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Linea calda Ophiucus

John Varley

Lilo era morta, processata, condannata, suicidata. Ma era anche viva. Anzi, c’erano molte Lilo... Negli anni della dispersione dell’umanità sugli altri pianeti del sistema solare, dopo che gli Invasori ebbero conquistato la Terra, la clonazione era un sistema di sicurezza ormai comune. Clonazione, ovvero riproduzione di un essere umano completo di personalità e memoria, una tecnica rivelata attraverso misteriose trasmissioni provenienti dallo spazio, la Linea Calda Ophiucus, appunto. Nessuno sapeva come e perché quelle trasmissioni avvenissero, ma tutti applicavano entusiasticamente la nuova tecnica. Eppure la donazione era anche un pericolo terribile. E quando venne nelle mani di Tweed, ex capo della Luna, il pericolo diventò realtà, e prese la forma di un complotto contro la Terra. Finché un nuovo messaggio giunse da Ophiucus... John Varley, texano, autore di numerosi racconti di fantascienza, è al primo romanzo. Linea Calda Ophiucus è stato accolto con grandissimo favore negli Stati Uniti, sollevando tra critici e fans una “scioccante ondata di eccitazione”.

John Varley

Linea calda Ophiucus

1

Daily Legal Bulletin, pubblicato dall’Ufficio Intersistematico di Ricerca sul Controllo Criminale, Aquarius 14, 568 o.e. Caso di Lilo-Alexander-Calypso contro Il Popolo della Luna. (Compendio Legale — Da distribuirsi immediatamente).

Lo Stato sostiene che Lilo-Alexander-Calypso, nel periodo di tempo dall’1/3/556 al 12/18/567, condusse, volontariamente e consapevolmente, esperimenti su materiale genetico umano con l’intenzione di provocare mutazioni artificiali su detto materiale. Lo Stato contende inoltre che l’imputata ha prodotto blastocisti ed embrioni umani che riflettono strutture potenziali atipiche rispetto allo spettro ammesso dell’Umanità, in violazione al Codice Unificato della Confederazione degli Otto Mondi, Articolo Tre» (Crimini Contro l’Umanità), Paragrafo Sette (Crimini Genetici). Lo Stato chiede la condanna alla morte permanente.

(Lettura di I Classe)

La pratica su Lilo venne aperta quando gli elaboratori CCR notarono che si era interessata a dati della Linea Calda Ophiucus che secondo l’analisi erano probabilmente collegati al DNA umano. Gli agenti Crimcon ottennero un mandato per poter esaminare le registrazioni delle sue richieste e le sue carte d’uso presso la StarLine, Inc., principale concessionaria dei dati elaborati dalla Linea Calda. La banca dei dati della corte suprema autorizzò ulteriori indagini sia tramite proiezione matematica con un computer, che tramite intervento diretto umano. In data 11/10/567 venne spiccato un mandato riguardante la sua casa, i suoi laboratori e la sua proprietà personale, compreso il suo corpo.

(Lettura di II Classe)

Gli agenti Crimcon lo sanno bene, «Lilo era una dura. Furba. Pensavamo di aver fatto centro quando buttammo giù la porta alla Biosystems Research. Niente. Un buco nell’acqua. Nastri, appunti, si cancellavano tutti quando li toccavamo. I decodificatori del CCR masticavano e sputavano. Zip. Fi. Niente. Riprovammo a casa sua; un altro fiasco. Ma era ricca. Dieci anni prima, brevetti genetici sugli Alberi Bananacarne ©. Un mucchio di soldi. Controllammo i viaggi che aveva fatto. Cinque volte su Janus. Saltammo su un cargo a 3-g e abbattemmo la porta, con i laser pronti. Non c’era nessuno, ma una delle sue trappole stava friggendo. Tornammo con due grammi di carne mutata. L’avevamo nel riciclatore. Con i raggi X niente da fare, ma l’aprimmo comunque, e cosa credete che trovammo? Un miliardo e una informazione avvolta intorno alla sua spina dorsale! Mangia la morte, sporca genetica! Il Foro ti aspetta!». Gli agenti Crimcon lo sanno bene, il crimine non rende.

(Lettura per analfabeti)

Fotofumetti e nastri olografici acclusi.

Le prigioni non sono più quelle di un tempo. Avevo fatto qualche ricerca sull’argomento, allorché mi resi conto che il mio lavoro avrebbe potuto portarmi a vederne una dall’interno. Alcune prigioni della vecchia Terra erano piuttosto barbare.

La mia cella non era niente del genere. Era migliore dell’appartamento medio di un secondino. C’erano tre stanze, ben ammobiliate. Avevo un videofono, se non mi disturbava il fatto che un secondino ascoltasse quello che dicevo. Non lo usavo.

In comune con le vecchie prigioni, la cella aveva la caratteristica essenziale: non potevo aprirne la porta. Dietro di essa ce n’erano dozzine di altre, e per me tutte erano chiuse. In ogni stanza c’era una telecamera che seguiva i miei movimenti.

Mi trovavo nell’Istituto Terminale per i Nemici dell’Umanità, tre chilometri al di sotto di Tolomeo, nel Lato Vicino. Ero lì da poco più di un anno. C’erano voluti sei mesi per raccogliere prove contro di me. Il processo aveva richiesto pochi millesecondi di tempo di computer, un mattino, quando ancora non mi ero svegliata. Mi venne comunicata la sentenza — nessuna sorpresa — e la mia esecuzione venne fissata per il mattino seguente. Poi il mio avvocato ottenne un rinvio di sei mesi.

Non mi facevo illusioni. Il rinvio era stato concesso, probabilmente, perché la mia esecuzione doveva avvenire prima della fine del semestre. Nell’Istituto c’era scarsità di Nemici dell’Umanità, e diverse tesi dovevano essere terminate. Due volte al giorno, una delle pareti della cella cambiava colore e cominciava a brillare. Dall’altra parte un professore teneva una lezione di psicologia. Se avvicinavo la faccia, potevo vedere file di studenti seduti in un’aula. Ma ben presto mi stancai di guardare.

Circa una volta alla settimana venivano a visitarmi gruppi di studenti già laureati. Si sedevano sul mio divano, nervosi, concentrati, una serie di ragazze e di ragazzi con volti seri e sopracciglia aggrottate. Mi facevano domande per un’ora, senza evidentemente sapere cosa pensare di me. Agli inizi mi ingegnavo di trovare risposte bizzarre alle loro domande, però mi stancai anche di quello. Talvolta restavo seduta tutta l’ora senza dire niente.

La mia vita si trascinava verso la sua fine.

Lilo-Alexander-Calypso aspettava il mattino seduta nella propria cella. Non aveva ancora deciso se sarebbe riuscita a salire quei gradini solitari. Un anno prima, quando non era così schifosamente imminente, le era stato facile comportarsi da coraggiosa. Adesso si rendeva conto che la sua spavalderia era derivata dalla convinzione profonda che era impossibile che qualcuno la uccidesse davvero. Ma aveva avuto tutto il tempo necessario per pensare. Camera a gas, forca. Sedia elettrica. Rogo. Plotone d’esecuzione. Appesa per il collo finché non sei morta, morta, morta, e possa Dio riciclare la tua anima.

Per fantasiosi che fossero, quei metodi avevano tutti uno scopo semplicissimo. Dovevano far cessare il battito di un cuore umano. In seguito il criterio per determinare la morte era diventato l’attività cerebrale.

Adesso non bastava più. Il fatto triste era che non si poteva più uccidere qualcuno ed essere assolutamente sicuri che quell’individuo non sarebbe riapparso. L’imminente esecuzione di Lilo era quindi soprattutto simbolica, dal punto di vista della società.

Dal punto di vista di Lilo, era invece molto di più. Stava considerando un’idea che le era venuta solo un’altra volta in vita sua: sei mesi prima, alla vigilia del rinvio dell’esecuzione. Stava pensando di suicidarsi.

«E perché no?» si domandò, sorprendendosi di parlare ad alta voce.

Perché no, effettivamente? Pochi anni prima avrebbe potuto trovare mille motivi perché no. Aveva poco più di cinquant’anni, era ancora giovane, la vita le si apriva davanti all’infinito. Ma adesso aveva cinquantasette anni, e di colpo era vecchia. Presto sarebbe stata morta. Morta. Non poteva diventare più vecchia di così.

Fisicamente Lilo aveva venticinque anni. Era popolare avere quell’età, e sebbene a Lilo non piacesse seguire le mode, non si era mai trovata bene con un aspetto più vecchio. Il corpo che aveva era in gran parte quello originale, con poche migliorie chirurgiche. I capelli erano castani chiari, gli occhi erano piuttosto distanti l’uno dall’altro e facevano posto a un naso largo e leggermente schiacciato. Era alta e magra, e le donava.

La sola concessione alla vanità erano le gambe, aveva aggiunto dieci centimetri alle ossa degli arti inferiori ed era diventata alta due metri e due, leggermente sopra alla media quindi. Aveva dei sottili peli marrone, come un cincillà, da metà polpaccio fino alla parte superiore del piede.

Si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro, agitata. Quello che la sorprendeva era che, una volta accettata l’idea di stare per morire, il suicidio cominciasse a sembrarle una prospettiva attraente. Allo Stato della Luna non interessava se lei si uccideva; il mattino dopo sarebbe andata nel Foro, morta o viva. Non era stato fatto nessun tentativo perché nella cella non ci fossero oggetti con cui fosse possibile ferirsi o peggio.

L’utensile che stava esaminando in quel momento era un coltello. Era molto bello. Acciaio inossidabile, lucente come uno specchio. Una simmetria di forme che l’affascinava. Il manico era coperto da scanalature incrociate che permettevano di afferrare saldamente il freddo metallo. Se lo passò sulla gola, senza pensare a niente. Si portò le dita al collo con mano tremante. Niente sangue.

Pensò alle due alternative che le si offrivano.

Domani sarebbe stato un momento emozionante. Era sicura che niente poteva uguagliare quello che avrebbe sentito prima di salire i gradini del Foro. Aveva il terrore di crollare completamente, di dover essere tenuta e gettata al di là dell’orlo.

Adesso, tuttavia, era ragionevolmente calma. Aveva perduto ogni speranza. Sarebbe riuscita ad affrontare la morte in quel momento, di propria mano, in privato? Era meglio andarsene in quel modo?

Le sembrò di sì. Se lo ripeté tre volte di seguito e afferrò il coltello. Se lo passò su un polso. Rabbrividì e sentì il cuore batterle in tumulto. Aprì gli occhi e guardò: non c’era neppure una linea rossa. Era sicura di aver premuto. Qualcosa le sfiorò una guancia. Allarmata, la respinse con una mano.

Si sedette sulla poltrona accanto al piccolo tavolo e digrignò i denti. Si chinò sul tavolo e ci appoggiò l’avambraccio. Premette la lama del coltello sulla parte più tenera, la osservò, girò la testa, costrinse gli occhi a tornare dov’erano prima e se li sentì seccare mentre si rifiutava di sbattere le palpebre.

Ci furono alcune gocce rosse di sangue.

«Posa il coltello, Lilo.»

Saltò in piedi vacillando, col coltello insanguinato in mano. Arrossì mentre cercava di nasconderlo fra i cuscini della poltrona; quindi si voltò per vedere chi fosse.

«È grave?» chiese, dirigendosi verso di lei.

Lei guardò. Era solo un piccolo taglio, il sangue si era già quasi arrestato. Lui le porse un fazzoletto e si sedette a pochi passi da lei, aspettando che si fosse ripulita.

«C’è una persona che vorrei farti incontrare,» disse l’uomo, e fece un cenno verso la porta della cella. Si aprì, ed entrò il suo secondino in uniforme blu, seguito da una donna nuda. Era alta, barcollava leggermente, e sembrava drogata. I capelli castani arruffati erano appiccicati alle spalle; un liquido denso, sciropposo, le gocciolava dalle mani, dal naso e dal mento. Per un attimo i suoi occhi incrociarono quelli di Lilo, senza che la sua espressione cambiasse, poi inciampò in una sedia e cadde. La guardia la aiutò a rialzarsi, poi la portò quasi di peso in bagno. Una donna, vestita anch’essa di blu, entrò nella cella e chiuse la porta. Si sentì il rumore dell’acqua che scorreva.

Lilo riuscì a non guardare. La faccia della donna nuda le era terribilmente familiare. Era la sua.

Oro. Tutto era giallo dorato. Aprii gli occhi sott’acqua e capii che non stavo respirando. Misteriosamente non mi dava noia. Mi misi a sedere e sentii un liquido denso che mi scorreva lentamente giù dal corpo.

Mi sentii soffocare, cercai di tossire, e dalla gola mi uscì una grande quantità di liquido. Per un attimo non riuscii a controllare la situazione. Stavo annegando. Ma qualcuno mi stava dando delle pacche sulla schiena e mi ritrovai che boccheggiavo.

Nascere non è facile.

Non riusciva a mettere a fuoco gli occhi. Qualcuno le «stava porgendo qualcosa e lei vedeva solo l’estremità di un braccio che sorreggeva un oggetto. Era una tazza. Si tirò indietro, ma quella la seguì. La prese e bevve fino in fondo.

Era seduta dentro una vasca di vetro, immersa fino alla vita in un liquido color grano. Aveva dei fili elettrici attaccati al corpo « di tanto in tanto li sentiva ancora emettere delle scosse, in base al programma di tonificazione dei muscoli che si stava riducendo dopo tre mesi di intenso esercizio.

Disorientamento. Non riusciva a mettere due pensieri in fila. La vasca avrebbe dovuto dirle qualcosa, invece non le diceva niente.

«Andiamo, alziamoci,» esclamò qualcuno. Era una donna vestita di blu, che si chinò e aiutò la donna nuda a uscire dalla vasca, a restare in piedi gocciolante, incerta e appoggiata poi a una spalla robusta, mentre una mano la teneva saldamente per la vita. Voleva tornare a dormire.

«È pronta?»

«Credo di sì.» C’era una seconda persona, un uomo, vestito anche lui di blu. «Non ci vorrà molto.»

Sapeva che parlavano di lei. Cercò di liberarsi della mano che la stringeva, ma era troppo debole. Le dava noia, sentirli parlare. Voleva che smettessero.

«Lasciatemi sola,» disse.

«Cos’ha detto?»

La stavano portando lungo un corridoio. L’aiutavano ad attraversare le varie porte, rimanendole sempre dietro. Non ce la faceva a tenere la testa eretta; continuava a caderle da una parte. Riusciva a vedere solo i propri piedi nudi, le proprie gambe, e il liquido che le gocciolava sul tappeto dal corpo. Le sembrò divertente; rise, e quasi scivolò dalle braccia della donna.

«Cos’ha?»

Non sentì la risposta, rideva troppo forte. C’era un’altra porta. Vi si fermarono davanti e si rese conto che qualcuno le stava dando degli schiaffi in faccia. Cercò di fermarlo, ma non ci riuscì e cominciò a piangere. Uno schiaffo più forte la fece sbattere contro il muro opposto, barcollante. Si tirò indietro e si accorse che si teneva in piedi da sola e guardava l’uomo in faccia.

«Sei sveglia adesso?» Lui la fissò negli occhi.

«Sì… io…» Tossì e cercò di guardarsi intorno, ma lui continuò a tirarle la testa indietro finché lei non pensò che avrebbe pianto di nuovo. «Io… cioè…»

«Sta bene. Portala dentro.»

Di nuovo l’uomo. «Seguimi, hai capito? Seguimi e basta.»

Annuì. Sembrava che pensasse che fosse molto importante ed era disposta a fare qualsiasi cosa purché le lasciasse la testa. Ma era tutta bagnata, aveva i capelli scarmigliati e si sentiva viscida. Cercò di dirglielo, ma era già entrato nella stanza. Si sentì spingere per una spalla e passò barcollando dall’altra parte della porta.

Lanciò un’occhiata alle persone sedute nella stanza. C’era un uomo con una giacca strana che le fece venire in mente qualcosa. Lo conosceva, ma non ricordava il suo nome. E c’era una donna sulla poltrona. Quella la conosceva. Era lei.

Non avrei mai creduto di incontrare faccia a faccia l’ex presidente Tweed. Sul cubo non si poteva evitare; in un programma o in un altro, appariva di continuo, a sostenere i suoi progetti folli. Era un’istituzione della scena telepolitica da quando ero nata.

Tweed sembrava appena uscito da una vignetta politica dell’inizio del ventesimo secolo. Si era fatto venire la pancia, indossava sempre pantaloni a righe e una giacca con le code, cilindro e ghette. Fumava sigari, e quando era stato eletto, aveva chiamato la residenza presidenziale della Tammany Hall. E ne aveva vinte di elezioni! Sebbene non seguissi molto la politica, sapevo che era stato eletto per tre volte consecutive.

Aveva lastricato la strada per l’attuale spettacolo pagliaccesco che chiamiamo governo. Il riconoscimento è tutto, e il pubblico aveva dimostrato una confusione, forse comprensibile, fra la retorica politica e le fantasie che la circondano al cubo. Così adesso abbiamo i nostri Tweed, i nostri Churchill e i nostri Kennedy. C’è un Hitler, un Bonforte, un Lewiston e un Traiano. Metteteli tutti insieme e il risultato sarà qualcosa che si può senz’altro chiamare un circo.

Fortunatamente chi ricopre cariche elettive non ha più molti compiti; si tratta di incarichi per lo più di rappresentanza o di supervisione sull’operato dei computer quelli che governano effettivamente. Non sono mai stata sicura che fosse una cosa tanto positiva, ma Tweed mi fece essergliene grata. Non che le mie opinioni avessero molta importanza in quel momento.

Misi da parte le elucubrazioni politiche e mi preparai ad ascoltare la proposta che stava per farmi. Di qualsiasi cosa si trattasse, doveva essere meglio di quanto mi aspettava.

«Non si faccia venire idee strane,» disse col suo famoso brontolio da basso. «Sono refrattario a qualsiasi attacco.»

Lilo si rese conto che parlava di attentati alla propria vita. Niente era più lontano dalle sue intenzioni. Era lì, dove non aveva nessun diritto di essere; le aveva appena mostrato quello che doveva essere un clone illegale; non riusciva a trovare alcun motivo per un simile comportamento se non che avesse qualcosa da offrire. E lei era molto interessata di sentire di cosa si trattasse.

«Nei nostri futuri colloqui scoprirà che sarò invariabilmente protetto.»

«Non vedo come questa informazione possa essermi utile, a meno che non abbia a che fare con lei in futuro. Come sa, attualmente il mio futuro è limitato.» Cercava di parlare con noncuranza, di impedire che la voce tradisse la sua speranza, ma era impossibile. Il peso colpevole del coltello contro la coscia e il filo di sangue sul braccio testimoniavano quale fosse la sua possibilità di contrattazione in quella conversazione.

«Sì, avrà a che fare con me in futuro. Lei,» indicò il bagno, «o quella… altra donna. Toccherà a lei scegliere.»

Poteva sentire i rumori provenienti dal bagno: l’acqua che scorreva e una voce arrabbiata che riconosceva appena come la propria. La sua gemella si stava svegliando, e quel risveglio le faceva paura.

«Fra cosa devo scegliere?»

«Innanzitutto, si deve rendere conto della sua posizione. Io…»

«So qual è la mia posizione, maledizione! Vada avanti.»

«Sia paziente. Prima voglio che sappia alcune cose.» Tacque, quindi prese un sigaro, lo spuntò e l’accese con meticolosità. Era una persona straordinariamente brutta, pensò Lilo, della bruttezza che solo una caricatura può raggiungere. Repellente come un fantasma contorto e deforme della vecchia Terra.

«Il clone è stato sviluppato illegalmente, è chiaro,» riprese Tweed. «Ma lei non può più testimoniare niente. Non avrà mai la possibilità di raccontare a nessuno quello che ha visto qui oggi, se decidesse di rifiutare la mia proposta. Da ora in poi avrà contatti solo con Vaffa e Hygeia, le due guardie che ha appena visto. Mi sono tutte e due fedeli.»

«Cos’altro può dirmi che mi interessi sapere? Non ha fatto tutto questo solo per schernirmi. Lei è un… non importa. Non mi piace molto. Non mi è mai piaciuto,»

«E lei non piace a me. Ma posso servirmi di lei. Voglio che lavori per me.»

«Bene. Quando cominciamo? Come ha osservato, è meglio fare alla svelta, perché non ho poi tanto tempo.» Ma il sarcasmo suonò falso, anche alle sue orecchie, perché le faceva male la gola mentre diceva quelle parole. Lui rise, educatamente, e lei era così ricettiva nei suoi confronti che fu sul punto di ridere. Si trattenne quando l’inizio di risata minacciò di trasformarsi in singhiozzo.

«C’è quel piccolo problema,» concesse. «Le offro la possibilità di sfuggire all’esecuzione. Le offro una controfigura.»

Guardò la porta del bagno — si sentiva un rumore di lotta — e poi di nuovo lei. Sollevò le sopracciglia.

L’acqua fredda mi aveva tolto il respiro e mi era sembrato di soffocare, ma ero un po’ meno intontita. Era la prima volta in quei pochi minuti che riuscivo a pensare coerentemente. Quello che più volevo al mondo era dormire, ma gli eventi si susseguivano troppo in fretta e, apparentemente, erano al di fuori del mio controllo.

Tweed! Ecco come si chiamava. Che ci faceva nell’altra stanza, a parlare con qualcuno che aveva il mio stesso aspetto, nella mia cella? E la vasca? Ero morta? Mi ero svegliata in un contenitore, il che doveva significare che ero morta. Ma ero stata condannata a morte; non mi sarei dovuta svegliare mai più.

Misi la faccia sotto il getto freddo. Non ti addormentare, non ti addormentare. Sta succedendo qualcosa di importante e tu ne sei esclusa. Sputai e respirai a fatica, dandomi degli schiaffi in faccia, sulle gambe e sulle spalle. Mi sembrava di capire adesso, ed era lurido, marcio; così brutto che non riuscivo a crederci. Ma dovevo farlo.

Barcollai e caddi contro la parete della doccia. La guardia donna mi prese per un braccio e mi alzò in piedi. Non riuscivo a mettere a fuoco gli occhi. Cercai di colpirla, ma era grande e attenta e il colpo non andò a segno. Poi scappai fuori urlando.

Uscì di corsa dal bagno, seguita dall’uomo e dalla donna. L’uomo la afferrò, ma era scivolosa e forte di una forza isterica. Riuscì a liberarsi, dandogli un calcio con i piedi nudi mentre lottavano avvinti per terra, per poi dirigersi carponi verso la donna seduta sulla poltrona. Gridò di nuovo.

Sbatté violentemente contro un tavolo nel tentativo di alzarsi in piedi, barcollò e rovinò davanti al divano sul quale era seduto Tweed. Il secondino la riprese e cominciò a trascinarla via, ma Tweed sollevò una mano.

«Lasciala stare,» disse. «Penso che sia la sua stanza, dopo tutto.» Guardò Lilo, che sembrava pietrificata dal fascino. Non riusciva a distogliere gli occhi dalla donna stesa per terra. «Naturalmente, a meno che lei non desideri altrimenti.»

Lilo si impose di non guardare più il clone. Aprì la bocca per parlare, ma le parole le rimasero in gola. Il clone la stava guardando di nuovo. Sulla faccia di Lilo si era dipinto un terrore mortale. Accettare l’offerta di Tweed avrebbe significato condannare a morte quella donna. Non voleva pensarci.

Ma adesso il clone stava guardando Tweed, e Lilo poteva quasi sentirne la mente al lavoro. Si afferrò al bordo del divano e si alzò in ginocchio.

«Non so di cosa steste parlando,» disse, «ma penso che dovreste dirmelo. So di non essere aggiornata; mi sono appena svegliata. È successo qualcosa, questo lo vedo. Ho ottenuto il rinvio dell’esecuzione, giusto? Lei è quella che penso di essere io, solo sei mesi dopo, giusto?»

«È giusto,» rispose Tweed con un sorriso.

Lilo si sentì percorrere da un brivido e si rese conto di aver paura del clone. Non voleva che Tweed le sorridesse. Non c’era motivo di pensare che Tweed avesse una preferenza; il clone poteva servire ai suoi scopi quanto l’originale. Non era detto che dovesse essere salvata lei, solo perché era più vecchia.

«Qualunque sia il patto,» stava dicendo il clone, «io posso andar bene quanto…»

«Accetto,» disse Lilo, più forte che poté. Tweed la guardò.

«È sicura?»

Il clone spostava stancamente gli occhi dall’uno all’altra.

«Sì.» Inghiottì con forza. «Sì. Uccida lei. Mi lasci vivere.»

Mi sentivo come se fossi improvvisamente scomparsa.

Le parole di Tweed e dell’altra donna mi passavano attraverso il corpo, mi passavano sopra la testa mentre restavo inginocchiata lì sul pavimento. Non potevo crederci. Non riuscivo a capire cosa stessero dicendo; le orecchie mi rombarono e mi sentivo di nuovo confusa. Credo di aver battuto la testa nel cadere.

Dovevo fare in modo che mi notassero. La mia vita dipendeva da quello. Mi alzai, barcollando, e rimasi in mezzo a loro che però continuarono a non notarmi. Era un incubo. Urlai, ma non servì a niente. Si erano alzati e stavano uscendo dalla stanza, mentre la custode si era messa fra me e la porta. Aveva una faccia dura.

Mi slanciai in avanti, lottai con la donna, ma lei mi tenne con forza. Se n’erano andati.

Perdevo e riacquistavo conoscenza, seduta sulla poltrona, da sola. Poche ore prima Hygeia, la guardia, mi aveva dato una dose doppia di analgesico, ed ero rimasta seduta in attesa che facesse effetto. I miei sogni erano neri e informi, a parte la familiare foresta che vi incontravo sempre: una foresta sotto un sole blu.

Quando il dolore alle mani e ai piedi si fu quasi del tutto attenuato, mi alzai. Tutto divenne nero, e mi ritrovai nel bagno senza sapere come ci fossi arrivata. Aprii la doccia.

Mi guardai per un attimo il polso. C’era un taglio profondo, il sangue mi colava lentamente fra le dita e gocciolava sulle gambe e sui piedi nudi. Come era successo? Avevo la mente confusa, ma mi sembrò di ricordare… avevo posato il coltello… no? Quella donna — come si chiamava? — era stata nella mia stanza. Aveva forse cercato di uccidermi e di farlo sembrare un suicidio? Acqua calda scorreva su di me. Rivoli rosa si avvolgevano intorno alle dita dei piedi. Barcollai e battei la testa contro la parete. Sapevo che era troppo tardi. Stavo morendo. Era così freddo. Presto sarei morta.

Il getto della doccia mi colpiva sulla faccia. Avevo i piedi gelati. Mi guardai nuovamente il polso e vidi che il sangue non usciva più. Mi alzai, scivolai e caddi con la faccia in una pozza rossa.

Di nuovo nella stanza principale. Incapace di reggermi in piedi. Cercavo qualcosa. Cosa? Nella mia mente c’era un altro vuoto. Il coltello. Avrei terminato il lavoro che la donna aveva iniziato. O ero stata io? Avevo lasciato il coltello… dove? L’avevo in mano. Mi stavo colpendo ripetutamente, le mie dita mollarono la presa. Il coltello era scomparso di nuovo. Mi misi carponi.

Vidi degli stivali davanti a me. Tentai di alzarmi.

«Sei svenuta un’altra volta.» Era Hygeia.

«Non sento dolore,» le dissi. «Non aver paura.»

Circum-Luna 6 era un guscio metallico di cinquecento metri di raggio. Sulla superficie esterna la gravità era di cinque metri al secondo quadrato, ma un. visitatore che fosse sceso per una delle tre entrate avrebbe percepito un aumento di peso a ogni passo verso il basso. I visitatori di CL-6 erano pochi.

Tutte le stazioni orbitali generatrici erano «fori», ma solo CL-6 era conosciuta come Il Foro. Cinque o sei volte all’anno veniva chiusa per poche ore in modo che si potesse scendere in quello che fino a poco prima era stato un inferno di radioattività.

Adesso era chiusa. A livello g-1 c’era una terrazza appesa ai mastodontici generatori di campo che permettevano che il foro nero restasse sospeso in mezzo alla stazione. Dalla terrazza partiva un braccio metallico non sostenuto dall’altra parte e con rotaie su entrambi i lati e piccoli gradini incassati in esso. I tredici gradini erano tradizionali ed erano alti solo pochi centimetri. La barella ci scivolava sopra senza difficoltà, mentre il corpo che vi era legato sobbalzava mentre veniva spinto all’estremità del braccio dall’uomo e dalla donna vestiti di nero.

Uno dei giustizieri tolse il panno che copriva il corpo di Lilo, l’altro, intanto, attaccava la barella a un meccanismo di espulsione. Fatto questo, rimasero per un attimo sotto l’occhio della telecamera, poi scesero dal braccio e risalirono alla superficie.

La barella si piegò e rimase per un attimo in equilibrio, prima di cadere. Acquistò velocità asintoticamente, e l’interno di CL-6 rifulse di una luce violenta. In fondo alla discesa del foro, a metà strada dall’infinito, la piccola massa di neutronio che era stata Lilo orbitava a una velocità quasi uguale a quella della luce, emettendo energia mentre veniva portata fino ai limiti della materia. Infine sprofondò nell’oblio.

2

Vivere Insieme: La Presentazione della Legge a un Bambino, di Ariadna-Clel-Joule. Tycho-Sotto Educativo, 552. Lettura di I Classe.

Le persone che infrangono la legge sono di tre tipi. Dal negativo al più negativo sono i trasgressori, i delinquenti e i criminali.

Le trasgressioni sono crimini quali lo spingere la gente, il creare disturbi, gli abusi verbali e il cattivo odore del corpo: crimini dovuti a un cattivo comportamento. Una persona accusata di trasgressione può essere difesa in tribunale. Può richiedere una giuria umana. Se riconosciuto colpevole, il trasgressore viene condannato a una multa da pagarsi o alla parte offesa o allo Stato.

I delitti sono reati come la rapina, il furto, l’aggressione, la violenza carnale e l’omicidio: reati contro la proprietà. I delitti più gravi sono quelli in cui la proprietà in questione è il corpo del cittadino. Tutti i delitti vengono puniti con multe pari al 90% degli averi del criminale. In caso di violenza contro la persona di un cittadino c’è la pena di morte obbligatoria con sospensione automatica. Il diritto alla vita del criminale resta valido, cosicché dopo l’esecuzione il criminale viene riportato in vita in un punto della sua esistenza soggettiva precedente la concezione del reato e viene sottoposto a una riabilitazione preventiva.

I reati peggiori sono i crimini. Sono reati quali l’incendio doloso, il sabotaggio, il possesso di materiali fissili, l’uso di raggi vettori, l’effettuazione di esperimenti di annientamento e l’alterazione del DNA umano. I crimini implicano una minaccia per tutto il genere umano, o per gran parte di esso, e sono conosciuti come Crimini Contro l’Umanità. La condanna per chi sia stato riconosciuto colpevole di un crimine è la revocazione del diritto alla vita. Lo Stato ricercherà e distruggerà qualsiasi registrazione mnemonica e qualsiasi campione di tessuto del criminale giustiziato. Il genotipo del criminale viene pubblicato e dichiarato fuorilegge e se viene nuovamente scoperto, viene nuovamente condannato a morte, tutte le volte che ciò sia necessario.

(Lettura di II Classe, vedere volume collegato: Il crimine non rende. Fumetti e nastri disponibili su richiesta verbale.)

Vaffa mi fece uscire dalla cella. Mi spinse per corridoi deserti fino a un ascensore. Ero curiosa di vedere come avrebbero fatto a tirarmi fuori di lì; durante l’ultimo anno, il pensiero di come avrei potuto farcela da sola aveva occupato gran parte del mio tempo. Avevo studiato i possibili piani di fuga. Quasi tutti comportavano corruzione, aiuto dall’esterno e tenacia, nell’ordine. Non avevo niente con cui corrompere e nessuno all’esterno a cui poter rivolgermi. Riguardo alla tenacia, persino il Conte di Montecristo si sarebbe sentito impotente davanti all’Istituto Terminale. Era a tre chilometri di profondità; e, peggio ancora, era a cinquanta chilometri dalla più vicina stazione ferroviaria. Se ne poteva uscire solo a piedi o con il trasporto a induzione non pressurizzato. Una tuta sarebbe stata utile. Naturalmente il controllo delle tute era una delle cose sottoposte a maggiori precauzioni di sicurezza.

All’improvviso, mentre salivo, ricordai cosa faceva Tweed da quando non era più Presidente. Era stato nominato Commissario degli Istituti di Correzione.

L’ascensore si arrestò e Vaffa fece cenno a Lilo di uscire. Aveva fatto una decina di passi, quando la afferrò per un braccio e la spinse al di là di una porta. Il corridoio dall’altra. parte era buio e stretto. Vaffa non sembrava preoccupato. Evidentemente Tweed doveva avere molte persone fidate dentro l’Istituto.

Smise di pensarlo quando Vaffa la condusse verso una porta contrassegnata dalla scritta CAMERA STAGNA DI EMERGENZA. Entrò e notò con qualcosa di più di un semplice interesse che nella stanzetta non c’era nessuna tuta. Fissò la luce rossa sulla seconda porta. Al di là c’era il vuoto.

«Aspetta un momento,» disse bruscamente. «Cosa stai facendo?»

«Non c’era modo di far entrare una tuta non autorizzata nell’Istituto,» disse lui. «Le tute sono amministrate da un reparto che non controlliamo.»

«Sì, ma…»

«Il sensore di questa camera stagna è stato staccato. Il computer non saprà che è in funzione. Prendi questi e mettiteli.» Le passò un paio di grossi stivali flessibili.

«Aspetta un momento. Non posso.»

«Devi farlo.»

«Non posso! State cercando di uccidermi! Non avrei mai dovuto ascoltarvi. Fammi uscire!» Stava per essere vinta dal panico. Come tutti i Lunari, Lilo aveva una tremenda paura del vuoto. Era il nemico che combatteva dal giorno della nascita, spaventoso come lo era stato l’inferno per gli esseri umani precedenti. Si sentiva male fisicamente.

«Mettiteli,» disse Vaffa con calma. «Ne avrai bisogno per proteggerti i piedi.»

«Cosa… cosa devo fare?»

«Se fai in fretta, resterai nel vuoto solo cinque secondi. Vicino alla porta c’è un cingolato, a due metri di distanza, al massimo.»

«Che ore sono là fuori?»

«Siamo nell’ombra.»

Si sentì nuovamente prendere dal panico. «No. No, è impossibile.» Voleva aggiungere altre cose, ma lui le toccò la spalla e la tenne stretta per un momento.

«Se dovrò stordirti e trascinarti, ci vorrà molto di più.»

Lei capì che diceva sul serio. Vaffa fece un leggero sorriso nel vedere che Lilo si rendeva conto che lui era troppo grande per lottarci contro. Così aveva un solo modo per uscire dalla camera stagna. Si infilò gli stivali e si mise davanti alla porta. Vaffa aprì le serrature. La porta rimase ermeticamente chiusa, trattenuta da quattordicimila chili di pressione.

«Quando?» domandò lei.

«Il mezzo cingolato non deve fermarsi. La guardia sulla torretta deve essere distratta al momento giusto, perché non ci fidiamo di lei. Il veicolo sarà accessibile per dieci secondi, e dovrebbe arrivare fra un minuto.» Alzò gli occhi dall’orologio e sorrise. «Se tutto continua ad andare secondo i piani.» Lilo pensò che era la prima volta che aveva detto qualcosa che non gli fosse stato ordinato di dire. Uscì dalla camera stagna e chiuse la porta interna.

All’improvviso giunse il momento. Sentì un grido che conosceva bene, ma tutte le altre volte che l’aveva udito aveva avuto indosso una tuta. Era la valvola di svuotamento rapido. Stranamente non provò niente. Ruttava in continuazione. Il suono si spense in pochi secondi. Spalancò la porta e corse nel silenzio. C’era una forma scura che si stava muovendo, una mano che si protese per afferrarla e che la tirò dentro il veicolo. Lo sportello si chiuse, e un grido attraversò l’aria che entrava a riempire la cabina sigillata. Lilo cominciò d’improvviso a rabbrividire. «Ce l’ho fatta,» gridò roca, e svenne.

Una donna era china su di lei.

«Non ti muovere, per favore.» Lilo si sentiva il braccio sinistro intorpidito. Abbassò gli occhi. Era stato reciso al gomito.

«Ci vorrà solo un attimo,» disse la donna. Aveva un caduceo tatuato fra i seni: un medico. Lilo voltò la testa sull’altro braccio e osservò.

«A cosa serve?» domandò.

«Lasceremo il veicolo a una stazione a circa cento chilometri da qui. Questo è per farti superare la dogana.» Prese un avambraccio da una cassetta vitale metallica e lo collegò a una borsa nera. Il pezzo di carne bianca acquistò colore e le dita si contrassero. Infilò il braccio di Lilo nella cassetta vitale.

«Sono Mari,» disse, con la voce che si alzò leggermente di tono sull’ultima sillaba. Sulla faccia aveva un accenno di sorriso.

«Lilo,» rispose lei, e si toccarono le palme, la destra di Lilo con la sinistra di Mari, poiché al momento Lilo era equipaggiata per salutare in modo corretto.

«Sarà pronto in un minuto,» disse Mari indicando il braccio. Prese una borsa che era su uno scaffale alle sue spalle. Dentro c’erano due tuniche color porpora scuro. Si alzò per infilarsene una dalla testa. «Tu puoi mettertela quando avrò finito.»

«Dove mi porti?»

«A vedere il Capo.» Dal tono della sua voce si capiva che Mari aveva un gran rispetto per il Capo. Quindi era una Terrestre Libera. Be’, certo non era una malattia. Lilo poteva anche tollerarli, tranne quando si trattava di un fanatico come Tweed che voleva portare tutta la razza alla distruzione.

Mari ricominciò a lavorare, facendo combaciare le. giunture del gomito, attaccando tendini, collegando nervi e vasi sanguigni. La pelle si cicatrizzò in cinque minuti e non rimase che una debole linea rossa a indicare dove il braccio era stato innestato. Staccò una spina dalla presa dietro la testa di Lilo e il braccio non fu più solo un peso morto. Era pieno di aghi e spilli, ed era freddo.

«Non è un gran lavoro,» disse Mari, rimettendo a posto gli attrezzi. «Ti servirà solo per un’ora o poco più, così non aveva senso perderci troppo tempo, no? Non dovrai usarlo molto.»

«Non ti preoccupare. Non sono mancina.» Strinse il pugno. Il braccio era più corto di circa cinque centimetri.

«Oh, davvero? Anche mia madre.»

«Questo di chi è?»

«Di una che dovrebbe essere sulla Luna. Di tanto in tanto facciamo passare il genotipo dalla dogana, in modo che il computer possa registrarlo… ma non credo che dovrei dirti queste cose.»

«Come vuoi.» Lilo si era immaginata che si trattasse di una cosa del genere.

«Non sembri molto contenta per essere una donna appena evasa da una prigione a prova di fuga,» disse Mari. Il suo sorriso era aumentato gradatamente; adesso era largo e amichevole. A Lilo venne di ricambiarlo.

«Immagino di non aver avuto il tempo di reagire. È tanto che vivo da condannata a morte.»

Mari le si fece più vicina. «Vuoi cop?»

«No, grazie. Credo di voler ricominciare con un uomo, dopo tanto tempo.»

«Certo.» Il medico rivolse la sua attenzione al paesaggio piatto e butterato e alle ombre oblique fuori dal finestrino.

Lilo cercò di rendersi pienamente conto del fatto che adesso aveva la possibilità di sopravvivere. La situazione non aveva ancora un significato preciso. Continuava a pensare all’altra donna, al clone, che sarebbe morta al posto suo. Cominciò a piangere, arrendendosi alle confuse emozioni che dovevano avere uno sbocco. Solo quando Mari decise che Lilo aveva sopportato abbastanza e le toccò una spalla, si rese conto di quanto avesse bisogno di una faccia amica, del contatto con un altro essere umano. Si calmò quasi immediatamente. Mari fece per ritirare il braccio, ma Lilo la fermò con un tocco.

«Fra quanto arriveremo?»

Mari diede un’occhiata al cronometro che aveva sull’unghia del pollice. «Fra circa due ore. Vuoi cop, adesso? È probabile che sia la cosa migliore. So qualcosa di quello che stai passando.»

«Ah, perché no?» Così lo fecero. Mari aveva avuto ragione; servì ad allentare la tensione. Mari era abile e gentile, una brava partner, tranne che per la tendenza a parlare. Baciava qualcosa — il naso, l’ombelico, il ginocchio, le labia — e poi voleva sapere chi era stato a prendere l’iniziativa. Di solito la risposta era «è andata così».

Mari segnò la maggior parte dei punti. Lilo era troppo distratta per stare molto attenta a quello che facevano la sua bocca e le sue dita. Sapeva di essere stata una cattiva partner, ma Mari disse che non importava, e sembrava sincera. Era un bel gesto, ma non tanto da meritare il secondo attacco di lacrime che provocò in Lilo. Quando si arrestò, capì che il medico l’aveva tirata fuori dall’abisso emotivo nel quale era vissuta durante l’ultimo anno come non sarebbe riuscito a farlo la consapevolezza intellettuale di una sospensione della sentenza.

Sarebbe rimasta viva!

Il veicolo si fermò a Herschel, uno dei piccoli formicai al limitare degli Altipiani Centrali. Mari entrò in una camera stagna e parcheggiò, poi andarono direttamente in città a prendere la metropolitana locale per Panavision. Lilo teneva gli occhi aperti, pronta a scappare se se ne fosse presentata l’occasione, ma vennero subito raggiunte da un uomo e da una donna. Ridevano e scherzavano con Mari, ma era chiaro che stavano in guardia. L’occasione ci sarebbe stata, ne era sicura. Era meglio aspettare finché non avesse conosciuto un po’ meglio la situazione.

Infilò la mano nella macchina della dogana e sentì la sonda graffiarle la pelle secca del palmo. L’apparecchiatura emise qualche gorgoglio e si convinse che lei era qualcun altro. Peccato che non potesse tenere la nuova mano, rifletté. Avrebbe avuto un valore incalcolabile. Ma il rigetto dei tessuti lo impediva. In meno di una settimana sarebbe morta.

Panavision era una città di artisti, piena di attori e di registi. L’aspetto di molti era stato modificato in funzione di un ruolo; era un posto bizzarro. Si misero in fila ad aspettare il treno gravitazionale per Archimede. Salirono tutti e quattro, la vettura fu chiusa ermeticamente, e il peso di Lilo cominciò a diminuire mentre il treno scendeva per circa quattrocento chilometri lungo la galleria inclinata. A un certo punto, sotto gli Appennini, il treno cominciò a risalire, rallentando via via fino ad avanzare a passo d’uomo allorché la vettura entrò nell’ascensore che li riportò ai livelli abitati. Quando Lilo cominciò a stare comoda a sedere, il viaggio terminò.

Il Gran Concorso di Archimede era terrificante. Aveva dimenticato che ci fossero tante persone e tanto rumore. Non vi fu tempo per preoccuparsene; venne spinta attraverso la folla fino a una metropolitana privata. Appena ebbe riacquistato il controllo di sé, vide che nella capsula a otto posti era di nuovo sola con Mari.

«E adesso dove andiamo?»

«Non sono autorizzata a dirlo,» rispose Mari alzando le spalle.

Lilo non ci mise molto a capirlo. La maggior parte dei Lunari ha qualche nozione di selenografia. Spesso non escono in superficie più di una volta o due in diversi anni, probabilmente per un viaggio come quello che Lilo e Mari stavano facendo in quel momento: chiuse in una capsula, su una rotaia a induzione mentre il paesaggio sfrecciava davanti ai finestrini. Ma Lilo conosceva piuttosto bene le carte della superficie. Andavano a nord, attraverso le piane dell’Imbrium, e quando vide dei picchi ergersi all’orizzonte, sapeva che erano i monti Spitzbergen. Così il Capo viveva lì. Quell’informazione non era proprio un segreto di stato, però non veniva reclamizzata per il pericolo costante di un omicidio.

La casa di Tweed era in superficie — com’era logico, notò Lilo, per permettergli di vedere sempre la Terra. Tweed era ossessionato dalla Terra, e dagli Invasori. C’era un’enorme cupola geodetica, circondata da gruppetti di cupole più piccole. All’ombra di una di esse si levava un intricato telescopio con uno specchio di venti metri. Era puntato sulla Terra.

Mari recise l’avambraccio e lo sostituì con quello originale, poi disse che Tweed stava aspettando Lilo nella cupola principale. Le indicò il tragitto. Lilo fece con calma, guardando al di là delle porte aperte che incontrava. Ci doveva essere solo una stazione della metropolitana e le tute dovevano essere ben custodite. Si rendeva perfettamente conto che quella era una prigione così come lo era stato l’Istituto: era il momento di cominciare a mettere a punto un piano di fuga.

La strada di accesso era invasa dall’acqua. Ci passò in mezzo, finché il viottolo non diventò un ruscello che scorreva fra gli alberi, un’artistica, perfetta combinazione di olografie e piante reali. Il letto del ruscello era pavimentato di sassi levigati e di cristalli variopinti e i punti più profondi erano pieni di pesci. Dalla riva, una pantera la stava studiando; le venne vicino appena fu uscita dall’acqua, e le si strofinò contro dopo averle annusato i peli dei polpacci. Lilo la carezzò per un poco, poi la mandò via con una pacca sulla testa.

Il sentiero portava a uno spiazzo, e lì c’era Tweed, seduto su una poltrona con una donna nuda in piedi accanto. Fra gli alberi ai bordi dello spiazzo, vide un uomo, anch’esso nudo.

Lilo aveva cercato di non lasciarsi impressionare, ma era inutile. Non aveva idea di quanto denaro ci volesse per mantenere una disneyland tascabile come quella, ma sapeva che doveva essere molto.

«Si sieda, Lilo,» disse Tweed, e dall’erba alta apparve una poltrona. Lei lo fece, mettendo un piede sul sedile. Si frugò nelle tasche della tunica, trovò una spazzola, e cominciò a pettinarsi i riccioli dei peli bagnati sulle gambe.

«Ha già incontrato Vaffa,» disse Tweed, indicando la donna in piedi. Lilo la guardò, ne notò la posa e l’atteggiamento delle mani. Quella donna poteva ucciderla in un secondo, e l’avrebbe fatto. Le era sembrato che i suoi occhi avessero qualcosa di familiare.

«Quante ne ha?» chiese. C’era un boa constrictor, lungo almeno venti metri, avvolto nell’erba ai piedi della donna. «È uno strano animale da casa.»

«Non le piacciono i serpenti?»

«Non parlavo del serpente.»

Tweed fece una risatina. «Vaffa è molto utile, fedele, intelligente come può, e del tutto spietata. Vero, Vaffa?»

«Se lo dice lei, signore.» I suoi occhi non abbandonavano Lilo neppure per un attimo.

«Per rispondere alla sua domanda, ci sono molte Vaffa. Una qui, l’altra che l’ha aiutata a fuggire qualche ora fa. Altre in altri posti.» Lilo non aveva bisogno di chiedere perché Vaffa fosse tanto utile. Sebbene le due che aveva visto avessero corpo e faccia del tutto diversi, la sensazione era la stessa. Era un’assassina. Era possibile che fosse un soldato, sebbene Lilo non fosse esperta di malattie mentali.

«Mi parli degli Anelli,» disse Tweed, inaspettatamente.

«Se ne è discusso al processo,» balbettò Lilo. «Credevo che lo sapesse.»

«Lo sapevo, ma non sono convinto che abbia detto la verità Dov’è la capsula vitale?»

«Non lo so.»

«Abbiamo il modo di farla parlare.»

«Non dica sciocchezze.» Tweed aveva l’abitudine di parlare in quella maniera, come un attore di un giallo scadente. «Non è questione di non volerlo dire,» spiegò lei. «Ho ammesso di averla costruita. Se sapessi dov’è, non mi sarebbe molto utile, no?»

In quel momento Lilo capiva che avrebbe potuto esserle» dannoso, non certo utile. Tweed non appariva contento, e la cosa era spiacevole. Renderlo contento era improvvisamente diventato molto importante.

Cinque anni prima, allorché le sue ricerche l’avevano condotta in campi nei quali avrebbe incontrato problemi con la legge, aveva deciso di costruire la capsula. Aveva contatti con gli abitanti degli Anelli e il denaro per fare attuare il progetto. L’idea — le era parsa buona al momento — era stata questa: se fosse stata presa e imprigionata, il suo lavoro sarebbe continuato senza interruzioni. Ora non era sicura che le sue motivazioni fossero state così altruistiche. L’impulso a vivere era forte, come aveva appena scoperto.

«Mi hanno interrogato servendosi di droghe,» disse. «Ho un’amica laggiù. Quando lasciai la capsula, lei la spostò. Non posso portarci nessuno. Non so dove sia.»

«Questa complice,» disse lui. «Ha modo di mettersi in contatto con lei?»

«È mai stato laggiù?»

«No, non ne ho mai avuto il tempo.» Scrollò le spalle. Lilo gliel’aveva già visto fare, al cubo. Tweed era abile nel mettersi in disparte, nel mostrarsi sempre preso dagli interessi del popolo.

«Be’, gli Anelli sono grandi. Se non c’è mai stato, non può immaginarsi quanto. Potrei cercare di rintracciarla via radio, ma non riusciremmo mai a darle la certezza assoluta che non ci sono pericoli. Voglio dire, con la droga mi si potrebbe estorcere tutto, e lei non avrebbe nessun modo di sapere se c’è qualche tranello. È già stato abbastanza difficile convincerla ad aiutarmi. Agli abitanti degli Anelli piace la solitudine. Non si interessano molto dei problemi degli altri.»

«Ma può mettersi in contatto con lei?»

«Se vuol dire se posso trovarla, no. Posso lasciare un messaggio al centralino di Janus. Lo chiama ogni venti anni, come un orologio.»

Tweed allargò le braccia. «Non è molto efficiente.»

«L’idea era proprio questa. Se fosse stato facile per me bloccare il progetto, lo sarebbe stato per chiunque avesse saputo quello che sapevo io.»

Tweed si alzò e fece lentamente qualche passo, guardando in cielo. Il serpente si mosse e si avvolse intorno alla gamba di Vaffa, che si chinò per carezzarlo, senza perdere mai di vista Lilo.

«Come si chiama questa complice?»

«Parameter. Parameter/Solstizio.»

3

Il Canto degli Anelli, di Clancy-Daniel-Mitre. Una raccolta di poesie collaborative umano-simb antiche. Circa 240-300 O.E. Lettura aperta.

Fra tutte le cose ricevute attraverso la Linea Calda Ophiucus nessuna è più meravigliosa del simb. Nella prima parte del terzo secolo, i simb erano considerati la salvezza della razza umana. I futuristi immaginavano il giorno in cui ogni essere umano sarebbe stato associato a un partner simb e si sarebbe liberato per sempre della dipendenza dalle camere stagne, dalle coltivazioni idroponiche e dall’acqua riciclata. Ogni essere umano sarebbe stato un minuscolo modello della Terra perduta, libero di vagare a piacimento per il sistema solare.

È facile capire che cosa ispirasse questo ottimismo. La simmetria del concetto è stupefacente. Ogni coppia essere umano-simb è un sistema ecologico chiuso che ha bisogno solo della luce del sole e di una piccola quantità di materiale solido. Il simb vegetale raccoglie la luce del sole dallo spazio e se ne serve per trasformare i materiali di scarto umani e l’anidride carbonica in cibo e ossigeno. Nello stesso tempo protegge il fragile essere umano dal vuoto e dal calore e dal freddo eccessivi. Il corpo del simb si estende nei polmoni e attraverso il canale di alimentazione. Ogni singola parte nutre l’altra.

Quello di cui non tenemmo conto fu la mente del simb. Privo di cervello, un simb non è che un pezzo di materia organica artificiale finché non viene in contatto con un essere umano. Una volta permeato il sistema nervoso del suo ospite, nasce come essere pensante. Divide il cervello con l’uomo. I primi ricercatori scoprirono che, una volta innestato, il simb non poteva più essere rimosso. Da allora, relativamente poche persone hanno scelto di rinunciare alla propria intimità mentale in cambio dell’utopia degli Anelli.

Ma nella delusione abbiamo ricevuto un regalo prezioso. La società degli Anelli non è una società umana. Noi viviamo in stanze e corridoi; loro hanno tutto lo spazio. Durante la nostra vita abbiamo il diritto di generare un figlio; loro si riproducono come batteri. Noi siamo isole; loro sono menti accoppiate. È una relazione difficile da immaginare.

L’unione magica di due menti diverse crea in qualche modo una tensione. Scoccano scintille, scintille di sorprendente creatività. Tutti gli abitanti degli Anelli sono poeti. La poesia è un sottoprodotto della vita. Per quelli di noi che non hanno il coraggio di accoppiarsi, che aspettano i rari contatti degli abitanti degli Anelli con la società umana i loro canti non hanno prezzo.

Parameter stava fluttuando su un deserto che nessun orizzonte poteva contenere. Era rivolta verso il sole, che era un disco piccolo, ma molto luminoso, appena all’andasse di rotazione di Saturno. Saturno stesso era un foro nero nello spazio con accanto una luna crescente affilata nella quale il sole era incastonato come una pietra preziosa.

Lei non vedeva niente di tutto questo. Il sole lo percepiva come una pressione e un vento, Saturno come un pozzo freddo e profondo.

L’alba era stata deliziosa. Poteva ancora avvertirne i sapori che passavano attraverso la sottile apertura del suo corpo, formatasi per riceverla. Era un girasole.

Il ritmo dei girasoli era pigro, vegetale. Parameter aveva permesso a Solstizio, il suo simb, di staccare i centri visivi del cervello per poter assaporare i semplici piaceri dell’esistenza vegetale. Teneva le braccia allargate alla luce e i piedi piantati ben saldi nel suolo fertile che era il suo simb. Era un momento piacevole.

Vista dall’esterno, Parameter era il centro di un sottile parasole di cento metri, leggermente parabolico. Era un ragno seduto in mezzo a una bolla di sapone congelata, ma la bolla era solcata da vene, come la superficie interna di un bulbo oculare. Nelle vene scorrevano dei fluidi, alcuni simili al latte, altri di un rosso intenso, altri ancora di un marrone violaceo. Da un punto vicino all’ombelico di Parameter partiva uno stelo sottile con all’altra estremità un nodulo delle dimensioni di un pugno. Era in uno dei fuochi della parabola e riceveva la poca luce del sole che veniva riflessa dal girasole. Faceva caldo lì, un centro bollente intorno al quale Parameter ruotava. Nel nodulo e nei capillari del girasole si svolgevano reazioni chimiche.

La sua attività cerebrale era ridotta quasi a zero, salvo i ricorrenti massimi di Solstizio, che non si addormentava mai completamente.

«Parameter.» Non era una voce, neppure quando Parameter era più conscia di allora. Le parole le si formavano nella mente, come i pensieri, però non erano i suoi pensieri.

«(Identificazione; leggero rimprovero; ricettività.)»

«Andiamo. Svegliati.»

«Che c’è?»

«Sei pronta per la visione, adesso?»

«Certo. Perché no?»

Solstizio, come un centralino nel retro del cervello, chiuse i contatti che avrebbero permesso alla corteccia visiva di Parameter di comunicare con il proencefalo: vide.

«Che bel mattino.»

«Sì. Davvero bello. Aspetta di aver letto i giornali. Non sarai più così contenta.»

«Non si può aspettare? Perché rovinarlo?» Parameter non aveva nessuna fretta. Era almeno un secolo che non si sentiva spinta ad affrettarsi.

«Certo. Dimmelo, quando sei pronta.»

Parameter comunicò un divertimento contorto al suo simb. (Immagine di lui con una spada e un pugnale, che indossava un elmo di ottone e prendeva uno scudo sbalzato.) Solstizio rispose. (Immagine di Parameter che saliva una scala, guardando le stelle, e non si accorgeva che cercava di salire su un gradino che non c’era.)

Parameter si stirò, facendo ondeggiare lentamente il tenue parasole. Strinse i pugni di tutte e quattro le mani — non aveva piedi, se li era fatti sostituire con delle grosse mani quando si era accoppiata — poi aprì le venti dita. Una mano attirò la sua attenzione. Era pallida, ma si faceva più rosa mentre la guardava. Parameter aveva il colorito di un’albina; la pelle sotto le unghie era ambrata e diventava rapidamente arancione. Solstizio stava facendo le valigie e pompava fluidi da tutte le parti: si preparava a muoversi.

Niente di ciò che vedeva era reale. I suoi occhi erano protetti dalla sostanza opaca di Solstizio; erano anni che la luce non colpiva le sue retine. Se avesse guardato il sole con i suoi occhi, come sembrava che facesse, le cellule sarebbero state distrutte. Quello che vedeva era il risultato degli impulsi nervosi che i ricettori sensori di Solstizio le inviavano nelle diverse zone del cervello. Le sembrava di fluttuare nuda nello spazio e di sentire i raggi di sole sul corpo. L’illusione era perfetta.

