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Il Faleno lunare

Jack Vance

Vance riesce a dispiegare tutto il proprio talento anche nello spazio di un racconto. Perfetto esempio Il Faleno lunare («The Moon Moth», 1961) emblematica avventura di un maldestro inviato terrestre su un mondo nel quale è la maschera — stavolta in senso letterale — che si porta sul viso a esprimere e conferire lo status sociale, aristocratico per le più eleganti e sfarzose, misero per le più semplici e povere, e dove quindi girare a volto scoperto desta più scandalo di qualsiasi nudità L’uomo, intrappolato in un intrigo science-mistery, scoprirà sulla propria pelle quanto il potere di queste maschere, cioè del ruolo sociale che rappresentano, sia sottilmente in grado di plasmare l’identità di colui che le porta, e persino i disegni del suo fato. Un’allegoria che ha poco da invidiare a Pirandello…

Jack Vance

Il Faleno lunare

The Moon Moth

Traduzione di Franco Giambalvo

La casa galleggiante era stata costruita secondo le più precise regole dei cantieri sirenesi, vale a dire in modo tale che un occhio umano non potesse discernere imperfezioni. Il tavolato di cereo legno scuro non mostrava giunzioni; i collegamenti erano stati fatti con rivetti di platino svasati e piallati. Lo stile della nave era massiccio, molto luminoso, robusto come la stessa terraferma, privo di pesantezze o di eccessiva leggerezza. La prua si gonfiava come il petto di un cigno, l’albero saliva altissimo, poi si incurvava a formare il supporto per una lanterna di ferro. Le porte erano state scolpite da tronchi di un legno nero-verde screziati; le finestre erano fatte a sezioni, invetriate con quadrati di mica, di colore rosa, azzurro, verde chiaro e violetto. La prua conteneva i servizi e gli alloggi per gli schiavi; in mezzo alla nave c’erano un paio di cabine da letto, una sala da pranzo e un salone, che si apriva su un ponte-osservatorio sulla poppa.

Questa era la casa galleggiante di Edwer Thissell, ma per il proprietario non costituiva né piacere né orgoglio. La casa galleggiante era diventata vecchia. I tappeti avevano perso il pelo; i paraventi scolpiti si erano tutti scheggiati; la lanterna di ferro sulla prua era appesantita dalla ruggine. Settant’anni prima il primo proprietario, accettando la nave, aveva reso onore al costruttore ed era stato parimenti onorato; la transazione (la cosa infatti rappresentava assai più che un semplice dare e avere) aveva aumentato il prestigio di entrambi. Quei tempi erano assai lontani; la casa galleggiante adesso non dava più prestigio a nessuno. Edwer Thissell, residente su Sirene da soli tre mesi, si rendeva conto della cosa, ma non ci si poteva fare niente: questa casa galleggiante era il meglio che lui potesse trovare.

Stava seduto sul ponte posteriore esercitandosi col ganga, uno strumento simile alla cetra, ma non molto più grande della sua mano. Un centinaio di metri verso la riva, la schiuma delineava una striscia di spiaggia bianca; dietro si alzava la giungla, con i contorni di nere colline rocciose che si stagliavano nel cielo. In alto brillava Mirella, bianca e nebbiosa, come se vista attraverso il garbuglio di una ragnatela; il volto dell’oceano si univa e si rimescolava con la lucentezza della madreperla. La scena era diventata familiare, anche se non così noiosa, come il ganga a cui l’uomo aveva dedicato due ore strimpellando le scale sirenesi, formando accordi, modulando semplici progressioni. Adesso posò il ganga e prese lo zacinko, una scatola musicale piena di tasti che si suonava con la mano destra. Premendo i tasti si faceva passare l’aria attraverso dei pettini posti nei tasti stessi, che producevano un suono di accordeon. Thissell eseguì una dozzina di veloci scale, facendo pochissimi errori. Dei sei strumenti che egli doveva imparare, lo zacinko era quello che gli era risultato meno antipatico (a eccezione, si capisce, dell’himerkin, lo strumento che emetteva schiocchi, sbattimenti e fracasso, fatto di legno e pietra e usato esclusivamente con gli schiavi).

Thissell si esercitò altri dieci minuti, poi mise via lo zacinko. Piegò le braccia e fece schioccare le dita doloranti. Ogni attimo che era stato sveglio, da quando era arrivato, era stato dedicato agli strumenti: l’himerkin, il ganga, lo zacinko, il kiv, lo strapan, il gomapardo. Si era esercitato a eseguire scale su diciannove chiavi e quattro modi, innumerevoli accordi, intervalli mai immaginati sui Pianeti Patria. Trilli, arpeggi, legature, pause armoniche e nasalizzazioni; smorzamenti e aumenti dei soprattoni; vibrati e dissonanze; concavità e convessità. Si esercitava con diligenza incredibile, lavorando come un cane, per cui il suo originale concetto della musica, come fonte di piacere, era da tempo andato perduto. Osservando gli strumenti, Thissell dovette resistere al desiderio di scaraventarli tutti e sei nel Titanico.

Si alzò in piedi, attraversò il salone, la sala da pranzo, entrò in un corridoio che attraversava la cambusa e uscì sul ponte anteriore. Si piegò oltre la balaustra, scrutò nei recinti sottomarini, dove i due schiavi, Toby e Rex, stavano bardando i pesci da traino per il viaggio settimanale a Fan, quattordici chilometri più a nord. Il pesce più giovane, o perché voleva giocare, o perché era bizzoso, si tuffava e saltava. Il suo nero muso fluente sbucò fuori dall’acqua e Thissell, fissandolo negli occhi, provò uno strano disagio: il pesce non indossava alcuna maschera!

Thissell rise, sulle spine, passandosi le dita sulla maschera che egli indossava: il Faleno Lunare. Non c’erano dubbi, cominciava ad adattarsi a Sirene! Era stata raggiunta una tappa significativa nel momento in cui la faccia nuda del pesce gli aveva provocato disgusto!

Finalmente i pesci furono bardati; Toby e Rex si arrampicarono a bordo, coi rossi corpi luccicanti e le nere maschere di stoffa attaccate ai volti. Ignorando Thissell, essi stivarono il recinto e alzarono le àncore. I pesci da traino si allungarono, i tiranti si tesero, e la casa galleggiante si mosse verso nord.

Tornato sul ponte posteriore, Thissell prese lo strapan: una scatola musicale tonda, del diametro di venti centimetri. Da un mozzo centrale si dipartivano quarantasei corde che si innestavano sulla circonferenza a un campanello o a una barra tintinnante. Quando si pizzicava, le campanelle suonavano o le barre scampanellavano; se le corde venivano strimpellate tutte assieme, lo strumento dava un suono di chitarra tintinnante. Se era suonato con abilità, le piacevoli dissonanze acide producevano un effetto molto espressivo; una mano inesperta dava risultati meno felici e poteva anche ottenere dei rumori qualsiasi. Lo strapan era il punto debole di Thissell ed egli si esercitò con costanza durante tutto il viaggio verso il nord.

Dopo qualche tempo, la casa galleggiante accostò alla città galleggiante.

I pesci da traino furono trattenuti, la casa fu fissata agli ormeggi. Sul molo una fila di oziosi ponderava e valutava ogni aspetto della casa galleggiante, degli schiavi e dello stesso Thissell, secondo gli usi sirenesi. Thissell, non ancora abituato a un’ispezione così penetrante, trovava sconvolgente l’esame, soprattutto per la completa immobilità delle maschere. Di proposito si sistemò meglio il suo Faleno Lunare e scese la scaletta verso il molo.

Uno schiavo si sollevò nel punto dove era rimasto accovacciato, passò le nocche sul nero tessuto che portava sulla fronte e cantò una frase interrogativa su tre toni:

— Forse il Faleno Lunare che mi sta di fronte esprime la persona di Ser Edwer Thissell?

Thissell picchiò sull’himerkin che portava appeso alla cintura e cantò:

— Sono Ser Thissell.

— Sono stato onorato di una missione — cantò lo schiavo. — Ho atteso sul molo tre giorni, dall’alba all’imbrunire; tre notti dall’imbrunire all’alba, sono rimasto accoccolato su una zattera sotto questo stesso molo ad ascoltare i passi degli Uomini-notte. Finalmente ho scorto la maschera di Ser Thissell.

Thissell evocò un impaziente acciottolio dall’himerkin. — Qual è la natura di questa missione?

— Reco un messaggio, Ser Thissell. È rivolto a lei.

Thissell porse la mano sinistra, suonando l’himerkin con la destra.

— Dammi il messaggio.

— All’istante, Ser Thissell.

Il messaggio recava una pesante intestazione:

COMUNICAZIONE D’EMERGENZA! PRECIPITARSI!

Thissell strappò la busta. Il messaggio era firmato da Castel Cromartin, Capo Amministrativo dell’Ufficio Diplomatico Intermondiale. Dopo i saluti di prammatica si leggeva:

I seguenti ordini devono essere eseguiti con urgenza assoluta! A bordo della Carina Cruzeiro, destinazione Fan, data di arrivo 10 gennaio T. U., c’è il noto assassino Haxo Angmark. Recarsi all’atterraggio con adeguata autorità, praticare l’arresto e l’incarcerazione di quest’uomo. Queste istruzioni devono essere portate a termine con successo. Non è ammesso sbagliare.

ATTENZIONE! Haxo Angmark è straordinariamente pericoloso. Che lo si uccida senza esitazione alla minima minaccia di resistenza.

Thissell considerò il messaggio con sgomento. Venendo a Fan come Rappresentante Consolare, non si sarebbe aspettato niente del genere; non si sentiva portato a trattare con pericolosi assassini, né ne aveva la competenza. Si lisciò pensosamente le grigie guance pelose della maschera. La situazione non era completamente nera; Esteban Rolver, Direttore dello Spazioporto, avrebbe indubbiamente collaborato, e magari avrebbe fornito un plotone di schiavi.

Un po’più risollevato, Thissell rilesse il messaggio: 10 gennaio, Tempo Universale. Consultò il calendario di conversione. Oggi era il 40 della Stagione del Nettare Amaro… Thissell fece scorrere il dito lungo le colonne, si fermò. 10 gennaio, oggi.

Un rombo lontano attirò la sua attenzione. Dalla nebbia vide scendere una sagoma indistinta: la navicella che ritornava dopo il contatto con la Carina Cruzeiro.

Thissell rilesse ancora una volta l’annotazione, sollevò il capo e fissò la navicella che scendeva. A bordo ci doveva essere Haxo Angmark. Di lì a cinque minuti avrebbe camminato sul suolo di Sirene. Le formalità di dogana gli avrebbero preso una ventina di minuti. Il campo di atterraggio si trovava a due chilometri di distanza, collegato a Fan tramite un tortuoso sentiero attraverso le colline.

Thissell si rivolse allo schiavo:

— Quando è arrivato questo messaggio?

Lo schiavo si piegò in avanti per dimostrare di non aver capito. Thissell ripeté la domanda, cantando con l’accompagnamento ticchettante dell’himerkin:

— Questo messaggio: da quanto tempo hai avuto il piacere di custodirlo?

Lo schiavo cantò:

— Lunghi giorni io ho atteso sul pontile, solo ritirandomi sulla zattera all’avvento del crepuscolo. Ora la mia veglia è premiata; ho scorto Ser Thissell.

