/ Language: Italiano / Genre:sf_fantasy / Series: Deverry (it)

L'incantesimo dei druidi

Katharine Kerr

Rhodry e Jill sono impegnati in una missione ai limiti dell’impossibile, nonostante l’aiuto del potente druido Nevyn. Essi infatti intendono salvare il paese di Deverry dalle mire dei negromanti di Annwyn, l’oscura fratellanza che vuole impadronirsi della regione, ma l’unica speranza di realizzare quest’obiettivo consiste nel convincere gli uomini e gli elfi ad unire le loro forze. Come vincere una diffidenza e una ostilità che si sono consolidate nei secoli? Come convincere le due razze ad accantonare i mille motivi di contrasto che il tempo ha creato? Come se non bastasse i maghi di Annwyn conoscono i piani di Rhodry e Jill e sono già pronti a contrastarli con qualunque mezzo. Basteranno l’astuzia e i poteri di Nevyn a sconvolgere i loro diabolici schemi e a salvare il regno di Deverry?

Katharine Kerr

L’incantesimo dei druidi

A mio padre, Sgt. John Carl Brathin (1918–44),

che è morto per liberare l’Europa da un male peggiore di quello che qualsiasi romanziere potrà mai inventare.

RICONOSCIMENTI

Un migliaio di ringraziamenti a tutti gli amici e i parenti, troppo numerosi per essere elencati, che hanno dovuto sopportare le mie crisi di distrazione, il mio inarrestabile bisogno di scrivere e la mia vera e propria ossessione per questo mondo immaginario. Soprattutto, però, ringrazio mio marito, Howard Kerr, che in fin dei conti è costretto a vivere con me quando lavoro.

NOTE SULLA PRONUNCIA DELLA LINGUA PARLATA A DEVERRY

La lingua parlata a Deverry è pre-celtica, quindi anche se strettamente collegata al gallese, al bretone e al cornovagliese, non è identica a nessuna di queste lingue esistenti, e non deve essere scambiata per tale.

Gli scrivani di Deverry distinguono le vocali in due categorie: nobili e comuni. Quelle nobili hanno due pronunce diverse, quelle comuni una sola.

A come in father quando è lunga; quando è breve, si usa una versione più corta dello stesso suono, come in far.

O come in bone quando è lungo; come in pot quando è breve.

W come l’oo di spook quando è lungo; come quello di roof quando è breve.

Y come la i di machine quando è lungo; come la e di butter quando è breve.

E come in pen.

I come in pin.

U come in pun.

Le vocali sono generalmente lunghe nelle sillabe accentate, brevi in quelle non accentate. La Y costituisce l’eccezione fondamentale a questa regola, perché quando compare come ultima lettera di una parola è sempre lunga, indipendentemente dal fatto che la sillaba sia accentata o meno.

I dittonghi hanno una pronuncia costante.

AE come in mane.

AI come in aisle.

AU come il suono ow in how.

EO come una combinazione dei suoni eh ed oh.

EW come in gallese, una combinazione dei suoni eh ed oo.

IE come in pier.

UI come il suono wy nel gallese del nord: una combinazione dei suoni oo ed ee.

È da notare che OI non costituisce mai un dittongo ma genera invece due suoni distinti, come in carnoic (KAR-noh-ik).

Le consonanti sono come in inglese, con le seguenti eccezioni:

C è sempre un suono duro, come in cat.

G è sempre un suono duro, come in get.

DD si pronuncia come il th di thin o di breathe, ma il suono si fa sentire molto più che in inglese e si contrappone al TH, che è il suono muto, come in the o in breath.

R è un suono molto marcato.

RH è una R muta, pronunciata più o meno come se fosse scritta hr.

DW, GW e TW formano un suono unico, come in Gwendolen e in twit.

Y non è mai una consonante.

I è considerata una consonante se posta davanti a vocale all’inizio di una parola, e questo vale anche per la desinenza plurale -ion.

Le consonanti doppie vengono sempre pronunciate chiaramente entrambe, al contrario di quanto accade in inglese; è da notare però che DD è considerato una consonante unica.

L’accento cade di solito sulla penultima sillaba, ma i nomi composti e i nomi di luoghi costituiscono spesso un’eccezione a tale regola.

Nel complesso, ho trascritto i nomi e i vocaboli elfici e bardekiani sulla base del sistema di ortografia sopra esposto, che è abbastanza adeguato, almeno per quanto concerne la lingua del Bardek. Quanto alla lingua elfica, in un’opera di questo tipo l’uso dell’intero apparato con il quale gli studiosi cercano di rappresentare le sottigliezze e le sfumature delle diverse lingue avrebbe soltanto creato confusione e sarebbe risultato pesante. Per esempio, l’orecchio umano non è in genere in grado di cogliere le differenze esistenti fra suoni come A, Ä ed , quindi perché si dovrebbe cercare di creare una distinzione sulla carta stampata? Il lettore deve però ricordare che le parole elfiche hanno un’accentatura del tutto diversa da quella in uso a Deverry e nel Bardek. Dal momento che quella elfica è una lingua agglutinante, le svariate componenti di un nome possono essere accentate sulla base del loro significato piuttosto che del loro posto nella sequenza delle sillabe. Per esempio Canbaramelim, che è un nome composto dai morfemi corrispondenti ad aspro + nome del luogo + fiume, si pronuncia CAHN-BAHR-ah-MEH-lim.

PROLOGO

INVERNO 1062

Ogni luce proietta un’ombra, e così fa anche il dweomer. Alcuni uomini scelgono di porsi nella luce e altri nell’ombra, quindi siate sempre consapevoli che la posizione da voi occupata è una questione di scelta, e non lasciate che l’ombra strisci su di voi cogliendovi alla sprovvista…

Dal Libro segreto di Cadwallon il Druido

S’incontrarono nelle profondità delle Terre Interiori, in un luogo dove si potevano recare soltanto coloro che avevano conquistato il cuore del dweomer. Il corpo fisico di ciascuno dei presenti giaceva addormentato in stato di trance in una diversa città del regno di Deverry, in modo che la mente fosse libera di assumere una nuova forma e di viaggiare fino a quell’antico boschetto di querce che cresceva sotto un sole mite e gradevole. Per un migliaio di anni i maestri del dweomer che avevano immaginato quel boschetto, ricreandone ogni particolare con la loro mente addestrata e discutendone fra loro i dettagli, erano stati così numerosi che ormai le immagini in questione vivevano in maniera autonoma sul piano astrale, e c’era sempre chi sapeva come raggiungerle.

Coloro che erano adesso riuniti in quel boschetto avevano scelto un aspetto molto semplice per la loro immagine mentale; il volto era uguale a quello fisico, ma il corpo appariva sottile, stranamente attenuato e vestito con una versione stilizzata degli abiti consueti, calzoni e camicia bianca per gli uomini e un vestito dello stesso colore lungo fino alla caviglia per le donne. La scelta del colore bianco non aveva un particolare significato ed era dovuta soltanto al fatto che mantenere quella tinta richiedeva un’energia minore di quella necessaria per i colori vivaci. Una alla volta, le figure apparvero nel boschetto, finché tutti e trentadue i convenuti furono presenti e rimasero a fluttuare al di sopra dell’erba priva di sostanza, in attesa che colui che aveva indetto quella riunione prendesse la parola.

L’uomo in questione era alto e molto anziano, con una massa di folti capelli bianchi e penetranti occhi azzurri. Anche se portava il titolo di Maestro dell’Aethyr, preferiva però essere conosciuto come Nevyn… un nome che era di per se stesso un assurdo perché significava «nessuno». Accanto a Nevyn c’era un individuo basso e snello, con i capelli brizzolati e intensi occhi grigi che gli dominavano il volto: il suo nome era Aderyn, e da un punto di vista strettamente tecnico non aveva nessun diritto di essere presente nel boschetto perché il suo Wyrd non era più legato alla razza umana ma a quella degli elfi, gli Elcyion Lacar, che vivevano ad ovest di Deverry. Aderyn era tuttavia stato chiamato perché poteva offrire una testimonianza in merito agli strani eventi che costituivano la causa di quella riunione.

— Allora, ci siamo tutti? — chiese infine Nevyn. — Dunque, ognuno di voi ha sentito almeno qualcosa di quello che è successo la scorsa estate, giusto?

I presenti annuirono in segno di assenso e le loro immagini mentali imitarono i movimenti che il corpo avrebbe fatto. Dovunque si era infatti diffusa la notizia che in un remoto angolo di una provincia di Eldidd un nobile di nome Corbyn si era ribellato contro il suo signore, la Tieryn Lovyan di Dun Gwerbyn. In condizioni normali, questo non sarebbe stato un evento di tale importanza da interessare il dweomer, perché ribellioni e spargimenti di sangue erano una cosa che si verificava di continuo in Deverry, e i signori avevano eserciti privati con cui fare fronte a simili ribellioni, ma Corbyn era stato assoggettato ad un incantesimo da parte di un uomo del dweomer che era impazzito. Adesso quell’uomo, Loddlaen, era morto e la ribellione era stata schiacciata, ma la questione era tutt’altro che risolta.

— Non appena ho raggiunto Aderyn, qui, per aiutarlo a sconfiggere Loddlaen — proseguì Nevyn, — mi sono subito reso conto che qualcuno lo aveva sottoposto ad un incantesimo e si stava servendo di lui per fini malvagi… e quel qualcuno poteva essere soltanto un maestro del dweomer oscuro. Non appena si è accorto di avere a che fare con me, l’uomo in questione è fuggito, e in base a quello che sono stato in grado di stabilire mi risulta che si sia imbarcato per il Bardek.

I presenti si agitarono a disagio poi Caer, un uomo alto e magro, i cui occhi cangevoli avevano in quel momento una sfumatura verde, fluttuò in avanti per prendere la parola.

— Qual era esattamente l’intento di quel maestro oscuro? — chiese. — Sei poi riuscito a scoprirlo?

— Soltanto in maniera estremamente vaga. La Tieryn Lovyan ha un figlio di nome Rhodry che io stavo sorvegliando da tempo perché alcuni anni fa avevo ricevuto un presagio secondo il quale quel ragazzo aveva un Wyrd d’importanza cruciale per Eldidd. Pare che lo scopo ultimo di questa dannata guerra fosse quello di uccidere Rhodry… vedete, lui era a capo delle truppe di sua madre in qualità di cadvridoc.

— Allora i maestri oscuri devono aver scoperto l’importanza del ragazzo — intervenne una donna di nome Nesta. — Sai quale possa essere il suo Wyrd?

— Il problema dipende in gran parte dal fatto che non ne ho idea, e senza dubbio i nemici ne sanno molto più di me al riguardo, perché i maestri oscuri si tormentano sempre per scoprire cosa riservi il futuro mentre noi preferiamo confidare nella Luce.

Gli altri annuirono, unanimi. I Grandi che si trovavano alle spalle del dweomer, i Signori del Wyrd e i Signori della Luce, non comunicavano mai in maniera chiara e diretta con i loro servitori, per la semplice ragione che quegli spiriti privi di corpo esistevano su un piano inimmaginabilmente lontano dal mondo fisico; per loro era quindi impossibile raggiungerlo, se non per mandare vaghi suggerimenti, sogni e avvertimenti alla mente di coloro che erano addestrati per ricevere simili brevi messaggi. Per quanti camminavano nella Luce tali suggerimenti erano un aiuto sufficiente, mentre i maestri del dweomer oscuro continuavano a tormentare il futuro come una crosta pruriginosa.

— Spero che tu stia proteggendo bene il ragazzo — osservò ancora Caer. — Indubbiamente tenteranno ancora di colpirlo.

— Ecco, questa è una cosa che mi lascia alquanto perplesso — replicò lentamente Nevyn, riflettendo. — Ho trascorso molte ore in meditazione ma non ho ricevuto nessun avvertimento in merito ad altri pericoli che possano riguardarlo… il che è doppiamente strano, se si considera che dopo la fine della guerra Rhodry è stato esiliato dal suo fratello maggiore.

— Cosa? — esclamò Nesta. — Chi è questo fratello maggiore? Io non conosco molto bene la politica di Eldidd.

— Ti chiedo scusa. Si tratta di una vicenda che per me riveste un’enorme importanza, e questo mi ha indotto a dimenticare che altri possono non esservi altrettanto interessati. La madre di Rhodry è Lovyan, una donna che ha ereditato di diritto il tierynrhyn di Dun Gwerbyn tramite la sua appartenenza al clan Cwl Coc; il padre del ragazzo era invece Tingyr, un Maelwaedd di Aberwyn, e adesso il fratello maggiore di Rhodry, Rhys, è il gwerbret di Aberwyn.

Tutti annuirono, come a indicare che quelle informazioni erano sufficienti: per riuscire a capire a fondo la complicata ragnatela di vincoli di sangue e di possedimenti terrieri ad essi connessi esistente fra i nobili era necessario il lungo addestramento di un bardo o di un prete.

— Rhys e Rhodry si sono odiati a vicenda per anni, ma è una cosa che non ha nulla a che vedere con il dweomer o con il Wyrd: si tratta semplicemente di una di quelle sgradevoli forme di avversione che si sviluppano fra fratelli. Così, durante la sua permanenza ad Aberwyn una sera Rhys ha insultato il fratello in maniera tale che Rhodry ha accennato ad estrarre la spada per reagire… ricordate che Rhys è il gwerbret.

— Rhodry è stato fortunato che Rhys non lo abbia fatto impiccare — commentò Caer.

— Proprio così. Vedendo l’opportunità di liberarsi dell’odiato fratello, Rhys l’ha colta al volo, e adesso Rhodry sta vagando lungo le strade ridotto al rango di daga d’argento.

— Davvero? — intervenne ancora Nesta. — Sono sorpreso che tu gli abbia permesso di diventare un soldato mercenario.

— Ti garantisco che non mi è stato possibile avere voce in capitolo, altrimenti non gli avrei certo lasciato fare una cosa simile. In ogni caso, Rhodry costituisce soltanto una piccola parte dei nostri problemi. Nesta, qui, ha individuato il maestro oscuro quando è passato da Cerrmor, ma né lei, né io né i nostri spiriti elementari siamo riusciti a riconoscerlo… anche se noi tutti credevamo ormai di conoscere ogni stolto dedito a quelle oscure pratiche. Ebbene, siamo stati troppo sicuri di noi stessi.

— Inoltre, quell’uomo ci è sfuggito con troppa facilità — aggiunse Nesta, — come se avesse dei rifugi già pronti lungo tutta la strada. Doveva aver progettato e approntato ogni cosa già da molto tempo, e proprio sotto il nostro naso.

Parecchi uomini borbottarono imprecazioni decisamente colorite, e in quel momento Aderyn venne avanti per prendere la parola.

— Quello che mi spaventa, è il fatto che il maestro oscuro sia riuscito a controllare così facilmente Loddlaen, perché la sua mente era più elfica che umana — disse. — Capite cosa questo significhi? Il nostro nemico deve possedere ottime conoscenze delle usanze elfiche, eppure io sono certo entro i limiti del possibile che nessun maestro del dweomer oscuro abbia mai viaggiato nelle terre degli elfi.

— Si tratta di notizie davvero cattive — dichiarò Caer. — La dura verità è che non siamo stati abbastanza vigili. Ora le cose dovranno cambiare.

— Proprio così — convenne Nevyn. — In seguito potremo elaborare con calma i dettagli, ma prima c’è ancora un problema che voglio sottoporre al Consiglio dei Trentadue: durante la recente guerra, centinaia di uomini hanno visto il dweomer operare allo scoperto.

Per un momento, i presenti rimasero immersi in uno sconvolto silenzio, poi le proteste scoppiarono subitanee e fragorose al seguito di quella quiete iniziale, proprio come accade quando si prepara un temporale estivo e il cielo si fa sempre più plumbeo e pesante fino a far tacere gli uccelli… per poi esplodere nel rombo di un tuono improvviso che accompagna la pioggia. Ignorando la tempesta, Nevyn si rivolse ad Aderyn.

— È tempo che tu ci lasci — disse. — Ti contatterò in seguito attraverso il fuoco.

— Benissimo. Invero, avete molte cose di cui discutere.

Mentre l’immagine di Aderyn scompariva dal boschetto, il consiglio cominciò lentamente a calmarsi.

— Questa è una cosa davvero grave — affermò infine Caer, — anche se naturalmente nessuno che viva fuori dell’Eldidd occidentale crederà mai a storie del genere, che con il tempo verranno dimenticate.

— A patto che nessuno le rinfocoli con altre manifestazioni del dweomer.

— Per gli dèi! Credi che quello di costringerci ad uscire allo scoperto fosse uno degli intenti dei maestri oscuri?

— È una possibilità come un’altra, giusto?

Fra i presenti si diffuse un senso di disagio, peraltro giustificato da validi motivi. Nell’Alba dei Tempi, quando il popolo di Bel era giunto a Deverry dalla sua terra d’origine attraversando il mare orientale, i preti che custodivano i boschi di querce e che erano noti come drwiddion avevano usato apertamente il dweomer, con il risultato che gli uomini li avevano temuti e adulati, si erano prostrati davanti a loro, fino a quando la corruzione si era inevitabilmente diffusa. I preti si erano arricchiti e avevano acquisito grandi dimore, avevano modellato le leggi a loro vantaggio e avevano gestito il potere come i nobili… e a poco a poco, di sua iniziativa, il dweomer li aveva abbandonati, fino a quando i loro rituali avevano perso ogni vero contenuto, le loro parole erano state svuotate di ogni potere. Le tentazioni del potere temporale erano state così forti che ben presto i preti avevano dimenticato di aver mai posseduto il vero dweomer e all’epoca di Nevyn anch’essi erano giunti a giudicare qualsiasi storia di preti capaci di operare meraviglie come una semplice fantasticheria degna soltanto delle canzoni di un bardo.

In qualche modo, però, il dweomer era sopravvissuto ed era stato trasmesso in segreto da maestro ad apprendista. Coloro che possedevano il dweomer pronunciavano il solenne giuramento di condurre una vita tranquilla, nascondendo le loro capacità al fine di evitare di essere a loro volta corrotti dall’adulazione e dalle ricchezze. Caer era il capo scudiero nelle stalle del gwerbret di Lughcarn, Nesta era la vedova di un mercante di spezie di Cerrmor, e lo stesso Nevyn conduceva l’esistenza più umile che ci potesse essere, perché era un erborista girovago, che viaggiava attraverso il regno con il suo mulo per curare i mali di chi era troppo povero per potersi permettere di pagare farmacisti e chirurghi. Se quei lunghi anni di segretezza fossero finiti, — era probabile che presto o tardi i maestri del dweorner avrebbero finito di nuovo per soccombere a quelle stesse tentazioni che avevano allontanato i preti dalla via del dweomer.

— E poi c’è un’altra cosa — aggiunse Caer. — La maggior parte della gente del regno ci additerà come streghe o stregoni… che accadrebbe se dovessero decidere di darci la caccia e di sterminarci?

— È vero — convenne Nevyn, — quindi dovremo… — Di colpo s’interruppe, assalito da un pensiero così urgente che nel formularlo lui stesso comprese che veniva da una fonte esterna alla sua mente. Quando riprese a parlare, la sua voce mentale aveva assunto un tono profetico: — È giunto il tempo che il dweomer si mostri, dapprima con cautela ma poi fino ad arrivare al punto che tutti lo usino apertamente.

I presenti avvertirono il tono profetico della sua voce e compresero che i Signori della Luce avevano parlato attraverso il loro servo.

— Oh, per tutti gli inferni! — sussurrò Caer. — Non ho mai creduto che avrei visto giungere questo giorno.

Tutti furono d’accordo con lui, soprattutto lo stesso Nevyn.

— È una cosa che richiede lunghe ore di meditazione — osservò il vecchio, — e vi prometto che dedicherò alla questione tutto il tempo necessario. Ci dovremo muovere con la stessa cautela di un gatto in un bagno pubblico.

I Trentadue discussero ancora per qualche tempo della profezia, giungendo infine alla decisione che Nevyn si sarebbe incaricato di districare quella nuova, intricata matassa, mentre il resto di loro avrebbe continuato a condurre una vita del tutto normale. Infine il consiglio si sciolse e le varie immagini mentali svanirono come una fiamma di candela; Caer e Nevyn indugiarono però ancora nella quiete pacifica del boschetto astrale, mentre intorno a loro gli enormi alberi stormivano come sotto il soffio del vento a mano a mano che le maree astrali cominciavano a cambiare, un mutamento che i due avvertirono come un delicato movimento all’interno della mente.

— Ciò che abbiamo udito oggi è davvero una cosa strana, o Maestro della Terra — commentò allora Nevyn. — Io però intendo sviluppare la cosa, non importa quanto tempo mi ci vorrà.

— Oh, non sono minimamente preoccupato al riguardo. Sei sempre stato cocciuto quanto un maiale in giorno di mercato.

I due si scambiarono un sorriso di sincero affetto. Un tempo, circa quattrocento anni prima, Caer era stato il maestro di Nevyn quando questi aveva affrontato il suo duro apprendistato nel dweomer. Anche se Rhegor… questo era allora il suo nome… aveva condiviso la sorte comune a tutti gli uomini del dweomer ed era già morto e rinato parecchie volte da quell’epoca, Nevyn aveva invece vissuto un’unica, lunga esistenza, sorretto dalle forze elementari di cui aveva il controllo.

Molta gente avrebbe forse desiderato di vivere così a lungo, ma quello era per lui un Wyrd molto aspro da sopportare, perché durante il suo apprendistato aveva commesso un errore che aveva determinato la morte di tre persone innocenti e che lo aveva indotto a pronunciare l’impulsivo voto di non riposare più fino a quando non avesse riparato alla sua colpa.

— Dimmi una cosa — chiese Caer. — Pensi di essere prossimo ad adempiere al tuo voto?

— Non lo so, davvero. Già tante volte in passato ho creduto di essere vicino alla meta soltanto per vedere le cose sfuggire al mio controllo… posso però dirti questo: Gerraent ed io siamo finalmente venuti a patti, il che significa che una parte della catena si è spezzata in maniera definitiva.

— Allora siano ringraziati tutti gli dèi. Ho cercato di avvertirti di non pronunciare quel…

— Lo so, lo so, ed hai perfettamente ragione: sono troppo cocciuto per il mio bene. Oh, dèi, povera Brangwen! Sai, penso ancora a lei con quel nome, sebbene lo abbia portato soltanto per una misera manciata di anni. Ho mancato così gravemente nei suoi confronti, ed anche in quelli di Blaen, ma quando ho giurato che avrei fatto ammenda non pensavo che mi ci sarebbero voluti quattrocento spaventosi anni!

— Non ti attribuire tutta la colpa. Ormai sono passate parecchie esistenze, e tutti e tre hanno fatto del loro meglio per complicare l’intreccio dei rispettivi Wyrd… immagino che in questa vita stiano creando un pasticcio ancora peggiore, vero?

— Pura verità. Brangwen… voglio dire Jill, dannazione… è partita con Rhodry.

— Che suppongo sia la stessa anima che un tempo era conosciuta come Lord Blaen del Cinghiale.

— Proprio così. Mi sono dimenticato di dirtelo? Chiedo scusa ma per gli dèi… la mia mente si fa sempre più confusa con il passare degli anni. Mi chiedo come facciano gli elfi a mantenere così nitida la loro memoria, me lo chiedo davvero.

— Hanno una mente adatta, noi no.

— A volte mi domando per quanto tempo ancora sarò in grado di continuare.

L’immagine di Caer gli scoccò un’occhiata penetrante piena di preoccupazione, e Nevyn distolse lo sguardo, sollevandolo verso gli antichi alberi che si agitavano gentilmente in un mondo che non conosceva decadenza o cambiamenti. A volte, si sentiva così stanco da desiderare di potersi trasformare in un albero come i maghi delle antiche leggende, che alla fine della vita trovavano la pace fondendosi con le querce che adoravano.

— Senti — offrì Caer, — puoi fare affidamento su di me, se mai ti servisse aiuto.

— Ti ringrazio di cuore, e può darsi che finisca per prenderti in parola.

— Bene. A proposito, c’è qualche possibilità che tu passi da Lughcarn prima del sopraggiungere dell’inverno? Fa sempre piacere vedere gli amici in carne ed ossa.

— Senza dubbio, ma verrò forse la prossima primavera, perché per ora devo restare in Eldidd.

— I maestri oscuri sono ancora all’opera?

— No. Sono stato invitato ad un matrimonio.

A quel tempo, la provincia di Eldidd era una di quelle meno fittamente popolate di Deverry, e le città erano una cosa rara nelle sue zone occidentali. La più grande era Dun Gwerbyn, le cui alte mura di pietra contenevano circa cinquecento abitazioni dai tetti di paglia, un paio di locande e tre templi. Su una collina al centro dell’abitato sorgeva il dun, o fortezza, del tieryn: lassù, una seconda cinta di mura circondava le stalle, gli alloggiamenti del contingente di cento uomini che formavano l’esercito del tieryn, un assortimento di baracche che servivano da magazzini e il complesso della rocca vera e propria… una torre rotonda in pietra alta quattro piani ai cui lati erano annesse due torri più basse.

In quella particolare mattina il cortile intorno alla rocca era tutto un fermento di servitori intenti a portare le provviste in cucina, ad accumulare le scorte di legna nei camini della grande sala o a far rotolare grandi botti di birra dai magazzini alla rocca. Vicino alle porte rinforzate in ferro altri servitori s’inchinavano profondamente per accogliere gli ospiti che cominciavano a sopraggiungere per il matrimonio, e poco lontano Cullyn di Cerrmor, capitano delle truppe del tieryn, aveva riunito i suoi uomini nel cortile e li stava passando in rassegna. Per una volta, tutti si erano lavati e rasati ed apparivano presentabili.

— Benissimo, ragazzi — approvò Cullyn, — non avete un brutto aspetto, per essere un branco di mastini. Ora ricordate: oggi saranno presenti qui ogni lord e ogni dama del tierynrhyn, ed io non voglio che qualcuno di voi si ubriachi, così come non voglio che scoppino risse. Tenete a mente che questo è un matrimonio e che la sposa ha il diritto di essere felice, dopo tutto quello che ha passato.

Gli uomini annuirono solennemente all’unisono, ben consapevoli che chiunque avesse dimenticato gli ordini avrebbe avuto modo di pentirsene.

Cullyn precedette quindi il gruppo nella grande sala, un enorme ambiente rotondo che occupava tutto il piano terra della rocca. Quel giorno il pavimento era coperto da stuoie di giunchi intrecciate di fresco, gli arazzi che decoravano le pareti erano stati battuti per liberarli dalla polvere e riappesi, e la sala era affollata da una quantità di tavoli aggiuntivi, perché ciascuno dei numerosi nobili ospiti aveva portato con sé cinque uomini come scorta d’onore. I servitori passavano zigzagando fra la folla con boccali di birra e canestri pieni di pane, un bardo suonava in un angolo senza che quasi nessuno lo sentisse, i soldati giocavano a dadi e scherzavano fra loro, e vicino al camino padronale le nobili dame ciangottavano come uccellini mentre i loro consorti bevevano. Dopo aver fatto sistemare i suoi uomini, Cullyn ripeté loro l’ordine di non causare risse e si avviò verso il tavolo d’onore per inginocchiarsi accanto alla tieryn.

La Tieryn Lovyan costituiva una sorta di anomalia in Deverry, perché era più che raro che una donna governasse in proprio nome un vasto dominio. In origine, quella fortezza era appartenuta a suo fratello, ma quando lui era morto senza eredi Lovyan l’aveva ereditata in virtù di un cavillo legale escogitato apposta per mantenere unite le terre di un clan, anche a costo di farle governare da una donna. A quarantotto anni, Lovyan aveva ancora un aspetto piacevole, con i capelli nerissimi striati di bianco, i grandi occhi azzurri e l’atteggiamento eretto di chi era abituato a comandare; in quel particolare giorno, indossava un abito di seta rossa del Bardek, intorno al quale aveva avvolto il plaid rosso, bianco e marrone del clan Cwl Coc.

— Le truppe sono presenti, mia signora — riferì Cullyn.

— Splendido, capitano. Hai già visto Nevyn?

— No, mia signora.

— Sarebbe tipico da parte sua restarsene alla larga, considerato quanto detesta la folla e le cerimonie, ma se dovessi vederlo digli di venirsi a sedere qui accanto a me.

Rialzatosi, Cullyn s’inchinò e tornò a raggiungere i suoi uomini. Dal posto dove era seduto poteva vedere bene la tavola d’onore, e mentre sorseggiava un bicchiere di birra indugiò ad osservare la sposa, Lady Domilla, una donna bellissima con una massa di capelli castani ora fermati all’indietro come quelli di una ragazza nubile per la formalità del rito nuziale. Nel guardarla, Cullyn provò compassione per lei: il primo marito di Domilla, il Gwerbret Rhys, l’aveva recentemente ripudiata perché sterile, e se Lovyan non le avesse trovato un altro marito Domilla sarebbe dovuta tornare alla fortezza del fratello, per sempre coperta di vergogna. Il suo nuovo sposo, Lord Garedd, era un uomo più anziano di lei di qualche anno, con i capelli e i folti baffi biondi striati di grigio e con un aspetto abbastanza piacevole; secondo quanto affermavano i suoi soldati, Garedd era un uomo d’onore, calmo e moderato in tempo di pace e del tutto spietato in guerra. Inoltre, il nobile era vedovo ed aveva una quantità di bambini, cosa che lo rendeva più che lieto di prendere una nuova moglie giovane e bella, indipendentemente dal fatto che fosse o meno sterile.

— Garedd sembra davvero infatuato di lei, non trovi? — commentò Nevyn.

Con uno strillo di sorpresa Cullyn si voltò e vide il vecchio che lo fissava sorridendo: eretto sulla persona, con le mani piantate sui fianchi, Nevyn dimostrava ancora il vigore e la resistenza di un ragazzo anche se il suo volto era segnato e logoro quanto un vecchio sacco di cuoio.

— Non volevo spaventarti — aggiunse, con un astuto sogghigno.

— Non ti avevo visto entrare!

— Non stavi guardando dalla mia parte, ecco tutto. Garantisco che non mi sono reso invisibile, anche se ammetto di averti giocato un piccolo scherzo.

— E senza dubbio io ci sono cascato in pieno. Senti, la tieryn vuole che tu ti vada a sedere accanto a lei.

— Al tavolo d’onore? È una dannata seccatura, ed è un bene che abbia indossato una camicia pulita.

A quel commento, Cullyn scoppiò a ridere. Nevyn vestiva sempre come un contadino, con trasandati indumenti di stoffa marrone, ma quel giorno aveva indossato una camicia bianca con lo stemma di Lovyan, un leone rosso, ricamato sullo sprone, e un paio di rattoppati ma dignitosi calzoni grigi.

— Prima che tu vada, hai qualche… ecco, qualche notizia della mia Jill? — chiese Cullyn.

— Quello che vuoi dire è se di recente ho avuto modo di osservarla mediante il dweomer. Vieni con me.

I due uomini si diressero verso il secondo camino, dove un maiale intero stava arrostendo allo spiedo, e per un momento Nevyn indugiò a fissare con espressione intenta le fiamme.

— Vedo Jill e Rhodry, che sembrano di ottimo umore — disse infine. — Stanno camminando nelle strade di una città in una bella giornata di sole, diretti verso una bottega. Aspetta! Conosco quel posto: è la bottega di Otho il Gioielliere, a Dun Manannan, ma al momento lui sembra essere assente.

— Non è che puoi dirmi se lei aspetta un figlio, vero?

— Se anche è così, non si nota ancora. Posso capire la tua preoccupazione.

— È una cosa che prima o poi succederà, e spero soltanto che quando accadrà lei abbia abbastanza buon senso da tornare a casa.

— Non le è mai mancato il buon senso.

Pur dovendo dirsi d’accordo, Cullyn continuò a preoccuparsi, perché dopo tutto Jill era la sua unica figlia.

— Mi auguro che abbiano abbastanza denaro per superare l’inverno — aggiunse.

— Fra tutti e due gliene abbiamo dato a sufficienza, sempre che Rhodry non lo consumi tutto nel bere.

— Oh, Jill non gli permetterà di farlo. La mia ragazza è tirchia quanto una vecchia massaia nello spendere anche una dannata moneta di rame — replicò Cullyn, con un accenno di sorriso. — Se non altro, lei sa dannatamente bene come si percorre la lunga strada.

Siccome il materasso era pieno di pulci, Rhodry preferì sedersi sul pavimento della piccola camera che avevano affittato in una locanda, osservando Jill che era intenta a rammendare uno strappo della sua camicia con la fronte aggrottata per la concentrazione. Jill indossava un paio di sporchi calzoni azzurri e una semplice camicia bianca di lino di taglio maschile, e sebbene anche i suoi capelli dorati fossero tagliati corti come quelli di un uomo, lei appariva comunque talmente bella, con i grandi occhi azzurri, i lineamenti delicati e la bocca morbida, che Rhodry adorava semplicemente restare a guardarla.

— Ah, per la nera anima del Signore dell’Inferno! — imprecò infine Jill. — Dovrà andare bene così… io detesto cucire!

— I miei umili ringraziamenti per esserti abbassata a rammendare i miei abiti.

Con un altro ringhio, Jill gli turò in faccia la camicia; ridendo, lui scrollò l’indumento e fissò il lino un tempo candido e ora chiazzato di ruggine dagli anelli di metallo della cotta di maglia. Sugli sproni spiccava lo stemma del leone rosso, tutto quello che gli rimaneva della sua vecchia vita in cui era stato erede del tierynrhyn di Dun Gwerbyn. Infilatosi la camicia, affibbiò intorno ad essa la cintura, appendendovi a sinistra la spada… una splendida arma del migliore acciaio con l’elsa lavorata a forma di drago… e a destra la daga d’argento che lo marchiava come un uomo disonorato. Quella daga era il contrassegno di una banda di mercenari che viaggiavano per il regno, da soli o in coppie, e combattevano soltanto per denaro e non per lealtà o per onore. Nel caso particolare di Rhodry, la daga denunciava in lui anche una stranezza ancora maggiore, ed era questo il motivo per cui i due si trovavano a Dun Manannan.

— Pensi che ormai il gioielliere sia rientrato nella bottega? — chiese Rhodry.

— Non ne dubito. È una cosa rara che Otho se ne assenti, anche per breve tempo.

Insieme, i due uscirono nelle vie della città priva di mura, formata da uno sparso agglomerato di botteghe e di case rotonde dal tetto di paglia che si allargavano lungo un fiume, sulla cui riva erano attraccate parecchie barche da pesca dall’aspetto così logoro e malandato da far dubitare della loro capacità di stare ancora a galla.

— Non vedo come questa gente possa ricavare di che vivere dal mare — commentò Rhodry.

— Zitto! — Jill si guardò intorno per accertarsi che nelle vicinanze non ci fosse nessuno, e quando riprese a parlare lo fece comunque in un sussurro. — Hanno una ragione per dare l’impressione che quelle barche siano vecchie e malandate. Sotto i pesci, spesso arrivano anche carichi meno raccomandabili.

— Per gli dèi! Vuoi dire che ci troviamo in un covo di contrabbandieri?

— Proprio così, ma parla piano!

La bottega di Otho era al limite estremo della città, in fondo ad un sentiero sterrato di fronte ad un campo di cavoli. Rhodry fu lieto di vedere che la porta non era più sprangata; quando Jill aprì il battente, in alto si udì il tintinnio di un campanello d’argento.

— Chi è? — tuonò una voce profonda.

— Sono Jill, la figlia di Cullyn di Cerrmor, ed ho con me un’altra daga d’argento.

Rhodry la seguì in una stanza vuota, costituita da una piccola fetta triangolare della casa rotonda, separata dal resto mediante sporchi pannelli di vimini, in uno dei quali era inserita una logora coperta verde che svolgeva le mansioni di una porta; spingendo di lato la coperta, Otho sbucò nella stanza esterna. Anche se era alto appena un metro e quaranta, il gioielliere era perfettamente proporzionato e aveva braccia così muscolose da poter essere scambiato per un minuscolo fabbro; il suo volto, circondato da una folta e ordinata barba grigia, era illuminato da astuti occhi neri.

— Bene, Jill, sei proprio tu — commentò il gioielliere. — Mi fa piacere rivederti. Dov’è tuo padre, e chi è questo ragazzo?

— Pa è in Eldidd, dove si è conquistato un posto come capitano della banda di guerra della tieryn.

— Davvero? — sorrise Otho, sinceramente contento. — Ho sempre pensato che fosse un uomo troppo in gamba per portare una daga d’argento… ma tu cos’hai combinato? Sei forse scappata con questo bel tomo?

— Un momento! — ringhiò Rhodry. — È stato Cullyn a darle il permesso di venire con me!

Otho espresse con uno sbuffo la sua profonda incredulità.

— È vero — intervenne Jill. — Pa si è perfino reso garante per lui accogliendolo fra le daghe d’argento.

— Davvero? — Pur mostrandosi ancora sospettoso, il gioielliere decise di lasciar cadere l’argomento. — E cosa ti porta da me, ragazzo? Hai un po’ di bottino da vendere?

— No. Sono qui a causa della mia daga d’argento.

— Non l’avrai per caso intaccata o qualcosa del genere, vero? Non vedo in che modo potresti essere riuscito a danneggiarne il metallo.

— Vuole che la sua daga venga liberata dal dweomer — spiegò Jill. — Puoi farlo, Otho? Puoi rimuovere l’incantesimo posto sulla lama?

Il gioielliere si girò verso di lei, a bocca aperta per la sorpresa.

— So benissimo che quella lama è sottoposta ad un incantesimo — proseguì la ragazza. — Rhoddo, tirala fuori e mostragliela.

Con riluttanza, Rhodry estrasse la daga dal fodero: era un’arma splendida con la lama lucida come l’argento ma al tempo stesso più dura dell’acciaio, formata con una lega particolare che pochissimi sapevano forgiare. Su di essa era intagliato il simbolo di un falco in picchiata (quello un tempo usato da Cullyn, a cui la daga era appartenuta), ma adesso lo stemma era quasi invisibile perché in mano a Rhodry un intenso bagliore di luce creata dal dweomer scorreva come acqua lungo tutta la lama.

— Hai del sangue elfico nelle vene, vero? — scattò Otho. — E parecchio, per di più.

— Ecco, ne ho un poco — ammise con riluttanza Rhodry. — Vengo dall’ovest, vedi, e quel vecchio proverbio secondo cui ci sarebbe sangue elfico in Eldidd è in effetti pieno di verità.

Quando Otho afferrò l’arma, la luce si ridusse ad un tenue bagliore.

— Non ho intenzione di permetterti di entrare nel mio laboratorio — annunciò quindi il gioielliere. — Quelli del tuo popolo sono tutti ladri, non possono evitarlo immagino, e suppongo che anche tu sia stato allevato in questo modo.

— Per tutti gli dèi, io non sono un ladro! Sono un Maelwaedd per nascita e per educazione, e non è certo colpa mia se da qualche parte nel mio clan c’è del dannato sangue elfico!

— Hah! Comunque non intendo permetterti di entrare nel laboratorio — dichiarò Otho, poi si girò e si rivolse ostentatamente a Jill. — Quello che mi chiedi è molto difficile, ragazza, perché io non possiedo il vero dweomer. Questo incantesimo è il solo che sono in grado di fare e non capisco neppure in che modo ci riesco: è soltanto una cosa che ci tramandiamo di padre in figlio… almeno quelli di noi che sono in grado di realizzarla.

— È ciò che temevo — replicò Jill, con un sospiro, — ma dobbiamo fare qualcosa per questo problema. Rhodry non può usare quella daga a tavola finché la lama continua a manifestare il dweomer ogni volta che lui la impugna.

Otho rifletté per un momento, mordendosi distrattamente il labbro inferiore.

— Ecco, se fosse una daga qualsiasi mi limiterei a darvene in cambio una nuova priva d’incantesimo, ma dal momento che è quella di Cullyn cercherò di liberarla dal dweomer. Forse ripetere la procedura a rovescio sarà sufficiente ad attenuare l’incantesimo… ma vi costerà parecchio, perché è rischioso mettere le mani in cose del genere.

Dopo un paio di minuti di accese contrattazioni Jill sborsò cinque monete d’argento, all’incirca la metà del prezzo inizialmente richiesto da Otho.

— Tornate al tramonto — disse infine il gioielliere. — Per allora sapremo se ho avuto successo o meno.

Rhodry trascorse il pomeriggio alla ricerca di un lavoro. Anche se l’inverno ormai troppo vicino aveva portato ad una cessazione di qualsiasi attività bellica, il giovane trovò un mercante che doveva trasportare fino a Cerrmor un carico di merci; sebbene fossero uomini disonorati, le daghe d’argento erano molto richieste come scorte per le carovane, perché appartenevano ad una banda la cui reputazione imponeva ai suoi membri un comportamento onesto. Non tutti potevano infatti diventare una daga d’argento: un guerriero che fosse abbastanza disperato da essere disposto ad accettare la daga, doveva trovare un’altra daga d’argento e restare in sua compagnia per qualche tempo per dare prova di sé, prima che gli fosse permesso di incontrare uno di quei rari fabbri che servivano la banda. Soltanto allora poteva «imboccare la lunga strada», come dicevano le daghe d’argento riferendosi alla loro esistenza.

Se Otho fosse riuscito ad attenuare l’incantesimo, Rhodry non sarebbe più stato costretto a tenere la daga nel fodero per timore di rivelare la propria particolare ascendenza. Impaziente, il giovane costrinse praticamente Jill a trangugiare la cena e ad avviarsi verso la bottega del gioielliere un po’ prima del tramonto. Al loro arrivo scoprirono che adesso la barba di Otho era molto più corta e che le sue sopracciglia erano praticamente scomparse.

— Avrei dovuto sapere che non era il caso di fare un favore ad un dannato elfo — annunciò il gioielliere.

— Accetta tutte le nostre umili scuse, Otho — replicò Jill, afferrandogli la mano e stringendola con calore. — Sono davvero felice che non ti sia ustionato in modo grave.

— Tu ne sei felice? Hah! Vieni qui, ragazzo.

Quando Rhodry prese in mano la daga, la lama mantenne il suo aspetto ordinario, senza traccia di bagliore, e nel riporla nel fodero lui sorrise con sollievo.

— Ti ringrazio di cuore, buon gioielliere — disse. — Davvero vorrei poterti meglio ricompensare per il rischio che hai corso.

— Lo vorrei anch’io, ma voi elfi siete tutti così: una quantità di belle parole ma niente monete.

— Otho, per favore — intervenne Jill. — La componente elfica di Rhodry è davvero minima.

— Hah! Questo è quello che pensi tu, giovane Jill! Hah!

Per tutto il giorno il Popolo continuò ad affluire all’alardan. A piccoli gruppi, sospingendo davanti a loro le mandrie di cavalli e i greggi di pecore, gli Elcyion Lacar conversero su un prato erboso così ad ovest di Eldidd che nessun essere umano lo aveva mai visto, e dopo aver avviato gli animali al pascolo alzarono le loro tende di cuoio, dipinte a colori vivaci con disegni di animali e di fiori. Bambini e cani presero a correre per il campo, i fuochi per la cena fiorirono un po’ dappertutto, il profumo del cibo si fece intenso nell’aria. Al tramonto, le tende erano almeno un centinaio, e quando anche l’ultimo fuoco si accese una donna intonò il canto della lunga e dolente storia di Donabel e del suo perduto amore, Adario. Un arpista cominciò ad accompagnarla, poi un suonatore di tamburo, e infine qualcuno tirò fuori un conaber… uno strumento formato da tre canne congiunte.

Devaberiel Mano d’Argento, che tutti giudicavano il migliore bardo che si potesse trovare in quella parte delle terre elfiche, prese in considerazione l’eventualità di estrarre dai bagagli la sua arpa e di unirsi agli altri, ma semplicemente aveva troppa fame. Munitosi di una ciotola di legno e di un cucchiaio, lasciò quindi la sua tenda e prese ad aggirarsi per il campo in festa. Ogni singolo gruppo… o alar, per usare il termine elfico… aveva approntato enormi quantità di un particolafe piatto, e adesso tutti stavano gironzolando da un fuoco all’altro, mangiando un po’ qui e un po’ lì ciò che più preferivano fra il protrarsi della musica, delle chiacchiere e delle risa. Devaberiel, in particolare, stava cercando Manaverr, il cui alar arrostiva per tradizione un agnello intero in una fossa scavata nel terreno.

Finalmente, il bardo trovò l’alar in questione al limitare del campo. Un paio di giovani stavano proprio in quel momento tirando fuori l’agnello dalla fossa, mentre gli altri stavano approntando il letto di foglie pulite su cui esso sarebbe stato deposto. Manaverr in persona si affrettò a venire ad accogliere il bardo; il capo dell’alar aveva i capelli così chiari da apparire quasi bianchi e le sue pupille simili a quelle di un gatto erano di un profondo color porpora. Ciascuno dei due posò la mano sinistra sulla spalla destra dell’altro in segno di saluto.

— È un grande raduno — osservò poi Manaverr.

— Tutti sapevano che tu saresti stato presente per arrostire l’agnello.

Manaverr scoppiò a ridere, scrollando il capo. In quel momento un piccolo spiritello verde apparve improvvisamente, appollaiato sulla sua spalla; quando l’elfo allungò una mano per accarezzarlo, lo spiritello sorrise, esibendo una bocca piena di denti aguzzi.

— Non hai ancora visto Calonderiel? — domandò quindi al bardo.

— Il capo guerriero? No, perché?

— Sta continuando a chiedere ad ogni bardo, che riesce a trovare informazioni su un punto oscuro della genealogia di qualcuno, e probabilmente presto o tardi finirà per interpellare anche te.

Improvvisamente lo spiritello gli tirò i capelli e svanì prima che Manaverr avesse il tempo di assestargli una pacca. Adesso l’alardan era pieno di esseri del Popolo Fatato, che correvano di qua e di là con la stessa eccitazione dei bambini: spiritelli,gnomi, silfidi e salamandre, quelli erano gli spiriti degli elementi, che a volte assumevano un aspetto solido anche se la loro vera dimora era altrove nei molti strati che componevano l’universo… Devaberiel non era del tutto certo di dove si trovasse tale dimora, perché quelle erano cose note soltanto a chi possedeva il dweomer.

Con un ultimo sforzo gli uomini riuscirono a tirare fuori l’agnello, avvolto in un rozzo panno bruciacchiato, e lo lasciarono cadere sulle foghe: il profumo della carne arrostita, fortemente speziata e farcita di frutta era così invitante che Devaberiel si avvicinò maggiormente senza neppure accorgersene… ma era destino che dovesse attendere per avere la sua porzione, perché in quel momento il capo guerriero Calonderiel, che somigliava molto a suo cugino Manaverr, sopraggiunse a grandi passi e lo chiamò.

— Qual è questa tua misteriosa domanda? — gli chiese subito il bardo.

— È soltanto una mia curiosità — replicò Calonderiel. — Sai che sono andato con Aderyn quando lui è partito per dare la caccia a Loddlaen, vero?

— Ho sentito raccontare qualcosa in proposito.

— Benissimo. In viaggio, ho incontrato un condottiero umano che si chiamava Rhodry Maelwaedd, un ragazzo di vent’anni che stranamente ha nelle vene una buona dose del nostro sangue. Mi stavo chiedendo se per caso tu sapevi in che modo esso potesse essere entrato nel suo clan.

— Una donna del Popolo dell’Ovest ha sposato Pertyc Maelwaedd nel… oh, quando è stato… ecco, circa duecento anni fa.

— Una cosa tanto remota? Ma io ho visto Rhodry maneggiare un pezzo di argento lavorato dai nani, ed esso brillava nelle sue mani.

— Davvero? Allora non si può trattare di una parentela così distante. Come si chiama suo padre?

— Tingyr Maelwaedd, e sua madre è Lovyan del clan Cwl Coc.

Per un momento, Devaberiel rimase perfettamente immobile. Quando era stato? Poteva ancora vedere nella mente il volto di lei: era una splendida ragazza nonostante gli orecchi tozzi e gli occhi rotondi, ed era così malinconica per qualche motivo. Ma quando era successo? Si era trattato di quell’estate insolitamente secca… sì, certo, il che significava che erano passati esattamente ventuno anni.

— Oh, per il Sole Oscuro — esplose infine il bardo. — Non ho mai saputo che Lovva avesse avuto un figlio da me!

— Non trovi che sia davvero ironico? — scoppiò a ridere Calonderiel. — Di certo ho scelto il bardo più indicato a dare una risposta alla mia domanda. Hai davvero una strana passione per le donne con gli orecchi arrotondati, amico mio.

— Non sono poi state così tante!

Quando Calonderiel scoppiò a ridere, il bardo accennò ad assestargli un pugno.

— Smettila di ululare come un orchetto! Voglio sapere tutto su questo mio figlio, ogni dettaglio che riesci a ricordare.

Non molti giorni più tardi, Rhodry costituì l’argomento di un’altra discussione, che si svolse però nel Bardek, al di là del Mare Meridionale. In una stanza al piano superiore di una villa isolata, nelle profondità di una zona collinosa dell’isola principale, due uomini seduti su un divano color porpora erano intenti ad osservarne un terzo che sedeva invece ad un tavolo coperto di libri e di rotoli di pergamena. Il terzo uomo era disgustosamente grasso, floscio e grinzoso come una vecchia e lacera palla di cuoio, e sul suo cranio dalla pelle scura rimanevano soltanto pochi ciuffi di capelli bianchi; ogni volta che sollevava lo sguardo, le palpebre gli si abbassavano in maniera incontrollabile, nascondendo parzialmente gli occhi castani. Quell’uomo si era immerso così totalmente e così a lungo nello studio del dweomer oscuro che non aveva più neppure un nome: adesso era soltanto il Vecchio.

I due visitatori seduti sul divano erano entrambi originari di Deverry. Alastyr, che dimostrava cinquant’anni ma che era in effetti vicino alla settantina, era un individuo robusto con il volto squadrato e i capelli grigi; a prima vista, aveva il tipico aspetto dei mercanti di Cerrmor, con i calzoni a scacchi e la camicia ricamata, e in effetti badava sempre a recitare con cura quella parte. Il suo compagno, Sarcyn, aveva appena compiuto i trent’anni; con i capelli biondi, gli occhi di un azzurro intenso e i lineamenti regolari, sarebbe apparso attraente se non ci fosse stato qualcosa nel modo in cui sorrideva e nell’espressione rovente dei suoi occhi, che induceva la gente a trovarlo repellente.

Entrambi i visitatori rimasero in assoluto silenzio fino a quando il Vecchio non sollevò lo sguardo, piegando la testa all’indietro in modo da poterli vedere bene.

— Ho riesaminato tutti i calcoli principali — affermò, con voce che somigliava al rumore di due rami secchi sfregati uno contro l’altro. — Qui c’è all’opera qualcosa di nascosto che non riesco a capire… un segreto, o forse una forza messa in opera dal Destino, che ha interferito con i nostri piani.

— Non si potrebbe essere trattato semplicemente dell’intervento del Maestro dell’Aethyr? — domandò Alastyr. — Loddlaen se la stava cavando in maniera splendida finché non è entrato in gioco lui.

Il Vecchio scosse il capo e raccolse un fascio di pergamene.

— Questo è l’oroscopo di Tingyr, il padre di Rhodry. La mia arte è molto complessa, piccolo Alastyr, e un singolo oroscopo rivela pochi segreti.

— Capisco. Non me ne ero reso conto.

— Non ne dubito, perché pochi conoscono le stelle bene quanto me. Ora, la maggior parte della gente pensa che quando un uomo muore il suo oroscopo non serva più, ma l’astrologia è l’arte dello studio degli inizi, e qualsiasi sia il modo in cui un uomo inizia la sua vita… come figlio, per esempio… l’influenza delle sue stelle continua anche dopo la morte. Quando ho correlato questo oroscopo con certi transiti di stelle, è parso chiaro che quest’estate Tingyr avrebbe perso un figlio mediante un inganno da parte di qualcuno. Dal momento che le carte astrali dell’altro fratello indicavano che lui non correva pericolo, era quindi ovvio che il figlio destinato a morire fosse Rhodry.

— L’anno non è ancora finito, e sarebbe facile mandare un assassino a dargli la caccia.

— Facile e del tutto inutile. I presagi indicano con chiarezza che lui morirà in battaglia. Hai forse dimenticato tutto quello che ti ho insegnato?

— Ti porgo le mie umili scuse.

— Inoltre, l’anno di Deverry termina con Samaen, quindi ormai ci resta meno di un mese. No, è come ho detto io: qui è all’opera qualche fattore nascosto. — Il Vecchio lasciò indugiare lo sguardo sul tavolo carico di carte, poi riprese: — Tuttavia, mi sembrava di possedere tutte le informazioni necessarie, e questo potrebbe presagire male… per tutti noi. No, Alastyr, non manderemo nessun assassino e non useremo nessun mezzo drastico fino a quando non avrò districato questo enigma.

— Faremo come desideri, naturalmente.

— Naturalmente. — Il Vecchio raccolse uno stilo d’osso e batté con esso qualche colpetto su un’altra pergamena. — Anche questa donna mi lascia perplesso… invero Jill mi sconcerta molto, perché nei presagi non c’era nulla che parlasse di una donna capace di combattere come un uomo. Vorrei raccogliere maggiori informazioni sul suo conto, se possibile perfino la sua data di nascita, in modo da poter analizzare le sue stelle.

— Farò ogni sforzo per portarti al mio ritorno ciò che ti serve. Con un cenno di approvazione che fece tremare i suoi molteplici menti, il Vecchio spostò la propria mole sulla sedia.

— Manda il tuo apprendista a prendere il mio pranzo — ordinò.

Alastyr rivolse un cenno a Sarcyn, che si alzò con pronta obbedienza e lasciò la stanza; quando fu uscito, il Vecchio indugiò per qualche momento a contemplare la porta chiusa.

— Quell’uomo ti odia — affermò infine.

— Davvero? Non me ne ero reso conto.

— Senza dubbio sta facendo di tutto per nasconderlo. Ora, è giusto e normale che un apprendista sia in lotta costante con il suo maestro, perché in quale modo può l’uomo imparare al meglio se non lottando per acquisire il sapere? Ma l’odio è una cosa molto pericolosa.

Alastyr si chiese se il Vecchio avesse scorto un presagio indicante che Sarcyn costituiva una concreta minaccia, ma sapeva che il maestro non lo avrebbe mai detto, se non dietro pagamento di un prezzo considerevole: il Vecchio era il maggiore esperto vivente di quella particolare branca del dweomer oscuro che consisteva nello strappare accenni di eventi futuri ad un universo restio a rivelarli.

La sua personale versione distorta dell’astrologia rientrava in quell’arte, che richiedeva molta meditazione e una pericolosa forma di esplorazione astrale; dal momento che era prezioso e a suo modo scrupolosamente onesto, il Vecchio godeva di un rispetto e di una lealtà che erano una cosa rara fra coloro che possedevano il dweomer oscuro ed era, in senso limitato, ciò di più simile ad un capo che la loro «confraternita» avesse mai avuto.

Poiché la sua età e la sua mole lo costringevano a restare confinato in quella villa, Alastyr aveva stipulato con lui un accordo in base al quale si era accollato quella parte del lavoro del Vecchio che richiedeva viaggi e spostamenti in cambio di un aiuto nei propri progetti.

Alcuni minuti più tardi Sarcyn tornò con un vassoio su cui era posata una ciotola, e dopo aver deposto il tutto davanti al Vecchio tornò a sedersi accanto ad Alastyr. La ciotola conteneva carne fresca di un animale appena ucciso, mescolata con il sangue ancora caldo… un cibo necessario per gli anziani maestri delle arti oscure. Il Vecchio immerse con delicatezza un dito nella ciotola e lo leccò.

— Ora, veniamo al tuo lavoro — disse. — I tempi sono ormai maturi per ottenere quello che cerchi, ma dovrai essere molto cauto. So che hai preso parecchie precauzioni, ma ricorda la cura con cui abbiamo lavorato per eliminare Rhodry… e tu sai bene quanto me come sono andate a finire le cose.

— Ti garantisco che sarò costantemente sul chi vive.

— Bene. La prossima estate una certa configurazione di pianeti sarà ostile nell’oroscopo del Sommo Re di Deverry, e questo raggruppamento sarà a sua volta influenzato da sottili fattori che esulano dalla tua comprensione. Tutti questi presagi esaminati complessivamente indicano che il re potrebbe perdere un potente custode, se qualcuno decidesse di operare per sottrarglielo.

— Splendido! Il gioiello che cerco è proprio un custode del genere.

Il Vecchio si concesse una pausa per raccogliere un altro po’ di carne sanguinante.

— Questo è tutto molto interessante, piccolo Alastyr. Finora hai mantenuto la tua parte dell’accordo, forse perfino meglio di quanto tu sappia. Sono accadute cose così strane — affermò, in tono quasi sognante. — Cose molto, molto interessanti. Quando tornerai da Deverry, vedremo se ti saranno accaduti altri fatti strani. Capisci cosa intendo? Dovrai stare continuamente in guardia!

Alastyr avvertì una morsa gelida serrargli lo stomaco. Era stato avvertito, sia pure con la massima circospezione, che il Vecchio sentiva di non potersi più fidare delle proprie predizioni.

In ginocchio nella sua tenda di cuoio rosso, Devaberiel Mano d’Argento stava rovistando metodicamente in una sacca appesa alla parete e ricamata con rose e viticci. Dal momento che la sacca era piuttosto grande, gli ci volle qualche tempo per trovare quello che stava cercando; con irritazione, frugò in mezzo ai vecchi trofei vinti nelle gare di canto, spinse da un lato il primo goffo ricamo realizzato da sua figlia, due fibbie d’argento spaiate, una bottiglia di profumo del Bardek, un cavallo intagliato nel legno regalatogli da una donna che aveva amato e di cui aveva dimenticato il nome. Proprio in fondo, s’imbatté infine in un sacchettino di cuoio tanto vecchio che cominciava a creparsi.

Apertolo, si fece cadere sul palmo della mano l’anello in esso contenuto: anche se era fatto di argento dei nani ed era quindi ancora lucido come il giorno in cui lo aveva conservato, l’anello non era permeato da nessuna forma di dweomer… almeno nessuna che i saggi e gli uomini del dweomer fossero in grado di individuare. Si trattava di una fascetta d’argento larga poco meno di un centimetro su cui era inciso all’esterno un motivo di rose, mentre all’interno c’erano alcune parole in caratteri elfici appartenenti però ad una lingua ignota. Durante tutti i duecento anni in cui quell’anello era stato in suo possesso, Devaberiel non aveva ancora trovato un saggio capace di decifrare quella scritta.

Anche il modo in cui era entrato in possesso dell’anello era altrettanto misterioso. A quell’epoca, Devaberiel era un giovane che aveva appena finito il suo addestramento come bardo e stava viaggiando con l’alar di una donna che gli piaceva in maniera particolare; un pomeriggio, un viandante in sella ad uno splendido stallone dorato era giunto al campo, e quando si era avvicinato per accoglierlo insieme ad un paio di altri uomini, Devaberiel aveva ricevuto una notevole sorpresa. Anche se da lontano lo sconosciuto appariva come un comune uomo del Popolo, con i capelli scuri e gli occhi nerissimi degli originari del lontano ovest, da vicino era difficile stabilire con esattezza quale fosse il suo aspetto. Sembrava che i suoi lineamenti e la sua figura cambiassero in maniera continua anche se quasi impercettibile: la bocca era ora ampia ora sottile, e la sua statura appariva ora più alta ora più bassa. L’uomo era sceso di sella e aveva guardato il gruppetto venuto ad accoglierlo.

— Desidero parlare con Devaberiel il bardo — aveva annunciato.

— Sono io.

— Eccellente. Ho qui un dono per uno dei tuoi figli, giovane bardo, perché ne avrai più di uno. Quando ciascuno di essi nascerà, consultati con qualcuno che sia esperto nel dweomer, e così saprai a chi di essi dovrà andare il dono.

Lo sconosciuto gli aveva quindi porto il sacchettino con l’anello, e per un istante i suoi occhi erano parsi più azzurri che neri.

— Ti ringrazio, buon signore, ma chi sei?

Lo straniero si era limitato a sorridere mentre rimontava in sella, e si era allontanato senza aggiungere una sola parola.

Nel corso degli anni successivi, Devaberiel non aveva scoperto nulla di più sull’anello o sul suo misterioso donatore… né i saggi né gli esperti del dweomer avevano potuto aiutarlo. Alla nascita di ciascuno dei suoi due figli aveva obbedientemente consultato qualcuno che possedesse il dweomer, ma ogni volta i presagi erano stati contrari alla trasmissione del dono. Adesso, però, si era ritrovato di colpo con un terzo figlio. Tenendo in mano l’anello, il bardo si avvicinò alla soglia della tenda e guardò fuori: una pioggerella fredda e grigia stava cadendo sul campo e il vento era pungente. Il suo sarebbe stato un viaggio disagevole, ma era deciso a trovare la donna del dweomer che sembrava possedere la maggiore affinità con l’anello, perché sapeva che la curiosità non gli avrebbe permesso di riposare fino a quando non avesse scoperto se esso apparteneva davvero al giovane Rhodry ap Devaberiel, che si credeva ancora un Maelwaedd.

Sospinta da un vento gelido, la pioggia si abbatteva sferzante sulle grigie strade di Cerrmor, per cui Jill e Rhodry non potevano fare molto di più che starsene rintanati come volpi nella locanda presso le porte settentrionali. Dal momento che avevano soldi a sufficienza per trascorrere tutto l’inverno al caldo e senza patire la fame, Jill si sentiva felice e ricca quanto un nobile, ma Rhodry era invece scivolato in un umore nero che poteva essere descritto soltanto con l’intraducibile termine di hiraedd… un doloroso e malinconico desiderio per qualcosa d’irraggiungibile.

Il giovane se ne stava seduto per ore nella sala comune della taverna, accasciato in avanti con lo sguardo fisso sul suo boccale di birra mentre dentro di sé continuava a riflettere sul suo disonore. Nulla di ciò che Jill diceva o faceva sembrava in grado di riscuoterlo da quello stato d’animo e alla fine, sebbene le dolesse il cuore ad agire così, la ragazza si decise a lasciarlo al suo silenzio.

Se non altro di notte, quando salivano nella loro camera, poteva usare baci e carezze per rincuorarlo. Dopo che si erano amati, lui rimaneva felice per un po’ e parlava con lei tenendola stretta a sé; infine scivolava nel sonno, e spesso Jill restava sveglia a fissarlo come se fosse stato un rompicapo da risolvere. Rhodry era un uomo alto e muscoloso ma snello dalle spalle ai fianchi, con lunghe mani sensibili che tradivano il suo sangue elfico; anche se i capelli corvini e gli occhi azzurri erano tipici degli uomini di Eldidd, non c’era però nulla di tipico nel suo volto avvenente dai lineamenti così perfetti che sarebbero parsi quasi femminei se non fosse stato per le varie piccole cicatrici che lui aveva collezionato combattendo. Avendo avuto modo di incontrare qualche uomo degli Elcyion Lacar, Jill sapeva che anche loro erano altrettanto avvenenti, e spesso si poneva interrogativi su quella vena di sangue elfico che, secondo quanto Nevyn garantiva, era improvvisamente riaffiorata in Rhodry. Da un punto di vista logico, la cosa sembrava improbabile.

Una notte, poi, le sue lunghe riflessioni le portarono infine la risposta a quel problema. Di tanto in tanto, le capitava di fare sogni permeati di verità, che erano in effetti visioni scaturite dal dweomer e sottratte al controllo della sua sfera cosciente. Di solito, proprio come in questo caso, quei sogni si presentavano quando lei stava da tempo riflettendo su qualche problema.

Quella particolare notte, in cui la pioggia batteva contro le imposte e il vento ululava intorno alla taverna, lei si addormentò nelle braccia di Rhodry e sognò gli Elcyion Lacar. Nel sogno le parve di volare al di sopra delle praterie occidentali, in una giornata in cui il sole si faceva vedere soltanto a tratti fra le nubi. Molto più in basso, sotto di lei, un gruppetto di tende elfiche che splendevano come gemme colorate spiccava in mezzo al verde mare d’erba.

All’improvviso, si venne a trovare dentro al campo. Un uomo alto avvolto in un mantello rosso le passò accanto ed entrò in una tenda tinta di azzurro e di porpora. D’impulso, Jill lo segui. La tenda era elaboratamente decorata con arazzi intrecciati, sacche ricamate appese alle pareti e tappeti del Bardek stesi a coprire il terreno; seduta su un mucchio di cuscini di cuoio c’era una donna elfica con i capelli biondi raccolti in due lunghe trecce dietro gli orecchi allungati e delicatamente appuntiti come due conchiglie. Il visitatore s’inchinò congiungendo le mani in segno di rispetto, poi si liberò del mantello e sedette sul tappeto più vicino alla donna. I suoi capelli erano chiari come la luce lunare, i suoi occhi di un azzurro intenso erano tipici occhi elfici, tagliati verticalmente con la pupilla simile a quella dei gatti. Nonostante quelle stranezze, Jill pensò che nel suo modo alieno l’uomo era avvenente quanto il suo Rhodry, e aveva anche un’aria stranamente familiare.

— Molto bene, Devaberiel — esordì la donna, e Jill si accorse di riuscire a comprenderla anche se si era espressa nella lingua elfica. — Ho studiato le pietre, ed ho la risposta che cerchi.

— Ti ringrazio, Valandario — rispose l’uomo, protendendosi in avanti.

In quel momento Jill si accorse che fra i due era steso un panno ricamato con simboli geometrici e che in svariati punti di quella ragnatela di triangoli e di quadrati giacevano gemme sferiche: rubini, berilli gialli, zaffiri, smeraldi e ametiste. Al centro del panno giaceva invece un semplice anello d’argento. Valandario cominciò a spostare le gemme lungo svariate linee, fino a disporne una di ciascun colore in modo da formare un pentagono intorno all’anello.

— Il Destino di tuo figlio è racchiuso da questo anello — disse, — ma io non so di quale Destino si possa trattare. So soltanto che esso si trova alquanto a nord e che aleggia nell’aria. Senza dubbio ogni cosa ci sarà rivelata a tempo debito.

— Come gli dèi desiderano. Hai i miei solenni ringraziamenti per il tuo aiuto. Farò in modo che Rhodry abbia questo anello: può darsi che decida di andare io stesso fino a Dun Gwerbyn per dare un’occhiata a questo mio figlio.

— Non sarebbe saggio dirgli la verità.

— È ovvio. Non voglio interferire con la successione politica in Eldidd, voglio soltanto vederlo. Dopo tutto, è una notevole sorpresa scoprire di avere un figlio adulto di cui si ignorava l’esistenza… anche se Lovyan non avrebbe certo potuto avvertirmi, essendo ancora sposata al suo potente condottiero.

— Comprendo il tuo punto di vista — cominciò Valandario, poi sollevò improvvisamente lo sguardo e lo fissò su Jill. — Ehi! Chi sei tu che vieni a spiarmi in spirito?

Quando tentò di rispondere, Jill scoprì di non poter parlare. Esasperata, Valandario sollevò una mano e tracciò un sigillo nell’aria, e subito Jill si ritrovò sveglia e seduta nel letto, con Rhodry che le dormiva accanto. Dal momento che la stanza era fredda, la ragazza si affrettò a sdraiarsi e a infilarsi sotto le coperte.

Era un sogno vero, pensò intanto fra sé. Oh, per la Dea della Luna, il mio uomo è per metà un elfo!

Rimase a lungo sveglia a riflettere sul sogno… era ovvio che Devaberiel avesse avuto un aspetto familiare, considerato che era il padre di Rhodry. Jill era alquanto sconvolta dal fatto che Lady Lovyan, che lei ammirava molto, avesse tradito il marito, ma del resto Devaberiel era un uomo eccezionalmente attraente… per un momento, pensò di parlare a Rhodry del sogno, ma l’avvertimento di Valandario la dissuase dal farlo. Inoltre, scoprire di non essere un vero Maelwaedd ma un bastardo avrebbe avuto soltanto l’effetto di spingere ancor più profondamente Rhodry nel suo stato di hiraedd, e già così lei era in difficoltà a tenere a freno le sue crisi di depressione.

E c’era anche quell’anello d’argento: quella era un’altra prova di ciò che Nevyn le aveva detto, e cioè che il Wyrd di Rhodry era profondo e nascosto. Alla fine, Jill decise che se mai avesse rivisto il vecchio gli avrebbe parlato di quei presagi. Quando già stava scivolando di nuovo nel sonno, si chiese se le loro strade si sarebbero incrociate ancora: sebbene il dweomer la spaventasse, voleva molto bene a Nevyn… ma il regno era vasto e chi poteva sapere in quale direzione il vecchio avrebbe indirizzato i suoi vagabondaggi?

L’indomani, Jill si rese conto appieno dell’importanza del sogno fatto mentre lei e Rhodry sedevano nella sala comune della taverna. Ancora una volta, infatti, il dweomer fece irruzione nella sua mente e s’impadronì di lei senza preavviso. Per un momento, Jill sì ritrasse in se stessa, come una lepre che si accoccolasse immobile fra i cespugli nel sentire l’abbaiare dei cani.

— C’è qualcosa che non va, amor mio? — chiese subito Rhodry.

— Nulla, nulla. Stavo soltanto… oh, stavo pensando alla guerra scatenata da Loddlaen la scorsa estate.

— Di certo è stata una cosa strana — convenne Rhodry, abbassando la voce fino a ridurla a un sussurro. — Tutto quel dannato dweomer! Prego ogni dio che il dweomer non ci tocchi mai più di nuovo!

Jill annuì esteriormente, ma dentro di sé sapeva che questo era impossibile. Nel momento stesso in cui Rhodry parlava, il piccolo gnomo grigio si manifestò sul tavolo e si sedette accanto al suo bicchiere. Durante tutta la sua vita Jill era sempre stata in grado di vedere il Popolo Fatato, e quel particolare gnomo ossuto dal naso grosso era un suo grande amico.

Oh, mio povero Rhoddo, pensò, il dweomer è tutt’intorno a te dovunque vai.

E si sentì al tempo stesso rabbiosa e spaventata, combattuta fra il desiderio che i suoi particolari talenti svanissero e il timore che essi non se ne andassero mai.

Una volta, l’estate precedente, Nevyn le aveva detto che se avesse rifiutato di usarli, con il tempo quei talenti sarebbero avvizziti e scomparsi, ma pur sperando che il vecchio avesse ragione… e di certo ne sapeva assai più di lei in materia… Jill nutriva i suoi dubbi al riguardo, soprattutto quando indugiava a riflettere su come il dweomer l’avesse sospinta nella guerra contro Loddlaen e nella vita di Rhodry. Lei era sempre stata una persona del tutto sconosciuta, la figlia bastarda di una daga d’argento, finché suo padre non aveva accettato quello che sembrava un incarico del tutto normale, e cioè di scortare una carovana di mercanti in viaggio verso il confine occidentale di Eldidd. Tuttavia, dal preciso momento in cui il mercante aveva offerto l’ingaggio a Cullyn, lei aveva saputo che sarebbe successo qualcosa d’insolito, aveva avvertito l’inesplicabile certezza che la sua vita era giunta ad un crocevia. E quanto aveva avuto ragione!

Prima la carovana aveva proseguito verso ovest fino alle terre degli Elcyion Lacar, quel popolo elfico che si supponeva esistesse soltanto nelle fiabe e nei miti, poi era tornata in Eldidd portando con sé alcuni elfi ed era finita nel bel mezzo di una guerra permeata dal dweomer.

E lei era giunta giusto in tempo per salvare la vita di Rhodry uccidendo un uomo che, così sembrava asserire il dweomer, era invincibile… secondo la profezia infatti, Lord Corbyn non sarebbe mai morto per mano di un uomo. Come tutti gli enigmi posti dal dweomer, però, anche quello aveva avuto due facce affilate, come dimostrava il fatto che il nobile era stato abbattuto dalla mano di una ragazza. Nel ripensarci, Jill ebbe l’impressione che fosse stato tutto troppo perfetto, troppo ingegnoso, quasi gli dèi modellassero il Wyrd delle persone nello stesso modo in cui gli artigiani del Bardek modellavano quelle scatole a incastro con i loro minuscoli e precisi meccanismi privi di un vero significato.

Si ricordò però poi degli elfi, che non erano uomini nel vero senso della parola, e del fatto che Rhodry era per metà un elfo. Si rese allora conto che Rhodry avrebbe potuto lui stesso abbattere il nemico, se soltanto avesse creduto di esserne in grado, e che il suo arrivo, per quanto utile, non era necessariamente stato preordinato dal dweomer più di quanto potesse esserlo una tempesta di neve in pieno inverno.

Tuttavia il dweomer l’aveva portata a lui, di questo era certa, e se non era stato per salvargli la vita, allora ci doveva essere un altro motivo ancora oscuro. Sebbene quel pensiero la facesse rabbrividire, Jill si trovò suo malgrado a chiedersi perché il dweomer dovesse spaventarla tanto, perché fosse tanto certa che seguire la via del dweomer l’avrebbe portata alla morte, e d’un tratto comprese: ciò che temeva era che un suo coinvolgimento con il dweomer potesse portare non soltanto alla sua morte ma anche a quella di Rhodry. Per quanto continuasse a ripetersi che si trattava di un’idea stupida, passò molto tempo prima che riuscisse a liberarsi di quella sensazione irrazionale.

DEVERRY, 773

Tutti gli uomini hanno visto i due volti sorridenti della Dea, Colei che dona i buoni raccolti e Colei che porta l’amore nel cuore degli uomini. Alcuni hanno visto il suo volto severo, la Madre che a volte deve castigare i suoi figli che hanno errato. Quanti hanno però mai visto il quarto volto della Dea, che è nascosto perfino alla maggior parte delle donne che camminano sulla terra?

I Discorsi della Sacerdotessa Camylla

UNO

Il cavaliere morente scivolò di sella, barcollò e cadde in ginocchio sull’acciottolato. Gettandosi a terra accanto a lui, Gweniver lo afferrò per le spalle prima che si accasciasse in avanti e Claedd la fissò con occhi annebbiati mentre il sangue gli filtrava abbondante dalla camicia, colando sulle mani di lei.

— Abbiamo perso, mia signora. Tuo fratello è morto.

Il sangue riempì la bocca del ferito, scaturendone in una bolla di morte, e Gweniver adagiò al suolo il corpo; accanto ad esso, il cavallo sfiancato agitò una volta la testa e rimase quindi immobile, tremante e madido di sudore grigio. La ragazza si rialzò in piedi proprio mentre un garzone di stalla sopraggiungeva di corsa.

— Fa’ quello che puoi per quel cavallo — gli ordinò la ragazza, — poi avverti tutti i servitori di prendere le loro cose e di fuggire. Dovete andare via di qui, altrimenti non arriverete vivi a domani.

Pulendosi le mani sul vestito, Gweniver attraversò di corsa il cortile fino all’alta rocca del clan del Lupo, che quella notte sarebbe bruciata senza che lei potesse fare nulla per impedirlo; nella grande sala, accoccolate accanto al camino padronale, c’erano sua madre Dolyan, la sua sorella minore Macla e Mab, la loro anziana serva personale.