«Bene. Che c’è?»

«Ecco che c’è. Due minuti fa ho captato questa trasmissione. Veniva dalla stazione di Janus, canale diciannove. Dove la vuoi?»

«Non importa. Dovunque.»

Fra Parameter e il semicerchio scuro di Saturno apparve un’immagine tridimensionale. Sembrava reale quanto tutto il resto. Si vedeva all’interno di una stanza. Avrebbe potuto trattarsi di qualsiasi stanza, ma dentro c’era una donna che Parameter conosceva. Il commentatore spiegava che Lilo, la Nemica dell’Umanità, era stata giustiziata. Disse a che ora, in che posto, e fece un breve riassunto dei suoi crimini. Quando il commento diventò una conferenza sui mali della sperimentazione genetica, Solstizio interruppe il programma senza che Parameter dovesse chiederlo.

«Sapevamo che sarebbe successo,» osservò Parameter, meravigliandosi che la notizia non la turbasse maggiormente.

«Così è stato.»

«Bene. E adesso dov’è?»

Il suo sguardo si spostò. Sembrò che Saturno ruotasse sotto di lei, finché non vide gli Anelli dall’alto. Ebbe l’impressione di essere sospesa sopra il circolo polare artico.

In fondo all’Anello, vicino al punto in cui l’ombra di Saturno lo intersecava, una piccola freccia verde si accendeva a intermittenza.

«Quelli siamo noi,» disse Solstizio. Procedendo lungo l’Anello, a circa sessanta gradi in senso rotatorio, apparve una freccia rosso scura. Il colore rivelava la natura della roccia. Era sul bordo dell’Anello Alfa, quello più esterno, dove per cinque anni non ci sarebbero state grosse perturbazioni.

Solstizio mostrò l’immagine più da vicino. Era la capsula vitale di Lilo come Parameter l’aveva vista l’ultima volta e che Solstizio aveva estratto dalle zone del loro cervello comune alle quali Parameter non poteva accedere senza ipnosi.

Era una roccia. Un po’ più grande della media, ma nell’insieme una roccia del tutto normale. Dentro c’erano un generatore nucleare, un elaboratore, un piccolo razzo, un sistema di sostenimento e Lilo. O qualcuno che sarebbe potuto diventare Lilo; un clone che, quando gli fossero stati immessi i ricordi registrati di Lilo, sarebbe diventato la Lilo di cinque anni prima.

«Sono davvero passati cinque anni?»

«E sessanta giorni e tre ore. Ora Corretta della Vecchia Terra.»

«Non sembra così tanto.» Esaminò di nuovo le due frecce. Erano molto distanti.

«Centoquarantunmilaottocentonovantacinque chilometri, metro più metro meno,» disse Solstizio.

«Be’, abbiamo fatto una promessa, no?»

«Aspettavo che tu lo dicessi.»

L’avevano incontrata la prima volta sei anni prima. Lilo aveva costruito la propria stazione di ricerca su Janus, sperando che il fatto che il satellite costituisse il confine fra società umana e società accoppiata implicasse una sorveglianza minore, un’applicazione meno rigorosa degli statuti genetici. Parameter/Solstizio l’avevano incontrata lì durante una delle loro rare visite e gli era immediatamente piaciuta. Era un fatto raro. Gli umani e le coppie di solito non fraternizzavano.

Su Janus erano rimasti vicino al suo piccolo laboratorio, e allorché erano stati pronti per partire, le avevano suggerito di spostare tutta la sua attività sugli Anelli. Lilo non aveva voluto andare così lontano, ma gli aveva chiesto di mettere una sua stazione automatica al limite degli Anelli. Aveva paura di essere presa. Loro avevano accettato di occuparsi del risveglio del clone, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Adesso li aspettava un lungo viaggio. Era impossibile fare in fretta. Sebbene potessero procedere a cinquanta chilometri all’ora, dovevano fermarsi tutti i giorni a mangiare. Avrebbero impiegato quasi un anno per arrivare da Lilo.

«Be’, tutti i viaggi iniziano con il primo passo,» disse Solstizio. «Andiamo.»

4

Non vado quasi mai a visitare una disneyland. Secondo me il desiderio di lavorare la terra a mani nude e di mangiare cibi cresciuti dal suolo è innocuo, ma sciocco. Ci fa desiderare qualcosa che non potremo mai avere, qualcosa che è sempre sospesa nel cielo lunare. Porta a fantasie lunatiche, come quella che da tanto tempo ossessionava Tweed: la riconquista della Terra, la liberazione del tuo pianeta di origine dagli Invasori.

Sono cresciuta circondata dal metallo e non mi è mai sembrato che per questo mi mancasse qualcosa. Le storie sulle glorie della Vecchia Terra mi lasciano indifferente. Per raggiungere le nostre frontiere non dobbiamo cercare di ricatturare il passato, ma guardare in noi stessi. Ho tentato di farlo, e sono finita in prigione.

Tweed doveva aver regolato il termostato del suo paradiso privato sui venti gradi. Stavo soffocando. Porse le piante avevano bisogno dell’estate, ma io senz’altro no. E alcuni piccoli insetti odiosi si erano fatti strada fra i peli delle mie gambe. Natura. Mi tolsi l’ingombrante tunica e cercai di rinfrescarmi mentre Tweed meditava sul mio destino.

Lilo vide Tweed fare un cenno all’uomo al limitare del boschetto. Divenne tesa. Di che si trattava? Poteva decidere che non valeva la pena occuparsi di lei — ancora non sapeva che intenzioni avesse nei suoi confronti — e le cose potevano cominciare a succedere in fretta. Osservò attentamente Vaffa. Se le fossero saltati addosso, avrebbe venduta cara la pelle.

Ma Tweed attraversava velocemente il folto prato. Quando fu scomparso, Vaffa si rilassò un po’. Si sedette nell’erba e si mise a carezzare il serpente. Questa Vaffa era due metri e mezzo, non aveva seno e aveva pochissimo grasso addosso, ed era completamente bianca, come un osso. Un teschio: magra, parca di movimenti, possente e letale.

Qualcuno venne verso di loro correndo. Lilo si chiese come mai qualcuno corresse con quel caldo. Si trattava forse di una persona in difficoltà? Ma era solo allegria. Lilo vide prima il tatuaggio, poi la faccia.

«Salve, Mari.»

«Salve,» ansimava. «Non è meraviglioso? Essere qui, voglio dire.»

«Uh, huh.» Lilo colpì con uno schiaffo qualcosa che ronzava e ritrasse la mano rossa. Sanguisughe!

«Salve, Vaffa.» La donna salutò Mari con un cenno della testa. La dottoressa era madida di sudore e sembrava che le piacesse. Rimase ferma per un attimo, riacquistando fiato. «Devi venire con me,» disse.

«A fare che?»

«Devo registrarti. Ordine del Capo. Vieni, ci vuole un minuto.»

Lilo sapeva che ci sarebbe voluto un po’ di più, ma la seguì per un sentiero che si snodava fra gli alberi. Voltandosi, vide che Vaffa le stava seguendo: prestava però più attenzione al serpente che non a Lilo. Non era molto lusingante. Sarebbe stato piacevole considerarsi pericolosa, ma Vaffa non sembrava particolarmente impressionata. Be’, probabilmente era la cosa migliore. Forse un giorno avrebbe avuto una sorpresa.

Aveva pensato che sarebbe stata portata nella parte più normale della residenza di Tweed. Invece andarono in una radura in mezzo a un folto bosco. Vicino c’era una cascata. Mari aveva portato con sé la borsa; la posò per terra e fece un cenno a Lilo. Steso sull’erba c’era un sottile lenzuolo di plastica.

«Qui?» chiese Lilo. «Non hai bisogno di…» Mari stava già aprendo quello che sembrava un tronco d’albero. Dentro era metallico.

«Perche no? Non ti preoccupare, ti piacerà.»

Lilo doveva ammettere che l’ambiente era più riposante di quello di una normale sala operatoria. Forse l’avrebbe aiutata a superare il nervosismo.

La paura di Lilo nei confronti della registrazione della memoria era comune. Poteva ripetersi quante volte voleva che quello che temeva era semplicemente impossibile; non poteva risvegliarsi dopo il processo di registrazione e sentirsi dire che era morta e che erano passati diversi anni. A un clone poteva succedere, ma a lei no. La coscienza umana è lineare e la sua mente era attaccata al suo corpo, per sempre. Una registrazione della memoria faceva sì che una seconda personalità, esattamente come la sua, potesse venire immessa in un secondo corpo, anch’esso esattamente uguale al suo. Ma Lilo non avrebbe mai potuto partecipare alla vita che il clone avrebbe condotto, anche se aveva tutti i suoi ricordi fino al momento della registrazione.

Cercò di rilassarsi mentre Mari la collegava. Si sentì intorpidire mentre Mari girava i comandi della sua scatola nera. Da quel momento in poi le fu impossibile vedere quello che faceva il medico, però conosceva abbastanza bene il procedimento. Le scoperchiarono la testa. Quando le mani di Mari entrarono nel suo campo visivo si accorse che erano coperte di sangue.

Nel cervello di Lilo c’erano piccoli canali metallici, installati allorché aveva tre anni. Le consentivano di essere collegata a un computer e servivano anche da condotti per il mezzo di registrazione: catene mononucleari di acido ferro-foto-nucleico. Mari avvolse un nastro di registrazione intorno alla fronte di Lilo. Appena esso entrava in funzione, il registratore avrebbe ridotto Lilo all’incoscienza per tre minuti.

In pratica era piuttosto semplice, in teoria impossibilmente complesso. Spesso Lilo si chiedeva se la razza umana sarebbe mai riuscita a mettere a punto quel metodo senza le informazioni ottenute attraverso la Linea Calda Ophiucus.

La memoria è un procedimento olografico: non viene immagazzinata in un solo punto, ma in tutto il cervello. Non può essere registrata o decifrata mediante un processo lineare, come un nastro magnetico che scorra in un registratore. Doveva essere afferrata tutta insieme, nella sua interezza, come con un’istantanea o un ologramma. Il FPNA lo rendeva possibile. Ogni linea — contenente miliardi di bit — interferiva con tutte le altre mentre il processo era in corso. A differenza di un ologramma visivo, nel quale ogni segmento della lastra fotografica presenta tutte le informazioni su tutta l’immagine, una linea isolata di FPNA era inutile. L’immagine aveva un significato solo se tutte le linee del fascio — quarantasei — si combinavano fra loro. La banda di registrazione faceva sì che in tutto il cervello venissero a crearsi campi magnetici che producevano un codice di permutazioni quasi infinite.

Lilo non si era mai preoccupata di sapere se il procedimento fosse effettivamente in grado di ritenere tutto. I concetti di anima, di karass, di karma o di atman non le dicevano molto. Conosceva persone che erano morte ed erano state riportate in vita grazie alla registrazione della memoria e alla clonazione, e non si notava nessuna differenza.

Mari azionò l’interruttore e l’ultima cosa che Lilo ricordò fu la sua faccia sorridente.

Quando si svegliò la faccia era sempre lì, sempre sorridente. Lilo rispose al sorriso, contenta che fosse finito. Accennò ad alzarsi.

«Ferma, non così veloce,» disse Mari, allegra. «Prima devo staccarti e richiuderti.»

C’era qualcosa di diverso. Guardò di nuovo e si rese conto che si trattava dello sfondo. Qualcosa dietro la faccia di Mari era cambiato.

Erano le foglie degli alberi. Prima erano verdi, adesso c’era un miscuglio di rossi, gialli e viola.

«Oh, Dio, no. No, questo… questo non mi piace. Non voglio!»

Mari le toccò delicatamente la fronte. «Non voglio essere costretta a spegnerti.»

Lilo si lasciò andare. A poco a poco si rese conto che al limite del suo campo visivo c’era un cerchio di facce, fra Mari e la volta degli alberi, che la fissavano. C’era Tweed, Vaffa, e… l’altro Vaffa. Uomo e donna, che la guardavano.

Mari terminò il proprio lavoro. «Lascia che ti aiuti,» disse. «Ne avrai bisogno.» Lilo si lasciò mettere a sedere e poi alzare in piedi. Rimase rigida, provando per un attimo le vertigini, ma riacquistando rapidamente il senso dell’equilibrio. Si abbandonò alle sensazioni, senza avere il coraggio di pensare: l’erba sotto i piedi, i capelli che le accarezzavano la faccia, la pelle fresca e il calore della schiena di Mari contro il braccio, il gioco dei muscoli nelle gambe e nei piedi. Mari le circondò la vita con un braccio e la fece camminare in cerchio, come un’ubriaca.

«Riacquisterai l’uso normale delle gambe in pochissimo tempo,» disse dolcemente. «Ti ho fatto fare esercizi durante tutto il processo di crescita, mentre eri nella vasca. Sei forte, solo che ancora non ci sei abituata. Pensi di riuscire a reggerti in piedi da sola?»

Lilo annuì, non avendo abbastanza fiducia in sé per parlare. Mari la lasciò andate e lei si trovò davanti a Tweed che aveva alcuni fogli in mano.

«Così sono morta,» disse. Lui guardò i fogli e spuntò qualcosa.

«Non avete niente da dirmi?»

Tweed non parlò, si limitò a guardare nuovamente i fogli e a farvi un altro segno. Il Vaffa uomo osservava le cime degli alberi e sorrideva. Era la prima volta che lo vedeva sorridere. La femmina si teneva la mano davanti alla bocca e Lilo capì che cercava di trattenersi dal ridere. Era lei che li divertiva? Che razza di gente era?

«Che diavolo sta succedendo? Me lo potreste dire, per favore?»

Tweed strappò un foglio e lo passò a Lilo. Lei lo guardò, guardò Tweed, poi dovette guardare di nuovo quello che temeva di aver visto.

«Così sono morta.»

«Non avete niente da dirmi?»

«Che diavolo sta succedendo? Me lo potreste dire, per favore?»

Le parole erano stampate e accanto a ogni frase c’era un grosso segno. Le vennero di nuovo le vertigini. Ci fu un’apparizione: al limite della radura, una grande alce, con corna di cristallo che riflettevano il sole in una luce azzurra. Un’allucinazione? Guardò da un’altra parte. Voleva andarsene da quel luogo folle.

«È meglio che ti sieda e ti riposi,» disse Mari, circondandola di nuovo con un braccio, mentre a Lilo tremavano le ginocchia. «Forse ti farebbe bene piangere.»

«No! Piangerò più tardi. Adesso voglio sapere cosa sta succedendo.»

«E lo saprai,» annuì Tweed. Fece un cenno e il Vaffa maschio gli aprì una sedia. Ci si sedette. «Mari, ti avevo detto di non intrometterti.»

«Mi dispiace, Capo,» rispose Mari, impotente. «È solo che non riesco… quando qualcuno è in difficoltà, io…»

«Non ti preoccupare. Non avrei dovuto farti venire qui. Comunque non ha importanza. Lilo, come hai già visto, non sei quella che pensavi di essere. Sei un clone. Forse sai cosa è successo alla Lilo originale. Ho motivo di credere che stesse tramando già prima che la facessi registrare. In ogni caso è entrata in società con me con… intenzioni che non erano esattamente le migliori. Sai di cosa sto parlando?»

«Sta dicendo che ho cercato di fuggire. E che non ce l’ho fatta.» Guardò i due Vaffa. Le loro espressioni erano impenetrabili.

«Esattamente. Ci pensavi fin dal momento in cui hai capito che non saresti stata giustiziata.»

«Immagino che non abbia senso non ammetterlo, no?»

«No, non ne ha.»

Ho paura, pensò, ma non lo disse. Poteva darsi che l’avesse scritto da qualche parte. Sentì qualcosa che le si accumulava dentro, qualcosa che doveva trovare uno sbocco. Ne fu contenta, anche se avrebbe significato la morte per lei. Gli avrebbe strappato la pelle dalla faccia, gli avrebbe scoperto le ossa e gliele avrebbe spezzate con i denti. Lo avrebbe ucciso. Guardò per terra, mentre dentro le cresceva la sete di sangue. Stava per scattare…

I suoi occhi si posarono su due piedi nudi. Risalirono lungo un paio di gambe, dei genitali senza peli e un petto piatto, fino a una testa calva. Le ginocchia erano piegate, le braccia leggermente allontanate dai fianchi. Le labbra erano aperte sui denti macchiati secondo la moda. Voleva che Lilo attaccasse. Vaffa si era spostata fra Lilo e Tweed addirittura prima che a Lilo fosse venuto in mente di aggredirlo. La rabbia si ridusse a un nodo secco allo stomaco. Vaffa si rilassò.

«Sapeva dove mettersi,» stava dicendo Tweed. «Lo capisci?»

«Sì, lo capisco.»

«Le tue azioni sono prevedibili, Lilo.»

«Capisco anche questo.»

«Ti piacerebbe sapere cosa ti è successo? Ti mancano quattro mesi.»

«Immagino che sia meglio che sappia.»

Ero stata sciocca. Adesso capivo quanto fosse stato ridicolmente facile fuggire.

Mi avevano portato a fare un corso di sopravvivenza nella disneyland delle Amazzoni, trecento chilometri quadrati di giungla tropicale a clima controllato, venti chilometri al di sotto di Aristillus. Ero nell’entroterra, la zona che la gente non vede mai, dove piove tutto il giorno e gli abiti ti marciscono addosso nell’umidità soffocante.

Stavamo tornando a casa attraverso i corridoi pubblici. C’era una guardia sola; Vaffa era stata richiamata all’ultimo momento. Avevo rubato il pezzo di pelle di cui avevo bisogno dal laboratorio di Mari. Aspettavo che si presentasse un’occasione.

La guardia si voltò da un’altra parte.

Scattai fra la folla. In due secondi sparii alla vista. In trenta ero già due livelli più in basso e mille metri a est su un marciapiede che attraversava la città e che tornava indietro. Superai la dogana grazie al pezzo di pelle che avevo sulla palma, e presi un treno per Clavius.

Il treno si fermò a un segnale. Trenta minuti dopo la porta si aprì con un sospiro a una stazione che conoscevo bene. Mi domandai cosa mi avrebbero fatto.

C’era Vaffa, la donna, la faccia che mi era ormai così familiare. Guardai la cosa di metallo scuro che aveva in mano, poi i denti che aveva messo in mostra. Ancora non capivo.

Lilo ebbe un altro, inutile conato di vomito. Era passato molto tempo da quando aveva svuotato lo stomaco, ma continuava a sentirsi male. Era inginocchiata sull’erba, sopra il miscuglio di bile e di fluido della vasca che aveva rigettato. Mari la sorreggeva, mentre Tweed riponeva le foto.

«I Vaffa sono piuttosto diretti nelle loro azioni,» esclamò Tweed. «Come ti avevo detto tanto tempo fa, sono utili.» Li guardò tutti e due. Lilo notò lo sguardo e per un attimo si domandò se non ne avesse paura anche lui. «Sei in grado di continuare?»

Lilo si sedette sui talloni. C’era Vaffa, la donna che aveva sparato a qualcuno che le assomigliava esattamente e che poi aveva sorretto il cadavere insanguinato con la faccia e il corpo informi, in modo che potesse essere fotografato. Il suo viso si muoveva solo quando sbatteva gli occhi.

«C’è altro?»

«Temo di si. Non ti arrendi facilmente. Se tu lo facessi non saresti il tipo di persona che sto cercando.»

«E altre fotografie?»

«Sì. Devi vederle»

«Facciamola finita.»

Ero stata sciocca.

Adesso lo capivo, e chiedevo perdono delle mie due precedenti incarnazioni. Col mio insuccesso avevo reso inutili le loro morti. Molto difficilmente avrei avuto un’altra occasione.

E il costo: Mari, Mari…

Forse Tweed non mi avrebbe riportato di nuovo in vita. O, se l’avesse fatto, non mi avrebbe detto di Mari e della mia vergogna. Vaffa comparve sulla porta della mia stanza. Lo salutai.

Tweed aveva acceso un altro sigaro. Esalò una nuvola di fumo, e Lilo vide la Vaffa femmina allontanarsi di un passo da lui. Le venne un tic al naso.

«La prima volta sei scattata,» disse. «Hai visto l’occasione che volevo tu vedessi e l’hai colta.» L’alce, che era risultata non essere un’allucinazione, era entrata nella radura e stava brucando l’erba dietro Tweed. Mentre Tweed parlava, Lilo osservava la luce che si rifletteva sulle corna. Non voleva pensare.

«La seconda volta avevi imparato, ma non la lezione che volevo io… Avevi deciso di stare più attenta. Ti offrii la stessa occasione e tu, saggiamente, la rifiutasti. Questa volta saresti fuggita da sola.»

«Cosa feci?»

«Adesso arriviamo al punto di questa sgradevole situazione. Non ti dirò come hai tentato di fuggire. Capisci perché?»

Lilo cercò di pensarci, ma non le servì a niente. Sapeva solo di essere in trappola. Niente aveva senso.

«Non importa. Non mi aspetto che tu assimili tutto in una volta sola. Ci metterai un po’ per abituartici. Voglio solo che tu capisca che hai fatto del tuo meglio per sfuggirmi. Questa volta non hai avuto nessun aiuto. Ti ci sono voluti due mesi per mettere a punto il piano, e in tutto quel tempo sembrava che tu cooperassi con me. Quello che devi capire è che era il miglior piano che tu potessi escogitare.» Pronunciò queste parole con voce tonante. Lo guardarono tutti; non potevano farne a meno. Sapeva essere un abile oratore, quando lo voleva.

«È proprio ciò che quella specie di messinscena doveva dimostrarti. Ti ho già vista riportata alla vita due volte. E tutt’e due le volte hai reagito nello stesso modo. Non avevi scelta: puoi essere solo quello che sei. Ogni volta sei partita con ricordi identici a quelli che avevi il giorno in cui sei stata registrata, qui in questa radura. Ogni volta sei diventata una persona leggermente diversa. La Lilo originale era sciocca, non era abbastanza previdente, e ha pagato. La seconda era molto astuta. Ha ucciso Mari e si è avvicinata quanto…»

«Cos’ha fatto?»

«Mi hai sentito.»

Mari le era accanto. «Lilo, non…»

Lilo si tirò indietro in preda all’orrore. «No! Non avrei potuto farlo. Avrei potuto uccidere… quello,» indicò i due Vaffa. «Avrei potuto uccidere una qualunque di quelle due cose. Ma non Mari.»

«Non ho detto che tu non abbia avuto rimorsi,» continuò Tweed. «Vaffa dice che sembravi sollevata quando ti ha ucciso.»

«Lilo, non provo nessun rancore verso di te,» fece Mari. «So che sembra strano, ma adesso ti conosco… ti conosco due volte. Mi piaci. Hai fatto quello che pensavi di dover fare, e hai aspettato che fossi stata registrata. Ho perso solo qualche giorno. Il Capo mi ha detto che non ho provato nessun dolore, non mi hai fatto soffrire.»

«È vero,» annuì Tweed. Stava esaminando Lilo.

«Non posso crederci…»

«Devi farlo. E sappi anche questo. Adesso ti conosco. Ci sono segni che posso notare, cose che non puoi nascondermi. Se li vedrò, saprò che stai seguendo la sceneggiatura. Tu, invece, non sarai mai sicura.» Le sue grasse dita, che sottolineavano quello che diceva, erano come le sbarre di una gabbia che le si chiudeva intorno.

«Ti darò il tempo di pensare a quello che ti ho detto. Quando avrai deciso se sei disposta a collaborare, vieni a dirmelo. Devi scegliere tu, e questa volta voglio una decisione definitiva, non le menzogne che mi hai detto all’Istituto. Ho già perso abbastanza tempo ed energia con te.»

Se ne andò, seguito dal Vaffa maschio come da un cane fedele. Lilo e Mari rimasero praticamente sole, poiché sembrava che l’altra Vaffa si fosse scordata di loro. Lilo la guardò mentre cercava di convincere il suo serpente a scendere da un albero, poi si arrampicò su un tronco verticale e gli si mise accanto.

Il silenzio diventò sgradevole.

«Vorrei sapere cosa rispondere,» sussurrò Lilo. «Vorrei davvero saperlo.»

«Rispondi che farai quello che dirà. Non hai scelta.»

«No, non parlavo di quello. Non… non ho molta scelta su quello, immagino. Almeno così sembra. Non so cosa dire a te.»

«Non mi devi dire niente. Tu non hai fatto niente. Di te ho solo buoni ricordi. A chi è stato fatto del male? A qualcuno che un tempo era me, da qualcun altro che un tempo era te.»

A Lilo sarebbe piaciuto considerare la situazione in quel modo. Sapeva che si sarebbe vergognata in eterno per ciò che aveva fatto il suo io precedente. Ma il solo modo per superarlo era vederlo come suggeriva Mari.

«Ti ho acconciato le gambe come piacciono a te,» disse Mari. Lilo abbassò lo sguardo. Non aveva pensato che le sue gambe sarebbero state diverse, ma era naturale. Lo schema genetico non comprendeva i peli.

«Grazie. È un gesto che apprezzo.»

«Sapevo che l’avresti fatto.»

Lilo fece una smorfia. Sapeva che Mari non voleva sottintendere niente di male con quella frase; ma non sarebbe mai riuscita ad ascoltare quelle parole senza turbarsi. Non le piaceva essere prevedibile. Per niente.

Domandandosi se fosse quello che aveva detto l’altra volta, disse: «Sarà meglio che vada a vedere il Capo, immagino.»

5

Considerate l’andamento della mia vita.

Avevo vissuto per cinquantasette anni in modo abbastanza normale. Ogni tanto, come tutti, mi facevo registrare i ricordi. Poi mi arrestarono.

La registrazione che possedevo venne sequestrata e trattenuta in attesa della sentenza del processo. Quando fui condannata, fu distrutta insieme ai campioni di tessuto con i quali si sarebbe potuto costruire un corpo clonato se fossi morta.

Mari doveva avere effettuato un’altra mia registrazione quando l’esecuzione venne rinviata. Probabilmente ero stata drogata; non sarebbe stato difficile.

Avevo incontrato il clone che Tweed aveva fatto crescere e che era poi andato nel Foro al posto mio. (Al posto di chi? In fondo lei era me quanto lo ero io. Era una situazione intricata.)

Quella persona — il me originale; anche se è difficile da accettare, visto che ora vivo in un corpo clonato — era riuscita a sopravvivere solo poche settimane dopo la registrazione successiva, eseguita nel bosco della residenza di Tweed. Ritorno al punto di partenza, al primo stadio di un processo ripetitivo in modo deprimente. Venne risvegliato un nuovo me, al quale mancavano le settimane dalla registrazione alla morte del me originale. Questo secondo clone iniziò a fare ciò che doveva fare l’originale. Per due o tre mesi stette attento a come si comportava, tentò di fuggire, venne preso e ucciso. Il numero quattro — io, io maledizione — si sveglia nel bosco e vede Mari chinata su di lei, sorridente. Ma questa volta anche Mari è un clone. Il numero tre l’aveva uccisa durante il tentativo di fuga.

Considerate la situazione in quattro dimensioni. Pensate al lungo verme con braccia e gambe di cui ci si serve a scuola per spiegare il concetto. Immaginate che un’estremità del verme sia un neonato che esce dalla vagina materna o da un placentario, a seconda di quello che preferisce la madre. All’altra estremità c’è la morte. Fate un segno sul verme ogni volta che vengono registrati i ricordi della persona. Ogni segno rappresenta una possibile ramificazione.

Otto o nove mesi fa, al momento del rinvio dell’esecuzione, la mia sezione in quattro dimensioni si era divisa in quattro rami. (O forse cinque, o sei? Mentre ero in prigione Tweed aveva sviluppato diversi miei cloni, poiché ogni volta che morivo, il giorno dopo riusciva a farmi rivivere in un corpo nuovo. Doveva avere anche dei cloni di Mari, altrimenti non avrebbe potuto essere lì il giorno dopo essere stata uccisa dal numero tre.) Ciascun clone era partito con gli stessi ricordi, ed essi finivano il giorno in cui Mari mi aveva registrato. Tre di quei rami non c’erano più, erano morti. Stavo percorrendo, secondo per secondo, il quarto ramo.

Cinque anni prima, allorché avevo effettuato una mia registrazione nella capsula in orbita intorno a Saturno, avevo reso possibile un’altra ramificazione. Non avevo modo di sapere se fosse stata prodotta un’altra Lilo, ma poteva darsi di sì. Speravo di non incontrarla mai. Mi ero incontrata una volta e avevo scoperto una mia caratteristica che avrei preferito non conoscere.

Ma poiché la conoscevo, poiché avevo visto cos’ero disposta a fare per rimanere in vita, intendevo vivere.

Intendevo vivere per sempre.

A Lilo ci vollero tre mesi per completare il corso di sopravvivenza. Capì che il suo corso era più breve del normale.

Non si lamentò mai, ma le sembrò che fosse tutto una grande sciocchezza, e per giunta molto scomoda. A meno che Tweed non intendesse veramente stabilire una testa di ponte sulla Vecchia Terra, le sembrava inutile.

Andò ugualmente fino in fondo, dall’Amazzonia all’Egitto. Trascorse una settimana in ognuna delle disneyland principali. Il Partito per una Terra Libera spendeva un mucchio di soldi per poter andare nelle zone selvagge dei parchi ambientali. In cambio avevano il piacere di disidratarsi sotto i soli del deserto e di gelare in Siberia.

Lilo era in una classe di venti persone. Tutti gli altri erano iniziati al culto del partito, tranne Vaffa, che accompagnava Lilo e faceva sembrare tutto facile. Conobbe i Terrestri Liberi. Sospettò che molti non fossero fanatici quanto Tweed a proposito dell’effettiva liberazione della Terra. Una buona parte erano lì per fare esperienze interessanti.

Arrivò ad avere un grande rispetto per l’immagine che Tweed si era fatto di lei. Ogni volta che le permetteva di entrare in contatto con qualcuno non appartenente al ristretto circolo direttivo dei Terrestri Liberi, si esponeva a un grosso rischio. Tweed non poteva essere sicuro che tutti i suoi compagni di classe fossero sufficientemente votati alla causa da non denunciarla al governo. Se qualcuno l’avesse fatto, se lo Stato avesse scoperto che Tweed l’aveva tirata fuori dall’Istituto, lui poteva già considerarsi dentro il riciclatore.

Il trucco stava nel fatto che Lilo si sarebbe condannata a morte insieme a lui. Sapeva che non l’avrebbe fatto.

In realtà, anche se non l’avrebbe mai ammesso, vivere in quegli ambienti selvaggi cominciò a piacerle. Avanzare a fatica in mezzo a una tempesta di neve non era divertente, ma ammucchiarsi dentro un igloo insieme a cinque altre persone sotto la pelle di un orso polare, sì. C’erano molti momenti piacevoli.

C’era anche la solitudine. Era molto più difficile da sopportare dei disagi fisici. Durante l’anno trascorso all’Istituto aveva imparato a vivere da sola. Adesso aveva di nuovo bisogno di amici, di trovare un amante. Ma nella classe di sopravvivenza non poteva diventare amica di nessuno. Era impensabile amare qualcuno senza potere aprirsi, dire tutto, e lei non poteva farlo. C’erano segreti che doveva conservare. Nella residenza di Tweed la gente era anche peggio. Conoscevano tutti i suoi segreti, ma sapevano che non era una di loro. Veniva trattata civilmente, ma non si sarebbero mai fidati di lei. Cominciava a sentirsi vicina solo a Mari. Lilo sapeva che Mari le voleva bene, ma quello era l’affetto generale e acritico che faceva parte della sua personalità. Mari pensava che fosse sbagliato fare esperimenti sul DNA umano, e Lilo pensava che il sogno dei Terrestri Liberi fosse folle. Non c’erano molte cose di cui potessero parlare.

Quindi era sola. Sotto certi punti di vista, era peggio della reclusione in carcere. Cominciò a isolarsi le notti trascorse vicino al fuoco, mentre tutti si riunivano per cantare, raccontare storie e cop. Si disse che era perché il sesso nella natura non le piaceva. «Cop sulla spiaggia,» aveva detto a Mari, «e passerai il giorno dopo a ripulirti dalla sabbia.» Cercava un partner solo quando il desiderio diventava insopportabile, ma i suoi amanti più fidati erano diventati sempre di più le dita della mano destra.

Si sentiva sola, la sua vita sessuale era pessima e cominciava ad aver paura di essere ricatturata. Sarebbe stato terribile dover affrontare l’esecuzione, dopo tutto quello che aveva passato e dopo tutte le cose vergognose che aveva fatto. Se fosse morta adesso, in un certo senso tutte le morti precedenti sarebbero state inutili.

Era dal giorno del risveglio che Lilo non vedeva Tweed. Immaginava che allora fosse stato presente perché le sue reazioni fossero quelle della volta precedente. Voleva che la lezione che le stava insegnando fosse collegata alla sua persona. Era una buona tecnica psicologica, e funzionò. Si accorse di temerlo.

Da quel giorno sembrò non avere più alcun interesse nei suoi confronti. Cercò di parlargli, ma venne mandata via dai suoi aiutanti. Il capo era sempre troppo indaffarato.

Il fatto di sentirsi così importante agli occhi di Tweed, le era stranamente stato di conforto. Ma a poco a poco dovette cambiare idea. Allorché si rese conto che stava seguendo la routine di tutti gli agenti clandestini — il che implicava che come lei ce n’erano altri, centinaia d’altri — si demoralizzò. Forse Tweed non la considerava più importante di Mari, che offriva servigi facilmente acquistabili a qualsiasi mercato del lavoro della Luna.

Quanto più esaminava la situazione, tanto più diventava chiaro che faceva parte di un meccanismo esistente già molto prima che si presentasse la necessità di farla fuggire. Il controllo che i Terrestri Liberi esercitavano sull’Istituto era tale che Mari aveva potuto far crescere un clone completamente sviluppato — un lavoro di sei mesi — all’interno dell’edificio senza la paura che fossero scoperti. In considerazione di questo, Lilo cominciò a chiedersi se la sua corsa nel vuoto fosse stata davvero necessaria. Era forse stata una specie di prova? Evidentemente ai Terrestri Liberi gli esami piacevano: il suo addestramento, se aveva un qualche scopo, era consistito in una serie infinita di esami, nel confrontarli con ambienti che non avrebbe mai visto, poiché erano tutti ambienti terrestri.

Di certo Tweed manifestava un interesse specifico non per Lilo, ma per le persone come lei. Se si giudicava obiettivamente, trovava solo tre cose che la distinguevano da tutti gli altri. Era una scienziata, ma Tweed poteva ovviamente assumere tutti gli scienziati di cui avesse bisogno. Era una criminale condannata, ma non riusciva neppure a immaginare come ciò potesse rappresentare una qualità. Quindi doveva trattarsi della natura delle sue ricerche, del lavoro che aveva causato il suo arresto.

Nessuno avrebbe potuto stupirsi più di Lilo quando si era accorta di avvicinarsi, lentamente ma decisamente, a campi di ricerca proibiti. Mentre era in prigione aveva avuto il tempo di rifletterci sopra, e adesso, durante l’addestramento, aveva avuto di nuovo l’occasione di ripercorrere i passi che l’avevano resa Nemica dell’Umanità. Era ancora stupita.

Lilo aveva voluto diventare medico. A quanto ricordava, era stata sempre abile con le mani, e da ragazza il suo giocattolo preferito era stato il piccolo chirurgo. Eseguiva operazioni su se stessa e sugli amici, tenendosi sempre aggiornata sulle ultime novità.

Ma sua madre e i suoi insegnanti sapevano che era in grado di fare cose migliori e la indirizzarono a una professione più qualificata. Non si oppose; le piaceva leggere — era piaciuto a tutti i suoi antenati, fin dal tempo precedente l’Invasione — e divorava tutti i libri su cui riusciva a mettere le mani. Gli insegnanti conoscevano il loro mestiere; alla fine le sembrò di avere sempre voluto diventare un ingegnere genetico.

Era brava a fare quello che faceva. Tutte le grandi compagnie richiedevano le sue prestazioni, e aveva lavorato per diverse di loro prima di mettersi in proprio. La sua specialità era il cibo, un campo che era stato a lungo trascurato e che ora riscuoteva un rinnovato interesse.

Mentre la maggior parte dei suoi colleghi si concentravano su cibi idroponici alla moda — miscugli esotici di sapori che ottenevano un grande successo per qualche mese ma venivano rapidamente dimenticati — Lilo considerò i prodotti fondamentali da un nuovo punto di vista. Migliorava, piuttosto che inventare, e ciò si rivelò vantaggioso. Le grandi imprese sapevano che con un adeguato investimento pubblicitario potevano creare una domanda transitoria quasi per qualsiasi cosa. A lungo andare, comunque, era dai brevetti genetici su migliori alberi di bue e su migliori piante da uova che guadagnavano.

Lilo si concentrò sugli alberi di maiale. Riuscì a migliorare il rendimento e la dolcezza della carne bianca interna, facendo contemporaneamente abbassare il rapporto fra carne grassa e carne magra nella pancetta. Questo le fruttò abbastanza denaro per migliorare il proprio laboratorio: le si aprirono nuovi orizzonti.

Il lavoro sugli alberi di maiale le aveva permesso di rendersi conto che molti organismi fondamentali erano stati a lungo trascurati per la loro incapacità di competere con le colture artificiali ormai considerate basilari. C’era stato un tempo in cui gli alimenti principali della razza umana erano il grano, la soia, le patate, il granturco, il riso. Adesso non c’era nessuno che avesse visto quelle cose.

Però esistevano nella Banca della Vita, dove c’erano praticamente tutti gli animali e le piante della Vecchia Terra. I cibi che aveva mangiato per tutta la vita, constatò, erano tutte piante create artificialmente, almeno quattrocento anni prima. Le sembrava che nella genetica vegetale l’era delle scoperte fosse ormai remota e che non fosse stata inventata nessuna coltura fondamentale nuova da quando la civiltà umana si era stabilita negli Otto Mondi. Non stette a chiedersi a cosa fosse dovuto; si mise a inventare una coltura nuova.

Il risultato fu l’albero bananacarne, un successo immediato e duraturo. Come indicava il suo nome, derivava dal frutto tropicale, ma il suo sapore si distingueva da ogni altro. Era qualcosa di diverso, e i tentativi di dire che sapeva di pollo o di selvaggina erano sempre inadeguati.

Lilo non lo diceva, ma la carne che aveva il sapore più simile al bananacarne era quella umana. La sua prima azione criticabile, compiuta innocentemente e per spirito di ricerca, era stata di includere una coltura di tessuti presi dal suo corpo nei campioni che stava analizzando; la sua prima azione illegale era stata di introdurre dei mutamenti nella coltura e trapiantare parti di DNA nei geni della banana.

Il bananacarne la rese ricca. Non in modo fantastico, ma tanto da darle il tempo e i mezzi perché fosse tentata di tornare al suo primo amore: il corpo umano.

Ricordava i giorni felici trascorsi gingillandosi con la struttura esterna del proprio corpo e di quello di altri. Sebbene continuasse a considerarla una fase della propria crescita — e ormai disprezzava la maggior parte delle variazioni cosmetiche del corpo — continuava a esserne affascinata.

Pensava agli eventi genetici incredibilmente casuali che avevano plasmato e plasmavano la vita sua e di tutti gli esseri umani. Le piaceva leggere; a molti altri non piaceva. La spiegazione sociale prevalente dell’analfabetismo era che alcune persone, per carattere, non erano adatte a leggere (e in realtà, in un mondo computerizzato e saturato dagli schermi, c’erano poche professioni per le quali fosse necessario saperlo fare). Lilo accettava il fatto, ma aveva sempre avuto la sensazione che la maggior parte della gente non imparasse a leggere semplicemente perché non era abbastanza intelligente.

Ciò non la faceva sentire superiore. Anzi, era un caso, e quindi la disturbava. La sua intelligenza non era opera sua, ma era stata predeterminata allorché due gameti erano finiti l’uno addosso all’altro in un placentario.

Irritata per dover subire le restrizioni delle leggi genetiche, si dedicò a studiarne le origini; rimase esterrefatta nello scoprire che la messa al bando per cinquecento anni degli esperimenti sugli esseri umani doveva essere solo una moratoria. Per allora era stata una decisione ragionevole, con la razza umana in una situazione fluttuale, davanti a un futuro incerto. Ma quando era il momento di smettere? La situazione attuale dell’umanità esauriva tutte le permutazioni che potevano essere effettuate sul limitato patrimonio genetico dei sopravvissuti all’Invasione. Le malattie e i difetti genetici erano già stati tutti eliminati, prima della messa al bando della ricerca. La razza umana era sufficientemente sana. Ma stava progredendo?

La sua sorpresa aumentò quando venne a conoscenza degli aspetti riproduttivi della genetica. Lilo non era una genetista o un’allevatrice, nello stesso senso in cui chi costruisce una macchina può sapere poco della metallurgia che ne ha fabbricato le parti. Lilo si rendeva solo vagamente conto dell’esistenza delle leggi dell’ereditarietà. Il suo lavoro era quello di prendere qualcosa che esisteva già e di piegarlo al proprio volere manipolandolo direttamente con le tecniche apprese tramite la Linea Calda Ophiucus. Adesso era immersa nel mondo dei caratteri recessivi e degli incroci. Cominciò a domandarsi se fosse possibile che gli esseri umani si stessero trasformando in idioti, in mancanza di un punto di riferimento che indicasse il cambiamento.

Tentò di stimolare l’interesse degli altri ingegneri genetici, ma non ci riuscì. Non c’era nessun gruppo politico disposto ad appoggiarla nel tentativo di far abrogare le leggi genetiche. Se nella società umana un tabù aveva sostituito quello del sesso, era la genetica umana. Nessuno voleva esaminare il problema semplicemente perché nessuno lo considerava tale. Lo accettavano come un dato di fatto della vita, nell’ordine naturale delle cose: il DNA umano era inviolabile.

Per un anno Lilo pensò alle alternative che aveva di fronte.

Poteva lasciar perdere tutto. Era una possibilità concreta, e anche adesso non sapeva bene perché avesse continuato. C’erano giorni in cui sentiva l’inerzia della società come una vera e propria droga dentro le vene, che la calmava e le diceva di lasciare le cose come stavano. Se andava bene a tua nonna, perché non va bene a te?

Oppure avrebbe potuto indagare, con cautela. Alla fine fece così. Ma non con sufficiente cautela.

La sua guida fu la Linea Calda Ophiucus. Del gran volume di trasmissioni in codice che giungevano lungo la Linea, almeno il novantacinque per cento rimaneva indecifrato. Ma sembrava che si fosse scoperto quale parte di esse — forse la maggiore — avesse in qualche modo a che fare con il DNA umano. Fece esaminare da un computer parte dei dati di dominio pubblico. Si trattava di un lavoro alla cieca; non aveva un’idea precisa di che cosa stesse cercando. Il campo era così inesplorato che dovette risalire a materiale precedente l’Invasione per trovare qualche opera significativa sull’argomento. Sapeva che un tale lavoro avrebbe richiesto centinaia di ricercatori, scienziati come quelli che esistevano al tempo della ricerca di base e che sospettava ormai introvabili. Era giunta alla conclusione di non possedere un’educazione da scienziata; era un ingegnere, o piuttosto un meccanico.

Le indicazioni erano buone. Non si preoccupò di chiedersi come facessero gli Ophiuciti a sapere tante cose sulla genetica umana; sembrava che conoscessero quasi tutto, ed erano secoli che la razza umana si basava su quel flusso di informazioni. Mise a punto un laboratorio su Janus e cominciò il primo esperimento di arresto sulle proprie cellule ovulari. Non aveva intenzione di produrre esseri umani vivi. Introduceva variazioni e sviluppava il risultato fino a uno stadio fatale, poi si serviva di ciò che aveva appreso per il passo successivo.

Non sapeva nemmeno perché la stesse facendo, quella ricerca. Nei momenti peggiori sospettava di stare semplicemente realizzando i desideri di una bambina a cui piaceva giocare al dottore.

Ma altre volte era confortata da una visione. Non sapeva da dove venisse, ma le sembrava che non facesse davvero parte di sé, che non fosse un prodotto della propria mente. Era una visione indefinita e irresistibile: una razza umana sparsa fra le stelle, diversa, trasformata.

La visione era accompagnata da un’immagine vivida. La vedeva tutte le notti quando si addormentava. Correva fra l’erba alta e gli alberi sotto un sole blu. Era un bel blu, che penetrava dentro la sua pelle e dentro i fiori ondeggianti a una brezza delicata. C’era qualcuno che correva insieme a lei.

Lilo abitava a Terra Natale, la disneyland tascabile di Tweed, e dormiva in una capanna di paglia che era stata costretta a costruirsi da sola.

La prima persona che veniva a trovarla tutte le mattine era Mari. Lilo non sapeva uscire da Terra Natale senza qualcuno che l’accompagnasse. Aveva tentato di farlo più volte, ma non era riuscita a trovare il ruscello d’accesso. Un trucco delle olografie rendeva il passaggio a senso unico. Così ogni mattina Mari veniva a bendarla e le faceva strada attraverso l’acqua.

Ma questa volta le due arrivarono all’argine del ruscello e Mari non prese la fascia di cotone.

«Questa settimana tocca all’Himalaya, vero?» fece Lilo.

«No,» rispose Mari. «Parti oggi.»

«Oggi?» Ma era logico. Se avesse saputo quando sarebbe partita, avrebbe fissato una scadenza per il suo piano di fuga.

«Sì. Prendimi la mano e stringila contro lo stomaco. Non è una cosa molto piacevole finché non ci si abitua.» Portò Lilo a un albero della riva opposta. Lilo era sicura di averlo già esaminato. Cominciarono a girare intorno all’albero…

Tutto sembrò piegarsi sotto di lei e Lilo ebbe un attacco di vertigini. Si fermò. La scena era deformata, come se la stesse guardando attraverso una bottiglia. Mari la tirò.

«Sali,» disse. «Tre gradini. Non cadrai.» Lilo deglutì e fece tre passi nell’aria. Sentiva che c’era del cemento sotto. Stava salendo, ma aveva la sensazione di scendere lungo un pendio verticale. «Gira a sinistra, poi di nuovo a sinistra. Chiudi gli occhi, sarà più facile.» Ma Lilo li tenne aperti. Aveva visto olografie ingannevoli come quelle nei luna-park, ma nessuna era così perfetta. Emersero nel corridoio pieno d’acqua.

«Mi puoi dire dove sto andando?» chiese Lilo. «Così saprò cosa mettere in valigia.»

Mari rise. «No. Sinceramente non lo so.»

Si fermarono al laboratorio di Mari. Un’ora dopo Lilo ne uscì senza il polmone sinistro. Al suo posto c’era un generatore a tuta-nulla, una cosa che non aveva mai usato prima. Con ogni probabilità doveva andare su Mercurio o su Venere, poiché quelli erano i soli posti dove le tute-nulle fossero necessarie. Toccò con curiosità il piccolo fiore metallico che aveva sotto la clavicola — era la valvola di uscita e l’unità di controllo della tuta — mentre Mari le spiegava come farla funzionare. Aveva il collo leggermente indolenzito nel punto in cui Mari aveva installato la radio biauricolare e il microfono uniti alla tuta.

Quando le venne presentato Iphis, Lilo fu sicura di star per abbandonare la Luna. Si trattava certamente di uno spaziale, poiché non aveva gambe. Era chiaramente in una licenza troppo breve per giustificare la spesa di un trapianto di gambe. Era seduto su un cesto imbottito sopra un camminatore a forma di ragno.

Vaffa, come sua abitudine, comparve accanto al gomito di Lilo.

«Dov’è Tweed?» domandò Lilo.

«Ha detto di dirti che non può venire,» rispose Mari. «Vaffa ti accompagnerà. Avevo chiesto di venire anch’io, ma il Capo ha bisogno di me perché c’è un altro prigioniero che… oh, non dovrei dirti queste cose. Ma non importa.» Baciò Lilo. «Odio gli addii,» disse, senza guardarla. «Stai attenta. Forse ci incontreremo di nuovo.»

«Lo spero anch’io.»

Lilo non vide la nave. Seguì Iphis e Vaffa lungo un tubo pieghevole fino alle cabine. Erano molto piccole. Iphis si sollevò dal camminatore sul suo sedile e Vaffa mise il dispositivo fuori dalla porta.

«Sedetevi,» disse Iphis. «Decolliamo fra due minuti.»

Lilo tentò di nuovo. «Dove andiamo?»

«Su Titano.»

Avevano preparato una manovra di avvicinamento a Giove. A Lilo non piaceva ma non disse niente. Non aveva comprato il biglietto e non poteva lamentarsi del servizio.

Ma qualche giorno prima di entrare in orbita, Vaffa le fece una sorpresa.

«Non stiamo proprio andando su Titano. Io ci andrò, alla fine, ma tu no.»

«Io dove vado?»

«In un piccolo posto chiamato Poseidone.»

«Dove diavolo è?»

Vaffa e Iphis si scambiarono un’occhiata. Lilo ebbe la sgradevole sensazione che quel nome avrebbe dovuto dirle qualcosa.

«Prova con J-VIII. J lineetta vu i i i. Numeri romani,»

«Una delle lune retrograde di Giove,» spiegò Iphis. «Una roccia di una ventina di chilometri di diametro, a venti milioni di chilometri di distanza.»

«Ma è…»

«Illegale?» Vaffa rise, e Iphis la imitò. «Dillo agli Invasori.»

«Invasori?» borbottò Lilo.

6

Perché non possiamo tornare a casa, La Co-op Creativa Orale Mach 5. (Nastro registrato, livello analf.)

Giunsero nell’anno 2050, numerazione antica. (Due oggetti delle dimensioni di asteroidi che entrano nel sistema solare dallo spazio interstellare. Il telescopio di Monte Palomar che viene puntato in alto. L’astronomo che si china sull’oculare.) Stavano decelerando, in direzione Giove.

Due astronauti, Purunkita e Mizinchikov, furono richiamati da una normale missione di rifornimento alla base di Marte. (Scena di P M che si imbarcano sull’astronave U Thant. Stacco sugli attori all’interno dell’astronave: osservano gli strumenti, ricevono messaggi radio, accendono motori, mangiano, cop.) Dovevano raggiungere Giove dopo sei mesi e arrivare con i serbatoi vuoti. Gli ordini: non prendere iniziative, osservare e aspettare l’arrivo di una cisterna automatica. (Foto di P M a bordo della U Thant, con Giove all’esterno. P è nera come lo spazio. Ha un braccio intorno a M. È incinta.)

Uno degli oggetti orbitò intorno a Giove. L’altro cambiò direzione all’ultimo momento e andò verso la Terra. (Notiziari sulla nave degli Invasori, una sfera di venti chilometri mezzo sommersa nell’acqua, di un colore scuro, piena di aperture.)

Il poco che sappiamo degli Invasori l’hanno detto Purunkita e Mizinchikov, i soli di cui si sappia che sono entrati dentro una delle navi e ne sono usciti. Ecco cosa gli successe. (La nave sconosciuta incontra la U Thant, la inghiotte. La macchina da presa segue P, M e la figlia neonata attraverso le gallerie di pietra piene d’acqua.) Incontrano la dottoressa Ellen Bronson e i suoi due compagni che erano entrati nella nave atterrata nel Pacifico. Erano rimasti nel veicolo non più di un giorno, ma c’erano entrati il giorno dell’atterraggio. In quel momento gli astronauti erano ancora a tre mesi di distanza da Giove.

Se la loro storia è vera, dentro alle astronavi il tempo e lo spazio esistono in maniera diversa. Non c’è motivo di dubitare della loro storia.

Si pensa che la dottoressa Bronson sia la sola persona che abbia visto gli extraterrestri e sia sopravvissuta. (B da sola, mentre entra in un grande ambiente, grande quanto l’interno di un asteroide artificiale. È mezzo pieno d’acqua. In lontananza, distorsioni ottenute con effetti speciali rappresentano gli Invasori. Primo piano della faccia di B, con segni di sorpresa e di paura. Si volta e fugge.)

La Bronson sostenne di aver avuto un’esperienza strana. Le venivano dette cose misteriose, che non riuscì a spiegare quando raccontò quello che aveva sentito a Purunkita e a Mizinchikov. (Cinque figure raccolte intorno a un fuoco su una spiaggia all’interno dell’astronave, che bisbigliano). Nessuno sa se credere alla sua storia, ma è la sola che abbiamo. Ecco cosa disse.

Gli Invasori vengono da un gigantesco pianeta gassoso simile a Giove. Lo scopo della loro venuta nel sistema solare non era l’invasione della Terra, ma motivi sconosciuti riguardanti gli abitanti di Giove. La Bronson disse che ci sono Gioviani intelligenti molto simili agli Invasori. (Scena animata nell’atmosfera gioviana. Grandi forme indistinte passano fluttuando.)

L’invasione della Terra fu secondaria. Venne compiuta a vantaggio delle tre specie intelligenti della Terra: i capodogli, le orche e i delfini. (Scene di mammiferi acquatici.)

La Bronson disse che nell’universo ci sono tre livelli di intelligenza. Sopra a tutti ci sono i Gioviani e gli Invasori. Un gradino più sotto i delfini e le balene. Gli esseri umani, gli uccelli, le api, i castori, le formiche e i coralli non sono considerati intelligenti.

Nessuno sa se ciò sia giusto, ma è tutto quello che abbiamo.

L’umanità non ricevette nessuna spiegazione. Non ci fu nessun ambasciatore, non venne dato nessun ultimatum. Gli esseri umani si opposero all’Invasione, ma la loro resistenza venne ignorata. Le bombe H non esplosero, i carri armati non si mossero, i cannoni non spararono. (Panico nelle strade, scene dall’elicottero di autostrade intasate.) Nessuno vide mai un Invasore. Le foto mostrano dei segni nel cielo che al momento nessun osservatore aveva notato, come punti ciechi nell’occhio. Forse gli Invasori erano quelli. (Foto di edifici che crollano, di strade che vengono distrutte, con vortici colorati nell’aria.)

Per quanto se ne sa dalle informazioni ricevute prima che le trasmittenti smettessero di funzionare, gli Invasori non hanno mai ucciso neppure un essere umano. Si limitarono a distruggere tutti gli artefatti della civiltà umana. Lasciarono dietro di sé la terra nuda, dalla quale spuntavano pianticelle e erba.

Nei due anni successivi dieci miliardi di esseri umani morirono di fame.

Poseidone è un pezzo di roccia irregolare. È l’oggetto più lontano che può essere considerato come appartenente a Giove. Essendo retrogrado e inclinato di centocinquanta gradi rispetto all’equatore di Giove, è uno dei corpi del sistema solare con cui è più difficile incontrarsi.

Il Terra Natale II era una nave a caduta libera, un trasporto progettato per carichi ingombranti e non urgenti. Viaggiava su orbite iperboliche e non secondo le linee rette di un razzo veloce.

«Congratulazioni, Comandante,» disse Lilo. «È stato un buon lavoro.»

«Huh? Ah, vuol dire l’accostamento?» Scrollò le spalle, ma lei vide che era contento. Era arrivata a conoscerlo abbastanza bene nei ventinove giorni del viaggio fino a Giove.

«Veramente,» disse.» «Al giorno d’oggi la maggior parte dei piloti spaziali sono come addetti agli ascensori. Rendono il viaggio piuttosto noioso.»

«Sì, non posso contraddirla.»

«Lei mi fa pensare ai giorni in cui le persone si mettevano semplicemente in viaggio. Dall’altra parte non ci sono stazioni di rifornimento, non c’è aria, non c’è niente. E credo che le piaccia.»

Lui sorrise. «Immagino che non farei questo lavoro se non mi piacesse. Però mi sono sempre sentito nato nell’epoca sbagliata. Non c’è più avventura. Questo viaggio è praticamente la cosa più pericolosa che si possa fare, ed è illegale. Deve essersi domandata come sia stato possibile andare su Giove.» Iphis le spiegò il sistema di Tweed.

Era illegale assumere un’orbita chiusa intorno a Giove, o atterrare su una sua luna. La scappatoia consisteva nel fatto che era legale servirsi di Giove per modificare un’orbita e prendere un’altra direzione. Le navi passeggeri non lo facevano mai, troppe persone avevano paura anche solo di avvicinarsi a Giove. Ma c’erano molti operatori indipendenti disposti a farlo per risparmiare tempo e denaro.

Il trucco consisteva nell’avere due navi. Tweed ne aveva trovata una su Plutone, data come dispersa e presumibilmente distrutta. Una nave identica veniva contemporaneamente comprata. Adesso tutte e due le navi avevano lo stesso numero di registrazione. Ancor più importante, avevano lo stesso comandante. Lilo andava su Giove con il Terra Natale II comandato da Iphis II. Ma c’era un Terra Natale I e un Iphis I, un clone, che il numero due non aveva mai incontrato e probabilmente non avrebbe incontrato mai.

«La dogana, per sua natura, è interessata solo alle navi in arrivo. Io parto per Titano, indicando solo Vaffa come passeggera. Arrivo su Giove e intanto il mio clone e un’altra Vaffa tornano da Poseidone. Prendono il mio posto sulla rotta che stavo percorrendo. Su Titano tutto torna, perché l’altra nave arriva trasportando solo quello che avevo dichiarato sulla Luna. Se qualcuno notasse i miei gas di scarico, qui fra le lune, non direbbe niente. Probabilmente penserebbe che gli Invasori stiano facendo qualcosa.»

