/ Language: Italiano / Genre:sf_horror / Series: I diari della famiglia Dracula

Il Signore dei Vampiri

Jeanne Kalogridis

Il Signore dei Vampiri è la straordinaria conclusione dei Diari della famiglia Dracula, l’acclamatissima trilogia di Jeanne Kalogridis, iniziata con Il patto con il Vampiro e proseguita con I figli del Vampiro. In seguito alla morte del fratellastro Stefan e di suo padre Arkady, per mano di Vlad Tsepesh — meglio conosciuto come Dracula —, Abraham Van Helsing attraversa tutta l’Europa con il solo scopo di uccidere Vampiri. Ogni Vampiro ucciso infonde a Bram nuove energie, mentre Vlad si indebolisce sempre più. Tanto che Bram comincia a sperare di poterlo presto uccidere, ponendo fine, così, all’atroce patto di sangue che da secoli riduce in schiavitù la famiglia Tsepesh. Ma Vlad, ormai disperato, e la pronipote Zsuzsanna chiedono aiuto al Vampiro più potente, più temibile e più affascinante: la contessa Elisabeth di Bathory. Affiancato da un gruppo di valorosi compagni, Bram si dà alla ricerca di Vlad e riesce finalmente a ucciderlo, proprio come racconta Bram Stoker in Dracula. Tuttavia il terrore non si estingue con la morte di Vlad, perché c’è un’altra forza che guida lui, Zsuzsanna, Elisabeth e tutti i Vampiri del mondo, un’entità antica più malvagia di qualsiasi altra in cui Bram si sia mai imbattuto: il Signore dei Vampiri. Per non essere sopraffatto da questo Dark Lord, e salvare non solo la propria famiglia ma anche tutta l’umanità, Bram deve ancora una volta rischiare di perdere la propria anima. In questo libro conclusivo della sensualissima trilogia I diari della famiglia Dracula, Jeanne Kalogridis fonde brillantemente la sua appassionante storia della famiglia Tsepesh con quella narrata da Stoker, rivelando i retroscena del grande classico.

Jeanne Kalogridis

Il Signore dei Vampiri

A mia madre, Geraldine Marie Pulver

8 agosto 1923 — 27 luglio 1995

e a mia sorella, Nancy Ellene Dillard

23 settembre 1952 — primo febbraio 1993

Permettetemi di tessere qui le lodi della dottoressa Elizabeth Miller, poiché lei è troppo modesta per farlo da sola. Presidentessa della sezione canadese della Società Transilvanica di Dracula, è una degli esperti più attendibili in circolazione su Vlad Tepes e Dracula, avendo scritto e presentato numerosi studi sull’argomento. Al Congresso mondiale su Dracula, le è stato conferito dai rumeni il titolo di “Baronessa della Casata di Dracula”, ed è anche tra gli organizzatori del “Centenario di Dracula”, che si terrà a Los Angeles nell’agosto del 1997.

J.K.

Prefazione

La trilogia I diari della famiglia Dracula, di cui Il Signore dei Vampiri è il terzo libro, si ispira alla storia, alla leggenda e al fantastico ma è, soprattutto, un’opera che si sviluppa sul testo di Dracula, fornendo un antefatto alla narrazione di Stoker che, in questo libro, si sovrappone a Il Signore dei Vampiri.

La trilogia introduce dei cambiamenti innovativi nella trama conosciuta, che servono a riempire quelli che alcuni lettori hanno percepito come dei vuoti nell’originale: perché Abraham Van Helsing era così ossessionato dal desiderio di rintracciare Dracula? Che cos’era veramente accaduto alla moglie e al figlio del bravo professore? Quali erano le origini delle donne Vampiro nel castello transilvano di Dracula? Chi era lo sfuggente Arminius?

Ma, soprattutto, la trilogia espone una storia precedente allo stesso conte Dracula, creando un collegamento tra il Vampiro di Stoker e il Principe valacco del quindicesimo secolo, Vlad l’Impalatore (conosciuto anche come Dracula).

Dato che questa non è la prima volta (e certamente non sarà l’ultima) che il conte e il voievod sono stati fusi nella narrativa (e nei film), ho pensato che potesse essere utile delineare la natura di questo intrigante legame.

Nonostante l’attenzione dedicata a Vlad dagli storici sia in Romania che in Occidente, egli costituisce ancora, entro certi limiti, un enigma. Persino il nome con cui è chiamato è motivo di disaccordo. Mentre esistono ampie testimonianze sul fatto che anche lui usasse il nomignolo “Dracula” (o delle variazioni dello stesso) e che ci si riferisse a lui in quel modo nelle fonti del quindicesimo e sedicesimo secolo, molti storici rumeni insistono ancora nell’usare il nome “Tepes” (che significa “Impalatore”), un soprannome non proprio lusinghiero, datogli per la prima volta dai cronisti turchi.

Gli storici che tentano di ricostruirne la vita, hanno dovuto vagliare numerosi resoconti stampati delle sue atrocità, molti dei quali sono chiaramente frutto di pregiudizi, tanto quanto le narrazioni e le leggende orali rumene che lo dipingono come un eroico patriota.

Esistono anche delle versioni contrastanti su eventi chiave, in particolar modo sulle modalità con cui fu ucciso e sul luogo in cui i suoi resti sono sepolti. Ma da tutto questo materiale emerge un fatto: qualunque cosa Vlad possa essere stato, da nessuna parte è scritto che lui fosse (o fosse creduto) un Vampiro. Questa associazione è chiaramente la conseguenza del fatto che Bram Stoker decise di appropriarsi del nome “Dracula” per il suo malvagio conte, con estremo dispiacere di molti rumeni, che considerano il romanzo una denigrazione di uno dei loro eroi nazionali.

Ma ciò solleva una questione fondamentale. Fino a che punto Bram Stoker basò il suo conte Dracula su Vlad l’Impalatore? Sebbene per molte persone, oggi, i due siano divenuti quasi sinonimi, la natura del legame è estremamente rischiosa. Non esiste più alcun dubbio sul luogo in cui Stoker trovò il nome “Dracula”. Sappiamo dalle sue carte di lavoro (che si trovano nel Museo Rosenbach a Philadelphia) che prima del marzo 1890 aveva già cominciato a lavorare sul romanzo e che aveva anche scelto un nome per il Vampiro: Conte Wampyr.

Sappiamo anche che, nell’estate dello stesso anno, mentre era in vacanza a Whitby, si imbatté nel nome “Dracula” in un libro che prese in prestito dalla biblioteca pubblica locale. Il libro, Un resoconto sui principati di Valacchia e Moldavia (1820) di William Wilkinson, contiene alcuni brevi riferimenti al “voievod Dracula” (al quale non ci si riferisce mai come a “Vlad”) che attraversò il Danubio e attaccò le truppe turche.

Ma ciò che sembra aver attratto Stoker fu una nota a piè di pagina in cui Wilkinson affermava che «Dracula in lingua valacca significa “Diavolo”». A ciò Stoker aggiunse dei pezzi di storia rumena tratti da altre fonti (che lui elencò attentamente nei suoi appunti) e diede vita a uno sfondo storico per il suo conte Dracula. Wilkinson è l’unica fonte conosciuta di Stoker per le informazioni sull’omonimo storico. Tutto il resto sono congetture.

E ce ne sono in gran quantità, alcune per la verità piuttosto improbabili. Ad esempio, è stato suggerito che Stoker abbia preso l’idea dell’impalamento di un Vampiro dal fatto di essere a conoscenza della propensione di Vlad ad impalare i suoi nemici; che l’interesse di Renfield per insetti e animaletti sia una ricostruzione dell’abitudine di Vlad di torturare piccoli animali mentre era prigioniero in Ungheria, o che il conte Dracula sia respinto dai sacri simboli perché Vlad aveva tradito la Chiesa ortodossa convertendosi al cattolicesimo romano. Tale ipotesi nasce dalla affermazione fondamentale (che deve essere ancora provata in modo conclusivo) che Stoker sapesse molto più riguardo a Vlad di quello che lesse in Wilkinson, e che le sue altre fonti importanti fossero il professore ungherese Arminius Vambery e le sue lezioni al British Museum (a entrambe le quali si allude nel romanzo).

Molto è stato scritto su quello che Stoker può aver imparato da Vambery. È stato affermato che Vambery fornì a Stoker informazioni sulla Transilvania, sul complesso delle leggende attinenti i Vampiri e sullo stesso Vlad; alcuni ipotizzano che Vambery possa aver persino procurato a Stoker del materiale del quindicesimo secolo su Vlad. Ma queste sono tutte speculazioni basate su prove indirette.

Sappiamo che i due si incontrarono almeno due volte. Mentre abbiamo una testimonianza di questi incontri (Stoker si riferisce ad entrambi nel suo libro del 1906, Ricordi personali di Henry Irving), non c’è nulla a indicare che la conversazione includesse Vlad, i Vampiri o, anche, la Transilvania. Inoltre, non vi è alcuna traccia di corrispondenza tra Stoker e Vambery, né Vambery è menzionato nelle note di Stoker su Dracula.

Per quanto riguarda la teoria secondo la quale ciò che Van Helsing nel romanzo apprende da Arminius (questo personaggio è visto generalmente come un omaggio a Vambery) rispecchierebbe quello che lo stesso Stoker raccolse dall’ungherese, va detto che quasi ogni parte di questo materiale può facilmente essere ricollegato alle fonti conosciute di Stoker.

Anche se Stoker condusse alcune ricerche al British Museum, non esiste alcuna prova che indichi la scoperta da parte sua d’altro materiale sul Dracula storico. Sono state fatte molte congetture circa la possibilità che egli possa aver avuto accesso a uno dei trattati tedeschi del quindicesimo secolo su Vlad l’Impalatore, che comprendeva una xilografia accompagnata dalla didascalia «La meravigliosa e terribile storia del grande e leggendario guerriero assetato di sangue chiamato Dracula». Ciò ha portato qualcuno a concludere che la descrizione fisica del conte Dracula sia realmente basata sul ritratto di Vlad. Ma, ancora una volta, la prova concreta non c’è. È molto più probabile che Stoker attingesse la descrizione del conte Dracula da precedenti personaggi “cattivi” della letteratura gotica o, persino, dal suo stesso datore di lavoro, Henry Irving.

Il conte Dracula, come ci dice Van Helsing, «dev’essere stato quel voievod Dracula che si guadagnò grande fama contro ì Turchi». Infatti lo era! Ma è significativo che in nessun punto del romanzo di Stoker ci si riferisca a Dracula come a “Vlad”, né vi sia alcun riferimento alle famose atrocità di Vlad, in particolare all’uso dell’impalamento come metodo favorito di esecuzione.

Perché Stoker, uno scrittore che includeva meticolosamente dettagli su dettagli (alcuni dei quali del tutto insignificanti e oscuri) ricavati dalle fonti conosciute, avrebbe dovuto dimenticare qualcosa che tanto avrebbe contribuito a caratterizzare il suo malvagio personaggio? O sapeva di più e scelse di non usarlo, o usò quello che sapeva. Fino a che non emergeranno prove molto più concrete di quelle sinora scoperte, io accetterei l’ultima ipotesi. Tutto ciò che sappiamo di certo è che Stoker trovò il nome “Dracula” in Wilkinson, che ovviamente gli piacque, e che decise di usarlo.

La fusione di fatti e invenzioni, per quanto sia un merito opinabile nel ricostruire l’evento storico, è uno strumento superbo nelle mani di uno scrittore ricco di immaginazione. Dato che oggi conosciamo molto più di Stoker riguardo a Vlad l’Impalatore (grazie soprattutto all’opera di Radu Florescu e di Raymond McNally), sorprende ben poco che il conte e il voievod si siano fusi. Il più famoso evento cinematografico è la versione di Francis Ford Coppola del 1992, Dracula di Bram Stoker, sebbene un collegamento tra il conte vampiro e il suo omonimo storico fosse stato fatto quasi venti anni prima nel film Dracula, di Dan Curtis con Jack Palance. Gli esempi di questa fusione nella narrativa sono numerosi e comprendono romanzi come Anno Dracula e The Bloody Red Baron (Kim Newman), Children of the Night (Dan Simmons), la trilogia Dracula Lives! (Peter Tremayne), Drakulya (Earl Lee), e ovviamente questa trilogia. La narrativa ha fatto di Vlad quello che lui non fu mai in vita — un Vampiro — e gli ha in questo modo garantito, come la sua controparte narrativa, l’immortalità.

ELIZABETH MILLER

Professore di Inglese, Memorial University of Newfoundland

Prologo

Memorandum di Vlad III, Principe di Valacchia

Bucarest, Curtea Dorhneasca, 28 dicembre 1476. Fuori, promette neve; la temperatura si è fatta pungente, e il cielo plumbeo copre il sole. Ma l’aria freme per i lampi. Danza sulla mia pelle.

Aspettiamo.

Viene… Basarab sta arrivando…

Sorridendo, alzo gli occhi dalla pergamena, dall’inchiostro e dal pennino, verso il viso del mio fidato assistente Gregor, nascosto dalle ombre prodotte dalla torcia. Figlio di boier, la nobiltà rumena, i suoi tratti sono i miei: naso e mento aguzzi, da falco, grandi occhi languidi, capelli corvini che gli ricadono sulle spalle. Non c’è nessun dubbio che siamo legati dal sangue: perlomeno dovremmo essere lontani cugini. Lui è, a dir molto, mezzo pollice più alto di me, tanto simili siamo nella statura.

Ma la somiglianza finisce qui, poiché l’intelligenza posseduta dai nostri antenati scorre solo nelle mie vene. Guardatelo: quello sciocco non riesce a resistere alla tentazione di sbirciare di tanto in tanto attraverso le tende la città che si stende sotto di noi, con le sue alte cartine fortificate costruite dietro mio ordine, e quello che c’è — o ciò che vi sarà presto — oltre quelle mura. Lui pensa che io non lo sappia.

Laiota Basarab, con un esercito di quattrocento Turchi, sta arrivando per uccidermi all’interno di queste mura di pietra e rubarmi il trono, che ho di recente riconquistato. E io ho solo la metà dei suoi uomini, dato che i miei valorosi sostenitori sono ritornati ai loro regni del nord.

Il traditore sta arrivando…

Tu sai tutto ciò che si può sapere del tradimento, non è vero, Gregor? Oh sì: tu ricambi il mio sguardo con le più striscianti gentilezze, ma io leggo nel tuo cuore, e odo i tuoi stessi pensieri. Giuri fedeltà a me, al voievod, ma la tua lealtà va agli incostanti boier, i nobili che consegneranno nuovamente il loro paese nelle mani di Basarab, amico dei Turchi, per amore di una pace mercenaria.

L’Oscuro mi ha rivelato tutto questo ieri notte, all’interno del Cerchio. Non ne dubito poiché, ultimamente, ho acquistato altri talenti sconosciuti ai comuni mortali, come la lettura dei pensieri e dei cuori. Mentre Gregor passeggia a disagio davanti alla tenda, vedo ora la sua colpevolezza chiaramente, come le parole scarabocchiate qui di fronte a me.

Io stesso conosco fin troppo bene il tradimento, essendo stato spesso tradito. Tradito da mio padre, quando consegnò mio fratello e me, entrambi in tenera età, in ostaggio al sultano. Tradito dal mio biondo fratello Radu, amante di donne e uomini, e del sultano Mehmed, per conto del quale mi strappò il trono.

(Ma ora tu sei morto, non è vero, mio caro fratello minore? Ucciso, alla fine, da quegli stessi comportamenti effeminati con i quali conquistasti il cuore e l’esercito del sultano Mehmed e, in tal modo, il mio regno. Quei begli occhi del colore del mare, verde e blu, sono chiusi per sempre; quelle tumide labbra rosse, che cercavano i seni delle donne con la stessa foga con cui succhiavano il grembo del sultano, non baceranno più. Possano i tuoi sifilitici amanti turchi seguirti presto!).

Tradito persino dal mio amico più fidato, Stefan del Mare, che aiutai a conquistare il suo regno. (Ora fai di nuovo l’amico, mio Stefan, dato che viene a tuo vantaggio; ma io non dimenticherò né perdonerò le tue manovre, che misero Basarab al mio posto. Accetterò il tuo aiuto adesso che ti sei pentito, ma verrà il tempo della tua ricompensa…).

Ancora tranquillità. Nessun grido dalla torre di guardia: appena il sibilo del fuoco, il grattare del pennino sulla pergamena, il silenzio della neve imminente. E lo stropiccio degli stivali di Gregor contro la pietra, mentre cammina su e giù; sono troppo divertito dalla sua ansia per dargli il permesso di sedersi. Un’ora fa gli ho detto:

«Manda qualcuno alle stalle per i cavalli — uno per ciascuno — e fai preparare le provviste per un giorno».

Ah, lo sguardo di malcelato terrore nei suoi occhi, al pensiero che il piano dei boier possa andare storto! «Dove andiamo, mio signore?», mi ha chiesto.

Se fossi stato del mio solito umore, non lo avrei degnato di altra risposta che uno sguardo arcigno (né Gregor avrebbe osato chiedere, se la sua disperazione non fosse stata tanto grande). In questo caso, il mìo divertimento era tale che risposi:

«A cavalcare».»

E mentre indietreggiava inchinandosi verso la porta, con un’espressione di comico dubbio, aggiunsi ad alta voce, in modo che coloro che facevano la guardia all’entrata udissero:

«Fai entrare due guardie. Non ho intenzione di aspettare da solo».

Esse udirono, ed entrarono senza attendere l’ordine di Gregor: erano due bei robusti Moldavi, uno scuro e l’altro biondo, entrambi alti e armati di spade, lasciatimi come pegno a testimonianza della colpa di Stefan per le passate infedeltà. Feci così in modo che Gregor non potesse, se si fosse armato durante la sua assenza, ritornare e cedere all’ansia di vedermi morto.

In seguito, quando ritornò con le guance e il naso arrossati per il freddo, annunciando che i cavalli sarebbero stati pronti entro un’ora, lo mandai via immediatamente per un’altra commissione:

«Vai a prendere dei vestiti per me e per te, e portali qui nelle mie camere private. Ce ne andremo vestiti da Turchi».

Questo lo mise in grande allarme, che riuscì a malapena a dissimulare. Sapevo forse del complotto dei boier di mandare Basarab e i Turchi a uccidermi? Lo sospettavo?

Nei suoi occhi velati vidi la macchinazione di una mente dedita al tradimento. Non avevo ancora manifestato alcun chiaro segno di sospetto; se avessi scoperto la verità, avrei potuto facilmente ordinare alle mie guardie del corpo di ucciderlo. Era questo uno dei fatali giochi del temibile voievod — stavo posticipando la sua esecuzione per assaporarla in seguito — o era un caso che avessi scelto quel momento per lasciare, travestito, la mia roccaforte, insieme all’uomo che sarebbe stato il mio Giuda?

Se ne andò e, poco dopo, ritornò con dei vestiti: un berretto a punta, una tunica e un mantello di lana, come scudo contro il freddo. Mi aiutò a vestirmi sotto l’occhio attento dei Moldavi, mi scrutò mentre mi avvolgevo il turbante intorno alla testa, e mi guardò di traverso quando chiesi:

«Ölmeye hazirmisin?» («Sei pronto a morire?»), poiché io parlo fluentemente la lingua dei miei nemici quanto la mia, avendo trascorso la mia giovinezza prigioniero del sultano. Conosco i loro costumi, le loro abitudini, e posso passare per uno di loro.

E risi poiché, sebbene lui sia il loro lacchè — chi serve i boier serve i Turchi — non capì nemmeno una delle parole che avevo pronunciato. Anche lui rise, con i denti gialli che lampeggiavano sotto i baffi spioventi, tanto simili ai miei, pensando che il mio divertimento nascesse dalla mia efficace imitazione.

Poi mi avviai verso la parete e sollevai dal suo posto d’onore una grande scimitarra, che luccicava alla luce del fuoco, e con il fodero ricurvo. Me la assicurai alla cintura, poi gli intimai:

«Vestiti».

Così fece, e io osservai con silenziosa ammirazione un corpo piccolo di statura ma muscoloso, ampio di petto e di spalle. Le sue cicatrici erano meno numerose delle mie — non si era cimentato tanto spesso in battaglia quanto me — e gli mancava un incisivo, ma le somiglianze erano abbastanza.

Dopo un po’, arrivò di corsa un ragazzo dicendo che le cavalcature erano pronte. Ma io non volevo affrettarmi. Avevo cominciato quella recita ed ero obbligato a finirla, poiché sarebbe stata il mio ultimo ricordo da mortale. Avevo saputo dall’Oscuro Signore nel Cerchio l’ora dell’arrivo di Basarab, per cui sapevo di essere ancora al sicuro, e inoltre non avevo intenzione di porre fine all’ansia di Gregor. Che aspettasse! Che soffrisse nell’incertezza… cosa che stava facendo in quel momento, camminando su e giù nei suoi vestiti turchi, pregando che io cambiassi idea e rimanessi per essere ucciso.

Se non ci fossero le guardie, ora si arrischierebbe a tentare di uccidermi. So che, quando saremo soli a cavallo, cercherà la prima opportunità; ma per quello, sono pronto.

Non devo morire adesso! Non quando sono così vicino al tocco dell’Oscuro Signore e all’Eternità…

Snagov Monastery, 28 dicembre. Cavalcammo verso nord su due stalloni neri, prima lungo le sponde della Dimbovita, e poi, attraversato il terreno gelato, nella foresta di Vlasia, tra rami nudi e sempreverdi. L’aria, grigia per il fumo e la tempesta imminente, era carica di uno strano odore leggero: di lampi, di ferro brandito, di sangue e di neve.

Galoppai a tutta velocità, con il vento che mi pungeva gli occhi, tenendo Gregor dietro di me: forse era pericoloso, ma l’avevo visto vestirsi, e sapevo che non portava armi tranne la spada alla cintura. Se desiderava uccidermi in quel momento (ed era così), avrebbe dovuto superarmi, farmi cadere dal cavallo, e uccidermi prima che potessi tirare fuori la mia spada.

Forse la singolare intenzione che lesse nei miei occhi lo spaventò; se fu così, fu saggio ad avere paura. Avrebbe potuto voltarsi e affrettarsi verso il sud, ritornare dal suo amato Basarab e avvertirlo della mia fuga verso nord, ma quell’azione mi avrebbe immediatamente messo sull’avviso circa il suo tradimento e avrebbe aumentato la mia possibilità di sopravvivenza.

Così procedemmo veloci sulla terra dura, sulle rocce, e sulle morte foglie scricchiolanti, finché raggiungemmo le rive di un grande lago gelato, dalla superficie di un colore biancastro opaco, sporcato da vortici di scuro materiale galleggiante. Al suo centro c’era la fortezza dell’isola di Snagov, con le cupole a spirale della Cappella dell’Annunciazione che si innalzavano da dietro alte mura sul bordo dell’acqua.

Scesi da cavallo e snudai la spada — con un sorriso per alleviare la crescente trepidazione di Gregor — e condussi la mia cavalcatura sul ghiaccio.

«Non c’è bisogno di portare le tue armi», dissi al mio incerto compagno. «La mia spada è più che sufficiente a proteggerci».

Gli feci quindi cenno di precedermi attraverso il fiume verso il grande cancello di ferro.

Nei suoi occhi lessi ancora una volta un attimo di indecisione: avrebbe dovuto uccidermi in quel momento e ritornare all’esercito di Basarab come un eroe, oppure avrebbe dovuto sperare in un’opportunità all’interno delle mura di Snagov e avventurarsi sul ghiaccio (era mio diritto come sovrano richiedere che qualcun altro provasse la forza del ghiaccio)? Perché avevo snudato la spada? Era soltanto un’altra delle eccentricità del Principe, o avevo intuito l’inganno?

Un lampo di paura attraversò i suoi lineamenti. Io ero, dopotutto, Dracula, il figlio del Demonio, il combattente indomito la cui follia e la cui audacia non conoscevano limiti. Io ero entrato di notte a cavallo nel campo di Mehmed, e avevo ucciso un centinaio di Turchi addormentati con la spada che ora stringevo tra le mani. Se avesse tirato fuori la sua arma e mi avesse sfidato apertamente, sarebbe stato lui a sopravvivere?

Con un debolissimo sospiro scivolò giù dalla sua cavalcatura e condusse l’animale sul lago ghiacciato. Così ci avviammo verso il santuario, con gli zoccoli dei cavalli che risuonavano a vuoto sul ghiaccio, smuovendo piccole volute di nebbia.

Finalmente arrivammo al grande muro di pietra che avevo fatto costruire durante il mio regno, e che aveva trasformato il villaggio monastico dell’isola in una fortezza, più adatta a proteggere il tesoro del regno valacco. Intorno a quel muro c’erano degli alberi, con i rami nudi che si afferravano alle pietre come a chiedere di entrare.

Un grido arrivò da una torre di guardia mentre la sentinella ci avvistava; misi le mani a imbuto intorno alla bocca e gridai una risposta che riecheggiò sulla pietra. Ci muovemmo verso l’alto cancello di legno rafforzato con dei pali, e aspettammo a disagio sul ghiaccio: io mi fermai in modo da restare dietro a Gregor. L’indecisione, la tensione, la colpa, potevano facilmente leggersi dall’inclinazione delle spalle dell’uomo. Restammo senza parlare a guardare i primi fiocchi di neve volteggiare silenziosamente verso il basso, pungendo le mie guance come fredde lacrime.

Finalmente il grande cancello si aprì scricchiolando sui cardini arrugginiti e fummo accolti da due guardie armate, che si inchinarono immediatamente quando si furono accertate che il loro visitatore era realmente il Principe di Valacchia. Ordinai a uno di condurre i cavalli nella stalla e di portare del cibo, e all’altro di accompagnarci, con il pretesto di accendere un fuoco.

Ci inoltrammo tutti e tre insieme sulla strada di ghiaccio e fango oltrepassando l’alta torre di guardia, la bella cappella e il grande monastero, salendo poi verso il palazzo che avevo fatto erigere in giorni migliori. Quel pensiero evocò in me una vampata di rabbia: Gregor non meritava di porre piede in quel luogo costruito con il sangue di leali sudditi, un santuario caro al mio cuore e che non avrei mai più rivisto dopo quella notte.

Ma dominai la rabbia ed entrai con il traditore nelle stanze private del palazzo che, da lungo tempo non utilizzate, erano talmente fredde che i nostri respiri aleggiavano nell’aria come nebbia. Entrai quindi nella mia sala da pranzo privata, che dava su una piccola cella contenente un altare alla Vergine Maria. Il soldato che ci accompagnava, un giovane forte, si mise subito al lavoro per accendere un fuoco.

Con un gesto plateale mi tolsi il mantello, la cintura e la spada, ponendo tutto sul pavimento vicino al caminetto — e al soldato — e feci cenno a Gregor di fare lo stesso. Vidi il rapido e furtivo sguardo che lanciò alla mia arma, poi al soldato, poi di nuovo a me; nei suoi occhi brillava la riluttanza del codardo. Avrebbe potuto tentare di uccidermi, ma a rischio della sua stessa vita.

«Gregor, amico mio». Feci cenno all’uomo ora stanco di sedersi di fronte a me all’antico tavolo da pranzo. Ero cordiale, conciliante. «È giusto che tu sappia la ragione del nostro rapido viaggio. Ho necessità di… fondi, e così sono venuto qui per prenderne un po’ dal mio tesoro. Ci sono pochi di cui posso fidarmi per un simile compito, persino al castello… e così non te ne ho parlato prima. Ritorneremo presto a Bucarest ma, nel frattempo, riposa e mangia».

Vidi nei suoi occhi la luce avida che avevo sperato di evocare. Poteva attendere finché il tesoro fosse nelle nostre mani e, quando fossimo stati soli nella foresta di Vlasia…

Dopo un po’ il fuoco divampò e la stanza cominciò a scaldarsi. Chiesi al soldato di restare con noi e rimanere di guardia. Un monaco dalla barba bianca con meno denti delle mie dita, entrò con un vassoio di cibo: pollo arrosto freddo, un fiasco di vino, pane e formaggio. Ci servì con molta abilità, allungandosi per riempire le nostre coppe con una mano così nodosa a causa dell’età — piena di vene blu prominenti, un vero bassorilievo sotto uno strato sottile come pergamena di pallida pelle giallognola — che rimasi stupito per il fatto che non tremasse.

Cosa ancora più lodevole, non mostrava paura né sottomissione servile davanti al grande Principe, ma solo silenziosa dignità. Lo trovai gradevole, poiché di solito io sono adulato da sciocchi esseri striscianti, ma la sua singolare padronanza di sé poteva essere piena di disprezzo per la mia eresia. Ho trascorso parecchi anni rinchiuso in una casa in Ungheria, dove l’unico modo di conquistare la fiducia di re Mathias — e riguadagnare il mio trono — era stato quello di convertirmi al cattolicesimo. Fu una mossa politica, nient’altro — in Turchia fui costretto a inginocchiarmi su tappeti da preghiera in direzione della Mecca e pregare Allah — ma sfortunata, poiché ha suscitato il disprezzo del mio popolo.

Avrei dovuto, invece, scegliere la morte?

No, non c’è nulla di nobile nella morte, neanche in quella di un martire.

Ma il vecchio monaco sente che ho tradito Dio, e che perciò merito la Sua punizione, proprio come Gregor merita la mia.

Forse il monaco sarebbe sorpreso di sapere che io temo veramente Dio. Lo temo perché so che il Suo cuore è come il mio: oscurato dal potere ed eccitato per la capacità di dettare l’ora e il modo delle morti degli uomini, godendo della loro sofferenza.

No… il Suo cuore è più malvagio del mio e più spietato. Annienta giovani, vecchi, uomini, donne e bambini, senza riguardo per la loro lealtà, la loro intelligenza, le circostanze. Io risparmio gli innocenti e uccido solo coloro che mi tradiscono; io uccido solo per dare, attraverso lo spettacolo dell’esecuzione, una lezione per chi sopravvive.

Dio non ha tali scrupoli. Uccide allo stesso modo il credente e l’infedele, e il grado di sofferenza che infligge non ha relazione con la devozione della vittima. Né si preoccupa della giustizia: ha permesso a un usurpatore dopo l’altro di rubare il regno che mi spettava, e ora che l’ho ottenuto di nuovo dopo anni di ardue battaglie, non mi aiuterà a mantenerlo. Quindi non potrei mai allearmi con Lui, specialmente dal momento che è troppo geloso per concedermi l’immortalità che cerco.

Ho parlato abbastanza di Dio; ora parlerò di Gregor. Lui e io condividemmo la nostra “Ultima Cena” in silenzio e, quando lui ebbe mangiato fino ad essere soddisfatto e si fu allontanato dalla tavola con un sospiro, gli dissi:

«Amico mio, ultimamente il mio cuore e pesante, poiché so che l’appoggio al mio regno è incerto. I boier si sono rivoltati contro di me…» e, quando iniziò una protesta apparentemente innocente, alzai la mano. «Non pensare che non lo sappia! Ora che Stefan ha ritirato le sue forze, la situazione è ancora più precaria».

Questo non poté negarlo. Dopotutto, per risparmiare loro il pericolo, non avevo permesso a mia moglie e ai miei figli di raggiungermi alla Corte di Bucarest. Mi fermai e, in tono di estrema sincerità, chiesi:

«Gregor, pregherai per me? Per la salvezza e il successo del tuo Principe? So che sei un uomo di fede, mentre io sono ritenuto da alcuni un eretico…». A questo punto mi fermai per gettare uno sguardo di traverso al monaco brizzolato, che era pronto a servirci (sebbene stesse vicino al fuoco per scaldare le sue vecchie ossa), ma lo sguardo del frate era rivolto in basso, e la sua espressione indecifrabile. Forse era sordo, pensai, e non aveva udito, o forse era semplicemente un uomo troppo saggio per manifestare il suo disprezzo, sapendo che non lo avrei perdonato. «Supplica Dio e la Vergine per me», gli dissi. Naturalmente Gregor non poteva fare altro. Annuì, e allora mi alzai dalla tavola con solennità e lo condussi nella piccola cella monastica, la cui porta era accostata così che il suo interno fosse interamente visibile dal tavolo da pranzo. Mi feci il segno della Croce (nel giusto modo ortodosso, cosa che, ne sono sicuro, il vecchio monaco notò) e, fermandomi sulla soglia, feci un gesto al mio aiutante affinché entrasse e si inginocchiasse sul piccolo tappeto davanti al solitario altare dedicato alla Madre di Cristo.

Lui si abbassò con un lamento e uno scricchiolio delle ginocchia; al pari di me, non era più giovane. «Prega per noi», dissi teneramente, e feci cenno al giovane soldato accanto al fuoco di raccogliere l’arma di Gregor e di restare al mio fianco. Potevo vedere di profilo il volto del mio Giuda in ginocchio: com’era simile al mio! Avrebbe potuto essere mio fratello: un fratello che mi voleva pugnalare alle spalle! Guardai il suo viso rovinato dal sole, con il naso e il mento affilati ma delicati, e le labbra sottili e tremanti sotto gli scuri baffi spioventi. Assaporai l’incantevole e lento sorgere del terrore nei suoi grandi occhi — neri quanto i miei erano verdi — mentre il soldato sollevava la spada. Poi ritornai al mio posto al tavolo — la scena era interamente visibile dalla mia sedia, secondo quanto mi proponevo (non era la prima volta che usavo la cella, sebbene sospetti sia l’ultima) — e alzai il bicchiere per bere a lunghi sorsi il dolce vino frizzante prima di parlare di nuovo. «Prega, amico mio. Prega perché io abbia una lunga vita… e per la morte di coloro che mi vogliono tradire». Gli sfuggì un singhiozzo straziante, e strinse i palmi delle mani in una vera supplica, voltandosi sulle ginocchia per guardarmi in faccia. Il piccolo tappeto si mosse con lui, facendo delle pieghe.

«Mio signore, giuro che non ti ho ingannato!», disse con voce spezzata.

Lasciai passare un momento, per lui lungo e tormentoso, prima di rispondere con voce bassa, strana.

«Ti ho forse accusato?».

I suoi occhi si allargarono, poi batté le palpebre e strinse le labbra tremanti. In verità, se fosse stato in grado di pensare una risposta convincente e se io mi fossi fidato appena un po’ meno della mia magia, avrei potuto risparmiarlo. Ma ero sicuro della visione che mi era apparsa nel Cerchio, e delle mie divinazioni. Anche se non lo fossi stato, l’espressione di colpevolezza che apparve in quell’istante sul viso di Gregor, mi avrebbe convinto. Un’unica lacrima lucente gli scivolò sulle guance.

«Oh!», esultai. «È una lacrima?»

«Mio signore, ti supplico…».

«Voltati!», gridai, facendo segno al soldato di brandire la spada. La sua codardia crebbe talmente che non riuscii più a controllare la mia rabbia. «Voltati e prega la Vergine! Prega che possa concedere a te misericordia, e a me la vittoria su Basarab!».

Intrecciò nuovamente le mani con fervore e di nuovo guardò l’altare di Maria; sotto le sue ginocchia, il piccolo tappeto si arrotolò ulteriormente rivelando una giuntura nel pavimento di legno. Ma il mio presunto traditore non la notò; la sua attenzione era sinceramente fissa sull’icona della Vergine Maria, e allora cominciò a farfugliare, le nocche premute sul ponte del naso, gli occhi chiusi strettamente.

«Abbiate pietà! Dio e Santa Madre… abbiate pietà! Concedete al mio sovrano una lunga vita e la vittoria, e convincetelo che non l’ho tradito…».

«Sì», bisbigliai. «Forse Dio sarà misericordioso con te… ma Lui non lo è mai stato con me, e quindi io non farò patti con Lui».

«Mio signore», gridò, ancora rivolto all’altare, con gli occhi chiusi, tanto che fui incerto se si rivolgesse a Dio o a me. «Mio signore, io sono innocente di qualsiasi crimine verso di te! Cosa posso dire, cosa posso fare, per provarti la mia lealtà?»

«Muori con coraggio!», replicai. «La tua vita è già perduta, Gregor. Rassegnati, e presto. Io non morirò fuori Bucarest come fece mio padre, colpito da un assassino».

Alzò il viso verso il Cielo, poi aprì le mani in preghiera come si potrebbe aprire un libro, e se le premette sugli occhi, piangendo. Studiai la sua reazione alla rivelazione che ogni speranza era perduta: notai la sua spasmodica agonia e l’estrema disperazione riflessa in ogni aspetto del suo corpo e della sua voce (poiché i suoi singhiozzi diventavano sempre più alti e acuti).

Sono stato per tutta la vita uno studioso della morte, che ho fissato in volto nella speranza di poterla capire ed essere in grado di accettare la mia fine. Quanti uomini ho ucciso nella mia vita? Un migliaio? No, devono essere stati di più, molti di più. Io conosco il volto della morte: ho visto più di un centinaio di Turchi affrontare una lenta morte nella Foresta dell’Impalato, e ho udito i singhiozzi, le grida, e il lento rumore sibilante provocato da un corpo trascinato giù lungo un palo dal suo peso.

E in ogni istante ho guardato i loro occhi e ho cercato di capire il segreto lì nascosto mentre passavano dalla vita nell’Abisso.

Ma, mentre contemplavo la Morte — e arrivavo a comprendere che Dio non era giusto e che non vi era alcun senso in essa, ma solo indecenza e sofferenza — mi resi conto che non sarei mai riuscito ad accettarla. Ero stato troppo defraudato di ciò che era mio per diritto in questa vita; avevo governato il regno di mio padre e di mio nonno solo per una manciata di anni, prima di essere ingiustamente spodestato.

Io sono re per diritto di nascita, ma ho trascorso la mia intera giovinezza prigioniero dei Turchi, e otto anni della mia età adulta prigioniero del re d’Ungheria. Il mio regno mi è stato rubato due volte, e una volta dal mio stesso fratello. Se ci rinuncio per la terza volta, avrò una ricompensa: io sono più astuto, più intelligente, e più meritevole dell’adorazione del mio popolo, di quanto non siamo Mathias, Mehmed, Radu o Basarab.

La morte di sicuro mi è più vicina che in qualsiasi altro momento. Ma Dio e gli angeli non mi concederebbero mai ciò che desidero: l’immortalità. C’è soltanto Uno che ne è capace.

Mentre Gregor piangeva e pregava invano, il soldato sulla soglia rivolse la sua giovane faccia speranzosa (con la fine e rada barba di ragazzo sulle tenere guance e il mento roseo) verso di me, e fece un cenno con la spada, con una domanda negli occhi. Avrebbe eseguito una bella uccisione quello lì, poiché i suoi occhi brillavano di impazienza e bramosia tanto quanto i miei.

Feci un unico cenno con la testa: non era ancora il momento. Invece mi alzai e camminai per portarmi accanto a quell’allegro e giovane assassino, assicurandomi che i miei stivali colpissero con forza il pavimento.

Come avevo previsto, Gregor udì. La sua schiena si irrigidì; sapevo che si attendeva la morte da dietro, nella forma della spada stretta nella mano del giovane soldato. E, sebbene non osasse voltare completamente la testa per guardarmi direttamente — era stato molte volte testimone della mia sensibilità alla più piccola manifestazione di arroganza in quelle situazioni e temeva di provocare uno scoppio d’ira — la inclinò leggermente verso la spalla e ruotò gli occhi nello sforzo di guardare dietro di sé.

Erano occhi atterriti, con più bianco in essi di quanto ne avessi mai visto. Mi ricordarono fortemente gli occhi sporgenti, folli, del bestiame al macello.

«Mio signore, mio signore, tu uccidi un innocente!».

«Davvero?», chiesi con la voce nuovamente calma. «Gregor…». E qui finsi la massima sincerità. «Io sono un uomo duro e non posso tollerare una qualsiasi doppiezza. Sono crudele con coloro che mi tradiscono, ma giusto con chi è leale. Puoi giurare davanti a Dio che hai agito soltanto con totale fedeltà verso di me, tuo sovrano?»

«Lo giuro davanti a Dio, mio signore!».

Mi fermai per guardare la sua espressione e il suo selvaggio oscillare tra la speranza e la condanna. Dopo un po’, dissi:

«Benissimo, amico mio. Questi sono tempi difficili per me; non ho altra scelta che mettere alla prova coloro che mi sono più vicini. Ti credo».

Oh, che gioia sul suo volto! E ancora lacrime, ma tinte di felice sollievo invece che di paura.

«Ma…», dissi, poiché aveva cominciato ad alzarsi in piedi faticosamente. A quella parola, cadde di nuovo a terra. «Ci sei appena riuscito. Prega ora per la mia vittoria su tutti i miei nemici… e ringrazia Dio per la tua liberazione».

Cominciò a fare così, e il suo sorriso di esultanza si allargò quando io feci un cenno al soldato — ora amaramente deluso — di ritornare presso il camino, per rimanere accanto al vecchio monaco cupo e silenzioso. Io invece rimasi sulla soglia.

Quando ritenni che il momento fosse quello giusto — e non riuscii più a trattenere la mia furia di fronte al tradimento di Gregor e alla sua vigliaccheria — afferrai una leva di legno posta all’esterno del muro proprio fuori della cella. Con uno sforzo veemente, tirai.

Si udì il rumore dello scorrere del legno contro il legno. Le sue braccia si distesero nell’aria, vi fu un pietoso grido di delusione e di paura, e sul suo viso apparve nuovamente un terrore animale, una visione rapida ma indelebile durante il veloce istante prima che scomparisse giù nell’inferno.

Poi udii delle grida di dolore più acute, mentre correvo verso la botola aperta per osservare il mio operato.

Così si sente Dio quando guarda i volti dei morti: un senso di potere e soddisfazione molto, molto più dolce e inebriante dell’amore.

Gregor era caduto in ginocchio nella fossa poco profonda, e così, inginocchiato, sarebbe morto. Gli acuminati pali di ferro erano infatti fissati al terreno a intervalli, per assicurare la morte, e la fossa era messa in modo che lui non poteva cadere in avanti, ma solo all’indietro — nonostante si dibattesse — sugli spunzoni (tutto questo in modo che potessi vedere meglio il suo volto).

Un palo aveva afferrato i suoi lunghi capelli neri e graffiato la parte posteriore del cranio, lasciando la testa leggermente piegata in avanti; un altro fuoriusciva insanguinato dalla parte destra del petto. Altri emergevano dal gomito del braccio destro, dal centro del palmo sinistro (al modo di Cristo), mentre altri, nascosti alla vista, trafiggevano la parte inferiore delle gambe e lo tenevano fermo.

I suoi occhi erano spalancati, per uno stupore inespresso che lentamente stava venendo meno. Penso che non fosse già morto, e così mi accucciai e gli dissi piano:

«Possa Dio mandare la tua anima senza fede dritta all’Inferno. Tu morirai, e anche Basarab morirà, ma io vivrò per sempre».

Mi chinai quindi in avanti, volgendomi in modo che i due uomini dietro di me non potessero vedere, poi sollevai la mano destra senza vita di Gregor, e su quella misi il mio anello.

Poi mi alzai, mandai il giovane soldato fuori della stanza a fare la guardia, e presi da parte il vecchio monaco. A lui affidai una missione: doveva radunare quanti giovani e forti Fratelli erano necessari a portare il corpo dall’altra parte del lago, nella foresta di Vlasia, e lì decapitarlo. Per quanto riguardava la testa, avrebbero dovuto fare un buco nel ghiaccio, e gettarla nelle acque ghiacciate.

Anche nel vecchio c’era la paura, dopo quello che aveva visto; ascoltò in silenzio e non protestò, anche se gli stavo chiedendo di fare qualcosa d’impensabile per lui: lasciare un cadavere senza sepoltura agli uccelli che si nutrono di carogne, nella foresta.

Quando lo ebbi mandato via a eseguire il suo lavoro, feci venire il mio impaziente e giovane assassino nelle mie stanze e gli dissi:

«Il vecchio monaco tornerà con alcuni Fratelli per prendere il corpo e seppellirlo fuori di Snagov. Quando ritorneranno dopo aver attraversato lo specchio d’acqua, voglio che tu li aspetti nella torre di guardia; non permettere che entrino, ma va’ loro incontro al cancello e uccidili».

A ciò accondiscese con bramosia. Poi gli chiesi di mandare un altro soldato fidato che rimanesse fuori dalla porta a fare la guardia alle mie stanze nel corso della notte, in modo che nessuno vi avesse accesso.

Ma, prima, lo aiutai a spostare il corpo caldo di Gregor, ancora sanguinante (respirava ancora? Non riuscivo a deciderlo) dal suo letto di pali, e ad avvolgerlo nel mantello di quel traditore e nel tappeto ora a brandelli, per evitare che il pavimento si macchiasse. Poi il soldato trascinò Gregor fuori, nell’ingresso, per i piedi, e lì rimase ad aspettare i fratelli.

In quanto a me, chiusi la porta col chiavistello dietro di loro, poiché avevo bisogno di solitudine per poter tracciare nel modo giusto un Cerchio. Adesso che ero sfuggito a Basarab e al mio Giuda, era ora di sfuggire alla Morte. Mi era chiaro, infatti, che il mio successo come Principe terreno non si sarebbe realizzato e che, se restavo com’ero, la mia morte era certa. Così cercai un altro regno, uno che non conosceva la morte, ma che mi concedeva ancora potere sui mortali.

Quindi mi voltai, pensando di ritornare al piccolo altare dove molti avevano incontrato la morte, per andare a prendere in un’altra botola nascosta i miei strumenti magici, in modo da poter tracciare un Cerchio e invocare l’Oscuro Signore per il perfezionamento del nostro accordo.

Ma, mentre mi voltavo, vidi davanti al caminetto un piccolo servo coperto di stracci, che smuoveva il fuoco con un attizzatoio. Quella vista mi spaventò a tal punto che gridai:

«Tu! Ragazzo! Come e quando sei entrato qui dentro?».

Volevo sapere se quel bambino aveva avuto la possibilità di sentire il mio piano di abbandonare il corpo decapitato di Gregor nella foresta, e poi fare uccidere i monaci. A giudicare dalla statura, il bambino sicuramente non doveva avere più di sei anni e, con molta probabilità, doveva aver capito ben poco di quello che aveva sentito, ma i bambini sono dei pappagalli, e io non volevo rischiare nemmeno la più piccola possibilità di fallimento.

Al mio grido, la minuscola creatura non tremò, ma continuò ad occuparsi del fuoco con calma soprannaturale. Infuriato, mi portai dietro di lui, quindi presi la mia spada e la trassi dal fodero, pensando di tagliare in due il suo piccolo corpo.

Ma, un istante prima che lo colpissi, il bambino si voltò verso di me e sorrise.

Un ragazzo? Una ragazza? Non avrei saputo dirlo. Seppi soltanto in quell’istante che stavo guardando la creatura più bella che avessi mai visto. I suoi lunghi capelli a boccoli rilucevano come l’oro alla luce del sole, la sua pelle splendeva come lucida madreperla, e le sue labbra erano fresche come una rosa di un tenerissimo colore tenue intorno alle perle perfette dei denti. Il mantello di lana attorno alle sue fragili spalle era stracciato, quasi a brandelli, sfilacciato, logoro, e talmente sporco, che era impossibile indovinare il colore originale del tessuto. La sporcizia non offuscava la bellezza di chi lo portava, ma serviva a esaltarla per contrasto.

Di sicuro non c’era nulla al mondo più grazioso o più delicato di quella piccola creatura. Ma solo quando guardai nei suoi occhi — occhi più azzurri del mare, o del cielo, o dello zaffiro, circondati da fini ciglia dorate e sopracciglia chiare e arcuate — vi scorsi l’infinita intelligenza, la saggezza e la sapienza, più grandi di quelle che qualunque uomo possa mai possedere… e, nello stesso tempo, un’innocenza più profonda e genuina di quella che qualsiasi bambino umano possa avere.

Pensai: Questi sono gli occhi del Cristo.

L’arma mi cadde rumorosamente a terra. Nonostante non lo volessi, rabbrividii, e solo per pura forza di volontà non caddi in ginocchio; l’orgoglio non mi avrebbe permesso tanto presto di imitare Gregor. Ma — com’è difficile essere onesti — sprofondai nel timore e nella paura.

Sapevo, infatti, che stavo guardando l’Oscuro Signore, venuto a me per la prima volta senza che lo chiamassi con il Cerchio. Lui era sempre venuto in seguito alle mie chiamate; ero stato io quello che controllava il mio destino, il mio contratto con lui. Il Cerchio mi dava potere sopra di lui, mi rendeva il suo signore, e lo rendeva soggetto al mio comando… finché ero disposto a fare i sacrifici giusti.

Ora sembrava che non riuscissi più a controllarlo. Questo pensiero mi causò un grande orrore.

«Tu sei l’Oscuro», gli dissi, sebbene in verità non avessi mai visto nulla di più splendente e chiaro di quel bambino sorridente.

Era venuto da me molte volte nella tenebra più profonda, come un’ombra umana senza forma, più scura della mezzanotte; due volte era venuto da me come un uomo barbuto, più anziano e rugoso del vecchio monaco, con occhi innocenti e saggi come quelli.

Innocente come una colomba, ma accorto come un serpente…

«Lo sono», disse il bel bambino con modi piacevoli. «Ho letto nella tua mente la tua intenzione, e ti ho risparmiato la necessità di una chiamata formale. Cosa offri in cambio del mio dono, Principe?».

Parlò con voce bassa, nel modo bleso di un bambino, ma le sue parole e l’atteggiamento erano quelli di un vecchio saggio.

«Se hai letto le mie intenzioni, allora lo sai già».

Rise, in un modo dolce e acuto.

«Concludiamo il contratto con le tue parole».

Rimasi in silenzio. Non avevo mai avuto un grande riguardo per nessuno della mia famiglia, a causa del tradimento per mano del mio stesso padre e del mio stesso fratello. E non portavo amore alla mia seconda moglie, la nobile ungherese Ilona: lei era stata, come la mia conversione al cattolicesimo o l’attacco a Srebrenica, parte di un piano a lungo termine per conquistare il favore di re Mathias, e quindi la mia libertà e il mio regno.

Mi aveva dato due figli: il mio omonimo Vlad, per il momento erede al trono valacco (sebbene, sfortunatamente non anche della mia intelligenza), e Mircea, che già da giovane assomigliava al mio fratello traditore, Radu, sia nell’aspetto che negli atteggiamenti effeminati.

Ma di tutta la mia famiglia, nutrivo — e nutro ancora — qualche interesse paterno per il mio figlio maggiore, Mihnea, datomi dalla mia amata e defunta Ana. Soltanto lui condivide la mia astuzia e ambizione; se dovessi scegliere una persona sulla terra da risparmiare e non sacrificare, sarebbe lui.

Io ero un bambino affettuoso e ambizioso, ansioso di imparare da mio padre e adempiere ai miei doveri come suo erede, ma lui mi tradì senza esitare, consegnandomi ai Turchi.

Fu così che risposi:

«In cambio dell’immortalità, ti offro l’anima del mio figlio primogenito».

«Non è sufficiente», mi rispose severamente l’Oscuro con mio stupore. «Non è sufficiente, poiché l’immortalità dura per sempre, mentre il mio piacere nel ricevere l’anima di Mihnea è solo temporaneo. Noi dobbiamo stipulare un contratto duraturo. L’anima del primogenito di ogni generazione, e tua sarà la responsabilità di consegnarmela».

Non esitai che un solo istante al pensiero del costo di una tale responsabilità.

«Benissimo! Ad ogni generazione, consegnerò in tuo potere il primogenito della mia famiglia, ma quale sarà il momento in cui diventerò immortale?»

«Il Cambiamento inizierà questa stessa notte, quando il sole sarà tramontato, e sarà portato a termine prima dell’alba. Un avvertimento: al mattino ti devi chiudere in qualche luogo solitario per riposare indisturbato. Non sarai più un uomo, ma una creatura del tutto diversa».

«Come cambierò?».

Il bambino sorrise, ma non c’era disprezzo né condiscendenza nei suoi occhi.

«Questo dipende dal tuo cuore e dalla tua mente. Infatti ognuno è diverso. Diventerai più potente, ma ci saranno delle limitazioni al tuo potere. Ci sono sempre delle limitazioni. Lascio a te di scoprirle».

«Limitazioni?». Assaporai quella nuova informazione e feci l’esperienza di un’improvvisa rivelazione che mi restituì un po’ della mia fiducia precedente di poter essere in grado di controllare quell’entità e così il mio destino finale. «E tu non hai limitazioni al tuo potere?», gli chiesi.

Un’altra risata dolce e tintinnante, poi il silenzio. Il bambino mi guardò con improvvisa solennità.

«Ci rimane soltanto una cosa da fare per completare il nostro patto», disse.

Mentre parlava, mi venne la pelle d’oca sulle braccia e sulla nuca. Quello era il momento che avevo atteso da tanto tempo, il momento che mi aveva sostenuto durante quegli ultimi, amari giorni, nel sapere che il mio regno terreno e la mia vita sarebbero ben presto finiti: il momento in cui avrei oltrepassato la soglia dell’immortalità.

«Un bacio», disse l’Oscuro. «Soltanto un bacio».

Si allontanò dal caminetto e si alzò in punta di piedi, con le braccia lungo i fianchi, e i petali rosa delle labbra atteggiati al bacio.

Mi mossi verso di lui, comprendendo finalmente, mentre mi chinavo, perché mi fosse apparso nelle sembianze di un bambino: così avrei dovuto inchinarmi davanti a lui per accettare il suo dono. Quel pensiero mi bruciò fin nel profondo, poiché non mi sono mai inchinato a nessuno tranne che a mio padre e a Mathias ma, anche allora, soltanto con riluttanza. Mi riempì anche di cattivi presentimenti, poiché sottolineava il fatto che non potevo controllare l’Oscuro Signore e convocarlo quando lo desideravo; ora, ero io sotto il suo controllo.

Ma non riuscivo ad accettare l’idea della morte, e così mi chinai e lo baciai; in quel momento, quando le mie labbra toccarono quella carne tenera e immortale, sentii un’ondata di potenza, di ebbrezza, uscire da lui ed entrare in me.

Lo fissai negli occhi e li vidi diventare profondi, passando dall’azzurro cielo all’indaco, il colore della notte. Erano scuri, splendidi e magnifici, occhi che facevano sì che un uomo non volesse fare altro che fissarli per l’eternità. Non riuscivo a resistere.

Mentre guardavo profondamente quegli occhi, vidi in essi lo sguardo della mia amata, lo sguardo dei miei morti. Lo sguardo dell’unica femmina a cui avevo permesso di amarmi, la mia defunta Ana; lo sguardo seducente, bello, traditore, di Radu; lo sguardo astuto, calcolatore, di mio padre Vlad e, dietro di esso, una oscurità infinita…

Caddi così profondamente in quell’oscurità che, quando ritornai in me pochi istanti più tardi — o furono ore? — aprii gli occhi e mi trovai in ginocchio davanti al camino. Il bambino era svanito, e il fuoco si era spento, lasciando solo cenere e braci ardenti.

Ma non sentivo freddo; le mie membra, la mia testa, il mio petto, formicolavano per una strana sensazione. Non il formicolio delle membra intorpidite ma, piuttosto, una strana sensazione di movimento interno, come se il mio corpo fosse stato svuotato del suo contenuto e poi riempito di api ronzanti. Mi sentii stranamente leggero e, quando mi alzai in piedi, lo feci con estrema facilità, senza i dolori dell’età e le ossa scricchiolanti che mi avevano afflitto negli anni passati.

Anche la mia vista era migliorata; il chiarore dei carboni nel caminetto sembrava incredibilmente lucente e come sfiorato dai colori dell’arcobaleno. In. effetti, mentre mi guardavo intorno nella stanza, vidi ogni oggetto più nitidamente e con maggiori dettagli di quanto avessi fatto in gioventù. Ognuno di essi era pervaso da una stupefacente profondità di colore e di struttura.

Mi voltai lentamente, guardando ogni cosa con il senso di meraviglia di un bambino e ridendo forte di puro piacere. Potevo vedere ogni luccicante granello della sabbia che formava le pietre nel caminetto, e ogni crepa, sottile come un capello nel mortaio.

Ma la luce delle candele (che ancora bruciavano, sebbene fossero mezze consumate e dritte nella cera fusa) mi accecò gli occhi tanto dolorosamente che le spensi tutte tranne una. Quella fioca luce si dimostrò più che sufficiente, poiché il colore e i dettagli non sbiadirono affatto, sebbene un rapido sguardo alla finestra mi mostrasse l’oscurità e la neve vorticante. Il sole era tramontato e, alla fine, arrivò la tempesta.

Corsi allo specchio, ansioso di esaminare il mio volto in cerca di cambiamenti… ma, ahimè!, quando fissai la lucida superficie di metallo, il mio viso era pallido e indistinto, e andava sbiadendo così come si potrebbe immaginare un fantasma che si dissolva nella notte. Avevo temuto che una cosa del genere potesse accadere, poiché avevo udito dei racconti dalla mia governante e da altri servi sul fatto che i volti dei morti non si riflettono negli specchi. Era forse la non visibilità il costo segreto del mio Patto?

Vi fu un discreto bussare alla porta: gridai, e udii in risposta la voce educata del mio giovane assassino. I monaci erano ritornati dalla foresta ed erano stati uccisi secondo le mie istruzioni.

Come prova per vedere se restavo visibile ai mortali, aprii la porta e guardai il soldato dalla barba rada.

«Eccellente», dissi, aspettandomi che gridasse nell’udire la mia voce senza corpo, o che invece mi oltrepassasse e guardasse al di là di me, cercandomi all’interno della stanza.

Mi aspettavo perlomeno di vedere quello che vedevo io: un uomo che stava scomparendo, ma lui mi guardò dritto in faccia e s’inchinò, senza manifestare alcun segno di turbamento o stupore.

«Benissimo, mio signore», disse, e allora gli ordinai di preparare il cavallo e di portarlo al palazzo, poiché entro breve tempo avrei lasciato il monastero.

«Ma è arrivata la neve, mio signore. Viaggiare non è sicuro».

Risi con disprezzo, poi ripetei la mia richiesta e gli diedi il permesso di andarsene. Non avevo più alcuna paura del freddo, della neve o di Basarab. Non temevo che una cosa: l’Oscuro Signore.

Ora il cavallo è pronto ma, prima, ho dovuto scrivere la storia della mia trasformazione poiché, sicuramente, nel corso dei secoli venturi ne dimenticherò le circostanze e la meraviglia.

Un giorno — ben presto — arriverà l’annuncio che il Principe valacco è morto, poiché è solo questione di tempo prima che il corpo decapitato di Gregor sia scoperto nella foresta. Non ho dubbi che Basarab abbia distrutto il mio esercito e il mio castello a Bucarest, ma io ho ottenuto la mia vittoria. Tra una generazione lui sarà morto, mentre io vivrò per sempre. Ho mandato un corriere con un messaggio per Ilona e i miei figli affinché mi raggiungano nella nostra nuova proprietà nei Carpazi.

E ora andrò a nord, per diventare una leggenda.

Capitolo primo

Lettera da Vlad Dracula, Bistritsa, a E. Bathory, Vienna

15 aprile 1893

Cara cugina,

Sembrano secoli da quando abbiamo tenuto una corrispondenza, e ancora di più da quando ci siamo incontrati in carne e ossa. Da allora sono accadute molte cose: io ho incontrato difficoltà di grave natura, talmente gravi, in effetti, che non so a chi rivolgermi per chiedere aiuto tranne che a te, mia astuta cugina piena di talento.

Verrai, Elisabeth? Sfortunatamente, al momento mi trovo troppo malmesso per viaggiare, o sarei venuto io stesso a Vienna per farti la mia richiesta personalmente e risparmiarti il viaggio fin qui. Ti prometto una dolce ricompensa e il piacere di conoscere la mia affascinante nipote Zsuzsanna e la sua cameriera Dunya, che sono entrambe diventate mie compagne.

Prometto anche che ti sarò obbligato come lo fui con il tuo antenato Stefan di Bathory, che tanto tempo fa combatté al fianco di un certo Principe Vlad Dracula per aiutarlo a reclamare il suo trono. Ancora una volta, mi affido alla lealtà e alla gentilezza della tua famiglia.

Vieni presto, poiché il tempo è essenziale. Qualunque ospite tu voglia portare, sarà veramente gradito.

Il tuo grato servo,

V.

Capitolo secondo

Il diario di Abraham Van Helsing

(tradotto dall’olandese)

2 maggio 1893. Sera. È così tranquillo qui a casa, e così triste! L’allieva infermiera, Katya, era ancora qui quando sono arrivato dalla mia lezione all’ospedale, e così ho cenato e sono andato a sedermi un po’ con Gerda.

Come al solito, nessun cambiamento, sebbene le raccontassi i semplici dettagli della mia giornata e le notizie del vicinato con il tono più allegro che, sforzandomi, mi riesca di fare. La situazione si sta facendo sempre più difficile, poiché lei sta diventando uno scheletro. Temo che morirà prima che Zsuzsanna sia morta.

Ora sto seduto a guardare mamma che dorme. Sono sempre contento di vegliarla di notte, e sempre inquieto quando devo essere lontano dopo il tramonto (di Gerda non mi preoccupo così tanto: il segno sul suo collo significa che ben poco danno ulteriore le può essere fatto).

Quando devo restare lontano, la notte rimane Katya, e questa sera è potuta venire durante la mia lezione. È giovane ma responsabile, con la testa sulle spalle, e può affrontare ogni emergenza medica, sebbene non sia quello che temo ora che mamma si avvicina all’Abisso. Ho giurato a mia madre che farò in modo che raggiunga senza problemi l’altra vita: non che il suo povero cervello malato comprenda quello che le dico, sebbene sappia che il suo spirito capisce. Non permetterò che nessun Vampiro la privi di un’onesta morte.

Ma è così duro guardarla morire!

Stanotte sembra un po’ peggiorata, con i capelli argentei, un tempo belli, sparsi sul cuscino, arruffati e intricati, e il viso pallido, sofferente e tirato per il costante dolore.

È duro vederla così, lei che è stata il mio solo conforto e la mia sola forza durante tutti questi anni difficili. Da quando il piccolo Jan è morto tanti anni fa (sono veramente trascorsi ventidue anni adesso? Il dolore è così fresco!) lasciando la mia povera Gerda completamente pazza, mamma e io ci siamo appoggiati l’uno all’altro.

Eravamo tutto ciò che restava della nostra famiglia. Lei non si lamentava ed era coraggiosa, anche in tutte quelle numerose notti in cui viaggiavo e me ne andavo, ogni volta, per giorni — o meglio, per notti — a liberare il mondo dalla malvagia progenie di Vlad. A volte mi sento colpevole nel lasciarla per eseguire il mio macabro compito, ma so che lei non si comporterebbe diversamente. In che altro modo posso vendicare la morte del suo piccolo nipotino e del suo primo e più autentico amore, mio padre Arkady? In che altro modo posso dare loro la pace insieme alle altre vittime?

Che benedizione sarebbe avere qui, ora, mio padre, avere il suo sapiente aiuto (ma che strano scrivere questo di uno che era un Vampiro). Ricordando i primi giorni dopo che lo avevo conosciuto, la mia scortesia verso di lui nonché la mia repulsione e sfiducia, mi vergogno. Poiché — da quello che mamma mi ha detto e da quello che ho saputo dal suo diario e dal mio rapporto con lui — era evidentemente la più nobile delle anime, e morì nello sforzo eroico di salvarci tutti dal Male. Anche la maledizione del vampirismo non riuscì a macchiare il suo animo buono.

Le guance e gli occhi di mamma, stanotte, sembrano anche più infossati, senza dubbio a causa della disidratazione; Katya ha detto che ha vomitato la cena e che non ha voluto altro, nemmeno l’acqua. Si è lamentata per il dolore — dannati tumori! — così le ho fatto un’iniezione di morfina e ora dorme in pace (prenderei anch’io la droga se non temessi il suo potere di indurre dipendenza o la confusione mentale che causa; devo sempre restare all’erta per quanto possibile. Per quanto riguarda mamma, a lei non la posso negare. Che importanza ha se muore dipendente dalla droga, purché non senta dolore?).

Io stesso desidero ardentemente un sonno pacifico; di recente, il mio è stato agitato e pieno di sogni che mi hanno turbato. Sono convinto che questi sogni contengano qualche messaggio criptico che potrei decifrare, e così ho portato il mio diario nella stanza di mamma per scrivere, mentre siedo nella vecchia sedia a dondolo dove lei mi ha tanto spesso consolato durante la mia infanzia.

Ecco il sogno: sto correndo con piacere infantile attraverso una grande foresta di sempreverdi. L’aria è fresca, e sa di pino e di pioggia recente; i rami e gli aghi degli alti alberi luccicano a causa delle goccioline di umidità. Continuo a correre, affannato e ridendo, tendendo in alto il braccio in modo che i rami più bassi non mi colpiscano sul viso.

Ma ben presto la mia contentezza diventa panico, poiché odo dei passi dietro di me. Qualcuno mi insegue: getto un’occhiata alle mie spalle e vedo, attraverso i rami luccicanti, Gerda, mia moglie. Ma è una Gerda mostruosamente cambiata: i suoi occhi scuri sono obliqui come quelli della Vampira Zsuzsanna, e i suoi denti sono, come quelli di lei, lunghi e aguzzi. Come un lupo, ringhia profondamente di gola, mentre caccia con i lunghi capelli castani sciolti.

Io grido e corro sempre più veloce, poiché so che vuole uccidermi.

All’improvviso inciampo in un tronco d’albero caduto… lentamente, sempre più lentamente, con quella grande ricchezza di particolari di cui si fa esperienza solo nei sogni. Il piede che ho avanti rimane intrappolato tra la terra umida e il pesante ramo; e le mie braccia si protendono descrivendo un arco in aria mentre scendono. L’altra gamba vola anch’essa per aria, descrivendo un arco mentre cado, cado, poi, alla fine, i palmi delle mani atterrano in un fitto tappeto di ramoscelli umidi e aghi di pino.

Il mio viso colpisce la terra fragrante. Quando infine lo sollevo, puntellandomi con le braccia contro il terreno molle, vedo… (perché questa immagine mi disturba tanto? Perché le mie pulsazioni accelerano anche ora che ne scrivo?).

Vedo una creatura scura… scura nel senso di buio pesto, di un’assenza di luce così intensa che sembra come se qualcuno avesse preso le forbici e tagliato via quella piccola porzione di mondo. Un lupo, penso, preso dalla paura: ma no, non è un lupo. Un orso? No.

E, a una certa distanza, il mio mentore angelico, Arminius, guarda impassibile, tanto lucente e bianco quanto l’orrenda creatura è nera. Il suo volto è rosa e senza rughe sotto la barba candida, simile a quello di un bambino, e le sue vesti pure e immacolate splendono accecanti nel sole. Come Mosè ha in mano un alto bastone di legno e, accanto a lui, c’è il suo amico Archangel, il bianco lupo addomesticato.

«Arminius, aiutami!», grido, e continuo a gridare finché divento rauco. Ma lui non dà segno di riconoscermi o di accorgersi di me, né lo fa Archangel; lui e il lupo rimangono degli osservatori distaccati.

Indifeso, pieno d’orrore, rimango a guardare mentre la nera figura si trasforma da predatore animale in essere umano, dapprima rimpicciolendosi fino a diventare un bambino, poi ingrandendosi fino ad assumere la forma di un Uomo.

«Chi sei?», domando, tremando; nonostante il mio sfoggio di coraggio, le mie guance sono bagnate di lacrime.

Nessuna risposta. Segue un lasso interminabile di tempo, durante il quale il contorno della creatura piano piano aumenta. So che vuole circondarmi e assorbirmi — divorarmi completamente — e ho paura.

«Chi sei?», domando ancora e, dopo una pausa, odo la risposta bisbigliata nella mia stessa mente, con la voce della mia Gerda:

«L’Oscuro Signore…».

Ne sono inghiottito e svengo per il puro terrore notturno. Quindi mi sveglio improvvisamente, con il cuore che mi palpita contro le costole come un prigioniero che chiede libertà.

Le mie ricerche dell’Occulto mi hanno provato al di là di ogni dubbio che tali sogni sono delle premonizioni. Ma, per quanto cerchi, non riesco ad accertarne il significato. È lo stesso Demonio che mi si avvicina? Non credo nemmeno, nel senso più stretto del termine, in quel concetto, sebbene sappia che c’è una moltitudine di entità in questo mondo e altrove che non sono umane, ma che possiedono un’eguale o più grande intelligenza.

Desidero il conforto e l’aiuto della presenza di Arkady, sebbene sappia che è morto e non può aiutarmi. Ma c’è qualcuno che può.

Arminius! Arminius, mio amico e maestro, tu che mi hai guidato nei momenti più difficili nel mio passato, tu che mi hai addestrato all’uccisione dei Morti Viventi. Mi abbandonasti talmente tanti anni fa, e io non so nemmeno come chiamarti. Tu che sei immortale, devi essere, di certo, ancora vivo.

Arminius, aiutami…

Il diario di Zsuzsanna Dracul

2 maggio 1893. Per una successione interminabile di anni sono stata intrappolata all’interno di questo castello a guardare la degenerazione del mio benefattore, Vlad, da immortale forte e bello all’ombra pietosamente ripugnante di un mostro egoista. Peggio ancora, so che lo stesso orrendo cambiamento si verifica anche per me; quando mi pettino i capelli, sono obbligata a riconoscere una preponderanza di argento là dove, una volta, c’era solo nero. E le mie mani! Le sto vedendo, adesso, mentre intingo la penna. Sono delle cose così povere, fragili, avvizzite: la pelle è come pallida pergamena sopra le ossa. Se queste sono orrende, che cosa è diventato il mio viso, un tempo tanto bello?

È più di quanto possa sopportare, in parte a causa della mia impotenza e di quella di Vlad. Siamo arrivati a odiarci l’un l’altro in ragione del nostro tormento… e la colpa è tutta di quel bastardo di Stefan! (Lo devo chiamare bastardo, sebbene sia l’erede legittimo del mio defunto fratello, Arkady: si merita di essere chiamato con parole ancora più oscene di questa!). O lo devo chiamare con il suo pseudonimo, Van Helsing? In qualche modo ho scoperto che il Patto funziona in due modi: ogni volta che distrugge la progenie di Vlad — quei pochi di cui non riusciamo a liberarci nel modo giusto (non ci piace creare dei concorrenti) e tutta la loro numerosa discendenza — noi diventiamo più deboli. La nostra fine sembra inevitabile poiché, per due lunghi decenni, non abbiamo avuto altra scelta se non restare qui a languire, specialmente adesso che siamo troppo deboli per andare a caccia di nutrimento.

Ieri sera Vlad è venuto da me: la sua pelle era grigia come quella di un cadavere, gli occhi infossati e rossi, i capelli e le sopracciglia completamente bianchi e crespi. Ma le labbra pallide erano curve in un sorriso e la sua voce era stranamente eccitata mentre diceva:

«Zsuzsanna, se non agiamo, saremo ben presto così deboli che Van Helsing potrà venire e distruggerci facilmente. Ma no… non piangere, perché ho buone notizie!».

Infatti, ero scoppiata in singhiozzi, tanto grande era la mia sofferenza al pensiero che io, che ero stata piena di tutto quel potere, di quella felicità, di quella speranza, non potessi far altro che attendere impotente il finale ed eterno oblio…

Ma lui mi fece un cenno con la mano e disse con veemenza:

«Non piangere a causa sua. Lui pensa di essere abbastanza potente per sconfiggerci, ma presto capirà il suo errore. Non mi sfuggirà: ben presto farò in modo che venga consegnato nelle mie mani. Ma ecco la notizia: un visitatore mortale arriverà presto al palazzo, un giovane sano… Non sospirare, poiché non è tutto. Ho anche ricevuto una lettera da mia cugina Elisabeth».

«Elisabeth?». Quel nome non l’avevo mai udito pronunciare e, in ogni caso, non capivo perché avrebbe dovuto essere una cosa favolosa, dato che la sua voce si era alzata esultante, come se avesse annunciato la nostra liberazione.

«È un’immortale come noi. È potente e abile, abbastanza astuta per sconfiggere il figlio di tuo fratello. E lo farà ma, prima, verrà qui da Vienna e ci rimetterà in forze».

«Com’è possibile?», chiesi e, immediatamente, compresi che la mia domanda era sciocca.

Era ovvio che questa Elisabeth sarebbe stata in grado di portarci una quantità ancora più grande di fresco sangue vitale di quanto un solo uomo potesse fornire. Ciò avrebbe almeno alleviato la debolezza che aveva origine dalla fame, ma certamente non avremmo potuto riacquistare il nostro pieno vigore finché l’azione violenta di Van Helsing non fosse terminata.

Nell’istante in cui posi la mia domanda, Vlad si tirò indietro e i suoi occhi si spalancarono, diventando rossi per una rabbia che non compresi.

«Questi non sono affari tuoi!», disse bruscamente e, un attimo dopo, uscì dalla mia stanza.

È chiaro che questa Elisabeth dev’essere una donna molto potente… più potente dello stesso Vlad, altrimenti non avrei colto la chiara nota di gelosia nella sua voce. Sì, mi ha regalato questa esistenza e, per questo, dovrò sempre essergli grata ma, allo stesso tempo, sono arrivata a disprezzarlo, disprezzarlo per la sua crudeltà, la sua arroganza, le sue menzogne. Per lui, non sono altro che una cosa in suo possesso, nel migliore dei casi una compagna occasionale che tratta come desidera e manda via senza preoccuparsi dei miei sentimenti quando si stanca di me. Cinquant’anni fa mi diede il Bacio Oscuro perché, in vita, ero timida, grata, umile, innamorata di lui, ma ora che mi sono trasformata nella forte e sicura creatura che dovevo diventare, si annoia, e prova persino fastidio.

L’ultima volta che uscì dal castello per cacciare, molti mesi fa (poiché tutti noi siamo troppo deboli per coprire la lunga strada che porta al Passo di Bistritsa, onde impostare lettere e così invitare ospiti al castello, come facevamo nei giorni andati… o così avevo sperato), diedi voce a una protesta: perché mi veniva richiesto di restare come una prigioniera al castello, in attesa di qualunque piccolo dono lui decidesse di portarmi, dopo che si fosse nutrito a suo piacimento? Era sua abitudine portarmi soltanto un neonato o un bambino pallido e anemico… per farmi restare più debole di lui. Lo comprendo solo ora: questo era per far sì che fosse sempre lui ad avere il controllo su tutto e su tutti.

Se avessi posseduto un po’ più di forza fisica, lo avrei sfidato ma, la prima volta che si offrì di cacciare per tutti noi, pensai, in tutta onestà, che fosse per gentilezza, e così accettai con gratitudine. E quando ritornò con soltanto un minuscolo neonato per me, da dividere con Dunya, era pieno di scuse e pretesti. Fu così che, la seconda volta che uscì, credetti scioccamente che ci avrebbe portato qualcosa di grosso: un giovanotto vigoroso o una forte contadina.

Ma no, ritornò invece con un solo neonato malato dal quale bevvi per pura necessità poiché svenivo dalla fame, e lo divisi, per quanto potei, con Dunya. Dopotutto, ero come lui aveva sperato, veramente troppo debole persino per protestare, quando andò nuovamente a caccia.

Proprio come sono debole stasera; dopo che Vlad se ne è andato, mi sono coricata. La notte portava, di solito, un’ebbrezza talmente dolce! Ora invece porta solo consapevolezza e tristezza. Ci sono state delle volte (come stanotte) che la stanchezza mi ha impedito di alzarmi dalla bara. Di solito la mia bara stava accanto alla sua ma ora è stata confinata nella stanza di Dunya, perché Vlad si annoia ad avermi sempre vicino.

Giaccio qui, dove piango e rifletto sul fatto che dovrei chiudere gli occhi e accogliere la mia vera morte, che possa davvero donarmi il riposo finale.

Povera Dunya! La guardo, immobile nella sua bara. Temo che affronterà l’Assoluto prima di me poiché, tra tutti noi, è la più debole; raramente emerge dal suo sonno profondo, ma continua a dormire con le palpebre pallide tirate sopra gli occhi neri. Anni fa, quando era forte e bella, ebbi pena di lei, pensando: perché deve rimanere una mortale angosciata, sottoposta al nostro controllo, né viva né morta? Fu così che la condussi con delicatezza attraverso la morte verso la Vita Oscura. Vlad, ovviamente, si infuriò.

«Come potremo espletare tutte quelle cose che possono essere fatte soltanto durante la luce del giorno se non abbiamo un servo mortale?», ruggì e, per settimane, non parlò a nessuna delle due.

