Ron. «Questa mattina l’ho sentita che parlava con la professoressa Vector, quella di Aritmanzia. Discutevano della lezione di ieri, ma Hermione non può esserci andata, perché era con noi a Cura delle Creature Magiche! Ed Ernie McMillan mi ha detto che non ha mai perso una lezione di Babbanologia, ma metà delle ore coincidono con Divinazione, e non ne ha mai saltata una neanche di quelle!»

Harry non aveva tempo di lambiccarsi sul mistero dell’orario impossibile di Hermione; doveva finire il tema per Piton. Due secondi dopo, comunque, fu interrotto di nuovo, questa volta da Baston.

«Brutte notizie, Harry. Sono appena stato dalla professoressa McGranitt a parlare della Firebolt. Lei… ehm… si è un po’ arrabbiata con me. Mi ha detto che non capivo che cos’è più importante. Ha detto che m’importava di più di vincere la Coppa che della tua vita. Solo perché le ho detto che non era un problema se la scopa ti disarcionava, purché prima tu fossi riuscito a prendere il Boccino». Baston scosse la testa incredulo. «Davvero, dovevi sentire come urlava… neanche avessi detto una cosa terribile… poi le ho chiesto quanto tempo pensava di tenersela…» Fece una smorfia e imitò la voce severa della professoressa McGranitt: «’Per tutto il tempo necessario, Baston’… credo che sia ora di ordinarti una scopa nuova, Harry. C’è un modulo in fondo a Guida ai Manici di Scopa… potresti prendere una Nimbus Duemilauno, come quella di Malfoy».

«Non ho intenzione di comprare niente che sia buono per Malfoy» disse Harry con voce sorda.

Gennaio si trasformò quietamente in febbraio, senza alcun cambiamento nel tempo, ancora freddo pungente. La partita contro i Corvonero si avvicinava, ma Harry non aveva ancora ordinato una scopa nuova. Ormai chiedeva alla professoressa McGranitt notizie della Firebolt dopo ogni lezione di Trasfigurazione, con Ron ritto al suo fianco, speranzoso, e Hermione che li superava guardando dall’altra parte.

«No, Potter, non puoi ancora riaverla» gli disse la professoressa McGranitt la dodicesima volta, prima ancora che aprisse bocca. «Abbiamo controllato quasi tutte le maledizioni principali, ma il professor Vitious ritiene che la scopa potrebbe essere infestata da un Incantesimo di Lancio. Te lo dirò, quando avremo finito di ispezionarla. Ora, ti prego, smettila di tormentarmi».

A peggiorare le cose, le legioni Anti-Dissennatore non stavano andando affatto bene come sperava. Per parecchie volte di fila, Harry riuscì a produrre una confusa ombra argentata tutte le volte che il Molliccio-Dissennatore gli si avvicinava, ma il suo Patronus era troppo debole per scacciarlo. Non faceva altro che aleggiare come una nuvola semitrasparente, prosciugando le energie di Harry che lottava per trattenerlo. Harry era arrabbiato con se stesso e si sentiva in colpa per il suo segreto desiderio di risentire le voci dei genitori.

«Pretendi troppo da te stesso» disse il professor Lupin severo la quarta settimana di lezioni. «Per un mago di tredici anni, anche un Patronus confuso è un gran risultato. E poi non svieni più, no?»

«Credevo che un Patronus… schiacciasse i Dissennatori, o roba del genere» disse Harry scoraggiato. «Che li facesse sparire…»

«Un vero Patronus lo fa» disse Lupin. «Ma tu hai fatto grandi progressi in pochissimo tempo. Se i Dissennatori si fanno vedere alla prossima partita di Quidditch, sarai in grado di tenerli a bada abbastanza a lungo da riuscire a tornare a terra».

«Ha detto che è più difficile se sono in tanti» disse Harry.

«Ho la massima fiducia in te» disse Lupin sorridendo. «Ecco… ti sei meritato una bibita… arriva dai Tre Manici di Scopa… non credo che tu l’abbia mai assaggiata…»

Estrasse due bottiglie dalla valigia.

«Burrobirra!» disse Harry senza riflettere. «Sì, mi piace quella roba!»

Lupin alzò un sopracciglio.

«Oh… Ron e Hermione me ne hanno portata un po’ quando sono andati a Hogsmeade» mentì rapido Harry.

«Capisco» disse Lupin, sospettoso. «Be’… beviamo alla vittoria di Grifondoro contro Corvonero! Anche se io non dovrei tenere per nessuno, essendo un insegnante…» aggiunse in fretta.

Bevvero la Burrobirra in silenzio, finché Harry non decise di chiedere qualcosa a cui pensava da un po’.

«Che cosa c’è sotto il cappuccio dei Dissennatori?»

Il professor Lupin abbassò la bottiglia, pensieroso.

«Mmm… be’, i soli a saperlo non sono in grado di raccontarcelo. Vedi, il Dissennatore abbassa il cappuccio solo per usare la sua arma estrema, la peggiore».

«Che cos’è?»

«Lo chiamano il Bacio del Dissennatore» disse Lupin con un sorriso un po’ obliquo. «È quello che fanno i Dissennatori quando vogliono distruggere completamente qualcuno. Immagino che ci siano delle fauci lì sotto, perché le stringono sulla bocca della vittima e… le succhiano l’anima».

Harry sputò un po’ di Burrobirra.

«Cosa… uccidono…?»

«Oh, no» disse Lupin. «È molto peggio. Puoi esistere anche senza l’anima, sai, purché il cuore e il cervello funzionino ancora. Ma non avrai più nessuna idea di te stesso, nessun ricordo… nulla. Non è possibile guarire. Esisti e basta. Come un guscio vuoto. E la tua anima se n’è andata per sempre… è perduta».

Lupin prese un altro sorso di Burrobirra e poi disse:

«È la sorte che attende Sirius Black. C’era scritto stamattina sulla Gazzetta del Profeta. Il Ministero ha dato ai Dissennatori il permesso di procedere se lo trovano».

Harry per un attimo rimase colpito all’idea che a qualcuno venisse succhiata via l’anima dalla bocca. Ma poi pensò a Black.

«Se lo merita» disse all’improvviso.

«Lo credi davvero?» gli chiese Lupin quasi casualmente. «Credi davvero che qualcuno possa meritare una cosa del genere?»

«Sì» rispose Harry in tono di sfida. «Per… per certe cose…»

Avrebbe voluto dire a Lupin della conversazione su Black che aveva origliato ai Tre Manici di Scopa, di come Black aveva tradito sua madre e suo padre, ma per farlo avrebbe dovuto rivelare di essere andato a Hogsmeade senza permesso, e sapeva che a Lupin questo non sarebbe piaciuto. Così finì la sua Burro-birra, ringraziò Lupin e uscì dall’aula di Storia della Magia.

Harry quasi rimpianse di aver chiesto che cosa c’era sotto il cappuccio di un Dissennatore. La risposta era così orribile, e lui era così assorto a chiedersi che cosa si dovesse provare a farsi succhiar via l’anima, che a metà delle scale andò a sbattere dritto contro la professoressa McGranitt.

«Guarda dove vai, Potter!»

«Mi scusi, professoressa…»

«Sono appena venuta a cercarti nella sala comune dei Grifondoro. Be’, allora, abbiamo fatto tutto quello che ci veniva in mente, e sembra che non abbia niente che non va… hai un vero amico da qualche parte, Potter…»

Harry rimase a bocca aperta. L’insegnante gli stava porgendo la Firebolt, splendida come sempre.

«Posso riaverla?» chiese Harry debolmente. «Sul serio?»

«Davvero» rispose la professoressa McGranitt con un sorriso. «Direi che hai bisogno di prendere confidenza con lei prima della partita di sabato, o no? E, Potter… cerca di vincere, d’accordo? O saremo fuori gioco per l’ottavo anno di fila, come il professor Piton è stato così carino da ricordarmi non più tardi di ieri sera…»

Ammutolito, Harry portò la Firebolt di sopra, nella Torre dei Grifondoro. Mentre girava un angolo, vide Ron che sfrecciava verso di lui con un sorriso da un orecchio all’altro.

«Te l’ha data? Ottimo! Senti, mi fai fare un giro? Domani?»

«Si… certo…» disse Harry, con il cuore leggero come una piuma. «Sai, dovremmo fare pace con Hermione. In fondo voleva solo aiutarmi…»

«Sì, d’accordo» disse Ron. «Adesso è nella sala comune che studia, tanto per cambiare».

Svoltarono nel corridoio che portava alla Torre del Grifondoro e videro Neville Paciock che supplicava Sir Cadogan, che non lo voleva lasciar entrare.

«Le ho scritte!» piagnucolava Neville, «ma il foglietto dev’essermi caduto!»

«Bella storia!» ruggì Sir Cadogan. Poi, vedendo Harry e Ron: «Buonasera, miei giovani cavalieri! Mettete in ceppi questo babbeo che sta cercando di forzare l’ingresso alle vostre stanze!»

«Oh, stai zitto» disse Ron, mentre lui e Harry si avvicinavano a Neville.

«Ho perso le parole d’ordine!» disse loro Neville desolato. «Mi ero fatto dire tutte le parole d’ordine che usava questa settimana, visto che continua a cambiarle, e adesso non so dove sono finite!»

«Stiletto!» disse Harry a Sir Cadogan, che fu molto deluso e si spostò malvolentieri per lasciarli entrare nella sala comune. Un improvviso mormorio d’eccitazione si propagò tra i ragazzi, e in un attimo Harry si ritrovò circondato da una piccola folla eccitata.

«Dove l’hai presa, Harry?»

«Mi fai fare un giro?»

«L’hai già provata, Harry?»

«I Corvonero non avranno scampo, hanno tutti delle Scopalinda Sette!»

«Me la fai tenere, Harry?»

Dopo una decina di minuti, durante i quali la Firebolt passò di mano in mano e fu ammirata da tutte le angolazioni, la folla si disperse e Harry e Ron videro Hermione, la sola a non essersi precipitata su di loro, china sui libri, bene attenta a evitare i loro occhi. Harry e Ron si avvicinarono al suo tavolo e alla fine lei alzò lo sguardo.

«Me l’hanno ridata» disse Harry con un sorriso, alzando la Firebolt.

«Visto, Hermione? Non aveva niente che non andava!» disse Ron.

«Be’… ma poteva anche non essere così!» disse Hermione. «Voglio dire, almeno adesso sai che è sicura!»

«Sì, credo di sì» disse Harry. «È meglio se la porto di sopra…»

«La porto io!» si offrì Ron entusiasta. «Devo dare a Crosta il suo Sciroppo Ratto».

Prese la Firebolt e reggendola come se fosse fatta di vetro la portò via, verso la scala dei ragazzi.

«Posso sedermi, allora?» Harry chiese a Hermione.

«Credo di sì» rispose Hermione, spostando su una sedia un mucchio di pergamene.

Harry guardò il tavolo sovraccarico, il lungo tema di Aritmanzia con l’inchiostro ancora umido, il tema ancora più lungo di Babbanologia (Perché i Babbani hanno bisogno dell’elettricità) e la traduzione in rune su cui era china Hermione.

«Come fai a cavartela con tutta questa roba?» le domandò.

«Oh, be’… sai… studio tanto» disse Hermione. Da vicino, Harry notò che aveva l’aria stanca quasi quanto Lupin.

«Perché non lasci perdere un paio di materie?» le chiese mentre lei spostava i libri per cercare il vocabolario runico.

«Non potrei mai!» rispose Hermione scandalizzata.

«Aritmanzia sembra spaventosa» disse Harry, prendendo uno schema numerico dall’aria molto complicata.

«Oh, no, è meravigliosa!» disse Hermione entusiasta. «È la mia materia preferita! È…»

Ma Harry non scoprì mai che cosa ci fosse di tanto meraviglioso nell’Aritmanzia. In quel preciso istante, un urlo strozzato echeggiò dalla scala dei ragazzi. Tutti i presenti tacquero e fissarono l’ingresso, pietrificati. Poi risuonarono passi frettolosi, sempre più forti… e alla fine comparve Ron, trascinando un lenzuolo.

«GUARDA!» urlò, avvicinandosi al tavolo di Hermione. «GUARDATE!» gridò, scuotendo il lenzuolo davanti agli amici.

«Ron, che cosa…?»

«CROSTA! GUARDATE! CROSTA!»

Hermione si ritrasse, sconvolta. Harry guardò il lenzuolo. C’era qualcosa di rosso sopra. Qualcosa che assomigliava orribilmente a…

«SANGUE!» urlò Ron nel silenzio attonito. «NON CÈ PIÙ! E SAPETE CHE COSA HO TROVATO PER TERRA?»

«N-no» disse Hermione con voce tremante.

Ron gettò qualcosa sulla traduzione runica di Hermione. Lei e Harry si sporsero per vedere. Sulle strane forme spigolose c’erano parecchi lunghi peli rossi di gatto.

Capitolo 13

Grifondoro contro Corvonero

Quella parve la fine dell’amicizia tra Ron e Hermione. Erano tutti e due così arrabbiati che Harry non capiva come avrebbero potuto far pace.

Ron era furioso perché Hermione non aveva mai preso sul serio i tentativi di Grattastinchi di divorare Crosta, non si era preoccupata di tenerlo d’occhio e tentava ancora di farlo passare per innocente, visto che gli suggeriva di cercare il topo sotto i letti dei ragazzi. Hermione, da parte sua, sosteneva che Ron non aveva nessuna prova che Grattastinchi avesse mangiato Crosta, che i peli rossi potevano essere lì da Natale, e che Ron era sempre stato prevenuto nei confronti del gatto, fin da quando Grattastinchi gli era balzato in testa al Serraglio Stregato.

Personalmente, Harry era sicuro che Grattastinchi si fosse mangiato Crosta, e quando cercò di far notare a Hermione che tutte le prove puntavano in quella direzione, lei perse la pazienza anche con lui.

«Ok, stai con Ron, tanto lo sapevo!» disse con voce acuta. «Prima la Firebolt, poi Crosta, è sempre colpa mia, vero? Lasciami stare, Harry, ho un sacco di compiti!»

Ron in effetti aveva preso molto male la scomparsa del topo.

«Dài, Ron, non facevi che ripetere quanto era noioso Crosta» disse Fred per consolarlo. «Era giù da secoli, se ne stava andando. Probabilmente è stato meglio per lui sparire cosi, in un boccone. Non deve aver sentito niente».

«Fred!» esclamò Ginny indignata.

«Non faceva che mangiare e dormire, Ron, lo dicevi tu» disse George.

«Una volta però ha morsicato Goyle!» disse Ron sconsolato. «Ti ricordi, Harry?»

«Sì, è vero» confermò Harry.

«Il suo momento di gloria» disse Fred, incapace di restar serio. «Che la cicatrice sul dito di Goyle sia perenne tributo alla sua memoria. Dài, Ron, vai a Hogsmeade e comprati un topo nuovo. A cosa serve lamentarsi?»

Nell’estremo tentativo di rincuorare Ron, Harry lo convinse ad accompagnarlo all’ultimo allenamento dei Grifondoro prima della partita contro i Corvonero, così alla fine avrebbe potuto fare un giro sulla Firebolt. La cosa parve distrarre per un attimo Ron dal pensiero di Crosta («Splendido! Posso provare a fare qualche goal?»), e così i due ragazzi si diressero insieme verso il campo.

Madama Bumb, che continuava ad assistere agli allenamenti dei Grifondoro per tenere d’occhio Harry, fu colpita dalla Firebolt quanto gli altri. Prima del decollo la prese, la studiò da vicino ed espresse il suo giudizio tecnico.

«Che equilibrio! Se la serie Nimbus ha un difetto, è un piccolo solco nella coda: spesso dopo qualche anno comincia a fare attrito. Hanno anche modernizzato il manico, è un po’ più sottile delle Scopalinda, mi ricorda le vecchie Frecce d’Argento, peccato che abbiano smesso di produrle, io ci ho imparato a volare, ed era una gran bella vecchia scopa anche quella…»

Continuò così per un po’, finché Baston disse:

«Ehm… Madama Bumb? Le spiace restituire la Firebolt a Harry? Dovremmo proprio allenarci…»

«Oh… certo… ecco, Potter» disse Madama Bumb. «Vado a sedermi con Weasley…»

Lei e Ron uscirono dal campo e presero posto sulle tribune, mentre la squadra dei Grifondoro si riuniva attorno a Baston per le istruzioni finali prima della partita del giorno dopo.

«Harry, ho appena scoperto chi sarà il Cercatore di Corvonero. Cho Chang. È una del quarto anno, ed è bravina… Speravo che non fosse in forma, ha avuto qualche problema…» Baston espresse il suo disappunto per la completa ripresa di Cho Chang, poi disse: «D’altra parte, cavalca una Comet Duecentosessanta, che sarà semplicemente ridicola vicino alla Firebolt». Dedicò alla scopa di Harry uno sguardo di fervente ammirazione, poi disse: «Ok, andiamo…»

E finalmente Harry si mise a cavalcioni della Firebolt e decollò.

Era come sognare. La Firebolt girava al minimo tocco, sembrava obbedire ai suoi pensieri più che alla sua presa; filava per il campo a una tale velocità che lo stadio diventò una macchia verde e grigia; Harry la fece voltare così bruscamente che Alicia Spinnet urlò, poi si tuffò in una picchiata perfettamente controllata, sfiorando il campo erboso con le punte dei piedi prima di innalzarsi di nuovo a dieci, dodici, quindici metri…

«Harry, ora libero il Boccino!» gridò Baston.

Harry si voltò e inseguì un Bolide fino alla porta; lo superò senza sforzo, vide il Boccino sfrecciare da dietro Baston e di lì a dieci secondi lo teneva stretto in mano.

La squadra urlò di gioia. Harry lasciò andare il Boccino, gli diede un vantaggio di un minuto, poi scattò all’inseguimento, slalomando fra gli altri; lo vide rotolare vicino al ginocchio di Katie Bell, fece un giro della morte e lo afferrò di nuovo.

Fu l’allenamento più riuscito di tutti; la squadra, contagiata dalla presenza della Firebolt, provò le sue tattiche migliori senza errori, e quando atterrò di nuovo, Baston non ebbe una sola critica da fare, cosa che, come fece notare George Weasley, non era mai successa prima di allora.

«Non so proprio che cosa potrebbe fermarci domani!» disse Baston. «A meno che… Harry, hai risolto il tuo problema con i Dissennatori, vero?»

«Sì» rispose Harry, pensando al suo debole Patronus e desiderando che fosse più forte.

«I Dissennatori non torneranno, Oliver, Silente andrebbe su tutte le furie» disse Fred fiducioso.

