/ Language: Italiano / Genre:sf_horror / Series: I diari della famiglia Dracula

Il patto con il Vampiro

Jeanne Kalogridis

Per questo stupefacente debutto narrativo Jeanne Kalogridis ha scelto di confrontarsi con uno dei classici più avvincenti e terrificanti della letteratura dell’orrore: Dracula di Bram Stoker. Misterioso e sensuale, questo romanzo, scritto in forma di diario, pone l’inquietante figura di Dracula al centro di un puzzle particolarmente intricato. Partendo cinquant’anni prima dell’inizio del romanzo di Stoker, il patto con il Vampiro svela infatti l’esistenza di un antico e segreto accordo nella famiglia Dracula. Arkady, pronipote del principe Vlad Tsepesh, meglio conosciuto come Dracula, vive nell’incubo di una terribile minaccia, costretto a procurare sempre nuove vittime al suo adorato prozio per salvare la vita alle persone amate. Coinvolto in un abisso di morte e di sangue, Arkady oserà ribellarsi al suo tragico destino e sfidare Dracula, per il bene della sua famiglia.

Jeanne Kalogridis

Il patto con il vampiro

per S.

Anche il diavolo è un angelo.

MIGUEL DE UNAMUNO

Il diario di Arkady Tsepesh

(senza data, nella copertina interna, con calligrafia incerta)

Dio, nel Quale io non ho fede, aiutami! Non credo in Te: non ci credevo ma, se devo accettare il Male infinito che sono diventato, allora prego che esista anche il Bene infinito, e che abbia misericordia di ciò che rimane della mia anima.

Io sono il lupo. Io sono Dracula. Il sangue degli innocenti macchia le mie mani, e ora io attendo di ucciderlo…

Capitolo primo

Il diario di Arkady Tsepesh

5 aprile 1845. Mio padre è morto.

Mary sta dormendo da ore nel vecchio letto con le rotelle che mio fratello Stefan ed io dividevamo da bambini. Poverina, è talmente esausta, che il chiarore della candela non la disturba. Come è assurdo vederla giacere lì, accanto al piccolo fantasma di Stefan, circondata dagli oggetti della mia infanzia, all’interno di queste alte mura di pietra che si sgretolano, con i loro corridoi animati dai bisbigli delle ombre dei miei antenati. È come se il mio presente e il mio passato si fossero, all’improvviso, scontrati.

Intanto, sono seduto alla vecchia scrivania di quercia dove imparai a scrivere, facendo scorrere, di tanto in tanto, la mano sulla superficie tarlata, con i segni lasciati da successive generazioni di irrequieti giovani Tsepesh. L’alba si avvicina. Attraverso la finestra che dà a nord, vedo, contro il cielo grigio che si rischiara, i maestosi bastioni del castello di famiglia dove lo zio ancora dimora.

Rifletto sulla mia superba eredità e piango… silenziosamente per non svegliare Mary, ma le lacrime non portano sollievo al dolore: soltanto lo scrivere allevia la mia pena. Comincerò un diario, per registrare questi giorni dolorosi e per aiutarmi, negli anni futuri, a ricordare meglio mio padre. Devo tenere la sua memoria sempre viva nel mio cuore, in modo da potere, un giorno, dipingere a parole per mio figlio — non ancora nato — un ritratto veritiero di suo nonno.

Avevo sperato così tanto che potesse vivere abbastanza a lungo per vedere…

No. Niente più lacrime. Scrivi! Vedere questo comportamento rattristerà Mary, se si sveglia. Ha sofferto abbastanza per colpa tua.

I giorni appena trascorsi ci hanno visto muoverci senza sosta, trasportati attraverso l’Europa da navi, carrozze e treni. Non mi sembrava tanto di ripercorrere il mio viaggio attraverso il continente quanto di viaggiare all’indietro nel tempo, come se avessi lasciato il mio presente in Inghilterra e ora mi muovessi, rapidamente e irrevocabilmente, verso il mio oscuro passato ancestrale.

Nel vagone-letto traballante proveniente da Vienna, mentre giacevo accanto a mia moglie e fissavo il gioco di luce e ombra contro le cortine tirate, mi sentii lacerare dall’improvvisa e spaventosa convinzione che la vita felice che avevamo condotto a Londra non sarebbe mai più potuta ritornare.

Non c’era nulla a legarmi a quel presente, nulla tranne il bambino e Mary. Mary, la mia àncora, che dormiva profondamente, serena e incrollabile nella sua lealtà, nel suo appagamento e nei suoi princìpi. Giaceva su un fianco, la sola posizione confortevole al settimo mese di gravidanza, con le palpebre di alabastro bordate di una frangia dorata, che velavano l’oceano blu dei suoi occhi.

Attraverso il sottile tessuto bianco della camicia da notte, osservai la sua pancia tesa, il futuro imperscrutabile che vi si trovava, e la toccai con una mano, delicatamente, per non svegliarla, lasciandomi andare a improvvise lacrime di gratitudine.

È così risoluta, così calma, placida come un mare immobile. Cerco di nascondere la mia emozione traboccante per timore che la sua intensità la travolga. Mi sono sempre detto che avevo lasciato in Transilvania quel lato di me, quella parte dedita a umori oscuri e alla disperazione, quella parte che non aveva mai conosciuto la vera felicità, finché non avevo abbandonato la mia terra natia. Prima di andare in Inghilterra, avevo scritto volumi di nera poesia meditativa nella mia lingua madre ma, una volta che mi trovai in quel paese, smisi completamente di scrivere poesie. Nella mia lingua acquisita non ho mai tentato di fare altra letteratura che la prosa.

Dopotutto, quella era una vita diversa; ah, ma il mio passato è diventato il mio futuro.

Sul treno sferragliante proveniente da Vienna, giacevo accanto a mia moglie e al bambino non nato e piangevo… per la gioia che fossero con me, per il timore che il futuro potesse vedere quella gioia offuscata, per l’incertezza di fronte alle notizie che mi attendevano nel maniero sito nell’alto dei Carpazi.

A casa…

In tutta onestà, però, non posso dire che la notizia della morte di mio padre fosse stata uno shock. Sulla strada del ritorno da Bistritsa (voglio dire Bistritz: scriverò questo diario interamente in inglese, purché non lo dimentichi troppo presto), ebbi una forte premonizione. Una strana sensazione di terrore si impossessò di me nell’istante in cui alzai il piede per salire nella carrozza. La mia mente era già turbata — avevamo ricevuto il telegramma di Zsuzsanna da una settimana, e non c’era modo di sapere se le condizioni di mio padre fossero peggiorate o migliorate — e non si placò alla reazione del cocchiere quando gli dissi quale era la nostra destinazione. Era un vecchio gobbo, che mi fissò in viso ed esclamò mentre si faceva il segno della croce:

«In nome del cielo! Siete uno dei Dracula!».

Il suono di quell’odiato nome mi fece arrossire di rabbia.

«Mi chiamo Tsepesh», lo corressi con freddezza, sebbene sapessi che non sarebbe servito a niente.

«Come dite voi, buon signore; soltanto, vogliate gentilmente ricordarmi al Principe!».

E il vecchio si segnò di nuovo, questa volta con la mano che tremava. Quando gli dissi che, di fatto, il mio prozio, il Principe, aveva dato ordine che un cocchiere ci venisse incontro, cominciò a piangere e ci supplicò di attendere fino al mattino.

Avevo dimenticato che la superstizione e il pregiudizio erano comuni tra i miei ignoranti compatrioti; in effetti, avevo dimenticato che cosa volesse dire essere temuto e segretamente disprezzato per essere un boier, un membro dell’aristocrazia. Avevo spesso accusato mio padre per l’intenso disprezzo che, nelle sue lettere, mostrava verso i contadini; ora mi vergognavo di scoprire che lo stesso atteggiamento alloggiava anche in me.

«Non essere ridicolo», dissi seccamente al conducente, consapevole che Mary, la quale non parlava quella lingua, aveva nondimeno percepito la paura nel tono del vecchio contadino e ci stava guardando entrambi con ansia e curiosità. «Non te ne verrà alcun male».

«Neanche alla mia famiglia. Soltanto, giuralo, buon signore…!».

«Neanche alla tua famiglia. Lo giuro», dissi in fretta, e mi voltai per aiutare Mary a salire nella carrozza.

Mentre il vecchio indietreggiava per ritornare al suo sedile, inchinandosi e proclamando, «Dio vi benedica, signore! E anche la signora», cercai di calmare la curiosità e la preoccupazione di mia moglie, dicendo che le superstizioni locali proibivano i viaggi di notte nella foresta. Almeno in parte, era la verità.

Così, partimmo alla volta dei Carpazi. Era tardo pomeriggio ed eravamo già esausti per aver viaggiato un giorno intero, ma l’urgenza del telegramma di Zsuzsanna e la determinazione di Mary di andare incontro alla carrozza già ordinata, ci spinse a proseguire.

Mentre sorpassavamo il vicino paesaggio di verdi pendii boscosi cosparsi di fattorie e da qualche occasionale villaggio di contadini, Mary fece un’osservazione con sincero piacere sul fascinò del paesaggio, il che mi rallegrò, poiché provavo una non lieve pena per averla portata in un paese a lei straniero.

Confesso che avevo dimenticato la bellezza del mio paese natio, dopo anni di vita in una città affollata e sporca. L’aria era pulita e dolce, libera dal cattivo odore della città. Era l’inizio della primavera; l’erba era già verde, e gli alberi da frutta stavano appena cominciando a fiorire.

Dopo poche ore di viaggio il sole cominciò a tramontare, gettando un pallido chiarore rosato sul lontano scenario dei picchi a spirale dei Carpazi coperti di neve. Persino io trattengo il fiato di fronte al loro terrificante splendore. Devo ammettere che, mescolato al crescente senso di timore, provai un fiero orgoglio e una struggente nostalgia per una cosa che avevo dimenticato di possedere.

Casa. Una settimana prima, questa parola avrebbe indicato Londra…

Man mano che il crepuscolo avanzava, un’oscurità lugubre permeava il paesaggio e i miei pensieri. Mi trovai a riflettere sul lampo di timore che avevo colto negli occhi del nostro conducente, nonché sull’ostilità e sulla superstizione che erano implicite nelle sue azioni e nelle sue parole.

Il cambiamento nel paesaggio rispecchiava il mio stato mentale. Più ci avventuravamo nell’interno delle montagne, più la vegetazione ai lati della strada diventava rachitica e nodosa, finché, risalendo un ripido pendio, vidi, lì vicino, un frutteto di alberi di prugne deformati e morti, che si innalzavano neri contro il crepuscolo di un porpora evanescente. I tronchi erano curvi a causa del vento e del tempo, come le vecchie contadine che portano sulla schiena un fardello troppo pesante; i rami contorti erano tesi verso il cielo in una silenziosa supplica per implorare pietà. La terra sembrava diventare sempre più deforme, come era deforme la sua gente, resa storpia più dalla superstizione che da delle infermità fisiche.

Potremo mai essere veramente felici tra loro?

Poco dopo cadde la notte, e i frutteti lasciarono il posto ad alte e dritte foreste di pini. Le forme indistinte degli alberi scuri che scorrevano via contro le montagne più scure, e il dondolio della carrozza, mi cullarono fino a farmi cadere in un sonno agitato.

All’improvviso feci un sogno.

Con gli occhi di un bambino, guardai verso l’alto ai sempreverdi torreggianti nella foresta, oscurata dal castello del mio prozio. Le cime degli alberi imprigionavano le nebbie che salivano, e la fresca aria umida al di sotto odorava di pioggia recente e di pini. Una calda brezza mi scompigliò i capelli, poi agitò le foglie e l’erba che luccicava, adorna delle gocce di pioggia illuminate dal sole.

Il grido di un ragazzo ruppe il silenzio. Mi voltai e, nelle chiazze di luce, vidi il mio fratello maggiore Stefan, un allegro ragazzino di sei anni, con gli occhi scuri e a mandorla che brillavano di malizia e il viso arrossato e rotondo che sfoderava un ampio sorriso da monello sopra il mento stretto. Accanto a lui si trovava l’enorme e grigio Shepherd, mezzo mastino e mezzo lupo, che era cresciuto fin da cucciolo insieme a noi ragazzi.

Stefan mi fece cenno di seguirlo, poi si voltò e si mise a correre, mentre Shepherd gli saltava accanto con gioia, verso il cuore della foresta.

Esitai, improvvisamente timoroso, ma mi convinsi di essere al sicuro finché Shepherd ci accompagnava, poiché non c’era mai stato un compagno o un protettore più tenacemente fedele, e in qualche modo sapevo, con la certezza del sognatore, che nostro padre era nelle vicinanze e che non avrebbe permesso che ci accadesse alcun male.

Così inseguii mio fratello, mezzo ridendo, mezzo gridando, arrabbiato per l’ingiustizia del fatto che le sue gambe erano più lunghe e che, essendo di un anno più grande di me, poteva correre più velocemente. Lui si fermò per lanciare un’occhiata alle sue spalle con la soddisfazione di vedermi rimanere indietro, prima di scomparire alla vista nei boschi scuri e luccicanti.

Corsi, chinandomi poiché dei rami bassi si allungavano a graffiarmi le guance e le spalle annaffiandomi con le gocce di pioggia che avevano trattenuto. Più mi inoltravo nella foresta, più essa diventava scura e più il mio viso era colpito dai rami bassi, finché i miei occhi si riempirono di lacrime e le mie risatine si trasformarono in respiri affannosi. Mi misi a correre più veloce, sempre più veloce, battendo contro i rami che ora sembravano dei demoni intenti ad acchiapparmi, e quasi persi di vista mio fratello e il cane. La risata sonora di Stefan si faceva sempre più distante.

Continuai, facendomi strada attraverso i boschi in preda a un oscuro panico, per un tempo indefinito. Poi la risata di mio fratello si interruppe con un colpo sordo e un breve grido stridulo. Quindi seguì un attimo di silenzio, e poi un basso e terrificante ringhio. Il ringhio divenne un ruggito, e mio fratello urlò di dolore. Mi precipitai, gridando il nome di Stefan, nella direzione del trambusto.

Quando raggiunsi una radura, mi gelai per l’orrore e, nelle nebbie illuminate dal sole che filtrava attraverso gli alberi, vidi uno spettacolo orrendo: Shepherd, chino sul corpo immobile di Stefan, con le forti mascelle serrate sul collo di mio fratello. Al sentire il mio passo, l’animale alzò la testa e, così facendo, lacerò la tenera carne con i suoi denti aguzzi. Il sangue gocciolava dal suo muso argenteo.

Lo fissai negli occhi. Erano chiari, senza colore; prima, erano sempre stati dei gentili occhi di cane, ma ora vidi soltanto gli occhi bianchi di un lupo, di un predatore.

Al vedermi, Shepherd scoprì i denti ed emise un basso ringhio minaccioso. Lentamente, molto lentamente, si accucciò… poi saltò, volando senza sforzo attraverso l’aria, nonostante la sua mole. Terrorizzato, rimasi dov’ero come inchiodato, ed emisi un gemito.

Dietro di me ci fu un’esplosione e davanti a me un acuto guaito, quando il cane cadde morto a terra. Mi voltai e vidi mio padre. Velocemente, abbassò il fucile da caccia e corse al fianco di Stefan, ma ormai era troppo tardi: la gola di mio fratello era stata squarciata da Shepherd, fino ad allora mansueto. Procedetti per trovare il tronco dell’albero sul quale Stefan aveva inciampato e la roccia dove aveva battuto la testa.

E poi, con la nitida chiarezza che contraddistingue i più vividi e terrificanti incubi, vidi mio fratello che moriva.

Il piccolo squarcio sulla fronte aveva sanguinato a profusione, ma non era nulla in confronto alla gola, che era stata così gravemente maciullata che la pelle lacerata pendeva dal collo in un brandello sanguinolento, rivelando l’osso, la cartilagine, e il muscolo di un rosso brillante.

La cosa peggiore era che lui era ancora vivo e stava per morire, lottando per emettere l’ultimo grido, l’ultimo respiro; i suoi occhi pieni di orrore erano aperti, e si fissarono nei miei in una silenziosa supplica di aiuto. Delle minuscole bollicine di un rosso vivo rotolavano dalla laringe scoperta, e ognuna di esse luccicava come un prisma a causa della luce del sole che la attraversava, simile a un centinaio di arcobaleni in miniatura immersi nel sangue. Lì accanto, i fili d’erba si chinavano, sovraccarichi di goccioline di uno splendente cremisi.

Mi svegliai da quella terribile visione con un sussulto, quando il cocchiere tirò le redini dei cavalli per fermarsi. Dovevo aver dormito per un lasso di tempo piuttosto lungo, poiché eravamo già arrivati, attraverso il Passo di Borgo, nel luogo dell’appuntamento. Anche Mary sembrava aver dormito; per un istante parve disorientata quanto me, ma poi ci riprendemmo e radunammo le nostre cose in attesa dell’arrivo del calesse dello zio.

Non dovemmo aspettare più di alcuni minuti prima di udire il rumore delle ruote e il rimbombo degli zoccoli. Dalle nebbie della foresta apparve il calesse, tirato da quattro stalloni neri, magnifici e nervosi, che tremavano, con gli occhi e le narici ben aperti, mentre il cocchiere dello zio scendeva a salutarci. Il vecchio Sandu era morto due anni prima, e questo era uno nuovo, uno che non avevo mai incontrato, dai capelli biondo scuro e il viso senza espressione, di modi freddi e sgradevoli.

Non mi informai di mio padre, né lui mi fornì volontariamente delle informazioni; meglio sapere le eventuali cattive notizie dalla famiglia piuttosto che da quel silenzioso e spiacevole sconosciuto.

Ben presto i nostri bauli furono caricati, e noi ci sistemammo ben coperti nel calesse, poiché la notte era diventata fredda: quindi Mary ed io ci avviammo in un silenzio assonnato verso casa. Questa volta non sonnecchiai, ma usai il tempo per riflettere sull’incubo.

Avesse voluto il Cielo che fosse stato solo un sogno…

Infatti era un ricordo nel sonno, provocato, forse, dal familiare odore dei pini. Quel fatto terribile era veramente accaduto quando avevo cinque anni, sebbene, in realtà, non fossi andato tanto vicino da esaminare il mio povero fratello sanguinante. A dire il vero, ero svenuto nell’istante in cui mio padre era caduto in ginocchio accanto al figlio moribondo e aveva urlato la sua angoscia.

Anni dopo, quando mio padre si fu in parte ripreso dalla tragedia della morte di Stefan (e dal senso di colpa: oh, come si incolpava per essersi fidato dell’animale!), mi parlò di ciò che aveva potuto causare l’improvvisa malvagità di Shepherd.

Stefan, aveva detto mio padre, era inciampato e aveva battuto la testa, che aveva sanguinato a profusione. Shepherd era sempre stato un cane buono e fedele, ma l’odore del sangue aveva causato un ritorno ai suoi istinti di predatore, quelli del lupo. Non si poteva incolpare il cane, insisteva mio padre, piuttosto, era lui stesso ad esserne responsabile, per aver creduto che l’animale potesse vincere la sua seconda natura.

Il ricordo della morte di Stefan fece sì che il mio senso di terrore aumentasse, finché mi convinsi che la peggiore delle notizie ci attendeva alla fine del nostro viaggio. Ahimè, la mia premonizione si dimostrò vera.

Dopo un interminabile tragitto su tortuose strade di sabbia, arrivammo alla proprietà di mio padre che eravamo prossimi alla mezzanotte, e insieme — il cocchiere ed io — aiutammo Mary a scendere dal calesse (lei sembrava piuttosto sconcertata dalla dimensione e dalla grandiosità della residenza, molto diversa dal nostro umile appartamento a Londra. Suppongo di esser stato vago riguardo alla consistenza della nostra ricchezza familiare. Che cosa avrebbe detto l’indomani, quando il sole fosse sorto e avesse visto il magnifico castello, in confronto al quale noi siamo così piccoli?).

Devo ammettere che mi spaventai quando un enorme San Bernardo scese — saltando e abbaiando — i gradini di pietra per venirci a salutare, ma dimenticai il cane quando il mio defunto fratello apparve all’entrata.

Stefan stava lì fermo, con un ciuffo di neri capelli arruffati contro il trasparente alabastro della fronte, un piccolo e solenne bambino di sei anni, nonostante ne fossero trascorsi venti, e alzò la mano con lentezza, in cenno di saluto. Battei le palpebre, ma il suo spettro rimase, e soltanto allora notai che il pallido palmo sollevato e la stoffa bianca della sua camicia a brandelli erano macchiati di un rosso scuro — quasi nero nella luce lunare che brillava debolmente — e compresi che la sua mano non era alzata in segno di saluto, ma per mostrare il sangue.

Mentre guardavo, allungò il braccio e indicò, con le piccole dita gocciolanti di sangue e rugiada, qualche cosa dietro di noi. Mi guardai furtivamente alle spalle, sapendo che Mary e il cocchiere non stavano condividendo quella visione, e non vidi nulla se non un’infinita foresta di scuri sempreverdi.

Mi voltai per vedere Stefan che scendeva i gradini venendo nella nostra direzione, mentre indicava, silenziosamente ma chiaramente, la foresta.

All’improvviso fui preso dalla vertigine, e gridai e chiusi gli occhi. Nel mio paese ci sono leggende che parlano del moroi… il morto senza pace, condannato da un segreto peccato o da un tesoro nascosto a vagare sulla terra, finché la verità non sarà rivelata.

Sapevo che il giovane cuore coraggioso di Stefan non aveva segreti nascosti, né riuscivo a immaginare che avesse posseduto alcunché di simile a un tesoro; sapevo che quell’apparizione era provocata da null’altro che la fatica del viaggio e dal timore delle notizie future. Io sono un uomo moderno che ripone la sua speranza nella scienza piuttosto che in Dio o nel Demonio.

Aprii gli occhi e vidi, non Stefan, ma Zsuzsanna sull’entrata.

Alla sua vista, il mio cuore si strinse per il dolore; accanto a me, Mary sollevò la mano guantata alla bocca ed emise un profondo lamento di angoscia. Ambedue capimmo immediatamente che mio padre era morto. Zsuzsanna era vestita a lutto, e i suoi occhi erano arrossati e gonfi. Sebbene cercasse di sorridere, la sua momentanea gioia al vederci era cancellata da un’aria di dolore.

Ah, dolce sorella, come sei invecchiata nei pochi e brevi anni che sono stato via…!

Aveva soltanto due anni più di me, ma sembrava che fossero quindici. I suoi capelli — neri come il carbone, come i miei e quelli di Stefan — erano striati di argento alle tempie e in cima alla testa, e il suo viso era segnato ed emaciato. Seppi che il dolore l’aveva duramente provata, e mi sentii colpevole per il fatto che aveva dovuto sopportarlo da sola.

Immediatamente corsi verso di lei, passando sul luogo esatto dove era apparso il fantasma di Stefan soltanto qualche secondo prima. Lei riuscì a scendere con fatica un gradino prima che l’afferrassi e l’abbracciassi sulle scale di pietra. Il suo tentativo di allegria si sgretolò completamente, e singhiozzammo senza ritegno l’uno nelle braccia dell’altra.

«Kasha», ripeteva. «Oh, Kasha…».

Il suono del nomignolo che aveva trovato per me mi straziò il cuore (era uno scherzo tra noi due; kasha è un tipo di pappa d’avena che io detestavo moltissimo e che veniva d’abitudine servita a colazione dal nostro vecchio cuoco russo. Da ragazzo, avevo escogitato ogni tipo di metodo ingegnoso per disfarmi di essa e ingannare il cuoco, facendogli credere che l’avevo mangiata).

Zsuzsanna sembrava così leggera nelle mie braccia, così fragile, così esangue che, benché fossi affranto per mio padre, mi preoccupai per lei. Da quando era venuta al mondo con la spina dorsale e una gamba storte oltre a una costituzione fragile, non era mai stata robusta.

«Quando, Zsuzsa?», chiesi nella nostra lingua madre, senza nemmeno accorgermi che non stavo più parlando inglese, come se non fossi mai partito per Londra e non avessi mai dimenticato negli ultimi quattro anni di essere un Tsepesh.

«Questa sera. Proprio dopo il tramonto», rispose, ed io mi rammentai del sogno che avevo avuto nella carrozza. «A mezzogiorno ha perso conoscenza e non si è più risvegliato, ma prima mi ha dettato questo per te…».

Asciugandosi le lacrime con il fazzoletto, mi porse una lettera piegata, che feci scivolare nel mio gilet.

In quel momento, il San Bernardo trotterellò su per le scale per mettersi accanto alla sua padrona, ed io mi ritrassi involontariamente.

Zsuzsanna capì, naturalmente: aveva sette anni quando era avvenuto l’incidente a Stefan.

«Non temere», mi rassicurò, chinandosi ad accarezzare l’animale. «Bruto è di razza pura e molto gentile». (Bruto! Aveva qualche idea delle implicazioni di quel nome?) Quindi si raddrizzò e scese poco per volta i gradini in direzione di Mary, che era stata ad aspettare a breve distanza per rispettare la nostra intimità, e le disse in inglese: «Ma io sono stata maleducata. Qui c’è la mia amata cognata, che non ho mai visto. Benvenuta».

Dopo anni trascorsi a Londra, il suo accento mi sembrò piuttosto marcato; vidi che Mary ne restava leggermente sorpresa, poiché era abituata alla lettura della precisa e poetica prosa di Zsuzsanna e, chiaramente, supponeva che il suo inglese parlato fosse perfetto come quello scritto.

Nonostante le sue condizioni la rendessero goffa, mia moglie si mosse con molta grazia e agilità sulle scale e si affrettò verso mia sorella, in modo che questa non avrebbe dovuto affaticarsi nel camminare. Poi la baciò e disse:

«Le tue belle lettere mi ti hanno già resa cara; mi sento come se fossimo state buone amiche per anni. Come sono felice di incontrarti, finalmente… ma in che triste circostanza!».

Zsuzsanna le prese la mano e la condusse nella casa, portandola via dal gelo dell’aria notturna. Nel salotto principale, tra pianti e sospiri, ci raccontò il decorso della malattia di mio padre e i suoi ultimi giorni. Conversammo per almeno un’ora e poi Zsuzsanna insistette per condurci nella nostra stanza — la mia vecchia camera — poiché Mary era chiaramente esausta. Mi preoccupai che fosse sistemata, poi la lasciai, per andare a vedere insieme a Zsuzsanna mio padre. Lei mi condusse all’estremità est della proprietà, attraverso il poggio erboso, fino alla cappella di famiglia o, meglio, a quella che era stata la cappella, poiché mio padre era stato un agnostico dichiarato che aveva educato i suoi figli ad essere scettici nei confronti degli insegnamenti della Chiesa. Già prima di aprire la pesante porta di legno, potei udire innalzarsi nell’aria fresca della notte le dolci voci esitanti delle donne che cantavano i Bocete, i tradizionali canti di lutto:

Padre caro, alzati, alzati,
Asciuga gli occhi piangenti della tua famiglia!
Svegliati, svegliati, dal tuo sonno;
Di’ una parola, getta uno sguardo…

All’interno, i simboli del cristianesimo — le icone, le statue e le croci — erano stati da lungo tempo rimossi dall’altare, ma non era stato possibile toglierli dalle pareti, poiché ogni superficie piatta luccicava di mosaici bizantini con i santi; dal soffitto dell’alta cupola, da cui pendevano gli enormi lampadari, lo stesso Cristo guardava con aria imparziale verso il basso.

Quando entrai, vidi i prediletti della mia infanzia; Stefano, il martire (che io identificavo sempre con mio fratello), la disastrosa caduta di Lucifero dal Paradiso, e il prode San Giorgio che uccideva il drago insaziabile.

La costruzione non funziona più come un mausoleo o una chiesa, ma come un luogo dove i membri della famiglia possono trovare solitudine e meditazione e, di fatto, possiede ancora un’aura quasi spirituale che ispira un senso di rispetto e di calma. Mio padre aveva trascorso lì molte ore nei tristi anni successivi alla morte di suo figlio.

Dal fondo ci muovemmo verso la parte anteriore, dove delle targhe d’oro inciso segnavano il posto nel quale i nostri antenati riposavano nei loculi costruiti nel muro. Talmente tante erano le generazioni di Tsepesh lì tumulate, che la cappella non poteva contenerne di più e, un secolo e mezzo prima, un nuovo luogo di sepoltura aveva dovuto essere costruito tra la proprietà e il castello.

Oltrepassai i morti sentendo i loro occhi su di me, udendo, tra il frusciare degli abiti di Zsuzsanna e i miei, i loro mormorii di approvazione, e provando la stessa strana sensazione di estrema consapevolezza di cui avevo fatto esperienza durante il viaggio… tranne che non mi muovevo più all’indietro, attraverso i secoli, ma in avanti, emergendo in quel momento dai miei antenati, fuori dalla storia, e muovendomi velocemente come Stefan e Shepherd verso il presente. Verso il mio destino…

Mio padre giaceva, proprio allo stesso modo del piccolo Stefan molti anni prima, in un bara aperta di lucido ciliegio vicino all’altare, coperta da un tessuto nero e circondata da file di candele accese. Due grosse candele bruciavano in un pesante candelabro di ottone a ciascuna delle due estremità della bara. All’estremità superiore del catafalco, da entrambi i lati, c’erano due donne vestite di nero, che cantavano a mio padre, ricordandogli tutto quello che stava lasciando in questa vita, come se credessero, in tutta sincerità, che lui potesse svegliarsi, persuaso a rimanere su questa terra.

A qualche metro di distanza esitai, improvvisamente restio ad affrontare l’oggetto del mio dolore di fronte a testimoni.

«Lasciami, Zsuzsa», dissi a mia sorella. «Vai a riposare. Ti sei presa cura di lui durante tutti questi anni; io lo veglierò per questa notte».

È un’usanza della nostra terra che gli uomini rimangano con il morto — per fare la privegghia, così viene chiamata — credo per l’ignorante convinzione che l’anima debba essere protetta da coloro che potrebbero rubarla.

Mio padre avrebbe senza dubbio disapprovato il seguire una superstiziosa tradizione contadina, ma in quel momento volevo rendergli onore, mostrare il mio rispetto — aiutarlo, anche se ero arrivato in ritardo per questo — e non riuscivo a pensare a null’altro da dargli. Lui era un uomo gentile, tollerante, e io so che me lo avrebbe concesso, con una gentile e affezionata aria di divertimento.

Nello stesso tempo, con l’irrazionalità tipica del dolore, fui infastidito dalle donne che cantavano. A me era concesso di scegliere di onorare mio padre seguendo un’usanza che lui disprezzava, ma non era ammissibile che lo facessero degli sconosciuti.

Zsuzsanna non fece rimostranze, ma indugiò un momento, studiandomi con occhi lucenti per l’affettuosa tristezza e per la luce delle candele.

«Uno dei servi ha portato una lettera da parte dello zio, questa sera presto», disse, tirandola fuori da dove l’aveva messa nella cintura, poi l’aprì in modo che potessi vederla. Era scritta con una calligrafia fina simile a una ragnatela, e diceva (per quanto posso ricordare e tradurre):

Mia carissima Zsuzsanna,

Permettimi, con questa lettera, di esprimervi le mie più sentite condoglianze. Io condivido profondamente la vostra perdita poiché, come tu sicuramente sai, non c’era nessuno al mondo più di tuo padre vicino a me. Senza la sua intelligente e accurata amministrazione delle finanze e della proprietà, non sarei riuscito a sopravvivere, ma parlare del lato affaristico del nostro rapporto, sembra sminuirlo, poiché era molto più di ciò. Sebbene Petru fosse mio nipote, io lo amavo come un fratello, e te e Arkady, come miei propri figli. Credimi: finché potrò respirare, voi non avrete bisogno di nulla… non dovrete temere nulla! Voi siete, dopotutto, gli ultimi a portare il nome dei Tsepesh, e siete la speranza per il futuro della nostra orgogliosa famiglia. Se mai ci fosse qualcosa di cui abbiate bisogno o che desideriate, per favore, fatemi l’onore di chiedermela e l’avrete.

Saluta il nostro caro Arkady non appena sarà tornato, e sua moglie, e fai anche a lui le più sincere condoglianze. Confido che il loro viaggio sia stato sicuro e confortevole. È un peccato che la gioia del loro ritorno a casa debba essere oscurata dalla tragedia.

Ho pagato delle donne per cantare i Bocete per tuo padre; per favore, non affaticatevi con i preparativi. Penserò io a tutto. Con il tuo permesso, potrei passare stanotte per offrire i miei rispetti. Sarà piuttosto tardi, e così non disturberò né te né gli altri, ma ti chiedo soltanto di non chiudere a chiave la porta della cappella.

Il tuo affezionato zio,

V.

Feci un cenno con il capo per indicare che avevo finito. Zsuzsanna piegò la lettera e la rimise via, poi ci scambiammo uno sguardo d’intesa: aveva voluto avvertirmi che la mia solitudine avrebbe potuto essere disturbata. Quindi si alzò sulla punta dei piedi per darmi la buonanotte con un bacio sulla guancia, prima di voltarsi verso la bara di papà per un momento di raccoglimento.

Io rimasi in piedi, immobile e silenzioso, ascoltando il canto, il passo strascicato di mia sorella, ineguale sulla pietra fredda, e poi lo stridere dei cardini di ferro della pesante porta di legno mentre si chiudeva dietro di lei.

Mi voltai quindi verso le donne e dissi:

«Andate via».

Gli occhi della più giovane si spalancarono per la paura, ma continuò a cantare, mentre la più anziana, con gli occhi bassi per la stessa servile paura che avevo visto nel cocchiere, disse:

«Signore, noi non osiamo! Siamo state pagate per cantare i Bocete e, se il canto cessa anche solo per un momento, l’anima di vostro padre non sarà del tutto pronta per riposare in pace!».

«Andate via», ripetei, troppo esaurito dal dolore per iniziare una discussione.

«Signore, il Principe ci ha dato una somma generosa. Si arrabbierebbe se…».

«Io, qui presente, vi libero da ogni obbligo!». Con un ampio gesto, così brusco che entrambe le donne si ritrassero, puntai un dito verso la porta. «Se il Principe si arrabbia, si dovrà arrabbiare con me!».

Le gonne nere frusciarono, e le litanianti si affrettarono verso la porta, lanciando all’interno sguardi di muto terrore.

Finalmente, rimasi solo. Tirai un sospiro e camminai intorno alla bara per guardare il mio defunto e amato padre. Era un uomo alto, di bell’aspetto ma, come Zsuzsanna, era invecchiato di decenni nei pochi anni trascorsi da quando ero partito; i suoi capelli di un nero corvino, generosamente striati di grigio ferro al momento della mia partenza per l’Inghilterra, erano diventati completamente d’argento, e la sua fronte era profondamente segnata dalle preoccupazioni.

La sua vita era stata rovinata dalle tragedie: la pazzia e la deformità avevano perseguitato le recenti generazioni degli Tsepesh, in seguito a scambi matrimoniali tra famiglie boier. Suo nonno, la madre e la sorella, erano impazziti, un’altra sorella e due fratelli avevano dei difetti fisici e la tubercolosi. Della sua generazione, soltanto Petru e suo fratello, Radu, erano sfuggiti alla maledizione familiare, ed erano vissuti fino a raggiungere l’età adulta. Poi c’era stata la spina dorsale e la gamba storta di Zsuzsanna, nonché la sua conseguente condizione di zitella, la morte di sua moglie, e la morte di Stefan. Una fitta di colpa e di tristezza mi sopraffece, comprendendo che la mia partenza per l’Inghilterra aveva, senza dubbio, aumentato il suo senso di perdita. Era morto senza aver mai visto suo nipote.

(Caro bambino non nato, come vorrei che avessi conosciuto di persona la gentilezza d’animo di tuo nonno, e la dolcezza, la profondità e la costanza del suo amore. Come ti avrebbe viziato, te, suo unico nipote, come si sarebbe divertito a intagliare per te dei giocattoli di legno, come faceva per me, Zsuzsanna e Stefan. Per conoscere il suo volto, non hai che da guardare quello di tuo padre; i miei lineamenti taglienti, da falco, sono i suoi, così come i miei capelli di un nero corvino, sebbene i miei occhi siano color nocciola, un miscuglio tra gli occhi verdi di mio padre e quelli castani di mia madre. Vorrei poterti dire di aver conosciuto tua nonna, ma gli unici ricordi che possiedo di lei sono le storie raccontate da mio padre; lei morì poco tempo dopo la mia nascita).

Fissai il suo viso pallido, come di cera, con i lineamenti aguzzi, tirati. Gli occhi erano chiusi, ed io mi lasciai andare a un solitario, lacerante singhiozzo, comprendendo che non avrei mai più guardato quegli occhi verdi, belli e intelligenti. Piansi amaramente mentre poggiavo la mia guancia contro il suo freddo petto immobile e lo imploravo, come un bambino, di aprire di nuovo quegli occhi, soltanto una volta, una volta ancora.

Non so quanto a lungo la mia angoscia continuò, ma so soltanto che, dopo un po’ di tempo, mi calmai abbastanza per sapere che qualcosa di freddo e metallico mi graffiava la guancia. Sollevai la testa e vidi sotto di essa un grosso crocifisso d’oro attaccato a un rosario che era stato appeso intorno al collo di mio padre. Ovviamente, era stato un servo superstizioso o le cantanti di Bocete a metterlo lì, sapendo benissimo che avrebbe profondamente offeso papà. In un accesso di furia, lo strappai. La catenella si ruppe subito e le perle caddero nella bara e si sparsero sul pavimento. Scaraventai quello che ne rimaneva dall’altra parte della stanza; il crocifisso colpì la parete di pietra con un lieve tintinnio.

Rimasi adirato per un po’, quindi mi calmai: chiunque avesse fatto quello, l’aveva fatto con buone intenzioni. Lentamente, recuperai la croce e le perle, e le feci scivolare nella tasca del mio gilet, poi mi sedetti sul banco di legno vicino alla bara, e presi la lettera di mio padre, scritta con l’originale e artistica calligrafia di Zsuzsanna. Diceva:

Mio caro Arkady,

Quando leggerai questa mia sarò morto (a questo punto c’era una macchia sulla pergamena, dove era colato l’inchiostro). Con tutto il mio cuore, ti auguro che tu, tua moglie e il bambino, possiate ritornare in Inghilterra, per condurre la vita che avete sempre voluto condurre. Ma senza di te, senza nessuno che amministri la proprietà, tuo zio è senza risorse. Devi prendere il mio posto e fare qualunque cosa il Principe chieda, per il bene della famiglia. Non si può evitare; non può essere fatto null’altro.

Non ha importanza quale male ti potrà accadere: una cosa ti dovrai sempre ricordare. Che io ti amo con tutta la mia anima e che anche tuo zio ti ama, a suo modo. Possa questa conoscenza sostenerti in tempi di futuro dolore.

Addio! Il mio saluto affettuoso a te, a mia nuora, e al nipote che non vedrò mai.

Papà.

Rimasi immerso nel dolore per un po’ di tempo. Non posso onestamente dire che la richiesta di mio padre di prendere il suo posto arrivasse come una sorpresa; Mary ed io l’avevamo discussa da quando era arrivato il telegramma di Zsuzsanna. Quando, al principio, ero partito per l’Inghilterra, intendevo ritornare a casa alla fine dei miei studi per assistere mio padre nell’amministrare la proprietà ma, a quel tempo, immaginavo che lui sarebbe sopravvissuto allo zio e avrebbe ereditato tutto. Negli anni intercorsi, mi ero abituato al mio nuovo paese, mi ero innamorato di una ragazza inglese, mi ero sposato, e mi ero dimenticato completamente dei miei obblighi familiari.

Non posso ignorarli ancora. La nostra famiglia ha affrontato un gran numero di difficoltà a causa di matrimoni tra consanguinei. Nella nostra famiglia ci sono stati bambini deformi e malati, come Zsuzsanna, e dei pazzi, per cui essa si è assottigliata nel corso dei secoli, finché soltanto mio padre e suo fratello sono rimasti a dare continuità al nome.

Fortunatamente, mio padre aveva sposato una straniera, una robusta donna russo-ungherese, e ambedue — mio padre e lo zio — erano stati tanto gentili da concedere la loro benedizione, quando avevo annunciato il mio fidanzamento con Mary.

Ma, quando morirà lo zio, io sarò l’ultimo maschio Tsepesh… o Dracula, per usare l’odioso nome datoci dai contadini. È semplicemente la cosa più giusta che io possa fare quella di crescere qui i miei figli e insegnare loro ad amare questa terra come io la amo, così come fecero mio padre, e suo padre, e tutti i miei antenati prima di me. Abbiamo posseduto questa terra per quasi quattrocento anni. Non la posso abbandonare: venderla a degli sconosciuti sarebbe impensabile.

Per quanto sia fiero della mia eredità, provo un opprimente senso di colpa nel chiedere a Mary di rinunciare all’Inghilterra e di rimanere in questo paese arretrato e isolato. Lei insiste nel dire che ha sempre saputo che sarebbe finita così e che è del tutto pronta. Ma ciò è ben poco per alleviare la mia preoccupazione. Non posso essere felice se lei non lo è.

Eppure, nell’oscuro silenzio illuminato solo dalle candele, faccio un solenne giuramento… una promessa a mio padre, sul letto di morte, anche se con parecchie ore di ritardo: rimarrò, come lui ha chiesto, e mi prenderò cura dello zio. Mary ed io faremo crescere qui suo nipote, sulla proprietà che lui amava tanto, ed io non trascurerò di raccontare a quel bambino di suo nonno e di tutti quei Tsepesh che lo hanno preceduto.

Così rimasi sul banco di duro legno, perduto nel dolore per mio padre, dove generazioni di Tsepesh si erano seduti prima di me, vegliando i cari che avevano perduto. Dopo alcune ore, mi assopii e caddi di nuovo nel sogno angoscioso di me stesso bambino, che correvo dietro a Stefan attraverso la foresta.

Fui svegliato all’improvviso dal suono di un ululato spaventoso, spiacevolmente vicino. Nello stesso istante, la pesante porta di legno si spalancò con un gemito e vidi, per la prima volta in tanti anni, il mio prozio Vlad.

(Caro figliolo, il tuo prozio Vlad, che, per il tempo in cui sarai abbastanza grande da poter leggere questo scritto, sarà passato a miglior vita, era un solitario notevolmente eccentrico. Io sospetto che ciò fosse dovuto a un leggero caso di follia della famiglia.

Vlad soffriva di agorafobia, raramente lasciava il castello, e temeva i contatti regolari con chiunque, tranne quelli con mio padre. Per questa ragione mio padre si occupava di tutte le faccende che avessero a che fare con la proprietà terriera, e della maggior parte delle questioni con i domestici. Eppure Vlad era oltremodo generoso con noi. Ci faceva visita durante levacanze e i compleanni, facendo in queste occasioni la parte dello zio gentile e interessato, e ci ricopriva di doni. Pagò non solo per l’istruzione di mio padre, ma anche per la mia, e salvò la vita di Zsuzsanna quando si ammalò, facendo venire da Vienna i migliori medici.

Sfortunatamente, le eccentricità del mio prozio fecero nascere molte dicerie tra i domestici e tra i superstiziosi contadini della zona. Queste dicerie hanno causato molti sospetti verso la nostra famiglia da parte della gente di campagna. Sono certo che anche tu ne sentirai parlare).

Fu evidente che entrambi fummo sorpresi dalla presenza l’uno dell’altro. Lui indugiò un momento sull’entrata; era una figura alta, dai lineamenti tirati, dal portamento fiero come un leone e vestita a lutto. Devo ammettere che, nel corso degli anni, avevo dimenticato la stranezza e la severità del suo aspetto, e ne fui dapprima intimidito, come lo ero stato tanto spesso da bambino. Era pallido come uno spettro (come si addice a chi vive recluso), così pallido che era impossibile dire dove finiva la sua pelle e cominciava la folta criniera d’argento che aveva sulla testa. I suoi lunghi baffi pendenti e le scompigliate e spesse sopracciglia erano dello stesso colore. Questo pallore eccezionale era sottolineato dal mantello nero e dagli scuri occhi verdi… occhi magnetici, antichi, del colore della foresta, pieni di agile intelligenza.

Per un momento, mi sentii allo stesso tempo attirato e respinto dalla loro vista, ma poi essi si addolcirono all’improvviso nel riconoscermi, si empirono di straordinaria gentilezza, e lui si trasformò, da spettro che suscitava paura, nello zio affettuoso che ricordavo.

Tirai un sospiro quando compresi che la mia infantile preghiera era stata accolta. Avevo dimenticato la straordinaria somiglianza familiare, ma ora guardavo nuovamente negli occhi di mio padre. Poi mi parlò, ed io udii la voce di mio padre.

«Arkady», disse, «il cui nome significa Paradiso. Che bello rivederti, ma in che triste circostanza ci incontriamo».

«Vlad», dissi, alzandomi. «Caro zio».

Camminammo l’uno verso l’altro e ci stringemmo le mani, poi ci scambiammo il tradizionale bacio su entrambe le guance, un’usanza a cui non ero più abituato dopo gli anni trascorsi a Londra. Doveva essere piuttosto vecchio poiché, per quanto potessi tornare indietro con i ricordi, i suoi capelli erano sempre stati di un bianco argenteo, e si muoveva con la cautela dell’età, ma la sua presa, sebbene fredda, era forte, e contraddiceva la fragile apparenza. Grazie a qualche miracolo, o per difetto della mia memoria, non era invecchiato.

Ci tenemmo le mani e ci guardammo negli occhi per un po’ di tempo. Ebbi la sensazione di guardare profondamente nelle anime di tutti i miei antenati, ora mescolati in un’unica carne.

«Mi spiace disturbarti», disse. «Non mi ero aspettato di trovarti qui».

«Non è un disturbo».

«E come sta la tua cara e giovane moglie?»

«Bene. Sta riposando».

«Ciò è bene», disse gravemente. «Dobbiamo fare il possibile per conservare la sua preziosa salute, per amore del bambino in arrivo». Diede un’occhiata in giro nella cappella immobile, vuota. «Ma dove sono le donne? Quelle che avevo pagato per cantare i Bacete

«Sono andate via», dissi. «Le ho mandate via io. La colpa è tutta mia. Spero che non ti arrabbierai, ma desideravo il silenzio».

«È naturale», rispose, con grande comprensione, e agitò la mano per chiudere l’argomento. «Ma come sei cambiato dall’ultima volta che ti ho visto; sei diventato un uomo. Più che mai, ora assomigli a tuo padre». Indietreggiò di un passo per studiarmi meglio e tirò un respiro breve, doloroso. «È vero. Hai il suo viso, i suoi capelli…». Ciò fu detto con approvazione, poi (di sicuro l’ho immaginato) il suo tono divenne leggermente deluso. «Ma i tuoi occhi hanno qualcosa di tua madre».

Mi fissò negli occhi per un po’, quindi si voltò verso la bara. Uno sguardo di dolore gli attraversò la faccia, mentre sospirava:

«Ed ecco qui il nostro Petru…».

«Sì», mormorai, e ritornai al banco per lasciarlo al suo momento di dolore.

Si portò una mano al viso mentre chiudeva gli occhi e disse, con un dolore così profondo che mi vennero le lacrime agli occhi:

«C’è qualcosa di più orribile della morte? Più terribile del capire che, per noi, lui è perduto per sempre?».

Poi abbassò il braccio e si avvicinò alla bara con rispetto; prese la mano di mio padre e con una voce bassa, appassionata, esclamò:

«Ah, Petru! Ormai la tua carne è divenuta così fredda!». Quindi si chinò, sollevando la mano alle labbra e la baciò, dicendo: «Alle volte sento di aver camminato troppo a lungo su questa terra; troppe volte ho visto le persone care morire, troppe volte ho baciato un caro volto defunto».

Cercò di rimettere la mano di papà al suo posto, con una certa dignità ma, alla fine, il dolore lo sopraffece, e si accasciò per posare la guancia sul petto di mio padre, come avevo fatto io, bisbigliando, nel frattempo:

«Petru! Petru! Il mio unico vero amico…».

E pianse. Chiusi gli occhi e mi voltai, perché essere testimone della sua sofferenza significava aumentare la mia; sembrava così fragile e patetico, mentre si chinava sulla bara, che non potei trattenermi dal pensare che presto, fin troppo presto, lui stesso sarebbe stato disteso nella sua.

Quando, alla fine, si riprese e si alzò, rimase a fissare mio padre e parlò, con tale forte e appassionata convinzione che la sua voce riecheggiò sulle fredde pareti di pietra, ed io capii che superava il confine della morte, tanto che mio padre e tutti i miei antenati lo potevano udire:

«Io ti giuro, nel nome degli Tsepesh, che la tua fedeltà non verrà dimenticata».

Detto ciò, si avvicinò, si sedette vicino a me e vegliammo in silenzio. Subito dopo, i lupi cominciarono a ululare ancora, e così vicino che non riuscii a trattenermi dal guardare ansiosamente fuori della finestra scura. Lo zio vide e sorrise debolmente, con fare rassicurante.

«Non avere timore, Arkady. Non ti faranno del male».

Ma il suono degli ululati penetrò profondamente nella mia mente e, dopo un po’ di tempo, caddi di nuovo nel sogno di Stefan e di Shepherd, nell’incubo che si svolgeva attraverso una foresta senza fine. Corsi per ore e ore, gridando il nome di Stefan, mentre i lupi ringhiavano in lontananza; soltanto allora arrivai alla mia orribile meta per vedere il corpo sanguinante di mio fratello, e Shepherd, che sollevava il suo muso gocciolante di rosso vivo per guardarmi…

All’improvviso mio padre si mise tra noi due, con la schiena rivolta fiduciosamente verso la bestia. Mi afferrò il polso e girò la tenera parte interna del mio braccio verso l’esterno. Non feci resistenza; quello era mio padre, che io amavo.

Abbi fiducia in me, disse. Non ti accadrà niente di male…

L’argento brillò in un luccicante arco che si abbassava dal suo braccio sollevato alla mia carne scoperta. Gridai, spaventato dal dolore.

Al tocco di una mano fredda sulla spalla, mi svegliai ansimando, per ritrovarmi a fissare dentro due bianchi occhi di lupo.

«Arkady», disse mio zio severamente. «Svegliati! Stai sognando».

Battei le palpebre e gli occhi di lupo divennero quelli di mio padre, nel pallido viso dello zio. Fuori, l’oscurità si era addolcita nell’aurora.

«Devo tornarmene a casa», disse lo zio.

Mi alzai e lo accompagnai fino all’entrata, ringraziandolo per aver vegliato con me, ma lui alzò una mano per farmi fare silenzio, dicendo: «Va bene così». Poi si fermò e, per la prima volta, mi accorsi di una traccia di esitazione nei suoi modi. «Dimmi: tuo padre ti ha mai menzionato la possibilità di prendere il suo posto?»

«Sì», risposi. «Era stabilito. Avevo sempre avuto intenzione di ritornare ad amministrare la tenuta, un giorno; sarei onorato di farlo per tuo conto».

«Ah! Eccellente… ma non parliamo di affari ora che i nostri cuori sono gonfi di dolore».

Mi mise le mani sulle spalle e ci congedammo l’uno dall’altro nella maniera tradizionale, poi ci avviammo per strade separate nella notte che svaniva.

Il ripetersi dell’ululato in lontananza mi fece affrettare verso casa, attraverso l’erba bagnata. Mentre mi avvicinavo all’entrata orientale della casa, notai per caso un oscuro movimento in basso, alla mia sinistra e mi gelai, preso dal panico, pensando che fosse un lupo che si era perduto o forse un orso nascosto, che correvano verso me.

Non era nulla di tutto ciò. Mentre guardavo verso la fonte del movimento e i miei occhi si abituavano all’oscurità, la piccola e sanguinante forma di Stefan si materializzò nella luce lunare che schiariva.

Il mio defunto fratello si trovava all’estremità dell’ala orientale, che affacciava sulla foresta tra la casa e il castello; alzò un sottile braccio e fece un ampio gesto indicando gli alti pini.

I nostri sguardi si incontrarono. Mi guardò con una solennità piena di rimprovero, non più da demonietto ridente, con gli scuri occhi castani — gli occhi di mia madre — enormi e a mandorla, tendenti leggermente verso l’alto, in una testa di bambino ancora troppo grande per il suo corpo sanguinante. Sotto il mento, pendeva un brandello di pelle che brillava oscuramente; la luce lunare faceva risaltare nella gola il biancore dell’osso. Indicò di nuovo con l’indice verso gli alberi lontani e silenziosamente batté il piede in un caratteristico gesto di impazienza che non avevo visto in vent’anni.

Emisi un debole gemito di terrore, caddi in ginocchio, e mi coprii il volto. Rimasi lì alcuni minuti finché, alla fine, osai sbirciare attraverso le dita tremanti.

Stefan era scomparso. Mi rimisi a fatica in piedi, ripulendomi dai pezzetti di erba bagnata che mi si erano attaccati ai pantaloni e mi affrettai a rientrare in casa.

Ora sto scrivendo. Da qualsiasi parte guardi stasera, temo di vedere Stefan: nel letto accanto a mia moglie, o fuori nel corridoio. So che questa apparizione è soltanto frutto della grande afflizione che provo, eppure non riesco a impedire alla mia mente di ruminare sulle leggende circa il moroi.

Che cosa vuoi che trovi, fratellino? Che tesoro c’è, nascosto nella foresta?

Ho scritto tutto questo con un ritmo febbrile. Non è ancora mattino ma il sole è alto nel cielo. Mary dorme ancora, poverina. Adesso mi stenderò vicino a lei, e pregherò di non sognare i lupi.

Capitolo secondo

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

6 aprile. Sto scrivendo che è passata la mezzanotte… anzi, suppongo che in realtà sia, dopotutto, il 7 aprile… Ho così bisogno di dormire… sono così esausta! Il giorno in cui papà è morto, ho pianto per tutta la notte, né ho potuto riposare bene la notte seguente. Ora che il dolce sonno finalmente arriva, sono tenuta sveglia dall’abbaiare di Bruto. Continua a scagliarsi contro la finestra. Adesso è calmo ma, se lo fa ancora, lo chiuderò in cucina, prima che svegli l’intera casa.

Sulle prime, quando ho aperto gli occhi e ho guardato verso la finestra, ho pensato di vedervi riflesso il viso dello zio, ma era soltanto l’immagine residua di un sogno. Bruto era talmente agitato che, alla fine, mi sono alzata, ho aperto le imposte per indagare, e ho visto qualcosa di furtivo e di grigio che correva attraverso i campi: un lupo.

Avevo pensato che non sarei stata in grado di dormire dopo lo spavento e che avrei continuato a scrivere dell’arrivo di Kasha e di Mary, ma la stanchezza ha la meglio su di me. Ora, a letto. Fai dolci sogni, Bruto!

Il diario di Mary Windham Tsepesh

7 aprile. Questo paese è bello, selvaggio e strano come la sua gente, e i familiari di mio marito sembrano essere i più strani di tutti.

Il senso di colpa non è lieve mentre scrivo queste parole, ma io devo in qualche modo alleggerire il fardello di questa consapevolezza: però non posso dirlo al mio bravo marito e. certamente, non alla sua famiglia. Eppure, mentre comincio a scrivere, sono tentata di attribuire le mie spiacevoli sensazioni a manie dovute alla mia condizione. Forse, tutte le mamme in attesa soffrono di tali preoccupazioni…

Sciocchezze! Non sono mai stata fragile, mai soggetta a malattie che si originassero dai nervi. Arkady è orgoglioso del mio equilibrio, ed è vero. Io provengo da gente con il sangue freddo. Amo mio marito per il suo calore, la sua passione, le sue audaci profferte che a me non salgono facilmente alle labbra. La maggior parte delle volte invidio proprio queste qualità.

Ma il suo prozio le possiede fino al livello della pazzia.

Non posso dire nulla al mio povero, caro Arkady; è già abbastanza depresso per la morte di suo padre. Sono decisa a non aumentare la sua angoscia, poiché la capisco fin troppo bene. Sono rimasta orfana all’età di tredici anni. Ho quattro sorelle e tre fratelli, ma siamo cresciuti divisi nelle case di lontani parenti, quando mia madre e mio padre morirono precocemente in un incendio. Ho desiderato così a lungo di appartenere nuovamente ad una vera famiglia che, quando a Londra lessi le belle lettere del padre, della sorella e del prozio di Arkady che mi accoglievano nella loro, mi vennero le lacrime agli occhi. Mi sentivo onorata di far parte di una tradizione che risaliva di secoli indietro nel tempo; mi sentivo privilegiata. Sapevo che i miei figli ne sarebbero stati fieri.

Quando finalmente sono arrivata in Transilvania, la lussureggiante bellezza del paesaggio mi ha affascinato, e la magnificenza delle proprietà di famiglia mi toglie il fiato, ogni volta che concentro la mia attenzione su ciò che mi circonda. Posso a stento credere che sono una parte di tutto ciò, che ora sono considerata la castellana di questo grande castello costruito quattrocento anni fa.

Mentre scrivo queste parole, posso alzare gli occhi e vedere attraverso le persiane aperte delle eteree nuvole di gemme dove i ciliegi e gli alberi di prugne ricoprono il lato della montagna accanto al grande castello di pietra del Principe, che si erge contro lo sfondo dei Carpazi. Oltre la finestra opposta, dei pastori in costume caratteristico sorvegliano delle greggi al pascolo nei campi aperti che circondano la fitta foresta, una vista che non deve essere affatto diversa da quella che gli abitatori di questa stanza dovettero vedere in secoli precedenti.

Arkady dice che c’è anche un vigneto e, quando siamo arrivati da Bistritz, mi indicò i vasti campi del suo prozio accanto al villaggio nella valle, e disse che in autunno sarebbero diventati dorati per il grano. I possedimenti degli Tsepesh forniscono cibo all’intera comunità: piuttosto generosamente, direi, poiché i contadini locali sembrano molto meglio vestiti e nutriti di qualunque altro che abbia visto in altre zone di questo impero.

Io sono senza parole e ansiosa di dimostrarmi degna di far parte della famiglia. Un’altra fitta di senso di colpa mi trafigge quando scrivo queste parole, poiché loro non hanno voluto nulla da me, e non hanno fatto nulla tranne che accogliermi a braccia aperte.

Quando conobbi Zsuzsanna, lei mi conquistò il cuore. È così gentile, ed è una creatura così fragile, così sola… zoppa, come sembrano essere molti dei contadini. Arkady dice che è a causa dell’isolamento e dei matrimoni tra consanguinei, e che è una delle ragioni per cui la sua orgogliosa famiglia corre il pericolo di estinguersi.

Mi dispiace per Zsuzsanna, oramai sola in questa grande e triste casa. Mi è dispiaciuto per la morte di suo padre, ma sono contenta di essere venuta. Credo che nulla la renderebbe più felice che giocare a fare la zietta di una nidiata di bambini (e niente renderebbe me più felice che fare la madre di uno di essi). Lei stessa è una specie di bambina, essendo stata, come la sua gente, isolata troppo a lungo dai contatti con l’esterno. Sebbene sia straordinariamente intelligente — faceva pratica di inglese con Arkady “per divertimento” prima che lui partisse per l’Inghilterra e le lettere che ci ha scritto provano che, come suo fratello, ha ereditato il talento linguistico della madre poetessa — è anche enormemente ingenua.

Ma il suo prozio, Vlad…

Di lui non so cosa dire, tranne che mi spaventa, mi disgusta, e mi affascina. Non lo voglio vicino ai miei bambini. Forse il mio desiderio sarà esaudito, perché sembra terribilmente debole e pallido e, secondo Arkady, è incredibilmente vecchio.

Quando lasciammo Bistritz, vidi la paura negli occhi del vecchio cocchiere e la vedo quotidianamente negli occhi della mia cameriera, Dunya. Lei e gli altri domestici rabbrividiscono quando io o uno degli altri membri della famiglia ci avviciniamo, e non ci guardano negli occhi. Dopo aver conosciuto il Principe, ne capisco la ragione. C’è qualcosa di terribilmente inquietante in lui, qualcosa di spaventoso. Non riesco a definirlo, poiché ha a che vedere con l’istinto, e non con la ragione. Persino il cane, Bruto, lo percepisce, e fugge la presenza del Principe.

Ma Arkady e Zsuzsanna no. Lo guardano con un tale amore e una tale devozione! Ne parlano con un rispetto che altri riserverebbero a Dio, e minimizzano tutto ciò che essi definiscono piccole eccentricità: Vlad non ha partecipato nemmeno al funerale, ma nessuno si è offeso. È come se li avesse ipnotizzati.

Invece, la sera seguente al nostro arrivo, venne al pomana di Petra, un tradizionale “banchetto per il morto” per il quale furono preparati tutti i piatti preferiti dal defunto: mamaliga, una pappa piccante di farina di grano con sopra uova affogate, cavolo ripieno, e un piatto di pollo con una salsa rossa pepata.

È stata una faccenda breve e dolorosa. Nella sala da pranzo, simile a una caverna, Arkady, Zsuzsanna ed io, siamo rimasti in attesa, malinconici beneficiari di una sovrabbondanza di ricchezza, circondati da candelabri d’argento dai cento bracci, da un servizio da tavola in oro puro, e dal cristallo finemente lavorato, in cui ogni faccia rifletteva un migliaio di scintillanti lingue di fuoco. Eravamo seduti a un lungo, pesante tavolo di legno che avrebbe facilmente potuto ospitare trenta persone, e dall’altra parte del salone c’era un secondo tavolo della stessa lunghezza ma di altezza inferiore, che io suppongo fosse per i bambini.

Non potei fare a meno di pensare quanto fosse triste che la famiglia si fosse ridotta a noi tre più lo zio. Apparentemente, non fui l’unica a cui venne in mente questo pensiero, poiché Zsuzsanna si voltò verso Arkady e, con una debole e forzata allegria, gli disse:

«Ti ricordi, Kasha, quando eravamo bambini e zio Radu veniva a farci visita da Vienna?».

Mio marito annuì mentre diceva, con una voce ancora bassa per il dolore:

«Mi ricordo. Portava con sé le nostre cugine».

«Sei figlie», disse Zsuzsanna, con un sorriso tremante. I suoi grandi occhi neri luccicarono alla luce della candela per le lacrime non versate. Apparentemente, il pomana viene considerato come un lieto evento, il ricordo di ciò che c’era di buono nella vita del defunto, ma lei sembrava oscillare sull’orlo di un precipizio emotivo, incerta se ridere o piangere. «Tutte così allegre, così intelligenti! Sedevamo con loro a quel tavolino», lo indicò, «e loro cominciavano a cantare per gli adulti. Ti ricordi?». Ora cantò una frase di quella che sembrò alle mie orecchie una ninna nanna transilvana; la sua voce era chiara e gradevole. «E papà convinceva gli adulti a cantare il ritornello».

Poi cantò ancora e, così facendo, un’unica lacrima le scivolò lungo la guancia; quando ebbe finito, il suo sorriso incerto si allargò. Con la stessa generosità emotiva che mi faceva amare suo fratello, si voltò verso di me ed esclamò:

«Sono così felice che tu sia venuta! Sono stata così triste per il fatto che la nostra famiglia fosse separata, ma ora avremo di nuovo dei bambini che ridono in queste stanze!».

Toccata, le afferrai la mano magra e la strinsi. Prima che potessi rispondere, Arkady si voltò nella sua sedia e Zsuzsanna lanciò uno sguardo veloce all’entrata. Seppi, immediatamente, che il Principe era arrivato, e seguii il loro sguardo, ansiosa di vedere, finalmente, il benefattore che aveva riversato così tanta gentilezza su di me e sulla sua famiglia.

Al vederlo, riuscii a malapena a trattenere un sussulto di spavento. Il suo aspetto era alquanto diabolico. Rimase sull’entrata, con la sua figura alta, imponente, che sembrava principesca in ogni millimetro. Sembrava, però, emaciato, mezzo denutrito, e così orrendamente pallido da sembrare senza sangue. Per contrasto, la pallida e consunta Zsuzsanna appariva come una rosa in fiore. La mia prima impressione fu che soffrisse di anemia o di qualche terribile forma di tisi. La sua carnagione si addiceva quasi perfettamente ai suoi capelli bianchi argentei e, nella luce tremula della candela, la sua pelle assumeva una strana fosforescenza. Immaginai che, se avessimo spento tutte le candele e fossimo rimasti al buio, lui avrebbe potuto continuare a risplendere come una lucciola. Eppure, nonostante il pallore, le sue labbra erano di un rosso intenso e scuro e quando, al vederci, si aprirono in un sorriso, apparvero per un momento dei denti color avorio, troppo lunghi e aguzzi.

Sorprendentemente, né Arkady né sua sorella sembrarono turbati dallo strano aspetto del loro zio o dai suoi spaventosi occhi magnetici. Quegli occhi mi studiarono con una tale intensità predatrice da farmi rabbrividire, e nella mia mente sorse un pensiero spontaneo: Ha fame, ha terribilmente fame.

Lui non disse nulla, ma rimase fermo come una statua all’entrata finché, finalmente, Zsuzsanna gridò; «Zio! Zio!» con una tale eccitazione e un tale giubilo che uno avrebbe potuto pensare che il padre fosse appena ritornato dal regno dei morti. Faticò per spingere all’indietro la pesante sedia, come se intendesse correre da lui come una bambina. «Per favore, entra!».

All’invito di lei, lui attraversò la soglia per entrare nella stanza. Sia Arkady che Zsuzsanna si alzarono e lo baciarono, un bacio su ogni guancia. Lui si fermò un po’ di più con Zsuzsanna, circondandole la vita con le braccia e…

Possa Dio perdonarmi per i miei pensieri cattivi se lui è innocente, ma non sono una che si lascia andare all’immaginazione o ai pettegolezzi. So quello che ho visto. Quando lei alzò gli occhi su di lui, i suoi occhi brillavano di adorazione, e lui guardò in basso verso di lei con una chiara, inequivocabile fame. Percepii un momento incerto, in cui lui sembrò appena in grado di controllarsi, poi alzò lo sguardo, vide la mia espressione indagatrice, e le sue labbra si curvarono verso l’alto.

Sotto l’osservazione di quegli occhi verde scuro, provai un’improvvisa confusione, come se la capacità della mia mente di vedere la realtà vacillasse per un istante, come le candele. Un nuovo pensiero sostituì quello precedente, ma mi parve quello di un’estranea, non il mio: “Sicuramente stai facendo un grosso errore. Guarda: lui l’ama semplicemente come una figlia…”.

Quegli occhi mi attiravano come un vortice. Mi sentivo stranamente attirata, stranamente respinta. Il battito del mio cuore aumentò — se per l’eccitazione o per il terrore, devo ancora deciderlo — e il bambino, dentro di me, si mosse. Istintivamente, misi una mano sul mio ventre gonfio e lui, allora, si avvicinò a me, mi prese l’altra mano e si chinò per baciarla.

Il suo tocco era talmente simile al ghiaccio che lottai per non rabbrividire — ma senza riuscirci — quando sentii le sue labbra aprirsi e la sua lingua scivolare con leggerezza sul dorso della mia mano, come se stesse assaggiando la mia pelle, nel modo in cui potrebbe fare un animale. Poi si raddrizzò, e di nuovo vidi una scintilla di appetito in quegli occhi degni di un incantatore di serpenti.

“Ma ti stai sbagliando…”, mi dissi ancora.

«Cara Mary», cominciò, in un inglese fortemente accentuato, con una voce così cantilenante, così musicale, così estremamente affascinante, che io mi sciolsi immediatamente, e provai un’ondata di enorme colpa per aver potuto pensare cose terribili di quel vecchio veramente gentile e generoso. Poi mi guardò il ventre, con lo stesso estremo desiderio…

O era amore estatico?

«Cara Mary, che bello conoscerti!». Teneva ancora la mia mano tra le sue due, enormi e fredde. Non volevo niente altro che liberarla e pulirne il dorso sulla mia gonna, ma rimasi educatamente immobile, mentre il suo sguardo mi osservava intensamente. «Arkady aveva ragione a dire che sei molto bella; occhi come zaffiri, capelli come l’oro. Un gioiello di donna!».

Arrossii e balbettai goffamente dei ringraziamenti. Le sue parole mi colpirono come se fossero apertamente inclini a un flirt, ma Zsuzsanna e Arkady ci guardavano con sorrisi di approvazione, come se il comportamento del loro prozio non fosse quello di un libertino, ma del tutto appropriato. Decisi che, forse, i modelli di comportamento della Transilvania e della Gran Bretagna erano completamente diversi.

Avendo raggiunto il massimo della sua capacità di parlare inglese — apparentemente il suo poetico complimento era stato attentamente preparato — Vlad tornò al rumeno e Arkady tradusse:

«Che bello incontrarti, finalmente! Ti ringrazio di cuore per la fresca gioia che hai portato nella nostra famiglia. Come ti senti dopo il lungo viaggio?»

«Piuttosto bene, Signore», risposi, e rimasi in ascolto degli strani suoni sibilanti che Arkady usò per riportare la mia risposta a Vlad. Ho studiato un po’ di francese e un po’ di latino, e riuscivo a indovinare alcune parole. In realtà, non mi sentivo del tutto bene, ma all’improvviso venni presa dalle vertigini, e non desideravo altro che sedermi.

«Benissimo!», rimarcò Vlad con vigore. «Dobbiamo prenderci cura attentamente di te, e far sì che tu stia sempre bene, poiché sei la madre dell’erede dei Tsepesh».

Per il resto della sera, Vlad parlò in rumeno e Arkady tradusse, sebbene, di tanto in tanto, comunicassimo l’un con l’altro direttamente, in un tedesco incerto. Per amore di convenienza, registrerò la nostra conversazione come se si fosse svolta interamente in inglese.

Lo ringraziai per le sue gentili lettere, e ci scambiammo i più cortesi commenti, poi prendemmo posto al tavolo della cena. Il cane, Bruto, che era rimasto accucciato ai piedi di Zsuzsanna, ringhiò molto ingenerosamente verso Vlad, poi sgusciò via dalla stanza e non riapparve per il resto della serata.

Eppure Vlad dimostrò di essere tanto affascinante quanto spaventoso. Tenne un piccolo discorso sul defunto nipote, così toccante e veramente sentito, che tutti noi avemmo le lacrime agli occhi. Poi fu servita la cena, durante la quale ogni persona raccontò delle storie affettuose su Petru, e furono fatti molti brindisi. Finsi di bere soltanto qualche sorso, poiché bere vino, in generale, non mi piace, e ancor meno da quando sono incinta.

Durante i brindisi, la mia attenzione fu catturata dal fatto che Vlad portava il bicchiere alle labbra ma fingeva soltanto di bere, né mangiava, sebbene sollevasse la forchetta in parecchie occasioni. Alla fine della serata, sia il suo vino che il suo cibo non erano stati assolutamente toccati. Ancora più sorprendente fu il fatto che né i domestici né la famiglia sembravano averlo notato.

Mi sentii certa che la famiglia la tollerasse semplicemente come un’altra delle eccentricità del Principe ma quando, più tardi, lo accennai timidamente ad Arkady, lui mi sembrò pensasse che stessi scherzando. Ma era naturale che lo zio avesse mangiato la cena: lui l’aveva visto mangiare e bere con i suoi stessi occhi!

Questo mi sembrò incredibilmente strano, ma non gli dissi null’altro, per non far sì che mi considerasse pazza o in preda all’immaginazione a causa della gravidanza.

È l’inizio della follia se penso di essere l’unica sana di mente?

A un certo punto, durante la cena, Vlad tirò fuori una lettera per Arkady e parve estremamente ansioso che lui gliela traducesse, poiché era scritta in inglese. Sembrava che fosse di un gentiluomo britannico che aveva progettato, prima della morte di Petru, una visita alla proprietà. Pensai che il momento fosse inopportuno, considerando la solenne circostanza, ma Arkady gliela tradusse di buon grado, promettendogli poi di aiutarlo a scrivere la risposta. Vlad si rivolse sorridendo verso di me e disse:

«Tutti e due dovrete aiutarmi ad imparare l’inglese!».

Lusingata, replicai:

«E lei mi dovrà aiutare a imparare il rumeno».

«No», disse Vlad, «questo non sarà necessario».

Infatti era sua intenzione, ora che Petru se n’era andato, di fare un viaggio in Inghilterra. Petru si era sentito legato a quella terra, spiegò, ma, per quanto lo riguardava, lui amava muoversi. La Transilvania era un paese superstizioso, arretrato e piccolo, e il villaggio stava diventando un posto del tutto isolato, ora che molti contadini se ne andavano nelle città. Sentiva di non poter più fare affidamento sull’occasionale svago fornito dai visitatori, i quali raccontavano tutti delle storie di come il mondo oltre la foresta stesse cambiando rapidamente, molto rapidamente.

«Meglio tenersi al passo con quei cambiamenti», disse con allegria, «che languire qui nell’isolamento. Sopravvivono soltanto coloro che si adattano alle necessità dei tempi!».