Lilo si rabbuiò a sentir nominare gli Invasori. Erano venti ore che stavano girando intorno a Giove. Non era una cosa che le piacesse ricordare.

Guardò nuovamente fuori dall’oblò. «Non è il momento di pensare ad atterrare?» La luna stava diventando sgradevolmente grande; non riusciva a scorgerne i contorni. Sulla superficie c’era qualcosa che si muoveva. Con stupore notò che era una persona. Erano vicini fino a quel punto.

«Non si preoccupi. Una nave come questa non può atterrare su un sasso come quello. Si potrebbe far uscire tutto dall’orbita.» Guardò fuori dall’oblò e le sue mani si spostarono sui comandi. Con alcuni sbuffi dei reattori di altitudine, sembrò che si fossero fermati. «Adesso ci tireranno giù con dei cavi e ci fisseranno. Può uscire, se vuole.» Scese con un salto dal sedile. La sua grazia la sorprese. Sapeva che in assenza di peso le gambe erano d’ingombro, troppo potenti per qualsiasi tipo di lavoro. Ma non si era resa conto che erano addirittura pericolose. Il primo giorno di volo si era quasi rotta la testa tre volte. Tutti i viaggi che aveva fatto erano stati su navi a un-g.

Si scoprì a guardarsi intorno cercando qualcosa. La tuta. Un riflesso profondamente radicato tentava di impedirle di entrare nella camera stagna solo con la gonna e la camicia. Le tornarono in mente i secondi terribili della fuga dall’Istituto. Respinse quel ricordo. Le dava noia essere preda di paure irragionevoli. Sapeva che la tuta-nulla funzionava; era entrata in funzione a poche ore di distanza da Giove, allorché il livello delle radiazioni all’interno della nave era diventato pericoloso.

Si chiuse nella camera stagna non appena Iphis e Vaffa furono usciti e premette il pulsante di attivazione. Le venne la pelle d’oca; poi la tuta uscì e lei si sentì mancare l’aria. Vinse il riflesso di respirare affannosamente.

Non era facile abituarsi a una tuta-nulla. Era sconcertante, come ritrovarsi avvolti in uno specchio che circondasse ogni curva del corpo a una distanza di un millimetro, un millimetro e mezzo. Quando si guardava, vedeva un’immagine deformata delle cose, contorte proprio come in uno specchio di luna-park. Ma alcuni particolari erano decisamente allarmanti. Lilo aveva respirato aria per cinquantasette anni, e non era facile smettere di punto in bianco.

La tuta conteneva un collegamento neurale che escludeva la parte del sistema nervoso autonomo che controllava il diaframma. Quando la tuta era in funzione, il riflesso a respirare era assente. Però non era così semplice. Al di sotto del livello a cui venivano controllati la digestione, il cuore e la respirazione, c’era una scimmia primitiva sufficientemente intelligente da rendersi conto che non stava respirando, ma non abbastanza da capire che ci stava provvedendo la tuta. Il risultato era una reazione isterica molto vicina al panico.

Lilo sapeva che sarebbe riuscita a controllarla. Altri l’avevano fatto; su Mercurio e Venere le persone crescevano dentro tute-nulle. Ma per i primi cinque minuti si strinse contro la porta della camera stagna e si sforzò di smettere di tremare. Scoprì che le era di aiuto pensare al processo che la teneva in vita. Visualizzò il trapianto metallico irregolare con cui Mari le aveva sostituito il polmone sinistro. Conteneva un generatore di campo nullo, una riserva di ossigeno di trenta ore e alveoli artificiali collegati al sistema di circolazione polmonare. La tuta-nulla scambiava l’ossigeno con l’anidride carbonica, ma in modo molto più efficiente di quanto non fosse possibile ai suoi polmoni. L’oscillazione del campo della tuta provocava un’azione a mantice che faceva uscire anidride carbonica quasi pura dalla valvola di scarico sotto la clavicola. C’erano anche sistemi sussidiari, quali la radio biauricolare che poteva far funzionare formando le parole con la gola.

Cominciò a stare meglio. Sotto di lei, a circa cinque metri di distanza, c’era la superficie di colore grigio sporco. In alcuni punti avevano tentato di spianarla, specialmente nella zona intorno all’ancoraggio della Terra Natale. Ma per il resto era gelata e tormentata. Una rete di cavi argentei si stendeva fra sostegni metallici. Su Poseidone era l’equivalente di un sistema stradale.

Uscire dalla camera stagna con un salto le era sembrata una buona idea, ma dopo pochi secondi si accorse del suo errore. Nello scendere aveva avuto il tempo di calcolare l’accelerazione di gravità, che era risultata di quasi un centimetro al secondo quadrato, cioè sei millesimi della gravità lunare. Toccò terra — troppo forte, con troppa reazione — ed ebbe il tempo di fare altri calcoli mentre scivolava nuovamente giù, un po’ spaventata questa volta. Ma la velocità di fuga era notevolmente più elevata di quella che potevano produrre le sue gambe. Il pozzo gravitazionale era profondo trecentotrenta metri, in condizioni lunari standard.

Quando fu di nuovo vicina alla superficie stette più attenta. Afferrò un cavo e si tirò giù. Il cavo aveva la stessa lucentezza speculare del suo corpo. Osservò le sue mani argentee che gli si avvolgevano intorno e vide che la tuta si univa al cavo senza che vi fossero segni di congiunzione.

Si tirò verso lo specchio nel quale erano entrati gli altri. Era un altro campo nullo, che proteggeva l’entrata di un recinto sotterraneo. Cercò di passarvi, ma vi infilò solo il collo. Dentro c’era Vaffa: fluttuava in un corridoio di roccia nuda e sorrideva. Lilo si tirò indietro e si tolse la camicia e la gonna, che non erano state racchiuse dalla tuta allorché essa era entrata in funzione. Doveva esserci un modo per farcele entrare, ma non riusciva a capire quale. Entrò, lasciandosi dietro i vestiti.

Vaffa era sempre lì e le porse qualcosa. Una valigia pressurizzata.

«Dovrai imparare a usare i campi nulli,» disse Vaffa. «Non vi può penetrare niente che non sia racchiuso in un altro campo nullo. Tranne che se si è sintonizzati per permettere il passaggio di frequenze luminose. È così che riesci a vedere attraverso la tuta.»

Lilo era furibonda, ma non aveva intenzione di dire niente. Prese la scatola che Vaffa le porgeva e si voltò. Dall’interno la superficie speculare era invisibile. Le sembrava di guardare da dentro un condotto aperto. Nell’uscire venne di nuovo avvolta dalla tuta.

«Cos’è, un’iniziazione?» fece seccamente, ritornando con i vestiti. Il vuoto non le aveva certo giovato. La gonna conteneva plastica volatile in ebollizione.

«No,» rispose Vaffa. «No davvero. Anche se non fa mai male sbattere la testa sul fatto che qui le cose sono diverse.» Fece una pausa e guardò i vestiti rovinati che Lilo stava tirando fuori dalla valigia. «Spero che non fossero i tuoi preferiti.»

Lilo non disse niente.

«Ti darò qualche consiglio utile,» riprese Vaffa. Lilo sollevò lo sguardo, un po’ sorpresa. Vaffa non era mai stata tipo da offrire spontaneamente qualcosa.

«Gratis?»

«Certo,» rise. «Il primo è che quando esci devi tenere i capelli all’indietro, lontano dagli occhi. Il campo schiaccia i capelli contro la testa, con forza, poiché l’aria viene eliminata. Se uno ha i capelli sulla faccia, non ci vede più.»

«Grazie. Me ne ricorderò.»

«Il secondo è di stare attenta quando parli. Quell’affare che hai in gola trasmette tutti i suoni che emetti. Se pensi con troppa intensità puoi scoprire che tutti ti sentono.»

«Ci starò attenta.»

Il corridoio era circolare e non sembrava ancora ultimato. Qualcuno aveva semplicemente scavato un foro, senza preoccuparsi di spianare il pavimento. Strisce gialle e nere indicavano il basso e l’alto e il traffico era regolato da frecce. Lilo sapeva che alla fine avrebbe capito tutto, ma dopo tre curve il suo disorientamento era quasi totale. Era salita o era discesa? Era andata a destra o a sinistra? La striscia gialla indicava il pavimento o il soffitto? Guardare dentro alle stanze che si aprivano sulla galleria ogni cinquanta metri non l’aiutava; i mobili erano attaccati a tutte le superfici possibili.

Vaffa la condusse in un gabinetto medico. Una donna dall’aria grave era seduta dietro una scrivania attaccata a una parete posteriore.

«Mari!» Lilo avanzò ancora prima di ricordare. Poi si sentì la faccia inondata di sangue. Le orecchie le bruciavano.

«Sì, so che conosceva il mio clone sulla Luna,» stava dicendo Mari mentre fluttuava verso, di loro. «So anche cosa le ha fatto.»

«Sono… spiacente. Io…»

«Non mi dica nulla. Lei non ha fatto niente. È stato il numero tre, e lei è il numero quattro. Tuttavia credo che capirà se le dico che non penso di avere molte cose in comune con lei. Passiamo al lavoro.»

Il lavoro si rivelò essenzialmente di tipo medico. Mari le fece alcuni esami e cominciò a sottoporla a una serie di cure che sarebbero continuate finché fosse rimasta su Poseidone, per annullare gli effetti dell’assenza di peso. Il suo scopo era quello di far sì che il tono muscolare dei residenti restasse al livello di zero virgola nove gi. Mari credeva — come Lilo — che a lungo andare fosse pericoloso abituare i muscoli a condizioni di gravità inferiore.

A Lilo venne dato un tranquillante, per aiutarla a superare il disorientamento; fu portata in una piccola cella, e le fu detto di dormire per otto ore. Dopo di che avrebbe saputo quali erano i suoi doveri nella stazione.

7

La base di Poseidone era un labirinto di catacombe che aveva più di quarant’anni. Si estendeva disordinatamente nella roccia come un cunicolo di termiti nel legno marcio, e per almeno l’ottanta per cento era abbandonata.

Lilo aveva scoperto le sezioni vuote durante il suo primo giorno completo nella stazione, allorché le era stato detto di guardarsi intorno e familiarizzarsi col posto. Alcuni corridoi terminavano con specchi. Quando ci passava attraverso, la tuta la avvolgeva per proteggerla dal vuoto che era dall’altra parte.

Al tempo in cui Tweed era presidente e in grado di incanalare il denaro dei contribuenti nel progetto, Poseidone era una base molto più grande. Adesso che non ricopriva più quella carica e disponeva solo dei propri fondi e di quelli del partito, l’attività del centro era stata ridotta. Tuttavia restava una grande impresa per un uomo solo: coinvolgeva ottanta prigionieri adulti, i loro figli e un numero indeterminato di guardie, tutte cloni dell’onnipresente Vaffa.

Non c’era modo di sapere quante fossero le Vaffa, semplicemente perché non erano mai tutte nello stesso posto. Avevano la loro sezione nella stazione, protetta da un campo nullo sintonizzato per far passare solo loro e per bloccare tutti gli altri. Ce n’erano due modelli standard — maschio e femmina — ed erano completamente prive di capelli. Erano almeno sei, ma avrebbero anche potuto essere il doppio. Era impossibile capire quali fossero i loro turni e quante fossero presenti al di là del muro impenetrabile.

Le misure di sicurezza erano discrete. Nella base tutti potevano spostarsi liberamente, escluso nel reparto delle guardie; a condizione che i compiti assegnati venissero svolti, l’interferenza era minima. Tutte le Vaffa avevano una pistola a laser. Era stato scoperto a caro prezzo che le armi erano efficaci per colpire i prigionieri, ma inutili per sparare alle Vaffa. Potevano passare attraverso un campo nullo purché dietro non ci fosse una Vaffa. Alcuni avevano cercato di modificare i generatori delle proprie tute in modo da bloccare le frequenze dei laser. Funzionava, ma solo all’esterno, quando il campo era in azione. E l’aria nei polmoni bastava solo per trenta ore. Quando i ribelli dovevano rientrare, venivano uccisi.

Lilo imparò tutto questo rapidamente. Sembravano tutti disposti a discutere i precedenti tentativi di fuga, ad ascoltare eventuali nuove idee. Ma tutto ciò che lei proponeva aveva una risposta. L’opinione generale era che Poseidone fosse a prova di fuga. Lilo si riservava di giudicare, ma la situazione non le sembrava promettente.

«Qualsiasi cosa è sempre meglio che essere nella cella della morte,» diceva.

«Non lo so. Penso di sì.»

Il suo compagno attuale era un uomo chiamato Cathay. Lo aveva incontrato qualche minuto prima alla mensa, a colazione. Erano gli unici nella sala; era presto, e gli orari di Lilo non erano ancora sincronizzati con quelli della stazione.

La mensa era una delle zone centrifugate e ruotava lentamente in una cavità della roccia. C’era una ruota più grande che serviva da palestra per corsa e sollevamento pesi, e una terza che conteneva cuccette per quelli a cui non piaceva dormire in assenza di peso.

Cathay era un uomo alto e magro. Aveva una gran massa di capelli arruffati, gambe lunghe e una faccia infantile con un paio di folte basette che sembravano fuori posto. Aveva un aspetto sgradevole, ma non in modo eccessivo, e questo a Lilo piaceva; provava verso di lui — le accadeva di rado — una chiara attrazione fisica, senza averlo neppure toccato né annusato. La bellezza fisica aveva poco valore ed era universale, grazie alla chirurgia estetica, ma tendeva a fissarsi su una dozzina di modelli standard. Lilo era stanca di tutti quanti. Tutti gli stimoli visivi che riceveva da un uomo erano proporzionali a quanto egli si discostava dalla moda corrente.

«Così tu non sei stato rapito dall’Istituto?» gli domandò, ripulendo quanto restava dello sciroppo d’acero con un pezzo di pancake.

«Sono stato rapito, ma non dall’Istituto. Sono stato rapito come gene.»

«Vuoi dire che non hai fatto niente… be’… per meritare di essere qui? Vuoi ancora caffè?»

«Sì, grazie. Quello che ho fatto per finire qui è stato fidarmi di Tweed. Avrei dovuto essere più prudente, ma chi poteva immaginare una cosa simile?»

Lilo mise una tazza di plastica bianca davanti a Cathay, poi si appoggiò allo schienale della sedia, allungò le gambe, e si posò la tazza calda sulla pancia.

«D’accordo,» continuò Cathay. «Mi trovavo in difficoltà, lo ammetto. Ma non ero in prigione. Tweed mi fece una buona offerta. Disse che…» Cathay si fermò e abbassò lo sguardo. Le lanciò un’altra occhiata, sospirò, e riprese, senza guardarla negli occhi: «Sono un insegnante. Ero un insegnante. Non ha senso tentare di nascondertelo. Venni espulso dalla Associazione Educativa. Ingiustamente, secondo me, ma non c’è modo per poterlo dimostrare.» La guardò di nuovo. Lilo scrollò le spalle, decise che non bastava, e gli sorrise.

«Per me è lo stesso,» disse. «Io sono una Nemica dell’Umanità, ricordi?»

«Anche queste sono tutte idiozie,» ribatté pronto. «Non sei la sola qui dentro. Un paio sono veri pazzi, ma la maggior parte sono come tutti gli altri. Sono andati un po’ troppo avanti, ma di solito è avvenuto per qualche ragione di principio.» Sollevò le sopracciglia, ma Lilo non era ancora disposta a parlarne. Non ancora. Non con qualcuno che aveva appena incontrato.

«Continua.»

«Ecco, Tweed mi disse che avrebbe potuto farmi lavorare di nuovo, insegnare ai bambini. Ero davvero disperato. Erano passati cinque anni. Ho bisogno dei bambini, veramente. Comunque l’accordo era che avrei svolto due compiti per lui. Uno, insegnare ai bambini in un luogo remoto e non precisato. L’altro — pensavo che prima avrei dovuto portare a termine il primo — era lavorare per lui su Plutone. Non mi disse di che tipo di lavoro si trattava, né mi interessava saperlo. Dopo qualche anno mi avrebbe lasciato andare e avrebbe pensato a farmi riammettere sotto un altro nome.»

«Allora cosa è successo?» Lilo mise un altro cucchiaino di zucchero nel caffè, sperando di coprirne il sapore. «Questa roba è schifosa.»

«Sì, vero? Vedi, avrei dovuto insospettirmi quando mi disse che avrebbe potuto farmi riammettere. Ciò significa che può accedere, illegalmente, ad alcuni potenti computer governativi. Capisci quello che voglio dire?»

«Sì. Temo di sì. Cosa ha preso? La tua registrazione?»

Cathay sorrise. «Uh… huh. Venne fuori che aveva sempre pensato che dovessi svolgere i due compiti contemporaneamente. Mi mandò su Plutone, immagino. Prese la mia registrazione e la inserì in un clone. Io.»

«Portato a bordo a forza.»

«Esattamente. Qui ce ne sono un’altra decina come me. Persone che avevano fatto un patto con Tweed e che si sono risvegliate in un corpo clonato.»

Lilo bevve un sorso di caffè. «È davvero schifoso. Non ha nessuna… che cosa? Vergogna? Principi?»

«Non so. Quando pensa che una cosa sia importante per lui, la fa. In un modo o in un altro.»

«Quindi il resto delle persone che sono qui sono come me, gente che ha subito una condanna…»

«No. Ce n’è una quindicina. Sembra che gli piacciano. Gli altri sono stati rapiti, semplicemente. La massima parte sono scienziati. Tweed aveva deciso che gli facevano comodo. Apparentemente per lui è più facile rubare le loro registrazioni e un campione di tessuto e sviluppare il suo scienziato che non rapire l’originale.»

«Capisco perché. In questo modo non c’è nessuna ripercussione. Non si sa neppure che è stato commesso un crimine.»

Cathay si alzò per riempire le tazze, quindi rimasero per un po’ seduti in silenzio mentre sei altri entravano per far colazione. Nessuno si sedette al loro tavolo, ma Cathay ne salutò molti.

«Una cosa che nessuno mi ha ancora detto,» riprese Lilo, «è perché mai Tweed abbia bisogno di un ingegnere genetico. Che cosa dovrò fare qui?»

Cathay fece una smorfia. «Tanto per cominciare, potresti produrre una pianta di caffè migliore. Sei capace?»

«Forse.» Lilo rise. «Cucino anche piuttosto bene, e a quanto pare qui può essere utile. È per questo che Tweed mi ha mandato quassù?»

«In realtà non me l’ha detto. Ma se sai cucinare, non è poi spietato come credevo.»

«Tutti gli ingegneri genetici imparano a cucinare,» disse, costringendosi a finire il caffè. «Ho cominciato sviluppando una pianta di uova con il guscio duro e con due tuorli per una società di Mercurio. Ho imparato mille modi di cucinare le uova per risparmiare senza che mi venisse a noia mangiarle. Ma davvero non hai idea di perché mi abbia mandata quassù?»

«Forse un’idea ce l’ho. La maggior parte degli altri scienziati sono specialisti planetari, fisici, chimici inorganici, ingegneri meccanici e così via. Ogni due mesi abbiamo inviato una sonda nell’atmosfera di Giove. Abbiamo raccolto alcuni organismi vivi. Probabilmente vogliono che tu lavori su quelli.»

Lilo era affascinata, ma restava perplessa. Si sapeva da tempo che su Giove c’era vita, ma nessuno l’aveva mai studiata.

«Perché proprio io? Il mio campo non è tanto l’analisi quanto la ristrutturazione.»

Cathay scrollò le spalle. «Non lo devi domandare a me. Ma non credere che qui si faccia ricerca pura. Qualsiasi cosa ti faranno fare, avrà come scopo la distruzione degli Invasori.»

«Continuo a non capire come possano essere utili le mie nozioni.»

Cathay si alzò. «Cosa devo dirti? Talvolta Tweed è più interessato alla persona che non a quello che sa fare. Per questo rapisce i detenuti, mi dicono. Vuole la gente diversa, non le menti comuni. In un certo senso è come scegliere un ingranaggio per un macchinario perché ha un bel colore e non perché ha il numero giusto di denti.»

«Sembrerebbe un modo ben strano di organizzare un esercito. Dove vai?»

«A giocare.» Sogghignò. «A fare i miei giri. Ho settantatré alunni — non meravigliarti, qui le cose sono diverse — e uno di loro è il mio secondo figlio. Ah, ah! Ora ti ho scandalizzato.»

«No, sono… sono sorpresa. Mi ci vorrà un po’ di tempo per abituarmici. Ti dispiace se vengo con te?» Lilo aveva detto la verità; non era scandalizzata, ma era una grossa sorpresa sentire che la regola più fondamentale della civiltà umana — Una Persona, Un Figlio — era stata violata: che un’intera comunità procreava come desiderava.

Presero l’ascensore per il mozzo della stanza cilindrica, poi entrarono nei corridoi e avanzarono spingendosi piano piano con le mani e con i piedi contro le pareti. Lilo stava diventando brava.

Non aveva visto tutti quei bambini. Il motivo, scoprì presto, era che passavano la maggior parte del tempo nelle zone abbandonate. Cathay prese una lampada e lei lo seguì attraverso una delle barriere di campo nullo. Presto cominciarono a sentire delle voci alle loro radio. Quindi cominciarono a incontrarli, a gruppetti di due o tre, immersi nei loro affari. Sembrava che avessero simpatia per Cathay, abbastanza da tollerare che li presentasse a una sconosciuta. Ma lei aveva sempre più la sensazione che in quelle caverne avessero la loro società. Giocavano a giochi elaborati, ricavati da trasmissioni televisive e fumetti educativi, che avevano poco a che fare con la loro realtà.

Erano bambini strani. Eppure, pensò, dovevano essere diversi. Molti stavano crescendo insieme a fratelli e sorelle. Lilo riusciva appena a immaginare quanto ciò potesse rendere diverso un bambino. E finalmente rimase esterrefatta quando ne vide uno colpirne uno più piccolo. Cathay non fece nulla, sicché lei fu sul punto di intervenire.

«Lasciali stare,» le disse Cathav. «Non ci puoi fare niente.»

«Ma…»

«Lo so. All’inizio è stato molto difficile anche per me. Ma guarda. È finita, no?»

Il litigio non era durato a lungo. Per fortuna. Ma aveva la netta sensazione che il più piccolo avesse subito un torto, e lo disse.

«Certo che lo ha subito. E ha dovuto umiliarsi, ritirarsi dalla lotta, perché è piccolo. Devi capire che sono il solo insegnante di tutto questo gruppo. Posso arrivare solo fino a un certo punto, e ho scoperto che è meglio che mi concentri sull’insegnargli a risolvere i loro conflitti. È duro, ma finora nessuno è stato ucciso.»

Lilo cominciava a capire quanto fossero diversi quei bambini.

Cathay aveva in un certo senso rappresentato una vittoria per la gente di Poseidone. A prima vista non si capiva molto, ma Poseidone aveva un ordinamento sociale estremamente brutale. I suoi abitanti erano lì perché erano stati rapiti o solo come alternativa alla morte. Una volta arrivati, avevano ben prestò capito che dovevano lavorare, e che c’erano pochissime altre cose che contassero. Le uniche regole da rispettare erano fare ciò che veniva ordinato e non tentare la fuga. L’unica punizióne per i trasgressori era la morte.

A parte questo, a Tweed non importava cosa facessero. Le Vaffa effettuavano una stretta sorveglianza, se mai qualcuno avesse cercato di attaccare l’astronave o di costruire una radio. La prima cosa era tanto difficile e avrebbe richiesto tanto tempo e tanta astuzia che era stata tentata solo una volta. La seconda era un suicidio, anche se Tweed non la vietava espressamente. Certo, se gli Otto Mondi avessero saputo di Poseidone Tweed sarebbe stato rovinato. Ma avrebbe anche voluto dire la morte di tutti quelli che ci vivevano. Anche quelli che erano stati rapiti erano cloni illegali. La confederazione avrebbe dovuto eliminarli, a malincuore, perché, legalmente, con un determinato insieme di geni poteva esistere solo una persona. Le Vaffa non avevano mai trovato una trasmittente.

La ricerca procedeva lentamente. Tweed non aveva intenzione di reclamizzare la propria presenza agli Invasori e ai Gioviani. Giove era costantemente osservato con tutti gli strumenti noti alla scienza; di tanto in tanto veniva inviata una sonda nella sua atmosfera. Gli scienziati di Poseidone conoscevano il gigantesco pianeta meglio di chiunque altro in tutto il sistema solare. Ma non era ancora abbastanza.

Il secondo campo di attività su Poseidone era la ricerca di nuove armi che risultassero efficaci nella futura guerra contro gli Invasori.

C’era molto tempo libero. I reclusi potevano trascorrerlo come preferivano. Alla fine, quando fu evidente che sarebbero rimasti lì per tutta la vita, cominciarono ad avere bambini. E a un certo punto qualcuno ebbe l’idea rivoluzionaria che non era obbligatorio fermarsi al primo figlio.

Tweed ne era stato felice. Aveva addirittura inviato un sociologo a studiare l’unica società a riproduzione illimitata esistente al di fuori degli Anelli. Sperava di potersi servire di quello che avrebbe appreso come base per la società futura, sulla Terra, dopo la sconfitta degli Invasori.

Ma i bambini erano stati la causa della sola resistenza organizzata di qualche efficacia. I genitori si erano riuniti e avevano detto a Tweed che volevano insegnanti, altrimenti non avrebbero più lavorato. Fu organizzato il primo e unico sciopero. Avevano richiesto venti insegnanti. Ottennero Cathay, e la promessa che se avessero scioperato di nuovo sarebbero stati uccisi tutti. Tweed poteva farlo e sostituirli con un gruppo di cloni esattamente uguali a loro, ma era riluttante. Avrebbe significato la perdita delle nozioni e delle capacità acquisite dai reclusi dalla loro ultima registrazione.

«Hanno cercato di persuadermi a farmi clonare, come le Vaffa,» disse Cathay. «Sarebbe senz’altro la soluzione più pratica, ma non posso farlo. Al solo pensarci sono stato male. Non voglio essere una dozzina di persone.»

«Non c’è bisogno che tu me lo spieghi,» disse Lilo con un tremito. «Fa venire i brividi anche a me.»

Un gruppo di cinque bambini argentei arrivò a rotta di collo lungo il corridoio. Si fermarono quanto bastò perché potessero essere presentati a Lilo.

«… Olympica, Cypris, e quello piccolo laggiù è Iseult. Quello grazioso, là, è mio figlio, Cass.»

Cass era un bambino alto. Lilo immaginò che avesse circa dodici anni, poi dovette guardare attentamente per essere sicura che fosse un maschio, e intanto si domandava se sarebbe mai riuscita ad abituarsi a esseri i cui corpi erano specchi ricurvi. Cominciava a essere impaziente di tornare dentro, dove c’era aria. Non aveva visto le facce di nessun bambino, solo dei riflessi deformati.

Cathay notò il suo disagio e la riportò indietro, lungo il labirinto dei corridoi disabitati. Lilo tirò un profondo respiro, per la prima volta in più di un’ora.

Un Vaffa maschio li stava aspettando. Toccava con noncuranza la pistola che aveva nella fondina e sembrava conoscere la persona che aspettava.

«Comincerai a lavorare con questo turno,» disse. «Seguimi, e ti mostrerò cosa devi fare.»

8

Tweed deve avermi presa per usarmi come una specie di jolly. Non capivo come potessi essere utile ai suoi piani. Non che questo mi disturbasse; non ero divorata dal desiderio di aiutarlo a sconfiggere gli Invasori. Immagino che, in astratto, fossi d’accordo con quel fine, solo che non credevo fosse possibile raggiungerlo. Combattere contro gli Invasori è come voler abolire la legge di gravità.

Però c’erano persone che avevano un lavoro molto più significativo del mio. Se si vuole considerare significativo. Mi vennero mostrati alcuni disegni e alcuni piccoli modelli esplicativi di armamenti pronti per essere prodotti non appena Tweed fosse stato rieletto e avesse avuto accesso agli assegni in bianco che un tempo controllava. C’erano alcune applicazioni spaventosamente nuove della teoria del campo nullo, compresa, per esempio, un’apparecchiatura capace di proiettare un campo sferico a grandi distanze. L’idea era quella di racchiudervi dentro un Invasore e poi restringere il campo fino alle dimensioni di un diametro atomico. Era difficile immaginare una creatura in grado di sopravvivere a un trattamento del genere. Poi si spegneva il campo. In breve: una bomba H in miniatura.

Vidi progetti di astronavi da guerra, di un tipo che non veniva costruito dai tempi precedenti l’Invasione. E tutte le altre cianfrusaglie che si usavano in una guerra: tute autonome da combattimento e fucili, carri armati e granate, bombe a fusione e bombe al neutronio. Sulla carta Poseidone avrebbe potuto sconfiggere qualsiasi pianeta degli Otto Mondi.

Ma a cosa avremmo sparato?

Lilo riusciva a sbrigare il lavoro vero e proprio in non più di un’ora al giorno. Spesso restava in laboratorio più per l’apparenza che per altro.

Da un punto di vista accademico, il primo mese era stato interessante. C’era tutto il gruppo di campioni atmosferici che aspettavano di essere analizzati. Lilo sapeva qualcosa sui materiali organici reperibili nell’atmosfera gioviana per aver letto le antiche ricerche condotte prima dell’Invasione. I chimici e i planetologi avevano ampliato quell’insieme di informazioni e avevano raccolto alcune spore e alcuni microrganismi. Poi, circa un anno prima, qualcosa era andato a sbattere contro il cucchiaio della sonda automatica. Non era molto grande; aveva grosso modo la massa di un topo adulto. Se fosse stato più grande avrebbe distrutto la sonda.

A livello strutturale non ne restava molto. Era una palla di gelatina ghiacciata in metano e ammonio. Ma dal punto di vista cellulare si potevano imparare molte più cose. Lilo portò a termine quel compito nella prima settimana, lavorando dodici, quattordici ore al giorno. Fece una mappa della struttura cromosomica delle cellule intatte. L’organismo assomigliava, sotto molti aspetti, agli animali della parte superiore dell’atmosfera, raccolti dalle sonde inviate su Urano.

Lavorò con Chea, il chimico inorganico, per scoprire le presumibili caratteristiche di quell’organismo. Si vide che le creature gigantesche dei livelli gassosi superiori, come alcune forme di vita superiore di Marte, utilizzavano i catalizzatori e i polimeri in modi che sulla Terra si ritrovavano solo nelle raffinerie. I suoi campioni costituivano un’eccezione. Alla fine della terza settimana, allorché trovò i resti di un sistema riproduttivo, riuscì a clonare una delle cellule. La cellula crebbe fino a diventare una sfera trasparente piena di idrogeno: visse qualche ora all’interno di una precaria camera gioviana, prima di sgonfiarsi. Il pallone era fatto di vinile. Nella parte inferiore aveva un sottile rigonfiamento a forma di croce, contenente una struttura ossea.

Il lavoro successivo fu di pura routine. Con i resti dei campioni preparò una coltura di tessuti e si mise a studiare come si potesse uccidere la creatura. Non c’erano vie di mezzo: o si scopriva la soluzione o non si trovava niente. Se avesse avuto a che fare con una creatura basata su acqua e ossigeno avrebbe trovato una dozzina di modi per attaccarla, semplicemente studiandone i geni e sintetizzando un virus. Ma non esisteva nessun lavoro sulle strutture genetiche degli organismi gioviani. Quasi tutte le proprie ricerche sulla vita terrestre le svolgeva al computer; ma per i geni extraterrestri non esistevano programmi. Per attaccarli doveva introdurre variazioni quasi casuali in punti diversi del gene e poi guardare cosa succedeva.

«Ma Tweed vuole che troviamo un insetto che uccida i Gioviani,» osservò un giorno Chea. «Ci riuscirai in questo modo?»

Lilo alzò le spalle. «Può darsi, però non è molto probabile. Posso trovare qualcosa che uccida queste cose. Ma non i Gioviani, se intendi le creature intelligenti che sono là sotto.»

Era nella galleria adibita alla coltivazione insieme a Chea, Cathay e Jasmine, il capo dei planetologi. Si stavano sporcando tutti le mani con una nuova specie di albero di maiale sviluppato da Lilo e che produceva una pancetta migliore di quella che avevano mangiato fino ad allora. Erano inginocchiati sulla terra scura e calda e parlavano mentre trapiantavano le pianticelle. Erano sovrastati dal lucente mozzo centrale della fattoria, al di là del quale si vedeva la parete più distante del cilindro ruotante. Portavano tutti occhiali scuri e i loro corpi erano coperti di lozione contro gli ultravioletti e di sudore. Era un momento lieto per tutti.

Lilo trascorreva quasi tutto il proprio tempo a coltivare, nel vivaio idroponico e all’esterno, su un lotto di terra che aveva preparato per le piante resistenti al vuoto. Il cibo era già migliore, e lei era diventata una specie di eroina per i reclusi. A Lilo piaceva lavorare con le piante, ma non altrettanto cucinare. Stava insegnando a farlo a Cass e a tre altri ragazzi. Venivano su bene.

«Vuoi dire che non credi che i Gioviani siano come quella creatura?» domandò Cathay.

«Non ho motivo di pensarlo,» rispose Lilo. «E probabilmente Jasmine può darti molti motivi sul perché non dovremmo aspettarcelo.»

Jasmine prese un’altra pianta dal secchio e cominciò a scavare un foro. Era una donna piccola con occhi grandi e grosse mani capaci. Portava i capelli biondi in spesse trecce e aveva un collare di pelliccia, la sua sola alterazione chirurgica. All’arrivo di Lilo, erano due anni che Cathay e Jasmine dividevano una stanza e avevano tutti e due espresso il desiderio che Lilo si unisse a loro. Lilo non sapeva cosa fare. Si era trovata bene a dividere la stanza con Chea, il collaboratore più abile che avesse mai avuto. Ma quella fase del loro rapporto si era chiusa quando avevano smesso di lavorare insieme sull’organismo gioviano. Adesso Chea era impegnato in qualcosa di diverso, qualcosa che non coinvolgeva Lilo. Da allora non si erano più frequentati come le sarebbe piaciuto.

«Per ora è impossibile saperlo con certezza,» disse Jasmine, spianando la terra intorno alle radici della sua pianta. «Cioè se quello che Lilo sta scoprendo sugli organismi superiori avrà qualcosa a che fare con quelli che vivono più in profondità. Ma è improbabile.»

«Come mai?» Allorché le discussioni entravano in campi scientifici, Cathay era l’uomo della strada perpetuo. Ma non gli dava noia. Ammetteva senza esitazioni che non ne sapeva praticamente niente. Non era un insegnante di capacità o di conoscenze, ma un maestro elementare: uno che guidava i bambini nell’esplorazione di loro stessi, facendogli scoprire e sviluppare le rispettive attitudini.

«Sappiamo molte cose sulle caratteristiche dell’atmosfera gioviana,» rispose Jasmine. «È a strati. In alto idrogeno, sotto ammoniaca, idrosolfuro di ammonio, acqua e idrogeno liquido, tutti in diversi stati cristallini, o fluidi, o mescolati gli uni con gli altri. Non c’è motivo di pensare che la creatura di Lilo potrebbe sopravvivere se scendesse di poche centinaia di chilometri.»

«E molti motivi per pensare che non sopravviverebbe,» aggiunse Lilo.

«Dici che questa cosa ha una borsa piena di idrogeno,» riprese Cathay. «Come fa a sostenerla se galleggia nell’idrogeno?»

Lilo rise. «È una buona domanda. Me lo sono chiesto anch’io, e non sono ben sicura neanch’io. Penso di averla vista in uno dei primi stadi. Forse nasce in uno strato più basso, si fa riempire il pallone di idrogeno e risale verso la luce del sole. Dopo avrebbe bisogno di un nuovo metodo per restare in aria. Lì può trovare tutta l’energia di cui ha bisogno. È un luogo violento.»

«È possibile che Giove abbia diverse biosfere,» disse Jasmine. «Forse si mescolano un po’, secondo l’ipotesi di Lilo che la sua creatura sia nata a un livello inferiore e salga verso l’alto. Ma sarà difficile fare degli studi, specialmente sui livelli inferiori, dove probabilmente vivono i Gioviani.»

«Perché pensi che siano laggiù?»

«Be’, io… hai ragione. Potrebbero vivere negli strati superiori, ma è improbabile, credo, solo in base a un semplice calcolo statistico. Ci sono tanti strati che possono occupare. Le sonde che ho lanciato hanno individuato trentasette ambienti distinti, come le bucce di una cipolla. Alcuni di loro, in determinate condizioni climatiche, si mescolano, e ciò aumenta ulteriormente le possibilità. Ma è difficile immaginare qualcosa che possa vivere in tutti quanti. In fondo, poco prima che le mie sonde interrompano le loro trasmissioni, c’è un nucleo di idrogeno metallico fuso. Non so se possa viverci qualcosa, ma non scommetterei che sia impossibile vivere nello strato immediatamente superiore.»

«E in quello cosa c’è?»

«Idrogeno liquido, ma è caldo. Circa dodicimila gradi. Tre milioni di atmosfere di pressione. E non mi domandare che tipo di vita potrebbe esserci. Non sarebbe simile a niente di quello che ha studiato Lilo. Ma se gli Invasori e i Gioviani vivono in quella roba, i nostri tentativi sono inutili. Non si riuscirebbe mai a toccarli, credo.»

La conversazione stava disturbando Lilo. Il concetto di ricerca bellica le era nuovo; era qualcosa a cui non aveva mai pensato. Non è piacevole sapere che il tuo lavoro ha un solo fine: uccidere qualsiasi cosa tu riesca a scoprire.

9

Dopo aver finito di lavorare nel laboratorio ed essere stata un po’ nella fattoria, Lilo spesso andava in esplorazione con Cathay, Cass e Jasmine, o talvolta con uno solo di loro. Dopo circa un mese, però, Jasmine cominciò a perdere interesse per quei viaggi. Con i suoi centocinquant’anni era la più vecchia del gruppo. Aveva avuto il figlio più di un secolo prima, aveva scoperto che in fondo i bambini non le interessavano, e su Poseidone non ne aveva più avuti.

La situazione fra i tre era diventata imbarazzante. Lilo si era trasferita da loro e per un po’ era andato tutto bene. Ma era diventato via via più chiaro che Jasmine era più attratta da Lilo che da Cathay. A Cathay dispiaceva ed era un po’ risentito nei confronti di Lilo. Jasmine parlava di sottoporsi a un cambiamento di sesso, il che disturbava ancora di più Cathay che era un maschio convinto, senza nessun interesse per gli altri uomini. A Lilo, invece, piacevano tutti e due. Lei aveva una personalità stabilmente femminile, anche se non quanto l’aveva stabilmente maschile Cathay, ed era stata maschio solo per tre dei suoi cinquantasette anni. Jasmine apparteneva alla maggioranza senza preferenze.

Passavano i mesi. Jasmine si fece cambiare di sesso da Mari. Per un po’ sembrò che potesse funzionare con tutti e tre insieme, ma alla fine Jasmine si allontanò dalle loro vite. Lilo e Cathay andavano d’accordo, tranne che in un campo.

«Sei pazza. Di qui ce ne andremo solo quando lo vorrà Tweed.»

«Non accadrà mai.» Non voleva discutere, ma non riusciva a non sentirsi irritata per come lui accettava la prigionia. Lo guardò e vide se stessa dieci anni dopo.

«Hai ragione,» annuì lui. «Non accadrà mai. A meno che tu non creda che sia possibile trovare un modo per sconfiggere gli Invasori…»

«E non lo credo, non per…»

«… nel qual caso verremmo considerati degli eroi in tutto il sistema solare. Altrimenti uno di questi giorni finirà il denaro e si stancherà del progetto.»

«E noi saremo eliminati.»

«Esatto. Non crederai certo che questa prospettiva mi piaccia. Ma che diavolo possiamo farci?»

«Possiamo dedicare tutte le nostre energie a cercar di fare qualcosa!»

«Bene, bene. Sono d’accordo. Cos’hai in mente?»

Lilo inghiottì la rabbia e si sforzò di ragionare con calma. Si arrivava sempre a questo: fammi una proposta concreta, dimmi il tuo piano. E tutte le volte che ne suggeriva uno, ancora approssimativo e molto ipotetico, qualcuno ci trovava un milione di difetti.

«Non ho niente di preciso,» ammise, di nuovo.

«Ah. Perché non ci pensi di più?»

«Ma non troverò mai un piano se qualcuno non mi aiuta! Non capisci che arrendersi è il modo più sicuro per restare per sempre qui? So che tutti i miei piani di fuga erano cattivi. Finora! Ma mi trovo sempre davanti a questo atteggiamento fatalistico. Anche con te! Questo continua a sorprendermi.» Si fermò, calmandosi. Non aveva avuto intenzione di urlare e adesso lui sembrava offeso. Lo abbracciò. Per un po’ non rispose, ma a poco a poco si ammorbidì.

Era bello stare con Cathay. Era un amante delicato, un uomo buono. Una persona di cui poteva fidarsi.

«Alcuni si stanno dando da fare per trovare il modo di fuggire,» disse lui. «Ma l’ultima che ho sentito, è che anche loro sono arrivati a un punto morto. Forse ti piacerebbe parlargli. C’era un piano per spostare questa maledetta luna. Ma è folle.»

«Chi sono? È tutto quello che desidero: parlare con qualcuno che vuole andarsene.»

«Lo stai facendo. Vogliamo andarcene tutti. Ma i soli che, per quanto ne so, stiano facendo qualcosa, sono Vejay e Niobe.»

Vejay si librava vicino al soffitto della propria stanza, appeso per un piede, e rovistava in una scatola piena di fogli. La stanza era zeppa, con tutte e sei le pareti coperte di mobili e scatole piene di carte.

«In realtà il principio è semplice,» spiegò. «È addirittura stato messo in pratica un paio di volte, nella cintura degli asteroidi. Ma non è economico.» Aveva trovato quello che cercava — un vecchio foglio di carta azzurra, ripiegato molte volte — e cominciò ad aprirlo in aria. Lilo gli si portò accanto. Appena gli fu vicina arricciò il naso. Vejay non era molto popolare; su un pianeta civile avrebbe avuto continui problemi con la legge perché si dimenticava di fare il bagno.

Spesso Vejay si dimenticava anche di mangiare, e non faceva mai esercizi. Non prendeva le pillole energetiche, tanto che era tutto pelle e ossa, con una muscolatura appena sufficiente per permettergli di muoversi in uno stato di assenza di peso. Mari aveva detto a Lilo che era abbastanza sano, purché non fosse mai sottoposto alla gravità. Vejay credeva nel lavoro in condizioni ottimali, e su Poseidone ciò voleva dire pesare trenta chili ed essere madidi di sudore.

Non avrebbe potuto esserci un contrasto maggiore fra Vejay e il terzo occupante della stanza. Niobe la Danzatrice era un esemplare fisico privo di difetti. Tutti i muscoli del suo corpo erano perfettamente disegnati e risaltavano in un alternarsi aggraziato di cavità e sporgenze sulle braccia, le gambe, la pancia e la schiena.

«È un buon propulsore spaziale,» stava dicendo Vejay. «Ma funziona soltanto con qualcosa di molto grande. Il solo buco peserebbe più di qualsiasi astronave io conosca. Il buco è dall’altra parte, esattamente all’opposto di dove siamo ora. Sei mai stata a vederlo?»

«No. Ne avevo l’intenzione, ma non credevo che fosse davvero importante. Però penso che adesso ci andrò.»

«Dovresti farlo. È piuttosto notevole, per essere sulla superficie di Poseidone. Se ne venisse messo uno sulla Luna e se qualcosa andasse storto, sprofonderebbe sotto la superficie e in breve comincerebbe a orbitare sottoterra. E dopo poco, niente più Luna.»

Lilo rabbrividì. A nessuno piacevano i buchi neri.

Sarebbe stato facile ignorarli, considerandoli una delle tante astrazioni scientifiche, se si fossero tenuti convenientemente lontani dalle faccende umane. Quando erano stati postulati per la prima volta, si era pensato che potessero essere formati solo da grandi stelle estinte. Una volta che i fuochi nucleari nel nucleo di una stella non fossero stati più in grado di sostenerne la massa, la gravità avrebbe preso il sopravvento; la stella avrebbe cominciato a ridursi. Alla fine avrebbe raggiunto dimensioni e velocità tali che la sua velocità di fuga sarebbe stata superiore a quella della luce.

Invece era stato scoperto che al momento della creazione dell’universo, durante il Grande Bang, c’erano state forze sufficientemente potenti da formare minuscoli buchi neri, alcuni più piccoli di un nucleo atomico. Di lì a poco quella teoria venne modificata. Se anche i buchi si fossero formati, sarebbero rapidamente svaniti e non avrebbero potuto mettere in difficoltà gli scienziati umani.

Questa teoria era stata ritenuta valida fino a poco dopo l’Invasione, quando nella zona delle comete, oltre l’orbita di Plutone erano stati scoperti minuscoli buchi neri quantistici. Questi misteriosi oggetti erano piccolissimi; il diametro del più grande misurava solo una frazione di millimetro. Ma la loro forza di gravità era enorme. Se si avvicinavano molto a una massa fisica, essa veniva distrutta e veniva liberata energia che poteva essere intercettata e trasmessa dalle stazioni orbitanti ai ricevitori a terra.

Duecento anni prima uno era uscito da un’orbita intorno a Plutone. Aveva scavato un foro largo dieci metri attraverso tutto il pianeta. La zona di distruzione era stata molto più ampia, per gli sconvolgimenti delle maree e dei terremoti provocati dalle rocce spinte dalla pressione a scorrere come burro fuso per riempire la galleria scavata dal buco nero.

«Come mai non succede lo stesso?» chiese Lilo.

«Potrebbe succedere,» rispose Vejay. «Ma non è un buco grosso, e Poseidone è una roccia piccola. Penetrerebbe lentamente, e con tutte le irregolarità saremmo in grado di catturarlo dall’altra parte. Guarda come funziona.»

Lilo studiò il diagramma mentre Vejay glielo spiegava. Le era sembrato uno spreco utilizzare il buco nero come generatore, e la sua opinione fu confermata dalle cifre. Il buco era in grado di produrre energia bastante ad alimentare una città; Poseidone poteva utilizzarne appena una piccola frazione, anche dopo che buona parte ne veniva liberata nel vuoto per permettere al buco di vincere la forza di gravità.

«Adesso è lì,» disse Vejay. «Sotto di sé ha un campo nullo a forma di tazza, come quello.» Indicò un emisfero sospeso sopra la superficie di Poseidone, con la parte cava rivolta verso l’alto. «Il campo protegge le apparecchiature sottostanti dal surriscaldamento e la roccia dalla fusione. Consente anche di avvicinarsi sotto per la manutenzione dei sostegni.» Indicò tre grandi cupole sul terreno.

«Il buco ha una carica elettrica ed è sorretto da quegli elettromagneti, grandi, superraffreddati.»

«E questo come ci servirebbe per fuggire?»

Vejay piegò la testa e studiò il disegno come se lo vedesse per la prima volta. Alzò gli occhi, sorpreso.

«La forma dell’emisfero del campo nullo non ti fa venire in mente niente? Non è la più efficiente — potremmo dargli quella che vorremmo una volta acquistato il controllo della situazione — ma potrebbe funzionare anche così.»

Lilo guardò di nuovo. Naturalmente, perché non l’aveva visto?

«L’effusore di un razzo.»

«Ci sei. Il buco nero è dentro quella tazza puntata verso l’alto rispetto alla superficie di Poseidone. Se ci gettiamo qualcosa, qualsiasi cosa, ma non troppo grande, la gravità del buco la comprime. E la comprime così violentemente da provocare tutte le reazioni nucleari che ti vengano in mente. Molta materia viene distrutta, e ciò vuol dire energia a cui attingere per le nostre necessità.

«Anche al tasso col quale immettiamo la materia adesso si ha una piccola spinta, poiché la tazza è aperta verso l’alto. È così piccola che è quasi impossibile misurarla, considerando che sia la massa di Poseidone sia quella del buco fanno resistenza all’accelerazione. Perciò quello che dobbiamo fare è gettare sassi nel buco, proprio come stiamo facendo. Solo che anziché servirci di granelli di polvere e misurarli con il contagocce, avremo bisogno di un nastro trasportatore. Ci vorrà una fornitura costante di combustibile.»

«Così abbiamo risolto il secondo problema. Adesso basta risolvere il primo.»

Lilo aggrottò le sopracciglia. «Forse sono un po’ lenta.»

Niobe rise. «Non ti preoccupare. Anch’io mi sentivo già in viaggio dopo aver visto questo. Vejay, tu corri troppo. È appena arrivata.»

«Scusa,» disse. «Allora, il secondo problema è dove andare una volta eliminate le Vaffa. Ognuno degli Otto Mondi ci giustizierebbe come cloni illegali. Con questo possiamo andare dovunque. Io propongo di andare molto lontano.»

«Stai parlando di un viaggio interstellare?»

«E di cosa, sennò? Questo propulsore ci farebbe raggiungere una velocità prossima a quella della luce. Probabilmente non potremmo spingerlo a più di un ventesimo di gi, ma ci arriveremmo. Per Alpha Centauri ci vorrebbero forse venti anni.»

«Ma la massa… ah, credo di capire!»

«Ci basterebbe. Useremmo la massa di Poseidone, naturalmente, come facciamo adesso.»

Lilo ci pensò su. Era maledettamente frustrante. Bisognava costruire e utilizzare le attrezzature pesanti utilizzate per scavare le gallerie. Una miriade di particolari. Un viaggio spaziale non si poteva progettare e metter su in una notte.

«Quanto pensi che ci vorrebbe per essere pronti?»

Scrollò le spalle. «Lavorando sodo, senza complicazioni impreviste, potrei farcela in due settimane.»

E le Vaffa ispezionavano il posto tutti i giorni. Si tornava sempre alle Vaffa.

Cominciai a dormire male. L’incontro con Vejay e Niobe aveva rafforzato le mie speranze, rinvigorito il mio desiderio di fare qualcosa per evadere. Ero lontana dalla juga come prima, ma non mi sembrava di. esserlo. Avevamo risolto la parte più facile dell’equazione per raggiungere la libertà. Avevamo sempre davanti tutti i problemi. Sei, forse dieci, e si chiamavano tutti Vaffa.

Una Vaffa poteva essere uccisa. Era difficile, però; in tutti quegli anni era successo due volte, ad opera di disperati. Avevo sentito raccontare le due storie almeno cento volte. Si poteva tendere loro un agguato e sopraffarle all’interno. Fuori erano invulnerabili come le loro tute. Si poteva seppellirle sotto una tonnellata di rocce; ma i campi delle tute le avrebbero protette e sarebbero sopravvissute finché fosse durata l’aria, un tempo più che sufficiente per i soccorsi.

Seppellirle tutte insieme? Si poteva far saltare tutto, ma con cosa sarebbero rimasti?

«Cosa sono?»

«Bambini di zucchero. Scherzi? Come fai a non sapere cosa sono i bambini di zucchero?»

Ma Lilo non lo sapeva. Erano in un grande vaso di vetro dal collo stretto. L’avevano scoperto nel nascondiglio di Cass. Apparentemente lui se ne era stancato, ma a quanto pareva se l’erano cavata bene.

Il fondo del vaso era coperto di terra nera, con cinque olmi nani, tre abeti Douglas e molto muschio. C’era una grotta formata da sassolini ammucchiati uno sull’altro, e all’entrata della grotta tre figure bipedi, alte un millimetro. Avevano il corpo bianco e la parte superiore delle loro piccole teste era nera. Sembravano minuscoli esseri umani.

«Sembra che abbiano una faccia,» osservò lei, chinandosi a guardare più da vicino.

«Non scherzare. Non le hai davvero mai viste?»

«Mai.» Eppure mentre lo diceva, aveva la strana sensazione che non fosse vero. Scosse la testa, ma la sensazione restò.

«Be’, hanno una faccia. Ma guarda meglio.»

In un lato del vaso era incassata una lente d’ingrandimento. Lilo vi guardò attraverso e l’illusione svanì. Quelli che erano sembrati capelli erano semplicemente la colorazione dell’esoscheletro che nascondeva occhi sfaccettati. Le facce erano tre punti e una linea. Le cose erano divise in segmenti alle giunture e alla vita, come marionette, o come…

«Formiche. Sono formiche.»

«All’inizio lo erano,» confermò Cass. «Poi le hanno cambiate. Guarda la quinta e la sesta zampa, alla vita. Sono davvero piccole.»

Lilo si sentiva male, ma non riusciva a distogliere lo sguardo da quelle creature. Dalla piccola grotta ne uscirono altre. Camminavano freneticamente sulle zampe posteriori, agitando le braccia snodate.

«È disgustoso,» disse Lilo. Stava per vomitare.

Cass fece una smorfia. «Sì, capisco cosa vuoi dire. Me le hanno date quando ero più piccolo e ora non so che farmene. Non posso semplicemente ucciderle; non mi sembrerebbe giusto.»

«Tweed vi lascia…»

«Ogni tanto possiamo ordinare qualcosa.»

«Queste arrivarono qualche anno fa dalla Luna. Le avevano tutti i ragazzi. Vorrei aver chiesto uova di gatto, invece.»

Adesso Lilo si sentiva confusa. Provava un senso di disorientamento, una crescente impressione di déjà vu. Si sforzò di ricordare, ma inutilmente. Però dentro di lei si era messo in moto qualcosa che non si sarebbe arrestato.

«Non possono vivere fuori dal vaso,» stava dicendo Cass. «Terra speciale, o qualcosa del genere; se li liberano possono diventare un flagello. Non credo che vivrebbero a lungo… ehi, stai bene?»

«Stai un momento zitto, per favore. Non dire nulla.» Continuò a fissare i minuscoli prigionieri. Era solo perché erano imprigionati? Non credeva che l’avrebbero turbata fino a quel punto. Non le era mai piaciuto vedere esseri in gabbia; proprio per questo aveva sempre evitato di lavorare con cavie vive. Ma anche così una reazione del genere non si giustificava.

Andò indietro nel tempo, di molti anni. Sapeva di aver già guardato una bottiglia come quella, di aver visto una colonia di bambini di zucchero. Una volta… no, due. Era sicura che le era successo tre volte. Di stare così, a guardare…

La testa cominciò a riempirlesi di numeri. Li vedeva come se fossero stati oggetti solidi, con dimensioni e massa. Cominciò a ricordare.

«Ho aiutato a farle,» disse piano.

«Cosa?»

«Facevo parte dell’equipe di ricerca che mise a punto questa razza di formiche. È successo venticinque anni fa. Lavoravo per i Laboratori Biologici di Copernico. C’ero io, Theresa, Zaire e… e Yaokaha. Sul brevetto c’è anche il mio nome. Per un anno furono un grosso successo, si vendevano molto bene, e…» Si interruppe come se di colpo le fosse mancato il fiato. Cass aspettava in silenzio lì accanto, con aria preoccupata.

«Era un grosso problema,» riprese lei come se stesse leggendo su un libro. «La base degli Anelli sarebbe finita male se avessi potuto dire a qualcuno dov’era, in caso d’interrogatorio. E tuttavia non potevo semplicemente abbandonarla lì. Dovevo poterla ritrovare se, non fossi stata arrestata. Dovevo sapere e non sapere.»

«Di che cosa stai parlando?» chiese Cass. «Lilo, stai…»

«Suggestione ipnotica profonda,» disse, come se non l’avesse sentito. «Non sapevo cosa mi avrebbero fatto in prigione. Dovevo seppellirlo così profondamente da morire senza ricordarlo, senza addirittura sapere che lo sapevo. Non potevo fidarmi di. nessuno per attivare il meccanismo di richiamo, e tuttavia dovevo essere in grado di ricordare se non fossi stata arrestata. Così collegai lo stimolo di richiamo a qualcosa in cui mi sarei imbattuta più o meno a caso. Ma non troppo spesso. Non poteva succedermi tutti i giorni, e neppure ogni settimana. È capitato tre volte in cinque anni. E ogni volta ho sepolto di nuovo il ricordo.»

«I bambini di zucchero ti hanno ricordato qualcosa?»

Guardò quelle creature. La scelta era stata giusta. Pietose cosine. Avevano cercato di uscire dalla bottiglia? Non poteva sapere che sarebbe sopravvissuta alla propria esecuzione, ed era stata pura fortuna incontrare i bambini di zucchero su Poseidone. Ma adesso sapeva.

«Lo so. So dov’è.»

10

Ormai da un mese circolavano voci a questo proposito: ci sarebbe finalmente stata un’esercitazione, una prova pratica di una delle armi utilizzabili in un’eventuale guerra contro gli Invasori. Quando sentì dire di cosa si sarebbe trattato, Lilo non ci credette. Tweed non l’avrebbe certamente fatto.

Ma dopo poco la notizia diventò ufficiale. Erano tutti preoccupati, ma nessuno sapeva còme intervenire. Tweed voleva togliere il buco nero dall’altra faccia di Poseidone, farlo passare attraverso Giove e stare a vedere la reazione. Su Poseidone erano tutti d’accordo che se una reazione ci fosse stata, non sarebbe stato necessario trasmettere le notizie a Tweed. L’intero sistema solare l’avrebbe saputo immediatamente.