«Be’, speriamo di no» disse Baston. «Comunque… buon lavoro a tutti. Torniamo alla Torre… a letto presto…»

«Io resto qui ancora un po’, Ron vuole fare un giro sulla Firebolt» disse Harry a Baston, e mentre il resto della squadra si avviava agli spogliatoi, Harry andò verso Ron, che superò con un balzo la barriera e gli venne incontro. Madama Bumb si era addormentata.

«Eccola qui» disse Harry, e tese la Firebolt a Ron.

Ron, con espressione estatica, montò la scopa e filò nell’oscurità che si infittiva. Harry si spostò al bordo del campo per guardarlo, e la notte calò prima che Madama Bumb si destasse con un sussulto, sgridasse Harry e Ron per non averla svegliata e insistesse per farli tornare al castello.

Harry si mise in spalla la Firebolt e lui e Ron uscirono dallo stadio buio, discutendo l’andatura straordinariamente regolare della scopa, la sua fenomenale accelerazione e la sua precisione nelle svolte. Erano a metà strada quando Harry, guardando a sinistra, vide qualcosa che gli mozzò il fiato: due occhi che scintillavano nell’oscurità.

Harry s’immobilizzò, col cuore che gli sbatacchiava contro le costole.

«Che cosa succede?» chiese Ron.

Harry indicò gli occhi. Ron estrasse la bacchetta e mormorò: «Lumos!»

Un raggio di luce attraversò l’erba, colpì un albero e ne illuminò i rami; lì, accovacciato tra le foglie nuove, c’era Grattastinchi.

«Vattene via!» ruggì Ron, chinandosi per raccogliere un grosso sasso, ma prima che lo potesse lanciare, Grattastinchi sparì con un guizzo della lunga coda rossiccia.

«Visto?» disse Ron furioso, lasciando cadere il sasso. «Continua a lasciarlo andare dove vuole. Probabilmente adesso sta mandando giù Crosta con un paio di uccelli…»

Harry non disse niente. Respirò a fondo lasciandosi pervadere dal sollievo; per un attimo aveva creduto che quegli occhi appartenessero al Gramo. Ripartirono alla volta del castello. Vergognandosi un po’ di quell’attacco di panico, Harry non disse nulla a Ron, e non si guardò né a destra né a sinistra finché non furono nella Sala d’Ingresso bene illuminata.

La mattina dopo Harry scese a colazione con gli altri ragazzi del suo dormitorio, tutti convinti che la Firebolt meritasse una sorta di drappello d’onore. Quando Harry entrò nella Sala Grande, tutti si voltarono a guardare la Firebolt, e si diffuse un mormorio di eccitazione. Harry vide con enorme soddisfazione che la squadra dei Serpeverde sembrava colpita da un fulmine.

«Visto che faccia ha fatto?» disse Ron allegramente, fissando Malfoy. «Non ci può credere! Che bello!»

Anche Baston si pavoneggiava nella gloria riflessa della Firebolt.

«Mettila qui, Harry» disse, posando la scopa in mezzo al tavolo e voltandola in modo che il nome fosse ben visibile. Alcuni ragazzi di Corvonero e Tassorosso si avvicinarono per darle un’occhiata, Cedric Diggory andò a complimentarsi con Harry per aver acquistato una sostituta così straordinaria della Nimbus, e la fidanzata di Percy, Penelope Light di Corvonero, chiese se poteva prenderla in mano.

«Su, su, Penny, niente sabotaggi!» disse Percy cordialmente, mentre la ragazza esaminava la Firebolt da vicino. «Io e Penelope abbiamo fatto una scommessa» disse agli altri. «Dieci galeoni sul risultato della partita!»

Penelope rimise la scopa al suo posto, ringraziò Harry e tornò al suo tavolo.

«Harry, fai in modo di vincere» disse Percy con un sussurro frettoloso. «Io non ce li ho, dieci galeoni. Sì, vengo, Penny!» E si affrettò a raggiungerla davanti a una fetta di pane tostato.

«Sei sicuro di riuscire a controllare quella scopa, Potter?» disse una fredda voce strascicata.

Draco Malfoy si era avvicinato per vedere meglio, con Tiger e Goyle alle spalle.

«Sì, credo di sì» rispose Harry in tono indifferente.

«Ha un sacco di effetti speciali, vero?» chiese Malfoy, con gli occhi che brillavano maligni. «Peccato che non abbia anche un paracadute, nel caso si avvicini un Dissennatore».

Tiger e Goyle ridacchiarono.

«Peccato che non ti possa spuntare un braccio in più, Malfoy» rispose Harry. «Così forse ce la faresti a prendere il Boccino».

La squadra dei Grifondoro scoppiò in una sonora risata. Gli occhi pallidi di Malfoy diventarono due fessure, e il ragazzo si allontanò. Lo guardarono raggiungere il resto della squadra di Serpeverde, che si riunì a confabulare, certo per chiedere a Malfoy se la scopa di Harry fosse davvero una Firebolt.

Alle undici meno un quarto, la squadra di Grifondoro si avviò agli spogliatoi. Il tempo non avrebbe potuto essere più diverso da quello della partita contro Tassorosso. Era una giornata limpida e fresca, con un venticello leggero; questa volta non ci sarebbero stati problemi di visibilità, e Harry, seppur nervoso, cominciava ad avvertire l’eccitazione che solo una partita di Quidditch poteva portare con sé. Udirono il resto della scuola che prendeva posto nello stadio. Harry si tolse la divisa scolastica nera, estrasse la bacchetta dalla tasca e la infilò nella maglietta che avrebbe indossato sotto la divisa da Quidditch. Sperava solo di non averne bisogno. All’improvviso si chiese se il professor Lupin sarebbe stato tra la folla a guardare.

«Sapete che cosa dobbiamo fare» disse Baston mentre si preparavano a uscire dagli spogliatoi. «Se perdiamo questa partita, siamo fuori gara. Voi… comportatevi come all’allenamento di ieri e andrà tutto bene!»

Uscirono in campo, accolti da un tumultuoso applauso. La squadra di Corvonero, vestita di blu, era già schierata a metà campo. Il loro Cercatore, Cho Chang, era l’unica ragazza della squadra. Era più bassa di Harry di almeno tutta la testa, e Harry non poté fare a meno di notare, pur teso com’era, che era molto carina. Lei sorrise a Harry mentre le squadre si fronteggiavano dietro i loro capitani, e lui avvertì una lieve stretta dalle parti dello stomaco, una cosa che non aveva nulla a che fare con i nervi.

«Baston, Davies, stringetevi la mano» disse Madama Bumb spiccia, e Baston tese la mano al capitano di Corvonero.

«Salite sulle scope… al mio fischio… tre… due… uno…»

Harry si librò a mezz’aria e la Firebolt scattò più alta e più veloce di ogni altra scopa; il suo cavaliere fece un giro di prova sopra lo stadio e prese a guardarsi in giro in cerca del Boccino, ascoltando la cronaca affidata all’amico dei gemelli Weasley, Lee Jordan.

«Sono partiti, e l’attenzione di tutti in questa partita è puntata sulla Firebolt che Harry Potter cavalca per Grifondoro. Secondo la Guida ai Manici di Scopa, la Firebolt sarà la scopa prescelta dalle squadre nazionali alla Coppa del Mondo di quest’anno…»

«Jordan, ti dispiacerebbe dirci che cosa succede in campo?» lo interruppe la voce della professoressa McGranitt.

«Sicuro, professoressa… stavo dando solo qualche informazione in più… la Firebolt, tra parentesi, monta un Incantesimo Autofrenante e…»

«Jordan!»

«Ok, ok, Grifondoro in possesso di palla, Katie Bell di Grifondoro sfreccia verso la porta…»

Harry oltrepassò Katie puntando nella direzione opposta e guardandosi in giro in cerca di uno scintillio dorato. Cho Chang se ne accorse subito, lo tallonava. Era una giocatrice esperta: continuava a tagliargli la strada, costringendolo a cambiare direzione.

«Falle vedere come acceleri, Harry!» urlò Fred, superandolo per puntare a un Bolide che si dirigeva verso Alicia.

Harry spinse in avanti la Firebolt mentre giravano attorno alle porte di Corvonero, e Cho rimase indietro. Proprio mentre Katie segnava il primo goal della partita, e i giocatori di Grifondoro esultavano, lo vide: il Boccino era quasi a terra e svolazzava vicino a una delle barriere.

Harry scese in picchiata; Cho lo vide e si lanciò al suo inseguimento. Harry accelerò, pervaso dall’eccitazione; le picchiate erano la sua specialità, mancavano solo tre metri…

In quel momento un Bolide, colpito da uno dei Battitori di Corvonero, balzò fuori dal nulla. Harry deviò e lo evitò per un pelo. In quei pochi cruciali istanti, il Boccino sparì.

Dai tifosi di Grifondoro si alzò un grosso «Oooooh» di delusione e dall’ala di Corvonero esplose un fragoroso applauso per il Battitore. George Weasley manifestò il suo disappunto sparando il secondo Bolide direttamente contro il Battitore avversario, che fu costretto a rovesciarsi a mezz’aria per evitarlo.

«Grifondoro è in vantaggio per ottanta a zero, e guardate quella Firebolt come fila! Potter la sta mettendo davvero alla prova, guardate come la fa girare, e la Comet di Chang non è certo all’altezza, la precisione e l’equilibrio della Firebolt sono davvero straordinari in questi lunghi…»

«JORDAN! TI PAGANO PER FARE PUBBLICITÀ ALLE FIREBOLT? VAI AVANTI CON LA CRONACA!»

Corvonero si riscosse; segnò tre reti, lasciando a Grifondoro un vantaggio di soli cinquanta punti. Se Cho avesse preso il Boccino prima di Harry, Corvonero avrebbe vinto. Harry planò verso il basso, evitando di stretta misura un Cacciatore di Corvonero, e scrutò il campo, in ansia. Un brillio d’oro, un palpito di piccole ali… il Boccino era laggiù, attorno alla porta di Grifondoro…

Harry accelerò, gli occhi incollati al frammento d’oro davanti a lui. Ma un attimo dopo Cho apparve dal nulla e gli sbarrò la strada…

«HARRY, NON È IL MOMENTO DI FARE IL GENTILUOMO!» ruggì Baston, mentre Harry deviava per evitare l’urto. «FALLA CADERE DALLA SCOPA, SE DEVI!»

Harry si voltò e vide Cho che sorrideva. Il Boccino era sparito di nuovo. Harry puntò verso l’alto la Firebolt e presto fu a oltre sessanta metri. Con la coda dell’occhio, vide che Cho lo seguiva… aveva deciso di marcarlo stretto invece di andare a cercare il Boccino… benissimo… se voleva inseguirlo, doveva subirne le conseguenze…

Si tuffò di nuovo in picchiata, e Cho, convinta che avesse visto il Boccino, cercò di stargli dietro; Harry si rialzò bruscamente e lei continuò a precipitare; lui scattò di nuovo, veloce come un proiettile, e poi lo vide per la terza volta. Il Boccino scintillava alto sul campo, dalla parte di Corvonero.

Accelerò; così fece Cho, parecchi piedi più in basso. Harry era in vantaggio, si avvicinava al Boccino ogni secondo di più., e poi…

«Oh!» urlò Cho, indicando qualcosa.

Distratto, Harry guardò in basso.

Tre Dissennatori, tre alti, neri Dissennatori incappucciati, guardavano verso di lui.

Non indugiò a pensare. S’infilò una mano sotto la divisa, estrasse la bacchetta e ruggì:

«Expecto Patronum!»

Qualcosa di enorme, di un bianco argenteo, spuntò dalla punta della bacchetta. Harry sapeva di averla puntata direttamente verso i Dissennatori ma non si fermò a vedere che cosa succedeva; con la mente ancora miracolosamente sgombra, guardò davanti a sé, c’era quasi, tese la mano che ancora stringeva la bacchetta e riuscì a stento a serrare le dita attorno al minuscolo Boccino che si divincolava.

Madama Bumb fischiò, Harry si voltò a mezz’aria e vide sei macchie scarlatte che puntavano su di lui. Un attimo dopo, tutta la squadra lo abbracciava così forte che quasi lo fece cadere dalla scopa. In basso echeggiavano le urla dei Grifondoro tra la folla.

«Così si fa!» ripeteva Baston urlando. Alicia, Angelina e Katie avevano baciato Harry, Fred lo teneva così stretto che la testa rischiava di saltargli via. Nel caos più totale, la squadra riuscì a scendere a terra. Harry smontò dalla scopa e vide un branco schiamazzante di tifosi di Grifondoro che correvano in campo, Ron in testa. Prima di rendersene conto, si trovò circondato da una folla festante.

«Sì!» strillò Ron, alzando il braccio di Harry. «Sì! Sì!»

«Benfatto, Harry!» disse Percy entusiasta. «Ho vinto dieci galeoni! Devo andare a cercare Penelope, scusa…»

«Bravo, Harry!» ruggì Seamus Finnigan.

«Maledettamente bravo!» esplose Hagrid sulle teste dei Grifondoro che si accalcavano.

«Quello sì che era un Patronus» disse una voce all’orecchio di Harry.

Harry si voltò e vide il professor Lupin, insieme scosso e compiaciuto.

«I Dissennatori non mi hanno fatto niente!» disse Harry eccitato. «Non ho sentito niente!»

«Forse perché… ehm… non erano Dissennatori» disse il professor Lupin. «Vieni a vedere…»

Guidò Harry via dalla folla, finché non giunsero in vista dell’estremità del campo.

«Hai fatto prendere un bello spavento al signor Malfoy» disse Lupin.

Harry guardò la scena stupefatto. Per terra, in un mucchio aggrovigliato, c’erano Malfoy, Tiger, Goyle e Marcus Flitt, il capitano dei Serpeverde, che lottavano per liberarsi dei loro lunghi mantelli neri col cappuccio. A quanto pareva, Malfoy doveva essere salito sulle spalle di Goyle. La professoressa McGranitt, furiosa come non mai, era in piedi di fronte a loro.

«Davvero un tiro spregevole!» urlava. «Un basso, vile tentativo di sabotare il Cercatore dei Grifondoro! Siete tutti puniti, e cinquanta punti in meno per Serpeverde! Ne parlerò con il professor Silente, non dubitate! Ah, eccolo che arriva!»

Fu il miglior suggello alla vittoria dei Grifondoro. Ron, che si era fatto largo tra la folla al fianco di Harry, era piegato in due dalle risate mentre Malfoy cercava di districarsi dal mantello in cui era ancora impigliata la testa di Goyle.

«Andiamo, Harry!» disse George avvicinandosi, «andiamo a festeggiare! Nella sala comune di Grifondoro, subito!»

«D’accordo» disse Harry, felice come non lo era da secoli. Lui e il resto della squadra, ancora in divisa scarlatta, guidarono la folla fuori dallo stadio e verso il castello.

Era come se avessero già vinto la Coppa del Quidditch; la festa proseguì per tutto il giorno, fino a sera tarda. Fred e George Weasley scomparvero per un paio d’ore e tornarono con bracciate di bottiglie di Burrobirra, Zuccotti di zucca e parecchi sacchetti pieni di dolci di Mielandia.

«Come avete fatto?» strillò Angelina Johnson, mentre George lanciava Rospi alla Menta tra la folla.

«Con un piccolo aiuto di Lunastorta, Codaliscia, Felpato e Ramoso» sussurrò Fred all’orecchio di Harry.

Solo una persona non si unì ai festeggiamenti. Hermione, incredibile ma vero, rimase seduta in un angolo, cercando di leggere un libro enorme intitolato Vita domestica e abitudini sociali dei Babbani inglesi. Harry si allontanò dal tavolo dove Fred e George avevano cominciato a fare i giocolieri con le bottiglie di Burrobirra e le si avvicinò.

«Sei venuta alla partita?» le chiese.

«Ma certo» rispose Hermione con una strana voce acuta, senza alzare gli occhi. «E sono contenta che abbiamo vinto, e credo che tu sia stato bravissimo, ma devo finire questo libro per lunedì».

«Dài, Hermione, vieni a mangiare qualcosa» disse Harry, cercando Ron con lo sguardo e chiedendosi se l’amico fosse abbastanza di buonumore da seppellire l’ascia di guerra.

«Non posso, Harry, ho ancora quattrocentoventidue pagine da leggere» disse Hermione, in tono lievemente isterico. «Comunque…» Anche lei guardò dalla parte di Ron, «lui non mi vuole».

Non c’era niente da ribattere, visto che Ron scelse proprio quel momento per dire ad alta voce:

«Se Crosta non fosse stato appena divorato, avrebbe potuto mangiare un po’ di queste Mosche al Caramello, gli piacevano tanto…»

Hermione scoppiò in lacrime. Prima che Harry potesse dire o fare qualcosa, si infilò il libro sottobraccio e tra i singhiozzi corse verso la scala che portava al dormitorio delle ragazze.

«Non puoi lasciarla un po’ in pace?» chiese Harry a Ron, piano.

«No» rispose Ron in tono aspro. «Se almeno fosse un po’ dispiaciuta… ma non ammetterà mai di avere torto, Hermione. Si comporta ancora come se Crosta fosse in vacanza».

La festa dei Grifondoro finì solo quando la professoressa McGranitt comparve in vestaglia scozzese e retina sui capelli, all’una di notte, insistendo perché andassero tutti a dormire. Harry e Ron salirono nel dormitorio, discutendo la partita. Alla fine, esausto, Harry s’infilò nel letto, chiuse le tende del baldacchino per intercettare un raggio di luna, si distese e scivolò quasi immediatamente nel sonno…

Fece un sogno molto strano. Camminava in una foresta, con la Firebolt in spalla, seguendo qualcosa di un bianco argenteo che scivolava tra gli alberi davanti a lui e che Harry intravedeva a fatica tra le foglie. Ansioso di raggiungere la cosa, si affrettò, ma la sua preda accelerava. Harry prese a correre e altrettanto fece la cosa. Ora correva, e davanti sentiva un frastuono di galoppo… poi svoltò in una radura e…

«AAAAAAAAAAAAAARRRRRRRRRRRGGGHHHHH! NOOOOOOOOOOOOO!»

Harry si svegliò di colpo, come se qualcuno gli avesse dato uno schiaffo. Disorientato, nell’oscurità totale, trafficò con le tende. Sentiva dei movimenti attorno a sé, e la voce di Seamus Finnigan dall’altra parte della stanza esclamò:

«Che cosa succede?»

Harry credette di sentire sbattere la porta del dormitorio. Alla fine riuscì a dividere le tende, le aprì di scatto e nello stesso istante Dean Thomas accese la lanterna.

Ron era seduto sul letto, terrorizzato, e le sue tende erano tutte lacerate da una parte.

«Black! Sirius Black! Con un pugnale!»

«Che cosa?»

