/ Language: Italiano / Genre:thriller / Series: SIGMA Force (it)

L'ordine del sole nero

James Rollins

IERI. Germania, 1945: in un bunker sotterraneo viene portato a termine un esperimento rivoluzionario… OGGI. Nepal: in un remoto monastero un’ondata di follia si diffonde improvvisamente tra i monaci, che scrivono col sangue indecifrabili sequenze di rune celtiche e svastiche. Copenhagen: a un’asta di libri antichi ricompare la Bibbia appartenuta a Charles Darwin, un volume che cela la chiave di un mistero sconcertante. Sudafrica: l’ultimo segreto dei nazisti sta per riemergere dal profondo della giungla… Grayson Pierce e la Sigma Force sono di nuovo in azione.

James Rollins

L’ordine del sole nero

«L’evoluzione è la spina dorsale della biologia e la biologia si trova dunque nella peculiare condizione di essere una scienza fondata su una teoria migliorata; perciò è una scienza o una fede?»

CHARLES DARWIN

«La scienza senza religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca.»

ALBERT EINSTEIN

«Chi dice che io non sono sotto la speciale protezione di Dio?»

ADOLF HITLER

A David,

per tutte le avventure.

PROLOGO

1945

Città-fortezza di Breslavia, Polonia,

4 maggio, ore 06.22

Il corpo galleggiava nella melma che si riversava nelle fognature. Era il cadavere di un ragazzo, gonfio e rosicchiato dai topi, spogliato degli stivali, dei pantaloni e della camicia. Nella città sotto assedio, nulla andava sprecato.

Jakob Sporrenberg, Obergruppenführer delle SS, scostò il cadavere, rimescolando quel sudiciume. Interiora ed escrementi. Sangue e bile. Il fazzoletto bagnato che gli copriva il naso e la bocca poteva ben poco contro il fetore. A quello si era ridotta la grande guerra. I potenti costretti a strisciare nelle fogne per fuggire. D’altro canto, lui aveva ordini da eseguire.

Sopra di loro, i colpi dell’artiglieria russa martellavano la città. A ogni esplosione, lui sentiva l’onda d’urto comprimergli le budella. I russi avevano sfondato le porte della città e bombardato l’aeroporto. Intanto i carri armati continuavano a macinare le strade e gli aerei da trasporto atterravano sulla Kaiserstrasse. La via era stata trasformata in una pista grazie a file parallele di fusti di olio combustibile in fiamme, che aggiungevano altro fumo ai cieli già asfittici di quella mattina, tenendo a bada l’alba. Gli scontri imperversavano in tutte le strade e in tutte le case, dalle soffitte alle cantine.

Fare di ogni casa una fortezza. Era l’ultimo ordine impartito alle masse dal Gauleiter Hanke. La città doveva resistere il più a lungo possibile. Il futuro del Terzo Reich dipendeva da quello.

E da Jakob Sporrenberg.

«Mach schnell», disse lui, esortando gli uomini alle sue spalle.

Era il suo reparto del Sicherheitsdienst, denominato Commando Speciale di Evacuazione. Quattordici uomini, immersi nella melma fino alle ginocchia: tutti armati, vestiti di nero e oberati da pesanti carichi. In mezzo al gruppo, quattro degli uomini più massicci, ex scaricatori di porto del mare del Nord, portavano in spalla lunghi bastoni sui quali erano poggiate casse enormi.

Se i russi avevano attaccato quella città isolata nel bel mezzo dei Sudeti, tra la Germania e la Polonia, un motivo c’era. Le fortificazioni di Breslavia difendevano l’accesso alle montagne circostanti. Nei due anni precedenti, i detenuti del campo di concentramento di Gross-Rosen erano stati costretti a scavare la sommità di un monte vicino: cento chilometri di gallerie, aperte a forza di esplosioni e picconate, il tutto al servizio di un progetto segreto, da tenere nascosto agli occhi indiscreti degli Alleati.

Der Riese. Il Gigante.

Eppure si era sparsa la voce. Forse un abitante del villaggio nei pressi della miniera di Wenceslas aveva spifferato qualcosa sulla malattia, sull’improvviso malessere che colpiva anche chi era ben distante dal complesso.

Se soltanto avessero avuto più tempo per completare la ricerca… Però Jakob Sporrenberg sentiva una certa resistenza dentro di sé. Non era al corrente di tutte le implicazioni del progetto segreto; in effetti ne conosceva soltanto il nome in codice: Chronos. Ma era già abbastanza. Aveva visto i corpi utilizzati negli esperimenti, aveva sentito le urla.

Abominio. Quella era l’unica parola che gli era venuta in mente. Gli si era gelato il sangue. Non aveva avuto difficoltà a eliminare gli scienziati, sessantadue tra uomini e donne. Portati all’aperto, si erano presi due colpi in testa per ciascuno. Nessuno doveva sapere che cosa era accaduto negli abissi della miniera di Wenceslas, né i risultati degli esperimenti. Soltanto una ricercatrice era stata risparmiata. Frau Doktorin Tola Hirszfeld. Jakob la sentiva avanzare nella melma, coi polsi legati dietro la schiena, quasi trascinata da uno dei suoi uomini. Era alta, per essere una donna. Tra i venticinque e i trent’anni, aveva il seno piccolo, la vita ampia, un bel paio di gambe, una chioma nera fluente e la pelle bianca come il latte per i mesi trascorsi sottoterra. Avrebbero dovuto ucciderla assieme agli altri, ma suo padre, l’Oberarbeitsleiter Hugo Hirszfeld, supervisore del progetto, alla fine aveva rivelato quanto fosse corrotto il suo sangue, le sue origini per metà ebree. Aveva tentato di distruggere i documenti delle sue ricerche, ma una delle guardie gli aveva sparato, uccidendolo prima che riuscisse a far esplodere l’ufficio sotterraneo con una bomba incendiaria. Fortunatamente per sua figlia, c’era bisogno di qualcuno che conoscesse bene die Glocke e proseguisse il lavoro. La giovane era un genio come il padre e ne conosceva le ricerche meglio di qualunque altro scienziato. Però bisognava blandirla. Ogni volta che Jakob la guardava, lei lo ricambiava con uno sguardo infuocato. L’odio della donna era palpabile, come il calore di un forno aperto. Ma avrebbe collaborato, proprio come suo padre prima di lei.

Jakob sapeva come trattare gli Juden, soprattutto quelli di sangue misto, i Mischlinge. Erano i peggiori. Ebrei a metà. Ce n’erano circa centomila che prestavano servizio militare per il Reich. Soldati ebrei. Deroghe eccezionali alle leggi razziali consentivano ai mezzosangue di prestare comunque servizio e avere così risparmiata la vita. Occorreva una dispensa speciale, ma quei Mischlinge solitamente si rivelavano soldati di grande ferocia, dovendo provare la loro fedeltà al Reich a dispetto della loro razza.

Comunque Jakob non si era mai davvero fidato di loro. E il padre di Tola aveva confermato la validità dei suoi sospetti. Il tentativo di sabotaggio messo in atto dal medico non aveva sorpreso Jakob. Gli Juden non erano degni di fiducia; erano degni soltanto di essere sterminati. La dispensa di Hugo Hirszfeld, però, era firmata dal Führer in persona e non solo risparmiava la vita a lui e alla figlia, ma anche a una coppia di anziani genitori, che vivevano da qualche parte nella Germania centrale. Anche se non si fidava dei Mischlinge, Jakob riponeva la massima fiducia nel Führer. Aveva ordini di una precisione letterale: evacuare dalla miniera le risorse necessarie per proseguire il lavoro e distruggere il resto. Ciò significava risparmiare la donna. E il bambino.

Il neonato era un fagotto di fasce, un bambino ebreo che non aveva più di un mese. Gli era stato somministrato un leggero sedativo, per farlo star quieto durante la fuga.

In quel bambino ardeva il cuore dell’abominio, la vera fonte della repulsione di Jakob. Tutte le speranze del Terzo Reich erano riposte in quelle manine: un neonato ebreo. Il solo pensiero gli faceva salire la bile. Sarebbe stato meglio impalare il bambino su una baionetta. Ma Jakob aveva degli ordini da eseguire. Inoltre aveva notato come Tola guardava il piccolo. Le brillava negli occhi un misto di ardore e di angoscia. Oltre ad assistere il padre nelle ricerche, Tola aveva fatto da madre adottiva al bambino, cullandolo e nutrendolo. Quel bimbo era l’unico motivo per cui la donna era disposta a collaborare. Proprio minacciando la vita del piccolo, Jakob era riuscito a piegare Tola alle sue richieste.

Una carica di mortaio esplose sopra di loro, facendoli cadere tutti in ginocchio e assordandoli. Si aprì una crepa nel cemento e una scia di polvere finì nell’acqua puzzolente. Jakob si rimise in piedi, imprecando sottovoce.

Il suo secondo in comando, Oskar Heinrichs, lo raggiunse e gli indicò un ramo laterale della fognatura. «Prendiamo quella galleria, Obergruppenführer. È un vecchio canale di scolo per la pioggia. Secondo la cartina del comune, il collettore principale s’immette nel fiume, non lontano dall’Isola della Cattedrale.»

Jakob annuì. Nascoste nei pressi dell’isola, c’erano ad attenderli un paio di cannoniere mimetizzate, il cui equipaggio era composto da un altro commando. Ormai non era molto distante. Continuò a fare strada con passo sostenuto, mentre i bombardamenti dei russi diventavano sempre più intensi. Il rinnovarsi degli attacchi non faceva che preannunciare l’offensiva finale. La resa della città era inevitabile.

Raggiunta la diramazione, Jakob emerse dal sudiciume e s’issò sul bordo di cemento. I suoi stivali emettevano un suono fradicio a ogni passo. Per un certo periodo il tanfo di budella e melma aumentò e peggiorò, come se la fogna cercasse di cacciarlo dagli abissi. Jakob fece luce con la torcia lungo il canale di cemento. Forse l’aria aveva un odore più fresco? Seguì il fascio di luce con rinnovato vigore. Con la via di fuga così prossima, la missione era quasi finita. Il reparto avrebbe potuto attraversare mezza Slesia, prima che i russi raggiungessero i cunicoli sotterranei della miniera di Wenceslas. Per accoglierli calorosamente, Jakob aveva seminato trappole in tutti i corridoi dei laboratori. I russi e i loro alleati non avrebbero trovato nient’altro che la morte su quelle montagne.

Con quel pensiero appagante, Jakob proseguì la fuga verso la promessa di aria fresca. La galleria di cemento scendeva con un’inclinazione graduale. Accelerarono il passo, allarmati dall’improvviso silenzio tra le salve di artiglieria. I russi stavano attaccando in massa.

Rimaneva poco tempo. Il fiume non sarebbe rimasto agibile a lungo. Come se intuisse l’urgenza, il neonato iniziò un pianto sommesso, un flebile lamento, mentre svaniva l’effetto del sedativo. Jakob aveva raccomandato al medico della squadra di andarci piano coi farmaci, perché non osava mettere a rischio la vita del bambino. Forse era stato un errore…

I lamenti del piccolo assunsero un timbro sempre più stridente. Da qualche parte, a nord, esplose un solo colpo di mortaio. I lamenti divennero sonori vagiti, che echeggiavano nella gola di pietra della galleria.

«Fai tacere il bambino!» ordinò Jakob al soldato che lo portava.

Con una certa goffaggine, l’uomo, cinereo e magro come uno stecco, cercò di togliersi il fagotto dalle spalle, perdendo il suo berretto nero. Si sforzò di liberare il piccolo, ma ne ricavò soltanto altri strilli infastiditi.

«Lasci fare a me…» intervenne Tola, cercando di divincolarsi dal soldato che la teneva per un braccio. «Ha bisogno di me.»

Il soldato che portava il bambino lanciò uno sguardo a Jakob. Il mondo sopra di loro era piombato in un inquietante silenzio. Sotto, gli strilli proseguivano. Con una smorfia, Jakob annuì. Tola fu liberata dai lacci che aveva ai polsi. Sfregandosi le mani per riattivare la circolazione, si avvicinò al bambino. Il soldato le cedette il fardello con piacere. La donna si sistemò il piccolo tra le braccia, tenendogli sollevata la testa e cullandolo gentilmente. Si chinò verso di lui, per essergli più vicina, e cominciò a emettere suoni dolci, senza parole, ma rassicuranti, sussurrati tra un vagito e l’altro. Avvolse il bambino con tutto il suo essere. Piano piano gli strilli scemarono, sostituiti da gemiti sommessi.

Soddisfatto, Jakob fece un cenno alla guardia della donna. L’uomo sollevò la sua Luger e la tenne premuta contro la schiena di Tola. In silenzio, proseguirono il viaggio attraverso i cunicoli sotterranei di Breslavia. Ben presto l’odore di bruciato rimpiazzò il tanfo delle fogne. La torcia di Jakob illuminò una cappa di fumo che contraddistingueva l’uscita dal canale di scolo. Il silenzio dell’artiglieria perdurava, ma, soprattutto a est, proseguiva uno scoppiettio quasi incessante di colpi d’arma da fuoco. Più vicino, si distingueva nettamente lo sciabordio dell’acqua.

Jakob fece cenno ai suoi uomini di mantenere la posizione nella galleria e indicò l’uscita al suo radiotelegrafista. «Manda un segnale alle barche.»

Il soldato fece un rapido cenno d’assenso e si avviò di gran lena, scomparendo nell’oscurità fumosa. Dopo qualche istante, pochi lampi di luce trasmisero un messaggio in codice all’isola vicina. Le barche avrebbero impiegato soltanto un minuto per attraversare il canale e raggiungerli.

Jakob si voltò verso Tola, che continuava a portare il bambino. Il piccolo si era acquietato e aveva gli occhi chiusi.

Tola incrociò il suo sguardo e lo fissò impassibile. «Lei sa che mio padre aveva ragione», disse, con pacata certezza. Lanciò un rapido sguardo alle casse sigillate, poi tornò a guardare lui. «Glielo vedo scritto in faccia. Quello che abbiamo fatto… Ci siamo spinti troppo in là.»

«Queste sono decisioni che non spettano né a lei né a me», rispose l’uomo.

«E a chi, allora?»

Jakob scosse la testa e fece per voltarsi. Heinrich Himmler in persona gli aveva dato quegli ordini, non spettava certo a lui metterli in dubbio. Ma sentiva ancora gli occhi della donna puntati su di sé.

«È una sfida a Dio e alla natura», bisbigliò Tola.

Una voce gli risparmiò di rispondere.

«Arrivano le barche», annunciò il radiotelegrafista, di ritorno dall’uscita del canale di scolo.

Jakob impartì gli ultimi ordini e fece mettere i suoi uomini in posizione. Li condusse alla fine della galleria, che dava sulla sponda scoscesa del fiume Oder. Stavano per perdere il vantaggio dell’oscurità. A est l’alba infiammava già il cielo, ma dall’altra parte l’acqua era coperta da un’unica grande nuvola di fumo, trascinata e addensata dalle correnti d’aria che percorrevano il fiume. Quella cappa avrebbe contribuito a proteggerli. Ma per quanto tempo? Intanto continuava il chiacchiericcio stranamente allegro dei fucili, come petardi a festeggiare la distruzione di Breslavia.

Ormai libero dal puzzo di fogna, Jakob si tolse la maschera bagnata e inspirò a fondo l’aria pulita. Scrutò le acque, grigie come il piombo. Due imbarcazioni di sei metri solcavano il fiume, accompagnate dal gorgoglio dell’acqua e dal ronzio costante dei motori. Sulla prua di ciascuna, nascoste a malapena da tele cerate verdi, era stata montata una coppia di mitragliatrici MG-42.

Oltre le barche, si distingueva appena la massa scura di un’isola. In realtà l’Isola della Cattedrale non era un’isola, poiché gli abbondanti depositi di limo accumulatisi nel XIX secolo l’avevano fusa con la riva opposta. Un ponte in ghisa color verde smeraldo, che risaliva allo stesso periodo, la collegava alla riva del fiume su cui si trovava il reparto di Jakob. Le due imbarcazioni armate costeggiarono i moli di pietra sotto il ponte, preparandosi all’attracco.

Jakob alzò lo sguardo, attratto da un pungente raggio di sole che investiva le due guglie svettanti della Cattedrale, alla quale l’isola doveva il suo nome. Era una delle cinque o sei chiese ammassate sull’isola. L’uomo aveva ancora nelle orecchie l’eco delle parole di Tola Hirszfeld: È una sfida a Dio e alla natura.

Il freddo mattutino gli s’insinuò nei vestiti bagnati, facendogli venire la pelle d’oca. Non vedeva l’ora di essere ben lontano da lì e di poter dimenticare completamente quei giorni.

La prima barca raggiunse la riva. Allietato dalla distrazione e ancora di più dalla possibilità di muoversi, Jakob esortò i suoi uomini a caricare i due natanti. Tola rimase in disparte, col bimbo in braccio e con una guardia al suo fianco. Anche lei aveva trovato con lo sguardo le guglie raggianti nel cielo fumoso. Il rumore degli spari continuava e si avvicinava sempre di più. Si sentivano anche i carri armati che avanzavano con le marce ridotte. Il tutto punteggiato da grida e urla. Dov’era quel Dio che lei temeva di sfidare? Certamente non lì.

Quando le barche furono caricate, Jakob affiancò Tola. «Salga sulla barca.» Avrebbe voluto suonare austero, ma qualcosa sul volto di lei aveva ammorbidito le sue parole.

La donna obbedì, con lo sguardo ancora rivolto alla Cattedrale e i pensieri diretti ancora più in alto. In quel momento, Jakob vide quanto poteva essere bella… sebbene fosse una Mischling. Poi lei urtò qualcosa con la punta dello stivale, inciampò e recuperò l’equilibrio, facendo attenzione al bambino. I suoi occhi si posarono nuovamente sulle acque grigie e sulla cappa di fumo. I suoi lineamenti tornarono a inasprirsi in un’espressione dura come la pietra. Anche lo sguardo si fece spietato, mentre cercava un posto per sé e il bambino. Si sedette su una panchina a dritta, e la guardia le rimase appiccicata.

Jakob si sedette di fronte a loro, poi fece cenno al pilota della barca di partire. «Non dobbiamo fare tardi.»

Scrutò il fiume. Erano diretti a ovest, lontano dal fronte orientale, lontano dal sole che sorgeva. Guardò l’orologio. A quell’ora ci doveva già essere un aereo da trasporto Junker Ju 52 pronto ad aspettarli, in un aeroporto abbandonato, a dieci chilometri da lì. Ci avevano dipinto sopra il logo della Croce Rossa tedesca, mimetizzandolo come trasporto medico: una piccola assicurazione aggiuntiva contro eventuali attacchi. Le barche navigarono in cerchio e s’immisero nel canale più profondo, coi motori che strillavano. Ormai i russi non potevano più fermarli. Era fatta.

Un movimento all’altra estremità della barca richiamò l’attenzione di Jakob. Tola si chinò sul bambino e lo baciò teneramente sulla testa. Poi sollevò il viso, incrociando lo sguardo del militare.

Jakob non vide né sfida né rabbia. Soltanto determinazione. Capì che cosa voleva fare. «No!»

Troppo tardi.

Sollevandosi, Tola si sporse oltre il basso parapetto dietro di lei. Stringendosi al petto il bambino, si lanciò all’indietro nell’acqua gelida. L’uomo che la sorvegliava, sorpreso dall’azione improvvisa, si voltò e sparò alla cieca nell’acqua.

Jakob gli si gettò addosso e gli sollevò il braccio con uno strattone. «Potresti colpire il bambino!»

Il comandante si sporse dalla barca e studiò l’acqua. Gli altri uomini si erano alzati in piedi.

Jakob vide soltanto il proprio riflesso nell’acqua. Fece cenno al pilota di girare lì attorno.

Nulla.

Cercò qualche bolla rivelatrice, ma la scia della pesante imbarcazione rimestava le acque e non rimaneva altro che oscurità. Batté un pugno sul parapetto.

Tale padre, tale figlia…

Soltanto i Mischlinge potevano agire in modo così drastico. L’aveva già visto succedere altre volte: madri ebree che soffocavano i loro stessi figli per risparmiargli ulteriori sofferenze. Pensava che Tola fosse più forte. Ma, dopotutto, forse non aveva scelta.

La perlustrazione proseguì. I suoi uomini cercarono su entrambe le rive. Era sparita. Il fischio di un colpo di mortaio sopra le loro teste li scoraggiò dall’indugiare oltre.

Jakob fece cenno ai suoi uomini di riprendere posto sulle barche. Puntò a ovest, verso l’aeroplano che li attendeva. Avevano ancora le casse e tutti i documenti. Era un imprevisto, ma vi si poteva rimediare. Dove c’era un bambino, poteva essercene anche un altro.

«Andiamo», ordinò.

Le due barche partirono nuovamente, i motori spinti al massimo. Dopo qualche istante svanirono nella cappa di fumo, mentre Breslavia continuava a bruciare.

Tola sentì il suono delle barche scemare in lontananza. Si teneva a galla dietro uno dei grossi piloni di pietra che sostenevano l’antico ponte di ghisa della Cattedrale. Teneva una mano sulla bocca del bambino, costringendolo al silenzio, pregando che riuscisse a incamerare abbastanza aria dal naso. Ma il piccolo era debole. Proprio come lei.

Il proiettile le aveva perforato il collo. Il sangue scorreva abbondante, macchiando l’acqua di rosso cremisi. Le si stava annebbiando la vista, ma lei continuava a lottare per tenere il bambino fuori dall’acqua.

Quando si era gettata nel fiume, l’aveva fatto con l’intenzione di affogare assieme a lui. Ma poi si era sentita gelare, mentre il collo le bruciava, e qualcosa aveva fatto breccia nella sua determinazione. Si era ricordata del sole che illuminava le guglie. Quella non era la sua religione e nemmeno la sua cultura d’origine, ma in qualche modo le ricordava che oltre l’oscurità di quel momento c’era la luce. Da qualche parte c’erano uomini che non dilaniavano i propri fratelli e madri che non annegavano i propri figli.

Si era spinta più in profondità nel canale, lasciandosi trasportare dalla corrente, verso il ponte. Sott’acqua, aveva tenuto in vita il bambino chiudendogli le narici e insufflandogli attraverso le labbra l’ossigeno che le rimaneva nei polmoni. Anche se aveva programmato di morire, una volta innescata, la lotta per la vita era diventata sempre più intensa, come un fuoco nel petto.

Il bambino non aveva ancora un nome.

Nessuno doveva morire senza nome.

Aveva soffiato delicatamente in bocca al bambino, respiri leggeri, mentre batteva i piedi assecondando la corrente, procedendo alla cieca. Era stato per pura fortuna che era riemersa dietro uno dei piloni di pietra, trovando così un rifugio.

Ma, dopo che le barche erano partite, non poteva più aspettare.

Il sangue sgorgava copioso. Aveva l’impressione che fosse soltanto il freddo a tenerla in vita. Ma lo stesso freddo stava congelando a morte la fragile creatura.

Nuotò verso la riva, battendo l’acqua in modo frenetico e scoordinato, debole e intorpidita com’era. Cominciò ad affondare, trascinando il neonato con sé.

No.

Lottò per riemergere, ma all’improvviso l’acqua si fece più pesante, più difficile da contrastare.

Si rifiutò di soccombere.

Poi sbatté con gli stivali contro il fondo di pietre scivolose. Gridò, dimenticando di essere ancora sott’acqua, rischiando di soffocare per quella bevuta di acqua di fiume. Affondò ancora un po’, poi diede un’ultima spinta coi piedi, contro le pietre fangose. La testa emerse dall’acqua e il corpo si scagliò verso la riva.

Sotto i piedi, la sponda risaliva scoscesa.

Carponi, la donna s’issò fuori dal fiume, stringendosi il bambino al collo. Giunta finalmente a riva, cadde a faccia in giù sulla ghiaia. Non aveva la forza di muovere un dito. Il bambino era intriso del suo sangue. Le ci volle uno sforzo estremo per concentrarsi sul piccolo.

Non si muoveva. Non respirava.

Chiuse gli occhi e pregò, mentre un’oscurità eterna la inghiottiva. Piangi, maledetto, piangi…

Padre Varick fu il primo a sentire i mugolii. Lui e i suoi confratelli si erano rifugiati nella cantina sotto la chiesa dei Santi Pietro e Paolo. Erano fuggiti all’inizio dei bombardamenti, la sera precedente. In ginocchio, avevano pregato che la loro isola fosse risparmiata. La chiesa, costruita nel XV secolo, era sopravvissuta all’avvicendarsi continuo di signori e padroni di quella città di confine. Loro chiedevano una protezione dal cielo per poter sopravvivere ancora.

Fu in quel devoto silenzio che i gemiti lamentosi giunsero alle orecchie dei monaci. Padre Varick si alzò, cosa che richiese un grande sforzo alle sue gambe decrepite.

«Dove vai?» chiese Franz.

«Sento che il mio gregge mi chiama», rispose il frate. Negli ultimi due decenni aveva nutrito di avanzi i gatti che bazzicavano lì attorno e a volte anche qualche cane randagio che frequentava la chiesa lungo il fiume.

«Non è il momento, adesso», lo ammonì un altro confratello, con la voce pregna di paura.

Padre Varick aveva vissuto troppo a lungo per temere la morte con tale fervore giovanile. Attraversò la cantina e si chinò per entrare nel breve corridoio che terminava con una porta sul fiume. In passato quel corridoio era servito a trasportare carbone, che veniva immagazzinato dove ormai, tra la polvere e il legno di quercia, erano custodite soltanto bottiglie di vino pregiato.

Il frate raggiunse la vecchia porta della carbonaia, sollevò il paletto e aprì il chiavistello.

Diede una spallata e, cigolando, la porta si aprì. Dapprima fu investito dal fumo pungente, poi i mugolii gli fecero abbassare lo sguardo. «Mein Gott im Himmel…»

A pochi passi dalla porta, una donna era crollata nei pressi del contrafforte su cui poggiava la chiesa. Non si muoveva. Si precipitò verso di lei, gettandosi un’altra volta in ginocchio, con una nuova preghiera sulle labbra.

Le toccò il collo in cerca di segni di vita, ma trovò soltanto sangue e devastazione. Era fradicia dalla testa ai piedi e fredda come la pietra.

Morta.

Poi sentì ancora i gemiti, provenienti dall’altro fianco della donna.

La scostò, trovando un bambino, mezzo sepolto sotto di lei, coperto di sangue anche lui.

Sebbene fosse livido per il freddo e altrettanto fradicio, il piccolo era ancora vivo. Il frate liberò il neonato dal cadavere. Le fasce bagnate che lo avvolgevano caddero con tutto il carico d’acqua che le appesantiva.

Era un maschio.

Il frate sfregò alacremente il corpicino e constatò che il sangue non apparteneva al neonato, ma soltanto alla madre.

Lanciò uno sguardo triste alla donna. Ancora morte. Scrutò la sponda opposta del fiume. La città era in fiamme, il fumo intorbidiva l’alba. Gli spari continuavano. Quella donna aveva attraversato il canale a nuoto? Per salvare suo figlio?

«Riposa», le sussurrò. «Te lo sei meritato.»

Padre Varick tornò sui suoi passi, verso la porticina. Asciugò il bambino dall’acqua e dal sangue. Il piccolo aveva capelli morbidi e sottili, bianchi come la neve. Non poteva avere più di un mese.

Con le cure di Varick, i gemiti del bambino divennero più forti, il viso contratto dallo sforzo, ma rimaneva comunque debole e freddo, inerte.

«Piangi, piccolo, piangi.»

In risposta a quella voce, il neonato dischiuse le palpebre gonfie. Varick fu salutato da occhi di un blu brillante e puro. D’altra parte, quasi tutti i neonati avevano gli occhi blu. Tuttavia Varick aveva la sensazione che quegli occhi avrebbero mantenuto quel colore celeste così ricco.

Avvicinò il piccolo a sé per scaldarlo. Gli cadde l’occhio su una macchia di colore. Was ist das? Girò il piede del bambino. Sul calcagno, qualcuno aveva disegnato un simbolo.

Anzi non era disegnato. Lo sfregò per esserne sicuro.

Era tatuato con inchiostro cremisi. Lo studiò. Sembrava una zampa di corvo.

Ma padre Varick aveva trascorso buona parte della sua gioventù in Finlandia. Riconobbe il simbolo per ciò che era effettivamente: una runa norrena. Non aveva idea di quale runa fosse o di che cosa significasse. Scosse la testa. Chi aveva commesso una tale sciocchezza?

Lanciò uno sguardo alla madre, aggrottando le sopracciglia.

Non importava, i peccati dei genitori non devono gravare sui figli. Finì di asciugare il sangue sulla sommità della testolina e infilò il bambino sotto la sua veste calda.

«Povero piccolo, che brutta accoglienza ti ha riservato il mondo.»

PRIMO

1. IL TETTO DEL MONDO

Himalaya,

campo base Everest, 5364 m,

ai giorni nostri,

16 maggio, ore 06.34

La morte cavalcava il vento.

Taski, il capo degli sherpa, aveva pronunciato quel verdetto con tutta la solennità e la certezza della sua professione. L’uomo, tarchiato, raggiungeva appena il metro e cinquanta col malandato cappello da cowboy, ma dal portamento si sarebbe detto che fosse più alto di chiunque altro, su quella montagna. I suoi occhi, nascosti dalle palpebre semichiuse, studiavano le bandierine di preghiera agitate dal vento.

La dottoressa Lisa Cummings lo inquadrò con la Nikon D-100 e scattò una foto. Taski era la guida del gruppo, ma era anche il soggetto dei test psicometrici di Lisa, un candidato perfetto per le sue ricerche.

Era andata in Nepal grazie a una borsa di studio per osservare gli effetti fisiologici di un’ascensione dell’Everest senza riserve d’ossigeno. Prima del 1978, nessuno aveva mai raggiunto la cima dell’Everest senza servirsi di ossigeno supplementare: l’aria era troppo rarefatta. Persino gli alpinisti esperti, pur aiutandosi con le bombole d’ossigeno, mostravano sintomi di affaticamento estremo, problemi di coordinazione, diplopia, allucinazioni. Si riteneva impossibile raggiungere la vetta di una montagna alta ottomila metri senza una riserva d’aria.

Poi, nel 1978, due alpinisti tirolesi realizzarono l’impossibile e arrivarono in cima, contando soltanto sui loro affannati polmoni. Negli anni successivi il loro esempio fu seguito da circa sessanta persone, uomini e donne, che consacrarono la nuova meta dell’élite degli alpinisti.

La dottoressa Cummings non avrebbe potuto sperare in un migliore test di resistenza alla bassa pressione atmosferica.

Qualche tempo prima, sempre grazie a una borsa di studio, aveva concluso un’altra ricerca, durata cinque anni, riguardo agli effetti dei sistemi ad alta pressione sui processi fisiologici umani. In quel caso aveva studiato i sommozzatori, a bordo di una nave di ricerca, la Deep Fathom. Poi le circostanze le avevano imposto un cambiamento… sia nella vita professionale sia in quella personale. Perciò aveva accettato una borsa di studio dell’NSF, la fondazione nazionale per la scienza, per svolgere ricerche antitetiche: studiare gli effetti fisiologici dei sistemi a bassa pressione.

E così era finita sul tetto del mondo.

Lisa cambiò posizione per scattare un’altra foto a Taski Sherpa. Come molti altri fra la sua gente, Taski usava come cognome la denominazione del suo gruppo etnico.

L’uomo si allontanò dalle bandierine di preghiera, annuì vigorosamente e, con la sigaretta stretta fra due dita, indicò la cima svettante. «Brutta giornata. La morte cavalca il vento», ripeté, poi si rimise in bocca la sigaretta e se ne andò. Per lui la faccenda era risolta.

Ma non per gli altri membri del gruppo.

Espressioni di disappunto si diffusero tra gli scalatori, che fissavano il cielo blu e sgombro sopra le loro teste. La squadra di alpinisti, composta da dieci persone, aspettava da nove giorni una situazione meteorologica favorevole. Prima di quel momento, nessuno aveva avuto nulla da ridire. Per una settimana, il buon senso aveva imposto loro di aspettare, mentre imperversava una tempesta, causata da un ciclone in arrivo dal golfo del Bengala. L’accampamento era stato spazzato da un vento selvaggio, che, sfiorando i centosessanta chilometri orari, aveva fatto volar via una delle tende della cucina ed era in grado di buttare letteralmente a terra le persone; poi erano arrivate le violente nevicate, che raschiavano qualsiasi lembo di pelle scoperta come carta vetrata.

Ma quella mattina l’alba era splendente quanto le loro speranze. Il ghiacciaio Khumbu e i seracchi brillavano dei riflessi del sole. Su tutto galleggiava un Everest incappucciato di neve e circondato dalle sue sorelle, come a una festa nuziale in bianco.

Lisa aveva scattato un centinaio di foto, riprendendo le variazioni della luce in tutta la sua bellezza cangiante. Capiva finalmente i nomi locali dell’Everest: Chomolungma, la Dea Madre del Mondo, in cinese, e Sagarmatha, la Dea del Cielo, in nepalese.

Sospesa tra le nuvole, la montagna era davvero una dea, fatta di ghiaccio e strapiombi, e tutti loro erano andati lì per adorarla, per dimostrarsi degni di baciare il cielo. Non era costato poco: sessantacinquemila dollari a testa. Perlomeno, quella cifra comprendeva l’attrezzatura da campo, i portatori, gli sherpa e, naturalmente, tutti gli yak possibili e immaginabili. Si sentì echeggiare nella vallata il muggito di una femmina di yak, una delle due dozzine che assistevano la squadra di alpinisti. Le loro tende ornavano l’accampamento come palloncini rossi e gialli. A condividere quella scarpata rocciosa c’erano altri cinque accampamenti: tutti arrampicatori in attesa che gli dei della tempesta voltassero le spalle.

Ma, secondo il loro capo sherpa, non era la giornata giusta.

«È solo una montagna di stronzate», proclamò il manager di un’azienda di articoli sportivi di Boston. Se ne stava a braccia conserte accanto al suo animale da carico, con indosso una tuta di piumino d’oca all’ultimo grido, che ricordava un po’ un piumone. «Più di seicento dollari al giorno per non muovere neanche le chiappe da qui. Ci stanno fregando. Non c’è neanche una nuvola in questo dannatissimo cielo…» Parlava sottovoce, come se volesse istigare una rivolta che non aveva nessuna intenzione di guidare in prima persona.

Lisa conosceva quel genere di individuo. Una personalità di tipo S: S come stronzo. Col senno di poi, forse non ci sarebbe dovuta andare a letto. Il solo ricordo la mise a disagio. Il rendez-vous era avvenuto negli Stati Uniti, dopo una riunione organizzativa allo Hyatt di Seattle e qualche cocktail di troppo a base di whisky. Boston Bob era stato soltanto un porto cui approdare durante una tempesta… non il primo e probabilmente nemmeno l’ultimo. Ma una cosa era certa: era un porto in cui non avrebbe mai più gettato l’ancora.

Lisa sospettava che quello fosse il motivo principale della persistente belligeranza di lui.

Si allontanò, augurandosi che suo fratello minore avesse la forza di placare il fermento. Josh era un alpinista con dieci anni di esperienza e aveva fatto in modo che Lisa potesse partecipare a una delle sue ascensioni sull’Everest. Guidava spedizioni di alpinisti in tutto il mondo almeno due volte all’anno.

Josh Cummings alzò una mano. Biondo e snello come la sorella, indossava un paio di jeans neri, infilati nelle ghette dei suoi scarponi Millet One Sport, e una maglia termica da escursione grigia.

Si schiarì la voce. «Taski ha scalato l’Everest dodici volte. Conosce la montagna e i suoi umori. Se dice che il tempo è troppo imprevedibile per procedere, vuol dire che passeremo un’altra giornata qui ad acclimatarci e a fare pratica. Per chi lo desiderasse, posso anche organizzare un’escursione in giornata alla foresta di rododendri nella valle Khumbu inferiore, con un paio di guide.»

Si alzò una mano nel gruppo. «Che ne dite di un’escursione in giornata all’hotel Everest View? Siamo accampati in queste maledette tende da sei giorni. Non mi dispiacerebbe un bagno caldo.»

La richiesta fu accolta da mormorii di consenso.

«Non so se sia davvero una buona idea», li ammonì Josh. «L’hotel è a una giornata intera di cammino e le stanze vengono riempite d’ossigeno, per evitare il mal d’altitudine. Potrebbe compromettere la vostra acclimatazione e ritardare l’ascensione.»

«Come se non fosse già abbastanza ritardata!» incalzò Boston Bob.

Josh lo ignorò. Lisa sapeva che suo fratello non si sarebbe lasciato indurre a fare una cosa così stupida, a rischiare un’ascensione in presenza di condizioni meteorologiche avverse. Anche se il cielo era sereno, sapeva che poteva cambiare da un momento all’altro. Era cresciuta sul mare, al largo della costa di Catalina, come Josh. Avevano imparato a leggere tutti i segnali, a prescindere dall’assenza di nuvole. Forse Josh non aveva un occhio da sherpa per leggere il tempo a quelle altitudini, ma certamente sapeva rispettare chi era in grado di farlo.

Lisa fissò il pennacchio di neve che volava via dalla cima dell’Everest. Era un indicatore della corrente a getto, che in vetta poteva soffiare a oltre trecento chilometri orari. Il pennacchio si allungava all’infinito. Anche se la tempesta si era esaurita, sopra gli ottomila metri le variazioni di pressione atmosferica erano ancora impetuose. La corrente a getto avrebbe potuto catapultare su di loro una nuova tempesta in qualsiasi momento.

«Potremmo almeno arrivare al campo uno», insistette Boston Bob. «Bivaccare là e poi vedere come si mette il tempo.»

La voce del negoziante di articoli sportivi aveva assunto un irritante tono piagnucoloso, nel tentativo di ottenere qualche concessione con modi più blandi. Era rosso in viso per la frustrazione.

Lisa non riusciva a spiegarsi come potesse essere stata attratta da quell’uomo. Prima che suo fratello potesse rispondere a quel cafone, s’intromise un nuovo rumore, un tonfo sordo, come un tamburo. Tutti gli sguardi si rivolsero a est. Nella luce abbagliante dell’alba comparve un elicottero nero. Un B-2 Squirrel A-Star Ecuriel, dalla tipica forma di calabrone. Un elicottero di soccorso, progettato per raggiungere quelle altitudini.

Il gruppo piombò in un silenzio assoluto.

La settimana precedente, appena prima che iniziasse l’ultima tempesta, una spedizione era salita sul versante nepalese. Secondo i contatti radio, erano al campo due, a oltre seimila e quattrocento metri di altitudine.

Lisa si schermò gli occhi. Era forse successo qualcosa?

Aveva visitato la clinica della Himalayan Rescue Association, a Pheriche. Era lì che venivano smistati tutti i casi tipici di quelle parti: ossa rotte, edema polmonare e cerebrale, congelamento, malattie cardiovascolari, dissenteria, accecamento da neve e ogni genere di infezioni, comprese quelle veneree. Pareva che persino clamidia e gonorrea fossero determinate a conquistare la vetta dell’Everest.

Ma che cos’era successo stavolta? Non c’era stato nessun SOS sulla frequenza radio delle emergenze. Gli elicotteri potevano arrivare soltanto un po’ più su del campo base, data la rarefazione dell’aria. Ciò significava che i salvataggi aerei spesso imponevano una discesa a piedi dalle altitudini più ostiche. Sopra i settemilacinquecento metri i morti venivano semplicemente lasciati dov’erano, tanto che i pendii più elevati dell’Everest si erano trasformati in un cimitero ghiacciato di attrezzature abbandonate, bombole d’ossigeno vuote e cadaveri mummificati dal gelo.

Il battito dei rotori cambiò tono.

«Vengono da questa parte», disse Josh, facendo cenno a tutti quanti di spostarsi dove erano annidate le tende, sgombrando l’area pianeggiante che fungeva da eliporto per l’accampamento.

L’elicottero nero scese su di loro. Il vortice creato dall’elica sollevò sabbia e sassolini. Un incarto di Snickers passò accanto alla faccia di Lisa. Le bandierine di preghiera danzavano e si contorcevano. Gli yak si dispersero. Dopo così tante giornate di silenzio sulle montagne, il rumore era assordante.

Il B-2 si posò sui pattini con una grazia che ne contraddiceva le dimensioni. I portelloni si aprirono e ne scesero due uomini. Uno indossava un’uniforme mimetica verde e portava in spalla un fucile automatico: era un militare dell’esercito reale del Nepal. L’altro era più alto, portava una tunica rossa e un mantello, una fascia in vita, la testa rasata a zero: un monaco buddista.

I due si avvicinarono a un paio di sherpa e parlarono speditamente in un dialetto nepalese. Ci furono un po’ di gesti, poi si sollevò un braccio, a indicare qualcuno.

Lisa.

Il monaco si avviò verso di lei, affiancato dal militare. Dalle rughe che il sole gli aveva scavato attorno agli occhi, il monaco sembrava sui quarantacinque, la pelle color caffellatte, gli occhi color caramello.

Il militare aveva la pelle più scura e gli occhi semichiusi. Aveva lo sguardo fisso sulla scollatura della donna. Lisa aveva lasciato aperto lo zip della giacca e il reggiseno sportivo che indossava sotto il pile aveva catturato l’attenzione del soldato.

Il monaco buddista, per contro, mantenne uno sguardo rispettoso, inclinando leggermente il capo a mo’ d’inchino. Parlava un inglese accurato, con un lieve accento britannico.

«Dottoressa Cummings, mi scuso per l’intrusione, ma c’è stata un’emergenza. Sono stato informato dalla clinica dell’HRA che lei è un medico.»

Lisa aggrottò le sopracciglia. «Sì.»

«Un vicino monastero è stato colpito da un male misterioso, che affligge quasi tutti gli abitanti. Un unico messaggero, un uomo di un villaggio circostante, ha viaggiato a piedi per tre giorni fino all’ospedale di Khunde. Una volta avvisati, speravamo di inviare uno dei medici dell’HRA al monastero, ma il personale della clinica è già sovraccarico per via di una valanga. La dottoressa Sorenson ci ha informato della sua presenza, qui al campo base.»

Lisa rivide nella mente la minuta dottoressa canadese. Avevano diviso assieme una serata, una confezione di Carlsberg da sei e qualche tazza di tè zuccherato con latte. «Come posso esservi utile?»

«Sarebbe disposta ad accompagnarci lassù? Per quanto sia isolato, il monastero è raggiungibile in elicottero.»

«Quanto tempo…?» chiese, lanciando uno sguardo a Josh, che li aveva appena raggiunti.

Il monaco scosse la testa, con lo sguardo preoccupato e un leggero imbarazzo per l’imposizione nei confronti della donna. «Ci vogliono circa tre ore per arrivarci. Non so che cosa ci aspetti là.» Scosse nuovamente il capo con preoccupazione.

Intervenne Josh. «Noi non ci muoveremo per tutta la giornata, in ogni caso.» Le toccò un gomito e, avvicinandosi, aggiunse: «Ma è meglio che io venga con te».

Lisa era perplessa. Sapeva cavarsela da sola, ma d’altra parte era informata sulle tensioni politiche in atto in Nepal dal 1996. I ribelli maoisti conducevano azioni di guerriglia sulle montagne, nel tentativo di rovesciare la monarchia costituzionale e rimpiazzarla con una repubblica socialista. Si sapeva che tranciavano gli arti alle loro vittime, a uno a uno, con falci da contadini. Anche se al momento c’era un cessate il fuoco, occasionalmente venivano ancora commesse atrocità.

Lisa diede uno sguardo al fucile automatico ben oliato che il soldato aveva in mano. Se anche un sant’uomo aveva bisogno di una scorta armata, forse era il caso che lei riconsiderasse l’offerta del fratello.

«Io ho ben poco a disposizione, tranne un kit di pronto soccorso e qualche attrezzatura di monitoraggio», disse in tono esitante al monaco. «Non sono equipaggiata per un’emergenza medica con un gran numero di pazienti.»

Il monaco annuì e indicò con un cenno l’elicottero, che li aspettava coi rotori ancora in movimento. «La dottoressa Sorenson ci ha dotato di tutto ciò che ci dovrebbe servire, nel breve termine. Non prevediamo di approfittare dei suoi servigi per più di una giornata. Il pilota ha un telefono satellitare per riferire quanto lei accerterà. Forse il problema è già stato risolto e potremo far ritorno addirittura entro mezzogiorno.»

Mentre pronunciava l’ultima frase, gli si adombrò il viso. Non ci credeva nemmeno lui. Le sue parole erano intrise di preoccupazione. E forse c’era anche una punta di paura.

Lisa inspirò a fondo l’aria rarefatta. Riuscì a malapena a riempire i polmoni. Aveva fatto un giuramento. E poi aveva già scattato abbastanza fotografie. Voleva ritornare a lavorare sul serio.

Il monaco notò che qualcosa era cambiato nella sua espressione. «Dunque verrà?»

«Sì.»

«Lisa…» Josh l’ammonì.

«Me la caverò.» Gli strizzò il braccio. «Tu hai una squadra da tenere a bada, per evitare un ammutinamento.»

Josh lanciò un’occhiata rapida a Boston Bob e sospirò.

«Perciò difendi il forte sino al mio ritorno.»

Il fratello si voltò di nuovo verso di lei, non convinto, ma non si mise a discutere. Aveva un’espressione tesa. «Fai attenzione.»

«Ho il meglio dell’esercito reale del Nepal come scorta.»

Josh guardò l’arma oliata del militare solitario. «È proprio questo che mi preoccupa.» Sbuffò, per alleggerire la battuta, ma la fece suonare ancora più aspra.

Lisa sapeva che non avrebbe ottenuto di meglio dal fratello. Gli diede un rapido abbraccio, prese dalla tenda lo zaino con le attrezzature mediche e, dopo pochi istanti, china sotto la minaccia affilata dei rotori, si accingeva a prendere posto sul sedile posteriore dell’elicottero di soccorso.

Il pilota non le fece neanche un cenno. Il soldato prese il posto di copilota e il monaco, che si presentò come Ang Gelu, la raggiunse sul sedile posteriore.

Lisa indossò un paio di cuffie insonorizzanti, ma il rombo dei motori crebbe comunque, mentre le pale giravano sempre più veloci. Il velivolo sobbalzò, senza sollevarsi, mentre i rotori cercavano di aggrapparsi all’aria rarefatta. Il lamento dei motori raggiunse frequenze subsoniche e finalmente l’elicottero si staccò dall’eliporto roccioso, sollevandosi rapidamente.

Quando il velivolo volteggiò sopra una vicina gola, Lisa si sentì lo stomaco piombare sotto l’ombelico. Guardò giù dal finestrino, verso l’accozzaglia di tende e yak. Individuò suo fratello, che aveva alzato un braccio per salutarla… o forse soltanto per ripararsi dalla luce del sole? Accanto a lui c’era Taski Sherpa, facilmente identificabile grazie al cappello da cowboy.

La valutazione espressa poco prima dallo sherpa la seguì su nel cielo, ghiacciando i suoi pensieri e le sue preoccupazioni.

La morte cavalca il vento.

Non era un pensiero gradevole in quel momento.

Accanto a lei, le labbra del monaco si muovevano in una preghiera silenziosa. L’uomo era ancora teso: per il loro mezzo di trasporto o per paura di ciò che avrebbero potuto scoprire al monastero?

Lisa si appoggiò allo schienale, nella mente l’eco delle parole dello sherpa. Davvero una brutta giornata.

Altitudine: 6775 m,

ore 09.13

Si muoveva agevolmente sul fondo dell’abisso, a grandi passi, affondando i ramponi d’acciaio nella neve e nel ghiaccio. Su entrambi i lati si levavano pareti di roccia nuda, con pittogrammi di licheni marroni. La gola risaliva verso l’alto. Verso il suo obiettivo.

L’uomo indossava una tuta di piumino d’oca, con un disegno mimetico composto di sfumature di bianco e nero. Aveva la testa coperta da un passamontagna di pile e il viso nascosto da grossi occhiali da neve. Portava uno zaino da alpinista del peso di ventun chili, compresa la piccozza da ghiaccio affrancata da un lato e il rotolo di corda di poliestere dall’altro.

Aveva anche un fucile d’assalto Heckler Koch, un caricatore extra da venti colpi e una sacca con nove granate incendiarie.

Non aveva bisogno di ossigeno aggiuntivo, nemmeno a quell’altitudine. Le montagne erano la sua casa da quarantaquattro anni. Era ben ambientato in quegli altipiani, come gli sherpa, ma non parlava la loro lingua e nei suoi occhi brillavano altre origini: l’uno era di un blu glaciale, l’altro bianco puro. Quella disparità lo contraddistingueva senza ombra di dubbio, come il tatuaggio che recava sulla spalla. Persino tra i Sonnenkönige, i Cavalieri del Sole.

Sentì un ronzio nell’orecchio. Era la radio.

«Sei arrivato al monastero?»

Si toccò la gola. «Quattordici minuti.»

«Non dovrà trapelare nulla dell’incidente.»

«La questione sarà risolta.» Manteneva un tono uniforme, respirando dal naso. Nella voce all’altro capo della radio non sentiva soltanto un tono di comando, ma anche paura. Una debolezza. Era uno dei motivi per cui visitava così raramente il Granitschloß, il Castello di Granito, preferendo vivere ai margini, come era suo diritto.

Nessuno gli imponeva di avvicinarsi.

Gli chiedevano soltanto di usare la sua abilità quando era necessaria.

L’auricolare crepitò. «Raggiungeranno il monastero fra poco.»

Non si prese nemmeno la briga di rispondere. Sentiva il tonfo sordo dei rotori in lontananza. Fece qualche calcolo. Non c’era fretta. Le montagne insegnavano la pazienza.

Regolarizzò il respiro e proseguì in discesa, verso il gruppetto di costruzioni in pietra coi tetti di tegole rosse. Il monastero di Temp Och era abbarbicato sul bordo di una parete rocciosa, raggiungibile soltanto da un unico sentiero, proveniente dal basso. I monaci e gli studenti raramente dovevano preoccuparsi del resto del mondo.

Fino a tre giorni prima.

L’incidente.

Il suo compito era fare pulizia.

Il battito dell’elicottero divenne sempre più intenso. Risaliva dal basso. L’uomo mantenne un passo regolare. C’era tutto il tempo. Era importante che i nuovi arrivati entrassero nel monastero.

Sarebbe stato molto più facile uccidere tutti quanti.

Ore 09.35

Dall’elicottero, il mondo sottostante appariva come un negativo fotografico o uno studio sui contrasti: bianchi e neri, neve e roccia, cime avvolte dalla nebbia e gole nell’ombra. Le creste di ghiaccio e i gelidi strapiombi rilanciavano la luce del mattino in strali lancinanti, un riverbero aereo che costituiva una minaccia costante per gli occhi.

Lisa batteva le palpebre per proteggersi dal bagliore. Chi poteva vivere così lontano da tutto, in un ambiente tanto spietato? Perché l’umanità trovava sempre luoghi così inospitali da conquistare, quando aveva a disposizione modi di vivere molto più facili?

D’altra parte, quello era il genere di domande che le rivolgeva sua madre. Perché cercare realtà così estreme? Cinque anni per mare su una nave di ricerca, poi un altro anno passato ad allenarsi e abituarsi ai rigori dell’alta montagna e infine in Nepal, a prepararsi per conquistare l’Everest. Perché tutti quei rischi, quando c’era una vita più facile a portata di mano?

Lisa aveva sempre dato una risposta semplice: il gusto della sfida. Non aveva forse risposto in modo simile anche George Mallory, la leggenda dell’alpinismo, quando gli avevano chiesto perché scalasse l’Everest? Perché c’è. Naturalmente, dietro quella celebre frase, c’era un’altra verità: Mallory l’aveva pronunciata per esasperazione, rispondendo a un giornalista che lo tormentava. Anche la risposta di Lisa alle domande di sua madre era una reazione istintiva? Che cosa ci faceva davvero lassù? La vita quotidiana comportava già sfide a sufficienza: guadagnarsi da vivere, risparmiare per la pensione, trovare qualcuno da amare, sopravvivere alle perdite, crescere dei figli.

Lisa trasalì di fronte a quei pensieri, riconoscendovi una punta d’ansia e rendendosi conto di ciò che poteva significare. Può essere che io faccia una vita al limite per evitare di vivere una vita reale? È forse per questo che così tanti uomini hanno attraversato la mia vita senza mai rimanere?

Ed eccola lì. Trentatreenne, sola, senza prospettive, soltanto la ricerca per compagna, e un sacco a pelo a una piazza per letto. Forse avrebbe dovuto semplicemente radersi la testa e trasferirsi in uno di quei monasteri in cima alle montagne.

L’elicottero sobbalzò e puntò verso l’alto.

Lisa si concentrò di nuovo sul presente.

Trattenne il fiato mentre l’elicottero volava radente sopra una cresta affilata, coi pattini che schivavano di un soffio la lingua di ghiaccio battuta dal vento, per poi tuffarsi nella gola successiva.

Lisa dovette forzare le sue dita a mollare la presa sul bracciolo del sedile. All’improvviso una villetta con tre stanze da letto e due bambini non suonava poi così noiosa.

Accanto a lei, Ang Gelu si sporse in avanti tra il pilota e il soldato e indicò un punto sotto di loro. Il rombo dei rotori inghiottì le sue parole.

Lisa premette la guancia contro il finestrino per guardare fuori. Sentì il bacio freddo della curva di plexiglas. Individuò la prima macchia di colore là sotto: tetti di tegole rosse. Un piccolo agglomerato di otto casette di pietra, abbarbicate su un altopiano e incorniciate da cime di seimila metri su tre lati e da uno strapiombo verticale sul quarto.

Il monastero di Temp Och.

L’elicottero scese precipitosamente verso gli edifici. Lisa notò un campo di patate a terrazza, da un lato, e qualche recinto e granaio sparso, dall’altro. Nessun movimento. Nessuno uscì a salutare i rumorosi nuovi arrivati.

Cosa ancora più inquietante, Lisa vide un gruppo di capre e pecore bharal blu radunate in recinti chiusi. Nemmeno loro si muovevano. Invece di essere spaventate dall’elicottero che scendeva di quota, erano stese a terra scomposte, le zampe torte, il collo piegato in modo innaturale.

Anche Ang Gelu le notò e si afflosciò sul sedile. I loro sguardi s’incrociarono. Che cosa era successo? Intanto, sul sedile anteriore era in corso una discussione di qualche tipo. Era evidente che il pilota non voleva atterrare. Il soldato ebbe la meglio, gli bastò poggiare un palmo sul calcio del fucile. Il pilota aggrottò le sopracciglia e strinse ancora di più la maschera d’ossigeno che gli copriva naso e bocca. Non perché gli servisse una fonte d’ossigeno aggiuntiva, ma per paura del contagio.

In ogni caso, obbedì agli ordini del militare. Stritolò i comandi e fece abbassare il velivolo verso terra. Puntò il più lontano possibile dai recinti degli animali, scendendo verso il margine dei campi di patate del monastero.

La piantagione era simile a un anfiteatro a più livelli, con file di minuscoli germogli verdi. La coltivazione di patate ad alta quota era stata introdotta dai britannici all’inizio del XIX secolo, diventando uno dei principali mezzi di sostentamento della zona.

Con un colpo stridente, i pattini dell’elicottero colpirono il suolo roccioso, schiacciando una fila di piantine. I germogli circostanti si dibattevano e ondeggiavano nel vortice d’aria creato dai rotori.

Nessuno si fece vivo in seguito al loro arrivo. Lisa rivide nella mente l’immagine delle bestie morte. C’era ancora qualcuno da salvare? Che cosa era successo? Passò in rassegna diverse eziologie e varie modalità di esposizione: ingestione, inalazione, contatto. O forse era qualcosa di contagioso? Le servivano maggiori informazioni.

«Forse lei dovrebbe restare qui», le disse Ang Gelu, mentre si slacciava la cintura di sicurezza. «Noi andiamo a dare un’occhiata al monastero.»

Lisa afferrò lo zaino con l’attrezzatura medica, scuotendo la testa. «Non ho paura dei malati. E ci potrebbero essere domande cui solo io so rispondere.»

Ang Gelu annuì, parlò in modo concitato col militare e aprì il portellone posteriore. Scese e si voltò per porgere una mano a Lisa.

Nell’abitacolo riscaldato s’insinuò un vento gelido, facilitato anche dal movimento dei rotori. Mentre sollevava il cappuccio del parka, Lisa si rese conto che la corrente glaciale si portava via gli ultimi residui di ossigeno disponibili a quell’altitudine. O forse era la paura. Aveva pronunciato parole più coraggiose di lei.

Prese la mano del monaco, sentendone la forza e il calore anche attraverso gli spessi guanti di lana. Lui non si curò neanche di coprirsi il capo rasato, sembrava che non si accorgesse nemmeno del freddo pungente.

Lisa scese a terra, ma rimase ferma, china sotto le pale rotanti dell’elicottero. Il militare fu l’ultimo a scendere. Il pilota restò nell’abitacolo. Aveva fatto atterrare l’elicottero, come gli era stato ordinato, ma non si arrischiava certo ad abbandonare la cabina.

Ang Gelu chiuse il portellone con un colpo deciso e i tre attraversarono di gran lena il campo di patate, dirigendosi verso l’assembramento di costruzioni di pietra. Visti da terra, gli alloggi coi tetti rossi erano più alti di quanto sembrassero dall’alto. La struttura centrale era di tre piani, con in cima un tetto in stile pagoda. Tutti gli edifici avevano decorazioni elaborate Porte e finestre erano incorniciate da affreschi con le sfumature dell’arcobaleno e gli architravi erano illuminati da foglie d’oro, mentre dagli angoli dei tetti spuntavano gli sguardi maliziosi e i ghigni beffardi di draghi e uccelli mitici scolpiti nella pietra. Le varie costruzioni erano collegate da portici, che creavano piccoli cortili e spazi appartati. Sui pali dell’intera struttura erano montate ruote di preghiera in legno, con scritte intagliate in caratteri antichi, e dai tetti pendevano bandierine di preghiera multicolore, sferzate dalle folate intermittenti.

Sembrava un luogo da fiaba, una sorta di Shangri-La d’alta quota, eppure Lisa si accorse di aver rallentato il passo. Non si muoveva nulla. Quasi tutte le persiane erano chiuse. Il silenzio era pesante.

In più c’era quell’odore caratteristico nell’aria. Pur essendo prevalentemente una ricercatrice, Lisa aveva avuto la sua dose di morti durante il praticantato in ospedale. Il fetido miasma della putrefazione non si disperdeva tanto facilmente. Pregò che provenisse soltanto dalle bestie all’altra estremità del padiglione. Tuttavia, data l’assenza di qualsiasi reazione al loro arrivo, non aveva grandi speranze.

Ang Gelu faceva strada, affiancato dal militare. Lisa fu costretta ad accelerare per seguirli. Passarono tra due edifici e si diressero verso l’imponente struttura centrale.

Nel cortile principale c’erano attrezzi agricoli sparsi a casaccio, come se fossero stati abbandonati in tutta fretta. Un carretto legato a uno yak era rovesciato su un lato. Anche la bestia era morta, riversa su un fianco, con la pancia gonfia e dilatata. L’animale aveva gli occhi fissi e lattiginosi, la lingua protesa e ingrossata tra le labbra nere e gonfie.

Lisa notò l’assenza di mosche o altri piccoli opportunisti. C’erano mosche a quella quota? Non ne era certa. Scrutò il cielo. Nemmeno un uccello, nessun rumore, a parte il sibilo sommesso del vento.

«Da questa parte», disse Ang Gelu.

Il monaco si diresse verso una serie di alte porte che conducevano alla residenza centrale, che era evidentemente il tempio principale. Controllò il catenaccio. Non era chiuso a chiave. Lo aprì, facendo gemere i cardini.

Oltre la soglia brillava debolmente il primo segno di vita. A entrambi i lati della porta ardevano grandi lampade cilindriche, con una dozzina di stoppini accesi. Erano alimentate con burro di yak. All’interno, il fetore era peggio che fuori. Non era un buon presagio.

Persino il soldato esitava a superare la soglia, passando il fucile automatico da una spalla all’altra, come per rassicurarsi. Il monaco entrò con passo deciso e pronunciò a gran voce un saluto, che echeggiò nella sala.

Lisa entrò dopo di lui. Il soldato rimase di guardia sulla soglia.

L’interno del tempio era illuminato da qualche altra lampada. Lungo le due pareti laterali erano collocate imponenti ruote di preghiera. Accanto a una statua di Budda in teak, alta quasi due metri e mezzo, erano accese candele e bastoncini d’incenso al profumo di ginepro. Alle spalle del Budda erano allineate altre divinità del pantheon.

Quando i suoi occhi cominciarono ad abituarsi all’oscurità degli interni, Lisa notò i numerosi affreschi e gli intricati mandala intarsiati nel legno; in quella luce tremula, le scene che raffiguravano apparivano demoniache. Guardò in alto. C’erano diversi ordini di travi, alti due piani, che sostenevano un grappolo di lampade pensili, tutte fredde e buie.

Ang Gelu chiamò ancora.

Da qualche parte, sopra le loro teste, si sentì uno scricchiolio.

A quel rumore improvviso si bloccarono tutti quanti. Il soldato accese una torcia elettrica e la puntò verso l’alto, muovendola avanti e indietro. Ci fu un agitarsi e un sussultare di ombre, ma nient’altro.

Sentirono di nuovo lo scricchiolio dell’assito. Qualcuno si muoveva al piano superiore. Sebbene fosse un chiaro segnale di vita, a Lisa fece venire la pelle d’oca.

«Sopra il tempio c’è una stanza privata per la meditazione», spiegò Ang Gelu. «Ci si arriva dalle scale sul retro. Vado a controllare, voi rimanete qui.»

Lisa voleva obbedire, ma sentiva il peso sia dello zaino sia della sua responsabilità. Le bestie non erano morte per mano d’uomo, ne era certa. Se c’era un sopravvissuto, qualcuno che potesse raccontare che cosa era successo, lei era la persona più adatta per incontrarlo.

«Vengo anch’io», annunciò con voce ferma, ma lasciò che fosse Ang Gelu a fare strada.

Il monaco attraversò la sala, girò attorno alla statua del Budda e raggiunse una porta ad arco, verso il retro del tempio. Proseguì scostando un drappeggio di broccato con ricami dorati. C’era un piccolo corridoio che si addentrava nella struttura. Le persiane alle finestre lasciavano trapelare soltanto qualche raggio di luce nell’oscurità polverosa, illuminando una parete imbiancata. Le macchie e gli schizzi rosso cremisi non richiedevano ulteriori indagini.

Sangue.

A metà del corridoio, due gambe nude e inerti spuntavano da una porta, distese in una pozza nera. Ang Gelu fece cenno a Lisa di ritornare nel tempio. Lei scosse il capo e sorpassò il monaco. Non si aspettava di salvare quell’uomo, chiunque fosse. Era evidente che era già morto, ma l’istinto la spingeva a proseguire. Fatti cinque passi, raggiunse il cadavere.

Le ci volle un solo istante per registrare la scena.

Gambe. Non rimaneva nient’altro di quell’uomo. Solo un paio di arti recisi, spaccati a metà coscia. Lisa continuò a fissare il resto della stanza, anzi del macello. Braccia e gambe erano impilate al centro del locale, come cataste di legna da ardere.

E poi c’erano le teste, ben allineate lungo una parete. Sguardi fissi, occhi spalancati e pieni di orrore.

Ang Gelu l’aveva raggiunta. A quella vista s’irrigidì e borbottò qualcosa che sembrava per metà preghiera e per metà imprecazione.

Per tutta risposta, qualcosa si mosse nella stanza. Emerse dall’altro capo della catasta di arti. Un uomo nudo, con la testa rasata, imbevuto di sangue come un neonato. Era uno dei monaci del tempio.

Emise un sibilo gutturale. Brillava di madida follia. La luce scarsa si rifletté nei suoi occhi, come in quelli di un lupo nella notte.

Il mostro avanzava pesantemente verso di loro, trascinando una falce lunga novanta centimetri. Lisa fuggì, allontanandosi di diversi passi lungo il corridoio.

Ang Gelu parlò dolcemente, coi palmi delle mani sollevati a mo’ di supplica, cercando evidentemente di placare quella creatura famelica. «Relu Na… Relu Na.»

Lisa capì che il monaco conosceva il folle, probabilmente da una visita precedente al monastero. Il semplice atto di dargli un nome lo umanizzava, ma allo stesso tempo rendeva ancora più raccapricciante tutto quell’orrore.

Con un urlo stridente, il monaco si scagliò contro il confratello. Ang Gelu schivò facilmente la falce. Il mostro aveva perso anche la coordinazione, oltre alla testa. Ang Gelu lo abbrancò, cingendolo in un abbraccio e bloccandolo contro uno stipite della porta.

Lisa agì rapidamente. Lasciò cadere lo zaino, tirò giù una cerniera ed estrasse una scatola di metallo, che aprì col pollice.

All’interno c’era una fila di siringhe di plastica, protette e già caricate con vari farmaci d’emergenza: morfina per il dolore, epinefrina per l’anafilassi, Lasix per l’edema polmonare. Sebbene le siringhe fossero etichettate, aveva memorizzato la posizione di ciascuna: nelle emergenze, ogni secondo era importante. Tirò fuori l’ultima siringa.

Midazolam, un sedativo iniettabile. Manie e allucinazioni non erano insolite alle altitudini elevate e a volte dovevano essere controllate chimicamente.

Tolse il cappuccio dell’ago coi denti e si precipitò verso i due monaci.

Ang Gelu teneva ancora intrappolato l’altro, che però si dibatteva e cercava di divincolarsi dalla sua presa. Ang Gelu aveva il labbro tagliato e il collo graffiato.

«Lo tenga fermo!» urlò Lisa.

Il monaco fece del suo meglio, ma in quel momento, presentendo forse l’intenzione della dottoressa, il folle si protese verso di lui e gli affondò un morso nella guancia.

Ang Gelu urlò, mentre l’altro gli dilaniava la carne, ma mantenne salda la presa.

Lisa si prodigò per aiutarlo, conficcando l’ago nel collo del pazzo. Poi spinse con forza lo stantuffo. «Lo lasci andare!»