Lilo ne parlò con Niobe e Vejay, quindi trascorse ore e ore con Cass e Cathay. Avevano tutti paura. Quello che Lilo voleva decidere era come comportarsi. Cathay pensava che qualsiasi tentativo di arrestare il processo sarebbe stato un suicidio e diceva che la cosa migliore era sperare che gli Invasori ignorassero tutto. In fin dei conti Giove era uh pianeta grande. Poteva anche darsi che non fosse colpito nessuno.

Lilo la pensava in modo completamente diverso, e con lei Niobe, Vejay e Cass.

«Sai cosa credo?» esclamò Lilo. «Credo che non si sia mai presentata un’occasione migliore per cercare di impadronirsi di Poseidone.»

Aspettò che la reazione a queste parole si placasse. Respirava con forza, e intendeva far valere le proprie ragioni. Se fosse riuscita a convincerli, forse avrebbe convinto anche se stessa. Non voleva morire, e la sua proposta sembrava pericolosa, anche a lei.

«Voglio dire questo: qual è il momento migliore per rischiare se non quando l’alternativa è altrettanto brutta? Io sono disposta a farlo. Voi?»

La discussione si protrasse inutilmente nel cuore della notte. Il massimo che Lilo riuscì a ottenere fu il consenso a parlarne ancora e l’impegno dell’appoggio se fosse riuscita a elaborare un piano.

Uno l’aveva, ma appena abbozzato. Dipendeva da come si sarebbero evolute le circostanze, ma ogni piano presupponeva di essere a bordo della nave che avrebbe fatto cadere il buco su Giove. Se le fosse riuscito, avrebbe potuto pensare a come impadronirsi della nave e tornare a prendere gli altri.

Così avvicinò una Vaffa per accennare alla possibilità di servirsi della nave per lanciare un’altra sonda biologica. Osservò che sarebbe stato ragionevole unire le due missioni. Il rimorchiatore elettromagnetico avrebbe potuto lasciar cadere il buco in modo che passasse attraverso il centro di Giove, poi effettuare una leggera deviazione nella traiettoria per lanciare una sonda carica di strumenti, mandandola a sfiorare l’atmosfera.

Dopo essersi consultata con i suoi cloni e aver esaminato le direttive di Tweed, Vaffa approvò il progetto. Lilo disse che avrebbe avuto bisogno di qualcuno che la aiutasse e propose Vejay. Vaffa lo escluse immediatamente, poiché non aveva una buona reputazione. Lilo si affrettò a fare il nome di Cathay come alternativa. Non voleva che la Vaffa pensasse che c’era un progetto di fuga.

Contava sul fatto che, sebbene Tweed potesse sapere cosa avrebbe fatto in fase di progettazione e di preparazione, non poteva predire come avrebbe reagito di fronte a un’occasione imprevista. La sua intenzione era di porsi in una situazione in cui si potesse presentare un’opportunità del genere.

Disse a Vejay di trovare un sistema che permettesse a Cathay di uccidere o neutralizzare il pilota del rimorchiatore e, con un po’ di fortuna, assumere il controllo dell’astronave. Di proposito, non fece nessun piano per liberarsi dei Vaffa. Non solo le sembrava impossibile, ma era convinta che eventuali piani l’avrebbero danneggiata anziché aiutarla. Tutto andava fatto a braccio. Sarebbe salita sulla nave e sarebbe stata attenta a cogliere qualsiasi possibilità.

Fece del suo meglio per non pensarci. Infatti le sembrava un progetto folle. Tweed li sorprese e per poco non rovinò tutto. I cospiratori si riunirono in fretta appena Lilo venne a sapere cosa sarebbe effettivamente successo.

«Ecco cosa capita a fidarsi delle voci,» commentò Niobe.

«Avremmo dovuto pensarci,» osservò Vejay. «Se avesse usato il nostro buco nero ci saremmo trovati in difficoltà. Il generatore a fusione di emergenza avrebbe soddisfatto le nostre necessità, ma saremmo stati ai limiti.»

«È solo che non pensavo che gli interessassimo fino a questo punto,» disse Niobe.

Ciò che Tweed aveva fatto era stato comprare un secondo buco nero sul mercato libero di Plutone. Era in viaggio verso la Luna per diventare la nona stazione energetica orbitante, ma quello che nessuna autorità sapeva era che Tweed intendeva farlo prima passare attraverso Giove.

Era semplice, era economico. Tipico di Tweed. Appena era possibile, con ogni singola mossa sviluppava più di un progetto. Il buco, in orbita intorno alla Luna, gli avrebbe permesso di riscuotere profitti enormi, cosicché le spese per la realizzazione del piano sarebbero state giustificate e assorbite. Il grande rimorchiatore elettromagnetico che aveva accelerato il buco di Plutone l’avrebbe lasciato andare da una parte di Giove, avrebbe atteso che gli passasse attraverso e l’avrebbe recuperato dall’altra parte.

Lilo fece presente a Vaffa che sarebbe stato sempre possibile usare il piccolo razzo di Poseidone per andare incontro alla nave più grande. Vaffa ci pensò su e alla fine approvò l’idea. Le Vaffa potevano anche sospettare l’esistenza di un piano, ma si sentivano sufficientemente sicure per quanto riguardava il piccolo razzo. Aveva la strana caratteristica di esplodere se superava una certa distanza dal campo gravitazionale di Giove: un’altra delle innumerevoli precauzioni contro le fughe.

Il piccolo razzo era di un modello standard, poco più di un motore e di un telaio pieno di sedili. Tre dei quattro sedili erano occupati da corpi argentei mentre un Vaffa rallentava fino a scendere alla velocità dell’enorme rimorchiatore.

Lo aveva avvicinato dal davanti, su un fianco. Nessuno di loro voleva portarsi all’estremità posteriore dell’astronave. Là, da qualche parte, sostenuto da linee invisibili di forza magnetica, c’era un buco nero più piccolo di una capocchia di spillo, ma con una massa grande come quella di un asteroide medio. Non conveniva avvicinarvisi troppo.

Lilo cercava di destreggiarsi con tutti i fattori che aveva in mente, aspettando l’occasione che, se si fosse presentata, sarebbe potuta durare solo una frazione di secondo. Il rimorchiatore aveva un equipaggio di un’unità. Solo Vaffa era in comunicazione con lui. La capsula di gas artigianale nascosta nella sonda fissata all’esterno del razzo. Vaffa con la propria arma al fianco. Tempi e traiettorie: venti minuti allo sgancio, a quando il rimorchiatore avrebbe lasciato andare il buco nero e si sarebbe allontanato; trenta minuti al cambiamento di direzione che avrebbe immesso la sonda nella traiettoria giusta per sfiorare l’atmosfera gioviana.

Cathay doveva cercare di entrare nel rimorchiatore per primo (alla camera stagna poteva accedere solo una persona alla volta). Dopo dipendeva da lui. Se avesse narcotizzato l’uomo all’interno, erano costretti a cercare di sopraffare Vaffa. Avrebbero potuto farcela, con l’aiuto della sorpresa.

A dieci metri di distanza Vaffa lanciò una linea magnetica al rimorchiatore e lasciò che li trainasse. I tre si alzarono dai sedili e cominciarono a ormeggiare il piccolo razzo. Lilo vide Cathay avvicinarsi al portello dov’era nascosta la bomba a gas e cercò di frapporsi fra lui e Vaffa.

«So cosa tenti di fare,» disse Vaffa con calma.

«Un’ispezione,» disse Lilo, disperata. «Dobbiamo…»

«Fatemi vedere.» Stava mettendo mano al laser.

Lilo puntò un piede sul razzo e gli si lanciò contro. Lo colpì con una testata allo stomaco, facendolo piegare in due. Vide il laser passarle davanti alla faccia, mentre lui allentava per un attimo la presa. Gli colpì il polso con il taglio della mano e l’arma si allontanò da loro roteando.

«La camera stagna!» gridò. «Entra nella camera stagna! Presto!»

Non riusciva a vedere se Cathay si stesse muovendo. Vaffa le sferrò un pugno al mento, ma la forza del colpo gli fece girare il corpo abbastanza da schivare. Era stato un riflesso istintivo, ma eira un comportamento sbagliato in assenza di peso. Si rese conto del proprio errore e stava per cambiare tattica, allorché si accorse che era uscito dalla portata della nave e del razzo. Afferrò il piede di Lilo quando gli passò accanto, proprio mentre lei cercava di aggrapparsi a una sporgenza del razzo. Vaffa tirò, Lilo gli dette un calcio, mollando però la presa. I due cominciarono ad allontanarsi dal razzo, non velocemente, ma senza che avessero modo di tornare indietro con i loro mezzi. A meno che…

Lilo gli diede altri calci, colpendolo alla mascella. Vaffa la strinse con la forza della disperazione, finché Lilo dovette fermarsi perché non era più rivolta verso la nave, La sua idea era stata quella di spingerlo lontano da sé e di tornare indietro così. Ma l’aveva capito anche Vaffa, e non appena Lilo smise di tirare calci, cominciò ad arrampicarglisi su per la gamba. Fra un secondo sarebbe stato lui ad allontanare Lilo dalla nave.

Lei scalciò di nuovo, spingendolo nuovamente alla caviglia, poi continuò a scalciare, questa volta con entrambi i piedi. Quando faceva centro le sembrava che le sue costole si frantumassero sotto i colpi. Con crudeltà, mirò sempre allo stesso punto. Lui si piegò in due per il dolore e la lasciò andare. Fluttuava libero, roteando adagio adagio.

La situazione non sembrava troppo brutta, a patto che Cathay riuscisse a impadronirsi dell’astronave. Vide Vaffa che girava a circa una rivoluzione al secondo, poi vide il rimorchiatore. Se ne era allontanata di una cinquantina di metri. Era ancora possibile capire in che direzione lei si stesse muovendo.

Poi sentì Vaffa chiamare la nave.

«Cathay! Sta parlando con il pilota. Devi prenderlo prima che possa chiamare Poseidone e raccontare cosa è successo, o…» Si interruppe, rendendosi conto che se fosse stato dentro la nave, in condizioni di poter fare qualcosa, non avrebbe potuto sentirla. Se non era dentro alla nave, era comunque tutto finito.

Trascorsero tre lunghi minuti. La sola cosa che Lilo sapeva di sicuro era che non si stava avvicinando alla nave. Se ne allontanava. E non le interessava neanche in che direzione. Davanti a lei Giove diventava sempre più grande e ormai riempiva il cielo con al centro esatto il cerchio del rimorchiatore, visto di poppa. Da qualche parte, davanti a lei, c’era un buco nero.

«Ci arriverai prima tu!» gridò come una pazza. «Come ti senti, Vaffa?»

Per un po’ non ci fu risposta La voce che finalmente la raggiunse era tesa, piena di dolore.

«Perché l’hai fatto?»

«Non credo che riuscirei a spiegartelo. Ma ha quasi funzionato. Potrebbe ancora andare bene. Tengo le dita incrociate.»

Nessuna risposta. A Lilo parve di sentire un gemito. Dopo qualche secondo ne fu sicura. Ci fu un rumore indefinito che le fece rizzare i capélli anche dopo che lo ebbe identificato. Era un grido subvocalizzato, raccolto dal microfono che Vaffa aveva in gola e amplificato in un vero rantolo. Poi silenzio. Lilo cominciò a preoccuparsi. Non l’aveva colpito così forte.

«Lilo? Mi senti? Sei viva?»

«Sì, sono qui! Ce l’hai fatta!»

«Mi c’è voluto un po’ per sintonizzare la radio sulla frequenza della tuta. Maledizione, vorrei che tu fossi qui. Tutti questi pulsanti mi fanno paura.» L’avevano addestrato per ore sui modelli che Vejay aveva costruito. Avrebbe potuto scegliere una traiettoria, se fosse stato necessario; e se non ci fosse stato nessun imprevisto, sarebbe riuscito a mantenerla.

«Non importa. Ora devi sganciare il buco nero, alla svelta. Credo che Vaffa sia morto e ho paura che sia stato ucciso dal campo magnetico che ha interferito col generatore della tuta. Non conosco la fisica abbastanza da sapere cosa possa fare un campo magnetico potente, ma non sembrava piacevole. Puoi… velocemente, voglio dire? Non so quanto ci vorrà per…» Si interruppe, rendendosi conto che si stava lasciando prendere dal panico. «Un attimo. Ora lo faccio.» Lo sentì borbottare fra sé, poi un grido di trionfo. «Ecco. Segnano tutti zero. Ce l’ho fatta?»

«Lo saprò fra un momento. Adesso dobbiamo farci venire in mente qualcosa alla svelta. Nessuno dei due vuole cadere in quell’affare. Dovrai allontanare un po’ la nave. Vejay ha detto che il campo gravitazionale di un buco nero è molto debole anche solo a poca distanza, ma aumenta enormemente se ci si avvicina. Io sto bene. Ma tu devi salvare la nave per il ritorno.»

«È troppo tardi. Non ho avuto il tempo di dirtelo, ma il pilota è riuscito a parlare con Poseidone prima che lo addormentassi. Sanno che ci siamo impadroniti della nave. Ci aspettano. Non si può tornare, Lilo.» Lo sentiva singhiozzare. Oh, Dio. Vejay, Niobe e Cass che aspettavano all’esterno sperando che Lilo e Cathay tornassero con il rimorchiatore…

«Cathay, ne abbiamo parlato. Sanno cosa fare. Se verranno sospettati di qualcosa, si nasconderanno con Cass e aspetteranno. Adesso dobbiamo andarcene, per poter tornare con qualche arma efficace.»

«Hai ragione. Noi…»

Sembrò che tutto succedesse contemporaneamente. Dietro Lilo balenò un lampo. Fece per voltarsi, poi ci ripensò. Doveva essere il Vaffa che si scontrava con il buco e che veniva condensato in materia degenerata dalla terribile gravità, liberando sotto forma di radiazioni pure tutta l’energia immagazzinata negli atomi del suo corpo.

Già quello era abbastanza spiacevole; inoltre, davanti a lei, il rimorchiatore si era messo in moto. Ne usciva un sottile fascio di luce che lo spingeva nella direzione opposta, e i motori continuavano a funzionare.

Giove aveva inghiottito il cielo. Era bellissimo. Sebbene sapesse che sarebbe stato la causa della sua morte, Lilo doveva ammetterlo. E lo preferiva al buco nero, anche se la sua morte non sarebbe stata altrettanto rapida.

Da quando, due ore prima, il pilota automatico del rimorchiatore aveva effettuato la manovra prestabilita (i particolari, gli infiniti particolari; come avrebbe potuto considerarli tutti?), Lilo era stata sopraffatta da un letargo paralizzante, dalla certezza della morte. Non che non avesse lottato per opporvisi; lei e Cathay avevano considerato tutte le possibilità. Ma quando lo sfondo di stelle aveva cominciato a ruotarle intorno in una direzione che poteva essere spiegata in un solo modo, aveva capito che il suo destino era segnato. Era passata lontano dal buco, ma non abbastanza.

Anche Vaffa l’aveva mancato, ma addirittura per meno. Gli si era avvicinato quanto era bastato perché il suo corpo fosse compresso in una particella troppo piccola per essere visibile, se non per la luce emessa mentre veniva annientato. C’era stato un lampo di un secondo, e si era perduto nello spazio.

Lilo non si era avvicinata tanto. Un buco nero poteva essere pericoloso, ma non tanto per il rischio di andargli a sbattere contro. Questo era molto improbabile, poiché era così minuscolo e galleggiava in uno spazio così ampio. Ma anche mancarlo di poco poteva essere fatale. Via via che ci si avvicinava al buco, la forza del campo gravitazionale variava bruscamente. Se Lilo gli fosse passata accanto con un’orbita iperbolica stretta, le tensioni indotte dalla gravità del buco, che avrebbe attirato le diverse parti del suo corpo con forze diverse, l’avrebbe fatta a pezzi. Se si fosse avvicinata di più, come Vaffa, la gravità avrebbe potuto ridurre il suo corpo a una massa di neutronio dèlie dimensioni di uno spillo.

In un certo senso era stata fortunata, ma non abbastanza. Sarebbe rimasta sufficientemente lontana da restare viva, ma stava senz’altro orbitando lentamente intorno al buco.

Aveva discusso la situazione con calma insieme a Cathay. Lui voleva andare a soccorrerla con il piccolo razzo, ma lei gli disse cosa aveva visto allorché il rimorchiatore si era messo in moto. L’accelerazione aveva strappato il veicolo dagli ormeggi e l’aveva fatto a pezzi. Allora Cathay voleva andare a prenderla con il rimorchiatore, ma era impossibile. Neppure un pilota abilissimo avrebbe osato avvicinarsi tanto al buco.

Da un certo punto di vista Cathay stava soffrendo più di lei. Lui aveva ancora scelte da compiere, cose da fare, e nessuna era facile. Lilo glielo disse chiaramente, col distacco brutale della persona il cui destino è segnato.

«Non puoi tornare su Poseidone, almeno adesso. Ti stanno aspettando. Devi sperare che Cass e gli altri stiano bene. Devi andare su Saturno. Vai alle coordinate che ti ho detto e aspetta. Trasmetti sulla frequenza che ti ho dato. Probabilmente Parameter non si è allontanata molto dal laboratorio. Io sono lì, da qualche parte. Devi trovare me e Parameter. Ti aiuteranno. Hai il rimorchiatore. Puoi trovare delle armi, in qualche modo. Poi torna a prendere i bambini. Torna, Cathay.»

«Tornerò. Ma non voglio andarmene. Non posso lasciarti qui.»

«Devi farlo. Non voglio che tu ascolti quando… quando verrà la fine. Non lo voglio.» Sentiva di essere prossima al panico e rese la voce il più dura possibile. «Ora vai. Hai fatto tutto quello che potevi.»

Fu solo quando cominciò ad avvertire una leggera pressione sulla schiena che si domandò come sarebbe morta.

La pressione aumentò con rapidità incredibile. Stava sfrecciando attraverso l’atmosfera di Giove, come una meteora, ma la tuta l’avrebbe protetta. Fu circondata da un alone arancione che diventò così luminoso da non permetterle di vedere nient’altro. Il suo movimento rotatorio si arrestò mentre spinte aerodinamiche la stabilizzavano con la schiena rivolta verso il pianeta e le braccia e le gambe allungate davanti a sé. La decelerazione aumentava velocemente, ma Lilo sapeva che grazie al polmone della tuta che le immetteva ossigeno nel sangue poteva reggerla fino a valori enormi.

La tuta si fece rigida. La sensazione di trazione ai piedi e alle mani era scomparsa. La sola impressione di moto era che la pancia stesse cercando di toccare la spina dorsale. La pelle della faccia era tirata sulle guance e i seni cercavano di trovare una nuova disposizione sotto le ascelle.

Non sapeva assolutamente quanto sarebbe durato. A quel punto doveva essere svenuta, anche se poi non ricordò di averlo fatto né di aver riacquistato i sensi. Ma la pressione era scomparsa. Aveva raggiunto la velocità massima per gli strati superiori dell’atmosfera e stava cadendo per effetto dell’attrazione di gravità, quasi in assenza di peso. Si guardò intorno cercando di vedere il buco nero, i cui effetti sui gas che lo circondavano avrebbero dovuto essere visibili. Poi ricordò che l’atmosfera non avrebbe affatto rallentato il buco; esso doveva aver già attraversato metà pianeta. Quindi sarebbe sicuramente stato Giove a ucciderla.

L’aria era limpida e nuvole altissime si levavano intorno a lei. Di tanto in tanto, allorché i venti la investivano e là spostavano di lato, era sottoposta a brusche accelerazioni.

Era una cosa al di fuori del tempo, la caduta. Agli inizi aveva seguito le antiche abitudini, tentando di calcolare quanto le ci sarebbe voluto per raggiungere le nuvole scure sotto di sé, quale poteva essere la temperatura al di fuori del campo della tuta, a quale densità i gas l’avrebbero fatta galleggiare. Poi però si accontentò di guardare. Era uno spettacolo stupefacente. Se doveva morire, sarebbe potuto capitarle di peggio che andare incontro alla morte in quello scenario, da sola.

Non durò a lungo. Raggiunse lo strato di nuvole e la visibilità diventò nulla. Non vedeva niente, solo la mano argentea che si teneva davanti agli occhi per essere sicura di non essere ancora morta. Era possibile morire senza saperlo?

Il fatto che la sua mente non smettesse di funzionare cominciò a disturbarla. Non avendo niente da fare né da vedere, cominciò di nuovo a riflettere. Cosa l’avrebbe uccisa? Sarebbe sopravvissuta a tutto e sarebbe morta appena terminata la riserva di ossigeno? Sarebbe stata una morte comoda, perdere a poco a poco coscienza e non risvegliarsi più.

Ricordò la valvola di uscita della tuta, il fiore metallico che aveva sotto la clavicola per l’espulsione dei gas di scarico e del calore. Era costruito in una lega molto resistente, ma avrebbe potuto surriscaldarsi, otturarsi, fondersi. In quel modo la morte sarebbe stata più rapida, e forse più dolorosa. Ma non poteva farci niente. Provò un momentaneo rimpianto per il fatto che non sarebbe riuscita a raggiungere lo strato di idrogeno liquido caldo. Sarebbe stata senz’altro una cosa da vedere.

Più tardi, con maggiore freddezza, si rese conto che probabilmente sarebbe stato monotono quanto quello schifoso strato di nuvole che stava traversando.

Ma all’improvviso sbucò fuori dalle nubi. Un ampio spazio semibuio le si aprì davanti. In realtà era molto più luminoso di quanto si sarebbe aspettata, considerando lo spessore dello strato di nuvole soprastante.

Per qualche motivo, venne ripresa da una paura paralizzante. Non poteva far niente per respingerla. Alcune parti della sua mente avevano esaminato la situazione da un punto di vista diverso, giungendo alla conclusione che non aveva possibilità di scampo. E non volevano accettare il fatto.

Svenne di nuovo, o ebbe un attacco di pazzia. Adesso le nubi erano molto più vicine, un miscuglio di forme rosse e viola orlate di sprazzi luminosi (bianchi, con vaporosi fondi grigi) che si agitavano e ribollivano come un calderone di torpedini elettriche.

C’erano alcune forme gialle appena visibili, che guizzavano dal banco di nubi sotto di lei — (sopra di me, sospese in un cielo azzurro) — nell’aria più limpida, poi di nuovo nell’oscurità. Erano quasi certamente vive. Si domandò se fossero Invasori, o membri della razza gioviana intelligente, o solo degli animali.

(Il terreno era soffice, cedevole. Ne afferrai una manciata; me lo feci passare attraverso le dita. Sabbia. Mi ci infilai agitandomi, cercando di seppellirmici. Una brezza mi rinfrescò il corpo e spinse le soffici nubi bianche nel cielo azzurro, sopra di me. Una forma gialla sfrecciò fuori da una delle nubi) … e poi di nuovo dentro il banco di nuvole. Si stavano avvicinando. Aveva riacquistato una calma distaccata e si domandò se avrebbero cercato di mangiarla. Le facevano male gli occhi, per lo sforzo di guardarle…

(A sinistra, a destra, si allontanano, poi… Ouch! Mi si sono incrociati gli occhi e comincia a farmi male la testa. Mi sono messa le mani sulla faccia, contenta della sabbia ruvida con la quale mi sono sfregata. Sono rotolata sulla sabbia, giù, sentendo duro sotto di me, umidità, pendio)stava salendo, puntava direttamente verso di lei. Non riusciva a capirne la forma. Al centro, se si poteva dire che avesse un centro, c’era un foro, e in mezzo al foro c’era un albero (un albero) e la sensazione di sabbia nella bocca, acqua (che mi investe, che mi fa rotolare, che mi tira, nella bocca e nel naso) sale e sabbia e un rumore rombante. Disorientamento, tempo che scorre lateralmente, una sensazione di nausea che aumenta in fondo allo stomaco…

Mi alzai nell’onda e barcollai come un’ubriaca, nuda, bagnata, confusa. Feci un passo e caddi mentre la terra ondeggiava. Sulle mani e sulle ginocchia, vomitai nell’acqua schiumosa. Cominciai a trascinarmi, intontita, concentrata completamente sui ciuffi bagnati di capelli che mi penzolavano davanti, oscillando. Vidi le mie mani che afferravano la sabbia, e sarebbero potute appartenere a qualcun altro.

Il sole stava tramontando. Era la cosa più maestosa che Lilo avesse mai visto.

Si rannicchiò sotto un gruppo di arbusti battuti dal vento, stringendosi le gambe contro il corpo. Il vento veniva dal mare ed era freddo. Batteva i denti. Forse sarebbe congelata prima della fine della notte.

Le era impossibile ricordare quando aveva deciso che non era morta, che quello non era l’aldilà. Era restata molte ore stesa sulla sabbia, insensibile, con la mente ingombra di troppe cose impossibili. La lucidità era tornata solo gradualmente, con cautela, pronta a svanire di nuovo in un qualsiasi momento.

Il freddo l’aveva aiutata. La percezione di quel disagio l’aveva costretta a controllarsi, a strisciare al sottile riparo delle piante, a rannicchiarsi per combattere i brividi.

Mentre guardava l’oceano col sole che tramontava dietro di lei, si era resa conto di sapere dove si trovava. Le stelle spuntarono a una a una, tremolando debolmente. Dunque ammiccavano, non era una favola per i bambini.

Scese la notte, e dopo molte ore di brividi e di fame qualcosa si levò sopra le acque. Era la Luna.

Era nel continente nordamericano e stava guardando l’oceano Atlantico.

La regione era piatta. Erano diverse ore che Lilo camminava verso sud, sulla spiaggia. Una volta si era spinta verso l’interno per qualche centinaio di metri, ma il terreno era soffice e bagnato e nuvole di insetti si erano alzate a tormentarla. Aveva la pelle punteggiata di macchioline.

Non aveva un vero piano, se non quello di continuare a muoversi. Sperava di trovare un riparo e possibilmente qualche pianta commestibile. Aveva esaminato alcune bacche verdi e un tipo di alga marrone, le aveva assaggiate tutte e due e aveva ripreso a camminare. Avrebbe dovuto avere molta più fame per ridursi a mangiarle. Stava evitando l’idea di catturare animali e cibarsene. Tutte le carni che aveva mangiato fino ad allora venivano da piante mutate. Non aveva considerato il fatto che forse non sarebbe riuscita a catturare niente. Una parte della sua mente non riusciva a smettere di pensare che quella fosse una disneyland al di sotto della superficie lunare. Sarebbe stato facile crederlo, a parte la costante pesantezza che avvertiva. Le caviglie e i polpacci le pulsavano a causa della gravità e del continuo scivolare della sabbia sotto i piedi.

La spiaggia si restrinse fino a diventare un punto; a ovest c’era l’estremità settentrionale di una grande baia. Si lasciò cadere sulla sabbia e guardò la terra dall’altra parte. Era troppo lontana per raggiungerla a nuoto, così dovette decidere se tornare indietro o continuare lungo la parte interna della baia. Dalla sua posizione non era possibile sapere se fosse davvero una baia o se si trattasse di un’isola.

Rimase sorpresa nel rendersi conto di quanto fosse stanca. Le girava la testa e si sentiva accaldata. La sabbia le sembrò molto comoda quando ci si stese sopra e si girò su un fianco per proteggersi la faccia dal sole. In pochi minuti si addormentò.

Lilo si svegliò con un dolore che non aveva mai provato.

Si alzò in piedi gridando. Si sentiva divorata dalle fiamme e cercava freneticamente di spegnerle. Ma toccandosi non faceva che peggiorare la situazione.

Niente di quello che aveva provato prima d’allora l’aveva preparata a tanto. Le poche volte che si era fatta male, il dolore era stato facilmente controllabile; le era bastato arrivare a uno dei terminali di pronto soccorso che si trovavano a ogni angolo. Quando vide che il dolore durava da quindici minuti e non dava segni di diminuire, perse la testa e corse alla cieca sulla spiaggia finché non cadde.

Dopo un po’ notò che il dolore continuava a essere forte come prima ma riusciva a sopportarlo. Si alzò a sedere, si asciugò le lacrime e si esaminò. Era rossa come una ciliegia dalle caviglie alle spalle. Aveva ustioni profonde su tutta la schiena.

Non aveva pensato che sulla Terra potesse succedere una cosa del genere. L’atmosfera doveva agire da schermo protettivo contro i raggi ultravioletti, altrimenti non avrebbe potuto esserci vita. Non si era mai trovata a pensare ai possibili effetti dannosi della luce del sole. Le sole volte che aveva avuto a che fare con essa, o era dentro una tuta o dietro lo schermo di plastica di un solarium pubblico.

Capì che c’erano lezioni che era meglio imparare.

Adesso il terreno era meno paludoso. Dopo aver seguito la baia, aveva deciso di spingersi all’interno appena la riva aveva cominciato a curvare verso ovest. Vicino all’acqua non aveva trovato niente di commestibile; sperava di avere maggiore fortuna nell’interno.

Lilo notò che allorché andava verso nord — per quanto riusciva a valutare — procedeva senza molte difficoltà. Quando si dirigeva a est o a ovest, il terreno era segnato da grosse fenditure. Gli alberi e il sottobosco non le permettevano di vedere la zona, cosicché solo salendo su una collina poté guardare in basso e rendersi conto che stava attraversando i resti di una città. Aveva camminato per un’ampia strada. Su entrambi i lati c’erano file regolari di buche, quasi tutte ingombre di rovi e piene d’acqua a metà. Un tempo c’erano state delle case, e ora non restavano che le fondamenta.

La distruzione era stata metodica, ma non assoluta. Rimanevano tracce di artefatti sotterranei, di oggetti in cemento e acciaio mezzo sepolti. Trovò un pezzo di conduttura di rame che sporgeva di due metri dal suolo.

Camminò tutto il giorno, e quando restava solo un’ora di luce solare, arrivò in un punto in cui la baia si restringeva e sembrava piuttosto un fiume. Constatò stupita quanto poco riuscisse a capire della natura del terreno nonostante ci stesse camminando sopra. La zona al di là del fiume assomigliava molto a quella che aveva già visto. In alcuni punti essa distava meno di un chilometro, in altri era più lontana. Non sapeva se la terra più vicina fosse un’isola sul fiume o una punta che si allungava dall’altra parte.

In mezzo all’acqua, davanti a lei, c’erano due isolette, ed era certa che erano artificiali. Guardando più attentamente la collina su cui si trovava, scoprì una costruzione in muratura. Un tempo il fiume era stato attraversato da un ponte sospeso, non c’erano dubbi.

Scese giù dalla collina e ne esplorò i fianchi, cercando l’entrata di un’eventuale stanza nascosta. La notte era vicina e sperava di trovare un qualche riparo. Ma non c’era niente.

Un grosso felino maculato la osservava dai rami di un albero. A parte i gabbiani e i granchi, era la prima forma di vita animale che incontrava. Lilo sapeva qualcosa delle specie animali, ma quella non la riconosceva. Poteva sembrare un giaguaro, o un leone africano, ma di taglia più piccola. Gli voltò la schiena e riprese a camminare.

Qualcosa la fece girare.

Vide il felino con la coda dell’occhio, poi se lo trovò faccia a faccia. Era sceso a terra e correva verso di lei a velocità incredibile. La sua testa diventava sempre più grande nel suo campo visivo. Aprì la bocca e saltò.

Gli eventi si susseguirono troppo in fretta perché Lilo riuscisse a seguirli. Ricordò di aver sentito il rumore di una collisione, e il felino che la urtava, sbattendola a terra, Lilo vide confusamente l’animale che si leccava una zampa posteriore e il sangue che spruzzava da dove gli si era conficcata una lunga asta di legno. Poi il felino si alzò e cominciò a muoversi, e lo stesso fece Lilo. La cosa successiva che ricordò fu di essere salita tre metri su per un albero, con le mani sanguinanti.

In basso c’era un essere umano, in lotta col felino: la belva l’aveva addentato a un braccio, mentre l’uomo la colpiva con una piccola ascia. Vide la bestia cadere al suolo e l’uomo raddrizzarsi. Alzò gli occhi su di lei, poi si guardò l’avambraccio e osservò la bestia: aveva la testa spezzata in due, ancora fremente. Lilo scese lentamente dall’albero.

«Sei solo un ragazzo,» esclamò sorpresa. Lui la guardò di nuovo, nervosamente, senza capire. Lei cominciò a domandarsi se fosse davvero un ragazzo.

Era basso, non arrivava neppure a due metri. Sarebbe potuto stare sotto il braccio teso di Lilo. Aveva i capelli biondi e indossava vestiti succinti e scarpe di pelle. Riesaminò i suoi ricordi di antichi tipi razziali e decise che era scandinavo. Aveva la faccia lunga, e la fronte alta.

«Grazie per quello che hai fatto,» disse Lilo. «Ma non mi capisci, vero?»

Lui alzò gli occhi e sorrise. Gli mancavano tre denti davanti.

«Credo di non aver mai visto nessuno sporco come te,» esclamò Lilo. «Tranne me, forse.» Continuava a parlare in tono amichevole, e in effetti non aveva paura di lui. Poi si chiese se invece non avrebbe dovuto averne e fece un passo indietro. Aveva già commesso due errori, con il sole e con il felino, e non voleva che quello fosse il terzo. Cercò di ricordare qualcosa delle tribù primitive della Vecchia Terra. Le poche cose che le vennero in mente non la incoraggiarono a pensare di fidarsi di lui.

Il giovane disse qualcosa, e le parve di riconoscere alcune parole. Lui annuì e le rivolse un ghigno, fece alcuni gesti incomprensibili e infine indicò il sole.

Parlava un americano corrotto e probabilmente accennava alla notte imminente. Lilo ne era molto contenta. L’americano aveva le stesse radici dell’inglese, o forse era il contrario? Lilo non conosceva bene la storia. Ma sapeva che il suo linguaggio sistematico era un miscuglio di radici inglesi e russe. Pensava che sarebbe riuscita a parlare con lui.

Decise di seguirlo per vedere se avesse cibo e un riparo che fosse disposto a dividere. Quando si voltò e la vide sembrò che approvasse. Lei doveva costringersi a ricordare che poteva essere pericoloso, specialmente se stava tornando a una tribù di individui simili a lui. Restava tuttavia il fatto che lei non aveva la tendenza a sospettare degli stranieri. Il pensiero che lui potesse usarle violenza le era così estraneo che presto lo dimenticò.

La portò in una caverna nascosta. Vi si accedeva per una scala di cemento, celata dietro un cespuglio di arbusti, e dentro era grande e piana. All’inizio pensò che si trattasse di un sottosuolo con ancora il tetto, ma quando lui accese un fuoco, capì cos’era stato quel posto: sulla Luna una stazione di treni locali era ancora grosso modo uguale a quella.

Lilo si domandava cosa dovesse aspettarsi da quell’uomo. Le sue nozioni sulla vita e le abitudini dei barbari erano praticamente nulle. Ricordava, però, alcune storie sul fatto che le donne avevano occupato una posizione sociale del tutto diversa da quella degli uomini, prima che i cambiamenti di sesso ponessero rimedio a tutta la questione. Si chiese se lui avrebbe voluto cop, poi — e fu un trauma — pensò se considerasse un proprio diritto farlo. Sarebbe stato molto sorpreso, si disse.

Ma sembrava un po’ in soggezione nei suoi confronti. Continuava a guardare i peli sulla parte inferiore delle gambe, e quando lei si alzava, restava a bocca aperta davanti alla sua altezza. Dopo poco Lilo scoprì che le ferite gli facevano male. Gli esaminò il braccio che era stato morso. Non protestò, e quando lei gli sorrise in modo incoraggiante, rispose con un sorriso. Non sembrava grave, solo quattro fori profondi e alcuni tagli.

Ancora una volta dovette controllarsi. Sulla Luna una simile ferita non avrebbe avuto nessuna conseguenza, una volta debellato il dolore. Lì ci potevano volere giorni prima che guarisse.

Si chiamava Makel, e cinque giorni dopo era morto.

La ferita non guarì mai. La curava con acqua e diverse foglie e unguenti, ma peggiorava di giorno in giorno. Cominciò a puzzare. Lilo capì di essere stata superficiale e imprecò contro la propria stupidità. Ma i problemi di sterilizzazione le erano sconosciuti come gli istinti predatori del felino che l’aveva quasi uccisa. La Luna era stata, fin dagli inizi, un ambiente privo di batteri. Guanti di gomma, maschere facciali — anche l’acqua bollita che avrebbe potuto usare per medicarlo — erano ignoti nella chirurgia lunare.

Continuò a essere in forze fino all’ultimo, a dispetto dell’infezione che si diffondeva. Andava tutti i giorni a caccia e lei lo accompagnava. Non ci fu il tempo per imparare molto, ma riuscì a capire alcuni metodi di sopravvivenza fondamentali. Imparò a stare sempre in guardia. Quello era un mondo diverso, che l’avrebbe uccisa se lei gliene avesse offerta la possibilità. Apprese quali bacche e quali frutti mangiare e quali radici scavare.

Alla fine fu sopraffatto dalla febbre. Lei gli rimase accanto, asciugandogli il sudore dalla fronte, dandogli un sorso d’acqua quando lo chiedeva. Lo spogliò e lo lavò, e scoprì che la sua prima impressione era stata giusta. Non era un adulto, ma non era neppure un bambino. Avrà avuto quattordici o quindici anni.

Una notte Lilo si accorse che era freddo. Non sapeva da quanto tempo fosse morto. Si posò la sua testa in grembo e si dondolò avanti e indietro, piangendo silenziosamente. Non aveva mai visto un essere umano morire. Continuò a cercare di convincersi che non era stata colpa sua, ma non ci credette mai.

11

Oro. Tutto era giallo dorato.

Fluttuavo nella luce bassa; conscia, distaccata da tutto tranne che da quel colore. Il liquido cominciò a defluire dalla vasca e io continuavo a galleggiare, asciutta, a mezz’aria.

Una scossa mi fece rendere conto delle sedici fonti di dolore sottili come uno spillo; le braccia e le gambe si agitavano convulsamente, ma il mio cuore non si metteva a battere. Poi una sensazione familiare: avevo picchiato con un ginocchio.

Un’altra scossa e il mio cuore pulsò. Ero viva, ed era l’ora. Avrei preferito morire che sopportare un’altra scossa. Respirai profondamente e venni squassata dai colpi di tosse. Battei la testa contro il bordo della vasca e ritirai le mie mani fredde dal bernoccolo: erano rigate di sangue. Me ne era entrato un po’ nell’occhio sinistro, tingendo di rosa il giallo dorato.

Il coperchio della vasca si aprì con un sibilo delle guarnizioni di gomma. Una cintura mi avvolgeva il petto e ci armeggiai sopra. Mi sentivo le mani come guanti di gomma gonfi. Mentre ero seduta e mi massaggiavo i piedi raggrinziti, il resto dei miei sensi mi assalì e mi fece star male. Volevo sputare la lingua.

Le punte delle dita e i piedi sembravano antichi, mummificati. Cercai di mettere a fuoco gli occhi sulla stanza, socchiudendoli, liberandoli dal sangue.

«Voi chi diavolo siete?»

La stanza era piccola. Non era stata costruita per contenere tre persone. Fortunatamente, in assenza di gravità nessuno doveva stare seduto, neppure Lilo; era così debole che, in un campo gravitazionale, non sarebbe neppure riuscita a sollevare le braccia. Galleggiava in aria, riscaldandosi le mani su un tubo di brodo. Beveva a piccoli sorsi dal bocchino, dopo aver visto a che disastro andava incontro se cercava di bere più in fretta.

«Credo di avervi perduto un’altra volta,» disse stancamente. La cosa che desiderava di più era tornare a dormire. La testa le pulsava e le voci erano confuse. «In che anno siamo, avete detto?»

Cathay sospirò, il che irritò Lilo e le rese più difficile credere a ciò che le diceva. La storia era già abbastanza incredibile senza dover anche accettare il fatto che il suo clone aveva amato quell’uomo.

Ma Parameter continuò con pazienza infinita.

«L’anno è il 571, il mese è Capricorno. Sei stata arrestata nel Sagittario del 568 e giustiziata un anno dopo. Cioè, è stato il tuo clone a essere giustiziato, secondo Cathay. La Lilo originale è vissuta un altro po’ di tempo, poi è stata uccisa anche lei. Un secondo clone — apparentemente già pronto, se i tempi sono giusti…»

«È il normale modo di procedere di Tweed,» intervenne Cathay.

«Sì. Il secondo clone è stato ucciso mentre cercava di fuggire, come la Lilo originale. Il terzo clone è stato mandato su Giove, dove ha incontrato Cathay ed è stato…»

«Sì, sì, questa parte la ricordo,» annuì Lilo. In realtà non voleva sentir dire di nuovo che era stata uccisa. I particolari delle avventure del suo clone su Poseidone le erano oscuri. Poteva sempre chiarirli in seguito.

«Ora, perché il… Mi sembra che avrei dovuto essere risvegliata prima. Cosa è successo?»

Parameter fece una pausa, come se avvertisse che Lilo era rimasta turbata da quella storia.

«Forse dovremmo lasciarti riposare, prima di continuare.»

Lilo sollevò lo sguardo. Parameter/Solstizio era una figura comica, un essere umano fatto da un bambino con la plastilina. La sola parte visibile del corpo di Parameter era la bocca, dalla quale Solstizio si era ritirato in modo che la sua partner potesse parlare con gli altri. La figura aveva fianchi grossi, una vita sottile e niente collo; c’era solo un grosso pezzo del corpo di Solstizio che copriva la testa e le spalle. Ma Lilo non rideva. A differenza della maggior parte degli esseri umani, era un po’ in soggezione davanti alla simmetria perfetta che rappresentavano.

«No, continua. Mi riposerò più tardi. Comunque grazie.»

«D’accordo. Sei in un corpo clonato; conoscevi la situazione, quindi ti aspettavi una cosa del genere. Però questo non è il clone che lasciasti sette anni fa. Quello è morto.»

«Cosa? Perché?»

«Sei sicura di voler continuare? Mi sembra che ti turbi.»

Voleva dormire, dormire, ma era decisa ad andare fino in fondo. Doveva sapere qual era la situazione effettiva, per spaventosa che potesse essere.

«In realtà non sappiamo perché. Quando siamo arrivati, era morto. Avevi detto che sarebbe potuto succedere, ma non ci spiegasti quello che avremmo dovuto fare. Riesaminammo le discussioni avute con te e giungemmo alla conclusione che avevamo promesso di risvegliarti. Il problema era stabilire cosa volesse dire. Decidemmo che eravamo obbligati a produrre un altro clone e a risvegliarlo. Non conoscevamo molto bene i tuoi congegni, quindi il risveglio è stato un problema, temo…»

«No, non ti preoccupare. Sei stata molto brava, data la situazione. Dunque, sono il secondo. Vediamo, con i tre sviluppati sulla Luna più il mio corpo originale, si arriva…»

«Temo di no,» disse Parameter. «Abbiamo studiato il problema con cura prima di cominciare a sviluppare un altro clone, ma ci mancava ancora la necessaria esperienza. Il secondo clone è stato un insuccesso. È morto quando abbiamo cercato di portarlo in vita. Tu sei il terzo. Cathay ci ha aiutato. È arrivato tre mesi fa.»

«E adesso,» aggiunse Cathay, «un altro tuo clone è senz’altro in viaggio verso Poseidone.»

Lilo si chinò sulla consolle del computer. Erano passati cinque giorni dal suo risveglio e fisicamente si sentiva molto meglio. Opportuni esercizi fisici le avevano rafforzato i muscoli, anche se era ancora lontana dal trovarsi in perfetta salute.

La capsula stava diventando troppo piccola. Non che Parameter/Solstizio occupassero molto spazio; sembravano accontentarsi di restare tutto il giorno ferme; non si muovevano solo per muoversi. Ma Cathay era un’altra storia.

Provava una soddisfazione perversa per il fatto che Cathay non le piaceva. Il suo racconto sui metodi di Tweed per assicurarsi la lealtà dei suoi agenti l’aveva disturbata. Non era piacevole sapere che poteva essere tanto prevedibile. Ma all’ultima Lilo quell’uomo era piaciuto, almeno a quanto diceva lui. Forse l’aveva amato. Be’, questa Lilo non lo faceva!

«Non possiamo parlarne un altro po’?» diceva Cathay, piano. «Non si risolve niente se ti comporti così.»

«Non c’è niente da risolvere, per quanto mi riguarda.» Stava lavorando al computer con la scusa di scoprire cosa fosse andato storto coi primi due cloni cresciuti nella capsula. In realtà era troppo arrabbiata per riuscire a concentrarsi sulle cifre che le apparivano sullo schermo. Stava lì in modo da potergli girare le spalle.

«Sei davvero decisa.» Sembrava stanco quanto lei. Addolcendosi per un attimo, Lilo si rese conto che doveva essere dura anche per lui. Ricordava il suo clone. Aveva avuto una relazione con lei, prima che morisse. Adesso Lilo aveva modificato la situazione.

«Si, lo sono. Non mi hai lasciato nessuna alternativa, perché…» «È la possibilità di salvare un sacco di persone a cui volevi bene… ritiro quello che ho detto. Alle quali vorresti bene, se le incontrassi.»

«Maledizione, questo vale per la metà della razza umana! Pensa a cosa mi stai chiedendo di fare. D’accordo, sembra duro, ma il fatto è che per me queste persone non significano niente.»

«Neppure il tuo clone? Ormai ne sarà arrivato un altro.»

«Sì,» sussurrò, arrabbiata. «Hai continuato e continui a ricordarmelo, vero? Ma lui non è me. Verso di lui non ho più obblighi di quanti ne abbia verso chiunque altro. Mi dispiace per lui, ma francamente il pensiero di incontrarlo mi fa accapponare la pelle.» Si voltò nuovamente verso la consolle e sospirò. Va bene, pensò, un’altra volta. Poi se non la pianta lo butto fuori a calci.

«Ho ammesso che l’idea di impadronirmi di quel satellite e di andarmene da tutto il maledetto sistema solare mi attrae. È un’idea folle, ma è abbastanza radicale da risolvere tutti i miei problemi. Se funziona. Non mi hai dato motivo di credere che funzionerebbe. Mi stai chiedendo di rischiare la vita — che mi sono sforzata miracolosamente di conservare — sulla scommessa più sfavorevole che abbia mai sentito. Dimmi se non è vero.»

Cathay non aprì bocca. Non la guardava mai quando arrivava a quel punto, é Lilo sapeva che voleva dire che era d’accordo con lei.

«Non sto discutendo sul fatto che il sistema di propulsione funzioni o no. So che in passato ha funzionato. Sto dicendo che con il sistema di vigilanza che mi hai descritto… con questa… questa Vaffa, questa oscenità che pretende di essere umana, e per di più una dozzina di loro…» Non riusciva a continuare. La situazione che le aveva descritto a proposito di Poseidone era repellente. Fece un profondo respiro per calmarsi.

«Dimmi come possiamo risolvere il problema delle Vaffa e mettere a punto il propulsore. Allora prenderò in considerazione la tua proposta.»

«L’altra Lilo…» Cathay si interruppe. «Be’, lei parlava di fucili a raggi laser. Se potessimo attaccarle all’interno, mentre le tute non sono in funzione…»

«Non ne ho mai usato uno. E tu?»

«No,» ammise. Le lanciò un’occhiata. Il suo sguardo le diceva che lei non era la Lilo che aveva conosciuto. Erano giorni che cercava di dirglielo. Dopo diversi imbarazzanti minuti di silenzio, lui si alzò e uscì per restare solo.

«Io ne ho usato uno,» disse Parameter, improvvisamente.

«Davvero?» chiese Lilo. Perché mai l’aveva detto? Era difficile che Parameter parlasse senza motivo. «Sei brava a sparare?»

«La migliore,» rispose Solstizio. Quando parlava con le corde vocali di Parameter, Solstizio si serviva di una voce bassa. «Non sbaglio mai. I miei riflessi e le mie capacità di calcolo sono molto migliori di quelli umani.»

«Lo so. Ma cambierebbe la situazione? Riusciresti a uccidere tutte le guardie prima che ti colpissero?»

«No.»

«Non pensavo a questo. Ammettiamolo, sono più di noi. Scommetto che ognuno di quei mostri è bravo quasi quanto te. E Cathay e io saremmo inutili.»

«Sì.» La coppia taceva, ma Lilo sospettava che stessero conversando l’una con l’altro.

«È possibile,» disse Parameter.

«Sì? L’avete detto anche voi che un combattimento sarebbe disperato.»

«Non abbiamo mai detto questo. Abbiamo detto che non potremmo vincere una battaglia contro i fucili laser. Abbiamo pensato a un altro approccio. Noi non verremmo, naturalmente. Nello spazio interstellare non c’è niente che interessi una coppia. Non c’è abbastanza luce solare.»

«Ovviamente.» Lilo sospirò, passandosi le dita fra i capelli. Ebbe un sussulto e si massaggiò un braccio. Andava ancora soggetta a crampi e attacchi di debolezza. «Be’, ammetto che non c’è un’alternativa che mi attragga. Avevo la vaga intenzione di… ecco… di accoppiarmi e rimanere fra gli Anelli. Era quello che avevo in mente allorché costruii questa stazione. Però adesso che è successo… voglio dire, adesso che davvero vivo in un corpo clonato…»

«Hai paura,» terminò Parameter. «Non mi sorprende.»

«Mi dispiace.»

Parameter rise. «Non temere di offendermi. Sono abituata al fatto che la maggior parte degli esseri umani abbiano paura dell’accoppiamento.»

«Volevo farlo…»

«… ma non ci avevi pensato abbastanza. No, non fa per te. Cioè, sarebbe giusto, ma non riusciresti mai a vederlo sotto questo aspetto. Lo sapevo da molto tempo.»

Lilo capiva che Parameter aveva ragione. Era triste rendersene conto. Con tutta la fatica che aveva fatto per disporre la capsula vitale fra gli Anelli, non aveva considerato a sufficienza il problema di dove sarebbe andata una volta riportata in vita. Si era accontentata del vago progetto di vivere sugli Anelli come coppia. Sugli Anelli non c’erano leggi; non ce n’erano mai state e mai ce ne sarebbero state.

Ma in che altro posto poteva andare? Nessuno degli Otto Mondi l’avrebbe accolta; non appena il suo genotipo fosse stato scoperto, l’avrebbero arrestata e condannata allo stesso destino a cui era andato incontro il suo io originale.

Era una fuorilegge. E laggiù, in orbita intorno a Giove, c’era un mondo di fuorilegge nelle sue stesse condizioni.

«Hai detto che è possibile,» riprese con cautela.

La bocca esposta di Parameter si atteggiò a un sogghigno.

«Dentro di te sei un soldato di trincea, Lilo. Pensi in termini di combattimenti corpo a corpo anche se non ne sai niente. Esci dalle gallerie. Stiamo parlando di spostare un mondo, di farlo uscire dal sistema solare. Devi pensare in grande.»

12

STARLINE LTD.

TOPSECRET; SOLO CLASSE AAA

OGGETTO: TRASMISSIONE LINEA CALDA OPHIUCUS DI 1249 ORE 4,4,3 SECONDI UT, 8/14/570.

SEGUE TRADUZIONE: (PROBABILITÀ PESATA)

PER (UN PERIODO DI TEMPO: CONGETTURA: 400 ANNI TERRESTRI?) SONO STATI INVIATI DATI. I NUOVI ABBONATI (43%) HANNO UN (INTRADUCIBILE) PER METTERSI IN REGOLA. IL VOSTRO PERIODO É SCADUTO (TERMINATO?) (PROLUNGATO?). PER FAVORE INVIATE IL (SALDO?) (RESTO?) ALTRIMENTI IL SERVIZIO VERRÀ SOSPESO (45%). IL VOSTRO CONTO (22%) VERRÀ RIMESSO (45%) A UN (INTRADUCIBILE) NEL PROSSIMO • (PERIODO DI TEMPO: CONGETTURA: 10 ANNI TERRESTRI?). CREDITO (58%) È DISPONIBILE PER (NUOVE?) (VECCHIE?) FORME DI VITA IN DIFFICOLTÀ. PENE SEVERE, PENE SEVERE, .PENE SEVERE (97%).

FINE.

MESSAGGIO RIPETUTO TRENTA VOLTE.

TOTALE DEI BIT: CIRCA 2,3 X 108

Oro.

Il ricordo e la premonizione di un giallo dorato.

Da qualche parte c’era una foresta sotto un sole azzurro.

Quando si svegliò la faccia era sempre lì, sempre sorridente. Lilo rispose al sorriso, contenta che fosse finito.

«Non così veloce,» fece Mari, in tono allegro. «Prima devo staccarti, e richiuderti.»

C’era qualcosa di diverso. Guardò di nuovo e si rese conto che si trattava dello sfondo. Qualcosa dietro la faccia di Mari era cambiato.

Si trattava degli alberi. Prima erano verdi e adesso i rami erano nudi.

La addestrarono. Ebbe molto tempo per considerare la propria situazione. Era difficile credere che fosse il 571, che fossero passati due anni dacché Mari l’aveva registrata nella radura.

Tweed le aveva fatto vedere la sua spaventosa sceneggiatura. Erano tre volte che la vedeva riportata in vita nello stesso posto. Tre. Aveva saputo la storia di come il suo io originale avesse cercato di fuggire poco dopo essere stata liberata dall’Istituto, e di come fosse morta. Tweed aveva delle fotografie. Sapeva come era morto il suo primo clone, Lilo 2. Poi c’era stata Lilo 3, che aveva ucciso Mari ed era stata anche lei catturata e uccisa. Nessuno voleva dirle cosa fosse successo a Lilo 4, che doveva essere stata la più intelligente del gruppo. O la più intimorita. Era durata un anno.

Lei era Lilo 5. (E cos’era successo alla capsula vitale sugli Anelli? C’era forse un numero 6 che si era risvegliato?)

Aveva deciso di stare molto attenta.

La misero su un’astronave diretta verso Titano con la Vaffa femmina e un uomo chiamato Iphis.

Tre giorni dopo che la nave era decollata dalla Luna, arrivò un messaggio di Tweed. A Lilo non fu permesso di vederlo; Iphis e Vaffa lo decifrarono e andarono sul ponte. Sentì delle voci adirate. La più forte era quella di Iphis. Qualcosa a proposito di orari, di mancare l’altra nave, e di massa di reazione. Ma quando vennero fuori, era chiaro chi aveva vinto. Iphis era furente, meglio stargli alla larga. Vaffa era imperturbabile come sempre, ma forse i suoi occhi erano un po’ più gelidi.

Sembrava che deviassero su Marte.

Vaffa voleva parlare con Lilo. Glielo fece sapere in modo piuttosto deciso; la afferrò per una caviglia e la tirò giù come un palloncino.

«Ci fermiamo su Marte quanto basta per prendere il volo rapido per Plutone,» disse Vaffa, dopo aver bloccato Lilo e se stessa nel piccolo reparto notturno.

«Interessante.»

«Sì.» Aveva un’espressione assorta, rilassata. Poi esplose. Lilo si ritrovò legata a un lettino per accelerazione con la faccia di Vaffa molto vicina alla sua. Le faceva male una guancia e sentiva in bocca il sapore del sangue.

«Sì,» ripete Vaffa. «Interessante.» Non sembrava interessata. Caso mai sembrava distratta. Lilo si era accorta che Vaffa non era eccezionalmente intelligente. Adesso aveva un problema e lo stava considerando a modo suo. Lilo si sentì premere contro la gola qualcosa di freddo e duro. Deglutì.

«Il Capo dice che c’è un’emergenza,» continuò Vaffa. «Devo andare a vedere, e vuole che vieni anche tu. So perché. Là ci sarà un problema da risolvere, e in queste cose io non sono molto brava. Così lo risolverai tu, e io ti controllerò.»

«Senti,» ribatté Lilo senza alzare la voce. «Vedrai che riuscirai a risolverlo. Io non ho nessuna difficoltà a restare chiusa nella nave, intanto.»

La pressione sul suo collo aumentò di pochissimo, ma all’improvviso Lilo non poteva più respirare.

«No. Faremo come dice il Capo. Devo stare attenta che tu non fugga. Incontreremo un’altra persona che mi aiuterà, ma devo sorvegliare anche quella. Voglio che tu sappia che ho studiato il profilo caratteriale che il Capo ha fatto di te. Conosco abbastanza bene il modo in cui pensi.»

«Ti credo.»

Afferrò entrambe le cinture ai lati di Lilo e le posò il ginocchio fra i seni. Tirò e premette.

«Non voglio dire niente contro il Capo.» Pigiò più forte. «Ma credo che si fidi un po’ troppo di quei profili. Ho pensato che sarà più facile controllarti se hai un po’ più paura di me.»

«Vaffa, ho già paura di te, davvero, non so quando…» Ma Vaffa, con un leggero cenno le impose di tacere. Per la prima volta corrugò leggermente la fronte. Sarebbe stato un problema difficile.