«Era qui! Un momento fa! Ha tagliato le tende! Mi ha svegliato!»

«Sicuro che non fosse un sogno, Ron?» chiese Dean.

«Guarda le tende! Te l’ho detto, era qui!»

Balzarono giù dal letto. Harry raggiunse per primo la porta del dormitorio, e filarono tutti giù per le scale. Si aprirono porte, echeggiarono voci assonnate…

«Chi ha gridato?»

«Che cosa succede?»

La sala comune era illuminata dal barlume del fuoco ormai quasi spento, ancora ingombra dei resti della festa. Era deserta.

«Sei sicuro che non è stato un sogno, Ron?»

«Ve l’ho detto, l’ho visto!»

«Cos’è tutto questo baccano?»

«La professoressa McGranitt ci ha detto di andare a dormire!»

Alcune ragazze erano scese dalla loro scala, sbadigliando e infilandosi la vestaglia. Anche i ragazzi comparvero un po’ alla volta.

«Magnifico, ricomincia la festa?» esclamò allegramente Fred Weasley.

«Tornate tutti di sopra!» disse Percy, entrando di corsa nella sala comune e agganciandosi il distintivo di Caposcuola sul pigiama.

«Perce… Sirius Black!» disse Ron debolmente. «Nel nostro dormitorio! Con un pugnale! Mi ha svegliato!»

Sulla sala comune scese il silenzio.

«Sciocchezze!» esclamò Percy stupefatto. «Hai mangiato troppo, Ron… hai avuto un incubo…»

«Ti dico che…»

«Insomma, quando è troppo è troppo!»

Era la professoressa McGranitt. Sbatté il ritratto alle sue spalle entrando nella sala comune e si guardò intorno furente.

«Sono felice che Grifondoro abbia vinto la partita, ma la cosa sta diventando ridicola! Percy, da te mi aspettavo di più!»

«Certo non sono stato io a dar loro il permesso, professoressa!» disse Percy, indignato. «Stavo proprio dicendo loro di tornare a letto! Mio fratello Ron ha avuto un incubo…»

«NON ERA UN INCUBO!» urlò Ron. «PROFESSORESSA, MI SONO SVEGLIATO E SlRIUS BLACK ERA SOPRA DI ME CON UN PUGNALE IN MANO!»

La professoressa McGranitt lo fissò incredula.

«Non dire sciocchezze, Weasley, come avrebbe fatto a passare attraverso il ritratto?»

«Glielo chieda!» disse Ron, puntando un dito tremante verso il retro del quadro di Sir Cadogan. «Gli chieda se ha visto…»

Guardando Ron con sospetto, la professoressa McGranitt riaprì il ritratto e uscì. Tutta la sala comune tese le orecchie, il fiato sospeso.

«Sir Cadogan, avete lasciato entrare un uomo nella Torre di Grifondoro?»

«Ma certo, Madama!» strillò Sir Cadogan.

Un silenzio attonito si diffuse dentro e fuori la sala comune.

«Da… davvero?» disse la professoressa McGranitt. «Ma… la parola d’ordine?»

«Ce le aveva!» rispose Sir Cadogan fiero. «Aveva le parole d’ordine di tutta la settimana, mia signora! Le ha lette su un foglietto di carta!»

La professoressa McGranitt tornò dall’altra parte del ritratto, dove l’attendeva una folla turbata. Era bianca come gesso.

«Chi mai» disse con voce spezzata, «chi mai è stato di una stupidità così abissale da scrivere le parole d’ordine della settimana e da lasciarle in giro?»

Calò il silenzio totale, rotto solo da una specie di pigolio. Neville Paciock, tremando dalla punta dei capelli ai piedi calzati in soffici pantofole, alzò lentamente la mano.

Capitolo 14

L’ira di Piton

Quella notte nessuno dormì nella Torre del Grifondoro. Sapevano che il castello sarebbe stato perquisito un’altra volta, e tutta la Casa rimase sveglia nella sala comune, in attesa di scoprire se Black era stato catturato. La professoressa McGranitt tornò all’alba per far sapere ai ragazzi che era riuscito a fuggire.

Il giorno dopo riconobbero ovunque i segni di una sorveglianza più stretta. Il professor Vitious stava insegnando alle porte principali a riconoscere Sirius Black da una grossa foto; Gazza andava su e giù per i corridoi a inchiodare assi dappertutto, dalle minuscole crepe nelle pareti alle tane di topo. Sir Cadogan era stato licenziato. Il suo ritratto era stato riportato su al solitario pianerottolo del settimo piano, e la Signora Grassa era tornata. Era stata restaurata da mani esperte, ma era ancora molto nervosa, e aveva accettato di tornare al lavoro solo con la garanzia di una protezione speciale. Un gruppo di scontrosi troll guardiani era stato reclutato per sorvegliarla. Marciavano per il corridoio in un drappello minaccioso, parlando a grugniti e confrontando la misura delle loro mazze.

Harry non poté fare a meno di notare che la statua della strega orba al terzo piano era rimasta incustodita. Pareva che Fred e George avessero avuto ragione nel dire che solo loro — e ora Harry, Ron e Hermione — sapevano del passaggio segreto al suo interno.

«Credi che dovremmo dirlo a qualcuno?» chiese Harry a Ron.

«Sappiamo che non entra da Mielandia» tagliò corto Ron. «Lo avremmo saputo se qualcuno fosse penetrato nel negozio».

Harry fu felice che Ron la pensasse così. Se bloccavano anche la strega orba, non sarebbe mai più potuto andare a Hogsmeade.

In un baleno Ron diventò una celebrità. Per la prima volta, tutti dedicavano più attenzione a lui che a Harry, ed era chiaro che Ron si stava godendo il momento. Ancora parecchio scosso dagli eventi della notte, era comunque felice di raccontare l’accaduto a chiunque glielo chiedesse, con gran ricchezza di particolari.

«…Stavo dormendo quando ho sentito un rumore, come una cosa che si strappava, e credevo che fosse un sogno, insomma. Ma poi c’era uno spiffero… Mi sono svegliato e una tenda del mio letto non c’era più… Mi sono girato… e l’ho visto in piedi sopra di me… come uno scheletro, con una massa di capelli sporchi… e aveva un coltello lunghissimo, almeno trenta centimetri… e mi ha guardato, e io l’ho guardato, e poi io ho urlato e lui è fuggito».

«Perché, poi?» aggiunse rivolto a Harry, mentre il gruppo di ragazze del secondo anno che avevano ascoltato l’agghiacciante racconto si allontanava. «Perché è fuggito?»

Harry si era chiesto la stessa cosa. Perché Black, una volta sbagliato letto, non aveva messo a tacere Ron e cercato lui? Black aveva dimostrato dodici anni prima che non aveva alcuno scrupolo a uccidere persone innocenti, e questa volta si era trovato di fronte a cinque ragazzi disarmati, quattro dei quali addormentati.

«Forse sapeva che sarebbe stato difficile uscire di nuovo dal castello dopo che tu ti eri messo a gridare e avevi svegliato tutti» disse Harry pensieroso. «Avrebbe dovuto uccidere tutta la Casa per riuscire a ripassare dal buco del ritratto… poi avrebbe incontrato gli insegnanti…»

Neville era nella disgrazia più totale. La professoressa McGranitt era così arrabbiata con lui che gli aveva interdetto qualunque futura gita a Hogsmeade, lo aveva punito e aveva proibito a tutti di dirgli la parola d’ordine per entrare nella Torre. Il povero Neville era costretto ad aspettare tutte le sere fuori dalla sala comune che qualcuno lo facesse entrare, mentre i troll della sorveglianza lo fissavano minacciosi. Nessuna di queste punizioni, comunque, uguagliava quella che sua nonna aveva in serbo per lui. Due giorni dopo l’incursione di Black, spedì a Neville la cosa peggiore che uno studente di Hogwarts potesse ricevere per colazione: una Strillettera.

I gufi della scuola planarono nella Sala Grande portando la posta come al solito, e a Neville andò il boccone di traverso mentre un grosso gufo atterrava davanti a lui con una lettera scarlatta nel becco. Harry e Ron, che erano seduti di fronte, riconobbero subito la lettera: Ron ne aveva ricevuta una così da sua madre l’anno prima.

«Scappa, Neville» gli consigliò Ron.

Non glielo dovette ripetere due volte. Neville afferrò la busta e tenendola davanti a sé come se fosse una bomba corse fuori dalla sala, mentre il tavolo dei Serpeverde scoppiava a ridere. Sentirono la Strillettera che partiva nell’ingresso: la voce della nonna di Neville, prodigiosamente aumentata di volume di almeno cento volte, che strillava ai quattro venti come il nipote aveva coperto di vergogna tutta la famiglia.

Harry era troppo occupato a compiangere Neville per notare che c’era una lettera anche per lui. Edvige attirò la sua attenzione beccandolo forte sul polso.

«Ahia… Oh… grazie, Edvige…»

Harry strappò la busta mentre Edvige trangugiava i cornflakes di Neville. Il biglietto diceva:

Cari Harry e Ron,

cosa ne dite di venire a prendere il tè da me oggi pomeriggio verso le sei? Vengo a prendervi io al castello. ASPETTATE ME NELL’INGRESSO, NON DOVETE USCIRE DA SOLI.

Saluti,

Hagrid

«Forse vuole che io gli racconti di Black!» disse Ron.

E così alle sei del pomeriggio Harry e Ron uscirono dalla Torre dei Grifondoro, superarono di corsa i troll della sorveglianza e scesero nella Sala d’Ingresso.

Hagrid li stava aspettando.

«Tutto bene, Hagrid!» disse Ron. «Suppongo che tu voglia sapere di sabato notte, vero?»

«So già tutto» disse Hagrid, aprendo la porta e incamminandosi davanti a loro.

«Oh» disse Ron un po’ deluso.

La prima cosa che videro entrando nella capanna di Hagrid fu Fierobecco, allungato sulla coperta patchwork di Hagrid, le enormi ali ripiegate strette accanto al corpo, che si gustava un grosso piatto di furetti morti. Distogliendo lo sguardo da quella visione sgradevole, Harry vide un enorme vestito peloso marrone e un’orrenda cravatta gialla e arancione penzolare nell’armadio di Hagrid.

«A cosa servono, Hagrid?» chiese.

«Per l’udienza di Fierobecco contro il Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose» disse Hagrid. «È questo venerdì. Io e lui andiamo a Londra insieme. Ho preso due cuccette sul Nottetempo…»

Harry fu sopraffatto dai sensi di colpa. Si era completamente dimenticato che il processo a Fierobecco era così vicino, e a giudicare dallo sguardo imbarazzato di Ron, anche lui se n’era scordato. Avevano dimenticato anche la loro promessa di aiutare Hagrid a preparare la difesa dell’Ippogrifo; l’arrivo della Firebolt l’aveva cancellata dalle loro menti.

Hagrid servì loro il tè e offrì un piatto di focaccine, che rifiutarono; avevano già sperimentato fin troppe volte la cucina di Hagrid.

«Ho qualcosa da discutere con voi due» disse Hagrid, sedendosi tra loro con aria insolitamente seria.

«Cosa?» chiese Harry.

«Hermione» disse Hagrid.

«Perché?» disse Ron.

«Perché non sta bene, ecco perché. È venuta qui a trovarmi tante volte da Natale. Si sente sola. Prima non ci parlavate, con lei, per via della Firebolt, adesso non ci parlate perché il suo gatto…»

«…ha mangiato Crosta!» lo interruppe Ron furioso.

«Perché il suo gatto ha fatto come fanno tutti i gatti» continuò Hagrid ostinato. «Ha pianto tante volte, sapete. È un brutto momento per lei. Troppi impegni, se volete saperlo, con tutto il lavoro che sta cercando di fare. Ma ha trovato lo stesso il tempo di aiutarmi con il caso di Fierobecco, sapete… ha trovato della roba davvero buona… credo che lui ha qualche possibilità adesso…»

«Hagrid, avremmo dovuto aiutarti anche noi… scusa…» esordì Harry imbarazzato.

«Non ti rimprovero mica!» disse Hagrid, respingendo le scuse di Harry. «Con tutto quello che c’hai avuto per la testa, ti ho visto che ti allenavi a Quidditch a tutte le ore del giorno e della notte… ma ve lo devo dire, credevo che a voi due vi importava di più della vostra amica che di una scopa o di un topo. Ecco».

Harry e Ron si guardarono, entrambi a disagio.

«Era davvero sconvolta, poverina, quando Black ti ha aggredito, Ron. Lei si che ha il cuore al posto giusto, lei, e voi due che non ci parlate nemmeno…»

«Se solo si sbarazzasse di quel gatto, io le parlerei ancora!» disse Ron arrabbiato, «ma lo difende sempre! È un criminale, e lei non vuole nemmeno sentirselo dire!»

«Ah, be’, la gente a volte è un po’ stupida quando ci parli dei suoi animali» disse Hagrid saggiamente. Alle sue spalle, Fierobecco sputò qualche osso di furetto sul cuscino.

Passarono il resto della visita a discutere delle aumentate possibilità di Grifondoro di vincere la Coppa del Quidditch. Alle nove, Hagrid li riaccompagnò al castello.

Di ritorno nella sala comune, videro un folto gruppo di ragazzi che si accalcava attorno alla bacheca.

«Hogsmeade, il prossimo finesettimana!» disse Ron, sporgendosi sopra la folla di teste per leggere il nuovo avviso. «Cosa ne dici?» sussurrò a Harry mentre andavano a sedersi.

«Be’, Gazza non ha fatto niente al passaggio per Mielandia…» disse Harry, ancora più piano.

«Harry!» disse una voce nel suo orecchio destro. Harry sobbalzò e cercò con lo sguardo Hermione, che era seduta al tavolo dietro di loro e si apriva un varco nel muro di libri che la nascondeva.

«Harry, se torni a Hogsmeade… dirò della mappa alla professoressa McGranitt!» dichiarò Hermione.

«Hai sentito qualcuno parlare, Harry?» ringhiò Ron, senza guardarla.

«Ron, come puoi permettergli di venire con te? Dopo quello che Sirius Black ha fatto a te! Parlo sul serio, lo dirò…»

«E così adesso stai cercando di far espellere Harry!» disse Ron furibondo. «Non hai già fatto abbastanza danni per quest’anno?»

Hermione aprì la bocca per ribattere, ma Grattastinchi le balzò in grembo soffiando dolcemente. Hermione lanciò uno sguardo spaventato a Ron, prese in braccio Grattastinchi e corse via verso il dormitorio delle ragazze.

«Dicevamo?» disse Ron a Harry, come se non fossero stati interrotti. «Dài, l’ultima volta che siamo andati non hai visto praticamente niente. Non sei nemmeno entrato da Zonko!»

Harry si guardò intorno per controllare che Hermione non fosse a portata di orecchie.

«Ok» disse. «Ma questa volta mi porto il Mantello dell’Invisibilità».

Il sabato mattina, Harry mise il Mantello dell’Invisibilità nella borsa, si fece scivolare in tasca la Mappa del Malandrino e scese a far colazione con tutti gli altri. Hermione continuava a scoccargli occhiate sospettose, ma lui ne evitò lo sguardo, e fece in modo che lei lo vedesse risalire la scalinata di marmo mentre tutti gli altri si dirigevano verso la porta d’ingresso.

«Ciao!» disse Harry a Ron. «Ci vediamo al tuo ritorno!»

Ron sorrise e gli fece l’occhiolino.

Harry corse al terzo piano e mentre saliva estrasse la Mappa del Malandrino. Si accovacciò dietro la strega orba e stese la cartina. Un puntino avanzava nella sua direzione. Harry strizzò gli occhi per metterlo a fuoco. La scritta minuscola accanto al puntino recitava ’Neville Paciock’.

Harry estrasse in fretta la bacchetta magica, mormorò «Dissendium!» e spinse la borsa dentro la statua, ma prima che riuscisse a seguirla, Neville girò l’angolo.

«Harry! Mi ero dimenticato che anche tu non vai a Hogsmeade!»

«Ciao, Neville» disse Harry, allontanandosi in fretta dalla statua e rimettendosi in tasca la mappa. «Che cosa fai?»

«Niente» disse Neville scrollando le spalle. «Ti va una partita a SparaSchiocco?»

«Ehm… non ora… pensavo di andare in biblioteca a fare quel tema sui Vampiri per Lupin…»

«Vengo con te!» esclamò Neville allegramente. «Anch’io non l’ho ancora fatto!»

«Ehm… aspetta… sì, dimenticavo, l’ho finito ieri sera!»

«Magnifico, così puoi aiutare me!» disse Neville, con un’espressione di ansia sul volto paffuto. «Non riesco a capire quella faccenda dell’aglio: devono mangiarlo o…»

Neville s’interruppe con un sussulto, fissando un punto sopra la spalla di Harry.

Era Piton. Neville si nascose rapido dietro a Harry.

«E voi due che cosa fate qui?» chiese Piton, spostando lo sguardo dall’uno all’altro. «Strano posto per darvi appuntamento…»

Con grande preoccupazione di Harry, gli occhietti neri di Piton dardeggiarono verso le porte che davano sul corridoio, e poi si soffermarono sulla strega orba.

«Noi… non ci siamo dati appuntamento» disse Harry. «Ci siamo incontrati… per caso».

«Davvero?» disse Piton. «Tu hai l’abitudine di apparire nei posti più inaspettati, Potter, ed è raro che sia senza una buona ragione… Suggerirei che voi due torniate alla Torre dei Grifondoro, è precisamente là che dovete stare».

Harry e Neville si allontanarono senza ribattere. Mentre giravano l’angolo, Harry si voltò. Piton stava passando una mano sulla testa della strega orba e la osservava da vicino.

Harry riuscì a liberarsi di Neville davanti alla Signora Grassa, pronunciando la parola d’ordine e fingendo poi di aver lasciato il tema sui Vampiri in biblioteca per poter tornare indietro. Una volta lontano dalla vista dei troll della sorveglianza, estrasse di nuovo la mappa e l’avvicinò al naso.

Il corridoio del terzo piano sembrava deserto. Harry esaminò la mappa con cura e vide con sollievo che il puntino sotto cui c’era scritto ’Severus Piton’ era tornato nel suo studio.

Corse fino alla strega orba, le aprì la gobba, ci s’infilò e scivolò giù, raggiungendo la borsa ai piedi dello scivolo di pietra. Cancellò di nuovo la Mappa del Malandrino e partì di gran carriera.

Harry, completamente nascosto sotto il Mantello dell’Invisìbilità, emerse alla luce del sole fuori da Mielandia e diede a Ron una pacca sulla schiena.

«Sono io» sussurrò.

«Come mai ci hai messo tanto?» sibilò Ron.

«C’era in giro Piton…»

Si avviarono lungo la strada principale.