Thissell volse le spalle e si avviò furiosamente lungo il molo. Balordi, inefficienti sirenesi! Perché non gli avevano mandato il messaggio alla casa galleggiante? Venticinque minuti… Non più di venticinque minuti…

Arrivato alla passeggiata, Thissell si fermò. Guardò di qua e di là, sperando in un miracolo: un qualche mezzo aereo che lo trasportasse velocemente all’aeroporto, dove, con l’aiuto di Rolver, Haxo Angmark poteva ancora essere trattenuto. Ancora meglio sarebbe stato un secondo messaggio che cancellasse il primo. Qualcosa, una cosa qualsiasi. Ma su Sirene non c’erano aerauto e non apparve nessun secondo messaggio.

Dall’altra parte della passeggiata sorgeva una piccola fila di strutture permanenti, fatte di pietra e acciaio, impenetrabili quindi agli Uomini-notte. Una di queste strutture era occupata da uno stalliere e da lì Thissell vide uscire un uomo con una splendida maschera di argento e perle, che emerse cavalcando un destriero sirenese, simile a una lucertola.

Thissell schizzò in avanti. C’era ancora un po’di tempo; se aveva fortuna poteva ancora intercettare Haxo Angmark. Si affrettò ad attraversare la passeggiata.

Lo stalliere era dall’altra parte dei box. Controllava i suoi animali con sollecitudine, ora lucidando una squama, ora spazzolando via un insetto.

C’erano cinque bestie di prima qualità: ognuna arrivava alla spalla di un uomo, ognuna aveva gambe massicce e una grande testa a cuneo.

Dalle zanne davanti, che erano state artificialmente allungate e curvate quasi a cerchio, penzolavano degli anelli d’oro; le squame di ogni bestia erano state colorate in modo da formare un disegno a rombi; porpora e verde, arancione e nero, rosso e blu, marrone e rosa, giallo e argento.

Thissell si fermò senza fiato di fronte allo stalliere. Prese il suo kiv [1], poi esitò. Questo poteva essere considerato un casuale incontro personale?

Magari era meglio lo zacinko? Ma il fatto che egli avesse una grande necessità non pareva consigliare l’approccio formale. Meglio il kiv, dopo tutto. Fece un accordo, ma per errore si ritrovò a suonare il ganga. Dietro la sua maschera, Thissell sorrise per scusarsi; la sua relazione con lo stalliere non poteva in alcun modo porsi su intime basi. Sperò che lo stalliere fosse un tipo spiritoso e, in ogni caso, l’urgenza non gli permetteva di scegliere lo strumento esatto. Fece un secondo accordo e, suonando al meglio che l’agitazione, la mancanza di fiato e la mancanza di pratica gli permettevano, cantò una richiesta:

— Ser Stalliere, io ho immediata necessità di un destriero veloce, mi permetta di scegliere tra la sua mandria.

Lo stalliere indossava una maschera di notevole complessità che Thissell non riuscì a identificare: una costruzione di tessuto scuro verniciato, cuoio grigio pieghettato e, in alto sulla fronte, due grandi globi verdi e scarlatti, minutamente segmentati come gli occhi degli insetti. Costui fissò Thissell per un lungo istante, poi scelse ostentatamente il suo stimic [2], eseguì una brillante progressione di trilli e rondò, di tale complessità che Thissell non riuscì ad afferrare. Lo stalliere cantò:

— Ser Faleno Lunare, temo che i miei destrieri non siano adatti a una persona della sua distinzione.

Thissell ci diede dentro con il ganga, in maniera convinta:

— Ma niente affatto; mi paion tutti valenti. Io ho gran fretta e volentieri ne accetterei uno del gruppo.

Lo stalliere suonò un fragile crescendo a cascata. — Ser Faleno Lunare

— cantò — tutti malati e sporchi sono i destrieri. Son lusingato che lei li consideri valenti. Non posso accettare il pregio che lei mi offre. E… — qui, cambiando strumento, trasse un freddo suono dal suo krodatch [3] —…a volte mi capita di non riconoscere i simpaticoni e gli amici artigiani che mi si rivolgono tanto familiarmente con il loro ganga.

L’insinuazione era chiara. Thissell non avrebbe avuto nessun destriero.

Voltò le spalle e si mise a correre verso il campo di atterraggio. Dietro di lui si levò il clamore dell’himerkin dello stalliere… Thissell non si fermò per vedere se si rivolgesse ai suoi schiavi o a lui.

Il precedente Rappresentante Consolare dei Pianeti Patria su Sirene era stato ucciso a Zundar. Mascherato da Bravo di Taverna, si era accostato a una ragazza ornata per le Pose Equinoziali, una sconvenienza per la quale venne immediatamente decapitato da un Demiurgo Rosso, un Elfo Solare e un Calabrone Magico. Edwer Thissell, recentemente laureato all’Istituto, era stato nominato suo successore e gli erano stati concessi tre giorni per prepararsi. Thissell era di solito di carattere contemplativo, addirittura cauto, ma aveva accettato la designazione come una sfida. Aveva imparato la lingua sirenese tramite le tecniche subcerebrali senza trovarla complicata.

Poi aveva letto sul «Giornale dell’Antropologia Universale»:

La popolazione del litorale titanico è assai individualista, forse a causa dell’ambiente generosissimo, che non premia in alcun modo l’attività di gruppo. La lingua, riflettendo questa caratteristica, esprime le emozioni individuali, gli atteggiamenti emotivi verso una certa situazione. La comunicazione è vista come un effetto secondario. Inoltre, la lingua è cantata, di solito con l’accompagnamento di piccoli strumenti. Per questa ragione risulta assai difficile ottenere informazioni da un nativo di Fan, o della città proibita di Zundar. Si potrà essere rallegrati con eleganti arie e dimostrazioni di straordinario virtuosismo, su uno dei tanti strumenti musicali.

Il visitatore di questi affascinanti mondi dovrà quindi imparare a esprimersi secondo i modi locali, a costo di essere trattato con il più consumato disprezzo.

Thissell aveva annotato sul suo libretto:

Procurarsi piccoli strumenti musicali, assieme alle istruzioni per l’uso. Poi aveva continuato a leggere: Dappertutto e sempre c’è abbondanza, per non dire eccesso, di cibo, e il clima è benevolo. Disponendo di una base di energia razziale e di una gran quantità di tempo libero, la popolazione si occupa di tutto ciò che è complicato. Artigianato complicato, come per esempio le vetrate scolpite che adornano le case galleggianti; simbolismi complicati, come implicano le maschere che tutti portano; complicata la lingua semimusicale che esprime mirabilmente i sottili sentimenti e le emozioni; ma più di tutto complicato è il sistema di relazioni tra persona e persona. Prestigio, faccia, mana, reputazione, gloria: la parola sirenese è strakh. Ogni uomo ha il suo caratteristico strakh, che determina se, dovendo usare una casa galleggiante, egli potrà servirsi di un palazzo galleggiante, arricchito di gemme, lanterne d’alabastro, sgargianti porcellane e legni scolpiti, oppure gli sarà a malapena permessa una capanna abbandonata sopra una zattera. Non ci sono mezzi di scambio su Sirene; il solo e unico denaro è rappresentato dallo strakh…

Thissell si era fregato il mento continuando a leggere.

Le maschere sono indossate in ogni momento, secondo la filosofia che un uomo non dovrebbe essere obbligato a tenersi una faccia che gli è stata appioppata da fattori che egli non può controllare; in altri termini ognuno deve potersi scegliere l’aspetto più consono al proprio strakh. Nelle zone civilizzate di Sirene — in pratica il litorale titanico — un uomo non mostra mai, alla lettera, la propria faccia; è un suo basilare segreto.

Scherzare su questo argomento non è pensabile, su Sirene; sarebbe catastrofico per l’amor proprio sirenese ottenere dei vantaggi in modo che non si tenga conto del proprio strakh. La parola «fortuna» non ha equivalenti nella lingua sirenese.

Thissell aveva preso un’altra annotazione: Procurarsi una maschera, Museo? Accademia d’arte drammatica?

Aveva finito l’articolo, affrettandosi a completare la sua preparazione, e il giorno dopo si era imbarcato a bordo della Robert Astroguard per la prima tappa del suo viaggio verso Sirene.

La navicella si era posata sullo spazioporto sirenese, un disco di topazio in mezzo alle colline nere, verdi e porpora. La navicella era atterrata ed Edwer Thissell ne era uscito. Esteban Rolver era andato a incontrarlo; era l’agente locale delle Spaziolinee. Rolver alzò le braccia e fece un passo indietro. — La sua maschera — gridò con voce rauca. — Dov’è la sua maschera?

Thissell gliela mostrò quasi senza rendersene conto. — Non ero sicuro…

— La indossi — disse Rolver girandosi dall’altra parte. Egli stesso indossava un oggetto di opache squame verdi e legno laccato blu. Degli aculei neri spuntavano dalle guance e, sotto al mento, portava un ponpon a quadretti bianchi e rossi. Il tutto rendeva l’effetto di una personalità ossequiosa e sarcastica.

Thissell si sistemò la maschera sul viso, indeciso se scherzare sull’argomento o mantenersi riservato, come si conveniva alla dignità della sua posizione.

— È mascherato? — chiese Rolver parlando da dietro le spalle.

Thissell rispose affermativamente e Rolver si voltò. La maschera nascondeva l’espressione del viso, ma inconsciamente la sua mano toccò una serie di tasti che portava legati alla coscia. Lo strumento emise un trillo di educata e sincera costernazione. — Non può portare quella maschera! — cantò Rolver. — Per il ver… Dove l’ha presa?

— È una copia ricavata da una maschera che appartiene al museo di Polypolis — dichiarò rigidamente Thissell. — È sicuramente autentica.

Rolver annuì, mentre la sua maschera pareva più sarcastica che mai. —

È autentica, infatti. È una variante del tipo noto come Conquistatore del Dragone Marino ed è indossata in certe cerimonie da persone di enorme prestigio: principesse, eroi, maestri artigiani, grandi musicisti.

— Non sapevo…

Rolver fece un gesto di vaga comprensione. — È qualcosa che imparerà a suo tempo. Guardi la mia maschera. Oggi indosso un Uccello Lacustre.

Le persone di minimo prestigio… come lei, io e qualsiasi altro extra-sirenese, portano delle cose del genere.

— Curioso — disse Thissell, mentre attraversavano il campo alla volta di una bassa costruzione di cemento. — Mi era sembrato di capire che ognuno indossasse quel che voleva.

— Certo — disse Rolver. — Indossi la maschera che vuole… a patto che possa dimostrarlo. Prenda questo Uccello Lacustre, per esempio. Lo porto per indicare che presuppongo di essere niente. Non pretendo di essere saggio, feroce, versatile, musicista, truculento, o di possedere una qualsiasi delle decine di virtù sirenesi.

— Ma, solo per parlare — disse Thissell — cosa succederebbe se camminassi per le strade di Zundar con questa maschera?