Il viaggio, si affrettò ad aggiungere, avrebbe avuto luogo entro un anno circa, dopo che il bambino fosse nato e fosse stato abbastanza grande per viaggiare. E per quel momento lui sarebbe stato in grado di parlare piuttosto bene l’inglese.

«Bene», dissi io, pensando che l’inclinazione di Arkady per i viaggi fosse chiaramente ereditaria, «certamente mi sentirei contentissima e privilegiata di servirla come sua maestra e guida turistica ma, quando ritorneremo in Transilvania, mi sarà d’aiuto conoscerne la lingua».

«Ah», rispose, «ma questa non è la mia intenzione. Io intendo trasferirmi, forse permanentemente, in Inghilterra… sebbene, naturalmente, ritornerò di tanto in tanto per delle visite, dettate dalla nostalgia, alla proprietà di famiglia…».

A dire la verità, il mio cuore era già felice al pensiero di ritornare a casa ma, al sentire quelle parole, Zsuzsanna si alzò di scatto dalla sedia, in un impeto di rabbia che ci spaventò tutti.

«Io lo vieto!», gridò, in uno strano miscuglio di inglese e di rumeno, come se non sapesse decidere chi dei due — me o Vlad — potesse capire (scrivo qui quello che ritengo sia il senso dell’avvenimento). «Non potete andarvene! Tu sai che io sono troppo debole per viaggiare con te e, se tu mi lasci, io ne morirò!».

Rapidamente lui voltò la testa verso di lei. La luce della candela si rifletté sui suoi occhi, che luccicarono di una luce rossa, come quelli di un animale, e per un istante la collera contorse i suoi lineamenti aguzzi, tanto che pensai di stare guardando il viso nientemeno che di un mostro. Immediatamente, però, si ricompose, e il suo tono fu calmo, mentre le parlava con dolcezza.

Quando, più tardi, chiesi ad Arkady che cosa aveva detto, lui mi spiegò che Vlad l’aveva rassicurata che non saremmo mai partiti, se Zsuzsa non fosse stata abbastanza forte da venire con noi e che, se avesse continuato a sentirsi debole, avrebbe pagato un dottore per farla stare bene.

Lei scoppiò a piangere, e la sua voce tremò mentre diceva:

«Come potete pensare di partire? Papà è qui. Stefan è qui. Tutti i nostri ricordi sono qui».

Lui continuò a parlare confortandola e, finalmente, lei si calmò e si rimise seduta. La cena si concluse cordialmente e senza ulteriori incidenti, ma io ero estremamente turbata.

Ho visto come lui la guarda e come lei guarda lui. Lei è disperatamente innamorata di lui, ed io temo che Vlad non abbia troppi scrupoli ad approfittare di questo fatto. Il mio innocente marito non ne ha idea, ed io non so come dirglielo.

Il diario di Arkady Tsepesh

7 aprile. Maledetti contadini! Che siano dannati! Che siano maledetti, e che per la loro superstizione e la loro stupidità vadano all’inferno!

A fatica riesco a scrivere ciò che è accaduto: è troppo mostruoso, troppo doloroso, troppo grottesco. Eppure devo… qualcuno deve testimoniare il male causato dall’ignoranza.

Ieri abbiamo sepolto papà, accanto a Stefan e a mamma, nella tomba di famiglia situata sul poggio tra la casa e il grande castello. Non volevo che Mary prendesse parte alla cerimonia, poiché sembrava debole e stanca, ed era un giorno primaverile freddo e ventoso. Ma lei è stata irremovibile, dicendo che era il minimo che potesse fare per il suocero che non aveva mai conosciuto.

La tomba le ha fatto una profonda impressione, e si fermava per leggere sul muro esterno gli elenchi dei nomi di ogni persona lì sepolta. Nonostante la tristezza, ho provato un qualche vago orgoglio per la tomba signorile e per il fatto che tutte le iscrizioni, persino le più antiche — che risalgono all’inizio del Settecento — fossero leggibili, come se fossero state incise con ogni cura nel marmo bianco, insieme alle date, in modo che il nome degli antenati non venisse mai dimenticato e perso nei secoli (presto, un giorno, le mostrerò la cappella e le cripte che risalgono al quindicesimo secolo).

Ci fu una breve cerimonia a mezzogiorno. Mettemmo papà in una piccola nicchia insieme a Stefan e a mia madre che non ho mai conosciuto. Secondo i suoi desideri, non ci fu il prete, né furono lette le scritture o il servizio funebre. La grande porta che conduce alla tomba fu aperta, e i domestici portarono la bara all’interno, sistemandola poi su un catafalco circondato da candele accese e decorato da fragranti fiori bianchi.

Noi la seguimmo e le demmo il nostro addio finale, poi parlai brevemente, percependo ancora una volta l’esame minuzioso e la palpabile presenza dei miei antenati defunti; quasi mi aspettavo di vedere il piccolo Stefan nel piccolo gruppo di persone presenti. Vlad non venne, cosa che non sorprese particolarmente nessuno, anche se aveva fatto fare una placca d’oro squisitamente incisa per la bara che diceva: “PETRU TSEPESH, amato padre, marito e nipote”, un’altra coppia di cantanti di Bocete, e una bella cascata di rose rosse che adornavano il feretro e che lasciammo nella tomba, insieme a papà.

Il giorno passò tranquillamente, e poi passò anche il seguente. Dopo la mia prima registrazione sul diario, Mary ed io abbiamo discusso parecchie volte circa la conversazione con Vlad e il fatto che io resti per prendere il posto di mio padre, e lei è quasi riuscita ad alleviare il mio senso di colpa per aver chiesto a una moglie di città di trascorrere il resto della sua vita nelle selvagge foreste dei Carpazi.

Bistritz è la più vicina città dotata di ufficio postale, e non può certo sostituire Londra; per mandare o ricevere posta o per fare spese in negozi modesti, ci vogliono perlomeno otto ore di viaggio in carrozza (per non parlare del viaggio di ritorno!) lungo strade tortuose. Durante le tempeste invernali, saremo, di fatto, isolati.

Mary dice che non ha importanza, finché mi può restare accanto; per parte mia, non riesco a immaginare quale santa azione io abbia fatto nella mia fanciullezza da portarmi come ricompensa una tale moglie.

Il giorno seguente, Mary sembrava fisicamente provata, ed è rimasta a letto fino a tardi. Io ho riposato e letto un romanzo della ben fornita biblioteca di mio padre, ed ho preso la decisione di andare la sera a parlare con Vlad. La tristezza ha ancora avuto la meglio su di me, di tanto in tanto, ma sapevo che la noia non era il modo giusto per alleviarla. Desideravo tenermi occupato sapendo che avrebbe allietato il mio cuore fare qualcosa che avrebbe fatto piacere a papà.

Così, poco prima del tramonto, mi sono incamminato verso il castello. Sono appena quindici minuti a piedi su per il dolce pendio verdeggiante che guarda a sud: per un uomo di città una semplice passeggiata per sgranchirsi le gambe. La luce del sole filtrava attraverso i rami degli alti pini verso ovest; l’aria era piena di un impalpabile calore primaverile e del dolce e alto canto degli uccelli.

Nonostante l’idilliaco paesaggio, un crescente disagio si impadronì di me, e non fu che quando udii l’abbaiare frenetico di un cane nella casa alle mie spalle che ne determinai la causa: mi ero completamente dimenticato che al cader della notte i lupi se ne vanno in giro.

Non era tanto pericoloso come in inverno, quando si raggruppavano in branchi mortali, ma il pensiero di incontrarne anche uno solo, mi spinse ad affrettare il passo. Nondimeno, mi concessi una deviazione che mi ero ripromesso alla tomba di famiglia, per restare un momento da solo con mio padre.

Ma, mentre mi avvicinavo alla recinzione di ferro nero, potei vedere attraverso le sbarre uno strano spettacolo: i cadaveri di due lupi giacevano appena al di là del cancello spalancato. Capii immediatamente che qualcosa non andava, che terribilmente non andava.

Mi misi a correre e sfrecciai attraverso il cancello aperto. I lupi giacevano su un fianco, uno accanto all’altro, con gli occhi velati dalla morte; il cranio di uno di essi era stato fracassato, e il ventre dell’altro era reso duro dal sangue rappreso. Era evidente che in quel punto avevano attaccato un visitatore che li aveva uccisi ed era scappato, dimenticando, nella fretta, di chiudere il cancello.

C’era qualcos’altro: alzai lo sguardo dai corpi dei lupi, e vidi che la porta che conduceva alla tomba era stata aperta e così era rimasta. Pieno d’orrore, corsi all’interno; l’entrata alla tomba era bloccata da un altro lupo ucciso. Ne oltrepassai rapidamente il corpo e corsi alla nicchia dove giaceva mio padre.

La tomba era stata aperta, qualcuno era entrato, e l’ultimo luogo di riposo di mio padre era stato violato. Le belle rose rosse erano state gettate da una parte ed erano sparse dappertutto sul bianco pavimento di marmo. Per quanto riguardava la bara, le viti erano state levate e lasciate dove erano cadute, e il coperchio di legno tolto e appoggiato contro il muro più vicino. Il rivestimento di piombo era stato segato e tolto.

All’interno della bara, il cadavere di mio padre giaceva straziato. Un grosso palo di legno era conficcato nel suo petto, come se fosse stato messo lì con un martello. Gli era stata aperta la bocca e qualcosa di bianco (dapprima pensai a un fazzoletto) gli era stato ficcato dentro; e il collo…

Oh, Dio! Stefan! Padre!

Chi aveva commesso quella vile azione era riuscito a segare per tre quarti il collo, ma si era fermato prima che si staccasse del tutto. Dato che papà era morto da due giorni, c’era poco sangue, e la sua espressione era rimasta quella di un pacifico riposo, ma il peso del cranio, ora staccato dai muscoli anteriori del collo, faceva sì che la testa si chinasse leggermente all’indietro e il mento fosse rivolto verso l’alto, rivelando un taglio rosso che si apriva come un sogghigno sotto la mascella. Il profanatore aveva tagliato così in profondità che vidi, nascosta dentro la massa rossa e violacea dei muscoli e delle vene, la sua spina dorsale. Per un istante, sembrò come se fossi stato trasportato indietro di due decenni, a guardare ancora una volta la gola squarciata di mio fratello Stefan.

Lo shock mi provocò una visione opprimente che avrei potuto definire come un sogno ad occhi aperti, se non fossi stato convinto dalla sua vividezza che era reale.

Di nuovo avevo cinque anni e guardavo in su verso mio padre. Lo vidi chiaramente come l’uomo che era stato un tempo, più giovane, con la barba scura; vidi, nella luce tremolante della candela, l’amore e la tristezza nei suoi occhi mentre teneva il mio piccolo e magro braccio con la sua grande mano. Mi resi conto che non si trovava più nella foresta illuminata dalla luce del giorno e ingioiellata dalla pioggia, con il cane lupo ringhiante alle sue spalle, ma in un luogo ampio, oscuro, velato da ombre ondeggianti. L’argento gli brillava ai lati del viso. Io lo fissavo, indifeso, come Isacco quando Abramo alzò il coltello.

Un’improvvisa morsa mi chiuse le tempie con una forza talmente implacabile che mi afferrai la testa, poi l’immagine svanì immediatamente, sostituita da un pensiero inarrestabile: “Di sicuro questa è la pazzia”.

Caddi con le mani e le ginocchia sul freddo pavimento di marmo e vuotai lo stomaco. Credo di essere svenuto, poiché per un po’ di tempo rimasi del tutto privo di coscienza. Quando, finalmente, riuscii ad alzarmi sulle gambe tremanti e incerte, notai sul pavimento accanto a me gli strumenti della profanazione: un pesante martello di ferro, una sega di acciaio arrugginito e, sparse qua e là, alcune teste d’aglio. Evidentemente il profanatore li aveva lasciati cadere per la paura, ed era fuggito prima di finire il suo lavoro.

Un nuovo tipo di follia mi afferrò: un’infelice combinazione di furia e isteria. Se avessi affrontato in quel momento chi aveva commesso quell’azione, lo avrei facilmente ucciso con nessun’altra arma se non le mie mani. Sapevo che non potevo ritornare a casa… Dèi, no! Non ho parlato a Mary di questo, né lo devo fare, poiché uno shock tanto spaventoso farebbe del male a lei e al bambino. Invece risalii, correndo come un pazzo, la salita verso sud, e arrivai poco dopo, affannato, alla massiccia porta di legno del castello, sotto un grande arco di pietra. Ero convinto che soltanto Vlad avrebbe potuto aiutarmi; che soltanto lui avrebbe capito.

Mi gettai contro la porta e bussai con forza, ignorando le borchie di metallo che mi tagliavano i pugni. Dato che non ci fu una risposta immediata, cominciai a gridare il nome dello zio.

Dopo un tempo che mi parve un’eternità, la porta si aprì lentamente per lo spazio di un piede, e rimase così. Nelle ombre dell’oscuro androne si presentò una domestica grassoccia, con i capelli bianchi, vestita con il tradizionale abito da contadina: il lungo grembiule bianco doppio, con il davanti e il dietro, copriva un vestito a colori vivaci, e sul davanti del grembiule era poggiato un grosso crocifisso d’oro. Mi guardò con malcelata confusione e sconcerto.

«Vlad!», gridai. «Devo vedere Vlad immediatamente!».

Mise la testa fuori per rispondere, e potei vedere nella luce del sole che calava che i suoi capelli non erano bianchi, ma biondi striati di argento alle tempie, e che non era così anziana come avevo, sulle prime, pensato, ma soffriva dello stesso particolare invecchiamento che affliggeva mio padre e mia sorella. Il suo viso mi sembrava vagamente familiare ma, tra il mio dolore passato e la mia attuale agitazione, mi ero completamente dimenticato finora, mentre scrivo queste parole, che aveva preso parte alla sepoltura di mio padre e che avevo visto la sua faccia in mezzo a quella di altri domestici, di tanto in tanto, durante la mia fanciullezza.

«Il voievod non vede nessuno», mi disse.

«Vedrà me!», risposi in tono indignato. «Mio padre…», proruppi, sul punto di scoppiare a piangere, incapace persino di parlare di ciò che era accaduto.

Lei si chinò in avanti per osservarmi con fare da miope e tirò un breve sospiro quando alzò la mano alle labbra.

«Ma voi siete il figlio di Petru! Buon signore, perdonatemi. La mia vista è cattiva, altrimenti vi avrei riconosciuto immediatamente. Gli somigliate così tanto! Per favore, entrate…».

E mi fece cenno di entrare.

«Devo vedere immediatamente mio zio!», riuscii a dire con voce tremante, e lei rispose:

«Ahimè, caro signore, non è possibile. Non è ancora alzato».

«Allora sveglialo», dissi, e i suoi pallidi occhi grigi si spalancarono.

«Nemmeno questo è possibile, signore», ribatté, in un tono che esprimeva lo stupore per la mia ignoranza. «Nessuno può disturbare il suo sonno in questo momento, e nessuno, tranne Laszlo, ha il permesso di vederlo o di parlargli. Ma tra breve si alzerà, e so che vi riceverà. Permettetemi di condurvi nel suo studio, dove potrete attendere in tutta comodità».

Ero in un tale stato di agitazione, che non protestai, ma lasciai che mi conducesse, con la sua mano gentile che rapidamente sospingeva il mio gomito, attraverso stretti corridoi e su per una scala a chiocciola di pietra. Nonostante tutti gli anni in cui avevo giocato all’ombra del castello, ero stato raramente al suo interno, e la novità aumentò la mia agitazione, lasciandomi completamente sopraffatto.

Quando arrivammo all’interno dello studio che, sebbene privo di finestre, era confortevole e allegramente riscaldato da un fuoco vivace, ero talmente turbato che non udii il suo invito, e la povera donna dovette, letteralmente, mettermi a sedere in una sedia vuota accanto al fuoco.

«Arkady Tsepesh», disse, chinandosi su di me, ed io sobbalzai al suono di una strana voce che ripeteva il mio nome. Al mio sguardo sorpreso, sorrise debolmente e spiegò: «Conoscevo vostro padre, signore. Era molto gentile con me e parlava spesso di voi». La sua espressione si rabbuiò. «Mi addolora vedervi così sconvolto a causa sua. Non posso rimanere qui a lungo — il padrone verrà presto — ma lasciate che vi porti qualcosa che vi calmi. Del thè o, forse, qualcosa di più forte?».

«Del brandy».

«Abbiamo solo slivovitz, signore».

«Allora, portami uno slivovitz», dissi ma, non appena si raddrizzò e si mosse per andarsene, allungai la mano e le toccai la spalla; lei si voltò. «Tu conoscevi bene mio padre?», le chiesi.

Rispose con un unico triste e solenne cenno del capo. La mescolanza di dolore e affetto genuino nei suoi occhi grigi riuscì ad oltrepassare lo strato di shock per toccare il mio cuore, e le chiesi:

«Come ti chiami?»

«Masika, signore».

«Parli con un accento russo, Masika, ma il tuo nome è ungherese».

«Mio padre era russo, signore».

«E il suo nome…?», chiesi ancora, insistendo per sapere il suo patronimico. Per quanto fossi afflitto, desideravo essere educato con lei, poiché era stata così gentile con me.

Le sue gote rotonde si colorirono di un colore rosato.

«Ah, signore, soltanto Masika. Non so darmi delle arie con voi. Sono solo una vecchia serva».

«Tu eri amica di mio padre. Per favore… Lo vorrei sapere».

Le sue gote si scurirono di un rosso più intenso, ma lei rispose obbediente:

«Ivan, signore».

«Ah, Masika Ivanovna, non puoi immaginare l’orrore che ho appena visto!».

Al ricordo, mi portai una mano sul viso e lottai contro le lacrime. Lei si inginocchiò accanto a me e mi prese la mano, come potrebbe fare una madre, mentre io ripetevo con voce soffocata, senza dettagli, il fatto della profanazione della tomba di mio padre.

La sua espressione si indurì e divenne indecifrabile mentre le si inumidivano gli occhi. Per un po’, mi diede dei colpetti affettuosi sulla mano in silenzio; infine, parlò con appassionata convinzione.

«So che un tale spettacolo deve aver lacerato il vostro cuore, così come il mio, ma non dovete mai dimenticare questo, signore: vostro padre dorme, ora, tra i morti benedetti, e nessuno, nulla, può disturbare il suo sonno. Lui è con Dio».

Avrei voluto obiettare all’ultima affermazione, ma la frase precedente mi aveva dato un po’ di conforto, così come la sua sincera e materna preoccupazione. Lei aprì le labbra come per parlare, poi esitò, come se ci fosse qualcos’altro che desiderava dire ma che non riusciva a convincersi a farlo.

«Che cosa c’è?», chiesi, sommessamente.

Lei mi guardò con un sussulto e nei suoi occhi vidi il dispiacere, mescolato a un’indubbia paura.

«Niente», rispose, abbassando le palpebre per nascondere la paura, «niente. Ora signore, lasciatemi andare subito a prendervi lo slivovitz, prima che venga il Principe».

Si alzò quindi faticosamente con un lamento, e poi si precipitò fuori.

Mi asciugai gli occhi con un fazzoletto e lottai per ricomporrai e organizzare i miei pensieri mentre fissavo il fuoco. Non so esattamente perché ero corso dallo zio per chiedere il suo aiuto. Sebbene tecnicamente noi Tsepesh abbiamo ancora dei privilegi reali e possediamo dei diritti legali sui contadini, il confine di questi diritti non è più chiaro nei tempi moderni. Mentre il Domnul Bibescu di Valacchia potrebbe riconoscere l’autorità di Vlad come Principe, la Transilvania è, ora, sotto il governo dell’Austria, e il compito di processare i criminali è lasciato di solito alle autorità di Bistritz. Però, non ci sono mai stati crimini di cui parlare nella nostra proprietà, e noi non siamo mai stati attaccati in modo così personale.

Per amore di mio padre, non potevo lasciare quell’atto impunito, nemmeno se avessi dovuto rintracciare da solo il criminale. Mi sembrava che il cadavere di mio padre fosse divenuto il simbolo di come i contadini avessero ingiuriato il nome della nostra famiglia negli ultimi quattro secoli, e giurai con ardore che avrei messo fine per sempre ai loro insulti, e che li avrei obbligati a rispettare il nome dei Tsepesh.

Masika Ivanovna ritornò presto con lo slivovitz, che aveva versato in una fine coppa di cristallo lavorato. Me la porse con una piccola riverenza e, dopo aver rapidamente mormorato, «Dio vi dia conforto, signore»; si voltò per andarsene.

Le toccai la mano.

«Per favore, resta un momento», la pregai.

La sua sola presenza mi confortava, e volevo porle delle domande sugli ultimi giorni di papà in casa e sulle parole che non aveva detto.

Si irrigidì, presa dal panico, con gli occhi che si dirigevano involontariamente verso la porta opposta e quella da cui eravamo entrati. Gentilmente, ma con fermezza, si liberò dalla mia presa.

«Oh, signore! Non posso. Il sole è quasi tramontato, ed io devo affrettarmi ad andare a casa!», mormorò.

Lasciai cadere la sua mano. Se non avessi visto il suo sguardo ansioso diretto verso la porta, avrei sospettato che dovesse andare a casa attraversando la foresta e che del tutto razionalmente temesse i lupi ma, al rumore di passi che si avvicinavano alla porta, si fece il segno della croce, sollevò la gonna, e corse attraverso la porta aperta che conduceva al corridoio. La chiuse quindi dietro di sé sbattendola con poche cerimonie.

Il forte rumore rinfocolò la mia angoscia e il mio furore. Poiché lo zio era dedito a strane abitudini e, a causa di un equivoco sul nome di famiglia, i contadini lo temevano come un mostro e avevano intessuto molte storie su di lui, materializzando le loro ridicole superstizioni. Quelle stesse superstizioni li avevano spinti a commettere quell’orrendo delitto contro il mio povero padre morto e, per un istante, la mia naturale simpatia per Masika Ivanovna fu sostituita dall’odio. A dispetto della sua gentilezza, temeva lo zio, e probabilmente credeva che ciò che era accaduto nella tomba di famiglia fosse necessario affinché l’anima di Petru riposasse in pace.

La porta si aprì con un cigolio e lo zio avanzò, diritto e alto, con tranquilla grazia, ma con un’aria di debolezza e lo stesso inquietante pallore delle due sere precedenti. Al vedere la mia espressione agitata, le sue sopracciglia cespugliose si sollevarono per lo stupore (oltre quegli occhi che tanto somigliavano a quelli di mio padre, parlò con la voce melodiosa di papà, rendendo il resoconto della notizia che dovevo dargli ancora più difficile).

«Arkady! Caro nipote! Non mi aspettavo di vederti tanto presto. Ma che succede? Sei triste…».

Rapidamente, sollevai la coppa alle labbra e ingoiai un grosso sorso di slivovitz, che mi punse le narici, la lingua e la gola come fosse fuoco, ma che non era del tutto sgradevole. Reprimendo la voglia di tossire, dissi (con una praticità che mi sorprese):

«La tomba di papà è stata violata. Hanno mutilato il cadavere con…».

Alzò una mano, incapace di udire altro e si voltò verso il fuoco, poi si chinò e si premette il petto dov’era il cuore. Io mi raddrizzai nella sedia e mi mossi per posare la coppa e alzarmi, pensando, dapprima, che avesse avuto una sorta di attacco e sentendo una fitta di colpa per aver dato la notizia a quel fragile vecchio in maniera così brusca. Ma era soltanto dolore. Rimase immobile e non emise alcun suono per almeno due interi minuti. Ricaddi indietro sulla sedia e bevvi un altro grosso sorso di slivovitz.

Alla fine parlò, con una voce talmente bassa che era quasi un bisbiglio, una voce che non riconoscevo più tanto era fredda e dura, come il marmo di una tomba.

«Che siano dannati!», disse lentamente, fissando sempre il fuoco. «Che siano dannati…». Poi si voltò verso di me, con tale improvvisa veemenza che mi tirai indietro, versando una piccola quantità di liquore sul mio gilet. I suoi lineamenti da falco erano contorti e i suoi occhi — non più quelli di papà ma quelli di Shepherd, che si chinavano sopra Stefan — bruciavano di una rabbia così maniacale e pericolosa che mi spaventai. «Farò in modo che la paghino! Come osano pensare che io…!». Allora sembrò notare il mio sconforto, poiché la sua espressione si rilassò un po’, trasformandosi in semplice amarezza; si voltò di nuovo verso il fuoco e disse: «Amavo tuo padre. Non sopporto che gli venga fatto del male, nemmeno ora».

«Lo so», risposi. «Mi dispiace di portare tali notizie, poiché so che ti causano dolore, ma pensavo che forse avresti potuto essere in grado di aiutarmi a scoprire chi…».

Ancora una volta, si voltò verso di me e alzò la mano.

«Non dire altro! Farò in modo che chi ha commesso questa orrenda azione sia portato davanti alla giustizia. Non devi preoccupartene un minuto di più».

«Non posso fare a meno di farlo», dissi, «poiché non riesco a capire come qualcuno possa aver commesso un atto tanto orribile. Supera semplicemente la mia capacità di comprensione».

Alzai quindi la coppa di cristallo alle labbra e la vuotai.

Le labbra di Vlad si contrassero, come per disgusto represso o per divertimento. Si mosse verso una sedia dallo schienale alto vecchia di secoli, imbottita di broccato dorato, e sedette con regalità, afferrando i braccioli imbottiti con mani forti, e assumendo veramente l’aria di un principe che sale sul trono.

«Che cosa c’è da capire? L’ignoranza dei contadini li porta alla follia».

«Credo di essere scioccato. Ho sempre creduto nella bontà di fondo delle persone».

Le sue labbra si assottigliarono; il suo tono conteneva una sottile ironia che trovai inquietante.

«Allora devi imparare molto sull’umanità, Arkady… e su te stesso». Ciò mi offese leggermente e l’offesa aumentò quando lui continuò: «Rivolgersi ai domestici con il loro patronimico! Questo non sta bene! Sangue reale scorre nelle tue vene; tu sei uno Tsepesh, il pronipote di un Principe!».

Arrossii, comprendendo che lui era, in qualche modo, riuscito a origliare la mia conversazione con Masika Ivanovna; mi chiesi se avesse anche ascoltato quanto avevamo detto di papà.

Dovette percepire il mio sconforto, poiché il suo tono cambiò improvvisamente e divenne allegro.

«Andiamo, su! È tutto sistemato; lascia a me la soluzione di questa questione, e parliamo di cose più allegre. Non c’è null’altro in cui posso esserti utile? La tua cara moglie si sta riposando bene dopo gli eventi faticosi degli ultimi giorni?».

Lo slivovitz mi salì improvvisamente alla testa. Ebbi una leggera sensazione di vertigine e una vampata di calore mi corse lungo la spina dorsale per rimanere, con un senso di prurito, nei piedi. Mi rilassai un po’ e compresi che Vlad stava semplicemente cambiando argomento con rapidità, per aiutarmi a superare lo shock, per farmi pensare a qualcosa di diverso da mio padre.

«Sì», risposi più calmo, sebbene, in verità, fossi un po’ preoccupato per Mary, dato che il viaggio estenuante e lo shock della morte di papà l’avevano lasciata esausta, e quel mattino avevo avuto l’impressione che fosse turbata per qualcosa, sebbene lei lo negasse. «Ma è ancora un po’ stanca. Tutto è stato piuttosto faticoso per lei».

Vlad ascoltò con gravità.

«Se domani sarà ancora affaticata, allora procurerò che un medico venga a stare in casa», disse. «E dovrà rimanere per controllare che sia ben seguita fin dopo la nascita del bambino». Quando protestai dicendo che non gli permettevo di affrontare una spesa così grande senza il mio contributo, agitò ancora una volta la mano imperiosa e disse: «La questione è risolta. È il minimo che possa fare per il nipote di Petru, e per suo figlio».

I suoi modi erano tornati ad essere gentili e, sentendomi rassicurato, confessai:

«Prima di fare la terribile scoperta di questa sera al cimitero, venivo perché desideravo parlarti circa l’incarico di assumere il lavoro di papà».

A ciò rispose immediatamente.

«Ah, sì. Presto… quando avrai avuto la possibilità di superare questo spaventoso shock. Ma non ora: è troppo presto per parlare di affari, dal momento che hai appena dovuto sopportare un’altra grande prova».

«No», risposi con fermezza, «la distrazione mi aiuterebbe, e mi sarebbe di conforto sapere che sto obbedendo ai desideri di mio padre. Si preoccupava molto affinché tu e i tuoi affari foste oggetto delle mie cure».

Al sentire ciò, gli occhi di Vlad si appannarono.

«Ah, tuo padre aveva un nome appropriato: Petru, la roccia. Per me, fu veramente una roccia, sempre leale e affidabile, e tu, Arkady… devi sapere che io amo i figli di Petru come se fossero i miei».

Lo disse con tale calore e convinzione che sentii sorgere in me un moto di affetto verso di lui. A dire il vero, è eccentrico e vecchio, con delle strane abitudini, ma è sempre stato, verso la nostra famiglia, straordinariamente generoso. In un certo senso, nonostante il suo atteggiamento orgoglioso, ha un che di patetico. Nonostante tutta la sua ricchezza, è così solo, così isolato, così estremamente dipendente prima da mio padre… ed ora da me. Io sono il suo unico legame con il mondo esterno.

Poi ha parlato di affari, cosa che è stata di aiuto per allontanare i nostri pensieri dal recente orrore. Lo zio ha promesso di mostrarmi l’ufficio di mio padre domani sera, dove sono tenuti tutti i libri contabili e bancari, e mi ha chiesto di venire prima, in modo che possa conoscere i domestici (che non ho mai visto, tranne Laszlo, il cocchiere). Sembra essere piuttosto urgente il fatto che io parli con il soprintendente e faccia il giro dei campi, poiché lo zio non sa in alcun modo se si sia provveduto alla semina di primavera. In effetti, è del tutto incompetente.

Era anche piuttosto ansioso di dettare una lettera, che io ho scritto in rumeno e poi ho tradotto in inglese per un certo Mister Jeffries. Vlad sembrava impaziente di avvertire il visitatore di venire al più presto possibile, ora che il funerale aveva avuto luogo; potrà essere un solitario, ma è uno che è avido di compagnia istruita, oltre quella della propria famiglia.

Mi sono offerto di portare la lettera a Laszlo e di dirgli di impostarla a Bistritz, dato che, mentre ritornavo a casa, sarei passato davanti alla zona dei domestici, ma Vlad ha piegato la lettera senza firmarla e ha detto che desiderava dare personalmente le istruzioni a Laszlo.

Perciò ho preso il posto di mio padre. L’incontro con lo zio è stato breve: ho avuto la sensazione che fosse inquieto e desideroso che me ne andassi. Penso che, in qualche modo, fosse la mia presenza a innervosirlo.

Mentre me ne stavo andando, ho parlato della mia preoccupazione per i lupi e ho chiesto se ancora, come ricordavo dalla mia infanzia, costituivano un pericolo. Vlad mi ha risposto che, di fatto, era ancora così e, invece di permettere a Laszlo di riaccompagnarmi a casa, diede disposizioni perché avessi un calesse e due cavalli per mio uso personale, in modo che potessi essere libero di andare e venire senza preoccuparmi dell’ora del giorno.

Così me ne sono andato, sentendomi molto più calmo di quando ero arrivato ma, mentre mi dirigevo verso casa nel calesse, sono passato davanti alla tomba di famiglia. Sebbene l’oscurità celasse quell’indicibile orrore, il dolore, la rabbia, e il senso di violazione, mi colpirono tutti insieme ancora una volta. Come posso sopportare di vivere tra questa gente, conoscendo le atrocità di cui è capace?

Il diario di Mary Windham Tsepesh

7 aprile. (Ultima registrazione). Questo pomeriggio ho tentato ancora una volta di impegnare la mia cameriera, Dunya, in una conversazione. Come la maggior parte delle contadine di qui, è di corporatura piccola ma robusta. Come loro, indossa un grembiule bianco doppio e, sotto di esso, un vestito di lino grezzo alquanto impudico, che non le copre le caviglie e, nello stesso tempo, è trasparente quando la luce lo illumina in un certo modo. I contadini del posto sembrano avere un atteggiamento negativo verso la biancheria intima.

Il colorito di Dunya è chiaro, e i suoi capelli scuri, quasi neri, acquistano al sole un riflesso rossiccio. Questo e il suo nome mi fanno credere che sia, almeno in parte, russa. Non può avere più di sedici anni, ma sembra intelligente e riflessiva, sebbene mostri, come gli altri domestici, la stessa riluttanza a incontrare il mio sguardo.

Nonostante ciò, percepisco in lei una certa innata audacia, così, quando volli capire se l’atteggiamento timoroso dei domestici fosse una caratteristica transilvana o se fosse ispirato da qualcosa di diverso, ho scelto di affrontare Dunya mentre stava riordinando la camera da letto. Quando l’ho chiamata per nome, ha sobbalzato leggermente, e io ho dovuto nascondere il mio divertimento.

Parla un po’ di tedesco, come me, e così le ho detto:

«Dunya, è mia abitudine intrattenere un rapporto amichevole con i miei domestici. Per favore… Non avere tanta paura di me».

La mia incertezza con la lingua tedesca richiedeva che fossi breve e diretta.

Sentito questo, fece un inchino e rispose:

«Grazie, doamna (Ho imparato che questo è il corrispettivo rumeno di “signora”). Ma io non ho paura di lei».

«Bene», risposi. «Ma è chiaro che hai paura di qualcuno. Di chi?».

Al sentire ciò, è sbiancata un po’ e si è guardata alle spalle come se avesse paura che qualcuno ci stesse spiando. Poi si è avvicinata — un po’ troppo vicino per gli usi inglesi, ma ho imparato, guardando mio marito e la sua famiglia, che i Transilvani, quando parlano, preferiscono stare molto più vicini degli Inglesi — e ha bisbigliato:

«Vlad. Il voievod, il Principe».

Sentivo di conoscere la risposta alla mia domanda, ma le chiesi, nondimeno, abbassando la voce allo stesso volume:

«Perché?».

In risposta, si segnò e mi sussurrò nell’orecchio:

«È uno strigoi».

«Uno strigoi?». Era chiaramente una parola rumena, ma non l’avevo mai sentita. «Che cos’è?».

Sembrò sorpresa della mia ignoranza e non volle rispondere: si limitò a premere strettamente le labbra e scosse la testa. Quando ripetei la domanda, scappò via dalla stanza.

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

8 aprile. Sono cattiva, cattiva! Una donna malvagia con pensieri malvagi. Il mio dolce papà non è ancora freddo, ed è stato appena sepolto, che io ho già fatto il sogno più vergognoso che si possa immaginare.

Non so nemmeno come pregare nel modo giusto. Papà disprezzava talmente la Chiesa, che non permise mai ai suoi figli di apprenderne i riti. Forse lui e Kasha hanno ragione sul fatto che non esista alcun Dio. Loro sono tanto intelligenti, ma io non lo sono (a volte penso che il mio povero cervello sia storto come la mia colonna vertebrale) e ho un bisogno disperato del conforto del Divino.

Così, questa mattina mi sono inginocchiata ai piedi del letto, nel modo in cui ho visto fare ai contadini alle edicole ai bordi delle strade e ho cercato di chiedere perdono. Non so se ho avuto successo — il solo fatto di inginocchiarmi mi ha dato le vertigini; gli ultimi giorni mi sono sentita così debole, esaurita, senza dubbio, dal dolore — ma sentivo che non avrei potuto affrontare Kasha e la buona e forte Mary, senza prima alleggerire in qualche modo la mia coscienza.

Quando mi sono alzata (con la testa così leggera che ho dovuto afferrare la colonnina del letto per impedirmi di cadere di nuovo in ginocchio), ho sentito un bisogno irresistibile di mettere tutto per iscritto… per confessarmi, si potrebbe dire. Io non ho un prete, e questo diario farà le veci del confessore, sebbene le mie guance si infiammino al pensiero di registrare una tale malvagità.

La notte precedente quella trascorsa, celebrammo il pomana di papà. Era la prima volta da molte settimane che vedevo lo zio e, senz’altro, è stata l’esperienza della sua gentilezza e della sua affettuosa attenzione che ha provocato il sogno. Sono stata così sola negli anni trascorsi, da quando Kasha è partito! Anche papà è stato tanto triste, e poi tanto malato e sempre troppo preoccupato degli affari al castello, per cui mi sono sentita molto, molto sola. Se non fosse stato per le lettere di Kasha e le occasionali visite dello zio, sento che sarei potuta impazzire.

Forse lo sono diventata, un po’. Per un certo tempo, dopo la partenza di Kasha, ero solita parlargli come se fosse ancora qui (sempre lontano dall’udito dei domestici! Hanno troppa paura di noi perché si possa concedere loro fiducia come confidenti e trovano sempre qualcosa su cui spettegolare). Ultimamente, ho cominciato a parlare al piccolo Stefan. Qualche volta immagino che egli cammini al mio fianco con Bruto, attraverso i corridoi, e si sieda accanto a me mentre ricamo, con Bruto accucciato ai nostri piedi (se qualcuno origlia, posso sempre sostenere che stavo parlando al cane).

Qualche volta fingo che sia il figlio che non avrò mai.

Oh, è già abbastanza difficile avere un corpo deforme e malato! Ma il dolore peggiore che provo è quello di sapere che mi sarà sempre negato l’amore di un marito e dei bambini. Sono costretta a condurre una vita solitaria e a dipendere, per consolarmi, dall’affetto platonico di mio fratello e dello zio. Inoltre, sono rosa dalla gelosia… per la felicità che mio fratello e la sua nuova moglie condividono, e persino per le piccole attenzioni che lo zio ha dedicato a Mary durante il pomana.

Dio mi salvi dal mio cuore malvagio!

Bruto ha ripreso ad abbaiare l’altro ieri notte, e la notte scorsa ha cominciato appena qualche minuto dopo che mi ero addormentata… e così, via in cucina! Ero così stanca che, quando sono ritornata da sola a letto, ho immediatamente cominciato a sognare.

Mi sono svegliata per un tamburellare alla finestra della camera o, piuttosto, è nel sogno che sono stata svegliata da un tale rumore… leggero ma insistente, come se un uccello stesse battendo le sue ali contro il vetro. L’aria notturna era diventata eccezionalmente fredda ed io avevo chiuso la finestra prima di ritirarmi.

Nel sogno, mi sono svegliata e sono andata verso la sorgente del rumore, niente affatto spaventata da esso, e nemmeno curiosa, come se sapessi esattamente che cosa o chi mi attendeva lì, come se ne fossi irresistibilmente attirata.

Tirate indietro le imposte ho aperto la finestra, ma non ho visto nulla tranne un raggio di luce lunare, che è entrato formando una pozza di luce biancodorata sul pavimento. In quel cerchio di luce, fluttuavano dei granelli di polvere luccicante… dapprima pigramente, poi sempre più veloci, finché hanno formato un vortice, si sono fusi e hanno preso forma.

Quel movimento mi ha dato le vertigini e ho chiuso gli occhi.

Quando li ho riaperti, lo zio stava nel cono di luce. Ricordai immediatamente che quello era lo stesso sogno che avevo avuto la notte precedente e la notte prima di quella: vedevo sempre il volto dello zio alla finestra, ma ora, senza Bruto, lui era libero di entrare.

Era come se fosse più giovane, più bello; ancora una volta, tutto ciò non mi provocò alcuna sorpresa. Non ebbi uno shock, né paura, né provai un senso di indecenza nel vederlo lì, nella mia camera, nel mezzo della notte. No, da quella donna depravata che sono, mi feci avanti audacemente, e lo abbracciai bisbigliando:

«Zio! Sono così contenta che tu sia venuto!».

Rimase perfettamente immobile e diritto, come se fosse riluttante a muoversi. Sotto le mie mani, i suoi muscoli — è così forte, più di un uomo di qualsiasi età! — erano tesi, rigidi e fermi come la pietra. Per un attimo, nessuno di noi due parlò: ci guardammo soltanto l’un l’altro negli occhi (i suoi sono tanto belli da suscitare invidia in una donna! Profondi, di un verde intenso, grandi e languidi). Nella luce lunare, la sua pelle riluceva come se fosse impregnata di lucente fuoco bianco.

Poi disse: «Zsuzsa, temo che sia un grave sbaglio. Devo andare…».

«No», lo supplicai, e lo tenni più stretto, temendo che si potesse disintegrare in polvere luccicante tra le mie braccia. «È quello che voglio! Non lo vedi? Io ti ho attirato qui, notte dopo notte. Baciami soltanto…!».

Sotto la fine seta del mantello, i suoi muscoli si tesero, poi si rilassarono e lui alzò un mano fredda a causa del gelo notturno fino alla mia guancia, e l’accarezzò. Mentre lo guardavo negli occhi, ipnotizzata, vidi le sue pupille che divenivano rosse, come se le foreste al loro interno fossero state all’improvviso consumate dalle fiamme.

«Per favore», bisbigliai, e lui si chinò in avanti premendo le sue labbra sulla mia guancia. Oh, quelle labbra erano fredde, ma era un gelo che bruciava, e io caddi all’indietro e mi abbandonai su un braccio forte come l’acciaio.

«Sono così affamato, Zsuzsa», sospirò. «Non riesco a resistere ancora…».

Con le labbra sfiorò la mia pelle, tanto che sentii il suo respiro caldo sopra di me, quindi scese giù, giù, attraverso la linea della mascella, oltre la soffice curva, fino alla tenera carne del collo. Mentre indugiava lì, tremai di pura estasi; poi allungò la mano libera e tirò il nastro che chiudeva, al collo, la mia camicia da notte. Il nastro si slegò e il bianco e leggero tessuto mi cadde intorno alla vita. Io ho la carnagione chiara, la mia pelle non ha mai visto il sole, ma la sua era più bianca e, quando la luna si aprì un varco tra le nuvole, brillò di riflessi dorati, rosa e blu, come un opale.

Sotto il mio bianco seno, la sua mano, più bianca, si piegò a coppa (Dio mi perdoni! Ma, mentre scrivo queste parole, sono senza forze: la vergogna lotta con il rapimento. Se lui fosse qui, ora, guiderei io stessa la sua mano!) e con le sue fredde labbra rosse sfiorò la mia pelle, oltre l’incavo dell’osso della clavicola, giù verso i seni. Per un momento si fermò, e io misi le dita nei suoi folti capelli e lo strinsi forte contro di me. All’improvviso si raddrizzò, tremando come se non potesse sopportare più a lungo di essere rifiutato e serrò le labbra sul mio collo. Sentii la lingua che mi sfiorava con leggerezza, languidamente, contro la pelle e poi la pressione dei denti.

Si fermò, in attesa.

Io sono sempre stata una donna protetta: non so nulla della vita e dell’amore e così, oltre queste cose, i dettagli del mio sogno furono vaghi. So soltanto che provai un dolore acuto e poi un’ondata di estatico calore, quasi mi stessi liquefacendo come cera alla presenza di un calore animale. Ebbi la sensazione che lui e io fossimo un essere solo, che la vera essenza del mio io si gonfiasse come un’onda e fluisse verso di lui, innalzandosi e rompendosi.

Gridai e mi liberai lottando della camicia da notte, poi lo circondai con le braccia e le gambe e lo tenni così stretto che non un millimetro di spazio rimase tra i nostri corpi.

Per quanto tempo quell’estasi continuò, non saprei dirlo, ma so che rimasi priva di volontà nelle sue braccia, cosciente di nulla tranne che di un languido piacere che pulsava al ritmo del battito del mio cuore. Quando, alla fine, smise, capii che lo faceva ancora non sazio, per amor mio, scegliendo di affievolire il suo desiderio piuttosto che soddisfarlo.

Le mie guance ora bruciano, come a una sposa novella che ricordi la sua prima notte di nozze! Il fatto sembrava talmente reale che persino adesso mi confondo, riguardo al fatto se sia avvenuto o meno. Questa mattina mi sono svegliata rabbrividendo, per trovarmi in condizioni completamente indecenti e svestita sopra il letto, con le lenzuola gettate via e la camicia da notte che giaceva in un mucchietto sul pavimento, vicino alla finestra.

Mi sento più che mai vicina allo zio, come se lui ed io dividessimo questo malvagio e meraviglioso segreto.

Scrivendo questo mi sento audace come una prostituta. Ho detto che volevo il perdono? Non più! La mia vita è stata così vuota e triste! Che sia la peggior sorta di male o meno, che sia malattia, follia, delusione, non negherò a me stessa la gioia più alta che abbia mai conosciuto. Una tale felicità vale il rischio dell’inferno. Stanotte Bruto rimarrà in cucina, e io dormirò con le finestre aperte, “nel caso che sogni”.

Se lui andrà in Inghilterra, io morirò!

Capitolo terzo

Lettera a Matthew P. Jeffries

(scritta sotto dettatura e tradotta dal rumeno)

7 aprile

Amico mio,

Benvenuto nei Carpazi. Sono stato estremamente deluso nel ricevere la notizia che il vostro arrivo era stato rinviato, ma tutte le cose vanno per il meglio; siamo stati un po’malati al castello, ed è proprio un bene che la vostra visita sia stata rimandata.

Comunque, adesso, il momento non potrebbe essere migliore! Ho ricevuto la vostra lettera da Vienna che diceva che sareste arrivato a Bistritz nella serata dell’otto. Questa lettera vi attenderà, come faccio anch’io, in modo estremamente ansioso. Dormite bene stanotte, poiché domani mattina, 9 aprile, la diligenza per Bucovina partirà alle otto. Il mio cocchiere vi attenderà al Passo Borgo e vi condurrà da me.

L’articolo del «Times» a cui avete accennato sembra estremamente interessante. Sarei felice di fornirvi qualsiasi informazione utile, e sono impaziente di avere con voi alcune conversazioni al riguardo.

Spero che non abbiate ulteriori difficoltà di viaggio e possiate godere del vostro soggiorno nel mio bel paese.

Il vostro amico,

Vlad Dracula

Il diario di Mary Windham Tsepesh

8 aprile. Dio mio, che cosa dirò a mio marito?

Ho la sensazione che qualcosa di terribile sia accaduto di recente, qualcosa che abbia aumentato il suo dolore per la morte del padre. Credo che lui e Vlad abbiano avuto una discussione o che abbia fatto qualche terrificante scoperta al castello.

Certamente non può essere più scioccante di quella che ho fatto io.

Avevo indovinato immediatamente che Zsuzsanna era infatuata di suo zio e che lui non faceva nulla per scoraggiarla: al contrario, alimentava la fiamma. Ma non avevo idea che…!

Il povero Arkady era talmente sconvolto la notte scorsa che è rimasto in piedi a leggere nello studio e non è venuto a letto se non poche ore prima dell’alba, ed io sono ormai talmente abituata al rumore del suo respiro e alla sensazione del suo corpo caldo vicino a me, nel letto, che sono diventata inquieta.

Ho riflettuto sull’idea di accendere la lampada e scrivere un’altra pagina di diario, ma i miei occhi erano stanchi dopo che ieri avevo passato ore a leggere e a scrivere, e così, nell’oscurità, mi sono avvicinata al bovindo pensando di aprirlo, in modo che l’aria fresca potesse aiutarmi a dormire. Mentre stavo lì, sono stata catturata dalla vista della luna quasi piena che galleggiava tra le nuvole, e mi sono seduta sul cuscino di velluto nel sedile della piccola rientranza. La luna era così lucente che il panorama era quasi illuminato a giorno.

La nostra stanza da letto si trova nell’ala di destra, esattamente di fronte a quella di Zsuzsanna; soltanto una striscia di terreno erboso ci separa, ed io potrei facilmente tirare un sasso dalla nostra camera nella sua. Ogni camera ha un’ampia finestra che permette una bella vista, ma godiamo di una completa riservatezza dietro le pesanti cortine, e Zsuzsanna dietro le sue imposte.

Ma, la notte scorsa, ho scostato il bordo della tenda per veder meglio la luna e, così facendo, i miei occhi hanno visto qualcosa che correva attraverso la striscia di terreno verso la camera di Zsuzsanna. Pensando che fosse uno dei lupi dai quali Arkady mi ha spesso messo in guardia, mi sono avvicinata di più al vetro per vedere meglio. Non avevo paura, poiché la tenda mi nascondeva bene e dubitavo che l’animale fosse in grado di fare un salto di due piani, ma ero molto curiosa dato che, essendo vissuta in città, non avevo mai visto un lupo, tranne che nei libri illustrati.

Però, prima che potessi mettere a fuoco l’oggetto del mio interesse, fui distolta da un movimento alla finestra di Zsuzsanna. La vidi mentre tirava indietro le impose e spalancava la finestra, lasciando entrare l’ondeggiante luce lunare.

Mi spaventai e quasi pensavo di lanciare un grido d’allarme per il lupo, quando notai accanto a lei una figura, nella piccola rientranza accanto al sedile della finestra. Come fosse arrivata lì, non lo so, ma posso dire chi fosse… Vlad.

Mentre guardavo, piena d’orrore, essi si abbracciarono, e poi lui allungò la mano verso il nastro alla gola di lei e, quando questo si slegò e la camicia da notte cadde…

Scrivere altro mi fa star male. Mi voltai, incapace di sostenere quella vista e chiusi le tende.

La notte scorsa ho dormito a malapena. Sono combattuta. Arkady è già turbato abbastanza per qualche segreta pena, e tutto quello che farei sarebbe trasferire il mio problema sulle sue spalle già cariche. Ma non so decidere se sia meglio affrontare Vlad o Zsuzsanna… o rimanere del tutto in silenzio.

Mio povero caro, hai sofferto così tanto di recente! È questo ciò che ti tormenta? Lo sai già?

Il diario di Arkady Tsepesh

9 aprile. Sto cominciando a pensare che tutti al castello siano un po’ pazzi.

Ieri mi sono recato là di buon’ora, per familiarizzarmi con gli affari dello zio. Ovviamente non ho parlato né a Zsuzsanna né a Mary della mostruosità di cui sono stato testimone nella tomba di famiglia: non avrebbero sopportato lo shock. Né mi sentivo io stesso di sopportarlo ancora ma, sulla strada per recarmi dallo zio, mi sono sentito obbligato a passare con il calesse davanti alla tomba di papà e ad entrare.

Quello che ho visto all’interno della tomba mi ha calmato il cuore. La bara era stata richiusa, le rose rimesse amorevolmente al loro posto e il pavimento di marmo era stato pulito; anche l’orribile sega e il martello erano stati portati via, e tutto appariva come era stato prima della profanazione. Ho provato una profonda gratitudine per lo zio, che aveva superato il suo dolore per occuparsi di quella terribile faccenda, alleviando così il mio e proteggendo il resto della famiglia.

Quando sono arrivato al castello, la mia malinconia si è riaccesa alla vista della scrivania di mio padre, che era proprio come lui l’aveva lasciata, in una stanzetta nell’ala est, con una magnifica vista dei Carpazi. Tutto era ordinato e ben organizzato; con facilità, ho trovato tutte le informazioni finanziarie dello zio, e presto ho dimenticato la mia tristezza mentre mi immergevo nel lavoro.

In tutta onestà, sono stato sorpreso dalla quantità delle ricchezze di Vlad. Considerandone il livello, ci sono meno domestici di quanto ci si potrebbe aspettare: soltanto tre cameriere, un cuoco, uno stalliere, un giardiniere, il maggiordomo e… naturalmente, quello sgradevole cocchiere, Laszlo.

Dopo aver parlato con il soprintendente dei campi dello zio, ho fatto la più sconvolgente delle scoperte: la terra della nostra famiglia è lavorata dai rumini, dei veri e propri servi, sui quali lo zio ancora possiede gli antichi droits du Seigneur! Il feudalesimo è, di solito, un sistema ingiusto in favore del Signore che possiede la terra. I servi gli pagano le decime per lavorarlo, poi un altro dieci per cento del ricavato, oltre a pagare il bir, una tassa personale piuttosto ingente per la “protezione”. Nel caso di Vlad, però, il rumini non paga le decime, ma solo il cinque per cento del ricavato dalla vendita del raccolto e un bir annuale di pochi centesimi (come se ancora temessimo i predoni turchi e, per una somma talmente irrisoria, offrissimo a tutti il rifugio delle mura del castello degli Tsepesh durante le guerre).

Un’altra sorpresa: lo zio possiede la maggior parte del villaggio, eppure non riceve affitti. Soltanto un accordo sembra a suo vantaggio: i servi sono tenuti a fare qualunque lavoro Vlad chieda, e in qualunque momento lo chieda. Oggi, uno di loro era al castello, e stava rimettendo la malta a qualche pietra che si era mossa vicino all’entrata. Si è inchinato educatamente mentre mi avvicinavo ma, mentre lo sorpassavo, ho udito un borbottio sommesso sul fatto che doveva trascurare il necessario lavoro nei campi in favore del voievod, del Principe. Lavorava con una lentezza che mi dispiacque, alla luce della generosità di Vlad.

Pensare che il feudalesimo sia ancora vivo, oggigiorno e in questo secolo…! Chiaramente Vlad raccoglie solo una frazione di ciò a cui ha diritto. Non è questo il modo di arricchirsi; sarebbe più remunerativo liberare i servi dai loro obblighi e assumerli nuovamente come lavoranti a un salario più basso e più ragionevole, intascando noi stessi i profitti che si hanno dalla vendita dei raccolti. La sua stravagante bontà, temo, porta i servi a sfruttarlo.

Tuttavia non è questo che mi turba tanto quanto la nozione stessa di feudalesimo, che suggerisce come Vlad “possieda” completamente i contadini e le loro case. Nessun uomo ha il diritto di controllarne un altro in questo modo. Sarebbe molto più giusto per tutti il sistema di un onesto salario per una giusta giornata lavorativa.

Sono rimasto sorpreso anche dalle alte paghe — molto più di quanto un domestico qualificato potrebbe ricevere in Inghilterra — pagate ai servi della casa, il che certamente non spiega la loro fredda, ma educata, condotta verso di me. La sotterranea ostilità è sempre lì, sebbene non riesca ancora a decidere se essi mi disprezzino o mi temano, oppure entrambe le cose.

Solo Masika Ivanovna ha un buon carattere, e questa è una circostanza fortunata, dato che è stata assegnata come cameriera dell’ala est (dove si trova il mio ufficio) e ovest (dove dimora lo zio). Le altre due cameriere, Ana ed Helga, hanno lo stesso freddo e acido comportamento di Laszlo, nonostante la loro giovinezza.

Tuttavia, comincio a interrogarmi sulla sanità mentale di Masika Ivanovna. C’è una strana aria di disagio in questo castello, dovuta, senza dubbio, al risentimento dei servi e alle strane abitudini dello zio, e io sospetto che decine d’anni di servizio in questo luogo abbiano un qualche effetto sulla mentalità superstiziosa di un contadino.

Dopo essermi presentato ai domestici nell’ala principale ed essermi ritirato nell’ufficio di papà per lavorare per un po’, è apparsa Masika Ivanovna… credevo per eseguire i suoi compiti giornalieri. Con ostentazione, ha spolverato tutti i mobili, poi, a disagio, ha indugiato così a lungo che, alla fine, ho interrotto il lavoro per chiedere se avesse qualcosa da dirmi.

Allora si è fermata, e la sua espressione è diventata inquieta, come se stesse lottando per prendere una decisione difficile. Infine, ha abbassato il suo straccio per spolverare, è andata fino alla porta semiaperta, e ha guardato nervosamente lungo il corridoio oscuro, come se si attendesse di vedere qualcuno nascosto nell’ombra. Poi ha ripetuto la sequenza guardando fuori dalla finestra…! Quando si è sentita rassicurata, si è avvicinata talmente che tra i nostri volti non c’era un palmo di distanza e ha bisbigliato:

«Vi devo parlare, signorino! Ma dovete giurare che non rivelerete a nessuno quello che vi dirò, o costerà la vita a me e a mio figlio!».

«Le vostre vite?», ho chiesto, estremamente sorpreso dal suo strano comportamento. «Di cosa stai parlando?».

Parlai con un tono di voce normale: questo l’allarmò e, con un’espressione angosciata, alzò un dito alle labbra per dirmi di fare silenzio.

«Prima, giurate! Giurate davanti a Dio!».

«Io non credo in Dio», risposi, un po’ freddamente. «Ma ti posso dare la mia parola di uomo d’onore che non dirò a nessuno ciò che mi rivelerai».

Studiò intensamente il mio viso, la fronte aggrottata per l’ansia. Qualunque cosa vi trovò sembrò soddisfarla poiché, alla fine, annuì e disse con voce bassa:

«Dovete andarvene immediatamente, signorino!».

«Andarmene?», chiesi con indignazione.

«Sì! Partite e ritornate in Inghilterra! Oggi, prima che il sole tramonti!».

«Perché mai dovrei volerlo fare?».

Lei non rispose immediatamente, ma sembrò incapace di trovare le parole appropriate, e così approfittai del suo silenzio per continuare.

«Ad ogni modo, non posso. Mia moglie è a meno di tre mesi dal parto: temo che il recente viaggio l’abbia già provata».

La decisione che c’era nella mia voce sembrò spaventarla, tanto che i suoi occhi si riempirono di lacrime. Sconvolta, cadde in ginocchio davanti alla mia sedia, le mani serrate in un gesto di supplica, come Cristo che pregava nel Getsemani.

«Per favore… per amore di vostro padre, allora! Andatevene presto!».

«Perché?», domandai, afferrandola per il gomito e cercando di farla rialzare in piedi. «Perché devo partire?»

«Perché, se non lo fate, sarà troppo tardi, e voi, la vostra famiglia e il bambino sarete in un terribile pericolo. A causa del Patto…».

Non aveva senso; nondimeno, alle sue parole qualcosa si mosse nella mia memoria. Il volto di Masika Ivanovna svanì. Di nuovo, vidi attraverso gli occhi di un bambino di cinque anni: guardavo fiducioso mio padre nel momento in cui il coltello scendeva in un luccicante arco d’argento.

Immediatamente, delle invisibili dita d’acciaio mi afferrarono il cranio, offuscando l’immagine. Sollevai una mano alle tempie e pensai: Sto diventando pazzo…

No. No. È semplicemente un attacco di nervi, provocato dalla morte di papà e dalla mia terribile scoperta.

All’entrata vi fu un movimento fulmineo. Alzai lo sguardo rapidamente e vidi Laszlo, il cocchiere, che si toglieva il berretto. Non sono sicuro del tempo che avesse passato lì. Non ha un brutto aspetto: sembra un tipico contadino ungherese di mezza età, dai capelli e dalla carnagione chiara, con dei tratti rotondi, poco marcati, e un naso reso rosso dal bere, ma porta con sé un’aria di spiacevolezza, la quintessenza di ciò che affligge il castello.

Masika Ivanovna seguì il mio sguardo e si voltò per vedere chi fosse il nostro visitatore. Non penso che avrebbe potuto essere più terrorizzata se fosse apparso il Diavolo in persona. Con gli occhi spalancati e tremando, ansimò rumorosamente con fare colpevole e si segnò alla sua vista, poi si alzò e corse fuori dalla stanza, dimenticando completamente di congedarsi da me.

Laszlo la guardò andarsene con un lieve e condiscendente sorrisetto, come se comprendesse benissimo la sua reazione e la trovasse del tutto divertente. Poi si rivolse a me, dicendo che era venuto soltanto per presentarsi formalmente e per offrirmi i suoi servigi ogniqualvolta fossero stati necessari. Provai piacere nel dirgli che non lo sarebbero stati, in conseguenza del dono del calesse da parte dello zio.

L’incontro con Masika Ivanovna mi lasciò vagamente turbato, ma lo bandii dalla mente e continuai a lavorare senza incidenti fino a sera inoltrata, quando mi incontrai con lo zio. Gli portai degli aggiornamenti su questioni d’affari e lo ringraziai caldamente per aver provveduto alla tomba di papà ma, in seguito, siamo quasi arrivati ad avere un litigio sull’argomento dei rumini, i servi.

Ho insistito con forza affinché abolisse del tutto il sistema feudale e pagasse ai servi un giusto salario, cosa che sarebbe tornata a vantaggio suo e loro. Per essere un uomo tanto intelligente, si è dimostrato sorprendentemente di strette vedute: non ne ha voluto sapere. La generosità verso la famiglia e i domestici era un fatto d’orgoglio e di tradizione… e non c’era niente di più importante, ha detto, che la tradizione familiare dei Tsepesh.

«Allora, guardiamola da un altro punto di vista», ho replicato, pensando di fare appello a quella stessa generosità. «Il feudalesimo è semplicemente immorale. Tu possiedi le vite dei servi: loro non possono lasciare il villaggio senza il tuo permesso, e devono venire a lavorare al castello secondo il tuo capriccio. Come esseri umani, hanno il diritto di essere i signori di loro stessi, i loro stessi padroni».

«Qui non si tratta di moralità», ha risposto mio zio fermamente, con una traccia di compiacimento per la mia ignoranza. «Si tratta della nostra tradizione familiare e, come tale, non dev’essere mai cambiata. Un giorno, quando sarai più vecchio e più saggio, Arkady, lo capirai».

Al sentire ciò, temo di aver perduto la calma e di aver assunto un tono piuttosto infervorato.

«La tradizione dei Tsepesh non può essere mai tanto importante quanto i diritti degli esseri umani!».

Fu come se lo avessi colpito in pieno sul viso. Una fredda furia da lupo si risvegliò nei suoi occhi, che per un fuggevole istante mandarono bagliori rossi per la luce riflessa del fuoco che proveniva dal camino dello studio. Fece verso di me un movimento veloce, animalesco, che immediatamente soppresse; nondimeno, io ritornai all’istante il bambino in preda al panico, spaventato, che si faceva piccolo, indifeso, mentre Shepherd saltava.

Poi battei le palpebre e vidi che i suoi occhi erano semplicemente freddi ma del tutto calmi, che sedeva completamente immobile nella sua sedia e non si era mai mosso. La mia mente mi sussurrò: è la tua immaginazione febbrile…

«Non devi parlare così di noi Tsepesh», disse a voce bassa. «Alle volte, assomigli troppo a tua madre; era troppo caparbia, troppo irrispettosa delle nostre abitudini. Temo che tu abbia ereditato qualcosa di più che i suoi occhi».

Forse aveva ragione; non lo so, poiché non ho mai conosciuto mia madre, ma sono sempre stato ostinato e impaziente, al contrario di papà e Zsuzsanna. Quando sono minacciato, lotto, e così, nonostante il dispiacere dello zio e la mia momentanea, sconvolgente visione, non mi arresi.

«Non intendevo essere irrispettoso», dissi. «Io amo la mia famiglia e le sue tradizioni, ma il feudalesimo non è soltanto un costume degli Tsepesh. È, praticamente, schiavitù, ed è immorale».

La sua rabbia diminuì, ma la luce nei suoi occhi rimase, assumendo una strana qualità ferina che mi disturbò ancor più che l’immaginato sfogo di rabbia. Poi sorrise, e le sue rosse labbra carnose si aprirono per mostrare dei denti sorprendentemente forti e intatti.

«Ah, dolce Arkady! Ho camminato così a lungo su questa terra, che me ne sono stancato, ma la tua gioventù e la tua innocenza mi fanno sentire giovane di nuovo. Com’è piacevole vedere qualcuno così idealista, così ingenuo, da essere affascinante. Tuo padre era così quando venne da me: pieno di passione e di princìpi!». La sua espressione divenne improvvisamente severa. «Ma tu arriverai presto a capire l’errore del tuo pensiero, come ha fatto tuo padre e il suo prima di lui».

Cercai di riportare la conversazione sui rumini, ma lui rifiutò di discutere ancora quell’argomento e, invece, cominciò a parlare del progetto di andare in Inghilterra prima della fine del prossimo anno, quando Zsuzsanna fosse stata bene e il bambino abbastanza grande per viaggiare. Promisi di fare quello che potevo per contattare alcuni legali per il possibile acquisto di alcune proprietà.

Posso essere colpito dalla sua generosità ma, dentro di me, sono rimasto piuttosto sconcertato dalla sua condiscendenza verso mia madre e verso la mia “ingenuità”. Suppongo che l’aristocrazia non abbia migliore difesa che insultare quelli che hanno delle opinioni progressiste ed egalitarie. D’ora in avanti, mi terrò le mie opinioni per me — dopotutto, mio zio è più anziano di me ed è, nientemeno, un Principe — ma quando la proprietà sarà nelle mie mani, come dovrà senz’altro accadere entro pochi anni, farò in modo che le cose siano condotte diversamente.

Così tenni la lingua a freno, e lo zio ed io finimmo il lavoro serale. Arrivai a casa alle nove per trovare che Mary si era già ritirata. La raggiunsi e trascorsi una notte agitata piena di brutti sogni.

Il giorno seguente, 9 aprile (oggi), è stato molto più gradevole. Nel pomeriggio, sono ritornato al castello per trovare che Laszlo aveva portato un visitatore: un certo signor Jeffries, il giovanotto inglese che sta facendo il giro delle campagne. Apparentemente, il taverniere di Bistritz è un nostro lontano parente che, d’abitudine, indica ai viaggiatori stranieri il castello come punto di interesse storico, e lo zio fornisce alloggio e ospitalità senza un qualsivoglia compenso. Era compito di papà servire da ambasciatore e guida a questi visitatori, e di intrattenere la corrispondenza con loro.

Non ho potuto fare a meno di pensare come a una stranezza che un uomo, riluttante a mostrarsi ai suoi stessi servitori o a chiunque altro al di fuori della sua famiglia, sia disposto ad aprire la sua casa a dei perfetti sconosciuti. Nello stesso tempo, sono stato contento che il viaggiatore sia arrivato, poiché avevo già il desiderio di avere notizie dell’Inghilterra; il paese che fino a poco tempo prima avevo considerato la mia casa.

Ho incontrato il signor Jeffries nelle camere degli ospiti nell’ala nord. È un uomo alto, magro, con una folta chioma di capelli chiarissimi, una carnagione lattea che arrossisce con facilità, e un contegno allegro, socievole. È stato molto felice e sollevato nel trovare qualcuno al castello che sapesse parlare inglese, poiché era stato costretto a fare affidamento sul suo zoppicante tedesco per comunicare con Helga. Nessuno degli altri domestici parla inglese o tedesco, e lui era caduto in quell’infelice stato di anomia, sperimentata da coloro che sono incapaci di esprimersi in terra straniera (mi ricordava i miei primi giorni a Londra).

Fu deluso di sapere che lo zio non parlava inglese e che io (e papà prima di me) avevamo tradotto tutte le sue lettere, poiché aveva intenzione di fargli un’intervista e sarebbe stato costretto a farla in tedesco. Si rallegrò moltissimo quando gli offrii i miei servigi come traduttore.

Sebbene sia un giornalista di professione, viene da una famiglia di commercianti. In apparenza, sono piuttosto benestanti, poiché sfoggia un bell’orologio da tasca d’oro con un intarsio d’argento o di oro bianco, e, al mignolo, porta un anello d’oro con lo stesso motivo. Non ho potuto fare a meno di divertirmi in segreto per quello sfoggio di tali fronzoli familiari da parte di un borghese: qual è la fonte di quell’orgoglio?

Ma, sentitemi! Solo un giorno è passato dalla discussione con lo zio, e già sembro uno snob aristocratico. Il signor Jeffries potrà essere un uomo qualsiasi, nondimeno è molto istruito e intelligente, e ha degli occhi rapidi, mobili, che afferrano tutto, nonché un’incessante curiosità: tutte buone qualità per un giornalista.

Ho trovato la sua compagnia così gradevole che l’ho accompagnato in un giro per il castello, sebbene, naturalmente, le stanze private dello zio fossero inaccessibili. Mentre salivamo la scala a chiocciola di pietra, dissi:

«Ho tradotto la lettera che mio zio vi ha spedito da Bistritz; quindi, mi pare che stiate scrivendo una sorta di articolo giornalistico,… vediamo… per il «London Times»? E desiderate intervistare lo zio? Di cosa tratta precisamente l’articolo? Storia transilvanica? Viaggi?».

Al sentire ciò, il signor Jeffries si illuminò; il suo viso è elastico, meravigliosamente mobile.

«Non precisamente», rispose. «Riguarda più il folklore del vostro paese. Vostro zio conosce molte cose su delle affascinanti superstizioni…».

«Sì», risposi infastidito. «Tutti abbiamo sentito quello che dicono i contadini».

Suppongo vi fosse un accenno di rabbia nella mia voce, poiché il signor Jeffries lo colse immediatamente e il suo tono si addolcì.

«Naturalmente, le superstizioni sono tutte molto ridicole. Sono certo che la vostra famiglia le trova seccanti e divertenti allo stesso tempo. Io sono, ovviamente, un uomo razionale, ed è mio intento mostrare queste superstizioni per quello che sono, ossia delle sciocchezze, per far vedere che non c’è alcuna verità dietro di esse. Le lettere di vostro zio lo mostrano come un uomo estremamente gentile e buono».

«Lo è», dissi, sollevato. «Lui è estremamente generoso con la sua famiglia… anche se è un po’ solitario».

«Be’, questo è abbastanza normale. Perché dovrebbe voler andare tra gente che lo crede un mostro?».

Nell’istante in cui Jeffries pronunciò queste parole, seppi immediatamente che aveva una grande capacità di intuizione. Naturale che avesse ragione; ciò spiegava perfettamente perché Vlad accettava di vedere la sua famiglia e Laszlo, ma era riluttante a vedere i domestici. L’oscuro senso di incertezza creato dal sinistro avvertimento di Masika Ivanovna e la rigidità di Vlad circa i rumini, svanirono davanti alla luce del solare e logico carattere di Jeffries.

Allora mi confidai con lui circa il desiderio dello zio di andare in Inghilterra e, più ne parlavo con lui e pensavo di liberarmi dall’ambiente tetro e dalle superstizioni dei contadini, più la prospettiva diventava allettante. Discutemmo di quanto la Transilvania fosse arretrata rispetto al resto del mondo che cambiava. Mi chiese bruscamente se la mia famiglia si sentisse sola lì, ed io ammisi che la cittadina stava morendo e che una delle mie più grandi preoccupazioni era il nostro isolamento.

La conversazione volse poi ad un argomento più allegro, e parlammo dell’Inghilterra, mentre lo conducevo nel salotto dell’ala sud, dove una grande finestra si affaccia su una vista che incute timore: per alcune migliaia di piedi al di sotto si apre il grande precipizio sul quale sorge il castello, circondato da una vasta estensione di foresta color verde scuro che si allunga fino all’orizzonte.

«Mio Dio!», sussurrò Jeffries, guardando tutto attentamente. «Dev’essere profondo un miglio!».

Apparentemente, deve avere un certo timore dell’altezza: tolse, infatti, un fazzoletto dalla tasca del suo gilet e si asciugò la fronte sudata (lo confesso: repressi un sorriso di condiscendenza quando vidi il monogramma di una grande “J” sul fazzoletto).

Lo rassicurai che non era proprio un miglio, e gli spiegai come il castello fosse stato costruito circondato da tre lati da un precipizio (ad est, sud e ovest) in modo da poter essere più facilmente difendibile dagli invasori: principalmente i Turchi provenienti dal sud.

Lui ascoltò con estremo interesse e cominciò persino a prendere degli appunti su un piccolo blocco ma, dal momento che quella vista vertiginosa lo metteva a disagio, lo condussi giù nel piano nobile dell’ala centrale, in quel soggiorno cupo dove, nei secoli precedenti, i miei antenati avevano intrattenuto altri nobili.

Lui si stupì molto per le eccellenti condizioni dell’antico mobilio e per lo splendore degli arazzi di broccato, alcuni intessuti con l’oro. Quando ci voltammo verso il ritratto — più grande del naturale — che dominava l’ampia parete sopra il caminetto, trattenne il respiro e si voltò verso di me per la sorpresa…

«Ma… siete voi!», esclamò.

Sorrisi appena quando le sue parole echeggiarono contro il soffitto dall’alta volta.

«È difficile. Questo è stato dipinto nel quindicesimo secolo».

«Ma guardate», insistette Jeffries con entusiasmo. «Ha il vostro naso», e qui indicò il tratto lungo e aquilino del soggetto, «i vostri baffi, le vostre labbra», e indicò i neri baffi spioventi (in tutta onestà, molto più folti dei miei) sopra un generoso e rosso labbro inferiore, «i vostri capelli scuri…».

A questo punto si fece silenzioso, poiché era arrivato agli occhi.

«Come potete vedere», dissi, ancora sorridendo, «i suoi capelli erano ricci e lunghi fino alle spalle, mentre i miei sono tagliati piuttosto corti, secondo lo stile moderno».

Rise.

«Sì, ma con un taglio appropriato…».

«E c’è la questione degli occhi. I suoi sono verde scuro; i miei sono nocciola».

Mi lanciò un’occhiata per verificarlo e concesse:

«Sì, avete ragione. Gli occhi sono del tutto diversi; i suoi sono piuttosto vendicativi e freddi, non trovate? Ma, per quanto riguarda il colore, i vostri hanno un po’ di verde in loro e la rassomiglianza è ancora notevole».