— Gli uomini del Cinghiale devono aver sorpreso la banda di guerra lungo la strada — annunciò Gweniver. — Avoic è morto, e questa è la fine della faida.

Dolyan gettò indietro il capo ed emise un acuto lamento per il marito e i tre figli morti, mentre Macla scoppiava in lacrime e si aggrappava a Mab.

— Oh, piantatela! — scattò Gweniver. — Indubbiamente la banda di guerra del Cinghiale starà adesso venendo qui per reclamarci. Volete fare tutte la fine di altrettanti trofei?

— Gwen! — gemette Macla. — Come puoi essere così fredda e insensibile?

— Meglio fredda che violentata. Ora sbrigatevi tutte: prendete le cose che potete portare su un cavallo: andremo al Tempio della Luna e se vivremo abbastanza a lungo da raggiungerlo le sacerdotesse ci daranno rifugio. Mi hai sentita, mamma? Oppure preferisci vedere me e Maccy consegnate alla banda di guerra?

Quella deliberata brutalità costrinse infine Dolyan a tacere.

— Bene — approvò Gweniver. — Ora sbrigatevi, tutte e tre.

Seguì quindi le altre su per la scala a spirale, ma invece di recarsi nella sua stanza entrò in quella del fratello, dove prelevò dalla cassapanca intagliata posta accanto al letto un paio di vecchi calzoni e una camicia che erano appartenuti a lui. Indossare quegli indumenti le fece versare qualche lacrima… aveva voluto bene ad Avoic, che aveva appena quattordici anni… ma subito si riprese perché non c’era tempo per piangere i morti. Una volta vestita, si affibbiò alla vita la spada di riserva del fratello e una vecchia daga: anche se di certo non era un guerriero addestrato, i suoi fratelli le avevano insegnato come impugnare una spada, per il semplice motivo che in quei tempi nessuno era in grado di sapere se e quando una donna si poteva trovare costretta a brandirne una in propria difesa. Alla fine, si sciolse i lunghi capelli biondi e li tagliò corti con la daga: adesso di notte sarebbe apparsa abbastanza simile ad un uomo da indurre qualsiasi razziatore isolato a pensarci due volte prima di attaccare il gruppetto in viaggio.

Dal momento che dovevano percorrere almeno cinquanta chilometri prima di raggiungere la salvezza, Gweniver costrinse le altre donne a procedere ad un rapido trotto e a volte addirittura a galoppare per brevi tratti, girandosi di tanto in tanto sulla sella per scrutare la strada alla ricerca di quella nube di polvere che per loro avrebbe significato la morte. Poco dopo il tramonto, la luna piena sorse a guidarle con la sua luce sacra, ma ormai Dolyan stava ondeggiando sulla sella per lo sfinimento; scorgendo un boschetto di ontani ad una certa distanza su un lato della strada, Gweniver diresse là le altre per un breve riposo.

Fu necessario aiutare Dolyan e Mab a scendere di sella, e dopo averle sistemate Gweniver tornò sulla strada per montare la guardia. In lontananza sull’orizzonte, nella direzione da cui loro erano giunte, un bagliore dorato ardeva come una piccola luna nascente, il che significava che con ogni probabilità la fortezza stava bruciando. Estratta la spada, Gweniver ne serrò con forza l’elsa mentre fissava quel bagliore senza pensare a nulla; all’improvviso, sentì un battito di zoccoli e vide un cavaliere sopraggiungere al galoppo lungo la strada. Dietro di lei, nel boschetto, i cavalli lanciarono un nitrito di saluto, tradendo involontariamente la loro presenza.

— In sella! — urlò Gweniver. — Preparatevi a partire!

Il cavaliere si arrestò e smontò di sella, estraendo la spada; quando avanzò verso di lei, Gweniver vide brillare sotto la luce della luna la spilla di bronzo che gli tratteneva il mantello: era un guerriero del Cinghiale.

— Chi sei, ragazzo? — domandò l’uomo.

Per tutta risposta Gweniver s’incurvò in avanti, pronta a combattere.

— A giudicare dal tuo silenzio, direi che devi essere un paggio del clan del Lupo. Cosa stai proteggendo così fedelmente? Detesto l’idea di uccidere un ragazzino come te, ma gli ordini sono ordini, quindi ora consegnami quelle dame.

Spinta da un’assoluta disperazione, Gweniver scattò in avanti e colpì. Colto alla sprovvista, il guerriero del Cinghiale scivolò e sollevò la spada in un fendente incontrollato. Il colpo successivo di Gweniver lo raggiunse su un lato del collo, e un momento più tardi la ragazza calò l’arma dal lato opposto, come le aveva insegnato il suo fratello maggiore, Benoic. Con un gemito pieno d’incredulità, l’uomo del Cinghiale piegò le ginocchia e morì ai suoi piedi. Gweniver si trattenne a stento dal vomitare: alla luce della luna la lama della sua spada spiccava scura e umida per il sangue e non lucida e pulita come negli addestramenti. L’urlo di terrore di sua madre la costrinse a riscuotersi; di corsa raggiunse il cavallo del guerriero ucciso e ne afferrò le redini proprio mentre esso stava per fuggire, guidandolo quindi verso il boschetto.

— Che si dovesse mai giungere a questo! — singhiozzò Mab. — Che una ragazza da me allevata dovesse essere costretta a trasformarsi in un guerriero! Oh, voi dèi tutti, quando avrete infine pietà del regno?

— Ne avranno quando farà comodo a loro e non un minuto prima — dichiarò Gweniver. — Adesso montate su quei cavalli! Dobbiamo andare via di qui.

Nel cuore della notte arrivarono infine al Tempio della Luna, che sorgeva sulla sommità di una collina ed era cinto da un robusto muro di pietra; insieme ai suoi amici e vassalli, il padre di Gweniver aveva fornito i fondi necessari a costruire quel muro, una lungimirante generosità che ora sarebbe servita a salvare la vita di sua moglie e delle sue figlie. Se anche qualche guerriero inebriato dalla battaglia fosse stato abbastanza folle da infrangere il geis e da rischiare l’ira della Dea pretendendo di entrare, le mura lo avrebbero tenuto fuori fino a quando non avesse ritrovato il senno. Una volta alle porte del tempio, Gweniver prese a chiamare a gran voce e smise soltanto quando sentì infine una voce spaventata avvertire che qualcuno stava arrivando; poco dopo una sacerdotessa avvolta in uno scialle aprì i battenti appena di una fessura, affrettandosi però a spalancarli non appena vide e riconobbe Dolyan.

— Oh, mia signora, il peggio si è dunque abbattuto sul tuo clan?

— È così. Volete darci rifugio?

— Con piacere, ma non so come fare con questo ragazzo che vi accompagna.

— Sono soltanto io, con indosso gli abiti di mio fratello — intervenne Gweniver. — Ho pensato fosse meglio fingere che con noi ci fosse un uomo.

— Benissimo, allora — replicò la sacerdotessa, con una risata nervosa, — affrettatevi ad entrare.

Scuro e ombroso sotto la luce della luna, il vasto complesso del tempio era cosparso di edifici, alcuni di pietra altri costruiti più affrettatamente in legno. Parecchie sacerdotesse con il mantello gettato sulla camicia da notte si affollarono intorno alle profughe e aiutarono le donne più anziane a smontare di sella, continuando a parlare in tono sommesso e confortante. Alcune di esse condussero poi i cavalli nelle stalle, altre accompagnarono le fuggiasche nella lunga costruzione di legno riservata agli ospiti. Quello che un tempo era stato un elegante edificio dove alloggiare le nobildonne in visita era adesso affollato di brande e di cassapanche, perché in esso avevano trovato rifugio donne di ogni classe sociale: la sanguinosa faida che aveva ridotto il clan del Lupo a tre sole donne era infatti soltanto uno dei fili che componevano l’orribile arazzo della guerra civile.

Alla luce di una candela, le sacerdotesse trovarono alle nuove arrivate alcune brande vuote in un angolo; in mezzo ai sussurri e alla confusione, Gweniver si distese sulla più vicina e si addormentò senza neppure togliersi la spada o gli stivali.

Al risveglio si trovò in un dormitorio silenzioso e vuoto, inondato dalla luce che penetrava dalle strette finestre poste vicino al tetto. Era venuta tanto spesso in visita al tempio che per un momento rimase confusa, chiedendosi se era lì per pregare di vedere con chiarezza quale fosse la sua vocazione o per rappresentare il suo clan nei riti del raccolto. Poi i ricordi l’assalirono, violenti come un colpo di spada.

— Avoic! — sussurrò. — Oh, Avoic!

I suoi occhi non versarono però neppure una lacrima, e d’un tratto si accorse di avere fame. Sentendosi tutta indolenzita, si stiracchiò e si alzò in piedi, oltrepassando una soglia all’estremità del dormitorio da cui si accedeva al refettorio, una stretta stanza piena di tavoli per i numerosi e disperati ospiti. Una neofita che portava un abito bianco e una sopragonna verde lanciò un acuto strillo.

— Chiedo scusa, Gwen — disse poi, ridendo. — Per un momento ho pensato che fossi un ragazzo. Siediti, e ti porterò un po’ di porridge.

Gweniver si slacciò la cintura con la spada e la posò sul tavolo accanto prima di sedersi, lasciando scorrere un dito sul fodero che era appartenuto ad Avoic, in cuoio rivestito di argento brunito decorato con spirali e sagome intrecciate di lupi. Secondo tutti i canoni della legge, adesso lei era il capo del clan del Lupo, ma dubitava che avrebbe mai potuto reclamare quel suo diritto: per poter ottenere che la successione andasse alla linea femminile di discendenza avrebbe infatti dovuto sormontare ostacoli ben maggiori di quello costituito dal Tieryn Burcan del clan del Cinghiale.

Entro pochi minuti Ardda, la somma sacerdotessa del tempio, si venne a sedere accanto a lei; anche se era prossima alla sessantina, con i capelli grigi e una ragnatela di rughe intorno agli occhi, Ardda aveva ancora un passo e un portamento lievi come quelli di una ragazza.

— Dunque, Gwen — esordì la donna. — Per anni mi hai ripetuto che volevi diventare una sacerdotessa. Il tuo momento è giunto oppure no?

— Non lo so, mia signora. Sai che ho sempre nutrito dei dubbi in merito alla mia vocazione… ecco, ammesso che mi resti qualche scelta al riguardo.

— Non ti dimenticare che adesso hai come dote le terre del clan. Quando la notizia si diffonderà, sono pronta a scommettere che fra gli alleati di tuo padre ci sarà più di un giovane disposto a venire a tirarti fuori di qui.

— Oh, per gli dèi, non ho mai desiderato sposarmi!

Con un piccolo sospiro, Ardda sollevò inconsciamente una mano a toccarsi la guancia destra, su cui spiccava il tatuaggio azzurro della luna crescente. Qualsiasi uomo che osasse toccare con desiderio una donna che portava quel simbolo veniva immediatamente messo a morte: non soltanto i nobili, ma anche qualsiasi uomo libero di qualunque ceto sarebbe stato pronto ad uccidere il colpevole, perché se la Dea si fosse adirata i raccolti non avrebbero prosperato e nessun uomo avrebbe più generato dei figli.

— Per poter conservare le terre del Lupo ti dovrai sposare — osservò poi.

— Non è che io voglia le terre, voglio soltanto tenere vivo il clan, e c’è sempre mia sorella. Se io mi votassi alla Dea, allora Maccy erediterebbe di diritto, e lei ha sempre avuto una quantità di corteggiatori, anche quando aveva soltanto una piccola dote.

— Ma sarebbe in grado di governare il clan?

— Certamente no, ma se le scegliessi il marito giusto… oh, ma senti cosa dico! Come farò ad arrivare dal re per presentargli la mia petizione? Sono pronta a scommettere che in questo preciso momento gli uomini del Cinghiale stanno venendo qui per accertarsi di tenerci rinchiuse nel tempio come maiali in un recinto.

Quella predizione si rivelò esatta appena un’ora più tardi. Gweniver stava passeggiando con irrequietezza nel cortile quando sentì il rumore degli zoccoli di molti cavalli che venivano da quella parte. Imitata da altre sacerdotesse, spiccò subito la corsa verso le porte, gridando alle custodi di sprangarle. Gweniver le stava aiutando a calare al suo posto la sbarra di ferro quando i cavalieri sopraggiunsero fra un tintinnare di cotte di maglia e un tamburellare di zoccoli. Ardda era intanto già salita sulla passerella che correva al di sopra delle porte, e Gweniver la raggiunse, tremando per la rabbia.

In basso, ferma alla rispettosa distanza di venti metri, c’era la banda di guerra del Cinghiale al completo, composta da settanta uomini. Burcan in persona, un uomo sul finire della trentina, con i capelli e i baffi neri abbondantemente striati di bianco, si staccò dal resto dei guerrieri e venne insolentemente avanti fino alle porte. Nel protendersi dai bastioni, Gweniver sentì di odiare quell’uomo, che aveva sterminato il suo clan.

— Che cosa volete? — gridò Ardda. — Avvicinarsi alla Santa Luna in equipaggiamento di guerra è un insulto alla Dea.

— Non intendiamo nessun insulto, Vostra Santità — gridò di rimando Burcan, con la sua voce cupa e sepolcrale. — Il nostro equipaggiamento è dovuto soltanto al fatto che siamo venuti qui in tutta fretta. Vedo che Lady Gweniver è al sicuro presso di voi.

— E al sicuro rimarrà, a meno che tu non voglia che la maledizione della Dea renda sterili le vostre terre.

— Credi che io sia uomo da violare un sacro santuario? Sono venuto qui per offrire a Lady Gweniver una proposta di pace. — Burcan si girò sulla sella e guardò verso Gweniver. — Più di una faida sanguinosa si è conclusa con un matrimonio, mia signora. Prendi come marito il mio secondo figlio e governa le terre del Lupo in nome dei Cinghiale.

— Non permetterei mai ad un tuo figlio di posare un solo sporco dito su di me, bastardo! — urlò Gweniver, con quanto fiato aveva. — E poi, cosa ti aspetti che faccia, che segua quel falso re che tu servi?

L’ampio volto di Burcan si tinse di rosso per l’ira.

— Allora pronuncerò un voto — ringhiò di rimando. — Se non potrà averti mio figlio, non ti avrà nessun altro uomo, e questo vale anche per tua sorella. Se sarò costretto, reclamerò le vostre terre in base al diritto che viene dalla vittoria di una faida di sangue.

— Dimentichi dove ti trovi, mio signore! — scattò Ardda. — Ti proibisco di rimanere per un altro minuto sulle terre del tempio. Prendi i tuoi uomini e vattene senza formulare altre minacce contro chi adora la Dea.

Burcan esitò per un momento, poi scrollò le spalle e girò il cavallo. Gridando una serie di ordini raccolse i suoi uomini e si ritirò sulla pubblica strada ai piedi della collina. Gweniver serrò i pugni fino a farli dolere nel vedere gli uomini della banda di guerra che si sparpagliavano sul prato sul lato opposto della strada, da un punto di vista tecnico fuori dalle terre che fornivano sostentamento al tempio, ma comunque in ottima posizione per sorvegliarlo.

— Non potranno restare là per sempre — osservò Ardda. — Presto si dovranno recare a Dun Deverry per adempiere ai doveri che hanno nei confronti del loro re.

— Hai ragione, ma scommetto che resteranno qui il più a lungo possibile.

Ardda sospirò, appoggiandosi ai bastioni, e di colpo parve molto vecchia e molto stanca.

La guerra civile aveva avuto origine ventiquattro anni prima, quando il Sommo Re era morto senza un erede maschio e sua figlia, una ragazzina dalla salute cagionevole, era morta a sua volta poco tempo dopo. Ciascuna delle tre sorelle del re aveva però avuto dei figli da un marito di rango elevato. Le tre donne erano rispettivamente sposate al Gwerbret di Cerrmor, al Gwerbret di Cantrae e al Principe del Regno di Eldidd. Secondo la legge, il trono sarebbe dovuto passare al figlio primogenito della sorella più anziana, sposata al Gwerbret di Cantrae, che però era fortemente sospettato di aver avvelenato tanto il re quanto la principessa per poter reclamare il trono per suo figlio. Il Gwerbret di Cerrmor aveva ingigantito quei sospetti al fine di garantire il trono al proprio erede e a quel punto il Principe di Eldidd aveva avanzato a sua volta delle pretese sul trono, basandole sul fatto che suo figlio era doppiamente di sangue reale. Dal momento che il padre di Gweniver non si sarebbe mai schierato con uno straniero di Eldidd, il clan del Lupo aveva fatto la sua scelta quando l’odiato clan del Cinghiale si era schierato con Cantrae.

Anno dopo anno, i combattimenti erano infuriati intorno alla preda più ambita, la città di Dun Deverry, presa da una fazione un’estate soltanto per essere conquistata da un’altra qualche anno più tardi. Dopo tanti assedi, Gweniver dubitava che della Città Santa rimanesse ancora qualcosa che valesse la pena di essere reclamato, ma il suo possesso era di importanza vitale per chi voleva conservare la sovranità. Per tutto l’inverno la città era rimasta nelle mani di Cantrae, ma adesso era giunta la primavera e dovunque nel regno devastato dalla guerra i pretendenti stavano radunando i vassalli e consolidando le alleanze, e Gweniver era certa che ormai gli alleati del suo clan si trovassero già tutti a Cerrmor.

— Ascolta, Maccy — disse quindi alla sorella. — Può darsi che noi si sia costrette a rimanere qui per tutta l’estate, ma prima o poi qualcuno arriverà con la sua banda di guerra a tirarci fuori.

Macla annuì con espressione infelice. Le due ragazze erano sedute nei giardini del tempio, su una piccola panca posta fra file di carote e di cavoli. Macla, che aveva sedici anni, era di solito una ragazza graziosa, ma quel giorno i suoi capelli biondi erano raccolti in un nodo arruffato e i suoi occhi erano rossi e gonfi per il pianto.

— Spero che tu abbia ragione — replicò infine. — Ma se nessuno pensasse che le nostre terre valgono qualcosa? Chiunque ti sposasse dovrebbe poi però sempre combattere contro il dannato vecchio Cinghiale, e dal momento che adesso tu non ti puoi più permettere di darmi una dote, probabilmente marcirò in quest’orribile vecchio tempio per il resto della mia vita.

— Non dire assurdità del genere! Se io pronunciassi i voti sacri, allora tu avresti per la tua dote più terra di quanta qualsiasi donna possa mai pensare di ereditare.

— Oh. — La speranza tornò ad affiorare negli occhi di Macla. — Tu hai sempre parlato di diventare una sacerdotessa.

— Proprio così. Non ti preoccupare, riusciremo a trovarti un marito.

Macla sorrise, rasserenata, ma il suo flusso di lamentele aveva intanto avuto l’effetto di far insorgere dei dubbi nella mente di sua sorella. E se davvero nessuno si fosse mostrato disposto ad accettare in dote le terre del Lupo a causa della faida legata ad esse? Avendo ascoltato per tutta la vita discorsi di guerra, Gweniver ne sapeva in proposito qualcosa di più dell’innocente Macla: le terre del Lupo si trovavano in una brutta posizione strategica, proprio sul confine con Cantrae e così ad est di Cerrmor che era assai difficile difenderle. E se il re, che risiedeva a Cerrmor, avesse deciso di modificare i confini per consolidarli?

Lasciata sola Maccy nel giardino, Gweniver prese a passeggiare con irrequietezza: se soltanto fosse riuscita ad arrivare fino dal re per presentargli la sua petizione! Secondo tutto ciò che aveva sentito dire sul suo conto, il sovrano era un uomo scrupolosamente onorevole e avrebbe potuto benissimo darle ascolto, sempre che avesse trovato il modo di raggiungerlo. Salita sulla passerella sovrastante le porte, Gweniver guardò all’esterno… anche se erano trascorsi tre giorni, Burcan e i suoi erano ancora accampati sul prato.

— Quanto tempo intendete restare lì, bastardi? — borbottò fra sé.

Risultò però ben presto che il Cinghiale non era intenzionato a fermarsi ancora per molto. Il mattino successivo, allorché salì sui bastioni subito dopo l’alba, Gweniver vide infatti che i membri della banda di guerra stavano sellando i cavalli e caricando i carri dei viveri. Quando se ne andarono, però, gli uomini del Cinghiale lasciarono sul posto quattro soldati e un carro fornito di provviste sufficienti a rimanere là di guardia per mesi.

Gweniver esplose in una serie di invettive, pronunciando ogni immonda imprecazione che le era mai capitato di sentire fino a ritrovarsi ansante e senza fiato. Alla fine, dovette riconoscere con se stessa che non si sarebbe dovuta aspettare qualcosa di diverso e sentì all’improvviso svanire la speranza, perché anche se Burcan avesse preso con sé tutti gli uomini lei non avrebbe comunque potuto percorrere da sola i duecentottanta chilometri che la separavano da Cerrmor.

— A meno di viaggiare nei panni di una sacerdotessa — commentò poi ad alta voce, rivolta a se stessa.

Una volta che avesse avuto sulla guancia il tatuaggio azzurro sarebbe stata al sicuro da qualsiasi violazione, come se si fosse trovata al centro di un esercito. Sarebbe allora potuta andare dal re e fare leva sui voti sacri appena pronunciati per implorarlo di mantenere in vita il suo clan, di trovare un uomo disposto a sposare Maccy e a tenere vivo il nome del Lupo. Fatto questo sarebbe potuta tornare a vivere nel tempio. Girandosi, si appoggiò con le spalle ai bastioni e abbassò lo sguardo sul cortile sottostante, dove le neofite e le sacerdotesse di rango inferiore erano già intente a lavorare nei giardini o a trasportare la legna da ardere nelle cucine, mentre altre sacerdotesse stavano passeggiando in meditazione intorno all’edificio del tempio vero e proprio. Nonostante tutta quella attività, però, il silenzio era assoluto sotto il caldo sole primaverile, perché nessuno parlava a meno che non fosse strettamente necessario, e anche allora lo faceva con voce assai sommessa. Per un momento, Gweniver ebbe l’impressione di non riuscire quasi a respirare per il senso di soffocamento che le derivava dall’immaginare il proprio futuro in quel luogo.

All’improvviso, fu assalita da una furia cieca e irrazionale: era intrappolata come un lupo in gabbia che mordesse invano le sbarre. Il suo odio per Burcan divenne una bramosia intensa e assoluta, crescendo fino a riversarsi anche sul re che si trovava a Cerrmor. Era intrappolata fra quei due uomini, costretta a implorare uno di lasciarle ciò che era suo di diritto e l’altro di ottenere vendetta in sua vece. Come una folle, prese a tremare e a scuotere con violenza il capo, quasi in un gesto di rifiuto nei confronti dell’intero universo, assalita da una sensazione che esulava dalla sua comprensione perché gettava le sue radici in un lontano passato e in un’altra vita, in cui già una volta lei si era venuta suo malgrado a trovare intrappolata fra due uomini. Naturalmente, non conservava più nessun ricordo al riguardo, ma permaneva in lei il nucleo di quel sentimento, duro e tagliente come una scheggia di vetro conficcata in gola.

A poco a poco, si calmò, consapevole che cedere ad una cieca ira non le sarebbe servito a nulla.

— Devi riflettere — ingiunse a se stessa, — e pregare la Dea perché ti dia aiuto.

— Il gruppo principale se n’è andato — osservò Dagwyn, — ma hanno lasciato indietro quattro uomini.

— Bastardi! — ringhiò Ricyn. — Stanno trattando la nostra signora come se fosse un cavallo pregiato pronto per essere rubato!

Camlwn annuì con espressione cupa. Quei tre erano gli unici guerrieri ancora vivi della banda di guerra del Lupo, e da giorni si stavano accampando sulle colline boscose alle spalle del Tempio della Luna, da dove potevano vegliare sulla donna che ora consideravano il loro legittimo signore. Tutti e tre avevano servito il clan del Lupo fino dalla fanciullezza ed erano pronti a continuare a servirlo anche adesso.

— Con quanta attenzione montano la guardia? — chiese Ricyn. — Sono armati e pronti a un eventuale attacco?

— Tutt’altro — replicò Dagwyn, con un feroce sorriso. — Quando mi sono avvicinato per spiarli ho visto che erano seduti sull’erba, assolutamente tranquilli e intenti a giocare a dadi con le maniche della camicia arrotolate per il caldo.

— Davvero? Allora speriamo che gli dèi protraggano per un bel pezzo la loro partita.

Gli uomini liberi che lavoravano per il tempio erano estremamente fedeli alla somma sacerdotessa, in parte perché lei pretendeva come tasse una parte dei loro raccolti minore di quella che avrebbe esatto qualsiasi nobile signore, ma soprattutto perché ritenevano un onore poter servire la dea insieme alle loro famiglie. Di conseguenza, Ardda disse a Gweniver di essere certa che uno di loro sarebbe stato senza dubbio disposto a intraprendere il lungo viaggio fino a Dun Deverry per portare un suo messaggio.

— Questa storia deve cessare! Non posso ordinare a quegli uomini di lasciare una terra che non mi appartiene, ma che io sia dannata se intendo permettere loro di restarsene là seduti per tutta l’estate! Tu non sei una criminale venuta qui a cercare rifugio, ma sappiamo tutti che quei guerrieri ti assassinerebbero se appena potessero. Vedremo se questo re che Burcan serve saprà costringerlo a richiamare i suoi uomini.

— Pensi che il re sarà disposto a prestare orecchio alla tua petizione? — domandò Gweniver. — Sono pronta a scommettere che è ansioso di vedere le nostre terre nelle mani di uno dei suoi vassalli.

— Farà meglio ad ascoltarmi! Intendo chiedere alla somma sacerdotessa del tempio di Dun Deverry di intercedere personalmente per noi.

Gweniver trattenne le redini del palafreno di Ardda mentre la sacerdotessa montava sulla sella femminile e si assestava le lunghe gonne, poi si avviò accanto alla cavalcatura verso le porte delle mura. Dal momento che i quattro uomini lasciati di guardia dal Cinghiale non avevano mostrato nessuna intenzione di penetrare nel tempio, le porte erano aperte: ferme accanto ad esse Gweniver e Lypilla, le custodi designate per quel giorno, indugiarono a guardare Ardda che si allontanava, sedendo eretta e piena di sfida sulla sella. Quando la sacerdotessa arrivò alla strada, gli uomini del Cinghiale si affrettarono ad alzarsi in piedi per indirizzarle profondi inchini pieni di rispetto.

— Bastardi — borbottò Gweniver. — Si attengono alla legge alla lettera, ma al tempo stesso ne distorcono il significato.

— Esatto. Mi chiedo se arriverebbero addirittura ad assassinarti.

— Più probabilmente mi porterebbero da Burcan per impormi un matrimonio forzato, ma morirei prima di acconsentire!

Le due donne si scambiarono uno sguardo pieno di preoccupazione. Gweniver conosceva da sempre Lypilla, che era vicina alla quarantina e che, insieme ad Ardda, era per lei una sorta di zia o di sorella maggiore… ma nel profondo del proprio cuore dubitava di poter condividere la vita del loro ordine. Una volta sulla strada, Ardda aggirò la curva della collina e scomparve verso nord, mentre alle sue spalle gli uomini del Cinghiale tornavano a sedersi e riprendevano la partita interrotta. Guardandoli, Gweniver si sorprese a ricordare l’uomo che aveva ucciso sulla strada e a desiderare di poter infliggere a quei quattro lo stesso Wyrd.

Pur sapendo che sarebbe dovuta rientrare per rendersi utile in cucina, preferì indugiare sulle porte, conversando con Lypilla e contemplando la libertà delle colline e dei prati che le era negata. All’improvviso, udì un rumore di zoccoli al galoppo che arrivava da sud.

— Immagino che Burcan abbia mandato dei messaggeri o qualcosa del genere — commentò Lypilla.

I quattro uomini sul prato parvero pensarla come lei, perché si alzarono stiracchiandosi e si girarono verso sud. All’improvviso, da una macchia di alberi sbucarono tre guerrieri in armatura completa con la spada in pugno; nel vederli, gli uomini del Cinghiale rimasero per un momento paralizzati dallo stupore, poi estrassero a loro volta la spada con un’imprecazione quando già i cavalieri si stavano lanciando alla carica contro di loro. Gweniver sentì Lypilla urlare allorché un guerriero del Cinghiale si accasciò al suolo con la testa parzialmente staccata dalle spalle, poi un cavallo s’impennò barcollando e il movimento permise alla ragazza di vedere bene lo scudo del cavaliere.

— Lupi!

Senza riflettere, si lanciò di corsa giù per la collina con la spada in pugno mentre dietro di lei Lypilla continuava a urlare e la implorava di tornare indietro. Il secondo uomo del Cinghiale cadde in quel momento, il terzo venne assalito contemporaneamente da due cavalieri e il quarto si lanciò su per la collina, quasi il panico lo avesse indotto a cercare rifugio proprio nel tempio che lui stesso stava dissacrando con la sua presenza.

Nel vedere Gweniver che veniva dritta verso di lui, l’uomo esitò e tentò di schivare da un lato per aggirarla. Con un’ululante e spettrale risata che le scaturiva spontanea dalla gola, Gweniver gli si gettò contro e calò un fendente, raggiungendolo alla spalla destra prima che lui avesse il tempo di parare. La spada scivolò dalle dita inerti dell’uomo e Gweniver rise ancora, trapassandogli la gola: mentre il guerriero cadeva, con il sangue che gli zampillava vivido dalla ferita, la risata della ragazza divenne stridula come l’urlo di un banshee.

— Mia signora! — esclamò la voce di Ricyn, sovrastando la sua risata. — Oh, per il Signore dell’Inferno!

La risata svanì, lasciando Gweniver nauseata e gelida, con lo sguardo fisso sul cadavere ai suoi piedi. Vagamente, si rese conto che Ricyn stava smontando di sella per correre verso di lei.

— Mia signora! Lady Gweniver, mi riconosci?

— Cosa? — Gweniver sollevò lo sguardo su di lui con espressione perplessa. — È ovvio che ti riconosco, Ricco. Non ti conosco forse da quando sono nata?

— Ecco, mia signora, questo non vale neppure quanto lo stereo di un maiale quando una persona diventa berserker come tu hai appena fatto.

Gweniver ebbe l’impressione che le fosse stata appena gettata in faccia una secchiata di acqua gelida, e per un momento rimase a fissare il giovane con espressione quasi ebete mentre lui la squadrava con sconcertata preoccupazione. Ricyn, che come lei aveva diciannove anni, era un giovane biondo dal volto ampio e allegro, e secondo i suoi fratelli era uno degli uomini più affidabili dell’intera banda di guerra se non dell’intero regno… era strano sorprenderlo a fissarla come se lei fosse stata pericolosa.

— È proprio questo che ti è successo, mia signora — insistette il giovane. — Per gli dèi, sentirti ridere in quel modo mi ha raggelato il sangue.

— Non quanto ha raggelato il mio. Berserker. Per la Dea, si tratta proprio di questo.

Dagwyn, un uomo bruno e snello, con un perpetuo sorriso sulle labbra, sopraggiunse guidando il cavallo per le briglie.

— È un vero peccato che abbiano lasciato qui quattro uomini, mia signora — commentò. — Se fossero stati due, avresti potuto abbatterli tu stessa senza bisogno di aiuto.

— O anche tre — convenne Ricyn. — Dov’è Cam?

— Sta dando il colpo di grazia al suo cavallo. Uno di quei furfanti era effettivamente capace di maneggiare una spada nella giusta direzione.

— Comunque adesso abbiamo i loro cavalli, ed anche tutte le loro provviste — osservò Ricyn, poi lanciò un’occhiata a Gweniver. — Eravamo lassù nei boschi, signora, in attesa di poter colpire, perché immaginavamo che il Cinghiale non sarebbe rimasto bloccato qui per tutta l’estate. Mi dispiace… la fortezza è stata rasa al suolo.

— Ne ero dannatamente sicura. Che ne è stato di Blaeddbyr?

— Il villaggio è intatto. Gli abitanti ci hanno dato del cibo — riferì Ricyn, poi distolse lo sguardo e proseguì, in tono amaro: — Il Cinghiale ha sorpreso la banda di guerra sulla strada. Era appena sorta l’alba e noi ci stavamo ancora vestendo quando quei bastardi ci sono piombati addosso dalla collina senza neppure una sfida o un suono di corno. Dal momento che erano numericamente il doppio di noi, Lord Avoic ci ha urlato di fuggire per salvarci la vita, ma non siamo riusciti a farlo abbastanza in fretta. Perdonami, mia signora: so che sarei dovuto morire accanto a lui, ma ho pensato a te… ecco, a te e alle altre donne… e così ho ritenuto che sarebbe stato meglio morire difendendovi.

— Lo stesso vale per noi — intervenne Dagwyn. — Però siamo arrivati troppo tardi. Abbiamo dovuto stare dannatamente attenti, con le strade che pullulavano di quei dannati uomini del Cinghiale, e quando finalmente abbiamo raggiunto la fortezza stava già bruciando. Per un momento ci siamo quasi sentiti impazzire, pensando che foste state uccise, ma poi Ricco ha detto che potevate essere riuscite a raggiungere il tempio.

— Quindi ci siamo diretti qui — riprese Ricyn, — e quando abbiamo trovato quei dannati del Cinghiale accampati davanti alle porte del tempio abbiamo capito che dovevate essere al suo interno.

— E infatti era così — confermò Gweniver. — Benissimo, adesso voi ragazzi prendete i cavalli e il carro con le provviste e portateli quassù. Sul retro ci sono alcune capanne riservate ai mariti delle donne che vengono in visita soltanto per un paio di giorni e potrete sistemarvi lì fino a quando non avremo deciso sul da farsi.

Dagwyn si affrettò ad allontanarsi per obbedire agli ordini ma Ricyn indugiò, massaggiandosi il volto sporco con il dorso di una mano ancora più sporca.

— Sarà meglio seppellire quegli uomini, mia signora. Non possiamo lasciare questo compito alle sante donne del tempio.

— Hai ragione. Uh… mi chiedo cosa avrà da dire la somma sacerdotessa in merito a tutto questo, ma del resto è una preoccupazione che riguarda soltanto me. Vi ringrazio per avermi salvata.

Ricyn rispose con un accenno di sorriso che gli increspò appena le labbra, poi si affrettò a seguire gli altri.

Pur non essendo soddisfatta che quattro uomini fossero stati uccisi davanti alle porte del suo tempio, Ardda si mostrò rassegnata e giunse perfino a commentare che forse la Dea aveva inteso punire l’atteggiamento irreligioso avuto dai Cinghiale in quella circostanza.

— Non ne dubito — convenne Gweniver, — perché è stata lei ad uccidere quell’uomo davanti alle porte. Io sono stata soltanto una spada in sua mano.

Ardda le lanciò uno sguardo penetrante. Le due donne erano sedute nel suo studio, una nuda stanza di pietra con uno scaffale contenente i sei libri sacri inchiodato ad una parete e un tavolo cosparso della contabilità del tempio addossato a quella opposta. Anche adesso che la decisione cominciava a prendere forma con chiarezza nella sua mente, Gweniver continuò a nutrire qualche dubbio, ricordando come un tempo la sua massima ambizione fosse stata quella di diventare lei stessa somma sacerdotessa e di avere quello studio per sé.

— Ho pregato la Dea per tutto il pomeriggio — proseguì. — Sto per lasciarti, mia signora: è mia intenzione votarmi alla Luna e cedere a Macla il comando del clan. Fatto questo prenderò i miei uomini e mi recherò a Cerrmor per presentare al re la petizione del Lupo. Una volta che avrò il tatuaggio il Cinghiale non avrà più motivo di farmi del male.

— Senza dubbio, ma è comunque pericoloso. Detesto pensarti in viaggio con appena tre cavalieri di scorta… chi può sapere cosa gli uomini siano capaci di fare di questi tempi, perfino ad una sacerdotessa?

— Non saranno soltanto tre, mia signora. Io sarò il quarto.

Quando cominciò a capire cosa Gweniver avesse inteso dire, Ardda s’immobilizzò sulla sedia, leggermente incurvata in avanti.

— Non ricordi di avermi parlato del quarto volto della Dea? — prosegui Gweniver. — Il lato oscuro, quando la luna è cupa e tinta di sangue, la madre che divora i suoi figli.

— Gwen. Non questo.

— Questo. — Scuotendo il capo, Gweniver si alzò in piedi e prese a passeggiare per la stanza. — Intendo prendere i miei uomini e partecipare alla guerra. È trascorso troppo tempo dall’ultima volta che una guerriera votata alla Luna ha combattuto in Deverry.

— Sarai uccisa — protestò Ardda, alzandosi a sua volta. — Non lo permetterò.

— Spetta forse a te o a me dare o negare permessi quando è la Dea a chiamarmi? Oggi ho sentito le sue mani su di me.

I loro sguardi s’incontrarono e si confrontarono in uno scontro di volontà, e Gweniver si rese conto di essere una donna e non più una bambina quando Ardda fu la prima a distogliere il suo.

— Ci sono dei modi per mettere alla prova simili ispirazioni — affermò infine la sacerdotessa. — Stanotte vieni al tempio. Se la Dea ti concederà una visione non sarò io ad oppormi, ma se non dovesse farlo…

— Mi lascerò guidare al riguardo dalla tua saggezza.

— Molto bene. Ma se la Dea ti dovesse inviare una visione diversa da quella che tu pensi di volere?

— Allora mi voterò comunque a lei, perché il mio momento è giunto, mia signora. Voglio conoscere il nome segreto della Dea e pronunciare i miei voti.

Quella sera Gweniver digiunò per prepararsi alla cerimonia. Mentre la gente del tempio era a cena, andò al pozzo a prendere dell’acqua e la riscaldò nel focolare della cucina per prepararsi un bagno. Quando infine cominciò a rivestirsi, indugiò ad osservare la camicia di suo fratello, che lei stessa aveva ricamato appena l’anno precedente. Su ciascuno sprone spiccava in rosso il ricamo del lupo in caccia che simboleggiava il clan, circondato da una fascia di ricamo intrecciato realizzato con tanta abilità da dare l’impressione di una catena di nodi realizzata con molti fili, mentre in effetti si trattava di un filo unico e ciascun nodo succedeva inevitabilmente al precedente.

Il mio Wyrd, si disse, è proprio un groviglio del genere.

Quel pensiero fu accompagnato da un senso di gelo, come se quelle parole fossero state più vere di quanto lei immaginasse, e terminò di vestirsi con un senso di paura, anche se a spaventarla non era l’eventualità di poter morire in battaglia. Sapeva bene infatti che un giorno sarebbe stata uccisa, forse presto o forse fra molti anni, perché era tipico della Dea Oscura richiedere alle sue sacerdotesse di fare l’estremo sacrificio soltanto quando lei decideva che il loro momento era venuto. Nel raccogliere la cintura con la spada, Gweniver fu tentata di gettarla al suolo, ma poi finì per affibbiarsela alla vita con una scrollata di spalle.

La struttura lignea e rotonda del tempio sorgeva al centro del complesso, con la porta fiancheggiata ai due lati da due contorti cipressi simili a fiamme verdi, importati fin dal Bardek e curati amorevolmente per più di un duro inverno; quando passò in mezzo ad essi, Gweniver avvertì un’ondata di potere, quasi avesse oltrepassato la soglia che dava accesso ad un altro mondo. Dopo aver bussato nove volte alla porta di quercia, attese fino a sentire nove soffocati colpi di risposta provenienti dall’interno, poi aprì il battente e passò nell’anticamera, fiocamente illuminata da una sola candela. Là trovò ad attenderla una sacerdotessa vestita di nero.

— Puoi indossare quei vestiti nel tempio e portare con te la tua spada. Così ha ordinato la somma sacerdotessa.

Nel santuario interno, le lucide pareti di legno splendevano al bagliore delle nove lampade ad olio, e il pavimento era cosparso di canne fresche. A ridosso della parete più lontana c’era l’altare, un masso lasciato grezzo tranne che per la sommità, che era stata levigata fino a trasformarla in una sorta di tavolo. Dietro l’altare era appeso un enorme specchio circolare, la sola immagine di sé che la Dea tollerasse nei suoi templi. Vestita di nero, Ardda attendeva a sinistra dell’altare.

— Sfodera la spada e posala sull’altare — ordinò.

Dopo aver indirizzato un inchino allo specchio, Gweniver fece come le era stato detto, e in quel momento tre anziane sacerdotesse emersero in silenzio da una porta laterale per presenziare alla formulazione dei voti in veste di testimoni.

— Siamo riunite per istruire e ricevere fra noi una donna che vorrebbe servire la Dea della Luna — affermò allora Ardda. — Gweniver del Lupo è nota a tutte noi. Ci sono obiezioni alla sua candidatura?

— Nessuna — risposero all’unisono le tre sacerdotesse. — Ci è nota come una donna benedetta dalla Nostra Signora.

— Benissimo, allora. — La somma sacerdotessa si girò verso Gweniver. — Giuri di servire la Dea in tutti i giorni e tutte le notti della tua vita?

— Lo giuro, mia signora.

— E giuri di non conoscere mai uomo?

— Lo giuro, mia signora.

— Giuri di non tradire mai il segreto del suo santo nome?

— Lo giuro, mia signora.

Ardda sollevò le mani e le batté tre volte, poi altre tre e infine ancora tre volte, scandendo il numero sacro nelle giuste proporzioni, e Gweniver si sentì pervadere da una pace solenne e al tempo stesso meravigliosa, mentre una dolcezza simile a quella del sidro le inondava il corpo. Finalmente si era decisa e aveva pronunciato il suo voto.

— Fra tutti gli dèi — proseguì Ardda, — soltanto la Nostra Signora ha un nome ignoto alla gente comune. Noi sentiamo parlare di Epona, sentiamo parlare di Sirona, sentiamo parlare di Aranrhodda, ma sempre la Nostra Signora è soltanto la Dea della Luna. — Ardda s’interruppe e si girò verso le tre testimoni, chiedendo: — Perché una cosa del genere?

— Il suo nome è un segreto.

— È un mistero.

— È un enigma.

— E tuttavia — riprese Ardda, dopo quelle risposte, — è un enigma facile da risolvere. Qual è il nome della Dea?

— Epona.

— Sirona.

— Aranrhodda.

— E — aggiunsero le tre, all’unisono, — tutti gli altri.

— Avete detto il vero — scandì Ardda, rivolgendosi a Gweniver. — Questa è la risposta all’enigma. Tutte le dee sono una sola dea, che risponde a tutti i nomi e a nessuno, perché lei è Una.

Gweniver prese a tremare per la gioia.

— Indipendentemente da come gli uomini o le donne la possono chiamare, lei è Una — proseguì Ardda. — Esiste soltanto un ordine sacerdotale che la serve. Lei è come la pura luce del sole che colpisce il cielo pieno di pioggia e lo trasforma in un arcobaleno… molti colori ma solo Una fonte.

— Lo pensavo da tempo — sussurrò Gweniver. — Ora lo so.

Di nuovo la somma sacerdotessa scandì i nove colpi, poi si girò verso le testimoni.

— C’è un interrogativo riguardo a come Gweniver, ora non più nobile dama ma sacerdotessa, dovrà servire la Dea. Che la novizia s’inginocchi e presenti la sua petizione davanti all’altare.

Gweniver si lasciò cadere in ginocchio davanti ad esso; nello specchio poteva vedere la propria immagine resa ombrosa dalla tremolante luce delle lampade, ma stentò a riconoscersi con i capelli corti, la bocca incupita e gli occhi che ardevano per la bramosia di vendetta.

Aiutami, o Signora dei Cieli, pregò, io voglio sangue e vendetta, non lacrime e lutto.

— Guarda nello specchio — sussurrò Ardda, — e prega la Dea di venire a te.

Gweniver adagiò le mani sull’altare e iniziò la sua veglia. In un primo tempo non vide nulla tranne il proprio volto e il tempio che si allargava alle sue spalle, poi Ardda prese a intonare un canto acuto e lamentoso nella lingua antica e parve che la luce delle lampade si mettesse a ondeggiare all’unisono con i ritmi lenti e oscillanti del canto che si diffondeva nel tempio come il soffio freddo del vento del nord. Nello specchio la luce cambiò, si attenuò e divenne oscurità, un’oscurità che tremava come un freddo cielo senza stelle. Mentre il suono lamentoso e antico del canto continuava a levarsi, Gweniver sentì i capelli che le si rizzavano sulla nuca allorché nell’oscurità dello specchio apparvero le stelle, che iniziarono la loro interminabile danza nell’infinità celeste. Poi fra di esse si formò l’immagine di Un’Altra.

La figura torreggiò fra le stelle con il volto cupo e assetato di sangue, scuotendo il capo fino ad allargare la vasta chioma nera che coprì il cielo. Gweniver quasi smise di respirare quando gli occhi neri la fissarono. Quella era la Dea del Tempo Oscuro, la Dea che aveva il cuore trafitto di spade e che esigeva lo stesso da quanti l’adoravano.

— Mia signora — sussurrò Gweniver, — accettami come sacrificio. Ti servirò sempre.

Gli occhi la fissarono per un lungo momento, intensi, luminosi, pervasi da un’assoluta freddezza, e Gweniver avvertì la presenza della dea tutt’intorno, come se essa si fosse trovata non soltanto davanti a lei ma anche al suo fianco e alle sue spalle.

— Prendimi — disse. — Non sarò altro che una spada nella tua mano.

Sull’altare, la sua spada fiammeggiò di una luce sanguigna, proiettando verso l’alto un bagliore che tinse di rosso lo specchio. Il canto lamentoso s’interruppe: Ardda aveva visto il presagio.

— Giurale fedeltà — ingiunse la sacerdotessa, con voce tremante. — Giura che la servirai nella vita… e nella morte — concluse, affranta.

— Lo giuro, dal profondo del mio cuore.

Nello specchio, gli occhi della Dea emanarono gioia. La luce sulla spada si levò verso l’alto come una lingua di fiamma, poi ricadde fino a svanire e lo specchio si scurì, mostrando dapprima le stelle e poi soltanto il nulla.

— È fatto! — esclamò Ardda, battendo le mani con un colpo che echeggiò nel tempio.

Adesso lo specchio rifletteva il volto pallido e sudato di Gweniver.

— Lei è venuta a te — disse la somma sacerdotessa, — e ti ha elargito una benedizione che molti considererebbero una maledizione. Sei stata scelta e hai giurato: servila bene, altrimenti la morte sarà la minore delle tue preoccupazioni.

— Non la tradirò mai. Come potrei, ora che ho guardato negli occhi della Notte?

Mentre Ardda scandiva altri nove colpi, divisi in gruppi di tre, Gweniver si rialzò in piedi, ancora tremante, e recuperò la spada dall’altare.

— Non pensavo proprio che lei ti avrebbe accettata — osservò Ardda, prossima a scoppiare in pianto, — ma adesso tutto quello che posso fare è pregare per te.

— Le tue preghiere mi saranno preziose, per quanto lontano io possa andare.

Intanto altre due sacerdotesse erano entrate nel tempio, una con una ciotola d’argento piena di una fine polvere azzurra e l’altra con un paio di sottili aghi dello stesso metallo. Quando videro la spada nelle mani di Gweniver, le due donne si scambiarono uno sguardo colmo di sorpresa.

— Apponetele il marchio sulla guancia sinistra — disse Ardda. — Lei serve la Nostra Signora dell’Oscurità.

Grazie alle provviste sottratte agli uomini del Cinghiale, Ricyn e i suoi compagni si poterono concedere la prima abbondante colazione calda da alcuni giorni a quella parte, a base di porridge di orzo e di pancetta salata, e la mangiarono lentamente, assaporando ogni boccone e godendo ancor di più della temporanea sicurezza offerta dal tempio.

Stavano finendo quando Ricyn sentì qualcuno avvicinarsi alla capanna con un cavallo e subito balzò in piedi con la spada sguainata, nell’eventualità che si trattasse di una spia del Cinghiale. Era però soltanto Gweniver, vestita con gli abiti del fratello, che si tirava dietro per la cavezza un grosso cavallo da guerra grigio; sotto il sole del mattino la sua guancia sinistra appariva come bruciata da quanto era rossa e gonfia, e al centro di quel gonfiore spiccava la sagoma azzurra di una luna crescente. I tre uomini fissarono in silenzio la ragazza, che sorrise imparzialmente a tutti e tre.

— Mia signora? — chiese infine Dagwyn. — Intendi dunque rimanere al tempio?

— No. Oggi stesso partiremo per Cerrmor. Caricate sui cavalli catturati tutte le provviste che possono portare.

I tre annuirono con assoluta obbedienza, ma Ricyn indugiò ancora a guardarla, incapace di distogliere lo sguardo dal suo volto. Anche se nessuno avrebbe potuto definirla bella (il suo viso era troppo largo, la sua mascella troppo forte), Gweniver era però attraente, con un fisico alto e snello dotato della grazia di un animale selvatico, e da anni Ricyn era innamorato di lei senza speranza. Ogni inverno aveva trascorso lunghe ore seduto da un lato nella grande sala della rocca, intento a fissare la ragazza che sedeva al tavolo d’onore e che era per lui irraggiungibile. Vedere che Gweniver si era votata alla Dea destava ora nel suo animo una sorta di cupa soddisfazione, perché questo significava che nessun altro uomo avrebbe mai potuto averla.

— C’è qualcosa che non va? — gli chiese Gweniver.

— Nulla, mia signora. Se mi è permesso chiederlo, mi stavo soltanto domandando perché il tatuaggio si trova sul lato sinistro della tua faccia.

— Hai ogni diritto di saperlo. Esso mi contraddistingue come una guerriera votata alla Luna — sorrise Gweniver, e con quel sorriso parve tramutarsi in una donna diversa… fredda, fiera e con lo sguardo duro. — Voi tutti pensavate che cose del genere esistessero soltanto nelle canzoni dei bardi, vero?

Ricyn apparve tanto sorpreso da dare l’impressione che avesse ricevuto un colpo in pieno viso, e Dagwyn trattenne il respiro in un sussulto sconcertato.

— Adesso Lady Macla è il capo del clan del Lupo — proseguì Gweniver, — e mi ha nominato capitano della sua banda di guerra fino a quando non si sarà sposata e suo marito non avrà supplito un gruppo di cavalieri. Se per allora saremo ancora vivi voi tre potrete scegliere fra il giurare fedeltà al nuovo signore oppure continuare a seguire me. Per adesso, comunque, andremo a Cerrmor per partecipare alle battaglie di quest’estate. Il Lupo si è impegnato a portare degli uomini, e non infrange mai la parola data.

— Benissimo, mia signora — replicò Ricyn. — Forse non siamo granché, come banda di guerra, ma se qualche bastardo si azzarderà a dire una sola parola sbagliata sul nostro capitano gli taglierò io stesso la gola.

Quando partirono, si incamminarono con cautela, nel caso che qualche uomo del Cinghiale potesse essere in agguato sulle strade, e Dagwyn e Camlwn procedettero a turno all’avanguardia mentre il gruppetto seguiva i sentieri secondari che si snodavano fra le colline. Anche se Cerrmor era a dieci giorni abbondanti di distanza, la sicurezza era molto più vicina, nelle fortezze degli antichi alleati del clan del Lupo, a sud e ad est. Per due giorni i quattro aggirarono i confini delle terre del Lupo, non osando di addentrarvisi per timore che i guerrieri del Cinghiale le stessero pattugliando, e alla mattina del terzo giorno attraversarono il piccolo Fiume Nerr servendosi di un guado poco frequentato, dirigendo poi più a sud che ad est, alla volta delle terre del clan del Cervo. Quella notte si accamparono al limitare di un tratto di foresta che il Cervo e il Lupo usavano congiuntamente come riserva di caccia, e nel vedere quegli alberi Gweniver sentì le lacrime salirle agli occhi al ricordo di come i suoi fratelli avessero amato cacciare in mezzo ad essi.

Mentre gli uomini impastoiavano i cavalli e preparavano il campo, Gweniver prese a passeggiare con irrequietezza, perché cominciava ad essere tormentata da gravi dubbi: un conto era infatti parlare di andare personalmente in guerra, e un altro era guardare la propria minuscola banda e rendersi conto che adesso la vita degli altri dipendeva dall’abilità con cui lei li avrebbe guidati. Con la scusa di cercare un po’ di legna secca per il fuoco, si addentrò nella foresta e girovagò fra gli alberi fino a trovare un piccolo ruscello che scorreva silenzioso sulle rocce, fra due rive orlate di felci. Intorno a lei le vecchie querce proiettavano ombre che sembravano esistere dall’inizio dei tempi.

— Dea — sussurrò. — Ho scelto la via giusta?

Sulla tremolante superficie del ruscello non apparve però nessuna visione. Gweniver estrasse la spada e fissò la lama, che sull’altare della Dea era stata percorsa dalla luce infuocata; in quel momento le parve di avvertire gli spettri dei familiari morti raccogliersi intorno a lei… Avoic, Maroic, Benoic e, in ultimo, suo padre Caddryc, quegli uomini alti e cupi la cui vita aveva dominato la sua, il cui orgoglio aveva contribuito a generare il suo.

— Non vi lascerò mai giacere invendicati — sussurrò.

Li sentì sospirare per l’asprezza del loro Wyrd, o forse fu soltanto il sussurro del vento fra gli alberi, perché gli spettri svanirono rapidi come erano venuti… Gweniver comprese tuttavia che la Dea le aveva mandato un presagio, proprio come aveva fatto quando aveva benedetto la sua spada.

— Vendetta! La mieteremo nel nome della Dea, ma comunque avremo vendetta.

Con la spada ancora in mano, Gweniver accennò a tornare verso i suoi uomini, ma nel sentire alle proprie spalle il rumore di un passo e di un ramo che si spezzava di girò di scatto con l’arma sollevata.

— Venite fuori! — ingiunse. — Chi disturba una sacerdotessa votata alla Dea Oscura?

Dai cespugli emersero due uomini con la spada spianata, gli abiti laceri e sporchi, i capelli arruffati e la barba lunga. Quando i due la fissarono con occhi socchiusi, Gweniver sentì la Dea manifestarsi dietro di lei, una presenza tangibile che le fece rizzare i capelli sulla nuca, e squadrò i due con un freddo sorriso che parve affiorarle sul volto di sua volontà.

— Non mi avete risposto — disse. — Chi siete e cosa ci fate qui?

Uno dei due, un uomo snello e bruno, lanciò un’occhiata al compagno con un accenno di sorriso; questi però scosse la testa dai capelli rossi in un gesto di diniego e avanzò di un passo.

— C’è un tempio nelle vicinanze, mia signora, oppure tu sei un’eremita che vive nella foresta? — domandò.

— Porto il mio tempio nelle sacche della mia sella. Prima d’ora non avete mai incontrato una sacerdotessa che segua i miei riti e dubito che avrete modo di vederne un’altra.

— Ha il marchio sulla faccia, questo è certo — intervenne l’uomo bruno, — ma sono pronto a scommettere che…

— Tieni a freno la lingua, Draudd — ringhiò il rosso. — In questo c’è qualcosa di dannatamente strano. Mia signora, sei davvero sola in questa maledetta foresta?

— E se anche lo fossi? La Dea vede i sacrilegi, per quanto lontano dagli occhi degli uomini essi si possano verificare.

Quando Draudd accennò a parlare, Gweniver si mosse in avanti, sollevando la spada come se intendesse sfidarlo a duello, incontrando al tempo stesso il suo sguardo e sostenendolo fino a costringerlo a distogliere per primo il proprio. Per tutto il tempo, continuò a sentire la presenza della Dea come un’ombra scura alle sue spalle, e il sorriso le rimase fisso sulle labbra; alla fine Draudd si ritrasse bruscamente, con gli occhi sgranati per la paura.

— È pazza — sussurrò al compagno.

— Ti ho detto di tenere a freno la lingua — ingiunse l’uomo dai capelli rossi. — Ci sono i pazzi e ci sono coloro che sono toccati dagli dèi, razza di brutto bastardo! Mia signora, ti chiedo scusa se ti abbiamo disturbato. Ci vuoi elargire la benedizione della tua Dea?

— Ne sarò lieta, ma non sapete quello che state chiedendo — replicò Gweniver, e all’improvviso scoppiò a ridere, un freddo impeto di riso che non riuscì a reprimere. — Venite con me, e poi esamineremo questa faccenda della benedizione.

Con quelle parole girò sui tacchi e si avviò a grandi passi fra gli alberi e anche se sentì che le stavano andando dietro e che Draudd continuava a protestare sottovoce, non si girò a guardare finché ebbe raggiunto il campo. Non appena scorse i due uomini che la seguivano, Ricyn gettò un grido di allarme e corse in avanti con la spada i pugno.

— È tutto a posto — lo rassicurò Gweniver. — Forse ho trovato un paio di reclute.

I cinque uomini si fissarono a vicenda con stupore per un momento.

— Draudd! Abryn! — esplose quindi Ricyn. — Nel nome di tutti gli dèi, cosa vi è successo? Dov’è il resto della banda di guerra?

Soltanto allora Gweniver notò lo stemma che si scorgeva appena sulle camicie lacere e stracciate: lo stemma del cervo.

— Sono tutti morti — spiegò Abryn, con voce fredda e piatta, — e Lord Maer con loro. Una banda dannatamente grossa di guerrieri di Cantrae ci ha attaccati con violenza cinque giorni fa. La fortezza è stata rasa al suolo e che io sia dannato se so che ne è stato della moglie del nostro signore e dei bambini.

— Stavamo cercando di arrivare dal Lupo — aggiunse Draudd; poi, con un sorriso amaro e distorto aggiunse: — Ma devo dedurre che non ci sarebbe servito a un accidente di niente.

— Infatti — confermò Gweniver. — Anche la nostra fortezza è stata distrutta. Avete fame? Abbiamo del cibo con noi.

Mentre trangugiavano gallette secche e formaggio come se si fosse trattato di un banchetto, Abryn e Draudd raccontarono l’accaduto fra un boccone e l’altro. Circa centocinquanta uomini del falso re erano piombati addosso alla banda di guerra del Cervo proprio mentre essa stava lasciando la fortezza alla volta di Cerrmor. Come aveva fatto anche Avoic, Lord Maer aveva ordinato ai suoi uomini di sparpagliarsi, ma Abryn e Draudd avevano entrambi perso il cavallo nel tentativo di uscire dalla mischia. Gli uomini di Cantrae non li avevano inseguiti: avevano puntato dritti verso la fortezza e l’avevano invasa senza preavviso prima che fosse possibile chiudere le porte.

— Le cose devono essere andate più o meno così — concluse Abryn. — In ogni caso la fortezza era già stata presa quando infine noi siamo riusciti ad arrivare fin qui.

Gweniver e i suoi uomini annuirono solennemente.

— Mi sembra — osservò infine la ragazza, — che abbiano progettato la scorreria in modo che fosse contemporanea a quella contro di noi e non fatico a capire ciò che quelle dannate piccole donnole devono avere in mente: vogliono isolare le terre del Lupo, in modo che per il Cinghiale sia più facile conservarle.

— Per quei porci sarà difficile tenere le terre del Cervo — affermò Abryn. — Lord Maer ha due fratelli al servizio del re.

— Senza dubbio non rischieranno di cercare di occupare le terre del vostro clan, perché sono troppo a sud — replicò Gweniver. — Distruggendo la fortezza e uccidendo il vostro signore ci hanno però privati del nostro alleato più vicino e adesso tenteranno di stabilire una solida base nelle terre del Lupo per poi logorare il Cervo a poco a poco.

— Ben detto — approvò Abryn, fissando Gweniver con aperta ammirazione. — Senza dubbio, signora, comprendi bene la guerra e le sue tattiche.

— E quando ho mai conosciuto altro che questa guerra? Sentite, abbiamo dei cavalli di scorta e se volete potete unirvi a noi. Vi avverto però che la Dea che io servo è una dea dell’oscurità e del sangue… è questo che intendevo a proposito della sua benedizione. Riflettete bene, prima di accettarla.

I due ponderarono sulla questione senza distogliere lo sguardo da lei, e infine fu Abryn a parlare a nome di entrambi.

— Che altro ci resta, mia signora? Non siamo altro che un paio di uomini disonorati senza un signore per cui combattere o un clan che ci voglia accogliere.

— Affare fatto, allora. Cavalcate ai miei ordini e vi prometto che avrete la vostra occasione di vendicarvi.

I due le sorrisero con sincera gratitudine, perché in quei tempi un guerriero che sopravviveva ad una battaglia in cui il suo signore aveva perso la vita era un uomo disonorato, respinto da tutti e beffeggiato ovunque andasse.

Nel proseguire il cammino verso sud alla volta di Cerrmor, il gruppetto prese con sé altri uomini come Abryn e Draudd. Alcuni erano superstiti della banda di guerra del Cervo, altri erano cocciutamente restii a parlare del loro passato, ma tutti erano abbastanza disperati da accantonare lo stupore destato in loro dal vedere una sacerdotessa alla testa di una banda di guerra; alla fine, Gweniver si trovò ad avere con sé trentasette guerrieri, appena tre meno di quelli che Avoic sì era impegnato a fornire. L’entusiasmo con cui quegli uomini le avevano giurato fedeltà e la facilità con cui l’avevano accettata erano però tali da destare la sua sorpresa; durante l’ultima notte di viaggio, la ragazza divise il fuoco da campo con Ricyn, che la serviva come un attendente, e parlò con lui delle sue perplessità.

— Dimmi una cosa — gli chiese. — Pensi che questi uomini seguiranno ancora i miei ordini, una volta che saremo a Cerrmor?

— Senza dubbio, mia signora — rispose lui, mostrandosi sorpreso. — Li hai tolti dalla strada e hai dato loro il diritto di sentirsi di nuovo uomini… e poi sei una sacerdotessa.

— Questo ha importanza per loro?

— Oh, ne ha moltissima. Suvvia, tutti abbiamo sentito quelle storie delle guerriere votate alla Luna, ed è una cosa stupefacente vederne davvero una. La maggior parte dei ragazzi pensano che questo sia un presagio… una cosa simile al dweomer… e che tu sia toccata dal dweomer. Noi tutti sappiamo che questo ci porterà inevitabilmente fortuna.

— Fortuna? Oh, non vi porterà fortuna, ma soltanto il favore della Luna nel suo Tempo di Oscurità. Vuoi davvero questo genere di favore, Ricyn? Esso è aspro come un vento che soffi dall’Aldilà.

Ricyn rabbrividì, quasi sentisse soffiare quel vento, e per un lungo momento indugiò a fissare il fuoco da campo.

— Aspro o meno, è tutto quello che mi rimane — affermò infine. — Seguirò te e la Dea, e vedremo cosa lei porterà ad entrambi.

Cerrmor sorgeva sul Belaver, il fiume che costituiva la spina dorsale del regno, nel punto in cui il suo estuario aveva intagliato un ampio porto nelle alture gessose. La città, arricchita dai continui commerci con il Bardek fintanto che il gwerbret ne garantiva la sicurezza, contava oltre ottantamila persone all’interno delle sue alte mura ed era la seconda del regno per grandezza ora che Dun Deverry era stata devastata; partendo da una lunga fila di moli e di banchine, l’abitato si allargava a monte del fiume con una serie di strade tortuose che sembravano onde di pietra in una polla. Una fortezza all’interno di una fortezza, Dun Cerrmor sorgeva su una bassa collina artificiale nel centro della città e non lontano dal fiume; all’interno di una doppia cerchia di mura c’erano la rocca di pietra, gli edifici di servizio e gli alloggiamenti, tutti con il tetto di ardesia: da nessuna parte si scorgeva un solo pezzo di legno a cui potesse essere appiccato il fuoco con una freccia incendiaria. L’esterno della porta principale era protetto da barbicani e le porte stesse erano coperte di ferro e venivano aperte e chiuse mediante un argano.

Quando Gweniver condusse la sua banda di guerra nel cortile lastricato, dappertutto si levarono grida gioiose.

Era il Lupo! Per tutti gli dèi, il Lupo era arrivato! Gli uomini si riversarono fuori della rocca e degli alloggiamenti per assistere all’evento e alcuni paggi che portavano la livrea rossa e argento del re si affrettarono a venire incontro ai nuovi venuti.

— Mio signore! — esplose uno di quei giovani paggi. — Avevamo sentito dire che eri stato ucciso!

— Mio fratello è stato ucciso — lo corresse Gweniver. — Va’ a riferire al re che Lady Gweniver è qui per onorare l’impegno preso da Lord Avoic.

Il paggio fissò a bocca aperta il tatuaggio sul suo volto, poi rientrò a precipizio nella rocca mentre Ricyn spingeva il cavallo accanto a quello di Gweniver e le indirizzava un sorriso.

— Hanno creduto che tu fossi uno spettro tornato dall’Aldilà, mia signora — commentò. — Devo ordinare agli uomini di smontare di sella?

— Esatto. Senti, dal momento che stai agendo da capitano ormai da giorni, è tempo che ti informi che il grado è ufficialmente tuo.

— La mia signora mi fa un onore troppo grande.

— Non è vero, e tu lo sai. Non sei mai stato umile, Ricco, quindi non fingere di esserlo ora.

Con una risata, Ricyn le indirizzò un accenno di sorriso e girò la cavalcatura per tornare dagli uomini.

Ferma accanto al suo cavallo, Gweniver indugiò invece ad osservare nervosamente il complesso della rocca mentre aspettava il ritorno del paggio. Anche se i suoi fratelli le avevano parlato dello splendore di Cerrmor, lei non vi era mai stata e si sentì intimorita dalla torre massiccia alta sette piani e congiunta ad altre tre più basse in modo da formare un grigio complesso che sembrava il pugno di un gigante mutato in pietra dal dweomer. Intorno alla rocca c’erano alloggiamenti sufficienti ad ospitare centinaia di uomini, e sul tutto sventolava la bandiera rossa e argento, che annunciava con orgoglio che il re si trovava nella rocca. Nel guardare la folla sempre più fitta che la circondava, Gweniver notò alcuni nobili che la fissavano, timorosi però di parlare prima che il re avesse espresso il suo parere, e imprecò contro il paggio per la sua lentezza; proprio in quel momento le porte rinforzate in ferro si aprirono e il re in persona sbucò nel cortile con un seguito di paggi e di consiglieri.

Glyn, Gwerbret di Cerrmor, o re di tutto Deverry, come lui preferiva essere conosciuto, era un uomo alto e massiccio di circa ventisei anni, con i capelli biondi schiariti e spalmati di calce secondo la moda regale, in modo che si allargassero all’indietro intorno al suo volto squadrato come la criniera di un leone. I suoi profondi occhi azzurri avevano un’espressione perennemente tormentata, perché Glyn prendeva sul serio le sue responsabilità nella stessa misura in cui accettava i suoi diritti, e nell’inginocchiarsi davanti a lui Gweniver avvertì un sincero reverenziale timore: per tutta la vita aveva sentito parlare di quell’uomo e adesso lui le era davanti, con le mani sui fianchi, intento a fissarla con un sorrisetto sconcertato.

— Alzati, Lady Gweniver — disse infine il re. — Forse sembrerò volgare, ma devo ammettere che non avrei mai creduto di vedere un giorno una donna portarmi degli uomini.

Gweniver accennò una riverenza come meglio poteva avendo indosso dei calzoni.

— Mio signore, il clan del Lupo non ha mai infranto la parola data in tutti questi lunghi anni di guerra.

— Ne sono più che consapevole — convenne Glyn, poi esitò e proseguì soppesando con cura le parole. — Sono stato informato che tu hai una sorella, e non dubito che più tardi, quando ti sarai riposata, vorrai parlare con me della sorte del Lupo.

Quello era il punto cruciale, e Gweniver invocò in cuor suo la Dea.

— Mio signore — rispose, — la santa Luna mi ha scelta per servirla come guerriera a lei votata. Sono venuta per implorarti di concedermi una grazia, quella di mantenere il mio posto a capo della mia banda di guerra, per cavalcare con il tuo esercito e vivere ai tuoi ordini.

— Cosa? — esplose il re, dimenticando del tutto la cortesia rituale. — Il tuo deve essere uno scherzo! Cosa può volere una donna da guerre e battaglie?

— Ciò che vuole un uomo, mio signore: onore, gloria e la possibilità di uccidere i nemici del suo re.

Glyn esitò, fissando il tatuaggio azzurro come se stesse ricordando le antiche storie relative alle donne che servivano la Dea Oscura. Infine, si rivolse alla banda di guerra.

— Ascoltatemi, uomini — disse loro. — Onorate questa dama come vostro capitano?

All’unisono, i componenti della banda risposero di sì, e dalle ultime file Dagwyn aggiunse sfacciatamente che Gweniver possedeva il dweomer.

— Considererò come un presagio il fatto che una guerriera votata alla Luna sia giunta nella mia corte — decise Glyn. — Benissimo, mia signora, ti concedo la grazia che chiedi.

Ad un cenno della maao del re, i servitori vennero avanti in sciami, come locuste. I garzoni di stalla corsero a prendersi cura dei cavalli, gli uomini della banda di guerra personale del re si affrettarono ad avvicinarsi a Ricyn per accompagnare lui e gli altri agli alloggiamenti, i consiglieri si materializzarono accanto a Gweniver con profondi inchini e due sottociambellani arrivarono in tutta fretta per scortare la ragazza nella grande sala.

Le dimensioni di quell’ambiente lasciarono Gweniver stupefatta: la grande sala era abbastanza ampia da poter ospitare cento tavoli per le bande di guerra, aveva quattro enormi camini, le pareti erano decorate da bandiere rosse e argento intervallate a splendidi arazzi e invece che da paglia il pavimento era coperto con piastrelle di ardesia colorate. Gweniver si arrestò sulla soglia a bocca aperta, da quella ragazza di campagna che era, e rimase là fino a quando il capo ciambellano, Lord Orivaen, non si affrettò a venire ad accoglierla.

— Ti saluto, mia signora — disse. — Permettimi di trovarti una sistemazione nella nostra umile rocca. Vedi, dal momento che sei al tempo stesso di nobile nascita e una sacerdotessa, onestamente non so quale rango attribuirti. Forse lo stesso di un tieryn?

— Oh, mio buon signore, andrà bene qualsiasi stanza che contenga un letto e un focolare. Ad una sacerdotessa della Luna Oscura non importa molto del rango.

Orivaen le baciò la mano con sincera gratitudine, poi l’accompagnò fino ad un piccolo appartamento in una torre laterale e incaricò alcuni paggi di portare su i suoi bagagli. Una volta che si trovò nuovamente sola, Gweniver prese a passeggiare avanti e indietro con irrequietezza, chiedendosi se il re avrebbe ritenuto che valesse la pena di conservare le terre del Lupo adesso che il clan del Cervo aveva subito simili perdite. Pochi minuti più tardi bussarono però alla porta e lei vide entrare nella stanza una possibile arma da usare nella sua lotta per la salvezza del clan, nella persona di Lord Gwetmar, un giovane dinoccolato dalla mascella pronunciata, con una massa di arruffati capelli scuri. Anche se nobile, la sua famiglia era povera quanto a terre ed era quindi considerata alquanto inferiore fra i grandi clan; i parenti di Gweniver avevano però sempre trattato il giovane come un loro pari. Appena entrato, Gwetmar afferrò entrambe le mani di Gweniver e le strinse con forza.

— Per tutti gli dèi, Gwen, mi rallegra il cuore vederti viva. Quando è giunta la notizia della morte di Avoic mi ha angosciato il timore che potesse essere successo qualcosa di male a te e a tua sorella. Mi sarei diretto al nord immediatamente, ma il nostro signore non me lo ha permesso.

— Indubbiamente non voleva perdere te e i tuoi uomini insieme ai nostri. Maccy è al sicuro nel tempio insieme a nostra madre.

Con un sorriso, Gwetmar si lasciò cadere su una sedia e Gweniver si appollaiò sul vicino davanzale, studiandolo con attenzione.

— Senti — chiese lui, dopo un momento, — hai davvero intenzione di cavalcare con noi?

— Sì. Voglio avere l’occasione di vendicarmi, prima di morire.

— Lo capisco, e prego ogni dio che mi permetta di abbattere colui che ha ucciso Avoic. Se vivremo fino a questo autunno, ti prometto che unirò i miei uomini ai tuoi e ti aiuterò a risolvere questa faida.

— Ti ringrazio… speravo che dicessi qualcosa del genere perché stavo pensando alle terre del Lupo. Adesso appartengono a Maccy, o almeno le apparterranno se il re accoglierà la mia petizione di permettere che esse passino alla linea di discendenza femminile. Io però sono ancora la sorella maggiore, oltre che una sacerdotessa, e lei farà dannatamente bene a sposare l’uomo che io le sceglierò.

— E non dubito che ne sceglierai uno alla sua altezza — replicò Gwetmar, distogliendo lo sguardo con espressione improvvisamente malinconica. — Maccy non merita di meno.

— Ascoltami, razza di idiota, sto parlando di te. So che Maccy si è sempre comportata con te come una piccola fredda bastarda, ma in questo momento sposerebbe anche il Signore dell’Inferno in persona pur di poter uscire da quel tempio, ed io non ho intenzione di dire a nessun altro nobile affamato di terre dove lei si trovi fino a quando tu non avrai avuto la possibilità di mandarle un messaggio.

— Gwen! Si dà il caso che io ami sinceramente tua sorella, e non soltanto le sue terre!

— Lo so, altrimenti perché credi che la starei offrendo a te?

Gwetmar gettò indietro il capo e scoppiò in una risata luminosa come il sole che emergesse fra le nuvole.

— Non ho mai pensato che avrei avuto la possibilità di sposarla — ammise infine. — Assumere il nome del Lupo e addossarmene la faida mi sembra un prezzo dannatamente esiguo da pagare.

Gwetmar scortò personalmente Gweniver nella grande sala, dove da un lato si trovava la piattaforma rialzata su cui c’era la tavola a cui il re e i suoi nobili consumavano i pasti. Anche se Glyn non si vedeva da nessuna parte, parecchi lord erano seduti a quella tavola, intenti a bere pigramente boccali di birra mentre ascoltavano l’esibizione di un bardo. Gweniver e Gwetmar presero posto accanto a Lord Maemyc, un anziano nobile che aveva conosciuto bene il padre di Gweniver: il vecchio si accarezzò pensosamente i baffi grigi e fissò Gweniver con espressione triste, ma con suo sollievo non avanzò nessun commento sulla via che lei aveva scelto di percorrere. Adesso che il re aveva dato la sua approvazione, nessuno avrebbe mai osato mettere in discussione la scelta da lei fatta.

Ben presto la conversazione si spostò inevitabilmente sugli imminenti combattimenti. La guerra lasciava presagire un avvio lento, perché dopo le sanguinose campagne degli ultimi anni Cerrmor non aveva semplicemente abbastanza uomini per assediare Dun Deverry, così come Cantrae non ne aveva a sufficienza per attaccare seriamente Cerrmor.

— Se volete il mio parere, si prospettano una quantità di scaramucce — dichiarò Maemyc, — e forse un duro attacco verso nord per vendicare i Clan del Lupo e del Cervo.

— Soltanto un paio di rapide scorrerie e niente altro — convenne Gwetmar, — ma del resto ci dobbiamo preoccupare anche di Eldidd, sul confine occidentale.

— È vero — convenne il vecchio, lanciando un’occhiata a Gweniver. — Il gwerbret sta diventando sempre più ardito con le sue scorrerie in profondità che mirano a dissanguare tanto noi quanto Cantrae. Scommetto che sta tenendo da parte il grosso delle sue forze per quando saremo entrambi a terra.