Rolver rise e il suono risultò ovattato dietro la maschera. — Se lei camminasse per i moli di Zundar — non ci sono strade — con qualsiasi maschera, sarebbe ucciso nel giro di un’ora. È proprio ciò che è successo a Benko, il suo predecessore. Non sapeva come fare. Nessuno di noi extra-sirenesi sa come fare. A Fan siamo tollerati… finché stiamo al nostro posto. Ma lei non potrebbe nemmeno andare in giro, a Fan, con le insegne regali che indossa così disinvoltamente adesso. Qualcuno con indosso un Serpente di Fuoco o un Dimonio del Tuono — maschere, lei capisce — marcerebbe su di lei. Suonerebbe il suo krodatch e, se lei non riuscisse a rimbeccare la sua audacia con un passaggio di skaranyi [4], uno strumento diabolico, lui suonerebbe il suo himerkin… lo strumento che si usa con gli schiavi. Questa è la massima espressione di disprezzo. O potrebbe anche suonare il duello-gong e poi attaccarla all’istante.

— Non sapevo proprio che la gente qui fosse tanto irascibile — disse Thissell in tono basso.

Rolver sollevò le spalle e spalancò la massiccia porta del suo ufficio.

— Ci sono cose che, se fatte tra la bella gente di Polypolis, non mancherebbero di sollevare critiche.

— Sì, questo è verissimo — disse Thissell. Guardò tutto l’ufficio. —

Perché questi sistemi di sicurezza? Il cemento armato, le sbarre?

— Protezione contro i selvaggi — disse Rolver. — Scendono dalle montagne di notte, rubano quel che c’è e uccidono tutti quelli che trovano all’aperto. — Si avvicinò a un armadio e prese una maschera. — Ecco. Usi questo Faleno Lunare; non la caccerà nei guai.

Thissell ispezionò la maschera senza entusiasmo. Era fatta di pelliccia color topo; c’era un ciuffo di pelo ai due lati del buco che serviva da bocca, dalla fronte spuntavano un paio di antenne simili a piume. Dei lembi di merletto bianco penzolavano dalle tempie e, sotto gli occhi, c’era una serie di pieghine rosse, che creavano un effetto lugubre e comico a un tempo.

Thissell chiese:

— Questa maschera rappresenta un qualche grado di prestigio?

— Non granché.

— Dopo tutto, sono un Rappresentante Consolare — disse Thissell. — Io rappresento i Pianeti Patria, cento miliardi di persone…

— Se i Pianeti Patria vogliono che il loro rappresentante indossi una maschera da Conquistatore del Dragone Marino, allora devono mandare un uomo del tipo Conquistatore del Dragone Marino.

— Capisco — disse Thissell con voce sottomessa. — Be’, se devo proprio…

Rolver distolse educatamente lo sguardo mentre Thissell si sfilava il Conquistatore del Dragone Marino e indossava il più modesto Faleno Lunare. — Suppongo che potrò trovare qualcosa che sia un po’più adatto in una delle botteghe — disse Thissell. — Mi hanno detto che uno deve solo andare in una bottega e servirsi, è vero?

Rolver esaminò Thissell in maniera critica. — Quella maschera — almeno per adesso — è perfettamente adatta. È abbastanza importante non portar via niente da una bottega fino a quando non si conosce lo strakh dell’articolo desiderato. Il proprietario perde prestigio se una persona di basso strakh si prende gratuitamente la cosa più bella della bottega.

Thissell scosse il capo, esasperato. — Non mi hanno spiegato niente di tutto questo! Sapevo delle maschere, certo, e dell’integrità degli artigiani, ma questa insistenza sul prestigio, o strakh, come diavolo è…

— Fa lo stesso — disse Rolver. — Tra un anno o due comincerà a imparare il sistema. Immagino che lei parli la lingua?

— Oh, sì, certo.

— E quali strumenti suona?

— Be’… Mi è sembrato di capire che andasse bene qualsiasi piccolo strumento, o che bastasse anche soltanto cantare.

— Molto impreciso. Soltanto gli schiavi cantano senza accompagnamento. Le suggerisco di imparare i seguenti strumenti il più in fretta possibile: l’himerkin, per i suoi schiavi. Il ganga per la conversazione tra amici o con uno che è leggermente a lei inferiore nello strakh. Il kiv per i comuni contatti casuali. Lo zacinko per discussioni più formali. Lo strapan o il krodatch per quelli che le sono socialmente inferiori: nel suo caso, solo se vuole insultare qualcuno. Il gomapardo [5] o il doppio kamanthil [6] per le cerimonie. — Ci pensò un momento. — Sono assai utili anche il crebarin, il liuto ad acqua e lo slobo… Ma forse è meglio che prima impari gli altri strumenti. Almeno le daranno la possibilità di una rudimentale comunicazione.

— Non sta forse esagerando? — suggerì Thissell. — O magari scherzando?

Rolver emise una risata saturnina. — Niente affatto. Per prima cosa lei ha bisogno di una casa galleggiante. Poi vorrà anche degli schiavi.

Rolver condusse Thissell dal campo di atterraggio ai moli di Fan, una passeggiata di un’ora e mezzo lungo un piacevole sentiero ombreggiato da enormi alberi carichi di frutta, baccelli di cereali, vesciche di succo zuccherino.

— In questo momento — disse Rolver — ci sono solo quattro extra-sirenesi a Fan, contando anche lei. Ora la porterò da Welibus, il nostro agente commerciale. Credo che lui abbia una vecchia casa galleggiante che potrebbe fare al caso suo.

Erano quindici anni che Cornely Welibus risiedeva a Fan e aveva acquistato abbastanza strakh da poter portare la sua maschera Vento del Sud con autorità. Questa consisteva in un disco azzurro con incastonati lapislazzuli grezzi, circondato da un’aureola di luccicante pelle di serpente. Più sincero e anche più cordiale di Rolver, non solo procurò una casa galleggiante a Thissell, ma anche una serie di vari strumenti musicali e un paio di schiavi.

Imbarazzato da tanta generosità, Thissell balbettò qualcosa circa il pagamento, ma Welibus tagliò corto con un largo gesto. — Mio caro amico, questa è Sirene. Simili sciocchezze non costano nulla.

— Ma una casa galleggiante…

Welibus suonò un piccolo svolazzo cortese sul suo kiv. — Franco sarò, Ser Thissell. La barca è vecchia e un po’cadente. Io non posso rischiare di adoprarla; il mìo rango ne patirebbe. — Le parole erano accompagnate da una graziosa melodia. — Il rango a lei ancor non cale. Solo rifugio a lei serve, conforto e sicurezza dagli Uomini-notte.

— Uomini-notte?

— I cannibali che vagano per la costa dopo il tramonto.

— Ah, sì. Ser Rolver me ne aveva accennato.

— Orrenda cosa. Non ne parliamo affatto. — Un trillo impaurito uscì dal kiv. — Ora, gli schiavi. — Batté il disco azzurro della sua maschera con un dito, con fare pensoso. — Rex e Toby saranno al suo servizio. —

Alzò la voce e suonò un veloce ticchettio sul suo himerkin.

— Avari esx trobu!

Apparve una schiava che indossava una dozzina di strette strisce di tessuto rosa e una raffinata maschera nera scintillante di lustrini di madreperla.

— Fascu etz Rex ae Toby.

Apparvero Rex e Toby, che indossavano maschere larghe di tessuto nero e giustacuori rosso-bruni, Welibus si rivolse a loro con un risonante sbattimento dell’himerkin, rallegrandoli affinché servissero bene il nuovo padrone, minacciandoli però di farli tornare, in caso contrario, alle loro isole native. Essi si prostrarono, cantando pegni di buon servizio a Thissell con voci morbide e acute. Thissell rise nervosamente e provò una frase in lingua sirenese. — Andate alla casa galleggiante, pulitela bene e portate a bordo il cibo.

Toby e Rex lo fissarono con gli occhi vuoti attraverso i buchi delle loro maschere. Welibus ripeté gli ordini con l’accompagnamento dell’himerkin.

Gli schiavi si inchinarono e si allontanarono.

Thissell osservò gli strumenti musicali con sgomento. — Non ho la più pallida idea di come fare a imparare queste cose.

Welibus si rivolse a Rolver. — Che ne dice di Kershaul? Andrebbe bene per dare un’infarinatura base a Ser Thissell?

Rolver annuì solennemente. — Kershaul potrebbe farcela.

— Chi è Kershaul? — chiese Thissell.

— È il quarto del nostro piccolo gruppo di emigrati — replicò Welibus.

— Un antropologo. Ha letto Zundar la Splendida? Ritratti di Sirene? La gente senza volto? No? Peccato, tutti libri eccellenti. Kershaul ha un notevolissimo prestigio e credo che ogni tanto visiti Zundar. Porta un Gufo della Caverna, qualche volta un Vagabondo delle Stelle, o anche un Arbitro Saggio.

— Si è preso un Serpente Equatoriale — disse Rolver. — La variante con le zanne dorate.

— Davvero! — si meravigliò Welibus. — Bene, devo dire che se lo è meritato. Un buon amico, una brava persona davvero. — E cominciò a strimpellare il suo zacinko, pensoso.

Passarono tre mesi, con l’aiuto di Mathew Kershaul, Thissell si esercitò con l’himerkin, il ganga, lo strapan, il kiv, il gomapardo e lo zacinko. Kershaul disse che il doppio kamanthil, il krodatch, lo slobo, il liuto ad acqua e diversi altri potevano aspettare fino a quando Thissell non si fosse impadronito dei sei strumenti base. Imprestò a Thissell le registrazioni di importanti conversazioni sirenesi in vari umori e con vari accompagnamenti, sicché Thissell poté imparare le convenzioni melodiche di uso corrente e perfezionarsi nell’eleganza dell’intonazione, nei vari ritmi, ritmi incrociati, ritmi composti, ritmi impliciti, ritmi eliminati. Kershaul diceva di trovare la musica sirenese uno studio affascinante e Thissell ammetteva che si trattava di una materia ancora tutta da scoprire.

Gli strumenti potevano eseguire dei quarti di tono per cui erano possibili ventiquattro tonalità, che moltiplicate per i cinque modi normalmente usati realizzavano centoventi diverse scale. Tuttavia, Kershaul consigliò Thissell di concentrarsi prima di tutto su due modi soltanto, in modo da imparare ogni strumento nella sua tonalità fondamentale.

Thissell non aveva niente di particolare da fare a Fan, tranne la visita settimanale a Mathew Kershaul, per cui portò la casa galleggiante a quattordici chilometri più a sud e l’ancorò sottovento presso un promontorio roccioso. Se non fosse stato perché doveva esercitarsi continuamente, Thissell avrebbe vissuto una vita idilliaca. Il mare era calmo e trasparente come il cristallo; la spiaggia, circondata dalle foglie grigie, verdi e porporine della foresta, era lì a portata di mano se voleva sgranchirsi le gambe.

Toby e Rex occupavano un paio di cubicoli sul davanti, Thissell aveva per sé tutte le cabine posteriori. Di tanto in tanto si baloccava con l’idea di prendersi un terzo schiavo, magari una giovane femmina, per aggiungere un elemento di bellezza e di vivacità al suo ménage, ma Kershaul sconsigliò un simile passo, temendo che la concentrazione di Thissell potesse in qualche modo diminuire. Thissell accondiscese e si dedicò tutto allo studio dei sei strumenti.