«Non è nulla se paragonata alla rassomiglianza con lo zio. Naturalmente, gli occhi dello zio sono simili a quelli».

«Allora devo memorizzare ogni tratto di questo visto!», esclamò Jeffries. «E, quando incontrerò vostro zio, me lo ricorderò a memoria e li confronterò!». Alzò la penna dal suo block-notes e lesse socchiudendo gli occhi la placca di ottone sotto al ritratto. «Vlad Tepes?».

Lo pronunciò «Te-pes».

«Tsepesh», lo corressi. «Non vedete quella piccola cediglia, lì sotto alla t e alla s? Cambia la pronuncia».

«Tsepesh», ripeté Jeffries, scrivendo sul suo blocco. «Sembra una persona importante».

Mi raddrizzai pieno di orgoglio.

«È il Principe Vlad Tsepesh. Nato nel dicembre del 1431, prese il potere per la prima volta nel 1456, e morì nel 1476. È omonimo di mio zio».

«Omonimo?».

Lo scrivere con foga cessò; la penna si fermò sopra la carta. Jeffries mi guardò battendo le palpebre, confuso.

«Forse… forse c’è qualcosa che non capisco circa i nomi rumeni».

«Che cos’è che costituisce una difficoltà per voi? La scrittura…?»

«No, no, quella la capisco, ma…». Tirò fuori un altro pezzo di carta della tasca, lo spiegò e me lo mostrò. «Come lo dovrò chiamare correttamente?».

Il biglietto che avevo tradotto era stato firmato con l’attenta e delicata mano dello zio; quando vidi la firma, rimasi tanto colpito da rimanere senza parole. Non so se Jeffries notò la mia sorpresa, poiché mi ripresi rapidamente e gli restituii il biglietto con un sorriso forzato.

«Lo zio ha una predisposizione per i tiri mancini», mentii, «e così lui, scherzosamente, ha usato quel soprannome datogli dai contadini».

In verità, era un soprannome, sebbene non inventato dallo zio. Era stato dato da paurosi rumini all’uomo del ritratto.

«Se questo soprannome piace al mio generoso ospite», disse Jeffries, «allora lo chiamerò così ma, per favore, spiegatemi…».

«Dracula», pronunciai l’odiato nome con disgusto, poi indicai qualcosa. «Vedete il drago in basso, sulla destra del ritratto?».

Jeffries osservò più da vicino lo stemma di Vlad, dov’era raffigurato un drago alato con la coda biforcuta, che si attorcigliava intorno alla figura di una doppia croce.

«Il padre di Vlad, Vlad Secondo, fu un governatore indotto dall’imperatore ungherese a far parte di una setta cavalleresca segreta, conosciuta come l’Ordine del Drago», continuai. «Lui usava questo emblema sui suoi scudi e sulle monete. È questa la ragione per cui i boiers — i nobili — cominciarono a chiamarlo dracul, il drago, ma Vlad Secondo non usò mai tale nome per sé, se non per scherzare.

Sfortunatamente, in rumeno, la parola dracul ha anche il significato di “Demonio”; udendo quel nome, i superstiziosi contadini credettero che Vlad, che era conosciuto come un temibile e crudele tiranno, fosse arrivato al potere perché si era alleato con Satana e che l’Ordine del Drago fosse, in realtà, una setta dedita alla conoscenza profonda della Magia Nera. Suo figlio, Vlad Terzo — il cui ritratto vedete adesso davanti a voi — fu ancora più assetato di sangue, ancora più temuto. Il popolo si riferì a lui come a Dracula, il Figlio del Demonio, poiché il suffisso — a significa “figlio di”. Oggigiorno, i contadini temono la nostra famiglia per questa ragione, e continuano a chiamarci Dracul. Lo intendono come un insulto e non come un onore».

«Le mie più profonde scuse se vi ho offeso», disse Jeffries, con un tono malinconicamente sincero, continuando, però, sempre a scrivere. «Capisco che questo atteggiamento abbia causato alla vostra famiglia non poco dolore. Vostro zio però ha mantenuto un ammirevole senso dello humour riguardo alla faccenda, per essere capace di firmarsi per scherzo con questo nome, considerando la natura dell’articolo che sto scrivendo».

Le sue maniere erano così gentili che riuscii a fare un piccolo e mesto sorriso.

«Temo di non condividere il senso dello humour dello zio riguardo a queste questioni».

Non gli dissi l’intera verità: che il cognome usato per l’intera famiglia era Dracul, senza la a. Secondo la logica dei contadini, lo zio avrebbe dovuto firmarsi, per scherzo, come Vlad Dracul, poiché soltanto il Figlio del Demonio — solo l’uomo del ritratto, nato quattro secoli prima — poteva rivendicare il diritto al nome di “Dracula”.

«Potrei chiedervi circa l’altro simbolo… là, a sinistra in basso, quello che si trova all’opposto dello stemma del drago?».

Indicò con un gesto la testa di un lupo sopra al corpo arrotolato di un serpente.

«Quello è lo stemma della nostra famiglia. È molto antico. Il drago era il simbolo del regno di Vlad, ma il lupo rappresenta la nostra discendenza. I Daci, che abitavano questo paese prima che lo conquistassero i Romani, si riferivano a se stessi come a degli “uomini-lupo”».

«Ah, sì…». I suoi occhi chiari si illuminarono di interesse mentre continuava a scribacchiare. «Gli antichi Daci… ma c’erano delle leggende, non è vero, sulla loro abilità di trasformarsi veramente in altre creature, come il lupo…?»

«Tutte ridicole superstizioni, naturalmente».

«Naturalmente». Il sorriso di Jeffries era luminoso. «È tutta superstizione, ma è affascinante, non è vero, vedere come le leggende si sviluppino dalla realtà…?».

Dovetti acconsentire.

«E il serpente…?», insistette. «Pensate forse che i contadini lo abbiano visto e siano portati a credere ancora al Diavolo?»

«Forse, ma solo una persona ignorante farebbe così. Nei tempi pre-cristiani, i serpenti erano riveriti come creature che possedevano il segreto dell’immortalità poiché, quando cambiavano la loro vecchia pelle, “morivano” e “nascevano” di nuovo. L’ho sempre considerato come il simbolo del fervente desiderio che la discendenza familiare continui ininterrotta per sempre».

Il giro continuò, e la nostra conversazione si rivolse ad altri argomenti. Gli raccontai la storia della nostra famiglia, del regno del primo Vlad Tsepesh, delle vittorie sui Turchi e dei molti importanti membri della famiglia Tsepesh sparsi in tutta l’Europa orientale.

Fu piuttosto colpito, e annotò attentamente tutti i dettagli. Sono fiducioso che l’articolo sarà preciso e avvincente, e gli ho chiesto se sarebbe stato così gentile da mandarmi una copia del lavoro finito, così che io potessi tradurlo in rumeno per farlo conoscere ai miei compatrioti transilvani, anche se, sfortunatamente, coloro che hanno bisogno in modo particolare di leggere l’articolo, sono proprio quelli che non sanno leggere. Lui ha acconsentito a farlo.

Cominciammo, allora, a parlare di nuovo dei contadini e delle loro superstizioni. Jeffries mi confessò che, immediatamente dopo il suo arrivo, una delle cameriere — “una donna bionda, tarchiata, di mezz’età”, ed io compresi che intendeva Masika Ivanovna — si era tolta il crocifisso dal collo e glielo aveva dato, supplicandolo perché lo indossasse. Lui l’aveva accontentata e lo aveva messo ma, quando lei aveva lasciato la camera, se l’era tolto.

«Io appartengo alla Chiesa d’Inghilterra e questa non sarebbe una cosa buona», disse, sebbene chiarisse che era praticante solo per tradizione e per rispetto alla famiglia, non per fede. Terminammo la discussione circa la gente del luogo, trovandoci d’accordo che l’istruzione pubblica era l’unica soluzione per la loro condizione.

La sua compagnia era così piacevole che io insistetti perché venisse a casa mia per cenare presto (attirandolo con la promessa di una visita alla cappella e alla tomba di famiglia). In funzione di questo fatto, lasciai un biglietto nello studio dello zio e promisi che avrei rimandato l’ospite per le nove.

Così è venuto con me a casa, e Mary ed io abbiamo passato una gradevole serata in sua compagnia, con il risultato che non l’ho riaccompagnato al castello se non molto tardi.

Ma è quasi l’alba: ho passato delle ore a scrivere, e sono esausto. Ora, a letto. Il resto a dopo.

Il diario di Mary Windham Tsepesh

9 aprile. Scrivo queste righe perché mi sono ritirata presto, mentre Arkady si gode l’affascinante compagnia del nostro ospite, il signor Matthew Jeffries. Li ho lasciati che ridevano nella sala da pranzo mentre gustavano il cordiale e i sigari del dopo cena. Sono contenta che Arkady abbia trovato una piccola gioia nella compagnia di questo signore: ne ha bisogno, povero caro, proprio come io ho bisogno della possibilità di togliermi il peso da cuore in privato con lo scrivere.

Dopo essere stata testimone dell’appuntamento tra Zsuzsanna e Vlad, ieri notte, sono rimasta estremamente turbata ma ancora non ho detto nulla ad Arkady, poiché lui mi è sembrato più turbato di me. Ho deciso di affrontare prima l’argomento con Zsuzsanna, con delicatezza, poiché temo che, essendo innocente, sia stata portata fuori strada dal suo più navigato prozio e, forse, non capisce nemmeno che quello che sta facendo è sbagliato. Vlad è più grande e più saggio, e perciò è lui il colpevole.

Ma Zsuzsanna non si è presentata a colazione né a pranzo. Arkady era così turbato da qualche segreta pena che non l’ha nemmeno notato ma, dopo quello che avevo visto, io mi sono preoccupata, e così ho bussato alla porta della camera di mia cognata nel primo pomeriggio.

Lei ha risposto debolmente, dicendomi di entrare, ed io ho aperto la porta e l’ho trovata ancora in camicia da notte a letto, seduta con i lunghi e neri capelli sparsi sui cuscini. I suoi occhi sono grandi come quelli di Arkady ma, diversamente da quelli di lui, sono molto scuri, e oggi erano sottolineati da un’ombra che enfatizzava il suo pallore. Infatti, sembrava penosamente pallida e tirata; le sue labbra e le guance avevano perduto la loro solita traccia rosea.

«Zsuzsanna, cara», dissi, portandomi al suo fianco. «Oggi mi è mancata la tua compagnia, e sono venuta a vedere come stavi. Non stai bene?»

«Mia dolce Mary! Sono solo stanca. Non ho dormito bene la notte scorsa».

La sua risposta mi ha fatto arrossire, ma non penso che lei l’abbia notato. Ha sorriso al vedermi e mi ha afferrato la mano; la sua era fredda. Ho supposto che il suo pallore fosse causato da qualche disturbo femminile, e così non ho insistito per saperne la causa, ma temo che sia anche — almeno in parte — dovuto al mal d’amore e al senso di colpa. Sembrava così piccola e fragile, lì contro i cuscini, che era impossibile pensare a lei come a un adulto responsabile; persino la sua voce e la sua espressione erano quelle di un bambino.

«Hai mangiato?», le ho chiesto. «Ti posso portare qualcosa?»

«Oh, sì! Sono davvero affamata. Pensa che Dunya mi ha portato due vassoi pieni, e ho mangiato tutto». Diede un colpetto al cane, che giaceva soddisfatto ai piedi del letto e che batté la coda al suono del suo nome. «È tutta colpa di Bruto! Ha abbaiato per tutta la notte, e non mi ha permesso di dormire. Ho dovuto metterlo in cucina, e ci starà anche stanotte!».

«Forse è più saggio permettergli di restare». La guardai intensamente in cerca di una reazione. «Abbaia solo per proteggerti».

Rise. I suoi occhi erano grandi e innocenti.

«Proteggermi? Da cosa? Dai topi di campagna?»

«Dai lupi», dissi, tetramente. «Ho pensato di averne visto uno vicino alla tua finestra la notte scorsa. Devi fare attenzione».

Allora seguì una pausa imbarazzata; socchiuse gli occhi e mi gettò un veloce sguardo espressivo prima di voltarsi e fingere di prestare attenzione al cane ai suoi piedi. Lo accarezzò per parecchi secondi, in silenzio.

All’improvviso scoppiò in lacrime e alzò il viso contorto verso di me mentre mi stringeva il braccio con entrambe le mani.

«Per favore… non dovete tornare in Inghilterra! Diteglielo… per favore! Se mi lasciate tutti, io morirò! Nessuno di voi deve lasciarmi…!».

Piangeva con la disperazione di un bambino.

Io rimasi sorpresa più di quanto possa dire da quell’inattesa reazione emotiva, ma la presi come una chiara ammissione di colpa e una confessione d’amore. Non le sarebbe importato tanto se fossimo stati io e Arkady a partire, ma sarebbe morta se a partire fosse stato il suo prozio.

«Mia cara», la blandii, «noi non ti lasceremmo mai. Non devi nemmeno pensare una tale cosa».

«Diglielo! Diglielo!», ripeteva con voce soffocata, e mi stringeva il braccio così disperatamente che glielo dovetti promettere immediatamente:

«Sì, sì, glielo dirò e molto presto».

So che non si riferiva a suo fratello. So di chi si trattava, anche troppo bene.

Dalla sua reazione, temo che il senso di colpa l’abbia condotta a un esaurimento nervoso. Rimasi seduta un po’ lì con lei e la calmai, non dicendole nient’altro di quello che avevo visto, per timore di provocarle un’altra crisi. Aveva sofferto abbastanza, povera cara, e io non posso fare altro che affrontare l’argomento con mio marito… o con lo stesso Vlad.

Però io sono appena arrivata nella famiglia; non spetta certo a me mettere al suo posto il patriarca. So che devo parlare ad Arkady e presto. Ma, sebbene mio marito non sia andato al castello che a pomeriggio inoltrato, non sono riuscita a parlargli: non ho saputo trovare le parole.

Allo stesso tempo, non riesco a sopportare che qualcuno approfitti ulteriormente della povera e confusa Zsuzsanna. Così decisi che avrei atteso il ritorno di Arkady a casa quella sera per parlargli, e passai il pomeriggio scegliendo con cura le frasi che avrebbero sicuramente fatto breccia nel suo cuore.

Con mio sgomento e sollievo, mio marito è tornato a casa solo dopo alcune ore, con un inglese che era in visita al castello, un certo signor Jeffries. Arkady era così contento di avere un ospite — e devo ammettere, nonostante la tristezza, che anch’io ho goduto della sua compagnia e l’ho trovato una piacevole distrazione dalle mie preoccupazioni — che non me la sono sentita di rovinare il suo buon umore.

Abbiamo cenato presto, con il nostro ospite. Come mi aspettavo, Zsuzsanna non è scesa per la cena, e ha mandato un messaggio tramite Dunya, dicendo che era ancora indisposta.

Il signor Jeffries, a quanto pare, è un giornalista, recentemente ritornato nel continente dopo un viaggio in cerca di notizie in America. Durante tutta la cena ha parlato animatamente della situazione in quel Paese; hanno eletto un nuovo Presidente — James Polk — e potrebbero presto annettersi un nuovo Stato dall’esotico nome di Texas.

Nel Texas è permessa la schiavitù, e ciò ha creato molte controversie nel Paese. Non solo i Nordisti sono abolizionisti e i padroni delle piantagioni del Sud non lo approvano, ma uno Stato vicino rivendica contemporaneamente la proprietà del territorio. Secondo il signor Jeffries, è imminente una guerra tra gli Stati Uniti e il Messico. Gli Americani sono anche coinvolti in un contenzioso con l’Inghilterra riguardo alla posizione del confine nord-occidentale del Canada. Per finire, sembrano litigiosi e prepotenti, e io sono stata contenta di trovarmi nella tranquilla Transilvania. Il signor Jeffries ci ha fatto ridere con la sua imitazione nasale dell’accento americano; dopo tutta la tensione che Arkady ha provato, so che gli ha fatto bene.

Dopo cena, il signor Jeffries ha ricordato ad Arkady la sua promessa di portarlo a visitare la cappella, e allora ho detto che anch’io volevo andare, poiché non l’avevo ancora vista. I due uomini mi hanno guardato preoccupati, e Arkady ha mormorato qualcosa circa il fatto che era tardi (non era molto oltre le otto) e circa il necessario riposo date le mie condizioni.

Con decisione, ho respinto tutte quelle obiezioni come delle sciocchezze e ho chiesto solo un momento per andare a prendere il mio scialle. Allora il signor Jeffries ha sorriso, dicendo con arguzia che non avrei problemi a tener testa agli Americani, e abbiamo riso di nuovo.

In verità, non volevo essere lasciata sola a preoccuparmi di cosa avrei detto ad Arkady quando il nostro ospite fosse partito, né volevo rimanere da sola nella camera da letto a guardare attraverso la finestra, preoccupandomi per Zsuzsanna.

La cappella era diversa da qualunque altra abbia mai visto in Inghilterra, e più di ogni altra cosa che io abbia visto in questo Paese rivelava l’influenza turca. Le pareti interne erano coperte di pitture e mosaici di santi — letteralmente a centinaia — alla maniera bizantina. Vicino all’altare c’era una cupola da cui pendeva un enorme lampadario e, alle spalle del grande santuario, contro il muro, c’erano delle grandi nicchie con dei nomi incisi su targhe d’oro.

Sebbene le belle pareti ricoperte di mosaici mi facessero trattenere il fiato, il signor Jeffries sembrò interessato soprattutto alle nicchie, che erano in realtà dei loculi costruiti nel muro come celle di api, poi chiusi con la malta, sigillati con la pietra, e adornati con le targhe. Mentre leggevamo i nomi degli antenati di Arkady, ammutoliti per la bellezza del santuario e per l’atmosfera sacra, il signor Jeffries prese un piccolo blocco per appunti dal suo gilet e cominciò a scrivere.

Dopo un po’, si voltò verso Arkady e disse, con una voce sommessa che riecheggiava debolmente dall’alto soffitto:

«Ho dimenticato di chiedere… quando eravamo davanti al ritratto di Vlad Dracula».

A questo punto lo guardai aggrottando la fronte, poiché avevo già udito una parola simile — Dracul — sulle labbra dei domestici e su quelle del vecchio cocchiere a Bistritz.

Il signor Jeffries s’interruppe e si corresse subito con uno sguardo di scusa verso mio marito.

«Chiedo scusa, Vlad Tsepesh… Il nome Tsepesh significa qualcosa?», gli chiese.

Arkady rimase a guardare fisso le nicchie volgendoci la schiena, ed io mi resi conto dal suo tono distante che stava rimuginando su ciò che lo aveva turbato durante gli ultimi giorni… qualcosa che sospetto sia legato al castello e alla morte di suo padre.

«Impalatore», disse tranquillamente, ed io mi accorsi immediatamente che aveva del tutto dimenticato la mia presenza.

In molte cose, è come sua sorella, soggetto a improvvisi e intensi sogni ad occhi aperti che lo distolgono completamente dal presente.

«Non è molto più nobile, nel significato, del nome Dracul ma, almeno, i contadini non lo pronunciano con lo stesso odio, e non implica nulla di soprannaturale. A quei tempi, impalare era una comune forma di esecuzione capitale».

Il signor Jeffries inarcò le chiare sopracciglia in maniera incredula mentre si avvicinava ad Arkady, del quale seguì lo sguardo su una lapide d’oro che portava incisa l’iscrizione VLAD TEPES.

«Davvero? La storia indica che era una pratica comune soltanto tra i Turchi. I contadini dicono che Vlad riprese i loro metodi e trasformò tutto questo — e mosse il braccio per indicare l’intero territorio — in una vera foresta di impalati. Dicono che l’odore…».

A quel punto il signor Jeffries si interruppe, conscio dell’orrore delle sue stesse parole e si voltò verso di me.

«Oh, mia cara signora Tsepesh, perdonatemi! Come sono stato insensibile a mettervi in agitazione, menzionando questi fatti terribili…».

Risi con gaiezza, sebbene, di fatto, non avessi mai udito tali cose, e ne fossi rimasta affascinata in modo orrendo. A quel suono, Arkady si riprese dalle sue fantasticherie e ci guardò, anche lui seccato che quelle cose fossero discusse in mia presenza.

«Non sono una delicata fanciulla abituata a svenire, signore», lo rassicurai.

Arkady arrossì, e venne accanto a me, prendendomi la mano.

«È vero», disse, guardandomi con affettuosa preoccupazione ma rivolgendosi a Jeffries. «Mary è la persona più equilibrata che io abbia mai conosciuto». Lanciò uno sguardo a Jeffries con un sorriso imbarazzato. «Le sono sempre grato per questa qualità. Qui, dove uno è circondato da superstizioni e oscure leggende, è veramente una qualità senza prezzo».

«Mio caro», gli dissi calma, «non devi cercare di proteggermi da queste cose. Come potrò essere in grado di confutare le strane credenze dei contadini se non ne so nulla?». Rivolta a Jeffries, gli chiesi poi con voce ferma e allegra: «Di chi stavate parlando?»

«Di Vlad Dracul… Perdonatemi, signora: di Vlad Tsepesh, che i contadini chiamano Dracula».

«Il Principe?», chiesi.

Jeffries mosse la sua lunga faccia in un modo che sembrò sia confermare che negare.

«Il suo omonimo», precisò, poi girò una pagina del blocco e cercò qualcosa, quindi rialzò lo sguardo. «Nato nel 1431, è presumibilmente morto nel 1476, sebbene i contadini non siano d’accordo».

Arkady fece un gesto verso la placca ai piedi di un loculo.

«Ecco la sua lapide, lì davanti a voi».

«Ma lui morì in quella regione del sud chiamata Valacchia, non è vero? Il luogo dove regnò».

«È vero», convenne mio marito. «Ma la famiglia si recò a nord, in Transilvania, subito dopo la sua morte, e portò con sé i suoi resti. Non era una pratica insolita».

Il tono del signor Jeffries divenne scettico.

«Sicuramente voi sapete che non è sepolto qui. È una finzione, cosicché, chi volesse cercare di profanare il suo corpo, non lo troverebbe».

Mio marito si voltò verso il suo ospite con gli occhi socchiusi e un leggero sorriso ironico sulle labbra.

«Signore, è chiaro che voi sapete sull’argomento molto più di quanto avete rivelato». Si fermò e guardò nuovamente la lapide. «È vero. È sepolto nel monastero di Snagov, nella natia Valacchia».

«I contadini, ancora una volta, non sarebbero d’accordo con voi, signore. Essi dicono che nemmeno a Snagov c’è il corpo. Forse è per questa ragione che i contadini affermano che è uno strigoi e accusano il vostro prozio…».

«Strigoi», ripetei, incapace di trattenermi, riconoscendo la parola che un giorno aveva usato Dunya. «Per favore, che significa questa parola?».

Arkady mi guardò bruscamente, chiaramente seccato di sapere che avevo sentito quel termine, ma Jeffries mi guardò negli occhi e disse:

«Un Vampiro, signora. Essi affermano che il vostro gentile e cortese prozio è, di fatto, Vlad l’Impalatore, conosciuto anche come Dracula, nato nel 1431; che ha fatto un patto con il Diavolo per ottenere l’immortalità, e che le anime degli innocenti ne sono il prezzo».

E rise come se l’informazione fosse incredibilmente divertente. Ma io e Arkady non ci unimmo a lui.

Jeffries comprese il disagio che le sue parole avevano provocato, e portò immediatamente la conversazione su un argomento più leggero.

Subito dopo abbandonammo la cappella e, quando lasciai mio marito e il suo ospite nella sala da pranzo, erano impegnati in un’amichevole discussione sull’ultimo evento letterario americano, quello del signor Edgar Allan Poe, e sul fatto se la sua poesia Il Corvo fosse una grande opera di genio come si credeva.

Mi sono quindi ritirata in camera da letto, pensando che, per quando avessi finito queste righe, Arkady sarebbe ritornato e che gli avrei confessato ogni cosa, ma ora sono quasi le undici e lui ancora non è venuto.

Sono stanca e desidero dormire, ma non riesco a evitare di guardare le pesanti tende tirate della finestra; non posso fare a meno di preoccuparmi per ciò che c’è dall’altra parte. I contadini hanno ragione: Vlad è un mostro. Soltanto, non riesco a capire di che tipo.

Capitolo quarto

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

10 aprile. Sto morendo d’amore.

Un’altra notte di sogni; questa mattina sono così debole che riesco a malapena a prendere su la penna. Dopo una frase o due, la devo posare di nuovo. La schiena mi duole terribilmente, dalla cima della spina dorsale giù fino alla fine. E in modo così strano… talvolta sento come se i muscoli e le ossa si stessero muovendo, agitandosi sotto la pelle.

È venuto ancora. È venuto, e questa volta lo attendevo alla finestra aperta. Questa volta ho slacciato il nastro da sola, sebbene abbia permesso che lui, con delicatezza, tirasse via il leggero tessuto dalla mia pelle. Ho rabbrividito alla sua morbidezza e poi ho rabbrividito al fresco dell’aria notturna contro la mia carne nuda, seguita dal gelo delle sue mani e dal calore del suo respiro.

Anche questa volta è stato gentile e doppiamente audace. Ha tirato via la camicia da notte finché questa mi è caduta alle caviglie, premendo, nello stesso tempo, le sue labbra contro la mia pelle e scendendo lentamente verso il basso insieme alla stoffa, oltre la curva delle spalle, i miei seni, le mie costole; aprendo le labbra per assaggiare con la lingua la mia carne. Arrossisco nello scrivere che non si è fermato lì ma si è inginocchiato e ha continuato a baciare la soffice curva del mio stomaco, il mio addome e più in basso…

Ho sentito una vampata di calore e un formicolio che è cominciato alla base della colonna ed è salito fino in cima alla testa e oltre. Mi sono sentita come se, per tutti i miei anni su questa terra, fossi stata morta e, per la prima volta, un bacio mi avesse risvegliato alla vita. Ho guardato in basso il mio salvatore inginocchiato e ho affondato le mie dita nella sua folta criniera di capelli argentei.

Poi lui ha portato le labbra sulla coscia della mia gamba malata. Dapprima sono arrossita per l’imbarazzo; durante la mia vita adulta, non ho mai permesso a nessuno di toccare e nemmeno di vedere il mio arto storpio. Ho cominciato ad allontanarmi, ma lui mi ha trattenuto e l’ha accarezzato e baciato con delicatezza, con amore…

No, molto più di questo; l’ha baciato con pura e riverente adorazione, e in quel momento l’ho amato come un dio.

Ha continuato a baciarmi fino alla punta del mio povero e storto piede e poi si è alzato e mi ha preso tra le braccia, dicendo:

«Zsuzsanna, io sono obbligato dal Patto che feci con tuo padre a prendermi cura di te, finché vivrai. Sono anche obbligato da esso a non venire da te in questo modo, ma tu sei troppo malata per fare il viaggio fino in Inghilterra… dove io sono deciso ad andare. Questo è l’unico modo in cui tu mi puoi accompagnare. Capisci?»

«Sì», bisbigliai, sebbene, in verità, non sapessi nulla, e non capissi nulla tranne che desideravo rimanere per sempre tra le sue braccia.

Sorrise appena e disse:

«Di tutta la famiglia, in tutti i molti anni del mio tempo sulla terra, soltanto tu mi hai liberamente amato…».

«No», mormorai. «Io ti venero. Quando fui malata, tu mi hai salvato la vita, e nessun uomo mi ha mai trattato così gentilmente, o mi ha notata come hai fatto tu. Per gli altri uomini, io sono invisibile: tu solo mi vedi».

Un’espressione di estrema, regale soddisfazione, gli si dipinse sul volto; sapevo che le mie parole gli avevano fatto piacere.

«A causa di questa devozione», disse, «ho rotto il Patto con la Famiglia e devo pagarne il prezzo. Al suo posto, ora, ne farò uno nuovo. Non ti lascerò mai, ma ti farò mia e ci legheremo entrambi per sempre». Quando lo supplicai di farlo immediatamente, scosse la testa con tristezza. «Avevo sperato di farlo stanotte, ma non deve essere così; sono ancora troppo affamato. Presto sarà possibile… Molto presto».

E, con un movimento rapido come quello di un serpente, attaccò le labbra al mio collo.

Fu come se la subitaneità del movimento mi avesse svegliata da uno stato di trance. Sentii il dolore pungente dei suoi denti che mi bucavano la pelle e gridai, lottando nel suo abbraccio d’acciaio, piena di una selvaggia e irragionevole paura. Mi ritrassi e colpii con i pugni il suo largo e forte petto, cercando di respingerlo, ma lui, con una sola mano aperta dietro la mia schiena, premette il mio corpo contro il suo. La sua presa si strinse finché non potei più respirare. Sentii premere contro il collo, e la sua lingua e le labbra lavorare fameliche con la mia pelle con lo stesso sommesso rumore del succhiare di un bambino al seno della madre.

Smisi di lottare e caddi svenuta. In quell’istante, il dolce piacere della notte precedente mi prese di nuovo; e, più mi arrendevo ad esso, più il piacere diventava intenso, finché non potei trattenermi dal gemere. Non ero cosciente di nulla tranne dell’oscurità vellutata, della sensazione della sua lingua e delle labbra, e del mio sangue che usciva, fluendo verso di lui al lento e sincronizzato battito dei nostri cuori.

L’estasi aumentò finché non riuscii più a tollerarla e gridai. In quel momento, si ritrasse e mi lasciò cadere all’indietro, appena cosciente, nelle sue braccia. Ero troppo debole per stare in piedi, per parlare, persino per vedere, ma udii chiaramente la sua voce profonda quando disse:

«È abbastanza. Forse troppo…!».

Mi trasportò fino al letto e mi coprì delicatamente con le coperte. Lo sentii che se ne andava, sebbene non riuscissi a muovermi, e non riuscissi ad aprire gli occhi per guardarlo andarsene. Per un po’ giacqui, sentendo ad ogni respiro che non avrei avuto la forza di tirarne un altro, sentendo un debole gorgoglio di piacere ad ogni battito del cuore, pensando che sarebbe stato l’ultimo.

Più di ogni altra cosa, ero stupita che la morte potesse essere un’esperienza così squisitamente sensuale.

Però, non morii. Dormii e, nel tardo mattino, quando mi svegliai, la camicia da notte era, ancora una volta, sul pavimento accanto alla finestra. Ero troppo debole persino per raccoglierla.

Dunya l’ha trovata questa mattina quando ha portato la colazione e me l’ha porta con un’espressione scandalizzata, mentre io colpevolmente cercavo di nascondere la mia nudità sotto alle lenzuola.

Dunya sospetta e Mary, penso, sa, sebbene sia impossibile per una persona conoscere i sogni di un’altra. Cercai di comunicarlo con i miei pensieri a Vlad, per avvertirlo che vi erano altri che sapevano e che avrebbero potuto interferire. Senza dubbio dovevano essere pieni d’orrore e scioccati.

Non me ne importa.

Non capisco che cosa mi stia succedendo; non so più che cosa sia reale. Sono così debole e confusa: penso di essere malata e morente. E ripeto: non me ne importa. Se questa è la morte, allora la morte è pura gioia! Per la prima volta nella mia stentata e triste vita, sono felice. Non voglio Dio. Non voglio perdono.

Voglio solo che lui ritorni.

Il diario di Mary Windham Tsepesh

10 aprile. Mio Dio, ti prego, fa che sia pazza. Ti prego, fa che sia un’isterica donna incinta che vede delle cose soltanto perché la sua testa è stata riempita di storie terrificanti…

Ma quell’orrore esiste, ed io so di non essere pazza. So che cosa ho visto… eppure è impossibile!

Ora è l’una e mezzo del mattino. Ho udito Arkady che se ne andava con il signor Jeffries in calesse pochi minuti fa; non ritornerà per almeno venti minuti, di più se resta per un po’ a conversare con il suo ospite, della cui compagnia sembra aver goduto molto questa sera. Devo metterlo per iscritto — devo fare qualcosa — o perderò completamente la ragione. La mia mano trema così forte, che riesco a malapena a leggere quello che ho scritto.

Naturalmente, non riuscivo a dormire dopo aver finito l’ultima registrazione nel mio diario, sebbene fosse dopo mezzanotte. Ho combattuto senza tregua con le lenzuola. Parte del malessere era dovuto all’indigestione e all’incapacità di trovare una posizione comoda per dormire a causa del mio ventre pesante, ma per lo più era qualcosa di mentale: ero incerta sul fatto di dire ad Arkady di Vlad e Zsuzsanna stanotte, dopo che il signor Jeffries se ne era andato, o se attendere fino al mattino, e mi preoccupavo anche su cosa dovessi dire con precisione.

Non riuscivo nemmeno a padroneggiare la mia curiosità circa quanto poteva accadere dall’altra parte della tenda. Di sicuro, decisi, Zsuzsanna doveva aver notato la mia oscura allusione al lupo alla sua finestra e avrebbe, almeno, avvertito Vlad che la sua camera da letto non era più un posto sicuro dove incontrarsi; osai persino sperare che le mie ambigue parole fossero state sufficienti per convincerla a rompere del tutto la sua relazione segreta.

Nonostante ciò, mi forzai a chiudere le palpebre. Forse sonnecchiai… sebbene la mia memoria giuri che sono rimasta completamente cosciente. Caddi, però, in uno strano sogno ad occhi aperti, simile a una trance, e mi trovai a fissare un paio di grandi occhi languidi, sospesi nella morbida oscurità.

Li circondava una pelle candida come la neve ed erano sorprendentemente belli, come degli smeraldi di un verde intenso; le pupille erano grandi, lucenti, nere. Li riconobbi immediatamente, poiché erano gli occhi di Vlad, e sembravano gettare lo stesso incantesimo ipnotico di cui avevo fatto esperienza al pomana, tranne che, questa volta, essendo in preda al sonno, cedetti per un momento. In questo modo, il mio malessere scomparve, e mi prese un languore molto piacevole che ero riluttante a interrompere.

Indugiai solo un momento, ma poi la mia naturale ostinazione mi svegliò e aprii gli occhi scuotendo la testa per schiarirla.

Eppure sapevo di non essermi addormentata. Questa allarmante consapevolezza — e forse il disagio provocato dalle storie che il signor Jeffries aveva raccontato nella cappella — fecero sì che il cuore mi cominciasse a battere più forte. Con un senso di inesplicabile terrore, mi avvicinai al sedile nella rientranza e con timore tirai la tenda, appena a sufficienza per poter vedere la finestra di Zsuzsanna ma per non essere vista.

Stanotte, la luna piena brillava in un cielo senza nubi, illuminando la campagna come fosse giorno. Potevo del tutto chiaramente vedere ogni filo d’erba, ogni fiore di campo sulla striscia di terra tra la nostra finestra e quella di Zuzsanna, sebbene i colori fossero sbiaditi in gradazioni di grigio leggermente diverse.

Sapevo che Vlad era là: lo sapevo, sebbene anche ora non sappia dire come ne fossi venuta a conoscenza. Lo sapevo, anche prima di vedere che le imposte erano state nuovamente spalancate e la finestra aperta. La lampada nella stanza era spenta, tanto che non riuscivo a vedere chiaramente all’interno ma, a pochi piedi oltre le imposte aperte, vidi delle ombre che si muovevano nell’oscurità, un lampo bianco contro il nero, e seppi, con la stessa impossibile certezza, che erano la pallida pelle di Zuzsanna contro il mantello di Vlad.

Per quanto tempo rimasi alla finestra non so dirlo esattamente. La mia percezione indica ore, ma per l’orologio erano minuti. Rimasi comunque paralizzata a guardare finché le ombre non si ritrassero dalla mia vista per inoltrarsi nella stanza buia… verso il letto.

Dopo un po’, l’ombra più scura riapparve e si arrampicò agilmente sul davanzale, lasciandosi cadere sull’erba per qualche metro, con l’agilità senza sforzo di un giovane.

Era Vlad. Lo vidi chiaramente, senza possibilità di errore, con i capelli bianchi e la pelle che mandavano riflessi nella chiara luce lunare. Si guardò alle spalle, furtivo come un ladro che scappa, poi cominciò a correre.

Passò molto vicino alla mia finestra e io mi ritrassi, non osando respirare, tirando le tende in modo tale che rimanesse soltanto una piccola apertura, contro la quale premetti un occhio. Mentre guardavo, lui si curvò in avanti e cominciò a muoversi carponi, a lunghi passi, come un animale, mentre il suo scuro mantello si richiudeva.

E sotto il mio stesso sguardo…

È impossibile. Impossibile! È follia, eppure so di essere del tutto sana di mente.

Era come osservare la crescita di un figlio, estremamente accelerata, tanto che la trasformazione di anni si verificava in pochi secondi. Sotto il mio sguardo, le sue gambe si accorciarono, le braccia si allungarono, e il naso e la mascella si protesero in avanti, allungandosi fino a formare un lungo e sottile muso pieno di aguzzi denti canini. Il tessuto del mantello e dei pantaloni sembrarono scomparire dentro la pelle e cambiare colore e consistenza finché non furono più nera seta ma una pelliccia grigio argentea.

Davanti ai miei occhi, si trasformò in un grande lupo grigio.

Gridai per lo spavento. Non credo che il suono che emisi fosse forte, nondimeno Vlad — il lupo — si fermò e si voltò in direzione della mia finestra, guardandola con grandi occhi chiari.

E — forse questa parte è immaginazione — vidi quelle labbra canine scoprire dei denti appuntiti, atteggiandosi leggermente nello stesso ghigno da predatore che aveva diretto a me, quando indugiava nell’abbraccio di Zsuzsanna al pomana.

Nella mia vita non sono mai stata più vicina a svenire. Lasciai andare la tenda e mi ritrassi barcollando fino al muro, poi mi appoggiai contro di esso, timorosa che, se lo avessi lasciato, non sarei stata capace di reggermi in piedi.

Quando, infine, mi sono ripresa, sono corsa alla scrivania per scrivere tutto questo, per timore che, al mattino, mi sarei convinta che non era altro che un incubo.

Posso udire, in distanza, l’avvicinarsi di Arkady con il calesse. Ero stata così preoccupata per tutta la sera di raccontargli di Zsuzsanna e Vlad!

Che cosa gli dirò adesso?

Che cosa posso dirgli?

Il diario di Arkady Tsepesh

10 aprile. Sera tardi. Jeffries è svanito. Penso che lo abbiano ucciso.

Sono ritornato con lui al castello abbastanza tardi, verso l’una o le due del mattino. Non ho disturbato lo zio, sebbene sospettassi che fosse ancora sveglio a quell’ora tarda e Jeffries ha detto che sicuramente avrebbe presentato le mie scuse per averlo riportato molto più tardi di quanto indicasse il biglietto che avevo lasciato. Sentivo di non avere il diritto di sottrarre nuovamente allo zio la compagnia del signor Jeffries il giorno seguente, ma lo invitai ugualmente per il thè del pomeriggio.

Questo pomeriggio, sono partito presto diretto al castello per andare a prendere Jeffries per il thè. Mentre entravo con il calesse nel cortile, Laszlo se ne stava appena andando in carrozza con un grosso involto sul sedile accanto a lui. Al vedermi sembrò allarmarsi: frustò immediatamente i cavalli e si affrettò ad andarsene.

Considerai la sua fretta e la sua riluttanza a parlarmi come un segno della sua avversione, e non riflettei molto su ciò o sull’involto accanto a lui, fino a quando, più tardi, cercai Jeffries nella stanza degli ospiti. Se n’era andato: il bagaglio e il blocco per appunti si trovavano nelle sue stanze, così come il biglietto che gli avevo inviato da parte dello zio piegato con cura, ma una ricerca nel castello si dimostrò senza frutto. Non era in nessun luogo, e nessuno dei domestici ammise di averlo visto.

Preso dalla disperazione, li chiamai uno per uno nel mio ufficio e li interrogai. Nessuno di loro sembrava saper nulla della misteriosa sparizione del visitatore (sfortunatamente, Masika Ivanovna oggi non è venuta al castello, poiché suo figlio è morto. Ma ne saprò di più, giacché ho in programma di partecipare al funerale). Per ultimo, ho parlato con Laszlo alcune ore più tardi, quando finalmente è ritornato al castello.

Mentre lo facevo, ho notato che aveva sul panciotto un orologio d’oro con catena che non avevo mai visto prima; con un’ispirazione nata dall’orrore, gli domandai di tirare fuori l’orologio e di farmelo vedere.

Così fece, e io trattenni il fiato quando i miei occhi riconobbero la grande “J” d’argento incisa sulla superficie dorata dell’orologio. Una tale sfacciataggine! Durante la mia ispezione, lo tenne con la stessa mano che ora portava l’anello d’oro di Jeffries.

Persi completamente la calma e gli gridai:

«Come osi rubare a un ospite di questa casa! Sei licenziato immediatamente! Vedi di non mettere più piede di nuovo in questa proprietà!».

Sollevò il mento pronunciato, con aria di sfida, senza rimorso.

«Oh, non me ne andrò, signore. Ci penserà il voievod. Inoltre, voi non avete l’autorità per licenziarmi».

La sua arroganza mi rese furioso; il calore mi invase il viso mentre gridavo:

«Non c’è dubbio su ciò! Vedremo cosa Vlad ha da dire quando gli dirò che sei un ladro!».

«Io non sono un ladro», ribatté. «I morti non possiedono nulla».

Un gelo orrendo mi strinse il cuore. Pensai al terrore negli occhi di Masika nel capire che Laszlo aveva udito, e che ora suo figlio era morto.

«Che cosa stai dicendo Laszlo? Che il signor Jeffries è morto?»

«Non dico niente».

«Ne parlerò immediatamente allo zio», lo minacciai, alla qual cosa lui ridacchiò semplicemente, mi voltò la schiena senza nemmeno chiedermi il permesso, e si incamminò verso la porta.

E, mentre lo faceva…

Mentre lo faceva, vidi sulla parte posteriore di una delle sue due maniche bianche una grande macchia rossa delle dimensioni di una mela. Un gelo orribile discese su di me; non so come spiegarlo ma, in quel momento, seppi nel mio cuore che Jeffries era morto, e che io stavo guardando il suo assassino.

«Laszlo», dissi.

Si fermò e voltò la testa per fissarmi con il suo sguardo insolente.

«Che cos’è questo? Ti sei fatto male?».

Mi avvicinai a lui e con il pollice e l’indice presi un pezzetto di manica pulita tra le dita e la tenni in modo da poter meglio studiare la macchia.

Era sangue, non c’era dubbio, che cominciava a scurirsi, ma ancora sufficientemente vivido per indicare che era stato versato soltanto poche ore prima. Laszlo gettò un’occhiata in basso e tirò via immediatamente il braccio, ma la sua insolenza svanì un po’.

«Niente affatto. Stamattina ho ammazzato una gallina per il cuoco», rispose.

E si precipitò fuori dalla stanza.

Sembrava una spiegazione ragionevole, ma non riuscii a liberarmi del senso di terrore che mi invase. Fu allora che mi ricordai dell’involto che avevo visto sul sedile accanto a lui nella carrozza.

Lo seguii fuori e corsi giù per le scale, pensando di affrontarlo riguardo al contenuto dell’involto, ma lui era già svanito. Così scesi in cucina, dove seppi con domande indirette che il cuoco stava stufando dell’agnello e non sapeva nulla della gallina di Laszlo. Come poteva un qualunque assassino essere così audace, sfrontato, e insolente, da mettere in mostra con orgoglio gli effetti rubati alla sua vittima e poi alludere al crimine?

Soltanto un pazzo si sarebbe comportato così.

Queste rivelazioni erano semplicemente troppo opprimenti per poterle tenere per me. Quanto Vlad si alzò, andai a trovarlo nel suo studio. Ana aveva acceso il fuoco e le candele, cosicché la stanza era piena di un gradevole calore. Con le mani sui braccioli, diritto e regale come un re sul trono, lo zio sedeva davanti al caminetto in una delle due grandi sedie dallo schienale di cammello. Tra di esse, sul tavolino, c’era un piccolo vassoio d’argento, su cui si trovava un bicchierino di cristallo e una caraffa di slivovitz, senza dubbio una gentilezza per il forse sfortunato signor Jeffries.

Nell’istante in cui chiusi la porta, Vlad si alzò dalla sedia con eccezionale energia e voltò il viso verso di me, con gli occhi spalancati e ardenti. Prima che potessi pronunciare una sola parola, tuonò:

«Non devi mai portar via un ospite da questo castello senza il mio permesso! Mai! Hai capito?».

Fui talmente sorpreso che, per alcuni secondi, la voce mi mancò. Quelli non erano la voce di mio padre, gli occhi di mio padre: erano la voce di un Principe imperioso, e gli occhi dell’Impalatore dal sangue freddo del ritratto.

Il suo viso, lontano dall’avere il suo usuale pallore, era rosso per la rabbia, cosicché le sopracciglia bianche risaltavano in modo allarmante sulla fronte rosa, e un colorito ancora più rosato si stendeva sulle sue guance e sull’alto e stretto ponte del naso. Le labbra rosso cremisi erano contorte: il labbro inferiore rivelava in basso una fila di irregolari e brillanti denti bianchi.

Si era mosso tanto velocemente e con tale energia che pensai di guardare un uomo diverso. Di fatto, una striscia grigio ferro era apparsa su ognuna delle tempie.

Era diventato più giovane. Chiusi gli occhi, ma l’allucinazione non scomparve. Il cambiamento era lieve ma ben visibile, e del tutto impossibile, impossibile quanto l’apparizione di Stefan. Trasalii e mi portai una mano alla tempia per la sensazione ora familiare di pressione e udii, molto chiaramente, come se me le bisbigliassi nelle orecchie, le parole:

Stai impazzendo.

«Mi dispiace», balbettai, veramente spaventato, non per lo scoppio d’ira di Vlad ma per le mie stesse impossibili percezioni. «Non lo farò più».

Immediatamente la sua rabbia si affievolì; si raddrizzò e il suo possente corpo si rilassò.

«Bene. Bene…». Annuì con cupa soddisfazione; «Accetterò la parola di uno Tsepesh». Il suo tono divenne all’improvviso lieto, quindi fece un gesto verso la sedia accanto alla sua. «Ora, nipote, siediti, e dimmi come posso esserti d’aiuto».

Attraversai la stanza e sedetti di traverso sul bordo della sedia rivolto verso di lui, con le mani leggermente appoggiate sul bracciolo e fissandolo con uno sguardo incerto; cercavo di non mostrare il mio stupore di fronte al suo lieve ma evidente ringiovanimento. Ero talmente scosso, che lui disse:

«Devo scusarmi per il mio accesso d’ira, Arkady, ma ho stabilito soltanto poche regole per coloro che sono al mio servizio, ed esigo che vengano seguite. Non c’è un modo più rapido per provocare la mia ira». Versò quindi un bicchiere di slivovitz e me lo porse dicendo: «Bevi».

Lo presi, anche se non lo volevo e, dopo un piccolo sorso, lo posai.

«Ora», disse Vlad, con la sua solita calorosa sollecitudine, «per favore, dimentica il mo sfogo. Vedo che ti ha innervosito, e questa non era la mia intenzione. Dimmi, Arkady, dimmi cosa devo fare per aiutarti».

Azzardai timidamente: «È per il signor Jeffries che sono venuto». Quando ciò suscitò soltanto un’espressione di educato interesse, mi feci più audace: «È svanito senza lasciare traccia, lasciando dietro di sé tutte le sue cose».

«Davvero?», disse Vlad, sollevando le sopracciglia in un moto di leggera sorpresa.

Poi la sua espressione divenne pensierosa e fissò il fuoco riflettendoci sopra, mentre il suo colore rossastro si scuriva per il calore. La rabbia era svanita, ma il colore rosato delle sue guance persisteva; sembrava come se lo scoppio di rabbia lo avesse lasciato permanentemente rivitalizzato.

«Stranissimo», mormorò infine. «Suppongo di non dovermela prendere per questa improvvisa partenza… Gli Inglesi sono pieni di strane usanze».

Emisi un piccolo rumore di esasperazione.

«Ho vissuto tra gli inglesi per quattro anni. Non è loro abitudine scomparire così all’improvviso. Temo che gli sia accaduto qualcosa di terribile».

Si voltò a guardarmi, sconcertato per il grado del mio turbamento.

«Che cosa ti fa dire una cosa simile? Che cosa potrebbe mai accadere a un ospite, qui, nella mia casa?»

«Forse… forse qualcuno gli ha fatto del male; forse, lo ha persino ucciso».

All’udire ciò rise forte. L’imbarazzo e la rabbia mi provocarono un’ondata di calore alle guance, alla nuca; lui se ne accorse e immediatamente si ricompose, poi con un tono condiscendente e tranquillo, disse:

«Caro nipote… negli ultimi giorni hai sofferto una terribile tensione. Potrebbe essere questo che ti ha fatto saltare a questa conclusione? L’uomo è partito all’improvviso, ma come possiamo dire che ha subito un danno? Forse ha deciso semplicemente di tornare a Bistritz e nella fretta ha dimenticato il baule o, forse, ha qualche ragione per voler scomparire nella campagna. Forse se n’è andato scioccamente a passeggiare da solo nella foresta e i lupi gli hanno squarciato la gola. Chi lo sa? Forse non è il giornalista che pretende di essere, ma un criminale o un assassino che spera di sfuggire alla giustizia».

La voce mi tremò (sia per la rabbia causata dal mettere in dubbio la mia stabilità mentale che per la paura che così facendo avesse ragione) mentre rispondevo:

«Se avesse deciso di tornare a Bistritz, avrebbe chiesto a Laszlo di portarcelo e avrebbe preso le sue cose. Ma oggi Laszlo indossa il suo orologio e il suo anello. Non avrebbe osato fare un tale furto a meno che non sapesse che Jeffries non sarebbe ritornato».

«Forse è stato Jeffries a dare quelle cose a Laszlo».

«Non credo. Penso… penso che lui possa averlo ucciso e poi le abbia rubate».

«Ucciso?». Fece attenzione a non ridere ma questa volta permise alle sue sopracciglia di sollevarsi per l’incredulità. «Arkady, i miei domestici non oserebbero mai fare del male ad uno dei miei ospiti, te lo assicuro. Come puoi vedere, sono estremamente protettivo nei loro confronti».

«Forse la maggior parte dei domestici non lo farebbe, ma penso che Laszlo sia capace di un atto simile. Oggi, quando l’ho affrontato per l’orologio e l’anello e l’ho accusato di furto, ha detto che i morti non hanno proprietà. E aveva del sangue sulla manica, del sangue fresco. E questa mattina, quando sono arrivato nel cortile, stava uscendo con la carrozza, con un’espressione molto circospetta e sul sedile, accanto a lui, c’era un grosso involto».

Vlad ascoltò attentamente. Infine disse, con il tono paziente di uno che cerca di ragionare con un pazzo:

«Arkady. certamente il fatto di trasportare un involto in un calesse può essere spiegato e così il sangue…».

«Ha mentito sulla macchia di sangue», lo interruppi. «Ha detto che aveva ucciso un pollo per la cuoca, ma lei non ne sa niente».

Rifletté, poi continuò:

«Ma sei sicuro che quelle cose appartenessero al signor Jeffries? E che non hai capito male le parole di Laszlo? Ho la certezza che tutto questo debba essere soltanto un equivoco…».

«Non ho dubbi su quello che mi ha detto Laszlo, e l’orologio e l’anello di Jeffries hanno il monogramma della sua iniziale. Ieri li ha portati per tutto il giorno».

«Sei del tutto sicuro di questo?»

«Completamente», dissi, ma lessi l’incredulità nei suoi occhi.

«Vedo», disse Vlad lentamente, e si voltò per fissare il fuoco.

Sapevo che mi riteneva del tutto irrazionale e lottai per mantenere la calma, per evitare di dire qualcosa con una veemenza che potesse ulteriormente confermare la sua conclusione. Sedemmo per un po’ in silenzio e poi lui chiese:

«Cosa pensi si debba fare?»

«Andare dalle autorità di Bistritz», risposi, «e dire loro dei nostri sospetti. Lasciarli investigare sulla sparizione del signor Jeffries».

Di nuovo Vlad rifletté sulle mie parole e, dopo una lunga pausa, disse lentamente, in un tono così carezzevole che pensai immediatamente di essere un bambino rannicchiato nel letto, in ascolto della voce bassa e tranquillizzante del padre che racconta una favola.

«Arkady… ti chiedo di trattenere i tuoi impulsi e di darmi fiducia. Ti assicuro che nulla è accaduto al signor Jeffries e che le tue conclusioni sono… premature. Hai sofferto di un’enorme tensione emotiva; forse il dolore offusca il tuo giudizio. Lascia che passino due giorni. Per quel momento, sono certo che il mistero del signor Jeffries sarà risolto. Se non lo sarà, allora sarai tu il nostro investigatore. Sei intelligente, con un buon cervello; ti incaricherò di risolvere il mistero e, alla fine, provvederemo a che giustizia sia fatta. Soltanto, non c’è bisogno di disturbare le autorità. Mi prometti di avere fiducia in me?».

Mentre parlava, provai un’ondata di vertigine, il solito dolore simile a una morsa sul cranio, e la convinzione di stare per perdere il controllo della mia mente. Forse ero sciocco a sospettare di Laszlo sulla base di un indizio tanto piccolo, forse non potevo fidarmi di quello che i miei occhi avevano visto. Dopotutto, Vlad era lì, seduto davanti a me: un uomo improvvisamente ringiovanito di dieci anni.

«Lo prometto», dissi tristemente.

Vlad rifiutò di discutere di affari, dicendo che era chiaro che avevo bisogno di andare a casa presto e di riposare, e così me ne andai.

Quando passai di nuovo accanto alle camere degli ospiti, mentre uscivo dal castello, esse erano state svuotate completamente degli effetti personali di Jeffries; era come se lui non fosse mai esistito, non fosse mai venuto.

Lasciai il castello con il cuore pesante al pensiero di quello che avrebbe potuto essere accaduto al povero Jeffries, la mente perplessa da quello che avevo visto: il reale e l’irreale.

Come fare a distinguere la differenza?

Guidando verso casa, mentre il calesse procedeva attraverso il poggio erboso, fui distolto dalle mie ansiose fantasie dai nitriti nervosi dei cavalli e, per un attimo, vidi ciò che li aveva turbati: un grosso lupo grigio procedeva a balzi nella nostra stessa direzione, dal castello verso la casa. Scossi le redini, e i cavalli affrettarono il passo con gratitudine, ma mi ero ripreso a sufficienza per notare ciò che mi circondava, e non potei fare a meno di guardare oltre le mie spalle, a destra, la luminosa bellezza madreperlacea della luna, che veleggiava sopra il fitto della foresta.

La fissai soltanto alcuni secondi. Mentre così facevo, qualcosa di piccolo e pallido cominciò a materializzarsi contro lo sfondo della foresta nera; seppi immediatamente, prima che i miei occhi lo mettessero a fuoco, che era Stefan. Dopo la mutilazione di papà, non riuscivo a sopportare di guardare il viso o la gola di mio fratello, e così appuntai il mio sguardo sulla sua bianca camicia di lino e sulla macchia nera irregolare, che la luce brillante della luna faceva luccicare come seta.

Stefan alzò un braccio e indicò la foresta… nella stessa direzione, come aveva fatto già per due volte.

Esitante, affascinato, timoroso, spinsi i riluttanti cavalli nella direzione dell’apparizione. Mentre mi avvicinavo Stefan svaniva, solo per riapparire un po’ più distante, quasi nascosto dalle ombre degli alti pini al bordo della foresta.

Spinsi oltre i cavalli. Di nuovo Stefan svanì, poi riapparve, questa volta dentro la foresta, e mi fece cenno di entrare.

Tirai un respiro e lo seguii; i cavalli si muovevano per tentativi, sbuffando la loro disapprovazione per la mia folle temerarietà. Il passaggio tra gli alberi era stretto, e i cespugli sfioravano i lati del calesse, rilasciando la fragranza dei sempreverdi.

Nell’istante in cui entrammo, il panico e il rimpianto mi afferrarono, poiché gli alberi erano così vicini e le foglie così fitte, che mi trovai a fissare nella più profonda oscurità; per contrasto, il poggio illuminato dalla luna era sembrato chiaro come il giorno. Soltanto l’odore di pino e lo sfiorare dei rami degli alberi tradivano il luogo in cui mi trovavo.

Senza vedere nulla, tirai le redini per arrestare i cavalli, e cercai di capire dove si trovassero i tronchi degli alberi in modo da poter guidare con sicurezza il calesse per uscire. Ma, nel mezzo dell’oscurità, la piccola forma di Stefan mi apparve di nuovo davanti, rilucendo della stessa interna radiosità della luna, illuminando il sentiero che portava fino a lui.

Ancora una volta lo seguii con il calesse ma, prima di arrivare nel luogo dove Stefan era apparso, mi accorsi che qualcosa si dibatteva nel sottobosco, con un basso ringhio, un movimento indistinto, e tirai immediatamente le redini per far girare i cavalli. Il calesse si voltò oscillando nella direzione opposta, con tale velocità che una ruota si sollevò dal terreno e io fui lì lì per perdere l’equilibrio e cadere… cosa che mi sarebbe stata fatale.

La foresta divenne scura come il carbone. Non riuscivo a vedere nulla, ma sentii la tensione nelle redini quando i cavalli si impennarono e udii i loro nitriti che sovrastavano il ringhiare dei lupi. Feci schioccare le redini, forte, ancora più forte, quasi alzandomi per la disperazione, ma i cavalli erano troppo terrorizzati per obbedire. I lupi saltavano, mordendo i musi dei cavalli; udii il chiudersi delle loro mascelle, il rumore sordo delle loro zampe sul terreno e mi rannicchiai quando uno balzò sul calesse, così vicino che ne sentii il respiro caldo contro il viso e udii il sibilo dell’aria quando i suoi denti si chiusero.

Questa scena orribile durò soltanto alcuni secondi ma sembrò un’eternità prima che trovassi la frusta e convincessi i cavalli che nitrivano a muoversi. Uscimmo rumorosamente dagli alberi nella luce ondeggiante della luna. Dapprima i lupi ci seguirono mordendo gli zoccoli degli animali terrorizzati, ma presto desistettero e, in un baleno, ritornarono nella foresta.

Sia io che i cavalli tremammo senza controllo per tutto il tempo che impiegammo a ritornare a casa. Per qualche miracolo, nessuno degli animali era seriamente ferito ma, anche così, mi sentii terribilmente in colpa quando vidi i loro musi sanguinanti e, dato che lo stalliere era già addormentato, curai io le loro ferite, parlando loro con gentilezza per calmarli anche se, credo, ciò sia servito più a calmare i miei nervi che i loro. Promisi che non mi sarei mai più avventurato nella foresta senza il fucile di papà.

Non potei promettere che non ci sarei andato ancora. Stefan mi aspetta. Qualcosa di malvagio cerca di impedirmi di scoprire quello che lui voleva farmi trovare stanotte.

Ma ciò è irrazionale! Le apparizioni del mio defunto fratello non sono nient’altro che la conseguenza dello stress e dell’immaginazione. Eppure l’illusione è così forte che è difficile resistere…

Lo shock e il dolore mi hanno portato sull’orlo della follia? Mi sento come se stessi in bilico su un precipizio. Ho visto il mio defunto fratello materializzarsi davanti a me; ho visto Vlad inesplicabilmente ringiovanito. Ho sentito gli artigli della pazzia afferrarmi il cranio. Come posso essere certo di aver visto veramente Laszlo portare l’anello di Jeffries o di aver visto l’involto nel calesse o il sangue sulla sua manica? Come posso sapere per certo che lo stesso Jeffries sia esistito?

No. No. Non devo farmi prendere dal dubbio o diventerò matto. Stefan è un’allucinazione — convincente ma irreale — ma io so di avere visto Laszlo portare l’anello, e so che non ho frainteso la sua insolente e incriminante osservazione.

Prima di entrare in casa, ero riuscito a controllare il tremore e avevo raggiunto un certo grado di calma: una cosa buona, dato che Mary era ancora sveglia. Penso che sia preoccupata per me: ho cercato di nascondere lo shock degli ultimi giorni, ma sospetto di non averlo fatto bene. Quella piccola piega che le compare tra le sopracciglia quando è particolarmente preoccupata, è ricomparsa. Con delicatezza mi ha comunicato che Zsuzsanna sembra molto malata di qualche malattia sconosciuta e, sebbene sappia che era turbata, non ho potuto fare a meno di capire che mi stava nascondendo qualche altra cosa per timore di allarmarmi. Temo che sia molto infelice qui, o che sia successo qualcosa che la rattrista.

Mi ha anche fatto delle domande, chiedendo se ci fosse qualcosa che mi preoccupava. Ho cercato di rassicurarla dicendo che tutto andava bene, ma non penso che mi abbia creduto.

Ci siamo ritirati presto e non mi sono fermato, come è mio costume, a registrare i fatti del giorno nel mio diario; ero esausto per la tensione emotiva.

Per confortarmi, mentre giacevamo insieme a letto, Mary ha messo la mia mano sul suo ventre in modo che potessi sentire il bambino che si muoveva dentro di lei; quel precoce bricconcello scalciava così forte che entrambi ci siamo sentiti obbligati a dimenticare le nostre preoccupazioni e a ridere. Il mio riso è quasi sfociato in lacrime, sentendo risorgere l’amore e la gratitudine travolgenti che avevo provato per lei sul vagone letto mentre venivamo da Vienna, quando ero rimasto a guardare mia moglie che dormiva.

Mi sono addormentato con rapidità ma, dopo neppure un’ora, mi sono svegliato mentre sognavo Shepherd che alzava la sua testa coperta di sangue con gli occhi bianchi da lupo. Ho paura di ritornare a quel sogno, e così mi sono alzato per scrivere queste parole alla luce della lampada.

Oh, Mary! Caro figlio non nato! In che razza di manicomio vi ho portato?

Capitolo quinto

Il diario di Mary Windham Tsepesh

11 aprile. Mattina. L’altra notte ho dormito appena, sebbene abbia fatto finta di essere addormentata quando Arkady è ritornato. Ero troppo sconvolta per dare un senso a quello che avevo visto, così ho trascorso delle lunghe ore accanto a lui nel letto, in ascolto del suo respiro e pregando Dio che, quando mi fossi alzata al mattino, avrei aperto gli occhi per scoprire che ero stata la vittima di nient’altro che un incubo.

Questi giorni prego molto in segreto. Arkady conosce la mia fede in Dio (come ci sorridiamo l’un l’altro con tolleranza, ognuno compiaciuto del suo proprio credo, quando uno di noi dice qualcosa a proposito della religione). Non il Dio arcigno, adirato, della Chiesa d’Inghilterra, che condannerebbe mio marito all’inferno per la mancanza di fede. Il Dio che io prego è saggio, pieno d’amore, troppo divinamente intelligente per occuparsi delle sciocche regole, gelosie, e guerre degli esseri umani, o per essere tanto infastidito dal rifiuto di mio marito da volerlo dannare al tormento eterno.

Ma quel Dio sembra molto lontano da questo luogo. Sebbene non abbia mai creduto nel Demonio, nessun estraneo mancherebbe di sentire che qualche potere maligno impera qui. Di fatto, Dio sembra non udire più le mie preghiere. Mi sono svegliata con la dolorosa consapevolezza che quello che avevo visto non era un sogno.

Non lo era affatto: le prove di ciò di cui sono stata testimone aumentano. Prego che quello che ho saputo oggi sia falso, ma il mio cuore e la mia mente sono divisi. La mia mente sa che è follia, e che è completamente falso; il mio cuore che è vero, ma io non posso turbare Arkady nel suo periodo di lutto con delle cose tanto terribili e fantastiche finché io stessa non ne sono certa.

Ieri, quando Zsuzsanna di nuovo non è scesa a colazione, le ho fatto un’altra visita in camera. Prima che potessi bussare, Dunya ha aperto la porta ed è uscita fuori in tutta fretta con un vassoio pieno di piatti, e questa volta non ha chinato la testa come è sua abitudine. Questa volta ha incontrato il mio sguardo, e il suo era così chiaramente terrorizzato e disperato che le ho chiesto in tedesco:

«Dunya! C’è qualcosa che non va?».

Al di sotto delle sue sopracciglia rossicce corrugate, gli occhi tradivano una tale angoscia che, quando mi ha fatto segno di stare zitta e con la testa di allontanarmi nel corridoio, ho obbedito senza fare domande. Con una mano ha tenuto il vassoio in equilibrio, e con l’altra ha chiuso piano la porta dietro di sé, poi si è avviata lungo il corridoio per parecchi passi prima di fermarsi e di voltarsi per essere certa che la seguissi.

Finalmente, si è fermata e mi ha fronteggiato poi, chinandosi in avanti sul vassoio, ha bisbigliato con voce rauca:

«L’ha fatto! Ha rotto lo Schwur.

«Non capisco», ho detto; non riconoscevo la parola. «Chi ha fatto questo?»

«Vlad», ha risposto, guardandosi intorno con timore. Se non avesse tenuto in mano il vassoio, senza dubbio si sarebbe segnata con la croce. «La domnisoara, la signorina, sta molto male. Malissimo!».

«Zsuzsanna?». Mi voltai a gettare un’occhiata verso la porta della camera. «È malata?».

Dunya assentì con vigore.

«Sta malissimo», ribadì.

In quel momento ero ancora indecisa riguardo alla spiegazione di ciò che avevo visto la notte precedente; mi trastullavo con l’idea che la mia mente avesse creato una metafora visiva. Dopotutto, la seduzione da parte di Vlad della sua stessa nipote e i modi inclini al flirt nei miei confronti, lo indicavano con chiarezza come un predatore. Così arrossii nel pensare che Dunya sapeva delle visite notturne di Vlad, e mi allarmai per le conseguenti condizioni nervose di Zsuzsanna che, quella mattina, erano apparentemente peggiori. Presto la notizia si sarebbe sparsa per la casa e poi per il villaggio.

«Le devo parlare immediatamente», dissi e mi diressi verso la porta.

Mentre così tacevo, Dunya mi sibilò dietro:

«Signora Tsepesh! Doamna! Dovete crederlo! Lui l’ha morsa. Vostro marito so che non lo farà, ma qualcuno qui deve crederci e aiutarla!».

Mi gelai all’istante, poi mi voltai con lentezza per guardarla; lei poggiò il vassoio con un rumore di piatti, si fece la croce, e poi venne rapidamente verso di me, con dei modi così supplichevoli che sulle prime pensai che si sarebbe gettata ai miei piedi.

«Che cosa vuoi dire?», domandai piano affinché Zsuzsanna non sentisse. «Che cosa vuoi dire col fatto che lui l’ha morsa?».

Lei indicò subito il suo collo, proprio sopra la clavicola.

«Qui», disse. «Lui l’ha morsa qui».

Fu come se avessi trascorso tutta la mia vita in una stanza scura e, per la prima volta, qualcuno fosse entrato e avesse acceso una lampada. Mi irrigidii mentre pensavo alle parole scherzose del signor Jeffries:

«Un Vampiro, signora… e le anime degli innocenti sono il prezzo…».

«Strigoi», bisbigliai senza rendermene conto, finché la parola non mi uscì dalle labbra. Dunya annuì, disperatamente grata di essere stata finalmente capita.

«Strigoi, sì. Sì! Noi dobbiamo aiutarla!».

Non sono sicura di quello che credetti in quel momento. So soltanto che, mentre giravo la maniglia della porta, il cuore mi batteva forte per il terrore di quello che avrei trovato.

Un’atmosfera talmente sinistra aleggiava nella stanza che un presentimento negativo mi catturò mentre varcavo la soglia. L’aria sembrava pesante, gelida, soffocante come l’aria all’interno della tomba di famiglia durante il funerale di Petra. Mi immaginai di sentire un lieve odore di decomposizione. Forse l’atmosfera triste era creata dall’immaginazione e da un senso di repulsione per il fatto che sapevo che Vlad era stato lì soltanto qualche ora prima.

Zsuzsanna giaceva con i suoi capelli scuri sparsi sul cuscino. Brutus sedeva sul pavimento con la grande testa quadrata che riposava sul bordo del letto, accanto al cuscino, fissando il viso della sua padrona con un’espressione preoccupata e attenta. Quando entrai, voltò il muso corrucciato e dolente verso di me e piagnucolò piano, come per supplicare aiuto.

Alla vista di Zsuzsanna, alzai le mani alle labbra per reprimere un’espressione di orrore.

Assomigliava a un cadavere vivente: era pallida come i cuscini o la camicia da notte. Gli occhi avevano delle ombre di un viola scuro sopra e sotto; la pelle, non più morbida ma di un grigiastro privo di vita, era tirata, accentuando gli zigomi prominenti, il naso aguzzo e stretto, e gli occhi neri, enormi sotto i segni delle sopracciglia nerissime. Gli alti zigomi scolpiti e il taglio leggermente all’insù dei suoi occhi le davano un’apparenza stranamente felina e il pallore estremo di una strana e deperita bellezza.

Il suo volto aveva l’espressione tirata e cerea dei morti. Soltanto gli occhi sembravano vivi, lucenti, liquidi, pieni di una particolare eccitazione. Non sedeva propriamente quanto piuttosto era adagiata contro tre cuscini, respirando rapidamente e brevemente mentre lottava per scrivere su un diario appoggiato su un piccolo vassoio. Lo sforzo sembrava quasi troppo grande per lei.

Il mio apparire la spaventò. Con una rapidità che chiaramente la stancò, voltò il piccolo quaderno (sebbene non prima che vedessi che era stato scritto in inglese, presumibilmente per renderlo inintellegibile a domestici curiosi). Mi sorrise mostrando per un attimo i denti; le sue gengive grige si erano ritirate, facendo apparire i denti lunghi in modo anormale.

Ricambiai il sorriso, cercando di nascondere l’orrore poiché, guardandola, non riuscivo a pensare a nient’altro che a un cranio sogghignante. Ero sgomenta dal vedere che si era ammalata tanto rapidamente; il giorno prima mi era sembrata leggermente indebolita e stanca, ma nulla di tutto ciò… così vicino alla morte.

«Zsuzsanna!», esclamai. «Mia povera cara, che cosa è accaduto?».

Lei non si sollevò; non poteva, ma lottò per inalare abbastanza fiato da bisbigliare:

«Non lo so. Mi sento così debole… e la schiena mi duole terribilmente». La indicò debolmente con una mano e mi sembrò — è impossibile, naturalmente — che le sue spalle fossero quasi alla stessa altezza, mentre prima una era stata alcuni pollici più alta dell’altra. «Ma va tutto bene, Mary. Non è niente…».

Sorrise ancora, e gli occhi le brillavano di una beata follia.

«Non parlare», ordinai. «Sei troppo debole».

Mi voltai quindi verso Dunya che mi aveva seguito entrando e stava a guardare con un’aria di convinzione piena d’orrore, le mani sottili strette insieme all’altezza della vita, come se stesse pregando in segreto.

«Dunya», dissi, «manda uno dei domestici a prendere un dottore».

«Non ho bisogno di un dottore», bisbigliò Zsuzsanna, ma noi non prestammo alcuna attenzione a una dichiarazione tanto ridicola.

«Il dottore più vicino si trova a Bistritsa», rispose Dunya. «Se verrà immediatamente, arriverà qui stanotte, ma non è molto bravo. Il migliore si trova a Cluj, ma è troppo lontano per essere d’aiuto». Si fermò, abbassò la voce, e disse con grande convinzione: «Io so che cosa fare per aiutarla».

Aggrottai la fronte, preoccupata che dicesse qualcosa che potesse dispiacere a Zsuzsanna. Non volevo parlare di Vlad, della superstizione, o della cosa impossibile che avevo visto, di fronte a Zsuzsanna, che era già predisposta alle fantasie.

«Allora, dì a uno degli uomini di andare a prendere il dottore a Bistritz», le ordinai.

Lei annuì, fermandosi per lanciare un ultimo sguardo muto a Zsuzsanna, e nei suoi giovani occhi intelligenti vidi la rabbia, la paura e l’odio, lo sguardo di una donna che era stata violata e che non avrebbe mai perdonato.

Se ne andò e io sedetti sul bordo del letto, facendo attenzione a non urtare il vassoio per scrivere con sopra la penna e la bottiglia d’inchiostro. Il povero Bruto mi si avvicinò, ed io accarezzai la sua grande, calda e fidata testa, ma la pelle aggrottata sulla sua fronte turbata non si rilassò mai. Zsuzsanna non si sollevò a sedere ma mosse con rapidità la mano per far scivolare più lontano il diario voltato, oltre le coperte, come se temesse che potessi prenderlo e leggerlo.

Mi sarebbe piaciuto. Ero disperatamente curiosa di sapere cosa dicesse.

Con delicatezza le poggiai una mano su un braccio e l’altra sulla fronte. Non era affatto calda, cosa che mi sorprese, dato che mi aspettavo che i suoi occhi luccicanti fossero dovuti alla febbre. Invece era piuttosto fresca, e pensai, senza volere, alla stretta gelida di Vlad al pomana. Lei si ritrasse leggermente al mio tocco, sorridendo ancora debolmente, ma chiaramente ansiosa di disfarsi di me.

