/ Language: Italiano / Genre:sf, / Series: Darkover (it)

La torre proibita

Marion Bradley

Darkover è un pianeta gelido e ostile, illuminato da un fioco sole rosso-sangue, su cui hanno fatto naufragio, agli inizi del volo interstellare, alcuni coloni terrestri. Col passare degli anni gli abitanti di Darkover hanno imparato a usare le “pietre matrici” per sviluppare i loro poteri psi, e sul pianeta si è formata una cultura di tipo feudale basata sull’uso delle matrici. Queste pietre, tenute in torri austere e isolate, sono oggetto di un rituale mistico: solo le Custodi, donne che hanno fatto voto di castità, hanno il diritto di adoperarle. Contrapposta alla cultura dei “clan” di Darkover, si trova la civiltà dei terrestri, i quali, dopo vari millenni, hanno riscoperto il pianeta, e vorrebbero portare ai suoi abitanti risorse tecnologiche e armi più moderne. Ma i fanatici guardiani che proteggono la verginità delle Custodi vigilano affinché il pianeta del sole rosso non cada sotto l’influenza dei materialistici terrestri. La torre proibita è la storia di due uomini e due donne che hanno osato sfidare il potere dei guardiani e la tradizione delle Torri. Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1978.

Marion Zimmer Bradley

La torre proibita

CAPITOLO PRIMO

Damon Ridenow cavalcava attraverso un territorio purificato.

Per gran parte dell’anno, il grande altopiano delle Colline di Kilghard era rimasto sotto l’influenza malefica degli uomini-felini. Le messi intristivano nei campi, sotto l’oscurità innaturale che cancellava la luce del sole; la povera gente della zona stava rintanata nelle case, senza osare avventurarsi nella campagna devastata.

Ma adesso gli uomini avevano ripreso a lavorare nella luce del grande sole rosso di Darkover, e provvedevano al raccolto prima che incominciassero le nevicate. Era l’inizio dell’autunno, e quasi tutti i raccolti erano già stati immagazzinati.

Il Grande Felino era stato ucciso nelle grotte di Corresanti, e la gigantesca matrice illegale che aveva trovato e usato in modo tanto spaventoso era stata distrutta con la sua morte. Gli uomini-felini sopravvissuti erano fuggiti nelle lontane foreste pluviali al di là delle montagne, oppure erano caduti, trafitti dalle spade delle Guardie che Damon aveva guidato contro di loro.

Il territorio era purificato e libero dal terrore, e Damon, dopo aver congedato e rinviato alle loro case quasi tutti i suoi soldati, stava facendo ritorno. Non alle sue tenute avite di Serrais: Damon era un figlio cadetto, tenuto in scarsa considerazione, e non aveva mai sentito Serrais come casa sua. Adesso stava andando ad Armida, per sposarsi.

Fermò il cavallo sul ciglio della via, guardando gli ultimi uomini che si dividevano per andare ciascuno per la propria strada. C’erano Guardie dalle uniformi verdi e nere, dirette a Thendara; c’erano alcuni uomini che si avviavano verso nord, fino agli Heller, dai dominii di Ardais e di Hastur; e alcuni che si sarebbero spinti a sud, verso le pianure di Valeron.

— Dovresti parlare agli uomini, nobile Damon — disse un uomo basso e nodoso che gli stava al fianco.

— Non sono molto abile, a far discorsi. — Damon era snello, e aveva un volto da studioso. Prima di quella campagna non si era mai considerato un militare; e si stupiva ancora di se stesso, perché aveva guidato con successo quegli uomini contro gli ultimi uomini-felini.

— Loro se l’aspettavano, mio signore — insistette Eduin, e Damon sospirò, sapendo che l’altro diceva la verità. Damon era un Comyn dei Dominii; non signore di un dominio, e neppure un erede Comyn, ma tuttavia era un Comyn, e apparteneva alla vecchia casta telepatica, dotata di facoltà psi, che governava i Sette Dominii da tempo immemorabile. Erano passati i giorni in cui i Comyn venivano trattati come dèi viventi, ma c’era ancora un rispetto sfumato di timore reverenziale. E Damon era stato abituato alle responsabilità di un figlio dei Comyn. Sospirando, spinse il cavallo verso un punto dove gli uomini in attesa potessero vederlo.

— La nostra opera è compiuta. Grazie a voi che avete risposto alla mia chiamata, ora c’è pace nelle Colline di Kilghard e nelle nostre case. Non mi resta altro che porgervi il mio ringraziamento e il mio addio.

Il giovane ufficiale che aveva condotto le Guardie da Thendara si avvicinò a Damon, mentre gli altri uomini partivano. — Il nobile Alton verrà a Thendara con noi? Dobbiamo aspettarlo?

— Dovresti attendere a lungo — disse Damon. — È stato ferito nella prima battaglia con gli uomini-felini: una piccola ferita, ma la lesione alla spina dorsale è inguaribile. È paralizzato dalla cintola in giù. Credo che non potrà più cavalcare.

Il giovane ufficiale aveva l’aria turbata. — E chi comanderà le Guardie, nobile Damon?

Era una domanda logica. Da generazioni, il comando delle Guardie spettava al dominio di Alton: Esteban Lanart di Armida, nobile Alton, le comandava da molti anni. Ma il maggiore dei figli superstiti di Dom Esteban, il nobile Domenic, era un ragazzo di diciassette anni. Sebbene fosse considerato uomo secondo le leggi dei dominii, non aveva l’età né l’autorità per comandare. L’altro figlio di Alton, il giovane Valdir, aveva solo undici anni, ed era novizio al monastero di Nevarsin, dove veniva istruito dai frati di San Valentino delle Nevi.

Chi avrebbe comandato le Guardie, dunque? Era una domanda veramente logica, pensò Damon: ma lui non conosceva la risposta. Lo disse, e aggiunse: — Spetterà al Consiglio dei Comyn deciderlo l’estate prossima, quando si riunirà a Thendara. — Non c’era mai stata guerra durante l’inverno, su Darkover: non ci sarebbe mai stata. D’inverno c’era un nemico più feroce: il freddo crudele, le tormente che spazzavano i dominii scendendo dagli Heller. Nessun esercito avrebbe potuto muovere contro i dominii, d’inverno. Perfino i banditi non si allontanavano troppo dalle loro tane. Potevano attendere che il prossimo Consiglio nominasse un nuovo comandante. Damon cambiò argomento.

— Raggiungerete Thendara prima che faccia buio?

— Sì, a meno che qualcosa, lungo la strada, ci faccia ritardare.

— E allora non vi tratterrò più — disse Damon, e s’inchinò. — Il comando di questi uomini è tuo, parente.

Il giovane ufficiale non riuscì a dissimulare un sorriso. Era molto giovane, e quello era il suo primo comando, anche se era breve e temporaneo. Damon restò a guardare con un sorriso pensieroso, mentre il ragazzo radunava i suoi uomini e partiva. Era un ufficiale nato, e adesso che Dom Esteban era invalido gli ufficiali capaci potevano aspettarsi di venire promossi.

Damon, sebbene avesse avuto il comando di quella missione, non si era mai considerato un soldato. Come tutti i figli dei Comyn, aveva prestato servizio nel corpo dei Cadetti e aveva fatto il suo turno come ufficiale: ma le sue doti e le sue ambizioni erano molto diverse. A diciassette anni era stato ammesso nella Torre di Arilinn come telepate, per apprendere le antiche scienze delle matrici di Darkover. Per molti anni aveva lavorato là, acquisendo forza e abilità e raggiungendo il grado di tecnico psi.

Poi era stato allontanato dalla Torre. Non era colpa sua, gli aveva assicurato la Custode: ma era troppo sensibile, e la sua salute, perfino la sua ragione, avrebbero potuto cedere sotto le tremende tensioni del lavoro con le matrici.

Addolorato ma ubbidiente, Damon se n’era andato. La parola di una Custode era legge, e non veniva mai discussa o contrastata. Con la vita distrutta e le ambizioni in rovina, aveva cercato di costruirsi un’esistenza nuova nelle Guardie, sebbene non fosse un soldato e lo sapesse. Era stato maestro dei Cadetti, per qualche tempo, e poi ufficiale ospitaliero e ufficiale addetto ai rifornimenti. E durante l’ultima campagna contro gli uomini-felini aveva imparato a comportarsi con sicurezza. Ma non aveva nessun desiderio di comandare, ed era lieto di rinunciarvi.

Seguì con lo sguardo gli uomini fino a quando le loro figure si persero nella polvere della strada. Adesso doveva dirigersi verso Armida, verso casa…

— Nobile Damon — disse Eduin, che gli stava al fianco, — ci sono cavalieri sulla strada.

— Viaggiatori? In questa stagione? — Sembrava impossibile. Le nevicate non erano ancora cominciate, ma da un giorno all’altro la prima tempesta invernale sarebbe piombata dagli Heller, bloccando le strade per giorni e giorni. Un vecchio detto affermava: «Solo i pazzi e i disperati viaggiano d’inverno». Damon aguzzò gli occhi per scorgere i lontani cavalieri: ma era sempre stato un po’ miope, fin dall’infanzia, e riuscì a scorgere solo immagini confuse.

— I tuoi occhi sono migliori dei miei. Ti sembrano uomini armati?

— Non credo, nobile Damon: con loro c’è una signora.

— In questa stagione? Mi sembra improbabile — disse Damon. Cosa poteva indurre una donna ad avventurarsi in un viaggio incerto e pericoloso, nell’imminenza dell’inverno?

— È uno stendardo di Hastur, nobile Damon. Eppure il nobile Hastur e la sua consorte non lascerebbero mai Thendara in questa stagione. Se, per qualche ragione, andassero a Castel Hastur, non percorrerebbero questa strada. Non riesco a capire.

Ma prima ancora che Eduin finisse di parlare, Damon aveva riconosciuto l’identità della donna che viaggiava col piccolo drappello di Guardie e di scorte. Un’unica donna, su tutto Darkover, sarebbe stata capace di cavalcare sola sotto uno stendardo di Hastur, e soltanto un’Hastur avrebbe avuto motivo di dirigersi da quella parte.

— È la sigora di Arilinn — disse alla fine, riluttante, e vide la faccia di Eduin illuminarsi di stupore e di reverenza.

Leonie Hastur. Leonie di Arilinn, Custode della Terra di Arilinn. Damon sapeva che, per cortesia, doveva andare incontro alla sua parente per accoglierla; tuttavia rimase immobile in sella, lottando per dominarsi. Il tempo sembrava annullato. In una gelida, segreta, atemporale, echeggiante cavità della sua mente, un Damon più giovane stava tremando al cospetto della Custode di Arilinn, a testa bassa, e ascoltava le parole che distruggevano la sua vita:

— Tu non ci hai delusi, e non mi hai dato motivo d’irritazione. Ma sei troppo sensibile per questo lavoro, troppo vulnerabile. Se fossi una donna, saresti potuto diventare Custode. Ma così come stanno le cose… Ti sto osservando da anni. Questo lavoro distruggerà la tua salute, distruggerà la tua ragione. Devi lasciarci, Damon, per il tuo bene.

Damon se n’era andato senza protestare, perché si sentiva colpevole. Aveva amato Leonie, l’aveva amata con tutta la disperata passione di un uomo solo; ma l’aveva amata castamente, senza una parola, senza sfiorarla. Perché Leonie, come tutte le Custodi, era votata alla verginità, e nessuno poteva guardarla con un pensiero sensuale, nessun uomo poteva mai toccarla. Forse Leonie, chissà come, l’aveva intuito, aveva temuto che un giorno Damon perdesse l’autodominio e si accostasse a lei — fosse pure col solo pensiero — come non ci si poteva accostare a una Custode?