«Pensavo che se ti avessi amputato un braccio o una gamba senza staccare i centri nervosi mi avresti temuto. Sono in grado di salvarti la vita e di riattaccarti l’arto, ma soffriresti. Ti persuaderebbe a comportarti bene?»

Lilo si rese conto con stupore che era una domanda sincera, che Vaffa voleva davvero conoscere la sua opinione.

«No. No… io, Vaffa, non lo so. Per favore non farlo. Penso… penso che sarebbe più probabile che ti odiassi di più.» Non sapeva che altro dire. Con suo enorme sollievo, Vaffa stava annuendo.

«Avevo pensato di ucciderti. Potrei mentire al Capo, ma… no, non credo che ci riuscirei. Allora ti farò una minaccia. Credo che avrei buone probabilità di prenderti, se tu tentassi di scappare. Se tu riuscissi a fuggire, dedicherei tutto il mio tempo a cercare di riprenderti. Ecco la minaccia. Se ti riprendo, ci metterò molto tempo a ucciderti.»

«Ho capito.»

Vaffa continuava a meditare. Si massaggiò la pelle lucente del cranio e allentò la pressione sul petto di Lilo. Lilo respirò un po’ più facilmente. Finalmente Vaffa la slacciò e le permise di rialzarsi. Le afferrò la testa quasi con delicatezza, e la costrinse a guardarla negli occhi.

«Voglio che mi giuri che non cercherai di fuggire mentre siamo su Plutone. Faccio appello al tuo onore.»

«Cosa succede se non giuro? Mi uccidi subito e dici a Tweed che cercavo di scappare?»

Vaffa sembrò sorpresa e un po’ offesa. «No. Non ti farò più del male, qualsiasi cosa succeda. A meno che tu non tenti di fuggire. Non sto cercando di farti giurare con le minacce. Una promessa ottenuta con la forza non è vincolante.» Lo disse come se fosse stata una legge universale.

«D’accordo. Giuro che su Plutone non cercherò di fuggire.»

Suggellarono il patto con il sangue, addirittura. Farsi un taglio sul palmo senza prima anestetizzare i nervi fu uno degli atti più coraggiosi che Lilo avesse mai compiuto.

Fu solo in seguito che Lilo si rese conto di quanto tutto fosse stato infantile. Poteva bastare un giuramento solenne a legarla a Vaffa, mentre erano in gioco la sua vita e la sua libertà? Non vedeva come potesse bastare, ma si sentiva più turbata di quanto fosse disposta ad ammettere.

Più tardi Vaffa si voltò verso Lilo, nella debole luce della loro camera da letto. Iphis russava.

«Dobbiamo parlare.» Lilo aveva temuto che Vaffa volesse di nuovo cop. Mentre con Iphis si trovava bene sessualmente, Vaffa le faceva paura. Andarono nella piccola palestra senza gravità.

«Prima leggi questo.» Vaffa le porse un foglio. Era pieno di frasi in codice e sotto c’era una traduzione disordinata scritta nella calligrafia sismografica di Vaffa. Lilo notò il nome StarLine, il Topsecret e la classificazione AAA.

«Non so come il Capo l’abbia ottenuto,» esclamò Vaffa. «Ha le sue fonti di informazione.»

Lilo lo lesse tutto, poi lo rilesse, attentamente. Conosceva il sistema usato per decodificare le trasmissioni della Linea Calda. Spesso il segnale, dopo aver percorso diciassette anni luce, era molto confuso. Ma questa volta non poteva essere così, con trenta ripetizioni. Dunque, l’incertezza sulle parole chiave era dovuta alla mancanza di un contesto da parte del computer per una buona traduzione.

Lilo non ne fu sorpresa. La maggior parte delle persone, lo sapeva, pensava che le trasmissioni della Linea Calda fossero in una specie di codice sostitutivo; decifrato il codice, il risultato sarebbe stato espresso in corretta lingua sistematica.

Ma i dati ricevuti attraverso la Linea Calda erano il frutto di un modo di pensare extraterrestre. Finché si trattava di dati scientifici, espressi in termini matematici, era possibile fare una traduzione. Anche in quel caso c’erano ampie zone grigie che si pensava fossero dati ma non potevano ancora essere interpretate con i programmi esistenti. Lilo aveva le proprie idee sulle zone grigie. La sua ricerca in quel campo l’aveva fatta finire in prigione.

Le poche volte in cui erano arrivati messaggi che, secondo i computer, erano espressi in qualcosa di simile a una lingua, le traduzioni erano costellate di incertezze. I linguisti non ne erano sorpresi. Le lingue incorporano presupposti culturali, incoerenze, contraddizioni addirittura. Con una grande quantità di trasmissione, i computer avrebbero potuto avvicinarsi sempre di più al significato delle parole. Ma gli Ophiuciti non si erano mostrati molto interessati né a parlare di se stessi né a fare altro che non fosse inviare oceani di dati ingegneristici. I pochi messaggi verbali potevano essere tutto, pubblicità, predicazione religiosa, o qualcosa di assolutamente sconosciuto al genere umano.

Lilo lesse una terza volta.

«Cos’è questa storia di conti, di sospensione del servizio? E di pagamento? Cosa possono volere? Cosa potremmo dargli?»

«Forse quello che stanno dando a noi. Informazioni.» Vaffa alzò le spalle.

«Ma noi… cosa significa?»

«Immagino che significhi esattamente quello che dice. Questa è una bolletta telefonica per quattrocento anni di servizio.»

«Ma… è folle.»

«Davvero? E perché abbiamo pensato che la Linea Calda continuasse a trasmettere in eterno, senza che noi dessimo niente in cambio? Perché dovremmo aspettarci che siano meno mercenari di noi?»

Lilo si calmò e pensò prima di rispondere.

«D’accordo. Capisco cosa vuoi dire. Ma cosa potremmo dargli? E come? Potremmo magari costruire un grande laser, come il loro — non dico che vi si riuscirebbe senz’altro, ma forse sì — ma cosa trasmetteremmo? Tutto quello che abbiamo ricevuto sulla Linea Calda era di due o tremila anni più avanzato di quello che sapevamo al momento. È come chiedere a un uomo primitivo come riparare il motore a fusione. Cosa potremmo sapere che a loro interessi?»

Vaffa fece una smorfia e riprese il messaggio. «Speravo che tu avessi qualche idea. Non mi viene in mente niente e sono preoccupata. Mi chiedo cosa siano le ‘pene severe’.»

«Non vedo quali potrebbero essere se non un’interruzione dei messaggi. Voglio dire, sono a diciassette anni luce di distanza. Cosa potrebbero fare?»

«Non lo so.» Vaffa rimuginò per un po’ mentre Lilo cercava di immaginarselo. Poi alzò lo sguardo. «Tutti dicono che i viaggi stellari sono impossibili, o almeno che ci vorrebbe tanto che non ne varrebbe la pena. Una delle principali argomentazioni sono gli Ofiuciti. Se conoscessero il viaggio interstellare, sarebbero qui, no? Non se ne starebbero a casa a mandare messaggi.» Scosse la testa. «Ora non ne sono tanto sicura. Forse non li abbiamo capiti, forse avevano un altro motivo per non venire. Ma non credo che manderebbero questo messaggio se non facessero sul serio.»

Lilo voleva parlarne ancora, ma Vaffa si era ritirata in un mondo privato. La donna era spaventata. Lilo ancora non lo era, ma lo sarebbe stata.

13

Starline, del Programma Generale delle Relazioni Pubbliche, Computer Commerciale Principale, StarLine, Ltd. Lettura di II Classe.

Chi poteva pensare che sbagliassero? Nessuno. Lo sa il cielo da quanto la gente cercava di trovare qualcosa fra le stelle. Già quando continuava a misurare il tempo nel vecchio modo, si era cominciato a stare in ascolto nell’ambito del Progetto Ozma. Niente da fare. Più tardi puntammo le grandi orecchie in un’altra direzione. Centauri, Lupo, Lalande, Procione, 40 Eridani. Silenzio, silenzio completo. Li ascoltammo tutti. Nessun ronzio.

Poi ci spingemmo molto più lontano. Al di là di Plutone, il doppio di quella distanza, e ci credereste? Voci!

Be’, non proprio voci, ecco. Ticchettii di computer. Per molto tempo nessuno riuscì a leggerli. (Dovreste dargli un’occhiata! Fateli stampare e vedrete uno zilione di ettari di macchioline di mosche.) Neppure i computer sapevano di cosa si trattasse. Ma un paio di circostanze erano sicure. Su 70 Ophiucus c’era qualcuno con un laser gigantesco, voleva parlare, e non riusciva a tirare diritto!

Aspettate un momento! Forse non mirano a noi. Così guardarono dietro, ma trovarono solo un paio di stelle sotto l’ascella di Orione. Tiravano a noi, d’accordo. Ma com’era che sbagliavano? Non avrebbero costruito un laser come quello se, non avessero saputo puntarlo!

Non era possibile che sbagliassero. Qualcuno disse: «Ehi! Forse non volevano parlare con noi finché non eravamo pronti! Volevano che fossimo abbastanza intelligenti per arrivare laggiù, o qualcosa del genere.» Ragionevole, eh? Certo. Ora sono quattrocento anni che ci parlano. Ci hanno sparato davanti di quindici miliardi di clic, come uno che tiri al piattello. Volete ascoltare, dovete venire quassù.

Un altro disse: «Perché non costruiamo anche noi un grosso laser e rispondiamo?» Scherzi? Chi è che tira fuori i soldi?

Anche nel migliore momento economico, un viaggiatore poteva portare poco su Plutone. Le tasse di importazione erano le più alte di tutto il sistema solare, e il prezzo che le linee di navigazione facevano pagare per il bagaglio rendeva più conveniente lasciare tutto a casa e comprare un guardaroba nuovo all’arrivo. Normalmente la sola cosa che valesse la pena portare su Plutone erano le informazioni, e anche quelle venivano trasportate nel modo meno ingombrante possibile.

Ora Plutone attraversava un periodo di depressione. Erano due anni che il governo stava perdendo una guerra economica contro Mercurio e gli effetti erano drastici. Vaffa aveva usato la sua Carta di Credito Intersistematica su Marte per prendere un po’ di denaro. Ma anche così dovettero pagare molto per il proprio bagaglio.

Lilo e Vaffa sbarcarono dall’espresso a cinque gi a Porto Florida, malferme e depresse dopo aver galleggiato per otto giorni in una vasca per accelerazione. Lilo continuava a tossire emettendo umori bavosi e verdastri, e una specie di catarro le gocciolava costantemente dal naso. Aveva provato a leccarlo, ma era stato peggio.

Alla ricerca di qualcosa per eliminare quel sapore, vide un distributore di bevande e ci infilò una delle banconote marziane datele da Vaffa.

«Questo non posso cambiarlo,» disse la macchina. «Ma se depositi il denaro possiamo contrattare.» La macchina spiegò che era una filiale autorizzata della Banca Planetaria della Florida. Per pochi secondi si accese una scritta luminosa: INTERESSI MATURATI. Lilo prese la bottiglia di bevanda, e le venne rilasciato il conto insieme ad alcune monete plutoniane. Vaffa le consigliò di gettarle nel riciclatore, visto che non valevano praticamente niente.

Plutone era in piena spirale inflazionistica. Il denaro veniva datato alla stampa e doveva essere speso alla svelta prima che il suo valore scendesse. Ogni lunedì mille Marchi Vecchi diventavano equivalenti a un Marco Nuovo. Se il denaro aveva più di una settimana, poteva anche essere bruciato; non ci si sarebbe potuto comprare nemmeno la carta su cui era stampato.

Lilo e Vaffa aspettarono nella stanza di ricovero dello spazioporto che i medici certificassero che avevano superato gli effetti dell’alta accelerazione. A pochi passi di distanza c’era una fila di negozi specializzati nel rivestire i viaggiatori nudi che emergevano dai voli provenienti dai Pianeti Interni. Lilo voleva fermarsi.

«Qui no,» le consigliò Vaffa. «Sono dei ladri.»

«Che importa?» fece Lilo. «Siamo ricche, no?» Entrò nella Underworld Boutique.

Dentro venne insaponata, lavata, oliata e massaggiata finché si sentì più un essere umano e meno un sottaceto. Cominciò a perdere alcuni dei nodi ai muscoli che per giorni affliggono i viaggiatori a gravità elevate. Disse ai commessi di rivestirla.

Fra tutto quello che le portarono, scelse una camicia rossa con borchie in vita, ai polsi e al collo. Aveva maniche a sbuffo, ma per il resto era pratica, con molte tasche e un cronometro incorporato. Volevano dipingerle le gambe, ma rifiutò con fermezza. Comprò un cappello e delle pantofole; aveva le piante dei piedi avvizzite come prugne. I commessi cercarono di venderle tintura da viso, un vestito da olomista, pantaloni e una pelliccia di visone vivo, ma lei pagò e uscì. Non era abituata ai venditori aggressivi e non le piacevano. Vaffa non comprò niente.

«Non porti mai vestiti?» le chiese Lilo.

«Non mi piacciono. Impacciano nella lotta. Qualche volta porto una cintura con una fondina, ma non in pubblico.»

Vaffa si guardava intorno nervosamente. Lilo aveva notato che non amava la folla, neppure sulla Luna. Qui sembrava molto a disagio. I suoi movimenti erano rapidi e scattanti, come se cercasse di controllare tutti gli angoli contemporaneamente.

«Dove andiamo?»

«Ho un indirizzo. Forse è meglio se troviamo una carta.»

A Plutone piaceva considerarsi un luogo di frontiera. Ma dopo trecento anni di colonizzazione continua, l’idea cominciava a dar segni di invecchiamento. Nel complesso, Plutone era urbanizzato quanto qualunque altro degli Otto Mondi. Le sue città, però, tendevano a essere più rumorose e appariscenti. C’era un’atmosfera di ostentazione, un assalto continuo del cattivo gusto e dell’esibizionismo commerciale e personale. Entrambe le donne lunari lo trovarono sgradevole.

Gli spigoli irregolari delle costruzioni talvolta non venivano terminati. I tappeti nei corridoi erano alti e soffici, ma in alcuni punti non combaciavano, e avevano i bordi sfilacciati che non arrivavano alle pareti e macchie marrone chiaro agli angoli. A un certo punto il marciapiedi mobile le fece passare davanti a una sezione di roccia nuda dove gli operai stavano installando materiale isolante e un rivestimento di plastica. La roccia era ricoperta di ghiaccio; succhiò il calore da un lato del corpo di Lilo.

Arrivarono al Centro, cuore della rete di marciapiedi mobili e stazione principale per le capsule metropolitane che andavano versò i sobborghi, gli avamposti e le comuni. Scesero e si guardarono intorno. Il soffitto era due « chilometri sopra di loro, ma alcuni degli alberi del Parco del Centro sembravano sfiorarlo. La vasta zona cilindrica era percorsa da otto arcate alle quali si accedeva con ascensori di vetro sospesi a cavi trasparenti. Sembrava che tutto si muovesse o lampeggiasse per richiamare la loro attenzione.

Lilo si sentiva oppressa, estranea. Le venivano le vertigini. Era una vera Lunare, conservatrice sotto molti aspetti. Si vestiva per comodità, non per bellezza. Lo spreco e la frivolezza la offendevano. Era una conseguenza dell’Invasione, che in svariati modi distingueva la società lunare dal resto dello spazio umano.

La Luna era stata colonizzata direttamente dalla Terra. All’arrivo degli Invasori, le poche migliaia di esseri umani sulla Luna si prepararono alla lunga lotta per l’autosufficienza. Non erano pronti; l’autonomia sarebbe dovuta arrivare trent’anni dopo. Ma la sopravvivenza della specie dipendeva da quello che sarebbero riusciti a fare.

I primi cinquant’anni furono durissimi. Molti erano morti nei sorteggi selettivi e nella violenta lotta contro di essi quando era risultato chiaro che la popolazione doveva essere ridotta. I sopravvissuti si erano sacrificati ancora di più, per far sì che i martiri non fossero morti invano.

La lotta aveva lasciato il suo segno sui Lunari. Avevano la tendenza a essere conservatori in politica e nella morale. Rimanevano attaccati a un fantasma di democrazia rappresentativa, mentre le colonie tendevano verso un Selettivismo a Prove. Il sesso neutro non aveva mai fatto presa. Le mode di Marte e di Mercurio avevano poco successo sulla Luna. Con il tabù della pudicizia ormai diventato un’aberrazione quasi dimenticata, il Lunare medio di solito indossava un panciotto-di-tasche, portava una borsa a spalla o andava in giro nudo. Era quasi un’uniforme, e il resto dell’umanità ci faceva sopra innumerevoli battute.

Sulla Luna un chirurgo creativo poteva fallire. Pochi si impegnavano in gambe extra in posti strani, in teste invertite, in nuove forme nasali o ih code prensili. Cambiavano sesso in media una volta ogni otto anni, il periodo più lungo dell’intero sistema solare. Il rapporto fra chirurgia di mantenimento e chirurgia estetica era di nove a uno. La maggior parte dei Lunari che volevano cambiare faccia lo facevano a casa, come hobby.

Plutone era all’altra estremità dello spettro. Lilo lo trovava volgare. Era un disgusto radicato che non riusciva a eliminare razionalmente. I Plutoniani erano pavoni. Indossavano il loro status sociale sulle loro pelli.

Lilo e Vaffa avanzavano in un labirinto di cartelli pubblicitari galleggianti, fatti di fumo e di ologrammi, che seguivano il possibile cliente sottoponendolo a trucchi prospettici da mozzare il fiato e trasmettendogli sempre direttamente nell’orecchio interno, per non violare le leggi sull’inquinamento acustico.

Riuscirono a uscire dal flusso principale e a entrare nell’oasi verde del parco. Il tronco di un albero fornì sedili intagliati che spuntavano direttamente dalla corteccia. Lilo alzò gli occhi e calcolò che le ci sarebbero voluti cinque minuti solo per girare intorno all’albero.

Era come essere nell’occhio di un ciclone. Le pubblicità olografiche si dirigevano verso di loro, ma venivano arrestate da un muro invisibile.

VISITATE IL FERRYBOAT CARONTE.

COMPRATE EROTICON. USATELO, MANGIATELO, SPALMATEVELO ADDOSSO, TOGLIETEVELO MASSAGGIANDO, COP CON LUI.

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CAMBIATE I VOSTRI PIEDI OGGI. COMPRATE I NUOVI ASTAIRES.

METTETEVI IL RITZ.

Il Parco era deserto. Sembrava che i Plutoniani non avessero bisogno di calma e di silenzio. Lilo e Vaffa rimasero sedute a guardare i passanti.

«Sembra che quest’anno i seni siano di moda,» osservò dopo un po’ Vaffa. «Quasi tutti ne hanno almeno due. Ehi, e quello cosa è?»

«Testicoli elettrici. Li avevo visti su un giornale.»

«Graziosi,» esclamò sarcasticamente Vaffa. «Sembrano lanterne.»

«Dovrebbero essere il modo più veloce per assicurare al partner che si è sterili. Senti, hai idea di dove stiamo andando? Ho bisogno di fare un altro bagno, e di un posto tranquillo.»

14

I treni gravitazionali partivano dal livello immediatamente sottostante al Centro. Lilo comprò due biglietti, infilando nervosamente la mano nella fessura del decodificatore genetico prima di riceverli. Aveva già funzionato su Marte.

La lunga mano nixoniana di Tweed arrivava a cinque miliardi di chilometri di distanza. Sentì l’ago della sonda graffiarle il palmo, la macchina ronzò e nelle banche del Computer Centrale di Plutone venne immessa l’informazione: GIOVIANA-342 (CARTA IDENTITÀ L-502-KC-98) SALITA SU LINEA FLORIDA-BARROW ORE 0349. 4/8/71.

Il lasciapassare era automatico e si accese una luce verde. Il nome Gioviana-342 non compariva su nessun elenco di persone ricercate e quello bastava. Se il computer di Plutone avesse sentito la necessità di effettuare un ulteriore controllo presso gli archivi lunari, dodici ore dopo sarebbe venuto a sapere che Gioviana-342 era un membro della Chiesa dell’Ingegneria Cosmica, un’esimia cittadina della Luna e una viaggiatrice entusiasta. Quello che non avrebbe saputo era che Gioviana-342 era emigrata dieci anni prima e che adesso era presumibilmente accoppiata sugli Anelli, isolata dal resto del mondo e impossibilitata a protestare per il furto della sua identità.

Lilo non sapeva come avesse fatto Tweed. Sapeva che le persone che lavoravano ai computer centrali erano potenzialmente al di sopra della legge e che quindi le precauzioni contro eventuali manomissioni erano severe. Però era già successo in passato e sarebbe successo ancora.

All’interno la carrozza era rivestita di elegante velluto marrone, le luci erano tenui e abbondavano le cromature. Si sprofondò in uno dei sedili e allacciò le cinture mentre Vaffa le si sedeva accanto. Porte a tenuta stagna si aprivano e si richiudevano al passaggio del convoglio che prendeva velocità. Lilo contò fino a dodici. Poi, fuori dal finestrino, apparvero le stelle. Tirò su i piedi e se li strofinò. Aveva freddo.

Era solo un fatto psicologico, ma le sembrava che i gas congelati all’esterno le si stringessero addosso. Odiava il freddo. Su quel pianeta non c’era niente di caldo, neppure di giorno.

Un uomo grosso percorse il corridoio e si piazzò sul bracciolo del sedile di Vaffa. Le fece un largo sorriso, quindi cercò di venderle una tessera per un circolo sessuale. Vaffa era seccata, ma appena cercò di allontanarlo, la mano gli passò attraverso il corpo. Era solo il primo. In breve furono circondate.

Vaffa fece un salto quando uno di loro la toccò.

«Mi scusi,» disse l’uomo. «Vedo che venite dalla Luna.»

«Sì,» rispose Lilo. «Si vede tanto?»

«Il naso,» disse. «È appuntito.» Il suo era schiacciato come quello di un cattivo pugile. Aveva ciglia lunghe mezzo metro, che lo costringevano a sbattere le palpebre al rallentatore. «E ci sono altre cose. Non vi sarete offese, spero. Pensavo solo che potrebbe interessarvi quello che vendo.»

«Sa che potrebbe essere sostituito da un’illusione,» disse Vaffa.

«Cosa vende che non possa venir propagandato da un’olografia?» chiese Lilo.

«Un generatore antiolografie,» rispose l’uomo.

Era un piccolo braccialetto con sopra inciso un numero telefonico da chiamare in caso di guasti. Venivano noleggiati, non venduti, come i terminali dei computer. C’era una vasta gamma di prezzi e di modelli. Alcuni si limitavano a tenere le olografie a un braccio di distanza. Alla maggior parte dei Plutoniani bastava. Se non si potevano vedere gli annunci pubblicitari, come si faceva a sapere cosa era alla moda?

L’uomo non si mostrò sorpreso quando Lilo e Vaffa presero il modello distruttore più potente.

Il treno arrivò a Barrow e i finestrini si appannarono. Quando scesero videro che l’esterno della vettura era rivestito di ghiaccio che si scioglieva gocciolando dentro le fogne della banchina ricoperta da un tappeto.

«Cosa sai di questo tipo?» chiese Lilo.

Vaffa stava esaminando le pareti. Sembrava non rilassarsi mai.

«Un ex insegnante. È un tipo strano. Non si è mai completamente ripreso dall’essere stato espulso dall’Associazione Educativa. Il Capo lo fa lavorare su Plutone da solo. Il suo compito non è molto importante. Non lo è stato finora, almeno.»

«Ha avuto a che fare con l’intercettazione della trasmissione?»

«Sì. L’ultimo messaggio del Capo mi ha rivelato qualcosa su questo punto. Può accadere ai dati della Linea Calda. Li manda al Capo, di modo che li riceviamo quasi contemporaneamente al consiglio di amministrazione della StarLine.»

«Perché? Voglio dire, a cosa vi sono serviti finora?»

Vaffa alzò le spalle. «Gli piace sapere le cose. Stiamo combattendo una guerra.»

Lilo doveva continuare a ricordarselo. Il Partito della Terra Libera contro gli Invasori. Ancora non era stato sparato neppure un colpo. Lilo aveva poche speranze su come sarebbe andata a finire se Tweed fosse mai riuscito a far scoppiare il conflitto.

Però era la cosà più importante della vita di Vaffa. Stava sempre in guardia nei confronti di eventuali nemici. Adesso era nervosa e Lilo credeva di sapere perché. Vaffa era andata spesso su Titano ma non si era mai allontanata molto dallo spazioporto. La Luna era il solo ambiente che conoscesse bene. Soffriva di uno shock culturale.

Lilo conosceva bene quel fenomeno. Non era vero che tutti i corridoi fossero uguali. Ci sono particolari che uno nota inconsciamente: la lampada al soffitto, la diversa disposizione dei comandi delle macchinette per l’aria, le forme insolite delle fontane, delle cabine, delle porte, delle installazioni mediche e delle serrature. Anche l’aria aveva un odore diverso. L’aria di Plutone veniva purificata solo sette volte prima di essere riutilizzata. Era impregnata di umanità.

Arrivarono a destinazione e suonarono il campanello. La porta si aprì con uno scatto e loro entrarono nel caos.

La stanza era grande, ma sembrava che sette o otto bambini la riempissero. Non smettevano mai di muoversi e di gridare. Stavano facendo una corsa e i mobili erano gli ostacoli. Lilo e Vaffa si addossarono a una parete e aspettarono. Dall’altra parte della stanza c’era un uomo che parlava con una donna incinta. Sollevò lo sguardo.

«La festa è finita!» gridò. «Tornate più tardi. Potete tenere la porta aperta?» Vaffa eseguì e l’uomo radunò i bambini. Loro ridevano e cercavano di colpirlo, ma lui aveva allungato un braccio e li faceva cadere. Sembrava che avesse un potere quasi magico su di loro. Di lì a poco erano tutti nel corridoio.

«Dovrà tornare più tardi,» stava dicendo alla donna. La prese per mano e la accompagnò alla porta. Lilo le osservò la pancia nuda. Non dovevano mancare molti giorni.

Quando se ne fu andata, l’uomo le guardò e scrollò le spalle.

«Vuole un insegnante clandestino,» disse loro. «Qualcosa è andato storto. Non ha fatto un buon contratto con l’insegnante che aveva scelto, immagino. Vengono da me in continuazione.»

«Eppure, avendo solo un’occasione, la gente dovrebbe stare più attenta,» osservò Lilo.

«Vero? Avrebbe almeno potuto farsi spiegare il contratto da qualcuno, anche se è analfabeta. Io…» La guardò sorridendo. Le tese la mano.

«Mi chiamo Cathay.»

«Lilo.» Gli prese la mano. Lui guardò Vaffa.

«Ti conosco,» esclamò senza una particolare espressione.

«Ma non ci siamo mai incontrati,» replicò Vaffa.

«Allora era tuo fratello. Il tuo clone. Ti conosco.» Sembrava sul punto di aggiungere qualcos’altro, ma si interruppe. «Bene, mettetevi a sedere. Dove vi è più comodo. Posso offrirvi qualcosa?» Stava guardando Lilo.

«Qualcosa di leggermente intossicante,» disse lei. «Non sono esigente.»

«Ho proprio quello che ci vuole.» Scomparve in un’altra stanza. Vaffa aspettò un attimo, poi si alzò e lo seguì. Tornarono uno alla volta, Vaffa con un bicchiere, Cathay con due. Avevano tutti e due l’aria tesa. Il bicchiere che le allungò era pieno di un liquido verde.

La bevanda la fece star meglio. Si rilassò sulla poltrona ed esaminò Cathay. Aveva lunghi capelli ricci, gambe lunghe e una faccia da ragazzo. Aveva un aspetto gradevole, ma non in modo esagerato, proprio come piaceva a Lilo.

«A cosa devo il grande piacere di questa visita?» chiese Cathay. «Aspettate, lasciatemi indovinare. Tweed è incinto e cerca un insegnante clandestino.»

Vaffa, che si era seduta davanti alla porta, si raddrizzò ancora di più. Anche Lilo si fece più tesa e si rese conto di quanto fosse sintonizzata con le sensazioni dell’altra donna.

«Ti avverto per una volta sola,» disse Vaffa. «Non sono disposta ad ascoltare battute sul Capo.» Guardò minacciosamente prima Cathay, poi Lilo, poi di nuovo Cathay. Lilo guardò impotente Cathay: voleva dirgli quale forma avrebbe preso il secondo avvertimento. Con sua sorpresa, lui sembrò capire. Le fece un cenno quasi impercettibile e si appoggiò allo schienale della sedia.

«D’accordo. Andiamo avanti. Si tratta della Linea Calda, vero? Di cos’altro potrebbe trattarsi? Il Capo ha paura, e non posso biasimarlo.»

«Conosci il contenuto del messaggio?» chiese Vaffa, quasi alzandosi dalla sedia. «Credo che me l’avrebbero detto se tu fossi stato autorizzato a leggerlo.»

«Be’, non so se fossi autorizzato o no,» fece lui. «Ma era già tradotto quando l’ho ricevuto. Te l’ha detto il Capo che la mia fonte è il reparto di traduzione? Non posso avere i dati originali.»

Vaffa si rilassò un po’. «Sì, me l’ha detto. Ma non avresti dovuto leggerlo. Il tuo compito è quello di trasmettere i messaggi al Capo.»

Cathay alzò le spalle. «Dovevo metterlo in codice per mandarglielo, e sono curioso come tutti. Nessuno mi ha detto di dimenticare quello che leggo. Ma lo terrò presente… Ciò che ancora non capisco è perché siate venute qui. Non so cosa il Capo pensi che possiate fare che io non possa fare meglio. Ho contatti. So come muovermi. Tu… si, tu sei forte, lo so. Vuole che tu costringa la Linea Calda a prolungare i servizi?»

Lilo si agitò nervosamente sulla sedia, ma Vaffa non pareva offesa.

«No. La nostra missione è semplice. Hai detto che il Capo è spaventato. Questo non è esatto, ma è giusto dire che è preoccupato. Il messaggio sembra molto importante, e potenzialmente pericoloso.»

Lilo non riuscì a non ridere. «Sì, penso che questo si possa dire. Fa pensare, se non altro.»

«Quello che sembra a me,» disse Cathay seriamente, «è che ci abbiano mandato un conto del telefono.»

«Ma non ci siamo mai abbonati,» osservò Vaffa.

«È sempre un’evasione,» disse Cathay. «È vero che non abbiamo mai richiesto il servizio. Ma ce ne siamo serviti. Sono secoli che ce ne serviamo, e per quanto ne so nessuno ha mai cercato di mandare nulla in cambio.»

«I costi…»

«Questo non ha importanza. Ci sto pensando da quando ho visto il messaggio. Adesso mi sorprende che nessuno abbia mai considerato questa possibilità. Abbiamo sempre preso la Linea Calda come una risorsa naturale, come il vuoto. Ci siamo domandati come potevano essere gli Ophiuciti, ma immagino che quando non ci hanno fatto sapere niente di loro si sia preferito credere che fosse una… una specie di programma di assistenza interstellare.»

«Mentre invece si trattava più di uno scambio culturale?» suggerì Lilo.

«Forse. Se è così, devono essere offesi che non abbiamo mai mandato niente in cambio.»

«Ma cosa abbiamo che gli possa interessare?» chiese Lilo. «Sono così progrediti rispetto a noi!»

«Chi lo sa? Probabilmente loro si sono posti la stessa domanda. E apparentemente quello che hanno fatto è stato mandarci tutto. Abbiamo utilizzato le nuove invenzioni, le tecniche di ingegneria biologica e così via. Ma ancora non riusciamo a decifrare il novanta per cento delle trasmissioni. Forse è arte. O filosofia. O pettegolezzi. O sono nove miliardi di Ophiuciti che richiedono partner sessuali. Però non credo che la Linea Calda sia uno scambio culturale. Credo che si tratti piuttosto di un’iniziativa commerciale. Si aspettano che paghiamo per quello che riceviamo, valore dato per valore ricevuto. Ma vorrei tanto sapere cosa intendono con quell’affare delle ‘pene severe’.»

Vaffa aveva seguito il ragionamento di Cathay con la fronte corrugata. La sua faccia si rilassò quando si tornò su un terreno più familiare.

«Ci siamo allontanati dall’argomento,» disse. «Parlavamo della nostra missione, del perché Lilo e io siamo state mandate qui. È semplice. In una vicenda potenzialmente seria come questa, il Capo sente il bisogno di avere ulteriori informazioni. È infatti impossibile per noi sapere come comportarci in base a quello che conosciamo finora. Poiché è impossibile fare direttamente agli Ophiuciti le domande che ci interessano, dobbiamo fare del nostro meglio per trovare le risposte nel messaggio originale.»

«È ragionevole,» commentò Lilo. Vaffa la guardò e lei capì che Vaffa le era grata per quelle parole. A lei invece non era sembrato molto ragionevole. Aveva accettato il giudizio del Capo sulla situazione essenzialmente con un atto di fede.

«Voglio dire,» continuò Lilo, «che è difficile immaginare che non abbiano incluso nel messaggio tutto quanto dobbiamo sapere. Anche se potessimo far loro delle domande, ci vorrebbero trentaquattro anni prima di ricevere una risposta.»

«Esatto. Hai notato che nel messaggio ci sono molte parole che hanno una probabilità di traduzione?»

«È una cosa normale nei messaggi della Linea Calda,» osservò Cathay.

«Così mi hanno detto. Ma la sola cosa che abbiamo è il messaggio tradotto che hai ottenuto tu. Ciò di cui abbiamo bisogno sono i dati originali. Il Capo desidera riceverli per poterli analizzare indipendentemente.»

Cathay si accigliò. «Non sarà facile. Anzi, è impossibile.»

«Spiegati meglio, per favore.»

«Be’, io… d’accordo. La mia fonte di informazioni lavora al reparto traduzioni della StarLine. Sapete come ricevono i loro dati?» Osservò le due donne, annuì e continuò. «La StarLine ha una stazione nella zona dove il segnale della Linea Calda è più forte. Un tempo c’erano molte stazioni. Adesso la Star-Line ha ottenuto il diritto di monopolio dal governo di Plutone. Un paio di volte la Luna si è opposta, ma immagino che la situazione politica non abbia molta importanza adesso. Praticamente Plutone controlla tutto quello che si trova al di là della propria orbita.

«Il personale della stazione non trasmette niente su Plutone perché il segnale potrebbe essere intercettato. Registrano tutto quello che ricevono sulla Linea Calda e lo spediscono con missili telecomandati, ad alta accelerazione, che vengono ricuperati in condizioni di massima sicurezza.

«Quando c’era concorrenza, avevano missili estremamente veloci. Il personale della stazione agiva da filtro. Se nelle traduzioni preliminari notavano qualcosa che potesse aver valore, lo infilavano in uno di quei missili e cercavano di superare i concorrenti nei brevetti, nella pubblicità e in tutto il resto. Adesso non è più necessario, però hanno sempre uno di quei razzi per le consegne speciali. Quando hanno ricevuto questo messaggio, l’hanno usato. Il mio contatto mi ha detto come è arrivato. Non credeva di riuscire a procurarmelo. Ho esercitato tutte le pressioni che potevo, e ce l’ha fatta. Ma dice che di più non può fare. I servizi di sicurezza sono stati così rigorosi che non esistono copie dei dati originali. Sono immagazzinati nel computer della StarLine, e se pensate di riuscire a penetrare lì dentro e a derubare la memoria, buona fortuna.»

Vaffa corrugò la fronte. «No, è escluso. Il Capo ha già tentato questa strada prima di mandarci su Plutone. Continua a cercare di impadronirsi delle informazioni, ma i programmi di difesa sono formidabili.»

«I migliori di Plutone,» disse Cathay. «Non so cosa abbiate sulla Luna.»

«Il tuo contatto non potrebbe rubare i dati lei, dall’interno?»

Cathay ci pensò. «Vi possono accedere solo le quattro o cinque persone di grado più elevato. Solo una ventina sanno che il messaggio esiste. Non le consegnerebbero i dati più riservati e non avrebbe modo di impadronirsene.»

«Come fai a controllare quella donna?»

«Uh, suo figlio è uno dei miei alunni. Si era cacciata in un vicolo cieco, come quella che era qui prima. Incinta e senza nessun insegnante a disposizione. È venuta da me e il Capo mi ha concesso di aiutarla. Inoltre, e penso sia piuttosto importante, ho dovuto darle un sacco di denaro di Tweed, per questo messaggio. Oltre a minacciarla, cioè, a dirle che non mi sarei più occupato di suo figlio.» Distolse lo sguardo. Lilo era imbarazzata per lui. Il solo motivo che giustificasse l’abbandono di un bambino durante il processo educativo era la morte dell’insegnante.

Apparentemente Vaffa non lo aveva notato. «E non funzionerebbe ancora?»

«L’ultima volta ha guadagnato abbastanza per assumere un insegnante autorizzato. È possibile, qualsiasi cosa dica l’Associazione Educativa.»

«Comunque è meglio che tu riprovi con lei.»

«D’accordo.»

Vaffa si incupì. «Nel frattempo dovremo accettare la tua valutazione per buona e cercare un’alternativa.»

Lilo guardò Cathay: sembrava perplesso quanto lei.

«Quale alternativa?» chiese. «Hai detto che la sola copia del messaggio originale è dentro il computer della StarLine. In che altro modo può essere tirato fuori?»

«In nessuno. Il Capo ha svolto indagini, ma non ha trovato nessuno piazzato altrettanto bene del contatto di Cathay. E continuerà a tentare di accedere al computer attraverso i normali canali. Ma è probabile che non serva. Così dovremo ottenere i dati direttamente. Compreremo una nave e andremo alla Linea Calda.»

Cathay non l’aveva presa bene quando era stato chiaro che Vaffa voleva dire andare tutti e tre. Discusse per ore e alla fine arrivò a una posizione che giurò non avrebbe abbandonato.

«Non è possibile. Non posso andarmene almeno per tre anni, anche se non prendo nessun altro bambino. Il più giovane avrà bisogno di me per tutto questo tempo.»

«Non eri autorizzato a impegnarti in contratti educativi,» ribatté Vaffa. «Quello che hai fatto sono affari tuoi, ma la prima persona alla quale devi fedeltà, la persona più importante, è il Capo.»

«Sciocchezze! Non mi puoi chiedere di abbandonare questi bambini. È un dovere sacro. Quando si fa un contratto, lo si deve portare fino in fondo.»

«Questo non lo porterai fino in fondo.» Lilo notò il linguaggio preciso di Vaffa e la sua assoluta calma. Attenzione, pensò.

«Lo porterò. Non puoi farci niente.»

Vaffa lo colpi col taglio della mano sul collo, poi si voltò chinandosi per fronteggiare Lilo, che era rimasta completamente immobile. A poco a poco si rilassò e si sedette, pensosa, incurante dell’uomo che giaceva inconscio sul pavimento. Lilo lo sollevò e, barcollando, lo portò in camera. Lo mise sul letto e gli si sedette accanto, al buio.

«Lilo, vieni qui.» Lei si alzò e tornò nell’altra stanza.

«Credo che dovrò ucciderlo,» disse Vaffa.

Lilo si sedette lentamente. «Perché? Non ha fatto niente, no?»

«È quello che probabilmente farà che mi disturba.» Sospirò e si strofinò il collo. Sembrava scontenta di quello che l’aspettava, ma decisa a farlo. «È stato un errore mandarmi qui sola,» riprese. «Non posso fidarmi di nessuno di voi due e non posso sorvegliarvi tutti e due contemporaneamente. Uno di voi dovrà andarsene.»

«Perché non può restare qui? C’è rimasto per tutto questo tempo, no?»

«Il Capo è preoccupato per ciò che potrebbe fare. Ormai sa troppe cose sul messaggio della Linea Calda. A parte quelli della StarLine, su Plutone è il solo, insieme a te e me, che ne sia a conoscenza.»

«Ma non è… voglio dire, come me? Un criminale condannato?»

«No. Non è altro che un insegnante espulso dall’Associazione. Il Capo si mise in contatto con lui quando stava sragionando e gli promise che, se avesse lavorato per il partito, avrebbe avuto la possibilità di insegnare di nuovo con un’identità diversa. Avrebbe dovuto aspettare ancora un paio d’anni. Non sapevamo del suo insegnamento clandestino. Sembra che allora sia diventato impaziente, e non dovrebbe esserlo secondo quello che…» si interruppe all’improvviso, guardò Lilo e si prese la testa fra le mani.

Lilo immaginò che Vaffa avesse accennato a qualcosa di cui non doveva parlare. Però era chiaro che bruciava dal desiderio di farlo.

«Non posso aiutarti a decidere se non mi racconti tutti i particolari.»

«Chi ha detto che voglio il tuo aiuto?»

«Nessuno. Ma hai detto che ti saresti fidata di me. Abbiamo fatto un patto.»

«Lo so. Voglio fidarmi di te. Devo fidarmi di te, se non voglio ucciderlo.»

«Ma non sai se è prudente. E non puoi dire al Capo che hai fatto un patto con me. Sei andata al di là degli ordini che avevi ricevuto, vero?»

«Sì.» Aveva un’aria molto infelice. La vita di Vaffa si basava sull’obbedienza agli ordini. Agire di propria iniziativa la turbava profondamente.

«In ogni caso è meglio che prima tu consulti il Capo,» le suggerì Lilo. «Per sapere cosa pensa di Cathay. Forse ha ancora bisogno di lui. Non c’è bisogno che tu gli parli del nostro patto.»

Vaffa rifletté a lungo, poi annuì. Lilo era un po’ sollevata. Ci sarebbero volute almeno dodici ore prima che Vaffa potesse ricevere una risposta da Tweed.

Cathay era sempre privo di conoscenza. Lilo prese una bacinella d’acqua e si sedette sul letto accanto a lui. Gli bagnò il livido che gli era venuto sulla fronte dove aveva battuto cadendo. Si lamentò, aprì per un attimo gli occhi, poi li richiuse. Lilo lo collegò all’analizzatore medico vicino al letto e quello le disse che dormiva e che non aveva una commozione cerebrale.

Si spogliò e si infilò sotto le coperte accanto a lui. L’abbracciò dal dietro e lo tenne stretto.

Per un’ora rimase completamente immobile. Cercò di addormentarsi, ma continuava a ripensare a Cathay e a ciò che avrebbe potuto fare per lui.

Alla fine decise di svegliarlo. Gli passò le mani sul petto, sul ventre. Era piatto e duro. Aveva un’erezione. Gli prese il pene e gli carezzò delicatamente il glande. Lui si mosse.

«Come va la testa?»

Se la toccò con cautela. «Non troppo male, direi. Ho la mascella tenera.»

«Parla piano,» l’ammonì Lilo. «Sei bravo nella lotta?»

Si girò sulla schiena. «Credo di essere un po’ migliore di quello che hai visto. Mi ha preso completamente di sorpresa. Comunque no, non sono un lottatore. Mi demolirebbe. E tu?»

«No. Dovrai venire con noi, lo sai. Le è stato ordinato di non lasciarti qui. C’è solo un’alternativa.»

«Lo so. Credo di averlo saputo fin dall’inizio, con lei.»

«Quindi cosa intendi fare? Uh, vuoi che smetta?»

«No, ti prego. È bellissimo.» Si voltò verso di lei e cominciò a carezzarle il corpo. «Non voglio parlare. È troppo doloroso.»

«Dobbiamo parlare un altro po’. Devo sapere cosa intendi fare. Abbiamo circa un giorno.»

Si stese nuovamente sulla schiena. Lei gli stava ancora accarezzando delicatamente il pene; lui le mise una mano sopra la sua. Rimasero tutti e due fermi a lungo.

«Perché?» chiese alla fine.

«Se vuoi restare, lei ti ucciderà. Tu cercherai di fare il possibile per fermarla. Io pensavo… oh, al diavolo. Quello che mi domandavo era se dovevo… se dovevo rischiare con te… non te lo sto proponendo, capisci, pensavo solo che dovremmo discutere.»

«Ti fideresti di me fino a questo punto? Non mi conosci neppure. Se decidessi di restare, non avrei molto da perdere a mettermi d’accordo con te. Forse avrei addirittura la possibilità di farcela. Ma tu perché dovresti entrarci?»

«Potrebbe essere la mia ultima occasione. Sai niente di me?»

Lui si voltò di nuovo verso di lei. «Niente di preciso, e non voglio saperlo. Quello che hai fatto non mi interessa. So che sei una dei suoi criminali clonati.» Vide la sorpresa dipingersi sul suo volto. «Sì, sono venuto a sapere alcune cose su di lui. Abbastanza per fargli avere dei grossi problemi. Ha ragione a volersi liberare di me.» Sospirò e si girò nuovamente sulla schiena, allontanandosi da lei. Si intrecciò le dita dietro la testa.

Lilo pensò che avesse finito di parlare e si accorse che non le dispiaceva. Avrebbero potuto farlo più tardi. Adesso si stava eccitando. Era un bell’uomo. Le piaceva il suo odore, il contatto delle sue mani. Si spostò verso il basso e si alzò su un gomito, poi si chinò su di lui.

«Ne fa collezione,» disse Cathay, massaggiandole distrattamente la testa con una mano. «In una base segreta da qualche parte ne ha a dozzine, poveri disgraziati. Cercano il modo per cacciare gli Invasori.» Rise amaro, poi la guardò. «Se tu fossi una Terrestre Libera non avresti tanta paura di quella donna. Cioè, ne avresti paura, ma la rispetteresti, capisci che voglio dire?»

Lei sospirò piano e gli appoggiò la guancia sul ventre. D’accordo, voleva parlare, dopo tutto.

«Ho visto cosa sa fare Vaffa. Credo anche di conoscere alcune sue debolezze. Adesso è molto confusa. Tweed non avrebbe mai dovuto farle fare questo viaggio da sola.»

«Non gliel’ha fatto fare,» esclamò Cathay. «Ha mandato anche te.»

«Cosa vuoi dire? Pensi che sia una Terrestre Libera?»

«No, però ti ha mandato. Avrà avuto un motivo.»

Sollevò la testa per guardarlo. «Apparentemente sono qui per caso. Stavamo andando su Titano quando ha ricevuto il tuo messaggio.»

«No. Non è andata così. Sono tre mesi che gli ho inviato il messaggio. Non mi importa dove abbia detto a te e a Vaffa che stavate andando. La vostra destinazione era questa. Forse non lo sapeva neanche il pilota. Il messaggio vi sarebbe arrivato appena in tempo per deviare su Marte.»

«Ce l’abbiamo fatta appena,» osservò lei.

«No. Voleva che veniste qui. Voleva che Vaffa fosse il suo solo agente fedele fra di noi. Se avesse pensato che Vaffa non era in grado di far fronte alla situazione da sola, stai sicura che allo spazioporto vi avrebbe fatto seguire da qualcun altro.»

«Non capisco. Sembra un gioco. Vuole che facciamo qualcosa per lui o solo che ci uccidiamo a vicenda?»

«Non è mai una cosa semplice,» sospirò Cathay. La prese per un braccio e la tirò su con delicatezza. Lei gli si premette contro, stretta dal suo braccio. «Sono quindici anni che ho a che fare con lui. Altri cinque… be’, mi ha promesso una nuova identità. Ho cominciato a dubitarne, ma si deve pur vivere per qualcosa.»

Adesso non voleva più parlare. La strinse più forte, poi si spostò in giù e cominciò a baciarle i seni. Ma adesso fu Lilo a respingerlo e a sollevare la testa per guardarlo.

«Continuo a non capire.»

«D’accordo. V’affa è un grande soldato, ma un cattivo generale. Non ha spirito di iniziativa. Per questo tu sei qui, per prendere le eventuali decisioni difficili, quelle che non possono aspettare un giorno per essere risolte dal Capo. Non quelle di vita o di morte, né quelle di carattere etico, dell’etica dei Terrestri-Liberi. Per quelle può fidarsi di Vaffa. Ti ha giudicata molto bene. So qualcosa di quello che hai pensato, e so quanto ti conosce lui. Non ti alleeresti mai con Vaffa. È impossibile.»

«Come puoi dirlo?» chiese. Si sentiva le guance rosse. Rabbia, vergogna. Aveva appena deciso che opporre resistenza a quel modo sarebbe stato sciocco: la cosa migliore era aspettare quando fosse tornata su Plutone e ne avesse saputo di più del suo avversario.

«Intanto perché le migliori possibilità di fuga per te si presenteranno più tardi. Lo sai. La tua non è una prigione fisica. Puoi acquistare la libertà a poco a poco, scoprendo lentamente cosa puoi fare e poi facendolo tutto insieme. Ammesso che sia possibile, il che non è ancora stato dimostrato, per quanto ne so io. A questo punto è molto probabile che Vaffa non sia sola. Tweed non doveva necessariamente dirle che c’era qualcun altro che ti sorvegliava. Pensa che tu lo capirai e non cercherai di fuggire.»

Sembrava effettivamente il tipo di occasione tentatrice che doveva aver avuto il suo primo clone, Lilo 2. Ricordò di aver deciso di sospettare delle possibilità di fuga facili, di cercare quelle difficili. Però era sempre arrabbiata.

«E che succede se mando al diavolo il buon senso? Rischiare tutto, mettermi con te e farla fuori. Come fa a sapere che non prenderò una decisione irrazionale? A meno che non sia un altro esame e che non esista un messaggio della Linea Calda.»

«Esiste, ma sono contento che tu abbia considerato anche questa possibilità. Ti sei fidata di me troppo alla svelta, per il tuo bene, lo sai.» La lingua era nuovamente sui suoi capezzoli, e questa volta lei non protestò. Gli carezzò la schiena e chiuse lentamente gli occhi. Gli ultimi nodi ai muscoli, causati dal viaggio ad alta accelerazione, stavano sciogliendosi in un calore che avvolgeva tutto, in un fremito che andava dalle punte calde delle orecchie alle dita dei piedi. Riaprì gli occhi e lo guardò.

«Non hai risposto alla mia domanda.»

«Non lo sa. Può darsi che la tua migliore occasione sia effettivamente questa. In realtà è indifeso contro una tua mossa del tutto illogica. Non la può prevedere.»

«E allora perché rischia?»

Cathay sospirò. «Perché conosce piuttosto bene anche me. Non ti puoi mettere d’accordo con me, se io abbandonerò i miei studenti, rinuncerò un’altra volta alla mia dignità, o a quello che rimane. Adesso che te l’ho detto, che ho messo a nudo la mia vergogna, vuoi per favore stare zitta e allargare le gambe?»

Lo disse in tono scherzoso e con un mezzo sorriso sulla faccia, ma quando la penetrò lo fece con violenza, deciso a dimenticare se stesso in un eccesso di passione. Lilo si abbandonò e lasciò che fosse lui a stabilire il ritmo, almeno la prima volta. Con stupore notò che rispondeva bene. In parte era per bisogno fisico; era passato molto tempo. Poi le dispiaceva per lui. Ma in parte era qualcos’altro, forse l’inizio di quel sentimento che un giorno avrebbe potuto trasformare un semplice atto di cop ricreativo in quella cosa che è così sottilmente e tuttavia così totalmente diversa: in un atto d’amore.

15

Il Consigliere professionale, un libro a domande e risposte. A cura della Compagnia Educativa Periferica E-Z.

LETTORE: Non so leggere.

CONSIGLIERE PROFESSIONALE: Non importa. D’ora in poi risponderò oralmente. Basta che tu ignori le parole sullo schermo, d’accordo?

L: Ah, bene. Come posso, cioè, cosa devo fare per diventare un cercatore di buchi neri?

CP: Un cercatore di buchi neri! È una delle professioni popolari. Sembra romantica, vero? Sei padrone di te stesso, hai una nave tutta tua. E ci si può arricchire. È questo che ti attira nei cercatori di buchi neri?

L: SÌ, immagino di sì.

CP: Noi cerchiamo di scoraggiare i giovani dal diventare cercatori di buchi neri. Ci sono un sacco di problemi. Per esempio, quanto credi che costi una di quelle navi?

L: Molto, penso.

CP: Ci puoi scommettere! Prima di tutto bisogna avere i soldi per comprare la nave. Le attrezzature per il viaggio costano molto di più. Ed è pericoloso. Quello che succede, tante volte tu non lo sapessi, è che spendi tutto per la nave. Poi ti metti a sedere e osservi il rilevatore di massa. Può anche capitarti di dover aspettare quindici anni senza vedere mai niente. A un certo punto ti si rompe il motore, e devi ricominciare tutto da capo. Tre viaggi su quattro non troverai niente, e al ritorno sarai senza un soldo. Il primo viaggio sarà l’ultimo. Se sopravviverai.

L: Che cosa vuoi dire?

CP: È pericoloso! Se ne trovi uno, devi rallentare per capire dov’è e dove sta andando. A volte ci andrai a sbattere contro! Ma anche se fai tutto bene, devi tornare a prenderlo con un rimorchiatore elettromagnetico. Intorno a Plutone c’è gente che aspetta proprio quello. Ti seguiranno. Puoi essere a mezzo anno luce dal sole. Cosa fai, chiami la polizia? Dovrai lottare.

L: Be’, so lottare come chiunque altro. Quello che voglio sapere è se devo imparare a leggere.

CP: Non vedo perché. A cosa ti servirebbe il computer, altrimenti?

Il verdetto su Cathay era secco e preciso. Dopo averlo decifrato, Vaffa me lo fece vedere. Cercava di giustificarsi ai miei occhi? Speravo di sì; se la mia opinione le interessava tanto, che se ne rendesse conto o no, la mia posizione ne usciva rafforzata. Il Capo non aveva bisogno di Cathay, se permettergli di vivere significava lasciarlo su Plutone, con tutto ciò che sapeva.

Credo che Vaffa avesse già preso una decisione un minuto dopo aver letto il messaggio. Aveva una mente lineare. Allorché le dissi che Cathay sarebbe venuto con noi, dovette a malincuore invertire la marcia.

«Ma vuole qualcosa in cambio,» esclamò Lilo d’impulso.

«Non gli conviene. Cosa?»

«Capisce di non aver potere di contrattazione,» disse, improvvisando. «Ma è stato utile a Tweed in passato, e potrebbe ancora esserlo in futuro, se non te lo inimichi completamente.»

«Vai avanti.»

«I suoi tre… contratti educativi. Non sono legali, naturalmente. È una situazione del tutto irregolare, ma per lui hanno la fojza di legge perché ha promesso di rispettarli. Le madri di quei bambini non avranno nessuna speranza, lo sai. Con la mancanza di insegnanti che c’è, come faranno a trovare qualcuno che si occupi dell’educazione dei figli? Cathay dice che qui c’è una lista d’attesa di dieci anni. Diventeranno grandi prima che sia possibile trovare un sostituto. Sono tutti prenotati, impegnati a insegnare a bambini non ancora nati.»

«Non è un mio problema.»

«No. Ma Tweed è ricco. Si possono trovare altri insegnanti abusivi, ma sono cari.»

Vaffa ci pensò. «Lo chiederò al Capo.»

L’approvazione di Tweed arrivò il giorno dopo: avrebbe dato alle madri il denaro per pagare per l’educazione dei bambini. Vaffa sembrò sorpresa; aveva inviato la richiesta soprattutto per soddisfare Lilo, di cui cominciava a rispettare il giudizio.

Fu una grossa sorpresa anche per Cathay, che era esultante ma cercava di non darlo a vedere. Lilo se ne accorse e ne fu contenta. Le venne in mente che quella era praticamente la sola cosa che fosse riuscita a fare di propria iniziativa da quando era fuggita dalla prigione. Ma anche allora si chiese se Tweed non avesse già previsto tutto. Altrimenti, perché avrebbe accettato così rapidamente? Valutava così poco il denaro? Aveva accettato il suo ragionamento che così Cathay si sarebbe calmato e gli sarebbe stato ancora utile una volta tornato su Plutone? O aveva paura che, in caso contrario, le madri si infuriassero al punto di denunciare Cathay (il che avrebbe provocato un’indagine e forse avrebbe creato delle difficoltà a Tweed) sebbene anch’esse avrebbero avuto i loro problemi? Come al solito, i motivi di Tweed non le erano chiari.

Ma adesso dovevano trovare una nave, e Vaffa non sapeva nemmeno da dove cominciare. Non lo sapeva neanche Lilo, ma si comportava come se lo sapesse e non dubitava che le sarebbe riuscito meglio che a Vaffa.

Tramite il telefono di Cathay, si fecero rapidamente un’idea della situazione del mercato delle astronavi usate. Ce n’erano sempre; erano i cercatori di buchi neri falliti che le vendevano. Ma il mercato era vivace e i prezzi sempre alti. Lilo sentì una dozzina di agenti e, attraverso Vaffa, passò le informazioni a Tweed. La cosa più incoraggiante che poté riferire fu che, pagando il triplo del prezzo già inflazionato del mercato, potevano riuscire ad avere un’astronave in quattro o cinque mesi.

«Perché così tanto?» chiese Vaffa.

«È complicato,» rispose Lilo. «Ci sono più compratori che venditori. Ci si deve mettere in lista d’attesa. Il tribunale attribuisce i beni dei cercatori falliti ad agenti che ricevono una percentuale. Non appena un cercatore fallisce, la nave viene venduta. Possono chiedere praticamente qualsiasi prezzo. La lista di attesa è di tre o quattro anni. Per passare davanti bisogna pagare l’agente. Per passare molto avanti, bisogna pagare fino a tre volte il prezzo della nave.»