«Non ho bisogno di un dottore», sussurrò ancora. «Ho soltanto bisogno di riposare e stare sola».

«Sciocchezze!», dissi con fermezza. «Zsuzsanna, tu sei malata. Hai bisogno di cure». Pensai al vassoio che Dunya stava trasportando e mi accorsi, ripensandoci, che il cibo non era stato toccato. «Hai mangiato qualcosa?».

Scosse la testa, lasciandola ciondolare debolmente da un lato.

«Non ci riesco. Mi sembra un tale sforzo…».

In risposta, lanciai uno sguardo all’occorrente per scrivere.

«Ti porterò io stessa qualcosa dalla cucina. Un po’ di brodo forse, qualcosa che vada giù facilmente».

Cominciai ad alzarmi.

Mentre così facevo, Zsuzsanna portò distrattamente una mano al colletto della camicia da notte e tirò il nastro, allentandolo un po’ e toccando la pelle con la punta delle dita. La sottile stoffa di cotone bianco si aprì, permettendomi di vedere per un attimo un piccolo segno rosso sul collo, proprio sopra la clavicola.

«Mia cara, ti sei graffiata», dissi e, senza pensare, tirai via con delicatezza la stoffa per esaminare la ferita. La mia seconda impressione, nell’esaminare la ferita più chiaramente, fu che si fosse punta per caso la pelle con una spilla.

C’erano due segni, non uno, ambedue piccoli, di un rosso scuro e perfettamente rotondi, con dei minuscoli centri bianchi nei punti esatti in cui la pelle era stata pizzicata. Proprio sotto una delle ferite, una goccia di sangue nero essiccato aveva formato la crosta.

La mia terza impressione consistette di un ricordo visivo e uditivo: Vlad, alla finestra della camera da letto di Zsuzsanna, che si chinava per abbracciarla e Dunya che diceva: «Lui l’ha morsa…».

Naturalmente, era ridicolo e impossibile. La mia mente se la rideva di tali ragionamenti e scartava subito la possibilità, ma ritirai la mano più rapidamente che potei come se avessi scoperto un serpente arrotolato. Mentre sedevo a fissare la ferita, il mio cuore cominciò a battere forte, e un senso di indicibile terrore mi sopraffece. Il bambino nel mio grembo fece un rapido e violento movimento.

Un animale, mi dissi. I segni dovevano essere stati fatti da un animale. Forse Bruto l’aveva graffiata… ma no, quelli erano morsi, e non potevo credere che la sua gentile e devota creatura l’avesse morsa. Inoltre, i buchi non corrispondevano alla dimensione e alla forma della bocca di un cane, né corrispondevano a quelle di qualsiasi animale che mi fosse familiare.

Ma erano delle dimensioni e alla distanza esatta per provenire da una bocca umana… o inumana…

Il mio sgomento dovette essere evidente. Zsuzsanna abbassò le sue pesanti palpebre con le ciglia nere come il carbone, e mi lanciò uno sguardo di traverso. Le dita ritornarono alla ferita, lo sguardo si fissò davanti a sé, e la sua espressione…

La sua espressione, mentre palpava i segni, era la vista che turbava più profondamente di qualsiasi altra cosa. Le sue labbra senza colore si aprirono, e il petto cominciò a sollevarsi mentre il respiro diveniva più rapido; gli occhi si spalancarono con uno sguardo di pura meraviglia, seguita dalla gioia, poi si strinsero ancora con velata sensualità. Abbassò la mano, languidamente, con voluttà, lasciando che le dita seguissero la curva di un seno e rimase assorta, a quella rivelazione, in una sorta di privato rapimento, come se io non fossi presente.

Pensai: È pazza, ma sicuramente non è la sola. Vlad è forse più sano? Lo sono io, a pensare che le vecchie leggende e superstizioni siano vere?

Mi gettò un altro sguardo di traverso da sotto le lunghe e folte ciglia, e le labbra le si curvarono in una timida smorfia che mi fece pensare al suo prozio al pomana, e al lupo alla mia finestra.

«È soltanto una piccola puntura di spillo, Mary. Non devi preoccuparti così».

«Naturalmente», balbettai, e mi raddrizzai mormorando: «Permetti, allora, che vada a prendere qualcosa dalla cucina. Hai bisogno di mangiare».

E me ne andai, desiderosa di liberarmi dall’atmosfera soffocante, velenosa, della stanza. Varcai la soglia, chiusi la porta dietro di me, e respirai profondamente l’aria più pura del corridoio.

Mentre stavo lì, tremante e confusa, con la testa china e la mano contro il muro per sostenermi, sentii un movimento alla fine del corridoio. Guardai, e vidi Dunya.

«Ho mandato Bogdan a prendere il dottore», disse.

I suoi occhi avevano un accenno di paura, ma quell’emozione era eclissata da un’altra più intensa: la determinazione, che era tradita dalla fermezza della sua mascella quadrata e dalla sua posizione eretta. Era una ragazza minuscola, più bassa di me di tutta la testa, che nondimeno riusciva a sembrare alta. Le sue mani erano serrate a pugno. In quel momento, la sua inferiorità culturale era superata dalla sua naturale testardaggine, e io fui confortata dalla forza che vidi nella sua espressione.

Mi raddrizzai e mi forzai di far cessare il mio sciocco tremore. Non c’è niente che odio più della debolezza; se fossi stata debole quando mia madre e mio padre morirono, non sarei sopravvissuta. Dunya ed io ci scambiammo uno sguardo triste.

«Le ho visto il collo», dissi.

Lei annuì, comprendendo perfettamente.

«Stamattina ho trovato Bruto di nuovo in cucina. L’ho liberato in modo che potesse fare il suo dovere». Tirò un respiro, poi disse in fretta: «Ha rotto lo Schwur».

Sembrava considerare quelle parole come una spiegazione. Dapprima rimasi confusa, pensando che si riferisse al cane, poi una misteriosa certezza mi invase e seppi, dal modo furtivo in cui abbassava le palpebre e la voce, e dal modo in cui lanciava occhiate alle spalle con la stessa timorosa espressione, che si riferiva a Vlad.

«Non conosco questa parola», dissi, riconoscendola come una che aveva usato in precedenza.

«Schwur, Bund», Dunya sostenne il mio sguardo con il suo, cupo, fermo. Era chiaro che considerava la questione così importante da trascendere ogni maniera servile. «Lo ha rotto e, se non lo fermiamo, Zsuzsanna morirà».

«Allora dobbiamo fermarlo», dissi, non più sicura di cosa credere ma sapendo solo una cosa: che Vlad aveva fatto del male a Zsuzsanna e che non gli doveva essere permesso di farlo di nuovo. «Ma che cosa è lo Schwur

«È che lui non ci farà del male, purché noi gli obbediamo». Emise un rapido e turbato sospiro, mentre il suo sguardo vagava su un punto lontano, come se stesse osservando un oggetto che non riusciva a identificare. «Non capisco il motivo per cui ciò è accaduto. Lui è uno strigoi, ma si è sempre comportato con onore. Non ha mai fatto del male ai suoi, ma se l’ha morsa…». Guardò in su rapidamente, verso di me, e io vidi nuovamente la scintilla della paura nei suoi occhi.

«Nessuno di noi è al sicuro, doamna. Nemmeno voi e vostro marito».

Logicamente, non riuscivo a dare molto senso alle sue parole, e un centinaio di domande razionali affollavano la mia mente tutte insieme, ma furono annientate da una sola, irresistibile, divorante frase che mi invase la mente, l’anima e il cuore, e non li voleva lasciare: Mio figlio… Mio figlio… Mio figlio!

Il pensiero di quel mostro che poneva la sua mano sul mio bambino mi fece accapponare la pelle sulla nuca, sulle braccia, e fece sì che un brivido freddo e caldo percorresse, in profondità, tutta la lunghezza del mio corpo. Pensai che mi sarei accasciata a terra; non so come, riuscii a restare in piedi. In quel momento, mi permisi di entrare nel mondo magico e superstizioso di Dunya e vidi tutto molto chiaramente, fin troppo bene.

Seppi, allora, perché aveva morso sua nipote: perché voleva andarsene. L’avevo capito al pomana, nella momentanea furia rossa dei suoi occhi, quando Zsuzsanna aveva gridato che non doveva andare in Inghilterra. Vlad non avrebbe permesso a nessuno, nemmeno a un parente amato, di interferire con la sua volontà.

Purché noi obbediamo…

Cominciai a esprimere i miei pensieri ad alta voce.

«Stai dicendo che Zsuzsanna morirà se non lo fermiamo».

«Morirà», ripeté Dunya, «e lei stessa diventerà uno strigoi. Avete visto, Doamna? Sta già cominciando a cambiare, e la sua schiena sta già cominciando a raddrizzarsi, ma ciò non è mai stato permesso: non ci sono altri strigoi oltre lui, per il bene della gente».

Mi portai una mano alla fronte, ricordando le spalle ormai alla stessa altezza di Zsuzsanna, cercando di calmare i miei pensieri febbrili.

«Che possiamo fare?»

«Permettetemi di aiutarvi, doamna. La sua stanza dev’essere resa sicura in modo che lui non entri. La notte scorsa ha messo il cane in cucina; dice che la disturba con il suo abbaiare».

«Allora, dobbiamo fare in modo che stanotte dorma con lei».

«Sì», disse Dunya. «E ci sono altre cose per impedire che lo strigoi entri nella sua stanza».

«Che cosa?».

Ripresi un po’ del mio antico senso pratico; qualunque cosa Dunya facesse, avrebbe dovuto essere talmente scaltra che mio marito non avrebbe potuto scoprirla e irritarsi. Sapevo di essere terribilmente spaventata, ma sapevo anche che non ero ancora certa in che cosa credere, e non volevo fare nulla che potesse accrescere l’infelicità di Arkady.

«Il Knablauch», disse. «Lo metterò vicino alla finestra, poi il crocifisso intorno al collo, e bisognerà fare in modo che il cane dorma con lei. È tutto… tutto quello che possiamo fare ora. Sarà abbastanza per ora, purché viva. Ma dovete sapere, doamna che, se mai in questi anni a venire si ammalerà e morirà…».

S’interruppe, incerta se dirmi quello che sentiva come ovvio, ma io non continuai e la guardai, aggrottando la fronte, perplessa. Infine, dopo un lungo silenzio, domandai:

«Che succede, se si ammala e muore?»

«Diventerà uno strigoi, come lui. Ma c’è qualcosa che lo può evitare e risparmiarle la vita».

Di nuovo fece silenzio e io la incitai:

«E che cos’è?»

«Ucciderla, doamna, con il palo e il coltello. È l’unico modo».

Non so cosa dire, cosa pensare, cosa sentire. Alle volte, rido di me stessa per aver ceduto alle ridicole richieste di Dunya e penso: ho avuto un brutto incubo riguardo a Vlad perché sono turbata per aver scoperto la sua relazione con Zsuzsanna. È solo questo, la sensibilità della mia mente alle tetre superstizioni dei contadini, la fatica del viaggio, e la morte del padre di Arkady. Gli uomini non si trasformano in lupi, e Zsuzsanna si è solo punta accidentalmente con uno spillo, proprio come ha detto.

Altre volte penso: so cosa ho visto fuori dalla finestra di Zsuzsanna; ero sveglia come lo sono ora. Ricordo il richiamo ipnotico degli occhi di Vlad e la repulsione che ho provato. Ricordo il tocco gelido della sua lingua sulla mia pelle.

Nessuno spillo, nessuna spilla, nessun cane fa dei segni come quelli.

Quando è venuto il dottore, ho pensato: “Ecco un uomo istruito. Lui spiegherà i segni, spiegherà l’improvvisa debolezza di Zsuzsanna, e smaschererà le mie preoccupazioni per quelle assurdità che sono”.

L’ho accompagnato fino alla camera da letto e sono rimasta per la visita. Era di mezz’età, borghese, apparentemente intelligente e razionale. Ma, nel momento in cui lo ricevetti in casa, lo vidi a disagio e, quando lo condussi nella camera di Zsuzsanna e gli posi delle domande sui segni alla gola, quel disagio si trasformò in paura. Lasciò delle prescrizioni per la sua dieta e per darle da bere una medicina che la facesse dormire ma, quando gli posi direttamente delle domande nel corridoio, fu evasivo riguardo alla causa della malattia e non volle incontrare il mio sguardo.

Almeno non si è fatto il segno della croce come i domestici.

Non mi sembra di far male lasciando che Dunya faccia a modo suo, purché Arkady non lo sappia.

Dopo che uscì per andare al castello e che il dottore ebbe fatto la sua visita, Dunya ed io ci siamo messe al lavoro. Il povero Bruto guardava, con le robuste mascelle poggiate sulle zampe, mentre circondavamo la finestra di Zsuzsanna con corone di aglio — il Knoblauch — e intanto lei giaceva, grigia e immobile come un cadavere grazie al sedativo del dottore. Adesso l’abbaiare non la disturberà.

Quando finimmo il nostro strano lavoro e ci muovemmo verso il letto dove giaceva la sua padrona per legarle il crocifisso attorno alla gola ferita, Bruto non ci minacciò, ma batté la coda in segno di approvazione.

Ho chiesto a Dunya se desiderava restare nella casa, dal momento che era già tardi. Lei ha detto che non poteva, che l’anziano padre si sarebbe terribilmente preoccupato, così l’ho fatta accompagnare a casa da uno degli uomini. Ha promesso di restare qui domani notte per fare, con Bruto, la guardia a Zsuzsanna. Per qualche ragione, la sua presenza è per me di enorme conforto. Dopo che se ne è andata, mi sono di nuovo spaventata.

Ma, quando Arkady è tornato a casa, ho dimenticato tutto quello che mi riguardava, poiché lui stava chiaramente cercando di nascondere il suo terribile stato nervoso. Infine gli ho chiesto direttamente che cosa lo preoccupasse. Ha detto che non era nulla, che, nel ritornare a casa, un lupo si era avvicinato molto ai cavalli, spaventando lui e loro, ma rassicurandomi che i lupi solitari erano paurosi e non avrebbero attaccato senza la protezione del branco.

Non gli ho creduto del tutto. Penso che sia qualcosa che abbia a che vedere con Vlad.

Altre volte, penso: “È solo il dolore. Ha perso suo padre soltanto di recente; dagli il tempo di riprendersi, non gli fare pressioni’’. Non gli posso dire: “Le leggende sono tutte vere; tuo zio è un Vampiro, e presto lo sarà anche tua sorella se non lo ammazziamo…”.

Ieri sera, ho trovato un grosso dizionario tedesco-inglese nella biblioteca al piano di sopra e, seduta in una poltrona di due secoli più vecchia di me, con il grande libro aperto in grembo, ho trovato le parole: Schwur, Bund.

Patto.

Di quale empia alleanza si tratta?

Il diario di Arkady Tsepesh

11 aprile. È passato un giorno e ancora non vi è alcun segno di Jeffries.

Non dormo molto. Quando lo faccio, ritorno nei miei sogni a quel momento di vivo panico nella foresta e mi trovo intrappolato in un’oscurità divorante, condannato a provare per sempre la puntura dei rami di pino che mi battono contro il viso, il calore del respiro dei lupi, il rumore secco di mascelle affamate in mezzo ai nitriti dei cavalli. Tiro le redini con tutta la mia forza, ma inutilmente. Le ruote del calesse girano in un cerchio senza fine, e i rami continuano a colpirmi sul viso; i cavalli non cessano di nitrire, né i lupi di attaccare ringhiando. So che non troverò mai l’uscita da quella foresta senza fine.

Mai.

Nei miei sogni, vedo anche Jeffries, colto nel momento in cui guarda, fuori della finestra del castello che dà a sud da un’altezza vertiginosa, verso la grande estensione della foresta sottostante. Vedo l’avvampare della paura sul suo viso, sul roseo cuoio capelluto dove i capelli di un biondo latteo si dividono, sulla sua fronte mentre si asciuga con delicatezza le perle di sudore con il fazzoletto con il monogramma. Vedo il terrore nei suoi occhi… e poi lo vedo cadere.

Cadere attraverso la finestra aperta, come fosse in attesa. Lo seguo attraverso quella finestra, osservando al sicuro come un uccello che si libra in volo mentre lui precipita verso il basso, con le braccia e le gambe che si agitano convulsamente, fendendo la fredda aria montana con lo stesso acuto sibilo dei denti dei lupi.

Lotta così freneticamente che, mentre cade, si volta verso l’alto, e riesco a vedere il terrore nei suoi grandi occhi chiari, nei suoi lineamenti contorti, nella sua bocca, aperta e congelata in un muto grido.

Giù giù, giù… Sempre in silenzio, tranne che per il suono sibilante delle sue membra che si contorcono, e un debole e lontano ringhiare che viene da qualche parte al di fuori del sogno.

Una discesa così lunga…

Finalmente raggiunge gli alberi e qui c’è la beffa. La sua caduta non è interrotta da essi, né è interrotta con violenza dall’impatto di rami e cespugli, fino a cadere sul terreno ricoperto di aghi. No: quando raggiunge le cime degli alberi più alti, i loro rami dalle punte sottili lo trapassano come dei pali appuntiti attraversandogli il torace, il collo e le braccia, i polpacci e le cosce.

Rimane impalato, lacerato, oscillando al vento che spira tra le cime degli alberi, con dei rami insanguinati di pino che fuoriescono dal suo corpo come punte di frecce primitive, un moderno San Sebastiano.

E poi sorride, i muscoli del collo che si tirano intorno al ramo che li buca, muovendosi sotto il sangue, e mi guarda con l’identica espressione deliziosamente curiosa che aveva mentre guardava il ritratto del mio antenato, e dice:

«Vlad l’Impalatore. Vlad lo Tsepesh. Nato nel dicembre del 1431. Voi siete un Impalatore, non è così? Uno degli uomini-lupo? Siete ben sicuro di preferirlo a Dracul…?».

Mi sveglio con il cuore che batte forte fino a farmi venire la nausea, ricordando la chiara paura nei suoi occhi mentre guardava fuori della finestra nell’ala sud, e penso: Lui non aveva paura dell’altezza, ma del suo destino. Lo vide che lo attendeva lì.

Più ci rifletto, più comprendo che non posso andare dalle autorità di Bistritz senza altre prove. Non habemus corpus; non abbiamo un corpo, quindi il delitto non c’è. Vlad rifiuterà di sospettare Laszlo per cieca lealtà, e continuerà a insistere che Jeffries ha semplicemente scelto di scomparire, a meno che non ci sia una prova.

Così, questa mattina ho pulito la pistola di papà — un lucente revolver Colt d’acciaio, la più recente novità nelle armi da fuoco e mio ultimo dono a lui, spedito dall’Inghilterra — e l’ho messo nel calesse insieme a una lanterna.

Poi sono partito per il villaggio. Ho guidato lentamente i cavalli lungo il bosco, facendo di proposito una piccola deviazione indietro verso il castello, e ritornando nel luogo dove Stefan era apparso l’ultima volta, ma il suo fantasma non è riapparso.

Era mezzogiorno quando mi sono diretto verso il cimitero del villaggio, dove il figlio di Masika veniva seppellito. Ho legato i cavalli a un palo fuori alla chiesa e ho guardato da lontano la semplice cerimonia dei contadini.

C’era una triste bellezza nella sua semplicità. Sei rumini muscolosi portarono la bara di pino sulle spalle e la deposero accanto a una tomba scavata da poco, mentre tutte le donne cantavano i Bocete con alte voci tremanti. Non c’erano delle donne pagate per lamentarsi, né un’elegante tomba di marmo affollata di ombre ancestrali, né targhe d’oro; soltanto gente del paese, la famiglia, un profondo buco nella nera terra, e una lapide fatta di pietra che gli elementi avrebbero reso illeggibile nel corso di una generazione. Non c’era nemmeno un qualche senso di storia familiare; Masika Ivanovna, vestita di nero dalla testa ai piedi, era l’unica parente del giovane che partecipasse, l’unica a gettarsi sulla bara chiusa e a gemere.

Nello spazio di alcuni minuti, il piccolo gruppo di donne che le stavano attorno la tirarono via. in modo che il servizio funebre potesse cominciare. Il prete stava dietro la piccola lapide di pietra e recitò il Quinto Salmo, poi la liturgia, con un tono calmo, musicale; di tanto in tanto, i partecipanti rispondevano cantando.

Ben presto la bara fu calata nella buca in attesa e coperta con manciate di terra e singole rose selvatiche. Pensai al bel ramo di rose scarlatte, che emanavano un dolce profumo dalle loro ferite, mentre giacevano calpestate sul pavimento di marmo della tomba di papà.

Quando tutto fu finito, i presenti mi evitarono, segnandosi con la croce e facendo dei gesti particolari per scacciare il malocchio: una V formata dal primo dito e dal medio che mi puntavano contro. Una delle donne che aveva aiutato Masika Ivanovna, mi sibilò qualcosa mentre passava.

Io ero sgomento e confuso da quella reazione, ma fui sollevato quando Masika Ivanovna, con le guance rotonde arrossate e luccicanti di lacrime, si avvicinò e con calore mi afferrò le mani.

Ci abbracciammo come parenti da lungo tempo lontani. Ripensandoci, mi sembra strano e inappropriato ma, in quel momento, provai verso di lei un legame molto forte e teneramente sentito, forte come quello che avrei potuto sentire verso lo zio o Zsuzsanna.

Mentre teneva ancora la mia mano nelle sue, fece un passo indietro e osservò il mio viso con affettuosa malinconia, come potrebbe fare una madre.

«Arkady Petrovich! Che bello da parte tua venire! Come sono grata di poterti vedere un’altra volta!».

Pronunciò l’ultima frase con tale convinzione che io risposi:

«Avrai molte opportunità di vedermi ancora, al castello».

Le sue labbra si strinsero forte; scosse la testa e nei suoi occhi brillò lo stesso cupo dispiacere e timore che avevo visto proprio prima che la presenza di Laszlo la interrompesse nello studio di papà.

«No», disse a voce bassa. «Non ci ritornerò più».

«Sei sconvolta dal dolore, Masika Ivanovna. Tra una settimana, forse due, ti sentirai abbastanza forte da lavorare di nuovo. Inoltre, là, tu sei la mia unica vera amica».

Le lasciai le mani e tirai fuori dalla tasca il grosso crocifisso d’oro con la catena che avevo preso la notte precedente dalle camere degli ospiti. Lo premetti nel suo palmo; lei guardò in basso con sgomento.

«Jeffries non lo porterà più», spiegai e, dopo un attimo, aggiunsi a voce bassa: «È scomparso».

«Oh, Arkady!», gridò, così presa dall’angoscia che mi si rivolse come a un familiare. «Tu non capisci ancora, vero?». Immediatamente si guardò furtivamente alle spalle, verso le donne che l’attendevano a breve distanza. Sporgendosi verso di me, come se temesse che qualcun altro potesse sentire, bisbigliò: «Il mio destino non mi importa più. Ho perduto i due uomini che maggiormente amavo al mondo, e non mi importa se vivrò o morirò. Eppure, temo moltissimo per te, per tua moglie e per il bambino…».

Il mio cuore cominciò a battere più rapidamente al pensiero che qualcuno potesse credere che Mary fosse in pericolo.

«Che cos’è che temi, Masika? Che qualcuno ci faccia del male?».

Laszlo, mi dissi; lei sa che è un assassino. Ma le parole che seguirono servirono soltanto a rendermi perplesso.

«Non fisicamente, ma ci sono ferite peggiori… quelle inflitte all’anima». Si portò le mani al viso ed emise un debole, amaro singhiozzo. «La mia ha sopportato abbastanza. Voglio soltanto morire».

«Masika, non devi dire queste cose…».

Continuò come se non avessi mai parlato, allungando il braccio per toccarmi la guancia e mi guardò con gentile affetto materno.

«Tu sei come tuo padre quando era giovane, pieno di bontà e gentilezza. Ma può essere già troppo tardi per te… troppo tardi».

«Non capisco», risposi, ma lei m’interruppe con un bisbiglio rauco e veloce, come se temesse che potessi cercare di fermarla.

«Il Patto, Arkady Petrovich, il Patto! Vieni da me di giorno, quando lui dorme. Non è sicuro per noi parlare così all’aperto: ci sono troppe orecchie, troppe spie. Oggi non possiamo parlare; la mia casa sarà piena, ma vieni da me presto… tra un giorno o due. Dobbiamo parlare, e…», qui la sua voce si abbassò talmente che potevo a malapena sentire, «… c’è una lettera da parte di mio figlio che devi leggere. Lui sapeva che il suo momento era vicino, e così ti ha scritto. Ma per amor suo e mio, non parlarne a nessuno. Devi giurare di tenerlo segreto. Soltanto, vieni…!».

La sua fretta era impellente, ma io non riuscivo a dare un senso alle sue parole.

«Ma perché, Masika?»

«Perché…», cominciò, poi esitò per alcuni secondi, guardando intensamente il mio viso con occhi ansiosi, pieni di dolore, come se temesse di essere condannata. «Perché amavo tuo padre. Perché è tuo fratello che seppelliamo oggi».

Mi ritrassi, sopraffatto dalla sorpresa, incapace di rispondere mentre lei se ne andava rapidamente per unirsi al gruppo delle donne in attesa, le cui forme scure scomparivano veloci come merli che volavano bassi sull’erba che si risvegliava per la primavera.

Attesi finché l’ultimo dei partecipanti fu sparito, poi mi avvicinai alla tomba, dove i becchini stavano cominciando a coprire la bara calata nella fossa con palate di terra. La semplice lapide recitava:

RADU PETROVICH BULGAKOV

1823–1845

Bulgakov era il cognome di Masika, ma il vedere sulla lapide il patronimico russo non consolò il mio cuore: Petrovich, figlio di Petru.

Non so descrivere come mi sento ora, o come mi sentii in quel momento. Colpito. Ferito. Tradito. Amaramente arrabbiato… con Masika, con papà. Con quel giovane, perché era morto prima che lo potessi incontrare.

Quando mi ripresi, chiesi al becchino più anziano:

«Di che cosa è morto?».

L’uomo smise di spalare per guardarmi con educata ostilità mentre sollevava il cappello spiegazzato e si puliva la fronte sporca con un avambraccio persino più sporco.

«Voi siete Dracula, signore. Di sicuro lo sapete».

Il suo tono era perfettamente civile, ma trasmetteva la profondità del suo odio verso di me… e la sua paura.

«Tsepesh», lo corressi, ma non c’era rimprovero, non c’era rabbia nella mia voce, soltanto un sincero desiderio di sapere. Quel nome evocò nella mia mente un’immagine improvvisa di Jeffries, che giaceva impalato su degli alti e oscillanti rami di pino; lottai per reprimerla.

«Onestamente no. Per favore…». Mi fermai e aggiunsi, pensando a Laszlo: «È stato un assassinio?».

Mi fissò con gli occhi socchiusi, scettici, cercando di giudicare la mia sincerità. Alla fine, qualcosa che vide lo dovette convincere, perché rispose, mentre cessava la sua osservazione e ritornava a scavare:

«Ahimè, si potrebbe dire così, signore. La sua gola è stata squarciata dai lupi».

Capitolo sesto

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

12 aprile. Continuo a sognare i suoi occhi, i suoi occhi di smeraldo.

Ieri ero certa che sarei morta; oggi sono un po’ più forte e mi posso sedere e mangiare la minestra che Dunya mi porta. Scrivere non è più uno sforzo terribile. Stranamente, ciò mi delude.

Adesso, due donne abitano il mio corpo. Una è la Zsuzsanna che ho sempre conosciuto: debole, timida, la ragazza brava e obbediente di papà. Questa è grata a Mary per la sua gentilezza e a Dunya che mi cura nella malattia. Io so che loro mi amano e che vogliono che mi rimetta e, così facendo, io voglio far loro piacere. Questa ama Bruto per la sua devota presenza al mio capezzale e si commuove fino alle lacrime quando, preoccupato, dà alla mia mano un colpetto freddo e umido e mi guarda con quegli adoranti occhi ambrati. Questa sa che è quasi morta, ed è terrorizzata alla prospettiva.

Ma l’altra…

Ah, l’altra… L’altra sa che sta cambiando, e vuole il cambiamento. L’altra è forte, appassionata, e attende soltanto che lui ritorni, per mantenere la sua promessa di legarci insieme per sempre.

So che sta cercando di venire da me. Non ha dimenticato. Penso che abbia tentato la notte scorsa; ho un ricordo debolissimo di Bruto che scatta verso il sedile della finestra e abbaia ferocemente. Mi ricordo di essere emersa a sufficienza dal mio torpore drogato per avere la sensazione dei suoi occhi disincarnati che mi fissavano dalle profonde ombre vellutate delle mie palpebre chiuse. Cercavo di parlare e non potevo; e così, gli ho mandato un pensiero, e credo che abbia udito. Gli ho raccontato quello che avevano fatto alla finestra. L’ho avvertito del cane.

Dio, quanto l’altra Zsuzsanna odia Mary! Quanto odia Dunya! Odia anche quel maledetto cane per aver tenuto lui lontano dalla mia finestra. Se non fossi stata così debole e incapace di alzarmi, le avrei uccise strangolandole per aver osato separarci! Fingono di essere innocenti; non diranno niente di lui, ma sanno cosa stanno facendo. Lo sanno, quelle bugiarde piagnucolose! Hanno liberato il cane dalla cucina e hanno messo i fiori d’aglio alla mia finestra mentre ero addormentata entrando di soppiatto come dei ladri per commettere le loro cattive azioni.

Quelle due pazze pensano di poterlo fermare.

Nonostante la mia debolezza sento l’avvicinarsi di una forza che non ho mai conosciuto, l’accenno di un corpo libero dall’infermità che ha afflitto tutta la mia vita. Sento la mia spina dorsale muoversi, raddrizzarsi, allungarsi; siedo più alta e più dritta, ogni giorno. C’è un sordo battito nella mia caviglia e, quando Dunya e Mary lasciano la stanza, guardo il piede sotto le coperte e vedo che anch’esso si sta raddrizzando. Sorrido, nonostante il dolore.

Finalmente essere libera! Essere forte! Do il benvenuto a quest’altra Zsuzsanna; sto cambiando in qualcosa di nuovo, qualcosa di meraviglioso. Non sono sicura di cosa potrebbe essere; so soltanto che è molto meglio di qualunque vita abbia mai conosciuto. A volte la debolezza mi lascia e io ne colgo una fuggevole visione. Essere forte e libera, e unita a lui: questo è il Paradiso.

Che la storpia muoia! Che finalmente riesca a liberarmi di lei!

Papà e Arkady si sbagliavano: c’è una vita dopo la morte. Non l’eternità leziosa, con arpe strimpellanti, angeli alati e nuvole su cui sedersi, immaginata dai Cristiani, ma qualcosa di profondamente oscuro, di fuoco, così audace e puro nella sua appassionata devozione di sé, quanto lo stesso Lucifero!

Non vinceranno. Lui mi istruirà e, quando il tempo sarà maturo, lo chiamerò. Devo solo essere paziente e aspettare…

Il diario di Mary Windham Tsepesh

12 aprile. Sono molto preoccupata per mio marito.

Zsuzsanna, oggi, è molto migliorata. Le cure del medico — o quelle di Dunya — sembrano aver funzionato. È ancora estremamente debole ma, stamattina, quando sono andata a vedere come stesse, era seduta e mangiava la colazione.

L’alleviarsi della mia preoccupazione per Zsuzsanna ha fatto sì che le paure riguardo allo strigoi almeno diminuissero, alla gioiosa luce del sole. A questo punto mi sembra di aver sognato la conversazione con Dunya, che adesso sembra stranamente irreale, quasi un sogno lontano. Come l’immagine da incubo di Vlad che si trasformava in un lupo. A volte mi convinco che quella visione sia una sorta di allucinazione causata dal dolore, dal viaggio, dalla gravidanza. Soltanto una cosa sembra fermamente vera: che Vlad costituisca una minaccia per Zsuzsanna e che noi dobbiamo fare qualunque cosa possiamo per tenerlo lontano da lei.

Eppure, di notte, sogno gli occhi di Vlad e so che è tutto vero. Di notte è più difficile spiegare il fatto che la spina dorsale storta di Zsuzsanna si stia raddrizzando sotto i nostri stessi occhi.

Così continuerò ad assecondare Dunya e permetterò che le corone d’aglio rimangano sulla finestra (di notte; astutamente le togliamo la mattina ed è una cosa ben fatta, poiché Arkady a mezzogiorno è andato a far visita alla sorella). Non possono fare alcun male (e quando il sole tramonta, mi convinco che facciano molto bene). Fatto estremamente importante, mi assicurerò che Bruto rimanga in camera di notte.

Ma, per il momento, è Arkady che mi preoccupa di più. Dapprima ho scritto di Zsuzsanna sperando di calmarmi, ma di nuovo sono vicina alle lacrime. Oggi abbiamo litigato per la prima volta.

È stata colpa mia. Sono stata una sciocca a menzionare la relazione tra Vlad e Zsuzsanna così presto. È passata soltanto una breve settimana dalla morte di Petru, e Arkady è ancora in lutto. È del tutto naturale. Eppure…

Eppure non riesco a dimenticare il fatto che, da quando siamo venuti in Transilvania, è diventato di umore nero e solitario. Mi racconta ben poco in questi giorni, mentre in Inghilterra amava avere lunghe conversazioni e cercava il mio consiglio perché, così diceva: «Sei così freddamente logica sulle cose, Mary, mentre io non lo sono». È sempre stato emotivo, ma in un modo positivo, gioioso, pieno di energia e di passione.

Ora è silenzioso, chiuso in sé, e rimugina. Ogni notte, dopo essere ritornato dal castello, resta alzato fino a tardi per scrivere nel suo diario, piuttosto che venire a letto a parlare con me. So che là è infelice, che è accaduto qualcosa con Vlad che lo turba.

Quando mi alzo, al mattino, lui dorme ancora, con la testa scura sul cuscino, il suo bel volto con gli occhi grandi, le nere sopracciglia marcate, e il dritto e stretto naso aquilino, che diventa ogni giorno leggermente più pallido. Ci sono linee e ombre che si addensano sotto quegli occhi. In una settimana è invecchiato di dieci anni. Non riesco a fare a meno di pensare a quanto assomigli a sua sorella, e a come Vlad risucchi le loro emozioni.

Mi sento sola a causa sua. Il marito che conoscevo sta cambiando in un lontano e malinconico estraneo. Mi preoccupo che questo Arkady possa rimanere anche dopo che il dolore per suo padre si sia dileguato.

Questa mattina si è alzato poco prima del pranzo e abbiamo condiviso un pasto in un silenzio quasi totale. Sembrava esausto, più emotivamente che fisicamente e, sebbene fosse distrattamente gentile verso di me secondo le sue abitudini, i suoi pensieri erano chiaramente altrove.

Qualcosa lo turbava, e così ero riluttante a disturbarlo ma, quando il pasto è finito, ho osato infine parlare. Il fatto che Zsuzsanna fosse seriamente malata non poteva più essergli tenuto nascosto; prima o poi lo avrebbe scoperto (anche se, attualmente, è stato troppo preoccupato per chiedere perché non si presenti più ai pasti). Come fratello, ha il diritto di sapere.

«Caro», ho detto, mentre eravamo seduti al grande tavolo da pranzo che un tempo aveva visto una grande famiglia e ora sembrava tristemente troppo vasto con soltanto noi due, «per favore, non ti allarmare, ma dovresti sapere che le condizioni di Zsuzsanna sono peggiorate e che è stata seriamente malata. Ieri sera siamo andati a prendere il dottore a Bistritz».

Aveva cominciato ad alzarsi. All’udire la notizia si fermò nel mezzo del movimento e restò così un istante aggrondandosi per l’enorme sforzo di portare la sua attenzione da quel punto infinitamente distante in cui era, al presente, e alle parole che avevo appena pronunciato. Per alcuni secondi i suoi occhi a mandorla rimasero velati, poi si aprirono quando, alla fine, prese atto delle mie osservazioni e le comprese. La linea tra le sopracciglia si approfondì, si allungò.

«Zsuzsanna è ammalata?»

«Sì», ammisi, facendo attenzione a mantenere il tono allegro e ottimistico. «Ma oggi sta molto meglio».

Il suo sguardo vagò incerto sopra di me, sopra il tavolo, la sala da pranzo, il piccolo raggio di sole che filtrava attraverso la lontana finestra.

«Oh», disse. «Bene, sono contento che stia meglio. Forse dovrei andare a farle visita».

«Penso che le farebbe piacere». Approvai con un piccolo sorriso d’incoraggiamento, da donna intrigante quale sono, compiaciuta nel sapere che le corone di aglio erano state rimosse con attenzione e nascoste nel ripostiglio. «Permetti che venga con te».

Mi alzai e passai il mio braccio intorno al suo prima che potesse alzarsi in piedi. Volevo essere certa che Zsuzsanna non dicesse nulla che potesse rattristarlo; suppongo temessi che aveva notato l’aglio e che avrebbe detto qualcosa o che avrebbe, tra le lacrime, confessato a Arkady di Vlad. Volevo che qualsiasi notizia scioccante gli fosse comunicata con delicatezza.

Entrammo nella stanza di Zsuzsanna, dove lei era seduta sul letto, a scrivere ancora in un diario che di nuovo si affrettò a chiudere prima che potessimo leggere. Strisce di sole entravano attraverso le persiane chiuse, illuminando la rientranza dove avevo visto abbracciarsi Vlad e Zsuzsanna, e il pannello della finestra era stato tirato su per lasciar entrare il piacevole tepore fuori stagione. La stanza sembrava gaia e piacevole, come se il sole lucente avesse sconfitto il male. Persino Bruto sembrava sollevato, e ci accolse agitando la coda e ciondolando la lingua. Io sentii, con imbarazzante disagio, un vago odore di aglio, ma Arkady sembrò ignorarlo del tutto.

Fortunatamente, Zsuzsanna non gli rivelò nulla, e fu dolce e sollecita verso suo fratello, rassicurandolo che non avrebbe dovuto neppure per un istante preoccuparsi per lei. Il crocefisso che Dunya le aveva legato intorno al collo era scivolato sotto la camicia da notte, e lei non ne fece parola con Arkady.

Tutto andò piuttosto bene finché, in seguito, quando lasciammo insieme la stanza di Zsuzsanna e ci dirigemmo verso la grande scala a chiocciola, Arkady si mise nella parte interna in modo che io potessi appoggiarmi con tutto il mio peso sulla lucida balaustra di legno.

Sottovoce, come se temesse che sua sorella o i domestici potessero udire, mi chiese:

«Che cos’ha detto il dottore? Sembra così pallida».

«Forse si tratta di un qualche tipo di anemia», risposi, e la mia voce era quasi un bisbiglio. Il mio battito cardiaco aumentò mentre lottavo per trovare le parole adatte a introdurre con delicatezza l’argomento che volevo da tanto tempo discutere con mio marito. «Ma temo che costribuisca alle sue condizioni una componente emotiva».

Invece di chiedere, lui fissò i suoi grandi occhi su di me e li tenne lì finché continuai, estremamente esitante:

«Io penso… credo che abbia a che fare con tuo zio, Vlad».

«Che significa?», chiese.

Il suo tono sembrò abbastanza neutrale per incoraggiarmi a procedere ma, a ripensarci, sento che avrei dovuto cogliere la sua sottile diffidenza.

«È turbata dal pensiero che Vlad vada in Inghilterra», disse e, nonostante la mia risolutezza, arrossii.

La linea tra le sue sopracciglia comparve di nuovo: un avviso di ciò che stava per arrivare.

«Ma non ha senso», disse, ancora sottovoce, preoccupandosi dei domestici. «Le ha spiegato molto chiaramente che non partirà senza di lei… che aspetteremo tutti finché starà bene. È triste per il fatto che lascia la casa?»

«Non esattamente…».

Esitai, niente affatto sicura che la discussione avrebbe dovuto continuare, ma Arkady era deciso a conoscere il problema. Un accenno di impazienza si insinuò nel suo tono.

«Bene. Allora, di che si tratta?»

«È… penso che abbia ancora paura che lui possa lasciarla qui».

Riuscivo a sentire il calore sulle mie guance e sul collo, ma la sua stessa impazienza mi risvegliò, e sentii che avevo tenuto per me la verità abbastanza a lungo, che era meglio dirla e farla finita.

«Lei è… Vlad è… Arkady, si amano».

Lui indietreggiò come se lo avessi colpito e si fermò a due gradini dalla fine della scala. Le labbra gli si aprirono e mi guardò fissamente con gli occhi spalancati per lo shock. Quando, finalmente, fu in grado di parlarmi, la sua voce era così bassa che potei a malapena udire:

«Co… cosa? Che vuoi dire?»

«L’ho visto nella camera di lei la notte tardi. Due volte. Io penso che il senso di colpa per la loro relazione sia almeno parzialmente responsabile per l’inspiegabile malattia».

Essendomi liberata della verità, mi sentii all’improvviso debole, malata. Le guance mi bruciavano, ma fu sulle sue che vidi improvvise e forti macchie di colore.

Completamente inebetito, si voltò verso il muro di pietra e mormorò:

«È impossibile. Impossibile».

Scesi goffamente gli ultimi due gradini e mi voltai a fissarlo.

«Mi si spezza il cuore a dirti questo. Tu sai che non direi tali orribili cose se non fossi convinta che fossero vere. Ma per amore di Zsuzsanna, io…».

Mentre parlavo, sollevò una mano alla tempia in un improvviso spasmo di dolore che mi fece accorrere verso di lui preoccupata. Si riprese bruscamente e si voltò verso di me in un repentino accesso di furia, chinandosi in avanti e traballando sull’orlo di un gradino tanto che temetti che avrebbe perso l’equilibrio e sarebbe caduto.

«Come osi?», gridò. «Non sei meglio dei contadini, che spargono malvage menzogne sullo zio! Non ti ha fatto nient’altro che bene: ti ha dato questa casa e questa ricchezza… e tu te la sei presa con lui! Sei un’ingrata, e lui è un santo! Un santo!».

«Non alzare la voce con me, signor Tsepesh» dissi, accalorandomi anch’io un po’. «Io non sono un’ingrata, e lui non è un santo».

Le sue parole mi hanno ferito… e lasciata perplessa poiché avrei pensato che fosse più preoccupato dell’onore di sua sorella che di quello di suo zio.

Mentre parlavo, si precipitò giù per le scale, oltrepassandomi, agitando la mano per ottenere silenzio e scuotendo la testa per esprimere la sua rabbia.

«Ho udito abbastanza! Non ascolterò altre bugie!».

E se ne andò di furia. Ascoltai i suoi passi che si allontanavano, attutiti dapprima dal tappeto e poi risuonanti forte contro la fredda e insensibile pietra. Se avesse reagito come l’Arkady che avevo sempre conosciuto, gli sarei andata dietro e sarei stata certa che rapide scuse e riconciliazioni sarebbero seguite, ma quello era qualcuno il cui comportamento non sapevo più prevedere. Lo lasciai solo fino a che non avesse placato la sua rabbia.

Si rinchiuse in uno dei suoi studi e non ne uscì per circa un’ora, quando lasciò la casa senza parlare ad alcuno, e prese il calesse molto in anticipo rispetto al solito, suppongo per andare al castello. Non ho idea se pensi di parlare a Vlad di quello che ho detto.

Mi dispiace di aver sollevato la questione; è chiaro che il dolore di Arkady è ancora troppo fresco, troppo vivo. Come potrò mai parlargli, allora, di ciò che ho visto fuori della mia finestra… della terribile, fantastica visione nella quale ho visto Vlad diventare un lupo? Dei segni sul collo di Zsuzsanna, e del fatto che io sono pressoché convinta che lui è uno strigoi, abbastanza convinta da permettere il crocifisso e l’aglio?

Ho paura. Paura di Vlad, paura per Zsuzsanna. Paura per mio figlio che presto nascerà.

Soprattutto ho paura perché, da quando siamo arrivati, mio marito è cambiato lentamente in qualcuno che non conosco. Anch’io sto cambiando, da donna pratica in un’anima tremante, superstiziosa, specialmente quando Dunya parla della lenta metamorfosi di Zsuzsanna in uno strigoi.

Vlad è diventato un lupo. Che ne sarà di Arkady e me, quando le nostre trasformazioni saranno terminate?

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

13 aprile. La notte scorsa lui ha bussato ancora alla finestra. Ha bussato e io ero pronta per lui. Mi ero tolta il crocifisso dal collo e avevo rimosso l’aglio, nascondendolo nel ripostiglio come fanno Mary e Dunya ogni mattina: pensano di essere così furbe! E ho aperto le imposte e spalancato la finestra… ma non bastava.

Quando è arrivato, Bruto ha cominciato ad abbaiare selvaggiamente, saltando contro la finestra come se intendesse saltarci attraverso. Niente che potessi dire o fare lo avrebbe trattenuto. Ho dovuto chiudere la finestra e le imposte e ritornare a letto, per timore che il suo folle abbaiare svegliasse l’intera casa.

Ho cercato di portare Bruto in cucina e ho scoperto che lì c’era Dunya, addormentata sul pavimento. Quando siamo entrati si è mossa, e allora mi sono affrettata a ritornare in camera con il cane.

Sono più forte, ma ho smesso di cambiare. Questo non mi piace. Non mi piace aspettare. Bisogna fare qualcosa.

Il diario di Arkady Tsepesh

14 aprile. Finalmente sono abbastanza in forze per sedermi e scrivere. Non ricordo nulla di ieri tranne i delicati lineamenti di Mary, circondati da riccioli d’oro che pendono e accarezzano le mie guance quando lei china il suo viso sopra il mio. Il suo viso, il suo delicato e fresco tocco sulla mia fronte e le sue parole sussurrate di conforto: questo è tutto ciò che ricordo. È così buona verso di me, così gentile. Ho cercato diverse volte di chiederle perdono per avere, prima, alzato la voce con lei, ma con la punta delle dita si limita a toccarmi le labbra e sorride.

Mio Dio, vorrei poter dimenticare gli eventi del dodici di aprile, ma essi mi perseguiteranno per il resto della mia vita. Dove porterà? Dove porterà tutto questo? Ma no, adesso non devo pensare al futuro. Vedete? La mia mano comincia a tremare. No, devo semplicemente metterlo per iscritto, e da questo atto sperare di capire ciò che devo fare.

L’altro ieri, il fatale dodici, ho saputo che mia sorella era ammalata di anemia. Questa era una notizia abbastanza penosa ma, dopo che andai a visitare Z., Mary mi rivelò che aveva visto Vlad nella camera da letto di Zsuzsa a tarda notte e che i due si erano abbracciati.

Mi vergogno di scrivere che ho urlato contro la mia povera moglie. Non riuscivo a credere a niente di così orribile riguardo a mia sorella e a Vlad, il generoso benefattore di noi tutti. Nello stesso tempo, sapevo che Mary era incapace di mentire, per cui doveva essere vero, ma in quel momento sentii ancora una volta la morsa dell’incombente follia e mi sono lasciato andare a una rabbia insensata. Sono andato nello studio e mi sono chiuso dentro, pensando di mettere tutto per iscritto e alleviare la rabbia, ma ero troppo agitato. Ho lasciato quindi la casa e ho preso il calesse, incerto su quale fosse la mia destinazione.

Era un caldo giorno di primavera. L’alba era stata chiara, ma il primo pomeriggio vide delle nuvole scure riempire il cielo, e nell’aria c’era la sensazione e l’odore di un imminente temporale. Un qualche inspiegabile impulso mi guidò verso il bordo della foresta dove avevo visto Stefan l’ultima volta. Mentre spingevo i cavalli tra gli alberi, una pioggia gentile cominciò a cadere, ma il folto fogliame mi proteggeva. Anche così mi bagnai, poiché i lunghi rami mi spruzzavano di rugiada.

Gli animali scossero le teste e nitrirono la loro disapprovazione alla mia assurda decisione di ripenetrare nella foresta. Mi dissi che non avevo paura, sebbene la mia bocca fosse all’improvviso così secca che la lingua era incollata all’interno delle guance, e tenessi le redini tese con le mani leggermente tremanti. Non avevo paura, anche se non potevo fare a meno di guardare, in su verso le cime degli alberi più alti, per vedere se Jeffries stesse lì, oscillando al vento.

Era giorno, e faceva caldo. I lupi non attaccavano durante il giorno con il caldo, né attaccavano singolarmente, ma in branco, e questo soltanto nelle notti d’inverno. Questa era la comune saggezza popolare, eppure Stefan era morto in un giorno d’estate bello e scintillante, ucciso da un mezzo-lupo solitario. Mi ricordai del revolver di papà, accanto a me sul sedile, dove l’avevo messo proprio per una tale occasione. Me lo misi in grembo.

Non c’era segno di Stefan. Feci procedere ancora un po’ i cavalli lentamente, sforzando gli occhi in cerca, nell’oscurità ombrosa, del piccolo corpo del mio defunto fratello. Ripercorremmo la strada che ricordavo, arrivando infine a fermarci nel punto che credevo quello in cui i lupi avevano attaccato.

I cavalli alzarono gli zoccoli e sbuffarono, impazienti, nervosi.

Io rimasi fermo, guardando lo stesso punto nell’ombra di un ontano dove credevo di aver visto Stefan l’ultima volta. Guardavo e ascoltavo un lontano frusciare negli alberi, molto probabilmente di uccelli e scoiattoli. Un corvo gracchiò in segno di rimprovero; un uccello cantò.

Rimasi seduto a guardare per parecchi minuti, consapevole di ogni suono attorno a me, del ticchettio attutito della pioggia contro gli alberi, e del mio stesso respiro. Infine, molto lentamente, dal reticolato di luce e di ombra, stagliato contro le foglie tremanti, emerse Stefan.

Con un gesto in direzione dei profondi recessi della foresta, mi indicò di proseguire.

Lo seguii, con le ruote che rotolavano sul terreno umido cosparso di aghi, tra lo spezzarsi secco dei ramoscelli.

Ancora una volta, lo spettro di mio fratello svanì, soltanto per riapparire una volta che avevo proseguito per una discreta distanza nella direzione indicatami. In questa maniera, continuai per una buona mezz’ora a procedere nella foresta.

Finalmente Stefan riapparve, ma non fece più gesti; mi fissò soltanto per un po’, intensamente, come potrebbe fare una persona cara che cercasse alla partenza di memorizzare i dettagli del mio viso.

Poi scomparve.

Confuso, mi guardai intorno e non vidi nient’altro se non gli stessi ontani e alberi di pino. Attesi qualche minuto, poi feci scivolare la pistola nella cintura dei pantaloni e scesi dal calesse. Legai i cavalli a un ramo, quindi cominciai a esaminare l’area. Non c’era nulla di particolare, solo lo stesso fitto fogliame di prima e un terreno scuro, quasi interamente ricoperto da un tappeto di foglie morte e di aghi di pino.

Ma, quando mi avvicinai al grande albero dove il fantasma di Stefan si era fermato, il terreno, all’improvviso, cedette, morbido e spugnoso, sotto i miei piedi. Scansai i detriti vegetali bagnati e scoprii della terra appena scavata, più scura e meno compatta rispetto al suolo circostante.

Il cuore mi cominciò a battere più velocemente. Rapidamente, tolsi altre foglie morte. Così facendo, scoprii qualcosa di duro e bianco: il frammento di un osso di un animale, pensai. Ma, prima che potessi esaminarlo, i cavalli emisero degli alti nitriti di terrore.

Alzai lo sguardo e vidi un lupo, che correva veloce e basso tra gli alberi, diretto non verso il calesse e i cavalli legati, ma verso di me.

Mi raddrizzai e nel tempo di mezzo secondo ebbi la spaventosa idea che Stefan mi avesse attirato lì per essere vittima dello stesso destino del mio povero fratello; immaginai il mio sangue dal colore brillante che si mescolava con la pioggia gentile e adornava la foresta di rugiada color cremisi.

Il lupo saltò. Tirai fuori la pistola da sotto il cappotto e feci fuoco. A meno di quattro piedi di distanza l’animale emise un acuto ululato e cadde a metà balzo, nel punto più alto del salto, coperto di sangue alla giuntura tra zampa e spalla.

Nonostante ciò, si riprese e si alzò, insicuro, zoppicando su tre zampe e mi si avvicinò. Fui costretto a sparare ancora; questa volta la sua vicinanza mi permise di mirare per bene e di piazzare una pallottola proprio sopra e nel mezzo degli occhi completamente bianchi. La creatura cadde a terra con un lamento che terminò in un rantolo.

Non volevo niente di meglio che lasciarmi cadere privo di forze, appoggiandomi contro il più vicino tronco d’albero e calmare il mio tremore, ma l’inquietante ricordo dei due lupi morti che giacevano davanti al cancello aperto della nostra tomba di famiglia, mi persuase a rimanere con la pistola a portata di mano.

In quel momento ci fu un rumore di ramoscelli e foglie smosse; il secondo lupo apparve dopo appena qualche secondo. Mi costrinsi ad aspettare finché fu abbastanza vicino perché la mira fosse sicura e quando, infine, fui pronto a fare fuoco, dovetti tenere fermo con la mano sinistra il braccio destro che tremava.

Il lupo caricò e io premetti il grilletto, ma la pioggia rada che gocciolava attraverso la volta della foresta aveva ricoperto l’arma di gocce d’acqua; mentre facevo fuoco mi scivolò dalla presa mandando la pallottola fuori bersaglio.

Nella frazione di secondo che mi ci volle a capire che avevo mancato il bersaglio, seppi che tutto era perduto. Il lupo saltò verso la mia gola. Il suo corpo si scontrò con il mio, facendomi cadere la pistola dalla mano. Delle enormi zampe mi colpirono alle spalle, mandandomi riverso sul terreno bagnato. Mi irrigidii per il dolore di quei crudeli denti sul mio collo, pensando non all’ironia del mio destino, né al tradimento del fantasma di mio fratello, ma solo a Mary e al bambino.

Il lupo abbassò il muso sul mio e mi osservò con grandi occhi incolori e bestiali; la sua bocca ansimante rivelò una lunga lingua lunga e delle zanne ingiallite luccicanti di saliva. Ringhiò e spalancò la bocca, preparandosi ad uccidere. Sentii il suo respiro, caldo sulla tenera pelle scoperta della gola. Ansimando, chiusi forte gli occhi e mi preparai a morire.

E poi accadde l’impossibile.

Sentii un movimento al di là degli occhi chiusi ma non fu accompagnato dal dolore della gola che veniva squarciata. Il calore sul mio collo fu sostituito dalla fresca umidità della foresta; la pressione delle zampe contro le mie spalle scomparve.

Aprii gli occhi e vidi che il lupo si era ritirato. Ora sedeva sulle zampe posteriori ai miei piedi come un cane obbediente e ansimante, con la lingua che pendeva a lato della sua bocca mortale.

Mi tirai su fino a restare mezzo seduto. Il lupo ringhiò e fece l’atto di mordere, poi si mosse come per caricare di nuovo, ma con riluttanza all’ultimo istante si trattenne, come se un’invisibile barriera lo trattenesse.

Non persi tempo a chiedermi la ragione di quell’incredibile fenomeno. Trovai il revolver a terra, lì vicino, e mi mossi lentamente, con circospezione, verso di esso, mentre il lupo ringhiava la sua disapprovazione ma rimaneva, comunque, immobile. Finalmente, afferrai con rapidità la pistola e feci fuoco a bruciapelo verso la creatura, che rimase ferma, senza difendersi, tanto che provai un moto di pietà. Morì con un debole lamento mentre la testa gli cadeva sulle zampe anteriori.

Dopo, ci fu soltanto silenzio: nemmeno lo zampettio degli scoiattoli o il cantare degli uccelli, ma soltanto il soffice, continuo tamburellare della pioggia sulle foglie. Il terzo lupo non apparve. Quando il mio tremore si affievolì, determinai con i passi i limiti del terreno morbido. Era un’area più piccola di quella che mi aspettavo, forse soltanto tre piedi quadrati, troppo piccola per un corpo. Con un oscuro divertimento che sconfinava nell’isteria, cominciai a ridere: forse le leggende del moroi erano vere. Forse mio fratello mi aveva condotto a un nascondiglio segreto di gioielli e monete d’oro.

Ossessionato, cominciai a scavare con null’altro che le mie mani.

Fu un lavoro faticoso. Il terreno era pesante per l’umidità, e dopo un’ora, forse due, ero fradicio, coperto di fango, indolenzito. La pioggia stava venendo giù fitta. Ero sul punto di desistere, quando le mie dita gelate batterono finalmente contro qualcosa di soffice e di cedevole sotto un pollice di acqua fangosa.

Sembrava uno spesso strato di tessuto. Freneticamente, tolsi abbastanza fango per capire le dimensioni del tesoro nascosto: era un quadrato di circa dodici pollici di lato e, quando scavai abbastanza profondamente per metterci sotto le dita, potei sentire che era, apparentemente, una scatola perfettamente quadrata di qualche materiale molto duro — o metallo o legno — sotto la stoffa.

Mi inginocchiai sul terreno umido e cedevole e mi chinai in avanti, inserendo prima le dita, poi le mani, sotto la scatola. Ci volle qualche momento, prima che potessi avere una presa abbastanza buona e abbastanza forza per tirarla fuori dalla terra bagnata ma, alla fine, diedi un robusto strattone e quella venne fuori con un forte risucchio.

Caddi seduto a terra e studiai il mio tesoro: era stato avvolto in parecchi strati di fine seta nera, ora bagnata e sporca, ma troppo nuova e troppo ben conservata per essere stata per più di un giorno nella terra. Ansiosamente, tolsi l’involucro e scoprii al di sotto una semplice scatola di legno non verniciato, ricavata dal pino di quei luoghi, con un chiavistello di ottone non lavorato.

Misi la scatola per terra e aprii la serratura, tagliandomi il pollice sul bordo tagliente e frastagliato, ma nel timore e nell’eccitazione, non ci feci caso. Tirai indietro il chiavistello, le mie dita scivolarono sul coperchio, e cercai di fare forza per aprire la scatola. Ci volle un bel po’ di sforzi, poiché il legno si era gonfiato per l’umidità, ma alla fine ci riuscii, e gettai via il coperchio.

E gridai quando mi trovai a fissare gli occhi spalancati e velati dalla morte di Jeffries.

Balzai in piedi, e la scatola mi cadde dalle mani. La testa di Jeffries rotolò attraverso le foglie fradice sciaguattando e si andò a fermare con la faccia rivolta verso l’alto proprio sul bordo della fossa aperta. Mentre rotolava, qualcosa gli cadde dalla bocca aperta, congelata nella stessa posa che aveva avuto nel mio sogno. Allungai la mano verso quell’oggetto bianco sullo scuro terreno luccicante e raccolsi una testa di aglio.

Il collo era stato segato nella stessa maniera di quello di mio padre e la bocca riempita di quella pianta dal forte sapore. La sua pelle era più bianca di quanto ritenessi possibile per quella di qualsiasi persona umana; era, precisamente, del colore del gesso, persino più chiara dei ciuffi di capelli arruffati che si ergevano in ogni direzione sulla sua testa.

Un tuono rimbombò mentre fissavo, atterrito, la testa segata. Un improvviso nubifragio si abbatté sul rifugio di alberi, versando su di me e sul mio sfortunato e vecchio ospite una violenta cascata d’acqua, lavandomi via il fango dalle gambe dei pantaloni e dalle maniche. La pioggia cadeva sugli occhi aperti ma ciechi di Jeffries, gli incollava i capelli alla testa e portava via i ramoscelli, la terra, e la solitaria foglia di ontano che si era appiccicata alla sua guancia bianca come il marmo.

Per un istante pensai che avrei vomitato, ma ciò che eruppe dalle profondità del mio essere terrorizzato fu completamente inaspettato.

Cominciai a ridere.

Dapprima piano, poi alzandomi a toni più alti finché il suono divenne isterico. Gettai indietro la testa e risi forte, piangendo, lasciando che la pioggia si mescolasse alle lacrime, che cadesse nei miei occhi aperti come faceva in quelli privi di vista di Jeffries: lasciando che mi riempisse la bocca ghignante finché mi chinai in avanti, soffocando, ancora in preda alle convulsioni per una felicità infernale.

Poiché compresi: Stefan era apparso per la prima volta prima della morte di Jeffries. Jeffries era soltanto una coincidenza, un ripensamento.

C’erano altri tesori da trovare.

E io li trovai, fratellino. Oh, se li trovai!

Spalancai le braccia, abbracciando la pioggia e girando in cerchio come un bambino che vede quanto può resistere prima di avere le vertigini. Danzai, camminando tra i cespugli, dimentico dei lupi, incurante, premendo i piedi nel terreno fertile, morbido, fermandomi quando cedeva per scavare nel fango come un cane deciso a recuperare un osso.

Trovai delle ossa… un cimitero pieno… e tutte erano dei crani. Crani grandi e anche piccoli. I bambini erano seppelliti senza tante cerimonie; trovai le loro teste in una fossa comune. Molti di quei minuscoli crani avevano una forma irregolare e facevano pensare a delle evidenti deformità. Un bambino aveva metà di una seconda testa che emergeva dal cranio, come se avesse cercato e non fosse riuscito a dare vita ad Atena.

Smisi di aprire le scatole dopo la seconda — che conteneva la testa di un uomo decomposto da parecchi mesi e resa scivolosa dal fango — sebbene continuassi il mio folle scavare, collezionando le piccole scatole come tanti trofei. Ma dopo circa due dozzine — oltre a troppi teschi di bambini da contare — trovai che la mia energia maniacale veniva meno, sebbene il terreno cedesse ancora in parecchi punti proprio vicino a me.

E quanti altri cimiteri come quello erano nascosti nella foresta senza fine?

Troppi posti da scavare per un uomo solo. Troppi per poterli cercare da solo.

Ma dove erano finiti i corpi, quelli più grandi degli adulti e quelli piccoli e deformi dei poveri bambini abbandonati?

Ah, Stefan, penso che anche per quello seppi subito la risposta.

C’erano dei frammenti di ossa mischiati all’insieme di ramoscelli, foglie e aghi di pino che ricoprivano il terreno della foresta.

Setacciando la terra attentamente, mi convinsi che i corpi erano stati lasciati per i lupi. I frammenti erano tutto ciò che restava dopo che gli animali avevano fatto a pezzi le ossa più grandi tra le possenti mascelle, per arrivare al saporito midollo.

Chi può dire quanto tempo rimasi lì, raspando come un folle nel fango? Come potrebbe un qualsiasi essere umano rendersi conto del passare del tempo di fronte a un tale orrore?

So soltanto questo: che quando alla fine crollai, tremante ed esausto, incapace di muovere un’altra manciata di pesante terra bagnata, caddi a terra e guardai in alto tra i rami verso una piccolissima fessura di cielo rossastro, e seppi che le nuvole si erano diradate e che il sole stava calando.

Non sono certo di quello che accadde allora: una consolante pazzia mi prese completamente e ridusse la mia mente ad una tabula rasa, incapace di ricordare il passato, incapace di trattenere il presente. Non ricordo se rimisi a posto le teste e le ossa che avevo scoperto (spero di averlo fatto per proteggere il povero Jeffries e i suoi compagni di sventura da qualsiasi ulteriore offesa dopo la morte) ma, apparentemente, riuscii a risalire nel calesse e a guidare verso casa.

Prima di arrivare a casa, in disordine, bagnato e pieno di fango, ero in delirio. Mary dice che sono stato malato per due giorni con una febbre così pericolosamente alta la notte del dodici, che hanno temuto che non sopravvivessi. Lei sembra sapere che mi è accaduto qualcosa di terribile; è gentile e affettuosa, e non mi fa pressioni.

Come glielo potrò mai dire? Da allora non sopporto il pensiero di lei che vive così vicino a un tale pericolo…! Sono responsabile per averla portata in questa camera degli orrori e, se accade qualcosa a lei o al bambino…

Non posso scrivere nient’altro, poiché scrivere mi fa ricordare e pensare e, quando comincio a ricordare, quando comincio a pensare, la follia ancora mi minaccia…

Capitolo settimo

Il diario di Mary Windham Tsepesh

14 aprile. Per due giorni Arkady è stato così terribilmente malato che ho avuto paura di lasciarlo anche solo per scrivere nel mio diario.

Le sue abitudini giornaliere sono di alzarsi tardi, di pranzare, poi leggere, scrivere o passeggiare fino a poco prima del tramonto, quando si dirige al castello. Di solito non ritorna se non dopo che io sono addormentata.

Ma l’altro ieri è tornato a casa poco dopo il tramonto. Il vecchio giardiniere, Ion, lo ha visto arrivare. Ha detto che qualcosa di strano nel modo in cui Arkady guidava i cavalli lo aveva messo in allarme e così è corso in casa gridando:

«Doamna! Doamna!».

Io stavo leggendo in uno dei salotti, ma il tono stridulo nella voce del vecchio mi fece abbandonare il libro e correre verso l’ingresso. In qualche modo, il mio cuore sapeva che qualcosa di terribile era accaduto a mio marito.

Arrivai in tempo per vedere Ion che teneva aperta la massiccia porta mentre Arkady entrava barcollando, con i capelli e i vestiti in disordine, fradicio, coperto di fango. I suoi occhi erano lucidi ed eccitati, i suoi lineamenti contorti come per il dolore… ma stava ridendo. Ridendo: un suono talmente cattivo che mi gelò il cuore.

Mi portai una mano alla gola, alla piccola croce d’oro nascosta sotto la stoffa del vestito, e mormorai, quasi troppo sommessamente per essere udita sopra la sua risata isterica:

«Arkady».

Lui alzò lo sguardo, spaventato. I suoi occhi si fissarono su di me e il suo divertimento divenne, improvvisamente, terrore, che crebbe finché non lo poté più sopportare, ma cadde ini ginocchio e si coprì il viso con la mani. Sotto di esse emise un lungo e basso lamento, poi mormorò:

«I teschi! Tutti quei piccoli teschi!».

Mi avvicinai a lui mentre si inginocchiava, e gli premetti una mano sulla fronte; era così caldo che guardai immediatamente Ion e ordinai:

«Manda subito qualcuno a prendere il dottore».

Lui sembrò capire abbastanza bene la parola doktor, dato che annuì e si mise a correre in direzione delle stanze dei domestici.

Proprio allora, Arkady mi abbracciò le gambe, premendo il viso contro il mio ventre e pianse:

«La sua testa! La sua testa! Stefan aveva ragione! C’era un tesoro nella foresta!».

Vennero Dunya e un’altra delle cameriere, Ilona, e tutte e tre riuscimmo a mettere Arkady a letto. Quella notte la febbre crebbe e il delirio peggiorò talmente che tutto quello che Dunya e io potemmo fare fu trattenerlo dal gettarsi giù dal letto. Gridava cose orribili, spaventose, a proposito di ossa, di teschi, del signor Jeffries, di suo fratello Stefan, che era morto bambino, e dei lupi.

Nel momento peggiore di quella prima notte si mise di scatto a sedere diritto nel letto e mi fissò con occhi così spalancati che le iridi erano circondate dappertutto di bianco e, ansimando, esclamò:

«Mio Dio! Sono io che ho scritto la lettera per farlo venire qui! Papà ed io, tutti e due…!».

Ed emise un urlo d’angoscia che poté essere udito per tutta la casa.

Quella notte ho pensato che sarebbe morto, ma per la bontà di Dio, è vissuto e, prima del mattino seguente, stava un po’ meglio, sebbene cadesse ancora in un occasionale, leggero delirio. Dunya ha insistito per fare dei turni di veglia sebbene mi abbia lasciato dormire per la maggior parte del mio turno. Quella dolce ragazza si preoccupa per me. Io mi sento sempre terribilmente stanca, e il bambino scende ogni giorno.

Oggi Arkady sta meglio. La febbre è passata, e i suoi occhi sono quelli chiari e gentili che ho sempre conosciuto.

Anche Zsuzsanna è molto migliorata. Oggi è stata in grado di camminare fino al salotto, ma noi eravamo riluttanti a darle la notizia della malattia di Arkady, così i domestici ed io abbiamo cospirato nel mantenere il silenzio. Lei è dolce come non mai, ma perduta nei suoi sogni e, alle volte, noto una soddisfatta condiscendenza nel suo sorriso. Non posso fare a meno di pensare che la sua guarigione sia dovuta più a Dunya che al dottore, e così noi, con costanza, inghirlandiamo la finestra, ogni sera, con corone odorose che poi nascondiamo durante il giorno.

Ma qualcosa di straziante è accaduto quest’oggi a mezzogiorno, e io non penso che saremo in grado molto a lungo di nascondere la verità a Zsuzsanna. Il giorno era tiepido e assolato e, mentre Arkady stava sonnecchiando pacificamente, io sono uscita nel piccolo giardino all’inglese verso l’ala est, che cattura il sole del mattino.

Sedevo su un divanetto di ferro battuto con gli occhi chiusi, sonnecchiando nel delizioso calore del sole, quando ho udito dei passi vicini. Ho guardato e ho visto il giardiniere, Ion, che portava il grande e scuro Bruto come un cucciolo, nelle braccia. Dapprima ho sorriso a quella tenera vista, finché la testa del povero cane ha ciondolato all’indietro in un abbandono senza vita ed ho visto il sangue sulla gola e sul fianco dove era stato crudelmente morsicato.

Sono scoppiata immediatamente in singhiozzi e ho gridato:

«Che è successo?».

Ion si è fermato, ha guardato tristemente l’animale nelle sue braccia, poi ha scosso la testa; se per indicare il dispiacere per la morte dell’animale o la sua ignoranza del tedesco, non lo so.

Piangendo, ho indicato me stessa e ho detto:

«Lo dirò io a Zsuzsanna».

E ho alzato un dito alle labbra in segno di silenzio, sperando che avrebbe capito di non parlarle di quanto era accaduto, lui o chiunque altro, finché non l’avessi fatto io.

Mi ha guardato di nuovo ed ha annuito, mostrando di aver capito, poi ha proseguito lentamente, con la palese intenzione di seppellire l’animale.

Spero che lo abbia sepolto in qualche luogo vicino a un giardino o a degli alberi, dove c’è molto sole, piante, e piccoli animali da cacciare.

Io sono entrata e ho dato la triste notizia a Dunya. Lei ha ascoltato con aria solenne, con le labbra strette e gli occhi rivolti a terra per il dolore. Sebbene non le abbia detto assolutamente nulla dei miei sospetti riguardo alla morte del povero Bruto, le sue prime parole sono state un’offerta di dormire nella camera di Zsuzsanna stanotte.

Ho approvato immediatamente.

Può essere superstizioso e sciocco, ma sono stata testimone di eventi che la logica dice impossibili e ho un marito che sta impazzendo per qualche segreto terrore. Io so perché quel povero cane è morto; ne ho visto il motivo ghignare fuori della mia camera da letto di notte.

Prego soltanto che Dunya, dotata dello stesso cuore buono e leale ma di un cervello molto più astuto, riesca ad evitare lo stesso destino.

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

15 aprile, le 2 di notte. È fatta. Sono sua.

La schiena e il piede mi dolgono terribilmente ma io so che è un dolore buono… come le doglie, temporaneo, e che conduce a un risultato talmente meraviglioso che tutta la sofferenza sarà presto dimenticata. Nonostante il dolore, il mio intero corpo vibra, canta con un’incredibile forza appena scoperta; una tale forza, una tale vita, che non riesco a dormire. Non posso ritornare a letto ma, ora che se ne è andato, mi affaccio, nuda e coperta di sangue, dal davanzale della finestra aperta, tendendo le braccia alla luna calante e invitandola a danzare con me, ridendo alle stelle.

Ridendo di Dunya, pietosa e sciocca creatura. Giace a russare (proprio come faceva Bruto) sul pavimento accanto al letto in un sonno profondo, comatoso. Guardatela lì, con la sua brutta bocca aperta e il suo crocifisso puzzolente! Non si sveglierà fino al mattino, per quanto io possa ridere forte, per quanto la possa schernire a voce alta, cantandole nelle orecchie:

Stupida Dunya, stupida Dunya! Mio inutile cane da guardia!

So che niente la può svegliare. Ora so tutto quello che lui sa.

So tutto.

Un tempo ero una miserabile storpia, non amata, non voluta: ora sono forte e più bella di tutti voi! Immortale, perché lui mi ama. Non avevo idea della profondità di quell’amore fino a questa notte; sono ancora piena di timore, commossa e stupefatta al punto di tremare senza controllo.

Oh, quanto lo amo!

Questa sera mi hanno detto di Bruto: Mary e la sua piccola ombra, Dunya. Una parte di me, adesso una parte molto piccola, ha pianto. Ho dovuto: mi stavano guardando. Si aspettavano che fossi annientata e con il cuore spezzato. Le ho accontentate.