Non me ne curai; Dunya è sempre stata una compagna dolce e fedele. La sua sofferenza fu sostituita da un meraviglioso piacere, e abbiamo condiviso molte gioie, così come possono fare due sorelle. È stata Dunya a suggerire che io commissionassi un mio ritratto, che avrei potuto usare al posto dello specchio, in modo da non dovermi affidare alla sua descrizione. Questo fu fatto da un artista mortale le cui mani tremanti, fortunatamente, non ne diminuirono l’abilità e, per gratitudine, gli commissionai anche un altro ritratto, più piccolo, di Dunya.

Ora la mia cara compagna è soltanto un simulacro pietoso, invecchiato, di quella bellezza che è appesa al muro (come devo essere anch’io). Giace nella sua bara con le braccia incrociate sul petto simile a un cadavere e, per tutti, sembra una vecchia defunta e rugosa, con il viso segnato, avvizzito e cereo, e le labbra sottili tirate che lasciano scoperti gli aguzzi denti ingialliti. Come mi mancano tutte quelle notti in cui ci tenevamo per mano e ci bisbigliavamo i nostri sogni una nell’orecchio dell’altra! Non sopporto di vederla così…

Ma la promessa della venuta di Elisabeth ha portato una nuova speranza e così, per la prima volta dopo molti anni, mi sono alzata e ho scritto nel mio diario. Potrò veramente riavere la mia bellezza e la mia esuberanza?

Il diario di Abraham Van Helsing

3 maggio 1893. Com’è strana la vita! Ci aspettiamo che tutto vada secondo i piani che facciamo… e poi, in un solo istante, tutto cambia.

Era stata una notte lunga e faticosa. Erano arrivate notizie dall’Aja di strani attacchi notturni ai cittadini da parte di un predatore dai denti aguzzi, forse un lupo. E così, dopo aver investigato, mi sono recato là e ho trascorso la notte aspettando vicino a una grande tomba il ritorno di un ricco e rispettato uomo d’affari che era morto di apoplessia dopo una vacanza in Ungheria. È stato un lavoro raccapricciante, ma sono felice di poter affermare che ora riposa in pace.

Dopo il dovere sono tornato a casa più presto che ho potuto, poiché Gerda aveva cominciato a peggiorare terribilmente nel corso degli ultimi due giorni. Questa mattina presto, sono andato a vederla, com’è mia abitudine prima di ritirarmi. Di solito, faccio un vano tentativo di ipnotizzarla, per vedere quali notizie posso avere di Zsuzsanna e, quindi, di Vlad. Ma questa mattina, quando sono entrato, non stava fissando il soffitto come fa sempre. No, i suoi occhi erano chiusi, e il suo respiro era faticoso. Sono rimasto seduto con lei a lungo, controllandole il respiro, il battito cardiaco e i sintomi, cercando di comprendere le cause del suo peggioramento.

Non c’è una ragione fisica, oltre il suo legame psichico con Zsuzsanna. Di questo sono certo. Se lei si sta indebolendo ed è prossima alla morte, ciò significa che è lo stesso per Zsuzsanna.

Il giorno per il quale avevo diligentemente lavorato per un quarto di secolo ora era lì. Come Arminius aveva detto tanto tempo prima, il Patto funziona in entrambe le direzioni: distruggendo i malvagi figli di Vlad, indebolisco lui… e rafforzo me stesso. E, finalmente, è giunto il momento in cui io sono diventato il più forte e posso infliggere a Vlad il destino che da lungo tempo si merita.

Così, dopo averla lasciata, non sono andato a letto; ho cominciato invece a preparare il baule e a controllare gli orari per vedere quali treni fossero diretti a est, e quando. La mia speranza era che, se fossi riuscito ad arrivare in Transilvania per uccidere in tempo sia Vlad che Zsuzsanna, a Gerda sarebbe stata risparmiata la morte e un’oscura resurrezione.

Sapevo anche però che, se avessi fallito, non sarebbe stato sicuro per lei restare in questa casa con mamma e Katya, né sarebbe stato al sicuro il becchino che avrebbe preso il corpo per seppellirlo. Gerda non potrebbe restare qui senza l’attento controllo di qualcuno che riesca a percepire i sintomi di un vampirismo incipiente e sappia come tenere a bada i Morti Viventi. Mentre facevo la valigia, ho riflettuto per un po’ su questo problema, poiché non c’è nessuno ad Amsterdam di cui mi possa fidare per un tale compito.

Ma a Londra qualcuno c’è: si tratta del mio amico John, con il suo manicomio. Non conpsce i dettagli della malattia di mia moglie, ma è molto interessato all’occultismo e possiede una mente aperta. Se gli impartirò istruzioni circa la segregazione e la cura di Gerda, seguirà i miei ordini alla lettera.

Stavo componendo mentalmente, un telegramma per lui, quando suonò il campanello. Aprii e trovai una robusta signora tedesca, appena oltre la mezza età, con i capelli castani striati d’argento, un’ampia mascella e la carnagione rubizza segnata da una ragnatela di venuzze (e, lo ammetto, un grande ventre che intimidiva: quando si chinò per salutare, mi attendevo quasi che cadesse in avanti).

«Herr Van Helsing?».

Sorrise nella maniera più piacevole, e io seppi, immediatamente, che sarebbe stata una perfetta infermiera diurna per mamma, poiché emanava sia affidabilità che gentilezza. Non ebbi alcun bisogno di protezione psichica intorno a lei — portava persino un crocifisso, nascosto sotto i neri abiti vedovili — e così mi rilassai e le sorrisi mentre la facevo entrare.

«E voi dovete essere Frau Koehler», risposi in tedesco: al suono della sua lingua natia, si illuminò in volto.

Mentre la conducevo al piano superiore, nella camera di mamma, chiacchierammo piacevolmente sulla facilità con cui aveva individuato la mia casa e su come vi era stata indirizzata da una collega.

Una volta entrati nella camera di mamma, fece silenzio e guardò con compassione la sua futura paziente, poi si fece il segno della croce alla vista del crocifisso che pendeva sopra il letto.

«Ah», disse con sincera comprensione. «Sta morendo, vero?»

«Sì».

«Come dev’essere triste per voi!». Il suo tono era quello di qualcuno che aveva vissuto la stessa terribile esperienza da poco. «E siete solo? Non vedo moglie, bambini…».

Percepii, negli occhi e nell’aspetto della vedova Koehler, un barlume di speranza di maritarsi.

«Ho una moglie», dissi subito, improvvisamente sopraffatto dall’amarezza al ricordo di come mi fosse stata tolta spiritualmente, e al ricordo del mio piccolo Jan, preso dai Vampiri… da Zsuzsanna, quel malvagio demonio per il quale non riesco a trovare alcun perdono nel mio cuore. «Ma anche Gerda è malata…».

«Doppiamente triste! Dio vi ha dato un pesante fardello!». Inclinò verso di me la grossa faccia dalla mascella forte e mi studiò con almeno altrettanta pietà di quanta ne aveva avuta per mamma. «Allora ci saranno due pazienti?»

«No. Porterò mia moglie con me a Londra, per consultare uno specialista. Mia madre ha un’eccellente infermiera che mi dà il cambio durante la notte ma, ora che devo partire, ho bisogno di qualcuno che si occupi di lei durante il giorno».

«Ah! E qual è il problema di vostra moglie?»

«Shock», spiegai, «per l’orrore di essere morsa, e nello scoprire che l’aggressore aveva rapito il suo primo figlio».

«E la nostra paziente?», chiese con delicatezza, volgendo il suo sguardo gentile nuovamente verso mamma.

«Tumore al seno, e ora — penso — al cervello e in altre parti. Non è completamente lucida: di solito dorme, a causa della morfina. Ha molti dolori».

Fece schioccare lievemente la lingua.

«E qual è il suo nome, signore, se posso chiedere?».

Van Helsing, il mio stesso nome, stavo per rispondere, ma il suo comportamento era tanto simile a quello di un fidato amico di famiglia che risposi:

«Mary».

«Mary». Assaporò la parola con affettuosa approvazione. «La Madre di Dio. Un nome così bello…». Quindi andò a sedersi nella sedia a dondolo accanto al letto. «Io mi chiamo Helga», disse, sollevando la mano di mamma da sotto le lenzuola e prendendola gentilmente tra le sue, come se stesse presentandosi e scambiando informazioni. Dubito che la donna fosse consapevole di quello che faceva, ma mi era chiaro che aveva dei naturali poteri medianici.

Dopo un po’ me lo confermò guardandomi al di sopra della sua spalla dicendo:

«Voi siete un brav’uomo, signore, e molto coraggioso. Io so anche, nel mio cuore, che vostra madre è una donna buona. Sarò felice di curarla in modo eccellente, e se Dio vuole che debba morire quando voi siete via, non pensate che sia morta da sola o con un’estranea, poiché io ne avrò cura e pregherò per lei come se fosse la mia stessa sorella».

Mi voltai, fingendo goffamente di guardare fuori dalla finestra, poiché la sua compassione mi aveva commosso. E, quando mi commuovo, il dolore represso sgorga al mio interno e scuote le mie difese come le acque di un’inondazione che rompono una diga; non potei impedire alle lacrime di uscire, ma mi mossi rapidamente per asciugarle e per riprendermi.

«Piangete, signore», disse, dietro di me, e udii il suono leggero dei colpetti affettuosi che dava alla mano di mia madre, come se mamma fosse pienamente cosciente e consapevole delle mie lacrime, e Frau Koehler la volesse consolare. «Ne avete tutto il diritto».

Finsi di tossire in modo da poter tirare fuori il fazzoletto per asciugarmi il naso e gli occhi, poi mi voltai, in segno di scusa, verso le due donne, e accennai col capo a mamma, le cui palpebre avevano cominciato a tremare.

«Non tanto quanto lei. Lei è quella che sta soffrendo, non io».

«Non è vero, signore. Poiché voi l’amate, tutta la sua sofferenza è diventata vostra e, dato che siete maggiormente in grado di osservarla attentamente, siete ancora più consapevole di lei di quanto grande sia la sua sofferenza. Non è più doloroso vedere soffrire qualcuno che si ama che sopportare quella sofferenza?».

Volevo protestare perché una parte di me era irritata al pensiero che io soffrissi più di mamma. Ma non potevo negare che, poiché ero conscio, lucido, e ancora dotato di una vista soddisfacente, potevo guardare il volto di mia madre e vedervi la devastazione, vedere le rughe tracciate da anni di dolore, le sue guance infossate, e la pelle leggermente gialla. Vedevo anche le piaghe da decubito sanguinanti divorare la sua carne, mentre lei gridava per l’angoscia in un inutile sforzo di evacuare. Tutta la sua vita è stata piena di dolore: la perdita di due mariti, di un figlio, di un nipote, e il terrore di un destino peggiore della morte. Ha sopportato tutto questo allegramente, con coraggio, ma a quale scopo? Per perdere tutta la sua dignità e bellezza…

Non devo continuare, o scoppierò a piangere di nuovo. Basta! Basta!

Mi ci volle un po’ di tempo per ricompormi a sufficienza e rispondere a Frau Koehler:

«È difficile veramente, ma io penso di essere un buon giudice dei caratteri, e sento che presterete a mia madre una cura talmente affettuosa e compassionevole che non avrò da preoccuparmi». Scacciai quindi tutto indolore e cercai di trasformare il mio tono in quello di un energico uomo d’affari. «È vero che potete cominciare da questa mattina? Il mio viaggio non può aspettare; quanto prima io e mia moglie partiamo, meglio sarà. Vorrei che restaste adesso, se potete, mentre io faccio i bagagli e mi organizzo».

«Sarò lieta di restare», disse lei, alzandosi e rimettendo con delicatezza la mano di mamma sulle coperte.

«Magnifico!».

Le mostrai dove si trovavano, nella camera da letto, tutti gli strumenti medici indispensabili: la siringa, la morfina, la padella e il paregorico, la pomata, e le bende per le piaghe: Lei era ben istruita e piuttosto intelligente, per cui finimmo presto con i dettagli della cura alla paziente. Quindi venne l’ora di accompagnarla nel mio ufficio in modo da poterle pagare un anticipo sul suo salario.

Ma, mentre la conducevo verso le scale, un grido improvviso — attutito, così che non potei giudicare se era di gioia o di dolore — mi fece drizzare i corti capelli sulla nuca. Per un istante temetti che fosse mamma che gridava per il dolore, ma poi pian piano compresi, con così tanta forza, così tanta paura, che la pelle d’oca dal collo mi scese in basso verso la spina dorsale e le braccia.

Erano passati ventidue anni da quando avevo udito l’ultima volta la voce di mia moglie; per questo non l’avevo riconosciuta immediatamente.

Senza una spiegazione o una scusa per Frau Koehler, mi voltai e corsi subito lungo il corridoio, poi entrai nella stanza di Gerda.

Sedeva sul letto con gli occhi aperti, splendenti, e ogni segno di debolezza era svanito. Mi sembrava come se il cuore mi fosse balzato nel petto e, per un fuggevole istante, osai sperare che fosse ritornata da me, che Zsuzsanna e Vlad fossero stati entrambi distrutti, e che il mio amore ora fosse libero.

Ahimè! I suoi occhi, sebbene aperti, rimasero fissi su una visione distante e invisibile, ma lei era forte, radiosa, e la sua pelle non era più pallida, ma leggermente colorita, come se avesse preso da poco il sole, e i suoi capelli… i suoi capelli! Erano ancora scomposti sopra la lunga e ordinata treccia che Katya le faceva ogni notte… ma ogni striscia d’argento era scomparsa dai suoi riccioli castano scuro.

La fissai nuovamente in viso, incapace di credere a quello che i miei occhi vedevano, ma era proprio così: dal mattino presto era ringiovanita! Ogni capello bianco, ogni ruga e ogni piega della sua pelle flaccida, erano scomparsi.

«Gerda!», sospirai, poi le dissi più forte: «Gerda cara, mi senti?».

Non diede segno di udirmi o di vedermi, ma qualcosa che stava guardando in un’invisibile lontananza, le fece illuminare il viso di pura gioia.

«È venuta!», disse, e rise fòrte. «È venuta…».

«Chi?», insistetti, mentre Frau Koehler si avvicinava e restava sulla porta, guardando in silenzioso stupore. «Chi è venuta, cara?».

Non rispose, ma cominciò gradualmente a calmarsi, mentre io la guardavo in silenzio. Dopo un po’, le sue labbra si curvarono verso l’alto in un sorriso radioso, rivelando dei canini leggermente allungati.

«Stupefacente!», bisbigliò l’infermiera dietro di me. «Che devo fare, signore? Intendete ancora portare vostra moglie a Londra?»

«Io… io non so».

Fissai Gerda, abbattuto. Il suo grido di gioia mi aveva fatto sperare, ma ora vedevo che tutto era perduto, poiché l’umore e la salute di Gerda erano stati, negli ultimi ventidue anni, legati a quelli di Zsuzsanna. Se Gerda adesso era giovane, forte e in salute, ciò significava che anche Zsuzsanna lo era… e anche Vlad.

E Gerda stava cominciando a cambiare.

Che cosa aveva fatto il Vampiro per rafforzare se stesso e la sua compagna?

Promisi alla buona Frau Koehler che mi sarei messo in contatto con lei direttamente quando avessi preso la decisione, e la congedai rapidamente per ritornare al capezzale di Gerda.

Gli sforzi per fare uscire mia moglie dalla trance fallirono, così come tutti i tentativi di ipnotizzarla (che sapevo sarebbero stati probabilmente inutili, vista l’ora del giorno). Ma ero deciso a restare con lei per venire a sapere quanto potevo; così chiusi la finestra e mi alzai, pensando di chiudere a chiave la porta alle mie spalle dall’esterno, in modo che Gerda non potesse fuggire. C’erano poche possibilità che lo facesse, dato che avevo legato un crocifisso e l’Ostia sopra lo stipite della porta e della finestra, ma un’ulteriore precauzione mi rassicurava.

Però, prima che oltrepassassi la soglia, lei bisbigliò una sola frase:

«L’Oscuro Signore…».

Sembrava, allo stesso tempo, una domanda e un’ammissione di paura, espressa in un tremolio timoroso eppure strano.

Sulla porta mi gelai, sopraffatto dal terrore, all’improvvisa immagine mentale dell’oscura, divorante creatura del mio sogno.

Chi è questa creatura, e perché anche i Morti Viventi temono il suo nome?

Arminius! Arminius, mio salvatore dei tempi passati, non restare più in silenzio. Aiutami!

Capitolo terzo

Il diario di Zsuzsanna Dracul

3 maggio 1893. È arrivata!

Giacevo nella mia bara dopo essermi svegliata da ore, ma troppo sopraffatta dalla stanchezza per alzarmi; non c’era motivo di farlo, comunque. Mi sentivo come una donna morente che, per l’insistenza di Dio, veniva forzata a vivere oltre la sua ora. Non desideravo altro che essere liberata dalla mia sofferenza.

Mentre giacevo distesa, distinsi delle voci all’interno del castello. Dapprima erano soltanto dei mormorii appena udibili e, nella mia autocommiserante debolezza, non vi prestai attenzione (un tempo le avrei udite distintamente, ma le mie facoltà si erano affievolite al punto che potevo distinguere solo la voce e la cadenza, ma non le parole). Continuarono per un po’ e quindi si avvicinarono, così che riuscii a riconoscerne una: Vlad parlava con quel tono cordiale da ospite, che finora gli ho udito usare soltanto per dare il benvenuto a delle vittime.

E poi udii un’altra voce, una che, per un momento, scambiai per quella di uomo, poiché era profonda, di gola, e così estremamente e sicuramente sensuale, che pensai: Sono innamorata.

Così, ovviamente, immaginai che il visitatore che lui stava aspettando fosse arrivato, ma il pensiero non evocò in me se non una fievole gioia. Sapevo che Vlad avrebbe prima pensato a placare la sua fame, lasciando soltanto gli avanzi per me e Dunya. Se, nella speranza di averne di più, avessi osato interromperlo mentre si nutriva, la sua rabbia avrebbe potuto benissimo spingerlo a negarmi persino una sola goccia di sangue.

Poi ci fu silenzio; o così credo, poiché sonnecchiai per un po’.

Ma ritornai in me immediatamente quando, all’improvviso, l’altra rise: un suono estremamente gioioso che per un istante si innalzò a tal punto da farmi comprendere che stavo udendo, invece, la voce di una donna.

Elisabeth…

Perché la notizia del suo arrivo mi riempiva di eccitazione? Non saprei dirlo ma, certamente, trovai in lei molto, molto più di quello che avrei potuto aspettarmi: e io sono dannata, quindi non oso credere nel pietoso intervento di Dio o del destino.

So soltanto che mi alzai immediatamente dal mio giaciglio, mi precipitai lungo il corridoio, e salii le scale verso le camere private di Vlad, dalle quali proveniva la risata.

Quando arrivai, spalancai la porta senza nemmeno bussare una volta.

Lì, davanti a un caminetto acceso, c’era Vlad, ancora vecchio e con i capelli bianchi, ma chiaramente più vigoroso di quanto non fosse stato di recente. Le sue labbra avevano assunto un colore rosato, le sue spalle non erano più curve ma diritte e quadrate e, per la prima volta nel corso di anni, èra di umore eccellente. Ma, al vedermi, il suo sorriso si spense all’istante e i suoi occhi s’infiammarono. Seppi subito che avrei dovuto nuovamente subire la sua ira per la mia irruzione.

Però non me ne curai, perché il mio sguardo cadde su Elisabeth.

Dire che era graziosa è sminuirla. Io sono graziosa più di qualunque mortale: questo lo so guardando Dunya e i ritratti appesi alla parete (sebbene Dunya dica che gli olii non rendono giustizia alla lucente fosforescenza della mia pelle o al bagliore d’oro liquido dei miei occhi).

Ma Elisabeth! Lei era più che bella: era regale, una vera regina. Indossava un moderno cappello piumato e un attillato vestito di raso grigio blu, al quale si intonavano i suoi occhi di zaffiro; la sua pelle era fine e bianca come quella di un neonato, tranne il rosa tenero che le fioriva sulle guance è le labbra. Portava i capelli legati sulla nuca — sopra un collo da cigno di delicata porcellana, con un seducente incavo alla clavicola — e i riccioli che le ricadevano avanti sopra una spalla, rilucevano al chiarore del fuoco di un oro fulgido come il sole.

Era tanto chiara quanto io sono scura e, in quell’istante, se fossi stata un uomo, mi sarei profondamente innamorata di lei. Anche così, credo di aver gridato leggermente per una sorta di timore reverenziale e, quando lei mi rivolse il suo sguardo intelligente e onnisciente, temetti di svenire.

«Vlad, Vlad…», disse, con una voce profonda come il lago Hermanstadt e soffice come il fumo. «Non mi fai l’onore di presentarmi a questa graziosa signora?».

La richiesta mi fece venire le lacrime agli occhi, poiché sapevo di sembrare un cadavere che cammina, ed ero ben lontana dall’essere graziosa. La sua gentilezza mi commosse, e riuscii ad abbozzare un incerto sorriso mentre Vlad — senza protestare, con mia sorpresa — subito si inchinò e disse:

«Contessa Elisabeth Bathory di Csejthe, posso avere l’onore di presentarti mia nipote, Zsuzsanna Dracul?».

Elisabeth mi tese una mano, avvolta in un guanto blu polvere e meravigliosamente profumata… e, con mio grande stupore, calda. La presi e le feci, con grande difficoltà, una piccola riverenza, mentre lei chiedeva a Vlad:

«E non Tsepesh? Allora, hai completamente eliminato il nome?».

Lui annuì solennemente. La sua rabbia sembrava essere interamente svanita, come se esitasse a rimproverarmi davanti a quella donna, vedendo quanto la mia presenza le facesse piacere.

«Mentre vivevo, ero famoso come l’Impalatore, lo Tsepesh, ma ora che sono un immortale, ho altri interessi, e mi fa più piacere essere conosciuto come Dracula… il Figlio del Demonio».

«Allora il Drago è, in realtà, un Demonio?», chiese la donna con civetteria, poi rise… un suono dolce come il suo profumo. Quindi si fece di nuovo silenziosa e rivolse la sua attenzione a me nell’istante in cui mormoravo:

«La tua mano. È calda… Sei un Vampiro o un essere vivente? Ma tu sei troppo bella per essere mortale…».

Nell’udire queste parole, le sue labbra rosa si curvarono astutamente, e sbirciò di sbieco Vlad da sotto le ciglia dorate, con un’espressione che diceva: Glielo devo dire? Ma lui abbassò lo sguardo con gravità, e io ebbi la sensazione che mi nascondesse qualcosa mentre lei rideva compiaciuta e rispondeva:

«Io non sono giovane né mortale, mia cara, ma suppongo di essere, paragonata a Vlad, ancora una ragazza; sono morta infatti appena duecentottanta anni fa».

Mentre parlava, la sensazione di svenire mi riprese, e sarei caduta all’indietro se lei non mi avesse preso per un braccio.

«Ma, mia cara Zsuzsanna, sei così debole! E come siamo sconsiderati a insistere che tu rimanga in piedi».

Rivolse quindi a Vlad uno strano sguardo enigmatico, dicendo: «Vorrei restare per un po’ sola con lei».

La riluttanza balenò sui lineamenti di lui, ma fu presto sostituita da un’espressione di intesa maliziosamente compiaciuta, come se gli fosse appena stato rivelato qualcosa di malvagio.

«Ah! Naturale… Lei ti può condurre nelle sue stanze. Tieni presente che ce n’è anche un’altra… la cameriera…».

«Ancora meglio», rispose lei, e mi passò un braccio ricoperto di raso intorno alla vita. «Fammi strada, Zsuzsanna».

Aveva un atteggiamento premuroso, mentre io ero ancora instabile sui piedi, e così mi permisi di poggiare la guancia sulla sua spalla per studiare meglio quel magnifico collo di porcellana e respirarne il profumo. Era passato tanto tempo da che avevo posto gli occhi su una bellezza immortale, da farmi completamente sopraffare dal suo aspetto stupefacente.

Scendemmo la scala a chiocciola mentre ascoltavo quella musica di violoncello che era la voce di Elisabeth. Mi parlava della sua casa a Vienna, di che meravigliosa città fosse, e io bisbigliai che vi ero stata in visita una volta e che me ne ero innamorata.

«Bene, allora! Verrai a casa mia e godrai a tuo piacimento di tutto ciò che ho. Sei esausta per mancanza di vigore, ma io so vedere sotto questo tuo invecchiamento prematuro. Sei una creatura troppo bella per languire qui in questa desolata rovina che chiamano castello».

Si diede un’occhiata alle spalle come a rendersi conto dell’udito molto acuto di Vlad, ma io dissi:

«Non ti preoccupare. Non riesce più a udire bene come…».

«So con precisione quanto può udire, e non riesce a distinguere le parole che diciamo a questa distanza. Forse eri troppo debole per notarlo ma io, stasera, gli ho restituito un briciolo della sua forza precedente». Si fermò e rivolse le sue fattezze delicate verso di me, con i lunghi ricci splendenti d’oro che le cadevano sopra il prosperoso seno di madreperla. «Ora possiamo parlare con tranquillità. Mia cara… sapevi che mi ha dato istruzioni per non restituirti il tuo potere?».

Le mie labbra si contrassero in una smorfia di collera; riuscii a serrarle, ma tremavano ancora per la rabbia.

«È stato così crudele e spietato… Non puoi nemmeno immaginarlo! Io sono sempre stata buona con lui, e obbediente…».

«Obbediente». Lo ripeté come la più pesante delle maledizioni.

«…ma mi ha ingannata, e ridotta alla fame finché fossi troppo debole persino per cacciare. Per mezzo secolo mi sono fidata di lui, pensando che nutrisse un onesto interesse, persino amore, per me. È mio zio: io lo adoravo senza riserve quando ero in vita, e lui ha approfittato del mio affetto per ingannarmi».

Mentre parlavo, lei si fermò e ascoltò con attenzione le mie parole, con le labbra piene che gradualmente le si strinsero in una linea sottile. Le raccontai della sua “generosa” offerta di cacciare per tutti noi, e della sua crudeltà verso me e la povera Dunya. Quando ebbi finito, disse lentamente: «È come pensavo. Quello stupido bastardo medievale!».

E riprese a camminare velocemente, trascinandomi con sé.

Scoppiai in una risata fragorosa, nonostante la mia debolezza e, sebbene ansimassi, non riuscivo a riprendere fiato — o a frenare la mia risata — per rispondere. Non avevo mai sentito alcuno riferirsi a lui senza timore reverenziale o paura, e udire qualcuno descriverlo senza tanto rispetto, mi stupiva e mi procurava un piacere senza fine.

«Ah, vedo che il termine ti diverte», disse, con la fronte perfetta alterata da un cipiglio. «Ma pensa: il mio termine non è poi tanto sbagliato. Oggi siamo nel 1893, ma Vlad pensa che sia ancora il 1476. Tratta le donne come oggetti; non sarei sorpresa di sentire che ha mantenuto i suoi servi della gleba».

Ancora ridendo, le confidai:

«No, sono scappati cinquant’anni fa per la paura, quando lui ruppe il Patto…».

Raddrizzò bruscamente il capo, con uno sguardo acuto e indagatore.

«Il Patto? Il suo accordo con l’Oscuro Signore? È per questo che sono stata chiamata?»

«Questo non ha nulla a che fare con il Demonio», dissi, e mi fermai per indicare la porta della mia camera, poiché eravamo arrivate a destinazione. «Lui aveva rotto la sua promessa di non condividere l’immortalità con qualcuno della sua famiglia, e gli abitanti del villaggio ebbero paura che potesse cominciare a nutrirsi di loro. Perché ridi?».

Infatti, si era premura una mano sul bianco seno, allargando, le dita guantate di blu, e aveva cominciato a ridere senza riserve. Aveva gettato il capo all’indietro facendo ricadere la massa di riccioli biondi dietro le spalle sulla schiena. Avvicinai la mia faccia alla sua e la osservai, lievemente offesa per il fatto che potesse trovare divertente una cosa tanto seria.

Ma l’offesa subito si trasformò in stupore poiché, a quella distanza, la mia vista indebolita poté chiaramente vedere i suoi denti: erano piccoli, bianchi, splendenti, e tutti uguali. Proprio come quelli di un mortale, senza gli aguzzi e lunghi canini.

«Tu non sei un Vampiro!», mi meravigliai.

Allora ridivenne seria, sebbene le sue labbra fossero ancora atteggiate a una mezzaluna crescente e, tenendomi un braccio intorno alla vita, con l’altra mano afferrò la mia, infondendomi il suo calore.

«Cara Zsuzsanna, io sono ciò che desidero essere. Riguardo al mio riso… non è diretto a te, ma a Vlad, che ovviamente ti ha infettato con la sua idiozia medievale. Mia cara, non esiste alcun Diavolo».

«E allora, l’Oscuro Signore?».

Non lo avevo mai incontrato personalmente — in verità, avrei timore di farlo — ma avevo origliato molti dei suoi incontri con Vlad.

Le sue labbra fremettero in un’espressione leggermente divertita, ma poi lei si controllò per rispetto verso di me.

«È chiamato l’Oscuro Signore perché è così che preferisce essere chiamato. E non è necessariamente un Lui».

La fissai confusa, mentre apriva la porta della mia camera e mi trascinava attraverso la soglia.

«Vieni, mia cara. Hai molto da imparare».

3 maggio 1893, continua. Sono ritornati, sono ritornati… tutta la mia forza, il mio potere, la mia gioia e bellezza, sono ritornati!

Elisabeth mi condusse dentro la mia camera (che, più propriamente, era la stanza dei vecchi servitori), dove la mia lucida bara nera era aperta accanto a quella di Dunya, Nuovamente si sforzò di reprimere un sorriso alla vista delle bare, ma non ci riuscì del tutto. Al mio sguardo interrogativo, mormorò:

«Come tutto è drammatico… e quanto somiglia a Vlad. È sempre stato ossessionato più dalla morte che dalla vita». Quindi si voltò verso di me. «Zsuzsanna… sei capace di mantenere un grande segreto, senza che Vlad lo sappia?»

«Sì. I miei pensieri sono solo miei; lui non ne è a conoscenza».

«Non intendevo dire questo, cara. Io potrei proteggere i tuoi pensieri da lui… sebbene così è certamente meglio, poiché non susciterà i suoi sospetti. Volevo dire: puoi restare pazientemente in silenzio, anche di fronte alla più eccitante delle rivelazioni?».

L’intelligente bagliore adamantino di attesa nei suoi occhi aumentò la mia eccitazione.

«Sì, è naturale… se il silenzio andrà a mio beneficio».

«Oh, lo sarà. Ho restituito a Vlad solo una parte del suo potere: gli ho mentito e gli ho detto che potevo farlo solo poco per volta, poiché desideravo conoscere le sue vere intenzioni prima di restituirglielo completamente. Non mi fido di lui, ma vedo che tu, Zsuzsanna, possiedi una natura buona e onesta; perciò, ti restituirò il pieno vigore ora, subito».

Battei le mani per il desiderio, sebbene l’atto mi costasse un grande sforzo.

«E anche a Dunya?»

«Come desideri. Non ho dubbi che anche lei se lo meriti, se si è conquistata l’affetto e la lealtà di una persona degna come te. Ma ecco la condizione: entrambe sentirete ritornare la vostra bellezza e la vostra forza… ma apparirete a Vlad come siete ora. Davanti a lui non dovrete mai parlare della vostra guarigione, né usare i vostri ritrovati poteri. Lo giuri?»

«Sì», risposi, sorridendo di pura gioia.

Sapevo che sarebbe stato difficile trattenermi dallo sferrare a Vlad un possente colpo o fare sfoggio delle mie abilità superiori davanti a lui, ma avevo paura di riavere la vita che avevo conosciuto. Avrei giurato qualunque cosa.

«Magnifico!», sospirò, poi lanciò uno sguardo alla stanza grande e fredda. «Cara, stenditi», aggiunse.

Mi mossi obbediente verso la bara, ma lei scosse la testa.

«No, non lì. È un posto troppo macabro, e noi non vogliamo qualcosa che ricordi la morte! Sul letto, Zsuzsanna».

Insieme andammo verso l’estremità della stanza, dove uno stretto letto, da tempo inutilizzato, stava vicino a una finestra. Tirai le pesanti tende che circondavano il letto, e mi stesi su una coperta grigia fatta a mano che copriva un antico e gibboso materasso di paglia.

Elisabeth mi seguì e s’inginocchiò vicino a me, poi diede qualche colpetto sul duro materasso con un gemito di sincera indignazione.

«Zsuzsanna, questo è il materasso di un servo!». Si guardò intorno comprendendo all’improvviso. «Ti ha messo nelle stanze dei servi!».

Sospirai.

«Lo so…».

«Basta con tutto questo, mia cara! Quando verrai con me, dormirai sulle piume, tra la seta e il raso, e con lo sfarzo di una regina!».

Quando verrai con me…

Se avessi avuto un cuore, in quel momento avrebbe cominciato a battere più forte perché, sapere che avrei vissuto con qualcuno che si curava veramente di me — ed era così bella da guardare — me ne faceva pregustare con un brivido il piacere. Avevo capito bene? Stava veramente suggerendo che fuggissi da Vlad e andassi a vivere con lei?

Una cosa del genere era mai possibile? Avevo sempre creduto che il destino di Vlad e il suo potere fossero inestricabilmente legati ai miei; che, se lui periva, anch’io sarei morta. Almeno, questo è ciò che lo stesso Vlad mi aveva detto… e io lo avevo sempre creduto. Avevo sofferto qui, in questo desolato castello, senza che ce ne fosse bisogno: perché mi aveva mentito?

Tutta la rabbia che provavo nei confronti di Vlad era eclissata dalla speranza: forse lui mi aveva mentito, ma questa possibilità in realtà, era più confortante del pensiero che non lo avesse fatto. Se fossi riuscita a fuggire da lui, abbandonando questo tetro castello senza paura, per andare con quella stupefacente donna immortale a godermi tutto ciò che le grandi città d’Europa hanno da offrire…

«Vuoi dire», bisbigliai, «che non sono obbligata a restare con lui? Lui mi ha detto che la mia esistenza dipende dalla sua; è…».

Prima che potessi pronunciare la parola “vero”, Elisabeth mi rispose con rabbia:

«Non credere a nulla di quello che ti ha detto! Non esiste il Demonio… ma il Principe della Menzogna sì, e il suo nome è Vlad. Mia cara, lo conosco da quasi tre secoli, e conosco la sua mente egoista: ti ha fatto come sei non perché si sentiva solo o perché ti amava, ma perché tu lo adulavi, e così appagavi il suo orgoglio maschile. E se ti ha detto che la sua distruzione avrà come conseguenza la tua, è stato solo perché desiderava tenerti sottomessa a lui con la lealtà».

A questa notizia cominciai a piangere, poiché la verità era che io l’avevo venerato come una schiava quando ero viva, e c’erano ancora dei residui di adorazione fanciullesca nel mio cuore.

Pensare che la sua motivazione nel cambiarmi non era stata l’amore…

«Ah, dolce bambina, non sprecare le tue lacrime per i suoi capricci».

Ancora in ginocchio, si tolse i guanti blu polvere e, con noncuranza, li gettò sul pavimento, poi si chinò in avanti e mi prese le mani nelle sue. La sua carne — più morbida di quella di un bambino e più delicata — possedeva un calore febbrile, come se avesse appena tenuto i palmi sopra il fuoco per un’ora per catturarne il calore. Al suo tocco, sospirai.

«Ti sarà restituito il tuo precedente splendore — forse anche di più — e non avrai più bisogno di lui».

Si chinò quindi in avanti finché l’intero mondo non consistette in altro se non del suo luccicante sguardo di diamante e di zaffiro.

Brillante come i diamanti e altrettanto freddo, pensai, e rabbrividii all’improvviso, presa da una strana paura irrazionale.

«Che cosa mi vuoi fare?»

«Un bacio», bisbigliò, portando il suo viso così vicino al mio che il suo respiro caldo mi riscaldò le guance. «Solo un bacio…».

E si chinò finché quelle morbide labbra non furono premute contro le mie.

Come posso descriverlo? Come si fa a descrivere l’infinito e la beatitudine a coloro che non ne hanno fatto l’esperienza?

Ricordo la notte del mio Cambiamento, dopo che Vlad mi aveva lasciato morire… la sua dolce sensualità, l’euforia, l’intrigante acuirsi di tutte le facoltà: la vista, l’udito, il tatto. Il ricordo di quei momenti è rimasto con me in queste cinque decadi di Morta Vivente. Nulla, pensavo, li avrebbe potuti sostituire; ah, ma era prima del bacio di Elisabeth!

Quel piacere era così intenso, così divertente, che per un periodo di tempo imprecisato mi persi… persi ogni sensazione di ciò che mi circondava, di Elisabeth, del tempo, di qualunque cosa al mondo, tranne l’oscurità e la felicità. Non c’era un io distinto, nulla era separato da quell’unione con l’eternità.

Se mi fosse stata concessa una scelta, non l’avrei mai lasciata, poiché accanto ad essa anche l’attrattiva dell’immortalità sbiadiva. Ma troppo presto scoprii che ero ritornata nel mio corpo e che giacevo sopra lo scomodo materasso di paglia e sulla rozza coperta fissando gli occhi deliziati di Elisabeth.

«Oh», sospirò, mettendosi una mano sul cuore per lo stupore. «Mia Zsuzsanna… Come sei bella!».

E con l’altra mano mi fece alzare in piedi. Mi alzai con facilità, con grazia, e risi forte all’infinita forza che all’improvviso mi fluì nelle membra. Sempre tenendomi una mano, indietreggiò di un passo per studiarmi, poi afferrò all’improvviso un ricciolo dei miei lunghi capelli e mi disse felice:

«Guarda, mia cara, guarda!».

Guardai… e vidi che l’argento era di nuovo nero come il carbone e con una sfumatura di lucente indaco.

«Uno specchio!», gridò, camminando per la stanza spartana, esaminando le grigie mura di pietra. «Dov’è lo specchio? Devi vederti!».

«Non ci sono specchi», le dissi con tristezza. «Vlad li ha distrutti molto tempo fa. Ma, anche se ci fossero, non potrei vedere il mio riflesso».

«Bah!». E mi tirò per mano trascinandomi nel corridoio. «Subito in camera mia!».

Insieme corremmo su e giù per le scale; questa volta, non ebbi difficoltà a rimanerle accanto. Quando, finalmente, arrivammo in camera sua — sul lato est del castello, dove accoglievamo gli ospiti — lei spalancò la porta, lasciando vedere innumerevoli valige e bauli, e una robusta, giovane donna dal viso arcigno, scialba tanto quanto Elisabeth era bella.

Lei fece un gesto alla donna.

«Questa è la mia cameriera, Dorka; è molto discreta. Dorka, questa è la nipote di Vlad, la Principessa Zsuzsanna. Devi trattarla con estremo rispetto».

Dorka fece un inchino a malincuore, senza sorridere.

«Vai subito a prendere uno specchio», ordinò Elisabeth, con lo sguardo pieno di ammirazione fisso su di me mentre tendeva una mano impaziente alla sua cameriera. Quando Dorka si spostò dal salotto dove ci trovavamo alla camera da letto, la sua padrona disse: «Allora, Zsuzsanna, non ti sei mai vista come un’immortale?»

«Mai».

«Bene, ora ti vedrai», rispose, proprio mentre Dorka ritornava di corsa sbuffando nella stanza con uno specchietto incorniciato in oro fino incastonato di perle e diamanti. La cameriera lo mise nella mano di Elisabeth, poi si ritirò per lasciarci alla nostra intimità. «Guarda, Zsuzsanna. Guarda che cosa sei diventata».

Presi lo specchio ed emisi un grido di piacevole stupore per la donna che vi vidi. No, donna è una parola che sminuisce troppo. Angelo, visione: queste sono parole che descrivono meglio che cosa vidi. Dunya aveva avuto ragione nel dire che il mio ritratto non rendeva adeguata giustizia alla mia bellezza.

Per cinquant’anni non avevo visto la donna dello specchio: una giovane bellezza dai capelli corvini, trecce nere con riflessi bluastri, gli aguzzi denti simili a perle, le labbra di rubino, gli occhi castani che rilucevano di oro fuso. La mia pelle era delicata e di porcellana come quella di Elisabeth, e luccicava dei riflessi della madreperla: rosa, turchese, verde marino. Persino i lineamenti affilati che avevo ereditato da Vlad — il sottile naso da falco, il mento appuntito, le folte sopracciglie nere — erano ammorbiditi fino ad essere delicati e perfetti.

Alzai lo sguardo da quella meraviglia per vedere Elisabeth che sorrideva apertamente in segno di approvazione, come un artista grandemente compiaciuto per la sua creazione. Allungò una mano per prendere lo specchio, ma io non volli lasciarglielo: allora, rise piano.

«Ero tentata di cambiarti i denti», disse. «Ma ho lasciato a te la decisione, nel caso tu li trovassi esteticamente piacevoli».

«Ma io li devo avere! Come potrei nutrirmi altrimenti?».

La sua voce si abbassò come se stesse per rivelarmi un oscuro segreto e temesse che qualcuno potesse udirlo.

«Mia cara, ci sono molti modi diversi di “nutrirsi”, come dici tu, tanti quanti sono coloro che sono abbastanza coraggiosi da raggiungere l’immortalità».

«Ma è Vlad che mi ha creato», protestai. «E il morso di un Vampiro dà vita a un altro Vampiro. Come può essere altrimenti?»

«Può essere in qualunque modo tu voglia, Zsuzsanna».

«Ma come?»

«Il Patto di Vlad con l’Oscuro Signore non ti controlla obbligatoriamente».

Il pensiero di quella misteriosa creatura, Demonio o meno, mi terrorizzava. Abbassai lo specchio e mi ritrassi, bisbigliando:

«L’Oscuro Signore…».

Per distrarmi, mi prese la mano libera e ne premette il palmo contro la mia guancia.

«Dimmi quello che senti, mia cara. Dimmi cosa senti».

Per un intero minuto fui troppo sopraffatta dallo stupore per parlare. Infine, sospirai: «Calore!». I miei occhi si erano riempiti di lacrime: alla fine, una mi cadde sulla guancia, sulle dita. Un lacrima calda!

«Non è più piacevole che essere fredda come un cadavere? Vlad è ossessionato da tutto ciò che è macabro».

«Devi far rivivere Dunya!», gridai, afferrandole il braccio e tirandola verso la bara chiusa. Le restituii quindi lo specchio e spalancai il coperchio svelando l’occupante che dormiva… così avvizzita e fragile.

Elisabeth si avvicinò e guardò all’interno.

«Ah… una dolce, giovane contadina». Alzò lo sguardo su di me. «Devi essere paziente. A te ho ridato piena forza e a Vlad solo una parte; le mie riserve sono diminuite. Ora dovrò riposare, ma ti prometto che me ne occuperò domani».

«Ma non mancano che poche ore all’alba», protestai, desiderosa di restare in sua compagnia. «E poi potrai riposare tutto il giorno…».

«No, sarò in piedi in tempo per godermi il sorgere del sole. Come regola, ho bisogno solo di due ore di riposo: di più quando mi sono sforzata come stanotte. Povera me, bambina, la sciocca convinzione di Vlad che voi siate confinati alle ore della notte ti ha privato di un bel po’ di divertimento».

«Ma è vero… il sole mi fa orribilmente male. Sì… se devo, posso avventurarmi fuori, ma questo mi indebolisce ed è tremendamente spiacevole».

«Non è necessariamente così. Perché non dovresti essere in grado di goderti la notte e il giorno?».

Quella domanda mi rese silenziosa. Ricordai il mio unico viaggio a Vienna un quarto di secolo prima, e la delusione che avevo provato per non essere stata in grado di entrare in una Konditorei e di assaggiare quei dolcetti al burro, o di entrare nei negozi di vestiti, con le loro ammiccanti mode nuove. L’unico vestito che avevo acquistato a Vienna — da un vecchio sarto tremante, quasi cieco, l’unico che accettasse di avventurarsi fuori a mezzanotte verso un hotel per farmi provare — era passato di moda da vent’anni. Guardai il vestito di Elisabeth, con il suo più modesto décolleté, i fianchi stretti, e la gonna più corta, nonché una cascata di tessuto raccolto sul derrière, che non avevo mai visto prima.

«Ma come…», cominciai.

Scosse la testa.

«Abbiamo molto di cui parlare. Non preoccuparti, cara», poiché la mia delusione senza dubbio era visibile, «ci incontreremo ancora domani notte. Fino ad allora…».

Mi prese la mano, si chinò, e la baciò come potrebbe fare un uomo; mentre faceva così, un brivido eccitante e innegabile passò attraverso di me.

Mio Dio, sono davvero innamorata!

4 maggio 1893. Mi svegliai al tramonto e trovai Elisabeth seduta su una sedia accanto alla mia bara aperta: una vista questa che aumentò la mia speranza e la mia eccitazione. Con mio ulteriore diletto (e sorpresa), una sorridente e bella Dunya si trovava accanto a lei.

«Dunya!». Mi alzai con un unico e agile salto dal posto dove avevo dormito. Ci abbracciammo come sorelle, ridendo e piangendo, e io le baciai una guancia… adesso calda come la mia, come le sue forti braccia. «Dolcezza mia! Come sei bella!».

«Non tanto quanto voi, doamna!», gridò.

In verità, mi assomigliava vagamente, con il naso dalla forma sottile, i lunghi capelli scuri (sebbene i suoi fossero baciati dal rosso tizianesco), e gli scuri occhi rumeni pieni di passione, sotto le sopracciglia arcuate.

«Come lo sai?», dissi, prendendola in giro.

Sorridendo, Elisabeth sollevò lo specchio dorato.

Feci scivolare un braccio intorno alla sottile vita di Dunya e mi voltai per offrire l’altra mano alla nostra benefattrice, che si alzò e l’afferrò immediatamente.

«Elisabeth! Sei stata così gentile con noi, così buona! Sicuramente, ci dev’essere qualche dono che noi possiamo farti, qualche gentilezza che possa servire come un pur misero tentativo di ripagarti».

«La vostra felicità è una gioia sufficiente per me».

E, così dicendo, voltò la mia mano per rivelare il palmo, che baciò.

Uh brivido elettrico corse attraverso il mio corpo rinnovato, tanto che lasciai andare Dunya e mi premetti una mano sul cuore, per reprimere l’ansito.

In quel momento la porta della camera si spalancò; sull’ingresso apparve Vlad. Per un istante, temetti che gridasse infuriato nel vedere che io e Dunya eravamo perfettamente in forze. Cercai di ritirare la mia mano da quella di Elisabeth, indietreggiando pronta a fuggire, ma lei la tenne stretta e mi rivolse uno sguardo rassicurante che diceva: non lo sa.

Con mio grande stupore, Vlad rimase sulla soglia, e la sua espressione era di benevola cortesia.

«Ah, cugina! Vedo che hai avuto pietà delle nostre fragili signore. Ho preparato un banchetto per il tuo piacere. Ti attende nella grande sala da pranzo, dove ti raggiungerò tra qualche minuto. Ora vai. Ho bisogno di parlare brevemente con Zsuzsanna, in privato».

Provai una nuova ondata di sgomento quando Elisabeth fece un piccolo inchino e lasciò la stanza, e ancora di più quando udii i suoi passi riecheggiare lungo il corridoio, e poi per le scale.

Lui rimase sull’uscio a guardarla, con gli occhi che si storcevano per lo sforzo (era evidente che né la sua vista né il suo udito erano pari ai miei). E, quando lei si trovò a quella che lui credette una sicura distanza da noi, entrò e chiuse dietro di sé la pesante porta. Studiai la sua espressione, cercando di giudicare da essa se mi vedeva come una vecchia rugosa o come una bellezza, ma non riuscii a scorgervi stupore, né rabbia, ma soltanto astuzia.

Un’ombra d’uomo, vecchio e brutto! Ero stata pazza per tutti quei decenni: a cosa gli servivo?

Improvvisamente domandò:

«Zsuzsanna, mi ami?».

Esitai un solo istante. In quel breve istante, egli comprese il mio silenzio fin troppo bene, e la sua espressione si rabbuiò mentre continuava:

«È stata Elisabeth! Ti ha raccontato delle bugie. Ti ha posto sotto il suo incantesimo, e ti ha fatto innamorare di lei. Ha promesso di ridarti la forza, non è così? Ti avverto: cospira con lei, e ti avvierai su un sentiero pericoloso che può finire soltanto con la tua distruzione».

Protestai, con le guance che mi si infiammavano (una sensazione da tanto tempo dimenticata!).

«Mi minacci?», gli chiesi.

Ma lui continuò a tuonare, inconsapevole della mia bellezza o delle mie parole.

«Sai chi è? Sicuramente non te lo ha detto. È la “Tigre di Csejthe”, l’assassina di vergini… Durante la sua vita mortale, torturò a molte seicentocinquanta vergini e fece il bagno nel loro sangue; senza dubbio la cifra sarà aumentata di dieci volte da quando è passata nella Morte Vivente. Non puoi credere a nulla di ciò che dice!».

«Sei un bugiardo!», replicai, poi mi meravigliai in silenzio per la mia stessa audacia. Non avevo mai osato parlargli così; sapevo che avrebbe significato la mia rovina, poiché avevo sempre creduto che soltanto lui controllasse la mia vita e la mia morte. Ma sapevo anche che, alla fine, io ero più forte di lui. Se mi avesse colpito in quel momento, lo avrei ucciso.

Una tale libertà! Risi, ubriaca del potere di non avere paura.

Infatti lui mosse il braccio per colpire, ma si fermò all’improvviso a mezz’aria davanti al mio viso, ostacolato da una forza invisibile (ah, Elisabeth, mia potente salvatrice!). I suoi occhi divennero rossi per la rabbia e aprì le labbra emettendo un basso ringhio lupesco, il viso contorto come una maschera di Medusa.

«Stai lontana da lei, Zsuzsanna! Stalle lontana, o sarò costretto a vendicarmi!».

Non dissi nulla, lo guardai soltanto girare sui tacchi e uscire come una furia, sbattendo la porta dietro di sé con tale forza che essa vibrò per parecchi secondi.

Dunya si avvicinò per starmi vicino; penso che fosse rimasta nascosta dietro di me per tutto il tempo, in preda alla paura. Mi mise una mano leggera sulla spalla e bisbigliò:

«Doamna. Pensate che possa veramente farci del male se vediamo ancora Elisabeth? Lei è così gentile…».

Di nuovo le feci scivolare un braccio intorno alla vita, ma fissai davanti a me la porta di legno che vibrava.

«Che vada all’Inferno!», dissi lentamente. «Che vada all’Inferno!».

Capitolo quarto

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

5 maggio 1893. Mi svegliai da un dolce sogno al suono della voce della mia cara madre morta che chiamava piano:

Svegliati, Zsuzsanna. Svegliati, bambina: è quasi mezzogiorno…

Aprii gli occhi, non sul viso stanco di mia madre, ma sul volto delizioso e giovane di Elisabeth. Questa volta indossava un grazioso vestito di tessuto moiré color crema, con uno stretto collo alto di merletto rigido che le incorniciava un décolleté più audace.

Sorrisi al vederla, ma poi la mia espressione si mutò in stupefatto timore nel realizzare che dietro di lei una gialla lama di luce solare entrava attraverso la finestra senza imposte.

E non mi arrecava dolore, né mi sentivo, in nessun modo, indebolita da essa.

Queste rivelazioni mi fecero spalancare gli occhi ancora di più, ed emersi ancora una volta dal mio lugubre luogo di riposo con un salto, affrettandomi alla finestra per guardare, senza chiudere gli occhi, la bella giornata. Sopra, in un cielo blu intenso, il sole splendeva.

«È mezzogiorno», gridai, e girai su me stessa, a bocca aperta ma sorridente, fissando Elisabeth con lacrime di gratitudine. «Com’è possibile?».

Lei mi restituì il sorriso e, invece di rispondere alla domanda che le avevo posto, disse:

«Mi vuoi accompagnare a prendere un po’ d’aria fresca?». Alla mia esitazione, aggiunse: «Vlad sta dormendo, come sai. Mi sono assicurata che non senta niente. Ora ci potremo incontrare solo durante il giorno — ogni giorno, se vuoi — e lui non lo saprà mai».

Le credetti piena di felicità, poiché ricordai che la notte prima lui non aveva percepito la mia bellezza. In risposta le afferrai il braccio, e insieme corremmo ridendo giù per la scala chiocciola attraverso il grande ingresso, uscendo poi dalla grande porta chiodata nella meravigliosa aria aperta.

Sui gradini Elisabeth rallentò e lasciò andare la mia mano. Io scesi correndo fino a terra e mi tolsi le scarpe. Nell’istante in cui i miei piedi nudi toccarono la soffice erba fresca, non riuscii più a resistere: aprii le braccia come delle ali e girai in cerchio come un bambino eccitato che sia rimasto al chiuso per un lungo inverno desolato.

Una primavera così inebriante! I susini in fiore profumavano, e gli ampi prati erano disseminati di fiori selvatici: campanule, papaveri rossi, margherite, alisso della neve. L’aria risuonava degli allegri richiami degli uccelli: allodole e pettirossi, e non del canto malinconico dell’usignolo, né del grido lugubre del gufo, l’unico canto di uccello che io abbia udito per mezzo secolo.

Mentre giravo su me stessa in gioioso delirio, chiusi gli occhi e alzai il viso al cielo… al sole, la cui calda e carezzevole luce sul mio volto mi sembrò, in quel momento, più deliziosa, più preziosa di qualunque cosa di cui io abbia fatto esperienza come immortale.

Quando infine caddi in preda alle vertigini, ridendo, sul terreno fresco accanto a una macchia di delicati fiori intricati, mi voltai sulla schiena per fissare le nuvole nel cielo turchese e gridai alla mia benefattrice:

«Elisabeth! Sei stata così buona con me! Mi hai restituito la bellezza, la forza… e ora mi hai restituito il mondo intero!».

Poiché era questo che sentivo: che ero stata confinata nella notte, vivendo solo metà dell’esistenza. E ora l’altra metà della vita mi era stata restituita.

«Posso fare qualcosa per te in cambio?»

«Puoi dividere con me il giovane ospite».

«Un ospite?».

Mi misi subito a sedere, premendo le dita dietro di me, sull’erba, nel terreno umido, e la fissai. Si era seduta su un gradino, incurante delle convenienze come un ragazzino, con le ginocchia aperte, un gomito poggiato sopra una di esse, e il mento sorretto dal palmo della mano.

Accarezzata dalla brezza calda, la lucente gonna color crema ondeggiava sulla pietra sporca, ma la persona che la indossava apparentemente non aveva paura che si sporcasse. La sua espressione denunciava che non condivideva il mio selvaggio entusiasmo per lo scenario; per lei, era qualcosa di normale. Quello che la divertiva era la mia gioia, poiché il suo sguardo era fisso solo su di me, e sorrideva con il sorriso leggero, divertito, di una padrona che guarda il suo cagnolino fare le capriole spensierato.

Percepii tutto questo un istante prima di domandare: «Quando è arrivato un ospite?». Quel pensiero mi provocava un brivido di desiderio e la consapevolezza di essere, in effetti, affamata, molto affamata.

«Ieri sera».

«E come è possibile che non lo abbiamo udito?».

Elisabeth sospirò.

«È colpa mia, temo. Vlad deve averci fatto un incantesimo, in modo che non udissimo quando è arrivato con il suo ospite; confesso che, ieri sera, ero così inebriata dalla tua bellezza che la mia attenzione è venuta meno, altrimenti mi sarei accorta del suo pietoso tentativo di stregoneria, e lo avrei neutralizzato immediatamente. Comunque, un ospite c’è, mia cara: ora sta russando nella sua camera. Ho udito il rumore e sono andata a investigare. È piuttosto attraente, e molto sano e forte. Lo andiamo a trovare?». Il suo tono divenne malizioso e intrigante. «Vedo appetito nei tuoi occhi, Zsuzsanna».

Il mio desiderio combatteva con la paura.

«Vlad non lo permetterebbe mai! Mi distruggerebbe se trovasse il mio segno sul collo del suo ospite!».

«Allora non lo troverà. Comunque, non gli permetterei di farti del male».

«Com’è possibile?».

Fece un gesto compiaciuto verso di me in mezzo a quella gloria primaverile.

«Come può essere possibile questo? Tutte le cose lo sono, mia cara, se hai fiducia in me».

Tirai un lungo sospiro di desiderio mentre mi alzavo in piedi.

«Allora andiamo subito a salutale il nostro giovane ospite!».

Presi le mie scarpe e corsi a piedi nudi su per i gradini dove lei, in piedi, mi aspettava. Ci prendemmo sottobraccio e, ridendo come ragazzine in vena di scherzi, attraversammo di nuovo correndo il grande ingresso, poi salimmo diverse scale a chiocciola finché arrivammo davanti a una porta di legno scolpito che conduceva in una delle camere degli ospiti.

Elisabeth aveva ragione: dall’interno veniva il suono di un russare stenoroso, così forte che fui sorpresa per il fatto che la pesante porta non vibrasse. Mi misi una mano sulla bocca per reprimere una risata e, quando riuscii a parlare, bisbigliai alla mia compagna:

«Poverina sua moglie!».

«Non occorre che parli sottovoce», rispose lei, con voce normale. «Come puoi sentire, sta dormendo profondamente». E, detto ciò, entrambe ridemmo piano mentre lei apriva la porta. «È tuo, mia cara; prendilo come vuoi. Io guarderò e mi divertirò un po’ in seguito. Soltanto un avvertimento: lascialo vivo e abbastanza forte, così che né lui né Vlad potranno accorgersi del cambiamento. Io farò in modo che non vi siano ferite: tu devi fare in modo che non sia tanto pallido da destare sospetti».

Se avessi pensato lucidamente, le avrei chiesto perché non poteva occuparsi anche del problema del suo colorito, se poteva far sì che la ferita guarisse immediatamente. In quel momento ero troppo incuriosita da quale potesse essere il suo “divertimento”… ma poi, all’istante, ogni pensiero fu cancellato quando il mio naso percepì l’odore del gentiluomo.

Sentii l’odore del sangue caldo e della pelle, mascherato dall’odore del sudore di due o tre giorni. Anche Elisabeth dovette sentirlo, poiché mi bisbigliò:

«Ovviamente ha viaggiato per un po’», e si strinse il naso.

Puzzolente o meno, il giovanotto disteso sul dorso, con le braccia e le gambe aperte come a imitare l’uomo nudo di Leonardo da Vinci, era una bella vista… se non si badava alla sua bocca aperta e sbavante, e al modo in cui sputacchiava ogni volta che russava facendo tremare i vetri.

Ma, che russasse o no, aveva ordinatamente appeso un vestito di lana e un cappello su una sedia vicina; la loro qualità indicava che il proprietario era un giovanotto promettente, anche se trascurato. E anche lui era di una qualità sufficiente a soddisfarmi, poiché le sue braccia scoperte (stese sopra le coperte a un angolo di novanta gradi con il torso) e la parte superiore del petto, erano forti e abbastanza muscolose, né troppo grasse né troppo magre. I suoi riccioli castani si addicevano perfettamente al suo viso, che aveva guance rosate leggermente paffute e un breve naso all’insti; in generale, l’impressione era quella di un uomo i cui lineamenti da ragazzo lo avrebbero sempre fatto apparire cinque anni più giovane della sua vera età.

«Ha bisogno di un bagno», bisbigliò Elisabeth ma, in verità, a me non importava. La mia fame e il mio desiderio di premere le labbra sulla gola dell’uomo erano così grandi — anche se, prima, avrei preferito approfittale di altri attributi, in modo che il suo sangue potesse avere un gusto più dolce — che non mi sarebbe importato se avesse sguazzato nel letame fresco.

Infatti, notai appena quando Elisabeth si allontanò, e non me ne preoccupai. La mia attenzione era rivolta all’uomo e, lentamente, delicatamente, in modo da non svegliarlo, allontanai le lenzuola e le coperte dal suo petto. Indossava una semplice camicia da notte bianca, ma aveva lasciato i tre bottoni superiori sbottonati, cosicché essa restava aperta rivelando un altro po’ del petto e il fitto e riccio pelo castano.

Facendo attenzione, tirai giù le lenzuola verso i suoi piedi, per rivelare altre delizie… infatti la camicia da notte era salita e si era arrotolata, lasciandolo scoperto e mostrando un altro ciuffo di peli castani… da cui emergeva un membro innegabilmente eretto.

Ora, a lungo io mi sono creduta dannata e, ben presto, nella mia vita immortale, giurai che non mi sarei negata alcun piacere, anche nel caso che avessi dovuto essere distrutta e avessi dovuto sopportare le eterne agonie dell’Inferno. Avevo vissuto come una zitella zoppa, chiusa in casa, destinata a non fare mai esperienza delle attenzioni di un amante. Molto presto, dopo il mio Cambiamento, scoprii il più meraviglioso dei segreti: che il sangue dell’uomo nel momento dell’estasi dei sensi ha un sapore più celestiale di qualsiasi nettare, e che il mio dargli piacere accresce di dieci volte la mia stessa estasi (in conseguenza dell’atto e del bere il suo sangue trasformato).

Così strisciai accanto a lui sul letto, usando la mia capacità di ipnotizzare per impedirgli di svegliarsi. Lo volevo prendere subito, prima che Elisabeth ritornasse, poiché la verità era che, stranamente, provavo vergogna a fallo davanti a lei. Ciò non mi aveva mai trattenuto prima — non ero mai stata timida di fronte a Vlad, o a Dunya, o al mio povero fratello — e, a volte, avevo fatto l’amore con due o tre uomini alla volta. Ma, nel caso di Elisabeth, mi sentivo stranamente colpevole… come se le fossi, in un certo senso, infedele.

Ma, prima che potessi alzarmi la gonna e avvicinarmi alla mia amata vittima, Elisabeth ritornò di corsa nella stanza.

«Vieni, portalo!», bisbigliò gesticolando, con gli occhi di zaffiro che le brillavano per la voglia. «Dorka sta preparando un bagno».

«Non c’è bisogno di bisbigliare», le dissi. «È in trance».

Aprii la bocca per dirle che non credevo di avere la pazienza di aspettare che lui facesse il bagno; a quel punto, ero decisa a bere semplicemente il suo sangue. Ma, prima che potessi parlare, lei mi interruppe:

«Peccato!». Il suo viso si atteggiò a un sorriso malizioso. «Prima divertiamoci un po’ con lui, vuoi?».

Lei fissava semplicemente l’uomo, e inchinò il mento verso di lui, che si lamentò e, subito, si mosse; immediatamente, balzai fuori dal letto.

Lui aprì gli occhi — erano occhi gentili, castano chiaro — e, per un momento, non riuscì evidentemente a ricordare dove fosse. Ma poi la memoria gli tornò, ed emerse completamente dal sonno; a quel punto, il suo sguardo cadde su di noi — due donne — e si mise seduto di scatto. Dapprima quei gentili occhi castani espressero grande sorpresa alla vista di due sconosciute nella sua camera, ma poi abbassò lo sguardo alle sue parti intime, e quella sorpresa si trasformò in uno sgomento così intenso e pietoso che io temetti di scoppiare in una risata divertita.

«Mio Dio!», esclamò con un educato tono baritonale inglese e, muovendosi veloce come un morto vivente, si tirò le coperte fino al mento e le tenne lì, con gli occhi sgranati, il viso e le orecchie di un incredibile rosso. «Signore, mi avete sorpreso in una condizione terrìbile.

Non ne potei più; mi misi le mani sulla bocca ridendo piano. Prima che riuscissi a riprendermi per rispondere, Elisabeth disse, in eccellente inglese (cosa che non mi avrebbe dovuto sorprendere più della sua scioltezza con il rumeno, poiché gli ungheresi mortali, di solito, hanno la padronanza di dieci o venti lingue, prima ancora di diventare adulti):

«Le nostre scuse, signore, per l’intrusione!». E fece una profonda riverenza, con l’espressione tanto solenne quanto la mia era divertita. «Abbiamo cercato di svegliarvi bussando e non ci siamo riuscite. Il padrone», e a questo punto le gettai uno sguardo stupefatto e divertito che ignorò del tutto, «ci diede, ieri, ordini severi per portarvi a fare il bagno, non più tardi dell’una di questo pomeriggio, e di fare in modo che ne siate soddisfatto. Sono venuta a dirvi che tutto è pronto. L’acqua non resterà calda a lungo. Vorreste gentilmente venire con me, signore?».

Lui esitò, spostando lo sguardo da me a Elisabeth, improbabili cameriere tutte e due: io con i miei capelli scuri sciolti che mi scendevano fino alla vita, nel mio grigio vestito viennese di seta lavata, vecchio di vent’anni e logoro fino a essere quasi a brandelli, ed Elisabeth nel suo bel vestito color crema.

Ed entrambe di una bellezza ultraterrena!

Vidi che era sul punto di rifiutare, ma Elisabeth si accorse della sua riluttanza e disse subito:

«Per favore, buon signore! Il nostro padrone è severo e soggetto a scoppi d’ira; se scopre che avete rifiutato, sicuramente ci batterà a sangue».

Questo gli fece socchiudere gli occhi e balbettare, cercando disperatamente una scusa appropriata; ma tutto ciò a cui poté pensare fu:

«Che barbaro!».

Allora Elisabeth si fece più audace e lo tirò gentilmente per la manica di lana, con la voce turbata da finto terrore (mentre io mi mordevo entrambe le labbra e lottavo per mantenere un’espressione sobria; mi stava diventando più facile, poiché il mio divertimento veniva rapidamente sopraffatto dalla fame).

«Per favore, signore. Venite con me!».

Lo sconforto dell’uomo era completo, ma la gentilezza riflessa nei suoi occhi ebbe la meglio.

«Benissimo, signorina», disse. «Ma, per favore, aspettate fuori dalla porta finché non avrò preso la mia giacca da casa».

Lei accondiscese, ed entrambe ci ritirammo per consentire all’uomo la sua privacy ma, dietro la porta chiusa, ci abbracciammo e poggiammo la testa l’una sulle spalle dell’altra ridendo sommessamente.

Di lì a poco, udimmo lo sconosciuto avvicinarsi alla porta; prima che l’aprisse, eravamo di nuovo due serve dalla faccia impassibile. Ora era vestito con dignità, con pantaloni lunghi, pantofole di pelle, la giacca da casa di lana dal collo di velluto nero, e una cintura di velluto in vita. I suoi riccioli castani erano bagnati e pettinati ordinatamente, ma le guance erano ancora ben colorite mentre diceva a Elisabeth e a me:

«Benissimo, signore. Conducetemi al bagno».

Così facemmo, camminando in silenzio verso le stanze di Elisabeth, finché il nostro compagno parlò.

«Devo confessarvi, signore… che voi non siete vestite come delle cameriere».

Nell’udire ciò io sorrisi, ma Elisabeth disse molto seriamente:

«Dovete sapere, signore, che il nostro padrone sa essere, a volte, molto crudele, ma anche molto generoso».

Dovetti di nuovo reprimere una risata.

Il gentiluomo accettò la spiegazione con un cenno del capo, e noi continuammo senza più parlare fino a che arrivammo nella stanza di Elisabeth.

Dorka attendeva all’interno con parecchi grandi teli da bagno sulle braccia e disse alla sua padrona in ungherese:

«Ho preparato il bagno».

Elisabeth annuì mentre prendeva degli asciugamani, poi si voltò per fare un cenno all’ospite.

«Qui dentro, prego, signore».

Lui ci seguì con un’espressione di crescente imbarazzo e, quando arrivammo all’interno della camera da letto — nel cui centro attendeva una vasca di ferro rotonda con i piedi a forma di artiglio, piena di acqua fumante — ci disse di fermarci.

«Signore, vi ringrazio per il vostro aiuto. Ciò sarà sufficiente, grazie».

E fece un cenno per congedarci.

Elisabeth lo guardò, colpita.

«Ma signore… se io non eseguo esattamente gli ordini del mio padrone… lui ci ha detto di assicurarci che voi siate soddisfatto».

Con malvagio divertimento, raccolsi il suo suggerimento e mi avvicinai a lui; con una sola tirala, sciolsi la cintura della sua giacca da camera, che si aprì rivelando la lunga camicia da notte infilata nei pantaloni.

Tutti gli uomini di questa epoca sono così puritani? Lui si ribellò richiudendosi la giacca e disse con stizza:

«Beh! Questo è molto sconveniente, e io sono fidanzato!».

Poi Elisabeth entrò e, incurante delle sue indignate proteste, gli tolse la giacca nell’istante in cui io gliela aprivo di nuovo. L’inglese, senza giacca, lottò per liberarsi, ma noi eravamo più forti e lo tenemmo saldamente.

«Non siate così pudico, signore!», gli disse Elisabeth, con una tale sincerità che io fui quasi convinta che fosse una serva che agiva per ordine di Vlad. «È l’usanza del nostro paese che le donne assistano gli uomini nel fare il bagno».

E, mentre lei gli teneva ferme le braccia da dietro, e lui si lamentava piano per lo sgomento, io m’inginocchiai, gli sbottonai i pantaloni, e glieli tolsi. Sotto c’era un paio di mutandoni da uomo di seta, lunghi fino al ginocchio. Rapidamente glieli sfilai, mentre l’inglese gridava dall’orrore; poi vennero via le pantofole di pelle, una alla volta.

Mi restava un’ultima sfida: la lunga camicia da notte. Elisabeth liberò dapprima un braccio, poi l’altro, mentre io, con rapidità, gli sfilavo la camicia da notte dal viso ora color melanzana, rivelando finalmente la sua nudità. Subito, lui si chinò su se stesso per l’imbarazzo e lo sgomento in un patetico tentativo di nascondere il suo corpo alla nostra vista; se le sue mani fossero state libere, senza dubbio si sarebbe coperto le parti intime.

Elisabeth fece schioccare la lingua in segno di disapprovazione e mi si rivolse in rumeno. «Questi vittoriani… troppo vestiti! Non è salutare». All’ospite, disse poi in inglese: «Nella vasca, signore!».

Lui non si mosse per obbedire e così, sempre tenendogli le braccia dietro alla schiena, lei lo sollevò e lo depose nell’acqua fumante.

Lui vi entrò con un breve grido per il caldo bruciante e rimase sulle prime in punta di piedi, nell’acqua che gli arrivava alle cosce. Ma presto la decenza vinse la paura e, emettendo un gemito, si rannicchiò nella vasca. Subito l’acqua coprì tutto tranne la testa e il collo; questi erano velati dal vapore che si alzava. Si portò quindi sul lato vicino a noi che, in effetti, nascondeva il resto di lui alla nostra vista.

Dal bordo della vasca, Elisabeth prese una saponetta — fine sapone francese, fragrante di profumo — e, con aria severa, gliela porse.

«Lavatevi, signore», gli disse.

Sempre rannicchiato, lui stese un braccio gocciolante e la prese. Seguì un divertente momento di indecisione, in cui la sua espressione comunicò ogni suo pensiero: come avrebbe dovuto portare a termine quel compito davanti a quegli sguardi femminili? Il buon senso indicava che si doveva alzare per fare un migliore uso del sapone ma, ancora una volta, la pudicizia prevalse. Rimase rannicchiato nell’acqua fino al collo, e in questo modo si passò il sapone dappertutto.

«Ho finito», annuncio. «Vorrei un telo da bagno».

«Non ha finito del tutto», gli dissi, mentre cominciavo a slegare il mio corsetto. La seta grigia si aprì rivelando i miei seni bianchi… non costretti dalla biancheria vittoriana.

Lui trattenne il respiro e distolse doverosamente gli occhi, da gentiluomo, con un’espressione tra l’orrore e il desiderio nascosto. Quando la seta cadde frusciando sulla pietra e io avanzai verso di lui nella mia nuda gloria, più bella di qualunque visione di Venere emergente dal mare, lui mi guardò furtivamente con la coda dell’occhio.

Entrai nella grande vasca di ferro e mi inginocchiai accanto a lui, con il liquido che mi toccava i capelli color indaco lunghi fino alla vita e li faceva galleggiare come alghe che si muovono pigramente. Sotto l’acqua che si muoveva, la mia pelle luccicava di un bianco fosforescente accanto alla sua pelle più scura e grigia. Il calore era delizioso.

Dietro di me udii la voce di Elisabeth, nella quale ora vibrava un’innegabile eccitazione e seppi, allora, che sarei stata capace di fare ciò che desideravo alla sua presenza, senza vergogna.

«Non vi allarmate, signore», disse. «È solo la nostra usanza lasciare che le donne facciano il bagno dopo gli uomini. È considerato del tutto normale…».

Ma l’inglese si alzò accanto al bordo della vasca con le ginocchia e i fianchi premuti contro il ferro caldo, e le dita aggrappate al bordo.

«Per favore, signorina… un telo da bagno! Mi sento piuttosto a disagio poiché, nel mio paese, l’usanza è del tutto diversa».

Mi avvicinai finché le nostre gambe si toccarono; lui si ritrasse subito, spruzzando acqua dappertutto, disperato. Seppi, in quel momento, che la sua decisione di essere fedele alla sua fidanzata era, sfortunatamente, sincera e sorretta da una grande determinazione, così allungai una mano gocciolante e voltai il suo ispido mento verso di me.

La sua volontà era forte, ma non in modo eccessivo; nell’istante in cui il suo sguardo incontrò il mio, cadde sotto il mio incantesimo e sospirò, felice di essere liberato da ogni ingombrante inibizione.

«Siete la creatura più squisitamente bella che abbia mai visto», bisbigliò, e allungò la mano verso di me.

Ci baciammo, unendo le nostre labbra febbrilmente, lui con passione tale da eguagliare la mia, come se anche a lui fosse stata negata l’esperienza dell’amore per due decenni. Pensai che sarei diventata pazza, tanto grande era il mio desiderio per il suo corpo e il suo sangue: i miei baci affamati divennero presto dei piccoli e rapidi morsi sul suo collo e sulle spalle. Si alzò gemendo, e mi sollevò insieme a lui in modo che i suoi baci potessero scendere verso il basso, dal viso al collo, ai seni…

Allora indietreggiai, con suo sgomento (poiché tentava di afferrarmi disperato), e mi appoggiai contro il lato della vasca, chiamandolo perché venisse da me. Così fece e, anche sotto la trance, fece trasparire una temporanea confusione su ciò che, con precisione, doveva accadere poi: il mio inglese sembrava fosse vergine. Ma, quando si avvicinò, mi raddrizzai per sedermi sul bordo della vasca e circondai con le mie ginocchia i suoi fianchi.

Intenta a mostrargli come fare, mi ero del tutto dimenticata della presenza di Elisabeth finché lei non apparve accanto a noi: ora splendidamente nuda e più gloriosa di me. Mi trovai a fissare nel profondo dei suoi occhi blu elettrici, semplicemente attonita per la sua bellezza. Per quanto fossi occupata dal nostro ospite, fui ancora più presa dalla sua pelle nuda, luccicante come neve fresca nella luce del sole. E, lo confesso, dai suoi seni… grandi e pieni, ma sodi come quelli di una ragazza giovane, con il loro latteo biancore coronato da capezzoli di un rosa delicato come un cammeo.

Desiderai ardentemente allungare una mano e toccarli, ma ero così sorpresa nello scoprirmi a desiderare una donna, che mi trattenni e, invece, la guardai mentre aiutava l’inglese nei suoi sforzi di esplorare nuovi territori.

Mentre, con le dita che lo tenevano saldamente, lo guidava verso di me, io inclinai le anche per permettergli di entrare; nell’istante in cui ciò accadde, lui ansimò di gioia stupefatta. Era il suono puramente grato di chi, infine, sa: «Ah, allora è questo ciò che mi è stato tanto a lungo negato!».

Cominciò a spingere… selvaggiamente, con insistenza, pieno di un tale intollerabile desiderio che non riusciva a trattenersi; anch’io non riuscii a resistere e mi aggrappai a lui disperatamente, gridando a ogni movimento. Nel mio delirio, ero solo vagamente cosciente del braccio di Elisabeth tra di noi, con il pollice e l’indice che, formando uno stretto anello, stringevano alla base il membro di lui, in modo che la sua crescente rigidità potesse garantire al mio amante e a me maggiore piacere.

Ma troppo presto, troppo presto, lui si inarcò contro di me gridando, mentre io venivo invasa da un calore interno. In quell’istante, il mio urgente desiderio lasciò il passo a una fame ancora più urgente: lo morsi selvaggiamente nella pelle calda e umida, alla giuntura tra collo e spalle, e bevvi il sangue più dolce, più delizioso che abbia mai bevuto, poiché il gusto era esaltato dall’intensa estasi virginale dell’inglese e dal mio stesso affamato desiderio.