— Capisco. Mi sembra una mossa logica.

Sul lato opposto della piattaforma ci fu una certa agitazione intorno alla piccola porta che dava accesso alla scala privata del re, dove due paggi s’inginocchiarono cerimoniosamente mentre un terzo spalancava il battente. Aspettandosi di veder apparire il re, Gweniver si preparò ad alzarsi in piedi, ma un altro uomo oltrepassò invece la soglia e si soffermò a contemplare i nobili raccolti intorno al tavolo. Biondo e con gli occhi azzurri, il nuovo venuto somigliava molto a Glyn, ma il suo corpo era di struttura snella mentre quello del re era massiccio; con le lunghe braccia incrociate sul petto, l’uomo stava fissando i lord con gli occhi socchiusi in un’espressione di disprezzo.

— Chi è quello? — sussurrò Gweniver. — Credevo che il fratello del re fosse morto.

— Il suo vero fratello sì — replicò Gwetmar. — Quello è Dannyn, uno dei bastardi del vecchio gwerbret e il solo maschio che ci fosse fra essi. Il re lo tiene però in molta considerazione e lo ha nominato capitano della sua guardia personale… e quando lo avrai visto combattere ti dimenticherai delle sue origini: Dannyn usa la spada come un dio, non come un uomo.

Con i pollici agganciati nella cintura, Dannyn si avvicinò al tavolo e indirizzò a Gwetmar un cortese anche se distaccato cenno del capo, fissando poi lo sguardo su Gweniver. Sugli sproni della sua camicia era ricamato lo stemma di Cerrmor, una nave, ma lungo tutte le maniche era invece raffigurato il simbolo del falco in picchiata.

— E così — commentò infine, — tu sei quella sacerdotessa che pensa di essere un guerriero, vero?

— Infatti. E suppongo che tu sia un uomo che crede di poter sostenere che non ne sono all’altezza.

Dannyn le sedette accanto e si girò in modo da appoggiarsi al tavolo; quando parlò, lasciò vagare lo sguardo sulla sala invece di guardare verso di lei.

— Cosa ti fa pensare di poter maneggiare una spada? — domandò.

— Chiedi ai miei uomini. Non mi vanto mai di ciò che faccio.

— Ho già parlato con Ricyn, e lui ha avuto il fegato di dirmi che sei una berserker.

— Infatti. Hai intenzione di definirmi una bugiarda?

— Non spetta a me definirti in nessun modo. Il re mi ha ordinato di prendere te e i tuoi uomini nella sua guardia ed io faccio quello che dice lui.

— Anch’io.

— D’ora in avanti farai invece quello che dico io. Mi hai capito, ragazza?

Con uno scatto del polso, Gweniver gli scagliò in piena faccia il contenuto del proprio boccale; mentre tutti i nobili presenti sussultavano e imprecavano, lei si alzò quindi in piedi e rimase a fissare Dannyn, che sollevò lo sguardo con espressione blanda, ignorando la birra che gli scorreva lungo il volto.

— Ascoltami — scandì Gweniver, — tu sei senza dubbio un figlio d’un cane, ma io sono la figlia di un lupo. Se desideri tanto mettere alla prova le mie capacità, vieni fuori con me.

— Ma senti! Sei una smorfiosetta suscettibile, vero?

Gweniver gli assestò uno schiaffo tanto violento da spingergli la testa all’indietro.

— Nessuno mi chiama smorfiosetta.

Sulla grande sala scese un assoluto silenzio e tutti i presenti, dal più infimo paggio al nobile di rango più elevato, si girarono per guardare la scena.

— Dimentichi con chi stai parlando — proseguì Gweniver, — oppure sei cieco e impossibilitato a vedere il tatuaggio che ho sulla faccia?

Lentamente Dannyn si portò una mano alla guancia colpita per massaggiarla, ma non staccò mai lo sguardo da quello di lei. I suoi occhi erano freddi, profondi e spaventosi nella loro intensità.

— Vuole milady accettare le mie scuse? — chiese quindi, e s’inginocchiò ai suoi piedi, generando in tutta la sala un sussulto corale che somigliò al mormorio della risacca. — Mi dispiace profondamente di aver insultato Vostra Santità: invero una follia si deve essere impadronita del mio cuore. Se qualsiasi uomo oserà ancora definirti una smorfiosetta ne dovrà rispondere alla mia spada.

— Ti ringrazio, e ti perdono.

Con un accenno di sorriso Dannyn si rialzò in piedi e si pulì il volto sporco di birra sulla manica, continuando però a fissarla. Per un fugace momento, Gweniver avvertì una fitta di rimpianto per il voto di castità che aveva pronunciato perché il suo modo fluido di muoversi, il suo atteggiamento disinvolto, la sua stessa arroganza le apparivano splendidi, forti e puliti come il filo di una lama sotto il sole. Poi ricordò gli occhi scuri della Dea e il rimpianto svanì.

— Dimmi una cosa — chiese Dannyn. — Cavalchi alla testa della tua banda di guerra?

— Sì. Preferirei morire che sentir dire di me che guido i miei uomini dalle retrovie.

— Non mi aspettavo niente di meno.

Dannyn s’inchinò, poi passò in mezzo ai nobili con andatura lenta e arrogante fino a raggiungere la porta; non appena il battente si fu richiuso alle sue spalle, nella sala scoppiò un brusio di commenti.

— Per gli dèi! — esclamò Gwetmar, asciugandosi il sudore dalla fronte. — Ho davvero pensato che fosse giunta la tua ultima ora. Sei la sola persona del regno che abbia offeso Dannyn e non sia morta entro cinque minuti.

— Oh, sciocchezze — replicò Gweniver. — Indubbiamente ha abbastanza buon senso da evitare di ferire una sacerdotessa votata alla Luna.

— Hah! — sbuffò Maemyc. — Dannyn uccide prima e riflette poi.

Alcuni minuti più tardi un paggio venne ad avvertire Gweniver che il re desiderava parlare con lei in privato. Consapevole dell’enorme onore che le veniva elargito, la ragazza seguì il paggio fino al secondo piano della rocca principale, dove Glyn aveva un vasto appartamento arredato con sedie intagliate e tavoli, con le pareti decorate da arazzi e il pavimento coperto da ottimi tappeti del Bardek. Il re la attendeva in piedi accanto al camino di pallida arenaria su cui erano intagliate forme di navi e intrecci astratti, e quando Gweniver accennò ad inginocchiarsi davanti a lui le chiese di rialzarsi.

— Stavo pensando a tutti i tuoi parenti che sono morti al mio servizio — le disse. — Questa faccenda della sorte del Lupo grava pesantemente su di me. Vostra Santità desidera presentarmi una petizione perché le terre vengano da me trasmesse in eredità al ramo femminile della famiglia?

— Sì, mio signore. Ora che ho pronunciato i miei voti non mi è permesso possedere nulla tranne ciò che può entrare in un grosso sacco, ma presto mia sorella si fidanzerà con un uomo che è disposto ad addossarsi la nostra faida in nostro nome.

— Capisco. Bene, voglio essere onesto con te: può darsi che io non sia in grado di risolvere la questione delle vostre terre presto come vorrei, ma sono pronto a concedere che il nome del clan venga trasmesso ai figli di tua sorella. Quanto al Cinghiale, anche se mi piacerebbe poterlo allontanare dalle vostre terre, molto dipenderà dall’andamento dei combattimenti di quest’estate.

— Il mio signore è estremamente onorevole e generoso, e comprendo che le disgrazie del nostro clan sono soltanto una delle sue molteplici preoccupazioni.

— Sfortunatamente Vostra Santità dice il vero. Vorrei soltanto che non fosse così.

Nel lasciare la presenza del re Gweniver s’imbatté in Dannyn, che stava aprendo la più privata fra tutte le porte senza nessun annuncio o cerimonia di sorta e che le indirizzò un accenno di sorriso.

— Il mio cuore duole per la morte dei parenti di Vostra Santità — disse quindi, — e farò del mio meglio per vendicarli.

— Lord Dannyn è molto generoso ed ha i miei ringraziamenti.

Con quelle parole Gweniver si affrettò ad uscire nel corridoio, ma una volta giunta alle scale si lanciò un’occhiata alle spalle e lo vide ancora fermo a fissarla, con una mano sulla porta. Improvvisamente, fu scossa da un brivido di freddo e avvertì un senso di pericolo scorrerle lungo la schiena come una mano gelida… cosa che interpretò come un avvertimento mandatole dalla Dea.

L’indomani, Gweniver stava passeggiando con Ricyn nel cortile esterno quando vide un vecchio trasandato oltrepassare le porte tirandosi dietro due muli carichi. Anche se indossava calzoni sporchi e una camicia molto rammendata su cui spiccava lo stemma di Glyn, il vecchio era eretto sulla persona e camminava con il vigore di un giovane principe. Parecchi paggi corsero subito ad aiutarlo con i muli, e Gweniver notò la deferenza con cui lo trattavano.

— Chi è, Ricco? — chiese.

— È il vecchio Nevyn, mia signora, e quello è davvero il suo nome. Lui sostiene che suo padre lo ha ribattezzato «nessuno» in un momento d’ira. — Nel parlare, Ricyn pareva stranamente intimorito e rispettoso nei confronti del vecchio. — È un erborista: trova le erbe selvatiche e le raccoglie per i nostri medici, oltre a coltivarne altre qui nella fortezza.

I paggi stavano intanto portando via i muli, e un sottociambellano di passaggio si era fermato per inchinarsi al vecchio.

— È evidente che quel Nevyn è un utile servitore — osservò Gweniver, — ma perché la gente lo tratta come se fosse un nobile?

— Oh, ecco… — Ricyn pareva stranamente imbarazzato. — In quel vecchio c’è qualcosa che induce a rispettarlo.

— Davvero? Avanti, sputa l’osso! Mi accorgo che mi stai nascondendo qualcosa!

— Vedi, mia signora, tutti dicono che lui possiede il dweomer, e quasi ci credo io stesso.

— Oh, sciocchezze!

— Non lo sono, mia signora. Si sa che il re in persona è solito recarsi nel giardino del vecchio Nevyn per restare a parlare con lui per ore.

— E questo dovrebbe significare che lui possiede il dweomer? Senza dubbio di tanto in tanto il re ha bisogno di accantonare gli affari di stato e il vecchio lo diverte, o qualcosa del genere.

— Se lo dici tu, mia signora… — si arrese Ricyn, ma era chiaro che non credeva a ciò che stava dicendo.

In quel momento lo stesso Nevyn si avvicinò per salutare cordialmente Ricyn, che subito gli si inchinò; poi il vecchio spostò lo sguardo su Gweniver e i suoi occhi si fecero gelidi come il vento del nord e parvero trapassarle l’anima. D’un tratto, lei fu certa di conoscerlo, fu certa che in qualche strano modo stava addirittura aspettando di incontrarlo, che tutta la sua vita si era imperniata in modo da condurla fino a quel trasandato erborista. Poi la sensazione svanì e Nevyn le rivolse un gradevole sorriso.

— Buon giorno, mia signora — disse. — La tua fama si è diffusa nell’intera fortezza.

— Davvero? — replicò Gweniver, che si sentiva ancora scossa. — Suppongo che questo mi faccia piacere.

— Ecco, una guerriera votata alla Luna è una cosa alquanto rara, ma invero i tempi in cui viviamo sono abbastanza oscuri da essere degni di Colei che ha il Cuore Trafitto di Spade.

Gweniver lo fissò apertamente, stupefatta. Come faceva un uomo a conoscere quel nome segreto?

— Ora prego Vostra Santità di scusarmi — proseguì però Nevyn, con un inchino. — Devo controllare che quei paggi aprano con cura i pacchi delle erbe. Senza dubbio ci incontreremo ancora.

Quando si allontanò, Gweniver continuò a fissarlo a lungo e infine si girò verso Ricyn.

— Benissimo, capitano — dichiarò in tono secco, — quel vecchio ha il dweomer, questo è certo.

All’incirca nello stesso momento il re stava incontrando i suoi consiglieri nella stretta stanza del consiglio, un ambiente spoglio che conteneva soltanto un lungo tavolo e una mappa di pergamena del territorio di Deverry appesa alla parete di pietra. A capotavola, Glyn sedeva su un seggio dall’alto schienale su cui era drappeggiato il plaid cerimoniale del sovrano, Dannyn era alla sua destra e gli altri consiglieri vestiti di scuro se ne stavano appollaiati sui loro sgabelli come altrettanti corvi intorno ad un mucchietto di grano. Quella particolare mattina il re aveva invitato anche Amain, il sommo sacerdote di Bel a Cerrmor, a presenziare alla riunione; mentre i vari consiglieri si alzavano in piedi uno alla volta per fornire solenni consigli sulle questioni di guerra, Dannyn lasciò vagare con distrazione lo sguardo fuori della finestra, ben sapendo che le decisioni effettive sarebbero state prese in seguito dal re e dai guerrieri suoi vassalli. Verso la fine della riunione, però, la discussione si spostò su un argomento che ebbe il potere di attirare la sua attenzione. Saddar, un vecchio dalle basette bianche e dal mento tremante, si alzò e s’inchinò al re.

— Ti prego umilmente di scusarmi per questa domanda, mio signore — disse, — ma mi stavo chiedendo perché tu abbia accolto Lady Gweniver nella tua banda di guerra.

— Dopo tutto quello che il suo clan ha fatto per me — replicò Glyn, — non mi sono sentito di negarle la grazia che mi aveva chiesto. Sono certo che Dannyn, qui, impedirà che possa accaderle qualcosa di male e che ben presto lei si stancherà di partecipare alla guerra.

— Ah. — Il vecchio fece una pausa e lanciò un’occhiata in direzione degli altri consiglieri come a cercarne il sostegno. — Noi pensavamo che forse le si sarebbero potuti risparmiare i rigori della guerra con un metodo più semplice, e cioè obbligandola a tornare al tempio e informando soltanto in seguito i suoi uomini della cosa.

Dannyn estrasse la sua daga adorna di gemme e la lanciò, colpendo il tavolo proprio davanti a Saddar: il consigliere si ritrasse con un sussulto mentre la lama si piantava vibrando nel legno.

— Dimmi una cosa — chiese quindi Dannyn. — Come può un vigliacco come te giudicare una guerriera come lei?

Il re scoppiò a ridere e tutti i consiglieri si sentirono costretti ad imitarlo, perfino lo stesso Saddar.

— Dannyn ha una grande opinione dello spirito guerriero di Lady Gweniver, miei buoni signori — affermò poi Glyn, — e in questioni del genere io mi fido del suo giudizio.

— Non metterei mai in dubbio il parere di Lord Dannyn in questioni di guerra, mio signore. Stavo soltanto pensando alla correttezza della cosa.

— Un pensiero che puoi ficcarti su per il posteriore — scattò Dannyn.

— Tieni a freno la lingua — intervenne il re, brusco. — Buon consigliere, ti garantisco che io rispetto la tua saggezza molto più di quanto non faccia il mio arrogante fratello, ma ho già dato alla dama in questione la mia parola d’onore. Inoltre, ho invitato Sua Santità a partecipare al consiglio proprio perché ci spiegasse meglio i termini del problema.

Tutti si girarono verso il prete, che si alzò in piedi indirizzando ai presenti un cenno del capo. Come tutti i seguaci di Bel, il sommo sacerdote aveva la testa rasata, indossava una semplice tunica fermata alla vita da una cintura di corda da cui pendeva un piccolo falcetto d’oro, e portava al collo una collana a torciglione dello stesso metallo.

— Il re desiderava conoscere la natura dell’adorazione professata da Lady Gweniver — cominciò Amain, con voce profonda e sommessa. — È un’adorazione del tutto legittima, che risale all’Alba dei Tempi quando, come registrano le cronache, le donne sono state costrette a diventare guerriere dalla crudele pressione delle circostanze. L’adorazione della Luna nel Suo Periodo Oscuro non deve in alcun modo essere confusa con i riti di Epona e di Aranrhodda… — Nel menzionare quel secondo nome il sacerdote s’interruppe e incrociò le dita nel segno protettivo contro la stregoneria, imitato da molti consiglieri. — A dire il vero sono rimasto sorpreso di scoprire che la conoscenza di quei riti guerrieri persiste ancora, ma ne ho dedotto che le sante dame dei templi abbiano mantenuto intatto il sapere connesso a queste cose.

Quando Amain si rimise a sedere i presenti si scambiarono occhiate piene di disagio.

— Come vedi, buon Saddar — commentò infine Glyn, — non posso contrastare la volontà della Dea al riguardo.

— Certamente no, mio signore, e possa la Dea perdonarmi per aver messo in dubbio la serietà d’intenti della dama.

Il consiglio si concluse con una serie di saluti e di inchini conciliatori. Glyn si affrettò a lasciare la stanza, ma Dannyn si attardò abbastanza a lungo da recuperare la daga ancora piantata nel tavolo; mentre la riponeva nel fodero, sentì su di sé lo sguardo pieno di veleno di Saddar, e subito si affrettò a seguire il re nei suoi appartamenti privati. Glyn ordinò ad un paggio di portare ad entrambi un boccale di birra, poi sedette vicino al camino; pur accettando la sedia offertagli dal fratello, dentro di sé Dannyn sarebbe stato lieto di sedere ai suoi piedi come un cane.

— Senti, Danno — affermò quindi il re, — quel mucchio di sacchi pieni di vento mi irrita quanto irrita te, ma ho bisogno della loro fedeltà, altrimenti chi governerà questa farsa di regno quando noi saremo lontani in guerra?

— Hai ragione, mio signore, e ti chiedo scusa.

Con un sospiro, Glyn prese a sorseggiare la sua birra con lo sguardo fisso sul focolare vuoto; ultimamente gli capitava spesso di scivolare in queste crisi di umore cupo, che preoccupavano moltissimo suo fratello.

— Cosa ti fa dolere il cuore, mio signore? — chiese Dannyn.

— La morte di Lord Avoic e di tutti i suoi fratelli. Ah, per gli inferni, ci sono momenti in cui penso a tutta la morte che la mia rivendicazione ha portato nel regno e mi chiedo se potrò mai essere re.

— Cosa? Soltanto un vero re avrebbe dubbi del genere. Scommetto che al Gwerbret di Cantrae non importa un accidente di chi muore al servizio della sua causa.

— Tu credi in me, vero, Danno?

— Ah, per tutti gli inferni, io morirei per te.

— Sai — affermò Glyn, sollevando lo sguardo velato da qualcosa che somigliava sospettosamente al pianto, — ci sono momenti in cui penso che senza di te impazzirei.

Dannyn rimase troppo sconvolto per riuscire a replicare, e Glyn si alzò in piedi scuotendo il capo.

— Lasciami — ordinò, secco. — Voglio restare solo.

Per quanto desiderasse restare, Dannyn si affrettò ad uscire in risposta a quell’ordine diretto, e prese a gironzolare per il cortile con il cuore pesante. La sua sola consolazione era il fatto che l’umore nero di Glyn sarebbe probabilmente svanito una volta che fossero partiti per la guerra, ma quello era un ben misero conforto perché era molto probabile che quell’estate ci fossero ben pochi combattimenti. Quasi certamente lui stesso sarebbe stato incaricato di capitanare le scorrerie mentre il re sarebbe rimasto nella sua fortezza a meditare, perché la sua persona era troppo importante per essere messa a repentaglio in un’azione di poco conto.

Alla fine, il suo passeggiare senza meta lo portò fino all’area degli alloggiamenti. Davanti alle stalle loro assegnate, gli uomini della banda di guerra del Lupo erano impegnati a strigliare i cavalli e Lady Gweniver era appollaiata sull’asta di un carro, intenta ad osservarli. Nonostante i capelli corti e gli abiti maschili, Dannyn si accorse di non poter fare a meno di pensare a lei come ad una donna: gli occhi grandi e luminosi le dominavano il volto e splendevano come fari che lo attiravano. Anche il suo modo di muoversi lo attraeva… ogni gesto era preciso e tuttavia fluido, come se lei potesse attingere da una fonte nascosta di energia. Quando si accorse di lui, Gweniver scivolò a terra e gli venne incontro.

— Lord Dannyn, i miei uomini hanno bisogno di coperte e di abiti.

— Allora li avranno oggi stesso. Adesso fate parte del seguito del re, quindi ricorda che tutto ciò di cui tu e i tuoi uomini potete avere bisogno rientra nel vostro mantenimento.

— Allora ti ringrazio. Il nostro signore è davvero molto generoso.

— Infatti, ed io ho più ragione di tanti altri di lodare la sua generosità. A quanti figli bastardi è mai stato dato un titolo e un incarico a corte?

Dannyn rispose con un sorriso al sussulto di Gweniver: gli piaceva affrontare subito il delicato argomento della sua nascita illegittima e sbatterlo in faccia ai nobili prima che se ne potessero servire contro di lui. Per un momento indugiò a riflettere, ricordando le parole di Amain sul rito seguito dalla ragazza, ma qualcosa parve costringerlo a parlare.

— Quel simbolo della luna che porti sulla guancia sinistra indica un voto autentico? — chiese.

— E che altro potrebbe indicare?

— Ecco, ho pensato che si potesse trattare di un espediente per poter viaggiare sicura, e in questo caso non avrei certo trovato di che biasimarti. Una donna che viaggia sola con una banda di guerra ha di certo bisogno della protezione della Dea… o almeno di indurre gli uomini che l’accompagnano a credere di averla.

— Verissimo, ma adesso la luna crescente abbraccia tutta la mia vita. Ho giurato fedeltà alla Dea e intendo restarle fedele.

La quieta freddezza della voce di lei conteneva un esplicito messaggio.

— Capisco — si affrettò a replicare Dannyn. — Lungi da me porre in discussione le visioni avute da una sacerdotessa. C’è però un’altra cosa che ti volevo chiedere: tua sorella ha già un pretendente che tu trovi adatto a lei? Se è così, posso appoggiare la sua candidatura con il re.

— Lo faresti davvero? Quello che mi offri è un favore enorme.

— Cosa? Perché dici questo?

— Oh, suvvia, mio signore, non vedi il tesoro che possiedi agli occhi di tutta la corte? Tu hai più influenza di chiunque altro presso il re, ma se non valuti abbastanza questo tuo bene esso si potrebbe trasformare in una maledizione.

Dannyn si limitò a sorridere, sconcertato dall’urgenza che avvertiva nella voce di lei: lo stupiva sempre il modo in cui le donne accentravano la loro attenzione su dettagli privi d’importanza.

— In ogni caso — proseguì Gweniver, — il pretendente che io favorisco è Lord Gwetmar del clan dell’Ontano.

— Ho combattuto al suo fianco, è un uomo valido. Parlerò di lui al re.

— Ti ringrazio.

Con un accenno di riverenza Gweniver si allontanò, lasciando Dannyn in preda ad un cupo hiraedd per quella donna che non avrebbe mai potuto avere.

Lord Dannyn mantenne la sua promessa di parlare con il re molto prima di quanto Gweniver si sarebbe aspettata; quello stesso pomeriggio il Consigliere Saddar venne nella sua stanza per riferirle importanti notizie. In segno di deferenza per la sua età avanzata, Gweniver gli offrì una sedia accanto al focolare e gli versò un piccolo bicchiere di sidro, sedendo poi di fronte a lui.

— Ringrazio Vostra Santità — esordì Saddar, con voce sottile e secca. — Volevo esprimerti di persona la mia gioia per il fatto che il clan del Lupo vivrà.

— Allora sono io a ringraziarti, buon signore.

Il vecchio sorrise e bevve un sorsetto di sidro.

— Il re in persona mi ha chiesto di venire a parlarti — proseguì, accentuando di proposito le parole «il re in persona». — Ha preso una decisione importante: Lord Gwetmar dovrà abbandonare i suoi legami con il clan dell’Ontano e sposare tua sorella.

— Splendido! — esclamò Gweniver, protendendo verso il vecchio il proprio boccale in un accenno di brindisi. — Adesso tutto quello che dobbiamo fare è tirare fuori Macla sana e salva dal tempio.

— Ah, al riguardo ho ulteriori notizie. Il re desidera che tu la vada a prendere al più presto: è sua intenzione prestare a te e a Gwetmar duecento uomini della sua guardia personale da aggiungere alle vostre rispettive bande di guerra.

— Per tutti gli inferni! Il nostro signore è davvero generoso!

— Infatti. Lord Dannyn sarà a capo di quegli uomini e vi accompagnerà.

Saddar fece una pausa, come se si aspettasse una violenta reazione, ma Gweniver si limitò a piegare il capo da un lato, fissandolo.

— Ah, bene — riprese infine il consigliere. — Se posso chiederlo, cosa ne pensa Vostra Santità di Lord Dannyn?

— I miei uomini mi hanno detto che è splendido in battaglia e questo, buon signore, è tutto ciò che m’interessa.

— Davvero?

Qualcosa nel sorriso del vecchio indusse Gweniver a ricordare lo strano avvertimento che la Dea le aveva inviato, ma ancora una volta preferì tacere.

— Ecco — aggiunse Saddar, — non spetta a me mettere in discussione il parere di chi ha pronunciato i sacri voti, ma permettimi di darti un piccolo avvertimento proveniente da una persona resa franca dalla sua lunga vita. Lord Dannyn è un uomo molto impetuoso e se fossi in te lo terrei d’occhio. — Saddar s’interruppe per finire il sidro, poi concluse: — Ah, mi rallegra il cuore vedere qui Vostra Santità. Senza dubbio la tua Dea ti ha mandata a noi come segno del suo favore nei confronti del nostro re.

— Speriamo di no, perché il suo favore è oscuro e aspro come una lama insanguinata.

Il sorriso si raggelò sulle labbra di Saddar, che si alzò subito e si affrettò a congedarsi con un cortese inchino.

Rimasta sola, Gweniver rifletté per qualche tempo sulle strane parole del consigliere, che l’avevano turbata. Avrebbe voluto rivolgersi alla Dea e chiederle consiglio, ma in verità ignorava come fare perché non si sapeva quasi nulla dei riti del Tempo Oscuro della Dea, in quanto ben poco era stato preservato. Le sacerdotesse del tempio conoscevano parecchi canti e rituali da effettuare al calare della luna, conservavano qualche frammento di sapere risalente all’Alba dei Tempi e qualche preghiera da pronunciare sul campo di battaglia, ma niente di più. Senza un tempio con uno specchio e un altare Gweniver non aveva semplicemente idea di come avvicinare la Dea; nelle sacche della sella aveva una lettera di presentazione che Ardda le aveva dato per la somma sacerdotessa del tempio di Cerrmor, ma aveva timore di presentarsi a quella dama di città collegata alla corte per parlarle del suo strano legame con la Luna nel suo Tempo Oscuro.

L’uso dello specchio, però, era di cruciale importanza. Più tardi, Gweniver scese in città, ma invece di recarsi al tempio andò al mercato e si comprò uno specchio di bronzo con la superficie argentata, abbastanza piccolo da poter essere contenuto nelle sacche della sella. Quella sera stessa, dopo cena, si rinchiuse nella sua camera con la sola luce di un’unica candela, appoggiò lo specchio contro una cassapanca e si inginocchiò davanti ad esso: argentea e distorta, la sua faccia la fissò dalla superficie dello specchio.

— Mia signora — sussurrò Gweniver. — Mia signora dell’Oscurità.

Nella mente, ricostruì la visione che aveva avuto nel tempio, una semplice immagine della memoria, ormai morta. Nel corso delle ultime settimane lei aveva meditato così tanto su quel ricordo che adesso l’immagine rimaneva immobile e nitida nella sua mente, permettendole di esaminarla da diverse angolature guardando prima la spada sull’altare, poi lo specchio o Ardda ferma vicino ad esso. Se soltanto fosse riuscita a vederla nello specchio, forse allora avrebbe preso vita, ma per quanto tentasse di costruire l’immagine su di essa, la superficie argentea rimase cocciutamente vuota. All’improvviso, Gweniver si sentì stupida: indubbiamente ciò che voleva era impossibile, ma un istinto cocciuto la spinse a cercare di costringere l’immagine della Dea a passare dai suoi occhi allo specchio lucente.

Era molto tardi, e lei cominciava a sbadigliare, incontrando difficoltà a concentrare lo sguardo mentre lavorava; senza preavviso, s’imbatté poi in un trucco presente nella sua mente, proprio come quando un bambino lotta per imparare a far rotolare un cerchio con un bastone e gli sembra che nonostante tutti i suoi tentativi il cerchio cada sempre di lato, finché all’improvviso il cerchio prende a rotolare senza uno sforzo cosciente da parte sua, per non cadere più. Dapprima, Gweniver vide una traccia tremolante dell’immagine sullo specchio, poi l’immagine della Dea apparve, anche se soltanto per un momento.

— Sia resa lode al nome della mia Signora!

Adesso non si sentiva più stanca. Per metà della notte rimase davanti allo specchio, con le ginocchia e la schiena intorpidite e dolenti. Finalmente la visione si mosse e gli occhi scuri come la notte la fissarono di nuovo. La Dea sorrise, benedicendo la sua sola adoratrice nell’intero regno di Deverry, e Gweniver pianse di pura gioia.

Dal momento che il piano era semplice, Dannyn era certo che avrebbe funzionato bene. Mentre lui scortava Gweniver e i suoi uomini fino al Tempio della Luna, i due fratelli di Lord Maer del Cervo avrebbero guidato una spedizione punitiva in profondità nel territorio controllato da Cantrae, cercando addirittura di colpire il dominio del Cinghiale, se appena si fosse reso possibile.

— Questo li terrà troppo impegnati per preoccuparsi delle terre del Lupo — commentò Glyn.

— Infatti, mio signore. Basterà protrarre la scorreria abbastanza a lungo da costringere il falso re a liberare la sposa di Lord Maer, e per allora noi saremo da tempo rientrati nel territorio di Cerrmor.

— Un buon piano — approvò Glyn, riflettendo per un momento. — Senza dubbio i veri combattimenti per la riconquista delle terre del Lupo non inizieranno prima di questo autunno, quando il Cinghiale avrà la possibilità di ravvivare la faida.

Dopo che il re lo ebbe congedato, Dannyn scese negli alloggi delle donne per andare a trovare suo figlio. Alcuni anni prima, Glyn gli aveva procurato una moglie appartenente ad un nobile clan che era disposto ad ignorare le origini bastarde di Dannyn in cambio del favore del re. Anche se Garena era morta in seguito alle febbri del puerperio, il bambino era nato sano; adesso Cobryn aveva quattro anni e ciangottava già di armi e di guerra. Quel pomeriggio Dannyn lo prelevò dalla nursery reale e lo portò nel cortile perché potesse vedere i cavalli: le bande di guerra stavano infatti rientrando da una giornata di esercitazioni sulle strade, e il cortile era pieno di uomini e di cavalli. Sollevato il figlio, Dannyn se lo sistemò sulle spalle come se fosse stato un sacco di grano; Cobryn, che era un bel bambino con i capelli biondi come il lino e gli occhi azzurri di suo padre, gli gettò le braccia intorno al collo e lo abbracciò.

— Ti voglio bene, Pa — disse.

Per un momento Dannyn rimase troppo sorpreso per rispondere, perché lui era cresciuto odiando suo padre.

— Davvero? — replicò infine. — Ti ringrazio.

Mentre passeggiavano insieme per il cortile e Cobryn chiacchierava facendo commenti su ogni cavallo che vedeva, Dannyn scorse Gweniver intenta a parlare con un gruppo di nobili, vicino alle porte; quando si avvicinarono Cobryn si girò nella stretta delle braccia paterne e puntò un dito verso la ragazza.

— Pa, quella è una dama!

Quando tutti scoppiarono a ridere Cobryn si fece timido e nascose la faccia contro la spalla di Dannyn.

— Che splendido bambino! — esclamò Gweniver, avvicinandosi per guardarlo meglio. — Non è tuo, vero?

— È mio figlio. Un tempo ero sposato.

— Questo mi sorprende. Pensavo che fossi quel genere di uomo che non si sposa mai.

— Hai errato nel giudicarmi, mia signora.

Di colpo Gweniver si fece guardinga come una cerva spaventata. Mentre la fissava e il momento di silenzio si protraeva fra loro, Dannyn imprecò contro se stesso per la propria cocciutaggine nel desiderare quella donna così fuori della sua portata. Finalmente il piccolo Cobryn ritrovò il coraggio e intervenne in suo soccorso.

— Sai una cosa? Il re è mio zio.

— Infatti lo è — convenne Gweniver, riportando con un certo sollievo la propria attenzione sul piccolo. — Tu lo onori?

— Sì. È splendido.

— Più splendido di quanto questo mio cucciolo possa comprendere, alla sua età — aggiunse Dannyn. — Il nostro signore ha formalmente accolto il mio ragazzo nella linea di successione subito dopo i suoi figli. Non capita spesso che il figlio di un bastardo diventi un principe.

— Per l’anima nera del Signore dell’Inferno! Ebbene, giovane Cobryn, hai proprio ragione, il re è davvero splendido!

Durante la cena, quella sera, Dannyn si trovò a fissare avidamente Gweniver, con pensieri alquanto empi. Un vecchio proverbio riassumeva efficacemente la sua situazione: un uomo innamorato di una ragazza votata alla Luna era saggio a porre molti chilometri fra se stesso e il suo sogno impossibile. I capelli biondi di lei splendevano alla luce delle candele mentre Gweniver stringeva un boccale d’argento fra dita così snelle e delicate che Dannyn trovava impossibile credere che potessero davvero brandire una spada. Stando a quanto Ricyn gli aveva detto, Gweniver aveva abbattuto le sue due vittime soltanto grazie alla fortuna, e la fortuna aveva una sua tendenza ad abbandonare i guerrieri nel folto della battaglia.

Quando ebbero finito di mangiare, Dannyn si alzò e si avvicinò al tavolo a cui Gweniver era seduta, accoccolandosi per terra davanti a lei in modo da costringerla a protendersi in avanti per parlargli in privato.

— Avevo intenzione già da un po’ di chiederti una cosa — le disse. — Possiedi una cotta di maglia?

— No, e non ne ho mai indossata una.

— Cosa? Oh, dèi, allora non hai idea di quanto sia pesante, giusto?

— Senza dubbio mi ci abituerò. La mia Dea mi proteggerà finché vorrà che io resti in vita, poi lascerà che io venga uccisa quando deciderà che il mio tempo è giunto. E quando succederà anche se avrò indosso la migliore cotta di maglia del regno questo non mi gioverà a nulla.

— Non dubito che sia verissimo, perché nessun uomo può allontanare il suo Wyrd quando esso giunge, ma una buona cotta di maglia può comunque allontanare un po’ di sfortuna.

Quando Gweniver sorrise i loro sguardi s’incontrarono e in quel momento Dannyn sentì che entrambi si comprendevano a vicenda in un modo pericolosamente profondo.

— Ma non morirai quest’estate, se potrò evitarlo — aggiunse, affrettandosi ad alzarsi. — Indubbiamente a Vostra Santità dorrà il cuore all’idea di prendere ordini da un bastardo, ma non appena saremo tornati dalla spedizione per recuperare tua sorella tu ti addestrerai con me come una recluta di tredici anni appena entrata nella banda di guerra. Dopo tutto, molti di loro vivono fino a diventare adulti, giusto? Fanno quello che dico io, e lo farai anche tu.

Gweniver accennò ad alzarsi con gli occhi infiammati dall’ira, ma Dannyn si affrettò a ritrarsi.

— Buona notte, mia signora, e possano tutti i tuoi sogni essere santi.

Con quelle parole si affrettò ad allontanarsi prima che lei potesse concretizzare la sfida che le aveva letto negli occhi.

Nevyn non avrebbe saputo dire con certezza quando il re aveva cominciato a sospettare che lui possedesse il dweomer. Allorché era venuto a Dun Cerrmor ad offrire i propri servigi, sei anni prima, aveva trattato soltanto con un sottociambellano e si era visto assegnare un alloggio in una tipica capanna per la servitù. Durante quell’anno iniziale, gli era capitato di vedere Glyn soltanto da lontano, di solito durante qualche parata cerimoniale, ma quell’anonimità gli aveva fatto piacere, perché lui era là con l’esclusivo intento di tenere d’occhio gli eventi e non per interferire nella politica… o almeno così gli era parso. Se aveva scelto la corte di Glyn era stato soltanto perché non poteva sopportare Slwmar di Cantrae, che era astuto, infido e sospettoso fino a rasentare la paranoia.

Tuttavia, siccome Glyn era cortese con quanti lo servivano, durante il secondo anno di permanenza di Nevyn aveva preso informazioni su quel vecchio che era generosamente venuto ad offrire i propri servigi e aveva convocato Nevyn nella grande sala per un’udienza formale, ringraziandolo per i medicinali da lui forniti e tanto preziosi e necessari in guerra.

Naturalmente l’udienza era stata molto breve e Nevyn l’aveva condivisa con parecchi altri servitori, ma in qualche modo doveva aver attirato l’attenzione del re, perché non molto tempo dopo Glyn aveva addirittura visitato il giardino di erbe medicinali che il vecchio aveva avviato dietro le stalle e si era fermato a parlare ancora con lui. Da allora quella era diventata una specie di abitudine: quando aveva un momento libero, il re si recava a conversare con lui, ponendogli una serie di domande su questa o quella pianta, sul ciclo delle stagioni e sulla crescita delle erbe. Quelle pause sembravano dargli sollievo dalle pressioni e dagli intrighi che gli gravavano intorno.

Durante il terzo anno, Nevyn si era visto assegnare una piacevole camera personale in una delle torri laterali, senza altra spiegazione se non quella che si meritava un po’ di intimità; ben presto a questo era seguito un posto ad una tavola della grande sala insieme a servitori di rango più elevato, e le visite del re si erano fatte più lunghe, soprattutto d’inverno quando aveva più tempo a disposizione… e più di una volta il sovrano aveva chiesto francamente al servitore consigli su questioni di corte.

Anche se Nevyn era stato molto cauto nell’elargirne, le sue risposte erano parse soddisfare il re, che di tanto in tanto aveva lasciato cadere qualche accenno sul fatto di essere consapevole che Nevyn non era soltanto il vecchio erborista trasandato che voleva apparire.

Adesso, pareva che il re avesse deciso che era giunto il momento di mettere le carte in tavola. La mattina in cui gli uomini del Cervo partirono con un piccolo esercito per iniziare le loro razzie a danno del Cinghiale, Nevyn era intento a liberare dalle erbacce una fila di piantine di consolida quando un paggio venne ad avvertirlo che il re desiderava vederlo nella camera del consiglio. In tutta fretta, Nevyn si lavò le mani in un secchio di cuoio e seguì il ragazzo fino alla rocca.

Glyn era solo nella stretta camera del consiglio, seduto con disinvoltura sul bordo del tavolo e con lo sguardo fisso sulla mappa, rischiarata dalla luce del sole che penetrava dalla finestra. La mappa, ricavata da un’intera pelle di vitello, era logora e sbiadita in alcuni punti; qua e là erano state tracciate con l’inchiostro rosso righe che erano state poi cancellate, e le vecchie frontiere e le numerose linee di battaglia conferivano alla mappa l’aspetto di un palinsesto insanguinato. Vederla fece a Nevyn uno strano e sgradevole effetto: quello per cui altri uomini stavano combattendo era il suo regno… più di chiunque altro in Deverry lui aveva diritto a reclamare il trono del Grifone, a patto naturalmente che fosse riuscito a convincere qualcuno del fatto che il Principe Galrion era ancora vivo dopo tutti quegli anni.

— Ti ho chiamato per chiederti una cosa — esordì bruscamente Glyn, — perché tu sei il solo che sono certo sappia tenere a freno la lingua al riguardo. Perfino i preti chiacchierano fra loro come donnicciole.

— Le donne sanno tacere meglio di loro, mio signore.

— La mia è però una domanda per rispondere alla quale è necessario il tipo di sapere che può possedere un prete — continuò Glyn, poi fece una pausa e concluse: — Speravo che il dweomer potesse essere in grado di consigliarmi.

— Il mio signore ritiene che io sia dotato di questo genere di sapere?

— Esatto. Il tuo signore si sbaglia?

— No.

Un fugace sorriso di trionfo increspò le labbra di Glyn.

— Allora rispondi a questo — disse. — Se un uomo o una donna ha pronunciato un voto in un tempio, esiste un modo in cui questo voto possa essere annullato senza offendere gli dèi?

— Ecco, soltanto in rare circostanze. Supponiamo che qualcuno abbia pronunciato un giuramento sbagliato con la complicità di un prete corrotto, allora un superiore di quel prete potrebbe dichiarare privo di validità il voto. Inoltre potrebbe essere possibile per la persona che lo ha pronunciato rinunciare ad esso dedicando il resto della sua vita al servizio del dio, ma in questo caso significherebbe addentrarsi su un terreno davvero infido.

— E non è certo il caso in questione.

— Oho! Devo dedurre che il mio signore ha notato che suo fratello desidera il frutto proibito?

— Infatti. Di certo non ci vuole il dweomer per vedere un cavallo in una stanza, mio buon mago.

— Verissimo. Spero soltanto che nessuno tranne noi se ne sia accorto, mio signore. Ci sono molti uomini che invidiano Dannyn.

Glyn assentì con un sospiro.

— Se un vecchio può offrire un consiglio al suo signore — aggiunse Nevyn, — faresti meglio a parlare con tuo fratello al riguardo. Sarebbe una cosa terribile ed empia se Dannyn riuscisse a indurre Gweniver ad infrangere il suo voto.

Con un altro sospiro, Glyn sollevò lo sguardo verso la mappa.

— Dovrei trovare a Dannyn un’altra moglie — affermò. — Avevo pensato di dargli in sposa Lady Macla e di attribuirgli le terre del clan del Lupo, ma non ho voluto che trascorresse gli inverni così lontano dalla mia corte. Forse però ho fatto bene a dare ascolto al mio egoismo, perché senza dubbio Gweniver andrà spesso a trovare la sorella.

— Non ne dubito, mio signore. Posso essere tanto presuntuoso da chiederti perché hai tanta stima di Lord Dannyn? Bada bene, io lo ritengo degno del tuo favore, ma è raro che un uomo abbia una così alta opinione di uno dei bastardi di suo padre. I più preferiscono fingere di non vederli affatto.

— È vero. Ecco… dal momento che mio padre ha reclamato il trono in mio nome quando ero ancora un neonato, io sono stato allevato per diventare re. Agli occhi di un ragazzo questa appariva una cosa meravigliosa: avrei conquistato la Città Santa dopo gloriose battaglie, avrei governato tutto il paese e salvato il regno dalla guerra. Un giorno, però, ero fuori in cortile ed ho visto i garzoni di stalla che stavano tormentando un altro ragazzo… a quell’epoca Dannyn aveva circa sei anni e io ne avevo otto. Quei garzoni lo stavano deridendo dandogli del bastardo, e quando lui ha cercato di reagire e di colpire uno di loro gli si sono gettati tutti addosso ed hanno cominciato a picchiarlo. Io sono corso avanti ed ho ordinato loro di smetterla, sentendomi assai generoso, addirittura regale, nel difendere quella povera piccola creatura. — Nel parlare, Glyn ebbe un sorriso di eccessiva autoderisione. — Così ho fatto rialzare quel ragazzo, gli ho pulito il naso insanguinato e mi sono trovato a guardarmi praticamente in uno specchio. Immagino sia inutile specificare che nessuno aveva pensato di avvertire il giovane re che suo padre aveva una passione per le cameriere delle cucine… ed io l’ho scoperto quella mattina. Così, mi sono precipitato nelle camere di mio padre e vi ho fatto irruzione esigendo spiegazioni. È un peccato che tu non abbia potuto vedere la sua espressione.

Nevyn si concesse una risata al pensiero.

— In ogni caso — proseguì Glyn, — ho insistito perché Dannyn venisse a vivere con me perché era mio fratello, indipendentemente da quello che mio padre poteva pensare al riguardo. Un po’ per volta, lui mi ha raccontato ciò che aveva subito, vivendo deriso e disprezzato come sguattero, costretto ad essere grato dei resti che gli davano da mangiare. È stato allora che, nel mio modo infantile, ho cominciato a riflettere su ciò che la sovranità significa, mio buon mago, ed ho giurato davanti al Grande Bel che non avrei mai posto la mia volontà davanti a quella di tutti gli altri, adorandola come faceva mio padre. Questo sarebbe per me già un motivo bastevole per onorare Dannyn, perché mi ha elargito un dono più prezioso di cento cavalli; a parte questo, comunque, lui è il solo uomo di tutta la corte che mi ami per quello che sono e non per l’influenza e le terre che può ottenere da me. Immagino ti sembri stupido da parte mia dare importanza a cose del genere.

— Il mio signore non è stupido, è l’uomo più sano di mente che io abbia incontrato… e per evitare che tu possa pensare che ti voglia adulare, permettimi di aggiungere che la sanità mentale è una maledizione in questi tempi di follia.

— Lo è davvero? — Per un momento il re distolse lo sguardo con espressione meditabonda. — Immagino di sì. Bene, ti ringrazio per il consiglio, mio buon signore. Se le cose lo permetteranno, uno di questi giorni intendo venire nel tuo giardino per vedere come si sta sviluppando.

Dopo aver lasciato il re, Nevyn si ritirò nella sua camera invece di tornare ad estirpare erbacce. Si sentiva infatti il cuore turbato e si stava chiedendo se Glyn fosse destinato a governare come unico re di Deverry: sperava che questo fosse il suo Wyrd, e tuttavia sapeva che gli era impossibile conoscere il futuro. Dopo aver sbarrato la porta per avere la certezza di non essere disturbato, si portò nel centro della sua piccola camera e immaginò di tenere nella mano destra una spada di fuoco azzurro. Lentamente, applicò la propria volontà all’immagine fino a permetterle di vivere una vita propria, indipendentemente da dove lui avesse rivolto la propria attenzione. Soltanto allora si servì della spada per tracciare intorno a sé un cerchio di fuoco azzurro, immaginando le fiamme fino a quando anch’esse riuscirono a vivere senza il sostegno della sua volontà.

Accantonata la spada, si sedette quindi al centro del cerchio luminoso e creò davanti a sé l’immagine mentale di una stella a sei punte pervasa anch’essa di fuoco azzurro… il simbolo del centro e dell’equilibrio di tutte le cose, e la fonte della vera sovranità. Invocando i Sovrani dell’Elemento dell’Aethyr, fissò quindi l’esagono al centro dell’intreccio di triangoli e se ne servì per evocare una visione, nel modo in cui i meno esperti uomini del dweomer usavano una pietra o uno specchio.

Le visioni giunsero nebbiose, formandosi appena prima di dissolversi, unendosi e separandosi come nuvole sospinte da un forte vento, e in esse lui non riuscì a scorgere nulla del Wyrd di Glyn. Perfino nelle Terre Interiori le correnti erano agitate, le forze erano prive di equilibrio, la luce era oscurata. Ad ogni regno e popolo corrispondeva infatti una parte delle Terre Interiori… di solito si pensava ad essa come ad un luogo, ottenendo così un’adeguata immagine… che costituiva la vera fonte degli eventi che si verificavano nel regno posto sul piano esterno, proprio come ogni persona possedeva un’anima segreta e immortale che determinava quella che la persona in questione definiva la propria volontà o fortuna.

La gente di Deverry vedeva infuriare una guerra fra uomini ambiziosi, quegli uomini si vedevano come gli autori della loro fortuna, ma Nevyn vedeva invece la verità: le meschine liti di quegli aspiranti sovrani erano soltanto i sintomi di una crisi così come la febbre era soltanto il sintomo di una malattia, dolorosa ma di per sé incapace di uccidere. Nelle Terre Interiori le forze oscure della Morte Non Bilanciata erano sfuggite al controllo e stavano precipitando tutto nel caos, arginate soltanto da una manciata di guerrieri che servivano la Luce. Anche se era soltanto un umile servitore di quei Grandi, Nevyn aveva a sua volta dei combattimenti da affrontare nel regno… dopo tutto anche la febbre poteva uccidere il paziente, se le si permetteva di infuriare liberamente.

Le forze della Morte Non Bilanciata non erano qualcosa a cui si potesse pensare come ad una persona, una sorta di esercito malvagio guidato da esseri dotati di un’anima riconoscibile. Al contrario, esse erano forze a loro modo naturali quanto il cadere della pioggia che erano però sfuggite al controllo come un fiume in piena che si fosse riversato oltre gli argini e stesse travolgendo sul suo cammino fattorie e villaggi. Ogni persona e ogni regno aveva in sé una venatura di caos… debolezze, avidità, piccoli orgogli e arroganze che potevano essere negati o alimentati. Se alimentati, essi liberavano energia… per usare una metafora… che fluiva nel corrispondente luogo oscuro delle Terre Interiori. Questo era ciò che stava succedendo a Deverry in quell’epoca tormentata: le forze oscure erano rigonfie e travolgenti, proprio come la piena di un fiume.

Nevyn era semplicemente incerto sulla misura in cui poteva intervenire sul piano fisico, perché operare il dweomer era un’arte sottile, fatta di influenze, di immagini e di lente manipolazioni ulteriori, mentre un’azione diretta sul mondo esterno era di solito così estranea a qualsiasi maestro del dweomer che Nevyn aveva timore di intervenire fino a quando non fosse arrivato il momento giusto. Una mossa sbagliata, per quanto bene intenzionata, avrebbe infatti costituito soltanto un’altra vittoria per il Caos e per l’Oscurità, ma Nevyn si sentiva dolere il cuore ad aspettare, vedendo la morte, le malattie, le sofferenze e la povertà che stavano dilagando nel regno. La cosa peggiore era sapere che qua e là c’erano malvagi maestri del dweomer oscuro che gongolavano di quelle sofferenze e assorbivano il potere liberato dalla marea del Caos, usandolo per i loro cupi fini.

Verrà anche il loro momento, ricordò a se stesso, perché ciò che li aspetta è l’oscurità alla fine del mondo, la maledizione alla fine di tutte le ere.

Come servitore, lui non poteva però mandare quei maestri oscuri incontro all’oscurità prima del tempo, non più di quanto potesse vedere se Glyn avrebbe un giorno regnato in Dun Deverry su un regno ormai pacifico. Con un sospiro interruppe l’inutile meditazione e fece svanire la stella e il cerchio. Avvicinatosi alla finestra, si affacciò per osservare i guerrieri che si affrettavano ad attraversare il cortile sottostante per andare a cenare nella grande sala, e vederli ridere e scherzare fra loro generò una fitta di colpevolezza nel suo cuore… gli sembrava infatti che fosse stata la sua antica colpa a portare a quella guerra. Molto tempo prima, quando era principe del regno, gli era stato chiesto di scegliere fra lo sposare Brangwen del clan del Falco, facendo così progressi più lenti nell’apprendimento del dweomer (perché avrebbe avuto una moglie e dei figli di cui occuparsi), oppure rinunciare a lei e dedicarsi interamente al dweomer. Nel suo goffo tentativo di ottenere il meglio delle due alternative, lui aveva provocato la morte di tre persone: la stessa Brangwen, suo fratello Gerraent, che aveva provato per lei un amore empio e incestuoso, e Lord Blaen del Cinghiale, un rispettabile pretendente che aveva avuto la sfortuna di trovarsi alle prese con la follia di Gerraent.

Se soltanto avessi sposato Brangwen, si rimproverò ancora una volta, avremmo avuto degli eredi, che avrebbero avuto a loro volta degli eredi e avrebbero ereditato il trono in maniera pulita, senza scatenare questa guerra civile. Forse.

Un momento più tardi si costrinse però a ricordare che nessun uomo poteva conoscere la verità al riguardo; d’altro canto, però, quella faccenda del clan del Cinghiale era più strettamente connessa al suo antico errore, perché da quando aveva ricevuto le terre del Falco come compensazione per la morte di Blaen, il clan del Cinghiale si era inorgoglito a dismisura al punto di incitare il Gwerbret di Cantrae ad avanzare pretese su un trono che non era mai stato destinato ad avere.

E adesso tutti gli attori di quell’antica tragedia erano raccolti lì in Cerrmor. Quella sera a cena, Nevyn lasciò vagare lo sguardo per la sala, individuandoli tutti e tre: Blaen, che mangiava insieme al resto della banda di guerra del Lupo nei panni del suo capitano Ricyn; Gerraent, seduto alla sinistra di Glyn nelle vesti di suo fratello Dannyn; Brangwen, con il tatuaggio azzurro di una guerriera votata alla Luna che le spiccava su una guancia. I loro Wyrd erano ancora tutti intrecciati, ma ciò che più faceva dolere il cuore di Nevyn era la sorte toccata a Gweniver in questa vita.

Nevyn sedeva ad un tavolo della grande sala insieme allo scriba e sua moglie, al capo stalliere e alla sua, a due sottociambellani e al mastro dell’armeria, il vedovo Ysgerryn; quella sera, notando come Nevyn stesse osservando Lady Gweniver, Ysgerryn accennò al fatto che poco prima Dannyn l’aveva accompagnata nell’armeria perché le venisse approntata una cotta di maglia.

— Per fortuna, avevo conservato una cotta che veniva usata per lo stesso Lord Dannyn quando aveva quattordici armi — proseguì Ysgerryn. — Naturalmente avrebbe potuto essere smantellata e modellata su una taglia più grande, ma era così ben fatta che ho pensato di conservarla per uno dei giovani principi, un giorno, e adesso potrà tornare utile.

— Infatti. Che ne ha pensato il lord del fatto che la dama avrebbe indossato la sua vecchia cotta?

— Stranamente ne è stato contento. Ha detto qualcosa a proposito del fatto che era una specie di presagio.

Ci scommetto proprio che lo ha detto, pensò Nevyn, dannazione a lui!

Una volta concluso il pasto, il vecchio accennò a lasciare la sala, ma si accorse che Dannyn si stava dirigendo verso il tavolo di Gweniver per sedere accanto a lei e indugiò vicino alla piattaforma per ascoltare. Dannyn le stava però rivolgendo soltanto un’innocente domanda riguardante la cotta di maglia.

— Oh, per gli dèi! — rispose Gweniver, con una risata. — Le spalle mi dolgono come il fuoco a portare questo dannato aggeggio! Deve pesare quanto due grosse pietre!

— Infatti — confermò Dannyn. — Continua però a indossarla in ogni dannato momento che riuscirai a reggerla addosso. Detesterei dover perdere un uomo dotato del tuo spirito soltanto per mancanza di addestramento.

Il giovane Lord Oldac, un ragazzo biondo e robusto che aveva un’opinione eccessivamente alta di sé, si protese in avanti sul tavolo con un sorriso da ubriaco.

— Un uomo? — commentò. — Senti, Dannyn, che è successo ai tuoi occhi?

— Vedono il tatuaggio azzurro sul suo volto. Per quanto riguarda chiunque si trovi ai miei ordini, lei è un uomo o comunque è da considerare come tale.

— Naturalmente hai ragione — convenne Oldac, asciugandosi i baffi intrisi di sidro. — Tuttavia, Gwen, è impossibile negare che tu sia una smorfiosetta abbastanza graziosa da indurre un uomo a dimenticare il tatuaggio.

Rapido e preciso come un uccello che spicchi il volo, Dannyn si alzò di scatto e si protese in avanti per afferrare Oldac per la camicia. Mentre i boccali si rovesciavano e gli altri uomini si ritraevano gridando, trascinò quindi attraverso la tavola il nobile che scalciava e strillava, e con un ultimo strattone lo fece cadere ai piedi di Gweniver.

— Chiedi scusa — ringhiò. — Nessuno definisce una smorfiosetta una dama che è anche una sacerdotessa.

In mezzo ad un letale silenzio, ogni uomo presente nella sala stava seguendo la scena. Annaspando per respirare, Oldac si sollevò in ginocchio.

— Avanti — insistette Dannyn, pungolandolo con un piede.

— Le mie umili scuse — ansò Oldac. — Non chiamerò mai più Vostra Santità in questo modo e prego la Dea di perdonarmi.

— Sei uno stolto — disse Gweniver, — ma accetto le tue scuse.

Oldac si alzò in piedi, si assestò la casacca sporca di sidro e si girò verso Dannyn.

— Possa la Dea perdonare il mio errore — disse, — ma quanto a te, bastardo…

Quando Dannyn posò la mano sull’elsa della spada, parecchi uomini si alzarono in piedi di scatto.

— Sua Signoria desidera forse sfidarmi formalmente a duello? — domandò Dannyn, con voce pacata quanto quella di una dama di compagnia.

Preso in trappola, Oldac scoccò occhiate frenetiche a destra e a sinistra, contraendo la bocca mentre cercava di scegliere fra il disonore e una morte certa. Sorridendo, Dannyn rimase in attesa, ma il quel momento il re si alzò a sua volta in piedi.

— Basta così! — gridò. — Un accidente ad entrambi per aver scatenato una lite nella mia sala! Danno, torna qui e siediti. Oldac, più tardi desidero parlare con te nei miei appartamenti.

Arrossendo per la vergogna, Oldac girò sui tacchi e lasciò a precipizio la sala mentre Dannyn tornava accanto al fratello a testa bassa, come un cane bastonato. Nell’andarsene a sua volta, Nevyn si pose alcuni interrogativi su Gerraent, come tendeva ancora a chiamarlo nei momenti di debolezza: sembrava proprio che fosse deciso a trattare Gweniver in maniera onorevole e ad ignorare la passione lungamente sepolta che stava cercando di riaffiorare.

Il ragazzo ha acquistato forza, pensò, e forse riuscirà a liberarsi in questa stessa vita.

Tuttavia, mentre formulava quel pensiero, avvertì lungo la schiena il gelido avvertimento del dweomer: era all’opera un pericolo di cui lui era all’oscuro.

Alla testa di un piccolo esercito, Gweniver fece ritorno al Tempio della Luna sul finire di un giorno di primavera, mentre il sole al tramonto riversava sulle alte mura la sua luce dorata. Lasciati gli uomini ai piedi della collina, lei e Gwetmar salirono fino alle porte, che si aprirono di una fessura fino a rivelare il volto di Lypilla.

— Sei tu, Gwen! — esclamò la sacerdotessa. — Quando abbiamo visto sopraggiungere un esercito abbiamo pensato che fossero tornati quei dannati del Cinghiale.

— Invece no. Sono venuta a prendere Maccy. Le avevo promesso un matrimonio, ed è quello che avrà.

— Splendido! Quella poveretta era così avvilita! Entra, entra, mi riscalda il cuore vederti.

Non appena Gweniver ebbe oltrepassato le porte, Macla le corse incontro e le si gettò fra le braccia; le donne che affollavano il cortile del tempio rimasero a guardare con espressione sorridente e commossa mentre Maccy scoppiava a piangere per la gioia.

— Ero così preoccupata, temevo che fossi morta — singhiozzò la ragazza.

— Invece sono qui. Adesso controllati, Maccy: ti ho portato un marito e tutto andrà per il meglio. Avrai un grande matrimonio, addirittura a corte.

Macla lanciò uno strillo di gioia e si premette le mani sulla bocca.

— Va’ a prendere le tue cose mentre io parlo con Ardda — aggiunse Gweniver. — Lord Gwetmar ti sta aspettando.

— Gwetmar? Ma è così scialbo!

— In questo caso non dovrai preoccuparti che generi dei bastardi a spese delle tue serve. Ascolta, piccola stupida, lui è il solo uomo a corte che ti ami tanto da sposarti comunque, anche senza dote, quindi comincia ad enumerare le sue qualità. Del resto, non lo vedrai in faccia quando lui spegnerà le candele.

Macla emise un drammatico gemito ma obbedì e si allontanò di corsa verso il dormitorio. Soltanto allora Gweniver notò sua madre, ferma al limitare della folla con le braccia strette intorno al corpo quasi stesse abbracciando il proprio dolore e con gli occhi colmi di lacrime. Con esitazione, Gweniver si diresse verso di lei.

— Hai procurato un buon matrimonio a tua sorella — affermò Dolyan, con voce tremante. — Sono orgogliosa di te.

— Ti ringrazio, mamma. Stai bene?

— Nei limiti in cui mi è possibile, vedendoti così. Gwen, Gwen, ti imploro, rimani qui al tempio.

— Non posso, mamma: io sono il solo onore che rimanga al clan.

— Onore? Oh, si tratta di onore, adesso? Sei come tuo padre, come i tuoi fratelli, che parlavano di onore a tal punto che ho temuto d’impazzire. Non è l’onore che ti attira tanto, ma le stragi. — D’un tratto, Dolyan scrollò il capo e le parole presero a fluirle dalle labbra come una marea irosa: — A loro non è mai importato che io li amassi… oh, questo non valeva neppure la metà del loro dannato onore: ciò che contava era andare in guerra, dissanguare il clan e portare altro dolore al regno! Gwen, come puoi farmi questo? Come puoi andare in guerra così come hanno fatto loro?

— Devo, mamma. Tu hai sempre Maccy e presto sarai di nuovo sulle nostre terre.

— Su che cosa? — esclamò lei, sputando le parole. — Una casa bruciata e terre devastate, e tutto in nome dell’onore! Gwen, ti prego, non andare.

Con quella supplica Dolyan scoppiò in un pianto violento.

Gweniver non riuscì né a muoversi né a parlare, e le altre donne si precipitarono accanto a Dolyan, affrettandosi ad accompagnarla lontano da lì, scoccando al tempo stesso occhiate taglienti come daghe in direzione di quella figlia ingrata. Mentre oltrepassava a precipizio le porte, Gweniver udì Dolyan levare un lamento acuto e prolungato in segno di lutto.

Per lei io sono già morta, pensò. Tuttavia per quanto lo desiderasse non riuscì a piangere, perché quella era la volontà della Dea.

— Cosa c’è che non va? — domandò Gwetmar.

— Nulla. Maccy arriverà presto — replicò Gweniver, girandosi quindi a guardare verso valle, cercando di scorgere Ricyn fra gli uomini. — Per l’anima nera del Signore dell’Inferno, il mio cuore gioisce all’idea di tornare a Cerrmor.

Non riuscì a trovare Ricyn, ma il suo sguardo individuò Dannyn, che sedeva eretto e disinvolto in sella alla testa degli uomini del re. Presto sarebbe andata in guerra sotto il suo comando, e nel guardarlo pensò che la Dea non avrebbe potuto mandarle un migliore maestro nell’arte di dispensare la morte.

Anche se Nevyn aveva parecchi apprendisti nell’arte delle erbe, la più abile era una giovane donna di nome Gavra, una ragazza alta e snella con i capelli nerissimi e gli occhi nocciola. Essendo per nascita la figlia di un locandiere di Cerrmor, Gavra era abituata a lavorare sodo ed era anche decisa a migliorare la propria condizione sociale; nei due anni in cui aveva studiato con Nevyn, aveva fatto notevoli progressi nella conoscenza delle erbe e dei loro utilizzi, e di conseguenza lui le aveva permesso di aiutarlo quando di pomeriggio si prendeva cura delle malattie o delle accidentali ferite dei servitori di palazzo, troppo insignificanti per essere presi in considerazione dai medici di corte. Dannyn e Gweniver erano rientrati da appena due giorni quando la giovane apprendista riferì a Nevyn una notizia interessante.

— Oggi Lord Oldac mi ha fermata per parlarmi — osservò Gavra.

— Davvero? Ti sta ancora seccando con le sue attenzioni?

— Ecco, è stato cortese, ma credo che avesse in mente qualcosa di disonorevole. Maestro, vorresti parlargli? È dannatamente difficile insultare un nobile… ma l’ultima cosa che voglio nella vita è un suo figlio bastardo… o anche quello di un qualsiasi altro uomo.

— Allora gli parlerò. Tu sei sotto la mia protezione come se fossi mia figlia, e se sarà necessario mi rivolgerò addirittura al re.

— Ti ringrazio, ma sono stati soltanto i suoi sorrisi da ubriaco a turbarmi. Ha avuto il coraggio di insultare Lady Gweniver. Io invece credo che sia splendida e non intendo sentire discorsi del genere da parte di nessuno.

— E cosa ha detto?

— Oh, più che altro ha avanzato delle insinuazioni in merito al fatto che lei e Lord Dannyn trascorrono una quantità di tempo insieme sul campo di addestramento.

Nevyn emise un ringhio sommesso.

— Oldac ha inteso insultare più Lord Dannyn che Sua Santità — proseguì Gavra. — Infatti mi ha chiesto se non mi sembrava strano che lui fosse così ansioso di insegnare a Lady Gweniver la sua arte, ma la cosa mi ha seccata lo stesso e gli ho risposto che una serva di umile nascita come me non si poteva permettere di formulare pensieri riguardo a sua signoria, né in un senso né nell’altro. Poi me ne sono andata.

— Brava ragazza. A quanto pare dovrò parlare con Oldac per più di un motivo. Se questi insulti dovessero arrivare all’orecchio di Gweniver lui potrebbe morire piuttosto in fretta.

— La cosa non mi farebbe certo dolere il cuore.

Il pomeriggio successivo Gweniver e Dannyn vennero da loro durante le medicazioni pomeridiane; Nevyn e Gavra avevano appena finito di applicare del balsamo sulla mano graffiata di un aiuto falconiere quando i due entrarono con un tintinnare di cotte di maglia. Dannyn si teneva uno straccio insanguinato premuto contro una guancia.

— Buon erborista, ti vorresti prendere cura del capitano? — chiese Gweniver. — È troppo imbarazzato per andare da un chirurgo.

— Se potessi definire una sacerdotessa una cagna lo farei — borbottò Dannyn, attraverso lo straccio.

Gweniver si limitò a ridere; quando il capitano allontanò lo straccio, la guancia apparve escoriata, gonfia e sanguinante da due piccoli tagli.

— Stavamo usando spade smussate — spiegò Gweniver, — ma riescono comunque a produrre lividi notevoli e lui si è rifiutato di indossare un elmo durante le lezioni.

— Pura stupidità — dichiarò Dannyn. — La mia, intendo. Non avrei mai creduto che arrivasse a colpirmi.

— Davvero? — commentò Nevyn. — Mi sembra che Lady Gweniver abbia per questo genere di cose più talento di quanto entrambi avremmo supposto.

Dannyn gli indirizzò un sorriso così insolente che Nevyn si sentì tentato di lavargli la ferita con il più forte estratto di amamelide di cui disponeva; come atto di umiltà, si impose invece di usare dell’acqua tiepida, forzandosi al tempo stesso a ricordare che Dannyn non era Gerraent, che se l’anima era fondamentalmente la stessa la personalità era però diversa e che Dannyn aveva per la sua arroganza giustificazioni che Gerraent non aveva mai avuto. Tuttavia, ogni volta che il freddo sguardo del capitano si spostò in direzione di Gweniver, Nevyn si sentì furente; quando infine Dannyn se ne andò, il vecchio si concesse un sospiro per la stupidità degli uomini, che erano capaci di conservare un rancore anche dopo centotrent’anni.

Gweniver si trattenne invece ancora per un po’, osservando con curiosità le erbe e le pozioni e chiacchierando con Gavra, che per fortuna non accennò alle offese da parte di Lord Oldac. Anche se la dama sembrava ignara della loro presenza, molti membri del Popolo Fatato la seguivano in giro per la stanza, tirandole timidamente la manica quasi le chiedessero di accorgersi di loro. Per qualche motivo che Nevyn non comprendeva a fondo, i membri del Popolo Fatato erano capaci di riconoscere una persona dotata di dweomer e ne erano affascinati. Alla fine le creaturine svanirono scuotendo il capo con aria delusa, e Nevyn si chiese all’improvviso se Gweniver avesse involontariamente scoperto il proprio latente talento per il dweomer e se ne stesse servendo al servizio della Dea. Quel pensiero destò in lui un timore gelido, e qualcosa del suo stato d’animo gli dovette trasparire dal volto.

— C’è qualcosa che non va, buon erborista? — domandò infatti Gweniver.

— Oh, nulla, nulla. Mi stavo soltanto chiedendo quand’è che partirai per le campagne estive.

— Presto, subito dopo il matrimonio di Maccy. Dovremo pattugliare il confine di Eldidd e a quanto mi ha detto Dannyn è improbabile che ci capiti di dover combattere… quindi non ti preoccupare, buon signore.

Quando Gweniver sorrise Nevyn sentì la paura serrargli ancora il cuore, ma si limitò ad annuire senza aggiungere altro.

I festeggiamenti per il matrimonio si protrassero per tutta la giornata, con finti combattimenti, corse di cavalli, danze e canti dei bardi. Verso sera, i pochi che erano ancora sobri erano talmente rimpinzati di cibo da sentirsi vincere dalla sonnolenza, ma prima che Gwetmar e Maccy si ritirassero per la loro notte di nozze rimaneva ancora una formalità da espletare. Glyn convocò quindi la coppia, Gweniver e qualche testimone nella sua camera per provvedere alla firma del contratto di matrimonio. Anche se di solito il re non avrebbe avuto personalmente nulla a che vedere con quelle formalità, la trasmissione in eredità del nome di un grande clan al ramo femminile della famiglia era una questione importante. Al suo arrivo, Gweniver rimase alquanto sorpresa di scorgere Nevyn fra i testimoni, insieme a Dannyn, a Yvyr e a Saddar.

Lo scriba del re diede lettura del decreto che trasformava Gwetmar nel capo del clan del Lupo e gli attribuiva la dote di Macla a patto che lui governasse il Lupo e votasse a quel clan tutta la sua fedeltà. Gwetmar fu il primo ad apporre il proprio sigillo sulla pergamena, poi Gweniver la firmò come suo ultimo atto in veste di capo del clan del Lupo. Dannyn appose quindi il suo sigillo e dopo di lui firmarono gli altri testimoni.

— È fatta — affermò infine Glyn. — Gwetmar del Lupo, hai il nostro permesso di accompagnare la tua sposa nelle vostre camere.

Con un susseguirsi di inchini e di riverenze la coppia appena sposata e i consiglieri lasciarono la camera, ma Glynfece cenno a Gweniver e a Nevyn di trattenersi con lui e con Dannyn; un paggio portò a tutti della birra in boccali d’argento e subito si ritirò con discrezione.

— Come Vostra Santità può vedere — disse allora Glyn, — ho mantenuto la mia promessa in merito al nome del clan del Lupo. Spero sinceramente che tuo padre e i tuoi fratelli possano sapere di questo nell’Aldilà.

— Una speranza che condivido, mio signore. Hai i miei umili ringraziamenti, e sono ammirata dalla generosità che hai dimostrato nei confronti di chi ti è tanto inferiore.

— Mi riesce difficile pensare che una sacerdotessa votata alla Dea mi sia inferiore.

— Il mio signore è estremamente devoto e la Dea lo onorerà per questo — replicò Gweniver, con un accenno di riverenza. — Pur essendo una sacerdotessa, io cavalco però ai tuoi ordini.

— O ai miei, una volta che saremo di pattuglia — intervenne Dannyn. — Confido che Vostra Santità lo ricorderà.

Tutti si girarono a guardarlo, e una fredda luce di ammonimento apparve negli occhi di Glyn: Dannyn era completamente ubriaco, con il volto arrossato e la bocca rilassata.

— In ogni cosa, io sono agli ordini della mia Dea — ribatté Gweniver, rendendo la propria voce quanto più fredda le era possibile. — Confido che Lord Dannyn ricorderà questo.

— Oh, suvvia — affermò Dannyn, bevendo un altro sorso di birra tutt’altro che necessario. — Tutto quello che voglio è servire la tua Dea tenendoti in vita. Non potrai certo recitare i riti se sarai morta, giusto? E poi, sei troppo dannatamente preziosa perché possiamo permetterci di perderti. Tutti pensano che la tua presenza qui sia un buon presagio.

Glyn accennò a intervenire, ma Nevyn lo prevenne.

— Sua signoria dice il vero — convenne il vecchio, — ma farebbe meglio a badare a come formula le frasi quando si rivolge ad una sacerdotessa.

— Ah, e a te che importa, vecchio?

— Danno! — scattò il re.

— Chiedo scusa. — Dannyn spostò su Gweniver lo sguardo degli occhi annebbiati dall’ubriachezza e aggiunse: — E chiedo scusa anche a te, signora… ma volevo soltanto avvertirti. So che immagini di essere una guerriera, ma…

— Immagino di esserlo? — esclamò Gweniver, scattando in piedi. — La Dea mi ha contrassegnata perché versassi sangue in suo nome, quindi non pensare di potermelo impedire!

— Davvero? Lo vedremo. Per favorire la causa di mio fratello sarei pronto a discutere anche con il Signore dell’Inferno, quindi se sarà necessario me la vedrò con la tua Dea!

— Dannyn, tieni a freno la lingua — intervenne ancora Nevyn. — Non sai quello che stai dicendo.

Dannyn si tinse di scarlatto per l’ira. Troppo tardi il re tentò di trattenerlo per un braccio: con un’imprecazione, Dannyn scagliò il suo boccale di birra dritto contro la testa di Nevyn. Il vecchio si limitò però a pronunciare in tono perentorio una singola parola incomprensibile e il boccale si arrestò a mezz’aria come se fosse stato afferrato da una mano invisibile, mentre la birra si riversava sul pavimento. Gweniver sentì il sangue defluirle dal volto e lasciarlo gelido come la neve invernale mentre la mano invisibile deponeva con cura il boccale sul pavimento, con il bordo verso l’alto. Dannyn dal canto suo fissò il boccale, cercò di parlare poi cominciò a tremare, quasi del tutto sobrio ora a causa dello spavento. Glyn invece scoppiò a ridere.

— Quando si sarà ripreso, buon Nevyn — affermò, — mio fratello ti porgerà le sue scuse.

— Non è necessario, mio signore, perché un uomo ubriaco non è del tutto responsabile dei propri errori. Sono io a chiederti invece scusa per il pasticcio che ho combinato sul tappeto: vedi, gli spiriti non sono capaci di pensare molto bene, quindi a questo non è neppure passato per la mente di afferrare quel dannato boccale per il verso giusto.

Spiriti? pensò Gweniver. Oh, dèi, questa stanza ne deve essere piena, se Nevyn ha il dweomer!

Per quanto si guardasse intorno con disagio, non ne vide però nessuno. Intanto Dannyn si alzò borbottando qualcosa in merito al suo intento di andare a chiamare un paggio perché asciugasse la macchia di birra, e lasciò a precipizio la stanza.

— C’è più di un modo per indurre un uomo a non dimenticare la cortesia — commentò allora il re. — Mia signora, permettimi di scusarmi.

— Tu non hai nessuna colpa, mio signore, e come ha detto Nevyn un ubriaco non è del tutto responsabile di sé.

I due si trattennero con il re ancora per qualche momento, ma l’imbarazzo causato dall’incidente li indusse ben presto a ritirarsi a loro volta. Gweniver suppose che più tardi il re avrebbe rimproverato a dovere il fratello; nel percorrere il corridoio insieme a Nevyn si chiese quindi perché un uomo dotato di simili poteri si accontentasse di detenere a corte una posizione tanto umile, ma ebbe paura di porre domande al riguardo.

— Bene, buon mago — osservò infine, — devo dedurre che presto il nostro signore sarà re di tutto Deverry, con un uomo come te ad aiutarlo.

— Non ci scommetterei sopra forti somme, se fossi in te.

Quando Gweniver smise di camminare e si girò a fissarlo, Nevyn le indirizzò uno stanco sorriso.