«Dove sei?» bisbigliò Ron con l’angolo della bocca. «Ci sei ancora? È strano…»

Andarono all’Ufficio Postale. Ron finse di controllare il prezzo di un gufo per Bill in Egitto e così Harry poté dare un’occhiata in giro. I gufi, almeno trecento, erano appollaiati tutto intorno e tubavano; si andava dai grandi esemplari di gufo grigio fino ai piccoli assioli (’Solo consegne locali’), così minuscoli che avrebbero potuto stare nel palmo della mano di Harry.

Poi andarono da Zonko, così affollato che Harry dovette fare molta attenzione per non calpestare nessuno seminando il panico. C’erano giochi e scherzi che avrebbero soddisfatto i desideri più sfrenati di George e Fred; Harry sussurrò a Ron una serie di ordini e gli passò del denaro da sotto il Mantello. Uscirono da Zonko con i portamonete decisamente alleggeriti, ma in compenso avevano le tasche gonfie di Caccabombe, Dolci Singhiozzini, Sapone di Uova di Rana, più una Tazza da tè Mordinaso per ciascuno.

Era una bella giornata ventosa; e nessuno dei due aveva voglia di stare al chiuso, così oltrepassarono i Tre Manici di Scopa e salirono la collina per andare a visitare la Stamberga Strillante, il luogo più infestato di tutta la Gran Bretagna. Era situata un po’ più in alto del resto del villaggio, e anche alla luce del giorno era vagamente inquietante, con le finestre chiuse da tavolati e il cupo giardino inselvatichito.

«Anche i fantasmi di Hogwarts la evitano» disse Ron, mentre si arrampicavano sulla staccionata per guardare meglio. «Ho chiesto a Nick-Quasi-Senza-Testa… dice che sa che ci vivono dei tipi poco raccomandabili. Nessuno può entrare; Fred e George ci hanno provato, naturalmente, ma tutti gli ingressi sono chiusi con i sigilli…»

Harry, accaldato per la salita, meditava di togliersi il Mantello per qualche minuto, quando sentirono delle voci avvicinarsi. Qualcuno saliva verso la casa dall’altra parte della collina; un istante dopo apparve Malfoy, seguito da vicino da Tiger e Goyle.

«…dovrei ricevere un gufo da mio padre a momenti» disse Malfoy. «È andato all’udienza per raccontare del mio braccio… che non ho potuto muoverlo per tre mesi…»

Tiger e Goyle sogghignarono.

«Mi piacerebbe proprio sentire quel grosso babbeo peloso che cerca di difendersi… ’Non fa niente, davvero…’ quell’Ippogrifo è già bell’e morto…»

Malfoy all’improvviso scorse Ron. Il suo volto pallido fu attraversato da un ghigno malvagio.

«Che cosa fai, Weasley?»

Malfoy guardò la casa diroccata alle spalle di Ron.

«Suppongo che ti piacerebbe viverci, eh, Weasley? Che sogno, avere una camera tutta per te… Ho sentito dire che a casa vostra dormite tutti nella stessa stanza… è vero?»

Harry trattenne Ron afferrandolo per gli abiti, per impedirgli di saltare addosso a Malfoy.

«Ci penso io» sibilò all’orecchio dell’amico.

L’occasione era troppo perfetta per sprecarla. Harry strisciò in silenzio dietro Malfoy, Tiger e Goyle, si chinò e raccolse una grossa manciata di fango dal sentiero.

«Stavamo proprio parlando del tuo amico Hagrid» disse Malfoy a Ron. «Cercavamo di immaginarci che cosa sta dicendo al Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose. Credi che piangerà quando taglieranno la testa…»

SPLAT!

La testa di Malfoy scattò in avanti mentre il fango lo colpiva; rivoli di melma presero a colare dai suoi capelli di un biondo argentato.

«Ma che cosa…»

Ron scoppiò a ridere così fragorosamente che dovette aggrapparsi alla staccionata per non cadere. Malfoy, Tiger e Goyle girarono stupidamente su se stessi, guardandosi intorno furenti, mentre Malfoy cercava di ripulirsi i capelli.

«Che cosa è stato? Chi è stato?»

«È pieno di fantasmi qui, vero?» disse Ron con il tono di uno che parla del tempo.

Tiger e Goyle sembravano spaventati. I loro grossi muscoli erano inutili contro i fantasmi. Malfoy scrutava adirato il paesaggio deserto.

Harry sgattaiolò giù per il sentiero, verso una pozzanghera particolarmente melmosa che conteneva una gelatina verde dall’odore terribile.

SPLAT!

Questa volta ne finì un po’ anche addosso a Tiger e Goyle. Goyle balzò furiosamente in su e in giù, cercando di ripulirsi gli occhietti inespressivi.

«È venuta da là!» disse Malfoy pulendosi la faccia e fissando un punto a un paio di metri da Harry.

Tiger scattò, le lunghe braccia tese come uno zombie. Harry balzò via, prese un bastone e picchiò Tiger sulla schiena. Poi rimase lì, piegato in due da una risata silenziosa, mentre Tiger faceva una specie di piroetta a mezz’aria per cercare di vedere chi era stato. Siccome Ron era l’unica persona in vista, fu verso di lui che puntò, ma Harry tese la gamba, Tiger inciampò e il suo piedone piatto s’impigliò nell’orlo del Mantello di Harry, che sentì uno strattone mentre il cappuccio gli scivolava via dal volto.

Per un attimo Malfoy rimase immobile a fissarlo.

«AARGH!» urlò, indicando la testa di Harry. Poi si voltò e corse via a rotta di collo, giù per la collina, con Tiger e Goyle alle calcagna.

Harry si risistemò il Mantello, ma il guaio era fatto.

«Harry!» esclamò Ron inciampando in avanti e fissando desolato il punto in cui l’amico era scomparso di nuovo, «è meglio se scappi! Se Malfoy lo racconta a qualcuno… è meglio se torni subito al castello, presto…»

«Ci vediamo dopo» disse Harry, e senza aggiungere altro si avviò giù per il sentiero che portava a Hogsmeade.

Malfoy avrebbe creduto a quello che aveva visto? Qualcuno avrebbe creduto a Malfoy? Nessuno sapeva del Mantello dell’Invisibilità, nessuno tranne Silente. A Harry si rovesciò lo stomaco: Silente avrebbe capito subito che cosa era successo, se Malfoy avesse parlato…

Di ritorno a Mielandia, giù per i gradini della cantina, sotto il pavimento di pietra, attraverso la botola… Harry si sfilò il Mantello, se lo ficcò sottobraccio e corse, corse lungo il passaggio segreto… Malfoy sarebbe arrivato prima… quanto ci avrebbe messo a trovare un insegnante? Ansimando, il fianco trafitto da un dolore acuto, Harry non rallentò finché non raggiunse lo scivolo di pietra. Doveva lasciare lì il Mantello, che lo avrebbe tradito se Malfoy aveva fatto la spiata a un insegnante. Lo nascose in un angolo buio, poi prese a salire, più veloce che poteva, le mani sudate che sdrucciolavano sui lati dello scivolo. Raggiunse l’interno della gobba della strega, la colpì con la bacchetta e si issò fuori; la gobba si chiuse, e proprio mentre Harry balzava fuori da dietro la statua, sentì dei passi rapidi avvicinarsi.

Era Piton. Raggiunse Harry con andatura decisa, il manto nero che frusciava, poi sì fermò davanti a lui.

«Allora» disse.

Aveva un’espressione di trionfo represso. Harry cercò di assumere un’aria innocente, ben sapendo di avere il viso sudato e le mani coperte di fango. Le nascose in fretta nelle tasche.

«Vieni con me, Potter» disse Piton.

Harry lo seguì di sotto, cercando di pulirsi le mani dentro i pantaloni senza farsi notare. Scesero fino ai sotterranei ed entrarono nello studio del professore.

Harry c’era già stato solo una volta, e anche in quell’occasione si trovava in guai seri. Da allora Piton aveva aggiunto altre cose viscide e schifose alla sua collezione di barattoli schierati sugli scaffali dietro la sua scrivania, scintillanti alla luce del fuoco: un valido contributo all’atmosfera minacciosa.

«Siediti» disse Piton.

Harry obbedì. Piton invece rimase in piedi.

«Il signor Malfoy mi ha appena raccontato una strana storia, Potter» disse Piton.

Harry rimase zitto.

«Dice che era vicino alla Stamberga Strillante quando ha incontrato Weasley, apparentemente solo».

Harry continuò a tacere.

«Il signor Malfoy mi ha detto che stava parlando con Weasley quando una grossa quantità di fango l’ha colpito dietro la testa. Come credi che possa essere successo?»

Harry tentò di apparire vagamente sorpreso.

«Non lo so, professore».

Gli occhi di Piton perforavano quelli di Harry. Era esattamente come cercare di fissare un Ippogrifo. Harry cercò disperatamente di non battere ciglio.

«Il signor Malfoy poi ha visto una straordinaria apparizione. Riesci a immaginartela, Potter?»

«No» disse Harry, tentando ora di mostrarsi ingenuamente curioso.

«Era la tua testa, Potter. Che galleggiava a mezz’aria».

Cadde un lungo silenzio.

«Forse è meglio se va a trovare Madama Chips» disse Harry. «Se ha delle visioni…»

«Che cosa ci faceva la tua testa a Hogsmeade, Potter?» disse Piton piano. «La tua testa non ha il permesso di andare a Hogsmeade. Nessuna parte del tuo corpo ha il permesso di andare a Hogsmeade».

«Lo so» disse Harry sforzandosi di non sembrare colpevole o spaventato. «Pare che Malfoy abbia le alluci…»

«Malfoy non ha le allucinazioni» sibilò Piton, e si chinò verso Harry posando le mani sui braccioli della sedia, finché il suo viso non fu vicinissimo a quello del ragazzo. «Se la tua testa era a Hogsmeade, vuol dire che c’era anche il resto».

«Ero su nella Torre dei Grifondoro» disse Harry. «Come ha detto lei…»

«C’è qualcuno che può confermarlo?»

Harry non disse nulla. Le labbra sottili di Piton si arricciarono in un sorriso orribile.

«Allora» disse rialzandosi. «Tutti, dal Ministero della Magia in giù, stanno cercando di tenere il celebre Harry Potter alla larga da Sirius Black. Ma il celebre Harry Potter detta legge. Che sia la gente comune a preoccuparsi della sua sicurezza! Il celebre Harry Potter va dove vuole, senza pensare alle conseguenze».

Harry rimase zitto. Piton stava cercando di indurlo a dire la verità. E lui non aveva nessuna intenzione di farlo. Piton non aveva prove. Non ancora.

«Sapessi quanto assomigli a tuo padre, Potter» disse Piton all’improvviso, con un bagliore negli occhi. «Anche lui era straordinariamente arrogante. Quel suo po’ di talento a Quidditch gli dava la certezza di essere superiore agli altri. Come te. Andava in giro a pavoneggiarsi con i suoi amici e ammiratori… la somiglianza fra voi due è straordinaria».

«Mio padre non si pavoneggiava» disse Harry prima di riuscire a trattenersi. «E nemmeno io».

«Neanche tuo padre dava molto peso alle regole» riprese Piton, approfittando del vantaggio, il volto magro pervaso di malvagità. «Le regole erano fatte per i comuni mortali, non per i campioni di Quidditch. Aveva la testa piena…»

«STIA ZITTO!»

Harry era scattato in piedi. Un’ira che non provava dalla sua ultima notte a Privet Drive gli saettava in corpo. Non badò al fatto che il volto di Piton si fosse irrigidito e che gli occhi neri lampeggiassero pericolosamente.

«Che cosa hai detto, Potter?»

«Le ho detto di non dire più niente su mio padre!» gridò Harry. «Io so la verità, va bene? Le ha salvato la vita! Me l’ha detto Silente! Lei non sarebbe qui se non fosse per mio padre!»

Il volto già pallido di Piton diventò del colore del latte inacidito.

«E il Preside ti ha raccontato le circostanze in cui tuo padre mi ha salvato la vita?» sussurrò. «O ha pensato che i dettagli fossero troppo spiacevoli per le orecchie delicate del caro Potter?»

Harry si morse le labbra. Non sapeva che cos’era successo e non voleva ammetterlo, ma sembrava che Piton avesse indovinato la verità.

«Mi dispiacerebbe che tu ti facessi un’idea sbagliata di tuo padre, Potter» disse, mentre un ghigno orribile gli deformava la faccia. «Hai forse immaginato un atto di glorioso eroismo? Allora lascia che ti corregga. Il tuo santissimo padre e i suoi amici hanno fatto uno scherzo davvero spiritoso che si sarebbe concluso con la mia morte se tuo padre all’ultimo momento non avesse avuto paura. Non ci fu niente di coraggioso in quello che fece. Fu solo per salvare la sua pelle quanto la mia. Se lo scherzo fosse riuscito, sarebbe stato espulso da Hogwarts».

I denti giallastri e irregolari di Piton si scoprirono in un ghigno.

«Vuota le tasche, Potter!» esclamò il professore all’improvviso.

Harry non si mosse. Gli pulsavano le orecchie.

«Vuota le tasche, o andiamo dritti dal Preside! Vuotale, Potter!»

Raggelato dal terrore, Harry estrasse lentamente il sacchetto di scherzi di Zonko e la Mappa del Malandrino.

Piton prese il sacchetto di Zonko.

«Me l’ha dato Ron» disse Harry, sperando di riuscire ad avvertire l’amico prima che Piton lo incontrasse. «Lui… li ha presi a Hogsmeade l’ultima volta…»

«Davvero? E tu te li porti in giro da allora? Commovente… e questo cos’è?»

Piton aveva preso la mappa. Harry cercò con tutte le sue forze di restare impassibile.

«Un foglio di pergamena di riserva» disse alzando le spalle.

Piton lo rigirò, lo sguardo fisso su Harry.

«Di sicuro non ti serve a niente un foglio di pergamena così vecchio…» disse. «Perché non lo buttiamo via?»

E tese la mano verso il fuoco.

«No!» disse Harry in fretta.

«Allora!» esclamò Piton, le lunghe narici vibranti. «È un altro prezioso regalo del signor Weasley? O è… qualcos’altro? Una lettera, magari, scritta con l’inchiostro invisibile? Oppure… le istruzioni per andare a Hogsmeade senza dover passare davanti ai Dissennatori?»

Harry batté le ciglia. Gli occhi di Piton s’illuminarono.

«Vediamo, vediamo…» borbottò estraendo la bacchetta magica e aprendo la mappa sulla scrivania. «Rivela il tuo segreto!» disse, sfiorando la mappa con un colpo di bacchetta.

Non successe niente. Harry si strinse le mani per arrestarne il tremito.

«Mostrati!» disse Piton battendo forte sulla mappa.

Il foglio rimase vuoto. Harry trasse alcuni respiri profondi per cercare di calmarsi.

«Severus Piton, professore di questa scuola, ti ordina di rivelare le informazioni che nascondi!» disse Piton, e colpi di nuovo la mappa con la bacchetta.

Come se una mano invisibile vi scrivesse, alcune parole apparvero sulla liscia superficie della mappa:

«Il signor Lunastorta porge i suoi ossequi al professor Piton e lo prega di tenere il suo naso mostruosamente lungo lontano dagli affari altrui».

Piton s’irrigidì. Harry fissò il messaggio, ammutolito. Ma la mappa non si fermò lì. Sotto la prima frase ne apparve un’altra:

«Il signor Ramoso è d’accordo con il signor Lunastorta, e ci tiene ad aggiungere che il professor Piton è un brutto idiota».

Sarebbe stato molto divertente se la situazione non fosse stata cosi seria. E c’era dell’altro…

«Il signor Felpato vorrebbe sottolineare il suo stupore per il fatto che un tale imbecille sia diventato professore».

Harry chiuse gli occhi orripilato. Quando li riaprì, la mappa concluse:

«Il signor Codaliscia augura buona giornata al professor Piton, e gli dà un consiglio: lavati i capelli, sporcaccione».

Harry aspettò l’esplosione.

«Allora…» disse piano Piton. «La vedremo…»

Si avvicinò al fuoco, afferrò una manciata di polvere scintillante da un barattolo sopra il camino e la lanciò tra le fiamme.

«Lupin!» gridò Piton nel fuoco. «Devo parlarti!»

Profondamente stupito, Harry fissò il fuoco. Una grossa forma vorticante apparve tra le fiamme. Un attimo dopo, il professor Lupin usciva dal camino, scuotendosi via la cenere dagli abiti lisi.

«Mi hai chiamato, Severus?» disse dolcemente.

«Ma certo» replicò Piton, il volto contorto per la rabbia, mentre tornava alla scrivania. «Ho appena chiesto a Potter di vuotarsi le tasche. Ho trovato questo».

Piton indicò il foglio di pergamena sul quale le parole dei signori Lunastorta, Ramoso, Felpato e Codaliscia rilucevano ancora. Una strana espressione indecifrabile apparve sul volto di Lupin.

«Allora?» chiese Piton.

Lupin continuò a fissare la mappa. Harry ebbe l’impressione che stesse riflettendo rapidamente.

«Allora?» ripeté Piton. «Questa pergamena è chiaramente piena di Magia Oscura. Dovrebbe essere la tua specialità, Lupin. Dove credi che Potter abbia trovato una cosa del genere?»

Lupin alzò gli occhi e, con una sola occhiata verso Harry, lo avvertì di non interromperlo.

«Piena di Magia Oscura?» ripeté tranquillo. «Lo pensi davvero, Severus? A me sembra solo un foglio di pergamena che insulta chiunque lo legga. Infantile, ma certo non pericoloso. Immagino che Harry l’abbia trovato in un negozio di scherzi…»

«Davvero?» disse Piton. La sua mascella si era irrigidita dalla rabbia. «Credi che un negozio di scherzi potrebbe vendergli una cosa del genere? Non credi che sia più probabile che l’abbia avuta direttamente da chi l’ha fatta

Harry non capiva di cosa stesse parlando Piton. E a quanto pareva, nemmeno Lupin.

«Vuoi dire dal signor Codaliscia o da un altro di questi signori?» chiese. «Harry, conosci qualcuna di queste persone?»

«No» rispose Harry in fretta.

«Visto, Severus?» disse Lupin voltandosi verso Piton. «A me sembra un tipico articolo di Zonko…»

Giusto in tempo, Ron entrò di corsa nello studio. Boccheggiava, e si fermò davanti alla scrivania di Piton, tenendosi una mano sul petto dolorante e cercando di parlare.