Ma ero così sollevata! Sollevata e felice, poiché sapevo che significava che quella notte — stanotte — sarebbe venuto, e sapevo quello che dovevo fare. E anche quando Mary mi ha detto che Dunya avrebbe passato la notte nella mia stanza “per sorvegliarmi nel caso che fossi stata triste”, non mi preoccupai. Sapevo che potevo fidarmi di lui (meglio Dunya di Mary; poiché adesso che so tutto, so anche che è più facile influenzare alcuni piuttosto che altri. Mary è una delle più difficili — ancor più del gelosamente devoto Bruto — e c’è sempre il pericolo che possa influenzare Arkady con il quale è già abbastanza difficile trattare a causa della vena di testardaggine che ha ereditato da mamma. Ma Dunya è superstiziosa e, come la maggior parte della gente del luogo, è presto influenzabile, specialmente se è addormentata).

Così, stanotte, quando siamo andate a letto, ho atteso con il cuore che mi batteva rapidamente per l’eccitazione, finché ho sentito l’avvicinarsi di quegli occhi belli, simili a gioielli, sempre verdi, immortali. Quando Dunya ha cominciato a russare sotto la sua coperta sul tappeto, ho capito che era l’ora. Sono scesa silenziosamente dal letto, ho raccolto le teste intrecciate di aglio dalla finestra e le ho nascoste nel ripostiglio, facendo smorfie per il loro odore ripugnante e il loro aspetto increspato, come la carta.

E poi mi sono sporta sul davanzale per aprire le imposte e alzare il vetro: entrò la luce argentea e energetica della luna e delle stelle. Stavo nel mezzo di quel magnifico lago splendente e guardavo gli atomi luccicanti di luce che cominciavano a girare vorticosamente con i colori dell’arcobaleno, come quando il sole si riflette su una bolla di sapone. Poi gli stessi granelli cominciarono a vibrare, a muoversi, a circondarmi, girando sempre più velocemente, finché i miei occhi sopraffatti non riuscirono più a mettere a fuoco e, da quella prismatica danza adamantina, lentamente apparve Vlad, dapprima debolmente e male, come un sogno ad occhi aperti, poi pian piano più concretamente, finché alla fine fu lì, con la sua pelle sottile non più tanto pallida ma che catturava ancora la luce con un instabile luccichio d’argento, rosa e turchese come la madreperla, come l’opale più ardente.

Era più giovane, sì, più giovane, con un accenno di grigio alle tempie rimarcando ancora di più la sua somiglianza con papà e con Arkady. Gli presi le mani fredde come il marmo e fui attirata verso di lui.

Ci baciammo come fanno i parenti: con solennità su ogni guancia, con le mani fortemente strette,e poi lui mi circondò la vita con le braccia e lentamente, dolcemente, sciolse la mia camicia da notte e la tirò giù fino alla vita. Io mi scossi per lasciarla cadere e la scostai con un calcio. Lui mi strinse contro di sé, con quella mano forte ferma contro la mia schiena nuda quasi diritta e mi baciò le labbra in una maniera che era ben diversa dal modo che si usa tra parenti, con lingua, denti e calore.

Semisvenuta per il desiderio, mi chinai all’indietro nell’abbraccio mostrandomi a lui: la testa e le spalle caddero all’indietro, facendo sì che i miei lunghi, neri capelli sciolti, arrivassero soltanto a qualche pollice da terra; il mio bianco petto, reso argenteo dalla luce delle stelle, si curvò all’indietro allontanandosi da lui, come la luna crescente.

Lui si chinò in avanti, inarcando il suo corpo contro il mio, come una scimitarra, e mi baciò nuovamente, sfiorando ancora con le sue labbra — non più tanto fredde — la mia bocca, il mento, e la curva della mandibola, finché trovarono il collo nudo, offerto, e le minuscole, eleganti ferite, proprio sopra la clavicola.

La sua lingua le circondò delicatamente, e io rabbrividii alla sensazione di una squisita e febbrile tenerezza. La sua bocca si spalancò, le sue labbra premettero contro la mia pelle e la lingua cominciò a muoversi con rapidità, avidamente, sulle ferite. Sentii la pressione sempre delicata dei denti, affilati come rasoi, che si fermavano al centro di ogni incisione, parzialmente guarita, in attesa di colpire come un serpente, di affondare ancora in profondità nella mia carne.

Tremai, in attesa.

Lui sollevò la testa e mi sussurrò all’orecchio:

«No. Sei ancora troppo debole. Permettimi di essere il primo stanotte…».

Con mia amara delusione, si ritrasse, tanto rapido quanto la volta precedente aveva colpito e mi liberò dall’abbraccio. Gridai debolmente per la disperazione, ma ammutolii quando vidi le sue mani lampeggiare, fosforescenti, contro il mantello nero. Questo cadde a terra e lui manovrò rapidamente per aprire il suo panciotto e poi la camicia.

Non li tolse ma li lasciò aperti, e con una mano tirò indietro la stoffa, rivelando un ampio petto possente che sembrava scolpito nel marmo, muscoloso e forte come quello di un giovane dio romano. Alzò quindi l’altra mano e portò una lunga unghia appuntita, tagliente come un coltello d’acciaio, vicino al suo cuore, lacerando la bella carne e lasciando, come scia, un rosso taglio diagonale.

Poi affondò in quella ferita, fissandomi mentre trovava la vena e la incideva. Io vidi la lieve, passeggera scintilla di dolore nei suoi occhi, che fu del tutto cancellata da una crescente eccitazione. Il mio sguardo si abbassò sul rosso segno sul suo petto e sul denso liquido rosso che ne sgorgava. Lo fissavo, avvinta, sbalordita, piena di venerazione.

Le sue dita affondarono nei miei capelli alla nuca e li afferrarono teneramente, strettamente, poi mi strinse a sé.

Bevvi.

Bevvi come un neonato; bevvi come un’amante. Tanto il tocco, quella prima notte, era stato gelato, tanto la sua pelle era stata fredda, tanto più caldo, ora, era quel sangue… più caldo di quello di una qualsiasi creatura vivente. Mi bruciò le labbra, la lingua e la gola, e mi fece scorrere lacrime lungo le guance fin nella bocca mescolando la rugiada con il ferro.

Quel gusto! Quel gusto oscuro, oscuro…!

Mi diedi da fare rumorosamente, lappando avidamente con abbandono animale; misi le braccia intorno a lui e lo strinsi più vicino a me, con un impeto di forza che lo fece ridere, piano e sommessamente, ma anche con la leggera sorpresa di uno che è sedotto, sopraffatto fino a un’improvvisa, stupefacente debolezza.

Sorrisi persino quando banchettavo, udendo in quella risata un accenno di quel dolce, languido piacere, che avevo conosciuto quando lui beveva da me. Il mio improvviso abbraccio minacciò il suo equilibrio, e lui fu forzato a tenersi in equilibrio contro di me, premendo i palmi delle sue mani contro la mia schiena, e premendoli sempre più forte contro di me finché, alla fine, li affondò in profondità nella mia carne per non cadere.

Mentre bevevo, imparavo. Con il suo sangue venne la conoscenza e la prospettiva sui secoli; adesso potevo vedere tutto, vedere perché doveva partire per l’Inghilterra. Il mondo sta cambiando con rapidità geometricamente crescente. La nostra terra è lontana ed è stata risparmiata per quattrocento anni, ma la civiltà si sta infine avvicinando. Il mondo e i suoi governi la invadono; lui fu testimone con trepidazione dell’instaurazione del potere austriaco, che segnò l’inizio della fine del suo regno.

Ha eluso il loro controllo ma, alla fine, cercheranno di intervenire e, quando lo faranno, la Transilvania sarà troppo piccola. Diventerà difficile, se non impossibile, impedire a degli sconosciuti di fare domande sulla sparizione di viaggiatori di passaggio, viaggiatori che, recentemente, sono stati ben pochi, ma che portano utili notizie di quel mondo che cambia. E ad ogni successiva generazione, gli abitanti del villaggio diminuiranno, e saranno più difficili da controllare.

I Carpazi diventano ogni giorno meno sicuri, meno capaci di fornire sostentamento. E così, con la paziente e astuta preveggenza di un antico predatore, ha mandato mio fratello a Londra per essere istruito secondo i costumi di quella grande città, in modo che il suo passaggio in quel luogo possa essere facilitato.

In quel momento compresi, con abbagliante chiarezza, e piansi anche, nel sapere che mi aveva amato abbastanza per compiere il miracolo mediante il quale avrei potuto accompagnarlo verso la salvezza. In Inghilterra.

Oh, ma è più di questo, molto più di questo! Lui è rimasto solo da quando sua moglie morì, quasi quattro secoli fa. Ma ora, tra tutte le donne, lui ha scelto me e, mentre bevevo, l’emozione sgorgava da lui e mi circondava come una scura ondata rossa e, trasportata da essa, c’era la consapevolezza che, con il nostro scambio, lui era legato a me e io a lui, per sempre.

Mi aveva scelto come sposa perché io avevo scelto lui. Io l’avevo attirato a me e lui aveva visto che la mia solitudine era un bisogno, una fame anche più grande della sua.

Mi aveva scelto perché io soltanto lo amavo liberamente: no, è una parola che va oltre l’amore. Io lo veneravo nella maniera che lui meritava.

Bevvi e gustai la sua passione e la sua inflessibile volontà; il suo odio verso i rumini, e il suo dolore quando essi lo insultavano chiamandolo mostro.

Lui non è un mostro, non è un Demonio. È un santo, un angelo del Cielo!

No… più di questo. È un dio!

Bevvi e piansi di dolore per le innumerevoli persone amate che erano morte e sepolte, per il dolore di sapere che ogni fresco e giovane viso, ogni nuovo amore, sarebbe stato visto appassire a sua volta e morire. Vidi, in pochi secondi, la processione di un centinaio di volti, tutti diversi, tutti simili, come Arkady e papà, tutte variazioni minori del bel viso di Vlad. Ancora, ancora e ancora, quell’amore, quella perdita, quel nuovo dolore che creava una solitudine eterna e più orribile di quella che avevo assaporato nella mia breve vita mortale.

Bevvi, e seppi che noi due non saremmo mai più stati di nuovo soli.

Infine si agitò e si lamentò; le sue mani si mossero debolmente sulla mia schiena, tentando con poca forza di allontanarmi. Con l’istinto disperato di una animale in procinto di morire di fame, premetti il mio viso con più forza contro il suo petto e leccai con furia il sangue che ne sgorgava, caldissimo contro la pelle fredda.

«Zsuzsanna», gemette.

Era una preghiera, una supplica, e sentii scemare la sua incredibile potenza. Scemare ed entrare in mio possesso. Ebbi la sensazione di un potere più che umano che correva attraverso le mie vene e seppi che, se lo avessi voluto, avrei potuto spezzare la sua spina dorsale come si spezza un ramoscello.

Si fidava di me fino a quel punto. Mi aveva tenuto tra le sue braccia con tutta quella forza e non mi aveva mai fatto del male.

Mi tirai indietro e mi raddrizzai, con i capelli che mi cadevano in avanti, facendomi scorrere la lingua sulle labbra e raccogliendo il sangue che mi gocciolava dal mento con le mani a coppa. Mi pulii i palmi come un gatto e quando, infine, alzai lo sguardo, sazia, serena, onnipotente, i suoi occhi erano accesi di una sensualità selvaggia che confinava con la follia.

Mi afferrò. Oh, lui era il debole e io la più forte, ma io mi gettai all’indietro e mi lasciai prendere, così che la mia estasi potesse essere completa. Gettai indietro i capelli, e scoprii il collo per lui; mi mantenni perfettamente immobile mentre quei denti aguzzi trovavano i loro due piccoli segni e, quando mi bucarono di nuovo, io non gridai, non lottai, ma emisi un lungo e basso sospiro.

Questa volta non bevve a lungo. Mi lasciò in piedi, che oscillavo ubriaca di piacere e, quando si ritirò, gli afferrai le mani e mi inginocchiai davanti a lui, pregandolo di finire quello che aveva cominciato. Non volevo più restare indietro!

Ma lui fu fermo. Spinse di lato la mia mano, e mi chiese di aspettare. Ora, lui è il mio Signore e io farò come lui chiede, ma piansi quando svanì nelle ombre profonde, e corsi alla finestra aperta, chiamandolo piano.

Quando l’aria fresca della notte toccò la mia pelle, ero nuovamente ubriaca, ubriaca di sangue, estasi e potenza.

I miei sensi erano più sensibili, più acuti. La luce delle stelle è abbagliante, bella da accecare, e la foresta canta di vita; riesco a sentire ogni singolo insetto che ronza, ogni animale solitario che si muove tra gli alberi, e le lontane e belle armonie dei lupi.

Il sapore del suo sangue ancora nella mia bocca sembra vellutato, più forte, più inebriante e aromatico di qualsiasi vino. Posso ancora inalare il suo profumo, portato dalla dolce brezza: amaro, penetrante, metallico ma ricco, pieno e inebriante. Di tanto in tanto, tocco con la punta di un dito una delle scure gocce sul mio seno perlaceo e la porto alle labbra, per odorarla, baciarla, assaporarla.

Sono così forte! Potrei uccidere Dunya mentre dorme, spezzarle il collo con un rapido movimento della mano.

Ma non lo farò. Non stanotte. Giocherò questo gioco ancora un altro po’, perché è ciò che lui vuole. Tranquillamente riempirò il bacile con l’acqua della brocca e mi ripulirò del sangue sparso sulle mani e sul viso, e delle gocce sparse sul seno. Rimetterò l’aglio alla finestra, poi scivolerò ancora nella mia camicia e nel letto.

Ma non proprio ora, non ancora. Mancano ancora diverse ore all’alba, e l’odore e il gusto del suo sangue contro la mia pelle è ancora così dolce…

Il diario di Mary Windham Tsepesh

15 aprile. Arkady sa di Vlad. In qualche modo, lo sa. Non ho insistito per sapere i dettagli — ne so troppi per la mia salute mentale — ma, questa mattina, abbiamo avuto una bella e lunga chiacchierata.

Ieri sera si era del tutto ristabilito, e ha dormito bene durante tutta la notte. Almeno così credo, poiché io stessa ho dormito come un morto, esausta dopo una veglia di due giorni ma, quando mi sono svegliata, per poco, da un vago e terrificante sogno su Vlad, ricordo di essermi voltata e di essermi sentita rassicurata nel vedere Arkady beatamente addormentato, che russava leggermente accanto a me. Questa mattina, quando mi sono svegliata e ho aperto le tende per far entrare un gaio sole, Arkady sedeva ben sveglio, quando mi sono voltata. La sua espressione era così pentita e preoccupata che gli ho detto:

«Allora, caro! Che cosa è mai successo?».

Mentre ritornavo al letto per sedermi sul bordo vicino a lui, ha risposto:

«Devo chiederti perdono».

Gli ho preso la mano, ma devo confessare che ho provato una fitta di paura a quelle parole che avrebbero gelato il cuore di qualunque moglie, per quanto possa avere fiducia in suo marito. E poi ho ricordato il nostro litigio di due giorni fa e ho riso.

«Arkady», ho risposto, «io l’ho già dimenticato. Inoltre, tu eri probabilmente già ammalato, e non devi essere incolpato per aver perso la calma. Sei incapace di fare così tanto male da richiedere il mio perdono».

«Non è questo», disse, tanto oscuramente che provai di nuovo un brivido di paura. «Voglio che mi perdoni per aver portato te e il bambino in… in questo posto maledetto!».

Mi sono irrigidita e non ho detto nulla, ma l’ho ascoltato e osservato molto attentamente mentre continuava, abbassando le palpebre ed evitando di guardarmi come se si vergognasse fissando invece lo sguardo sui raggi brillanti di luce dorata che filtravano attraverso la finestra e guardando oltre, alle imposte ancora chiuse della stanza da letto di Zsuzsanna.

«Ho visto cose orribili». No, ha alzato una mano quando mi sono spinta in avanti, sul punto di chiedere. «Tu non devi farmi domande! Non ne posso parlare. Posso dirti soltanto questo: che ti prometto di fare sì che cessino immediatamente e che non accadano mai più. Mi assicurerò che non accada del male né a te né al bambino».

«Oh, Arkady!», gridai. «Per amore tuo e mio, dobbiamo partire! Devi dire a Vlad che non possiamo restare!».

Non gli ho parlato di ciò che avevo visto; ero sicura che fosse stato testimone di qualcosa di simile, e non ho visto ragione di aggiungere della preoccupazione per amore mio alla sua mente già oppressa. Solo una cosa era importante: che, in quel momento, potessi convincerlo ad andare ambedue lontano, lontano da questo luogo.

Ha liberato la mano dalla mia presa.

«Ma gli spezzeremmo il cuore se lo abbandonassimo: sia a lui che a Zsuzsanna».

«Non ha importanza! Diglielo: digli che i dottori ti hanno ordinato una vacanza per la tua salute. Digli che andremo via soltanto per un breve periodo. Potremmo andare a Vienna».

Rifletté su questo e annuì, pensieroso.

«Sì…». Incontrò il mio sguardo e io sorrisi all’arrendevolezza del suo atteggiamento, dei suoi occhi. «Sì. Lo incontrerò oggi e glielo dirò. Sono sicuro che mi permetterebbe qualunque cosa sia necessaria per riacquistare la salute. Anzi, sono sicuro che insisterebbe su questo».

«Oh, Arkady!», esclamai, con autentico sollievo, e gli tesi le braccia.

Lui vide le lacrime nei miei occhi e mi strinse in un abbraccio così stretto che mi mancò il fiato, ma io volevo che non mi lasciasse mai andare. Piangendo, gli dissi che ero stata molto preoccupata, assai preoccupata per lui in quei giorni; gli dissi che era quasi morto e che non potevo sopportare di vederlo ancora un altro giorno in preda al dolore e alla preoccupazione. Anche lui pianse e promise che ce ne saremmo andati. Questa sera parlerà a Vlad, e tutto sarà sistemato.

Ora, il mio cuore è assai leggero; ho preparato il mio baule, ho cantato delle ninne-nanne a me stessa e al bambino, e ho studiato il mio libro di frasi in tedesco. Tutto, in casa, sembra più allegro: persino Zsuzsanna è notevolmente migliorata e le è ritornato il colore. Dunya ed io abbiamo ripreso tanto coraggio che abbiamo portato un piccolo materasso per lei nella camera di Zsuzsanna; la sua presenza e l’aglio alla finestra dovrebbero essere sufficienti a tenere a bada ogni tipo di male.

Il diario di Arkady Tsepesh

15 aprile. È molto tardi, e Mary è già addormentata. Ho acceso un fuoco nel salotto ovest e, mentre scrivo, guardo le fiamme. Due volte mi sono alzato e ho cercato di gettare nelle fiamme la lettera dettata da V.; per due volte mi sono scoperto incapace di farlo, afferrato da quel dolore alla testa oramai familiare seguito dalla sensazione che, bruciando quel documento segretamente e disonestamente, avrei, di fatto, gettato nelle fiamme i miei obblighi familiari.

Io sono un uomo onesto. Disprezzo l’inganno, ma non vedo alternativa se devo fare contento V. e ottenere che giustizia sia fatta. Né so, con esattezza, cosa dire a Mary; lei sembra così felice, così sollevata alla prospettiva di andare a Vienna. Confesso che provo lo stesso sentimento. Ma ora quella porta è chiusa, a meno che non sfidi apertamente i desideri dello zio. A meno che non rompa per sempre con la famiglia.

Per quanto io ami lo zio, per quanto mi senta in debito verso di lui, riesco appena a sopportare, adesso, di camminare all’interno delle mura del castello. La mia tormentata agitazione non percepisce più una grande e avita casa di pietra, ma un antico mostro ghignante, in attesa di divorarmi: ogni volta che entro, le taglienti punte di metallo della grande porta diventano delle zanne affilate come rasoi, la soglia delle fauci spalancate, gli oscuri e soffocanti corridoi un lungo esofago.

Quando, questa sera al tramonto, ho oltrepassato quelle mascelle affamate, con la pistola di papà alla cintura come protezione, tutto ciò a cui riuscivo a pensare era Jeffries. Dove aveva incontrato il suo destino? Nelle camere degli ospiti? Nella zona dei domestici? O era stato fatto sparire all’esterno, per essere scorticato vivo negli oscuri recessi della inquietante foresta?

Entrai osservando le mura, i pavimenti, il mobilio, in cerca di sangue. Mentre salivo le scale, immaginai la testa di Jeffries, che scendeva rimbalzando per tutta la loro lunghezza, per arrivare fino a me.

«Voi siete un Impalatore vero? Uno degli uomini-lupo

Lentamente salii le scale e mi feci strada verso l’ufficio di papà, lottando contro un ritorno del delirio che mi aveva posseduto nella foresta cosparsa di crani. Non lavorai: non potevo. Né mi permisi di pensare, poiché ciò mi sembrò un pericoloso passatempo. Mi limitai a sedere sulla sedia di papà e lottai contro quel freddo terrore che minacciava di sopraffarmi, lottai per mantenere la ragione e, quando ebbi un vago grado di controllo, mi alzai e mi diressi verso lo studio dello zio.

Bussai e, quando V. rispose, entrai.

Tutto aveva lo stesso aspetto di prima. Lo zio sedeva nella sua sedia davanti a un fuoco vivo, che rendeva la stanza calda e accogliente. Lo slivovitz non era ancora stato toccato, ed era sempre sul tavolino, nella caraffa di cristallo lavorato, in cui ogni sfaccettatura tremava per la luce del fuoco. Soltanto V. ed io eravamo cambiati: lui aveva perso vent’anni; io li avevo acquistati.

Impossibile! Impossibile: sto proprio impazzendo!

«Arkady!», disse con calore, voltandosi verso di me con un sorriso, che scomparve all’improvviso e fu sostituito da un’espressione di preoccupazione. Il grigio scuro alle sue tempie si stava espandendo, tanto che i capelli ai lati erano quasi sale e pepe, e la sua carnagione, sebbene ancora molto chiara a causa della sua avversione per il sole splendente, risplendeva di una robusta buona salute. «Come sei pallido! Siediti».

Fece un gesto verso la sedia accanto a lui. Mi sedetti, cercando di nascondere il mio nervosismo di fronte a quell’ultimo guizzo di ringiovanimento. Lui socchiuse gli occhi, osservandomi attentamente, poi mi versò un bicchiere di slivovitz sorridendo di nuovo e disse:

«La tua graziosa moglie ha mandato un messaggero per dirci che eri malato. Spero che ti senta meglio. Ecco, bevi. Metterà un po’ di colore sulle tue guance».

Presi il bicchiere che mi veniva offerto e bevvi. Non potei nascondere il fatto che mi tremavano le mani, poiché lo slivoviz si versò dal calice che reggevo in modo malfermo e profumò l’aria. Lo posai con un certo rumore, capovolgendo quasi il bicchiere per la mia goffa agitazione.

Vlad guardò tutto con un sorrisetto e la stessa compresa attenzione.

«Va meglio?», mi chiese.

«Sì», ansimai, espirando altri profumati effluvi di slivovitz, e combattendo la necessità di tossire per la sensazione bruciante nella gola. «Sì, sto molto meglio. Il dottore ha detto che era una febbre cerebrale ma, adesso, sto meglio».

«Ne è sicuro? Sei guarito completamente?».

Distolsi gli occhi e fissai il fuoco. La stanza sembrò improvvisamente soffocante, eccessivamente calda.

«Sì. Completamente. Tuttavia, lui e Mary sono ancora piuttosto preoccupati. Il dottore dice che ho bisogno di una vacanza, e Mary ha suggerito di passare qualche tempo a Vienna. Con il tuo permesso, naturalmente…».

«No», disse V.

La mia bocca si aprì e sussultai leggermente. Stupito, incapace di valutare quello che avevo appena udito, lo fissavo. Quasi mi aspettavo che si mettesse a ridere e che mi dicesse che stava semplicemente scherzando.

Non lo fece. Il suo tono era piatto, duro, neutro, la sua espressione impenetrabile.

«Mary è troppo vicina al parto; non può rischiare di viaggiare ulteriormente. Inoltre il bambino dovrebbe nascere qui nella sua casa avita, non in qualche albergo straniero».

«Ma…».

«Lei ha bisogno di te, Arkady. Non puoi andare senza di lei, e anch’io ho bisogno di te. Oggi infatti dobbiamo scrivere una lettera a un avvocato a Londra per affittare una proprietà adatta a noi. Il tempo è poco. Non posso aspettare ancora».

«Io…».

«C’è dell’altro; ci sono degli ospiti che arriveranno presto a Bistritz. Dobbiamo scrivere un’altra lettera e farla spedire a Laszlo domani. Ci sono molti, molti dettagli di cui occuparsi, Arkady, e io penso che avevi ragione quando, precedentemente, hai detto che la migliore cura per il tuo dolore è il lavoro. Allora, adesso lavoriamo. Ma io ti prometto… avrai la tua vacanza con Mary e il bambino. In Inghilterra. La prenderemo tutti insieme».

«Io non posso restare qui», dissi, con la voce che tremava tanto quanto la mano che alzai alla fronte. «Dio santo, non posso restare… Non posso tollerarlo ancora! Ho trovato… ho trovato la testa di Jeffries sepolta nella foresta».

E sollevai l’altra mano tremante alla fronte e chinai il viso, fissando in basso attraverso le dita malferme.

Seguì un lungo silenzio, durante il quale non riuscii a sollevare la testa. Né lo sguardo, quando, finalmente V. parlò, ma udii la malinconia nel suo tono calmo:

«Ne sei sicuro?»

«Come potrei sbagliarmi su una cosa tanto orribile, così come potrei sbagliarmi sul fatto che Laszlo ha preso l’anello di Jeffries?», dissi bruscamente.

«Capisco», mormorò piano, ma io vidi che non comprendeva affatto, che non ci credeva. «Allora, non fa meraviglia che tu sia turbato. Ce n’è abbastanza per far impazzire chiunque».

«Sì», bisbigliai, premendo forte le dita contro la fronte, sperando che cessassero un po’ di tremare.

«Ciò è terribile naturalmente». Fece una pausa. «Com’è, allora, che ti è accaduto di… di fare questa orribile scoperta? Hai visto con i tuoi occhi qualcuno che la seppelliva…?»

«No».

Incerto sul come spiegare che ero stato condotto nella foresta da un fantasma, e timoroso che avrei ulteriormente confermato i sospetti di V. sulla mia instabilità mentale, abbassai le mani e alzai gli occhi verso di lui.

E vidi seduto nella sedia, con le gambe corte e sottili che ciondolavano a circa quindici centimetri dal pavimento, e le mani che afferravano i braccioli nella solita maniera di V., il mio defunto fratello, Stefan.

Nel caldo chiarore di un arancione autunnale, la ferita che si apriva nella sua gola era chiaramente visibile, ed io potei vedere che il sangue che gocciolava da essa sulla stoffa bianca della camicia lacerata e sporca era color vermiglio, fresco, acceso. Mentre fissavo con la bocca aperta, ammutolito, il sorriso da monello di Stefan si allargò in un’espressione di divertimento puramente malevolo.

Chiusi gli occhi e li coprii con le mani, incapace di parlare.

Al tocco di una mano sulla manica, sussultai nella sedia e guardai in su con paura… negli occhi verde scuro dello zio. Per qualche rapidissimo secondo, mentre aprivo gli occhi, immaginai di vedere sulle sue labbra un accenno dello stesso cattivo sorriso ammiccante di Stefan. Battei le palpebre e vidi che i suoi lineamenti erano composti in un’espressione di estrema preoccupazione, di estrema rassicurazione.

«Arkady», disse V., con una voce cantilenante, «ho sbagliato a continuare il discorso. È naturale che tu sia turbato per rispondere, ora, a domande su questo argomento. Non è necessario discutere di tali cose adesso».

Mi chinai in avanti sull’orlo della sedia, incapace di capire la sua calma di fronte a quella macabra rivelazione, incapace di capire qualunque cosa tranne che ero sull’orlo della follia, e compresi che ci sarebbe voluto ben poco per spingermi in quel precipizio.

«Non posso restare! Non capisci, zio? Qualcuno qui al castello…».

«Laszlo, vuoi dire», m’interruppe, con un tono che era gentile ed estremamente rassicurante, estremamente scettico.

«Sì!», esclamai, arrossendo di rabbia. «Ebbene ,sì, Laszlo! Ha ucciso i tuoi ospiti. Non posso restare con mia moglie — e il bambino — accanto a un mostro capace di…».

Mi interruppi quando mi ricordai che Laszlo aveva vissuto al castello soltanto due anni, e fui incapace di soffocare il pensiero: così tanti crani! Così tanti crani! Troppi per un uomo solo in due anni…

Il pensiero seguente fu oscurato da un dolore ormai familiare, opprimente, alle tempie: lo stesso che avevo sentito quando Masika aveva cercato di farmi partecipe di un segreto, quando Mary mi aveva affrontato sulle scale riguardo a V. e a Zsuzsa. Sollevai le mani per strofinarle, chiedendomi se quella sofferenza fosse semplicemente il risultato di una stanchezza nervosa o se aveva una causa più sinistra.

«Arkady», disse V., con un tono pacato, malinconico e tanto sincero come non ho mai udito nessun altro. «Mi vuoi bene?».

Ora la sua voce non era nient’altro se non puro e forte desiderio. Sembrò rimpicciolirsi sulla sedia, per diventare un vecchio patetico e curvo. Il Principe imperioso era sparito. Vidi soltanto mio padre, logoro e piegato da decenni di perdite e lutti. Lui mi guardò con aria supplichevole, con occhi sinceri e belli, scevri da tutta la malia e dal potere, pieni di vero e semplice bisogno; gli occhi che avevano pianto su mio padre nella bara.

Fui sorpreso e sinceramente toccato, nonostante la mia estrema agitazione. Balbettai:

«Beh… beh, sì, zio. Naturalmente, ti amo profondamente. Spero che non ne dubiti».

«E hai fiducia in me?».

Si raddrizzò un po’ ; la sua voce diventava più forte, un po’ più fiduciosa, mentre ritornava il Principe.

C’era qualcosa di così ipnoticamente calmo nella sua condotta, che io mi calmai come un cane sotto la mano del suo amato padrone.

Sapevo che mi considerava completamente pazzo. In quel momento pensai che avesse ragione, e bramavo il suo aiuto.

«Sì, naturalmente».

«Allora stai tranquillo che provvederò a risolvere la questione», disse, e la fiducia mi ritornò completamente. «Abbi fiducia che farò in modo che nessun male accada a te o alla tua famiglia. Devi credermi, Arkady: morirei prima di permettere che ti succeda qualcosa di male. Ti terrò al sicuro: lo giuro sul nome della nostra famiglia! Ne hai passate abbastanza con la morte di tuo padre e la tua stessa malattia, e presto avrai un bambino. Sei turbato e hai bisogno di riposo; hai avuto due terribili shock. Non hai bisogno di altre preoccupazioni. Per favore. Permettimi di toglierti questo terribile fardello».

Mi accarezzò la mano; la sua era fredda, ma io mi rilassai ulteriormente al suo tocco.

«Rimani con me, Arkady. Per il bene di tua moglie, per quello del bambino, per il mio. Ora mettiamoci a lavorare e vedrai che è la cura migliore per le tue preoccupazioni. Non parliamo più di partire».

Che potevo fare? Che potevo dire? Lavorai con lui. Insieme, scrivemmo a un avvocato di Londra, un mio conoscente, chiedendo se avrebbe potuto rappresentare gli interessi di V. nel cercare una proprietà nell’area di Londra e, possibilmente, anche dei luoghi dove soggiornare. Scrissi anche, per suo conto, una lettera a una coppia appena sposata che stava viaggiando per l’Europa in luna di miele, che lui mi ordinò di dare a Laszlo nel lasciare il castello, in modo che la potesse spedire a Bistritz il giorno seguente.

Tutto sembrava molto ragionevole quando ero con lo zio a scrivere le lettere ma, quando me ne andai e scesi la lunga scala a chiocciola che conduceva alla zona dei domestici, dove soltanto Laszlo dormiva, ritornai improvvisamente in me.

Che idiozia era questa, di chiedere a Laszlo di impostare una lettera che avrebbe semplicemente portato nuove vittime? Lo zio poteva fidarsi di lui, ma io no, e nemmeno, pensai, riuscivo a sopportare l’idea di posare nuovamente gli occhi su di lui.

Il pensiero mi venne in mente in modo estremamente chiaro, per qualche ragione con la voce dello zio, come se lui avesse bisbigliato nelle mie orecchie.

“Devi andare tu stesso a Bistritz. Per il bene di noi tutti.”

Sì. Divenne lampante: potevo essere colpito dal dolore, potevo essere turbato, scosso, ma era venuto il tempo, per il bene della mia famiglia, di chiamare a raccolta le mie capacità e fare ciò che era meglio per tutti noi.

Così, feci scivolare la lettera in tasca e, invece di bussare alla porta di Laszlo, uscii e guidai rapidamente il calesse verso casa.

Una volta che fui tornato a casa, scrissi una lettera diversa alla sposa e allo sposo in luna di miele informandoli di una morte al castello e scusandomi del fatto che la loro visita doveva essere posticipata ad un momento imprecisato.

L’altra la butterò nel fuoco… se riesco a decidermi a farlo.

Spedirò la nuova lettera e quella indirizzata all’avvocato quando andrò a Bistritz domani… per raccontare alle autorità del luogo degli omicidi.

Capitolo ottavo

Il diario di Mary Windham Tsepesh

17 aprile. Il grande orologio nell’ingresso ha appena battuto le due, ma io ancora non riesco a dormire, nonostante Arkady abbia insistito perché bevessi un sorso di laudano. Lui stesso ne ha preso una grande quantità, essendo agitato quanto me, sebbene cercasse di nasconderlo nel tentativo di confortarmi del mio terrore. Tutto ciò è accaduto poco prima dell’una. Ora russa sonoramente, mentre io combatto contro una spiacevole sonnolenza indotta dalla droga, contro cui sono impotente. Essa raggiunge l’opposto dell’effetto desiderato: lotto per stare sveglia, poiché preferisco essere in possesso delle mie facoltà nei momenti critici.

Sono così spaventata! Scrivere è la sola cosa che mi calma in questi giorni. La mia speranza che avremmo presto lasciato la Transilvania è stata di breve durata. Arkady è ritornato molto tardi dall’aver parlato con Vlad ieri sera, e questa mattina non ha voluto fornire dettagli di quell’incontro ma ha detto soltanto che ci sarebbe voluto «ancora un po’ di tempo» prima che potessimo prendere le nostre vacanze.

So cosa significa. In “ancora un po’ di tempo”, io non sarò definitivamente più in grado di viaggiare. È già abbastanza rischioso com’è adesso. Ho potuto evincere dal comportamento sottomesso di Arkady che Vlad deve aver rifiutato la nostra richiesta e che hanno avuto un litigio, dopodiché il mio buon marito non si è risolto a dirmelo. Ha trascorso la giornata ad andare e tornare da Bistritz, poi si è recato direttamente al castello, ed è ritornato a casa molto tardi, dopo che mi ero ritirata.

Non è venuto a letto, ma è rimasto nel suo studio. Lo so perché non riuscivo a dormire, in parte perché ero amaramente delusa riguardo al posticipo delle nostre vacanze, ma anche perché provavo un crescente disagio nei riguardi di Zsuzsanna.

Sembra molto migliorata, e il suo colorito è migliore di quando sono arrivata la prima volta in questa casa. Oggi era persino alzata e girava per la casa. Quando le ho fatto visita nella sua stanza, era vestita e sedeva nel sedile vicino alla finestra, guardando fuori alla sua sinistra, in direzione della foresta, in lontananza. Quando sono entrata, mi ha lanciato uno sguardo da sopra le spalle, rapidamente, con un sorriso infantile, poi ha indicato con eccitazione i pini lontani.

«Guarda laggiù! Lo vedi?».

Ho attraversato la stanza e sono rimasta dietro di lei per dare un’occhiata, ma non ho visto altro che la foresta, talmente lontana che gli alberi erano veramente del tutto indistinguibili l’uno dall’altro.

«Che cos’è che vedi, Zsuzsanna?», le ho chiesto con gentilezza e, senza pensare, le ho messo una mano sulla spalla.

«Un gufo!», ha esclamato. «Riesci a vederlo? Là, a destra… lassù, tra i rami più alti».

Naturalmente non riuscivo a vedere niente, e ho balbettato una risposta riguardo al fatto che la sua vista era veramente notevole, cosa che sembrò farle piacere, sebbene, in realtà, sapessi che quello doveva essere un prodotto della fantasia. A quella distanza non poteva aver distinto niente.

Non è stato il suo immaginario avvistamento a turbarmi, ma l’improvvisa consapevolezza che la mia mano poggiava su una spalla che era normale, perfetta e in salute come la sua compagna, e il fatto che la sua intera spina dorsale era ora del tutto diritta.

Poi si è voltata e, cercando di non tradirmi con lo sguardo, mi sono seduta accanto a lei sul sedile e abbiamo avuto una breve conversazione relativa al suo miglioramento. La sua unica lamentela era che non aveva molto appetito. Finalmente le ho detto che Arkady era stato malato ma che, adesso, stava del tutto bene, e lei è sembrata, alla notizia, educatamente preoccupata, sebbene non triste. Le ho anche detto che uno dei cani dei domestici aveva di recente avuto dei cuccioli, e ho accennato che il migliore della cucciolata avrebbe potuto essere tenuto per lei se avesse voluto, ma non si è dimostrata affatto interessata. Sembrava preoccupata, e continuava a guardare fuori della finestra come in cerca di qualcosa.

Al termine della nostra chiacchierata, si è alzata e mi ha accompagnato alla porta. Non è stata la mia immaginazione: era più alta, e camminava senza alcuna traccia del suo precedente zoppicare.

Questo mi ha preoccupato. So che ha preoccupato anche Dunya poiché, quando gliel’ho raccontato, ha stretto le labbra e scosso la testa, dicendo:

«Non capisco, doamna. Non è un buon segno».

Poi le ho chiesto di spiegarmi il Patto in modo più completo, lo Schwur di cui aveva parlato. Non lo ha voluto fare finché non l’ho portata nella mia camera da letto, ho chiuso a chiave la porta e, anche allora, continuava a guardare nervosamente la finestra. Il suo racconto è stato così semplice eppure tanto stranamente elegante, che l’ho fermata e l’ho fatta parlare lentamente in modo da poterlo riportare qui, con le sue stesse parole:

Il racconto di Dunya Moroz

Questa è la storia del Patto con lo strigoi, che mia madre mi ha raccontato, proprio come sua madre l’ha raccontato a lei, e la madre di sua madre prima di lei.

Più di trecento anni fa, ora quasi quattrocento, lo strigoi era un uomo vivente, Vlad il Terzo, conosciuto ai più come Vlad Tsepesh, l’Impalatore, voievod della Valacchia del sud. Era molto temuto da tutti per la sua grande ambizione e la sua sete di sangue, e per i suoi crimini divenne conosciuto come Dracula, il Figlio del Diavolo.

Ci sono molte storie della sua terribile crudeltà, specialmente verso coloro che erano colpevoli di tradimento o di inganno. Alle adultere venivano tagliati gli attributi femminili, poi erano scuoiate come conigli e le loro pelli e i loro corpi appesi a pali separati dove tutti nel villaggio potessero vederle. Talvolta si infilava un palo tra le loro gambe fino a farlo emergere dalla bocca. Anche coloro che si opponevano politicamente a Dracula morivano in modo orribile, spellati vivi o impalati. A volte impalava le madri colpevoli attraverso i loro petti e inchiodava a loro con la lancia i loro sfortunati bambini. Non tollerava insulti al suo orgoglio. Si racconta che venne dall’Italia un gruppo di ambasciatori. Si tolsero il cappello ma, sotto, c’erano degli zucchetti che, secondo il loro uso, non toglievano mai, nemmeno davanti all’imperatore.

«Bene», disse Dracula, «permettetemi di rafforzare le vostre usanze», e ordinò che gli zucchetti fossero inchiodati ai crani di quegli uomini.

Nonostante la sua crudeltà, Dracula era rispettato dalla sua gente perché, durante il suo regno, nessuno osava essere disonesto, o rubare, o ingannare un altro, giacché tutti sapevano che la ricompensa sarebbe arrivata presto. Si diceva che si poteva lasciare tutto l’oro che si possedeva nella piazza del villaggio e non temere mai che venisse rubato. Dracula era anche ammirato per il suo comportamento onesto verso i contadini e la sua lotta coraggiosa contro i Turchi. Era un guerriero abile e coraggioso.

Ma venne il giorno che, nel mezzo di una campagna, uno dei suoi stessi servi, in verità una spia turca, lo tradì e lo uccise.

I suoi uomini lo credettero morto, ma la verità fu che Dracula aveva previsto la sua imminente sconfitta, poiché le forze ungheresi e moldave lo avevano da poco abbandonato, lasciandolo vulnerabile ai Turchi. Si dice che a quel tempo fosse così avido di sangue e di potere da stipulare un patto con il Diavolo per diventare immortale bevendo il sangue, in modo che potesse governare per sempre, e che avesse anticipato la sua stessa morte, sapendo che, subito dopo, sarebbe risorto.

Una volta che fu un morto vivente e un immortale, lo strigoi portò la sua famiglia al nord, dalla Valacchia alla salvezza della Transilvania, dove i Turchi non erano una grande minaccia e dove lui aveva minori probabilità di essere riconosciuto. Finse di essere il suo stesso fratello, ma la verità circa la sua identità cominciò a circolare sulla bocca della gente.

Presto si proclamò domnul di un piccolo villaggio. Era terribilmente crudele verso quei rumini che disobbedivano, ma generoso verso coloro che lo servivano con fedeltà. Ben presto vennero tempi difficili per gli abitanti del villaggio. Molti morirono per il morso dello strigoi e anche coloro che vivevano nelle cittadine circostanti erano terrorizzati.

Presto la popolazione diminuì, e i sopravvissuti scoprirono come tenere a bada lo strigoi. Alcune anime coraggiose tentarono persino di distruggerlo, e lo strigoi si spaventò pensando che la sua malvagia esistenza potesse giungere ben presto alla fine. Divenne anche difficile mantenere segreto tutto ciò che accadeva al castello.

Lui può controllare la mente di un uomo o di due, o anche di più allo stesso tempo, ma non può controllare le azioni e i pensieri di un intero villaggio. E così non riuscì più a mantenere il segreto su quello che stava accadendo al castello. Le storie si sparsero per tutta la Transilvania e presto corse il pericolo di morire di fame.

Così andò dagli anziani del villaggio e fece il Patto: lui non si sarebbe più nutrito con nessuno del villaggio e li avrebbe sostenuti più generosamente di qualunque altro domnul di tutto il paese, inoltre si sarebbe assicurato che i lupi non attaccassero le provviste, se, in cambio, essi lo avessero protetto, aiutato a nutrirsi di estranei, stranieri, e avessero mantenuto il silenzio riguardo al Patto.

Gli abitanti del villaggio accettarono, e la città prosperò; nessuno fu ucciso tranne quelle poche anime sciocche che disobbedirono. Una generazione fa, quando il mondo era diviso e moriva di fame a causa delle guerre di Napoleone, noi eravamo al sicuro e ben nutriti. Grazie allo strigoi, non siamo mai stati affamati in un paese che conosce la fame. Il bestiame e i cavalli non morivano più quando i lupi attaccavano in inverno, e i rumini vivevano bene, talmente bene che si stabilì l’usanza di offrire spontaneamente quei bambini nati troppo ammalati o deformi per sopravvivere, che adesso sono molti, poiché pochi forestieri si stabiliscono nel villaggio, essendosi sparsa per le campagne la notizia del Patto.

Accettò anche questo: nessun altro strigoi oltre lui, per il bene di tutti. Egli trapassa i loro corpi con dei pali, poi li decapita in modo che essi non risorgano come morti viventi.

Nonostante tutto il bene che ci ha portato, noi abitanti del villaggio lo temiamo; poiché ci sono molte storie sulle terribili punizioni che infligge a coloro che infrangono il Patto, che cercano di fargli del male, o che avvertono coloro che sono scelti come vittime. Nessuno che abbia cercato di distruggere lo strigoi è sopravvissuto. Molti al villaggio borbottano e gli augurano del male; borbottano e si ingrassano dei frutti dei campi dello strigoi.

Dicono anche che egli abbia stipulato un Patto simile con la sua stessa famiglia, un accordo secondo il quale lui non farà del male a nessuno dei suoi, mentre gli altri membri della famiglia potranno vivere nella beata ignoranza della verità.

A questo punto fummo disturbate dal bussare di Ilona, venuta a cambiare la biancheria. Dunya ha sussultato colpevolmente e se ne è andata subito; avrei voluto chiederle altro circa il Patto di Famiglia, ma lei è chiaramente riluttante a discuterne in presenza di altri domestici — e non fa meraviglia, poiché parlandomene rischia una terribile punizione — così dovrò aspettare.

Pensavo allo strano racconto di Dunya questa notte, mentre giacevo insonne preoccupandomi di Zsuzsanna, di mio marito, e di mio figlio, che presto nascerà in questa strana e spaventosa casa.

Nel mezzo della mia agitata veglia sono caduta in un improvviso stato di sogno, simile, ma più profondo e più difficile da scuotere via, a quello provocato dal laudano. Dapprima ho pensato che finalmente fosse arrivato il sonno, e l’ho accolto con gratitudine, poiché era assai gradevole.

Ho fluttuato in quello stato beato per un periodo imprecisato di tempo finché sono diventata gradualmente consapevole di una solitaria immagine ipnotica che dominava la mia coscienza: i profondi occhi verdi di Vlad.

Immediatamente mi sono forzata a svegliarmi e mi sono seduta intontita sul letto, con il cuore che batteva forte per l’ansia.

Sapevo — sapevo, sebbene non potessi spiegare come ero arrivata a una tale rivelazione — che egli era di nuovo con Zsuzsanna. Mi sono alzata, e a piedi nudi mi sono avvicinata furtivamente alle tende di velluto. La luce brillava sotto la porta, segnalando che Arkady era ancora dall’altra parte del corridoio, nello studio.

Ho alzato una mano per spostare di lato una tenda… Poi ho esitato dicendomi che ero ridicola dato che Dunya in quello stesso momento si trovava con Zsuzsanna nella sua stanza, e che la sua robusta e forte presenza nonché l’aglio assicuravano che non sarebbe accaduto loro alcun male.

Eppure non riuscivo a liberarmi dal presentimento di un pericolo. Timidamente, ho tirato indietro la tenda di un pezzetto e ho guardato attraverso la fessura.

La luna stava calando e la notte non era più così luminosa, ma i miei occhi erano abituati all’oscurità. Non ho visto niente sul terreno tra le nostre due camere e stavo proprio per lasciar andare la tenda e rimproverarmi di essere in ansia senza motivo, quando ho visto che le imposte di Zsuzsanna erano state aperte.

Mi sono sforzata molto per vedere ma, nell’oscurità, ho potuto essere sicura solo del fatto che le imposte erano aperte. Era impossibile giudicare se il vetro era stato aperto. Mi sono sporta ancora, con il naso che quasi toccava la finestra.

Una scura forma ringhiarne è comparsa all’improvviso dall’ombra e ha colpito il vetro con una tale forza che l’ha incrinato ad appena pochi centimetri di distanza dal mio viso.

Ho gridato per la sorpresa. L’aggressore è ricaduto all’indietro, ma si è ripreso e ha caricato nuovamente, premendo contro il vetro il muso e una lunga bocca piena di gialli denti aguzzi, scoperti in una ringhio terrificante.

Ho lasciato cadere la tenda e sono corsa verso la porta, ma nel frattempo Arkady l’aveva già spalancata. Con mia sorpresa brandiva una pistola, come se fosse stato pronto e armato per una simile emergenza. Ha allungato il braccio per allontanarmi dal pericolo e, seguendo il mio sguardo terrorizzato, ha tirato indietro la tenda e ha mirato con l’arma proprio mentre il lupo saltava per la terza volta, rompendo la finestra e facendola muovere nel telaio.

Ha fatto fuoco nell’oscurità, barcollando leggermente mentre l’arma rinculava nella sua mano; il vetro è andato in frantumi con un forte rumore cristallino. Mi attendevo di sentire un guaito, un lamento acuto, ma tutto fuori era silenzio. Ero troppo spaventata per avvicinarmi a sufficienza da sbirciare fuori, ma l’espressione interrogativa e incerta di Arkady disse che l’animale era semplicemente svanito. Egli si sporse e guardò attentamente fuori della finestra, e io mi avvicinai dietro di lui quanto più potei, facendo attenzione ai vetri con i miei piedi nudi, poi allungai il collo per vedere sopra la sua spalla.

Non c’era nemmeno una traccia dell’aggressore, tranne che per il vetro in frantumi, sporco di saliva.

Poi lui si voltò verso di me ed io confesso che, in quel momento, i miei nervi cedettero e feci qualcosa che non avevo mai fatto davanti a mio marito: piansi come un bambino isterico, terrorizzato. So che era terribilmente preoccupato nel vedermi così e volevo smettere immediatamente poiché lui ne aveva passate così tante di recente, ma trascorsero alcuni minuti prima che fossi in grado di controllarmi. Singhiozzando, lo supplicai di portarci via, a Vienna. Promise che lo avrebbe fatto, ma io so che lo disse semplicemente per tranquillizzarmi. Non riuscì, in quel momento, a sostenere del tutto il mio sguardo.

Ion e Ilona vennero a bussare alla porta avendo udito il colpo di pistola; Arkady li mandò via bruscamente, poi tirò fuori il laudano in uno sforzo disperato di calmarmi, ma ne bevve più di me.

Come posso permettermi di dormire? Nessuna creatura normale potrebbe aver saltato due piani per colpire il vetro. Sono così spaventata! Spaventata al pensiero di quello che sarà di Zsuzsanna; spaventata al pensiero di quello che sarà di mio figlio.

Sono stata avvertita.

No, peggio… sono stata apertamente minacciata. Lo so, poiché in quel terribile istante in cui il mio viso era separato da quel lupo ringhiante da meno di tre centimetri di vetro, ho guardato nel profondo dei suoi selvaggi occhi intelligenti.

Occhi affamati, irresistibili; occhi del verde più scuro della foresta.

Lui sa che l’ho visto là fuori; che ho capito di Zsuzsanna; che sto cercando di persuadere Arkady a portarci via. Dio mio, in qualche modo lo sa e, con l’istinto di una madre, so che non permetterà mai che io, mio marito o il bambino, lasciamo questo posto.

Il diario di Zsuzsanna Tsepesh

17 aprile. Le imposte sono tutte aperte.

Ero troppo debole per chiuderle, troppo debole per rimettere a posto l’aglio, troppo debole per continuare la farsa. Meglio così: ora, dal mio letto, guardo i primi raggi del sole che filtrano attraverso la foresta come burro fuso, attraversando la stanza grigia e silenziosa per cadere su Dunya che dorme sul monticello delle mie gambe sotto la coperta.

Le mie gambe forti, perfette!

La luce è così radiosa, così dorata, così amaramente bella, che la gola mi duole per lacrime che non verso. Questa è l’ultima alba che vedrò.

Con un particolare sforzo di volontà, ho trovato la forza di scrivere. Sono decisa a lasciare la testimonianza del mio passaggio.

Ma per chi?

Sto morendo. So che i miei polmoni cesseranno di respirare, e il mio cuore di battere; eppure sono certa che la fine a cui vado incontro non è veramente morte, né l’esistenza verso la quale mi avvio è veramente vita. Poiché io so tutto quello che lui sa, e la mia malinconia al pensiero di abbandonare questa breve, infelice e menomata esistenza, è moderata da un crescente timore, una crescente gioia: il mio sudario sarà una crisalide, da cui emergerò bella, perfetta, immortale.

La nostra comunione è completa. La notte scorsa sapevo quando Dunya sarebbe caduta sotto il suo incantesimo, sapevo il momento preciso in cui sarebbe arrivato. Mi ero liberata dalla costrizione della mia camicia da notte e lo attendevo presso la finestra, dentro il raggio del chiarore lunare, sollevando le braccia davanti ai miei occhi meravigliati, spalancati, ingannati dalla radiosità di quella luce argentea sulla pelle nuda: già vedevo delle scintille rosate e d’oro, l’inizio di quel glorioso fuoco opalescente nella mia propria carne.

Uscendo da quella magnifica lucentezza, lui mi apparve accanto. Non dissi nulla, ma sollevai i miei lunghi e pesanti capelli dal collo e glielo offrii, sapendo che sarebbe stata l’ultima volta che vi si sarebbe nutrito. Si avvolse strettamente i miei capelli intorno alla mano e tirò la mia testa all’indietro, stringendo con l’altra mano la mia vita alla sua.

Di nuovo i suoi denti trovarono le minuscole e tenere ferite; io rabbrividii mentre affondavano rapidamente, abilmente, nella mia carne, quindi rabbrividii nuovamente quando la sua lingua cominciò a muoversi, dapprima con rapidità, per incoraggiare il flusso, poi più lentamente, con voluttà, ma suggendo forte, con una tale pressione che gemetti per il dolore.

Nonostante il disagio, non lottai, ma mi lasciai cadere immediatamente in quella profonda, deliziosa condizione di incoscienza, con il cuore che batteva di eccitazione al sapere (suo ed ora mio) che si sarebbe nutrito spietatamente, oltre la sazietà, che mi avrebbe nuovamente portato sull’orlo di quel precipizio puramente sensuale al confine con la morte… e poi oltre, attraverso il grande abisso.

Sentii anche il suo piacere, il piacere che avevo conosciuto io stessa due notti prima, l’estasi dell’estremo potere sulla vita e sulla morte di un altro, dell’estrema seduzione, del saziarsi della pura fame animale: della selvaggia e sanguinaria gioia della caccia e dell’uccisione.

E lui conobbe il mio rapimento e anche, nascosto, il mio lieve e amaro rimpianto nel lasciare questa vita senza averne assaporato pienamente i piaceri.

Fu allora che si fermò, avendo bevuto solo per poco tempo (ed ora, lo so, a sufficienza). Mi lagnai quando si ritrasse, ma ritornai silenziosa quando sollevò le labbra rosse e gocciolanti alle mie orecchie e bisbigliò:

«Zsuzsa…».

Udii i mondi contenuti in quell’unica parola. Udii la domanda che vi si celava e, nel mio sospiro, lui udì il mio consenso.

Mi lasciò andare i capelli; oscillarono, morbidi e liberi contro la mia schiena nuda. La mano alla vita allentò la presa ed io barcollai all’indietro, lottando per restare in equilibrio, ma non ancora debole, non ancora prosciugata della forza.

Eppure aveva bevuto abbastanza per essere fantasticamente potente.

Con la mano che aveva tenuto i miei capelli, si aprì i vestiti che lo separavano da me, non liberandosi completamente, ma mostrando di nuovo l’ampio petto, senza cicatrici, senza alcun segno della ferita che ci univa.

Mostrando molto, molto di più.

Oh, io ho vissuto una vita protetta, ma ho letto della petit mort, la piccola morte, e mi sono meravigliata del termine. Ho riso quando ho toccato lo strumento della mia esecuzione, diafano, freddo, liscio e duro come il marmo sotto le mie dita.

Rabbrividendo al mio tocco, leggero come quello di un ragno, si è unito a me ridendo piano, poiché vedevamo con la nostra mente la stessa visione, che io evocavo con i miei pensieri dai suoi antichi ricordi.

La foresta dei morti impalati, quattro secoli prima. Le mogli adultere e non pentite che aveva condannato a morte col suo potere come voievod. Come avevano gridato! Come avevano lottato quando erano state costrette a stare giù sulla schiena, contro il terreno primaverile coperto di fango fuori del castello mentre il sorridente e approvante Principe guardava. Per ogni donna c’erano cinque rumini grandi e grossi che la tenevano giù come una stella: due per inchiodare il busto e le braccia che si contorcevano, e altri due per afferrare ognuno un polpaccio scalciante onde tenere aperte le gambe.

E soltanto uno per conficcare il palo di pino (lungo dieci piedi, più largo del braccio di un uomo forte, e generosamente oliato, appuntito, per permettere una rapida entrata ma con la punta arrotondata abbastanza da far sì che la morte non fosse felicemente rapida) tra quelle cosce di puttana.

Non c’è nessuno che egli odi più dei traditori; nessuno che ami più di chi gli è leale.

Oh, che grida, mentre la giustizia penetrava le traditrici! Oh, le grida soffocate mentre i pali venivano issati in alto, fissati al terreno, e al peso del corpo era lasciato il compito di punire ancora più profondamente! Gli uomini che osavano tradire il voievod andavano incontro allo stesso destino in modo similmente metaforico, penetrati attraverso l’ano. A volte i condannati erano sospesi per giorni, durante i quali i pali fuoriuscivano dagli stomachi, o dalle gole, o, talvolta, più elegantemente, dalle bocche aperte, rese immobili dalla morte.

L’immagine lo riempì di un fuoco improvviso, che poi mi inghiottì e mi consumò. In quel momento, non volevo altro che essere penetrata in modo così totale; aprirmi e sentirlo emergere come un calice in fiore tra i petali delle mie labbra aperte.

La sua mano era immobile sulla mia schiena nuda all’altezza delle reni, ma lieve; io mi strinsi contro di lui, ansiosa, impaziente, misi le braccia intorno a lui, lo supplicai, lo pregai di prendermi: ora, ora, ora!

Lui non si mosse. Le sue labbra, scure del mio sangue, erano incurvate con aria astuta all’insù, e le palpebre pesanti abbassate su quegli occhi brillanti e seducenti. Sembrava giovane e bello come Kasha…; no, anche più giovane, e più innocentemente bello: era l’Arcangelo, il Portatore di Luce prima della Caduta. Scosse la testa, ed io compresi.

Non mi avrebbe preso. Io ero stata fino ad allora la seduttrice; io lo avevo chiamato a me. Lui aveva rotto il Patto solo per la mia insistenza, a causa del mio bisogno, e se doveva rompere dei tabù mortali, familiari, per consumare il nostro matrimonio nella carne, anche questo avrebbe dovuto essere compito mio. Io avrei dovuto prendere lui.

Rimase immobile, una statua di marmo mentre io chiudevo le dita dietro al suo collo muscoloso e mi issavo come una delle adultere condannate, alzando il mio busto dapprima troppo in alto, poi scendendo lentamente finché scoprii la posizione migliore.

Lo circondai con le gambe e, con un rapido e violento movimento, mi impalai. Impalai me stessa. Ancora e ancora…

Lui mi afferrò per i fianchi: le sue unghie, come coltelli, mi tagliarono la carne, e me lo spinse dentro finché non mi poté riempire oltre. Con una crudeltà che mi terrorizzò, tormentò e deliziò, mi lacerò il collo con i denti, trasformando le punture di spillo in ferite zampillanti. Il fiume caldo del sangue traboccava dalla sua bocca affamata e cadeva sul mio seno, sul mio stomaco, scendendo giù fin dove noi due eravamo uniti.

Mi dibattei contro di lui mentre beveva finché la mia pelle fu resa appiccicosa dal sangue; finché fui esausta e fremente di piacere; finché fui stordita, debole, e ancora una volta sopraffatta da quel senso stranamente languido ed estatico dell’approssimarsi della morte. Le braccia mi caddero all’indietro, troppo deboli per afferrarsi al suo collo. Lui mi sosteneva da solo, con una mano aperta sui fianchi, l’altra tra le scapole.

Infine si allontanò dal mio collo e di tra le mie gambe, e mi depose a terra accanto alla finestra aperta. Io fissavo in cielo la luna calante, e la sua lucentezza accecante mi faceva male agli occhi, ma non riuscivo a staccare lo sguardo dalla sua brillante bellezza dal colore sfavillante. Vedevo dei colori dappertutto: nella luna luccicante e madreperlacea, nelle stelle, nel gruppo di sempreverdi molto più lontano, che non erano mai stati visibili al mio sguardo da quella distanza. Vedevo i blu e i rossi vivaci della mia coperta, vedevo il verde degli occhi di Vlad mentre si chinava per ripulire, con la sua rosea lingua, il mio corpo dal sangue che si rapprendeva. La mia vista nell’oscurità era più acuta, più eccezionale di quella di un rapace.

E udivo tutto: ogni agitarsi nella foresta lì fuori, persino il russare di Arkady nella camera di fronte alla mia. Udivo il movimento lieve delle lenzuola mentre Mary si agitava nel letto e, seppi che era sveglia. Udii il battere del mio stesso cuore, tanto assordante quanto dolorosamente piacevole e, lì vicino, il battito regolare del cuore di Dunya e il suo respiro stertoroso. Potevo sentire il calore della sua carne, l’odore del sangue vivente mischiato con il mio… il sangue che si raffreddava del moribondo, il sangue di chi stava cambiando.

E poi lo zio…

No, non mio zio. Mio marito si scostò dal mio corpo ormai senza macchia e fece scorrere la sua lingua sulle sue labbra insanguinate. Guardando nel profondo dei miei occhi, disse:

«Non è ancora finito».

Capii e, con uno sforzo tormentoso, sollevai un braccio verso la sua testa e la guidai al mio collo.

Sorprendentemente, i profondi squarci si erano completamente richiusi. Non sentivo dolore, né tenerezza, solo la sensazione della sua lingua contro la carne liscia, intatta; e poi, sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle mentre sorrideva. Anch’io sorrisi, debolmente, poiché sapevo che voleva dire che il Cambiamento era quasi completo.

Eppure esitò. Poi mi sfiorò con le labbra mentre scendeva con la testa oltre il bordo della clavicola, giù fino al mio seno.

Circondò il capezzolo con la lingua, poi si fermò, per posarvi con delicatezza i denti, finché sentii che il più acuminato di essi incideva il centro di quella carne roseo-bruna.

Nonostante la mia debolezza, provai un’improvvisa eccitazione nel capire quello che stava per fare. Intrecciai strettamente le dita tra i suoi capelli sulla nuca e lo strinsi contro di me.

Mi incise ancora. Per l’ultima volta mi mancò il respiro quando sentii i denti affondare, aguzzi, in quella tenera pelle scura così vicino al mio cuore. Succhiò dal mio seno come un bambino causando, con ogni tirata della bocca e della lingua, un nuovo palpito di piacere tra le mie gambe. Cullai la sua testa tra le braccia, simile a un’amorevole madonna che offriva la sua linfa vitale a quell’infinitamente vecchio e saggio sapiente-bambino, mio progenitore. Bevve finché le mie braccia caddero e io non potei più cullarlo, finché discesi in un rapimento indistinto, irreale, in un’estasi oscura, indifferente.

Per ore, non riconobbi nulla. Ricordo il suono distante di un’esplosione, ma era soltanto una debole onda d’argento contro il profondo sfondo vellutato dell’oscurità.

Poi, proprio prima dell’alba, emersi dalla mia trance e scoprii che se n’era andato e mi aveva lasciato, vestita con la mia camicia da notte, nel letto. Ero consumata da un bisogno insistente di scrivere questo, la mia ultima registrazione, e così ho preso il diario nascosto sotto il cuscino, e la penna e l’inchiostro dal mio tavolino da notte.

Talvolta provo un moto di paura nel comprendere che la morte è così vicina da essere a portata di mano; ma poi chiudo gli occhi e permetto a me stessa di bere della sua costante presenza, della sua intelligenza senza fondo, e so che non sono sola. Sapere ciò che presto diventerò mi conforta. Vado alla tomba vittoriosa, certa della mia resurrezione.

A chiunque legga queste parole: non piangete per me e non giudicate. La vita verso la quale vado è molto più dolce di quella che ho conosciuto.

Il diario di Arkady Tsepesh

17 aprile. È mattino inoltrato, quasi le dieci. Mary si è alzata ed è scesa al piano di sotto. Scrivo queste parole a letto, fissando fuori la brillante luce del sole che entra attraverso la finestra aperta.

Sperando di dissipare la tristezza, ho tirato le tende, ma dal mio comodo punto di vista contro i cuscini, posso vedere la luce che si riflette sul vetro rotto e segnato. Gli orrori della notte scorsa — di fatto, tutta la disordinata confusione delle sconcertanti rivelazioni di ieri — sembrano lontani, velati dalla persistente nebbia mentale causata dal laudano.

Pensare che questo pezzetto di vetro rotto era tutto quello che c’era tra mia moglie, mio figlio e la morte!

Mary era completamente fuori di sé dal terrore ieri notte, e anch’io lo ero ma, per confortarla, l’ho tenuto nascosto. Mentre leggevo nello studio, un lupo ha fatto un salto in direzione della finestra quando lei stava guardando dal vetro. Se avesse oltrepassato il vetro…

Non riesco nemmeno a scrivere quelle parole, non riesco nemmeno a pensare al danno più lieve a lei o al bambino. La notte scorsa ha pianto mentre mi pregava ancora di portarla via da qui, e la vista di lei in quello stato mi ha straziato il cuore. Ho promesso che l’avrei fatto.

Ma non riesco a vedere un modo per poterlo fare. Anche così, devo tentare. Non ho mai visto Mary isterica… ma mai nella mia vita ho udito di un lupo solitario che attacca un uomo in modo così audace. In quei preziosi momenti quando la razionalità ritorna, riesco a considerarlo un evento strano, casuale, tanto insignificante quanto causa di turbamento.

Ma Mary continuava a ripetere, in preda al parossismo, che era un avvertimento, dicendo che quella creatura avrebbe facilmente potuto ucciderla se lo avesse voluto, che l’ha risparmiata per dare forza alla sua minaccia. Non mi ha voluto dire chi, o che cosa, lei crede l’abbia avvertita, tranne che il Male stesso.

Le sue parole mi hanno fatto pensare alle zampe del lupo contro le mie spalle, al suo respiro caldo sulla mia gola. I lupi non sembrano che un simbolo, un avvertimento della follia che è in attesa, ansiosa di divorarmi.

Se credessi in Dio, Gli chiederei di prendere me e di risparmiare la mia famiglia. Posso capire perché i contadini sentano il bisogno di un genitore onnipotente, un divino cane da guardia — che inferno sapere che non c’è un potere più grande di me per proteggere mia moglie e mio figlio — io, che sono debole e estremamente inaffidabile, sull’orlo di un collasso mentale!

Questa mattina presto, nella grigia luce dell’alba, ho aperto brevemente i miei occhi assonnati, e ho visto, impalata sulla colonna del letto ai miei piedi, la testa di Jeffries. Guardava in giù, ridendo con lo stesso sorriso maligno, ironico, di Stefan, quando era apparso nella sedia dello zio.

Credo che io, lo zio, Zsuzsanna e tutti gli Tsepesh, portiamo la pazzia nel nostro sangue. Dopo gli eventi di ieri, ne sono convinto.

La notte precedente all’ultima mi sono finalmente deciso a gettare la lettera di V. nel fuoco. Ieri, all’alba, ho lasciato la casa in calesse e mi sono diretto a Bistritz pieno di agitazione e fiducia. Quando ho raggiunto la città, poco prima delle due, la mia agitazione è diminuita con il crescere della fiducia, ed ho provato un eccezionale sollievo quando ho porto all’albergatore la lettera sigillata che avevo scritto, per informare i visitatori di non venire.

L’albergatore è un uomo piacevole, con il viso rotondo, pesante, ma dai lineamenti da falco che indicano i nostri lontani legami di sangue; mi ha riconosciuto immediatamente, poiché io e Mary avevamo trascorso una notte gratis nel suo albergo, e mi ha accolto caldamente, sebbene fosse curioso riguardo al motivo per cui fossi venuto io e non Laszlo.

Mentre gli davo la lettera, ho mormorato una vaga risposta sul fatto che avevo altri affari in città. Lui mi ha ringraziato quando l’ha ricevuta, dicendo che il momento non poteva essere migliore, poiché gli ospiti dovevano arrivare un po’ più tardi quel pomeriggio. Sorrisi appena sapendo che pensava contenesse le istruzioni per incontrare la carrozza di Laszlo.

L’albergatore insistette nel servirmi il pranzo “della casa” e, dopo, portai la lettera per l’avvocato all’ufficio postale. Tutto era andato senza intoppi, ed io trassi un enorme conforto nel sapere che gli sposini sarebbero stati protetti dal male. Restava soltanto una cosa.

Eppure, quando entrai al posto di polizia e mi avvicinai al ragazzo alto in uniforme dietro la prima lunga scrivania di legno, cominciai a provare una certa trepidazione, poiché non c’era alcuna prova concreta che legasse Laszlo ai delitti, tranne il fatto che aveva sgraffignato alcune delle cose di Jeffries e aveva mentito circa una gallina. Era la mia parola contro la sua. E come potevo provare la non colpevolezza dello zio in tutto ciò? Come potevo provare che io non ero pazzo e non ero l’assassino? Dopotutto, sapevo dove si trovavano i teschi…

Improvvisamente perduto, fissai i manifesti sul muro accanto a lui: delle riproduzioni artistiche di fuggiaschi, criminali, pazzi.

Osservai quei visi duri, torvi, in cerca di somiglianze, di qualche particolarità nella bocca o nel luccichio degli occhi che indicassero un assassino, un uomo impazzito: qualche chiaro segno che avevo visto in precedenza sul volto di Laszlo.

«Signore?», chiese il giovane jandarm.

Aveva i capelli chiari e mi scrutava attraverso gli occhiali rotondi con degli occhi di un blu stupefacente. Il suo tono era glaciale, apertamente condiscendente, a dispetto del fatto che il mio vestito e il mio atteggiamento mi indicassero come nobile, istruito e ricco. Poteva appartenere a una classe inferiore, essere trasandato e povero, con un’istruzione inferiore e un innato risentimento verso la mia influenza e ricchezza, ma era un sassone: questo era ciò che lo rendeva il conquistatore di un tempo e che rendeva me il conquistato. Era il suo unico vantaggio, e non voleva che sfuggisse alla mia attenzione. C’era anche della noia nel suo tono; l’ennui di uno che ne ha viste così tante che non esistono più sorprese per lui.

Quando distolsi lo sguardo dai manifesti, vidi passare due ufficiali in uniforme, entrambi a fianco di una donna tzigana molto ubriaca e scalza, che sarebbe caduta se non l’avessero tenuta saldamente per le braccia.

Arrossii e distolsi gli occhi mentre passavano, poiché la camicia della donna si era lacerata al colletto e si apriva fino alla vita, rivelando al di sotto parecchi fili di perle a poco prezzo ma nessun altro indumento. I capelli neri erano sfuggiti dal fazzoletto, che era scivolato giù e pendeva, in procinto di cadere. Sul suo viso c’erano sangue e sporcizia, come se avesse combattuto nel fango e, sebbene riuscisse a malapena a camminare, continuava a mugugnare e a scagliarsi con violenza contro gli uomini che la sostenevano, come se volesse morderli.

Gli ufficiali tiravano indietro i loro volti abbastanza rapidamente, ma ridevano con disprezzo per mostrare che non avevano paura. Mentre oltrepassavano me e il loro collega seduto, uno disse, sorridendo:

«Dice che è posseduta dallo spirito di un lupo. È spirito, certo: vino a buon mercato».

I tre uomini risero, ma la donna faceva resistenza, riluttante a procedere, e sollevò un braccio che, oscillando, puntò direttamente verso di me.

«Lui non ride; lui capisce» sibilò. «Lui è uno di noi!».

Mi gelai: ero stato scoperto.

Ridendo, i due ufficiali la trascinarono via; il giovane sassone dietro alla scrivania mi guardò con un sorrisetto condiscendente ma usò il tono e l’appellativo più educati possibile mentre faceva un gesto per indicare la sporca sedia di legno dall’altra parte della scrivania.

«Prego, sedete Dumneavoastra….

«Tsepesh», risposi rigidamente, e lanciai alla sedia sudicia uno sguardo incerto. Sembrava che qualcuno vi avesse di recente sputato sopra, e quando, infine, mi ci sedetti, provai una sensazione di leggera umidità.

«Che cosa desiderate denunciare, Domnule Tsepesh?», pronunciò il nome «Tzepezh».

Omicidi, volevo dirgli. Quanti? Non lo so. Troppi perché li possa contare… Invece, gli dissi:

«Vorrei parlare con il Conestabile, per favore».

Il suo sorriso teso si allargò un po’ ma una leggera durezza comparve nel suo sguardo.

«Ah! Sono certo che il Conestabile vorrebbe parlare con voi, mio buon signore, ma in questo momento è occupato in un affare molto urgente. Vi assicuro che vi posso assistere in qualsiasi cosa voi…».

«Lo devo vedere, se è possibile…».

«Vi assicuro che non lo è».

«Capisco».

Mi alzai, mi aggiustai i vestiti, poi tesi la mano.

«Bene. Allora, buongiorno».

All’apparenza leggermente sorpreso dalla mia precipitazione, si alzò e mi strinse la mano, poi prese di nascosto la corona d’oro che vi si trovava e, con il più abile e ben esercitato dei movimenti che io abbia mai visto, la fece scivolare nella tasca.

Mi voltai e finsi di muovermi verso la porta.

«Un momento, signore», disse, ancora in piedi dietro la scrivania. «C’è una piccola possibilità che il Conestabile abbia finito con i suoi affari e sia libero. Vado a controllare, se permettete».

Lo guardai.

«Prego», gli dissi.