Lui si lamentò, inarcandosi ora per il suo piacere di vittima; ricevere il Bacio Oscuro è, infatti, un piacere infinitamente sensuale.

«Fallo a pezzi!», gridò Elisabeth accanto a me. «Fallo a pezzi, fallo sanguinare… Vlad non lo saprà!».

Lo lacerai con i denti ben conficcati nella sua carne (facendo attenzione a stare lontano dal collo, per non ucciderlo inavvertitamente), scuotendo la testa come fa un cane quando ha preso un topo.

Il mio amante gemette di nuovo, poiché il dolore, adesso, era per lui gioia. Forte e scuro sangue mi sporcò le guance, le palpebre, il petto e le mani: bevvi! Bevvi finché fui ebbra, finché fui cieca, finché dimenticai del tutto me stessa e ciò che mi circondava, sorda a tutto tranne che al lento pulsare del cuore dell’inglese.

Avrei continuato incurante finché il battito del suo cuore fosse cessato, ma delle forti braccia mi tirarono via. Alzai gli occhi, abbagliata come un gufo al chiarore di una lanterna, e vidi Elisabeth che afferrava l’uomo mentre questi cadeva, sollevandolo dall’acqua e deponendolo su un telo di lino aperto sul pavimento.

Bella Elisabeth, con il viso coperto di sangue inglese.

Nessun angelo, nessuna dea, potrebbe osare aspirare a una tale bellezza. E poi mi mise quelle sue forti braccia intorno alle spalle, sotto le ginocchia, e mi sollevò dall’acqua tinta di rosso. Mi afferrai ai suo collo: Psycho salvata da Eros.

E, quando mi ebbe deposto accanto al mio amante con infinita gentilezza e mi ebbe porto un telo, si chinò tra me e la mia vittima svenuta e con trasporto strofinò le sue guance, la lingua, i seni e il ventre contro la ferita di lui, coprendosi di sangue. Poi infilò le dita nelle ferite e allungò le mani gocciolanti, per dipingermi le labbra sorridenti, il ventre, i seni. Si avvicinò a questi ultimi con grande delicatezza e il tocco di una piuma, avanzando lentamente a spirale verso l’interno dall’esterno di ogni seno, fino a raggiungere il suo centro. Lì indugiò, tracciando cerchi sempre più piccoli e più interni finché io non resistetti più e rabbrividii per la piacevole attesa, con le gambe che si agitavano contro la pietra fredda come se desiderassero fuggire.

Ma il mio cuore non me lo permise.

Ero già una felice prigioniera, anche prima che Elisabeth si chinasse per abbracciarmi. Ero satolla di sangue, languida ed elettrizzata per l’eccitazione di nutrirmi. Ma, quando lei premette la bocca contro la mia e sentii la sua lingua lavorare con forza contro le mie labbra, assaporando lì il sangue, compresi che la mia fame era stata placata… ma non il mio desiderio fisico.

Era la trasgressione del nostro amore che mi riempiva di un fuoco più caldo di quello che avessi mai conosciuto? Mi protesi per premere un palmo contro la sua schiena, e l’altro contro la sua nuca, quindi la tirai verso di me. Fu in quel momento che ebbi un’altra rivelazione: oggi, per la prima volta nei miei ottant’anni di esistenza, avevo fatto esperienza dell’amore nel vero senso della parola… carne calda contro carne calda.

Lei mi baciò il viso, i seni, il ventre, usando la lingua per pulire ogni parte con grazia sensuale e consapevole. Poi si alzò e si avvicinò nuovamente alla ferita dell’inglese; ancora una volta, intinse le dita nel suo sangue.

Gridai piano quando lei (le mani mi tremano talmente al ricordo, che posso appena scrivere) mise quelle dita insanguinate tra le mie gambe e ripulì il sangue nel posto dove l’inglese era stato poco prima. Poi con quelle dita penetrò dentro di me e si chinò di nuovo per leccarmi via il sangue.

Ricordo poco altro tranne l’istante in cui caddi fuori dal mondo in quel grande e glorioso abisso di piacere, talmente poco consapevole delle mie urla che sembrava come se le avesse emesse qualcun altro.

Ma mentre giacevo con gli occhi chiusi, disfatta dal piacere, udii le sensuali grida di qualcun altro: era Elisabeth, la mia cara Elisabeth, che giaceva accanto a me. La accarezzai allontanandole i riccioli bagnati dalla fronte finché si riprese e aprì gli occhi blu per sorridermi.

Mi chinai e la baciai teneramente. Poi intrecciammo le braccia e restammo abbracciate a lungo in silenzio.

Finalmente ho ciò che Vlad mi promise tanto tempo fa ma che non mi ha dato mai: un amore eterno.

Quando infine ci alzammo, abbassai lo sguardo sull’inglese addormentato e vidi che le ferite inflitte sulle sue spalle erano completamente guarite.

Elisabeth mi condusse nel salotto, dove vi erano una mezza dozzina di grossi bauli accanto a un’altra mezza dozzina di valige, e ne aprì una. Per sé prese una stupefacente vestaglia giallo pallido bordata di un ampio merletto; per me, una vestaglia di raso blu elettrico bordata di velluto nero. Insieme ritornammo nelle mie stanze. Nell’aprire la porta mi fermai ed esclamai sgomenta:

«E Dunya? Abbiamo dimenticato la povera Dunya!».

Elisabeth mi diede dei colpetti sulla spalla, con fare rassicurante.

«Avrà molte più possibilità: finché sono qui, non può morire di fame, dimenticata, a prescindere da quello che Vlad potrebbe fare, ma per ora, mia cara, è meglio che nessun altro sappia dei nostri incontri segreti».

Sospirai con riluttante sottomissione sebbene, in effetti, considerassi estremamente egoista negare alla mia fedele serva la possibilità di nutrirsi.

Al vedere l’infelicità nei miei occhi che tenevo bassi, Elisabeth mi mise un dito sotto il mento e lo sollevò teneramente finché i nostri sguardi si incontrarono.

«Ora vai a riposarti», disse per consolarmi, «e, quando verrà la notte, ti alzerai ancora in modo che Vlad non sospetti. Dubito che ci permetterà di incontrarci, ma ti prometto che farò tutto il possibile per convincerlo che tu e Dunya dovete nutrirvi. E, se sarà d’accordo, allora tu potrai darle tutta la tua cena».

Fermandosi, mi sfiorò le labbra con il più leggero dei baci.

«In quanto a te, mia cara… domani, se ti fa piacere, guarderemo il sorgere del sole insieme».

Il pensiero mi rallegrò talmente che gridai:

«Oh, Elisabeth! Ti amerò per sempre!».

E, nell’udire ciò, lei sorrise.

9 maggio 1893. Ancora una volta, mi sono svegliata al suono della voce di Elisabeth e alla vista del suo splendido viso.

Ricordo a malapena la notte scorsa, tranne che fui troppo felice nel vedere che, come Elisabeth aveva detto, Dunya sembrava e si sentiva ancora forte. Questo mi fu di conforto, poiché mi sentivo ancora in colpa per non averla invitata a nutrirsi ieri.

Ah, ma poi ricordai il mezzogiorno di ieri — e lo ricordo ora — e ogni volta che lo faccio, arrossisco. La notte scorsa non ho visto Elisabeth; sospetto che Vlad abbia voluto tenerla con sé per mancanza di fiducia e, per amor mio, lei non ha voluto disobbedire al suo ordine di evitale la mia compagnia.

È bene anche che non l’abbia vista allora; poiché, persino in presenza di Vlad, non sarei stata in grado di controllare la mia gioia alla vista di lei.

«Mia cara», disse Elisabeth piano, e allungò la mano nella bara per accarezzarmi la fronte e una guancia, teneramente, così come una madre accarezzerebbe un figlio. «Mi addolora così tanto vederti dormire in questo… questo aggeggio! I limiti di Vlad non sono i tuoi, sebbene lui possa volere che tu lo creda. Non vuoi stare nel mio letto?»

«Farò qualunque cosa ti faccia piacere».

Le presi quindi la mano che aveva poggiato sulla mia guancia e la baciai.

«Sarò molto contenta di averti con me».

La sua frase mi fece piacere ma, in verità, non l’ascoltai che con metà della mia attenzione, poiché stavo guardando oltre lei, la finestra aperta, e vi vedevo i primi rosei raggi dell’alba che filtravano attraverso nuvole grigio-perla.

Ansiosa come un bambino, mi voltai verso di lei.

«Possiamo uscire? Adesso? Voglio vedere l’alba!», dissi.

«Sta piovigginando, temo e, da un momento all’altro, comincerà a piovere più forte».

Si toccò con una mano i riccioli d’oro attentamente acconciati come se la sola menzione del tempo potesse rovinarli.

«Non importa! Tu puoi restare qui: io voglio solo uscire e stare lì».

Alle prime tre parole, gettò indietro la testa e rise con indulgenza, poi continuò a sorridere finché non ebbi finito.

«Verrò con te, mia cara. Non avevo capito che ti sentissi così forte. Ma, se tu lo desideri, allora sarà fatto!».

Così le presi la mano e uscii dal mio macabro luogo di riposo: insieme camminammo lungo lo stesso percorso che avevamo preso il giorno precedente. Il suo vestito di seta gialla e il vestito di raso blu scuro che mi aveva dato, strusciavano piano contro il pavimento. Mentre camminavamo, lei si voltò verso di me con un’espressione di innegabile apprezzamento per il mio corpo, e disse:

«È veramente bello su di te, cara. Lo puoi tenere, e voglio che tu scelga qualcuno dei miei vestiti da indossare: Dorka potrà apportare le modifiche necessarie».

«Sei così gentile, Elisabeth!».

Mi sentivo letteralmente bruciare d’amore, come se il mio cuore fosse una grande fornace, finalmente accesa.

«E tu sei così bella, mia Zsuzsanna…».

Infine arrivammo alla grande porta di legno e ferro, e la spalancammo. Respirai immediatamente la fresca aria umida e mi meravigliai per la pioggerella che cadeva. Fuori c’era un paesaggio grigio, e un cielo coperto di nuvole.

È vero, fui delusa… per quanto bella potesse apparire la pioggerella, simile a diamanti luccicanti nella luce del sole. Anche così, ero contenta solo perché stavo all’aperto durante il giorno, e avanzai, volendo solo restare lì a sentire l’acqua fresca contro il viso, contro la pelle.

Ma, quando cercai di oltrepassare la soglia e correre lungo le scale, gridai per una delusione più profonda; infatti, per quanto provassi, non riuscivo ad andare oltre l’entrata, trattenuta da una forza invisibile.

Non potevo uscire. Sconvolta dalla disperazione, guardai Elisabeth in cerca d’aiuto.

Quello che vidi mi sorprese molto.

Anche lei stava sulla soglia e, pronunciata una veemente maledizione in ungherese, batté il piccolo piede calzato. Mentre guardavo, il bianco dei suoi occhi divenne scarlatto, rubino contro zaffiro, un contrasto stranamente accentuato dal pallore della sua pelle. È stata l’unica volta che l’ho vista con un aspetto sgradevole, e mi sorprese molto.

Indignata, si voltò per guardarmi in viso.

«Ci teme! E così è ricorso a questa pietosa magia…».

Indicò con disgusto la soglia.

Ma io nutrivo molta fede nelle sue capacità; se mi avesse ordinato di camminare sull’acqua, lo avrei fatto. Attesi che mi oltrepassasse, che uscisse audacemente all’esterno, permettendomi, poi, di fare lo stesso.

Non lo fece: rimase accanto a me sulla soglia, con l’espressione indignata. Non poteva uscire all’esterno, proprio come me. La mia delusione fu completa poiché, onestamente, l’avevo creduta onnipotente.

A causa dell’angolo della porta, non potevo vedere il sole innalzarsi nelle nuvole rosate, né la neve sulle lontane montagne; di entrambi, mi sarei dovuta accontentare guardando attraverso la finestra. Ma mi chinai più avanti che potei, distesi il braccio attraverso la porta, e voltai il palmo verso il cielo.

Lì sentii la pioggia dolce e leggera, fresca e gentile sul palmo voltato verso l’alto; le gocce caddero sul velluto nero — sul quale formarono delle perle — e sul raso blu scuro, che divennero più scuri. C’è qualcosa di consolante riguardo alla pioggia che cade durante il giorno, e qualcosa di lugubre se cade nel profondo della notte.

Infine, abbassai lentamente il braccio e mi voltai tristemente verso Elisabeth.

«Siamo in trappola», le dissi.

La sua espressione era di oltraggio mal represso, sebbene il rosso nei suoi occhi si fosse un po’ schiarito.

«Niente affatto!», esclamò.

«Allora, perché non possiamo uscire?».

Aggrottò la fronte, come se la mia domanda fosse stata altamente impertinente, e con esasperazione spiegò:

«Perché Vlad ci ha giocato un tiro inatteso. Non ti preoccupare, Zsuzsanna: presto lo sistemerò. Ma per ora, vieni. Divertiamoci in un altro modo».

Mi riportò nella stanza dell’inglese, da cui proveniva di nuovo il suono del russare. Elisabeth si voltò verso di me: sembrava una dea di panna vestita di seta color del sole, e allungò il braccio per seguire con leggerezza il profilo del mio colletto con la punta di un dito. Rabbrividii leggermente al suo tocco di piuma sulla pelle del collo e del seno, e immediatamente mi sentii eccitata.

«Oggi non è molto forte», disse, con un civettuolo cenno della testa e la lucentezza del puro desiderio negli occhi. «Ma forse ti piacerebbe una piccola bevuta…».

Volevo più lei che lui e stavo per dire: «No, andiamo nelle tue stanze e passiamo la giornata nel tuo letto», ma aveva già spalancato la porta ed era entrata.

La seguii con una riluttanza solo parziale; il pensiero di cenare di nuovo non mi era del tutto sgradevole, dato che il giorno precedente non ero stata in grado di bere a sazietà. Anche così, non ero affatto sopraffatta dalla fame. Così entrai senza fretta, ma con una leggera curiosità; chi era quell’inglese e com’era successo che fosse arrivato qui? Ovviamente, nelle notti che Vlad era andato a cacciare per noi, doveva essersi recato a Bistritz per impostare delle lettere per quell’uomo…

Invece di portarmi subito vicino al letto per approfittare della mia vittima addormentata, passai accanto all’armadio, dove un certo numero di lettere era ordinatamente sistemato in gruppi. Diedi un’occhiata alla prima, che era apparentemente un qualche documento legale, preparato da un certo Peter Hawkins, Esquire — e firmata dal “conte” V. Dracula.

«Bene!», dissi, con uno sguardo all’uomo che dormiva sotto il baldacchino… ancora una volta, le tende del letto erano state lasciate aperte. Non mi presi la pena di tenere la voce bassa, poiché Elisabeth mi aveva mostrato come impedire ad altri (incluso Vlad) di udirmi. «Il nostro giovane inglese è un avvocato impiegato da un uomo di nome Hawkins, e ha trattato affari legali per conto di un certo V. Dracula».

Gli occhi di Elisabeth si strinsero pensando a un intrigo; immediatamente, si allontanò dal letto per venirmi vicino. Mentre io frugavo in un gruppo di lettere, lei ne esaminò un altro, poi prese un piccolo diario rilegato in pelle e cominciò a leggere.

«Non so dire in che lingua o codice scriveva», disse, dopo un po’. «Ma ha scritto qui il suo nome: Harker. Jonathan Harker, Esquire».

La udii appena poiché avevo esaminato con maggiore attenzione il documento legale e il mucchio di corrispondenza. Fui colpita come Saulo sulla via di Damasco da un’abbagliante rivelazione e, allora, sentii i miei occhi ardere della stessa rossa furia che avevo visto in precedenza in quelli di Elisabeth.

Poiché compresi che quell’uomo non si trovava lì semplicemente come ospite per placare la sete di Vlad. No, era lì per uno scopo molto più sinistro: assistere Vlad nel suo trasferimento in Inghilterra.

Mezzo secolo fa, Vlad mi aveva giurato che mi avrebbe portata via da questo tetro paese verso un’eccitante vita a Londra. Soltanto le nostre difficoltà con mio fratello Arkady e suo figlio, il maledetto Van Helsing, ci hanno impedito di fuggire finora.

Adesso, finalmente, lui se ne andrà… mentre io dovrei restare qui a morire di fame? Per quale altra ragione mi ha impedito di lasciare il castello?

Mi voltai verso di lei, agitando il foglio che avevo in mano.

«Questo», sibilai, «è un documento che stabilisce la proprietà… di un bene che Vlad ha comperato in segreto!».

Smise di leggere il foglio che aveva in mano e mi guardò con un sopracciglio dorato a forma di V invertita, mentre sbirciava il documento che stringevo.

«Sembra Londra», disse pensierosa, restando calma nonostante la mia rabbia. «Purfleet è a Londra». E mi sottopose un altro foglio fumato, la fattura di vendita di un altro immobile. «Carfax. Anche questo è a Londra».

Sopraffatta dalla rabbia, mi sedetti con foga su una sedia di broccato sbiadito.

«Te ne ha parlato?».

Elisabeth si portò dietro di me e mi mise una mano sulle spalle per confortarmi.

Scossi la testa e lei sospirò.

«Mia cara Zsuzsanna… Penso che abbia intenzione di abbandonarti qui».

«Quel bastardo!», imprecai, adirata. «Ci vuole lasciare qui a morire di fame! Ci vuole distruggere: noi che lo abbiamo sempre aiutato!».

Si chinò accanto a me, con un’espressione di estrema compassione e mi abbracciò le ginocchia come per confortarmi.

«Zsuzsanna, ti giuro che non ci riuscirà! Ho aspettato per molto tempo che ciò si verificasse, e ho fatto dei piani».

«Allora perché sei venuta qui, se sapevi che ti avrebbe tradita?».

«Lui mi parlò di te nella sua lettera. Non sono venuta per aiutare lui: sono venuta per liberare te».

Nell’udire ciò, mi chinai e l’abbracciai, premendo il suo viso contro la mia spalla, e sentii calde lacrime pizzicarmi gli occhi.

«Mia dolce Elisabeth, sei stata così buona con me!».

Lei mi tenne stretta e io tenni stretta lei a tal punto che, quando ci allontanammo, entrambe dovemmo riprendere fiato.

«Lo sarò ancora di più», disse, con uno sguardo di infinita decisione. «Ti chiedo solo di avere fiducia in me».

«Non c’è bisogno di chiederlo. Ma cosa faremo? Non possiamo lasciare il castello».

«Aspetta, dolcezza. Aspetta soltanto. Quando verrà il momento giusto, ce ne andremo».

«Non posso aspettare!», gridai, e battei il tacco contro il pavimento come un bambino arrabbiato. «Perché non lo possiamo uccidere adesso? Tu sei così potente, Elisabeth! Perché non lo hai ancora distrutto e non ci hai liberato da questo castello?».

Sospirò e rimase ferma per un po’ fissando, oltre me, qualcosa di lontano, di invisibile. Infine, incontrò di nuovo il mio sguardo.

«Quando sarà passato un altro secolo, o forse due, Zsuzsanna, allora capirai. L’immortalità porta con sé un fardello inevitabile, quello dell’ennui. Mi dà piacere avere un nuovo passatempo: vendicare la tua sofferenza distruggendo Vlad.

Ma sarebbe troppo semplice distruggerlo ora, anche se, lo confesso, sarebbe difficile, perché il suo potere qui è più grande che altrove. E sarebbe troppo rapido: lui ti ha inflitto troppa sofferenza, sia in vita che nella Morte Vivente, per morire rapidamente, senza angoscia». Si raddrizzò all’improvviso piena di eccitazione. «Diamogli la caccia! Inseguiamolo fino a Londra e tormentiamolo là, mandiamo a monte i suoi piani. E, quando sarà del tutto confuso, solo allora riveleremo che siamo noi la fonte della sua disgrazia».

Mi afferrò per la vita e mi tirò vicino a sé, poi piantò sulle mie labbra un bacio appassionato.

«Permettimi di portarti a Londra, Zsuzsanna! Conquisteremo Vlad e la città. Ti vestirò dei rasi e delle sete più fini, e ti adornerò di gioielli: diventerai così bella che l’intero paese cadrà ai tuoi piedi e ti venererà».

Mi accarezzò quindi la guancia con la mano e mi guardò in modo così affettuoso che mi calmai.

In silenzio si alzò e mi fece fare altrettanto, poi mi condusse dal giovanotto. Mi faceva piacere, questa volta, che lui dormisse. In modo quanto mai delicato morsicai la pelle intatta della sua gola e bevvi con altrettanta delicatezza.

E quando, con le labbra sporche del sangue scuro di Mr. Harker, alzai il viso, accanto a me vi era Elisabeth… ansimante di lussuria, con gli occhi pieni di desiderio quanto quelli di qualsiasi uomo che vedesse la mia bellezza. Improvvisamente mi si avventò contro, mi stracciò il vestito, e mi leccò le labbra fino a pulirmele. Poi mise nuovamente le dita nella ferita di lui — piccola questa volta e non tanto sanguinante — e mi sporcò con il sangue i seni nudi.

Cedetti, ridendo mentre cadevo all’indietro sul letto, contro le gambe di Harker (che, a causa di ciò che avevo fatto, non si svegliò né si mosse). Lì le permisi di prendermi come aveva fatto prima, leccando il sangue e mettendone altro nelle zone più morbide finché caddi ancora, gridando, nel vuoto beato…

Feci lo stesso per lei, sebbene, lo confesso, non fosse del tutto di mio gusto. Né lei sembrò trarne piacere quanto me; chiaramente preferiva essere quella che dava piuttosto che ricevere e, quando la piccola ferita dell’inglese cessò di sanguinare, il suo desiderio sembrò venire meno. Ma io riuscii a portarla in uno stato di ebbrezza e, dopo di ciò, giacemmo arrossate e calde una nella braccia dell’altra sopra l’avvocato che russava.

«Ora», disse lei piano, «vieni con me nella mia stanza. Dirò a Dorka di aggiustare alcuni dei miei vestiti per te, affinché tu li possa indossare quando andremo a Londra. E, quando saremo là, ti comprerai tutti gli abiti e i gioielli che desideri, e poi ne comprerai altri ancora».

Andai con lei nelle sue stanze e provai un vestito dopo l’altro, guardandomi in uno specchio che teneva Dorka. Che piacere! I vestiti erano tutti nuovissimi, all’ultima moda, con una crinolina sul didietro e tutti di gran gusto (sebbene fossero leggermente troppo lunghi e troppo generosi nel petto e alla vita). Ora Dorka me li stava aggiustando.

Poi Elisabeth mi portò con sé nelle camere da letto, dove scivolai nuda tra le lenzuola di cotone più meravigliosamente fini che avessi mai visto, e mi tirai la grande trapunta, ricoperta di raso, fino al collo (ora capisco la ragione di tutti quei bauli: non vi sono lenzuola tanto eleganti in tutta la Romania! Si era portata la sua biancheria).

Lei mi si mise accanto, e io caddi ben presto in un sonno meraviglioso e gradevole.

Quando mi svegliai, era nuovamente il tramonto, ed Elisabeth se ne era andata, senza dubbio in compagnia di Vlad. Avevo dormito per la maggior parte del giorno, ma non ero dispiaciuta, poiché mi sentivo estremamente riposata. Così ritornai nelle camere che dividevo con Dunya — che avevo diviso con Dunya — e presi il mio diario e il mio ritratto che portai qui, nella stanza di Elisabeth. Non dormirò più nella bara.

Ora, mentre scrivo, accoccolata nel letto lussuoso e comodo di Elisabeth, i miei pensieri ritornano al tradimento di Vlad e all’insistenza di Elisabeth sul fatto che noi non dobbiamo danneggiarlo ora, ma seguirlo in Inghilterra. In verità, il pensiero di andare con lei a Londra — a Londra, finalmente! — mi eccita oltre ogni dire, e vendicarmi di Vlad con lei al mio fianco mi sembra dolce. Ma quanto tempo devo aspettare? Quanto?

Capitolo quinto

Il diario di Abraham Van Helsing

9 maggio. Gerda si agita di più, sia durante il giorno che durante la notte. Ho cambiato le mie abitudini per adattarmi a lei, che si alza appena dopo mezzogiorno invece che nell’ora che precede il tramonto. Con mia sorpresa, spesso è più ipnotizzabile durante il tardo pomeriggio ma, a volte, l’ora della sua vulnerabilità cambia. In alcuni giorni, non entra affatto in trance.

Oggi, quando mi sono alzato e ho aperto la porta della sua stanza (poverina, ora sono costretto a tenerla sotto chiave e incatenata, per evitare che Zsuzsanna, a distanza, le comandi di fare del male a se stessa o, Dio non voglia, a mamma), era sorprendentemente vivace.

Sedeva a gambe incrociate sul letto, con la lunga camicia da notte bianca raccolta con noncuranza intorno alle cosce, mentre gesticolava verso un invisibile visitatore e chiacchierava come una ragazzina a un immaginario tè. Non riuscii a decifrare cosa stesse dicendo, anche se la cadenza cantilenante e le sibilanti indicavano chiaramente che la lingua era rumeno, una lingua che lei non palla e della quale io ho una conoscenza limitata. Ma le parole non erano completamente formate, così che l’effetto era piuttosto come ascoltare un giovane pappagallo che abbia afferrato il ritmo e l’intonazione dei discorsi del suo padrone, ma che sia ancora incapace di pronunciarli con chiarezza.

Per lo spazio di un minuto, forse due, rimasi in silenzio a osservare quella strana pantomima farfugliata. Gerda non diede segno di accorgersi di me finché, all’improvviso, si voltò per gettarmi uno sguardo di traverso, sbuffando rivolta alla sua invisibile compagnia: «Lui!». Questa volta pronunciò la paiola in chiaro e perfetto rumeno.

Ma, mentre mi sbirciava da sotto le palpebre semichiuse, i suoi occhi si aprirono lentamente, e sia il sorriso che la derisione scomparvero dal suo viso. Per il più fuggevole dei secondi, lei mi riconobbe e io riconobbi lei, e vidi il viso del mio torturato amore, di mia moglie, una prigioniera, non di lucchetti e sbarre, ma di un carceriere infinitamente più crudele: la follia.

Quella era Gerda come mi era apparsa quasi un quarto di secolo prima, con il pallido e grazioso volto di una gentildonna e gli scuri occhi sofferenti di una pazza, occhi così turbati e disperati che, quando mi guardavano da sotto una cortina scarmigliata di lunghi capelli neri (Katya li aveva lavati e spazzolati), lacrime di compassione riempivano i miei.

«Gerda», bisbigliai pieno di desiderio, e allungai la mano per toccare la sua. Ma lei si voltò, con il viso inespressivo; tutta la vivacità e l’espressione erano scomparse rapidamente, sostituite dalla vacuità che sono arrivato a odiare tanto.

Nulla di ciò che dissi riuscì a smuoverla, così mi arresi e mi dedicai a mamma per alcune ore, prima di controllare nuovamente Gerda.

Questa volta, i miei sforzi ebbero un risultato. Gerda scivolò, con grande facilità e naturalezza, in una trance ipnotica, sebbene, in certi momenti, diventasse ostinatamente muta (in particolare, alle domande «Come sta Vlad? È forte o debole?» e «Tu e lui, siete ancora intrappolati all’interno del castello?»).

Ma, mentre non voleva divulgare informazioni riguardo a Vlad, alla domanda «E tu come stai? Sei forte?», gridò con entusiasmo giovanile: «Così forte e felice come non sono mai stata in vita mia!». Al sentire ciò, il mio cuore ebbe un tuffo, ma il mio sgomento fu rapidamente vinto dalla curiosità, quando lei aggiunse: «È tutto a causa di Elisabeth…».

«Elisabeth? Chi è?».

Senza dubbio, il chi è si riferiva a quella che era venuta, ma attesi una descrizione più specifica.

Cadde in silenzio e strinse le labbra, come se fosse decisa a non rispondere; temetti che il nostro incontro fosse giunto a una fine prematura. Ma poi rispose piano: «La mia più cara amica…», e non volle dire altro sull’argomento, nemmeno se Elisabeth fosse una mortale o meno (non può esserlo, naturalmente, se è in grado di far recuperare tanto facilmente la forza a Zsuzsanna. In tutta franchezza, ciò mi terrorizza. Che tipo di immortale è, se è più potente persino dell’Impalatore? E come potrei sperare di sconfiggere una tale creatura?).

Insistetti ulteriormente.

«E ora sei in grado di lasciare il castello?».

Immediatamente — con mio sollievo — la sua espressione si rabbuiò.

«No», disse, con evidente rabbia. «Ma lo farò presto, quando andremo a Londra».

Londra! Il mio cuore cominciò a battere forte contro lo sterno come se chiedesse prepotentemente di uscire. Mio padre, Arkady, mi aveva raccontato che Vlad aveva espresso il desiderio di andare in Inghilterra circa cinquant’anni prima, a Londra, dove non è conosciuto e temuto, e c’è un numero molto più grande di potenziali vittime.

Posi alcune altre domande ma, in verità, non ricordo le risposte che diede, poiché ero troppo scosso dal sapere che Vlad e Zsuzsanna — e chiunque questa Elisabeth potesse essere — sarebbero presto fuggiti.

Così, stanotte, ho eseguito un rito formale per trovare una guida e un aiuto e, per la prima volta, ho cercato di evocare Arminius, così come uno potrebbe evocare un dio o un demonio. Con mio disappunto, lui non è apparso, e così ho eseguito nel Cerchio una magia per trovare una guida.

È chiaro che ha intenzione di partire per Londra, ma non immediatamente. Aspetterò e rimarrò all’erta in attesa di un segnale di partenza.

Ma due carte relative al rito ancora mi turbano: il Diavolo e la Sacerdotessa. La magia mi indica che vogliono dirmi qualcosa su questa misteriosa Elisabeth.

La mia mente ansiosa era concentrata su quei simboli mentre sonnecchiavo al capezzale di mamma, quando mi afferrò il sogno dell’Oscura Creatura nei boschi. Ancora una volta, c’era il mio maestro, Arminius, splendente e chiaro nella sua purezza e gentilezza, servito dal suo familiare, il lupo Archangel. Di nuovo gridai, ma non ottenni ancora nessuna risposta, nessuna consolazione, da colui che mi aveva tanto aiutato nel passato.

Poi venne il momento in cui la Grande Oscurità si avvicinò e cominciò a cambiare forma…

L’Oscurità non cambiò più da lupo a bambino, a uomo. No, questa volta si trasformò direttamente da animale in donna. E l’Oscurità si rischiarò lentamente finché la sagoma nera divenne, invece, piena di colore.

Senza parole, fissai la visione davanti a me: era quella di una donna impossibilmente bella, con i lunghi capelli ondulati che catturavano la luce del giorno come oro filato, gli occhi del blu più profondo del mare. La sua pelle era alabastro baciato dal rosa delicato dell’eterna giovinezza, quel chiarore preternaturale tanto spesso visto sul viso di Vampiri desiderosi di affascinare la preda. Sì, la sua era una bellezza che faceva piangere l’osservatore di ammirazione davanti a tanta gloria, ma io non provai una tale gioia, ma soltanto il terrore più puro.

Nel vedere il mio terrore, lei rise, gettando indietro la testa e scuotendo le onde dorate dei suoi capelli, tanto da farle brillare al sole: brillare come i suoi piccoli denti, innaturalmente bianchi. I canini non erano aguzzi come mi ero aspettato, ma di una dimensione perfettamente normale; quella consapevolezza servì soltanto ad aumentare la mia paura finché, sconvolto, gridai forte.

Mi svegliai sudato e vidi mamma che mi guardava e stringeva debolmente le coperte in uno sforzo confuso di allungare un braccio e di confortarmi.

«Bram?».

La sua voce, fragile e rotta, sembrava una parodia di quella che era stata prima della malattia, ma io mi commossi al vedere lo sguardo di riconoscimento e preoccupazione nei suoi occhi stanchi. Sono occhi radiosi, gentili, pieni d’affetto, del colore dei fiordalisi: l’opposto assoluto di quelli che appartenevano alla donna del sogno, poiché la radiosità di mamma è pura bontà. Ma, poi, mi è diventato difficile guardare a lungo dentro di essi, poiché mi guardano e non mi vedono, come se stessero guardando oltre me, l’Infinito.

«Figlio mio, stai bene?».

Parlò nel natio inglese, poiché negli ultimi mesi sembra avere difficoltà a ricordare l’olandese.

Le presi la mano fredda e sottile e la strinsi tra le mie per riscaldarla, rispondendo anch’io in inglese.

«Sto bene, mamma. Stavo solo sognando».

Il suo viso si contorse all’improvviso per il dolore e, sotto le coperte, le sue gambe si agitarono; sebbene si mordesse le labbra nello sforzo di trattenersi dal gridare, nondimeno le sfuggì un lamento. Compresi allora che era stato il suo grido, non il mio, che mi aveva svegliato. Ma lei era più preoccupata per il mio turbamento mentale che per il suo dolore fisico.

Un’altra dose di morfina sarebbe stata pericolosa; gliene avevo data una dose solo un’ora prima. Così, con molte scuse, seguii il vecchio e saggio adagio medico che riguarda gli anziani e i morenti: se sei in dubbio, esamina le viscere e la vescica. Lo feci rapidamente, grato per il fatto che sia la malattia che il sedativo alleviavano un chiaro senso di imbarazzo: per lei (era fin troppo esausta per curarsene), se non per me. Esaminare un paziente è una cosa, esaminare la propria madre è completamente un’altra.

Quello che trovai mi fece stringere il cuore, poiché seppi che avrei dovuto causarle ulteriore dolore.

«Mamma», dissi con gentilezza, «temo che ti dovrò aiutare ancora. C’è una grande quantità di feci qui, contro le tue piaghe; le dovrò togliere per te».

Con una rassegnazione quasi lucida, emise un sospiro di fastidio, poi fece uno sforzo penoso per voltarsi su un fianco.

«Fai quello che devi».

Così presi la padella e l’unguento e l’aiutai a voltarsi sul fianco: già quello solo era, per lei, tormentoso. Poi feci quanto era necessario, pregando continuamente che Dio o chiunque altro ne avesse il potere facesse in modo che le mie grosse dita divenissero sottili e piccole come quelle di Kalya. Mamma gridò in un modo che mi straziò il cuore e lottò debolmente per spingermi via.

Combattendo contro le lacrime, dissi: «Mi dispiace molto infliggerti questa umiliazione, ma ti infetteresti terribilmente se non togliessi queste feci».

Immediatamente lei gridò:

«No, no! Non le togliere o, certamente, morirai!».

Per un momento, rimasi confuso; poi lottai per trattenere una risata triste a causa della sua osservazione oscuramente comica e del tutto inconsapevole.

«Non preoccuparti, non morirò», la consolai. «Sono piuttosto robusto».

Sembrò trarre da ciò un po’ di conforto e, dopo, gridò solo due volte. Ben presto ebbi finito e decisi di darle una piccolissima dose extra di morfina; ora dorme profondamente e bene, con l’espressione rilassata e riposata di un sonno profondo e senza dolore.

Controllai rapidamente Gerda — che non denotava nessun cambiamento — poi ritornai al capezzale di mamma per assicurarmi che il suo respiro restasse forte e regolare.

E qui siedo ancora nella sedia a dondolo al suo capezzale, ascoltando il debole russare e sapendo che questo suono familiare è qualcosa che presto non udrò più. Eppure ho la sensazione di essere sempre stato seduto qui, che lo sarò sempre, e che le sue sofferenze non finiranno mai.

È chiaro che devo andare presto a Londra e portare Gerda con me, in modo da attendere là quando i Vampiri arriveranno. Non si può permettere loro di essere liberi in Inghilterra: mio Dio, le vittime là sono talmente numerose che essi non sarebbero mai scoperti… non fino a che l’intero paese fosse costituito di Vampiri! La mia responsabilità verso quel luogo supera tutte le altre, persino quella verso la mia famiglia. So questo nel mio cervello, ma il mio cuore sa che sarebbe un crimine lasciare mamma sola in questa casa, a morire in presenza di estranei.

Bionda Elisabeth, chi sei? E che possibilità ho contro qualcuno così potente, senza l’intervento di Arminius?

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

16 maggio. Per una volta tanto nessuna registrazione; le cose si sono stabilizzate in una monotonia abbastanza piacevole, ma è pur sempre monotonia. Giorno dopo giorno, la nostra routine è consistita nel godere liberamente durante il celestiale regno del sole, gustando a nostro piacimento l’inglese e poi, subilo dopo, godendo di una parentesi sensuale. Dopo di ciò, Elisabeth mi porta nelle sue stanze a scegliere dei vestiti dai suoi numerosi bauli e valige, e Dorka li aggiusta per me; oppure Dorka acconcia i miei capelli in uno stile alla moda (sebbene i miei capelli lisci rifiutino di tenere la minima piega, nonostante i suoi eroici sforzi); oppure Elisabeth mi istruisce nell’arte dei cosmetici. Rossetto, cipria, kajal — non avrei mai pensato che queste sciocchezze potessero aumentare ulteriormente il mio splendore immortale ma, in effetti, lo fanno. Non sono soltanto più bella che mai, ma ho l’aspetto di quella che gli inglesi chiamano la Nuova Donna: sofisticata, moderna, alla moda… e presto, spero, indipendente.

Nel pomeriggio, dormiamo insieme fra la sontuosa biancheria da letto di Elisabeth per una manciata di ore, poi ci alziamo nuovamente al tramonto. Elisabeth, obbediente, se ne va nella stanze di Vlad “a fare una visita”, poiché, apparentemente, lui vuole essere sicuro che lei trascorra poco tempo con me (anche se, talvolta, la lascia andare alcune ore prima dell’alba). Senza dubbio teme che lei mi dica troppo della verità: non sa che è troppo tardi!

Le notti sono il momento più difficile, poiché senza Elisabeth o il nostro inglese, ben poco mi aspetta oltre la noia… e la povera Dunya non ha ancora riacquistato il suo pieno vigore. Dorme tutto il giorno ed è evidente che ha bisogno di nutrirsi. Ma, ogni volta che affronto l’argomento, Elisabeth mi dice che è meglio semplicemente lasciare che la povera ragazza si riposi finché non verrà il momento per tutti noi di lasciare il castello. Sospetto che ridare la forza a Dunya metterebbe troppo alla prova i poteri di Elisabeth, sebbene lei non lo ammetta. Le piace conservare un’aura di onnipotenza e, di fatto, è molto vicina ad essere onnipotente.

Ma se lo è, perché non possiamo partire? È angoscioso restare qui, in questo palazzo in rovina, abbandonato, a pensare alle glorie di Londra! Ad ogni alba vado alla finestra aperta e tendo il braccio per il desiderio di sentire su di esso il caldo e piacevole bacio della luce del sole.

Quanto devo aspettare?

Sospiro, impaziente, scrivendo questo mentre Elisabeth e Dunya ancora giacciono addormentate nel grande letto. Sospiro e scrivo. Basta! Devo mantenere la mia sanità mentale; indugiare sulla mia prigionia servirà soltanto a tormentarmi. E così, adesso che l’inquietudine si è impossessata di me, scrivo…

Ieri mi sono svegliata al primo chiarore del mattino (che strano scrivere ancora questa parola, dopo così tanti anni) tra le braccia di Elisabeth, e ho fissato per un po’ fuori dalla finestra senza persiane mentre la luce grigia diventava di un pallido rosa (avevamo saltato il nostro sonnellino pomeridiano e così avevamo usato le ore più buie del mattino per riposare).

Dopo un po’ il mio amore si è mosso e mi ha guardato con un sorriso insonnolito, con i lunghi capelli biondi che le ricadevano in piacevole disordine sulle spalle, sulla schiena e sui seni d’avorio. Il calore del suo corpo era piacevole, essendo il mattino fresco. Così rimasi accanto a lei e indugiammo in languida conversazione sotto le coperte. Io, come sempre, chiedevo: «Per quanto tempo? Per quanto tempo?». Ed Elisabeth, come sempre rispondeva: «Presto, presto…».

Ben presto la conversazione cadde su Vlad, e l’atteggiamento di lei divenne notevolmente strano. Si mise seduta di scatto, lasciando che le coperte cadessero (sebbene l’aria del primo mattino fosse fresca) e, con le ginocchia piegate e le lunghe braccia sottili strette intorno ad esse, domandò:

«Hai parlato in precedenza del Patto che Vlad fece con la tua famiglia e con gli abitanti del paese, ma non ho ancora udito niente del Patto che lui ha, di sicuro, con l’Oscuro Signore. Che cosa ne sai?».

Al suono del nome di quell’entità — e all’intensità, dura e brillante come un diamante, dei suoi occhi fissi intensamente nei miei — rabbrividii. Ma risposi onestamente ed esaurientemente: ossia che Vlad aveva offerto all’Oscuro Signore il figlio maggiore di ogni generazione della sua famiglia, che un sacrificio veniva richiesto a ogni generazione per procacciare una rinnovata immortalità a Vlad, e che, nel 1842, mio fratello Arkady aveva (sia come mortale che poi come Vampiro) opposto resistenza nell’espletare il malvagio servizio di Vlad. La seconda morte di Arkady — quella come Vampiro — avrebbe dovuto portare all’immediata distruzione di Vlad, ma non era stato così, perché mio fratello aveva lasciato dietro di sé un erede, che sua moglie, Mary, aveva nascosto. Fino a quando l’erede viveva e restava una possibilità che Vlad potesse consegnare l’anima di costui all’Oscuro Signore al posto di quella di Arkady, Vlad sarebbe sopravvissuto.

La debolezza di Vlad era causata da questo erede — il cui nome era stato cambiato ad opera di sua madre, da Stefan Tsepesh in Abraham Van Helsing, quando lei era fuggita con lui in Olanda — che era stato informato da suo padre, Arkady, della verità sulla sua eredità. E così Arkady aveva istruito Van Helsing nell’orribile arte di uccidere i Vampiri.

Ma Van Helsing, un semplice mortale, non era riuscito ad eguagliare la forza di Vlad, e i suoi sforzi di distruggere il Principe di Valacchia erano falliti miseramente: così il mio caro fratello era morto.

Comunque, il malvagio Van Helsing ben presto aveva scoperto un’altra terribile verità: ossia che, distruggendo altri Vampiri (quelli delle vittime di Vlad non erano stati distrutti nel modo giusto e, in seguito, erano tornati in vita), i poteri di Vlad venivano gradualmente minati. Così, nel corso degli ultimi due decenni dell’attività assassina di Van Helsing, Vlad e io siamo diventati sempre più deboli, fino a diventare i patetici resti che Elisabeth aveva salutato al suo arrivo.

Lei ascoltò affascinata e attenta e, quando ebbi finito, aggiunse:

«È evidente che Van Helsing si stava preparando a venire qui per uccidervi entrambi. Vlad è troppo sospettoso per fidarsi di qualcuno, e meno che mai di me; per lui, chiedere il mio aiuto significa che era terrorizzato dalla morte… Ma che c’è, mia cara! Perché queste improvvise e tristi lacrime?».

Ero completamente sopraffatta dal dolore ai ricordi che mi avevano assalito nel raccontare quella triste storia, e piansi ancora più forte quando lei sollevò una mano e mi asciugò teneramente le lacrime. Singhiozzando, dissi:

«Vent’anni fa ero sola, terribilmente sola, dato che Vlad mi aveva ingannato, e così avevo preso il bambino di Van Helsing, Jan, come mio immortale compagno. Era appena un bambino, appena in grado di camminare e parlare, così dolcemente innocente… e Van Helsing lo ha ucciso!».

Lei mi strinse a sé, dandomi dei colpetti sulle spalle come si fa per consolare un bambino che piange, poi si allontanò e mi tenne con gentilezza per le braccia.

«E questa bestia uccise anche il tuo povero fratello?».

Scossi la testa.

«No. Arkady morì durante uno scontro con Vlad… È qui, nel castello. Lo vuoi vedere?».

Le sue labbra, rosa e radiose come l’alba, si aprirono improvvisamente per il palese stupore.

«Il suo corpo è sopravvissuto per tutto questo tempo? Zsuzsanna, è impossibile!».

«Possibile o no, desideri vederlo?»

«Subito!», gridò, balzando con grazia dal letto e indossando la sua vestaglia con una tale foga che, prima che mi fossi alzata, mi stava già porgendo la mia.

La condussi giù per le scale e, attraverso una botola di quercia marcia e arrugginita rinforzata con il ferro, in cantina: una caverna sotterranea sotto le fondamenta di pietra del castello, un luogo che ho cominciato a considerare come il primo cerchio dell’Inferno. Anni fa, piangevo mentre trasportavo qui il corpo del mio povero fratello: un oscuro grembo di terra pieno di muffa, ornato dalle ragnatele, e coperto di polvere e di feci di topi. Oh, sì, le ossa di tanti martiri riposano nei loculi di quella grotta; le ossa di centinaia di sfortunati che servirono da cena a Vlad finché i servi non ebbero più spazio… e decisero di liberarsi delle vittime successive seppellendole nella foresta.

Il capo di quei martiri è mio fratello.

Per risparmiarmi la necessità di camminare sopra tanta morte e sofferenza, avevo sistemato il corpo di Arkady in uno dei primi loculi vuoti, quelli che non erano chiusi con pesanti sbarre di ferro arrugginito con appese catene e lucchetti che andavano in rovina. Avevo costruito per lui un catafalco di pietra, lo avevo circondato di candele, e lo avevo ricoperto con un drappo di seta nera steso sulla grezza parete di terra.

Lo trovammo lì, che giaceva proprio come l’avevo lasciato in quel terribile giorno: con un palo, così grosso che non riesco a cingerlo con una mano, che attraversava il suo cuore privo di sangue. E così bello nel riposo, con il suo naso sottile ma prominente, la fronte severa e i capelli neri, le palpebre dalle lunghe ciglia chiuse per sempre sui più gentili occhi a mandorla che io abbia mai conosciuto.

Alla sua vista, piansi senza ritegno. Infatti, sebbene il suo ultimo desiderio fosse quello di vedere distrutti me e Vlad — a quanto diceva per liberare le nostre anime (come se potessimo ascendere al Cielo invece che cadere dritti nell’Inferno) — lui ancora mi amava, e io amavo lui. I legami tra fratelli mortali non si rompono così facilmente, neppure a causa della vita dopo la morte, o per diverse fedi. Ero a tal punto sopraffatta dal dolore quando, per la prima volta, lo misi lì a riposare che, se ne fossi stata capace, avrei offerto con gioia la mia stessa esistenza in cambio del suo ritorno. Se me ne venisse data la possibilità, potrei farlo anche ora…

I miei complimenti riguardo alla sua bellezza fisica non sono dovuti al pregiudizio di una sorella; persino Elisabeth è rimasta senza fiato alla vista del suo cadavere perfetto e bello e non è riuscita a spegnere il bagliore di desiderio nei suoi occhi in modo abbastanza rapido da nasconderlo.

«Zsuzsanna!», ha esclamato piano. «Come può essere? Dovrebbe essere polvere o, per lo meno, essersi decomposto in qualche modo…».

Tenevo lo sguardo inchiodato sul mio fratello più giovane, il mio dolce piccolo Kasha, mentre rispondevo:

«Il palo ha ucciso il Vampiro, ma i poteri rigenerativi dei Morti Viventi sono così grandi che, poiché la sua testa non fu mai staccata dal corpo, egli ha mantenuto la sua forma. Sospetto che, nell’istante in cui fossero divisi, la forma fisica si dissolverebbe». Percepii nuovamente il bruciore delle lacrime mentre le immagini mi ritornavano alla mente. «Proprio come Van Helsing ha fatto senza dubbio con il mio bambino, il mio povero, piccolo Jan!».

Elisabeth mi circondò con le braccia e mi accarezzò i capelli mentre mi posava la guancia sulla spalla.

«Che tipo di bastardo è colui che è capace di uccidere il suo proprio figlio?», disse con voce rabbiosa. «Non piangere, mia cara: farò in modo che abbia la fine che si merita da lungo tempo. Sarai doppiamente vendicata perché, se Van Helsing dovesse morire, anche Vlad farà lo stesso o, piuttosto, scenderà nelle braccia dell’Oscuro Signore… o no?»

«Sì», mormorai sulla sua morbida spalla coperta di seta.

«Allora questo è quello che faremo, cara Zsuzsa. Abbiamo bisogno solo di uccidere Van Helsing per vedere Vlad distrutto».

Rassicurata ma triste, risalii con lei le scale. Sentivo un po’ di fame che mi tormentava, e mi sarebbe piaciuto andare a far visita al nostro gentiluomo inglese, ma Elisabeth divenne molto severa: recentemente avevo preteso troppo dal povero Harker e, se non gli avessi permesso un altro giorno di riposo, Vlad lo avrebbe certamente notato e avrebbe fatto qualcosa contro di noi.

Ancora lui! Qualche volta me la prendo con Elisabeth; possiede poteri veramente stupefacenti, ma si muove in punta di piedi intorno a Vlad come se fosse segretamente timorosa. Oh sì, lei dice che lo fa in funzione della sua stessa fame per la preda che verrà, e che senza quei giochi si annoierebbe dell’esistenza, ma io impazzisco di noia ogni ora che resto qui!

Mi arresi con riluttanza, e ritornammo insieme nelle nostre stanze. Sebbene cercasse energicamente di rallegrarmi con una quantità maggiore delle solite prove di vestiti e di acconciature, continuai ad essere inquieta. Infine, mi porse una piccola scatola di velluto, un dono che avrebbe voluto riservare per la nostra prima notte a Londra.

L’aprii mostrando il più grande piacere, e fui veramente commossa e compiaciuta nel trovarvi sistemati all’interno un paio di stupendi orecchini — grossi diamanti rotondi da cui pendevano delle gocce anche più grandi di zaffiri — e, per fare pendant, una collana d’oro da cui pendeva un grosso ciondolo con lo stesso disegno, un diamante che sorreggeva degli zaffiri.

Ero enormemente onorata e compiaciuta di ricevere una prova così dispendiosa dell’affetto di Elisabeth, e ancora di più lo fui allorché le chiesi quando e come fosse riuscita a comprare un tale dono e lei rispose: «Erano miei, e mi furono dati in occasione del mio matrimonio come pegno di stima. Così io li do a te con lo stesso intento».

Mi alzai e la baciai su entrambe le guance, e lei solennemente mi restituì il gesto. Fu così che cominciò nuovamente a parlare di Londra e dei diversi posti dove intendeva portarmi a fare acquisti: a Piccadilly, a Hyde Park, e a Savile Row, ma io non potei fingere interesse a lungo. La mia frustrazione per essere intrappolata in quelle mura di pietra non diminuiva e così, alla fine, mi slacciò i vestiti e mi portò a letto, dove tentò di alleviare la mia ansia in un modo più sensuale. Mentre scrivo mi viene in mente che questa è stata la prima volta che abbiamo fatto l’amore senza che il sangue fosse cosparso sui nostri corpi e senza che io mi fossi appena nutrita. Elisabeth era decisa a migliorare il mio umore, ma i suoi sforzi mancavano stranamente di passione. Quando anche il suo pallido entusiasmo cominciò palesemente a svanire, la scacciai con la mano. Offesa, se ne andò con furia… dove, non lo so, poiché persino con il mio udito soprannaturale, non riuscii a distinguere alcun suono in nessuna parte del castello. Non la vidi più fino a dopo il tramonto.

Per quel momento si era alzata la luna, grande, gialla e circondata da un radioso alone di nebbia in un cielo stellato color indaco. Era una notte calda e bella — anche più bella perché avevo la sensazione che Vlad se ne fosse andato dal castello, lasciando dietro di sé un’atmosfera di piacevolezza — e insopportabilmente romantica, specialmente ora che la mia Elisabeth se n’era andata. Prima di incontrarla, il chiarore della luna piena mi faceva dolere gli occhi a tal punto che evitavo di cacciare ma, questa notte, mi sembrava delizioso, invitante, e il biancore incandescente della luna, increspato di chiaro oro, mi ricordava la pelle e i capelli del mio amore.

Fortunatamente, nel frattempo, Dunya si era alzata dalla sua bara, e io mi distrassi dalla mia solitudine parlando con lei; la sua natura era troppo dolce per mostrarlo, ma io so che sta diventando gelosa dell’ovvio favore di Elisabeth nei miei confronti. Siedo qui con vestiti nuovi e gioielli, meravigliosamente pettinata, mentre Dunya ancora trascorre il giorno nel logoro (ma grazioso) vestito che le comperai venti anni fa a Vienna, con i suoi capelli rosso scuro intrecciati e raccolti nello stesso modo delle serve di Vlad di quattro secoli fa.

Da quando lei è entrata a far parte dei Morti Viventi, ho cercato consapevolmente di trattarla meno come serva e più come un’eguale, ma c’è, chiaramente, una distinzione di classe che non può essere infranta. Penso che, quando glielo si ricorda, si feriscano i suoi sentimenti. Che inferno sapere che si è condannate a rimanere una domestica per tutta l’eternità! Ma non c’è niente da fare.

Ad ogni buon conto, feci del mio meglio per rassicurarla. Le dissi che avevo chiesto a Vlad di portarci del cibo, che doveva arrivare molto presto. Questo la rincuorò un po’ giacché, sebbene sia un po’ più folte di quanto non fosse prima, la fame l’ha nuovamente indebolita al punto che non può andare a caccia per se stessa (anche se potesse, grazie alla sciocca magia di Vlad, si troverebbe probabilmente intrappolata all’interno del castello, come me).

Ma, proprio mentre finivo il mio racconto, Dunya si mise seduta sulla sedia e alzò il naso per assaporare l’aria.

«Sangue caldo!». Si alzò immediatamente e corse verso la porta della sua camera da letto, seguendo l’odore. «Doamna, c’è un mortale qui!».

Si precipitò fuori verso il salotto a una velocità incredibile. La seguii e la udii trattenere leggermente il respiro quando i nostri sguardi incontrarono, nello stesso momento, l’inglese.

Era seduto alla scrivania con la penna in mano, e stava scrivendo con furia su un piccolo diario al chiarore della lampada e della luna. Eravamo entrambe entrate nella stanza con tale fretta che i suoi occhi mortali non riuscirono forse a percepire il nostro ingresso, ma evidentemente era sensibile, poiché guardò, aggrottando la fronte, nella nostra direzione.

«Dormi», gli ordinai.

Subito si alzò con la penna e il diario nella mano, poi spinse goffamente il lungo divano in un chiaro riquadro di luce lunare davanti alla grande finestra, quella che guarda sul grande strapiombo e la valle della foresta molto più lontano. Subito si distese, fortunatamente sul fianco giusto, perché il russare, che cominciò immediatamente, era meno stertoroso del solito (se è veramente fidanzato, ho pietà della sua povera, futura moglie).

Dunya batté le mani e rise, felice come una bambina a cui viene dato un nuovo dono.

«Com’è bello!», esclamò.

«È un ospite di Vlad», mormorai, mentre assentivo silenziosamente al commento di Dunya. Sveglio, vestito e ben pettinato, sembrava ancora più attraente, e aveva — in giacca, camicia, pantaloni e ricci castani ben impomatati — un’aria da gentiluomo. Aveva anche un principio di barba scura, che dava ai suoi lineamenti da ragazzo una piacevole severità e faceva sembrare la mascella e le guance più magre e scavate.

Cadde così profondamente in trance che il diario e la penna, che fino a quel momento aveva gelosamente stretto in mano, caddero dalle sue dita ora rilassate sul divano. Prima che potessi reagire, il pennino cadde direttamente sul broccato vecchio di secoli e l’inchiostro venne immediatamente assorbito, lasciando una piccola macchia nera che non si sarebbe mai potuta lavare.

«Che ospiti sbadati!», esclamai. «Veramente, non hanno alcun rispetto per la proprietà altrui!».

Feci scivolare la penna nella tasca della giacca, con il pennino rivolto verso il basso. Comunque, presi il diario in mano, sperando di ingannare Dunya e farle credere che non avevo mai incontrato il garbato Mr. Harker.

«Umpf! Che razza di scrittura da gallina è mai questa? Perché non scrive in inglese?». Alzai gli occhi dal piccolo libro in direzione dell’uomo che dormiva. «Bene, lo farai, signore, da ora in avanti», comandai, con la voce di un ipnotizzatore. «Puoi pensare di stare scrivendo in questi bizzarri scarabocchi ma, in verità, scriverai tutto in perfetto inglese. In che altro modo potrei soddisfare la mia curiosità?».

Poi mi chinai e feci scivolare il diario accanto alla penna.

Quando mi alzai, guardai oltre, e vidi la povera Dunya fissare come paralizzata Harker, con le labbra dischiuse, i denti aguzzi e splendenti scoperti, e gli occhi pieni di una fame folle che era dolorosa a vedersi. Ma era ancora trattenuta da una barriera invisibile di paura.

«Non devo!», mormorava: né a me né a Harker, ma a se stessa. «Non devo! Lui mi distruggerebbe…».

Intendendo con “lui”, Vlad, naturalmente, e io aprii la bocca per dire: Non c’è più alcuna ragione di temere Vlad, cara compagna. L’uomo è tuo. Prendilo!

Ma, prima che potessi parlare, sentii, più che udire, il frusciare di gonne morbide contro la pietra, e il ticchettio di piccoli e duri tacchi. E lì, sull’uscio ad arco, stava Elisabeth. Come avevo potuto non sentire che si avvicinava… a meno che lei non si fosse, intenzionalmente, mossa in silenzio.

Con mio sollievo, non era più arrabbiata; invece, era sorridente e allegra, e guardò Harker con divertimento mentre entrava gaiamente, stringendo le gonne.

«Ah! Il nostro inglese sembra perso».

Lasciai Dunya a sbavare sul nostro inatteso ospite e mi avvicinai ad Elisabeth, che mi prese per la vita e mi baciò sulla guancia, come se la sua furiosa partenza non fosse mai avvenuta. Così osai chiederle, in inglese, che per l’ignorante Dunya avrebbe potuto essere anche cinese:

«Non sopporto più di vederla soffrire così o di temere, senza necessità, l’ira di Vlad. Per amor mio, permettile di bere senza conseguenze, come lo hai permesso a me…».

Quasi mi attendevo un nuovo scatto d’ira da parte sua o, per lo meno, un’infastidita ripetizione di come sarebbe stato meglio non chiedere troppo ai suoi poteri finché non fosse arrivato per noi il momento di partire.

Ma era di un umore tanto buono quanto non l’avevo mai vista, e sospirò soltanto con affettuoso fastidio accarezzandomi la guancia con la mano. Un angolo della sua bocca rossa si contrasse rivelando una profonda fossetta di lato mentre si voltava per guardare Harker e la sua disperata ammiratrice.

«Dunya, mia cara! Prendi l’ospite: è tuo. Solo stai attenta e non prosciugarlo fino a farlo morire, altrimenti non sarò in grado di proteggerti dall’ira di Vlad».

Tremando di desiderio e terrore, la piccola serva guardò Elisabeth con gli occhi scuri, grandi e confusi.

«Ma, doamna, se lo faccio, il Principe vedrà il segno!», mormorò.

Mi feci avanti.

«Non lo vedrà. Elisabeth può fare in modo che quei segni scompaiano».

Sul viso di lei, l’ombra lottava con la luce: l’ombra, mentre si chiedeva come io potessi saperlo, a meno che Elisabeth non l’avesse fatto per me, cosa che significava che io avevo tenuto lontana la mia leale compagna dal sangue nutriente, il sangue di quell’ospite; la luce, mentre cercava di reprimere il dubbio e l’ira per concentrarsi, invece, su quella meraviglia che le riportava la speranza, di poter bere a sazietà alla fonte di Harker senza pericolo di punizioni.

Come sempre, l’ira cedette alla fame. Lei si chinò sull’inglese, le cui palpebre si mossero; evidentemente, lui la stava guardando con la stessa piacevole attesa che lei aveva per lui poiché, mentre lei si avvicinava, le labbra dell’uomo si aprirono sensualmente per respirare più rapidamente. I sospiri di lui mi provocarono un caldo e rapido brivido lungo la spina dorsale, alla fine del quale ebbi la sensazione di essere in preda alla fame.

Lei gli si avvicinò sempre di più, con l’aspetto più erotico che io abbia mai visto, finché la sua bocca si spalancò e i suoi denti premettero con delicatezza contro la carne dell’uomo… senza penetrarvi, toccando soltanto. Non penso di averla mai vista così classicamente bella come in quel momento: le sue palpebre si abbassarono per il desiderio, e il suo profilo pallido e fragile risaltò contro quello più deciso e colorito di Harker. Un solo ricciolo di capelli le era sfuggito dalla lunga treccia ed era caduto contro la guancia di Harker, dove si arrotolò come un serpente di un colore nero rossastro.

Indugiò in quella posa e poi chiuse lentamente gli occhi, assaporando l’estasi provocata dall’attesa.

Io ero affamata, affamata, più affamata di quanto non fossi mai stata, ma consapevole che il mio desiderio non avrebbe potuto essere saziato soltanto dal sangue. Mi premetti una mano sul petto ansante e guardai il mio amore, la mia Elisabeth.

Anche lei era ebbra di desiderio, poiché la bocca le si era schiusa e, come Harker, ansimava. A differenza di Harker, i suoi occhi blu erano spalancati e apertamente fiammeggianti di lussuria.

Ma non per me, non per me. E non per il nostro inglese.

All’improvviso la gelosia sostituì il desiderio: come poteva guardare Dunya come guardava me? Come osava chiunque altro essere l’oggetto della sua passione!

Ma quell’emozione fu altrettanto rapidamente sostituita dalla sorpresa. L’ossuta spina dorsale curva in un delicato arco, Dunya sollevò le spalle in un gesto che sono arrivata a conoscere bene, poiché è quello del Vampiro che si prepara a colpire.

Nello stesso tempo si udì un rumore simile a quello del frusciare di un grande vento, che entrò impetuosamente nell’aria immobile del salotto.

«Lasciatelo!», tuonò Vlad, e Dunya gridò piena di terrore e di allarme mentre lui gettava a terra un sacco di iuta e correva verso di lei. Prima che io o Elisabeth potessimo intervenire, Vlad le prese il collo tra il pollice e il medio e l’alzò da terra, poi la gettò all’indietro con una forza così grande che lei finì contro il muro. Naturalmente rimase incolume (sebbene rimanesse a tremare nell’angolo), ma la crudele mancanza di rispetto di quel gesto mi riempì di furia. Che cosa sarebbe accaduto se fossimo state io o Elisabeth invece di una serva? Avrebbe osato toccarci?

La mia rabbia aumentò quando lui rivolse la sua ira contro noi due, gridando:

«Come osate toccarlo, voi! Come osate mettere gli occhi su di lui quando io l’ho proibito! Quest’uomo mi appartiene!».

Incapace di sopportare altro, gridai:

«Ma noi non ti apparteniamo, e siamo affamate! Che razza di tiranno è quello che fa morire di fame la sua famiglia e poi ci colpisce quando si presenta l’opportunità di salvarci? Tu dici che ti appartiene, ma lui va in giro per le nostre stanze: non l’abbiamo portato noi qui. Il fato ha deciso che ci dovessimo nutrire!».

Gli occhi di lui divennero rossi per la mia impudenza, come mi aspettavo; penso veramente che, se Elisabeth non fosse stata lì, mi avrebbe ucciso se avesse potuto. Spostava lo sguardo da me a lei, che non disse niente, ma semplicemente rispose al suo sguardo con un mezzo sorriso enigmatico e gli occhi duri, freddi, mortalmente fieri.

Penso che lo avesse spaventato, poiché Vlad rimase in silenzio per un po’ prima di rispondere lentamente:

«Harker sarà vostro tra un po’, quando io avrò finito con lui. Fino ad allora», accennò al fagotto scuro sul pavimento; un acuto grido animale provenne dall’interno ma l’odore era, senza dubbio, quello del caldo sangue umano, «fate in modo che vi basti».

E, sollevato l’inglese svenuto sulle braccia, se ne andò rapidamente come era venuto. Immediatamente risollevata, Dunya corse al sacco e allentò i cordoni; la iuta bagnata si aprì per mostrare un sudicio maschietto nudo di forse un anno, con le guance sporche bagnate di lacrime. Guardò Dunya, e immediatamente si calmò, sebbene il suo piccolo dorso sobbalzasse comicamente per i singhiozzi.

Elisabeth annusò l’aria, con i lineamenti di porcellana contorti dal disgusto e si portò un fazzoletto di pizzo alla bocca.

«Puzza…», disse.

«Ah no!» Scossi un dito verso di lei. «Ricorda Alexander Pope: tu odori. Lui puzza».

«Penso che abbia fatto la pipì nel sacco», disse Dunya, e gli sorrise, sollevata nello scoprire che non solo era sfuggita alla punizione ma avrebbe, dopotutto, avuto la sua cena (il senso dell’odorato, evidentemente, è il primo a soccombere quando la fame ha la meglio). Il bambino restituì il sorriso dolcemente e allungò le sue dita grassocce. «Un bambino…», disse ancora lei, e lo tirò su subito, girando su se stessa e facendogli il solletico sullo stomaco grasso finché lui mandò gridolini di gioia. Lei gli schioccò le dita accanto all’orecchio, poi aggiunse: «Penso che sia sordo».

Un altro dono del nostro tanto-generoso Vlad: un bambino sporco, bagnato di pipì, i cui genitori l’avevano, probabilmente, offerto con gioia.

«Ed è tutto tuo!», dissi a Dunya.

Lei non fece domande circa la mia astinenza né protestò per il dono, ma premette immediatamente le labbra sul collo di lui in un bacio affamato; il bambino rise, dimenandosi come se gli venisse fatto il solletico. Ma la sua risata divenne immediatamente un grido di terrore quando Dunya aprì la bocca e colpì. Il grido cessò subito: gli occhi del bambino divennero vitrei, e rimase immobile menti e i muscoli nella gola di Dunya lavoravano: ben presto restò senza vita tra le sue braccia. Poi lei lo cullò, tenendo il gomito sollevato sotto la testa di lui in modo da poter bere comodamente senza chinarsi troppo: come una madre che allatta il bambino.

La scena sembrava stranamente tenera ed erotica. Mi trovai a desiderare fortemente di unirmi a lei in quell’abbraccio gentile e appassionato. Un’occhiata a Elisabeth mi confermò che anche lei provava la stessa cosa, poiché fissava quei due con lo stesso intenso desiderio che aveva manifestato nei confronti di Dunya e Harker.

Ero ancora gelosa? Sì, come lo sono ora, mentre guardo Dunya che dorme circondata dalle braccia di Elisabeth nel grande letto. Ma quella sciocca emozione non è durata a lungo. Infatti, questa volta Elisabeth ha sentito il mio sguardo sopra di sé e mi ha gratificato di un lieve sorriso seducente. Stranamente, quel piccolo gesto ha fatto sì che la gelosia scomparisse e mi ha, al contrario, riempita di fuoco. Così non ho resistito quando Elisabeth mi ha preso la mano e, mettendosela sul seno appoggiandovi sopra la sua, mi ha attirato con sé al fianco di Dunya.

Non so dire ciò che mi ha posseduto, né riesco a ricordare chiaramente cosa è accaduto dopo. So solo che ci siamo abbandonate a un’orgia di sangue ed eccessi sessuali, e che io ho violato le altre due donne proprio come ognuna di loro ha violato me. Solo un’immagine mi è rimasta chiaramente presente: quella di Elisabeth nuda in ginocchio sul pavimento, che gridava «Ancora, ancora!» mentre Dunya e io tenevamo ognuna un piede del bambino morente e lo scuotevamo in modo che gli ultimi resti del suo sangue cadessero sul seno e sul viso di Elisabeth. Freneticamente lei se lo strofinò sulla pelle, come se in qualche modo potesse trarne beneficio.

Quando fu finito, Dunya era troppo appagata per muoversi, e tutte e tre eravamo appiccicose per i resti del sangue del bambino. Fu Elisabeth che la trasportò, e io mi trascinai dietro mentre andavamo nella camera di Elisabeth. Lì ci infilammo nel grande letto, dove io dormii fino all’alba.

Com’è strano tutto questo e come sono diventata confusa. Sono gelosa di Dunya e arrabbiata con Elisabeth… ma nello stesso tempo, non lo sono. So per certo solo una cosa: che la convincerò a non aspettare più, ma a portarmi immediatamente a Londra.

Capitolo sesto

Il diario di Zsuzsanna Dracul

17 maggio. Quando andai da sola nella camera di Harker, questa mattina — Elisabeth se ne era andata di nuovo, senza spiegazioni — trovai, con mio diletto, che la mia suggestione ipnotica su di lui aveva funzionato, in un certo senso. Stava ancora scrivendo in stenografia sul suo diario, ma aveva cominciato a trascrivere tutto quanto in inglese su della pergamena che aveva, apparentemente, portato con sé per spedire lettere. Aveva cominciato con la registrazione più recente, quella del 16, e io provai un certo divertimento nel constatare il suo punto di vista su quello che era accaduto la notte del 15 maggio.

Evidentemente si era fissato con Elisabeth, perché non parlava d’altro se non della “ragazza bionda” e della sua massa ondulata di capelli d’oro. Lei aveva preso il posto di Dunya nella sua memoria lacunosa, e aveva impiegato una straordinaria quantità di tempo a descriverla e a sottolineare lo sfogo di rabbia “del conte”. Piuttosto insultante, in realtà, ma da dove aveva preso tutta quella faccenda su «non ami mai»? Tutta fantasia.

Ma il peggiore insulto arrivava dalla registrazione del giorno precedente, una registrazione che doveva stare scrivendo quando Dunya e io lo avevamo sorpreso nel nostro salotto. Mi sono così infuriata che l’ho mandata a memoria:

«Eccomi qui: siedo a un piccolo tavolo di quercia dove, nei tempi antichi, forse qualche bella signora si sedette a scrivere, con molta riflessione e molti rossori, la sua lettera d’amore piena di errori…».

Piena di errori? Piena di errori? Signore, ho evitato di insultare i vostri pietosi tentativi di prosa poetica, né vi ho ripreso nel mio diario per la vostra ortografia scorretta. Mi offendo per l’insinuazione che le donne Tsepesh (o Dracul, o rumene, per quello che importa) non fossero istruite o che perdessero tempo ad arrossire sopra sciocche lettere d’amore. Mia madre, signore, fu una rinomata poetessa, e io da sola posseggo più abilità letteraria di quella che voi e tutti i vostri futuri discendenti insieme possiate mai osare sperare di avere. Non ho mai fatto un errore di ortografia in tutta la mia vita.

Piena d’errori, ma senti!

Riguardo a quello sciocco Mr. Harker, gli diedi un morsetto e bevvi appena il sangue sufficiente ad allontanare la fame; questa volta, evitai ogni rapporto sessuale, poiché avevo ben poco di quel tipo di appetito dopo la lunga e strana notte passata con Elisabeth, Dunya, e il bambino sordo.

Quando ebbi bevuto (molto meno della quantità sufficiente a saziarmi), lasciai Harker e vagabondai nel corridoio. Ero piena di inquietudine, poiché sentivo fortemente la necessità di dire a Elisabeth che non potevo attendere più a lungo di andare a Londra. Ma non riuscii a trovarla in nessun luogo del castello, tranne che nell’unico posto in cui temevo di cercare: le stanze di Vlad.

E se lei avesse ancora rifiutato di lasciare questa prigione, mi ero decisa a tentare quello che, finora, non avevo mai osato nemmeno pensare: uccidere Vlad con il palo. Sì, lui mi aveva detto che i Vampiri non possono uccidersi direttamente l’uno con l’altro, ma lui era riuscito a uccidere mio fratello scagliandogli contro un palo.

Perché non avrei dovuto fare lo stesso con lui? Con la presenza di Elisabeth, ero arrivata a comprendere che ero forte abbastanza da fronteggiare persino l’Impalatore. «Se io sarò distrutto, tu sarai distrutta», mi aveva sempre detto, ma ora io so nel mio cuore che è una menzogna.

Ma prima di poter entrare nel suo inner sanctum, avevo bisogno di rendermi invisibile, di non fare rumore perché, anche nel sonno più profondo, Vlad era capace di sentire il pericolo e di vendicarsi. Così, facendo attenzione, effettuai i necessari procedimenti mentali e le litanie poi, quando mi sentii sicura che non avrebbe potuto scoprirmi, andai.

Salii le scale, muovendomi con tanta rapidità e leggerezza che i miei piedi non toccavano letteralmente il pavimento. Presto arrivai alla grande porta di quercia e ferro e la trovai chiusa a chiave dall’interno; da dentro non proveniva alcun suono. Invece di rompere con la forza il chiavistello e spalancare la porta — cosa che ora potevo fare facilmente ma che avrebbe anche avvertito Vlad della mia accresciuta forza — scelsi piuttosto la circospezione, e restrinsi il mio corpo per passare attraverso la fessura ed entrare nella grande stanza, che era costruita sul modello della sala privata del trono del Principe di Valacchia.

Lì, a ovest, c’era il Teatro di Morte, dove i ferri neri ornavano una parete macchiata di sangue, e le orrende catene della “strappata” (dalle quali una vittima avrebbe potuto dimenarsi, sospesa a mezz’aria) pendevano dal soffitto. Sotto di esse c’era una grande vasca di legno, con l’esterno di quercia ma l’interno del colore del mogano rosso, un’eredità lasciata dal suo precedente contenuto.

Al di là c’era un grande tavolo da macellaio, con la superficie logora e intaccata dai colpi di innumerevoli lame. Questa, a sua volta, era ricoperta da una fila di coltelli di misure e forme diverse e da una di aguzzi pali di legno, alcuni larghi quanto il braccio di un uomo folte e più lunghi di me, altri più corti e sottili, destinati a usi più delicati. Nei giorni felici prima della nascita di Van Helsing, tutto ciò veniva usato per liberarsi degli ospiti morti, in modo da evitare che diventassero dei concorrenti.

Questi strumenti non erano utilizzati da lungo tempo, ma io non ebbi dubbi che rappresentassero il destino che si prospettava per il nostro inglese, senza badare alle false asserzioni di generosità che Vlad aveva pronunciato.

Mi avvicinai ad essi, tentata di armarmi subito e di varcare la piccola porta alla mia sinistra dove mio zio dormiva (questo lo sentivo al di là di ogni dubbio), nella speranza di compiere quell’azione azzardata prima che la mia decisione svanisse completamente, ma un movimento lieve e appena percettibile sulla parete opposta della stanza catturò la mia attenzione.

Doveva essere Elisabeth, ne ero convinta, anche se, quando guardai con attenzione nella direzione del movimento, non vidi e non udii nulla… nulla salvo il trono dell’Impalatore, la predella di legno sul quale esso poggiava, e i tre scalini con, inciso in oro, il motto JUSTUS ET PIUS. Ma sapevo che lei era là, invisibile e impercettibile come me, ma anche la magia più forte non è potente quanto l’amore.

Guardavo con occhi pieni d’amore mentre attraversavo lentamente la grande stanza dell’Impalatore, avvicinandomi centimetro dopo centimetro finché scoprii i confini del suo incantesimo. In un istante fui a parecchi metri di distanza dalla predella e non vidi nulla tranne quello che ho descritto prima. Ma un passo ancora — un solo passo esitante — e l’aria cominciò a vibrare e a offuscarsi come nuvole in una forte tempesta; poi, come un velo, essa si alzò mostrando la mia Elisabeth.

Davanti al grande trono, aveva eretto come altare un doppio cubo di lucida onice. Intorno a questo aveva disegnato un cerchio, sul cui confine mi ero imbattuta, aprendo così gli occhi a quel segreto rituale.

Vestita di un semplice abito nero, come una sacerdotessa, con i capelli dorati che le scendevano sciolti sulla schiena, Elisabeth alzò le braccia in una V davanti all’altare, sul quale si trovavano gli stessi strumenti che avevo visto su quello di Vlad: un pentacolo, un pugnale, una coppa e una candela.

E c’era un bambino morto e coperto di sangue che giaceva accanto a ciocche di capelli color indaco.

Ciocche di capelli miei, compresi con un improvviso brivido di orrore. Ciocche dei miei capelli… e di quelli di Dunya, poiché riconobbi il mio colore scurissimo, dai riflessi blu, e quello di Dunya, dai riflessi rossi. Che tipo di malvagità intendeva compiere contro di noi? E cosa avevamo a che fare con il bambino morto?

Questo non riuscii a capirlo giacché, mentre si voltava verso ovest — ossia verso di me — intonò delle parole in una lingua bizzarra che non suonava come una lingua terrena che potessi riconoscere; ma, a prescindere dalla lingua, ero in grado di riconoscere il mio nome e quello della mia serva. E furono quelli che udii.