I giorni trascorsero velocemente. Thissell non si stufava mai dello splendore delle albe e dei tramonti; le nuvole bianche e il mare azzurro a mezzogiorno; il cielo notturno che fiammeggiava con le ventinove stelle dell’Ammasso SI 1-715. Il viaggio settimanale a Fan rompeva la routine: Toby e Rex si interessavano del cibo; Thissell visitava la lussuosa casa galleggiante di Mathew Kershaul per ascoltare la lezione e i consigli. Poi, tre mesi dopo l’arrivo di Thissell, arrivò il messaggio e mandò completamente all’aria il solito tran-tran: Haxo Angmark, assassino, agente provocatore, abile e spietato criminale, era giunto a Sirene. Praticare l’arresto e la detenzione di quest’uomo! diceva l’ordine. Attenzione! Haxo Angmark è estremamente pericoloso. Uccidetelo senza esitazione!

Thissell non era in piena forma. Trottò per cinquanta metri, prima che gli mancasse il fiato, quindi si mise a camminare: passò tre basse colline incoronate di bianchi bambù e nere felci; attraversò valli gialle di noccioline; passò per campi pieni di viti selvatiche. Passarono venti minuti, venticinque minuti… venticinque minuti! Thissell sentì un peso alla stomaco e capì che era troppo tardi. Haxo Angmark era atterrato e avrebbe percorso quella stessa strada alla volta di Fan. Ma Thissell incontrò solamente quattro persone su quella strada: un ragazzino che indossava una maschera da Isolano di Alk, ridicolmente truce; due giovani donne che portavano un Uccello Rosso e un Uccello Verde; un uomo che indossava un Dimonio della Foresta. Avvicinandosi all’uomo, Thissell si fermò un momento. Era Angmark?

Thissell mise in atto uno stratagemma. Si avvicinò audacemente all’uomo, fissò la maschera orrenda. — Angmark — berciò nella lingua dei Pianeti Patria — sei in arresto!

Il Dimonio della Foresta lo fissò senza capire, poi riprese a camminare per la sua strada.

Thissell gli andò dietro. Afferrò il suo ganga, poi, ricordandosi la reazione dello stalliere, strimpellò invece un accordo con il suo zacinko.

— Oh, tu che provieni dallo spazioporto — cantò. — Cosa hai visto colà?

Il Dimonio della Foresta afferrò la tromba a mano, uno strumento usato per deridere gli avversari sul campo di battaglia, per chiamare le bestie o qualche volta per manifestare una rozza e immediata cattiveria. — Da dove vengo e cosa ho visto sono cose che riguardano me solo. Stai indietro o ti camminerò sopra. — Si mise in movimento e, se Thissell non avesse fatto un salto da una parte, il Dimonio della Foresta avrebbe messo in atto la sua minaccia.

Thissell rimase a fissare quello che se ne andava. Angmark? Improbabile, con un simile tocco sicuro della tromba a mano. Thissell esitò, e poi si voltò e continuò per la sua strada.

Arrivato allo spazioporto, andò direttamente nell’ufficio. La pesante porta era socchiusa; mentre Thissell si avvicinava, un uomo apparve sulla soglia. Portava una maschera di squame verdi opache, piastrine di mica, legno nero laccato di blu e aculei neri… l’Uccello Lacustre.

— Ser Rolver — chiamò ansiosamente Thissell — chi è sceso dal Carina Cruzeiro?

Rolver studiò Thissell un lungo momento. — Perché me lo chiede?

— Perché lo chiedo? — ripeté Thissell. — Lei deve aver visto lo spaziogramma che ho ricevuto da Castel Cromartin!

— Ah, sì — disse Rolver. — Si capisce. Naturalmente.

— Mi è stato consegnato solo mezz’ora fa — disse Thissell amareggiato.

— Sono corso qui il più velocemente possibile. Dov’è Angmark?

— A Fan, suppongo — disse Rolver.

Thissell bestemmiò piano. — Perché non lo ha trattenuto, non lo ha bloccato in qualche maniera?

Rolver alzò le spalle. — Io non ho né l’autorità, né la voglia, né la capacità di fermarlo.

Thissell cercò di scacciare la sua rabbia. Con voce volutamente calma disse:

— Venendo ho incontrato uno con una maschera piuttosto spaventosa… occhi a piattino, bargigli rossi.

— Un Dimonio della Foresta — disse Rolver. — Angmark aveva proprio quella maschera.

— Ma quello suonava la tromba a mano — protestò Thissell. — Angmark non poteva…

— Egli conosce bene Sirene; ha passato cinque anni a Fan.

Thissell grugnì, seccato. — Cromartin non ha fatto cenno di questo.

— È cosa risaputa — disse Rolver con un’alzata di spalle. — Era Rappresentante Commerciale prima che venisse Welibus.

— Lui e Welibus si conoscono?

Rolver fece una breve risata. — Si capisce. Ma l’unica cosa poco onesta che sia capace di fare Welibus è quella di truccare i suoi conti. Le assicuro che non è complice di un assassino.

— A proposito di assassini — disse Thissell. — Lei ha qualche arma da prestarmi?

Rolver lo fissò meravigliato. — Lei è venuto qui a prendere Angmark a mani nude?

— Non avevo scelta — disse Thissell. — Quando Cromartin dà un ordine, si aspetta dei risultati immediati. In ogni caso c’era qui lei con i suoi schiavi.

— Non faccia conto sul mio aiuto — disse stizzosamente Rolver. — Io indosso l’Uccello Lacustre e non pretendo di avere del coraggio. Ma le posso prestare la mia pistola a energia. È un po’che non la uso; non le posso garantire che funzioni.

Rolver entrò nell’ufficio e ne uscì subito dopo con la pistola.

— Adesso cosa farà?

Thissell scosse tristemente il capo. — Cercherò di rintracciare Angmark a Fan. O sarà andato a Zundar?

Rolver ci pensò su. — Angmark potrebbe benissimo cavarsela anche a Zundar. Ma dovrà prima rispolverare la sua abilità musicale. Immagino che rimarrà a Fan qualche giorno.

— Ma come faccio a trovarlo? Dove devo cercare?

— Non glielo saprei dire — rispose Rolver. — Lei sarebbe più al sicuro se non lo trovasse. Angmark è un uomo pericoloso.

Thissell ritornò a Fan per la strada che aveva già percorso prima.

Dove il sentiero svoltava dalle colline per andare sulla pianura, c’era un edificio pisé de terre, dalle spesse pareti. La porta era stata ricavata da una solida asse di legno nero; le finestre erano protette da sbarre di acciaio rinforzato. Questo era l’ufficio di Cornely Welibus, agente commerciale, import-export. Thissell trovò Welibus seduto tranquillamente sulla veranda piastrellata, con indosso una modesta variazione della maschera Waldemar. Pareva perduto nei suoi pensieri e poteva anche non aver riconosciuto il Faleno Lunare di Thissell; in ogni caso, non si alzò per salutarlo.

Thissell si avvicinò al portico.

— Buon giorno, Ser Welibus.

Welibus annuì distrattamente e disse con voce piatta, pizzicando il suo krodatch:

— Buon giorno.

Thissell fu piuttosto sorpreso. Questo non era proprio lo strumento da usarsi con un amico e compagno extra-sirenese, anche se indossava il Faleno Lunare.

Thissell disse freddamente:

— Le posso chiedere da quanto tempo lei è seduto qui?

Welibus ci pensò mezzo minuto e, quando parlò, lo fece accompagnandosi sul più cordiale crebarin. Ma il ricordo delle note del krodatch risuonava ancora nella mente di Thissell.

— Sono qui da quindici o venti minuti. Perché me lo chiede?

— Mi domandavo se ha visto passare un Dimonio della Foresta.

Welibus annuì. — È andato verso la pianura… Credo che sia entrato nella prima bottega di maschere.

Thissell sibilò tra i denti. Questa era la prima mossa che doveva fare Angmark, naturalmente. — Non lo troverò mai più quando si sarà cambiata la maschera — mormorò.

— Chi è questo Dimonio della Foresta? — chiese Welibus, come se la cosa non lo interessasse più che tanto.

Thissell non vide ragioni per tenergli nascosto il nome. — Un noto criminale: Haxo Angmark.

— Haxo Angmark! — gracchiò Welibus, appoggiandosi alla sua sedia.

— Ma è sicuro che sia qui?

— Ragionevolmente sicuro.

Welibus si fregò le mani che tremavano. — Questa è una brutta notizia…

davvero brutta! Si tratta di un mascalzone senza scrupoli.

— Lei lo conosce bene?

— Bene come tutti. — Ora Welibus si accompagnava con il kiv. — Prima aveva il posto che adesso occupo io. Io ero venuto per un’ispezione e ho scoperto che truffava quattromila UMI al mese. Sono sicuro che egli non provi molta gratitudine verso di me. — Welibus guardò nervosamente verso la pianura. — Spero che lei lo acchiappi.

— Farò del mio meglio. Lei dice che è entrato nella bottega delle maschere?

— Ne sono sicuro.

Thissell si voltò. Ritornando sul sentiero si chiuse la pesante porta dietro le spalle.

Camminò lungo la passeggiata fino al negozio delle maschere e si fermò fuori come se ammirasse gli articoli: un centinaio di maschere miniate, ricavate da legni preziosi e minerali, adornate di fiocchi di smeraldo, seta di ragnatele, ali di vespa, squame di pesce pietrificato e cose del genere. La bottega era vuota, escluso il fabbricante di maschere, un uomo nodoso vestito di giallo, che indossava una maschera illusoriamente semplice: l’Esperto Universale, costruita con oltre duemila pezzettini di innesti di legno.

Thissell pensò a cosa dovesse dire, come doveva accompagnarsi, quindi entrò. Il fabbricante di maschere, vista la maschera da Faleno Lunare e notati i modi diffidenti di Thissell, continuò con il suo lavoro.

Thissell si buttò sul più facile dei suoi strumenti e diede un colpo allo strapan… forse non proprio la scelta più felice, perché questo strumento comportava un certo grado di condiscendenza. Thissell cercò di bilanciarne l’effetto cantando con un tono caldo, soffuso quasi, agitando lo strapan in maniera bizzarra, quando sbagliava una nota:

— Uno straniero è persona assai interessante; ha egli inconsuete abitudini, eccita egli la curiosità.

Non più di venti minuti fa, entrò uno straniero in questa affascinante bottega, scambiò egli il suo rosso Dimonio della Foresta con una delle notevoli e avventurose creazioni messe assieme in questo luogo.

Il fabbricante di maschere guardò Thissell di sghembo e, senza dire una parola, suonò una serie di accordi su uno strumento che Thissell non aveva mai visto: una sacca flessibile afferrata con il palmo della mano con tre corti tubicini che passavano tra le dita. Se i tubicini venivano strizzati, quasi fino a chiuderli, e l’aria veniva fatta passare nella fessura, si produceva un suono simile a quello di un oboe. All’orecchio non ancora abituato di Thissell lo strumento parve difficile, ma il fabbricante di maschere pareva abile e la musica diffondeva un profondo senso di disinteresse.

Thissell provò ancora, manovrando laboriosamente lo strapan. Cantò:

— Per un extra-sirenese su questo bel pianeta, la voce di chi vi abita è come acqua su di una pianta assetata. Una persona che possa unire due poveri extra-sirenesi fa un grande atto di pietà.