Entro un minuto, ritornò e disse, con un atteggiamento considerevolmente più cordiale:

«Il Conestabile vi vedrà adesso».

Lo seguii lungo uno stretto corridoio di porte chiuse fino a una stanza all’estremità, ed entrai quando tenne la porta aperta per me, con quella rigida formalità teutonica di cui a noi Transilvani piace così tanto fare la parodia nelle nostre barzellette. Quando ebbi varcato la soglia, la porta si chiuse silenziosamente dietro di me.

L’uomo dietro la scrivania era un compatriota, più basso e pesante del suo collega più giovane.

«Domnule Tsepesh», disse a voce bassa. La sua voce e il suo atteggiamento erano meno formali, molto più calorosi di quelli del giovane sassone. Di fatto, c’era una strana familiarità nel suo tono, e pensai di distinguere nei suoi occhi un lampo che indicasse che mi riconosceva; annuì debolmente tra sé, mentre mi esaminava con lo sguardo. Eppure, ero certo di non averlo mai visto prima. Doveva essere della stessa età di papà: aveva una testa di ondulati capelli d’argento, ma le sopracciglia e i baffi arricciati erano quasi interamente neri, cosa che conferiva al suo viso un’apparenza severa e drammatica. «Io sono il Conestabile Florescu. Entrate. Vi stavo aspettando».

Quella frase assurda mi imbarazzò per un momento — la sua attesa non poteva essere durata più di qualche secondo — ma avanzai e gli strinsi la mano. La sua stretta era calda e ferma, e mi studiò con una certa emozione negli occhi scuri che notai, di tanto in tanto, durante la nostra conversazione, nella sua espressione, nella sua voce, e nel suo atteggiarsi. Mentre ero con lui, cercai di darle un nome e non ci riuscii: la sua identità mi è sfuggita finora, mentre scrivo queste parole.

Pietà. Mi guardava con pietà.

Florescu mi fece cenno di sedere (questa volta su una sedia imbottita e molto più pulita di quella dell’ufficio esterno), cosa che io feci. Anche lui si sedette, incrociò le mani sulla scrivania, poi si chinò in avanti, fissandomi con uno sguardo che era, del tutto stranamente, non professionale: gentile, quasi paterno, ma anche preoccupato, pensieroso, prudente.

«Allora», disse con un’inconfondibile riluttanza, temperata dalla rassegnazione. «Forse dovrei lasciarvi dire perché siete venuto».

Sebbene avessi ripetuto il mio piccolo discorso parecchie volte durante il percorso, le parole che avevo scelto mi abbandonarono in quell’istante. Balbettai:

«È… è una faccenda molto delicata. Dovrei presentarmi. Il mio prozio è Vlad Tsepesh…».

Florescu fece un solo, solenne cenno.

«Il Principe. Sì, ne ho sentito parlare».

«Sono venuto qui, non tanto per fare delle accuse quanto per… dare con discrezione un aiuto a un’indagine. Il Principe si arrabbierebbe se sapesse che sono venuto qui; non voglio che ciò si rifletta su di lui, in alcun modo. Credo, però, che uno dei suoi servi sia colpevole di un crimine. Di fatto, di parecchi…».

«Che crimine sarebbe?», mi interruppe, ma il suo tono era calmo.

«Assassinio», risposi, ed emisi un lungo sospiro.

La sua risposta fu misurata, controllata, nient’affatto affrettata: la risposta decisi, di un uomo che ha udito tante orribili confessioni che nessuna lo può più scioccare. Non si ritrasse, non si tirò indietro, ma restò perfettamente immobile, con le mani intrecciate, facendo domande e osservandomi con la compostezza di un professore che fa un esame orale.

«E chi credete che abbia commesso questi omicidi?».

Ebbi la sensazione che fosse un attore, che recitasse un ruolo già provato e, al di sotto delle sue parole, percepii una sconcertante corrente nascosta di vere emozioni: pietà, dispiacere. Il desiderio di essere d’aiuto.

«Il cocchiere di mio zio», risposi. «Laszlo Szegely. Anche se, probabilmente, ha avuto qualcuno che lo ha aiutato».

«Perché fate una tale accusa?». Era di nuovo calmo, misurato. «Lo avete visto mentre commetteva quei delitti? Avete prove?»

«L’ho visto con alcuni oggetti che appartenevano al defunto, e con del sangue fresco su una manica che non era il suo, alcune ore dopo la scomparsa dell’uomo. Questa mattina presto, l’ho visto che lasciava il castello con un fagotto abbastanza grande da poter contenere un corpo». Mi fermai, rabbrividendo nel pensare alla forma quadrata del fagotto; se era il povero Jeffries, era stato già fatto a pezzi. «Forse, non è abbastanza per impiccarlo, ma la mia speranza era che se voi poteste svolgere delle indagini discrete, trovereste abbastanza prove per imprigionare l’assassino. Io non ho nient’altro, tranne il mio stesso istinto riguardo al carattere di quell’uomo. C’è qualcosa di… criminale in lui. Almeno, se poteste investigare su di lui…».

«Non c’è bisogno di farlo», disse bruscamente il Conestabile. Si curvò in avanti, il tono e lo sguardo estremamente seri. «Io vi posso raccontare di Laszlo Szegely. Se siete certo di voler sapere la verità sulla faccenda».

La sorpresa mi fece calare la voce fino a un bisbiglio.

«È naturale…».

Mi chinai in avanti, gli occhi spalancati, pronto a sentire.

«Szegely», disse Florescu e fece un debole sorrisetto che svanì con la rapidità con cui era apparso. «Di mestiere è un macellaio. Mai sposato, niente figli. Venne da noi da Budapest, perché sperava di sfuggire alle autorità di quel posto».

«Per un omicidio?», chiesi subito.

Scosse la testa d’argento.

«Furti nelle tombe».

«Lo ha fatto anche a Bistritz? L’avete preso?».

Il Conestabile annuì.

«Avreste dovuto metterlo dietro le sbarre e tenerlo lì», dissi, con una voce bassa, cattiva, che tremava. «Forse nei villaggi di montagna non ci sono abbastanza cadaveri per lui, perché ha cominciato a creare dei morti. Li ho trovati io stesso. La foresta è piena di teste sepolte».

Incapace di continuare, fissai, inorridito, le mie mani, pensando a Jeffries, e a tutti quei minuscoli, piccoli teschi.

Florescu ed io rimanemmo seduti in silenzio per un buon minuto; riuscivo a sentire su di me il suo sguardo, che mi compativa, che mi squadrava. Stava pensando. Lo udii che rovistava nella sua scrivania, che tirava fuori qualcosa. Udii un fiammifero che si accendeva, parecchie forti tirate, poi sentii l’odore del fumo e del fragrante tabacco da pipa.

Infine il Conestabile disse, molto debolmente, molto gentilmente:

«Domnule Tsepesh, voi assomigliate molto a vostro padre».

Alzai la testa, sorpreso.

Gli occhi di Florescu si addolcirono, ma non riuscì a sorridere.

«Lui venne qui, proprio come avete fatto voi, più di venticinque anni fa; oserei dire che non eravate ancora nato. Naturalmente, a quei tempi, non ero capo jandarm, ma lo ricordo perché era molto turbato e, naturalmente, perché io fui uno dei due scelti per ritornare con lui a cercare i corpi nella foresta».

Lo fissavo, ammutolito, incapace di comprendere. Laszlo aveva lavorato al castello solo due anni. Come era possibile…?

Il Conestabile rimase in silenzio affinché le sue parole facessero breccia, e poi aggiunse:

«Ma io fui l’unico uomo a ritornare a Bistritz. Sarebbe meglio per voi, domnule, se dimenticaste di aver mai visto quelle cose. Sarebbe meglio per entrambi».

Mi alzai offeso.

«Come potete dire una cosa simile, quando mia moglie, la mia famiglia, vivono vicino a un assassino?».

Florescu si limitò a guardarmi e tirò dalla sua pipa: la sua faccia divenne una maschera dagli occhi stretti, illeggibile.

«Che volete?», domandai infuriato. «Del denaro? Io sono ricco! Posso pagare più di chiunque altro vi abbia comprato!».

«Nessuno mi ha pagato», replicò con tranquillità, senza un’ombra di offesa. «Almeno, non con qualcosa di poco valore come il denaro. Però è vero; ho fatto in modo che Szegely riavesse la libertà soltanto due anni fa, dietro richiesta di qualcun altro».

«Chi?»

«Vostro padre».

Sospirai e mi lasciai cadere sulla sedia, troppo sbalordito e offeso per parlare, per protestare. Florescu continuò calmo da dietro un velo di fumo di pipa.

«Proprio come un giorno verrete voi, domnule Tsepesh, molto probabilmente dal mio successore, quando Laszlo morirà e voi dovrete fare i vostri accordi». Il suo tono divenne familiare, confidenziale. «Ora siete giovane e ci sono cose che ancora non capite. Ma le capirete. Ci sono delle volte che non è bene lottare contro l’inevitabile. Più lottate, più sarà difficile per voi. Per la vostra famiglia.

Forse un giorno vostro figlio verrà a far visita al mio successore, che andrà in quella stessa foresta. E porterà degli uomini, dei fucili, ma il risultato sarà lo stesso: soltanto un uomo ne emergerà, e quell’uomo vedrà che la sua promozione a questo ufficio si verificherà molto facilmente.

Io ho passato la mia vita a dispensare la giustizia, ma ci sono delle situazioni che vanno oltre il limite della legge… dell’uomo o di Dio. Io non tornerò in quella foresta. Non sono un uomo intelligente, ma imparo rapidamente quando è in gioco la mia vita».

Si fermò e, in quell’istante, cercai di parlare, ma lui ricominciò a parlare rapidamente.

«Non c’è niente che possiate fare, capite? Niente che noi possiamo fare». Si alzò e attraversò la stanza dalla scrivania alla porta; il suo tono divenne falso e forte, come se parlasse a beneficio di coloro che potevano essere in ascolto. «Adesso vi chiedo di andarvene. Sono solo sciocche dicerie questa faccenda di un assassino nella foresta. I contadini hanno raccontato queste stupide leggende per centinaia di anni. Tutti, alla polizia, lo sanno e, se voi ne parlate a chicchessia, rideranno se direte perché siete venuto.

Capite, domnule Tsepesh? È stato tutto sistemato, molto tempo prima che voi nasceste. Andate a casa e prendetevi cura della vostra famiglia».

Girò la maniglia e spalancò la porta.

Mi alzai, con il viso paonazzo, soffocando, non permettendomi, in quel momento, di capire.

«No. No, io non capisco. E andrò fino a Vienna, se devo…!».

La sua voce si abbassò, tranquilla, piena di dispiacere e senza traccia di rabbia. Piena di quella odiosa pietà.

«Ed io informerei i miei superiori che siete un pazzo. Vi assicuro, domnule, che nulla verrebbe fatto. Proprio come vi assicuro che non sono io che vi minaccio quando dico: «Per amore della vostra famiglia, non fate così».

Me ne andai tremando dalla furia, e mi diressi verso i Carpazi.

Dapprima, per lo shock e la rabbia, mi dissi che Laszlo doveva avere degli amici sinistri alla gendarmeria: un gruppo di criminali con un’influenza così grande che lo stesso Conestabile li temeva e faceva delle velate insinuazioni riguardo ad essi. Florescu era un bugiardo, un dannato bugiardo che era complice di ognuno dei delitti per il suo rifiuto di indagare. Non riuscivo a credere a niente di quello che aveva detto, e certamente non alla sua vile insinuazione che papà sapesse qualcosa dei trascorsi di Laszlo!

Decisi che l’unico logico modo di agire era di informare V. circa il passato di Laszlo, e della strana reazione del Conestabile alla notizia dei corpi nella foresta; così, sentivo, lo avrei convinto della necessità, per noi tutti, di trovare rifugio dal pericolo a Vienna, mentre informavo le autorità di quel luogo.

Non riuscivo a credere che l’influenza di Florescu arrivasse tanto lontano.

E poi, mentre le ore passavano sulla lunga strada verso casa, mi calmai e cominciai a pensare.

C’erano stati troppi teschi nella foresta per essere stata l’opera di un uomo nel corso di due anni. Io ne avevo portati alla luce almeno cinquanta, la maggior parte di bambini, e mi ero fermato soltanto perché non avevo la forza, fisica o mentale, di continuare. Quanti non ne avevo trovati, sparsi nell’infinita foresta?

Scoppiai in singhiozzi di rabbia, grato per la riservatezza fornita da quella solitaria strada di montagna, mentre ricordavo l’affermazione di Florescu che mio padre si fosse accordato per il rilascio di Laszlo. Per un momento osai permettermi di pensare che il capo dei jandarm avesse detto la verità, ma perché papà si sarebbe consapevolmente accordato per il rilascio di un tale uomo? Un uomo capace di occuparsi dell’eliminazione di cadaveri? Perché, se non era anche lui complice dei delitti?

Guidai i cavalli oltre il passo di montagna con difficoltà, incapace di pensare a causa di un terrore freddo e senza nome. Il pomeriggio lasciava il posto al crepuscolo. Il tramonto doveva essere tanto bello da mozzare il fiato, con il chiarore rosato che si rifletteva sui picchi coperti di neve, dipingendo l’intero paesaggio in fiore di una radiosità soprannaturale, ma io non vidi nulla di tutto ciò. Udii nella testa la voce di Masika:

«Vieni da me, Arkady Petrovich, durante il giorno, quando lui dorme. Non è sicuro per noi parlare qui, all’aperto. Vieni presto…».

Non era più giorno, ma mi sentii spinto a parlarle immediatamente, per sapere quella verità che in quel momento non riuscivo nemmeno a pensare, ma che il mio cuore tormentato sapeva essere vera.

Prima che raggiungessi il villaggio, tutto era coperto dalla notte; le strade erano vuote, e le file di piccole casupole erano scure. Non avevo idea di dove potessi trovare Masika Ivanovna, ma il mio disperato desiderio di parlarle era troppo forte per arrendermi e tornare a casa. Accesi la lanterna nel calesse e, avvantaggiandomi senza vergogna della mia condizione di nipote del Principe, bussai alla prima porta che trovai con l’intenzione di chiedere dove si trovasse Masika.

Non ci fu risposta; la presi come un’indicazione che gli abitanti della casupola fossero addormentati, e così chiamai a voce alta. Continuando a non avere risposta, aprii la porta con una spinta tenendo alta la lanterna, ed entrai, solo per vedere che quel tugurio era stato completamente abbandonato e il suo contenuto portato via.

Passai alla casa accanto, soltanto per trovare la stessa strana circostanza… e alla casa dopo, e a quell’altra ancora. Al quarto tentativo, però, ebbi successo. Il contadino addormentato che vi si trovava non mi fece entrare ma, invece, mi gridò le indicazioni dall’altra parte della porta di legno chiusa con il chiavistello.

Mi affrettai verso la casa di Masika: una casetta con un tetto di paglia pieno di topi, i cui occhietti luccicavano alla luce della mia lanterna. All’unica finestra, brillava una debole luce ma, quando bussai forte alla porta, non ci fu risposta, nessun rumore dall’interno. Mi feci più deciso e chiamai il nome di Masika mentre battevo forte ma, in risposta, ebbi solo silenzio.

Infine, spinsi la porta. Essendo aperta, si spalancò; entrai e vidi Masika Ivanovna ancora vestita con gli abiti del lutto, seduta al suo tavolo da pranzo rozzamente squadrato. Era caduta in avanti nella sedia e la fronte e il braccio erano poggiati sul tavolo; a pochi centimetri dalla testa avvolta in uno scialle c’era una candela, consumata fino alla base della bugia tanto che la cera era colata sul legno e il pezzetto che restava dello stoppino scoppiettava con un’ultima fiamma blu. Sotto la mano aveva un pezzo di carta piegato; accanto una piccola icona di San Giorgio, e sul pavimento sporco e ricoperto di paglia intorno a lei, c’era un cerchio quasi perfetto fatto di sale. Chiaramente, si era addormentata in attesa di qualcuno che non era ancora venuto.

Rabbrividendo leggermente allo scricchiolio del sale sotto gli stivali, mi portai accanto a lei, le toccai la spalla e dissi piano:

«Masika Ivanovna. È Arkady Tsepesh; non aver paura».

Lei non si mosse. Le scossi la spalla, dapprima con dolcezza, poi con più insistenza, alzando la voce finché divenne un urlo; finché realizzai che non si sarebbe svegliata mai più.

Allora la sollevai afferrandola per entrambe le spalle e con delicatezza la rimisi a sedere per bene sulla sedia. Il crocifisso che le avevo restituito al funerale di Radu ora era appeso al suo collo e oscillò per un attimo nell’aria.

Le parole non possono descrivere l’orrore che vidi congelato su quel dolce volto sciupato, in quegli occhi grandi, sporgenti; era lo stesso terrore angoscioso che avevo visto nella testa tagliata di Jeffries. Eppure Masika non portava alcun segno visibile sulla sua persona.

Toccai la mano ormai fredda sul tavolo, l’afferrai, poi caddi in ginocchio accanto a lei e piansi, sentendo come se avessi di nuovo perduto una madre la cui tenera compagnia non avevo mai conosciuto.

Quando mi alzai, asciugandomi gli occhi, vidi sul tavolo il foglio piegato che era stato nella mano di Masika e vi lessi il mio nome, scritto in una calligrafia che non riconobbi. Incuriosito, presi la lettera e la spiegai per leggere:

Al fratello che non conoscerò mai,

Scrivo questo per conto di nostro padre, Petru, che fu incapace di dirti la verità prima della sua morte. Egli diceva che la tua innocenza ha protetto la tua vita e quelle di tua sorella e di tua moglie; temeva di raccontarti tutto perché, diceva, Vlad ti era troppo vicino, e avrebbe compreso immediatamente che tu eri stato avvertito e si sarebbe vendicato. Io, però, rischio, raccontandoti tutto in segreto, perché spero che la conoscenza ti risparmi la vita all’inferno dove si trova nostro padre.

Mia madre dice che Vlad ancora non ti ha parlato del Patto di Famiglia, ma il momento verrà presto. Quando lo farà, ricorda: non credere a nulla di ciò che dice, poiché lui mentirà se gli sarà di vantaggio. Ti dirà che rispetta il Patto per un senso di onore, o di amore per la Famiglia, ma ciò è falso. Quello che i contadini dicono è vero. Lui è uno strigoi, un mostro senz’anima, un assassino, e il Patto, per lui, non è altro che un gioco; lo rispetterà finché per lui vi sarà un vantaggio.

Tuo padre, per lungo tempo, ha creduto che Vlad possedesse del buono nel suo cuore ma, in verità, il Principe non conosce che il male. È come un vecchio lupo che ha commesso così tanti assassini da averne a noia, e deve trovare nuovi piaceri.

Distruggere l’innocenza è uno di essi. Ora gioca con te, come giocò con tuo padre quando era giovane, e con suo padre prima di lui. Questo svago è per lui sempre nuovo, poiché ne può godere soltanto una volta in una generazione. Ti dirà che ti ama, ma in realtà desidera soltanto corromperti, piegarti come fece con papà.

Con tutto il mio cuore, ti prego: fuggi da lui. Scappa prima che distrugga la tua anima.

Ma fai attenzione e sii saggio, e sappi che il fallimento ti può costare i tuoi cari. Papà cercò di fuggire e, come vendetta, gli furono presi tua madre e tuo fratello, Stefan. Ma io credo che ci sia ancora tempo per te, se sei astuto e cauto, e se capisci che Vlad non è degno di fiducia. Io crederò, fino al giorno della mia morte e oltre, che l’amore può vincere ogni sorta di male.

Ora devo finire in fretta, sebbene ci sia molto altro da dire, ma non posso restare nella casa di mia madre, per la sua sicurezza, quando il sole è tramontato. Devo andare.

Ti prego, fratello. Non essere tanto astuto da non poter pregare per te stesso.

Radu

Caddi nuovamente sul pavimento, sedendomi sulla fredda terra dura, lasciando che la lettera mi cadesse in grembo. Lo shock di entrambe le cose, la morte di Masika e il contenuto della lettera, mi diede la chiarezza di un pazzo; per la prima volta vidi come i pezzi si incastravano strettamente. Tutti quei teschi, l’insolenza di Laszlo, le storie dei contadini che V. era un mostro assetato di sangue (naturalmente, non esistevano cose come i Vampiri, ma non presi l’uso da parte di Radu della parola strigoi, in senso letterale, dato che ciò avrebbe spiegato l’origine della leggenda), la furia di V. per il fatto che potessi interferire con i suoi ospiti, la sua insistenza nel non raccontare alle autorità…

Non poteva che esserci una sola conclusione. V. era un assassino, e mio padre suo complice, entrambi sofferenti di quella follia familiare che aveva cominciato a infettare anche me. Gridai al pensiero che anch’io ero destinato a sprofondare in quella pazzia, che le mie mani sarebbero state un giorno macchiate di sangue.

Siete un Impalatore? Uno degli uomini-lupo?

«No», bisbigliai. «No…».

Mi rimisi in piedi a fatica, ficcando la lettera nel mio panciotto, e mi arrampicai di nuovo sul calesse, ansioso di allontanarmi da quel villaggio misteriosamente deserto. Arrivai al castello dopo poco, sebbene fosse, in quel momento, passata la mezzanotte.

Nervoso, sudando nonostante il freddo della notte, mi diressi senza indugio alla porta dello studio di V., con la pistola nascosta sotto il panciotto. Bussai: V. chiese chi fosse come sua abitudine, e io risposi secondo il solito.

«Arkady!», esclamò giovialmente, dall’altra parte del pesante legno. «Nipote, vieni!».

Misi la mano sull’ottone lucidato della maniglia e girai.

Un lampo d’argento. Mio padre che abbassa il coltello, tagliando la mia tenera carne. E dietro di me, un trono…

Il dolore cancellò l’immagine. Strinsi gli occhi finché se ne andò…

Li riaprii per vedere la familiare figura di V. nel suo studio: una vista che non sarebbe mai stata, che non avrebbe potuto mai sembrare esattamente la stessa. Come sempre, c’era un fuoco acceso nel camino, e la stanza sapeva di rinchiuso ed era spiacevolmente calda. Mi passai una mano sulla fronte e la tolsi che era bagnata, poi chiusi la porta dietro di me.

V. sedeva sulla sua sedia, con le mani sui braccioli, ma questa volta non mi salutò; di fatto, non sembrò nemmeno alzare lo sguardo, ma tenne la sua attenzione fissa sul fuoco scoppiettante. Accanto al suo gomito, sul tavolino, c’era ancora la caraffa scintillante di slivovitz. Con riluttanza spostai lo sguardo da essa a V., che fissava dritto davanti a sé nelle fiamme scoppiettanti, con espressione immobile e illeggibile come pietra.

Era ancora giovane come l’ultima volta che l’avevo visto: un uomo di cinquant’anni, invece che ottanta. Eppure non potevo permettermi di reagire, di essere turbato o spaventato da questo chiaro segno della mia stessa incipiente pazzia; il problema in questione era molto più urgente.

«Zio», dissi tranquillamente. La questione richiedeva un tono stridulo, agitato ma il silenzio imperante nella stanza mi riempì di una improvvisa riluttanza a romperlo. «Mi dispiace di disturbarti ma c’è una questione della massima urgenza che devo discutere».

V. non diede segno di aver udito; i suoi occhi non si mossero mai dall’oggetto della sua attenzione. Questo comportamento era talmente strano da parte sua da essere snervante, ma io mi costrinsi a continuare:

«Ha a che fare con la terribile scoperta che ho fatto nella foresta».

Parlò, fissando ancora nelle fiamme. La sua voce era bassa e mite ma aveva un’affabilità sinistra, di quel tipo che si sente nel profondo e mortale ringhio di un cane proprio prima che attacchi.

«Tu mi tradiresti».

«Cosa?», bisbigliai.

Il mio battito aumentò a ciò che presi per un’ammissione di colpa.

Si girò bruscamente nella sedia, come un serpente, per fronteggiarmi con gli occhi infiammati dai riflessi della luce del fuoco; l’espressione pietrificata si era ora trasformata in rabbia assassina.

«Tu mi tradiresti! Dove sono le lettere?».

Rimasi a bocca aperta, sbalordito fino ad ammutolire per la sua furia esplosiva, sbalordito che lui sapesse.

«Bugiardo!», gridò, con tale forza che sapevo che il grido si sarebbe udito per tutto il castello. Le parole sembravano sgorgare da lui, da una fonte di odio che correva così profonda da farlo rabbrividire mentre gridava. «Ingannatore! So che non hai dato le lettere a Laszlo, come ti avevo chiesto!».

La luce del fuoco scintillò, riflettendo gli spruzzi di saliva che accompagnavano le sue parole come veleno.

La sua rabbia era una cosa terribile, ma per il suo bene, per il bene di Mary, per il bene di noi tutti, non potevo più permettermi in sua presenza, di tremare come un bambino. I morti nella foresta non potevano più essere ignorati. Se lui li aveva uccisi, caro zio o meno, pazzo o no, doveva essere fermato.

Mi raddrizzai, sollevai il mento, e non permisi alla mia voce di tremare quando dissi:

«Io stesso ho portato le lettere a Bistritz».

«E le hai impostate entrambe? Non mentirmi, Arkady! Ti avverto: io non tratto teneramente i bugiardi!».

Per un momento considerai se sarebbe stato più semplice mentire, e persuaderlo con l’inganno, ma avrebbe ben presto saputo la verità, quando i suoi ospiti non sarebbero arrivati.

«Ho impostato la lettera per l’avvocato», ammisi. «Ma la lettera per gli ospiti…».

«L’hai distrutta!».

Senza vacillare, lo guardai negli occhi.

«Sì».

Si voltò con un lungo sibilo, con la furia che gli ribolliva negli occhi mentre fissava nuovamente il fuoco.

«Zio», dissi, con gentile fermezza, «ho fatto così perché sono enormemente preoccupato per il tuo bene, per quello di Mary e di Zsuzsa. Per quello del bambino. Non permetterò che la mia famiglia viva con… con tali orrori che la circondano».

Di nuovo si voltò verso di me, mezzo alzandosi dalla sedia mentre tuonava:

«Ma io non ti ho giurato che non ti sarebbe venuto alcun danno? Non l’ho giurato, sul nome della nostra Famiglia?».

Dracula, pensai, o Tsepesh? Ma non lo dissi, perché avrebbe soltanto protratto la discussione e compresi, in quel momento, perché poteva, con tale certezza, garantire la nostra sicurezza.

Vidi la follia nei suoi occhi e mi lacerò il cuore; seppi, allora, che egli era, almeno, consapevole degli omicidi, se non ne era l’autore stesso.

«Non l’ho giurato?», domandò V. «Rispondi!».

«L’hai fatto, ma, zio…».

«Come hai potuto non credermi? Come hai potuto credere che ti avrei mentito o che sarei stato sleale? Ti ho detto di non andare a Bistritz, ma tu insisti nel disobbedire! Ti ho detto di non interferire mai con i miei ospiti! Quest’unica legge… e tu l’hai infranta ancora!».

Si alzò e, presa la caraffa sul tavolino, mentre guardavo con orrore, si mosse come per gettarla nelle fiamme, poi si voltò e la scagliò, così che volò sulla mia testa e colpì la porta chiusa dietro di me, frantumandosi con uno spruzzo luccicante di cristallo e slivovitz alla prugna.

Indietreggiai e mi feci schermo con un braccio, a malapena riuscendo a non farmi male; se avesse mirato un po’ più in basso, mi avrebbe colpito. E poi, con molta lentezza, alzai la testa e mi ripulii le spalle dalle schegge di cristallo e dal liquore, e lo guardai con occhi brucianti.

Con il cuore che mi batteva forte dall’orrore di dover porre a lui, che amavo, una tale domanda, gli chiesi lentamente:

«I morti nella foresta, zio. Com’è che sono lì? Come sono morti?».

La sua rabbia si era in parte placata, ma il petto gli si sollevava ancora leggermente e il suo volto era arrossato. Gli occhi si socchiusero mentre mi osservava intensamente, dicendo, con terrificante calma:

«Qualche volta tu assomigli troppo a tua madre, Arkady. Devi imparare a non essere così ostinato. Devi imparare a non occuparti degli affari degli altri».

Le ginocchia mi si piegarono, come se il terreno stesso su cui stavo mi cedesse sotto i piedi; in qualche modo riuscii a rimanere in piedi, ma non riuscii a emettere altro che un bisbiglio soffocato.

«Che cosa stai dicendo?».

«Che non ha senso occuparsi di ciò che giace nella foresta. Sarebbe più saggio che dirigessi la tua attenzione verso i tuoi affari. Ora vai! Vai e considera attentamente il tuo errore, in modo che tu possa evitare tali idiozie in futuro».

Me ne andai, sbalordito e pieno d’orrore sentendo come se il mondo stesso si fosse rovesciato all’improvviso, come se fossi circondato da un oscuro male che girava turbinosamente, da un vortice di follia che presto mi avrebbe tirato giù per farmi affogare…

Ma questa non è la fine del mio attuale orrore e disperazione. Mi sono appena alzato, spinto da un inspiegabile impulso, e ho scoperto nella tasca del mio panciotto la lettera di Radu, e la lettera che io avevo scritto per dare istruzioni ai visitatori di non venire al castello. Mio Dio, la mia memoria non mi appartiene più? Ho soltanto sognato che ero riuscito a bruciare la lettera di V. nel fuoco? E se è così, quale lettera ho dato all’albergatore a Bistritz? Se i visitatori vengono…

Sto impazzendo. Pazzo quanto deve essere stato il mio caro padre nello scoprire una tale malvagità, pazzo come mio zio, il mio gentile, generoso, affettuoso zio. Vorrei cancellare la ragione, forzare la mente a fermare il suo incessante lavorio, la sua inevitabile conclusione che gli omicidi sono stati l’opera di, almeno, decenni, e quindi Laszlo non può esserne il solo responsabile. Né lo può essere stato mio padre, poiché morì prima che Jeffries apparisse.

Oh, dèi! V è un assassino, non il mostro immortale della leggenda come pretendono i contadini ma, nondimeno, è un mostro, e io sono stato suo inconsapevole complice nel far venire qui Jeffries.

Cosa posso fare? Nonostante le pretese di Radu (inclusa quella assurda riguardo a Stefan; mio fratello è stato ucciso non da V. ma da un cane, una tragedia di cui sono stato testimone con i miei stessi occhi) è difficile credere che V. farebbe del male a qualcuno della sua famiglia; l’oggetto della sua follia sembrano essere gli estranei…

… e i poveri bambini storpi e rifiutati sacrificati a lui dai contadini (in cambio della loro sicurezza?). Sono combattuto tra il proteggerlo e il consegnarlo alle autorità di Vienna; come posso tradire il mio caro benefattore? Almeno, devo tentare di procurargli un dottore, uno specialista che lo possa aiutare. Ma non posso permettere…

Non ho tempo di finire! Ho appena alzato lo sguardo e ho visto, attraverso la finestra aperta, Laszlo che guida la carrozza verso il castello. E all’interno, due visitatori! Per la loro sicurezza, andrò da loro immediatamente…

Capitolo nono

Il diario di Mary Windham Tsepesh

17 aprile, tardo pomeriggio. Zsuzsanna dorme. La sua pelle è talmente grigia e cerea che, se non fosse per il lieve e rapido alzarsi e abbassarsi del suo petto sotto la sua camicia da notte, la riterrei morta da giorni. Siedo al suo capezzale, lottando contro le lacrime, lottando per essere forte per amore di Arkady, che presto verrà a prendere il posto che gli compete in questa scena straziante. Desidero e temo il suo arrivo.

Ora capisco perché ha cominciato a tenere un diario dopo la morte di suo padre. Non posso sopportare di stare soltanto seduta a fianco di Zsuzsanna, in attesa dell’avvicinarsi dell’inevitabile. Dunya è stata così gentile da andarmi a prendere la penna e il diario e così, ora scrivo. Rende meno acuti il dolore e la paura, anche se nulla li potrebbe cancellare.

Non appena il mio caro marito si riprenderà dal suo recente dolore, lo convincerò a partire. Non mi importa se il momento del parto sarà su una carrozza o su un treno; mio figlio non nascerà in questa casa maledetta, non verrà a sapere che inferno il suo povero padre ha sopportato a causa dell’amore per quel mostro.

Le leggende sono tutte vere. L’ho saputo nel mio cuore nell’istante in cui Vlad ha premuto le labbra sulla mia mano; l’ho saputo, sebbene l’istruzione e la ragione non mi permettessero, fino ad oggi, di crederlo pienamente.

Ma qui quelle cose non hanno potere. In questo posto dannato e magico, domina soltanto il Male. Io lo combatterò con tutto ciò che conosco essere il Bene più alto: l’amore tra me e mio marito, e il nostro amore per nostro figlio.

Lui non li avrà.

Ma Zsuzsanna l’abbiamo persa.

Oh, se soltanto potessi dimenticare il modo in cui guardava il mio ventre al pomana…

Non riesco a scrivere altro; il dolore è troppo grande. Proverò a cercare la pace nel racconto ordinato degli eventi del giorno.

Nonostante il laudano, questa mattina mi sono svegliata presto, incapace di dormire a lungo a causa del terrore della notte scorsa, sebbene continuassi a sperare debolmente che forse era stato soltanto un incubo realistico.

Arkady stava ancora dormendo profondamente, con la pistola accanto a sé sul comodino: il primo infelice segno che la notte passata non era stata un sogno. Mi sono alzata, sono andata alla finestra, e ho scostato la tenda per vedere la luce del sole che si rifletteva sul vetro incrinato e scheggiato.

È un cattivo presagio. Cerco di convincermi del contrario, ma non posso più negare quello che so.

A quella vista, ho provato un dolore improvviso al ventre non così acuto come immagino siano le doglie, ma più simile a una fitta. L’ho imputato all’indigestione e alla preoccupazione, e mi sono premuta il fianco finché non è passato. Cosa che è avvenuta con rapidità, quindi ho chiuso le tende e mi sono vestita, lasciando Arkady a dormire.

Mentre mi avviavo verso le scale, mi sono fermata alla porta aperta della stanza da letto accanto e poi sono entrata per restare a guardare la culla che vi si trovava. Qualche giorno fa, Dunya l’ha tirata fuori per pulirla. È di ciliegio robusto e lucido, un bell’oggetto; Arkady e suo padre — e chissà quante generazioni di piccoli Tsepesh — vi hanno giaciuto.

La vista della piccola culla, con i bordi bruniti fino a diventare leggermente lucidi per il tocco di tante mani materne, mi ha fatto venire le lacrime. Ero amaramente delusa perché ho capito (in quel momento, ma ora non rimarrò) che probabilmente non avrei potuto più viaggiare e che il bambino sarebbe nato qui nella casa. Ogni giorno i movimenti diventano più difficili. Il bambino è sceso più in basso e, con l’istinto di una madre, so che la gravidanza sta quasi per finire.

Con tristezza ho sceso, con passo ondeggiante, le scale per fare colazione. Ero affamata e ho mangiato tutto ciò che il cuoco mi ha messo davanti, ma il cibo mi ha provocato un’ulteriore indigestione. Gentilmente il cuoco mi ha preparato una tisana di menta e io l’ho bevuta nel piccolo giardino, assolato e caldo. Ho chiesto di Dunya, pensando di darle le istruzioni per lavare le lenzuola e le coperte per la piccola culla, ma nessuno degli altri domestici l’aveva ancora vista.

Sentendo il caldo del sole e la fresca brezza sul mio viso, ascoltando il canto degli uccelli, mi sono sentita abbastanza in forze per farmi un silenzioso rimprovero, per il bene del bambino. Sapevo che il bambino sentiva l’ansia della madre: non sarebbe stato un bene né per lui, né per me, avvicinarsi al momento della nascita con una mente tormentata da visioni di lupi e Vampiri.

E così ho fatto un patto con me stessa per bandire i pensieri oscuri. Da quel momento in poi, mi sono decisa ad essere allegra, a trascorrere le mie giornate senza pensare a Zsuzsanna e a Vlad — cosa di cui avrei incaricato Dunya — ma all’arrivo del bambino. Tutto questo parlare di strigoi doveva essere una sciocchezza e tutte le strane cose che avevo visto, erano la conseguenza della gravidanza, del lutto, e della preoccupazione riguardo a mio marito. Il lupo che mi aveva attaccato alla finestra era, senza dubbio, malato di rabbia, e i suoi occhi verdi erano il prodotto della mia immaginazione, dolorosamente turbata dal conoscere la storia d’amore proibita di Vlad e Zsuzsanna.

Semplicemente, non potevo permettermi più di credere alle sciocche storie di Dunya. Per il bene di mio figlio.

E, se non fossimo potuti andare a Vienna, pazienza; avrei trovato un modo per essere felice e a mio agio qui, almeno finché il bambino fosse stato abbastanza grande per viaggiare. Non c’era ragione di spingere Arkady ad avere uno spiacevole litigio con Vlad.

Quando ebbi deciso, mi sentii molto sollevata. Ritornai al piano di sopra, pensando di svegliare Arkady e di scusarmi per il mio precedente attacco di nervi e di rassicurarlo che, se Vlad trovava disdicevole che noi partissimo in quel momento, non ci saremmo irritati, ma invece ci saremmo concentrati sulla gioia che stava per sopraggiungere. Ci meritavamo un po’ di felicità.

Ma Arkady se ne era già andato, si sarebbe detto in fretta, perché aveva lasciato aperto il suo stipo e il diario era aperto, come se l’avesse abbandonato in fretta, accanto al cuscino.

Lo chiusi con cura, lo misi sul suo comodino, e tappai la bottiglia di inchiostro che vi trovai. Sarei scesa di nuovo in cucina in cerca di lui ma il pensiero di affrontare ancora le scale mi trattenne. Invece, mi diressi verso l’ala est e la camera da letto di Zsuzsanna, richiamando alla mente il piacevole pensiero che avrei potuto passare il giorno con Dunya e la zia di mio figlio sistemando i vestiti e la biancheria di famiglia per il bambino e preparando la sua stanza. Ricordai che Zsuzsanna aveva sorriso tanto radiosamente, parlando di quanto sarebbe stato bello sentire ancora in questa casa le risa di bambini.

Si era fatto piuttosto tardi, quasi mezzogiorno, ma la sua porta era ancora chiusa. Bussai: non venne alcuna risposta. Chiamai: non udendo ancora risposta, aprii con circospezione la porta solo un po’ e sbirciai dentro.

La luce del sole entrava attraverso la finestra aperta, con le imposte aperte. I miei occhi videro, dapprima, il lontano sedile della finestra, poi notai che Dunya aveva già tolto i fiori d’aglio.

E quindi mi si gelò il cuore quando udii il suono di un leggero russare e compresi che entrambe le donne erano ancora addormentate. Entrai e, quando lo sguardo mi cadde su Zsuzsanna, alzai una mano alla bocca e gridai forte:

«Mio Dio!».

Aveva scritto mentre giaceva nel letto, ma la debolezza le aveva fatto cadere la penna e rovesciare la bottiglia d’inchiostro; il nero liquido indelebile ora macchiava la coperta e le lenzuola. Il suo piccolo diario non era rivoltato, i fogli erano aperti come un ventaglio.

Ma non erano le grandi macchie nere sul letto che mi avevano fatto gridare. Zsuzsanna era più pallida delle lenzuola, più pallida del cuscino sul quale giaceva la sua testa. Ansimò, il petto le si sollevò mentre lottava per respirare, e il suo bianco viso contorto era segnato da lievi rughe grige che sembravano il risultato del pennello di un acquarellista. Le labbra aperte rivelavano delle gengive senza colore che si erano talmente ritirate da far apparire i denti diabolicamente lunghi.

«Zsuzsanna», dissi infine, e corsi al suo fianco.

Le presi la mano; era gelata e senza vita come quella di un morto.

Era completamente sveglia. I suoi occhi scuri, cerchiati di un’ombra viola e spalancati con infantile innocenza, mi fissavano con una lucidità spaventosamente intensa; lottò per inalare aria sufficiente per parlare, ma non ci riuscì.

«Non ti muovere», bisbigliai. «Non parlare…».

Spostai il diario e l’inchiostro sul comodino, notando, così facendo, il crocifisso che vi si trovava, con la catenina rotta e arrotolata, come se lei (o qualcun altro) l’avesse strappata dal collo con impazienza. Mi sistemai accanto a lei, evitando la grande macchia umida sulla coperta, e con delicatezza le accarezzai i capelli all’indietro sulla fronte.

Il mondo sicuro, felice, che avevo cercato di creare per me stessa quella mattina, mi crollò completamente intorno. Sapevo che Vlad era tornato la notte precedente per far visita a Zsuzsanna… e per minacciarmi.

Lo ucciderò prima di permettergli di fare del male a mio marito o a mio figlio.

Andai verso Dunya, che giaceva sul pavimento sotto una coperta, la presi per le spalle e la scossi. Il suo torpore era maggiore di quello che il laudano abbia mai provocato; mentre la testa di Dunya ciondolava sonnolenta sulle spalle, sono riuscita soltanto a pensare al mio incubo da sveglia degli occhi verdi di Vlad. Non aprì nemmeno gli occhi finché non le urlai nelle orecchie:

«È ritornato! È ritornato, e Zsuzsanna sta per morire!».

Questo sembrò farla riavere. Batté le palpebre e si strofinò gli occhi, poi vide Zsuzsanna e si coprì il viso con le mani mentre emetteva un gemito pieno d’orrore che mi spezzò il cuore.

Ma non c’era tempo per la pietà. Le diedi un’altra scossa e dissi:

«Vai immediatamente al piano di sotto e manda uno degli uomini a prendere il dottore!».

Abbassò le mani, scostò la coperta, quindi si mise in piedi con uno sforzo. Le lacrime le brillarono negli occhi mentre si chinava su Zsuzsanna — che ci guardava con uno sguardo stranamente intenso — e delicatamente le abbassò la camicia da notte fino alla gola. Tirò giù la stoffa di uno o due pollici e indietreggiò con un sussulto.

Io mi feci accanto a lei e seguii il suo sguardo, nel punto sul collo bianco latte di Zsuzsanna, proprio sopra la clavicola, dove c’erano stati quei terribili segni rossi. Impossibile, ma erano completamente scomparsi, non lasciando alcuna traccia, nemmeno delle piccolissime cicatrici: nulla se non una pelle perlacea, perfetta.

Dunya ritirò la mano tremante e si raddrizzò, poi fece segno di uscire nel corridoio, per timore che Zsuzsanna potesse ascoltare.

La seguii nel corridoio con un senso di terrore.

«È troppo tardi per il dottore», bisbigliò tristemente. «Avete visto che i segni sono guariti. Il cambiamento è completo; morirà prima di domani».

All’udire queste parole provai un’ondata di rabbia: era ingiusto che Zsuzsanna dovesse essere tanto crudelmente colpita, ingiusto che Vlad dovesse trionfare. Quella povera donna aveva sopportato una vita già abbastanza difficile, e ora sarebbe morta, in un momento in cui avrebbe dovuto con gioia aspettare la nascita di suo nipote, insieme con la sua famiglia. La mia determinazione di essere lieta per amore del bambino si sgretolò; Vlad aveva vinto ancora.

Sfogai la rabbia su Dunya, gridando:

«Non mi importa di quello che dice la superstizione! Vai a prendere il dottore! Dobbiamo fare qualcosa per aiutarla!».

La povera ragazza indietreggiò, tremando, poi si inchinò e volò giù per le scale. Io ritornai al capezzale di Zsuzsanna e le presi la mano fredda e senza vita; lei mi guardò con quegli occhi grandi, stranamente euforici.

«Andrà tutto bene», dissi per calmarla. «Abbiamo mandato a prendere un dottore. Ti faremo star bene…».

Tirò un respiro, con difficoltà e lasciò uscire un lieve sospiro che trasportava una parola appena udibile:

«No…».

«Non parlare così», dissi con fermezza, sentendo ancora le conseguenze della mia furia verso Vlad, verso il destino, verso Dio, perché una cosa così crudele dovesse accadere a una creatura tanto indifesa. «È naturale che starai meglio».

I suoi occhi brillavano, lucidi per l’eccitazione e per una vibrante e radiosa gioia in netto contrasto con la sua apparenza cadaverica. Lottò per tirare un altro respiro e, con uno sforzo che faceva dolore a vederlo, bisbigliò:

«No… io voglio… la morte…».

Ammutolii, con il cuore trafitto. Non c’era nulla che potessi fare se non rimanere accanto a lei e tenerle la mano e, quando Dunya riapparve, senza fiato per aver corso per le scale, la mandai nuovamente via per andare a chiamare Arkady.

Era partita da un po’ di tempo. Durante la sua assenza, Zsuzsanna chiuse gli occhi e sembrò dormire ed io — Dio mi perdoni — non potei più resistere alla tentazione di leggere il piccolo diario sul comodino. So che è un peccato invadere la vita intima di un altro, ma dovevo sapere la verità, dovevo sapere se il mio reale nemico era l’incarnazione del Male, la follia o la superstizione.

E così, furtivamente, liberai la mia mano dalla sua, presi il diario dal tavolo, e lo aprii alle ultime annotazioni.

Non ci sono parole. Nessuna parola può descrivere la repulsione, l’orrore, il fascino sinistro che quelle pagine ebbero su di me. Non posso… non posso scrivere qui quello che ho letto. La decenza lo vieta.

Zsuzsanna aveva preso il Vampiro per suo amante.

Il mio primo pensiero fu che si trattasse del tipo più grottesco, osceno, di fantasia, ma la fantasia può uccidere una donna? Se è pazza, allora noi siamo tutti pazzi come lei, e viviamo in un mondo in cui il magico, l’impossibile, il fantasticamente malvagio, sono clamorosamente reali… e mortali.

Divorai le ultime quattro annotazioni con una rapidità nata dalla curiosità e dal terrore, poi misi da parte quell’orribile libretto e alzai le mani tremanti al viso.

Pensai: Dobbiamo fuggire immediatamente.

Pensai: Adesso è libero di andare in Inghilterra.

Pensai: Lo dobbiamo uccidere subito.

Fissavo Zsuzsanna che dormiva, che moriva, e nella mia mente udii la voce solenne di Dunya:

«… uccidilo, doamna con il palo e il coltello. È l’unico modo…».

Zsuzsanna si mosse, aprì languidamente le palpebre e mi fissò.

Le ripresi la mano e cercai di ricomporre la mia espressione per darle conforto: cercai di sorriderle.

Come erano grandi quegli occhi, come erano infinitamente scuri, profondi e affettuosi. Brillavano della radiosità leggermente folle, beata, di una santa, brillavano come un mare a mezzanotte increspato dai raggi lunari. Essi mi accarezzavano, attirandomi come una corrente oceanica.

Senza capirlo, mi chinai più vicino alla donna morente, finché il suo lieve respiro affannoso mi riscaldò le guance, finché i nostri volti furono distanti appena un palmo l’uno dall’altro. In quel momento, fui all’improvviso colpita dal fatto che nella morte il viso, fino a quel momento scialbo, di Zsuzsanna, aveva assunto la bellezza classica di una Venere di alabastro, scolpita dai più grandi artisti romani. La sua bocca era più morbida, più piena, toccata dalla stessa sensualità appena sbocciata che emanava dai suoi profondissimi occhi, occhi che diventavano più grandi man mano che mi avvicinavo, finché riempirono il mondo intero.

«Mary», disse muovendo le labbra silenziosamente… o, forse, non parlò affatto: forse, i denti, la lingua e le labbra, non si mossero mai. Forse immaginai soltanto che lottasse per pronunciare il mio nome. «Dolce sorella. Baciami prima di morire».

Mi arresi, sprofondando in quell’oscuro oceano di quegli occhi con la pace euforica di un nuotatore che sta per annegare e che, alla fine, si arrende alla morte. Portai le mie labbra più vicine a quelle pallide e aperte finché fui a pochi centimetri da lei. Lei sorrise con lo stesso sognante piacere che ora mi circondava e la sua lingua schioccò per il desiderio sui denti bianchi e splendenti.

La porta si spalancò, sbatacchiando forte. Mi raddrizzai e, con un sussulto, ritornai al normale stato di coscienza.

«Doamna!», esclamò Dunya senza fiato.

Rimase all’entrata, con una mano sull’architrave, il robusto e piccolo corpo teso, pietrificato dalla paura. Seppi immediatamente che aveva, di proposito, fatto un forte rumore. Zsuzsanna non si mosse, ma la tenerezza nei suoi occhi era completamente svanita, sostituita da un’inequivocabile espressione di fame… e di odio furioso.

«Doamna», ripeté Dunya, con dei modi goffamente formali, «se potessi parlarvi nel corridoio…».

Mi alzai rigidamente, come se fossi stata seduta sulla sedia per l’eternità invece che per mezz’ora, e seguii la ragazza nel corridoio.

Quando fummo entrambe fuori della stanza, Dunya si avvicinò alla porta e la chiuse, in modo che a Zsuzsanna non fosse possibile sentire. Nell’istante che la chiuse con uno scatto, si elettrizzò e bisbigliò in gran fretta, con l’aria di un cospiratore in preda al panico:

«Non la dovete baciare, doamna, né permettere che qualcun altro lo faccia! È affamata, e adesso c’è la possibilità che il suo bacio possa creare un nuovo strigoi».

Mi appoggiai al muro improvvisamente esausta e posai le mani sul mio ventre, sperando di poter coprire le orecchie del mio povero bambino, per proteggerlo da tutta quella follia.

«È vero», dissi debolmente, più a me stessa che a Dunya. «È tutto vero riguardo a Vlad. Ho letto il diario di Zsuzsanna».

Il turgido labbro inferiore di Dunya cominciò a tremare. Con voce alta e incerta, disse:

«È colpa mia, doamna. Lei morirà per colpa mia».

E si coprì gli occhi con le mani cominciando a piangere, con amari e striduli singhiozzi che scuotevano il suo piccolo corpo.

La circondai con le braccia e le diedi dei piccoli colpetti sulle spalle, leggeri e regolari, come farebbe una madre con un neonato in preda alle coliche; si afferrò a me disperatamente, come un bambino, e ansimò:

«Mi ha fatto dormire… se non fossi stata così debole… ma non capisco perché è diventata tanto forte…».

«Lui ci ha ingannato entrambe», dissi per calmarla. «Lei l’ha scritto nel suo diario. Lui l’ha fatta bere da lui, per ingannarci, e per legarla a lui. Adesso, dobbiamo fare attenzione, lui sa tutto ciò che lei vede e sente».

Infine, Dunya riprese il controllo di se stessa. Si raddrizzò, poi si fece il segno della croce, e con l’indice si asciugò un’unica lacrima che le scivolava lungo la guancia. La liberai dal mio abbraccio con un colpetto rassicurante sulla spalla.

«Ora che cosa possiamo fare per aiutarla?», chiesi.

Lei scosse la testa.

«Adesso non c’è niente che possa impedire la sua morte. Tutto quello che possiamo fare è impedire che diventi uno strigoi».

«Uccidendo Vlad», bisbigliai.

Esitò.

«È così vecchio e astuto… Ci hanno provato in molti e tutti hanno fallito. C’è un altro modo, più sicuro».

Sentii un barlume di speranza.

«Che dobbiamo fare?».

Lei abbassò lo sguardo sul tappeto, incapace di incontrare il mio, le labbra strette per reprimere altre lacrime.

«Dopo che la domnisoara sarà morta, ma prima che si possa alzare come strigoi — cosa che farà in due giorni, forse tre — dobbiamo conficcare il palo nel suo cuore. Poi la testa dev’essere tagliata e, con dell’aglio messo in bocca, essere sepolta separatamente dal corpo».

Atterrita, nauseata, mi misi una mano sulla bocca aperta e mi appoggiai nuovamente al muro, temendo che le gambe mi cedessero. Con l’immaginazione, vidi il bagliore di una grande spada d’acciaio che tagliava la pelle di quel piccolo collo tenero. Vidi il grosso palo di legno poggiato tra i suoi seni, udii il rumore del martello che si abbassava, conficcando il palo, udii il suo grido angosciato mentre gli occhi si aprivano, spalancati per la spaventosa agonia…

Arkady non avrebbe mai permesso una tale atrocità contro sua sorella. Se doveva essere fatto, avrebbe dovuto essere fatto in segreto, ma un atto tanto atroce sembrava impossibile da realizzare senza essere scoperti.

«Perché?», chiesi, quando riuscii di nuovo a parlare. «Perché una cosa tanto orribile? Perché… la testa deve essere sepolta lontano dal corpo?».

Guardò in alto e raddrizzò le spalle, cercando di essere decisa.

«Perché i poteri rigenerativi dello strigoi sono così grandi che, a meno che la testa non sia sepolta in un posto diverso, anche una ferita così terribile potrebbe guarire, e il morto vivente rialzarsi». Si guardò alle spalle, verso la porta chiusa. «L’avete vista, doamna. Il suo corpo è perfetto adesso».

Era vero. Ero stata troppo scioccata per prestarvi molta attenzione, ma ora ricordai il corpo della donna che giaceva dall’altra parte della porta. Zsuzsanna si appoggiava diritta sulla schiena, con le spalle perfettamente formate, senza segno di curvatura nella spina dorsale. E, sotto la coperta, la forma delle gambe era chiaramente visibile: erano entrambe uguali e sane.

Mi portai le mani al volto e piansi amare lacrime al pensiero che lei sarebbe morta, e lacrime ancora più amare al pensiero di ciò che le avremmo fatto quando fosse morta. Mi ritenni fisicamente incapace di quell’azione, a causa della gravidanza, e Dunya era troppo piccola per mettere in pratica da sola quel macabro atto. Così mi ripresi, pensando nel frattempo che eravamo completamente pazze ad avere quella conversazione, e chiesi:

«Dunya… c’è un uomo che potremmo pagare per farlo, dopo che è morta?».

Le lacrime mi correvano giù per le guance, ma ero molto controllata mentre lo dicevo. Ma la mia voce o l’espressione dovettero evocare pietà, poiché Dunya mi toccò con imbarazzo la spalla, dapprima timidamente, sapendo che era estremamente impertinente per un domestico toccare la padrona se non richiesto, eppure era così travolta dalla compassione che non poté resistere.

«Naturalmente, doamna, c’è qualcuno che lo farà, ma rifiuterà di essere pagato. Però, per favore, non vi preoccupate di tali cose. Me ne occuperò io per voi».

Lo disse con tanta dolcezza, con un tono così tranquillo, che ricominciai a piangere e, per un po’, non riuscii a parlare. Poi mi circondò con le braccia e piangemmo come sorelle.

«Dunya», dissi, «sono così terrorizzata! Sto per avere un bambino, ma non voglio averlo qui. Temo non sia sicuro. La notte scorsa, un lupo mi ha attaccato, alla finestra. È saltato verso di me e ha frantumato il vetro. Era così vicino, l’ho visto chiaramente. Aveva gli occhi di Vlad. Era lui. Lo so: io l’ho visto cambiare».

Lei non sembrò affatto scioccata da ciò ma annuì, dandomi dei colpetti sulla spalla nello sforzo di rassicurarmi.

«Vi terrò al sicuro, doamna, con la croce e l’aglio. Non permetteremo che vi accada qualcosa di male».

«Sto impazzendo? L’ho visto che si mutava in lupo, davanti ai miei occhi…».

«Non siete pazza», disse, con una tale autorità che sentii un po’ di conforto… un ben infelice conforto, sapere che un tale male esisteva veramente. «È vero, lui può diventare un lupo. E, se uccide qualcun altro quando è in questa forma, quell’anima diventerà strigoi, a meno che non gli venga impedito. Ma lui comanda anche i lupi. Noi che viviamo vicino alla foresta sappiamo che quelle creature sono, per natura, timide; esse non minacciano gli abitanti del villaggio: soltanto il bestiame, e solo in inverno, se stanno morendo di fame e, anche allora, soltanto in branco. Un unico lupo non è una minaccia, e noi non lo temiamo… a meno che lui non lo comandi. Poiché lui sa come spingerli ad uccidere chiunque lui desideri, sebbene questa morte sia naturale e l’anima della vittima ritorni a Dio».

Lì fuori, nel corridoio, le feci giurare che avrebbe organizzato in segreto il modo in cui Zsuzsanna sarebbe stata liberata dalla maledizione dello strigoi e non avrebbe detto nulla di queste cose a Arkady, né a nessun altro. Promise, ma avvertì che i servi si stavano insospettendo per il pallore di Zsuzsanna e che delle chiacchiere già stavano circolando nel villaggio riguardo alla sua causa.

Per quanto riguarda Arkady, sembra che abbia preso il calesse in gran fretta questa mattina e, apparentemente, si è diretto al castello. Uno dei domestici è andato a prenderlo, ma non capisco che cos’è che causa un tale ritardo nel ritorno. Temo che Zsuzsanna muoia prima che lui arrivi.

Sono stata seduta accanto a lei in queste ultime ore e, di tanto in tanto, si sveglia per chiedere debolmente di Vlad.

Non so cosa dirle. Non ho alcun desiderio di invitare il ritorno di un tale male nella mia casa. Eppure, lei chiede tanto penosamente che non so quanto a lungo potrò rifiutare.

Dunya è rimasta con me ed è stata un grande conforto. Le ho chiesto di spiegarmi più esaurientemente, in un momento in cui Zsuzsanna era addormentata, il Patto tra Vlad e la Famiglia.

«È come vi ho detto, doamna», disse. «Un accordo simile a quello con gli abitanti del villaggio. Lui non farà del male a nessuno dei suoi».

«Sì, lo ricordo, ma in cambio di…?».

Abbassò gli occhi ed emise un piccolo sospiro di riluttanza prima di ritornare allo stesso tono alto di memoria meccanica che aveva usato in precedenza quando aveva raccontato la storia del patto di Vlad con la cittadina.

«Lui non farà del male a nessuno dei suoi e il resto della Famiglia potrà vivere nella beata ignoranza della verità ed essere libera di lasciare il castello per sempre… in cambio dell’assistenza del primo figlio maschio, vivente, di ogni generazione».

La fissai con orrore, sapendo nel mio cuore che cosa avrebbe risposto persino quando posi la domanda:

«Che cosa vuoi dire, assistenza del figlio maggiore?».

Distolse il viso, incapace di incontrare il mio sguardo spaventato.

«Il suo aiuto, doamna. Per badare a che lo strigoi si nutra, per il bene della famiglia, del villaggio, del paese».

Mio povero caro…!

Il diario di Arkady Tsepesh

17 aprile. Aggiunta scritta su una pergamena. Mi sono chiuso nell’ufficio di papà; il suo revolver è sulla scrivania, vicino alla mia mano destra. Tra mezz’ora, ritornerò al piano inferiore e scorterò Herr Mueller e sua moglie verso la sicurezza della nostra casa. Fino a quel momento, devo fare qualcosa per calmarmi i nervi e tenere la mente libera dalle immagini della testa mozzata di Jeffries, e dalla maniera in cui ha incontrato il suo destino… per mano di Laszlo, o di V.?

E così scrivo, usando gli articoli di cancelleria dello zio.

Quando ho visto Laszlo e gli ospiti oltrepassare in carrozza la casa, mi sono gettato addosso dei vestiti, ho afferrato la pistola, e sono andato immediatamente alle stalle, dove ho attaccato i cavalli al calesse. Mi sono diretto a tutta velocità verso il castello e, mentre raggiungevo la cima della collina, a circa cinquanta piedi di distanza, ho visto che la carrozza era stata già scaricata e che lo stalliere aveva ricondotto i cavalli nella stalla.

Mi sono fermato nel cortile principale e ho legato i cavalli al palo. Non c’era ragione di togliere i finimenti; non sarei rimasto a lungo.

La porta era stata chiusa, e così suonai e attesi, camminando avanti e indietro con impazienza, finché Ana rispose.

«Dove sono gli ospiti?», domandai.

Le sue sopracciglia si sollevarono e gli occhi si spalancarono di fronte alla mia accalorata veemenza.

«Beh, di sopra, naturalmente, signore. Helga ha preparato loro un bagno; sono piuttosto stanchi e pieni di polvere».

Passai spingendola di lato e, salendo le scale, mi diressi direttamente alla camera degli ospiti dove era stato il povero Jeffries. La porta era già chiusa e, quando bussai, la risposta arrivò dopo così tanto tempo che, sulle prime, temetti che Helga li avesse portati altrove.

Poi udii il rumore dell’acqua e una risatina femminile, molto soffocata e debole; quindi, la voce di un giovanotto, un po’ più vicina, che gridò forte in tedesco:

«Andate via».

«Sono un membro della famiglia Tsepesh», gridai, nella stessa lingua, «e vi devo parlare immediatamente».

«Chi?».

Il suo tono che si alzava, indignato, rivelò che aveva udito il nome ma che non lo riconosceva.

Arrossii, ricordando come V. firmasse, per scherzare, la corrispondenza con i suoi ospiti. “Uno della famiglia Dracul”, gridai e, quando seguì un silenzio di attesa, aggiunsi:

«Mi dispiace disturbarvi, ma la questione è urgente».

«Un momento», rispose il giovanotto.

Attesi pazientemente il momento richiesto — in realtà, parecchi minuti — mentre oltre la porta chiusa venivano dei suoni deboli, attutiti, di conversazione, movimenti accompagnati da altro rumore d’acqua, poi il chiudersi di una porta interna alla camera da letto.

Infine dei passi si avvicinarono, e la porta di aprì in parte, lasciando intravedere un giovanotto ben rasato, con gli occhiali e i capelli ricci, di un castano dorato, decisamente bagnati e arruffati. Non doveva avere più di diciotto anni, con un viso ben fatto e bello che ostentava un piccolo naso all’insù che accentuava la sua giovinezza.

Feci del mio meglio per far finta di non notare che si sporgeva in modo tale da nascondere la metà inferiore del corpo; la parte superiore era coperta da una giacca da casa in seta, bagnata, che gli si incollava alla pelle.

«Herr Mueller?», chiesi con educazione, ricercando nella mia memoria il nome sulla lettera che V. aveva dettato.

«Ja?».

Lottò per mantenere un comportamento civile, ma non riuscì interamente a nascondere il fatto che era ansioso di liberarsi di me; teneva una mano sulla maniglia della porta nella speranza di congedarmi rapidamente.

«Sono Arkady…», esitai. «…Dracul, nipote del Principe Vlad. Sono spiacente di disturbare la vostra privacy e quella di vostra moglie», a queste parole il giovanotto arrossì violentemente, «ma c’è stato uno sbaglio. Il nostro cocchiere non avrebbe dovuto portarvi qui al castello, ma alla casa, dove è stata preparata una stanza per voi. Ora, vi ci porterò io».

Non desideravo affatto spaventare quella brava gente; se fossi riuscito a portarli via dal castello ignari del pericolo, sarebbe stato meglio.

«Ma qui la stanza è perfetta», esclamò Herr Mueller. «Graziosa! E inoltre…». Mi osservò con una traccia di sospetto. «Vostro zio ha lasciato un biglietto nella stanza per darci il benvenuto qui. Perché dobbiamo andar via?».

Mi sforzai di pensare a un motivo imprescindibile che non fosse la verità.

«Sì, bene… Avete mai ricevuto la mia lettera a Bistritz? Quella che vi avvertiva di una malattia al castello?».

I suoi occhi si ingrandirono leggermente; indietreggiò di un passo allontanandosi da me, dalla porta.

«Beh, no… Solo la lettera di vostro zio che spiegava quando incontrare la carrozza».

La lettera che pensavo di aver gettato nel fuoco. Mi sforzai di non impallidire a quella rivelazione.

«Ah», dissi gravemente, «non vi ha raggiunto. Non è nulla di troppo grave, naturalmente», e a ciò i suoi occhi si strinsero e indietreggiò di un altro mezzo passo dalla porta, «ma noi pensiamo che sarebbe più sicuro per voi alloggiare nella casa finché la malattia non ha abbandonato il castello».

«Di che malattia si tratta?», insistette Herr Mueller, ma io replicai che era meglio discutere tali dettagli una volta che fossimo arrivati nella casa.

Fu così che Herr Mueller divenne estremamente ragionevole ma chiese un po’ di tempo — “Trenta minuti, non di più” — per amore di sua moglie che era “stanca, si sentiva poco bene e stava facendo il bagno”.

Gli dissi, con severità, che non avrei potuto concedergli altro tempo, e gli diedi istruzioni per tenere la porta chiusa a chiave e aprirla solo quando io — e nessun altro — sarei ritornato a cercarlo.

Andai direttamente nel mio ufficio e scrissi un brevissimo biglietto per V. dicendo che sapevo di infrangere la sua regola riguardo al non interferire con i visitatori, ma che era estremamente necessario e per il suo stesso bene, così come per quello degli ospiti.

Pensai, dapprima, di lasciarlo nello studio, sul tavolo dove l’avrebbe sicuramente trovato, ma temendo che uno dei domestici lo potesse togliere, decisi di farlo scivolare sotto la porta delle sue camere private.

Il pensiero di fare in questo modo ha evocato ancora la strana, inafferrabile immagine sepolta nella mia memoria di bambino:

Il lampeggiare d’argento del coltello; il dolore mentre tagliava la pelle delicata del mio polso. Mio padre che tiene il mio braccio sopra… qualcosa d’oro che brilla debolmente. Non riesco a vederlo ora. Ma ricordai ancora una volta l’antico trono e, questa volta, le parole JUSTUS ET PIUS, giusto e fedele…

Degli artigli invisibili si conficcarono nel mio cervello con tale forza che il dolore mi sconvolse. Gridai e caddi in avanti, con i gomiti e il viso fermi sulla macchia d’inchiostro, le mani che afferravano la parte posteriore del cranio, e mi arresi per un po’ all’oscurità.

Adesso mi sono ripreso per ritrovarmi a fissare la lettera nelle mie mani. È ora di infilarla sotto la porta di V., poi, con rapidità, di andare a prendere gli ospiti.

Passi sulle scale! Sta arrivando qualcuno: il revolver…

Il diario di Mary Windham Tsepesh

18 aprile. Sono le prime ore del mattino e non riesco a dormire. Questa casa è talmente piena di tristezza e disperazione: come potrà mai chiunque di noi dormire di nuovo in pace?

Mio marito è stato così sconvolto alla notizia di Zsuzsanna che, sulle prime, ha agitato la pistola contro il povero Mihai, che ha dovuto persuaderlo a scendere le scale fino alla carrozza e portarlo a casa; in seguito, un altro domestico ha ripreso il calesse. Arkady adesso è con la sua defunta sorella, e non è possibile convincerlo a lasciarla. Temo per lui, nonostante il fatto che Dunya dica che dubita che Vlad gli farà del male, specialmente perché lui è il figlio maggiore, e una cosa del genere non è mai accaduta in tutti i secoli in cui il Patto è stato in vigore.

E nemmeno ha mai morso uno della sua famiglia, stavo quasi per rispondere, ma ho trattenuto la lingua; so che lei intende solo confortarmi. Ma non ci può essere conforto. La verità è che nessuno di noi è al sicuro.

Fino a quando non è arrivato suo fratello, sono rimasta seduta accanto a Zsuzsanna e le ho tenuto la mano. Era diventata un po’ irrequieta e incoerente, e aveva cominciato a chiedere di Vlad. Dapprima non avevo la minima intenzione di arrendermi alla sua richiesta, ma lei pianse così tanto, in modo talmente disperato da spezzare il cuore che, nonostante la mia determinazione, cominciai ad intenerirmi e presi da parte Dunya per chiederle se non ci fosse pericolo.

«Lui non le può fare altro male», bisbigliò Dunya solennemente. «Per quanto riguarda noi non può farci del male, a meno che non glielo permettiamo; fin quando indosseremo i nostri crocifissi ed eviteremo le sue lusinghe, saremo in salvo. Ma lui deve sapere che è Zsuzsanna, e solo Zsuzsanna, che lo invita qui»

Così ho mandato un altro domestico al castello, per consegnare a V. il messaggio che Zsuzsanna stava morendo e chiedeva di lui.

Subito dopo, è arrivato il povero Arkady. Sebbene fossi riuscita a calmarmi mentre ero seduta accanto a Zsuzsanna, sperando di essere forte per amore di mio marito, alla vista del suo viso segnato dal dolore mentre entrava nella camera, mi sono sciolta in lacrime.

Lui si è portato rapidamente al suo fianco. Io mi sono scansata e lui si è seduto sul letto e l’ha presa tra le braccia, sollevandole la testa e le spalle, lasciando che i capelli scuri cadessero sul suo braccio e sul cuscino.

«Zsuzsa…», sospirava, con le lacrime che gli cadevano sulle guance, mentre le accarezzava il viso teneramente. «Zsuzsa, come può accadere?».

La presenza di lui la fece ritornare in sé e la dotò di forza. Gli sorrise con la dolcezza di una santa, con gli occhi che ancora irraggiavano quella misteriosa serenità, nonostante il fatto che il suo respiro fosse un affannoso rantolo.

«Non devi piangere, Kasha. Ora sono felice…».

Lui si lasciò andare ad un amaro singhiozzo e disse:

«Non te ne puoi andare, Zsuzsa. Sono così solo, adesso, con Stefan e papà che se ne sono andati. Non andartene anche tu».

Il sorriso di lei si allargò, mostrando un lampeggiare di lunghi denti mentre mormorava:

«Ma io non ti lascio, Kasha. Mi vedrai ancora. Andremo tutti insieme in Inghilterra».

Mi irrigidii e repressi un brivido, ma il viso del mio dolce Arkady si contorse in una smorfia di dolore, che lui rapidamente soffocò e sostituì con una maschera di coraggio.

«Sì, naturalmente», disse con un tono tranquillizzante. «Devi guarire, così noi tutti potremo andare in Inghilterra insieme. Tu, io, Mary, lo zio e il bambino…».

«Sì, il bambino», sibilò Zsuzsanna con aria sognante, e fissò su di me uno sguardo pieno di una tale fame e desiderio che pensai che sarei svenuta. «Noi tutti saremo così felici quando verrà il bambino. Lo ameremo tanto…».

Arkady chinò la testa per il dolore.

Lei rimase in silenzio per un po’ e non si udiva nulla in quella triste stanza illuminata dal sole, tranne il suo faticoso respirare. Voltai lo sguardo, incapace di sostenere ancora quella scena straziante, fino a che udii il suo respiro affannoso:

«Arkady… Baciami. Baciami per l’ultima volta…».

Alzai lo sguardo e vidi che guardava il fratello con quegli enormi occhi sensuali, occhi tanto irresistibili, tanto seducenti quanto quelli verde scuro che mi avevano stregato, fin quasi a farmi dormire. Immediatamente, misi un braccio sulla spalla di mio marito, per trattenerlo… e intanto Dunya, allarmata, si era avvicinata a lui, piombando sulla preda come una chioccia che protegge la sua covata.

Ma era troppo tardi; Arkady si chinò per baciarla. Lei aprì le labbra, pronta a incontrare quelle di lui ma, all’ultimo istante, lui voltò il capo e le diede un casto bacio fraterno sulla guancia. Lei sollevò una debole mano fino alla mascella di lui, ma era troppo debole e, mentre mio marito rialzava la testa, io vidi un’acuta delusione negli occhi di lei.

In quel momento la lucidità l’abbandonò e ritornò a chiedere di Vlad, che io sapevo non sarebbe venuto poiché il sole era ancora alto nel cielo. Lei alternò irrequietezza e sonno e, nel tardo pomeriggio, arrivò il dottore, ma non poté far nulla, tranne lasciare una medicina disgustosa che lei rifiutò di bere.

Quando si avvicinò il tramonto, si svegliò e divenne estremamente irrequieta, piangendo pietosamente, chiamando Vlad per nome: non si riferiva più a lui come “zio”. Fino a quel momento era stata terribilmente debole. Tutti noi fummo stupiti che fosse ancora viva quando l’oscurità finalmente scese.

Vlad arrivò poco dopo. Ero terrorizzata dal mettergli di nuovo gli occhi addosso ma, quando entrò nella stanza, non provai un brivido di paura o di odio, poiché il suo comportamento non fu affatto quello che mi ero aspettata.

Oh, sì, era un uomo di venti o trenta anni più giovane di quello che avevo incontrato al pomana: bello come mio marito, con le stesse particolari sopracciglia, di un nero profondo, e ora con i capelli neri, striati di argento.

Mi aspettavo una traccia di quel sorriso lupesco, avido, sulle labbra, un bagliore di beffardo trionfo nei suoi occhi. Ma no: c’era solo una preoccupazione sincera, cupa, riflessa nella postura, nel passo, nell’espressione.

Ci ignorò tutti e andò direttamente verso Zsuzsanna, che ancora giaceva tra le braccia di suo fratello, e le prese la mano stringendola così forte che i nervi risaltarono sul suo pallido polso. Gli occhi di Arkady, intontiti dal dolore, tremarono di paura, presto lavata via dalle lacrime.