Se non fossi stata spaventata dai suoi poteri e dalla sua ira, avrei rotto il cerchio e mi sarei fatta avanti per chiedere subito una spiegazione, invece rimasi sul perimetro e guardai, cercando di accertare lo scopo di quel rito anche se sapevo di non poterlo fare. Ma qualcosa — o forse qualcuno — mi costrinse a rimanere.

E poi vidi Lui.

Elisabeth aveva finito con le sue litanie e ora attendeva, le mani incrociate sul petto come una penitente, e la testa china. A sua insaputa, dietro di lei, torreggiante come un titano…

Come devo descriverLo? Era del tutto scuro, come un’enorme ombra gettata da una lampada, ma che sembrava del tutto solida. Non riuscii a vedere la Sua faccia o i Suoi lineamenti, eppure aveva entrambi, poiché vidi che mi sorrideva. Né aveva gli occhi, ma io guardai ugualmente dentro di essi. Lui mi conosceva. Mi sorrideva e mi conosceva. E allora seppi, in quel momento, che Lo avevo sempre conosciuto, e non provai paura perché, nel guardare nei Suoi occhi, vidi accettazione, compassione e, di fatto, amore. Un tale amore che vi fui risucchiata, tirata come da una corrente in una oscurità infinita, in una luce infinita, nei Suoi occhi. Poiché Lui e io eravamo il Nulla e Ogni Cosa, l’esistenza e l’annichilimento, il pensiero e la spensieratezza tutto insieme, e tutte le cose e nessuna cosa allo stesso tempo. Quella era un’estasi che andava molto oltre ogni soddisfazione e desiderio fisico e mentre, adesso, vi rifletto sopra, posso onestamente dire che se la Morte fosse uno stato del genere, mi ucciderei con gioia.

Poi tutta la consapevolezza svanì, e caddi in uno stato di incoscienza svegliandomi un po’ di tempo dopo per ritrovare Elisabeth, l’altare e… poteva mai essere l’Oscuro Signore? No! Un Arcangelo, invece, capace soltanto della magia più bianca poiché, quando avevo udito dell’Oscuro Signore e di Vlad che era in riunione con Lui, esso portava solo paura. Ma quella creatura… quella oscura e buona creatura… Posso solo fare congetture. Sono fuggita nella mia stanza e ho scritto tutto, per evitare che il tempo faccia svanire dalla mia memoria quel potente incontro. Per adesso, non ho ancora visto Elisabeth, e ho paura; se lei si è accorta di me dopo il mio svenimento, allora, senza dubbio, sarà nuovamente furiosa.

Ma io devo sapere cosa sta per fare. Se mi vuole tradire, allora la mia morte è comunque assicurata, e io potrei anche affrontarla rapidamente piuttosto che indugiare nell’agonia del dubbio.

19 maggio. È morta, è morta! Come può essere? Come può un essere immortale venire ucciso, tranne che per mano di un essere vivente?

La mia mano trema a tal punto che temo di far cadere la penna, poiché capisco che io stessa non sono più al sicuro.

Oggi mi sono recata alla sua bara, piena di preoccupazione perché il giorno dopo la morte del bambino sordo — il sedici — Dunya, ancora sazia e assonnata, era strisciata via dal letto di Elisabeth fino alla sua piccola bara nelle stanze della servitù e aveva chiuso il coperchio con un tonfo sordo e pesante.

Non è insolito per un Vampiro che si sia riempito dopo una lunga privazione dormire per un giorno, una notte e un altro giorno, per poi rialzarsi fresco e rinvigorito; l’ho fatto io stessa molte volte. Così, quando Dunya non si alzò affatto la notte del sedici, non me ne preoccupai, e quando non riemerse il diciassette, mi dissi: «Si sta godendo un lungo e profondo riposo e, quando la vedrò domani, avrà un aspetto più giovane e forte di quello che ha avuto da decenni».

Il diciotto non si alzò.

«Non aver paura», disse Elisabeth, cercando di confortarmi (non ha mai fatto parola della mia apparizione al suo rito; posso solo supporre che il mio incantesimo per rendermi invisibile abbia avuto successo e che io non sia stata scoperta, poiché, da allora, lei è stata sempre gentile con me). «Dunya è immortale. Chi può farle del male?».

Chi poteva, in effetti?

Questa mattina ho lasciato Elisabeth che dormiva, e sono andata un’ora prima dell’alba nelle tranquille stanze di Dunya. Come sembrava scuro e malinconico lì; dall’esterno proveniva il dolce e alto canto di un usignolo solitario, ma quel mattino sembrava particolarmente lugubre.

Rimasi per un momento nel salotto dove avevamo incontrato il signor Jonathan Harker; i miei timori mi impedivano di andare direttamente nella camera da letto. Il divano si trovava ancora dove l’inglese l’aveva messo: davanti a una grande finestra. Stava lì, di fronte alla foresta, alle montagne, e a profondi burroni che lentamente emergevano dall’oscurità nella pallida e grigia luce dell’alba.

Poi mi feci forza ed entrai nella stanza più interna dove Dunya giaceva nella sua bara chiusa. E, nell’istante in cui oltrepassai la soglia, ebbi una spaventosa rivelazione: Dunya non era lì, non c’era affatto! Ero sempre stata in grado di sentire la sua gentile presenza, poiché lei era del tutto ignorante della magia e dei metodi di autoprotezione (questo a causa dell’insistenza di Vlad).

Per un attimo, mi sentii sopraffatta dall’irrazionale speranza che Elisabeth le avesse, finalmente, conferito dei poteri, che fosse riuscita in qualche modo a fuggire dal castello; ciò fu accompagnato da un terrore altrettanto irrazionale ma vago… vago perché la mia mente non avrebbe permesso l’ammissione di ciò che temevo di trovare. Consumata da quelle due incompatibili emozioni, mi avvicinai alla piccola bara e aprii di scatto il coperchio.

Ossa e polvere!

Ossa e polvere: il suo piccolo e delicato teschio era dell’avorio più chiaro, senza più alcun resto di occhi o pelle, sebbene una lunga e sciolta ciocca di capelli rossicci risaltasse contro il raso bianco sottostante, dal collo alla vita. Era come se fosse veramente morta — come un essere mortale — venti anni prima, e il suo cadavere fosse stato lasciato esposto agli elementi sotto un sole spietato. Il teschio si era staccato dalle ossa del collo e posava sulle ossa della mascella superiore (l’inferiore si era disintegrata), quasi perpendicolare alle secche ossa ingiallite degli arti e del busto. Le braccia erano incrociate sopra le ossa del petto e le costole apparivano in modo ordinato, come se fosse stata sistemata per un funerale, ma le ossa delle gambe si erano staccate e giacevano scomposte.

Penso che gridai; devo aver gridato, sebbene quanto forte e per quanto tempo non so dirlo, poiché tutta la paura scomparve e conobbi soltanto un dolore isterico. E, mentre gridavo, il mio respiro mosse la polvere nella bara — adesso veramente diventava il luogo dell’eterno riposo — facendo sì che si alzasse nell’aria e volasse come la cenere incandescente della pergamena bruciata.

Respirai quelle ceneri, tossii, e piansi a causa loro; per la verità, m’infilai nella bara e strinsi quelle ossa, le baciai, le battezzai con le mie lacrime.

Dolce serva e amica! Leale e discreta compagna! Ricordo con dolore ogni azione che ho commesso contro di te, e so che, adesso, ho mancato al mio obbligo di proteggerti…

Non mi disperai a lungo da sola; nel mezzo dei miei singhiozzi, sentii una calda mano toccarmi la spalla. Sopra di me c’era Elisabeth, con gli occhi che le brillavano per le lacrime, e un’espressione di terrore, shock e pietà. Era nuda, e i suoi capelli aggrovigliati le ricadevano sciolti sulle spalle; sembrava che avesse udito i miei lamenti e si fosse alzata di furia dal letto.

«Zsuzsanna, mia cara!». La sua voce era bassa, più delicata e tenera di quanto l’avessi mai udita, ma io ero troppo piena di dolore e ira per crederle. «Mia cara, cosa è accaduto? Oh, ma questa non può essere… È la povera Dunya?». Immediatamente cadde in ginocchio accanto alla bara e imprecò: «Che sia dannato! Che sia dannato.

Mi voltai e mi misi seduta di scatto, piena di una rabbia abbastanza intensa, forte abbastanza da distruggere l’intero mondo. Non mi importava se offendevo lei, o Vlad, o l’Oscuro Signore, anche se Lui era il Demonio in persona; non mi importava se l’istante seguente anch’io sarei stata ridotta a un mucchio di ossa e polvere. Inveii, volendo soltanto che lei soffrisse come soffrivo io in quel momento.

«Tu lo sai! Sei tu quella che l’ha uccisa! Io ti ho dato fiducia… ti ho dato fiducia, ma ora…».

Un lampo di rabbia passò sul suo viso, ma fu solo un lampo; si controllò immediatamente e rispose, con un’espressione di infinito dolore e tristezza:

«Zsuzsa, dolce Zsuzsa, come puoi dirmi questo? Come puoi pensare che io abbia voluto fare del male alla tua amica e causarti una tale sofferenza? Tu sei la prima nel mio cuore, e io non ti tradirei mai… Tutto questo è opera di Vlad!».

Non volevo accettarlo; era tutta una recita, una recita a cui io ero stata tanto sciocca da credere.

«Tu l’hai uccisa, allo stesso modo in cui intendi uccidere me! Ti ho visto celebrare il rito; ho visto i capelli di Dunya e i miei sul tuo altare. Ho visto l’Oscuro Signore…».

A queste due ultime parole, le sue sopracciglia si sollevarono bruscamente e il suo sguardo divenne intenso, feroce, chiaro come il diamante: non lo sapeva. Poi, lentamente, le sue sopracciglia dorate si abbassarono; la sua fronte ritornò liscia, e la sua intera espressione tornò a essere composta. Quando infine parlò, le sue parole erano misurate e attente.

«Se tu hai visto, allora sicuramente hai capito il fine del rito: ossia proteggere te e Dunya dal male. Mia cara, ci sono molte cose che non ti ho rivelato per paura di spaventarti. Vlad intende distruggerci tutte, e ci è voluta l’intera mia riserva di forza e di intelligenza per proteggere te. Lo ammetto, ti ho privilegiata rispetto a Dunya, la tua buona serva, la cui morte ti ha chiaramente spezzato il cuore. Il mio errore è stato quello di mettere intorno a colei che amo di più una speciale protezione», e a questo punto mi baciò la mano, chinandosi così che le sue calde lacrime mi caddero sulla carne, «e lasciarne solo una piccola parte per me stessa e per Dunya».

Cosa potevo dire davanti a una tale confessione? Mi misi in ginocchio a fatica, schiacciando inavvertitamente ossa secche e ruvide, e allungai le braccia verso di lei. Singhiozzando, ci abbracciammo.

«Ah, Zsuzsanna mia, mia Zsuzsa, mi dispiace di averti ingannata, ma l’ho fatto preoccupandomi che tu non avessi paura. Vlad è debole, sì, e io sono più potente… tranne per il fatto che lui ha studiato la magia due secoli più di me. Sia suo padre che suo nonno ascesero al trono con l’aiuto dell’Oscuro Signore, e io credo che lui abbia invocato quella potente entità di nuovo, sperando di sconfiggerci. Poiché lui ci teme e, qualunque cosa, o chiunque sia più forte di lui… e che lui teme, è costretto a distruggerla. Ecco come lui ripaga me, dopo che sono venuta a offrirgli aiuto… e te, che sei rimasta la sua leale compagna per cinquant’anni, nonostante ti abbia trattato in modo meschino».

Il suo sguardo era così gentile, così afflitto, e pieno di partecipe dolore, che il mio cuore fu trafitto da una nuova angoscia, quella della consapevolezza di averla ferita ingiustamente.

«Mi dispiace, mi dispiace», mormorai, rinnovando il pianto, e mi strinsi con più forza contro la sua calda pelle d’avorio, contro i morbidi capelli profumati che le cadevano come Godiva sulle spalle, sul seno e sul ventre. «Capisco… hai invocato l’Oscuro Signore per la protezione di noi tutte, ma tu devi avere la stessa protezione che ho io perché, se mi alzo e ti trovo distrutta», a questo punto feci un gesto verso il pietoso mucchio di ossa dietro di me, «morirò veramente di infelicità. Cosa devo fare per salvarti? Insegnamelo, e io verrò a patti con lo stesso Demonio!».

L’accenno di una smorfia si fece strada sul suo viso, e lei mi rimproverò con rapidità a bassa voce.

«Non Lo chiamare Demonio, Zsuzsanna; è così superstizioso e medievale». Immediatamente dopo, si raddrizzò e disse a voce più alta: «Non ti farò scendere a patti con Lui, cara. È troppo pericoloso, anche per quelli di noi che hanno una lunga pratica delle Arti Nere. È un negoziatore scaltro, e mercanteggia soltanto le vite e le vite dopo la morte; fin troppo rapidamente si impossesserebbe della tua anima».

«La mia anima? Che cosa ne deve fare, se non è il Diavolo?».

Lei abbassò gli occhi e, in un ovvio sforzo di distrarmi, disse:

«Vieni via da quelle ossa, cara: sono troppo lugubri!».

Quindi mi sollevò prendendomi per la vita con tanta facilità quasi fossi una bambina, e mi mise giù accanto a lei per spazzolarmi via dal vestito la polvere e i pezzetti di ossa. Distratta, spaventata, mi afferrai a lei che mi portò nel corridoio, e ritornammo verso la stanza che dividevamo.

Ma io ancora riflettevo sulla strana frase circa il suo Maestro; se Lui non era il Demonio, allora era Dio? Sicuramente Dio non si sarebbe abbassato a fare commercio di anime! Poiché il dolore aveva vanificato tutto il mio controllo della cortesia, domandai di nuovo:

«Perché la mia anima?»

«Una questione di parole», mi rispose, ma il suo sguardo era fisso in avanti, sulla sua destinazione, piuttosto che su di me; non potei fare a meno di sentire che desiderava disperatamente evitare del tutto l’argomento, come se fosse troppo spiacevole anche da prendere in considerazione. «Saresti assorbita. Annichilita. Divorata!».

È questo quello che Vlad ha fatto a Dunya? La sua anima è stata mangiata dall’Oscuro con gli occhi pieni d’amore?

Ma se ciò è quello che io sentii in Sua presenza — quel senso estatico del Nulla e del Tutto — allora non posso, come fa Elisabeth, temerLo. Se è lì che Dunya si trova, allora asciugherò le mie lacrime che ancora scorrono…

E desidererò con ardore raggiungerla.

Elisabeth non mi insegnerà nulla della conoscenza necessaria per contattarLo direttamente onde cercare la vendetta nei confronti di Vlad e un’uscita sicura per noi da questo castello. Ma io Lo troverò.

Lo troverò…

29 giugno. Niente da registrare per tutto questo tempo; il dolore ha fatto svanire la mia forza e la mia determinazione. Penso spesso ai defunti: i miei buoni madre e padre, i miei fratelli — Arkady e il piccolo Stefan — e la cara Dunya. Talvolta penso anche a tutte quelle povere anime i cui corpi e ossa giacciono a corrompersi in questo castello e nella vasta foresta circostante. Quanta morte e sofferenza da qualunque parte mi volti! La quantità mi sopraffa, permea la mia mente e il mio cuore…

Ma sono accadute così tante cose che le devo registrare prima che i dettagli sbiadiscano dalla mia memoria. Stanotte, per la prima volta in tanti mesi, la mia mente è diretta verso qualcosa di diverso dalla mortalità, verso un paese lontano che ho sempre desiderato vedere ma che sono arrivata a pensare non potrò mai farlo.

Circa un mese fa, degli tzigani arrivarono con i loro carri all’interno del cortile del castello e si accamparono lì. Era una giornata calda, e ancora più calda per gli zingari, dato che avevano deciso di cuocere il loro pasto di mezzogiorno: un capretto.

Così apprestarono un grande fuoco, vi misero sopra uno spiedo, e si sedettero intorno mezzi nudi, con i petti scoperti e le schiene all’aria che brillavano per il sudore.

La loro presenza era una prova lampante (sebbene io non ne avessi mai dubitato) che Vlad intendeva veramente lasciarmi qui poiché, quando Elisabeth e io cercammo di fare dei segni da una finestra a colui che sembrava il capo del gruppo, gli uomini risero in segno di disprezzo e ci ignorarono… proprio come ignorarono Mr. Harker, che gridava anche lui dalla sua finestra (ovviamente, lui è prigioniero come noi, sebbene fosse del tutto ignaro di aver a che fare con degli zingari. Lo sciocco gettò loro del denaro… che naturalmente quelli intascarono prima di andarsene).

«Fallo stare zitto!», ordinò Elisabeth, con gli occhi socchiusi per la frustrazione a causa degli ammiccanti ruffiani sotto di noi.

Come una schiava obbediente, corsi subito nella stanza di Harker e lo feci cadere in trance. Quando ritornai, trovai Elisabeth che si comportava come una parodia femminile di quegli uomini; appoggiandosi in modo seducente alla finestra aperta, con il vestito e la camicia entrambi aperti e tirati giù fino alla vita, scoperti i seni, cantava una canzone indecente nel dialetto degli zingari agli ammaliati osservatori sottostanti.

La mia prima reazione fu quella di essere un po’ gelosa del suo sfacciato mettersi in mostra davanti a quelle meschine e inaffidabili creature, ma la gelosia fu rapidamente sostituita dal divertimento per l’audacia di Elisabeth e le espressioni comiche sul volto degli zingari maschi.

Quella era la prima volta dalla morte di Dunya che venivo presa dal riso, e questo lo rese ancor più potente; chiudevo la bocca e mi mordevo la lingua nello sforzo di spegnere quella risata che mi montava dentro, ma tutto invano. La risata veniva, nonostante tutto; così rimasi un po’ arretrata rispetto alla finestra in modo da non essere vista, ma se da poter vedere sia Elisabeth che il suo pubblico adorante.

Il suo piccolo spettacolo raggiunse il suo intento; il capo degli tzigani si allontanò immediatamente dal suo posto davanti al fuoco — ordinando agli altri uomini di restare — e arrivò all’entrata del castello. Questa era, in apparenza, chiusa con il chiavistello dall’esterno perché, quando accorremmo per farlo entrare, udii lo strusciare del legno contro il metallo, e poi il risuonare di una spranga di legno che colpiva la pietra.

Sebbene fossimo costrette a restare all’interno, lui non ebbe difficoltà nel varcare la soglia; come un toro innamorato, gettò di lato la pesante porta e corse dritto verso Elisabeth e il suo seno nudo. Le afferrò i seni, uno con ogni mano e, con un allarmante disprezzo per la civiltà, la rovesciò all’indietro sul pavimento freddo.

Con mio stupore, lei non fece resistenza (sebbene avrebbe potuto facilmente resistere, facendolo cadere all’indietro come se avesse sbattuto contro una montagna). Invece si lasciò andare all’indietro ridendo e, quando lui le tirò su le gonne e la sottogonna, rise ancora di più, come se provasse il più grande divertimento, e si lasciò allargare le gambe nude.

Non era un uomo brutto — di fatto i suoi luccicanti capelli dal colore del carbone e il naso aquilino mi ricordarono un po’ mio fratello — ma c’era una volgarità nella sua faccia larga, nel corpo grassoccio e dal petto prominente, nella sua pelle olivastra e lucida e nei suoi baffi incerati ridicolmente lunghi, che trovai estremamente ripugnante.

Quando si aprì velocemente i pantaloni e cadde su di lei, penetrandola, gridando, e stringendo sempre i suoi morbidi seni con le sue grosse e rozze dita, l’intera scena mi colpì come se fosse nauseabonda, e distolsi lo sguardo, pensando di andarmene prima che mi chiamassero per essere la prossima.

Ma, in quel momento, Elisabeth circondò la faccia dello tzigano con le sue mani (così bianche e delicate in contrasto con le guance scurite dal sole) e con forza lo tirò a sé per un bacio. Dapprima lui fece resistenza: quegli sciocchi desideri femminili non dovevano essere soddisfatti, soprattutto non quelli di una puttana che lo aveva tanto sfacciatamente adescato lì per una e solo una cosa! Ma io vidi, di profilo, Elisabeth aprire gli occhi mentre premeva appassionatamente le labbra su quelle di lui, e vidi l’eccitazione dell’uomo diventare sorpresa, poi lentamente farsi vacua e sognante, mentre la sua volontà svaniva.

Nel frattempo, il suo disperato spingere non cessò mai, poiché tutto questo accadde nello spazio di alcuni secondi.

«Zsuzsanna!», ansimò Elisabeth, con il tono chiaro e deciso che segnalava che non avrebbe accettato un rifiuto.

Allora tornai da lei e guardai giù: i suoi superbi capelli erano stati tirati su, ed erano sparsi sopra di lei sul pavimento, circondandola come un alone… o come la pallida falce dorata della mezzaluna. Il grosso tzigano si agitava ancora convulsamente, con il viso ora premuto sul cuscino dolcemente profumato dei capelli di lei, a una lunghezza di mezzo braccio sopra la sua testa. Nel frattempo, lei premeva i suoi palmi contro il petto di lui, tenendolo su con facilità, mentre avrebbe schiacciato e soffocato una donna mortale.

«Non posso, Elisabeth. Io… io non ho cuore per questo».

«Non mi interessa se lo prendi dentro o no, cara, ma mordilo! Per me, per favore!».

«Non ho fame».

«Non c’è bisogno che tu beva! Mordilo soltanto — non lo uccidere — e lascia che il suo sangue mi scorra sul viso…».

Obbedii con un sospiro, muovendomi dietro la schiena madida di sudore del suo impalatore e chinandomi per colpirlo alle spalle. A ciò, lui si irrigidì, ed emise un grido soffocato di terrore ed estasi.

Il sangue era dolce, ma io ero troppo addolorata, troppo confusa, troppo annoiata dalla vita in quel castello, per apprezzarlo. Mi ritrassi, infelicemente compiaciuta di negarmi, infelicemente compiaciuta di soffrire per i crampi della fame, e quindi tornai ad accucciarmi e a guardare mentre Elisabeth leccava la piccola e sanguinante ferita dello zingaro e vi strofinava sopra le guance così come un gatto strofina il naso contro le gambe della sua padrona.

«Tu sei mio», bisbigliò Elisabeth nel suo orecchio. «Tu obbedirai agli ordini di Vlad fino a che non ci danneggino, ma tu sei mio. E così, dopo che avrai portato via il Principe dal castello, tu ritornerai per noi… e dirai segretamente al tuo più fedele amico — facendolo giurare — che, se tu dovessi morire misteriosamente, lui dovrà venire a salvare noi, povere donne indifese. Tutto entro un giorno…».

Entro un giorno… E ora che il tempo è quasi arrivato, penso: verranno veramente?

Ma ci furono altri segni a convincermi che Vlad se ne sarebbe ben presto andato. Infatti, dopo pochi giorni, aveva rubato tutte le carte e i vestiti di Harker: lo capimmo quando facemmo la nostra rituale visita mattutina alle stanze dell’ospite. Queste incursioni sono diventate estremamente illuminanti ora che Harker trascrive attentamente i bizzarri scribacchiamenti del suo diario in inglese su una pergamena separata. Ha scritto l’intero diario per noi, e io so che ci servirà in Inghilterra, poiché è pieno di astuti dettagli degni del diario di un avvocato.

«Sarà la nostra spia a Londra», mi disse Elisabeth quel giorno, «e, prima che Vlad si alzi, celebrerò un rito privato per essere sicura che Mr. Harker sopravviva abbastanza a lungo da esserci di aiuto. Ma, prima, un po’ di protezione più pragmatica…».

Mentre parlava, si mosse verso il tavolino da notte e prese un crocifisso che vi si trovava, o piuttosto la catena d’oro che vi era attaccata e se lo lasciò ciondolare davanti al viso.

Confesso che ansimai forte, poiché ero stata ben consapevole della sua presenza per tutto quel tempo e mi ero sentita a disagio. Lei vide il mio imbarazzo (o, piuttosto, francamente, il terrore) e rise, gettando la testa all’indietro mentre portava il piccolo Cristo impalato in alto finché esso sovrastò i suoi lineamenti perfetti, di porcellana.

«Non essere crudele», la supplicai con voce tremante, poiché mi sentivo improvvisamente sul punto di piangere. «Non giocare con me in questo modo, perché non lo sopporto… Ti taglierai la tua pelle preziosa!».

Lei continuò a ignorarmi, ridendo, come se tenere un attizzatoio incandescente sopra un viso tanto perfetto e bello fosse un piacevole divertimento. Allora mi arresi alle lacrime e mi coprii gli occhi.

Quando guardai di nuovo, lei si premette la cioce dorata sulle labbra e la baciò.

Gridai e stetti per svenire; all’improvviso, lei corse verso di me e mi prese tra le braccia, dicendo:

«Mia cara, mia cara, non volevo allarmarti così! Volevo soltanto provarti una cosa. Ecco…»

Mi portò immediatamente sul divano e si sedette vicino a me, dandomi gentilmente dei colpettini sulle guance finché osai aprire gli occhi.

Teneva un pugno chiuso sul mio viso, poi lentamente lo aprì per mostrare un crocifisso che teneva sul palmo bianco. Di nuovo indietreggiai e cominciai a coprirmi il viso, ma lei mi ordinò bruscamente:

«Guardami Zsuzsanna. Guarda…».

Guardai. E vidi che la carne sotto il luccicante oggetto dorato era perfetta, intatta. Spaventata, alzai le mie dita tremanti fino alla sua bocca di rubino e la trovai completamente perfetta e bella.

Ma quando mi afferrò il polso e voltò il palmo della mia mano verso l’alto, con l’intenzione di porgermi la croce, gridai nuovamente.

«Non posso! Mi brucerà… Lo so, perché è già accaduto».

«Zsuzsanna!». Il suo tono divenne severo. «È come la luce del sole. Ti può fare del male solo se ne hai paura. Queste sono le paure di Vlad, non le tue; perché le hai portate tanto a lungo?».

E, troppo rapidamente perché potessi resistere, mi spinse l’oggetto nel palmo teso e vi chiuse strettamente le dita intorno.

Io ero troppo spaventata per gridare, per reagire… per fare qualsiasi cosa veramente, tranne che restare a bocca aperta di fronte all’immagine luccicante della mia mano. Alcuni secondi dopo, venne la rivelazione: la croce era fredda e tagliente nel mio palmo ma non mi bruciava la pelle, né la sua presenza risvegliava l’atteso dolore.

«Vedi?», disse Elisabeth, sorridendo ancora. «È un pezzo di metallo, nient’altro, ma Vlad non lo crede, e quindi usiamo le sue superstizioni contro di lui. Avanti, Zsuzsanna… mettilo intorno alla testolina addormentata di Mr. Harker».

Così feci, meravigliandomi della mia stessa impenetrabilità, del mio potere.

«E ora, caro Jonathan», disse Elisabeth piano, rivolta all’avvocato che russava, «devi indossare questa collana dovunque tu vada e, se la catena si dovesse rompere, devi sempre portare la croce sulla tua persona. Se Vlad… il conte», e qui mi lancio un’occhiata, sorridendo alla intenzionale ripetizione dell’informazione sbagliata di Harker, «dovesse minacciarti, sbattigli questo ciondolo in faccia».

Fu così che Mr. Harker divenne il nostro agente.

Quindici giorni dopo, il grappo degli tzigani ritornò con dei grandi cani, e la trama del piano di Vlad si precisò più chiaramente. Non ci sono dubbi: egli sta veramente abbandonando questo luogo, se non per sempre, per un periodo molto lungo. Quella volta, l’amante tzigano di Elisabeth ritornò, ma il loro secondo incontro si limitò agli accordi per il viaggio: il nostro e quello di Vlad. Lui prenderà la via per lui più sicura — una nave — ma noi non siamo così vincolate e lo attenderemo quando, alla fine, arriverà.

Quando vidi i grossi carri scoperti, ognuno abbastanza grande per contenere parecchi bauli colmi di terra (un’altra delle ridicole superstizioni di Vlad, credere che non possa lasciare la Transilvama senza portarne un po’ con sé), la mia rabbia per essere abbandonata scoppiò nuovamente, e supplicai Elisabeth di fare qualsiasi cosa fosse in suo potere per distruggerlo in quel momento. Lei insistette che un tale sforzo allora sarebbe con molta probabilità fallito (cosa non mi sta dicendo adesso per evitare di preoccuparmi?), ma che nondimeno avrebbe provato, utilizzando il nostro inglese per tentare l’azione.

E così fece, spedendo Mr. Harker in una missione diurna per uccidere Vlad (cosa che lui quasi riuscì a fare), ma quello sciocco si fece prendere dalla paura.

E così ora sono seduta, sopraffatta allo stesso modo dall’eccitazione e dalla paura. Stanotte, Vlad è finalmente venuto da me: non l’ho visto per quasi un mese, ma non sono stata sorpresa di vederlo ulteriormente ringiovanito, con i capelli non più bianchi ma scuri, e la carnagione leggermente rosata. La sua espressione era di esultanza mescolata a condiscendente generosità.

«Domani sera», disse, sorridendo, «lui sarà tuo».

Finsi un’espressione di disperazione e dissi risentita:

«Mi stai abbandonando qui a morire di fame. Non pensare che non lo sappia».

Con le sopracciglia arcuate in un gesto di finta innocenza, si mise il palmo aperto sul suo cuore senza vita.

«Io? Zsuzsanna, sei arrivata a comprendere, nella tua infatuazione per Elisabeth, che io, non lei, sono stato il tuo benefattore per tutti questi anni? No, mia cara, devo andare a curare i dettagli di una specialissima proprietà… in Inghilterra. Infine, ho trovato un modo per liberarci entrambi. E non lo farò senza prima pensare a te: lascerò l’ospite inglese solo per te! Quando sarà tutto pronto, prima che tu sia di nuovo affamata, io ritornerò a prenderti».

Non volli incontrare il suo sguardo, ma tenni il mio fisso sulla finestra… e sulla libertà che c’era oltre di essa. Con voce bassa, ostile, lentamente proclamai:

«Arkady non c’è più».

La sua abilità di ingannare era così raffinata che la sua espressione di abbietta sorpresa, contaminata dalla paura, era del tutto convincente. Ma io non ne fui ingannata.

«Cosa?»

«È vero?».

Troppo terribilmente vero. Sapendo che sarebbe ben presto venuto il momento in cui avrei lasciato per sempre quel castello — o mediante la morte o mediante il carro che mi avrebbe portato attraverso il continente — ero scesa quel mattino nella volta sotterranea, per dire addio al corpo del mio caro fratello.

Andato, svanito (sono troppo addolorata anche per piangerci sopra adesso). Nessuna traccia del cadavere, sebbene il palo senza sangue fosse sopra al nudo catafalco di terra dove lui si trovava. A quella scoperta, ero caduta sull’umido terreno polveroso, e singhiozzai al pensiero dei resti del mio dolce Kasha sottratti per qualche malvagio tentativo di magia da quel mostro. E come le Marie davanti alla tomba dissuggellata del Cristo, domandai in quel momento a Vlad:

«Dove lo hai portato?».

Le sue grige sopracciglia si unirono insieme come impetuose nuvole temporalesche, e il suo colorito divenne livido mentre gridava:

«Questo è un altro tradimento, non è vero? Qualche nuova trama per un’incauta vendetta! Sei stata ad ascoltare le bugie di Elisabeth… e io non ti darò altri avvertimenti, dato che non hai creduto al primo. La mia sola soddisfazione deriva dal sapere che presto ti accorgerai della tua stupidità nell’aver creduto in lei e aver abbandonato me… Ma allora tutte le tue suppliche di aiuto saranno tardive!».

Si voltò quindi sui taccili e se ne andò con furia, sbattendo la porta dietro di sé con tale forza che, con il rumore assordante di un colpo di pistola, il legno si fendette in diagonale, come fosse stato colpito da un fulmine.

Durante tutto questo dialogo, rimasi in silenzio. La mia vendetta non consisterà di parole o argomenti, ma di azioni che lo faranno precipitare all’Inferno, nel dolore.

Così, finalmente, ci siamo separati… per sempre. Non provo tristezza, nessuna melanconica gratitudine per colui che mi diede il bacio immortale. Lui mi ha tolto mia madre, mio padre, mio fratello, la mia amica, la mia dignità; ha trasformato tutto il mio amore in ira vendicativa.

Bastardo! Ci incontreremo ancora in Inghilterra… in Inghilterra! Sembra un sogno irraggiungibile, un miraggio che chiama da lontano, ma io temo che quando, finalmente, si avvicinerà, fluttuerà e si dissolverà nella polvere.

No. Nessuna paura, nessun dubbio. Ti troverò a Londra. E lì ti annienterò…

Capitolo settimo

Telegramma. Abraham Van Helsing, M.D., D.Ph., D.Lit, ecc., ecc., Amsterdam, a John Seward, M.D., Purfleet, Inghilterra

28 giugno

Caro e fidato amico,

scusa in anticipo per l’imposizione: necessito tuo aiuto e discrezione, e imperdonabilmente presto. Porto paziente psichiatrico a Purfleet pomeriggio primo luglio, e necessito alloggio per entrambi: ma con supremo bisogno di segretezza. Nessun altro deve sapere che siamo in città.

La mia compagna ha bisogno di una cella con sbarre e lucchetto; io chiedo lo stesso per me.

Distruggi immediatamente questo documento.

Il diario del dottor Seward

Primo luglio. Il professore è arrivato.

È arrivato come previsto nel pomeriggio, vestito di nero e con un cappello di paglia dalla tesa larga, guardandosi intorno come un prete di paese. Io stavo sull’entrata e lo guardai mentre scendeva dal tassì, poi si voltava e tendeva le braccia intanto che il conducente gli porgeva una donna piccola e fragile. Anche lei era vestita completamente di nero, incluso un velo che le copriva il viso. Lui la trasportò con facilità tenendola in braccio lungo il vialetto bordato di fiori, come se fosse da lungo tempo abituato a fare così. Quando mi vide sul portico, mi sorrise apertamente, e gli occhi blu gli si illuminarono all’istante. Mi feci avanti e gli afferrai una spalla; l’impulso di stringerci la mano venne ad entrambi, ma fu reso impossibile a causa della misteriosa paziente che teneva tra le braccia.

«Professor Van Helsing!», lo salutai cordialmente mentre, dietro a lui, l’autista metteva a terra due grandi valige. Io accorsi e mi occupai subito della mancia; il mio mentore non è in condizioni finanziariamente agiate, da quanto mi è dato di sapere. Credo che, di regola, faccia pagare poco i suoi pazienti o non li faccia pagare affatto, e io sarei un signore agiato ora se non fosse per il mio “hobby”, l’Istituto.

Al mio saluto, il sorriso del professore svanì e un po’ di luce gli scomparve dagli occhi. Si morse le labbra come per indurmi al silenzio; se non avesse portato quel peso, vi avrebbe anche portato un dito. Compresi l’avvertimento, e immediatamente abbassai la voce in un bisbiglio.

«È bello vedervi ancora».

Il sorriso e la luminosità ritornarono immediatamente.

«E anche per me, amico John, sebbene sembriate piuttosto pallido e denutrito. Dovremo trovare una bella e giovane signora per mettervi all’ingrasso e indurvi a fare delle passeggiate al sole!».

Distolsi per un po’ gli occhi guardando le zinnie gialle e rosse che bordavano il vialetto, ma mantenni un’espressione compiaciuta. Qualunque cosa evocasse il pensiero di Lucy era ancora dolorosa, così non risposi.

Immediatamente il suo tono si addolcì per la compassione.

«Ah… mi accorgo di essere andato direttamente alla fonte del problema. Perdonatemi, amico mio: sono un vecchio cieco e sciocco».

Credo di essere arrossito, cosa che non fece che accrescere il mio disagio, dato che per me è una reazione insolita. Poi guardai timidamente la paziente silenziosa, chiedendomi quanto potesse essere lucida e se avesse compreso la scambio di battute. Come avrei potuto ora fare una presentazione dignitosa?

Ancora una volta, Van Helsing sembrò aver letto nei miei pensieri.

«Non preoccupatevi, John. È affetta da catatonia; la sua mente è lontana da noi. Anche se non fosse così, non sarebbe in grado di divulgare i vostri problemi, poiché non parla».

«Siete lontano dall’essere vecchio, e certamente non siete cieco», gli dissi. «Francamente, siete la persona più percettiva che conosca». In verità, era stato così dalla prima volta che l’ho incontrato. A volte, la sua abilità nell’indovinare quello che io — o un’altra persona — stiamo pensando, è stupefacente. Non è soltanto che mi conosca bene; l’ho visto fare lo stesso con degli sconosciuti. Con il tempo, ho sviluppato due teorie: una, che abbia perfezionato le sue capacità di osservazione fino a una perfezione soprannaturale; due, che sia un sensitivo.

L’ultima cosa è difficile da provare anche se, ultimamente, sono arrivato a interessarmi molto di fenomeni occulti e degli insegnamenti di una organizzazione locale chiamata Alba Dorata (le mie letture mi hanno portato a concludere che il professore sa molto, o tutto, delle loro conoscenze. Ciò si basa su innumerevoli commenti che lui ha fatto durante la nostra stretta amicizia durata otto anni. Frasi esoteriche quali “Come sopra, così sotto” (una citazione dalla nostra comune conoscenza Hermete Trismegisto, e dozzine di altre simili osservazioni oscure… oscure a quel tempo, però).

Inoltre, il professore irradia un’aura di potere: non tanto del tipo fisico quanto di quello mentale. Come me, lui fu un wunderkind, ma qui io non parlo di intelligenza, che lui ha in abbondanza, ma della parte metafisica. In pubblico — tranne quando dà lezioni — recita la parte del pasticcione, del pagliaccio. L’ho udito persino fingere il più terribilmente comico accento straniero, anche se il suo inglese è eccellente. È come se volesse evitare che il mondo possa vedere in lui ciò che è veramente: lo studioso, il genio, il filosofo.

Ma quando si è trovato solo in mia presenza, talvolta mi ha permesso di scorgere degli squarci di quell’immensamente brillante e sapiente occultista che è in realtà, sotto la maschera dello sciocco. Naturalmente, non l’ha mai chiamato occultismo; questo è quello che sono riuscito a capire. Ma ora ricordo una vacanza di tanto tempo fa ad Amsterdam quando, inavvertitamente, entrai nella sua biblioteca privata e scoprii dentro a un armadietto chiuso un vero tesoro di trattati sulla magia: La Chiave Maggiore di Salomone, Il Goetia, Il Sepher Yetzirah, e Una vera e fedele relazione di quello che accadde per molti anni tra il dottor Dee e alcuni spiriti.

Questo è l’uomo che ho incontrato nuovamente oggi, sebbene abbia, con successo, adottato il travestimento del prete di campagna non molto istruito. Ma io ho visto al di là del semplice inganno che velava i suoi grandi occhi blu, al di là della sua espressione allegra. Sembra più vecchio di quando l’ho visto l’ultima volta; la maggior parte dei capelli rosso dorato sono diventati bianchi e lui, come me, ha perso peso e sembra scavato nelle guance e nelle mascelle. Nonostante tutto ciò, irradia ancora più quell’impressionante forza interna, quel profondo senso di saggezza e calma che persino la tempesta più forte non può scuotere, facendolo paradossalmente sembrare — il vero uomo interiore sotto il vestito della carne — più giovane di quando lo vidi l’ultima volta.

«Ma prego», continuai, facendo un gesto in direzione dell’entrata. Entrambi ci dirigemmo verso la porta aperta, io tendendo le braccia come a voler prendere la donna immobile tra le sue. Come mi aspettavo, lui rifiutò qualsiasi aiuto. «Entriamo subito e vi libererete del vostro peso. Chiamerò il domestico per portarla…».

«No!». La sua brusca risposta mi fece girare la testa di scatto per fissarlo attentamente. Con più dolcezza allora, aggiunse: «Ancora nessun domestico. Potrà venire il momento che ne avrò bisogno, ma oggi manteniamo tutta la riservatezza possibile».

Acconsentii e gli dissi che avrei atteso a chiamare Thomas per prendere le valige finché sia lui che la sua paziente si fossero sistemati nelle loro stanze, poi le avrei fatte lasciare fuori della porta delle celle per garantire il loro anonimato.

Oltrepassata la soglia, lo convinsi a liberarsi del suo tesoro così gelosamente custodito, e a depositarlo in una sedia a rotelle dall’alto schienale. È l’ultimo modello, equipaggiato in modo speciale con delle cinghie per i pazienti più violenti. Mentre la sistemavamo nella sedia con tenera sollecitudine e ci fermavamo a considerare le cinghie, commentai piano:

«Dubito che ne avrà bisogno».

«Non in questo momento». La sua maschera gioviale scivolò via per un istante, non di più. Questa volta vidi un uomo oscuramente tormentato che portava il peso di tutto il mondo sulla sua anima. «Ma potrebbe venire presto il momento. Dobbiamo restare all’erta», continuò.

Insistette per spingere lui stesso la sedia. Lo condussi direttamente all’ascensore (qui è una necessità: trascinare di sopra o di sotto un paziente violento è un lavoro pericoloso). Nell’assoluta privacy dell’ascensore attesi una spiegazione circa la sua “missione segreta”, ma non mi disse nulla. Così chiacchierai del più e del meno e chiesi notizie di sua madre, una vera gentildonna inglese che avevo conosciuto ed ero arrivato ad ammirare profondamente.

«Sta morendo», disse, nella sua opaca e concreta maniera olandese. «Tumore ulceroso del seno destro. Lo ha da più di un anno, ma adesso le manca poco; è arrivato al cervello. La mia preoccupazione è che possa morire mentre sono via».

Gli poggiai una mano sulla spalla. Raramente l’ho toccato se non per stringergli la mano per dargli il benvenuto o per salutarlo, e lui rispose al gesto con un’occhiata piena di gratitudine (c’è qualcuno a cui piace stringere la mano più che ai suoi connazionali?).

«Sono più dispiaciuto di quanto le parole possano esprimere. Fu così gentile con me quando entrambi veniste in visita! Arrivai a pensare a lei come a mia nonna, dato che io non ne ho conosciuta nessuna».

A quell’ultimo commento, sussultò in silenzio, come se fosse stato colpito allo stomaco, e distolse lo sguardo; penso che l’emozione lo avesse sopraffatto. Dopo un momento di silenzio, disse:

«Non ho intenzione di procurarvi un fastidio, amico John, con le mie difficoltà. Avete sopportato più di quello che è sopportabile, nella vostra breve vita. Siete troppo giovane per aver fatto esperienza di una tale perdita, troppo giovane. Alla mia età, ce lo si aspetta».

Si riferiva, naturalmente, alla morte di mio padre avvenuta sedici anni fa, e a quella di mia madre, fa tre anni il prossimo autunno. La proprietà di famiglia è troppo grande e solitaria per un unico erede, così ora la divido con i miei pazienti.

Infine arrivammo alle due celle più vicine alla mia camera da letto, che io preferisco lasciare libere a meno che l’Istituto non sia proprio pieno. Dato che, al momento, abbiamo soltanto tre residenti, Uno dei quali penso di dimettere a breve termine, il più vicino ospite si trovava a una distanza di una mezza dozzina di celle. Van Helsing avrebbe avuto la sua privacy.

«Ecco», dissi, aprendo con la chiave e poi spalancando le porte che conducevano in ogni stanza, in modo che il professore potesse guardarvi dentro.

Una cella era senza finestre e conteneva l’usuale mobilia: letto, comodino, e una lampada a gas montata così in alto sul muro che poteva essere accesa o spenta soltanto da un inserviente con uno speciale congegno attaccato a un lungo manico di scopa. L’altra l’avevo preparata personalmente per il professore. La finestra con la grata guardava direttamente sul giardino fiorito (che quest’estate è particolarmente bello e rigoglioso), e avevo coperto il letto con una coperta imbottita cucita da mia madre. Avevo anche aggiunto uno scrittoio e una comoda sedia che fronteggiava la finestra, e accanto all’irraggiungibile luce a gas avevo lasciato un lungo palo in modo che il professore potesse controllare la luce come preferiva.

Tolsi due chiavi dall’anello da secondino che portavo alla cintura, e gliele porsi.

«Questa è vostra… e questa è la chiave della camera della signora».

«Ah!», disse, fissandole e poi guardando di nuovo le stanze. «Questa», e fece un gesto verso la stanza più assolata e più bella che avevo destinato a lui, «la lascerò a lei. L’altra per me va bene».

E, prima che potessi protestare, la spinse nella cella, oltrepassandomi, la sollevò dalla sedia a rotelle e la depositò nella sedia più comoda che guardava verso il giardino. Era piuttosto frustrante perché, se la signora era veramente catatonica, quella vista sarebbe stata del tutto sprecata e io non ero certo felice di lasciare il frutto del lavoro di mia madre nelle mani di una pazza.

Li seguii all’interno, chiedendomi se sarebbe stato maleducato parlare a voce alta, quando il professore tolse il cappello e il velo alla sua paziente.

Trattenni il respiro. La donna era completamente pelle e ossa ma, nello stesso tempo, giovane e innaturalmente graziosa, con enormi occhi neri e capelli molto scuri raccolti sulla nuca. Eppure…

Sbattei le palpebre e per un istante mi trovai a guardare una donna dell’età di Van Helsing, una donna con delle striature di grigio nei capelli e le zampe di gallina intorno agli occhi.

Un altro sbattere di palpebre e la signora era ancora giovane e bella, con i capelli di un intenso castano scuro senza tracce di argento. Era come se la sua gioventù fosse un velo che si era alzato per un istante, e poi si era abbassato rapidamente, mascherando la vera donna al disotto. Il terribile vuoto senz’anima in quegli occhi mezzi chiusi, rivolti verso il basso, non poteva essere nascosto; ma sotto di esso percepii un dolore senza fondo.

Infine alzai gli occhi e mi accorsi che il professore mi stava studiando, con le sue sopracciglia d’oro e d’argento che si aggrottavano intente. Quando i nostri sguardi si incontrarono — il suo consapevole, il mio interrogativo — mi chiese:

«Sei un sensitivo, John? Tu vedi sotto la facciata, vero?».

Ero troppo sorpreso per fare altro che un gesto di assenso. Lo avevo compreso nel modo giusto? Quello che mi aveva portato era un caso metafisico? Quella strana e triste donna con un viso invecchiato ma senza età? L’idea in se stessa era abbastanza irresistibile. Eppure, c’era dell’altro che mi attirava verso di lei, una strana sensazione di parentela… la sensazione che, forse, noi due condividevamo qualche segreto dolore.

Con mia grande delusione, lui non rivelò altro ma disse:

«E ora lasciamola riposare. Avrò bisogno di un po’ di tempo con lei al tramonto».

All’improvviso si chinò inginocchiandosi ai piedi di lei, come un gentiluomo che fa una proposta di matrimonio a una donna (ancora il doloroso ricordo di Lucy!). Con delicatezza, sollevò l’inerte mano guantata della donna dal grembo, e se la premette sulle labbra con una tale pura e affettuosa devozione che io ne fui onestamente scioccato. La loro relazione era evidentemente qualcosa di più che quella tra dottore e paziente.

La mia curiosità ne fu così stuzzicata che, quando uscimmo e il professore chiuse a chiave la pesante porta dietro di noi, gli domandai subito:

«Chi è?».

Lui guardò dritto davanti a sé e sospirò:

«Gerda Van Helsing. Mia moglie».

Non avrei potuto essere più stupefatto. Conoscevo il professore da più di sette anni, da quando, per la prima volta, ero arrivato all’università alla tenera età di quindici anni. Una situazione difficile: si trattava della mia prima volta lontano da casa, ed ero talmente più giovane degli altri ragazzi, da costituire continuamente il bersaglio di scherzi e derisioni (e non mi aiutava certo il fatto che sembrassi molto più giovane della mia vera età). Soltanto il professore seppe vedere al di là della mia immaturità, i miei talenti, e mi prese sotto la sua ala, paterna e professionale.

Eravamo molto vicini, forse perché io avevo perso mio padre precocemente ed ero contento di aver trovato un sostituto paterno; naturalmente, c’era anche il fatto che condividevamo la stessa passione per la medicina, e che lui vedeva in me molto di se stesso. Anche lui era stato un ragazzo prodigio che aveva conseguito la laurea in medicina a un’età molto precoce; così, mi incoraggiò molto a proseguire i miei studi medici, sebbene fossi circondato da uomini che erano quasi di dieci anni più vecchi di me (il professore ha anche la licenza per esercitare l’avvocatura in Olanda ma lui, mestamente, ammette essersi trattato di un errore).

Durante i nostri anni di amicizia — e durante la mia breve visita di un giorno a casa sua — non l’ho mai udito (e nemmeno sua madre, se è per questo) parlare della sua famiglia, o di sua moglie. Difatti, ho sempre supposto che fosse scapolo. Non gli ho mai chiesto di farmi visitare la sua camera da letto.

«Professore», dissi a bassa voce, sebbene fossimo del tutto soli e oltre ogni possibilità di essere uditi da qualcuno, «che cosa sta accadendo? Ho l’impressione che la malattia di vostra moglie sia qualcosa di più che una semplice catatonia. C’è qualcos’altro; mi sbaglio nel pensare che si tratti di qualcosa di metafisico? La signora Van Helsing sembra così giovane… eppure credo che non lo sia, che sia un’illusione».

Emise un sospiro di infinita stanchezza e tutta la sua allegria se ne andò completamente.

«Noi siamo entrambi uomini di scienza, John, educati a fidarci dei nostri occhi e della nostra logica per spiegare come opera il mondo, ma ci sono dei casi in cui la scienza moderna fallisce del tutto. Ci dobbiamo adattare e, come Democrito quando postulò l’atomo, dobbiamo accettare che esiste dell’altro in questo universo oltre quello che l’occhio o il cervello possono indagare». Si fermò e sembrò considerare se dirmi tutto subito o no. Con mia delusione, apparentemente scelse la seconda ipotesi. «Con il tempo, mi spiegherò meglio, ma il tramonto arriverà tra meno di due ore; prima di quel momento, devo curare Gerda».

«Prima», dissi, «dovete prendere un tè come si deve».

Così gli feci strada e mangiammo insieme. Sembrò profondamente preoccupato e non parlò più di sua moglie o di sua madre, così non insistetti. Dopo di ciò, scomparve nel giardino della cella e non ne uscì fino alla cena. Di nuovo, fu stranamente silenzioso circa la ragione per cui si trovava qui. Stanotte non sono riuscito a dormire, e così mi sono alzato per scrivere questo: la mia mente continua a rimandarmi l’immagine del viso della signora Van Helsing. Perché mi perseguita tanto?

Il diario di Abraham Van Helsing

2 luglio. È stato un viaggio tranquillo, e sia Gerda che io abbiamo trascorso una notte calma. Sfortunatamente, ieri ho perso la mia opportunità per un’utile seduta di ipnosi: eravamo entrambi in viaggio nel momento in cui è più ricettiva e, quando sono ritornato da lei più tardi nel pomeriggio, non ha voluto parlare.

Che strano godere del lusso del poter dormire di notte! Prima di tutto, ho attentamente chiuso ogni cella, e ho messo un crocifisso sopra ogni porta e sopra la finestra di Gerda, oltre al piccolo medaglione di San Giorgio. Naturalmente, c’è una croce intorno al suo collo: su una grossa catena eguale alla mia, che né lei né un aggressore potrebbero rompere.

Per la prima volta in molte notti, ho dormito profondamente. Il comprendere che il peggio era già passato — che Vlad e Zsuzsanna erano diventati all’improvviso più forti ed erano fuggiti dal castello — stranamente, mi calmava. Non avevo null’altro di cui preoccuparmi.

Tranne che per John; lui è sempre stato, come sua madre, un sensitivo. Quando, ieri, l’ha fissata in faccia per la prima volta, temetti che avesse veramente compreso la verità… e che avevo fatto un errore fatale nel portare qui Gerda.

Poiché ho lavorato tutta la mia vita per risparmiare del dolore al ragazzo, e per proteggerlo dalle attenzioni dell’Impalatore. Volevo che avesse una vita normale, la vita che io e tutti i miei antenati non abbiamo potuto avere, la vita che fu tanto crudelmente negata al dolce, piccolo Jan.

E come fui preso dall’orrore e dalla commozione nell’udire che i suoi genitori adottivi gli avevano messo la versione inglese del nome del fratello defunto: John.

Nessuno lo sa tranne me… e mamma, che portò il bambino con sé a Londra e lo diede alle persone migliori e più gentili che conosceva le quali, da lungo tempo, non avevano avuto dei figli. Non fu mai detta loro la verità circa l’origine del bambino. Anche la povera Gerda non sa della sua esistenza poiché, durante la gravidanza e il parto, era completamente ignara delle condizioni del suo corpo, e io ho faticato molto perché Zsuzsanna e Vlad non ne venissero a conoscenza.

Ci sono riuscito? Non lo so; presto la domanda avrà una risposta. Sono stato molto indeciso circa il fatto di venire qui ed esporlo al pericolo… Ma non venire a sorvegliarlo potrebbe essere anche più pericoloso. È troppo vicino a Londra, ora che Vlad è diretto qui. Il mio solo legame con i Vampiri passa attraverso la mia povera moglie, che mi dice poco; in che altro modo posso essere sicuro che John sia al sicuro e che Vlad e Zsuzsanna non abbiano saputo qualcosa della sua esistenza?

Ma ieri, quando lo vidi guardare in volto sua madre, fui preso dall’orrore: come sono stato stupido a pensare che John, un sensitivo, non sapesse che stava guardando in uno specchio genetico? La somiglianza tra i due è così marcata: lo stesso naso, gli stessi occhi e mento, lo stesso colorito! Ma, nella mia disperata fretta, ho mancato di considerare questo problema.

Qualsiasi male gliene verrà, è interamente colpa mia. Sto riflettendo sul fatto di andarcene… per amor suo.

Questa mattina, all’alba, c’è stato un cattivo presagio da parte di Gerda. Sotto ipnosi, il suo umore era gaio e in vena di chiacchiere. Alla domanda «Dove sei ora?», ha risposto: «In viaggio».

Questo mi ha confuso; il giorno prima, aveva espresso una furia appassionata e aveva detto: «È partito! Il bastardo è partito!». Poi non aveva voluto dire altro, tranne che descrivere la vista di grandi e solidi carri fuori del castello. Lo presi come un segno che Vlad aveva abbandonato Zsuzsanna.

Ma oggi, le notizie sono cambiate.

«In viaggio…», disse Gerda. «Sento il battere e lo sbuffare dei cavalli». Zsuzsanna, supposi, stava viaggiando nella sua bara in uno dei grandi carri. Ma, con mia sorpresa, Gerda continuò: «È un mattino chiaro, assolato; avevo dimenticato quant’è bella la campagna in estate. Sono triste nel lasciare la mia casa per sempre ma, nello stesso tempo, trabocco di gioia!».

Impossibile, naturalmente, per Zsuzsanna, guardare fuori alla luce del sole. Non capisco le parole riportate; ha forse capito che Gerda è sottoposta ogni giorno alle mie domande, e sta quindi cercando, intenzionalmente, di confondermi con false informazioni?

Ho preso precauzioni tali che ne dubito fortemente. I Vampiri sono effettivamente in viaggio. Posso solo supporre che Zsuzsanna pensasse che stava per essere abbandonata, ma che Vlad ha deciso, forse all’ultimo momento, di portarla in viaggio. La rapida descrizione del mattino non riesco a spiegarla.

Se viaggiano via terra, arriveranno entro una settimana; se viaggiano per mare (cosa che offre minori rischi) ho un mese per prepararmi. Mi atterrò alla prima ipotesi, in modo da essere pronto.

Quindi devo fare rapidamente la mia scelta riguardo a John. Lo lascio pregando che sia al sicuro senza il mio intervento? O resto?

Il diario del dottor Seward

3 luglio. Come unico proprietario di un manicomio, sono abituato alle cose strane, ma la giornata odierna, credo, ha portato gli eventi più strani di cui sia stato testimone, qui o altrove.

Tutto è iniziato nelle prime ore del mattino. Ero stato sveglio per un po’ di ore, incapace di riprendere sonno dopo un altro attacco di quello che sono arrivato a chiamare un “sogno disturbante”. Sono stato restio a scriverne — fino a oggi — perché lo avevo imputato a una combinazione di ansia e alla venerazione di un eroe. E, francamente, ad un po’ di mania nascosta dentro di me che glorificava il professore e me come due coraggiosi cavalieri dell’occulto che combattevano contro un grande Male che voleva sottomettere il mondo.

Il sogno è piuttosto semplice, e consiste in un’immagine di me stesso e del professore che brandiamo spade d’argento contro una vasta e invadente Oscurità. Questa parte è piuttosto piacevole (e, in tutta coscienza, imbarazzante), ma la parte “disturbante” arriva quando il professore scompare all’improvviso dalla vista e io vengo lasciato solo a combattere. L’Oscurità rapidamente aumenta e mi circonda, divorandomi nello stesso modo in cui un’ameba mangia la sua cena. Ho sognato tutto ciò parecchie volte da quando ho ricevuto il telegramma di Van Helsing.

Ne ho abbastanza! Per quanto sembri sciocco dirlo a voce alta, ancora mi terrorizza… specialmente dopo il mio incontro con il professore questa mattina.

Allora restai sveglio per un po’ nel letto, riluttante a ritornare a dormire (forse a sognare), riluttante ad alzarmi e accettare la fatica come mio destino. Finalmente, quando l’oscurità si rischiarò diventando grigia, mi alzai, mi lavai, mi vestii, e uscii nel corridoio per vedere se il professore era sveglio. La mia intenzione era quella di invitarlo a un’abbondante colazione, poiché aveva saltato la cena e la colazione entrambi i giorni, lasciandomi preoccupato.

La porta della sua cella era chiusa a chiave. Avevo abbandonato la speranza e mi ero appena voltato per dirigermi verso le scale, quando vidi con la coda dell’occhio la porta della camera di sua moglie leggermente socchiusa. Mi mossi verso di essa pensando di bussare ma, invece, rimasi un po’ in silenzio ad ascoltare. Dall’interno proveniva la voce del professore: il suo tono mi rassicurò che la conversazione che stava avendo luogo non era di carattere intimo.

E, in risposta, arrivò una seconda voce: quella di una donna, senza dubbio quella della sua paziente “catatonica”. La mia curiosità di medico ebbe la meglio su di me, lo confesso. Bussai leggermente, rapidamente, poi aprii spingendo la porta con tale delicatezza che non fece rumore.

Van Helsing era troppo intento per notarmi. Il suo sguardo era fisso sulla moglie seduta sulla sedia, che era stata spostata dalla sua posizione davanti alla finestra per guardare verso il professore.

Aveva un’espressione talmente animata che, per un istante, pensai di stare guardando una donna diversa. I suoi occhi scuri erano spalancati e traboccavano di divertimento e fascino, mentre le sue labbra erano curve verso l’alto in un sorriso pieno di fossette. Era vestita come una matrona con un severo abito nero e uno scialle, i capelli tirati all’indietro in una crocchia severa e poco attraente, ma il suo comportamento era quello di una debuttante eccitata. Questa mattina, l’illusione della bellezza della giovane era così forte che non ebbi alcun indizio della donna anziana che si celava al di sotto.

«Guardo attraverso il finestrino», disse graziosamente, con il mento appoggiato sopra le nocche.

E, difatti, aveva voltato la testa e sembrava guardare fuori da una finestra (mentre quella reale era alle sue spalle), come se stesse seduta su un treno a fissare la scena esterna.

«Vlad è con te?», chiese il professore, con una tale intensità da farmi comprendere che mi ero imbattuto in una seduta ipnotica. Rimasi assolutamente immobile, per non disturbare nessuno dei due, facendo sì che la signora Van Helsing non emergesse troppo rapidamente dalla trance.

Lei scosse la testa e fece una risata sprezzante.

«Non lui. Sono con il mio amore». Sospirò. «La luce del sole sulle montagne è così bella…».

Al sentire ciò, le folte sopracciglia bionde di Van Helsing si aggrottarono per l’allarme.

«La luce del sole! Sei nella tua bara? Dormi?».

Di nuovo, una risata giocosa; stupefacente, non era dovuta all’assurdità della domanda. «No, no, sono sveglia. La scena è così deliziosa, non vorrei…». Un nuovo prorompere di risate. «Elisabeth, ferma! Qualcuno ti vedrà…».

«Chi è Elisabeth? Una mortale o un Vampiro? È qualcuno che hai morso?».

Non riuscii a reprimere un piccolo sussulto. Nonostante la precedente disattenzione, Van Helsing alzò lo sguardo bruscamente; tutta l’animazione abbandonò sua moglie con la terribile subitaneità di un castello di carte che cade, lasciandola ancora una volta una creatura con gli occhi vuoti e la mascella cascante.

Per quanto riguarda il professore, si alzò con la velocità e l’incurante determinazione di un turbine di vento. Con fare incredibilmente brusco, mi afferrò per un braccio e mi fece uscire dalla stanza. Sempre tenendomi come per impedirmi di scappare, chiuse a chiave la porta della cella poi, alla fine, mi lasciò e bisbigliò con furia:

«Non lo fare più! Mai più! Capisci in che male potresti incorrere nell’ascoltare cose simili?».

Per un po’, fui troppo sbalordito per rispondere: non avevo mai visto il professore così rosso di rabbia. E che cosa intendeva dicendo che potevo incorrere nel male? Mi stava minacciando? Quando, infine, ritrovai la parola, riuscii a dire:

«Io… io volevo solo invitarvi a fare colazione, vedendo che vi eravate alzato tanto presto. Mi scuso per il disturbo ma, poiché la porta era socchiusa e vi udivo parlare, mi sono preso la libertà… io ho bussato, ma voi eravate troppo intento per udirmi».

«Allora è colpa mia!», tuonò: dico tuonò, anche se ancora bisbigliava, poiché la rabbia gli scuoteva la voce. «Hai udito cose che non avresti dovuto sentire…».

«Riguardo a mortali e Vampiri», dissi, incapace di trattenere del tutto il mio divertito scetticismo.

Ero interessato, a dire il vero, ai fenomeni occulti, e una prova certa avrebbe potuto persuadermi dell’esistenza di Vampiri… di una varietà psichica, ma un Vampiro che morde con denti aguzzi… quello era un argomento che proveniva direttamente dalle pagine di un romanzo del terrore.

Lo guardai di traverso, invitandolo a una spiegazione razionale per una domanda talmente irrazionale, una spiegazione che mi avrebbe calmato e avrebbe provocato un sorriso da parte di entrambi. In verità, nella mia mente ne avevo pensata una per lui: che stesse assecondando, per qualche ragione, le allucinazioni di sua moglie, al fine di saperne di più per poterla aiutare.

Ma la fiera intensità nei suoi occhi blu non venne meno, né lui rispose; distolse soltanto lo sguardo e intrecciò le braccia, ancora turbato. O, piuttosto, turbato nuovamente dalla sua incapacità di fornire la risposta che io desideravo ardentemente sentire. Se ci fosse stata una sedia nel corridoio, vi sarei caduto sopra, poiché fui all’improvviso sopraffatto dalla sgradevole e indubbia consapevolezza che il professore aveva posto la domanda in tutta serietà.

Emisi una breve e affannosa risata d’incredulità; il sorriso sul mio viso cominciò a trasformarsi in una smorfia di preoccupazione. Per tutti quegli anni, avevo creduto che il mio mentore possedesse i più profondi segreti dell’occulto. Il segreto poteva essere che fosse un pazzo in preda alle allucinazioni?

«Sicuramente, dottor Van Helsing, voi non siete…».

In risposta, mi afferrò ancora il braccio con una tale forza che mi interruppi, spaventato fino a stare zitto, mentre mi trascinava con sé verso la sua tetra camera.

Una volta lì, chiuse la porta dietro di noi, poi si voltò a guardarmi.

«John, ti ho veramente fatto un grande torto nel venire qui. Non resterò a lungo, ma farò immediatamente i preparativi per partire, per me e per mia moglie».

Il suo umore era un po’ più calmo, ma non meno determinato né meno arrabbiato, sebbene potessi vedere ora che la sua rabbia stava rivolgendosi interamente verso se stesso. Per qualche motivo, ciò mi infastidiva più del suo brusco e non scusabile comportamento verso di me.

«Vediamo», protestai, cercando di eguagliare la sua veemenza con un po’ della mia. Sebbene quello che avevo udito rimanesse incredibile, stava diventando sempre più chiaro — proprio come il vero viso della signora Van Helsing si era mostrato da dietro un velo di giovinezza — che il professore agiva a causa di una grave preoccupazione, non a causa di qualche attacco di pazzia. Per quanto la situazione sembrasse strana e inesplicabile, seppi in quel momento (con il più puro istinto non scientifico) che non avevo mal giudicato il mio più fidato mentore per tutti quegli anni, e che potevo ancora fidarmi di lui. «Qualunque equivoco o imbarazzo si sia appena verificato qui, non permetterò che fuggiate via. Voi siete mio ospite e un mio caro amico, professore, e la colpa è mia, non vostra. Vi giuro che non mi intrometterò più; è stata un’azione enormemente irriflessiva, per la quale mi scuso molto».

Sospirò, e la rabbia sui suoi lineamenti si stemperò nel dolore.

«Ah, mio caro amico, se le sole scuse potessero eliminare ogni male fatto».

«Come ho fatto a farvi del male? Ditemelo, e io metterò immediatamente le cose a posto!».

Persino mentre parlavo con audacia, rabbrividii per un improvviso gelo, poiché l’immagine dell’Oscurità che avanzava calò su di me con una forza rapida e dolorosa. Questo è il significato del sogno, pensai involontariamente. Questa è la ragione per cui sono chiamato: per aiutare il professore a sconfiggerlo…

Era fin troppo simile alle allucinazioni dei miei pazzi e anche più disturbante, essere persuaso da una fissazione talmente irresistibile. Mentre guardavo il professore, la mia attenzione si spostò sullo stipite dietro di lui. Proprio sopra di esso, egli aveva appeso un crocifisso di legno scolpito, così grande che potevo vedere chiaramente l’espressione di dolore sul volto di Cristo. Dai suoi molti commenti, avevo sempre creduto che il professore fosse un agnostico o, al massimo, un deista. Che cosa mai stava accadendo, a noi, supposti uomini di scienza? Lottai, combattendo per liberarmi dalla mia illusione.

Eppure, non potevo non credere.

Van Helsing non notò il mio dilemma interno; distolse lo sguardò per scuotere la testa. Nella luce gialla della lampada, la sua espressione si ricompose nel calmo e saggio viso del professore che avevo sempre conosciuto.

«Non siete voi che avete fatto del male a me, John, né siete voi che dovete fare ammenda. Io non mi preoccupo per me stesso, ma voi avete sentito troppo. E, in questo caso, la troppa conoscenza può condurre al pericolo. Come posso rimediare a questo, se non cercando di essere sicuro che non vi esporrete mai più a tali opportunità?»

«Professore», dissi, con una tale determinazione che lui mi guardò con franca curiosità. Ma le parole mi abbandonarono ancora mentre mi dibattevo sul precipizio della decisione. Non potevo fare a meno di credere a ciò che ero sul punto di dirgli ma, se confessavo i miei pensieri più segreti, mi sarei esposto al ridicolo o, peggio, alla diagnosi che appartenessi anch’io al novero di coloro che professavo di curare?

Tirai un respiro e continuai in fretta, prima che la determinazione mi abbandonasse. Gli raccontai del sogno conturbante, della mia opprimente sensazione che fosse venuto proprio perché io sono sempre stato destinato ad aiutarlo in qualche segreta battaglia.

Arrossii mentre parlavo, poiché non è facile confessare delle convinzioni private e irrazionali, specialmente a colui intorno al quale tali convinzioni si accumulano. Ma lui ascoltò con tranquillità, con rispetto, e non manifestò il benché minimo segno di scetticismo. Io penso che accettasse tutto ciò che gli dissi.

Finii dicendo:

«Ho sempre creduto che tutto fosse un’idea sciocca, infantile, che mi avrebbe abbandonato mentre maturavo ma, nel corso degli anni, è soltanto divenuta più forte. È come avete notato quando, per la prima volta, ho incontrato vostra moglie, professore: quando guardo le persone, conosco i loro cuori. Il vostro è il più puro e il più degno di fiducia che io abbia mai trovato. Se c’è una strada, non importa quanto pericolosa, con cui possa aiutarvi, sarei onorato di farlo».

Caddi in silenzio e, per un po’, nessuno di noi parlò; l’espressione di Van Helsing rivelava che era toccato e profondamente turbato. Infatti disse con solennità:

«Devo considerare attentamente tutto ciò che mi avete detto, amico mio. Siate certo che stanotte non me ne andrò, ma vi comunicherò la mia decisione domani mattina». Quindi si fermò e si diresse verso la sua valigia, dalla quale tirò fuori uno splendente oggetto dorato. «Nel frattempo, mi fareste il piacere di portare questo in ogni momento?».

Una collana pendeva dalle sue dita; protesi la mano a coppa e indietreggiai appena quando essa cadde, fredda e dura, nel mio palmo.

Era un crocifisso, con una lunga catena. Lo studiai, poi alzai lo sguardo verso di lui, con l’intenzione di porre una domanda. Ma temevo la risposta, e così mi infilai la collana dalla testa e lasciai che il ciondolo scivolasse sotto la mia giacca, dove nessuno avrebbe potuto vederlo.

Dal suo comportamento, giudicai fosse ora di congedarmi… non prima però di averlo invitato a colazione. Però, mentre oltrepassavo la porta, la curiosità ebbe la meglio e mi girai per domandare:

«Professore! Credete veramente nei Vampiri… di quel genere che va in giro a mordere il collo della gente di notte?».

Mi studiò con aria triste prima di rispondermi con una domanda.

«Amico John, credete nei pazzi?»

«Non è una questione di credere o meno», risposi senza pensale, senza fermarmi a considerare quello che intendeva. «I pazzi esistono».

«Proprio così».

E non disse altro.

Capitolo ottavo

Il diario di Abraham Van Helsing

4 luglio. Lo sa, il povero John lo sa. Non nei dettagli, forse, ma gli è stato mandato il mio stesso sogno. Può solo significare che il Fato, o Dio, o qualunque Potere lavori per proteggere il Bene, sta cercando di avvertire tutti e due.

E tali avvertimenti devono essere compresi, poiché indicano l’avvicinarsi del Male. Nonostante tutti i miei sforzi per risparmiargli la sua eredità, vi viene attirato lo stesso. Forse, dopotutto, i buddisti hanno ragione; lui è biologicamente e psichicamente legato a Vlad, e il suo “karma” è quello di aiutare suo padre a liberare la famiglia da una maledizione vecchia di secoli.

Quindi il mio iniziale impulso a venire qui è stato giustificato. Non oso lasciarlo ora: non oso.

Il diario di Zsuzsanna Dracul

13 luglio. Una settimana a Londra e non mi sono mai sentita tanto splendidamente viva! Elisabeth apparentemente è infinitamente ricca: ha assecondato i miei capricci come un genitore asseconda un bambino terribilmente viziato. Ed ecco come mi sento: una bambina in vacanza, quando visito i bei negozi di vestiti, i calzolai e provo tutte le nuove mode. Nel corso della mia intera esistenza, da viva e da non vivente, non ho mai avuto così tanti vestiti, cappelli, scarpe, o guanti, quanti ne ho comperati in questa settimana. E, nel contempo sono curata come una vera signora, racchiusa nel grembo sociale di coloro che sono le mie prede. No, non una vera signora, ma la principessa che sono, poiché Elisabeth e io ci presentiamo con i nostri titoli: la contessa Nadasdy, e la principessa Dracul. Come tutti ci riveriscono!

Abbiamo persino comperato una casa, un grande château francese nella parte più ricca della città, che Elisabeth ha riempito di domestici. Possiedo un cocchiere meravigliosamente bello, frutto di una madre africana e di un padre italiano. Per divertirmi, ho intrapreso con lui quella che lui crede essere una relazione estremamente scandalosa… Non sa affatto fino a che punto sia strano per un umile cocchiere trastullarsi con questa particolare principessa.

Ma la casa, la casa… la casa è davvero bella. Ci sono vetri di cristallo alle finestre che rifrangono la luce del sole in arcobaleni, bei tappeti turchi, pavoni che camminano impettiti sul pavimento, fiori e fontane zampillanti, e statue di Bacco, Pan e Afrodite…

Noi siamo le nuove beniamine esotiche della società, le rappresentanti ungheresi e rumene della regalità. La gente ci viene a trovare e noi serviamo (e mangiamo!) i più deliziosi dolci francesi, quelli minuscoli decorati, del tipo che avevo visto nella Konditorei viennese ma che non avevo potuto assaggiare.

Divoro tutto. E succhio dall’élite cittadina più ricca e potente… per la maggior parte uomini, che fanno in modo di non farmi restare sola. Come glielo permetto allegramente… e poi, come bevo allegramente!

Ma una maledizione si staglia su questa beatitudine quando penso all’arrivo di Vlad. Cercherà di trovare qualcuno per ucciderci, proprio come noi abbiamo cercato l’aiuto di Mr. Harker. Abbiamo lasciato il nostro inglese a Budapest, in preda a un folle delirio. Sarà una scusa buona, specialmente perché non ricorderà nulla di noi due, ma tutto di Vlad. La sua gente lo crederà per tutto questo tempo malato di follia o di febbre cerebrale, senza alcun dubbio, cosicché, quando riapparirà nella sua Exeter, nessuno avrà dei sospetti.

E noi troveremo un modo per portarlo a Londra.

Ma io ho atteso così tanti anni per godermi la mia libertà in questa bella (ma sporca) città, che temo la fine della mia felicità. Ho voglia di dire a Elisabeth: Vai e ingaggia la tua guerra metafisica contro Vlad; lasciami qui!

Lei sembra felice ma, negli ultimi due giorni, è stata preoccupata. Si è divertila nel socializzare e si è concessa alcuni peccatucci sessuali con coloro con i quali io ceno, ma ieri, e oggi, si è chiusa oltre ogni mio tentativo di raggiungerla, usando una magia così forte che non riesco a scoprire dove sia andata. Suppongo che si stia preparando per il confronto con Vlad, o che si stia assicurando l’aiuto dell’Oscuro Signore. Ieri, quando è riapparsa, aveva il viso scuro, era silenziosa, e mi ha mandato da sola in giro per i negozi.

Oggi l’ha fatto ancora. Quando sono arrivata a casa tardi, l’ho trovata nella cantina, dove aveva aperto dei pacchi che le erano stati spediti da casa. Il contenuto?

Mio Dio, il contenuto… Una Vergine di Ferro della dimensione di una donna, con i capezzoli sui suoi seni duri dipinti di un rosso acceso, e l’ampio sorriso pieno di denti umani di varie dimensioni e sfumature di bianco, giallo e marrone. Dalla testa le fluivano lunghi capelli d’oro, e sul suo pube si attorcigliavano peli dello stesso colore.

Accanto c’era un’altra oscena creazione: una stretta gabbia cilindrica… di nuovo, ampia appena per contenere il corpo di una donna. Dalle sue sbarre di ferro emergevano delle lunghe lance affilate… rivolte verso l’interno, in modo che la prigioniera che lottasse o cercasse di fuggire vi si sarebbe trovata ben presto impalata. Rimasi a guardare con silenzioso orrore mentre Elisabeth dava ordini a Dorka e a un servitore su una scala perché l’appendessero al soffitto, facendo poi passare la corda attraverso una puleggia.

«Che cos’è», chiesi, con una voce bassa che tremava.

Già sapevo la risposta: il fine di quei congegni era palesemente chiaro, ma dovevo sentire la spiegazione di Elisabeth.

Lei si voltò sorridendo verso di me, con gli occhi che le brillavano di desiderio predatorio.

«Zsuzsanna, cara! Benvenuta nella nostra piccola prigione».

Il suo malumore era completamente scomparso, sostituito da una grande allegria; mi prese la mano e mi tirò a sé, poi mi piantò un focoso bacio sulle labbra.

Rimasi rigida e distante, poiché ero molto turbata: riuscivo a pensare soltanto a come avevo sempre disperatamente odiato il Teatro di Morte di Vlad, dove a lui piaceva tormentare senza misericordia le sue povere prede. Ho cenato con il sangue di sconosciuti troppo a lungo per provarne qualche rimorso ma, Vampiro o no, non ho mai condiviso la predilezione di Vlad per la tortura. È abbastanza brutto che quei poveri sciocchi debbano morire, così, da molto tempo, ho deciso che li avrei mandati nell’Ade su nuvole di estasi.