«Ma non è illegale?»

«No, stranamente. Sono stati molto franchi. È l’agente stesso a compilare le liste. Al tribunale non interessa a chi viene venduta la nave. Così l’agente fa il proprio guadagno.»

«Non ci si può mettere direttamente in contatto con un cercatore di buchi neri?»

«No. Quelli che non sono falliti non vendono, a nessun prezzo. Quelli che lo sono, non possiedono più una nave. Vanno in tribunale e il giudice attribuisce sempre le navi agli agenti.»

«E le navi nuove?»

«C’è una lista ancora più lunga, i prezzi sono più alti e bisogna pagare di più per passare avanti.»

Vaffa sembrava contrariata. Gli affari non erano il suo forte. ««Ne parlerò al Capo.»

«Puoi anche dirgli un’altra cosa,» aggiunse Lilo, pensosa. «La nave ci serve solo per un viaggio. Sarebbe sciocco comprarla. E poi, tu ne sapresti guidare una?»

«Credevo che ci pensasse il computer.»

«Vero. Ma i cercatori di buchi neri vanno lontano. Molti non tornano perché qualcosa non funziona, forse nel computer, e loro non sanno come ripararlo. Un sacco di queste persone credono che cercare buchi neri sia facile come andare dalla Luna a Marte, ma si sbagliano. Il cinquanta per cento non torna dal primo viaggio. Quindi avremo bisogno di un pilota, perché io non ho la minima idea su come riparare una nave, e tantomeno lo sa Cathay. Posso occuparmi del computer, purché però non sia troppo complicato. Ma non so niente dei motori a fusione. Avremo bisogno di qualcuno che li conosca.»

Vaffa sospirò. «Quindi cosa proponi?»

«Non so se sia possibile, ma potremmo provare. Forse riusciremmo a noleggiare una nave, una di un cercatore. Anche un decimo del costo della nave sarebbe conveniente, credo. A meno che il denaro non abbia importanza. Non so quanto sia ricco il Capo.»

Non credo che si possa diventare ricchi al punto che il denaro cessi di avere importanza. Se si pensa così, o non si diventa ricchi, o non si rimane ricchi. Tweed era favolosamente ricco, ma era interessato alla mia idea. Non lo biasimo; alcuni dei prezzi che gli avevamo riferito sarebbero bastati per mandare avanti una città di dimensioni medie per un anno.

A me non importava niente del denaro di Tweed. Quello che mi interessava era che un’astronave si poteva comprare per telefono. Per noleggiarne una si doveva trovare un cercatore di buchi neri. Non c’erano agenzie di noleggio. Chi noleggiava mai una nave di quelle dimensioni?

Vaffa non sarebbe riuscita a occuparsene, senz’altro non da sola. Quindi sarei dovuta uscire, andare in giro, conoscere gente. Se mi si fosse presentata l’occasione perfetta, chi lo sa…

Dopo due settimane non erano venuti a capo di niente. Giorno dopo giorno erano tornati ai corridoi residenziali, illuminati da luci azzurre distanti le une dalle altre, ed erano crollati sul letto.

Tweed cominciava a essere impaziente. Vaffa disse che aveva posto una scadenza: se non riuscivano a noleggiare una nave in altre due settimane, dovevano comprarne una. Così avrebbero già perso un mese e lui non era disposto a lasciar passare altro tempo senza che il suo progetto venisse attuato.

Lilo non era contenta di quella decisione. Non le importava del tempo perduto, ma pensava che se avessero comprato una nave, avrebbero sempre avuto lo stesso problema: trovare un pilota. In giro ce n’erano molti, ma Lilo era sicura che sarebbe stato difficile assumerne uno. Per lo stesso motivo per cui avevano difficoltà a noleggiare una nave. Vaffa spaventava i cercatori.

I cercatori di buchi neri erano il gruppo di individui più contorti che la razza umana avesse mai prodotto. Sotto molti aspetti erano diversi quasi quanto un essere umano accoppiato con un simb. Occorreva un carattere particolare per rinchiudersi in un’astronave monoposto per un viaggio che sarebbe durato da venti a quarant’anni. La maggior parte delle navi aveva circa cinquanta metri cubi di spazio vitale; qualcuna ne aveva meno. La destinazione poteva essere a mezzo anno luce di distanza dal sole. Chi sopravviveva tutto quel tempo a quella solitudine, tendeva a essere diverso.

«I più non hanno una gran simpatia per la gente neppure prima di partire,» osservò Cathay. «Al ritorno, sono almeno vent’anni che non vedono nessuno. Molti decidono che non hanno perso un gran che.»

Erano di nuovo a casa di Cathay, dopo un altro giorno di ricerche nei palazzi di piacere intorno allo spazioporto. Quella notte Cathay aveva seguito il suggerimento di Lilo, abbassando la temperatura dell’aria; così c’era un’atmosfera di intimità mentre erano stretti intorno al caminetto che nascondeva la la stufa elettrica. Si erano tutti spalmati una leggera crema allucinodisiaca sui genitali, poi avevano inalato una polverina che rilassava i muscoli. Si erano unti i corpi con oli lucenti: Lilo era color lavanda, Cathay perla e Vaffa cremisi. Il risultato era stato più di un’ora di carezze al rallentatore, libere e felici. Adesso erano stesi a faccia in giù, con Lilo nel mezzo.

Stava bene. Era come la calma che si raggiungeva quando si era riacquistato fiato dopo una corsa di dieci chilometri, ma senza il dolore e la fatica precedenti. Aveva voluto che Vaffa fosse di umore buono per quello che stava per proporre, e sembrava che ci fosse riuscita. Vaffa tendeva a cop meccanicamente; Lilo immaginava che quella donna non avesse mai attratto nessuno e che avesse deciso, come molti, che il sesso era sopravvalutato. Poteva darsi che quella fosse la prima volta che aveva provato piacere nel cop e che non l’aveva visto come il mezzo per raggiungere un orgasmo.

«Be’, io non li capisco,» esclamò Vaffa.

«È perché non hai mai incontrato nessuno al quale gli altri piacessero meno che a te,» disse Lilo. Sperava che lo prendesse bene, che non lo considerasse un insulto.

Vaffa non aveva mai preteso che qualcuno le piacesse. «Forse hai ragione,» disse. Sembrava quasi che stesse per sorridere, ma le sue labbra non sapevano proprio come fare. Lilo si sollevò su un gomito e guardò la figura che riluceva debolmente. Si sentiva la testa un po’ confusa, ora che l’aveva alzata; durante il giorno c’erano state troppe cose da bere, da fumare, da annusare. Sulla schiena glabra dell’altra donna vedeva danzare sottili lingue di fuoco. Lilo le seguì con la punta delle dita, premendo con forza sui muscoli che cedevano. Vaffa si inarcò sensualmente, con un gemito di soddisfazione.

«Sono molto sensibili, i cercatori di buchi neri,» disse Lilo. «Vero?»

«Sì,» borbottò Cathay. Scosse la testa per svegliarsi e dai capelli gli sprizzarono scintille.

Lilo era molto contenta. «Credo che reagiscano a te,» disse.

«In che modo?» Vaffa sollevò il capo, riuscendo ad assomigliare molto al suo boa.

«Non ne sono sicura. Ma diventano quasi telepati. Non vedono nessuno per vent’anni. Quando tornano sono dei sensitivi, molto suscettibili.»

«Molto percettivi,» intervenne Cathay. «I cercatori, con te.»

«Grazie. Ma sembra che si accòrgano di quando uno è pericoloso. E credo che tu gli dia questa sensazione.»

Vaffa rifletté, poi lasciò ricadere la testa. «Può darsi che tu abbia ragione.» Lilo usò tutt’e due le mani sul collo e sulle spalle di Vaffa.

«Penso di sì. Sei un’assassina. Lo sappiamo tutti e due, quindi non c’è bisogno di usare eufemismi.»

«Nessun bisogno.»

«Personalmente credo che tu sia anche qualcos’altro. Forse non hai mai avuto l’occasione di esprimerlo. In ogni caso, forse i cercatori non sanno che tu hai ucciso, ma avvertono la minaccia.»

«Penso che tu abbia ragione.»

«Questo ci pone il problema di come comportarci. Come facciamo a noleggiare una nave e a far risparmiare un sacco di soldi al Capo?» Lilo avrebbe potuto continuare, ma le sembrò il momento giusto per fermarsi. Sarebbe stato meglio Se l’idea fosse venuta a Vaffa.

Cathay sorrise a Lilo, poi si voltò prima che Vaffa potesse accorgersene. La stanza rimase in silenzio per mezz’ora. Finalmente Vaffa si girò su un fianco e appoggiò la testa su un braccio. Parlò con voce assonnata.

«Dovrai andare in giro da sola.»

16

Il Casinò di San Pietro era in fiamme, come l’ultima volta che Lilo c’era stata. Le fiamme si levavano dai bordi inferiori degli arazzi, crepitavano sui pannelli di quercia coperti di bolle. Nella sala, la fila di banchi era un inferno, una tempesta di fuoco che raggiungeva il soffitto. Mobilia distrutta era stata ammucchiata intorno alla Pietà e data alle fiamme; il marmo bianco era coperto di fuliggine. Lilo prese un sandwich e una bevanda dal bar sistemato sull’altare; era rimasta tutta la notte intorno al tavolo dei dadi e le facevano male i piedi. San Pietro la annoiava. Ma era quasi l’ora di chiusura. Presto sarebbe arrivato Gesù.

Tornò nella Cappella Sistina e si fece strada fino ai tavoli, mentre una delle pareti dell’edificio crollava. Il fumo che era rimasto intrappolato nella parte superiore della cappella si diradò abbastanza da permetterle di vedere il soffitto di Michelangelo, ormai rovinato dal tempo. Si erano aperte delle crepe in corrispondenza dei fori per i lampadari di cristallo che sovrastavano ogni tavolo. Al di là della parete crollata si vedeva un Vesuvio infuriato che eruttava fuoco e lava. Qualcuno aveva avuto più senso drammatico che non conoscenze geografiche, pensò Lilo.

«Venti sul quindici,» disse, sedendosi alla sinistra dell’uomo che aveva osservato tutta la notte. Ai dadi aveva perso pesantemente, ed era passato alla roulette nello sforzo disperato di avere più fortuna. La croupier, nel suo vestito bianco e nero, girò la ruota e la pallina rotolò sull’otto. Lilo osservò le sue fiches che venivano raccolte insieme a quelle dell’uomo.

«Scusa,» disse qualcuno alla sua sinistra. «Sei disponibile?» Lei lo guardò. I suoi occhi erano vitrei e l’alito aveva l’odore dolce dello zongo, un potente afrodisiaco. Era chiaro che non aveva ingerito solo .quello, e Lilo si chiese cosa vedesse mentre la guardava. Ma quando abbassò gli occhi le venne da ridere. I suoi genitali avevano subito delle modifiche radicali, in base ai dettami di qualche nuova moda.

«Vai via!» gli disse bruscamente. «A cosa mi servirebbe un affare del genere?»

«Non importa,» disse l’uomo con voce strascicata, cadendole quasi addosso. «Ho un adattatore.» Brandì una cosa rosa e tenera che sembrava respirare. Lilo lo spinse e lui barcollò fra le braccia di un buttafuori.

«Ehi! Mi hai portato fortuna!» gridò l’uomo accanto a lei. La croupier stava spingendo un’alta pila di fiches nella sua direzione.

«Cosa ho fatto?»

«Mi hai urtato il braccio. Stavo per puntare sul ventisei, tu mi hai urtato ed è andata sul ventotto. L’ho lasciata lì. Diavolo! Non mi poteva andare peggio di come mi è andata finora, no?»

Se il piccolo uomo aggressivo fosse stato ancora lì, Lilo l’avrebbe baciato. Era tutta la notte che il cercatore di buchi neri ignorava i suoi tentativi di conversazione.

«Pensi di smettere, ora che vinci?» gli chiese.

«Che vinco? Non lo so. Tu sei fortunata, cosa pensi?»

«Non credo che ci sia molta scelta. Sta arrivando Gesù Cristo.»

E in effetti arrivava. Insanguinata, nuda, con una corona di spine, la figura barbuta stava cacciando i cambiavalute dal tempio prima di cominciare a ricostruirlo.

«San Pietro rimarrà nel limbo per un’ora, figli miei!» gridò. «Non dovete andarvene, ma dovete uscire dalle sale da gioco mentre ripuliamo. Bevande vengono servite nella Biblioteca di Papa Agnese, al piano di sopra. Tornate, e portate dei soldi.» Azionò un interruttore a muro e tutto cambiò. La metà degli avventori svanì, con quasi tutta la cattedrale. C’era un basso soffitto bianco con luci nude. Alcuni inservienti robot cominciarono a pulire i corridoi, suonando rabbiosamente quando incontravano i piedi degli avventori più lenti.

«Che ne dici?» esclamò Lilo. «Non sei stanco di essere imbrogliato?»

Lui rise. «Forse dovrei uscire, almeno per un po’. Mi hai portato fortuna. Sono a tua disposizione.»

«D’accordo. Penso che un bagno farebbe bene a tutti e due. Quant’è che sei qui?»

Lilo sapeva bene che era nel casinò da trentasette ore. Gliel’avevano detto Vaffa e Cathay, che l’avevano tenuto d’occhio. Sapeva anche come si chiamava — Quince — ma non glielo disse. Era un cercatore di buchi neri, e per di più un po’ particolare, il che solleticava il suo interesse.

Erano sei giorni che Lilo lavorava duramente, da quando Vaffa le aveva concesso una certa libertà. Vaffa aveva deciso che sarebbe stata Lilo a tentare da sola; infatti, sebbene in realtà non si fidasse di nessuno dei due, di Cathay si fidava ancora meno. Ma era stata una decisione difficile, che le dava ancora i sudori freddi.

Non era una cosa semplice, neppure senza Vaffa. Finora Quince era sembrato la migliore possibilità. Apparentemente il problema consisteva nel fatto che i cercatori che possedevano una nave non mostravano il minimo interesse per noleggiarla. Un cercatore di buchi neri cerca buchi neri, come le era stato detto molte volte, con grande sdegno. Erano i tassisti a portare in giro i pochi cercatori attivi che si trovavano su Plutone in attesa che le navi venissero revisionate, e non volevano assolutamente fermarsi alla Linea Calda.

Quince era un po’ diverso. L’avevano trovato grazie alle ricerche di Vaffa. Aveva fatto tre viaggi, tutti di una trentina d’anni. La prima volta era stato fortunato ed era rientrato molto ricco. Con quel denaro aveva finanziato il secondo e il terzo viaggio, e nessuna delle due volte aveva trovato un buco nero. Se un cercatore torna a mani vuote, di solito cade nelle grinfie di un tribunale fallimentare che ne divide i beni rimasti. Quince però possedeva ancora la nave. Gli restava anche un po’ di soldi, ma non abbastanza per organizzare un quarto viaggio. Non aveva avuto fortuna nella ricerca di finanziatori; gli speculatori tendono a essere superstiziosi e non sono propensi a sostenere uno che abbia fallito due volte. Così ormai da un anno cercava di vincere al gioco abbastanza per mettersi di nuovo in volo.

San Pietro era al diciottesimo livello del complesso di locali da divertimento sotto lo spazioporto. Presero un ascensore per risalire in superficie e dopo poco trovarono un bagno pubblico. Si spogliarono e si immersero dentro la vasca. Lilo galleggiava sulla schiena e l’ascoltava lamentarsi della sfortuna tremenda che aveva avuto. Di tanto in tanto gli esprimeva la propria solidarietà, e a poco a poco cominciò a parlare di sé. Con lui era più facile intrecciare una conversazione che non con la maggior parte dei cercatori che aveva incontrato. Molto probabilmente perché era a terra da tanto tempo.

Passarono alla sauna e non dissero niente mentre il calore gli cuoceva i corpi. Poi ci fu un rapido tuffo nell’acqua gelata e una seduta più piacevole nella bassa piscina, mentre il vapore li avvolgeva. Lilo introdusse l’argomento del viaggio mentre gli strofinava la schiena.

«In nessun luogo?» esclamò lui. «Per quale motivo?» Non aveva mancato di notare le pile di moneta lunare che aveva gettato via quando le era seduta gomito a gomito. Lilo era «una ricca turista lunare».

«Nessun motivo. Sarebbe divertente. Potrei raccontare ai miei amici quanto sono andata lontana. Tutti sono stati su Plutone.»

«Quanto pensavi di andar lontano?»

«Oh, non lo so. Deciderei dopo.» Si sedette sul bordo della piscina, mentre lui le insaponava i piedi e le gambe. «Ma non sembra che ti interessi.»

Lui non disse niente, e lei non voleva insistere. Mentre attraversavano un piccolo giardino tropicale dove spruzzi e cascate gli tolsero di dosso il sapone, lui sembrava preoccupato. Si fermarono su un ponticello di legno, appoggiandosi alla spalletta. C’era un’altra coppia che luccicava visibilmente dietro il velo di una cascata. Lilo gli mise un braccio intorno alla vita e lo accarezzò mentre continuavano a guardare, ma lui non rispose. Passarono in un corridoio con getti d’aria calda e di talco. Lilo comprò una spazzola a un distributore e si sedette su un cuscino a pettinarsi i peli delle gambe.

«Quanto saresti disposta a pagare per un viaggio del genere?»

«Ah, non saprei. Quanto pensi che costerebbe?» Ci fu un altro silenzio minaccioso; lei decise di dargli lo spunto. «Immagino… be’, le tue spese, naturalmente. Quello che ci vuole per arrivare lassù. Più un compenso.»

Passarono alle lampade e si stesero su un lungo tavolo sul quale c’era già una dozzina di altre persone allineate come fette bianche e rosa di pancetta su una griglia. Dopo dieci minuti si voltarono.

«Ancora non mi hai detto dove vuoi andare.»

«Che ne dici della Linea Calda?» Poteva sentire gli ingranaggi del suo cervello che calcolavano i costi e il tempo. Sapeva esattamente quali sarebbero state le sue spese, date le dimensioni e l’accelerazione della nave. «Mi piacerebbe davvero andare laggiù ad ascoltare. Pensa, a migliaia di anni luce di distanza, persone che parlano a me

«Diciassette anni luce,» disse meccanicamente Quince. «E non puoi davvero…» Sembrò cambiare parere. «Potrebbe piacerti,» concluse.

Si sciacquarono un’altra volta, poi vennero asciugati e cosparsi di talco. Fecero a meno del massaggio, si rivestirono e tornarono in strada. Quince continuava a meditare sulla decisione da prendere, così Lilo lo lasciò in pace. Lo guidò in un bar e ordinò da bere per tutti e due. Trovarono un angolo isolato con la luce bassa. Lilo guardò nervosamente i numeri che brillavano sul polsino della sua camicia; era tardi. Vaffa l’aveva seguita i primi due giórni che era potuta uscire da sola, lo sapeva. Ora doveva essere puntuale. Fra poco Vaffa avrebbe cominciato a cercarla, e Lilo non sapeva cosa sarebbe successo se l’avesse trovata. Aveva paura che li aggredisse rovinando tutto, perciò decise di dargli un’altra spinta.

«D’accordo, pagherò le spese, più…» disse una cifra superiore del cinquanta per cento a quello di cui Quince avrebbe avuto bisogno per attrezzare e rifornire la nave per un viaggio di ricerca. Con tono pensoso, lui contrappose una cifra più alta. Era sempre la metà di quanto Lilo era stata autorizzata a pagare.

«Va bene.» Gli tese la mano. Lui gliela strinse e Lilo si sentì molto sollevata. Vaffa non poteva certo rimproverarla per aver fatto tardi, visto che doveva concludere l’affare.

«Ti darò il denaro non appena mi arriverà dalla mia banca sulla Luna. Mi chiamerai non appena sei pronto a partire.» Trattenne per un attimo il fiato, poi si buttò. Doveva andar bene. Doveva. «Ah, c’è un’altra cosa. In modo che tu possa calcolare i pesi, le masse, e tutto il resto, verranno anche mio marito e mia moglie.»

«Siete in tre?»

Non era una domanda, ma il modo per dire che non se ne faceva più niente.

«Dove sei stata?»

Vaffa aspettava da mezz’ora vicino al Parco del Centro, cercando di decidere a che punto il ritardo avrebbe significato diserzione. Adesso afferrò il polso di Lilo quasi spezzandoglielo, per tirarla dentro al parco. Presero un ascensore di vimini e salirono al livello dei trecento metri di uno dei grandi alberi. A Lilo avrebbe fatto piacere bere qualcos’altro, ma anziché entrare Vaffa la portò su un ramo. In breve furono fra le foglie e le piante rampicanti che le nascondevano alla vista.

«Non mi piace il panorama da quassù,» disse Lilo, guardando in basso.

«Hai ragione. Perché se non mi dai un’ottima giustificazione per il ritardo, fili di sotto. Ti ho detto che non avrei tollerato…»

«Basta. Basta! Se vuoi puoi buttarmi giù, non sono più disposta ad ascoltare le tue minacce. Maledizione, sto facendo del mio meglio, e voglio essere trattata come un essere umano!» Aspettò. Vaffa le lasciò lentamente la mano. Sembrò che le costasse un grande sforzo.

«Grazie. Avevamo fatto un patto. Parlo di quello che ti ho promesso venendo qui. O ti fidi di me, o non ti fidi. E se non ti fidi, a che servono i patti?»

«Non so quanto posso fidarmi di te. L’istinto mi dice poco.»

Lilo alzò le spalle. «Il tuo istinto ha ragione. Ma il momento si presenterà dopo, immagino. Comunque verrò con te alla Linea Calda, l’ho già deciso.»

«Questo significa che…»

«Aspetta, non ho ancora finito.» Lilo respirava pesantemente. Non poteva contrastare Vaffa fisicamente, dunque sarebbe stata una lotta verbale. Si sentiva un po’ esaltata; aveva risposto a Vaffa e non le era successo niente.

«Mi fai diventare pazza, lo sai? Non siamo bene assortite e tuttavia stiamo sempre insieme. Onestamente, quando ti ho fatto quella promessa non sapevo se l’avrei mantenuta. Ma adesso ne capisco il valore, se tu la rispetti con me.»

Vaffa sembrava sotto tortura. Lilo pensò che attribuisse un grande significato al rito del sangue e che si sentisse a disagio nel non fidarsi di qualcuno che vi si era sottoposto insieme a lei.

«Come faccio? Come posso fidarmi di te? Se fossi nella tua posizione credo che penserei solo a scappare.»

«E ci pensavo anch’io, all’inizio. È un pensiero che non mi lascia mai completamente. Ma posso darti due motivi per i quali non fuggirò adesso, e spero che ti convinceranno, altrimenti puoi anche buttarmi di sotto. Innanzitutto sono praticamente certa che non sei il solo agente di Tweed su Plutone. Probabilmente c’è qualcuno, forse due o tre persone, che ci segue di continuo. Anche se non c’è nessuno, Tweed conta sull’ipotesi che io pensi che ci sia. Credo che le due alternative siano ugualmente probabili, anche se forse la prima lo è un po’ di più. In ogni modo, ciò significa che se fuggo non ho più del cinquanta per cento di probabilità di farcela. Quando cercherò di scappare davvero voglio avere molte più possibilità.»

«E il secondo motivo?»

«Non so se a questo ci crederai, quindi è meglio che tu rifletta bene sul primo. Comunque, tanto per informazione, sono preoccupata. Quel messaggio della Linea Calda non mi piace. Non mi piace affatto. Credo che qualcuno dovrebbe studiarlo a fondo, e tanto vale che lo faccia io. Voglio andare ad ascoltarlo di persona.»

Vaffa abbassò per un attimo gli occhi e si passò una mano sulla testa calva. Annuì e si sedette a gambe incrociate sul ramo dell’albero.

«Va bene. Mi… dispiace. Avevo detto che mi sarei fidata di te e d’ora in poi lo farò ma alle stesse condizioni di prima, ricordalo. Se mi tradisci, ti darò la caccia e ti ucciderò.»

«Non chiedo altro.» Lilo le si mise accanto. Si stese, appoggiando la testa sulle braccia.

«Allora, com’è andata col cercatore?» chiese Vaffa.

«Niente da fare. Non ci porterà.»

«Cosa?»

«Calma. È per questo che ho fatto tardi. C’ero quasi riuscita. Stavamo già contrattando il prezzo.»

«Qual è stato il problema?»

«Tu. Oh, non tu personalmente. Tu e Cathay. Si rifiuta assolutamente di trasportare più di un passeggero. Nessuno di noi può andare da solo, per ovvi motivi, quindi non ci siamo potuti mettere d’accordo.»

«Ma perché? Ho controllato. La sua astronave potrebbe facilmente trasportarne quattro a quella distanza.»

Lilo sospirò. «Lo so. Devi cercare di capire come sono fatti questi cercatori. Le persone non gli piacciono. Per lui era già una tortura considerare la possibilità di trasportare me sola. Tre gli hanno fatto così paura che riusciva appena a parlare.»

«Credo di continuare a non capire.»

Lilo tentò di spiegarglielo di nuovo, perché non capiva neppure lei. «Mettiti al posto suo. Ha passato la maggior parte della sua vita solo su quella nave. È quasi diventata parte del suo corpo. Qui su Plutone sta lentamente impazzendo, e lo sa. Per lui dividere la sua nave con qualcuno è repellente come…» agitò le mani incerta, «…non saprei, come dividere con qualcuno lo spazzolino da denti. Scegli tu il paragone che preferisci. Non è disposto a farlo, per nessuna cifra.»

«Quindi siamo al punto di partenza.»

Lilo strinse le labbra, poi si voltò e sorrise.

«In realtà no. L’ho preso come esperto. Gli ho dato quanto basta per una sera al tavolo da gioco e gli ho rivolto la domanda che ci interessa: c’è nessuno che sia disposto a fare quello di cui abbiamo bisogno, a farlo più velocemente di quanto non ci riusciremmo da soli comprando una nave? O è impossibile? Tutti i cercatori avrebbero reagito come lui?»

«Continua. Cos’ha risposto?»

«Mi ha dato un nome. Nessuna promessa, è chiaro. Ma se c’è qualcuno disposto a farlo, questa è lei. È pazza, anche secondo il metro dei cercatori. Vado da lei fra due ore, col prossimo treno.»

«Perché non l’hai detto subito. No, non importa. Immagino che io non potrò venire.»

«No. Non c’è motivo di spaventarla subito con tre persone. È necessario procedere con astuzia.»

«Allora andrai tu, naturalmente.»

Lilo si voltò, per vedere se l’altra donna avesse voluto fare una battuta. Sarebbe stata la prima volta. Ma la faccia di Vaffa era seria come sempre.

«Come si chiama?»

«Javelin.»

17

Il singolare personaggio chiamato Javelin viveva sulla sua nave, la Cavorite, attualmente ormeggiata nello spazioporto di Plutone — quello vero, non la grande pianura sopra Florida dove atterravano i voli di linea. Era una zona ampia, ma piuttosto affollata, come mostrava il radar del piccolo scooter di Lilo. C’erano almeno mille fabbriche, stazioni energetiche, specchi e fattorie; quasi tutta l’industria pesante e gran parte dell’agricoltura di Plutone. Era contenta che a guidare ci pensasse il computer che controllava il traffico.

Lo scooter attraccò accanto alla camera stagna della Cavorite. Nell’uscire dallo scooter per entrare nell’altra nave, Lilo rimase sorpresa delle sue dimensioni. Le era sembrata strana già mentre vi si avvicinava; era quasi tutta motore e serbatoio, come ogni nave per cercatori, ma anch’essi erano più grandi del normale. Per quanto riguardava la sezione degli alloggi… era possibile che fosse d’ottone?

La sezione degli alloggi era affusolata, senza alcun motivo apparente. Si ergeva come un capezzolo dorato a un’estremità del massiccio cilindro del serbatoio. Non aveva niente dell’aspetto casuale, di elementi messi assieme a casaccio, che Lilo associava alle astronavi da spazio profondo. Sembrava un proiettile tozzo, schiacciato sul davanti e leggermente conico sul dietro. Quattro pinne massicce giravano intorno alla poppa — equidistanti una dall’altra — dove la sezione anteriore era collegata al serbatoio. Sul naso c’era molto vetro, e su un fianco si vedeva una fila di oblò rotondi.

La camera stagna sembrava abbastanza normale, ma Lilo notò i grandi quadranti di ottone con gli aghi che giravano rapidamente. Aprì la porta interna sganciando contemporaneamente il casco.

Si trovò in una piccola stanza, grande circa tre volte la camera stagna. Un’elegante tappezzeria color porpora rivestiva due pareti contrapposte, mentre le altre quattro erano coperte di mogano. Una grossa poltrona di pelle, con accanto un tavolo di ebano intagliato, era fissata su ciascuna parete tappezzata. Sui tavoli, lampade di Tiffany, portacenere di cristallo e un assortimento di riviste.

Lilo ne guardò le date; la più recente aveva duecento anni.

Dalla stanza si poteva uscire solo attraverso la porta della camera stagna. Nella parete di fronte c’era un foto circolare in cui Lilo sarebbe appena riuscita a infilare la testa. Si sedette su una delle poltrone, facendo di quella parete il suo provvisorio «pavimento», e alzò gli occhi sull’altra poltrona del «soffitto». L’effetto non le piaceva.

Non aveva riconosciuto la lastra di vetro quadrata nella parete di fronte alla poltrona; era uno schermo televisivo in bianco e nero. Javelin doveva averlo costruito da sola; Lilo era sicura che non ne esistessero fuori dei musei. Lo schermo si accese e apparve la faccia di una donna in grandezza naturale. Era attraente, anche se più matura di quanto richiedesse la moda. Era raro vedere qualcuno di un’età apparente di più di venticinque anni. Javelin sembrava piuttosto sui trentacinque. L’immagine mostrava solo la testa, e Lilo provò una certa delusione.

«Così vuole noleggiare un’astronave,» disse Javelin. «È una richiesta strana, glielo concedo. Probabilmente sono il solo cercatore a cui potrebbe interessare. Ma in questo momento non mi interessa abbastanza. Comunque ascoltiamo la sua proposta, e sarà bene che sia eccezionale.»

Lilo si era preparata a una discussione lunga e intricata. Quello era stato lo stile dei cercatori che aveva incontrato. Javelin l’aveva presa un po’ di sorpresa.

«Posso fare una domanda? Pensavo che mi volesse qui per vedermi faccia a faccia. Invece sembra che io non possa neppure entrare nella nave.»

«Siamo faccia a faccia,» ribatté Javelin. «Non ho mai installato una videotrasmittente. Doveva venire in questa stanza perché potessi vederla. E adesso, dove vorrebbe andare? E le do un altro suggerimento. Parli chiaro, senza reticenze. Mi dica esattamente cosa vuole.»

«D’accordo. Io… cioè, io, mia moglie e… ricominciamo da capo.» Lilo stava sudando. Aveva la sgradevole sensazione che Javelin la conoscesse, ed era evidente che voleva la verità. Forse Quince l’aveva chiamata e le aveva detto qualcosa.

«Io e altre due persone vogliamo andare alla Linea Calda.»

«In che punto della Linea Calda? Parla della trasmittente su… 70 Ophiucus? Un bel viaggio. Ma immagino che voglia andare nel punto in cui il segnale è più forte.»

«Esatto. Ci può portare là?»

«Certamente. Perché ci volete andare?»

«Questo non posso dirglielo. Mi dispiace, non posso proprio.»

«Non importa. Ha diritto ai suoi piccoli segreti.» Aveva un’aria assorta e Lilo era preoccupata. Sentiva di essere di fronte a una persona astuta, forse anche molto vecchia. Non ne aveva la certezza, ma provava sempre una strana sensazione davanti a qualcuno di più di trecento anni.

«Da dove viene? E come si chiamano gli altri due?»

«Dalla Luna. Vaffa e Cathay. Quanti anni ha?» Non aveva avuto l’intenzione di domandarlo.

«Se non mi dispiace che me lo chieda?» fece un lieve sorriso. «Sono abbastanza vecchia da essere il ramo mancante del suo albero genealogico, Lilo. Sono nata nel 1979, Vecchia Numerazione. Allora mi chiamavo Mary Lisa Bailey. Sono stata la prima donna a mettere piede su Marte, se le interessa. È stata la mia sola comparsa sui libri di storia.»

Lilo non era sicura che le avesse detto la verità. Aveva già incontrato persone che pretendevano di avere un’età strana, e generalmente non le aveva credute. Per quanto ne sapeva, non c’era nessuno che fosse nato sulla Terra e fosse ancora vivo. Dopo tutto l’invasione era avvenuta cinque secoli e mezzo prima, quando la scienza biologica stava muovendo i primi passi. Tuttavia…

«Quindi sarebbe…»

«L’essere umano più vecchio. Non lo dica in giro. L’ultima cosa che desidero è diventare un’altra volta oggetto di interesse. Per inciso, porterò lei e i suoi amici. Quando sarete pronti per partire?»

«Ha… eh, mi lasci pensare. Sta andando un po’ troppo in fretta, per me.» Non credeva che avrebbe mai detto una cosa del genere a un cercatore.

«Non avrete bisogno né di vaccini né di passaporti per dove dobbiamo andare. Potete portare trenta chili di bagaglio ciascuno. Quando potete essere pronti?»

«Va bene domani?»

«Allora partiremo fra ottantamila secondi standard. Preparate le carte d’imbarco. Vi cucinerete e vi accudirete da voi. Dovrò fare alcuni cambiamenti strutturali per permettervi di spostarvi sulla nave. Pareti da abbattere, cose di questo genere. Portate dello champagne, d’accordo?»

Lo schermo si oscurò.

«Non so perché abbia accettato così velocemente,» disse Lilo. «Forse ce lo dirà.» I tre stavano dirigendosi verso la grande massa della Cavorite con uno scooter più grande del precedente, nel quale potevano indossare i caschi. Ognuno di loro aveva una tuta e una valigetta.

Lilo aveva ripetuto per tutto il giorno la sua conversazione con Javelin. Aveva detto a Vaffa che non c’era niente che la preoccupasse, che Javelin era solo un’eccentrica e che probabilmente li trasportava solo per divertimento.

In realtà c’erano diverse cose che la disturbavano, ma erano tutte così vaghe che riusciva appena a definirle. Prima di tutto, perché Javelin aveva acconsentito? Più ci pensava e più si convinceva che il fattore decisivo era stato aver detto che venivano dalla Luna e aver nominato Vaffa. A sentire quei nomi, dietro la faccia impassibile di Javelin era cambiato qualcosa.

Poi gli accenni alla Linea Calda. Perché era stata così precisa sulla destinazione? Doveva essere stato il suo strano senso dell’umorismo a farle suggerire che potessero considerare la possibilità di andare su 70 Ophiucus. La maggiore penetrazione umana nello spazio interstellare non era superiore a mezzo anno luce; 70 Ophiucus era a diciassette. Ma aveva fatto una pausa — non era vero? — prima di citare la stella.

Dalla sua prima visita la stanza d’ingresso era cambiata. La parete antistante la camera stagna era stata abbattuta e le poltrone non erano più fissate al suolo. Adesso la stanza era ingombra di strani mobili antichi, tanto che non capivano come sarebbero riusciti ad arrivare dall’altra parte.

Al di là di quella confusione comparve Javelin. Era la prima volta che la vedevano, anche se c’erano troppe cose in mezzo.

«Salve, laggiù!» gridò, guardandoli attraverso i mobili. «Dovrete aiutarmi a caricare questa roba sullo scooter prima di sistemarvi. Non ce la farei a decollare con tutto questo carico.» Poi, più veloce dell’occhio umano, fu accanto a loro.

«Santa Madre Terra, non lo faccia più!» Vaffa sembrava sinceramente scossa. Anche Lilo era sconcertata. Il modo in cui Javelin si era fatta strada in quel labirinto apparentemente impenetrabile era stato sorprendente, incredibile.

Lilo guardò Javelin e vide un sottile cilindro di due metri, che si ingrossava gradatamente al centro e aveva una mano a ciascuna estremità. Il cilindro era flessibile in quattro punti, che rappresentavano il ginocchio, il fianco, la spalla e il gomito. Dalla «spalla», con un leggero angolo rispetto al resto del cilindro, spuntava la testa, con capelli castani tagliati corti. Indossava un semplice tubo azzurro di tessuto che le lasciava scoperti il braccio e la gamba.

Era Javelin, con il braccio alzato. Quando lo abbassava su un fianco, sembrava un grosso temperino.

Non si era semplicemente liberata del braccio destro e della gamba sinistra. Per gli spaziali era una cosa comune togliersi due arti, di solito le gambe. Javelin aveva raggiunto il culmine estetico della magrezza. La cassa toracica, la spalla destra e il fianco sinistro erano stati sostituiti da strutture plastiche. Si era liberata del rene sinistro, del polmone destro e di gran parte dell’intestino. Si era fatta ricostruire il gomito e il ginocchio con giunture a cuscinetto.

Era sinuosa come un serpente. Ciò che restava di lei poteva passare attraverso un foro di venti centimetri di diametro.

«Fare cosa?» chiese innocentemente Javelin.

«…quello. Quello che ha fatto. Non mi piacciono le persone che mi vengono vicino così velocemente.»

«Lo terrò presente. Adesso volete darmi una mano?»

Trasportarono i mobili sullo scooter. Avrebbero potuto essere più rapidi, ma erano tutti e tre affascinati dai movimenti di Javelin. Con una mano afferrava una maniglia accanto alla camera stagna, si allungava con la gamba e prendeva un mobile che tirava, piegandosi come un’anguilla, per farlo passare dal portello.

«Da questa parte,» disse quando ebbero finito. La seguirono al di là della porta, muovendosi tutti goffamente in assenza di gravità. C’era un lungo corridoio, con due pareti rivestite di tappeti e due di pannelli di quercia; questi ultimi erano adorni di ringhiere d’ottone.

«Qui c’è l’equipaggiamento vitale,» spiegò, indicando le pareti. «Le cabine sono davanti.» Vi si avviò, tirandosi con le mani (il che, nel suo caso, significava afferrare la ringhiera e compiere un arco con il corpo finché la mano che aveva in fondo alla caviglia non faceva presa). Dopo tre di quei movimenti era già al centro del corridoio, a gamba in avanti, e girava verso di loro con un ampio sorriso. Arrivò in fondo, acquistò movimento con la gamba e scomparve dietro l’angolo.

«Che altro inventerà la scienza?» esclamò Cathay.

«Non la disprezzare,» disse Lilo. «Sembra che funzioni piuttosto bene. Mi fa quasi sentire… superata.»

«Sì. Ma la vorrei vedere in un campo gravitazionale.»

«Immagino che non scenda mai. Mai.»

Javelin li aspettava davanti alla prima di due camere stagne. Li fece passare, illustrando le procedure per conservare l’aria della nave. Si aspettava che la seguissero senza fare sciocchezze. Quindi arrivarono alle cabine.

«Mi scuso per le dimensioni,» disse Javelin, aprendo le porte di due piccole stanze. «Questa non è la Queen Mary. Ho dovuto persino spostare la mia collezione di francobolli. Due di voi dovranno stare insieme, a meno che uno non preferisca il divano del solarium. Avanti, lasciate qui i bagagli e seguitemi.»

Lilo era attonita. Non sapeva fino a che punto Javelin stesse fingendo, se davvero le dispiacesse che ci fossero solo due «stanze per gli ospiti». Le cabine erano piccole, ma lussuosamente ammobiliate, rivestite e fornite di tappeti, come tutto il resto che aveva visto. Oltrepassarono altre due porte, quella di un’officina e quella di un laboratorio medico. Lilo riuscì a lanciarvi solo un’occhiata.

Il solarium occupava la maggior parte della zona abitata. Javelin li fece entrare e continuò ad andare avanti.

«Torno subito,» disse. «Accomodatevi. I bulbi di caffè sono lì, le bevande nelle bottiglie contro quella parete.» Sfrecciò attraverso un piccolo foro nella parte anteriore della stanza.

«È un posto folle,» esclamò Cathay. «Assolutamente folle.»

Lilo fu d’accordo con lui. Era stata in navi di tutti i tipi, ma non aveva mai visto niente di simile alla Cavorite.

«Che stile sarebbe?» chiese. «Primo Vittoriano? Tardo Capitano Nemo?» Ma Cathay non sapeva cosa rispondere, e Javelin se n’era andata.

Il solarium era grosso modo lungo dieci metri e largo quattro. A differenza del resto della nave, aveva un pavimento ben definito, una cosa senza senso secondo Lilo. Era molto più economico agire in caduta libera. Non solo, ma il pavimento era parallelo all’asse di spinta. Con il motore in funzione la stanza sarebbe stata su un fianco. Il basso non sarebbe mai stato in direzione del pavimento. Fu Vaffa a notarlo.

«Be’, a pensarci, nei suoi viaggi il motore è in funzione solo per pochissimo tempo…» Ma continuava a non avere sonso.

Il soffitto era ricurvo e seguiva la forma cilindrica dello scafo. Dodici grandi pannelli di vetro, sei per lato della stanza, si curvavano in alto per incontrarsi con un’elaborata trave di legno che percorreva la stanza nel senso della lunghezza. Era chiaro perché la chiamava solarium.

La stanza era adorna di piante, rampicanti e fiori. C’era un organo a canne con due tastiere su un lato e un acquario toroidale che girava lentamente sull’altro; piccoli pesci angelo boccheggiarono a Lilo quando avvicinò la faccia al loro mondo ruotante. Nel mezzo c’erano poltrone e divani rivestiti di velluto lussuoso, legni intagliati e molte decorazioni di ottone. Lilo si sentì oppressa dai particolari; tutto era infestato da curve.

Lilo infilò la testa nel foro attraverso il quale era scomparsa Javelin ed ebbe una sorpresa. Quella stanza era il centro di controllo della nave. Anch’essa era molto diversa dal solito, con gli strumenti di ottone, la mancanza di quadranti digitali e molti congegni che sembravano controlli manuali. Accanto allo stretto sedile di pilotaggio c’era una lunga leva sovrastata da un pomo di cristallo sul quale spiccavano le scritte STOP e VIA. Ma la vera sorpresa consisteva nel fatto che la stanza era vuota. Poiché al di là del muso della nave non c’era che lo spazio, a Lilo il fatto parve strano.

Si tirò indietro in tempo per vedere Javelin che entrava nel solarium dal corridoio di poppa. Dunque aveva le sue tecniche per spostarsi da una parte all’altra.

«È una nave sorprendente,» le disse Cathay.

«Crede? Grazie. A me piace. È logico, sono quasi trecento anni che ci abito. Il disegno — dell’esterno, voglio dire — l’ho ripreso dalla copertina di una vecchia rivista. Pre-Invasione. In realtà addirittura pre-spaziale.»

«È assurdo,» disse Vaffa, in tono deciso.

«Io penso di no. È chiaro che l’artista autore del disegno non sapeva niente di astronavi. Lui cercava di vendere riviste, così lo fece sexy anziché razionale. Mi è piaciuto.»

«Ma l’eccesso di peso…» obiettò Lilo, perplessa. «La forma non si adatta alla funzione. Non si perde in efficienza?»

«È curioso che dica questo. È in gran parte vero, ma non ha nessun senso poetico? È dal tempo della prima colonia lunare che combatto contro gli ingegneri. Siamo diventati una razza di ingegneri. Ciò che sembra non riusciamo a capire è che dopo il tempo delle ferrovie, viene quello delle belle ferrovie. Il livello artistico è progredito abbastanza, possiamo permetterci di perdere qualcosa in efficienza. Ma le navi per lo spazio profondo continuano ad assomigliare a un attaccapanni che fotte un albero di Natale.»

«Come?»

«Che cop. Scusate, era un termine arcaico. Anzi, tutti i concetti di questa metafora sono arcaici. Ma la Cavorite è meno inefficiente di quanto pensiate. Una volta presa la decisione stravagante — andare in giro nello spazio da sola, con una nave cinque volte più grande di quanto avrei avuto bisogno per lo stretto necessario — tutto il resto è venuto praticamente gratis. Un po’ di metallo leggero per il falso rivestimento esterno. Mobili che sembrano massicci ma in realtà non lo sono; il legno è un’impiallacciatura sottile sopra una normale struttura di schiuma. L’organo si richiude e diventa l’entrata e la biblioteca del computer, che non si vede. L’acquario fa parte del sistema di riciclaggio, e se i pesci stanno bene, sto bene anch’io. Vedrete, funziona.»

Lilo continuava a essere perplessa. Ma Quince aveva parlato di lei con rispetto. Era considerata il miglior cercatore di tutti i tempi.

«Se siete pronti per partire, dovrei iniziare il conto alla rovescia. Devo ancora sbrigare alcune cose. Ho perquisito i vostri bagagli e ho esaminato le radiografie che vi ho fatto mentre…»

«Cosa ha fatto?» Era Vaffa. La faccia le stava rapidamente avvampando.

Javelin la guardò dall’alto in basso. «Sì, la sua reazione non mi sorprende,» disse seccamente. «Fra le sue cose c’erano cristalli e svariati altri elementi. Sarebbe bastato un po’ di sputo e di gomma da masticare per costruire un paio di pistole laser. Li ho buttati via, nell’interesse di un viaggio sicuro e calmo.»

Vaffa aveva piantato i piedi contro la paratia di poppa. Si lanciò attraverso la stanza, contro Javelin. Aveva le braccia tese e la bocca aperta in un ringhio. Lilo non voleva guardare. Javelin era così esile, così fragile. Vaffa cominciò a fare una curva in aria, voltandosi per colpire Javelin.

Finì quasi prima di cominciare. Javelin si girò, piegandosi con un angolo impossibile e piantando una mano sul pavimento. Fece forza e, mentre Vaffa le passò accanto, si voltò e la colpì di taglio al collo. Vaffa andò a sbattere malamente contro le canne sopra l’organo, e rimase sospesa in aria.

Javelin le rivolse un’altra occhiata, poi spostò l’attenzione su Lilo.

«Devo conoscere la natura del meccanismo che ha dentro l’addome,» disse. «E anche che cos’ha attaccato sulla sinistra dell’osso pelvico.»

«Non lo so,» rispose Lilo. «Però sospettavo che dentro potesse avere qualcosa.»

Javelin annuì. «Dunque, è così, eh? D’accordo. Uno sembra un semplice meccanismo di rilevamento. Pensavo che l’altro fosse una bomba, ma ho deciso che non lo è. Probabilmente è una capsula di narcotico. Andrebbe d’accordo con il rilevatore, no?»

«Immagino di sì.» Lilo aveva la faccia in fiamme.

«Bene.» Sembrava che anche Javelin volesse abbandonare l’argomento. «Se vuole rimuoverli usi pure la sala operatoria. Posso gettarli fuori, oppure può decidere di farci qualcos’altro.» Spostò lentamente gli occhi su Vaffa, ancora sospesa a mezz’aria, poi rivolse un sorriso a Lilo.

«Accensione fra seicento secondi. È meglio che andiate nelle vostre cabine.»

18

Cathay e io portammo Vaffa in una delle cabine e decidemmo di dividere l’altra. Mentre la fissavamo sulla sua cuccetta, la nave subiva dei cambiamenti. La cuccetta di Vaffa si spostò dal pavimento e si addossò alla paratia posteriore. Nel solarium la vasca dei pesci si stava asciugando.

La spinta era di un gi, grosso modo la gravità alla quale mi ero abituata su Plutone. Adesso vivevamo su una parete. Ma il lavandino e il bar avevano compiuto una rotazione e le lampade si erano spostate in modo che non avevamo mai la luce negli occhi.

Fuori, il corridoio era adesso un condotto verticale. Sarei riuscita a sopravvivere a quella situazione durante le ventiquattr’ore in cui i motori sarebbero stati in funzione.

Trascorsero la maggior parte del tempo nelle cabine, senza vedere Javelin. Lilo andò nel solarium una volta, ma per farlo dovette arrampicarsi per otto metri lungo una scala che era spuntata dalla parete del corridoio. Ora il solarium non era un luogo piacevole. L’organo era sospeso al soffitto, a dieci metri di altezza. C’era un’altra scala, e Lilo la salì per infilare la testa nella stanza di controllo: Javelin non c’era. Probabilmente non l’avrebbero vista fino allo spegnimento dei motori. Javelin si sarebbe spostata attraverso la sua rete di condotti, dove gli altri non erano in grado di seguirla.

Cathay e Lilo potevano vedere Vaffa al di là del corridoio. Non diede segno di voler andare da loro, ma continuò a passeggiare avanti e indietro. Lilo, a disagio, si domandava quanto sarebbe stata incolpata per l’accaduto. Vaffa avrebbe sospettato che Lilo e Javelin si fossero messe d’accordo, e non sarebbe stato facile convincerla del contrario.

Non restava che dormire. Nel frattempo le luci della nave erano state abbassate. Solo dopo venti ore Javelin si mise in contatto con loro. Avvenne ancora attraverso uno schermo televisivo piatto, questa volta aperto nel loro soffitto.

«Mi odierete, ma è tempo di decidere, ragazzi. Tempo di scoprire le carte e di rivelare le motivazioni nascoste. Vi sarete chiesti perché abbia accettato di portarvi a fare questa breve gita.»

«Sì, ce lo siamo chiesti. Ha intenzione di dircelo?» Lilo lanciò un’occhiata dall’altra parte della stanza. Vaffa era sulla porta della sua cabina, affacciata sul cunicolo, e ascoltava attentamente.

«Bene. Quanto al fatto di avervi preso, credo che si sia essenzialmente trattato di perversione pura. Era una cosa che normalmente non avrei fatto, così l’ho fatta. Quando si è vecchi come me, bisogna stare attenti. Si devono provare cose nuove, talvolta solo perché sono nuove. Altrimenti ci si arrugginisce.»

«Come lo sa?» chiese Cathay.

«Non lo so. Ma finora ha funzionato. Sarei sciocca a cambiare adesso. Per quanto riguarda il fatto di andare, con o senza di voi, alla Linea Calda… mi sono molto interessata alla Linea Calda negli ultimi mesi.»

Lilo vide Vaffa salire rapidamente sulla scala ed entrare nella loro stanza.

«Perché le interessa la Linea Calda?»

«Per la stessa vostra ragione. Interesserebbe a tutti, non credete?»

«Come fa a sapere quelle cose? Sono informazioni riservate, a conoscenza di pochi…»

Javelin sollevò un sopracciglio. «Potrei domandarvi come fate a saperle voi. Ma ho una mia teoria. Il modo in cui io le so è lo stesso che mi permette di conoscere qualsiasi cosa della Linea Calda. In ogni momento ci sono sempre un paio di cercatori sul percorso del segnale della Linea Calda. Non hanno molto da fare, quindi ascoltano. E parliamo fra di noi. Ci può volere qualche anno per portare a termine una conversazione, ma abbiamo tutto il tempo necessario. La comunità dei cercatori sapeva del messaggio prima del consiglio di amministrazione della StarLine. Ormai sono mesi che ne parliamo. Per alcuni di noi è stato motivo di preoccupazione. Perciò vado a controllare.»

«Vuol vedere se la traduzione è corretta?»

«No, no,» rise Javelin. «È corretta, su questo non ci sono dubbi. È senz’altro una minaccia. Sentite, voi andate là per ascoltare il messaggio in versione originale; è la sola ragione possibile. Be’, io ce l’ho già, nel mio computer. Da domenica l’abbiamo controllato sei volte. Ora ci interessa scoprire cosa sono le ‘pene severe’. Io sono stata… diciamo eletta — anche se questa è un’espressione un po’ troppo formale — ad andare a vedere. Se hanno la forza per mantenere le loro minacce, può darsi che noi cercatori dobbiamo trovare nuovi clienti.»

Lilo rimase colpita da questa frase. Vaffa si infuriò.

«Tutto qui? Volete scoprire da che parte tira il vento?»

«Più o meno.»

«E a chi avete intenzione di vendere?» ringhiò Vaffa. «Agli Ophiuciti? Agli Invasori?»

«A uno qualunque dei due, se il prezzo è buono.»

«Allora la disprezzo, insieme a tutti quelli come lei. State tradendo la razza.»

«La sua razza è merda, Terrestre Libera.»

Lilo si intromise prontamente. «Vi aspettate che arrivi un secondo messaggio? Che specifichi le pene, magari.»

«È possibile. Ma non è per questo che vado.»

«Allora non capisco. A cosa le serve questo viaggio?»

Javelin sorrise di nuovo. «Siamo arrivati alle decisioni cui avevo accennato. Eravamo d’accordo che vi avrei portato su un punto della Linea Calda. Però la Linea è lunga. Forse voi pensavate al punto più vicino, ma non l’avete precisato, vero? La mia proposta è di andare tutti a un punto a mezzo anno luce dal sole, sulla Linea. Credo proprio che potrebbe essere molto interessante.»

«Perché?»

«Per incontrare gli Ophiuciti faccia a faccia.»

Vaffa sembrava perplessa. Cathay sogghignò, come a una battuta che avesse capito solo lui. Ma quando Lilo lo guardò scrollò le spalle. A Lilo faceva male il collo a furia di guardare in alto. Seguì l’esempio di Cathay e si allungò sul pavimento incrociando le braccia sotto la testa. Aspettarono.

«Sarete anche curiosi di sapere perché io credo che siano lì.» Javelin sembrava un po’ delusa dalla loro reazione.

«Sì, direi di sì,» esclamò Cathay, con aria divertita.

«D’accordo. I cercatori vedono la Linea Calda secondo una prospettiva diversa dalla StarLine. Sono seduti in una stazione in mezzo alla zona in cui la forza del segnale è maggiore. E perché non dovrebbero farlo? I messaggi sono già abbastanza confusi anche lì. Ma il loro punto di vista risulta così limitato. Fondamentalmente, loro ascoltano rimanendo immobili in un punto dello spazio.

«I cercatori incrociano la Linea in tutte le direzioni, a distanze diverse dal sole, sia più vicino sia più lontano rispetto a 70 Ophiucus di quanto non sia la stazione della StarLine. Allorché la incrociamo, ascoltiamo. I nostri computer registrano quando cominciamo a ricevere i segnali e quando alla fine li perdiamo.

«Un centinaio di anni fa cominciammo a notare alcune cose. Ne avemmo la certezza solo dopo molto tempo. È difficile effettuare dei controlli temporali attendibili alla velocità a cui operiamo e ci vuole molto per verificare una seconda volta tutti i risultati. Ma adesso siamo sicuri.

«Un segnale laser è un cono. È sottilissimo, però ha un apice all’inizio e si allarga molto lentamente via via che procede. Cominciammo a osservare uno spostamento di parallasse. Su un lato del cono il segnale sembrava provenire da una parte di 70 Ophiucus. Quando poi passavamo sull’altro lato, il segnale si era spostato. Iniziammo a tracciare le linee che definivano la superficie esterna del cono. C’erano altri fatti a confermare la nostra ipotesi: le dimensioni delle sezioni trasversali del cono nei vari punti e l’indice di caduta della forza del segnale. Tutto indicava una cosa: la Linea Calda non parte affatto da 70 Ophiucus, ma da qualche posto a circa mezzo anno luce di distanza dal sole, in direzione di 70 Ophiucus. E con ogni probabilità questo non è un caso. Volevano farci credere che erano molto lontani. Il che schiude una quantità di possibilità interessanti.»

«Ho bisogno di usare la radio,» disse Vaffa. Aveva un tono sottomesso.

«Me l’ero immaginato. Vediamo se nei miei schedari ho il numero del Gran Capo Tweed…»

Vaffa lanciò un’occhiata a Lilo e a Cathay. Lilo stava per protestare, ma Tavelin la interruppe.

«Non mi hanno detto niente. Ho controllato le sue chiamate prima che saliste sulla nave e ho visto che ha telefonato un sacco di volte sulla Luna. Ero sicura che era una Terrestre Libera e l’ha dimostrato pochi minuti fa. Ora sbava dalla voglia che qualcuno le dica cosa fare, per non dover pensare. E chi altri può voler chiamare, se non il Gran Capo Tweed?»

«Sono fatti che non la riguardano!» urlò Vaffa. «Ora mi faccia chiamare. Abbiamo noleggiato questa nave, e…»

«E non le viene in mente che non dovrebbe usare questo tono con il suo comandante? Caso mai non l’avesse notato, ho il pieno controllo di questa nave. Non può nemmeno entrare sul ponte di comando. Con la testa appuntita ci passerebbe, ma non con le spalle. Questa nave va dove voglio io, e sarà meglio che stia attenta a quello che dice se vuole che la sua razione di ossigeno non diminuisca.»

Lilo si era alzata in piedi e sferrò a Vaffa una gran botta al costato. La donna non reagì e quella era una dimostrazione di quante cose avesse imparato nell’ultimo mese.

«Ma dobbiamo chiamare davvero per sentire il da farsi,» disse Cathay, in tono conciliante. «Le spese saranno molto maggiori, e nessuno di noi ha una somma di denaro del genere. Tweed dovrebbe darci il permesso.»