Distrutto, Damon era fuggito. Adesso, dopo tanti anni, gli sembrava che un’intera vita stesse fra il giovane di allora, gettato in un mondo ostile a costruirsi una nuova esistenza, e il Damon di adesso, padrone di sé, reduce da una campagna vittoriosa. Il ricordo era ancora vivo in lui (avrebbe continuato a bruciarlo fino alla morte); ma mentre Leonie si avvicinava, Damon si armò del ricordo di Ellemir Lanart, che l’attendeva ad Armida.

Avrei dovuto sposarla prima di partire per questa campagna. Avrebbe voluto farlo, ma Dom Esteban aveva ritenuto che un matrimonio così affrettato sarebbe stato indecoroso per due nobili. Non voleva che sua figlia venisse spinta al letto nuziale come una serva incinta! Damon aveva accettato il rinvio. La realtà di Ellemir, la sua promessa sposa, avrebbe dovuto scacciare anche i ricordi più dolorosi. Facendo appello all’autodominio acquisito nel corso della sua vita, Damon finalmente avanzò, con Eduin al fianco.

— Tu ci fai un grande onore, parente — disse in tono grave, inchinandosi. — È una stagione molto avanzata per viaggiare tra le colline. Dove ti stai recando?

Leonie ricambiò l’inchino, con la formalità un po’ esagerata di una dama Comyn davanti a estranei.

— Salute a te, Damon. Sto andando ad Armida, e perciò, tra le altre cose, assisterò alle tue nozze.

— È un grande onore, per me. — Il viaggio da Arilinn era lungo, e non veniva intrapreso alla leggera, neppure nella buona stagione. — Ma senza dubbio non vi andrai soltanto per le mie nozze.

— Non solo per quello. Anche se è vero che ti auguro ogni felicità, cugino.

Per la prima volta i loro occhi s’incontrarono fuggevolmente, ma Damon distolse lo sguardo. Leonie Hastur, signora di Arilinn, era una donna alta e sottile, con i capelli rosso-fiamma dei Comyn, che adesso ingrigivano sotto il cappuccio del mantello. Forse un tempo era stata bellissima: Damon non era in grado di giudicare.

— Callista mi ha fatto sapere che intende rinunciare al suo giuramento e sposarsi. — Leonie sospirò. — Io non sono più giovane. Avrei voluto lasciare il mio posto di Custode tra qualche anno, quando Callista avrebbe potuto sostituirmi.

Damon s’inchinò in silenzio. Era stato deciso così fin da quando Callista, a tredici anni, si era recata alla Torre di Arilinn. Damon era tecnico psi, durante il primo anno di soggiorno di Callista, ed era stato consultato quando si era trattato di decidere se era il caso di istruirla come futura Custode.

— E adesso, lei vuole lasciarci per sposarsi. Mi ha detto che il suo innamorato — (Leonie usò l’inflessione cortese che dava alla parola il significato di «promesso sposo») — è un alieno, uno dei terrestri che hanno costruito l’astroporto a Thendara. Tu cosa sai, al riguardo? A me sembra fantastico, come una vecchia ballata. Come ha fatto, Callista, a conoscere quel terrestre? Mi ha detto il suo nome, ma l’ho dimenticato…

— Andrew Carr — disse Damon, mentre giravano i cavalli verso Armida, procedendo fianco a fianco. Le scorte e la dama di compagnia di Leonie li seguivano a rispettosa distanza. Il grande sole rosso era basso nel cielo, e gettava una luce livida attraverso le vette delle Colline di Kilghard, alle loro spalle. Le nubi avevano incominciato ad addensarsi al nord, e un vento freddo soffiava dalle lontane cime invisibili degli Heller.

— Neppure adesso so bene come sia incominciato — riprese infine Damon. — So soltanto che quando Callista era stata rapita dagli uomini-felini e si era ritrovata sola, al buio, impaurita e prigioniera nelle grotte di Corresanti, nessuno dei suoi parenti riuscì a mettersi in contatto mentale con lei.

Leonie rabbrividì, stringendosi il cappuccio intorno al volto. — È stato spaventoso — disse.

— È vero. E poi quel terrestre, Andrew Carr, si è collegato mentalmente con lei. Non conosco tutti i particolari, ma è riuscito a tenerle compagnia in quella prigione solitaria: era il solo che poteva raggiungere la sua mente. Così sono diventati molto intimi, sebbene non si fossero mai visti.

Leonie sospirò e disse: — Sì, questi legami possono essere più forti dei legami della carne. E così hanno finito con l’amarsi, e quando lei è stata salvata si sono incontrati…

— È stato Andrew a contribuire più di ogni altro al salvataggio — osservò Damon. — E adesso si sono fidanzati. Credimi, Leonie, non è una fantasia oziosa, nata dalla paura di una ragazza sola o dal desiderio di un uomo solitario. Prima che partissi per questa campagna, Callista mi ha detto che se non riusciva a ottenere il consenso del padre e il tuo avrebbe lasciato Armida e Darkover e sarebbe andata con Andrew nel suo mondo.

Leonie scosse la testa, con aria dispiaciuta. — Ho visto le navi dei terrestri nel porto di Thendara — disse. — E mio fratello Lorill, che fa parte del Consiglio e ha rapporti con loro, dice che sotto ogni aspetto sembrano uomini come noi. Ma un matrimonio, Damon? Una ragazza di questo pianeta e un uomo di un altro? Anche se Callista non fosse destinata a diventare Custode, se non fosse votata alla verginità, un matrimonio simile sarebbe assurdo, pericoloso per entrambi.

— Credo che loro lo sappiano, Leonie. Eppure sono decisi.

— Ho sempre pensato — disse Leonie, con una strana voce remota, — che una Custode non dovrebbe sposarsi. Ho pensato così per tutta la mia vita. Se fosse stato diverso… — Alzò per un attimo gli occhi verso Damon, e la sofferenza nella voce di lei lo colpì. Damon cercò di difendersene.

Ellemir, pensò, come se fosse un incantesimo protettivo; ma Leonie proseguì, sospirando: — Comunque, se Callista si fosse innamorata di un uomo del suo clan e della sua casta, non le imporrei la mia convinzione: la lascerei volentieri libera. No… — S’interruppe. — No, non volentieri, sapendo quali difficoltà attendono una donna preparata e condizionata come Custode di un cerchio delle matrici: non volentieri. Ma alla fine l’avrei lasciata andare, e l’avrei consegnata allo sposo con la buona grazia dovuta. Ma come posso darla a un alieno, a un uomo di un altro mondo, che non è nato sulla nostra terra, sotto il nostro sole? È un pensiero che mi agghiaccia d’orrore, Damon! Mi fa rabbrividire.

Damon disse, lentamente: — Anch’io la pensavo così, all’inizio. Eppure, Andrew non è un alieno. La mia mente sa che è nato su un altro mondo orbitante intorno al sole di un altro cielo, una stella lontana che vista da qui non è neppure un punto luminoso. Tuttavia non è inumano: non è un mostro camuffato da uomo, ma è veramente uno dei nostri, un uomo come me. È straniero, forse, ma non alieno. Te l’assicuro, Leonie: lo so. La sua mente è stata in collegamento con la mia. — Senza rendersi conto di quel gesto, Damon posò la mano sul cristallo della matrice, la gemma psi-reattiva che portava al collo in un sacchetto isolante; poi aggiunse: — Lui ha il laran.

Leonie lo guardò scandalizzata e incredula. Il laran era la facoltà psi che rendeva i Comyn dei Dominii diversi dalla gente comune, il dono ereditario del sangue dei Comyn. — Il laran! — esclamò, quasi incollerita. — Non posso crederlo!

— Credere o non credere non cambia la realtà, Leonie — disse Damon. — Io ho il laran fin da quando ero bambino. Sono stato addestrato nella Torre, e ti assicuro: questo terrestre ha il laran. Mi sono collegato con la sua mente, e posso dirti che non è affatto diverso da un uomo del nostro mondo. Non c’è motivo di provare orrore e ripugnanza per la scelta di Callista. È solo un uomo come noi.

Leonie disse: — Ed è tuo amico.

Damon annuì. — Mio amico. E per salvare Callista ci siamo collegati… tramite la matrice. — Non era necessario dire altro. Era il più forte legame conosciuto, più forte della parentela di sangue, più forte dei vincoli degli amanti. Aveva unito Damon ed Ellemir, così come aveva unito Andrew e Callista.

Leonie sospirò. — È davvero così? Allora suppongo che dovrò rassegnarmi, quale che sia la nascita o la casta di questo Andrew. Dato che possiede il laran è un consorte degno, se è lecito dire che un uomo può essere un degno consorte per una donna addestrata per divenire Custode.

— Qualche volta dimentico perfino che lui non è uno di noi — disse Damon. — E in altri momenti mi sembra estraneo, quasi alieno: ma si tratta soltanto di una differenza di costumi e di cultura.

— Anche questo può costituire una grande diversità — disse Leonie. — Ricordo quando Melora Aillard è stata rapita da Jalak di Shainsa, e quello che ha dovuto sopportare. Nessun matrimonio tra i Domimi e le Città Aride è mai durato senza tragedie. E un uomo proveniente da un altro mondo e da un altro sole dev’essere ancora più alieno.

— Non ne sono sicuro — disse Damon. — Comunque Andrew è mio amico, e lo sosterrò nel suo corteggiamento.

Leonie si accasciò sulla sella. — Tu non daresti la tua amicizia, né il legame attraverso la matrice, a qualcuno che fosse indegno — osservò. — Ma anche se tutto ciò che dici è vero, com’è possibile che questo matrimonio non si risolva in un disastro? Anche se lui fosse uno dei nostri, e comprendesse pienamente l’influsso della Torre sul corpo e sulla mente di una Custode, sarebbe quasi impossibile. Tu avresti osato tanto?

Damon rabbrividì a quella domanda. Lei non poteva aver voluto dire quello che lui aveva pensato.

Non vivevano nei tempi anteriori alle epoche del caos, quando le Custodi venivano mutilate, perfino castrate, rese meno che donne. Oh, sì, le Custodi venivano tuttora preparate — Damon lo sapeva — con una disciplina terribile, abituate a vivere isolate dagli uomini mediante riflessi impressi profondamente nel corpo e nel cervello. Ma non venivano più cambiate. E sicuramente Leonie non poteva aver saputo… Altrimenti, pensò Damon, lui era l’unico uomo al quale lei non avrebbe mai rivolto quella domanda. Senza dubbio era una domanda innocente; senza dubbio Leonie non aveva mai saputo. Si fece forza, per difendersi dall’innocenza di Leonie; s’impose di guardarla, di dire a voce bassa: — Volentieri, Leonie, se amassi come ama Andrew.

Per quanto cercasse di mantenere un tono fermo e impassibile, un riflesso della sua lotta interiore si comunicò a Leonie. Lei alzò gli occhi, rapidamente, per un momento appena: un secondo o anche meno. I loro sguardi s’incontrarono, ma Leonie distolse in fretta il suo.

Ellemir, pensò disperatamente Damon. Ellemir, mia diletta, mia promessa sposa. Ma la sua voce era calma. — Cerca d’incontrare Andrew senza pregiudizi: allora ti renderai conto, credo, che è un uomo al quale avresti dato volentieri Callista in sposa.