«Zsuzsa», disse Vlad, e io mi meravigliai di udire emergere dalle labbra di quel mostro una voce innegabilmente gentile, piena di amore e di dolore compassionevole, e fui meravigliata dal sapere che il Demonio in persona possedesse ancora i resti di un cuore umano. Le parlò in rumeno e io non compresi tutte le parole, ma capii perfettamente dal tono cosa le disse. So che le disse che lui l’amava e di non essere spaventata; so che le disse che lui non l’avrebbe mai lasciata.

La sua voce era così affascinante, così irresistibile, che, udendola, credetti che pronunciasse ogni parola con tutta la sua anima miserabile.

Si chinò e la baciò sulle labbra.

Un momento prima, Arkady, singhiozzando, si era coperto gli occhi con una mano, lasciando l’altra intorno alla spalla di sua sorella. Ma io guardai e vidi, con lo stesso affascinato disgusto con cui avevo letto il diario di Zsuzsanna, la profonda sensualità, la passione appena contenuta, nascosta in quel breve abbraccio.

Riluttante, Vlad sollevò la sua bocca da quella di Zsuzsanna, e io vidi l’improvvisa fiammata nei suoi occhi e la più alta venerazione in quelli di lei. In quell’istante, lei sembrò rifiorire; un lieve colore le ritornò sulle guance, e i suoi occhi brillarono di una gioia così intensa che arrivava al limite della follia.

Poi lei si rilassò completamente e smise di lottare mentre era tra le braccia del fratello, con Vlad che sedeva loro vicino, tenendo la piccola e fragile mano tra le sue grandi. Morì con gli occhi spalancati, che fissavano rapiti quelli del suo assassino, e fu solo dopo che Dunya notò che Zsuzsanna non aveva respirato da un po’ di tempo, che comprendemmo che se n’era andata.

Arkady cedette, sopraffatto dal dolore, abbracciando strettamente il corpo di Zsuzsanna e gridando in rumeno. Vlad pianse — pianse vere lacrime! — con lui, poi gli mise una mano sulle spalle e cercò di confortarlo, ma non c’era niente che potesse essere fatto per alleviare il dolore di Arkady; lui spinse via la mano dello zio, con rabbia, e poi si voltò verso di me e ordinò:

«Lasciami! Lasciami solo con lei!».

Con il cuore spezzato, obbedii e andai con gli altri nel corridoio, insieme al Vampiro.

Il dolore e il turbamento di Vlad nella camera di Zsuzsanna erano stati così genuini che provai veramente della compassione per lui, compassione che poi svanì poiché, mentre si voltava per guardare Dunya che usciva, colsi la sua espressione e il lampo della vittoria nei suoi occhi. E inoltre, un’intelligenza così estremamente fredda, così estremamente calcolatrice, che non provai paura, ma solo un tale odio che per un momento non riuscii a parlare.

Nonostante l’ostentazione di devozione verso Zsuzsanna, non era che un mostro, non era che un assassino.

Guardandomi, la sua espressione divenne, ancora una volta, quella di un parente preoccupato, e mi disse in tedesco:

«Tuo marito ne ha sopportate tante. Adesso devi cercare di confortarlo».

Come risposta, feci scivolare un dito sotto il colletto del vestito, presi la catenina d’oro… e tirai fuori la croce, in modo che potesse vederla.

I suoi occhi scintillarono di rosso, come quelli di un animale illuminati dalla luce di un lampo di notte. Si allontanò di un passo ma io colsi la fuggevole espressione di furia che gli attraversò i lineamenti. In un modo molto inopportuno in quel momento di grande dolore, le sue labbra si curvarono in un lieve e amaro sorriso che rivelò i denti.

«Allora», disse, «stai diventando superstiziosa, come i contadini?»

«Soltanto perché ho letto il suo diario», risposi, con le labbra contorte per il disgusto. «Solo perché so che cosa — chi — l’ha uccisa. Soltanto perché so che tu hai rotto il Patto».

Mentre parlavo, il suo sorriso svanì, ma i denti mortali rimasero ancora in vista. Per un momento, mi guardò con una rabbia talmente infinita che provai un’ondata di vertiginoso terrore.

«Tu hai saputo più di quello che le pagine di Zsuzsanna avrebbero potuto rivelare», disse lentamente, fissandomi con il suo sguardo magnetico. «Chi ti ha parlato? Chi?».

Improvvisamente timorosa per Dunya, risposi con il silenzio.

Parlò ancora, con il languore letale di un serpente che si attorciglia per colpire.

«Solo gli ignoranti», disse, con lo sguardo ancora puntato su di me, «credono di sapere tutto. Tu non sei in grado di capire. Come osi parlare a me del Patto, di qualcosa che io venero, di qualcosa di cui non sai niente? Io amo Zsuzsanna…!».

Conscia di Arkady che piangeva oltre la porta aperta, abbassai la voce in un bisbiglio appassionato.

«Questo non è amore. È un’azione spregevole. Orgoglio. Malvagità mostruosa…».

Lui abbassò la sua voce ad un sibilo che sembrò quello di una vipera infuriata.

«Non spetta a te giudicare, capire!».

All’improvviso la sua furia si calmò e i suoi occhi assunsero quell’irresistibile amorevolezza, e sorrise dolcemente, tanto dolcemente quanto Zsuzsanna quando mi aveva supplicato di baciarla.

«Nel passato, avrei decretato soltanto un tipo di destino per quella donna che avesse osato insultarmi», disse piano, studiandomi dalla testa ai piedi con quello sguardo intento, a cui nulla sfuggiva. «Ma tu sei una bella donna. Quegli occhi… sono come zaffiri incastonati nell’oro. Forse un giorno potrai essere persuasa a comprendere. Sono stato solo, ho negato a me stesso della compagnia per troppo tempo. Troppo tempo…».

Allungò la mano… piano, con il dorso delle dita chiuse, come per toccarmi teneramente la guancia, ma la croce alla gola lo tratteneva. Istintivamente mi ritrassi, e indietreggiai finché la mia schiena premette contro il muro. Lui mi seguì, finché la sua mano rimase sospesa a qualche centimetro dal mio volto e accarezzò l’aria sopra la mia pelle. Tremai, mentre lui l’abbassava con tenerezza, indugiando, come per accarezzarmi la guancia, la curva del mento, la linea del collo.

Per un orribile istante, mi trovai a fissare nei suoi occhi, dimenticando tutto il dolore, tutta la ripugnanza, pensando a nient’altro che alla loro raffinata bellezza verde scuro, all’eccitazione — Dio mi perdoni — che avevo provato mentre leggevo il diario di Zsuzsanna, all’intenso piacere che lei aveva provato, a come avrei potuto provare quel piacere e ancora di più, se mi fossi semplicemente strappata la croce dal collo e l’avessi attirato a me in quell’oscuro corridoio e avessi sentito i suoi denti penetrare profondamente nella mia carne…

Alzai una mano alla gola e la chiusi sulla croce.

Mentre così facevo, il bambino dentro di me si mosse. Mi ripresi e provai un’ondata di ripugnanza più grande di qualunque altra avessi mai sentito e gridai:

«Non lo permetterò mai! Piuttosto morirei!».

Sorrise malignamente e aprì la bocca per parlare, ma io non glielo permisi. Tremavo mentre parlavo, ma di rabbia, non di paura. L’odio e l’amore mi diedero il coraggio di dire la verità.

«Io non resterò», dissi, abbassando la voce tremante, ancora una volta consapevole del mio addolorato marito nella stanza vicina.

«Né permetterò ad Arkady di restare ed essere ingannato. Tu lo hai ipnotizzato in qualche modo per farlo restare qui, per farti amare da lui, ma non hai alcun potere su di me!».

«Non esserne tanto sicura, mia bella Mary», disse, ma ciò fu interamente dovuto alla mia immaginazione, poiché le sue labbra non si mossero. Abbassò quindi la mano ma, invece di indietreggiare, si chinò in avanti, con fare minaccioso, finché quegli occhi verdi apparvero grandi nel mio campo visivo mentre bisbigliava, con lo stesso orribile sorriso lascivo che aveva visto per la prima volta al pomana: «Allora per il tuo bene e per quello di tuo figlio, ti consiglierei di fare attenzione ai lupi».

Se ne andò. Non riuscii a dire nulla, a fare nulla se non appoggiarmi tremante contro il muro nel corridoio e ascoltare il pianto afflitto di Arkady.

Mio marito si rifiuta di lasciare il corpo di sua sorella. Stanotte, dice Dunya, è al sicuro; Zsuzsanna non si rialzerà finché non sarà sepolta. Così ho dato ordine ai domestici di lasciarlo solo, come lui desidera.

Stanotte, Dunya ed io dormiremo nella piccola camera dei bambini e ne abbiamo inghirlandato le finestre con corone di aglio. Non sopporto di restare sola o di trascorrere la notte nella mia camera, pensando al vetro in frantumi dietro alla tenda. Ho la debole speranza che, forse, lui non potrà trovarmi qui, e così ho portato il cuscino e la coperta, il diario e la penna. La presenza di Dunya è un vero conforto.

Terrorizzata come sono, provo uno stranissimo sollievo nel non dubitare più dei racconti dei contadini circa il Patto e lo strigoi. La verità può essere orribile ma, perlomeno, conosco con sicurezza il Male che combatto, e so che non può essere più forte dell’amore che porto a mio marito e al bambino.

La morte di Zsuzsanna non è che un momentaneo trionfo per lui. Non vincerà. Non vincerà.

Capitolo decimo

Il diario di Mary Windham Tsepesh

19 aprile. Arkady è impazzito. Rifiuta di mangiare e di dormire, e non vuole lasciare sua sorella, nonostante il fatto che l’abbiamo sepolta a mezzogiorno.

La notte che Zsuzsanna è morta, è rimasto con il corpo di lei. Io non ho cercato di dissuaderlo, poiché Dunya mi aveva assicurato che non era in pericolo ed io ho creduto che si comportasse secondo un uso transilvano; dopotutto, la notte che arrivammo alla villa, rimase a vegliare il corpo di suo padre.

Ma ieri mattina, era ancora con lei. Dunya venne in camera per riferire che Arkady si rifiutava di lasciare Zsuzsanna sola con i domestici; anche quando le donne vennero per lavarla e quando gli uomini la posero nella bara e la portarono nello studio principale, non la lasciò. Ciò preoccupava Dunya, che mi disse che si era accordata per la liberazione di Zsuzsanna dalla maledizione dello strigoi, una volta che fosse sepolta e tutti avessero lasciato la tomba.

Dopo aver parlato con Dunya, andai nello studio, ma la porta era chiusa a chiave e sprangata e Arkady non sembrava riconoscere la mia voce. Non si avvicinò nemmeno alla porta: urlava soltanto, minacciando di usare la pistola se non fosse stato lasciato solo. Scoraggiata, ritornai nella camera dei bambini e, sebbene non sia stata educata come cattolica, mi sono trovata a pregare davanti al piccolo altarino di San Giorgio eretto lì da Dunya. Il dolore e la tristezza mi lasciarono insolitamente esausta e così, alla fine, caddi in un sonno sgradevole.

Nel tardo pomeriggio fui svegliata da lontani rumori di trambusto. In seguito ho saputo da Dunya che mio marito aveva brandito la pistola in direzione di due donne pagate da Vlad per cantare i tradizionali canti dei morti al cadavere di Zsuzsanna e le aveva cacciate dalla stanza. Il bambino, quel pomeriggio, cominciò a sferrare calci con tanta forza che non potei tornare a dormire, e non riuscii a riposare.

Ieri, prima che il sole tramontasse, Arkady non era ancora emerso dalla veglia. L’approssimarsi della sera risvegliò le mie paure e il mio senso di urgenza; non sopportavo il pensiero di mio marito, solo, accanto a sua sorella, non morta, nell’oscurità. E così, con un’ultima silenziosa supplica a San Giorgio, andai a cercare di persuadere Arkady a ritornare con me nel porto sicuro della camera dei bambini.

Con il mento alzato, le spalle ben dritte per la determinazione, bussai alla porta dello studio. In risposta, ricevetti uno stridulo grido:

«Andate via!».

«Arkady», risposi immediatamente e tirai un respiro, preparandomi a lanciarmi in un discorso razionale riguardo al motivo per cui doveva aprire la porta. Ma, al suono della sua voce, così strana, amara e rotta, emisi invece un singhiozzo, e lentamente mi appoggiai alla porta, sopraffatta dall’orrore per la nostra situazione.

Non riuscivo a trovare la voce; potevo solo piangere. Per alcuni secondi ci fu silenzio, ma poi da dietro la porta arrivò il suono attutito dei passi e lo scricchiolio del catenaccio che veniva tirato. Lentamente, la porta si aprì e, nelle ombre tremolanti, apparve mio marito, con la pistola nella mano destra.

La sua vista mi strinse il cuore. Aveva i capelli arruffati, la barba lunga, con profonde ombre sotto gli occhi afflitti, e sulla tempia destra era apparsa, in quelle ore trascorse da quando l’avevo visto l’ultima volta, un’inequivocabile sottile striscia d’argento tra i suoi folti capelli neri come il carbone… messa lì da Vlad, che ogni giorno sembrava ringiovanire.

«Mary?», chiese tremante, con una voce così infantile, così indifesa e rotta, che mi provocò altre lacrime.

Abbassò appena la pistola e aggrottò la fronte mentre mi scrutava con gli occhi rossi, gonfi, cerchiati di ombre nere. I suoi occhi sono sempre stati, credo, il suo tratto più piacevole: di fatto, la parola “bello” è più appropriata. Come suo “zio” e sua sorella, ha degli occhi che colpiscono, che fanno restare senza fiato: nocciola chiaro, punteggiati di molto verde e circondati da un anello di marrone scuro.

Quegli occhi compassionevoli, belli, erano del tutto perduti, disorientati come quelli di un ragazzino che vaga intontito in una foresta senza fine. Li fissò su di me e io li vidi socchiudersi, li vidi muoversi per l’incertezza mentre cercava nel profondo della sua memoria, tentando di ricordare se mi conosceva veramente, se potevo essere degna di fiducia.

«Sì, caro, sono Mary», dissi con gentilezza, e mi avvicinai di un passo alla soglia.

Lui si irrigidì ma non alzò ancora la pistola e, quando rimasi immobile, in attesa, l’abbassò finché, infine, puntò la canna verso il pavimento, ma non allentò la presa.

Entrai e mi mossi lentamente, con prudenza, accanto a lui, mentre si voltava e ritornava verso la bara al centro della stanza.

All’interno, nessuna lampada era accesa, e gli angoli erano coperti dall’oscurità. L’unica luce proveniva da un grande candelabro solitario, con venti bracci e quasi della mia altezza, che stava sulla parte superiore della bara aperta.

Le venti candele erano tutte accese, e gettavano su Zsuzsanna un tremolante chiarore dorato che le conferiva una bellezza talmente stupefacente da farla apparire irreale come una statua, una magnifica opera d’arte, intesa a rappresentare la quintessenza della bellezza. Nessun essere umano avrebbe potuto mai possedere un tale fascino.

La sua vista mi tolse il respiro, e mi fece alzare la dita alle labbra. Ma, mentre la guardavo, compresi che quell’effetto era dovuto a qualcosa di più che alla luce delle candele; il suo stesso essere sembrava irradiare una luce interna, e la sua pelle possedeva la stessa peculiare qualità di fosforescenza che avevo, per la prima volta, notato nella pelle di Vlad, al pomana. Infatti, essa sembrava, mentre la continuavo a guardare, luccicare di lievi bagliori di pallido, argenteo blu.

La vista di lei era talmente affascinante che dovetti chiudere gli occhi e forzarmi, invece, a guardare mio marito, che si sistemava su una sedia posta accanto alla bara, il posto in cui aveva, apparentemente, trascorso molte delle ultime ore. Anche Arkady guardava Zsuzsanna, in modo così fisso da sembrare in trance e, quando lo chiamai per nome, dapprima piano e poi più forte, non udì, ma continuò a fissare la sorella con la distante e fiacca espressione di uno ipnotizzato.

Allungai la mano per toccargli il braccio. Si girò di scatto e alzò la pistola ancora stretta nella mano destra, come se avesse già dimenticato che mi aveva invitato a entrare. Indietreggiai e lo guardai, finché la paura nei suoi occhi diminuì e fu sostituita ancora una volta dal riconoscimento.

«Arkady», dissi piano e, quando la sua espressione si ravvivò debolmente, mi feci coraggio e lo accarezzai nuovamente sulla spalla. Non ero affatto certa, quando entrai nella stanza, di quello che avrei dovuto dire; sapevo solo che eravamo entrambi giunti ad un punto di estrema disperazione, e così gli parlai dal profondo del cuore.

«Arkady: ho bisogno di riavere mio marito. Ho bisogno del tuo aiuto».

Le mie parole oltrepassarono il velo di disperazione e lo toccarono. Lentamente, poggiò la pistola accanto a sé sul cuscino della sedia e si voltò a guardarmi con occhi che parlavano della sua feroce lotta per emergere dalla sua oscurità interiore.

Ma io vidi in quello sguardo una scintilla dell’uomo che avevo conosciuto e mi rincuorai.

«Vieni a letto, caro», bisbigliai. «Vieni a letto. È ora che entrambi riposiate».

Si passò le dita tra i capelli da poco imbiancati e li strinse, scuotendo la testa; la sua voce aveva un accenno di quell’angoscia che lo aveva portato alla follia.

«Non posso… non oso lasciarla…».

«Non c’è nulla di cui avere timore», dissi per calmarlo. «Possiamo far restare con lei uno dei domestici».

«No!». Si voltò come un serpente per guardarmi. «Di loro dobbiamo fidarci meno di tutti!». Abbassò la voce fino a un mormorio da cospiratore, come se temesse che uno di essi potesse origliare, ma i suoi occhi erano stranamente lucidi. «Una volta ho dato loro fiducia… con il cadavere di papà. Se ti dicessi che cosa gli fecero…». Rabbrividì e scosse di nuovo la testa. «No. Non gliela affiderò».

«Arkady», dissi con fermezza, «tu hai detto di aver visto cose terribili al castello. Bene, io ho visto cose orribili qui. Questa casa non è più sicura ed io ho bisogno di te. E non soltanto io… Anche tuo figlio ha bisogno di te».

Gli misi la mano sul mio ventre e gli feci sentire l’irrequieto bambino. A ciò la sua espressione si addolcì, e per un momento pensai che avrebbe pianto, invece si alzò dalla sedia e mi abbracciò, stringendomi così forte che potevo a malapena respirare.

Ma gli fui grata per quell’abbraccio; calde lacrime mi bagnarono le guance, e lo tenni stretto con una disperazione che faceva il paio con la sua, terrorizzata al pensiero che, se avessi osato lasciarlo andare, la nostra piccola famiglia avrebbe potuto non essere mai più insieme.

«Sono così spaventato», mi bisbigliò all’orecchio. Le nostre guance bagnate erano premute l’una contro l’altra; le lacrime scorrevano giù lungo i nostri volti, ma non potevo dire quali fossero le sue e quali le mie. «Sono assai spaventato che possa capitare qualcosa a te o al bambino».

«Ed io sono spaventata per te», dissi, «a causa di ciò che ti è già successo. Arkady, tu non sei in te; ti sei ammalato per il dolore. Ti ricordi che fosti d’accordo per andare a Vienna, perché la tensione era troppo grande? Dobbiamo farlo immediatamente, prima che qualche altro male ci possa accadere».

«Sì…», mormorò con aria assente. «Dovremmo andare». E poi sentii il suo corpo teso contro il mio e un muscolo nella sua mascella cominciò a contrarsi involontariamente. «Ma non la posso lasciare. Non ancora…».

Mi irrigidii e mi scostai dall’abbraccio, sebbene cingessimo ancora con le braccia l’uno la vita dell’altra. Decisi di tentare di portarlo con delicatezza alla verità su Vlad.

«Arkady… vedi come è bella Zsuzsanna?».

Sospirò e, sciogliendosi dall’abbraccio, si voltò verso la bara per guardarla ancora una volta con doloroso apprezzamento.

«Sì… sì, è bella…».

Rimase senza respiro, trattenendo le lacrime.

Io rimasi accanto a lui e gli misi una mano sulla spalla per confortarlo.

«Più bella di quanto sia mai stata in vita, ma… hai dimenticato che la sua spina dorsale era curva e la sua gamba non sviluppata?».

Lui guardò all’improvviso le ombre che danzavano sull’alto soffitto, come se non volesse affrontare il ricordo, come se avesse paura di ciò che la sua contemplazione potesse rivelare. Il respiro gli diventò più rapido e le spalle cominciarono ad alzarsi e abbassarsi, come se stesse lottando per reprimere la conclusione che la ragione avrebbe potuto portare.

«No», disse amaramente. «No, non l’ho dimenticato».

Indicai il corpo nella bara.

«Guardala, Arkady. Guardala! Puoi vedere che non ha l’aspetto che un morto dovrebbe avere dopo che è passato un giorno. La sua schiena è perfettamente diritta; è più alta. E guarda le sue gambe!».

Controvoglia, abbassò lo sguardo sul cadavere di sua sorella e sulle due gambe perfette, ben formate, sotto il vestito.

«Adesso sono entrambe perfette», continuai. «Che cosa potrebbe causare un tale miracolo?».

Si strinse la fronte.

«Follia! La stessa follia che mi ha condotto a vedere Stefan, a vedere i lupi risparmiare la mia vita; che fa sì che lo zio divenga ogni giorno più giovane! Ed io ho fatto questo a te, Mary, alla persona che amo di più in tutto il mondo…». La sua voce si spezzò. «Non riesco a sopportare di vedere che ti accada…».

Udii il furore nella sua voce, ma anche l’agitazione di una rivelazione non desiderata; sentii che non potevo permettermi di arrendermi. Gentilmente ma fermamente, dissi:

«Arkady, sono perfettamente sana di mente; sono la stessa Mary che hai sempre conosciuto e ti dico, ora, che non sei pazzo per aver visto quelle cose. Zsuzsanna, adesso, è perfetta perché è uno strigoi, è una dei morti viventi». Esitai. «Non hai visto Vlad, quando è venuto per lei? I suoi capelli sono neri, mentre prima erano bianchi: sembra più giovane di trent’anni. Come lo spieghi?».

Il suo sguardo corse direttamente alla piccola croce d’oro, che io avevo, senza pensare, dimenticato di far scivolare sotto il vestito prima di venire a parlare con lui. I suoi occhi si strinsero alla sua vista ed egli alzò lo sguardo al mio e, con uno stupore pieno di orrore bisbigliò:

«Buon Dio, sei come loro adesso, vero? Ti sei fatta imbrogliare come loro! Non vorresti altro che me ne andassi a dormire, così potresti aiutarli a violare il suo corpo, proprio come fecero con quello di papà!».

Lo sguardo di offeso tradimento sul suo viso mi spezzò il cuore. Chiusi strettamente le dita della mano sinistra intorno al crocifisso, finché questo non mi tagliò la carne e gridai nel pensare mio marito così irretito dall’incantesimo del Vampiro da essere, per me, perso per sempre; nel pensare che il sangue che scorreva nelle sue vene — e nelle vene di nostro figlio — ci legasse irrevocabilmente, eternamente, al mostro.

Pensavo che quei legami di sangue non avrebbero potuto mai essere allentati e che mio figlio era condannato a percorrere la strada dei suoi infelici antenati.

Silenziosamente, mi appellai a San Giorgio, affinché brandisse la sua spada lucente e, con un colpo mortale, recidesse quei legami del colore del sangue.

La mia disperazione si dovette vedere chiaramente poiché, alla sua vista, Arkady rimase senza fiato e tutta la rabbia sembrò abbandonarlo improvvisamente. Cedette per la stanchezza e con una voce bassa, piena di tristezza, mi chiese:

«Hai un’idea di cosa significhi dire che queste cose sono vere?». La sua voce divenne un bisbiglio. «Povera Mary. Mia cara, ho contaminato la persona che amo di più, con il male che è qui. Ho portato te e nostro figlio in un nido di vipere. È tutto vero… lo zio è un pazzo e un assassino, proprio come mio padre, suo complice, e io sono destinato a diventare come loro…». Nascose il viso tra le mani, sopraffatto dalla stessa visione di generazioni macchiate di sangue che avevo avuto io e mormorò: «Figlio mio! Povero figlio mio!».

Il suo tormento era così acuto che anch’io lo sentii, e potei soltanto fissarlo dolorosamente mentre restavamo ammutoliti per l’estrema crudeltà della verità. Attesi, con la speranza che sarebbe ritornato in sé, che avrei potuto convincerlo a fuggire da questo posto con me.

«Tu non sei un assassino», dissi, con la voce tremante. «Ma Vlad è uno strigoi e ti controlla. Permettimi di portarti il diario di Zsuzsanna. Lei ha scritto come egli bevve il suo sangue…».

Ma io non avevo trascorso la mia infanzia educata ad amare e riverire Vlad, e il sangue del Vampiro non scorreva nelle mie vene. Era più facile per me, un’estranea dalla forte volontà, resistere all’ipnotismo di Vlad e accettare la verità, di quanto lo fosse per il mio povero marito.

Arkady alzò il viso e disse rauco:

«Oh, Mary… Mary… Prova soltanto che lei è pazza quanto me. Vai. Vai adesso! Non riesco a sopportarlo oltre!».

Quando esitai e aprii la bocca per contraddirlo, alzò la voce:

«Vattene!», m’ingiunse.

Poi ritornò alla sedia accanto alla bara, ritrovò la pistola, e riprese il suo posto come guardiano del cadavere di Zsuzsanna, inconsapevole che, facendo così, non serviva né la ragione, né la lealtà, né l’amore, ma il più malvagio degli scopi.

Penso che suo “zio” — o, con più probabilità, suo nonno, eliminando due dozzine di antenati — abbia più influenza su di lui di quanto sapremo mai. In quel momento, vidi gli occhi di Vlad nell’oscurità ondeggiante, e udii nella mente la sua risata di scherno.

«Così, pensavate che avrei potuto tanto facilmente essere giocato, vero? Così pensavate che Zsuzsanna avrebbe potuto essere vostra per farne quello che volevate?».

L’espressione di Arkady era dura, irraggiungibile, mentre voltava il suo profilo verso di me e sedeva guardando in basso, addolorato, il corpo voluttuoso di sua sorella, raggiante nella tremolante luce delle candele. Sapevo che non sarebbe stato bene discutere con lui in quel momento, e così me ne andai, abbattuta, sconfitta, ma dicendomi che la stanchezza certamente avrebbe avuto la meglio nel prosieguo della notte.

Non fu così. Rimase con lei tutta la notte del diciotto e quando, questa mattina, ho saputo da Dunya che era ancora al suo fianco, con gli occhi furiosi, prossimo al delirio per aver rifiutato cibo e bevande, il mio cuore è venuto meno.

Il funerale ha avuto luogo a mezzogiorno. Si è trattato di una faccenda estremamente pietosa. Sono venuti soltanto quattro dei domestici, poiché i racconti di Zsuzsanna morta in seguito al morso dello strigoi hanno fatto sì che il resto ne rimanesse lontano.

Prima sono venuti nello studio e sono rimasti in piedi davanti alla bara aperta per rendere omaggio con un rispettoso momento di silenzio alla loro padrona morta, togliendosi il cappello. Ion piangeva, ed io pensai di riconoscere nel suo dolore un accenno di quella rabbia indignata che avevo visto in Dunya, non appena aveva saputo della rottura del Patto.

Quando ha cercato di nascondere il suo crocifisso nelle mani della padrona morta, Arkady, che guardava attentamente, glielo ha tolto di mano. Per un momento, ho pensato che mio marito l’avrebbe scagliato via; invece, se l’è infilato in tasca in modo che non potesse essere ritrovato e ha gridato verso il vecchio giardiniere in rumeno. Mi è dispiaciuto moltissimo per il vecchio, e ho desiderato di saper parlare la sua lingua in modo da poterlo confortare poiché guardava mio marito con timoroso smarrimento, ma non ha detto una parola.

Anche Ilona e Dunya sono venute e sono rimaste a guardare il cadavere con inquieta riverenza e più timore che dolore, poiché loro sapevano meglio di chiunque altro gli stupefacenti cambiamenti che il corpo della domnisoara aveva subito. La chiara paura nei grandi occhi di Ilona diceva che anche lei capiva che la sua padrona non avrebbe riposato né in pace né a lungo, e che la bara era un grembo ligneo che avrebbe dato vita a un figlio perfetto, bello e mostruoso.

Mihai e il fragile e caro Ion hanno aiutato Arkady a trasportare la bara nella tomba, cosa che è stata una fatica per tutti e tre, e inoltre, poiché gli altri se ne erano andati, nessuno aveva preparato la tomba per la cerimonia.

Zsuzsanna è stata posta a riposare… no, non a riposare! A meno che non riesca a persuadere Arkady a lasciarla stanotte… senza fiori, o luce di candele, o canti, in una tomba tetramente adorna di ragnatele e polvere.

Scapigliato, con lo sguardo folle e la barba lunga, Arkady ha tenuto un discorso. Non ricordo che cosa ha detto; durante tutta la cerimonia non solo non sono stata bene, ma ero sull’orlo dello svenimento, e mi sono sentita sollevata quando ha finito dopo alcuni minuti.

Poi il nostro piccolo e triste gruppo è uscito camminando lentamente… tutti, tranne Arkady, che si è seduto sul freddo pavimento di pietra davanti alla bara di sua sorella e ha estratto la pistola, con la chiara intenzione di restare a vegliare.

Ero troppo turbata per cercare di supplicarlo ancora e volevo soltanto affrettarmi ad uscire e liberarmi dell’aria immobile e oppressiva della tomba, ma Dunya si è fermata per parlare con lui in rumeno. Come risposta, lui l’ha minacciata con la pistola.

Lo abbiamo lasciato là. Che altro potevamo fare? Tutte le parole del mondo non potrebbero aiutare né lui né sua sorella, a questo punto.

Questo pomeriggio, ho fatto portare un messaggio al castello da Mihai, dicendo che non ci sarebbe stato alcun pomana questa sera, poiché Arkady era indisposto.

Come i domestici, sono pronta a fuggire. Ho preparato i bauli ed ora ho bisogno soltanto di ritrovare il mio povero marito. Sono decisa a mettere in atto la mia promessa a Vlad: non resteremo.

Dunya dice che il Vampiro non può attraversare l’acqua che scorre, tranne che nella sua bara di terra. Benissimo; Arkady ed io fuggiremo al mattino e non ci fermeremo finché non attraverseremo il fiume Muresh, che raggiungeremo prima del crepuscolo se facciamo correre i cavalli. Fino ad allora, rimarremo nascosti nella camera dei bambini, che Dunya ha reso un porto sicuro con corone di aglio alla finestra e alla porta e, ovunque, ritratti di santi. Tiene una candela accesa davanti all’icona di San Giorgio, che brandisce una spada, pronto a staccare la testa di Dracula… il drago.

Il Demonio.

Ricordo che fu la parola con cui il signor Jeffries si riferì a Vlad; Dunya mi ha spiegato che gli abitanti del villaggio chiamano la famiglia di Arkady con quel nome.

Anch’io ho pregato San Giorgio: l’ho pregato di proteggere mio marito e mio figlio. Ucciderei il drago con le mie mani, se fosse possibile, ma Dunya dice che tentare è troppo pericoloso, e che durante il giorno, quando distruggerlo è più facile, la porta del suo rifugio rimane chiusa a chiave e sprangata, ed è troppo pesante da buttare giù per un’unica persona. Coloro che ci hanno provato, sono tutti morti di morte violenta.

Quanti secoli dobbiamo aspettare perché si incarni su questa terra il santo uccisore del drago e ci liberi da questo mostro?

Dunya ed io abbiamo discusso che cosa dev’essere fatto per fare uscire Arkady dalla tomba, e per impedire a Zsuzsanna di rialzarsi come strigoi questa notte. Sembra impossibile che possa restare sveglio ancora a lungo ma, se lo fa, il mio piano è di andare da lui, come Dalila, offrendogli di calmare la sua sete… con una bevanda contenente laudano. Se le parole dolci non lo convinceranno, allora lo farà il papavero.

Il sole è basso nel cielo; è ora.

San Giorgio, liberaci.

Capitolo undicesimo

Il diario di Mary Windham Tsepesh

19 aprile, aggiunta. Dio mio, si è infiltrato nel nostro piccolo rifugio sicuro! Dorme tra noi… ed io non posso andare ad avvertire mio marito, che è alla mercé di un altro figlio, più mostruoso, in procinto di nascere. Vlad sa tutto quello che noi abbiamo progettato.

Mentre Dunya, povera pedina innocente, non sa nulla. Mi sorride dolcemente anche ora, mentre mi versa una tazza di thè calmante, incapace di decifrare i misteriosi segni che scarabocchio sulla pagina… presto, prima che torni la prossima ondata di dolore. Temo che questa sia l’ultima registrazione che farò sul diario. Lo lascerò dove mio marito lo potrà trovare, se sopravviverà a questa notte.

Le doglie sono iniziate poco dopo il mio ritorno dall’aver parlato con Arkady alla tomba di Zsuzsanna e stavo camminando con Dunya verso la casa. Nel mezzo del prato erboso, sono caduta in ginocchio, allungando le braccia, e nel dolore lancinante ho afferrato il vestito di Dunya proprio sotto il colletto.

Il tessuto al suo collo si è aperto rivelando la tenera pelle proprio sotto la clavicola e lì, ecco due segni rossi, rotondi, con il centro bianco.

L’angoscia mi ha attraversato come una spada, riempiendomi dello stesso agghiacciante dolore dell’istante in cui seppi, tanti anni fa, che mia madre e mio padre erano morti. È vero, Dunya è ancora viva — respira, parla, si muove — ma, per me, è persa quanto i miei genitori, da lungo tempo sepolti nella terra fredda.

A quella vista ho emesso un lamento pieno d’orrore; Dunya ha creduto che gridassi per l’angoscia del parto. Volevo fuggire, correre via nella foresta. Dapprima ho lottato e non permettevo che posasse nemmeno una mano su di me ma, ben presto, sono stata costretta a permetterle di aiutarmi a ritornare nella camera dei bambini.

Una volta lì, ho dovuto farmi forza per non rabbrividire al suo tocco, troppo impacciata nella mia condizione per fare qualcosa, se non permetterle di prendersi cura di me. Ma lei è stata gentile e devota come una sorella. Adesso guardo il suo viso affettuoso e privo d’inganno, e posso solo piangere.

Mostro! Mostro! Un giorno ti farò pagare per quello che hai fatto a lei e alla sorella di Arkady!

Vedo negli occhi di Dunya che lei, contrariamente a Zsuzsanna, è del tutto ignara di ciò che le sta accadendo; la mia più cara amica è divenuta il mio nemico più pericoloso, e lei nemmeno lo sa. Per quanto tempo ha usato questa povera, innocente ragazza? È accaduto di recente o è stato da quando ha dormito nella stanza di Zsuzsanna? È lei che va da lui nella notte, quando dormiamo? È sempre stata la sua spia?

Non riesco a persuadermi a dirglielo, a lacerare il suo cuore. Dunya, mia leale Dunya! Lo strigoi ha vinto. Tu ed io siamo entrambe perdute…

Ancora dolore. Non riesco più a scrivere. Che Dio ci aiuti.

Capitolo dodicesimo

Il diario di Arkady Tsepesh

21 aprile, aggiunta su una pergamena separata. 1 a.m. Siedo in ascolto delle grida di mia moglie mentre scrivo un avvertimento per il figlio che sta nascendo. Sono passati dei giorni da quando scrissi per l’ultima volta in questo diario e, nel periodo intercorso, ho sperimentato più dolore e orrore di quanto le parole possano esprimere. Zsuzsanna è morta ed è stata deposta nella tomba di famiglia. Di quel periodo ricordo soltanto il momento in cui è morta tra le mie braccia, e i suoi begli occhi neri fissi in quelli di suo zio.

L’intero evento è confuso; la mia volontà è stata lentamente spezzata, inesorabilmente, prima dalle morti di mio padre e di Jeffries, poi da quella di mia sorella. Gli artigli del controllo hanno frantumato la mia mente mentre mi trovavo tre giorni fa in questa stessa stanza, ma questa volta essi non abbandoneranno la presa.

Oh, ma quello che ho visto questa notte supera ogni precedente orrore. Ciò che ho visto mi ha talmente scioccato fin nel profondo della mia stessa anima che sono emerso all’altro capo della follia e sono guarito.

Guarito… e, per la prima volta nella mia vita, non sono più una marionetta.

Voglio registrare, quindi, ciò che riesco a ricordare con chiarezza. Ho espresso qui tutto quello che ricordo della morte di mia sorella; apparentemente, sono stato sveglio per tre giorni senza mangiare, e sono rimasto nella tomba con Zsuzsa, ma di ciò ho soltanto dei fuggevoli ricordi.

Mia moglie è venuta da me meno di un’ora prima del tramonto, il giorno che Zsuzsanna è stata sepolta. Questo lo ricordo bene per le emozioni che mi ha provocato e per quello che seguì.

Mi ricordo che sedevo nella tomba sul freddo pavimento di marmo accanto alla bara chiusa di mia sorella, con la schiena appoggiata contro il muro freddo, i gomiti sulle ginocchia ed entrambe le mani che tenevano il revolver. Ero in un bizzarro stato di coscienza, né di veglia né di sonno ma, in un certo senso, stavo tra i due, dove i sogni sembrano liberi di entrare e di mescolarsi alla realtà.

Mi trovavo all’interno della costruzione senza finestre dal mezzogiorno, e avevo lasciato aperta la grande porta di pietra in modo che potessi vedere meglio l’avvicinarsi di un intruso. La porta si apriva su un’anticamera che conteneva dozzine di vecchie bare, e uno stretto corridoio conduceva a una seconda stanza più grande, piena di un numero ancora maggiore di defunti, alla quale era stata aggiunta la nicchia dove i miei parenti più prossimi erano stati seppelliti. Soltanto una piccola lama di luce penetrava dalla stanza più esterna nella nicchia, lasciandola scura e in ombra, ma i miei occhi si erano abituati alla mancanza di luce chiara, e io potevo rendermi conto dall’oscurità crescente che il giorno stava morendo.

Caddi in uno strano sogno ad occhi aperti in cui immaginai che mio padre, mia madre e Stefan giacessero perfettamente conservati sopra alle loro bare. Mentre guardavo, essi si alzarono a sedere con la lenta e silenziosa dignità dei morti, aprirono gli occhi, e mi guardarono con un’espressione di benevola preoccupazione.

Ero estremamente sorpreso di vedere mia madre — e molto chiaramente — poiché non avevo alcun ricordo di lei, solo una vaga immagine mentale basata su un piccolo ritratto a olio che aveva mio padre, dipinto alcuni anni prima che si sposassero. Sapevo dal ritratto che i suoi capelli erano stati chiari ma, quando la vidi seduta sopra la bara, fui molto meravigliato di vedere quanto rassomigliasse a mia moglie.

Oh, aveva l’ossatura più grossa, e così la struttura e il seno, con la mascella quadrata e il viso più largo, ma la rassomiglianza era innegabile, specialmente negli occhi. Portava un vestito di seta bianca scollato con le maniche corte a sbuffo e un largo nastro blu sotto al seno, nell’impudico stile impero che metteva in risalto le forme, che era stato in voga più di venti anni prima, quando le donne inumidivano i vestiti per farli aderire meglio. I suoi lunghi capelli biondi a riccioli erano legati dietro con altro nastro blu, ma lasciati cadere liberamente come quelli di una ragazza.

Sembrava così giovane, anche più giovane di Mary e, guardandomi con degli occhi castani fiduciosi e teneri, mi sorrise in un modo che fece scomparire tutto il mio dolore, la follia e l’angoscia.

Accanto a lei sedeva mio padre, e la mia gola si strinse nel vederlo giovane, forte, e non piegato dal dolore.

E poi, tra loro, si alzò Stefan, un bambino sottile, con le ginocchia ossute e gli occhi ridenti, e in quelle orbite luccicanti io vidi un amore, una tenerezza che era stata assente dagli occhi del moroi che mi aveva condotto nella foresta, il moroi che, senza dubbio, era stato un malevolo impostore.

Alla loro vista mi riprese il familiare dolore che mi stringeva il cranio. Gridai e mi tenni la testa tra le mani, premendo forte come per cancellare la coscienza.

Eppure, sorprendentemente, il dolore non fece sì che quelle immagini scomparissero. La mia famiglia rimase, e mi indirizzò degli affezionati sorrisi. Ansimai, a disagio per il dolore, ma la paura cominciò a dissiparsi alla loro presenza e, mentre la paura scompariva, così faceva il dolore, solo un po’, ma abbastanza per permettermi di aprire gli occhi e di guardarli.

La loro apparizione non provocò in me trepidazione, come aveva fatto un tempo quella di Stefan, poiché essi emanavano una sollecitudine e un amore così intensi — tutti per me — che cominciai a singhiozzare per pura meraviglia e gratitudine.

Nelle settimane passate, ho visto poco bene e fin troppo male, ma quando la mia famiglia mi apparve intorno, sentii che era un segno che il bene avrebbe, dopotutto, trionfato, e che il male che aveva insozzato la foresta con i teschi sarebbe stato sconfitto, e giustizia sarebbe stata fatta. Sentii… sentii (anche ora è difficile parlarne senza uno sgorgare di emozioni, tanto la sensazione era forte) che, sebbene fossero morti, i membri della mia famiglia mi circondavano con le braccia cercando di darmi forza. Più di ogni altra cosa, mia madre desiderava sapessi che l’amore avrebbe vinto ogni disperazione, e che tutto il dolore e la confusione sarebbero svanite se avessi ascoltato soltanto il mio cuore.

Io lo credo anche ora, con tutto il mio essere. Se nel mondo esiste il Male assoluto, allora, certamente, ci deve essere il Bene assoluto, che si è rivelato a me attraverso l’amore della mia cara, defunta famiglia; un Bene abbastanza potente da irrompere attraverso i lacci mentali che mi tenevano schiavo.

Lacrime di gioia mi scendevano lungo il viso e, nel mezzo di questa stupefacente rivelazione, udii dei passi all’entrata della tomba. Ma ero troppo sopraffatto dall’emozione — dall’amore — per essere spaventato e per alzare il revolver.

E quando udii la voce di mia moglie, allo stesso tempo spaventata e decisa, che mi chiamava piano per nome, seppi che era un segno. Allora compresi il messaggio della mia famiglia: che ero perduto, reso schiavo dal dolore e dalla confusione, ma che l’amore di Mary per me — e il mio per lei — potevano dissolvere il potere che il Vampiro aveva sulla nostra famiglia e salvare nostro figlio.

Pieno di speranza, posai la pistola sul pavimento accanto alla bara di Zsuzsanna e, con fatica, mi rialzai in piedi per dirigermi verso la fonte di quel suono delizioso.

Ma avevo le vertigini, ed ero troppo debole per rimanere in piedi. Ricaddi sul pavimento proprio mentre la sagoma della mia bella moglie entrava nella nicchia. Un solitario raggio di sole le brillava sul viso, rivelando gli occhi che luccicavano di lacrime.

«Arkady?», disse, con voce alta e incerta; con gli occhi disabituati all’oscurità, esitò, senza vedere, a pochi piedi da me, e poi avanzò con passo esitante. Una seconda striscia di sole, che si affievoliva, cadde più in basso, sul suo seno, e brillò tanto da accecarmi, sulla piccola croce d’oro e sulla caraffa di cristallo sfaccettato che aveva tra le mani.

«Qui», risposi, e la guardai mentre scrutava nelle ombre e mi vedeva.

Suppongo che la mia voce suonasse debole e penosa, poiché lei disse: «Oh, Arkady», con tanta pena e angoscia che mi sentii pieno d’amore per lei. Con grande difficoltà a causa del suo ventre ingrossato, posò la caraffa sul pavimento accanto a noi, poi si sedette con fatica. Io cercai nuovamente di alzarmi, e riuscii a andarle incontro e ad aiutarla goffamente a sedersi.

Nel frattempo, la mia defunta famiglia era svanita (sebbene il terribile dolore alla testa fosse rimasto) cosicché noi rimanemmo circondati soltanto da bare silenziose, ma io sentii il loro amore ancora intorno a me. E così circondai mia moglie con le braccia e mi strinsi a lei e al bambino.

Lei pianse silenziosamente per un po’, senza fare rumore, ma io sentii le sue lacrime calde sul collo. Dopo un po’ sollevò il viso e disse con una voce calma ma stanca come la mia:

«Sono stata così in pensiero per te. Se continui in questo modo, ti ammalerai. Per favore… vieni a casa con me».

Il dolore mi afferrò ancora così fortemente che gemetti, con suo sgomento e preoccupazione. Ma, per quanto la amassi in quel momento, per quanto fossi disposto a dare la mia vita per renderla felice… non potei aderire alla sua richiesta. Perché? In quel momento mi dissi che era per il dolore; pensai che non avevo fiducia in V. né in nessun altro per proteggere il corpo di Zsuzsa. Pensai che, se le fosse accaduto qualcosa, non avrei potuto perdonarmelo. Eppure… la verità era che rimasi perché qualche forza esterna lo pretendeva, mi obbligava a restare; perché gli artigli invisibili ancora stringevano il mio povero cervello confuso.

Ora capisco.

Ma, in quel momento, non stetti ad esaminare le mie ragioni. Accarezzai soltanto i capelli d’oro di Mary e mormorai:

«Mia cara, non me ne posso andare, ma se tu vuoi, puoi restare qui con me. Io penserò alla sicurezza di entrambi».

Lei si irrigidì nelle mie braccia.

«Ma non hai mangiato o bevuto per due giorni».

«Ilona mi ha portato del thè nello studio», dissi, ma quello era stato… un giorno prima? Due? Non riuscivo più a giudicare il tempo. Non sentivo la fame, ma la mia sete era grande, e io guardavo con desiderio la caraffa sul pavimento.

Mary sembrò leggere nei miei pensieri. Prese la caraffa, tolse il bicchiere che era poggiato capovolto sul tappo e vi versò un po’ del contenuto.

«Sapevo che saresti stato terribilmente assetato», disse, con un tono carezzevole, persuasivo. «Ti ho portato del thè con un po’ di brandy alla prugna dentro; è ancora caldo, per mandare via il freddo della sera».

La fragranza floreale, forte, del thè e dello slivovitz era celestiale, tentatrice, come gli alti toni della melodia del liquido che riempiva il bicchiere. Mi resi conto, allora, di quanto la mia gola arsa mi dolesse, di come la lingua secca aderisse con dolore all’interno rasposo delle mie guance. Presi il bicchiere dalla mano di mia moglie e bevvi con avidità, scolandolo in tre sorsi, senza curarmi del thè che mi colava per il mento.

«Ancora?», chiese, e riempì di nuovo il bicchiere prima che potessi rispondere. Cominciai a bere di nuovo, avidamente… poi, esitai dopo il secondo sorso, messo in allerta dall’istinto. Allontanai il bicchiere, lo fissai, poi fissai Mary.

La mia moglie connivente. Il mio amoroso Giuda.

Inghiottii e feci aderire la lingua contro il palato della mia bocca chiusa, assaporando criticamente: sì, c’era il gusto di fiori e terra del thè e il pizzico del brandy… ma c’era anche un altro componente, debole ma, nello stesso tempo, familiare.

Il gusto amaro dell’oppio.

Avrei dovuto arrabbiarmi, gridare contro di lei, e rimproverarla; scagliare il bicchiere contro il muro di marmo e vederlo frantumarsi in mille pezzi, ma il ricordo dell’amore per la mia antica famiglia e per la mia famiglia che ancora doveva nascere, fermò la mia mano. Posai il bicchiere e dissi, con tristezza:

«Tu mi hai tradito».

Una lama di sole rosso, morente, brillava alle sue spalle, lasciando in ombra i suoi lineamenti ma, anche nell’oscurità, vidi la determinazione nella fermezza delle spalle, nel mento alzato.

«Per amore», disse. «Per salvare te e il bambino. Arkady, vieni con me».

«Non posso», risposi, e lo dissi con un singhiozzo. «Non capisci?».

Mentre parlavo, si alzò in piedi, poi guardò in basso verso di me. La sua voce era estremamente stanca, estremamente decisa.

«Sì. Sì, capisco. Lui ti controlla… ma non lo farà ancora a lungo».

E se ne andò senza un’altra parola, uscendo nella debole luce del sole con l’espressione ferma di qualcuno che è risoluto a vincere. Sapevo che avrebbe soltanto atteso quel poco tempo necessario al laudano per fare il suo effetto, e poi sarebbe ritornata.

Ma l’istante era passato, e allora diedi sfogo a una furia irragionevole.

Come osava essere tanto impudente circa il suo piano? Poiché sapevo che lei intendeva farmi cadere preda del laudano nel mio stato di debolezza, e poi con l’aiuto di complici mi avrebbe portato via. E cosa avrebbero fatto alla povera Zsuzsa, una volta che fossi stato opportunamente tolto di mezzo?

Mi alzai in piedi, afferrai la caraffa e il bicchiere, e lo scagliai alla cieca, poi mi voltai, dando le spalle alla tintinnante pioggia di schegge per cadere in ginocchio, chinandomi in avanti finché la mia fronte non si fermò contro il freddo marmo. Rimasi così, in uno stato di estrema disperazione e confusione, allo stesso tempo innamorato di mia moglie e pieno di irragionevole rabbia verso di lei.

Mentre stavo lì, rannicchiato, il sole tramontò, e le ombre si allungarono, poi si scolorirono completamente nel buio. Ben presto l’oppio cominciò ad abbassare il suo grigio velo sulle mie facoltà e il sonno a minacciarmi. Lottai contro di esso, cercai di concentrare la mia attenzione vagante sui rumori all’esterno della tomba, in ascolto degli intrusi che, presto, sarebbero certamente venuti. Ma caddi in un altro stato a metà tra la veglia e il sonno, con il viso ancora premuto contro il pavimento, le mani sugli occhi chiusi. Sentii ancora gli artigli penetrare nel mio cervello ma, questa volta, mi arresi serenamente e non lottai.

L’oscurità intorno a me riempiva tutto di una brillantezza soprannaturale e allora abbassai le mani per vedere gli occhi verdi dello zio, accesi di un’interna incandescenza. Ma il bordo scuro della sua forma restava invisibile: soltanto gli occhi apparivano, sebbene lo udissi parlare con chiarezza.

«Sii forte, Arkady. Stai sveglio soltanto un altro po’, e tutto andrà bene».

La sua voce era musicale, rasserenante, piacevole a sentirsi, e presto mi calmai. Ma, nonostante la sua insistenza, caddi dopo qualche minuto in un profondo sonno. Per quanto tempo abbia dormito non lo so, ma fui svegliato un po’ di tempo dopo, quando il corridoio si accese con il lontano e giallo chiarore di una lanterna e dei passi riecheggiarono all’entrata della tomba, seguiti dal ringhiare di un lupo e dalle grida d’orrore di un uomo.

Vacillando mi rimisi in piedi e annaspai nell’ombra in cerca del revolver: lo trovai sul pavimento freddo, poi corsi in direzione del trambusto.

Appena dentro l’entrata aperta dell’anticamera, c’era, da un lato, la lanterna, il cui olio si era versato in una pozza sul marmo e aveva preso fuoco. Guardai alla luce di quella piccola fiamma mentre un grosso lupo grigio spingeva il muso tra braccia che si muovevano convulse, poi affondava i denti nella gola di un uomo, e lo scuoteva come un terrier potrebbe fare con un topo.

Sollevai la pistola, pronto a fare fuoco, ma il movimento rapido, insieme alla mia estrema stanchezza e agli effetti del laudano, mi impediva di distinguere tra la vittima e l’aggressore. Gridai per la frustrazione, incapace di mirare, timoroso di fare fuoco, per paura di uccidere, per sbaglio, l’uomo.

La vittima emise un suono gutturale, soffocato; le braccia gli caddero all’indietro senza vita contro il marmo mentre il lupo si chinava ancora, affondando più in profondità i denti nella carne, nel muscolo e nelle ossa prima di dare un’altra e più poderosa scossa, alzando poi la sua vittima a più di trenta centimetri da terra.

Il lupo lasciò la presa, soddisfatto di aver fatto il suo lavoro, e osservò il suo operato. L’uomo cadde all’indietro, il cranio colpì il marmo con un brutto rumore, e per l’impatto delle grosse gocce di sangue si sparsero sulle mura bianche e sul pavimento.

Mi mancò il respiro quando riconobbi il vecchio giardiniere, Ion. I suoi baffi bianchi erano bagnati di sangue, gli occhi scuri spalancati dal terrore, la bocca aperta lasciava uscire delle bolle della stessa schiuma rossa che fuoriusciva dalla trachea aperta.

Con occhi dorati, chiari e mortali, l’animale mi guardava emettendo un basso ringhio.

Alzai il revolver per sparare. Con mia sorpresa, l’animale si voltò e, invece di attaccare, saltò fuori dalla tomba in direzione del buio della notte. Non lo seguii ma, al contrario, mi inginocchiai accanto al povero Ion, che era già morto. Soltanto allora notai sul pavimento accanto a lui una sacca di stoffa, macchiata di sangue.

L’aprii e all’interno vi trovai il martello, la sega, il palo e l’aglio. La vista mi riempì di un odio selvaggio e cieco; non riuscivo a perdonare Ion per quell’azione. Spinto da un irrefrenabile impulso, portai la sacca e il suo contenuto nel luogo sul pavimento dove l’olio si era versato e lo diedi alle fiamme, lentamente, avendo cura che tutto si consumasse il più possibile. La sega di metallo rimase intatta e il manico del martello si annerì solo leggermente ma l’aglio salì al cielo come l’incenso più pungente, con un fumo copioso, che irritava gli occhi. Provai piacere nel vedere il palo carbonizzato e rotto in piccoli pezzi.

Intanto, tutto l’olio si era consumato e il fuoco si era spento, lasciandomi in una nebbiosa oscurità. Feci scivolare il revolver nella cintura e mi alzai, stordito dal fumo e dall’oppio e ritornai, inciampando, verso la camera interna.

Mentre entravo nello stretto corridoio, intravidi all’estremità opposta un momentaneo bagliore bianco ed esitai, dapprima timoroso, ma, prima di scomparire, il lampo era stato gentilmente radioso, come il debole chiarore di una candela. Non era un lupo, ma una persona che portava una lampada che si spegneva… Mary, decisi, che era ritornata, e in qualche modo era scivolata nella camera interna senza che me ne accorgessi.

La chiamai per nome.

E udii riecheggiare all’interno della seconda camera, un debole sospiro, quasi un lamento, un suono che era, nello stesso tempo, umano, femminile, eppure stranamente funereo. E con quel suono… non capisco come o perché, ma con quel suono…

Tutta la confusione, tutti i dubbi scomparvero. C’era ancora la paura, sì, più profonda e forte quanto mai prima, e il dolore. Posso soltanto paragonare la mia esperienza mentale a quella di un uomo che, ignorante del fatto che è stato cieco per decenni, all’improvviso ritrova la vista. I freni del controllo caddero, gli artigli invisibili che mi stringevano il cranio scomparvero. Per la prima volta dalla mia infanzia, la mia mente fu veramente mia.

La luce aumentò mentre Zsuzsa entrava nella camera esterna…

Oh dèi! Era bella, radiosa come un angelo. Era la sua pelle chiara, lucente che aveva luccicato nel corridoio, ed io la vidi nell’oscurità tanto chiaramente come se fosse stata circondata da un migliaio di candele accese: no, sembrava che bruciassero chiare all’interno di lei!

Era impossibile per qualsiasi uomo non essere attirato come una falena verso quella fiamma interna, verso quelle labbra piene, di satin rosso, verso quei denti scintillanti. Verso quegli occhi, il cui delicato colore castano scuro non era cambiato, ma che ora sembrava brunito con l’oro; occhi vuoti, selvaggi che mi guardarono e non mi riconobbero. I suoi capelli erano diventati lucidi e neri, sfavillanti di scintille blu elettrico. I capelli cadevano liberi e soffici fino alla vita, su un corpo le cui forme si mostravano chiaramente sotto il diafano sudario: un corpo nuovamente perfetto, pieno e femminile.

Percepii tutto questo nello spazio di un secondo, non di più. Per quel breve momento, sentii il bisogno di avvicinarmi, di abbracciarla, di baciare quelle labbra cremisi, di piangere di gioia per la sua resurrezione; ma la mia mente era libera e i miei pensieri chiari. La mia esultanza si trasformò rapidamente in orrore quando compresi con abbagliante convinzione la verità riguardo a V., e riguardo alla mia povera, defunta sorella.

Mio Dio, io pensavo di conoscere la paura, ma ciò di cui ho fatto esperienza nel mio passato è come un piccolo stagno cristallino a paragone con l’oceano scuro per la tempesta, turbolento, che ora mi circonda.

Mi voltai e mi misi a correre; corsi come se il Demonio in persona mi inseguisse, attraverso il pendio irregolare in direzione della casa, con la mente che turbinava per le rivelazioni.

Mio zio era veramente lo strigoi della leggenda. Io ero stato controllato, condotto, passo per passo, da V, sotto le spoglie del fantasma di mio fratello; era lui che aveva controllato il comportamento dei lupi, che dovevano uccidere altre anime curiose che si introducevano nelle aree proibite della foresta, ma che non dovevano farmi del male. Era lui che aveva fermato in tempo i lupi… per portarmi alla conclusione che ero pazzo.

Lui si prende gioco di te… È tutto un gioco.

Tutto un gioco sadico per condurmi alla foresta, poi a Bistritz, poi sull’orlo della follia… ma a quale scopo? Per questa notte, per essere solo una pedina che proteggesse Zsuzsa? Per corrompere la mia volontà, in modo che poteggesse cooperare nei delitti? Nel procurare delle vittime?

Ma V. non ha bisogno dell’aiuto di nessuno; è possibile che mi tormenti per il puro e semplice piacere di farlo? No. Dev’esserci dell’altro; è troppo scaltro, troppo calcolatore ma, se fossi così, perché ora sono tornato in possesso del controllo della mia mente, dei miei pensieri, delle emozioni, e della volontà?

Sono corso direttamente alle stalle e lì ho attaccato il cavallo al calesse, con l’intenzione di andare a prendere Mary immediatamente e fuggire con lei nella notte. Ma, prima che potessi salire nella carrozza e portarla di fronte alla casa, udii un grido improvviso:

«Domnule! Domnule!».

La piccola cameriera, Dunya, è uscita come un lampo dall’oscurità, gesticolando animatamente; il suo fazzoletto si era allentato e le era scivolato dai capelli, e il suo viso era rosso e luccicava di lacrime.

«Domnule, presto!», gridava, singhiozzando e ansimando in modo tale che poteva a malapena parlare. «Il bambino sta per nascere e lui l’ha presa! Lui l’ha presa!».

Il cuore mi si gelò; seppi immediatamente di chi parlava, ma l’afferrai per le spalle e la scossi.

«Chi? Mary? Qualcuno ha preso Mary?»

«Vlad!», rispose.

«Dove?»

«Il castello…».

Salii con un balzo sul calesse e impugnai le redini; accanto a me Dunya si torceva le mani, piangendo in modo penoso:

«Non mi lasciate! Per favore, fatemi venire!».

«È più sicuro per te restare qui», dissi, e incitai i cavalli, ma lei riuscì ad afferrarsi alla carrozza in movimento e salì, dicendo, con una determinazione che mi commosse:

«È la mia padrona; non posso lasciarla sola! Il bambino sta arrivando e lei ha bisogno di me».

Così mi diressi al castello equipaggiato con null’altro che una lanterna, il revolver di papà, e la cameriera.

Mentre ci avvicinavamo a quelle grigie mura di pietra, esse apparivano più che mai ostili e abbandonate; dapprima supposi che fosse il mio stato mentale a farle apparire così, poi mi accorsi, mentre fissavo i grandi e antichi bastioni scuri che si innalzavano contro il cielo ancora più scuro, che non c’era una sola finestra alla quale brillasse della luce.

Fermai il calesse nel cortile e porsi le redini a Dunya.

«Rimani qui. Se non ritorno con Mary entro un quarto d’ora, mettiti in salvo», le dissi.

Il terrore dilatò a dismisura i suoi occhi, ma rispose risolutamente:

«Resterò qui finché ritornerete con la doamna».

Cercai anche di lasciarle la lanterna, ma lei insistette che la portassi e così, con la lampada in mano, cercai di aprire il grande portone, che era stato sprangato. Per questo feci il giro verso la piccola entrata nella parte est del castello, che conoscevo soltanto perché avevo visto dei domestici che la usavano. Con la mano libera tirai fuori il revolver e mi feci strada attraverso i corridoi stretti, poi salii la tortuosa scala centrale diretto verso l’ala degli ospiti.

Mi sforzai di udire i lamenti di una donna che partorisce, ma il castello era privo di luce e di rumori, come una tomba, tranne che per l’oscillante chiarore giallo gettato dalla lampada e il risuonare dei miei passi frettolosi. Eppure non riuscii a liberarmi della sensazione che nell’ombra si celasse una malvagia e vigile intelligenza, consapevole di ogni mia mossa. Sfrecciai di stanza in stanza, di piano in piano, sempre più veloce, chiamando, dapprima piano e poi, preso dalla disperazione, gridando, il nome di Mary.

Silenzio! Solo silenzio e oscure camere da letto non utilizzate da secoli e ricoperte di polvere.

Il mio passo e la mia agitazione crebbero finché, alla fine, rimasero da controllare solo due stanze: le stanze per gli ospiti e le camere private di V. La direzione delle mie ricerche mi fece arrivare prima nelle stanze degli ospiti, la mia migliore speranza. La porta dove, in precedenza, un arruffato e bagnato Herr Mueller ed io avevamo parlato era spalancata, e le stanze erano buie come il resto dell’edificio.

La morte di mia sorella e il mio terrore per Mary mi avevano fatto dimenticare totalmente i poveri visitatori per tre giorni; me ne ricordai in quel momento, con un brivido di terrore. Tenendo alta la lanterna, attraversai il salone esterno, quindi entrai nella camera da letto, questa volta chiamando sia il nome di Mary che quello dei Mueller.

Con mia amara delusione, anche quella camera era deserta, sebbene i segni dei suoi ultimi abitanti fossero fin troppo evidenti; una camicia da notte da donna bianca in merletto e seta, di quel tipo elaborato indossato dalle spose nella loro prima notte di nozze, pendeva dal bordo di una sedia vicina, dove era stato gettato con gioioso abbandono, e sul grande letto con baldacchino, nel centro del quale notai un piccolo fiore di sangue rappreso, le lenzuola, i cuscini e il copriletto erano stati gettati via e attorcigliati in mucchi disordinati e sgualciti.

Soltanto uno della mezza dozzina di cuscini era rimasto al suo posto, all’estrema sinistra, contro la testata del letto. Appoggiata contro il cuscino solitario, come se fosse stata messa lì con estrema cura per guardare ciò che avveniva, sedeva una bambola con un vestito da battesimo di pizzo, le mani e la faccia di porcellana e il corpo di stracci. Era caduta in avanti: la testa premeva sulle lenzuola, e le braccia senza vita, ricoperte di merletto increspato, erano tese in avanti così che le sue manine erano appoggiate accanto ai ricci bruni ricoperti di lacca.

Nell’angolo più lontano della stanza c’era una vasca da bagno piena di acqua grigia. Vicino al letto un baule era aperto e in disordine, come se i proprietari vi avessero preso dei capi di vestiario, ma c’erano tanti di quegli oggetti sparsi per la stanza che davano un’idea precisa della quantità di bagaglio che poteva essere stata stipata nel baule. Sembrava che, per una volta almeno, i domestici non se la fossero data a gambe con qualunque bottino fossero riusciti a rimediare.

La lampada non rivelava indizi riguardo a cosa ne fosse stato della giovane coppia, e così lasciai le stanze degli ospiti con un senso di cattivo presentimento e fatalismo. Riuscivo a pensare solo alle stanze segrete di V.; sapevo che la risposta al destino di mia moglie e a quello degli ospiti mi attendeva là.

Mi feci strada attraverso corridoi immersi nella notte verso le stanze dello zio e, più mi avvicinavo, più il mio terrore cresceva.

Arrivai a scoprire che la porta che conduceva al salotto di V. era aperta e il focolare e le candele spenti. Entrai, distolsi lo sguardo dal camino, e vidi una striscia di luce che indorava la porta leggermente socchiusa che conduceva alle camere privato dello zio.

Quella striscia di luce mi attirava come un magnete. Poggiai la lampada sul tavolino e attraversai il salotto fermandomi davanti a quella porta.

La realtà vacillò. Sapevo che io, un adulto, sposato e presto padre, stavo allungando la mano per afferrare la maniglia. Nello stesso tempo ero Arkady, il bambino di vent’anni prima che si stringeva pieno di paura a suo padre, mentre Petru afferrava la maniglia.

La mano dell’Arkady adulto girò la maniglia e spinse; la mano fantasma di mio padre fece lo stesso.

E, al rumore dei cardini che cigolavano, la porta della memoria si aprì per introdurmi nel mio passato. L’Arkady cresciuto svanì, lasciando solo me bambino e mio padre nella realtà, a lungo cancellata di venti anni prima, nei cupi giorni successivi alla morte di Stefan.

Nel secondo che ci volle perché la porta si aprisse, cigolando, ricordai:

Varcavo la soglia con mio padre, la sua mano stretta nella mia, e la sua voce era bassa e calma mentre diceva: «Non ti verrà fatto alcun male, Kasha. Soltanto abbi fiducia in me e nello zio…».

La luce di cento candele luccicò nei suoi occhi pieni di lacrime.

Passammo attraverso la stretta entrata, poi uscimmo in una grande sala. Il lato dove mi trovavo, a sinistra, era nascosto alla vista da una tenda di velluto nero che scendeva dal soffitto al pavimento, abbastanza grande per nascondere un piccolo palco.

Di fronte a noi, sul muro in fondo, c’era ancora un’altra porta chiusa che conduceva a un’altra camera segreta.

Alla nostra destra, dall’altra parte di quel misterioso teatro, c’era una piattaforma di legno scuro, lucido, con tre gradini che conducevano a un trono. La base della piattaforma aveva un intarsio d’oro, che recitava la frase JUSTUS ET PIUS.

Giusto e fedele.

Oltre il trono c’erano degli alti candelabri, carichi di candele accese, e sul trono era seduto lo zio, che stringeva i braccioli nella sua usuale posizione regale.

Emanava una tale fiduciosa potenza, una tale forza virile, che io lo guardai con la stessa paura e ammirazione che avrei avuto per un bel leone: terrorizzato per la sua collera, senza fiato per la sua magnificenza. I suoi abiti erano scarlatti, e sulla sua testa era posato un antico diadema d’oro tempestato di rubini. Dietro di lui, era appeso sul muro un fatiscente scudo di guerriero di età incalcolabile; riuscii appena a distinguere su di esso il drago alato che stava scomparendo, e capii che era lo scudo rappresentato nel ritratto dell’Impalatore.

Alla destra di V. c’era un calice d’oro, con un grande e unico rubino, che era posato in uno speciale incavo nel bracciolo del trono in modo tale che il contenuto non si versasse.

Ma i gioielli che brillavano più degli altri erano i suoi occhi che, risaltando contro il biancore della sua pelle e l’argento dei capelli che cadevano sulle sue spalle, mi trapassavano con la loro spietata lucentezza smeraldina, con la loro spaventosa intelligenza. La sua bellezza era simile a quella di Zsuzsanna quando si era alzata dalla tomba: come il sole, troppo radiosa da sopportare.

Tanto stupefatti da restare in reverente silenzio, ci avvicinammo al Principe sul trono. Infine mio padre si genuflesse, poi si inginocchiò per mettermi le braccia intorno alle spalle e disse, con un tono indicibile di dolorosa rassegnazione:

«Ecco il ragazzo».

«Tu sei triste, Petru», disse il Principe meditabondo, con una voce profonda e bella; io rimasi senza fiato per la sorpresa, poiché era sembrato troppo irreale, troppo bello, troppo un’opera d’arte per parlare. «Ma non ce n’è motivo. Io amo il ragazzo e lo tratterò bene».

«Come hai trattato me?».

Era un rimprovero, ma il Principe rimase distante, impassibile.

«Nessun male accadrà a coloro che amerà, a meno che non mi tradisca. Tutto ciò gli sarebbe stato risparmiato; suo fratello Stefan sarebbe stato scelto poiché era il maggiore, e Arkady avrebbe vissuto una vita libera da questo incarico, ma sono state le tue azioni che lo hanno condotto qui. Tu solo sei il responsabile per il dolore che ha visitato la tua famiglia, Petru. Io sono severo, ma giusto. Rimani fedele a me, ed io rimarrò fedele a te. È tutto ciò che chiedo».

Sollevò un oggetto. T’argento lampeggiò mentre faceva scorrere il coltello sul suo stesso polso e lo teneva sopra il calice d’oro sul bracciolo del trono. Sanguinò poco, solo alcune gocce che uscirono soltanto perché incoraggiate, e poi tese il pugnale verso mio padre.

«È ora», disse.

Mio padre esitò, poi camminò fino al trono e con riluttanza prese il coltello dal Principe. Lo tenne in alto per un momento ed io vidi ancora il luccichio della luce delle candele riflettersi sul metallo affilato.

«Non posso», gridò mio padre, angosciato; la voce gli tremò.

«Devi», rispose il Principe, con una voce severa e inflessibile ma io udii la strana corrente di tenerezza nascosta. «Devi. Io non oso farlo da solo. È tuo figlio; sarai gentile».

Le dita di mio padre si strinsero sul pugnale. Lo abbassò lentamente, poi con l’altra mano prese il calice offerto dal Principe.

Lo guardai che ritornava al mio fianco, provando nient’altro che una curiosità infantile. Avevo fiducia in mio padre, anche quando sollevò il calice alle mie labbra e mi costrinse a berne un piccolo sorso. Soffocando, sentii il sapore del sale, del metallo e della putrefazione, ma l’effetto di quel piccolo assaggio fu oltremodo inebriante. Divenni instabile sulle gambe, poiché riscaldava come il vino ed era anche piacevole. Provai un’improvvisa esplosione d’amore e gratitudine, forte e inesplicabile, per lo zio, mentre mi mettevo seduto; mio padre si inginocchiò accanto a me. Quando posò il calice per prendermi il braccio e voltarne l’interno verso di lui mentre sollevava il pugnale, non sentii alcun timore, soltanto una lieve apprensione per il fatto che il taglio potesse, per un po’, farmi male.

Certamente non temetti per la mia vita quando portò il bordo tagliente della lama del pugnale contro la tenera parte interna del polso e intaccò una vena, mormorando:

«Mi dispiace. Un giorno capirai… è per il bene di tutti… Per il bene della famiglia, del villaggio, del paese…».

Il dolore mi risvegliò dal mio piacevole torpore. Gridai per l’indignazione e continuai così mentre lui teneva la mia piccola ferita che sanguinava copiosamente sopra il calice, e la spremeva.

Lottai debolmente, ma papà mi tenne fermo il braccio finché il fondo della coppa d’oro fu ricoperto con il mio giovane sangue scuro. Poi tirò fuori dalla tasca un fazzoletto pulito e lo avvolse stretto sul taglio, stringendolo per un po’ per arrestare il flusso.

Infine si alzò, diede la coppa allo zio e ritornò da me. Io rimasi, leggermente stordito, con la testa sulle sue gambe, mentre lui mi accarezzava i capelli, sussurrandomi piano delle scuse e delle parole di conforto, mentre lo zio teneva il calice nelle mani a coppa e abbassava il viso sopra di esso, con gli occhi chiusi per pura beatitudine, annusando il suo odore come un esperto che inala la fragranza del migliore cognac vecchio di secoli.

Poi aprì gli occhi, lucenti per il desiderio, e disse:

«Arkady. Così io ti lego a me. Puoi lasciare la tua casa… per un po’, ma questo assicurerà il tuo ritorno a me, al momento giusto, e, al momento giusto, tu sarai restituito a te stesso e tutto ti sarà svelato. Questo io giuro: a te e ai tuoi non sarà mai fatto del male e saranno sostenuti con generosità, purché tu mi sostenga e mi obbedisca. Il tuo sangue per il mio. Questi sono i termini del Patto».

Affascinato, guardai con la testa sulle gambe di papà la luce delle candele che si rifletteva sull’oro mentre V. capovolgeva la coppa e beveva.

Gridai e mi afferrai la testa mentre artigli di ferro affondavano nel mio cervello.

All’improvviso ritornai in me, all’Arkady adulto del presente. L’intera memoria mi era ritornata, in pieno e completa, nella frazione di secondo necessaria ad aprire la porta e spalancarla.

Adesso attraversai da solo la soglia.

Passai attraverso la piccola entrata nella grande stanza.

Lì, alla destra, c’era il trono del Principe, ora vuoto, sebbene uno dei candelabri a fianco, alto come me, fosse stato acceso.

Lì, c’era anche l’antico scudo, sebbene mancasse il calice che, un tempo, aveva contenuto il mio sangue. Al centro del muro più lontano c’era la porta che conduceva a misteri ancora più profondi e, alla sinistra…

A sinistra, il velo di nero velluto era stato tirato da una parte per rivelare ciò che un tempo era stato nascosto.