«L’ho… data… io… a… Harry» disse ansimando. «L’ho… comprata… da Zonko… un sacco di tempo fa…»

«Bene!» disse Lupin, battendo le mani e guardandosi intorno allegramente. «La faccenda è chiarita! Severus, la prendo io, d’accordo?» Ripiegò la mappa e se la infilò sotto la giacca. «Harry, Ron, venite con me, devo parlarvi del tema sui Vampiri… se permetti, Severus…»

Harry non osò guardare Piton mentre uscivano dallo studio. Lui, Ron e Lupin non parlarono prima di aver raggiunto l’ingresso. Poi Harry si voltò verso Lupin.

«Professore, io…»

«Non voglio sentire spiegazioni» disse Lupin secco. Si guardò intorno nella Sala d’Ingresso deserta e abbassò la voce. «So che questa mappa fu requisita da Mastro Gazza molti anni fa. Sì, so che è una mappa» disse in risposta agli sguardi stupiti di Ron e Harry. «Non voglio sapere come ne sei entrato in possesso. Comunque sono esterrefatto che tu non l’abbia consegnata. Soprattutto dopo quello che è successo l’ultima volta che uno studente ha lasciato in giro delle informazioni sul castello. E non posso restituirtela, Harry».

Harry se l’era aspettato, ed era troppo curioso di saperne di più per protestare.

«Perché Piton credeva che l’avessi avuta da chi l’ha fatta?»

«Perché…» Lupin esitò, «perché questi cartografi volevano attirarti fuori dalla scuola. L’avrebbero trovato estremamente divertente».

«Lei li conosce?» chiese Harry, colpito.

«Li ho visti una volta» rispose laconico Lupin. Guardò Harry, più serio che mai.

«Non sperare che ti copra un’altra volta, Harry. Non riesco a farti prendere sul serio Sirius Black. Ma credevo che quello che senti quando i Dissennatori ti si avvicinano avesse prodotto qualche effetto su di te. I tuoi genitori hanno dato la loro vita per la tua, Harry. Bel modo di ricambiarli… barattare il loro sacrificio con un sacchetto di scherzi magici».

Si allontanò, lasciando Harry molto più depresso di quando si trovava nello studio di Piton. Lentamente, lui e Ron salirono la scalinata di marmo. Mentre Harry oltrepassava la strega orba, gli venne in mente il Mantello dell’Invisibilità: era ancora là sotto, ma non osò andare a prenderlo.

«È colpa mia» disse Ron bruscamente. «Ti ho convinto io a venire. Lupin ha ragione, siamo stati due stupidi, non dovevamo…»

S’interruppe; avevano raggiunto il corridoio sorvegliato dai troll della sicurezza, e Hermione avanzava verso di loro. A Harry bastò guardarla per convincersi che aveva sentito parlare dell’accaduto. Il cuore gli sprofondò in petto… l’aveva denunciato alla professoressa McGranitt?

«Sei venuta a gongolare un po’?» disse Ron brutalmente, mentre Hermione si fermava davanti a loro. «O sei appena andata a fare la spia?»

«No» disse Hermione. Teneva in mano una lettera e le tremavano le labbra. «Ho solo pensato che dovevate saperlo… Hagrid ha perso la causa. Fierobecco sarà giustiziato».

Capitolo 15

La finale di Quidditch

«Mi ha… mi ha mandato questa» disse Hermione, e tese la lettera.

Harry la prese. La pergamena era umida, ed enormi lacrime avevano fatto sbavare l’inchiostro in parecchi punti, tanto che si faceva fatica a leggere.

Cara Hermione,

abbiamo perso. Mi hanno dato il permesso di riportarlo a Hogwarts. La data dell’esecuzione deve essere ancora fissata.

A Becco Londra è piaciuta.

Non dimenticherò l’aiuto che ci hai dato.

Hagrid

«Non possono farlo» disse Harry. «Non possono. Fierobecco non è pericoloso».

«Il padre di Malfoy ha terrorizzato quelli del Comitato finché non si sono decisi» disse Hermione asciugandosi gli occhi. «Lo sapete che tipo è. Quelli sono un branco di vecchi rammolliti tremebondi, e hanno avuto paura. Ci sarà l’appello, comunque, c’è sempre. Ma non vedo speranze… non cambierà niente».

«Sì, invece» disse Ron deciso. «Questa volta non dovrai fare tutto da sola, Hermione. Ti darò una mano».

«Oh, Ron!»

Hermione gettò le braccia al collo di Ron e scoppiò a piangere senza ritegno. Ron, terrorizzato, l’accarezzò sulla testa, in imbarazzo. Alla fine Hermione si staccò da lui.

«Ron, mi dispiace tanto per Crosta…» singhiozzò.

«Oh… be’… era vecchio» disse Ron, decisamente sollevato che l’avesse lasciato andare. «Ed era proprio inutile. Non si sa mai, magari adesso i miei mi compreranno un gufo».

Le misure di sicurezza imposte agli studenti dopo la seconda incursione di Black impedivano a Harry, Ron e Hermione di andare a trovare Hagrid la sera. L’unica occasione per parlare con lui era la lezione di Cura delle Creature Magiche.

L’omone sembrava stordito dallo shock del verdetto.

«È tutta colpa mia. Non ho saputo cosa dire. Erano tutti li seduti con i loro vestiti neri e continuavano a cadermi gli appunti e mi sono dimenticato tutte le date che mi avevi cercato, Hermione. E poi Lucius Malfoy si è alzato in piedi e ha fatto il suo discorso, e il Comitato ha fatto quello che diceva lui…»

«C’è ancora l’appello!» esclamò Ron. «Non devi arrenderti, ci daremo da fare!»

Stavano tornando al castello con il resto della classe. Davanti videro Malfoy, con Tiger e Goyle, che continuava a voltarsi e a ridere sprezzante.

«Non va bene, Ron» disse Hagrid tristemente mentre raggiungevano i gradini del castello. «Lucius Malfoy il Comitato ce l’ha in pugno. Posso solo fare una cosa, che quello che resta a Becco da vivere sia più felice che mai. Glielo devo…»

Hagrid si voltò e tornò di corsa alla capanna, il viso sepolto nel fazzoletto.

«Guarda come frigna!»

Malfoy, Tiger e Goyle si erano fermati appena dentro il castello ad ascoltare.

«Avete mai visto una cosa cosi patetica?» disse Malfoy. «E dovrebbe essere il nostro insegnante!»

Furibondi, Harry e Ron scattarono verso Malfoy, ma Hermione fu più rapida e… SCIAFF!

Schiaffeggiò Malfoy con tutte le sue forze. Malfoy barcollò. Harry, Ron, Tiger e Goyle rimasero impietriti mentre Hermione rialzava la mano.

«Non osare mai più dire che Hagrid è patetico, tu, mostro… tu, razza di brutto…»

«Hermione!» disse Ron debolmente, cercando di trattenerle la mano.

«Vai via, Ron!»

Hermione estrasse la bacchetta magica. Malfoy fece un passo indietro. Tiger e Goyle lo guardarono in attesa di ordini, assolutamente sconvolti.

«Andiamo» borbottò Malfoy, e un attimo dopo i tre scomparvero nel corridoio che portava ai sotterranei.

«Hermione!» disse di nuovo Ron, turbato e ammirato insieme.

«Harry, sarà meglio che tu lo batta alla finale di Quidditch!» disse Hermione con voce acuta. «Sarà meglio, perché se Serpeverde vince non riuscirò a sopportarlo!»

«Dobbiamo andare a Incantesimi» disse Ron continuando a fissare Hermione con gli occhi sgranati. «Meglio muoversi».

Corsero su per la scalinata di marmo, verso la classe del professor Vitious.

«Siete in ritardo, ragazzi!» disse loro l’insegnante in tono severo, mentre Harry apriva la porta. «Entrate, presto, fuori le bacchette, oggi proviamo gli Incantesimi Rallegranti, ci siamo già disposti a coppie…»

Harry e Ron corsero fino a un banco nella fila dietro e aprirono le borse. Ron si guardò alle spalle.

«Dov’è andata Hermione?»

Anche Harry si voltò a guardare; Hermione non era entrata in classe, eppure lui sapeva che gli era accanto quando aveva aperto la porta.

«È strano» disse guardando Ron. «Forse… forse è andata in bagno?»

Ma Hermione non comparve per il resto della lezione.

«Un Incantesimo Rallegrante avrebbe fatto bene anche a lei» disse Ron mentre tutti andavano a pranzo con un gran sorriso stampato in faccia. L’Incantesimo Rallegrante aveva lasciato in loro una sensazione di grande appagamento.

Hermione non si fece vedere nemmeno a pranzo. Quando ebbero finito la torta di mele, gli ultimi strascichi dell’Incantesimo Rallegrante si dileguarono, e Harry e Ron cominciarono a essere un po’ preoccupati.

«Credi che Malfoy le abbia fatto qualcosa?» chiese Ron ansioso mentre salivano di corsa alla Torre dei Grifondoro.

Superarono i troll della sorveglianza, dissero la parola d’ordine alla Signora Grassa (Spettegolone) e attraversarono il buco del ritratto per entrare nella sala comune.

Hermione era seduta al tavolo, profondamente addormentata, con la testa su un libro aperto di Aritmanzia. Le si sedettero accanto. Harry le diede uno scrollone.

«Che… che cosa?» disse Hermione svegliandosi di colpo e guardandosi intorno. «È ora di andare? Che… che lezione abbiamo adesso?»

«Divinazione, ma mancano ancora venti minuti» disse Harry. «Hermione, perché non sei venuta a Incantesimi?»

«Cosa? Oh, no!» gemette Hermione. «Ho dimenticato Incantesimi!»

«Ma come hai fatto?» le chiese Harry. «Eri con noi fino alla porta della classe!»

«Non posso crederci!» disse Hermione in un lamento. «Il professor Vitious era arrabbiato? Oh, è colpa di Malfoy, stavo pensando a lui e mi sono distratta!»

«La sai una cosa, Hermione?» disse Ron guardando l’enorme libro di Aritmanzia che Hermione aveva usato come cuscino. «Credo che ti stiano saltando i nervi. Stai cercando di fare troppe cose insieme».

«No!» disse Hermione scostandosi i capelli dagli occhi e guardandosi in giro desolata alla ricerca della sua borsa. «Ho solo commesso un errore, tutto qui! È meglio che vada dal professor Vitious a chiedere scusa… ci vediamo a Divinazione!»

Venti minuti più tardi Hermione li raggiunse ai piedi della scala che portava alla classe della professoressa Cooman, estremamente turbata.

«Non posso crederci, ho perso gli Incantesimi Rallegranti! E scommetto che li chiederanno agli esami, il professor Vitious mi ha fatto capire che è molto probabile!»

Insieme salirono fino alla cupa, soffocante stanzetta nella torre. Su ogni tavolo riluceva una sfera di cristallo piena di una nebbia bianca perlacea. Harry, Ron e Hermione sedettero insieme allo stesso tavolo traballante.

«Credevo che non avremmo cominciato con la Sfera di Cristallo fino al prossimo trimestre» borbottò Ron, guardandosi intorno con circospezione nel caso che la professoressa Cooman fosse nelle vicinanze.

«Non lamentarti, vuol dire che almeno abbiamo chiuso con le palme» ribatté Harry in un mormorio. «Cominciavo a essere stanco di vederla sobbalzare tutte le volte che mi guardava le mani».

«Buona giornata a voi!» disse la familiare voce velata, e la professoressa Cooman fece il suo solito ingresso teatrale dall’ombra. Calì e Lavanda tremavano dall’eccitazione, i volti illuminati dal brillio lattiginoso della loro sfera.

«Ho deciso di cominciare con la Sfera di Cristallo un po’ in anticipo sul programma» disse la professoressa Cooman sedendosi con la schiena rivolta al fuoco e guardandosi in giro. «La sorte mi ha informato che il vostro esame a giugno verterà sull’Occhio, e ci tengo che facciate abbastanza pratica».

Hermione sbuffò.

«Oh, andiamo… ’la sorte l’ha informata’… chi li decide gli esami? Lei! Che profezia straordinaria!» disse, senza preoccuparsi di tener bassa la voce. Harry e Ron dovettero soffocare le risate.

Era difficile dire se la professoressa Cooman l’avesse sentita, perché il suo viso era in ombra. Comunque riprese come se niente fosse.

«La Lettura della Sfera di Cristallo è un’arte particolarmente avanzata» disse in tono sognante. «Non mi aspetto che tutti voi vediate quando scruterete per la prima volta negli infiniti abissi dell’Occhio. Cominceremo provando a rilassare la mente consapevole e gli occhi esterni». Ron prese a ridacchiare in maniera incontrollabile, e dovette ficcarsi un pugno in bocca per soffocare il rumore. «Così ripuliremo l’Occhio Interiore e il subconscio. Forse, se saremo fortunati, qualcuno di voi vedrà prima della fine della lezione».

E così cominciarono. Harry si sentiva un idiota a fissare con sguardo ebete la sfera di cristallo, cercando di tenere sgombra la mente quando pensieri del tipo ’che cosa stupida’ continuavano ad attraversargliela. Le risatine di Ron e i mormorii perplessi di Hermione certo non contribuivano.

«Visto niente?» chiese loro Harry dopo un quarto d’ora di sguardi e silenzio.

«Si, c’è una bruciatura sul tavolo» disse Ron indicando la macchia. «Qualcuno ha fatto cadere la cera dalla candela».

«Che perdita di tempo» sibilò Hermione. «Potrei essere da un’altra parte a studiare qualcosa di utile. Potrei mettermi in pari con gli Incantesimi Rallegranti…»

La professoressa Cooman si avvicinò frusciando.

«Qualcuno vuole che lo aiuti a interpretare i misteriosi prodigi del suo Occhio?» mormorò nel tintinnio dei suoi braccialetti.

«Non ho bisogno di aiuto» bisbigliò Ron. «È chiaro quello che vuol dire. Ci sarà un sacco di nebbia stanotte».

Harry e Hermione scoppiarono a ridere.

«Insomma!» disse la professoressa Cooman mentre tutti si voltavano verso di loro. Calì e Lavanda erano scandalizzate. «Cosi interferite con le vibrazioni della preveggenza!» L’insegnante si avvicinò al tavolo e scrutò la loro sfera di cristallo. Harry si senti sprofondare il cuore in petto. Era sicuro di sapere che cosa sarebbe successo…

«Qui c’è qualcosa!» sussurrò la professoressa Cooman, chinandosi sulla sfera, che si rifletté due volte nei suoi grandi occhiali. «Qualcosa si muove… che cos’è?»

Harry era pronto a scommettere tutti i suoi averi, Firebolt compresa, che non erano buone notizie, qualsiasi fossero. E infatti…

«Mio caro…» mormorò la professoressa Cooman guardando Harry. «È qui, chiaro come non mai… mio caro, avanza verso di te, si avvicina… il Gr…»

«Oh, santo cielo!» disse Hermione a voce alta. «Non sarà ancora quel ridicolo Gramo!»

La professoressa Cooman alzò gli occhi enormi verso Hermione. Calì sussurrò qualcosa a Lavanda, e anche loro guardarono Hermione sprezzanti. La professoressa Cooman si alzò e squadrò Hermione con inequivocabile ira.

«Sono spiacente di dover dire che da quando hai messo piede in quest’aula, mia cara, è apparso evidente che tu non possiedi i requisiti necessari alla nobile arte della Divinazione. A dire il vero non ricordo di aver mai incontrato uno studente la cui mente fosse così irrimediabilmente Frivola».

Ci fu un attimo di silenzio. E poi…

«Bene!» disse Hermione all’improvviso, alzandosi e infilando Svelare il Futuro nella borsa. «Bene!» ripeté, mettendosi in spalla la borsa e facendo quasi cadere Ron dalla sedia. «Ci rinuncio! Me ne vado!»

E tra lo stupore di tutta la classe, Hermione si avviò verso la botola, l’apri con un calcio, e spari giù per la scala.

I ragazzi ci misero qualche minuto a calmarsi. La professoressa Cooman sembrava essersi completamente dimenticata del Gramo. Si allontanò bruscamente dal tavolo di Harry e Ron, respirando forte e stringendosi nello scialle di perline.

«Oooooh!» esclamò Lavanda all’improvviso, facendo sobbalzare tutti. «Oooooh, professoressa Cooman, mi è appena venuto in mente! L’aveva visto, che se ne sarebbe andata, vero? Vero, professoressa? ’Verso Pasqua, uno di noi ci lascerà per sempre!’ L’ha detto secoli fa, professoressa!»

La professoressa Cooman le rivolse un sorriso svenevole.

«Sì, mia cara, in effetti sapevo che la signorina Granger ci avrebbe lasciati. Uno spera sempre, naturalmente, di aver frainteso i Segni… L’Occhio Interiore può essere un fardello, sapete…»

Lavanda e Calì sembravano profondamente colpite, e si avvicinarono per far posto all’insegnante al loro tavolo.

«Che giornata per Hermione, eh?» mormorò Ron a Harry in tono rispettoso.

«Sì…»

Harry guardò nella sfera di cristallo, ma non vide altro che una nebbia bianca vorticante. La professoressa Cooman aveva visto davvero il Gramo un’altra volta? E lui? L’ultima cosa di cui aveva bisogno era un altro incidente quasi letale, con la finale di Quidditch che si avvicinava.

Le vacanze di Pasqua non furono proprio distensive. Quelli del terzo anno non avevano mai avuto tanti compiti. Neville Paciock sembrava sull’orlo di una crisi di nervi, e non era il solo.

«E le chiamano vacanze!» ruggì Seamus Finnigan un pomeriggio, rivolto ai compagni in sala comune. «Manca un secolo agli esami, a che gioco stanno giocando?»

Ma nessuno aveva tanto da fare quanto Hermione. Anche senza Divinazione, seguiva più materie di chiunque altro. Di solito era l’ultima a lasciare la sala comune di sera, la prima a scendere in biblioteca la mattina dopo; aveva le occhiaie come Lupin e sembrava sempre sul punto di scoppiare in lacrime.

Ron si era assunto la responsabilità dell’appello di Fierobecco. Quando non faceva i compiti, era chino su enormi volumi con titoli come Manuale di Psicologia dell’Ippogrifo e Feroce o Ferace? Studi sulla Brutalità dell’Ippogrifo. Era così concentrato che dimenticava perfino di trattar male Grattastinchi.

Harry, nel frattempo, doveva far convivere i compiti e le lezioni con l’allenamento quotidiano di Quidditch, per non parlare delle interminabili discussioni di tattica con Baston. La partita Grifondoro-Serpeverde si sarebbe tenuta il primo sabato dopo le vacanze di Pasqua. Serpeverde era in testa di duecento punti esatti. Il che voleva dire (come Baston ricordava costantemente alla sua squadra) che dovevano vincere la partita con un vantaggio maggiore per conquistare la Coppa. Voleva dire anche che la responsabilità della vittoria pesava soprattutto su Harry, perché la cattura del Boccino valeva da sola centocinquanta punti.