Il fabbricante di maschere passò distrattamente le dita sul suo strapan ed eseguì una serie di scale barocche, mentre le sue dita si muovevano più in fretta di quanto l’occhio potesse seguire. Cantò in stile formale:

— Per un artista sono preziosi i suoi momenti di concentrazione; a lui non interessa passare il tempo scambiando banalità con qualcuno che al massimo è di medio prestigio. — Thissell tentò di inserire una contro-melodia, ma il fabbricante di maschere suonò una nuova serie di accordi di tal portento da eludere le capacità di comprensione di Thissell, poi continuò:

— Nella bottega arriva una persona che evidentemente ha preso per la prima volta uno strumento di cui non aveva mai saggiato le difficoltà, poiché la sua esecuzione musicale è criticabile. Egli parla di nostalgia e desidera vedere un altro del suo paese. Egli dissimula il suo enorme strakh dietro un Faleno Lunare, poiché suona lo strapan a un Maestro Artigiano e canta con una voce di sprezzante dileggio. Il raffinato e creativo artista ignora la provocazione.

Egli suona un cortese strumento, rimane sul vago e confida che lo straniero si stanchi di prenderlo in giro e se ne vada subito.

Thissell tirò fuori il suo kiv. — Il nobile fabbricante di maschere ha completamente equivocato…

Fu interrotto dal grattare dello strapan del fabbricante di maschere. —

Allo straniero, adesso, pare divertente mettere in ridicolo le capacità di comprensione dell’artista.

Thissell grattò furiosamente sullo strapan:

— Per proteggermi dal caldo, sono entrato in un piccolo e poco appariscente negozio di maschere. L’artigiano, benché distratto dal fatto di conoscere poco i suoi nuovi strumenti, promette di migliorare. Lavora con pignoleria per perfezionarsi, a tal punto che dopo un po’egli rifiuta di conversare con gli stranieri, non importa di cosa essi abbiano bisogno.

Il fabbricante di maschere posò con attenzione i suoi strumenti per scolpire. Si alzò in piedi, andò dietro un paravento e ritornò indossando una maschera di acciaio e d’oro, che simulava delle fiamme che si alzavano dai capelli. In una mano teneva uno skaranyi e nell’altra una scimitarra. Suonò una brillante serie di note selvagge e cantò:

— Anche l’artista più realizzato può aumentare il proprio strakh uccidendo mostri marini, Uomini-notte e scocciatori. Ecco, ora c’è l’occasione. L’artista attenderà solo dieci secondi, perché chi l’ha offeso indossa un Faleno Lunare. — Ruotò la scimitarra, la fece girare in aria.

Thissell pestò disperatamente sullo strapan. — Entrò un Dimonio della Foresta in questa bottega? Se ne andò egli con una nuova maschera?

— Cinque secondi trascorsero — cantò il fabbricante di maschere in un ritmo veloce, di cattivo augurio.

Thissell si allontanò pieno di rabbia. Attraversò la piazza e guardò su e giù per la spianata. Centinaia di uomini e donne gironzolavano lungo i moli, oppure stavano sui ponti delle loro barche, ognuno con una maschera che doveva esprimere il relativo umore, il prestigio e gli attributi speciali, e dappertutto si sentiva il cicaleccio degli strumenti musicali.

Thissell era a un punto morto. Il Dimonio della Foresta era scomparso.

Haxo Angmark camminava libero per Fan e Thissell aveva fallito le urgenti istruzioni di Castel Cromartin.

Dietro di lui suonarono le distratte note di un kiv. — Ser Faleno Lunare Thissell, la vedo assorbito dai pensieri.

Thissell si voltò e vide accanto a sé un Gufo delle Caverne, in un sobrio mantello grigio e nero. Thissell riconobbe la maschera che simbolizzava erudizione e paziente esplorazione di idee astratte; Mathew Kershaul l’aveva indossata quando si erano incontrati la settimana prima.

— Buon giorno, Ser Kershaul — borbottò Thissell.

— E come vanno gli studi? Ha imparato a eseguire la scala di do maggiore più con il gomapardo? Se ben ricordo, lei trovava questi intervalli risvoltati piuttosto imbarazzanti.

— Ci ho lavorato su — disse Thissell malinconicamente. — Tuttavia, poiché sarò con ogni probabilità richiamato a Polvpolis, sarà stato solo del tempo perso.

— Eh? Come mai?

Thissell raccontò la storia di Haxo Angmark. Kershaul annuì gravemente. — Ricordo Angmark. Non era un personaggio simpatico, ma un eccellente musicista, con delle dita veloci e un autentico talento per i nuovi strumenti. Si tirò pensosamente il pizzetto della sua maschera da Gufo delle Caverne. — Che cosa conta di fare?

— Non ne ho idea — disse Thissell, suonando un triste fraseggio sul kiv.

— Non so che razza di maschera indossi adesso, e se non so che aspetto abbia, come faccio a trovarlo?

Kershaul si tirò la barbetta. — Ai vecchi tempi egli prediligeva il Ciclo Exo Cambiano e credo che usasse un’intera serie di Creature degli Inferi.

Certo che adesso potrebbe aver cambiato gusti.

— Proprio così — si lamentò Thissell. — Potrebbe essere sei metri più in là e io non avrei modo di saperlo. — Lanciò uno sguardo amaro dall’altra parte della passeggiata, verso la bottega del fabbricante di maschere. —

Nessuno mi dirà niente; mi chiedo se gliene importi qualcosa del fatto che un assassino stia camminando per i loro moli.

— Assolutamente vero — convenne Kershaul. — Il modo di giudicare dei sirenesi è diverso dal nostro.

— Non hanno alcun senso della responsabilità — dichiarò Thissell. —

Mi chiedo se lancerebbero una corda a uno che sta affogando.

— È vero che a loro non piacciono le interferenze — convenne Kershaul. — Per loro è essenziale la responsabilità dell’individuo e l’autosufficienza.

— Interessante — disse Thissell — ma io brancolo ancora nel buio per quanto riguarda Angmark.

Kershaul lo osservò con gravità. — E se dovesse individuare Angmark, cosa farebbe dopo?

— Eseguirei gli ordini dei miei superiori — disse Thissell supinamente.

— Angmark è un uomo pericoloso — rimuginò Kershaul. — Ha un sacco di vantaggi su di lei.

— Non devo farci caso. Il mio dovere è quello di rimandarlo a Polypolis. Probabilmente è tranquillo, almeno finché continuerò a non avere la più pallida idea di dove egli sia.

Kershaul rifletté. — Un extra-sirenese non può nascondersi dietro una maschera; non tra quelli di Sirene, per lo meno. Siamo in quattro qui a Fan: Rolver, Welibus, lei e io. Se ci fosse un altro extra-sirenese che volesse metter su casa, la notizia arriverebbe in un batter d’occhio.

— E se si recasse a Zundar?

Kershaul alzò le spalle. — Dubito che osi tanto. D’altra parte… — Kershaul fece una pausa, poi, notando che Thissell non faceva attenzione, si volse a seguire il suo sguardo.

Un uomo con un Dimonio della Foresta camminava spavaldamente verso di loro, lungo la passeggiata. Kershaul mise una mano sul braccio di Thissell per trattenerlo, ma Thissell si incamminò alla volta del Dimonio della Foresta, con la pistola che gli era stata prestata pronta in mano. —

Haxo Angmark — berciò — non fare una mossa, o ti ammazzo. Sei in arresto.

— È sicuro che sia Angmark? — chiese Kershaul con voce preoccupata.

— Lo scoprirò — disse Thissell. — Voltati, Angmark, alza le mani.

Il Dimonio della Foresta si irrigidì, sorpreso e imbarazzato. Prese il suo zacinko, suonò un arpeggio di domanda e cantò:

— Perché mi molesti, Faleno Lunare?

Kershaul si fece avanti e suonò un fraseggio conciliante sul suo slobo.

— Temo che di un caso di confusa persona si tratti, Ser Dimonio della Foresta. Ser Faleno Lunare sta cercando un extra-sirenese che porta una maschera da Dimonio della Foresta.

La musica del Dimonio della Foresta divenne irritata e improvvisamente afferrò il suo stimic. — Dice egli che son io un extra-sirenese? Che mi provi ciò che dice, o avrà la mia vendetta sulla faccia.

Kershaul guardò imbarazzato la folla che si era radunata e si mise di nuovo a suonare una melodia ingraziante. — Son sicuro che Ser Faleno Lunare…

Il Dimonio della Foresta interruppe con una fanfara di note di skaranyi.

— Che dimostri ciò che dice, o si prepari a far scorrere il sangue.

Thissell disse:

— Molto bene, lo proverò. — Fece un passo in avanti e afferrò la maschera del Dimonio della Foresta. — Fammi vedere la tua faccia, così dimostreremo la tua identità!

Il Dimonio della Foresta fece un salto indietro, stupito. La folla rimase senza fiato, poi cominciò un concerto e uno strimpellio di vari strumenti, malaugurante.

Il Dimonio della Foresta portò la mano alla base del collo, tirò la corda del suo duello-gong e con l’altra mano afferrò la sua scimitarra.

Kershaul si fece avanti, suonando lo slobo in maniera esagitata. Thissell, ormai piuttosto sconcertato, si fece da parte, sentendo le urla della folla.

Kershaul cantava spiegazioni e scuse, il Dimonio della Foresta rispondeva; Kershaul parlò a Thissell da sopra la spalla:

— Se la dia a gambe se non vuole essere ammazzato! Presto!

Thissell esitava. Il Dimonio della Foresta alzò una mano per spingere via Kershaul. — Via! — urlò Kershaul. — Nell’ufficio di Welibus, si chiuda dentro!

Thissell se la diede a gambe. Il Dimonio della Foresta lo inseguì per pochi metri, poi batté i piedi e gli scaricò dietro una sequela di suoni derisori di tromba a mano, mentre la folla produceva uno sprezzante controcanto con i ticchettanti himerkin.

Non lo seguirono oltre. Invece di rifugiarsi nell’ufficio di import-export, Thissell svoltò di lato e, dopo attenta ricognizione, si avviò verso il molo dove era ormeggiata la sua casa galleggiante.

Era ormai quasi il crepuscolo quando finalmente raggiunse la casa, Toby e Rex se ne stavano accoccolati sul ponte anteriore, circondati dalle provviste che avevano portato a bordo: canestri di giunchi pieni di cereali e di frutta, vasi di vetro azzurrato che contenevano vino, olio e succhi saporiti, tre porcelli in un recinto di vimini. Stavano rompendo delle noci tra i denti, sputando i gusci fuori bordo. Guardarono su, verso Thissell, e a lui sembrò che adesso si alzassero in piedi con una certa indifferenza. Toby mormorò qualcosa a voce bassissima; Rex soffocò un risolino.

Thissell fece crepitare il suo himerkin rabbiosamente. Cantò:

— Portate fuori la nave; questa notte restiamo a Fan.