— Chi può sapere cosa abbiano in serbo gli dèi? — prosegui. — La Dea che tu servi ha un cuore oscuro, come tu ben sai, ed è possibile che ti abbia mandata qui a presiedere ad una sanguinosa sconfitta.

— È possibile — ammise Gweniver. Quel pensiero l’angosciava, ma era assolutamente logico. — Pregherò perché non sia così.

— Come farò anch’io. Glyn è un brav’uomo e uno splendido re, ma non mi è dato di vedere come finirà tutto questo. Mia signora, ti imploro di tenere il mio dweomer segreto al resto della corte.

— Come desideri… e del resto dubito che qualcuno mi crederebbe se lo raccontassi.

— Può darsi. — Nevyn esitò e la fissò con aria riflessiva. — Confido che Lord Dannyn provveda a trattarti con tutto il rispetto dovuto alla tua posizione.

— È meglio per lui che lo faccia. Ti garantisco che non ho nessuna intenzione di infrangere il mio voto — ribatté Gweniver, scoppiando poi a ridere di fronte all’espressione sorpresa di lui. — A volte si addice ad una sacerdotessa di essere franca — aggiunse. — Mia sorella ti può confermare che non ho mai tenuto a freno la lingua.

— Bene. Allora permetti anche a me di essere franco: mi duole il cuore a vederti andare in guerra, e pregherò la tua Dea perché ti protegga.

Mentre si allontanava, Gweniver si sentì lusingata che un uomo tanto potente si preoccupasse per lei.

Alla luce delle torce affisse alle pareti, l’esercito si stava radunando nel cortile. Sbadigliando a causa delle poche ore di sonno, Ricyn si aggirò fra gli uomini, gridando ordini perché si affrettassero, mentre carri carichi di provviste passavano fragorosi poco lontano, con i carrettieri assonnati che facevano schioccare le lunghe fruste. Guardandosi intorno, Ricyn sorrise: era giunto il giorno che aveva sempre sognato, quello in cui sarebbe andato in guerra come capitano e non come un semplice guerriero. Uno alla volta, i guerrieri condussero i cavalli all’abbeveratoio, e Ricyn si diresse verso Camlwn, che teneva per le redini anche il cavallo di Dagwyn.

— Dov’è Dagwyn? — gli chiese.

Per tutta risposta Camlwn accennò con un pollice in direzione delle vicine stalle, dove Dagwyn e una serva delle cucine si stavano abbracciando appassionatamente nell’ombra proiettata da una parete.

— Un ultimo dolce addio — commentò Camlwn, sogghignando. — Non so proprio come faccia, ma sono pronto a giurare che ha stregato una ragazza in ogni fortezza dove siamo stati.

— Se non addirittura due. Daggo, vieni! Risparmia il resto per quando torneremo a casa!

Le sommesse note argentee del corno di Lord Dannyn si diffusero per la fortezza, e Dagwyn si staccò dalla ragazza fra le beffe e i fischi dei compagni. Scandendo alcuni ordini, Ricyn montò in sella e al suo orecchio il familiare tintinnio che la banda di guerra produsse nel seguire il suo esempio suonò più dolce del canto di qualsiasi bardo; il giovane condusse quindi i suoi uomini sul davanti della fortezza dove il resto dell’esercito, che ammontava complessivamente a trecento uomini, era in attesa davanti alle porte insieme ai carri, ai cavalli da soma e ai servi che erano raccolti da un lato. Liberando il proprio cavallo dalla confusione, Gweniver andò a prendere posto accanto a Ricyn.

— Buon giorno, mia signora — salutò questi, accennando un inchino sulla sella.

— Buon giorno. Tutto questo è splendido, Ricco: non sono mai stata così eccitata in tutta la mia vita.

Ricyn sorrise, pensando che Gweniver era come un ragazzo alla sua prima esperienza di guerra: sembrava quasi impossibile che lei fosse là con loro, indossando la cotta di maglia come tutti quanti, con il cappuccio gettato all’indietro a rivelare i corti capelli dorati e il tatuaggio azzurro sulla guancia. In alto il cielo si tinse di grigio e schiarì sempre più fino a offuscare il bagliore delle torce; sulle porte, i servi agganciarono le catene agli argani mentre Lord Dannyn faceva spostare il suo massiccio cavallo nero lungo lo schieramento, soffermandosi qua e là a parlare con qualcuno per poi raggiungere infine Gweniver.

— Vostra Santità cavalcherà con me in testa allo schieramento — annunciò.

— Ma davvero? E a cosa devo questo onore?

— Alla tua nobile nascita — ribatté Dannyn, con un sottile sorriso, — che è dannatamente migliore della mia. Giusto?

Mentre si incamminavano, Ricyn fissò lo sguardo sulla schiena di Dannyn con un sentimento di odio crescente.

Per tutto il mattino l’esercito procedette verso occidente sulla strada costiera che si snodava lungo le alture che affiancavano il mare. Da dove si trovavano, Ricyn poteva vedere l’oceano che scintillava azzurro e punteggiato di bianco nel riversare le sue lente onde sulla spiaggia sottostante, mentre sulla destra si allargavano i campi ben coltivati delle tenute personali del re, distese di stoppie dorate dove era possibile di tanto in tanto vedere un contadino che camminava piegato per raccogliere le ultime spighe del primo raccolto. In condizioni normali, Ricyn si sarebbe messo a fischiettare mentre cavalcava, perché quella era una splendida mattina ed erano diretti incontro alla gloria, ma quel giorno cavalcò invece avvolto nei suoi pensieri, solo in testa alla banda di guerra invece che al fianco della consueta compagna di viaggio. Di tanto in tanto, quando la strada descriveva una curva, poteva vedere Gweniver molto più avanti, e ogni volta desiderava averla invece accanto.

Quando quella notte le truppe si accamparono sui vasti prati che si allargavano a ridosso delle alture, Gweniver raggiunse però il suo fuoco da campo con le braccia piene del proprio equipaggiamento e Ricyn si affrettò a scattare in piedi per liberarla di quel carico.

— Avresti dovuto permettermi di occuparmi del tuo cavallo, mia signora — protestò.

— Oh, se è necessario sono capace di picchettare un cavallo. Intendo dividere il tuo fuoco.

— Questo mi rallegra. Mi cominciavo a chiedere per quanto tempo ancora Lord Dannyn ti avrebbe tenuta accanto a sé.

— E questo cosa vorrebbe dire, esattamente?

— Nulla più di ciò che ho detto, mia signora. Ora vado ai carri a prenderti qualcosa per cena.

Gweniver lo seguì con lo sguardo, con le mani piantate sui fianchi, mentre lui si affrettava ad allontanarsi, e nel camminare Ricyn imprecò contro la propria bocca troppo larga. Al suo ritorno, la trovò seduta accanto al fuoco e intenta a cercare qualcosa nelle sacche della sella, che però accantonò subito per prendere il pane e la carne secca che lui le porgeva. Mangiarono in silenzio, e per tutto il tempo Ricyn fu consapevole che Gweniver lo stava fissando di sottecchi.

— Perché hai avanzato quel commento a proposito del nostro bastardo? — chiese infine la ragazza. — Voglio la verità.

— Ecco, noi e tutto il dannato esercito onoriamo il tuo voto. Lo onora anche lui?

— Non ha altra scelta. Cosa ti induce a pensare che possa essere altrimenti?

— Nulla, mia signora. Ti chiedo scusa.

Gweniver esitò, scrutandolo con sospetto, poi si girò e prelevò un paio di dadi dalle sacche della sella, passandolo da una mano all’altra come un cavaliere incallito.

— Hai voglia di giocare? — propose. — Possiamo usare le schegge di legno come posta.

— Certo, mia signora. Tira tu per prima.

Con un gesto deciso, Gweniver scagliò a terra i dadi alla luce del fuoco.

— Cinque, per gli dèi! — gemette — Allora tocca a te, ma spero che questo sia l’ultimo cinque che vedrò d’ora in poi.

Giocarono a dadi per tutta la sera senza che Gweniver menzionasse più il nome di Lord Dannyn; il mattino successivo, però, andò a parlare con il capitano del re e di lì a poco tornò con la notizia che da quel momento avrebbe cavalcato con i suoi uomini.

L’aria era pervasa da una fitta nebbia di mare, che la rendeva gelida come in inverno e che intrise di umidità il mantello dei guerrieri quando si rimisero in cammino in mezzo allo strano silenzio causato dalla foschia. Anche se Gweniver borbottò e imprecò come tutti gli altri contro quella nebbia, essa risultò alla fine una benedizione; verso mezzogiorno arrivarono infatti a Morlyr, un piccolo porto a circa cinquanta chilometri dal confine con Eldidd, e trovarono le porte sprangate. Non appena Dannyn gridò di aprire in nome di Glyn, alcune guardie si affacciarono dai bastioni sulla sommità delle mura di pietra.

— Sono uomini di Cerrmor, per gli dèi! — urlò una di esse. — Aprite le porte, ragazzi! Siamo davvero lieti di vederti, Lord Dannyn.

— Perché? Ci sono stati problemi?

— Ce ne sono stati fin troppi. Le navi di Eldidd incrociano all’esterno del porto e i razziatori di Eldidd depredano e incendiano le fattorie che sorgono lungo la strada, verso nord.

D’un tratto, Ricyn si trovò ad apprezzare profondamente la nebbia, la cui bonaccia teneva le navi da guerra nemiche bloccate al largo, dove non potevano effettuare scorrerie o bruciare il porto. Una volta oltrepassate le porte, si vennero a trovare in una città che sembrava una fiera: da un raggio di parecchi chilometri tutt’intorno, infatti, i contadini avevano cercato la protezione delle sue mura portando con loro le famiglie, il bestiame e i maiali. Ogni strada era adesso trasformata in un accampamento dove le donne si adattavano a vivere in rozze tende e i bambini correvano di qua e di là fra i fuochi inseguiti dai cani. Dapprima Dannyn tentò di trovare un luogo dove far fermare i suoi uomini, poi si accontentò di lasciare che si sparpagliassero lungo le vie ingombre di bestiame. Gweniver e Ricyn si fecero largo in mezzo a quella confusione fino ad arrivare accanto a lui.

— Bene, mia signora — commentò Ricyn. — Sembra che dopo tutto avremo modo di divertirci un poco.

— Prego che sia così — replicò lei, rivolgendogli un aperto e raggiante sorriso.

Un uomo robusto dai capelli grigi emerse da una vicina taverna infilandosi in tutta fretta una lunga tunica cerimoniale nera sopra la camicia e i calzoni; stringendo una mano intorno alla staffa di Dannyn in segno di fedeltà, l’uomo si presentò quindi come Morlo, il sindaco della città.

— Quando avete visto queste navi? — domandò Dannyn.

— Tre giorni fa, mio signore. Sono stati i pescatori a riferire la notizia e hanno detto che si trattava di un grosso mercantile e di due galee.

— Capisco. Bene, in questo caso il tuo porto è abbastanza al sicuro: sono pronto a scommettere che quelle navi sono qui soltanto per rifornire di viveri i razziatori. Dov’è il nobile locale? È il Tieryn Cavydd, vero?

— È lui — confermò Morlo, poi fece una pausa e si passò una mano sugli occhi in un gesto preoccupato, — ma da due giorni non vediamo traccia né di lui né dei suoi uomini, e questo è un brutto segno. Abbiamo avuto perfino paura di mandargli un messaggero.

Con un’imprecazione, Dannyn si girò verso Gweniver.

— Portiamo i ragazzi fuori di qui. Se Cavydd non è morto è sotto assedio. Sarà anche opportuno mandare un messaggero a Cerrmor e dire che mandino qualche nave a scacciare quella marmaglia di Eldidd. — Guardandosi intorno, Dannyn posò lo sguardo su Ricyn, fermo accanto alla sua signora. — Il tuo capitano potrebbe essere l’uomo adatto a questo incarico.

— Non lo è, mio signore — replicò con fermezza Gweniver. Dannyn si tinse di scarlatto e soltanto i lunghi anni di disciplina militare trattennero Ricyn dal porre mano alla spada.

— Come la mia signora desidera — replicò infine Dannyn. — Manderò a Cerrmor uno dei miei uomini.

In una massa disorganizzata le truppe riattraversarono la città, assumendo poi di nuovo la formazione di marcia sulla strada che portava a nord. Con riluttanza, Gweniver obbedì all’ordine di Dannyn di cavalcare al suo fianco, lasciando Ricyn solo e in preda ai suoi cupi pensieri fino a quando Dagwyn non si staccò dai compagni per andare a raggiungerlo. Per circa quindici chilometri i guerrieri marciarono a ritmo serrato, lasciando che il convoglio dei viveri li seguisse alla sua andatura più lenta, poi si arrestarono in un ampio pascolo e Ricyn vide che Dannyn stava mandando alcuni uomini in esplorazione.

— Cosa credi che voglia dire? — gli chiese Dagwyn.

— Guai, che altro? Per gli dèi, speravo proprio che la nostra signora non vedesse uno scontro tanto presto.

— Stupidaggini, Ricco. È al sicuro in mezzo a noi, e la Dea tiene le proprie mani su di lei giorno e notte.

Dagwyn parlò con una tale quieta convinzione che Ricyn si sentì rassicurato. Mezz’ora più tardi gli esploratori furono di ritorno e la notizia passò di bocca in bocca lungo lo schieramento: la fortezza del Tieryn Cavydd era assediata da un centinaio di uomini di Eldidd e si trovava ad appena tre chilometri di distanza.

Senza attendere ordini, gli uomini si armarono, infilando lo scudo nel braccio sinistro, allentando la spada nel fodero, sollevando il cappuccio della cotta di maglia e impugnando i giavellotti. Ricyn vide Gweniver discutere furiosamente con Dannyn per poi lanciare un’imprecazione e tornare indietro al trotto verso la sua banda di guerra.

— Quell’arrogante bastardo! — ringhiò, una volta raggiunti i suoi uomini.

— Che cosa ha fatto, mia signora? — domandò Ricyn. — Ti ha ordinato di tenerci alla retroguardia come riserva?

— Esatto. Come lo sai?

— Ha senso, mia signora. Le nostre due bande non hanno mai combattuto insieme prima d’ora e la cosa potrebbe provocare dei problemi.

— Oh, non si tratta tanto di questo quanto del modo in cui si è fatto beffe di me, dannazione a lui! La mia signora sarebbe tanto gentile da restare fuori dei piedi? Così ha detto. E poi ha aggiunto che se i suoi trecento uomini non riusciranno a massacrare dei cani di Eldidd tre volte inferiori di numero questo vorrà dire che avremo davvero molto bisogno dell’aiuto della mia Dea!

— Per gli inferni!

— Proprio così. Mi brucia più l’insulto alla Dea che quello nei miei confronti. Se il re non lo stimasse così dannatamente, lo ucciderei in questo preciso momento.

Quando l’esercito riprese la marcia, gli uomini di Gweniver si tennero alla retroguardia. Al trotto, attraversarono campi bruciati di recente, dove le nere stoppie erano una muta testimonianza delle razzie, poi guadarono un ruscello e salirono il pendio di una bassa collina. Dalla sua sommità Ricyn riuscì a vedere la massa scura della torre di una rocca all’interno del suo terrapieno e il campo degli assedianti sparso sul prato circostante. Lanciando un grido di guerra, Dannyn estrasse la spada e guidò le truppe lungo il pendio ad un galoppo sfrenato, mentre nel campo nemico si levavano improvvise grida di allarme. La riserva seguì il grosso delle truppe ad un trotto decoroso.

In basso, il campo si trasformò in un vorticare di polvere pervaso del clamore degli uomini che gridavano nel correre verso i cavalli e che cercavano di opporre anche appiedati una disperata resistenza alla carica che si stava abbattendo su di loro. Osservando la scena, Ricyn rifletté che se pure Gweniver avesse violato gli ordini ricevuti loro non avrebbero comunque potuto partecipare alla lotta ineguale, in quanto gli uomini di Dannyn sembravano coprire interamente il terreno di battaglia come un’onda che s’infrangesse su una riva. In quel momento le porte della fortezza assediata si aprirono e gli uomini di Cavydd si abbatterono sugli assedianti prendendoli alle spalle. Le grida si intensificarono mentre la massa di uomini si spostava avanti e indietro fra un impennarsi di cavalli e un lampeggiare di spade. Nell’osservare la scena Gweniver sorrise, e Ricyn ebbe improvvisamente paura di lei.

Lanciando urla di guerra che erano quasi grida di terrore, un gruppetto di uomini di Eldidd riuscì a staccarsi dalla mischia e in preda ad un cieco panico fuggì proprio in direzione del contingente della riserva. Ricyn ebbe appena il tempo di estrarre la spada prima che Gweniver lanciasse un grido di sfida e spronasse il cavallo in direzione dei fuggiaschi. Con un’esclamazione, Ricyn si affrettò a imitarla e pur sentendo alle proprie spalle gli uomini che li seguivano non osò distogliere lo sguardo dalla ragazza, che era intanto piombata nel mezzo di quel gruppo di disperati.

— Dannazione! — imprecò, spronando con violenza il cavallo.

Vide la lama di Gweniver brillare insanguinata e un uomo cadere di sella, ma altri tre le erano intorno. Con un selvaggio urlo di guerra, Ricyn piombò alle spalle del gruppo e attaccò con violenza, ferendo un cavallo, assestando un fendente sulla schiena di un uomo e menando colpi a destra e a sinistra come se stesse allontanando una muta di cani da un daino a colpi di frusta. Alla sua destra, Dagwyn abbatté un avversario; un uomo di Eldidd fece girare goffamente il cavallo e Ricyn ne approfittò per trapassarlo, con tanta forza da frantumare la cotta di maglia e da ucciderlo sul colpo. Quando liberò la spada, l’uomo rotolò giù di sella e sotto gli zoccoli della cavalcatura di Ricyn che s’impennò. Mentre il cavallo si riabbassava, Ricyn sentì Gweniver scoppiare in una risata ululante e stridula, e vide che aveva abbattuto un altro avversario. Poi il resto dei cavalieri del Lupo furono tutt’intorno a loro e il breve scontro ebbe termine. Ridente come se avesse appena sentito una splendida battuta di spirito, Gweniver raggiunse Ricyn al trotto.

— Ne ho abbattuti due — annunciò, gongolante. — Cosa c’è che non va, Ricco? Hai l’aria spaventata.

— Per gli inferni, la prossima volta che intendi affrontare un nemico numericamente superiore, portami almeno con te! Piccola stupida, non pensavo che ti avrei rivista viva! Voglio dire… ecco… mia signora.

— Sapevo che avresti avuto il buon senso di seguirmi e lo hai fatto, giusto?

Intanto la banda di guerra si era raccolta intorno a lei e la stava fissando con reverenziale timore.

— Guardate — osservò Dagwyn. — Il suo cavallo non ha neppure un graffio.

Gli uomini sussurrarono fra loro, una mormorante onda di superstizione che era composta in pari misura di timore e di rispetto.

— È stata la Dea — affermò Gweniver. — Ha cavalcato con me.

Con una serie di imprecazioni sommesse gli uomini fecero indietreggiare i cavalli… ma soltanto di poco, perché il potere divino di Gweniver era come un fuoco che diffondesse calore. Ricyn non aveva mai visto un sorriso come quello che spiccava ora sulle labbra di lei, teso e freddo come se fosse stato intagliato sulle labbra della statua di un dio. Quando un grido familiare echeggiò alle loro spalle il sorriso però scomparve mentre gli uomini si traevano di lato per permettere a Lord Dannyn di portarsi al fianco della loro signora.

— Così anche i vostri uomini si sono divertiti un poco, eh? — commentò Dannyn. — Sei stato tu a guidare quella carica, Ricco? Spero proprio che lei abbia avuto il buon senso di restarne fuori.

L’intera banda di guerra si girò di scatto, con gli occhi che brillavano d’ira, e converse su di lui. Dannyn avvicinò la mano all’elsa della spada, e Ricyn estrasse a sua volta l’arma.

— Indietro! — intervenne Gweniver. — Lasciatelo stare!

Imprecando sommessamente, gli uomini fecero indietreggiare i cavalli, tutti tranne Ricyn che si portò accanto al nobile e gli rivolse un accenno d’inchino, senza però riporre la spada nel fodero.

— Vostra Signoria dimentica che sta parlando con una sacerdotessa. Io e i miei uomini preghiamo umilmente Vostra Signoria di tenerlo a mente, d’ora in poi. È stata la mia signora a guidare la carica, e prima di raggiungerla l’abbiamo vista tenere a bada quattro avversari, riuscendo ad ucciderne due.

Pallido in volto, Dannyn si girò di scatto verso Gweniver.

— Io non stavo realmente cavalcando ai tuoi ordini — affermò lei. — Se desideri, puoi cavillare con la Dea in merito ai problemi del comando. Quanto a te, Ricco, hai combattuto anche tu come un demone dell’inferno, al punto che mi sentirei di giurare che sei tu stesso un po’ berserker.

Rendendosi conto che quanto Gweniver aveva detto era vero, Ricyn si sentì intrappolato da sentimenti che non riuscì a vagliare: prima di allora non era mai stato un combattente di quel genere, preferendo piuttosto selezionare le sue prede e prestare stretta attenzione alla strategia delle sue mosse. Avendo l’impressione che la Dea si fosse protesa per poggiare le proprie mani su di lui rabbrividì come per un senso di freddo.

Quasi isterico per l’inatteso salvataggio, il Tieryn Cavydd, un giovane snello e biondo che non aveva più di vent’anni, parlava e rideva nello stesso tempo. Un pasto affrettato era stato organizzato per i visitatori, e adesso le truppe di Cerrmor sedevano per terra nella grande sala, mentre al tavolo d’onore il tieryn era intento a raccontare l’accaduto a Gweniver e a Dannyn; accanto a lui, la sua giovane moglie in attesa di un figlio ascoltava la conversazione senza toccare cibo.

— Non erano mai stati così dannatamente arditi — spiegò Cavydd. — Come sapete bene, abbiamo sempre subito delle scorrerie, ma mai così numerose. Per il Signore dell’Inferno, si sono riversati contro le mie porte in tre o quattrocento, poi hanno lasciato parte delle truppe qui per tenermi bloccato e hanno proseguito. Sono certo che abbiano puntato verso Morlyn, ma se avessi tentato una sortita con i miei cinquanta uomini non sarei mai vissuto abbastanza a lungo da raggiungere la città. Per tutto il tempo ho potuto soltanto pregare che i miei alleati intuissero quello che stava succedendo e venissero a salvarmi.

— Indubbiamente hai avuto di che essere occupato — commentò Dannyn. — Bene, domattina partiremo verso nord al loro inseguimento.

— Naturalmente verrò con voi, anche se dovrò lasciare qui alcuni uomini a protezione della fortezza.

— Non è una cosa necessaria e sarebbe tutt’altro che saggia, perché il grosso delle truppe potrebbe tornare da questa parte per raccogliere gli uomini rimasti qui ad assediarti. Invece, ti lascerò io cinquanta guerrieri di rinforzo.

— Non me e la mia banda di guerra — intervenne subito Gweniver. — Lord Dannyn può bandire una simile idea dalla sua mente.

Dannyn si girò verso di lei con uno sguardo gelido che Gweniver ricambiò con un sorriso, ricordando il modo in cui i suoi uomini avevano assalito il lord sul campo… cosa che evidentemente anche Dannyn ricordava bene.

— Come la mia signora desidera — replicò infatti. — Tutto questo non lascia presagire bene, Vostra Grazia. Sembra che d’ora in poi Eldidd abbia intenzione di esercitare una notevole pressione sui nostri confini occidentali.

La moglie del tieryn si alzò da tavola e lasciò a precipizio la sala, con le mani serrate così strettamente da far sbiancare le nocche.

— Quanto distano da qui i tuoi vassalli più vicini? — chiese Dannyn.

— Uno di essi è ad una ventina di chilometri verso nord e un altro è a ventiquattro chilometri verso ovest… o forse dovrei dire che c’era, perché chi può sapere se la sua fortezza è ancora in piedi?

Dannyn accolse quelle parole con una sonora imprecazione e Cavydd distorse la bocca in quello che sarebbe potuto essere un sorriso.

— Quando tornerai a corte — affermò, in tono piano, — vorresti riferire una cosa al nostro signore per mio conto? Avvertilo che non so per quanto tempo ancora potremo resistere. Nel puntare verso nord, mio signore, guardati intorno: una volta c’erano tenute su tutta la strada fra qui e il confine di Eldidd, lungo l’Aver Vic. Guardati intorno e controlla quanti nobili di Deverry ci sono ancora.

— Non ho dubbi che il nostro signore porrà rimedio alla situazione.

— È meglio che provveda al più presto. Io ho giurato di morire per il nostro re e lo farò, se si arriverà a questo, ma ci sono alcuni che sono già fin troppo disponibili a stipulare la pace con Eldidd pur di porre fine a queste scorrerie.

Dannyn calò con violenza il palmo di entrambe le mani sul tavolo e si protese in avanti.

— Allora lascia che ti dica io qualcosa — ringhiò. — Chiunque dovesse decidere di tradire vedrà le sue terre razziate da me e dai miei uomini. Chiedi ai tuoi amici in vena di proteste quale sarebbe l’alternativa peggiore.

Con quelle parole si alzò dalla panca, girò sui tacchi e si allontanò senza aggiungere altro. Alle sue spalle, Cavydd sospirò e sollevò il boccale.

— Conosci bene Dannyn, Lady Gweniver? — chiese.

— In realtà no, Vostra Grazia. Prima di questa primavera non lo avevo mai incontrato.

— Allora ti aspettano momenti molto interessanti.

Il mattino successivo l’esercito partì verso nord lungo un percorso segnato da fattorie abbandonate e private di tutte le provviste, che erano segni ottimi quanto le tracce sulla strada per seguire il percorso dei razziatori di Eldidd. Al tramonto gli uomini arrivarono ad un villaggio completamente bruciato: un groviglio di assi e di travi carbonizzate spiccava fra gli alberi anneriti intorno ad un mucchio di pietre crepate che avevano costituito il muretto del pozzo del villaggio.

— Pare che gli abitanti siano fuggiti in tempo, mia signora — osservò Ricyn.

— Sembra di sì. Guarda!

Accanto alle rovine si allargava un prato che costituiva il pascolo comune del villaggio, delimitato da una fitta macchia di pioppi; fra gli alberi era possibile scorgere donne che tenevano stretti a sé i bambini e uomini che brandivano forconi, falci, bastoni e ogni sorta di armi improvvisate che erano riusciti ad afferrare al sopraggiungere dei razziatori. Smontata di sella, Gweniver andò ad affiancarsi a Dannyn per ricevere due vecchi che si stavano dirigendo verso di loro; i due fissarono per un momento il tatuaggio azzurro della ragazza e subito s’inginocchiarono.

— Siete uomini di Cerrmor — affermò uno di essi.

— Infatti — confermò Dannyn. — Quando è accaduta la scorreria? Quanti guerrieri vi hanno assaliti?

— È successo due giorni fa, Vostra Signoria — rispose uno dei vecchi, con espressione riflessiva. — È però difficile dire quanti fossero, perché sono praticamente sbucati dal nulla. Il giovane Molyc era fuori a pascolare le vacche, capisci, e se non fosse stato per lui saremmo morti tutti. Lui però li ha visti ed è corso a dare l’allarme.

— E come ha fatto Molyc a capire che erano nemici?

— Avevano lo scudo azzurro con il disegno di un drago d’argento, e Molyc non aveva mai visto nulla del genere in tutta la sua vita… quindi ha pensato che non fosse nulla di buono.

— Ed ha avuto ragione — commentò Dannyn, lanciando un’occhiata a Gweniver. — Sapete cosa significano quegli scudi? Che quei razziatori facevano parte delle truppe personali del re, e le truppe del re sono sempre comandate da un principe di sangue reale.

— Un principe? — Il vecchio sputò per terra nel ripetere quella parola. — Doveva essere un principe molto povero, per avere tanto bisogno delle nostre vacche. Ci hanno preso tutto quello che avevamo, mio signore: le vacche, i polli e ogni dannata provvista che possiedevamo.

— Non ne dubito. In ogni caso, per un po’ mangerete bene perché vi lasceremo tutte le scorte di cui possiamo fare a meno e un paio di cavalli da soma che potrete forse barattare in cambio di sementi di grano.

Il vecchio scoppiò in pianto con singhiozzi convulsi e baciò la mano a Dannyn, mentre Gweniver dal canto suo lo fissava con espressione sorpresa, in quanto si era aspettata che si curasse dei contadini ancor meno di quanto facevano gli altri nobili, che già quasi li ignoravano. Sentendo il suo sguardo su di sé, Dannyn si girò a guardarla con un sorriso ironico.

— So cosa significa non avere nulla — disse, — e lo ricordo in ogni giorno della mia vita. Questo però è qualcosa che tu non capirai mai, vero, mia nobilissima dama?

Imbarazzata, Gweniver si allontanò a grandi passi, ma il primo ordine che impartì fu diretto ai carrettieri, perché scaricassero le provviste destinate alla gente del villaggio.

Una volta che le truppe si furono accampate per la notte e che le sentinelle furono al loro posto, Gweniver raggiunse Dannyn accanto al suo fuoco per un consiglio di guerra: nel gioco di contrasti creato dalla luce danzante delle fiamme e dalle ombre da essa generate il volto di Dannyn appariva cupo mentre lui disegnava per terra una mappa della valle del fiume.

— Presto o tardi dovranno tornare a sud per incontrarsi con le loro navi — disse, — e allora li prenderemo, se ancora non lo avremo fatto.

— Infatti. Se però riuscissimo a catturare vivo questo principe avremmo una bella preda da riportare a casa.

— Cosa? Preferirei riportare indietro la sua testa su una picca.

— Non essere stupido. Se terremo in ostaggio un principe del regno potremo far cessare le scorrerie senza menare un solo colpo di spada.

Dannyn fischiò sommessamente e sollevò lo sguardo a fissarla.

— Ebbene, mia signora, qualsiasi cosa io possa aver mai pensato della tua abilità con la spada non ci sono comunque dubbi che tu comprenda a fondo l’arte della guerra. D’accordo, allora, faremo del nostro meglio per intrappolare questo principe come un coniglio.

L’indomani alcuni esploratori montati sui cavalli migliori precedettero il grosso delle truppe, aggirandosi in cerchio intorno e davanti ad esso come gabbiani intorno ad una nave prossima ad entrare in porto. Poco dopo mezzogiorno gli esploratori trovarono il punto in cui i nemici si erano accampati la sera precedente: in mezzo al tratto di erba appiattita e cosparsa dei consueti rifiuti che una grossa banda di guerra si lasciava sempre alle spalle, c’erano due buche per il fuoco e i resti di alcune ossa di manzo. Due bestie fra quelle razziate non sarebbero mai più tornate al villaggio, ma le tracce indicavano con chiarezza che i razziatori si stavano ancora trascinando dietro una cinquantina di capi di bestiame.

— E questa è la loro condanna a morte — dichiarò allegramente Dannyn. — Anche appesantiti da quei dannati carri noi possiamo comunque viaggiare più in fretta di loro che sono rallentati dal bestiame. Ecco cosa faremo una volta che saremo vicini. Ci lasceremo alle spalle i carri e c’incammineremo per tempo per sorprenderli sulla strada. Naturalmente il principe sarà alla testa dello schieramento, quindi manderemo un cuneo dei miei uomini migliori contro la linea alle sue spalle per isolarlo dagli altri, mentre il resto dei ragazzi sospingerà lo schieramento nemico contro il loro convoglio di provviste. Tu, io e una manciata di uomini scelti punteremo invece dritto verso il principe e lo assaliremo. Cercate di non farlo cadere di sella, perché se dovesse morire calpestato perderemmo il nostro ostaggio.

— Sembra un piano perfetto, e sono lieta che tu intenda includere in esso me e la mia banda.

— Abbiamo bisogno di tutti gli uomini di cui disponiamo, anche se uno di essi è una donna.

Per il resto della giornata Dannyn costrinse le truppe a procedere in fretta tenendosi in fondo alla colonna e incitando di continuo i carrettieri. Procedendo in solitario splendore alla testa delle truppe, Gweniver raccolse i rapporti degli esploratori e diresse docilmente la marcia secondo le loro indicazioni; quando infine l’esercito si accampò, circa un’ora prima del tramonto per dare ai cavalli il tempo di pascolare, gli esploratori garantirono che gli uomini di Eldidd erano ad appena sette chilometri di distanza. La cosa migliore era però il fatto che non si era scorta traccia di esploratori nemici, un atteggiamento confortantemente arrogante da parte del principe.

Mentre giocava a dadi con Ricyn, usando come posta pezzetti di legna da ardere, Gweniver lo mise al corrente delle novità.

— Bene, mia signora, a quanto pare domani avremo modo di divertirci.

— Infatti. Tu cavalcherai con me, quando attaccheremo il principe.

Sorridendo, Ricyn gettò ai sua volta i dadi, ottenendo un cinque che gli fece perdere la partita; quando lui le porse i due pezzetti di legno della posta, Gweniver ricordò improvvisamente come in passato il giovane le avesse offerto le prime viole primaverili, con timidezza e senza mai dire una parola, anche se doveva aver passato ore intere a cercarle, e si chiese come avesse potuto essere tanto cieca da non avere mai il sospetto che quel guerriero di umile nascita fosse innamorato di lei da tanto tempo.

— Ti vuoi decidere a tirare? — chiese Ricyn. — Sto perdendo troppo per permetterti di ritirarti proprio adesso dal gioco.

Mentre obbediva, lei pensò che non le importava minimamente che a volte lui si dimenticasse l’appellativo «mia signora» o che la sgridasse se faceva qualche stupidaggine, il che era strano se si considerava che i suoi fratelli avrebbero fatto frustare Ricyn per simili impertinenze. Riflettervi sopra la indusse a chiedersi se anche lei, a modo suo, lo amasse, ma ormai era troppo tardi per porsi interrogativi del genere, perché adesso apparteneva soltanto alla Dea, per sempre.

Il mattino successivo l’esercito si svegliò all’alba. Dannyn selezionò gli uomini, nominò capitani temporanei e radunò i venticinque guerrieri che con lui e con Gweniver avrebbero puntato verso il principe, poi tutti si misero in marcia sotto il luminoso sole estivo che faceva brillare il verde dei prati. Gweniver si sentiva perfettamente calma, come se stesse fluttuando a mezz’aria invece di avere indosso una dozzina di chili di cotta di maglia. Nel levare alla Dea una silenziosa preghiera la ragazza cominciò a sorridere. Dopo le lunghe ore di lavoro per concretizzarla sullo specchio, poteva ora evocare mentalmente senza nessuno sforzo l’immagine degli occhi neri come la notte e della spaventosa bellezza della Dea, tremante per l’avidità del sangue che stava per essere versato, e adesso nel farla affiorare le parve di sentire un singhiozzante lamento cantilenante così antico e strano da essere certa che si trattasse di un ricordo risalente ad un tempo molto remoto, quando l’adorazione della Dea Oscura era fiorente. Il canto divenne reale e intenso a tal punto che Gweniver sussultò nel sentire Dannyn che impartiva l’ordine di fermarsi.

Stordita, si guardò intorno e vide che la banda di guerra si trovava nelle vicinanze di un bosco che un tempo doveva aver fatto parte della riserva di caccia di qualche nobile, in quanto era formato prevalentemente da aceri e larici, con pochissimo sottobosco che potesse essere d’intralcio. Impartendo alcuni ordini Dannyn fece infrangere lo schieramento e mandò gli uomini a sparpagliarsi fra le piante, al coperto; nello stesso momento Gweniver vide dalla parte opposta della strada, lontano verso nord, una nube di polvere che si dirigeva verso di loro.

Mentre i guerrieri di Eldidd si avvicinavano lenti e tranquilli al luogo dell’imboscata, gli uomini di Dannyn si assestarono lo scudo sul braccio e impugnarono i giavellotti.

La distanza fra i due gruppi si era ormai ridotta ad appena quattrocento metri quando un cavaliere dallo sguardo particolarmente acuto notò qualcosa che non andava nel tratto di bosco che si allargava davanti ai razziatori e il suo grido d’allarme si diffuse fra i compagni come un fuoco fra l’erba secca, mentre essi si arrestavano in preda alla confusione. In fondo alla colonna, Gweniver poté scorgere la mandria rubata da cui si levavano lamentosi muggiti.

— Adesso! — urlò Dannyn, dimentico del corno da battaglia. — Prendiamoli!

Come un fascio di frecce i guerrieri sbucarono all’aperto e si gettarono alla carica contro lo schieramento nemico. Le punte dei giavellotti brillarono al sole nel riversarsi sullo schieramento di Eldidd… con la sola eccezione della parte anteriore della linea, dove un colpo troppo fortunato avrebbe potuto raggiungere il principe e uccidere la preda più ambita. Mentre i razziatori si giravano per affrontare il nemico, il primo contingente si abbatté su di essi con la spada in pugno, piombando immediatamente alle spalle dell’avanguardia. In un vorticante caos di uomini e di cavalli la battaglia dilagò subito lungo entrambi i lati della strada.

— Addosso al principe! — urlò Dannyn.

Con un grido di guerra, si lanciò quindi verso la testa della colonna nemica, seguito a ruota dagli uomini da lui scelti. Alle sue spalle, Gweniver tentò a sua volta di gridare, ma dalle labbra le scaturì invece una risata, questa volta così fredda e sinistra da farle comprendere che era la Dea a servirsi della sua voce e del suo corpo, parlando e combattendo tramite la sua sacerdotessa. Più avanti, in mezzo alle sempre più alte nubi di polvere, dieci uomini di Eldidd stavano venendo loro contro al galoppo: non appena vide uno scudo azzurro bordato d’argento decorato con gemme e con lo stemma del drago, Gweniver comprese che il coraggio del principe stava giocando a loro favore.

— Ricco! — urlò. — Eccolo là!

La risata le troncò le parole in gola nel momento in cui i due gruppi si scontravano, allargandosi in un vorticare di cavalli. Gweniver calò un fendente in direzione della cavalcatura di un guerriero di Eldidd, lo raggiunse di striscio e non appena vide il sangue tingere di un vivido rosso la punta della sua lama le parve che l’intero mondo venisse di colpo avviluppato da una caligine dello stesso colore. Ridendo e ululando calò un altro colpo, spinse avanti il cavallo e attaccò di nuovo, parando subito dopo un goffo contrattacco. Attraverso il velo rosso che le offuscava la vista scorse il volto terrorizzato del suo avversario mentre questi parava e tentava di colpire, e la risata che le scaturiva dalle labbra si trasformò nel canto che aveva udito in precedenza nella niente: il timore stesso del guerriero la induceva ad odiarlo e con una finta lo costrinse ad esporsi troppo, azzardando poi un pericoloso affondo che lo raggiunse di traverso sul volto. Il sangue scaturì copioso, impedendole di vedere oltre la paura dipinta sui lineamenti dell’uomo, e subito Gweniver si disinteressò di lui, lasciandolo crollare al suolo e menando colpi per portarsi accanto a Ricyn.

Inferiori com’erano dal punto di vista numerico, gli uomini di Eldidd si serrarono intorno al loro principe e tentarono disperatamente di tenere lontano da lui i guerrieri di Cerrmor. Gweniver vide Dannyn esercitare pressione alle spalle del gruppo, affrontando un uomo che gli stava sbarrando il passo per impedirgli di arrivare al principe. Con due rapidi colpi successivi Dannyn uccise tanto il cavallo quanto il cavaliere e riprese ad avanzare, combattendo in assoluto silenzio e con le labbra rilassate, quasi tutta quella strage avesse il solo effetto di annoiarlo. Poi il gruppo che attorniava il principe fu costretto a modificare il proprio schieramento e nel vedere l’occasione propizia Gweniver spinse il cavallo contro un avversario, attaccandolo di lato e trapassandolo con la spada attraverso una giuntura della cotta di maglia, all’altezza dell’ascella. La sua risata raggiunse l’intensità dell’urlo stridulo di un banshee mentre lei si scagliava contro il cavaliere successivo.

Un scudo d’argento si parò davanti ai suoi colpi e il principe spronò il cavallo bianco per rispondere al suo attacco con una carica senza speranza. Gweniver vide con chiarezza i suoi occhi azzurri come fiordalisi mentre lui l’assaliva con espressione fredda e decisa. Il colpo fu così duro e ben diretto che le increspò lo scudo in tutta la sua lunghezza, ma Gweniver schivò abbassandosi e calò di piatto la propria lama sul polso guantato. Il principe lasciò cadere la spada con un urlo, e il suo improvviso pallore fece capire a Gweniver che doveva avere il polso rotto. Nello stesso momento, Dannyn raggiunse il giovane alla tempia con il proprio scudo, facendolo barcollare sulla sella, stordito e annaspante. Subito Gweniver ripose la spada nel fodero e afferrò il bordo dello scudo per costringere il prigioniero a girarsi verso di lei, mentre Ricyn afferrava le redini del cavallo bianco, intrappolando definitivamente il principe.

— Ottimo lavoro! — gridò Dannyn. — Ora portatelo via!

Nonostante gli occhi velati dallo shock e dalla sofferenza, il principe tentò improvvisamente di afferrare con la sinistra la daga che portava alla cintura, ma Gweniver fu pronta a impadronirsene prima di lui.

— Niente suicidi — avvertì. — Hai mai desiderato vedere Cerrmor, ragazzo?

Dannyn e il resto dei suoi uomini girarono quindi le cavalcature e tornarono a gettarsi nella mischia che imperversava ancora tutt’intorno, caotica e violenta; affiancati da Dagwyn, che intanto li aveva raggiunti, Gweniver e Ricyn s’incaricarono invece di avviarsi insieme al principe lungo la strada nella direzione opposta, arrestandosi di lì a poco all’ombra degli alberi.

— Levagli il guanto dell’armatura, Ricco — ordinò allora Gweniver. — Se il polso dovesse gonfiarsi mentre lo ha ancora indosso ci vorrà un fabbro per poterlo liberare da quel dannato aggeggio.

Quando il principe si sfilò l’elmo con la sinistra, gettandolo con violenza a terra, e sollevò lo sguardo velato di lacrime su di lei, Gweniver si rese conto che non aveva più di diciassette anni. Allorché Ricyn lo liberò del guanto, il giovane emise un grugnito soffocato e si morse il labbro con tanta violenza da farlo sanguinare. D’un tratto, Gweniver avvertì un brivido gelido lungo la schiena: erano in pericolo. Con un urlo si girò sulla sella e vide una squadra di una decina di uomini di Eldidd che galoppava verso di loro: parecchi guerrieri di Cerrmor li stavano inseguendo da presso, ma il loro vantaggio era di almeno un paio di lunghezze.

— Dannazione! — esclamò Dagwyn. — Devono aver visto il dannato cavallo del principe.

Girata di scatto la cavalcatura, Gweniver estrasse la spada e si lanciò alla carica verso il nemico, emettendo la sua ululante risata e vedendo la nebbia rossastra che tornava a velarle lo sguardo. I due uomini in testa al gruppo deviarono però sulla sua destra in modo da aggirarla e si diressero verso il principe: subito Gweniver accennò a voltare il cavallo per tornare indietro, ma ben presto un altro guerriero puntò dritto verso di lei. La sua risata si trasformò in un lamento mentre lei abbandonava ogni precauzione ed eseguiva un affondo, sporgendosi pericolosamente sulla sella senza neppure pensare a proteggersi. Lo scudo già incrinato si ruppe sotto il colpo dell’assalitore ma la Dea guidò il colpo di Gweniver, così violento da trapassare la cotta di maglia. L’uomo scivolò di sella morto e lei voltò immediatamente il cavallo, perché tutto ciò a cui riusciva a pensare era Ricyn, in pericolo alle sue spalle.

Ormai gli uomini di Cerrmor avevano raggiunto gli avversari e si lanciarono verso il principe in una carica ululante, attraverso la quale Gweniver poté vedere il cavallo bianco che sgroppava e indietreggiava sotto il proprio impotente cavaliere. Le spade brillarono nell’aria e il grido di guerra di Ricyn giunse fino a lei mentre si scagliava nel fitto della mischia.

— Ricco! Dagwyn! — urlò. — Sono qui!

Forse era ridicolo, ma Dagwyn rispose al suo urlo con un grido di guerra e prese a difendersi come un demonio. Fianco a fianco, lui e Ricyn stavano soprattutto parando gli attacchi nel disperato sforzo di rimanere in sella in mezzo alla selva di spade nemiche. Altrettanto disperata, Gweniver calò la spada sulla schiena di un avversario, ruotò sulla sella e parò a stento un attacco laterale. Adesso poteva udire dietro e intorno a sé voci di Cerrmor, ma continuò ad attaccare senza cessare di ridere, sentendo i colpi avversari che rimbalzavano sulla sua cotta di maglia e rispondendo senza posa ad essi fino a quando riuscì ad aprirsi un varco e ad arrivare accanto a Ricyn: il cavallo del giovane si stava accasciando, morente, e il suo volto era rigato di sangue.

— Sali dietro di me! — gridò Gweniver.

Ricyn si gettò di sella nel momento in cui la sua cavalcatura crollava, e nonostante le difficoltà causate dai movimenti nervosi del cavallo si affrettò a montare dietro Gweniver, che continuava intanto a parare e a colpire quasi alla cieca. Un uomo di Eldìdd si scagliò contro di loro ma subito lanciò un urlo e si contorse quando un guerriero di Cerrmor lo colpì alle spalle. Imprecando con quanto fiato aveva, Dannyn si fece quindi largo in mezzo alla confusione e afferrò le redini del cavallo bianco del principe mentre intorno a loro la marea di morte si placava lentamente e gli ultimi razziatori venivano inseguiti lungo la strada. All’improvviso Gweniver sentì la Dea abbandonarla e scoppiò in pianto come una bambina che si fosse addormentata fra le braccia della madre e al risveglio di fosse ritrovata sola in un letto sconosciuto.

— Per tutti gli inferni! — scattò Dannyn. — Sei ferita?

— No. Un momento fa la Dea aveva le sue mani su di me, ma adesso è scomparsa.

— Io l’ho vista — affermò Ricyn, con voce debole. — Quando vai in battaglia, Gwen, tu sei la Dea.

Gweniver si girò a guardarlo: il giovane aveva una mano premuta contro un taglio sanguinante che gli solcava il volto e i suoi occhi erano socchiusi per il dolore, ma la tranquilla convinzione che gli permeava la voce faceva paura.

— Dico sul serio — insistette Ricyn. — Tu sei la Dea, per me.

DUE

Circa quattro settimane dopo esserne partita per intraprendere la sua prima campagna, Gweniver tornò a Dun Cerrmor come guerriera ormai provata. Dal momento che voleva tenere la maggior parte delle sue truppe lungo il confine di Eldidd ancora per qualche tempo, Dannyn aveva incaricato lei e la sua banda di guerra di scortare a Cerrmor la loro preda, che era risultata essere il Principe Mael di Aberwyn, il figlio più giovane della casata di Eldidd. Nell’entrare nel cortile, Gweniver sollevò lo sguardo verso l’incombente complesso della rocca e si rese conto di appartenere adesso a quel luogo che ormai non la intimidiva più con il suo splendore, in quanto costituiva soltanto un posto dove vivere fra una campagna e la successiva.

Indirizzando appena un cenno del capo allo sciame di servi e di paggi venuto ad accoglierli, Gweniver smontò di sella e aiutò Ricyn a tagliare i legami che assicuravano alle staffe i piedi del loro prigioniero. Il Consigliere Saddar uscì a precipizio dalla rocca proprio mentre Mael scendeva di sella, e il principe degnò tanto la fortezza quanto il dignitario che s’inchinava di un tenue sorriso pieno di disprezzo.

— Il nostro signore è nella camera delle udienze, Vostra Santità — avvertì Saddar. — Abbiamo ricevuto i tuoi messaggi e Sua Altezza è estremamente ansioso di vedere il principe.

— Bene. Ti garantisco che sarò dannatamente lieta di liberarmi di lui, perché è stato una compagnia davvero noiosa per tutto il viaggio.

Quattro uomini della guardia personale di Glyn li accompagnarono nella camera delle udienze, all’interno dell’edificio principale della rocca. Ad un’estremità della camera c’era una piccola piattaforma coperta di tappeti, alle cui spalle erano appesi due enormi arazzi, il primo raffigurante Re Bran nell’atto di fondare la Città Santa e il secondo rappresentante quello stesso sovrano mentre guidava una carica. Re Glyn era in attesa su un seggio dall’alto schienale, abbigliato con gli abiti da cerimonia: una tunica candida riccamente decorata, una spada d’oro al fianco e il plaid reale fissato su una spalla con l’enorme spilla regale che indicava in lui il sovrano. Schiariti da poco, i capelli biondi gli si allargavano rigidi intorno al volto come se un vento personale stesse soffiando su di esso. Il sovrano accolse l’ingresso di Mael e di Gweniver, entrambi laceri e sporchi per il viaggio, con un piccolo cenno della mano adorna di anelli, in risposta al quale Gweniver si inginocchiò. Mael rimase invece in piedi, fissando con espressione tranquilla Glyn, che in fin dei conti era un suo pari per rango.

— Salute a te — esordì il re. — Pur non riconoscendo e contestando i diritti che il tuo clan avanza sul mio trono, sono perfettamente consapevole dei diritti che tu hai verso il tuo e ti garantisco che durante la tua permanenza qui sarai trattato con ogni cortesia.

— Davvero? — scattò Mael. — In ogni caso si tratterà delle cortesie che una corte grezza come questa può offrire.

— Vedo che il principe ha uno spirito forte — ribatté Glyn, concedendosi un piccolo sorriso. — Presto invierò alcuni araldi presso la corte di tuo padre per annunciare formalmente la tua cattura. Desideri mandare qualche messaggio insieme al mio?

— Sì, una lettera per mia moglie.

Gweniver rimase onestamente sorpresa, perché sebbene fosse pratica comune da parte delle casate reali far sposare molto presto i loro eredi, Mael sembrava così giovane lì in piedi nei suoi abiti sporchi da rendere difficile credere che fosse sposato.

— Mia moglie era prossima al parto quando sono partito, Vostra Santità — spiegò Mael, indirizzandole un leggero inchino. — Forse cose del genere sono per te prive d’interesse, ma il suo benessere costituisce per me una notevole preoccupazione.

— Il mio scriba personale verrà da te più tardi — garantì Glyn, — così potrai dire alla tua dama ciò che preferisci.

— Penna e inchiostro basteranno. Gli uomini della mia casata sanno leggere e scrivere.

— Benissimo, allora — replicò il re, con un altro sorriso. Era facile essere immuni agli insulti quando non si era nei panni del prigioniero ma del catturatore. — Di tanto in tanto ti terrò al corrente dei progressi delle trattative. Guardie.

Come un pugno che si serrasse intorno ad una gemma le guardie circondarono il principe e lo condussero via.

La camera assegnata al principe vicino alla sommità della torre principale era un ampio ambiente rotondo con un suo camino, finestre dotate di vetri, un tappeto del Bardek sul pavimento e un mobilio decente. Ogni volta che andava a fargli visita, Nevyn trovava Mael intento a passeggiare in tondo come un asino legato alla macina di un mulino, e le guardie gli confidarono che il principe trascorreva in quel modo anche buona parte della notte; sebbene in un primo tempo il vecchio fosse andato da Mael soltanto per curargli il polso fratturato, con il trascorrere del tempo continuò a recarsi da lui per pura e semplice compassione: dal momento che il principe sapeva leggere e scrivere gli portò alcuni libri prelevati nella biblioteca degli scribi e ogni volta si fermò per un paio d’ore a discutere con lui del loro contenuto. Quel ragazzo era insolitamente intelligente e possedeva quel genere di acutezza di spirito che si sarebbe potuta evolvere in saggezza se lui fosse vissuto abbastanza a lungo, prospettiva che appariva però dubbiosa in quanto dietro alla cortesia di Glyn si celava il rischio assai concreto che Mael finisse impiccato se suo padre non si fosse mostrato disposto a pagare un riscatto. Dal momento che lui stesso era stato un figlio terzogenito e quindi un principe sacrificabile, Nevyn dubitava che il sovrano di Eldidd si sarebbe umiliato eccessivamente per salvare la vita di Mael, dubbio condiviso dallo stesso interessato.

— Vorrei aver avuto il tempo di uccidermi prima che mi catturassero — commentò infatti Mael, un pomeriggio.

— Sarebbe stata una cosa vergognosa: un uomo che sfugge al suo Wyrd deve poi pagare un aspro prezzo nell’Aldilà.

— Più aspro che essere impiccato come un ladro di cavalli?

— Oh, suvvia, ragazzo, tuo padre potrebbe riscattarti: Glyn non intende essere avido per quanto concerne il riscatto e tuo padre di certo si vergognerebbe di abbandonarti a morire.

Mael si lasciò cadere su una sedia con atteggiamento accasciato, protendendo davanti a sé le lunghe gambe da puledro e chinando il capo coperto da una massa di arruffati capelli corvini.

— Se vuoi ti posso portare un altro libro — proseguì Nevyn. — Gli scribi hanno appena finito di copiare gli Annali dell’Alba dei Tempi di Dwvoryc. In esso sono descritte alcune splendide battaglie… o forse si tratta di una lettura che ti farebbe dolere il cuore?

Il principe scosse il capo in un gesto di diniego e fissò il cielo azzurro che si allargava fuori della finestra.

— Sai qual è stata la cosa peggiore — disse dopo un momento. — Essere catturato da una donna. Ho creduto di morire di vergogna, quando l’ho guardata in volto ed ho visto che era una donna.

— Ecco, non si tratta di una ragazza qualsiasi, vostra altezza, e non c’è nulla di vergognoso nell’essere catturato da una guerriera votata alla Luna.

— Allora mi consolerò così. In effetti, non avevo mai visto nessuno combattere come lei… e stava ridendo. — Mael indugiò un momento a riflettere, ricordando quei momenti, poi aggiunse: — Dal modo in cui rideva e colpiva, sembrava davvero che una dea fosse calata sul campo di battaglia. Uno dei suoi uomini l’ha definita una dea e quasi gli ho creduto.

L’idea che Gweniver si fosse lasciata avviluppare fino a questo punto dalla bramosia della battaglia destò in Nevyn un senso quasi di malessere.

— Buon signore, tu sembri saggio — proseguì il principe. — Chiariscimi una cosa: io credevo che fosse un atto empio da parte di una donna prendere le armi.

— Lo è senza dubbio, ma all’Alba dei Tempi c’erano molte fanciulle guerriere, tutte votate alla Luna Oscura. I maledetti Rhwmanes la giudicavano una cosa empia, ma del resto tutte le loro stupide donne sapevano soltanto stare sedute a filare.

— Stai parlando della nostra terra natale, prima del grande esilio.

— Esatto, prima che Re Bran guidasse il suo popolo verso le Isole Occidentali. Suppongo però che una volta giunti qui, isolati per sempre dalla terra natale, le donne siano diventate troppo preziose per la continuazione della razza perché si potesse rischiare la loro vita in battaglia. Non capisco veramente come sia accaduto, ma so che il culto della Luna Oscura si è spento a poco a poco. È una cosa di cui si parla in quel libro a cui ti ho accennato.

— Allora mi piacerebbe davvero leggerlo. Sapere che la donna che mi ha catturato non è l’unica di quel genere mi fa sentire meglio.

Quello stesso giorno gli araldi tornarono da Eldidd e subito la corte divenne un fermento di pettegolezzi, perché tutti si chiedevano quale cifra il re straniero avesse offerto per suo figlio e se Glyn l’avrebbe accettata. Quegli orecchi tesi e attenti raccolsero subito un frammento di notizia, e cioè che la moglie di Mael aveva generato un maschio sano e forte. Venendolo a sapere, Nevyn si chiese in che misura il re si sarebbe preoccupato di Mael adesso che aveva un ulteriore erede, ma ben presto risultò che in effetti il re teneva parecchio a suo figlio. Nevyn apprese ogni cosa dalle labbra stesse di Glyn, quando questi lo convocò nelle proprie camere private nelle ore serali, secondo un’abitudine ormai consolidata, per farsi dare la visione prospettica delle cose che il dweomer poteva fornirgli.

— Il sovrano di Eldidd mi ha promesso una quantità di oro dannatamente grossa — disse Glyn, — ma io non ho tanto bisogno del suo oro quanto di un confine tranquillo, per cui intendo protrarre i negoziati il più a lungo possibile. Nel frattempo, l’ho avvertito che suo figlio verrà impiccato se avverranno scorrerie mentre lui si trova nelle nostre mani.

— Indubbiamente il re rispetterà queste condizioni mio signore, almeno per qualche tempo.

— Lo spero, perché detesterei dover effettivamente impiccare un prigioniero impotente. Dopo tutto, Eldidd può portare avanti le sue pretese al trono attaccando le terre di Cantrae: al nord hanno un lungo confine in comune. Che Slwmar veda come ci si sente ad essere un boccone di carne fra due file di denti — concluse Glyn, con un sorriso.

Una di quelle file di denti era naturalmente costituita da Dannyn e dalla Guardia Reale, che stavano effettuando scorrerie nel nord. Ogni volta che arrivava un messaggero, Nevyn gli chiedeva notizie di Gweniver, e ogni volta si sentiva rispondere in tono di reverenziale meraviglia che non soltanto stava bene ma costituiva un’ispirazione per l’intero esercito. Gli uomini la consideravano toccata dalla Dea, e Nevyn era certo che la maggior parte della gente vedesse effettivamente in lei una di quelle poche e fortunate persone a cui gli dèi sceglievano di donare direttamente favori e fortuna. Quanto a lui, la sua opinione era naturalmente diversa, perché sapeva cosa fossero gli dèi, e cioè vasti centri di forze nelle Terre Interiori a cui corrispondeva una parte del mondo naturale o della mente umana.

Per migliaia di anni gli adoratori avevano edificato le immagini di quegli dèi e riversato potere in esse, al punto di farle apparire come persone effettive, per cui chiunque fosse capace di costruire un’adeguata immagine mentale e di cantilenare il giusto tipo di preghiera… non era neppure necessario che le parole fossero esatte… poteva entrare in contatto con quei centri di forze e attingerne potere per il proprio uso personale. I preti contattavano quei centri con una fede cieca, gli uomini del dweomer lo facevano con fredda consapevolezza, sapendo di creare il dio più di quanto esso potesse creare loro. Gweniver si era imbattuta per caso in un angolo oscuro della mente femminile che le donne erano state costrette a seppellire in profondità negli ultimi settecento anni, e senza l’ausilio di un tempio del Rito Oscuro che potesse insegnarle a gestire quel potere era adesso come un bambino che cercasse di raccogliere un fuoco acceso perché gli appariva splendido… e la cosa era per Nevyn una fonte di preoccupazione costante.

Tuttavia, pur sapendo che il vero Wyrd di Gweniver era legato al dweomer, i suoi voti gli proibivano di interferire apertamente con la sua vita: tutto quello che poteva fare era conquistare la sua confidenza, lasciar cadere accenni casuali e sperare che un giorno lei si decidesse a porgli le domande giuste… sempre a patto che fosse vissuta abbastanza a lungo. Di conseguenza non gli rimaneva che pregare che quell’anno l’inverno giungesse in anticipo, perché una volta che la stagione delle campagne militari si fosse conclusa e che si fossero ritrovati tutti insieme nella fortezza lui avrebbe avuto una possibilità di diventarle amico.

Per un mese i razziatori di Cerrmor colpirono impunemente il confine meridionale di Cantrae, perché Slwmar era costretto ad allontanare da esso un numero sempre maggiore di truppe per dirigerle ad ovest a fronteggiare la nuova minaccia costituita da Eldidd. Di tanto in tanto, si trovavano a dover affrontare un esercito di rispettabili dimensioni, ma in quei casi Dannyn preferiva ritirarsi per evitare la battaglia, in quanto il suo obiettivo era quello di dissanguare le fonti di rifornimento di Cantrae senza perdere troppi uomini. Alla fine, però, Slwmar arrivò ad un tal punto di disperazione da costringere il nemico ad un’aperta battaglia, bloccandolo con le spalle a ridosso del Belaver grazie ad un’astuta manovra. Anche se da un punto di vista tecnico il risultato dello scontro fu una vittoria di Cerrmor che costrinse gli uomini di Slwmar a battere in ritirata verso nord e verso la Città Santa, le perdite furono elevate.

Quella sera, mentre si aggirava per il campo di battaglia fra gli uomini ancora intenti a cercare e a soccorrere i feriti, Dannyn si rese conto che un’altra violenta battaglia come quella li avrebbe distrutti. Gweniver camminava accanto a lui, sporca, sudata e spruzzata di sangue come tutti gli altri, e l’indifferenza con cui la ragazza osservava il campo di battaglia mentre conversavano ebbe l’effetto di spaventare Dannyn: pur amando la gloria e i combattimenti, infatti, lui odiava veder morire i suoi uomini e il suo ideale di battaglia era qualcosa di simile ad un’antica saga, in cui i nobili condottieri si sfidassero a duello a vicenda fra gli incoraggiamenti dei loro uomini.

— Ci dovremo ritirare — affermò d’un tratto.

— Come preferisci, a patto che poi si torni qui.

— Può darsi che torniamo come può darsi di no. Adesso che Eldidd è costretto a questa tregua potrei forse privare Dun Cerrmor della sua guarnigione ma non sono certo di volerlo fare, anche se naturalmente la decisione finale spetterà al re.

Gweniver si girò a guardarlo con esasperazione.

— Vostra Santità farà bene a ricordare che abbiamo bisogno di uomini da mandare contro il Cinghiale, quest’autunno — le ricordò Dannyn. — Allora ci saranno altre stragi, forse bastevoli a saziarti.

Scuotendo il capo in risposta a quell’insulto, Gweniver si allontanò a grandi passi verso la sua banda di guerra e per un momento Dannyn la seguì con lo sguardo, desiderando di poterla trovare repellente, di poter smettere di pensare a lei come ad una donna, così come i voti da lei pronunciati avrebbero richiesto. Anche se era un uomo tutt’altro che religioso, Dannyn credeva negli dèi e sapeva che stava rischiando la loro ira continuando a desiderare di avere nel proprio letto una sacerdotessa votata alla Luna. A volte però capitava che Gweniver gli sorridesse o semplicemente gli passasse accanto, e di colpo il suo desiderio diventava così intenso da rendergli difficile respirare per un momento. Ripensandoci, Dannyn giurò a se stesso che se mai fosse venuto il momento di schierare in campo due separati contingenti di truppe, avrebbe fatto in modo che Gweniver si trovasse in uno e lui nell’altro.

D’altro canto, gli sarebbe riuscito più facile accantonare il proprio desiderio se non fosse stato per Ricyn. Di tanto in tanto, durante la loro lunga e lenta marcia alla volta di Cerrmor, gli succedeva di notare come lei e il suo capitano parlassero insieme in modo così intimo e affiatato e questo lo induceva a chiedersi se Gweniver non avesse già infranto il proprio voto, per di più con un guerriero di umile nascita. Sulla scia di quei pensieri, la gelosia cominciava ormai a divorarlo a tal punto che stava iniziando ad odiare Ricyn, un uomo che fino ad allora aveva sempre apprezzato e perfino ammirato per la sua risolutezza, il suo tranquillo coraggio, il modo disinvolto con cui comandava i suoi uomini. Adesso, invece, gli capitava di sognare a lungo, ad occhi aperti, di mandare il capitano della banda di Gweniver incontro ad una morte certa in una carica senza speranza.

Una volta che furono rientrati a Dun Cerrmor, senza neppure le battaglie a causare una certa distrazione, Dannyn trovò sempre più difficile ignorare i sentimenti che nutriva per Gweniver e fece del suo meglio per evitarla… ma c’erano sempre le lezioni di spada. Pur deridendo ciò che provava per la ragazza, dicendosi che non erano altro che reazioni da stallone in amore, Dannyn l’amava infatti in maniera abbastanza sincera da essere terrorizzato al pensiero della sua possibile morte ed era quindi deciso a insegnarle ogni trucco a lui noto per compensare la sua mancanza di statura e di peso.

Ogni mattina i due si esercitavano per parecchie ore e anche se si servivano di spade smussate e di leggeri scudi da addestramento a volte i loro finti duelli si trasformavano in una lotta effettiva: qualcosa scattava in Gweniver e invece di toccare l’avversario con leggerezza lei cedeva alla sua furia berserker, menando con la spada colpi violenti che scatenavano una pari reazione in Dannyn. Per alcuni minuti entrambi combattevano con violenza poi, quasi per reciproco e inconscio consenso si separavano e riprendevano la lezione in maniera più civile. Pur uscendo sempre vincitore da quei confronti, Dannyn non aveva mai la sensazione di essere riuscito a dominarla: poteva anche coprirla di lividi per un’intera mattinata, ma il giorno successivo Gweniver era di nuovo pronta a fargli perdere il controllo con un colpo più duro del dovuto, con una tale perseveranza da indurlo a dubitare che fosse decisa ad essere lei ad acquistare il predominio.

Il fatto di essere di nuovo alla fortezza rendeva anche difficile a Dannyn ignorare Ricyn. Spesso gli capitava di vederli insieme che ridevano per qualche scherzo, oppure che passeggiavano insieme per il cortile o addirittura intenti a giocare a dadi come un paio di semplici soldati, e ogni tanto Ricyn veniva ad assistere ai loro allenamenti, tenendosi al limitare del terreno di addestramento come un accompagnatore e restando in silenzio fino a quando veniva il momento di scortare via la sua signora. Dal momento che non aveva una giustificazione ragionevole per ordinare al capitano di un altro nobile di andarsene, Dannyn era costretto a tollerare la cosa.

Un pomeriggio però la sua rabbia sfuggì al controllo quanto bastava per indurlo ad andare a raggiungere i due, che erano fermi davanti alle stalle: semplicemente, non gli piaceva il modo in cui Ricyn stava sorridendo a Gweniver, e si avvicinò appena in tempo per sentire una strana battuta sui conigli.

— Buon giorno — salutò i due. — Cos’è questa faccenda dei conigli, mia signora?

— Oh, è solo che Ricco è molto abile a intrappolarli con quei lacci che porta sempre con sé, e gli stavo chiedendo se magari poteva intrappolare invece per me un paio di Cinghiali.

Il fatto che lei usasse il soprannome di Ricyn nel parlare di lui piacque ancora meno a Dannyn.

— È una cosa che hai imparato nella fattoria di tuo padre? — chiese, secco.

— Infatti, mio signore — replicò Ricyn. — Ad essere il figlio di un contadino si imparano un sacco di cose, come per esempio a distinguere un cavallo purosangue da un ronzino.

— E questo cosa vorrebbe dire? — domandò Dannyn, posando la mano sull’elsa della spada.

— Esattamente ciò che ho detto… mio signore — ritorse Ricyn, imitando il suo gesto.

Con un’esclamazione Dannyn estrasse l’arma, ma nel momento stesso in cui lo faceva intravide un bagliore metallico e subito dopo sentì un bruciore al polso che gli fece volare l’arma di mano. Imprecando, si ritrasse di un passo proprio mentre Gweniver colpiva di piatto il braccio di Ricyn con la spada, in modo da costringerlo ad abbassarlo: la ragazza era stata più rapida di entrambi nell’estrarre l’arma.

— Basta così, tutti e due — ringhiò Gweniver. — Cosa credete che sia, una cagna in calore?

Ricyn ripose la spada e indietreggiò.

— Per tutti gli dèi — continuò intanto Gweniver, — giuro che ucciderò il primo di voi due che ricomincerà questa storia, anche a costo di finire impiccata. Mi avete capita?

Ricyn le volse le spalle e fuggì di corsa verso le baracche mentre Dannyn si massaggiava il polso indolenzito e lo seguiva con lo sguardo, accigliato il volto, spostando poi la sua attenzione su Gweniver quando lei gli batté un colpetto contro il petto con la punta della spada.

— Se dovessi pressarlo troppo in battaglia fino a provocare la sua morte, io ti ucciderò — scandì la ragazza.

Non c’era dubbio che stesse parlando sul serio. Rifiutandosi di rispondere, Dannyn raccolse da terra la spada, e soltanto allora si accorse della piccola ressa di spettatori che stavano osservando la scena con un sogghigno, pensando senza dubbio che si era meritato la figura fatta, da quel bastardo che era. In preda ad una cieca rabbia, tornò a grandi passi verso la fortezza e salì di corsa nella propria stanza, dove si gettò sul letto tremando per la rabbia. A poco a poco, però, la sua furia si placò fino ad essere sostituita da un gelido senso di disperazione: benissimo, allora, se quella cagna preferiva un puzzolente contadino che se lo tenesse. Se davvero dividevano lo stesso letto, ben presto la Dea avrebbe punito entrambi. Con un sospiro, Dannyn si sollevò a sedere, consapevole che probabilmente i due non stavano facendo nulla di simile, e decise che da quel momento avrebbe dovuto tenere sotto stretto controllo la propria gelosia, per evitare di cedere ad un’ira ancora più intensa del suo desiderio.

Per il resto della giornata Ricyn evitò Gweniver, ma durante il pasto serale nella grande sala si trovò ad osservarla mentre lei sedeva sulla piattaforma insieme al resto dei nobili e fu per lui un vero tormento ricordare come si era coperto di vergogna al suo cospetto. Si era dimenticato della Dea… questa era la pura e semplice verità. Per un momento aveva pensato a lei soltanto come a una donna e non alla sacra sacerdotessa che in effetti era, e il fatto che anche Dannyn avesse commesso lo stesso errore non costituiva una scusante: la Dea aveva accettato e segnato Gweniver come propria e non c’era altro da aggiungere. Quando ebbe finito di mangiare Ricyn si versò un secondo boccale di birra e la bevve lentamente, riflettendo sul modo in cui doveva fare ammenda, non nei confronti di Gweniver ma della Dea, in quanto non aveva il desiderio di morire nella prossima battaglia soltanto perché la Dea voleva vendetta.

— Torni con noi agli alloggiamenti? — gli chiese Dagwyn. — Potremmo fare una partita a dadi.

— Ti seguirò fra un momento. Avevo in mente di scambiare due parole con quel vecchio erborista.

— Perché?

— Nulla che ti riguardi.

Con una scrollata di spalle Dagwyn si alzò e si allontanò. Ricyn non avrebbe saputo dire con certezza perché pensasse che Nevyn possedesse delle cognizioni in merito alla Dea Oscura, ma quel vecchio sembrava così saggio che valeva la pena di tentare. Dall’altro lato della sala Nevyn era prossimo a finire la propria cena ed era immerso in una conversazione con il mastro dell’armeria, quindi Ricyn decise di attendere che avesse finito di parlare e di seguirlo poi all’esterno. A gruppetti, gli altri cavalieri del Lupo lasciarono il tavolo fino a quando lui rimase solo in una piccola isola di silenzio all’interno della sala rumorosa. Procuratosi un terzo boccale di birra, si appoggiò allo schienale della sedia e imprecò fra sé contro il mastro dell’armeria per la sua lingua troppo lunga.

— Capitano? — chiamò qualcuno alle sue spalle.

Era Lord Oldac, con i pollici infilati nella cintura della spada. Anche se non gli aveva mai perdonato il fatto di aver definito Gweniver una smorfiosetta, Ricyn si alzò e s’inchinò, come il rango di Oldac lo costringeva a fare.

— Mi piacerebbe scambiare qualche parola con te — disse Oldac. — Usciamo di qui.

Ricyn lo seguì fuori della porta posteriore e nel fresco del cortile, dove si arrestarono nel fascio di luce che scaturiva da una finestra, mentre Oldac attendeva che un paio di cameriere si allontanassero abbastanza da non poter sentire la loro conversazione.

— Cos’è stato quel piccolo diverbio che hai avuto oggi con Lord Dannyn? — domandò quindi il nobile.

— Chiedo scusa a vostra signoria, ma non vedo in che modo questo ti possa riguardare.

— Oh, senza dubbio non mi riguarda, ma sono soltanto dannatamente curioso. Uno dei paggi ha detto che Lord Dannyn ha insultato Sua Santità e che tu hai preso le sue difese.

Per Ricyn fu una tentazione mentire e lasciare che quella storia per lui meno vergognosa continuasse a circolare.

— Ecco, mio signore, non è vero — rispose invece. — Ho detto qualcosa che Lord Dannyn ha interpretato in senso offensivo e la mia signora è intervenuta.

— Il nostro bastardo è di certo un po’ troppo suscettibile, vero? — Stranamente, Oldac sembrava deluso. — Bene, ero soltanto curioso.

Quando tornò nella sala, Ricyn scoprì che Nevyn se ne era già andato. Imprecando mentalmente contro Oldac, chiese informazioni ad un paggio e apprese che il vecchio si era ritirato nella sua stanza. Per un momento Ricyn esitò, timoroso di disturbare un uomo che a detta di tutti possedeva il dweomer, ma alla fine rifletté che se non avesse placato la Dea ne sarebbe andato della sua vita e si recò nella camera di Nevyn, dove trovò il vecchio intento a suddividere le sue erbe alla luce di una lanterna.

— Buon signore — esordì, — potrei scambiare qualche parola con te?

— Ma certo, ragazzo. Entra e chiudi la porta.

Dal momento che nell’alloggio di Nevyn c’era soltanto una sedia, Ricyn rimase in piedi vicino al letto, a disagio, e abbassò lo sguardo sulle erbe dall’aroma dolce.

— Non ti senti bene o qualcosa del genere? — gli chiese Nevyn.

— Oh, non sono venuto per le tue erbe. Senti, tu mi sembri un uomo veramente saggio… sai se la Dea Oscura sia disposta ad accettare anche le preghiere di un uomo?

— Non vedo perché non dovrebbe. Dopo tutto, Bel ascolta anche le preghiere delle donne, giusto?

— Bene. Sai, non potevo chiederlo alla mia signora perché sono dannatamente certo di averla offesa e temo di aver offeso anche la Dea. Così ho pensato che forse avrei potuto fare ammenda alla Dea per conto mio, perché non voglio morire nella prossima scorreria a cui parteciperò. Fare ammenda è però dannatamente difficile, considerato che la Dea non ha neppure un tempio adeguato in cui potersi recare.

Nevyn lo fissò con un’espressione sconcertante che esprimeva al tempo stesso esasperazione e ammirazione.

— Ecco, senza dubbio la Dea lo capisce — rispose infine. — In un certo senso, non ha bisogno di un tempio, perché la notte è la sua casa e l’oscurità il suo altare.

— Dimmi, signore, un tempo eri un prete?

— Oh, no, ma ho letto molti libri di sapere sacro.

— Benissimo, allora… ma non le dovrei sacrificare qualcosa? Sembra che gli dèi lo gradiscano.

— Infatti. — Nevyn rifletté per un momento, assumendo un’espressione volutamente solenne. — Ti darò un pezzetto di radice di mandragola, perché è biforcuta come un uomo e possiede il dweomer. Recati in riva al fiume nel cuore della notte, gettala nell’acqua e prega la Dea di accettare la radice al tuo posto e di perdonarti.

— Ti ringrazio, signore, ti sono davvero grato. Lascia che ti paghi per il pezzo di radice.

— Non ce n’è bisogno, ragazzo. Non voglio vederti commettere un errore da tensione in battaglia e finire ucciso soltanto perché pensi che la Dea si sia rivoltata contro di te.