La maggior parte delle volte sono riuscita a farlo ma, quando ho visto gli orrendi congegni di Elisabeth, sono stata presa dal panico. L’avevo giudicata, come me, una donna generosa e gentile, capace di comprensione verso la propria cena; ero forse fuggita dalle braccia dell’Impalatore per cadere nell’abbraccio di una che era, in segreto, crudele come lui?

Alla mia freddezza, Elisabeth si limitò a ridere, e con giovialità mi tirò al suo fianco, in modo di potermi mettere un braccio intorno alla vita.

«Sciocca Zsuzsa! Non ti spaventare! Sono soltanto… attrezzi. Mezzi per ottenere un fine». Poi premette le sue labbra contro il mio orecchio e bisbigliò, in modo che né Dorka né il servitore potessero udire: «Con il tempo, cara… con il tempo, capirai. Non giudicare prima di vedere da te…».

«Io non voglio vedere», dissi ostinatamente, e mi allontanai.

Questo è quanto accadde; né lei né io abbiamo, da allora, parlato dei segreti della cantina. Francamente, non desidero nemmeno pensarci poiché, quando lo faccio, ciò rovina la sublime felicità di essere qui a Londra con colei che amo. Stasera abbiamo incontrato un gruppo in un ristorante — un baronetto con sua moglie e un Lord con la sua signora! — e abbiamo consumato un’eccellente cena britannica a base di champagne, ostriche, manzo alla Wellington e dolce. Il cibo è una tale delizia!

Farò del mio meglio per non giudicare Elisabeth finché non vedrò che intenzioni ha con quegli strumenti. Non riesco a immaginare niente di buono, ma devo concederle fiducia…

Il diario del dottor Seward

21 luglio. Dopo aver parlato a Van Helsing di Renfield, un mio paziente, ho acconsentito alla sua richiesta di porre privatamente delle domande al nostro mangiatore di carne viva nella sua cella. Sospetto che il professore creda — oserò dirlo? — che vi siano coinvolti i Vampiri. Da quando ha deciso di restare qui, mi ha parlato della sua “missione” solo due volte, e solo in termini vaghi. La mia possibilità di credere oscilla di volta in volta; credo che non sarò mai convinto finché non avrò l’irrefutabile prova fisica dell’esistenza di tali creature. Le riflessioni della notte scorsa sul nostro paziente carnivoro mi hanno influenzato più di quanto credessi. Dopo essermi ritirato abbastanza tardi, mi addormentai di colpo e sognai dei vividi e macabri sogni ricchi di dettagli su Renfield che rigurgitava i cadaveri insanguinati e mezzo-digeriti di passerotti, gatti, grossi cani… e persino di un cavallo, che emerse dalla sua gola impossibilmente intero. E dappertutto volavano piume, macchiate di sangue con i più delicati ed elaborati disegni che potessero mai essere creati per mano della natura.

All’improvviso, su questo nauseabondo spettacolo cadde una grande oscurità: il vuoto malvagio che tutto divora dell’incubo ricorrente che avevo raccontato al professor Van Helsing. Si spandeva come un’ombra sull’uomo che vomitava finché ne fu completamente eclissato. La vista evocò nuovamente in me un intenso terrore, un terrore che crebbe fino a insopportabili proporzioni quando, anche nel mezzo del sogno, ne compresi il significato.

L’Oscurità è, come Renfield, una mangiatrice di anime, che annienta disperatamente vita dopo vita, dopo vita, dopo vita. E ha intenzione di divorare Van Helsing… e me.

Il diario di Abraham Van Helsing

24 luglio. Dracula si avvicina. L’istinto e le prove me lo confermano; infatti, mi sono preso la libertà di ipnotizzare lo “zoofago” di John, Renfield, e sono convinto che la sua nuova ossessione di consumare la “vita” è, in qualche modo, un sinistro sintomo dell’avvicinarsi del Vampiro.

Difatti, Vlad sarebbe dovuto arrivare a Londra due settimane fa. Finora, comunque, Gerda non lo ha confermato. Con la voce di Zsuzsanna, parla soltanto di un’altra: questa misteriosa Elisabeth, che sembra non essere né una mortale né un Vampiro. Di Vlad, dice: «Uff! A chi importa di lui? Lo vedremo presto…».

Posso pensare solo a una possibile spiegazione: che Vlad e Zsuzsanna abbiano avuto un dissidio e abbiano preso strade separate. Per un momento quest’idea mi ha causato terrore, poiché potrebbe voler dire che Vlad è diretto altrove in Inghilterra o, addirittura, in un altro paese.

Ma no, Zsuzsanna dice che lei “lo vedrà abbastanza presto”. E io so che lei è qui a Londra. Dove non lo so, ma devo saperlo presto e scoprirla, prima che lei trovi me.

8 agosto. Finalmente, finalmente! Ci sono state delle parole da parte di Gerda: «Lui è venuto», ha detto questo pomeriggio… e questo è tutto quello che sono riuscito a persuaderla a dire. Poi, come una ragazzina, ha tirato su le ginocchia e se le è strette al petto, ha voltato la testa e ha messo il broncio. Confesso che nonostante il gelo che provo sapendo che Vlad è arrivato (e, con lui, un grande pericolo), ho sorriso. Non per la mia povera moglie, ma per la perfetta immagine mentale che avevo dell’immatura Zsuzsanna che tiene il broncio. Tutto quello che Gerda mi ha detto finora quadra: tutti i condiscendenti riferimenti a Vlad e alla sua libertà, e ora questa infelice reazione all’arrivo di lui che lei, un tempo, adorava. La mia intuizione è giusta; hanno avuto un dissidio.

Ma Vlad incontrerà Zsuzsanna qui? Per il suo arrivo c’è voluto più di un mese, il che significa che dev’essere venuto per mare. Avevo insistito con Gerda riguardo a questo, chiedendole:

«Dov’è ora? A Londra?».

Lei non ha risposto, e si è limitata a scuotere la testa.

Posso solo sperare che lui si scusi e ritorni da Zsuzsanna, altrimenti il mio compito sarà molto più difficile. Senza Gerda come mia bussola, sono perduto.

24 agosto. Dai piccoli pezzetti di informazione che ho raccolto da Gerda, credo di essere in grado di ricostruire l’area in cui Zsuzsanna si sta nascondendo: vicino all’East End o a Piccadilly. Ho perlustrato la zona completamente sia con il tassì che a piedi ma, finora, non sono riuscito a trovare nessuna proprietà che possa andar bene per i Vampiri. Tutte le case sono dei rifugi per la ricca classe abbiente; non vi sono cimiteri, né cappelle in rovina, niente di sufficientemente tetro per andar bene al gusto di Vlad.

Comunque, non ho altro da dire riguardo al fatto se si incontrerà con la sua consorte. Potrebbe darsi che mi si presenti un doppio compito: dare la caccia a lui e a Zsuzsanna separatamente. Mi auguro che non succeda.

Penso di no poiché, la notte scorsa, abbiamo preso uno spavento al manicomio in base al quale mi sono convinto che lui è effettivamente arrivato a Londra. Lo “zoofago” di John, Renfield, è diventato così seriamente ossessionato che ha scalato il muro del manicomio ed è fuggito nella proprietà confinante (fortunatamente, non è andato tanto lontano da mettere in allarme i residenti). La confusione mi ha fatto uscire dalla mia stanza e, quando John è ritornato (ansimando e sbuffando), mi ha raccontato tutto quello che era accaduto.

Ciò che ha maggiormente attirato la mia attenzione è stato un commento che il paziente ha fatto nel suo delirio, ossia che il Padrone era arrivato e che lui, Renfield, avrebbe fatto ciò che il Padrone gli ordinava. John lo ha ripetuto così:

«Ti ho venerato così a lungo. Ora che sei vicino, aspetto i Tuoi ordini…».

Renfield è, come ho sempre sospettato, eccezionalmente sensibile (di solito i pazzi lo sono: perdonami, cara Gerda, ma è vero anche per te). Lui sente la malvagia presenza del Vampiro che si avvicina, e l’ha incorporata nella sua follia. Ma noi dobbiamo sorvegliarlo in modo particolare, poiché si è offerto al servizio di Vlad. Quindi è, per noi, un grande pericolo potenziale.

Vlad è effettivamente nella zona; la mia intuizione è che si trovi a Londra, con Zsuzsanna. Domani, quando Gerda sarà in grado, vedrò se questa intuizione è giusta.

30 agosto. Tutto fa pensare a una separazione tra Vlad e Zsuzsanna. Quando chiedo a Gerda, lei si rifiuta di dire molte cose riguardo a lui; chiaramente, Zsuzsanna vive da qualche parte in città con questa Elisabeth e nessun altro. Ma, se disprezza Vlad così profondamente come le sue parole e il suo atteggiamento suggeriscono, perché ha scelto anche lei di venire qui? Perché non è andata in un’altra grande città europea, invece di dividere Londra con qualcuno che odia?

Ciò rende il mio lavoro doppiamente difficile, poiché mi basavo su Gerda per conoscere i movimenti di Vlad. Mi tormenta sapere che il Vampiro è nelle vicinanze, e che si nutre di vittime innocenti, mentre io sono incapace di trovarlo, e meno ancora di fermarlo.

Vedo soltanto una scelta: utilizzare Renfield quanto più possibile, nella speranza che possegga, da qualche parte nel suo cervello sconvolto, delle informazioni che possano essere utili.

Il diario di Abraham Van Helsing

Primo settembre. C’è stato un lieve cambiamento in Gerda. Sotto ipnosi, sembra abbattuta. Apparentemente Zsuzsanna ha avuto un qualche tipo di dissidio con la sua amica Elisabeth; ogni menzione di quest’ultima o di Vlad, provoca le più spregevoli imprecazioni. Ma dove Zsuzsanna si trovi, Gerda non lo dice.

Un’interessante informazione: quando parla di Vlad, parla anche di un “manoscritto” o di una “pergamena”. Non si dilunga in particolari ma, dalla sua espressione e dal tono di voce, capisco che lo vuole avere con ogni mezzo: anche solo allo scopo di toglierlo a Vlad.

Il diario del dottor Seward

3 settembre. Oggi Van Helsing e io abbiamo fatto una visita di carattere professionale a Lucy Westenra, a Hillingham (in seguito alle sue insistenze, sebbene avessi detto ad Art Holmwood che volevo portarvi un esperto). Povera ragazza! Mi si spezza il cuore al vederla in un tale stato. Ha perso molto peso, ora è troppo magra, e il suo pallore suggerisce una grave anemia del tipo che spesso costa ai giovani la vita. Però, era carina come sempre, seduta nella sua camera accanto a una finestra aperta attraverso la quale entrava la luce del sole; mi rattristò vedere che era troppo debole per godersi pienamente uno degli ultimi giorni d’estate. Portava un vestito bianco ricamato con del filo rosa e i capelli erano legati all’indietro con un grande fiocco bianco come quelli di una ragazzina. Nel sole, dei riflessi d’oro brillavano sui suoi capelli biondo cenere.

Ma era evidentemente esausta, distesa su una chaise longue sopra una grande quantità di cuscini. Nonostante la giornata calda, aveva una coperta di lana avvolta intorno alle gambe, e un’altra le avvolgeva le spalle. Quando la cameriera ci portò da lei, non alzò la testa, ma sollevò il braccio con un grande sforzo in modo che noi potessimo prenderle la mano. Debole o no, è riuscita a incantare completamente Van Helsing… e anche me, naturalmente.

E sono convinto che lui abbia incantato lei, sebbene egli recitasse ancora la parte dello straniero sciocco, il massacratore della grammatica e della sintassi inglese. Vorrei che non lo facesse… almeno quando ci sono io. Provo imbarazzo per lei (lo fa sembrare, uno degli uomini più intelligenti e istruiti del mondo, uno sciocco pasticcione), e qualche volta le sua frasi più oltraggiose mi fanno sorridere nei momenti meno opportuni.

Nondimeno, per quanto io fossi turbato, Lucy ne fu chiaramente conquistata. E, quando arrivò il momento che lui l’esaminasse, colsi con gratitudine la scusa di fare un giro lì intorno, per risparmiarmi altri intenzionali barbarismi.

Quando ebbe finito di esaminarla e prendemmo congedo dirigendoci verso la stazione nel calesse, il suo umore gioviale svanì all’improvviso. Nei suoi sconvolti occhi blu vidi la conferma delle mie peggiori paure: Lucy era in pericolo mortale.

«Allora, è una cosa grave?», chiesi, mentre il cocchiere faceva voltare il cavallo nel parco.

Era veramente una splendida giornata estiva, piena di sole e baciata da una deliziosa e fresca brezza; sopra le nostre teste, gli uccelli cantavano sui verdi rami oscillanti degli alberi.

Eppure, per me, non c’era nulla di piacevole in quel momento. Ricordo solo il senso di orrore che mi gelò la spina dorsale, nonostante la chiazza di luce calda e dorata in cui ci trovavamo. Infatti avevo pensato che la cosa peggiore sarebbe stata che Lucy fosse malata di anemia perniciosa, ma la risposta che lui diede fu, a pensarci, anche più terribile.

Guardò un istante la nuca del conducente, come per prendere una decisione, poi disse:

«È grave. È stata morsa».

«Morsa?». Onestamente ero confuso, pensando in parole strettamente mediche in termini di una diagnosi. «Ma come potrebbe ciò…», stavo per dire, Ma come potrebbe ciò causare una tale perdita di sangue? Sarebbe stata una ferita così evidente che né io né Lucy l’avremmo trascurata. Nella mia preoccupazione per lei, non avevo permesso che l’ossessione del professore per i Vampiri entrasse nella mia mente ma, prima che avessi finito di porre la mia domanda, compresi dal suo intenso e infelice sguardo che ciò era esattamente quello che lui intendeva: una creatura fornita di denti aguzzi aveva succhiato il sangue dal dolce collo di Lucy.

Senza dubbio, Van Helsing si accorse del mio sgomento, poiché uno sguardo compassionevole gli passò sul viso e lui chiese piano:

«Non riesci ancora a crederci, vero, John? Non ci puoi credere con tutto il tuo cuore».

Il chiaro cielo blu, le foglie mosse dal vento, il dolce canto degli uccelli, tutto assunse un colore orrendamente sinistro. Nulla era come sembrava; tutta la bellezza che ci circondava era corrotta, una bella facciata costruita per celare il Male.

Quanto tempo era passato — due settimane, un mese — da quando, per la prima volta, aveva parlato di Vampiri? Riflettei su tutto ciò che aveva detto, naturalmente; ci riflettei, ma lo trovai talmente orrido e impossibile che non potevo mentalmente impegnarmi contro di esso.

Eppure, il sogno dell’Oscurità e il mio stesso istinto non mi permettevano assolutamente di non credere. Dovevo sfuggire il mio amico, rifiutare la sua diagnosi e indirizzarlo verso un altro alloggio? O dovevo abbandonare le mie paure e il mio scetticismo? Se avessi dovuto dire a qualunque altro dei miei colleghi medici che sentivo le “aure” delle persone, mi avrebbero ritenuto pazzo; perciò, decisi in quel momento di non fare lo stesso con il professore che, in tutte le altre occasioni, si era dimostrato un’affidabile fonte di informazioni.

Ma accettare la sua pretesa voleva dire aprire la mente a un orrore indescrivibile.

«Sì, ho difficoltà a crederci, ma ho fiducia in voi, dottore. E se quello che dite è vero, cosa possiamo fare, allora, per aiutarla?», chiesi infine, con tale disperazione e angoscia che non riuscii a nasconderle.

Si batté un lato del dito indice contro le labbra e indicò con uno sguardo eloquente il conducente; ritornammo alla stazione in un pesante silenzio.

Il treno non era eccessivamente affollato, e riuscimmo a trovare uno scompartimento tutto per noi, dove potevamo parlare più liberamente.

«Devo stare solo», disse il professore quando restammo soli. «Ho bisogno di almeno tre giorni di tempo in cui possa essere certo di non essere disturbato».

«Ho un posto del genere: una villetta in campagna che è molto isolata. Non un’anima vi disturberà».

Si illuminò subito.

«Eccellente!», mormorò.

«Ma, prima che vi lasci partire con la chiave, dovete rispondere a una domanda».

Divenne silenzioso e a disagio, ma attese di udirla in modo da poter decidere se soddisfare la mia richiesta.

«Perché?», chiesi. «Perché siete così sicuro che Lucy sia stata morsa da un Vampiro e perché dovete andarvene da solo?».

Erano domande impertinenti, a dire il vero, ma se, veramente, avevamo a che fare con quel Male leggendario, la cortesia era l’ultima delle nostre preoccupazioni.

Sospirò, con l’aspetto di un uomo che sa che le sue risposte non saranno e non potranno essere completamente credute, o persino comprese.

«Per quanto riguarda la prima, posso soltanto dire che l’istinto mi dice così. Per la seconda… devo adottare delle misure che mi permetteranno di salvare la vita della signorina Westenra, se ce ne fosse bisogno. E devo provare ancora a cercare qualcuno che mi possa aiutare a rintracciare Vlad».

«Vlad…?». Avevo già sentito quel nome in precedenza, quando lui aveva fatto le domande alla signora Van Helsing. «È questo il Vampiro?»

«Uno di loro. C’è anche Zsuzsanna e, forse, una certa Elisabeth». Aggrottò all’improvviso le sopracciglia quando gli venne una nuova idea. «Prima che vada: potrei avere la vostra assistenza per Mr. Renfield? Vorrei ipnotizzarlo di nuovo, e preferirei che ci fosse vicino qualcuno fidato. Permettetemi di parlare apertamente: credo che sia così fortemente attirato dal Male da aver stabilito un legame psichico con Vlad. Forse posso ottenere da lui l’informazione di cui ho bisogno, e allora il mio viaggio in campagna non sarà necessario».

Acconsentii. Quando arrivammo a Purfleet e ritornammo al manicomio, andai a controllare Renfield per verificare il suo umore. Sfortunatamente, si trovava in uno stato di agitazione, così decidemmo di rimandare la seduta. Il professore mi ha chiesto di chiamarlo non più tardi di quindici minuti prima del tramonto.

Nel frattempo, ho spedito una lettera ad Art con un resoconto fantasioso di ciò che il dottor Van Helsing, il grande specialista di Amsterdam, ha avuto da dire dopo aver esaminato Lucy. Temo di avergli detto talmente poco, che si potrebbe allarmare, e io non potrei di certo mentirgli riguardo ai suoi sintomi o alla reazione del professore di fronte ad essi. Quindi c’era un granello di verità nella mia lettera, abbastanza per uno che, cercando prove di Vampiri, ne potesse trovare lì. Mi viene in mente che, confessare l’intera verità, avrebbe turbato Art ancora di più, poiché avrebbe pensato che il suo vecchio amico Jack e il grande medico olandese fossero del tutto impazziti, e non saprebbe più a chi rivolgersi. Per quanto possa essere geloso di lui, non posso essere tanto crudele con il mio vecchio amico. Per amor suo, non avrei rivelato l’opinione di Van Helsing anche se il professore non avesse insistito perché non dicessi niente ad Art.

Naturalmente, il professore ha insistito nel controllare la mia lettera, e mi è sembrato che provasse un piacere perverso nell’alterare tutto quello che attribuivo a lui. Il nostro piano è fingere di scoprire lentamente i segni del vampirismo, al fine che anche gli altri giungano alla stessa conclusione di loro iniziativa. Forse anche io — se un giorno troverò una prova fisica concreta — potrei esserne convinto.

Tutto ciò che posso dire è questo: se mai ho provato un’attrazione per le cose psichiche in natura, gli eventi di oggi l’hanno curata. Mi sento come se fossi intrappolato in uno strano e fantastico sogno, che mi turba tanto quanto quello della grande Oscurità.

Il diario di Abraham Van Helsing

3 settembre. Whitby! La graziosa signorina Westenra ha riferito che l’inizio del suo strano malessere cominciò verso la metà di agosto, quando era in vacanza al mare: a Whitby, nel periodo in cui apparve una “nave fantasma”! Da ciò che disse brevemente al riguardo, non ho dubbi: lì è dove lui è approdato. Le sue risposte indicano che vi rimase una settimana prima di proseguire… per Londra, dove è ancora attirato dalla sua vittima.

Per quanto riguarda la signorina Lucy di John (lui pensa che non lo sappia, ma è chiaro dai visi di entrambi che è questa la giovane signora che lo ha respinto), la lasciai con l’unica protezione che potevo darle: un minuscolo crocifisso d’argento che avevo con me. È chiaro che lei non ha inclinazioni religiose, quindi ho rinunciato a convincerla a indossarlo; che ragione logica potevo fornirle? Quando i fiori di aglio arriveranno da Amsterdam, sarò almeno in grado di citare il potere medicinale di quel tipo di erba.

Così ho fatto qualcosa di temerario, che ora mi sembra divertente, sebbène al momento il divertimento fosse la cosa più lontana dalla mia mente. Con il suo permesso, misi la signorina Lucy in una profonda trance ipnotica poiché, come spiegai, ciò le avrebbe permesso di fornirmi molti più dettagli di quelli che poteva ricordare consapevolmente.

Dopo che ebbi domandato tutto riguardo a Whitby e al “grande uccello che volava alla finestra”, ed ebbi ottenuto delle risposte soddisfacenti, la feci restare in trance, con gli occhi chiusi. Nel frattempo, eseguii un esercizio mentale — un incantesimo, se si vuole — che mi permette di muovermi senza che gli altri mi sentano. E, con un piccolo crocifisso in mano, mi arrampicai sul radiatore: in punta di piedi, incuneai l’amuleto protettivo tra l’intelaiatura di legno della finestra e il muro (poiché tutte le risposte indicavano con chiarezza la finestra come il luogo da cui lui era entrato). Inoltre, tirai fuori alcune piccole teste di aglio e con attenzione le misi sopra lo stretto stipite.

Mentre mi trovavo in quella posizione quanto mai precaria, mi venne in mente che Lucy avrebbe potuto all’improvviso emergere dalla trance e aprire gli occhi, o che la cameriera potesse spalancare la porta: come avrei fatto allora a spiegare perché mi trovavo in punta di piedi sul radiatore? Avrei dovuto fare un incantesimo per essere invisibile prima, pensai, ma ora era troppo tardi…

Adesso mi viene da ridere ma, in quel momento, ero molto spaventato. Comunque, riuscii a portare a termine i miei semplici sforzi senza la presenza di nessuno, e ora mi auguro che saranno sufficienti per un po’. Al più presto possibile, chiederò a Vanderpool ad Haarlem di far fiorire un po’ di aglio; lui è del tutto affidabile, e mi risparmierà la noia di dover fornire spiegazioni a un contadino inglese.

È una sfortuna che la signorina Lucy non fosse assolutamente disponibile. Sapendo che la cameriera era appena fuori della porta (senza dubbio pronta a entrare al primo segno di qualcosa che non andasse), non osai chiedere direttamente di Vlad e dei suoi spostamenti. Ma, forse, verrà il momento… Fino ad allora, useremo il Mr. Renfield di John.

Il diario del dottor Seward

4 settembre. Un giorno terribile! Ho mandato via l’inserviente appena prima dell’alba in modo da poter fare entrare il professore per vedere Renfield senza che nessuno lo sapesse. Van Helsing pensa che il nostro paziente zoofago sia a conoscenza dei movimenti dei Vampiri e possa essere d’aiuto nel rintracciarli.

Il paziente è rimasto calmo quando sono entrato, così ho fatto cenno a Van Helsing di entrare. Così ha fatto e, con mia sorpresa, ha indotto Renfield in uno stato ipnotico in meno di un minuto.

«Dove sei?», gli ha chiesto il professore, con ammirevole autorità.

«Non lo so», ha risposto Renfield, con un tono di sorpresa dignità; quando è calmo, sembra un raffinato gentiluomo, tranne che per i capelli scomposti e la barba (non osiamo dargli un rasoio e nemmeno un pettine, e lui non ha la pazienza di lasciare che l’inserviente lo pettini). Ma pettinate i capelli d’argento e radete la barba sale e pepe, e sotto di essi c’è un uomo con dei lineamenti aristocratici e degli intelligenti occhi azzurro chiaro sotto severe sopracciglia nere. Secondo sua moglie, ha cinquantanove anni, ma è estremamente muscoloso e in forma per la sua età (l’inserviente — e ora anche Van Helsing e io — lo possiamo confermare!).

«Penso di trovarmi in una scatola chiusa. C’è solo oscurità e tranquillità: tranne che per gli uccelli che cantano».

Come se fosse il momento giusto, un pettirosso cominciò a cantare appena fuori della finestra; il professore e io sorridemmo a quella coincidenza.

«Sei a Londra?», chiese Van Helsing.

La domanda sembrò confondere Renfield. Gli occhi ancora chiusi, aggrottò profondamente la fronte ed esitò.

«No… sì… non lo so. Che cosa intendi per Londra?».

Fu il turno del professore a essere confuso.

«La città. Londra: la città più grande d’Inghilterra».

«Sì, sì», rispose irritato il nostro pazzo. «Lo so che cos’è Londra! Semplicemente non so…».

Un gallo cantò in lontananza; improvvisamente, Renfield balzò in piedi e corse dal professore con velocità allarmante. Prima che riuscissi a muovermi, aveva messo le sue grosse mani intorno alla gola di Van Helsing e lo stava strozzando, mentre il professore aveva afferrato i polsi del suo aggressore e cercava di liberarsi.

Ma il viso del professore era già diventato di un acceso rosso apoplettico: non riusciva assolutamente a respirare, e poteva solo emettere degli orribili respiri strozzati. Suonai immediatamente per chiamare l’inserviente, poi mi gettai nella lotta, afferrando gli avambracci di Renfield proprio sopra le mani dalle nocche bianche di Van Helsing.

In una frazione di secondo (suppongo, sebbene sembrassero ore), l’inserviente entrò e si gettò con tutta la sua mole massiccia contro Renfield, mandandolo a sbattere contro la parete. Presto il paziente fu ristretto in una camicia di forza, mentre io mi occupavo di Van Helsing, che ingollava aria mentre si massaggiava piano il collo colpito. Mi preoccupai che non gli fosse stato causato un danno reale poiché, sotto le sue dita, c’erano degli scuri segni rossi sulla pelle che, ben presto, sarebbero diventati dei lividi. Ma lui mi allontanò con la mano e presto si riprese al punto da poter parlare. Oggi è diretto alla villetta in campagna. Sono preoccupato di saperlo solo là; se la sua teoria che Renfield sia controllato dai Vampiri è esatta, versa davvero in grave pericolo.

Capitolo nono

Il diario di Zsuzsanna Dracul

13 agosto. Sto scrivendo sulla nave, durante il ritorno a Londra dopo una breve visita ad Amsterdam (i trasporti pubblici olandesi sono così puliti!). Che io partissi è stata, inizialmente, un’idea di Elisabeth. Per un po’ di tempo siamo state entrambe di cattivo umore, poi ho sentito diminuire la mia forza, nonostante il fatto che mi sia riempita di sangue “blu”. Anche Elisabeth sembra più pallida, più debole, e così irritabile che ho cominciato a evitarla. Mi spaventa; mi preoccupo per la possibilità che Vlad abbia gettato su di noi un qualche tipo di incantesimo.

Londra è ancora piena di una miriade di meraviglie, ma io comincio a perdere interesse in quello che precedentemente mi faceva piacere. Quanti vestiti nuovi uno può avere? Ne ho una stanza piena. Sono tutti belli e mi piace indossarli, ma il mio desiderio per essi ora è appagato, mentre comincio a diventare inquieta…

Senza dubbio Vlad è arrivato sulle coste inglesi, ma ancora non è apparso in nessuna delle sue proprietà: Carfax, Mile End, Bermondsey, Piccadilly. Noi le visitiamo ogni giorno sperando di trovarlo ma, ogni giorno, le nostre speranze sono infrante.

Alcune sere fa, Elisabeth mi si è avvicinata sorridendo, per la prima volta in molti giorni, con uno sguardo deciso sul viso.

«Vlad è in ritardo», ha detto, «e noi stiamo entrambe diventando terribilmente ansiose nell’attesa. Ma perché? Tu dici di sapere dove vive Van Helsing. Perché non sorprenderlo lì durante il giorno e portarlo qui? Infatti, se Vlad sa che noi abbiamo Van Helsing, sarà forzato a trattare con noi».

«Perché non uccidere semplicemente il dottore?», chiesi in risposta, poiché ero ansiosa di farlo e così vendicarmi dell’assassino del piccolo Jan.

Schioccò la lingua in segno di disapprovazione. «Ma che divertimento c’è, Zsuzsanna? Se Van Helsing muore, Vlad semplicemente si dissolverà in polvere. No, dobbiamo usare Van Helsing per attirarlo da noi. Io, per quanto mi riguarda, intendo vedere entrambe le loro morti e infliggere loro tanta sofferenza quanta essi ne hanno inflitto a te!».

«Benissimo!», acconsentii, sebbene fossi segretamente decisa a ucciderlo comunque. «Quando partiremo?»

«Non tutte e due, piccolina. Andrai tu: solo tu conosci Van Helsing e la sua casa. Io conosco Vlad, e così lo aspetterò qui; qualcuno deve controllare le sue case ogni giorno».

L’idea di lasciarla sola mi tormentava. Dal tempo di Dunya, sapevo che era capace di infedeltà; ancora più penoso era il pensiero della stanza di tortura sotto la casa. La sua irritazione era dovuta alla sua ansia di provarla? Mi aveva giurato che non l’avrebbe fatto, che “collezionava” soltanto quegli orrendi congegni per divertimento, ed era un fatto che io non li avevo ancora trovati usati.

Eppure, non mi fidavo di lei.

Fiducia o no, la logica vinse. Un giorno, mi trovai davanti alla porta di Van Helsing. Non mi travestii, ma indossai soltanto un cappello con un po’ di velo, dimodoché, se lui avesse guardato fuori, non mi avrebbe riconosciuto immediatamente. Tutto ciò di cui avevo bisogno era che aprisse la porta di uno spiraglio — non di più — e io gli avrei facilmente potuto tirare un colpo fatale.

Suonai e, dopo un buon minuto, la porta si spalancò; la donna che rispose aveva i capelli grigi e la mascella quadrata. Mary?, stavo quasi per chiedere, ma non poteva essere: quella donna era troppo grossa e alta. Per un istante, regnò la confusione: ero venuta nella casa sbagliata? Oppure i Van Helsing si era trasferiti? No, la casa era quella, e la targhetta di ottone sulla porta portava scritto A. VAN HELSING, M.D., con una frase in olandese che non riuscii a decifrare.

«Sto cercando il dottor Van Helsing», dissi esitando, in inglese.

La donna aggrottò la fronte severamente e scosse la testa. Allora tradussi la frase in francese, senza successo, ma il mio tedesco evocò un caldo sorriso.

«Ah», disse, con un accento da madrelingua e ovviamente sollevata nell’udire il proprio idioma. «Il vostro tedesco è eccellente! Ma temo che il dottore non prenda appuntamenti a quest’ora». E indicò la targhetta di ottone sopra il campanello, poi rise tra sé. «Ma, naturalmente, voi non parlate olandese!».

Sorrisi graziosamente e tirai indietro il mio velo per esporla sia alla mia bellezza che ai miei occhi ipnotizzatori.

«Io non sono una paziente, ma una parente. Sono qui in visita», aggiunsi.

Schioccò la lingua.

«Ah, povera cara! Spero che non siate venuta da lontano…».

«Da Vienna».

Sapevo, già prima che me lo dicesse, che il professore non era lì; il mio cuore si rattristò nell’apprenderlo.

«Se ne è andato». Si fermò e sembrò ritornare in sé. Feci del mio meglio per farla cadere in trance, ma lei continuava a guardare altrove, senza cooperare. Era una donna molto volitiva. «Si trova all’estero».

Distolse lo sguardo: mentiva, naturalmente. «In molti luoghi. Non ho un itinerario preciso». Poi, quando mi guardò nuovamente, mi accorsi di un’improvvisa scintilla di un sospetto nel suo sguardo. «Siete una parente? Chi siete?»

«Sua cognata».

I suoi occhi si restrinsero.

«Ho vissuto ad Amsterdam per molti anni e conosco il dottore da un po’ di tempo. Non ha fratelli».

Sospirai di onesta frustrazione, decidendo che, se non mi avesse fatto entrare di lì a pochi secondi, le avrei rotto quel grosso collo.

«So che suona strano… ma sono, in realtà, la cognata di sua madre. Vedete, il fratello di Mary era molto più giovane di lei, e…».

Il ghiaccio si sciolse, lasciandola più disponibile ma con un’espressione stranamente tragica.

«Ah, povera Mary…».

Finsi un allarmato interesse.

«È morta? Bram è un corrispondente talmente terribile; non mi dice mai niente. Gli scrissi alcune settimane fa dicendogli che stavo arrivando, ma lui non mi ha mai risposto…».

«Povera cara! Com’è terribile per voi saperlo in questo modo. No, la povera signora Van Helsing — la signora Mary, come la chiamo io — non è morta, ma temo che non ci manchi molto. È malata di cancro terminale».

Mi portai la mano guantata di pizzo alla bocca e trattenni il respiro per l’orrore.

«Allora è qui?»

«Sì, sì: la vorreste vedere?».

Tenni le labbra coperte per un altro istante, in modo che non le vedesse curvarsi verso l’alto in un sorriso.

«Moltissimo. Sono triste per non aver trovato qui Bram, ma…».

Ma potevo sapere molto da sua madre che, senza dubbio, sapeva dov’era andato. Quell’infermiera agiva chiaramente secondo degli ordini, e probabilmente non aveva idea della vera vocazione del nostro amato Bram.

Quindi spalancò la porta e mi fece entrare, stringendomi la mano con forza germanica, e la scosse con vigore mentre si presentava come Frau Koehler. L’ingresso in penombra era pieno di scaffali allineati, tutti pieni fino a scoppiare, con alcuni tomi sopra file di altri volumi. La buona Frau mi condusse, attraverso un’altra stanza polverosa e piena di libri, fino alle scale, dove esitò.

«Permettetemi di andare a dire alla signora Mary che siete qui».

Mi guardò per un momento, prima che comprendessi che stava aspettando una risposta.

«Diteglielo», mi fermai, cercando nella mia memoria il nome da ragazza di mia cognata. «Ditele che Mrs. Windham è venuta a trovarla».

Frau Koehler fece un cenno con la testa, poi alzò le gonne e si arrampicò faticosamente sulle scale che gemettero. La udii che si muoveva attraverso il pavimento di legno scricchiolante, poi si fermò per mormorare una domanda a bassa voce a colei che le era stata affidata.

Ma non udii risposta. Mentre aspettavo, vidi tra gli scaffali una porta chiusa, e me ne sentii inesplicabilmente attratta. Scivolai attraverso una fessura e mi trovai nello studio del buon dottore, circondata da altri libri, tutti di genere esoterico. Il nostro coraggioso uccisore di Vampiri sembrava avesse fatto un profondo studio per meglio compiere il suo lavoro. C’era anche una grande scrivania di quercia, con un certo numero di carte e telegrammi nei cubicoli; desiderai dar loro uno sguardo per avere qualche indizio sugli spostamenti di Van Helsing ma, da sopra la mia testa, provennero altri scricchiolii e il pesante passo della Frau.

Immediatamente scivolai nuovamente attraverso la porta e, prima che lei guardasse sorridendo dalla cima delle scale, io ero nello stesso posto in cui lei mi aveva lasciato.

«La signora Mary è sveglia e vi vedrà». Mentre sfrecciavo su per le scale per raggiungerla, aggiunse: «Non posso promettervi che capirà completamente chi siete. Parla poco e, quando lo fa, è generalmente confusa. Poco fa le ho fatto un’altra iniezione di morfina, così è anche insonnolita. Siate paziente».

«Lo sarò», risposi con calore, sebbene in quel momento non stessi affatto pensando a Mary ma, piuttosto, a come potessi convincere Frau Koehler ad andarsene.

Ero del tutto sazia dalla notte precedente, fino al punto che il pensiero di cenare con il suo forte sangue tedesco mi dava la nausea. Così non avevo intenzione di usare la mia forza soprannaturale sulla Frau; una rapida bevuta da Mary era tutto quello che potevo fare, e poi me ne sarei andata. Il mio atteggiamento disinvolto svanì all’istante quando entrai nella stanza e fui accolta dagli odori mescolati di pipì e feci puzzolenti. Frau Koehler aveva fatto quello che poteva per minimizzarli: la finestra era aperta, una candela oscillava nella leggera brezza, e una padella era a mollo nella tinozza piena d’acqua saponata.

Il massimo che potei fare fu quello di trattenermi dal coprirmi il naso con il fazzoletto, ma Frau Koehler sembrò non notarlo affatto. Si avvicinò al letto, sorrise di genuino affetto e prese la sottile mano priva di forze della paziente.

«Mary. Ecco vostra sorella».

Avanzai per prendere il posto dell’infermiera tedesca e afferrai la fredda e ossuta mano della donna morente. I suoi occhi erano chiusi ma, al suono della voce della Koehler, si riaprirono con difficoltà e mi guardarono. Ero preparata a incantarla immediatamente e farla sentire una donna completamente diversa, in modo che non avrebbe gridato di paura, mettendo in allarme l’infermiera…

Oh, Mary! quando ti vidi per l’ultima volta, eri forte, giovane e bella, con splendenti capelli d’oro, la pelle liscia, e avevi il tuo piccolo Bram nel ventre. Ti amavo allora; ti amai persino dopo il mio Cambiamento, poiché tu eri stata così buona con me in vita. Sono arrivata a capire che tu, Kasha e papà siete stati gli unici che veramente mi avete amata: amato me, la zoppa di casa, la magra zitella che non evocava negli uomini altro che pietà.

Ora tu sei stata abbattuta dal tempo crudele. Ne ho uccisi tanti nella mia strana esistenza e ho fissato spesso negli occhi la stessa morte, ma non l’ho mai vista prima indugiare tanto a lungo.

Questa sarei io, pensai, se non avessi ricevuto il dono dell’immortalità. Una vecchia brutta, moribonda.

Guardai la vecchia nel letto e non la riconobbi, con i capelli bianchi e crespi, pettinati in una lunga treccia dalle spalle alla vita; sulla testa, comunque, i capelli erano scomposti e si erano parzialmente sciolti, dandole un’aria sconvolta, poco curata. Mi venne in mente l’immagine di un uccello delicato che moriva di fame. La pelle liscia era cadente, si incavava nelle guance scheletriche, si assottigliava sul naso, ed era segnata da rughe, specialmente sotto agli occhi… occhi ancora blu come il mare, sebbene il bianco fosse itterico.

Occhi resi inespressivi dal dolore e dalla sofferenza, ma occhi che mi riconobbero.

Intendevo indurla al silenzio prima che Frau Koehler fosse messa in allarme, metterla sotto il mio incantesimo in modo che si dimenticasse di conoscermi, in modo che vedesse tutta un’altra donna, ma fui troppo colpita dalla sua vista per reagire con immediatezza e troppo confusa quando l’infermiera fece scivolare una sedia a dondolo accanto al letto e mi invitò a sedermi.

Mi sedetti e guardai ancora la vecchia che, un tempo, era stata Mary, pronta a fare il mio lavoro soprannaturale. Ma quegli occhi blu… mi guardarono senza paura, senza odio o repulsione ma con un tale onesto e caldo affetto che lacrime di gratitudine mi vennero agli occhi. Questo non era l’amore fuggevole evocato dalla passione sessuale o dal bisogno o dalla convenienza reciproca; questo era amore fine a se stesso.

«Mary?», chiesi piano e, con mia grande sorpresa, lacrime calde caddero sulle mie guance… io, cento, mille volte assassina, così insensibile da pensare che non avrei mai più conosciuto la pura compassione. «Mi riconosci veramente? Sono io…».

«Zsuzsanna», sospirò con voce tremante, acuta, che mi spezzò il cuore. Mai, per un istante, la dolcezza nel suo sguardo venne meno. «Come sei bella…».

Abbassai il viso nelle mani coperte di merletto e piansi. Era perduta nel passato, compresi, e ricordava soltanto la Zsuzsanna mortale: aveva dimenticato il mio Cambiamento. Anche così, fui toccata dal suo benvenuto. Ma avevo un’altra ragione per lasciarmi andare alle lacrime. Oltre il sentimento, ero obbligata a raggiungere il mio obiettivo: sapere di Bram.

Frau Koehler entrò dietro di me e posò una grossa mano sopra la mia spalla.

«Mia cara… So quanto questo sia difficile per voi», mormorò. «Vi posso portare un bicchiere di sherry?».

Alzai la testa e asciugai le lacrime con il fazzoletto.

«Grazie, ma… posso avere, invece, una tazza di tè?».

Questo mi avrebbe concesso il tempo di cui avevo bisogno.

Il rapido consenso della Frau mi mise subito di buon umore; se ne andò per le scale in direzione della cucina, mentre io mi chinavo più vicino a Mary e le prendevo la mano tra le mie.

«Mia cara», bisbigliai. «Non sopporto di vederti così, ma posso liberarti da tutto il dolore… per sempre».

Mi avvicinai e mi chinai ulteriormente premendole le labbra contro le morbide e cadenti pieghe del collo; l’odore aspro dell’urina era forte, così come lo erano la forte sensazione della bontà di Mary, della sua paura di morire, il suo amore sincero per coloro che se ne erano andati prima di lei e per coloro che sarebbero rimasti. L’avvicinarsi della morte aveva tolto qualsiasi altra cosa, fino a che era rimasta soltanto l’essenza della donna.

Ma qualcosa mi tratteneva; forse era la conoscenza della donna che era stata o la sensazione potente della bontà e della sofferenza tragica che emanava. Sapevo che la vera Mary avrebbe preferito morire piuttosto che votarsi al Male.

In effetti, tolse la mano dalla mia e, con una debolezza che spezzava il cuore, mise i suoi palmi contro la mia spalla e cercò, invano, di spingermi via.

«Per favore, no… ho perduto due figli e un marito. Non è abbastanza?».

Lo disse con aria sognante, calma, senza traccia di paura.

Mi ritrassi.

«Mary… vuoi soffrire? Vuoi morire?».

Sostenne direttamente il mio sguardo; nello stesso tempo, sembrò guardare oltre me, a qualcosa di molto più distante e glorioso, e la sua faccia avvizzita divenne di una bellezza radiosa e devastata.

«La mia sofferenza non è nulla a paragone della tua», bisbigliò. «La mia non durerà per sempre».

Caddi all’indietro nella sedia, colpita da un dolore acuto come se un ago trafiggesse il mio cuore commosso. Cercai di protestare: come poteva dire che io soffrivo? Io, che godevo di ciò che di meglio la vita potesse offrire, io, che non conoscevo il dolore fisico, io che infliggevo ad altri la morte?

Ma non potevo negarlo. In un lampo, vidi la mia attuale esistenza come l’avrebbe vista lei: i vestiti più belli, lo champagne migliore, gli uomini più attraenti, la bella e crudele Elisabeth. La vanità, la vacuità. Secolo dopo secolo, senza significato.

Mi alzai e le presi di nuovo le mani, massaggiandole un po’ per riscaldargliele. Questa volta, quando mi chinai su di lei, premetti con delicatezza le mie labbra sulle sue.

«Dio ti benedica, Mary».

«E possa benedire te».

Sospirò e chiuse gli occhi. Udii, al piano inferiore, il rumore della porcellana su un vassoio e dei passi attutiti; Frau Koehler stava ritornando con il tè. Mi sistemai nella sedia a dondolo e attesi, cercando di decidere il modo migliore per ritornare nello studio, quando la stessa Mary mi fornì la risposta.

Improvvisamente, emise un ululato di dolore, con l’intollerabile abbandono di un animale ferito; lo ammetto, feci un piccolo salto sulla sedia (e non è una cosa facile spaventare un Vampiro). Gridò ancora e allora mi avvicinai per chiedere quale fosse il problema, ma lei sembrò del tutto inconsapevole della mia presenza. Provai un’enorme impotenza… e imbarazzo quando, all’improvviso, lei strinse convulsamente la coperta tra le gambe.

«Frau Koehler!», gridai, mentre l’infermiera saliva per le scale rumorosamente; apparve con la faccia rossa e ansimante e, subito, posò il vassoio del tè su un basso mobile e si avvicinò accanto al letto della sua protetta.

«Ah», disse, sollevata. «È soltanto l’ora della padella. Vi aiuterò io, signora. Se volete, potete prendere la vostra tazza di tè e sedervi al piano inferiore, dove il rumore non vi disturberà».

«Il rumore?»

«È veramente doloroso per lei ora; beve così poco che brucia come fuoco, specialmente con le sue piaghe aperte, ma io l’aiuterò a sentirsi meglio. Andate, signora».

Così questa è una morte lenta: pipì, feci e dolore impotente, l’umiliazione più crudele.

Si mosse verso la padella insaponata nella tinozza e io me ne andai prima di vedere altro. Abbandonando il tè, mi precipitai per le scale e nuovamente scivolai attraverso la porta che conduceva allo studio del dottore. Con velocità immortale, sfogliai le carte sul suo tavolo… con ben scarsi risultati, poiché quasi tutte erano in olandese e quindi per me del tutto incomprensibili.

Ma, chiusi ordinatamente in un nascondiglio, c’erano tre telegrammi, mandati da A. Van Helsing, Purfleet, England, a Frau Helga Koehler, Amsterdam. Il primo era datato 8 luglio, il secondo 16 luglio, e il terzo 4 agosto.

E tutti provenivano da Purfleet. Purfleet. Dove Elisabeth e io andavamo ogni mattina a controllare l’arrivo di Vlad!

Mi sarei voluta sedere tranquillamente a terra e ridere — ero venuta fino a lì per trovare qualcuno a Londra! — se non avessi capito qualcosa di raggelante: il dottor Van Helsing era mortale, ma era ancora una forza con cui fare i conti poiché, in qualche modo, aveva scoperto il nuovo indirizzo di Vlad.

Come potevo essere sicura che non aveva scoperto anche il mio?

Li guardai tutti in fretta poiché, fortunatamente, erano scritti in tedesco, lingua di cui ho un’ottima padronanza. Tutti ringraziavano Frau Koehler per le sue relazioni sulle condizioni di sua madre, e davano l’informazione che «La signora Van Helsing sta, sfortunatamente, come sempre». Il più recente dichiarava che sarebbe dovuto rimanere a Purfleet un po’ più a lungo ma che la Frau doveva avvertirlo subito se avesse ritenuto che Mary stava per morire.

La signora Van Helsing: la frase mi riempì di trepidazione, sebbene non comprendessi o ricordassi immediatamente. C’era stata una signora Van Helsing? Ero venuta in quella casa venti anni prima, per prendere il piccolo e dolce Jan e per rapire il fratello di Bram…

Naturalmente, naturalmente… C’era stata una donna: una timida cosina scialba dagli occhi grandi. L’avevo morsa ma non l’avevo uccisa, dato che era stata un ostacolo sulla mia strada. Aveva uno di quei nomi olandesi che si dimenticano facilmente che iniziava con un G, quel suono fortemente aspirato come la ch ebraica, ripetuta due volte nel nome “Van Gogh”.

Per qualche ragione, non mi era nemmeno venuto in mente che lei fosse ancora viva, ma la rivelazione che lo fosse — e che si trovava in Inghilterra con Van Helsing — mi riempì di orrore.

Che cosa sarebbe accaduto se lui usava sua moglie per avere informazioni su di me? Poiché Vampiro e vittima sono legati insieme finché entrambi sopravvivono e, così, quella donna dagli occhi folli era legata a me, anche se la sua personalità era così timida, così umile, che nel corso degli anni mi ero sconsideratamente dimenticata di lei. Io, che ero stata una tale idiota da non pensare di voltare le carte e ottenere informazioni su di lui.

Ho corretto la mia sbadataggine.

Durante tutto il tempo, avevo udito i passi e le grida dal piano di sopra e i sommessi confortanti bisbigli di Frau Koehler. Le grida erano cessate, seguite dal rumore dell’acqua che scorre. Uscii dallo studio e attesi di nuovo alla fine delle scale, finché l’infermiera apparve.

Non mi invitò a salire, ma scese le scale per fermarsi accanto a me; il sudore le brillava sulla fronte e sul labbro superiore. Si portò il grembiule al viso e lo asciugò.

«Penso che adesso dormirà», disse a voce bassa. «È molto stanca; finora ha avuto un giorno molto difficile. Ritornerete presto, Mrs. Windham?».

Scossi la testa, ansiosa di lasciare quella triste casa e turbata da quello che Mary mi aveva detto.

«No. È ora che parta. Ho la mia famiglia da curare e ho già salutato Mary».

Il suo ampio viso quadrato divenne genuinamente triste.

«Mi dispiace che dobbiate andar via dopo una visita così breve, signora. Ho visto che Mary vi ama moltissimo, e voi lei».

Mi voltai prima che vedesse le lacrime, e lei mi condusse all’entrata principale. Quando aprì la porta, mi fermai e la guardai in viso, poi con leggerezza toccai con le dita la sua guancia.

Come avevo sperato, mi guardò negli occhi e cadde subito in trance.

«Non ricorderai niente di tutto ciò», le dissi. «Non me, non il mio nome, non il mio aspetto, e se Mary ne parla, penserai che abbia il delirio. La cosa più importante: non ne parlerai, finché vivi, con il dottor Van Helsing».

«Naturalmente», disse, e io sorrisi, rompendo l’incantesimo.

«Grazie, Frau Koehler».

La baciai sulla guancia come avrebbe fatto una sorella.

«Buon viaggio, Mrs. Windham».

Ora sono sulla nave diretta verso casa, dove mi sono trovata un posto nascosto di sotto (è una bella giornata e tutti stanno prendendo il sole sul ponte). A questo punto, mi permetto di lasciarmi andare profondamente nella trance per effettuare il collegamento con la signora Van Helsing. I fili che ci legano sono piuttosto deboli, ma con la pratica si rafforzeranno. Questo è ciò che ho visto, soltanto qualche minuto fa.

Una stanza piccola e semplice dalle pareti bianche, con una finestra chiusa da sbarre di ferro nero che deturpano la vista di un giardino fiorito più in basso. Sopra la finestra, un piccolo crocifisso d’oro.

Dietro di me, odo il rumore di una porta che si apre, e la voce bassa, profonda, di un uomo che dice:

«Gerda, carissima…».

Gerda, sì! Ecco il suo nome.

La mia vista ruota di centottanta gradi. Ora mi trovo a guardare un uomo più anziano con del bianco tra i capelli d’oro e le sopracciglia folte, e un sorriso che vuole mascherare la preoccupazione nei suoi occhi blu. Non si è sbarbato di recente, e la luce del sole che entra dalla finestra cade sui peli d’argento del mento e li illumina. Su di lui c’è un’aria di pesantezza, come se fosse Atlante, che porta il peso del mondo sulle sue spalle. Nello stesso tempo, c’è anche un’aria di bontà, riflessa nei suoi occhi e sui semplici e dolci lineamenti del viso.

Ha qualcosa di familiare, qualcosa che mi disturba; lo guardo e penso al mio defunto fratello, sebbene non si somiglino affatto. Conosco quest’uomo ma, per un istante, sono in imbarazzo, poiché è più vecchio di quasi un quarto di secolo da quando ci incontrammo l’ultima volta, e gli anni e la tragedia l’hanno invecchiato.

Bram, pensa Gerda, ma il dolore profondo dentro di lei trattiene la sua lingua in modo tale che non riesce a parlare… e io, all’improvviso, ricordo. Quest’uomo anziano è la mia nemesi, Van Helsing, l’assassino del mio piccolo Jan, che sarebbe ancora accanto a me oggi, se Van Helsing non avesse ucciso il mio immortale figlio adottivo.

Bene. Van Helsing è con Gerda… in un manicomio, penso; in che altro modo possono essere spiegate le sbarre? E in quello stesso momento, lui comincia a farle delle domande:

Cosa vedi adesso?

«Non sono sicura. Vedo dell’acqua, una grande quantità di acqua verde… che scompare dietro di me, la linea della costa con minuscoli mulini a…».

La fermo appena prima che possa pronunciare la parola mulini a vento, anche se il danno è già stato fatto. Adesso saprà che sono andata ad Amsterdam… ma che sia dannata se saprà quando, e se sono ritornata a Londra.

Lui le fa altre domande, ma lei rimane risolutamente in silenzio, finché l’uomo si arrende e se ne va.

Quando riemergo dal collegamento, scrivo subito tutto per non dimenticare nessun dettaglio. Racconterò a Elisabeth che Van Helsing si trova a Purfleet, da qualche parte vicino a Vlad. Lei si arrabbierà per il tempo perso… quindi non le dovrò mai dire del mio terribile errore di aver dimenticato Gerda; non mi perdonerebbe mai.

E, se falliamo, io non perdonerò mai me stessa.

Nello stesso tempo, sono profondamente turbata. Ogni volta che penso a Mary, è come se il mio cuore gelido fosse gentilmente riscaldato da una fiammella interna, una fiamma che lei ha riacceso facendomi ricordare cosa significhi sentire compassione umana, amore umano. Devo ucciderle il suo unico figlio?

Basta! Basta! Questi pensieri sono troppo pericolosi. Avrò la mia vendetta…

Capitolo decimo

Il diario di Zsuzsanna Dracul

20 agosto. Nessun’altra indicazione su Bram Van Helsing da parte di Gerda; sospetto che lei abbia detto o fatto qualcosa che lo ha messo in allarme riguardo alla mia interferenza e lui deve aver eseguito qualche potente magia per impedirne la ripetizione. Siamo andate in giro per la città, pezzo per pezzo, in cerca di una finestra con un’inferriata che guarda su un giardino fiorito, e abbiamo trovato due possibilità, incluso un manicomio accanto a Carfax, ma nessun Van Helsing, nessuna moglie. È possibile che sia così esperto da rendere entrambi invisibili?

È colpa mia se vengo tanto disgraziatamente superata da un semplice mortale; Vlad mi ha insegnato soltanto gli esercizi più semplici per ipnotizzare, essere invisibile e per autoproteggermi, ma io non ho mai insistito per avere altre informazioni (adesso so che non me li avrebbe rivelati anche se glieli avessi chiesti, ma ci sono state alcune volte che avrei potuto impossessarmi di antichi tomi molto illuminanti e non lo feci). Onestamente non nutrivo alcun interesse per cose tanto “noiose”… e adesso è arrivato il momento di rimpiangerle.

Quando sono tornata da Amsterdam, il benvenuto di Elisabeth è stato più dolce di quanto mi aspettassi; non le ho detto niente di Gerda, ma ho mentito e le ho detto invece che avevo morso Mary e avevo saputo che il buon dottore, in realtà, si trova in qualche posto vicino a Londra. Questo l’ha sorpresa e l’ha resa contenta per cui, nei giorni seguenti, abbiamo trascorso alcune ore piacevoli insieme. Ma, per quanto il suo umore fosseassai gioviale, sembrava diventare un po’ insofferente e irritabile. Ho pensato che fosse per la frustrazione a seguito della nostra vana ricerca di Van Helsing e che stesse lottando per nasconderla per un riguardo verso di me. Ora ho capito meglio; dissimulava per me, è vero… ma non per gentilezza, bensì nel tentativo di ingannarmi.

Stanotte sto cominciando a capire quanto mi ha nascosto. E cosa mi ha detto: anche queste, sono tutte bugie?

È iniziato a metà mattinata. Stavamo diventando pazze nell’attesa dell’arrivo di Vlad, ma oggi ho avuto un forte presentimento che questo doveva essere il giorno. Così Elisabeth e io siamo corse immediatamente a Carfax (era una visione, vestita in raso rosa pallido e crema, con i lunghi riccioli tirati su sotto un cappellino in tinta; era come se si fosse intenzionalmente resa più bella nel tentativo di smorzare la mia rabbia e i miei dubbi).

Avvolte nella protezione della nostra invisibilità, restammo un po’ distanti dalla vecchia e tetra casa, sotto un boschetto di grosse e cupe querce — Elisabeth non volle andare oltre — e guardammo gli operai consegnare le stesse casse di legno che avevo visto caricare e portare via dagli tzigani sui loro carri. In tutto cinquanta casse… e una che, senza dubbio, conteneva Vlad! La riconobbi dal chiarore ellittico che la circondava: un blu notte picchiettato d’oro, simile a un cielo illuminato dalle stelle, più grande di qualunque aura gli abbia mai visto (bisogna tener conto che le mie abilità al riguardo sono sempre state meno che notevoli).

So che anche Elisabeth la vide, poiché trattenne il respiro, poi mi afferrò un braccio e mi sibilò nell’orecchio:

«Ce ne dobbiamo andare subito!».

Confusa, mi voltai verso di lei aggrottando la fronte… e la mia confusione crebbe nel vedere la paura sul suo viso, malamente mascherata.

«Che cosa vuoi dire, con il fatto di andarcene? È arrivato; è giorno… Adesso è il momento! Quando gli operai se ne saranno andati, dobbiamo entrare e distruggerlo!».

«Allora andrai da sola. Non vedi come è diventato potente?». Fece un gesto verso la cassa che irradiava luce, con un’espressione e un atteggiamento — mentre una delle sue scarpette color crema batteva la terra con impazienza — che rivelavano un’intensa ansia. Quindi si voltò e cominciò ad andarsene, ma io le afferrai un braccio e lo strinsi.

«Tu lo temi», dissi meravigliata. «Tu che pretendi di essere invincibile, tu che giuri di evitare il confronto con lui solo perché vuoi goderti il gioco del gatto col topo… hai paura! Non potrebbe darsi che sia lui il gatto e tu il topo?»

«Lasciami andare!». Allora smise di fingere e, inveendo con un epiteto ungherese, mi diede una spinta con un braccio a strisce rosa e crema. Non ho mai visto i suoi lineamenti così grottescamente contorti per la rabbia: in un istante, si era trasformata da una bambola di porcellana in una Medusa. «Non far la sciocca: se litighiamo, ci sentirà. Zsuzsanna, non hai idea del pericolo in cui ci stai mettendo!».

Avrei voluto dire dell’altro, avrei voluto chiederle: «E hai paura anche di Van Helsing, che ti rifiuti di ucciderlo? Anche lui è troppo forte?», ma si liberò della mia presa e si trasformò in una farfalla dorata che se ne volò via sulla brezza estiva.

Controllai la mia rabbia e cavalcai sui raggi del sole, ma non la seguii nella direzione della casa di Londra. Invece, lasciai la proprietà di Carfax e mi diressi a Purfleet dove, sotto il manto dell’invisibilità, scivolai nel negozio di un argentiere e fuggii con un lucente pugnale e una spada dal lungo manico.

Poi ritornai a Carfax, poiché la mia furia per l’inganno di Elisabeth mi aveva reso ancor più determinata a uccidere Vlad e a distruggerlo subito. Per quale altra ragione avevamo atteso tutte quelle settimane? Le avrei mostrato che cosa significava il vero coraggio e poi, dopo aver distrutto lui, l’avrei lasciata alla sua vanità, alla sua degenerazione, alla sua meschina prigione che attendeva silenziosamente la sua prima vittima. In quanto a me, non avevo bisogno né della protezione di un uomo o di una donna, né del loro amore; i due che avevo osato amare, mi avevano entrambi tradito, e ora non mi sarei mai più permessa di soffrire così. Forse avrei dovuto andare a Vienna o a Parigi…

Quando arrivai, gli operai erano già intenti al loro lavoro. La mia rabbia vacillò solo una volta mentre aspettavo sotto le querce morenti, quando riflettei che, forse, ero stata troppo precipitosa nel pensare che la convinzione di Vlad che nessun Vampiro potesse mai distruggerne un altro nel modo tradizionale, con il palo e il coltello, fosse semplicemente un’altra delle sue superstizioni medievali. E se era vero?

Allora me ne andrò e porterò un mortale per compiere l’impresa, mi dissi. Non sarei stata sviata, né avrei permesso a me stessa di credere che correvo un pericolo così terribile come diceva Elisabeth.

Gli operai (un gruppetto di “tipi”, come si chiamerebbero da loro stessi, di classe inferiore, dei cockney) portarono le casse all’interno attraverso l’entrata principale, con un’andatura follemente lenta, una cassa alla volta. Questo, unito a parecchie pause per barzellette sconce, chiacchiere e risate, mi rese così impaziente per l’ora e mezzo che ci volle loro perché finissero, che fui tentata di apparire nel mio aspetto più feroce, con le zanne scoperte, e farli scappare via tutti di corsa.

Quando, finalmente, se ne furono andati, il sole era alto: era mezzogiorno, cosa questa che mi mise di buon umore, poiché quella era l’ora in cui Vlad era più debole. Anche così, mi premurai di rafforzare il velo dell’invisibilità intorno a me e alle mie armi d’argento e con esse scivolai attraverso la fessura della porta principale in rovina, che i “tipi” avevano chiuso a chiave.

All’interno, il pavimento era ricoperto da uno strato di polvere spesso alcuni centimetri (com’era tipico di Vlad!), che metteva in evidenza ogni pedata degli operai. Senza lasciare delle orme, seguii la scia attraverso il corridoio, finché questo terminò davanti a una porta di quercia ad arco, rinforzata con il ferro.

Tra la base della porta e il pavimento ricoperto di polvere, c’era uno spazio piuttosto grande, e così anche tra la sommità arcuata e lo stipite. Ci si sarebbe potuti aspettare di vedere dei raggi di sole che passavano attraverso, illuminando la polvere sospesa nell’aria ma, in luogo della luce, splendeva quella sinistra e splendente aura color indaco, un’oscurità che non era assenza di luce ma una forza eguale e opposta che la poteva sostituire.

Per un breve momento rimasi sgomenta, poi chiamai a raccolta tutta la mia rabbia e il mio coraggio, e di nuovo ridussi me stessa e il mio peso a una scheggia sottile come un capello che scivolò con facilità sotto allo spazio alla base della porta, attraverso l’oscurità radiosa che sembrò permeare il mio essere.

Emersi dall’altra parte piena di trepidazione poiché, sebbene la stanza (un tempo una cappella, dato che la parete più lontana portava i segni di un grande crocifisso che era stato rimosso di recente da sopra i resti che marcivano di un altare di legno) fosse vasta e con un alto soffitto, era piena di quella splendente radiosità blu profondo che indicava la presenza di Vlad.

Mi irrigidii e con le mie armi avanzai verso la cassa dalla quale usciva la non-luce color ìndaco. A questo punto posso solo descrivere la sensazione in termini mortali, poiché l’esperienza immortale mi viene a mancare: fu come cercare di camminare all’interno e attraverso uno sciame di api molto infastidite, o nuotare contro una corrente impetuosa; mi sentii respinta all’indietro da una forza ostile e ronzante, mentre la pelle del mio corpo doleva come se fosse pizzicata.

Eccellente!

Avanzai, lottando per controllare la mia paura. Non era importante quanto Vlad potesse essere diventato potente: io credevo nella mia invisibilità e nel mio piano: raggiungere la cassa nella quale giaceva, spalancare il coperchio e, nell’istante della sorpresa, trapassargli con le mie armi d’argento sia il cuore che il collo.

Finalmente arrivai alla mia meta, e lì mi fermai per controllare i nervi mentre allungavo la mano verso il coperchio di legno chiuso con i chiodi, sebbene fossi in grado di aprirlo con solo un po’ di sforzo.

Le mie dita si curvarono intorno al bordo; tirai. Il coperchio non si mosse, ma rimase saldamente inchiodato.

Tirai di nuovo, più forte, imprecando in silenzio. Di nuovo, nessun risultato. Mi fermai, furiosa e perplessa, chiedendomi quale abilità immortale potessi usare per aprire quel coperchio impossibilmente bloccato.

O era un trucco di Vlad?

Il coperchio davanti a me esplose all’improvviso in un potente vortice che mi gettò contro la porta tra una raffica di schegge di legno e di polvere; se fossi stata mortale, sarei stata certamente uccisa all’istante. Invece, ascoltai con vero stupore il rumore della porta e quello delle mie ossa immortali che scricchiolavano… nonché il fortissimo suono metallico delle mie armi che colpivano le pietre del muro a un centimetro dalla mia testa.

Quando la tempesta cessò, facendo sì che la polvere e le schegge di legno cadessero sul pavimento sudicio con la rapidità di una tromba d’aria che lascia cadere un albero o una pecora terrorizzata, mi sedetti e guardai attraverso la luccicante oscurità: vidi che la cassa era aperta… e che all’interno c’era Vlad.

Non addormentato, ma completamente immobile come un cadavere, con le braccia incrociate sul petto, gli occhi di malachite spalancati, e un sorriso di scherno sulle labbra. Adesso era un uomo giovane, non più spettrale, ma bello, con fluenti capelli del colore del carbone, e baffi. Lo guardai e provai subito sgomento e terrore.

Ero disperatamente curiosa circa il pezzo di bianca pergamena iridescente che teneva premuta tra le mani e il petto, come se fosse un grande tesoro che doveva restare vicino al suo cuore.

Le sue labbra sensuali si mossero.

«Zsuzsanna, mia cara», disse, con una voce bella, forte, divina. «Di sicuro non sei così stupida o sconsiderata da volermi fare del male. Forse sei soltanto ritornata dopo aver capito che ti eri messa dalla parte perdente».

Ero troppo sbalordita per fuggire. Chiaramente, Elisabeth aveva avuto ragione ad aver paura; sapevo che adesso mi avrebbe distrutta, non importava che menzogna potessi pensare di raccontargli. L’acuta consapevolezza di essere completamente perduta mi riempì di insensibilità e di una strana calma. Se dovevo morire, allora avrei dovuto, almeno, sapere la verità che mi era stata nascosta.

«Perdente?», chiesi. «Intendi dire Elisabeth?»

«Proprio lei», rispose, con le labbra ancora immobili. «Tu sei una sua pedina, mia cara. Lei è troppo codarda per affrontarmi da sola, e così usa te. Chiediglielo, Zsuzsanna. So che tu non credi a niente di quello che dico. Chiedi a lei dei termini del suo Patto con l’Oscuro Signore. Chiedi a lei cosa devono fare con te».

Una sgradevole ondata di terrore mi sopraffece, poiché lui parlava con la calma fiducia della verità.

«Perché adesso sei così potente? E cos’è quello.

Indicai la splendente carta nelle sue mani, chinandomi in avanti appena per vedere alcune righe di testo scritto in puro oro lucente.

Lui sorrise, ma ignorò la questione.

«Chiedi a lei che cos’è; chiedile cosa farebbe per averlo. Devi distruggerla, Zsuzsanna! Distruggila prima che lei distrugga te. Se non lo farai, non avrò altra scelta che infliggere ad entrambe la stessa deplorevole fine. Fai attenzione: non ti avvertirò ancora. E ricorda che avrei potuto distruggerti qui ora, ma ho scelto, invece, di avere pietà».

Immediatamente, la porta dietro di me si spalancò e un altro potente turbine mi spinse — furiosa, spaventata e sputando polvere — nel corridoio e poi fuori della casa, con tanta facilità quasi fossi stata una piuma e non un’immortale arrabbiata.

Fuori, mi dissolsi nella polvere, e viaggiai nella città sui raggi del sole, verso la bella casa dove Elisabeth sedeva in attesa su un divano, con i riccioli d’oro sciolti e tirati tutti da una parte così che le ricadevano in grembo. Sedeva con inusuale rigidità, con la schiena dritta e senza appoggi, le mani piegate, in modo compassato, sulle ginocchia. Per mettere alla prova me — e lei — entrai in casa con l’aura ancora ritirata, mantenendo la mia invisibilità.

Non mi vide affatto o, se lo fece, era un’attrice degna di Ellen Terry, poiché continuò a sospirare, ad aggrottare la fronte, e a guardare fuori dalla finestra come dovrebbe fare un’innamorata in pensiero; una scarpetta di raso crema batteva senza pietà su un tappeto turco del colore del sangue. Quando mi materializzai rapidamente davanti a lei, si alzò battendo le mani e gridò:

«Zsuzsanna! Mia dolce Zsuzsa! Sono stata talmente preoccupata! Sei entrata? L’hai visto? Come sei riuscita a scappare?».

Mi gettò le braccia intorno e mi baciò ripetutamente le guance e le labbra, ma io non le restituii l’abbraccio; rimasi immobile come Vlad nella sua bara e dissi:

«Hai ragione; lui è potente, tremendamente potente. Non lo posso sfidare da sola».

A queste parole lei si ritrasse, confusa dalla mia freddezza fisica ma approvando le mie parole, e mi afferrò le mani, in attesa di qualche segno che potesse spiegare quella contraddizione.

Mantenni la mia espressione solenne, le mani senza vita, e lo sguardo dritto.

«Dice che ti devo chiedere circa il tuo Patto. Il tuo… contratto con l’Oscuro, e che cosa esso ha a che fare con me».

Il giudizio? Colpevole. Emozioni contrastanti passarono nascostamente sul suo viso come le onde dell’oceano che si gettano sulla spiaggia, solo per essere respinte all’indietro e rapidamente sostituite da altre: rabbia, odio, paura, astuzia… e, infine, indignazione.

«Zsuzsa! Non vedi cosa sta cercando di farti? Di fare in modo che mi odi, di farti ritornare da lui e, in quel momento, cosa pensi che ti accadrà?»

«Ho visto il manoscritto», dissi rapidamente; lei si ritrasse come se fosse stata schiaffeggiata. In realtà si voltò, chiaramente sconvolta e incapace di affrontare questo nuovo sviluppo, mentre io fingevo un’espressione consapevole. Il significato era che avevo letto e compreso il suo valore per Vlad (e chiaramente, ora, anche per lei), una bugia nascosta in un’affermazione veritiera.

Con la schiena ancora rivolta verso di me, si mise un braccio intorno al torace, in realtà afferrandosi, sebbene cercasse di fingere che il gesto fosse casuale. Con l’altra mano si massaggiò rapidamente la fronte, poi il collo, proprio sopra il dolce osso in rilievo sotto la pelle lattea. Con estrema — e incredibile — calma, chiese quindi:

«Che cosa ti ha detto?»

«Abbastanza. Abbastanza da sapere che mi hai mentito». Si voltò di scatto, mettendo le gonne di raso rosa e crema di lato, e cominciò a protestare, ma io alzai la voce e non la volli sentire. «Come minimo, mi hai costantemente nascosto la verità».

Immediatamente il suo viso di porcellana si corruccio, e lacrime di diamante le uscirono dagli occhi di zaffiro.

«Zsuzsanna… pensi che l’abbia fatto solo per tormentarti? Sì, lui è, al momento, più forte di tutte e due messe insieme, ma io non ho abbandonato la speranza. Troveremo un modo per sconfiggerlo ma, fino ad allora, dobbiamo usare tutta la nostra intelligenza e circospezione». Si allungò e mi prese ancora una volta la mano, premendola tra le sue e chinandosi per baciarla, battezzandola con le lacrime. «Sono stata in qualche modo crudele con te, mia cara? Ti ho forse ferita? Dimmelo e farò subito ammenda. Non ti ho portato a Londra per renderti infelice!».

Tentennai. Lei lo capì e si difese con accresciuto vigore.

«Tu conosci Vlad, Zsuzsa. In tutti i decenni che sei stata con lui, ti ha trattato mai con rispetto o genuino affetto? No! Ti ha trattato come una schiava, per far di te quello che voleva; ti ha donato l’immortalità, ma non perché teneva a te… ma solo per se stesso! Tu sai che non ti puoi fidare di lui: sai che è un bugiardo. Ti prego… non lasciare che ci allontani! Ti racconta chissà quali orrende menzogne per ottenere solo questo! E, se ci riesce, allora saremo perdute veramente! Dobbiamo lavorare insieme, cara, per sconfiggerlo. E la nostra migliore speranza, te lo dico io, è Van Helsing. Con lui come nostra pedina, ce la faremo».

In verità, ero influenzata dalla sua bellezza, dalle sue lacrime, dalle sue parole. Ma le accuse di Vlad mi tormentavano.

«Allora, se ti devo aiutare in un compito tanto difficile, devi spiegarmi tutto. Qual è il tuo Patto con l’Oscuro Signore? E che cos’è questo manoscritto a cui Vlad tiene tanto?».

Sospirò.

«Riguardo al mio Patto… non si tratta di una cosa di cui si possa discutere. Se tu ne avessi fatto uno, mi capiresti. Riguardo al manoscritto, non lo so. Per favore, credimi, Zsuzsa! Anch’io sto cercando di risolvere tutti questi misteri; forse oggi ne possiamo discutere, e trovare una comune strategia».

Poi mi mise un braccio intorno alla vita e mi baciò e mi lusingò finché mi arresi sorridendo. Per il resto del giorno e della notte fu gentile con me come nessuno è mai stato.

Ma non posso fare quello che mi ha chiesto: non le posso più concedere fiducia. Rimango con lei solo perché non ho un altro posto dove andare. È abbastanza brutto che mi sia attirata l’ira di Vlad, e non voglio attirarmi anche la sua.

Devo trovare un modo per distruggerli entrambi.

26 agosto. Il ritardo diventa folle. Finora, nessun Van Helsing; Elisabeth e io siamo d’accordo che lui è la nostra migliore speranza per vincere Vlad. Uccideremo il dottore olandese, e Vlad sarà distrutto anche lui.

Ora sono convinta che il solitario manicomio a Purfleet contiene il panorama che ho visto attraverso gli occhi di Gerda, poiché i fiori del giardino hanno proprio lo stesso aspetto. Ma non siamo riuscite a trovare alcuna traccia di Van Helsing, e la mia paura è che siano stati lì per un po’ di tempo, ma che poi se ne siano andati. È così, oppure il dottore è un mortale potente come me che sono un Vampiro, e sa come rendere se stesso e sua moglie invisibili per giorni. La seconda possibilità è indubbiamente peggiore.

Così abbiamo controllato il manicomio quasi giornalmente e continuiamo a perlustrare la città… e, ogni giorno, divento più inquieta.

Ieri sera non riuscivo più ad attendere per agire; così, qualche ora dopo il tramonto, sono uscita da sola nella notte nebbiosa mentre Elisabeth si riposava. Lei e io andiamo abbastanza d’accordo esteriormente, ma io sono ancora molto guardinga nei suoi confronti, e lei lo è con me. Mi esamina attentamente in cerca di segni di incredulità o disaffezione (che io ho in abbondanza ma cerco di mascherare); nel trovarli, non reagisce con rabbia, ma con grande preoccupazione e dolcezza. È come se mi stesse nuovamente corteggiando, poiché mi ricopre di regali. Ieri ha assecondato la mia inclinazione per cani e uccelli (lei non li può sopportare tutti e due) portandomi un bianco levriero afgano adulto con un collare di diamanti, e un grande cacatua bianco con una catenella di diamanti intorno alla zampa (per incatenarlo elegantemente al suo trespolo).

Il cane e l’uccello sono abbastanza dolci, e io li adoro, ma la mia presenza li terrorizza; così li tengo rinchiusi nel salotto e lascio che la cameriera al piano di sotto dia loro l’affetto che si meritano. Nel frattempo, Elisabeth mi ricopre di rose bianche, gioielli preziosi, vestiti da ballo originali ed eleganti, e promesse di impegni sociali. Altre cose deliziose ma, oh come mi annoiano!

Così, la notte scorsa, quando sono sgattaiolata fuori nell’umida oscurità resa più soffice dalla nebbia, ha provato un senso di sollievo per essermi liberata di Elisabeth e di tutti i miei bei doni, e per stare facendo, finalmente, qualcosa di valido. Ho viaggiato sui raggi lunari attraverso la città fino a circa venti miglia a est, dove Purfleet si stende sulla riva nord del Tamigi.

Sono tornata subito nella tetra oscurità di Carfax. Nessuna luce filtrava da dietro le finestre incrostate di sporcizia: solo la sinistra e luccicante nebbia blu nerastra, più scura della notte.

Questo mi ha delusa, poiché mi ero aspettata che lui fosse andato a caccia nello stesso istante che il sole era sceso sotto l’orizzonte; perché restava in quella meschina prigione polverosa quando c’erano migliaia e migliaia di anime calde con le guance rosse che lo aspettavano in città? Quando, per la prima volta nel corso dei secoli, si poteva nutrire fino a riempire il cuore?

Ahimè, il mio piano era stato quello di perlustrare l’edificio durante la sua assenza, in cerca della misteriosa pergamena bianca. L’istinto mi diceva che la sua scoperta mi avrebbe rivelato quella verità che né Elisabeth né Vlad volevano palesare e, forse, mi avrebbe portato alla mia stessa liberazione.