Nell’intimità della sua cabina, Thissell si tolse il Faleno Lunare e guardò nello specchio la sua faccia che gli era ormai quasi sconosciuta. Sollevò il Faleno Lunare e ne osservò i detestati lineamenti: la pelliccia grigia, le spine azzurre, i ridicoli ornamenti di merletto. Non era certo una figura degna del Rappresentante Consolare dei Pianeti Patria. Se pure ancora gli competeva questa carica, ora che Cromartin aveva sentito che Angmark se ne era andato per conto suo!

Thissell si lasciò cadere in una sedia e fissò imbronciato il vuoto. Oggi aveva subito una serie di umiliazioni, ma non era ancora sconfitto; non fosse mai detto. Domani sarebbe andato a visitare Mathcw Kershaul; avrebbero discusso sul miglior sistema per individuare Angmark. Come aveva sottolineato Kershaul, un altro extra-sirenese non poteva sfuggire all’attenzione; l’identità di Haxo Angmark sarebbe stata immediatamente evidente. Per di più, domani si sarebbe dovuto procurare un’altra maschera.

Niente di eccessivo o vanaglorioso, ma una maschera che esprimesse un minimo di dignità e di autorispetto.

In quel momento uno degli schiavi picchiò sul legno della porta e Thissell si affrettò a infilare in testa l’odiato Faleno Lunare.

Il mattino dopo, presto, prima che la luce dell’alba avesse abbandonato il cielo, gli schiavi riportarono la casa galleggiante in quella sezione del molo riservata agli extra-sirenesi. Non erano arrivati né Rolver, né Welibus, né Kershaul, e Thissell aspettava con molta impazienza. Dopo un’ora Welibus portò la sua nave al molo. Thissell non voleva parlare con Welibus, per cui se ne rimase chiuso in cabina.

Poco dopo la barca di Rolver fu parimenti attraccata al molo. Thissell vide Rolver attraverso la finestra: indossava il solito Uccello Lacustre e si arrampicò sul molo. Qui venne avvicinato da un uomo con una gialla Tigre della Sabbia, piena di peli, che suonava un formale accompagnamento col suo gomapardo per il messaggio che stava comunicando a Rolver.

Rolver parve sorpreso e irritato. Un attimo dopo, pur continuando a suonare il gomapardo e continuando a cantare, indicò la casa galleggiante di Thissell. Poi, dopo essersi inchinato, se ne andò per i fatti suoi.

L’uomo con la Tigre della Sabbia si arrampicò vestito di pesante dignità sul galleggiante e batté sul parapetto della casa galleggiante di Thissell.

Thissell uscì fuori. L’etichetta sirenese non richiedeva che egli invitasse un occasionale visitatore a bordo, per cui si limitò a fare un accordo interrogativo sullo zacinko.

La Tigre della Sabbia suonò il suo gomapardo e cantò:

— L’alba sulla baia di Fan è di solito una splendida occasione; il cielo è illuminato di colori gialli e verdi; quando Mirella sorge, le nebbie bruciano e fremono come fiamme. Colui che canta ricava grande gioia da quest’ora, a meno che il cadavere galleggiante di un extra-sirenese non compaia a guastare la tranquillità della scena.

Lo zacinko di Thissell produsse un suono interrogativo, quasi sullo stesso accordo dell’altro; la Tigre della Sabbia si inchinò con dignità. — Chi canta non conosce pari per risolutezza di carattere; comunque non lo turba essere disturbato dalle stramberie di un fantasma irrequieto. Egli ha perciò ordinato ai suoi schiavi di attaccare una cinghia ai fianchi del cadavere e, mentre siamo stati qui a conversare, essi hanno legato il cadavere alla poppa della tua casa galleggiante. Tu gli amministrerai quei riti che sono previsti per gli extra-sirenesi. Colui che canta ti augura un buon giorno e se ne va.

Thissell corse alla poppa della casa. Lì galleggiava il cadavere di un uomo maturo, seminudo e senza maschera, tenuto a galla dall’aria che era rimasta intrappolata nelle brache.

Thissell studiò la faccia del morto, che gli parve priva di carattere e insulsa… forse a causa dell’abitudine di portare sempre una maschera. Il corpo pareva di media statura e di medio peso.

Thissell stimò che dovesse avere un’età tra i quaranta e i cinquanta. I capelli erano genericamente scuri, la faccia era enfiata dall’acqua. Non c’era niente che indicasse come fosse morto l’uomo.

Doveva essere Haxo Angmark, pensò Thissell. Chi altro poteva essere?

Mathew Kershaul? Perché no? Thissell si sentì a disagio. Rolver e Welibus erano già sbarcati e se ne erano andati per i fatti loro. Guardò lungo la baia per localizzare la casa galleggiante di Kershaul e scoprì che era già legata al molo. Proprio mentre guardava, Kershaul saltò a terra, indossando la sua maschera da Gufo delle Caverne.

Pareva di umore distratto, infatti passò accanto alla casa di Thissell senza nemmeno sollevare gli occhi dal molo.

Thissell si voltò di nuovo verso il cadavere. Angmark, allora, senza dubbio. Non erano forse sbarcati tre uomini dalle case galleggianti di Rolver, Welibus e Kershaul, indossando le maschere che li caratterizzavano? Ovviamente, il cadavere di Angmark… La facile soluzione rifiutava di sistemarsi tranquillamente nel cervello di Thissell. Kershaul aveva sottolineato che un altro extra-sirenese sarebbe stato facilmente identificato. Come poteva nascondersi Angmark se non… Thissell scacciò il pensiero. Il cadavere era ovviamente di Angmark.

E poi…

Thissell chiamò gli schiavi, diede ordine che portassero un adatto contenitore sul molo, che ci trasferissero dentro il cadavere e che lo portassero in un adatto luogo di riposo. Gli schiavi non dimostrarono molto entusiasmo per il compito affidato loro e Thissell fu costretto a tuonare con forza, se non con abilità, sul suo himerkìn, per dare enfasi ai suoi ordini.

Camminò lungo il molo, voltò verso la spianata, superò l’ufficio di Cornely Welibus e si incamminò lungo il piacevole sentierucolo che portava al campo di atterraggio.

Quando arrivò scoprì che Rolver non era ancora comparso. Un caposchiavo, si capiva dalla coccarda gialla che portava sulla nera maschera di stoffa, chiese se poteva essere d’aiuto. Thissell disse che doveva mandare un dispaccio a Polypolis.

Non c’era nessuna difficoltà, dichiarò lo schiavo. Se Thissell avesse scritto il messaggio tutto in maiuscolo, egli lo avrebbe immediatamente spedito.

Thissell scrisse:

Extra-sirenese trovato morto, probabilmente Angmark. Età quarantotto anni, fisico medio, capelli castani. Altri segni di identificazione assenti. Attendo cenno di ricevuta e/o istruzioni.

Indirizzò il messaggio a Castel Cromartin a Polypolis e lo diede al capo schiavo. Un attimo dopo udì il caratteristico sputacchiare del comunicatore transpaziale.

Passò un’ora e Rolver non comparve. Thissell camminava incessantemente avanti e indietro di fronte all’ufficio. Non si poteva dire quanto avrebbe dovuto aspettare: il tempo nella trasmissione transpaziale variava in maniera imprevedibile. Certe volte i messaggi arrivavano in qualche microsecondo; certe volte vagavano per ore in regioni sconosciute; poi c’erano diversi esempi autenticati di messaggi ricevuti prima di essere stati trasmessi.

Passò ancora mezz’ora e finalmente arrivò Rolver, con la sua solita maschera da Uccello Lacustre. Nello stesso tempo si udì il fischio del messaggio che arrivava.

Rolver parve sorpreso di vedere Thissell. — Cosa la porta qui tanto presto?

Thissell spiegò:

— Per via del cadavere di cui mi ha riferito stamani. Ho mandato una comunicazione ai miei superiori su questo argomento.

Rolver alzò la testa e ascoltò il rumore del messaggio che stava arrivando. — Pare che lei stia ottenendo risposta. Meglio che io vada a vedere.

— Perché se ne preoccupa? — chiese Thissell. — Il suo schiavo sembra efficiente.

— È lavoro mio — dichiarò Rolver. — Sono responsabile della precisione nella spedizione e nella ricezione degli spaziogrammi.

— Vengo con lei — disse Thissell. — Ho sempre desiderato vedere come funzionano quelle cose.

— Temo che sia irregolare — disse Rolver. Andò alla porta che conduceva nel reparto interno. — Avrò il suo messaggio in un istante.

Thissell protestò, ma Rolver lo ignorò ed entrò nell’ufficio interno.

Riapparve dopo cinque minuti, recando una piccola busta gialla. — Notizie non troppo buone — annunciò con un rammarico non troppo convincente. Thissell aprì la busta, accigliato. Il messaggio diceva:

Il corpo non è Angmark. Angmark ha capelli neri. Perché non lo ha arrestato al momento dell’atterraggio? Grave infrazione, molto insoddisfacente. Torni a Polypolis con la prima occasione.

Castel Cromartin

Thissell infilò il messaggio in tasca. — Tanto per parlare: posso chiederle di che colore lei ha i capelli?

Rolver suonò un piccolo trillo sorpreso sul suo kiv. — Sono biondo. Perché me lo chiede?

— Semplice curiosità.

Rolver fece un altro giro di accordi con il kiv. — Adesso capisco. Mio caro amico, che natura sospettosa lei ha! Guardi! — Si voltò e aprì le pieghe della maschera alla base del collo. Thissell vide che Rolver era davvero biondo.

— È più tranquillo adesso? — chiese Rolver allegramente.

— Oh, certo — disse Thissell. Lasciò Rolver e ritornò per il sentiero verso Fan. Passando accanto all’ufficio di Welibus esitò, poi decise di entrare. Oggi Welibus indossava un abbagliante oggetto di vetro verde a prismi e perline d’argento, una maschera che Thissell non aveva mai visto prima.

Welibus lo salutò con prudenza, accompagnandosi con il kiv. — Buon giorno, Ser Faleno Lunare.

— Non le porterò via troppo tempo — disse Thissell — ma ho una domanda abbastanza personale da rivolgerle. Di che colore ha i capelli?

Welibus esitò una frazione di secondo, poi si voltò e sollevò la falda della sua maschera. Thissell vide degli spessi riccioli neri. — Basta questo a rispondere alla sua domanda? — chiese Welibus.

— Completamente — disse Thissell. Attraversò la passeggiata e andò sul molo alla casa galleggiante di Kershaul. Kershaul lo salutò senza entusiasmo e lo invitò a bordo con un rassegnato gesto della mano.

— Avrei da farle una domanda — disse Thissell. — Di che colore sono i suoi capelli?

Kershaul fece una risata triste. — Quei pochi che rimangono sono neri.

Perché me lo chiede?

— Curiosità.

— Via, via — disse Kershaul con insolita franchezza. — Non è solo questo.

Thissell, sentendo la necessità di consigliarsi, ammise che era vero. —

Ecco come stanno le cose. Questa mattina, nel porto è stato ritrovato un extra-sirenese morto. Aveva i capelli castani. Non ne sono proprio sicuro, ma le possibilità sono… vediamo, sì… due contro tre che Angmark abbia i capelli neri.

Kershaul si tirò la barbetta del Gufo delle Caverne. — Come è arrivato a esprimere queste probabilità?

— L’informazione mi è giunta dalle mani di Rolver. Lui ha i capelli biondi. Se Angmark ha assunto l’identità di Rolver, avrà sicuramente alterato l’informazione che mi è arrivata questa mattina. Sia lei che Welibus ammettete di avere capelli neri.