Ang Gelu lo spinse con forza contro lo stipite, facendogli sbattere la testa contro il legno. Sia lui sia la dottoressa fecero qualche passo indietro.

«Il sedativo farà effetto in meno di un minuto.» Avrebbe preferito uno stick endovenoso, ma era impossibile, con un uomo che si dimenava in quel modo. L’iniezione intramuscolare profonda doveva bastare. Una volta che si fosse calmato, Lisa avrebbe potuto intervenire in modo più raffinato e forse ottenere anche qualche risposta.

Il monaco nudo gemette, toccandosi il collo. Il sedativo gli dava bruciore. Si scagliò di nuovo verso di loro, barcollando, cercando la falce caduta a terra. Poi si raddrizzò.

Lisa trattenne Ang Gelu. «Aspetti…»

Bang!

Il colpo di fucile, esploso nello stretto corridoio, fu assordante. La testa del monaco scoppiò in una pioggia di sangue e ossa. Il corpo cadde all’indietro per l’impatto, accartocciandosi sotto di lui.

Lisa e Ang Gelu fissavano scioccati il tiratore.

Il soldato nepalese imbracciava ancora l’arma. L’abbassò lentamente. Ang Gelu cominciò a rimproverarlo nella sua lingua madre. Ci mancava soltanto che gli togliesse il fucile.

Lisa si avvicinò al corpo e cercò di sentirgli il polso. Niente. Fissò il cadavere, cercando di trovare qualche risposta. Ci sarebbe voluto un obitorio con moderne attrezzature forensi per accertare la causa della follia. A giudicare dalla storia del messaggero, qualsiasi cosa fosse successa, non riguardava soltanto quell’uomo. Dovevano essere stati colpiti anche altri, in varia misura.

Ma da cosa? Erano stati esposti a metalli pesanti contenuti nell’acqua, a una fuga di gas velenosi dal sottosuolo o a qualche muffa tossica in cereali avariati? Poteva essere qualcosa di virale, come l’Ebola? O persino una nuova forma del morbo della mucca pazza? Cercò di ricordare se gli yak fossero soggetti al contagio, ricordando la carcassa gonfia in cortile. Non lo sapeva.

Ang Gelu ritornò accanto a lei. Aveva la guancia devastata, ma sembrava del tutto indifferente alla ferita. Tutto il suo dolore era concentrato sul cadavere. «Si chiamava Relu Na Havarshi.»

«Lo conosceva?»

«Era il cugino del marito di mia sorella. Veniva da un piccolo villaggio del Raise. Era finito nella sfera d’influenza dei ribelli maoisti, ma la loro ferocia inarrestabile non si conciliava con la sua natura, perciò era fuggito. Per i ribelli equivaleva a una sentenza di morte. Per nasconderlo, gli ho trovato un posto al monastero, dove i suoi ex compagni non l’avrebbero mai scovato. Qui aveva un luogo sereno per guarire… o almeno così pregavo che fosse. Ora dovrà trovare da sé la strada verso la pace.»

«Mi spiace.» Lisa si alzò. Ripensò alla catasta di arti nella stanza accanto. Forse la follia aveva fatto scattare una sorta di shock post-traumatico nella mente dell’uomo, facendogli mettere in atto ciò che più lo terrorizzava?

Si sentì un altro scricchiolio sopra le loro teste.

Tutti gli sguardi si rivolsero verso l’alto.

Lisa aveva dimenticato che cosa li aveva condotti lì. Ang Gelu indicò una scala stretta e ripida accanto alla porta drappeggiata che dava sul tempio. Le era sfuggita. Somigliava più a una scala a pioli che a una scala vera e propria.

«Ci vado io», disse il monaco.

«È meglio non dividerci», ribatté lei. Ritornò allo zaino e preparò un’altra siringa di sedativo. La tenne in mano. «Si assicuri soltanto che Mr. Sparaprima Pensadopo tenga il dito lontano dal grilletto.»

Il soldato fu il primo a salire. Perlustrò le immediate vicinanze e fece loro cenno di raggiungerlo. Arrivata in cima, Lisa scoprì una stanza vuota. In un angolo erano ammassate pigne di cuscini sottili. La stanza odorava di resina e dell’incenso del tempio sottostante.

Il soldato puntava il fucile contro una porta di legno all’altra estremità. Dalla fessura trapelava una luce tremula. Prima che potessero avvicinarsi, il fascio di luce fu attraversato da un’ombra.

C’era qualcuno là dentro.

Ang Gelu raggiunse la porta e bussò.

Lo scricchiolio cessò.

Il monaco disse qualcosa, rivolgendosi alla persona oltre la porta. Lisa non capì le sue parole, ma l’altro sì. Si sentì un suono di legno raschiato e di un catenaccio che si apriva. La porta si socchiuse di una fessura, non di più.

Ang Gelu poggiò il palmo sulla porta.

«Faccia attenzione», sussurrò Lisa, stringendo forte la siringa, sua unica arma.

Accanto a lei, il militare fece la stessa cosa col fucile.

Ang Gelu spinse la porta, spalancandola. La stanza non era più grande di una cabina armadio. Nell’angolo c’era un letto sporco. Accanto, un tavolino con una lampada a olio. L’aria era pregna del fetore di urina e feci che esalava da un vaso da notte scoperto, ai piedi del letto. Chiunque si fosse chiuso là dentro, non usciva ormai da giorni.

In un angolo c’era un uomo anziano, che volgeva loro le spalle. Indossava una tunica rossa come quella di Ang Gelu, ma la sua era logora e macchiata. Aveva legato le falde inferiori dell’abito attorno alle cosce, scoprendo interamente le gambe. Era intento a un progetto: scriveva sulla parete. Anzi dipingeva con le dita.

Intrise del suo stesso sangue.

Ancora follia.

Nell’altra mano teneva un pugnale corto. Le gambe nude erano segnate da tagli profondi, la fonte del suo inchiostro. Continuò a lavorare anche quando Ang Gelu entrò.

«Lama Khemsar», disse il monaco, in tono preoccupato e prudente.

Lisa entrò dopo di lui, con la siringa pronta tra le dita. Fece un cenno di assenso ad Ang Gelu, quando questi si voltò a guardarla. Poi fece cenno al soldato di stare indietro. Non voleva che si ripetesse ciò che era successo di sotto.

Lama Khemsar si girò. Aveva il viso molle e gli occhi vitrei e leggermente lattiginosi, ma la luce delle candele vi si rifletteva brillante, troppo brillante: febbrilmente brillante.

«Ang Gelu», borbottò il vecchio, fissando inebetito le centinaia di righe di testo dipinto su tutt’e quattro le pareti. Teneva alzato un dito intriso di sangue, pronto a continuare la sua opera.

Ang Gelu fece qualche passo verso di lui, chiaramente sollevato. Il capo del monastero non era ancora andato del tutto. Forse poteva dare qualche risposta. Gli parlò, nella lingua madre di entrambi.

Lama Khemsar annuì, pur rifiutandosi di essere distratto dalla sua opera scritta col sangue. Mentre Ang Gelu blandiva l’anziano monaco, Lisa studiava la parete. Sebbene quella scrittura non le fosse familiare, capiva che si trattava di un solo gruppo di simboli ripetuti innumerevoli volte.

Intuendo che il tutto doveva avere un qualche significato, Lisa infilò la mano libera nella borsa e ne estrasse la macchina fotografica. La puntò verso la parete alla bell’e meglio e scattò una foto. Si era dimenticata del flash.

Ci fu un’esplosione di luce nella stanza.

L’anziano urlò e si voltò. Brandendo il pugnale, fendette l’aria. Ang Gelu, allarmato, si ritrasse. Ma non era lui il bersaglio. Lama Khemsar urlò una serie di parole, in preda al panico, e si passò la lama attraverso la gola. Un rivolo cremisi si trasformò ben presto in un fiotto torrenziale. Il pugnale aveva reciso profondamente la trachea. Gli ultimi respiri dell’anziano monaco furono tutto un ribollire di sangue.

Con uno scatto, Ang Gelu gettò via l’arma, prese Lama Khemsar e lo adagiò sul pavimento, cullandolo tra le braccia. Il sangue gli intrise la veste, le braccia, il grembo.

Lisa poggiò macchina fotografica e borsa e si precipitò accanto ai due. Ang Gelu cercò di esercitare pressione sulla ferita, ma era inutile.

«Mi aiuti a metterlo a terra», disse Lisa. «Devo aprire un passaggio per l’aria…»

Ang Gelu scosse la testa. Sapeva che non c’era speranza. Non fece altro che cullare l’anziano Lama. Il respiro dell’uomo, indicato dalle bolle che emergevano dalla ferita, era già cessato. L’età, la perdita di sangue e la disidratazione avevano già debilitato Lama Khemsar.

«Mi spiace.» Lisa indicò le pareti con un gesto del braccio. «Pensavo che potesse essere importante.»

Ang Gelu scosse la testa. «Non hanno nessun senso, sono gli scarabocchi di un folle.»

Non sapendo che altro fare, Lisa infilò lo stetoscopio sotto la veste dell’uomo. Cercava di mascherare il senso di colpa mostrandosi indaffarata. Rimase in ascolto, invano. Neanche un battito. Scoprì invece alcune strane croste sulle costole. Scostò delicatamente i lembi della veste, denudando il petto del monaco.

Ang Gelu vi posò lo sguardo e sospirò. Evidentemente le pareti non erano l’unico mezzo che Lama Khemsar aveva scelto per esprimersi: sul petto del monaco era inciso un ultimo simbolo. A differenza degli strani simboli sulle pareti, però, la croce uncinata era inconfondibile:

Una svastica.

Ancora prima che potessero reagire, un’esplosione fece tremare l’edificio.

Ore 09.55

Si svegliò in preda al panico. Il rombo del tuono lo liberò dall’oscurità febbricitante che lo attanagliava. Anzi non era un tuono. Era un’esplosione. Dal soffitto basso colava una scia di polvere d’intonaco. Si mise a sedere, spaesato, cercando di orientarsi nel tempo e nello spazio. La stanza gli girava leggermente attorno. Guardò giù, levandosi di dosso la coperta di lana macchiata. Era disteso su una strana branda, non aveva addosso nient’altro che un perizoma di lino. Sollevò un braccio. Tremava. Aveva la bocca impastata e, anche se le persiane riparavano la stanza dalla luce, gli facevano male gli occhi. Un attacco di brividi lo fece tremare tutto.

Non aveva idea né del dove né del quando.

Facendo scivolare le gambe giù dalla branda, tentò di alzarsi. Una pessima idea. Il mondo si oscurò di nuovo. Si accasciò, e sarebbe ripiombato nell’oblio, ma una raffica di colpi d’arma da fuoco lo ridestò. Era un’arma automatica. Vicina. La breve raffica scemò.

Provò di nuovo, con maggiore determinazione. Cominciò a ritornargli la memoria, mentre barcollava verso l’unica porta, ci andava a sbattere, si sosteneva con le braccia e cercava di usare la maniglia. Era chiusa a chiave.

ore 09.57

«Era l’elicottero», disse Ang Gelu. «È stato distrutto.»

Lisa era accanto alla finestra. Qualche attimo prima, mentre l’eco dell’esplosione si disperdeva, avevano sganciato i fermi e spalancato le persiane. Pensando di aver visto del movimento nel cortile sottostante, il soldato aveva sparato una raffica a casaccio.

Nessuno aveva risposto al fuoco.

«Può essere che sia stato il pilota?» chiese Lisa. «Forse c’era un problema al motore.»

Il soldato mantenne la sua postazione accanto alla finestra, col calcio del fucile poggiato sul davanzale e con un occhio nel mirino, scrutando il cortile.

Ang Gelu indicò la scia di fumo oleoso che si sollevava dai campi di patate, nel punto esatto in cui si era posato l’elicottero. «Non credo che sia stato un incidente.»

«E adesso che cosa facciamo?» chiese Lisa. Forse un altro dei monaci folli aveva fatto saltare l’elicottero? In tal caso, quanti altri maniaci in libertà c’erano nel monastero? Rivide nella mente l’immagine del folle che brandiva la falce, l’automutilazione del monaco… che diavolo stava succedendo?

«Dobbiamo andarcene», sentenziò Ang Gelu.

«E dove?»

«Ci sono piccoli villaggi e fattorie sparse a una giornata di cammino. Qualunque cosa sia accaduta qui, ci vorranno più di tre persone per capirlo.»

«E che ne sarà degli altri? Alcuni forse non sono irrecuperabili come il cugino di suo cognato. Non dovremmo cercare di aiutarli?»

«La mia prima preoccupazione deve essere la sua sicurezza, dottoressa Cummings. Inoltre bisogna che le autorità siano informate.»

«E se l’agente che ha colpito queste persone fosse contagioso? Viaggiando potremmo diffonderlo.»

Il monaco si tastò la guancia ferita. «Ora che l’elicottero è distrutto, non abbiamo mezzi di comunicazione. Se rimaniamo qui, moriremo anche noi… e il resto del mondo non saprà nulla.» Era una osservazione giusta. «Possiamo ridurre al minimo i contatti con altre persone finché non ne sapremo di più. Chiedere aiuto, ma mantenere una distanza di sicurezza.»

«Nessun contatto fisico», mormorò lei.

Il monaco annuì. «Le informazioni che abbiamo giustificano il rischio.»

Lisa espresse il suo assenso con un lento cenno del capo. Fissò la colonna di fumo nero che si stagliava contro il cielo blu. Forse uno del loro gruppo era già morto ed era impossibile dire quale fosse il numero effettivo delle vittime nel monastero. L’esplosione aveva sicuramente messo in allarme anche qualcun altro. Se volevano fuggire, dovevano sbrigarsi.

«Andiamo», disse infine.

Ang Gelu si rivolse al soldato, in tono asciutto. Il militare si drizzò in piedi con un cenno d’assenso e abbandonò la sua postazione alla finestra, tenendo sempre pronto il fucile.

Lisa diede un ultimo sguardo preoccupato alla stanza e al monaco, riflettendo sulle possibilità di contagio. Erano già contaminati? Mentre seguiva gli altri fuori dalla stanza e giù per la scala, valutò le proprie condizioni. Aveva la bocca asciutta, le facevano male le mascelle e sentiva il cuore pulsare in gola. Ma era soltanto la paura, giusto? Era una situazione del tipo «fuggi o combatti», quelle reazioni involontarie erano normali. Si toccò la fronte: era umida, ma non febbricitante. Poi fece un respiro profondo per riprendere il controllo e riconoscere quanto era stata sciocca. Anche se si fosse trattato di un agente contagioso, di sicuro il periodo di incubazione sarebbe stato superiore a un’ora.

Attraversarono la sala principale del tempio, col Budda in teak e con le altre divinità al suo cospetto. Dalla porta penetrava una luce abbagliante. Il militare che faceva loro da scorta controllò il cortile per un intero minuto, poi diede un cenno di via libera. Lisa e Ang Gelu lo seguirono. Uscendo nel cortile, Lisa sondò gli angoli bui, alla ricerca di movimenti improvvisi. Sembrava che tutto fosse di nuovo tranquillo.

Ma non per molto…

Alle sue spalle, una seconda detonazione devastò l’edificio. L’onda d’urto la gettò a terra, carponi. Si chinò e rotolò su una spalla, per guardare indietro.

Le tegole erano decollate verso il cielo, tra le fiamme. Dalle finestre distrutte scaturirono un paio di meteore infuocate, mentre la porta d’ingresso esplodeva in una catastrofe di schegge, eruttando altro fumo e fuoco. Lisa fu investita da un calore paragonabile alle esalazioni di un altoforno.

Qualche passo più avanti, il soldato era finito a terra in seguito all’esplosione. Era riuscito a tenere il fucile soltanto perché aveva intrecciato le dita nella cinghia di pelle. Si rialzò in fretta, mentre dal cielo cadeva una pioggia di tegole infrante.

Ang Gelu si alzò in piedi e porse la mano a Lisa.

Fu la sua rovina.

Dallo strepitio delle fiamme emerse un’altra detonazione, più secca. Un colpo di fucile. La parte superiore del viso del monaco scoppiò in una nuvola di sangue.

Ma questa volta non era opera della sua scorta.

Il soldato aveva ancora il fucile appeso in spalla, mentre fuggiva dalla pioggia di detriti. Sembrava che non avesse sentito il colpo, ma spalancò gli occhi quando Ang Gelu si rovesciò al suolo. Reagendo puramente d’istinto, scartò a destra, lanciandosi nell’ombra dell’edificio vicino. Gridò a Lisa qualcosa di incomprensibile, in preda al panico.

Lisa batté in ritirata a mo’ di granchio, verso l’entrata del tempio. Un altro colpo rimbalzò sulla pietra del cortile, a un soffio dai suoi piedi. La dottoressa si lanciò attraverso la soglia, nell’oscurità dell’interno.

Nascosta dietro un angolo, guardò il soldato camminare rasente il muro, attento a ripararsi dalla posizione in cui riteneva che fosse appostato il cecchino.

Lisa si dimenticò come respirare, lo sguardo fisso e gli occhi spalancati. Scrutò i tetti e le finestre. Chi aveva sparato ad Ang Gelu?

Poi lo vide.

Un’ombra corse veloce attraverso il fumo che scaturiva dall’edificio più lontano. Lisa intravide un riflesso di fiamme su una superficie di metallo, mentre l’uomo correva. Un’arma. Il cecchino aveva abbandonato la sua postazione originaria e cercava di guadagnare una posizione di vantaggio.

Lisa ritornò all’aperto, pregando che l’ombra la nascondesse bene. Gridò e fece cenno al soldato. Questi si muoveva verso di lei, verso il tempio principale, con le spalle al muro, lo sguardo e l’arma puntati sui tetti sovrastanti. Non aveva visto il cecchino fuggire.

Lisa gridò ancora. «Via! Via!» Non parlava la lingua del soldato, ma il terrore nella sua voce era evidente. I loro sguardi s’incrociarono. Lei gli fece cenno di raggiungerla nel suo nascondiglio. Fece altri segni, cercando di illustrare il percorso di fuga del cecchino. Ma dov’era andato? Era già appostato? «Corri!»

Il soldato fece un passo verso di lei. Un bagliore alle spalle dell’uomo rivelò l’errore di Lisa. Il cecchino non correva verso una nuova posizione di vantaggio. Dietro una finestra dell’edificio vicino cominciarono a danzare le fiamme: un’altra bomba.

La detonazione colse di sprovvista il militare. La porta alle sue spalle esplose in migliaia di frammenti infuocati che lo trafissero mentre l’onda d’urto lo sollevava di peso e lo scaraventava in mezzo al cortile. Atterrò pesantemente a faccia in giù e cominciò a scivolare. Una volta fermatosi, non si mosse più, anche quando i vestiti presero fuoco.

Lisa si riparò all’interno del tempio principale, continuando a scrutare l’entrata. Batté in ritirata verso l’uscita sul retro, verso quell’angusto corridoio. Non aveva nessun piano. Anzi riusciva a malapena a controllare i propri pensieri. Era certa soltanto di una cosa. Chiunque avesse assassinato Ang Gelu e il soldato non era un monaco folle. Quelle azioni erano troppo calcolate, erano esecuzioni programmate.

E ormai era rimasta sola.

Diede un’occhiata al corridoio e vide il corpo insanguinato di Relu Na. Il resto del corridoio sembrava sgombro. Forse poteva prendere la falce abbandonata dal morto: almeno avrebbe avuto un’arma di qualche tipo…

Entrò nel corridoio.

Prima ancora che potesse fare un secondo passo, dietro di lei si materializzò una presenza. Un braccio nudo le strinse il collo in una morsa e una voce rauca le risuonò nell’orecchio: «Non ti muovere».

Non essendo mai stata incline all’obbedienza, Lisa assestò una gomitata nella pancia dell’aggressore.

Il braccio allentò la presa e l’uomo cadde, strappando i tendaggi di broccato ricamato che adornavano l’ingresso e finendo col fondoschiena per terra.

Lisa si girò di scatto, con le ginocchia flesse, pronta a correre.

L’uomo indossava soltanto un perizoma. Aveva la pelle molto abbronzata, ma segnata qua e là da vecchie cicatrici. I capelli neri lisci e disordinati gli coprivano parte del viso. A giudicare dalla sua statura, dalla muscolatura e dalle spalle larghe, sembrava più un nativo americano che un monaco tibetano.

Ma forse era solo l’effetto del perizoma.

Gemendo, alzò lo sguardo verso di lei. La luce della lampada si specchiò in un paio di occhi blu ghiaccio.

«Chi sei?» chiese Lisa.

«Painter», rispose lui con un lamento. «Painter Crowe.»

2. LA BIBBIA DI DARWIN

Copenhagen, Danimarca,

16 maggio, ore 06.05

Che c’entravano i gatti con le librerie?

Il comandante Grayson Pierce sgranocchiò un’altra compressa di Claritin, mentre lasciava l’Hotel Nyhavn. Le ricerche del giorno precedente nella comunità bibliofila di Copenhagen l’avevano condotto in una mezza dozzina delle istituzioni letterarie della città. Sembrava che in ogni libreria avessero preso dimora colonie di felini. Se ne stavano distesi sui banconi oppure vagavano furtivi in cima a scaffali traballanti pieni di polvere e cuoio sgretolato.

E lui ne subiva le conseguenze, come quello starnuto che cercava di soffocare. O forse era soltanto un principio di raffreddore. A Copenhagen, la primavera era umida e fredda come l’inverno nel New England.

Non si era portato abiti abbastanza pesanti. Indossava un maglione acquistato in una boutique dai prezzi esorbitanti, nei pressi del suo albergo. Era un dolcevita di lana merino a coste, non lavorata e non tinta. E dava prurito. Almeno però teneva a bada il freddo del mattino.

Sebbene fosse già passata un’ora dall’alba, il sole smunto nel cielo grigio ardesia non lasciava nessuna speranza di una giornata più calda. Grattandosi il collo, si diresse verso la stazione centrale.

Il suo albergo era situato accanto a uno dei canali della città, fiancheggiato su entrambi i lati da villette a schiera dai colori allegri: una miscela di negozi, locande e abitazioni private. Gli ricordavano la città di Amsterdam. Lungo le banchine erano ormeggiate, l’una accanto all’altra, le imbarcazioni più disparate: basse corvette scolorite, scintillanti imbarcazioni da diporto, golette di legno maestose, yacht di un bianco splendente. Gray ne superò uno scuotendo la testa. Sembrava una torta nuziale galleggiante. Già a quell’ora del mattino, qualche turista munito di macchina fotografica vagava qua e là o si appostava lungo il parapetto del ponte, scattando allegramente.

Gray attraversò il ponte di pietra e costeggiò il canale per mezzo isolato, poi si fermò e si appoggiò al parapetto di mattoni. Gli apparve il suo riflesso, facendolo trasalire per un attimo. Nascosto per metà dall’ombra, il viso di suo padre lo fissava dalla superficie calma dell’acqua: i capelli neri come il carbone ricadevano lisci sugli occhi blu, una fossetta curva divideva il mento, il resto del viso era tutto angoli acuti, come pietra in cui erano scolpite le sue origini gallesi. Era tutto suo padre, cosa su cui Gray stava rimuginando un po’ troppo, tanto da non dormire la notte.

Che altro aveva ereditato da suo padre?

Un paio di cigni neri gli scivolarono davanti, agitando l’acqua e facendo scomparire il riflesso. I cigni si diressero verso il ponte, con movimenti armoniosi dei colli allungati, lo sguardo curioso e un’aria di noncuranza.

Gray seguì il loro esempio. Drizzandosi, finse di voler fare una foto alla fila di imbarcazioni, mentre in realtà stava studiando il ponte che aveva appena attraversato. Cercava eventuali vagabondi, facce familiari o sospette. Era uno dei vantaggi dell’alloggiare vicino al canale: i ponti erano strettoie perfette da cui osservare chiunque lo volesse pedinare. Passando da una sponda all’altra su quelle lingue di pietra, avrebbe reso visibile qualunque coda si trascinasse dietro. Rimase a guardare per un intero minuto finché non fu soddisfatto, memorizzando volti e andature, poi proseguì.

In una missione minore come quella, era più un’abitudine dettata dalla paranoia che dalla necessità, ma portava al collo un ricordo di quanto fosse importante la diligenza: una catenina con un pendente a forma di drago. Era un regalo di un’agente che stava dall’altra parte. La portava per ricordarsi di essere prudente.

Mentre si rimetteva in cammino, sentì una vibrazione familiare in tasca. Tirò fuori il cellulare e lo aprì. Chi lo chiamava a quell’ora del mattino?

«Pierce», rispose.

«Gray, meno male che ti trovo.»

La voce suadente e familiare infuse calore alle sue membra infreddolite. I lineamenti duri si addolcirono con un sorriso. «Sara?» La preoccupazione rese incerti i suoi passi. «Qualcosa non va?»

Sara Veroni era il motivo principale per cui Gray aveva chiesto quell’incarico e attraversato l’Atlantico fino alla Danimarca. Qualsiasi assistente ricercatore della Sigma, anche di livello inferiore, avrebbe potuto gestire quell’indagine, ma la missione era un’occasione perfetta per rivedere la bellissima italiana dai capelli scuri, tenente dei carabinieri. I due si erano conosciuti lavorando allo stesso caso a Roma, l’anno precedente. Da allora avevano inventato ogni genere di scusa per potersi rincontrare. Ma era stato difficile. Sara era bloccata in Europa per via del suo lavoro e lui, data la sua posizione alla Sigma Force, poteva allontanarsi da Washington soltanto in misura limitata. Erano passate quasi otto settimane da quando si erano visti l’ultima volta.

Davvero troppo tempo.

Gray ripensò al loro ultimo incontro, in una villa a Venezia, alla sagoma di Sara che si stagliava contro la portafinestra del balcone, alla sua pelle illuminata dalla luce del tramonto. Avevano trascorso l’intera serata a letto. Si sentì inondare dai ricordi: il gusto di cioccolato e cannella sulle labbra di lei, l’intenso profumo dei suoi capelli umidi, il calore del suo respiro sul collo, i gemiti sommessi, il ritmo dei loro corpi intrecciati, la carezza della seta…

Pregò che lei si ricordasse di portare quel body nero.

«Il mio volo è stato posticipato», lo informò Sara, interrompendo le sue fantasticherie con la realtà.

«Cosa?» chiese lui, fermandosi in riva al canale, incapace di nascondere la delusione.

«Mi hanno dirottato su un volo KLM. Arriverò alle ventidue.»

Gray aggrottò le sopracciglia. Voleva dire cancellare la prenotazione al St. Gertruds Kloster, un ristorante a lume di candela, nei sotterranei del monastero medievale. Aveva dovuto prenotare il tavolo con una settimana d’anticipo.

«Mi spiace», disse Sara, riempiendo il silenzio.

«No… non ti preoccupare. Basta che arrivi. È l’unica cosa che conta.»

«Lo so. Mi manchi tanto.»

«Anche tu.»

Gray scosse la testa per la goffaggine della sua risposta. Aveva ben altro nel cuore, ma le parole si rifiutavano di uscire. Perché era sempre così? A ogni incontro, il primo giorno dovevano superare una certa formalità, una goffa timidezza. Era facile fantasticare di ritrovarsi immediatamente l’una tra le braccia dell’altro, ma la realtà era diversa. Nelle prime ore erano soltanto estranei con un passato in comune. Certo, si sarebbero abbracciati, baciati, avrebbero detto le cose giuste, ma l’intimità più profonda richiedeva qualche tempo, le ore necessarie per aggiornarsi a vicenda sulle loro vite al di là e al di qua dell’Atlantico. Ma soprattutto cercavano di ritrovare il loro ritmo, quella cadenza e quel calore che avrebbero acceso le fiamme della passione.

E ogni volta Gray temeva che non l’avrebbero ritrovata.

«Come sta tuo padre?» chiese Sara, cominciando i primi passi di quella danza.

Lui fu contento della digressione, anche se non necessariamente dell’argomento scelto. Ma almeno aveva buone notizie. «Sta molto bene. Ultimamente i sintomi si sono stabilizzati, soltanto qualche momento di confusione ogni tanto. Mia madre è convinta che il miglioramento sia dovuto al curry.»

«Al curry?»

«Esatto. Ha letto in un articolo che il curcumino, il pigmento giallo del curry, ha proprietà antiossidanti e antinfiammatorie e forse contribuisce anche a sciogliere le placche amiloidi attribuibili al morbo di Alzheimer.»

«Suona davvero promettente.»

«Perciò ora mia madre mette il curry ovunque. Anche nelle uova strapazzate che mio padre mangia a colazione. La casa ha lo stesso odore di un ristorante indiano.»

La dolce risata di Sara illuminò quella mattina tetra. «Almeno adesso cucina.»

Gray non poté trattenere un sorriso. Sua madre, professoressa di biologia alla George Washington University, non era mai stata nota per le sue doti di casalinga. Era sempre stata troppo impegnata a costruirsi una carriera, il che era diventato una necessità dopo che il padre di Gray era rimasto invalido in un incidente industriale, quasi vent’anni prima. Di recente, la famiglia aveva dovuto affrontare un nuovo problema: lo stadio iniziale del morbo di Alzheimer che aveva colpito il padre. La madre di Gray si era presa un breve periodo di congedo dall’università per occuparsi del marito, ma sembrava che fosse sul punto di ritornare a insegnare. Dato che le cose andavano così bene, era un momento propizio per Gray per fuggire da Washington per quel breve viaggio.

Prima che potesse replicare a Sara, il cellulare gli segnalò un’altra chiamata in arrivo. Gray controllò l’ID del chiamante. Dannazione…

«Sara, ho una chiamata in arrivo dal comando centrale. Devo rispondere, mi spiace.»

«Ah, va bene, allora ti lascio andare.»

«Aspetta, Sara. Il tuo nuovo numero di volo?»

«Volo KLM quattro zero tre.»

«Ricevuto. Ci vediamo questa sera.»

«A questa sera», gli fece eco lei prima di riagganciare.

Gray premette il tasto rapido per attivare l’altra chiamata. «Pierce.»

«Comandante Pierce.» L’accento smozzicato del New England identificò subito la persona all’altro capo della linea come il vice direttore della Sigma Force, Logan Gregory, che rispondeva esclusivamente al direttore, Painter Crowe. Con le sue consuete maniere sbrigative, Logan non sprecò parole. «Ci sono nuove voci che potrebbero essere collegate alla sua ricerca a Copenhagen. L’Interpol riferisce di un improvviso aumento dell’interesse per l’asta di oggi.»

Gray aveva attraversato un altro ponte. Si fermò di nuovo. Dieci giorni prima un database della National Security Agency aveva segnalato una serie di scambi sul mercato nero, tutti relativi a documenti storici appartenuti a scienziati dell’epoca vittoriana. Qualcuno stava raccogliendo manoscritti, trascrizioni, documenti legali, lettere e diari di quell’epoca, molti dei quali avevano seguito percorsi loschi da un proprietario all’altro. Normalmente, tutto ciò sarebbe stato poco interessante per la Sigma Force, che si concentrava su problematiche di sicurezza globale, ma il database della NSA collegava parecchie di quelle vendite a fazioni di organizzazioni terroristiche. E i flussi di denaro di quelle organizzazioni erano sempre esaminati a fondo.

Eppure non aveva senso. Se da una parte c’era una crescita del mercato di quei documenti storici, come investimenti speculativi, quella non era la sfera d’azione consueta della maggior parte delle organizzazioni terroristiche. Ma, d’altra parte, i tempi stavano cambiando.

In ogni caso, la Sigma era stata coinvolta per indagare sugli offerenti coinvolti. L’incarico di Gray consisteva nell’ottenere tutte le informazioni possibili sull’asta a inviti che si sarebbe tenuta nel pomeriggio. Ciò comportava, fra le altre cose, condurre ricerche sui diversi oggetti di particolare interesse messi all’asta da collezionisti locali e negozi di quella zona. Perciò aveva trascorso gli ultimi due giorni facendo visita alle librerie polverose e agli antiquari più affermati, nei vicoli di Copenhagen. L’aiuto maggiore l’aveva avuto in un negozio a Højbro Plads, di proprietà di un ex avvocato della Georgia. Grazie all’aiuto del concittadino espatriato, Gray era pronto. Il suo piano quella mattina era di passare al vaglio la sede dell’asta e piazzare qualche microcamera vicino a tutte le entrate e le uscite. All’asta, Gray avrebbe semplicemente osservato gli acquirenti e, se possibile, ne avrebbe ripreso il volto. Un incarico minore, ma, se serviva ad ampliare il database dei pesci piccoli nella guerra al terrorismo, tanto di guadagnato.

«Che cosa ha agitato le acque?» chiese Gray.

«Un nuovo articolo. Ha attratto l’attenzione di numerosi degli offerenti su cui stiamo indagando. È una vecchia Bibbia, appena messa in vendita da un privato.»

«E che cos’ha di tanto entusiasmante?»

«Secondo la descrizione dell’articolo, la Bibbia in origine apparteneva a Darwin.»

«Charles Darwin, il padre dell’evoluzionismo?»

«Esatto.»

Gray picchiettò una nocca sul parapetto di mattoni. Un altro scienziato dell’epoca vittoriana. Mentre rifletteva su quel fatto, studiava il ponte vicino.

Il suo sguardo si posò su un’adolescente che indossava un maglione blu scuro con la cerniera, col cappuccio in testa. Diciassette o diciotto anni, il viso pulito, la pelle color caramello. Indiana? Pakistana? Aveva lunghi capelli neri, almeno a giudicare da quell’unica treccia spessa che spuntava da un lato del cappuccio. Portava uno zaino verde sulla spalla sinistra, come molti altri studenti.

Ma Gray l’aveva già vista, quella ragazza: l’aveva vista attraversare il primo ponte. I loro occhi s’incrociarono per un attimo, a cinquanta metri di distanza. Lei distolse lo sguardo troppo in fretta. Una mossa poco accorta.

Lo stava seguendo.

Logan proseguì: «Ho caricato l’indirizzo del venditore nel database del suo telefono. Dovrebbe avere abbastanza tempo per parlarci prima dell’asta».

Gray diede un’occhiata all’indirizzo che compariva sullo schermo, localizzato in una cartina topografica. A otto isolati di distanza, appena fuori dalla Strøget, l’area pedonale che attraversava il cuore di Copenhagen. Non era molto lontano.

Ma prima di tutto…

Con la coda dell’occhio, Gray continuò a controllare il riflesso del ponte nelle acque placide del canale. In quello specchio tremolante, guardò la ragazza curvare la schiena, sollevando lo zaino nel vano tentativo di nascondere i propri lineamenti.

Si era accorta di essere stata scoperta?

«Comandante Pierce?» fece Logan.

La ragazza raggiunse l’estremità del ponte, si allontanò a passo sostenuto e scomparve in una stradina laterale. Gray aspettò per verificare se ritornava sui propri passi.

«Comandante Pierce, ha ricevuto quell’indirizzo?»

«Sì. Ci andrò.»

«Molto bene.» Logan riagganciò.

Dal parapetto del canale, Gray passò al vaglio l’area circostante, attendendo il ritorno della ragazza o la comparsa di eventuali complici. Rimpianse di aver lasciato la Glock da 9 mm nella cassetta di sicurezza dell’hotel. Ma le istruzioni della casa d’aste avvisavano tutti gli invitati che sarebbero stati perquisiti all’entrata, passando anche attraverso un metal detector. L’unica arma che aveva era un coltello di plastica al carbonio, in un fodero nascosto negli stivali. Nient’altro.

Gray aspettò.

Intanto la città si stava risvegliando e un traffico di pedoni cominciava a fluire attorno a lui. Alle sue spalle, un negoziante dall’aspetto cadaverico stava riempiendo di ghiaccio una serie di cassette e gettandovi sopra una selezione di pesce fresco: sogliola di Dover, merluzzo, cicerello e l’onnipresente aringa.

Alla fine l’odore lo scacciò dalla sua postazione sul canale. Si allontanò, guardandosi le spalle con particolare cautela. Forse era troppo paranoico, ma nella sua professione una nevrosi di quel genere era salutare. Tastò il pendaglio a forma di drago che portava al collo e s’inoltrò nel centro cittadino.

Dopo alcuni isolati, si sentì abbastanza sicuro per tirar fuori un taccuino. Sulla prima pagina erano appuntati gli oggetti di particolare interesse che sarebbero stati messi all’asta quel pomeriggio.

1. Una copia del trattato di genetica di Gregor Mendel del 1865.

2. I libri di fisica di Max Planck: Thermodynamik del 1897 e Theorie der Wärmestrahlung del 1906, entrambi firmati dall’autore.

3. Il diario del botanico Hugo De Vries sulle mutazioni vegetali, del 1901.

Gray aveva annotato tutte le informazioni possibili su quegli oggetti, grazie alle ricerche del giorno precedente. Appuntò l’ultimo articolo.

4. La Bibbia di famiglia di Charles Darwin.

Mentre richiudeva il taccuino, si chiese per la centesima volta da quando era arrivato: Qual è il collegamento?

Forse era meglio lasciar risolvere quell’enigma a qualche altro membro della Sigma. Pensò di chiedere a Logan di raccontare alcuni dei particolari ai suoi colleghi Monk Kokkalis e Kathryn Bryant. I due si erano rivelati esperti nel mettere assieme i dettagli e costruire schemi dove non ne esistevano. Ma, d’altra parte, forse non c’era davvero nessuno schema. Era troppo presto per dirlo. Gray doveva raccogliere qualche informazione in più, qualche fatto concreto, soprattutto su quell’ultimo articolo.

Fino ad allora, avrebbe lasciato in pace i due piccioncini.

Washington, D.C.,

ore 21.32 (ora locale)

«Davvero?» Monk appoggiò il palmo della mano sul ventre nudo della donna che amava. S’inginocchiò accanto al letto, con indosso i pantaloni della tuta Nike nera e arancione. La sua maglietta bagnata era sul parquet, dove l’aveva gettata dopo il jogging della sera. Nella speranzosa aspettativa, aveva inarcato le sopracciglia, gli unici peli rimasti sulla testa rasata.

«Sì», confermò Kat. Spostò delicatamente la mano di lui e si lasciò rotolare giù dall’altro lato del letto.

Il sorriso di Monk si dilatò. Non riusciva a trattenersi. «Sei sicura?»

Kat si diresse verso il bagno, con indosso soltanto un paio di mutandine bianche e una maglietta Georgia Tech di taglia enorme. I capelli castano chiari, dai riflessi ramati, le ricadevano sciolti sulle spalle. «Avevo un ritardo di cinque giorni», rispose imbronciata. «Ho fatto un test di gravidanza EPT ieri.»

Monk si alzò. «Ieri? Perché non me l’hai detto?»

La donna scomparve in bagno, lasciando la porta socchiusa.

«Kat?»

La sentì aprire l’acqua della doccia. Girò attorno al letto e raggiunse l’entrata del bagno. Voleva saperne di più. Kat gli aveva dato quella notizia esplosiva quando lui era tornato dal jogging. L’aveva trovata raggomitolata sul letto, con gli occhi e il viso gonfi. Aveva pianto. C’era voluta un po’ di persua sione per scoprire che cosa l’avesse afflitta tutto il giorno.

Bussò alla porta. Suonò più forte e più pressante di quanto non intendesse. Guardò con cipiglio la mano incriminata. La protesi a cinque dita era l’ultimo ritrovato, pieno zeppo dei più moderni gadget della DARPA. Gli avevano dato quella mano dopo che aveva perso la sua in una missione, ma plastica e metallo non erano come la carne. Quando aveva bussato alla porta era sembrato che volesse abbatterla.

«Kat, parlami», disse con gentilezza.

«Faccio solo una doccia rapida.»

Quelle parole erano appena sussurrate, ma Monk percepì la tensione nella voce di lei. Sbirciò nel bagno. Anche se si frequentavano da quasi un anno e ormai lui aveva un suo cassetto nell’appartamento di lei, c’erano dei limiti all’intimità.

Kat era seduta sul water chiuso dal coperchio, con la testa tra le mani.

«Kathryn…»

Lei alzò lo sguardo, evidentemente sorpresa dall’intrusione. «Monk!» Si sporse verso la porta, per chiuderla completamente.

Lui la bloccò col piede. «Non stavi davvero usando il gabinetto.»

«Aspettavo che si scaldasse l’acqua della doccia.»

Entrando, Monk notò lo specchio appannato. La stanza profumava di gelsomino, una fragranza che evocava e rimescolava un sacco di cose dentro di lui. Fece un passo avanti e s’inginocchiò ancora una volta di fronte a lei.

La donna si ritrasse.

Lui posò le mani, una di carne, una sintetica, sulle sue ginocchia.

Lei evitava di guardarlo negli occhi, il capo ancora chino.

Lui le divaricò le ginocchia, si chinò tra di esse e fece scorrere le mani all’esterno delle cosce di lei, fino a prenderle i glutei. Poi la attirò verso di sé.

«Devo…» cominciò lei.

«Devi venire qui.» La sollevò e poi se l’adagiò in grembo, seduta a cavalcioni su di lui. I loro visi non distavano più di un respiro.

Finalmente lei lo guardò negli occhi. «Scusa… mi dispiace!»

Lui le si avvicinò ancora di più. «Per cosa?» Le loro labbra si sfiorarono.

«Avrei dovuto stare più attenta.»

«Non ricordo di essermi lamentato.»

«Ma questo genere di errori…»

«Mai.» La baciò vigorosamente, non con rabbia, ma con rassicurante fermezza. Sussurrò tra le labbra di lei: «Non chiamarlo mai così».

Lei si sciolse nel suo abbraccio, cingendolo attorno al collo. Aveva i capelli profumati di gelsomino. «Che cosa facciamo?»

«Forse non so tutto, ma la risposta a questa domanda ce l’ho.»

Rotolando su un fianco, la adagiò sul tappetino su cui era seduto.

«Oh…» sospirò lei.

Copenhagen, Danimarca,

ore 07.55

Gray era seduto nel caffè di fronte alla piccola bottega di antiquariato e studiava l’edificio sul lato opposto della strada.

Sulla vetrina era impressa la scritta SJÆLDEN BØGER, LIBRI RARI. La bottega occupava il piano terra di una villetta a schiera a due livelli, col tetto di mattoni rossi. Sembrava una costruzione identica alle sue vicine, allineate l’urta accanto all’altra lungo la strada. E come le altre, in quel quartiere meno benestante della città, era in cattivo stato. Le finestre del piano superiore erano sbarrate con assi di legno e anche la vetrina del negozio era protetta da un’inferriata di acciaio a saracinesca.

Chiusa, per il momento.

Mentre Gray aspettava che la bottega aprisse, studiava l’edificio con occhio clinico, sorseggiando la versione danese della cioccolata calda, talmente densa che somigliava a una barretta di Mars sciolta. Scrutò dietro le assi di legno alle finestre. Pur essendo decrepita, la costruzione conservava il fascino del Vecchio Mondo: finestre dell’abbaino sporgenti come occhi di civetta, pesanti travi a vista che s’intersecavano al piano superiore e un tetto spiovente sempre pronto a scrollarsi di dosso le nevicate di un lungo inverno. Gray individuò persino vecchie cicatrici sotto le finestre, dove un tempo erano state avvitate le fioriere.

Rifletté sui possibili interventi di ristrutturazione, per riportare l’edificio agli antichi splendori, ricostruendolo mentalmente, un esercizio che combinava ingegneria ed estetica.

Gli sembrava quasi di sentire l’odore della segatura.

Quell’ultimo pensiero rovinò improvvisamente il sogno a occhi aperti. S’intromisero altri ricordi, non invitati e indesiderati: la falegnameria di suo padre in garage, dove lavorava con lui dopo la scuola. Ciò che iniziava come un semplice progetto di restauro, si concludeva spesso in scontri a base di urla e parole troppo dure da ritirare. Alla fine, le continue battaglie avevano spinto Gray a lasciare la scuola superiore e arruolarsi nell’esercito. Solo di recente padre e figlio avevano trovato nuovi modi di comunicare e un terreno comune, accettando le differenze.

Tuttavia, Gray era ancora ossessionato da un’osservazione estemporanea fatta dalla madre. Sosteneva che padre e figlio fossero più simili che dissimili. Perché ultimamente quella frase lo disturbava così tanto? Gray cercò di scacciare quei pensieri e scosse la testa.

Aveva perso la concentrazione. Guardò l’orologio, ansioso di proseguire quella giornata. Aveva già passato al vaglio la sede dell’asta e piazzato due telecamere ai punti d’accesso, sul davanti e sul retro. Non gli restava che parlare col proprietario di quella bottega, per indagare sulla Bibbia, e fare qualche fotografia dei partecipanti all’asta. Così il suo compito si sarebbe esaurito, lasciando spazio a un lungo fine settimana da trascorrere con Sara.

Il pensiero del sorriso di lei sciolse il nodo che gli si era formato tra le scapole. Finalmente, dall’altro lato della strada, suonò una campana. La porta della bottega si aprì e la saracinesca di sicurezza cominciò a salire.

Gray drizzò la schiena, sorpreso nel constatare chi aveva aperto il negozio. Una lunga treccia nera, carnagione caffellatte, grandi occhi a mandorla. Era la stessa ragazza che lo aveva seguito quella mattina. Portava anche la stessa felpa e lo zaino verde malconcio.

Gray tirò fuori una manciata di banconote e la lasciò sul tavolino del caffè. Attraversò a grandi passi la stradina, mentre la ragazza finiva di agganciare la saracinesca.

Lei gli lanciò un breve sguardo, per nulla sorpresa. «Vediamo se riesco a indovinare», disse in un inglese asciutto, ma infarcito da un accento britannico, mentre lo scrutava da capo a piedi. «Americano.»

Quei modi bruschi lo infastidirono, però mantenne un’espressione di mite curiosità, non dando a intendere in nessun modo di sapere che lei lo aveva seguito. «Come fai a saperlo?»

«Il modo di camminare. Come se avessi un manico di scopa infilato dove puoi immaginare. Ti tradisce subito.»

«Davvero?»

Lei chiuse la serratura della saracinesca. Gray notò che portava diverse spille sulla felpa: una bandiera arcobaleno di Greenpeace, un simbolo celtico argentato, un ankh egiziano dorato e un variopinto assortimento di distintivi con slogan in danese, oltre a uno in inglese che diceva GO LEMMINGS GO. Indossava anche un braccialetto di gomma bianco con impressa la parola HOPE.

Gli fece cenno di togliersi dai piedi, ma, prima ancora che potesse scostarsi, lo urtò mentre gli passava davanti. Attraversò la strada camminando a ritroso. «Il negozio apre fra un’ora. Mi spiace, amico.»

Gray rimase sulla soglia, guardando alternativamente la porta del negozio e la ragazza. Era diretta al caffè. Passando accanto al tavolino che lui aveva appena lasciato, raccolse una delle banconote depositate da Gray ed entrò. Lui restò in attesa. Attraverso la vetrina, la guardò ordinare due caffè e pagare con la banconota appena rubata.

Ritornò con due grandi bicchieri di polistirolo. «Ancora qui?»

«Non so dove altro andare, al momento.»

«Peccato.» La ragazza indicò la porta chiusa con un cenno del capo e sollevò entrambe le mani. «Be’?»

«Ah.» Gray si voltò e le aprì la porta.

La ragazza entrò di volata. «Bertal!» gridò, poi si voltò a guardare Gray. «Hai intenzione di entrare o cosa?»

«Credevo che avessi detto…»

«Basta con questa commedia», disse, facendo roteare gli occhi. «Come se non mi avessi visto, prima.»

Gray s’irrigidì. Allora non era soltanto una coincidenza. La ragazza lo aveva seguito davvero.

Lei gridò ancora, rivolta verso l’interno del negozio: «Bertal! E muovi il… codone!»

Confuso e diffidente, Gray la seguì nel negozio. Rimase nei pressi della porta, pronto a ogni evenienza. La bottega era stretta come un vicolo. Su ogni lato si ergevano scaffalature alte fino al soffitto, piene zeppe di ogni genere di libri, volumi, testi e opuscoli. Qualche passo più avanti, il corridoio centrale era costeggiato da due vetrinette chiuse a chiave. All’interno c’erano libri di cuoio sgretolati e, a quanto sembrava, rotoli di pergamena conservati in provette bianche a prova di acidi.

Gray continuò a guardarsi attorno.

Nella luce obliqua del sole mattutino, l’aria pullulava di granellini di polvere sospesi e sapeva di vecchio. Sembrava che si sgretolasse come l’ammasso di carta custodito nella bottega.

Eppure, nonostante la decrepitezza dell’edificio, la bottega risplendeva di una grazia accogliente, dalle nicchie di vetro colorato nelle pareti alle scalette appoggiate agli scaffali. C’era anche un’invitante coppia di poltrone imbottite accanto alla vetrina, all’entrata.

E la cosa migliore…

Gray fece un respiro profondo.

Niente gatti.

Il motivo divenne ben presto evidente. Da dietro uno degli scaffali, comparve una grande forma irsuta, che avanzava pesantemente. Sembrava un incrocio di San Bernardo, un vecchio cagnone con gli occhi marroni cascanti. Si trascinò pigramente verso di loro, zoppicando sulla zampa anteriore sinistra, che era una protuberanza deforme.

«Ecco qua, Bertal.» La ragazza si chinò e versò il contenuto di uno dei bicchieri di polistirolo in una ciotola di ceramica sul pavimento. «Questo beone rognoso è inservibile senza la sua tazza di caffellatte alla mattina.» L’ultima frase fu pronunciata con evidente affetto.

Il San Bernardo si avvicinò a loro e cominciò a lappare avidamente dalla ciotola.

«Penso che il caffè non faccia bene ai cani», l’ammonì Gray.

La ragazza si raddrizzò, gettandosi la treccia dietro le spalle. «Nessun problema, è decaffeinato», replicò, e continuò a addentrarsi nella bottega.

«Che ha fatto alla zampa?» chiese Gray, tanto per parlare, mentre si adeguava alla nuova situazione. Diede una pacca sul fianco al cane mentre passava, meritandosi in cambio un colpetto di coda.

«Congelamento. Mutti l’ha raccolto dalla strada molto tempo fa.»

«Mutti?»

«Mia nonna. Ti sta aspettando.»

Dal fondo del negozio giunse una voce. «Fiona?»

«C’è il compratore americano, nonna. Mutti ti riceverà nel suo ufficio.» La ragazza, Fiona, lo condusse verso il retro. Il cane, dopo aver finito il suo caffè mattutino, li seguì, a ridosso di Gray.

A metà del negozio, passarono davanti a una piccola scrivania attrezzata con un registratore di cassa, un computer e una stampante Sony. A quanto sembrava, l’era moderna aveva preso piede anche lì.

«Abbiamo un sito web tutto nostro», spiegò Fiona, notando il suo sguardo.

Superata la cassa, entrarono in una stanza sul retro. Lo spazio era organizzato più come un salotto che come un ufficio. C’erano un divano, un tavolino e due sedie. Anche la scrivania nell’angolo sembrava servire soprattutto da appoggio per la piastra elettrica e il bollitore per il tè piuttosto che per funzioni impiegatizie. Contro una delle pareti, però, era allineata una serie di casellari. Più su, una finestra con le sbarre lasciava passare la luce del mattino, a illuminare l’unica occupante dell’ufficio.

La donna si alzò e gli porse la mano. «Dottor Sawyer», disse, usando il nome che Gray aveva assunto per la missione. Evidentemente aveva fatto qualche ricerca su di lui. «Sono Grette Neal.»

La donna aveva una presa ferma. Era magra come un chiodo e, sebbene molto pallida, sprizzava salute da tutti i pori. Indicò a Gray una delle sedie. Aveva modi informali quanto i suoi abiti: jeans blu scuro, una camicetta turchese e un paio di modeste scarpe da tennis nere. I lunghi capelli argentei erano pettinati lisci, ad accentuare un contegno serio, ma gli occhi le brillavano di arguzia e ironia.

«Ha già conosciuto mia nipote.» Grette Neal parlava un inglese scorrevole e spedito, ma l’accento danese era evidente. Ben diverso da quello della nipote.

Gray guardò alternativamente l’anziana diafana e la ragazza dalla pelle scura. Non c’era nessuna somiglianza, ma Gray non si pronunciò in proposito. Aveva questioni più importanti da chiarire. «Sì, ci siamo conosciuti. In effetti, sembra che oggi io abbia già incontrato due volte sua nipote.»

«Ah, con la sua curiosità uno di questi giorni Fiona si caccerà in un bel guaio.» Il rimprovero di Grette fu addolcito da un sorriso. «Le ha restituito il portafogli?»

Gray inarcò un sopracciglio. Si tastò la tasca posteriore. Vuota.

Fiona infilò una mano in uno scomparto dello zaino e gli porse il portafogli di cuoio marrone.

Gray lo agguantò subito. Si ricordò che la ragazza lo aveva urtato mentre andava dal negozio al caffè. Non erano state soltanto impazienza e maleducazione.

«Per favore non si offenda», lo rassicurò Grette. «È il suo modo di dire buongiorno.»

«Ho già guardato tutti i suoi documenti», disse Fiona con un’alzata di spalle.

«Allora, per favore, restituisci il passaporto a questo giovanotto, Fiona.»

Gray controllò l’altra tasca. Sparito. Per amor di Dio!

Fiona gli lanciò il documento blu con l’aquila degli USA sulla copertina.

«È tutto?» chiese Gray, perquisendosi.

Fiona scrollò le spalle.

«Di nuovo, perdoni l’esuberanza di mia nipote, per favore. A volte diventa troppo protettiva.»

Gray le fissò entrambe. «Qualcuna di voi sarebbe così gentile da spiegarmi che cosa sta succedendo?»

«Lei è qui per indagare sulla Bijbel di Darwin, giusto?» domandò Grette.

«La Bibbia», tradusse Fiona.

Grette annuì, rivolta alla nipote. Il lapsus rivelava un’evidente ansia riguardo all’oggetto.

«Rappresento un acquirente che potrebbe essere interessato», rispose Gray.

«Sì, lo sappiamo. E ieri ha passato tutta la giornata a fare domande ad altre persone, su altri oggetti in vendita all’asta Ergenschein.»

Gray inarcò le sopracciglia per la sorpresa.

«Noi bibliofili siamo una piccola comunità, qui a Copenhagen. Le voci girano alla svelta.»

Gray si accigliò. Pensava di essere stato più discreto.

«Sono proprio le sue indagini che hanno contribuito alla mia decisione di mettere all’asta la mia Bibbia di Darwin. L’intera comunità è in subbuglio a causa del crescente interesse per i trattati scientifici dell’epoca vittoriana.»

«Perciò è un buon momento per vendere», aggiunse Fiona, con un po’ troppa fermezza, come a voler concludere una recente discussione. «Siamo già in arretrato di un mese con l’affitto dell’appartamento…»

Le sue parole furono interrotte da un cenno. «È stata una decisione difficile. La Bibbia fu acquistata da mio padre nel 1949. Custodiva gelosamente quel volume. C’erano scritti a mano i nomi della famiglia, fino a dieci generazioni prima dell’illustre Charles. Ma la Bibbia è anche d’interesse storico. Ha accompagnato Darwin durante il suo viaggio attorno al mondo a bordo della Beagle. Non so se lei ne è al corrente, ma Charles Darwin un tempo prese in considerazione di entrare in seminario. In questa Bibbia c’è l’uomo religioso a confronto con lo scienziato.»

Gray annuì. Evidentemente la donna stava tentando di suscitare il suo interesse. Era stato tutto uno stratagemma per coinvolgerlo ancora di più nell’asta e per ottenere il prezzo migliore? In un modo o nell’altro, Gray poteva usare la cosa a proprio vantaggio. «E qual è il motivo per cui Fiona mi ha seguito?»

Grette assunse un’aria stanca. «Le rinnovo le mie scuse per la sua invadenza. Come dicevo prima, ultimamente c’è stato molto interesse per alcuni oggetti dell’epoca vittoriana e questa è una piccola comunità. Sappiamo tutti che alcune delle transazioni sono avvenute sul mercato… diciamo grigio, per non dire nero.»

«Ho sentito alcune voci in proposito», replicò lui, lezioso, sperando di stuzzicarla a dargli qualche altra informazione.

«Alcuni acquirenti hanno ritrattato i prezzi offerti o pagato con proventi illeciti, assegni protestati, eccetera. Fiona cercava soltanto di proteggere i miei interessi. A volte si spinge un po’ oltre, ricorrendo a talenti che farebbe meglio a lasciarsi alle spalle.» La donna inarcò un sopracciglio, a mo’ di rimprovero alla nipote.

D’un tratto Fiona prese a interessarsi particolarmente delle assi del pavimento.

«Un anno fa ci fu un signore che trascorse un mese intero a fare ricerche nei miei schedari, sulla documentazione storica relativa ai proprietari», proseguì Grette, indicando con un cenno del capo la parete coi casellari. «Per poi pagare il privilegio con una carta di credito rubata. Mostrò particolare interesse per la Bibbia di Darwin.»

«Perciò dobbiamo essere particolarmente caute», ribadì Fiona.

«Sa chi era quel signore?» chiese Gray.

«No, ma me lo ricorderei se lo rivedessi. Un tipo strano, pallido.»

Fiona si animò. «La banca ha condotto un’indagine per frode e ha scoperto dei collegamenti con la Nigeria e il Sudafrica. Non sono riusciti ad andare oltre. Quel maledetto bastardo si è coperto le spalle.»

Grette aggrottò le sopracciglia. «Modera il tuo linguaggio, signorina.»

«Perché un’indagine così accurata per un semplice insoluto?» chiese Gray.

Ancora una volta, Fiona fu affascinata dalle assi del pavimento.

Grette fissò la nipote con aria severa. «Ha il diritto di sapere.»

«Mutti…» Fiona scosse la testa.

«Sapere cosa?»

Fiona gli lanciò un breve sguardo infuocato. «Lo dirai ad altri e otterremo soltanto metà del prezzo.»

Gray alzò una mano. «So essere discreto.»

Grette lo studiò, con un occhio semichiuso. «Ma sa essere sincero? È questo che mi chiedo, dottor Sawyer.»

Gray si sentì esaminato a fondo da entrambe le donne. La sua copertura era davvero sicura come sperava? Il peso di entrambi gli sguardi lo fece irrigidire.

Finalmente Grette parlò: «Lo deve sapere. Poco tempo dopo che quel signore pallido si era impadronito delle nostre informazioni ed era scomparso, c’è stata un’effrazione in negozio. Non è stato rubato nulla, ma la vetrina in cui normalmente teniamo la Bibbia di Darwin è stata scassinata. Per nostra fortuna, di notte la Bibbia e i nostri articoli più preziosi sono tenuti nascosti in un caveau sotterraneo. Inoltre, la polizia è intervenuta prontamente allo scattare dell’allarme, mettendo in fuga i ladri. Ma noi sappiamo chi era a caccia della Bibbia».

«Quel lurido stronzo…» borbottò Fiona.

«Da quella notte, abbiamo tenuto la Bibbia in una cassetta di sicurezza in una banca qui vicino. Eppure abbiamo subito atti vandalici altre due volte, quest’anno. Il colpevole ha neutralizzato l’allarme e ogni volta ha rovistato per tutto il negozio.»

«Qualcuno cercava la Bibbia», disse Gray.

«L’abbiamo pensato anche noi.»

Gray cominciava a capire. Il guadagno non era l’unico fattore decisivo che le induceva a disfarsi della Bibbia, era anche per liberarsi di un fardello. Qualcuno voleva quella Bibbia e, nel tentativo di impossessarsene, avrebbe potuto ricorrere a mezzi sempre più violenti. Minaccia che poteva trasmettersi anche al nuovo acquirente.

Con la coda dell’occhio, Gray studiò Fiona. Tutte le sue azioni erano volte a proteggere la nonna e la loro sicurezza finanziaria. Notò la fiamma ancora accesa negli occhi della ragazza. Evidentemente avrebbe voluto che la nonna fosse stata più discreta.

«Forse la Bibbia sarebbe più al sicuro in una collezione privata in America», disse Grette. «Forse i guai non la seguiranno sull’altra sponda dell’oceano.»

«Avete scoperto per quale motivo quello sconosciuto fosse così ossessionato dalla Bibbia?» chiese Gray.

A quella domanda fu Grette a voltarsi dall’altra parte, come a cercare qualcosa, lontano.

«Informazioni come questa non possono che rendere la Bibbia più preziosa per il mio cliente», insistette Gray.

Gli occhi di Grette guizzarono verso di lui. In qualche modo lei sapeva che dietro le sue parole si nascondeva una menzogna. Lo studiò nuovamente, ponderando qualcosa di più della veridicità delle sue parole.

In quel momento, Bertal entrò a passo strascicato nell’ufficio, annusò con bramosia un assortimento di pasticcini da tè, accanto al bollitore sulla scrivania, poi andò verso Gray e si accasciò sull’assito con un sospiro, poggiando il muso sul suo scarpone. Evidentemente il cane era a proprio agio con quell’estraneo entrato in bottega.

Come se ciò fosse sufficiente, Grette sospirò, chiuse gli occhi e si addolcì. «Non lo so per certo. Posso solo fare qualche supposizione.»

«Mi accontenterò.»

«Lo straniero è venuto qui in cerca di informazioni su una biblioteca che era stata venduta pezzo per pezzo dopo la guerra. In effetti, quattro di quei pezzi saranno messi all’asta questo pomeriggio: il diario di De Vries, una copia del trattato di Mendel e due testi del fisico Max Planck.»

Gray conosceva bene quella lista, la stessa appuntata sul suo taccuino. Erano i testi che avevano suscitato uno speciale interesse tra i soggetti loschi. Chi li voleva comprare e perché? «Mi sa dire qualcos’altro su questa collezione? C’è qualche provenienza significativa?»

Grette si alzò e si diresse verso gli schedari. «Ho la ricevuta originale dell’acquisto di mio padre nel 1949. Cita un villaggio e una piccola proprietà. Vediamo se riesco a trovarla.» Si spostò in un’area illuminata da un raggio di sole, sotto la finestra della parete posteriore, e aprì un cassetto di mezzo. «Non le posso dare l’originale, ma Fiona sarà lieta di fargliene una fotocopia.»

Mentre l’anziana signora frugava nei suoi documenti, Bertal sollevò il naso dal piede destro di Gray, lasciando cadere una scia di bava ed emettendo un sordo brontolio. Che però non era diretto a lui.

«Ecco qua.» Grette si voltò e gli porse un foglio di carta ingiallita, in un fodero di plastica.

Gray ignorò il suo braccio proteso, concentrandosi sui suoi piedi. Un’ombra sottile attraversò la macchia di luce sul pavimento, ai piedi di Grette.

«A terra!» Gray balzò verso il divano, protendendosi verso la donna anziana. Dietro di lui, Bertal abbaiava forte, quasi mascherando il fragore dei vetri infranti. Gray arrivò troppo tardi. Non poté fare altro che afferrare il corpo di Grette Neal, mentre il volto di lei veniva devastato dal colpo esploso da un cecchino, attraverso la finestra.

Gray la prese e l’adagiò sul divano.

Fiona urlò.

Attraverso la finestra distrutta, si sentirono due schiocchi distinti, assieme al rumore del vetro che andava in frantumi. Due candelotti neri piombarono nell’ufficio, rimbalzarono contro la parete opposta e caddero a terra fragorosamente.

Gray balzò giù dal divano, proiettandosi su Fiona. Con una spallata, la spinse fuori dall’ufficio e dietro l’angolo.

Il cane li seguì affannosamente.

Gray quasi trasportò di peso Fiona, per ripararla dietro uno scaffale, mentre due detonazioni sventravano l’ufficio, abbattendo la parete con un’esplosione incendiaria e una doccia di intonaco e schegge di legno.

Lo scaffale si ribaltò, schiantandosi su quello vicino e rimanendo in equilibrio precario. Gray protesse Fiona col suo stesso corpo.

Sopra di loro, i testi andavano a fuoco, con una pioggia di cenere ardente.

Gray vide il vecchio cane. Si era mosso troppo lentamente, incespicando per via della zampa malata. L’onda d’urto lo aveva scaraventato sulla parete opposta. Non si muoveva e aveva il pelo fumante.

Gray risparmiò quella vista a Fiona. «Dobbiamo svignarcela.»

Trascinò via la ragazza scioccata dallo scaffale in bilico. Fiamme e fumo già riempivano il retrobottega. Dagli sprinkler sul soffitto sgorgò una doccia tiepida. Troppo poco, troppo tardi. Soprattutto data la grande quantità di materiale infiammabile.

«Usciamo in strada!» incalzò, e avanzò incespicando con lei.

Troppo lentamente.

Davanti a loro, la saracinesca di sicurezza era piombata giù, sbarrando la porta e la vetrina. Gray notò alcune ombre che svanivano a entrambi i lati delle inferriate. Altri sicari.

Diede un’occhiata alle proprie spalle. Il retrobottega era un muro turbinoso di fiamme e fumo.

Erano in trappola.

Washington, D.C.,

ore 23.57

Monk sonnecchiava in quel luogo felice tra beatitudine e sonno. Lui e Kat si erano spostati dal pavimento del bagno al letto, mentre la passione si scioglieva in dolci sussurri e carezze ancora più dolci. Le lenzuola e il piumone erano ancora avviluppati attorno alle loro forme nude. Nessuno dei due era pronto a districarsi, né fisicamente né in nessun altro modo.

Con un dito, Monk accarezzava la curva del seno di Kat, pigramente, più per rassicurare che per eccitare. L’arco armonioso del piede di lei gli accarezzava gentilmente il polpaccio.

Un momento perfetto. Niente poteva rovinarlo…

La stanza fu pervasa da un trillo lacerante che fece irrigidire entrambi. Proveniva da un punto accanto al letto, dove Monk aveva gettato i pantaloni della tuta… o, meglio, dove gli erano stati strappati via. Il suo cercapersone era ancora agganciato all’elastico dei pantaloni. Sapeva di aver messo il dispositivo in modalità vibrazione al ritorno dalla sua corsa serale. Soltanto un tipo di chiamata poteva interrompere quella modalità.

Emergenza.

All’altro lato del letto, sul comodino, da un secondo cercapersone proruppe uno squillo identico.

Era quello di Kat.