Irritata, mi ritirai immediatamente sul limitare della proprietà. Ora che ero sensibilizzata, riuscivo a distinguere il debole chiarore dell’aura mortale anche da quella distanza, ed ero tentata di tenermi lontana poiché sapevo che, questa volta, Vlad non avrebbe avuto pietà.

Rimasi per un po’ vicino al nero cancello di ferro, con le sue alte lance, decidendo ogni pochi minuti con disgusto che non potevo attendere un istante di più ma, ogni volta, restavo ferma. Nel frattempo, pregavo che i miei fragili sforzi per restare invisibile mi permettessero di evitare di essere scoperta.

Dopo non più di mezz’ora, l’aura blu nerastra svanì all’improvviso, come qualcuno che spegne una lampada che irraggia oscurità piuttosto che luce. Rivolsi lo sguardo verso l’alto, e vidi un grosso pipistrello che volava silenzioso attraverso l’aria: era una bella creatura con ampie ali di ossa e tendini coperte di sottilissima pelle grigia, e il resto del corpo velato di puro indaco luccicante.

Mi alzai in volo e lo seguii a una certa distanza, avendo cura di non essere scoperta. Volò lungo la riva nord del Tamigi sopra edifici regali e verdi pezzi di terra coltivata, finché il paesaggio si coprì di costruzioni sempre più vicine le une alle altre, e poi fummo nella città.

Sapeva esattamente dove era diretto, poiché non rallentò mai né scese per ispezionare la zona o cercare delle vittime. Fu solo quando ci trovammo nel cuore di Londra che diminuì gradatamente il battere delle sue ali. Quindi si abbassò sempre più attraverso l’ondeggiante nebbia bianca finché, finalmente, rimase a svolazzare proprio intorno a una casa di mattoni piuttosto grande, dietro un muro di pietra con un cancello che portava il cartello HILLINGHAM.

Mantenni nuovamente una rispettabile distanza tra di noi, e rafforzai la mia invisibilità meglio che potei. Ciò che adesso riporto lo vidi da sotto una grande sicomoro, alla distanza di un intero prato. Da lì, feci buon uso della mia immortale vista acuta e fui testimone di ciò che segue.

Il pipistrello rimase sospeso in volo davanti a una finestra scura del secondo piano, con la persiana aperta per lasciar entrare la fresca aria umida e far uscire il calore del giorno. Lì, quella creatura indugiò per un attimo prima di trasformarsi nel bel Vlad dai capelli scuri, che entrò facilmente attraverso la fessura senza attendere l’invito ad entrare. Era una casa che aveva già visitato.

Sebbene la stanza fosse buia, potei vederne facilmente l’interno. Sopra un letto bianco, con lenzuola di merletto (e senza dubbio verginale), giaceva una giovane donna dai capelli ondulati color della sabbia, e un viso piuttosto carino. Apparentemente il suo sonno era stato terribilmente inquieto poiché aveva calciato via le coperte ed era avvolta nel lenzuolo in un modo che non si riusciva a capire dove esso finiva e dove cominciava la sua bianca camicia increspata; da sotto faceva scandalosamente capolino una pallida coscia rotonda.

Quando Vlad si avvicinò al letto, lei si svegliò a fatica e, non appena lo riconobbe, si sedette e gli aprì le braccia, così come l’uomo biblico dovette accogliere il suo figliol prodigo. Egli si avvicinò e la tenne stretta, con le onde castano dorate dei capelli di lei che cadevano sulle braccia di lui… e bevve (quasi cinquanta anni fa, aveva fatto lo stesso con me… e come ne ricordo ancora la dolcezza!).

Nel momento in cui le labbra di lui toccarono il suo tenero collo, mi voltai e corsi di nuovo a Carfax più presto che potei. Avevo visto quello di cui avevo bisogno e conoscevo la strada per Hillingham; ora ero obbligata a condurre una rapida ricerca nella nuova e tetra casa di Vlad.

Cosa trovai? Polvere, polvere e polvere, e dozzine di inospitali ratti, ma certamente nessuna pergamena luccicante con la scritta dorata. Guardai all’interno della cassa in cui lui era stato, ma non trovai altro che terra polverosa che sospettai fosse stata scavata dal pavimento della cappella in Transilvania (Elisabeth ha ragione su una cosa: le sue superstizioni sono veramente strane!). Le casse erano state aperte tutte e cinquanta, e io guardai in ognuna di esse.

Solo polvere e sporcizia che puzzava. Frugai in alcuni altri posti — in un armadio a muro e nel tavolo solitario che stava accanto all’entrata — ma senza successo. Eppure, non osavo attardarmi; così feci un rapido giro della casa e dei terreni, poi me ne andai, timorosa di venire scoperta.

Ora sono a casa e, sebbene Elisabeth sia sollecita fino ad essere fastidiosa, le ho strappato alcuni momenti di intimità per sedermi da sola con il mio bel cane e il cacatua (poverini, come tremano per la mia vicinanza e come, quando parlo loro teneramente, sono in preda alla confusione). Devo mettere tutto questo per iscritto e pensare bene a una strategia da adottare. Sono sola per questo, e non posso fidarmi né di Elisabeth né di Vlad; potrei credere a Van Helsing giacché, sebbene voglia distruggermi, non è solito ingannare. Se soltanto riuscissi a trovarlo, prima gli porrei delle domande e poi lo ucciderei.

Riguardo a domani, non vedo in che modo sfuggire: devo correre un rischio mortale.

26 agosto. Oggi Elisabeth era di cattivo umore e, sebbene cercasse di controllarsi, mi rispondeva in modo irritato. Poi mi ha messo in mano un rotolo di sterline per scusarsi, e mi ha chiesto di andare a fare delle spese.

Così io e il mio bel cocchiere abbiamo guidato attraverso la città e, ad un certo punto, gli ho ordinato di attendermi davanti a un bel negozio di abiti. Una volta dentro, mi sono resa invisibile e mi sono lasciata trasportare dal vento fino a Hillingham.

Essendo poco dopo mezzogiorno, era del tutto improbabile che avrei trovato la vittima di Vlad da sola, ma sapevo che sarebbe stata troppo debole per allontanarsi molto da casa. La luce del giorno dava alla casa di Hillingham un’aria molto più allegra; l’edificio di pietra con gli abbaini non sembrava più cupo e sterile ma del tutto ridente con la sua porta rossa, le gronde e le tendine di pizzo bianche. Sul prato, di un verde scuro, dei cuccioli di terrier — uno nero e uno marrone — saltavano, mentre la loro madre, esausta, guardava da sotto l’ombra di un alto frassino; accanto, un domestico curava un giardino di rose profumato.

Se ne era andato anche il miasma blu che contrassegnava la presenza di Vlad e quello era, forse, il segno più allegro di tutti.

Individuai subito la finestra dove Vlad era entrato, e guardai all’interno. La persiana questa volta era chiusa, nonostante la piacevole brezza calda, ma la giovane donna era esattamente dove mi ero aspettata di trovarla… a letto, appoggiata a due cuscini, che leggeva, con le coperte tirate quanto più possibile, come se temesse un’infreddatura in quel giorno, uno dei più caldi dell’anno.

Era una ragazza piuttosto carina, veramente, con occhi all’insù di colore verde chiaro, zigomi sporgenti, e un piccolo naso sottile; il tutto le conferiva un aspetto vagamente felino. Indossava una bella camicia da notte con asole ricamate di lino, di un verdemare chiaro che faceva risaltare i suoi occhi. Mentre leggeva, una cameriera stava vicino al letto, spazzolandole devotamente i lunghi capelli ondulati che, nelle macchie di luce solare, avevano il colore della sabbia che riluceva d’oro qua e là. Contro il vestito verde pallido sembravano una brillante spiaggia accanto al grande oceano.

Mentre guardavo, una domestica proveniente dalla cucina entrò con un vassoio contenente un magro pranzo e del tè; la giovane signora sospirò e scosse la testa, ma la domestica insistette e lasciò il vassoio sul tavolo accanto al letto, nel caso l’appetito della giovane signora fosse migliorato.

Nell’istante in cui le domestiche se ne furono andate, chiudendo dietro di loro la porta, mi avvicinai alla finestra e mi materializzai appena per battere con le unghie contro il vetro. Come avevo sperato, la ragazza alzò gli occhi dalla lettura e inclinò la testa, incuriosita; bussai sempre più forte, proiettando la mia aura come un pescatore getta una rete, e attirandola finché non riuscì più a resistere. Gettò via le coperte e si alzò languidamente; lentamente (fermandosi una volta per chiudere gli occhi e premendosi una mano sulla fronte come se avesse le vertigini) si fece strada verso la finestra e, con un grande sforzo, aprì il pannello scorrevole.

Quello era l’invito per me ad entrare. Mi chinai in avanti, pensando di saltare attraverso la finestra aperta nella camera, come Vlad aveva fatto la notte precedente.

Ma qualcosa mi trattenne nell’istante in cui infilai la testa sotto il vetro. Era un talismano, qualcosa fissato sopra o sotto la finestra, che mi fece solleticare la pelle, poi pizzicare, e poi bruciare forte, come se stessi cercando di nuotare attraverso dell’acqua in cui era stata versata una quantità sempre maggiore di acido, fino a farla diventare puro vetriolo. Gridai per il dolore, arretrando; la mia invisibilità avrebbe dovuto impedire alla ragazza di udire ogni rumore, ma lei dovette sentire qualcosa, poiché aggrottò la fronte perplessa e guardò in lontananza prima di chiudere il vetro.

Quella doveva essere opera di Vlad, decisi, e silenziosamente gli giurai che non mi sarei scoraggiata tanto facilmente. Così feci il giro di altre finestre finché ne trovai una libera da qualsiasi incantesimo: era la sala da pranzo, dove trovai la stessa cameriera che apparecchiava un lungo tavolo soltanto per una persona. Nuovamente, bussai alla finestra e la ipnotizzai molto facilmente; lei aprì la finestra senza un attimo di esitazione.

Non persi tempo con lei, ma andai direttamente al piano di sopra, davanti alla stanza della sua giovane padrona. Lì bussai e fui ammessa cortesemente dalla sua voce:

«Avanti…».

C’è un momento in cui noi Vampiri perdiamo la nostra abilità di nasconderci: è nel momento di nutrirci, non a causa di qualche limitazione a noi imposta dal Patto con l’Oscuro Signore, ma perché l’atto del bere sangue ci assorbe completamente, come fa con la nostra vittima. Quindi, la nostra concentrazione mentale, tanto necessaria per manipolare l’aura, viene a mancare, e noi siamo visibili a coloro che ci nutrono.

Fu cosi che, quando oltrepassai la soglia per entrare nella sua camera, non vidi ragione di dissimulare la mia presenza; in ogni caso, lei mi avrebbe vista ben presto.

Quando apparii improvvisamente all’entrata e chiusi a chiave la porta dietro di me, lei si mise a sedere nel letto e si portò una mano diafana alle labbra pallide con uno sguardo di intensa curiosità temperata da una mite paura. Avrebbe ben potuto gridare per chiamare una delle cameriere, ma era una gentildonna, educata ad essere civile, e così chiese, con tanta cortesia quanta ne poteva trovare di fronte a una tale sorpresa:

«Chi siete?».

Sorrisi e, dentro di me, sentii la mia bellezza immortale risvegliarsi e fiorire; sentii, anche, il mio magnetismo crescere istintivamente e traboccarmi dagli occhi per andare verso quelli della giovane signora, attirandola irrevocabilmente a me. Nel profondo del verde oceano del suo sguardo, vidi il debole brillare dell’indaco. Avrei dovuto colpire con rapidità; avrei dovuto tenere la mia mente il più possibile libera da pensieri. Anche così, il pericolo per me era ancora grande. Chi conosceva i limiti del potere di Vlad? Come potevo essere certa che anche durante il giorno, lui non mi avrebbe afferrato attraverso quella creatura in stato letargico e mi avrebbe colpito?

«Sono un’amica, venuta ad aiutare in un momento di necessità», dissi, avanzando per fermarmi accanto al letto.

Improvvisamente percepii acutamente il vetriolo diluito che solleticava la mia pelle: allora alzai lo sguardo e vidi sull’unica finestra un minuscolo crocifisso d’argento. Impossibile che ne fossi ancora influenzata, ora che Elisabeth mi aveva mostrato la verità… a meno che, naturalmente, non fosse stato trattato da un mago potente e sapiente: Vlad.

Poi la giovane signora mi distrasse da quel triste pensiero; sospirò e si premette una mano sul cuore — non so se per proteggerlo e per fare segno di offrirmelo — ma il suo sguardo spaventato espresse un amore estatico, e le sue labbra si aprirono nel riconoscimento sensuale dell’evento che stava per verificarsi.

«Siete così bella!», bisbigliò alzando il viso verso il mio, e lasciando vedere un lungo collo bianco parzialmente coperto da una fascia di velluto.

Il mio sorriso divenne ironico. Mary aveva pronunciato lo stesso identico complimento, ma il suo era stato sincero (se non completamente lucido), e mi aveva toccato nel profondo; quello della ragazza fu il risultato del suo essere completamente ipnotizzata, e quindi non mi procurò alcun piacere.

Mi chinai per il bacio e spinsi la fascia di velluto verso il basso finché trovai i segni. Fu lì che misi le mie labbra sul suo collo e leccai la pelle, cercando con la lingua le minuscole punture in modo da poter mettere i miei canini esattamente sopra di esse. Rimasi lì un breve attimo: non per il desiderio di assaporare il momento, ma per trepidazione.

La conoscenza, il più delle volte, viaggia nel sangue; bere significa anche conoscere la vittima, ma in quei momenti per noi è impossibile trattenerci; le nostre aure si espandono per mescolarsi a quelle della nostra preda. Di questo, generalmente, non ci si deve preoccupare, poiché, quando la vittima è completamente in trance, tutto quello che viene a sapere è dimenticato quando si sveglia, mentre il legame psichico con il Vampiro resta.

Così Vlad può conoscere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue immagini, solo fino ad un certo punto (a meno che lui non la leghi a sé in modo più completo tramite uno scambio di sangue, dato che in quel momento può sapere quasi qualsiasi cosa lui desideri). Quindi, se mi fossi unita a lei quando era ipnotizzata, e più aperta ai pensieri di lui, li avrei conosciuti.

Ma lui avrebbe conosciuto anche i miei?

La ricompensa valeva il rischio. Chiusi gli occhi mentre i miei denti affondavano lentamente nella strada già aperta per essi, e cercai di concentrare la mia mente soltanto sul rumore del respiro della ragazza e sul battito del suo cuore.

Il sangue si alzò a incontrarmi, e io bevvi.

L’immagine di una donna in carne, florida… tutta seno e ventre, senza collo, con radi capelli grigi pettinati miseramente. Mamma sembra malata, questi giorni, poverina.

Sto morendo? Arthur…

Un giovanotto con un ciuffo di riccioli biondi e un viso lungo, marcatamente equino.

Le righe sono sei, le chiavi sono due. Quella dannata chiave! Dev’essere qui…

Ecco l’immagine della splendente pergamena decorata d’oro, sotto le giovani mani di Vlad; ora ne potevo decifrare le lettere.

A est della metropoli c’è l’incrocio. Lì giace un tesoro, la prima chiave.

Poi vi fu lo scoppio di una forza lacerante — una forza più accecante del fulmine, più assordante del tuono, più potente del turbine più mortale, una forza che, in apparenza, aveva origine nella stessa signorina Lucy Westenra — che mi gettò all’indietro contro il muro.

Indietreggiai, quasi accecata dal colpo che avevo ricevuto. Solo quando udii le cameriere gridare «Miss Lucy! Miss Lucy!» e salire correndo le scale, rinvenni e ritrovai il controllo della mia aura. Prima che le cameriere arrivassero, scoprissero che la porta era chiusa a chiave, e cominciassero a bussare freneticamente, io ero diventata invisibile e, prima che la suddetta “Miss Lucy” aprisse la porta, ero già scivolata attraverso di essa e stavo fuggendo per la strada da cui ero venuta.

Ritornai nel negozio di vestiti eleganti, dove Antonio ancora mi attendeva con la carrozza. Da lì, facemmo ritorno alla relativa sicurezza della casa di Elisabeth; fui grata che lei non mi vedesse entrare, poiché ero troppo esausta dopo lo strano attacco che avevo subito, per proteggermi un minuto in più da un altro. Né ero dell’umore adatto per mascherare il mio disordine o le mie mani tremanti.

Andai direttamente nel mio salotto privato (privato perché Elisabeth disprezza a tal punto gli animali che non vi entrerebbe mai), dove i miei bianchi e ingioiellati prigionieri si rannicchiarono alla mia vista. Il cacatua alzò la cresta e indietreggiò quando mi avvicinai, mentre l’afgano abbassava la coda e cercava di sgattaiolare via, ma io avevo troppo bisogno di un onesto conforto. Afferrai il povero cane e lo misi accanto a me sul sofà, poi seppellii il mio viso nella sua pelliccia morbida ed entrambi tremammo.

Vlad era stato acutamente consapevole della mia interferenza con Lucy Westenra. Di fatto, mi aveva quasi ucciso — una cosa impossibile da fare per un Vampiro nei confronti di un altro Vampiro — ma lo spavento che aveva attraversato il mio supposto corpo inattaccabile mi aveva quasi ucciso. Anche ora, mentre scrivo questo, sono così scossa che la mia mano riesce a malapena a tenere la penna. Che cosa lo ha reso tanto forte? E perché Elisabeth è ora così debole?

Parlando piano al mio segugio, alzai il viso verso di lui: di lui, dico ora, non di esso, poiché, nonostante la sua terribile e innata paura, percepì la mia e mi restituì lo sguardo con occhi scuri così pieni di compassione per la mia sofferenza, che non riuscii a trattenere le lacrime. Esse mi corsero lungo le guance, e quella benedetta creatura le asciugò gentilmente leccandole con la lingua, cosa questa che mi fece soltanto piangere più forte. Dio stesso non può convincermi che questo animale non abbia un’anima: in effetti, la sua è infinitamente migliore della mia.

Dopo un po’, entrambi ci calmammo e cessammo di tremare, e io penso che lui arrivò veramente a godere delle mie carezze. Poggiai la testa contro la sua spalla sottile, ascoltando il rapido battito del suo cuore, e lo circondai con un braccio mentre stava seduto; quando, infine, divenni troppo concentrata nelle mie preoccupazioni e cessai di accarezzarlo con la mia mano libera, lui la strofinò teneramente col muso.

Non avevo mai nemmeno pensato di dargli un nome, poiché l’avevo visto solo come un bell’ornamento piuttosto che un essere vivente e con dei sentimenti, ma adesso lo chiamo Amico. In effetti, è l’amico più sincero che ho. Durante tutta la mia esistenza come immortale, non ho mai incontrato una tale accettazione e un amore privo a tal punto di pregiudizi e condizionamenti.

Mentre ero seduta e lo accarezzavo, la mia mente divenne abbastanza ferma per ritornare a tutto ciò che avevo saputo da Lucy Westenra e quindi da Vlad.

Il manoscritto, il manoscritto! Non avevo alcuna ragione logica per crederlo, ma il mio istinto era chiarissimo: il suo stesso possesso doveva conferire potere. Era forse stato in possesso di Elisabeth, che lo aveva perduto a favore di Vlad, quando eravamo ancora tutti in Transilvania? Però, lui sembra, adesso, molto più forte di quanto non lo fosse lei a quel tempo.

Le righe sono sei, le chiavi sono tre. A est della metropoli ci sono gli incroci. Là giace un tesoro sepolto, la prima chiave…

Righe e chiavi… Da esse e dal loro numero non riuscivo a ricavare alcun senso, ma solo l’ovvia deduzione che un tesoro giaceva sepolto in un particolare incrocio, forse ad est di Londra. Era chiaramente un indovinello… ma a che fine?

Quella dannata chiave! Dev’essere qui…

Sicuramente non erano i pensieri di Lucy, ma quelli di Vlad, che stava meditando sull’indovinello nel momento del mio intervento. Quindi il tesoro all’incrocio — la prima chiave, qualunque fosse il suo significato — non era stata ancora scoperta. Ma Vlad si disperava per trovarla.

Mi venne un pensiero orribile: se il solo manoscritto conferiva un potere sbalorditivo, allora che cosa avrebbe fatto il possesso della prima chiave? E della seconda?

Ed Elisabeth lo aveva seguito nella speranza di riconquistare la pergamena!

Nel frattempo, Amico si era fatto talmente audace da poggiare il suo mento sul mio grembo; restai seduta ad accarezzarlo per lungo tempo, pensando a come sarebbe stato il mondo se Vlad avesse mantenuto la sua stupefacente forza, o se Elisabeth l’avesse presa da lui.

In quel momento riuscivo a ricordare soltanto le crudeltà di Vlad e le gentilezze di Elisabeth. Sì, mi aveva nascosto la verità, ma non per uno scopo malvagio; il suo peggiore crimine sembrava essere stato una mancanza di fiducia nella mia affidabilità, ma non mi aveva conosciuto abbastanza a lungo per capire che io non sono interessata al potere, ma alla pace e al piacere. Così mi alzai, ordinai ad Amico di restare fermo, e andai in cerca di Elisabeth, pronta a rivelarle tutto quello che avevo appreso quel giorno.

Non si trovava in nessuno dei suoi soliti posti: il grande studio, la camera da letto che dividevamo, il suo salotto favorito, il formale giardino francese. Ritornai nelle stanze di Antonio al piano principale per vedere se lui si trovasse lì; non c’era, cosa che mi fece pensare che, forse, l’aveva portata a fare qualche commissione.

Ma se avesse visto Antonio, avrebbe saputo che ero ritornata, ed era veramente strano per lei non salutarmi e lodare quello che avevo comperato, specialmente da quando sembrava disperatamente bisognosa di restare nelle mie grazie.

Così continuai la mia ricerca nella casa finché, alla fine, rimase soltanto un luogo: la cantina, a cui Elisabeth si riferiva affettuosamente come alla “prigione”. Una strana sensazione di terrore mi afferrò nel momento in cui misi piede sul pianerottolo che conduceva verso il basso e toccai la maniglia della porta rinforzata con il ferro. La mia reazione fu quella di nascondermi, poiché penso, adesso, che istintivamente già sapevo quello che avrei trovato.

Così scesi in silenzio le scale e, quando arrivai all’ultimo scalino, vidi ciò che avevo sempre visto: il pavimento sporco, il caminetto da lungo tempo inutilizzato, la terribile e bionda Vergine di Ferro, nonché la grande gabbia di ferro appesa, con le lunghe lance appuntite rivolte verso l’interno. E, tutt’intorno, una vasta e vuota oscurità.

Ma credetti di vedere sulla bocca della Vergine di Ferro una goccia di sangue, e così mi avvicinai sul terreno freddo, prima con un passo incerto, poi con un altro, e un altro…

Finché colsi un lampo di debole indaco e un qualcosa di fugace all’interno del cerchio: il cerchio di Elisabeth, da cui provenivano delle grida così forti, così rauche, così disperate nel loro dolore solitario, che non capii se provenissero da un uomo o da una donna, da un adulto o da un bambino, da un essere umano o da una gola animale.

Nel centro della vasta prigione, il camino scoppiettava illuminando tutt’intorno mentre, lì vicino, la gabbia di ferro oscillava sollevando il peso di due donne dal terreno. Alla carrucola stava Antonio, con il petto nudo e luccicante di sudore per il calore del fuoco; alla mia vista, sorrise, scoprendo i denti: era il sorriso invitante del demonio.

Accanto, tra il fuoco e la gabbia oscillante, si trovava Dorka, che riscaldava un lungo attizzatoio nelle fiamme, con il viso lucido per il sudore che rifletteva il chiarore del fuoco e trasformava la sua solita espressione acida in una di pura trascendenza estatica. Quando il metallo divenne incandescente, lo sollevò per il manico di scopa che vi era attaccato e lo spinse verso la gabbia nera.

O, piuttosto, verso la prigioniera che vi era dentro: una ragazza giovane, nuda, i cui riccioli castani le ricadevano sulle cosce e si mischiavano con il sangue che ne fluiva. Era una bella creatura, snella, alta, dalle gambe lunghe, con dei seni piccoli e belli ma, nella sua mortale agonia, era stata ridotta a una povera cosa urlante, priva di ogni grazia.

Era troppo presa da se stessa per notare la mia entrata; la sua unica preoccupazione era l’attizzatoio che le si avvicinava. Esso incontrò la carne tenera della gamba, e le sue grida divennero incredibilmente acute mentre si agitava, indietreggiando. Ahimè, i suoi sforzi per evitare il dolore lo accrebbero soltanto: era già stata ferita da due lunghe lance di metallo che erano all’interno della gabbia, e i suoi movimenti servirono soltanto a farle infilare più profondamente nella tenera carne e allargare le terribili ferite. Le lance trapassarono il muscolo nel senso della lunghezza, tra le costole a destra e il fianco, e la tennero ferma. In un pietoso sforzo di liberarsi ed evitare l’ulteriore impalamento, si era incuneata obliquamente tra la fila che le infilzava e quella davanti a lei; le ultime lance le aveva afferrate con le mani e cercava di spingerle via.

Ma, prima che riuscisse a liberarsi, Dorka la colpì ancora; io rabbrividii al suono sibilante della carne che bruciava e all’urlo che l’accompagnò. La ragazza respingeva coraggiosamente l’attizzatoio con le mani finché, inevitabilmente, una di esse ne fu trafitta; poi cominciò a scalciare come se avesse una remota possibilità di sopravvivenza. Ma non poteva esserci alcuna speranza; il sangue scorreva dalla ferita mortale al suo fianco, dalla ferita bruciacchiata sulla sua forte e bianca coscia, e da un taglio sulla sua altrimenti perfetta fronte.

A quella vista, provai un’amara pietà, e anche uno strano orgoglio di fronte al fatto che lei — che era così chiaramente sconfitta — si arrendesse ai suoi nemici solo quando fosse giunto il momento della morte. Non poteva esserne lontana, poiché aveva perduto una quantità incredibile di sangue: le scorreva lungo le cosce, i piedi, sul pavimento della gabbia. Se non fosse stata tenuta ferma dalle lance, sarebbe certamente caduta.

Prima di allora, non avevo mai notato lo speciale congegno del pavimento della gabbia. Era ovunque piatta con un bordo, tranne per un punto dove si inclinava verso il basso, dove si trovava un beccuccio che forzava il sangue a scorrere in un esiguo rivolo.

Sotto quel rivolo si trovava il mio amore di un tempo, con il viso rivolto verso l’alto per accogliere la gentile pioggia rossa. Ho visto Elisabeth infiammata di passione, l’ho vista nei momenti di appagamento sessuale, ma non l’avevo mai vista con una tale espressione di infinita beatitudine, di infinita soddisfazione: di fatto, guardava in alto la sua involontaria benefattrice con tutta l’adorazione e l’amore che io avevo a lungo cercato nei suoi occhi, ma che non avevo mai trovato. Nel suo grembo teneva con reverenza gli abiti della sua vittima: un semplice vestito grigio con un grembiule di cotone bianco, il vestito umile di una serva.

Per quanto riguarda il sangue che le cadeva sul viso, sui capelli e sul seno, se lo strofinava sulla pelle abbandonandosi al godimento, con l’eccitazione che saliva tanto rapidamente che mi aspettai che gridasse, da un momento all’altro, per l’estasi.

Osservai tutto questo con una repulsione così acuta che per un po’ di tempo non potei quasi credere a quello che vedevo. Poi, quando ci credetti, non riuscii a pensare né a muovermi: non potevo intervenire. Che cosa avrei dovuto dire? Cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto liberare quella povera ragazza morente e ucciderla per fermare il suo dolore? L’unica morte che io potevo offrirle non le avrebbe portato alcun vero riposo.

Sarebbe morta onestamente abbastanza presto, senza quel tormento privo di amore che la morte vivente porta con sé; così non feci niente, assolutamente niente.

Assolutamente niente tranne lasciare che un’unica lacrima di orrore e pietà mi scorresse lungo la guancia, sia per la ragazza morente che per Elisabeth. E, con il crescere dell’emozione, il mio controllo vacillò; troppo sconvolta per lottare, semplicemente lo lasciai cadere e rimasi senza protezione e senza nascondermi davanti agli attori di quella scena infernale.

La ragazza era troppo sconvolta per accorgersi della mia presenza ma, alla fine, Elisabeth percepì un cambiamento intorno a sé, abbassò lo sguardo e mi vide.

«Zsuzsanna! Cara!». La sua voce era scioccata, esasperata, infastidita… e, infine, terrorizzata; il suo volto macchiato di sangue era una maschera macabra che si oscurò rapidamente fino a diventare di un violetto scuro. Aprì le sue braccia macchiate di rosso, implorando, chiamandomi «Non mi giudicare duramente, carissima. Ciò che ho fatto, l’ho fatto per te. Vieni da me e permettimi di insegnarti la dolcezza più vera; vieni da me e abbi fiducia che tutto questo è solo per il meglio».

Non dissi una parola. Rimasi soltanto immobile e le restituii lo sguardo senza odio, senza rabbia; ma la repulsione nei miei occhi era, di per sé, un rimprovero.

Non restai su quel malvagio suolo sconsacrato oltre il tempo necessario a due battiti di cuore umano. Poi tornai al piano di sopra, presi Amico nelle braccia e me ne andai per sempre.

Capitolo undicesimo

Il diario del dottor Seward

7 settembre. Durante gli ultimi cinque giorni sono rimasto accanto a Lucy per tutta la notte; mai ho eseguito un compito più dolce e amaro. Per tutto il tempo non ho avuto notizie dal professore, e ogni giorno ho spedito il telegramma che mi aveva richiesto riguardo alle condizioni di Lucy, ad un certo “Mr. Windham”, nella vecchia casa di campagna dei miei genitori nello Shropshire. La segretezza di tutto ciò mi imbarazza, anche se ne capisco la necessità.

Per quattro giorni e quattro notti, Lucy è andata avanti piuttosto bene e ha cominciato a migliorare considerevolmente; la “magia” del professore stava sortendo degli effetti. Ma, la quinta notte, la stanchezza ebbe la meglio su di me, e Lucy (che aveva ritrovato il suo spirito) insistette affinché, invece di continuare la veglia, dormissi nella stanza adiacente sopra un comodo divano. Io rifiutai ma, poiché non riuscii a resistere completamente alle lusinghe di Morfeo, e poiché il crocifisso d’argento, che non avevo notato, era ancora al sicuro nel suo posto sopra la finestra, mi concessi un “breve sonnellino” sulla sedia.

Fu così che caddi nel sonno più profondo e non mi svegliai fino al mattino inoltrato, quando udii le voci ansiose delle cameriere:

«Oh, povera Miss Lucy!».

«Il dottore! Sveglia il dottore!».

Udii le parole attraverso il velo del sonno, ma il loro contenuto mi portò alla piena coscienza, proprio come il grido acuto di un bambino provoca una risposta immediata da parte della madre che dorme. Balzai immediatamente in piedi e seguii lo sguardo pieno d’orrore delle domestiche verso la donna sul letto.

Lì giaceva la mia dolce Lucy, i capelli d’oro sparsi sul cuscino, la pelle e le labbra di un terribile colore grigio cenere, il respiro difficoltoso. La povera ragazza riusciva a malapena a respirare. Corsi verso di lei e le presi la mano, che era molto fredda, poi diedi ordine a una delle domestiche di portare subito un bicchiere di Porto, ma di non dire niente a Mrs. Westenra, se l’avessero incontrata nel tragitto. L’altra la mandai all’ufficio del telegrafo, per spedire un telegramma a “Mr. Windham”, chiedendogli di ritornare subito a Hillingham. A Lucy ordinai di restare in silenzio, soprattutto perché non riuscivo a sopportare la sua lotta.

La cosa seguente che feci fu quella di guardare di nascosto lo stipite sopra la finestra, poiché mi aspettavo che il piccolo crocifisso fosse stato in qualche modo rimosso dal suo posto, o fosse caduto, e fosse stato raccolto da una delle cameriere.

Ma no: vidi l’argento brillare nello stesso posto in cui era stato la notte precedente, e fui preso dal panico. Come poteva essere? Avevo riposto una completa fiducia nelle spiegazioni di Van Helsing ma, adesso, un pezzo del puzzle non andava più bene. E se si sbagliava riguardo alla sicurezza assicurata da un talismano, non poteva sbagliarsi su tutto il resto?

Non c’era nient’altro da fare che sedersi accanto a Lucy ad aspettare il Porto e, quando arrivò, portai teneramente il bicchiere alle sue labbra e l’aiutai a bere, mentre lei mi guardava con un’espressione di tale dolce scusa che mi tormentò il cuore spezzato. Fece del suo meglio con il Porto, che non era molto, e poi si lasciò cadere stancamente sul cuscino, sospirò, e si addormentò.

La cameriera mi portò della cancelleria dalla scrivania di Lucy, e così scrissi frettolosamente un biglietto ad Art dicendogli dell’improvviso peggioramento della sua fidanzata, poi lo spedii con la posta di metà mattina.

Le ore nell’attesa di Van Helsing sembravano trascinarsi eternamente, specialmente quando la notte cadde ancora e lui non era ancora arrivato. La cosa peggiore era il fatto che, semplicemente, non c’era altro da fare per Lucy. Nella mia disperazione riflettei sul fatto di tentale un nuovissimo metodo sperimentale — la trasfusione di sangue — ma, poiché non c’era nessuno ad Hillingham tranne me, Mrs. Westenra e le tre giovani cameriere, non sembrava esserci nessuno adatto a donare il sangue eccetto me. Ma, anche se avessi avuto l’attrezzatura (che non avevo) sarebbe stato impossibile eseguire il metodo su di me, perché potevo svenire e così perdere sia il dottore che la paziente.

Prima di sera, ricevemmo una risposta da “Mr. Windham” nella quale diceva che sarebbe arrivato con il primo treno del mattino. Sebbene la mia fiducia riguardo al talismano costituito dal crocifisso fosse stata seriamente scossa, fui nondimeno grandemente sollevato nell’udire che il professore stava bene ed era, realmente, sulla via del ritorno.

Grazie a Dio passammo una notte priva di avvenimenti; questa volta, non mi permisi un secondo sonno. La colpa che sentivo per aver tradito la mia paziente — colei che amavo più di ogni altra cosa — faceva scomparire ogni fatica.

Fu così che il professore, finalmente, arrivò. Era di umore cupo… così cupo che, nonostante la terribile situazione di Lucy, sospettai che avesse, nella sua mente, dei dolori anche più grandi. La prima cosa che mi bisbigliò, dopo che la madre di Lucy (che sembrò grata di essere tenuta all’oscuro riguardo alla salute di sua figlia) gli ebbe dato il benvenuto in casa, fu:

«Il crocifisso, l’ha tolto qualcuna delle cameriere?»

«No», risposi, mentre cominciavamo a salire le scale. «Vedrete. È proprio dove l’avete lasciato».

«Allora qualcun altro deve averlo invitato a entrare», disse gravemente. «Non Mrs. Westenra…».

«No», convenni, sorpreso di me stesso, «non lei…».

Nonostante la situazione, Van Helsing fece un sorriso debole e triste.

«Sei proprio un talento psichico, amico John. Sicuramente non hai preso da me; le miserabili abilità che possiedo le acquistai soltanto dopo il più grande degli sforzi». Il suo sorriso si trasformò immediatamente in un’espressione a labbra serrate di infelice determinazione. «Hai ragione riguardo a Mrs. Westenra. Non è stata toccata da coloro che combattiamo; tali cose si vedono prima, invariabilmente, nell’aura, anche se solo in misura minima. Ma dobbiamo fare delle domande a chiunque abbia dormito in questa casa ieri notte, anche a coloro che hanno fatto visita dopo il tramonto. Lì troveremo la risposta a questo mistero».

Si fece nuovamente silenzioso mentre ci avvicinavamo alla stanza di Lucy, quindi la piccola cameriera aprì la porta con un piccolo inchino. Chiedemmo di essere lasciati soli per effettuare il nostro esame, cosa a cui la ragazza acconsentì con riluttanza; una cosa ben fatta poiché, quando Van Helsing entrò e vide Lucy che dormiva, bisbigliò:

«Mio Dio!».

Per un po’ nessuno di noi due parlò e, mentre entrambi restavamo a studiare Lucy nella luce del primo mattino, vidi che aveva un aspetto peggiore di quello del giorno prima. Le sue guance erano talmente scavate che il suo viso sembrava scheletrico. Era molto vicina alla morte, forse mancava solo qualche minuto… e quell’idea mi colpì con tale forza che arrivai quasi a piangere e, nella realtà, inciampai.

Il professore mi afferrò il braccio con una mano incredibilmente forte e mi raddrizzò.

«Può ancora essere salvata, John, ma dobbiamo agire rapidamente; c’è una cosa che posso fare, ma non c’è tempo per le spiegazioni…».

«Sì, sì», risposi, ansioso di concentrarmi su qualcos’altro che non fosse il mio stesso dolore. «Ho pensato la stessa cosa! Una trasfusione…».

Sospirò e scosse la testa.

«No, è una cosa troppo rischiosa. Ho visto quell’operazione fare miracoli… ma l’ho vista, più spesso, portare la morte. Non so come spiegare cos’è che propongo, tranne dire che è una trasfusione… in un certo senso. Ma non a livello fisico».

Ero troppo sconvolto per l’emozione e confuso dalle sue parole per rispondere. Lo guardai battendo gli occhi, in attesa.

«Devo avere completa tranquillità. Di’ a Mrs. Westenra e alle domestiche che nessuno deve venire vicino. Di’ loro… di’ loro che stiamo effettuando una trasfusione di sangue, e che la delicatezza dell’operazione è tale che ogni interruzione metterebbe in pericolo la vita di Miss Lucy». Si fermò, lottando apparentemente per prendere una decisione mentre mi voltavo verso la porta, e la sua esitazione mi fece indugiare. «John… esito a chiederti un tale favore, ma l’“operazione” che voglio compiere, in effetti, ha bisogno di un donatore».

«Eccomi!», risposi immediatamente.

«Devi sapere, però, che questo diminuirà un po’ la forza dell’aura, e così la tua abilità di proteggerti per un po’ di ore».

«Dottore, non mi importa se il costo è la naia stessa anima!».

Lui annuì, chiaramente sollevato.

«Non è impossibile per me usare me stesso ma, con tutta probabilità, sarebbe molto meno efficace per la nostra paziente. Benissimo! Andrò nell’altra stanza per prepararmi. Potresti anche andare a prendere la mia borsa medica al piano di sotto? Rafforzerà l’illusione che stiamo effettivamente compiendo l’atto che fingiamo di fare».

Annuii e ci allontanammo l’uno dall’altro: io diretto verso il corridoio e le scale, lui verso il salotto di Lucy. Ma dei rumori provenienti dal piano inferiore — il bussare e la risposta stridula della cameriera — catturarono la nostra attenzione. Il professore mi lanciò uno sguardo e disse:

«Sospetto che Miss Lucy abbia una visita».

Fu così che mi seguì rapidamente per le scale e, proprio mentre arrivavamo nell’ingresso, vidi Art Holmwood che entrava; al vedermi, Art corse verso di me e mi prese la mano, confessando che l’ansia contenuta nella mia lettera l’aveva portato qui.

«Questo signore non è il dottor Van Helsing?», chiese con cortesia, poiché il professore slava al mio fianco, studiando piuttosto cautamente il giovane intruso. «Vi sono così grato, dottore, per essere venuto!».

Sapevo che Van Helsing non aveva alcuna ragione per fidarsi di Art, e che lo stava esaminando a un livello psichico per vedere se costituiva una minaccia per noi o per Lucy. Ma io ero fiducioso che il mio amico avrebbe passato l’esame, e così fu. Vidi un fremito di sollievo sul viso di Van Helsing, seguito rapidamente da un onesto sguardo di ammirazione e di approvazione soddisfatta. Subito prese la mano di Arthur e, con mia sorpresa, gli disse che avevamo bisogno di un donatore per una trasfusione di sangue, per la quale Art, naturalmente, si offrì volontario.

Quindi Van Helsing informò con severità i domestici che avevamo bisogno di tranquillità, e prese la sua borsa nera (che era più grande e più pesante della tipica borsa da dottore: non so immaginare cosa vi fosse dentro).

Tutti e tre ci avviammo quindi verso la stanza di Lucy. Art rimase naturalmente colpito nel vederla così orribilmente debole, e per gentilezza il professore gli permise di darle un bacio prima “dell’operazione”. Ero piuttosto curioso di vedere come intendeva arrivare allo scopo con un estraneo presente, e con Lucy che, ora, era sveglia (sebbene troppo esausta per parlare).

Andò nell’altra stanza, dicendo loro che si doveva preparare per l’operazione. Scomparve per non più di una manciata di secondi e, quando ritornò, teneva in mano un bicchiere. Disse che quello era un sonnifero per Lucy e le fece scivolare un braccio dietro le spalle, sollevandola, in modo che potesse berlo.

Forse era veramente ciò che diceva di essere, ma io vidi lo sguardo di lui che incontrava quello di lei per un istante… e giuro, ora, che un chiarore distintamente bluastro si riversò dagli occhi di lui in quelli di lei. Alla fine Lucy cadde addormentata. Quindi lui si mosse verso Arthur (che sedeva accanto al letto sulla stessa sedia in cui io ero rimasto tanto spesso a vegliare) e, tirando fuori dalla sua borsa un lungo pezzo di tubo, finse di legarlo al braccio del suo paziente. Prima, però, fissò negli occhi Holmwood con la stessa intensità che aveva usato con Lucy e, nel giro di qualche secondo, anche Art divenne profondamente inconsapevole.

Io guardavo affascinato, respirando appena, come un chiarore di forma ovale circondasse l’intero corpo di ogni paziente: quello di Lucy era di un debole verde chiaro, mentre quello di Arthur, era di un forte e virile arancione.

Van Helsing si mosse prima verso Holmwood, la cui testa ciondolava all’indietro contro la sedia dall’alto schienale. Ero ancora talmente stupefatto per il chiarore delle aure dei pazienti, che non vidi, finché il professore non si avvicinò ad Art e allungò una mano verso il forte chiarore del colore del giglio rosso, che lo stesso Van Helsing era circondato da un luccichio blu, più ampio e anche più intenso.

Il professore allungò la mano verso l’arancione brillante e la ritrasse con una grande porzione, di forma rotonda, dal cuore di Holmwood. Potei vedere l’oscuro vuoto che lasciò e come la ferita psichica si affrettasse a chiudersi immediatamente e a riempire il vuoto con un arancione luccicante, ma l’effetto fu che l’intera aura si schiarì e fu meno forte, come se fosse stata diluita.

Il professore tenne per un momento tra le mani quel “globo” arancione. Non si mescolò con il chiaro blu di Van Helsing ma, invece, sembrò divenire sempre più forte, con il colore sempre più intenso, mentre lui lo guardava. E poi, quando giudicò che fosse il momento adatto, si avvicinò dove giaceva Lucy e lo posò teneramente sul cuore di lei.

La reazione fu affascinante da vedere: la sua debole aura verde immediatamente aumentò come un’ameba affamata e “consumò” il chiarore arancione, circondandolo finché il suo colore scomparve completamente. L’unione dei due non creò un terzo colore; al contrario, il verde pallido si illuminò fino a diventare un forte verde smeraldo, e i suoi confini si allargarono in maniera degna di nota.

«Abbiamo finito», disse Van Helsing. Allora alzai lo sguardo e vidi che l’aura blu era del tutto scomparsa. Una rapida occhiata ai pazienti che dormivano non mostrò alcuna traccia di arancione o di verde, ma solo il colorito ora pallido di Art, e le guance di Lucy baciate da una lieve traccia di rosa. In effetti, fu come se fossi stato all’improvviso svegliato da uno strano sogno.

Quando Art rinvenne, lo mandammo a casa con l’ordine di dormire e mangiare il più possibile (sebbene non so capire come lo potesse fare, date le preoccupazioni riguardo a suo padre e alla sua fidanzata sofferenti). Lucy si svegliò enormemente migliorata, cosa che mi sollevò fino a spargere qualche lacrima in pubblico, dato che, se fosse morta, il suo sangue sarebbe ricaduto sulla mia testa.

Quindi il professore mi prese di lato, e ci accordammo che la cosa migliore da fare per me era quella di restare accanto a Lucy per le prossime poche notti. Lo stesso Van Helsing, durante il giorno, rimarrà nella sua cella al manicomio e continuerà la “ricerca”, come lui la chiama, cominciata durante il suo soggiorno nella casa di campagna. Di notte, verrà a Hillingham nel suo travestimento e rimarrà qui per vedere se potrà chiarire il mistero di come sia entrato il Vampiro, nonostante il talismano protettivo. Prenderà anche delle decisioni per aumentare la “sicurezza” qui, sigillando tutte le finestre e le porte, e ordinando le infiorescenze di aglio fresco che, dice sono dei repellenti più potenti delle teste.

10 settembre. Un giorno terribile, terribile! Avevo trascorso l’intera notte dell’8 settembre vegliando su Lucy e, quando arrivò il mattino, ero completamente esausto, ma c’era del lavoro da fare al manicomio e un nuovo paziente attendeva di essere ammesso. Prima che fossi riuscito ad occuparmi di tutto ciò, il crepuscolo si stava avvicinando, e io mi affrettai nuovamente verso Hillingham per un’altra veglia notturna.

Fortunatamente, Lucy era alzata quando arrivai, e di buon umore. Sua madre riferì con orgoglio che si era vestita per la cena di buon’ora, che era scesa al piano di sotto e che aveva mangiato con appetito. Questa era la migliore notizia che avevo avuto da parecchi mesi, ma la mia allegria non riusciva a mascherare interamente la stanchezza. Lucy lo notò, e insistette perché mi riposassi sul divano nella stanza contigua alla sua, a portata di voce. Nel caso fosse sorto qualche problema, promise che mi avrebbe chiamato.

La mia stanchezza era tale che acconsentii, dicendomi che il miglioramento del mio dolce fardello era dovuto alle misure aggiuntive che il professore aveva preso contro il Vampiro, e che ora eravamo completamente al sicuro. Ad ogni modo, lo stesso professore avrebbe controllato silenziosamente e senza farsi vedere il resto della casa.

Così mi allungai sul divano, dove caddi ben presto addormentato, e non mi svegliai finché una mano premette contro la mia testa. Mi misi seduto di soprassalto, e vidi Van Helsing che mi fissava con un debole sorriso.

«Sei ben riposato, credo», disse con indulgenza, poi alzò una mano per chiedere silenzio mentre io cominciavo a scusarmi; non era stata certamente mia intenzione dormire per tutta la notte. «No, John, non c’è bisogno di spiegazioni. Sei stanco e ne avevi diritto. Comunque, sono rimasto di guardia intorno alle stanze della servitù e alla stanza di Mrs. Westenra. Lì non c’è stato alcun disturbo, né al piano sottostante. Voghamo andare a vedere come sta la nostra paziente?».

Assentii ansiosamente e insieme entrammo nella stanza di Lucy. Io (e il professore, ne sono sicuro) eravamo certi che sarebbe stata una visita felice, e che avremmo trovato Lucy ancora più riposata e piena di salute. La stanza era completamente buia, così mi mossi verso la finestra ed aprii gli scuri, lasciando che la luce del sole del mattino entrasse nella stanza.

«Dio del Cielo!», bisbigliò Van Helsing.

Nell’udire il profondo orrore che percepii nel suo tono, un brivido di indescrivibile paura corse attraverso di me. Chiusi gli occhi e rimasi rivolto verso la finestra, poiché sapevo cosa avrei visto nell’istante in cui mi fossi voltato.

Ahimè, non potevo restare così per sempre. Poi, alla fine, mi voltai e vidi, sul letto, uno spettacolo che mi lacerò il cuore: Lucy era svenuta, grigia come i muri di pietra di Hillingham e altrettanto senza vita. Per un terribile istante, pensai onestamente che fosse morta.

Ma poi, fortunatamente, il suo petto si alzò, mentre lei lottava per respirare. Van Helsing si rivolse a me, immediatamente.

«Amico John, ora è il momento del tuo sacrificio. Chiudi a chiave la porta e poi siediti: io andrò per un momento nell’altra stanza e poi, quando ritornerò, lo farò rapidamente».

Non dissi una parola, ma andai direttamente alla porta e la chiusi bene mentre il professore entrava nella stanza adiacente. Poi mi sedetti e cercai di respirare lentamente, con regolarità, nella speranza di rallentare il mio cuore che batteva furiosamente. Un miserabile senso di fallimento si impadronì di me, insieme con l’irrazionale convinzione che, se Lucy fosse morta, io solo ne ero colpevole.

Ben presto Van Helsing uscì, circondato ancora una volta dallo scudo blu brillante a forma di uovo della sua potente aura. Io lanciai un’occhiata accanto a me per vedere che la stessa Lucy irradiava un chiarore smeraldino pietosamente offuscato; per quanto mi riguarda, stesi la mano davanti a me, curioso di vedere quale colore vi potessi trovare… ma non vidi nulla (in seguito Van Helsing mi disse che io ho un’aura blu “molto sana” con delle zone dorate).

Oltre a ciò, non ricordo virtualmente niente dello scambio, salvo che sembrò finire quasi istantaneamente e che mi resi conto che il professore mi stava conducendo verso il divano nella stanza accanto. Dormii per un po’, poi feci un’abbondante colazione; anche così, l’esperienza mi lasciò notevolmente indebolito.

Per quello che riguarda la povera Lucy, lei era migliorata, sebbene non così tanto come dopo l’operazione con Arthur. Quando ritornai dal professore, che si stava anche lui riposando nel salotto, lui confessò che non aveva preso tanta “forza vitale”, o prana, da me.

«Dopotutto», disse, «Mr. Holmwood non sta cercando di combattere il Vampiro, ma tu sì».

Poi sospirò e fissò in modo sconsolato il freddo caminetto che stava di fronte al divano: nei suoi occhi blu c’era una profonda angoscia assai dolorosa a vedersi.

«Sto sbagliando, credo, a coinvolgerti ulteriormente in tutto ciò, John. Pensavo di conoscere il pericolo che affrontavamo… ma ora comprendo che non ne so nulla. Finora Vlad è stato limitato nei modi e nei luoghi dove possa fare del male, eppure, nel caso di Miss Lucy, i talismani che un tempo lo respingevano, ora non lo rallentano affatto. E se lui può andare e venire come crede, allora Miss Lucy — e tutti quelli che lui vuole — non hanno speranza alcuna. Né tu né io, John. Tu, la sola persona sulla terra che io avevo voluto proteggere da lui…».

Un improvviso spasmo di dolore gli attraversò il viso; senza cura si tolse gli occhiali e li gettò di lato, poi si prese la faccia quadrata tra le mani e pianse piano.

La vista della sua disperazione mi commosse come la vista di Lucy, come la sua confessione di essere preoccupato per il mio bene (sebbene mi chiedessi perché si dovesse sentire più protettivo nei miei confronti che in quelli di sua moglie). Misi una mano sulla sua forte spalla per confortarlo.

«Professore», dissi con gentilezza, «voi siete esausto, e l’intera situazione sembra del tutto senza speranza, ma oggi avete ancora una volta salvato Lucy. Ricordatelo, poi dormite e mangiate bene, poiché nessuno di noi può servire a molto se non ci prendiamo cura di noi stessi».

Nell’udire ciò, alzò gli occhi e disse con voce sofferente:

«Oggi riposerò e mangerò, John, e questa sera verrò e resterò io stesso con Miss Lucy durante la notte, mentre tu andrai a casa». Quando cominciai a protestare, lui alzò una mano. «No… niente obiezioni! Ricorda che sei stato indebolito nella maniera più pericolosa; domani, però, sarai nuovamente pronto per il tuo dovere, e allora potrò riposare». «Benissimo!», acconsentii. Poi mi alzai per andarmene ma, prima che potessi fare un passo verso la porta, aggiunse piano: «In campagna e al manicomio, ho mandato una chiamata d’aiuto urgente dopo l’altra, questo prima ancora che sapessi quanto fosse disperato il nostro caso. Ora so che tutta la conoscenza e il potere che ho acquisito nell’ultimo quarto di secolo, sono stati vani. Se quell’aiuto non arriverà subito, figlio mio, allora sia tu che io siamo perduti».

Il diario di Abraham Van Helsing

18 settembre. Miss Lucy presto ci lascerà. Lo so guardando il suo dolce viso, ancora pallido e tirato dopo la “trasfusione di emergenza” che Jack e io abbiamo eseguito con un americano, Mr. Quincey Morris, come donatore. Non sono tanto i segni fisici dell’anemia — il suo incarnato esangue, il terribile grigio blu delle sue labbra e delle gengive, il suo respiro debole e rapido — che mi convincono della sua imminente morte. Questi, da soli, sono già abbastanza dolorosi da vedere, ma ancora peggiori sono i segni di un’imminente e insidiosa trasformazione: i canini allungati, l’espressione di sinistra voluttà che le viene nel sonno, e il sottile bagliore color indaco che io vedo dietro il suo sguardo verde.

Dopo gli eventi della notte scorsa, sono scosso fino al midollo. Io, che con arroganza mi credevo abbastanza potente da sfidare l’Impalatore, ho imparato che non sono niente, di nessuna utilità per nessuno. Io, “l’esperto” di Vampiri, non ho saputo nemmeno salvare la cara Miss Lucy dopo settimane di sforzi! Che consigli dovrò adesso offrire loro, tranne che fuggire il loro paese natio e vivere il resto delle loro vite nel terrore di essere scoperti!

Ecco la triste storia: i fiori di aglio arrivarono l’undici, dopodiché Miss Lucy sembrò rimettersi in forze. Osai sperare che, sebbene i miei talismani fossero falliti, gli stessi delicati fiori bianchi possedessero una naturale e perciò più forte magia, che avrebbe dovuto respingere l’Impalatore. Comunque, la nostra paziente dichiarò che essi le permettevano di dormire in pace.

La scorsa settimana, mi ero ancora rinchiuso nella mia cella nel manicomio durante il giorno, per ripetere il rito Abramelin, pregando per avere una risposta dal mio mentore o, in realtà, da qualunque parte. Come sempre, nessuna risposta. Per quanto sembri inutile come tutto, adesso venderei la mia anima allo stesso Oscuro Signore del Vampiro, se avessi la garanzia di non essere ingannato e, come risultato, che Vlad e Zsuzsanna fossero distrutti e tutti i mortali protetti. E, naturalmente, nessuna mia trasformazione in un Vampiro…

La maggior parte delle sere andai a Hillingham e vegliai sulla nostra paziente; alcune notti, John mi diede il cambio dopo mezzanotte. Di nuovo, non so cosa ci aspettavamo di concludere, dal momento che Vlad era già entrato nella stanza di Lucy senza essere scoperto, ma è difficile rinunciare ad ogni speranza e arrendersi all’inazione.

Il piano per la notte scorsa era che John vegliasse; io sarei rimasto l’intero giorno e la notte nella mia cella, cercando sia di ottenere aiuto che di caricare ulteriormente uno speciale Sigillo di Salomone, un talismano che rappresentava la nostra ultima speranza. Dato che non sarei stato disponibile, John aveva, il giorno prima, detto alle signore Westenra che ero ritornato ad Amsterdam e che sarei ritornato dopo circa ventiquattro ore.

Ma quel pomeriggio, John si fece un taglio piuttosto serio al polso, a causa di Mr. Renfield che era fuggito dalla sua cella. Vlad era ancora al lavoro! Chiaramente il Vampiro stava progettando qualcosa di scellerato a Hillingham quella notte, e non voleva l’interferenza di Seward; la cosa più sicura per John era quella di restare al manicomio.

Questa deduzione la tenni per me e dissi a John che era troppo debole per vegliare, e che avrebbe dovuto andare a letto e dormire. Io avrei fatto la guardia a Hillingham durante tutta la notte. Aveva perduto un bel po’ di sangue dal taglio e così fu prontamente d’accordo.

Così ieri andai da solo e invisibile alla proprietà Westenra e bussai alla porta circa dieci minuti prima del tramonto. La cameriera del piano di sotto (un timido topolino scuro di ragazza, con occhi grandi e gentili) aprì la porta di uno spiraglio, poi sempre di più, finché rimase sul portico con le mani sui fianchi, aggrottando la fronte e guardandosi intorno in cerca del burlone che l’aveva chiamata e poi era fuggito. Scivolai facilmente oltre di lei, esaminai tutte le finestre per essere sicuro che tutte le piccole croci fossero al loro posto (lì lavorava l’istinto non la logica) e, infine, andai di sopra nella stanza di Miss Lucy.

Anche prima che entrassi, il forte odore nel corridoio mi disse che i fiori erano ancora al loro posto. La porta che conduceva alla camera della paziente era appena accostata. Con facilità ci passai attraverso, sebbene piano piano, poiché non desideravo compromettere il suo pudore. Per fortuna, era in camicia da notte, seduta sul letto, aggrottando la fronte davanti alle Vite di Plutarco, con un vassoio di cibo mangiato a metà sul comodino. Era ancora pallida, ma stava molto meglio dopo la recente ricaduta; c’era un accenno di colore sulle sue guance e sulle sue labbra.

Mi sedetti sulla sedia imbottita accanto al letto di Lucy, e un terribile senso di familiarità mi sopraffece: è ciò che i francesi chiamano déjà vu. Fui colpito dalla stessa tristezza impotente che sentivo nella sedia a dondolo accanto al letto di morte di mamma, e persino nello stesso modo poiché, sebbene un mese fa quella affascinante giovane mi fosse sconosciuta, mi ero paternamente affezionato a lei. In quel momento non riuscivo a liberarmi della sensazione che fosse condannata come la povera mamma… e ancora di più, poiché il suo destino ultimo sarebbe stato molto più orrendo del dolce riposo della morte.

Con dei pensieri così tetri che mi giravano per il cervello stanco, stavo seduto, lottando per mantenere un’acuta percezione verso tutti quei segni dell’avvicinarsi di Vlad che, l’ultima volta, mi erano completamente sfuggiti. Tirai fuori il Sigillo di Salomone dalla tasca della giacca e lo tenni in mano, contemplandone la lucente superficie argentata, i disegni geometrici, e le lettere ebraiche che vi erano incise sopra. La sua vista mi diede conforto e una debole speranza che forse esso e i fiori freschi di aglio, mandati giornalmente da Haarlem, sarebbero stati sufficienti per respingere Vlad.

Le ore passarono. Lucy allungò una mano per prendere una pera dal vassoio della cena, le diede un morso svogliato e poi la gettò via; quindi chiuse il libro e lo mise, anch’esso, da parte. Sperai che il sonno le venisse subito, ma emise un altro sospiro inquieto e frugò nel cassetto del comodino cercando un piccolo diario e una penna. Con questi in mano tornò a sedersi, aprì il diario e poi alzò la penna, pronta a scrivere.

L’ispirazione però le mancò e, con un piccolo verso di disgusto, li rimise a posto, quindi spense la lampada e ricadde nel letto.

Infine il cambiamento del respiro che segnalava il sonno arrivò. Mi alzai, andai al davanzale e lì, con delicatezza, deposi il Sigillo, la più potente delle protezioni magiche di cui potevo disporre per il suo bene.

Poi ritornai al mio posto e mi sedetti sulla sedia a guardarla dormire. Dopo un po’, un sommesso battito di ah si udì alla finestra. Non mi alzai per guardare fuori, poiché non c’era niente da vedere: nessuna aura, né il travestimento in animale. Ma i peli che mi si rizzarono, formicolando, sulla nuca e sulle braccia, mi dissero che il Vampiro era veramente arrivato.

Il battito d’ali divenne più forte, fino a svegliare Lucy. Anche nell’oscurità, potei vedere la sua espressione timorosa, e desiderai aver inventato una nuova bugia dicendo che il mio “viaggio” ad Amsterdam era stato cancellato, in modo da poterle parlare in quel momento, prenderle la mano, e offrirle il misero conforto che potevo. Per alcuni minuti, lei lottò chiaramente per restare sveglia; infine, la sua ansia crebbe a tal punto che si alzò e aprì la porta, gridando:

«C’è qualcuno là?».

Il corridoio rimase scuro e silenzioso, e così lei chiuse di nuovo la porta. Nel frattempo, il suono di un vicino ululato accompagnava il battere d’ali, cosa questa che la fece avvicinare alla finestra. Alzò il bordo di una tenda e sbirciò fuori; io intravidi una nera ala di pipistrello l’istante prima in cui lei gridò piano e corse nuovamente al letto.

Lì si rannicchiò miseramente, con gli occhi spalancati e piena di terrore. Il mio desiderio di confortarla divenne così forte che decisi di uscire dalla stanza, diventare visibile, e poi bussare piano alla porta, dicendo che ero ritornato presto da Amsterdam ed ero stato colto dalla sensazione che lei avesse bisogno del mio aiuto.

In effetti, mi alzai per fare proprio questo ma, in quell’istante, qualcuno bussò alla porta, e Mrs. Westenra apparve in camicia da notte; evidentemente, era stata spinta dall’istinto materno per sua figlia. Ne fui contento, poiché si infilò nel letto con lei, ed entrambe si strinsero l’una nelle braccia dell’altra e trovarono un momento di pace.

Ma si udì nuovamente il battito d’ali alla finestra, il che allarmò Mrs. Westenra che si mise a sedere a fatica, gridando:

«Che cos’è?».

Poi fu la volta della figlia che offrì rassicurazioni con carezze e parole sussurrate. Presto la madre sospirò, si risistemò contro il cuscino e, per un momento fin troppo breve, trovò pace.

Si udì un gufo… questo più vicino, come se l’animale responsabile fosse proprio sotto la finestra. Se lo scontro doveva venire, sarebbe arrivato subito: calmai la mia mente e mi concentrai sul Sigillo di Salomone alla finestra e sul suo radioso “muro” dorato di potere che solo Dio o il Demonio potevano penetrare.

L’istante successivo vi fu il dolce e alto crescendo del vetro che si rompeva e le grida delle signore Westenra, mentre una pioggia di diamanti taglienti come rasoi che proveniva dal muro d’oro di Salomone, veniva portata da un turbine così potente che la tenda fu strappata vorticosamente. Tenni gli occhi strettamente chiusi e sentii il pizzicore di minuscole schegge contro il viso e le mani. Invisibile o no, protetto o meno, fui subito sbattuto contro il muro più lontano. Improvvisamente il vento cessò, e aprii gli occhi. Una nebbia nerissima, un centinaio, anzi, un migliaio di volte più nera della notte, scivolava lentamente sui resti ineguali dei vetri, insensibile al Sigillo di Salomone, il cui bagliore dorato era stato improvvisamente spento. Non so poi quale orrore vide Mrs. Westenra: si agitò in uno sforzo isterico di mettersi a sedere, strappando nel farlo la corona di fiori di aglio dal collo di Lucy, poi indicò con vero terrore la finestra. E, con un gorgoglio strozzato, cadde morta. La sua testa colpì con grande forza quella di Lucy; io lottai per alzarmi, per aiutare la mia paziente, per mettermi tra la ragazza e il Vampiro, per offrirmi al suo posto, ma non potei muovermi: di fatto, non riuscivo a fare nulla, salvo che fissare con impotente orrore e furia ciò che accadeva. Mentre guardavo, la nebbia terminò di entrare, e formò un’alta colonna appena oltre la finestra rotta; un attimo, e la colonna si era trasformata in Vlad. Vlad come non lo avevo mai visto: vestito come un virile e azzimato giovane nobile in un completo di seta nera su misura, la pelle bianca e i denti bianchi che splendevano come perle, e i capelli d’onice che luccicavano di scintille color indaco. Così tanta vita sembrava emanare da lui, che non sembrava più un Morto Vivente, ma soltanto un uomo gloriosamente e magnificamente potente. Sorridendo, camminò con grazia verso il comodino, ignorando completamente le due donne (una morta e l’altra svenuta), poi si chinò per prendere un oggetto dal pavimento: era il Sigillo di Salomone, ora opaco e senza vita. Me lo gettò, dicendo con scherno: «È vostro, dottor Van Helsing?».

Non riuscii a dire nulla. La facilità di parola mi aveva abbandonato, e le mie gambe e la schiena sembravano inchiodati al tappeto coperto dai veni, ma le mani e le braccia ora funzionavano, così presi il talismano e lo tenni con reverenza. La mia paura più grande, in quel momento, non era la morte, e nemmeno il suo morso, bensì il fatto che non potevo più fermarlo mentre eseguiva il suo rito di morte, quel rito con cui aveva legato a sé i miei antenati, il rito per mezzo del quale rinnovava la sua immortalità, in modo che non potesse perire.

Se, in quel momento, lo avesse fatto a me, avrebbe conosciuto ogni mio pensiero… e io sarei stato il suo schiavo mortale, per portare a compimento il male che non poteva fare da solo.

Dovette leggermi i pensieri sul viso, poiché il suo sorriso di scherno si allargò.

«Quanto siete presuntuoso, signore, nel pensare che potrei aver bisogno di voi. Io non ho più bisogno di nessuno, capite? Il mondo appartiene a me, non a voi, sciocchi mortali. Posso andare ovunque, e fare tutto ciò che desidero!». Allargò le braccia in un gesto di grandiosità, poi le abbassò e alzò un dito in segno ammonitore verso di me. «Ma ora sarete più saggio e verrete da me di vostra stessa volontà. Perché lottare, quando è chiaro che non potete fare niente per fermarmi?»

«Allora uccidetemi», dissi. Non era semplicemente una sfida: il mio dolore per essere incapace di salvare Lucy mi lasciava in un’agonia di impotenza. «Uccidetemi onestamente e consegnatemi alla morte incorrotto, se veramente non ho alcun valore per voi».

Uno spasmo di furia contorse i suoi lineamenti. Attraversò l’aria con il braccio come se stesse preparando un colpo di rovescio; la mia testa e la parte superiore del busto andarono a sbattere di nuovo contro il pavimento in modo così violento che l’aria mi fuoriuscì dai polmoni, lasciandomi per un doloroso minuto incapace di respirare.

Nel mezzo della mia lotta, le cameriere entrarono di corsa, gridando quando i loro piedi nudi incontrarono il vetro sparso dappertutto. Quando una di loro riuscì ad accendere la lampada, iniziarono a gridare veramente. Lucy miracolosamente rinvenne e, una volta che esse la ebbero liberata dal pesante corpo della madre, che avvolsero in un lenzuolo, cercò di calmarle. Non riuscendovi, le mandò via a prendersi un bicchiere di vino, poiché stavano piangendo con un abbandono isterico. Tutto ciò ebbe luogo senza che nessuna delle donne notasse entrambi gli intrusi nella camera da letto di Miss Lucy, né notarono quando Vlad scomparve all’improvviso.

Ma io so che lui era rimasto nelle vicinanze. Giacevo sul pavimento angosciato e impotente, incapace di muovermi e, sebbene potessi parlare, le mie grida non furono udite. Concentrazione mentale? Non ne avevo nessuna, e perciò i miei sforzi per rimanere invisibile erano venuti a mancare quando Vlad era apparso. Ma lui aveva, evidentemente, potere in abbondanza a quel riguardo, poiché la povera Miss Lucy non riuscì né a vedermi né a udirmi.

Piangendo silenziosamente, si mise le pantofole che stavano accanto al letto, poi raccolse tutti i fiori di aglio sparsi sul pavimento e sul davanzale e anche quelli rotti che sua madre le aveva strappato dal collo. Quindi, con una tenerezza da spezzare il cuore, li mise sul petto coperto della madre morta.

Allora cercai di gridarle un avvertimento, ma mi fermai: non c’era nessuna ragione per cercare di rompere il velo che Vlad aveva eretto tra noi. Anche se avessi potuto, quale bene le avrebbero fatto i fiori? Non avevano tenuto lontano il Vampiro più del Sigillo di Salomone.

Ora, tutto ciò che le era rimasto era quel momento di affetto e di dignitoso dolore. Oltre quello c’era la tomba, e orrori ancora peggiori, nessuno dei quali potevo aiutarla ad evitare.

Per un po’ di tempo rimase con la testa china davanti al cadavere di sua madre, poi la sollevò e fissò con curiosità l’entrata, poiché era chiaro che le cameriere stavano indugiando troppo con il loro vino. Peggio, il suono delle loro voci era svanito nel silenzio totale. Io sapevo fin troppo bene cosa fosse loro accaduto, ma Miss Lucy no; anche così, lo sguardo di terrore nei suoi occhi indicava che aveva qualche sensazione istintiva di ciò che era accaduto — e doveva ancora accadere — quella notte.

Andò alla porta aperta e le chiamò, solo per non ricevere alcuna risposta; così lasciò la stanza e le cercò al piano inferiore. Attesi nella suspense più orribile, pensando che avrei potuto udirla gridare, ma tutto fuori era silenzio, finché non ritornò piano nella stanza, con un’espressione di tale impotente terrore sul viso pallido che io sentii il bruciare delle lacrime.

Andò diritta al comodino e tirò fuori il piccolo diario e la penna; questa volta scrisse, rapidamente e con fervore. Attesi che Vlad arrivasse da un momento all’altro a interrompere la sua cronaca, ma era come se lui le stesse concedendo questo tempo come un ultimo dono. Infine terminò e strappò quell’ultima pagina di testamento dal suo diario; poi la piegò e la fece scivolare tra i suoi seni.

Il dolore mi schiacciava. Per il bene di chi lottavo per trattenere le lacrime, non so dirlo; forse non volevo che il mio nemico ne gioisse malignamente. Non mi arresi ad esse finché non vidi il suo gesto finale di resa: si distese sul letto e con cura si sistemò la camicia da notte e i capelli, poi ripiegò le braccia sul petto… come se fosse già un cadavere come sua madre, che giaceva accanto a lei.

Così si trovava quando Vlad venne da lei. Allora, non potei sopportare altro ma chiusi gli occhi e non li volli aprire anche quando mi schernì e prese l’onore di Miss Lucy in modi troppo abietti per metterli sulla carta. Potei ignorale i suoi tranelli verbali ma quando udii il rumore del suo succhiare e le grida acute della povera Lucy, compresi fin troppo bene perché Gerda si era arresa alla follia.

Di primo mattino, venne Seward… di corsa, come se avesse la sensazione del disastro che ci era accaduto. Fino a quel momento, io ero rimasto l’unica anima cosciente a Hillingham; mi ero svegliato qualche momento prima da un profondo sonno indotto dal Vampiro, per trovare Lucy prossima alla morte, fredda ed emaciata quasi quanto il cadavere di sua madre. Tentai un trasferimento d’emergenza di energia psichica da me stesso a lei, ma gli eventi della notte precedente mi avevano lasciato stranamente prosciugato; non solo ero incapace di completare l’esercizio, ma divenni debole e quasi caddi sulla povera figliola.

Presto udii bussare alla porta e la voce di John che chiamava. Scesi barcollando al piano inferiore e lo feci entrare; dal mio aspetto disordinato, comprese che il peggio era veramente accaduto, e agì immediatamente. Trovò le quattro cameriere addormentate nella sala da pranzo; con mio grande sollievo, non erano state morse o uccise, ma erano state soltanto drogate con del laudano. Riuscì a svegliarne tre, e quelle, a loro volta, si misero al lavoro, preparando un bagno caldo e andando a prendere del brandy per far rinvenire Miss Lucy.

Naturalmente tali misure servirono a poco; avevamo bisogno di una trasfusione di energia, ma io vedevo che John era ancora debole dopo l’attacco di Renfield, e così rifiutai di permettergli di rischiare. Ma arrivò qualcuno, come fosse stato mandato dagli Dei: un buon amico sia di John che di Arthur Holmwood: Mr. Quincey Morris, dall’America.

Avevo pensato che Arthur fosse il miglior amico di John ma, evidentemente, Mr. Morris è intimo di entrambi. Quando arrivò, vidi, per la prima volta in settimane, un bagliore di speranza sul viso sofferente di John, e i due uomini si afferrarono per le braccia, poi si batterono l’un l’altro sulle spalle, fin quasi a farsi male.

Questo Quincey è un tipo molto alto, magro, dalle braccia e gambe estremamente lunghe, con radi capelli rossi e lentiggini dappertutto. E, per naso, un becco! Quando sta di profilo, l’effetto è comico (ne posso scrivere tanto crudelmente perché è un tipo giovanile e sarebbe il primo a ridere di se stesso): prima si vede la grande barca bianca del cappello Stetson, poi il grande naso a becco, quindi l’enorme protuberanza del pomo d’Adamo, tutto quanto in cima a un corpo che si piega nello sforzo di ridurre la grande altezza.

Devo raccontare una storia triste, e Quincey Morris era l’unico punto bello di essa.

Una volta che le violente pacche sulle spalle e i saluti furono finiti, John spiegò la necessità di una “trasfusione”. Mr. Morris fu d’accordo, con la stessa veemenza senza esitazione che aveva avuto John, tanto che mi fece pensare che anche lui condividesse un amore non corrisposto per Lucy.

Così fu fatto… nella stanza da letto di Mrs. Westenra, poiché la donna giaceva morta nel letto di Lucy.

Ora John e Mr. Morris siedono parlando al tavolo della colazione, mentre io rimango di sopra a fare la guardia a Miss Lucy e a scrivere queste parole. Per quanto si trattasse di un uomo robusto come l’americano, la trasfusione della sua energia ha avuto scarso effetto. Il respiro di lei è un po’ più rapido e il polso un po’ più forte, ma non è abbastanza.

Non ho parlato a voce alta con John della nostra situazione senza speranza riguardo a Miss Lucy o a noi stessi, né ho spiegato in dettaglio gli eventi della notte scorsa ma, quando lui ha visto la stanza di Lucy con il cadavere e la finestra rotta, un po’ della sua cupa e impotente furia che avevo sentito solo qualche ora prima gli è comparsa sul viso. Lui sa! Lui sa!

Adesso non manca molto.

Capitolo dodicesimo

Il diario di Abraham Van Helsing

20 settembre. È un giorno di dolore e della disperazione più nera ma, nel mezzo dell’oscurità, brilla un raggio di amore e di coraggio. Il mio cuore vacilla così tanto tra i due estremi da farmi sentire stanco e confuso, ma devo trarne un senso, poiché ci sono decisioni da prendere e vite in gioco. Quindi scrivo, poiché lo scrivere spesso porta un’illuminazione.

Per due giorni e due notti John e io siamo rimasti con Miss Lucy, e non l’abbiamo mai lasciata un istante senza uno di noi al suo fianco, sebbene sapessi che non c’era speranza di proteggerla dal suo assassino o da un destino impensabile. Il massimo che potevamo offrirle era il conforto della nostra presenza. Era il compito più duro, ma il mio dolore per aver tradito quella dolce figliola, che aveva creduto così tanto in me, non era niente se paragonato a quello di John.

Molte volte entrai a dargli il cambio e lo trovai mentre lacrime silenziose gli cadevano sulle guance e intanto, teneramente, le afferrava la mano mentre lei giaceva addormentata. È una cosa amara per lui: è profondamente innamorato di lei ma non la può piangere apertamente… non può nemmeno professare il suo amore un’ultima volta prima che lei muoia. Quel diritto è di Arthur, che io ho conosciuto come uno dei suoi più cari e vecchi amici.

E lei stava morendo veramente. Quella trasfusione finale non le ha restituito alcun vigore ma ha soltanto prolungato l’inevitabile, che sta chiaramente devastando il suo donatore, Mr. Quincey (non posso riferirmi a lui come a “Mr. Morris”, poiché è, come la maggior parte degli americani, fascinosamente informale e piacevolmente diretto nell’esprimere i suoi pensieri e sentimenti nel suo musicale accento texano).

Ma c’è un sentimento che non cerca di nascondere: il suo amore non corrisposto per Miss Lucy. Ho visto il lampo di dolore nei suoi occhi scuri quando la guarda; non riesce a restare nella stanza della malata per timore che il suo amore si veda e causi qualche dispiacere a John o a Arthur, così si dà da fare aiutando in vari modi: è stato il nostro fattorino e, quando dissi che si doveva immediatamente avvertire Arthur, fu lui che andò a spedire il telegramma.

John mi ha detto che Quincey non ha voluto dormire la notte scorsa ma, invece, ha fatto la guardia in giro per la proprietà, pistola alla mano (John ha mestamente confessato che Quincey si è convinto che il colpevole sia un grosso “pipistrello vampiro”, del genere che si trova in Sud America. Sembra che una volta, per tale causa perse un cavallo che amava e dice che ha visto un grosso pipistrello grigio volare intorno alla casa. È più vicino alla verità di quanto pensassi!).