Ricyn avvolse la preziosa radice di mandragola in un pezzo di stoffa e la nascose nella propria camicia, facendo quindi ritorno agli alloggiamenti dove si distese sulla sua cuccetta e prese a riflettere su ciò che avrebbe dovuto dire alla Dea, perché voleva trovare le parole più adatte. Sapere che anche lui la poteva adorare lo aveva pervaso di una pace solenne: l’oscurità è il suo altare… gli piaceva il modo in cui il vecchio Nevyn si era espresso. Un giorno, quando il suo Wyrd lo avesse raggiunto, si sarebbe abbandonato fra le braccia della Dea per riposare nella pace del buio, lasciandosi alle spalle l’agitazione e la sofferenza di quell’interminabile guerra.

— Dagwyn! — chiamò Gweniver. — Dov’è Ricyn?

Dagwyn lasciò vagare in fretta lo sguardo per le stalle.

— Che io sia dannato se lo so, mia signora — rispose quindi. — Era qui appena un minuto fa.

Gweniver lasciò subito le stalle sbucando sotto la luce vivida del mattino, e aggirò l’edificio. La sua supposizione che Ricyn la stesse evitando di proposito si rivelò esatta quando finalmente lo trovò, perché lui le lanciò un’occhiata sorpresa e subito abbassò lo sguardo verso il terreno.

— Fa’ due passi con me, Ricco.

— Se la mia signora lo ordina.

— Oh, per tutti gli inferni! Piantala di andare in giro strisciando come un cane frustato! Senti, non ce l’ho mai avuta con te neppure per un momento, ma se volevo impartire una lezione a Dannyn dovevo essere giusta con tutti e due, non credi?

Ricyn sollevò lo sguardo e sorrise, un fugace riaffiorare del suo consueto buon umore. Gweniver adorava vederlo sorridere in quel modo.

— Senza dubbio lo hai fatto — replicò quindi il giovane, — ma io ho continuato a rodermi il fegato al riguardo.

— Adesso è finita, per quanto mi concerne.

Insieme si aggirarono fra le baracche per le provviste e i carretti vuoti che si trovavano dietro le stalle, fino a trovare un angolo tranquillo e soleggiato a ridosso delle mura della fortezza. Sedutisi con le spalle appoggiate alla parete di una baracca sollevarono lo sguardo sulle grigie mura di pietra che li rinchiudevano al loro interno nella stessa misura in cui tenevano fuori i nemici.

— Sai — affermò quindi Gweniver, — ti dovresti trovare una ragazza nella fortezza, considerato che resteremo qui per il resto della nostra vita.

Ricyn sussultò come se avesse ricevuto uno schiaffo in pieno viso.

— Cosa c’è che non va? — chiese subito Gweniver.

— Nulla.

— Stupidaggini. Fuori il rospo.

Ricyn sospirò e si massaggiò la nuca, quasi questo lo aiutasse a riflettere.

— Ecco, supponiamo che io mi trovi una ragazza, tu come la prenderesti? Speravo che tu… ah, dannazione?

— Speravi che la invidiassi? La invidierei, ma questo è il mio fardello e non il tuo, perché sono stata io a scegliere la Dea.

Ricyn sorrise, ma continuò a fissare il terreno davanti a sé.

— Davvero la invidieresti?

— Davvero.

— A dire la verità questa è una cosa a cui ho pensato — ammise lui, infine. — Qui intorno ci sono un paio di ragazze che mi piacciono e ce n’è una che mi trova abbastanza interessante. Appena ieri stavo pensando che avrei potuto averla abbastanza facilmente, se non mi fosse seccato di dividerla con un paio di altri, e questa è una cosa che in passato non mi ha mai dato fastidio. Ad un tratto però mi sono accorto che non m’importava un accidente di averla o meno, e così me ne sono andato. — Il giovane scivolò nel silenzio per qualche minuto, poi riprese: — Con un’altra ragazza non funzionerebbe mai, perché ti amo troppo. Ti ho amata per anni.

— Oh, via, è soltanto perché non hai ancora trovato la ragazza giusta.

— Non scherzare con me, Gwen. Non vivrò abbastanza a lungo per questo. Tu sei decisa a morire, vero? Posso leggerlo nei tuoi occhi ogni volta che ti getti in una mischia… ebbene, io non vivrò un minuto più a lungo di te: ho pregato la Dea, e l’ho promesso a lei. Di conseguenza — concluse, decidendosi infine a guardarla, — tanto vale che giuri la stessa cosa anche a te.

— Non farlo! Non è necessario, e se mai dovessi infrangere il tuo voto…

— Pensi che abbia meno coraggio di te?

— Non è questo che intendevo. Semplicemente, non c’è ragione che tu prometta una cosa del genere.

— Invece ce n’è una. Cos’è che la maggior parte degli uomini dà alla ragazza che ama? Una casa, cibo in abbondanza e magari un vestito nuovo di tanto in tanto. Ebbene, io non ti potrò mai donare nulla di tutto questo, quindi intendo darti quello che posso — affermò lui, rivolgendole un sorriso spontaneo e radioso come sempre. — Che t’importi o meno, Gwen, non mi vedrai mai con un’altra ragazza, e neppure sentirai mai dire che ne ho una.

Gweniver si sentì come una donna che avesse usato per anni una vecchia pentola soltanto per decidersi un giorno a lucidarla, scoprendo così di avere in mano un oggetto di lucente argento.

— Ricco, io non infrangerò mai il mio voto. Lo capisci?

— Se non lo capissi, credi che ne pronuncerei uno a mia volta?

Gweniver lo afferrò per un braccio e sentì che era la Dea a parlare per suo tramite.

— Se mai decidessi di infrangerlo, sarebbe con te, e non con Dannyn. Nonostante il suo rango, tu vali il doppio di lui.

Due lacrime lasciarono una scia sottile sul volto di Ricyn, che subito si controllò.

— Oh, dèi — sussurrò. — Ti seguirò fino alla morte.

— Così dovrà essere, se vorrai seguirmi.

— Alla fine la Dea ci avrà comunque tutti, quindi perché mi dovrebbe importare quando accadrà?

— Benissimo, allora. Anch’io ti amo.

Ricyn le prese la mano e intrecciò le dita in quelle di lei. Per un lungo momento rimasero seduti così, in silenzio, poi lui sospirò.

— È un peccato che non possa risparmiare sulla paga per comprarti una spilla di fidanzamento — disse. — Giusto per darti qualcosa che simboleggi il nostro patto.

— Lo penso anch’io. Aspetta, so cosa fare: pronunciamo un giuramento di sangue, come facevano nell’Alba dei Tempi.

Ricyn sorrise, annuendo in segno di approvazione. Quando Gweniver gli diede la propria daga, la usò per praticare un piccolo taglio sul polso di lei e sul proprio, poi accostarono le ferite in modo che il sangue si mescolasse; nel fissarlo negli occhi, Gweniver sentì il desiderio di piangere per l’espressione solenne di lui e perché quello era il solo matrimonio che avrebbero mai avuto. Avvertì poi intorno a sé la fredda presenza della Dea e seppe che l’Oscura Signora era soddisfatta, che il loro amore pulito e intenso era per lei come un’altra spada posata sul suo altare. Chinando il capo, Ricyn la baciò una volta soltanto, poi la lasciò andare.

Più tardi, quella stessa mattina, le loro passeggiate senza una meta li portarono nel giardino di erbe di Nevyn, dove il vecchio era inginocchiato e intento a prendersi cura delle sue piante. Nel vederli arrivare, si alzò in piedi e si pulì sui calzoni le mani infangate.

— Buon giorno a voi — li salutò. — Mi è giunta voce che presto partirete di nuovo alla volta delle terre del Lupo.

— Infatti — confermò Gweniver, — e le libereremo dei vermi che le infestano.

Nevyn piegò il capo da un lato e lasciò scorrere lo sguardo da uno all’altra dei due, con espressione improvvisamente fredda.

— Cos’è che hai sul polso, Ricco? — chiese quindi. — E sembra che la tua signora abbia una ferita simile alla tua.

Con una risata, Gweniver sollevò il polso per mostrare la piccola macchia di sangue secco.

— Ricyn ed io abbiamo pronunciato un voto insieme — spiegò. — Non potremo mai condividere un letto, ma condivideremo una tomba.

— Stupidi, giovani idioti — sussurrò Nevyn.

— Suvvia — intervenne Ricyn. — Pensi che non siamo in grado di mantenere il nostro impegno?

— Oh, tutt’altro. Sono certo che lo manterrete splendidamente e che avrete esattamente la ricompensa che cercate, una morte prematura in battaglia. Di sicuro i bardi canteranno di voi per anni e anni a venire.

— Allora perché hai quell’aria così turbata? — volle sapere Gweniver. — Non abbiamo mai chiesto nulla di meglio.

— Lo so — replicò il vecchio, voltando loro le spalle, — ed è questo che turba il mio cuore. Ah, comunque è il vostro Wyrd, non il mio.

Senza aggiungere una sola parola tornò ad inginocchiarsi e riprese ad estirpare erbacce.

Quella sera Nevyn non se la sentì di sedere nella grande sala dove avrebbe avuto modo di vedere ancora Gweniver e si ritirò invece nella propria camera; dopo aver acceso le candele, prese a camminare avanti e indietro, chiedendosi quale fosse la componènte della sua razza che la induceva a trarre piacere dalle proprie sofferenze e ad amare la morte nella stessa misura in cui le altre razze amavano invece le comodità e le ricchezze. Gweniver e Ricyn, per esempio, erano convinti di amarsi a vicenda mentre invece amavano soltanto quella nera tendenza presente nell’anima di Deverry.

— Oh, dèi — mormorò. — Adesso è un loro affare, non mi riguarda più.

La candela tremolò, quasi scuotendo la sua fiamma dorata in un gesto di diniego: quello era un affare che lo riguardava, sia che fosse riuscito ad aiutarli nella loro vita attuale o che fosse stato costretto ad attendere quella successiva, e adesso la sua responsabilità non investiva più soltanto Gweniver ma anche Ricyn. Sia che avessero mantenuto o infranto il voto, infatti, quei due erano riusciti a legarsi uno all’altra con una catena di Wyrd che soltanto la saggezza di Re Bran avrebbe potuto districare e la forza di Vercingetorige spezzare. Pensare a quei due eroi dell’Alba dei Tempi servì soltanto ad incupire ulteriormente l’umore di Nevyn: un dannato giuramento di sangue, qualcosa che sembrava uscito di netto da un’antica saga! Avrebbe voluto spiegare loro ogni cosa, spiegare che era sempre più facile cadere che salire, perché lasciarsi precipitare generava sempre un meraviglioso senso di scioltezza e di potere, ma sapeva che non lo avrebbero mai ascoltato e che probabilmente era ormai troppo tardi.

Lasciatosi cadere su una sedia, rimase a fissare il focolare spento. Sentiva l’intero regno scivolare di nuovo nella barbarie a mano a mano che la guerra civile aveva l’effetto di infrangere i lunghi anni di cultura e di apprendimento, di onore nobiliare e di preoccupazione per i poveri… tutte cose civili che molti uomini avevano radicato nell’animo di Deverry a prezzo di anni e anni di fatiche. Amaramente, si chiese quanto tempo sarebbe dovuto passare prima che la gente ricominciasse a ragionare, e per la prima volta nella sua vita innaturalmente lunga si domandò se valesse la pena di servire la Luce, se davvero ci fosse una Luce da servire, considerata la facilità con cui ogni cosa poteva scivolare di nuovo nell’oscurità. Mai prima di allora era stato tanto consapevole della fragilità della civiltà, che fluttuava come olio sulla superficie del nero oceano costituito dalla mente degli uomini.

Quanto a Gweniver, nei suoi confronti Nevyn nutriva un’ultima, disperata speranza: se soltanto fosse riuscito a farglielo capire, le avrebbe fatto scoprire che il dweomer offriva più potere di qualsiasi altra cosa sulla terra, e lei amava il potere. Forse avrebbe potuto allontanarla dalla corte… insieme a Ricyn, perché non lo avrebbe mai abbandonato… e ritirarsi in qualche regione selvaggia del settentrione o addirittura nel Bardek. Là avrebbe potuto aiutarla a liberarsi del fardello che si era addossata fino a farle vedere di nuovo le cose con chiarezza. Quella stessa sera si recò nella sua camera per parlarle.

Gweniver gli versò del sidro e lo fece sedere sulla sua sedia migliore: alla luce della lanterna i suoi occhi apparivano brillanti, il suo sorriso luminoso e fisso come se fosse stato intagliato sul suo volto con un coltello.

— Posso immaginare perché tu sia venuto qui — affermò quindi la ragazza. — Perché il tuo cuore è tanto turbato dal giuramento proferito da me e da Ricyn?

— Soprattutto perché mi sembra una decisione miope. È sempre meglio riflettere con cura prima di votarsi ad una singola strada perché alcune strade attraversano molte terre diverse e offrono prospettive diversificate.

— Mentre altre corrono dritte e brevi alla meta. Lo so, ma la Dea ha scelto la mia strada e adesso non posso più tornare indietro.

— Oh, certo che no, ma ci sono molti altri modi per servirla, oltre che impugnando una spada.

— Non per me. Caro Nevyn, davvero non m’importa se la mia strada sarà breve. È… oh, è come avere un quantitativo limitato di legna da ardere: alcune persone la centellinano un ramo per volta in modo da avere un piccolo fuoco per tutta la notte, mentre altri la ammucchiano e si godono un bel falò per il tempo che essa impiega a consumarsi.

— Per poi morire congelati?

Gweniver fissò il proprio boccale con espressione accigliata.

— Ecco — replicò infine, — non ho scelto l’esempio più adatto, vero? Oppure no, tutto sommato è adatto. Invece di morire congelate… quelle persone si gettano fra le fiamme.

Gweniver scoppiò a ridere del proprio scherzo e soltanto allora Nevyn si rese conto di una cosa di cui fino ad allora aveva rifiutato di accorgersi, e cioè che la ragazza era pazza. Molto tempo prima era stata spinta oltre il confine della sanità mentale e adesso la follia brillava nei suoi occhi e ammiccava dietro il suo sorriso teso. Tuttavia, c’era follia e follia, e in quel mondo impazzito lei sarebbe stata considerata meravigliosa, e avrebbe ricevuto onori e gloria da parte di uomini appena meno folli di lei. Restare là seduto a chiacchierare fu una delle cose più dure che Nevyn fosse mai stato costretto a fare, perché anche mentre parlava dei suoi piani per Blaeddbyr e per il clan del Lupo in effetti Gweniver era soltanto un’aspirante suicida in cerca dell’occasione giusta per attuare il suo intento.

Alla fine, il vecchio si congedò cortesemente e tornò nella sua camera. Adesso non avrebbe mai potuto portare Gweniver al dweomer, perché lo studio della magia richiedeva il possesso della più sana fra le menti, in quanto coloro che iniziavano a studiare il dweomer con la mente meno che equilibrata si trovavano ben presto lacerati dai poteri e dalle forze da essi stessi invocati. Ora sapeva che in quella vita Gweniver non avrebbe mai raggiunto il suo vero Wyrd, e mentre passeggiava per la camera fu assalito da un tremito improvviso. Lasciatosi cadere su una sedia si chiese se si stesse ammalando, e soltanto dopo un momento si rese conto che stava piangendo.

Le piogge estive avevano trasformato la fortezza del clan del Lupo in una pozza di melma, e la rocca sventrata e senza tetto sorgeva adesso fra il fango, le ceneri e le travi carbonizzate che giacevano sull’acciottolato, intasavano il pozzo e generavano un puzzo dolciastro di materia bruciata e in decomposizione. Qua e là, all’ombra delle pareti, si scorgevano chiazze di muffa simili a macchie di neve malsana. Fermi in sella nell’apertura che era stata un tempo la porta principale, Gwetmar e Gweniver stavano contemplando tanto sfacelo.

— Ecco — commentò infine Gweniver, — adesso sei senza dubbio un grande signore.

— Vuole Vostra Santità accettare l’ospitalità della mia splendida sala? — replicò lui, con un finto inchino. — Tanto vale andare a dare un’occhiata al villaggio.

— D’accordo. Del resto non avrai il tempo di ricostruire Dun Blaedd prima dell’inverno.

I due ridiscesero la collina in direzione dell’esercito in attesa. Insieme alla banda di guerra del Lupo che contava in tutto una settantina di uomini, c’erano circa duecento uomini del re guidati da Dannyn. La generosità di Glyn si era estesa anche ad un lungo convoglio di provviste e ad un contingente di esperti artigiani incaricati di fortificare qualsiasi edificio trovato ancora intatto.

Mentre si avviavano attraverso le terre del Lupo, Gweniver cominciò a chiedersi se la tenuta potesse essere salvata, perché i servi che lavoravano nei campi erano fuggiti tutti: due volte il contingente passò accanto a gruppi di rozze capanne che erano state bruciate, quasi i servi avessero deciso di mostrare in questo modo il loro disprezzo per gli antichi padroni prima di fuggire. Il villaggio vero e proprio, che era stato abitato da uomini liberi, era invece intatto anche se gli occupanti se ne erano andati, in questo caso per timore non del Lupo ma del Cinghiale. Le erbacce crescevano folte e verdi intorno al pozzo del villaggio e lungo i sentieri, mentre sotto i meli i frutti che non erano stati raccolti giacevano marci al suolo come pozze di sangue e le case parevano strette le une alle altre, con le finestre sbarrate che come occhi tristi fissavano con rimprovero chi le aveva abbandonate.

— Sarò davvero un grande signore, senza nessuno da governare — commentò Gwetmar, con una falsa nota di allegria nella voce.

— Con il tempo gli abitanti torneranno. Manda dei messaggeri a sud e ad est, dove hanno dei parenti. Quanto alle tue terre, amico mio, credo che ti dovrai accontentare di affittarle agli uomini liberi… ammesso che tu trovi qualcuno disposto a stabilirsi qui.

Senza troppe cerimonie, Gwetmar spezzò il chiavistello che sprangava la casa del fabbro e la reclamò come propria per il semplice fatto che era la più grande. Dal momento che non c’era il tempo per costruire un adeguato muro di pietra, il capo muratore e il capo carpentiere decisero di ricorrere ad un terrapieno e ad un fossato con cui circondare una palizzata di tronchi. Mentre il lavoro si avviava con lentezza, le truppe presero a pattugliare costantemente il confine fra le terre del Cinghiale e quelle del Lupo, ma fu soltanto quindici giorni più tardi che si ebbero le prime avvisaglie di guai. Gweniver era al comando di una pattuglia e stava attraversando un prato deserto quando vide in lontananza sulla strada una nuvoletta di polvere che indicava un gruppo di uomini diretto verso di loro. Immediatamente mandò un messaggero a Dannyn e al grosso delle truppe, poi fece schierare la sua pattuglia in formazione di battaglia attraverso la strada.

A poco a poco la polvere rivelò dieci cavalieri che stavano sopraggiungendo ad un trotto pacato. Non appena videro la squadra gli uomini si arrestarono e formarono una linea irregolare. Dal momento che ciascun gruppo si trovava dalla propria parte del confine la situazione rimase in sospeso per qualche istante, mentre il capo dei dieci uomini spingeva in avanti il cavallo per incontrare Gweniver a mezza strada.

— Siete Lupi, vero? — chiese.

— Infatti. A te che importa?

L’uomo spostò lo sguardo sui ventiquattro cavalieri che accompagnavano la ragazza e registrò la situazione disperata. Con una scrollata di spalle fece quindi girare il cavallo e si ritirò con i suoi uomini; mentre essi manovravano per seguirlo, Gweniver vide che uno dei cavalieri aveva sullo scudo lo stemma del grifone verde della Città Santa.

— Adesso — disse a Ricyn, — capisco perché Glyn ha mandato con noi i suoi uomini.

— Proprio così, mìa signora. Slwmar di Cantrae non si rassegnerà a perdere tutta questa terra senza combattere.

— È meglio rientrare e avvertire gli altri.

Al loro rientro a Blaeddbyr scoprirono che il fossato era stato ultimato e il terrapieno abbozzato anche se era ancora da compattare e da rinforzare. I tronchi destinati alla palizzata giacevano all’interno di quelle difese, adagiati in cerchio al suolo come i denti di uno squalo. Gweniver trovò Gwetmar e Dannyn che stavano parlando con il mastro carpentiere e li trasse in disparte per riferire loro le notizie.

— E scommetto che entro il tramonto Burcan saprà che siamo tornati — concluse.

— Proprio così — convenne Dannyn. — Sanno che non potremmo mai difendere la fortezza in rovina, quindi sono pronto a scommettere che si dirigeranno direttamente qui. È meglio andare loro incontro sulla strada: se dovessimo risultare disperatamente inferiori di numero potremo sempre ripiegare sul villaggio, dove il terrapieno equilibrerà la situazione.

— Nel caso ci si debba ritirare — aggiunse Gwetmar, — sarà opportuno farlo non appena dovesse risultare necessario, per evitare di essere tagliati fuori.

— Senza dubbio — replicò Dannyn, — ma tu resterai qui a proteggere il villaggio.

— Aspetta un momento! Intendo combattere in difesa delle mie terre!

— Una nobile intenzione, mio signore, ma fondata su poca riflessione: il solo motivo per cui io e i miei ragazzi siamo qui è quello di tenerti in vita.

Gwetmar arrossì di rabbia e Gweniver si affrettò ad intervenire.

— Non essere stupido! — scattò. — Come facciamo a sapere se il figlio che Maccy aspetta è un maschio o una femmina? Se tu dovessi cadere il battaglia e il bambino dovesse morire o qualcosa del genere, non ci sarebbe più un clan del Lupo fino a quando Maccy non si risposasse e noi dovremmo ripassare di nuovo attraverso tutta questa dannata trafila.

— Proprio così — aggiunse Dannyn, indirizzando a Gwetmar un sorriso che intendeva essere conciliatorio. — Tu pensa a produrre gli eredi, mio signore, e noi procureremo loro le terre.

Il mattino successivo Dannyn svegliò gli uomini per tempo e li condusse fuori quando il grigiore dell’alba cominciava appena ad apparire, perché se avesse marciato in fretta Burcan avrebbe raggiunto il villaggio nel tardo pomeriggio. A metà mattinata gli uomini attraversarono il confine fra i due domini e si addentrarono in una zona resa deserta dalle costanti lotte fra i due clan. A mezzogiorno arrivarono ad un ampio prato con un folto bosco da un lato e Dannyn mandò avanti gli esploratori, permettendo poi al grosso delle sue forze di riposare per qualche tempo prima di formare lo schieramento di battaglia. Due terzi degli uomini presero posizione in modo da sbarrare la strada, mentre gli altri si nascosero fra gli alberi, dove avrebbero aspettato l’inizio della battaglia per poi piombare sul fianco di Burcan.

Le truppe erano in attesa sotto il sole rovente quando gli esploratori tornarono con la notizia di essersi imbattuti nell’avanguardia del Cinghiale. Sentendo quell’informazione, Gweniver si girò verso Ricyn con un sorriso.

— Benissimo. Stanno arrivando. Ricorda di lasciare Burcan a me.

— Lo farò, mia signora. E se non ti rivedrò viva stanotte, allora ti cercherò nell’Aldilà.

Quando Gweniver impugnò un giavellotto gli uomini seguirono il suo esempio e le punte metalliche brillarono come fuoco lungo la strada mentre l’attesa riprendeva nel silenzio più assoluto, infranto soltanto dal battere di qualche zoccolo contro il terreno. All’improvviso, Gweniver sentì un brivido freddo sfiorarle la spina dorsale e nel guardarsi intorno scorse suo padre, i suoi fratelli e i suoi zii in sella a cavalli spettrali privi di sostanza quanto loro, fermi da un lato rispetto allo schieramento di battaglia e intenti a fissarla con espressione grave, silenziosi quanto i guerrieri vivi nella loro attesa di assistere alla vittoria o alla sconfitta del loro clan.

— C’è qualcosa che non va? — le chiese Ricyn.

— Non riesci a vederli? Guarda là.

Assolutamente perplesso, Ricyn sbirciò nella direzione indicatagli e gli spettri sorrisero, come se pensassero che il giovane era cambiato ben poco dall’ultima volta che lo avevano visto. Proprio in quel momento qualcuno lanciò un grido di avvertimento e lungo la strada apparve una nuvola di polvere, annunciando che i Cinghiali stavano venendo a sfidarli. Nel complesso i nemici erano duecento, ed erano convinti di avere di fronte appena centocinquanta avversari. Dannyn spinse leggermente avanti il cavallo e Burcan fece lo stesso.

— Siete uomini di Cerrmor, vero? — gridò il capo del Cinghiale. — Vedo però che avete con voi gli stendardi del Lupo.

— Li vedi perché i Lupi hanno chiesto al vero re di difendere le terre della loro famiglia.

— Hah! Il vero re di Dun Deverry mi ha assegnato queste terre in base al diritto derivante dalla faida di sangue fra noi e i Lupi.

— Tutto si riduce ad un re contro un altro re, vero? — replicò Dannyn, con un’allegra risata. — Razza di miserabile parodia di un nobile porco.

Con un ululato Burcan gli scagliò contro il giavellotto che Dannyn parò con calma con lo scudo, mandandolo a rimbalzare per terra. Urlando e gridando gli uomini del Cinghiale si lanciarono all’attacco mentre altri giavellotti solcavano sibilando l’aria. Spronando il cavallo in avanti, Gweniver estrasse la spada: voleva arrivare fino a Burcan, dannazione a lui e anche a Dannyn che stava duellando con il nobile nemico proprio nel centro della mischia. I due schieramenti si scontrarono e i guerrieri presero a dividersi in piccoli gruppi che ruotavano e vortìcavano gli uni contro gli altri in una frenetica e urlante massa di duelli singoli. La risata di Gweniver cominciò ad echeggiare mentre lei si apriva un varco a colpi di fendenti, e proprio quando arrivò accanto a Dannyn gli uomini nascosti sbucarono dagli alberi e assalirono alle spalle i guerrieri del Cinghiale, intrappolandoli.

— Gwen! — gridò allora Dannyn. — È tuo!

Proteggendosi con un movimento dello scudo, Dannyn fece spostare il cavallo in modo da permettere alla ragazza di avvicinarsi a Burcan e di impegnarlo in duello. Gweniver sentì il proprio odio aumentare a dismisura e scaturirle dalle labbra in una lunga risata mentre lei parava con lo scudo e tentava un affondo che però venne bloccato. Per un momento le loro spade s’incrociarono e lei fissò in volto l’avversario, scoppiando a ridere per poi essere assalita dalla consueta rossa furia nel vedere Burcan impallidire per il terrore. Liberandosi da quella posizione di stallo, tentò un altro affondo e di colpo si accorse che tutto si era fatto molto lento: con estrema lentezza lei sollevò la spada per tentare un fendente dal basso e altrettanto lentamente la lama di Burcan fluttuò verso di lei e deviò il suo colpo. Era come se si stessero muovendo secondo i passi di una solenne danza di corte che rendeva ogni singolo momento innaturalmente nitido.

Un rumore simile all’ululare del vento si abbatté su di loro, un cupo vento stridulo che spazzò via i suoni della battaglia. Burcan tentò un colpo goffo che lei parò con lo scudo, rendendosi contemporaneamente conto che il suo avversario era fuori tempo rispetto alla danza, come dimostrava il fatto che il suo cavallo di tanto in tanto lo ostacolava nella lotta. Incitando la propria cavalcatura con le ginocchia Gweniver si protese in avanti e si spostò in modo da trovarsi di lato rispetto all’avversario; prima che lui avesse la possibilità di girarsi a dovere lo raggiunse con un fendente di rovescio: la sua lama fluttuò verso lo scudo di Burcan con tale apparente leggerezza che a Gweniver parve impossibile quando lui imprecò, barcollò e lasciò andare lo scudo. Il vento continuò a gemere e a sibilare mentre lei eseguiva un affondo, trasformando il braccio e la spada in una singola lancia che raggiunse l’avversario al fianco. Con un soffocato grido di dolore Burcan girò il cavallo come per fuggire, ma di nuovo errò nel valutare la danza e si trovò davanti Gweniver, pronta a bloccargli il passo. Appoggiandosi pesantemente alla sella, con entrambe le mani strette intorno al pomo, Burcan rimase a fissarla con il sangue che gli colava lentamente dalla ferita.

— Pietà — sussurrò. — Riconoscerò le tue rivendicazioni.

Gweniver esitò, ma poi vide suo padre che le cavalcava al fianco e che la guardava con occhi pieni di dolore e reagì con un fendente che colse il capo del Cinghiale di traverso sugli occhi. Allorché lo sentì urlare calò un secondo fendente dal lato opposto e lo vide cadere di sella, colpendo il terreno con violenza fra i cavalli che si impennavano e sgroppavano nel tentativo di evitare di calpestarlo. Intanto suo padre la salutò con una spada fatta d’ombra e scomparve. Nello stesso momento il mondo tornò ad assumere il suo ritmo e il vento si trasformò nel fragore della battaglia.

— Gweniver! — stava gridando la voce di Ricyn. — Da Gweniver!

D’un tratto i suoi uomini la circondarono, combattendo duramente fino a sospingere indietro i guerrieri del Cinghiale che stavano per sopraffarla. Poco dopo il nemico ruppe lo schieramento, fuggendo, e lo squillo dei corni d’argento accompagnò il loro inseguimento da parte della maggior parte degli uomini di Dannyn.

— Ben fatto, mia signora! — gongolò Ricyn. — Davvero ben fatto.

E così era finita: l’odio che l’aveva divorata per quella lunga estate giaceva adesso calpestato insieme a Burcan sul campo insanguinato. Stordita come se avesse ricevuto un colpo alla testa, Gweniver abbassò la spada e si chiese perché non stesse piangendo di gioia; all’improvviso seppe che non avrebbe pianto mai più, che la Dea l’aveva adesso reclamata del tutto per sé.

Dopo che le truppe ebbero avuto modo di riposarsi dalla battaglia, Dannyn lasciò cinquanta uomini di rinforzo a Gwetmar e tornò quindi a Cerrmor con gli altri. Mentre percorreva le strade grigie e piovose della città, Dannyn si sentì avvolgere dalla malinconia come da un mantello umido… a meno che il nuovo capo del Cinghiale avesse fatto qualcosa di insolitamente stupido, per quell’anno le campagne estive si erano ormai concluse. Raggiunta la fortezza, si recò a presentare il proprio rapporto al re, poi si ritirò nella sua camera e fece un bagno; si stava rivestendo quando il Consigliere Saddar si presentò alla sua porta chiedendo di poter conferire con lui.

— Fallo entrare — ordinò Dannyn al paggio. — Vediamo cos’ha da dire quel vecchio noioso.

Sogghignando, il paggio obbedì all’ordine, ma Saddar gli chiese di rimanere nel corridoio mentre lui e Dannyn parlavano.

— Si può sapere perché hai ordinato al mio paggio di andarsene — scattò subito Dannyn.

— Perché ciò di cui ti devo parlare è una cosa troppo grave per essere affidata ad orecchi giovani — replicò il consigliere, sedendosi senza attendere un invito e assestandosi la tunica nera. — Naturalmente, Lord Dannyn, so di poter contare invece sulla tua discrezione, e in effetti sono venuto da te nella speranza che tu possa placare i miei sospetti e dirmi che è del tutto errato da parte mia nutrirne.

Se è vero, pensò fra sé Dannyn, è la prima volta nella sua inutile vita che questo idiota desidera sentire di essersi sbagliato.

— Di quali sospetti si tratta? — domandò ad alta voce.

— Ah, è una cosa tanto ignobile che non riesco quasi a tollerare di proferirla — replicò Saddar, che appariva in effetti alquanto angosciato. — È una questione di sacrilegio, o forse dovrei dire di possibile sacrilegio. Lungi da me insultare una dama che potrebbe non avere invece nessuna colpa.

Con quelle parole il vecchio fissò Dannyn, quasi si aspettasse che questi avesse compreso ciò che lui aveva inteso sottintendere.

— Quale dama? — chiese Dannyn.

— Lady Gweniver, naturalmente. Vedo che dovrò essere schietto, per quanto questo mi addolori. Ormai tu hai avuto modo di essere in sua compagnia per mesi, mio signore: non hai notato come… ecco, come sembri avere un’amicizia piuttosto intima con il suo capitano? Sarebbe una cosa grave e orribile se lei dovesse infrangere i suoi sacri voti, perché di certo l’ira della Dea Oscura si abbatterebbe su tutti noi. Ti imploro quindi di confermarmi che la loro amicizia è soltanto quella che i guerrieri spesso stringono fra loro.

— Per quanto ne so io è così. Per tutti gli inferni, vecchio, sono pronto a scommettere che i suoi uomini la ucciderebbero se pensassero che si è resa colpevole di sacrilegio, perché sanno che la loro vita dipende da lei.

— Ah, bene, questo dà sollievo al mio cuore — commentò Saddar, con un drammatico sospiro. — Capisci, si trattava soltanto di quella faccenda del giuramento di sangue, che…

— Cosa? Che vuoi dire?

— Come… Lady Gweniver ha pronunciato con Ricyn un giuramento di sangue. Ero certo che lo sapessi.

— Invece lo ignoravo — ringhiò Dannyn.

— Oh, ecco, me lo ero chiesto, considerato che Vostra Signoria è spesso distratto da questioni di guerra. Comunque, adesso puoi capire la mia preoccupazione.

Con un brontolio inarticolato Dannyn si avvicinò alla finestra e serrò entrambe le mani intorno al davanzale, guardando con occhi appannati all’esterno e tremando di furia. Indipendentemente da quello che aveva detto al consigliere, adesso era certo che Gweniver avesse infranto il proprio voto di castità, era certo che lei e Ricyn sì fossero profanati più di una volta. Immerso nei suoi pensieri, non vide il consigliere che usciva, e questo fu un vero peccato, perché Saddar stava sorridendo fra sé in maniera tutt’altro che afflitta.

Fu soltanto più tardi, dopo aver ritrovato la calma, che Dannyn mosse un nuovo e folle passo in avanti nel suo modo di pensare: se Gweniver aveva già infranto il suo voto perché, in nome di tutti gli dèi, non avrebbe dovuto poterla avere anche lui?

Alcuni giorni più tardi, Nevyn si trovò ad attraversare il cortile mentre Gweniver stava radunando la sua banda di guerra vicino alle porte e indugiò a guardare lei e Ricyn che montavano in sella: in un certo senso, quei due formavano una bella coppia, entrambi biondi e giovani… e condannati, pensò fra sé il vecchio, chiedendosi per quanto tempo ancora avrebbe sopportato di restare lì ad osservare l’evolversi del loro Wyrd. Quando riprese a camminare, il suo cuore era talmente oppresso da cupe riflessioni che per poco non andò a sbattere contro Dannyn.

— Mi dispiace — si scusò. — Ero troppo immerso nei miei pensieri.

Dannyn sgranò gli occhi con reverenziale timore.

— Niente incantesimi o cose del genere, mio signore — gli garantì subito Nevyn.

— Benissimo, allora — rispose Dannyn, con un sorriso forzato che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere cordiale e che evocò nella mente di Nevyn l’immagine di un lupo costretto a mendicare avanzi vicino ad una tavola imbandita. — Sai per caso dove stia andando Lady Gweniver?

— No, ma suppongo che lei e i suoi uomini intendano soltanto far fare esercizio ai cavalli.

— Molto probabile.

Ormai la banda di guerra stava già oltrepassando le porte, e l’intensità con cui lo sguardo di Dannyn seguì la figura di Gweniver fu tale da turbare Nevyn.

— Ascoltami, ragazzo — ammonì il vecchio. — Lei è proibita a te e a qualsiasi altro uomo, e dovresti avere il buon senso di rendertene conto.

Dannyn si girò verso di lui in modo tanto brusco che Nevyn si ritrasse e convocò il Popolo Fatato, nel caso che il capitano tentasse qualche atto di violenza, ma stranamente Dannyn pareva più ferito che furente. Per un momento esitò, quasi ci fosse qualcosa che desiderava chiedere, poi girò sui tacchi e si allontanò in fretta.

Idiota, pensò fra sé Nevyn, poi accantonò il problema e andò invece a far visita al Principe Mael.

Nella silenziosa stanza in cima alla torre il ragazzo era appoggiato al davanzale, intento ad osservare più in basso le minuscole figure della banda di guerra del Lupo che si snodavano giù per la collina e nelle vie cittadine.

— Quando ero bambino — commentò, — avevo alcuni giocattoli che provenivano dal Bardek… minuscoli cavalli e guerrieri fatti d’argento, e da quassù quella banda di guerra sembra avere le loro stesse dimensioni. Da piccolo ero solito schierarli davanti a me e desiderare che giungesse il giorno in cui avrei guidato degli uomini in battaglia. Oh, per tutti gli inferni, quel giorno è giunto e passato così in fretta!

— Suvvia, è ancora possibile che tu venga riscattato.

Mael gli indirizzò un amaro sorriso e si lasciò cadere su una sedia accanto al camino, nel quale ardeva un piccolo fuoco acceso per tenere a bada il gelo. Nevyn gli sedette di fronte e protese le mani verso il calore della fiamma.

— Non arriveranno altri araldi fino a primavera — sospirò il principe. — Oh, dèi… un intero inverno qui! Sai, mia moglie voleva venire a condividere la mia prigionia, ma mio padre non glielo ha permesso e suppongo che abbia fatto bene, perché questo avrebbe soltanto fornito a Glyn un altro strumento contro il nostro clan.

— Sembri affezionato a lei.

— Lo sono. Mio padre ha predisposto il nostro matrimonio quando io avevo dieci anni e mia moglie otto, e lei ha vissuto a corte per tutto il periodo del fidanzamento. Era il suo addestramento per imparare a diventare la moglie di un principe… poi, tre anni fa ci siamo sposati. Si finisce per fare l’abitudine a qualcuno e per sentire la sua mancanza. Oh, buon signore, ti porgo le mie scuse. Oggi sto proprio farfugliando.

— Non c’è bisogno di scuse, ragazzo.

Per parecchio tempo il principe si limitò a contemplare il fuoco, ma alla fine si riscosse.

— Ho terminato quel libro delle cronache — disse. — È dannatamente strano… finirò per essere il principe più colto che Eldidd abbia mai avuto, e questo non servirà minimamente al mio regno.

— È un po’ troppo presto per rinunciare a sperare.

Mael si girò di scatto a fissarlo.

— Buon Nevyn, tutte le guardie giurano che tu possiedi il dweomer, quindi rispondimi onestamente: uscirò mai di qui se non per essere impiccato?

— È una cosa che non mi è dato di conoscere.

Mael annuì lentamente, poi riprese a fissare il fuoco. Nevyn dovette richiamare la sua attenzione parecchie volte prima di ottenere una risposta, e anche allora la conversazione si limitò ad una discussione sui libri che il giovane stava leggendo.

Come un argenteo muro danzante, la pioggia si riversava su Dun Cerrmor e la camera del consiglio era resa umida dal freddo che emanava dalle pareti di pietra e che spinse Gweniver ad avvolgersi più strettamente nel suo plaid mentre i consiglieri continuavano a parlare. Seduto dalla parte opposta del tavolo, Dannyn giocherellava con la sua daga, e il re era invece proteso in avanti sulla sedia con espressione così seria e attenta che Gweniver si chiese a cosa stesse effettivamente pensando.

— Temperanza e una lenta andatura sono la cosa migliore, mio signore — stava affermando Saddar. — Ancor di più lo sono in questa faccenda del Principe di Aberwyn. Dobbiamo tenere Eldidd costantemente nell’incertezza il più a lungo possibile.

— Proprio così — convenne Glyn. — Ti sei espresso molto bene.

Con un sorrisetto, Saddar si rimise a sedere.

— Dunque, onorevoli signori — proseguì quindi il re, — ho intenzione di esentare per la prossima estate Lord Gwetmar del Lupo dal partecipare alla guerra, in modo da permettergli di ricostruire la sua fortezza e di trovare contadini che si curino delle sue terre. Giudicate saggio questo mio piano?

Con un inchino, Yvyr si alzò per parlare.

— Estremamente saggio, mio signore — affermò. — Dubito che anche uno soltanto dei tuoi vassalli troverà da protestare, perché tutti conoscono l’estrema importanza delle terre del Lupo.

— Bene — approvò Glyn, poi si girò verso Gweniver. — Come vede Vostra Santità, la questione è stata risolta secondo i suoi desideri.

— I miei più umili ringraziamenti, mio signore. Sei estremamente generoso e i tuoi consiglieri sono molto saggi.

Con un cenno generale del capo, Glyn pose quindi fine al consiglio. Nel lasciare la stanza, Gweniver si accorse che Dannyn la stava seguendo, anche se a distanza, e cercò di affrettarsi a percorrere il corridoio e le scale che portavano alla grande sala. Lui però la raggiunse prima che potesse arrivare alla piattaforma: l’ira appena contenuta che gli ardeva nello sguardo era spaventosa.

— Vorrei scambiare qualche parola con te — sibilò. — All’esterno.

— Non c’è nulla che tu debba dirmi che non possa essere detto anche qui.

— Davvero? Io la penso diversamente, mia signora.

All’improvviso Gweniver avvertì il consueto gelido avvertimento, che le consigliò di permettergli di avere la tanto desiderata conversazione prima che lui scatenasse una scenata nel centro della sala. Con riluttanza, lo seguì quindi sotto la scarsa protezione fornita dal tetto sporgente di un magazzino.

— Ho riflettuto per tre giorni su cosa dire — ringhiò Dannyn, — ma adesso non riesco ad aspettare oltre. Ho saputo che hai pronunciato con Ricyn un giuramento di sangue.

— Infatti, ma a te che importa? Abbiamo giurato di condividere una tomba, non un letto.

— Non sono sicuro di crederci.

— È meglio che tu ci creda, perché è vero.

Per un momento lui esitò, quasi sul punto di crederle, poi sulle labbra gli affiorò un sorriso distorto e per la prima volta Gweniver si rese conto che nel suo modo aspro Dannyn nutriva per lei un vero affetto e non semplice desiderio.

— Danno, senti — aggiunse, addolcendo il tono di voce, — se mai dovessi infrangere il voto che ho pronunciato davanti alla Dea morirei il giorno successivo, ne sono certa, perché lei troverebbe il modo di abbattermi.

— Davvero? E allora cosa sei, uno spettro tornato dall’Aldilà?

— Non ho infranto il mio voto. Se tu però sei tanto sicuro che io lo abbia fatto, perché non denunci pubblicamente il mio supposto sacrilegio?

— Sarebbe una cosa dannatamente ovvia.

Il modo in cui lui sorrise nel parlare la indusse a indietreggiare di un passo, ma Dannyn non accennò nessun movimento verso di lei.

— Dover confessare una cosa del genere mi lacera l’anima — aggiunse invece, — ma io ti amo.

— Allora il mio cuore duole per te, perché questo è un fardello che dovrai portare da solo.

— Lascia che ti dica una cosa: non ho mai rifiutato una sfida che mi fosse stata lanciata.

— Questa non è una sfida, ma la pura e semplice verità.

— Davvero? Lo vedremo.

Nei giorni che seguirono Gweniver ebbe l’impressione di essere impegnata in una sorta di danza letale per tenersi alla larga da Dannyn. Ogni volta che scendeva nella grande sala lui veniva a sederle accanto come se ne avesse avuto il pieno diritto, quando usciva per andare alle stalle la seguiva, quando si recava nella propria camera lo incontrava nel corridoio. Era evidente che Dannyn stava cercando di essere gentile ed era doloroso vedere un uomo tanto orgoglioso che si sforzava di essere cortese e affascinante. Durante la giornata Gweniver prese l’abitudine di passare quanto più tempo possibile con Ricyn e di sera andò a trovare Nevyn nella sua camera o si rinchiuse nella propria con la sola compagnia della sua cameriera.

Una sera in cui il vento gemeva lungo i corridoi di pietra, Gweniver salì nella camera di Nevyn soltanto per scoprire che lui si era procurato un paio di sedie in più e che aveva disposto sul tavolo coperto da una tovaglia una caraffa di sidro e tre boccali.

— Buona sera, mia signora — la salutò il vecchio. — Ti inviterei a fermarti ma sto aspettando un paio di ospiti perché mi sono deciso a badare alle convenienze e sto cercando di fare amicizia con Saddar e con Yvyr.

— È senza dubbio una cosa saggia, perché di certo se non lo facessi essi comincerebbero a risentirsi dell’influenza che tu hai presso il re.

— È quanto ho pensato anch’io.

Lasciato il vecchio, Gweniver mosse appena cinque passi nel corridoio che vide più avanti Dannyn che l’aspettava appoggiato al muro; con un sospiro, si costrinse ad avvicinarsi.

— Vuoi lasciarmi in pace? — disse. — È dannatamente noioso essere seguita da te dovunque.

— Ah, Gwen, per favore. L’amore che ho per te mi fa stare male.

— Allora va’ da Nevyn e fatti dare un medicinale.

Con quelle parole Gweniver cercò di proseguire, ma lui l’afferrò per una spalla.

— Toglimi le mani di dosso! Lasciami in pace!

La voce di lei era così alta che risuonò echeggiante in tutto il corridoio vuoto. Scarlatto in volto per l’ira Dannyn accennò a parlare ma esitò nel vedere qualcuno che stava venendo verso di loro e Gweniver ne approfittò per liberarsi dalla sua stretta e fuggire via, urtando contro Saddar nel passargli accanto. Con qualche rapida parola di scusa continuò in fretta la fuga lungo le scale e fece irruzione nella grande sala, dove avrebbe potuto sedere con la sua banda di guerra ed essere al sicuro. Quella sera prese in considerazione l’idea di presentare una formale accusa contro Dannyn, ma lui era semplicemente troppo importante per il benessere del regno perché le sue parole venissero credute.

Per tutto il giorno successivo Dannyn parve fare di tutto per evitarla, cosa che lasciò Gweniver al tempo stesso perplessa e sollevata fino a quando Nevyn non le spiegò che aveva scambiato qualche parola con il capitano e lo aveva avvertito di lasciarla in pace. Ben presto l’avvertimento parve però cadere nel dimenticatoio: una mattina piovosa, Gweniver stava tornando dalle stalle quando Dannyn la sorprese alle spalle della fortezza, dove non c’era nessuno che potesse vederli.

— Che cosa vuoi? — domandò lei, secca.

— Soltanto scambiare qualche onesta parola con te.

— È presto detto: non dividerai mai il mio letto.

— Allora con un semplice ragazzo di fattoria di umile nascita è diverso, vero?

— Ti ho già detto la verità al riguardo, e comunque non spetta a quelli come te mettere in dubbio i voti di una sacerdotessa.

Dannyn cercò di afferrarla per un polso ma lei lo schivò e tornò alla fortezza correndo più veloce che poteva.

La cameriera di Gweniver era una ragazza pallida e scialba di nome Ocladda, che amava sinceramente lavorare a corte soprattutto perché il lavoro era molto più semplice e leggero di quello che avrebbe dovuto fare nella fattoria di suo padre; la ragazza era orgogliosa della sua eccentrica padrona e provvedeva a tenere le sue camere dall’arredo spartano scrupolosamente pulite. Dal momento che Gweniver non aveva capelli lunghi che lei potesse pettinare e acconciare o abiti eleganti da curare, Ocladda cercava di rendersi utile lucidando senza posa le armi della padrona e i finimenti del suo cavallo. Mentre lavorava, chiacchierava dei pettegolezzi raccolti negli alloggi della servitù e nelle camere della regina, senza badare al fatto che la sua signora l’ascoltava ben poco. Un freddo pomeriggio d’inverno Gweniver interpretò quindi come un sinistro presagio il fatto che Ocladda stesse lavorando in silenzio, disponendo la legna per il fuoco senza pronunciare una sola parola.

— Avanti — la pungolò infine. — Cosa c’è che non va?

— Oh, mia signora — cominciò la ragazza, voltando le spalle al focolare, — prego soltanto che tu mi creda, perché quando un servo afferma una cosa e un nobile ne dice un’altra nessuno dà del bugiardo al nobile, e so che lui negherà ogni parola.

Il primo pensiero di Gweniver fu che la ragazza aspettasse un figlio da qualcuno.

— Suvvia — la incoraggiò, in tono suadente, — dimmi di chi si tratta.

— Di Lord Dannyn, mia signora. Questa mattina mi ha incontrata nel corridoio e mi ha offerto dei soldi: ha detto che mi avrebbe dato una moneta d’argento se questa notte ti avessi lasciata sola nelle tue camere. Quando ho risposto che non avrei mai fatto una cosa del genere mi ha dato uno schiaffo.

— Oh, per gli inferni! Non ho nessuna difficoltà a crederti — esclamò Gweniver, prendendo a passeggiare per la stanza in preda all’ira. — Continua il tuo lavoro mentre io rifletto sul da farsi.

Durante tutto il pasto serale Gweniver fu costantemente consapevole che Dannyn la stava fissando con un sorriso compiaciuto e si sforzò di proposito di mangiare in fretta in modo da lasciare il tavolo prima che lui potesse fare altrettanto e seguirla. Ebbe però paura di tornare nelle sue camere, perché se Dannyn l’avesse seguita e avesse scatenato qualche scena davanti ad Ocladda presto tutta la servitù della fortezza ne sarebbe stata al corrente… era ovvio che Dannyn considerava la ragazza come un essere troppo inferiore per prendere in esame quella cupa eventualità. Alla fine, Gweniver si decise a scendere dalla piattaforma e ad attraversare la grande sala per accostarsi a Nevyn, che era intento a bere un bicchiere di birra chiacchierando con Ysgerryn.

— Ti vorrei invitare nella mia camera, buon Nevyn — gli disse. — È ora che ricambi la tua ospitalità. Forse anche Ysgerryn si potrebbe unire a noi per bere un bicchiere di sidro insieme.

Nevyn sollevò di scatto le sopracciglia cespugliose come se avesse intuito che stava succedendo qualcosa. Quanto ad Ysgerryn, il pensiero di essere invitato a bere in compagnia di un nobile non gli aveva mai neppure sfiorato la mente.

— Ne sarò estremamente onorato, Vostra Santità — rispose quindi il mastro dell’armeria. — Devo soltanto scambiare qualche parola con il ciambellano e poi sarò libero di raggiungerti.

— Lo stesso vale per me — aggiunse Nevyn. — Ti ringrazio.

Lasciando che i due la seguissero una volta liberi dai loro impegni, Gweniver si affrettò a salire nella sua camera e mandò Ocladda in cucina a prendere il sidro e qualche bicchiere. Mentre aspettava il suo ritorno accese due candele con un pezzetto di legno preso dal camino e stava per riporle all’interno della loro protezione quando sentì bussare alla porta.

— Entrate, signori — rispose.

Dannyn oltrepassò la soglia e si richiuse il battente alle spalle.

— Cosa ci fai tu qui?

— Sono soltanto venuto a trovarti. Gwen, per favore, il tuo cuore non può essere freddo come vuoi far credere.

— Il mio cuore non ha nulla a che vedere con ciò che tu hai in mente. Ascolta, vattene di qui! Aspetto due…

— Non provare a darmi ordini.

— Non è un ordine, è un avvertimento. Sto aspettando ospiti…

Prima che potesse finire la frase lui l’afferrò per le spalle e la baciò. Liberandosi con una contorsione dalla sua stretta, Gweniver gli assestò uno schiaffo in pieno volto, e quella sua reazione fece disintegrare la facciata di finta cortesia.

— Dannazione a te, Gwen! Non ne posso più di tutto questo duellare.

Muovendosi troppo in fretta perché lei potesse evitarlo, tornò a prenderla per le spalle e la bloccò contro una parete; per quanto lei scalciasse, lottasse e colpisse, il suo peso era eccessivo perché potesse respingerlo. Imprecando, Dannyn continuò a trattenerla a viva forza, ammaccandole le spalle, e cercò di baciarla ancora.

— Lasciami! Lasciami andare, bastardo!

Dannyn la sbatté contro la parete con tale violenza da troncarle quasi il respiro, e all’improvviso un urlo lacerò l’aria della camera. Abbandonando la presa, Dannyn si girò di scatto nel momento stesso in cui Nevyn e Ysgerryn entravano di corsa, mentre sulla soglia Ocladda continuava a urlare con voce stridula e sempre più acuta.

— Sacrilegio! — sussurrò Ysgerryn, in tono inorridito. — Oh, possa la Dea perdonarci tutti.

— Sei uno stupido, Danno — imprecò invece Nevyn. — Un vero idiota.

Scossa, senza fiato, Gweniver sentì la schiena e le spalle che le dolevano come fuoco, ma quel dolore era nulla se paragonato al senso nauseante di gelo che le serrava lo stomaco al pensiero che per poco non era stata profanata a viva forza.

— Smettila di urlare, ragazza — ingiunse intanto Ysgerryn, rivolto a Ocladda. — Corri invece a cercare un paggio e manda a chiamare le guardie. Presto!

Senza cessare di singhiozzare la ragazza lasciò la camera a precipizio e Dannyn si girò di scatto verso la porta. Nevyn però gli si parò davanti con calma.

— Hai intenzione di abbattere due vecchi per uscire da questa stanza? — domandò in tono quieto. — Io ritengo che tu abbia troppo onore per una cosa del genere.

In silenzio, Dannyn cominciò a tremare come un pioppo scosso dal vento. Dietro di lui, Gweniver rimase a guardarlo con le mani premute contro la bocca per soffocare un urlo che minacciava di sfuggirle: tutta la sua gloria, il potere acquisito sul campo di battaglia, l’orgoglio nella propria abilità con la spada le erano stati di colpo sottratti, perché la forza bruta di Dannyn l’aveva trasformata in una comune donna spaventata… ed era soprattutto per questo che lo odiava.

— Come stai, mia signora? — chiese Ysgerryn, posandole una mano sul braccio con fare paterno. — Ti ha fatto del male?

— Non molto — riuscì a rispondere lei, con voce soffocata.

Nel corridoio si udirono alcune voci maschili che gridavano, poi quattro guardie del re fecero irruzione nella camera con la spada in pugno e si arrestarono di colpo, fissando il loro capitano come se credessero di essere piombate in un incubo. Dannyn cercò di parlare, ma non riuscì ad emettere suono e continuò invece a tremare; dopo un’eternità di dolorosi minuti lo stesso Glyn sopraggiunse in tutta fretta, seguito a ruota da Saddar, e alla vista del fratello Dannyn crollò, gettandosi ai suoi piedi e cominciando a piangere come un bambino, mentre Saddar si ritraeva con un drammatico sussulto.

— Sacrilegio! — strillò il consigliere. — Proprio ciò che da tanto tempo temevo. Lady Gweniver… oh, che abominio!

— Aspetta un momento — intervenne Glyn. — Danno, che significa tutto questo?

Con il volto rigato di lacrime, Dannyn estrasse la spada e la porse al re con l’elsa in avanti, senza però ancora riuscire a parlare.

— Mio signore, Nevyn ed io abbiamo visto tutto — rispose in sua vece Ysgerryn. — Stava cercando di usare violenza alla dama.

— Oh, dèi, quale terribile maledizione la Dea scatenerà su di noi? — gemette Saddar.

Con un brivido incontenibile le guardie si ritrassero di fronte all’uomo che era stato sul punto di profanare una sacerdotessa, e il disgusto presente nei loro occhi indicò che la loro devozione era sincera, qualsiasi cosa Gweniver potesse pensare a proposito di quella del consigliere.

— Danno — insistette il re, — non può essere vero.

— Lo è — replicò Dannyn, costringendosi infine a parlare. — Uccidimi e facciamola finita, d’accordo?

Nel parlare, Dannyn piegò indietro il capo per esporre la gola, ma Glyn si limitò a gettare lontano la spada con un’imprecazione.

— Giudicherò questa faccenda domattina. Guardie, accompagnatelo nella sua camera e tenetelo là… e toglietegli anche la daga — ordinò; lanciando poi un’occhiata agli sgomenti testimoni, aggiunse: — Vorrei consultarmi con Sua Santità. Da solo.

Mentre le guardie portavano via il fratello, Glyn tenne lo sguardo fisso sul fuoco; uno alla volta gli altri si accodarono al gruppetto, Saddar per ultimo, e quando furono usciti tutti il re chiuse la porta sbattendola con violenza. Lasciatosi cadere su una sedia, indugiò quindi per qualche momento ancora a contemplare le fiamme che danzavano nel camino.

— In questa faccenda — disse quindi, — Vostra Santità è il monarca ed io sono il suddito. Assoggetterò Lord Dannyn alla punizione richiesta dalla Dea, ma come uomo ti imploro per la vita di mio fratello. — Fece una pausa, deglutendo a fatica, poi aggiunse: — La pena che la legge prevede per chi infastidisce una sacerdotessa è la pubblica fustigazione seguita dall’impiccagione.

Gweniver si sedette a sua volta e serrò le mani per controllarne il tremito, pensando che avrebbe goduto di ogni frustata che il boia avrebbe assestato a Dannyn e che avrebbe anche goduto nel vederlo impiccare. All’improvviso sentì però la Dea materializzarsi dietro di lei, una presenza scura e fredda quanto il vento invernale che soffiava all’esterno, e si rese conto che se si fosse servita delle leggi sacre per ottenere una vendetta personale avrebbe commesso un atto empio così come se le avesse invece ignorate per dare ascolto alla supplica del re. Sollevando le mani, levò quindi una silenziosa preghiera alla Dea mentre accanto a lei Glyn teneva lo sguardo fisso sul fuoco e attendeva una risposta.

Ogni uomo presente nella grande sala comprese che c’era qualcosa che non andava quando un paggio spaventato si precipitò sulla piattaforma e prese a tirare il re per una manica. Dopo che Glyn si fu allontanato, i nobili e i guerrieri cominciarono tutti ad avanzare supposizioni in un sussurrante flusso di pettegolezzi, chiedendosi cosa potesse essere successo di tanto grave da indurre il paggio ad accantonare in quel modo le buone maniere. Ritenendo che la cosa non lo riguardasse, Ricyn continuò a bere la sua birra, pensando che ben presto avrebbero appreso di cosa si trattava. La sala si stava ormai calmando quando Lord Oldac si fece largo fra i tavoli e gli batté un colpetto sulla spalla.

— Vieni con me, capitano. Il Consigliere Saddar desidera parlarti.

Saddar stava aspettando ai piedi della scala, sfregandosi in continuazione le mani in atteggiamento nervoso… o compiaciuto.

— È successa una cosa terribile, capitano — annunciò il consigliere. — Lord Dannyn ha tentato di usare violenza a Lady Gweniver.

Ricyn ebbe l’impressione che il mondo si fosse raggelato, intrappolandolo nell’immobilità come una foglia morta chiusa nel ghiaccio.

— Ho pensato che dovessi saperlo — proseguì il vecchio. — Francamente, sono terrorizzato all’idea che il nostro signore possa perdonarlo contrariamente a ciò che la giustizia richiede. Se dovesse farlo, ti imploro di chiedere alla tua signora di risparmiare alla città la maledizione della Dea.

— Per tutti gli inferni — ringhiò Ricyn. — Se il nostro signore dovesse cercare una scappatoia in questa faccenda, ucciderò io stesso quel bastardo.

Mentre Oldac e Saddar si scambiavano un fugace sorriso, Ricyn si precipitò su per le scale e lungo il corridoio, arrestandosi davanti alle due guardie poste all’esterno della porta di Gweniver.

— Non puoi passare. Il re è dentro — avvertì una di esse.

Ricyn afferrò l’uomo per la spalla e lo spinse contro il muro.

— Non m’importa chi ci sia lì dentro, fosse anche il Signore dell’Inferno. Devo vedere la mia signora.

Nel momento in cui l’altra guardia cercava di afferrarlo la porta venne spalancata e sulla soglia apparve Gweniver, pallida e scossa ma illesa.

— Mi era parso di sentire la tua voce — disse. — Entra.

Nell’oltrepassare la soglia, Ricyn vide il re che si stava alzando da una sedia: mai prima di allora si era venuto a trovare così vicino all’uomo che più adorava dopo la sua signora, e si lasciò cadere in ginocchio in preda ad un reverenziale timore.

— Cosa significa? — domandò Glyn. — Come hai saputo dell’accaduto?

— Me lo ha detto il Consigliere Saddar, mio signore. Se vuoi puoi farmi frustare per aver disturbato, ma dovevo vedere con i miei occhi che la mia signora era sana e salva.

— Non ne dubito — replicò il re, poi lanciò un’occhiata a Gweniver e aggiunse: — Il Consigliere Saddar, eh?

— E Lord Oldac — aggiunse Ricyn.

Gweniver rifletté su quelle informazioni, e nel guardarla Ricyn comprese che la Dea era in lei per il modo in cui si teneva rigidamente eretta e per il gelido potere che le splendeva nello sguardo.

— Dimmi una cosa, capitano — chiese ancora il re. — In che modo gli uomini prenderanno questa notizia?

— Ecco, mio signore, non posso parlare per gli uomini di Lord Dannyn, ma io e i miei ragazzi combatteremmo contro lo stesso Signore dell’Inferno per difendere l’onore della nostra signora, e non possiamo accettare l’accaduto con calma.

— Soprattutto quando il consigliere continua ad aizzare gli animi, mio signore — intervenne Gweniver. — Sai, comincio a vederci chiaro nel comportamento del Consigliere Saddar… anche se non riusciremo mai a provare nulla.

— Davvero? — Glyn lanciò un’occhiata a Ricyn e aggiunse: — Lasciaci soli.

Ricyn si alzò, s’inchinò e lasciò la stanza indietreggiando. Per il resto della notte rimase disteso sulla sua cuccetta, sveglio e in preda all’ansia, chiedendosi a quali decisioni stessero intanto giungendo la sua signora e il suo re.

Il mattino successivo Gweniver venne a prenderlo agli alloggiamenti, perché per sua personale richiesta gli sarebbe stato permesso di assistere alla sentenza nella camera delle udienze.

Nella camera, Glyn sedeva sul trono in abbigliamento da cerimonia, con la spada d’oro fra le mani; alle sue spalle c’erano quattro consiglieri, fra cui Saddar, alla sua destra c’erano due sacerdoti di Bel, e i testimoni erano invece raccolti ai piedi della piattaforma, Gweniver in mezzo ad essi.

Allo squillo di un corno d’argento quattro guardie scortarono Dannyn nella camera: dai cerchi scuri che gli segnavano gli occhi Ricyn suppose che il nobile non avesse dormito per tutta la notte.

Bene, pensò. Che quel bastardo beva il suo calice fino all’ultima goccia.

— Abbiamo davanti a noi un’accusa di sacrilegio — esordì Glyn. — Lord Dannyn è accusato di aver tentato di profanare la persona di Gweniver, dama e sacerdotessa. Che vengano fornite le testimonianze.

— Mio signore — intervenne Dannyn, — lascia che ti risparmi questo. Mi dichiaro colpevole, quindi fammi portare fuori e uccidere. Se ti ho mai reso qualche servigio, ti prego di farlo subito e in modo rapido.

Glyn lo fissò con occhi tanto freddi da far pensare che stesse guardando uno sconosciuto, e alle sue spalle Saddar sorrise fra sé.

— Lady Gweniver — chiamò quindi il re. — Vieni avanti.

Gweniver avanzò fino a portarsi ai piedi del trono.

— Ti offro di scegliere, secondo i consigli e i desideri della Dea, fra la condanna a morte e l’esilio. L’esilio sarà dalla nostra corte e dalle nostre terre: priveremo Lord Dannyn di ogni diritto, rango e privilegio, ma terremo presso di noi suo figlio, da essere allevato come nostro, perché proviamo compassione per qualcuno troppo giovane per condividere la vergogna del padre. Questa sentenza gli risparmierà la vita soltanto perché il crimine non è stato portato a completamento. Se invece la Dea vorrà altrimenti gli saranno inflitte cinquanta frustate e sarà poi impiccato fino a che morte non sopraggiunga nella piazza del mercato della nostra città di Cerrmor. Nel nome della tua Dea ti chiedo di pronunciare la condanna di quest’uomo.

Pur sapendo già ciò che Gweniver avrebbe detto, Ricyn ammirò il modo in cui lei finse di riflettere sul problema con aria solenne e profonda; alle sue spalle, Saddar dava l’impressione di aver appena bevuto un sorso d’aceto, perché ormai aveva capito quale piega le cose avrebbero preso. Alla fine, Gweniver si rivolse al re con una riverenza.

— Che sia bandito, mio signore. Anche se si è trattato di un gesto grave e sacrilego, la Dea può essere pietosa davanti ad un crimine apertamente confessato e quando il colpevole è stato spinto alla follia da azioni che esulavano dal suo controllo.

A quel punto Gweniver fece una pausa e incontrò di proposito lo sguardo di Saddar, che impallidì violentemente.

— Allora la sentenza è pronunciata — scandì Glyn, sollevando la sua spada dorata. — Noi qui pronunciamo la summenzionata sentenza di bando contro Dannyn, non più lord. Guardie, accompagnatelo a prepararsi per il viaggio fuori della mia città. Che prenda con sé soltanto i vestiti che indossa, due coperte, una daga e le due monete d’argento dovute ad un uomo messo al bando.

Mentre le guardie scortavano via il prigioniero dai presenti raccolti nell’affollata sala delle udienze si levò un coro di sussurri simile al mormorio dell’acqua corrente. Dal momento che aveva un incarico da assolvere, Ricyn sgusciò invece fuori della sala e si affrettò a raggiungere le camere di Dannyn, trovandolo inginocchiato per terra, intento ad arrotolare un mantello all’interno delle coperte da legare dietro la sella. Dannyn sollevò lo sguardo per un momento poi tornò a concentrarsi sul suo lavoro.

— Sei venuto ad uccidermi? — chiese.

— No. Ti porto qualcosa da parte della mia signora.

— È un vero peccato che non mi abbia lasciato impiccare. Le frustate sarebbero state meglio di questo.

— Non parlare da idiota — ribatté Ricyn, tirando fuori dalla camicia il messaggio già approntato. — Recati a Blaeddbyr e consegna questo a Lord Gwetmar. Con tutti quei dannati Cinghiali lungo il confine ha proprio bisogno di un buon capitano.

Dannyn guardò per un momento il messaggio, poi lo prese e lo ripose all’interno della camicia.

— La tua signora è dannatamente generosa con coloro che conquista, ma accettare il suo favore è la cosa peggiore di tutte. Sii sincero con me, Ricco, in ricordo di tutte le battaglie che abbiamo affrontato insieme… hai diviso il suo letto o no?

La mano di Ricyn parve scivolare di propria iniziativa verso l’elsa della spada.

— No, e non lo farò mai.

— Huh. Allora ti accontenti di essere il suo cagnolino al guinzaglio, vero? Ti credevo più uomo di così.

— Stai dimenticando la Dea.

— Huh. — Il verso fu più uno sbuffo che una parola.

Ricyn si trovò la spada in mano senza neppure essersi accorto di averla estratta: davanti a lui, Dannyn si era appoggiato all’indietro sui talloni e lo stava fissando con un piccolo sogghigno sul viso. Con uno sforzo di volontà, Ricyn si costrinse a riporre l’arma nel fodero.

— Sei un astuto bastardo, vero? Ma non ho intenzione di ucciderti per risparmiarti la tua vergogna.

Mentre Dannyn si accasciava come un sacco di farina vuoto, Ricyn girò sui tacchi ed uscì sbattendosi la porta alle spalle.

Il cortile era ingombro di gente da un muro di cinta all’altro: ogni nobile, ogni cavaliere, ogni servo vi era affluito e stava aspettando fra un mormorio di commenti sussurrati. Ricyn trovò Gweniver e Nevyn vicino alle porte, accanto ad un paio di guardie che trattenevano per le briglie il castrato nero di Dannyn, sellato e pronto. Quando Dannyn uscì dalla rocca la folla si separò per lasciarlo passare e lui si avviò a testa alta, dondolando da una mano il rotolo delle coperte con lo stesso atteggiamento allegro che avrebbe potuto avere se fosse stato in procinto di partire per una campagna militare. I sussurri aumentarono di tono intorno a lui, ma Dannyn si limitò a sorridere alle guardie mentre batteva un colpetto sul collo del cavallo e legava le coperte dietro la sella, ignorando le risatine e le dita puntate di alcune sguattere. Quando infine montò in sella al di sopra dei sussurri si udirono alcuni beffardi commenti relativi alle sue origini bastarde, ma Dannyn si limitò a girarsi sulla sella per inchinarsi in direzione di chi lo derideva, senza cessare di sorridere.

Spinta da un impulso che Ricyn non riuscì a comprendere, Gweniver lo seguì allorché oltrepassò le porte della fortezza; incontrando lo sguardo di Nevyn, Ricyn gli fece cenno di accompagnarlo e si affrettò ad andare dietro alla sua signora. Durante tutta la lenta cavalcata di Dannyn attraverso le strade affollate la gente si girò a guardarlo, sussurrando e a volte chiamandolo bastardo, ma lui mantenne il suo portamento eretto e orgoglioso. Giunto alle porte della città rivolse un inchino alle guardie e spronò il cavallo al galoppo, puntando verso la strada. Soltanto allora Ricyn emise un sospiro di sollievo, avvertendo nonostante tutto dentro di sé una fitta di compassione.

— Mia signora — chiese a Gweniver, — perché lo hai seguito?

— Volevo vedere se avrebbe ceduto. È un peccato che non lo abbia fatto.

— Per gli dèi, Gwen! — scattò Nevyn. — Speravo che avresti trovato nel tuo cuore la capacità di perdonarlo.

— Questa è la prima cosa stupida che ti abbia mai sentito dire, buon signore. Perché avrei dovuto perdonarlo? Ho concesso al re di bandirlo nel suo stesso interesse e non per Dannyn, e il nostro signore è dannatamente fortunato di essere riuscito ad ottenere da me almeno questo.

— Sai — ribatté il vecchio, con una certa asprezza, — l’odio lega fra loro due persone più strettamente dell’amore. È una cosa su cui dovresti riflettere.

Tutti e tre si avviarono con passo tranquillo lungo la strada che portava a nord, costeggiata dai verdi prati del dominio personale del re. Nel cielo freddo e limpido le nubi bianche s’inseguivano sotto la spinta di un vento sempre più forte e Ricyn cominciava già a pensare che gli avrebbe fatto piacere tornare al calore della grande sala quando scorse un cavallo che trottava verso di loro lungo la strada: era il castrato nero di Dannyn, privo di cavaliere e con le redini legate alla sella. Con un’imprecazione Ricyn corse in avanti per afferrare le redini dell’animale, e vide che il bagaglio del suo padrone era ancora tutto assicurato alla sella.

— Oh, dèi — mormorò Nevyn. — Gwen, riporta il cavallo alla fortezza, spiega alle guardie come lo abbiamo trovato e fatti riaccompagnare qui da qualcuna di loro. Ricco, tu vieni con me… non può essere lontano.

Un momento più tardi Ricyn scoprì che Nevyn era in grado di correre sorprendentemente in fretta per un uomo della sua età. I due proseguirono lungo la strada per circa ottocento metri, fino ad una collinetta sulla cui sommità cresceva una quercia isolata sotto la quale era seduto qualcuno. Imprecando, Nevyn corse su per la collina e Ricyn gli andò dietro ansando: Dannyn era accasciato in avanti, con la daga insanguinata ancora stretta in pugno dopo essersi tagliato la gola a meno di tre chilometri di distanza dal re che lui venerava. Nel volgere le spalle al corpo, Ricyn poté scorgere la fortezza di Dun Cerrmor che si levava sopra la città, con la bandiera rossa e argento che si agitava al vento.

— Ah, dannazione — mormorò. — Povero bastardo.

— Per te questa è una vendetta sufficiente?

— È eccessiva. Ha il mio perdono, per quello che gli potrà servire nell’Aldilà.

Annuendo appena Nevyn gli volse le spalle.

— Benissimo — disse fra sé. — Se non altro questo è un anello della catena che si spezza.

— Cosa?

— Oh, nulla, nulla. Guarda, ecco che arrivano le guardie dalla città.

TRE

Nevyn si trattenne a Cerrmor per un altro anno, ma infine giunse il momento in cui non poté più tollerare di vedere Gweniver partire per la guerra o di aspettare il suo ritorno temendo che questo non avvenisse. In un umido giorno di primavera il vecchio lasciò quindi la fortezza e si diresse al nord senza una meta precisa, per prestare le sue cure alla umile gente del regno. Anche se inizialmente pensò spesso a Gweniver, molte altre cose contribuivano a turbare il suo cuore e a poco a poco il ricordo di lei si attenuò. Anno dopo anno le guerre infuriarono e le pestilenze si diffusero sulla loro scia. Dovunque andava, Nevyn cercava di consigliare i nobili a cercare la pace e di aiutare la gente comune a sopravvivere, ma per quanto le persone da lui aiutate gli fossero grate aveva comunque la sensazione di fare ben poco di buono e cominciava a cedere alla disperazione. Nel profondo del suo cuore raggiunse i Sentieri Oscuri, dove perfino il dweomer si trasforma in polvere e in cenere, senza recare conforto né gioia. Per dovere, continuò comunque a servire la Luce e a portare avanti il suo lavoro, ma l’ultima e più crudele beffa fu proprio quella di farlo per dovere soltanto e non più per amore.

Nella quinta primavera, quando i boccioli dei meli cominciavano a fiorire nei frutteti, qualcosa lo indusse a ricordare Gweniver e una volta che il pensiero di lei gli fu riaffiorato nella mente la curiosità ebbe il sopravvento su di lui. Quella notte s’inginocchiò accanto al fuoco da campo e concentrò la propria mente sulle fiamme: vivida, affiorò in esse l’immagine di Gweniver e di Ricyn che stavano camminando nel cortile di Dun Cerrmor. Entrambi apparivano così immutati che per un momento Nevyn credette che ciò che vedeva fosse soltanto un ricordo particolarmente intenso, ma quando Gweniver girò il viso scorse una cicatrice che attraversava di netto il suo tatuaggio azzurro. Subito dopo Nevyn bandì l’immagine, ma adesso che aveva rivisto Gweniver non riuscì a dimenticarla: con un sospiro di commento per la follia degli uomini, il mattino successivo si mise in viaggio alla volta di Cerrmor.

In un giorno in cui il sommesso soffiare della brezza e il profumo dell’erba novella sembravano farsi beffe delle sofferenze del regno, Nevyn oltrepassò le porte cittadine; mentre stava smontando per guidare a mano il cavallo e il mulo da soma attraverso le affollate vie cittadine sentì chiamare il proprio nome e nel girarsi vide Gweniver e Ricyn che si affrettavano a venire verso di lui tirandosi dietro i cavalli.

— Nevyn! — esclamò Gweniver. — Il mio cuore è lieto di vederti!

— Ed il mio di vedere te e Ricco. Sono lusingato che vi ricordiate di me.

— Cosa? Suvvia, come potremmo mai dimenticarti? Ricco ed io stavamo per andare a fare un giro a cavallo, ma possiamo invece offrirti un boccale di birra.

Dietro insistenza di Gweniver i tre si recarono nella migliore locanda di Cerrmor, un luogo elegante dagli arredi in legno lucido e dalle pareti imbiancate; Gweniver insistette anche per comprare la birra migliore, con la disinvolta generosità di un guerriero che poco si cura del denaro che potrebbe non avere il tempo di spendere. Una volta che si furono sistemati, Nevyn prese ad osservarla mentre lei lo aggiornava sulle più recenti notizie relative alla guerra: sebbene si fosse indurita e quasi tutto il suo corpo fosse divenuto un’arma, i suoi movimenti erano al tempo stesso decisi e aggraziati in un modo che esulava da qualsiasi definizione maschile o femminile. Quanto a Ricyn, era tranquillo e solare come sempre, mentre beveva la birra e osservava timidamente la sua signora.