Entrambi si sollevarono, scambiandosi uno sguardo preoccupato.

«Il comando centrale», disse Kat.

Monk allungò la mano per prendere il suo cercapersone, trascinando su anche i pantaloni, poi si mise a sedere e prese il telefono. Kat si posizionò accanto a lui, tirando a sé le lenzuola per coprirsi il seno nudo, come se fosse necessaria una certa decenza per chiamare il comando centrale. Lui fece il numero della linea diretta della Sigma. La risposta fu immediata.

«Capitano Bryant?» disse Logan Gregory.

«Nossignore, sono Monk Kokkalis. Ma Kat… il capitano Bryant è qui con me.»

«Ho bisogno di entrambi al comando, immediatamente.»

Logan lo aggiornò brevemente.

Monk ascoltò, annuendo. «Partiamo subito», concluse.

Kat incrociò il suo sguardo, aggrottando le sopracciglia. «Che succede?»

«Guai.»

«Gray?»

«No, sono sicuro che sta bene.» Monk s’infilò i pantaloni della tuta. «Probabilmente se la sta spassando con Sara.»

«E allora?»

«È il direttore Crowe. È successo qualcosa in Nepal. I dettagli sono sommari. Una specie di epidemia.»

«Crowe ha fatto rapporto?»

«È proprio questo il problema. Il suo ultimo rapporto risale a tre giorni fa, ma una tempesta ha interrotto le comunicazioni. Perciò non c’era di che preoccuparsi. Oggi però la tempesta è finita, ma ancora nessuna comunicazione. E adesso ci sono voci di un’epidemia, morti e rivolte da quelle parti. Forse un attacco dei ribelli.»

Kat sgranò gli occhi.

«Logan sta convocando tutti al comando.»

La donna scivolò giù dal letto e prese i suoi vestiti. «Cosa potrebbe essere?»

«Niente di buono, questo è sicuro.»

Copenhagen, Danimarca,

ore 09.22

«C’è un accesso al piano superiore?» chiese Gray.

Fiona fissava la saracinesca chiusa, con gli occhi spalancati e un’espressione impassibile. Era chiaramente sotto shock.

«Fiona…» Gray le girò attorno e le si avvicinò, naso contro naso, riempiendo il suo campo visivo. «Fiona, dobbiamo scappare.»

Dietro di lei, la tempesta di fuoco si diffondeva rapidamente, alimentata dalle cataste di libri e dagli scaffali di legno di pino. Le fiamme erano arrivate a lambire il soffitto. Il fumo si avviluppava e si dipanava lungo il tetto. Gli sprinkler continuavano a gocciolare acqua tiepida, aggiungendo vapore alla cappa tossica.

Il calore aumentava a ogni respiro. Eppure, quando Gray prese le mani di Fiona tra le sue, la sentì rabbrividire e tremare da capo a piedi. Ma perlomeno il contatto la costrinse a concentrare lo sguardo su di lui.

«C’è un accesso al piano superiore?»

Fiona guardò su. Una cappa di fumo oscurava le lamiere del soffitto. «Qualche vecchia stanza. Una soffitta…»

«Sì, perfetto. Possiamo arrivarci?»

Lei scosse la testa, dapprima lentamente, poi più vigorosamente, rianimata dal pericolo. «No, le uniche scale sono» — indicò vagamente il fuoco — «sul retro.»

«All’esterno?»

Lei annuì. Un turbinio di cenere infuocata li avvolse in una spirale, mentre il muro di fuoco avanzava. Gray imprecò tra sé. Sicuramente una volta c’era una scala interna, prima che l’edificio fosse suddiviso tra bottega al piano terra e stanze al piano di sopra. Adesso avrebbe dovuto improvvisare.

«Avete un’ascia?» chiese.

Fiona scosse la testa.

«E un piede di porco? Qualcosa che usate per aprire le casse o le scatole?»

Fiona si rincuorò e annuì. «Vicino al registratore di cassa.»

«Resta qui.» Gray avanzò appiattendosi contro la parete di sinistra, il percorso più sgombro verso la cassa. Il fuoco non era ancora arrivato lì.

Fiona lo seguì.

«Ti ho detto di restare indietro.»

«Io so dov’è quel piede di porco di merda», ribatté lei, brusca.

Gray riconobbe il terrore che si nascondeva dietro la rabbia. Era comunque un miglioramento rispetto allo shock e alla paralisi di qualche istante prima. E in più si accompagnava bene alla sua, di collera, quella verso se stesso. Prima si era fatto pedinare dalla ragazza, poi, come se non bastasse, si era fatto intrappolare da alcuni sicari. Si era lasciato distrarre troppo dal pensiero di Sara, aveva sottovalutato la missione e così non era soltanto la sua vita a essere in pericolo.

Fiona gli passò davanti, con gli occhi arrossati e tossendo per il fumo. «È qui.» Si sporse sopra la scrivania, allungò la mano dietro di essa e sollevò una lunga sbarra d’acciaio verde.

«Andiamo.» Gray fece strada verso le fiamme che avanzavano. Si tolse il maglione di lana e lo scambiò col piede di porco. «Bagna il maglione. Inzuppalo per bene con quello Sprinkler. E bagnati anche tu.»

«Cosa hai intenzione di fare?»

«Costruirci una scala.»

Gray montò su una delle scalette vicino agli scaffali e si arrampicò, guardando in alto, tra le spirali di fumo. Persino l’aria bruciava. Spinse una delle lamiere del soffitto col piede di porco. Fu facile smuoverla e spostarla da un lato. Come sperava, era un controsoffitto a sbalzo, che nascondeva il pavimento di travi e tavole del piano superiore.

Arrampicatosi in cima alla scaletta, Gray si appollaiò sopra l’ultimo scaffale della libreria. Da quella posizione infilò tra due tavole il piede di porco, che penetrò a fondo. Spinse con la spalla e fece leva. La sbarra d’acciaio squarciò il legno decrepito. Tuttavia, dal varco che riuscì ad aprire sarebbe passato a malapena un topo.

Con gli occhi che gli lacrimavano e gli bruciavano, Gray chinò il capo. Gli venne un attacco di tosse devastante. Non andava bene. Sarebbe stata una gara tra il piede di porco e il fumo. Gray diede un’altra occhiata al fuoco, che divampava selvaggiamente, mentre il fumo sgorgava sempre più denso.

Di quel passo non ce l’avrebbe mai fatta.

Il suo sguardo fu attratto da un movimento sotto di lui. Fiona si era arrampicata sulla scaletta. Aveva trovato un fazzoletto, l’aveva imbevuto d’acqua e se l’era avvolto sul volto come un bandito, travestimento che le si addiceva molto.

Teneva sollevato il maglione di lana fradicio. Si era inzuppata anche lei e sembrava si fosse rimpicciolita, come un pulcino bagnato. Gray si rese conto che aveva meno dei diciassette anni che le aveva dato. Non poteva averne più di quindici. Aveva gli occhi arrossati dal panico, ma anche luccicanti di speranza: sembrava si fidasse ciecamente di lui.

Gray detestava che le persone riponessero in lui una fiducia del genere… perché funzionava sempre.

Si legò le maniche del maglione attorno al collo e si lasciò penzolare il resto sulla schiena. Sollevò un lembo di lana bagnata per coprirsi la bocca e il naso, isolandosi in qualche misura dall’aria satura di fuliggine.

Mentre l’acqua gli inzuppava la schiena, Gray s’inginocchiò di nuovo, pronto ad attaccare le cocciute tavole di legno. Percepiva la presenza di Fiona sotto di lui e quindi la propria responsabilità.

Esaminò lo spazio fra il controsoffitto e le travi, alla ricerca di qualche altra via di fuga. Tutt’attorno, tubi e fili s’incrociavano a casaccio, evidentemente aggiunti un po’ alla volta dopo che la casa su due livelli era stata sezionata in un negozio al piano terra e un appartamento al piano superiore. Gli ultimi interventi apparivano scadenti. Era chiara la differenza tra la perizia artigianale di un tempo e la trascurata edilizia moderna.

Guardando attentamente, Gray individuò un’interruzione nella sequenza uniforme di travi e tavole. Una sezione separata, di un metro per un metro, incorniciata da rinforzi più spessi. La riconobbe immediatamente. Ci aveva visto giusto, prima. Quella cornice indicava l’apertura dove un tempo passava la scala interna, poi demolita. Ma con quanta attenzione era stata sigillata?

C’era solo un modo per scoprirlo.

Gray si alzò in piedi sulla libreria e ci camminò sopra, come su un’asse d’equilibrio, dirigendosi verso l’apertura. Era solo a qualche metro di distanza, ma bisognava addentrarsi ancora di più nel retrobottega, verso le fiamme.

«Dove vai?» gli chiese Fiona, dalla sua postazione in cima alla scaletta.

Gray non aveva abbastanza fiato per fornire spiegazioni. A ogni passo, il fumo diventava più soffocante, la temperatura era a livelli da altoforno. Finalmente raggiunse il punto sottostante la tromba delle scale murata.

Guardando giù, vide che gli scaffali più bassi della libreria cominciavano a fumare. Aveva raggiunto il fronte dell’incendio.

Non c’era tempo da perdere.

Trovato un appoggio, scaraventò verso l’alto il piede di porco.

La punta penetrò facilmente tra le tavole di legno più sottili. Non c’era altro che truciolato e piastrelle di vinile. Un lavoro scadente, come sperava.

Gray si mise al lavoro col piede di porco, dandoci dentro come una macchina, nell’aria infuocata e nel calore rovente. Ben presto riuscì a creare un’apertura abbastanza ampia da poterci passare.

Ci gettò dentro il piede di porco, che atterrò al piano di sopra con fragore. Si voltò verso Fiona e le fece cenno di raggiungerlo.

«Riesci a salire sulla libreria e…»

«Ho visto come ci sei arrivato tu», replicò lei, arrampicandosi sulla libreria.

Uno schiocco più in basso attirò l’attenzione di Gray. La libreria tremò sotto di lui.

Il suo peso e il fuoco che mordeva gli scaffali più bassi stavano rapidamente indebolendo la struttura. Si protese verso il buco e si tirò su a metà, togliendo il peso dalla libreria.

«Sbrigati!» incalzò.

Tenendo le braccia distese per stare in equilibrio, Fiona procedeva con lentezza. Era a circa un metro da lui.

«Sbrigati!» ripeté Gray.

«Ti ho sentito la prima v…»

Con un sonoro crac, la sezione di libreria su cui stava Gray crollò. Lui si aggrappò con forza ai margini del buco, mentre gli scaffali si rovesciavano, schiantandosi tra le fiamme. Si sollevò una nuova vampata di calore, fuliggine e fiamme.

Fiona urlò quando anche gli scaffali sotto di lei vacillarono: ma resistettero. Appeso per le braccia, Gray le gridò: «Fai un salto e aggrappati alle mie spalle».

Fiona non ebbe bisogno di ulteriori incoraggiamenti. Saltò e gli piombò addosso con grande slancio, agganciandogli le braccia attorno al collo e avvinghiandosi alla sua vita con le gambe. Lui oscillò, rischiando di perdere la presa.

«Riesci a usare il mio corpo per arrampicarti nel buco?» chiese, con la voce roca dallo sforzo.

«Credo di sì.»

La ragazza rimase appesa ancora per un momento, senza muoversi.

I bordi frastagliati del buco gli stavano lacerando le dita. «Fiona…»

La sentì tremare, poi spostarsi attorno alla sua schiena. Una volta che si fu messa in movimento, si arrampicò rapidamente, piazzandogli un piede sulla cintura e poi appoggiandosi sulla sua spalla. In un attimo fu dall’altra parte, con l’agilità di una scimmia ragno.

Sotto di loro divampava un falò di libri e scaffali.

Gray non perse tempo: s’issò su per il buco e rotolò sul pavimento. Si ritrovò al centro di un corridoio dal quale si dipartivano stanze in tutte le direzioni.

«Il fuoco è arrivato anche quassù», bisbigliò Fiona, come se temesse di attirare l’attenzione delle fiamme.

Alzandosi in piedi, Gray vide il tremolio dell’aria rovente nella parte posteriore dell’appartamento. Il fumo che soffocava quei locali era ancora più denso che al piano di sotto. «Andiamo.»

La corsa non era ancora finita.

Gray si precipitò in fondo al corridoio, lontano dal fuoco, e si fermò davanti a una finestra sbarrata con assi di legno. Sbirciò tra due tavole. Si sentivano le sirene in lontananza. In strada si era formato un capannello di curiosi. E sicuramente c’era anche qualche sicario nascosto tra loro.

Se avessero cercato di uscire dalla finestra, Gray e la ragazza si sarebbero resi vulnerabili.

Anche Fiona osservava quel gruppetto. «Non ci lasceranno scappare, vero?»

«E allora ce ne andremo per conto nostro.» Gray fece dietrofront e cominciò a scrutare il soffitto. Gli tornò alla mente l’immagine delle finestre dell’abbaino che aveva visto prima, dalla strada. Dovevano raggiungere il tetto.

Fiona capì le sue intenzioni. «C’è una scala a scomparsa nella stanza accanto.» Fece strada. «A volte venivo qui a leggere quando Mutti…» Le s’incrinò la voce e lasciò la frase a metà.

Gray sapeva che la morte della nonna l’avrebbe perseguitata a lungo. Le mise un braccio attorno al collo, ma lei se lo scrollò di dosso con rabbia e si allontanò.

«È qui», disse la ragazza, entrando in quello che un tempo era probabilmente un soggiorno, ma che ormai conteneva soltanto qualche cassa e un divano sbiadito e lacero.

Fiona indicò una corda sfilacciata che pendeva dal soffitto, agganciata a una botola. Gray tirò la corda e una scala di legno pieghevole si estese fino a terra. La risalì per primo, seguito da Fiona.

Il sottotetto non era rifinito: soltanto materiale isolante, travi ed escrementi di topi. L’unica luce proveniva dalle due finestre. Una dava sulla strada dell’ingresso principale e l’altra sul retro. C’era un velo di fumo, ma per il momento niente fiamme.

Gray decise di provare la finestra sul retro. Era rivolta a ovest e quella parte del tetto era in ombra, a quell’ora. In più, era sul lato della casa avvolto dalle fiamme, che forse i loro aggressori avrebbero sorvegliato con minor attenzione.

Gray saltò da una trave all’altra. Sentiva il calore che risaliva dal basso. Una porzione dell’isolante cominciava già a fumare: la fibra di vetro si stava sciogliendo.

Raggiunta la finestra, Gray diede un’occhiata di sotto. L’inclinazione del tetto era tale da impedirgli di vedere il cortile dietro la bottega. E, se lui non vedeva loro, loro non potevano vedere lui. In più, dalle finestre rotte del piano inferiore salivano dense spirali di fumo: una copertura aggiuntiva.

Una volta tanto il fuoco era dalla loro parte.

Comunque Gray si scostò da un lato mentre sganciava il chiavistello della finestra e l’apriva con una spinta. Aspettò. Niente colpi d’arma da fuoco. Si sentivano le sirene convergere nella strada.

«Vado io per primo», sussurrò Gray all’orecchio di Fiona. «Se la strada è sgombra…»

Sentirono un rombo cupo alle loro spalle e si voltarono.

Una lingua di fuoco prorompeva dal cuore dell’isolante in fiamme, lambendo il tetto, strepitando e fumando. Non c’era più tempo.

«Seguimi», esortò Gray.

Avanzò furtivamente fuori dalla finestra, stando basso. Là fuori, sul tetto, l’aria era meravigliosamente fresca e frizzante, dopo quell’interminabile senso di soffocamento.

Rianimato dalla possibilità di fuga, Gray mise alla prova le tegole. Il tetto era molto spiovente, ma gli scarponi gli davano una buona presa. Con attenzione, ci si poteva camminare. Si allontanò dalla finestra e puntò verso il bordo del tetto, a nord. La distanza tra le villette a schiera era meno di un metro. L’avrebbero potuta superare con un salto.

Soddisfatto, si voltò nuovamente verso la finestra. «Okay, Fiona, fai attenzione.»

La ragazza sporse la testa, si guardò attorno, poi cominciò a strisciare sul tetto. Rimase accovacciata, procedendo gattoni.

Gray l’aspettò. «Te la stai cavando bene.»

Lei gli lanciò uno sguardo. Distratta, non si accorse di una tegola incrinata, che le si frantumò sotto il piede e si staccò, facendole perdere l’equilibrio. La ragazza finì a pancia in giù e cominciò a scivolare, cercando invano una presa con mani e piedi.

Gray si protese per afferrarla, ma le sue dita trovarono solo aria.

Scivolando sulle tegole, la ragazza prendeva sempre più velocità. Nel frenetico tentativo di arrestare quella corsa, ruppe altre tegole. Frammenti di coccio rimbalzavano fragorosamente sotto di lei, diventando una valanga.

Gray era disteso a pancia in giù. Non poteva fare nulla per aiutarla.

«La grondaia!» le gridò, abbandonando ogni cautela. «Attaccati alla grondaia!»

Apparentemente sorda alle sue parole, lei continuò a cercare una presa con le dita e a far saltare tegole coi piedi. Sbatté con un fianco e cominciò a rotolare, lasciandosi sfuggire un grido tremolante.

Le tegole rotte cominciarono a piovere dal bordo del tetto. Gray le sentì frantumarsi sul selciato del cortile, come una gragnola di petardi.

Poi Fiona le seguì. Ruzzolò giù dal tetto agitando convulsamente le braccia.

E svanì.

3. UKUFA

Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,

Zululand, Sudafrica,

ore 10.20

A novemila chilometri di distanza da Copenhagen, dall’altra parte del mondo, una Jeep scoperta avanzava faticosamente su un terreno accidentato, in un’area selvaggia del Sudafrica, dove non c’erano strade.

Il caldo opprimente attanagliava già la savana e creava miraggi scintillanti. Nello specchietto retrovisore, le pianure cuocevano brillanti sotto il sole, interrotte da macchie di arbusti spinosi e cespugli isolati di salice rosso. Più avanti sorgeva una collinetta bassa, costellata di fitte acacie nodose e scheletrici alberi di monzo.

«È questo il posto, dottoressa?» chiese Khamisi Taylor, sterzando per superare il letto di un ruscello asciutto, mentre la Jeep sollevava una nuvola di polvere che sembrava una coda di gallo. Diede un’occhiata alla donna seduta accanto a lui.

La dottoressa Marcia Fairfield stava quasi in piedi al posto del passeggero, una mano stretta al bordo del parabrezza per tenersi in equilibrio. Indicò con l’altra mano. «Andiamo verso ovest, c’è un avvallamento profondo.»

Khamisi scalò le marce e scartò a destra. In quanto guardacaccia in servizio alla riserva di Hluhluwe-Umfolozi, doveva seguire il protocollo. Il bracconaggio era un reato grave, ma anche una realtà. Soprattutto nelle aree più remote del parco.

Anche la sua gente, anche i membri della tribù zulù, a volte seguivano le pratiche tradizionali. Gli toccava multare pure i vecchi amici di suo nonno. Gli anziani gli avevano dato un soprannome, un termine zulù che si traduceva più o meno come «Fat Boy». Lo dicevano senza deriderlo apertamente, ma Khamisi sapeva che sotto sotto c’era comunque una vena di disprezzo. Non lo stimavano granché, perché aveva accettato un lavoro da uomo bianco e si arricchiva alle spalle degli altri. In più era ancora una specie di estraneo da quelle parti. Il padre lo aveva portato in Australia a dodici anni, dopo la morte della madre. Aveva trascorso gran parte della sua vita nei pressi della città di Darwin, sulla costa settentrionale dell’Australia, e aveva anche fatto due anni di università nel Queensland. Era appena ritornato, a ventotto anni, dopo essersi assicurato un posto di lavoro come guardacaccia, sia grazie alla sua istruzione sia grazie ai suoi legami con le tribù locali.

Arricchirsi alle spalle degli altri.

«Non puoi andare più forte?» incalzò la sua passeggera.

La dottoressa Marcia Fairfield era un’anziana biologa di Cambridge, molto rispettata, membro del progetto originale Operation Rhino, spesso definita la Jane Goodall dei rinoceronti. A Khamisi piaceva lavorare con lei. Forse era solo perché non era pretenziosa, a cominciare dalla giacca da safari, di un kaki sbiadito, fino ai capelli grigio-argento, raccolti in una semplice coda di cavallo.

O forse era la sua passione, come in quel momento.

«Se la femmina è morta partorendo, il piccolo potrebbe essere ancora vivo. Ma per quanto ancora?» Batté un pugno sul bordo del parabrezza. «Non possiamo perdere entrambi.»

Khamisi comprendeva perfettamente la sua irritazione. Dal 1970 la popolazione di rinoceronti neri era diminuita del novantasei percento in Africa. La riserva di Hluhluwe-Umfolozi cercava di porvi rimedio, come aveva fatto per i rinoceronti bianchi. Era lo sforzo di conservazione principale del parco.

Ogni rinoceronte nero era importante.

«L’abbiamo trovata con l’elicottero solo perché ha un rilevatore impiantato nel corpo», proseguì la dottoressa Fairfield. «Ma se ha già partorito non ci sarà modo di trovare il piccolo.»

«Non pensa che resterà vicino alla madre?» chiese Khamisi. Era stato testimone di un episodio simile. Due anni prima, due cuccioli di leone erano stati ritrovati rannicchiati contro la pancia fredda della madre, abbattuta da un bracconiere sportivo.

«Sai qual è il destino degli orfani. I predatori saranno attratti dalla carcassa. Se il piccolo è ancora nei paraggi, insanguinato com’è dopo il parto…»

Khamisi annuì. Pigiò l’acceleratore, facendo sobbalzare la Jeep, su per il pendio roccioso. Sbandava di coda sulla ghiaia, ma lui andò avanti.

Superata la collina, il terreno si apriva in profonde gole solcate da ruscelli sottili. La vegetazione s’infoltiva: sicomori, trichilia emetica e xanthocercis. Era una delle poche aree umide del parco, anche una delle più remote, ben distante dalle solite piste dei cacciatori e dalle strade turistiche. Esclusivamente chi aveva un permesso poteva attraversare quella zona, sottostando a severe limitazioni: soltanto nelle ore diurne e senza poter pernottare. Il territorio si estendeva sino al confine occidentale del parco.

Khamisi scrutò l’orizzonte, mentre faceva scendere piano la Jeep dal pendio. A un chilometro e mezzo di distanza, il terreno era attraversato da un tratto di recinzione nera, alta tre metri, che divideva il parco da un’adiacente riserva privata. Spesso tali riserve condividevano i confini con un parco, offrendo ai turisti più ricchi un’esperienza più esclusiva. Ma quella non era una riserva privata normale.

Il parco di Hluhluwe-Umfolozi era stato fondato nel 1895 ed era la più antica riserva di tutta l’Africa. Quella confinante era la più antica riserva privata. Non solo, era ancora più antica del parco e apparteneva a una celebre dinastia del Sudafrica, il clan dei Waalenberg, una delle famiglie boere originarie, le cui prime generazioni risalivano al XVII secolo. La loro riserva era grande come un quarto del parco. Si diceva che pullulasse di animali selvatici. Non soltanto «i cinque grandi» — elefante, rinoceronte, leopardo, leone e bufalo cafro —, ma anche predatori e prede di ogni specie: coccodrillo del Nilo, ippopotamo, ghepardo, iena, gnu, sciacallo, giraffa, zebra, antilope d’acqua, cudù, impala, antilope reedbuck, facocero, babbuino. Si diceva che la riserva Waalenberg avesse inconsapevolmente dato protezione a un branco del raro okapi, ben prima che quel parente della giraffa fosse scoperto, nel 1901.

Ma c’erano sempre voci e storie legate alla riserva Waalenberg. Il parco era accessibile soltanto in elicottero o con un piccolo aeroplano. Le strade che un tempo vi conducevano erano state ormai riconquistate dalla natura. Gli unici visitatori, peraltro occasionali, erano importanti dignitari di ogni parte del mondo. Si diceva che Teddy Roosevelt vi fosse andato a caccia e persino che avesse modellato il sistema dei parchi nazionali degli Stati Uniti sulla riserva Waalenberg.

Khamisi avrebbe dato un occhio per trascorrervi una giornata. Ma quell’onore era riservato al capo guardacaccia di Hluhluwe. Un giro nella proprietà dei Waalenberg era uno dei vantaggi che si acquisivano rivestendo quell’incarico; e comunque richiedeva la firma di una dichiarazione di segretezza. Khamisi sperava di raggiungere quella vetta, un giorno.

Però non si faceva troppe illusioni.

Non con la sua pelle nera.

La sua origine zulù e la sua istruzione lo avevano aiutato a ottenere quel lavoro, ma anche dopo l’apartheid c’erano comunque dei limiti. Le tradizioni sono dure a morire, sia per i neri sia per i bianchi. Tuttavia, la sua posizione apriva un varco. Una delle tristi eredità dell’apartheid era che un’intera generazione di bambini della tribù era cresciuta con istruzione scarsa o nulla, subendo gli anni delle sanzioni, della segregazione e dei disordini. Una generazione perduta. Perciò lui faceva tutto ciò che era in suo potere: aprire qualche porta e tenerla aperta per chi sarebbe venuto dopo di lui.

Che lo chiamassero pure Fat Boy, se serviva a qualcosa.

Nel frattempo…

«Ecco!» gridò la dottoressa Fairfield, facendo trasalire Khamisi e riportando la sua attenzione al tormentoso viaggio in fuoristrada. «Gira a sinistra, attorno a quel baobab, ai piedi della collina.»

Khamisi vide il gigantesco albero preistorico. Grandi fiori bianchi ricadevano tristi dalle estremità dei suoi rami. Alla sua sinistra, il terreno scompariva alla vista, digradando in una sorta di anfiteatro naturale. Khamisi vide il luccichio di uno specchio d’acqua, verso il fondo.

Un abbeveratoio.

Sorgenti di quel tipo costellavano il parco, alcune naturali, alcune artificiali. Erano i luoghi migliori per intravedere qualche animale selvatico e anche i più pericolosi da attraversare a piedi.

Khamisi fermò il fuoristrada accanto all’albero. «Da qui in poi dovremo camminare.»

La dottoressa Fairfield annuì. Entrambi presero i fucili. Sebbene fossero ambientalisti, erano anche ben consapevoli degli onnipresenti pericoli del veldt.

Scendendo dall’auto, Khamisi si mise in spalla la sua doppietta di grosso calibro, una Nitro Holland Holland Royal 465, che poteva fermare la carica di un elefante. Nella boscaglia fitta, la preferiva a qualsiasi fucile a otturatore.

S’incamminarono giù per il pendio costellato di arbusti spinosi. Davanti a loro, le chiome delle piante più alte li proteggevano dal sole, ma creavano anche ombre profonde. Mentre avanzava, Khamisi notò il pesante silenzio. Niente canto di uccelli, niente chiacchiericcio di scimmie. Soltanto il ronzio degli insetti. Quel silenzio lo faceva rabbrividire.

Accanto a lui, la dottoressa Fairfield controllava un rilevatore GPS portatile. Indicò un punto.

Khamisi si diresse da quella parte, evitando la pozza fangosa. Mentre incedeva cauto tra alcune canne, veniva guidato dal crescente fetore di carne putrescente. Non gli ci volle molto per immergersi in un folto di cespugli molto fitto e scoprirne la fonte.

Quella femmina di rinoceronte nero doveva pesare sui milletrecento chili, chilo più chilo meno. Un esemplare di taglia mostruosa.

«Buon Dio», esclamò la dottoressa Fairfield, premendosi un fazzoletto sul naso e sulla bocca. «Quando Roberto mi ha indicato i resti dall’elicottero…»

«È sempre peggio quando si è sul campo», commentò Khamisi.

Avanzò fino alla carcassa gonfia. Era riversa sul fianco sinistro. Al loro avvicinarsi, si sollevò una nuvola nera di mosche. L’addome era stato squarciato, gli intestini fuoriuscivano, gonfi di gas. Sembrava impossibile che tutta quella roba avesse mai trovato posto nell’addome. Altri organi erano distesi a terra. Una scia di sangue segnava il percorso di qualche leccornia, trascinata nel folto dei cespugli circostanti.

Le mosche si posarono nuovamente.

Khamisi scavalcò un pezzo di fegato rosicchiato. La zampa posteriore sembrava quasi strappata all’altezza dell’anca. Per fare una cosa del genere ci sarebbero volute mascelle poderose: anche un leone adulto avrebbe fatto una gran fatica.

Khamisi girò attorno al cadavere, fermandosi nei pressi della testa.

Una delle orecchie ispide del rinoceronte era stata strappata con un morso e la gola squarciata selvaggiamente. Gli occhi neri senza vita lo fissavano, troppo grandi, congelati dal terrore. Anche le labbra erano segnate di nero, per il terrore o per l’agonia. Ne sporgeva una grossa lingua, in una pozza di sangue. Ma nulla di tutto ciò era davvero importante.

Sapeva che cosa doveva verificare.

Sopra le narici chiazzate di schiuma c’era un lungo corno ricurvo, prominente e perfetto.

«Non è stato un bracconiere», osservò Khamisi.

In quel caso il corno sarebbe stato portato via. Era il motivo principale per cui le popolazioni di rinoceronti erano ancora in rapido declino. La polvere di corno di rinoceronte si vendeva sui mercati asiatici come presunta cura per la disfunzione erettile, un Viagra omeopatico. Bastava un solo corno per guadagnarsi una somma cospicua.

Khamisi si rialzò.

La dottoressa Fairfield si accovacciò all’altra estremità del cadavere. Aveva indossato i guanti di gomma, appoggiando il fucile al corpo dell’animale. «Non sembra che abbia partorito.»

«Niente cucciolo orfano, quindi.»

La biologa girò attorno alla carcassa, fermandosi di nuovo nei pressi dell’addome. Si chinò e, senza provare il benché minimo ribrezzo, sollevò un lembo della pancia squartata e infilò dentro una mano.

Lui si voltò dall’altra parte.

«Perché la carcassa non è stata ripulita dai mangiatori di carogne?» chiese la dottoressa Fairfield mentre lavorava.

«È un sacco di carne», mormorò Khamisi. Girò attorno alla bestia. Continuava a sentire la pressione del silenzio, che spremeva il calore su di loro.

La donna proseguì il suo esame. «Non penso che sia questo il motivo. Il corpo è qui da ieri sera ed è vicino a una pozza d’acqua. Come minimo gli sciacalli avrebbero dovuto ripulire l’addome.»

Khamisi diede un’altra occhiata alla carcassa. Fissò la zampa posteriore strappata, la gola squarciata. Ad abbattere quel rinoceronte era stato qualcosa di grosso e veloce.

Sentì un formicolio risalirgli fino alla nuca.

Dov’erano i mangiatori di carogne? Prima che potesse riflettere su quel mistero, la dottoressa Fairfield disse: «Il piccolo è sparito».

«Cosa?» Si girò verso di lei. «Credevo che avesse detto che non aveva partorito.»

La dottoressa Fairfield si alzò, sfilandosi i guanti e recuperando il fucile. Quindi si allontanò cauta dalla carcassa, con lo sguardo fisso a terra. Khamisi notò che stava seguendo la scia di sangue di qualcosa che era stato trascinato via dall’addome, per essere mangiato in privato.

La seguì.

Ai margini della boscaglia, la dottoressa usò l’estremità del fucile per farsi strada fra i rami bassi, che rivelarono ciò che era stato trascinato via.

Il piccolo di rinoceronte.

Il corpicino ossuto era stato ridotto a brandelli, come se fosse stato oggetto di una lotta.

«Penso che fosse ancora vivo quando l’hanno squartato», disse la dottoressa Fairfield, indicando uno spruzzo di sangue. «Povera creatura…»

Khamisi fece un passo indietro, ricordando la domanda precedente della biologa. Perché nessun mangiatore di carogne aveva sviscerato i resti? Avvoltoi, sciacalli, iene, persino leoni. La dottoressa Fairfield aveva ragione. Tutta quella carne non sarebbe stata lasciata a mosche e larve.

Non aveva senso. A meno che…

Il cuore di Khamisi si mise a battere forte.

A meno che il predatore non fosse ancora lì.

Khamisi sollevò il fucile. Nel fitto della boscaglia, notò ancora una volta il pesante silenzio. Era come se anche la foresta fosse intimidita dalla creatura misteriosa che aveva ucciso il rinoceronte.

Si ritrovò ad assaggiare l’aria, ascoltando, guardandosi attorno con la massima attenzione, completamente immobile. Attorno a lui, sembrava che le ombre diventassero più scure.

Essendo cresciuto in Sudafrica, Khamisi conosceva bene le superstizioni, le storie sussurrate sui mostri che infestavano la giungla: il ndalawo, un mangiauomini ululante della foresta ugandese; il mbilinto, un ippopotamo grande quanto un elefante delle zone umide del Congo; il mngwa, una creatura furtiva e pelosa dei boschi costieri di palme da cocco.

Ma a volte persino i miti prendevano vita in Africa. Come il nsui-fisi. Era un mostro mangiauomini a strisce, della Rhodesia, a lungo considerato una leggenda dai coloni bianchi… finché, decenni dopo, non si scoprì che era una nuova forma di ghepardo, classificata tassonomicamente come Acinonyx rex.

Mentre Khamisi studiava la giungla, si ricordò di un altro mostro leggendario, noto in tutta l’Africa. Era conosciuto con molti nomi: dubu, lumbwa, kerit, getet. La sola menzione del suo nome suscitava crisi di panico tra i nativi. Grande quanto un gorilla, era un vero e proprio demonio per rapidità, astuzia e ferocia. Nell’arco dei secoli, cacciatori neri e bianchi avevano affermato di averlo intravisto. Tutti i bambini imparavano a riconoscerne il caratteristico ululato. Quella regione di Zululand non era un’eccezione.

«Ukufa…» borbottò Khamisi.

«Hai detto qualcosa?» chiese la dottoressa Fairfield, ancora chinata accanto al piccolo morto.

Era il nome zulù del mostro, un nome sussurrato attorno al fuoco degli accampamenti e alle capanne dei kraal.

Ukufa.

Morte.

Sapeva perché in quel momento gli era venuta in mente una bestia del genere. Cinque mesi prima, un anziano della tribù aveva affermato di aver visto un ukufa in quei paraggi. Per metà bestia, per metà fantasma, con occhi di fuoco! aveva inveito l’uomo, con una certezza mortale. Soltanto i coetanei di quell’anziano dalla pelle coriacea lo avevano ascoltato. Gli altri, come Khamisi, avevano finto di prendersi gioco di lui.

Ma laggiù, tra le ombre oscure…

«È meglio che ce ne andiamo», disse Khamisi.

«Ma non sappiamo ancora che cosa l’ha uccisa.»

«Non un bracconiere.» Khamisi non doveva o non voleva sapere nient’altro. Indicò la Jeep col fucile. Avrebbe avvisato il capo guardacaccia via radio e la questione sarebbe stata chiusa, risolta. L’attacco di un predatore, non un caso di bracconaggio. Avrebbero lasciato la carcassa ai mangiatori di carogne. Il ciclo della vita.

La dottoressa Fairfield si alzò con riluttanza.

Alla loro destra, un richiamo prolungato squarciò la giungla ombrosa: uuh-iiii-uuuuu, intercalato da un urlo stridulo e bestiale.

Khamisi si mise a tremare sul posto. Riconobbe l’urlo, non tanto con la testa, ma col midollo spinale. Recava in sé l’eco dei falò di mezzanotte, di storie di terrore e sangue, e di qualcosa di ancora più primordiale, di un tempo prima della parola, quando la vita era solo istinto.

Ukufa.

Morte.

Mentre l’urlo scemava, il silenzio ripiombò pesantemente su di loro.

Khamisi misurò mentalmente la distanza che li separava dalla Jeep. Dovevano battere in ritirata, ma non in preda al panico. Fuggendo impauriti non avrebbero fatto altro che stuzzicare la sete di sangue del predatore.

Nella giungla risuonò un altro urlo ringhiante.

Poi un altro.

E un altro ancora.

Tutti da direzioni diverse. Nell’improvviso silenzio che seguì, Khamisi sapeva che avevano soltanto una possibilità.

«Via!»

Copenhagen, Danimarca,

ore 09.31

Gray era disteso prono sulle tegole del tetto, a testa in giù, nel punto in cui non era riuscito ad afferrare Fiona. L’immagine della ragazza che ruzzolava oltre il bordo fumante del tetto gli si era impressa nella mente. Il cuore gli martellava nel petto.

Sentiva le sirene avvicinarsi dall’altro lato e svanire quando raggiungevano l’edificio in fiamme. Dietro di lui, una nuova lingua di fuoco esplose dalla finestra dell’abbaino, accompagnata da una vampata di calore e fumo. Nonostante l’angoscia, doveva muoversi.

Si costrinse ad appoggiarsi sui gomiti, poi sulle mani, sollevandosi. Accanto a lui, il fuoco si concesse un attimo di respiro, ritirandosi. Nella quiete momentanea sentì voci provenienti dal basso, urgenti, furtive. Ma anche più vicino… un gemito sommesso. Appena oltre il bordo del tetto.

Fiona?

Gray si distese nuovamente sulla pancia e, con una scivolata controllata, scese verso il bordo del tetto. Il fumo risaliva dalle finestre frantumate appena sotto. Sfruttò quella cappa scura per nascondersi. Arrivato alla grondaia, guardò giù.

Direttamente sotto di lui c’era un balcone in ferro battuto. Anzi no, non era un balcone, era il pianerottolo di una scala. Le scale esterne di cui parlava Fiona.

Distesa sul pianerottolo c’era la ragazza.

Con un secondo lamento impastato, Fiona rotolò su un fianco e cominciò a sollevarsi, aggrappandosi alla ringhiera.

Anche qualcun altro notò i suoi movimenti.

Giù nel cortile, Gray individuò due sagome. Una era in piedi in mezzo al lastricato, imbracciava un fucile e stava cercando la giusta linea di tiro. Una nuvola di fumo nero proruppe dalla portafinestra infranta dell’appartamento, nascondendo Fiona alla sua vista. Il cecchino aspettò che la ragazza sollevasse la testa sopra la balaustra.

«Stai giù!» sibilò Gray.

Lei alzò lo sguardo, un rivolo di sangue rosso brillante su un sopracciglio.

Il secondo sicario si muoveva in cerchio, brandendo una pistola con entrambe le mani. Mirava alle scale, deciso a bloccare qualsiasi tentativo di fuga.

Gray fece segno a Fiona di rimanere accovacciata, poi rotolò lungo il bordo del tetto finché non fu sopra il secondo sicario. Le spirali di fumo continuavano a nasconderlo e l’assassino era concentrato soprattutto sulle scale. Giunto in posizione, Gray rimase in attesa. Teneva stretta nella mano destra una pesante tegola, una di quelle che Fiona aveva smosso durante il suo ruzzolone.

Aveva soltanto una possibilità.

Di sotto, l’uomo piazzò un piede sul primo gradino della scala, tenendo sempre la pistola puntata.

Gray si sporse oltre il bordo, col braccio alzato.

Emise un fischio acuto.

Il sicario guardò su, puntando un’altra volta l’arma mentre si appoggiava su un ginocchio. Dannatamente veloce…

Ma la gravità era più veloce di lui.

Gray mollò la tegola, che roteò in aria come un’ascia e colpì il sicario in volto. Dal naso dell’uomo sprizzò un fiotto di sangue. Stramazzò al suolo. La testa batté sul lastricato, rimbalzò, poi rimase immobile.

Gray rotolò di nuovo, ritornando verso Fiona.

Il cecchino gridò.

Gray mantenne lo sguardo fisso su di lui. Sperava che mettendo fuori gioco il suo compagno l’avrebbe indotto a fuggire, ma non era stato così fortunato. Il cecchino corse dall’altro lato del cortile, trovando riparo accanto a un bidone dell’immondizia, che gli lasciava comunque libera la linea di tiro. La sua postazione era prossima al retrobottega in fiamme e sfruttava il vantaggio del fumo che scaturiva da una delle finestre vicine.

Gray raggiunse Fiona. Le fece cenno di stare giù. Tentare di tirare su la ragazza avrebbe significato la morte di entrambi. Sarebbero stati vulnerabili per troppo tempo.

Rimaneva una sola opzione.

Afferrando la grondaia con una mano, Gray fece un balzo e si girò su se stesso. Atterrò sul pianerottolo con un fragore di acciaio, poi si acquattò.

Sopra la sua testa un mattone andò in frantumi.

Un colpo di fucile.

Gray estrasse il pugnale dal fodero che portava alla caviglia.

Fiona lo vide. «Che cosa facciamo?»

«Tu resti qui», le ordinò lui. Allungò una mano verso la balaustra. Dalla sua aveva soltanto la sorpresa: niente giubbetto antiproiettile né armi, a parte il pugnale. «Corri quando te lo dico io. Vai giù dritta per le scale, poi scavalca il muro di cinta del vicino. Trova il primo poliziotto o vigile del fuoco. Pensi di farcela?»

Fiona incrociò il suo sguardo. Sembrava che stesse per mettersi a discutere, ma serrò le labbra e annuì.

Brava ragazza.

Gray si bilanciò il pugnale nella mano. Ancora una volta, una sola possibilità. Facendo un respiro profondo, saltò su, fece perno sulla balaustra e la scavalcò con un volteggio. Mentre cadeva verso il lastricato, fece due cose allo stesso tempo.

«Corri!» gridò, e lanciò il pugnale verso il nascondiglio del cecchino. Non sperava di ucciderlo, soltanto di distrarlo a sufficienza per poterlo avvicinare. Un fucile era ingombrante negli scontri ravvicinati.

Atterrando, notò due cose.

Una buona e una cattiva.

Sentì echeggiare i passi di Fiona sulla scala di metallo.

Stava fuggendo.

Bene.

Allo stesso tempo, Gray guardò il suo pugnale volare nell’aria fumosa, colpire il bidone della spazzatura e rimbalzare a terra. Non ci era andato neanche vicino.

Male.

Il cecchino si alzò dalla sua postazione, per nulla turbato, puntando il fucile direttamente al petto di Gray.

«No!» urlò Fiona, mentre arrivava in fondo alle scale.

Il cecchino non sorrise nemmeno quando premette il grilletto.

Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,

Zululand, Sudafrica

«Via!» ripeté Khamisi.

La dottoressa Fairfield non ebbe bisogno di ulteriori incitamenti. Fuggirono verso la Jeep che li aspettava. Raggiunto l’abbeveratoio, Khamisi fece cenno alla dottoressa di passare avanti. Lei si fece largo a spallate tra le alte canne, ma non prima di incrociare il suo sguardo, in silenzio. Aveva il terrore negli occhi, proprio come lui.

Di qualunque cosa si trattasse, quelle creature urlanti nella foresta davano l’impressione di essere enormi e stuzzicate dalla recente uccisione. Khamisi si voltò a dare un’occhiata alla carcassa macerata del rinoceronte. Mostri o no, non aveva bisogno di altre informazioni su ciò che poteva nascondersi in quel labirinto fatto di fitte foreste, esili ruscelli e gole ombreggiate.

Girando nuovamente su se stesso, Khamisi seguì la biologa. Guardava spesso indietro, con le orecchie tese a captare qualsiasi suono di inseguimento. Ci fu un tonfo nell’acqua del vicino stagno. Khamisi lo ignorò, era qualcosa di piccolo. Troppo piccolo. Il suo cervello scartava i dettagli estranei, vagliando i suoni tra il ronzio degli insetti e il crepitio delle canne. Era concentrato sui veri segnali di pericolo. Suo padre gli aveva insegnato a cacciare quando aveva soltanto sei anni, inculcandogli i segni da cercare nell’inseguire le prede.

Questa volta, però, la preda era lui.

Un frullio di ali in panico gli fece aprire gli occhi e le orecchie.

Un movimento appena percettibile. Sulla sinistra, in lontananza.

Nel cielo.

Un’averla che si era alzata in volo.

Qualcosa l’aveva spaventata. Qualcosa che stava arrivando.

Khamisi raggiunse la dottoressa al limitare delle canne. «Presto.»

La Fairfield allungò il collo, facendo oscillare il fucile. Era in affanno, pallida. Khamisi seguì il suo sguardo. La Jeep era più su, ai piedi della collina, parcheggiata all’ombra del baobab, ai margini della profonda conca. Il pendio sembrava più ripido e più lungo di quando lo avevano percorso in discesa.

«Non si fermi», la incalzò lui.

Dando un’occhiata indietro, Khamisi vide una femmina di saltarupe, dal manto bruno fulvo, saltare fuori dalla foresta e risalire a grandi balzi il pendio opposto, sollevando una nuvola di polvere. Dopo un attimo era scomparsa.

Dovevano seguire il suo esempio.

La dottoressa Fairfield riprese a risalire il pendio. Khamisi la seguiva, camminando lateralmente, con la doppietta puntata verso la foresta alle loro spalle.

«Non hanno ucciso per mangiare», disse ansimando la dottoressa, davanti a lui.

Khamisi studiava l’oscuro garbuglio della foresta. Perché era certo che la Fairfield avesse ragione?

«Non è la fame che li ha istigati», proseguì la biologa, come se si sforzasse di placare il panico tramite la riflessione. «Non hanno mangiato quasi niente. È come se avessero ucciso per piacere, come un gatto domestico che caccia un topo.»

Khamisi era entrato in contatto con molti predatori. Quella situazione non rientrava nelle modalità del mondo naturale. Dopo un pasto, i leoni raramente rappresentavano una minaccia. Solitamente se ne stavano sdraiati indolenti, si poteva persino avvicinarli, a una certa distanza. Un predatore sazio non avrebbe squartato una femmina di rinoceronte, strappandole il piccolo dalla pancia, per puro divertimento.

La dottoressa Fairfield proseguiva la sua litania, come se il pericolo imminente fosse un rebus da risolvere: «Nel mondo degli animali domestici, il gatto ben nutrito caccia di più, avendo il tempo e l’energia per quel tipo di gioco».

Gioco?

Khamisi rabbrividì. «L’importante è che lei continui a camminare», disse, non volendo sentire altro.

La dottoressa Fairfield annuì, ma le sue parole rimasero impresse nella mente di Khamisi. Che tipo di predatore poteva uccidere per puro divertimento?

Una risposta ovvia c’era: l’uomo.

Ma quella non era opera di un essere umano.

Ancora una volta, un movimento catturò lo sguardo di Khamisi. Solo per un attimo, una sagoma diafana comparve dietro la cortina della foresta oscura. La vide con la coda dell’occhio, ma sparì come una nuvola di vapore, quando lui si concentrò su quel punto.

Gli sovvennero le parole del vecchio zulù raggrinzito: Per metà bestia, per metà fantasma…

Nonostante il caldo, si sentì raggelare. Accelerò il passo, quasi spingendo l’anziana biologa su per il pendio. Il terreno di sabbia e scisto era ingannevole: poco compatto, sfuggiva sotto i piedi. Ma erano quasi arrivati in cima. La Jeep era a soli trenta metri di distanza.

Poi la dottoressa scivolò. Sbatté un ginocchio e cadde addosso a Khamisi. Lui incespicò all’indietro, perse l’appoggio e cadde pesantemente a terra. L’inclinazione del pendio e lo slancio lo fecero capitombolare. Ruzzolò per metà della scarpata, finché non riuscì a frenare la caduta coi talloni e col calcio del fucile.

La dottoressa Fairfield era ancora seduta nel punto in cui era finita a terra, gli occhi spalancati per il terrore, lo sguardo fisso su un punto, più in basso.

Non guardava lui, ma la foresta.

Khamisi si voltò, poggiandosi sulle ginocchia. Un dolore lancinante gli martoriava la caviglia, distorta o forse rotta. Cercò e non vide nulla, ma sollevò comunque il fucile. «Vada!» Aveva lasciato le chiavi nel quadro. «Vada!»

Sentì la dottoressa Fairfield alzarsi, tra lo sgretolio dello scisto.

Dal limitare della foresta emerse un altro ululato, una risata stridula inumana.

Khamisi puntò il fucile alla cieca e premette il grilletto. Il tuono del fucile squarciò la valle. Dietro di lui, la dottoressa Fairfield gridò, allarmata. Khamisi sperò che il rumore avesse spaventato anche quelle creature sconosciute che stavano in agguato.

«Vada alla Jeep! Non mi aspetti!» Si alzò, senza pesare sulla caviglia infortunata. Teneva pronto il fucile. Il silenzio era calato nuovamente sulla foresta.

Sentì la dottoressa Fairfield in cima al pendio: «Khamisi…»

«Prenda la Jeep!» Si arrischiò a dare un’occhiata alle sue spalle.

Giunta sul crinale, la dottoressa Fairfield puntò verso il fuoristrada.

Sopra di lei, un movimento tra i rami del baobab attirò l’attenzione di Khamisi, una lieve oscillazione di qualche grappolo di fiori bianchi. Non c’era vento. «Presto! Non…»

Dietro di lui si scatenò un urlo selvaggio, che soffocò il resto del suo avvertimento. La dottoressa Fairfield fece mezzo passo verso di lui.

No…

Saltò giù dalle ombre profonde dell’albero gigante. Era una massa chiara informe. Cadde sulla biologa ed entrambi scomparvero alla sua vista. Sentì l’urlo agghiacciante della donna, troncato sul nascere.

Ritornò il silenzio.

Khamisi guardò la foresta ancora una volta.

La morte sopra e sotto di lui.

Aveva una sola possibilità.

Ignorando il dolore alla caviglia, si mise a correre giù per il pendio.

Lasciò che la gravità prendesse il sopravvento. Più che uno scatto era una caduta libera. Corse ai piedi della collina, con le gambe che faticavano a tenerlo in piedi. Arrivato in fondo, puntò la doppietta verso la foresta ed esplose un secondo colpo.

Non s’illudeva di riuscire ad allontanare i predatori. Cercava soltanto di procurarsi una frazione supplementare di vita. Inoltre, il rinculo del fucile lo aiutò a mantenere l’equilibrio, mentre arrivava in fondo alla discesa. Continuò a correre, con la caviglia in fiamme e il cuore che batteva all’impazzata.

Vide, o forse intuì soltanto, qualcosa di grosso che si muoveva, proprio al limitare della foresta. Un’ombra leggermente più pallida.

Per metà bestia, per metà fantasma…

Pur senza averlo visto, sapeva qual era la verità.

Ukufa.

Morte.

Non oggi, pregò, non oggi…

Cadde fragorosamente tra le canne e si tuffò a capofitto nell’abbeveratoio.

Copenhagen, Danimarca,

ore 09.31

Fiona sottolineò con un urlo il colpo di fucile del cecchino.

Gray girò su se stesso, sperando di non essere colpito a morte. Mentre si voltava, tra i resti della finestra fumante del negozio vide emergere fragorosamente una grossa massa informe.

Il cecchino doveva aver visto quello stesso movimento una frazione di secondo prima di Gray, abbastanza da alterare di un soffio la sua mira.

Gray sentì il proiettile incandescente passargli sotto il braccio sinistro. Continuò a correre e piroettare, cercando di uscire dalla zona di tiro ravvicinato.

Dalla finestra, la sagoma gigantesca balzò in cima al bidone della spazzatura e ruzzolò sul cecchino.

«Bertal!» gridò Fiona.

Il San Bernardo, col lungo pelo fradicio, serrò le mascelle attorno all’avambraccio del cecchino. L’attacco improvviso e inatteso colse impreparato l’uomo, che cadde dietro il bidone della spazzatura. Il suo fucile si abbatté fragorosamente sul lastricato.

Gray si precipitò ad agguantarlo.

A breve distanza, si udì un guaito. Prima che Gray potesse reagire, il sicario saltò fuori. Sospeso a mezz’aria, piantò il tacco dello scarpone nella spalla di Gray, abbattendolo sul lastricato e inchiodandolo a terra.

Gray tentò uno scatto di lato, puntando il fucile che aveva afferrato, ma l’uomo si muoveva come una gazzella. Il suo impermeabile nero svolazzò mentre scavalcava agilmente un muretto di pietra e si metteva al sicuro.

Gray sentì i suoi passi allontanarsi nel vicolo. «Bastardo…»

Fiona corse da lui. Aveva in mano una pistola. «L’altro uomo… penso che sia morto», disse, indicando un punto alle sue spalle.

Gray si mise in spalla il fucile e le tolse di mano la pistola.

Lei non fece resistenza, assorbita da un’altra preoccupazione. «Bertal…»

Il cane venne fuori barcollando, debole, con un fianco gravemente segnato dal fuoco.

Gray diede una rapida occhiata alla bottega in fiamme. Come aveva fatto quell’animale a sopravvivere? Gli ritornò in mente l’ultima volta che aveva visto il cane, incosciente, steso dalle prime bombe incendiarie che avevano distrutto la parete posteriore.

Fiona abbracciò la bestia fradicia. Il cane doveva essere finito sotto uno Sprinkler. Sollevò il muso del San Bernardo e lo guardò, naso contro naso. «Bravo il mio cagnone.»

Gray era d’accordo. Era in debito con Bertal. «Tutti i caffè Starbucks che vuoi, amico», gli promise sottovoce.

Le zampe di Bertal tremavano. Si accovacciò, poi si accasciò sul lastricato. L’adrenalina che aveva sostenuto la povera bestia fino a quel momento cominciava a venir meno.

Da sinistra, in lontananza, giungevano frasi concitate, pronunciate a voce alta, in danese. Un getto d’acqua si levò alto. Alcuni vigili del fuoco si stavano dirigendo verso il retro del negozio.

Gray non poteva più rimanere. «Devo andare.»

Fiona si alzò. Guardò alternativamente Gray e il cane.

«Resta con Bertal», disse lui, facendo un passo indietro. «Portalo da un veterinario.»

Lo sguardo di Fiona si fece severo. «E tu te ne vai così…»

«Mi spiace.» Era una risposta inadeguata, dopo quegli orrori: l’assassinio della nonna, l’incendio della bottega, la fuga all’ultimo respiro. Ma non sapeva cosa dire e non aveva tempo per fornire altre spiegazioni.

Si voltò e si diresse verso il muro di cinta posteriore.

«Già, vai pure. Vaffanculo!» gli gridò dietro Fiona.

Gray scavalcò la recinzione.

«Aspetta!»

L’uomo si precipitò nel vicolo. Non voleva abbandonare la ragazza, ma non aveva scelta. Era meglio per lei. Nella cerchia dei soccorritori sarebbe stata protetta. Il luogo in cui era diretto Gray non era adatto a una quindicenne. Ma si sentiva ancora avvampare. Nel profondo, non poteva negare una motivazione più egoistica: era semplicemente contento di essersi sbarazzato di lei, di quella responsabilità.

Non importava più, ormai era fatta.

Avanzò rapidamente lungo il vicolo. Infilò la pistola nella cinta dei pantaloni ed espulse tutte le cartucce dal fucile, poi lo nascose dietro una catasta di legna. Dava troppo nell’occhio per portarselo dietro.

Mentre camminava, si rimise il maglione. Doveva lasciare l’albergo e cambiare identità. Ci sarebbero state indagini su quei decessi. Era il momento di far morire il personaggio del dottor Sawyer.

Ma prima doveva portare a termine un altro incarico.

Da una tasca posteriore estrasse il cellulare e premette il tasto rapido per collegarsi al comando centrale. Dopo qualche istante era in linea con Logan Gregory, il capo della sua missione operativa.

«Abbiamo un problema», esordì Gray.

«Cosa c’è che non va?»

«Qualunque cosa stia succedendo, è una faccenda più grossa di quanto pensassimo. Abbastanza grossa da commettere qualche omicidio.» Gray fece rapporto sulla mattinata. Seguì un lungo intervallo di silenzio.

Alla fine Logan parlò, la tensione evidente nella voce. «Allora è meglio che annulliamo questa missione, finché lei non avrà più risorse sul posto.»

«Se aspetto i rinforzi sarà troppo tardi. L’asta inizia fra poche ore.»

«La sua copertura è saltata, comandante Pierce.»

«Non ne sono sicuro. Per quanto ne sanno i partecipanti all’asta, io sono un acquirente americano che fa troppe domande. Non azzarderanno nulla in pubblico. Ci sarà un sacco di gente e le misure di sicurezza sono rigorose. Posso ancora passare al vaglio la sede e forse accertare qualche indizio su chi o cosa c’è davvero dietro tutto questo. Poi scomparirò, resterò in disparte finché non avrò rinforzi.» Anche Gray voleva mettere le mani su quella Bibbia, se non altro per esaminarla.

«Non penso che sia un’idea saggia. Il potenziale rischio è superiore al potenziale guadagno. Soprattutto se agirà da solo.»

Gray s’infervorò. «Quei bastardi tentano di friggermi il culo, e adesso lei vuole che io mi metta seduto?»

«Comandante…»

Gray stritolò il telefono. Evidentemente Logan aveva passato troppo tempo tra le scartoffie. Per una missione di ricerca era un capo adeguato, ma ormai quello non era più un semplice incarico di raccolta dati. Si stava trasformando in una operazione da Sigma Force in piena regola. E, in tal caso, Gray voleva avere alle spalle qualcuno capace di vera leadership. «Credo che dovremmo coinvolgere il direttore Crowe.»

Seguì un’altra lunga pausa. Forse aveva sbagliato a dirlo. Non voleva scavalcare Logan, ma a volte bisognava semplicemente sapere quando era il momento di farsi da parte.

«Temo che sia impossibile al momento, comandante Pierce.»

«Perché?»

«Il direttore Crowe attualmente è in Nepal e non abbiamo sue notizie.»

Gray aggrottò le sopracciglia. «In Nepal? E che ci è andato a fare?»

«Comandante, ce l’ha mandato lei.»

«Cosa?»

All’improvviso Gray ricordò.

La chiamata era arrivata una settimana prima. Da un vecchio amico.

La mente di Gray ripiombò nel passato, ai suoi primi giorni alla Sigma. Come tutti gli altri agenti, Gray aveva alle spalle un periodo nelle Forze Speciali. Era entrato nell’esercito a diciotto anni e nei Ranger a ventuno. Ma, dopo essere finito davanti alla corte marziale per aver colpito un superiore, Gray era stato reclutato dalla Sigma, appena uscito da Leavenworth. Tuttavia era rimasto sospettoso. Aveva colpito quel superiore per buoni motivi. L’incompetenza di quell’uomo aveva causato vittime superflue in Bosnia. Dei bambini erano morti. Ma la rabbia di Gray aveva radici più profonde. Un rapporto problematico con l’autorità, che si poteva ricondurre a suo padre. E, anche se la questione non era ancora risolta completamente, c’era voluto un uomo saggio per mostrare la via a Gray.

Quell’uomo era Ang Gelu.

«Sta dicendo che il direttore Crowe è in Nepal per via del mio amico, il monaco buddista?»

«Crowe sa quanto è importante per lei quell’uomo.»

Gray smise di camminare e si fermò nell’ombra. Aveva trascorso quattro mesi a studiare con quel monaco in Nepal, parallelamente all’addestramento per la Sigma. In effetti, era proprio grazie ad Ang Gelu che Gray aveva sviluppato il suo curriculum unico alla Sigma. Gli avevano fatto fare un doppio corso di laurea accelerato in biologia e fisica, ma Ang Gelu aveva potenziato ulteriormente gli studi di Gray, istruendolo su come cercare l’equilibrio tra tutte le cose. L’armonia degli opposti. Lo yin e lo yang del taoismo. L’uno e lo zero.

Quella consapevolezza lo aveva aiutato ad affrontare i demoni del passato. Crescendo, si era sempre trovato fra estremi opposti. Sebbene sua madre avesse insegnato in una scuola cattolica, infondendo una profonda spiritualità alla vita di Gray, era anche una biologa affermata, una fervente seguace della ragione. Riponeva nel metodo scientifico una fede pari a quella religiosa.

E poi c’era il padre. Un gallese che viveva in Texas, un operaio del settore petrolifero, rimasto invalido durante la mezza età e costretto ad assumere il ruolo di casalingo. Di conseguenza, la sua vita era dominata da un eccessivo atteggiamento compensatorio e dalla rabbia.

Tale padre, tale figlio.

Finché Ang Gelu non aveva mostrato a Gray un’altra strada. Un percorso tra gli opposti. Non era un cammino breve. Si estendeva ugualmente nel passato e nel futuro. Gli dava ancora del filo da torcere.

Ma Ang Gelu lo aveva aiutato a fare i primi passi e Gray era in debito con lui. Perciò, quando una settimana prima l’aveva chiamato per chiedergli aiuto, Gray non aveva voluto ignorare la sua richiesta. Ang Gelu aveva riferito di strane scomparse e malesseri anomali in una certa regione nei pressi del confine con la Cina.

Il monaco non sapeva a chi rivolgersi. Il governo del Nepal era troppo concentrato sui ribelli maoisti ma Ang Gelu sapeva che Gray era coinvolto in una nebulosa catena di comando di operazioni sotto copertura. Perciò si era rivolto a lui per chiedere aiuto. Essendo già assegnato alla missione in Danimarca, però, Gray aveva passato la questione a Painter Crowe. Scaricabarile…

«Mi aspettavo che Painter mandasse un agente di grado inferiore», balbettò Gray, incredulo. «C’era certamente qualcun altro…»

«La situazione era noiosa da queste parti», lo interruppe Logan.

Gray trattenne un grugnito. Sapeva che cosa intendeva Logan. Era proprio la tregua delle minacce globali che l’aveva condotto in Danimarca. «Perciò ci è andato lui?»

«Conosce il direttore. Vuole sempre sporcarsi le mani.» Logan sospirò, esasperato. «E adesso c’è un problema. Una tempesta ha impedito le comunicazioni per qualche giorno, ma anche dopo che è finita non abbiamo avuto aggiornamenti. Invece abbiamo sentito voci tramite vari canali. Le stesse storie riferite dal suo amico. Malattie, epidemie, morte, anche possibili attacchi di ribelli nella regione. Solo che c’è un’escalation.»

Fu allora che Gray capì il motivo della tensione nella voce di Logan. Sembrava che non fosse soltanto la sua missione che stava andando gambe all’aria.

Piove sempre sul bagnato.

«Posso mandarle Monk», proseguì Logan. «Lui e il capitano Bryant stanno venendo qui. Monk potrà raggiungerla sul campo entro dieci ore. Fino ad allora rimanga defilato.»

«Ma l’asta sarà finita…»

«Comandante Pierce, ha ricevuto i suoi ordini.»

La risposta di Gray fu concitata, ancora una volta la voce tradiva la tensione: «Signore, ho già piazzato le microcamere ai punti di afflusso e deflusso attorno alla casa d’aste. Sarebbe uno spreco ignorarle».

«D’accordo. Sorvegli le immagini da una postazione sicura e registri tutto quanto. Ma non faccia nient’altro. Siamo intesi, comandante?»

Gray fremeva, ma Logan aveva per le mani un sacco di guai. Tutto per un favore fatto a lui. Perciò c’era poco che potesse obiettare. «Molto bene, signore.»

«Faccia rapporto dopo l’asta.»

«Sissignore.»

La linea fu interrotta.

Gray si addentrò nei vicoli di Copenhagen, attento a tutto ciò che gli stava attorno. Ma la preoccupazione lo attanagliava. Per Painter, per Ang Gelu…

Che diavolo stava succedendo in Nepal?

4. LUCI SPETTRALI

Himalaya,

ore 11.18

«Ed è sicura che Ang Gelu sia stato ucciso?» chiese Painter, voltandosi di sfuggita.

Per risposta ebbe un cenno di assenso.

Lisa Cummings aveva finito il racconto di come era stata prelevata dalla squadra di alpinisti sull’Everest, per indagare su una malattia al monastero. Aveva riferito brevemente gli orrori che si erano succeduti: la follia, le esplosioni, il cecchino.

Painter passò in rassegna la sua storia, mentre entrambi si addentravano nei sotterranei del monastero. L’angusto labirinto di pietra non era adatto a una persona della sua statura. Doveva avanzare chino e comunque non poteva fare a meno di sfiorare con la testa i fasci di rami di ginepro appesi a essiccare. I rametti aromatici venivano utilizzati per fare bastoncini cerimoniali d’incenso, per un tempio che ormai era ridotto a un unico grande bastone d’incenso, che bruciava esalando il suo fumo nel cielo di mezzogiorno.

Disarmati, i due si erano rifugiati nel seminterrato per sfuggire alle fiamme. Painter si era fermato soltanto il tempo necessario per prendere un pesante poncho e un paio di scarponi imbottiti di pelo da un guardaroba. Con quegli indumenti sembrava quasi un vero indiano Pequot, anche se era solo mezzosangue. Non ricordava affatto dove fossero stati portati i suoi vestiti e i suoi bagagli.

Tre giorni interi erano scomparsi dalla sua vita e con loro se n’erano andati anche cinque chili.

Indossando il mantello aveva notato le costole prominenti. Anche le spalle sembravano più ossute. Non aveva scampato del tutto la malattia. Ma perlomeno continuava a recuperare le forze.

Non poteva farne a meno. Soprattutto con un sicario ancora in libertà.

Mentre si rifugiavano nel seminterrato, Painter aveva sentito qualche colpo di arma da fuoco. Un cecchino stava uccidendo chiunque fuggisse dal monastero in fiamme. La dottoressa Cummings aveva descritto l’aggressore. Un uomo solo. Sicuramente ce n’erano degli altri. Erano ribelli maoisti? Non aveva senso. A che cosa poteva servire quel massacro?

Con una penna luminosa in mano, Painter faceva strada seguito dalla dottoressa Cummings. Painter sapeva solo che era una dottoressa americana e che faceva parte di una squadra che stava scalando l’Everest. La studiava con occhiate fugaci, cercando di farsi un’idea di lei. Aveva gambe lunghe e un fisico atletico, i capelli biondi raccolti in una coda di cavallo, le guance rosate e screpolate dal vento. In più, era terrorizzata. Gli stava vicino, trasalendo a ogni scoppio smorzato che li raggiungeva dalla tempesta di fuoco sovrastante. Tuttavia non si fermava, non piangeva, non si lamentava. Sembrava che riuscisse a differire lo shock grazie alla sola forza di volontà.

Ma per quanto ancora? Le tremarono le dita mentre scostava dal viso un mazzolino di citronella appeso a essiccare.