Inchiodata al muro, c’era una serie di nere manette di ferro; appoggiati, nei pressi, c’erano quattro pali oliati e luccicanti, due volte l’altezza di un uomo e consumati da un lato per avere delle punte arrotondate; una ruota di tortura e, dondolanti dal soffitto, le grosse catene di metallo di una “strappata”, usate per sollevare le vittime in aria per mezzo delle braccia. Sotto le manette e la “strappata” erano strategicamente poste delle vasche di legno, con gli interni puliti ma macchiati di un indelebile colore rossiccio, a causa di innumerevoli anni di uso.

Da un lato di questa camera degli orrori si trovava una cassa intagliata che conteneva un assortimento di mannaie e coltelli e, accanto ad essa, stava un robusto tavolo, alto fino alla vita, della lunghezza e della forma di una bara.

Su questo tavolo era steso Herr Mueller, nudo e bocconi, la carne nuda della schiena del bianco scioccante di una statua d’alabastro. Solo la parte superiore del corpo era appoggiata sul tavolo; le gambe penzolavano verso il pavimento, piegate leggermente alle ginocchia a causa della loro lunghezza, in modo che il suo corpo formasse una “L” con le due parti della stessa lunghezza, anche se non del tutto diritte. Sopra la sua intricata criniera di capelli ricci, del colore della sabbia, le braccia erano tese come quelle di un tuffatore e, dapprima, pensai che afferrasse il bordo del tavolo.

Ma no, le mani erano estremamente rilassate. Pensai immediatamente alla piccola bambola di pezza e porcellana, scivolata in avanti sul suo letto nuziale.

Era senza energia e senza vita come lei; morto. Completamente morto.

Ma si muoveva.

Si muoveva, il tronco senza vita scosso avanti e indietro, i ricci castano dorati, qua e là che sobbalzavano, la testa che pendeva leggermente, le braccia senza vita che scivolavano su e giù contro il tavolo, le dita prive della capacità di sentire, che lucidavano il legno opaco, senza vigore, orribilmente, allo sbattere ritmico della carne di un altro contro la sua.

Alzai lo sguardo e vidi Laszlo, con gli occhi chiusi, le labbra aperte in un’estasi di sogno, che afferrava il cadavere alle anche mentre stava dietro al bordo del tavolo. I suoi pantaloni erano aperti, tirati giù fino alle cosce e l’orlo della lunga camicia da contadino strusciava sopra il dorso del morto mentre lui spingeva.

Guardai nuovamente il corpo e seppi che il viso nascosto a me era gelato nello stesso ghigno di orrenda angoscia di Jeffries.

Non pensai, non riflettei, non indietreggiai. Alzai la pistola di mio padre, mirai precisamente al centro del cranio dell’uomo e aprii la bocca per gridare:

«Fermo! In nome di Dio, fermo, o farò fuoco».

Rapidamente, così rapidamente che non ebbi il tempo di pronunciare parola, Laszlo si liberò dal cadavere, tirò fuori una mannaia dalla cassa e me la scagliò contro.

Il manico della mannaia mi fece cadere di mano il revolver che scivolò nell’ombra mentre Laszlo si gettava in avanti sopra il tavolo.

Anche alla luce tremolante delle candele, potei vedere che il suo volto si era trasformato. Non era più l’ottuso e avido cocchiere ma una furia dagli occhi feroci. Si scagliò come il lupo che mi aveva attaccato nella foresta il giorno che avevo scoperto le tombe nascoste. Alzai le braccia per difendermi, quasi credendo che non mi avrebbe fatto del male che, come il lupo, fosse lì semplicemente per minacciare, per scoraggiare, per mettere alla prova.

Barcollammo all’indietro come ballerini ostinati, con la sua mano destra che stringeva il mio polso sinistro e la mia mano sinistra che afferrava il polso della mano che voleva afferrarmi la gola. Eravamo vicini come due amanti, tanto che potevo sentire il suo odore: un sudore acido, mescolato al lieve odore di feci e decomposizione.

In questo modo procedemmo, con le braccia che tremavano forte nella stretta mortale, con la sua forza da pazzo che mi obbligava a indietreggiare, ad allontanarmi dal luogo macabro dove Mueller e Jeffries avevano incontrato la morte, finché le pietre sotto i miei piedi divennero ineguali, persi l’equilibrio e caddi.

Caddi con la schiena sul freddo pavimento di marmo, espirando dai polmoni. Lottai per rialzarmi subito, cercando la gola del mio aggressore e tentando invano di afferrarla, ma la mia spalla destra era bloccata saldamente, evocando l’immagine del lupo nella foresta, con le zampe sulle spalle, che mi teneva giù ma che resisteva alla tentazione di uccidere.

Ma quel lupo umano non aveva una tale ritrosia. Il mio tentativo di alzarmi non distolse la mia forza che per un secondo, ma fu sufficiente. Con il volto contorto nel dolore dello sforzo e i denti scoperti, ruppe la mia presa e mi afferrò alla gola.

Gridai — un grido breve, indignato — e gli afferrai i polsi, lottando per l’aria che non arrivava. Temevo che la mia battaglia fosse finita, che anch’io avrei dovuto sottostare all’offesa dopo la morte che Jeffries e Herr Mueller avevano conosciuto.

Ma il mio grido fu seguito dopo due secondi — non di più — da un’improvvisa, riecheggiante esplosione alla mia destra. Nella mia confusione, pensai che il revolver avesse sparato da solo ma, quando il mio sguardo rapidamente si mosse nella direzione del rumore, vidi che la porta della camera interna, da cui distavamo ora alcuni metri, era stata spalancata con forza.

V. era sulla soglia, avvampando, non di gloria ma per l’ira. Le sue scure sopracciglia erano aggrottate e i lineamenti contorti per una rabbia terribile a vedersi. Nello stesso tempo era anche bello, nella maniera implacabile, accecante, del sole, di un angolo vendicatore. I suoi capelli erano completamente neri, tranne che per alcune strisce rossicce, e la sua pelle irraggiava il colorito dell’eterna giovinezza virile. Pensai che stavo guardando un me stesso perfezionato, redento. I nostri sguardi si intrecciarono, e la furia nei suoi occhi si mescolò con un indicibile stupore.

«Che impudente magia è questa?», bisbigliò con passione. «Troppo presto… ti sei liberato troppo presto! Pensi di rovinare i miei piani?».

Lo fissai con vuota incomprensione. Socchiuse gli occhi e sembrò giudicare sincera la mia reazione. Mentre guardavo, si avvicinò con impossibile rapidità o, piuttosto, si mostrò semplicemente più grande nel mio campo visivo. Senza che sembrasse muoversi affatto, fu improvvisamente accanto a noi.

Alla sua vista, il mio aggressore indietreggiò e si inginocchiò come un penitente mentre io cadevo all’indietro, ansimando, sul pavimento. Tastai il collo che pulsava e, infine, riuscii a sedermi mentre Laszlo piangeva:

«Non ti arrabbiare, domnia ta! Ha cercato di uccidermi…».

V. parlò ancora e la sua voce, sebbene bassa, risuonò nella stanza silenziosa come un tuono, come il vento e dei cembali che suonassero, come la voce di Dio.

«Allora avresti dovuto permetterglielo».

Il Principe aprì il pollice e l’indice formando una v e afferrò con forza la parte molle del collo di Laszlo. Con un braccio muscoloso sollevò il cocchiere che tremava… in alto, ancora più in alto, finché i piedi di Laszlo penzolarono ad alcuni centimetri da terra e la sua faccia viola e senza fiato si trovò a circa trenta centimetri da quella di Vlad.

«La morte è tutto ciò che meriti!», sibilò V., con gli occhi che gli scintillavano come lucenti stelle verdi. «Quando sei venuto da me, la prima volta, non ti ho fatto giurare sopra ogni altra cosa che non gli avresti mai fatto del male? Che non avresti mai gettato nemmeno uno sguardo sconveniente alla mia famiglia e, meno che mai, a lui? Non l’ho fatto? Non l’ho fatto?

Ti ho lasciato fare tutto ciò che desideravi e tu mi hai disobbedito! Questo non te lo perdonerò mai!».

Scosse l’uomo che stava soffocando come una marionetta; Laszlo scalciava nell’aria, lottando invano per respirare, per protestare, quando V. chiuse la mano intorno alla sua gola.

«No!», gridai con voce rauca. «Fermo!».

Mi gettai in avanti. Lui mi guardò e alzò la mano libera — l’alzò soltanto e l’agitò come se stesse scacciando una mosca — mandandomi all’indietro attraverso la stanza.

Con le spalle e la schiena battei contro il tavolo dove giaceva il cadavere di Herr Mueller, e l’aria mi uscì dai polmoni. Per alcuni secondi rimasi stordito, incapace di respirare; nel silenzio, udii la vittima che ansimava, poi cominciò a gorgogliare, affogando, dato che la pressione gli stava frantumando le vene nella gola.

Mi ripresi e tastai il pavimento, cercando inutilmente nell’oscurità la pistola perduta, sapendo che l’arma sarebbe stata vana contro V., ma non potevo restare fermo a guardare un uomo che veniva ucciso, per quanto fosse perverso e malvagio.

Infine ci fu un suono improvviso, soffocato, che sembrò più felino che umano. Alzai lo sguardo per vedere Laszlo oscillare, mentre pendeva dalla mano di V. con lo stesso movimento paurosamente privo di vita che avevo visto in Herr Mueller; i suoi occhi chiari sporgevano dalla faccia rossa apoplettica e la lingua gli fuoriusciva dalla bocca aperta. Le dita di V. erano così profondamente conficcate nella carne del collo che mi sorpresi che questa non si fosse lacerata.

Strisciai via sulle mani e sui piedi da quella vista e non mi voltai a guardarmi indietro al rumore del corpo lasciato cadere sulla pietra. Volevo solo fuggire me stesso, per trovare riparo dalla coscienza; raggiungere Laszlo nell’oscurità della morte. Continuai finché caddi sull’entrata aperta della camera interna, e poggiai la guancia contro la fredda pietra, esausto per la lotta, attirato verso il buio. Ma, mentre voltavo la testa per posarla a terra, vidi all’interno un bianco più radioso, parzialmente nascosto da un ingresso. La curiosità mi fece raddrizzare e allungare in avanti, cercando di vedere oltre l’angolo dell’entrata.

Un altro lampo bianco, accompagnato da fievoli gemiti di donna. Pensai subito alla mia povera Mary e il mio cuore cominciò a battere rapidamente. Afferrai lo stipite, mi rimisi in piedi sulle gambe malferme ed entrai con il cuore pieno di terrore. La stanza si apriva alla mia sinistra, dove il muro aggettava di circa un metro per impedire, quando era aperta, di vedere dentro, a chi si trovava all’esterno. Mi feci avanti quanto bastava per vedere l’intera stanza e lì rimasi.

Era, forse, grande un terzo della camera esterna, senza finestre e senz’aria, con lo stesso vago odore di pietra, terra e decomposizione della tomba di famiglia. Era più buia della camera esterna, tanto che potei appena distinguere, di fronte a me, le forme di due bare una accanto all’altra. Entrambe erano nere e la più grande era adorna di un simbolo raffigurante lo stesso emblema del drago dello scudo dell’Impalatore. Accanto, verso la parte superiore della bara più piccola, c’era un altro groviglio carnale spaventoso per i miei occhi da decifrare. Davanti, c’era una creatura con un viso da ragazzina e un corpo fiorente di donna che riconobbi come la sposa bambina di Herr Mueller. Era mezza nuda, con il vestito sbottonato e arrotolato fino alla vita, e la testa inclinata da un lato in modo che i lunghi ricci bruni — molto simili ai ricci della bambola di porcellana — cadessero giù sopra una spalla e un seno rosato come una conchiglia. Ma anche la sua perfetta pelle di porcellana sembrava opaca in confronto alla radiosa carne bianca della donna che era dietro di lei.

Era mia sorella, bellissima nei suoi vestiti da defunta, proprio come mi era apparsa in precedenza nella tomba di famiglia. Zsuzsanna serrava le labbra su quel collo roseo per succhiare con delicatezza, reggendosi con una mano alla vita della sposa mentre con l’altra ne sosteneva il seno rigoglioso. Una ciocca dei capelli di Zsuzsa, neri con una sfumatura leggermente blu, erano scivolati in avanti e cadevano dal punto in cui beveva, giù per il busto fino alla vita della donna, come un filo di sangue scuro.

Dietro mia sorella, contro il muro, c’era un altare, la cui altezza amvava alla vita, coperto di nero, su cui era accesa una sola candela nera che illuminava gli oggetti che vi si trovavano: il calice d’oro, il pugnale d’argento con l’elsa nera con iscrizioni e un pentacolo di pietra, che esaltava il male.

L’espressione di Frau Mueller era rilassata, e le sue labbra color delle primule si aprivano in una sognante sensualità; inarcava la schiena contro Zsuzsa ed emetteva dei piccoli sospiri che sembravano ispirati tanto dall’estasi quanto dal dolore.

Anch’io emisi un suono; un forte sussulto, udendo il quale gli occhi di mia sorella si aprirono all’istante. La ragazza gridò e lottò, questa volta per inequivocabile paura e dolore, ma debolmente, ancora in trance, con gli occhi ancora chiusi. Zsuzsanna distese la mano sul seno della ragazza e la premette forte a sé, come se prevedesse una lotta e alzò lo sguardo nella mia direzione.

Del rosso colava dalle labbra di mia sorella, macchiandole i denti e la lingua. Il sangue sgorgava da due piccole ferite sul collo della ragazza. Un piccolo fiume rosso le scendeva sul seno, sulla mano della sua seduttrice; l’altra era intrecciata alla ciocca ribelle dei capelli di Zsuzsanna.

Mia sorella mi guardò con i suoi occhi di colore castano brunito, occhi che erano vuoti e animaleschi, gli occhi di una leonessa disturbata mentre si nutre con la preda. Non mi riconobbe, dato che non vi fu in essi alcun segno di emozione o di riconoscimento; ma mi dovette giudicare innocuo, poiché ritornò alla sua preda quasi immediatamente. La guardai mentre scopriva dei denti aguzzi non umani; la guardai mentre li conficcava nella carne tenera e allargava le ferite. La ragazza gridò stridula e si dimenò, per cui Zsuzsanna serrò rapidamente le labbra sulle ferite e cominciò a succhiare.

Immediatamente la ragazza si immobilizzò.

Mi sarei gettato su di loro cercando di liberare la ragazza, ma avevo già provato la forza del Vampiro. Mi voltai, pensando di andare a prendere un’arma dalla stanza esterna, ma una mano sulla spalla mi fermò.

«Arkady».

Guardai V. che mi stava davanti, non più radioso angelo vendicatore, ma una creatura completamente umana che mi parlava con la voce di mio padre, che mi guardava con gli occhi di mio padre, che teneva la Colt di mio padre nella mano destra.

Senza pensare, gliela strappai di mano e corsi verso mia sorella, le cui labbra erano ancora premute sul collo della ragazza nelle sue mani. Mi avvicinai a loro, quindi premetti la canna metallica del revolver contro il collo di mia sorella, facendo attenzione a porla in una direzione tale da non minacciare la ragazza e supplicai:

«Zsuzsa… fermati!».

Mentre beveva, gli occhi di Zsuzsa erano stati chiusi in un’estasi assorta; ora non smise di bere, ma gorgogliò profondamente nella gola e alzò appena le palpebre per guardarmi con la coda dell’occhio. E nel suo sguardo sazio, leggermente ebbro, non vidi paura.

«Ferma! Per l’amore di Dio, ferma!», gridai, ma sapevo che non l’avrebbe fatto, proprio come sospettavo che quello che stavo per fare fosse inutile. Nondimeno lo feci.

Premetti il grilletto. L’arma sparò. Barcollai all’indietro al rinculo e tossii mentre una nuvola di fumo sulfureo mi pizzicava la gola, il naso, gli occhi.

Zsuzsa barcollò, alzò la faccia sporca di sangue, con i bei lineamenti contorti, gli aguzzi denti perlacei che si stringevano di rabbia. Ancora si teneva stretta alla vittima. Quando il fumo si dissipò, vidi sul suo collo una ferita nera, aperta, che cominciò a buttar fuori del sangue fresco, di un colore vivo, che io sapevo non essere il suo.

Poi si raddrizzò e, mentre la guardavo sbalordito, la ferita cessò di sanguinare e cominciò a chiudersi. Entro pochi secondi guarì completamente e, come prova dell’offesa, rimase solo l’ombra della polvere da sparo. Zsuzsa chinò ancora la testa, completamente priva di paura, e premette le labbra nuovamente sulla gola della ragazza.

Mi gettai su di lei e cercai di strapparle la ragazza, sapendo che era inutile. È mia sorella — la mia piccola, fragile sorella, un tempo storpia e così debole da poter appena scendere le scale di casa per venirmi a salutare — resse la vittima con un braccio e con l’altro mi colpì.

La forza di quel colpo mi spinse attraverso la stanza e contro il muro; la pistola cadde rumorosamente sul pavimento. In qualche modo riuscii a restare in piedi e mi appoggiai, con un basso grido di sconfitta, contro la fredda pietra.

Non c’era niente che potessi fare per salvare la vita di quella povera ragazza; nulla che potessi fare tranne guardare, singhiozzando in silenzio, mentre Zsuzsa beveva. L’imminente morte di Frau Mueller sembrava riempire mia sorella di crescente eccitazione e abbandono, e cominciò a bere con maggiore avidità, con sorsi rumorosi, frenetici, finché, alla fine, la ragazza emise un lungo, fievole lamento, e cadde. Zsuzsa l’afferrò, avvolgendo le braccia intorno alla vita della ragazza e sollevandola come una madre farebbe con un neonato. La tenne nelle braccia e continuò a bere finché Frau Mueller emise un lungo e sonoro sospiro.

V., che era stato a guardare con solenne approvazione, si fece avanti e, togliendo la ragazza dalla stretta di Zsuzsa, disse:

«Basta! È finita. Insistere non fa bene, non quando è morta».

L’ansimante Zsuzsa, con le labbra che colavano sangue, sembrò accettarlo. Pigramente, come un animale che si è ben nutrito e va a riposarsi al sole, chiuse gli occhi soddisfatta e si lasciò andare sul pavimento di pietra davanti all’altare per riposare.

Con il corpo della ragazza bianco come latte sulle braccia, V. si voltò verso di me e disse:

«Vieni».

«Mia moglie!», domandai, con il cuore infranto al pensiero che potesse aver subito un destino simile a quello di Frau Mueller. «Che cosa hai fatto a mia moglie?»

«Vieni», ordinò V, in un tono che diceva che se desideravo rivedere ancora Mary, dovevo obbedire immediatamente.

Passò attraverso l’entrata. Io ripresi il revolver di papà e lo seguii, oltrepassando i resti immobili di Laszlo, fino al teatro di morte e al tavolo da macellaio, dove V. depose il cadavere di Frau Mueller accanto a quello di suo marito.

Alzò lo sguardo su di me e si fermò.

Immediatamente, ripetei:

«Mia moglie! Dov’è Mary? Dimmelo subito!».

Inutilmente brandii il revolver.

Un sorrisetto gli apparve sulle labbra; con una forza che annientava la mia, allungò una mano e facilmente mi tolse la pistola di mano, ma non la puntò contro di me.

«Quindi», disse, «hai riacquistato la coscienza».

«Mia moglie…!».

«Mi sembrava soltanto opportuno che il bambino dovesse nascere qui. Ha le doglie, ma sta benissimo. Dunya la sta aiutando».

«Dunya…».

Mi interruppi, intendendo dire, Dunya mi aspetta fuori, nella carrozza; è impossibile! Poi vidi il divertimento nel suo sguardo e chiusi la bocca aperta dall’orrore nel comprendere che sia io che la piccola cameriera eravamo state sue pedine.

Il divertimento nei suoi occhi scomparve bruscamente; il suo tono si abbassò, come quello di chi spiega il più sacro dei misteri.

«Presto discuteremo di tua moglie, ma prima… Stanotte hai saputo la verità, Arkady. Questo è ciò che sono; accettalo e non ci temere».

«Non potrò mai accettare una tale brutalità», mormorai, voltando la testa verso le vittime sul tavolo, ma chiudendo gli occhi, incapace di vedere.

«È la brutalità della stessa Natura», disse. «Noi siamo dei predatori; chi ci può incolpare perché lottiamo per sopravvivere? Chi può dire al falco che non deve cacciare, al leone che non deve uccidere? Chi osa chiamarlo peccato?»

«I falchi non pianificano freddamente di tormentare e uccidere altri falchi», replicai, con la voce tremante, i lineamenti contorti dal disgusto. «Né i leoni altri leoni, ma è omicidio quando gli uomini cominciano a farlo».

«Arkady», rispose sommessamente, «noi non siamo umani».

A questo non potei rispondere, ma distolsi il viso, con l’intenzione di evitare la macabra scena sul tavolo.

V. parlò ancora, con lo stesso tono cupo pieno di rispetto.

«Ti ricordi la cerimonia e ciò che si disse del Patto?»

«Mi ricordo».

Con amarezza fissai il pavimento, ricordando il dolore paralizzante, senza speranza, negli occhi di mio padre.

«Il rituale è completo. Allora ti presi la volontà, per assicurarmi che, ora, saresti ritornato da me. Questi sono i termini del Patto: che tu ci assisterai nel procurarci il nutrimento, e che, per il bene della cittadina, impedirai la creazione di nuovi strigoi. In cambio, io non farò mai del male a te o ai tuoi, ma provvederò ai vostri bisogni…».

«Ma tu hai rotto il Patto! Hai fatto del male a Zsuzsa!».

V. alzò il mento con regalità.

«Io le ho dato la vita; prima non aveva nulla. Per amore, l’ho resa uno strigoi, in modo che potesse conoscere la felicità insieme a me. Io accetto la responsabilità di curarla per sempre. Ci aiuterai?».

Alzò la pistola che teneva in mano. In un istante di confusione, pensai che potesse puntarmela contro, invece voltò la canna verso di sé e premette il calcio nel mio palmo. Chiusi le dita intorno all’arma e lo fissai.

«Io ti restituisco la volontà, Arkady. Devi liberamente decidere se ricambiare il mio amore o se rifiutarmi, sapendo chi sono e ciò di cui ho bisogno». V. si fermò poi guardò i cadaveri e chiese: «Tu hai sentito, ne sono certo, della superstizione contadina riguardo alla prevenzione di nuovi strigoi.

Guardai i due innocenti morti che giacevano davanti a me e mormorai:

«So che è quello che hanno fatto al corpo di papà».

«Sì», disse V., poi si voltò a guardare gli strumenti preparati accanto al tavolo e io seguii lo sguardo e vidi il martello, i pali corti, i coltelli.

Compresi immediatamente ciò che desiderava e gridai:

«No, non posso!».

Se avessi creduto di avere una qualche possibilità di sopraffarlo, lo avrei distrutto in quell’istante con gli strumenti che ci circondavano: ma non c’era niente che potessi fare.

L’espressione di V. era perfettamente dura, perfettamente fredda, perfettamente realistica, come se stessimo discutendo di qualche questione d’affari riguardo alla proprietà, su cui fossimo in leggero disaccordo.

«Anche tuo padre disprezzava questo compito e così si procurò Laszlo. Se lo desideri, anche tu puoi ricorrere ad un simile accomodamento. Non mi importa di come sia fatto, ma questa volta, dev’essere fatto adesso… e con rapidità! Devi, Arkady. Io non posso. Tu devi».

«No!».

Mi voltai e feci per andarmene. Immediatamente, una folata di vento passò per la stanza. La porta della camera esterna si chiuse con forza davanti a me e il chiavistello scivolò nella serratura.

Dietro di me, la voce di V. disse:

«Se non lo fai, si rialzeranno come strigoi… ed essi non sono legati al Patto, come tua sorella e me. Saranno liberi di fare del male a chiunque: a tua moglie, al tuo futuro figlio…».

Lo fronteggiai.

«Ma se rifiuto di adempiere al mio ruolo nel Patto? Dici che sono libero, che posso decidere, ma non agisco affatto di mia volontà se tu mi ricatti…».

Il volto di V. era una maschera impassibile.

«Tu sei libero ed io, come ogni predatore, sono libero di agire in un modo che assicuri la mia sopravvivenza. Io sono il voievod. Non mi comporto teneramente con coloro che mi tradiscono».

«Tu hai ucciso Stefan», dissi piano, con l’odio che prendeva all’improvviso il posto della paura. «Tu hai ucciso mia madre…».

Pensai al cane lupo che aveva ucciso entrambi i miei cari, al lupo alla finestra che era arrivato quasi a uccidere mia moglie, e le mie ginocchia cominciarono a piegarsi. Afferrai il bordo del tavolo per tenermi in piedi.

La sua espressione, la sua voce, erano completamente senza emozione.

«Mi ha spezzato il cuore, naturalmente, ma tuo padre sapeva essere, talvolta, estremamente ostinato. Era una sua scelta disobbedire e causare tali tragedie». Prese un palo e il martello dagli strumenti accanto al tavolo e me li offrì. «Proprio come adesso è tua la scelta. Sai essere forte, Arkady? Puoi mettere da parte ciò che è il tuo interesse per fare ciò che è meglio per la tua famiglia? Per il villaggio?»

«Stai minacciando mia moglie e mio figlio?», bisbigliai.

LTmpalatore sorrise in modo estremamente lieve e disse:

«Non servirebbe a nulla minacciare te, Arkady. Sei troppo pieno di romantiche idee di eroismo e sacrificio di se stessi».

Guardai quegli occhi di giada, sapendo che ero veramente libero dal loro potere ipnotico, e che l’Impalatore diceva la verità sul fatto che la mia mente mi apparteneva. Non sapevo spiegarmi la restituzione della mia volontà, tranne che lo avesse permesso per una sua contorta nozione di onore.

«Se io accetto… mi porterai da Mary? Giurerai di non fare del male a lei o al bambino?», gli chiesi.

V. annuì con solennità.

«Finché tu terrai fede al Patto… anch’io lo farò».

Benissimo, allora; per amore di Mary, decisi che potevo giocare quel gioco ancora quanto bastava per liberare i Mueller dalla maledizione dello strigoi. In effetti, se V. non li avesse liberati, io ero obbligato a provvedere che essi non si rialzassero.

Presi da lui il palo e il martello. V. voltò il corpo di Herr Mueller in modo che il viso guardasse ciecamente il soffitto scuro, e poi il mostro fissò il suo sguardo penetrante su di me, con gli occhi ardenti di un’empia luce.

Con le mani tremanti, misi il palo in modo che intaccasse la grigiastra carne bianca del petto dell’uomo, proprio sopra il cuore e poi sollevai il martello sopra la testa e, con un colpo forte e sonoro, lo conficcai.

Il corpo di Mueller sobbalzò privo di energia, senza vita, poi si dimenò, riportato improvvisamente in vita da uno scatto di spaventosa energia. Nello stesso istante, le sue labbra grigie si aprirono per emettere un urlo così acuto che io indietreggiai e feci cadere il martello, completamente privo di forze.

«È vivo!», gridai con orrore.

«Non lo sarà ancora per molto!».

V. riprese il martello e con esso indicò la miserevole creatura sul tavolo. Il mio primo colpo aveva conficcato per pochi centimetri il palo nel cuore; era impossibile, quindi, per chiunque, sopravvivere a una ferita così mortale per più di qualche secondo.

«Guarda come soffre! Sbrigati… liberalo da questo dolore!».

Singhiozzai e rimasi paralizzato, incapace di tollerare la vista di tale agonia, incapace di uccidere.

Poi Mueller emise un lamento troppo pietoso per essere sopportato da cuore umano.

«Ancora!», insistette V., gettandomi il martello. «Più forte! Presto!».

Afferrai il martello e colpii ancora. Mueller si dimenò come un grosso pesce morente e urlò.

Battei ancora e ancora, contorcendo il viso, con le lacrime che mi scendevano lungo le guance. Ancora, finché il pover’uomo rimase immobile e il palo fu ben conficcato nel petto… eppure, non aveva versato una goccia di sangue. Fissando i suoi lineamenti contorti, non riuscii a pensare a nient’altro che a Jeffries mentre sceglievo la lama più grossa, più spessa, tra gli arnesi e mi accingevo al macabro incarico di separare la testa dal tronco.

Fu un lavoro orribile, rivoltante, e non riesco a descriverlo qui nei dettagli. Ma fu anche rivoltante la luce anormalmente vivida negli occhi di V. mentre mi osservava eseguire il compito.

Poi arrivò il momento di fare lo stesso con Frau Mueller. Per pudore, abbassai gli occhi e li volsi il più possibile mentre mettevo il palo tra i suoi seni. Pregai che lei fosse, a differenza del suo sfortunato marito, veramente morta; dopotutto, V. non aveva impedito a Zsuzsanna di continuare a bere perché la ragazza era morta?

Rassicurandomi in questo modo, battei ancora, e piansi forte quando anche lei ritornò in vita e gridò in maniera straziante come suo marito. Seppi allora che V. mi aveva intenzionalmente ingannato per quel terribile fine.

«Che sfortunati», mormorò, quando tutto fu finito e entrambi i corpi furono decapitati. «Sembra che fossero tutti e due vivi. Ma come può essere accaduto?».

Potei soltanto guardarlo con odio. Si aspettava che, avendo versato sangue una volta, fossi corrotto e facessi qualunque cosa chiedesse?

«Ho fatto quello che mi hai chiesto», dissi gravemente. «Ora portami da mia moglie».

«Benissimo», rispose, e mi condusse verso un’entrata nascosta dietro il trono.

Questa si apriva su uno stretto passaggio scuro, che conduceva a una pesante porta di legno, da cui provenivano, molto debolmente, le grida di dolore di mia moglie. V. mise la mano sulla porta, poi esitò e si voltò a guardarmi con un mezzo sorriso.

«Ti sei comportato ammirevolmente, Arkady. Ma c’è ancora una piccola cosa. Ho un visitatore inaspettato che, secondo la sua lettera, sta aspettando a Bistritz dall’alba che arrivi il mio calesse, ma Laszlo questa mattina era indisposto», e qui sorrise apertamente, «ed ora lo è ancora di più. Potresti…?»

«Non posso lasciare Mary! E non dormo da giorni…».

V. annuì con grazia.

«Allora domattina? Dopo che avrai avuto tempo di dormire? Solo questa cosetta e poi potrai restare con tua moglie quanto desideri…».

Percepii l’allusione minacciosa nel suo tono. In quel momento, riuscivo a malapena a tollerare di udire i gemiti di mia moglie: non riuscivo a pensare a qualcosa che mi trattenesse dall’essere al suo fianco sapendo che era così vicina, e così acconsentii stancamente.

«Sì, sì, naturalmente… andrò domattina».

«Eccellente».

Il sorriso di V. si allargò rivelando i denti; poi si voltò e aprì la porta.

La camera era senza finestre, piccola e, come il suo padrone, piena di uno scintillio che sapeva di decomposizione, adorna di ragnatele, ricoperta di polvere, ma munita con magnificenza di candelabri d’oro, di cristalli lavorati, e con un grande letto a baldacchino dalle tende di luccicante broccato dorato. Dunya sedeva accanto al letto su uno sgabello di velluto e, quando la piccola cameriera alzò gli occhi per guardarci, il suo sguardo divenne inespressivo, vuoto, nell’incontrare quello di Vlad.

Rabbrividii, incapace di nascondere il disgusto e lo sgomento alla rivelazione che V. l’aveva usata per tradirci. Egli vide la mia espressione, e il sorriso ironico ritornò sulle sue labbra.

«Ora ti lascerò alla tua intimità in questa importante occasione», disse, e se ne andò, chiudendosi dietro la porta.

Sul letto giaceva mia moglie, in preda alle doglie, con i capelli dorati bagnati e resi scuri dal sudore, il viso arrossato dallo sforzo. Andai subito da lei, le presi le mani, e insieme piangemmo.

«Non possiamo fidarci di lei», disse Mary tra le lacrime, in inglese. «Il collo… ho visto il collo».

Non guardò nemmeno Dunya, che sedeva accanto a lei con la più innocente delle espressioni, incapace di seguire la nostra conversazione.

«Lui l’ha morsa?», chiesi sommessamente.

Mary annuì e chinò la testa, sopraffatta dal dolore.

Presto i dolori cominciarono veramente. Desideravo fare qualcosa per aiutarla ma, apparentemente, il mio sgomento al vederla preda di quel dolore non faceva che turbarla ulteriormente. Così mi sedetti appena fuori della porta, dove poteva vedermi ed essere rassicurata dalla mia presenza ma non poteva notare la mia espressione tormentata.

Per alcuni istanti, quando le doglie divennero più frequenti e Dunya era indaffarata, scivolai al piano inferiore per accorgermi che le porte che conducevano fuori del castello erano state sprangate dall’esterno.

Così, sedetti fuori dall’elegante prigione di mia moglie, scrivendo tutto questo sulla carta profumata che ho scoperto nella stanza.

Dio mi aiuti, sono due volte un assassino e siamo prigionieri, senza speranza di fuga.

Capitolo tredicesimo

Il diario di Arkady Tsepesh

21 aprile, mezzogiorno. Aggiunta su una pergamena separata. Infine la stanchezza ha avuto la meglio e ho dormito nell’ingresso con il mio diario improvvisato in grembo finché la grigia luce del mattino è filtrata dalla porta aperta. Con il cuore che batteva dalla paura, sono balzato in piedi nel ricordare le circostanze in cui mi trovavo, e sono sfrecciato nella stanza dove mia moglie era confinata.

Il bambino ancora non era nato. Mary era talmente esausta e pallida, con le labbra così grigie, che ne fui spaventato. Dunya, con il volto cupo per la preoccupazione, disse che Mary non doveva muoversi affatto per paura che potesse morire dissanguata. Questo credo che sia vero, e non un suggerimento messo nella sua testa da V; uno sguardo alla mia povera moglie me l’ha confermato.

Anche così, chiesi a Dunya quanto tempo ancora ci volesse per la nascita. Lei scosse la testa e aprì la bocca per parlare ma non potei udire la risposta a causa degli improvvisi gemiti di dolore di mia moglie.

Quel suono mi fece venire le lacrime agli occhi, poiché sembrò che stesse gridando per il dolore che le avevo causato portandola qui.

Dunya ha visto il mio turbamento (povera bambina: l’orrore di tutto ciò è che si tratta sempre di lei, che ha un buon cuore. Io credo che non sia nemmeno consapevole che V. la controlla), e immediatamente mi ha ordinato di andare in cucina a prendere altre erbe medicinali contro il dolore.

Esitai nel lasciare Mary, ma avevo udito i mormorii dei domestici riguardo al fatto che, di giorno, lo strigoi dorme. Certamente questa era un’abitudine di Vlad, e così capii che Mary era al sicuro… almeno per il momento.

Felice di essere d’aiuto, andai al piano inferiore e, nel farlo, scoprii che all’entrata principale era stato tolto il paletto e che era stata spalancata durante la notte. Il cielo mattutino era grigio, pieno di nuvole minacciose; l’aria aveva l’odore della pioggia imminente. Fuori, vicino alle scale principali, cavalli e calesse erano in attesa. Quella vista mi portò felicità e terrore: felicità perché c’era una possibilità di fuggire; terrore, perché ricordai la promessa di andare a prendere il nuovo visitatore a Bistritz.

Uscii nel cortile. I cavalli erano riposati e puliti, nonostante il fatto che i domestici fossero scomparsi dal castello. Mentre li guardavo pieno di meraviglia, mi sentii spingere da vari impulsi in quattro direzioni diverse.

Per prima cosa, ebbi il desiderio di fuggire, di portare la mia sofferente moglie giù per le scale e andarmene al galoppo nel calesse, nonostante ciò fosse rischioso per lei; secondo, desiderai andare a Bistritz per avvertire il visitatore di ritornare da dove era venuto.

Terzo, desiderai andare a Bistritz, prendere il visitatore, e lasciarlo nelle mani di V., sapendo che questo avrebbe comprato la sicurezza di mia moglie e della mia famiglia. Che cos’era un’altra morte quando il sangue dei Mueller era già sulle mie mani inconsapevoli?

Ma se la leggenda che il Vampiro dormiva di giorno era vera, allora non avevo bisogno di fare nulla di ciò che avevo pensato: dovevo solo uccidere V. mentre dormiva. Conoscevo il metodo e ne avevo i mezzi.

Presi la decisione proprio mentre la morbida luce del sole cominciava a bruciare tra la nebbia, sospesa sul terreno. Quando mi parve che i bianchi vortici accanto a me divenissero solidi, li considerai un trompe l’oeil che nasceva dalla stanchezza e non vi prestai attenzione finché udii una voce familiare, agitata, bisbigliare:

«Kasha…!».

I cavalli sbuffarono e batterono le zampe.

Alzai lo sguardo. Vidi Zsuzsa che stringeva le pieghe degli indumenti funebri intorno a sé, come un mantello di nebbia. Sembrava più giovane, una donna di appena vent’anni. Il suo corpo era ancora diritto, ancora perfetto, ancora in possesso di una bellezza ultraterrena ma, nella luce del giorno, la sua soprannaturale radiosità era offuscata. Si avvicinò con movenze graziose ma così del tutto umane che il dolore mi strinse la gola. Fissai i suoi impressionanti occhi pieni di fascino ma non più lontani e predatori; restava un accenno della lucentezza dorata, ma la tinta dominante era marrone chiaro… il colore degli occhi della mia cara, defunta sorella.

Le sue guance erano bagnate di lacrime.

«Oh, Zsuzsa», bisbigliai, e chiusi gli occhi. Quando li riaprii, la visione rimase. Barcollai, improvvisamente preso da vertigini.

«Kasha», disse in fretta, e mi prese per il polso; rabbrividii al suo tocco freddo e vidi che anche lei rabbrividiva… alla vista del crocifisso di Ion, che avevo tirato fuori con la mano libera dalla tasca e che avevo messo sul palmo aperto. Indietreggiò immediatamente, come se la mia pelle l’avesse bruciata come vetriolo. «Ti ho aspettato per andare dove lui non possa udire. Kasha, ti devo parlare subito! Noi ti dobbiamo salvare: tu non sai i suoi progetti! Ma andiamo all’ombra; la luce mi fa male».

Mi raddrizzai, insicuro; fece un gesto come per aiutarmi, ma fu forzata dal crocifisso a mantenere le distanze. Insieme camminammo nell’ombra gettata dal castello e lì lei allungò le braccia per abbracciarmi, poi le abbassò, impotente per la presenza del crocifisso. Ma non avvertii da parte sua alcun tentativo di ipnotizzarmi.

«Kasha», ripeté, con una voce bassa che tremava di disperazione.

«So che eri là la notte scorsa. Hai visto che mi nutrivo…».

«Ti ho visto uccidere una donna», dissi.

Abbassò gli occhi. Non incontrò il mio sguardo, ma non c’era traccia di colpa nella sua voce, nella sua espressione quando disse:

«Sì, ma non avevo scelta. Non puoi immaginare la fame, il dolore; non ero me stessa. Non ero affatto me stessa, ma ora sono ciò che sono e non posso cambiare. Non dico queste parole per ingannarti, ma perché voglio aiutarti: Kasha, devi permettermi di morderti. Devi permettermi di farti diventare ciò che io sono! È l’unico modo; altrimenti, quello che è accaduto al povero papà accadrà anche a te!».

Alzai il crocifisso e lo tenni davanti al suo viso, chiedendomi se fosse efficace — quindi i racconti dei contadini sono veri! — e desiderando di aver pensato ad usarlo la notte precedente, per salvare Frau Mueller dalla creatura che mi stava dinanzi.

Fece una smorfia e si tirò indietro, alzando le braccia come temendo che avrei potuto colpirla, ma non mostrò rabbia.

«Ritorna indietro», ordinai. «Ritorna da lui, mostro. Mia sorella è morta».

Emise un solo singhiozzo ma rimase dov’era, sebbene la vicinanza della croce chiaramente la tormentasse. Quando ebbe ripreso un certo grado di controllo e si fu asciugata gli occhi con il bordo della sua veste funebre disse, con una voce decisa, che non le avevo mai udito usare quando era viva:

«Io sono tua sorella, Kasha. Sì, sono una morta vivente… ma sono sempre Zsuzsa. Devi capirlo; Vlad è sempre stato com’è, un crudele tiranno. La morte e l’immortalità hanno cambiato lui… e anche me, ma poco. Non ti meravigli che io sia venuta ora, di mattina, quando lui non lo hai mai visto?».

Non ebbi risposta a questo, poiché, infatti, ero stupito. Il mio silenzio le procurò una lieve soddisfazione.

«Lui si può muovere di giorno, se l’emergenza lo richiede», continuò, «ma la luce è molto fastidiosa e a lui non piace, poiché i suoi poteri sono grandemente ridotti. Lui deve riposare per una parte delle ventiquattro ore, di più quando si è nutrito, e così, il più delle volte, sceglie di riposare di giorno. Ma io mi sono nutrita e riposata la notte scorsa, e ti appaio adesso nel momento in cui sono più vulnerabile come segno di fiducia. Oh, sono ancora più forte di te e potrei provare a controllarti… ma non lo farò. Arkady, devi ascoltarmi e credermi!».

Il suo tono era di angosciata sincerità e non potevo negare che non stesse cercando di ipnotizzarmi, come aveva fatto la prima notte che si era alzata. Così chiesi:

«Ascoltare e credere cosa?»

«La verità». Il suo viso si contorse dal dolore. «Lui non ci ama. Oh, Kasha, lui non ci ha mai amato! Io pensavo, quando venne da me, che faceva così perché provava dei sentimenti… ma è stata tutta una bugia. Allora mi controllava, mi faceva sentire e credere delle cose e, anche quando bevvi il suo sangue…».

A questo punto, perse la sua compostezza, abbassò il viso nelle mani e pianse; i suoi capelli neri, liberi adesso da ogni traccia d’argento, le caddero in avanti sotto il velo bianco. «Quando bevvi il suo sangue, seppi tutto ciò che lui sapeva. Appresi allora le condizioni del Patto…».

«Il Patto…», dissi.

«Sì. Fu allora che appresi tutto, ma lui ancora mi controllava e mi forzò a dimenticare ciò che non voleva che ricordassi. Pensava — la sua arroganza non conosce limiti! — pensava che io gli sarei stata così grata per la mia immortalità che avrei continuato ad essere la sua piccola Zsuzsa che lo adorava come una schiava, e che una volta che mi fossi rialzata come strigoi e avessi ricordato ogni cosa, lo avrei ancora amato. Forse pensava che sarei diventata senza cuore come lui! Ma tu sei ancora mio fratello, ed io sono ancora Zsuzsa, anche se sono cambiata. Io ti voglio ancora bene, Kasha, e non posso tollerare che lui ti usi in questo modo.

Mi ha reso strigoi perché la mia venerazione verso di lui faceva piacere al suo ego e così, nella sua arroganza, decise che avrebbe calmato la sua fame, fatto cessare la mia opposizione al suo desiderio di andare in Inghilterra, e avuto una compagna immortale che lo avrebbe riverito per sempre come voievod.

Vedi? Lui ha rinunciato a controllarmi: non conosce i miei pensieri, non sa dove sono andata. Fa parte dell’affare che ha fatto, al fine di rompere il Patto e rendere strigoi qualcuno della sua stessa famiglia. Non poteva farlo senza pagare un alto prezzo, poiché rendere Vampiro uno dei suoi significava che l’anima sarebbe stata eternamente intrappolata tra Cielo e Inferno, in modo che il Demonio non potesse averla; così scelse che, una volta che mi fossi rialzata come morta vivente, avrebbe rinunciato alla sua abilità di entrare e controllare la mia mente. Era sicuro a tal punto della mia lealtà».

«Un affare con chi?», la interruppi, ma a ciò i suoi occhi si socchiusero e lei non sembrò propensa a rispondere, quindi continuò rapidamente.

«Fu così che non ricordai niente della verità del suo Patto quando stavo cambiando, prima che morissi, perché allora ancora comandava i miei pensieri e, quando mi alzai dalla bara, non riuscivo a pensare a nulla tranne al fatto che avevo una fame orribile. Solo dopo aver bevuto il sangue della donna ed essermi riposata, la mia mente fu abbastanza chiara da pensare, e poi fui presa dall’orrore per te.

Adesso il nostro povero padre soffre all’Inferno, al posto suo! Vlad avrebbe potuto salvarlo, avrebbe potuto fare per lui ciò che ha fatto per me — intrappolare la mia anima sulla terra — invece si è assicurato che soffrisse il tormento eterno! Non credere che abbia tenuto lontani i suoi denti dal collo di papà per gentilezza! E farà lo stesso con te: ti intrappolerà, ti costringerà a commettere dei crimini al di fuori della tua libera volontà.

Dovresti udire come ride crudelmente quando parla del giorno in cui ti ha mandato a Bistritz a vedere il jandarm. Si bea del tuo tormento; non è che un gioco per lui, guardare il tuo crescente terrore mentre comprendi la verità, portarti sull’orlo della follia sperando di corrompere il tuo spirito…».

Chiusi gli occhi, pensando alla lettera di Radu:

È come un vecchio lupo che ha ucciso così tante volte che si è annoiato, e deve trovare nuovi piaceri; distruggere l’innocenza è uno di essi… Questo divertimento è nuovo per lui, poiché ne può godere soltanto una volta in ogni generazione.

«I Mueller», dissi bruscamente aprendo gli occhi, comprendendo che V. aveva ucciso Laszlo al fine di rendermi complice. Allo sguardo interrogativo di Zsuzsanna, aggiunsi: «I visitatori. Mi ha giocato inducendomi a piantare nei loro cuori dei pali prima che fossero morti; mi ha ingannato per farmi uccidere, quando io pensavo solamente di impedire che si rialzassero come morti viventi».

«Non li hai uccisi», disse, con tale certezza che le credetti. «Ho sentito morire la ragazza».

«Ma ha gridato…».

«Come fanno i morti viventi, quando vengono distrutti». Provai un sollievo così profondo che gli occhi mi si riempirono di lacrime, ma mia sorella rabbrividì al pensiero mentre aggiungeva: «Hai fatto del male a qualcun altro? Hai portato qualcuno al castello, sapendo chi era Vlad e che cosa avrebbe fatto?»

«No».

Mia sorella batté le mani in un gesto infantile di contentezza.

«Allora forse non è troppo tardi! Forse non c’è ancora la necessità di renderti uno di noi! Ancora non hai commesso un peccato mortale. Ha cercato di ingannarti facendoti pensare che lo avessi già fatto, e che perciò i crimini futuri non avrebbero fatto alcuna differenza».

Scossi la testa e dissi, con un tono pieno di ironia:

«Se sia peccato o meno non farà differenza per le autorità di Vienna. Sapranno solo che ho maneggiato il palo e il coltello…».

«Kasha, io non parlo di qualcosa di così irrilevante come il jandarm a Vienna! Io parlo del Patto, del Contratto! Del tuo destino eterno!».

Per un istante, ci fissammo, ognuno rendendosi conto che l’altro non capiva.

Io parlai per primo, a voce bassa.

«So del Patto. Dunya mi parlò di quello che ha con gli abitanti del villaggio, per la loro protezione, e V. stesso mi ha spiegato l’accordo che ha con la nostra famiglia: il servizio del figlio maggiore in cambio della protezione e della ricchezza della famiglia».

«Oh, no», disse mia sorella, con un bisbiglio così stridulo che tagliò l’aria tra di noi, e penetrò nel mio cuore tanto facilmente come il pugnale di V. nella tenera pelle di un bambino. «Allora non sai niente del vero Patto… quello con il Demonio».

«La tua anima, Kasha. La tua e quella di tuo padre e di suo padre prima di lui. L’anima di ogni figlio maggiore vivente di ogni generazione di Tsepesh: quello è l’oro con cui lui compra la sua immortalità».

Zsuzsa mi parlò ancora, con una voce bassa che tremava per l’orrore mentre eravamo all’ombra del castello. Dopo che V. mi aveva scortato fino al fianco di mia moglie, era ritornato nella camera interna e si era rivolto a Zsuzsa con una furia terribile, urlando che lei lo aveva tradito.

«Mi accusò di averti stregato», disse piangendo, «di averti reso partecipe del mio patto per liberarti dal suo controllo».

«È vero», dissi. «Egli non controlla più la mia mente, dal momento che ti sei rialzata dalla tomba…».

Annuì con tristezza.

«Vlad voleva tenerti ancora prigioniero per legare a sé tuo figlio con il rito del sangue prima di restituirti la volontà. Ecco perché è stato costretto, all’ultimo momento, a sequestrare Mary: per portare te e il bambino al castello, poiché non poteva più richiamarti qui con la mente, ma io sospetto che sia stato giocato da Qualcuno più cattivo e astuto di lui.

Forse il prezzo della mia volontà non era un pagamento sufficiente per rompere il Patto e rendermi strigoi; forse occorreva anche la tua… poiché mi ha fatto uscire dalla camera interna e la sua ira era così spaventosa che non vi sono ancora ritornata, ma sono rimasta nei pressi della porta esterna e l’ho sentito gridare a qualcuno — o a qualcosa — all’interno».

Pensai al nero altare a capo della bara di V. e rabbrividii. La mia mente ancora non ci credeva, non capiva, ma il mio cuore accettò le parole di Zsuzsa, poiché, se esiste qualcosa di tanto nefandamente malvagio come V., ci dev’essere sicuramente il Demonio.

«Zsuzsa», mormorai, mentre la mente mi si schiariva. «Mi ha chiesto di andare a Bistritz a prendere un altro visitatore…».

«Kasha, non devi andarci! Se tu consegni una vittima nelle sue mani, allora ha vinto… e la tua anima è perduta».

«Allora aiutami a ucciderlo! Ora è addormentato ed è vulnerabile».

Di colpo volse la testa verso di me e i suoi occhi lampeggiarono non d’oro ma con il rosso opaco e irato della cenere ardente.

«Non dire mai più una cosa simile! Come puoi chiedermi…».

«Ha ucciso un migliaio, un milione di volte, Zsuzsa! Tu stessa hai detto che non lo ami più».

«No», disse lentamente. «No… io non lo amo. Lo disprezzo per quello che ha fatto a te e a papà, perché mi ha ingannato. Ma sono venuta da te perché non desidero vedere che a qualcuno venga fatto del male, nemmeno a lui».

«Ma potrebbe fare del male a Mary!».

Abbassò il bel viso, dal colorito leggermente rosato, rubato alle guance di Frau Mueller, e sospirò una riluttante ammissione.

«Sì… farebbe qualunque cosa per corrompere la tua anima: ucciderebbe tua moglie, tuo figlio (purché tu viva per generarne un altro). Ma non ti farà del male, non finché tu rimarrai innocente».

Sollevai la testa, e il battito del cuore aumentò mentre una più potente rivelazione si presentava.

«E se io muoio innocente…?»

«Sarebbe distrutto».

«Zsuzsa!». Dimenticando il crocifisso, le presi la mano; lei indietreggiò con un piccolo grido di dolore. «Zsuzsa, devi promettermi, allora, che tu spiegherai ogni cosa a Mary e provvederai a che lei e il bambino stiano bene…».

Presi quindi il revolver di papà, nascosto sotto il panciotto.

Tese le mani per fermarmi, trasalendo quando le nostre carni si toccarono.

«No! Dev’essere una morte innocente, Kasha. Se muori per la tua stessa mano o con la tua complicità, la tua anima è perduta e il Patto confermato».

Mi inginocchiai davanti a lei.

«Allora uccidimi!».

Distolse il viso e fissò un momento la luce del sole che macchiava la foresta prima di bisbigliare:

«Questa vita è grottesca… ma troppo meravigliosamente strana perché io l’abbandoni, fratello. Ho dei poteri, delle capacità, la bellezza che non ho mai sognato nella mia piccola e patetica vita umana. Non chiedermi di rinunciarci così presto…».

«Zsuzsa, non capisco…».

Tirò un respiro e si voltò verso di me, con i lineamenti perfetti deturpati, contorti da un’agitazione interna.

«Se distruggi Vlad, distruggi me».

La guardai negli occhi e seppi allora che amava ancora V. tanto quanto lo odiava; che da lei non avrei avuto alcun aiuto oltre quello che mi aveva già offerto. Infatti, vidi comparire in quegli occhi il dispiacere.

Improvvisamente, aggiunse:

«Fuggi, Kasha, fuggi. Rimani vivo, per amore del bambino, e portalo lontano da qui, perché dal momento in cui sarà nato, Vlad lo legherà a sé con il rito del sangue… a meno che tu non lo impedisca».

E scomparve. Non impercettibilmente, non gradualmente, ritornando nelle ombre, ma improvvisamente come il piccolo spettro di mio fratello era svanito davanti ai miei occhi nella foresta. Un momento prima fissavo l’immagine di mia sorella radiosamente bella, quello dopo, il mattino grigio e le sagome alte e distanti degli alberi.

Non indugiai, ma ritornai all’interno del castello, trovai le erbe medicinali contro il dolore che Dunya aveva richiesto, e le consegnai nelle sue mani.

Adesso il tormento di Mary è costante; sicuramente il bambino nascerà presto. Non sopporto più di aspettare, scrivendo e ascoltando la sua sofferenza.

Devo agire.

Capitolo quattordicesimo

Il diario di Arkady Dracul

Data sconosciuta. Notte. È passata l’eternità da quando ho scritto per l’ultima volta in questo diario, ma voglio cominciare dal momento in cui ho smesso.

Le grida di Mary divennero così disperate che corsi nella stanza per darle conforto, abbandonando il diario sul tavolino accanto al letto. Quando si calmarono, non rimasi lì, ma ripresi il mio posto nel corridoio, aspettando finché fui certo che entrambe le donne fossero troppo distratte per notare che me ne ero andato, e poi scivolai silenziosamente nell’oscuro, claustrofobico corridoio, oltre l’entrata di pietra, ritornando nella camera esterna di V., dove si trovava il trono e il teatro di morte.

Quel mattino ero già passato attraverso quella stanza per due volte, ogni volta in fretta, senza guardare. Questa volta entrai, e osservai con attenzione ciò che mi attorniava.

L’aria sembrava soffocante, senza vita, pesante per la morte e i dolori che vi si consumavano. Alla mia sinistra, c’era il grande trono vuoto; davanti a me, la tenda di velluto era ancora aperta rivelando la “strappata” e altri strumenti di tortura. La mannaia che Laszlo mi aveva scagliato era stata rimessa con cura al suo posto con gli altri strumenti del macellaio.

Camminai dietro il tavolo su cui era stato Herr Mueller, e presi il coltello con la lama più grande e più spessa, poi scelsi un paletto corto e appuntito e il pesante martello. Così armato, mi avviai verso il rifugio più interno. Anche quella porta era leggermente accostata. La spinsi con la punta del mio stivale e la udii aprirsi con un lamento simile a quello di un moribondo.

Ero sorpreso che V. avesse così tanta fiducia in me da non sprangare la porta; pensai a Zsuzsa che parlava indignata della sua arroganza. Lui le aveva mostrato la sua durezza di cuore, ma il suo egotismo non gli permetteva di credere che lei non lo adorasse più. Era anche così scioccamente sicuro del mio amore, tanto da non temere il tradimento?

Entrai. Di nuovo, un odore di polvere e di lieve putrefazione. Mi diressi subito alla più grande delle due bare, poggiai silenziosamente il coltello di Laszlo sul pavimento, e con il paletto e il martello in una mano, aprii il coperchio della bara con l’altra.

Si alzò con facilità, senza resistenza e, nell’istante in cui si sollevò, il mio cuore cessò momentaneamente di battere in seguito alla più pura e fredda ondata di paura che abbia mai conosciuto. Eppure mi dava una strana euforia, come essere tra i frangenti di un mare artico, e seppi in quell’istante che non mi sarei sottratto al mio compito.

Sollevai del tutto il coperchio e guardai nell’oscurità il rivestimento scarlatto, consumato, che indicava i chiari segni del peso della testa e del tronco sulla stoffa in seguito agli innumerevoli anni.

Vuota!

Una voce lontana, straniera e con uno strano accento, ruppe la quiete.

«C’è qualcuno?».

Il suono mi spaventò talmente che il martello e il palo mi sfuggirono di mano e caddero rumorosamente contro la pietra. Il cuore mi batteva furiosamente. Zsuzsanna si era, forse, pentita della sua confessione e, capendo che lei e V. avrebbero potuto presto essere distrutti, era andata subito ad avvertirlo?

Corsi nella camera esterna, notando a malapena il teatro di morte scoperto.

«C’è qualcuno?».

Il grido divenne più forte, più insistente; con un sussulto, compresi che riecheggiava sulle mura interne del piano sottostante. Un estraneo era entrato nel castello.

Rivolsi uno sguardo angosciato all’entrata che conduceva alla signorile prigione di mia moglie, da cui le sue grida uscivano senza sosta. Non desideravo lasciarla nella poco sicura compagnia di Dunya, specialmente adesso che non ero certo di dove V. si trovasse, ma non potevo ignorare le grida del forestiero… poiché sapevo, con infelice certezza, chi era che chiamava.

Uscii correndo dalla camera e scesi in un lampo la scala a chiocciola. Vicino all’entrata principale, mi imbattei in uno straniero che aveva appena cominciato a salire le scale. Ci fermammo a parecchi metri di distanza, io sopra e lui sotto, per studiarci vicendevolmente.

Era un uomo alto, di costituzione robusta e con gli occhiali, con capelli chiari e radi, una carnagione florida che si mostrava sotto la barbetta a punta e i baffi, e occhi chiari. Dal suo vestito lo giudicai un uomo istruito e di classe superiore e, dal suo comportamento, lo ritenni riflessivo e equilibrato.

Al vedermi indietreggiò, perdendo quasi l’equilibrio sulla scala, poi si riprese con un sorriso nervoso e disse, in un tedesco con uno strano accento:

«Perdonatemi per essere arrivato senza essere annunciato, ma ho la mia carrozza e desideravo arrivare prima possibile».

Per un momento, la mia prontezza di spirito mi abbandonò; non parlai. La mia espressione dovette allarmarlo poiché chiese, esitando:

«Questo è il castello del Principe Vlad Dracula, vero?»

«Sì», risposi, quando, infine, le facoltà mentali mi ritornarono. «Sì, lo è, ma voi dovete andar via al più presto, signore… immediatamente!».

Le sue pallide sopracciglia si incontrarono aggrottandosi sopra gli occhiali mentre mi guardava; con mite indignazione, si raddrizzò.

«Ma io sono Erwin Kohl, sono un ospite invitato! Di sicuro deve aver parlato a qualcuno del mio arrivo…».

«Infatti, signore», risposi più cordialmente, dato che avevo ripreso la mia padronanza. «E siamo spiacenti che nessuno vi abbia potuto incontrare a Bistritz, per la stessa ragione per cui dovete partire adesso: c’è una malattia nel castello. Una terribile malattia».

Sempre con le sopracciglia aggrottate, Kohl socchiuse gli occhi e piegò la testa da un lato mentre osservava attentamente il mio viso; seppi subito dalla gentile intelligenza dei suoi occhi e della sua espressione che era un uomo di acuta percezione.

Seppi anche che aveva la sensazione che stessi mentendo.

Sollevò un sopracciglio e, oltre l’incredulità, vidi un barlume di preoccupazione.

«Chi è malato? Forse posso aiutare…».

«Tutti», dissi, scendendo di uno scalino verso di lui, «tranne me».

«Potrebbe spiegare l’assenza di domestici», mormorò tra sé, poi mi disse a voce alta: «E il Principe… anche lui è malato?»

«Il Principe è il più malato di tutti». Avanzai di un altro passo, e il mio tono divenne stridulo. «Signore, sono morti in molti! Per la vostra stessa salvezza, vi devo chiedere di partire immediatamente!».

Pronunciai quelle parole con autentico panico e frustrazione, nonché con profonda convinzione, e credo che lui se ne fosse accorto. Avrebbe dovuto reagire con la paura e partire con urgenza ma, con mio sgomento, si raddrizzò e rimase dov’era, poi serrò la mascella, alzò leggermente il mento verso l’alto e in quei piccoli e ostinati gesti, vidi la mia sconfitta.

Era deciso a restare… per una ragione che non riuscii a comprendere.

«Non fa nulla. Permettetemi di vedere il Principe».

La sua voce era velluto sopra la pietra: morbida in superficie, dura come la silice al di sotto.

«No. Dovete partire ora».

Con rapidità scesi i gradini che ci separavano e lo presi per le spalle, pensando di farlo girare e di condurlo giù lungo le scale e fuori del castello. Ma era un uomo più grosso di me e fece resistenza. Ci azzuffammo goffamente, senza convinzione — nessuno dei due era, chiaramente, un uomo violento — con il risultato che si trovò due gradini sopra di me, con una pistola brandita con mano ferma.

«Portatemi dal Principe», disse ancora, e mirò con attenzione l’arma alla mia fronte.

Lo guardai negli occhi. Erano di un blu chiaro, razionali, gli occhi di un uomo comprensivo. Non lo giudicai capace di crudeltà, ma sembrava aver raggiunto un livello di disperazione che eguagliava il mio.

Mi sedetti sul gradino, misi i gomiti sulle ginocchia e le mani sugli occhi e risi finché non sgorgarono le lacrime, pensando: Ora mi sparerà, il Patto sarà rotto, e la mia famiglia sarà salva.

Il presunto signor Kohl non fece fuoco, ma rimase tranquillo di fronte al mio riso isterico, forse sorpreso dalla mia reazione come io lo ero stato dalla sua.

Lo guardai e chiesi con lieve irritazione:

«Bene, uccidetemi allora e facciamola finita».

Poi feci silenzio, pensando che affrettare la mia morte avrebbe potuto essere considerato un suicidio e soddisfare in tal modo il Patto di Vlad.

Con un’espressione interrogativa, lo straniero chiese:

«Chi siete voi?»

«Arkady Tsepesh, il suo pronipote».

Risi ancora, in tono stridulo, senza divertimento.

«O piuttosto il suo pro-pro-pronipote, con ancora molti gradi».

«Dovete portarmi da lui».

Ancora una volta, cercai di ridere; ne emerse un singhiozzo.

«Lo farei se potessi: si è nascosto».

Abbassai la voce fino a un insistente bisbiglio.

«È un assassino… è peggio di un assassino. Ecco perché ve ne dovete andare subito! Per favore… Vi supplico! Andate! Non siete al sicuro!».

Dietro gli occhiali gli occhi di Kohl si ingrandirono per la meraviglia; quell’emozione lasciò subito il posto alla fiducia. Eppure rimase ostinato e immobile sulle scale, con il revolver ancora puntato alla mia testa.

«Vi credo», disse calmo. «E non ho alcun desiderio di farvi del male, ma devo insistere…».

«Domnule! Domnule!».

Dunya scese gridando per le scale, con i capelli scuri che le sfuggivano dal fazzoletto e del sangue vivido che le sporcava il grembiule di lino. Era così agitata che non reagì allo strano quadro di Kohl che mi puntava contro una pistola, mentre io ero rannicchiato due gradini più in basso. In tedesco, la lingua che condivideva con la sua padrona e che, senza dubbio, aveva parlato durante la notte trascorsa e il mattino, gridò:

«Venite ad aiutare! Il bambino è capovolto e io non so muoverlo! Lei ha un’emorragia…! Ho paura che muoiano tutti e due!».

Le lacrime e il panico nei suoi occhi erano autentici. Senza pensare alla canna della pistola puntata alla mia testa, mi alzai e mi feci strada scansando Kohl: V e tutti i Demoni dell’Inferno non mi avrebbero trattenuto. Dunya ed io salimmo correndo le scale, passando attraverso la camera interna, fino all’elegante prigione, al fianco di Mary.

Le lenzuola del letto erano macchiate di rosso: mia moglie era caduta in deliquio, ed era così spaventosamente pallida, che pensai fosse morta finché non si mosse e gemette. Caddi in ginocchio accanto a lei e le presi la mano fredda. Era in uno stato di tale sofferenza che non mi riconobbe, ed io stesso ero così disperato — impotente mentre guardavo mia moglie dalle labbra grigie — che non degnai di un pensiero lo straniero, e non mi resi conto che ci aveva seguito, finché non udii la sua voce dietro di me che diceva a Dunya:

«Tienila calda e premi qui. Io ritornerò immediatamente».

In quel momento, ascoltai le sue parole ma non le udii veramente. Senza fare domande, Dunya obbedì agli ordini del forestiero, singhiozzando piano quando io, per la prima volta nella mia vita, pregai. Non sono sicuro se pregai Mary, mio padre, Dio o un astratto Bene, ma so che la disperazione estrema del mio cuore lacerò il velo tra questo mondo e il mondo invisibile e mi permise di passarvi attraverso e di toccare il limite di Qualcosa — una forza — molto reale, molto viva.

Offrii in cambio la mia vita, la mia anima, se mia moglie fosse riuscita a sopravvivere a quel momento, se solo a mio figlio fosse stato risparmiato il destino di mio padre. Pregai che potesse esservi nel mondo un Bene abbastanza forte per vincere il Male che aveva soggiogato la mia famiglia; pregai che il retaggio di sangue potesse finire con me.

La mia anima era così assorta nella supplica, che non notai affatto che il forestiero se n’era andato ed era ritornato. So soltanto che, alla fine, una grande ombra incombente cadde sul viso pallido di Mary; guardai in su, temendo di vedere V… e, invece, vidi lo straniero, come un grande orso biondo ai piedi del letto, senza giacca, con le maniche della camicia arrotolate sopra i gomiti.

Dunya aveva mantenuto le candele accese nella camera senza finestre e delle minuscole fiammelle danzavano, riflesse negli occhiali.

«Non ho menzionato nella lettera che ero un medico», disse, poggiando una grossa borsa da medico nera sul letto. «Forse, posso essere d’aiuto». Si chinò e, muovendo discretamente le lenzuola, esaminò mia moglie tastandola. «Bene. È vero, il bambino è capovolto, ma noi lo raddrizzeremo…».

Si mise al lavoro. Accadde subito dopo: l’urlo lacerante di Mary, seguito rapidamente da quello del bambino, e poi lo straniero tenne nelle sue mani enormi il mio bambino, viscido e coperto di sangue.

«Un maschio», annunciò, e ci sorridemmo l’un l’altro, senza frenare la contentezza, come se non fossimo degli sconosciuti ma dei vecchi e cari amici che condividevano quella gioia; come se lui non avesse, qualche minuto prima, tenuto una pistola puntata al mio cranio.

Mio figlio. Il mio piccolo, arrabbiato e piangente figlio.

Mia moglie cadde ben presto addormentata mentre l’inatteso medico si prendeva cura di lei. Io mi lasciai andare su una sedia vicina e piansi per la bellezza e l’orrore dell’evento.

Quando il forestiero ebbe finito e si fu lavate le mani in un catino, si voltò verso di me, asciugandosi le mani in un asciugamano, e disse a voce bassa:

«Il bambino è piccolo ma sano. È prematuro, vero?».

Annuii, e con una mano tremante mi coprii gli occhi.

«Senza dubbio la madre ha sofferto per qualche recente spavento».

Gettai una cupa occhiata a Dunya, che aveva finito di lavare il bambino ed ora lo stava avvolgendo strettamente nelle coperte, poiché desideravo parlare liberamente allo straniero ma non osavo con lei presente. Il dottore vide e sembrò intuire la mia riluttanza, sebbene sorridesse a Dunya mentre lei gli porgeva il bambino pulito.

Rapidamente, assentii con la testa in modo che Dunya non lo notasse.

Lui sistemò il bambino nelle braccia di mia moglie che sonnecchiava e disse piano:

«È giovane e forte, ma ha perso una pericolosa quantità di sangue. Avrà bisogno di molte cure».

Allora Mary si mosse e si trovò il bambino nelle braccia, e il sorriso con cui ci onorò in quel momento rimarrà per sempre il mio ricordo più dolce.

«Il nome», bisbigliò. «Quale sarà il suo nome?»

«Stefan», risposi. «Per mio fratello».

«Stefan George».

Lo disse lentamente, assaporandone il suono.

«Un bel nome», aggiunse il dottore, illuminandosi.

Mary sussultò leggermente alla vista dell’estraneo, ma io sussultai per le sue parole poiché tutti e tre avevamo appena parlato nella lingua madre di mia moglie.

«Parlate inglese», dissi.

«Sì. C’è qualcosa che volete dire e che non volete che la ragazza oda?».

Ancora sorridendo, indicò il bambino con la testa come se avesse appena fatto un complimento a dei genitori orgogliosi.

Guardai mio figlio, rosso, rugoso e bello.

«È un’alleata del Principe; adesso saprà che siete qui. La vostra vita è in grande pericolo. Dovete partire immediatamente…».

«E che cosa ne sarà di voi e della vostra famiglia?». Il forestiero si chinò sul bambino e gli offrì un grande e grosso dito, che il piccolo Stefan afferrò con forza. «Non sarebbe consigliabile che vostra moglie viaggiasse, ma questo luogo… Ho visto quali orrori vi sono nella stanza che conduce a questa. Voi mi sembrate delle persone buone. Vi devo abbandonare qui?».

Seppi in quel momento che la mia preghiera era stata esaudita nella forma di quell’uomo, che aveva salvato mia moglie e poteva, adesso, salvare mio figlio.

Lo guardai con speranza.

«Forse mi potete aiutare».

Mi alzai e camminai verso l’entrata, lasciando Mary con il bambino. Non desideravo offuscare la sua felicità in quel momento.

Kohl sembrò capire; sorrise a mia moglie e disse in tedesco:

«Il bambino ha senza dubbio fame, signora. Permettetemi di lasciarvi sola per alcuni minuti per nutrirlo».

Mi seguì nel corridoio e si chiuse la porta alle spalle.

Dissi a voce bassa in inglese:

«Perché siete qui?».

Il forestiero esitò; la sua espressione indicava che la fiducia lottava con il sospetto.

«Primo: devo sapere perché voi siete qui. Che cosa conduce un uomo nella casa di un assassino, anche se è un suo parente?»

«Siamo suoi prigionieri», dissi, senza cercare di nascondere il mio tormento. «Come lo sarete voi, se non partite. Lui ha minacciato mia moglie e il bambino, sperando di corrompermi per assisterlo nel compiere il male».

Mi portai una mano tremante agli occhi per nascondere la vista del forestiero, sperando di poter cancellare il ricordo di ciò che avevo appena rivelato.

Il forestiero sospirò profondamente e disse:

«Mio padre visitò questo stesso castello venticinque anni fa».

Abbassai le mani e incontrai il suo sguardo.

«E scomparve», mormorai.

Il dolore guizzò nei suoi occhi prima che guardasse altrove.

«Senza una traccia», disse cupamente. «Io, naturalmente, non ero che un ragazzo a quel tempo. L’ultima lettera che ricevemmo da lui era stata impostata a Bistritz, il giorno prima che andasse in visita dal vostro prozio. Per anni, la mia famiglia ha tentato di ricostruire ciò che gli accadde… ma fummo sempre ostacolati. Nessuno ci volle aiutare, né la polizia di Bistritz, né il governo locale. Spendemmo un enorme somma di denaro per avvocati, persino per un investigatore privato, cercando di rintracciarlo. Gli avvocati fallirono e l’investigatore stesso sparì e non se ne seppe più nulla.

Infine, mia madre si arrese e abbandonò la speranza, poiché era del tutto chiaro che era stato vittima di un delitto e che una sorta di cospirazione circondava la sua scomparsa. Anch’io abbandonai le ricerche, finché dei sogni in cui mio padre supplicava aiuto mi hanno talmente disturbato che non potei ignorarli più a lungo. Ho promesso di vendicarlo e così, preso dalla disperazione, ho viaggiato fin qui e ho saputo molto da brava gente del luogo. Ho sentito molte, molte storie, alcune completamente fantastiche, ma tutte indicano che vostro zio è un assassino recidivo. Non ho dubbi che il mio povero padre sia stato una delle sue vittime».

«Tutte le storie sono vere», dissi tetramente. «Anche le più fantastiche…».

Kohl si lasciò andare a una risata di spavento.

«Certamente no! Dicono…». Abbassò la voce. «Dicono che sia un Vampiro, un bevitore di sangue umano. Voi sembrate un uomo istruito, intelligente. Di sicuro non…».

«Il collo», gli dissi. «Esaminate il collo della ragazza».

«State scherzando», disse, con meno convinzione e fece un sorriso che svanì lentamente mentre mi osservava in volto. «È impossibile».

«Sì, impossibile… e vero».

Non dissi nient’altro; rimasi in silenzio finché, finalmente, Kohl si voltò e bussò alla porta, attendendo finché Dunya disse che poteva entrare.

Lo guardai dalla porta aperta mentre visitava ancora mia moglie e mio figlio, parlando allegramente a entrambi in tedesco; il suo sguardo cadde sui fogli scritti con la mia calligrafia, che si trovavano sul tavolino accanto a mia moglie distesa. Forse vi vide qualcosa che lo dis