Di tanto in tanto, quando i loro sguardi s’incontravano, i due si sorridevano a vicenda in uno scambio che era pieno in pari misura di tensione e di amore, quasi il cuore di ciascuno fosse stato un boccale pieno fino all’orlo, con il liquido che tremava in esso senza però mai riversarsene fuori e liberarsi. Il legame che li univa era adesso tanto forte che grazie al dweomer Nevyn lo poteva scorgere come una sorta di pallida ragnatela di luce, perché tutta la loro energia sessuale era stata trasformata in un vincolo magico fra le rispettive aure; notandolo, il vecchio ebbe anche la certezza che il potere fluisse fra loro e che in qualche modo ciascuno dei due sapesse sempre dove l’altro si trovava anche nel folto della mischia, che i pensieri si trasmettessero in modo tanto istantaneo da essere quasi inconsapevole. Vedere il talento di Gweniver per il dweomer usato in modo così errato e distorto gli fece dolere il cuore.

— Avanti, buon Nevyn, ora devi venire con noi alla fortezza — propose infine Gweniver. — È stato il dweomer a riportarti fra noi?

— A dire il vero no. Perché? C’è qualcosa che non va?

— Più o meno — replicò Ricyn, poi abbassò la voce e aggiunse: — Si tratta del nostro signore, capisci. È preda di crisi di umore cupo che nessuno riesce a dissipare.

— Rimugina su tutto — rincarò Gweniver, sempre in un sussurro, — e dice cose assurde, come per esempio che lui non può essere il vero re, dopo tutto. La regina comincia a temere che sia prossimo a impazzire.

Entrambi fissarono Nevyn pieni di aspettativa e di fiducia, certi che lui avrebbe risolto ogni cosa, mentre il vecchio si sentiva invece tanto impotente che per poco non scoppiò a piangere di fronte alla loro espressione fiduciosa.

— Cosa ti succede — domandò Gweniver.

— Ah, ecco, è soltanto che ultimamente sono così stanco di vedere la nazione in subbuglio senza che io possa fare nulla per arrestarne le sofferenze.

— Per gli dèi, non spetta a te fermarle, quindi non ti tormentare troppo. Non ricordi più ciò che hai detto al re quando era tanto affranto per la morte di Dannyn? Allora gli hai detto che è soltanto la vanità a indurre qualcuno a pensare di poter modificare il Wyrd di un altro uomo.

— La vanità? Sì, certo, è così.

Senza volere, Gweniver gli aveva fornito proprio la parola che aveva bisogno di sentire.

La mia è una vanità molto simile a quella di Glyn, pensò. Nel mio cuore io sono ancora il principe che pensa che tutto il regno ruoti intorno a lui e alle sue azioni.

Nel ricordare a se stesso che adesso era soltanto un servo in attesa di ordini, avverti di colpo la certezza che quegli ordini sarebbero giunti e che un giorno avrebbe visto splendere di nuovo la Luce.

Quando arrivarono la fortezza i servi vennero loro incontro di corsa e si raccolsero intorno al vecchio come se fosse stato realmente un principe. Orivaen insistette per assegnargli una camera elegante nella torre principale e lo accompagnò di persona al suo alloggio, soffermandosi poi mentre il vecchio disfava i bagagli per metterlo al corrente di svariati pettegolezzi. Adesso Lord Gwetmar e Lady Macla avevano due figli, il Principe Mael era ancora rinchiuso nella torre, la sua antica apprendista, Gavra, era diventata un’erborista, giù in città.

— E cosa mi dici del nostro signore? — chiese infine Nevyn.

A quella domanda lo sguardo di Orivaen si oscurò.

— Ti organizzerò un’udienza privata per questa sera — replicò. — Dopo che lo avrai visto ne potremo parlare.

— Capisco. E che ne è di Saddar? È ancora a corte oppure ha finalmente imparato qualcosa dalla sua umiliazione e se ne è andato?

— È morto, e in modo strano. È successo d’estate, subito dopo la tua partenza, a causa di una strana congestione di stomaco.

Quando Nevyn imprecò, Orivaen assunse un’espressione così assolutamente neutra da indurre il vecchio a chiedersi se fosse stato il re stesso a ordinare l’avvelenamento del consigliere o se qualche fedele cortigiano si fosse personalmente addossato quel piccolo incarico, una volta che il solo erborista che avrebbe forse potuto salvare Saddar era partito.

Nel pomeriggio Nevyn scese in città e andò a cercare Gavra, che viveva insieme alla famiglia di suo fratello, nella locanda gestita da quest’ultimo. La ragazza lo abbracciò ridendo, gli versò un po’ di birra e lo accompagnò nella propria camera per fare due chiacchiere. Adesso Gavra era diventata un’imponente giovane donna, ancora snella e graziosa ma con una notevole astuzia e profondità di sentimenti negli occhi scuri. La camera era ingombra di mucchi di erbe, di vasi di balsami e degli altri strumenti del suo mestiere, il tutto disposto con ordine sul mobilio composto da un letto, da una cassapanca di legno e da una culla posta vicino al camino, nella quale dormiva una graziosa bambinetta di circa dieci mesi.

— La figlia più piccola di tuo fratello? — chiese Nevyn.

— No, è mia. Mi disprezzi per questo?

— Eh? Cosa mai può averti indotta a pensarlo?

— Ecco, mio fratello è tutt’altro che contento di avere una bastarda nella famiglia, e sono fortunata di riuscire a guadagnare il denaro necessario a nutrirci entrambe.

Quasi sapesse che si stava discutendo di lei, la bambina sbadigliò e spalancò per un momento gli occhi azzurri come fiordalisi, tornando poi ad addormentarsi.

— Perché suo padre non ti ha sposata?

— Perché è sposato con un’altra. So di non essere una stupida, ma non posso fare a meno di amarlo.

Nevyn si sedette sulla cassapanca di legno: non si sarebbe mai aspettato che la sua astuta Gavra si lasciasse impegolare in un pasticcio del genere. Appoggiandosi al davanzale, Gavra lasciò intanto vagare lo sguardo sul ristretto panorama costituito da un’altra casa, e da un piccolo cortile polveroso che ospitava una stia per i polli.

— Il Principe Mael — disse bruscamente. — Il mio povero amore prigioniero.

— Oh, dèi!

— Ti prego di non dirlo a nessuno, perché potrebbero uccidere la bambina se venissero a sapere che Eldidd ha qui in città una bastarda di sangue reale. Ho detto a tutti che suo padre era uno dei cavalieri del re… un certo Dagwyn che è rimasto ucciso in battaglia lo scorso anno. Vedi, Lady Gweniver mi sta aiutando in questa faccenda, e del resto pare che Dagwyn fosse piuttosto famoso fra le ragazze locali, per cui tutti mi hanno creduto senza pensarci due volte.

— Gweniver è la sola a saperlo?

— Soltanto lei… neppure Ricyn ne è informato. — Gavra s’interruppe e abbassò lo sguardo sulla culla con un asciutto sorriso. — Dovevo dirlo a qualcuno, e Gweniver è pur sempre una sacerdotessa, qualsiasi altra cosa possa essere. Comunque è una cosa triste: a volte Ricyn viene qui e mi regala qualche moneta per la figlia del suo amico… la piccola Ebrua sembra significare molto per lui.

— Allora è meglio che non sappia mai la verità. Ma spiegami come è potuto succedere… riesci forse a volare nell’aria come un uccello?

— Oh, ho salito le scale della torre, su questo non ci sono dubbi — replicò Gavra, quasi ridendo. — Non molto tempo dopo la tua partenza il principe ha avuto la febbre e in quel momento tutti i medici erano lontani con le truppe, così Orivaen ha mandato a chiamare me perché tenessi in vita il loro ostaggio. Oh, dèi, ho provato tanta compassione per Mael, e Orivaen mi ha permesso di continuare ad andare a trovarlo come eri solito fare anche tu. Mael si è offerto di insegnarmi a leggere e a scrivere, tanto per passare il tempo, e così sono cominciate le lezioni, siamo diventati amici e… — Gavra lasciò la frase in sospeso con un’eloquente scrollata di spalle.

— Capisco. Sa della bambina?

— Come potrebbe non saperlo? Il mio povero amore prigioniero.

Quando fece ritorno alla fortezza Nevyn provvide come prima cosa a salire nella torre per far visita al principe. Anche se la sua confortevole camera non era cambiata, adesso Mael era un uomo: più alto e robusto, passeggiava per la stanza con andatura grave invece di tormentarsi nell’agonia dell’impazienza, ed era anche pallidissimo, con la pelle color alabastro che per contrasto faceva apparire ancora più scuri i capelli corvini. Con un sussulto, Nevyn si rese conto che erano trascorsi sette anni dall’ultima volta che il principe era stato esposto ai raggi del sole.

— Non puoi immaginare quanto mi faccia piacere vederti — lo salutò Mael. — Quando sei partito ho molto sentito la mancanza del mio tutore.

— Te ne chiedo perdono, ma il dweomer conduce gli uomini lungo molte strade strane. Mi pare però di averti lasciato in buone mani… ho parlato con Gavra.

Il principe divenne scarlatto in volto e gli girò le spalle.

— Ah, bene — disse dopo un momento. — È davvero strano. C’è stato un tempo in cui avrei pensato che una donna di umile nascita fosse indegna di essere anche soltanto notata da me, ed ora invece mi chiedo cosa possa mai Gavra trovare in un disgraziato mio pari.

— Senza dubbio Vostra Altezza ha avuto un aspro Wyrd.

— Oh, meno aspro di quello di tanti altri. Vedi, mi sono stancato di autocompatirmi: alcuni uomini sono come falchi, che muoiono giovani in battaglia, mentre io sono un piccolo fringuello chiuso in una gabbia regale che sogna di volare fra gli alberi. La gabbia però è confortevole e la mia ciotola è piena di semi.

— Questo è vero.

— I libri che mi hai lasciato hanno inoltre costituito un conforto sempre maggiore, e Gavra mi ha trovato un’opera interessante presso un rivenditore di libri nel tempio di Wmm. Si tratta di un compendio di un filosofo chiamato Ristolyn, che è vissuto nell’Alba dei Tempi. Era un Rhwman?

— No, apparteneva alla tribù chiamata dei Greggycion, un popolo saggio a giudicare dal poco che ci resta delle loro opere. Io credo che i dannati Rhwmanes abbiano conquistato il loro regno così come hanno fatto con quello appartenente ai nostri antenati, nella terra natale. Ristolyn mi ha sempre colpito come uno scrittore degno di notevole riflessione. Ho letto parte della sua Etica di Nicomachea.

I due trascorsero una piacevole ora discutendo di cose che Nevyn non aveva più sentito menzionare da anni. Anche se Mael si espresse per tutto il tempo con l’entusiasmo di uno studioso nato, quando giunse per Nevyn il momento di andarsene la malinconia si riversò su di lui intensa come un banco di nebbia, perché in fin dei conti non era davvero uno studioso ma soltanto un uomo disperato che si aggrappava a tutto ciò che poteva evitargli di impazzire.

Lasciare la silenziosa camera di Mael e scendere nella grande sala fu come entrare in un altro mondo. Dal momento che l’esercito si stava radunando la sala era piena al massimo di nobili e di bande di guerra e dappertutto c’erano uomini che gridavano, scherzavano, ordinavano birra e si scambiavano battute. Nevyn sedette al tavolo immediatamente ai piedi della piattaforma, insieme ad Orivaen e ai consiglieri del re, e quando i servi cominciarono a servire il pasto Glyn emerse dalla sua porta privata insieme a Gweniver. Allorché il sovrano si accostò alla tavola d’onore, però, la ragazza lasciò la piattaforma e andò a cenare con Ricyn e con le guardie reali.

— Lady Gweniver sembra nutrire un certo disprezzo per la nobiltà — osservò Nevyn, rivolto ad Orivaen.

— Infatti. Di tanto in tanto ho cercato di parlarle al riguardo, ma non si può discutere con chi è toccato dagli dèi.

Durante il pasto, Nevyn ebbe cura di osservare Glyn, che non sembrava minimamente cambiato e appariva eretto e cortese come sempre mentre sorrideva di una battuta o ascoltava la conversazione dei suoi nobili vassalli. Il cambiamento da lui subito divenne però evidente più tardi, quando un paggio accompagnò Nevyn negli appartamenti privati del sovrano, dove Glyn lo attendeva in piedi vicino al camino. La luce delle candele scintillava sugli argenti, brillava sui ricchi colori degli arazzi e dei tappeti e sottolineava gli occhi incavati del re; pur insistendo perché Nevyn si sedesse, nel parlare con lui Glyn continuò a passeggiare con irrequietezza vicino al camino. In un primo tempo i due si scambiarono soltanto notizie e convenevoli, poi l’esteriore atteggiamento regale di Glyn si logorò a poco a poco e infine lui si appoggiò pesantemente contro la mensola del camino mostrandosi per quel che era, un uomo dal cuore dolente.

— Il mio signore sembra onorare molto Lady Gweniver — osservò Nevyn.

— È degna di onore. Le ho dato il comando delle mie Guardie… nessuno oserà invidiare qualcuno che è toccato dagli dèi.

Era infine affiorato, il ricordo che dovevano entrambi affrontare.

— Il mio signore sente ancora la mancanza di suo fratello?

— Indubbiamente la sentirò in ogni giorno della mia vita. Oh, dèi, se soltanto non sì fosse ucciso! Di tanto in tanto ci saremmo potuti incontrare in segreto o forse un giorno avrei potuto addirittura richiamarlo a corte.

— Il suo orgoglio non gli ha concesso di aspettare.

Con un sospiro, Glyn si decise infine a sedersi.

— Tanti uomini che mi hanno servito hanno incontrato una morte dolorosa — mormorò, — e non si vede ancora la fine. Ah, per il Signore dell’Inferno, a volte penso che dovrei semplicemente lasciare che Cantrae si prenda questo dannato trono e farla finita, ma allora tutti quelli che sono morti per me sarebbero morti invano. E poi ci sono i miei fedeli amici… il Gwerbret di Cantrae potrebbe farli massacrare tutti. — Glyn s’interruppe ed esibì un sorriso stanco e distorto, aggiungendo: — Quante persone ti hanno già detto che sto impazzendo?

— Parecchie. È vero? Oppure sono loro che scambiano soltanto per follia la sanità di mente?

— Naturalmente mi piacerebbe pensare che sia così, ma da quando Danno è morto mi sento come assediato. Con lui potevo parlare, e se pensava che stessi farfugliando come uno stolto me lo diceva apertamente. Adesso invece che cosa ho? La metà di quanti mi circondano sono adulatori, uomini ambiziosi, sciacalli, e se di tanto in tanto non getto loro qualche brandello di carne mi mordono, mentre se cerco di trovare sollievo da qualche pensiero cupo pensano che stia impazzendo.

— Ecco, mio signore, dopo tutto la loro vita dipende da te.

— Lo so. Oh, dèi, lo so bene! Vorrei essere nato un semplice e umile cavaliere. Ogni uomo della corte invidia il re, ma vuoi sapere il re chi invidia? Il capitano di Gweniver, Ricyn: non ho mai visto un uomo più felice di Ricco, anche se è il figlio di un contadino. Qualsiasi cosa accada, qualsiasi cosa gli capiti, lui sostiene che è la volontà della Dea e dorme tranquillo per tutta la notte. — Glyn fece un’altra breve pausa poi chiese: — Pensi che stia impazzendo? O sono soltanto uno stupido?

— Il re non è mai stato uno stupido e se fosse pazzo sarebbe più felice.

Glyn scoppiò a ridere in un modo che improvvisamente ricordò a Nevyn il Principe Mael.

— Nevyn, ti sarei estremamente grato se volessi tornare a far parte della mia corte. Tu vedi le cose da una notevole distanza, e il re ammette umilmente di avere molto bisogno del tuo aiuto.

Dal momento che dinanzi a sé non vedeva altro che dolore, Nevyn avrebbe voluto mentire e affermare che il dweomer gli vietava di restare. Quella gente gli piaceva troppo perché potesse tenersi distaccato dalle loro future e inevitabili sofferenze, ma improvvisamente si rese conto di avere un ruolo da svolgere e che quando era fuggito per i propri motivi egoistici in effetti aveva abbandonato Glyn, Mael e Gavra.

— Sono estremamente onorato, mio signore, e resterò a servirti finché avrai bisogno di me.

E così, con estrema riluttanza, Nevyn ricevette ciò che molti uomini avrebbero ucciso per ottenere: la posizione di consigliere reale e il favore personale del re. Gli ci vollero due anni per districare la rete di invidie create dalla sua improvvisa promozione, ma alla fine di quel periodo non rimase più nessuno che mettesse in discussione il posto assegnatogli. Adesso tutti nel regno sapevano che il potere di corte era accentrato nelle mani di quel vecchio trasandato dall’eccentrico interesse per le erbe, ma naturalmente erano in pochi a conoscerne anche il perché.

E per tutti quei due anni la guerra si trascinò con uno sporadico susseguirsi di finte e di scorrerie, proseguendo anche nel terzo.

La pioggia li sorprese ad una sessantina di chilometri dal campo principale: sospinta in tralice da un vento freddo che trapassava il mantello, essa trasformò ben presto i sentieri in fanghiglia impedendo ai cavalli di procedere più che al passo sebbene la situazione fosse ormai disperata. La sola cosa buona di quel diluvio era che stava rallentando anche i progressi del nemico, rifletté amaramente Ricyn, badando a sottolineare la cosa con i trentaquattro uomini superstiti del gruppo di centocinquanta che era originariamente partito con loro. Nessuno gli rispose con qualcosa di più di un grugnito e Ricyn prese a spostarsi avanti e indietro lungo lo schieramento, parlando a ciascuno, pungolando i ritardatari e lodando quelli che avevano ancora un po’ di spirito, anche se dentro di sé dubitava che questo servisse a qualcosa. Quando le espresse le proprie perplessità al riguardo, Gweniver si disse d’accordo con lui.

— I cavalli sono in condizioni peggiori degli uomini — osservò poi, — e presto saremo costretti a fermarci.

— E se ci dovessero raggiungere?

Gweniver si limitò a scrollare le spalle. Nessuno dei due aveva la minima idea di quanto distacco avessero dalla banda di guerra di Cantrae, la sola cosa di cui potevano essere certi era di essere inseguiti, perché la vittoria conquistata a duro prezzo che aveva ridotto la loro banda di guerra a quel piccolo frammento era proprio il tipo di battaglia che gli uomini di Cantrae si sarebbero sentiti obbligati a vendicare in nome dell’onore.

Il tramonto era ormai prossimo quando la colonna s’imbatté in un paio di contadini alle prese con un carro tirato da una recalcitrante mucca da latte in mancanza di un cavallo; nella luce sempre meno intensa Ricyn riuscì comunque a vedere che il carro era carico di mobilio, di attrezzi e di botti. Quando la banda di guerra li circondò i due contadini sollevarono lo sguardo con espressione vacua per lo sfinimento, come se non importasse loro neppure di essere massacrati lì sulla strada.

— Da dove state fuggendo? — chiese Gweniver.

— Da Rhoscarn, mia signora. La fortezza è caduta ieri e noi stiamo cercando di andare a sud.

— Chi l’ha distrutta?

— Quegli uomini con una specie di grande bestia dipinta sullo scudo.

Ricyn imprecò sotto voce: la descrizione corrispondeva al grifone di Cantrae.

— Non hanno distrutto la fortezza, idiota — intervenne il secondo contadino. — Non abbiamo visto il fumo, giusto?

— È vero — convenne il primo, — ma per me è lo stesso. Abbiamo scorto molti di quegli uomini sulle strade, mia signora.

Gweniver ordinò alla banda di guerra di trarsi di lato per permettere ai due stanchi contadini di procedere oltre.

— Che ne dici, Ricco? Potremmo andare a Rhoscarn e avere un tetto sulla testa. Se sono già passati di là certo non torneranno indietro.

E così entrarono nella trappola. In seguito, Ricyn si trovò a pensare a come essa fosse stata predisposta bene, all’abilità con cui gli uomini di Cantrae avevano recitato la parte di due contadini e alla precisione con cui era stata prevista la loro reazione. In quel momento però fu soltanto contento di trovare un riparo per i cavalli. Quando arrivarono alla fortezza videro che nelle mura di pietra erano stati aperti tre varchi: il cadavere decapitato del Tieryn Gwardon giaceva fra le macerie e intorno c’erano molti altri corpi, anche se il buio rendeva impossibile contarli. Dal momento che la fortezza era stata presa e bruciata parecchie volte, non esisteva più una torre di pietra e al suo posto era stata eretta nel centro del cortile fangoso una rotonda casa di legno.

Per quanto primitiva, al suo interno la casa era asciutta; gli uomini sistemarono i cavalli da un lato e scaricarono i loro bagagli dall’altro prima di cominciare a fare a pezzi il mobilio per accendere il fuoco nei camini. Dopo aver dato da mangiare alle cavalcature, i guerrieri divisero fra loro quanto restava delle razioni, e Ricyn era sul punto di dire a Gweniver che l’indomani avrebbero dovuto andare in cerca di viveri quando avvertì un preavviso di pericolo, simile a un gelido tocco lungo la schiena. Dal modo in cui Gweniver rabbrividì comprese che l’aveva avvertito anche lei, e di tacito e comune accordo entrambi corsero fuori della casa, nel cortile.

Ricyn rimase in basso mentre Gweniver si arrampicava sul muro: nell’oscurità scorse appena la sua sagoma stagliarsi sulla sua sommità, poi la ragazza si girò per lanciare un grido di avvertimento.

— Gli uomini! Mandali alle brecce! Ci attaccano!

Nel tornare di corsa all’interno, Ricyn avvertì in lontananza un rumore di cavalli che avanzavano in fretta verso la fortezza: fece irruzione nella casa già gridando gli ordini necessari e costrinse gli uomini a muoversi. Imprecando, i guerrieri afferrarono la spada e si sparpagliarono lungo il perimetro delle mura in modo da coprire ciascuna breccia, mentre ormai il rumore prodotto dalle truppe nemiche li circondava fragoroso come il riversarsi su una spiaggia delle onde dell’oceano.

Attraverso una delle brecce Ricyn vide alcuni uomini che smontavano di sella e giravano intorno alle mura.

— Incastrati — commentò in tono tranquillo Gweniver. — Pensi che potremo reggere a questo assedio per un intero giorno?

— Neppure per metà giornata. Sono sorpreso che la Dea non ci abbia avvertiti, quando stavamo parlando con quei contadini.

— Io no. Ho sempre saputo che sarebbe venuto il giorno in cui avrebbe voluto la nostra morte.

Protendendosi, Gweniver lo baciò una volta soltanto, poi si allontanò e cominciò a impartire ordini.

Dal momento che era improbabile che il nemico attaccasse in mezzo a quell’oscurità permeata di pioggia, posero delle guardie alle tre brecce e dormirono a turno; un’ora prima dell’alba la pioggia smise di cadere e un vento gelido si levò nel cielo, sgombrandolo dalle nubi. Subito Ricyn svegliò gli uomini, che si armarono in assoluto silenzio, ciascuno guardando gli amici in un modo che era già di per sé un tacito addio. Mentre Gweniver sorvegliava la breccia presente là dove un tempo c’erano le porte, Ricyn distribuì la banda di guerra presso le altre aperture.

— È un combattimento fino alla morte — continuò a ripetere, — quindi tutto quello che potremo fare sarà vendere la pelle a caro prezzo.

Ripetutamente, gli uomini annuirono in segno di assenso. Vicino al muro posteriore, Ricyn trovò infine Alban, che aveva appena quattordici anni e che si era unito proprio quell’estate alla banda di guerra di Cerrmor: anche se il ragazzo era coraggioso e affidabile quanto chiunque altro dei presenti, Ricyn era deciso a cercare di salvargli la vita.

— Ascoltami, ragazzo — gli disse. — Ti devo affidare un’importante missione e mi rivolgo a te perché sei il più basso di tutti e quello che meno dà nell’occhio. Il re deve essere informato di quanto sta succedendo, e sarai tu a portare il messaggio.

Con gli occhi sgranati, Alban annuì.

— Ecco cosa farai — proseguì Ricyn. — Ti dovrai accoccolare dietro questo mucchio di macerie e restare nascosto fino a quando un uomo di Cantrae non cadrà abbastanza vicino a te da permetterti di afferrare il suo scudo. Una volta che la mischia si sarà spostata oltre sguscerai via fingendoti ferito e ti mescolerai ai nemici. Se vivrai abbastanza a lungo da fare tutto questo, dovrai poi rubare un cavallo e cavalcare come se l’inferno ti si stesse spalancando sotto i piedi.

— Farò come mi hai detto, e se mi dovessero scoprire vorrà dire che questa sera cenerò con tutti voi nell’Aldilà.

Mentre si allontanava, Ricyn implorò la Dea di far sì che quel goffo inganno da lui escogitato funzionasse.

Nel raggiungere Gweniver alle porte vide che la squadra che avrebbe combattuto con loro aveva già preso posizione.

— Sono oltre un centinaio — lo informò Gweniver, — e in questo momento si stanno allineando per una carica, ma per fortuna a piedi.

— Perché sprecare dei cavalli per uccidere topi chiusi in trappola? — ribatté Ricyn, prendendo posto al suo fianco con un sorriso che lei ricambiò.

Oltre la breccia, vide i nemici risalire con calma il pendio della collina e allargarsi a ventaglio intorno alle tre brecce, all’interno delle quali regnava un letale silenzio infranto di tanto in tanto dal rumore metallico di una spada o di uno scudo. A mano a mano che il sole andò facendosi più luminoso, Ricyn sentì il proprio cuore accelerare i battiti, ma in effetti non si trattava tanto di paura quanto di curiosità riguardo a come sarebbe stato l’Aldilà.

Presto rivedrò Dagwyn, ricordò a se stesso, e gli potrò dire di sua figlia.

La luce dell’alba strappò riflessi al metallo delle spade e delle cotte, degli elmi e delle borchie degli scudi, poi un corno d’argento squillò alle spalle dello schieramento di Cantrae e gli scudi con lo stemma del Grifone scattarono in avanti con un urlo. La battaglia era incominciata.

I guerrieri di Cerrmor difesero le brecce più a lungo di quanto chiunque di loro avrebbe avuto modo di supporre. Gweniver e Ricyn stessi, combattendo fianco a fianco, avrebbero potuto da soli tenere a bada un grosso contingente in un’apertura di quelle dimensioni… se soltanto non ci fossero state falle alle loro spalle. Così invece si trovarono a lottare con cupa determinazione, quasi inconsapevoli di come il sole stesse salendo sempre più alto nel cielo. Intorno a loro la massa urlante vorticava, ma Ricyn continuò a colpire e a parare con ritmo perfetto e in assoluto sincronismo con la sua compagna, tanto che ben presto i corpi cominciarono ad ammucchiarsi davanti a loro, ostacolando le cariche dei nemici. Sentendo il sudore che gli colava lungo la schiena, Ricyn si trovò a desiderare un sorso d’acqua mentre la mischia si faceva sempre più serrata; accanto a lui un uomo di Cerrmor cadde ma un altro venne subito avanti per uccidere il guerriero di Cantrae che lo aveva abbattuto. All’improvviso Ricyn sentì levarsi alle sue spalle disperate grida di avvertimento.

— Indietro! — gridò Gweniver. — Hanno fatto irruzione alle nostre spalle!

Un cauto passo per volta la linea indietreggiò senza cessare di lottare e tentando di allargarsi a ventaglio davanti agli avversali che si riversavano ora attraverso le porte. Tutt’intorno il cortile divenne un manicomio di uomini che correvano, perché anche le altre due squadre di Cerrmor stavano cercando di ricomporre una formazione approssimativa, e di fronte a quel caos Ricyn cominciò ad imprecare in tono sommesso e costante… finché non gli giunse all’orecchio la risata ululante di Gweniver, ora preda della sua furia berserker. All’improvviso la luce del sole si attenuò: nell’indirizzare un rapido affondo contro un avversario Ricyn avvertì nell’aria odore di fumo e scorse una nube grigia e densa che si allargava sopra di loro. La ritirata proseguì alla volta della casa centrale… nell’indietreggiare sempre più, inciampando nei corpi di amici e nemici senza cessare di colpire e di parare, Ricyn trovò comunque il tempo di guardare nella direzione da cui giungeva la risata di lei, nonostante la ressa sempre più fitta di avversali che li attorniava. Finalmente raggiunsero la casa e difesero la porta finché tutti coloro che ancora restavano della banda di Cerrmor non furono entrati zoppicando, strisciando o correndo… otto in tutto.

— Vieni dentro, Ricco! — gridò Gweniver.

Lui si gettò all’interno, spostandosi di lato in modo che Gweniver avesse lo spazio necessario per seguirlo, poi aiutò Camlwn a chiudere il battente e a sprangarlo. Adesso la casa era rovente a causa del calore che giungeva dal piano superiore, in fiamme, e i cavalli in preda al panico presero a nitrire e a impennarsi quando gli uomini afferrarono le redini e li tirarono avanti. Fuori, i guerrieri di Cantrae stavano urlando perché venissero portate loro delle asce e stavano picchiando contro le imposte di legno delle finestre. Finalmente, i cavalli furono radunati in una massa isterica vicino alla porta: Ricyn e Camlwn spalancarono di colpo il battente mentre i compagni alle loro spalle prendevano a gridare e a colpire di piatto la groppa degli ammali con la spada. Scalciando e sgroppando, i cavalli si lanciarono in avanti e andarono a sbattere contro gli uomini di Cantrae come arieti viventi.

Subito Ricyn richiuse la porta e accennò a gridare un ordine, ma poi il suo sguardo si posò su Gweniver e la voce gli s’incrinò in gola.

Gweniver si era ritirata barcollando in un angolo in cui non era d’impaccio ed era morta a ridosso di una curva della parete: in preda alla furia della battaglia, lui non si era neppure accorto che era stata colpita. Immediatamente corse da lei e le si inginocchiò accanto, vedendo che era stata ferita alla schiena attraverso una giuntura della cotta di maglia. Quando la girò supina, il suo volto parve stranamente calmo, con gli occhi azzurri spalancati, mentre il sangue continuava ad allargarsi per terra intorno a lei. Soltanto allora Ricyn si rese veramente conto che non sarebbe vissuto fino a mezzogiorno. Lasciata cadere la propria spada afferrò quella di lei come se fosse stata un talismano e corse verso la porta: all’esterno il fumo si avvolgeva in fitte nubi intorno ai nemici che stavano riformando lo schieramento.

— Usciamo e carichiamo, ragazzi! — esclamò Ricyn. — Perché morire come topi in trappola?

Invocando un’ultima volta il nome di Glyn, gli altri gli si raggrupparono intorno e Camlwn gli indirizzò un rapido sorriso d’addio, poi Ricyn sollevò la spada che un giorno era stata benedetta dalla Dea e guidò una carica proprio verso il folto dei nemici. Per la prima volta, cominciò a ridere della stessa fredda risata di Gweniver, come se la Dea gli avesse concesso per quel breve momento di prendere il posto della sua sacerdotessa.

Incespicando sul cadavere di un cavallo morto, Ricyn si scagliò contro il primo uomo di Cantrae che gli si parò davanti e lo uccise con un solo fendente, ruotando su se stesso per fare fronte ai numerosi scudi con lo stemma del grifone che stavano convergendo su di lui. Assestato un debole colpo di rovescio ad un avversario girò ancora su se stesso ed eseguì un affondo contro un altro, poi avvertì sul volto il morso del metallo, così acuto che per un momento pensò che gli fosse caduto addosso un po’ di paglia incendiata, finché il sangue caldo e salato non gli riempì la bocca.

Quando barcollò un’altra spada lo raggiunse al fianco: gettando via lo scudo ormai inutile, si volse e vibrò un colpo violento che uccise l’uomo che lo aveva ferito. Intorno a lui il fuoco ruggiva e il fumo era denso come nebbia. Barcollando, Ricyn sollevò ancora la spada ma si soffocò quasi con il suo stesso sangue e cadde al suolo tossendo nel tentativo di sputarlo: credendolo morto i nemici proseguirono oltre.

Di lì a poco Ricyn però si risollevò in piedi e mosse qualche passo incerto, rendendosi conto di aver invertito la propria direzione soltanto quando urtò contro lo stipite della porta, cadendo di nuovo a terra. All’interno il fuoco stava già avanzando lungo le pareti ma lui lo ignorò e lottò per rialzarsi, dirigendosi verso Gweniver con andatura barcollante: anche se ogni passo era un’agonia alla fine la raggiunse e si lasciò cadere in ginocchio accanto a lei, ma poi esitò per un momento, chiedendosi se la Dea lo avrebbe condannato per ciò che intendeva fare… dubitava però che le importasse ancora di loro. Accasciandosi in avanti, si protese e trasse a sé Gweniver fino a poterla tenere fra le braccia e a posare la testa sul suo petto. Il suo ultimo pensiero fu una preghiera alla Dea, in cui chiese perdono se stava facendo una cosa sbagliata.

La Dea fu misericordiosa, perché gli permise di morire dissanguato prima che le fiamme lo raggiungessero.

Nevyn si trovava nella tenda del re, all’accampamento, quando sentì le grida e il battito di zoccoli che annunciavano il ritorno dell’esercito. Afferrato il mantello uscì di corsa sotto la pioggia sottile che cadeva sul prato, ora in preda alla confusione per la massa di uomini che smontavano di sella. Facendosi largo fra la ressa, Nevyn rintracciò il re, che stava porgendo le redini del suo cavallo ad un attendente: sporco, con la barba lunga, Glyn aveva una guancia macchiata del sangue di un altro uomo e i capelli chiari e rigidi chiazzati di cenere.

— Non c’era più nessuno vivo — disse. — Abbiamo seppellito tutti quelli che abbiamo trovato, ma non c’era traccia né di Gweniver né di Ricyn. Quei bastardi di Cantrae avevano incendiato la fortezza, quindi è probabile che loro fossero all’interno della casa. Se non altro hanno avuto un rogo funebre, come si usava nell’Alba dei Tempi.

— La cosa gli avrebbe fatto piacere.

— Sulla via del ritorno abbiamo però sorpreso la banda di guerra di Cantrae… o almeno quel che ne restava, e li abbiamo annientati.

Non fidandosi di parlare, Nevyn si limitò ad annuire, pensando che Gweniver avrebbe apprezzato quella vendetta più di qualsiasi altra cosa. Intanto il re si era girato e stava chiedendo a qualcuno di accompagnare Alban da lui; quando arrivò il ragazzo era talmente pallido e sfinito che barcollava.

— Puoi fare qualcosa per lui, Nevyn? — chiese Glyn. — Non vorrei che gli venisse la febbre o qualcosa del genere, dopo il modo splendido in cui ha saputo portarci il messaggio.

Quella lode proveniente addirittura dal re ebbe infine la meglio sulla resistenza di Alban, che scosse il capo e scoppiò in pianto da quel ragazzo ancora giovanissimo che era. Mentre lo accompagnava dal medico, Nevyn ebbe difficoltà a contenere a sua volta le lacrime, e si ripeté invano che più e più volte ancora qualcuno che amava sarebbe morto prima di lui. Gli sarebbe piaciuto poter imprecare contro il suo aspro Wyrd, ma la cosa più aspra di tutte era la consapevolezza di essere lui stesso il solo da biasimare per esso.

INTERLUDIO

PRIMAVERA, 1063

Un cacciatore che pone trappole farà bene a guardare dove mette i piedi.

Antico proverbio di Deverry

In tutto il vasto regno di Deverry c’erano soltanto due città che gli Elcyion Lacar visitassero di tanto in tanto, Cernmetyn e Dun Gwerbyn, e quelle visite erano molto rare. La gente di entrambi i posti aveva una strana reazione ogni volta che qualcuno del Popolo le passava davanti: con una sorta di inconsapevole cospirazione si rifiutava semplicemente di ammettere quanto gli elfi fossero diversi dagli umani. Qualsiasi bambino che chiedeva il perché della forma dei loro orecchi si sentiva rispondere che quella selvaggia tribù modellava, tagliandoli, gli orecchi dei neonati, e se il bambino si mostrava troppo curioso, indicando gli strani occhi da gatto degli elfi, gli veniva invariabilmente detto di tenere a freno la lingua se non voleva che anche i suoi orecchi venissero tagliati. Gli adulti, però, trovavano difficile guardare un elfo negli occhi, ed era per questo motivo che il Popolo considerava gli umani creature infide e indegne di fiducia.

Di conseguenza, Devaberiel non rimase sorpreso quando le guardie di stanza alle porte di Dun Gwerbyn dapprima lo fissarono in volto e poi si affrettarono a spostare lo sguardo sul gruppetto che si snodava dietro di lui, costituito da Jennantar, da Calonderiel, da due cavalli da soma che trascinavano dei travois e infine da una fila di dodici cavalli senza sella.

— Sei venuto per venderli? — domandò una delle guardie. — Se è così ci sono delle tasse da pagare.

— Non devo venderli. Li sto portando come tributo alla tieryn.

La guardia annuì solennemente, perché era risaputo che di tanto in tanto il Popolo dell’Ovest, come gli elfi erano abitualmente chiamati dalla gente di Eldidd, rinunciava a qualcuno dei suoi splendidi cavalli per garantirsi l’amicizia dei tieryn di Dun Gwerbyn e di Cernmetyn.

Anche se erano già venuti altre volte in Eldidd, Jennantar e Calonderiel non erano mai stati all’interno della città, e Devaberiel notò l’espressione di disprezzo con cui entrambi guardavano le case ravvicinate e i vicoli sporchi lungo i quali stavano sospingendo i cavalli; lo stesso Devaberiel avvertiva un vago disagio per il modo in cui le costruzioni erano addossate le une alle altre… in una città di umani era impossibile avere una visuale sgombra, da qualsiasi parte si guardasse.

— Non ci fermeremo qui a lungo, vero? — borbottò Calonderiel.

— Non molto, e se preferite voi due potrete comunque partire subito dopo che avremo lasciato i cavalli alla fortezza.

— Oh, no. Voglio rivedere Rhodry, ed anche Cullyn.

Il caso volle che Cullyn fosse proprio la prima persona che incontrarono, perché si trovava davanti alle porte spalancate della fortezza quando loro risalirono ansando la collina su cui essa sorgeva, e venne loro incontro con un grido di saluto.

Pur avendo sentito parlare parecchio dell’uomo che era considerato il miglior spadaccino di tutto Deverry, Devaberiel non era però preparato all’impatto visivo che la sua figura offriva: alto più di un metro e ottanta, Cullyn era ampio di spalle e muscoloso, con la guancia sinistra segnata da una vecchia cicatrice ed occhi azzurri che non facevano nulla per dissolvere la cupa impressione generale, perché erano duri e freddi quanto una tempesta invernale, anche adesso che lui stava sorridendo nello stringere la mano a Calonderiel.

— Questo è davvero un dono degli dèi — osservò Cullyn. — Mi rallegra vedervi di nuovo.

— E a me fa piacere rivedere te — replicò il capo guerriero. — Abbiamo portato un tributo a Lady Lovyan e al giovane Rhodry.

— Ecco… la mia signora sarà lieta di riceverlo — replicò Cullyn, i cui occhi si erano fatti ancora più cupi. — Rhodry però non è qui, perché il Gwerbret Rhys di Aberwyn lo ha mandato in esilio Io scorso autunno.

— Cosa? — esclamarono all’unisono i tre elfi.

— Proprio così. Ma ora venite con me, vi racconterò tutto mentre beviamo un boccale offerto dall’ospitalità della tieryn.

Mentre i quattro sospingevano i cavalli su per la collina, Devaberiel ebbe la sensazione di aver appena incassato un calcio nello stomaco.

— Cullyn? — chiamò. — Dov’è Rhodry, adesso?

— Sulla lunga strada, come daga d’argento. Sai cosa questo significhi, vero?

— Sì. Oh, dèi, significa che potrebbe essere dovunque in tutto questo dannato regno!

Quando entrarono nel cortile servi e stallieri sopraggiunsero di corsa, con esclamazioni di apprezzamento per i cavalli: quelli allevati dagli elfi, che in Deverry venivano chiamati corsieri occidentali, erano alti da sedici a diciotto palmi, con il torace ampio e la testa ben modellata. Anche se di solito erano grigi, pezzati o roani, alcuni di essi avevano un intenso colore dorato ed erano fra i più pregiati. Devaberiel aveva portato con sé una giumenta dorata perché suo figlio potesse usarla per la riproduzione ma adesso era tentato di riportarla a casa.

Suvvia, disse però a se stesso, in fin dei conti devo qualcosa a Lovva per avermi dato un figlio.

A quanto pareva, le grida e la confusione che regnavano nel cortile avevano destato la curiosità di Lovyan, perché in quel momento la dama uscì dalla rocca interna e si avvicinò con passo tranquillo. Abbigliata con un vestito di rossa seta del Bardek, intorno al quale era avvolto in vita il plaid bianco, rosso e marrone del suo clan, Lovyan aveva ancora il passo leggero di una ragazza, ma quando poté vederla meglio Devaberiel sentì il cuore che gli si stringeva per la seconda volta in quella giornata, perché Lovyan stava invecchiando e adesso il suo volto era segnato di rughe, i suoi capelli neri erano striati di grigio.

Lovyan lanciò un’occhiata nella sua direzione, s’irrigidì e subito dopo tornò a guardarlo con assoluta indifferenza, come se non si fossero mai conosciuti. Devaberiel avvertì un profondo dolore per lei, e imprecò contro la propria stupidità che lo aveva indotto a recarsi là: Lovyan era invecchiata, mentre lui aveva ancora l’aspetto di un ragazzo di vent’anni. Quella fu una delle rare volte della sua vita in cui il bardo si venne a trovare a corto di parole.

— Mia signora Lovyan, tieryn di Dun Gwerbyn — disse invece Calonderiel, con un inchino, — siamo venuti a portare un tributo al tuo potere e al tuo dominio.

— Vi ringrazio, buoni signori. Sono davvero compiaciuta di ricevere un dono tanto splendido. Venite a godere dell’ospitalità della mia sala.

Dal momento che non aveva vie d’uscita, Devaberiel seguì gli altri. Come favore personale nei suoi confronti, Lovyan permise a Cullyn di sedere al tavolo d’onore insieme agli ospiti, e una volta che i servi ebbero portato il sidro il capitano raccontò nei dettagli la storia dell’esilio di Rhodry. Jennantar e Calonderiel lo interruppero di continuo per porre domande, ma Devaberiel trovò addirittura difficile seguire il filo della vicenda, perché continuava a imprecare interiormente contro se stesso per essere venuto lì e aver causato tanto dolore a se stesso e alla donna che un tempo aveva amato. Quando il racconto di Cullyn si concluse seguì un momento di silenzio, e mentre gli altri bevevano Devaberiel si arrischiò a lanciare un’altra occhiata in direzione di Lovyan, soltanto per scoprire che lei lo stava fissando. Quando i loro sguardi s’incontrarono il controllo di lei venne meno per un momento e i suoi occhi apparvero così tormentati, la sua bocca così tesa, che Devaberiel temette una crisi di pianto. Poi Lovyan distolse lo sguardo e il momento passò.

— Buoni signori del Popolo dell’Ovest — disse la tieryn, — desiderate fermarvi per qualche tempo nella mia fortezza?

— Ringrazio umilmente Vostra Grazia per l’onore che ci fa — rispose Devaberiel, — ma il mio popolo è abituato a vagare attraverso praterie e foreste e ci mette a disagio trovarci all’interno di mura di pietra. Vostra Grazia sarebbe molto contrariata se per questa notte ci accampassimo all’esterno della città, per poi rimetterci in viaggio domani?

— Come potrei rifiutare un favore a uomini che mi hanno appena portato un dono così splendido? Appena tre chilometri a nord di qui ho una riserva di caccia: vi darò un messaggio per il mio guardaboschi e vi potrete accampare li per tutto il tempo che vorrete.

Il suo sguardo lo ringraziò tacitamente per il fatto che aveva deciso di andarsene.

Mentre i servi portavano i cavalli da soma e le cavalcature degli elfi, Devaberiel e Lovyan ebbero però l’occasione di scambiare qualche parola in privato. Allorché Cullyn e gli altri due elfi si soffermarono sui gradini della fortezza per conversare fra loro nei toni gravi degli antichi compagni d’armi, Lovyan segnalò infatti al bardo di seguirla a qualche passo di distanza.

— Sei venuto qui soltanto per portarmi quei cavalli? — gli chiese.

— No, ero venuto per vedere nostro figlio.

— Allora sai la verità?

— Sì. Lovva, per favore, perdonami… non sarei mai dovuto venire e giuro che non mi rivedrai mai più.

— Sarebbe una cosa saggia. Spero ti renda conto che Rhodry non dovrà mai sapere la verità.

— È ovvio. Volevo soltanto dare un’occhiata al ragazzo.

Un fugace sorriso affiorò sulle labbra di Lovyan.

— Ti somiglia molto, ma ha i capelli corvini di Eldidd. Il nostro Rhodry è un ragazzo avvenente.

Devaberiel le prese la mano e la strinse per un istante, lasciandola andare prima che qualcuno potesse notare il gesto.

— Mi chiedo se riuscirò mai a vederlo — disse quindi. — Non oso spingermi più ad est di così, perché nel resto del regno non hanno ancora imparato ad ignorare i nostri occhi e i nostri orecchi.

— È vero. Sai, avevo sempre sentito dire che la vostra era una razza che viveva a lungo, ma non mi ero resa conto che rimaneste tanto giovani — osservò Lovyan, con un nodo alla gola. — Oppure le antiche leggende sono vere e voi vivete in eterno?

— Non in eterno, ma per un tempo dannatamente lungo. E invecchiamo, ma soltanto quando si avvicina la morte. È così che sappiamo che è arrivato il momento dell’ultimo viaggio.

— Davvero? — Lovyan distolse lo sguardo e in un gesto inconscio si toccò le rughe che le segnavano le guance. — Allora forse noi abbiamo la sorte migliore, perché anche se invecchiamo presto non siamo oppressi dalla conoscenza del momento in cui moriremo.

Devaberiel sospirò, ricordando il proprio dolore quando i capelli di suo padre avevano cominciato a tingersi di bianco e il suo vigore fisico a svanire.

— In vero — replicò, — può darsi che siate voi i più fortunati.

Poi si allontanò in fretta perché sentiva in gola il nodo del pianto.

Quando lasciarono la fortezza, non disse una sola parola agli altri, che lo lasciarono al suo silenzio per tutto il tragitto fino alla riserva di caccia. Là il guardaboschi di Lovyan li accompagnò in un’aperta valletta solcata da un ruscello e piena di erba per i cavalli, e dopo aver commentato che quell’anno i daini abbondavano si affrettò ad andarsene per non passare altro tempo con il Popolo dell’Ovest. Rimasti soli i tre montarono la tenda rossa, impastoiarono i cavalli e raccolsero un po’ di legna da aggiungere alla loro scorta di sterco secco per il fuoco. Dal momento che Devaberiel continuava a rimanere in silenzio, ad un certo punto Calonderiel non riuscì più a sopportare il suo atteggiamento.

— Venire qui è stata davvero una cosa stupida — commentò.

— Il capo guerriero è universalmente noto per il suo tatto — scattò Devaberiel. — Per il Sole Oscuro, perché devi versare fiele nel boccale di un uomo assetato?

— Ecco, mi dispiace, ma…

— Stai dimenticando l’anello d’argento — intervenne Jennantar. — Il dweomer ha detto che deve essere consegnato a Rhodry.

— Questo è vero — ammise Calonderiel, — quindi suppongo che Dev abbia qualche giustificazione.

Ringhiando fra sé, Devaberiel andò a prelevare un otre di sidro dal travois e Jennantar lo seguì, accoccolandosi a terra accanto a lui.

— Non prendere sul serio tutto quello che Cal dice. Lui è fatto così.

— Sono dannatamente contento di non fare parte di uno dei suoi squadroni.

— Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi al suo modo di fare. Quello che mi chiedo è però come farai per far avere quell’anello al tuo ragazzo. Hai qualche idea in proposito?

— Ci stavo pensando mentre venivamo qui. Sai, ho un altro figlio che ha per madre una donna di Deverry e che somiglia più alla razza materna che alla nostra.

— Ma certo… Ebay — convenne Jennantar, con espressione però preoccupata. — Possiamo però fidarci di lui al punto di consegnargli l’anello?

— So cosa stai pensando e… sì, ho i miei dubbi in proposito. Dèi, è proprio un ragazzo selvatico! Forse non avrei mai dovuto toglierlo a sua madre, ma quella povera ragazza non era in grado di mantenere un figlio e suo padre era livido di rabbia per il fatto che lei ne avesse avuto uno. A volte non riesco proprio a capire questi uomini di Deverry: non si devono prendere cura loro dei neonati, giusto, quindi che importava a quel tizio se sua figlia ne aveva avuto uno? In ogni caso, se ricorressi alla mia autorità di padre per ordinare ad Ebay di portare l’anello a suo fratello lui senza dubbio lo farebbe. È proprio il genere di selvaggia avventura che piace a lui.

— Sai dove si trova?

— No, ed è questo il vero problema, giusto? Con quel ragazzo non si può mai sapere. Dovrò semplicemente far circolare la voce che voglio vederlo e sperare che lui ne venga informato.

A quell’epoca la città di Cerrmor era cresciuta fino a contare circa centoventimila abitanti, e non soltanto si allargava lungo il fiume, ma contava anche parecchie splendide case che i ricchi mercanti avevano fatto costruire sulle colline sovrastanti, lontano dal chiasso e dalla sporcizia delle vie cittadine. La fortezza in cui un tempo Glyn aveva regnato era stata distrutta circa cento anni prima e al suo posto ne era stata edificata una nuova e ancora più grande per i gwerbret di Cerrmor.

Vicino al fiume, tuttavia, si allargava una sezione dell’abitato che non aveva nulla di splendido: bordelli, locande da poco prezzo e taverne sorgevano gli uni accanto agli altri in un labirinto di strade tortuose e di vicoli in cui i cittadini per bene non si addentravano mai, con la sola eccezione delle guardie del gwerbret, che vi si recavano più spesso di quanto gli abitanti avrebbero voluto. Quel quartiere era chiamato la Sentina.

Ogni volta che si recava nella Sentina, Sarcyn camminava sempre in fretta, con lo sguardo in continuo movimento e la propria aura talmente serrata intorno a sé che il dweomer rendeva estremamente difficile accorgersi di lui. Non era davvero invisibile… chiunque avesse puntato dritto verso di lui lo avrebbe visto… ma piuttosto non attirava l’attenzione, soprattutto se si teneva rasente ai muri o nelle zone d’ombra. In quel particolare pomeriggio il cielo era coperto e più di una persona andò a sbattergli contro nel passargli accanto, inconsapevole di dividere la strada con qualcun altro; nonostante quelle precauzioni, Sarcyn tenne però sempre la mano sull’elsa della spada.

Le vie cominciavano ad affollarsi in virtù dell’ora tarda: marinai con la paga da spendere si aggiravano senza una meta precisa per le strade, i venditori ambulanti offrivano cibo a poco prezzo e chincaglierie ancor meno costose, e c’erano già in circolazione alcune prostitute, del genere battezzato «acciottolato», perché il solo posto che avevano dove portare gli eventuali clienti era un vicolo buio. Qua e là Sarcyn vide gruppetti di marinai del Bardek, riconoscibili dal volto bruno decorato con disegni ordinati e dai capelli scuri che erano stati oliati in previsione di quella notte di libera uscita. Una volta, sei guardie lo oltrepassarono in formazione serrata e con i randelli pronti, e Sarcyn s’infilò subito in un vicolo, restando nascosto fino a quando non furono passate per poi riprendere il cammino con passo veloce nel labirinto di strade e di vicoli. Anche se era rimasto a lungo lontano da Cerrmor conosceva bene la Sentina, perché era nato là.

Finalmente raggiunse la sua destinazione, una tonda casa di pietra a tre piani con il tetto coperto da paglia cambiata di fresco e con le pareti ordinatamente imbiancate: Gwenca si poteva permettere di mantenere il proprio bordello in buone condizioni perché aveva clienti che appartenevano ad una classe migliore rispetto ai semplici marinai. Soffermandosi davanti alla porta, Sarcyn liberò la propria aura ed entrò quindi nella taverna che occupava il piano terra. Disposti intorno alla scala a chiocciola centrale c’erano alcuni tavoli di legno e un fuoco di torba ardeva nel grande camino per riscaldare l’ambiente, perché le giovani donne sedute sulle panche coperte da cuscini erano nude oppure coperte appena da trasparenti tuniche di velo del Bardek. Una ragazza che indossava soltanto una pezza di seta nera legata intorno ai fianchi si affrettò ad avvicinarsi al nuovo venuto; i suoi occhi erano truccati con khol del Bardek e i suoi lunghi capelli biondi profumavano di rose.

— Era da molto tempo che non ti vedevamo, Sarco — disse. — Ne hai?

— Sì, ma sarà la tua padrona a distribuirla. Dov’è Gwenca?

— In cantina, ma non me ne potresti dare appena un poco adesso? Se lo farai, potrai venire a pescare nel mio secchio.

— Non ti darò nulla fino a quando non me lo dirà la tua padrona.

Intanto il taverniere aveva spostato due botti di birra dalla curva della parete, sollevando una botola che sembrava dare accesso ad una normale cantina. In basso c’erano una profusione di botti di sidro e di birra, e file di prosciutti pendevano dal soffitto insieme a reti piene di cipolle… ma sul lato opposto alla botola c’era una porta. Quando Sarcyn bussò ad essa, una sepolcrale e ringhiante voce femminile rispose chiedendo di chi si trattava.

— Sono Sarcyn, di ritorno dal Bardek.

A quelle parole la porta si aprì e Gwenca apparve sulla soglia con un sorriso. Prossima alla cinquantina, Gwenca era una donna robusta con i capelli tinti e gli occhi castani circondati da una ragnatela di rughe e di borse. Ad ogni dito sfoggiava un anello adorno di gemme e intorno al collo portava una catena da cui pendeva un amuleto azzurro e argento che avrebbe dovuto proteggerla dal malocchio. Notandolo, Sarcyn sorrise interiormente, divertito dal fatto che Gwenca lo conosceva soltanto come un corriere che le portava la droga e non aveva idea che lui fosse esattamente il tipo di uomo che poteva gettare il malocchio.

— Entra, bel ragazzo. Devo dedurre che hai qualcosa da offrirmi.

— Infatti, e si tratta di roba di buona qualità.

Le camere private di Gwenca erano soffocanti e opprimenti: anche se c’erano alcuni sbocchi per l’aria vicino al soffitto, nella stanza aleggiava un odore di profumo e di fumo d’oppio stantio, come se gli arazzi e i cuscini ne fossero stati impregnati. La donna sedette ad un tavolinetto coperto da un vetro decorato con vistose spirali blu e rosse e rimase a guardare mentre il visitatore si slacciava la cintura della spada, la posava a portata di mano su una sedia e si sfilava quindi la camicia da sopra la testa, rivelando un paio di piatte sacche di cuoio che gli pendevano intorno al collo come due piccole sacche da sella. Liberatosi dei sacchetti, Sarcyn li gettò sul tavolo davanti alla donna.

— Venticinque monete d’argento per barra. Quando li aprirai capirai il perché.

Gwenca aprì i sacchetti con dita avide e tirò fuori la prima barra, lunga circa otto centimetri e larga cinque, allargando la pergamena oleata che la rivestiva e fiutando il nero blocco d’oppio.

— Sembra buono — dichiarò infine, — ma non intendo aggiungere una sola parola fino a quando non ne avrò fumato un poco.

Sul tavolo era posata una candela accesa, accanto ad una lunga pipa di argilla bianca e ad un mucchietto di schegge di legno da usare come esca. La donna tagliò un pezzetto di oppio con il coltello da tavolo, lo sistemò nella pipa e lo accese, riscaldando dapprima la pipa sulla fiamma e lavorando poi con pazienza per far bruciare la droga appiccicosa. La prima boccata di fumo la fece tossire, ma lei continuò ad aspirare avidamente.

— È ottimo — confermò infine, fra una boccata di fumo e un altro colpo di tosse. — Che prezzo mi fai se ne compro dieci barre?

— Un regale d’oro di Deverry… in questo modo risparmi cinquanta monete d’argento.

Con riluttanza la donna posò la pipa e la lasciò spegnere.

— Un regale, allora. Affare fatto.

Mentre Sarcyn procedeva a contare le barre, Gwenca scomparve in un’altra stanza e tornò di lì a poco con la pesante moneta d’oro.

— Vuoi una delle ragazze, finché sei qui? — chiese, nel porgergli la moneta. — Gratis, naturalmente.

— No, grazie, ho altri affari da sbrigare.

— Torna stanotte, se vuoi. Oppure preferisci i ragazzi?

— A te che importa?

— Nulla, tranne che mi sembra uno spreco, considerato quanto sei attraente. Suvvia, ragazzo, perché non fai come qualcuno di quei mercanti del Bardek e getti i dadi con entrambe le mani? In quel modo loro riescono a divertirsi sempre e comunque.

— Vecchia, ti spingi troppo oltre — scandì Sarcyn, fissandola negli occhi.

Gwenca si ritrasse con un sussulto e prese a giocherellare con il suo amuleto mentre Sarcyn finiva di rivestirsi.

Nel lasciare la Sentina, Sarcyn si diresse a monte rispetto al fiume, tenendosi alla larga dalle vie principali quando questo era possibile; anche se aveva preso alloggio in una locanda in un’altra sezione povera della città al fine di evitare di dare nell’occhio, non voleva infatti rimanere più del necessario nelle vicinanze della Sentina, che per lui racchiudeva troppi dolorosi ricordi.

Sua madre era stata una prostituta di lusso in una casa molto simile a quella di Gwenca, e per capriccio aveva portato a termine due delle sue numerose gravidanze, generando così lo stesso Sarcyn e il suo fratello minore, Evy, a turno ignorandoli e viziandoli fino a quando era stata strangolata da un marinaio ubriaco, all’epoca in cui Sarcyn aveva sette anni ed Evy tre. Il proprietario del bordello aveva sbattuto i due bambini in strada, dove essi erano vissuti per mesi come mendicanti, dormendo sotto i carri o in una botte rotta, mendicando per ottenere qualche moneta di rame e lottando per impedire ai ragazzi più grandi di rubare loro il cibo.

Un giorno, poi, un mercante dagli abiti eleganti si era fermato a dare loro una moneta di rame e aveva voluto sapere perché stessero chiedendo l’elemosina; quando Sarcyn glielo aveva spiegato, il mercante aveva dato loro un’intera moneta d’argento, e quel giorno i due bambini avevano mangiato a sazietà per la prima volta da mesi. Naturalmente, da allora Sarcyn aveva sempre tenuto gli occhi aperti nella speranza di avvistare quell’uomo generoso, e ogni volta che lo incontravano Alastyr aveva dato loro altre monete, fermandosi anche un po’ a chiacchierare. Sebbene Sarcyn fosse stato un monello da strada prematuramente saggio, a poco a poco Alastyr era riuscito a conquistarsi la sua confidenza, e quando infine il mercante aveva offerto ad entrambi di andare a vivere con lui i bambini avevano pianto di gratitudine.

Per qualche tempo Alastyr li aveva trattati in modo gentile ma distante: avevano abiti eleganti, letti caldi, cibo a volontà, ma vedevano di rado il loro benefattore. Adesso, quando gli capitava di ripensare a quanto fosse stato felice allora, Sarcyn provava soltanto disgusto per la sua ingenua stupidità. Una notte, Alastyr era venuto nella sua camera e dapprima l’aveva blandito con promesse e carezze, poi lo aveva freddamente violentato.

Sarcyn rammentava ancora come era rimasto raggomitolato sul letto, piangendo di vergogna e di dolore… aveva pensato di fuggire, ma non aveva dove andare, a meno di tornare a vivere in strada fra il freddo e la sporcizia. Notte dopo notte aveva sopportato le visite del mercante, con l’unica consolazione che almeno Alastyr non mostrava nessun interesse nei confronti di suo fratello… in qualche modo, voleva che ad Evy fosse risparmiata quella vergogna.

Una volta che si erano trasferiti nel Bardek, però, Alastyr aveva cominciato a rivolgere le proprie attenzioni anche al ragazzo più giovane, soprattutto dopo che Sarcyn era giunto alla pubertà e aveva cominciato ad essere meno interessante, almeno come compagno di letto. L’anno in cui la voce di Sarcyn era cambiata, Alastyr aveva iniziato a servirsi di lui per il dweomer oscuro, costringendolo a evocare visioni sotto il controllo del suo maestro oppure ipnotizzandolo in maniera tale che poi lui non aveva la minima idea di cosa avesse fatto durante la trance.

In seguito, Alastyr aveva fatto lo stesso con Evy, ma a questo punto si era deciso ad offrire qualcosa in pagamento per l’uso che faceva di entrambi: li avrebbe istruiti nell’arte del dweomer oscuro. Tutti e due si erano avidamente aggrappati al dweomer, perché era tutto ciò che avevano per placare la sofferenza della loro condizione d’impotenza.

Naturalmente, non era in questi termini che Sarcyn giustificava la cosa con se stesso: ai suoi occhi, ciò che aveva fatto era stato sopportare le prime fasi di un duro apprendistato per potersi dimostrare degno del potere oscuro. Di conseguenza, entrambi erano ancora vincolati ad Alastyr, sebbene Sarcyn lo odiasse a tal punto che a volte sognava di ucciderlo… sogni lunghi e dettagliati. Quanto ad Evy, non aveva idea di quali fossero i suoi sentimenti al riguardo… era da molto tempo che non parlavano più di cose come i sentimenti… ma era certo che suo fratello fosse d’accordo con lui nel ritenere che fosse necessario sopportare Alastyr al fine di acquisire altro sapere. Adesso comunque sarebbe stato libero dalla sua presenza per tutti i giorni che avrebbe impiegato a vendere le sue merci, in quanto il maestro non si fermava mai troppo a Cerrmor, dove c’era un numero eccessivo di persone che avrebbero potuto riconoscerlo.

Il percorso che seguì per tornare alla locanda lo portò attraverso una delle molte piazze aperte della città. Anche se quello non era giorno di mercato, una folla di rispettabili dimensioni si era raccolta intorno ad una piattaforma improvvisata con alcune travi e botti di birra, sulla quale si trovava un uomo alto e snello con i capelli più chiari che Sarcyn avesse mai visto e con occhi grigi come il fumo. Dal momento che il giovane era molto attraente, con lineamenti quasi femminei, Sarcyn si fermò a guardare mentre lui estraeva con mosse elaborate una sciarpa rossa dalla manica della camicia, la gettava in aria e la faceva apparentemente scomparire in mezzo agli applausi dei presenti.

— Salute a voi, gentili cittadini. Io sono un saltimbanco, un menestrello girovago, un cantastorie che vende soltanto bugie, scherzi e giochi. In breve, sono un gerthddyn, venuto a condurvi per poche piacevoli ore nella terra che non è mai stata e che mai sarà. — Nel parlare il giovane fece riapparire la sciarpa, che poco dopo tornò a scomparire. — Sono originario di Eldidd e potete chiamarmi Salamander, perché il mio vero nome è tanto lungo che non lo ricordereste mai.

Ridendo, la gente gli gettò qualche moneta di rame. Sarcyn, dal canto suo, prese in considerazione l’idea di continuare alla volta della locanda, perché quel genere di sciocchezze non avevano nulla da offrire ad un uomo come lui, che conosceva la vera oscurità del mondo; il gerthddyn era però molto attraente e forse avrebbe acconsentito a farsi offrire un boccale di birra dopo lo spettacolo. Un momento più tardi, il giovane dimostrò di essere anche un eccellente cantastorie, lanciandosi nella narrazione di una storia relativa a Re Bran e ad un potente mago dell’Alba dei Tempi mentre la folla lo ascoltava affascinata. Nel portare avanti la narrazione, il gerthddyn recitò tutte le singole parti, rendendo la voce melodiosa nel rappresentare una bella fanciulla, assumendo un tono ringhiante per il mago malvagio e tonante per il possente re. Di tanto in tanto, intonò anche qualche canzone connessa alla storia, eseguendola con una vibrante voce tenorile. Giunto a metà della narrazione, però, il giovane s’interruppe fingendosi sfinito, e subito una pioggia di monete cadde sul palco improvvisato per rinvigorire il suo spirito stanco.

Pur sentendosi stupido per questo, Sarcyn godette di ogni istante della narrazione, divertito per ragioni che non erano soltanto quelle più ovvie. Ogni volta che la folla rabbrividiva di tranquillo timore di fronte alle orribili imprese attribuite al mago malvagio, Sarcyn rideva dentro di sé, perché tutte quelle stragi inutili e quei piani ridicoli e complessi per fare del male alla gente non esìstevano nel dweomer oscuro. Mai, neppure una volta, il narratore accennò al vero nucleo di tutto: il dominio. Prima un uomo dominava se stesso fino a divenire freddo e duro come una sbarra di ferro, poi si serviva di quell’anima d’acciaio per strappare ciò che voleva agli artigli di un mondo ostile. Certo, a volte alcune persone morivano o finivano distrutte psicologicamente, ma si trattava sempre di deboli che meritavano la loro sorte e la loro sofferenza era una cosa secondaria, non lo scopo ultimo.

Finalmente il gerthddyn giunse alla conclusione della storia, e la sfumatura rauca nella sua voce mostrò con chiarezza perché non intendesse raccontarne una seconda, nonostante le suppliche della gente. Mentre la folla si disperdeva, Sarcyn si avvicinò al cantastorie e gli mise in mano una moneta d’argento.

— È stata la storia meglio narrata che abbia mai sentito — affermò. — Posso offrirti un boccale di birra? Hai di certo bisogno di qualcosa che ti rinfreschi la gola.

— Infatti — replicò Salamander, studiandolo per un momento prima di esibire un accenno di sorriso. — Purtroppo, però, non posso accettare la tua generosa offerta, perché ho qui in città una ragazza che proprio ora mi sta aspettando.

L’accento posto sulla parola «ragazza» era intenso quanto bastava per trasmettere il tacito messaggio senza scivolare nella scortesia.

— D’accordo — ribatté Sarcyn. — Allora ti saluto.

Mentre si allontanava, si sentì però più turbato che deluso: quel gerthddyn aveva occhi insolitamente acuti, oppure lui aveva tradito il proprio interesse più di quanto fosse sua intenzione fare. Alla fine, giunse alla conclusione che un uomo che si guadagnava da vivere vagando lungo le strade doveva aver visto e sentito abbastanza da saper riconoscere una proposta quando gli veniva rivolta. Sul limitare della piazza, tuttavia, si fermò per lanciare un’ultima occhiata all’avvenente gerthddyn e lo vide allontanarsi seguito da una folla di esseri del Popolo Fatato. La cosa lo indusse a immobilizzarsi dov’era: anche se Salamander sembrava inconsapevole dei suoi strani compagni, l’interesse che essi manifestavano nei suoi confronti poteva benissimo significare che lui possedeva il dweomer della luce.

Sei stato dannatamente fortunato che abbia rifiutato quella birra disse a se stesso, poi si affrettò a rientrare alla locanda, decidendo che avrebbe dovuto fare il modo che il gerthddyn non avesse più modo di vederlo per il resto della sua permanenza a Cerrmor.

Il giorno successivo le nubi si dissiparono e un intenso sole primaverile sorse splendente sul porto. Mentre sostava sul ponte di poppa della mercantile del Bardek di cui era capitano e proprietario, Elaeno si chiese come facessero quei barbari a tollerare di indossare calzoni di lana con un simile clima. Lui stesso portava una semplice tunica di lino e sandali, ma anche così il calore era umido e opprimente, mentre nella sua isola natale di Orystinna le giornate estive erano più secche e più facili da sopportare.

Sotto di lui, sul ponte principale, una squadra di scaricatori del porto di Cerrmor lavorava nuda fino alla cintola, e poco lontano Masupo, il mercante che aveva affittato la nave per quel viaggio, stava controllando lo sbarco di ogni botte e di ogni cassa, alcune delle quali contenevano fini oggetti di vetro fabbricati appositamente per essere venduti alla nobiltà di quei barbari.

— Signore! — chiamò il primo nostromo. — Gli ufficiali della dogana ti vogliono parlare.

— Arrivo subito.

Sul molo di legno erano in attesa tre uomini di Deverry, tutti biondi e azzurri di occhi e quindi difficili da distinguere come succedeva sempre con tutti quei barbari di Cerrmor. All’avvicinarsi di Elaeno i tre parvero sorpresi, poi assunsero in fretta un’espressione di cortesia, ma del resto Elaeno era abituato a quel genere di reazioni, che la sua figura provocava anche nelle isole che gli uomini di Deverry riunivano sotto il nome di Bardek. Come molti uomini della sua terra natale, infatti, Elaeno era alto circa due metri, aveva una corporatura robusta e una pelle di un nero tanto intenso da tendere all’azzurro, e non di una delle più comuni e svariate tonalità marrone che si vedevano di solito. Gli Orystinniani erano orgogliosi della loro diversità dalla gente del Bardek, che fino ad una recente guerra combattuta per mare era stata solita razziare le loro terre per catturare schiavi.

— Buon giorno, capitano — lo salutò uno dei barbari. — Io sono Lord Merryn, capo della dogana in nome di Sua Grazia il Gwerbret Ladoic di Cerrmor.

— Buon giorno a te, mio signore. In cosa ti posso servire?

— Ho bisogno del permesso di perquisire la tua nave dopo che il carico sarà stato rimosso. Mi rendo conto che è una cosa alquanto antipatica da chiedere, ma di recente abbiamo avuto un brutto problema con il contrabbando di merci di un certo tipo. Se lo desideri, possiamo esentare la tua nave dalla perquisizione, ma in quel caso né tu né i tuoi uomini potrete scendere a terra.

— Non trovo nulla da ridire al riguardo. Sono pronto a scommettere che le merci a cui alludi sono oppio e veleni, ed io non voglio avere nulla a che fare con quello sporco commercio.

— Benissimo, allora ti ringrazio. È anche mio dovere avvertirti che nel caso tu abbia schiavi a bordo noi non daremo loro la caccia per te nel caso dovessero fuggire.

— La gente della mia isola non possiede schiavi — ribatté Elaeno, poi avvertì il tono ringhiante della propria voce e si sforzò di correggerlo, aggiungendo: — Chiedo scusa, mio signore, ma questo è per noi un argomento delicato, anche se naturalmente tu non potevi saperlo.

— Infatti lo ignoravo. Ti chiedo scusa, capitano.

Gli altri due ufficiali avevano un’espressione profondamente imbarazzata, e nel notarlo Elaeno si sentì a sua volta a disagio, pensando che quando non si controllava anche lui, come quei barbari, commetteva spesso l’errore di ritenere che gli stranieri fossero tutti uguali.

— Mi devo complimentare con te per la padronanza con cui parli la nostra lingua — aggiunse Merryn, dopo un momento.

— Ti ringrazio. L’ho appresa da bambino, quando la mia famiglia ha preso come pensionante un uomo di Deverry, un erborista venuto a studiare l’arte dei nostri medici. Dal momento che gestiamo una ditta mercantile, mio padre voleva che i suoi figli parlassero bene la lingua di Deverry, e il vecchio ha pagato il suo mantenimento impartendoci delle lezioni.

— Capisco. Sembra che sia stato un buon affare.

— Infatti — convenne Elaeno, pensando che si era trattato di un affare migliore di quanto quelle guardie potessero mai immaginare.

Una volta ultimata l’operazione di scarico delle merci sul molo, una squadra di uomini della dogana le passò al vaglio e discusse con Masupo in merito alle tasse da pagare, mentre una seconda squadra perquisiva ogni centimetro della nave. Nel frattempo, Elaeno si portò a poppa e si appoggiò comodamente alla murata, osservando il sole che scintillava sul mare tranquillo: dal momento che l’acqua era l’elemento che gli riusciva più congeniale, contattò con facilità la mente di Nevyn e udì subito il suo pensiero di risposta in cui il vecchio avvertiva che gli ci sarebbe voluto qualche istante per trovare uno strumento di focalizzazione. Ben presto l’immagine del volto di Nevyn apparve comunque sulla superficie del mare.

— E così sei in Deverry, giusto? — esordì Nevyn.

— Infatti, sono a Cerrmor e probabilmente rimarrò in porto per una quindicina di giorni.

— Splendido. Io sono attualmente in viaggio verso Cerrmor e arriverò probabilmente entro un paio di giorni. Hai ricevuto la mia lettera prima di partire?

— Sì, e le notizie che conteneva erano davvero cupe. Ho posto domande in parecchi porti ed ho informazioni per te.

— Ottimo, ma non riferirmele ora, perché qualcuno potrebbe essere in ascolto.

— Davvero? Allora ci vedremo quando arriverai in città. Finché resteremo in porto io alloggerò a bordo.

— D’accordo. Oh, senti, Salamander è a Cerrmor. Alloggia in una locanda chiamata il Pappagallo Azzurro… un nome adeguato.

— La Gazza Ciarliera sarebbe andata ancora meglio. Oh, dèi, è difficile credere che quel ragazzo possegga il vero dweomer.

— Che altro ti aspettavi dal figlio di un bardo elfico? Ma il nostro Ebay ha la sua utilità, selvaggio o meno che sia.

L’immagine di Nevyn si dissolse ed Elaeno prese a passeggiare avanti e indietro con le mani serrate dietro la schiena: se Nevyn aveva paura che potessero essere spiati, allora la situazione era davvero grave. Come sempre, il pensiero del dweomer oscuro destò in lui un senso d’ira… sarebbe stato davvero soddisfacente riuscire prima o poi a serrare le sue grosse mani intorno al collo di uno di quei maestri oscuri, ma naturalmente era meglio usare armi meno evidenti e più efficaci.

Appena tre giorni più tardi, Sarcyn stava oziando davanti ad una taverna al limitare estremo della zona della Sentina; tenendo la propria aura avvolta strettamente intorno a sé, se ne stava appoggiato contro l’edificio in attesa del corriere. Sarcyn non rivelava mai dove alloggiasse in Cerrmor agli svariati uomini che contrabbandavano per lui droghe e veleni in Deverry: tutti sapevano che potevano trovarlo lì, dopodiché Sarcyn li accompagnava in un posto tranquillo dove concludere con calma la transazione.

Alcuni minuti più tardi scorse la robusta figura di Dryn che si dirigeva verso di lui lungo la strada angusta, e stava per liberare la propria aura e rivelarsi quando sei guardie cittadine sbucarono da un vicolo e circondarono improvvisamente il mercante.

— Fermo! — ingiunse una di esse. — Nel nome del gwerbret!

— Cosa significa, buone guardie? — domandò Dryn, cercando di esibire un sorriso.

— Lo scoprirai venendo con noi.