«Quindi devi prenderlo solo se siamo in vantaggio di più di cinquanta punti» ripeteva Baston a Harry. «Solo se siamo sopra di più di cinquanta punti, Harry, altrimenti vinciamo la partita ma perdiamo la coppa. Hai capito, vero? Devi prendere il Boccino solo se…»

«LO SO, OLIVER!» urlò Harry.

Tutta la Casa di Grifondoro era ossessionata dall’imminente incontro. Grifondoro non vinceva il trofeo da quando il leggendario Charlie Weasley (il secondo fratello di Ron in ordine di età) era Cercatore. Ma Harry dubitava che tutti loro, Baston compreso, volessero vincere quanto lui. La rivalità tra Harry e Malfoy era giunta al culmine. A Malfoy bruciava ancora l’incidente col fango a Hogsmeade, ed era ancora più arrabbiato perché Harry in qualche modo era riuscito a evitare la punizione. Harry non aveva dimenticato il tentativo di Malfoy di farlo cadere nella partita contro Corvonero, ma era la faccenda Fierobecco a renderlo ancora più deciso a battere Malfoy davanti all’intera scuola.

Mai, a memoria di nessuno, l’attesa di una partita era trascorsa in un’atmosfera così elettrica. Alla fine delle vacanze, la tensione tra le due squadre e le loro Case era arrivata al punto di rottura. Nei corridoi esplosero piccole risse, che culminarono in un brutto scontro in cui un quarto anno di Grifondoro e un sesto anno di Serpeverde finirono in infermeria con dei porri che gli spuntavano dalle orecchie.

Per Harry fu un gran brutto periodo. Non poteva andare a lezione senza che qualche Serpeverde non cercasse di fargli lo sgambetto; Tiger e Goyle sbucavano da tutte le parti, e strisciavano via delusi quando lo vedevano circondato da altri ragazzi. Baston aveva dato istruzioni perché Harry venisse scortato ovunque, nel caso che i Serpeverde tentassero di metterlo fuori gioco. Tutta la Casa di Grifondoro raccolse la sfida con entusiasmo, così che per Harry era impossibile arrivare alle lezioni in orario perché era sempre circondato da un’enorme folla rumorosa. Era più preoccupato per la sicurezza della sua Firebolt che per la propria. Quando non la cavalcava, la chiudeva al sicuro nel suo baule, e spesso durante gli intervalli sfrecciava su nella Torre di Grifondoro a controllare che ci fosse ancora.

La sera prima della partita, tutte le attività abituali furono abbandonate nella sala comune di Grifondoro. Anche Hermione mise da parte i libri.

«Non posso studiare, non riesco a concentrarmi» disse nervosamente.

C’era un gran frastuono. Fred e George Weasley affrontavano la tensione comportandosi in modo più chiassoso e scatenato che mai. Oliver Baston era chino sul modellino di un campo da Quidditch sul quale faceva avanzare minuscole figurine con la bacchetta magica, borbottando fra sé. Angelina, Alicia e Katie ridevano agli scherzi di George e Fred. Harry era seduto con Ron e Hermione, in disparte, e cercava di non pensare al giorno dopo, perché tutte le volte che ci pensava aveva l’orribile sensazione che qualcosa di molto grosso lottasse per uscire dal suo stomaco.

«Andrà tutto bene» gli disse Hermione, anche se sembrava decisamente terrorizzata.

«Hai una Firebolt!» disse Ron.

«Sì…» disse Harry, lo stomaco contratto.

Fu un sollievo quando Baston all’improvviso si alzò e disse: «Squadra! A letto!»

Harry dormì male. Prima sognò di aver dormito troppo, e che Baston gli strillava: «Dov’eri? Abbiamo dovuto far giocare Neville al tuo posto!» Poi sognò che Malfoy e il resto della squadra di Serpeverde erano arrivati alla partita a cavallo di draghi. Stava volando a rotta di collo, cercando di evitare una fiammata uscita dalle fauci del destriero di Malfoy, quando gli venne in mente che aveva dimenticato la Firebolt. Precipitò e si svegliò di soprassalto.

Gli ci volle qualche secondo prima di ricordare che la partita non era ancora arrivata, che era al sicuro nel suo letto e che alla squadra di Serpeverde non sarebbe certo stato permesso di giocare a cavallo di draghi. Aveva molta sete. Più piano che poteva, scese dal letto a baldacchino e andò a versarsi dell’acqua dalla brocca d’argento sotto la finestra.

I prati erano calmi e tranquilli. Nemmeno un alito di vento sfiorava le cime degli alberi della foresta proibita; il Platano Picchiatore era immobile e sembrava innocuo. Pareva che le condizioni per la partita sarebbero state perfette.

Harry posò il calice e stava per tornare a letto quando qualcosa catturò la sua attenzione. Un animale si aggirava sul prato d’argento.

Harry scattò fino al comodino, afferrò gli occhiali e se li infilò, poi tornò di corsa alla finestra. Non poteva essere il Gramo… non ora… non appena prima della partita…

Scrutò di nuovo il prato e dopo un minuto di ricerca frenetica lo individuò. Ora costeggiava il bordo della foresta… non era affatto il Gramo… era un gatto… Harry afferrò la cornice della finestra, sollevato, riconoscendo la coda cespugliosa. Era solo Grattastinchi…

Ma era davvero solo Grattastinchi? Harry socchiuse gli occhi e schiacciò il naso contro il vetro. A quanto pareva, Grattastinchi si era fermato. Harry era certo che qualcos’altro si stesse muovendo all’ombra degli alberi.

Un attimo dopo comparve: era un enorme cane nero peloso che si muoveva furtivo sul prato, con Grattastinchi che trotterellava al suo fianco. Harry sgranò gli occhi. Che cosa voleva dire? Se anche Grattastinchi vedeva il cane, come poteva essere un presagio di morte per Harry?

«Ron!» sibilò Harry. «Ron! Svegliati!»

«Mmm?»

«Devi dirmi se vedi qualcosa!»

«È ancora buio, Harry» mormorò Ron intontito. «Che cosa stai blaterando?»

«Laggiù…»

Harry tornò a guardare dalla finestra.

Grattastinchi e il cane erano spariti. Harry si arrampicò sulla cornice della finestra per guardare giù, nell’ombra proiettata dal castello, ma non c’erano. Dov’erano andati?

Un grugnito rumoroso gli disse che Ron si era riaddormentato.

Harry e il resto della squadra di Grifondoro la mattina dopo entrarono nella Sala Grande salutati da un fragoroso applauso. Harry non poté fare a meno di sorridere quando vide che anche i tavoli di Corvonero e di Tassorosso li applaudivano. Al loro passaggio, dal tavolo di Serpeverde si alzò un fischio acuto. Harry notò che Malfoy era ancora più pallido del solito.

Baston passò tutta la colazione esortando la sua squadra a mangiare, ma lui non toccò cibo. Poi si affrettò a farli correre in campo prima che gli altri finissero, per farsi un’idea delle condizioni in cui avrebbero giocato. Mentre uscivano dalla Sala Grande, tutti applaudirono di nuovo.

«Buona fortuna, Harry!» gridò Cho Chang. Harry si sentì arrossire.

«Ok… niente vento… è fin troppo sereno, il sole potrebbe abbagliarvi, state attenti… il terreno è duro, bene, il decollo sarà veloce…»

Baston percorse il campo guardandosi in giro, con la squadra al seguito. Alla fine videro le porte del castello aprirsi in lontananza, e il resto della scuola disperdersi nel prato.

«Agli spogliatoi» disse Baston asciutto.

Nessuno parlò mentre indossavano le divise scarlatte. Harry si chiese se provavano la stessa cosa che provava lui: era come se a colazione avesse inghiottito qualcosa di molto, molto agitato. Dopo quello che parve un attimo, Baston disse:

«Ok, è ora, andiamo…»

Uscirono in campo, accolti da un’ondata di fragoroso entusiasmo. I tre quarti della folla portavano coccarde scarlatte, agitavano bandiere scarlatte con il leone di Grifondoro disegnato sopra o brandivano striscioni con slogan come ’VAI GRIFONDORO!’ e ’LA COPPA AI LEONI’. Dietro la porta di Serpeverde, comunque, erano schierate almeno duecento persone in verde; il serpente argentato di Serpeverde scintillava sulle loro bandiere, e il professor Piton era seduto in prima fila, vestito di verde come tutti gli altri, con in faccia un sorriso sgradevole.

«Ed ecco i Grifondoro!» urlò Lee Jordan, che come al solito faceva la cronaca. «Potter, Bell, Johnson, Spinnet, Weasley, Weasley e Baston. Ampiamente accreditata come la squadra migliore che Hogwarts abbia avuto da parecchi anni…»

Il commento di Lee fu seppellito da una marea di ’buuu’ dal fronte di Serpeverde.

«Ed ecco la squadra di Serpeverde, guidata dal capitano Flitt. Il capitano ha apportato alcune modifiche nello schieramento, e si direbbe che abbia privilegiato la taglia più che l’abilità…»

Altri ’buuu’ dalla folla di Serpeverde. Harry, comunque, pensava che Lee avesse ragione. Malfoy era di gran lunga il più piccolo in campo; tutti i suoi compagni erano enormi.

«I capitani si diano la mano!» disse Madama Bumb.

Flitt e Baston si avvicinarono e si strinsero forte la mano; era come se ciascuno stesse cercando di spezzare le dita dell’altro.

«In sella alle scope!» disse Madama Bumb.

Il fischio d’inizio andò perso nell’urlo della folla mentre quattordici scope si libravano a mezz’aria. Harry sentì i capelli volargli via dalla fronte; la tensione si sciolse nell’emozione del volo; si guardò intorno, vide Malfoy che lo tallonava e accelerò in cerca del Boccino.

«Grifondoro in possesso di palla. Alicia Spinnet di Grifondoro ha la Pluffa e si dirige verso la porta di Serpeverde, vai così, Alicia! Argh, no… Pluffa intercettata da Warrington, Warrington di Serpeverde attraversa il campo… WHAM! Bel colpo di Bolide per George Weasley, Warrington perde la Pluffa, la prende Johnson, Grifondoro è di nuovo in possesso, forza, Angelina… bel dribbling su Montague… stai giù, Angelina, è un Bolide!… E SEGNA! DIECI A ZERO PER GRIFONDORO!»

Angelina alzò il pugno mentre filava a bordo campo; il mare scarlatto sotto di lei urlava di gioia…

«AHIA!»

Angelina fini quasi disarcionata mentre Marcus Flirt la urtava.

«Scusa!» disse Flitt, mentre la folla in basso protestava. «Scusate, non l’ho vista!»

Un attimo dopo, Fred Weasley colpi Flitt in testa con la sua mazza da Battitore. Il naso di Flitt finì spiaccicato contro il manico della sua scopa e prese a sanguinare.

«Basta così!» strillò Madama Bumb sfrecciando fra di loro. «Rigore a Grifondoro, per attacco immotivato al suo Cacciatore! Rigore a Serpeverde, per deliberata aggressione al suo Cacciatore!»

«Ma insomma, Madama!» ululò Fred, ma Madama Bumb soffiò il fischietto e Alicia scattò in avanti per battere il rigore.

«Forza, Alicia!» strillò Lee nel silenzio che era sceso sulla folla. «SÌ! HA BATTUTO IL PORTIERE! VENTI A ZERO PER GRIFONDORO!»

Harry voltò bruscamente la Firebolt e vide Flitt che, sempre sanguinando abbondantemente, volava in avanti per battere il rigore a favore di Serpeverde. Baston era accovacciato davanti alla porta di Grifondoro, le mascelle serrate.

«Naturalmente Baston è un ottimo Portiere!» disse Lee Jordan alla folla, mentre Flitt aspettava il fischio di Madama Bumb. «Superbo! Molto difficile da prendere… davvero molto difficile… SÌ! NON CI CREDO! L’HA PARATA!»

Sollevato, Harry sfrecciò via, cercando il Boccino con lo sguardo, ben attento a non perdere una parola del commento di Lee. Era fondamentale tenere Malfoy lontano dal Boccino finché Grifondoro non avesse avuto almeno cinquanta punti di vantaggio…

«Grifondoro in possesso, no, è Serpeverde in possesso… no! …Grifondoro torna in possesso, ed è Katie Bell, Katie Bell per Grifondoro con la Pluffa, sta risalendo il campo… L’HA FATTO APPOSTA!»

Montague, un Cacciatore di Serpeverde, aveva scartato davanti a Katie, e invece di prendere la Pluffa le aveva afferrato la testa. Katie si rovesciò in aria, riuscì a rimanere in sella ma lasciò cadere la Pluffa.

Il fischietto di Madama Bumb sibilò di nuovo mentre lei sfrecciava verso Montague e gli urlava contro. Un minuto dopo, Katie segnò un’altra rete.

«TRENTA A ZERO! VI STA BENE, BRUTTI IMBROGLIONI…»

«Jordan, se non riesci a commentare in modo imparziale…»

«Dico le cose come stanno, professoressa!»

Harry avvertì un’ondata di eccitazione. Aveva visto il Boccino… scintillava accanto a una delle porte di Grifondoro… ma non doveva prenderlo, non ancora. E se lo vedeva Malfoy…

Fingendo un’improvvisa concentrazione, Harry voltò la Firebolt e filò verso il campo di Serpeverde. Funzionò. Malfoy si affrettò a inseguirlo, convinto che Harry avesse visto il Boccino laggiù…

WHOOSH.

Un Bolide sfrecciò accanto all’orecchio destro di Harry, colpito dal gigantesco Battitore di Serpeverde, Derrick. Un attimo dopo…

WHOOSH.

Il secondo Bolide sfiorò il gomito di Harry. L’altro Battitore, Bole, si avvicinava.

Harry ebbe una visione fugace di Bole e Derrick che filavano verso di lui con le mazze levate…

Puntò la Firebolt verso l’alto all’ultimo minuto, e Bole e Derrick si scontrarono con un fragore assordante.

«Ha haaa!» urlò Lee Jordan, mentre i Battitori di Serpeverde si allontanavano l’uno dall’altro tenendosi la testa fra le mani. «Peccato, ragazzi! Dovete darvi una sveglia se volete battere una Firebolt! E Grifondoro è di nuovo in possesso, ecco Johnson che prende la Pluffa… Flitt la segue… colpiscilo nell’occhio, Angelina! Scherzavo, professoressa, scherzavo… oh, no… Flitt in possesso, Flitt vola verso le reti di Grifondoro, dài, Baston, prendila!»

Ma Flitt aveva segnato; ci fu uno scoppio di applausi dall’ala di Serpeverde e Lee disse una parolaccia così grossa che la McGranitt cercò di strappargli il megafono magico.

«Mi perdoni, professoressa, mi perdoni! Non succederà più! Allora, Grifondoro è in vantaggio trenta a dieci, ed è in possesso…»

Stava diventando la partita più sporca a cui Harry avesse mai preso parte. Furiosi che Grifondoro fosse passato in vantaggio così in fretta, i Serpeverde ricorrevano ormai a ogni mezzo per prendere la Pluffa. Bole colpì Alicia con la mazza e si giustificò dicendo che l’aveva scambiata per un Bolide. George Weasley in cambio diede una gomitata in faccia a Bole. Madama Bumb assegnò altri rigori a entrambe le squadre, e Baston fece un altro salvataggio spettacolare. Il punteggio era quaranta a dieci per Grifondoro.

Il Boccino era sparito di nuovo. Malfoy continuava a stare alle calcagna di Harry che sorvolava la partita cercando di individuare la pallina scintillante: quando Grifondoro fosse stato in vantaggio di cinquanta punti…

Katie segnò. Cinquanta a dieci. Fred e George Weasley le sfrecciarono intorno, le mazze levate, in caso che un Serpeverde meditasse vendetta. Bole e Derrick approfittarono dell’assenza di Fred e George per sparare entrambi i Bolidi contro Baston; lo colpirono allo stomaco, uno dopo l’altro, e Baston rotolò nell’aria, stretto alla scopa, col fiato mozzo.

Madama Bumb era fuori di sé.

«Non si attacca il Portiere se la Pluffa non è nell’area di rigore!» strillò contro Bole e Derrick. «Rigore per Grifondoro!»

E Angelina segnò. Sessanta a dieci. Un attimo dopo, Fred Weasley sparò un Bolide contro Warrington, facendogli perdere la Pluffa; Alicia la prese e la spedì nella porta di Serpeverde. Settanta a dieci.

La folla di Grifondoro si sgolava: ora la squadra aveva sessanta punti di vantaggio, e se Harry avesse preso il boccino, avrebbe vinto la Coppa. Harry sentiva centinaia di occhi seguirlo mentre volava per il campo, alto sulla partita, con Malfoy che filava alle sue spalle.

E poi lo vide. Il Boccino brillava sei metri più in alto.

Harry accelerò bruscamente; il vento gli fischiava nelle orecchie; tese la mano, ma all’improvviso la Firebolt rallentò…

Si guardò intorno con orrore. Malfoy si era lanciato in avanti, aveva afferrato la coda della Firebolt e la tratteneva a viva forza.

«Tu…»

Harry era talmente furioso che avrebbe volentieri picchiato Malfoy, ma non riuscì a raggiungerlo. Malfoy ansimava per lo sforzo di trattenere la Firebolt, ma i suoi occhi scintillavano maligni. Aveva ottenuto quello che voleva: il Boccino era di nuovo scomparso.

«Rigore! Rigore per Grifondoro! Non ho mai visto un comportamento simile!» strillò Madama Bumb, sfrecciando in su mentre Malfoy riscivolava a cavalcioni della sua Nimbus Duemilauno.

«TU, CANAGLIA, IMBROGLIONE!» ululava Jordan nel megafono, saltellando fuori dalla portata della professoressa McGranitt, «TU, SUDICIO IMPOSTORE BAST…»

La McGranitt non pensò nemmeno a zittirlo. Stava agitando la mano in direzione di Malfoy, aveva perso il cappello e urlava furibonda anche lei.

Alicia batté il rigore per Grifondoro, ma era così arrabbiata che mancò la porta di diversi metri. La squadra di Grifondoro stava perdendo la concentrazione e i Serpeverde, eccitati dal fallo di Malfoy su Harry, cavalcavano a spron battuto, sempre più in alto.

«Serpeverde in possesso, Serpeverde avanza verso la porta… Montague segna…» gemette Lee. «Settanta a venti per Grifondoro…»

Harry ora marcava Malfoy così stretto che le loro ginocchia continuavano a urtarsi. Harry non aveva intenzione di lasciar avvicinare Malfoy al Boccino…

«Vattene, Potter!» urlò Malfoy irritato, mentre cercava di voltarsi e si trovava la strada sbarrata.