Leonie aveva ripreso il controllo di sé. — Cercherò di farlo, per le tue esortazioni. Ma anche se tutto quello che dici è vero, sono ancora riluttante.

— Lo so — fece Damon, guardando più avanti sulla strada. Erano ormai in vista delle grandi porte di Armida, la tenuta ereditaria del dominio di Alton. Era la sua casa, pensò, e Ellemir l’attendeva. — Ma anche se tutto ciò che dici tu è vero, non so cosa possiamo fare per fermare Callista. Non è una ragazzetta sciocca in preda a un’infatuazione: è una donna fatta. Istruita nella Torre, esperta, abituata a spuntarla; e credo che farà ciò che vuole, senza curarsi di noi.

Leonie sospirò ancora e disse: — Non vorrei costringerla a ritornare: l’onore di una Custode è troppo pesante per essere portato senza pieno consenso. Io l’ho portato per tutta la vita, e lo so. — Sembrava stanca, oppressa. — Eppure non è facile trovare nuove Custodi. Se potrò serbarla per Arilinn, tu sai che dovrò farlo.

Damon lo sapeva. Le vecchie facoltà psi dei Sette Domimi, inserite nei geni della famiglia dei Comyn centinaia o migliaia di anni prima, adesso si erano rarefatte e si stavano estinguendo. I telepati erano meno frequenti di un tempo. Non si poteva più essere certi neppure che i figli e le figlie della discendenza diretta di ogni dominio avrebbero avuto il dono, l’ereditario potere psi della casata. E ormai, pochi se ne preoccupavano. Il fratello maggiore di Damon, erede della famiglia Ridenow di Serrais, non aveva laran. Damon era l’unico tra i suoi fratelli a possedere il laran in piena misura, e non per questo era stato particolarmente onorato. Al contrario, il suo lavoro alla Torre aveva indotto i suoi fratelli a deriderlo, come se lui fosse stato qualcosa di meno di un uomo. Alcune delle antiche Torri erano state chiuse, e si ergevano buie senza più insegnare e istruire e lavorare con le avite scienze psi di Darkover. Nelle Torri meno importanti erano stati ammessi estranei, che avevano nelle vene solo una minima percentuale di sangue dei Comyn, sebbene Arilinn conservasse le antiche tradizioni e ammettesse soltanto coloro che erano strettamente imparentati con le stirpi dei domimi. E si trovavano pochissime donne con la forza, le facoltà psi, l’energia — e il coraggio e la disponibilità a sacrificare quasi tutto quello che rendeva piacevole la vita a una donna dei dominii — necessarie per sopportare la terribile disciplina delle Custodi. Chi avrebbe trovato, Leonie, che prendesse il posto di Callista?

In ogni caso, sarebbe stata una tragedia. Arilinn doveva perdere una Custode… oppure Andrew doveva perdere la moglie, e Callista il marito. Damon sospirò profondamente e disse: — Lo so, Leonie. — Proseguirono in silenzio verso le grandi porte di Armida.

CAPITOLO SECONDO

Dal cortile esterno di Armida, Andrew Carr vide i cavalieri che si avvicinavano. Chiamò paggi e servitori perché prendessero i loro cavalli, poi andò nella grande sala ad annunciare l’arrivo.

— Dev’essere Damon che ritorna — disse emozionata Ellemir, e corse nel cortile. Andrew la seguì più lentamente, con Callista al fianco.

— Damon non è solo — osservò lei; e Andrew comprese, senza chiederlo, che si era servita della sensibilità psi per intuire l’identità dei cavalieri. Ormai si era abituato, e non gli sembrava più una cosa strana e spaventosa.

Callista gli sorrise, e ancora una volta Andrew si sentì colpito dalla sua bellezza. Tendeva sempre a dimenticarla, quando non la guardava. Prima di vederla, aveva imparato a conoscere la sua mente e il suo cuore, la sua dolcezza, il suo coraggio, la sua pronta comprensione. Aveva imparato a conoscere e ad apprezzare la sua gaiezza e il suo spirito, quando lei si era trovata sola, terrorizzata, prigioniera nelle tenebre di Corresanti.

Ma era anche bella, molto bella: una giovane donna snella, con i capelli color rame mollemente intrecciati sul dorso, e gli occhi grigi sotto le sopracciglia diritte. Disse, mentre gli camminava al fianco: — È Leonie, la leronis di Arilinn. È venuta come le avevo chiesto.

Andrew le prese la mano, leggermente, sebbene quello fosse sempre un rischio. Sapeva che Callista era stata istruita e disciplinata — con metodi che lui non poteva neppure immaginare — a evitare il minimo contatto. Ma questa volta, sebbene le sue dita tremassero, le abbandonò leggere tra quelle di lui; e sembrava che quel lieve tremito fosse una tempesta che la squassava interiormente, malgrado la calma acquisita. Andrew intravide di nuovo sulle mani e sui polsi, sottili gli uni e le altre, numerose cicatrici minuscole, come di tagli o di scottature. Una volta le aveva chiesto cos’erano. Lei aveva scrollato le spalle, e aveva detto soltanto: — Sono guarite da molto, molto tempo. Erano… aiuti alla memoria. — Non aveva voluto dire di più, ma Andrew poteva immaginare cosa intendeva; e adesso l’orrore lo sconvolse di nuovo. Sarebbe mai riuscito a conoscere veramente quella donna?

— Credevo che la Custode di Arilinn fossi tu — disse.

— Leonie era Custode già prima ancora che io nascessi. Mi aveva istruita perché prendessi il suo posto, un giorno. Avevo già cominciato a operare come Custode. Spetta a lei lasciarmi libera, se vuole. — Si ripeterono ancora il lieve brivido e lo sguardo fuggevole. Quale potere aveva su Callista quella vecchia terribile?

Andrew guardò Ellemir che correva verso la porta. Come somigliava a Callista! Alta e snella come lei, con gli stessi capelli d’oro ramato, gli stessi occhi grigi, le stesse ciglia scure e sopracciglia diritte… eppure così diversa dalla gemella! Con una tristezza così profonda che non poteva riconoscerla come invidia, Andrew guardò Ellemir correre incontro a Damon, vide l’uomo scendere dalla sella, sollevarla abbracciandola, e baciarla a lungo. Callista sarebbe mai stata abbastanza libera da correre incontro a lui allo stesso modo?

Callista lo condusse verso Leonie, che era stata aiutata a smontare da uno della scorta. Le sottili dita di Callista erano ancora posate sulle sue: un gesto di sfida, una voluta violazione del tabù. Andrew sapeva che lei voleva farsi vedere da Leonie. Damon stava presentando Ellemir alla Custode.

— Tu ci fai un grande onore, mia signora. Benvenuta ad Armida.

Andrew osservò attento quando Leonie abbassò il cappuccio. Si era preparato a scorgere un’orribile megera autoritaria, e restò colpito nel vedere solo una donna esile e fragile, anziana, con gli occhi magnifici, dalle ciglia scure, e i resti di una bellezza che doveva essere stata considerevole. Non aveva un aspetto severo e temibile, e sorrideva gentilmente a Ellemir.

— Somigli moltissimo a Callista, figliola. Tua sorella mi ha insegnato a volerti bene: sono lieta di conoscerti, finalmente. — La voce limpida e chiara, dolcissima. Poi lei si rivolse a Callista, tendendo le mani in un gesto di saluto.

— Adesso stai bene, chiya? — Era già una sorpresa che qualcuno chiamasse «piccola» la seria e posata Callista. La ragazza lasciò la mano di Andrew e sfiorò con le dita le dita di Leonie.

— Oh, sì, benissimo — disse ridendo. — Ma dormo ancora come una bambina, con una lampada accesa nella stanza, per non svegliarmi al buio credendomi di nuovo in quella maledetta caverna degli uomini-felini. Ti vergogni di me, parente?

Andrew s’inchinò con fare cerimonioso. Conosceva abbastanza gli usi di Darkover per non guardare direttamente in faccia la leronis, ma si sentiva addosso i grigi occhi di Leonie. Callista disse, con un lieve fremito di sfida nella voce: — Questo è Andrew, il mio promesso sposo.

— Calma, chiya, non hai ancora il diritto di chiamarlo così — la rimproverò Leonie. — Ne parleremo più tardi; ora devo salutare il mio anfitrione.

Richiamata ai suoi doveri, Ellemir lasciò la mano di Damon e condusse Leonie su per la scalinata. Andrew e Callista le seguirono; ma quando lui fece per riprendere la mano della ragazza, lei la ritrasse: non volutamente, ma per l’abitudine istintiva di tanti anni. Andrew sentì che adesso lei aveva addirittura dimenticato la sua presenza.

La Grande Sala di Armida era una stanza enorme, lastricata di pietra, arredata all’antica, con i sedili murati lungo le pareti, e antiche bandiere e armi appese sopra il grande camino di pietra. In fondo alla sala c’era una tavola fissa. Lì accanto Dom Esteban Lanart, nobile Alton, giaceva su un lettino a rotelle, abbandonato sui cuscini. Era un uomo enorme, pesante, con le spalle larghe e i folti capelli rossi e ricciuti spruzzati di grigio. Quando i visitatori si avvicinarono, disse in tono stizzito: — Dezi, ragazzo, sollevami in modo che possa ricevere gli ospiti. — Un giovane seduto su una delle panche si alzò di scatto, ammucchiò premurosamente i cuscini dietro la schiena del vecchio e lo sollevò a sedere. In un primo momento, Damon aveva pensato che il ragazzo fosse uno dei servitori di Esteban: poi notò una forte somiglianza tra il vecchio nobile Comyn e il giovane che lo stava aiutando.

Era solo un ragazzo, sottile come un giunco, con i capelli rossi e ricciuti e gli occhi più azzurri che grigi: ma i lineamenti erano quasi identici a quelli di Ellemir.

Sembra Coryn, pensò Damon. Coryn era stato il primo figlio maschio di Dom Esteban e della sua prima moglie, morta ormai da molto tempo. Maggiore di molti anni di Ellemir e Callista, era stato amico giurato di Damon quando erano entrambi adolescenti. Ma Coryn era ormai morto e sepolto. E non poteva aver avuto un figlio di quell’età: no di certo. Però il ragazzo è un Alton, pensò Damon. Ma chi è? Non l’ho mai visto!

Leonie, tuttavia, lo riconobbe immediatamente. — Dunque, Dezi, ti sei trovato una sistemazione?

Il ragazzo rispose, con un sorriso accattivante: — Il nobile Alton mi ha mandato a chiamare perché venissi qui a rendermi utile, mia signora.

Esteban Lanart disse: — Salute a te, parente: perdonami se non mi alzo per accoglierti nella mia casa. Tu mi fai un grande onore, Domna — Notò la direzione dello sguardo di Damon e aggiunse, con disinvoltura: — Avevo dimenticato: non conosci il nostro Dezi. Il suo nome è Deziderio Leynier. È un nedestro di uno dei miei cugini, anche se il povero Gwynn è morto prima di poterlo far legittimare. L’abbiamo fatto mettere alla prova per vedere se aveva il laran: è stato ad Arilinn per un paio di stagioni, ma quando ho avuto bisogno di aver vicino qualcuno che mi assistesse, Ellemir si è ricordata che era tornato a casa sua, e perciò l’ho mandato a chiamare. È un bravo ragazzo.