Sarcyn non aspettò di sentire altro e si affrettò ad aggirare la taverna per poi allontanarsi in fretta… ma non a tal punto da attirare un’eccessiva attenzione… attraverso il labirinto di vicoli della Sentina. Il suo percorso si snodò lungo vicoli, fra edifici, oltre la porta principale del locale di Gwenca e fuori da quella posteriore, descrivendo giri e svolte fino a portarlo fuori della Sentina dalla parte settentrionale della città, da dove fece ritorno alla sua locanda. Non aveva il minimo dubbio che Dryn avrebbe confessato tutto quello che sapeva nel tentativo di salvare la pelle, ma molto tempo prima che le guardie fossero riuscite ad estorcere al mercante il suo nome e la sua descrizione lui stava già oltrepassando le porte cittadine, dirigendosi a nord e verso la salvezza.

Il Gwerbret Ladoic stava tenendo un’udienza formale nella sua sala di giustizia. Il gwerbret sedeva sotto la bandiera con lo stemma della nave che rappresentava il suo rhan, con la spada d’oro da cerimonia posata davanti a sé su un lucido tavolo d’ebano. Ai suoi lati sedevano i sacerdoti di Bel, mentre i testimoni erano in piedi sulla destra: Lord Merryn, tre guardie cittadine, Nevyn ed Elaeno. Gli accusati, il mercante di spezie Dryn ed Edycl, il capitano del mercantile Stella Lucente, erano invece in ginocchio davanti al gwerbret.

Appoggiandosi allo schienale della sedia, questi si massaggiò il mento con aria pensosa mentre rifletteva sulle testimonianze che gli erano state esposte; a trent’anni, Ladoic era un uomo imponente, alto e muscoloso, con gli occhi grigi come l’acciaio e gli zigomi pronunciati tipici degli uomini del sud.

— Le prove sono evidenti — affermò infine. — Dryn, tu hai avvicinato l’erborista e ti sei offerto di vendergli mercanzie proibite. Per fortuna, Nevyn è un uomo d’onore e si è consultato con Elaeno, che ha subito contattato l’ufficiale a capo della dogana.

— Non sono stato io ad avvicinare quel dannato vecchio, Vostra Grazia — ringhiò Dryn. — È invece stato lui ad agganciare me.

— Una storia davvero credibile… e del resto se anche fosse vera non avrebbe importanza. Puoi forse negare che, quando ti hanno arrestato, le guardie cittadine ti hanno trovato addosso quattro diversi tipi di veleni?

Dryn si accasciò e fissò il pavimento con aria infelice.

— Quanto a te, Edycl — proseguì il gwerbret, spostando il suo sguardo freddo sul capitano. — Tu puoi anche aver ragione nel sostenere che Dryn ha contrabbandato quei veleni senza che tu lo sapessi, ma perché mai i doganieri hanno trovato una scorta di oppio nascosta nelle pareti della tua cabina personale?

Edycl cominciò a tremare e la fronte gli si imperlò di sudore.

— Non è necessario che Vostra Grazia mi faccia torturare… confesserò. È stato per i soldi: lui mi ha offerto una somma dannatamente alta e la nave aveva bisogno di riparazioni, e così…

— È sufficiente — lo interruppe Ladoic, girandosi quindi verso uno dei sacerdoti. — Vostra Santità?

L’anziano sacerdote si alzò in piedi, si schiarì la voce e fissò quindi lo sguardo nel vuoto, prendendo a recitare la legge.

— I veleni sono un abominio agli occhi degli dèi. Perché? Perché possono essere usati soltanto per assassinare e mai per autodifesa, e quindi nessun uomo desidera possederli a meno che abbia l’assassinio nel cuore. Di conseguenza, che nessuna di queste immonde sostanze venga trovata nelle nostre terre. Da Gli Editti di Re Cynan, 1048 — disse, poi tornò a schiarirsi la gola e riprese: — Qual è la giusta punizione per chi contrabbanda veleni? Nessuna può essere più adatta che costringerlo a mangiare parte delle sue immonde mercanzie. Così stabilisce Mabyn, sommo sacerdote di Dun Deverry.

Mentre il prete si rimetteva a sedere, Dryn cominciò a piangere in silenzio, e Nevyn provò compassione per lui, perché non era un uomo malvagio ma soltanto avido, che si era lasciato corrompere dai veri malvagi. Adesso però l’intera questione esulava ormai dalle sue mani. Al tavolo, Ladoic impugnò la spada dorata e la sollevò con la punta verso l’alto.

— La legge ha parlato. Dryn, come atto di misericordia ti sarà permesso di scegliere il veleno meno doloroso fra quelli in tuo possesso. Quanto a te, Edycl, sono stato informato che hai quattro figli piccoli e che è stata effettivamente la povertà a spingerti a questo tipo di commercio. Di conseguenza ti saranno inflitte venti frustate sulla pubblica piazza.

Dryn sollevò il capo e di colpo perse il controllo, cominciando a singhiozzare e a dondolarsi con violenza sulla persona come se stesse già sentendo il veleno che agiva su di lui. Una guardia venne avanti e lo zittì con uno schiaffo, issandolo poi in piedi mentre Ladoic si alzava a sua volta e picchiava il pomo della spada sul tavolo.

— Il gwerbret ha parlato. L’udienza è finita.

Pur trascinando via Dryn, le guardie lasciarono però Edycl inginocchiato ai piedi del gwerbret; non appena la sala fu vuota e con lui furono rimasti soltanto Nevyn ed Elaeno, Ladoic abbassò lo sguardo sul prigioniero, fissandolo come se stesse contemplando un mucchietto di sporcizia nelle strade cittadine.

— Venti frustate possono uccidere un uomo — commentò in tono leggero, come se stesse facendo conversazione. — Se però dirai a questi signori quello che vogliono sapere ridurrò la tua sentenza a dieci colpi.

— Grazie… oh, dèi, grazie. Dirò loro tutto quello che so.

— Lo scorso anno hai svernato ad Orystinna dopo aver effettuato la traversata con notevole ritardo — disse Elaeno. — Perché?

— Ecco, quella è stata una cosa dannatamente strana — rispose Edycl, riflettendo con espressione accigliata. — Era davvero tardi, e stavo ormai pensando di tirare in secca la Stella quando quell’uomo del Bardek mi ha avvicinato e mi ha detto che un suo amico, un uomo molto ricco, doveva arrivare a Myleton prima dell’inverno. Quell’uomo mi ha offerto una dannata quantità di denaro perché li prendessi a bordo, abbastanza da ricavarne un buon profitto nonostante le spese derivanti dal dover svernare nel Bardek, e così li ho presi a bordo. Ho svernato ad Orystinna perché è meno costosa di Myleton.

— Capisco. Che aspetto avevano questi uomini?

— Ecco, quello che mi ha assunto era un tipico uomo di Myleton, con la pelle un po’ più chiara del consueto e con le decorazioni facciali che lo identificavano come un appartenente alla Casata Odana. L’altro era un uomo di Deverry e anche se si faceva chiamare Procyr dubito che questo fosse il suo vero nome. In lui c’era qualcosa che mi faceva accapponare la pelle, ma che io sia dannato se so il perché, dato che era cortese nel parlare e che non ha creato problemi. È rimasto per quasi tutto il viaggio nella sua cabina e considerato che abbiamo avuto una traversata difficile immagino che sia stato male quasi di continuo.

— Che aspetto aveva questo Procyr? — interloquì Nevyn.

— Ecco, signore, non lo so con certezza. In quel periodo dell’anno sul mare fa freddo, e ogni volta che usciva sul ponte lui era avvolto in un mantello con cappuccio. Direi che era sulla cinquantina, un uomo dall’aria solida, con i capelli grigi, la bocca sottile, gli occhi azzurri. Ricordo però dannatamente bene la sua voce: era come untuosa e troppo morbida per un uomo. Mi dava i brividi.

— Non ne dubito — borbottò Nevyn. — Dunque, Vostra Grazia, Elaeno ed io siamo certi nella misura in cui è possibile esserlo che quest’uomo descritto da Edycl sia molto importante nel commercio della droga.

— Allora terrò gli occhi aperti… o forse dovrei dire gli orecchi, considerata la sua voce.

Il presunto Procyr era con ogni probabilità qualcosa di più di un semplice corriere della droga, in quanto Nevyn era piuttosto sicuro che si trattasse dello stesso maestro del dweomer oscuro che aveva scatenato quell’estate la guerra causata da Loddlaen e che sembrava deciso ad uccidere Rhodry. Nel riflettere sulla cosa, Nevyn se ne chiese il perché forse per la millesima volta.

Salamander, o Ebay Salomonderiel tranDevaberiel, per usare il suo nome elfico completo, risiedeva in una delle locande più costose di Cerrmor, e la camera di ricevimento dell’alloggio da lui affittato era spaziosa, con tappeti del Bardek sul lucido pavimento di legno, sedie dotate di cuscini e vetri alle finestre. Al sopraggiungere dei visitatori il giovane versò loro del sidro da una caraffa d’argento in bicchieri di vetro, mentre tanto Elaeno quanto Nevyn si guardavano intorno con espressione acida.

— Devo dedurre che di questi tempi le tue storielle fruttano bene — commentò Nevyn.

— Infatti. So che sei sempre pronto a rimproverare la mia umile persona per i miei gusti che, lo ammetto, sono volgari, rozzi, stravaganti e frivoli, ma io non vedo nulla di male a indulgere in essi.

— Perché non ce n’è. È solo che non c’è neppure nulla di buono, ma comunque non sono affari miei… non sono io il tuo maestro.

— Proprio così, ma mi sarei davvero sentito onorato al di là dei miei meriti di essere un tuo apprendista.

— Questo è vero — intervenne Elaeno, — o almeno la parte relativa a quel «al di là dei miei meriti» lo è.

Salamander si limitò a sorridere, perché gli piaceva battibeccare con l’enorme uomo del Bardek, anche se aveva il dubbio che Elaeno trovasse il gioco molto meno divertente di lui.

— So che i miei talenti sono modesti — affermò quindi. — Se invece avessi il potere del Maestro dell’Aethyr, sarei dedito al dovere quanto lui. Purtroppo, gli dèi hanno ritenuto opportuno concedermi appena un assaggio del dweomer prima di allontanare la dolce coppa dalle mie labbra.

— Questo non è del tutto vero — ribatté Nevyn. — Valandario mi ha detto che potresti facilmente fare altri progressi… se soltanto lavorassi per ottenerlo.

Salamander sussultò, perché non si era reso conto che la sua maestra del dweomer avesse rivelato tante cose al vecchio.

— In ogni caso si tratta per ora di una questione marginale — proseguì Nevyn. — Quello che io voglio sapere è perché sei in Deverry.

— La vera domanda è perché non ci dovrei essere. Amo vagare fra la gente di mia madre. Lungo le vostre strade c’è sempre qualcosa da vedere e inoltre in questo modo sono anche molto, molto lontano dal mio stimato padre, che mi rimprovera di continuo nella prosa più perfetta questa o quella colpa, sia vera che immaginaria.

— Direi che sono soprattutto vere — commentò Elaeno.

— Oh, non ne dubito. Se però posso essere utile a te o al Maestro dell’Aethyr, avete soltanto da chiederlo.

— Bene — approvò Nevyn, — perché lo puoi proprio: per una volta i tuoi vagabondaggi ci torneranno dannatamente comodi. Ho ragione di credere che ci siano parecchi uomini del dweomer oscuro in circolazione nel regno. Bada, non voglio che tu ti impegoli con loro, perché sono troppo potenti per questo; essi però si mantengono mediante il contrabbando di droghe e di veleni, e ciò che voglio sapere è dove vengono vendute quelle merci, perché se riusciremo a soffocare il loro commercio infliggeremo un duro colpo ai nostri nemici. Dopo tutto, anche loro devono mangiare come tutti… ecco, più o meno come tutti. Voglio quindi che tu stia costantemente sul chi vive per notare qualsiasi traccia di questo empio commercio. Potresti sempre sentire qualcosa d’interessante.

— Infatti, e sarò lieto di ficcare il mio lungo naso elfico nella faccenda per conto tuo.

— Non ficcarlo tanto da fartelo tagliare — avvertì Elaeno. — Ricorda che si tratta di uomini pericolosi.

— Benissimo, allora sarò tutto cautele, astuzie, trappole e inganni.

Circa quindici chilometri ad est di Dun Deverry viveva una donna chiamata Anghariad, che aveva ricevuto a titolo di pensione un piccolo appezzamento di terra dopo aver prestato per anni servizio alla corte del re. Nessuno dei suoi vicini sapeva con esattezza quale mansione la donna avesse svolto a corte, perché Anghariad era di indole taciturna, ma dato che conosceva molto bene le erbe tutti supponevano che avesse fatto da levatrice ed erborista. Spesso la gente del villaggio veniva da lei e barattava polli e prodotti della terra in cambio delle sue cure invece di affrontare la lunga camminata fino in città per recarsi da un farmacista, ma chi andava a farle visita di solito incrociava le dita nel segno che teneva lontano la stregoneria, perché c’era qualcosa di strano in quella vecchia dagli occhi scuri e brillanti e dalle guance incavate.

Apparentemente, i nobili non si erano inoltre dimenticati della donna che li aveva serviti, perché era cosa frequente vedere un paio di cavalli di razza dai finimenti costosi legati davanti alla sua capanna, o addirittura una nobile dama che conferiva in toni urgenti con Anghariad nel suo giardino di erbe mediche. Spesso gli abitanti del villaggio si chiedevano cosa i nobili potessero avere da dire alla vecchia, e se lo avessero saputo ne sarebbero rimasti sgomenti, perché l’idea stessa dell’aborto era repellente per quei contadini per i quali ogni figlio era un paio di braccia in più che avrebbe aiutato a lavorare la terra.

A parte le pozioni abortive, Anghariad aveva anche altre strane cose da vendere ai clienti giusti, e quel pomeriggio rimase molto seccata di fronte alla scarsità delle merci che Sarcyn aveva da offrirle.

— Non ci posso fare niente — le spiegò lui. — Uno dei nostri corrieri è stato catturato con tutte le sue merci, giù a Cerrmor, e sei dannatamente fortunata che io abbia con me anche una scorta minima di oppio.

La donna raccolse la nera barra di oppio e la graffiò con l’unghia, esaminando con attenzione il modo in cui si sgretolava.

— Lo preferisco più raffinato di così — scattò poi. — I nobili hanno gusti più difficili delle prostitute e degli scaricatori di porto del Bardek.

— Ti ho già detto che sei dannatamente fortunata già ad avere questo. Ascolta, se mi farai un favore te lo lascerò senza pretendere nulla.

Di colpo, la vecchia divenne tutta gentilezze e sorrisi.

— Conosco alcuni dei tuoi clienti abituali — proseguì Sarcyn, protendendosi in avanti. — Fra essi ce n’è uno che mi interessa in maniera particolare e voglio incontrarlo. Informa Lord Camdel dell’avvenuta consegna e chiedigli di venire qui da solo.

— Oh, dèi! — borbottò Rhodry. — Finalmente troviamo una taverna con un sidro decente e tu mi dici che non ce lo possiamo permettere!

— Ecco — replicò Jill, — se tu non fossi troppo dannatamente orgoglioso per farti assumere come guardia di carovana…

— Non si tratta di orgoglio! Non è una cosa onorevole!

Jill levò gli occhi al cielo, come per chiamare gli dèi a testimoni di tanta cocciutaggine, e lasciò cadere l’argomento. In effetti, dall’inverno era avanzata loro una buona quantità di denaro, ma lei non aveva nessuna intenzione di farlo sapere a Rhodry perché lui era proprio come suo padre, sempre pronto a consumare denaro nel bere o a donarlo a qualche mendicante senza mai pensare a quello che poteva attenderli l’indomani sulla lunga strada. Di conseguenza, come già aveva fatto con Cullyn, Jill lasciava credere a Rhodry che anche loro fossero ormai prossimi all’indigenza.

— Se spendi i soldi per il sidro adesso — sottolineò, — come ti sentirai quando saremo costretti alla fame, senza neppure una moneta di rame per comprare un po’ di pane? Scommetto che allora il ricordo del sidro ti riuscirà decisamente amaro.

— Oh, d’accordo, mi accontenterò della birra.

Jill gli porse quattro monete di rame e lui andò a prendere la birra. Si trovavano nella sala comune della locanda più economica di Dun Aedyn, una prospera città commerciale nel centro di una delle zone agricole più fertili dell’intero regno. Quando avevano lasciato Cerrmor si erano diretti da quella parte perché avevano sentito dire che si stava per scatenare una faida fra il signore di quella città e un suo vicino, ma sfortunatamente il gwerbret locale aveva sistemato le cose prima del loro arrivo: Dun Aedyn era troppo importante per il rhan perché il gwerbret restasse impassibile e la lasciasse devastare dalla guerra.

Tornato con due boccali, Rhodry li posò sul tavolo e sedette accanto a lei.

— Sai — osservò Jill, — potremmo dirigerci ad est verso l’Yr Auddglyn. Là ci saranno di certo dei combattimenti, quest’estate.

— È vero, ed è dannatamente più vicino di Cerrgonney. Prendiamo la strada attraverso le colline che segnano il confine?

Dal momento che la strada che attraversava le colline era più breve di quella che si snodava a sudest lungo la costa, Jill stava per assentire quando sentì d’un tratto una mano invisibile calarle sulla bocca per impedirle di parlare e seppe, in maniera cieca e irrazionale, che avrebbero dovuto dirigersi a Dun Manannan prima di proseguire per l’Auddglyn. Di nuovo il dweomer, dannazione! Per un momento Jill lottò contro quella sensazione, dicendosi che sarebbero passati dalle colline se era questa la loro intenzione, ma al tempo stesso continuò ad avvertire l’intensa e cocciuta convinzione che qualcosa d’importante sarebbe accaduto loro a Dun Manannan.

— Hai sentito quello che ho detto? — scattò Rhodry.

— Sì, scusami. Uh… senti amore, vorrei prendere invece la strada della costa. So che è più lunga, ma… ah, ecco… c’è una cosa che vorrei chiedere a Otho il Gioielliere.

— D’accordo, allora. Abbiamo però denaro a sufficienza per prendere la strada più lunga?

— Lo avremmo se tu accettassi quell’incarico come guardia, dato che la carovana è diretta verso la costa. — Jill gli posò le mani sulle spalle e lo fissò negli occhi con un sorriso. — Per favore, amore…

— Ah, dannazione, non…

Jill troncò le sue proteste con un bacio.

— E va bene — si arrese lui, con un sospiro. — Vado subito a cercare quel mercante.

Dopo che Rhodry si fu allontanato, Jill riprese a sorseggiare la propria birra, riflettendo su quello strano pensiero che le era affiorato nella mente di sua iniziativa. Si chiese anche perché avesse ceduto ad esso, ma la risposta era facile: semplice curiosità. Se non fossero andati a Dun Manannan, lei si sarebbe poi chiesta per sempre che cosa avrebbero trovato là.

Dal momento che il Sommo Re si sarebbe infuriato se avesse scoperto che i suoi nobili vassalli consumavano oppio del Bardek, quei pochi che avevano preso la pericolosa abitudine non vi indulgevano mai all’interno della fortezza. Giù nella città di Dun Deverry c’era una lussuosa locanda il cui piano superiore era riservato ai nobili clienti che avevano bisogno di una camera per motivi privati: più di una graziosa ragazza della città aveva perso la propria virtù in quella locanda e più di una pipa di oppio ne aveva contaminato l’aria. In occasione del suo secondo incontro con Lord Camdel, incaricato del Bagno del Re, Sarcyn aveva quindi affittato lì una camera.

Adesso il giovane nobile se ne stava in parte seduto in parte sdraiato a ridosso di un mucchio di cuscini su un divano nello stile del Bardek, e rigirava una pipa d’argilla vuota fra le lunghe dita; prossimo ai vent’anni, Camdel era di struttura snella, con folti capelli castani, profondi occhi dello stesso colore e un sorriso accattivante. Nel complesso, Sarcyn lo trovava attraente, ma i pettegolezzi di Anghariad avevano messo bene in chiaro il fatto che i gusti del giovane nobile erano orientati verso le ragazze… se però tutto fosse andato per il verso giusto, presto Camdel si sarebbe trovato in una posizione tale da non potergli rifiutare più nulla.

— Vostra Signoria sembra essere proprio il tipo di giovane ambizioso che noi stavamo cercando — osservò Sarcyn. — Unirti a noi potrebbe risultare per te molto proficuo.

Con un piccolo cenno di assenso, Camdel sollevò lo sguardo degli occhi dalle pupille dilatate sotto le palpebre appesantite. Osservandolo, Sarcyn pensò che quel raffinato cortigiano aveva un’opinione molto alta di se stesso e sarebbe stato quindi un pesce facile da prendere all’amo usando l’adulazione come esca.

— Non mi dispiacerebbe liberarmi completamente di Anghariad — osservò Camdel. — La roba che vende lei è dannatamente cara.

— Proprio così, e se cominciassi a venderla tu stesso potresti ottenere da noi un prezzo molto migliore. Sono certo di poter confidare nella tua discrezione, mio signore.

— Ma certo. È nel cappio anche il mio collo, giusto?

Sarcyn sorrise, pensando che l’immagine era fin troppo appropriata.

— Prima però di acconsentire a qualsiasi cosa — proseguì Camdel, — insisto per parlare con qualcuno più importante di un semplice corriere.

— Certamente, Vostra Signoria. Io sono stato mandato soltanto per appurare se eri interessato, e ti garantisco che ora l’uomo che comanda ti contatterà personalmente quando arriverà a Dun Deverry, fra una settimana.

— Bene. Puoi dirgli di organizzare un altro incontro qui.

Sarcyn chinò il capo in un piccolo gesto di umiltà, ma sorrise interiormente. Si era infatti chiesto come procurare l’incontro fra il nobile ed Alastyr, ma l’arroganza stessa di Camdel gli aveva facilitato le cose.

Con la sua lenta andatura, la carovana impiegò quattro giorni per arrivare a Dun Manannan, ma finalmente la lunga colonna di uomini e di muli si snodò nello spiazzo aperto al centro della città che fungeva da piazza del mercato; dopo aver ritirato la paga Rhodry e Jill si diressero verso una piccola locanda economica vicino al fiume in cui avevano pernottato l’autunno precedente, ma ebbero la triste sorpresa di scoprire che era bruciata: pochi sterpi neri puntavano desolatamente verso il cielo là dove prima c’era il tetto di paglia, ed anche metà della sala comune era carbonizzata. Una donna di passaggio spiegò loro spontaneamente che un paio di giovani della città avevano scatenato una rissa, con il risultato che una candela era stata fatta cadere sulla paglia che copriva il pavimento.

— Oh, dannazione — commentò Jill. — Adesso ci dovremo accampare vicino alla strada.

— Cosa? — scattò Rhodry. — Dall’altro lato della città c’è una locanda che va benissimo per noi!

— È costosa.

— Non me ne importa, mio avaro amore. Dopo essermi accampato in mezzo a quei muli puzzolenti voglio un bagno e ne avrò uno.

Dopo una breve discussione alla fine Jill si arrese e gli permise di precederla verso l’altra locanda. Sebbene il locandiere sembrasse tutt’altro che soddisfatto di accogliere due daghe d’argento, Jill riuscì al tempo stesso a rabbonirlo e a risparmiare un po’ di soldi suggerendogli che avrebbero potuto dormire nel fienile ad un prezzo ridotto. Nonostante tutto, alla fine dovette comunque ammettere che era piacevole concedersi un bagno vero e proprio invece di doversi limitare ad una nuotata in un ruscello gelido… anche la sala comune era gradevole e al contrario di quelle a cui era abituata non puzzava di paglia marcia e di cani sporchi. Lei e Rhodry si trovarono ad avere un tavolo tutto per loro perché i clienti che entravano lanciavano un’occhiata a Rhodry, un’altra al pomo della sua daga d’argento e si andavano a sedere altrove… un doppio insulto se si considerava che gli avventori erano per lo più contrabbandieri.

Alcuni minuti più tardi entrò però un uomo che era evidentemente un viaggiatore di passaggio, a giudicare dalle occhiate sospettose che gli avventori locali gli indirizzarono. L’uomo, che indossava un mantello verde di buona qualità, calzoni grigi di lana morbida, una camicia ricca di ricami, diede al garzone una moneta d’argento perché portasse dentro i suoi bagagli, là dove una moneta di rame sarebbe stata più che sufficiente, e insistette anche perché il locandiere gli mostrasse la camera migliore che aveva. Mentre il nuovo venuto seguiva il locandiere su per le scale a chiocciola, Jill l’osservò con curiosità: alto e snello, lo sconosciuto aveva i capelli chiarissimi e i lineamenti attraenti e ben modellati di qualcuno che doveva avere nelle vene una buona dose di sangue elfico, e aveva anche un aspetto stranamente familiare, anche se non le riusciva di stabilire dove poteva averlo visto.

Notando il suo interesse, il garzone della locanda si affrettò ad avvicinarsi.

— Quell’uomo si chiama Salamander — spiegò, — ed è un gerthddyn.

— Davvero? Allora passeremo momenti splendidi ascoltando le sue storie, più tardi.

Da quella informazione, Jill dedusse che nel percorrere la lunga strada le doveva essere capitato di assistere ad una rappresentazione del gerthddyn, ma quando più tardi scese dabbasso, Salamander si fermò a osservare Rhodry con espressione perplessa, quasi stesse pensando che avrebbe dovuto conoscere quella daga d’argento, e nel vederli entrambi di profilo Jill comprese infine la verità: il gerthddyn somigliava al suo uomo abbastanza da poter essere suo fratello. In quel momento Jill rammentò lo strano pensiero che l’aveva indotta a passare da Dun Manannan e rabbrividì.

— Buon signore — chiamò, — vieni a unirti a noi, se vuoi. Fa sempre piacere offrire un boccale ad un gerthddyn.

— Ti ringrazio, bella signora — replicò Salamander, con un inchino, — ma permettimi di essere io ad offrire il primo giro.

Una volta che la birra fu servita e pagata, Salamander si sedette al loro tavolo con atteggiamento cordiale, e lui e Rhodry si studiarono a vicenda per un momento, entrambi perplessi. In fin dei conti, tutti e due si specchiavano soltanto una volta al giorno quando si radevano, e gli specchi di bronzo non fornivano mai un’immagine veramente nitida.

— Senti, ci siamo già incontrati in passato? — chiese Rhodry.

— Mi stavo giusto domandando la stessa cosa, daga d’argento.

— Sei mai stato ad Aberwyn?

— Oh, molte volte. È di là che vieni?

— Sì, e può darsi che ti abbia visto narrare qualche storia sulla piazza del mercato. Io mi chiamo Rhodry, e questa è Gilyan.

Salamander scoppiò a ridere e accennò un gesto di saluto con il boccale.

— Allora il nostro è davvero un incontro fortunato. Io sono un buon amico del vecchio Nevyn, l’erborista.

— Sul serio? — intervenne Jill. — Lo hai visto di recente?

— Appena sei giorni fa, a Cerrmor, e appariva in forma come sempre. Giuro che lui stesso costituisce la migliore pubblicità per le sue erbe. Se dovessi incontrarlo ancora, com’è probabile, gli dirò che state bene entrambi.

— Ti ringrazio — replicò Rhodry. — Hai notizie di qualche guerra locale in questa parte del regno? Un gerthddyn è sempre al corrente di tutte le novità.

Jill prestò ben poca attenzione mentre Rhodry e Salamander conversavano dei pettegolezzi locali. Dal momento che sembrava ignorare che Nevyn possedesse il dweomer, Salamander quasi certamente non ne era dotato lui stesso, e tuttavia i membri del Popolo Fatato gli si affollavano intorno sedendosi sul tavolo, arrampicandoglisi in grembo, appollaiandosi sulle sue spalle per battergli affettuosi colpetti sulla testa… e di tanto in tanto il suo sguardo si spostava come se lui fosse stato in grado di vederli. Naturalmente, tutti gli elfi potevano vedere il Popolo Fatato, e Jill era quasi certa che il gerthddyn fosse elfo almeno per metà, ma d’altro canto Rhodry continuava ad essere incapace di scorgere il Popolo Fatato, il che era davvero sconcertante.

Studiando con cura entrambi, Jill notò tutte le piccole somiglianze… la curva della bocca, il modo in cui gli angoli delle palpebre si abbassavano leggermente, e soprattutto la forma degli orecchi, più affilata di quella dei normali esseri umani… e nel ricordare il suo sogno riguardo a Devaberiel si rese conto che entrambi somigliavano anche a lui. A quel punto la curiosità smise di irritarla soltanto e cominciò a divorarla.

Qualche tempo dopo, quando Rhodry lasciò momentaneamente il tavolo per andare a prendere dell’altra birra, la spinta della curiosità divenne tale da costringerla a cedere ad essa.

— Sai — osservò, — in passato ho trascorso parecchio tempo lungo il confine occidentale di Eldidd.

— Una volta Nevyn me ne ha accennato.

— Per caso tuo padre di chiama Devaberiel?

— In effetti sì! È davvero strano che tu lo sappia.

— Ecco, ho soltanto indovinato — mentì disinvoltamente Jill. — Un uomo chiamato Jennantar ha accennato in un’occasione ad un suo amico che aveva un figlio che faceva il gerthddyn, ed ho dedotto che era improbabile che ce ne fossero due che erano entrambi elfi per metà.

— Per gli dèi, hai occhi attenti! Ebbene, ora che hai scoperto la mia ascendenza con tanta abilità, devo confessare di essere effettivamente il figlio dello stimato bardo, anche se a volte questo sembra seccarlo parecchio. A proposito, conosco Jennantar e spero che stia bene. Non mi reco più nelle terre degli elfi da… oh, da due anni, ormai.

— Stava bene, l’ultima volta che l’ho visto.

Nel rispondere, Jill si sentì pronta a scommettere che Salamander ignorava che Rhodry fosse suo fratello, e pur pensando che era un vero peccato non potergli dire la verità tenne a freno la lingua: per il suo stesso bene e per quello di Eldidd era opportuno che Rhodry continuasse a ritenersi un Maelwaedd.

Più tardi quella sera, quando uscirono per andare a dormire nel fienile, Salamander li accompagnò, affermando di voler scambiare qualche parola in privato con loro; quando sentì di cosa si trattava, Jill fu lieta che il giovane avesse avuto il buon senso di non accennarvi mentre erano ancora nella taverna.

— Contrabbandieri d’oppio? — esclamò. — Per gli inferni, non mi dire che sei tanto stupido da usare quella roba?

— Mai e poi mai — replicò Salamander. — Nevyn mi ha chiesto di aiutarlo a scovarli, e così ho pensato che Dun Manannan fosse il posto più logico da dove cominciare.

— Oh, i ragazzi di qui non toccherebbero mai un carico del genere. Vedi, anche i contrabbandieri hanno un loro genere di onore.

— Allora il discorso è chiuso. È stata una fortuna che vi abbia incontrati, perché sebbene abbia la lingua sciolta e dorata, ero davvero in difficoltà a escogitare le domande giuste da porre.

— E quelle sbagliate ti avrebbero fatto finire con la gola tagliata.

— Ci avevo pensato. Senti, Jill, stando a ciò che mi ha detto Nevyn, tu hai viaggiato in lungo e in largo per il regno e sei stata in molti posti strani. Hai idea di chi possa acquistare questo distillato di papaveri?

— Per lo più, sono i padroni dei bordelli, che usano l’oppio per tenere in riga le ragazze.

Salamander emise un fischio sommesso, mentre Rhodry diede l’impressione di non poter credere di averle sentito dire davvero una cosa del genere.

— Non lo avrei mai immaginato — commentò infine. — Tu come fai a saperlo?

— Me lo ha detto mio padre, naturalmente. Mi metteva sempre in guardia contro i trucchi che vengono usati per attirare le ragazze nei bordelli, per evitare che potessi cascarci anch’io. A Cerrmor è una cosa diffusa, ma lui afferma che succede dappertutto.

— Oh, per la nera anima del Signore dell’Inferno! — esclamò Salamander. — La risposta è sempre stata proprio sotto il nostro naso! La prossima volta che vedrò Nevyn gli dovrò riferire che le daghe d’argento sanno molte cose utili.

L’immagine di Nevyn che fluttuava al di sopra del fuoco aveva un’espressione tanto sorpresa da dar l’impressione che qualcuno avesse rovesciato sulla testa del vecchio un secchio di acqua fredda.

— Non ci avrei mai pensato neppure fra mille anni. — Il pensiero di Nevyn giunse a Salamander sulla scia di un’ondata di sconcerto. — È davvero una cosa immonda ed empia. Comunque ormai sono quasi in Eldidd, e penso che andrò a scambiare due chiacchiere con Cullyn.

— Mi sembra la cosa più ragionevole da fare — pensò di rimando il gerthddyn. — Se vuoi, io posso invece tornare a Cerrmor.

— Ottimo, ma non fare o dire una sola cosa senza mie istruzioni, perché questo commercio non è gestito soltanto dal dweomer oscuro ma anche da furfanti veri e proprii, per cui ci dovremo muovere con cautela e tendere trappole ben studiate.

— Proprio così. Sai, alcuni bordelli sono effettivamente proprietà di uomini molto influenti, ma la cosa è tenuta segreta.

Il pensiero di risposta di Nevyn giunse come il ringhio di un lupo.

— Non ne dubito! Bene, vedremo cosa possiamo fare. Ti ringrazio, ragazzo, mi hai fornito notizie davvero interessanti.

Dopo aver interrotto il contatto, Salamander spense con un cenno della mano il fuoco che ardeva nel braciere e guardò fuori della finestra da cui cominciava a trapelare la grigia luce dell’alba. Scorgendo dabbasso Jill e Rhodry che stavano sellando i cavalli, il giovane si affrettò a scendere per salutarli; anche se non ne avrebbe saputo spiegare il perché, non aveva mai conosciuto un uomo che di primo acchito gli fosse riuscito simpatico quanto Rhodry.

— Vedo che partite sulle ali dell’alba — osservò.

— Infatti — rispose Rhodry. — La strada fino all’Yr Auddglyn è lunga.

— Proprio così. Comunque mi addolora il fatto che ci siamo incontrati soltanto per separarci subito. Ah, bene, forse c’incontreremo di nuovo sulla lunga strada.

— Lo spero — replicò Rhodry, tendendo la mano. — Arrivederci, gerthddyn. Forse gli dèi ci permetteranno di bere ancora insieme un boccale di birra.

Mentre stringeva la mano offertagli, Salamander avvertì il gelido avvertimento del dweomer scorrergli lungo la schiena e seppe che si sarebbero incontrati ancora, ma non come speravano. Il gelo che lo aveva assalito era così intenso che gli strappò un brivido.

— Hai freddo? — domandò Jill.

— Un po’. Oh, dèi, quanto detesto alzarmi presto.

Risero insieme e si separarono sorridendo, ma nel tornare ad ovest verso Cerrmor Salamander fu tormentato dal ricordo del cupo avvertimento ricevuto.

In una camera splendidamente arredata di una locanda di Dun Deverry, Alastyr e Camdel sedevano ad un piccolo tavolo, intenti a contrattare il prezzo di venti barre di oppio. Appoggiato alla finestra, Sarcyn si limitava ad osservare in silenzio quella recita priva di significato: anche se il denaro aveva ben poca importanza per lui, Alastyr doveva infatti fingere che fosse il contrario per mantenere in Camdel la convinzione di non essere altro che un importatore di droga. Finalmente i due arrivarono ad un accordo e il nobile effettuò il pagamento: adesso era arrivato il momento di passare al vero scopo di quell’incontro e Sarcyn attivò la sua seconda vista per seguire con attenzione gli eventi.

— Mio signore — disse Alastyr, — Di certo ti rendi conto che è per me pericoloso venire a Dun Deverry. Adesso che ci siamo incontrati, preferirei che in futuro tu trattassi direttamente con Sarcyn.

Camdel accennò a formulare una sprezzante protesta, ma Alastyr protese una linea di luce dalla sua aura e la avvolse intorno a quella del nobile, facendola ruotare come una trottola.

— Sarcyn è molto importante — sussurrò, mentre Camdel barcollava come un ubriaco. — Puoi fidarti di lui come ti fidi di me. Ti fiderai di lui. Ti fiderai di lui…

— D’accordo — affermò Camdel, — mi fiderò di lui.

— Bene. Ora dimenticherai di essere stato sottoposto a incantesimo. Dimenticherai di essere stato sottoposto a incantesimo.

A quel punto Alastyr ritrasse la linea di luce e lasciò che l’aura di Camdel si riassestasse.

— Capisco il tuo problema — disse allora il nobile, in tono deciso. — Trattare con il tuo luogotenente mi andrà benissimo.

Disattivata la seconda vista, Sarcyn lo scortò fuori della stanza con un inchino, poi chiuse e sprangò la porta alle sue spalle mentre Alastyr ridacchiava in tono sommesso e si alzava, stiracchiando la schiena.

— È fatta — commentò. — Ora ricorda di lavorare su di lui lentamente. Se ti sarà possibile, bada di sottoporlo a incantesimo soltanto quando è ubriaco o drogato, in modo che non si renda mai conto che sta succedendo qualcosa di strano.

— Sarà facile, maestro, perché beve come un porco e fuma quanto un camino.

Alastyr ridacchiò ancora. Sarcyn non riusciva a ricordare di aver mai visto il suo maestro tanto compiaciuto, ma del resto il suo complotto ordito da anni stava finalmente procedendo a dovere: in qualità di abituale frequentatore delle camere del re, infatti, Camdel era nella posizione ideale per rubare una cosa che nessuno di loro due avrebbe mai potuto raggiungere.

— Mi sono accorto che quel ragazzo desta in te un notevole interesse — aggiunse Alastyr, assestandogli distrattamente una leggera pacca sul sedere, — ma del resto a letto sei sempre stato un piccolo demonio.

Sarcyn s’irrigidì per lo shock, perché prima di allora non si era mai reso conto che Alastyr fosse convinto che lui avesse apprezzato le sue visite notturne di tanto tempo prima.

— Ti chiedo scusa — disse subito Alastyr, fraintendendo il suo atteggiamento, — non dovrei più stuzzicarti alla tua età. Benissimo, ragazzo, continua a lavorare su di lui fino a quando potremo guidarlo come un cavallo… con redini molto lunghe. Evy ed io ti aspetteremo fuori città e una volta che lo avrai dominato completamente potrai venire a raggiungerci. Ricorda però di non avere fretta, anche se ci dovessero volere delle settimane.

Dopo che Alastyr se ne fu andato, Sarcyn trascorse parecchio tempo a passeggiare avanti e indietro, mentre l’odio bruciava in lui come una febbre violenta.

Nonostante si fingesse un vecchio e trasandato erborista, Nevyn era ben noto nella grande fortezza di Dun Gwerbyn. Quando un mattino si presentò alle sue porte, i due uomini di guardia gli si inchinarono entrambi e si affrettarono a chiamare alcuni servi perché conducessero nelle stalle il cavallo e il mulo del vecchio. Il cortile interno era ingombro di parecchi grossi carri e di servi intenti a lavorare lentamente sotto il sole caldo per caricarli di fagotti e di botti.

— La tieryn è in partenza per la sua residenza estiva? — domandò Nevyn.

— Infatti — rispose un paggio. — Fra due giorni partiremo per Cannobaen. In questo momento Sua Grazia è nella grande sala.

Lovyan era seduta al tavolo d’onore con uno scriba; sebbene paresse che i due stessero discutendo di questioni molto importanti, la dama congedò lo scriba non appena vide Nevyn, e chiese al vecchio di sedere alla sua destra. Nevyn le riferì per prima cosa le notizie su Jill e su Rhodry, perché sapeva che la donna era ansiosa di riceverne.

— Infine — concluse, — la scorsa notte li ho cercati con una visione. Sono nell’Auddglyn, in cerca di un ingaggio. Devo dire che Jill sa di certo come arnministrare il denaro, perché sembra che ne sia rimasto loro parecchio da quest’inverno.

— La cosa mi rallegra, ma… oh, dèi, l’estate è appena cominciata e il mio povero ragazzo è in giro a vendere la sua spada e i suoi servizi sulle strade.

— Suvvia, Lovva, devi ammettere che si dà il caso che quel «povero ragazzo» sia uno dei migliori spadaccini del regno.

— Lo so. Suppongo che sia inutile da parte mia tenere un simile atteggiamento, ma come posso evitare di preoccuparmi?

— Hai ragione, e nonostante tutte le mie belle parole sono preoccupato anch’io.

— Non ne dubito… a proposito, stavo dimenticando che tu ancora non lo puoi sapere! Ultimamente la mia preoccupazione per Rhodry non riguarda soltanto la sua salute. Nevyn, è successa una cosa davvero sconvolgente: ti ricordi di Donilla, la moglie che Rhys ha ripudiato perché sterile?

— La ricordo benissimo.

— Ebbene, il suo nuovo marito è assolutamente pazzo di lei ed ha preso a corteggiarla come se fosse una ragazzina. A quanto pare ha avuto molto successo, perché adesso Donilla aspetta un bambino.

— Oh, per tutti gli dèi! Rhys lo ha già saputo?

— Sì. Sono andata di persona ad Aberwyn ad informarlo, pensando che fosse meglio che venisse a saperlo da me. Non ha preso bene la cosa.

— Non ne dubito. Sai, riesco perfino a provare dispiacere per lui… i pettegolezzi devono essersi diffusi come fuoco nell’erba secca.

— Ogni nobile di Eldidd si fa adesso beffe di lui, e il mio cuore piange per la sua povera piccola moglie, che viene trattata come un cavallo da corsa o qualcosa del genere… la gente ha addirittura cominciato a scommettere se lei concepirà o meno, e a quanto mi risulta le percentuali a sfavore sono molto elevate. Ah, dèi, quanto possono essere crudeli gli uomini!

— Proprio così. Capisco però cosa intendevi dire riguardo a Rhodry. Lui è l’ultimo erede maschio di cui Aberwyn disponga. Dobbiamo farlo tornare.

— Con Rhys di questo umore? Non lo hai visto. Passa le giornate a passeggiare senza meta in preda all’ira e non c’è nessuno che abbia il coraggio di pronunciare la parola «bambino» davanti a lui. Adesso non richiamerà mai Rhodry, e poi ha accanto troppi uomini ambiziosi che alimentano il suo odio verso il fratello, nella speranza che lui muoia senza eredi e che il loro clan abbia così la possibilità di accedere al gwerbretrhyn.

— Queste parole hanno il disgustoso suono della verità.

— Naturalmente. Sono pronta a scommettere che all’interno del Consiglio degli Elettori si è già cominciato a complottare e a stringere accordi — replicò Lovyan, con un tenue sorriso di autodeprecazione. — Anch’io ho già cominciato a complottare. Intendo adottare la figlia bastarda di Rhodry e tenerla qui con me. La piccola Rhodda diventerà una pedina di questa lotta ed io voglio sovrintendere di persona alla sua educazione, perché in fin dei conti l’uomo che sposerà la figlia di Rhodry, bastarda o meno che sia, avrà un piccolo appiglio per presentare le sue rivendicazioni al Consiglio.

— Per la Dea, ti ammiro davvero. La maggior parte delle donne si starebbe ancora disperando per l’esilio subito dal figlio e invece tu stai già guardando avanti di molti anni.

— La maggior parte delle donne non ha mai gestito il potere, neppure fra quelle che appartengono al mio rango.

Per parecchi minuti i due sedettero in silenzio, turbati. Lovyan appariva così stanca e infelice da far supporre a Nevyn che lei stesse pensando all’amara verità, e cioè che Rhodry non era in effetti un vero Maelwaedd, anche se era di cruciale importanza che tutti pensassero il contrario. Pur non potendo naturalmente leggere il futuro con chiarezza, Nevyn era certo che Rhodry fosse destinato a governare sull’Eldidd occidentale, se non come Gwerbret di Aberwyn almeno come tieryn di Dun Gwerbyn… né a lui né ai Signori del Wyrd importava un accidente di chi fosse il vero padre di Rhodry, ma ai nobili del regno sarebbe importato.

— Sai cosa temo maggiormente? — domandò improvvisamente Lovyan. — Che alla morte di Rhys si arrivi alla guerra aperta. È già successo che un candidato deluso ritenesse di aver subito un torto dal Consiglio. Ah, bene, del resto per allora io me ne sarò già andata da un pezzo e non avrò più modo di preoccuparmi.

Dal momento che Rhys era un uomo sano di appena ventinove anni, il suo commento era del tutto ragionevole, ma nel sentirlo Nevyn avvertì la fitta improvvisa di un avvertimento del dweomer: a quanto pareva, Lovyan avrebbe dovuto seppellire un altro figlio.

— C’è qualcosa che non va? — domandò lei, notando la sua espressione.

— Oh, stavo soltanto pensando che dobbiamo trovare il modo di far richiamare Rhodry.

— Se le parole fossero monete, saremmo tutti ricchi quanto il re — sospirò Lovyan. — È sempre duro assistere alla morte di un grande clan, ma sarebbe un vero peccato vedere la fine dei Maelwaedd.

— Lo sarebbe davvero.

In effetti sarebbe stato un peccato ancora maggiore di quanto Lovyan potesse immaginare, perché il clan dei Maelwaedd era sempre stato importante per il dweomer, sin dalle sue stranamente umili origini, risalenti a circa trecento anni prima.

CERRMOR ED ELDIDD, 790–797

Sono dunque tutte le cose che accadono nella vita preordinate dagli dèi? Non lo sono, perché molte di esse accadono per puro caso. Badate bene: ogni uomo ha il suo Wyrd e ogni uomo ha la sua fortuna. Il segreto della saggezza consiste nel distinguere l’uno dall’altra.

Dal Libro Segreto di Cadwallon il Druido

UNO

A circa una settimana di cavallo da Aberwyn, su quello che avrebbe potuto benissimo essere il confine occidentale di Eldidd dal momento che nessuno viveva al di là di esso, una fortezza sorgeva sulla sommità di un’altura erbosa che si affacciava sull’oceano. Il muro di pietra, che aveva notevole bisogno di riparazioni, cingeva un ampio cortile dove l’erba faceva capolino fra le giunture dell’acciottolato e al centro del cortile si levava una tozza rocca di pietra circondata da un agglomerato di baracche di legno in mezzo alle quali si ergeva una stretta torre, simile ad una cicogna in mezzo ai polli.

Ogni pomeriggio, Avascaen saliva i centocinquanta gradini a spirale che portavano alla sommità della torre e si serviva di un pesante argano con carrucola per issare su di essa il carico di legna da ardere che intanto i suoi figli avevano approntato dabbasso, procedendo poi ad ammucchiare la legna nell’apposito vano concavo del faro. Al tramonto, accendeva una torcia e dava fuoco al primo mucchio di legna perché non lontano dalla riva il mare era in quella zona costellato di rocce sommerse che dalla sommità del faro erano distinguibili per la scia di spuma bianca che si creava su di esse, ma che erano praticamente invisibili per una nave che stesse dirigendo da quella parte. Qualsiasi capitano che avesse scorto la luce di Cannobaen avrebbe capito che doveva tenersi al largo e restare al sicuro in mare aperto.

Non che negli ultimi anni le navi passate di lì fossero state molte… a causa del protrarsi della guerra per la successione al trono di Deverry, i commerci languivano e c’erano dei momenti, soprattutto quando i freddi venti invernali sibilavano intorno al riparo sulla sommità della torre, in cui Avascaen si chiedeva perché si prendesse il fastidio di tenere il fuoco acceso.

Pensa a come ti sentiresti se una sola nave dovesse affondare, si diceva allora.

Inoltre era stato lo stesso Principe Mael a chiedergli di tenere acceso il faro, prima di partire per quella guerra da cui non era mai tornato.

Adesso Avascaen stava addestrando i suoi due figli, Maryl ed Egamyn, nel mestiere di custode del faro, perché gli succedessero alla sua morte. Maryl, un ragazzo piuttosto stolido, era abbastanza soddisfatto di quel lavoro e della posizione relativamente privilegiata che esso conferiva loro nell’ambito del villaggio di Cannobaen; Egamyn, invece, che aveva appena quattordici anni, borbottava e imprecava di continuo, minacciando di fuggire di casa per entrare a far parte dell’esercito del re, e ogni volta che il ragazzo protestava Avascaen gli assestava una manata sulla testa e gli ordinava di tenere a freno la lingua.

— Il principe ha chiesto a me e alla mia famiglia di accudire il faro — diceva, — e noi lo accudiremo.

— Suvvia, Pa — ribatteva Egamyn. — Scommetto che non rivedrai mai più quel dannato principe.

— Può darsi, ma se dovessi rivederlo lui saprà allora che ho mantenuto il mio impegno. Io sono come un tasso, tengo duro.

Avascaen, sua moglie Scwna e i ragazzi vivevano nella grande sala della rocca, dove cucinavano, dormivano e in genere facevano ogni cosa, perché durante l’inverno i piani superiori venivano tenuti chiusi per risparmiare il calore. Due volte all’anno, Scwna arieggiava ogni stanza, scuoteva via la polvere dai teli che coprivano i mobili e spazzava il pavimento, nell’eventualità che un giorno il principe dovesse tornare. Nel cortile la famiglia aveva piantato un orto ed allevava alcuni polli e qualche maiale, mentre i contadini del vicino villaggio fornivano loro il resto di cui avevano bisogno come parte delle tasse che dovevano pagare per il faro di Cannobaen. Anche la legna da ardere era portata dai contadini, che la prelevavano nella grande foresta primordiale che si allargava a nord e ad ovest.

— Conduciamo una vita piacevole — era solito ripetere Avascaen ad Egamyn, — e tu dovresti ringraziare gli dèi che le cose siano così pacifiche.

Egamyn si limitava però a scuotere il capo con cocciutaggine e a borbottare che le cose erano noiose, non pacifiche, perché a parte i contadini era raro che a Cannobaen si ricevessero visite.

Fu quindi un vero e proprio evento quando un pomeriggio qualcuno si presentò alle porte della rocca. Dal momento che aveva dormito per tutta la mattina, Avascaen stava proprio allora dando inizio alla sua giornata con una passeggiata nel cortile quando vide un cavaliere su un cavallo sauro che risaliva la strada tirandosi dietro due muli carichi di sacchi di tela. Allorché il cavaliere scese di sella, Avascaen si rese conto che si trattava di una donna robusta di mezz’età, che indossava un paio di calzoni sotto il vestito in modo da poter cavalcare come un uomo. I suoi capelli grigi erano fermati sulla nuca secondo lo stile delle donne nubili e i suoi occhi scuri erano pieni di buon umore… ma la cosa più strana erano le sue mani, che avevano uno strano colore fra il marrone e il blu che si stendeva fino ai gomiti.

— Buona giornata a te, buon signore — salutò la donna. — Scommetto che il mio arrivo ti sorprende.

— Ecco, è vero, ma sei comunque la benvenuta — replicò Avascaen. — Come ti chiami?

— Primilla di Abernaudd, buon signore. Sono qui in cerca di piante rare e cose del genere per la corporazione dei tintori di Abernaudd.

— Ma guarda! Allora, vuoi accettare la nostra ospitalità? Ti posso offrire un pasto, se non ti secca consumare una colazione all’ora di cena.

A Primilla la cosa non importava minimamente. Mentre Maryl si occupava del cavallo e dei muli, la donna aggredì con allegria un vassoio di pancetta e una ciotola di porridge d’orzo; la visitatrice possedeva una quantità di preziose notizie relative ad Abernaudd, la città reale di Eldidd, e Scwna ed Egamyn l’ascoltarono con avidità mentre lei parlava di quello che succedeva in città.

— Immagino che non ci siano notizie del Principe Mael, il mio signore — chiese infine Avascaen.

— Ecco, ce ne sono, e si tratta di tristi notizie. Sua moglie è morta per una febbre, poveretta. — Primilla scosse il capo con tristezza. — È stata davvero una cosa triste, che non avesse più modo di rivedere il marito.

Le lacrime salirono a velare gli occhi di Scwna e lo stesso Avascaen si sentì un po’ scosso… quella sembrava una vicenda uscita dalla narrazione di un bardo.

— E si parla di disconoscere il mio principe e di porre il figlio al suo posto? — chiese ancora Avascaen.

— Corrono voci in tal senso. Qual è il tuo parere al riguardo?

— Mael è il principe che io ho giurato di servire, e servirò solo lui. Io sono come un tasso, buona dama, tengo duro.

Primilla sorrise come se trovasse meravigliosa quella manifestazione di fedeltà… e per Avascaen fu un grande sollievo, dopo tutte le derisioni che essa gli era costata. Mentre scrutava gli occhi della donna, astuti e profondi nonostante il suo aspetto gioviale e le guance rosse, si chiese chi fosse in effetti la visitatrice.

Quella notte, quando la luna arrivò allo zenit, Primilla salì ansimando i gradini di pietra della torre per raggiungere Avascaen in cima ad essa. Dopo averlo aiutato a disporre il secondo carico di legna per il faro, si accostò al limitare della torre per dare un’occhiata al panorama: in basso, sotto di loro, la luna piena tracciava sul mare scuro una scia argentea che si stendeva fino all’orizzonte, e nella limpida aria primaverile le stelle sembravano tanto vicine da poter essere toccate allungando una mano.

— Adorabile, vero? — commentò Avascaen. — Pochi però si prendono la briga di venire quassù ad ammirare il panorama, a parte me e i miei ragazzi.

— Devi avere gambe robuste, buon signore, per salire tutti quei dannati gradini.

— Oh, dopo un po’ ci si abitua, davvero.

A mano a mano che il fuoco attecchiva alla legna nuova, il faro ardente proiettò intorno a loro un alone danzante di luce dorata sempre più intensa. Appoggiatasi comodamente al parapetto di pietra, Primilla lasciò vagare lo sguardo sulla spiaggia sottostante, dove i frangenti rotolavano sulla sabbia come spettri argentei.

— Ti chiedo scusa se sono troppo curioso — osservò Avascaen, — ma è una cosa rara vedere una donna che viaggia sola. Non hai paura dei pericoli che si incontrano lungo la strada?

— Oh, se necessario sono in grado di badare a me stessa — replicò Primilla, con una risatina, — e poi da queste parti non ci sono molte persone che potrebbero causarmi problemi. Valeva proprio la pena di viaggiare fin qui, per frugare nelle foreste alla ricerca delle mie piante. Vedi, da tutta la vita lavoro nella corporazione dei tintori, ed ora sono giunta a desiderare di creare colori migliori per la mia corporazione. Al mio ritorno studieremo le erbe da me raccolte e proveremo a tingere qualche pezzo di stoffa, per vedere se il colore stinge nel lavaggio o scolorisce in altro modo. Non si può mai sapere quando si può trovare una piccola fortuna — aggiunse, sollevando le mani macchiate. — Ecco tutta la mia vita, buon signore, disegnata sulla mia pelle.

Dal momento che era fermamente convinto che valesse la pena di faticare per fare le cose per bene, Avascaen non ebbe difficoltà a condividere il suo punto di vista, ma dopo che Primilla fu partita gli capitò per parecchio tempo di ripensare di tanto in tanto a quella donna dalle mani sporche di azzurro e di chiedersi quali fossero state le sue effettive intenzioni.

La città regale di Abernaudd si allargava sulle due rive dell’Elaver circa tre chilometri a monte rispetto alla costa e al porto; dietro le mura di pietra fornite di bastioni le strade lastricate si diramavano su e giù per le colline a terrazze, in cima alla più alta delle quali si levava la fortezza reale, su cui sventolava la bandiera azzurra e argento con lo stemma del drago reale, mentre nelle valli intermedie erano ammucchiate le puzzolenti e ravvicinate abitazioni dei poveri. Ad Abernaudd, la posizione in cui sorgeva la casa di una persona indicava alla lettera quanto fosse elevato il suo rango; come capo della Corporazione dei Tintori, Primilla occupava un’ampia abitazione sulla sommità di una bassa collina, casa che veniva assegnata insieme alla carica da lei ricoperta; nei tre piani della dimora abitavano insieme alla donna i suoi cinque apprendisti, che fungevano anche da servitù per pagarsi l’apprendistato, mentre nel cortile posteriore c’erano le lunghe baracche che ospitavano i laboratori principali della corporazione, dove sotto la personale supervisione di Primilla venivano prodotte le stoffe destinate alla casa reale.

Anche se in effetti durante il suo viaggio aveva trovato rare piante per tinture, Primilla era comunque piuttosto seccata di aver dovuto distogliere parte del suo tempo e della sua attenzione dagli affari della corporazione, ma come sempre il suo dovere verso il dweomer doveva avere la precedenza sul dovere verso i tintori e sarebbe apparso molto sconveniente se lei avesse rifiutato al capo del Consiglio del Trentadue l’aiuto che questi le aveva richiesto. Pur non avendo idea del perché Nevyn fosse tanto interessato alla vicenda di Mael, principe di Aberwyn e di Cannobaen, lei era comunque disposta a ficcanasare un po’ in giro per scoprire cosa stesse accadendo, e adesso che aveva scoperto che Cannobaen era ancora fedele al principe, si poteva concentrare sulla più importante questione della posizione del principe all’interno della corte.

Per sua fortuna, quell’estate aveva a disposizione una quantità di occasioni per accedere a corte, perché il re stava chiedendo alle corporazioni della città prestiti enormi al fine di portare avanti la guerra per la conquista del trono di Deverry; sebbene in genere i nobili avessero un atteggiamento di disprezzo nei confronti dei commercianti, ogni volta che il re aveva bisogno di prestiti ingenti i mercanti e i capi delle corporazioni si trovavano ad essere oggetto delle attenzioni delle persone più in vista della corte. La notte stessa del suo rientro dal viaggio, Primilla tenne quindi la prima di molte riunioni indette dalle corporazioni e dai mercanti per scegliere i rappresentanti da inviare a palazzo per le trattative vere e proprie inerenti ai prestiti, e dal momento che era decisa ad ottenerlo non ebbe difficoltà a farsi assegnare un posto all’interno di quel ristretto consiglio: mentre i mercanti erano pronti a lottare fra loro per accaparrarsi quell’incarico di prestigio, infatti, fra gli artigiani erano in pochi ad essere disposti a sottrarre parte del loro tempo al lavoro per assumerselo.

Finalmente, dopo una settimana di incontri e di trattative, la commissione corporativa di cinque membri, capeggiata da Grothyr il prestatore di denaro, s’incontrò con quattro consiglieri del re in una stretta camera al secondo piano della fortezza reale. Mentre uno scriba appartenente a ciascun gruppo prendeva annotazioni con cura, i nove sedettero intorno ad un lungo tavolo di quercia. Primilla si era aspettata una lunga discussione con proposte e controproposte ma il consigliere capo del re, un uomo grasso e scuro di occhi chiamato Cadlew, annunciò subito in tono piatto che il sovrano aveva bisogno di cinquemila monete d’oro.

— Dèi! — strillò Grothyr. — Ti rendi conto, signore, che le corporazioni andrebbero incontro alla bancarotta se un simile prestito non venisse restituito prontamente?

Cadlew si limitò a sorridere, perché tutti i presenti sapevano che Grothyr stava mentendo. Le trattative ebbero allora inizio sul serio, e Primilla prese a riflettere fra sé sull’entità del prestito richiesto: se aveva bisogno di tanto denaro, il re stava probabilmente progettando una grossa offensiva, il che lasciava presagire molto male per il principe ancora prigioniero a Cerrmor. L’incontro si concluse senza che si giungesse a nulla, come tutti sapevano che sarebbe successo. Mentre i membri delle corporazioni se ne andavano, Primilla invece si trattenne ancora e chiese a Cadlew se fosse disposto a farle visitare i giardini reali.

— Ma certo, buona dama. Senza dubbio ti interesseranno, visto che il tuo lavoro è strettamente connesso all’uso delle piante.

— Hai ragione, e per me è un raro piacere vedere fiori interi, perché il mio lavoro consiste principalmente nel farli a brandelli e nel bollirli.

Con una gradevole risata il consigliere l’accompagnò intorno alla rocca, dove un muretto predisposto soprattutto per tenere lontano i cavalli separava dal resto del cortile un complesso di piccoli prati che s’intrecciavano intorno a vaste aiuole come gemme verdi inserite in fili colorati. Là i due trascorsero un quarto d’ora a parlare degli svariati fiori che li attorniavano prima che Primilla sentisse di poter fare la mossa che aveva in mente.

— Sai — disse, — poco tempo fa ero in viaggio alla ricerca di piante rare nelle vicinanze del confine occidentale e mi è capitato di fermarmi per la notte a Cannobaen… mi riferisco alla dimora di campagna del Principe Mael.

— Ah, ricordano ancora il principe, laggiù?

— Lo ricordano molto bene. Mael ha davvero avuto un triste Wyrd, e non posso fare a meno di pensare che questo prestito significhi che il re ha deciso di abbandonarlo al suo destino.

— Bada di tenere la cosa per te, buona dama, ma… la tua supposizione è esatta. Il nostro signore avrebbe dovuto lasciare che Mael venisse impiccato e farla finita con questa faccenda già da anni, ma la Principessa Maddyan lo ha sempre implorato ed ha curato gli interessi del marito per tutto questo tempo. Dal momento che era stata allevata a corte, il re l’aveva sempre considerata quasi come una figlia.

— Ma adesso la principessa è morta.

— Proprio così.

— E cosa mi dici del figlio di Mael?

— Oh, per senso dell’onore Ogretoryc ha a cuore la sorte di suo padre ma… per gli dèi, lui era soltanto un neonato quando Mael è partito, e per quanto tempo un uomo può continuare a nutrire sentimenti per qualcuno che non ha mai conosciuto?

Soprattutto quando ha la possibilità di ereditarne il posto, pensò Primilla, fra sé, e decise che era tempo di agire in maniera diretta invece di sperare di ricevere altre informazioni da consiglieri poco discreti.

Quella stessa settimana scelse parecchi rocchetti del suo migliore filo azzurro da ricamo e li fece pervenire come dono alla moglie di Ogretoryc, Camlada. Quel suo filo azzurro era sempre molto richiesto, perché soltanto un maestro tintore poteva garantire che l’intero rocchetto avesse tutto la stessa tonalità, una cosa di estrema importanza per gli abiti di corte. Quel dono le fruttò un’udienza presso la dama in questione, fissato per il primo pomeriggio in cui si sarebbe recata a corte.

Un paggio l’accompagnò fino ad una camera sorprendentemente piccola al terzo piano di una delle torri laterali; anche se era lussuosamente arredata con tappeti e sedie coperte da cuscini, la stanza aveva una sola finestra e un misero panorama. Camlada, una graziosa ragazza bionda di sedici anni, ricevette Primilla da sola invece che in presenza delle cameriere che avrebbero dovuto contrassegnare la sua elevata condizione; la sua sola compagnia era un piccolo terrier che le sedeva in grembo e che ringhiò a intervalli per tutto il colloquio.

— Ti ringrazio per il tuo splendido filo, buona dama. Sarà adeguatamente utilizzato per una delle camicie di mio marito.

— Allora, mia signora, sono estremamente onorata.

Con un sorriso, Camlada indicò uno sgabello imbottito posto accanto alla sua sedia; obbediente, Primilla si sedette e lasciò che la dama la scrutasse con attenzione.

— Ho trascorso tutta la mia vita a corte — osservò infine Camlada, — e quindi dubito che questo dono sia stato soltanto un gentile pensiero da parte tua. Quale genere di favore hai bisogno di ottenere da mio marito?

— Uno molto piccolo. Vorrei soltanto che lui fosse consapevole della mia esistenza. Vedi, sul nostro confine occidentale crescono piante per tintura di estrema rarità, e vorrei che alla nostra corporazione venisse dato il diritto di raccoglierle, anche se esso spetta primariamente alla corporazione di Aberwyn. Dopo tutto, il principe controlla tanto Aberwyn quanto Cannobaen.

— Il principe? Per ora non è ancora un principe.

— Ecco, lo è più di suo padre, considerando le circostanze.

Camlada si alzò in piedi di scatto e si avvicinò alla finestra, con il terrier che le si teneva sempre vicino.

— Ti ho irritata, mia signora? — chiese Primilla. — Te ne domando umilmente scusa.

— È solo che mi hai fatto ricordare la verità, e cioè che nessuno sa cosa sia mio marito o quale futuro ci si apra davanti. Immagino che tu non abbia mai avuto modo d’incontrare la Principessa Maddyan.

— In effetti non ho mai avuto tale onore, ma ho sentito dire che era una moglie dolce e devota.

— Lo era. Tutti l’adoravano, ma guarda a cosa le è servito. Adesso che è morta mi dispiace tanto per lei.

— Di diritto, dovresti ora avere il suo rango.

— Non ho nessun rango, buona dama, e non ne avrò uno finché mio suocero non sarà morto. Oh, sembra così orribile da parte mia, ma è solo che sono così spaventata perché potrebbe succedere anche a me ciò che è capitato a Maddyan, di passare la vita a corte appartata e senza la minima influenza o il minimo prestigio… ed io non sono neppure simpatica quanto lei agli occhi del re.

— Posso comprendere i tuoi timori, mia signora.

Primilla comprendeva però anche un’altra cosa: pur non avendo conosciuto suo padre, Ogretoryc vedeva sua moglie tutte le notti. Andandosene, decise che sarebbe stato meglio contattare immediatamente Nevyn tramite il fuoco per riferirgli le ultime velenose notizie da lei raccolte.

In qualità di più fidato consigliere di Glyn, Nevyn aveva diritti che andavano molto al di là di quelli dei semplici cortigiani. Non appena ebbe finito di parlare con Primilla, il vecchio si recò quindi negli appartamenti reali senza neppure farsi preannunciare da un paggio. In passato, gli era spesso capitato di domandarsi se fosse lecito fornire al re informazioni militari ottenute tramite il dweomer, ed ora che quella situazione si era effettivamente presentata giunse alla conclusione che era giusto farlo, semplicemente perché le pretese di Eldidd al trono erano tanto deboli da marchiare chiaramente quel sovrano come un usurpatore. A capo della guardia del re c’era adesso il Principe Cobryn, che era cresciuto fino a diventare un giovane di ventun’anni alto, snello, avvenente e così simile a Dannyn che a volte Nevyn e il re trovavano doloroso guardarlo in volto.

— Ciò di cui devi discutere è urgente, mio signore? — chiese Cobryn. — Se lo desideri, io posso ritirarmi.

— È urgente, ma riguarda anche te — replicò Nevyn, inchinandosi in direzione di Glyn, che era in piedi accanto al camino. — Eldidd sta richiedendo un enorme prestito ai maestri delle corporazioni di Abernaudd, e penso che ci sia un solo posto dove lui intenda spendere tutto quel denaro: sui nostri confini.

— Già — convenne il re. — Mi stavo chiedendo per quanto tempo ancora saremmo riusciti a sfruttare il nostro prigioniero nella torre. Bene, Cobryn, questo significa che dovremo modificare i nostri piani per i combattimenti estivi fino ai più piccoli dettagli. Scommetto che Eldidd riverserà le sue truppe oltre il nostro confine prima ancora che noi abbiamo il tempo di ricevere il messaggio formale in cui Mael viene disconosciuto… e non ho bisogno del dweomer per esserne certo.

— Proprio così — convenne Cobryn, con una fredda risata. — Ma quei bastardi troveranno una sorpresa ad attenderli.

— Mio signore — intervenne Nevyn, — hai intenzione di far valere la tua minaccia e di impiccare il Principe Mael?

Glyn si massaggiò il mento con il dorso della mano, riflettendo sulla questione. Sempre massiccio, il suo volto si era fatto squadrato e grasso con gli anni, e le guance avevano assunto un colore florido.

— Mi recherebbe dolore impiccare un uomo impotente, ma Eldidd potrebbe non lasciarmi altra scelta. In ogni caso, non farò nulla fino a quando non avrò in mano l’atto formale di disconoscimento, perché Eldidd potrebbe anche cambiare idea all’ultimo istante, mentre non sarebbe più possibile riportare in vita il principe una volta che fosse stato impiccato.

Quella settimana stessa il Principe Cobryn partì con cinquecento uomini lungo la strada costiera che portava al confine con Eldidd, mentre sul mare lo seguivano navi da guerra e navi mercantili cariche di viveri. Dopo tre settimane di ansia arrivarono i primi messaggeri, annunciando che era stata ottenuta una schiacciante vittoria sulle forze d’invasione di Eldidd, colte di sorpresa. Due giorni più tardi giunse a corte un araldo del sovrano di Eldidd per consegnare una lettera in cui il re disconosceva Mael e lo sostituiva formalmente con suo figlio Ogretoryc. Immediatamente Nevyn salì sulla torre per informare Mael della cosa.

Al suo arrivo trovò il principe, ora non più tale, seduto allo scrittoio ingombro dei libri a lui tanto cari e di fogli di pergamena sparsi qua e là, l’inizio di un suo commento all’Etica di Nicomachea del saggio Greggyn Ristolyn. Nevyn aveva la certezza che il commentario sarebbe risultato eccellente, se soltanto Mael fosse vissuto abbastanza a lungo da portarlo a termine; a trentaquattro anni, Mael stava ingrigendo prematuramente e folte striature bianche spiccavano fra i suoi capelli un tempo corvini.

— Ci sono alcune notizie dannatamente brutte per te — annunciò Nevyn.

— Sono stato disconosciuto? — chiese Mael, in tono piatto e quasi secco. — Ho immaginato che sarebbe successo, quando ho sentito le guardie parlare di una guerra lungo i confini.

— Temo che sia così.

— Allora vuol dire che le idee di Ristolyn riguardo alla virtù mi serviranno a qualcosa. Sembra che lo scopo di tutta la mia vita sia stato quello di morire con dignità sulla piazza del mercato, e mi pare che a tale scopo la forza d’animo sia la virtù più indicata… non credi?

— Ascolta. Se soltanto potrò dire una sola dannata parola al riguardo tu non sarai impiccato.

— Questo mi dà una certa speranza, o almeno suppongo che sia speranza. Forse però sarebbe meglio essere impiccato e viaggiare libero verso l’Aldilà che restare qui a marcire. Sai, il tempo che ho trascorso in questa stanza è più lungo di quello che ho trascorso come Principe di Eldidd… pensa un po’, ho vissuto oltre metà della mia vita come ospite di Glyn.

— Scommetto che la libertà nell’Aldilà non ti apparirebbe più così attraente quando ti trovassi veramente con il cappio intorno al collo. Tornerò da te non appena avrò parlato con il re.

Era ormai tardo pomeriggio quando gli affari di corte permisero finalmente a Nevyn di conferire in privato con il suo signore. Insieme, si recarono nel giardino alle spalle della rocca; là un salice piegava i suoi lunghi rami verso l’acqua di un ruscello, i roseti erano coperti di boccioli rossi come il sangue e costituivano il solo tocco di colore in quel minuscolo angolo verde curato amorevolmente perché sembrasse incolto.

— Sono venuto a intercedere per la vita di Mael, mio signore — esordì subito Nevyn.

— Pensavo che lo avresti fatto. Ho una mezza idea di liberarlo e di permettergli di tornare a casa, ma non vedo proprio come potrei. Là lui diventerebbe per me un nemico peggiore di tutti gli altri, ma la cosa più grave sarebbe il modo in cui il sovrano di Eldidd interpreterebbe il mio atto di misericordia. Senza dubbio lo giudicherebbe una debolezza, ed è una cosa che non mi posso permettere, perché ne va del mio onore.

— Il mio signore ha ragione riguardo al fatto che Mael non può essere liberato… ma lui potrebbe essere ancora utile in futuro.

— Certo, ma anche così Eldidd interpreterebbe la mia condotta come una forma di debolezza.

— Gli dèi la considereranno un atto di forza. Qual è la buona opinione che più conta per il mio signore, la loro o quella di Eldidd?

Glyn colse una rosa, reggendola nel palmo coperto di calli e riflettendo sul problema con la fronte leggermente aggrottata.

— Mio signore? — insistette Nevyn. — Ti imploro per la sua vita.

Con un sospiro Glyn gli porse la rosa.

— D’accordo, allora. Non posso negartelo dopo tutto quello che hai fatto per me. Il sovrano di Eldidd ha tanti eredi quanti può averne un’astuta vecchia chioccia, ma chi può saperlo… forse verrà il giorno in cui rimpiangerà di aver rinnegato Mael.

Dal momento che Gavra godeva della protezione e del favore del consigliere più importante del re, la sua attività di erborista aveva prosperato giù in città e adesso lei possedeva una casa e una bottega nel quartiere dei mercanti, guadagnando denaro a sufficienza per mantenere i suoi due figli, Ebrua e Dumoryc, i bastardi del principe. Per anni, Gavra aveva sopportato i pettegolezzi che la classificavano come una sgualdrina che aveva generato dei figli con qualsiasi uomo le andasse a genio, perché questo era sempre meglio che vedere i propri figli uccisi in quanto eredi della linea di discendenza nemica. Adesso che Mael era stato formalmente disconosciuto, lei prese in considerazione l’idea di dire la verità ai figli, ma poi decise che sarebbe stato inutile: sebbene Mael vivesse ad appena tre chilometri di distanza, loro non lo avevano mai visto.

Gavra supponeva che gli uomini che sorvegliavano Mael sapessero benissimo che lei era la sua amante e che avessero preferito tacere in parte per comprensione maschile nei confronti della vita monotona che il prìncipe conduceva, ma soprattutto perché erano terrorizzati all’idea di quello che Nevyn avrebbe potuto fare loro se avessero rivelato quel segreto. Quel giorno, quando salì sulla torre, le guardie giunsero perfino a congratularsi con lei per il fatto che a Mael fosse stata graziata l’impiccagione.

Non appena fu entrata, Gavra si gettò fra le braccia di Mael e mentre restavano stretti uno all’altra si accorse che lui stava tremando.

— Sia resa grazie ad ogni dio per il fatto che ti sarà concesso di vivere — disse infine la donna.

— In effetti ho dedicato del tempo a questo scopo — replicò lui, interrompendosi per baciarla. — Ah, mio povero amore, tu meriti un vero marito e una vita felice, non un uomo come me.

— La mia vita è sufficientemente felice, perché so che mi ami.

Quando Mael la baciò ancora, Gavra si aggrappò a lui, con l’impressione che entrambi fossero due bambini spaventati che si tenevano stretti uno all’altra in un’oscurità pervasa di incubi. Nevyn non lascerà mai che lo impicchino, pensò, ma per quanto tempo ancora può continuare a vivere quel caro vecchio?

DUE

Dopo tre anni di duri combattimenti la guerra lungo il confine con Eldidd giunse ad una situazione di stallo quando, nel cuore dell’estate, accadde qualcosa a cui nessuno era preparato: la provincia di Pyrdon si ribellò contro il trono di Eldidd. Le spie di Glyn si affrettarono a rientrare per riferire la notizia che la ribellione era non soltanto scoppiata, ma sembrava anche avere successo. Le forze ribelli avevano trovato in Cwnol, l’ex-gwerbret di Dun Trebyc che era la sola grande città di Pyrdon, un condottiero così brillante che i suoi uomini sussurravano addirittura che possedesse il dweomer.

— Inoltre la metà del territorio di Pyrdon è coperto da foreste — commentò Glyn. — Se sarà stretto da vicino, Cwnol potrà far disperdere in esse i suoi uomini per poi attaccare ancora con delle imboscate. Pare che abbia forze notevoli, e mi chiedo se stia ricevendo denaro da Cantrae.

— Se così fosse non ne sarei per nulla sorpreso, mio signore — replicò Nevyn, — e sarebbe opportuno che gliene mandassimo anche noi.