«Angelina Johnson prende la Pluffa per il Grifondoro, dài, Angelina, DAI!»

Harry si voltò. Ogni singolo giocatore di Serpeverde a parte Malfoy stava risalendo il campo verso Angelina, compreso il Portiere: volevano bloccarla a tutti i costi…

Harry puntò la Firebolt, si chinò tanto da aderire al manico e la spronò in avanti. Come un proiettile, filò verso i Serpeverde.

«AAAAARGH!»

Gli avversari si dispersero mentre la Firebolt sfrecciava contro di loro; Angelina aveva via libera…

«HA SEGNATO! HA SEGNATO! Il Grifondoro è in testa ottanta a venti…»

Harry, che era quasi finito a testa in giù nelle tribune, si arrestò a mezz’aria, si voltò e schizzò di nuovo a centrocampo.

E poi vide qualcosa che gli paralizzò il cuore. Malfoy era in picchiata, trionfante. Laggiù, a pochi piedi dalla superficie dell’erba, c’era un lieve scintillio d’oro…

Harry puntò rapido la Firebolt verso il basso, ma Malfoy era miglia davanti a lui…

«Vai! Vai! Vai!» Harry spronò la scopa… stavano per raggiungere Malfoy… Harry si appiattì lungo il manico mentre Bole gli lanciava contro un Bolide… era alle calcagna di Malfoy… era pari…

Harry si gettò in avanti, staccò entrambe le mani dalla scopa… allontanò con un colpo secco il braccio di Malfoy e…

«Sì!»

Interruppe la picchiata, la mano alzata in aria, e lo stadio esplose. Harry volò sulla folla, uno strano ronzio nelle orecchie, il pallino d’oro stretto in pugno, che sbatteva invano le ali contro le sue dita.

Poi Baston sfrecciò verso Harry, accecato dalle lacrime; gli saltò al collo e scoppiò in un pianto irrefrenabile sulla sua spalla. Harry sentì due colpi secchi sulle spalle, il saluto di Fred e George; poi le voci di Angelina, Alicia e Katie: «Abbiamo vinto la Coppa! Abbiamo vinto la Coppa!» Aggrovigliata in un enorme abbraccio collettivo, la squadra di Grifondoro scese lentamente a terra, urlando a squarciagola.

Ondate di tifosi scarlatti si riversarono in campo scavalcando le barriere. Mani festanti battevano sulle schiene dei giocatori. Harry ebbe una confusa impressione di rumore e di corpi che premevano contro il suo. Poi lui e il resto della squadra furono issati sulle spalle della folla. Spinto verso la luce, vide Hagrid tappezzato di coccarde scarlatte. «Li hai battuti, Harry, li hai battuti! Aspetta solo che lo dico a Fierobecco!» C’era Percy che, dimenticata ogni dignità, saltava su e giù come un pazzo. La professoressa McGranitt singhiozzava più forte di Baston, asciugandosi gli occhi in un’enorme bandiera di Grifondoro; e laggiù c’erano Ron e Hermione che si facevano largo a fatica verso Harry. Non trovarono le parole. Sorrisero e basta, mentre Harry veniva trasportato verso le tribune, dove Silente attendeva in piedi con l’enorme Coppa del Quidditch tra le mani.

Se solo ci fosse stato un Dissennatore nei dintorni… Mentre un singhiozzante Baston passava la Coppa a Harry e lui la alzava in aria, sentì che avrebbe potuto far apparire il Patronus migliore del mondo.

Capitolo 16

La profezia della professoressa Cooman

L’euforia di Harry per aver finalmente conquistato la Coppa del Quidditch durò almeno una settimana. Anche il tempo sembrava festeggiare: con l’avvicinarsi di giugno, le giornate si fecero serene e afose, e l’unica cosa che veniva voglia di fare era passeggiare nei prati e gettarsi lunghi distesi sull’erba con parecchie pinte di succo di zucca gelato, a giocare qualche distratta partita a Gobbiglie o a guardare l’enorme piovra che avanzava sognante sulla superficie del lago.

Ma non potevano permetterselo: gli esami erano vicini, e invece di impigrire in giro, gli studenti erano costretti a rimanere al castello, cercando di obbligare i cervelli a concentrarsi mentre seducenti sbuffi di aria estiva penetravano dalle finestre. Anche Fred e George Weasley furono visti studiare: dovevano ottenere il G.U.F.O. (Giudizio Unico per i Fattucchieri Ordinari). Percy invece si preparava per il M.A.G.O. (Magia Avanzata Grado Ottimale), il diploma più alto che si potesse prendere a Hogwarts. Dal momento che sperava di entrare al Ministero della Magia, doveva ottenere il massimo dei voti. Diventava sempre più irritabile, e assegnava punizioni molto severe a chiunque disturbasse la pace serale della sala comune. In effetti, l’unica persona più tesa di lui era Hermione.

Harry e Ron avevano rinunciato a chiederle come facesse a seguire più corsi contemporaneamente, ma non riuscirono a trattenersi quando videro l’orario degli esami che si era preparata. Nella prima colonna c’era scritto:

LUNEDÌ

ore 9, Aritmanzia

ore 9, Trasfigurazione

Pranzo

ore 13, Incantesimi

ore 13, Antiche Rune

«Hermione…» disse Ron cautamente, visto che in quel periodo l’amica tendeva a esplodere quando qualcuno la disturbava. «Ehm… sei sicura di aver copiato gli orari giusti?»

«Cosa?» sbottò Hermione, afferrando l’orario e osservandolo. «Ma certo».

«Serve a qualcosa chiederti come farai a sostenere due esami insieme?» chiese Harry.

«No» rispose Hermione asciutta. «Qualcuno ha visto la mia copia di Numerologia e Grammatica

«Oh, sì, l’ho presa io per leggere qualcosa prima di dormire» disse Ron, molto piano. Hermione prese a sparpagliare fogli di pergamena sul tavolo, in cerca del libro. In quel momento alla finestra si udì un fruscio ed Edvige entrò volando, con un biglietto stretto nel becco.

«È di Hagrid» disse Harry aprendo la busta. «L’appello di Fierobecco… è il sei».

«L’ultimo giorno degli esami» disse Hermione senza smettere di cercare il suo libro di Aritmanzia.

«E si terrà qui» disse Harry, continuando a leggere. «Verrà qualcuno del Ministero della Magia e… e un boia».

Hermione alzò gli occhi stupita.

«Portano il boia all’appello! Ma è come se avessero già deciso!»

«Sì» disse Harry.

«Non possono!» ululò Ron. «Ho passato secoli a leggere per Hagrid, non possono far finta di niente!»

Ma Harry aveva l’orribile sensazione che fosse stato il signor Malfoy a decidere per il Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose. Draco, che dal trionfo di Grifondoro nella finale di Quidditch era stato insolitamente tranquillo, negli ultimi giorni aveva riacquistato un po’ della vecchia spavalderia. A giudicare da qualche sprezzante osservazione colta per caso, Malfoy era certo che Fierobecco sarebbe stato giustiziato, e sembrava assolutamente soddisfatto di sé per essere riuscito a ottenere quel risultato. Harry riuscì a stento a trattenersi dall’imitare Hermione prendendo a schiaffi Malfoy, in quelle occasioni. E la cosa peggiore era che non avevano né il tempo né la possibilità di andare a trovare Hagrid, perché le nuove, severe misure di sicurezza non erano state allentate, e Harry non osava recuperare il Mantello dell’Invisibilità dall’interno della strega orba.

La settimana degli esami cominciò e una quiete innaturale scese sul castello. Il lunedì i ragazzi del terzo anno uscirono da Trasfigurazione all’ora di pranzo, mogi e pallidi, confrontando i risultati e lamentandosi per la difficoltà delle prove, compresa la trasformazione di una teiera in una testuggine. Hermione riuscì a irritare tutti brontolando sul fatto che la sua testuggine sembrava più una tartaruga, cosa che era l’ultima preoccupazione di tutti gli altri.

«La mia aveva ancora il beccuccio al posto della coda, che incubo…»

«Le testuggini sbuffano vapore?»

«Aveva il guscio decorato a foglioline, credi che mi abbasseranno il voto?»

Poi, dopo un rapido pasto, tutti di nuovo di sopra per l’esame di Incantesimi. Hermione aveva ragione; in effetti il professor Vitious chiese loro gli Incantesimi Rallegranti. Per la tensione Harry esagerò un po’; tanto che Ron, che faceva coppia con lui, ebbe un accesso di risatine isteriche e dovette restare rinchiuso in un posto tranquillo per un’ora prima di essere in grado di eseguire a sua volta l’Incantesimo. Dopo cena, gli studenti tornarono in fretta nelle sale comuni, non per rilassarsi, ma per ripassare Cura delle Creature Magiche, Pozioni e Astronomia.

La mattina dopo Hagrid assistette all’esame di Cura delle Creature Magiche con aria davvero molto preoccupata; sembrava che pensasse ad altro. Aveva preparato una grossa vasca di Vermicoli per la classe, e disse loro che per passare la prova il loro Vermicolo doveva essere ancora vivo di lì a un’ora. Dal momento che i Vermicoli prosperavano se lasciati a se stessi, fu l’esame più facile che avessero mai sostenuto, e in più diede a Harry, Ron e Hermione la possibilità di parlare con Hagrid.

«Becco è un po’ giù» disse Hagrid, chinandosi con la scusa di controllare che il Vermicolo di Harry fosse ancora vivo. «È stato rinchiuso per troppo tempo. Comunque… sapremo dopodomani… in un modo o nell’altro…»

Quel pomeriggio ci fu l’esame di Pozioni, che fu un disastro totale. Per quanto ci provasse, Harry non riuscì a far addensare il suo Intruglio Confondente, e Piton, che era rimasto lì a guardarlo con un’aria di vendicativa soddisfazione, prima di allontanarsi scarabocchiò qualcosa di terribilmente simile a uno zero nei suoi appunti.

Poi a mezzanotte fu la volta di Astronomia, sulla torre più alta; il mercoledì mattina toccò a Storia della Magia, e Harry nel suo tema scrisse tutto quello che Florian Fortebraccio gli aveva raccontato sulla caccia alle streghe nel Medioevo, desiderando ardentemente uno dei gelati alla ciocconocciola di Fortebraccio, visto il caldo soffocante. Il mercoledì pomeriggio ci fu Erbologia, alle serre, sotto un sole cocente; poi tutti di nuovo in sala comune, col collo e la schiena scottati, a desiderare che fosse già il giorno dopo alla stessa ora, quando sarebbe stato tutto finito.

Il penultimo esame, il giovedì mattina, fu Difesa contro le Arti Oscure. Il professor Lupin aveva architettato la prova più insolita che avessero mai affrontato: una sorta di corsa a ostacoli all’aperto, in cui dovevano attraversare una piccola vasca che conteneva un Avvincino, superare una serie di buche piene di Berretti Rossi, farsi strada lungo un sentiero nella palude ignorando i consigli maliziosi di un Marciotto e infine arrampicarsi dentro un vecchio tronco e combattere contro un Molliccio.

«Ottimo, Harry» mormorò Lupin con un sorriso mentre Harry usciva dal tronco. «Punteggio pieno».

Fiero del proprio successo, Harry rimase nei paraggi per vedere come se la cavavano Ron e Hermione. Ron andò molto bene finché non arrivò al Marciotto, che riuscì a confonderlo e a farlo sprofondare fino alla vita nell’acquitrino. Hermione fece tutto alla perfezione finché non fu arrivata al tronco con il Molliccio dentro. Dopo un minuto, sbucò fuori urlando.

«Hermione!» disse il professor Lupin, allarmato. «Che cosa succede?»

«La p… p… professoressa McGranitt!» esclamò Hermione senza fiato, indicando il tronco. «Di… dice che sono stata bocciata in tutte le materie!»

Ci volle un po’ per calmare Hermione. Quando alla fine ebbe ripreso il controllo di sé, lei, Harry e Ron tornarono al castello. Ron aveva ancora una certa voglia di ridere del Molliccio di Hermione, ma la lite fu sviata alla vista di ciò che li attendeva in cima alle scale.

Cornelius Caramell, lievemente accaldato nel suo mantello gessato, era lì in piedi che guardava verso il parco. Alla vista di Harry esclamò:

«Buongiorno, Harry! Hai appena sostenuto un esame, suppongo. Hai quasi finito?»

«Sì» rispose Harry. Hermione e Ron, che non avevano mai rivolto la parola al Ministro della Magia, indugiarono imbarazzati alle sue spalle.

«Bella giornata» disse Caramell, gettando un’occhiata al lago. «Che peccato… che peccato…»

Sospirò profondamente e guardò Harry.

«Sono qui per una missione sgradevole, Harry. Il Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose ha richiesto un testimone per l’esecuzione di un Ippogrifo rabbioso. E siccome dovevo già venire a Hogwarts per verificare come vanno le cose con Black, hanno mandato me».

«Vuol dire che c’è già stato l’appello?» lo interruppe Ron facendo un passo avanti.

«No, no, è fissato per oggi pomeriggio» disse Caramell guardando Ron con curiosità.

«Allora può darsi che lei non debba assistere a nessuna esecuzione!» disse Ron ostinato. «L’Ippogrifo potrebbe anche cavarsela!»

Prima che Caramell potesse rispondere, due maghi uscirono dal castello e lo raggiunsero. Uno era così vecchio che sembrava avvizzire davanti a loro; l’altro era alto e robusto, con sottili baffi neri. Harry dedusse che fossero rappresentanti del Comitato per la Soppressione delle Creature Pericolose, perché il primo mago strizzò gli occhi verso la capanna di Hagrid e disse con voce acuta:

«Cielo, sono troppo vecchio per queste cose… è alle due, vero, Caramell?»

Il mago coi baffi neri stava sfiorando qualcosa che gli pendeva dalla cintura; Harry guardò meglio e vide che faceva scorrere il grosso pollice sulla lama di un’ascia lucente. Ron aprì la bocca per dire qualcosa, ma Hermione gli diede una gomitata e fece un cenno verso la Sala d’Ingresso.

«Perché mi hai interrotto?» disse Ron furioso mentre entravano nella Sala Grande per il pranzo. «Li hai visti? Hanno già l’ascia pronta! Questa non è giustizia!»

«Ron, tuo padre lavora per il Ministero, non puoi rivolgerti con quel tono al suo capo!» disse Hermione. Ma anche lei era sconvolta. «Se questa volta Hagrid si controlla e discute il caso come si deve, non possono giustiziare Fierobecco…»

Ma Harry sapeva che Hermione non credeva veramente a quello che diceva. Tutto attorno a loro, i ragazzi parlavano animatamente, aspettando allegramente la fine degli esami quel pomeriggio; ma Harry, Ron e Hermione, preoccupati per Hagrid e Fierobecco, non li imitarono.

L’ultimo esame di Harry e Ron era Divinazione; quello di Hermione, Babbanologia. Salirono insieme la scalinata di marmo. Hermione li salutò al primo piano e Harry e Ron salirono fino al settimo, dove molti della loro classe erano seduti sulla scala a chiocciola che portava all’aula della professoressa Cooman, impegnati in un ripasso affannoso dell’ultimo minuto.

«Ci vuole vedere uno alla volta» li informò Neville mentre si sedevano vicino a lui. Aveva Svelare il Futuro aperto in grembo alle pagine dedicate alla Lettura della Sfera di Cristallo. «Qualcuno di voi ha mai visto qualcosa in una sfera di cristallo?» chiese loro con aria infelice.

«No» disse Ron sbrigativo. Continuava a guardare l’orologio; Harry sapeva che contava i minuti che mancavano all’inizio dell’appello di Fierobecco.

La coda di persone davanti alla classe si accorciava molto lentamente. Tutte le volte che uno di loro scendeva dalla scaletta d’argento, gli altri chiedevano in un sussurro:

«Che cosa ti ha chiesto? È andata bene?»

Ma tutti si rifiutavano di rispondere.

«Dice che la sfera di cristallo le ha detto che se parlo mi capiterà una cosa terribile!» squittì Neville mentre scendeva le scale diretto verso Harry e Ron, che ora erano sul pianerottolo.

«È probabile» disse Ron sprezzante. «Sai, sto cominciando a pensare che Hermione avesse ragione a proposito di quella» e puntò il pollice verso la botola in alto. «E davvero una vecchia impostora».

«Si» disse Harry, guardando a sua volta l’orologio. Erano le due in punto. «Vorrei che si sbrigasse…»

Calì scese raggiante di orgoglio.

«Dice che ho tutti i requisiti di una vera Veggente» dichiarò a Harry e Ron. «Ho visto un mucchio di cose… be’, buona fortuna!»

E corse giù per la scala a chiocciola incontro a Lavanda.

«Ronald Weasley» disse la familiare voce velata sopra le loro teste. Ron fece una smorfia rivolto a Harry e sparì su per la scaletta d’argento. Harry era l’ultimo rimasto. Sedette per terra, la schiena contro il muro, ascoltando una mosca che ronzava contro la finestra inondata di sole, il pensiero al di là del prato, con Hagrid.

Alla fine, dopo una ventina di minuti, i grossi piedi di Ron ricomparvero sulla scala.

«Com’è andata?» gli chiese Harry alzandosi.

«Uno schifo» rispose Ron. «Non ho visto niente, così mi sono inventato qualcosa. Non credo di averla convinta, comunque…»

«Ci vediamo in sala comune» mormorò Ron mentre la voce della professoressa Cooman chiamava «Harry Potter!»

La stanzetta della torre era più calda che mai; le tende erano tirate, il fuoco acceso, e il solito aroma nauseante fece tossire Harry mentre inciampava nella folla di sedie e tavoli fino a raggiungere la professoressa Cooman, che lo aspettava seduta davanti a una grossa sfera di cristallo.

«Buona giornata, mio caro» disse con voce dolce. «Se gentilmente vuoi guardare nell’Occhio… fai pure con calma… poi dimmi che cosa vedi…»

Harry si chinò sulla sfera di cristallo e la fissò più intensamente che poteva, nella speranza che gli mostrasse qualcosa oltre alla solita nebbia bianca vorticante. Ma non successe nulla.

«Allora?» lo esortò la professoressa Cooman. «Che cosa vedi?»

Il calore era soffocante e le narici di Harry bruciavano per il fumo profumato che si alzava dal fuoco. Pensò a quello che aveva appena detto Ron e decise di fingere.

«Ehm…» disse, «una forma scura… mmm…»

«A cosa assomiglia?» sussurrò la professoressa Cooman. «Pensaci…»

Harry si concentrò e gli venne in mente Fierobecco.

«A un Ippogrifo» disse deciso.