Riguardo ad Arthur: suo padre, Lord Godalming, era peggiorato domenica: il giorno dopo l’ultimo incontro di Lucy con il Vampiro. Così, il povero ragazzo era rimasto l’intero giorno e la notte al capezzale del vecchio. Suo padre morì poco dopo l’alba di lunedì, lasciando Arthur — o, dovrei dire, il nuovo Lord Godalming — con poco tempo per piangere quella perdita prima di ricevere il nostro telegramma che diceva che Lucy stava per morire e che aveva chiesto di lui.

Quincey lo prese alla stazione e lui arrivò qui con gli occhi così rossi, cupo ed esausto, che mi fece male condurlo nella stanza di Lucy e vedere il suo dolore moltiplicato. Lo stesso Quincey scomparve, penso perché temeva di lasciarsi andare nella stanza e di rattristare ulteriormente Arthur. È accaduto che il nuovo Lord Godalming sia arrivato precisamente alle sei, quando stavo andando a dare il cambio a John per la veglia; così, Arthur è rimasto con me per tutta la mia veglia, fino a mezzanotte.

Per quanto il pover’uomo dovesse essere sconvolto, fu allegro con Lucy in un modo che la rianimò un po’, e anche lei finse una tale allegria, che non potevo sopportare di guardarli mentre erano così coraggiosi l’uno per il bene dell’altro. Ma la debolezza riebbe ben presto la meglio, e lei ritornò alla sua abitudine di cadere in frequenti periodi di incoscienza; altre volte, smetteva di lottare per parlare e restava in silenzio. Durante tutto questo tempo, Arthur sedette vicino a lei, tenendole la mano e fissandola con la stessa espressione di disperante adorazione che avevo visto in John. Nonostante la sua educazione privilegiata, Lord Godalming è un uomo molto forte.

In trent’anni di pratica medica, ho visitato molte famiglie che si prendevano cura di un loro membro mortalmente malato. Tutti sono diversi, naturalmente: alcuni sono affettuosi, altri no, ma tutti condividono una costante, specialmente quando la morte si avvicina. L’esperienza ha come conseguenza che la formalità e la finzione vengano meno, non solo per la persona morente, ma per coloro che se ne occupano, così che rimane solo l’essenza di tutte le persone. In alcuni casi, è una cosa triste, poiché possono venire alla luce, la rabbia, il rimpianto o il dolore, o una totale debolezza a cui l’individuo si lascia andare per finire in una disperazione morbosa dalla quale non riesce a riprendersi.

In altri casi, l’esperienza cancella gli aspetti più superficiali della personalità, lasciando vedere un nucleo dorato di forza e compassione. Questo è ciò che vidi in John e nei suoi amici Quincey e Arthur, nonché nella stessa Miss Lucy e, nonostante la grande tristezza, mi sentii commosso e privilegiato per essere tra di loro.

Infine l’orologio batté le dodici, e John apparve sulla porta. Mi alzai, diedi un colpetto sulla spalla ad Arthur e gli dissi di venire a riposarsi, poiché non lo aveva fatto per quasi due giorni. Lui si oppose con forza finché John non promise che, se le condizioni di Lucy fossero cambiate in peggio, pur se in maniera lieve, lui avrebbe immediatamente svegliato l’amico. Infine accettò e andammo nello studio, dove due comodi divani fronteggiavano un camino scoppiettante.

Lì mi riposai ma non dormii, poiché i miei pensieri erano ansiosi e molti; fortunatamente, Arthur cadde quasi immediatamente in un sonnellino. Ascoltai il battere dell’orologio ora dopo ora finché fu nuovamente l’alba: le sei. Arthur dormiva ancora profondamente, così me ne andai in silenzio e ritornai nella stanza di Lucy, dove John sedeva a scrivere nella debole luce a gas.

La tenda era tirata e la stanza in penombra. Non riuscivo a vedere il volto della paziente, ma sul suo cuore e sulla testa ondeggiava un fatale segno rivelatore: la scintillante aura indaco che indicava un Vampiro. Immediatamente, ordinai a John di alzaie la tenda. La pallida luce dell’alba entrò, illuminando il viso di Miss Lucy, una cosa questa che mi fece trattenere il respiro poiché, sulle prime, pensai che stavo guardando un cadavere. Ma respirava ancora e così, in tutta fretta, sciolsi la nera sciarpa d’argento che avevo legato intorno alle ferite del morso.

Era come avevo temuto; i segni del Vampiro erano svaniti, lasciando la pelle lattea liscia e priva di segni.

Anche John vide e, anche prima che glielo dicessi, sembrò capire che stava morendo. Andò a svegliare Arthur poiché, in verità, non riuscii a dare io stesso la notizia al ragazzo. Invece mi occupai di raddrizzare i cuscini di Lucy e di rimuovere rapidamente tutti i segni della malattia dal tavolino: la bottiglia di laudano, la morfina, il vaso da notte. Le pettinai anche i capelli all’indietro così che fossero sistemati in belle onde sui cuscini, poiché sapevo che Lucy avrebbe voluto avere l’aspetto migliore per quell’ultimo momento da condividere con il suo fidanzato.

Quindi l’innamorato ferito venne… o piuttosto dovrei dire, i suoi due innamorati colpiti, poiché John, con l’espressione e una postura di estrema decisione, entrò con il braccio fermamente stretto intorno alle spalle di Arthur, in un gesto di sostegno senza riserve. Ma i suoi occhi, come quelli di Arthur, brillavano di lacrime non versate: sentiva la prossima perdita in modo altrettanto acuto, ma il Fato non gli aveva concesso il diritto di mostrarlo. Quando i due si avvicinarono al letto di morte, John allentò la presa e lasciò che l’amico corresse accanto a Lucy. Non menziono la mia pietà per mio figlio al fine di mettere in luce la sofferenza di Arthur: al contrario, penso che essa mostri che uomo buono debba essere Holmwood (cioè, Lord Godalming) per ispirare una tale profonda lealtà in un amico. E anche John, poiché molti uomini meno validi hanno rotto lunghe amicizie a causa dell’amore di entrambi per una donna.

Riguardo ad Arthur, essendo venuto dal letto di morte di suo padre a quello della donna che amava, entrò nella stanza pallido e tremante, con nuove lacrime sulle guance. Ma, più si avvicinava a Lucy, più fermamente metteva da parte il suo doppio dolore, asciugandosi gli occhi e facendo scorrere le dita attraverso i ricci scomposti in modo da potersi presentarsi a lei nell’aspetto migliore. È un uomo forte, quello. Ricordo quanto fui addolorato quando il mio figlioletto Jan morì e Gerda impazzì; certamente non avrei potuto assumere un aspetto imperturbabile come fece Arthur.

Fu allora che corse al fianco di lei e si chinò per baciarla, ma io avevo visto la crescente aura indaco che la circondava; se lui avesse messo in atto la sua intenzione, lei avrebbe potuto ipnotizzarlo fino al punto che, dopo la morte, avrebbe potuto influenzarlo a fin di male. Così mi misi tra di loro e con gentilezza l’avvertii:

«Non ancora. Prendile la mano; le darà maggior conforto».

Ne fu perplesso, ma il dolore lo aveva privato di qualsiasi capacità di sfida, per cui fece ciò che gli veniva detto. Era una cosa difficile dire a un uomo che non poteva baciare la sua innamorata morente, ma io sapevo che non c’era altro modo per proteggerlo.

Miss Lucy trasse un grande conforto dalla sua presenza, e dal suo tocco e si lasciò andare al sonno con un sospiro ma, dopo un po’, l’onesto sonno si trasformò in una trance, e un velo di bellezza illusoria, come quella che sanno produrre i Vampiri, la circondò. John la vide, lo so, poiché mi rivolse un intenso sguardo consapevole. Lucy allora aprì gh occhi — o piuttosto gli occhi di un demonio — e lo supplicò di baciarla, con una seducente e malvagia parodia della sua stessa dolce voce.

Arthur si chinò per esaudirla in modo così rapido che, abbandonando ogni traccia di civiltà, lo presi per il collo e lo spinsi via, gridando: «No! Per la vita!».

Ricordarlo ora mi provoca nuovo dolore, poiché il mio atto deve essergli apparso inspiegabilmente crudele: in effetti, folle. Infatti, un lampo di violenza comparve nei suoi occhi, ma quasi immediatamente passò e lui rimase immobile, in attesa di spiegazioni.

Non gliela diedi poiché, subito dopo, Lucy rinvenne e mi prese la grossa mano ruvida nella sua, piccola e sottile, e la baciò. Quel fatto era, da solo, sufficiente a provocarmi le lacrime, ma poi alzò lo sguardo verso di me con occhi supplichevoli e affettuosi e disse con un bisbiglio incerto:

«Mio vero amico, e suo! Proteggilo e dammi la pace!».

Tremante per l’emozione, caddi in ginocchio accanto al letto. Quelle che mi aveva chiesto erano cose difficili, forse impossibili: se Vlad era ora così potente, così inaccessibile, come potevo sapere che lei, la sua discendenza, non sarebbe stata così?

Ma per il bene dell’amore, risposi solennemente:

«Lo giuro!».

Lo giuro veramente, Lucy. Lo giuro con ogni fibra del mio essere, con tutta la mia forza e la mia anima. Può essere impossibile, ma io lo metterò in atto o morirò nel tentativo…

Il suo respiro divenne ancora di più una lotta, finché udii il debole rantolare nella sua gola. Mi alzai e mi voltai verso Arthur, che non lottava più per trattenere le lacrime che gli rigavano le guance pallide. La fine era venuta, e così io gli chiesi di prenderle la mano e di baciarla una volta, sulla fronte.

Così fece, e poi lei chiuse lentamente gli occhi. Il rantolo mortale divenne più forte, e allora presi il braccio di Arthur e lo tirai via. Ma, prima che raggiungessimo la porta, il suono si interruppe improvvisamente; la nostra dolce Miss Lucy era morta. Ritornai al suo fianco e lasciai che John portasse via il suo amico singhiozzante. Mi sedetti lì per un po’, guardando con dolore e orrore il viso stanco e devastato di Lucy che cominciava subito a rifiorire di vita… o piuttosto, di morte vivente.

Per più di vent’anni, ho dato la caccia ai Vampiri per tutto il continente europeo e, in ogni caso, ho vinto: il Vampiro veniva distrutto e il suo progenitore, Vlad, indebolito. Lo stesso scenario si è ripetuto diverse volte: la caccia, la cattura, e infine la distruzione, sempre secondo le stesse regole. L’abilità e le limitazioni del Vampiro non variavano mai, e la croce e l’aglio non avevano mai fallito. Con il tempo divenni più potente, e il mio compito divenne più facile. La mia aura era così forte che mi potevo muovere con completa fiducia e invisibilità intorno al Morto Vivente. Loro non potevano né ipnotizzarmi né sopraffarmi. Ma adesso…

Mentre contemplavo amaramente il mio fallimento, John ritornò e rimase accanto a me in silenzio: entrambi contemplavamo il cadavere. Per un po’ nessuno di noi due parlò, poi John chiese:

«Professore, un uomo che muore ha il diritto di sapere che sta morendo?».

Il suo tono era talmente calmo e loquace da farmi credere che stava cercando di distrarsi, forse tentando di decidere se la stessa Lucy ne era stata consapevole; così risposi nella stessa maniera.

«Naturalmente. Se non lo sa, come si può preparare bene?».

Parlò di nuovo e, questa volta, notai una leggera ma crescente rabbia dietro le sue parole.

«E un uomo impegnato in una battaglia… sia pure una battaglia che, forse, non potrà vincere, ha il diritto di sapere chi è che combatte?».

Un lieve gelo mi prese, poiché improvvisamente compresi dove conduceva la sua serie di domande, ma non riuscivo a convincermi a rispondere. Invece lo guardai, e vidi che stava lottando terribilmente per trattenere una potente ondata di emozione. Quando comprese che non sarebbe venuta nessuna risposta, disse con calore:

«Professore, non potete più sopportale questo terribile fardello da solo. Avete visto Arthur e Quincey, e io spero che li abbiate riconosciuti per quegli uomini coraggiosi e onorevoli che sono. Essi hanno…».

«Che cosa suggerisci, John? Che dica loro la verità? Anche se ci credessero, che bene ne verrebbe loro? Soltanto che verrebbero messi in pericolo…».

«Lucy non lo sapeva», gridò lui, con un’improvvisa veemenza che gli fece diventare le guance rosse. «Che bene gliene è venuto?».

Per questo non avevo risposta, così restai in silenzio mentre lui continuava a sfogare il dolore sotto forma di rabbia. Tremò, si arrabbiò, strinse il pugno, poi lo sollevò davanti al mio viso.

«Loro hanno tanto diritto quanto ne ho io di conoscere la causa della morte di Lucy, in modo che la possano vendicare… e cancellare questa terribile piaga dalla terra! Sono i miei più cari amici, e io non starò a guardarli mentre muoiono per l’ignoranza! Mio Dio, Quincey avrebbe potuto benissimo essere morso, mentre andava in giro fuori, di notte, cercando di rendersi utile in qualche modo!».

A questo punto arrivò la tempesta di lacrime, con una tale furia che cadde in ginocchio accanto a Miss Lucy e nascose il viso nel letto, martellando con un pugno impotente il materasso.

Non dissi niente. Lo lasciai piangere, ma le sue parole mi punsero ed evocarono dentro di me un tipo diverso di tempesta.

Dopo qualche istante, sollevò il viso bagnato e arrossato, e si alzò per andarsene. Prima di raggiungere la porta si voltò e disse, con calma e quieta dignità, in modo da farmi sapere che aveva pesato ogni parola, nonostante lo sfogo emotivo che le accompagnava:

«Dottor Van Helsing, da lungo tempo voi avete avuto fiducia nella segretezza e nella scienza, nelle protezioni magiche e nei riti. Ora tutte queste cose vi hanno tradito, ma c’è una cosa che non vi tradirà mai, una cosa che sarà sempre più forte di ogni male: il cuore umano. Io vi offro il mio e quelli dei miei amici più intimi nella futura battaglia, per il loro bene come pure per il vostro».

26 settembre. Lucy è stata sepolta con un doppio servizio funebre insieme a sua madre, il ventidue; una faccenda amara per tutti, specialmente per quei due che sapevano che non era andata verso un riposo eterno e pacifico.

L’intensa meditazione non aveva permesso alla verità delle irose parole di John di scomparire; al contrario, più le rimuginavo, più arrivavo a credere che avesse ragione. Ci siamo accordati che, quando Miss Lucy sarà messa veramente a riposare, sarà la mano di Arthur a eseguire l’azione e John, Quincey e io, assisteremo. Ho scritto delle lettere ad Arthur e a Quincey, chiedendo loro di accompagnarmi alla tomba. Oltre a ciò, non ho fornito alcuna spiegazione; le parole non possono convincere tanto completamente quanto la prova fisica.

Nel frattempo, gli ultimi giorni sono stati frenetici per parecchie ragioni. Dato che non c’erano altri parenti viventi, Mrs. Westenra ha lasciato la proprietà ad Arthur. Lui, a sua volta, ha chiesto a John e a me l’aiuto per esaminare le carte e organizzare il funerale, essendo già oppresso da obblighi simili connessi alla morte di suo padre. Gli chiesi il permesso di esaminare le carte personali di Lucy e il diario per capire meglio “la natura della malattia”. Questo lo permise, essendo troppo turbato persino per discutere la mia richiesta.

Scorrendo tra quelle carte, scoprii un grosso pacco di lettere scritte da Wilhelmina Murray, che Lucy nominava costantemente nel suo diario come “Mina”. Sembra che quelle due donne fossero le migliori delle amiche; di fatto, Lucy spesso passava l’estate con Madam — cioè, Miss — Mina alla villa dei Westenra a Whitby. Lucy non teneva un diario a quel tempo (nel ritornare a Londra, però, fu soggiogata dall’influenza diaristica di Miss Mina e ne cominciò uno), così non c’è una registrazione di ciò che accadde con precisione, ma io so che fu lì che, per la prima volta, venne morsa.

Le lettere di Mina, alcune delle quali, purtroppo, non furono mai aperte, riflettevano una signora di grande bontà e intelligenza. Nel leggerle, ebbi subito la sensazione di averla già incontrata e di aver fatto amicizia con lei; così ebbi ancora più paura di sapere delle cose riguardo al periodo trascorso a Whitby con Lucy. E infatti, se Lucy era stata morsa, perché non lo era stata la sua amica?

Due giorni dopo il funerale delle Westenra, scrissi a Miss Mina Murray (ora Mrs. Mina Harker) chiedendole se potevo avere un colloquio con lei, poiché ero stato il medico di Lucy Westenra e stavo investigando sulle cause della sua morte. Lei rispose prontamente e in modo estremamente caloroso, invitandomi nella sua casa di Exeter il giorno seguente.

Con un po’ di trepidazione andai. Il mio cuore era ancora terribilmente addolorato dopo la terribile sconfitta con Lucy, e temevo di trovare un’altra gentildonna colpita dalla maledizione del Vampiro.

Fortunatamente, quando arrivai a Exeter ed entrai nello studio di Mrs. Harker, vidi una giovane donna piena di salute: le sue guance e le labbra rosa erano un benvenuto e una bella vista dopo il pallore della povera Lucy. Anche più bella era la vista del suo lungo collo che si alzava puro e senza segni da un vestito scollato. Ma Madam Mina (non potei resistere a chiamarla subito così, poiché era chiaro che la morte di Lucy ci aveva già unito in amicizia) non aveva affatto l’aspetto che mi attendevo. Le sue lettere indicavano una donna di una tale maturità e saggezza che io l’avevo immaginata più grande di Lucy, più alta e più robusta.

Ma era di tutta la testa più bassa della sua defunta amica, una minuscola creatura dall’aspetto fragile, a malapena più grossa dei bambini ai quali aveva insegnato prima del suo recente matrimonio con Mr. Harker. Anche il suo viso era quello di una bambina — a forma di cuore sotto una capigliatura castano scuro acconciata alla Pompadour, con grandi occhi a mandorla, un naso piccolo e una bocca simile a un bocciolo di rosa — così innocente e ingenuo che avrebbe sempre attraversato la vita sembrando molto più giovane dei suoi anni.

Ah, ma quegli occhi… Mi ricordavano quelli di John, poiché erano sensibili, intelligenti, veloci nell’assorbire ogni dettaglio, e fortunatamente liberi da ogni traccia di luccicante indaco traditore. In effetti, anche nella chiara luce del giorno che proveniva dalle imposte aperte, le si poteva vedere intorno un deciso chiarore viola: una forte aura per una donna forte.

Quando arrivai, apparentemente era immersa nel lavoro, poiché udii un battere di tasti nel corridoio, che cessò nell’istante in cui la cameriera bussò per annunciare il mio arrivo. Quando la porta si spalancò, vidi che un angolo del salotto era stato trasformato in studio. Dietro di lei si trovava una scrivania sulla quale vi erano dei giornali accatastati, un piccolo diario nero, della carta bianca ammucchiata in un cestino di fil di ferro, e una grossa macchina da scrivere con un foglio di carta inserito.

In quella pausa di un secondo in cui ci guardammo l’un l’altro e io verificai che lei era veramente Mrs. Harker — Mina Murray — quegli occhi intelligenti mi esaminarono con grande attenzione, ma in modo così rapido da non mancare di cortesia. In apparenza lei ebbe di me un’impressione tanto favorevole quanto io di lei, poiché un’espressione di impercettibile calore le apparve sul viso.

Si avvicinò con uno sguardo cortese e tese una mano delicata e pallida, un terzo la grandezza della mia, grande, callosa e scura. La presi, grato di sentire con il tatto che la mia valutazione visiva di lei era stata accurata: lei non era vittima della maledizione, non era segnata. Così il sorriso che le rivolsi fu il primo genuino dopo molti giorni.

«Madam Mina», dissi, usando istintivamente l’appellativo meno formale, che sembrò farle piacere. «Vengo a causa della defunta».

Il suo sguardo era piacevolmente intenso e diretto (come noi olandesi preferiamo), senza il distogliere e il chiudere gli occhi così prediletto dalle donne inglesi. Vi vidi l’amore per la defunta amica, e un’onesta gratitudine nei miei confronti; quando parlò, seppi che lo fece direttamente dal cuore.

«Signore», rispose, con una voce forte, matura, che negava la sua apparenza giovanile, «voi non potete desiderare una migliore presentazione dell’essere stato amico e di aver aiutato Lucy Westenra».

Passato il momento delle presentazioni, lei chiese quali informazioni precisamente desiderassi da lei, e io spiegai il mio bisogno di certe informazioni riguardo a Whitby: tante quante fosse in grado di ricordarne.

«Bene, vi posso dire tutto al riguardo», disse, facendomi cenno di sedere su un vicino divano. «L’ho messo tutto per iscritto. Vorreste vederlo?».

Naturalmente. Così prese il diario nero dalla scrivania e me lo porse con un improvviso lampo malizioso negli occhi; sembra che Madam Mina abbia un senso dello humour piuttosto spiccato.

Aprii il diario, con l’intenzione di leggere immediatamente, ma sulla pagina vi erano dei chiari ma totalmente incomprensibili scarabocchi, riccioli, e linee. «Mr. Jonathan Harker è un uomo fortunato», dissi, porgendoglielo, «ad avere una moglie così piena di talento, ma ahimè, io non conosco la stenografia. Vorreste essere tanto gentile da leggermela?».

La giovane arrossì mentre prendeva il diario e, subito, prese un mucchietto di fogli dal cestino di ferro.

«Perdonatemi. Ecco: quando mi avete detto che desideravate chiedermi di Lucy, vi ho preceduto, e ho scritto per voi tutte le registrazioni di Whitby con la macchina da scrivere».

La ringraziai con estrema sincerità per la sua fatica e chiesi se le potevo leggere in quel momento; lei acconsentì e si scusò, dicendo che sarebbe andata a controllale la preparazione del pranzo.

Chiuso nella tranquillità del salotto, lessi rapidamente le registrazioni. Parlavano di Whitby, di Lucy, e di parecchi incidenti di sonnambulismo; in un punto, era chiaro che aveva salvato Lucy — senza saperlo — proprio dall’abbraccio del Vampiro. Il diario, ovviamente, doveva essere privato, poiché menzionava la sua estrema ansia per l’allora fidanzato, Jonathan, che era apparentemente all’estero e non aveva scritto per un po’ di tempo.

Non pensai per niente a questo fatto, concentrando invece tutta la mia attenzione sugli eventi in cui Vlad era coinvolto con grande chiarezza. Fino al momento in cui lessi la registrazione del 26 luglio, quando Madam Mina aveva appena ricevuto la lungamente attesa lettera da Jonathan, spedita dal suo impiegato. Una frase sembrava risaltare nella pagina:

«È soltanto una riga scritta dal Castello Dracula e dice che sta partendo verso casa».

Fui contento che lei mi avesse lasciato solo, poiché imprecai a voce alta e colpii il divano con un pugno alla vista di quel nome. Jonathan al Castello Dracula! E quindi questa dolce signora, dalla quale io ero stato immediatamente colpito, non era affatto al sicuro: era in grande pericolo! La malvagità del Vampiro non l’aveva toccata soltanto una volta, attraverso la morte della sua più cara amica, ma anche attraverso suo marito.

Lessi ancora e appresi che Jonathan aveva sofferto di “febbre cerebrale”, poiché aveva delirato come un folle davanti al capostazione di Klausenburgh per avere un “biglietto per casa”. Sebbene non avesse un penny, la sua condotta violenta aveva spaventato quelli del luogo che gli avevano dato un biglietto per la destinazione più ad ovest, Budapest. Lì era stato trovato in un tale stato mentale che fu portato subito in un sanatorio, le cui buone suore ne diedero notizia a Madam Mina, che venne e lo portò a casa in Inghilterra (fu nel sanatorio di Budapest che si sposarono).

Dopo che ebbi letto tutto, misi da parte i fogli e cominciai a pensare. Avevo già preso la decisione di mettere a parte Quincey e Arthur delle nostre (cioè, di John e mie) conoscenze riguardo al Vampiro, poiché sembrava giusto che entrambi prendessero parte alla vendetta per la morte della donna che amavano.

E Madam Mina, non aveva lo stesso diritto? Anche se Jonathan non fosse stato morso, aveva già sofferto un grande tormento mentale. Ricordai l’amara frase di John: Lucy non aveva saputo nulla del Vampiro, eppure ciò non l’aveva protetta minimamente. Quindi, suppongo che sia vero: la conoscenza è il potere, anche se, in questo caso, è solo il potere di arrendersi… o di fuggire.

In ogni caso, era troppo tardi; avevo già aperto il mio cuore a questa donna e mi preoccupavo del suo benessere quanto mi ero preoccupato di quello di Lucy. Non potevo semplicemente andarmene e lasciarla lì a fare, da sola, la terribile scoperta riguardo a suo marito, o diventare la vittima dell’attacco di lui o di Dracula.

Perciò, quando Madam Mina ritornò, la ringraziai fervidamente per il suo illuminante manoscritto, anche se sarebbe stata colta dall’orrore nel sapere cosa avevo scoperto alla luce di esso. Il più casualmente possibile, feci un’osservazione circa la febbre cerebrale di suo marito e chiesi se era guarito completamente.

Subito un’ombra velò la sua espressione e una profonda ruga apparve tra le sue scure e delicate sopracciglia; si fermò e disse con cautela:

«Era quasi guarito… ma è rimasto profondamente rattristato dalla morte del suo datore di lavoro. Mr. Hawkins prese Jonathan sotto la sua ala ed è stato come un padre per lui, per molti anni».

Annuii e, con qualche commento partecipe, la spinsi a parlarne un po’ di più.

Questo accrebbe il suo sconforto finché la ruga fu raggiunta da altre sulla fronte, e le sue labbra piene a bocciolo di rosa si strinsero in una linea sottile. «Provò… un certo spavento lo scorso giovedì, quando eravamo in città, passeggiando a Piccadilly».

Di nuovo la sollecitai a rivelare qualcosa di più, finché appresi che lo aveva reso cupo la vista di un uomo (non un uomo mortale, sospetto!), un uomo che chiaramente aveva avuto qualcosa a che fare con la sua malattia al cervello.

All’improvviso si inginocchiò. Non in lacrime o presa dall’isteria ma così stravolta dalla paura e dalla preoccupazione per suo marito, che alzò le braccia verso di me e mi supplicò di aiutarlo, di farlo stare ancora bene. Sebbene non lo dicesse, capii che temeva che Jonathan stesse diventando pazzo.

Con delicatezza presi le mani imploranti di Madam Mina tra le mie e l’aiutai a rialzarsi. Mentre la conducevo al divano e mi sedevo accanto a lei, dissi con la sincerità più estrema:

«Mia cara Madam Mina, da quando sono venuto a Londra in risposta alla chiamata del mio amico John Seward, ho trovato numerose persone — incluso Arthur (cioè, Lord Godalming) e la nostra Miss Lucy — la cui forza di fronte alla disperazione e la cui pietà mi hanno colpito profondamente. Sono onorato di chiamarli amici e di sapere che essi pensino lo stesso di me. Dai vostri scritti e dalla vostra sola presenza, so che voi siete buona e meritevole come loro. Per favore, pensate a me come a un vostro amico, Madam Mina, e sappiate che io aiuterò voi e vostro marito in ogni modo.

Ma prima vi dovete calmare e, quando il pranzo sarà pronto, dovete mangiare. Dopo di ciò, mi potrete esporre in dettaglio i vostri guai».

Mentre parlavo, era già ritornata calma, e l’ombra si era dileguata dal suo viso, lasciandola controllata ma speranzosa. Scendemmo di sotto per il pranzo, e dopo ci ritirammo nel salotto dove io insistetti affinché parlasse di Jonathan.

Abbassò lo sguardo: in effetti, sembrava guardare dentro se stessa per la soluzione di qualche dilemma.

«Dottor Van Helsing», e a questo punto alzò ancora gli occhi per guardarmi con quel suo sguardo franco e onesto, «ciò che vi devo dire è così strano che persino io non sono sicura se crederci. Suona tutto come follia; così mi dovete promettere che non riderete per ciò che vi confiderò».

Il mio polso accelerò; compresi che stavamo per parlare di Dracula e delle sue azioni. Mrs. Harker non era una pazza, di ciò ero certo, e così sorrisi mestamente mentre confessavo:

«Mia cara, se solo sapeste com’è strana la ragione per cui sono qui, sareste voi che ridereste. Ho imparato nel corso del tempo a non negare la convinzione di nessuno senza investigare, per quanto essa possa sembrare bizzarra Q impossibile».

Mi guardò intensamente mentre parlava, e io penso che fu la comprensione nel mio sguardo più che il senso delle mie parole che la convinsero. Si rilassò e assentì, rassicurata.

«Grazie, dottor Van Helsmg», disse, quindi si alzò, andò alla scrivania, e prese nuovamente dal cesto un altro mucchio di fogli, che mi porse.

«Questo è il diario che mio marito teneva mentre era in Transilvania. È lungo, ma io l’ho dattiloscritto; spiegherà meglio di quanto possa fare io in poche parole la gravità del suo problema. A dire la verità, quando lo lessi — solo recentemente, e per la prima volta — i dettagli erano così complicati e coerenti che quasi vi credetti. Persino ora, sono presa dal dubbio. Non posso dire altro: volete prenderlo, per leggerlo e giudicarlo? Attenderò vostre notizie».

«Lo leggerò stanotte», promisi, poiché ero ansioso di leggerlo quanto lei di udire la mia opinione al riguardo. «Resterò a Exeter stanotte, in modo da farvi sapere subito il mio parere. Posso venire di nuovo domani per vedere sia voi che vostro marito?».

Il grande sollievo sul suo viso fu meraviglioso da vedere; così il nostro incontro fu stabilito. Lei naturalmente suppose che io desiderassi fare un esame accurato della mente di Jonathan ma, in verità, volevo vedere da solo se il segno del Vampiro era su di lui.

Così trascorsi quella notte in una tranquilla stanza d’albergo, leggendo il diario privato di un uomo che aveva vissuto all’inferno e ne era emerso in qualche modo intatto. Era stato intrappolato da Dracula nel castello per due mesi, povero diavolo, e se le sue impressioni possono essere credute, non fu mai morso da Dracula ma era considerato cibo da lasciare per tre Vampire che lui aveva definito “le tre spose”.

Avrei potuto pensare che, nella sua paura, si fosse sbagliato a calcolarne il numero — poiché Zsuzsanna chiaramente veniva citata, come Dunya e, quando ero stato al castello l’ultima volta, quelle due erano le sole “donne” presenti. Ma sentire che una veniva chiaramente descritta come “dai capelli d’oro” e “con occhi di zaffiro”, — mi faceva pensare che non poteva essere nessuna delle due. La mia ipotesi era che quella doveva essere l’“Elisabeth” di Zsuzsanna; se era così, anche lei doveva essere a Londra.

Mentre leggevo il manoscritto, mi venne in mente un altro pensiero fastidioso: avrebbe potuto Jonathan essere stato morso, senza esserne consapevole, da Vlad o da una delle donne? Comunque, ero deciso a scoprirlo durante la mia prossima visita alla casa degli Harker.

Ma insieme alla mia paura sia per Madam Mina che per il novello marito si fece strada in me un crescente senso di ammirazione per lui. Era un giovane e ingenuo avvocato che si era trovato improvvisamente nella più straziante delle circostanze: nel Castello di Dracula, di fronte a Vampire che scomparivano, alle allusioni sadiche di Vlad riguardo al suo destino finale, e alla comprensione che il Principe (cioè, il “conte”, poiché così Dracula amava presentarsi ai suoi avvocati di Exeter) non gettava alcun riflesso negli specchi, comandava ai lupi, catturava bambini piccoli e li dava a quelle donne malvage per il loro sostentamento e, peggio di tutto, il fatto che lui, Harker, era chiuso all’interno del castello senza alcun mezzo di fuga.

Si era arreso? Aveva ceduto a quelle immortali seduttrici? No. Invece, sapendo che sarebbe morto se non avesse agito, Jonathan era uscito strisciando dalla finestra a parecchie centinaia di piedi di altezza dal terreno roccioso sottostante e, per pura forza di volontà, si era appeso con i piedi e le dita alle pietre e alle fessure della parete del castello. Così era sceso ed era scappato a piedi: un’azione quasi impossibile.

Prima di fuggire, aveva incontrato Vlad addormentato nella sua bara… non una, ma due volte. La maggior parte degli uomini sarebbero scappati in preda al terrore, ma Harker, aveva sentito che il “conte” era un mostro che doveva essere distrutto ad ogni costo. Così era tornato di sua volontà nel luogo dove Vlad riposava e aveva tentato di uccidere il Vampiro con nient’altro che una comune pala. Poteva essere un avvocato ma era coraggioso e onesto e, se era fuggito dalla tana dei Vampiri senza essere morso (sebbene sicuramente non incolume), meritava più di chiunque altro di far parte della battaglia che si presentava al nostro piccolo gruppo.

Appena finito questo stupefacente racconto, scrissi a Madam Mina che il diario di suo marito era del tutto veritiero, così come il suo cervello e il suo cuore, e che la sua preoccupazione per la sua sanità mentale era inutile. Mandai un corriere dall’albergo, in modo che potesse ricevere queste notizie (le possiamo veramente chiamare buone, o cattive? Beh, erano entrambe le cose) immediatamente.

Entro un’ora ricevetti una lettera dallo stesso messaggero: Madam Mina aveva scritto un risposta immediata, chiedendomi di andare il giorno seguente non per il pranzo ma per la colazione.

Precisamente a venti minuti alle otto di questa mattina, ho risposto al bussare alla porta della stanza del mio albergo, e mi sono trovato faccia a faccia con il coraggioso Mr. Jonathan Harker, che era venuto a prendermi. Sembrava, come sua moglie, molto più giovane dei suoi anni, con dei capelli ricci castano chiaro e una condotta da uomo d’affari; non lo si sarebbe mai pensato capace delle sbalorditive imprese fisiche e del coràggio professato nel diario. Lo invitai subito ad entrare, con il pretesto che avrei avuto bisogno di un momento per prendere il mio cappotto; ma il vero motivo era di averlo alcuni minuti con me senza essere osservato.

Quando entrò, chiudendo dietro di sé la porta, mi avvicinai immediatamente e sostenni il suo sguardo. Era un soggetto facile, e cadde in trance quasi istantaneamente.

Non ci fu alcun segno immediato di aura color indaco, ma io non persi un attimo; aprii il colletto e glielo tolsi, poi sbottonai la parte superiore della camicia per esaminare completamente il collo e la clavicola.

Nessun segno. Emisi un sospiro così profondo che riuscii a malapena a restare in piedi e, con una scusa silenziosa, rimisi a posto i vestiti di Jonathan meglio che potei. Poi stavo per svegliarlo… ma qualcosa di impercettibile nel suo sguardo e nella sua aura (perfettamente arancione, come quella di Arthur) mi turbò. Era chiara, vibrante, splendente ovunque guardassi, ma nel mio campo visivo, percepii un indizio di incipiente indaco.

Non so cosa volesse dire. In tutti i miei anni di caccia, avevo visto tracce dell’aura scura solo in coloro che il Vampiro aveva morso. E, in tali casi, si era sempre mostrata in modo ovvio, diretto: prima nello sguardo della vittima, poi vagante nella sua aura più chiara.

Mai l’avevo sentita così: che aleggiava vicino, appena nascosta. Forse, pensai, erano soltanto gli effetti psicologici residui del suo imprigionamento nella torre, ma non potevo esserne sicuro. Perciò ritenni più saggio non rivelare tutto ciò che sapevo a Mr. e Mrs. Harker, per evitare che l’Impalatore fosse messo a parte dei nostri piani.

Presa la decisione, gentilmente liberai Jonathan dalla trance. Ritornò alla coscienza con facilità, senza notare alcun cambiamento. Svegliandosi, sembrò interamente libero da qualsiasi traccia del potere del Vampiro. Immediatamente lo afferrai per la spalla, voltai il suo viso verso la luce che proveniva dalla finestra e, studiandolo attentamente, dissi:

«Ma Madam Mina ha detto che eravate malato… che avevate avuto uno shock!».

Nell’udire ciò sorrise, e rispose che era stato malato e che aveva avuto uno shock ma che io l’avevo curato con la mia lettera. Era un tipo onesto, piacevole — deve esserlo, per aver conquistato una moglie così brava come Madam Mina — e facemmo una piacevole cavalcata fino a casa sua. Per la strada, mi disse che voleva fornire qualsiasi aiuto avesse potuto contro il “conte”. Nei suoi occhi brillava un ardente desiderio (forse, persino grande come il mio) di vedere il mostro distrutto.

Nascondendo la mia inquietudine, gli dissi che avevo veramente bisogno del suo aiuto e immediatamente: il mio lavoro sarebbe stato grandemente facilitato se lui avesse potuto fornirmi informazioni riguardo a tutti gli affari conclusi con il “conte Dracula” prima del suo viaggio in Transilvania.

Promise di farlo prima che lasciassi Exeter nella tarda mattinata e, difatti, dopo che fummo ritornati a casa sua e dopo aver fatto colazione con Miss Mina, mi diede un fascio di carte che avrei potuto leggere sul treno che mi riportava a Londra.

Lui e sua moglie sono persone buone, gentili e, quando vedo cosa hanno già sofferto per mano di Vlad, posso solo pensare a me e a Gerda quando eravamo giovani, prima che la nostra piccola famiglia fosse distrutta dal Vampiro. Qui a Londra, per la prima volta in molti anni, ho cominciato a sentirmi circondato di nuovo da una famiglia, da anime coraggiose e affettuose unite da un male comune. Non potevo sopportare di pensare che Harker e la dolce Madam Mina fossero separati o trasformati in meschine parodie di se stessi come Morti Viventi.

Ma come potevo proteggerli, senza eventualmente esporre John e gli altri a un ulteriore pericolo, se Jonathan era l’involontaria spia di Vlad?

Non lo sapevo ma, mentre Jonathan mi riportava alla stazione, chiesi piano:

«Se, in futuro, vi dovessi chiamare entrambi, voi e Madam Mina, a Londra, verreste?»

«Chiamateci quando volete», mi rispose, «e noi verremo».

Ho parlato francamente con John riguardo agli Harker. Lui è d’accordo che dobbiamo fare ciò che possiamo per aiutare sia Madam Mina che suo marito ma, come me, è perplesso su ciò che la traccia obliqua color indaco di Jonathan possa significare. Perciò abbiamo deciso che, quando gli Harker verranno a Londra (e io non ho dubbi che verranno), staranno qui nel manicomio.

Loro non sapranno che io sono qui — manterrò l’invisibilità per me e per Gerda nelle nostre rispettive celle — e questo mi aiuterà a mantenere un controllo nascosto su Jonathan finché stabiliremo se è un agente di Vlad o no. Fino ad allora, supporremo che lo sia, e useremo segretamente precauzioni simili a quelle che io uso già con Gerda. Questo sarà, per Mrs. Harker, la cosa più sicura.

John si è mostrato d’accordo nel non rivelare agli Harker alcuna informazione che li possa mettere in allarme circa la profondità delle nostre conoscenze; invece, faremo finta di essere degli ingenui pasticcioni che non sanno nulla della nuova forza di Vlad. Così, se Vlad è a conoscenza dei pensieri di Jonathan, scoprirà ben poco dei nostri piani.

Ho anche avvertito John che Madam Mina ha ricopiato il suo diario e quello del marito, e che me li ha offerti; potrebbe venire il momento in cui potrebbe essere chiamato a dare il suo. Per quanto riguarda me, posso facilmente dire che non ho alcun diario, poiché gli Harker non lo vedranno — né vedranno me — al manicomio.

Ma John registra giornalmente sul suo fonografo — qualche volta più di una volta al giorno — e la sua attrezzatura è troppo difficile da nascondere. Gli ho chiesto di non registrare alcun dettaglio che non desidera far ascoltare a chiunque o, almeno, di registrarli segretamente con la penna, in modo che non possa essere ascoltato, e il diario possa essere nascosto.

È stato d’accordo, e ritornerà anche indietro per ascoltare quello che ha già registrato. Ogni bobina che contenga registrazioni che rivelino troppo, sarà nascosta nella mia cella e lui la registrerà di nuovo per renderla coerente con ciò che noi vogliamo che gli Harker — e, di conseguenza, Arthur e Quincey — sappiano. Ci siamo accordati che John farà la parte dello scettico, che non sa niente del Vampiro ed è restio a crederci.

Ho un’altra ragione per dissimulare, una che, forse, è sciocca: se Madam Mina, coraggiosa e forte anima, dovesse conoscere la misura dei poteri di Vlad, potrebbe perdere la speranza. E questo non riuscirei a sopportarlo.

Capitolo tredicesimo

Il diario del dottor Seward

29 settembre. Che strano scrivere con la penna e nella mia camera da letto invece che nell’ufficio. A malincuore acconsento all’inganno, specialmente a quello che può avere come oggetto i miei due più cari amici, Art e Quincey, ma ne capisco la ragione e devo trarre conforto dal fatto che, così facendo, li proteggo.

Così, ecco la verità: devo registrarla in qualche modo, affinché non dimentichi tutto e non cominci a credere alle mie stesse menzogne.

Oggi, poco dopo mezzogiorno, il professore mi ha riportato alla tomba di Lucy. Il nostro piano per entrare nel cimitero era molto semplice: avremmo atteso un funerale, che si pensava avesse luogo a mezzogiorno, poi ci saremmo nascosti quando i partecipanti se ne fossero andati (sembrava non esserci ragione di suscitare sospetti scavalcando il muro nella piena luce del giorno). Il becchino, pensando che tutti se ne fossero andati, avrebbe chiuso a chiave il cancello di ferro dietro di sé, poi saremmo stati liberi di fare come desideravamo, poiché Van Helsing mi aveva confidato di aver tenuto con sé la chiave della tomba delle Westenra, che il becchino gli aveva consegnato per darla ad Arthur.

Lo ammetto: accompagnai Van Helsing con molta trepidazione. Il mio dolore per la morte di Lucy, sebbene non più vivissimo, era ancora fresco, ed essere finalmente testimone della realtà del vampirismo con lei come esempio, sembrava troppo doloroso. Penso che acconsentii in una sorta di intontimento poiché a stento potevo crederla morta, e ancora meno trasformata in un mostro. Parte di me sperava che il professore fosse un pazzo con le allucinazioni e che tutto quel parlare di succhiare sangue e di Vlad Dracula non fosse che un sogno da cui mi sarei presto svegliato. Così andai, credendo solo a metà che avrei visto la prova delle pretese di Van Helsing.

Il nostro piano funzionò come un orologio. Andammo al cimitero e attendemmo finché il cancello fu aperto e i partecipanti al funerale furono arrivati. Poi anche noi entrammo: vestiti di nero, per adeguarci. Il professore aveva portato la sua borsa da medico, cosa che mi provocò un po’ di paura, poiché sentivo che avrebbe attirato l’attenzione su di noi; fortunatamente, aveva ragione riguardo al fatto che nessuno l’avrebbe notata o, se questo fosse accaduto, che ne avrebbe pensato qualcosa.

Era un giorno gelido, grigio, desolato e umido per la nebbia; un giorno appropriato per il nostro compito. Per tutto il funerale, restammo tranquilli ai margini del gruppo di persone. E, quando fu finito e la gente cominciò a sparpagliarsi, andammo dietro la tomba più lontana e aspettammo finché udimmo il rumore del becchino che chiudeva il cancello.

Infine, quando non ci fu più nessuno, Van Helsing mi condusse al piccolo edificio quadrato, di pietra, sulla cui entrata era incisa la parola:

WESTENRA

Ero stato troppo sconvolto durante il funerale di Lucy per ricordare dove si trovasse la tomba; il mio sguardo era concentrato sulla bara, coperta di lino e cosparsa di fiori bianchi, mentre cercavo di immaginarmi come sarebbe apparsa da Morta Vivente. Sarebbe stata ancora più bella o anche riconoscibile come la dolce ragazza che era stata? Avrebbe avuto lunghe zanne piene di saliva e una forza inumana, mentre usciva dalla lastra di piombo che doveva contenere il puzzo dei suoi resti in putrefazione?

Il professore sentì chiaramente la mia crescente riluttanza, poiché pose brevemente una calda mano sulla mia spalla per infondermi conforto e incoraggiamento. Poi si mise, con la chiave, a lavorare alla serratura. La prima era antica e un po’ arrugginita e gli richiese un lavoro di parecchi secondi prima che, finalmente, la grossa porta di metallo emettesse un lugubre cigolio e si aprisse.

Ci volle un po’ di sforzo da parte di entrambi, mentre io mi chiedevo, in continuazione, in che modo Lucy avrebbe mai potuto farcela. Il professore mi fece cenno di entrare; un gesto oscuramente cavalleresco, se mai ci fu. Così feci, e sobbalzai quando un topo nero squittì passandomi sopra un piede.

All’interno, l’aria era fredda, ma stantia e pesante per l’odore di fiori in putrefazione. Era, penso, il luogo più disperato in cui mi fossi mai trovato poiché, nel corso di una settimana, le ragnatele si erano infittite, e numerosi scarafaggi dal dorso lucido strisciavano davanti ai miei piedi. Tutto quanto — le alte finestre ottagonali, le mura vuote, le ombre striscianti — era ricoperto da un sottile strato di polvere che sembrava assorbire tutta la luce. Suppongo che l’aspetto sinistro mi turbò, poiché il professore mi toccò una spalla per farmi ritornare in me.

Sobbalzai di nuovo, con grande imbarazzo, poi cominciai a seguire Van Helsing, che mi aveva sorpassato sapendo dove andare, uscendo dalla stretta entrata per passare in una stanza più ampia dove una ventina di bare erano adagiate su catafalchi di marmo. Era facile indovinare quali fossero quelle di Mrs. Westenra e di Lucy, poiché le altre erano tutte ricoperte da uno strato talmente fitto di polvere (che dimostrava quanto tempo era passato da quando qualcuno era venuto lì) che non si riuscivano a vedere né il colore della bara né la targhetta del nome.

Il professore andò immediatamente, con la borsa in mano, verso le bare più pulite, e diede un’occhiata in basso alle targhette d’argento per accertarsi quale fosse quella di Lucy. Una volta deciso, posò la borsa e ne tirò fuori un cacciavite e un seghetto, che poggiò, con una certa insensibilità, sulla vicina bara di Mrs. Westenra.

Devo dire che ero completamente stupefatto dalla sua incredibile calma e concretezza. Essendo un medico esperto, da lungo tempo avevo perduto la mia schizzinosità circa i morti, ma quello al quale ci avvicinavamo ora non era un cadavere ordinario, né le circostanze erano ordinarie. Van Helsing però si comportava come se si trattasse di qualcosa che aveva fatto per tutta la sua vita.

Senza fanfara e neanche un accenno di rispetto, alzò il coperchio della bara, con una tale rapidità che io riuscii a malapena ad evitare di tirarmi indietro. Era sciocco farlo da parte mia, poiché il mio cervello sapeva bene che avremmo visto soltanto il rivestimento di piombo, ma il mio cuore aveva evidentemente fatto sì che me lo dimenticassi per un istante. I fiori morti posti sulla bara di Lucy — uno dei quali io stesso avevo poggiato lì una settimana prima — si sparsero a terra con un fruscio, un crudele ricordo che persino lo stesso dolore non durava in eterno.

Il professore non li degnò di attenzione ma, con il freddo distacco che gli ho visto assumere in chirurgia, prese il cacciavite. Con un improvviso movimento violento, fece del suo pugno un martello e colpì il manico del cacciavite così che la sua punta aprì il sottile rivestimento di piombo.

Questa volta indietreggiai davvero e tirai fuori il mio fazzoletto, del tutto pronto a proteggermi dalla conseguente fuga di gas nocivo che sarebbe venuta dal cadavere vecchio di una settimana. Ma non arrivò nessuna puzza. Mi permisi di tirare un respiro e rimasi affascinato da ciò che seguì.

Van Helsing posò il cacciavite e prese il piccolo seghetto. Dopo averlo infilato nello spazio lasciato dalla perforazione, segò alcuni pezzi da un lato della bara, poi nella parte superiore, quindi dall’altra. Poi afferrò la lingua di metallo in cima e la tirò giù fino alla fine, come una madre potrebbe tirare giù una coperta troppo calda per non svegliare un bambino che dorme.

Ma non c’era niente di tenero nei movimenti del professore; quando tirò indietro il rivestimento di piombo lasciando vedere il cadavere al di sotto, la sua espressione era più fredda e più dura di quanto avessi mai visto.

«Amico John», gridò, con una voce così profonda e severa che nessuno avrebbe osato disobbedire. «Non guardarla! Non guardarla!».

In realtà, non mi ero fatto forza a sufficienza per fissarla, così il suo ammonimento arrivò in tempo. Si mise tra me e la bara e disse con foga:

«Ho fatto male a non avvertirti prima. No, guarda me, non lei… sì! E ora ascolta: senti la tua aura e attirala dentro di te, verso il tuo cuore. Rafforzati lì. Questo ti proteggerà dalla sua forza di attrazione, adesso e in futuro. Sì, sì!», gridò approvando.

In apparenza il mio viso era cambiato mentre mettevo in pratica la sua lezione. In effetti, scoprii che la conseguenza era che avevo “indurito il mio cuore”. Lo sforzo emotivo del doloroso incontro fu all’improvviso più facile, e io mi trovai posseduto in una certa misura dalla calma concentrazione del professore.

Mentre il mio equilibrio ritornava, emisi un sospiro.

«Benissimo!», disse il professore. «Benissimo! Se ora desideri guardarla, puoi farlo; se vedrò che hai dei problemi, ti aiuterò. Mi scuso per non averti insegnato prima questa tecnica. Sono stato abbastanza sciocco da credere che i talismani che avevo lasciato con lei sarebbero rimasti e che l’avrebbero tenuta nella tomba finché non fossimo riusciti a mandarla in un riposo più onorevole. Prima che fosse posta nella bara, li avevo posti sulle sue labbra e sul suo seno ma, vedi? Qualcuno li ha tolti». Sospirò. «Li avevo messi su di lei durante la veglia ma qualcuno, in casa, li tolse allora: due crocifissi d’oro. Così, prima del funerale, pagai il becchino e ne misi altri due sopra di lei prima di vedere che la chiudevano sotto il piombo. Ora qualcuno ci ha ingannato di nuovo, ma non un mortale, temo, o il piombo sarebbe già stato tolto».

Lo ascoltai soltanto a metà poiché, quando mi aveva dato il permesso, avevo subito guardato Lucy. Dire che era bella sarebbe stato un insulto; nella morte vivente, lei andava oltre la bellezza, oltre la radiosità. Di fatto, era come se lo stesso sole fosse stato avvolto in un sudario bianco, lasciando vedere soltanto in alcune parti — testa e mani — la sua piena gloria lucente. I suoi capelli, che erano stati color cenere e biondi dove il sole estivo li rendeva più chiari, erano adesso di un glorioso e scintillante bronzo con striature di oro fuso. Le sue labbra erano del rosa delicato, iridescente, della madreperla, proprio come i suoi occhi — occhi aperti, che guardavano senza vedere un punto oltre il soffitto — erano del verde mare della madreperla lucidata. E il suo viso era quello della luna, pieno di una radiosità interna.

Un pensiero, un piccolo pensiero — Mio Dio, com’è bella! — e un momentaneo e sottile desiderio di rinunciare a tutto ciò che era morale e giusto, e di raggiungerla nell’estasi eterna. Sentii il mio cuore che andava verso di lei come la marea cerca la luna. Ero perduto, vinto.

Ancora una volta, il tocco della mano del professore mi riportò indietro dalla mia pericolosa fantasticheria. Alzai lo sguardo e inghiottii aria; fissando i profondi occhi blu di Van Helsing, mi concentrai, e di nuovo ripresi il controllp del mio cuore e delle mie emozioni.

«Sto bene», dissi. «Non la guarderò più».

E, per mostrare la mia determinazione, mi allontanai dal cadavere e mi voltai verso l’entrata.

Rimase lì soltanto pochi secondi in più per lasciare altri talismani e rimettere a posto il piombo, poi richiuse il coperchio della bara.

«Per il bene di Arthur», disse con aria cupa mentre ce ne andavamo, «e per il fatto che sono stato troppo arrogante nel portare con me il palo e il coltello, pensando che la mia debole magia l’avrebbe tenuta qui — non l’uccido adesso ma, se stanotte non riusciremo a farlo, quando Arthur e Quincey verranno, allora ci sarà molto sangue sulla mia testa: molto sangue!».

Ora è sera e Arthur e Quincey arriveranno tra poche ore in risposta alle lettere del professore. Il pensiero di ciò che sta per accadere mi lascia troppo inquieto per cenare.

Il diario del dottor Van Helsing

29 settembre. Arthur e Quincey sono arrivati la notte scorsa alle dieci, entrambi con un’espressione confusa. Come concordato, John ci condusse tutti dentro al suo studio e chiuse la porta a chiave, cosa che non fece che sottolineare il misterioso senso di segretezza.

Una volta che gli altri ebbero preso posto sul lungo divano, io rimasi davanti a loro rivolgendomi ad essi, e tutti e tre mi guardarono con curiosità e anche con una debole speranza, come se ci potesse essere qualcosa di buono nel mezzo di tutto quel dolore. Arthur aveva un aspetto terribile; nel corso di una settimana era invecchiato di quindici anni. La sua fronte, prima liscia, era piena di rughe, e i suoi occhi erano ancora fissi; in essi, io vidi entrare e uscire pensieri di tristezza, come nuvole passeggere. Si trovava in quel terribile primo stato di lutto in cui qualsiasi vista, qualsiasi suono, qualsiasi ricordo, potevano toccarlo e riaccendere il dolore.

Anche Quincey stava soffrendo nel suo modo tranquillo. Le sue labbra già sottili erano diventate notevolmente più fini, e le ombre si erano raccolte sotto i suoi occhi stanchi; sotto le lentiggini che stavano così bene con i suoi capelli rosso scuro, la sua pelle era diventata pallida. Era seduto con il suo grande e bianco Stetson che rigirava tra le dita ossute e giocava con il bordo, così che il cappello girava lentamente. Ma, nonostante la sua sofferenza, manteneva un’allegria forzata per amore dei suoi amici.

Per me fu un momento difficile, mentre fissavo quelle anime buone ma turbate; avevo riflettuto a lungo su quell’incontro, ed ero arrivato all’infelice conclusione che non c’era, semplicemente, un modo indolore per farlo. Così cominciai dicendo che avevo finalmente compreso cosa aveva ucciso Lucy e che lei si trovava, in quel momento, in uno stato tale che noi avevamo un ultimo compito da svolgere, per amore di lei.

Arthur si irrigidì per l’orrore.

«Dottor Van Helsing, intendete dirmi che è stata sepolta viva?».

Scossi la testa: no, no.

«Caro Arthur, caro amico, credete in me? Credete che io mi sono onestamente preoccupato per Lucy e che volevo, e ancora voglio, solo il meglio per lei?»

«Sì, certo», disse, ma i suoi occhi rimasero pieni di tormento.

«Allora permettetemi di portarvi alla sua tomba, poiché lì si trova l’unica prova fisica necessaria a spiegare cosa dobbiamo fare. Se volete aver fiducia e venire con me…».

L’espressione di confusione e dolore sul viso di Arthur mi muoveva a compassione, ma io rimasi freddo e risoluto.

«Prima», rispose Arthur, lottando palesemente per controllare i suoi sentimenti, «devo sapere perché abbiamo bisogno di andare alla tomba. Quale terribile mistero può essere, che voi non potete dirlo semplicemente, come un amico?»

«Vi posso soltanto dire che è per amore di Miss Lucy che andiamo», replicai. «C’è qualcosa che resta da fare per lei, in modo che possa riposare in pace nella morte».

Quincey Morris si mise il cappello in grembo e si chinò in avanti per dire, in tono agitato:

«Bene! Vedete, professore? Ritornare alla tomba per ragioni misteriose è una cosa crudele per Arthur, non pensate? Non vedete quanto è difficile per lui?».

Trattenni la lingua ma pensai: Ah, povero Quincey, so che non è più facile per te!

Continuò, in tono di rimprovero:

«Se la povera ragazza è morta, è morta; che altro possiamo fare per lei?».

Completamente calmo, gli risposi:

«Dobbiamo tagliarle la testa, trapassarle il cuore con un palo, e riempirle la bocca di aglio».

Gli occhi di John si spalancarono immediatamente per puro sgomento davanti a quella improvvisa e spietata rivelazione. Quincey, d’altro canto, si chinò ulteriormente in avanti e mise le dita sulla pistola che portava alla cintura.

Per quanto riguarda il povero Arthur, divenne livido e si alzò in uno scoppio di furia, piegando il braccio destro e tirandolo indietro per prepararsi al colpo che mirava alla mia mascella.

E, prima che John potesse alzarsi per impedirglielo, sferrò un pugno. Ero preparato a un colpo simile; prima che potesse incontrare l’ostacolo, avevo già fatto un passo indietro e avevo ritirato la mia aura, rendendomi del tutto invisibile.

Arthur colpì l’aria, poi indietreggiò con aria di completo stupore, e guardò il pugno con la bocca aperta, come se si aspettasse di trovarvi qualche difetto. Non trovandone nessuno, fissò a bocca aperta la stanza che lo circondava.

Il nostro amico Quincey affondò lentamente nei cuscini e rimise tranquillamente le mani in grembo. Guardai mentre il suo grosso pomo d’Adamo ricoperto di lentiggini lentamente scendeva e poi si alzava di nuovo. Accanto a lui sedeva John, la cui espressione era una strana mescolanza di dolore, di disapprovazione, e di crescente ilarità.

Per lo spazio di parecchi secondi, nessuno pronunciò una parola. Giustamente soddisfatto per averli colpiti, andai dietro al divano dove i due uomini stavano seduti, mi materializzai, e dissi tranquillamente:

«Signori…».

Tutti girarono di scatto le teste per fissarmi. Arthur era così fortemente imbarazzato che cominciò ad oscillare sui piedi. Io girai rapidamente intorno al divano e ritornai da lui: mi strinse le spalle, con gli occhi spalancati e in silenzio, poi si lasciò condurre al divano, dove sedette tra John e Quincey.

«Signori», continuai, «quello che avete appena visto potrebbe essere la conseguenza del fatto che tutti e tre siete impazziti contemporaneamente del tutto, o ci potrebbe essere un’altra spiegazione, una non accettabile secondo la nostra attuale concezione di scienza. Vi devo far giurare il silenzio riguardo a tutto ciò; se voi sceglierete, invece, di parlarne, sappiate che io lo negherò, e che dirò che siete dei pazzi».

Di nuovo, non vi fu una sola parola di risposta.

«Miss Lucy è stata morsa da un Vampiro…», cominciai. Nell’udire ciò, Quincey si agitò e aprì la bocca per parlare, ma io lo feci stare zitto con uno sguardo. «Non il pipistrello, come l’amico Quincey suggerisce, ma un uomo reale che si è trasformato in una creatura né viva né morta; quel Morto Vivente che i rumeni chiamano nosferatu. In inglese, un Vampiro; uno che succhia il sangue dei viventi i quali, a loro volta, diventano Vampiri dopo la morte».

«Che cosa state dicendo?», chiese Arthur lentamente. Non c’era rabbia, ma solo dolore, nella sua voce. «Che Lucy è morta per il morso di uno di questi?».

Annuii, indurendo il mio cuore alla vista dell’effetto su di lui di quella terribile rivelazione.

Quincey gettò di lato il cappello e fece scorrere la mano tra i capelli radi.

«Professore, io vi rispetto», disse, palesemente turbato. «Forse anche di più dopo la vostra piccola dimostrazione qui stasera». A questo punto, noi due sorridemmo debolmente. «E anche se non l’avessi vista, vi crederei egualmente un uomo onesto con le migliori intenzioni, ma… questa non è una cosa che io — che Arthur — può prontamente accettare. Dato che quello che state dicendo è che Miss Lucy è… è…».

La sua voce si spense nel silenzio.

«Non mi aspetto che mi crediate senza vedere la prova. Così vi ho chiesto di venire con me stanotte al cimitero di Kingstead». Qui mi rivolsi ad Arthur, che era ancora intontito, «E, se lo crederete, Lord Godalming, permettetemi di distruggere quella creatura, in modo che la vera Miss Lucy possa riposare».

Arrivammo a Kingstead poco prima della mezzanotte e scavalcammo con facilità la bassa recinzione di pietra (Quincey, con le sue lunghe gambe magre, semplicemente la oltrepassò). Era una notte gelida e ventosa e, sebbene la luna fosse ancora radiosa, delle veloci nuvole ineguali oscuravano, di tanto in tanto, la luce. Avevo portato la mia borsa da medico con i pochi attrezzi necessari e una lanterna spenta. John e Quincey erano al fianco di Arthur, formando una barriera tra il loro amico e la terribile esperienza che doveva venire. John era cupo ma risoluto; Quincey rimaneva in silenzio, ma continuava a gettare degli sguardi solleciti ad Arthur come se fosse deciso a interrompere l’operazione quando il suo amico avesse mostrato turbamento.

Per quanto riguarda lo stesso Arthur, resisteva ammirevolmente bene. La sua espressione mostrava lo sforzo di ritornare in quel luogo di dolore, ma solo leggermente, e non cambiò quando ci avvicinammo alla tomba.

Una volta lì, aprii rapidamente la porta, poi mi voltai verso John e dissi:

«Tu eri con me ieri; il corpo di Miss Lucy era nella bara?»

«Lo era», affermò solennemente.

Aprii spingendo la pesante porta di ferro, con la melodia del metallo che grattava contro la pietra. Vedendo che gli altri tre uomini indugiavano, esitando, io entrai per primo, poi accesi la lanterna. La luce che gettava era debole; volevo che la nostra entrata fosse notata il meno possibile.

Una volta che fui dentro, gli altri entrarono, e io li indirizzai alla bara di Miss Lucy. Ancora una volta posai la mia borsa e tirai fuori il cacciavite con il quale aprii il coperchio, poi lo tolsi. Avevo tirato nuovamente il rivestimento di piombo sopra il cadavere; quando Arthur vide come era stato aperto, impallidì, ma continuò a restare in silenzio, in attesa.

Tirai giù il rivestimento di piombo e vidi una bara scura, vuota. Era come mi aspettavo, poiché ero venuto prima del calare del sole quella sera per togliere i talismani. Conoscevo il cuore di Arthur e capivo che mostrargliela addormentata e bella non gli avrebbe fatto bene. Quella notte sarebbe dovuta essere la loro prima notte di nozze; così dovevo mostrarla come il mostro che era diventata, senza nessuna traccia di bellezza o di romanticismo.

«Diglielo», ordinai a John.

Così John parlò — in modo estremamente eloquente — della nostra visita alla tomba. Uomo di medicina com’è, spiegò — distogliendo lo sguardo quando vide la scintilla di dolore e disgusto in quelli di Arthur — il processo di decomposizione e ciò che ci si poteva attendere da un cadavere di una settimana. Eppure lì c’era stata Lucy, intatta e perfetta, più bella di quanto fosse mai stata in vita.

Gli occhi di Quincey si strinsero sopra i suoi lunghi baffi incerati; l’espressione tesa di Arthur non cambiò mai, sebbene il suo pallore crescesse.

«E ora fuori», dissi e li condussi nell’aria dolce e fredda.

I miei tre compagni rimasero in silenzio: Arthur chiaramente sprofondato nei pensieri nello sforzo di decifrare il mistero del corpo scomparso, John ansioso per ciò che sapeva che avrebbe presto visto. E Quincey — l’uomo più pragmatico e di mente aperta che io abbia mai incontrato — aveva cessato di cercare un senso per la bara vuota, e ora attendeva pazientemente di vedere cosa sarebbe accaduto prima di arrivare a qualche conclusione. Con notevole disinvoltura, prese un rotolo di tabacco dalla giacca, ne tagliò un pezzo e cominciò a masticare.

Nel frattempo, avevo tirato fuori altri due attrezzi dalla mia borsa: l’ostia consacrata (caricata di tanto potere quanto ne potevo mettere in un oggetto) e una massa di mastice. Sbriciolai l’ostia nel mastice, lo impastai, e con l’impasto feci delle strisce. Queste le usai per sigillare le fessure intorno alla porta.

Poi ordinai agli altri di nascondersi vicino alla tomba dove non sarebbero stati visti da chiunque si fosse avvicinato. Così restammo in silenzio, per un’eternità: quindici, forse venti minuti.

All’improvviso, notai una bianca figura che si muoveva rapidamente avanzando tra gli alberi di tasso, una figura bianca che stringeva qualcosa di scuro al seno. Feci un segno agli altri e indicai.

In quell’istante, la bianca figura si fermò e si chinò sull’oggetto scuro; si udì un grido acuto di bambino, poi il silenzio.

John, Quincey e Arthur, tutti e tre, sobbalzarono al suono; John si mosse per andare a salvare il bambino (come fece istintivamente Quincey, sebbene non sapesse la gravità del pericolo in cui si trovava il bambino). Ma io feci loro cenno di restare fermi, ed essi obbedirono con riluttanza.

Presto la misteriosa figura si avvicinò sempre di più e, in un raggio di luna vagante, i lineamenti di Lucy Westenra divennero chiaramente visibili.

I suoi lineamenti, dico, ma tutto il resto era diverso. C’erano gli occhi di Lucy divenuti duri, seducenti e freddi; e le sue labbra, non più tenere e dolcemente sorridenti, ma sensuali e provocanti, erano tirate a mostrare lunghi denti aguzzi. E da quelle labbra gocciolava del sangue… fresco e rosso, che scendeva in un sottile rivolo per il mento e sul telo virginale dei suoi indumenti funebri.

Uscii da dietro la tomba, con i miei tre compagni vicini, dietro di me. Alla nostra vista, lei sibilò come un felino minacciato e poi, nel riconoscere Arthur, gettò a terra il povero bambino con infernale indifferenza.

«Arthur», disse, con la voce bassa e languida come un gatto che fa le fusa. «Mio dolce marito, vieni!».

Guardai di lato e vidi Arthur che avanzava verso di lei, con le braccia tese, gli occhi prima intontiti dal dolore e ora senza espressione per la trance. Lui la vedeva, sì, ma non come lei era realmente.

Con un balzo fui tra i due innamorati, tirando fuori un piccolo crocifisso d’oro dalla tasca del mio cappotto e alzandolo davanti al viso di lei. Lo feci con una certa ansia, poiché non avevo modo di sapere se fosse insensibile o meno al talismano. Certamente, era giovane e inesperta, e un nemico molto, molto più debole dello stesso Vlad, ma era la prima figlia del nuovo Vampiro, di Dracula il Potente.

Per qualche inesplicabile grazia, la seconda ipotesi si dimostrò vera. Lei si mostrò sensibile. Alla vista della croce, ringhiò, poi si ritrasse. Mi mossi obliquamente, lasciandole una sola possibilità, che lei colse. Con velocità soprannaturale, sfrecciò verso la porta della tomba, intenzionata a trovarvi un rifugio (era veramente una neofita, poiché un qualunque Vampiro esperto sarebbe semplicemente scomparso, e poi sarebbe fuggito in un altro nascondiglio, lontano da minacciosi mortali).

Feci segno ai miei compagni di circondarmi, e tutti e quattro ci avvicinammo alla porta della tomba in un mezzo cerchio, costringendola così tra la croce e l’ostia. Lei esitò come un animale in trappola che cerca di valutare le sue possibilità: si doveva arrendere, combattere, o fuggire?

La furia le contorceva il viso. Quindi si voltò verso di noi, gli occhi socchiusi ma incendiati dalle fiamme infernali, la bocca tirata in un ghigno malvagio che mostrava aguzzi denti triangolari. Era il volto di una diavolessa dell’inferno e, alla sua vista, Arthur emise un gemito d’orrore.

Senza distogliere la mia faccia dal mostro, gridai:

«Lord Godalming! Amico Arthur! Mi date il permesso di andare avanti nel mio lavoro?».

Non ebbi bisogno di vederne l’espressione per sapere che era torturato; il dolore della sua voce era sufficiente.

«Fate come volete», disse con un gemito. «Fate come volete. Non può esistere più a lungo un orrore come questo!».

Poggiai la lanterna e mi mossi verso la Vampira che sibilava; la mia intenzione era quella di togliere dalle fessure un po’ della mistura sacra, in modo che Lucy potesse entrare e poi essere richiusa. Ma, prima che potessi farlo, arrivò un’improvvisa raffica di vento, così forte che mi fece cadere sulla schiena nell’erba fredda e umida lontano da Miss Lucy.

Il vortice divenne così forte che mi inchiodò a terra, e così rumoroso che non potevo udire niente dei compagni dietro di me. Lottai per sollevare la testa e vidi, davanti a me, Miss Lucy che sorrideva con sensualità… stretta nell’abbraccio di Vlad.

Fu il più orribile degli spettacoli, poiché lei lo guardava in totale adorazione, mentre lui stava dietro di lei, con un braccio stretto intorno alla vita e una mano sopra un seno. Non so immaginare come Arthur potesse tollerare una tale vista; se fossi stato al suo posto, credo che mi avrebbe annientato. Quando lui la guardò, tra loro passò uno sguardo di tale passione che fui sorpreso che non si accoppiassero lì in quel momento.

Poi lui alzò il viso verso di me; era livido, pieno della furia di un pazzo, dell’odio di un pazzo. Ma ancora giovane e vitale sotto la sua corona piena e ondulata di capelli nero bluastri, i baffi spioventi e la barbetta a punta… e così innaturalmente bello che persino io sentii la sua forza magnetica.

«Come osi pensare di fare del male alla nostra amata!», tuonò, con una voce tre volte più alta del vento. «Come osi…!».

All’improvviso il vento cessò. Spinse Lucy da una parte con la stessa crudeltà con cui lei si era liberata del bambino, e allungò una mano d’alabastro per afferrarmi al collo.

E John — colui che tra tutti sapeva il rischio mortale che correva — si mise di colpo tra noi e colpì l’Impalatore con le sue semplici mani mortali.

I colpi infastidirono Vlad non più di quanto una mosca potrebbe infastidire un mortale. Mentre John colpiva sempre più forte, il Vampiro rideva, mostrando delle fossette nella pelle di porcellana che circondava i baffi; rideva, mentre alzava John per una gamba e un braccio e lo teneva sollevato, poi si voltò, fronteggiando il duro marmo bianco della tomba.

Arthur cominciò a gridare e si avvicinò, minaccioso; Quincey tirò soltanto fuori la sua pistola dal cappotto e fece fuoco, una volta, due, tre… ogni volta colpendo Vlad direttamente nel petto. Ma le pallottole uscivano semplicemente dal suo corpo non vivente senza causare danno, e il perplesso texano guardò la sua pistola, poi di nuovo il suo bersaglio, con occhi grandi, spalancati.

Anche con la sua forza di un tempo, il Vampiro avrebbe potuto facilmente frantumare il cervello di un uomo con una tale mossa. Per come stavano le cose, non avevo speranze per la sopravvivenza di John e, con l’amore disperato, irriflessivo di un padre, gridai:

«Fermo! Fermo! È mio figlio che tieni nelle tue braccia! Uccidilo, e ucciderai te stesso!».

Avevo lavorato così tanti anni per proteggere il mio solo erede nascondendo la verità; adesso la verità era la mia sola speranza di salvarlo. Vlad si fermò; poi aggrottò la fronte guardando John e disse: «Menti! Lui non pensa di essere tuo figlio!». Ma, un istante più tardi, un sottile dubbio gli apparve sul viso, riflettendo, forse, gli stessi dubbi di John sull’argomento.

Di quell’istante approfittammo noi mortali: Arthur, Quincey e io. Ci gettammo con tutto il peso contro Vlad e John; il Vampiro, naturalmente, rimase immobile, ma l’attacco scatenò in lui una tale furia che allentò la presa su mio figlio e, invece, afferrò me, mentre gli altri portavano in salvo John. Anche nel mezzo del mio sollievo, mi venne in mente un pensiero orrendo: dov’era Lucy? E tutti i suoi innamorati sarebbero stati in grado di resisterle senza il mio aiuto?

Ma non riuscivo a vedere nient’altro che il viso dell’Impalatore, poiché lui aveva afferrato la mia gola con le sue mani freddissime e mi fissava negli occhi così da vicino che potei sentire il suo fetido alito — il puzzo del morto che imputridisce — prima che parlasse.

Il volto di Vlad splendeva in modo così brillante, così incandescente per la furia, che io chiusi gli occhi abbagliato, ma l’immagine rimaneva ancora. «Sono stanco di te e dei tuoi giochi, vecchio!», ruggì. «Le cose hanno compiuto un giro completo. Non molto tempo fa, eri forte, sicuro e invincibile, e io decrepito, invecchiato, senza speranza; avevo bisogno di te per la mia stessa sopravvivenza. Ma ora tu sei il vecchio, l’uomo debole senza speranza, e io sono quello invincibile! Chinati e venerami, poiché adesso sei tu ad avere bisogno di me per vivere».

Gracchiai, aprii gli occhi, e poi mossi la lesta, indicando che desideravo rispondere. E, quando lui allentò la sua presa micidiale sul mio collo, non esitai, non vacillai. Dissi semplicemente:

«Uccidimi».

Allora emise un grido di frustrazione che mi lasciò quasi sordo e, quando mi ripresi, disse con scherno:

«Sei così arrogante, così sicuro di te! Tu pensi che non ti possa uccidere, che abbia paura a causa del Patto! Ma senti questo: non ho più bisogno di quello per sopravvivere. Io sono colui che fa i Patti! E tu e i tuoi amici siete morti».

Il mondo si inclinò all’improvviso quando mi sollevò in alto, sopra la sua testa, con le mani ancora intorno alla mia gola, così strette che potevo a malapena tirare il fiato, ed ero troppo stordito per vedere cosa ne era stato dei miei amici. Pregai che fossero fuggiti, non solo per la loro stessa salvezza, ma perché fosse loro risparmiato l’orrore di vedere il loro unico “esperto di Vampiri” sconfitto dall’oggetto della sua caccia.

Sbattei le palpebre e il mondo ruotò nuovamente diventando un opaco muro bianco di marmo. Quindi quello doveva essere il mio destino: avere il cervello spappolato contro la tomba dei Westenra. Non era un destino tanto orribile (considerando le orrende alternative) ma, nel distacco eccezionale causato da quella paura mortale, mi dispiacque lasciare i miei amici, inclusa Miss Lucy, in una situazione così disperata. E anche, stranamente, il terribile disordine che avevo lasciato, disordine che qualche povera anima di classe inferiore sarebbe stata costretta a pulire.

Le mani che mi tenevano si tirarono indietro, poi mi spinsero come una fionda verso il marmo. Devo aver volato non più di una minuscola frazione di un secondo, poiché non eravamo a più di venti piedi di distanza dal muro. Eppure me lo ricordo chiaramente come se ci fossero voluti parecchi minuti, poiché ero consapevole di molte cose: del vento freddo che fischiava oltre le mie orecchie che pungevano, del mio dispiacere nel lasciare Gerda (sebbene sapessi che John ne avrebbe avuto cura nel modo giusto), del mio dispiacere di non vivere per tenere la mano di mia madre sul letto di morte, del mio dispiacere di non aver liberato Miss Lucy dalla maledizione, e infine del mio dispiacere che John dovesse per sempre chiedersi se avevo mentito quando avevo preteso che fosse mio figlio.

Del mio dispiacere, del mio dispiacere, del mio dispiacere…

E dell’incombere del marmo e, persino nella luce fioca, il mio notare ogni disegno nella pietra con morbosa fascinazione. Come sarebbe sembrato lì il mio sangue? Il mio cervello?

Guarda, Brain: ecco la Morte che arriva. Chiudi gli occhi e sii grato di morire senza maledizione.

Così feci, ed ero in attesa, tendendo il mio corpo, dell’impatto che, Dio volendo, sarebbe stato troppo rapido per infliggermi un dolore insopportabile.

Ma l’impatto non venne.

Oh, stavo sospeso e in attesa, con il cuore che martellava come un prigioniero che sta per uscire. Ma sembrava che fossi stato facilitato e impossibilmente fermato da un qualche cuscino invisibile… morbido, fermo, e infinitamente comodo, e tenuto sospeso senza sforzo. Era quella la morte? Era una vita dopo la morte in cui io sudavo, avevo paura, e ascoltavo il battito che mi pulsava nelle vene?

Aprii gli occhi e vidi il marmo bianco a un solo pollice dal mio naso.