Per il resto di quell’estate il confine con Eldidd rimase tranquillo ed entro l’autunno parve evidente che Cwnol stava ottenendo grandi successi, anche se avrebbe dovuto comunque combattere a lungo. Glyn gli mandò dei messaggi, indirizzandoli a Cwnol, Re di Pyrdon, e come ultimo gesto di amicizia vincolò in fidanzamento la figlia del Principe Cobryn, che aveva sei anni, con il figlio di Cwnol che ne aveva sette, un simbolo di onore regale che Cwnol ricambiò intensificando le sue scorrerie nel territorio di Eldidd. Anche se la questione si era risolta molto bene dal punto di vista di Cerrmor, Nevyn aveva comunque il cuore addolorato, perché vedeva il regno andare in pezzi intorno a lui a mano a mano che quella interminabile guerra si protraeva.

Un giorno in cui la pioggia autunnale cadeva fitta, il vecchio salì sulla torre per far visita a Mael che, come al solito, stava lavorando ai suoi commentari. Come accade sempre a progetti del genere, il suo lavoro si era esteso molto al di là della semplice introduzione al pensiero di Ristolyn che aveva costituito l’intenzione originaria del principe.

— Questo inciso finirà per diventare un dannato capitolo! — esclamò Mael, infilando la penna nel calamaio con tanta violenza che la punta quasi si spezzò.

— Succede a parecchi dei tuoi incisi, ma si tratta sempre di buoni capitoli.

— Vedi, si tratta di questa faccenda: di cosa costituisca il bene maggiore. Per quanto brillanti, le argomentazioni di Ristolyn non mi soddisfano completamente e le sue categorie sono un po’ limitate.

— Voi filosofi siete sempre dannatamente abili nel moltiplicare le categorie.

— Filosofi? Per gli dèi, io non mi definirei tale.

— Per tutti gli inferni, e allora che altro sei?

Mael rimase a bocca aperta per lo stupore, poi si unì con aria contrita alla risata di Nevyn.

— Niente altro, davvero — ammise. — Per vent’anni mi sono creduto un guerriero, mordendo il freno come un cavallo da guerra e desiderando di essere libero per tornare a combattere, ma per almeno dieci di essi non ho fatto altro che ingannare me stesso. Adesso mi chiedo se sarei più capace di andare in guerra: mi pare di vedermi, seduto in sella che medito su cosa Ristolyn intendesse con la parola «fine» mentre qualcuno pone intanto fine alla mia esistenza.

— Non mi sembri dispiaciuto.

Mael si avvicinò alla finestra, osservando la pioggia che cadeva, grigioargentea come i suoi capelli.

— Il panorama di cui godo da qui è diverso da quello che scorgevo prima: non è possibile vedere le cose con chiarezza, in mezzo alla polvere di un campo di battaglia — affermò, appoggiando una guancia contro il vetro freddo e guardando verso il basso. — Sai qual è la cosa più dannatamente strana di tutte? Che se non mi preoccupassi tanto per Gavra e i bambini, sarei davvero felice.

Mentre il principe parlava, Nevyn avvertì l’impatto di una rivelazione del dweomer: era tempo che Mael fosse liberato, perché adesso che aveva accettato la sua condizione poteva andare via libero.

— Dimmi una cosa. Se avessi la possibilità di farlo, sposeresti Gavra?

— È ovvio. Perché non dovrei? Non ho più un posto presso la corte reale e così potrei anche legittimare i nostri figli… sempre che fossi libero di farlo. Invero sono proprio un filosofo, visto che indugio a disquisire perfino di ciò che è assurdo e senza speranza.

Quando lasciò la camera di Mael, Nevyn stava riflettendo sulle condizioni del tempo: dal momento che la neve cadeva di rado lungo la costa, viaggiare durante l’inverno era una cosa possibile anche se scomoda. Immediatamente rientrò nelle proprie camere e contattò Primilla attraverso il fuoco.

La bottega di Gavra occupava la metà anteriore di una casa che si trovava dall’altra parte della strada rispetto alla taverna di suo fratello. Ogni mattina, quando si accingeva ad iniziare il lavoro, lei lasciava vagare lo sguardo sugli scaffali coperti di erbe e di recipienti, sulle botti e sulle anfore, e sulla pelle secca di coccodrillo che pendeva sotto la grondaia.

La mia casa, pensava, e la mia bottega. Tutto mio.

Era una cosa rara infatti che una donna di Cerrmor possedesse qualcosa a nome proprio e non per conto del marito o del fratello; con l’approssimarsi dell’inverno, lei aveva in quel periodo una quantità di clienti che soffrivano di febbri e di congestioni polmonari, di geloni e di dolori alle ossa, e lavorava per lunghe ore nella camera anteriore. In aggiunta a tutto questo, aveva anche un altro problema pressante da risolvere: il fidanzamento di Ebrua, perché sebbene lei si fosse lasciata dominare dall’amore, voleva per la figlia un solido matrimonio convenzionale.

Per fortuna il ragazzo che piaceva ad Ebrua era un bravo giovane di sedici anni, Arddyn, figlio minore di una prospera famiglia che commerciava in pelli conciate. Dopo aver formalmente discusso del fidanzamento con il padre del ragazzo, Gavra si recò alla fortezza per consultarsi con Mael. In un certo senso, quella era una cosa sciocca, considerato che Mael non aveva mai conosciuto la famiglia di Arddyn e che aveva visto sua figlia soltanto da una notevole distanza, ma lui ascoltò ogni cosa con espressione grave, applicando la sua mente brillante al problema con una tale intensità da far comprendere a Gavra il suo intento di fingere, come faceva anche lei, che avessero una normale vita coniugale.

— Mi sembra un buon matrimonio per gente come noi — osservò infine.

— Oh, senti come parla il mio regale amore. Gente come noi… davvero!

— La mia signora dimentica che non sono altro che un umile filosofo. Quando avrò finito il mio libro i sacerdoti del tempio ne faranno stilare cinquanta copie dagli scribi ed io riceverò una moneta d’argento per ciascuna di esse. Questa, amore mio, è la sola fortuna di cui io disponga al mondo, quindi speriamo che la famìglia di Arddyn non sia avida per quanto concerne la dote.

— Penso che si accontenteranno della sua quota di proprietà della bottega e forse di un po’ d’argento.

— E questo è un bene. Una ragazza che ha per padre un filosofo è davvero sfortunata.

Gavra stava lasciando la fortezza quando s’imbatté in Nevyn, che passò familiarmente il braccio sotto il suo e la accompagnò fino alla bottega, dove poterono parlare in privato perché i figli di Gavra erano in cucina a cenare.

— Oggi fa freddo — osservò Nevyn, posando un paio di ceppi nel focolare e accendendoli con uno schiocco delle dita. — Ho una cosa piuttosto importante da dirti: credo di avere ottime probabilità di far liberare Mael.

Gavra trattenne il respiro con un sussulto.

— Per ora non gliene parlare — proseguì il vecchio. — Non voglio infatti destare le sue speranze soltanto per poi vederle crollare, ma tu devi essere informata, perché hai molte cose da sistemare prima di partire.

— Partire? Oh, via, pensi che Mael vorrà che vada con lui?

— Se mai ne hai dubitato per un solo istante, questa è la prima cosa stupida che ti abbia mai visto fare.

Improvvisamente, Gavra sentì la necessità di sedersi e si appollaiò su uno sgabello accanto al fuoco, sfregandosi le mani tremanti.

— Ho paura che non ci sia altra scelta che quella di rimandarlo in Eldidd — continuò Nevyn. — Vuoi andare con lui?

Gavra guardò gli scaffali, la stanza, tutto ciò per cui aveva lavorato così duramente e che si sarebbe lasciata alle spalle, insieme ad una figlia sposata… e cosa avrebbe detto Dumoryc, quando gli avrebbe presentato uno sconosciuto dicendogli che era suo padre?

— Sai — osservò Nevyn, — è probabile che finiate per stabilirvi lungo il confine occidentale di Eldidd, e là non c’è un erborista decente nel raggio di chilometri.

— Capisco. Allora potrei avviare una nuova bottega per Dumoryc e lasciare questa ad Ebrua. Sarebbe una dote splendida, che mi permetterebbe di far stilare il contratto di matrimonio come voglio io.

— Infatti. E probabilmente finirai per dover mantenere anche il tuo brillante marito.

— Eldidd comincia ad apparirmi interessante — affermò Gavra, sollevando lo sguardo con un sorriso. — E poi, naturalmente, io amo il mio uomo.

Per una serie di ragioni, Nevyn decise di far coincidere la liberazione di Mael con l’avvento della primavera. Innanzitutto, i re del Popolo Fatato lo avvertirono che quell’inverno sarebbe stato pieno di violente tempeste, ma il motivo principale fu che lo stesso Mael avrebbe rifiutato di lasciare la sua prigione fino a quando non avesse visto il suo libro adeguatamente copiato, un compito che avrebbe richiesto mesi. Mentre gli scribi del tempio di Wmm lavoravano alla stesura delle copie, Nevyn lavorò per convincere il re, trovando un grande alleato nel suo profondo senso dell’onore. Essendo un uomo generoso per natura, Glyn trovava in Mael una causa di profondo imbarazzo e un prigioniero troppo patetico perché lo si potesse assassinare, soprattutto adesso che gli eruditi sacerdoti lodavano la sua mente di brillante studioso e lo definivano un ornamento per il regno. Quando ritenne che fosse arrivato il momento giusto, Nevyn chiese senza mezzi termini al re che Mael venisse liberato e che gli venisse permesso di rientrare in Eldidd senza troppo chiasso.

— In effetti, consigliere, sarebbe la cosa migliore. Cerca di escogitare una ragione che ci permetta di rilasciarlo onorevolmente. Che io sia dannato se permetterò ad Eldidd di beffarsi della mia debolezza, ma d’altro canto non posso più tollerare il pensiero di quel principe che marcisce nella mia torre.

Alla fine, fu la ribellione di Pyrdon a fornire loro la ragione che cercavano. Avendo un disperato bisogno di un’estate tranquilla per poter domare la ribellione, il sovrano di Eldidd offrì infatti a Glyn dell’oro perché si trattenesse dall’effettuare razzie e Glyn non soltanto accettò l’offerta, ma solennizzò anche l’occasione offrendosi di liberare il principe prigioniero in cambio di un pagamento simbolico di dieci cavalli. Dopo molti scambi di araldi e uno strano ristagnare delle trattative da parte di Eldidd, l’accordo venne sigillato e firmato quando ormai l’inverno cedeva il passo alla primavera. Soltanto allora Nevyn sì decise ad informare Mael della sua buona sorte.

Allorché sali nella sua camera, trovò Mael intento ad accarezzare una copia del suo libro, rilegata in cuoio e accuratamente stilata nella sottile calligrafia degli scribi del tempio. Il principe era così impaziente di mostrargliela che trascorse una buona mezz’ora prima che Nevyn potesse venire all’effettivo motivo della sua visita.

— La cosa veramente meravigliosa è che il re ha intenzione di sovvenzionare la stesura di altre venti copie — concluse Mael. — Tu ne conosci il perché?

— Sì, è un modo per solennizzare la tua liberazione. Ha intenzione di lasciarti andare la prossima settimana.

Mael sorrise, accennò a parlare, poi il volto gli si raggelò in un’espressione d’incredulità e le sue unghie affondarono nella morbida rilegatura di cuoio del volume che aveva in mano.

— Io verrò con te fino al confine con Eldidd — proseguì Nevyn. — Gavra e tuo figlio ci raggiungeranno fuori di Cerrmor. Ebrua invece rimarrà qui, ma non la si può certo biasimare per questo: ama suo marito, e non ti ha mai conosciuto.

Mael annuì, talmente pallido che il suo volto appariva bianco come neve.

— Oh, per il Signore dell’Inferno — sussurrò. — Mi chiedo se quest’uccello in gabbia si ricordi ancora come si fa a volare.

Anche se adesso vivevano a corte in uno splendido appartamento di più stanze, il Principe Ogretoryc e sua moglie non avevano dimenticato i tempi in cui Primilla era stata la sola persona a rendere loro omaggio, ed erano di solito disposti a riceverla in quelle occasioni che dedicavano agli artigiani e ai mercanti. Il principe era un giovane alto con i capelli corvini e gli occhi azzurri come fiordalisi, dotato di una rude avvenenza e di un’indole incline ad essere espansiva finché non veniva contrariato. Quella particolare mattina, Primilla gli portò in dono un costoso smeriglio da usare per il suo sport preferito, la caccia con il falcone. Immediatamente il principe prese il volatile sul polso e gli indirizzò qualche verso di richiamo.

— Ti ringrazio, buona dama, è un piccolo falco adorabile.

— Sono estremamente onorata che piaccia a Vostra Altezza. Quando ho sentito che il padre di Vostra Altezza stava per essere liberato ho pensato che ci volesse un dono per celebrare l’occasione.

Gli occhi di Ogretoryc improvvisamente si ombrarono e lui prese a dedicare una grande attenzione allo smeriglio, che girò la testa incappucciata verso di lui, quasi avesse riconosciuto in quell’uomo un’anima simile alla sua. Seduta vicino alla finestra. Camlada si agitò a disagio sul suo seggio.

— Naturalmente — replicò, con un sorriso accuratamente studiato, — siamo molto felici della liberazione di Mael, ma è davvero buffo pensare che mio suocero sia diventato uno scriba.

Ogretoryc le scoccò un’occhiata in tralice che avrebbe potuto significare una quantità di cose, tutte rabbiose.

— Ti ringrazio, buona Primilla — disse quindi. — Porterò subito questa piccola bellezza al mio falconiere.

Dal momento che era chiaro che l’udienza era finita, Primilla eseguì una riverenza e si ritirò nell’area pubblica della grande sala reale, affollata da numerosi supplici e da parecchi curiosi, soffermandosi a parlare con i consiglieri e con gli scribi che conosceva. In questo modo riuscì a raccogliere parecchi accenni secondo cui molte persone importanti di corte sarebbero state felici di vedere Mael reinserito nella sua antica posizione e suo figlio ridotto al semplice rango di erede. Forse era una reazione dettata dai sentimenti o dal senso dell’onore… forse. Primilla andò a cercare il Consigliere Cadlew e gli chiese senza mezzi termini perché tutti fossero così impazienti di vedere Mael tornare come signore di Aberwyn e di Cannobaen.

— Sembri dannatamente interessata agli affari di Mael — osservò il consigliere.

— È ovvio, perché la corporazione deve sapere come meglio investire i suoi doni: non ci piace coltivare il favore del nobile sbagliato.

— Ben detto. Bada però di non riferire ad altri le mie parole. La Principessa Camlada ha cominciato a darsi arie fin da quando suo marito è diventato Principe di Aberwyn, e sono parecchi quelli a cui piacerebbe vederla ridotta ad una condizione inferiore, senza contare che a parecchie vedove piacerebbe poter consolare il Principe Mael negli anni della maturità.

— Capisco. Quindi è soltanto una questione di donne?

— Tutt’altro. La principessa non ha offeso soltanto le dame di corte, e le vedove a cui ho accennato hanno fratelli che apprezzerebbero l’occasione di poter guadagnare influenza.

— Vedo. Tu credi che Mael verrà reinserito nel suo rango?

— Nel suo interesse spero di no, perché una cosa del genere sarebbe indubbiamente pericolosa per la sua salute. Adesso però non caverai più da me un’altra parola, buona dama.

Primilla si disse che quanto aveva appreso era già più che sufficiente e provvide a contattare subito Nevyn, perché non desiderava vedere Mael tornare a casa soltanto per essere avvelenato dai suoi stessi parenti.

Dalla finestra della camera di Mael il cortile di Dun Cerrmor appariva piccolo e ordinato come il giocattolo di un bambino. Cavalli minuscoli trottavano sull’acciottolato appena visibile, uomini altrettanto minuscoli andavano avanti e indietro per poi scomparire oltre piccole porte, e soltanto i rumori più forti fluttuavano fino alla finestra della torre. Quel pomeriggio, Mael era appoggiato al davanzale, intento a osservare il panorama ormai familiare quando sentì la porta che si apriva alle sue spalle.

— Che tutti s’inginocchino al cospetto di Glyn, re di tutto Deverry — scandì una delle guardie.

Mael si girò e s’inginocchiò proprio nel momento in cui il re entrava nella stanza: per un momento, i due si studiarono a vicenda con una sorta di sconcertato stupore per il modo in cui entrambi erano invecchiati dal loro ultimo incontro.

— Da oggi — disse infine Glyn, — sei un uomo libero.

— Vostra Altezza ha i miei umili ringraziamenti.

Glyn lasciò vagare per un momento lo sguardo per la stanza poi se ne andò, portando le guardie con sé; una volta solo, Mael rimase a lungo inginocchiato a fissare la soglia vuota, fino a quando Nevyn apparve in essa.

— Alzati, amico mio — lo incitò il vecchio. — È tempo di mettere alla prova le tue ali.

Nel seguire Nevyn lungo la scala buia e ricurva, Mael fissò le mura che lo circondavano, il soffitto che lo sovrastava, il volto di ogni persona che incontrarono. Quando infine sbucarono nel cortile la luce del sole gli si riversò sopra come un’ondata d’acqua e nel sollevare lo sguardo lui fu assalito da un senso fisico di vertigine di fronte alle mura della torre che si ergevano sopra e non più sotto di lui. Afferrandolo per un braccio, Nevyn lo sostenne finché la sensazione non fu passata.

— La mente è una cosa dannatamente strana — osservò il vecchio.

— Lo è davvero. Mi sento come se fossi stregato o qualcosa del genere.

All’inizio, il rumore e la confusione minacciarono di sopraffare Mael: gli sembrava che tutto il cortile fosse pieno di uomini che gridavano, ridevano e conducevano per la briglia cavalli i cui zoccoli tamburellavano sonoramente sull’acciottolato, mentre una quantità di serve andavano avanti e indietro con secchi d’acqua, carichi di legna da ardere e bracciate di vivande; gli intensi colori della bandiera rossa e argento di Cerrmor erano dappertutto e abbagliavano il suo sguardo di recluso. Dopo alcuni minuti, però, lo stordimento di Mael si tramutò in avidità e lui prese a camminare lentamente per assaporare ogni cosa, da uno splendido lord che gli passava accanto a cavallo ad un mucchio di vecchia paglia vicino alle stalle. Quando uno dei mastini da caccia del re gli concesse di accarezzarlo sulla testa, lui ne fu tanto compiaciuto da sentirsi quasi come un bambino idiota, deliziato da tutto perché incapace di dare alle cose un giusto valore. Allorché però espresse quella sua osservazione a Nevyn, il vecchio scoppiò a ridere.

— E chi può dire se un bambino idiota non sia il più saggio fra tutti noi? — ribatté poi. — Andiamo nelle mie camere. Gavra ci dovrebbe raggiungere fra breve.

Gavra stava però già aspettando nella spartana camera di ricevimento di Nevyn, e non appena la vide Mael le corse incontro, prendendola fra le braccia e baciandola.

— Oh, amore mio — disse, — ho paura di credere a tutto questo. Continuo a pensare che domani ci sveglieremo per scoprire che si è trattato soltanto di un sogno crudele.

— È dannatamente meglio che non sia così, dopo tutti i fastidi che ho avuto con la bottega! Gli accordi necessari per trasferirla ad Ebrua mi hanno causato una tale emicrania che ho dovuto ricorrere ad alcune delle mie stesse erbe!

Nevyn calcolò che avrebbero impiegato circa quattro giorni per raggiungere il confine con Eldidd dove, secondo gli accordi, una guardia d’onore inviata dalla corte di Eldidd sarebbe stata in attesa del principe. Durante la terza notte di viaggio, mentre erano accampati circa quindici chilometri ad ovest di Morlyn, un diverso comitato di ricevimento venne però loro incontro: Primilla e due giovani muniti di bastoni. Con un grido di saluto, Nevyn si affrettò ad andare loro incontro mentre ancora smontavano di sella, e Mael lo seguì a passo più lento.

— Cosa succede? — domandò Nevyn.

— Ecco, temo di avere delle notizie che potrebbero non essere piacevoli.

— Davvero? — intervenne Mael. — A corte mi vogliono avvelenare?

— Vedo che il filosofo non ha dimenticato la sua antica vita di principe — osservò Primilla. — Non sono certa che tu corra un vero pericolo, ma d’altro canto non è mai saggio correre rischi inutili, quindi siamo venuti per scortarti in un luogo sicuro fino a quando non avrò la certezza che potremo affrontare la gente di corte alle nostre condizioni e non alle loro.

— Ti ringrazio — disse Nevyn. — Non ho evitato a questo ragazzo di finire impiccato soltanto perché morisse avvelenato.

— Non ti preoccupare. Sgusceremo fra i boschi come volpi e poi… — Primilla fece una pausa e sorrise, concludendo: — E poi ci rinchiuderemo nella tana come tassi.

Dal momento che quello era il periodo in cui i contadini venivano a portare i carri carichi di legna da ardere che costituivano la loro tassa primaverile a favore del faro di Cannobaen, per tutta la settimana Avascaen si era alzato parecchio prima del tramonto per dare loro una mano a scaricare i carri e ad ammucchiare la legna nelle lunghe baracche destinate a quello scopo. In quel particolare giorno, nel vedere la nube di polvere sulla strada, Avascaen suppose che si trattasse di un’altra consegna.

— Ecco che arriva qualcun altro — disse ad Egamyn. — Corri a vedere in quale baracca rimane ancora del posto vuoto.

Con un sospiro annoiato, Egamyn si allontanò a passo lento mentre Avascaen spalancava le porte scricchiolanti per poi immobilizzarsi con la mano ancora posata sulla sbarra arrugginita e con lo sguardo fisso sul gruppo che stava sopraggiungendo lungo la strada: cavalieri… muli da soma… quella strana donna con le mani sporche di azzurro… e dietro di loro… non poteva essere… e tuttavia era lui, capelli grigi o meno. Con un grido che era quasi un singhiozzo, Avascaen si precipitò lungo la strada per dare al Principe Mael il benvenuto a casa, e quando si aggrappò alla sua staffa in segno di fedeltà Mael si chinò verso di lui dalla sella.

— Guarda come siamo cambiati entrambi, Avascaen! Quando sono partito eravamo ragazzi, mentre ora siamo ingrigiti tutti e due.

— Infatti, mio principe, ma vederti mi rallegra lo stesso.

— Così come io sono lieto di rivedere te. Puoi darci ospitalità?

— Cosa? Ma certo, Vostra Altezza. Siete arrivati proprio al momento giusto, perché Scwna ha cominciato ad arieggiare le tue camere, come fa ogni primavera, e adesso devono essere tutte pulite e in ordine per te.

— Davvero? Lo fa ogni primavera?

— Ogni primavera. Noi siamo come tassi, mio principe, teniamo duro.

Mael scese di sella e afferrò la mano del custode, stringendola con vigore; quando scorse le lacrime che brillavano negli occhi del principe, Avascaen si sentì a sua volta prossimo alla commozione.

— Adesso io non sono più un principe — affermò quindi Mael, — e mi ritengo onorato di considerarti un amico. Ho qui con me la mia nuova moglie e mio figlio, e questa volta prego proprio di essere tornato a casa per restarci.

Quando il gruppo entrò nel cortile, Egamyn, Maryl e Scwna corsero fuori per salutare i nuovi venuti, e Avascaen indirizzò al suo secondogenito un sorriso compiaciuto.

— Non ti avevo detto che sarebbe tornato? — commentò.

Ed ebbe la soddisfazione di vedere suo figlio restare a bocca aperta per lo stupore.

Dopo un pomeriggio trascorso in amichevole compagnia e una cena per celebrare l’avvenimento, Avascaen uscì per accendere il faro. Mentre il cielo cominciava a tingersi di un grigio perlaceo strappò alcune scintille al suo acciarino, accese l’esca secca e soffiò su di essa fino a farla ardere bene. A quel punto cominciò ad aggiungere ceppi finché il fuoco prese a bruciare intenso per inviare il proprio avvertimento sul mare, ed infine si accostò al parapetto per abbassare lo sguardo sulla rocca, le cui finestre brillavano allegre per la luce delle lanterne: il principe era tornato a casa.

Io non ho dimenticato lui e lui non ha dimenticato me, pensò. Siamo proprio come i tassi, tutti e due.

Il mondo gli parve un luogo soddisfacente e permeato di giustizia. Più tardi, quando la luna piena era al suo zenit, Mael salì sulla torre. Ansante, con il fiato corto, il principe si appoggiò al parapetto.

— Devi avere gambe dannatamente robuste — osservò.

— Oh, dopo un po’ ci si abitua.

Insieme, rimasero a contemplare il mare e le onde coperte di schiuma tinta d’argento dalla luna che si abbattevano sulla piccola, pallida striscia di spiaggia.

— Ti ho detto che sono stato tenuto sulla sommità di una torre per tutto il tempo della mia prigionia? — chiese infine Mael.

— Ma guarda che strano. E così tu eri là che guardavi in basso mentre io qui facevo la stessa cosa.

— Proprio così, ma qui il panorama è dannatamente più ampio di quello di cui godevo io. Voglio rimanere a Cannobaen per il resto della mia vita, ma la cosa dipenderà dal Principe Ogretoryc, perché adesso la tenuta appartiene a lui e non più a me.

— Se avrà il coraggio di buttarti fuori, allora si dovrà trovare un altro custode per il faro — dichiarò Avascaen, poi rifletté per un momento sul problema e aggiunse: — Senti, mio fratello ha più terra di quanta sia in grado di coltivarne da solo, e se si dovesse arrivare a questo ci accoglierà di certo presso di sé.

— Ti ringrazio. Anch’io potrò guadagnare qualche moneta scrivendo lettere a pagamento.

Per alcuni minuti i due condivisero un amichevole silenzio.

— A proposito — chiese poi Mael, — sono mai passate di qui delle navi?

— Dannatamente poche, ma non si può mai sapere quando qualcuno può aver bisogno del faro.

Dal momento che tutta la sua strategia si basava sul fatto di dimostrare che Mael era ormai una persona del tutto inadatta alla vita di corte, Primilla chiese al principe di scrivere al più presto possibile una lettera al figlio, e il risultato la lasciò molto soddisfatta.

«A Ogretoryc, Principe di Aberwyn e di Cannobaen, e mio figlio, Mael il filosofo manda i suoi saluti. Vostra Altezza, sebbene non ci siamo mai scambiati neppure due parole, si addice ad un padre di essere franco con la propria progenie. So benissimo che tu desideri conservare la posizione e gli onori di cui godi alla corte di mio fratello il re e non desidero altro che vederteli mantenere. Dopo la mia lunga prigionia sono infatti divenuto un umile studioso, inadatto ai doveri della guerra e del governo, e tutto ciò che voglio è vivere il resto del tempo che mi rimane nella dimora di campagna di Cannobaen oppure, se Vostra Altezza così preferisce, come comune abitante del villaggio vicino. Potrai trasmettermi la tua decisione tramite Primilla, capo della corporazione dei tintori, perché temo per la mia vita nell’ambiente di corte e non nutro nessun desiderio di assaporare la libertà soltanto per essere avvelenato poche settimane più tardi. Tuo padre, Mael il filosofo.»

Quando Primilla ebbe finito di leggere la lettera, Mael si appoggiò allo schienale della sedia e le indirizzò un sorriso enigmatico.

— Dovrebbe andare benissimo — osservò la donna.

— Ottimo. Sai, è strano essere umili con il proprio figlio. Se per loro non era sufficiente che fossi stato disconosciuto, adesso ho anche abdicato, e per usare il modo di esprimersi del nostro Avascaen, questo dovrebbe sistemare per bene le cose.

Quando tornò ad Abernaudd, Primilla attese un giorno intero prima di consegnare la lettera, in modo da poter prima sentire gli ultimi pettegolezzi, e dal momento che la corte e l’intera città ne erano pieni nello stesso modo in cui un nido di vespe è pieno di pungiglioni, i suoi amici ebbero parecchie cose da riferirle. Il re aveva effettivamente mandato al confine una guardia d’onore per ricevere Mael, ma essa aveva invece trovato là soltanto Nevyn, un consigliere di Cerrmor, e il Principe Cobryn di Cerrmor, i quali avevano informato la scorta che il Principe Mael aveva preferito viaggiare da solo. Tutti avevano sospettato un tradimento, non da parte di Cerrmor ma di Ogretoryc.

— Io sostengo invece che in questa corsa stanno scommettendo tutti sul cavallo sbagliato — commentò Cadlew. — Se c’è stato un tradimento, dietro di esso non c’è il principe ma la principessa. Alcuni degli uomini a lei fedeli avrebbero potuto mandare una banda di guerra a dare la caccia a Mael.

— Davvero? Supponiamo per un momento che il filosofo non sia morto. Qualcuno ha idea di dove potrebbe essere?

— Ci sono molte supposizioni al riguardo, ma la voce che circola con maggiore insistenza è quella secondo cui Mael si sarebbe recato presso i ribelli di Pyrdon, che gli avrebbero dato asilo per creare problemi qui in Eldidd. Fortunatamente, i ribelli sono troppo deboli per sostenerlo in un tentativo di conquistare il trono… almeno per ora. Dopo tutto, chi può biasimare un uomo che è stato principe per voler riavere ciò che era suo?

L’indomani, Primilla fece la sua visita al principe e alla principessa. Il volto di Camlada era tanto teso da lasciar pensare che non dormisse da alcune notti, mentre Ogretoryc appariva soltanto perplesso.

— Ho una lettera per te da parte di tuo padre, Altezza — disse subito Primilla.

Ogretoryc si alzò in piedi di scatto mentre Camlada s’incurvò in avanti sul suo seggio e fissò con occhi sgranati Primilla che porgeva a suo marito il messaggio in questione.

— E dove hai visto mio padre?

— Sulla strada… Vostra Altezza sa che io viaggio spesso. Tuo padre mi è parso molto angosciato e quando ha saputo che ero diretta ad Abernaudd mi ha chiesto di consegnarti questa lettera.

— Il sigillo è senza dubbio quello di Aberwyn — osservò Ogretoryc, rigirando il rotolo di pergamena fra le mani. — Deve essere quello che aveva con sé quando è stato catturato.

Mentre leggeva la missiva, Camlada continuò a fissarlo con occhi che tradivano un eccessivo timore.

— Bene — commentò infine Ogretoryc, — questo dovrebbe far cessare tutte quelle voci secondo cui io lo avrei fatto assassinare mentre era in viaggio. Scusami, buona dama, temo di aver dimenticato le regole della cortesia, ma nelle ultime settimane ho avuto il cuore gravato da molti problemi.

— Naturalmente, Vostra Altezza. Senza dubbio ti è stato difficile sopportare la preoccupazione per la vita di tuo padre.

— Infatti — replicò Ogretoryc, e il modo in cui si espresse convinse Primilla della sua sincerità, come anche il gesto carico di disprezzo con cui gettò la lettera in grembo a sua moglie.

Scrollando il capo con alterigia, Camlada raccolse la lettera e la lesse, mentre Primilla osservava le correnti di paura e di sospetto che volteggiavano come demoni nella sua aura.

— La mia signora è soddisfatta? — chiese Ogretoryc, secco e sprezzante.

— Il mio signore pensava che avrei potuto non esserlo?

Allorché i loro sguardi s’incrociarono, Primilla si affrettò a voltarsi e a far finta di ammirare una composizione floreale; dopo un momento Ogretoryc distolse lo sguardo da quello della moglie con un piccolo ringhio sommesso.

— Permettimi di accompagnarti alla porta, buona dama — disse quindi. — Hai la mia gratitudine per avermi consegnato quella lettera.

E non aggiunse altro fino a quando non furono ben lontani dal raggio uditivo di sua moglie.

— Puoi dirmi dove si trova Mael? — chiese allora.

— È a Cannobaen, Altezza.

— È quello che pensavo. Bada però di non dirlo a nessun altro finché non avrò sistemato ogni cosa: la mia amata moglie può benissimo continuare a cuocere nell’incertezza ancora per un po’.

Ogni mattina Mael e Gavra uscivano per fare una lunga passeggiata sulle alture e ammirare l’oceano. Dal momento che il ricordo di Cannobaen lo aveva tormentato durante tutto il suo esilio, Mael stentava ancora a credere di essere veramente lì, di sentire il calore del sole sulla schiena e di respirare l’aria pungente e pervasa dal profumo del mare. Spesso nel pomeriggio saliva sulla torre e sedeva vicino alle ceneri del fuoco del faro per osservare la strada, e con il passare del tempo cominciò a chiedersi quanti giorni di appagamento ancora gli restassero, perché ogni giorno senza una risposta da Abernaudd era un cattivo presagio che parlava di intrighi di corte.

Quando infine la risposta giunse, essa lo colse però di sorpresa. Mael era nella sua camera, intento a tracciare delle righe su una pergamena con l’ausilio di stilo e di righello, quando il figlio di Avascaen, Maryl, fece irruzione nella stanza.

— Altezza, alle porte ci sono venticinque uomini, e tuo figlio è con loro.

Quasi senza soffermarsi a riflettere, Mael afferrò il suo minuscolo coltello per aguzzare la punta delle penne e corse fuori. Gli uomini stavano smontando di sella in mezzo ad una cordiale confusione e Mael non ebbe difficoltà a individuare in mezzo ad essi suo figlio, perché gli somigliava notevolmente. Sorridendo, Ogretoryc venne verso di lui e gli tese la mano.

— Mi rallegra il cuore vederti, padre. Per tutta la vita ho sentito parlare di te, ed ora finalmente c’incontriamo.

— Infatti — rispose Mael, stringendo la mano offertagli.

— La tua lettera mi ha addolorato. Ti giuro che non hai nulla da temere.

— Allora la corte è cambiata dall’ultima volta che ci sono stato.

— Ho ricevuto parecchi consigli poco raccomandabili, se è questo che intendi… ma ucciderò il primo uomo che oserà levare la mano contro di te.

Ogretoryc parlò con una tale nota di sincerità che Mael sentì quasi il desiderio di piangere per il sollievo.

— Te ne sono grato — rispose semplicemente.

Ogretoryc si girò, sollevando lo sguardo verso la torre.

— Sai, non ero mai stato qui prima d’ora. Quando ero bambino, mia madre non ci è mai venuta, perché il ricordo di quanto tu amavi questo posto la faceva soffrire, e quando sono cresciuto sono rimasto lontano in guerra per la maggior parte del tempo. È tuo. L’ho trasferito a tuo nome, e il re ha generosamente annesso un titolo alle terre. Ho le lettere di nomina nelle sacche della mia sella.

— Per gli dèi! È stato generoso da parte tua.

— C’è una cosa che ti devo dire — proseguì Ogretoryc. — Alcuni anni fa, quando hanno mandato quella lettera che ti disconosceva, tutti erano certi che Glyn ti avrebbe impiccato. Io avrei implorato il re di non inviare quella lettera, ma all’epoca ero lontano dalla corte. — Ogretoryc fece una pausa e si decise infine a guardare in volto il padre. — Mia moglie a fatto in modo che io fossi assente quando si è tenuto il consiglio in cui il re ha preso quella decisione… l’ho scoperto soltanto molto più tardi.

— Al tuo posto non me ne farei una colpa, perché dubito che il re avrebbe prestato orecchio alla tua supplica. Ti chiedo però il favore di non dover mai essere costretto a incontrare tua moglie.

— Sto per ripudiarla. Potrà vivere il resto della sua vita in un tranquillo luogo di ritiro.

La malizia che permeava la voce di Ogretoryc disse a Mael che lui aveva scelto per la moglie la punizione più adeguata.

Il mattino successivo Ogretoryc partì per tempo, promettendo di tornare presto se soltanto i combattimenti estivi lo avessero permesso. Mael rimase a salutarlo vicino alle porte e andò poi in cerca di Gavra, trovandola intenta a studiare il tratto di cortile adiacente all’orto di Scwna.

— Cosa stai facendo? — le chiese.

— Stavo pensando di togliere questo tratto di acciottolato per piantare un po’ di erbe mediche. Scwna mi ha detto che qui c’è molto sole.

— Lo vedo. Per anni la gente parlerà dell’eccentrica Lady Gavra di Cannobaen e delle sue erbe.

— Non posso essere una dama. Lo rifiuto.

— Non puoi rifiutare. Hai sigillato la tua sorte quando mi hai sposato. Sai, molte ragazze si sono conquistate un titolo con la loro bellezza, ma tu sei la prima di cui io abbia mai sentito parlare che lo abbia conquistato con un decotto di erbe febbrifughe.

Quando Gavra scoppiò a ridere Mael la baciò e si limitò poi a tenerla stretta a sé, sotto la calda luce del sole.

TRE

Nell’estate del 797, nel suo cinquantesimo anno d’età Glyn, Gwerbret di Cerrmor e aspirante re di tutto Deverry, mori per un attacco di cuore. Sebbene Nevyn fosse da tempo preoccupato per le condizioni di salute del re, quella fine repentina lo colse alla sprovvista. Una mattina Glyn lasciò la fortezza alla testa dei suoi uomini e a mezzogiorno venne riportato indietro morto: la crisi lo aveva colto mentre stava montando a cavallo ed era morto nel giro di pochi minuti. Mentre la regina affranta e le sue cameriere lavavano e componevano il corpo, il figlio maggiore di Glyn, Camlan, assunse la carica di sovrano al cospetto dei suoi fedeli vassalli: nella grande sala il sommo sacerdote di Bel dapprima gli impartì la benedizione e poi gli appuntò sul plaid l’enorme spilla regale. Mentre i vassalli venivano avanti ad uno ad uno per inginocchiarsi davanti al loro nuovo signore, Nevyn approfittò della confusione per sgusciare via e raggiungere le sue camere: era giunto per lui il momento di lasciare Cerrmor.

A tarda notte, il vecchio era intento a preparare i bagagli quando il nuovo re lo mandò a chiamare. Camlan si era già trasferito negli appartamenti reali ed era fermo accanto al camino, di fronte al quale Nevyn aveva tante volte visto suo padre passeggiare con irrequietezza. Trentenne, di struttura robusta, il nuovo sovrano era attraente quanto lo era stato suo padre, ed era altrettanto alto ed eretto.

— Ho sentito dire che intendi lasciarci — affermò. — Speravo che mi avresti servito come hai fatto con mio padre.

— Il mio signore è molto gentile — replicò Nevyn, sospirando al pensiero delle necessarie menzogne che avrebbe dovuto proferire, — ma la morte di tuo padre è stata un duro colpo per una persona vecchia come me. Non ho più la forza di addossarmi i doveri di corte, mio signore, e desidero soltanto trascorrere nella quiete i miei ultimi anni, onorando la memoria di tuo padre.

— Sentimenti molto nobili. Allora lascia che ti assegni un po’ di terra nelle vicinanze di Cerrmor, come ricompensa per i lunghi anni in cui ci hai serviti.

— Il re è davvero generoso, ma dovrebbe conservare simili favori per uomini più giovani di me. Ho dei parenti che mi ospiteranno, ed è ai parenti che si rivolge sempre la mente di un vecchio.

Quando lasciò Cerrmor, Nevyn si recò dapprima a Cannobaen, per fare visita a Mael e a Gavra. Anche se la guerra infuriava lungo il confine di Eldidd il suo aspetto di vecchio e trasandato erborista gli permise di sgusciare con facilità fra le linee e di puntare indisturbato verso la costa. Sul finire di un dorato giorno d’estate, quando le rose selvatiche erano in piena fioritura lungo la strada, Nevyn raggiunse la fortezza: l’antico stemma dei principi di Aberwyn era stato rimosso dalle porte e al suo posto ce n’era uno nuovo rappresentante due tassi che lottavano e il motto: Noi teniamo duro.

Allorché Nevyn condusse all’interno delle mura il cavallo e il mulo Mael, che adesso appariva abbronzato e vigoroso, gli venne incontro con un grido di saluto e con un ampio sorriso, stringendogli la mano fra le proprie.

— Sono lieto di vederti, ma cosa ci fai qui, tanto lontano dagli importanti affari del regno? — domandò.

— Glyn è morto, ed io ho lasciato la corte.

— È morto? Non lo sapevo.

— Mi sembri rattristato, amico mio.

— In un certo senso lo sono. Quali che siano stati i suoi motivi, Glyn è stato il mecenate più generoso che uno studioso abbia mai avuto. Dopo tutto mi ha nutrito per vent’anni, giusto? Più di un nobile ha ricevuto lunghe dediche per assai meno. Ma ora vieni dentro. Gavra sarà lieta di vederti ed abbiamo una nuova figlia da mostrarti.

Oltre alla nuova nata, Mael aveva anche un altro tesoro da condividere con Nevyn, un libro assai raro che aveva trovato in un tempio di Wmm nel corso di una delle sue rare visite ad Aberwyn. Quella notte, i due fecero a turno nel leggere a voce alta l’antica traduzione di un dialogo scritto da un saggio dei Rhwman, Tull Cicryn, e nei giorni che seguirono più di una volta rimasero alzati fino a tardi per discutere di quei pensieri risalenti all’Alba dei Tempi.

— Questo libro mi è costato una dannata quantità di denaro — commentò Mael. — Gavra ha pensato che fossi impazzito, e forse ha ragione, ma i preti sostengono che si tratta del solo libro di Cicryn che sia sopravvissuto all’esilio.

— È così, ed è un peccato che non ne abbiamo altri. La storia antica sostiene che Cicryn era un uomo molto simile a te, un principe dei Rhwmanes che ha perduto il potere perché ha sostenuto il pretendente sbagliato al trono e che ha poi dedicato alla filosofia il resto della sua vita.

— Spero che il suo esilio non sia stato troppo aspro, ma senza di esso forse non avremmo avuto questi Discorsi Tuscani. Intendo includere le sue argomentazioni contro il suicidio nel mio nuovo libro, perché quella sua immagine centrale è decisamente adatta e impressionante, là dove lui afferma che noi siamo come le sentinelle di un esercito, nominate dagli dèi per ragioni che non possiamo conoscere, e che quindi uccidersi equivale a disertare dal proprio posto.

— Come mi pare di aver commentato all’indirizzo di un giovanissimo principe, molto tempo fa.

— Proprio così — rise con disinvoltura Mael, — e avevi ragione. A questo proposito, c’è una cosa che avevo intenzione di dirti. Se vorrai restare con noi per il resto della tua vita sarai il benvenuto. Non ti posso offrire lo splendore di una corte, ma Cannobaen ha un clima mite d’inverno.

— Sei molto generoso e la tua offerta mi tenta davvero, ma ho dei parenti presso cui andare.

— Parenti? Ma certo, è ovvio che tu abbia dei parenti. Stavo cominciando a pensare che gli uomini del dweomer sbucassero già adulti dal terreno.

— Come i ranocchi dal fango caldo? Non siamo tanto strani… non del tutto, comunque.

Quando se ne andò, Nevyn sgusciò via una mattina all’alba, prima che la famiglia si svegliasse, per evitare a tutti il dolore della separazione. Mentre si allontanava, si girò a guardare il pallido bagliore del faro di Cannobaen che splendeva sulla cima della torre e seppe che non avrebbe mai più rivisto Mael. Gli sarebbe piaciuto avere davvero dei parenti presso cui recarsi, ma i pochi distanti parenti che ancora gli restavano si trovavano presso una delle varie corti in guerra, che ora lui avrebbe dovuto evitare per qualche tempo: semplicemente, doveva far finta di morire. Dopo parecchi anni, un altro Nevyn l’erborista avrebbe potuto presentarsi di nuovo nei luoghi in cui lui era già stato senza che ci fossero persone in grado di porre domande imbarazzanti in merito alla sua vita insolitamente lunga.

Incamminandosi, decise di recarsi in qualche villaggio di confine del territorio di Cantrae, dove avrebbe potuto mettere le sue capacità al servizio della popolazione di quel regno lacerato, e si chiese se avrebbe rivisto Brangwen, che forse era già rinata in un nuovo corpo. Non poteva comunque fare altro che seguire il proprio intuito e lasciare che quella casualità che era qualcosa di più del puro caso lo guidasse. Con un lungo e doloroso sospiro indirizzò il cavallo sulla strada che portava a nord, sentendosi molto stanco nonostante la sua lunghissima esistenza che ad altri uomini sarebbe parsa una cosa meravigliosa.

Mael, Signore di Cannobaen, e sua moglie Gavra vissero molti lunghi anni felici e infine morirono di vecchiaia a pochi giorni di distanza uno dall’altra. A mano a mano che la sua reputazione di saggezza andò crescendo, lui divenne noto come «Mael il Veggente» e venne così inserito in quella categoria di uomini che nell’Alba dei Tempi erano stati conosciuti come «vati». Anche se la gente di Deverry lo chiamava Mael y Gwaedd, nella lingua di Eldidd il suo nome divenne Maelwaedd, un titolo che per lungo tempo venne poi trasmesso ai suoi discendenti.

ESTATE, 1063

Non si deve mai parlare di «vincolare» uno spirito dentro un cristallo o un talismano. Se lo spirito sceglie di servirti in questo modo, ciò sarà un bene reciproco, perché esso acquisirà conoscenza e potere come ricompensa. Lasciamo dunque al Sentiero Oscuro tutti i discorsi di vincolo e di sottomissione.

Dal Libro Segreto di Cadwallon il Druido

Era uno splendido giorno d’estate e il sole scintillava sulle acque del fiume Lit. Lord Camdel, un tempo incaricato del Bagno del Re, cantava mentre cavalcava lungo il fiume… soltanto frammenti di canzoni mescolati senza un ordine preciso perché stava incontrando una notevole difficoltà a ricordare le parole. In effetti, aveva difficoltà a ricordare qualsiasi cosa, come per esempio perché stesse attraversando quelle solitarie colline della provincia dell’Yr Auddglyn. Di tanto in tanto, quell’interrogativo gli affiorava nella mente, ma per quanto ci riflettesse sopra non trovava mai la risposta e gli sembrava assolutamente giusto essere a centinaia di chilometri dalla corte, con un misterioso pacchetto di gioielli nelle sacche della sella. Sapeva di aver rubato i gioielli, ma non era più in grado di rammentare il perché o chi fosse stato il loro proprietario.

— Devo essere ubriaco — confidò al castrato sauro che montava, — ma perché sono venuto proprio qui ad ubriacarmi?

Alcuni chilometri più avanti la strada che seguiva il fiume descriveva una brusca svolta e nell’aggirarla Camdel scorse tre uomini a cavallo che… lo sapeva, anche se in modo confuso… lo stavano aspettando. Naturalmente di trattava di Sarcyn e di Alastyr, e il terzo uomo doveva essere il fratello di Sarcyn! Senza dubbio doveva quindi essere venuto fin lì per comprare dell’oppio con i gioielli. Finalmente tutto cominciava ad avere un senso.

— Ben incontrato, amico mio — lo salutò Alastyr. — Sei pronto a venire con noi?

Camdel aprì la bocca per assentire, ma in quel momento un pensiero improvviso gli affiorò nella mente.

Non seguirli! esso gli ingiunse. Ti faranno del male!

Quel pensiero fu così intenso e urgente che senza neppure soffermarsi a riflettere Camdel assestò uno strattone alle redini per far girare il cavallo.

— Fermo! — esclamò Sarcyn, spronando per raggiungerlo. Fuggi! urlò la voce nella sua mente.

Obbediente, Camdel incitò il cavallo, ma proprio nel momento in cui sì lanciava al galoppo l’animale s’impennò con un nitrito di agonia e nello stesso tempo Camdel vide la lama di una spada brillare al sole nel tagliare la gola all’animale. Il nobile riuscì appena in tempo a liberare i piedi dalle staffe e a rotolare al suolo mentre il castrato si accasciava, poi si alzò barcollando e annaspò per afferrare la spada, ma un colpo violento lo raggiunse alla nuca e lo fece sprofondare nell’oscurità.

— Un buon lavoro, Sarcyn — approvò Alastyr. — Evy, recupera le sacche della sella! Ce ne dobbiamo andare in fretta.

— È una vera seccatura aver dovuto abbattere il cavallo — commentò Sarcyn, inginocchiandosi accanto a Camdel. — Adesso gliene dovremo procurare un altro.

— Stavo pensando che potremmo semplicemente ucciderlo e liberarcene, perché la situazione è più pericolosa di quanto credessi. Non dimenticare che con questa dannata guerra in corso nella zona potremmo incontrare in qualsiasi momento una pattuglia.

Sarcyn sollevò lo sguardo con un lampo di ribellione negli occhi.

— So che te lo avevo promesso, ma… — Alastyr esitò, ricordando come il Vecchio lo avesse avvertito che il suo apprendista lo odiava. — Ah, d’accordo, dopo tutto non è molto pesante e potrai legarlo sul tuo cavallo finché non gliene avremo trovato un altro.

— Ti ringrazio, maestro. Inoltre, potremmo sempre usarlo per il rituale.

— È ciò che faremo, stanotte stessa. Oh, dèi, sono sfinito.

In quel momento sopraggiunse Evy con le sacche della sella. Pur sentendosi tentato di aprirle subito per contemplare i gioielli in esse contenuti, Alastyr ci rinunciò perché avevano poco tempo e si lanciò invece intorno un’occhiata piena di nervosismo, nel timore di vedere la banda di guerra di qualche nobile lord che puntava verso di loro. Camdel sarebbe stato una dannata seccatura… pensandoci, Alastyr si rese conto che il pensiero che Sarcyn lo odiasse, dopo tutto quello che aveva fatto per lui, lo faceva soffrire. Del resto, adesso non c’era tempo per preoccuparsi per cose del genere e Sarcyn era troppo utile per poter essere eliminato.

La testa gli pulsava per un dolore accecante e un paio di braccia lo circondavano, sostenendolo, ma dove si trovava? Era a cavallo, da qualche parte. Camdel aprì gli occhi e vide intorno a sé un verde pascolo… l’Auddglyn. Ricordando il proprio tentativo di fuga, gemette e si contorse sulla sella, rendendosi conto soltanto allora di avere le caviglie legate alle staffe.

— Ti sei svegliato, eh? — chiese Sarcyn.

Camdel si accorse che Sarcyn stava cavalcando dietro di lui e che erano le sue braccia a mantenerlo in sella; alle loro spalle sentì poi il rumore di altri cavalli che li seguivano, mentre la distesa di prati verdi prendeva a tremolare e a ondeggiare davanti al suo sguardo annebbiato dal dolore.

— Mi dispiace per il colpo alla testa — proseguì Sarcyn, — ma non ti potevamo permettere di andare via in quel modo. Comunque fra un po’ ti sentirai meglio.

— Perché? A cosa vi servo?

Sarcyn scoppiò in una piccola risata sommessa.

— Lo scoprirai stanotte — rispose.

Camdel era troppo esausto per porre altre domande, perché pur essendo perfettamente addestrato nell’uso delle armi e avendo addirittura vinto più di un torneo, non aveva mai combattuto in guerra né aveva mai consumato molte energie nel corso della sua vita. Il dolore alla testa finì quindi per occupare interamente i suoi pensieri per il resto di quella lunga e infelice cavalcata.

Finalmente arrivarono in una fattoria che doveva essere deserta da qualche tempo, a giudicare dal deterioramento del muro di terra che la circondava e dalla sottigliezza dello strato di paglia che copriva il tetto dell’edificio. Quando gli altri furono scesi di sella, Sarcyn liberò le caviglie di Camdel e lo tirò giù dal cavallo, spingendolo poi nella grande stanza semicircolare che un tempo era stata la cucina; adesso i bagagli dei quattro erano sparsi sul pavimento e vicino al focolare si scorgeva un mucchio di coperte.

— Sdraiati e riposa — consigliò Sarcyn. — Per accertarmi che tu non te ne vada, ti legherò le mani e i piedi.

Una volta legato, Camdel si distese e rimase immobile, cercando di non spostare minimamente la testa dolente; gli altri entrarono a loro volta nella cucina, parlando fra loro del bottino, poi si spostarono in un’altra camera e mentre stava cercando di addormentarsi Camdel sentì d’un tratto un vero e proprio urlo di rabbia.

— È sparita! Deve essere caduta quando abbiamo ucciso il suo dannato cavallo! C’è tutto, tranne la Grande Gemma dell’Ovest. Sarcyn, sella il cavallo e torna indietro a cercarla.

La Grande Gemma dell’Ovest. Che cos’era? Camdel ricordava in modo vago quel nome, ma il dolore alla testa gli rendeva difficile pensare e alla fine scivolò nell’incoscienza, soltanto per essere tormentato da uno spaventoso sogno in cui Alastyr lo interrogava in merito alla misteriosa gemma.

Quando si svegliò era ormai notte e un fuoco ardeva nel camino. Poco lontano, Alastyr, Sarcyn ed Evy erano seduti per terra e intenti a parlare fra loro in tono sommesso permeato di una gelida furia. Quando si rese conto che probabilmente non avevano trovato la pietra, Camdel ne fu contento; tentò quindi di muoversi e pur emettendo un gemito involontario scoprì che adesso il dolore era calato a livelli tollerabili.

— Dategli qualcosa da mangiare e da bere — ordinò Alastyr. — Voglio praticare il rito immediatamente, perché tutti questi viaggi astrali mi hanno prosciugato di energie.

Il cuore di Camdel cominciò a battere con la violenza di un tamburo e mentre Sarcyn gli si avvicinava gli riaffiorarono nella mente tutte le storie che gli era capitato di sentire in merito ai maghi malvagi.

— Oh, non siamo i mercanti di oppio che tu credevi — affermò Sarcyn, inginocchiandosi accanto a lui. — Presto scoprirai nuove verità, piccolo uomo, e anche se all’inizio mi odierai per quello che ti farò credo che con il tempo comincerai ad apprezzarlo.

Allorché Sarcyn gli liberò le mani, Camdel scoprì che esse tremavano a tal punto da rendergli difficile reggere la borraccia che gli veniva porta, ma la sete tormentosa lo costrinse a calmare il tremito per trangugiare lunghe sorsate d’acqua. Mentre beveva, Sarcyn indugiò ad osservarlo con un sorrisetto che gli fece accapponare la pelle.

— Hai fame? — gli chiese poi.

— No — rispose Camdel, a fatica. — Per favore, lasciatemi andare. Mio padre è ricco e mi riscatterà… per gli dèi, vi prego, lasciatemi andare!

— Non rivedrai mai più tuo padre, ragazzo. Verrai con noi nel Bardek e quando mi sarò stancato di te sarai venduto come schiavo, quindi è meglio che tu cerchi di compiacermi per evitare di venirmi subito a noia.

Improvvisamente, Camdel comprese cosa l’altro intendesse sottintendere e si ritrasse con un movimento involontario che strappò una risata a Sarcyn.

— Probabilmente non riuscirebbe comunque a mangiare — intervenne Alastyr. — Liberagli le caviglie e portalo di là.

Allorché Sarcyn lo issò in piedi Camdel barcollò, perché era rimasto legato tanto a lungo che ora gli riusciva difficile camminare; un po’ spingendolo e un po’ sostenendolo, l’apprendista lo condusse in un’altra camera, dove un panno di velluto nero ricamato con strani simboli e sigilli era stato appeso ad una parete; lanterne contenenti candele pendevano da alcuni ganci e in un angolo c’era un piccolo braciere di bronzo da cui esalava una lieve nube di incenso. Nel centro del pavimento spiccava un robusto anello di ferro inserito in una botola che dava indubbiamente accesso ad una cantina o a qualche altro locale del genere.

— Era tutto pronto e stavamo soltanto aspettando che tu ti svegliassi — affermò Alastyr, e Camdel odiò più che mai la sua voce untuosa. — Ti avverto che se cercassi di lottare potresti farti del male, quindi ti conviene restartene sdraiato tranquillo.

A quelle parole Sarcyn lo spinse prono sul pavimento con tale violenza da troncargli il respiro e si affrettò a legargli le mani all’anello di ferro, spostandosi poi di lato. Quando sollevò lo sguardo, Camdel vide che Alastyr si era venuto a mettere davanti a lui, a meno di un metro di distanza e che teneva le mani sollevate all’altezza delle spalle, con il palmo in avanti. Alla luce delle candele i suoi occhi sembravano brillare mentre lui fissava quelli del prigioniero, che all’improvviso scoprì di non poter distogliere lo sguardo nonostante tutti i suoi tentativi in quel senso: gli occhi di Alastyr lo avevano intrappolato e lui ebbe l’impressione che il vecchio lo stesse prosciugando delle energie vitali in un modo misterioso che non riusciva a comprendere.

Poi Sarcyn gli si inginocchiò accanto e cominciò a sfilargli i calzoni, allungando una mano sotto di lui per slacciarli e accarezzarlo, e Camdel prese a dibattersi come un pesce preso all’amo. L’apprendista era però troppo forte per lui e alla fine il giovane nobile rimase disteso immobile, seminudo e tremante di paura, con lo sguardo fisso negli occhi di Alastyr mentre Sarcyn gli allargava le gambe e s’inginocchiava in mezzo ad esse. Il vecchio prese allora a cantilenare qualcosa in una lingua incomprensibile, un sommesso e ritmico mormorio ancora più spaventoso per il modo lento e controllato in cui veniva pronunciato.

Quando sentì le mani di Sarcyn afferrargli i glutei, Camdel comprese quello che stava per accadere e desiderò urlare, ma nessun suono gli scaturì dalla gola.

Nel grigiore umido dell’alba il campo cominciò a svegliarsi… gli uomini si alzarono sbadigliando e imprecando, i cavalli presero a tirare le corde che li legavano con sbuffi sommessi. Al suo posto di guardia vicino al fiume, Rhodry ripose la spada nel fodero e appoggiò a terra lo scudo mentre aspettava che il capitano venisse a confermare la fine del suo turno. Il suo sguardo si posò su un campo di grano che si allargava dalla parte opposta del fiume con gli steli color oro pallido maturi per il raccolto e lui pensò che era ormai estate, la sua prima dannata estate come daga d’argento.

Quando finalmente un grido e un cenno del capitano lo avvertirono che poteva andarsene, si affrettò a rientrare al campo, dove lasciò cadere lo scudo accanto alle coperte per poi affrettarsi a raggiungere i carri dei rifornimenti per prendere granaglie per il cavallo e un po’ di colazione per se stesso.

Gli altri venti uomini della banda di guerra erano già là e Rhodry si accodò alla fila dietro Edyl, un giovane guerriero dal volto squadrato che fino a quel momento si era dimostrato il solo componente della banda disposto a rivolgere la parola ad una daga d’argento.

— Salve, Rhodry. Devo dedurre che non hai visto nemici strisciare verso di noi… oppure stavi dormendo, là fuori?

— Oh, non è stato difficile restare sveglio, con il resto di voi che russava sonoramente.

Edyl scoppiò a ridere e gli assestò un amichevole colpo alla spalla. Vicino al carro, il massiccio servitore di Lord Gwivan si fece largo in testa alla fila per prelevare la colazione del suo signore.

— Quanto dista ancora la fortezza di Lord Daen? — domandò Rhodry.

— Appena una ventina di chilometri. Se questi maledetti carri non si fracassano lo raggiungeremo entro stanotte.

— Pensi che resteremo bloccati in un assedio?

— Ecco, è questa la voce che circola, giusto? Preghiamo che non sia vero.

Fin da quando si era fatto coinvolgere in questa guerra combattuta nell’Auddglyn, Rhodry stava cercando di capire cosa stava succedendo esattamente. Per quel che era riuscito a sapere, Lord Daen e un certo Lord Laenrydd avevano in corso da tempo una faida che era stata rinfocolata da un incidente di poco conto. Ciascuno dei due nobili aveva allora convocato i suoi alleati per schierare in campo l’esercito più grande di cui poteva disporre, e Rhodry era stato assoldato da un alleato di Daen, Marclew; dal momento però che era tenuto a inviare a Daen soltanto ventuno uomini, Marclew era rimasto a casa e aveva affidato a suo figlio Gwivan il comando della banda di guerra, una cosa vergognosa che tormentava costantemente Rhodry: appena la scorsa estate lui era stato il cadvidroc di un grande esercito e adesso era soltanto una daga d’argento, assoldata per evitare che un altro uomo dovesse andare in guerra.

La banda tolse il campo senza problemi e si mise in marcia due ore dopo l’alba. Metà degli uomini procedeva insieme al suo signore in testa alla colonna, poi venivano i carri che sobbalzavano nel mezzo e infine la retroguardia. Come daga d’argento, Rhodry era stato posto proprio in coda alla colonna, dove respirava la polvere sollevata da tutti gli altri. Mentre marciava, si trovò a pensare a Jill, chiedendosi se era al sicuro alla fortezza con il resto della banda di guerra e con il lord stesso, che era vedovo; la gelosia era una sua costante compagna, che lo tormentava di continuo con il ricordo di quanto lei fosse bella; quando erano partiti insieme, lui era riuscito momentaneamente a dimenticare che in futuro sarebbero rimasti separati per settimane o addirittura per mesi, durante i quali non avrebbe avuto modo di sapere se Jill gli era rimasta fedele.

Lentamente, la colonna si snodò attraverso le basse colline coperte da alberi e arbusti; metodicamente, Rhodry passò intanto in rassegna ciascun uomo rimasto alla fortezza, chiedendosi se Jill lo avrebbe trovato interessante… il fatto che ogni uomo che la vedeva la desiderasse era per lui una conclusione scontata e il solo interrogativo era se Jill avrebbe accolto la corte di qualcuno. Il suono improvviso di un corno d’argento infranse le sue cupe riflessioni e Rhodry si sollevò sulle staffe con un grido involontario, guardandosi intorno: più avanti sulla strada una banda di guerra armata e pronta a combattere era schierata in modo da sbarrare loro il passo.

— I nemici, ragazzi! — gridò Gwivan. — Armatevi!

Mentre staccava lo scudo dalla sella e se lo infilava nel braccio sinistro, Rhodry guidò il cavallo con le ginocchia in modo da farlo uscire dalla colonna e da spingerlo oltre i carri. Intorno a lui lo schieramento di marcia si dissolse in una vorticante confusione punteggiata di imprecazioni allorché gli altri uomini fecero lo stesso, ma proprio mentre Rhodry arrivava in testa allo schieramento il suono di un altro corno annunciò una seconda banda di guerra che si riversò giù dalle colline in modo da bloccare loro un’eventuale ritirata.

A quel punto Rhodry cominciò a chiedersi se avrebbe mai rivisto Jill, fedele o meno che fosse; imprecando sommessamente sfilò un giavellotto dal fodero fissato sotto la sua gamba destra proprio nel momento in cui la banda di guerra nemica cominciava ad avanzare verso di loro.

— Gwivan! — gridò il suo capo. — Arrenditi, giovane idiota.

Il nobile spronò il cavallo fino a portarsi qualche passo più avanti rispetto ai suoi uomini incupiti. Avendo calcolato che c’erano trenta guerrieri davanti a loro e altri quaranta alle loro spalle, Rhodry si preparò a morire combattendo nel caso che Gwivan avesse rifiutato di arrendersi.

— Usa il cervello, ragazzo! — insistette il nobile a capo dei nemici. — Non è neppure una faida che ti riguardi! Lascia che tuo padre riscatti te e i tuoi uomini: a me non interessa uccidervi, voglio soltanto che per oggi non riusciate a raggiungere Daen. Non c’è disonore ad arrendersi di fronte a forze così schiaccianti, e poi i soldi del riscatto ci farebbero comodo. Dietro di lui la banda di guerra scoppiò a ridere per quella battuta.

— Belle parole, Ynryc — gridò Gwivan, di rimando, — ma cosa mi dici di Lord Degwyc?

— Non è con noi e ti do la mia solenne parola d’onore che sarai al sicuro da lui se ti arrenderai a me.

Gwivan rifletté così a lungo che Rhodry si sentì prossimo a imprecare per la frustrazione: la sua vita era sospesa al filo della ragnatela di una faida riguardante uomini che lui neppure conosceva.

— Affare fatto — disse infine Gwivan. — Accetto il tuo impegno.

Rhodry si concesse un profondo sospiro di sollievo.

Lentamente, i nemici in attesa vennero avanti e li circondarono. Ynryc prese quindi posizione accanto ad uno dei carri e rimase a controllare mentre uno alla volta Gwivan e i suoi si avvicinavano e deponevano le armi. Rhodry si presentò per ultimo e gettò dapprima sul carro i giavellotti, estraendo poi con riluttanza la spada, una splendida lama di ottimo acciaio con l’elsa modellata nella forma del drago di Aberwyn. Quello era il solo oggetto che lui amasse quanto amava Jill, e deporlo sul mucchio gli costò un notevole sforzo.

— È una spada davvero bella, daga d’argento — osservò Ynryc. — Preda di guerra?

— No, mio signore, ma un dono da parte di un uomo che ho servito bene — rispose Rhodry, pensando a suo padre che gli aveva donato la spada.

— Devi aver combattuto come un demonio per guadagnarti una spada del genere — commentò ancora il nobile, poi si girò verso Gwivan, che se ne stava seduto in sella accanto a lui con aria cupa. — Tuo padre deve aver preso sul serio i suoi impegni se è arrivato a separarsi dai suoi soldi per assoldare una daga d’argento.

Gwivan serrò la bocca in una linea sottile.

— Ah, non è colpa tua se tuo padre è così dannatamente tirchio — proseguì Ynryc. — Pensi che pagherà il riscatto per questo ragazzo?

— Mio padre è un uomo d’onore — ringhiò Gwivan, — e non è tirchio.

— È soltanto un po’ attento con i suoi soldi, vero?

Ynryc scoppiò a ridere della sua stessa battuta e Gwivan si fece scarlatto in volto per la vergogna, mentre Rhodry si sentiva assalire da un gelido senso di timore: se Marclew non avesse pagato il riscatto lui sarebbe stato ridotto ad una condizione appena superiore a quella di un servo e sarebbe divenuto per anni una proprietà di Ynryc, fino a quando non avesse ripagato il suo debito con il proprio lavoro.

Lord Marclew era talmente furibondo che tutti i presenti nella grande sala sentirono senza difficoltà la notizia. Seguito da un avvilito scriba e da un ciambellano, il nobile prese a passeggiare avanti e indietro tuonando imprecazioni all’indirizzo del clan, della virilità e del nome stesso di Ynryc, mentre Jill sostava vicino al muro insieme ad alcune serve e osservava quell’uomo enorme e ancora robusto nonostante i capelli grigi brandire il messaggio di Ynryc in un pugno massiccio e protenderlo verso lo scriba come se il poveretto fosse stato responsabile di averlo scritto e non di averne soltanto dato lettura.

— Che sfacciataggine! — ringhiò Marclew. — Catturare mio figlio sulla strada con un subdolo trucco da bastardo e poi farsi beffe di me dandomi dell’avaro! — Il nobile scagliò la pergamena contro lo scriba che l’afferrò al volo e si ritrasse immediatamente. — Cos’è che ha scritto, quel figlio di buona donna?

— «So che Vostra Signoria attribuisce un alto valore al denaro, tenendolo stretto come gli altri uomini preferiscono fare con una donna, ma indubbiamente suo figlio significa per lui abbastanza da indurlo a separarsi da una parte dei suoi tesori. Abbiamo stabilito un prezzo di due regali d’oro di Deverry, uno per i suoi uomini, inclusa la daga d’argento, e per i servitori…

— Che sfacciataggine! — ululò ancora Marclew. — Si aspetta davvero che paghi il riscatto di una puzzolente daga d’argento? Lo fanno per beffarsi di me, e che io sia dannato se starò al loro gioco.

Con un ringhio, Marclew riprese a passeggiare avanti e indietro, mentre il ciambellano si girava verso Jill e le segnalava con un cenno di venire a implorare il nobile. Jill però scosse il capo in un gesto di diniego e lasciò la grande sala; una delle serve, una ragazza di nome Perra, la seguì e la prese per un braccio.

— Cosa vuoi fare? Perché non lo implori? — chiese.

— Perché ho io il denaro necessario a riscattare personalmente Rhodry. In tutti gli anni che ho trascorso sulla lunga strada non ero mai stata trattata così miseramente da un nobile e che io sia dannata se intendo sopportarlo oltre. Se fossi un bardo, trasformerei Marclew in un oggetto di satira.

— Oh, molti bardi lo hanno già fatto, ma non è servito a nulla.

Jill scese nelle stalle, dove dormiva in un angolo accanto al suo cavallo; là un garzone l’aiutò a sellare l’animale e le spiegò come arrivare alla fortezza di Ynryc, che si trovava a circa un giorno e mezzo di viaggio.

— Sta’ attenta, ragazza — raccomandò l’uomo. — Sulle colline le bande di guerra saranno fitte come pulci su un cane.

— Baderò a me stessa. Puoi darmi un po’ di avena per il mio cavallo, oppure il tuo tirchio signore ti batterà se lo farai?

— Non lo saprà mai. Bisogna avere cura di un cavallo come quello.

Quasi sapesse che gli era stato rivolto un complimento, Sunrise scrollò la testa e fece ondeggiare la criniera argentea sul collo dorato; quel corsiero occidentale era stato un dono di Rhodry, quando lui aveva ancora avuto la possibilità di elargire doni di valore a chi lo serviva.

Jill lasciò la fortezza senza neppure rendere a Marclew l’omaggio di salutarlo e percorse i primi chilometri al galoppo per lasciarsi alle spalle la rocca; quando arrivò alle ampie rive erbose del fiume Lit permise infine a Sunrise di rallentare il passo per raffreddarsi. All’improvviso, il suo gnomo grigio apparve sul pomo della sella, appollaiato in precario equilibrio.

— Stiamo andando a prendere Rhodry, e poi imboccheremo ancora la lunga strada — spiegò Jill. — Marclew è un porco.

Lo gnomo sogghignò e assentì vigorosamente.

— Spero proprio che lo stiano trattando bene. Per caso sei andato a dargli un’occhiata?

Lo gnomo annuì vigorosamente in risposta ad entrambe le domande.

— Sai, piccolo fratello, c’è una cosa che non comprendo: nonostante il suo sangue elfico, Rhodry non riesce a vederti — osservò ancora Jill.

Lo gnomo si tormentò pensosamente i lunghi denti azzurrini mentre rifletteva sulla domanda, poi scrollò le spalle e scomparve. A quanto pareva, neppure lui era in grado di capire la cosa.

La strada si snodava attraverso basse colline, allontanandosi a volte dal fiume quando esso s’incanalava in qualche gola profonda e ritrovandolo poi nelle vallate; ai due lati si allargavano chilometri e chilometri di pascoli che ricoprivano le colline sulle quali Jill scorse qua e là capi di bestiame dagli orecchi rossicci sorvegliati da un mandriano e da un paio di grossi cani grigi e bianchi. Sul finire della giornata, la ragazza aveva appena aggirato un’ampia curva della strada quando vide lontano sulla destra alcuni corvi che saltellavano nell’erba alta oppure si levavano in volo e tornavano a posarsi per nutrirsi dopo aver descritto qualche cerchio nel cielo.

Inizialmente Jill suppose che ad aver attirato gli uccelli fosse la carcassa di un vitello, nato troppo debole per sopravvivere, o di qualche vecchia giovenca che si era ammalata ed era morta prima di essere trovata dai mandriani, ma d’un tratto lo gnomo grigio tornò ad apparire e afferrò le redini con le dita ossute, scuotendole con forza e indicando in direzione dei corvi.

— Vuoi che vada a dare un’occhiata? — domandò Jill.

Lo gnomo annuì con espressione eccitata.

Legato Sunrise ad un cespuglio vicino alla strada, la ragazza si affrettò a seguire lo gnomo; al loro avvicinarsi i corvi fuggirono con strida indignate, andando ad appollaiarsi su un albero vicino da dove potevano tenere d’occhio la loro preda, la carcassa di un cavallo che giaceva nell’erba con ancora indosso le briglie e la sella, le cui cinghie di cuoio affondavano in profondità nella carne gonfia.

Se si fosse trattato del cavallo di un membro di una banda di guerra che si era azzoppato, il suo padrone gli avrebbe però tolto i finimenti prima di dargli il colpo di grazia.

Trattenendo il respiro, Jill si avvicinò maggiormente, abbastanza da scorgere le gemme e l’argento che brillavano sulle briglie.

— Per ogni dio e sua moglie! Chi può aver mai abbandonato finimenti del genere? — esclamò.

Lo gnomo però non la stava ascoltando ed era invece intento a frugare nell’erba, separandola con le mani per sbirciare fra gli steli, il piccolo volto ossuto contratto in un’espressione concentrata. Mentre lo osservava, Jill si rese conto che già qualcun altro aveva cercato in quella zona, perché l’erba circostante era calpestata e strappata per un ampio raggio tutt’intorno al cavallo; quando infine si avviò verso lo gnomo, un bagliore dorato attirò la sua attenzione e la indusse a raccogliere l’oggetto che lo aveva causato, un bracciale formato da un semicerchio di oro puro decorato con un elaborato disegno di rose e di spirali. Pur non avendo mai visto un gioiello del genere indosso a nessuno, Jill aveva sentito narrare storie in cui si diceva che essi erano appartenuti agli eroi dell’Alba dei Tempi. Quello doveva essere quindi un oggetto di famiglia trasmesso di generazione in generazione per secoli, e di certo doveva valere almeno venti volte il suo peso in oro.

— Ehi, era questo che stavi cercando? — chiamò.

Lo gnomo le si avvicinò con espressione confusa, toccò il bracciale con un lungo dito, lo annusò e infine sorrise improvvisando una piccola danza di trionfo.

— Benissimo, allora lo porteremo con noi — decise Jill.

Lo gnomo annuì e scomparve. Nell’avvolgere il bracciale nei suoi calzini di riserva per poi riporlo nelle sacche della sella, Jill si trovò a chiedersi chi avesse ucciso quel cavallo e che ne fosse stato del suo cavaliere, e all’improvviso le giunse l’avvertimento del dweomer, un brivido gelido che le corse lungo tutta la schiena come se qualcuno l’avesse accarezzata con una mano ghiacciata. In quel luogo stava succedendo qualcosa di pericoloso che esulava dalla sua comprensione ma che lei poteva fiutare nello stesso modo in cui sentiva il puzzo del cavallo morto. Quel pomeriggio percorse una notevole distanza prima di accamparsi e durante la notte quasi non chiuse occhio, sonnecchiando soltanto a tratti nel montare la guardia.

Quella stessa notte Nevyn si trovava in una piccola locanda a circa centocinquanta chilometri di distanza. Il vecchio aveva dedicato le ultime due settimane alle ricerche di Camdel, dopo che uno dei due spiriti annessi alla Grande Gemma dell’Ovest era venuto a informarlo del suo furto. Dal momento che di rado gli capitava di dormire più di quattro ore per notte, Nevyn era ancora sveglio e intento a riflettere su quel furto sconvolgente quando lo gnomo grigio di Jill apparve davanti a lui.

— Buona sera, piccolo fratello. Jill è da queste parti?

Lo gnomo scosse il capo in segno di diniego, poi prese a saltellare in tondo con un sorriso che gli andava da un orecchio all’altro.

— Cosa significa? Ci sono buone notizie?

L’essere fatato annuì e si lanciò in un’elaborata pantomima, servendosi delle mani per descrivere un piccolo oggetto rotondo e fissando poi la forma da lui modellata come se stesse evocando un’immagine in essa.

— Oh, dèi! Ti riferisci alla Grande Gemma dell’Ovest?

Lo gnomo assentì e mimo l’atto di cercare qualcosa e di trovarla.

— L’hai trovata? Ah, ho capito, vuoi dire che ce l’ha Jill?