«Davvero!» bisbigliò la professoressa Cooman, scarabocchiando furiosamente sulla pergamena che teneva in bilico sulle ginocchia. «Ragazzo mio, forse vedi le conseguenze dei guai del povero Hagrid con il Ministero della Magia! Guarda meglio… ti sembra che l’Ippogrifo abbia… la testa?»

«Sì» disse Harry in tono fermo.

«Sicuro?» insistette la professoressa Cooman. «Sei sicuro, caro? Non lo vedi contorcersi a terra, magari, con una sagoma scura che brandisce l’ascia dietro di lui?»

«No!» disse Harry, che cominciava ad avvertire un vago malessere.

«Niente sangue? Hagrid non piange?»

«No!» ripeté Harry, desideroso di andarsene da quella stanza e dal calore. «Sta bene, adesso… vola via…»

La professoressa Cooman sospirò.

«Be’. caro, credo che ci fermeremo qui… un po’ deludente… ma sono certa che hai fatto del tuo meglio».

Sollevato, Harry si alzò, prese la borsa e fece per andarsene, ma poi una voce alta e dura parlò alle sue spalle.

«Accadrà questa notte».

Harry si voltò. La professoressa Cooman si era irrigidita sulla sedia, lo sguardo perso e la bocca tremante.

«Co… come?» disse Harry.

Ma la professoressa Cooman parve non sentirlo. I suoi occhi si rovesciarono. Harry rimase lì spaventato. Sembrava che lei stesse per avere una specie di attacco. Esitò, pensando di correre fino all’infermeria. Poi la professoressa Cooman parlò di nuovo con quella voce dura, cosi diversa dal solito:

«Il Signore Oscuro è solo e senza amici, abbandonato dai suoi seguaci. Il suo servo è rimasto in catene per dodici anni. Questa notte, prima di mezzanotte, il servo si libererà e cercherà di unirsi al padrone. Il Signore Oscuro risorgerà con l’aiuto del servo, più grande e più orribile che mai. Questa notte… prima di mezzanotte… il servo… si libererà… per unirsi… al padrone…»

La testa le ricadde sul petto. L’insegnante emise una sorta di grugnito. Poi, all’improvviso, la sua testa si rialzò.

«Mi dispiace tanto, caro ragazzo» disse sognante. «Dev’essere il caldo, sai… mi sono addormentata…»

Harry continuò a guardarla.

«C’è qualcosa che non va, mio caro?»

«Lei… lei mi ha appena detto che il… il Signore Oscuro risorgerà… che il suo servo sta per tornare da lui…»

La professoressa Cooman parve decisamente stupita.

«Il Signore Oscuro? Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato? Mio caro ragazzo, non è una cosa sulla quale si può scherzare… risorgere, addirittura…»

«Ma l’ha detto lei un momento fa! Ha detto che il Signore Oscuro…»

«Ti devi essere assopito anche tu, caro!» disse la professoressa Cooman. «Non avrei mai la presunzione di prevedere una cosa così inverosimile!»

Harry ridiscese la scaletta e la scala a chiocciola, stupefatto… aveva appena ascoltato la professoressa Cooman formulare una vera profezia? O forse aveva solo pensato di concludere l’esame con una scena impressionante?

Cinque minuti dopo filava oltre i troll della sorveglianza, verso l’ingresso della Torre di Grifondoro, con in mente l’eco delle parole della professoressa Cooman. I compagni lo incrociarono diretti dalla parte opposta, ridendo e scherzando, puntando verso i prati e un po’ di quella libertà a lungo agognata; quando Harry ebbe superato il buco del ritratto ed entrò nella sala comune, la trovò quasi deserta. Tn un angolo però c’erano Ron e Hermione.

«La professoressa Cooman» esclamò Harry ansante, «mi ha appena detto…»

Ma si interruppe di colpo alla vista delle loro facce.

«Fierobecco ha perso» disse Ron pianissimo. «Hagrid ha appena mandato questo».

Il biglietto di Hagrid questa volta era asciutto, senza macchie di lacrime, ma la sua mano doveva aver tremato mentre scriveva, tanto che il messaggio si leggeva a stento.

Appello perso. Esecuzione al tramonto. Nulla da fare. Non venite. Non voglio che vedete.

Hagrid

«Dobbiamo andare» disse subito Harry. «Non può stare là seduto da solo ad aspettare il boia!»

«Al tramonto, però» disse Ron, che guardava nel vuoto fuori dalla finestra. «Non ci daranno mai il permesso… specialmente a te, Harry…»

Harry si prese la testa tra le mani, riflettendo.

«Se solo avessimo il Mantello dell’Invisibilità…»

«Dov’è?» chiese Hermione.

Harry le disse di averlo lasciato nel passaggio sotto la strega orba.

«…se Piton mi trova un’altra volta da quelle parti, finisco nei guai, e sul serio» concluse.

«È vero» disse Hermione alzandosi. «Se vede te… come si fa ad aprire la gobba della strega?»

«Devi… darle un colpo di bacchetta e dire Dissendium» rispose Harry. «Ma…»

Hermione non attese il resto della frase; attraversò la stanza, aprì con una spinta il ritratto della Signora Grassa e sparì dalla loro vista.

«Non sarà andata a prenderlo…» disse Ron attonito.

E invece sì. Hermione tornò un quarto d’ora dopo con il Mantello argenteo piegato con cura e nascosto sotto gli abiti.

«Hermione, non so che cosa ti prende ultimamente!» disse Ron sbalordito. «Prima picchi Malfoy, poi pianti la lezione della Cooman…»

Hermione parve piuttosto lusingata.

Scesero a cena con tutti gli altri, ma alla fine non tornarono alla Torre di Grifondoro. Harry aveva nascosto il Mantello sotto i vestiti; doveva tenere le braccia incrociate per nascondere il rigonfio. S’infilarono in una stanza vuota accanto alla Sala d’Ingresso, in ascolto, finché non furono certi che fosse deserta. Sentirono ancora qualcuno attraversare l’ingresso di corsa, e una porta che sbatteva. Hermione fece capolino dalla porta.

«Ok» sussurrò, «non c’è nessuno… il Mantello, presto…»

Camminando molto vicini in modo che nessuno li vedesse, attraversarono l’ingresso in punta di piedi, coperti dal Mantello, poi scesero i gradini di pietra fino al prato. Il sole già calava dietro la foresta proibita, spruzzando d’oro le cime degli alberi.

Raggiunsero la capanna di Hagrid e bussarono. Il guardiacaccia ci mise un po’ a rispondere, e quando lo fece, si guardò intorno in cerca del visitatore, pallido e tremante.

«Siamo noi» sibilò Harry. «Abbiamo addosso il Mantello dell’Invisibilità. Facci entrare, così possiamo levarcelo».

«Non dovevate venire!» mormorò Hagrid, ma fece un passo indietro e i tre entrarono. Hagrid chiuse in fretta la porta e Harry si sfilò il Mantello.

Hagrid non piangeva né si gettò al collo di nessuno. Sembrava che non sapesse dove si trovava o che cosa doveva fare. Una disperazione, la sua, che era peggio delle lacrime.

«Volete del tè?» disse. Le sue manone tremarono afferrando il bollitore.

«Dov’è Fierobecco, Hagrid?» chiese Hermione esitante.

«Io… l’ho portato fuori» rispose Hagrid, versando un po’ di latte sul tavolo mentre riempiva il bricco. «È legato nell’orto delle zucche. Ho pensato che doveva vedere gli alberi e… e respirare l’aria buona… prima di…»

La mano di Hagrid tremava cosi forte che il bricco del latte gli scivolò tra le dita e finì in mille pezzi.

«Ci penso io, Hagrid» disse rapida Hermione, affrettandosi a ripulire.

«Ce n’è un altro nella credenza» disse Hagrid sedendosi e asciugandosi la fronte sulla manica. Harry guardò Ron, che gli restituì lo sguardo, desolato.

«Non c’è niente che si possa fare, Hagrid?» chiese Harry risoluto, prendendo posto accanto a lui. «Silente…»

«Ci ha provato» disse Hagrid. «Non ha il potere, lui, di annullare quello che decide il Comitato. L’ha detto, a loro, che Fierobecco è a posto, ma hanno paura… lo sapete com’è Lucius Malfoy… li ha minacciati, credo io… e il boia, Macnair, è un vecchio amico di Malfoy… ma farà in fretta… e io gli starò vicino…»

Hagrid deglutì. I suoi occhi sfrecciavano da una parte all’altra della capanna, in cerca di un briciolo di speranza e di conforto.

«Silente verrà quando… quando succede. Mi ha scritto questa mattina. Dice che vuole… vuole stare con me. Grand’uomo, Silente…»

Hermione, che stava cercando nella credenza di Hagrid, si lasciò sfuggire un piccolo singhiozzo soffocato. Si alzò con l’altro bricco in mano, lottando per trattenere le lacrime.

«Anche noi resteremo con te, Hagrid» esclamò, ma Hagrid scosse il testone arruffato.

«Voi dovete tornare al castello. Ve l’avevo detto, non voglio che voi vedete. E non dovevate essere qui comunque… Se Caramell e Silente ti trovano fuori senza permesso, Harry, sono guai grossi».

Lacrime silenziose solcavano ora il viso di Hermione, che cercò di non farsi vedere da Hagrid dandosi da fare per preparare il tè. Poi, mentre prendeva la bottiglia del latte per versarne un po’ nel bricco, si lasciò sfuggire uno strillo.

«Ron! Io… non posso crederci… è Crosta

Ron la guardò a bocca aperta.

«Ma che cosa stai dicendo?»

Hermione posò il bricco sul tavolo e lo rovesciò. Con uno squittìo disperato, agitando freneticamente le zampe nel tentativo di tornare dentro, il topo Crosta scivolò sul tavolo.

«Crosta!» esclamò Ron esterrefatto. «Crosta, che cosa ci fai qui?»

Afferrò il topo che si contorceva tutto e lo sollevò. Crosta aveva un aspetto orribile. Era più magro che mai, grosse chiazze di pelo erano cadute lasciando ampie macchie rosate, e si contorceva tra le mani di Ron, cercando disperatamente di liberarsi.

«Va tutto bene, Crosta!» disse Ron. «Niente gatti! Nessuno ti farà del male!»

Hagrid si alzò di scatto, gli occhi puntati alla finestra. Il suo viso di solito rubicondo era diventato color pergamena.

«Arrivano…»

Harry, Ron e Hermione si voltarono di scatto. Un gruppo di uomini scendeva i gradini del castello. Davanti c’era Albus Silente, la barba d’argento che scintillava nel sole morente. Vicino a lui trotterellava Cornelius Caramell. Li seguivano il vecchio, fragile membro del Comitato e il boia, Macnair.

«Dovete andare» disse Hagrid. Tremava tutto. «Non devono trovarvi qui… andate, adesso…»

Ron s’infilò Crosta in tasca e Hermione prese il Mantello.

«Vi faccio uscire dalla porta dietro» disse Hagrid.

Lo seguirono fino all’ingresso sul retro. A Harry parve tutto stranamente irreale, tanto più quando vide Fierobecco legato a un albero nell’orto delle zucche di Hagrid. L’Ippogrifo sembrava aver capito che stava per succedere qualcosa. Voltò la testa affilata da una parte e dall’altra e raspò il terreno nervosamente.

«Va tutto bene, Becco» disse Hagrid dolcemente. «Tutto bene…» Si voltò verso Harry, Ron e Hermione. «Andate» disse. «Andate».

Ma i tre non si mossero.

«Hagrid, non possiamo…»

«Diremo loro che cosa è successo veramente…»

«Non possono ucciderlo…»

«Andate!» esclamò Hagrid deciso. «È già abbastanza brutto senza che finite tutti nei guai!»

Non avevano scelta. Mentre Hermione gettava il Mantello sopra Harry e Ron, sentirono delle voci davanti alla capanna. Hagrid guardò il punto in cui erano appena spariti.

«Andate, svelti» disse con voce roca. «Non dovete sentire…»

E tornò dentro la capanna mentre qualcuno bussava alla porta davanti.

Lentamente, in una sorta di orribile trance, Harry, Ron e Hermione fecero in silenzio il giro della casa di Hagrid. Quando giunsero dall’altra parte, la porta davanti si chiuse con un colpo secco.

«Vi prego, muoviamoci» sussurrò Hermione. «Non lo sopporto, non ce la faccio…»

Presero a risalire il prato verso il castello. Ora il sole calava rapido; il cielo era diventato di un grigio chiaro striato di viola, ma verso ovest c’era un bagliore rosso rubino.

Ron si fermò di colpo.

«Oh, ti prego, Ron» esordì Hermione.

«È Crosta… non vuole… stare tranquillo…»

Ron si chinò, cercando di trattenere Crosta dentro la tasca, ma il topo era fuori di sé; squittiva come un pazzo, si agitava e si divincolava, cercando di affondare i denti nella mano di Ron.

«Crosta, sono io, stupido, sono Ron» sibilò.

Sentirono una porta aprirsi alle loro spalle e il suono di alcune voci maschili.

«Oh, Ron, muoviamoci, ti prego, stanno per farlo!» sussurrò Hermione.

«Ok… Crosta, stai buono…»

Proseguirono; Harry, come Hermione, cercò di non prestare orecchio alle voci alle loro spalle. Ron si fermò di nuovo.

«Non riesco a tenerlo fermo… Crosta, stai zitto o ci sentiranno…»

Il topo squittiva selvaggiamente, ma non abbastanza forte da coprire i rumori che arrivavano dal giardino di Hagrid. Si udì un intreccio indistinto di voci maschili, poi venne il silenzio e poi, senza preavviso, l’inconfondibile sibilo di un’ascia, seguito da un tonfo.

Hermione barcollò.

«L’hanno fatto!» sussurrò a Harry. «Io non… non ci posso credere… l’hanno fatto!»

Capitolo 17

Gatto, topo e cane

Harry fu come svuotato dallo shock. Tutti e tre rimasero lì, paralizzati dall’orrore, sotto il Mantello dell’Invisibilità. Gli ultimi raggi del sole che tramontava gettavano una luce insanguinata sui prati coperti di lunghe ombre. Poi udirono alle loro spalle un ululato selvaggio.

«Hagrid» mormorò Harry. Senza riflettere, fece per voltarsi, ma Ron e Hermione lo afferrarono per le braccia.

«Non possiamo» disse Ron, bianco come un cencio. «Finirà in un altro guaio se scoprono che siamo andati a trovarlo…»

Il respiro di Hermione era breve e irregolare.

«Come… hanno… potuto?» disse con voce soffocata. «Come hanno potuto

«Andiamo» disse Ron battendo i denti.

Ripartirono alla volta del castello, avanzando piano per rimanere nascosti sotto il Mantello. La luce ora diminuiva in fretta. Quando furono sui campi aperti, l’oscurità calò come un incantesimo attorno a loro.

«Crosta, stai fermo» sibilò Ron, premendosi la mano sul petto. Il topo si divincolava come un pazzo. Ron si fermò di colpo e cercò di infilare Crosta più a fondo dentro la tasca. «Si può sapere che cos’hai, stupido topo? Stai fermo — AHIA! Mi ha morso!»

«Ron, stai zitto!» sussurrò in fretta Hermione. «Caramell sarà qui tra un minuto».

«Non… vuole… stare tranquillo…»

Crosta era chiaramente terrorizzato. Si agitava con tutte le forze, cercando di liberarsi dalla stretta di Ron.

«Che cos’ha?»

Ma Harry aveva appena visto Grattastinchi che scivolava verso di loro, il corpo appiattito, i grandi occhi gialli che scintillavano inquietanti nell’oscurità. Non seppe dire se li vedesse o se stesse seguendo gli squittii di Crosta.

«Grattastinchi!» gemette Hermione. «No, vai via, Grattastinchi! Vai via!»

Ma il gatto si avvicinava…

«Crosta… No!»

Troppo tardi. Il topo scivolò tra le dita di Ron che cercava di trattenerlo, cadde a terra e fuggì. In un balzo, Grattastinchi scattò alle sue calcagna, e prima che Harry o Hermione potessero impedirglielo, Ron si tolse il Mantello dell’Invisibilità e sparì nell’oscurità.

«Ron!» gemette Hermione.

Lei e Harry si scambiarono un’occhiata. Era impossibile correre sotto il Mantello, così uscirono allo scoperto e si gettarono all’inseguimento di Ron: sentivano i suoi passi risuonare davanti a loro, e le sue grida contro Grattastinchi.

«Vai via… vai via… Crosta, vieni qui…»

Si udì un colpo secco.

«Preso! Vattene via, gattaccio puzzolente…»

Harry e Hermione quasi inciamparono addosso a Ron; riuscirono a stento a fermarsi davanti a lui. Era per terra, lungo disteso, ma Crosta era di nuovo nella sua tasca; il ragazzo teneva le mani strette sul rigonfiamento tremante.

«Ron… dài… torna sotto il Mantello…» ansimò Hermione. «Silente… il Ministro… usciranno tra un attimo…»

Ma prima che riuscissero a ricoprirsi, prima ancora che potessero riprendere fiato, sentirono i tonfi soffocati di zampe giganti. Qualcosa avanzava a balzi verso di loro: un enorme cane nero come la pece, con gli occhi chiari.

Harry cercò la bacchetta magica, ma era troppo tardi. Il cane fece un balzo enorme e gli posò le zampe sul petto. Harry cadde all’indietro in un turbinio di pelo; sentì il fiato caldo dell’animale, vide le sue lunghe zanne…

Ma la forza del balzo aveva portato la bestia troppo in là; il cane rotolò via; intontito, con la sensazione di avere qualche costola rotta, Harry cercò di rialzarsi; lo sentì ringhiare mentre si preparava a un nuovo attacco.

Ron era in piedi, pronto. Mentre il cane balzava di nuovo verso di loro, spinse da un lato Harry; le mascelle della belva si chiusero sul braccio teso di Ron; Harry si protese e afferrò una manciata di peli del mostro, ma l’animale trascinava via Ron come se fosse una bambola di pezza…

Poi, dal nulla, qualcosa colpì Harry in viso, così forte da farlo cadere di nuovo. Sentì che anche Hermione strillava di dolore e cadeva.

Harry cercò la bacchetta, tentando di ricacciare indietro il sangue che gli colava negli occhi…

«Lumos!» sussurrò.

La luce della bacchetta magica illuminò il tronco di un grosso albero; l’inseguimento di Crosta li aveva portati all’ombra del Platano Picchiatore e i suoi rami scricchiolavano, come scossi da un forte vento, menando frustate avanti e indietro per impedire loro di avvicinarsi.

E là, alla base del tronco, c’era il cane, che trascinava Ron dentro una grossa fessura delle radici. Ron lottava con furia, ma già la testa e il busto non si vedevano più…

«Ron!» urlò Harry, cercando di seguirlo, ma un grosso ramo scattò ferocemente e