Damon si sentì sconvolto. Con quanta leggerezza, o addirittura brutalità, Dom Esteban aveva parlato della condizione di bastardo del ragazzo, della sua posizione di parente povero! Dezi aveva stretto le labbra ma era rimasto impassibile, e Damon provò simpatia per lui. Sebbene fosse così giovane, Dezi sapeva cosa significava trovare il calore e la solidarietà del cerchio di una Torre e poi venirne di nuovo escluso.

— Accidenti, Dezi, i cuscini bastano, smettila di agitarti — ordinò Esteban. — Ebbene, Leonie, questo non è il modo di accoglierti di nuovo sotto il mio tetto dopo tanti anni; ma dovrai accettare la buona volontà e ritenerti ricevuta con l’inchino di rito e tutte le cortesie dovute, come farei se fossi in grado di alzarmi da questo letto.

— Non ho bisogno di cortesie, cugino — disse Leonie, avvicinandosi. — Mi rincresce soltanto di trovarti così. Avevo sentito dire che eri stato ferito, ma non sapevo che fosse tanto grave.

— Non lo sapevo neppure io. Era una piccola ferita (ne ho ricevute di più profonde e dolorose dagli ami da pesca); ma, piccola o grande, la spina dorsale è stata lesa e dicono che non potrò camminare mai più.

— Avviene spesso, con le lesioni spinali; sei fortunato a poter usare le mani.

— Oh, sì. Credo di sì. Posso starmene seduto su una sedia; e Damon ha ideato un sostegno per la schiena, tanto che posso star seduto senza ciondolare come un bambinetto troppo piccolo per il seggiolone. E Andrew mi aiuta a badare alla tenuta e al bestiame, mentre Dezi è qui per sbrigarmi le commissioni. Posso ancora dirigere tutto dalla mia sedia: quindi posso ritenermi fortunato, come dici tu. Ma ero un soldato, e adesso… — Esteban s’interruppe, scrollando le spalle. — Damon, ragazzo mio, com’è andata la tua campagna?

— C’è poco da dire, suocero — rispose Damon. — Gli uomini-felini che non sono morti sono fuggiti nelle loro foreste. Alcuni hanno tentato una resistenza disperata, ma sono morti. A parte questo, non c’è altro da aggiungere.

Esteban ridacchiò ironicamente. — È facile capire che non sei un vero soldato, anche se so bene che sei capace di combattere quando è necessario! Un giorno, Leonie, dappertutto si racconterà di quando Damon ha portato la mia spada a Corresanti, contro gli uomini-felini, collegato mentalmente attraverso la matrice… Ma ne parleremo un’altra volta! Perché adesso, immagino, se vorrò conoscere i particolari della campagna e delle battaglie dovrò chiederli a Eduin: lui sa quello che voglio sentire! Quanto a te, Leonie, sei venuta a far ragionare la mia sciocca figliola e a ricondurla ad Arilinn, dov’è il suo giusto posto?

— Padre! — protestò Callista. Leonie sorrise debolmente.

— Non è così facile, cugino, e sono sicura che lo sai.

— Perdonami, parente. — Esteban sembrava intimidito. — La mia ospitalità è scandalosa. Ellemir ti accompagnerà nelle tue stanze… Diamine, e adesso dov’è andata, quella ragazza? — Alzò la voce, gridando: — Ellemir!

Ellemir rientrò in fretta dalla porta di fondo, asciugandosi sul lungo grembiule le mani sporche di farina. — Le ancelle mi hanno chiamata ad aiutarle per i dolci, padre: sono giovani e inesperte. Perdonami, parente. — Abbassò gli occhi, nascondendo le mani infarinate. Leonie disse gentilmente: — Non devi scusarti di essere una buona massaia, ragazza mia.

Ellemir si sforzò di ricomporsi e disse: — Ti ho fatto preparare una camera, mia signora, e un’altra per la tua dama di compagnia. Dezi provvederà ad alloggiare la tua scorta; vero, cugino? — Damon notò che Ellemir parlava a Dezi nel tono che denotava l’intimità familiare; e aveva notato anche che Callista non lo faceva. — Provvederemo noi, Ellemir — disse, e uscì con Dezi.

Ellemir condusse Leonie e la sua dama di compagnia (senza la quale sarebbe stato scandaloso, per una donna di sangue Comyn, compiere un così lungo viaggio) su per la scala, attraverso i grandi corridoi dell’antica casa. Leonie chiese: — Dirigi da sola questa grande residenza, figliola?

— Soltanto nella stagione del Consiglio, quando resto qui sola — rispose Ellemir. — E il nostro coridom è vecchio e esperto.

— Ma non hai una donna responsabile, una parente, una dama di compagnia? Sei troppo giovane per addossarti un simile peso da sola!

— Mio padre non si è ancora lamentato — disse Ellemir. — Dirigo la sua casa da quando si è sposata mia sorella maggiore: e allora avevo quindici anni. — Parlava con orgoglio, e Leonie sorrise.

— Non ti stavo accusando d’inefficienza, cuginetta. Volevo solo dire che ti sentirai molto sola. Se Callista non resterà con te, credo che dovrai far venire una parente o un’amica a vivere qui per qualche tempo. Sei già sovraccarica di lavoro; e adesso che tuo padre ha bisogno di tante cure, come faresti se ti ritrovassi incinta di Damon?

Ellemir arrossì leggermente e disse: — A questo non avevo pensato…

— Be’, prima o poi una sposa ci deve pensare. Forse una delle sorelle di Damon potrebbe venire a farti compagnia… Piccola, è questa la mia camera? Non sono abituata a tanto lusso!

— Era l’appartamento di mia madre. C’è un’altra stanza dove potrà dormire la tua dama di compagnia; ma spero che tu abbia condotto con te la tua ancella, perché io e Callista non possiamo prestartene una. La vecchia Bethiah, che era stata la nostra balia, è rimasta uccisa durante la scorreria nella quale è stata rapita Callista, e finora non ce la siamo sentita di mettere un’altra a! suo posto. Adesso, nella nostra tenuta ci sono soltanto le donne della cucina e le sguattere.

— Io non ho ancelle — disse Leonie. — Nella Torre, l’ultima cosa che desideriamo è la presenza di estranei: sono sicura che Darnon te l’ha detto.

— No, non parla mai del suo soggiorno nella Torre — replicò Ellemir, e Leonie proseguì: — Be’, è vero: non abbiamo servitori umani, anche se così dobbiamo provvedere a noi stessi. Quindi so cavarmela benissimo, figliola. — Sfiorò lievemente la guancia della ragazza per congedarla, e Ellemir scese le scale pensando sorpresa: È gentile: mi è simpatica! Ma molte delle cose che Leonie aveva detto la turbavano. Cominciava a comprendere che c’erano molti particolari che non conosceva, sul conto di Damon. Aveva accettato come una cosa normale il fatto che Callista non volesse intorno servitori, e aveva assecondato la gemella; ma adesso capiva che gli anni trascorsi da Damon nella Torre, gli anni di cui non parlava mai (aveva scoperto che si rattristava, quando lo interrogava sull’argomento), sarebbero stati per sempre una barriera tra loro due.

E Leonie aveva detto: «Se Callista non resterà con te». Era una domanda? Era possibile che Callista venisse rimandata ad Arilinn, convinta — contro la sua volontà — che quello era il suo dovere? Oppure (Ellemir rabbrividì) era possibile che Leonie rifiutasse di liberare Callista, che Callista fosse costretta a mettere in atto la sua minaccia, ad abbandonare Armida e perfino Darkover, e fuggire insieme a Andrew nei mondi dei terrestri?

Si augurò di avere un barlume della precognizione che di tanto in tanto si presentava in quelli del sangue di Alton; ma il futuro le era inaccessibile. Per quanto si sforzasse d’inviare la mente nel futuro, non riusciva a vedere altro che un’inquietante immagine di Andrew, con la faccia nascosta tra le mani, curvo e piangente, squassato da un’angoscia insopportabile. Lentamente, preoccupata, si avviò verso la cucina, cercando l’oblio tra i pasticcini.

Pochi minuti dopo, la dama di compagnia — una donna scialba e incolore che si chiamava Lauria — venne ad annunciare, in tono deferente, che la signora di Arilinn desiderava parlare da sola con Domna Callista. Riluttante, Callista si alzò, tendendo le dita a Andrew. Aveva un’espressione di paura negli occhi, e lui disse, con una sfumatura cupa nella voce: — Non devi affrontarla da sola, se non vuoi. Non permetterò a quella vecchia di spaventarti! Vuoi che venga anch’io a dirle ciò che penso?

Callista si avviò verso la scala. Quando fu nel corridoio, fuori dalla sala, si voltò verso di lui e disse: — No, Andrew, devo affrontarla da sola. Non puoi aiutarmi. — Andrew avrebbe voluto prenderla tra le braccia per consolarla. Gli sembrava così piccola e fragile, sperduta e spaventata. Ma aveva imparato, dolorosamente, a prezzo di frustrazioni, che non poteva confortarla così, che non poteva neppure toccarla senza scatenare un complesso di reazioni che non comprendeva ancora ma che avevano l’aria di atterrire Callista. Perciò le disse, dolcemente: — Sia come vuoi tu, amore. Ma non lasciarti spaventare da lei. Ricorda, io ti amo. E se non lasceranno che ci sposiamo qui, fuori Armida c’è tutto un mondo. E nella galassia ce ne sono tanti altri, nel caso che l’avessi dimenticato.

Lei alzò il volto verso Andrew e sorrise. Talvolta pensava che se l’avesse visto per la prima volta in quel modo normale anziché — com’era avvenuto — conoscendolo attraverso l’unione mentale tramite la matrice, non le sarebbe mai sembrato bello. Avrebbe potuto addirittura giudicarlo brutto. Era un uomo alto e forte, con i capelli biondi come un abitante delle Città Aride, disordinato, impacciato; eppure, quanto le era divenuto caro, quanto si sentiva sicura in sua presenza! Desiderava, con un autentico senso di sofferenza, potersi gettare tra le sue braccia, stringersi a lui come faceva Ellemir con Damon: ma la vecchia paura la teneva immobile. Tuttavia gli posò la punta delle dita sulle labbra. Andrew le baciò e sorrise. Lei disse, a bassa voce: — Anch’io ti amo, Andrew. Nel caso che tu abbia dimenticato questo. — E salì la scala, verso la stanza dove l’attendeva Leonie.

CAPITOLO TERZO

Le due Custodi di Arilinn, la giovane e la vecchia, si fronteggiavano. Callista scrutava Leonie: forse non era mai stata bella, a parte i magnifici occhi, ma aveva i lineamenti sereni, regolari; la sua figura era magra e piatta, asessuata come un emmasca; il volto era pallido e impassibile, come scolpito nel marmo. Callista provò un lieve brivido di orrore pensando che l’abitudine degli anni, la disciplina penetrata fino al midollo delle ossa, stavano trasformando la sua espressione rendendola fredda e remota, distaccata come quella di Leonie. Sembrava che il volto della vecchia Custode rispecchiasse il suo attraverso i molti anni opachi a venire. Tra mezzo secolo sarò esattamente come lei… Ma no! No! Non lo sarò, non lo sarò!

Come tutte le Custodi, aveva appreso a barricare i propri pensieri. Sapeva, grazie a una strana chiaroveggenza, che Leonie si aspettava di vederla crollare e piangere, implorare e supplicare come una ragazza isterica; ma era stata la stessa Leonie a corazzarla, anni addietro, con quella calma gelida, con quell’autodominio assoluto. Lei era una Custode, istruita ad Arilinn; non si sarebbe dimostrata indegna. Posò le mani in grembo e attese, e infine Leonie fu costretta a parlare per prima.