Proseguirono. Più si addentravano nel seminterrato, più l’aria traboccava delle fragranze di quei ramoscelli: rosmarino, artemisia, rododendro montano, khenpa. Tutti pronti per diventare bastoncini d’incenso.

Lama Khemsar, il capo del monastero, aveva insegnato a Painter gli usi delle centinaia di erbe: per la purificazione, per favorire le energie divine, per disperdere i pensieri non costruttivi, ma anche per curare l’asma e i semplici raffreddori. In quel momento, però, Painter cercava di ricordare soltanto come raggiungere l’uscita posteriore del seminterrato, che collegava tutti gli edifici del monastero. Durante le copiose nevicate invernali, i monaci usavano gli scantinati per spostarsi sottoterra da una struttura all’altra, compreso il granaio ai margini dell’insediamento. Era ben distante dalle fiamme e non era in vista.

Se solo fossero riusciti ad arrivarci… per poi scappare fino al villaggio sottostante.

Doveva contattare il comando della Sigma.

Nella sua mente turbinavano le varie possibilità.

Poi anche il corridoio si mise a girare.

Painter appoggiò una mano sulla parete, per restare in equilibrio. Aveva le vertigini.

«Tutto bene?» chiese la dottoressa, affiancandolo.

Lui fece un paio di respiri profondi prima di rispondere. Da quando si era svegliato, era tormentato da attacchi di disorientamento. Ma stavano diventando meno frequenti: o forse se ne illudeva soltanto?

«Che cosa è successo davvero lassù?» chiese la dottoressa. Gli sottrasse la penna luminosa, che in realtà faceva parte del suo kit medico, e gliela puntò negli occhi.

«Non… non ne sono sicuro… ma dobbiamo andare avanti.» Painter cercò di allontanarsi dalla parete con una spinta, ma lei gli premette una mano sul petto, continuando a esaminargli gli occhi.

«Lei mostra un evidente nistagmo.»

«Cosa?»

Lisa gli passò una borraccia di acqua fresca e gli fece cenno di sedersi su una balla di fieno. Lui non fece obiezioni. La balla era dura come il cemento.

«I suoi occhi mostrano segni di nistagmo orizzontale, uno spasmo orizzontale delle pupille. Ha preso un colpo in testa?»

«Non penso. È grave?»

«Difficile a dirsi. Può essere il risultato di un danno all’occhio o al cervello. Un ictus, la sclerosi multipla o un trauma cranico. Date le vertigini, direi che ha subito un trauma all’apparato vestibolare. Forse nell’orecchio interno, forse al sistema nervoso centrale. Molto probabilmente non è permanente.» L’ultima frase fu borbottata con un tono alquanto sconcertante.

«Che cosa intende per ‘molto probabilmente’, dottoressa Cummings?»

«Mi chiami Lisa», replicò lei, come se cercasse di distrarlo.

«Va bene, Lisa. Allora, potrebbe essere permanente?»

«Ci vorranno altri esami. Magari potrebbe cominciare raccontandomi come è successo tutto questo.»

Lui bevve una sorsata d’acqua. Magari avesse potuto raccontarglielo… Cercò di ricordare, ma gli venne un dolore lancinante dietro gli occhi. Gli ultimi giorni erano una macchia informe. «Ero in uno dei villaggi circostanti. Improvvisamente, durante la notte sono apparse strane luci sulle montagne. Ma io me li sono persi, i fuochi d’artificio. Quando mi sono svegliato erano già sparite. La mattina seguente, però, tutti gli abitanti del villaggio lamentavano mal di testa e nausea, me compreso. Ho chiesto a uno degli anziani. Ha detto che le luci apparivano di quando in quando già da diverse generazioni. Luci spettrali, attribuite a spiriti maligni delle montagne.»

«Spiriti maligni?»

«Ha indicato il punto in cui erano state viste le luci, in una regione remota delle montagne, un’area di profonde gole e cascate di ghiaccio che si estende sino al confine con la Cina, difficile da attraversare. Il monastero è su una spalla della montagna che sovrasta quella terra di nessuno.»

«Perciò il monastero era più vicino a quelle luci?»

Painter annuì. «Le pecore sono morte tutte entro ventiquattro ore. Alcune sono rimaste stecchite sul posto, altre hanno sbattuto la testa a non finire contro i massi. Io sono ritornato il giorno dopo, in preda a dolori e conati di vomito. Lama Khemsar mi ha dato del tè. È l’ultima cosa che ricordo.» Bevve un altro sorso dalla borraccia e sospirò. «Era tre giorni fa. Poi mi sono svegliato chiuso a chiave in una stanza. Ho dovuto abbattere la porta per uscire.»

«È stato fortunato», disse la donna, prendendo la borraccia.

«Perché?»

Lei incrociò le braccia, come a schermarsi, proteggersi. «Fortunato a essere lontano dal monastero. Sembra che la prossimità alle luci sia correlata alla gravità dei sintomi.» Distolse lo sguardo, volgendo gli occhi al soffitto, come se cercasse di vedere attraverso le pareti. «Forse era una forma di radiazioni. Non ha detto che il confine con la Cina non è distante? Forse era un esperimento nucleare di qualche tipo.»

Painter si era fatto la stessa domanda qualche giorno prima.

«Perché scuote la testa?» chiese Lisa.

Painter non se n’era nemmeno reso conto. Si portò una mano alla fronte.

Lisa aggrottò le sopracciglia. «Non mi ha ancora detto che cosa ci fa lei qui, signor Crowe.»

«Chiamami Painter», disse con un sorriso beffardo. Non ottenne un grande effetto. Si chiedeva quanto altro dire. In quelle circostanze, essere onesto gli sembrò la cosa più prudente. O almeno essere onesto entro certi limiti. «Lavoro per il governo, una divisione che si chiama DARPA. Ci occupiamo…»

Lisa lo interruppe con un cenno delle dita, tenendo sempre le braccia conserte. «Conosco la DARPA, la divisione di ricerca e sviluppo dell’esercito americano. Tempo fa mi ha dato una borsa di studio per condurre una ricerca. Di che cosa vi interessate, da queste parti?»

«Be’, sembra che tu non sia l’unica a essere stata reclutata da Ang Gelu. Ha contattato la nostra organizzazione una settimana fa, per indagare su voci di strane malattie da queste parti. Avevo giusto cominciato a studiare la situazione, determinare quali esperti convocare sul posto — medici, geologi, militari —, quando sono arrivate le tempeste. Non mi aspettavo di restare isolato per così tanto tempo.»

«Sei riuscito a escludere qualche possibilità?»

«Dopo i primi colloqui, ero preoccupato che forse i ribelli maoisti della zona fossero entrati in possesso di qualche scoria nucleare e avessero preparato una bomba sporca. Un po’ come quello che ipotizzavi tu sui cinesi. Perciò ho fatto qualche rilevamento di radioattività, mentre aspettavo che finissero le tempeste. Non ho riscontrato nulla di insolito.»

Lisa lo fissava, come se stesse studiando uno strano coleottero. «Se riuscissimo a raggiungere un laboratorio, forse potremmo avere qualche risposta.»

Quindi non lo considerava proprio un coleottero, ma piuttosto una cavia. Perlomeno stava risalendo la scala evolutiva.

«Prima dobbiamo sopravvivere», disse Painter, ricordandole qual era la realtà del momento.

Lei guardò il soffitto del seminterrato. Non sentivano colpi d’arma da fuoco da qualche tempo. «Forse pensano che siano tutti morti. Se restiamo qui sotto…»

Painter scostò la balla di fieno e si alzò. «Dalla tua descrizione, l’attacco è stato metodico, pianificato. Sicuramente conoscono questi tunnel e alla fine verranno a cercare anche qui. Possiamo soltanto sperare che aspettino che l’incendio si plachi.»

Lisa annuì. «Allora andiamo avanti.»

«E ci togliamo dai guai. Possiamo farcela», la rassicurò lui. Poggiò una mano sulla parete per mantenere l’equilibrio. «Possiamo farcela», ripeté, rivolto a se stesso più che a lei.

Si rimisero in cammino.

Dopo qualche passo, Painter si sentì più sicuro.

Bene.

L’uscita non poteva essere molto lontana.

Come a confermare quell’ipotesi, una brezza gelida sibilò lungo il corridoio, facendo oscillare i mazzetti di erbe con un suono secco. Painter sentì l’aria fredda sul viso. Si bloccò all’istante. L’istinto del cacciatore prese il sopravvento. Per metà era l’addestramento nelle Forze Speciali, per metà ce l’aveva nel sangue. Allungò una mano dietro di sé, prese Lisa per un braccio e le fece cenno di restare in silenzio.

Spense la penna luminosa.

Davanti a loro qualcosa di pesante atterrò sul pavimento e un’eco si diffuse nel corridoio. Scarponi. Una porta sbattuta. La brezza cessò.

Non erano più soli.

Il killer si chinò nell’angusto seminterrato. Sapeva che c’era qualcun altro là sotto. Quanti? Si mise in spalla il fucile ed estrasse una pistola Heckler Koch MK23. Aveva già tolto il primo paio di guanti, rimanendo con quelli che gli lasciavano le dita scoperte. Rimase fermo ad ascoltare.

Un debolissimo strascichio di piedi.

Battevano in ritirata.

Almeno due persone, o forse tre.

Alzò una mano per chiudere la botola che conduceva al granaio sovrastante. La brezza gelida cessò, con un ultimo sibilo, mentre l’oscurità si richiudeva sopra di lui. Si calò sugli occhi un paio di occhiali per visione notturna e accese una lampada ultravioletta che portava legata a una spalla. Il corridoio cominciò a brillare di sfumature verde argenteo.

Lì accanto, su uno scaffale, erano accatastati scatolame e file di vasetti di miele, sigillati con la ceralacca. Li superò muovendosi lentamente, in silenzio. Non c’era fretta. Le uniche altre uscite portavano a una catastrofe di fuoco e fiamme. Aveva già sparato ai monaci che avevano ancora abbastanza senno in quelle teste marce per sfuggire alle fiamme.

Uccisi per misericordia, tutti quanti.

Come lui sapeva fin troppo bene.

La Campana era stata suonata troppo forte.

Era stato un incidente, uno dei tanti accaduti negli ultimi tempi.

Nel mese precedente aveva percepito l’agitazione tra gli altri inquilini del Granitschloß. Ancora prima dell’incidente. Qualcosa aveva messo in subbuglio il castello, un’agitazione che aveva percepito anche dai luoghi remoti in cui si trovava la sua appartata dimora. L’aveva ignorata. Non era un problema suo.

Poi c’era stato l’incidente, ed era diventato un problema suo.

Rimediare al loro errore.

Era suo dovere, essendo uno degli ultimi Sonnenkönige sopravvissuti. A tanto era arrivato il declino dei Cavalieri del Sole, sia in termini numerici sia in termini di status: evitati come la peste, anacronistici, un motivo d’imbarazzo. Ben presto sarebbero scomparsi anche gli ultimi.

Che importava?

Ma perlomeno l’incarico di quel giorno era quasi portato a termine. Sarebbe potuto ritornare alla sua tana dopo aver ripulito quello scantinato. La tragedia al monastero sarebbe stata attribuita ai ribelli maoisti. Chi, se non i maoisti senza Dio, avrebbe attaccato un monastero senza nessuna importanza strategica?

Per garantire il successo dell’inganno, anche le sue munizioni corrispondevano a quelle usate dai ribelli. Persino la pistola.

Con l’arma alla mano, procedette accanto a una fila di barili di quercia aperti: grano, segale, farina, anche mele disidratate. Avanzava con circospezione, sospettando eventuali imboscate. I monaci potevano anche essere mentalmente disturbati, ma i matti a volte si rivelavano astuti quando erano in trappola.

Più avanti, il corridoio faceva una piega a sinistra. Si acquattò contro la parete destra, fermandosi ad ascoltare, alla ricerca del minimo fruscio. Sollevò gli occhiali per la visione notturna.

Buio pesto.

Si rimise le lenti sugli occhi e il corridoio gli si dipinse davanti a tinte verdi. Se c’era qualcuno in agguato, l’avrebbe visto ben prima di essere notato a sua volta. Non avevano scampo. Gli sarebbero dovuti passare davanti per raggiungere l’unica via d’uscita sicura.

Girò l’angolo, con passo furtivo.

C’era una balla di paglia di traverso nel corridoio, come se fosse stata scostata in tutta fretta. Scrutò il tratto di corridoio davanti a sé. Altri barili. Dalle travi del soffitto pendevano mazzi di ramoscelli appesi a essiccare.

Nessun movimento. Nessun suono.

Scavalcò con una gamba la balla che ostruiva il passaggio e poggiò il piede dalla parte opposta.

Un fragile rametto di ginepro si spezzò sotto il tacco dello scarpone. Guardò giù. Il pavimento era cosparso di rami.

Una trappola.

«Ora!»

Alzò lo sguardo, mentre il mondo davanti a lui esplodeva di una luce stroboscopica. Amplificate dalla sensibilità delle lenti, le supernove gli fulminarono il cervello, accecandolo.

Era il flash di una macchina fotografica.

Sparò d’istinto.

Le detonazioni erano assordanti nell’angusto seminterrato.

Dovevano essere rimasti sdraiati ad ascoltare al buio, in attesa che calpestasse il rametto crepitante, rivelando la sua vicinanza, per tendergli un’imboscata. Fece un passo indietro, incespicando sulla balla di fieno.

Mentre cadeva, esplose un altro colpo verso l’alto.

Un errore.

Approfittandone, qualcuno gli piombò addosso, colpendolo alle gambe e facendolo cadere oltre la balla di fieno. Sbatté di schiena sul pavimento di pietra. Qualcosa gli s’infilzò nella carne della coscia. Diede una ginocchiata, guadagnandosi un grugnito dall’aggressore che stava sopra di lui.

«Vai!» gridò l’aggressore, inchiodandogli a terra il braccio che teneva la pistola. «Scappa!»

L’uomo parlava inglese. Non era un monaco.

Una seconda sagoma scavalcò entrambi; ne vide l’ombra, mentre cominciava a recuperare la vista. Sentì i passi diretti verso la botola del granaio.

«Scheiße», imprecò.

Si sollevò, sbarazzandosi dell’uomo sopra di lui come se fosse una bambola di pezza. I Sonnenkönige non erano come gli altri uomini. Il suo aggressore sbatté contro la parete, rimbalzò e tentò di raggiungere l’altro fuggitivo. Ma la vista dell’assassino ritornò rapidamente. Vide la luce allontanarsi verso la botola. Furioso, agguantò la caviglia del suo aggressore e lo trascinò verso di sé.

L’uomo scalciò con l’altro piede, colpendolo sul gomito.

Ringhiando, affondò il pollice su un nervo sensibile dietro il tendine di Achille. L’uomo urlò. Sapeva quanto poteva essere dolorosa quella presa. Era come spezzarsi la caviglia. Sollevò l’uomo per la gamba.

Mentre si alzava, la testa cominciò a girargli vorticosamente. All’improvviso si svuotò di tutte le sue forze, come un palloncino scoppiato. Gli bruciava la coscia, dove l’avevano pugnalato. Guardò giù. Non era un pugnale. Aveva una siringa ancora conficcata nella coscia, con lo stantuffo spinto sino in fondo.

L’avevano drogato.

Il suo aggressore si divincolò dalla presa, ruzzolando e incespicando per fuggire.

Non poteva lasciarselo scappare.

Sollevò la pistola, che ormai pesava come un’incudine, e sparò verso di lui. Lo sparo rimbalzò sul pavimento. Mentre s’indeboliva rapidamente, esplose un secondo colpo, ma l’uomo era già scomparso.

Lo sentì fuggire.

Con le membra pesanti, crollò sulle ginocchia. Il cuore gli martellava in petto. Un cuore grande il doppio della media. Ma normale per un Sonnenkönig.

Fece diversi respiri profondi, mentre il suo metabolismo si adeguava.

I Sonnenkönige non erano come gli altri uomini.

Lentamente si rimise in piedi.

Aveva un dovere da compiere.

Era il motivo per cui era nato.

Per prestare servizio.

Painter chiuse la botola, sbattendola. «Dammi una mano.» Si spostò da un lato, zoppicante. Il dolore gli formicolava su per la gamba. Indicò una pigna di casse. «Accatastale sulla botola.»

Poi afferrò la cassa che stava in cima. Troppo pesante da trasportare, si schiantò al suolo, con un fragore di metallo tintinnante. Allora la trascinò verso la botola. Non sapeva che cosa contenessero le casse, sapeva soltanto che erano pesanti, dannatamente pesanti.

Lisa si diede da fare con la seconda. Lui la raggiunse e ne prese una terza.

Assieme, trascinarono il carico sino alla botola.

«Un’altra ancora», disse Painter.

Lisa fissò la catasta di casse sulla botola. «Nessuno riuscirà a passare di qui.»

«Un’altra ancora», insistette Painter, tra un respiro affannoso e una smorfia. «Fidati.»

Trascinarono l’ultima assieme. Ci volle la forza di entrambi per sollevarla sulle altre, già accatastate sulla botola.

«I farmaci lo metteranno fuori uso per ore», disse Lisa.

Per tutta risposta, ci fu un colpo d’arma da fuoco. Una salva di fucile perforò la botola, con tutto il suo carico di casse, e s’infilò in una delle travi del granaio.

«Penso che consulterò un altro medico», replicò Painter, trascinandola via.

«Gli hai iniettato tutto il Midazolam?»

«Oh, sì!»

«Ma, allora, come…»

«Non lo so, e al momento non m’interessa.»

Painter la condusse verso la porta aperta del granaio. Dopo aver controllato che non ci fossero altri sicari in giro, scapparono fuori. Alla loro sinistra, il mondo era una catastrofe di fiamme e fumo. Tizzoni ardenti turbinavano in un cielo greve.

Nuvole color granito oscuravano la cima sovrastante.

«Taski aveva ragione», borbottò Lisa, sollevando il cappuccio del suo parka.

«Chi?»

«Una guida sherpa. Ci ha avvisato che un altro fronte temporalesco era in arrivo oggi.»

Painter seguiva le fiamme che si attorcigliavano verso le nuvole. Grossi fiocchi di neve bianchi cominciarono a calare, mescolandosi a una pioggia nera di fuliggine incandescente. Fuoco e ghiaccio. Era una commemorazione adeguata delle dozzine di monaci che avevano condiviso la fine di quel monastero.

Ricordando gli uomini gentili che l’avevano scelto come dimora, Painter sentì montare dentro di sé una rabbia oscura. Chi poteva massacrare i monaci con tale crudeltà?

In quanto a chi fosse stato, non aveva risposta, ma sapeva il perché.

La malattia.

Qualcosa era andato storto e quindi qualcuno cercava di nasconderlo.

Uno scoppio prevenne qualsiasi altra riflessione. Fiamme e fumo proruppero dalla porta del granaio e uno dei coperchi delle casse volò fuori nel cortile.

Painter prese Lisa per un braccio.

«Si è fatto saltare in aria?» chiese la donna, guardando atterrita il granaio.

«No, ha fatto saltare la botola. Andiamo, il fuoco lo terrà a bada ancora per poco.»

Painter fece strada sul terreno ghiacciato, evitando le carcasse congelate delle capre e delle pecore, finché non uscirono dal cancello dell’ovile.

La nevicata si fece più fitta. Era una benedizione, ma solo fino a un certo punto. Painter non portava altro che un mantello di lana pesante e stivali imbottiti di pelo. Non era granché per proteggersi da una tormenta. Ma la neve fresca avrebbe aiutato a nascondere le loro tracce e ridurre leggermente la visibilità.

Fece strada verso un sentiero che costeggiava uno strapiombo e scendeva al villaggio sottostante, dove era stato qualche giorno prima.

«Guarda!» esclamò Lisa.

Sotto di loro, una colonna di fumo saliva in cielo, una versione ridotta di quella che avevano alle spalle.

«Il villaggio…» Painter serrò un pugno.

Non stavano radendo al suolo soltanto il monastero. Anche le capanne sparse laggiù erano state messe a ferro e fuoco. Gli attentatori non volevano lasciare testimoni.

Painter abbandonò il sentiero. Era troppo esposto. Sicuramente sarebbe stato sorvegliato e laggiù ci potevano essere altri uomini. Batté in ritirata verso le rovine in fiamme del monastero.

«Dove andiamo?» chiese Lisa.

Painter indicò un punto oltre le fiamme. «Nella terra di nessuno.»

«Ma non è là che…»

«Che sono state viste le luci l’ultima volta», confermò lui. «Però è anche un posto in cui possiamo far perdere le nostre tracce e trovare riparo, per rintanarci e aspettare la fine della tormenta. Aspetteremo che arrivi qualcun altro a indagare sull’incendio e sul fumo.»

Painter guardò la densa colonna di fumo nero. Doveva essere visibile a chilometri di distanza. Ma c’era qualcuno a vederla? Il suo sguardo si spostò più in alto, alle nuvole. Cercò di penetrare quella coltre, verso il cielo che stava oltre. Pregò che qualcuno riconoscesse il pericolo.

Fino ad allora, aveva soltanto una possibilità.

«Andiamo.»

Washington, D.C.,

ore 01.25

Monk attraversò la buia piazza del Campidoglio, con Kat al fianco. Marciavano a passo sostenuto, ma oltre all’andatura condividevano anche una certa irritazione.

«Preferirei che aspettassimo», disse Kat. «È troppo presto. Potrebbe succedere qualsiasi cosa.»

Monk sentiva il vago profumo di gelsomino che emanava da lei. Avevano fatto una rapida doccia assieme, dopo la telefonata di Logan Gregory, accarezzandosi a vicenda nel vapore, abbracciati mentre si sciacquavano, in un ultimo momento di intimità. Ma poi, mentre si asciugavano e si vestivano ognuno per conto proprio, con le zip da chiudere e i bottoni da allacciare, cominciarono a intromettersi le questioni pratiche. La realtà prese il sopravvento, raffreddando la loro passione quanto il gelo notturno.

Monk le lanciò un breve sguardo. Kat indossava pantaloni blu, una camicetta bianca e una giacca a vento con lo stemma della marina statunitense. Professionale come sempre, tirata a lucido come le sue scarpe da ginnastica di cuoio nero. Monk indossava Reebok nere, jeans scuri, un maglione a collo alto color avena e, per finire, un berretto da baseball dei Chicago Cubs.

«Finché non sono sicura», proseguì Kat, «preferirei che non parlassimo con nessuno della gravidanza.»

«Che vuoi dire con ‘finché non sono sicura’? Finché non sai per certo se vuoi il bambino? Finché non sei sicura di noi due?»

Avevano discusso per tutta la strada, dall’appartamento di Kat, che confinava con Logan Circle, un ex bed breakfast vittoriano convertito in un complesso residenziale, raggiungibile a piedi dal Campidoglio. Quella notte, il breve tragitto sembrò interminabile.

«Monk…»

Lui si fermò. Protese una mano verso di lei, poi l’abbassò di nuovo. Ma anche lei si fermò.

La guardò dritto negli occhi. «Dimmi, Kat.»

«Voglio essere sicura che la gravidanza… non so… che duri. Aspettare fino a gravidanza inoltrata prima di dirlo in giro.» Gli occhi le brillavano nel chiaro di luna. Era prossima alle lacrime.

«Piccola, è per questo che dobbiamo dirlo a tutti quanti.» Le si avvicinò e le posò una mano sul ventre. «Per proteggere quello che sta crescendo qui dentro.»

Lei si voltò dall’altra parte. La mano di lui finì sulla curva della schiena. «E poi forse avevi ragione. La mia carriera… Forse non è il momento giusto.»

Monk sospirò. «Se i bambini nascessero soltanto al momento giusto, il mondo sarebbe un luogo molto più vuoto.»

«Sei ingiusto. Non stiamo parlando della tua, di carriera.»

«Col cavolo! Credi davvero che un bambino non cambierebbe la mia vita e le mie scelte da questo momento in poi? Cambia tutto.»

«Esatto. È questo che mi spaventa di più.» Si lasciò andare contro il palmo della sua mano. Lui la cinse tra le braccia.

«Affronteremo tutto quanto assieme», sussurrò lui. «Te lo prometto.»

«Comunque preferirei non dire niente, almeno per un altro paio di giorni. Non sono nemmeno stata da un medico. Magari il test di gravidanza è sbagliato.»

«Quanti test hai fatto?»

Kat si adagiò su di lui.

«Allora?»

«Cinque», bisbigliò lei.

«Cinque?» Monk non riuscì a nascondere un tono divertito.

Kat gli mollò un pugno tra le costole. «Non mi prendere in giro.»

Monk sentì il sorriso nella voce di lei e la strinse ancora più forte. «Va bene. Sarà il nostro segreto, per adesso.»

Lei si girò tra le sue braccia e lo baciò, non appassionatamente, solo per dire grazie. Si separarono, ma tennero le dita intrecciate mentre proseguivano lungo il viale.

Più avanti, illuminata a giorno, c’era la loro destinazione: lo Smithsonian Castle. I suoi bastioni di arenaria rossa, le torri e le guglie brillavano nel buio; un anacronistico punto di riferimento nella città ordinata che lo circondava. Mentre l’edificio principale ospitava il centro informatico della Smithsonian Institution, il vecchio bunker abbandonato sottostante era stato convertito nel comando centrale della Sigma. Così la schiera di scienziati militari sotto copertura che costituiva la DARPA era nascosta nel cuore dei musei e dei laboratori di ricerca dello Smithsonian.

Le dita di Kat si districarono da quelle di Monk mentre i due si avvicinavano al castello. Lui la osservava, ancora tormentato da una preoccupazione. Nonostante l’accordo raggiunto, sentiva che dentro di lei rimaneva un nocciolo di insicurezza. Era qualcosa che andava al di là del bambino?

Finché non sono sicura.

Sicura di cosa?

Quel dubbio tormentò Monk per tutto il percorso, fino agli uffici sotterranei del comando Sigma. Ma, una volta arrivati, il resoconto di Logan Gregory, il direttore ad interim della Sigma, aggiunse tutta una nuova schiera di preoccupazioni.

«L’area è ancora investita da una perturbazione, con temporali che riguardano l’intero golfo del Bengala», spiegò Logan, seduto dietro una scrivania ordinata. Una serie di schermi a cristalli liquidi occupava un’intera parete. Due si riempirono di dati. Uno mostrava una presa diretta da un satellite meteorologico puntato sull’Asia.

Monk passò a Kat una foto satellitare.

«Speriamo di avere qualche altra notizia prima dell’alba», proseguì Logan. «Ang Gelu è partito in mattinata dal Nepal per portare del personale medico al monastero. Tentavano di volare tra una tempesta e l’altra. È ancora presto. Laggiù è soltanto mezzogiorno, adesso. Perciò speriamo di avere ulteriori notizie tra breve.»

Monk e Kat si scambiarono uno sguardo fugace. Erano stati informati dell’indagine del direttore. Da tre giorni si erano persi i contatti con Painter Crowe. A giudicare dalla sua faccia tirata, Logan Gregory era rimasto sveglio tutto il tempo. Indossava il solito abito blu, ma era leggermente stropicciato sui gomiti e sulle ginocchia, il che, per il secondo in comando alla Sigma, era come dire trasandato. I capelli color paglia e l’abbronzatura gli conferivano sempre un’aria giovanile, ma quella notte era evidente che aveva oltrepassato i quaranta: occhi gonfi, un leggero pallore e un paio di rughe tra gli occhi profonde quanto il Grand Canyon.

«E Gray?» chiese Kat.

Logan allineò i documenti nella cartellina con un colpo secco sulla scrivania, come a chiudere la questione precedente. Sempre efficiente, fece scivolare al centro del tavolo un’altra cartellina e l’aprì. «Un’ora fa hanno attentato alla vita del comandante Pierce.»

«Cosa?» Monk si sporse in avanti, un po’ troppo repentinamente. «Allora che c’entrano tutti questi bollettini meteorologici?»

«Calma. È al sicuro e aspetta rinforzi.» Logan ricapitolò sommariamente gli eventi di Copenhagen. «Monk, ho disposto tutto affinché lei raggiunga il comandante. C’è un jet che l’aspetta a Dulles, pronto a decollare tra novantadue minuti.»

Monk doveva riconoscere l’efficienza di quell’uomo. Non guardò neanche l’orologio.

«Capitano Bryant», proseguì Logan. «Nel frattempo, vorrei tenerla qui, mentre monitoriamo la situazione in Nepal. Devo chiamare la nostra ambasciata a Katmandu. Mi farà comodo la sua esperienza coi servizi di intelligence nazionali e internazionali.»

«Certamente, signore.»

Monk era improvvisamente felice che Kat avesse risalito le gerarchie dell’intelligence. Avrebbe fatto da braccio destro a Logan durante quella crisi. Lui preferiva che rimanesse lì, al sicuro, sotto lo Smithsonian Castle, piuttosto che in azione. Una preoccupazione in meno.

Si accorse che Kat lo fissava. Aveva uno sguardo adirato, come se gli avesse letto nel pensiero. Lui mantenne un’espressione impassibile.

Logan si alzò. «Adesso vi lascio ai vostri compiti.» Tenne aperta la porta dell’ufficio, congedandoli.

Non appena la porta si chiuse alle loro spalle, Kat lo prese per un braccio, stringendo forte sopra il gomito. «Parti per la Danimarca?»

«Sì, e allora?»

«E…» Lo trascinò nel bagno delle donne, vuoto a quell’ora tarda. «E il bambino?»

«Non capisco. Che cosa…»

«E se ti succedesse qualcosa?»

Monk sbatté le palpebre. «Non succederà nulla.»

Kat gli sollevò l’altro braccio, mostrando la protesi della mano. «Non sei indistruttibile.»

Lui abbassò il braccio, quasi nascondendo la mano dietro la schiena. Arrossì in viso. «Vado a fare il babysitter. Appoggerò Gray mentre finisce il suo lavoro laggiù. Voglio dire, persino Sara lo sta per raggiungere. Molto probabilmente finirò per fargli da chaperon. Poi torneremo qui col primo volo.»

«Se è così poco importante, lascia che ci vada qualcun altro. Posso dire a Logan che ho bisogno del tuo aiuto qui.»

«Non credo che ci crederebbe.»

«Monk…»

«Parto, Kat. Sei tu quella che non vuole far sapere della gravidanza. Io vorrei gridarlo al mondo intero. In un modo o nell’altro, abbiamo dei doveri. Tu i tuoi e io i miei. E, fidati, sarò prudente.» Le posò una mano sul ventre. «Mi parerò il culo per tutti e tre.»

«Be’, è un culo piuttosto carino.»

Quando Monk le sorrise, Kat fece altrettanto, ma lui vide anche lo sfinimento e la preoccupazione nei suoi occhi. Aveva soltanto una risposta.

Si avvicinò, posando le labbra su quelle di lei e sussurrò: «Lo prometto».

«Prometti cosa?» chiese lei, retrocedendo leggermente.

«Tutto», rispose lui, baciandola appassionatamente. Diceva sul serio.

«A Gray puoi dirlo», disse lei quando sciolsero l’abbraccio. «Purché ti giuri di mantenere il segreto.»

«Davvero?» I suoi occhi s’illuminarono, poi si socchiusero, sospettosi. «Perché?»

Kat gli girò attorno, andando verso lo specchio, ma non prima di avergli dato un buffetto sul sedere. «Voglio che ti guardi il culo anche lui.»

«D’accordo, ma non penso che sia passato all’altra sponda.»

Lei scosse la testa e si guardò allo specchio. «Che cosa devo fare con te?»

Monk la raggiunse da dietro e le cinse la vita. «Be’, secondo gli ordini di Gregory, ho ancora novantadue minuti.»

Himalaya,

ore 12.15

Lisa faceva fatica a stare dietro a Painter che, con l’abilità di uno stambecco, faceva strada giù per un ripido pendio, pieno di massi e passaggi scivolosi di scisto ghiacciato. La neve cadeva copiosa, come una nuvola fluttuante che riduceva la visibilità a pochi metri, creando uno strano crepuscolo grigio. Ma perlomeno si erano lasciati alle spalle la parte più esposta ai venti gelidi. Stavano scendendo da un passo profondo tra le montagne, camminando controvento.

In ogni caso, non potevano sfuggire al freddo glaciale, mentre la temperatura precipitava. Nonostante il parka da tormenta e i guanti, Lisa aveva i brividi. Anche se erano in cammino da meno di un’ora, il calore del monastero in fiamme era un ricordo lontano. Quei pochi centimetri di pelle del viso che rimanevano esposti erano arsi e raschiati dal vento.

Painter doveva passarsela ancora peggio. Aveva indossato un paio di pantaloni pesanti e un paio di manopole di lana, sottraendoli a uno dei monaci morti. Ma non aveva un cappuccio per ripararsi la testa, soltanto una sciarpa legata sulla parte inferiore del viso. I suoi respiri erano nuvolette bianche nell’aria gelida.

Dovevano trovare un riparo.

Presto.

Painter porse una mano a Lisa, che, in un tratto particolarmente ripido, era finita col sedere per terra, scivolando fino a lui. Avevano raggiunto il fondo del passo. C’era una curva, incorniciata da pareti ripidissime.

Laggiù la neve fresca era già alta trenta centimetri.

Sarebbe stato difficile procedere senza racchette da neve.

Intuendo la sua preoccupazione, Painter indicò un punto su un lato dello stretto crepaccio. C’era una sporgenza rocciosa che offriva riparo dalle intemperie. Puntarono in quella direzione, avanzando a fatica tra i cumuli di neve.

Una volta raggiunto l’aggetto di pietra, fu più facile proseguire.

Lisa diede un’occhiata alle proprie spalle. Le loro orme si stavano già riempiendo di neve fresca. Entro qualche minuto sarebbero scomparse. Se da una parte ciò contribuiva sicuramente a nascondere le loro tracce a qualsiasi inseguitore, dall’altra la innervosiva. Era come se la loro stessa esistenza venisse cancellata.

«Hai idea di dove stiamo andando?» Si accorse di bisbigliare, non tanto per paura di rivelare la loro posizione, quanto perché era intimidita dalla cappa di silenzio della tormenta.

«Vagamente», rispose Painter. «Queste aree di confine sono un territorio inesplorato, in gran parte mai calpestato da un essere umano. Quando sono arrivato, ho studiato alcune immagini satellitari, ma non sono di grande utilità. Il territorio è troppo contorto, rende i rilevamenti difficili.» Proseguirono in silenzio per qualche passo, poi Painter si voltò a guardarla. «Lo sapevi che nel 1999 hanno scoperto Shangri-La, quassù?»

Lisa non riusciva a capire se stesse sorridendo dietro la sciarpa, cercando di sdrammatizzare. «La Shangri-La di Orizzonti perduti?» Ricordava il film e il libro. Un utopistico paradiso perduto, sospeso nel tempo e nel ghiaccio dell’Himalaya.

Voltandosi nuovamente, lui continuò ad avanzare e a spiegare. «Due esploratori del National Geographic hanno scoperto una gola dalla profondità mostruosa nella catena dell’Himalaya, a poche centinaia di chilometri da qui, nascosta sotto uno sperone roccioso: un luogo non indicato nelle mappe satellitari. In fondo c’era un paradiso subtropicale. Cascate, abeti e pini, prati pieni di rododendri, ruscelli che scorrevano tra abeti rossi e tsuga. Un giardino selvatico, che pullulava di vita, circondato da neve e ghiaccio in ogni direzione.»

«Shangri-La?»

Painter scrollò le spalle. «Dimostra soltanto che la scienza e i satelliti non sempre riescono a rivelare ciò che il mondo vuole nascondere.» Ormai batteva i denti. Anche parlare significava sprecare fiato e calore. Dovevano trovare la loro Shangri-La.

Proseguirono in silenzio. La neve divenne più fitta.

Dopo altri dieci minuti, il passo proseguiva con uno stretto tornante. Girato l’angolo, l’aggetto che li aveva riparati spariva. Si fermarono a guardare, disperati. Da quel punto il percorso era più ripido e più ampio. Davanti a loro, il mondo era una cortina di neve. Le occasionali folate di vento rivelavano scorci fluttuanti di una profonda vallata.

Non era una Shangri-La.

Avevano di fronte una serie di costoni frastagliati, ghiacciati e spazzati dalla neve, troppo ripidi da attraversare senza corde. Un ruscello ruzzolava giù per quei precipizi, con una serie di imponenti cascate, ma il suo corso era puro ghiaccio, congelato nel tempo. Più in là, velata dalla neve e da una nebbia di ghiaccio, c’era una profonda gola, che da dove si trovavano sembrava senza fondo. La fine del mondo.

«Troveremo un percorso per scendere», balbettò Painter.

Puntò ancora una volta nelle fauci della tormenta. La neve superò rapidamente le caviglie, quindi i polpacci. Painter faceva da apripista.

«Aspetta», disse Lisa. Sapeva che l’uomo non sarebbe potuto andare avanti ancora per molto. L’aveva condotta sin lì, ma non erano equipaggiati per andare oltre. «Da questa parte.»

Lo guidò verso la parete rocciosa sottovento, più riparata.

«Dove…» tentò di chiedere lui, ma fu interrotto dal battere dei suoi denti.

Lei indicò un punto in cui il ruscello ghiacciato superava il costone di fronte a loro. Taski Sherpa aveva insegnato a lei e ai suoi compagni qualche tecnica di sopravvivenza. Una delle sue lezioni più importanti riguardava come trovare riparo.

Lisa sapeva a memoria i cinque posti migliori in cui cercare.

Si diresse verso il punto in cui la cascata di ghiaccio raggiungeva il loro livello. Come le era stato insegnato, cercò il punto d’incontro fra la roccia nera e il ghiaccio bianco-blu. Secondo la guida, il disgelo estivo trasformava le cascate dell’Himalaya in torrenti tumultuosi, capaci di scavare la roccia in profondità. Alla fine dell’estate la loro portata diminuiva e l’acqua si ghiacciava, spesso lasciando uno spazio vuoto alle sue spalle.

Con sollievo, Lisa constatò che quella cascata non faceva eccezione. Mandò una preghiera di ringraziamento a Taski e a tutti i suoi antenati.

Col gomito infranse uno strato di brina e aprì un varco scuro tra il ghiaccio e la parete rocciosa. Lì dietro c’era una piccola grotta.

Painter la raggiunse. «Lasciami controllare se è un posto sicuro.»

Attraversò la fessura di traverso e scomparve. Un istante dopo sbocciò una piccola luce tra il ghiaccio della cascata.

Lisa sbirciò attraverso la fessura.

Painter era a qualche passo di distanza, con la penna luminosa in mano. La puntò in ogni direzione, illuminando la piccola nicchia. «Sembra sicura. Penso che possiamo aspettare che la tormenta si plachi.»

Lisa s’infilò all’interno. Al riparo dal vento e dalla neve faceva già più caldo.

Painter spense la penna luminosa. Non avevano davvero bisogno di una fonte di luce. Sembrava che la parete di ghiaccio raccogliesse quel poco di luce diurna che la tormenta lasciava filtrare e l’amplificasse. La cascata ghiacciata scintillava e splendeva.

Quando si voltò verso di lei, gli occhi di Painter erano di un blu eccezionale, come il ghiaccio splendente. Lisa gli esaminò il volto, cercando eventuali segni di congelamento. Il vento gli aveva causato abrasioni di un rosso vivido. I lineamenti del viso rivelavano chiaramente le sue origini di nativo americano. Un abbinamento affascinante con quegli occhi blu.

«Grazie», disse Painter. «Mi sa che hai appena salvato la vita a entrambi.»

Lei scrollò le spalle, distogliendo lo sguardo. «Ti dovevo questo favore.»

Però, anche se minimizzava, una parte di lei si sentì riscaldare per il suo apprezzamento, più di quanto si sarebbe aspettata.

«Come sapevi come fare a trovare…» Le ultime parole di Painter furono soffocate da un potente starnuto. «Oh.»

Lisa si tolse lo zaino dalle spalle. «Basta con le domande. Dobbiamo riscaldarci.»

Estrasse dal suo kit medico una coperta isolante ingannevolmente sottile: il tessuto Astrolar tratteneva il novanta percento del calore prodotto dal corpo. Ma Lisa non contava soltanto su quello. Tirò fuori un radiatore catalitico, un’attrezzatura vitale nell’alpinismo.

«Siediti», ordinò a Painter, stendendo la coperta sulla roccia gelata.

Esausto, lui non protestò.

Lei lo raggiunse e coprì entrambi con la coperta, formando una sorta di bozzolo. Rannicchiatasi per bene, premette l’accensione elettronica del suo radiatore Coleman Sport Cat. L’apparecchio non produceva fiamme, ma funzionava grazie a una piccola bombola di butano che durava quattordici ore. Usato con parsimonia e a intermittenza, assieme alla coperta termica, avrebbe permesso loro di sopravvivere per due o tre giorni.

Painter tremava accanto a lei, mentre il radiatore si riscaldava.

«Levati i guanti e gli stivali», gli consigliò Lisa, facendo altrettanto. «Scaldati le mani sul radiatore e massaggiati le dita, il naso, le orecchie.»

«Contro il con… congelamento.»

Lei annuì. «Metti tutti i vestiti che puoi tra te e la roccia, per limitare la perdita di calore per conduzione.»

Si spogliarono, imbottendo il loro nido di piumino d’oca e lana. Ben presto quello spazio divenne quasi confortevole.

«Ho qualche barretta energetica», disse Lisa. «E possiamo procurarci acqua sciogliendo la neve.»

«Una vera esperta della sopravvivenza», constatò Painter, la voce un po’ più salda e l’ottimismo che ritornava col calore.

«Ma niente di tutto questo fermerà un proiettile», replicò lei. Lo guardò, quasi naso contro naso sotto la coperta.

Painter sospirò e annuì. Erano al riparo dal freddo, ma non fuori pericolo. La tormenta, che prima era una minaccia, rappresentava una protezione. Ma che sarebbe successo dopo? Non avevano mezzi di comunicazione e tantomeno armi.

«Rimarremo nascosti», disse Painter. «Chi ha incendiato il monastero non sarà in grado di trovarci. I soccorritori verranno a cercarci quando la tormenta si placherà, possibilmente con gli elicotteri. Potremo mandare un segnale con quel razzo che ho visto nel tuo kit di pronto soccorso.»

«E sperare che i soccorritori ci raggiungano prima degli altri.»

Painter allungò una mano e le strizzò un ginocchio. Lei apprezzò che non le dicesse parole di falso incoraggiamento, che non cercasse di addolcire la pillola. Cercò la mano di lui e la strinse forte. Era un incoraggiamento sufficiente.

Restarono in silenzio, ciascuno perso nei propri pensieri.

«Chi pensi che siano?» chiese infine Lisa, sottovoce.

«Non lo so. Ma ho sentito l’uomo imprecare quando l’ho colpito. In tedesco. È stato come colpire un carro armato.»

«Tedeschi? Sei sicuro?»

«Non sono sicuro di nulla. Probabilmente era un mercenario. Di certo aveva ricevuto un addestramento militare.»

«Aspetta.» Lisa si voltò verso lo zaino. «La macchina fotografica.»

Painter drizzò la schiena, sollevando un lembo della coperta. Subito la rimboccò, chiudendo lo spiraglio. «Pensi di avere una sua foto?»

«Per far funzionare a ripetizione il flash, ho impostato la macchina sullo scatto continuo. Questa reflex digitale fa cinque scatti al secondo in quella modalità. Non ho idea di che cosa abbia ripreso.» Azionò la macchina col pollice.

Spalla a spalla, guardarono assieme il piccolo schermo a cristalli liquidi sul retro della macchina. Lisa visualizzò le ultime foto. Erano quasi tutte sfocate, ma, mentre faceva scorrere rapidamente la serie, sembrava di rivedere la fuga al rallentatore: la reazione sorpresa del sicario, il braccio alzato nel tentativo di schermarsi gli occhi, il colpo esploso mentre si rintanava dietro il barile, la carica di Painter.

Alcuni scatti mostravano frammenti del volto dell’uomo. Mettendo assieme i pezzi del puzzle, composero un approssimativo identikit: capelli biondo platino, sopracciglia marcate, mascella prominente. L’ultima foto doveva essere stata scattata mentre Lisa scavalcava Painter e l’assassino. Gli occhiali per la visione notturna gli erano finiti su un orecchio, perciò era un ottimo primo piano degli occhi. Erano accesi di rabbia, di una ferocia accentuata dalle pupille rosse, causate dal flash.

Lisa ricordò Relu Na, il lontano parente di Ang Gelu che li aveva attaccati con una falce. Anche gli occhi del monaco folle erano incandescenti a quel modo.

La sua pelle nuda fu percorsa da un brivido che non aveva nulla a che fare col freddo.

Notò un’altra cosa riguardo agli occhi.

Erano spaiati.

Uno era di un blu artico brillante, l’altro di un bianco smunto. Forse era soltanto sbiadito per via del flash…

Lisa premette il tasto con la freccia all’indietro e ripercorse a ritroso l’intero ciclo di foto. Superò l’inizio della serie del seminterrato e visualizzò la foto precedente. Era l’immagine di una parete con scarabocchi di sangue. Se n’era dimenticata.

«Cos’è?» chiese Painter.

Gli aveva già raccontato la triste storia del capo del monastero, Lama Khemsar. «È quello che il vecchio monaco aveva scritto sulla parete. Sembra la stessa serie di segni ripetuta all’infinito.»

Painter si avvicinò. «Puoi zoomare?»

Lisa ingrandì l’immagine, che si riempì di pixel e perse un po’ in nitidezza.

Painter aggrottò le sopracciglia. «Non è tibetano o nepalese. Guarda come sono spigolosi i caratteri. Sembrano più rune nordiche, o qualcosa del genere.»

«Credi davvero?»

«Forse.» Painter si scostò, con un gemito di stanchezza. «In un modo o nell’altro, viene da chiedersi se Lama Khemsar sapesse più di quanto non desse a vedere.»

Lisa ricordò una cosa che non gli aveva raccontato. «Dopo che il vecchio monaco si è tagliato la gola, gli abbiamo trovato un simbolo inciso sul petto. Non gli ho dato importanza, attribuendolo alla follia o a una coincidenza. Ma adesso non ne sono più così sicura.»

«Com’era? Riesci a disegnarlo?»

«Non ce n’è bisogno. Era una svastica.»

Painter inarcò un sopracciglio. «Una svastica?»

«Esatto. Forse la sua mente era ritornata al passato, forse stava esorcizzando qualcosa che lo aveva spaventato.» Lisa raccontò la storia del parente di Ang Gelu. Di come Relu Na era sfuggito ai ribelli maoisti, traumatizzato dalla loro crescente brutalità, quando avevano massacrato con le falci gli agricoltori innocenti. Di come poi Relu Na aveva fatto la stessa cosa, quando la malattia aveva minato la sua salute mentale, inducendolo a rimettere in scena un trauma profondo.

Painter aveva un’espressione corrucciata quando lei concluse. «Lama Khemsar aveva più o meno settantacinque anni, il che significa che era adolescente durante la seconda guerra mondiale. Perciò è possibile. I nazisti avevano mandato spedizioni di ricerca sull’Himalaya.»

«Qui? E perché?»

Painter scrollò le spalle. «Si racconta che Heinrich Himmler, il capo delle SS, avesse la fissazione dell’occulto. Studiò gli antichi testi vedici dell’India, che risalgono a migliaia di anni fa e si convinse che queste montagne avessero dato i natali alla razza ariana originaria. Perciò mandò spedizioni in cerca di prove. Naturalmente quel tipo aveva più sale nello stomaco che nella zucca.»

Lisa gli sorrise. «In ogni caso, forse il vecchio Lama si era imbattuto in una di quelle spedizioni. Magari aveva fatto da guida o qualcosa del genere.»

«Forse. Ma non lo sapremo mai. Se aveva dei segreti sono morti con lui.»

«Non è detto. Forse era proprio quello che stava cercando di fare nella sua stanza, liberarsi di qualcosa di orribile. Forse il suo subconscio cercava di assolversi rivelando ciò che sapeva.»

«Un sacco di ‘forse’.» Painter si strofinò la fronte, trasalendo. «E io ne ho un altro. Forse erano scritte senza senso.»

Lisa non aveva argomenti da opporre a quell’ipotesi. Sospirò, sopraffatta dalla stanchezza: l’adrenalina della fuga si stava esaurendo. «Fa caldo abbastanza per te?»

«Sì, grazie.»

Spense il radiatore. «Dobbiamo conservare il butano.»

Painter annuì, poi non riuscì a trattenere uno sbadiglio madornale.

«Dovremmo cercare di dormire un po’», disse Lisa. «Fare i turni.»

Ore dopo, Painter si svegliò di soprassalto. Qualcuno gli stava scuotendo la spalla. Si staccò dalla parete alla quale era appoggiato. Fuori era buio. La parete di ghiaccio davanti a lui era nera quanto le rocce. Perlomeno sembrava che la tormenta si fosse placata.

«Che c’è?» chiese.

Lisa aveva fatto cadere una parte della coperta. Indicò qualcosa e sussurrò: «Aspetta».

Lui si avvicinò di più a lei, scrollandosi di dosso il torpore. Aspettò mezzo minuto. Ancora nulla. Sembrava che la tormenta fosse davvero finita. Non si sentiva più l’ululato del vento. Oltre la loro grotta, una quiete cristallina era discesa sulla valle e sulle rocce. Tese le orecchie per sentire eventuali rumori sospetti.

Qualcosa aveva decisamente spaventato Lisa. Percepiva il terrore della donna, era come una vibrazione emessa dal suo corpo teso.

«Che cosa…»

D’un tratto ci fu un barlume di luce nella parete di ghiaccio, come se nel cielo fossero esplosi dei fuochi d’artificio. Non c’era nessun rumore. Il fulgore scintillante risalì la cascata e scomparve. Il ghiaccio ritornò buio.

«Le luci spettrali…» sussurrò Lisa, voltandosi verso di lui.

Painter ritornò con la mente a tre notti prima, quando era cominciato tutto quanto. La malattia al villaggio, la follia al monastero. Ricordò la valutazione fatta da Lisa: la prossimità alle strane luci era direttamente correlata alla gravità dei sintomi.

E stavolta loro due erano proprio nei pasticci.

Più vicini che mai.

Ben presto la cascata ghiacciata assunse di nuovo una luminescenza brillante e mortale. Le luci spettrali erano tornate.

5. QUALCOSA DI MARCIO

Copenhagen, Danimarca,

ore 18.12

Possibile che nulla cominci in orario, in Europa?

Gray guardò l’orologio. L’inizio dell’asta era fissato per le cinque.

I treni e gli autobus erano talmente efficienti che potevi regolarci l’ora, ma l’effettivo inizio degli eventi programmati era alquanto aleatorio. Era ormai opinione condivisa che l’asta sarebbe iniziata attorno alle sei e mezzo, a causa di qualche ritardo negli arrivi, perché un temporale sul mare del Nord stava rallentando il traffico aereo verso Copenhagen.

Al piano di sotto continuavano ad arrivare gli offerenti.

Mentre il sole tramontava, Gray si era appostato su un balcone al secondo piano dello Scandic Hotel Webers. Era sul lato opposto della strada, di fronte alla sede della casa d’aste Ergenschein, un moderno edificio a quattro piani che somigliava più a una galleria d’arte, col suo stile minimalista danese, tutto vetro e legno chiaro. L’asta si sarebbe tenuta nel seminterrato dell’edificio.

Presto, si sperava.

Gray sbadigliò e si stiracchiò.

Qualche ora prima era passato al suo albergo precedente, vicino Nyhavn. Aveva recuperato rapidamente le sue attrezzature di sorveglianza e aveva lasciato la camera. Usando un nuovo nome e una nuova carta di credito MasterCard, aveva prenotato una stanza nel nuovo hotel, che offriva una veduta panoramica della piazza centrale di Copenhagen. Dal balcone sentiva in lontananza la musica e gli schiamazzi di uno dei più antichi lunapark del mondo: i giardini di Tivoli.

Aveva davanti un laptop aperto, con accanto un hot dog mangiato per metà, che aveva acquistato da un venditore ambulante. A dispetto delle voci che giravano, la vita di un agente non era tutta casinò di Monte Carlo e ristoranti di lusso. Comunque l’hot dog era eccellente, anche se era costato quasi cinque dollari americani.

L’immagine sul monitor del laptop sfarfallò quando la microcamera a sensori scattò in rapida successione. Gray aveva già immortalato due dozzine di partecipanti: banchieri impettiti, parvenu arricchiti con la puzza sotto il naso, un trio di signori dal fisico taurino in abiti splendenti, con scritto «mafioso» sulla fronte, una donna grassottella in tenuta professionale e un quartetto di signorotti vestiti di bianco, con berretti da marinai identici. Naturalmente questi ultimi parlavano americano. A voce alta.

Gray scosse la testa.

Non potevano mancare ancora in molti.

Una lunga limousine nera si fermò davanti alla casa d’aste e ne scesero due sagome. Uomo e donna, entrambi alti e snelli, indossavano abiti Armani appaiati. Lui portava una cravatta color azzurro-verde, lei una camicetta di seta in tinta. Erano entrambi giovani, sui venticinque anni, ma dal contegno sembravano molto più anziani. Forse erano i capelli chiarissimi, di un platino smagliante, corti, come incollati sulla testa in un’acconciatura quasi identica: sembravano una coppia di star del cinema muto degli anni ruggenti. Tenevano un atteggiamento che conferiva loro una grazia senza età. Non sorridevano, ma non erano nemmeno freddi. Come si notava anche nelle foto, avevano uno sguardo cordiale e divertito.

Il portiere aprì loro la porta. Entrambi fecero un cenno di ringraziamento, ancora una volta non eccessivamente caloroso, ma mostrando riconoscenza per il gesto dell’uomo. Poi scomparvero all’interno dell’edificio. Il portiere entrò dietro di loro, voltando un cartello. Evidentemente quei due erano gli ultimi, forse anche la causa principale del ritardo dell’asta.

Chi erano?

Gray mise da parte la curiosità. Aveva ordini chiari da Logan Gregory.

Passò in rassegna le fotografie, per assicurarsi di avere immagini nitide di tutti i partecipanti. Soddisfatto, fece una copia del file su una chiave USB e se la mise in tasca. A quel punto non gli restava altro da fare che attendere la fine dell’asta. Logan aveva fatto in modo di ottenere un elenco dei pezzi in vendita e dei nomi degli acquirenti. Sicuramente alcuni si sarebbero rivelati alias, ma le informazioni sarebbero state condivise con la task force antiterrorismo degli USA, l’Europol e l’Interpol. Forse Gray non avrebbe mai saputo che cosa fosse in gioco veramente.

Per esempio, perché era stato aggredito? Perché Grette Neal era stata uccisa?

Si sforzò di rilasciare il pugno chiuso. C’era voluto tutto il pomeriggio, ma, in uno stato d’animo più tranquillo, Gray aveva accettato i limiti impostigli da Logan. Non aveva idea di che cosa stesse veramente succedendo e agire alla cieca, in modo affrettato, avrebbe potuto causare soltanto altre vittime.

Tuttavia aveva passato la maggior parte del pomeriggio camminando avanti e indietro nella sua camera d’albergo, rivedendo nella mente infinite volte gli eventi degli ultimi giorni.

Se solo avesse fatto più attenzione e preso maggiori precauzioni…

Il cellulare gli vibrò in tasca. Mentre lo estraeva, guardò il numero sul display. Grazie a Dio. Aprì il telefonino, si alzò e si avvicinò alla balaustra del balcone. «Sara, sono felice che tu abbia richiamato.»

«Ho ricevuto il tuo messaggio. Tutto bene?»

La sua voce esprimeva sia la preoccupazione personale sia l’interesse professionale a un resoconto più dettagliato. Gray le aveva mandato soltanto un breve SMS, avvisandola che avrebbero dovuto cancellare il loro rendez-vous. Non era entrato nei dettagli. Sebbene avessero una relazione, c’erano di mezzo i nullaosta di sicurezza.

«Sto bene. Ma Monk sta per raggiungermi. Sarà qui poco dopo mezzanotte.»

«Io sono appena arrivata a Francoforte. Avevo una coincidenza per Copenhagen. Ho sentito il messaggio dopo che siamo atterrati.»

«Mi spiace, davvero…»

«Perciò devo tornare indietro?»

Lui temeva di coinvolgerla in qualsiasi modo. «Sarebbe meglio. Dovremo rimandare. Forse, se le cose si calmano da queste parti, potrò fare un salto a Roma per venirti a trovare, prima di ritornare in America.»

«Mi piacerebbe.»

Gray percepì la delusione nella sua voce. «Rimedierò», Sperava veramente di poter mantenere la promessa.

Sara sospirò. Non c’era irritazione, soltanto comprensione. Nessuno dei due era ingenuo riguardo alla loro relazione a distanza. Due continenti, due carriere… Ma erano disposti a lavorarci, per vedere come sarebbe andata a finire. «Speravo che avessimo occasione di parlare.»

Gray sapeva che cosa intendeva, riusciva a leggere tra le righe. Ne avevano passate parecchie assieme, avevano visto i lati migliori e i lati peggiori l’uno dell’altra, eppure, nonostante la difficoltà di una relazione a distanza, nessuno dei due aveva voluto gettare la spugna. Anzi entrambi sapevano che era il momento di discutere del passo successivo.

Accorciare quella distanza.

Probabilmente era uno dei motivi per cui erano stati separati così a lungo dopo l’ultimo incontro: una specie di tacito accordo sul fatto che avevano bisogno di pensare. Era il momento di mettere le carte in tavola, decidere se andare avanti oppure no.

Ma lui ce l’aveva, una risposta? Amava Sara. Era pronto a trascorrere la vita con lei. Avevano parlato anche di avere figli. Eppure qualcosa lo turbava. Quasi gli procurava sollievo che l’appuntamento fosse rinviato. Non era una cosa banale, una semplice paura. Ma cos’era, allora?

Forse era meglio che parlassero davvero.

«Verrò a Roma, te lo prometto.»

«Ti prendo in parola. Terrò in caldo i vermicelli alla panna di zio Vittorio.» Gray sentì la tensione allentarsi nella sua voce. «Mi manchi. Noi…»

La frase fu interrotta dal suono stridente di un clacson.

Gray guardò giù in strada. Una persona stava attraversando di fretta due corsie, incurante del traffico: era una donna con una giacca di cachemire, un abito lungo fino alle caviglie e i capelli raccolti in uno chignon. Quasi non l’aveva riconosciuta, finché non la vide inveire contro l’automobilista che aveva suonato il clacson.

Fiona.

Che diavolo ci faceva lì?

«Gray?» disse Sara all’altro capo del telefono.

«Scusami, devo andare.» Riagganciò, mettendo in tasca il cellulare.

Giù in strada, Fiona corse verso la casa d’aste ed entrò. Gray si precipitò al computer. La microcamera riprese l’immagine della ragazza attraverso il vetro dell’ingresso. Stava discutendo col portiere. Infine, l’uomo in uniforme guardò un foglio che lei gli aveva cacciato in mano e, accigliato, le fece cenno di procedere.

Fiona gli passò davanti come un treno e scomparve. La microcamera si oscurò.

Gray guardò alternativamente lo schermo e la strada.

Logan non sarebbe stato contento. Nessuna azione avventata. D’altra parte, che cosa avrebbe fatto Painter Crowe, al suo posto?

Gray tornò in camera e si tolse i vestiti informali. L’abito elegante era disteso sul letto, pronto per ogni evenienza.

Painter sicuramente non sarebbe stato seduto tranquillo senza fare nulla.

Himalaya,

ore 22.22

«Dobbiamo restare calmi», disse Painter. «Resta seduta.»

Davanti a loro, le luci spettrali continuavano ad apparire e scomparire, fredde e silenziose, accendendo la cascata ghiacciata di una lucentezza sconvolgente. Nell’oscurità che seguiva, la grotta sembrava più fredda e più nera.

Lisa si avvicinò a lui. Gli prese la mano e la strinse forte. «Non c’è da meravigliarsi che non si siano dati pena di seguirci», sussurrò, ansimando per la paura. «Perché darci la caccia nella tormenta, quando non devono fare altro che accendere quelle dannate luci e irradiarci? A quelle non possiamo sfuggire.»

Painter si rese conto che aveva ragione. Una volta impazziti sarebbero stati indifesi. In un simile stato di follia il territorio insidioso e il gelo li avrebbero uccisi con la stessa infallibilità dei proiettili di un cecchino.

Ma lui si rifiutava di abbandonare la speranza.

Ci volevano diverse ore perché subentrasse la follia. Non le avrebbe sprecate. Se fossero riusciti a trovare aiuto in tempo, forse ci sarebbe stato un modo per neutralizzare gli effetti.

«Ce la faremo», replicò goffamente.

Non fece che irritarla di più. «Come?» chiese lei, guardandolo, mentre le luci esplodevano di nuovo, rivestendo la caverna della lucentezza di un diamante. Negli occhi di Lisa c’era meno terrore di quanto lui avesse immaginato. Aveva paura, giustamente, ma il suo sguardo conservava un certo splendore, anch’esso diamantino. «Non fare il paternalista con me.» Lisa sfilò la mano dalla sua. «È l’unica cosa che ti chiedo.»

Painter annuì. «Se per ucciderci contano sulle radiazioni, o qualsiasi cosa siano, forse non stanno sorvegliando molto bene le montagne. Ora che la tormenta è finita, possiamo…»

Una raffica di colpi spezzò il silenzio. Painter e Lisa si guardarono negli occhi. Sembrava vicina. A confermarlo, una gragnola di proiettili incrinò la cascata di ghiaccio. Painter e Lisa strisciarono all’indietro, verso il fondo della piccola grotta, gettando la coperta. Non avevano scampo.

Nel frattempo, Painter aveva notato anche qualcos’altro.

La luce non era svanita come prima. La cascata di ghiaccio era rimasta illuminata di quello splendore mortale. La luce era fissa e li inchiodava sul posto.

Una voce tuonò da un megafono: «Painter Crowe! Sappiamo che tu e quella donna vi nascondete lì!» Oltre al tono perentorio, aveva un timbro femminile e un accento straniero. «Venite fuori con le mani in alto!»

Painter strinse una spalla a Lisa, infondendole tutta la rassicurazione possibile. «Resta qui.»

Indicò i vestiti a terra, facendo cenno a Lisa di indossarli. S’infilò gli stivali, poi raggiunse la fessura nel ghiaccio e sporse la testa.

Come era consueto a quelle altitudini, la tormenta si era dispersa con la stessa rapidità con cui era arrivata. Il cielo nero era punteggiato di stelle. La Via Lattea sovrastava la vallata gelida, scolpita nella neve e nel ghiaccio e chiazzata da veli di nebbia ghiacciata.

Più vicino, un riflettore penetrava l’oscurità, con un fascio di luce puntato sulla cascata di ghiaccio. A cinquanta metri di distanza, su un costone più basso, una figura indistinta nell’ombra sedeva cavalcioni su una motoslitta, controllando il riflettore. Era soltanto una normale lampada, forse allo xeno, a giudicare dall’intensità e dalla colorazione bluastra.

Non era una misteriosa luce spettrale.

Painter provò un grande sollievo. Era quella la luce che avevano visto per tutto quel tempo, mentre i veicoli si avvicinavano? Ne contò cinque. Contò anche una ventina di sagome sparpagliate lì attorno, abbigliate con parka bianchi. Erano tutte armate di fucile.

Non avendo altra scelta, ed essendo anche estremamente curioso, Painter alzò le mani e uscì dalla grotta. L’uomo più vicino, un bestione, mosse qualche passo verso di lui, col fucile puntato. Un piccolo raggio di luce trovò il petto di Painter: era un mirino laser.

Disarmato, Painter non poteva fare altro che tener duro. Valutò le sue chance di sottrarre il fucile a quell’uomo.

Molto scarse.

Lo guardò negli occhi.

Uno era di un blu glaciale, l’altro bianco come la neve.

Era l’assassino del monastero.

Ricordò la forza assurda di quell’uomo. In effetti, le sue possibilità erano molto scarse. E poi, considerato il numero di uomini presenti, che cosa avrebbe fatto anche se ci fosse riuscito?

Da dietro le spalle dell’uomo emerse un’altra persona. Una donna. Forse era la stessa che aveva usato il megafono un attimo prima. Allungò una mano e, con un solo dito, abbassò il fucile dell’assassino. Painter si chiese se esistesse un uomo con una forza sufficiente per fare altrettanto.

Mentre la donna avanzava verso di lui sotto la luce del riflettore, Painter la studiò. Doveva avere fra i trentacinque e i quarant’anni. Capelli neri a caschetto, occhi verdi. Indossava un pesante parka bianco col cappuccio imbottito di pelliccia. I vestiti lasciavano intuire ben poco delle sue forme, ma sembrava slanciata e si muoveva in modo aggraziato e dinamico.

«Dottoressa Anna Sporrenberg», disse, tendendo la mano.

Painter fissò il guanto della donna. Se l’avesse trascinata verso di sé, stringendole un braccio attorno al collo, cercando di usarla come ostaggio…

Incrociando lo sguardo dell’assassino dietro di lei, Painter cambiò subito idea. Le strinse la mano. Dato che non gli avevano ancora sparato, poteva quantomeno essere gentile. Sarebbe stato al gioco quanto serviva per restare in vita. Doveva considerare anche Lisa.

«Direttore Crowe», riprese la donna. «Sembra che nelle ultime ore nei canali dell’intelligence internazionale non si sia parlato che di lei.»

Painter rimase impassibile. Non vedeva motivi per negare la sua identità. Forse poteva anche sfruttare la cosa a proprio vantaggio. «Dunque è consapevole di quanto quegli stessi canali si daranno da fare per trovarmi.»

«Natürlich», assentì lei. «Ma non conterei sul loro successo. Nel frattempo, devo chiedere a lei e alla giovane donna di seguirmi.»

Painter fece un passo indietro, come per proteggere Lisa. «La dottoressa Cummings non ha nulla a che fare con tutto questo. È soltanto un medico che tentava di soccorrere alcuni ammalati. Non sa nulla.»

«Verificheremo ben presto se ciò corrisponde a verità.»

E così glielo aveva detto chiaro e tondo. Erano ancora vivi, per il momento, soltanto per le loro presunte informazioni. Informazioni che sarebbero state estorte a forza di sangue e sofferenze. Painter rifletté se fosse meglio prendere l’iniziativa subito e farla finita. Una morte rapida invece che un’agonia. Era a conoscenza di troppi segreti per rischiare di essere torturato.