Dietro di me udii un’adirata imprecazione in rumeno e, dalla gola di demonio di Lucy, provenne un acuto grido spaventato. Allora la notte si fece improvvisamente calma, e io sentii dentro di me il grande senso di pace che si prova quando il Vampiro è fuggito.

Poi, mentre fissavo, sollevato, il marmo disegnato, sentii e vidi un cambiamento. Il morbido cuscino d’aria che mi circondava si indurì, finché sentii la pelle, i tendini e le ossa che mi sostenevano. Lentamente arrivai a comprendere che il mio mento era appoggiato su una spalla dura, ossuta ma non alta e, con la coda dell’occhio, vidi un tessuto nero, sul quale posavano dei capelli di un bianco radioso.

Cominciai a piangere e, prima che delle piccole e forti mani mi avessero messo in piedi a terra, stavo ridendo e piangendo insieme. Non riuscivo a tenermi su, ma caddi al suolo e guardai degli occhi così profondi che non avrei potuto dare un nome al loro colore, poiché li contenevano tutti: erano occhi infinitamente giovani e infinitamente antichi, infinitamente severi e infinitamente affettuosi, infinitamente addolorati e infinitamente divertiti.

«Arminius!», gridai, con tono di rimprovero e di gioia. «Arminius, perché non sei venuto prima?».

Capitolo quattordicesimo

Il diario di Abraham Van Helsing

29 settembre, continua. Aveva lo stesso aspetto dell’ultima volta che lo avevo visto, ventidue anni prima: piccolo e flessibile, ma forte di spalle e con la schiena diritta sotto un vestito di lana nera senza fronzoli. Sotto a un cappuccio di lana nera che ricordava quelli che potrebbe indossare un prete ortodosso, i suoi capelli cadevano in folti ricci fino alla vita. Come i suoi lunghi baffi e barba, erano di un bianco splendente, che rendeva la pelle radiosa del viso e delle orecchie, morbida come quella di un bambino e, per contrasto, anche più rosata. Ma non era un prete: non era nemmeno cristiano. Il suo volto era quello di un ebreo ascetico, di un’aquila, con un naso importante che si incurvava verso il basso, e grandi occhi languidi. Un ebreo, sì, per sangue… ma molto lontano dall’ortodossia del suo credo. Se credesse anche in Dio, non potrei dirlo poiché, durante la mia educazione come uccisore di Vampiri, spiegò sempre le cose nei termini più pragmatici. Forse lui, come il suo discepolo, non credeva in formule religiose o in nomi o titoli particolari, ma in quelle cose che resistevano, quelle cose che trascendevano la religione, la scienza, e toccavano tutti gli uomini troppo profondamente per essere negate: l’Amore, la Compassione, la Bontà.

I suoi capelli e il suo portamento erano quelli di un vecchio, ma la sua condotta e i suoi movimenti erano quelli di un giovane robusto. Alla mia domanda, si accucciò al livello in cui io mi trovavo, in modo che potessimo parlare guardandoci negli occhi, e piegò mollemente le braccia sopra le gambe.

«Abraham, Abraham», disse, sorridendo e rivelando delle gengive di un rosa intenso e dei bianchi denti diritti che anche un giovane poteva invidiare. Non c’era astuzia o rimprovero in quel sorriso, ma solo la chiara e ilare gioia di un pazzo, un sempliciotto, un mago. «Se io non sono venuto era perché tu non avevi bisogno di me. Ma ora sono qui, come vedi». E spalancò le braccia (stupefacentemente, senza che le sue gambe si muovessero di un pollice).

Il “qui” era cambiato in modo evidente nell’istante in cui era comparso. Diedi un’occhiata obliqua a ciò che mi circondava per scoprire che io e il mio mentore eravamo avvolti da un cerchio di lieve radiosità che rischiarava la notte. Oltre la sua circonferenza, John, Arthur e Quincey, sedevano tutti a terra congelati e immobili come statue, con gli occhi aperti ma ciechi che non si muovevano, e i petti che non si alzavano affatto. Ma erano al sicuro e vivi: questo lo capii istintivamente, anche se non potei resistere dal guardare oltre e intorno ad essi in cerca di Vlad e dalla Vampira Lucy.

Ma la notte era tranquilla e dolce, libera dal colore indaco; entrambi i mostri erano svaniti, e Arminius e io sedevamo all’interno dei confini di una realtà differente. Questo mi riempì il cuore di speranza poiché, sebbene Arminius mi avesse insegnato molte cose — come proteggermi dal Vampiro, come indebolire Vlad e acquistare per me stesso il potere per sconfiggerlo — non lo avevo mai visto in presenza di alcun Vampiro e così non avevo mai saputo quale fosse la misura delle sue abilità oltre a quanto mi aveva detto.

Era chiaro che era veramente potente, se mi aveva salvato e aveva fatto svanire Vlad e Lucy e, per la prima volta in molti giorni terribili, cominciai a pensare che Vlad, dopotutto, sarebbe stato vinto.

Mi vide fissare i miei tre compagni e disse:

«I tuoi amici stanno bene, ma non ci possono vedere e, se tu vuoi, non ricorderanno».

Ero troppo curioso, troppo eccitato, troppo disperato per rispondere a quella frase; invece, posi una domanda:

«Che cosa è accaduto a Vlad? Io avevo fatto come tu dicesti — avevo distrutto Vampiro dopo Vampiro per questi ventidue anni, allo scopo di indebolirlo. E così si era indebolito, ma ora ha riacquistato forza e altro ancora. Mi avrebbe ucciso… a me, la cui morte avrebbe avuto la sua come conseguenza, secondo il Patto. Cosa è accaduto a lui… e al Patto?»

«Ah», disse; il suo fu, in parte, un sospiro. «Il Patto…». Invece di guardarmi, abbassò lo sguardo a terra, con le labbra ancora curve verso l’alto in un misterioso sorriso, e cominciò a disegnare con le dita strani segni in una chiazza di fango. «Per rispondere alla tua domanda, Abraham, ti devo prima raccontare una storia».

«Una storia?»

«Di un manoscritto… un manoscritto molto speciale che alcuni pretendono che sia stato scritto dallo stesso Lucifero. Fu rubato dalla Scholomance, la scuola del Demonio per le Arti Mantiche, da uno degli Sholomonari, gli alchimisti che studiavano lì. Così dice la leggenda. Il suo scopo è esplicitato nel titolo: A colui che vorrebbe diventare mangiatore di anime».

Rabbrividii, improvvisamente sconvolto dalla terrorizzante immagine di un sogno: una grande Oscurità che mi ingoiava, mi divorava. Stringendomi gli avambracci, domandai:

«Ma non è una prerogativa del Diavolo consumare le anime?».

Alzò lo sguardo, sorridendo ancora debolmente, con gli occhi offuscati dall’oscurità di cui parlava.

«Lo è, se quello è il nome che desideri usare per l’entità; e per rispondere alla tua seguente domanda… sì, il manoscritto fornisce delle istruzioni riguardo a come altri potrebbero diventare come lui».

«Ma è una follia: perché vorrebbe dividere il suo potere?».

Nell’udire ciò, il suo debole sorriso divenne più largo.

«Chi lo può dire? Con il tempo tutte le cose diventeranno chiare». Si fermò. «Ad un certo punto, dopo il furto, il manoscritto fu acquistato dalla più malvagia e assetata di potere degli immortali: la contessa Elisabeth di Bathory. È passato attraverso molte mani, in parte perché lo stesso manoscritto non può essere protetto nemmeno dalla magia più potente…».

«Perché no?», lo interruppi.

Con pazienza, rispose: «Perché la verità non può essere nascosta, Abraham. Non riuscendo a capirlo, la contessa tentò di nasconderlo con un incantesimo che, a causa della sua nuova forza, pensò sarebbe stato sufficiente. E, poiché aveva distratto il precedente padrone, nessuno sapeva che esso era arrivato in suo possesso, e nessuno tentava di prenderlo da lei. Ma, quando andò al Castello Dracula, Vlad lo scoprì e glielo sottrasse molto rapidamente.

Riguardo al perché sia diventato sempre più potente, ora che esso è in suo possesso, devo spiegare lo stesso manoscritto. È un semplice indovinello, consistente di sei righe o indizi. La prima riga compare quando il manoscritto cade in possesso di qualcuno. Le altre righe appaiono solo quando il possessore ha compreso la prima ed ha seguito le sue istruzioni e, ad ogni fase, il potere e le abilità del possessore aumentano.

Io ho fatto qualche ricerca e ho scoperto la prima riga: Nel paese oltre la foresta, comincia la ricerca per essere Dio. Le righe sono sei; le chiavi sono due».

«Chiavi?», chiesi.

«Questo è ancora un mistero; Elisabeth ha risolto solo la prima riga e, sebbene Vlad sia andato oltre, lui deve ancora scoprire la prima chiave. Nessun immortale c’è mai riuscito tranne, naturalmente, lo stesso Oscuro Signore».

Con la paura nel cuore, chiesi:

«Quante righe ha risolto Vlad? Sai che cosa sigmficano queste?».

Lo sapeva. Sembrò guardare oltre me, e l’ombra del sorriso scomparve del tutto, lasciandolo in atteggiamento solenne per la prima volta da quando ci eravamo incontrati.

«La seconda: Non indugiare. Attraversa le profonde acque verso la grande isola di nordovest. Immediatamente fece progetti per partire per l’Inghilterra, e fu quando la terza riga apparve: A est della metropoli si trova l’incrocio».

«A est di Londra», mormorai, richiamando alla mente miriadi di luoghi. «Un incrocio… È il semplice incrocio di due strade, o qualcos’altro? E quanto lontano verso est? Appena fuori città, o a Purfleet, a Dartford, o a Grays… o ancora più a est, come a Southend-on Sea o a Sheerness?»

«Questo non lo posso dire», mormorò con lieve disappunto. «Ma posso dire che, dopo che Vlad acquistò delle proprietà che circondavano la città, apparve la quarta riga: Lì giace sepolto un tesoro, la prima chiave».

Quattro righe risolte; un brivido passò attraverso di me mentre chiedevo:

«E l’ha scoperta? E la quinta riga e la sesta…».

Scosse la testa.

«Ma è soltanto una questione di tempo. Una volta che ottiene la prima chiave, deve solo trovare la seconda, e metterle entrambe in un modo tale da risolvere l’indovinello. E mentre Elisabeth è a conoscenza solo della prima chiave, sospetto che abbia trovato o che troverà un modo per scoprire tutto ciò che Vlad ha saputo. Poi anche lei si unirà alla ricerca della prima chiave; poiché lei è crudele e ambiziosa quanto lui… e forse anche di più. Alla prima opportunità, s’impadronirà del manoscritto».

«Perché non l’ha ancora fatto?», chiesi. «Se lo aveva e conosceva la prima riga, allora deve aver ottenuto alcuni dei suoi nuovi poteri…».

«No». Inclinò la testa da un lato e mi guardò con estrema comprensione e compassione, come se sentisse la mia dolorosa disperazione tanto fortemente quanto me. «Quando il manoscritto è perduto, il potere è perduto, solo per essere acquistato dal successivo possessore. Adesso lei non è abbastanza forte per sconfiggerlo direttamente, ma se, mediante l’abilità e l’astuzia, lo otterrà di nuovo, allora lei sarà la più potente e lui il più debole. Credimi: Elisabeth è vicina, in attesa della sua opportunità, e questo è qualcosa da temere molto, poiché lei è una tra i più forti e più malvagi degli Sholomonari».

«E Zsuzsanna? Non sa del manoscritto?».

La sua espressione si fece stranamente velata.

«Lo sa. Adesso ne sa quasi quanto Vlad, e anche lei cerca la prima chiave».

«E se lei — o Vlad, o Elisabeth — risolve la sesta riga e l’enigma della prima o della seconda chiave…».

Non riuscii a convincermi a finire la frase, poiché il pensiero era troppo terribile per dargli voce.

Ma Arminius lo fece.

«…diventerà come l’Oscuro Signore: onnisciente e onnipresente, talmente potente da controllare ogni forma di male sulla terra. E se Vlad ci riesce, non avrà bisogno di alcun Patto per prolungale la sua immortalità, e perciò non avrà nessun bisogno della tua anima per comprarsi un’altra generazione di vita. Sarà come un dio, in grado di fare ciò che gli piace. Ma, finché non risolve il mistero, potrebbe perdere il manoscritto… proprio come Elisabeth lo perse a suo favore. Se ciò accadesse, lui dipenderebbe totalmente dal Patto e dalla continuazione della tua esistenza, sì da poterti corrompere prima della tua morte e così acquistare la vita per se stesso.

Ciò che ti ha fatto stasera, scegliendo di ucciderti, era il più arrogante degli errori. Sta già cominciando a pensare a se stesso come immortale, invincibile… e questo, penso, lo porterà alla rovina».

Infine restò in silenzio e mi guardò con calma mentre consideravo la sua storia. Le sue ultime parole mi diedero speranza, ma l’intera storia mi aveva riempito di cattivi presagi. Adesso il mio compito era più difficile di quanto avessi mai immaginato durante tutti quegli anni difficili passati a cacciare e a distruggere la malvagia progenie di Vlad sul continente europeo. Per ora dovevo non solo uccidere un potente Vampiro e la sua compagna, Zsuzsanna, ma dovevo impedire che diventassero degli Dei. E non solo loro, ma anche la temibile contessa di Bathory.

«Arminius», dissi, «mi hai riferito una storia inquietante; il mio dovere, sembra, è diventato più difficile di quanto io abbia mai immaginato. Resterai con me e mi aiuterai? E non solo me». A questo punto feci un gesto verso i tre uomini seduti immobili fuori della nostra sfera, «ma anche i miei amici, che hanno pure loro giurato di distruggere Vlad?».

Di nuovo apparve il sorriso dell’idiota sotto gli occhi del saggio.

«Ti prometto Abraham che, quando sarà nuovamente necessario, verrò, ma non prima. Ricorda: il tuo compito è quello di redimere la tua famiglia dalla sua maledizione, e parte di questo lavoro è il difficile viaggio in sé».

«Puoi almeno esaudire una richiesta?».

Sollevò le sopracciglia, così sottili e di un bianco traslucido che il rosa chiaro della sua pelle da bambino si mostrava sotto i peli.

Mi alzai e lo fissai, intento a convincerlo di quell’unica cosa.

«Terrai Miss Lucy nella sua tomba fino al mattino? Vlad non può più essere fermato con i talismani e li ha tolti in modo che non la potessimo distruggere».

Non disse nulla: mi fissò soltanto con quello sguardo meraviglioso e consapevole, poi si alzò con un movimento aggraziato per venirmi vicino. Mentre lo guardavo negli occhi, i contorni del suo corpo sembrarono diventare indistinti, poi scomparvero nelle ombre mentre la sfera di luce che ci conteneva all’improvviso si fece meno forte. Divenne sempre più fioca, finché mi trovai a fissare la grande porta di ferro della tomba delle Westenra.

Accanto a me, la malvagia creatura-Lucy sibilava, sputando bava sporca di sangue, nel cerchio di luce gettato dalla mia lanterna. Era a terra, dove l’avevo poggiata un’eternità — o solo minuti — prima. Sentii, piuttosto che vedere, i miei tre amici che stavano dietro a me in semicerchio; John, lo sapevo, era il più vicino, e teneva alto il suo crocifisso d’argento per tenere a bada il suo amore, una Morta Vivente.

Stranamente, l’improvviso cambiamento del tempo non mi disorientò; forse, il ricordo dell’insegnamento impartitomi da Arminius mi aveva preparato, poiché era un trucco che aveva spesso usato in quei giorni ormai lontani. La presi come una conferma silenziosa che avrebbe esaudito il mio unico desiderio, e cominciai subito a togliere i pezzi di mastice pieno di ostia dalla porta della tomba.

Quando ne ebbi tolto una quantità sufficiente, mi feci da parte e lasciai che la Vampira corresse senza alcun ostacolo dietro di me. Mentre gli altri trattenevano il respiro, lei si appiattì in due dimensioni, poi si ripiegò in una linea sottile come un ago, simile a una signora che piega un ventaglio. Quindi si mosse attraverso l’aria come un’anguilla che si muove nell’acqua, ma infinitamente più veloce; in meno di un batter d’occhi, era scomparsa in una crepa, sottile come un foglio di carta e non più larga del mio pollice.

Immediatamente rimisi il mastice nella fessura, sigillandola dentro. Poi mi voltai verso i miei amici: si trovavano tutti esattamente com’erano prima dell’apparizione dell’Impalatore, Arthur pallido e tremante alla vista della sua dolce Lucy così profanata, e Quincey con le labbra serrate e teso, mentre la sua grossa mano lentigginosa stringeva il braccio di Arthur per sostenerlo. Nessuno era minimamente sconvolto, come se l’attacco di Vlad non fosse mai accaduto, e il mio lavoro alla porta della tomba non fosse mai stato interrotto.

Come se Arminius non fosse mai apparso.

Nemmeno uno dei capelli di John era fuori posto, e la sua espressione era oscuramente tetra e turbata, così come si addiceva alla situazione. Ma, quando lo guardai, lui mi guardò in modo così intenso e intenzionale, e con una tale acuta confusione, da farmi comprendere che ricordava almeno in parte un po’ di quello che era accaduto.

Ma era evidente che per Arthur e Quincey non era così. Perciò feci un cenno con la testa ai miei compagni, presi la lanterna, e camminai fino al bambino che lei aveva lasciato cadere sotto gli alberi di tasso.

Era un piccolo ragazzino di strada, con i capelli dorati e il viso magro incrostati di sporcizia… e il collo, di sangue. Fortunatamente, avevamo incontrato Miss Lucy proprio mentre lei stava cominciando a bere, e così lui aveva ancora un po’ di colore sul suo faccino pallido. Era passato dalla trance a un sonno profondo sull’erba, e sarebbe morto in quel freddo intenso, poverino. Lo presi in braccio e dissi agli altri, che mi avevano seguito:

«Lasciamolo in qualche posto caldo dove la polizia lo possa trovare. Non è stato offeso gravemente e, prima di domani sera, starà del tutto bene».

Quindi andammo via. Arthur e Quincey si diressero al manicomio con John, e io invece feci finta di andare in albergo, poiché avevamo continuato a mentire sul fatto che alloggiavo altrove. Da lì ritornai invece a Purfleet, e strisciai nella mia solitaria cella sotto la protezione dell’invisibilità.

Il diario del dottor Seward

29 settembre, mattina. È una seccatura dover scrivere questo a mano, poiché richiede un mucchio di tempo e mi fa sentire come Neddy Ludd; avevo pensato di tenere una bobina separata con le mie registrazioni “private”, ma la possibilità che possa commettere uno sbaglio e far ascoltare alle orecchie sbagliate informazioni che esse dovrebbero non sapere, è troppo grande.

Eppure, stamattina devo sfogarmi, o diventerò pazzo come il povero Renfield. Troppe rivelazioni, troppe emozioni laceranti…

Era abbastanza, ieri notte, vedere la donna morta che io amavo trasformata in una diavolessa sbavante; quello solo era più di quanto qualsiasi uomo possa sopportare senza diventare pazzo. E poi, vedere lo stesso Vlad — molto più giovane e forte di quanto mi fosse stato descritto, fiammeggiante di malvagia gloria — spingere il mio amato professore verso la morte…

È più di quanto possa sopportare, eppure lo sopporto.

Ma, quando vidi la figura angelica che lo salvava a meno di mezzo secondo dalla morte, mi dissi: Ecco, Jack; dopo tutto questo tempo, hai infine raggiunto la follia totale. Che fortuna che la casa sia già un manicomio…

E li ascoltai che parlavano insieme come amici da lungo tempo perduti o, piuttosto, come insegnante e studente da lungo tempo lontani, con Van Helsing nel mio ruolo e l’angelo splendente nel suo. Oh, una cosa è leggere dell’occulto, giocare con le aure, discutere teorie di Vampiri e di altre entità incorporee, e come si possa venire a contatto con una, ma…

Bene, è completamente un’altra cosa vedere tali esseri e poi scoprire che il tempo si è interrotto e un fatto è stato cancellato. In questo caso è stato come se Vlad non fosse mai apparso e io e il professore non fossimo mai stati in pericolo: ancora peggio, quando finimmo al cimitero, seppi dalle espressioni e dai discorsi di Art e Quincey che loro non avevano visto quegli stessi impossibili eventi, come era accaduto a me. Fu un istante terribile poiché, per lo spazio di alcuni secondi, fui convinto che ero io a essere diventato completamente pazzo. Finché, cioè, guardai negli occhi il professore e vidi che anche lui sapeva.

Allora, era accaduto veramente! Fortunatamente, né Quincey né Arthur erano in vena di inutili chiacchiere dopo una serata tanto orribilmente dolorosa; dopo che li ebbi fatti sistemare dalla cameriera nella zona degli ospiti nella parte privata della casa, entrambi andarono direttamente nelle loro stanze.

Sebbene, intanto, fossero le tre del mattino, capii che il sonno sarebbe stato del tutto impossibile finché non avessi avuto delle risposte a delle domande sconvolgenti. Non avevo modo di sapere se il professore era ritornato, ma ero disperato; così, dopo un po’, quando fui certo che Art, Quincey e la cameriera si fossero messi a letto, andai di nascosto al manicomio e mi recai direttamente nella cella del professore. Bussai piano, chiamando:

«Sono John. Vi devo parlare».

La porta si aprì lentamente. Non riuscivo a vedere niente all’interno sebbene la lampada fosse accesa un po’, ma un soffice velo blu ondeggiava nell’aria proprio appena al di là della soglia.

Coraggiosamente, entrai e oltrepassai il luccicore ceruleo, per scoprire che la stanza era esattamente la stessa… tranne il fatto che il professore era seduto a gambe incrociate sul pavimento, senza scarpe.

Si era tolto gli occhiali e li teneva in grembo, tanto che i suoi profondi occhi blu sembravano, in un certo senso, nudi, e i capelli rosso oro che si ingrigivano erano scomposti, come se vi avesse passato le dita attraverso, in segno di preoccupazione. Al vedermi sospirò, si rimise gli occhiali e, con una voce stanca ma gentile, disse:

«Salve John. Sospettavo che saresti venuto».

Non potei fare a meno di essere un po’ freddo con lui, poiché mi sentivo, come minimo, molto imbarazzato e, al peggio, molto tradito.

«E sospettate anche cosa sto per chiedervi?», dissi.

Sospirò ancora. Mentre l’aria gli usciva dai polmoni, tutto il suo buonumore, tutta la sua forza, tutto il suo coraggio, sembrarono andarsene con essa, finché compresi, con mio sconforto e sgomento, che stavo fissando un uomo fragile, dal cuore spezzato, con le occhiaie sotto gli occhi miopi.

«Non lo sospetto, lo so. E la risposta è: sì, John».

«Io sono vostro figlio», dissi, con il tono pacato per l’incredulità, mentre pensavo: Allora si sbaglia; ha dimenticato tutto ciò che ha gridato a Vlad e pensa che sono venuto a chiedergli qualche altra cosa.

«Tu sei mio figlio», disse, con una tale tranquilla convinzione, una tale tenerezza, un tono di scusa talmente sentito, che gli credetti immediatamente. Emozioni conflittuali mi assalirono: dubbio, rabbia, amore, sollievo. Sembrava tutto orribilmente, orribilmente sbagliato; ma sembrava anche orribilmente giusto.

Di fronte al mio turbamento, la sua espressione si fece preoccupata.

«Lo sapevi, John, che eri stato adottato?», mi chiese.

«Sì», risposi, con la voce tesa al punto di sforzarla; con mio imbarazzo, ero sul punto di piangere. «Sì, ma non è questo. Voglio sapere perché…».

E, a quel punto, la mia voce si spezzò veramente; non riuscii a dire altro.

«Perché sono stato tuo amico e maestro per tutti questi anni e non te l’ho detto».

Annuii ciecamente, ricacciando indietro le lacrime, mentre lui mi faceva cenno di sedere.

Mi sedetti sul pavimento freddo e lui cominciò a raccontarmi una storia che era cominciata molto tempo fa, quando un Principe chiamato Vlad, che, molto più tardi, sarebbe stato conosciuto come l’Impalatore (Tsepesh) o il figlio del Drago (Dracula), stipulò un Patto con l’Oscuro Signore. Ogni generazione della sua famiglia gli avrebbe offerto l’anima del figlio primogenito, maschio, che fosse sopravvissuto, in cambio di una continua immortalità. Ma, prima che quell’anima fosse offerta, il suo proprietario doveva risultare corrotto di propria volontà. Se invece l’agnello sacrificale fosse morto da uomo buono, onesto, allora Vlad avrebbe perso la sua immortalità, e sarebbe morto.

«Mio padre, Arkady, era il primogenito della sua generazione; lui morì incorrotto ma, preso dalla disperazione, Vlad lo morse per intrappolare la sua anima tra cielo e terra. Poi Arkady fu distrutto… e Vlad divenne debole e vecchio ma, per qualche ragione, non morì».

Io lo fissavo come colpito da un fulmine rivelatore; sapevo che il professore aveva avuto un solo fratello che era morto da molto tempo.

«Allora voi…».

«Io sono l’erede di Dracula», disse amaramente. «E il primogenito maschio sopravvissuto della mia generazione. Hai sentito, penso, Arminius che parlava del manoscritto».

Annuii, nuovamente ammutolito.

Distolse lo sguardo.

«Soltanto a causa sua Vlad ha osato minacciarmi. John», disse poi, volgendosi verso di me all’improvviso e afferrandomi le braccia per la disperazione, «ti giuro su ogni cosa buona che non sarei mai venuto qui se avessi saputo degli accresciuti poteri di Vlad. Lui era debole, perdente; io ero molto più potente di lui, e credevo che la mia missione fosse finita molti mesi fa. Non ti avrei mai messo in pericolo in questo modo…».

Gli feci capire la mia accettazione stringendo a mia volta le sue braccia, ma la mia mente era andata avanti e stava lottando per comprendere il mio passato e il mio stesso destino.

«Io… io sono il vostro figlio primogenito, non è così? Avevate un bambino che morì…».

Lui fissava il pavimento e, per la prima volta da quando lo conosco, parlò con una voce impastata di lacrime. «Un bambino che io uccisi», disse, e lo spasimo di un dolore che gli attraversò il viso fu così intenso e violento che io distolsi lo sguardo. «Il mio Jan. Il mio piccolo Jan…».

A quel punto scoppiò in singhiozzi talmente forti e strazianti che non potei fare altro che fissare in basso e guardare sgorgare le mie stesse lacrime.

Dopo un po’, ci riprendemmo entrambi, e lui continuò con voce rauca:

«Zsuzsanna — la nipote di Vlad e la sua compagna Vampira — lo morse, trasformandolo in un piccolo mostro. Non avevo altra scelta che liberarlo».

«Quindi, quando aveste un altro figlio, lo mandaste via», dissi. «Lontano, e non diceste a nessuno dov’era».

«Per proteggerlo, ma vedi, John», e aprì le mani disperato, «vedi quello che è stato di tutti i miei sforzi per risparmiarti il dolore che ho conosciuto. Come dicono i buddisti, il tuo karma è quello di soffrire per mano di Vlad; senza che il Vampiro sapesse della tua esistenza, ha scovato e ucciso la donna che amavi».

«Ma il vostro… amico, Arminius, vi aiuterà».

«Sì». Annuì cupamente. «È qui per dare il suo aiuto e ci aiuterà, penso, ad assicurarci che Miss Lucy sia libera dalla maledizione, ma lui verrà quando vorrà, e io non so dire quando ci aiuterà ancora».

«Ma non preoccupiamoci ancora, finché il lavoro di domani non sarà fatto». Mi alzai in piedi e lo aiutai ad alzarsi. In quel momento non provai altro per lui che compassione e gratitudine, poiché vedevo che terribile fardello aveva portato per tutta la sua vita e che portava ancora; non volevo altro, in quel momento, che renderglielo più leggero. Lo abbracciai e dissi: «Sapete, credo, di avere sempre guardato a voi come a un padre, e ora il mio affetto per voi è doppiamente giustificato. Comprendo che tutto ciò che avete fatto, lo avete fatto per amore».

Si sentiva troppo soffocato per parlare, e così ricambiò l’abbraccio stringendomi. Ci lasciammo in silenzio, con le lacrime agli occhi e un dolore ancora più profondo nei nostri cuori.

Per lungo tempo, mentre giacevo nel letto, il sonno non venne e, nel mezzo del mio inquieto rivoltarmi, mi venne l’agrodolce pensiero: Mio Dio! Quella povera pazza è mia madre!

Stamattina, quando mi sono svegliato con la luce del sole, ero un uomo diverso; più turbato, sì, ma anche più deciso a sbarazzarmi del mondo malvagio che è la mia eredità. Andremo alla tomba di Lucy a mezzogiorno e così il mio primo sforzo sta per cominciare.

Il diario di Abraham Van Helsing

29 settembre, notte. È fatto, grazie a Dio; la cara Miss Lucy è in pace. John aveva ragione a farmi permettere che i tre uomini che amavano tanto Miss Lucy fossero presenti, e Arthur tirò il colpo che l’ha liberata. L’ha fatto con una decisione e un coraggio — nonostante il sangue che sgorgava e le grida della malvagia creatura nella bara — che ci ha reso tutti fieri e mi ha dato speranza per la futura battaglia. Vedo che stanno meglio per avermi aiutato, e di sicuro sono meritevoli. Il nostro coraggioso gruppetto si sta espandendo; prima che John mi portasse alla stazione, ha ricevuto un telegramma da Madam Mina nel quale diceva che sarebbe arrivata tra breve per soggiornare nel manicomio e che suo marito sarebbe arrivato il giorno seguente.

Mi auguro solo che Arminms non ci abbandoni ancora.

Sto scrivendo sul treno. Ho detto agli altri che ero diretto ad Amsterdam e, per una volta, è vero. Nonostante l’assistenza di Arminius, io so che il compito più pericoloso deve ancora venire; così vado a trascorrere alcune ore al capezzale di mamma, per timore che lei mi sopravviva.

Capitolo quindicesimo

Il diario di Abraham Van Helsing

Primo ottobre. Sono ritornato da Amsterdam ieri, nel tardo pomeriggio, e ho trovato entrambi gli Harker con Arthur e Quincey, che si erano stabiliti in casa. Non ha molto senso continuare a dire che io sto all’albergo, così ho dichiarato che anch’io stavo per venire a soggiornare qui (ma, quando dormo, Jonathan e gli altri mi troveranno difficilmente).

Tutti, sembra, si sono innamorati di Madam Mina: incluso me, lo confesso. Si è assunta il ruolo di padrona di casa, portandoci tazze di tè e provvedendo al nostro conforto; ciò è, naturalmente, colpa nostra, perché noi tutti abbiamo vissuto per così tanto tempo da scapoli che un tale comportamento ce la rende irresistibilmente cara. Rende la tetra casa di John — piena a volte di lamenti e grida dovute all’angoscia mentale dei suoi pazienti — una casa allegra … e noi una famiglia.

Riguardo ad Amsterdam, la povera mamma non era più lucida, ed era appena in grado di sedersi per mangiare. Per la maggior parte del tempo giace semplicemente, con gli occhi chiusi, e raramente parla, secondo Frau Koehler. Ma è stata ben accudita, dato che era stata da poco lavata, e le sue piaghe pulite e medicate con amore.

La buona Frau ha fatto l’impossibile per prevenire il loro diffondersi. La ringraziai sinceramente per la sua meravigliosa cura: la ringraziai come se non avessi dovuto rivederla più, e penso che lei, in qualche modo, lo capì, poiché i suoi occhi si riempirono di lacrime. È chiaro che è arrivata ad amare mamma, e io penso che piangerà moltissimo quando la sua paziente alla fine morirà.

Mentre stavo partendo, Frau Koehler mi mostrò la posta accumulata, incluso un pacco che era arrivato quello stesso giorno da Budapest da un, certo “A. Vambéry”. Non riuscii a immaginare cosa potesse contenere, e così lo portai nel mio studio e lo aprii in privato.

Il contenuto era avvolto in parecchi strati di seta nera; ciò mi incuriosì e mi turbò, poiché sapevo che soltanto un occultista esperto avrebbe adottato quella particolare cura per evitare che una carica magica sfuggisse dal contenuto. Poteva essere un trucco di quelli di Vlad… espormi a un incantesimo nocivo? Decisi di no poiché, nonostante gli strati di protezione, sentivo fortemente che il contenuto non era teso a danneggiare ma ad aiutare.

E, in effetti, era così: l’istante che spiegai l’ultimo strato di seta, uno scoppio proveniente dal contenuto riempì la stanza di una tale pura, bianca radiosità, che mi alzai e respirai profondamente, sentendo come se quell’atto mi pulisse i polmoni, il corpo, l’anima.

La A. stava per “Arminius”, decisi e, sebbene lui non fosse apparso personalmente, mi aveva ancora fornito un aiuto. All’interno c’erano circa venti piccoli crocifissi d’argento e un egual numero di ostie consacrate avvolte in uno spesso tessuto imbottito. Il profondo dolore nel vedere mamma così inabile si alleviò un po’ e, in effetti, mentre tenevo in mano una delle croci e sentivo il suo potere che mi saliva solleticando per il braccio, provai un’onesta gioia. Arminius doveva aver caricato personalmente ognuna di esse, poiché quelle, lo sapevo, sarebbero state sufficienti a proteggere i miei amici dal male e a tenere a bada l’Impalatore.

Le portai con me in Inghilterra, e arrivai a Londra molto più fiducioso di quanto ero stato per molti mesi. Sulla strada per Purfleet, nella carrozza, diedi a John tre dei talismani: uno da portale sempre sulla sua persona, uno da mettere sulla finestra della camera da letto, e uno sopra la finestra della stanza di Renfield. Fu un profondo sollievo essere in grado di fornire protezione ai miei amici.

Quella sera, quando ci incontrammo nello studio di John, io dissi agli altri cosa desideravo che sapessero circa il Vampiro, tenendo a mente che la lealtà di Jonathan era dubbia. Comunque, sto cominciando a pensare sempre di meno che sia sotto il controllo di Vlad, poiché ci ha riferito il risultato delle sue “ricerche”: ha ritrovato le cinquanta casse di terra di cui parlava nel suo diario transilvano qui a Purfleet… e proprio nella proprietà accanto, Carfax!

La verità è talvolta troppo strana per essere creduta ma, quando ho saputo della vicinanza di Vlad, fui più contento che mai di avere in mano i talismani di Arminius. Senza spiegare la loro origine o parlare della loro speciale carica, diedi due dei piccoli crocifissi ad Arthur e a Quincey, chiedendo loro di appenderne uno alle finestre della loro camera da letto e di indossare l’altro.

Cercai di fare lo stesso con gli Harker — uno per la finestra, due per ogni persona — ma entrambi fecero delle obiezioni, rivelando che indossavano già delle croci intorno al collo. Tuttavia, riuscii a insistere per darne loro uno da mettere alla finestra, e notai con interesse che Harker aspettava che fosse sua moglie a prenderli (era l’influenza del Vampiro o semplicemente un caso?). Quell’azione mi fece un mondo di bene, sapendo che tutti sarebbero stati protetti, specialmente ora che sapevamo che Dracula era così vicino.

Prima della fine del nostro incontro, fu deciso che ci saremmo tutti alzati nelle prime ore del mattino successivo e che saremmo andati subito a Carfax per ispezionare le casse mentre Dracula era — speravamo — ancora a caccia nella notte. Comunque, tutti gli uomini erano d’accordo riguardo a Madam Mina: dopo la recente morte di Lucy, nessuno di loro tollerava il pensiero di metterla in pericolo, e così insistettero perché rimanesse a casa, dove sarebbe stata certamente al sicuro, poiché la porta principale, quelle di servizio, e ogni finestra di ogni stanza occupala sarebbero state sigillate con un talismano.

Quindi, prima di discutere il nostro piano, la mandammo via con la spiegazione che la stavamo proteggendo e che, meno sapeva, più sarebbe stata al sicuro. A questo ragionamento lei si arrese con riluttanza, specialmente poiché suo marito era irremovibile, sebbene io fossi indeciso. Non desideravo vederla in pericolo, ma ero anche preoccupato di perdere una delle nostre migliori menti; sinceramente, fra tutti noi, Madam Mina è quella con la tempra più forte.

E, come John aveva detto nel suo rabbioso dolore, quale vantaggio l’ignoranza aveva procurato alla povera Miss Lucy?

Nondimeno, Madam Mina se ne andò prima che facessimo i nostri piani per Carfax; dopo che se ne fu andata, ci accordammo per partire alle quattro del mattino successivo. Quando la nostra riunione fu sciolta, io me ne andai con John per una conversazione privata poiché, durante la nostra discussione, avevo notato una certa agitazione a metà dell’incontro, un po’ di tempo dopo che Jonathan aveva rivelato l’informazione circa Carfax.

Fu così che prendemmo congedo dagli altri e ce ne andammo nella mia cella, dove potevamo essere sicuri di non essere visti e uditi.

Dopo che fui entrato ed ebbi chiuso la porta, John, che era entrato prima di me, esclamò:

«Carfax! Non vedete, Professore? È l’incrocio!».

«Cosa?».

Mi avvicinai a lui, aggrottando la fronte con curiosità.

«Quatre face», disse e, quando continuai a guardarlo interrogativamente, aggiunse: «Ah, suppongo che non parliate molto il francese. Quatre face, in francese antico vuol dire “incrocio”. Ecco da dove viene il nome Carfax!».

Ci fissammo l’un l’altro mentre quella rivelazione mi lasciava sorpreso; il sorriso che, piano piano, si allargò sul mio viso, era rispecchiato da quello di John.

«L’incrocio», dissi piano, «dove giace il tesoro nascosto! La prima chiave!».

Lui si unì a me nelle ultime tre parole e ridemmo con piacere: piano, però, e non troppo, poiché Dracula vi risiedeva da un po’ di tempo. E se lo aveva già trovato?

John e io ci accordammo subito sul fatto che entrambi avremmo cercato con attenzione i segni che questo fosse accaduto e, in caso negativo, i luoghi in cui poteva essere sepolta la prima chiave. Così andammo presto a letto, poiché io ero molto stanco (non avendo fatto un sonno profondo nei due giorni passati, poiché m’ero trovato o su una nave, o in treno, o in carrozza).

Così dormii profondamente, ma mi svegliai estremamente vigile intorno alle tre; mi vestii e mi diressi all’ufficio di John. Anche lui si alzò presto e mi incontrò là. Prima delle tre e quarantacinque, sia Quincey che Arthur ci avevano raggiunto, e così attendemmo Harker.

Prima che arrivasse, l’assistente entrò di corsa per dire a John che Renfield supplicava per vedere qualcuno. Aggrottai la fronte, pensando che quella era chiaramente la conseguenza del fatto che Dracula interferiva con i nostri piani: John colse il mio sguardo, e cominciò a dire al giovanotto che Renfield avrebbe dovuto aspettare. Ma l’assistente insistette:

«È più disperato di quanto l’abbia mai visto, signore e, se non venite, sarà preso da uno dei suoi violenti attacchi».

Così John si avviò, e io, Quincey e Arthur, ci unimmo a lui. Con sorpresa di tutti, Mr. Renfield sembrava non solo in sé ma assolutamente elegante, e parlava in modo molto persuasivo dicendo che era finalmente rinsavito, e supplicava di lasciarlo andare. Onestamente, a tutti noi sembrò savio e molto sincero, ma John, che ha trattato a lungo con i pazzi, decise di tenerlo in osservazione per un periodo più lungo e io, naturalmente, non gli davo alcuna fiducia e attribuivo la sua disperazione all’influenza di Dracula… e al fatto che il talismano più forte stava effettivamente avendo la meglio. Perché avremmo dovuto liberarlo se poteva essere usato contro di noi?

Quando ce ne andammo, la nuova compostezza di Mr. Renfield per la maggior parte scomparve, e lui cominciò a piangere pietosamente per essere liberato.

Prima delle cinque eravamo alla porta della vecchia proprietà di Carfax, ognuno di noi con una piccola lampada elettrica appesa al petto e indossando uno dei crocifissi di Arminius, tranne Mr. Harker che aveva il suo. E tutti noi — eccetto Harker, del quale tutti noi eravamo riluttanti ad avere fiducia — portavamo in tasca dei pezzi dell’ostia consacrata di Arminius allo scopo di rendere le casse inabitabili per il nostro nemico (in questo modo, anche se Dracula era a conoscenza dei pensieri di Jonathan, non sarebbe stato avvertito in anticipo delle nostre reali intenzioni).

Inoltre, Arthur portava un fischietto d’argento intorno al collo per chiamare in aiuto i cani, se ce ne fosse stato bisogno, poiché nessuno di noi aveva dubbi che quel vecchio edificio fosse pieno di topi.

John utilizzò la sua abilità chirurgica e un vecchio grimaldello per farci entrare dall’entrata principale e noi ci muovemmo rapidamente all’interno: ben presto scoprimmo su un tavolo nel corridoio un anello con delle chiavi. Le diedi a Jonathan, e lo pregai di condurci nella cappella, poiché lui conosceva abbastanza la casa per trovare la strada.

Nella mia vita, non ho mai visto tanta polvere raccolta in un solo posto; infatti, il pavimento era sepolto sotto un tappeto di polvere e sporcizia spesso parecchi pollici, così che non sapevo dire se stavo camminando sulla terra, sulla pietra o sul legno.

Nonostante il nostro desiderio di essere il più silenziosi possibile per timore che l’Impalatore potesse abbandonare la sua caccia presto, sia Arthur che John scoppiarono in un attacco di tosse per le nuvole di polvere alzate dai nostri passi che ci solleticavano la gola. Anche le pareti erano coperte da uno strato grigio e ornate di fitte e antiche ragnatele, molte delle quali pendevano e oscillavano languidamente dietro di noi, rotte dal peso della polvere che vi si era raccolta.

Ero sicuro che l’Impalatore se ne fosse andato, poiché la sua aura era diventata, di recente, così intensa e grande che l’avrei sentita molto vicino all’entrata. Quest’idea si rafforzò quando arrivammo alla porta di legno ad arco che conduceva alla cappella.

Dopo qualche tentativo inutile, Jonathan trovò la chiave giusta e aprì la porta.

Quando fu spalancata, il puzzo orribile della tana del Vampiro uscì fuori. Dopo tanti anni io ero avvezzo ad esso ed entrai subito, ma gli altri, dietro di me, non se l’erano aspettato, e ne furono sconvolti. Nondimeno, si sforzarono di seguirmi.

All’interno si trovava una pietosa rovina di quello che un tempo era stato un luogo di culto vasto e alto: c’erano alcune travi di legno marcio di quelli che, allora, erano stati i banchi e l’altare e, sul muro sudicio, sotto un velo di ragnatele, il contorno di ciò che, una volta, era stata una croce. Doveva essere stato un bel luogo, poiché c’erano due grandi finestre ad arco — forse in origine di vetro colorato — ma da molto tempo coperte, come tutto il resto, dallo spesso strato di polvere.

La stanza parlava fortemente di oscurità, decadenza, precarietà. Questo era già abbastanza scoraggiante da vedere, ma molto peggio fu scoprire, dopo aver contato silenziosamente, che le casse di legno sistemate in file ordinate non erano cinquanta, ma ventinove.

Ne mancavano ventuno! Mi accostai a John e gli bisbigliai di dire rapidamente a Quincey e ad Arthur di non sigillare le casse con l’ostia. Farlo avrebbe soltanto messo in allarme, circa il nostro piano, il Vampiro, che così avrebbe potuto nascondere le altre casse in maniera più accorta. John riuscì a parlare agli altri due uomini mentre Harker era distratto nel contare e nel guardarsi intorno per trovare qualche altro posto in cui le casse potevano essere nascoste. Poi diedi istruzioni a tutti di guardare attraverso la sporcizia e la polvere e di cercare qualsiasi indizio che potesse condurci dove erano state spostate le altre casse; naturalmente, John sapeva bene che ciò aveva lo scopo di cercare tracce del manoscritto e della prima chiave.

Mentre noi tutti cercavamo, percepii un improvviso cambiamento nella stanza, uno scintillio di colore indaco che mi disturbò… ma che nello stesso tempo non mi infastidiva. Nello stesso istante, Arthur e Jonathan reagirono entrambi a qualcosa nell’ombra.

«Ho pensato di vedere un volto», disse Arthur per scusarsi.

Non dissi nulla, ma mi accucciai per aprire le casse e guardare tra la polvere e le ragnatele in cerca di qualsiasi indizio riguardo al manoscritto o alla chiave. Mentre così facevo, uno degli uomini si mosse e mi si mise vicino, in attesa di parlarmi di qualcosa… o così pensai poiché, con la coda dell’occhio, vidi un paio di pantaloni e di stivali.

Alzai lo sguardo, con la bocca aperta per chiedere: Sì? Ma la domanda mi morì sulle labbra quando i miei occhi si fissarono su un uomo alto vestito di nero, con lunghi capelli d’argento e neri, e dei baffi; un uomo — no, un Vampiro — la cui pelle brillava del bianco immortale, madreperlaceo, caratteristico di quelle creature.

Vlad, pensai, fissando l’intruso, ma non dissi nulla: la sorpresa mi aveva tolto la voce. Il disappunto mi inondò come il mare più amaro; così persino l’aiuto di Arminius non era servito a nulla. Se i suoi talismani non riuscivano nemmeno a scoraggiare il Vampiro nella sua tana, allora nessuno di noi era al sicuro, e la povera Madam Mina sola nel manicomio…

Ma, mentre lo fissavo, il mio sgomento cominciò a scemare, poiché gli occhi non erano del verde scuro di quelli dell’Impalatore ma nocciola e dolci, e il suo naso non era così aguzzo, né le labbra così crudeli. In effetti, il viso non mostrava né malvagità né dissoluta sensualità, ma gentilezza mescolata a gioia e a dolore.

«Mio Dio!», bisbigliai, inconsapevole di aver avuto l’intenzione di parlare; le parole sembravano uscire da me senza l’intervento del cervello, dei denti, della lingua o delle labbra. «Mio Dio…», ripetei.

Mi guardai intorno, e vidi gli altri occupati a darsi da fare, del tutto inconsapevoli dell’immortale che stava accanto a loro. Il Vampiro era invisibile, ma io non lo ero; quando si voltò e mi fece cenno di seguirlo dietro a un angolo, obbedii, facendo del mio meglio per fare finta che mi fosse appena venuto in mente un nuovo posto dove cercare.

Una volta che fummo entrambi al riparo dalla vista degli altri, mi aprì le sue braccia e ci abbracciammo.

«Brain, mi hai reso orgoglioso», bisbigliò nelle mie orecchie. «Molto orgoglioso…».

«Arkady», bisbigliai e mi allontanai per guardarlo meglio. «Papà… Come può essere? Vent’anni fa ti lasciai cadavere nel Castello Dracula, con un palo che ti trapassava il cuore».

Si batté il petto ora intero e sorrise.

«Non lo capisco nemmeno io ma, in qualche modo, sono stato resuscitato… da chi, non lo so. Forse è stato possibile perché non sono stato decapitato». Il suo sorriso svanì e mi guardò intensamente. «Ne parlerei ancora, ma abbiamo poco tempo prima che il sole sorga, Bram. E c’è qualcosa che deve essere trovato, e rapidamente, altrimenti Vlad diventerà così potente che nessuno, nemmeno il Diavolo stesso, sarà in grado di fermarlo».

«Sì, lo so… il manoscritto».

Lui ne fu piuttosto sorpreso. «Chi te ne ha parlalo?», mi chiese.

«Arminius».

Un’ombra di sorriso apparve sul suo viso.

«Sono contento che ti aiuti lui ancora». E di nuovo, seriamente: «Vlad non ha ancora trovato la prima chiave: di questo ne sono sicuro. Se lo farà, acquisterà ancora più potere di quello che ha adesso. È qui, da qualche parte; io la cerco quando mi è possibile, ma non sono alla sua altezza di questi tempi. Probabilmente adesso arrivo a stento al tuo livello».

Sorrisi, mentre scuotevo la testa.

«Ora tornerò ad essere invisibile e parteciperò alla tua ricerca. Ma dobbiamo lavorare rapidamente, poiché non è rimasto molto tempo prima che lui ritorni». Quindi si allontanò da me e cominciò a scomparire… ma prima che la sua scomparsa fosse completa, si fermò, e con un’espressione malinconica chiese:

«Mary è ancora viva?».

Io non sono un uomo facile alle lacrime ma, di recente, ne ho versate molte. E, a quella domanda, i miei occhi si riempirono ancora.

«È al sicuro, ad Amsterdam».

Alla mia reazione, la sua espressione divenne di preoccupazione e di angoscia.

«Ma non sta bene?», chiese ancora.

«Sta morendo».

«Ah!», mormorò con un lamento, ritornando ad essere pienamente visibile, e si voltò. «Se non fosse per Vlad, la vedrei un’ultima volta…». Si raccolse ancora in sé, e poi chiese: «E il tuo bambino, Jan… so che è difficile, ma lo hai…».

«L’ho ucciso», risposi amaramente. «E, sì: Gerda da allora è impazzita».

«Riposa», disse Arkady e mi circondò con un braccio gelido.

«Riposa dolcemente e in pace, per merito tuo. Presto Gerda sarà liberata dal suo dolore; verrà il momento. Devi credere…».

Quindi mise il suo viso contro il mio collo e pianse lacrime freddissime. John sarebbe stato preso dal terrore, lo so, al vedermi permettere a un Vampiro una tale vicinanza alle mie vene, ma con Arkady non avevo paura. La mia unica preoccupazione era di non arrendermi al dolore: non lì, davanti agli altri, non lì, quando c’era del lavoro da fare.

Presto si raddrizzò e disse, sospirando:

«Sempre dolore con noi Tsepesh! Sempre dolore… Volevo tanto risparmiarti il dolore che Vlad può infliggere…».

«Proprio come io volevo risparmiare lui», dissi, indicando John, che era entrato nel nostro campo visivo. Stava lavorando volgendoci la schiena ma, anche così, Arkady lo studiò con triste affetto.

«Un altro figlio», disse meravigliandosi; non era proprio una domanda.

«Tuo nipote», confermai.

Lui mi guardò nuovamente.

«Allora dobbiamo trovare un modo per risparmiarlo, Bram. La tua vita e la mia sono distrutte, come le vite di coloro che amiamo… È abbastanza».

E, mentre ancora lo guardavo, assunse un aspetto evanescente; prima che fosse completamente svanito, bisbigliai:

«Vieni da me ancora. Al manicomio, nella proprietà qui vicino…».

Mentre mi ricomponevo e ritornavo dagli altri, udii la sua voce bisbigliarmi nell’orecchio: Li ho lasciati con una piccola distrazione…

In effetti, lo aveva fatto. Mi trovai immerso fino alle caviglie nella polvere e nei topi; in effetti, le casse, il pavimento e le pareti, erano coperti di nere creature striscianti, e i loro minuscoli occhi riflettevano il chiarore delle nostre piccole lampade con una lugubre fosforescenza. Quasi immediatamente, Arthur soffiò nel fischietto; presto apparvero tre terrier e, dopo qualche riluttanza (senza dubbio sentivano la presenza di Arkady), divennero più coraggiosi e scacciarono quell’ammasso brulicante.

Nel frattempo, la luce del sole si stava avvicinando e sembrava che noi avessimo fatto tutto il possibile per il momento. Ce ne andammo, sollevati per il fatto che nessuno di noi fosse ferito, ma molto preoccupati per le casse mancanti. Bisogna aver paura di ogni ritardo ma, almeno, Harker è in cerca delle altre casse.

3 ottobre. Il peggiore tra tutti i giorni da quando abbiamo perduto la povera Lucy.

Fino alla notte scorsa, tutto stava andando bene, e io osavo sperare. Sono contento di aver permesso ad Harker di entrare a far parte del nostro gruppo, poiché è stato una inestimabile fonte di informazioni riguardo a dove Vlad ha trasportato le casse.

Sembra che, il “conte”, abbia acquistato altre proprietà a est e a sud di Londra: a New Town, dove Whitechapel Road diventa Mile End, e a Jamaica Lane, Bermondsey. Ha anche acquistato una casa proprio nel cuore della città, a Piccadilly. Oggi andremo là e cercheremo documenti riguardo ad altre proprietà, e le loro chiavi. E forse, se il Destino lo vuole, ci imbatteremo in una “chiave” molto diversa.

Prima di ieri, Jonathan aveva completato la sua ricerca, e noi eravamo in possesso degli indirizzi necessari; Arthur e Quincey trascorsero il giorno per trovare dei cavalli in modo che ci potessimo spostare rapidamente di luogo in luogo. Domani, mi dissi, il Vampiro sarà nostro! Ero nuovamente pieno di ottimismo ma, ahimè!, nel mio sciocco desiderio di proteggere Madam Mina dal male e dalla conoscenza del male, ho trascorso poco tempo con lei… e così non ho visto l’ovvio.

Nelle ore che precedono l’alba, John è venuto di corsa nella mia cella, così sconvolto che sono immediatamente uscito dal mio rifugio per vedere cosa l’aveva tanto spaventato.

«Professore!», gridava, senza alcuna preoccupazione che qualcuno potesse sentire e sapere in quale luogo della casa mi trovavo. «Renfield sta morendo…».

Con la borsa in mano, mi precipitai con lui per vedere se potevo essere d’aiuto come medico. La porta che conduceva alla cella di Renfield era spalancata, e l’inserviente era rannicchiato dietro di lui con un’espressione di angoscia e di impotenza.

Il primo sguardo provò che John non aveva assolutamente esagerato la situazione, poiché il pover’uomo giaceva sul fianco, con il viso rivolto verso l’alto e la testa e le spalle circondate da uno scuro alone di sangue che si andava allargando. L’esame rivelò la schiena rotta e il cranio fratturato, con pezzi di osso spinti all’interno del cervello; sarebbe morto subito se non si fosse fatto qualcosa per allentale la pressione del sangue che si accumulava nel cervello.

Istintivamente, alzai lo sguardo da dove ero inginocchiato accanto all’uomo morente, e diedi uno sguardo alla finestra con le grate, dove solo di recente John aveva messo una delle croci di Arminius.

Sparita! Con voce chiara ne chiesi conto all’assistente:

«Il crocifisso sopra la finestra: dov’è?».

Dovette pensare che fossi folle o spietato, o entrambe le cose, per fare una domanda tanto apparentemente irrilevante, mentre il povero Renfield soffriva accanto alle mie ginocchia. Imbarazzato, il corpulento giovanotto lo porse a John, dicendo:

«L’ho tolto perché questa sera stava diventando pazzo cercando di saltare e di tirarlo giù; temevo che si facesse male, così sono entrato e l’ho tolto. Ha cercato di togliermelo e ha supplicato per averlo ma, dato che era tagliente…».

«È abbastanza», disse John piuttosto adirato.

Suppongo che l’assistente pensasse che noi lo sospettassimo di volerlo rubare e che ci preoccupassimo di più della proprietà di Seward che del nostro paziente che soffriva, poiché indietreggiò con un’espressione offesa.

«Mandalo via», ordinai e, allo sguardo scandalizzato che l’assistente rivolse a me e poi a John, spiegai: «Dovremo fare un buco nel cranio per allentare la pressione. Se vuoi restare…».

Ma lui era già fuori dalla porta, che chiuse dietro di sé. Dissi a John, mentre prendevo gli strumenti dalla mia borsa:

«Sarebbe opportuno trapanare. Non penso che lo salveremo ma, perlomeno, potrà passare i suoi ultimi momenti consapevole e in modo migliore».

Mentre parlavo, bussarono piano alla porta e, sia Arthur che Quincey, sbirciarono dentro. John li fece entrare; non chiesero alcuna spiegazione nel vedere la pozza di sangue e il nostro paziente orribilmente ferito.

Rimasero in piedi in silenzio e sgomenti mentre io eseguivo l’operazione, trapanando proprio sopra l’orecchio del paziente. Per il momento, andava bene; dopo qualche minuto, la pressione si alleggerì. Renfield aprì gli occhi e, del tutto lucido, chiese che gli fosse tolta la camicia di forza.

Non c’era ragione di tenerlo costretto comunque, dato che qualsiasi movimento avrebbe soltanto aumentato il dolore e accelerato la sua morte. Sebbene la fine non fosse lontana, sentii che desiderava parlare e “confessare i suoi peccati”, per così dire. Non mi dispiaceva sentirli, poiché la finestra non più sicura significava pericolo per noi tutti.

Parlò razionalmente, anche con gentilezza, in un modo che evocò la mia pietà, ma non ho mai udito delle parole che mi abbiano tanto addolorato. Il nostro Renfield era veramente stato sotto l’influenza del Vampiro e adorava il suo “Signore e Maestro”, ma era stato anche conquistato da Madam Mina, che gli aveva fatto visita due volte per cortesia; la seconda volta, proprio quel pomeriggio. Era diventata troppo pallida perché lui riuscisse a sopportarlo, disse. E aggiunse: «Mi fece impazzire sapere che Lui le aveva preso la vita».

Che momento orribile! Mentre lo diceva, nessuno di noi riuscì a reprimere un brivido.

Dracula, sentendo l’odore di Mina, era andato da lui solo qualche momento prima, quella notte, entrando con facilità una volta che il talismano era stato rimosso. E quell’uomo — quel pazzo furioso — aveva affrontato il Vampiro con le sue mani e aveva lottato per proteggere Madam Mina nell’unico modo che conosceva.

Quando ebbe finito di parlare e sospirò ricadendo nell’incoscienza, l’aria era elettrica: noi quattro non dicemmo una parola ma lasciammo quel pazzo coraggioso a morire, e corremmo nelle nostre stanze per prendere i talismani. In pochi secondi eravamo arrivati davanti alla porta della stanza di Harker, che era chiusa dall’interno.

Tutti insieme ci gettammo contro di essa ed entrammo buttandola giù. Io caddi in avanti e gli altri mi oltrepassarono, poi si fermarono improvvisamente. Cadendo, ebbi la sensazione di stare attraversando una nuvola di luccicante indaco, intensa e fredda, sebbene non così intensa come quando avevo visto il Vampiro l’ultima volta, e toccata all’interno da una traccia di bianco radioso e di un puro bagliore dorato. Ma non era Vlad, non era Vlad che mi sfiorava, ma qualcos’altro di completamente malvagio e del tutto femminile.

Passò rapidamente; la porta si chiuse con forza dietro di me quando lei se ne andò e, mentre io mi rialzavo a fatica sulle mani e le ginocchia (oh, e se fossi stato in piedi mi ci sarei lasciato cadere!), vidi…

Harker russava sul letto vicino alla finestra e sul bordo estremo del materasso, mentre sua moglie teneva il viso premuto contro il petto nudo dall’Impalatore, i cui occhi erano chiusi nell’estasi più profonda. Lei voltò la testa, soffocando, mostrando alla luce della luna la bocca e le guance scure e gocciolanti di sangue vampiresco. Quella vista mi trapassò come una lama appuntita: era la versione più crudele del rito del sangue, uno scambio sanguinario che legava completamente la vittima al predatore. Se anche lui aveva bevuto da lei, allora lei era sua.

Ma, nel mezzo del mio orrore, un pensiero mi colse: Non ci ha uditi arrivare. Non ci ha uditi arrivare. È cambiato…

Mi rimisi in piedi mentre il Vampiro, alla fine, diventava consapevole della presenza dei suoi nemici; con un rapido e potente movimento, gettò la sua vittima sul letto e balzò verso di noi. Ma prima io avevo alzato l’involto che conteneva l’ostia consacrata e sentii una forza che come un lampo si spostava dal mio cuore alle dita. Anche senza l’apporto della forza di Arminius, non ero mai stato più determinato, più concentrato, più fiducioso, in tutta la mia vita; penso che avrei potuto scacciarlo con la mia sola volontà.

Alla vista dell’involto ebbe paura — ebbe paura con uno spasimo orrendo, come se il potere che emanava da esso gli stesse bruciando la pelle! — e io mi concentrai in me stesso al punto da trovare la mia seconda vista, per cui vidi la sua aura ridotta, consumata, offuscata!

Entrambe le cose sembrarono per lui una rivelazione, poiché un’espressione di incredulità e di rabbia infernale contorse i suoi lineamenti e rese rossi come fiamme i suoi occhi verdi. Era confuso; era stato così compreso nel suo atto, che fu sorpreso da quell’improvvisa mancanza! Era accaduto soltanto di recente?

Mentre Jonathan continuava a russare, mi mossi tra gli Harker e il mostro, avanzando pian piano con l’ostia in alto finché Vlad riprese coraggio e si trasformò in una nebbia scura. In quella forma si mosse attraverso quattro guardiani armati e scomparve sotto la porta, poiché la piccola croce d’argento sopra la finestra creava una barriera che non poteva attraversare.

Immediatamente Madam Mina emise un respiro stridulo e si lasciò sfuggire un grido che lacerò lo stesso velo del Cielo.

Le parole non possono esprimere l’orrore che seguì, quando il povero Harker si svegliò, vide il sangue che sporcava il viso e il vestito di lei, e comprese ciò che era accaduto; a malapena riuscimmo a trattenerlo dall’afferrare il suo coltello — quella larga lama curva conosciuta in India come kukri — e dall’inseguire il Vampiro a piedi.

Per quanto riguarda la coraggiosa Madam Mina, lei era distrutta, non per paura personale, ma per il timore che potesse essere usata per far del male a coloro che amava. Infatti Vlad, nella sua arroganza, l’aveva tormentata crudelmente, dicendo che ora era ai suoi ordini e che sarebbe venuto il momento in cui sarebbe diventata la sua compagna Vampira e la sua aiutante… e avrebbe corrotto ognuno dei cinque uomini che ora lo stavano combattendo.

Con delicatezza la calmai e la convinsi a raccontare tutto quello che era accaduto, mentre John accendeva la lampada. Anche alla sua luce, non riuscivo a giudicare se fosse stata appena morsa e se il rito fosse stato completato, poiché lei si appoggiava contro il petto di suo marito così che i lunghi capelli neri le ricadevano in avanti, nascondendole il viso e il collo.

Quando si fu sufficientemente ricomposta, rivelò il peggio, con una voce coraggiosa che vacillò raramente: il Vampiro l’aveva morsa e lei era stata costretta a ingoiare un po’ del suo sangue. Lo scambio era stato completo, e i nostri sforzi per proteggere Madam Mina avevano avuto come conseguenza il fatto che ora per noi era perduta.

Grazie a Dio, Vlad è più debole! Anche così siamo costretti più che mai a distruggerlo, prima che possa portare a compimento la promessa fatta a Madam Mina.

E se è più debole — come io e John discutemmo in privato — può significare soltanto una cosa: che un altro immortale gli ha rubato il manoscritto. Ma chi?

Prima che Madam Mina avesse finito la sua terribile storia, si stava facendo l’alba. Tutti fummo d’accordo per vestirci e incontrarci dopo poco, onde discutere di ciò che doveva essere fatto.

Prima, naturalmente, John e io andammo ancora a controllare Renfield: era morto, pover’uomo! Pazzo o no, è morto coraggiosamente e per amore di Madam Mina, e per questo io onorerò sempre la sua memoria.

Premetti quindi il talismano della finestra nella sua mano fredda e recitai silenziosamente una preghiera per i defunti.

Quando fummo tutti vestiti e riuniti, il nostro piano divenne chiaro. Andremo in ognuno dei quattro luoghi: a Carfax, dove si trovano ventinove casse; a Mile End e a Bermondsey, che ne contengono sei, e a Piccadilly, dove ce ne sono nove. Le sigilleremo tutte con l’ostia e così provocheremo un confronto tra noi e il Vampiro. Spero nella vittoria ma, anche se l’Impalatore soccomberà, dovremo poi affrontare un nemico ancora più potente…

Capitolo sedicesimo

Il diario di Abraham Van Helsing

3 ottobre, notte. Debbo continuare con l’avventura di oggi. Ce ne eravamo andati alle sei e mezzo del mattino per incontrarci a colazione, essendo stato deciso che tutti avevamo bisogno di un nutrimento sostanzioso per gli eventi del giorno. Così ci affollammo nella sala da pranzo e facemmo colazione con focacce, salsicce e tè.

Sebbene tutti si sentissero esausti e prostrati, lavorammo sodo per mantenere una parvenza di buonumore; Mina era allegra e sorridente come sempre, e Arthur e Quincey scherzarono un po’ con lei e la fecero ridere. Io bevvi del caffè, come un bravo olandese, e sorrisi meglio che potei mentre sorseggiavo dalla mia tazza, guardandoli. Jonathan era quello che, chiaramente, incontrava più difficoltà. Di tanto in tanto, rivolgeva lo sguardo sulla sua affascinante moglie, con gli occhi pieni di lacrime, e distoglieva lo sguardo rapidamente, per timore che lei vedesse la sua preoccupazione e si perdesse di coraggio.

Nel mezzo di tutto ciò, mentre gli altri erano distratti dalla briosa conversazione, il campanello della porta suonò. Un minuto dopo, la governante mi venne vicino e mi disse piano:

«Dottor Van Helsing? C’è una signora alla porta che desidera parlare con voi».

Questo tranquillo annuncio mi lasciò — e insieme a me John, che mi sedeva accanto — sbalordito. Ci scambiammo uno sguardo profondo. Chi altri poteva sapere che ero lì? Tastai il talismano nella mia tasca mentre mi alzavo, chiedendomi se era qualche trucco di Vlad… o se era Frau Koehler che era venuta per annunciare la morte di mamma di persona, invece che mandare un telegramma.

Me ne andai e John mi seguì in silenzio. Gli altri stavano conversando, e Mina rideva con falsa gioia per qualcosa che aveva detto Quincey.

Comunque, prima che raggiungessi l’ingresso, John mi aveva sorpassato, affiancandosi alla governante, che lo rassicurò:

«Stanno aspettando fuori, dottore; so che mi avete chiesto di non lasciare entrare nessuno senza il vostro permesso…».

Quando John aprì la porta appena di un dito se ne andò. Da dove mi trovavo, non potevo vedere oltre lui, ma il suo profilo era facilmente visibile; il movimento dei suoi occhi rivelò che vi era una persona nel portico e un’altra che stava leggermente dietro. Apparentemente non le conosceva, poiché domandò con aria severa:

«Sono il dottor Seward. Posso fare qualcosa per voi?».

Prima udii una voce lontana, stranamente familiare… quella di una signora, con un accento vagamente slavo ma con un’eccellente padronanza dell’inglese:

«Ve ne prego, dottore, ma prima permettetemi di dire che vedervi è per me un piacere maggiore di quanto pensiate. Ho sentito parlare di voi da… fonti indirette».

John alzò la testa confuso e sorpreso, e i suoi occhi si socchiusero in quel particolare modo che sta a indicare che si è incerti se credere a ciò che si è visto.

La signora continuò, con una voce che adesso mi era assai familiare ma era in parte cambiata, al punto che non riuscivo a riconoscerla.

«Desidero parlare con Abraham Van Helsing al più presto. Ditegli che ho informazioni che lo possono aiutare nella sua… ricerca».

Allora mi feci spazio accanto a John, incapace di stare ancora fermo.

«Sono io Abraham Van Helsing».

Nell’ingresso c’era una donna: non era bella, ma piacevole in un modo severo, e pallida, con mento e naso forti e appuntiti, e zigomi alti e sporgenti. I suoi capelli neri striati d’argento erano raccolti strettamente in una folta crocchia alla base del collo, senza pretese di moda o arzigogoli. Era vestita con un semplice vestito nero — contro il quale stringeva un magro e alto cane bianco — e portava un velo, che si era tirata indietro per parlare. Sotto folte sopracciglia nere, i suoi occhi castani erano malinconici, afflitti e, quando mi vide, si illuminarono un po’ ma non sorrise.

A parecchi piedi di distanza c’era un uomo, anche lui vestito a lutto. Con la coda dell’occhio notai la sua presenza, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo dal viso della donna poiché la conoscevo… e allo stesso tempo non la conoscevo.

La sua aura non era forte, appena normale; stranamente, mentre si avvicinava alla sfumatura indaco del Vampiro (sebbene non così scura da andare oltre un profondissimo blu), era macchiettata con l’oro del progresso spirituale. Riuscii solo a pensare ad un cielo blu scuro punteggiato di stelle.

Se John aveva visto questo, aveva buone ragioni per essere confuso.

«Bram», disse con gentilezza, «so che sei mio nipote, Stefan George Tsepesh. Io sono Zsuzsanna Tsepesh. Sono venuta a chiedere il tuo perdono e ad offrirti il mio aiuto».

Per alcuni secondi non riuscii a parlare: potevo soltanto fissarla con le labbra aperte per lo stupore. Perché quella signora era Zsuzsanna, colei che aveva corrotto il mio piccolo Jan, la tormentatrice della mia povera Gerda… ma una Zsuzsanna senza alcuna traccia di fascino vampiresco, una Zsuzsanna che non faceva alcun tentativo di ipnotizzarci.

Esitai sulla soglia; la sua sincerità sembrava genuina, ma invitarla dentro casa poteva significare il disastro per tutti… specialmente se lei aveva rubato il manoscritto.

«Hai veramente bisogno del mio perdono», dissi con amarezza. «Ma non sono sicuro di potertelo dare; a causa tua, il mio figliolo è morto, e mia moglie è irrecuperabilmente pazza».

Quel ricordo evocò un odio implacabile dentro di me e il desiderio di essere crudele; sollevai il talismano che avevo preso dalla tasca, e lo tenni all’altezza del petto.

I suoi occhi si strinsero per il dolore e si irrigidì, ma non fece alcun movimento per scappare o per colpirmi; invece, rimase dov’era. Non sapevo cosa fare perché, più la guardavo, più il dolore e la rabbia mi sopraffacevano. Desideravo solo chiudere la porta e dimenticare il suo viso prima possibile, e mi mossi per fare proprio così. Ma, prima che ci riuscissi, l’uomo dietro di lei gridò:

«Bram! Aspetta!».

E Arkady salì le scale e si fermò accanto a lei; una sola lacrima illuminata dal sole le brillò sulle guance quando lui le circondò le spalle con un braccio consolatore.

«Figlio mio», disse gentilmente, «con le tue armi — indicò con il capo la croce nelle mie mani — ci crei un terribile disagio. Sai che non ti farei mai del male, per cui ora ti chiedo: l’ascolterai?».

In risposta guardai intensamente John. Lui fissava i due con un’espressione profondamente perplessa, poi guardò nuovamente me e chiese:

«Lui è veramente tuo padre?»

«Lo è», risposi, e Arkady sorrise a suo nipote, dicendo:

«E tu sei John. Ti ho visto la notte scorsa a Carfax; tuo padre mi ti ha indicato. Il mio nome è Arkady ma, per favore, chiamami come desideri».

Il colore se ne andò dal viso di John e il suo volto divenne privo di espressione; la stranezza di tutto ciò, unita ai terribili fatti della notte precedente, lo lasciava completamente inebetito. Era arrivato a considerare ogni Vampiro come un nostro nemico mortale… e ora stavamo riflettendo sul fatto di accoglierne due in casa. Mi guardò però con la coda dell’occhio e, vedendo il mio cenno di assenso, spalancò la porta e disse:

«Prego, entrate».

Naturalmente, non potevano oltrepassare la soglia finché John non avesse tolto il crocifisso che vi era appeso sopra (il cane, forse, avrebbe potuto, ma stava al fianco di Zsuzsanna e non l’avrebbe lasciata). Quando furono passati, lui rimise immediatamente il talismano. Questo provocò in loro un certo disagio, ma ci assicurarono che ciò che dovevano dirci era abbastanza importante da meritare una temporanea scomodità.

Li condussi nell’ufficio di John, così che gli altri non avrebbero udito, e chiesi a tutti di sedersi. Lo fecero e, dopo uno sguardo di rassicurazione da parte di Arkady, Zsuzsanna disse, con voce tremante:

«Prima cosa e più importante di tutto, sappi che io mi pento onestamente di tutto il male che ho causato a te, a tua moglie, e al tuo primo figlio. Mi puoi perdonare?».

Annuii con solennità, poiché ero troppo addolorato per rispondere; infatti, il solo indicare un assenso fu un atto di volontà abbastanza difficoltoso, poiché i miei sentimenti erano quelli di odio e furia. Ma li ingoiai — una pillola abbastanza amara — e vidi il sollievo spandersi sul viso di lei.

«Grazie», sospirò, e poi si concentrò. «Ci sono molte cose che ti devo dire prima che continui nei tuoi sforzi contro Vlad. La prima…».

«Scusami», la interruppi, forse un po’ troppo aspramente, «ma tu devi, prima di continuare, rispondere a una mia domanda. Perché questo improvviso cambiamento di campo? Quando ti vidi l’ultima volta, avevi giurato di uccidermi».

Zsuzsanna rise: non era un suono completamente felice, ma fece sì che il cane ai suoi piedi alzasse lo sguardo verso la sua padrona. Lei si chinò in avanti per accarezzargli la testa con affetto distratto mentre rispondeva:

«Non è stato tanto improvviso quanto sembra. Ricorda, Bram, che io ho trascorso cinquant’anni con Vlad e, con il passare del tempo, sono arrivata a capire sempre più come mi abbia traviato. Lui non è quel giusto e incompreso eroe come, inizialmente, si era dipinto ai miei occhi; è una creatura fredda, malvagia, completamente incapace di qualsiasi gentilezza e impulso affettuoso. Com’era nella vita, così è nella morte vivente. E io sono arrivata a odiare lui», abbassò il viso, «e me stessa. Anch’io ero a Carfax, la notte scorsa… dove incontrai Kasha». Guardò con affetto Arkady. «Vidi il vostro incontro, e come entrambi piangeste Jan, Gerda e Mary». Nuovamente chinò la testa e batté rapidamente le palpebre per asciugare le lacrime. «Così compresi che ero stata io la fonte di quel dolore per tutti voi».

Feci un cenno al cane che si alzò e mi si avvicinò timidamente, con la testa in giù e la coda che scondinzolava con esitazione. Gli accarezzai la testa e le orecchie e guardai nel profondo dei suoi sensibili occhi scuri; era un cane comune, mortale, niente di più, e ciò mi fece migliore impressione del discorso che aveva fatto lei. I cani sono anime nobili, e istintivamente temono il male e il Vampiro; eppure quello era affezionato alla sua padrona, e lei a lui.

«Benissimo. Questo mi sarà sufficiente… per ora. Vai avanti».

Il cane si sistemò comodamente sui miei piedi, e fui costretto a continuare ad accarezzarlo o ad essere oggetto di continui colpetti che mi dava con il muso freddo e umido.

Il viso di lei si sollevò, e un lampo malizioso comparve nei suoi occhi quando vide che il cane giaceva ai miei piedi.

«Amico ti ama. Anche a me vuol bene teneramente, ma è sempre assai sollevato nel trovare un mortale gentile e caldo».

Poi quell’espressione birichina svanì, e divenne nuovamente triste mentre diceva:

«C’è un altro immortale che è coinvolto in questa vicenda: una donna, la contessa Elisabeth di Bathory che, durante la sua vita, torturò brutalmente fino a farle morire più di seicentocinquanta giovani donne e poi fece il bagno nel loro sangue. Ne hai sentito parlare?»

«Sì».

«È un Vampiro… ma nello stesso tempo non lo è, poiché non ha denti aguzzi e preferisce infliggere ferite alle sue vittime per mezzo di strumenti di tortura, prima di bere e fare il bagno nel loro sangue. È sempre stata una maga più potente di Vlad e una scienziata; il suo Patto con l’Oscuro Signore è privo delle trappole superstiziose che caratterizzano quello di Vlad. Si può muovere durante il giorno o la notte, dorme quando vuole nei letti normali e non teme i simboli religiosi, ma solo quelli caricati potentemente come talismani, come i tuoi». Indico con il capo la mia tasca, dove avevo riposto il crocifisso, poi tirò un profondo sospiro. «Io lo so, perché sono stata sua compagna per un po’ di tempo e posso dire senza riserve che, se dovessi scegliere tra Vlad ed Elisabeth, avrei più paura di Elisabeth».

Istintivamente, chiesi:

«È stata Elisabeth a rubare il manoscritto a Vlad la notte scorsa?»

«È stata lei», intervenne Arkady, prima che sua sorella potesse rispondere. «Quando lui era… molto distratto, mentre si nutriva ed eseguiva il rito del sangue con», la sua espressione si fece lievemente sorpresa, «qualcuno qui, non è così, Zsuzsa?».

Lei annuì, ma era troppo intenta nel suo discorso per reagire.

«Le abilità di Elisabeth stanno aumentando rapidamente; presto sarà forte come lo era Vlad, man mano che arriva a capire sempre più l’indovinello. Dobbiamo aver molta paura