«Ha ragione e ha torto,» replicò Javelin, con calma. «Rendetevi conto che la situazione è completamente cambiata. So perché lei è con voi.» Fece una smorfia. «È fedele a Tweed. Non mi sembra che voi due lo siate, se il mio istinto vale qualcosa. Ammettiamo che lui avesse modo di controllarvi. Bene, ora non lo ha più. Non approvo la schiavitù e non sono disposta a ricevere ordini da un uomo a sei miliardi di chilometri di distanza. Chiamerete Tweed, ma non gli chiederete niente. Gli direte questo. Ora state attenti, non voglio ripetere. ‘La Cavorite è diretta verso la stazione trasmittente della Linea Calda.’ A questo punto potrete fornire la spiegazione che vi ho appena dato. È intelligente, dovrebbe capire. ‘I costi per questo viaggio ammonteranno a circa quattrocento volte la cifra che avevamo originariamente discusso. Un missile di rifornimento telecomandato è in partenza dalla catapulta di Plutone e presto accelererà a nove gi. Come sapete, quelle navi sono irrecuperabili; perciò i costi aumentano in modo cosi drastico. Lo incontreremo fra circa venti milioni di secondi. Senza di esso, naturalmente, avremmo carburante per raggiungere la stazione, ma non per tornare.

«‘Se lei, Tweed, desidera partecipare a questa spedizione, deve depositare sul mio conto presso la Banca di Lowell la somma che i miei banchieri le hanno già comunicato. Se non desidera pagare, la sua partecipazione alla spedizione sarà annullata. La nave continuerà a procedere come previsto, finanziata dall’Associazione Cercatori di Buchi Neri di Lowell, fatto che lei è libero di controllare. E la sua agente, Vaffa, verrà fatta uscire dalla camera stagna e invitata a tornare indietro a piedi. Firmato: i suoi obbedienti, umili ex schiavi eccetera eccetera.’»

«Non può farlo!» Le vene sul collo di Vaffa sporgevano. I pugni stretti le sanguinavano. Cathay sembrava felice e Lilo voleva abbandonarsi alla sensazione di euforia che provava, ma sapeva che ancora non era al sicuro. Delicatamente, carezzò la spalla di Vaffa. Se la donna esplodeva adesso poteva essere fatale.

«Senti, Vaffa,» sussurrò. «Devi fare quello che è meglio per il Capo, vero? Ferma! Lasciami!» Per un attimo la stretta sul suo braccio si allentò.

Anche Cathay si era avvicinato. «Ha ragione,» disse. «Non perdere la calma. Pensaci. Certo, ha messo il Capo alle strette, ma gli sta facendo una proposta vantaggiosa. Ti ucciderà, se non accetti questo fatto, e allora il Capo non incontrerà mai gli Ophiuciti e non scoprirà ciò che vuole sapere.»

«Non riuscirebbe a uccidermi! Quella schifosa, ridicola stronzetta!»

«Bada a quello che dici, Vaffa. È la sua nave. Non puoi neppure entrare nella sua stanza. Non hai armi e non sappiamo cosa possa avere lei. Ti ha addirittura battuto a mani «nude. Devi inghiottire il tuo orgoglio e ammetterlo. Devi farlo per Tweed, ricordalo, per il Capo.»

A poco a poco, dolorosamente, Vaffa lasciò la presa sul braccio di Lilo. Incurvò le spalle e sprofondò lentamente a terra con la testa fra le mani. Lilo guardò lo schermo e la faccia impassibile. Uscì nel corridoio, salì la scala ed entrò nel solarium. Accanto ai piedi le si accese uno schermo. Abbassò gli occhi su Javelin.

«Voglio ringraziarla,» esclamò, e sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Non si preoccupò di asciugarsele.

«Non importa. La situazione doveva essere risolta.»

«Non lo è, non ancora. È di questo che volevo parlarle. Io… mi è venuto in mente che potrebbe gettarci tutti fuori. Dopo aver ricevuto il denaro.»

Javelin scrollò le spalle. «Non lo farò. È un rischio che dovete correre. Non che non sia pronta a imbrogliare per risparmiare soldi. Tutti i cercatori lo sono. L’avarizia è la nostra seconda natura. Ma non verrò meno a un patto. Ho acconsentito a portarvi laggiù ed è quello che farò.»

«Perché?»

Javelin sembrò un po’ imbarazzata. «Ecco, forse incontreremo degli extraterrestri. Dopo tutto penso di nutrire una certa lealtà nei confronti della razza umana. Non mi sembrava giusto andare da sola. Ho pensato che avrei dovuto portare una rappresentanza dell’umanità, se avessi potuto.»

Lilo rise. «Una cercatrice di buchi neri, un’assassina, un insegnante radiato e una criminale evasa.»

«È questo che siete? Un giorno dovrà parlarmene. Avremo molto tempo a disposizione.»

Lilo non fece commenti. Voleva parlarne. Con Cathay non c’era riuscita; forse Javelin sarebbe stata la persona giusta.

«Che succederà a Vaffa?» domandò.

«Non lo so. Se si comporta bene la porterò con noi. Ma non penserò di infrangere il contratto con Tweed se sarò costretta a eliminarla come un cane idrofobo, come una minaccia alla sicurezza della nave.»

«Sono preoccupata per lei. È a disagio quando ha a che fare con cose astratte. Posso spiegarle che comportarsi bene, non creare problemi, è ciò che il Capo vuole da lei. Altrimenti verrà uccisa e Tweed subirà un danno. Maledizione! Perché sto cercando di salvarle la vita? Ha minacciato di uccidermi un sacco di volte. Ha ucciso due miei cloni.»

«Per ucciderla,» osservò Javelin, «basta che lei non faccia niente. Vaffa si scontrerebbe con me e sarebbe la sua fine, giusto?»

«Penso di sì.» Lilo sospirò. «Non so se sia perché odio vedere qualcuno ucciso o perché ho paura che uccida me prima di scontrarsi con lei. Comunque è una situazione esplosiva. Ecco il mio progetto. Non credo che Vaffa riesca a disobbedire a un ordine diretto di Tweed. Vorrei aggiungere una richiesta al suo elenco. Lui deve ordinarle di non far nulla né a lei né a me, né a Cathay. Deve essere sollevata dei suoi compiti di guardiana. Lui deve convincerla che è la sua sola rappresentante su questa nave, che tutto è nelle sue mani. Deve restare viva per potergli fare un rapporto. E per far questo non deve esserci ostile.»

«D’accordo. Funzionerà?»

«Ne sono sicura. La calmerà, le farà accettare la situazione. E Tweed acconsentirà. Non sarà contento, ma non ha molta scelta, no?»

«È quello che stavo pensando.»

Lilo sorrise, e finalmente si abbandonò a credere di essere libera. Era confinata in quella nave, ma era libera.

«A proposito, quanto durerà il viaggio?»

«Per l’andata ci vorranno circa trecento milioni di secondi.»

«Le dispiacerebbe trasformarlo in mesi terrestri?»

«Circa centoventi. Vent’anni, andata e ritorno.»

19

Il viaggio verso Poseidone avrebbe potuto essere molto più rapido. Anche se doveva trasportare tutta la base da me costruita sugli Anelli, il rimorchiatore che Cathay aveva rubato non incontrava difficoltà; era stato fabbricato per spingere buchi neri con qualche problema.

Ma tutto dipendeva dall’arrivare su Poseidone esattamente al momento giusto e con l’esatta angolazione. Eravamo condizionati dalle posizioni relative di Giove e di Saturno all’atto della partenza, dalla velocità orbitale di Poseidone e da quella di rotazione.

Non mi ero mai preoccupata di dare un nome al mio nascondiglio di rocce. Quando fummo vicini a Poseidone e azionammo di nuovo i motori del rimorchiatore per far acquistare velocità alla roccia, Cathay la chiamò Vendetta.

Erano a circa cinquanta chilometri da Poseidone, immobili rispetto a lui. A occhio nudo, appariva come una piccola macchia grigia irregolare. Ma sullo schermo di Lilo si potevano vedere meglio i dettagli. Era scuro e frastagliato, e sull’orlo si ergeva una piccola tazza dentro la quale brillava un’intensa luce azzurra.

Lilo ripensò all’ultima volta che aveva visto Parameter/Solstizio. Avrebbe voluto che fossero andati con loro, ma era stato evidentemente impossibile. Se lei e Cathay fossero riusciti in quello che si apprestavano a fare, non ci sarebbe stato il tempo per far scendere Parameter da nessuna parte; avrebbero dovuto abbandonare il sistema solare alla svelta. Ma Lilo li avrebbe voluti con sé per vedere il loro piano funzionare.

Se avesse funzionato, pensò, deglutendo nervosamente.

«Dieci secondi!» gridò Lilo. Era collegata al computer e ne controllava l’operato attraverso le telecamere della Vendetta. Poteva percepire le minuscole spinte mentre il programma di guida effettuava le ultime correzioni di rotta. Il bersaglio si stava avvicinando a velocità accecante e Lilo riusciva a seguirlo solo attraverso il terminale del computer. Vide un lampo argenteo, poi l’impatto distrusse la telecamera.

«Colpito,» disse con voce normale. Estrasse il cavo del computer dalla spina che aveva in testa.

La Vendetta era entrata nella tazza a campo nullo contenente il buco nero. In una frazione di secondo, la sua massa era stata ridotta a un miscuglio di lava, di gas bollenti e di plasma. C’era stato uno spruzzo.

Il buco aveva cominciato a divorarlo immediatamente. Il gradiente gravitazionale fece rapidamente contrarre la materia più vicina al buco e cominciò a tirarla in un abisso senza fondo, liberando nello stesso tempo energia. Via via che la materia veniva distrutta, altra la sostituiva; ma la nuova era respinta dalla pressione delle reazioni a catena. Ci fu una grossa esplosione, e il novanta per cento della massa della Vendetta venne espulsa dal campo gravitazionale combinato di Poseidone e del buco. Ciò che rimase fu nuovamente sottoposto a compressione.

Nessuna conseguenza si registrò nell’emisfero protetto dal campo nullo, che era a prova di qualsiasi cosa il genere umano fosse fino a quel momento in grado di produrre.

Ma Lilo osservò molto attentamente per vedere come i generatori elettromagnetici di campo sopportassero lo sforzo. L’incognita nell’equazione di Parameter erano i generatori. Stavano già sostenendo là massa del buco nero. Non si poteva avere la certezza che resistessero all’improvvisa accelerazione dovuta all’impatto. Se avessero ceduto, il buco nero avrebbe cominciato a scendere, distruggendo rapidamente il generatore di campo nullo sottostante. Senza il campo nullo, il buco avrebbe attraversato Poseidone come uno spazio vuoto e loro avrebbero dovuto cercare di recuperarlo dall’altra parte.

«Non vedo nessun movimento. E tu?» chiese Lilo.

«No. Sembra che tenga.»

Ci furono altre esplosioni, a pochi secondi una dall’altra, finché i resti fusi della roccia non si furono liberati di massa sufficiente per permettere di raggiungere una situazione stabile. Adesso sembrava che ci fosse una piccola stella bianca, più luminosa del sole, del diametro di appena un metro.

«Lasciamo che gli astronomi siano perplessi,» esclamò Lilo, e accese la radio. «Mi sentite laggiù? Vaffa, Vaffa, mi ascoltate?»

Per un po’ non ci fu risposta. Lilo continuò a ripetere finché dalla radio non giunse una voce maschile.

«Chi è che chiama?»

«Sono Lilo, tornata dal regno dei morti. Sono con Cathay. Vi abbiamo riportato la nave, e anche un regalo. L’avete sentito arrivare pochi minuti fa. Si è fatto male nessuno?»

Lilo capì anche che non gliene importava niente. Rabbrividì. Era il suo primo contatto con un Vaffa.

«Cosa speravi di ottenere, comunque? Dovevi saperlo che qualunque cosa tu avessi fatto non ci avresti mai ucciso. Tutt’al più potevi sperare di sotterrare alcuni di noi — e ci sei riuscita — ma le tute ci proteggeranno e potremo uscire.» La voce era imperiosa, di una persona abituata a essere obbedita, ma con una punta di incertezza.

«Sicuramente non sei stupida,» commentò Cathay, soddisfatto. «Talvolta fa male ai nervi sapere tante cose di una persona.»

«Lo spero,» sussurrò Lilo. Poi, nel microfono: «Abbiamo spinto Poseidone fuori dalla sua orbita. Ormai è successo, ed è troppo tardi perché possiate farci qualcosa. È stato spettacolare, lascia che te lo dica. Fra qualche minuto, in tutto il sistema solare ci si chiederà cosa stia succedendo da queste parti. Ti fa venire in mente niente?»

Dall’altra parte il silenzio.

«Prima che tu corra a consultare il Capo, ci sono alcune cose che deve sapere. Secondo noi la situazione è semplice. Tutti penseranno che si tratti degli Invasori. Del resto, questo è Giove. Non avranno il coraggio di mandare qualcuno a indagare. Tweed sarà d’accordo, vedrai.»

Non ci furono commenti, e Lilo continuò.

«Vogliamo ricordarvi che possediamo una radio potente. Sono sicuro che da parecchio tempo Tweed è preoccupato per questo fatto, e si sta chiedendo dove sia Cathay e cos’abbia intenzione di fare. Forse è pronto a fuggire, di corsa, se qualcosa dovesse cominciare ad andare storto. D’accordo, non importa. Però gli ci vorrà per forza un po’ di tempo. Quello che vogliamo domandargli è: quanto tempo è disposto a comprare?»

«Spiegati meglio.»

«Stavo per farlo, ma prima voglio una risposta da voi: quanto vi ci vuole, senza contare i novantasei minuti di intervallo, per mettervi in contatto con Tweed, parlargli e avere la sua risposta? Non esitare, rispondimi subito.» Cathay aveva insistito sull’importanza di quell’aspetto. Secondo lui Vaffa non era né molto intelligente né bravo a mentire. Non bisognava dargli il tempo di pensare. Tuttavia il suo primo impulso sarebbe stato rivolgersi subito a Tweed per chiedere ordini, e ciò li avrebbe aiutati.

«Be’, io…»

«Veloce! Ne va della vita di Tweed. Non ci far dubitare su quello che dirai.»

«Gli parlo in codice, attraverso un laser che viene deviato sulla Luna da un satellite, in modo che il seg’nale non lasci traccia. L’intervallo oggi è di novantasette minuti. Ha sempre un ricevitore con sé; non mi ci sono mai voluti più di tre minuti per stabilire il contatto.»

«Bene. Adesso le proposte. Cathay e io siamo interessati alla sorte delle persone sotto di voi. Ci rendiamo conto che, se vi viene ordinato, voi potreste ucciderle, e abbiamo concluso che Tweed potrebbe ordinarvelo.» A Lilo era difficile crederlo, ma doveva ammettere che su Tweed e Vaffa Cathay ne sapeva più di lei.

«Vogliamo che tu dica al Capo che sarebbe una cosa molto stupida.

«Trasmetteremo le informazioni sulla base di Poseidone a tutto il sistema solare. Se lo prenderanno, lo uccideranno.

«Per lui è importante quando effettueremo questa trasmissione. Adesso ascolta bene. Se fa quello che gli diremo, aspetteremo un mese standard prima di trasmettere. È chiaro che non è nel nostro interesse reclamizzare questo posto. Non vogliamo che si sappia in giro quello che succede qui. In un modo o in un altro, infatti, siamo tutti fuorilegge, voi compresi. Se una nave degli Otto Mondi atterra su Poseidone, saremo tutti giustiziati.

«Ciò che dobbiamo fare è adoperarci per gli interessi comuni. Noi abbiamo bisogno di tempo, e ne ha bisogno anche Tweed. Ma abbiamo anche bisogno dell’assicurazione che chi è con voi non sarà massacrato.» Respirò profóndamente. «Ecco la nostra proposta. Tweed deve ordinarvi, a te e a tutti i tuoi fratelli e sorelle clonati, di uscire dalla base e di radunarvi all’aperto, a un chilometro dall’entrata più vicina. Senz’armi. Prima di uscire dovete disattivare la barriera che impedisce di entrare nei vostri alloggi e permettere a Niobe e a Vejay di controllare che non vi sia rimasto nessuno. Dopo…»

«Ho appena saputo che Vejay non si trova,» disse l’uomo. «Sembra che sia rimasto sepolto. Niobe è qui.»

«Dopo che Niobe sarà entrata nei vostri alloggi e avrà visto che siete usciti tutti, ce lo dirà. Allora noi atterreremo e vi faremo prigionieri. Tweed deve anche ordinarvi, alla presenza di Niobe e di chiunque altro lei voglia, di non far male a nessuno, né ora né in futuro. In cambio, tu e i tuoi cloni potrete vivere, finché naturalmente obbedirete agli ordini. Tweed avrà un mese per abbandonare la Luna, o per mettere in atto il suo eventuale piano di emergenza.»

«Come facciamo a sapere che manterrete la vostra parola e non ci ucciderete?» chiese Vaffa. Era la prima volta che appariva preoccupato, e Cathay diede una pacca sulle spalle a Lilo. Lei gli rispose con un ghigno.

«È chiaro che non potete esserne sicuri. Dovrete fidarvi della mia parola. Ma l’alternativa è la morte certa. Sappiate che noi trasmetteremo, se ci saremo costretti. Se Tweed non accetterà le nostre proposte, voi ucciderete comunque tutti coloro che sono su Poseidone, e noi non avremo niente da perdere. In questo modo anche voi avete la possibilità di sopravvivere.

«Pure l’alternativa di Tweed è semplice. Da questo momento ha esattamente centoquindici minuti di tempo per accettare le nostre proposte. Se in questo periodo Niobe non ci dirà niente, cominceremo a trasmettere.»

«Lo stiamo chiamando,» disse Vaffa. «Ho solo un’altra domanda: come faccio a sapere che stai dicendo la verità? che hai veramente spostato Poseidone dalla sua orbita?»

«Uh… immagino di non poter dimostrarti che non è un bluff. Comunque non cambia niente. Fra centoquattordici minuti comincio a trasmettere.»

«Bene.» Ci fu una pausa. «Penso che tu dica la verità. È stata una bella botta.»

Lilo si rimise a sedere. Stava sudando. Guardò Cathay e si scoprì a sperare nella sua approvazione.

«Come sono andata?»

«Mi è parso molto bene,» rispose. Si stava rendendo pienamente conto che non potevano più tornare indietro. Suo figlio era laggiù, fuori della sua portata, in balia delle decisioni di Tweed. «Che succede se non accetta? Vorrei quasi che non avessimo fatto niente. È… è una tale responsabilità…»

Lilo allungò una mano e lo toccò, delicatamente. Sapeva di rischiare meno di lui, tuttavia anche per lei era molto importante che tutto andasse bene. La sua iniziale antipatia verso Cathay era svanita appena aveva cominciato a capirne il modo di pensare e gli interessi di lui avevano preso a coincidere meglio con i suoi. Lei era impaziente di conoscere suo figlio, che sembrava essere stato il miglior amico del suo clone. Sperava di averne la possibilità.

«Cos’altro può fare?» esclamò Lilo. «Ci abbiamo pensato un milione di volte.»

«Lo so. Ho solo paura che ci faccia qualche scherzo.»

«Senti. Quando Tweed riceverà il messaggio di Vaffa, avrà due ore di tempo. Un paio di minuti per decidere, quarantotto per ricevere la sua risposta e altri quarantotto minuti perché la nostra trasmissione arrivi sulla Luna. È un personaggio pubblico. I computer della polizia sanno dov’è perché è un possibile bersaglio di attentati. Se scompare improvvisamente, senza avvertire nessuno, in sessanta secondi sarà ricercato da tutta la macchina statale.»

«Ma deve aver preparato qualcosa. Sapeva che ero quassù, con una radio, e che avrei potuto accusarlo appena l’avessi voluto.»

«Ma sapeva che non l’avresti fatto. Ne era abbastanza sicuro, altrimenti avresti ucciso tuo figlio.»

Cathay cominciò a tremare e Lilo gli accarezzò una spalla. La cabina di controllo del rimorchiatore era troppo stretta persino perché potessero voltarsi e mettersi uno di fronte all’altro, ma riuscì a dargli un bacio su una guancia.

«Tweed non ha scelta,» ripeté Lilo. «Se non fa quello che vogliamo noi ha solo due ore di tempo per nascondersi in un posto talmente sicuro da sfuggire alle nostre massicce ricerche. Non credo che sia in grado di farlo.»

«Ma trasmetteremmo davvero?» Il tormento di Cathay aumentava. Sarebbero state due lunghe ore.

Lilo non disse niente. Adesso la situazione era veramente al di fuori del loro controllo; lo era da quando la Vendetta era precipitata. Se non avessero ricevuto qualche conferma da Niobe entro due ore, avrebbe significato che su Poseidone stavano succedendo cose tremende, spaventose, impensabili.

A quel punto avrebbero senz’altro trasmesso…

Tweed era una figura popolare nelle strade di King City e questo gli era sempre piaciuto. La maggior parte dei suoi ex elettori erano contenti di vederlo camminare pesantemente in Clarice Boulevard. Talvolta andava in giro senza una meta e con l’espressione cordiale, avvicinandosi alla gente; aveva un sorriso e una pacca sulle spalle per tutti.

A volte, però, era necessario tenere a distanza l’affetto della gente. Si doveva sì familiarizzare col popolo per continuare a vincere le elezioni, ma c’erano anche occasioni in cui era indispensabile potersi spostare liberamente, senza essere assaliti dai fans. Il cappello era il segnale: se lo teneva in mano erano liberi di parlare con lui, se lo indossava, voleva dire che era impegnato negli affari pubblici.

Col cappello saldamente piantato in testa, il Gran Capo Tweed marciava in mezzo al corridoio, implacabile come un rinoceronte, sbuffando nuvole azzurre di fumo dal sigaro.

Voltava gli angoli con la grazia pesante di un rimorchiatore, addentrandosi sempre di più nelle zone meno frequentate della città. In fondo a un corridoio deserto c’era una porta anonima. Si aprì riconoscendo l’impronta della sua palma; lui entrò in una piccola stanza e si richiuse la porta alle spalle. Schiacciò un pulsante e la stanza cominciò lentamente a scendere.

Si levò la giacca nera e grigia, i pantaloni larghi, le scarpe di cuoio, le ghette bianche. In pochi secondi si ritrovò nudo davanti a un mucchio di vestiti. Senza scarpe era più basso di nove centimetri, ma era sempre un uomo alto.

Si fece qualcosa alla faccia e le guance cadenti caddero ancora di più, fino a staccarsi. Le prese in mano. Al tatto erano calde, di una plastica a metà fra la materia viva e quella morta. Lasciò cadere le due masse tremolanti sulla pila di vestiti, sulla tuba che aveva indossato tutti i giorni per cinquant’anni. Il cappello si ripiegò su se stesso.

Rimase per un attimo a guardare il mucchio di vestiti e cominciò a tremare.

«No,» disse. «No, questa non è la fine. È solo una battuta d’arresto.» Si appoggiò a una parete e aspettò che quella specie di collasso gli passasse. Con la faccia sepolta fra le mani si tolse altri strati di plasticarne.

Allorché finalmente sollevò lo sguardo era una persona diversa. Aveva perduto trent’anni di età apparente, e anche la sottile rete di rughe e di sporgenze che aveva reso la sua faccia quella di un essere umano maschio. Adesso era androgino; la sua grossa pancia non poteva nascondere il fatto che non aveva organi sessuali. Le due protuberanze del petto potevano appartenere tanto a una donna quanto a un uomo molto grasso.

Si raddrizzò. Con un rumore di qualcosa di viscido venticinque chili di plasticarne gommosa gli caddero dalla pancia, dalle braccia, dalle gambe, dal sedere. I seni rimasero; sporgevano sopra uno stomaco piatto che non vedeva da cinquanta anni.

Adesso Tweed sembrava una femmina; ma un esame attento delle labbra nascoste sotto il triangolo dei peli pubici non avrebbe rivelato nessuna apertura vaginale. Nessun ormone percorreva il corpo di Tweed, niente che potesse distoglierlo dal suo scopo. Aveva deciso di essere neutrale molto tempo prima e non se ne era mai pentito. Adesso quel fatto l’avrebbe aiutato a salvarsi la vita. Di solito il primo passo nell’assunzione di una nuova identità comportava un intervento di chirurgia plastica radicale. Da solo, non sarebbe mai bastato a risolvere il problema, ma era un primo passo essenziale. Lui l’aveva appena compiuto in tempo record, come aveva progettato tanto tempo prima, se mai fosse dovuto arrivare a tanto.

«Arrivare a tanto…» borbottò. Di nuovo si sentì mancare. Barcollò e quasi cadde sul pavimento scivoloso. La plasticarne si era dissolta, come pure i vestiti. L’acqua e la poltiglia grigiastra che erano rimaste venivano risucchiate in un condotto del pavimento.

Ripensò agli anni successivi ai primi barlumi della visione, rivide il futuro di una Terra liberata. Sapeva che c’era chi lo considerava un opportunista, chi pensava che stesse semplicemente sfruttando un movimento di opinione che sulla Luna era cresciuto per un secolo. Invece era sincero.

Anzi, Tweed era stato talmente sincero da prendere il suo unico figlio ed educarlo perché diventasse un assassino, un esecutore di ordini, di qualunque ordine. Prima di farlo aveva studiato libri antichi per un anno, ed era riuscito a tirar fuori un soldato. I metodi dei marines degli Stati Uniti e dell’Armata Rossa, uniti a una terapia farmacologica e alla psicologia comportamentale, avevano funzionato in modo eccellente. Vaffa non l’aveva mai deluso, a parte la sensazione di tristezza derivante dal fatto che lui e i suoi fratelli e sorelle clonati costituivano una compagnia decisamente noiosa.

Sarebbe stato uno scandalo, senza dubbio. Anche con la moratoria di un mese, le cose sarebbero cominciate a saltare fuori non appena fosse stata chiara la scomparsa di Tweed. Dapprima l’avrebbero cercato, i programmi di localizzazione automatica si sarebbero interessati a lui; in seguito, iniziate le domande, le cose sarebbero cominciate a venire a galla. Vaffa sarebbe stata la prima, ma ce ne sarebbero state altre. Sulla Luna c’erano sempre due Vaffa, e lui non poteva farci niente.

Adesso si trovava di fronte al problema quasi insolubile di ridiventare un cittadino con il diritto alla vita, registrato nelle memorie dei computer. Non poteva più essere il Gran Capo Tweed; doveva insinuarsi fra le pieghe dei circuiti integrati, proprio il compito che aveva assegnato a una dozzina di criminali in alternativa al fatto di lavorare per lui. Non era impossibile — membri del partito occupavano posizioni chiave in molti dei computer più importanti — ma ci sarebbe voluto del tempo.

«È solo una battuta d’arresto,» si ripeté Tweed.

Ma doveva proprio esserlo? La faccia di lui/lei si corrugò mentre Tweed riesaminava i fatti. C’era ancora tempo per annullare gli ordini impartiti a Vaffa, ma era agli sgoccioli. La faccia si contorse e lui/lei sbatté un pugno sulla parete. Lilo!

Tweed aveva sempre saputo, dentro di sé, che con i rischi che lui/lei correva era inevitabile che un giorno qualcuno fuggisse. Poi, qualche mese prima, la chiamata da Plutone. Lilo che parlava attraverso Vaffa e gli diceva cosa doveva fare. L’aveva molto disturbato, ma in effetti non aveva avuto scelta. E adesso questo colpo finale, e di nuovo da parte di Lilo. Ma quale? L’insegnante, Cathay, dopo essersi impadronito del rimorchiatore, ne aveva scaricato il pilota vicino a Poseidone. L’uomo aveva detto che Cathay era solo, che Lilo era caduta dentro al buco nero o su Giove. Come aveva fatto a tornare?

Tweed si ricordò allora che Lilo aveva una base sugli Anelli. Doveva essere quella. L’altra era morta. Il pensiero le diede una soddisfazione crudele. Aveva il comunicatore in mano, pronto a metterla in contatto col ripetitore. Poteva dire a Vaffa di ucciderli tutti. Si arrestò col pollice sul pulsante.

Due ore, il tempo che gli sarebbe rimasto se avesse dato quell’ordine. In due ore Lilo avrebbe raccontato tutto e tutti i poliziotti del sistema solare avrebbero dato la caccia a lui. Ce l’avrebbe fatta? Aveva risorse che Lilo non sospettava nemmeno; già il cambiamento di sesso avrebbe tenuto le autorità su una falsa pista per almeno tre o quattro ore.

Tutto questo, però, presupponeva che nessuno la stesse ancora cercando. Se avesse dato l’ordine adesso, la caccia sarebbe iniziata due ore dopo. E le si sarebbero letteralmente messi alle calcagna. Passò l’unghia del pollice sul pulsante del trasmettitore.

No. Aveva bisogno di qualche giorno per distanziarli. In quattro giorni — due, con un po’ di fortuna — sarebbe stata una persona diversa, con un curriculum di settant’anni adeguatamente registrato nelle memorie dei computer. Il Gran Capo Tweed era morto e la donna che era diventato voleva vendicarlo. Ma sarebbe costato troppo. Entro due o tre anni sarebbe tornata. Sarebbe stata qualcun altro, ma non sarebbe dovuta ripartire da zero. Il Partito per una Terra Libera sarebbe vissuto, e lei ne sarebbe stata il capo.

Il comunicatore cadde a terra e la porta dell’ascensore si aprì. La donna nuda uscì e si affrettò lungo il corridoio. Aveva molte cose da fare.

La mensa era al completo ed erano stati di poco superati i limiti di sicurezza, anche se per Lilo era difficile crederlo. La stanza non sembrava affollata.

Su Poseidone non c’erano grandi possibilità di riunirsi. I Vaffa avevano ostacolato la formazione di gruppi di più di dieci persone. C’erano ampi spazi nelle zone abbandonate, ma non avevano ancora avuto il tempo di rioccuparli. Avevano provato a riunirsi in una di quelle stanze, però non era piaciuto a nessuno, con tutte le tute in funzione. Era impossibile vedere le espressioni dei volti.

Così era stata scelta la mensa. Essa era, tuttavia, non meno sconcertante. Le persone dovevano disporsi intorno al cilindro rotante a distanze uguali le une dalle altre; inoltre dovevano sedere tutte sulla circonferenza interna, cosicché l’oratore veniva a trovarsi esattamente sopra le loro teste. Ci furono un sacco di torcicolli.

«Ma mi avevate promesso due settimane,» stava dicendo Vejay. «Ho fatto del mio meglio. Se potete darmi altri quattro giorni, anche solo tre giorni, potrei…»

«Ci rendiamo tutti conto del tuo desiderio di darci il miglior propulsore possibile, Vejay,» intervenne Cathay. «Ma ci hai appena detto che quello che hai messo a punto funzionerà, no?»

«Però posso garantirlo solo per un paio di mesi.»

«Se solo mi ascoltassi…»

«Stavo parlando io, no?»

Lilo sprofondò ancora di più nella sedia. Le riunioni l’annoiavano. Perché Cathay non gli diceva semplicemente di farla finita e fissava il momento dell’accensione? D’altronde, ammise, proprio per questo lui è un presidente migliore di lei. Se ne rendeva conto: appena era stato proposto il suo nome, lei aveva immediatamente rifiutato. E Cathay era stato abile. Finora era riuscito a fare esattamente quello che i consiglieri avevano detto che andava fatto, e si era comportato in modo da far apparire che convenisse a tutti. Se non era quella la definizione di un buon capo, Lilo non sapeva quale altra potesse essere.

Ma non si era mai aspettata che mettere d’accordo un gruppo di ottanta persone su qualcosa fosse più difficile che sconfiggere Tweed.

Il propulsore era pronto, checché dicesse Vejay. Era un cultore dei meccanismi perfetti e l’affare che aveva messo insieme sull’altra faccia di Poseidone offendeva il suo senso estetico. Ma avrebbe funzionato. Avrebbe funzionato abbastanza da metterli al riparo da qualsiasi possibile inseguimento. Ed era ciò che contava, come Cathay metteva in risalto ancora una volta.

«Tweed deve aver capito che se gli avessimo concesso un mese, poi gliene avremmo concessi due, e che anzi non avremmo mai detto niente. Non ci guadagniamo niente ad accusarlo. So che una minoranza vorrebbe farlo, ma vi ricordo che non siamo ancora al sicuro. Voi che lo odiate tanto dovreste sapere meglio di chiunque altro che se ha modo di arrivare a noi con l’inganno, lo farà solo per crudeltà. È per questa ragione che fin dall’inizio abbiamo deciso di partire entro dieci giorni. So che è stato difficile…» la frase fu accolta da un coro di consensi, «…ma ce l’abbiamo quasi fatta. Fra poche ore saremo in grado di metterci in cammino, e dopo le nostre possibilità aumenteranno notevolmente.»

Lilo si distrasse di nuovo. Continuava a esaminare il gruppo. Non aveva avuto il tempo di conoscere molti dei presenti, anche se parecchi avevano l’irritante abitudine di considerarsi suoi amici per il fatto che erano stati amici del suo clone morto. Sorrise vedendo Cass a sessanta gradi di distanza. Finora era stato uno dei pochi a non contare sulla precedente amicizia col suo clone. Sembrava disposto a ricominciare da capo. In quel caso approvava la valutazione di sua sorella.

Seduti davanti a lei, in un gruppo compatto, c’erano i Vaffa. Erano otto. Meno di quanti si era temuto, ma abbastanza da mettere tutti a disagio. Erano stati nove. La morte di uno di essi in seguito a quello che doveva essere considerato un linciaggio era stata la prima crisi alla quale la comunità si era trovata di fronte. Gli altri Vaffa, già timorosi, si erano rifugiati in una stanza e avevano giurato di combattere fino all’ultimo. C’era voluta tutta l’abilità di Cathay per farli uscire. Da parte loro avevano mantenuto i patti e non avevano sollevato un dito su nessuno. Restava da vedere come si sarebbero comportati a lungo andare. C’erano molti risentimenti di antica data che dovevano essere superati.

«Adesso ascolteremo le osservazioni della commissione ecologica,» disse Cathay. «Krista, vuoi fare il tuo rapporto?»

Krista era una delle poche persone che Lilo conoscesse bene. Era una grande lavoratrice, uno degli scienziati che Tweed aveva rapito quando non era riuscito a trovare ciò che voleva nelle prigioni. A Lilo piaceva, a parte quella tendenza a voler sapere cosa aveva fatto Lilo per finire in prigione.

«Vorrei poter offrire delle garanzie più solide,» disse Krista. «C’è scarsità di alcuni elementi che vengono perduti nei riciclatori secondari. Lilo e io stiamo lavorando a un sistema terziario per recuperare quello che abbiamo. Ma se non riusciamo a trovare qualcosa scavando fra le rocce, fra pochi anni saremo in difficoltà.»

«Ma quali sono le prospettive per il nuovo sistema?» chiese Cathay.

«Ecco, non vorrei sbilanciarmi troppo, ma…»

«Possiamo farcela!» gridò Lilo. «Dobbiamo farcela, quindi ce la faremo. Mettiti a sedere, Krista!»

Gli altri rapporti riferirono più o meno le stesse cose. C’erano diverse zone in cui i danni non erano stati completamente riparati e i lavori erano in corso. Tutti volevano più tempo, ma finalmente fu raggiunto l’accordo: non c’era nulla che impedisse di partire rapidamente.

Cathay li ascoltò tutti fino in fondo, poi batté il suo martelletto sul tavolo.

«Siete stati voi a eleggermi. Mi avete dato il potere di decidere quando iniziare il viaggio. Ora eserciterò questo potere. Partiremo fra diciotto ore.»

20

Come posso riassumere un viaggio che durò dieci anni? Dire che fu noioso e che successero poche cose, sarebbe a un tempo un’affermazione terrìbilmente inadeguata e una falsità.

Sono sicura che Javelin cominciò a pentirsi già nel corso del primo mese. Ci aveva portati come un diversivo, per rompere la routine nella quale aveva vissuto per tanto tempo. Ma non avrebbe vissuto in quel modo così a lungo se, in realtà, quella routine non le fosse piaciuta. Dopo il primo mese la vedemmo poco. I suoi alloggi erano accessibili solo a lei. Quando entravamo nel solarium, lei rientrava nella propria parte di nave.

Vaffa decise di farsi addormentare dopo poca.

Cathay e io ci sentimmo molto vicini. Molte volte. Negli intervalli ci parlavamo appena. Ricordo un tremendo litigio per decidere a chi toccasse dare da mangiare ai pesci. Non era colpa sua, e non era neppure mia. In una situazione diversa avremmo potuto sviluppare qualcosa di duraturo, ma non c’era nessun altro da amare o da odiare, o con il quale arrabbiarsi. In parte era solo la mia ostinazione. Lo ammetto. Non volevo amarlo solo perché non c’era nessun altro; avevo bisogno di ragioni più forti. Per lui questo era assurdo, e forse aveva ragione. Ma non potevo farci niente.

Continuavamo a rimetterci insieme soprattutto per le mie necessità sessuali. Per me la mano è sempre stata un partner sessuale insoddisfacente. Non sono mai riuscita a rimanere a lungo arrabbiata con un amante; cominciavo ad aver bisogno di lui, Javelin non costituiva un’alternativa. Una volta ebbi un cop con lei; il che mi sorprese molto, perché avevo pensato che fosse praticamente neutra. Il modo in cui aveva risolto il problema degli organi femminili senza un bacino in cui metterli era ingegnoso, funzionale e affascinante, ma in fondo deludente. Era un’amante mediocre, troppo egocentrica per preoccuparsi di soddisfarmi.

Finii col resistere due settimane più di Cathay. Javelin parve sollevata nel farmi l’iniezione che mi avrebbe fatto dormire per otto anni.

Erano tre settimane che deceleravano.

Javelin aveva avuto ragione; lì c’era qualcosa. Sullo schermo radar appariva una forma delle dimensioni di un grosso asteroide. Era ancora impossibile osservarla direttamente, poiché la luce del getto della nave interferiva con il telescopio. Javelin si era prudentemente diretta verso un punto a cento chilometri di distanza dall’oggetto.

Ma nessuno l’aveva ancora vista, Javelin. Erano quattro settimane che Cathay, Lilo e Vaffa erano svegli e facevano quotidianamente esercizi per ritornare in forma dopo il lungo sonno; invece Javelin era rimasta nella propria stanza. Potevano parlarle, ma solo attraverso i circuiti interni. Lilo pensava che adesso la donna si rendesse conto ancor meglio della loro presenza sulla nave, e che ne fosse sempre più contrariata.

Finalmente comparve, dopo aver tagliato una porta dall’interno della stanza. Adesso aveva due braccia e due gambe, e non poteva più passare attraverso la piccola apertura di cui si era servita. Non poteva aver eseguito da sola quell’intervento chirurgico; Lilo immaginò che nella stanza avesse delle protesi meccaniche.

Sembrava che Javelin ne fosse imbarazzata. Lilo stava per fare un commento, ma al vedere la goffaggine con cui si muoveva in un’accelerazione di un gi — tendendo a dimenticarsi della gamba sinistra e del braccio destro — non disse nulla. Lilo era sicura che avesse modificato alcuni circuiti neurali. Era come se si fosse improvvisamente messa un paio di occhiali che invertissero tutto ciò che vedeva; avrebbe messo un po’ di tempo prima che il suo cervello accettasse i cambiamenti.

All’inizio Lilo si chiese perché Javelin l’avesse fatto. In passato aveva accettato i brevi periodi di immobilità ai quali era costretta quando la nave era sotto spinta; non duravano mai più di un mese ed erano un prezzo ben piccolo in cambio di dieci anni di movimenti comodi in caduta libera.

Ma ora ogni giorno li avvicinava all’avamposto degli Ophiuciti. Chissà cosa avrebbero trovato. Poteva essere qualsiasi cosa, dall’assenza di peso a una gravità di molti gi, e Javelin aveva pensato che fosse meglio essere pronti. Ecco spiegato quello che aveva fatto.

La stazione della Linea Calda era un toroide, una grossa ciambella scura con un diametro esterno di settanta chilometri che ruotava lentamente.

«Sembra un pneumatico,» osservò Cathay, guardando lo schermo del telescopio al di sopra della piccola spalla di Javelin. «Vedete come è schiacciato?»

«Così può avere una maggiore superficie piana all’interno,» spiegò Javelin. «Schiacciato sul fondo e con un tetto arcuato sopra.» Azionò alcuni interruttori sulla consolle. «All’interno hanno una gravità del 75%. Sapete, è piuttosto grande per una rotazione di quel genere. E la densità ci ha ingannato. È soltanto due volte più denso dell’acqua. Non ci dev’essere molto metallo.»

Sul bordo interno della ruota si innalzava una torre. Alla base era massiccia, ma si restringeva rapidamente fino a diventare un ago. Al centro di rotazione c’era un nodulo. Javelin effettuò alcuni altri calcoli.

«Dietro dev’esserci qualcosa di pesante, proprio davanti alla base della torre,» disse. «Altrimenti la sua massa sbilancerebbe la rotazione.»

«Ed è lì che dobbiamo andare, vero?» chiese Cathay. «In cima alla torre?»

«Non so dove altro potremmo dirigerci,» rispose Javelin. «Il resto si muove troppo velocemente. È meglio che vi leghiate alle poltrone. Dovrò compiere alcune manovre.»

«Non dovremmo prima cercare di metterci in contatto con loro?» domandò Lilo. «Sapranno quali sono le nostre frequenze. Immagino che siano secoli che ci ascoltano.»

«Hai ragione. Ma cosa dovremmo dirgli?» Dacché Lilo la conosceva, era la prima volta che Javelin sembrava incerta. Si guardarono l’un l’altro, e nessuno si mostrava particolarmente impaziente di effettuare il primo contatto. Javelin girò le manopole del proprio schermo e ingrandì l’immagine del modulo di attracco al centro della ruota. Avevano tutti notato una debole luce su un lato; Javelin la mise a fuoco.

Per un po’ nessuno disse niente. In realtà la luce era composta da numerose luci e la cosa cui assomigliava di più era un’insegna al neon. C’era scritta una parola: BENVENUTI.

«Vi stavamo aspettando,» disse una voce alla radio. «Se vi avvicinate a cinquecento metri vi lanciamo un cavo. Diciamo fra una ventina di minuti?»

21

Come posso riassumere la nostra vita su Poseidone?

I notiziari che riuscimmo a ricevere i primi giorni ci chiamavano «la Luna fuggitiva». Da Mercurio a Plutone, c’era una grande costernazione. La partenza di Poseidone veniva considerata foriera di eventi disastrosi da parte degli Invasori. Tu proposto di chiamare alle armi tutti gli esseri umani del sistema solare per prepararsi alla guerra imminente.

Naturalmente la guerra non ci fu, e a poco a poco l’agitazione si spense. Molto tempo dopo sentimmo qualcuno osservare che forse Poseidone era stato spostato per mezzo di tecniche conosciute anche agli uomini, e che potevano essere stati dei fuorilegge umani a farlo. L’idea non parve riscuotere molto successo, e del resto eravamo già troppo lontani e ci muovevamo troppo rapidamente perché potessero farci qualcosa.

Lavorammo freneticamente per un anno. L’impatto della Vendetta aveva provocato molti danni alle gallerie e alle stanze. Un sovraccarico di energia aveva fatto saltare il sistema di riscaldamento che teneva in vita le coltivazioni idroponiche. Tutte le piante morirono. Per un certo tempo vivemmo col cibo di emergenza, al buio. Non c’era aria sufficiente per pressurizzare i corridoi molti dei quali avrebbero avuto delle grosse perdite se l’avessimo fatto — così continuammo a vivere dentro le nostre tute imponendoci uno stretto razionamento dell’ossigeno.

Cathay e io non avevamo avuto modo di sapere se l’impatto della Vendetta avesse provocato danni irreparabili a qualche impianto vitale. Vejay era certo, diceva Cathay, che sul planetoide ci fosse già tutto il necessario per renderlo autosufficiente. Alla fine dovemmo rischiare con le vite di tutti coloro che erano su Poseidone.

Nel primo momento di entusiasmo dopo la vittoria, tutti furono contenti di ciò che avevamo fatto. Cathay fu senz’altro nominato primo presidente. Anch’io venivo ammirata. Ma non durò a lungo. Dopo sei mesi Cathay non ricopriva più quella carica ed evitavamo tutti e due di guardare in faccia le persone che incontravamo nei corridoi bui e privi d’aria.

Ma andò bene. Per molti anni Tweed aveva inviato attrezzature per rendere la base meno legata ai rifornimenti inviati con l’astronave. L’aspetto più rischioso della sua operazione era sempre stato mandare le astronavi su Giove, e meno ne mandava più era contento. Una a una, le necessità di Poseidone erano state soddisfatte da piccoli macchinari, per lo più azionati a mano. L’energia c’era, più di quanta le macchine potessero mai utilizzarne. Le materie prime potevano essere estratte o trasformate grazie a quell’illimitata fonte di energia. C’erano macchine per fabbricare lampadine, circuiti integrati e pompe. C’erano sempre i macchinari già utilizzati per costruire la base e che potevano essere impiegati per sgombrare i detriti o scavare nuove gallerie. C’erano le attrezzature per ricostruire i pezzi che si consumavano.

Dopo tre anni eravamo diventati un sistema ecologico stabile, anche se non eravamo un gran che come comunità. I giorni del razionamento dell’ossigeno erano ormai un ricordo e la base abitata era più grande di quanto lo fosse mai stata negli ultimi quindici anni. La popolazione era aumentata di venti bambini e ce n’erano altri quattro in arrivo. Potevo camminare a testa alta ed essere un membro rispettato della società, adesso che ero Primo Idroponico e Gran Maestro dei Cibi Mutagenici. Ogni volta che mettevo a punto una nuova pianta migliore di ciò che avevamo mangiato per tre anni, il mio prestigio si incrementava.

Dopo cinque anni la situazione si era stabilizzata. Avevamo una scuola all’antica, con gli studenti più numerosi degli insegnanti. Non era male, dopo lutto.

Eravamo tutti sorpresi di quanto tempo e quanti sforzi ci volessero per mandare avanti le cose. Il nostro mondo non ci avrebbe permesso di sopravvivere se non lo avessimo accudito costantemente. Dopo l’Invasione era vero di tutte le società umane, ma di solito le operazioni necessarie avvengono dietro le quinte. Solo il tre per cento della popolazione della Luna, per esempio, lavorava direttamente per un’industria ambientale. Su Poseidone lo eravamo tutti e spesso avevamo due o tre lavori. Quasi tutti eravamo agricoltori, oltre a svolgere gli altri compiti. Lavoravamo dieci ore al giorno.

Il problema era che, pur essendo una società tecnologica, ci mancavano molte delle cose essenziali su cui una società del genere è basata. Ci servivamo di computer per calcolare le mutazioni genetiche delle piante che modificavamo perché crescessero nel nuovo ambiente, quindi le coltivavamo con vanghe e zappe. Gli apparecchi cibernetici e discrezionali automatici così comuni nella civiltà lunare — quelli che in pratica effettuano gran parte del lavoro fisico — non erano abbastanza. Non avevamo un’industria sofisticata al punto di costruire quei congegni o di sostituire le componenti dei nostri migliori computer in caso di avaria. Eravamo ridotti ai circuiti integrati, alle lampadine col filamento incandescente, ai superconduttori raffreddati a elio e alle altre tecniche più semplici e più antiche. Non eravamo proprio nell’età neolitica, ma talvolta avevamo l’impressione di esserci.

E dopo nove anni viaggiavamo a metà della velocità della luce.

22

Primo contatto.

Lilo aveva considerato tutto (o pensava di averlo fatto): dagli esseri costituiti solo di energia ai mostri dei cattivi romanzi di avventure. Aveva vagliato la possibilità che gli Ophiuciti fossero simili agli esseri umani, bipedi, con una simmetria bilaterale. Per certi scopi erano una struttura efficiente. Si era resa conto che avrebbero potuto essere completamente al di là della sua comprensione, più simili agli Invasori che agli uomini.

Aveva trovato un corridoio che avrebbe potuto essere quello in cui aveva giocato da bambina. In fondo c’era una sala riunioni con un tappeto, un lungo tavolo di legno e una dozzina di sedie.

«Direste che è circa un gi?» chiese Javelin entrando nella stanza. Lilo fu stupita nel sentire la sua voce. La stanza assorbiva ogni eco.

«Sì, press’a poco.» Lanciò uno sguardo a Javelin. Non era mai sembrata così piccola come adesso, mentre camminava su due piedi in un campo gravitazionale. Arrivava appena alla vita di Lilo.

«Come pensi che facciano?» continuò Javelin. «Questo posto ruota a causa di una gravità artificiale, non credi? Però noi siamo nel centro, e non dovremmo pesare niente.»

«Ne deriva che riescono a controllare la gravità,» commentò Vaffa.

«Sì, ma allora perché hanno bisogno della rotazione? Se possono darci un gi qui, perché non lo danno anche a bordo?»

«Forse è costoso,» rispose Cathay. «Forse è un gesto di amicizia.»

«Non tiriamo troppe conclusioni,» disse Lilo. «Dobbiamo stare in guardia.»

Lilo sapeva che cercavano tutti e quattro di farsi coraggio. Si erano fermati in fondo alla stanza ed esitavano ad avanzare prima che qualcuno li invitasse a farlo. La voce, inviata sulla frequenza della Cavante, gli aveva detto da dove entrare e di andare in fondo al corridoio. Dopo non avevano sentito altro.

A questo punto la porta all’altra estremità della stanza si aprì e cominciarono a entrare delle persone. Sembravano uomini e donne del tutto normali, vestiti secondo una moda vecchia di due secoli. Avevano un bell’aspetto, simili alla gente che Lilo avrebbe potuto incontrare in un qualsiasi corridoio lunare.

«Prego, prego, sedetevi,» disse un uomo. «Mettetevi dove volete. Non ci formalizziamo da queste parti.»

A nessuno dei quattro venne in mente qualcosa da rispondere, così si sedettero. Quando anche tutti gli Ophiuciti si furono seduti, non rimase nessuna sedia libera. L’uomo che aveva parlato era a un’estremità del tavolo e si era alzato. Appoggiò entrambe le mani sul piano del tàvolo e li guardò. Aggrottò le sopracciglia.

«Ci rendevamo conto che vi sareste trovati a disagio,» disse. «Abbiamo cercato di rendervi l’ambiente familiare, ma forse vi ci vorrà un po’ prima di abituarvi.»

Li guardò uno dopo l’altro, sorridendo.

C’era qualcosa di strano in quel sorriso. Sembrava sincero, ma Lilo ebbe l’impressione che dietro non ci fosse niente. Voleva essere un’espressione d’amicizia, come le sopracciglia aggrottate di prima avevano tentato di mostrare preoccupazione. Guardò Cathay e Javelin per vedere se fosse stata la sola ad accorgersene.

«È una situazione insolita,» continuò l’uomo. «La vostra specie ha un’esperienza limitata di questo genere di situazioni. La mia l’ha già incontrata migliaia di volte. Sappiamo molte cose del vostro tipo e della vostra razza in particolare. Siete preoccupati per questo incontro, avete molti dubbi e vi sembra tutto molto strano.»

Fece un’altra pausa e osservò la doppia fila dei suoi compagni seduti al tavolo. Stavano annuendo tutti. Alcuni di essi mormorarono frasi di approvazione. Cercavano di incrociare lo sguardo degli esseri umani, una familiarità alla quale Lilo non si sentiva pronta. Era disorientata. Stando all’apparenza, quelle persone avrebbero potuto costituire il consiglio di amministrazione di una grande società nel corso di una riunione.

«Prima di tutto dovremmo presentarci. Io sono il portavoce della squadra di contatto e mi chiamo William.» A turno, si alzarono tutti e dissero il loro nome. Lilo non restò molto convinta. Erano tutti nomi arcaici, nomi comuni sulla Vecchia Terra. Allorché ebbero terminato, Javelin si alzò e si presentò e gli altri fecero la stessa cosa.

Dopo che le formalità furono tutte espletate, William si sedette e tutti gli Ophiuciti si rilassarono visibilmente. Ci fu un borbottio di conversazione. Ma quando Lilo cercò di capire cosa stessero dicendo, si accorse che non stavano veramente parlando. Era un borbottio di sillabe senza senso, artificiale come le risa registrate. Uno spettacolo che veniva messo in scena per loro.

«Potrete considerarvi nostri ospiti per tutto il tempo che vorrete. Volete mangiare qualcosa? No? Bene, ma non esitate a chiederlo perché dovremo parlare a lungo. Ci siamo accorti che procedendo a botta e risposta non verremo mai a capo di nulla. E sono sicuro che non avete voglia di ascoltare un’arida conferenza. Perciò abbiamo girato questo breve film che dovrebbe rivelarvi cosa ha portato a questo contatto storico. Alicia, vuoi spegnere le luci, per favore?»

Qualcuno stava armeggiando intorno a quello che sembrava un proiettore cinematografico. Uno schermo scese dal soffitto e mentre le luci si abbassavano, il proiettore cominciò a funzionare. Sullo schermo apparvero dei titoli, accompagnati da una musica di sottofondo in crescendo:

GERARCHIE

PRODOTTO DALLA COMMISSIONE

DI PRIMO CONTATTO DELLA LINEA CALDA

Il film iniziò con un’immagine di stelle e galassie. La voce del commentatore era stata scelta in modo perfetto, pensò Lilo. Era Voce Meccanica Standard, la VMS che tutti gli esseri umani udivano ogni giorno della loro vita. I toni controllati e suadenti ebbero un buon effetto su tutti quanti. Per la prima volta riuscirono a rilassarsi un po’.

«Saluti al popolo del sistema del Sole, un tempo Razza della Terra, dai vostri vicini più prossimi fra tutte le genti della galassia. Da molte centinaia d’anni le nostre due razze sono in contatto attraverso il sistema di comunicazitìne che voi chiamate Linea Calda Ophiucus. È ormai prossimo il momento in cui andranno prese grandi decisioni, e vi saranno dette cose che finora avete solo immaginato.

«L’universo è un posto più strano di quanto abbiate finora pensato. Ciò non costituirà una sorpresa per chi abbia cercato di rispondere agli interrogativi filosofici che la vostra razza si è posta da quando è scesa dagli alberi. Non crediate che stiamo per rispondere a quelle domande. Sotto molti aspetti siamo simili e sembra che anche per noi, come per voi, molti fatti siano destinati a restare avvolti nel mistero. Ma ci sono cose che abbiamo appreso e che voi dovreste sapere, ora che state per arrivare a una svolta decisiva per la vostra sopravvivenza o la vostra scomparsa come razza.

«Abbiamo chiamato questa trasmissione Gerarchie. Come vi è già stato dimostrato nel modo più convincente, la vostra razza non è destinata a diventare una di quelle che dominano sulla galassia. Il vostro pianeta vi è stato preso da esseri più potenti di voi. Non hanno incontrato nessuna difficoltà: è stato inevitabile come la legge di gravità. Adesso vivete in luoghi privi d’aria, nei deserti torridi o gelati del vostro sistema planetario. Alcuni di voi sperano nella liberazione. Altri tentano di fare qualcosa per ottenerla.

«Non sarete liberati. Vi restituiremmo il vostro pianeta, se potessimo, ma è al di là delle nostre capacità. I vostri sforzi per impadronirvi di nuovo della Terra saranno vani.

«Detto questo, dobbiamo adesso spiegarvi perché le cose stanno così. Un buon punto di partenza sarà raccontarvi qualcosa di noi.»

Il film durò circa un’ora. Lilo lasciò che le si chiudessero gli occhi, si allungò sulla comoda sedia, e si lasciò investire dalle informazioni. Il film era girato molto bene, in modo assai simile a un documentario pubblicitario, con rapidi tagli e meticolosa cura nei particolari.

Sentirono parlare degli Ophiuciti in forma riassuntiva, con sequenze che non mostravano mai un essere vivente. Il fatto non sorprese Javelin (come in seguito disse a Lilo) poiché nei quattrocento anni di trasmissioni della Linea non era mai stata data la minima informazione su chi fosse a trasmettere.

Secondo quanto dicevano, erano una razza senza un pianeta natale. Non erano nativi di 70 Ophiucus né di nessun altro sistema.

Javelin si chinò e sussurrò all’orecchio di Lilo: «Ne dubito. Penso che non vogliano dircelo.»

«È possibile.»

Sostenevano di esistere da moltissimo tempo: la loro origine precisa, come affermarono nel film, «si perdeva nei meandri della storia». Avevano reperti storici risalenti a sette milioni di anni prima, e anche a quel tempo la loro società era identica alla attuale.

Il filmato ricapitolò e confermò in gran parte le ipotesi degli uomini sugli Invasori.

«Gli esseri da voi chiamati Invasori appartengono a quello che può essere definito uno strato di intelligenza. Nella galassia ci sono molte razze simili alla loro, compresa una razza nativa del pianeta solare Giove. Queste specie si sviluppano solo su pianeti gassosi giganteschi. Non si servono di strumenti nel senso che intendiamo noi, ma sono piuttosto in grado di manipolare il mondo che li circonda con mezzi che sfuggono alla nostra comprensione. Può essere utile considerarli telecinetici; non lo sono, tuttavia molte delle loro azioni sono simili a quello che potremmo fare noi.