Ma non era solo. Pensò a Lisa che scaldava le mani tra le sue. Finché c’era vita c’era speranza.

Furono raggiunti da altre guardie. Lisa fu costretta a uscire dalla grotta coi fucili puntati addosso. Furono condotti entrambi alle motoslitte.

Lui vide la paura trasparire dagli occhi di Lisa. Era deciso a proteggerla al meglio delle sue possibilità.

Anna Sporrenberg li raggiunse mentre venivano legati. «Prima di partire, voglio parlarvi chiaro. Non possiamo lasciarvi andare. Penso che lo comprendiate. Non vi darò questa falsa speranza. Ma posso promettervi una fine rapida e indolore.»

«Come i monaci», ribatté bruscamente Lisa. «Abbiamo assistito alla vostra misericordia.»

Painter cercò di incrociare lo sguardo di Lisa. Non era il momento di inimicarsi i loro aguzzini. Ovviamente quei bastardi non avevano remore a uccidere su due piedi. Dovevano fare la parte dei prigionieri che collaborano.

Troppo tardi.

Anna parve vedere Lisa davvero per la prima volta, voltandosi verso di lei. La voce della donna lasciò trapelare una punta di collera: «È stata davvero misericordia, dottoressa Cummings». Lanciò uno sguardo fugace all’assassino, che era rimasto di guardia. «Lei non sa nulla della malattia che ha colpito il monastero, degli orrori che attendevano i monaci. Noi sì. Non sono morti per omicidio, ma per eutanasia.»

«E chi vi ha dato quel diritto?» ribatté la donna.

Painter le si avvicinò. «Lisa, forse…»

«No, signor Crowe.» Anna fece un passo verso Lisa. «Con che diritto, mi chiede? Quello dell’esperienza, dottoressa Cummings. L’esperienza. Mi creda quando le dico che quelle uccisioni sono state una gentilezza, non una crudeltà.»

«E che mi dice degli uomini che mi hanno accompagnato lassù in elicottero? Anche quella è stata una gentilezza?»

Anna sospirò, stanca di quello scambio di battute. «Sono state necessarie scelte difficili. Il nostro lavoro qui è troppo importante.»

«E noi?» insistette Lisa, mentre la donna le volgeva le spalle. «Un’iniezione indolore se cooperiamo. E se invece non abbiamo voglia di cooperare?»

Anna si diresse verso la motoslitta di testa. «Non ci saranno strumenti di tortura, se è questo che intende. Soltanto farmaci. Noi non siamo barbari, dottoressa Cummings.»

«No, siete soltanto nazisti!» le urlò dietro Lisa. «Abbiamo visto la svastica!»

«Non sia sciocca. Non siamo nazisti.» Anna rivolse loro uno sguardo tranquillo mentre scavalcava con una gamba il sedile della motoslitta. «Non più.»

Copenhagen, Danimarca,

ore 18.38

Gray attraversò di corsa la strada.

Com’era saltato in mente a Fiona di fare irruzione lì dentro, dopo quello che era successo?

L’ansia per la sicurezza della ragazza era notevole, ma doveva anche ammettere che quell’intrusione gli offriva la scusa giusta per presenziare all’asta di persona. Chiunque avesse attaccato il negozio, assassinato Grette Neal e cercato di uccidere anche lui aveva lasciato una traccia che conduceva lì.

Gray raggiunse il marciapiede e rallentò. I raggi obliqui del sole al tramonto trasformavano la porta a vetri della casa d’aste in uno specchio argentato. Diede un’occhiata al suo abbigliamento, avendo indossato quei capi d’alta sartoria in un battibaleno. L’abito, un Armani gessato blu marina, gli stava bene, ma la camicia bianca inamidata aveva il collo un po’ stretto. Si aggiustò la cravatta giallina. Non era certo sotto tono, ma doveva fare la parte dell’acquirente incaricato da un ricco finanziere americano.

Aprì la porta. La lobby era in puro design scandinavo, ovvero totalmente anonima: legno chiaro, pareti di vetro e poco altro. L’unico arredamento era una scarna sedia scultorea, collocata accanto a un tavolino grande quanto un francobollo, su cui era posato un vaso con un’unica orchidea. Lo stelo esile come un giunco sosteneva un anemico fiore marrone e rosa.

Il portiere spense la sigaretta nel vaso e fece un passo verso Gray, con un’espressione arcigna.

Gray infilò una mano in tasca e tirò fuori il suo invito. Per averlo c’era voluto un deposito di un quarto di milione di dollari nel fondo della casa d’aste, come garanzia che l’acquirente avesse le carte in regola per accedere a un evento così esclusivo.

Il portiere controllò l’invito, annuì e si diresse a grandi passi verso un cordone di velluto che bloccava una grande rampa di scale verso il piano inferiore. Sganciò il cordone e fece cenno a Gray di passare.

In fondo alle scale, una coppia di porte a vento conduceva verso il parterre principale. Due guardie fiancheggiavano l’ingresso. Una aveva un metal detector portatile. Gray si lasciò perquisire, con le braccia distese. Notò le videocamere collocate su entrambi i lati della soglia. La sicurezza era rigorosa. Finito il controllo, l’altra guardia premette un bottone e la porta si aprì.

Ne fuoriuscì un mormorio in diverse lingue. Riconobbe l’italiano, l’olandese, il francese, l’arabo e l’inglese. Sembrava che il mondo intero fosse confluito a quell’asta.

Quando entrò, qualche sguardo si volse verso di lui, ma l’attenzione rimase concentrata soprattutto sulle teche di vetro disposte lungo le pareti. I funzionari della casa d’aste, tutti con abiti neri identici, erano in piedi dietro il bancone, come i commessi di una gioielleria. Indossavano guanti bianchi e aiutavano i clienti a esaminare gli oggetti in vendita.

Un quartetto d’archi suonava con discrezione in un angolo. Per la sala circolavano alcuni camerieri, che offrivano flute di champagne agli ospiti.

Gray si presentò a un bancone vicino e ricevette una paletta numerata. Si addentrò nella sala. Alcuni clienti si erano già seduti. Individuò la coppia di ritardatari che aveva tenuto in sospeso l’asta, i giovani pallidi che sembravano star del cinema muto. Erano seduti in prima fila. La donna aveva una paletta posata in grembo. L’uomo le si accostò all’orecchio, bisbigliandole qualcosa. Era un gesto stranamente intimo, forse accentuato dal collo arcuato della donna, lungo e flessuoso, piegato come se attendesse un bacio.

La donna vide Gray che risaliva il corridoio centrale. Il suo sguardo passò su di lui senza soffermarsi.

Nessun segno di riconoscimento.

Gray continuò a cercare, raggiungendo il palco e il podio in fondo alla sala, per poi ritornare indietro, descrivendo un ampio cerchio. Non vide nessuna minaccia esplicita alla sua presenza. E neanche una traccia di Fiona.

Dov’era?

Si diresse lentamente verso una delle teche e cominciò a percorrere l’altro lato della sala, ascoltando frammenti delle conversazioni attorno a lui. Passò davanti a un addetto che stava sollevando e appoggiando delicatamente un ingombrante volume rilegato in pelle su un espositore, mostrandolo a un signore corpulento. L’interessato si chinò a esaminarlo, con un paio di occhialini poggiati sulla punta del naso.

Gray prese nota mentalmente di quel libro.

Un trattato sulle farfalle con tavole disegnate a mano, del 1884 circa.

Proseguì lungo il corridoio. Giunto nuovamente nei pressi della porta, si trovò di fronte la donna poco elegante che aveva filmato qualche tempo prima. Gli stava porgendo una piccola busta bianca. Gray l’accettò, prima ancora di chiedersi che cosa potesse essere. La donna sembrava non essere interessata a null’altro e se ne andò.

Gray sentì un leggero profumo proveniente dalla busta.

Strano.

Con l’unghia del pollice l’aprì e ne estrasse un cartoncino, di quelli costosi, a giudicare dalla filigrana. Recava un breve messaggio in bella calligrafia.

Persino la Gilda non si azzarda ad avvicinarsi troppo a questa fiamma. Guardati le spalle. Baci.

Non era firmato, ma in fondo c’era un simbolo in inchiostro rosso cremisi: un piccolo drago raggomitolato. Gray si portò l’altra mano al collo, dove indossava un drago d’argento identico, il regalo di una concorrente.

Seichan.

Era un’agente della Gilda, un losco gruppo di cellule terroristiche che, in passato, aveva incrociato il cammino della Sigma. Gray si voltò e scrutò la sala. La donna che gli aveva consegnato il biglietto era scomparsa.

Guardò di nuovo il messaggio.

Un avvertimento.

Ma almeno la Gilda aveva deciso di restarne fuori. Sempre che ci si potesse fidare di Seichan…

In ogni caso, Gray era disposto a prenderla in parola.

Un certo scompiglio in fondo alla sala attirò la sua attenzione. Da una porta sul retro entrò un uomo alto, con uno smoking smagliante. Era lo stimato signor Ergenschein in persona, che avrebbe fatto da banditore. Si ravviò i capelli neri e oleosi, evidentemente tinti, col palmo della mano. Tra i lineamenti cadaverici, aveva stampato in volto un sorriso che sembrava ritagliato da una foto.

La ragione del suo evidente disagio lo seguiva a breve distanza. O, meglio, era accompagnata da una guardia, che le teneva stretto il braccio.

Fiona.

Era rossa in viso, le labbra esangui e contratte in un’espressione spaventosa. Furente.

Gray puntò verso di loro.

Ergenschein aveva in mano un oggetto avvolto in un involucro di pelle di camoscio. Si fermò presso la teca principale, vicino al palco. Un assistente aprì la teca, che era vuota. Ergenschein tolse delicatamente l’oggetto dall’involto e lo posò all’interno.

Notando che Gray si avvicinava, il banditore si sfregò le mani e si diresse verso di lui per salutarlo, congiungendo i palmi come se stesse pregando. Dietro di lui, la teca fu chiusa a chiave da un assistente.

Gray prese nota dell’oggetto riposto nella teca.

La Bibbia di Darwin.

Fiona sgranò gli occhi quando vide Gray.

Lui la ignorò e affrontò Ergenschein. «C’è qualche problema?»

«Certo che no, signore. Stanno accompagnando fuori la signorina. Non è invitata a quest’asta.»

Gray tirò fuori il suo invito. «Credo di avere diritto a portare con me un ospite.» Porse la mano a Fiona. «Sono lieto di constatare che è già arrivata. Sono stato trattenuto in una conferenza telefonica col mio compratore. Avevo avvicinato la giovane signora Neal oggi, per concordare una vendita privata. Di un oggetto in particolare.» Gray indicò la Bibbia di Darwin con un cenno del capo.

Ergenschein divenne tutto sospiri e finto rammarico. «Una tragedia, quell’incendio. Ma temo che Grette Neal avesse firmato per la vendita all’incanto di questo lotto. Senza una revoca da parte dell’avvocato esecutore del suo testamento, temo che il lotto debba essere messo all’asta. È la legge.»

Fiona strattonò il braccio della guardia, lo sguardo furente.

Ergenschein sembrava ignorarla. «Temo che dovrà fare anche lei la sua offerta, signore. Le faccio le mie scuse, ma ho le mani legate.»

«In tal caso, certamente non le dispiacerà che la signora Neal rimanga al mio fianco. Per aiutarmi se decidessi di ispezionare il lotto.»

«Come desidera.» Il sorriso di Ergenschein si trasformò in un momentaneo cipiglio. Fece un cenno vago per licenziare la guardia. «Ma dovrà rimanere con lei in ogni momento. E, in quanto sua ospite, è sotto la sua responsabilità.»

Fiona fu rilasciata. Mentre Gray l’accompagnava verso il fondo della sala, notò che la guardia li seguiva lungo la parete. Sembrava che si fossero guadagnati una guardia del corpo personale.

Gray condusse Fiona all’ultima fila. Si udì il suono di una campana, a indicare che l’asta sarebbe iniziata di lì a un minuto. Gli ospiti cominciarono a prendere posto, soprattutto nelle prime file. Gray e Fiona avevano l’ultima fila tutta per loro.

«Che ci fai qui?» sussurrò lui.

«Mi riprendo la mia Bibbia», rispose lei, con pronunciato sdegno. «O almeno ci provo.» Si accasciò sulla sedia, con le braccia conserte sulla borsetta di pelle.

All’altro capo della sala, Ergenschein salì sul podio e fece qualche premessa formale. La seduta si sarebbe svolta in inglese, la lingua più conosciuta dalla clientela internazionale dell’asta. Ergenschein si soffermò sulle regole della licitazione, sulla commissione e sui diritti della casa d’aste e persino su come tenere un contegno decoroso. E poi c’era la regola più importante: non era permesso offrire più di dieci volte la somma depositata in garanzia.

Gray ignorò gran parte di quelle istruzioni, continuando a parlare con Fiona e guadagnandosi qualche sguardo irritato dalle file antistanti. «Sei tornata per la Bibbia? Perché?»

La ragazza non fece altro che stringere ancora di più le braccia al petto.

«Fiona…»

«Perché era di Mutti!» sbottò la ragazza, con le lacrime agli occhi. «L’hanno ammazzata per averla. Non lascerò che se la prendano.»

«Chi?»

Fiona sventolò una mano. «Gli stronzi che l’hanno assassinata. Prenderò quella Bibbia e la brucerò.»

Gray sospirò e si appoggiò allo schienale. Fiona voleva vendetta, in qualunque forma possibile. Voleva far loro del male. Gray non poteva biasimarla, ma agire in modo avventato le sarebbe servito solo a farsi uccidere.

«La Bibbia è nostra, e io la rivoglio», aggiunse Fiona, la voce rotta dall’emozione. Scosse la testa e si asciugò il naso.

Gray le mise un braccio attorno al collo. Lei trasalì, ma non si ritrasse.

Intanto l’asta era cominciata. Le palette si alzavano e si abbassavano, gli articoli entravano e uscivano. I migliori sarebbero stati venduti alla fine. Gray seguiva con attenzione le operazioni e, in particolare, prese nota di chi acquistava le voci della lista annotata sul suo taccuino, i tre oggetti di particolare interesse: i trattati di genetica di Mendel, i libri di fisica di Planck e il diario di De Vries sulle mutazioni.

Furono aggiudicati tutti alla coppia di star del cinema muto, la cui identità rimaneva ignota.

Gray aveva sentito i mormorii degli altri partecipanti. Nessuno sapeva chi fossero, quei due. Conoscevano soltanto il numero della loro paletta, che si alzava di continuo. La 002.

Gray si chinò verso Fiona. «Riconosci quei compratori? Li hai mai visti?»

Fiona drizzò la schiena, li fissò per un minuto intero, poi si accasciò di nuovo. «No.»

«Qualcun altro?»

Scrollò le spalle.

«Fiona, sei sicura?»

«Sì», ribatté brusca. «Sono sicurissima!»

Finalmente l’asta arrivò all’ultimo lotto. La Bibbia di Darwin fu estratta dalla sua teca e trasportata come una reliquia su un cavalletto collocato sotto uno speciale riflettore alogeno. Era un volume poco appariscente: cuoio nero squamato, logoro e macchiato, senza neanche una segnatura. Poteva sembrare un libro giornale qualsiasi.

Fiona si drizzò sulla sedia: evidentemente era quello il motivo per cui era rimasta lì seduta tutto quel tempo. Afferrò il polso di Gray. «Hai davvero intenzione di fare un’offerta?» chiese, con la speranza che le illuminava gli occhi.

Gray la guardò male, poi si rese conto che non era affatto una brutta idea. Se gli altri erano disposti a uccidere per avere la Bibbia, forse così si poteva trovare un indizio per capire tutto quel castello di carte. In più, non vedeva l’ora di dare un’occhiata a quel libro. E la Sigma aveva versato duecentocinquatamila euro sul conto della casa d’aste. Il che significava che lui poteva offrire fino a due milioni e mezzo, il doppio del valore massimo stimato della Bibbia. Se avesse vinto, avrebbe avuto la possibilità di esaminare il suo acquisto.

Tuttavia, ricordava l’ammonimento di Logan Gregory. Aveva già disobbedito agli ordini per seguire Fiona fin lì. Non osava lasciarsi coinvolgere ancora di più.

Si sentiva addosso lo sguardo della ragazza. Se avesse cominciato a fare offerte, avrebbe messo in pericolo le loro vite. Era come dipingersi un bersaglio addosso. E se avesse perso? Sarebbe stato un rischio vano. Non era stato già abbastanza sconsiderato, quel giorno?

«Signore e signori, con quale cifra possiamo aprire le offerte per l’ultimo lotto di oggi?» declamò Ergenschein pomposamente. «Dovremmo forse cominciare da centomila? Ah, sì, ecco, centomila, e da un nuovo offerente, per giunta. Meraviglioso. Il numero 144.»

Gray abbassò la paletta, mentre tutti gli occhi erano puntati su di lui. Ormai si era impegnato.

Accanto a lui, Fiona sorrideva di gusto.

«E si raddoppia l’offerta», annunciò Ergenschein. «Duecentomila, dal numero 002!»

Le star del cinema muto.

Gray sentì che tutta la sala attendeva una sua mossa, compresa la coppia nelle prime file. Era troppo tardi per tirarsi indietro. Alzò la paletta di nuovo.

Le offerte si succedettero per altri dieci minuti colmi di tensione. La sala era ancora gremita. Tutti restavano per vedere a quanto si sarebbe venduta la Bibbia di Darwin. C’era un tifo implicito per Gray. Troppe altre persone erano state battute dalla paletta numero 002. Quando la cifra superò la soglia dei due milioni, ben sopra la stima massima, un mormorio di sommessa eccitazione attraversò la sala.

Ci fu un’altra ondata di entusiasmo quando un offerente telefonico si gettò nella mischia, ma il numero 002 rilanciò e lui non offrì di più.

In compenso, lo fece Gray. Due milioni e trecentomila. Gli sudavano le mani.

«Due milioni e quattrocentomila dal numero 002! Signore e signori, per favore, rimanete seduti.»

Gray alzò la paletta un’altra volta. «Due milioni e cinquecentomila.»

Sapeva di essere sconfitto. Non poté fare altro che guardare quando il numero 002 si alzò di nuovo, inarrestabile, implacabile, spietato.

«Tre milioni», disse il giovane pallido, stanco di giocare. Si alzò e lanciò un’occhiata a Gray, come se lo sfidasse a rilanciare, se ne era capace.

Gray aveva raggiunto il limite. Anche volendo, non poteva offrire di più. Strizzò la paletta tra le mani e scosse la testa, ammettendo la sconfitta.

L’altro s’inchinò verso di lui, da avversario ad avversario. Mimò il gesto di levarsi il cappello. Gray notò una macchia blu sulla mano dell’uomo, tra pollice e indice. Era un tatuaggio. La sua compagna, che, Gray aveva ormai concluso, doveva essere sua sorella, forse addirittura gemella, aveva lo stesso marchio sulla mano sinistra.

Gray s’impresse nella mente il tatuaggio, che poteva essere un utile indizio per scoprire la loro identità.

Fu distratto dal banditore.

«A quanto pare il numero 144 ha rinunciato», constatò Ergenschein. «Altre offerte? E uno, e due, e tre.» Sollevò il martelletto, lo tenne sospeso per un istante mozzafiato, poi lo picchiò sul bordo del podio. «Aggiudicato!»

Un applauso composto suggellò l’offerta finale.

Gray sapeva che sarebbe stato molto più caloroso se avesse vinto lui. Ma era sorpreso di constatare chi applaudiva accanto a lui.

Fiona.

Gli fece un gran sorriso. «Andiamo via di qui.»

Si unirono al flusso di persone in fila all’uscita. Gray ricevette la solidarietà di alcuni partecipanti. Ben presto furono all’aperto e ognuno andò per la propria strada.

Fiona lo trascinò oltre qualche negozio e lo guidò a una vicina pasticceria, un locale francese con tendaggi di chintz e tavolini da caffè in ferro battuto. La ragazza scelse un posto accanto a una vetrina colma di sfogliatelle alla crema, petit-four, bignè al cioccolato e smørrebrød, l’onnipresente panino danese aperto.

Ignorò le leccornie, raggiante di una strana allegria.

«Perché sei così felice?» chiese finalmente Gray. «Abbiamo perso.» Sedeva rivolto verso la vetrina. Dovevano guardarsi le spalle. D’altro canto, visto che la Bibbia era stata venduta, sperava che il pericolo fosse svanito.

«Gliel’abbiamo messa in quel posto!» replicò Fiona. «L’abbiamo tirata fino a tre milioni. Grande!»

«Non penso che il denaro significhi molto per quella gente.»

Fiona tirò lo spillone dello chignon e si sciolse i capelli con un movimento del capo. Si levò dieci anni di età apparente. Lo sguardo era ancora raggiante e divertito, ma con una punta di malizioso compiacimento.

Gray improvvisamente si sentì gelare il sangue. «Fiona, che cosa hai fatto?» Lei sollevò la borsa sul tavolo, la inclinò verso Gray e la tenne aperta. «Oh, Dio…»

Dentro c’era un tomo rilegato in cuoio, identico alla Bibbia che era appena stata venduta.

«È questa quella autentica?» chiese Gray.

«L’ho sgraffignata sotto il naso a quella mezza sega, lì, nella stanza sul retro.»

«Come?»

«Un po’ di specchietto e un po’ di allodola. Mi ci è voluto un giorno intero per trovare una Bibbia della giusta misura e della giusta forma. Poi ho dovuto sistemarla un po’, certo. Infine un sacco di lacrime e di urla, qualche movimento maldestro, e…» Scrollò le spalle. «Voilà! Tutto sistemato.»

«Ma, se avevi già la Bibbia, perché mi hai fatto fare quelle offerte?» Gray d’un tratto capì. «Mi hai fregato.»

«Così quei bastardi hanno sganciato tre milioni per un falso!»

«Scopriranno ben presto che non è autentica», sentenziò Gray, sentendo montare il terrore.

«Già, ma io sarò andata molto lontano, allora.»

«Dove?»

«Con te.» Fiona chiuse la borsa di scatto.

«Non penso.»

«Ricordi quando Mutti ti ha raccontato della biblioteca da cui proveniva la Bibbia di Darwin?»

Gray sapeva a cosa si riferiva. Grette Neal aveva accennato che qualcuno stava ricostruendo l’antica biblioteca di uno scienziato. Aveva intenzione di fargli fotocopiare la ricevuta originale della vendita, ma poi erano stati attaccati ed era andata perduta tra le fiamme.

Fiona si batté una mano sulla fronte. «Ho l’indirizzo stampato qui dentro.» Poi gli porse una mano. «Allora?»

Aggrottando le sopracciglia, lui si accinse a stringergliela.

Lei ritrasse la mano sdegnata. «Già, proprio.» Poi tese ancora la mano, ma col palmo all’insù. «Voglio vedere il tuo vero passaporto, mezza sega. Non penserai mica che non li riconosco, i passaporti falsi.»

Lui la fissò intensamente e, alla fine, malvolentieri, tirò fuori il suo vero passaporto da una tasca nascosta del vestito.

«Grayson Pierce.» Fiona gettò il documento sul tavolo. «Piacere di conoscerti, finalmente.»

Lui si riprese il passaporto. «Torniamo alla Bibbia. Da dove veniva?»

«Te lo dico soltanto se mi porti con te.»

«Non essere ridicola. Non puoi venire con me, sei ancora una bambina.»

«Una bambina con la Bibbia di Darwin.»

Gray era stanco dei suoi ricatti. Avrebbe potuto sottrarle la Bibbia in qualsiasi momento, ma non poteva fare altrettanto con le informazioni che solo lei aveva. «Fiona, questo non è un gioco.»

Lo sguardo della ragazza si fece severo. Fu come vederla invecchiare all’istante. «E tu pensi che io non lo sappia?» chiese con una freddezza mortale. «Dov’eri quando hanno portato via Mutti dentro un sacco?»

Gray chiuse gli occhi. Aveva toccato un tasto dolente, ma lui non voleva lasciarsi intenerire. «Fiona, mi spiace, ma quello che mi chiedi è impossibile. Non posso portare…»

L’esplosione scosse la pasticceria come un terremoto. La vetrina traballò, si frantumarono alcuni piatti. Fiona e Gray si alzarono e si avvicinarono al vetro. Dall’altro lato della strada, una colonna di fumo s’innalzava nel cielo crepuscolare. Da un edificio sventrato si levavano lingue di fuoco sinuose.

Fiona guardò Gray. «Vediamo se indovino…»

«La mia camera d’albergo», ammise lui.

«Possiamo scordarci il vantaggio.»

Himalaya,

ore 23.47

Prigionieri dei tedeschi, Painter e Lisa sedevano l’uno dietro l’altra su uno slittino trainato da una delle motoslitte. Viaggiavano da quasi un’ora, assicurati con cinghie di plastica e legati l’uno all’altra. Perlomeno lo slittino era riscaldato.

Comunque, lui era curvo su di lei, tentando di proteggerla meglio che poteva col corpo. Non poteva fare di più: avevano i polsi legati ai montanti laterali dello slittino.

Davanti a loro, il killer sedeva rivolto all’indietro sul sedile posteriore della motoslitta che li trainava, col fucile e con gli occhi spaiati incessantemente puntati su di loro. Anna Sporrenberg pilotava il veicolo, in testa al convoglio.

Un gruppo di ex nazisti.

O nazisti riformati.

O chi diavolo erano.

Painter mise da parte la questione. Aveva un enigma più importante da risolvere.

Come sopravvivere.

Durante il tragitto, Painter aveva capito come era stato facile scoprire lui e Lisa, nascosti nella grotta. Con gli infrarossi. Nel paesaggio gelido, la traccia del calore corporeo era facile da rilevare e aveva svelato il loro nascondiglio. Per lo stesso motivo, fuggire sarebbe stato quasi impossibile. Continuò a riflettere, la mente concentrata su un solo obiettivo: la fuga.

Ma come?

Nell’ultima ora, il convoglio di motoslitte aveva attraversato la notte gelida. I veicoli erano dotati di motori elettrici e scivolavano quasi senza fare rumore. In silenzio, le cinque motoslitte avevano percorso quel labirinto con una disinvoltura conquistata con la pratica, scivolando sui crinali, tuffandosi in ripide vallate, percorrendo ponti di ghiaccio.

Painter aveva fatto del suo meglio per memorizzare il tragitto, ma lo sfinimento e la complessità del percorso lo confondevano. Il dolore martellante alla testa non aiutava. La cefalea era ritornata, assieme alla perdita di orientamento e alle vertigini. Purtroppo i sintomi non stavano diminuendo. Doveva anche ammettere che non aveva idea di dove si trovassero.

Sporgendosi, guardò il cielo notturno: le stelle brillavano di una luce fredda. Forse poteva usarle come riferimento.

Mentre guardava in alto, i puntini di luce cominciarono a girare nel cielo. Distolse lo sguardo, con un dolore lancinante dietro gli occhi.

«Tutto bene?» sussurrò Lisa.

Painter borbottò qualcosa sottovoce. Aveva troppa nausea per provare a parlare.

«Ancora il nistagmo?» dedusse lei.

Un severo grugnito del sicario prevenne qualsiasi altra comunicazione. Painter gliene fu grato. Chiuse gli occhi e fece qualche respiro profondo, attendendo che il momento passasse.

Cosa che, finalmente, avvenne.

Quando aprì gli occhi il convoglio si portò su una cresta e rallentò sino a fermarsi. Painter si guardò in giro. Non c’era nulla. Sulla destra, una parete di ghiaccio interrompeva la cresta rocciosa. Ricominciò a nevicare.

Perché si erano fermati?

Davanti a loro, il killer scese dalla motoslitta.

Anna fece altrettanto. Voltandogli in parte le spalle, il bestione parlò alla donna, in tedesco.

Painter si sforzò di ascoltare e riuscì a cogliere le ultime parole dell’uomo.

«… dovremmo ucciderli e basta.»

Non era detto con veemenza, solo con spaventosa praticità.

Anna non era d’accordo. «Dobbiamo scoprire di più, Gunther.» La donna lanciò un’occhiata fugace a Painter. «Sai quanti problemi abbiamo ultimamente. Se è stato mandato qui… Se sa qualcosa che può fermarla…»

Painter non aveva idea di cosa stessero parlando, ma era disposto a sfruttare quel malinteso. Soprattutto se serviva a tenerlo in vita.

Il sicario scosse la testa. «Quello puzza di guai lontano un chilometro.» Fece per andarsene, come se non avesse più importanza. Per lui la questione era chiusa.

Anna lo fermò, toccandogli la guancia, teneramente, con gratitudine… e forse qualcos’altro. «Danke, Gunther.»

Lui si allontanò, ma non prima che Painter notasse un lampo di dolore nei suoi occhi. Gunther camminò faticosamente sino alla parete di ghiaccio e scomparve attraverso una fessura. Un istante dopo comparvero una nuvola di vapore e una luce intensa, per poi svanire d’un tratto.

Una porta si era aperta e richiusa.

Alle spalle dell’uomo, una delle guardie emise un verso derisorio, brontolando una parola, un insulto, udibile soltanto nelle immediate vicinanze.

Leprakönig.

Re lebbroso.

Painter notò che la guardia aveva aspettato che il bestione fosse troppo lontano per sentire. Non aveva osato dirglielo in faccia. Ma, a giudicare dalle spalle ricurve del sicario e dai suoi modi burberi, Painter sospettò che se lo fosse sentito dire altre volte.

Anna risalì sulla motoslitta. Un’altra guardia armata prese il posto del killer, con l’arma puntata. Ripartirono.

Girarono attorno a uno sperone roccioso e scesero per un passo ancora più ripido. Davanti a loro c’era solo un mare di nebbia ghiacciata che oscurava la vista, sovrastato da una pesante cresta della montagna, bassa e incurvata come un paio di mani in cerca di calore.

Scesero nel vasto banco di nebbia, trafiggendolo con le luci.

In pochi istanti, la visibilità si ridusse a qualche decina di centimetri. Le stelle svanirono.

Poi, d’un tratto, l’oscurità divenne più profonda, mentre si addentravano nell’ombra dell’aggetto di roccia. Ma, anziché diventare più fredda, l’aria divenne notevolmente più calda. Mentre proseguivano la discesa, dalla neve cominciarono ad affiorare rocce e massi, attorno ai quali gocciolava neve sciolta.

Painter concluse che ci doveva essere una sacca di attività geotermica in quel punto. Rare sorgenti termali erano sparse qua e là nella catena dell’Himalaya. Create dall’intensa pressione tra la piattaforma continentale indiana e l’Asia, erano note soprattutto alle popolazioni indigene. Quelle sorgenti geotermiche erano ritenute la fonte del mito di Shangri-La.

Via via che la neve si assottigliava, il convoglio fu costretto ad abbandonare le motoslitte. Quando furono parcheggiate, Painter e Lisa furono slegati dallo slittino. Lui le restò vicino. Si scambiarono uno sguardo carico di preoccupazione.

Circondati da parka bianchi e fucili, furono condotti a piedi per il resto del tragitto. Sotto gli stivali, la neve lasciò il posto alla roccia bagnata. Comparvero scalini scolpiti nella pietra. Davanti a loro, la nebbia perpetua si assottigliò e si sfaldò.

Dopo pochi passi, una parete di roccia emerse dall’oscurità, riparata da una spalla della montagna. Era una grotta naturale. Ma non era un paradiso. C’era solo granito nero scosceso, che trasudava e gocciolava.

Somigliava più all’inferno che a Shangri-La.

Lisa inciampò accanto a lui. Painter la sostenne come poté, coi polsi legati, ma capì il perché di quel passo incerto.

Davanti a loro, un castello emergeva dalla foschia.

O, meglio, mezzo castello.

Avvicinandosi, Painter riconobbe in quella forma una facciata, scolpita sommariamente in fondo alla grotta. Due gigantesche torri merlate affiancavano un massiccio torrione centrale. Dietro spesse vetrate si vedevano luci accese.

«Granitschloß», annunciò Anna, facendo strada verso un’entrata ad arco, alta il doppio di Painter, fiancheggiata da giganteschi cavalieri di granito.

L’ingresso era sigillato da un pesante portone di legno di quercia, con borchie e sbarre di ferro nero; ma, mentre il gruppo si avvicinava, il portone si sollevò, aprendosi a saracinesca.

Anna proseguì a grandi passi. «Venite. È stata una lunga nottata.»

Painter e Lisa furono condotti all’entrata, col fucile puntato contro. Lui studiò la facciata, i bastioni, i parapetti e le finestre ad arco. L’intera superficie di granito nero trasudava umidità, gocciolava, lacrimava. L’acqua sembrava nera come petrolio, come se il castello si stesse dissolvendo davanti ai loro occhi, tornando a fondersi nella parete di roccia.

L’intensa illuminazione proveniente da alcune delle finestre conferiva alla facciata del castello una luminescenza infernale, ricordandogli un dipinto di Hieronymus Bosch. L’artista del XV secolo si era specializzato in rappresentazioni perverse dell’inferno. Se Bosch avesse mai scolpito le porte degli inferi, le avrebbe fatte come quel castello.

Non avendo altra scelta, Painter seguì Anna e attraversò l’entrata ad arco del castello. Guardò su, cercando le parole che, secondo Dante, erano scolpite all’ingresso dell’inferno: Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.

Le parole non c’erano, ma era come se ci fossero.

Lasciate ogni speranza…

La frase riassumeva bene la situazione.

Copenhagen, Danimarca,

ore 20.15

Mentre l’eco dell’esplosione si disperdeva, Gray prese Fiona per un braccio e la trascinò fuori da una porta laterale della pasticceria francese. Puntò verso un vicolo lì vicino, facendosi largo tra i clienti radunati sul marciapiede.

In lontananza cominciarono a urlare le sirene. Ai vigili del fuoco di Copenhagen, quella dovette sembrare una giornata interminabile.

Gray raggiunse l’angolo del vicolo, lontano dal fumo e dal caos, con Fiona al seguito. Sentì un mattone spezzarsi accanto all’orecchio, seguito da un rimbalzo sibilante. Un proiettile. Girando su se stesso, spinse Fiona nel vicolo e si acquattò, scrutando la strada alla ricerca del tiratore.

Anzi la tiratrice.

Era vicina. Mezzo isolato più indietro, sul lato opposto della strada.

Era la donna albina dell’asta. La differenza era che portava una tuta aderente nera e aveva anche acquisito un nuovo accessorio alla moda: una pistola col silenziatore. La teneva bassa, accanto al ginocchio, mentre avanzava a grandi passi verso la loro posizione. Si toccò un orecchio, muovendo le labbra.

Aveva una radio.

Quando la donna passò sotto un lampione, Gray si accorse dell’errore: non era la stessa donna dell’asta. Aveva i capelli più lunghi e il viso più scarno.

Doveva essere una sorella maggiore dei due gemelli.

Gray si rimise in movimento. Pensava che Fiona fosse già a metà del vicolo, ma la trovò a cinque metri da lui, in sella a una Vespa verdina arrugginita. «Che stai…»

«Abbiamo trovato un passaggio», lo interruppe, riponendo un cacciavite nella borsetta.

Gray le fu accanto in un istante. «Non c’è tempo di farla partire.»

Fiona gli lanciò un’occhiata fugace, mentre maneggiava un groviglio di fili dell’accensione. Ne intrecciò un paio e il motore si mise a tossire, e infine partì.

La ragazza era brava, ma c’erano limiti alla fiducia.

Gray le fece cenno di farsi indietro. «Guido io.»

Fiona scrollò le spalle e scivolò sul sellino posteriore.

Gray montò in sella, abbassò il cavalletto e sparò il motore a manetta. Col fanale spento, si lanciò nel vicolo buio… o, meglio, avanzò trotterellando.

«Forza!» esclamò.

«Metti la seconda», suggerì Fiona. «Evita la terza, bisogna tirargli il collo, a queste vecchie carrette.»

«Non ho bisogno di un secondo pilota.»

Comunque Gray obbedì. Lo scooter balzò in avanti come una puledra spaventata. Percorsero il vicolo a tutta velocità, zigzagando tra decine di bidoni della spazzatura.

Mentre le sirene strillavano, Gray si voltò a dare un’occhiata. Un’autopompa sfrecciò davanti all’entrata del vicolo, coi lampeggianti accesi, diretta al luogo dell’esplosione. Prima che Gray si voltasse, comparve una figura scura, che si stagliava contro le luci della strada alle sue spalle.

La donna che aveva sparato.

Gray diede gas e aggirò sbandando un grosso cassone da cantiere, mettendolo tra sé e la donna. Da lì, procedendo radente al muro, potevano percorrere il resto del vicolo riparati e sbucare sulla traversa davanti a loro, che splendeva come un faro.

Era la loro unica opportunità.

Gli occhi puntati sulla strada, Gray si vide parare davanti una seconda sagoma scura. Illuminati dai fari di un’auto di passaggio, i suoi capelli biondi si fecero argentati. Un altro fratello. L’uomo indossava un lungo spolverino nero. Aprendolo, scoprì un fucile a canne mozze.

La donna doveva averlo chiamato via radio, organizzando quell’imboscata.

«Tieniti forte!» urlò Gray.

L’uomo sollevò il fucile con una mano e Gray notò che aveva l’altro braccio bendato dal polso al gomito e legato al collo. Sebbene il viso fosse in ombra, Gray capì chi era.

L’assassino di Grette Neal. Le bende coprivano i segni dei morsi di Bertal.

L’uomo puntò il fucile.

Non c’era più tempo.

Gray sterzò bruscamente, facendo sbandare lo scooter di lato. Il fucile esplose un colpo smorzato, accompagnato dal fragore di una porta sfondata dai pallettoni.

Fiona guaì di paura.

Ma quello fu l’unico colpo che l’uomo riuscì a sparare, prima di tuffarsi per scansare la sbandata della Vespa. Una volta fuori dal vicolo buio, Gray diede un colpo d’acceleratore e, con un grande stridore di pneumatici, riprese il controllo dello scooter. S’intrufolò nel traffico, guadagnandosi la strombazzata di uno sdegnato automobilista alla guida di un’Audi.

Mentre procedevano, Fiona allentò la presa.

Gray faceva lo slalom tra le auto più lente, acquisendo velocità, via via che la strada scendeva sempre più ripida. La discesa terminava in un incrocio a T con un viale alberato. Gray frenò, preparandosi alla curva stretta. Lo scooter si rifiutò di obbedire. Lui guardò giù e vide qualcosa penzolare accanto alla ruota posteriore.

Il cavo dei freni.

Doveva essersi staccato durante la sbandata.

«Rallenta!» gli urlò Fiona in un orecchio.

«Il freno è andato!» ribatté lui. «Tieniti forte!»

Gray spense il motore, poi cercò di ridurre lo slancio dello scooter scartando a destra e a sinistra, come uno slalomista. Trascinò la ruota posteriore contro un marciapiede, facendo fumare la gomma.

Raggiunsero l’incrocio, andando ancora troppo forte. Tagliarono la strada a un camion.

Gray rovesciò lo scooter su un lato prima di andare a sbattere contro il marciapiede opposto.

La Vespa si ribaltò, disarcionando Gray e Fiona. La collisione fu attutita da una siepe, ma i due finirono comunque per rotolare sul marciapiede, sino a fermarsi alla base di un muro di mattoni.

Dopo essersi rimesso in piedi, Gray raggiunse Fiona. «Tutto a posto?»

Lei si alzò, più arrabbiata che dolorante. «Ho speso duecento euro per questa gonna.» Il suo vestito aveva un lungo strappo su un lato. Lo tenne chiuso con una mano e si chinò per recuperare la borsa.

L’abito Armani di Gray era messo anche peggio. I pantaloni avevano uno strappo sul ginocchio e, in quanto alla giacca, sembrava che l’avesse strofinata con una spazzola di ferro. A parte qualche graffio ed escoriazione, però, ne erano usciti indenni.

Il traffico continuava a fluire davanti al luogo del loro incidente.

Fiona s’incamminò. «Da queste parti gli incidenti in Vespa sono all’ordine del giorno. E i furti pure. Gli scooter, a Copenhagen, sono una specie di proprietà collettiva. Te ne serve uno? Prenditelo. Poi mollalo per il prossimo che passa. Non gliene frega niente a nessuno.»

Ma a qualcuno sì. Un nuovo stridore di pneumatici attirò la loro attenzione. Una berlina nera s’immise sulla strada, due isolati più indietro, e si diresse verso di loro a gran velocità. Non c’erano né edifici né vicoli. Soltanto un alto muro di cinta, oltre il quale risuonavano allegre melodie di flauti e archi.

Dietro di loro, la berlina rallentò nei pressi della Vespa abbandonata. Senza dubbio la fuga in scooter era stata riferita via radio.

«Vieni», disse Fiona.

Mettendosi la borsa a tracolla, lo condusse a una panchina ombreggiata e ci montò su. Poi, usando lo schienale per darsi lo slancio, fece un salto e si aggrappò a un ramo sopra di lei. Sollevò le gambe e le attorcigliò attorno al ramo.

«Che fai?»

«I ragazzi svegli lo fanno sempre. Entrata gratis.»

«Cosa?»

«Forza!»

Spostando una mano dopo l’altra lungo il grosso ramo, si portò oltre il muro di mattoni, poi si lasciò cadere dall’altro lato e scomparve.

La berlina ripartì lentamente.

Non avendo altra scelta, Gray seguì l’esempio di Fiona. Montò sulla panchina e saltò su. La musica fluttuava nell’aria scintillante e magica della notte. Una volta appeso a testa in giù, Gray si sporse oltre il muro di cinta. Dall’altra parte c’era un paese delle meraviglie, fatto di lanterne sfavillanti, palazzi in miniatura e passatempi funamboleschi.

Tivoli.

Il lunapark di fine secolo era situato nel cuore di Copenhagen. Dalla sua posizione sopraelevata, Gray vedeva il lago al centro del parco: uno specchio d’acqua che rifletteva migliaia di lanterne e luci. Da lì si dipartivano viali bordati di fiori, che conducevano a padiglioni illuminati, montagne russe di legno, giostre e ruote panoramiche. L’antico lunapark non era tanto una Disneyland meno tecnologica, quanto piuttosto un accogliente parco di quartiere.

Gray superò il muro di cinta muovendosi lungo il ramo.

Dall’altra parte, Fiona lo aspettava dietro un capanno degli attrezzi.

Gray sganciò le gambe e rimase appeso per le braccia. Un pezzo di corteccia esplose vicino alla sua mano destra. Spaventato, mollò la presa e cadde, facendo mulinare le braccia in cerca di equilibrio. Atterrò su un’aiuola, sbattendo un ginocchio, ma il terriccio morbido attutì la caduta. Dall’altra parte del muro si udì il brontolio di un motore e una portiera sbattuta.

Li avevano visti.

Con una smorfia in volto, Gray raggiunse Fiona, che lo guardava con occhi sgranati. Aveva sentito anche lei lo sparo. Senza una parola, fuggirono assieme, nel cuore di Tivoli.

6. IL BRUTTO ANATROCCOLO

Himalaya,

ore 01.22

Lisa era immersa in un bagno fumante di acque termali. Poteva chiudere gli occhi e immaginarsi in un costoso stabilimento idroterapico europeo. Gli accessori di quella stanza erano decisamente raffinati: morbidi asciugamani e accappatoi di cotone egiziano, un enorme letto a baldacchino con una montagna di coperte, accatastate su una trapunta di piumino d’oca alta trenta centimetri. Alle pareti erano appesi arazzi medievali e i pavimenti di pietra erano ricoperti di tappeti turchi.

Painter era nella sala adiacente, impegnato a rattizzare il fuoco del piccolo camino.

Condividevano quella confortevole cella.

Painter aveva detto ad Anna Sporrenberg che loro due stavano assieme, in America. Uno stratagemma per evitare di essere separati.

Lisa non aveva avuto nulla da ridire. Non voleva restare sola.

Anche se la temperatura era al limite dell’ebollizione, la donna aveva i brividi. Da medico, riconosceva i segni dello shock: l’adrenalina che l’aveva sostenuta fino a quel momento cominciava a svanire. Si ricordò di come si era scagliata contro quella tedesca, quasi aggredendola. Che cosa le era saltato in mente? Aveva rischiato che li facessero fuori entrambi.

E per tutto quel tempo, invece, Painter era rimasto così calmo. Anche in quel momento la rassicurava sentirlo mentre aggiungeva un altro pezzo di legno al fuoco, un atto semplice per procurare sollievo e ristoro a tutti e due. Doveva essere esausto. Lui aveva già fatto il bagno, non tanto per motivi igienici, quanto come rimedio contro un principio di congelamento. Lisa aveva notato le chiazze bianche che aveva alle estremità delle orecchie e aveva insistito perché usasse la vasca per primo.

A lei era andata meglio, perché aveva vestiti più pesanti. Comunque s’immerse completamente nella vasca, sprofondando sott’acqua anche con la testa. Il calore le pervase il corpo, riscaldando tutti i tessuti. Le si acuirono i sensi. Non doveva fare altro che inspirare, lasciarsi annegare. Un attimo di panico, poi sarebbe finito tutto: la paura, la tensione. Avrebbe ripreso il controllo del proprio destino, si sarebbe riappropriata di ciò che i suoi carcerieri tenevano in ostaggio.

Solo un respiro…

«Hai quasi finito?» Il suono di quelle parole, smorzato dall’acqua, le sembrava molto distante. «Ci hanno portato uno spuntino.»

Lisa riemerse dall’acqua e dal vapore, i capelli e il viso gocciolanti. «Sì… Esco tra un minuto.»

«Fai con comodo», replicò Painter dall’altra stanza.

Lo sentì aggiungere altra legna al fuoco.

Dove trovava la forza di muoversi? Prima costretto a letto per tre giorni, poi la lotta nel seminterrato, infine quel viaggio al gelo… Eppure andava avanti imperterrito. Forse era soltanto la disperazione, ma percepiva in lui una sorgente di forza che andava oltre la resistenza fisica.

Mentre pensava a quell’uomo, smise finalmente di tremare. Uscì dalla vasca con la pelle fumante e si tamponò con un asciugamano. Appeso a un gancio c’era un morbido accappatoio. Lo lasciò lì ancora per un istante. Accanto a un antico lavabo c’era uno specchio che arrivava fino al pavimento. La superficie era appannata, ma rifletteva comunque la sua figura nuda. Ruotò una gamba, non per un vezzo narcisistico, ma per esaminare la mappa dei lividi sparpagliati sull’arto. I polpacci doloranti le ricordarono una cosa essenziale.

Era ancora viva.

Diede un’occhiata alla vasca.

Non avrebbe concesso loro quella soddisfazione. Sarebbe andata sino in fondo.

S’infilò l’accappatoio. Dopo aver stretto la cintura attorno alla vita, uscì dal bagno. L’altra stanza era più calda. Arrivando, avevano trovato una temperatura accettabile, grazie a una ventola di riscaldamento, ma il fuoco acceso nel camino l’aveva resa molto più accogliente. Il piccolo focolare crepitava allegramente, diffondendo una luce calda e tremolante. L’unica altra illuminazione, una serie di candele accese accanto al letto, contribuiva all’atmosfera intima.

Non c’era elettricità.

Anna Sporrenberg aveva spiegato orgogliosamente che il castello era alimentato quasi interamente a energia geotermica, grazie a un progetto centenario di Rudolf Diesel, l’ingegnere tedesco dai natali francesi che avrebbe in seguito inventato il motore diesel. In ogni caso, l’elettricità non doveva essere sprecata ed era quindi disponibile solo in alcune aree selezionate del castello, tra le quali non rientrava la loro stanza.

Painter si voltò a guardarla, quando entrò. Lei notò che, coi capelli arruffati, lui aveva un’aria sbarazzina. A piedi nudi e avvolto in un accappatoio identico al suo, riempì due tazze di coccio con una bevanda fumante.

«Tè al gelsomino», spiegò, facendole cenno di accomodarsi su un piccolo divano davanti al fuoco. Su un tavolino era poggiato un vassoio con vari formaggi, un pane nero, roast beef a fette e una scodella di more con un piccolo bricco di panna.

«La nostra ultima cena?» chiese Lisa, cercando di suonare disinvolta, ma senza riuscirci.

Painter batté con la mano il posto accanto a lui mentre si sedeva.

Lei lo raggiunse.

Mentre lui tagliava il pane, Lisa prese un pezzetto di cheddar stagionato. Lo annusò e lo rimise sul vassoio. Non aveva appetito.

«Dovresti mangiare», le consigliò Painter.

«Perché? Per essere più forte quando ci riempiranno di farmaci?»

Painter arrotolò una fetta di roast beef e se la infilò in bocca. Continuò a parlare mentre masticava: «Nulla è certo. Se c’è una cosa che ho imparato nella vita è proprio questa».

Poco convinta, lei scosse la testa. «Che vuoi dire, quindi? Speriamo che tutto vada per il meglio?»

«Personalmente preferisco avere un piano.»

«Ce l’hai?»

«Uno molto semplice. Senza raffiche di mitra e pioggia di granate.»

«E allora?»

Lui ingoiò il roast beef e si voltò verso di lei. «Una cosa che, sorprendentemente, funziona un sacco di volte.»

Lei aspettava una risposta. «E cioè?»

«L’onestà.»

Lisa si accasciò sul divano, lasciando cascare le spalle. «Grandioso.»

Painter raccolse una fetta di pane, ci spalmò uno spesso strato di senape, aggiunse una fetta di roast beef e, per finire, un pezzo di cheddar. Poi porse il tutto a Lisa. «Mangia.»

Sospirando, lei prese la sua creazione, solo per fargli piacere.

Painter ne preparò un’altra per sé. «Per esempio, io sono il direttore di una divisione della DARPA che si chiama Sigma. Siamo specializzati nelle indagini sulle minacce contro gli Stati Uniti. Insomma, siamo il braccio armato della DARPA.»

Lisa rosicchiò la crosta del pane, sentendo il sapore intenso della senape fresca. «Possiamo aspettarci un’azione di soccorso da parte dei tuoi colleghi?»

«Ne dubito. Non nei tempi che abbiamo a disposizione. Ci vorranno giorni perché scoprano che il mio cadavere non è sepolto sotto le macerie del monastero.»

«Allora non capisco…»

Painter sollevò una mano, sgranocchiò un boccone di panino e continuò a parlare con la bocca piena. «Sto parlando di onestà. Dire le cose come stanno, apertamente, e vedere che cosa succede. Qualcosa ha attirato l’attenzione della Sigma, da queste parti. Storie di strane malattie. Dopo così tanti anni di operazioni condotte nell’ombra, perché tutti questi passi falsi negli ultimi mesi? Io non sono uno che crede molto alle coincidenze. Ho sentito Anna parlare col soldato assassino. Ha accennato a un problema, qualcosa che li lascia sconcertati. Forse i nostri obiettivi non sono tanto diversi. Forse c’è spazio per una cooperazione.»

«E ci lascerebbero in vita?» chiese lei, con un tono a metà tra lo scherno e la speranza. Poi morse il panino, per non sentirsi troppo sciocca.

«Non lo so», rispose lui, onestamente. «Finché ci dimostriamo utili, forse sì. E, se riuscissimo a guadagnare un paio di giorni, aumenterebbero le possibilità di essere salvati oppure di un cambiamento delle circostanze.»

Lisa masticò il cibo, riflettendo. Senza neanche rendersene conto, si ritrovò a mani vuote. E aveva ancora fame. Divisero la scodella di more, versandoci sopra la panna.

Guardò Painter da una nuova prospettiva. Non era soltanto forte e caparbio. Dietro quegli occhi blu si nascondevano anche una vivace intelligenza e una buona dose di buon senso. Sentendosi osservato, lui le lanciò un’occhiata. Lisa ritornò immediatamente a studiare il vassoio.

Finirono di mangiare in silenzio, sorseggiando il tè. Con lo stomaco pieno, la stanchezza si fece sentire. Anche parlare era una fatica. In più, a Lisa piaceva stare seduta in silenzio accanto a lui. Sentiva il suo respiro e il profumo della sua pelle appena lavata.

Mentre finiva di bere il tè addolcito col miele, notò che Painter si sfregava la tempia destra, strabuzzando gli occhi. La cefalea stava ritornando. Non voleva giocare a fare la dottoressa e preoccuparlo con un atteggiamento clinico, ma lo osservò con la coda dell’occhio. Gli tremavano le dita dell’altra mano. Notò la leggera vibrazione delle sue pupille, mentre guardava il fuoco che si spegneva lentamente.

Painter aveva parlato di onestà, ma voleva sapere la verità sulle sue condizioni di salute? Gli attacchi sembravano più frequenti e una parte di lei era abbastanza egoista da aver paura, non per la salute di Painter, ma per la esigua speranza di sopravvivere che lui le aveva infuso. Aveva bisogno di lui.

Lisa si alzò. «Dobbiamo dormire un po’. Presto si farà giorno.»

Painter gemette, ma annuì. Si alzò. Vacillò e lei dovette sostenerlo per un braccio.

«Sto bene», disse lui.

Alla faccia dell’onestà.

Lisa lo condusse fino al letto e tirò indietro le coperte.

«Posso dormire sul divano», propose lui, opponendo resistenza.

«Non essere ridicolo e mettiti a letto. Non è il momento di preoccuparsi del pudore. Siamo in una roccaforte nazista.»

«Ex nazista.»

«Già, questo sì che è confortante.»

Painter salì sul letto con un sospiro, con tanto di accappatoio addosso. Lei girò dall’altro lato e fece altrettanto, spegnendo le candele. Le ombre s’ispessirono, ma il fuoco morente continuava a diffondere una luce piacevole nella stanza. Lisa non era certa di poter sostenere un’oscurità completa.

Si sistemò sotto le coperte, tirandole su fino al mento. Lasciò uno spazio tra loro due, rivolgendo la schiena a Painter.

Lui percepì la sua paura e si voltò verso di lei. «Se moriremo, lo faremo assieme.»

Non erano esattamente le parole rassicuranti che si aspettava di sentire, ma allo stesso tempo le davano uno strano conforto. Nelle parole di Painter, nel suo tono di voce, c’era qualcosa: forse l’onestà, forse una promessa… In ogni caso, furono molto più efficaci di qualsiasi traballante rassicurazione sulla loro incolumità.

Lei gli credeva.

Accoccolandosi vicino a lui, gli prese la mano. Le loro dita s’intrecciarono. Nulla a che vedere col sesso, era solo il bisogno di un contatto fisico. Lei gli prese un braccio e se lo avvolse attorno.

Lui le strinse forte la mano, rassicurante. Allora lei gli si avvicinò ancora di più e Painter si voltò per abbracciarla meglio.

Lisa chiuse gli occhi, senza aspettarsi di dormire. Eppure, stretta tra le braccia di lui, alla fine si addormentò.

Copenhagen, Danimarca,

ore 22.39

Gray guardò l’orologio.

Erano nascosti da oltre due ore. Lui e Fiona si erano intrufolati nel condotto della Minen, la miniera. Era una vecchia attrazione animatronica, con vetture che passavano davanti ad animali di cartone simili a talpe che, vestite da minatori, lavoravano in una stravagante cava sotterranea. Lo stesso ritornello musicale si ripeteva di continuo, in una versione uditiva della tortura cinese dell’acqua.

Poco dopo essersi mischiati alla folla di Tivoli, Gray e Fiona erano saltati su una vettura, fingendo di essere padre e figlia. Alla prima curva non sorvegliata, però, erano scesi e si erano nascosti in una cabina di servizio, dietro una porta col simbolo di una scarica elettrica. Non essendo arrivato in fondo al percorso, Gray poteva soltanto immaginare come sarebbe andato a finire: con quelle creature simili a talpe felicemente ricoverate in ospedale, malate di antracosi.

O almeno così sperava.

Il brioso ritornello si ripeté per la millesima volta. Forse non era terribile quanto It’s a Small World di Disneyland, ma ci mancava poco.

Gray aveva la Bibbia di Darwin aperta in grembo. Ne stava esaminando le pagine con una penna luminosa, alla ricerca di indizi che ne giustificassero l’importanza. La testa gli pulsava di dolore a tempo di musica.

«Hai una pistola?» chiese Fiona, accovacciata in un angolino con le braccia conserte. «Se ce l’hai, sparami subito.»

Gray sospirò. «Manca solo un’altra ora.»

«Non ce la farò mai.»

Il piano era aspettare che il lunapark chiudesse. Gray era sicuro che ormai tutte le uscite fossero sotto sorveglianza, perciò la loro unica speranza era tentare la fuga durante l’esodo di massa dal parco, a mezzanotte. Aveva tentato di farsi confermare l’arrivo di Monk all’aeroporto di Copenhagen, ma il ferro e il rame del vecchio edificio disturbavano il campo del cellulare. Dovevano arrivare all’aeroporto.

«Hai scoperto qualcosa nella Bibbia?» chiese Fiona.

Gray scosse la testa. L’albero genealogico, o, meglio, evolutivo, della famiglia Darwin, raffigurato all’interno della copertina, era particolarmente affascinante. Ma per il resto, nelle pagine che aveva esaminato fino a quel momento, la carta fragile e delicata non conteneva nessun indizio. Aveva scoperto soltanto qualche scarabocchio. Lo stesso segno ripetuto all’infinito, in numerose posizioni diverse.

Gray diede un’occhiata al suo taccuino. Aveva annotato i simboli nell’ordine in cui li aveva trovati, scritti a margine della Bibbia. Non sapeva se li avesse fatti Darwin o il successivo proprietario del volume.

Spinse il taccuino verso Fiona.

«Ci vedi qualcosa di familiare?»

La ragazza sospirò e guardò di traverso i simboli.

«Impronte di uccellini», commentò. «Non vale la pena di scervellarsi.»

Gray s’irritò, ma tacque. L’umore di Fiona era peggiorato. Gli piaceva di più quando era vendicativa e compiaciuta, oppure pazza di rabbia. Da quando erano imprigionati lì dentro, sembrava che si fosse chiusa in se stessa. Gray sospettava che avesse incanalato tutto il dolore e le energie in quello stratagemma per impadronirsi della Bibbia, quella piccola vendetta contro gli assassini di sua nonna; ma, mentre erano chiusi lì al buio, la realtà stava tornando a galla.

Che cosa poteva fare? Prese carta e penna, cercando un sistema per farla concentrare sul presente. Disegnò un altro simbolo: il piccolo tatuaggio che aveva visto sul dorso della mano del compratore.

Le passò il taccuino. «Che ne dici di questo?»

Con un sospiro ancora più accentuato, lei si sporse in avanti a guardare un’altra volta. Scosse la testa. «Un quadrifoglio? Non so. Che cosa dovrebbe… Aspetta.» Prese il taccuino e guardò meglio. Sgranando gli occhi, esclamò: «Ma questo l’ho già visto!»

«Dove?»

«Su un biglietto da visita. Ma non era proprio così, aveva solo i contorni.» Prese la penna e cominciò a disegnare.

«Di chi era il biglietto da visita?»

«Di quello stronzo che è venuto a scartabellare nei nostri archivi mesi fa. Il tipo che ci ha fregato con la carta di credito falsa.» Fiona continuò a disegnare. «E, tu, dove l’hai visto?»

«Era tatuato sulla mano dell’uomo che ha comprato la Bibbia.»

«Lo sapevo! C’è sempre lo stesso bastardo dietro tutta questa storia. Prima cerca di rubarla, poi copre le sue tracce uccidendo Mutti e incendiando il negozio.»

«Ti ricordi il nome sul biglietto da visita?»

Fiona scosse la testa. «Soltanto il simbolo, perché l’avevo riconosciuto.»

Gli passò lo schizzo che aveva fatto. Era un disegno più dettagliato, che, rispetto al tatuaggio, rivelava meglio l’intreccio del simbolo.

Gray picchiettò un dito sul foglio. «Hai riconosciuto questo simbolo?»

Fiona annuì. «Colleziono spille. Certo, con questi vestiti orribili non ho potuto metterne neanche una.»

Gray ricordò la felpa col cappuccio, quella che Fiona indossava quando l’aveva vista la prima volta, ornata di spille e distintivi di ogni forma e misura.

«Ho avuto una fase celtica. Ascoltavo solo quella musica e avevo un sacco di spille con disegni celtici.»

«E questo simbolo?»

«Si chiama Quadrato della Terra o Croce di San Giovanni. È una protezione, invoca i quattro angoli della terra per ottenere potere.» Indicò i cerchi simili a un quadrifoglio. «E per questo che a volte lo chiamano nodo-scudo. Serve a proteggerti.»

Gray si concentrò, ma non trovò nessun significato in quell’indizio.

«È per questo che ho detto a Mutti di fidarsi di quel tizio», aggiunse Fiona, afflosciandosi contro la parete. La sua voce divenne un sussurro, come se avesse paura di parlare. «A lei non piaceva quell’uomo. Era una reazione di pelle. Ma, quando io ho visto quel simbolo sul suo bigliettino, ho pensato che doveva essere un tipo a posto.»

«Non potevi saperlo.»

«Mutti invece lo sapeva», replicò lei, tagliente. «E adesso è morta. Per colpa mia.» Nelle sue parole risuonavano il senso di colpa e la rabbia.

«Sciocchezze.» Gray le si avvicinò e le mise un braccio attorno alle spalle. «Chiunque siano queste persone, erano molto determinate fin dall’inizio. Lo sai anche tu. Avrebbero trovato un modo per impadronirsi di quelle informazioni nel vostro negozio. Non avrebbero mai accettato un no. Se tu non avessi convinto tua nonna a lasciargli guardare gli archivi, avrebbero potuto farvi fuori tutt’e due all’istante.»

Fiona si appoggiò a lui.

«Tua nonna…»

«Non era mia nonna», lo interruppe lei, con la voce soffocata.

Gray se l’era immaginato, ma rimase in silenzio, lasciandola parlare.

«Mi ha sorpreso mentre tentavo di rubare un po’ di roba dal suo negozio. Due anni fa. Ma non ha chiamato la polizia. Mi ha preparato una zuppa di pollo e orzo.»

Gray non aveva bisogno di vedere il viso di Fiona per sapere che aveva abbozzato un sorriso.

«Era fatta così. Ha sempre aiutato i ragazzi di strada. Raccattava i randagi.»

«Come Bertal.»

«E me.» Restò in silenzio per un lungo istante. «I miei genitori sono morti in un incidente stradale. Erano immigrati pakistani, del Punjab. Avevamo una casetta a Waltham Forest, a Londra, c’era anche il giardino. Parlavamo di prendere un cane. Poi… sono morti.»

«Mi spiace, Fiona.»

«Mia zia e mio zio mi hanno preso con loro. Erano appena arrivati dal Punjab.» Un’altra lunga pausa. «Dopo un mese, lui ha cominciato a venire nella mia stanza di notte.»

Gray chiuse gli occhi.

«Perciò sono scappata. Ho vissuto per la strada a Londra, per un paio d’anni, ma mi sono cacciata in un guaio con le persone sbagliate. Dovevo scappare di nuovo. Perciò ho lasciato l’Inghilterra e sono andata in giro con lo zaino per l’Europa. Alla fine sono arrivata qui.»

«E Grette ti ha preso con sé.»

«Ma adesso è morta anche lei.» Ancora una volta l’eco del senso di colpa. «Forse porto sfortuna.»

Gray la strinse a sé. «Ho visto come ti guardava. Per lei averti con sé non è stata una sfortuna. Ti voleva bene.»

«Lo so…» Fiona si voltò dall’altra parte. Cominciò a sussultare e a singhiozzare sommessamente. Gray la tenne stretta. Alla fine lei si voltò e affondò il viso tra le sue braccia. A quel punto anche Gray dovette lottare col senso di colpa. Grette era una donna così generosa, amorevole e istintiva, gentile e comprensiva. E ormai era morta. Lui doveva fare i conti con le sue colpe. Se avesse proceduto con maggiore cautela, se fosse stato meno avventato in quell’indagine…

Quale prezzo per quella trascuratezza.

Fiona continuò a singhiozzare.

Anche ammesso che l’omicidio e l’incendio fossero già pianificati a prescindere dalle sue indagini grossolane, Gray giudicò le sue azioni successive. Era fuggito, abbandonando Fiona nel caos, lasciandola sola col suo dolore. Ricordò come l’aveva chiamato, prima arrabbiata, poi implorante.

Lui non si era fermato.

«Adesso non ho nessuno», disse Fiona, piangendo sommessamente sull’abito di Gray.

«Hai me.»

Lei si tirò indietro, con gli occhi gonfi di lacrime. «Ma anche tu te ne andrai.»

«E tu verrai con me.»

«Ma hai detto…»

«Lascia perdere quello che ho detto.» Gray sapeva che la ragazza non era più al sicuro. Sarebbe stata eliminata. Se non per impadronirsi della Bibbia, per metterla a tacere. Sapeva troppe cose. «Hai detto che sapevi l’indirizzo che c’era sulla ricevuta di vendita della Bibbia.»

Fiona lo guardò con evidente sospetto. Aveva smesso di singhiozzare. Si allontanò, valutando se la sua solidarietà fosse soltanto uno stratagemma per farle dire ciò che sapeva.

Gray capì la sua diffidenza, imparata per strada, e sapeva che era meglio non insistere. «Ho un amico che sta per arrivare con un jet privato. Dovrebbe atterrare a mezzanotte. Possiamo metterci in contatto con lui e andare dove vogliamo, con l’aereo. Puoi dirmi dove dobbiamo andare quando siamo a bordo.» Gray le porse una mano, pronto a suggellare l’accordo.

Guardandolo di traverso, con un occhio semichiuso, Fiona gli strinse la mano. «Affare fatto.»

Era una piccola pezza rispetto agli errori del giorno precedente, ma era un inizio. Bisognava toglierla dai pericoli e, una volta sull’aeroplano, sarebbe stata al sicuro. Poteva rimanere a bordo, sorvegliata, mentre lui e Monk proseguivano l’indagine.

Fiona gli passò il taccuino con tutti i simboli scarabocchiati. «Tanto perché tu ti faccia un’idea, dobbiamo andare a Paderborn, in Germania. Ti rivelerò l’indirizzo esatto quando saremo là.»

Gray prese quella concessione come un piccolo indice di fiducia. «Bene.»

L’accordo era concluso.