— Un tempo — disse — un uomo che avesse cercato di sedurre una Custode sarebbe stato ucciso fra le torture.

— Quel tempo è passato da molti secoli — replicò Callista, con una voce spassionata quanto quella di Leonie. — E Andrew non ha tentato di sedurmi: mi ha offerto nozze onorevoli.

Leonie scrollò le spalle. — È la stessa cosa — disse. Rimase a lungo in silenzio; il silenzio si protrasse per parecchi minuti, e Callista sentì di nuovo che Leonie cercava di farle perdere l’autodominio, d’indurla a supplicare. Ma Callista attese, immobile, e fu di nuovo Leonie a dover rompere il silenzio.

— È così, dunque, che mantieni il tuo giuramento, Callista di Arilinn?

Per un attimo Callista provò una stretta dolorosa alla gola. Quel titolo veniva usato solo per una Custode, e lei l’aveva acquisito a un prezzo tanto terribile! E Leonie appariva così vecchia, così triste, così stanca!

Leonie è vecchia, si disse. Desidera deporre il suo fardello, affidarlo alle mie mani. Sono stata addestrata così scrupolosamente, fin da quando ero bambina. Leonie ha lavorato e ha atteso con tanta pazienza il giorno in cui avrei potuto prendere il posto che mi preparava. Cosa farà, adesso?

E poi al dolore subentrò la collera: collera contro Leonie, perché puntava sui suoi sentimenti. Rispose con voce calma.

— Per nove anni, Leonie, ho portato il peso del giuramento delle Custodi. Non sono la prima che chiede di deporlo, e non sarò neppure l’ultima.

— Quando io sono stata nominata Custode, era inteso che sarebbe stata una decisione valida per tutta la vita. Ho mantenuto il mio giuramento. Avevo sperato che tu fossi disposta a fare altrettanto.

Callista avrebbe voluto piangere e gridare Non posso, e implorare Leonie. Pensò, con desolato distacco, che sarebbe stato meglio se ci fosse riuscita. Leonie sarebbe stata più propensa a giudicarla inadatta, a lasciarla libera. Ma le era stato insegnato l’orgoglio: aveva lottato per conquistarlo e per armarsene, e adesso non poteva rinunciarvi.

— A me non è mai stato detto che dovevo pronunciare un giuramento a vita. E tu stessa mi hai avvertita che è un peso troppo grande perché sia possibile portarlo senza pieno consenso.

Con pazienza impassibile, Leonie replicò: — È vero. Eppure ti avevo creduta più forte. Bene, allora parlamene. Hai giaciuto col tuo innamorato? — Questa parola aveva un tono di disprezzo: era la stessa che lei aveva usato in precedenza per intendere «promesso sposo», ma questa volta l’inflessione offensiva le dava invece il significato di «amante», e Callista dovette trattenersi e dare fermezza alla propria voce prima di trovare la calma sufficiente per rispondere.

— No. Non sono ancora stata liberata dal mio giuramento, e lui è troppo uomo d’onore per chiedermelo. Io ho chiesto l’autorizzazione di sposarmi, Leonie, non l’assoluzione per un tradimento.

— Davvero? — ribatté Leonie, in tono incredulo, con un’espressione sprezzante sul volto freddo. — Dopo aver deciso d’infrangere il giuramento, mi sorprende che tu abbia atteso la mia risposta!

Questa volta Callista dovette fare appello a tutto l’autodominio per non prorompere in una sdegnata difesa di se stessa e di Andrew… e poi si accorse che Leonie le aveva gettato un’esca, per vedere se aveva perso davvero il comando dei sentimenti meticolosamente disciplinati. Conosceva quel gioco fin dai primi tempi del soggiorno ad Arilinn, e il sollievo di quel ricordo le mise addosso la voglia di ridere. L’ilarità sarebbe stata impensabile quanto le lacrime, in quel confronto solenne; ma c’era divertimento nella sua voce, e sapeva che Leonie se ne rendeva conto mentre lei diceva con tranquilla gaiezza: — Ad Armida c’è una levatrice, Leonie: mandala a chiamare, e chiedile di controllare se sono vergine.

Fu Leonie ad abbassare gli occhi; e infine disse: — Non sarà necessario, figliola. Ma sono venuta qui preparata ad affrontare, se era il caso, la rivelazione che tu eri stata violentata.

— Dai non-umani? No: ho sofferto paura, freddo, prigionia, fame, maltrattamenti, ma lo stupro mi è stato risparmiato.

— Non avrebbe avuto molta importanza, lo sai — disse Leonie, in tono molto gentile. — Naturalmente una Custode, in generale, non deve temere lo stupro. Sai benissimo, come lo so io, che se un uomo mette le mani su una Custode addestrata come te rischia la vita. Tuttavia, lo stupro è possibile. Certe Custodi sono state sopraffatte dalla violenza e all’ultimo momento non hanno osato fare appello alla forza per proteggersi. Perciò è questo che ero venuta a dirti, tra le altre cose: anche se fossi stata violentata veramente, avresti ancora una scelta, figlia mia. Non è l’atto fisico in se stesso a causare la differenza, lo sai. — Callista non lo sapeva, e ne rimase vagamente sbalordii a.

Leonie continuò, spassionatamente: — Se tu fossi stata presa contro la tua volontà, interamente senza il tuo consenso, non ci sarebbe nessuna differenza che non si potesse superare con un breve periodo d’isolamento, per guarirti dalle paure e dalle sofferenze. Ma anche se non si trattasse di stupro, se in seguito avessi giaciuto col tuo salvatore, per gratitudine o generosità, senza un’autentica partecipazione affettiva (come potresti aver fatto), neanche questo sarebbe irrevocabile. Un periodo d’isolamento, di riaddestramento, e tu potresti essere come prima, immutata, indenne, ancora libera di essere Custode. Questo non è di dominio pubblico: lo teniamo segreto, per ovvie ragioni. Ma tu hai ancora una scelta, figliola. Non voglio che tu creda di essere scacciata per sempre dalla Torre a causa di qualcosa che è accaduto indipendentemente dalla tua volontà.

Leonie parlava ancora quietamente, quasi impassibile: ma Callista sapeva che la stava implorando. Replicò, straziata dalla pietà e dalla sofferenza: — No, non è affatto così, Leonie. Ciò che è accaduto tra noi… È molto diverso. L’ho conosciuto e l’ho amato prima ancora di vedere la sua faccia in questo mondo. Ma lui è un uomo d’onore, e non mi chiederebbe mai d’infrangere il giuramento senza autorizzazione.

Leonie alzò gli occhi, e lo sguardo azzurro-acciaio sembrò all’improvviso il bagliore di un lampo.

— Lui è un uomo d’onore — chiese aspramente, — oppure tu hai paura?

Callista provò una fitta al cuore, ma rispose con voce ferma: — Io non ho paura.

— Non per te stessa, forse: lo riconosco! Ma per lui, Callista? Tu puoi ancora ritornare ad Arilinn senza inconvenienti, senza punizioni. Ma se non ritorni… vuoi che il sangue del tuo innamorato ricada sulla tua testa? Non saresti la prima Custode a causare la morte di un uomo!

Callista alzò la testa e schiuse le labbra per protestare, ma Leonie le impose silenzio con un gesto e continuò, implacabile: — Hai potuto toccargli la mano? Almeno questo?

Callista si sentì invadere da un senso di sollievo, un sollievo così grande che era quasi una sofferenza fisica e le toglieva le forze. Con la memoria totale dei telepati, l’immagine nel suo ricordo ritornò, annullando ogni altra cosa…

Andrew l’aveva portata fuori dalla caverna dove giaceva morto il Grande Felino, un cadavere carbonizzato accanto alla matrice infranta che aveva profanato. Andrew l’aveva avvolta nel proprio mantello e l’aveva issata davanti a sé, sul cavallo. Lei sentiva ancora, nel ricordo totale, come si era appoggiata a lui, con la testa sul suo petto, stretta nella curva delle sue braccia, col suo cuore che le batteva contro la guancia. Salva, riscaldata, felice, completamente serena. Per la prima volta da quando era stata nominata Custode, si sentiva libera: lo toccava e lui la toccava, gli stava tra le braccia, contenta. E durante quella lunga cavalcata fino ad Armida era rimasta così, avviluppata nel suo mantello, felice di una felicità che non aveva mai neppure sognato.

Quando l’immagine nella sua mente si comunicò a Leonie, l’espressione di quest’ultima cambiò. Infine lei disse, con la voce più gentile che Callista avesse mai udito: — È così, chiya? Allora, se Avarra avrà misericordia di te, può essere come tu desideri. Non l’avevo creduto possibile.

E Callista provò uno strano senso d’inquietudine. Dopotutto, non era stata completamente sincera con Leonie. Sì, per quei momenti lei era stata accesa d’amore, senza paura, contenta… ma poi la vecchia costrizione nervosa era ritornata a poco a poco, e adesso le era difficile perfino toccare la punta delle dita di Andrew. Ma senza dubbio era solo l’abitudine, l’abitudine degli anni, si disse. Certamente sarebbe andato tutto a posto.

Leonie disse, in tono gentile: — Dunque, figliola: ti renderebbe davvero tanto infelice, separarti dal tuo innamorato?

Callista si accorse che la calma l’aveva abbandonata. Disse (e sentì che la voce le si spezzava e che le lacrime le inondavano gli occhi): — Non vorrei più vivere, Leonie.

— È così… — Leonie la guardò per un lungo istante, con una tristezza terribile e remota. — E lui comprende quanto sarà difficile, figliola?

— Credo… sono sicura che potrò farglielo comprendere. Ha promesso che attenderà per tutto il tempo necessario.

Leonie sospirò. Dopo un momento disse: — Allora, figliola… figliola, non voglio che tu sia infelice. Come ho detto, il giuramento di Custode è troppo pesante per poter essere mantenuto senza pieno consenso. — Lentamente, in un gesto stranamente formale, tese le mani, a palmo in alto, verso Callista; la giovane donna posò le sue su quelle dell’altra, palmo contro palmo. Leonie fece un profondo respiro e disse: — Sei libera dal tuo giuramento, Callista Lanart. Davanti agli dèi e davanti a tutti gli uomini, ti proclamo senza colpa e liberata dal vincolo, e lo sosterrò sempre.

Lentamente, le loro mani si staccarono. Callista tremava. Leonie prese il fazzoletto e le asciugò gli occhi. Disse: — Prego che siate entrambi abbastanza forti, allora. — Parve sul punto di aggiungere qualcosa, ma s’interruppe. — Bene, credo che tuo padre avrà parecchio da dire al riguardo, mia cara, perciò andiamo a sentirlo. — Sorrise e continuò: — E poi, quando si sarà sfogato, gli diremo come stanno le cose, gli piaccia o no. Non aver paura, figliola mia: io non ho paura di Esteban Lanart, e non devi averne neppure tu.

Andrew attendeva nella serra che stava dietro l’edificio principale, ad Armida. Solo, guardava attraverso il robusto vetro ondulato i contorni delle lontane colline. Faceva caldo, lì dentro, e c’era un odore di foglie e di terriccio e di piante. La luce proveniente dai collettori solari lo costrinse a socchiudere gli occhi, fino a quando si fu abituato. Camminava tra le file di piante, bagnate dall’innaffiatura, e si sentiva isolato, infinitamente solo.