«Per gli Invasori il tempo è una dimensione di una sostanza. Possiamo solo ipotizzare che ciò influenzi la loro percezione della vita, ma non ci serve a molto. Ma questo li pone al di là della nostra portata nello stesso modo in cui noi saremmo al di sopra di un ipotetico mondo bidimensionale.»

Il seguito del filmato confermò quanto Lilo aveva appreso sui delfini molti anni prima, e cioè che rappresentavano un secondo livello di intelligenza. Vaffa sbuffò e Lilo la guardò, chiedendosi che effetto le facessero tutte quelle nozioni. I Terrestri Liberi credevano che i mammiferi acquatici fossero semplici animali e che la versione degli Invasori (secondo la quale erano venuti sulla Terra per liberarli) fosse pura leggenda.

«Le specie in grado di usare strumenti appartengono al terzo livello di intelligenza. Noi apparteniamo allo stesso livello, ma bisogna osservare che possono esserci vari gradi all’interno di un livello. Noi non siamo uguali a voi, e non lo saremo mai. Possiamo parlarvi di alcune cose, ma ce ne sono altre che voi non siete pronti a capire e altre ancora che noi non siamo pronti a rivelarvi. Adesso siamo arrivati al punto di questo messaggio, alla spiegazione di ciò che facciamo qui e del perché siamo stati in comunicazione con voi per tutti questi anni.»

Per la prima volta una faccia comparve sullo schermo. Era una faccia comune, gradevole ma senza caratteristiche particolari, e a Lilo ci volle un secondo prima di rendersi conto che quello era «William». Fece un altro sorriso, non convincente come quelli che Lilo gli aveva visto fare di persona.

«Come abbiamo detto prima, siamo una razza che ha perso contatto con le proprie radici. Per voi sarà forse difficile capire com’è successo. Possiamo solo fare delle ipotesi.»

Sullo schermo, sopra le spalle di William, apparve un pianeta simile alla Terra. «Dobbiamo esserci evoluti su un pianeta molto simile al vostro. Secondo il corso naturale degli eventi, ne venimmo cacciati, com’è successo a voi. Abbiamo osservato questo processo migliaia di volte, e varia pochissimo da razza a razza.» Sullo schermo, migliaia di navi fuggivano dal pianeta e andavano sulle diverse lune e sugli asteroidi del sistema.

«Dopo un po’ le razze come la vostra e la nostra cominciano a domandarsi se non possano riconquistare il proprio pianeta natale. Cominciano a compiere passi in quella direzione. Ma in breve gli esseri dei pianeti gassosi giganteschi mettono fine a questi esperimenti. Come prima, non incontrano nessuna difficoltà.» Lilo osservò forme indefinite levarsi dal pianeta azzurro e sciamare sugli altri. Quello che stava succedendo era chiaro, senza che ci fosse bisogno di commento. «Così è accaduto a noi. Già cacciati dal nostro mondo natale, venimmo attaccati nei luoghi nei quali c’eravamo rifugiati. Come nell’invasione originale, solo pochi di noi sopravvissero fuggendo sulle stelle più vicine. È’ il destino che aspetta voi fra poco. Siete tutti a conoscenza della sempre crescente importanza del gruppo denominato Partito per una Terra Libera. Sono ormai molti secoli che la vostra razza ha accettato l’esilio senza protestare. È venuto il tempo che si levino voci di dissenso. È improbabile che vengano soffocate. Possiamo dirvi — e lo facciamo in modo ufficiale in questo momento — che il capo dei Terrestri Liberi, Tweed, ha intrapreso su Giove e su un’orbita vicina alla Terra esperimenti che hanno certamente attratto l’attenzione degli Invasori per gli esseri umani viventi sugli Otto Mondi. Sono esperimenti dannosi, ma Tweed non è un mostro. Comprendiamo il suo desiderio di ristabilire il dominio umano sul pianeta natale». Notiamo soltanto che i suoi tentativi sono inefficaci.

«Se non l’avesse fatto Tweed, l’avrebbe fatto qualcun altro, se riuscirete a fermare Tweed ci saranno altri che ne prenderanno il posto. Sappiamo per esperienza che, quando è arrivato il momento che un’idea si affermi, non serve a niente cercare di sopprimerla. Alcuni di voi non ascolteranno i nostri avvertimenti, così continuerete per la stessa strada. Continuerete a misurarvi con gli Invasori. A un certo punto sarete pronti a tentarla voi un’invasione. Fallirà, e quelli di voi che resteranno negli Otto Mondi saranno sterminati.

«Qualcuno riuscirà a fuggire. I viaggi interstellari sono già alla vostra portata. Non c’è mai stata una sufficiente pressione economica che vi costringesse a ottenerli. Alcuni di voi, comunque, daranno ascolto, e se ne andranno in tempo. Vorrei potervi dire che a questo punto la storia è a lieto fine.» Una pausa. «La galassia è un luogo affollato,» continuò William. «La nostra razza non tardò a scoprirlo. La ricerca di un posto su cui vivere è lunga e difficile. Alcune specie non riescono mai a trovarlo. Si estinguono. Altre si frazionano e non sono in grado di mantenere contatti fra i loro frammenti sperduti. E a poco a poco mutano. Nuove razze nascono nello spazio interstellare. Fra le stelle si svolge un processo di evoluzione più severo di quello che ha fatto nascere la vostra razza sul vostro mondo. Dove c’è conflitto di interessi, la lotta è senza quartiere. Guerra è un termine troppo semplice per descriverla. Le specie possono cambiare, associarsi, assorbirsi l’una con l’altra.

«Noi chiamiamo noi stessi i Mercanti. In un certo senso non abbiamo un singolo pianeta natale, anche se dev’essere esistita una razza originale che per prima mise a punto la nostra forma di vita. Allo stadio attuale, siamo un amalgama di molte razze che hanno raggiunto un equilibrio tale da sopravvivere.»

Apparve la stazione della Linea Calda. Ruotava lentamente. Ne emerse un faggio di luce rossa che passò vicino a una stella gialla.

«I Mercanti sono un’organizzazione avente lo scopo di fornire alle razze cacciate dai rispettivi pianeti le nozioni necessarie per sopravvivere. Trasmettiamo informazioni, come abbiamo fatto con voi. Attraverso i secoli vi abbiamo insegnato a manipolare la vostra struttura genetica. Per motivi vostri avete deciso di non modificarvi. Avete ignorato la maggior parte delle informazioni che vi abbiamo inviato, e che avevano per lo più a che fare con le alternative a cui vi sareste trovati di fronte alterando il DNA umano. È una situazione insolita; abbiamo incontrato poche razze che esitassero a modificarsi. Per qualche ragione la vostra razza ha assunto un atteggiamento così carico di pregiudizi nei confronti di un cambiamento che non siete nemmeno in grado di comprendere le informazioni che vi abbiamo inviato su voi stessi.

«Non potete più permettervelo. Dovete smettere di definire la vostra specie con qualcosa di cosi arbitrario come un codice genetico e compiere il grande salto verso una consapevolezza razziale capace di tenervi uniti nonostante le differenze fisiche che introdurrete fra voi. E dovete definire la vostra razza meglio di quanto non abbiate fatto finora. Oggi non sapreste neanche dirci cos’è che rende umano un essere.

«Quello che vedete davanti a voi,» William allargò le braccia e si guardò il corpo, «secondo i vostri standard sarebbe considerato un essere umano. Questo corpo è infatti geneticamente umano. Però io sono solo un suo occupante temporaneo, nello stesso modo in cui molti individui fra voi adesso vivono in corpi clonati e vivranno in altri corpi durante la vostra vita.»

L’immagine cambiò di nuovo. Lilo vide il Gran Concorso a King City, sulla Luna, un luogo che aveva visitato molte volte. Le persone camminavano davanti alle macchine da presa pensando ai fatti loro.

«Adesso viene la botta,» sussurrò Javelin. «Tieni stretta la carta di credito e le otturazioni d’oro.» Aveva le narici dilatate e gli occhi lucidi. Fiutava una proposta d’affari, e bastava a renderla felice.

«Noi chiamiamo noi stessi i Mercanti. Sapete cos’è che diamo. Sono secoli che ne ricevete. Nessuno ha mai pensato di chiederci se volessimo qualcosa in cambio. Vogliamo qualcosa, qualcosa di molto semplice e molto difficile da spiegare.

«Vogliamo la vostra cultura.»

23

Come potrei descrivere i dieci anni trascorsi su quella che un tempo era la costa orientale degli Stati Uniti d’America? Cosa mi rendesse così sicura di essere sul continente americano fu per me a lungo fonte di notevole stupore. Dopo la morte di Makel vagai per diversi giorni in stato confusionale. Credo che mi ci sia voluto quasi un, mese prima di avere il coraggio di pormi le domande che mi avrebbero poi tormentato per dieci anni. Possono essere riassunte dalla frase: cos’era successo?

Un momento stavo cadendo attraverso l’atmosfera di Giove e un momento dopo ero fra le onde dell’Atlantico. E sapevo che era l’Atlantico.

Ma non era esatto. Un evento non aveva fatto seguito all’altro, si erano piuttosto fusi insieme. Ricordo con certezza che ero seduta fra le piante, tremante, prima di essere nell’acqua. Ricordo anche di essere uscita dall’acqua prima di ricordare di esserci entrata.

Tutta l’esperienza aveva un carattere così soggettivo che dubitai fin da principio di riuscire a trovare delle spiegazioni soddisfacenti. Ciò però non mi impedì di pensare. Le conclusioni a cui giunsi furono così vaghe da risultare probabilmente prive di valore. Tuttavia mi soddisfacevano, allo stesso modo che non avevo dubbi su dove fossi.

Ero caduta dentro un Invasore, o dentro un Gioviano. Per motivi suoi, l’Invasore mi aveva spostato da un’altra parte. Forse nei confusi secondi, minuti, ore o secoli durante i quali era avvenuta la transizione, mi era stato detto qualcosa. O forse un livello della mia mente era riuscito a vedere come e dove venivo trasportata.

Perché? Perché un Invasore si era interessato a me tanto da fare quello che aveva fatto? Era stato un caso? Non lo sapevo, ma avevo la tenace sensazione di essere stata spostata nel tempo e nello spazio per qualche motivo che in seguito mi sarebbe stato chiaro. Nel frattempo dovevo affrontare il duro compito di sopravvivere.

Ebbi centinaia di avventure? In un certo senso ogni giorno era un’avventura. Ma scoprii che è molto più piacevole leggere le avventure che viverle. Al mattino non sapevo mai se sarei riuscita a vedere il tramonto.

Eppure, con tutte le difficoltà, con tutti i rischi, la mia è soprattutto una storia di peregrinazioni, di faticose avanzate fra i boschi, le paludi e le spiagge dell’Atlantico.

Mi dirigevo sempre a sud. Non conoscevo la geografia bene quanto avrei potuto, ma sapevo che sarebbe stato più caldo quanto più a sud fossi andata. Dopo il primo inverno ebbi l’impellente desiderio di stare al caldo. Il mio metodo consisteva nello scegliere un luogo dove le foglie cominciavano a cambiare colore. Poi o costruivo una capanna di fango e rami Tweed, il tuo addestramento è stato utile! — oppure trovavo un gruppo di indigeni e restavo con loro fino allo sciogliersi delle nevi.

Imparai a fare molte cose: come costruire una canoa per attraversare i fiumi, come costruire e usare arco e frecce, come disporre trappole e trovare prede. Nei giorni buoni riuscivo a percorrere tre chilometri.

Le mie dimensioni mi aiutavano molto in tutto ciò che facevo. La gente che incontravo provava uno stupore religioso nel vedermi. Non ho mai trovato nessuno che mi arrivasse anche solo alle spalle.

Agli inizi fu complicato imparare ad andare d’accordo con loro, scoprire un modo per entrare nei loro accampamenti presentandomi come una specie di dea itinerante. Ma sebbene parlassero mille dialetti, erano tutti basati sull’inglese. Riuscivamo a comunicare, quindi. Racconti su Diana, la grande cacciatrice argentea con le gambe di cavallo, si snodarono davanti a me. I villaggi mi venivano incontro per augurarmi il benvenuto e per vedermi mutare per qualche secondo in un’apparizione, allorché mettevo in funzione il campo nullo. Eccitati e spaventati, toccavano il fiore metallico che avevo sopra il petto. Diventai la principessa guerriera delle leggende, la Sposa di Frankenstein dal corpo di metallo, la Diana Cacciatrice.

Ai loro occhi ero inferiore solo a una cosa. Al Delfino. Tutti i luoghi sacri di tutti i villaggi avevano una statua in legno di un grande pesce con le pinne della coda orizzontali e lo sfiatatoio.

Erano alcune settimane che si dirigeva verso nord. Già altre volte, nel suo lungo cammino, era andata a nord, ma era sempre stato per risalire un fiume alla ricerca di un guado. Una volta attraversato il fiume, ricominciava a scendere verso sud.

Apparentemente questa volta sarebbe stato diverso. A ovest non era riuscita a vedere nessuna terra e il colore dell’oceano sembrava diverso, più verde che blu. Il terreno era paludoso e lei compiva la maggior parte del viaggio su una canoa, spingendosi con un lungo bastone. Grossi rettili oziavano nel fango o le nuotavano pigramente accanto, però non aveva paura di loro.

Erano due anni che non vedeva la neve. Gli inverni erano miti, se addirittura si poteva dire che lì ci fosse un inverno. Aveva continuato ad avanzare per forza di abitudine e perché non sapeva decidere cosa fare della propria vita. Gli Invasori non l’avevano chiamata, non c’era stato nessun segno che le avesse rivelato perché era lì. Ma fermarsi avrebbe significato diventare parte di una tribù. Anche come dea, non credeva che sarebbe riuscita a sopportarlo.

Aveva fatto tutto il possibile, insegnando alle persone che aveva incontrato le nozioni che potevano essere loro utili. Ignorava se avessero continuato a prestar fede a ciò che lei aveva detto anche dopo che se ne era andata. E poi, non era nemmeno sicura che ne avrebbero tratto un vantaggio. Forse le soluzioni che avevano escogitato per venire a patti col proprio ambiente, per loro erano le migliori. Ma per lei, no. Le loro vite erano brevi, piene di dolori e di sofferenze. La sola cosa buona che possedessero era il senso della comunità, la sicurezza di essere circondati da amici, e sapeva che questo non l’avrebbe mai potuto condividere. Era diversa, e non poteva venire accettata in una tribù se non come una donna separata dagli altri.

Lilo non era più la donna che era stata un tempo. La sua pelle era marrone e indurita, i capelli erano stati scoloriti dal sole e dall’acqua salata. Non aveva specchi, ma sapeva di avere delle rughe fuori moda sulla fronte, intorno agli occhi e alla bocca. Dieci anni l’avevano fatta invecchiare da un clone dall’età di decantazione standard di diciannove anni apparenti a una donna di quaranta. Aveva una cicatrice bianca e raggrinzita che le andava dalla tempia destra alla mascella e un’altra sulla coscia sinistra. Le palme delle mani e le piante dei piedi erano indurite dai calli e i peli sui polpacci non erano più lisci e rigogliosi come un tempo.

Alla fine della quarta settimana di cammino verso nord, Lilo giunse alla conclusione di essere ormai alla fine della lunga penisola sudorientale del continente. I nativi la chiamavano Florda.

Decise di porre termine al proprio viaggio. Non c’era motivo di continuare lungo la costa del golfo, intorno alla curva del Messico, verso il Sudamerica. Ma non aveva il coraggio di fermarsi. Girò la barca e si spinse su per i calmi canali, tornando verso l’Atlantico.

Quando l’acqua tornò di nuovo azzurra, scelse un luogo vicino alle vecchie rovine di Miami e si costruì una capanna. Per la prima volta cominciò a coltivare un pezzo di terra (i semi glieli avevano dati gli indigeni), a fare esperimenti di ceramica e ad allevare polli e conigli.

Le tribù locali rispettavano il suo isolamento, a parte alcuni giorni sacri, allorché andavano a chiederle di celebrare riti religiosi che le erano oscuri ma che le sembravano soprattutto destinati a favorire la caccia. Accettava di pregare per loro, purché la lasciassero in pace per il resto dell’anno.

C’erano molte cose che la tenevano impegnata. Quando aveva bisogno di rilassarsi, usciva con la canoa e pescava. Le piaceva: poteva stare seduta a guardare l’acqua senza pensare a niente. Non provava più amarezza per ciò che le era successo. Se pensava a qualcosa, pensava a Makel.

Lilo si era tenuta lontana da tutti dal giorno in cui era morto. Nella sua vita, niente l’aveva colpita quanto la morte del ragazzo. Era stato un modo così sciocco, così inutile di morire. Da allora aveva visto la morte di molte persone, e sempre con la, stessa sensazione. Non siamo stati fatti per questo. La razza umana merita di meglio.

Lilo non era abituata a sentimenti ed emozioni così forti. Aveva combattuto contro se stessa per anni, ripetendosi che un essere umano era un animale come gli altri e poteva morire come tutti. Però non era soddisfatta. La logica non bastava. Non poteva tener conto di tutti gli aspetti. Cominciò a sentire che la terra su cui camminava sarebbe dovuta appartenere alla razza umana. Un tempo le era appartenuta. Forse coloro che erano vissuti prima dell’Invasione non avevano fatto un buon lavoro con lei, ma anche allora si erano sforzati. Ora tutti gli esseri umani sulla Terra erano nuovamente ridotti allo stato selvaggio. Le faceva male vedere una cosa del genere.

Andare sulla Terra aveva fatto diventare Lilo una Terrestre Libera.

Un giorno una grande forma scura apparve da sotto l’acqua, a meno di tre metri dalla sua barca. Ci fu un tremendo getto d’aria e una colonna di spruzzi si disperse tutt’intorno a lei.

Si alzò in piedi e la fissò. Era lunga almeno venti metri, tozza sul davanti.

Il Capodoglio.

Lilo gli lanciò contro il cesto dei pesci, che rimbalzò in acqua. La pelle luccicò, intatta. Lanciò il remo, una ciotola di creta in cui teneva l’esca, e poi tutto quello che riuscì a trovare sul fondo della barca.

Lentamente, il leviatano si girò. Apparvero due enormi pinne caudali che ondeggiarono per un attimo in aria prima di penetrare silenziosamente nell’acqua.

Lilo continuò a tremare per un’ora.

Il giorno dopo, forme gialle silenziose apparvero all’orizzonte. Lilo si alzò in piedi sulla spiaggia per guardarle, anche se le facevano male gli occhi. Erano ai limiti della visibilità, ma il problema non era questo. Erano forme. Erano tutte le forme contemporaneamente. E non si fermavano mai.

Le aveva già viste, sotto di sé, mentre precipitava nell’atmosfera gioviana, poco prima che i suoi sensi si dividessero e si trovasse sulla spiaggia — che scoprisse che era già sulla spiaggia, anche mentre cadeva verso Giove. Aveva rimosso quell’esperienza, ma adesso la ricordava: l’incredibile dissolvenza che aveva vissuto e che l’aveva lasciata sulla Terra.

Di nuovo non riuscì a controllare il tremito, ma questa volta era più per rabbia che per paura.

Abbatté un albero adatto e passò i giorni seduta sulla sabbia a guardare l’acqua e a lavorare il legno. Lo ridusse alla lunghezza di tre metri e in cima vi mise dell’acciaio che aveva faticosamente modellato da alcuni rottami. Quindi attese.

I getti comparvero un mattino presto. Lilo li osservò, tirando profondi respiri d’aria di mare finché le punte delle dita non cominciarono a pizzicarle. Tutti i nervi del corpo le vibravano, mentre si toglieva il corpetto di pelle e il perizoma e correva sulla sabbia verso la barca. Non aveva più paura di morire. Era il giorno giusto, e le balene aspettavano di assaggiare il suo arpione.

Si rendevano conto che lei era lì, decisa a ucciderle? Non lo sapeva né le interessava. Remò vigorosamente verso la massa dei corpi neri ondeggianti.

Sopra di lei sfrecciavano gli Invasori. Non acceleravano né rallentavano: semplicemente si muovevano. Entravano e uscivano dall’acqua senza rumore e senza spruzzi. Lilo si alzò e agitò l’arpione contro di loro, poi si controllò. Anche nella sua rabbia maniacale, nelle rosse profondità della sua furia nei loro confronti e nei confronti di quello che avevano fatto alla sua gente, sapeva che alcune cose erano al di là della sua portata. Si sarebbe vendicata sulla carne e sul sangue, poi sarebbe morta perché non restava niente da fare, perché non aveva senso continuare a camminare su spiagge nude o starsene seduti vicino a una capanna di fango.

Era lì nell’acqua accanto a lei, un largo dorso nero chiazzato appena sotto la superficie. Portò la mano al fiore metallico sulla clavicola e si trasformò in una creatura deforme di un blu brillante, calda come il sole che le si specchiava sulla faccia.

Sentì un grido. Il suo braccio si levò, si raddrizzò, ebbe un, sussulto. L’asta di legno le tremò nella mano, mentre sprofondava nella montagna di grasso.

La Cacciatrice Argentea, Diana, era in piedi sul dorso della balena e gridava. Tenne l’arpione con tutt’e due le mani mentre la coda del mostro si alzava e si abbatteva sulla barca.

La balena si immerse.

24

La pellicola arrivò alla fine e per un po’ sbatté rumorosamente sulla bobina. Uno degli uomini si allungò e spense il proiettore. Si accesero le luci e Lilo, Javelin, Vaffa e Cathay si trovarono di fronte a otto facce che li guardavano con espressione interrogativa. Nella stanza l’atmosfera era tesa; i Mercanti stavano aspettando qualcosa.

Per qualche motivo, a Lilo sembrava di vivere in una commedia musicale. La situazione era distaccata dalla realtà proprio come in un musical, con i personaggi che si bloccano a metà dell’azione per mettersi a cantare.

«Be’,» fece William. «Bene. Che ne pensate?»

«Efficace,» azzardò Cathay.

«Solido. Va dritto allo scopo,» disse uno dei Mercanti.

Javelin si schiarì la gola.

«Uh… sì. È un bel film. Ma siamo davvero venuti qui per discutere i meriti artistici dei vostri addetti alla propaganda?»

«Vorremmo sapere cosa ne pensate,» disse William. La sua voce trasudava fermezza. «Naturalmente ci rendiamo conto che non avete il potere di accettare o di rifiutare quello che vi abbiamo offerto… Non siete i rappresentanti della vostra razza.»

«Che avete intenzione di farne? Non l’avrete girato solo per noi.»

«Lo trasmetteremo. Non sulla Linea Calda, però. Questa volta arriverà direttamente a tutti i pianeti abitati del vostro sistema. Questo è il modo in cui agiamo di solito. Vi sarete resi conto che non abbiamo mai utilizzato tutta la potenza del trasmettitore. Non possediamo un laser grande abbastanza per trasmettere a diciassette anni luce di distanza, ma possiamo inviare un segnale più forte di quelli che avete ricevuto finora. L’abbiamo confuso e distorto deliberatamente, simulando quello che vi sareste aspettati se fosse venuto da 70 Ophiucus. Volevamo che pensaste che eravamo molto lontani.

«Quando sappiamo che essere scoperti è solo una questione di tempo, inviamo il primo messaggio che avete ricevuto. Di solito arriva qualcuno. Se non si vede nessuno ci domandiamo se non stiamo perdendo il nostro tempo. Voi siete stati molto abili.»

Javelin si spostò sulla sedia, con un’espressione amara sul volto.

«Sì, ma cosa vi aspettate che faccia la gente una volta visto il film?»

«Prego?» William le puntò gli occhi addosso.

«Quello che intendo dire è che voi volete qualcosa in cambio delle informazioni che ci avete mandato. D’accordo, questo lo capirebbero tutti. Però volete la nostra cultura. Ho paura di non aver afferrato com’è che intendereste prenderla.»

«Credevo che il film lo spiegasse chiaramente.»

«Per me no,» intervenne Cathay. «Non l’ho capito, e neppure ho capito quali sono le alternative se la razza umana non è disposta a collaborare.»

«Ah.» William si inumidì le labbra. «Forse dovremo apportare dei cambiamenti al finale prima di trasmetterlo, Vedete quanto ci siete utili? Ora vi lascio al nostro Ministro per l’Assimilazione. Alicia?»

Se William sembrava ampolloso e leggermente irreale nei suoi manierismi, Alicia era poco più che un manichino. Lilo riusciva a immaginare tanti fili che le andavano alle braccia e alle gambe. Si domandò come fossero effettivamente fatti questi Mercanti. Alicia le rispose subito.

«Come spero abbiate capito dal film,» attaccò, «quello che vedete davanti a voi non è il risultato della cultura dei Mercanti né dei loro geni. Questa stanza e i nostri corpi sono stati approntati per questo incontro. Sono circa ottocento anni che vi studiamo, che ascoltiamo le vostre trasmissioni radiofoniche e televisive. È molto più tempo che siamo qui. La prima volta che visitammo la Terra fu ventimila anni fa. Da allora abbiamo aspettato che voi veniste da noi. Abbiamo imparato a essere umani.» Allargò le braccia. «È un compito impossibile da svolgere a distanza, ma questa stazione è un laboratorio sperimentale per l’assimilazione delle culture umane. Sotto di noi ci sono duecento celle ambientali che riproducono le condizioni di varie società umane del presente e del passato. Inoltre siamo pronti a compiere esperimenti di incrocio, a fondere culture già in nostro possesso con quanto apprendiamo della cultura umana. Come vedete, finora abbiamo solo una comprensione limitata delle opinioni e degli atteggiamenti mentali che rendono umano un essere.»

«Sì, capisco,» disse Lilo. «O almeno credo. Sta dicendo che non avete una vostra cultura, che l’avete perduta o che si è così completamente fusa con altre che non riuscite più a separarla.»

«Giusto,» annuì Alicia. «Grosso modo. Ma non è stato un fatto casuale. Abbiamo osservato nelle altre razze che un popolo tende a perdere la propria vitalità se costretto a vivere per un milione d’anni un’esistenza transitoria e nomadica. La scintilla che ogni razza possiede — e ognuna di esse è diversa — si spegne e la razza scompare. È capitato a molte razze. Così noi compiamo lo sforzo di cambiarci in tutte le possibili occasioni. Gli individui continuano a esistere. Personalmente io ho più di due milioni di anni come coscienza di gruppo. Penso che sarebbe inutile tentare di spiegarvi cosa significhi.»

«Sì, l’avete detto nel film,» intervenne Javelin, spazientita. «Quello che ancora non mi avete detto è cosa volete fare. Con noi. Con la razza umana.»

«Semplicissimo. Desideriamo coesistere per qualche tempo con alcuni di voi. Il solo modo di apprendere una cultura è dall’interno. Esistono tecniche — molto simili alla registrazione mnemonica che avete scoperto autonomamente e che noi vi abbiamo aiutato a perfezionare — per la sovrapposizione di una mente su un’altra. Desideriamo che le vostre menti ci diano un passaggio per alcuni anni. Dopo di che saremo umani come voi, non le costruzioni imperfette che vedete adesso.»

«Pensate che questa idea verrà accolta?» chiese William.

«Intendete dire se penso che la gente accetterà?» Javelin sospirò. «Ci sono cose più facili da vendere. A cosa assomiglierà? A un simb?»

«No, no, niente di così drastico. Saremo osservatori inosservati. Dopo qualche anno vi lasceremo ai vostri strumenti. Ma non avete molto tempo. Gli Invasori non vi concederanno più di un secolo prima di sterminarvi tutti dagli Otto Mondi.»

«E quanti… ah, e quanti ospiti vi occorrerebbero?»

«Poche migliaia. Per avere un campione significativo. Dopo potremmo imparare a essere umani gli uni dagli altri.» Fece una pausa. «Sappiamo che è una richiesta strana. Ma è la sola cosa che la vostra razza possa offrirci. È il solo motivo per il quale vi abbiamo trasmesso le nostre scoperte di sette milioni di anni. Non abbiamo bisogno né del vostro oro né del vostro argento, e nemmeno delle vostre cosiddette ricchezze. Conosciamo tutta la vostra tecnologia. Non ci servite come schiavi, né come fonte di cibo, né come nuovo anello nella catena del nostro impero. E non siamo filantropi interstellari. In effetti siamo invasori. La vostra razza ha subito una seconda invasione, e questa volta l’ha accettata con piacere.»

«Che intende dire?» Era Vaffa, sempre in guardia contro il pericolo.

«È stata un’invasione a distanza. Adesso arriviamo al nocciolo della questione: le pene di cui abbiamo parlato nel primo messaggio. Avete mai sentito nominare il cavallo di Troia?»

Lilo guardò i suoi amici. Solo Javelin annuì.

«Se non foste una razza abituata a scambiare valore con valore, sareste stati più lenti ad accettarci quando siamo venuti a offrirvi doni. Ma non abbiamo notato nessuna riluttanza. È raro che ne incontriamo. È quasi una caratteristica universale prendere ciò che sembra regalato.

«I simb. Non hanno mai riscosso grande successo, ma è ormai molto tempo che sono sugli Anelli, e si riproducono rapidamente. Ci sono ormai più di centonovanta milioni di coppie umano-simb. Ognuna di esse è una bomba a orologeria. Se mandassimo il giusto segnale ogni coppia si fonderebbe in un solo essere appartenente a noi, non a voi. Sarebbero in grado di compiere le missioni per le quali sono stati programmati tanti anni fa. Spostarsi da pianeta a pianeta, in ibernazione, e una volta raggiunti i mondi umani… be’, lo lascio alla vostra immaginazione.» Si appoggiò allo schienale della sedia e tutti gli altri fecero altrettanto.

Lilo non ebbe alcuna difficoltà a immaginarlo.

Gli esseri umani vivevano dappertutto sottoterra tranne che su Venere e su Marte. Probabilmente quei due posti sarebbero stati al sicuro poiché avevano un’atmosfera, ma in tutti gli altri posti i simb potevano portare la rovina distruggendo gli impianti vitali.

Le possibilità si moltiplicavano nella sua mente. Era facile dimenticarsi della situazione vivendo in compartimenti sicuri sotto la superficie dei pianeti, ma l’ambiente spaziale era costantemente in guerra con gli animali che respiravano aria. L’unico vantaggio era stato rappresentato dal fatto che l’ambiente, ostile, non era malevolo. Non cercava deliberatamente di distruggere gli esseri umani. Se si prendevano le precauzioni adeguate, poteva diventare inoffensivo.

Ma con milioni di sabotatori, di soldati perfettamente adattati all’ambiente spaziale…

A pensare a Parameter si sentiva male. Conosceva un po’ la complessità interna di un simb, quella che gli permetteva di vivere nello spazio. Solstizio poteva modificare il corpo a piacimento, affrontare qualsiasi situazione, o quasi. Non era difficile credere che dissolvesse la sottile linea che divideva il proprio corpo da quello di Parameter, fondendoli tutti e due in un organismo di un’efficienza suprema. Ma cosa sarebbe rimasto di Parameter come essere umano? Parameter aveva detto a Lilo che, per quanto una coppia fosse molto unita e potesse quasi essere considerata un essere unico, tuttavia restava sempre qualcosa di ciascuno con un’identità separata. Ciò non sarebbe stato più vero se i Mercanti avessero attuato la loro minaccia. Sarebbe rimasto solo Solstizio, e Lilo non si era mai pienamente fidata del simb.

Era una sfiducia giustificata? Era anche Solstizio un pupazzo nelle mani dei Mercanti, un alleato potenziale involontario?

Lilo stava per cercare di scoprirlo, ma un forte rumore la interruppe. Era una specie di sirena, e tutti i Mercanti alzarono lo sguardo costernati. O almeno, cercarono di assumere un’espressione preoccupata; Lilo rabbrividì di nuovo nel vedere quanto potessero sembrare diversi sebbene avessero l’aspetto di esseri umani.

«Un momento,» esclamò William. «Un momento. Sembra che ci sia qualche problema. Farò…» Si interruppe un attimo, e all’improvviso non sembrò affatto umano. Aveva gli occhi chiusi e tutti i muscoli rilassati. Javelin era in piedi e guardava preoccupata le pareti della stanza. Vaffa aveva fatto cadere la sedia e si era allontanata dal tavolo. Anche Lilo si ritrovò in piedi.

Quando riprese a parlare, la voce di William era cambiata.

«È stata rilevata attività da parte degli Invasori,» disse, e poi le sue parole diventarono un borbottio incomprensibile per Lilo, ma evidentemente allarmante per i Mercanti. Il gruppo si agitò incerto.

25

Lilo-Diana continuò a stringere l’arpione mentre l’animale si dirigeva verso le profondità dell’oceano. Arrivò al fondo e continuò a nuotargli con forza parallelamente.

L’adrenalina cominciò lentamente a svanire e a Lilo rimase l’amaro sapore della sconfitta. Non aveva ucciso la bestia, e forse non sarebbe riuscita a farlo. Non era nemmeno sicura di averle fatto male.

Alla fine mollò la presa e la balena scomparve nell’acqua blu. Lilo rimase sospesa a mezz’acqua, senza affondare e senza risalire.

E adesso cosa doveva fare? Si toccò la valvola sul petto. Poteva disattivare la tuta e affogare rapidamente. Oppure risalire in superficie e dirigersi verso riva. Probabilmente ce l’avrebbe fatta, grazie all’aria della tuta, ma lo voleva davvero?

C’era qualcosa sopra di lei.

Senza sapere perché, si spostò verso l’alto per andargli incontro.

La forma diventava via via sèmpre più grande — (sotto di me adesso, e continua a scendere) — e le sbatté in faccia. Giallo? No, molti colori — (un giallo più profondo delle nuvole in tumulto che mi si accavallano intorno, un’altra delle cose simili a quella dentro cui ero caduta tanti anni prima) — tutti i colori e tutte le forme, contenuti in una forma sola.

Si sentì il cuore in gola. Stava cadendo.

Non so per quanto tempo caddi, ma forse la domanda non ha senso. Cadevo attraverso lo spazio e il tempo, e attraverso la mia vita.

Non fu più possibile sapere chi o dove fossi. Ogni secondo della mia vita esisteva contemporaneamente. Stavo in piedi su una pianura rocciosa sotto una luce violenta, e sapevo che ero sul mondo che un tempo veniva chiamato Poseidone e che ora era a due anni luce dal sole;

piangendo disperatamente, con un sentimento così intenso che non ne avrei mai provato un altro uguale in vita mia, con in grembo la testa di un uomo morto;

cadendo attraverso l’atmosfera gioviana;

davanti a un uomo chiamato Vaffa, mentre osservavo la sua arma alzarsi al rallentatore e udivo un’esplosione;

tenendo un coltello in mano e pensavo al suicidio;

guardando un pesce in una vasca circolare ruotante;

correndo fra gli alberi sotto un cocente sole azzurro e ridevo;

parlando con un uomo chiamato Quince nel bagno pubblico di Plutone;

seduta in una sala riunioni al centro di una ruota di settanta chilometri di diametro e guardavo un film;

sentendo un pene eretto penetrarmi nel corpo mentre le luci lampeggiavano sulle pareti della mia stanza;

davanti a Vaffa, mentre la sua pistola si alzava per uccidermi;

venendo in vita in una vasca di fluido giallo;

tenendo per mano mia madre, a cinque anni, mentre seguivamo il trasportatore che trasferiva le nostre cose in una nuova casa;

seduta nel riflesso verde del terminale del mio computer e studiavo un’interessante interpretazione dei dati della Linea Calda;

attraccando con una grossa nave colonizzatrice che orbitava intorno a 82 Eridani. Il Pianeta era abitato e dovevamo rimetterci in viaggio;

guardando un corso d’acqua in America, mentre la schiuma bianca mi turbinava intorno alle ginocchia;

dando alla luce la mia seconda figlia, Alicia, mentre andavo verso il centro;

tenendo Alicia per mano, mentre dava alla luce mio nipote;

davanti a Vaffa;

morendo. Morendo di nuovo. E di nuovo ancora.

Ne uscii impotente. Tutti gli attimi erano stati adesso. Erano scomparsi tutti, lasciandomi immagini confuse e quasi nessun ricordo. Ciò che ricordavo era tanto nel mio futuro quanto nel mio passato.

Tornò, quella vorticosa sensazione di abitare il presente, il passato e il futuro tutti contemporaneamente. Ne uscii di nuovo, e questa volta rimbalzai lungo le quattro dimensioni di quel lungo verme rosa con un milione di gambe che rappresentava la mia vita, dalla nascita alle mie molte morti. Ero una sola entità, un solo punto di vista, un solo presente. Percorsi tutta la mia esistenza, all’indietro e in avanti, nel futuro e nel passato.

Caddi di nuovo, disorientata, confusa. Mi era stato mostrato qualcosa che la mia mente non poteva comprendere e sentivo già svanire i ricordi. Esistevo in troppi modi nello stesso tempo per riuscire a capire. Gli occhi non mi funzionavano o mi mostravano immagini che il mio cervello non riusciva ad assimilare.

Non so quanto restai nel luogo calmo e nero in cui ero entrata. Non c’era tempo, ma tutte le mie sorelle erano insieme a me. Cominciammo a vedere, un po’. Qualcosa nuotò verso la mia coscienza distaccata, una cosa strana che percepivo senza effettivamente vederla. Per sorprendente che fosse, mi era quasi più familiare di tutto il resto che mi circondava. All’improvviso seppi che era una cosa preziosa. Qualcosa che dovevo avere. (C’era qualcuno che mi diceva che dovevo averla?) Apparteneva a loro, agli Invasori, e dovevo possederla io.

Allungai la mano…

Ricordò Cathay chinato su di lei, che le scuoteva le spalle. La testa oscillava avanti e indietro, abbandonata. Mise a fuoco gli occhi.

«Stai bene… Cosa è successo?»

«Ti hanno fatto qualcosa?» Era la voce di Vaffa, e Lilo sorrise vedendo sulla sua faccia una preoccupazione sincera. Vaffa, Vaffa, c’è ancora speranza per te!

«Chi è quella?»

«Sono io.» Lilo si sedette. Era stata Javelin a farle la domanda, e Lilo sapeva di cosa parlava. Aveva visto quel momento nel caleidoscopio che l’aveva sopraffatta mentre la sirena dei Mercanti ululava. Guardò il nuovo occupante della stanza — una donna alta e abbronzata, tutta bagnata — e si fecero un cenno di saluto. Fra loro non c’era bisogno di parole. Erano già state lì tutte e due.

Lei aveva qualcosa in mano, un cubo argenteo di cinque centimetri di spigolo.

«Chi sei?» chiese Vaffa.

La donna la guardò incuriosita.

«Puoi chiamarmi Diana, per evitare confusione. Mi chiamavano tutti così.»

Quella parola fece sgorgare una cascata di ricordi nella mente di Lilo. Cercò di trattenerli, ma stavano già svanendo come un sogno. Un lungo viaggio, un viaggio fantastico, dieci anni… ostacoli da superare. Alberi alti, grandiosi, che arrivavano al soffitto… no, questo apparteneva alla sua linea vitale. Si sforzò ancora di ricordare. C’era un’altra Lilo, sul satellite in fuga. Era stata costretta ad andare avanti nel tempo, verso la propria morte, tre morti, e indietro, verso molte altre… non era così? Non ne era più sicura. Ma c’era qualcosa che guidava i suoi passi, la conoscenza di cosa sarebbe successo, di cosa era successo.

«Andiamocene di qui,» disse Lilo.

«Cosa?» Javelin si oppose. «C’è un sacco di cose che voglio…»

«No. Non serve a niente. Solo una domanda,» ribatté Lilo, guardando William. «Cos’è quella cosa che ho… che ha in mano?»

William sembrava triste.

«Quella,» disse, «è una singolarità. Le cose vanno più in fretta di quanto ci aspettavamo.»

«E cos’è una singolarità?»

William alzò le spalle. «Vorrei tanto che lo sapessimo. Se lo sapessimo saremmo come gli Invasori. La chiamiamo così perché viola le leggi fondamentali dell’universo. Crediamo che non possa esistere nel nostro universo, almeno non di norma. Tutto quello che si vede è un campo nullo che la ricopre. Non vedrete mai altro.»

«E cosa fa?» Lilo era confusa. Aveva già saputo le risposte alle domande che stava ponendo.

«Sembra che elimini la forza d’inerzia di un corpo. Non mi domandi come. Sono milioni d’anni che le studiamo e non sappiamo come funzionano. Pensiamo che possa trasformare l’inerzia in qualche altra caratteristica della materia e immagazzinarla in un ipotetico iperspazio, o in una quinta dimensione.»

«In pratica sarebbe un propulsore spaziale,» osservò Javelin.

«La base per un propulsore spaziale. Quando imparerete a usarlo, il che avverrà molto presto, riuscirete a raggiungere rapidamente velocità elevate, e con pochissimo carburante. Le stelle saranno alla vostra portata.»

«L’ho rubato,» disse Diana, orgogliosamente.

«Hmmm?» William la guardò. Sembrava distratta. «Davvero? L’ha rubato, dice? Meraviglioso. Sembra che sia riuscita a farla agli Invasori, così.»

Diana si mostrò per un attimo fiera, poi sembrò perplessa. Lilo era triste per lei. Aveva già un’idea di ciò che era in realtà successo.

«Non l’ho rubato, vero?» chiese Diana.

«No. Fa parte dello schema che culminerà con lo sterminio di quanto resta della vostra specie nel sistema solare, tranne quelli che sono sul pianeta natale. La singolarità si riprodurrà. Potrebbe anche essere una creatura vivente. Ce ne serviremo, come tutti gli altri.»

«Ma perché ce l’hanno data?»

«Non conosco le loro intenzioni. Ma pare che non vogliano uccidere specie intere. Sulla Terra non uccisero nessuno, ricordate. Non direttamente. Né diedero la caccia ai sopravvissuti sulla Luna. Vi hanno lasciato vivere finché non avete cominciato a dargli noia. Adesso vi offrono un’altra possibilità di diffondervi fra le stelle; non credo che gli interessi che la sfruttiate, ma la possibilità ve la offrono.

«Quindi si preoccupano per gli esseri umani…»

William aggrottò le sopracciglia. «Chi lo sa di cosa si preoccupano? Non sembrarono particolarmente toccati dalle difficoltà incontrate dalla mia razza. Quella singolarità può sembrare miracolosa a voi e a me. Per loro è probabilmente sullo stesso piano tecnologico di una pietra levigata.

Cathay continuava a spostare lo sguardo da una Lilo all’altra.

«Mi vuol dire qualcuno che diavolo sta succedendo?» esclamò. «Chi è lei? E da dove viene?»

«Non mi riconosci?» domandò Diana. «Sono cambiata fino a questo punto? L’ultima volta che mi hai visto stavo cadendo su Giove.»

«Ma dove sei stata… voglio dire, come hai…»

«È stata restituita dagli Invasori,» spiegò William. «Hanno semplicemente ripercorso la sua linea vitale. In base alle nostre indicazioni preliminari, è andata diverse migliaia di anni nel futuro, ha passato dieci anni sulla Terra ed è stata riportata qui. Per loro è stato facile come sarebbe per voi unire due punti con una linea.»

Lilo cominciava a essere impaziente.

«Possiamo andare, adesso? Sulla nave potrò rispondere a tutte le vostre domande.»

«Sì, sì,» disse William. «Se volete andarvene, andate pure. Dovremo modificare i nostri piani, naturalmente. Ci aspettavamo una cosa del genere, sì, ma non così presto. E non nel giardino di casa nostra. È molto irritante. Pensate a quello che vi abbiamo detto. Vale sempre, ma non avete più il tempo che credevamo…»

«Non siamo nemmeno riusciti a vedere l’interno del loro grande cerchio,» brontolò Cathay. «Abbiamo visto solo una costruzione artificiale.»

«Uno scenario,» suggerì Vaffa.

«In ogni caso qualcosa che hanno costruito per farci sentire a nostro agio.»

Javelin era davanti alla cupola di vetro della Cavorite e guardava la ruota. «Non volevano che vedessimo l’interno, credo.»

Vaffa alzò lo sguardo. Stava rimuginando da quando erano tornati sulla nave, più di un’ora prima. Aveva ascoltato in silenzio Diana che narrava la sua storia, Lilo che faceva del suo meglio per raccontar loro le cose che aveva appreso, e in che modo. A metà storia, Lilo si rese conto che non riusciva a farsi capire. Javelin e Cathay sembravano decisamente scettici, anche se era chiaro che nessuno dei due era in grado di fornire una spiegazione migliore dell’accaduto. Javelin aveva avanzato la teoria — il più diplomaticamente possibile — che Diana fosse un impostore, qualcuno costruito dai Mercanti per ragioni note solo a loro.

Lilo e Diana non avevano neppure cercato di confutare l’accusa, e dopo poco essa era morta di morte naturale. Nessuno riusciva a immaginare un motivo per cui i Mercanti volessero infiltrarsi fra gli esseri umani in modo così evidente. La domanda che continuava a tormentarli era: perché i Mercanti avevano sentito la necessità di richiedere la cultura umana? non erano abbastanza forti da prendersela?

Venne raggiunta la decisione provvisoria di aspettare e vedere. Non sapevano niente del procedimento di cui i Mercanti intendevano servirsi per impadronirsi della cultura umana. Non sapevano quasi niente delle loro capacità.

«Cosa facciamo, allora?» domandò Vaffa. «Lo ammetto. Non sono mai stata così confusa.»

«Che vuoi dire?» chiese Javelin. «A proposito di che cosa?»

«A proposito di… tutto! Di tutto quello che ci hanno detto. Voi ci credete?»

Javelin osservò incerta Lilo e Diana, sinceramente perplessa. «Cos’è che la turba tanto? Capite di cosa stia parlando?»

«Ah… probabilmente è preoccupata per… lo sai, i guai che succederanno.»

«Guai?» gridò Vaffa. La sua voce era diventata pericolosamente acuta. «Guai? Chiamate la fine degli Otto Mondi ’guai’? È questo che succederà, vero? Ho capito bene?»

«Sì,» rispose Lilo. «È quello che hanno detto.»

«Bene…» si irrigidì per un attimo, a bocca aperta, con le mani alzate come se cercasse disperatamente di afferrare qualcosa, prima di sbattersele sulle ginocchia. «Sono la sola alla quale la cosa interessi?» Scrutò tutti i componenti del gruppo e alla fine si fermò su Javelin.

«Perché te la prendi con me?» disse Javelin, leggermente a disagio. «Certo, non mi piace l’idea che muoia tanta gente. Ma avranno la possibilità di andarsene, i Mercanti hanno detto anche questo. Basta che accettino la loro proposta. Quanto agli Otto Mondi…» Scorreggiò. «Perché dovrebbe importarmi? Non sono una cittadina.»

Vaffa guardò Cathay. Lui alzò le spalle. «Fare qualcosa, hai detto, vero? Senti, andrò a casa e pulirò la mia spada. Così saremo tu e io — posso contare su di te, no? — schiena contro schiena, spalla a spalla di fronte agli Invasori.»

«Oh, stai zitto,» disse Vaffa. Guardò Lilo e lo stesso fecero tutti gli altri.

«Succederà,» disse Lilo con calma, e Diana annuì. «Mi dispiace ammetterlo, ma non è che mi importi molto. Il governo non mi piace più di quanto piaccia a Javelin o a Cathay. O a te, Vaffa. Stai cercando di abbatterlo e di riportare il Capo al potere. Ma non importa. Succederà, questa è una cosa di cui sono certa. Immagino che voi non ci crediate, ma abbiamo veramente visto nel futuro, almeno fin dove arrivano le nostre vite. Molte persone moriranno. Gli Invasori stermineranno chiunque rimanga nel sistema solare.»

«E questo non ti interessa?» chiese Vaffa.

«Io…» Anche Lilo era turbata. Ma la risposta fu chiara. «No, è come… come se fosse già successo. L’ho già visto. Possiamo tornare indietro e aggiungere la nostra storia a quella che i Mercanti stanno trasmettendo, fare del nostro meglio per convincere la gente ad andarsene. Ma molti non lo faranno. E questo è il massimo che possiamo fare. È inevitabile.»

Ma Vaffa non poteva accettarlo. Lilo la guardò, chiuse gli occhi e cercò di ricordarla. Stava per cambiare, ne era certa. Vaffa era sul punto di trascendere i propri limiti. Era forse la figlia di Tweed? A Lilo sembrava di ricordare che alla fine Vaffa le avrebbe detto così. Ma non era più sicura su molte cose che riguardavano il futuro. C’erano pezzi e frammenti che di solito non combaciavano. Sapeva che Vaffa si stava chiedendo se avesse curato gli interessi del Capo nel modo migliore. Ma contemporaneamente un dubbio si stava insinuando nella sua mente. La storia di Diana aveva fatto più impressione a Vaffa che a chiunque altro. Era la prima volta che considerava gli Invasori come reali, non come nemici di cartapesta.

Ma per il momento era sempre fedele al Capo. Non era il caso di dirle che era stata costretta ad abbandonare la Luna come risultato diretto delle azioni di un’altra Lilo e di un altro Cathay.

La conversazione proseguì, ma Lilo la ignorò. Stava osservando l’altra se stessa, il suo clone, e il clone stava osservando lei.

«Ricordo Makel,» mormorò Lilo.

«E io ricordo Javelin quando era una persona molto più sottile.» Diana sorrise e Lilo le rispose con un sorriso. «Ricordo anche l’impatto della Vendetta e di essere stata uccisa da Vaffa.»

«Vieni nella mia stanza,» disse Lilo.

Si sistemarono sulle poltroncine, una di fronte all’altra, e non dissero niente per molto tempo. Le voci che giungevano dal solarium erano come il ronzio di una mosca. Stavano discutendo degli eventi delle ultime ore, mentre Lilo se ne sentiva molto al di sopra. Conservava ancora alcune parti della propria esperienza trascendentale, dello sguardo che aveva dato alle cose, a come erano andate, a come sarebbero state sempre. Sapeva di avere una lunga vita davanti a sé, ma i particolari erano confusi e stavano svanendo.

«Se ne va, vero?» chiese Diana.

«Sì. Ricordo solo gli eventi principali del tuo passato, e l’altra… diventa complicato, no? Parlarne, voglio dire.»

Diana sorrise.

«Non ricordo molto del futuro,» disse.

«Ho solo l’impressione che vada avanti per un bel po’. Per ciascuna di noi.»

«Sì.»

Tacquero di nuovo. Lilo aveva la sensazione che non fosse stato detto qualcosa, ma sapeva che lo sarebbe stato. Osservò il cubo argenteo che Diana teneva in mano. Un oggetto comune.

Diana lo guardò come se avesse dimenticato di averlo in mano. Lo lanciò a Lilo.

L’oggetto percorse un metro, rallentò e si fermò a metà strada fra loro due. Lilo non riusciva a pensare a nessuna forza che avesse potuto rallentarlo; in assenza di peso avrebbe dovuto spostarsi in linea retta finché non avesse incontrato un ostacolo. Eppure era lì che galleggiava.

Allungò una mano e lo prese. Le oppose una leggera resistenza. Sembrava che preferisse rimanere immobile, anche se con non molta tenacia.

«Come funziona, mi domando?» chiese Lilo.

«Pensi che dovremmo aprirlo?»

Lilo lo stava tenendo vicino alla faccia e lo esaminava attentamente. Le era parso che ci fosse una lieve scoloritura su uno spigolo e lo stava toccando con l’unghia del pollice. «Io no, voglio solo…»

Si spiegò.

Non fu una cosa semplice. Non era solo questione di facce che si separavano o che si aprivano. Erano cubi più grandi che si sviluppavano da cubi più piccoli finché lei non ebbe quello che le sembrava una malferma pila di otto pezzi (e che però si rivelò un solo ipercubo). Lilo tirò indietro le mani spaventata e la cosa galleggiò.

«Uh… e adesso che faccio?»

Diana girò intorno all’oggetto, piegando il collo per vederlo meglio senza toccarlo.

«Pensi che si riesca a farlo ridiventare com’era prima?»

Lilo allungò un braccio. Era chiaro che la figura era instabile. La singolarità si mosse di nuovo non appena lei la toccò; diventò nuovamente un semplice cubo, ma con spigoli di dieci centimetri. Adesso aveva un volume otto volte più grande di prima.

«Mi è sembrato di aver quasi visto cosa è successo,» disse Diana. Prese il cubo, ma prima che riuscisse a fargli qualcosa esso aveva cominciato di nuovo a svolgersi. Questa volta verso l’interno. Alla fine rimasero due cubi di cinque centimetri di spigolo.

«Forse è meglio se lasciamo che se ne occupino i matematici,» disse Diana, e li appoggiò con cura sulla cuccetta che aveva accanto.

«Se imparassimo a usarlo, Javelin potrebbe risparmiare un sacco di carburante nel viaggio di ritorno.»

«Penso che prima sia meglio chiederlo a lei.»

Diana guardò Lilo, quindi spostò lo sguardo da un’altra parte. Ma i suoi occhi vennero nuovamente attratti verso di lei.

«Io… i particolari si stanno facendo confusi. Su quello che ci succederà, voglio dire.»

«Sì?»

«Ma ho… ecco, hai anche tu la mia sensazione? Tu e io siamo state… insieme a lungo. Ricordo… sembrava che tu partecipassi a quasi tutto ciò che farò d’ora in poi.»

«Sì.» Lilo si rilassò. Non avrebbe potuto sbagliarsi, ma era piacevole che Diana ricordasse la stessa cosa. Ormai le restava poco del futuro: immagini di un sogno che svanivano subito appena le esaminava, impressioni piuttosto che ricordi. Quello che aveva ancora era vivido e reale, ma era come un breve spezzone di film o una tessera fuori posto di un puzzle.

Vedeva un bosco sotto un sole azzurro. Era a non meno di cento anni nel futuro, ma Diana era con lei.

«Mi chiedo di che sole si tratti,» disse Diana, e risero tutt’e due. «Sarà divertente scoprirlo.»

26

Adesso era difficile trovare il sole nel cielo, e poi Lilo era sulla faccia sbagliata di Poseidone. Avevano effettuato una curva poche settimane prima e adesso stavano decelerando. Alfa Centauri era direttamente sotto di loro.

A Lilo c’era voluto un po’ di tempo per abituarsi al giardino di girasoli. Per accudirlo doveva spostarsi su passerelle attaccate al terreno e rivolte verso il basso. Era come camminare sotto un enorme tetto di roccia. Attraverso le grate delle passerelle vedeva le stelle sotto i suoi piedi.

Il giardino consisteva di tre giri concentrici di piante intorno al campo nullo della grande tazza argentea contenente il buco nero. Poteva vederlo in lontananza, sostenuto da tre colonne invisibili, rivelate solo dalle massicce apparecchiature che le generavano. Una luce bianca esplodeva verso il basso dall’estremità aperta dalla grande tazza, in direzione di Alfa; silenziosamente, imprimendo una decelerazione costante di un ventesimo di gi.

Si mosse su una passerella, con la corda di sicurezza assicurata a un cavo che le correva sopra la testa. La forza di gravità era minima, ma se fosse caduta il primo gradino sotto di lei era a due anni luce.

Il girasole non era una sua invenzione; l’idea risaliva a prima dell’Invasione. Erano piatti parabolici di tre metri, ognuno con un nodulo bianco al centro per il calore. Il piatto metteva a fuoco l’energia sul nodulo. Avveniva un processo di fotosintesi e le radici del girasole producevano tuberi con spesse bucce. All’interno erano dolci e morbidi come un ananas.

Ogni girasole passava la vita a testa in giù, con le radici infilate nel terreno soprastante e il fiore sospeso a un grosso stelo. Per raccogliere i frutti, Lilo appendeva un grande piatto metallico ai ganci sulle passerelle e scavava per terra. Roccia, terreno da poco formato e tuberi cadevano nel piatto. Era esattamente l’opposto dei normali raccolti. Si stancavano le braccia e le spalle, non la schiena.

Si sedette per riposarsi, e mentre era a gambe penzoloni sull’infinito le successe una cosa strana. La sua vita le sfrecciò davanti agli occhi, e fu una cosa intricata e tortuosa, non un semplice viaggio dalla nascita alla morte, ma complicata, piena di dolore e di molte morti. E tuttavia…

«Stai bene, Lilo?»

«Cosa?» Alzò lo sguardo. «Quant’è che sei qui?»

«Pochi minuti,» rispose Cass. Era ormai diventato un giovane adulto, che assomigliava moltissimo al padre. «Non mi hai risposto quando ti ho salutato. Stai bene?»

«Sì. Sto bene.» Il ricordo stava già svanendo. Cercò di trattenerlo, di conservare quel fantastico arazzo come l’aveva percepito in quello splendido attimo. Ma per la sua mente era troppo. Sentì le sue due sorelle allontanarsi da lei, ma sapeva che non sarebbe stato per sempre.

Adesso Cass le era seduto accanto. Guardava in basso, fra i piedi.

«Cosa credi che troveremo quando arriveremo laggiù?» domandò.

«Cosa?» Ormai era svanito. Era solo se stessa. Era veramente successo? Però ricordava. Aveva visto il futuro.

«Cosa troveremo quando arriveremo laggiù? Su Alfa.»

«Persone,» rispose Lilo. «Persone che conosciamo.»

FINE