«Ora, se solo tu potessi far smettere questa musica…» aggiunse la ragazza, gemendo per la stanchezza.

Per tutta risposta, l’incessante cantilena s’interruppe. Anche il ronzio costante delle macchine e il rumore secco delle vetture sui binari cessarono. Nell’improvviso silenzio, fuori dall’angusta porticina risuonarono i passi di qualcuno.

Gray si alzò. «Stai dietro di me.»

Fiona raccolse la Bibbia e la infilò nella borsa. Gray prese una spranga di ferro che aveva trovato poco prima.

La porta si aprì e una luce intensa li abbagliò.

Sorpreso, l’uomo sbraitò in danese: «Che ci fate qui?»

Gray abbassò la spranga. Era stato sul punto di colpire un tizio con la divisa da manutentore.

«La giostra è chiusa», disse l’uomo, facendosi da parte. «Uscite di qui, prima che chiami la sicurezza.»

Gray obbedì. L’operaio lo guardò male mentre gli passava davanti. Capì che impressione doveva fare la scena. Un uomo e un’adolescente nascosti nella cabina di un lunapark.

«Tutto a posto, signorina?» chiese l’operaio. Doveva aver notato gli occhi gonfi e i vestiti strappati.

«Stiamo bene», rispose lei, prendendo sottobraccio Gray e ancheggiando un po’. «Ha pagato un extra per questo giro.»

L’uomo assunse un’espressione di disgusto. «L’uscita posteriore è da questa parte.» Indicò un’insegna luminosa. «Non fatevi più beccare qui dentro. È pericoloso gironzolare da queste parti.»

Mai pericoloso quanto fuori. Gray fece strada verso la porta e l’aprì. Guardò l’ora. Erano da poco passate le undici. Il parco era aperto ancora per un’ora. Forse era meglio provare a uscire subito. Girarono attorno all’edificio e videro che quell’area del lunapark era deserta. Non c’era da meravigliarsi che avessero chiuso quell’attrazione così presto.

Gray sentì musica e schiamazzi provenienti dal lago in mezzo al parco.

«Si stanno radunando tutti per la parata e per i fuochi d’artificio», spiegò Fiona.

Gray pregò che lo spettacolo pirotecnico di quella sera non finisse con persone insanguinate e in preda al panico. Scrutò le immediate vicinanze. Le lanterne illuminavano la notte, le aiuole straripavano di tulipani. I viali di cemento e le piazzole erano poco popolati in quella zona. Erano troppo esposti.

Gray individuò un paio di agenti di sicurezza, un uomo e una donna, che camminavano un po’ troppo decisi nella loro direzione. L’operaio della manutenzione aveva cambiato idea e aveva avvertito la sicurezza?

«È ora di svignarsela di nuovo», disse Gray, trascinando Fiona nella direzione opposta. Si avviò verso il punto in cui convergeva la folla. Camminavano a passo spedito, all’ombra degli alberi. Come due visitatori ansiosi di guardare la sfilata.

Si lasciarono alle spalle i sentieri tra le aiuole ed entrarono nella piazza centrale col grande lago, illuminato dalle luci e dalle lanterne dei padiglioni e dei palazzi circostanti. La folla acclamò il primo dei carri della parata, che entrava nella piazza in quel momento. Era alto tre piani e rappresentava una sirena su uno scoglio, decorata con luci colore verde smeraldo e celeste. Era seguito da altri carri sfavillanti, con fantocci animati alti cinque metri. Il tutto accompagnato da gioiose melodie di flauti e rulli di tamburi.

«È la sfilata di Hans Christian Andersen», disse Fiona. «Celebra il duecentesimo anniversario dello scrittore, santo patrono della città.»

Gray avanzò con lei verso la folla assiepata ai lati del percorso dei carri, attorno al lago. Un gigantesco fiore infuocato esplose nel cielo, specchiandosi nell’acqua, accompagnato da una potente detonazione. Fantastiche cascate di lucenti stelle filanti dipinsero spirali, fischiando nel cielo notturno.

Mentre si avvicinavano alla folla che confluiva verso la parata, Gray manteneva una vigilanza costante, attento a individuare tutte le persone dalla carnagione chiara vestite di nero. Ma erano a Copenhagen. Una persona su cinque era bionda e il nero, a quanto sembrava, era l’ultimo grido in Danimarca.

Il cuore di Gray batteva a tempo coi tamburi. Una breve salva di fuochi d’artificio gli martellò il petto e i timpani. Ma finalmente avevano raggiunto le altre persone radunate per lo spettacolo.

Sopra di loro un altro fiore incandescente crepitò ed esplose, con una pioggia di fuoco.

Fiona inciampò.

Gray l’afferrò, mentre sentiva fischiare le orecchie.

Quando l’eco dell’esplosione svanì, Fiona lo guardò, scioccata. Sollevò una mano da un fianco e gliela mostrò, mentre lui la trascinava in mezzo alla folla.

Fiona aveva il palmo della mano coperto di sangue.

Himalaya,

ore 04.02

Painter si svegliò nel buio: il fuoco era spento. Quanto aveva dormito? Senza finestre, erano fuori dal tempo. Ma intuiva che non ne era trascorso molto. Qualcosa l’aveva svegliato.

Si sollevò su un gomito.

All’altro capo del letto, anche Lisa era sveglia e guardava verso la porta. «Hai sentito?»

La stanza tremò violentemente. Furono raggiunti da un sonoro bum; era lontano, ma lo sentirono nelle viscere.

Painter gettò indietro le coperte. «Guai.»

Indicò la pigna di vestiti freschi forniti dai loro ospiti. Si vestirono rapidamente: calzamaglie e maglie a maniche lunghe, jeans pesanti e consunti e maglioni ingombranti.

Lisa accese le candele accanto al letto. Infilò i piedi in un paio di robusti stivali di cuoio, più adatti a un uomo. Attesero in silenzio per qualche tempo, forse venti minuti.

Entrambi si lasciarono cadere nuovamente sul letto.

«Secondo te che cosa è successo?» sussurrò Lisa.

Sentirono l’eco di una voce alterata.

«Non lo so, ma penso che lo scopriremo presto.»

Si udì un rumore di stivali nel corridoio, oltre la pesante porta di legno di quercia.

Painter si alzò, tendendo un orecchio. «Vengono da questa parte.»

In effetti, qualcuno bussò forte alla porta. Sollevando un braccio, Painter tenne indietro Lisa e retrocedette a sua volta. Poi sentirono sfregare la sbarra di ferro che li teneva chiusi dentro.

La porta si aprì e quattro uomini irruppero nella stanza, puntando i fucili contro di loro. Poi ne entrò un quinto. Somigliava molto all’assassino di nome Gunther. Un gigante di uomo, dal collo taurino, coi capelli a spazzola, color argento o grigio chiaro. Indossava ampi pantaloni marroni, infilati in stivali alti fino alla coscia, e una camicia dello stesso colore. Gli mancavano soltanto la fascia nera al braccio e la svastica, per il resto era un perfetto soldato delle truppe d’assalto naziste.

O, meglio, ex naziste.

Aveva anche la stessa faccia pallida di Gunther, ma sembrava che avesse qualche problema. Il lato sinistro del volto era inerte, come se avesse subito un ictus.

Il braccio sinistro era mezzo paralizzato e tremava mentre indicava la porta. «Kommen Sie mit mir!»

Stava ordinando loro di uscire. Il corpulento caposquadra si girò e s’incamminò a grandi passi, come se persino l’idea di disobbedire fosse semplicemente inconcepibile. D’altro canto, i fucili che i prigionieri avevano puntati nella schiena non potevano che consolidare la sua presunzione.

Painter fece un cenno col capo a Lisa. Lei lo affiancò mentre uscivano, seguiti dal quartetto di guardie. Il corridoio era angusto, scolpito nella roccia, largo a malapena per due persone. L’unica illuminazione proveniva dalle torce elettriche affrancate ai fucili delle guardie, che proiettavano ombre danzanti davanti a loro. Il corridoio era decisamente più freddo della loro stanza, ma non era gelido.

Non fecero molta strada. Secondo le stime di Painter, erano diretti verso la facciata del castello. Aveva ragione. Sentì persino il vento fischiare in lontananza. Fuori doveva essere ripresa la tempesta.

Davanti a loro, il corpulento caposquadra bussò a una porta di legno intagliato. Una risposta ovattata lo incoraggiò a entrare. Il corridoio s’illuminò di una luce calda, accompagnata da un’ondata di calore. La guardia entrò e tenne aperta la porta.

Anche Painter e Lisa entrarono nella stanza e si guardarono attorno. Sembrava una biblioteca, in stile rustico. Era su due piani, con scaffalature aperte su tutt’e quattro le pareti. Il livello superiore era cinto da una balconata di ferro, pesante e senza fronzoli. L’unica strada per salire era una scala a pioli.

La fonte di calore era un grande focolare di pietra, in cui bruciava un piccolo falò. Da un dipinto a olio, un uomo con un’uniforme tedesca li guardava dall’alto in basso.

«Mio nonno», spiegò Anna Sporrenberg, notando lo sguardo di Painter. Si alzò da una mostruosità di scrivania intagliata. Anche lei indossava jeans scuri e un maglione. A quanto sembrava, era l’abbigliamento prescritto al castello. «Rilevò il castello dopo la guerra.»

La donna indicò loro alcune poltrone dallo schienale alto e avvolgente, disposte in cerchio di fronte al camino. Painter notò che aveva le occhiaie. Sembrava che non avesse dormito affatto. Inoltre, odorava di fumo, un odore simile alla cordite. Interessante. Incrociò il suo sguardo mentre si avvicinava alle poltrone. Sebbene fosse esausta, la donna aveva occhi accesi e penetranti: erano astuti, rapaci e calcolatori. Una persona da cui stare in guardia. Sembrava che anche lei lo stesse valutando con la stessa intensità.

Che cosa stava succedendo?

«Setzen Sie sich, bitte», disse la donna, indicando le sedie.

Painter e Lisa si sedettero l’uno accanto all’altra. Anna scelse una poltrona dalla parte opposta. La guardia rimase accanto alla porta chiusa, con le braccia conserte. Painter sapeva che le altre guardie aspettavano fuori. Esaminò la stanza in cerca di vie di fuga. L’unica altra uscita era una finestra infossata, che dava sull’oscurità, sbarrata da una griglia di ferro. Impossibile fuggire di lì.

Painter rivolse nuovamente la sua attenzione ad Anna. Forse c’era un’altra via d’uscita. I modi della donna erano cauti, ma sicuramente li aveva convocati per un motivo. Lui aveva bisogno di tutte le informazioni possibili, ma avrebbe dovuto gestire la situazione con abilità. Notò la somiglianza tra Anna e l’uomo del dipinto. Era un buon punto di partenza.

«Ha detto che suo nonno ha rilevato il castello», esordì, cercando di estorcere qualche risposta, rimanendo su un terreno sicuro. «A chi apparteneva, prima?»

Anna si appoggiò allo schienale della poltrona, traendo evidente sollievo da quel momento di quiete davanti al camino. Tuttavia manteneva la concentrazione. Con le mani in grembo, lanciò un breve sguardo a Lisa e poi si rivolse di nuovo a lui. «Il Granitschloß ha una storia lunga e oscura, signor Crowe. Ha sentito parlare di Heinrich Himmler?»

«Certo, il capo delle SS.»

«Ja. Era un macellaio e un pazzo.»

Painter fu sorpreso di sentire quei giudizi. Era forse un trucco? Intuiva che c’era sotto qualcosa, ma non conosceva le regole del gioco. Non ancora.

Anna proseguì: «Himmler credeva di essere la reincarnazione di Enrico, un tedesco, re dei sassoni nel X secolo. Pensava anche di ricevere messaggi medianici da lui».

Painter annuì. «Ho sentito che coltivava un interesse morboso per l’occulto.»

«Un’ossessione, in effetti.» Anna scrollò le spalle. «Era una passione di molti in Germania. Risaliva a Madame Blavatskij, che coniò il termine ‘ariano’. Sosteneva di avere acquisito conoscenze segrete studiando in un monastero buddista. A suo dire alcuni maestri le avevano insegnato che l’umanità era regredita da una razza superiore e un giorno si sarebbe nuovamente evoluta. Un secolo dopo, Guido von List mescolò quelle credenze con la mitologia tedesca, dando un’origine nordica a quella mitica razza ariana.»

«E il popolo tedesco non solo abboccò, ma s’ingoiò anche la lenza e il galleggiante», aggiunse Painter, per stuzzicarla un po’.

«E perché no? Dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale, un’idea del genere compiaceva la nostra vanità. Fu accolta in un fiorire di logge occulte in Germania. La società di Thule, la società di Vril, l’ordine dei Nuovi Templari.»

«A quanto ricordo, lo stesso Himmler apparteneva alla società di Thule.»

«Sì, il Reichsführer credeva appieno in questa mitologia e anche nella magia delle rune nordiche. È per questo che scelse le doppie rune sig, le due saette gemelle, per rappresentare il suo ordine di sacerdoti-guerrieri, la Schutzstaffel, o SS. Studiando l’opera di Madame Blavatskij, si convinse che la razza ariana fosse comparsa per la prima volta nella regione dell’Himalaya e che proprio qui sarebbe risorta.»

Lisa intervenne per la prima volta. «Perciò è vero che Himmler mandò spedizioni sull’Himalaya.» Scambiò uno sguardo con Painter. Ma l’uomo continuava a chiedersi che cosa significasse la frase criptica di Anna.

Non siamo nazisti. Non più.

Doveva incoraggiare la donna a parlare, fintanto che si dimostrava socievole. Intuiva una qualche trappola, ma non aveva idea di dove volesse andare a parare. Detestava brancolare nel buio, ma si rifiutava di darlo a vedere. «Allora, che cosa cercava Himmler quassù? Qualche tribù ariana perduta? Una Shangri-La a supremazia bianca?»

«Non esattamente. Con la scusa di fare ricerche antropologiche e zoologiche, Himmler inviò dei membri delle SS a cercare prove dell’esistenza di una razza scomparsa. E, sebbene non trovasse nulla, era sempre più determinato, sempre più immerso nella sua follia. Quando cominciò a costruire una roccaforte delle SS in Germania, un castello personale chiamato Wewelsburg, ne fece costruire una perfetta copia qui, trasportando in aereo mille schiavi dai campi di concentramento tedeschi. Mandò anche una tonnellata di lingotti d’oro per renderci autosufficienti. La cosa ha funzionato, grazie ad attenti investimenti.»

«Ma perché costruire qui?» chiese Lisa.

Painter intuì il motivo. «Credeva che la razza ariana sarebbe risorta da queste montagne. Stava costruendo la loro prima fortezza.»

Anna annuì, come a concedergli un punto in una immaginaria partita. «Credeva pure che i maestri occulti che avevano istruito Madame Blavatskij fossero ancora vivi. Stava costruendo una roccaforte per loro, una sede in cui concentrare tutte quelle conoscenze e quelle esperienze.»

«E questi maestri occulti si fecero mai vivi?» chiese Painter, in tono canzonatorio.

«No, ma alla fine della guerra comparve mio nonno. E portò con sé qualcosa di miracoloso, qualcosa che poteva far diventare realtà il sogno di Himmler.»

«E che cos’era?» chiese Painter.

Anna scosse la testa. «Prima di continuare, le devo fare una domanda. E apprezzerei una risposta onesta.»

Painter si accigliò per l’improvviso cambio di tono. «Sa che non le posso promettere una cosa simile.»

Anna sorrise per la prima volta. «Apprezzo anche questo piccolo esempio di onestà, signor Crowe.»

«Allora, qual è la sua domanda?» chiese lui, curioso. Dovevano essere arrivati al nocciolo.

«Lei è malato? Faccio fatica a stabilirlo. Sembra molto lucido.»

Painter sgranò gli occhi. Non si aspettava quella domanda.

Prima che potesse rispondere, Lisa disse: «Sì».

«Lisa…» l’ammonì Painter.

«Lo scoprirebbe comunque. Non ci vuole una laurea in medicina per accorgersene.» Lisa si voltò verso Anna. «Presenta sintomi vestibolari, nistagmo e disorientamento.»

«Emicranie e lampi nel campo visivo?»

Lisa annuì.

«Lo immaginavo.» Si appoggiò allo schienale. Sembrava che quell’informazione rassicurasse la donna. Painter era perplesso. Perché?

Lisa insistette. «Di cosa soffre? Penso che abbia il diritto di saperlo.»

«Ciò richiederà qualche altra spiegazione, ma posso dirle qual è la prognosi.»

«E cioè?»

«Morirà fra tre giorni. In modo orribile.»

Painter si costrinse a non reagire.

Lisa rimase altrettanto imperturbabile, mantenendo un tono clinico. «C’è una cura?»

Anna guardò Painter, poi ancora Lisa. «No.»

Copenhagen, Danimarca,

ore 23.18

Doveva portare la ragazza al sicuro, da un medico. Gray sentiva il sangue che colava dalla ferita di Fiona, inzuppandole la camicetta, mentre la sosteneva, cingendola con un braccio.

Attorno a loro la folla premeva. I flash delle macchine fotografiche mettevano Gray in costante allerta. Dal lago arrivava l’eco di musica e canzoni, mentre la parata proseguiva. Giganteschi fantocci animati sfilavano dondolando e ciondolando sopra le teste degli astanti. I fuochi d’artificio continuavano a esplodere fragorosamente.

Gray ignorava tutto quanto. Stava basso, cercando il cecchino che aveva sparato a Fiona. Aveva dato una breve occhiata alla sua ferita. Era stata colpita di striscio, aveva soltanto un’escoriazione, che però trasudava sangue. Aveva bisogno di assistenza medica. Era pallidissima per il dolore.

Il colpo l’aveva raggiunta da dietro. Il che significava che il cecchino doveva essere appostato tra gli alberi e i cespugli. Era una fortuna che si fossero mischiati alla gente. Ma erano stati individuati e probabilmente i loro inseguitori stavano già convergendo sul posto: sicuramente qualcuno di loro si era già mescolato alla folla.

Gray guardò l’orologio: mancavano quaranta minuti alla chiusura del parco.

Gli serviva un piano, un nuovo piano. Non potevano più aspettare mezzanotte per fuggire. Sarebbero stati scoperti prima. Dovevano andarsene subito, ma il tratto fra la zona della parata e l’uscita era quasi deserto, poiché quasi tutti i visitatori erano radunati attorno al lago. Se avessero tentato una corsa folle verso l’uscita sarebbero stati vulnerabili e sicuramente anche i cancelli erano sorvegliati.

Accanto a lui, Fiona teneva una mano premuta sul fianco. Il sangue le colava tra le dita. Lo guardò, in preda al panico e gli sussurrò: «Che cosa facciamo?»

Gray continuò a muoversi tra la folla. Aveva soltanto un’idea: era pericolosa, ma la prudenza non li avrebbe fatti uscire dal lunapark. «Devo insanguinarmi le mani.»

«Cosa?»

Indicò la camicetta della ragazza. Perplessa, lei ne sollevò un lembo. «Fai attenzione…»

Lui raccolse delicatamente il sangue che gocciolava dalla ferita. Fiona trasalì ed emise un lieve gemito.

«Scusa», disse lui.

«Hai le dita gelate», borbottò lei.

«Tutto bene?»

«Sopravvivrò.»

Era proprio quello l’obiettivo.

«Tra un secondo dovrò prenderti in braccio», annunciò Gray.

«Che cosa…»

«Stai pronta a urlare quando te lo dico io.»

Lei arricciò il naso, confusa, ma annuì.

Gray aspettò il momento giusto. In lontananza cominciarono a suonare flauti e tamburi. Spinse Fiona nella direzione del cancello principale. Passato un gruppo di scolari, individuò una sagoma familiare con uno spolverino nero e il braccio al collo: l’assassino di Grette. Si faceva strada fra i gruppi di ragazzini, sondando la folla con gli occhi.

Gray batté in ritirata, mescolandosi a una massa di tedeschi che cantavano una ballata, in armonia coi flauti e coi tamburi. La canzone si concluse con un’esplosione di fuochi d’artificio e una gragnola di scoppi, a mo’ di timpani.

«Ecco», disse Gray, chinandosi. Si spalmò il sangue in viso e prese in braccio Fiona. Sollevandola, si mise a gridare in danese: «Bomba!»

Gli scoppi si alternavano alle sue urla tonanti.

«Grida», bisbigliò all’orecchio di Fiona, poi risollevò il volto cosparso di sangue. Tra le sue braccia, Fiona si mise a guaire e strillare in agonia.

«Bomba!» urlò di nuovo Gray.

La gente cominciò a voltarsi verso di lui, mentre i fuochi d’artificio continuavano a esplodere. Il sangue fresco luccicava sulle guance di Gray. Dapprima nessuno si mosse. Poi, come quando cambia la marea, una persona arretrò, scontrandosi con un’altra. Si levarono grida e richiami confusi. Sempre più gente cominciò a scappare.

Gray si mescolò a quelli che scappavano in preda al panico.

Fiona piangeva, si dimenava e agitava un braccio, gocciolando sangue dalle dita.

La confusione si alimentò come un incendio. I fuochi d’artificio scemarono e sul percorso della parata si moltiplicarono le grida di terrore. Per ogni persona che scappava, altre due si mettevano in fuga sulla sua scia.

La crescita era esponenziale: quello che inizialmente era un esiguo deflusso divenne una fiumana di piedi che calpestavano il selciato, in fuga verso l’uscita.

Gray si lasciò trasportare, con Fiona tra le braccia. Pregò che nessuno fosse calpestato, ma fino a quel momento il panico non era eccessivo. Cessato il fragore dei fuochi d’artificio, regnava la confusione, più che il terrore. Tuttavia, il deflusso della folla verso il cancello principale stava accelerando.

Gray mise giù Fiona, liberando le braccia. Si asciugò il viso con la manica della giacca Armani. Fiona rimase al suo fianco, tenendo stretta la sua cintura con una mano, per restare agganciata a lui in mezzo alla ressa. Gray indicò il cancello con un cenno del capo. «Se succedesse qualcosa, corri e non ti fermare.»

«Non so se ci riesco. Il fianco mi fa un male cane.»

Gray notò che Fiona zoppicava.

Più avanti, vide gli agenti di sicurezza che cercavano di controllare il deflusso della folla attraverso il cancello, evitando che qualcuno restasse schiacciato nella calca. Guardando meglio, vide un paio di guardie ferme a lato; era lampante che non stavano aiutando le altre a controllare la ressa. Un uomo e una donna, biondi come la neve. Erano i due compratori dell’asta. Travestiti da guardie, sorvegliavano il cancello, entrambi con una mano sul fodero della pistola.

Per un istante, gli occhi della donna si posarono sui suoi, in mezzo alla folla, ma passarono oltre. Poi tornarono a fissarlo.

L’aveva riconosciuto.

Gray cominciò a far marcia indietro nella calca, lottando contro la corrente.

«Cosa fai?» chiese Fiona, schiacciata tra lui e la massa di gente.

«Dobbiamo trovare un’altra uscita.»

«Come?»

Gray si spostò di lato, perché era troppo difficile andare dritto controcorrente. Alla fine riuscì a liberarsi. A quel punto aveva attorno soltanto una manciata di persone.

Gli serviva una copertura migliore.

Erano arrivati ai margini del viale della parata, ormai deserto. I carri si erano fermati, con le luci ancora accese, ma senza musica. Evidentemente il panico aveva contagiato anche gli operatori dei carri, che erano fuggiti, abbandonando le loro vetture. Anche gli agenti di sicurezza se n’erano andati, diretti al cancello.

Gray vide che la cabina di uno dei carri aveva la portiera aperta. «Da questa parte.»

Sopra la cabina giganteggiava un fantoccio illuminato: Gray riconobbe il personaggio del brutto anatroccolo, della favola di Hans Christian Andersen.

Corsero sotto una delle ali sollevate e illuminate da luci gialle intermittenti. Evidentemente quelle ali erano fatte per muoversi. Gray aiutò Fiona a entrare nella cabina, aspettandosi uno sparo nella schiena da un momento all’altro. Salì dopo di lei e chiuse la portiera, cercando di non fare rumore.

Guardando fuori dal parabrezza, notò che dalla folla era emerso un uomo vestito di nero: l’assassino di Grette. Non si curava nemmeno di nascondere il fucile a canne mozze, tanto l’attenzione delle persone era concentrata esclusivamente sull’uscita. L’uomo girava attorno alla folla in fuga, guardando verso il lago e il viale della parata.

Gray e Fiona si abbassarono.

L’uomo passò a pochi metri di distanza e proseguì lungo la fila di carri abbandonati.

«Per un pelo», sussurrò Fiona. «Dovremmo…»

«Zitta.» Gray le posò un dito sulle labbra, urtando una leva col gomito. Si sentì uno scatto.

Gli altoparlanti nascosti dentro il fantoccio cominciarono a blaterare: Quack! Quack! Quack! Quack!

Il brutto anatroccolo si era risvegliato. E tutti se ne accorsero.

Trenta metri più in là, l’assassino si voltò.

Non potevano più nascondersi.

Improvvisamente il motore brontolò. Con la coda dell’occhio, Gray vide Fiona che si assestava sul sedile, premendo la frizione.

«Ho trovato la chiave nel quadro», spiegò la ragazza, innestando la marcia.

Il carro si mise in moto, uscendo dalla fila.

«Fiona, è meglio che gui…»

«Tu hai guidato l’ultima volta e guarda dove siamo finiti.» Puntò dritto verso l’uomo col fucile a canne mozze. «In più, ho un conto in sospeso con questo bastardo.»

L’aveva riconosciuto anche lei, quindi. L’uomo che aveva assassinato sua nonna non fece in tempo a sollevare il fucile, che lei aveva già messo la seconda. Andò a tutta birra verso di lui, incurante della minaccia.

Gray cercò di aiutare in qualche modo, guardandosi attorno. C’erano così tante leve…

L’assassino sparò.

Gray trasalì, ma Fiona aveva già sterzato, giocando d’anticipo. Il colpo finì su un angolo del parabrezza, creando una raggiera di crepe. Fiona raddrizzò il volante, cercando di investire l’uomo.

La sterzata improvvisa sbilanciò il carro di lato, facendo staccare due ruote da terra.

«Tieniti forte!» lo avvertì Fiona.

Il carro ricadde pesantemente sulle quattro ruote, ma nel frattempo l’uomo era riuscito a scattare a sinistra e stava già preparando il fucile, per sparare a distanza ravvicinata al passaggio del carro.

Non avevano abbastanza tempo per evitarlo. Concentrandosi nuovamente sulla schiera di leve, Gray afferrò quella più a sinistra. Era logico. La tirò con forza, mettendo in moto una serie di ingranaggi. L’ala sinistra dell’anatroccolo, sollevata fino a un istante prima, scese di colpo. Finì sul collo dell’assassino, stritolandolo e spezzandogli le vertebre. L’uomo fu sollevato di peso e poi gettato a terra.

«Vai al cancello!» suggerì Gray.

Il brutto anatroccolo aveva avuto la sua prima razione di sangue.

Quack! Quack! Quack! Quack!

Il richiamo aprì un varco tra la folla, che si disperse ai lati della traiettoria del carro. Le guardie, comprese quelle travestite, furono allontanate dalla calca. Il cancello di servizio accanto all’entrata principale era spalancato per facilitare il deflusso della gente in fuga.

Fiona puntò in quella direzione.

L’anatroccolo lo attraversò con un gran fragore, perdendo la mortale ala sinistra. La cabina sussultò e un istante dopo erano sulla strada. Fiona accelerò.

«Gira alla prossima», disse Gray, indicando una strada.

Lei obbedì, scalando in curva come una professionista, e l’anatroccolo girò in volata.

Dopo altre due svolte, Gray la invitò a rallentare. «Non possiamo andare avanti con questo coso. Dà troppo nell’occhio.»

«Dici?» Fiona lo guardò di traverso e scosse la testa, esasperata.

Gray trovò una grossa chiave inglese in una cassetta degli attrezzi. Fece fermare Fiona in cima a una salita e le fece cenno di scendere. Passando al posto di guida, premette la frizione, incastrò la chiave contro l’acceleratore e saltò giù sul marciapiede.

Il brutto anatroccolo partì, lampeggiando e sbattendo contro le auto parcheggiate mentre volava giù per la discesa. Dovunque andasse ad appollaiarsi, l’incidente avrebbe distratto i loro eventuali inseguitori.

Gray s’incamminò nella direzione opposta. Dovevano essere al sicuro per un paio d’ore. Guardò l’orologio. C’era tutto il tempo di arrivare all’aeroporto e Monk sarebbe atterrato di lì a poco.

Fiona zoppicava accanto a lui, dando un’occhiata indietro ogni tanto.

Alle loro spalle, l’anatroccolo starnazzava nella notte.

«Mi mancherà», disse la ragazza.

«Anche a me.»

Himalaya,

ore 04.35

Painter era in piedi accanto al camino. Si era alzato dopo l’annuncio della sua sentenza di morte.

La corpulenta guardia aveva fatto tre passi avanti, ma Anna l’aveva fermata con un cenno della mano. «Nein, Klaus. Alles ist ganz recht.»

Painter aspettò che la guardia, Klaus, ritornasse al suo posto, accanto alla porta. «Non c’è cura?»

«È la verità.»

«Allora perché Painter non manifesta la stessa follia dei monaci?» chiese Lisa.

Anna guardò Painter. «Lei si era allontanato dal monastero, ja? Era nel villaggio vicino. La sua esposizione è stata inferiore. Invece della degenerazione neurologica rapida, sta subendo un deterioramento fisico, più lento e generalizzato. Ma è pur sempre una sentenza di morte.» Anna doveva avergli letto qualcosa in volto. «Anche se non c’è cura, c’è la speranza di rallentare il deterioramento. Negli anni, facendo esperimenti sugli animali, abbiamo ideato alcuni modelli promettenti. Possiamo prolungarle la vita. O almeno avremmo potuto…»

«Che cosa intende?» chiese Lisa.

Anna si alzò. «È il motivo per cui vi ho fatto venire qui. Per mostrarvi una cosa.» Fece un cenno alla guardia, che aprì la porta. «Seguitemi. Forse troveremo un modo per aiutarci a vicenda.»

Painter porse una mano a Lisa, mentre Anna s’incamminava. Bruciava dalla curiosità. Intuiva sia una trappola sia un minimo di speranza.

Non ci poteva essere esca migliore.

Lisa si chinò verso di lui mentre si alzava. «Che succede?»

«Non ne sono certo.» Painter guardò Anna che parlava con Klaus.

Forse troveremo un modo per aiutarci a vicenda.

Painter si era proposto di dire la stessa cosa ad Anna e ne aveva anche parlato con Lisa qualche tempo prima: contrattare le loro vite per guadagnare tempo. Qualcuno li aveva ascoltati di nascosto con delle microspie? Oppure le cose erano peggiorate al punto che quella gente aveva bisogno della loro collaborazione?

Era preoccupato.

«Deve avere a che fare con quell’esplosione che abbiamo sentito», ipotizzò Lisa.

Painter annuì, però aveva bisogno di altre informazioni. Fino a quel momento aveva messo da parte le preoccupazioni per la sua salute… anche se era difficile, mentre un’altra emicrania cominciava a farsi sentire dietro gli occhi e nei molari posteriori, ricordandogli la malattia.

Anna fece cenno di raggiungerla e Klaus si mise da parte. Non sembrava contento. D’altronde, Painter non lo aveva ancora visto contento e, per qualche motivo, sperava che non succedesse mai. Qualsiasi cosa facesse felice quell’uomo probabilmente implicava urla e spargimenti di sangue.

«Se non vi spiace, seguitemi», disse Anna, con fredda cortesia, poi uscì dalla porta affiancata da due delle guardie rimaste fuori.

Klaus scortò Lisa e Painter, con gli altri due uomini armati al seguito.

Andarono in una direzione diversa rispetto alla loro confortevole cella. Dopo qualche svolta, nel cuore della montagna si estendeva un tunnel diritto, più largo di tutti gli altri. Era illuminato da una serie di lampadine elettriche, allineate in gabbiotti metallici lungo una parete. Era la prima traccia di modernità.

Painter notò l’odore di fumo nell’aria, sempre più intenso via via che procedevano. Rivolse nuovamente la sua attenzione ad Anna. «Quindi lei sa che cosa ha causato la mia malattia.»

«È stato l’incidente, come ho detto prima.»

«Un incidente che ha riguardato che cosa, esattamente?» incalzò lui.

«La risposta non è facile, risale a un momento storico molto lontano.»

«Al tempo in cui eravate nazisti?»

Anna lo guardò. «All’origine della vita su questo pianeta.»

«Davvero? Ma allora quanto è lunga questa storia? Ricordi che mi restano soltanto tre giorni.»

Lei gli sorrise e scosse la testa. «In tal caso, passerò immediatamente al momento in cui mio padre arrivò al Granitschloß, alla fine della guerra. Conosce quel periodo storico tumultuoso? Intendo il caos in Europa, dopo il crollo della Germania.»

«Una gara a chi si accaparrava di più.»

«E non soltanto la terra e le risorse della Germania, ma anche le nostre ricerche. Le forze alleate mandarono scienziati e soldati a razziare le campagne tedesche, in cerca di tecnologie segrete. Fu una… mischia.» Anna li guardò con un’espressione perplessa. «È la parola giusta?»

Entrambi annuirono.

«La sola Gran Bretagna mandò cinquemila persone, tra soldati e civili, col nome in codice di T-Force, Technology Force. Il loro obiettivo dichiarato era individuare le tecnologie tedesche e preservarle dal saccheggio e dalle razzie, ma in realtà il saccheggio e le razzie erano il loro vero obiettivo, in competizione con le controparti americane, francesi e russe. Sapete chi era il fondatore della T-Force britannica?»

Painter scosse la testa. Non poté fare a meno di confrontare la Sigma a quelle organizzazioni della seconda guerra mondiale. Saccheggiatori di tecnologie. Gli sarebbe piaciuto parlarne col fondatore della Sigma, Sean McKnight. Sempre che sopravvivesse così a lungo.

«Chi era il capo?» chiese Lisa.

«Un signore che rispondeva al nome di comandante Ian Fleming.»

Lisa emise uno sbuffo incredulo. «Lo scrittore che ha creato James Bond?»

«Proprio lui. Si dice che si sia ispirato ad alcuni membri della sua squadra per creare il suo personaggio. Ciò vi dà un’idea della brutalità e della noncurante esuberanza di quei ladri.»

«Il bottino di guerra va ai vincitori», commentò Painter, con un’alzata di spalle.

«Forse. Ma mio nonno aveva il dovere di proteggere quelle tecnologie. Era un funzionario del Sicherheitsdienst.» Lanciò un’occhiata a Painter, come per metterlo alla prova.

La partita non era ancora finita e lui raccolse la sfida. «Il Sicherheitsdienst era il commando delle SS impegnato nell’evacuazione dei tesori della Germania: oro, opere d’arte, antichità e tecnologie.»

La donna annuì. «Nei giorni conclusivi della guerra, mentre la Russia premeva sul fronte orientale, a mio nonno fu assegnata quella che voi americani chiamate una missione deep black, di massima segretezza. Riceveva ordini direttamente da Heinrich Himmler, prima che il Reichsführer fosse catturato e si suicidasse.»

«E che ordini aveva?»

«Rimuovere, proteggere e distruggere tutte le prove di un progetto dal nome in codice Chronos. Il cuore del progetto era un dispositivo che si chiamava semplicemente die Glocke, la Campana. Il laboratorio di ricerca era nascosto sottoterra, in una miniera abbandonata nei Sudeti. Lui non aveva idea di quale fosse lo scopo del progetto, ma lo avrebbe scoperto in seguito. All’epoca rischiò di distruggere la Campana, ma aveva degli ordini da eseguire.»

«Perciò fuggì con la Campana. Come?»

«Furono messi in atto due piani contemporanei: una fuga a nord, attraverso la Norvegia, e un’altra a sud, attraverso l’Adriatico. C’erano agenti pronti ad assisterlo lungo entrambi i tragitti. Mio nonno scelse di andare a nord. Himmler gli aveva parlato del Granitschloß. Si rifugiò qui con un gruppo di scienziati nazisti, alcuni dei quali avevano un passato nei campi di concentramento. Tutti avevano bisogno di un nascondiglio. In più, mio nonno li allettò con un progetto al quale pochi scienziati saprebbero resistere.»

«La Campana», concluse Painter.

«Esatto. Offriva qualcosa che molti scienziati all’epoca cercavano con mezzi diversi.»

«E cioè?»

Anna sospirò e lanciò uno sguardo fugace a Klaus. «La perfezione.» Rimase in silenzio per qualche istante, persa in una tristezza privata.

Il corridoio terminava in corrispondenza di una gigantesca porta di legno massiccio a due battenti, entrambi aperti. Oltre la soglia, una rudimentale scala a chiocciola scompariva giù nella montagna. La tromba era scavata nella roccia, ma la scala si avvolgeva attorno a un pilone centrale d’acciaio, spesso come un tronco d’albero.

Quando cominciarono a scendere, Painter guardò in alto. Il pilone d’acciaio attraversava il soffitto, forse innalzandosi oltre la spalla della montagna. Un parafulmine, pensò. Sentiva anche un vago odore di ozono, che aveva preso il posto del fumo.

Anna notò il suo sguardo. «Usiamo quel condotto per scaricare le energie in eccesso fuori dalla montagna.»

A Painter vennero in mente le luci spettrali di cui si riferiva nella zona. Era quella la fonte? Delle luci e, forse, della malattia? Reprimendo la rabbia, si concentrò sulle scale. Aveva un dolore martellante alla testa e la scala a chiocciola non faceva che peggiorare le vertigini, già in aumento. Nel tentativo di distrarsi, continuò la conversazione. «Ritornando alla storia della Campana, a che cosa serviva?»

«All’inizio nessuno lo sapeva. Era frutto delle ricerche su una nuova fonte di energia. Qualcuno pensava addirittura che potesse essere una rudimentale macchina del tempo, perciò ebbe il nome in codice Chronos.»

«Macchina del tempo?» le fece eco Painter.

«Non deve dimenticare che i nazisti erano avanti anni luce rispetto ad altre nazioni per determinate tecnologie. Ma mi lasci fare un passo indietro. All’inizio del secolo scorso, c’erano due sistemi teorici in competizione: la teoria della relatività e quella dei quanti. E, sebbene non fossero necessariamente in contraddizione tra loro, anche Einstein, il padre della relatività, descriveva le due teorie come incompatibili. La comunità scientifica si divise in due, e sappiamo bene per quale parte propendeva quasi tutto il mondo occidentale.»

«La relatività di Einstein.»

Anna annuì. «Il che condusse al progetto Manhattan e quindi alla scissione dell’atomo, alle bombe atomiche e all’energia nucleare. I nazisti presero una strada diversa, ma con altrettanto fervore. Avevano un loro equivalente del progetto Manhattan, basato però sull’altra fazione, la teoria dei quanti.»

«Perché scelsero quella strada?» chiese Lisa.

«Per un motivo molto semplice.» Anna si voltò verso di lei. «Perché Einstein era ebreo.»

«Cosa?»

«Non dimentichi il contesto di allora. Einstein era ebreo e perciò le sue scoperte avevano meno valore agli occhi dei nazisti, che invece s’interessarono alle teorie dei fisici tedeschi puri, considerando più valido e importante il loro lavoro. I nazisti basarono il loro progetto Manhattan sull’opera di scienziati come Werner Heisenberg, Erwin Schrödinger e, soprattutto, Max Planck, il padre della teoria dei quanti. Così i nazisti procedettero sulla strada delle applicazioni pratiche della meccanica quantistica, un lavoro considerato pionieristico ancora oggi. Gli scienziati nazisti credevano che si potesse attingere a una fonte di energia sulla base di esperimenti con modelli quantistici. Una cosa di cui si comincia a rendersi conto soltanto adesso. La scienza moderna la chiama energia del punto zero.»

«Punto zero?» ripeté Lisa, guardando Painter.

Lui annuì, conoscendo benissimo quel concetto scientifico. «Quando la materia viene raffreddata fino allo zero assoluto, cioè a quasi meno trecento gradi centigradi, il movimento atomico cessa del tutto. C’è completa immobilità. È il punto zero della natura. Eppure, anche in quella condizione, l’energia permane; una radiazione di fondo che non ci dovrebbe essere. La presenza dell’energia non poteva essere spiegata con le teorie tradizionali.»

«Ma, con la teoria dei quanti, sì», aggiunse Anna, con tono deciso. «Essa ammette il movimento anche quando la materia è congelata nella totale immobilità.»

«E com’è possibile?» chiese Lisa.

«Allo zero assoluto, le particelle non si possono muovere su, giù, a destra o a sinistra, ma, secondo la meccanica quantistica, possono entrare e uscire dall’esistenza, producendo energia, chiamata energia del punto zero.»

«Entrare e uscire dall’esistenza?» Lisa sembrava poco convinta.

«La fisica dei quanti può diventare un po’ bizzarra», intervenne Painter. «Ma, anche se il concetto sembra folle, l’energia è reale, è stata registrata in laboratorio. Gli scienziati di tutto il mondo stanno cercando un modo per attingere a questa energia, che è al cuore di tutta l’esistenza e rappresenta una fonte di energia infinita, senza limiti.»

Anna annuì. «E i nazisti facevano esperimenti su questa energia con lo stesso fervore che voi dedicavate al progetto Manhattan.»

Lisa sgranò gli occhi. «Una fonte illimitata di energia! Se l’avessero scoperta, avrebbe cambiato le sorti della guerra.»

Anna sollevò una mano, correggendola. «Chi dice che non l’hanno scoperta? È documentato che negli ultimi mesi della guerra i nazisti avevano fatto progressi straordinari. Progetti chiamati Feuerball e Kugelblitz, dettagli dei quali si possono ritrovare negli archivi desecretati della T-Force britannica. Ma quelle scoperte giunsero troppo tardi. Le strutture furono bombardate, gli scienziati uccisi, le ricerche trafugate. Qualsiasi cosa fosse rimasta, confluì nei progetti segretissimi delle nazioni vincitrici.»

«Ma non la Campana», disse Painter, riportando la discussione all’argomento originario.

«Non la Campana», convenne Anna. «Mio nonno riuscì a fuggire col cuore del progetto Chronos, nato dalla ricerca sull’energia del punto zero. Il progetto fu ribattezzato Schwarze Sonne da mio nonno, appunto.»

«Sole Nero», tradusse Painter.

«Sehr gut.»

«Ma torniamo alla Campana», riprese Painter. «Che cosa faceva?»

«È la Campana che l’ha fatta ammalare», disse Anna. «L’ha danneggiata al livello dei quanti, dove pillole o altri rimedi non hanno nessun effetto.»

Painter rischiò di scivolare dalle scale. Gli ci volle un momento per digerire l’informazione. Danneggiato al livello dei quanti. Che cosa significava?

Gli ultimi gradini erano bloccati da travi di legno incrociate. Due uomini armati di fucile facevano la guardia. Per quanto stordito, Painter notò la roccia devastata sulla volta dell’ultima curva della tromba delle scale. Davanti a loro si apriva una cripta cavernosa. Painter non riusciva a vedere cosa si nascondeva in fondo a quell’antro, ma sentiva il calore che emanava. Tutte le superfici erano annerite. A terra c’era una fila di sagome avvolte in tela cerata: cadaveri.

Era il sito dell’esplosione che avevano sentito qualche tempo prima. Dalla scena della catastrofe emerse una persona annerita dalla fuliggine, ma ancora riconoscibile. Era Gunther, il bestione che aveva incendiato il monastero. A quanto sembrava, gli inquilini del castello avevano seminato vento e raccolto tempesta…

Gunther si avvicinò allo sbarramento. Anna e Klaus lo raggiunsero. Vedendo i due uomini fianco a fianco, Painter notò una somiglianza tra i due giganti; non tanto nei lineamenti, ma in una certa durezza, in un’aura di estraneità che era difficile da definire.

Gunther salutò Klaus con un cenno del capo. L’altro notò a malapena la sua presenza.

Anna conferì con Gunther, parlando rapidamente in tedesco. Painter riuscì a distinguere una sola parola, identica in tedesco e in inglese: Sabotage.

Quindi non tutto andava per il verso giusto nel Castello di Granito. C’era forse un traditore? Se sì, chi era? E qual era il suo obiettivo? Era un amico o un altro nemico?

Gli occhi di Gunther si posarono su Painter. Le sue labbra si muovevano, ma Painter non riusciva a discernere ciò che diceva. Anna scosse la testa, dissentendo. Gli occhi di Gunther si ridussero a fessure, ma l’uomo fece un cenno di assenso.

Painter sapeva di potersi sentire sollevato. Guardandolo di traverso un’ultima volta, Gunther si voltò e ritornò tra le macerie annerite.

«Ecco quello che volevo mostrarvi.» Anna indicò quella devastazione con un ampio gesto del braccio.

«La Campana», disse Painter.

«È stata distrutta. Un atto di sabotaggio.»

Lisa fissò le macerie. «Ed è stata la Campana a far ammalare Painter.»

«Ed era l’unica possibilità di cura.»

Painter studiò il disastro.

«Avete un duplicato della Campana?» chiese Lisa. «Oppure potete fabbricarne un’altra?»

Anna scosse la testa lentamente. «Uno dei componenti essenziali non può essere riprodotto: lo Xerum 525. Pur essendo passati sessant’anni, non siamo stati in grado di riformularlo.»

«Perciò niente Campana, niente cura», sentenziò Painter.

«Ma forse c’è una possibilità, se ci aiutiamo a vicenda.» Anna gli porse la mano. «Le do la mia parola.»

Non senza una certa rigidità ed esitazione, Painter strinse la mano della donna. Ci doveva essere qualche sotterfugio, qualcosa che Anna non aveva detto. Tutte quelle spiegazioni avevano il solo scopo di fuorviarlo. Perché offrirgli quell’accordo?

D’un tratto capì.

«L’incidente…»

Sentì le dita di Anna contrarsi fra le sue.

«Non è stato un incidente, vero?» Painter ricordò la parola che aveva usato la donna. «È stato un sabotaggio.»

Anna annuì. «Inizialmente abbiamo pensato che si trattasse di un incidente. Altre volte avevamo avuto problemi di sovracorrente, che causavano improvvisi picchi della potenza di uscita della Campana. Niente di straordinario. Scaricando le energie in eccesso si erano verificati alcuni casi di malattia a livello locale e qualche decesso.»

Painter dovette trattenersi dallo scuotere la testa. Niente di straordinario, aveva detto Anna. Quelle malattie e quei decessi erano stati abbastanza straordinari da indurre Ang Gelu a inviare una richiesta d’aiuto dall’altra parte del mondo, facendo arrivare Painter fin lì.

Anna proseguì: «Ma, qualche notte fa, qualcuno ha manomesso le regolazioni durante un test di routine della Campana, aumentando la potenza d’uscita in modo esponenziale»

«E cancellando il monastero e il villaggio.»

«Esatto.»

Painter strinse la presa. Lei era sul punto di ritrarre la mano, ma lui non aveva nessuna intenzione di permetterglielo. Quella donna era ancora elusiva, non aveva rivelato tutto quanto. Ma, come era certo dell’emicrania che lo straziava, Painter era ormai certo anche della verità, che dava un senso a quell’offerta di cooperazione. «Ma non sono stati colpiti soltanto i monaci e gli abitanti del villaggio. Anche tutti voi. Siete tutti malati come me. Non è la rapida degenerazione neurologica riscontrata al monastero, ma il più graduale deterioramento fisico che sto subendo anch’io.»

Anna lo fissò con gli occhi semichiusi, ponderando quanto rivelare, poi annuì. «Eravamo parzialmente schermati, protetti, in una certa misura. Abbiamo convogliato la parte peggiore delle radiazioni della Campana verso l’alto e poi all’esterno.»

Painter ricordò le luci spettrali avvistate in cima alle montagne. Per risparmiare se stessi, i tedeschi avevano sommerso di radiazioni le vicinanze, compreso il monastero. Ma gli scienziati del castello non erano rimasti del tutto incolumi.

Anna sostenne il suo sguardo, impassibile, decisa. «Ora siamo tutti condannati alla stessa sentenza di morte.»

Painter rifletté sulle sue possibilità di scelta. Non ne aveva. Sebbene nessuna delle parti si fidasse dell’altra, erano tutti sulla stessa barca, perciò potevano pure stringersi un po’. Painter concluse la stretta di mano, suggellando il patto. La Sigma e i nazisti, assieme.

SECONDO

7. IL MAMBA NERO

Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,

Zululand, Sudafrica,

ore 05.45

Khamisi Taylor era in piedi di fronte alla scrivania del capo guardacaccia. Rigido e impettito, aspettava che il sovrintendente Gerald Kellog finisse di leggere il suo rapporto preliminare sulla tragedia del giorno precedente.

L’unico suono era il cigolio di un ventilatore a pala che rimestava lentamente l’aria.

Khamisi indossava vestiti presi in prestito: pantaloni troppo lunghi, una camicia troppo stretta. Ma almeno erano asciutti. Dopo aver trascorso tutto il giorno e la notte nello stagno tiepido, immerso fino alle spalle in quella pozza fangosa, con le braccia doloranti per aver tenuto puntato il fucile tutto il tempo, apprezzava quei vestiti caldi e la terra sotto i piedi. Apprezzava anche la luce del giorno. Dalla finestra sul retro dell’ufficio, l’alba dipingeva vagamente il cielo di rosa. Il mondo riemergeva dall’oscurità.

E lui era sopravvissuto.

Era vivo, ma non aveva ancora del tutto accettato quella realtà.

Le urla dell’ukufa gli echeggiavano ancora nella testa.

Gerald Kellog si lisciava distrattamente i folti baffi ramati, mentre continuava a leggere. Il sole del mattino luccicava sulla sua testa pelata, conferendole una lucentezza rosea e untuosa. Finalmente alzò lo sguardo, fissando Khamisi da sopra un paio di occhialini da lettura, due mezze lune sulla punta del naso.

«E questo è il rapporto che lei vorrebbe che io archiviassi, signor Taylor?» Il sovrintendente fece scorrere un dito lungo una riga del foglio giallo. «‘Un grande predatore sconosciuto’: è tutto quello che è in grado di dire sull’animale che ha ucciso e trascinato via la dottoressa Fairfield?»

«Signore, non l’ho potuto guardare bene. Era grosso e aveva il pelo bianco, come ho riferito.»

«Una leonessa, forse», propose Kellog.

«No, signore, non era una leonessa.»

«Come fa a esserne così sicuro? Non ha appena detto che non l’ha visto?»

«Sissignore. Quel che intendevo dire, signore… è che ciò che ho visto non corrispondeva a nessun predatore conosciuto del Lowveld.»

«E allora cos’era?»

Khamisi restò zitto. Non era così sciocco da citare l’ukufa. Alla luce del giorno, sussurrare storie di mostri avrebbe provocato soltanto derisione.

«Perciò una qualche creatura ha attaccato e trascinato via la dottoressa Fairfield, una bestia che lei non ha visto abbastanza chiaramente per poterla identificare.»

Khamisi annuì lentamente.

«Tuttavia lei è scappato e si è nascosto nello stagno. Secondo lei, che idea dà, questo rapporto, del nostro servizio? Uno dei nostri guardacaccia lascia che una donna di sessant’anni venga uccisa, mentre lui scappa a nascondersi con la coda tra le gambe, senza nemmeno sapere che cosa li ha attaccati.»

«Signore, questa non è una giusta…»

«Giusta?» tuonò il sovrintendente, gridando abbastanza da essere sentito nella stanza accanto, dove per l’emergenza era stato convocato l’intero staff. «È giusto che io debba chiamare i familiari della dottoressa Fairfield per informarli che la loro madre o nonna è stata aggredita e divorata mentre uno dei miei guardacaccia, uno dei miei guardacaccia armati, scappava a nascondersi?»

«Non c’era nulla che io potessi fare.»

«Tranne che salvare quella pellaccia…»

Khamisi sentì la parola omessa di proposito: salvare quella pellaccia nera.

Gerald Kellog non aveva assunto Khamisi con entusiasmo. La famiglia del sovrintendente era legata all’ex governo afrikander e lui aveva fatto carriera grazie a quelle conoscenze e a quei legami. Apparteneva ancora al vecchio country club Oldavi, esclusivamente bianco, il quale, anche dopo la fine dell’apartheid, era un importante centro di potere. Sebbene fossero state approvate nuove leggi, abbattute barriere e fossero stati costituiti sindacati, gli affari erano ancora affari in Sudafrica. I De Beers erano ancora proprietari delle miniere di diamanti e i Waalenberg possedevano quasi tutto il resto.

I cambiamenti sarebbero stati lenti.

Il posto di lavoro di Khamisi era un piccolo passo, una porta che lui voleva tenere aperta per la generazione successiva. Perciò mantenne la calma. «Sono sicuro che quando gli investigatori esamineranno il sito giustificheranno la mia linea di condotta.»

«Ah, davvero, signor Taylor? Ho mandato una dozzina di uomini, un’ora dopo che l’elicottero di soccorso l’aveva trovata a sguazzare nel fango, dopo la mezzanotte. Hanno fatto rapporto quindici minuti fa. Hanno trovato la carcassa del rinoceronte, ridotta quasi a uno scheletro da sciacalli e iene. Neanche una traccia del cucciolo che lei ha citato. E, soprattutto, neanche una traccia della dottoressa Fairfield.»

Khamisi scosse la testa, cercando una via d’uscita da quelle accuse. Ripensò alla lunga veglia nello stagno. Il giorno sembrava non finire mai, ma la notte era stata anche peggio. Dopo il tramonto, Khamisi si era aspettato di essere attaccato. Invece aveva sentito l’uggiolio delle iene e i latrati degli sciacalli che si riversavano nella valle, accompagnati da ringhi e guaiti dei vari spazzini che si contendevano i resti.

La presenza dei saprofagi aveva quasi indotto Khamisi a pensare di raggiungere la Jeep senza troppi rischi. Se erano ritornati le solite iene e i soliti sciacalli, forse l’ukufa se n’era andato.

Ma poi Khamisi non si era mosso.

Aveva ancora fresca nella memoria l’imboscata che aveva colto di sorpresa la dottoressa Fairfield.

«Sicuramente c’erano altre tracce», disse al sovrintendente.

«C’erano.»

Khamisi s’illuminò. Se c’era una prova…

«Erano tracce di leonesse», proseguì Kellog. «Due femmine adulte, proprio come dicevo prima.»

«Leonesse?»

«Sì. Credo che abbiamo qualche fotografia di quelle strane creature, da qualche parte. Forse è meglio che se le studi, così in futuro le saprà identificare. Con tutto il tempo libero che avrà…»

«Signore?»

«Lei è sospeso.»

Khamisi non poté nascondere lo stupore. Sapeva che se fosse capitato a un altro guardacaccia — a un qualsiasi guardacaccia bianco — ci sarebbe stata maggiore indulgenza, maggiore fiducia. Ma non per uno che aveva la pelle della tribù. Sapeva che era inutile discutere, avrebbe soltanto peggiorato le cose.

«Senza retribuzione, signor Taylor. Finché non sarà completata un’indagine approfondita.»

Un’indagine approfondita. Khamisi sapeva come sarebbe andata a finire.

«E la polizia locale mi ha chiesto di riferirle che non deve lasciare la zona. Bisogna chiarire anche le eventuali responsabilità penali.»

Khamisi chiuse gli occhi. Anche se il sole stava sorgendo, l’incubo non voleva saperne di terminare.

Dieci minuti dopo, Gerald Kellog era ancora seduto alla sua scrivania, da solo. Si passò una mano sudata sulla testa, come se lustrasse una mela. Le labbra, serrate in un’espressione arcigna, si rifiutavano di distendersi. La notte era stata interminabile, aveva dovuto spegnere un incendio dopo l’altro; e c’erano ancora mille dettagli da gestire: parlare coi media, occuparsi della famiglia della biologa, compresa la compagna della dottoressa Fairfield.

Kellog scosse la testa pensando a quella questione. La dottoressa Paula Kane sarebbe stata l’osso più duro della giornata seguente. Sapeva che il rapporto tra le due donne non si limitava al lavoro di ricerca. Era stata Paula Kane a insistere per fare uscire l’elicottero, quella notte, quando la dottoressa Fairfield non era tornata dall’escursione.

Svegliato nel mezzo della notte, Kellog l’aveva invitata a mantenere la calma. A tirarlo giù dal letto fu l’informazione sul luogo in cui la dottoressa Fairfield si era diretta, assieme a uno dei suoi guardacaccia: il confine nordoccidentale del parco, non lontano dalla riserva privata dei Waalenberg.

Una ricerca in quei paraggi richiedeva la sua immediata supervisione.

Era stata una notte frenetica, che aveva richiesto interventi rapidi e coordinamento, ma era quasi finita.

C’era soltanto un ultimo dettaglio di cui occuparsi.

Kellog sollevò la cornetta e compose il numero privato. Aspettò di prendere la linea, picchiettando una penna su un taccuino.

«Riferisca», fu la risposta laconica a collegamento avvenuto.

«Ho appena concluso il colloquio.»

«E?»

«Non ha visto nulla… nulla di chiaro.»

«Che cosa significa?»

«Sostiene di avere intravisto qualcosa. Nulla che potesse identificare.»

Seguì un lungo silenzio.

Kellog diventò nervoso. «Il suo rapporto sarà modificato. Si è trattato di leonesse, sarà questa la conclusione. Ne abbatteremo qualcuna, tanto per andare sul sicuro, e la questione sarà chiusa tra un giorno o due. Nel frattempo l’ho sospeso.»

«Molto bene. Lei sa che cosa deve fare.»

Kellog protestò. «È stato sospeso, non oserà agitare le acque. L’ho spaventato per bene. Non penso…»

«Esatto, non pensi. Ha ricevuto i suoi ordini. Lo faccia sembrare un incidente.»

La linea fu interrotta.

La stanza era un forno, a dispetto del ronzio dell’aria condizionata e delle pigre rotazioni del ventilatore. Niente poteva davvero contrastare il calore cocente della savana, con l’avanzare della giornata.

Ma non era per la temperatura che la fronte di Kellog era imperlata di sudore.

Ha ricevuto i suoi ordini.

E sapeva bene che non era il caso di disobbedire.

Guardò il taccuino, sulla scrivania. Parlando al telefono aveva fatto qualche scarabocchio distrattamente, segno di quanto lo mettesse a disagio l’uomo all’altro capo della linea.

Kellog si affrettò a cancellarlo con la penna, strappò il foglio e lo fece a brandelli. Nessuna prova. Mai. Era la regola. E lui aveva i suoi ordini.

Lo faccia sembrare un incidente.

In volo sulla Germania,

ore 04.50

«Atterreremo tra un’ora», disse Monk. «Forse dovresti provare a fare un altro sonnellino.»

Gray si stiracchiò. Il cupo ronzio del jet Challenger 600 l’aveva cullato sino a farlo addormentare, ma la sua mente ritornava agli eventi della giornata, cercando di ricomporre il puzzle. Aveva la Bibbia di Darwin aperta davanti a sé. «Come sta Fiona?»

Con un cenno del capo, Monk indicò il divano in fondo. Fiona era distesa, con una coperta addosso. «È crollata, finalmente. C’è voluto qualche analgesico per metterla fuori gioco. Quella ragazzina non chiude mai la bocca.»

Non aveva smesso di parlare da quando erano arrivati all’aeroporto di Copenhagen. Gray aveva avvertito Monk per telefono e lui aveva organizzato un’auto privata per portarli rapidamente e senza pericolo all’aeroplano che faceva rifornimento. Logan aveva risolto tutte le questioni diplomatiche e di visti.

Tuttavia Gray aveva ripreso a respirare regolarmente soltanto quando il Challenger si era staccato dal suolo e aveva preso quota.

«La sua ferita?»

Monk scrollò le spalle e sprofondò nella poltrona di fronte. «Un graffio. Okay, un graffio brutto e profondo. Le farà un male cane nei prossimi giorni. Ma, con un po’ di antisettico, un cicatrizzante liquido e un buon bendaggio, sarà in gran forma entro un paio di giorni. Pronta per rapinare un altro po’ di gente.»

Monk si tastò la giacca, assicurandosi di avere ancora il portafogli.

«L’ha rubato soltanto per darti il buongiorno», disse Gray, celando un sorriso stanco. Grette Neal gliel’aveva spiegato il giorno prima. Dio, era passato soltanto un giorno?

Mentre Monk si occupava di Fiona, Gray aveva fatto rapporto a Logan. Il direttore ad interim non era felice di sentire le sue avventure dopo l’asta… un’asta alla quale gli era stato vietato di partecipare. Ma il danno era fatto. Per fortuna aveva ancora la chiave USB con le foto di tutti i partecipanti, compresa la coppia dai capelli biondo platino. Aveva inviato tutto quanto a Logan, faxandogli anche alcune pagine della Bibbia e dei suoi appunti. Gli aveva mandato inoltre il disegno del tatuaggio a forma di quadrifoglio che aveva visto sulla mano degli aggressori, di quella specie di squadriglia di sconosciuti assassini biondi.

Logan e Kat si sarebbero dati da fare per scoprire chi ci fosse dietro. Logan aveva già avviato indagini presso le autorità di Copenhagen. Non erano stati riferiti decessi al lunapark. A quanto sembrava, il corpo dell’assassino che avevano agganciato con l’ala dell’anatroccolo era scomparso. Perciò la loro fuga da Tivoli non aveva lasciato strascichi fra la gente strattonata, a parte qualche contusione e qualche graffio. Nessun ferito grave, tranne il carro della parata.

Gray guardò Monk che controllava le tasche dei jeans. «C’è ancora, l’anello?»

«Non c’era bisogno di rubare anche quello.»

Gray doveva riconoscere la destrezza di Fiona. «Allora, vuoi dirmi qualcosa di quel cofanetto per anelli?»

«Ti volevo fare una sorpresa…»

«Monk, non sapevo che mi volessi così bene.»

«Ma piantala! Intendevo che te lo volevo dire io, senza che la signorina Copperfield decidesse di tirarlo fuori dal cilindro.»

Gray si appoggiò allo schienale, guardando in faccia Monk, con le braccia conserte. «Perciò hai intenzione di chiederglielo. Non so… La signora Kat Kokkalis. Non acconsentirà mai.»

«Non credo neanche io. Questo dannato coso l’ho comprato due mesi fa. Non ho mai trovato il momento buono per chiederglielo.»

«Vuoi dire che non hai mai trovato il coraggio.»

«Be’, forse anche quello.»

Gray si sporse in avanti e diede un buffetto sul ginocchio dell’amico. «Ti ama, Monk. Smettila di preoccuparti.»

Lui sorrise come un ragazzino. Non gli donava molto, ma Gray riconobbe dallo sguardo di Monk quanto erano profondi i suoi sentimenti… accompagnati da una punta di paura. Monk si sfregò il punto in cui la protesi della mano si congiungeva col moncherino del polso. Nonostante la spavalderia che ostentava, era stato scosso profondamente dalla mutilazione dell’anno precedente. L’attenzione di Kat aveva contribuito alla sua guarigione molto più degli sforzi dei medici. Ma gli restava una vena profonda di insicurezza.

Monk aprì il cofanetto di velluto e guardò l’anello di fidanzamento da tre carati. «Forse avrei dovuto comprare un diamante più grande, soprattutto adesso.»

«Che vuoi dire?»

Monk lo guardò. Aveva una nuova espressione sul viso: una traballante speranza era il modo migliore di descriverla. «Kat è incinta.»

Gray si drizzò sul sedile, sorpreso. «Cosa? Come?»

«Penso che tu sappia come», rispose Monk.

«Cristo! Congratulazioni», farfugliò, mentre si riprendeva gradualmente. L’ultima frase suonò più come una domanda: «Voglio dire… lo tenete, il bambino».

Monk inarcò un sopracciglio.

«Naturalmente», disse Gray, scuotendo la testa per la sua stupidità.

«È ancora presto», replicò Monk. «Kat vuole che non lo sappia nessuno, ma ha detto che a te potevo dirlo.»

Gray annuì, dandosi tempo per assimilare la notizia. Cercò di immaginarsi Monk padre e fu sorpreso di quanto fosse facile. «Mio Dio, è fantastico.»

Monk chiuse il cofanetto. «E tu?»

Gray lo guardò perplesso. «Io cosa?»

«Tu e Sara. Che ha detto quando le hai raccontato delle tue avventure a Tivoli?»

La fronte di Gray si corrugò.

Monk sgranò gli occhi. «Gray…»

«Cosa?»

«Non l’hai ancora chiamata, vero?»

«Non pensavo…»

«È nei carabinieri. Perciò sai benissimo che verrebbe a sapere di qualsiasi potenziale attentato terroristico a Copenhagen. Soprattutto se c’era un pazzoide che urlava ‘bomba’ in un parco affollato e se ne andava in giro in un carro da parata. Non potrà fare a meno di pensare che ci sia in mezzo proprio tu.»

Monk aveva ragione. Avrebbe dovuto chiamarla subito.

«Grayson Pierce, che cosa devo fare con te?» Monk scosse la testa tristemente. «Quando lascerai in pace quella ragazza?»

«Di che stai parlando?»

«Sono felice che tu e Sara vi siate trovati, ma dove avete intenzione di andare?»

Gray s’innervosì. «Non che siano affari tuoi, ma era quello che avevamo intenzione di discutere, prima che scoppiasse l’inferno.»

«L’hai scampata.»

«Sai una cosa? Il fatto di avere in tasca da due mesi un anello di fidanzamento non ti fa diventare improvvisamente un esperto di relazioni.»

Monk alzò le mani. «Va bene, come non detto… Stavo soltanto dicendo…»

Gray non aveva intenzione di fargliela passare liscia. «Che cosa?»

«Tu non vuoi davvero una relazione.»

Quell’attacco frontale lo lasciò di stucco. «Di che cosa stai parlando? Sara e io ci siamo fatti in quattro per far funzionare questa cosa. Io amo Sara, lo sai bene.»

«Lo so. Non ho mai detto il contrario. È solo che tu non vuoi avere una vera relazione con lei.» Monk contò fino a tre con le dita: «Significa moglie, mutuo e figli».

Gray si limitò a scuotere la testa.

«Quello che stai facendo con Sara è goderti un primo appuntamento prolungato.»