— Mm — disse Kershaul. — Mi faccia vedere se capisco il suo ragionamento. Lei immagina che Haxo Angmark abbia ucciso o Rolver, o Welibus, o me, e che abbia assunto l’identità dell’uomo ucciso. Giusto?

Thissell lo guardò sorpreso. — Proprio lei ha fatto notare che Angmark non avrebbe potuto insediarsi qui conte extra-sirenese, senza rivelare la sua identità! Non ricorda?

— Oh, certo. Ma continuiamo. Rolver consegna a lei un messaggio che stabilisce che Angmark è bruno e dice che lui, invece, è biondo.

— Sì. Lei lo può confermare? Voglio dire per quanto riguarda il vecchio Rolver?

— No — disse Kershaul con rammarico. — Non ho mai visto né Rolver, né Welibus, senza maschera.

— Se Rolver non è Angmark — rimuginò Thissell — se davvero Angmark ha capelli neri, allora lei e Welibus potete essere sospettati.

— Molto interessante — disse Kershaul. Esaminò Thissell cautamente.

— Per la stessa ragione, lei stesso può essere Angmark. Di che colore sono i suoi capelli?

— Castani — disse Thissell bruscamente. Sollevò la grigia pelliccia del Faleno Lunare alla base della testa.

— Ma lei potrebbe ingannarmi riguardo al testo del messaggio — insinuò Kershaul.

— Non è così — disse stancamente Thissell. — Lei può verificare con Rolver, se vuole.

Kershaul scosse il capo. — Non è necessario. Le credo. Ma un’altra cosa: e la voce? Lei ci ha sentito prima e dopo l’arrivo di Angmark. Non ha ricavato qualche indicazione da questo?

— No. Ho fatto talmente attenzione a percepire qualche cambiamento, che adesso tutti voi mi sembrate avere una voce diversa. Inoltre le maschere smorzano la voce.

Kershaul si tirò la barbetta. — Al momento non vedo alcuna soluzione al problema. — Ridacchiò. — In ogni caso, ce n’è bisogno? Prima che arrivasse Angmark, c’erano Rolver, Welibus, Kershaul e Thissell. Adesso, in pratica, ci sono ancora Rolver, Welibus, Kershaul e Thissell. Chi dice che il nuovo membro sia peggiore di quello di prima?

— Un’idea interessante — convenne Thissell — ma purtroppo io ho un interesse personale a identificare Angmark. È in ballo la mia carriera.

— Capisco — mormorò Kershaul — la cosa si è trasformata in una partita tra lei e Angmark.

— Lei non vuole aiutarmi?

— Non attivamente. Ormai l’individualismo sirenese mi ha completamente permeato. Penso che lei scoprirà che Rolver e Welibus le risponderanno in maniera analoga. — Sospirò. — Tutti noi siamo stati troppo tempo quaggiù.

Thissell si immerse in profondi pensieri. Kershaul aspettò un attimo pazientemente, poi disse:

— Ha delle altre domande?

— No — disse Thissell. — Devo solo chiederle una favore.

— Se posso — replicò Kershaul cortesemente.

— Mi dia o mi presti uno dei suoi schiavi, per una settimana o due.

Kershaul suonò un’esclamazione divertita sul ganga. — Di solito non mi piace separarmi dai miei schiavi; essi mi conoscono e conoscono i miei modi…

— Appena avrò acchiappato Angmark lei lo avrà indietro.

— Molto bene — disse Kershaul. Egli schioccò una chiamata sul suo himerkin e apparve uno schiavo. — Anthony — cantò Kershaul — devi tu andar con Ser Thissell e servirlo per un breve periodo.

Lo schiavo si inchinò, non troppo compiaciuto.

Thissell portò Anthony nella casa galleggiante e lo interrogò a lungo, annotando alcune risposte su un foglio di carta. Quindi ingiunse ad Anthony di non dire niente di ciò di cui era venuto a conoscenza e lo consegnò alle cure di Toby e Rex. Diede istruzioni di allontanare la casa galleggiante dal molo e di non far salire nessuno a bordo fino al suo ritorno.

Si mise di nuovo in cammino verso il campo d’atterraggio e trovò Rolver che mangiava del pesce aromatizzato, corteccia affettata proveniente dall’albero dell’insalata e ribes nostrano. Rolver schioccò un ordine con l’himerkin e uno schiavo preparò un posto per Thissell. — E come vanno le indagini?

— Non credo si possa dire che ci sono stati dei progressi — disse Thissell. — Penso di poter contare sul suo aiuto.

Rolver fece una breve risata. — Le faccio i miei migliori auguri.

— Più precisamente — disse Thissell — gradirei che lei mi prestasse uno dei suoi schiavi. Solo per un po’.

Rolver smise di mangiare. — Per che cosa?

— Preferirei non dirlo — disse Thissell. — Ma può star certo che non è una richiesta oziosa.

Rolver chiamò di malavoglia uno schiavo e lo consegnò al servizio di Thissell.

Mentre ritornava alla sua casa galleggiante, Thissell si fermò all’ufficio di Welibus.

Welibus alzò la testa dal suo lavoro. — Buon giorno, Ser Thissell.

Thissell venne immediatamente al punto. — Ser Welibus, mi presterebbe uno schiavo per pochi giorni?

Welibus esitò, poi si strinse nelle spalle. — Perché no? — Schioccò l’himerkin e apparve uno schiavo. — Va bene questo? O forse preferisce una giovane femmina? — Ridacchiò in maniera offensiva, secondo il modo di vedere di Thissell.

— Questo andrà benissimo. Glielo riporterò in pochi giorni.

— Non c’è fretta. — Welibus fece un gesto evasivo e ritornò al suo lavoro.

Thissell proseguì verso la sua casa galleggiante, dove interrogò separatamente i due nuovi schiavi e prese degli appunti su un foglio di carta.

Il crepuscolo scese morbido sopra l’Oceano Titanico. Toby e Rex allontanarono la casa dal molo, attraverso le acque d’argento. Thissell sedeva sul ponte ad ascoltare il suono morbido delle voci, il flautato suono degli strumenti e il tintinnare. Le luci delle altre case galleggianti rilucevano gialle e rosse come angurie. La riva era scura; gli Uomini-notte presto si sarebbero avventurati di soppiatto tra i rifiuti a osservare gelosamente dall’altra parte dell’acqua.

In nove giorni il Buenaventura, avrebbe raggiunto Sirene, secondo l’orario; Thissell aveva l’ordine di ritornare a Polypolis. Ce l’avrebbe fatta a trovare Haxo Angmark in nove giorni?

Nove giorni non erano tanti, decise Thissell, ma dovevano per forza bastare.

Passarono due giorni, poi tre, quattro, cinque. Ogni giorno Thissell ritornava a terra e visitava Rolver, Welibus, Kershaul, almeno una volta al giorno.

Ognuno aveva reazioni diverse alla sua presenza. Rolver era sarcastico e irritabile; Welibus era molto formale e, almeno superficialmente, affabile; Kershaul dolce e mellifluo, ma ostentatamente impersonale e distaccato quando conversava.

Thissell si manteneva ugualmente sereno di fronte alle severe facezie di Rolver, alla giocondità di Welibus, alla riservatezza di Kershaul. E tutti i giorni, tornato alla sua casa galleggiante, egli faceva dei segni sulle sue carte.

Passarono anche il sesto, il settimo e l’ottavo giorno. Rolver, abbastanza brutalmente, chiese a Thissell se intendeva fissare il posto sulla Buenaventura. Thissell ci pensò un momento e disse:

— Sì, è meglio che lei prepari il biglietto per una persona.

— Si ritorna al mondo delle facce. — Rolver si strinse nelle spalle. —

Le facce! Pallide facce dappertutto, con gli occhi da pesce. Bocche polpose, nasi nodosi e pungicati; facce piatte e flosce. Non credo che potrei ancora sopportarlo, dopo essere vissuto qui. Per fortuna lei non ha avuto il tempo di diventare davvero un sirenese.

— Ma io non voglio tornare indietro — disse Thissell.

— Pensavo che lei volesse un biglietto.

— Infatti. Per Haxo Angmark. Costui tornerà a Polypolis con il brigantino.

— Bene, bene — disse Rolver. — Sicché lo ha scovato.

— Si capisce — disse Thissell. — Lei no?

Rolver alzò le spalle. — O è Welibus, o è Kershaul, è il massimo che possa dire. Finché quello si tiene la sua maschera e continua a chiamarsi Welibus o Kershaul per me non significa niente.

— Per me ha un grande significato — disse Thissell. — A che ora parte la navicella, domani?

— Alle undici e ventidue in punto. Se Haxo Angmark se ne deve andare, gli dica di essere puntuale.

— Ci sarà — disse Thissell.

Egli fece la solita visita a Welibus e Kershaul, poi, tornato alla casa galleggiante, mise tre altri segni sulle sue carte.

I fatti erano lì, semplici e convincenti. Non erano prove assolutamente incontrovertibili, ma sufficienti a garantirgli una mossa vincente, Controllò la sua arma. Domani sarebbe stato il giorno decisivo. Non poteva fare errori.

L’alba spuntò bianchissima. Il cielo era come l’interno di un’ostrica; Mirella sorse tra la nebbia iridescente. Toby e Rex spinsero la casa al molo.

Le altre tre case degli extra-sirenesi galleggiavano solennemente sulla lenta risacca.

Thissell osservò un battello in particolare, quello il cui proprietario era stato ucciso da Haxo Angmark e poi gettato nel porto. In quel momento questo battello si stava avvicinando alla riva e lo stesso Haxo Angmark stava in piedi sul ponte anteriore, indossando una maschera che Thissell non aveva mai visto prima: una costruzione di piume scarlatte, cristalli neri e verdi, capelli spinosi.

Thissell dovette ammirare la sua calma. Un piano intelligente, intelligentemente progettato ed eseguito… ma guastato da un’insormontabile difficoltà.

Angmark ritornò dentro. La casa galleggiante raggiunse il molo. Gli schiavi lanciarono delle corde di ormeggio e abbassarono lo scalandrone.

Thissell, con la pistola pronta nella tasca del suo abito, camminò lungo il molo e salì a bordo. Spalancò la porta del salone. L’uomo seduto al tavolo sollevò la sua maschera rossa, nera e verde, sorpreso.

Thissell disse:

— Angmark, la prego di non parlare o fare qualche…

Qualcosa di duro e pesante lo colpì da dietro; Thissell venne gettato sul pavimento, mentre la pistola gli fu sottratta abilmente. Dietro di lui schioccò l’himerkin: una voce cantò:

— Lega le mani a questo scemo.

L’uomo seduto dietro il tavolo si alzò in piedi, si tolse la maschera rossa, nera e verde, scoprendone una di stoffa nera da schiavo. Thissell voltò la testa. Sopra di lui torreggiava Haxo Angmark, che indossava una maschera che Thissell riconobbe come un Addomesticatore di Draghi, fabbricata con metallo nero, con un naso tagliente come un coltello, palpebre incavate e tre creste che scendevano verso la nuca.

L’espressione della maschera non mostrava alcuna sensazione, ma la voce di Angmark era trionfante. — Ti ho intrappolato molto facilmente.