Gli capitava, di tanto in tanto. Quasi sempre si sentiva a suo agio, lì; più a suo agio di quanto si fosse mai sentito da quando, a diciotto anni, l’allevamento di cavalli nell’Arizona dove aveva trascorso l’infanzia era stato venduto per i debiti e lui era andato nello spazio come funzionario civile dell’impero, passando da un pianeta all’altro secondo la volontà degli amministratori e degli elaboratori. E lì l’avevano accolto bene, dopo i primi giorni. Quando avevano saputo che s’intendeva di allevamento e di addestramento di cavalli — una cosa rara, su Darkover, e ben retribuita — l’avevano trattato con rispetto, come un professionista specializzato. Si diceva che i cavalli di Armida fossero i migliori dei dominii, ma solitamente gli addestratori venivano importati da Dalereuth, molto lontano nel sud.

E così, in generale, lì era stato felice, nelle settimane trascorse da quando era arrivato, come promesso sposo di Callista. La sua nascita terrestre era nota solo a Damon e a Dom Esteban, a Callista e a Ellemir: gli altri lo credevano semplicemente uno straniero venuto dai bassopiani al di là di Thendara. Incredibilmente, lì aveva trovato una seconda patria. Il sole era enorme, rosso-sangue, e le quattro lune che di notte orbitavano nel cielo biazzarramente violetto avevano strani colori e portavano nomi che lui non conosceva ancora: ma a parte questo, era diventata la sua patria…

La sua patria. Eppure c’erano momenti come quello, momenti in cui sentiva il suo crudele isolamento e sapeva che era soltanto la presenza di Callista a fargliela sentire come una patria. Nella luce meridiana della serra, adesso, stava vivendo uno di quei momenti. Si sentiva solo: perché? Nel mondo che gli era stato insegnato a chiamare suo, il mondo arido e spoglio del comando supremo terrestre, non c’era nulla che lui desiderasse. Ma ci sarebbe stata una vita per lui, lì, dopotutto? Oppure Leonie avrebbe ricondotto Callista al mondo alieno delle Torri?

Dopo molto tempo, si accorse che Damon stava dietro di lui, senza toccarlo — Andrew ci era ormai abituato, fra telepati — ma abbastanza vicino perché lui potesse sentirne la presenza confortante.

— Non preoccuparti così, Andrew. Leonie non è una megera. Vuole bene, a Callista. I legami del cerchio di una Torre sono i più stretti che noi conosciamo. Lei saprà quello che vuole veramente Callista.

— È appunto questo, che mi fa paura — disse Andrew, con la gola arida. — Forse Callista non sa quello che vuole. Forse si è affezionata a me unicamente perché era sola e spaventata. Temo il potere che quella vecchia ha su di lei. Il potere della Torre… Temo che sia troppo forte.

Damon sospirò. — Tuttavia può essere infranto. Io l’ho fatto. È stato difficile, non so dirti quanto… eppure mi sono finalmente costruito un’altra vita. E se tu dovessi perdere Callista in questo modo… meglio adesso che quando sarà troppo tardi per tornare indietro.

— Per me è già troppo tardi — replicò Andrew; e Damon annuì, con un sorriso turbato.

— Non voglio perdere anche te, amico mio — disse; ma pensò: Tu fai parte di questa nuova vita che mi sono costruito con tanta fatica. Tu, e Ellemir, e Callista. Non potrei sopportare un’altra amputazione. Ma non pronunciò quelle parole: si limitò a sospirare, restando accanto a Andrew. Nella serra, il silenzio si protrasse così a lungo che il purpureo sole, scendendo dallo zenit, perse forza, e Damon, con un altro sospiro, andò a regolare i collettori. Andrew gli chiese, di scatto: — Come puoi attendere con tanta calma? Cosa le sta dicendo quella vecchia?

Eppure aveva già imparato che!o spionaggio telepatico era considerato una delle colpe più vergognose in una casta di telepati. Non osava neppure cercare di porsi in contatto con Callista in quel modo. Sfogava la frustrazione camminando avanti e indietro.

— Calma, calma — protestò Damon. — Callista ti ama. Non si lascerà convincere da Leonie.

— Non ne sono più sicuro — ribatté Andrew, disperato. — Non vuole che la tocchi, che la baci…

Damon disse, gentilmente: — Mi pareva di avertelo spiegato: non può. Si tratta di… riflessi. Sono più profondi di quanto tu possa immaginare. L’abitudine di tanti anni non può essere annullata in pochi giorni; eppure posso dirti che si sta sforzando di superare questo… questo condizionamento profondo. Tu sai, vero?, che in una Torre sarebbe impensabile che lei ti prendesse la mano, come le ho visto fare qui, e lasciasse che tu le baciassi la punta delle dita. Hai un’idea della lotta che deve sostenere contro anni di addestramento e di condizionamento?

Suo malgrado, Damon stava ricordando un tempo della sua vita in cui aveva imparato, dolorosamente, a non ricordare: una lotta solitaria — tanto più terribile in quanto non era fisica — per soffocare i sentimenti verso Leonie, per soffocare perfino i pensieri, in modo che lei non intuisse mai ciò che le nascondeva. Non avrebbe mai osato immaginare un lieve contatto delle dita, come Callista aveva concesso a Andrew nel corridoio poco prima di salire da Leonie.

Con sollievo, vide che Ellemir era entrata nella serra. Lei passò tra le file di piante e s’inginocchiò davanti a un tralcio carico. Si rialzò, soddisfatta, e disse: — Se ci sarà un’altra giornata di sole, saranno maturi per le nozze. — Poi il sorriso le si spense quando scorse il volto teso di Damon e l’espressione disperata di Andrew. Si avvicinò in punta di piedi e cinse Damon con le braccia, sentendo che aveva bisogno della sua presenza, del suo contatto. Avrebbe desiderato confortare anche Andrew, quando lui disse, angosciato: — Anche se Leonie darà il consenso, cosa farà suo padre? Lui acconsentirà? Non credo che abbia molta simpatia per me…

— Ha simpatia per te — disse Ellemir. — Ma devi capire che è un uomo orgoglioso. Riteneva che Damon non andasse bene per me, ma io sono abbastanza adulta per fare ciò che voglio. Se mi avesse offerta a Aran Elhalyn, che scalda il trono a Thendara, ugualmente avrebbe pensato che non era degno di me. E per Callista, nessun uomo nato da donna andrebbe bene, neppure se fosse ricco quanto il signore di Carthon o se fosse il bastardo di un dio! E naturalmente, anche di questi tempi, è molto importante avere un figlio ad Arilinn. Callista doveva essere Custode di Arilinn, e per mio padre sarà duro rinunciarvi. — Andrew si sentì stringere il cuore. Ellemir proseguì: — Non preoccuparti! Credo che andrà tutto bene. Guarda, ecco Callista.

La porta in cima alla scala si aprì, e Callista scese nella serra. Tese le mani verso di loro, ciecamente.

— Non devo ritornare ad Arilinn — disse, — e mio padre ha dato il consenso alle nozze…

Poi crollò, singhiozzando. Andrew protese le braccia, ma Callista si scostò da lui e si appoggiò alla pesante vetrata, nascondendo il volto, con le fragili spalle scosse dalla violenza dei singhiozzi.

Dimenticando tutto tranne quella tristezza, Andrew fece per accostarsi; Damon gli toccò il braccio, e fece un cenno di diniego. Depresso, Andrew restò a guardare la donna che singhiozzava, incapace di sopportare la sua infelicità, incapace di rimediare in qualche modo, disperato e impotente.

Ellemir si avvicinò a Callista e la fece voltare, delicatamente. — Tesoro, non appoggiarti a quella vecchia vetrata quando ci siamo noi tre e puoi piangere sulle nostre spalle. — Asciugò le lacrime della gemella con l’orlo del grembiule. — Raccontaci tutto. Leonie è stata tanto terribile, con te?

Callista scrollò il capo, sbattendo le palpebre arrossate. — Oh, no, non avrebbe potuto essere più generosa…

Ellemir disse, scuotendo la testa con aria scettica: — E allora perché piangi come uno spettro che annuncia sventure? Noi stiamo qui ad aspettare, tormentandoci per timore che tu ci venga sottratta e ricondotta alla Torre: e poi, quando arrivi per dirci che è andato tutto bene, e noi stiamo per rallegrarci con te, cominci a piagnucolare come una serva incinta!

— No… — esclamò Callista. — Leonie… Leonie è stata generosa: credo che abbia capito, veramente. Ma nostro padre…

— Povera Callie — disse gentilmente Damon. — Anch’io so bene quanto può essere tagliente la lingua di tuo padre!

Andrew ascoltò quel vezzeggiativo con stupore e con un’acuta gelosia improvvisa. A lui non era mai venuto in mente, e quel grazioso abbreviativo, usato con tanta naturalezza da Damon, gli sembrava un’intimità che metteva in risalto il suo isolamento. Rammentò che Damon, dopotutto, era un amico di famiglia fin da quando Callista era bambina.

Callista alzò gli occhi e disse, calma: — Leonie mi ha liberata dal giuramento, Damon, e senza riserve. — Damon intuiva la lotta angosciosa dietro quella calma controllata, e pensò: Se Andrew la rende infelice, credo che l’ucciderò. Ma disse soltanto: — E con tuo padre, naturalmente, è andata in un modo diverso. È stato terribile, eh?

Per la prima volta, Callista sorrise. — Terribile, sì, ma Leonie è più testarda di lui. Ha detto che non è possibile incatenare una nuvola. E mio padre se l’è presa con me. Oh, Andrew, ha detto cose tremende: che hai abusato della sua ospitalità, che mi hai sedotta…

— Vecchio tiranno! — esclamò indignato Damon. Andrew strinse le labbra, con furia silenziosa. — Se lo crede davvero…

— Adesso non lo crede più — disse Callista, e nei suoi occhi si accese un riflesso della vecchia gaiezza. — Lei gli ha ricordato che io non ho più tredici anni; che quando le porte di Arilinn si sono chiuse per la prima volta dietro di me, lui ha ceduto per sempre il diritto di darmi in matrimonio o di rifiutarmi; che anche se Leonie mi avesse giudicata inadatta e mi avesse rimandata dalla Torre prima che diventassi maggiorenne e venissi dichiarata donna, sarebbe stata lei, non lui, ad avere il diritto di trovarmi marito. E ha aggiunto molte altre verità che mio padre non ha gradito per niente.

— Lode a Evanda che hai ripreso a ridere, tesoro — disse Ellemir. — Ma nostro padre, come ha accolto queste sgradite verità?

— Ecco, non gli sono piaciute, come puoi immaginare — rispose Callista. — Ma alla fine non ha potuto far altro che rassegnarsi. Credo che fosse addirittura contento di poter litigare con Leonie: l’abbiamo assecondato sempre troppo, da quando è stato ferito. Ha cominciato a comportarsi come al solito, e forse anche a sentirsi un po’ più se stesso. Poi, quando si è deciso a rassegnarsi brontolando, Leonie ha cominciato ad accattivarselo: gli ha detto che era fortunato ad avere due generi adulti che potranno dirigere la sua tenuta, in modo che Domenic possa prendere il suo posto in Consiglio, e due figlie che vivranno qui e gli terranno compagnia. Alla fine lui ha detto che Leonie gli aveva fatto capire che io non avevo bisogno di benedizioni per sposarmi, ma che tu dovevi andare a ricevere la sua benedizione.