Gray cercò di ribattere in qualche modo, ma Monk era andato troppo vicino al bersaglio. Gli venne in mente la goffaggine che doveva superare ogni volta che lui e Sara si rivedevano, quella barriera da sormontare prima di poter ristabilire un’intimità più profonda. Come a un primo appuntamento.

«Da quanto tempo ti conosco?» chiese Monk.

Gray cancellò la domanda con la mano.

«E in tutto questo tempo quante storie serie hai avuto?» Monk formò un grande zero con la mano. «E guarda chi vai a pescare per la tua prima relazione seria.»

«Sara è meravigliosa.»

«È vero. E trovo fantastico che tu ti stia finalmente aprendo. Ma, ragazzi, quando si dice mettere in piedi barriere invalicabili!»

«Quali barriere?»

«Che ne dici dell’oceano Atlantico, tanto per cominciare? Quello che sta tra te e una vera relazione.» Monk agitò tre dita davanti a lui.

Moglie, mutuo, figli.

«Non sei pronto», proseguì Monk. «Avresti dovuto vedere la tua faccia quando ho detto che Kat è incinta. Ti è venuta la cacarella, anche se il bambino è mio.»

Gray aveva il cuore in gola. Si accorse di respirare affannosamente. Come se si fosse preso un pugno nello stomaco.

Monk sospirò. «Hai qualche problemino, amico mio. Forse hai qualcosa da risolvere coi tuoi vecchi. Non so.»

Gray fu salvato dal suono dell’interfono.

«Siamo a circa trenta minuti dalla destinazione», riferì il pilota. «Tra poco cominceremo la discesa.»

Gray guardò fuori dal finestrino. Il sole stava sorgendo. «Provo a fare un altro pisolino. Finché non atterriamo.»

«Buona idea.»

Gray si voltò verso Monk. Aprì la bocca per rispondere in qualche modo alle sue parole, ma alla fine si limitò a dire la verità. «Io amo davvero Sara.»

Monk reclinò lo schienale della poltrona e si mise su un fianco con un grugnito. «Lo so. Per questo è così difficile.»

Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,

ore 05.45

Khamisi Taylor sorseggiava il tè nel piccolo salotto. Per quanto fosse un’ottima infusione, addolcita col miele, non ne sentì neanche il sapore.

«E non c’è nessuna possibilità che Marcia sia ancora viva?» chiese Paula Kane.

Khamisi scosse la testa. Non cercava di eludere quella realtà. Non era il motivo per cui era andato lì, dopo la lavata di capo da parte del sovrintendente. Avrebbe voluto ritirarsi nella sua casetta ai margini della riserva, dove c’era una schiera di costruzioni basse, affittate ai guardacaccia. Si chiedeva per quanto ancora sarebbe potuto rimanere ad abitare lì, se la sospensione si trasformava in licenziamento.

Ma non era tornato direttamente a casa. Aveva attraversato in auto metà del parco, fino a un altro complesso di alloggi temporanei, una piccola enclave in cui risiedevano i ricercatori.

Khamisi era stato molte volte in quella casa coloniale bianca a due piani, coi suoi giganteschi e ombrosi alberi di acacia, col minuscolo giardino e col piccolo cortile in cui gironzolava qualche pollo. Sembrava che le due inquiline non rimanessero mai senza sovvenzioni. L’ultima volta che Khamisi ci era andato, era stato per festeggiare il decimo anniversario della permanenza delle due donne al parco. Ormai erano diventate un’istituzione, nella comunità scientifica di Hluhluwe-Umfolozi, un po’ come i cinque grandi animali da trofeo.

Ma ora ne rimaneva soltanto una.

La dottoressa Paula Kane era seduta su un divanetto, di fronte a Khamisi e al tavolino che li divideva. Aveva le lacrime agli occhi, ma le guance ancora asciutte. «Va bene», disse, mentre il suo sguardo vagava verso una parete piena di foto, panorama di una vita felice. Khamisi sapeva che le due donne erano assieme da quando avevano frequentato l’università di Oxford, molti anni prima. «Ormai non ci speravo più.»

Era una donna minuta, coi capelli brizzolati, tagliati pari all’altezza delle spalle. Sebbene fosse prossima ai sessanta, mostrava dieci anni di meno. Aveva sempre conservato una bellezza adamantina e una grande sicurezza, che non si lasciava mimetizzare neanche dal trucco. Quella mattina, però, sembrava appassita, sembrava l’ombra di se stessa, come se avesse perso qualcosa di vitale. Probabilmente aveva dormito vestita, con quei pantaloni kaki e quella camicetta bianca.

Khamisi non aveva parole per alleviare il dolore scolpito in ogni parte del corpo della donna, soltanto la sua partecipazione. «Mi dispiace.»

Paula lo guardò. «So che hai fatto tutto il possibile. Ho sentito le voci che cominciano a girare. Una donna bianca muore, ma il nero sopravvive. A certi elementi di qui non andrà giù.»

Khamisi sapeva che la donna si riferiva al capo guardacaccia. Paula e Marcia si erano scontrate molte volte con quell’uomo. Lei conosceva i legami e le affiliazioni del sovrintendente come tutti gli altri. Forse l’apartheid era stato eliminato nelle città e nelle township, ma nella savana il mito del Grande Cacciatore Bianco continuava a regnare supremo.

«Tu non sei responsabile della morte di Marcia», proseguì Paula, leggendogli qualcosa in viso.

Lui distolse lo sguardo. Apprezzava la sua comprensione, ma le accuse del sovrintendente avevano rintuzzato un senso di colpa già latente. Razionalmente sapeva di aver fatto tutto il possibile per proteggere la dottoressa Fairfield. Ma lui ne era uscito vivo, e lei no. Quelli erano i fatti.

Khamisi si alzò. Non voleva disturbare oltre. Era andato lì per rendere i suoi omaggi e per dire di persona alla dottoressa Kane che cosa era accaduto. «Ora devo andare.»

Paula si alzò e lo accompagnò alla porta a zanzariera. Lo fermò con una mano, prima che uscisse. «Secondo te, che cosa è stato?»

Lui si voltò verso di lei.

«Che cosa l’ha uccisa?» insistette Paula.

Khamisi guardò fuori: c’era troppa luce per parlare di mostri. In più, gli era stato vietato di riferire particolari della faccenda. C’era in ballo il suo lavoro.

Guardò Paula e le disse la verità. «Non è stata una leonessa.»

«E allora che cosa?»

«Lo scoprirò.»

Spinse la porta e scese i gradini. Il suo piccolo pick-up arrugginito era parcheggiato sotto il sole. Lo raggiunse, salì nell’abitacolo rovente e prese la strada di casa.

Per la centesima volta, rivisse il terrore della giornata precedente. Sentiva a fatica il rombo del motore, sovrastato dall’eco delle urla dell’ukufa nella sua testa. Non era una leonessa. Non ci avrebbe mai creduto.

Raggiunse gli alloggi destinati allo staff del parco, una schiera di costruzioni improvvisate su palafitte senza aria condizionata. Sollevando una nuvola di polvere rossa, parcheggiò di fronte al cancello di casa sua.

Esausto, aveva intenzione di riposare per qualche ora. Poi sarebbe andato in cerca della verità.

Sapeva già dove cominciare le indagini.

Ma l’avrebbe fatto più tardi.

Mentre si avvicinava alla recinzione del cortile davanti alla casa, notò che il cancello era socchiuso. Si assicurava sempre di chiuderlo col paletto, quando usciva, ogni mattina. D’altra parte, dopo l’annuncio della loro scomparsa, la notte precedente, era possibile che qualcuno fosse andato a cercarlo a casa.

Ma i sensi di Khamisi erano ancora in allerta, fin dal momento in cui aveva sentito quel primo urlo nella giungla. Dubitava persino che quella condizione potesse mai cambiare.

S’infilò nel cortile. Notò che la porta d’ingresso sembrava chiusa e vide la posta che sporgeva dalla cassetta delle lettere: non era stata toccata. Salì i gradini, uno alla volta.

Avrebbe voluto avere un pugnale o una pistola.

Sentì uno scricchiolio. Non proveniva dai gradini sotto i suoi piedi, ma dalle tavole del pavimento, dentro la casa.

I suoi sensi gli dicevano di fuggire.

No. Stavolta no.

Raggiunse il portico, si mise a lato della porta e controllò il catenaccio.

Non era chiuso a chiave.

Lo sganciò e spinse la porta. Sentì scricchiolare il pavimento un’altra volta, in fondo alla casa.

«Chi è?»

Himalaya,

ore 08.25

«Vieni a vedere.»

Painter si svegliò di soprassalto, subito vigile. Un dolore lancinante lo pugnalava tra gli occhi. Scivolò giù dal letto, già vestito. Non si era reso conto di essersi addormentato. Lui e Lisa erano ritornati in camera qualche ora prima, scortati dalle guardie. Anna doveva sbrigare qualche faccenda e procurare alcune cose che Painter aveva richiesto.

«Quanto ho dormito?» chiese, sentendo svanire lentamente il mal di testa.

«Scusa, non sapevo che dormissi.» Lisa era seduta a gambe incrociate di fronte al focolare, accanto a un tavolino con fogli di carta sparsi sopra. «Non può essere più di quindici, venti minuti. Volevo che tu vedessi questo.»

Painter si alzò. La stanza vacillò per un istante, poi si riassestò. Per niente bene. Raggiunse Lisa e si lasciò cadere accanto a lei.

Notò la macchina fotografica appoggiata sui fogli.

Lisa aveva chiesto che le fosse restituita la sua Nikon, come primo atto di cooperazione da parte dei loro carcerieri. Fece scivolare un foglio di carta verso di lui. «Guarda.»

Ci aveva disegnato una serie di simboli: erano le rune che Lama Khemsar aveva scarabocchiato sulla parete. Lisa doveva averle copiate dalla foto digitale. Painter vide che sotto ogni simbolo era scritta una lettera corrispondente.

«Era un semplice codice a sostituzione. Ogni runa rappresenta una lettera dell’alfabeto. È bastato fare qualche tentativo.»

«Schwarze Sonne», lesse lui ad alta voce.

«Sole Nero. Il nome del progetto nazista.»

«Perciò Lama Khemsar ne era al corrente.» Painter scosse la testa. «Il vecchio buddista aveva i suoi contatti, da queste parti.»

«Ed evidentemente ne è rimasto traumatizzato.» Lisa prese il foglietto. «La follia deve avere risvegliato antiche ferite.»

«O forse il Lama ha cooperato sin dall’inizio e il monastero era una sorta di avamposto di guardia del castello.»

«Se è andata così, guarda quanto gli è valsa, la cooperazione», commentò Lisa con un tono pungente. «È forse indicativo della ricompensa che otterremo noi?»

«Non abbiamo scelta. È l’unico modo per restare in vita: essere necessari.»

«E poi? Quando non saremo più necessari

Painter non volle alimentare nessuna illusione. «Ci uccideranno. Cooperando guadagneremo soltanto un po’ di tempo.»

Painter notò che Lisa non cercava di sfuggire alla realtà, anzi sembrava che ne traesse forza. Drizzò le spalle, mostrandosi risoluta. «Allora, che cosa facciamo per prima cosa?»

«Riconosciamo il primo passo di ogni conflitto.»

«E cioè?»

«Conosci il tuo nemico.»

«Penso di sapere già troppo di Anna e della sua ciurma.»

«No, parlavo di scoprire chi c’è dietro l’esplosione della notte scorsa. Il sabotatore, o chiunque l’abbia ingaggiato. Sta succedendo qualcosa, qui. Quei primi atti di sabotaggio, le manomissioni dei controlli di sicurezza della Campana, le prime malattie… avevano lo scopo di incuriosirci. Di sollevare un po’ di fumo e attirarci qui, con quelle voci di strane malattie.»

«Ma perché fare una cosa del genere?»

«Per assicurarsi che il gruppo di Anna fosse scoperto e smantellato. Non trovi strano che la Campana, il fulcro di questa tecnologia, sia stata distrutta soltanto dopo il nostro arrivo? Che cosa può far pensare, questo?»

«Che, se da una parte volevano che il progetto di Anna fosse smantellato, dall’altra non volevano che il fulcro della tecnologia cadesse nelle mani di qualcun altro.»

Painter annuì. «E forse qualcosa di ancora più terribile. Potrebbe essere tutto un diversivo, un trucco da prestigiatore: tu guarda qui, che intanto io, di nascosto, faccio il mio trucco da un’altra parte. Ma chi è il misterioso illusionista dietro le quinte? Qual è il suo scopo, il suo intento? È questo che dobbiamo scoprire.»

«E le apparecchiature elettroniche che hai chiesto ad Anna?»

«Forse ci aiuteranno a scovare la talpa. Se riusciamo a incastrare il sabotatore, scopriremo chi tira davvero le fila di tutto quanto.»

Un colpo alla porta li fece trasalire.

Painter si alzò, mentre la sbarra veniva sfilata e la porta si spalancava.

Entrò Anna, con Gunther al fianco. L’uomo si era ripulito dall’ultima volta che Painter l’aveva visto. Il fatto che nessun’altra guardia li seguisse nella stanza era un chiaro segno di quanto fosse pericoloso quel bestione. Non aveva nemmeno un’arma.

«Ho pensato che forse vi andava di fare colazione con noi», disse Anna. «Quando avremo finito, probabilmente le apparecchiature che ha richiesto saranno già arrivate.»

«Tutte quante? Da dove?»

«Katmandu. Abbiamo un eliporto nascosto sull’altro versante della montagna.»

«Davvero? E non siete mai stati scoperti?»

Anna scrollò le spalle. «È semplicemente una questione di coordinare i nostri voli con le dozzine di giri turistici e di squadre di alpinisti che escono ogni giorno. Il pilota dovrebbe essere di ritorno entro un’ora.»

Painter annuì. Aveva intenzione di usare al meglio quell’ora, raccogliendo informazioni. Per ogni problema c’era una soluzione. O almeno così sperava.

Uscirono dalla stanza. I corridoi erano affollati: evidentemente si era sparsa la voce. Tutti sembravano indaffarati e arrabbiati oppure li guardavano di traverso, come se Painter e Lisa fossero in qualche modo responsabili del sabotaggio. Ma nessuno si avvicinava troppo. Il passo pesante di Gunther apriva loro un varco. Il carceriere era diventato il loro protettore.

Finalmente raggiunsero lo studio di Anna.

Un lungo tavolo era stato apparecchiato davanti al fuoco, con una gran quantità di vassoi pieni di cibo: salsicce, pane nero, stufati fumanti, porridge, formaggi stagionati, un assortimento di frutti di bosco, prugne e meloni.

«Aspettiamo qualcuno?» chiese Painter.

«Un costante apporto di combustibile è fondamentale nei climi freddi, sia per la casa, sia per il cuore», rispose Anna, da brava tedesca.

Si misero a tavola e condivisero il cibo, come una grande famiglia felice.

«Se c’è qualche speranza di trovare una cura, dovremo sapere di più della Campana», disse Lisa. «La sua storia, come funziona…»

Anna, che si era incupita durante il tragitto fin lì, s’illuminò. Esiste forse un ricercatore cui non piaccia parlare delle proprie scoperte? «È cominciato come esperimento per un generatore di energia: un nuovo motore. La Campana ha preso il nome dal suo contenitore esterno: un involucro di ceramica a forma di campana, appunto, grande come un fusto da quattrocento litri e rivestito di piombo. All’interno c’erano due cilindri di metallo, l’uno dentro l’altro, che giravano in direzioni opposte.» Anna riprodusse il movimento con le mani. «A lubrificare il tutto e a riempire la Campana c’era un metallo liquido simile a mercurio: lo Xerum 525.»

«È la sostanza che ha detto di non poter riprodurre», puntualizzò Painter.

«Esatto. Ci abbiamo provato per decenni, cercando di ricostruire a ritroso la composizione del metallo liquido, ma presenta alcuni aspetti che è impossibile esaminare. Sappiamo che contiene perossidi di torio e di berillio, ma non molto altro. L’unica cosa che sappiamo per certo è che lo Xerum 525 era un sottoprodotto della ricerca nazista sull’energia del punto zero. È stato ottenuto in un altro laboratorio, distrutto subito dopo la guerra.»

«E voi non avete scoperto un modo per produrne dell’altro?» chiese Painter.

Anna scosse la testa.

«Ma che cosa faceva la Campana, esattamente?» chiese Lisa.

«Come dicevo prima, era semplicemente un esperimento. Molto probabilmente l’ennesimo tentativo di attingere all’infinita energia del punto zero. Ma, a un certo punto, i ricercatori nazisti hanno notato effetti strani quando la mettevano in funzione. La Campana emetteva una debole luminescenza. Andavano in corto circuito apparecchiature elettriche in un raggio di distanza enorme. Sono stati segnalati anche alcuni decessi. Durante una serie di esperimenti successivi, il dispositivo è stato affinato ed è stata costruita una schermatura. Sono stati eseguiti esperimenti in una miniera abbandonata, a grande profondità. Non si sono verificate altre morti, ma gli abitanti dei villaggi a un chilometro di distanza dalla miniera hanno riferito insonnia, vertigini e crampi muscolari. La Campana emanava qualcosa e l’interesse aumentava.»

«Era ritenuta una potenziale arma?» ipotizzò Painter.

«Non saprei. Gran parte degli archivi è stata distrutta dal responsabile della ricerca. Ma sappiamo che la squadra originaria ha esposto ogni genere di forma biologica alla Campana: felci, muffe, uova, carne, latte; e un’intera gamma di specie animali, invertebrate e vertebrate: scarafaggi, lumache, camaleonti, rospi e, naturalmente, topi.»

«E il vertice della catena alimentare?» chiese Painter. «Esseri umani?»

«Temo di sì. L’etica spesso è la prima vittima del progresso.»

«E che cosa è successo durante quegli esperimenti?» chiese Lisa, che aveva smesso di mangiare, non per repulsione, ma per il grande interesse che l’argomento suscitava in lei.

Anna intuì che avevano qualcosa in comune e rivolse l’attenzione a Lisa. «Ancora una volta gli effetti erano inspiegabili. Nelle piante la clorofilla scompariva, facendole diventare bianche. Nel giro di poche ore si decomponevano, riducendosi a una poltiglia viscida. Negli animali, il sangue gelava nelle vene e nei tessuti si formava una sostanza cristallina, che distruggeva le cellule dall’interno.»

«Vediamo se indovino», intervenne Painter. «Soltanto gli scarafaggi rimanevano indenni.»

Lisa lo guardò di traverso, poi si rivolse di nuovo ad Anna: «Avete qualche idea di che cosa causasse quegli effetti?»

«Possiamo solo fare congetture. Tuttora, riteniamo che la Campana, girando, crei un forte vortice elettromagnetico. Lo Xerum 525, un sottoprodotto delle ricerche precedenti sull’energia del punto zero, quando è esposto a questo vortice genera un’aura di strane energie quantiche.»

Painter mise assieme i pezzi mentalmente. «Perciò lo Xerum 525 è il combustibile e la Campana è il motore.»

Anna fece un cenno d’assenso.

«E la Campana diventa una specie di impastatrice», brontolò una nuova voce.

Tutti si voltarono a guardare Gunther, che stava masticando della salsiccia. Era la prima volta che mostrava un qualche interesse alla conversazione.

«Una descrizione grezza, ma corretta», convenne Anna. «Immaginate la natura onnipresente del punto zero come impasto per torte. Quando gira, la Campana è come la pala di un’impastatrice che ci s’immerge e provoca un risucchio dell’energia quantica verso l’esterno, verso la nostra esistenza, schizzando tutt’attorno strane particelle subatomiche di ogni genere. I primi esperimenti erano tentativi di manipolare la velocità di questa impastatrice, per poter controllare quegli schizzi.»

«Per fare meno pasticci, insomma.»

«E anche per alleviare gli effetti collaterali degenerativi. Hanno avuto successo: gli effetti avversi sono diminuiti e qualcosa di straordinario ha preso il loro posto.»

Painter capì che stavano arrivando al nocciolo della questione.

Arma si chinò verso di loro. «Al posto della degenerazione dei tessuti biologici, gli scienziati nazisti hanno cominciato a notare miglioramenti: crescita accelerata nelle muffe, gigantismo nelle felci, riflessi più rapidi nei rospi e intelligenza maggiore nei ratti. Data la loro coerenza, i risultati non potevano essere attribuiti soltanto a mutazioni casuali. E sembrava che negli animali di ordine più elevato i vantaggi dell’esposizione fossero maggiori.»

«Perciò sono passati agli esperimenti sugli esseri umani», aggiunse Painter.

«Mantenga una prospettiva storica, signor Crowe. I nazisti erano convinti che avrebbero dato origine a una razza superiore e d’un tratto si sono ritrovati davanti uno strumento per farlo entro una sola generazione. L’etica non presentava vantaggi. C’era un imperativo maggiore.»

«Creare una razza che potesse dominare il mondo.»

«Così credevano i nazisti. A quello scopo, hanno dedicato molti sforzi per far progredire le ricerche sulla Campana, ma il tempo a loro disposizione terminò. La Germania capitolò. Tuttavia la Campana è stata evacuata, così da poter proseguire la ricerca in segreto. Era la grande speranza del Terzo Reich: l’opportunità, per la razza ariana, di rinascere, di risorgere e dominare il mondo.»

«E Himmler ha scelto questo luogo», disse Painter. «Nel bel mezzo dell’Himalaya. Che follia…» Scosse la testa.

«Molte volte è più la follia che il genio a far avanzare il mondo. Chi, se non i folli, si spingerebbe tanto in là, puntando all’impossibile e, così facendo, provando che è possibile?»

«E a volte inventando semplicemente i più efficienti strumenti di genocidio.»

Anna sospirò.

Lisa riportò la discussione sul tema originario. «Che ne è stato degli studi sugli esseri umani?»

«Negli adulti gli effetti erano ancora nocivi, specialmente alle regolazioni più alte. Ma la ricerca non si è fermata lì: quando i feti venivano esposti mentre erano ancora nell’utero, tra i neonati esposti uno su sei mostrava notevoli miglioramenti: alterazioni del gene della miostatina generavano bambini con muscoli più sviluppati. Altri vantaggi erano una vista più acuta, una migliore coordinazione tra mano e occhio e uno straordinario quoziente intellettivo.»

«Superbambini», commentò Painter.

«Purtroppo quei bambini raramente superavano i due anni», proseguì Anna. «Ben presto cominciavano a degenerare: diventavano pallidi, i tessuti si cristallizzavano, le dita delle mani e dei piedi diventavano necrotiche e si staccavano.»

«Interessante», commentò Lisa. «Sembra che siano gli stessi effetti collaterali della prima serie di test.»

Painter le lanciò un’occhiata. Aveva davvero detto interessante? Lisa fissava Anna con uno sguardo affascinato. Come faceva a mantenere un atteggiamento esclusivamente clinico? Poi notò che il ginocchio sinistro di Lisa si muoveva nervosamente su e giù sotto il tavolo. Vi posò una mano per fermarlo. Lei tremò quando lui la toccò, ma mantenne un’espressione impassibile. Painter capì che quell’interessamento era simulato. Lisa stava reprimendo tutto l’orrore e la rabbia. Si mostrava conciliante con Anna per consentire a lui di fare qualche domanda utile a ottenere le risposte di cui avevano bisogno. Come in un interrogatorio, si erano divisi i ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo.

Painter le diede una stretta al ginocchio, riconoscente per i suoi sforzi.

Lisa proseguì la messa in scena. «Ha detto che un bambino su sei mostrava questi miglioramenti di breve durata. E gli altri cinque?»

«Nascevano morti o con mutazioni letali. Oppure morivano le madri.»

«E chi erano tutte queste madri?» chiese Painter, esprimendo lo sdegno di entrambi. «Non volontarie, presumo.»

«Non esprima giudizi troppo duri, signor Crowe. Conosce il livello di mortalità infantile nel suo Paese? È peggiore di quello di alcuni Paesi del Terzo Mondo. Qual è il vantaggio che recano quelle morti?»

Oh, per amor di Dio, non poteva dire sul serio! Era un paragone ridicolo.

«I nazisti avevano un loro imperativo», proseguì Anna. «Quantomeno erano coerenti.»

Painter cercò le parole adatte per maledirla, ma la rabbia gli bloccò la lingua.

Fu Lisa a intervenire, stringendo forte la mano che lui aveva appoggiato sul suo ginocchio. «Presumo che questi scienziati abbiano cercato modi per affinare la Campana, eliminando gli effetti collaterali.»

«Naturalmente, ma alla fine della guerra non c’erano ancora molti progressi. C’è soltanto un caso aneddotico di pieno successo. Un bambino ritenuto perfetto. Prima di lui, tutti i bambini nati sotto la Campana presentavano leggere imperfezioni: perdita di pigmentazione in alcune aree del corpo, asimmetria degli organi, occhi di colore diverso.» Anna lanciò uno sguardo fugace a Gunther. «Ma quel bambino sembrava senza difetti. Anche una rudimentale analisi del suo genoma confermò che era impeccabile. Ma la tecnica impiegata per raggiungere quei risultati è sconosciuta: il responsabile della ricerca ha eseguito quell’ultimo esperimento in segreto. Quando mio nonno è andato a prelevare la Campana, lui si è opposto e ha distrutto tutti i suoi appunti personali di laboratorio. Il bambino è morto poco tempo dopo.»

«Per gli effetti collaterali?»

«No, la figlia del responsabile si è affogata assieme al bambino.»

«Perché?»

Anna scosse il capo. «Mio nonno rifiutava di parlarne. Come dicevo, è un caso aneddotico.»

«Come si chiamava quel ricercatore?» chiese Painter.

«Non ricordo, ma posso andare a verificarlo, se vuole.»

Painter scrollò le spalle. Se solo avesse potuto accedere ai computer della Sigma… Intuiva che dietro la storia del nonno di Anna si nascondeva qualcos’altro.

«E dopo l’evacuazione?» chiese Lisa. «La ricerca è continuata qui?»

«Sì. Per quanto isolati, abbiamo continuato a tenerci aggiornati sui progressi ottenuti nella comunità scientifica. Dopo la guerra, gli scienziati nazisti si erano dispersi e molti erano impegnati in progetti segretissimi in ogni parte del mondo: Europa, Unione Sovietica, Sud America, Stati Uniti. Erano le nostre orecchie e i nostri occhi all’estero, ci fornivano informazioni selezionate. Alcuni credevano ancora nella causa, altri erano ricattati per il loro passato.»

«Insomma, vi siete tenuti aggiornati.»

«Nei due decenni successivi sono stati compiuti grandi passi avanti. Sono nati superbambini che sono vissuti più a lungo. Sono stati istruiti come principi, qui. Hanno avuto il titolo di Ritter des Sonnenkönigs, Cavalieri del Re-Sole, in quanto nati dal progetto Sole Nero.»

«Molto wagneriano», commentò Painter, in tono derisorio.

«Forse. A mio nonno piacevano le tradizioni. Ma le devo dire che tutti i soggetti sperimentali qui al Granitschloß erano volontari.»

«Sì, ma è stata una scelta morale oppure semplicemente non c’erano ebrei a portata di mano, sull’Himalaya?»

Anna non degnò il suo commento di una risposta e proseguì: «Se da una parte i progressi erano assodati, dall’altra i Sonnenkönige continuavano a essere afflitti da problemi degenerativi. I primi sintomi si presentavano ancora attorno ai due anni, ma in forma più lieve. Dalla degenerazione acuta si era passati a una forma cronica. Alla maggiore longevità, però, si è associato un nuovo sintomo: il deterioramento mentale, cioè paranoia acuta, schizofrenia e psicosi».

«Questi ultimi sintomi ricordano quanto è avvenuto ai monaci, al monastero», commentò Lisa.

«Dipende tutto dal grado dell’esposizione e dall’età», spiegò Anna. «I bambini esposti nell’utero a un livello controllato di radiazioni quantiche presentavano miglioramenti, seguiti da una degenerazione cronica per tutta la vita. Mentre gli adulti, come Painter e me, esposti a dosi moderate di radiazioni incontrollate sono colpiti da una forma più acuta della stessa degenerazione, un declino più rapido. I monaci, invece, esposti a un livello elevato di radiazioni, sono passati immediatamente allo stato di degenerazione mentale.»

«E i Sonnenkönige?» chiese Painter.

«Come nel nostro caso, non c’era cura per la loro malattia. In effetti, mentre noi possiamo sperare di avere un aiuto dalla Campana, i Sonnenkönige sono immuni: sembra che, essendovi stati esposti in tenera età, siano resistenti a qualsiasi altra manipolazione da parte della Campana, in meglio o in peggio.»

«Perciò quando sono impazziti…» Painter s’immaginò orde di superuomini impazziti che devastavano il castello.

«Una tale condizione era una minaccia per la nostra sicurezza. I test su soggetti umani sono stati interrotti.»

Painter non riuscì a nascondere la sorpresa. «Avete abbandonato la ricerca?»

«Non esattamente. I test su soggetti umani erano già uno strumento inefficiente per la sperimentazione. Ci voleva troppo tempo per valutare i risultati. Sono stati impiegati nuovi modelli: razze modificate di topi, tessuti fetali in vitro, cellule staminali. Grazie alla mappatura del genoma umano, i test del DNA sono diventati un metodo più rapido per valutare i progressi. Abbiamo accelerato i tempi. Ho il sospetto che, se riavviassimo il progetto Sonnenkönige oggi, otterremmo risultati nettamente migliori.»

«Allora perché non ci avete riprovato?»

Anna scrollò le spalle. «Continuiamo a riscontrare demenza nei nostri topi, il che è preoccupante; ma, soprattutto, abbiamo abbandonato gli studi sugli esseri umani perché nell’ultimo decennio i nostri interessi hanno assunto una natura più clinica. Non ci consideriamo più i precursori di una razza superiore. Crediamo che il nostro lavoro possa apportare benefici all’umanità nel suo complesso, una volta perfezionato.»

«Allora perché non uscite allo scoperto, adesso?»

«Per essere vincolati dalle leggi delle nazioni e degli ignoranti? La scienza non è un processo democratico. I limiti morali non farebbero che rallentare di dieci volte i nostri progressi, il che non è accettabile.»

Painter dovette trattenersi. Sembrava che qualche atteggiamento nazista continuasse a fiorire, da quelle parti.

«Che ne è stato dei Sonnenkönige?» chiese Lisa.

«È una storia tragica. Molti sono morti per patologie degenerative, ma ancora di più hanno dovuto subire l’eutanasia, quando le loro menti cominciavano a deteriorarsi. Alcuni, però, sono sopravvissuti. Per esempio Klaus, che avete conosciuto.»

Painter ripensò al guardiano gigante e ricordò l’arto e il volto semiparalizzati dell’uomo, segni della degenerazione. Poi guardò Gunther. L’uomo sostenne il suo sguardo con espressione imperscrutabile. Un occhio blu, l’altro completamente bianco. Un altro Sonnenkönig.

«Gunther è l’ultimo a essere nato qui.»

Anna indicò la propria spalla e fece un cenno all’uomo.

Lui corrugò la fronte, ma poi si arrotolò la manica sino a mostrare la parte superiore del braccio, svelando un tatuaggio nero.

«Il simbolo dei Sonnenkönige», commentò Anna. «Un marchio di orgoglio, dovere e qualità.»

Gunther abbassò la manica.

Painter ritornò con la mente al viaggio della notte precedente sullo slittino, al commento sprezzante diretto a Gunther da una delle guardie. Com’era quella parola? Leprakönig, re lebbroso. Evidentemente era rimasto ben poco rispetto per gli ex Cavalieri del Re-Sole. Quel bestione era l’ultimo della categoria, e stava lentamente degenerando sino all’oblio. Chi l’avrebbe ricordato?

Lo sguardo di Anna si soffermò su Gunther, prima di rivolgersi nuovamente a loro.

Forse almeno una persona l’avrebbe pianto.

Lisa prese di nuovo la parola, continuando a tenere la mano di Painter. «Deve ancora chiarire una cosa. La Campana, come fa a causare queste mutazioni? Lei ha detto che erano troppo coerenti per essere casuali.»

«Esatto. Le nostre ricerche non si sono limitate agli effetti della Campana: gran parte dei nostri studi si è concentrata su come funziona.»

«Avete fatto molti progressi in questo senso?» chiese Painter.

«Naturalmente. Di fatto, siamo ormai certi di capire i principi essenziali del suo funzionamento.»

Painter batté le palpebre per la sorpresa. «Davvero?»

Anna inarcò un sopracciglio. «Pensavo che fosse ovvio.» Guardò alternativamente Painter e Lisa. «La Campana controlla l’evoluzione.»

Riserva di Hluhluwe-Umfolozi,

ore 05.45

«Chi è?» ripeté Khamisi, fermo sulla soglia di casa. C’era qualcuno nascosto in camera da letto.

O forse era un animale. Le scimmie s’intrufolavano sempre nelle case, a volte anche animali più grossi.

Comunque lui non aveva nessuna intenzione di entrare. Si sforzava di vedere qualcosa, ma le tende erano tutte tirate. Dopo il viaggio in auto sotto il sole abbagliante, la penombra della casa era paragonabile all’oscurità della giungla.

Sempre fermo sulla veranda, Khamisi allungò la mano attraverso la porta, in cerca dell’interruttore. A tentoni, lo trovò e lo fece scattare. Si accese un’unica lampada, illuminando l’ingresso e il cucinino. Ma quella luce non lo aiutava in nessun modo a scoprire chi o cosa l’aspettasse nella stanza da letto.

Sentì altri rumori provenire da laggiù.

«Chi…»

Una dolorosa puntura al collo troncò le sue parole. Spaventato, si lanciò in avanti, mentre con una mano cercava di colpire ciò che l’aveva morso. Sentì qualcosa di piumato sotto le dita, conficcato nel collo. Lo estrasse e lo fissò incredulo per un istante.

Era una piccola freccia, di quelle che usava anche lui per sedare i grossi animali.

Ma era diversa.

Gli cadde dalle mani.

Quell’istante fu sufficiente alla tossina per raggiungere il suo cervello. Il mondo si rovesciò. Khamisi si sforzò di mantenere l’equilibrio, invano.

L’assito del pavimento cominciò a precipitare verso la sua faccia.

Riuscì a trattenersi leggermente, ma l’impatto fu comunque forte. Vide un diluvio di puntini di luce in un’oscurità crescente. La testa si adagiò al suolo. Da quell’angolazione, vide un pezzo di corda sul pavimento. Cercò di mettere a fuoco. Non è una corda.

Era un serpente. Lungo tre metri.

Lo riconobbe immediatamente.

Mamba nero.

Era morto, tagliato a metà. Lì accanto c’era un machete. Il suo machete.

Sentì gli arti intorpiditi e freddi, mentre gli appariva evidente l’amara verità.

La freccia avvelenata.

Non era come quelle che usava lui: aveva due punte, come i denti di un serpente.

Il suo sguardo si bloccò sul rettile morto.

Una messa in scena: morto avvelenato per un morso di serpente.

Dalla camera da letto arrivò un altro scricchiolio di tavole. Gli restava a malapena la forza per voltarsi in quella direzione. Sulla porta c’era una sagoma scura, illuminata dalla lampada, che lo studiava, impassibile.

No.

Non aveva senso.

Perché?

Non avrebbe mai saputo la risposta.

L’oscurità lo avvolse, portandoselo via.

8. MEZZOSANGUE

Paderborn, Germania,

ore 06.54

«Tu resti qui», disse Gray. Era in piedi in mezzo alla cabina del Challenger, coi pugni sui fianchi, e non si muoveva.

«Stronzate», ribatté Fiona. A un passo di distanza, difendeva la sua posizione.

Monk era appoggiato al portello aperto, con le braccia conserte, divertito.

«Non ti ho ancora detto l’indirizzo», argomentò Fiona. «Puoi passare un mese intero a setacciare la città porta a porta, oppure io vengo con te e ti ci porto. A te la scelta, amico.»

Gray avvampò. Perché non le aveva estorto l’indirizzo quando era ancora debole e vulnerabile? Scosse la testa. Debole e vulnerabile erano parole che non si addicevano a Fiona.

«Allora, che hai deciso?»

«A quanto pare, avremo una compagna», disse Monk.

Gray non voleva saperne di cedere. Forse poteva spaventarla, ricordandole il rischio che aveva corso a Copenhagen. «E la tua ferita?»

«La mia ferita cosa? Sono come nuova. Quella benda liquida mi ha rattoppato per bene.»

«Può anche nuotarci», intervenne Monk. «È impermeabile.»

Gray lo fulminò con lo sguardo. «Non è questo il punto.»

«E allora qual è il punto?» lo incalzò Fiona.

Gray si voltò di nuovo verso di lei. Non voleva più essere responsabile di quella ragazzina e di certo non aveva il tempo di farle da babysitter.

«Ha paura che tu ti faccia male di nuovo», disse Monk con un’alzata di spalle.

Gray sospirò. «Fiona, dicci l’indirizzo e facciamola finita.»

«Quando saremo sull’auto», rispose lei. «Allora te lo dirò. Non ho intenzione di rimanere rinchiusa qui dentro.»

«Il tempo passa», disse Monk. «E a quanto pare rischiamo una bella doccia.»

Il cielo era blu e luminoso, ma a nord si stavano addensando le nuvole. Era in arrivo un temporale.

«E sia.» Gray fece cenno al compagno di uscire. Perlomeno avrebbe tenuto d’occhio Fiona.

Il trio scese la scaletta dell’aereo. Le formalità doganali erano già sistemate e c’era una BMW presa a noleggio che li aspettava. Monk aveva in spalla uno zaino nero, Gray ne aveva uno identico. Guardò Fiona. Ne aveva uno anche lei. Dove…

«Ce n’era uno in più», gli spiegò Monk. «Non ti preoccupare. Non ci sono pistole o granate nel suo. Almeno non credo.»

Gray scosse la testa e proseguì diretto al parcheggio. Oltre allo zaino nero, avevano anche vestiti simili: jeans neri, scarpe da ginnastica, maglioni. Alta moda da turisti. Perlomeno Fiona aveva personalizzato i suoi vestiti con qualche spilla. Una in particolare catturò la sua attenzione. Diceva: GLI SCONOSCIUTI HANNO LE CARAMELLE MIGLIORI.

Entrando nel parcheggio, Gray controllò per l’ennesima volta le sue armi. Tastò la Glock da 9mm nella fondina sotto il maglione e il manico di un pugnale al carbonio, che portava in un fodero al polso sinistro. Nello zaino aveva armamenti aggiuntivi: granate, pacchetti di esplosivo C4, munizioni extra. Non aveva intenzione di farsi trovare impreparato un’altra volta.

Finalmente raggiunsero il loro mezzo: una BMW 525i, color blu notte. Fiona si diresse decisa verso il lato del conducente.

Gray la bloccò. «Divertente.»

Monk fece il giro dall’altra parte e gridò: «Un fucile!»

Fiona si abbassò, guardandosi attorno.

Gray la tranquilizzò e la condusse alla portiera posteriore. «Stava solo prenotando il sedile davanti.»

Fiona guardò di traverso Monk. «Mezza sega.»

«Scusa. Non essere così nervosa, ragazza.»

Salirono tutti e tre sulla berlina. Gray accese il motore e guardò Fiona, alle sue spalle. «Be’? Dove si va?»

Monk aveva già pronta una cartina.

Fiona si sporse verso il sedile anteriore e con un dito tracciò un percorso sulla mappa. «Fuori città, venti chilometri a sud-ovest. Dobbiamo andare al villaggio di Büren, nella valle di Alme.»

«A quale indirizzo?»

Fiona si riappoggiò allo schienale. «Divertente», disse, facendo il verso a Gray.

Lui la guardò nello specchietto retrovisore. Fiona aveva un’espressione disgustata per l’ennesimo, goffo tentativo di estorcerle quell’informazione.

Be’, che c’era di male? Ci aveva provato.

Lei gli fece cenno di partire.

Non avendo altra scelta, Gray obbedì.

All’altra estremità del parcheggio, c’erano due persone sedute su un roadster Mercedes bianco. L’uomo abbassò il binocolo e indossò un paio di occhiali da sole italiani. Fece un cenno alla sorella gemella accanto a lui, che sussurrò qualcosa in un telefono satellitare.

Con l’altra mano teneva quella di lui, che le massaggiava il tatuaggio col pollice.

Lei gli strinse le dita.

Guardando in basso, l’uomo vide che la sorella aveva un’unghia mangiucchiata, ridotta a una scheggia frastagliata. Era un’imperfezione evidente quanto un naso rotto.

Lei notò il suo sguardo e cercò di nascondere l’unghia, imbarazzata.

Non c’era morivo di vergognarsi. Lui capiva la costernazione e la sofferenza che l’avevano indotta a farlo: avevano perso Hans, uno dei loro fratelli maggiori, la notte prima.

Ucciso dal conducente dell’automobile che era appena partita.

La rabbia gli obnubilava la vista, mentre guardava la BMW uscire dal parcheggio. Il trasmettitore satellitare che avevano piazzato gli avrebbe permesso di seguire quel veicolo.

«Capito», disse sua sorella al telefono. «Come previsto, hanno seguito la traccia del libro fin qui. Indubbiamente sono diretti alla tenuta Hirszfeld, a Büren. Lasceremo il jet sotto sorveglianza. È tutto pronto.»

Mentre ascoltava, guardò suo fratello.

«Certo», disse, rivolta sia alla persona al telefono sia al fratello. «Non falliremo. La Bibbia di Darwin sarà nostra.»

L’uomo annuì convinto. Sfilò la mano da quella della sorella, girò la chiave e accese il motore.

«Ciao, nonno», concluse lei. Mentre riponeva il telefono, allungò una mano e scostò un’unica ciocca dei capelli biondi di lui che era finita fuori posto. La riaggiustò con le dita, poi la lisciò.

Perfetto.

Sempre perfetto.

Lui le baciò la punta delle dita mentre lei ritraeva la mano.

Amore e una promessa.

Avrebbero avuto la loro vendetta.

Il lutto poteva attendere.

La Mercedes bianco polare si mise in movimento. La caccia era aperta.

Himalaya,

ore 11.08

La punta della saldatrice s’infiammò di rosso cremisi. Painter stabilizzò l’attrezzo: gli tremava la mano, ma non era la paura. Il dolore martellante dietro l’occhio destro non cessava. Aveva preso una manciata di Tylenol, oltre a due pastiglie di fenobarbital, un anticonvulsivo. Nessuno di quei farmaci poteva scongiurare la debilitazione e la follia incombenti, ma, secondo Anna, gli avrebbero consentito qualche ora di funzionalità in più.

Quanto tempo gli rimaneva? Meno di tre giorni, a essere ottimisti.

Si sforzò di reprimere quella preoccupazione. Angoscia e disperazione potevano risultare invalidanti quanto la malattia. Come diceva suo nonno, con quei suoi modi da saggio indiano Pequot, torcersi le mani serve solo a impedire di rimboccarsi le maniche.

Prendendolo in parola, Painter si concentrò sul connettore che stava saldando a un filo di messa a terra scoperto. C’erano cavi che percorrevano tutto il sotterraneo del castello, collegati alle varie antenne esterne, compresa quella parabolica per la trasmissione al satellite, nascosta da qualche parte, vicino alla sommità della montagna.

Quando ebbe finito, Painter si tirò indietro e attese che la nuova saldatura si raffreddasse. Era seduto a un banco di lavoro, con una gamma di attrezzi e componenti ben allineati, come un chirurgo. La sua area di lavoro era fiancheggiata da due laptop aperti, entrambi forniti da Gunther. L’uomo che aveva massacrato i monaci e assassinato Ang Gelu. Painter sentiva ancora montargli dentro una furia infinita ogni volta che era vicino a lui.

Come in quel momento.

Il bestione era di guardia accanto a lui e sorvegliava ogni sua mossa. Erano soli in un locale per la manutenzione. Painter prese in considerazione la possibilità di ficcargli la saldatrice in un occhio. E poi? Erano a chilometri di distanza dalla civiltà e sulla sua testa pendeva una sentenza di morte. La cooperazione era l’unico mezzo di cui disponevano per sopravvivere. A quello scopo, Lisa era rimasta con Anna, nel suo studio, continuando le indagini su una possibile cura.

Painter e Gunther seguivano un altro approccio: scoprire il sabotatore.

Secondo Gunther, la bomba che aveva distrutto la Campana era stata innescata a mano. E, poiché nessuno se n’era andato dopo l’esplosione, probabilmente il sabotatore era ancora nel castello. Catturandolo, forse sarebbero riusciti ad avere altre informazioni.

Perciò avevano messo in circolazione alcune voci, come esca.

Dovevano soltanto piazzare la trappola.

Un laptop era collegato ai sistemi di comunicazione del castello. Painter ci si era inserito utilizzando le password fornitegli da Gunther e aveva inviato una serie di pacchetti di codici compressi, che avevano lo scopo di monitorare tutte le comunicazioni in uscita dal sistema. Se il sabotatore avesse cercato di comunicare col mondo esterno, sarebbe stato scoperto, rivelando anche la sua posizione. Ma Painter non si aspettava che fosse così maldestro: quella persona era sopravvissuta operando in segreto molto a lungo, il che presupponeva una notevole astuzia e un mezzo di comunicazione indipendente dalla rete principale del castello.

Per quel motivo Painter aveva costruito qualcosa di nuovo.

Il sabotatore doveva essersi procurato un telefono satellitare portatile, per comunicare in segreto coi suoi superiori. Ma un telefono di quel tipo doveva essere utilizzato in un’area senza ostacoli frapposti tra l’antenna e il satellite in orbita geostazionaria. Purtroppo c’erano innumerevoli nicchie, finestre e botole di servizio che si prestavano allo scopo, troppe per poterle sorvegliare senza destare sospetti. Perciò ci voleva un’alternativa.

Painter controllò l’amplificatore di segnale che aveva collegato al filo di messa a terra. Era un dispositivo che aveva progettato lui stesso, alla Sigma. Prima di diventarne il direttore, le sua specialità erano la sorveglianza e la microingegneria. Giocava in casa.

L’amplificatore collegava il filo di messa a terra al secondo laptop.

«Dovrebbe essere pronto», disse Painter, mentre la sua emicrania cominciava finalmente a diminuire.

«Vediamo se funziona.»

Painter accese l’alimentazione a batteria, impostò l’ampiezza del segnale e regolò la velocità degli impulsi. Il laptop avrebbe fatto il resto, monitorando eventuali trasmissioni. Era quantomeno rudimentale e non consentiva di ascoltare il contenuto delle comunicazioni: poteva soltanto individuare la posizione del segnale di una trasmissione illecita, con un margine d’errore di trenta metri. Probabilmente sarebbe stato sufficiente.

Painter ultimò le regolazioni dell’apparecchiatura. «Tutto a posto. Adesso non ci resta che aspettare che il bastardo faccia una chiamata.»

Gunther annuì.

«Sempre che abbocchi», aggiunse Painter.

Mezz’ora prima, avevano sparso la voce che una scorta di Xerum 525 era sopravvissuta all’esplosione, chiusa in un caveau segreto rivestito di piombo. Era una speranza per tutta la popolazione del castello: se c’era ancora un po’ dell’insostituibile sostanza, forse si poteva fabbricare una nuova Campana. Anna aveva persino ordinato ai ricercatori di assemblarne una nuova con pezzi di ricambio. Se non la cura per quella malattia progressiva, la Campana offriva quantomeno un po’ di tempo in più. A tutti loro.

In ogni caso, lo scopo di quello stratagemma non era fomentare la speranza. La notizia doveva raggiungere il sabotatore, che si sarebbe convinto che il suo piano era fallito. Quindi avrebbe dovuto fare una chiamata, per chiedere istruzioni ai suoi superiori.

E, a quel punto, Painter sarebbe stato pronto. Si voltò verso Gunther. «Come ci si sente a essere un superuomo? Un Cavaliere del Re-Sole?»

Gunther scrollò le spalle. La sua parlantina non sembrava andare oltre grugniti, occhiatacce e qualche risposta monosillabica.

«Voglio dire, ti senti superiore? Più forte, più veloce, capace di scavalcare edifici con un balzo?»

Gunther si limitò a fissarlo.

Painter sospirò, provando un altro approccio per farlo parlare, per creare un qualche tipo di comunicazione. «Che cosa significa Leprakönig? Ho sentito qualcuno usare quella parola, vedendoti.»

Painter sapeva dannatamente bene che cosa significava, ma ebbe la reazione che voleva. Gunther distolse lo sguardo, ma lui notò il lampo nei suoi occhi. Il silenzio si protrasse. Painter non era sicuro che l’uomo avrebbe parlato.

«Re lebbroso», borbottò infine Gunther.

A quel punto toccava a Painter restare in silenzio. Lasciò che il peso di quelle parole gravasse sulla stanza.

Alla fine Gunther cedette. «Quando si cerca la perfezione, nessuno vuole assistere ai fallimenti. Se la follia non s’impadronisce di noi, la malattia è orribile a vedersi. Meglio essere chiusi da qualche parte, nascosti alla vista di tutti.»

«In esilio, come lebbrosi.»

Painter cercò di immaginare come ci si potesse sentire a crescere così, ultimo dei Sonnenkönige, sapendo fin da giovani di avere il destino segnato. Un tempo una riverita dinastia di principi, poi una dinastia di invalidi, evitati da tutti.

«Eppure tu continui a dare una mano, qui», commentò Painter. «Sei ancora in servizio.»

«È per questo che sono nato. So qual è il mio dovere.»

Painter si chiese se era una cosa che era stata inculcata a tutti quanti in una specie di addestramento oppure trasmessa geneticamente. Ma intuiva pure che c’era di più. Che cosa, però? «Perché ti dovrebbe importare di ciò che succederà a tutti noi?»

«Credo nel lavoro che facciamo. Le mie sofferenze risparmieranno ad altri di subire lo stesso destino.»

«E la ricerca di una cura, in questo momento? Non ha nulla a che vedere col prolungamento della tua vita.»

Ci fu un lampo negli occhi di Gunther. «Ich bin nicht krank.»

«In che senso non sei malato?»

«I Sonnenkönige sono nati sotto la Campana», rispose Gunther, stizzito.

D’un tratto Painter capì. Si ricordò quanto aveva detto Anna dei superuomini del castello: erano resistenti a qualsiasi altra manipolazione tramite la Campana, in meglio o in peggio. «Tu sei immune.»

Gunther distolse lo sguardo.

Painter rifletté sulle implicazioni di quella situazione. Non era l’autoconservazione che spingeva Gunther a dare una mano.

E allora cosa?

Improvvisamente Painter ricordò il modo in cui Anna aveva guardato Gunther, a tavola. Con caloroso affetto. L’uomo non l’aveva scoraggiata. Evidentemente aveva un’altra ragione per continuare a cooperare, nonostante la mancanza di rispetto da parte degli altri.

«Tu ami Anna», pensò Painter ad alta voce.

«Certo», ribatté lui brusco. «È mia sorella.»

Rintanata nello studio di Anna, Lisa era in piedi accanto a un visore a parete. Normalmente, quel tipo di apparecchio serviva a illuminare le radiografie dei pazienti, ma Lisa ci aveva inserito due fogli di acetato che riportavano alcune righe nere. Erano mappe di cromosomi prelevate dalla documentazione sulle mutazioni causate dalla Campana, immagini del DNA fetale prima e dopo l’esposizione, ottenute mediante amniocentesi. I cromosomi trasformati dalla Campana erano cerchiati e accanto c’erano annotazioni in tedesco.

Anna le aveva tradotte e poi era andata a prendere altri libri.

Accanto al visore, Lisa scorse con un dito le mutazioni, alla ricerca di uno schema comune. Aveva esaminato diversi casi, ma sembrava che non ci fosse nessun criterio.

Senza una risposta, ritornò al tavolo da pranzo, sul quale erano ammassati libri e voluminosi fascicoli di dati scientifici: la ricostruzione di decenni di sperimentazioni su esseri umani.

Il fuoco del camino crepitava dietro di lei. Dovette trattenere l’impulso di gettare alle fiamme tutti quei documenti. Ma probabilmente non l’avrebbe fatto neanche se Anna non fosse mai tornata. Lisa era andata in Nepal per studiare gli effetti fisiologici delle altitudini elevate. Sebbene fosse un medico, aveva la vocazione della ricercatrice.

Come Anna.

No, non esattamente come Anna.

Scostò una monografia intitolata Teratogenesi nel blastoderma embrionico. La ricerca era legata ai mostruosi aborti prodotti dall’esposizione alle radiazioni della Campana. Ciò che le strisce nere sull’acetato delineavano con distacco clinico, era rivelato nei dettagli più orribili dalle fotografie del libro: embrioni privi di arti, feti ciclopici, bambini idrocefali nati morti.

No, Lisa decisamente non era come Anna.

Sentì la rabbia montarle nel petto.

Anna scese rumorosamente dalla scala di ferro che conduceva al secondo livello della biblioteca, con un’altra pila di libri sottobraccio. I tedeschi non si stavano risparmiando. E perché avrebbero dovuto? Era loro interesse scoprire una cura per la patologia quantica. Anna credeva che fosse uno sforzo vano, certa com’era che tutte le possibilità fossero già state esplorate nei decenni precedenti, ma non c’era voluto molto per persuaderla a cooperare.

Lisa aveva notato che le mani della donna presentavano un tremore appena percettibile. Anna si sfregava le mani di continuo, cercando di nasconderlo. Gli altri abitanti del castello manifestavano più apertamente la sofferenza. Fin dal mattino, nell’aria c’era una tensione palpabile. Lisa aveva assistito a qualche acceso scontro verbale e a una vera e propria zuffa. Aveva anche sentito di due suicidi avvenuti nelle ultime ore. Scomparsa la Campana e, con essa, la speranza di una cura, stava andando tutto quanto a pezzi. E se la follia avesse preso il sopravvento prima che lei e Painter potessero trovare una soluzione?

Mise da parte quel pensiero. Non avrebbe ceduto. Qualunque fosse il motivo di quella cooperazione, Lisa intendeva sfruttarlo a proprio vantaggio.

Fece un cenno ad Anna che si avvicinava. «Okay, penso di essermi fatta un’idea generale della situazione, da profana. Ma una cosa cui lei ha accennato prima mi tormenta.»

Lasciando cadere i libri sul tavolo, Anna si mise a sedere. «E cioè?»

«Ha detto che la Campana controlla l’evoluzione.» Lisa indicò i libri e i manoscritti sul tavolo con un ampio gesto del braccio. «Ma ciò che vedo qui è soltanto una radiazione mutagena che avete collegato a un programma di eugenetica: costruire un essere umano migliore tramite la manipolazione genetica. Quando lei ha usato il termine ‘evoluzione’, è stato soltanto per eccesso di enfasi?»

Anna scosse la testa, senza offendersi. «Lei come definisce l’evoluzione, dottoressa Cummings?»

«Nel consueto senso darwiniano del termine, direi.»

«E cioè?»

Lisa si mostrò perplessa. «Un graduale processo di mutazioni biologiche, in cui un organismo unicellulare si è diffuso e si è diversificato fino a raggiungere l’attuale gamma di organismi viventi.»

«E Dio non ha un ruolo in tutto ciò?»

Lisa fu sorpresa di quella domanda. «Come vuole il creazionismo?»

Anna scrollò le spalle, continuando a fissarla. «O un disegno intelligente.»

«Non dirà sul serio? Fra un attimo tirerà fuori che l’evoluzione è soltanto una teoria.»

«Non sia sciocca. Non sono un’incompetente, che per teoria intende ‘intuizione’ o ‘congettura’. Nulla, nella scienza, arriva a essere una teoria senza una vasta base di fatti e ipotesi verificate.»

«Perciò lei accetta la teoria dell’evoluzione di Darwin?»

«Certamente, senza il minimo dubbio. Trova conferma in tutte le discipline scientifiche.»

«Allora perché stava parlando di…»

«Una cosa non esclude necessariamente l’altra.»

Lisa inarcò un sopracciglio. «Disegno intelligente ed evoluzione?»

Anna fece un cenno d’assenso. «Ma facciamo un passo indietro, così non mi fraintende. Mettiamo da parte innanzitutto i vaneggiamenti dei ‘creazionisti della terra piatta’, che mettono in dubbio persino che il mondo sia una sfera, o quelli che interpretano la Bibbia alla lettera e credono che il pianeta abbia al massimo diecimila anni. Passiamo direttamente alle argomentazioni principali dei sostenitori del disegno intelligente.»

Lisa scosse la testa: una ex nazista che faceva propaganda pseudoscientifica… Che cosa stava succedendo?

Anna si schiarì la voce. «Certo, sono la prima a sostenere che quasi tutte le argomentazioni addotte a sostegno del disegno intelligente sono fallaci: fraintendono la seconda legge della termodinamica, costruiscono modelli statistici che non sono a prova di errore, travisano le datazioni radiometriche dei minerali… Nulla di valido, ma tutto questo fumo è comunque fuorviante.»

Lisa annuì: quello era uno dei motivi principali per cui la preoccupavano le pressioni volte a introdurre, nelle lezioni di biologia delle scuole superiori, quella pseudoscienza accanto alla teoria dell’evoluzione. Era un pantano pluridisciplinare difficile da vagliare anche per un ricercatore universitario, figuriamoci per un liceale.

Anna, però, non aveva ancora concluso la sua argomentazione. «Detto ciò, esiste una questione sollevata dai sostenitori del disegno intelligente che merita di essere presa in considerazione.»

«E cioè?»

«La casualità delle mutazioni. Il puro caso non avrebbe potuto produrre così tante mutazioni vantaggiose nel tempo. Quante malformazioni alla nascita hanno prodotto cambiamenti vantaggiosi, che lei sappia?»

Lisa aveva già sentito quell’argomentazione: l’evoluzione delle specie è stata troppo rapida per essere frutto di un puro caso. Non ci cascava. «L’evoluzione non è dovuta solo al caso. La selezione naturale, o pressione ambientale, elimina le mutazioni nocive e consente soltanto agli organismi più efficienti di trasmettere i propri geni.»

«La sopravvivenza del più forte?»

«O di quelli forti a sufficienza. Le mutazioni non devono essere necessariamente perfette, purché siano abbastanza positive da procurare un vantaggio. E, nell’arco lunghissimo di centinaia di milioni di anni, questi piccoli vantaggi o mutazioni si accumulano, fino a produrre la varietà che conosciamo oggi.»

«Centinaia di milioni di anni? Certo, è un intervallo di tempo molto lungo, ma è abbastanza per l’intera gamma delle mutazioni evolutive? E che dire di quegli improvvisi slanci evolutivi, durante i quali avvennero grandi mutamenti in breve tempo?»

«Presumo che si riferisca all’esplosione cambriana, giusto?» chiese Lisa. Era uno dei capisaldi dei sostenitori del disegno intelligente. Durato quindici milioni di anni, il periodo Cambriano era relativamente breve, ma in quell’arco di tempo c’era stata una sorta di esplosione di nuove forme di vita: spugne, chiocciole, meduse e trilobiti. Sembrava che fosse avvenuta tutto d’un tratto, con un ritmo troppo rapido, secondo gli antievoluzionisti.

«Nein. C’è un’abbondanza di prove fossili a testimoniare che quell’improvvisa comparsa di invertebrati non fu poi così improvvisa. Nel Precambriano c’erano spugne in abbondanza e metazoi simili a vermi. Anche la diversità delle forme di quel periodo può essere giustificata dalla comparsa nel codice genetico dei geni Hox.»

«I geni Hox?»

«Una serie di quattro-sei geni di controllo è comparsa nel codice genetico appena prima del periodo Cambriano. Si è scoperto che erano una sorta di interruttori di controllo per lo sviluppo embrionale; definivano l’alto e il basso, la destra e la sinistra, insomma la forma corporea di base. I moscerini della frutta, le rane, gli esseri umani hanno tutti esattamente gli stessi geni Hox. Si può ritagliare un gene Hox da un moscerino e inserirlo nel DNA di una rana e funzionerà senza problemi. Poiché questi geni sono gli interruttori di comando fondamentali per lo sviluppo embrionale, basta una loro minuscola variazione per creare forme corporee completamente nuove.»

Sebbene non sapesse dove stessero andando a parare, Lisa si sorprese delle approfondite conoscenze di Anna in quell’ambito. Erano paragonabili alle sue. Se Anna fosse stata una collega, incontrata a una conferenza, forse a Lisa sarebbe piaciuta quella discussione. In effetti, doveva continuamente ricordare a se stessa con chi stava parlando.

«Perciò l’emergere dei geni Hox prima del periodo Cambriano potrebbe spiegare quella drammatica esplosione di forme di vita diverse. Tuttavia i geni Hox non spiegano altri momenti di evoluzione rapida, quasi intenzionale.»

«Per esempio?»

«Per esempio la farfalla punteggiata delle betulle, o Biston betularia. Conosce quella storia?»

Anna stava citando uno dei capisaldi di quella teoria. La farfalla punteggiata viveva sulle betulle e aveva le ali bianche screziate, per mimetizzarsi con la corteccia di quegli alberi ed evitare di essere mangiata dagli uccelli. Ma, quando, nella regione di Manchester, la fuliggine di una centrale a carbone cominciò a fare annerire gli alberi, le farfalle si ritrovarono vulnerabili, facili prede per gli uccelli. In poche generazioni, però, il colore predominante della popolazione di Biston betularia divenne il nero, per mimetizzarsi sui tronchi coperti di fuliggine.

«Se le mutazioni fossero casuali», argomentò Anna, «sembra una fortuna straordinaria che il nero sia comparso proprio in quel momento. Se era un evento puramente casuale, dov’erano allora le farfalle rosse, quelle verdi, quelle viola? O quelle a due teste?»

Lisa dovette trattenersi dallo strabuzzare gli occhi. «Potrei rispondere che anche le farfalle degli altri colori sono state mangiate e che quelle a due teste si sono estinte. Ma lei fraintende l’esempio: la variazione del colore di quelle farfalle non è stato l’effetto di una mutazione. Quella specie aveva già un gene nero. In ogni generazione nascevano alcune farfalle nere, ma venivano mangiate quasi tutte, quindi la popolazione si manteneva prevalentemente bianca. Quando però gli alberi si sono anneriti, le poche farfalle nere sono risultate avvantaggiate e sono diventate prevalenti nella popolazione della specie. Questo era il senso dell’esempio: l’ambiente può influenzare una popolazione. Ma non si è trattato di un caso di mutazione. Il gene nero era già presente.»

Anna stava sorridendo.

Lisa si rese conto che la donna aveva messo alla prova le sue conoscenze. Si drizzò sulla sedia, irritata e, contemporaneamente, ancora più affascinata.

«Molto bene», disse Anna. «Allora mi permetta di citarle un evento più recente, verificatosi in un ambiente controllato, in laboratorio. Un ricercatore ha prodotto una varietà di batteri E. coli che non erano in grado di digerire il lattosio. Poi ne ha sparsa una florida popolazione su una piastra di coltura, in cui l’unica fonte di cibo era il lattosio. Che cosa sarebbe dovuto accadere, secondo la scienza?»

Lisa scrollò le spalle. «Incapaci di digerire il lattosio, i batteri sarebbero morti di fame.»

«Ed è esattamente ciò che è successo al novantotto percento di quei batteri, ma il due percento ha continuato a prosperare. Quei batteri avevano spontaneamente mutato un gene, per digerire il lattosio. In una sola generazione. Io lo trovo sconcertante. Va contro ogni ipotesi di casualità. Con tutti i geni presenti nel DNA di un E. coli e la rarità della mutazione, perché il due percento di quella popolazione ha mutato l’unico gene necessario per sopravvivere? È un evento inspiegabile alla luce della casualità.»

Lisa doveva ammettere che era strano. «Forse c’è stata una contaminazione in laboratorio.»

«L’esperimento è stato ripetuto, con risultati analoghi.»

Lisa non era ancora convinta.

«Vedo il dubbio nei suoi occhi. Perciò andiamo a cercare altrove un esempio di come sia impossibile che le mutazioni genetiche siano casuali.»

«E cioè dove?»

«Ritorniamo all’inizio della vita, al brodo primordiale, dove il motore dell’evoluzione si è acceso per la prima volta.»

Lisa ricordò che Anna aveva già accennato in precedenza che la storia della Campana risaliva all’origine della vita. Era lì che voleva andare a parare? Lisa aprì bene le orecchie, pronta a sentire che piega avrebbe preso la discussione.

«Riportiamo indietro le lancette dell’orologio», disse Anna, «a un momento precedente alla comparsa della prima cellula. Ricordi il principio di Darwin: ciò che esiste ha necessariamente avuto origine a partire da una forma più semplice, meno complessa. Perciò che cosa c’era prima degli organismi unicellulari? Fino a che punto possiamo ridurre la vita e chiamarla ancora vita? Il DNA è vivo? E un cromosoma? E una proteina o un enzima? Qual è la linea di demarcazione tra la chimica e la vita?»

«Okay, questa è davvero una domanda intrigante», ammise Lisa.

«Allora gliene farò un’altra. In che modo la vita ha compiuto il salto da un brodo chimico primordiale alla prima cellula?»

Lisa conosceva la risposta. «L’atmosfera della Terra ai primordi era piena di idrogeno, metano e acqua. Aggiungendo qualche scarica di energia, per esempio un fulmine, quei gas possono formare semplici composti organici. Questi ultimi, cuocendo nel proverbiale brodo primordiale, hanno formato una molecola in grado di replicarsi.»

«Il che è stato provato in laboratorio», confermò Anna. «Una provetta piena di gas ha prodotto un impasto di aminoacidi, i mattoni delle proteine.»

«E così è cominciata la vita.»

«Ah, lei è impaziente, corre troppo», la punzecchiò Anna. «Per il momento abbiamo soltanto aminoacidi, mattoni. Come passiamo da qualche aminoacido a quella prima proteina in grado di replicarsi completamente?»

«Basta mescolare una quantità sufficiente di aminoacidi e alla fine si concateneranno nella combinazione giusta.»

«Per caso?»

Lisa annuì.

«È così che arriviamo alla radice del problema, dottoressa Cummings. Posso convenire con lei che l’evoluzione di Darwin ha svolto un ruolo significativo dopo la formazione della prima proteina in grado di autoreplicarsi. Ma sa quanti aminoacidi devono concatenarsi per formare quella prima proteina capace di replicarsi?»