— Infatti — disse Thissell. Lo schiavo terminò di legargli i polsi. Uno schiocco dell’himerkin di Angmark lo fece allontanare. — Alzati in piedi

— disse Angmark. — Siediti là.

— Che cosa aspetti? — chiese Thissell.

— Ci sono ancora due dei tuoi amici là sull’acqua. Non ci servono per ciò che ho in mente.

— E sarebbe?

— Lo saprai a tempo debito — disse Angmark. — Abbiamo ancora un’ora o più a disposizione.

Thissell tastò la resistenza dei nodi. Sicuramente erano stati fatti a dovere.

Angmark si sedette. — Com’è che sei arrivato fino a me? Ammetto di essere curioso… Avanti, avanti — lo rimbeccò, poiché Thissell non parlava. — Non puoi riconoscere che ti ho battuto? Non rendere le cose più difficili per te.

Thissell alzò le spalle. — Ho operato su un principio basilare. Un uomo può mascherarsi, ma non può mascherare la propria personalità.

— Ah — disse Angmark. — Interessante. Vai avanti.

— Ho chiesto in prestito uno schiavo da te e dagli altri due extra-sirenesi, quindi li ho interrogati attentamente. Quali maschere avevano indossato i loro padroni il mese prima del tuo arrivo? Ho preparato una carta e ho segnato le loro risposte. Rolver ha indossato l’Uccello Lacustre circa l’ottanta per cento delle volte, il rimanente venti per cento va diviso tra l’Astrazione Sofista e il Nero Complesso. Welibus preferisce gli eroi del Ciclo di Kan Dachan. Egli ha indossato Chalekun, il Principe Intrepido, il Marevano il più delle volte: sei giorni su otto. Negli altri due giorni egli ha indossato il suo Vento del Sud, oppure il suo Compagnone Allegro. Kershaul, più conservatore, ha preferito il Gufo delle Caverne, il Vagabondo delle Stelle e due o tre altre maschere che ha indossato di tanto in tanto.

— Come ho detto, ho ricavato queste informazioni dalla fonte più accurata possibile, gli schiavi. Il passo successivo è consistito nel tenere d’occhio voi tre. Ogni giorno ho annotato quale maschera indossavate e ho fatto i confronti con la mia carta. Rolver ha indossato il suo Uccello Lacustre sei volte e il Nero Complesso due volte. Kershaul ha indossato cinque volte il Gufo delle Caverne, una volta il Vagabondo delle Stelle, una volta il suo Quincunx e una volta il suo Ideale di Perfezione. Welibus ha indossato due volte la Montagna di Smeraldo, tre volte la Tripla Fenice, una volta il Principe Intrepido e due volte il Dio Squalo.

Angmark annuì pensosamente. — Capisco il mio errore. Ho usato le maschere di Welibus, ma secondo il mio gusto… e, come tu hai sottolineato, mi sono scoperto. Ma solo a te. — Si alzò in piedi e andò alla finestra.

— Kershaul e Rolver vengono a riva in questo momento; scenderanno e se ne andranno per i fatti loro… Del resto dubito che avrebbero interferito in ogni caso; tutti e due sono diventati dei bravi sirenesi.

Thissell attese in silenzio. Passarono dieci minuti. Angmark si avvicinò a un ripiano e trasse un coltello. Guardò verso Thissell. — In piedi.

Thissell si alzò in piedi lentamente. Angmark gli si avvicinò di lato, lo raggiunse e sollevò il Faleno Lunare dalla testa di Thissell. Thissell boccheggiò e fece un vano tentativo di riafferrare la maschera. Troppo tardi; la sua faccia era scoperta e nuda.

Angmark si voltò e si levò anche la sua maschera, per indossare il Faleno Lunare. Batté un richiamo sull’himerkin. Entrarono due schiavi e si fermarono stupiti alla vista di Thissell.

Angmark suonò un vivace tiptap e cantò:

— Portate quest’uomo via sul molo.

— Angmark — strillò Thissell. — Io sono senza maschera!

Gli schiavi lo afferrarono, malgrado i disperati contorcimenti di Thissell, e lo trascinarono sul ponte, poi sul galleggiante e sul molo.

Angmark fissò una corda attorno al collo di Thissell. Poi disse:

— Adesso sei Haxo Angmark e io sono Edwer Thissell. Welibus è morto, tu morirai presto. Io potrò portare avanti il tuo lavoro senza difficoltà. Suonerò gli strumenti come un Uomo-notte e canterò come una cornacchia. Porterò il Faleno Lunare fino a quando cadrà in pezzi, poi prenderò qualcosa d’altro.

Partirà un rapporto per Polypolis: Haxo Angmark è morto. Tutto finirà nel più sereno dei modi.

Thissell ascoltava appena. — Non puoi fare una cosa simile — sussurrò.

— La mia maschera, la mia faccia… — Una donna grassa, con una maschera di fiori azzurri e rosa, camminava lungo il molo. Vide Thissell ed emise uno strillo penetrante, gettandosi a pancia in giù sul molo.

— Avanti — disse allegramente Angmark. Diede una tirata alla corda, in modo da buttare per terra Thissell. Un uomo con una maschera da Capitan Pirata, che stava uscendo dalla sua casa galleggiante, si immobilizzò stupito.

Haxo Angmark suonò lo zacinko e cantò:

— Guardate il noto criminale Haxo Angmark. Tra gli extra-sirenesi da tutti il suo nome è ingiuriato; catturato è ora, e nella vergogna condotto a morte. Guardate Haxo Angmark.

Voltarono verso la passeggiata. Un bambino strillò spaventato; un uomo gridò fino a diventare rauco. Thissell inciampò; le lacrime gli cadevano dagli occhi; riusciva a vedere solo figure indistinte e colori. La voce di Angmark risuonò potente:

— Guardate tutti, il criminale di altri mondi, Haxo Angmark! Avvicinatevi e osservate la sua esecuzione!

Thissell gridò con poca voce:

— Non sono Angmark; sono Edwer Thissell; lui è Angmark — ma non l’ascoltava nessuno; si udivano solo urla di disperazione, stupore, disgusto alla vista della sua faccia. Egli gridò ad Angmark:

— Dammi la mia maschera, una tela da schiavo…

Angmark cantò giubilante:

— Nella vergogna egli visse e vergognosamente senza maschera muore.

Un Dimonio della Foresta si piazzò di fronte ad Angmark. — Faleno Lunare, ci si incontra di nuovo.

Angmark cantò:

— Fatti da parte, fratel Dimonio; io devo giustiziare questo criminale. Nella vergogna visse egli e vergognosamente egli muore!

Attorno al gruppo si era formata una certa folla; le maschere fissavano Thissell solleticate da una curiosità morbosa.

Il Dimonio della Foresta strappò la corda dalle mani di Angmark e la gettò a terra. La folla ruggì. Delle voci gridarono:

— No al duello, no al duello! Giustiziate il mostro!

Qualcuno gettò un pezzo di stoffa sul capo di Thissell. Thissell rimase ad aspettare il colpo di mannaia. Invece gli slegarono le mani. Egli si aggiustò frettolosamente la stoffa, nascondendo la faccia e sbirciando tra le pieghe.

Quattro uomini afferrarono Haxo Angmark. Il Dimonio della Foresta lo affrontò, suonando lo skaranyi. — Una settimana fa tu tentasti di togliermi la maschera; ora hai raggiunto il tuo perverso scopo!

— Ma questo è un criminale — strillò Angmark. — È conosciuto, infame!

— Quali sono i suoi crimini? — cantò il Dimonio della Foresta.

— Egli ha ucciso, tradito; egli ha affondato navi; rapinato, venduto bambini per farne schiavi; egli ha…

Il Dimonio della Foresta lo fermò. — Le vostre divergenze religiose non sono importanti. Ma tu dovrai rispondere dei tuoi attuali crimini!

Lo stalliere si fece avanti. Cantò fieramente:

— Questo insolente Faleno Lunare, nove giorni fa, tentò di appropriarsi del mio destriero più scelto!

Un altro uomo si fece dappresso. Portava un Esperto Universale e cantò:

— Io sono un Maestro fabbricante di maschere; riconosco questo Faleno Lunare extra-sirenese! Pochi giorni fa è entrato nella mia bottega, deridendo la mia abilità. Egli merita la morte!

— Morte al mostro di altri mondi! — gridò la folla. Si levò un’onda umana. Si sollevarono e si abbassarono spade e il fatto fu compiuto.

Thissell tacque, incapace di agire. Il Dimonio della Foresta si avvicinò e suonando lo stimic cantò austeramente:

— Per te abbiamo pietà, ma anche disprezzo. Un vero uomo non avrebbe mai patito sorte tanto indegna!

Thissell trasse un profondo sospiro. Mise la mano alla cintura e afferrò il suo zacinko. Cantò:

— Amico mio, tu mi diffami! Sai tu apprezzare il coraggio vero? Preferiresti morire in battaglia o camminare senza maschera sulla spianata?

Il Dimonio della Foresta cantò:

— La risposta è una. Prima vorrei morire in battaglia; sopportar non potrei tanta vergogna.

Thissell cantò:

— Ebbi tal scelta. Poter combattere con le mani legate e così morir… o patir vergogna e per questa vergogna conquistar lo nimico.

Tu ammetti di non aver sufficiente strakh per questa azione. Io provai di essere un eroe del coraggio! Io chiedo, c’è qui qualcuno che il coraggio ha di far ciò che io ho fatto?

— Coraggio? — domandò il Dimonio della Foresta. — Io niente temo, a partir dalla morte per finire alle mani degli Uomini-notte!

— Rispondi allor.

Il Dimonio della Foresta fece un passo indietro. Egli suonò il suo doppio kamanthil. — Coraggio certo, se questo fu il tuo scopo.

Lo stalliere strimpellò una serie di sottili accordi col gomapardo e cantò:

— Non un sol uomo tra noi avrebbe osato far ciò che questo smascherato fece.

La folla borbottò approvando.

Il fabbricante di maschere si avvicinò a Thissell, strimpellando con ossequio il suo doppio kamanthil. — Ti prego Eroe Signore, movi li passi a la mia bottega, cambia questo vil panno con una maschera che ben si adatti alla tua specie.

Un altro fabbricante di maschere cantò:

— Prima di sceglier, Eroe Signore, esamina le opere mie magnifiche!

Un uomo con una maschera da Luminoso Uccello Celeste si avvicinò a Thissell reverente.

— Adesso ho terminato una casa galleggiante sontuosa; diciassett’anni durò la costruzione. Regalami l’onor d’accettar e d’usar quest’opera splendida; schiavi e fanciulle belle ti aspettano a bordo pronti a servirti; c’è un ampio magazzino per i vini e morbidi tappeti di seta sopra i ponti.

— Grazie — disse Thissell, battendo lo zacinko con vigore e sicurezza.

— Accetto con piacere. Ma una maschera prima.

Il fabbricante di maschere suonò un trillo interrogativo sul gomapardo.

— L’Eroe Signore considererebbe un Conquistatore del Dragone Marino inferiore alla sua dignità?

— Niente affatto — disse Thissell. — La considero adatta e soddisfacente. Andiamo pure a esaminarla.

Fine