Andrew era ancora incollerito. — Se quel vecchio tiranno crede che m’importi qualcosa della sua benedizione, o della sua maledizione… — cominciò; ma Damon gli posò la mano sul polso, interrompendolo.

— Andrew, questo significa che ti accoglierà nella sua casa come un figlio, e per il bene di Callista io penso che tu debba accettarlo con buona grazia. Callie ha già perso una famiglia quando ha deciso, per amor tuo, di non tornare ad Arilinn. A meno che tu lo odii tanto da non poter vivere in pace sotto il suo tetto…

— Non lo odio per nulla — replicò Andrew. — Ma posso prendermi cura di mia moglie nel mio mondo. Non voglio entrare in casa sua senza denaro, accettando la sua carità.

Damon disse, senza alzare la voce: — La carità, Andrew, è da parte tua e mia. Forse lui vivrà ancora molti anni, ma non potrà più camminare. Domenic deve prendere il suo posto in Consiglio. Il figlio minore è un ragazzino di undici anni. Se gli porti via Callista, lo lascerai in balia di estranei prezzolati, o di lontani parenti che verranno qui spinti dall’avidità, per vedere quante ossa possono spolpare. Se tu rimani qui e l’aiuti a dirigere la tenuta, e gli dai la compagnia di sua figlia, gli donerai molto più di quanto tu riceva.

Andrew rifletté, e si rese conto che Damon aveva ragione. — Comunque, se Leonie gli ha strappato il consenso contro la sua volontà…

— No, altrimenti non avrebbe offerto la sua benedizione — disse Damon. — Io lo conosco da sempre. Se gli dispiacesse acconsentire, avrebbe detto qualcosa come «prenditela, e che siate maledetti tutti e due». Non è così, Callista?

— Damon ha ragione: mio padre è terribile quando s’infuria, ma non è uomo da serbare rancore.

— Ancora meno di me — disse Damon. — Esteban ha questi scoppi di collera, ma poi tutto si sistema e lui ti riaccetta nel suo cuore con la stessa facilità con cui ti ha scacciato un momento prima. Può darsi che litigherete ancora, anzi ci sono molte probabilità: è un tipo suscettibile e irritabile. Ma non ti scodellerà vecchi rancori come piatti freddi!

Quando Ellemir e Damon se ne furono andati, Andrew guardò Callista e chiese: — È proprio questo ciò che vuoi, amor mio? Io non detesto tuo padre. Ero solo incollerito perché ti aveva fatto piangere. Se vuoi restare qui…

Callista alzò lo sguardo verso di lui: li riafferrò la vicinanza, il vecchio contatto che li aveva uniti prima che s’incontrassero, quel contatto che per lui era ben più vero del timido e impaurito sfioramento concessogli da Callista. — Se tu e mio padre non aveste potuto andare d’accordo, io ti avrei seguito dovunque, su Darkover o nell’impero delle stelle. Ma l’avrei fatto con un’angoscia smisurata. Questa è la mia casa, Andrew. Il mio desiderio più grande è di non andarmene mai più.

Dolcemente, Andrew si portò alle labbra la punta delle sue dita. Disse, con voce tenera: — Allora sarà anche la mia casa, amor mio. Per sempre.

Quando Andrew e Callista seguirono gli altri in casa, trovarono Damon e Ellemir seduti fianco a fianco su una panca, accanto a Dom Esteban. Allorché entrarono, Damon si alzò e s’inginocchiò davanti al vecchio, mormorando qualcosa che Andrew non capì; e il nobile Alton disse, sorridendo:

— Hai dimostrato molte volte di essere un figlio, per me: non mi occorre altro. Ricevi la mia benedizione. — Posò la mano, per un momento, sulla testa di Damon. Il giovane, rialzatosi, si piegò a baciargli la guancia.

Dom Esteban guardò al di sopra della testa di Damon con un sorriso cupo. — Ann’dra, sei troppo orgoglioso per inginocchiarti e ricevere la mia benedizione?

— Non sono troppo orgoglioso, nobile Alton. Se vado contro la tradizione, in questo o in qualunque altra cosa, ti prego di ricordare che è per ignoranza delle consuetudini, non di proposito.

Dom Esteban accennò loro di sedersi accanto a Damon e Ellemir. — Ann’dra — disse, conferendo al nome un’inflessione darkovana, — del tuo popolo non conosco niente che sia veramente male ma conosco poche cose buone. Immagino che siate come tutti gli altri: alcuni buoni, altri cattivi, e in maggioranza né buoni né cattivi. Se tu fossi un malvagio, non credo che mia figlia sarebbe disposta a sposarti, mettendosi contro la tradizione e il buonsenso. Ma non puoi darmi torto se non sono entusiasta di dare la mia figlia prediletta a uno di un altro mondo, anche se ha dimostrato di possedere coraggio e senso dell’onore.

Andrew, che si era seduto sulla panca accanto a Ellemir, le vide contrarre le mani quando Dom Esteban disse che Callista era la sua prediletta. Era una crudeltà, pensò, dirlo in sua presenza. Dopotutto, era stata Ellemir a restare a casa, da figlia devota, per tutti quegli anni. L’indignazione per la mancanza di tatto del vecchio rese più fredda la sua voce.

— Posso dire soltanto, signore, che amo Callista e che cercherò di renderla felice.

— Non credo che sarà felice, fra la tua gente. Hai intenzione di portarla via?

— Se tu non avessi dato il consenso al nostro matrimonio, signore, non avrei avuto altra scelta. — Ma davvero avrebbe potuto condurre nella zona terrestre quella sensitiva, cresciuta fra i telepati, per imprigionarla fra alti palazzi e macchinari, in mezzo a gente che l’avrebbe considerata una curiosità esotica? Il suo laran sarebbe stato giudicato un’assurdità o una ciarlataneria. — Così come stanno le cose, signore, sarò lieto di restare qui. Forse potrò dimostrarti che i terrestri non sono alieni come tu credi.

— Questo lo so già. Mi giudichi un ingrato? So benissimo che se non fosse stato per te, Callista sarebbe morta in quelle caverne e queste terre sarebbero ancora oppresse dalla tenebra maledetta.

— Credo che il merito sia stato di Damon, più che mio — osservò con fermezza Andrew. Il vecchio proruppe in una breve risata ironica.

— Dunque è come nelle favole: è giusto che come ricompensa voi otteniate le mie figlie in spose e metà del mio regno. Io non ho nessun regno da dare, Ann’dra, ma qui avrai un posto di figlio finché vivrai; e se vorrai, dopo di te l’avranno i tuoi figli.

Gli occhi di Callista traboccavano di lacrime. Scivolò dalla panca e s’inginocchiò accanto al padre. Mormorò: — Grazie. — Per un attimo, la mano del vecchio si posò sulle splendide trecce color rame. Chinatosi sopra di lei, Dom Esteban disse: — Bene, Ann’dra, vieni a inginocchiarti per ricevere la mia benedizione. — La voce aspra si era addolcita.

Con un senso di confusione che era per metà imbarazzo e per metà stordimento, Andrew s’inginocchiò accanto a Callista. Alla superficie della sua mente turbinavano pensieri a casaccio: che tutto ciò sarebbe sembrato assurdo agli altri terrestri, che bisognava adattarsi alle usanze locali… Ma a un livello più profondo avvertì un senso di calore umano. Sentì la tozza e callosa mano del vecchio posarsi sulla sua testa; e con la facoltà telepatica rivelatasi da poco tempo e alla quale non si era ancora abituato captò un bizzarro miscuglio di emozioni: tristi presentimenti uniti a una timida simpatia spontanea. Era sicuro che quanto percepiva era ciò che il vecchio provava per lui, e con sorpresa si accorse che non era molto diverso da ciò che provava lui stesso per il nobile Comyn.

Sforzandosi di dare alla voce un tono neutro, sebbene fosse certo che il vecchio poteva leggere ugualmente bene i suoi pensieri, disse: — Ti sono grato, signore. Cercherò di essere un bravo figlio.

Dom Esteban replicò, in tono burbero: — Come puoi vedere, avrò bisogno di due bravi figli. Senti, figliolo, hai intenzione di continuare a chiamarmi signore per il resto delle nostre vite?

— No di certo, parente. — Andrew usò la forma intima della parola, come faceva Damon. Poteva significare «zio», o qualunque altro parente stretto della generazione di un padre. Si alzò, e quando si scostò incontrò lo sguardo del giovane Dezi, silenzioso alle spalle di Esteban, carico di un’intensità collerica… sì, e di qualcosa che lui poteva percepire come risentimento e invidia.

Povero ragazzo, pensò. Io vengo qui da estraneo, e mi trattano come se fossi un membro della famiglia. Lui fa parte della famiglia… e il vecchio lo tratta come un servo o un cane! Non mi sorprende che sia geloso!

CAPITOLO QUARTO

Era stato deciso che il matrimonio avrebbe avuto luogo da lì a quattro giorni: un matrimonio senza sfarzo, con Leonie unica ospite d’onore e i vicini delle tenute circostanti invitati a festeggiare insieme alla famiglia. Il breve intervallo lasciava appena il tempo di portare la notizia all’erede di Esteban, Domenic, a Thendara, e di far venire da Serrais — se lo desideravano — i fratelli di Damon.

La notte prima delle nozze, le due gemelle rimasero sveglie fino a tardi, nella stanza che avevano diviso da bambine prima che Callista andasse alla Torre di Arilinn. Alla fine Ellemir disse, con un po’ di tristezza: — Ho sempre pensato che il giorno del mio matrimonio ci sarebbero state grandi cerimonie, e abiti bellissimi, e tutti i nostri parenti a far festa insieme a noi; non immaginavo un matrimonio affrettato, alla presenza di pochi campagnoli! Con Damon per marito posso fare a meno del resto, però…

— Dispiace anche a me, Elli. So che è colpa mia — disse Callista. — Tu sposi un Comyn del dominio di Ridenow, quindi non c’è ragione perché non debba sposarti di catenas, con tutte le feste che desideri. Io e Andrew abbiamo rovinato tutto. — La figlia di un Comyn non poteva sposarsi di catenas, con l’antica cerimonia, senza l’autorizzazione del Consiglio dei Comyn, e Callista sapeva che non c’era speranza che il Consiglio la desse a uno straniero, a un nessuno… un terrestre! Perciò avevano scelto la forma più semplice, conosciuta come «matrimonio libero», che si poteva celebrare con una semplice dichiarazione di fronte a testimoni.

Ellemir sentì la tristezza nella voce della sorella e disse: — Come ama ripetere nostro padre, il mondo va come vuole e non come vorremmo tu e io. Damon ha promesso che alla prossima stagione del Consiglio andremo a Thendara e ci saranno feste per tutti.

— E per allora — aggiunse Callista, — il mio matrimonio con Andrew sarà consolidato da tanto tempo che niente potrà cambiarlo.

Ellemir rise. — Sarebbe davvero una sfortuna se a quell’epoca io fossi incinta e non potessi divertirmi! Anche se non lo giudicherei una sfortuna, avere subito un figlio da Damon.

Callista taceva, pensando agli anni nella Torre, dove lei aveva accantonato le cose che fanno sognare una ragazza, senza rimpiangerle perché non le conosceva. Sentendole nel tono di Ellemir domandò, esitando: — Vuoi subito un figlio?

Ellemir rise. — Oh, sì! Tu no?