«No.»

«Un minimo di trentadue. Tanti ne ha la più piccola proteina in grado di replicarsi. Le probabilità che questa proteina si formi per caso sono astronomicamente esigue: dieci alla quarantunesima.»

Lisa scrollò le spalle di fronte a quella cifra. Nonostante la sua avversione per quella donna, cominciava a nutrire un riluttante rispetto nei suoi confronti.

«Mettiamo queste probabilità in prospettiva», proseguì Anna. «Se prendessimo tutte le proteine presenti in tutte le foreste pluviali del mondo e le dissolvessimo tutte in un brodo di aminoacidi, sarebbe comunque ampiamente improbabile che si formasse una catena di trentadue aminoacidi. In effetti, ci vorrebbe una quantità cinquemila volte superiore per formare una di quelle catene. Cinquemila foreste pluviali. Quindi, come passiamo da una poltiglia di aminoacidi a quel primo moltiplicatore, il primo pezzo di vita?»

Lisa scosse la testa.

Anna incrociò le braccia, soddisfatta. «C’è un vuoto evoluzionistico che anche Darwin fa fatica a colmare.»

«Tuttavia», ribatté Lisa, rifiutandosi di cedere, «colmare quel vuoto mettendo in mezzo Dio non è scienza. Il fatto che non abbiamo ancora una risposta per colmare quel vuoto non significa che ci sia una causa soprannaturale.»

«Non sto dicendo che è soprannaturale. E poi, chi dice che io non ho una risposta per colmare quel vuoto?»

Lisa la guardò a bocca aperta. «Quale risposta?»

«Una cosa che abbiamo scoperto decenni fa, grazie ai nostri studi sulla Campana. Una cosa che altri ricercatori stanno cominciando a esplorare seriamente soltanto adesso.»

«E che cos’è?» Lisa si accorse di avere cambiato posizione sulla sedia, rinunciando a qualsiasi tentativo di nascondere il suo interesse per tutto ciò che aveva a che fare con la Campana.

«La chiamiamo evoluzione quantica.»

«Che cosa c’entrano i quanti con l’evoluzione?»

«Non solo questo nuovo campo dell’evoluzione quantica rappresenta il sostegno più forte alla tesi del disegno intelligente, ma risponde anche alla domanda fondamentale: chi è l’artefice.»

«Sta scherzando… E chi sarebbe? Dio?»

«Nein.» Anna la guardò dritto negli occhi. «Noi.»

Prima che la donna potesse proseguire nelle sue spiegazioni, da una vecchia radio appesa alla parete proruppe una raffica di crepitìi elettrostatici, dai quali emerse una voce familiare.

Era Gunther. «Abbiamo una traccia del sabotatore. Siamo pronti a intervenire.»

Büren, Germania,

ore 07.37

Gray sorpassò un vecchio autocarro col pianale carico di fieno. Inserì la quinta e imboccò a tutta velocità l’ultimo tornante. Giunto in cima alla collina, dominava la vallata di fronte a lui.

«La valle di Alme», disse Monk, aggrappandosi alla maniglia sopra la portiera.

Gray rallentò, scalando le marce.

Monk lo guardava in cagnesco. «Vedo che Sara ti ha dato lezioni di guida all’italiana.»

«Quando sei a Roma…»

«Ma noi non siamo a Roma.»

Evidentemente no. Di fronte a loro si estendeva un’ampia valle fluviale, una grande conca verde coperta di prati, foreste e campi coltivati. Un tipico villaggio tedesco da cartolina era accoccolato in mezzo alla pianura, con le case di pietra incastonate in mezzo a strade anguste e tortuose.

Ma tutti gli sguardi erano fissi sul castello abbarbicato sulla cresta della collina, all’altra estremità della valle. Circondato dalla foresta, dominava la cittadina dall’alto, con le sue torri protese verso il cielo e le bandiere che sventolavano in cima. Per quanto massiccio e imponente, come molte delle strutture fortificate lungo il fiume Reno, il castello aveva inoltre un che di fiabesco, evocava immagini di principesse incantate e cavalieri su stalloni bianchi.

«Se Dracula fosse stato gay, quel castello avrebbe fatto proprio al caso suo», commentò Monk.

Gray capì cosa intendeva. Quel posto aveva qualcosa di vagamente sinistro, ma forse era soltanto il cielo minaccioso a nord. Ci voleva una buona dose di fortuna per arrivare al villaggio prima del temporale. «Dove andiamo, adesso?»

Dal sedile posteriore si sentì un suono di carta spiegazzata. Fiona stava guardando la cartina che aveva sequestrato a Monk, assumendo il ruolo di navigatore, dato che ancora non aveva rivelato la destinazione finale. Si sporse in avanti e indicò il fiume. «Devi attraversare quel ponte.»

«Sei sicura?»

«Sì, sono sicura, so leggere una cartina.»

Gray si addentrò nella valle, evitando una lunga fila di ciclisti abbigliati con una variopinta gamma di maglie da corridori. Spinse la BMW lungo la strada tortuosa che conduceva al fondovalle ed entrò nel villaggio.

Sembrava uscito da un altro secolo. C’erano vasi colmi di tulipani sui davanzali e tutte le case avevano tetti spioventi con timpani altissimi. Dalla strada principale si dipartivano vie acciottolate. Passarono per una piazza con caffè e birrerie all’aperto tutt’attorno e un palco d’orchestra al centro, dove, Gray ne era certo, un’orchestrina polk suonava ogni sera.

Poi attraversarono il ponte e ben presto si ritrovarono fra campi e piccole fattorie.

«A sinistra!» esclamò Fiona.

Gray dovette frenare di colpo e infilare la BMW in una curva stretta. «La prossima volta avvertimi con un po’ di anticipo.»

La strada si stringeva, fiancheggiata da alte siepi. L’asfalto lasciò il posto all’acciottolato. La BMW sussultava su quella superficie irregolare. Ben presto tra i ciottoli videro spuntare erbacce e davanti a loro comparve un cancello di ferro, aperto.

Gray rallentò. «Dove siamo?»

«Dove volevi arrivare», rispose Fiona. «La tenuta Hirszfeld.»

Gray superò il cancello. Il cielo divenne ancora più scuro e cominciò a gocciolare. Una pioggia leggera, che in un attimo divenne torrenziale.

«Giusto in tempo», osservò Monk.

Oltre il cancello si apriva un ampio cortile, incorniciato su due lati dalle ali di una piccola villa di campagna. La costruzione principale, di fronte a loro, era di due piani, ma il tetto di tegole di ardesia aveva diversi rialzi spioventi, che le conferivano una certa maestosità.

Un fulmine squarciò fragorosamente la coltre nuvolosa, richiamando i loro sguardi al cielo. Il castello che avevano notato in precedenza si ergeva proprio in cima alla collina boscosa dietro la tenuta. Sembrava che incombesse minaccioso sulla villa.

«Ehi!» gridò qualcuno.

Gray si voltò a guardare. Un ciclista che stava cercando di ripararsi dalla pioggia con la sua bicicletta si era quasi fatto investire. Il giovane, che indossava una maglia da calcio gialla e pantaloncini da ciclista, colpì il cofano della BMW a mano aperta e apostrofò Gray: «Guarda dove vai, amico!»

Fiona aveva già abbassato il finestrino posteriore e cacciato fuori la testa. «Vaffanculo, stronzo! Perché non stai attento tu a dove corri con quei pantaloncini da checca!»

Monk scosse la testa. «A quanto pare Fiona si è procurata un appuntamento per questa sera.»

Gray fermò l’auto in un parcheggio vicino alla costruzione principale. C’era soltanto un’altra auto, ma notò una schiera di biciclette da corsa e mountain bike incatenate a rastrelliere. Sotto una tettoia c’era un gruppo di giovani scapigliati, con gli zaini appoggiati a terra. Li sentì parlare mentre spegneva il motore. Spagnoli. Quel posto doveva essere un ostello della gioventù. O almeno lo era diventato. Sentiva praticamente l’odore di patchouli e hashish.

Erano nel posto giusto? Anche se così fosse stato, Gray dubitava che avrebbero trovato qualcosa di utile, lì. Ma avevano fatto tanta strada. «Aspetta qui. Monk, resta con…»

La portiera posteriore si aprì e Fiona scese dall’auto.

«La prossima volta, scegli il modello con la chiusura di sicurezza per i bambini», ironizzò Monk, mentre apriva la portiera.

«E piantala!» Gray la seguì. Con lo zaino in spalla, Fiona avanzava a grandi passi verso la porta principale dell’edificio. Lui la raggiunse sui gradini della veranda e la prese per un braccio. «Rimaniamo uniti. Nessuno si deve allontanare da solo all’improvviso.»

Lei lo guardò in faccia, altrettanto arrabbiata. «Esatto, rimaniamo uniti. Nessuno si deve allontanare all’improvviso. Il che significa che non mi molli su un aeroplano o su un’auto.» Si liberò dalla sua presa e aprì la porta.

Uno scampanio annunciò il loro ingresso.

Un impiegato della reception alzò lo sguardo dal bancone di mogano appena dietro la porta. Nel camino ardeva ancora la brace di un fuoco acceso all’alba, per scacciare il freddo del mattino. L’atrio era di travi cave e mattonelle d’ardesia. Le pareti erano decorate con affreschi sbiaditi, che sembravano antichi di secoli. Nel complesso, però, l’edificio non sembrava ben tenuto: l’intonaco era sgretolato, le travi erano impolverate, i tappeti sfilacciati e scoloriti. Di certo la villa aveva vissuto giorni migliori.

L’impiegato fece loro un cenno di saluto. Era un giovanotto sulla ventina, biondo, con una maglia da rugby e ampi pantaloni verdi. Sembrava una matricola universitaria. «Guten morgen.»

Monk diede un’occhiata in giro, mentre un tuono rimbombava nella valle. «Non è mica tanto gut questa mattina.»

«Ah, americani», disse l’impiegato, che aveva sentito le lamentele di Monk. Aveva un tono leggermente freddo.

Gray si schiarì la voce. «Ci chiedevamo se questa fosse la vecchia tenuta Hirszfeld.»

L’impiegato sgranò gli occhi. «Ja, aber… È il Burgschloß Hostel da quasi vent’anni, quando mio padre, Johann Hirszfeld, l’ha ereditata.»

Quindi erano nel posto giusto. Gray lanciò un’occhiata a Fiona, che inarcò le sopracciglia, come a chiedergli: Che c’è? Era impegnata a frugare nel suo zaino. Lui pregò che, come aveva detto Monk, non contenesse granate. Poi si rivolse nuovamente all’impiegato: «È possibile parlare con suo padre?»

«A proposito di che cosa?» Era ritornato quel tono gelido, accompagnato da una certa diffidenza.

Fiona spinse da parte Gray. «A proposito di questo.» Sbatté sul bancone un libro dall’aspetto familiare: la Bibbia di Darwin.

Gray l’aveva lasciato nel jet, ben custodito. Anzi non tanto bene, a quanto sembrava.

«Fiona…» l’ammonì.

«È mio», replicò lei.

L’impiegato prese il libro e lo sfogliò, senza riconoscerlo. «Una Bibbia? Non consentiamo di fare proselitismo, qui all’ostello.» Chiuse il libro e lo fece scivolare verso Fiona. «Inoltre mio padre è ebreo.»

Visto che ormai avevano vuotato il sacco, Gray procedette in modo più diretto. «Questa Bibbia apparteneva a Charles Darwin. Crediamo che un tempo facesse parte della biblioteca della sua famiglia. Vorremmo fare a suo padre qualche domanda in proposito.»

Il giovane guardò la Bibbia con un atteggiamento più serio. «La collezione è stata venduta prima che mio padre rilevasse la tenuta. Io non l’ho mai vista. Ho sentito dire dai vicini che era appartenuta alla mia famiglia per secoli.»

Girò attorno al bancone della reception e fece strada, passando davanti al camino e attraversando un arco per entrare in una sala adiacente. Una parete aveva una serie di finestre alte e sottili, che conferivano alla stanza un’atmosfera da chiostro. La parete opposta ospitava un camino abbastanza grande da poterci entrare in piedi. C’erano file di tavoli e panche nella sala, che era vuota, a parte la signora anziana col grembiule che stava spazzando il pavimento.

«Questa sala era l’antica biblioteca di famiglia, ora è il refettorio dell’ostello. Mio padre si è rifiutato di vendere la proprietà, ma c’erano tasse arretrate da pagare. Immagino che la biblioteca sia stata venduta per lo stesso motivo, mezzo secolo fa. Mio padre ha dovuto mettere all’asta gran parte dell’arredamento originario. Con ogni generazione scompare un frammento di storia.»

«Un peccato», commentò Gray.

L’impiegato annuì e cominciò ad allontanarsi. «Vado a chiamare mio padre. Vediamo se è disposto a parlare con voi.»

Qualche minuto dopo, il giovanotto fece loro cenno di raggiungerlo presso una porta a due battenti, da cui si accedeva alla zona privata della tenuta.

Mentre li accompagnava nella parte posteriore della casa, si presentò come Ryan Hirszfeld. Li condusse a una serra di vetro e bronzo, con felci in vaso e bromeliacee lungo le pareti. Su un lato della serra c’erano scaffali sfalsati carichi di campioni vegetali assortiti, alcuni dei quali sembravano erbacce. Contro il lato posteriore si ergeva una palma, con la chioma rasente il soffitto di vetro e qualche fronda ingiallita per mancanza di cure. L’intera serra dava l’idea di essere trascurata e lasciata a se stessa, sensazione acuita dall’acqua che gocciolava in un secchio, da una crepa in una delle finestre.

Al centro, un uomo malaticcio era seduto su una sedia a rotelle, con una coperta sulle gambe, e guardava fuori, verso il cortile sul retro. La pioggia scivolava lungo le superfici esterne, facendo apparire incorporeo e irreale il mondo al di là dei vetri.

Ryan si avvicinò all’uomo con un atteggiamento quasi timido. «Vater. Hier sind die Leute mit der Bibel.»

«Auf Englisch, Ryan, auf Englisch.» L’uomo spinse la carrozzina, facendo perno su una ruota, per voltarsi verso di loro. Aveva una pelle sottilissima e un sibilo nella voce. Probabilmente soffriva di enfisema, pensò Gray.

Ryan, il figlio, aveva un’espressione addolorata. Gray si chiese se ne fosse consapevole.

«Sono Johann Hirszfeld», disse il vecchio. «E così siete venuti a indagare sull’antica biblioteca. Certo che se ne stanno interessando in molti, ultimamente. Non una parola per decenni e adesso due volte in un anno.»

Gray ricordò ciò che gli aveva raccontato Fiona sul signore anziano che era andato alla libreria di Grette a consultare gli archivi. Doveva aver visto la ricevuta e seguito quella traccia sino a lì, come loro.

«Ryan dice che avete uno dei libri.»

«La Bibbia di Darwin», disse Gray.

Il vecchio protese le mani. Fiona fece un passo avanti e gli consegnò il libro. Lui se lo mise in grembo. «Non la vedo da quando ero ragazzo.» Diede uno sguardo al figlio. «Danke, Ryan. È meglio che torni a occuparti della reception.»

Ryan annuì e, riluttante, fece un passo indietro; poi si girò e se ne andò.

Johann attese che suo figlio chiudesse la porta della serra, quindi sospirò, guardando nuovamente la Bibbia. Aprì la copertina ed esaminò l’albero genealogico della famiglia Darwin. «Questo era uno dei beni cui mio padre teneva di più. La Bibbia è stata donata al mio bisnonno nel 1901 dalla British Royal Society. All’epoca mio bisnonno era un insigne botanico.»

Gray sentì una certa malinconia nella voce dell’uomo.

«La nostra famiglia ha una lunga tradizione di studi e scoperte in campo scientifico. Nulla di paragonabile a Herr Darwin, ma ci siamo guadagnati qualche nota a piè di pagina.» Il suo sguardo vagò nuovamente verso l’esterno, sulla tenuta battuta dalla pioggia. «Ormai è tutto finito da un pezzo. Ora credo che dovremo accontentarci di essere noti come albergatori.»

«A proposito della Bibbia, ci può raccontare qualcos’altro? La collezione è sempre stata qui?»

«Natürlich. Quando qualcuno dei miei parenti andava all’estero per motivi di ricerca, a volte portava con sé alcuni dei libri. Ma questo libro ha lasciato la casa solo una volta. Lo so soltanto perché ero presente quando è stato rispedito per posta da mio nonno. La cosa ha creato un gran clamore.»

«Perché?»

«Immaginavo che me lo avrebbe chiesto. È per questo che ho fatto uscire Ryan: è meglio che non sappia.»

«Chiesto che cosa?»

«Mio nonno Hugo lavorava per i nazisti, così come mia zia Tola. Quei due erano inseparabili. In seguito ho scoperto, tramite voci sussurrate con indignazione tra i miei parenti, che erano coinvolti in un qualche progetto segreto di ricerca. Entrambi erano biologi illustri e rinomati.»

«Che tipo di ricerca?» chiese Monk.

«Nessuno lo ha mai saputo. Sia mio nonno sia zia Tola sono morti alla fine della guerra. Ma un mese prima è arrivata una cassa inviata da mio nonno. Conteneva la parte della biblioteca che aveva portato con sé. Forse sapeva che il suo destino era segnato e voleva preservare quei libri. Cinque libri, per la precisione.» L’uomo picchiettò la Bibbia. «Questo era uno di quei libri, anche se nessuno è stato in grado di spiegarmi che cosa se ne facesse della Bibbia come strumento di ricerca.»

«Forse era per sentirsi a casa», disse Fiona, a bassa voce.

Johann sembrò accorgersi finalmente della ragazza. Annuì lentamente. «Forse. Magari rappresentava un legame con suo padre, una specie di approvazione simbolica per quello che stava facendo.» Il vecchio scosse la testa. «Lavorare per i nazisti, che mestiere orribile…»

Gray ricordò ciò che aveva detto Ryan. «Un momento: ma lei è ebreo, vero?»

«Sì, ma deve sapere che la famiglia della mia bisnonna, la madre di Hugo, era pura e aveva legami col partito nazista. Perciò, quando sono cominciate le persecuzioni di Hitler, la nostra famiglia è stata risparmiata. Eravamo Mischlinge, mezzosangue. Abbastanza tedeschi per evitare una sentenza di morte. Ma, per provare la propria fedeltà, mio nonno e mia zia finirono per essere reclutati dai nazisti, che stavano raccogliendo scienziati come scoiattoli in cerca di nocciole.»

«Perciò sono stati costretti a collaborare», osservò Gray.

Johann concentrò lo sguardo sul temporale. «Erano tempi complicati. Mio nonno aveva qualche credenza strana.»

«Per esempio?»

Johann parve non aver sentito la domanda, aprì la Bibbia e ne sfogliò le pagine. Gray notò gli appunti scritti a mano. Fece un passo avanti e indicò alcuni di quei segni confusi.

«Ci chiedevamo cosa fossero questi», disse.

«Conoscete la società di Thule?» chiese il vecchio, come se non avesse sentito la domanda.

Gray scosse la testa.

«Era un gruppo estremista di nazionalisti tedeschi. Mio nonno ne era membro dall’età di ventidue anni perché la famiglia di sua madre aveva legami coi fondatori. Credevano profondamente nella filosofia dell’Übermensch.»

«Il superuomo.»

«Esatto. La società prese il nome dalla mitica terra di Thule, i resti del regno perduto di Atlantide, la terra di una razza superiore.»

Monk emise un verso di scherno.

«Come dicevo, mio nonno coltivava alcune strane credenze», proseguì ansimando Johann. «Ma non era il solo, all’epoca, soprattutto da queste parti. È stato in queste foreste che le antiche tribù tedesche dei teutoni resistettero alle legioni romane, definendo i confini tra la Germania e l’Impero Romano. La società di Thule credeva che questi guerrieri teutonici fossero discendenti di quella razza superiore scomparsa.»

Gray comprendeva quale fosse l’attrattiva di quel mito. Se quegli antichi guerrieri erano superuomini, i loro discendenti, i tedeschi dell’era moderna, ne conservavano ancora il patrimonio genetico. «Era la base della filosofia ariana.»

«Le loro credenze erano mescolate anche a misticismo e simbologia occulta. Non le ho mai capite del tutto. Comunque, secondo i miei familiari, mio nonno era insolitamente curioso. Alla ricerca di cose strane, indagava sui misteri storici. Nel tempo libero era sempre desideroso di affinare il suo ingegno, faceva esercizi di memorizzazione e puzzle. I suoi puzzle… Poi è venuto a conoscenza di alcune storie misteriose e si è messo a cercare la verità che nascondevano. Alla fine era diventata un’ossessione.» Mentre parlava, il vecchio aveva ricominciato a guardare la Bibbia, frugandone le pagine. Raggiunta la fine, cercò qualcosa sulla terza di copertina. «Das ist merkwürdig.»

Merkwürdig. Strano.

Gray si avvicinò. «Che c’è?»

Il vecchio fece scorrere un dito scarno sulla terza di copertina. Tornò alla prima pagina, poi di nuovo all’ultima. «L’albero genealogico della famiglia Darwin non era disegnato soltanto sulla seconda di copertina, ma anche sulla terza. All’epoca ero soltanto un ragazzo, ma lo ricordo chiaramente.» Johann sollevò il libro, mostrandone la parte posteriore. «L’albero genealogico che c’era qui è scomparso.»

«Mi faccia vedere», disse Gray, riprendendo il libro. Esaminò la terza di copertina più attentamente. Fiona e Monk lo affiancarono.

Gray scorse la rilegatura con un dito, poi esaminò attentamente la copertina. «Guardate qui. Sembra che qualcuno abbia tagliato l’ultimo foglio e l’abbia incollato sulla terza di copertina. Sopra il risguardo originale.» Gray si voltò verso Fiona. «Può essere stata Grette?»

«Manco per idea. Piuttosto avrebbe strappato la Gioconda.»

Se non era stata Grette…

Gray guardò Johann.

«Sono certo che nessuno, nella mia famiglia, l’avrebbe fatto. La biblioteca è stata venduta solo qualche anno dopo la guerra. E dubito che in quel lasso di tempo qualcuno abbia toccato la Bibbia.»

Rimaneva soltanto Hugo Hirszfeld.

«Un coltello», disse Gray, dirigendosi verso un tavolo da giardino.

Monk prese il coltellino svizzero dal suo zaino e lo porse a Gray. Con la punta del coltello, Gray incise i bordi del foglio incollato sulla terza di copertina, poi ne sollevò un angolo. Si staccò facilmente, soltanto i bordi erano incollati.

Johann spinse la carrozzina per raggiungerli. Gray non nascose ciò che stava facendo: forse gli sarebbe servito l’aiuto dell’uomo per capire ciò che stava per svelare.

Staccò il foglio e scoprì il risguardo originale. C’era l’altra metà dell’albero genealogico della famiglia Darwin, ben fatto e ordinato. Johann aveva ragione. Ma non c’era soltanto quello.

«Orribile», commentò Johann. «Perché mai il nonno avrebbe fatto una cosa del genere? Sfigurare così la Bibbia?»

Sopra l’albero genealogico era stato disegnato uno strano simbolo, grande quanto l’intera pagina, e sembrava fosse scolpito nel cartone della copertina.

Con lo stesso inchiostro nero, sotto il simbolo era stata scritta una riga in tedesco: Gott, verzeih mir.

Dio, perdonami.

Monk indicò il simbolo. «Cos’è quello?»

«Una runa», spiegò Johann, con un’espressione accigliata. «Un altro esempio della follia di mio nonno. La società di Thule credeva nella magia delle rune. A questi simboli nordici venivano associati antichi riti e poteri. Da Thule i nazisti non derivarono soltanto la filosofia del superuomo, ma assorbirono anche il misticismo legato alle rune.»

«Lei conosce il significato di questo simbolo in particolare?» chiese Gray.

«No. Non è un argomento interessante per un ebreo tedesco. Non dopo la guerra.» Johann girò la sedia a rotelle e guardò fuori. Il temporale imperversava, col rombo di tuoni che sembravano lontani e vicini allo stesso tempo. «Ma so chi potrebbe essere in grado di aiutarvi. Un curatore del museo.»

Gray chiuse la Bibbia e raggiunse Johann. «Quale museo?»

La serra fu illuminata da un lampo. Johann indicò un punto, in alto. Gray allungò il collo. L’imponente castello era illuminato da una luce fievole e velato dalla pioggia.

«Historisches Museum des Hochstifts Paderborn», disse Johann. «È aperto, oggi. All’interno del castello.» Il vecchio scrutava il vicino edificio con sguardo arcigno. «Sapranno certamente che cosa significa quel simbolo.»

«Perché?»

Johann fissò Gray come se fosse un idiota. «E chi meglio di loro? Quello è il castello di Wewelsburg.» Gray non reagì e il vecchio proseguì, con un sospiro. «La Camelot nera di Himmler, la roccaforte delle SS.»

«Quindi era davvero il castello di Dracula…» borbottò Monk.

Johann proseguì: «Nel XVII secolo vi si celebravano processi alle streghe: migliaia di donne sono state torturate e giustiziate. Himmler non fa fatto altro che incrementare il debito di sangue del castello. Durante la ristrutturazione da lui avviata vi sono morti milleduecento ebrei del campo di concentramento di Niederhagen. È un posto maledetto. Dovrebbe essere abbattuto».

«Ma al museo ci sapranno spiegare la runa?» chiese Gray, distraendo Johann dalla crescente rabbia che lo faceva ansimare sempre di più.

Il vecchio annuì. «Heinrich Himmler era un membro della società di Thule, era affascinato dal mito delle rune. In effetti è così che mio nonno si è conquistato le sue attenzioni. Avevano in comune la stessa ossessione.»

Gray intuiva che c’era una convergenza di legami e di eventi, tutti incentrati sulla società occulta di Thule. Ma cosa, esattamente? Gli servivano altre informazioni. Era inevitabile una visita al museo del castello.

Johann si allontanò da Gray, come a chiudere il discorso. «È stato per quegli interessi che aveva in comune con mio nonno che Himmler concesse la grazia alla nostra famiglia, una famiglia di Mischlinge. Ci sono stati risparmiati i campi di concentramento.»

Grazie a Himmler.

Gray capiva l’origine della rabbia di quell’uomo e il motivo per cui aveva chiesto al figlio di uscire. Era un fardello familiare che era meglio non scoprire. Johann guardava il temporale.

Gray raccolse la Bibbia e fece cenno agli altri di uscire. «Danke.»

Johann non lo notò nemmeno, assorbito com’era dal passato.

Ben presto Gray e gli altri raggiunsero la veranda, all’ingresso principale. La pioggia continuava a cadere copiosa dal cielo minaccioso. Il cortile era deserto. Non ci sarebbero state escursioni, quel giorno, né in bicicletta né a piedi.

«Andiamo», disse Gray, incamminandosi sotto la pioggia.

«Una giornata perfetta per assaltare un castello», osservò Monk, sarcastico.

Mentre attraversavano di gran lena il cortile, Gray notò un’altra auto parcheggiata accanto alla loro. Il cofano fumava sotto la pioggia. Doveva essere appena arrivata. Era una Mercedes bianca.

9. IL SABOTATORE

Himalaya,

ore 12.32

«Da dove proviene il segnale?» chiese Anna.

La donna si era precipitata nel locale manutenzione, rispondendo immediatamente alla chiamata di Gunther. Era arrivata da sola, sostenendo che Lisa preferiva fermarsi in biblioteca, per proseguire alcune ricerche. Painter ritenne più probabile che Anna volesse tenerli ancora separati. Meglio così, almeno Lisa era al sicuro, soprattutto se davvero erano sulle tracce del sabotatore.

Avvicinandosi allo schermo del laptop, Painter si massaggiò i polpastrelli. Sentiva un formicolio insistente sotto le unghie. Smise di sfregarsi le dita per il tempo necessario a indicare lo schema tridimensionale del castello. «La stima migliore è che provenga da questa zona», disse, toccando un punto sullo schermo. Aveva constatato con sorpresa quanto il castello si estendesse nella montagna. Era scavato nella roccia fino alla vetta. Il segnale proveniva dal versante opposto. «Ma non è un punto preciso. Il sabotatore ha bisogno di un’esposizione diretta per usare il telefono satellitare.»

«C’è l’eliporto, laggiù», disse Anna.

Gunther annuì, con un grugnito. Sullo schermo, le righe lampeggianti svanirono all’improvviso. «Ha riagganciato», disse Painter. «Dobbiamo muoverci alla svelta.»

Anna si rivolse a Gunther: «Contatta Klaus e digli che i suoi uomini devono chiudere gli accessi all’eliporto. Subito».

Gunther si precipitò verso un telefono e diede inizio al blocco. Il piano era perquisire chiunque si trovasse nelle vicinanze del segnale e scoprire chi fosse in possesso di un telefono satellitare illecito.

Anna ritornò da Painter. «Grazie per l’aiuto. Continueremo noi la ricerca.»

«Potrei esservi ancora utile», replicò Painter, che non aveva smesso di battere sulla tastiera del laptop. Memorizzò il numero apparso sullo schermo, poi scollegò l’amplificatore di segnale che aveva costruito. «Ma mi servirà uno dei vostri telefoni satellitari portatili.»

«Non posso lasciarla qui con un telefono», ribatté Anna, massaggiandosi le tempie e trasalendo per le fitte di emicrania.

«Non c’è bisogno che mi lasciate qui. Vengo con voi all’eliporto.»

Gunther fece un passo avanti, assumendo un’espressione ancora più accigliata del solito.

Anna lo allontanò con un cenno. «Non abbiamo tempo di discutere.» Ma tra il bestione e sua sorella ci fu una comunicazione silenziosa. La donna lo stava avvisando di tenere d’occhio Painter.

Lei fece strada.

Painter la seguì, continuando a massaggiarsi le dita. Le unghie avevano cominciato a bruciare. Le osservò con attenzione per la prima volta, aspettandosi di trovarle infiammate, ma erano stranamente sbiancate, scolorite.

Un principio di congelamento?

Gunther gli passò uno dei telefoni del castello, notò lo sguardo di Painter e scosse la testa. Allungò una mano. Dapprima Painter non capì, ma poi si accorse che all’uomo mancavano le unghie delle ultime tre dita.

Gunther riabbassò il braccio e s’incamminò al seguito di Anna.

Painter chiuse le mani a pugno e le riaprì. Quel bruciore, quel formicolio, non erano dovuti al congelamento. La malattia quantica stava progredendo. Ricordò l’elenco degli effetti debilitanti riscontrati fra i soggetti degli esperimenti con la Campana: perdita delle dita delle mani, delle orecchie, delle dita dei piedi. Non molto diverso dalla lebbra.

Quanto tempo, ancora?

Mentre si dirigevano verso l’altro versante della montagna, Painter studiò Gunther. L’uomo aveva vissuto tutta la vita con una spada di Damocle sopra la testa: deperimento cronico e progressivo, seguito da follia. Painter stava andando incontro alla versione abbreviata della stessa malattia. Non poteva negare di esserne terrorizzato. Non tanto per il deperimento fisico, ma per la perdita delle facoltà mentali.

Quanto tempo gli rimaneva?

Gunther doveva aver intuito i suoi pensieri. «Non permetterò che tutto questo accada ad Anna. Farò qualsiasi cosa per impedirlo.»

In fondo erano fratello e sorella. Solo dopo averlo saputo, Painter aveva notato le elusive somiglianze nei lineamenti: la curvatura delle labbra, il mento scolpito allo stesso modo, un’identica espressione accigliata. Ma le somiglianze terminavano lì. I capelli scuri di Anna e i suoi occhi, di un profondo verde smeraldo, erano in netto contrasto coi colori sbiaditi del fratello. Soltanto Gunther era nato sotto la Campana: un figlio sacrificato, una decima versata col sangue, l’ultimo dei Sonnenkönige.

Mentre percorrevano corridoi e scendevano scale, Painter staccò il coperchio posteriore dal telefono portatile. Estrasse la batteria e fece un collegamento di fortuna tra l’amplificatore e il filo dell’antenna, dietro la batteria. Avrebbe trasmesso un solo segnale, per qualche secondo, ma probabilmente sarebbe bastato.

«Che cos’è quello?» chiese Gunther.

«L’amplificatore ha registrato i dati del chip del telefono del sabotatore, durante la chiamata. Forse riesco a usarli per trovarlo, se è qui vicino.»

Gunther grugnì, bevendosi quella frottola.

Fin lì tutto bene.

Le scale terminavano in un’ampia galleria, abbastanza larga da poterci far passare un carro armato. Il pavimento era percorso da vecchi binari d’acciaio che s’inoltravano nel cuore della montagna. L’eliporto era situato all’altra estremità. Montarono su una vettura col pianale piatto. Gunther rilasciò il freno a mano e azionò il motore elettrico spingendo un pedale.

Painter si tenne forte, mentre sfrecciavano nella galleria, illuminata da lampade intermittenti sul soffitto. «E così avete la vostra metropolitana personale.»

«Per trasportare merci», rispose Anna, con la fronte corrugata per il dolore. Durante il tragitto aveva preso due pastiglie. Analgesici?

Superarono una serie di magazzini pieni di barili, scatoloni e casse, evidentemente trasportati lì per via aerea. Dopo un minuto raggiunsero la fine della galleria. L’aria era più calda, vaporosa, e c’era un vago odore di zolfo. Sceso dalla vettura, Painter sentì nelle gambe una vibrazione profonda e sonora che risaliva dal pavimento. Ricordava di aver visto nella piantina del castello che la centrale geotermica era situata nei sotterranei di quell’area.

Loro, comunque, non sarebbero scesi, ma risaliti in superficie lungo una rampa molto ampia. Giunsero in un locale in cui si riversava la luce proveniente da due portelloni d’acciaio aperti nel soffitto. Sembrava il magazzino di un aeroporto commerciale: casse, carrelli elevatori, macchinari pesanti e, al centro, un paio di elicotteri A-Star Ecuriel, uno nero e uno bianco, entrambi somiglianti a calabroni.

Klaus, il gigantesco Sonnenkönig, li vide arrivare e marciò fino a loro. Ignorò tutti tranne Anna. «Tutto a posto.» Fece cenno a una fila di uomini e donne, lì accanto. Erano una dozzina, sotto gli occhi attenti di una falange di guardie armate.

«Non vi è sfuggito nessuno?» chiese Anna.

«Nein, eravamo pronti.»

Anna aveva piazzato quattro Sonnenkönige in ognuno dei quadranti principali del castello, pronti a isolare qualsiasi regione Painter avesse individuato col suo apparecchio. E se avesse fatto un errore? Sicuramente il movimento avrebbe messo in allarme il sabotatore, che si sarebbe eclissato. Avevano una sola possibilità.

Anna attraversò il piazzale, muovendosi con una certa rigidità. «Avete trovato…»

Inciampò. Subito Gunther l’afferrò per un braccio, aiutandola a riprendere l’equilibrio, preoccupato.

«Sto bene», gli sussurrò lei, proseguendo da sola.

«Abbiamo perquisito tutti quanti», disse Klaus, facendo del suo meglio per ignorare il passo falso di Anna. «Non abbiamo trovato telefoni o apparecchi. Stavamo per cominciare a perquisire l’eliporto.»

Anna s’incupì. Era ciò che temevano: invece di portare con sé il telefono, il sabotatore avrebbe potuto facilmente nasconderlo da qualche parte dopo la telefonata.

O forse Painter aveva sbagliato i suoi calcoli. Nel qual caso avrebbe dovuto riscattarsi.

Painter affiancò Anna e sollevò il suo strumento improvvisato. «Forse posso accelerare la ricerca del telefono.»

Lei lo guardò con sospetto, ma avevano ben poca scelta. Annuì.

Gunther non lo perdeva d’occhio.

Painter accese il telefono satellitare e digitò le nove cifre del numero che aveva memorizzato. Non successe nulla. Tutti gli occhi erano puntati su di lui.

La sua espressione si fece ancora più corrucciata e concentrata, mentre schiacciava i tasti un’altra volta.

Ancora niente.

Aveva sbagliato numero?

«Was ist los?» chiese Anna.

Painter fissò la serie di numeri sul piccolo display del telefono. Li rilesse un’altra volta e si accorse dell’errore. «Ho invertito le ultime due cifre.»

Scosse la testa e le digitò di nuovo, lentamente, concentrandosi il più possibile. Finalmente riuscì a inserire la sequenza corretta. Anna lo guardò negli occhi quando lui alzò lo sguardo. Quell’errore non era dovuto soltanto alla tensione. Lo sapeva anche lei. Digitare numeri su una tastiera era un comune metodo per verificare l’acuità mentale.

E quello era un semplice numero di telefono. Ma era importante.

Painter premette il tasto d’invio.

Dopo un secondo, un telefono squillò forte lì vicino.

Tutti gli sguardi si orientarono verso l’origine di quel trillo.

Klaus.

Il Sonnenkönig fece un passo indietro.

«Ecco il vostro sabotatore…» disse Painter.

Klaus aprì la bocca, pronto a negare, ma poi estrasse la pistola, assumendo un’espressione dura.

Gunther reagì più velocemente, la pistola MK23 alla mano.

L’arma sputò fuoco. Il proiettile rimbalzò con una scintilla sulla pistola di Klaus, che la lasciò cadere.

Gunther fece un balzo in avanti, premendo la canna fumante della sua arma sulla guancia del fratello. Ci fu uno sfrigolio di carne marchiata a fuoco. Klaus non fece una piega. Il sabotatore doveva restare in vita, per rispondere alle domande.

Gunther fece la prima. «Warum?» Perché?

Klaus lo guardò torvo, dall’occhio buono. La palpebra dell’altro era cascante, come il resto della faccia semiparalizzata, il che gli conferiva un’espressione ancora più terrificante e beffarda. Sputò per terra. «Per porre fine all’umiliante regno dei Leprakönige.»

Dal volto contorto emanava un odio a lungo compresso. Painter poteva soltanto immaginare la rabbia covata nel profondo, le derisioni subite per anni mentre il corpo dell’uomo si deteriorava. Da principe a lebbroso. Ma Painter intuiva pure che non era soltanto una vendetta. Qualcuno aveva fatto di quell’uomo una talpa.

Ma chi?

«Fratello», riprese Klaus, «non deve per forza andare avanti così: una vita da morti viventi. C’è una cura.» C’era una punta di speranza nella sua voce, che assunse un tono implorante. «Possiamo tornare a essere re tra gli uomini.»

Ecco i trenta denari: la promessa di una cura.

«Non sono tuo fratello», gli rispose Gunther, dal profondo del cuore. «E non sono mai stato un re.»

Painter capiva la differenza tra i due Sonnenkönige. Klaus aveva dieci anni di più, quindi era cresciuto da principe, per poi vedersi sottrarre tutto quanto. Gunther, invece, era nato alla fine di quella serie di esperimenti, quando la debilitazione e la follia che comportavano erano ormai una realtà accettata. Era sempre stato un lebbroso, non aveva mai conosciuto una vita diversa.

In più, c’era anche un’altra differenza fondamentale tra i due.

«Col tuo tradimento hai condannato a morte Anna», proseguì Gunther. «Soffrirai per questo, tu e chiunque ti abbia aiutato.»

«Può essere curata anche lei. Si può sistemare tutto.»

Gunther lo squadrò, con gli occhi semichiusi.

Klaus percepiva l’esitazione, la speranza dell’avversario. Non per sé, ma per la sorella. «Non deve per forza morire.»

Painter ricordò le parole di Gunther: Non permetterò che tutto questo accada ad Anna. Farò qualsiasi cosa per impedirlo. Anche se avesse dovuto tradire tutti gli altri e contro la volontà di sua sorella?

«Chi ti ha promesso questa cura?» chiese Anna, in tono aspro.

Klaus proruppe in una risata gutturale. «Uomini molto più grandi dei mocciosi che siete diventati voialtri. È giusto che siate messi da parte. Avete svolto il vostro compito, ma ora non servite più.»

Ci fu uno scoppio fragoroso tra le mani di Painter. Il telefono satellitare che aveva utilizzato per localizzare il sabotatore andò in pezzi. La batteria era esplosa, per un corto circuito causato dall’improvvisato amplificatore. Si sentì avvampare le dita e lasciò cadere i resti fumanti del telefono, guardando in alto, verso i portelloni dell’eliporto. Pregò che l’amplificatore fosse durato abbastanza.

Non fu l’unico a distrarsi. Tutti gli sguardi si erano spostati su di lui, compreso quello di Gunther.

Sfruttando quella momentanea distrazione, Klaus estrasse un coltello da caccia e attaccò l’altro Sonnenkönig. Gunther sparò, piantando un grosso proiettile nella pancia dell’aggressore. Ma, mentre cadeva, Klaus conficcò comunque la lama nella spalla di Gunther.

Ansimante, Gunther si girò e gettò a terra Klaus. Questi sbatté violentemente e finì lungo disteso. Riuscì però a rotolare su un fianco, comprimendosi il ventre col braccio buono. Il sangue sgorgava copioso dalla ferita. Klaus tossì. Altro sangue, rosso vivo: arterioso. Il proiettile esploso a casaccio da Gunther aveva colpito un punto vitale.

Anna si precipitò dal fratello per controllare la sua ferita. Lui la spinse via, tenendo la pistola puntata su Klaus. Dalla manica di Gunther colava sangue sul pavimento.

Klaus si limitò a fare una risata. Suonò come uno sfregare di sassi. «Morirete tutti! Strangolati, quando il nodo sarà stretto!»

Tossì di nuovo, in preda alle convulsioni. Era in una pozza di sangue. Con un ultimo sogghigno tremante, si accasciò al suolo, a faccia in giù. Gunther abbassò la pistola.

Esalato un ultimo respiro, il bestione rimase immobile.

Morto.

Gunther lasciò che Anna usasse uno straccio, preso da una pigna lì accanto, per fermare l’emorragia, finché non avessero potuto medicare meglio la ferita.

Painter girò attorno al cadavere di Klaus, tormentato da un pensiero. Tutti i presenti si erano radunati attorno a loro, confabulando con toni tra lo spaventato e lo speranzoso. Avevano sentito parlare di una cura.

Anna raggiunse Painter. «Dirò a uno dei nostri tecnici di esaminare il suo telefono satellitare. Forse ci potrà condurre a chi ha orchestrato il sabotaggio.»

«Non c’è abbastanza tempo», borbottò Painter, immerso nei suoi pensieri. Era come se cercasse di afferrare un filo appena fuori dalla sua portata.

Mentre camminava, ripercorse nella mente gli indizi forniti da Klaus: Possiamo tornare a essere re tra gli uomini… avete svolto il vostro compito, ma ora non servite più…

Ebbe una fitta di emicrania, mentre cercava di mettere assieme quei frammenti.

Probabilmente Klaus era stato reclutato per fare il doppio gioco per qualcuno che conduceva una ricerca parallela. Il lavoro svolto al castello era diventato superfluo e così erano stati fatti i primi passi per eliminare la concorrenza.

«Può essere che abbia detto la verità?» chiese Gunther.

Forse assieme a Klaus era morta anche la possibilità di una cura. Tuttavia loro non avrebbero ceduto.

Anna s’inginocchiò e prese un piccolo telefono dalla tasca di Klaus. «Dovremo lavorare alla svelta.»

«Può darci una mano?» chiese Gunther a Painter, indicando il telefono.

La loro unica speranza era scoprire chi aveva risposto alla chiamata.

«Se lei potesse rintracciare il destinatario della chiamata…» disse Anna, rialzandosi.

Painter scosse la testa, ma non in segno di diniego. Si premette i palmi delle mani sugli occhi. Aveva un dolore martellante alla testa, un’emicrania ormai conclamata. Ma non era nemmeno quello che gli faceva scuotere il capo.

C’era vicino… molto vicino…

Anna lo affiancò e gli toccò un gomito. «È nell’interesse di tutti noi cercare di…»

«Lo so», la interruppe lui, brusco. «Adesso stia zitta e mi lasci pensare.»

Anna obbedì.

Lo sfogo di Painter aveva fatto piombare il silenzio nel locale. Si sforzò di ripescare ciò che si nascondeva nella sua mente. Era come quando aveva invertito le cifre del numero di telefono. Le sue capacità intellettive erano come una lama sempre meno affilata.

«Il telefono satellitare… È qualcosa che c’entra col telefono satellitare…» bisbigliò, combattendo l’emicrania con tutta la sua forza di volontà. «Ma cosa?»

Anna gli parlò con un tono più dolce. «Che cosa intende?»

Finalmente ci arrivò. Come aveva fatto a essere così stupido?

Abbassò le braccia e aprì gli occhi. «Klaus sapeva che il castello era controllato elettronicamente. Allora perché ha fatto quella chiamata? Perché esporsi?»

Un gelido terrore lo attanagliò. Si voltò verso Anna. «La voce che abbiamo messo in giro, che ci fosse ancora una scorta di Xerum 525, eravamo gli unici a sapere che era falsa?»

Gli altri presenti trasalirono a quella rivelazione. Si levarono alcune proteste adirate. Quella notizia aveva seminato molte speranze, accendendo un certo ottimismo sulla possibilità di costruire una seconda Campana. Speranze ormai infrante.

Ma certamente anche qualcun altro aveva creduto a quella voce.

«Soltanto Gunther conosceva la verità», rispose Anna, confermando il peggior timore del direttore della Sigma.

Painter ripercorse mentalmente la piantina del castello. Adesso sapeva perché Klaus aveva fatto quella telefonata e perché l’aveva fatta da lì. Il bastardo pensava di potersi nascondere in bella vista, ne era talmente sicuro che non si era nemmeno sbarazzato del telefono. Aveva scelto quel punto con un intento specifico.

«Anna, quando ha messo in giro quell’indiscrezione, dove ha detto di custodire lo Xerum 525?»

«Ho detto che era chiuso in un caveau.»

«Quale caveau?»

«Lontano dal luogo dell’esplosione, nel mio studio. Perché?»

Dalla parte opposta del castello.

«Si sono presi gioco di noi», sentenziò Painter. «Klaus ha fatto la telefonata da qui, sapendo che il castello era sotto controllo. Voleva distogliere la nostra attenzione dal caveau segreto e da quella presunta provvista di Xerum 525.»

Anna scosse la testa. Non aveva capito.

«La telefonata di Klaus era un depistaggio. Il vero obiettivo era quell’ultima, fantasiosa scorta di Xerum 525.»

Anna sgranò gli occhi.

Anche Gunther capì. «Ci dev’essere un altro sabotatore.»

«Mentre noi siamo distratti, sta andando a cercare lo Xerum 525.»

«Nel mio studio!» esclamò Anna, voltandosi verso Painter.

Lui finalmente capì che cosa lo tormentava di più, perché sentiva quella stretta al cuore e quella sensazione di nausea. La verità affiorò d’un tratto, assieme a una fitta di dolore accecante: il sabotatore avrebbe incontrato qualcuno sul suo cammino.

Lisa stava perlustrando il piano superiore della biblioteca. Grazie alla scala di ferro battuto, aveva raggiunto la traballante balconata e stava girando attorno alla stanza, tenendosi alla balaustra.

Aveva trascorso l’ultima ora raccogliendo libri e documenti sulla meccanica quantistica. Aveva trovato anche il trattato originale di Max Planck, il padre della teoria dei quanti: una teoria che definiva un mondo sbalorditivo, composto di particelle elementari, in cui l’energia poteva essere frammentata in piccoli pacchetti, detti quanti, e dove la materia elementare si comportava sia come particelle sia come onde.

Tutto ciò le faceva venire il mal di testa. Che c’entrava con l’evoluzione?

Intuiva che, se una cura c’era, dipendeva dalla risposta a quella domanda.

Allungò una mano e inclinò un libro su uno scaffale, studiandone la rilegatura e strizzando gli occhi per leggere le lettere sbiadite.

Era quello il volume giusto?

Il trambusto nei pressi della porta attirò la sua attenzione. Sapeva che l’uscita era sorvegliata. Che stava succedendo? Anna era già di ritorno? Avevano trovato il sabotatore? Lisa si diresse verso la scala. Sperava che Painter fosse con Anna. Non le piaceva restare separata da lui. In più, forse lui sarebbe riuscito a cavare qualcosa da quelle strane teorie sulla materia e sull’energia.

Raggiunta la scala, si voltò per scendere sul primo piolo.

Un grido acuto, immediatamente interrotto, la fece bloccare di colpo.

Proveniva da dietro la porta.

Reagendo d’istinto, Lisa risalì e si distese sulla balconata. Il pavimento della struttura, una grata di ferro, la riparava ben poco. Scivolò verso gli scaffali, nell’ombra, lontano dalle lampade a muro.

Rimase distesa immobile, mentre la porta si apriva e si richiudeva. Una sagoma s’intrufolò nella stanza. Era una donna, con un parka bianco come la neve. Ma non era Anna. La donna si tolse il cappuccio e abbassò la sciarpa che le copriva il viso. Aveva capelli lunghi bianchi ed era pallida come un fantasma.

Amica o nemica?

Lisa restò nascosta, in attesa di saperne di più.

Qualcosa conferiva a quella donna un’aria troppo sicura, forse il modo in cui si guardava attorno. Si girò. Un lato della sua giacca era macchiato da uno spruzzo di sangue. In una mano teneva una katana, una corta sciabola giapponese ricurva. La lama grondava sangue.

La donna si muoveva quasi danzando, girando lentamente in cerchio.

Cacciando.

Lisa non osava respirare. Pregava che l’ombra la tenesse nascosta. Le poche lampade della biblioteca illuminavano il livello inferiore, così come il fuoco del camino, che crepitava e risplendeva di poche fiamme rade. Ma la balconata era in penombra.

Lisa guardò l’intrusa fare un altro giro, fermandosi al centro della stanza, con la katana insanguinata pronta all’uso. Con aria soddisfatta, la donna dai capelli chiari come il ghiaccio si diresse decisa verso la scrivania di Anna. Ignorò la confusione che regnava su quel grande tavolo e ci girò attorno. Spostò un lembo di un arazzo appeso alla parete, esponendo una grande cassaforte di ghisa nera.

S’inginocchiò e la esaminò, soffermandosi sulla serratura a combinazione e sulla manopola.

Vedendo la donna così concentrata, Lisa si concesse di respirare. Qualsiasi furto fosse in atto, che procedesse pure, che quella donna s’impadronisse di ciò che era venuta a cercare e se ne andasse. Visto che aveva fatto fuori le guardie, forse Lisa poteva trarne vantaggio. Se solo avesse potuto raggiungere un telefono… Quell’intrusione poteva davvero rivelarsi proficua.

Un forte rumore metallico la fece sobbalzare.

A qualche metro di distanza, un pesante volume era caduto da uno scaffale, finendo aperto sulla balconata. Le pagine svolazzavano ancora per l’impatto. Lisa riconobbe il libro che aveva estratto parzialmente qualche istante prima. Se n’era dimenticata, ma la gravità aveva fatto il resto, facendolo scivolare lentamente, finché non era caduto.

Al piano inferiore, la donna era ritornata al centro della stanza. Nell’altra mano era comparsa, come dal nulla, una pistola, puntata verso l’alto.

Lisa non poteva più nascondersi.

Büren, Germania,

ore 09.18

Gray aprì la portiera della BMW. Stava per salire a bordo, quando sentì un grido alle sue spalle. Si voltò verso l’ingresso dell’ostello. Ryan Hirszfeld correva verso di loro, rannicchiato sotto un ombrello. Fra un tuono e l’altro, la pioggia sferzava il parcheggio della villa.

«Salite», ordinò Gray a Monk e Fiona, indicando la berlina.

Poi si voltò verso Ryan, che lo aveva raggiunto.

«State andando al castello… a Wewelsburg?» chiese il giovane, sollevando l’ombrello per riparare entrambi.

«Sì, perché?»

«Potete darmi un passaggio?»

«Non penso…»

Ryan lo interruppe. «Prima chiedeva informazioni su mio bisnonno, Hugo. Forse posso dirvi qualcosa di interessante. Vi costerà soltanto un passaggio.»

Gray esitò. Il giovane doveva avere origliato la loro conversazione col padre. Che cosa poteva sapere Ryan che Johann ignorasse? Eppure lo fissava con uno sguardo serio.

Gray aprì la portiera posteriore per farlo salire.

«Danke.» Ryan chiuse l’ombrello e s’infilò nell’auto, accanto a Fiona.

Gray si mise al volante. Dopo un attimo, l’auto procedeva sobbalzando sul viale.

«Ma non dovresti occuparti dell’ostello?» chiese Monk.

«Alicia mi sostituisce alla reception», rispose Ryan. «Col temporale staranno tutti attorno al camino.»

Gray studiò il giovane nello specchietto retrovisore. D’un tratto sembrava a disagio, sotto gli sguardi indagatori di Monk e Fiona. «Che cosa ci volevi dire?»

Ryan incrociò il suo sguardo nello specchietto. «Mio padre pensa che io non sappia nulla del bisnonno. Pensa che sia meglio seppellire il passato. Ma girano ancora voci su di lui e su zia Tola.»

Gray sapeva che i segreti di famiglia avevano la tendenza a riemergere, a prescindere da quanto ci si sforzasse di seppellirli. Era evidente che qualcosa aveva suscitato la curiosità di Ryan riguardo ai suoi antenati e al loro ruolo durante la guerra.

«Ti sei messo a scavare nel passato per conto tuo?»

Ryan annuì. «Da tre anni, ormai. Ma tutto ha origine dalla caduta del muro di Berlino e dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica.»

«Non capisco», disse Gray.

«Ricorda quando la Russia ha desecretato alcuni archivi sovietici?»

«Sì, ma a cosa ti riferisci, in particolare?»

«Be’, quando Wewelsburg fu ricostruito…»

«Aspetta un secondo», intervenne Fiona, agitandosi sul sedile. Fino a quel momento era rimasta seduta con le braccia conserte, come se fosse infastidita dall’intrusione dell’estraneo. Ma Gray l’aveva vista guardare di traverso il giovane, studiandolo. Si chiedeva se avesse ancora il portafogli. «Ricostruito? Hanno ricostruito quel posto orribile?»

Ryan annuì, mentre sulla cresta della collina appariva il castello. Gray mise la freccia e svoltò sulla Burgstrasse, la strada che conduceva alla fortezza. «Himmler l’aveva fatto saltare verso la fine della guerra. Soltanto la torre nord era rimasta intatta. Dopo la guerra è stato ricostruito. In parte museo, in parte ostello per la gioventù. Mio padre non si dà ancora pace.»

Gray capiva perfettamente il perché.

«Fu ultimato nel 1979», proseguì Ryan. «Nel corso degli anni, i direttori del museo hanno chiesto ai governi degli ex Alleati tutti i documenti relativi al castello.»

«Compresa la Russia», osservò Monk.

«Natürlich. Quando i documenti furono resi pubblici, l’attuale direttore inviò alcuni archivisti in Russia. Tre anni fa, ritornarono con camion pieni di documenti relativi alla campagna russa in quest’area. Tra i nomi di particolare interesse che erano saltati fuori, c’era anche quello del mio bisnonno, Hugo Hirszfeld.»

«Perché lui?»

«Era direttamente implicato nei rituali della società di Thule. Da queste parti era nota la sua conoscenza delle rune che decorano il castello. Intratteneva una corrispondenza persino con Karl Wiligut, l’astrologo personale di Himmler.»

Gray ripensò al simbolo a tre punte nella Bibbia, ma restò in silenzio.

«Gli archivisti ritornarono con diverse scatole di documenti su mio bisnonno. Mio padre fu informato, ma rifiutò di lasciarsi coinvolgere in qualsiasi modo.»

«Ma tu ci sei andato di nascosto», intervenne Monk.

«Volevo scoprire qualcosa di più su di lui», replicò Ryan. «Capire perché… che cosa era successo…» Scosse la testa.

Il passato tende a fare presa sulle persone e a non mollarle più.

«E che cosa hai scoperto?» chiese Gray.

«Non molto. Una scatola conteneva documenti del laboratorio di ricerca in cui lavorava mio bisnonno. Gli venne conferito il grado di Oberarbeitsleiter, capo del progetto.» Ryan lo disse con un tono tra l’imbarazzato e l’insolente. «Ma, di qualsiasi progetto si trattasse, non è stato desecretato. La maggior parte di quei documenti erano corrispondenze personali, con amici e familiari.»

«E tu li hai letti tutti?»

«Abbastanza per concludere che mio bisnonno aveva cominciato a dubitare del suo lavoro, ma che non poteva andarsene.»

«O gli avrebbero sparato», aggiunse Fiona.

Ryan scosse la testa e per un istante gli si dipinse in viso un’espressione di sgomento. «Penso che fosse più che altro il progetto in sé… Non riusciva a separarsene. Non del tutto. Era come se provasse repulsione e attrazione contemporaneamente.»

Gray intuiva che analoghi sentimenti tormentavano anche le ricerche personali di Ryan.

Monk piegò la testa da un lato e fece scrocchiare sonoramente il collo. «Che c’entra tutto questo con la Bibbia di Darwin?»

«Ho trovato un appunto indirizzato a Tola», rispose Ryan. «Parla della cassa di libri che mio bisnonno rispedì a casa. Me lo ricordo per le sue strane osservazioni in proposito.»

«Che cosa diceva?»

«La lettera è al museo. Pensavo che vi potesse interessare averne una copia.»

«Non ricordi cosa diceva?»

Ryan corrugò la fronte. «Solo qualche riga: La perfezione si trova nascosta nei miei libri, cara Tola. La verità è troppo bella per lasciarla morire e troppo mostruosa per essere rivelata.»

Ci fu un improvviso silenzio nell’auto.

«Morì due mesi dopo.»

Gray rifletté su quelle parole. Nascosta nei miei libri. I cinque libri che Hugo aveva spedito a casa prima di morire. L’aveva fatto per mettere al sicuro qualche segreto? Per preservare una cosa troppo bella per lasciarla morire e troppo mostruosa per essere rivelata?

Gray fissò Ryan nello specchietto retrovisore. «Hai raccontato a qualcuno quello che hai scoperto?»

«No, ma quel signore anziano e i suoi nipoti, quelli che erano venuti qui all’inizio dell’anno per parlare dei libri con mio padre… Loro erano già stati qui, avevano già cercato tra le carte del mio bisnonno negli archivi. Penso che abbiano letto lo stesso appunto e per questo siano venuti a fare altre indagini da mio padre.»

«Queste persone, com’erano?»

«Capelli bianchi. Alti, atletici. Una buona stirpe, come direbbe mio bisnonno.»

Gray e Monk si scambiarono un’occhiata.

Fiona si schiarì la voce e indicò il dorso della mano. «Avevano un segno, un tatuaggio, qui?»

Ryan annuì lentamente. «Penso di sì. Poco dopo il loro arrivo, mio padre mi mandò via. Come ha fatto quando siete arrivati voi, oggi. Non si parla davanti ai figli.» Il ragazzo cercò di sorridere, ma evidentemente percepiva la tensione attorno a sé. Lanciò rapide occhiate a tutti gli occupanti dell’auto. «Li conoscete?»

«Sono concorrenti», rispose Gray. «Collezionisti come noi.»

Ryan mantenne un’espressione guardinga e incredula, ma non fece altre domande.

Gray pensò nuovamente alla runa disegnata a mano sulla Bibbia. Anche gli altri quattro libri contenevano simboli criptici di quel tipo? Si ricollegava tutto alle ricerche fatte da Hugo coi nazisti? Di che cosa si trattava? Sembrava improbabile che d’un tratto quegli assassini si presentassero lì a frugare tra gli archivi, a meno che non stessero cercando qualcosa di specifico.

Ma cosa?

Monk era ancora voltato indietro. Si girò e si risistemò sul sedile. Parlò a bassa voce. «Hai notato che abbiamo compagnia?»

Gray si limitò ad annuire.

A mezzo chilometro di distanza, risalendo lentamente i tornanti dietro di loro, un’auto li seguiva sotto la pioggia. La stessa che aveva già visto parcheggiata all’ostello. Una Mercedes bianca. Forse erano soltanto altri turisti che facevano un’escursione al castello.

Già, proprio.

«Forse non dovresti stargli così vicino, Isaak.»

«Ci hanno già visto, Ischke.» L’uomo indicò con un cenno del capo la BMW mezzo chilometro più avanti, oltre il parabrezza sferzato dalla pioggia. «Fai caso a come prende le curve: è più controllato, non le taglia come prima. Si è accorto di noi.»

«Ed è una cosa buona metterli in allarme?» Isaak piegò la testa verso la sorella. «La caccia è sempre migliore quando la preda è spaventata.»

«Non penso che Hans sarebbe d’accordo.» Lui le toccò il dorso della mano con un dito, segno che condivideva la sua tristezza e le chiedeva scusa. Sapeva quanto potesse essere sensibile. «Non ci sono altre strade per scendere dalla collina. Al castello tutto è pronto. Non dobbiamo fare altro che spingerli nella trappola. Se si voltano a guardare noi, è meno probabile che vedano ciò che hanno davanti.»

Lei inspirò a fondo, segno che aveva capito e che condivideva il piano.

«È ora di chiudere tutte queste faccende in sospeso. Poi potremo tornare a casa.»

«A casa…» gli fece eco lei, con un sospiro di contentezza.

«Abbiamo quasi finito. Non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo, Ischke. Il sacrificio di Hans non sarà vano, il sangue che ha versato preannuncia la venuta di una nuova alba, di un mondo migliore.»

«Come dice il nonno.»

«E tu sai che è vero.» Piegò la testa verso di lei. Le labbra della donna si assottigliarono, in un sorriso stanco. «Attenta al sangue, Ischke.»

Sua sorella guardò la lunga lama d’acciaio del pugnale. Lo stava asciugando distrattamente con una pelle di camoscio bianca. Una goccia color cremisi aveva rischiato di cadere sui suoi pantaloni immacolati.

Una questione era chiusa. Ce n’erano ancora alcune da sistemare.

«Grazie, Isaak.»

Himalaya,

ore 13.22

Lisa fissava la pistola.

«Wer ist dort? Zeigen Sie sich!» gridò la donna bionda, rivolgendosi a lei.

Pur non parlando tedesco, Lisa capì il senso della frase. Lentamente, si fece vedere, con le mani alzate. «Non parlo tedesco.»

La donna la guardò con una concentrazione tale che a Lisa sembrò di sentirsi attraversare da un raggio laser. «Sei una degli americani… Scendi, lentamente.»

Senza nessun riparo, Lisa non aveva scelta. Raggiunse la scala, si voltò e cominciò a scendere. A ogni piolo si aspettava di sentire esplodere un colpo di pistola. Le s’irrigidirono le spalle. Ma arrivò a terra sana e salva.

Si voltò, tenendo sempre le braccia ben in vista.

L’altra avanzò verso di lei. Lisa indietreggiò, intuendo che il motivo per cui la donna non le aveva ancora sparato era perché voleva evitare di far sentire l’esplosione del colpo. Con la spada aveva eliminato le guardie senza fare rumore, a parte un unico, breve grido.

Aveva ancora la katana insanguinata nell’altra mano.

Forse Lisa sarebbe stata più al sicuro in cima alla balconata, costringendo la donna a spararle, come al tiro al bersaglio. Forse i colpi d’arma da fuoco avrebbero attirato l’attenzione di qualcuno. Era stata stupida ad avvicinarsi così tanto all’intrusa e alla sua spada. Ma il panico aveva offuscato le sue capacità di giudizio. Era difficile dire di no a qualcuno che ti puntava una pistola.

«Lo Xerum 525 è nella cassaforte?» chiese la donna.

Lisa ponderò la risposta per un istante. Dire la verità o mentire? Non le sembrò di avere molta scelta. «L’ha preso Anna», rispose, indicando vagamente la porta.

«Dove?»

Ricordò la lezione di Painter, dopo che erano stati catturati: essere necessari, essere utili. «Non conosco il castello abbastanza bene, ma so come arrivarci. Posso accompagnarla io.» Doveva essere più convincente. E cosa c’era di meglio che contrattare, come se la sua menzogna avesse un grande valore? «Ce la porterò soltanto se mi promette di aiutarmi a uscire di qui.»

Il nemico del mio nemico è mio amico.

Quella donna ci sarebbe cascata? Era di una bellezza sbalorditiva: figura slanciata, pelle perfetta, labbra generose, ma negli occhi blu glaciali brillavano freddo calcolo e intelligenza.

A Lisa faceva una paura assurda. Aveva un che di soprannaturale.

«Allora mi mostrerà la strada», disse la donna, rinfoderando la pistola, ma con la katana sempre in mano.

Lisa avrebbe preferito che facesse il contrario.

La spada indicò la porta.

Lisa doveva andare per prima. Si avvicinò alla porta, mantenendo una certa distanza. Forse avrebbe potuto tentare la fuga nei corridoi. Era la sua unica speranza. Doveva aspettare il momento buono: una distrazione, un’esitazione, e poi correre come il vento.

Uno spostamento d’aria, un fremito delle fiamme nel camino furono il suo unico avvertimento. Lisa si voltò e la donna era già lì, a un passo di distanza. L’aveva raggiunta da dietro, silenziosa e furtiva. Con una velocità impossibile. Si scambiarono uno sguardo. Fu un attimo. Prima che la spada si abbattesse su di lei, Lisa capì che la donna non le aveva creduto neanche per un istante.

Era stata soltanto una trappola per farle abbassare la guardia.

Sarebbe stato il suo ultimo errore.

Il mondo si fermò, catturato dal lampo di fine argento giapponese che puntava dritto al cuore di Lisa.

Wewelsburg, Germania

ore 09.18

Gray parcheggiò la BMW accanto a un pullman turistico blu, che così nascondeva la berlina dalla strada. L’arco da cui si accedeva al cortile del castello era esattamente lì di fronte.

«Rimanete in auto», ordinò Gray agli altri. Poi si voltò. «Anche tu, signorina.»

Fiona fece un gesto non proprio gentile, ma rimase seduta con la cintura allacciata.

«Monk, mettiti al volante e tieni il motore acceso.»

«Ricevuto.»

Ryan lo fissò con gli occhi sgranati. «Was ist los

«Non succede un bel niente», rispose Monk. «Ma tieni la testa bassa, non si sa mai.»

Quando aprì la portiera, Gray fu investito da un rovescio di pioggia battente, che suonava come una raffica di mitra contro il fianco del pullman. Un tuono rumoreggiò in lontananza.