— Non ci avevo pensato — disse Callista, lentamente. — Per tanti anni non ho mai riflettuto sul matrimonio, l’amore o i figli… Immagino che Andrew vorrà dei figli, prima o poi: ma a me sembra che un figlio debba essere desiderato per se stesso, e non solo perché è mio dovere verso il clan. Ho vissuto tanti anni nella Torre, pensando solo al dovere verso gli altri, che credo di dover avere, prima, un po’ di tempo da dedicare soltanto a me stessa. E… a Andrew.

Per Ellemir era incomprensibile. Come poteva, una donna, prendere marito senza pensare per prima cosa di dargli un figlio? Ma intuiva che per Callista era diverso. Comunque, rifletté con snobismo inconscio, Andrew non era un Comyn: non era poi così importante che Callista gli desse subito un erede.

— Ricorda, Elli, ho passato tanti anni pensando che non mi sarei mai sposata…

La sua voce era così triste e stranita che Ellemir non poté sopportarla. Disse: — Tu ami Andrew, e l’hai scelto liberamente. — Ma c’era una sfumatura interrogativa nelle sue parole. Callista aveva deciso di sposare il suo salvatore solo perché le sembrava la cosa più semplice?

Callista seguì quel pensiero e disse: — No. L’amo più di quanto so esprimere. Eppure c’è un altro vecchio detto, e finora non sapevo quanto è vero: nessuna scelta è priva di rimpianti, e porterà comunque più gioia e più angoscia di quanto possiamo prevedere. La mia vita mi sembrava immutabile, già decisa e così semplice: avrei preso il posto di Leonie ad Arilinn e avrei fatto il mio dovere fino a quando la morte o la vecchiaia mi avessero liberata da quel peso. E mi sembrava una vita accettabile. L’amore, il matrimonio, i figli… non ci pensavo neppure.

Le tremava la voce. Ellemir si alzò, andò a sedersi sull’orlo del letto della sorella, e le prese la mano nel buio. Callista fu sul punto di ritirarla, in un gesto inconscio, automatico; poi disse malinconicamente, più a se stessa che a Ellemir: — Dovrò imparare a non farlo.

Ellemir replicò, gentilmente: — Non credo che Andrew ne sarà entusiasta.

Sentì Callista rabbrividire a quelle parole. — È… un riflesso istintivo. È difficile abbandonarlo, così com’è stato difficile impararlo.

Ellemir disse, d’impulso: — Dovevi sentirti molto sola!

Le parole di Callista parvero salire da un abisso soffocante. — Sola? Non sempre. Nella Torre siamo più vicini di quanto si possa immaginare. Siamo ognuno parte degli altri. Tuttavia, come Custode ero sempre separata dagli altri, divisa da… da una barriera che nessuno poteva mai varcare. Sarebbe stato più facile, credo, essere veramente sola. — Ellemir sentiva che la sorella non parlava a lei ma a remoti ricordi impossibili da condividere, e che cercava di tradurre in parole qualcosa di cui non aveva mai voluto parlare.

— Gli altri, nella Torre, potevano… potevano esprimere in qualche modo quella vicinanza. Potevano toccarsi. Potevano amare. Una Custode impara un duplice isolamento. Essere vicina, più vicina di chiunque altro, a ognuna delle menti del cerchio della matrice, eppure… non essere mai completamente reale per loro. Mai donna, mai neppure un essere umano vivente. Solo… solo parte degli schermi e dei relè. — Callista s’interruppe, perduta in quella strana vita claustrale e solitaria che era stata la sua per tanti anni. — Molte provano, e non ci riescono. Finiscono col lasciarsi coinvolgere, in un modo o nell’altro, nell’aspetto umano degli altri uomini e delle altre donne della Torre. Durante il primo anno ad Arilinn ho visto sei ragazze arrivare per essere addestrate come Custodi, e fallire. E io ero fiera, perché riuscivo a sopportare l’addestramento. Non… non è facile — disse, pur sapendo che quelle parole erano ridicolmente inadeguate. Non davano un’idea dei mesi di rigorosa disciplina fisica e mentale fino a quando la mente si abituava all’incredibile potere, fino a quando il suo corpo riusciva a sopportare quei flussi e quelle tensioni inumane. Infine mormorò, in tono amaro: — Adesso vorrei aver fallito anch’io! — E s’interruppe, inorridita, nell’udire le sue stesse parole.

Ellemir disse: — Vorrei che non fossimo cresciute così lontane, breda. — Quasi per la prima volta, pronunciò la parola che significava «sorella» nel modo intimo: poteva significare anche «tesoro». Callista reagì al tono, più che alla parola.

— Non è che non… non ti volessi bene, o non ti ricordassi. Ma mi veniva insegnato (oh, non puoi immaginare come!) a tenermi lontana da ogni contatto umano. E tu eri la mia gemella: a te ero stata più vicina che a chiunque altro. Durante il primo anno, di notte piangevo fino a quando mi addormentavo, perché sentivo tanto la tua mancanza. Ma poi… poi hai finito col sembrarmi come tutto il resto della mia vita prima della partenza per Arilinn: una che avevo conosciuto soltanto in un sogno. Perciò in seguito, quando sono stata autorizzata a vederti di tanto in tanto, a farti visita, ho cercato di tenerti lontana, come parte del sogno, per non essere straziata a ogni nuova separazione. Le nostre vite erano divise, e io sapevo che doveva essere così.

La sua voce era più triste che se avesse pianto. Impulsivamente, ansiosa di confortarla, Ellemir si sdraiò accanto a lei e la strinse fra le braccia. Callista s’irrigidì al contatto e poi, sospirando, restò immobile; ma Ellemir sentiva lo sforzo che sua sorella compiva per non scostarsi. Pensò, con un violento slancio di collera: Come hanno potuto farle questo? È una deformazione, come se l’avessero resa invalida o gobba.

L’abbracciò e disse: — Spero che sapremo ritrovarci.

Callista tollerò quel gesto, sebbene non lo ricambiasse. — Lo spero anch’io, Ellemir.

— Mi sembrava spaventoso, pensare che non sei mai stata innamorata.

Callista replicò, in tono leggero: — Oh, non è tanto terribile. Eravamo così vicini, nella Torre, che in un modo o nell’altro, credo, eravamo sempre innamorati. — Era troppo buio per vedere il volto di Callista, ma Ellemir ne intuì il sorriso quando lei aggiunse: — Se ti dicessi che Damon era ancora ad Arilinn quando io ci sono andata per la prima volta, e che per un po’ ho creduto di essere innamorata di lui? Sei molto gelosa?

Ellemir rise. — No, non molto.

— Lui era già un tecnico, e m’insegnava il controllo. Naturalmente, per lui non ero una donna: solo una delle ragazzine da istruire. Naturalmente, per lui le donne non esistevano, eccettuata Leonie… — Callista s’interruppe e si affrettò ad aggiungere: — È passato molto tempo.

Ellemir rise. — So che il cuore di Damon è tutto mio. Come potrei essere gelosa dell’amore che un uomo consacra a una Custode, legata da voti di verginità? — Poi udì le proprie parole e s’interruppe, costernata. — Oh, Callista, non intendevo…

— Io penso che intendessi proprio questo — disse gentilmente Callista. — Ma l’amore è amore, anche se non ha nulla di fisico. Se non l’avessi saputo prima, l’avrei scoperto nelle grotte di Corresanti, quando mi sono innamorata di Andrew. È amore, ed era vero, e se fossi in te non schernirei l’amore che Damon provava per Leonie, non lo giudicherei una fantasia di adolescente. — Pensò, ma non lo disse, che era bastato a turbare la serenità di Leonie, anche se nessuno, tranne lei, Callista, l’aveva mai intuito.

Ha fatto bene a mandare via Damon…

— Mi sembra strano, l’amore senza desiderio — osservò Ellemir. — E non del tutto reale, qualunque cosa tu dica.

— Diversi uomini mi hanno desiderata — replicò pacatamente Callista, — malgrado i tabù. Succede. Quasi sempre non destava nulla, in me: mi dava solo l’impressione che… che insetti immondi mi strisciassero sulla pelle. Ma altre volte, quasi mi auguravo di sapere come desiderarli a mia volta.

All’improvviso, la sua voce si spezzò. Ellemir vi percepì una nota tesa, quasi di terrore. — Oh, Ellemir, Elli, mi sottraggo perfino al tuo contatto… Se mi ritraggo dal contatto della mia gemella… cosa farò con Andrew? Oh, Avarra abbia misericordia di me, quanto male dovrò fargli ancora?

— Breda, Andrew ti ama: senza dubbio comprenderà…

— Ma forse comprendere non basta! Oh, Elli, anche se fosse uno come Damon, che conosce la vita delle Torri e sa cos’è una Custode, io avrei paura! E Andrew non sa, o non capisce, e non esistono parole per dirglielo! E anche lui ha abbandonato l’unico mondo che conosceva: e cosa posso dargli, in cambio?

Ellemir disse, gentilmente: — Ma sei stata sciolta dal giuramento delle Custodi. — L’abitudine di molti anni, lo sapeva, non si poteva spezzare in un giorno; ma quando Callista si fosse liberata dalle sue paure, senza dubbio sarebbe andato tutto per il meglio. Tenne abbracciata Callista e disse, con sommessa tenerezza: — Non c’è da temere l’amore, breda, anche se ti sembra strano o spaventoso…

— Sapevo che non avresti compreso — replicò Callista, sospirando. — C’erano altre donne, nella Torre, donne che non vivevano secondo le leggi delle Custodi, che erano libere di condividere quella partecipazione. C’era tanto… tanto amore, tra noi, e io sapevo quanto le rendeva felici amare, o anche soltanto soddisfare il desiderio, quando non c’era amore ma soltanto… bisogno, e generosità. — Sospirò di nuovo. — Non sono ignorante, Ellemir — disse, con una strana dignità desolata. — Inesperta sì, a causa di ciò che sono, ma non ignorante. Ho imparato i modi per… per non accorgermene troppo. Così era più facile, ma io sapevo: oh, sì, sapevo. Come sapevo, per esempio, che tu hai avuto altri amanti prima di Damon.

Ellemir rise. — Non ne ho mai fatto mistero. Se non te ne parlavo, era perché conoscevo le leggi secondo le quali vivevi… o almeno conoscevo quello che ne può sapere un’estranea. E mi sembrava che fosse una barriera tra noi.

— Ma sicuramente dovevi sapere che t’invidiavo — disse Callista, e Ellemir si levò a sedere sul letto guardando la gemella con sorpresa scandalizzata. Potevano vedersi solo vagamente: una piccola luna verde, una falce sottilissima, stava librata nel cielo davanti alla finestra. Infine Ellemir disse, esitante: — Invidiavi… me? Io avevo pensato… ero convinta… che una Custode, vincolata dal giuramento, mi avrebbe disprezzata o avrebbe giudicato vergognoso che io… che una comynara non fosse diversa da una contadina, o da una femmina animale in calore.

— Disprezzarti? No. Se noi non ne parliamo molto, è per timore di non riuscire a sopportare la differenza. Anche le altre donne delle Torri, che non vivono nel nostro isolamento, ci vedono come estranee, quasi inumane… L’isolamento, l’orgoglio, diventano la nostra unica difesa, come per nascondere una ferita, per mascherare la nostra… la nostra incompletezza.

La voce di Callista era scossa, ma Ellemir pensò che il suo volto, nel fievole chiaro di luna, era disumanamente impassibile, come scolpito nella pietra. Le pareva che Callista fosse dolorosamente distante, che cercassero di parlarsi attraverso il grande abisso che le divideva.

Per tutta la vita, Ellemir aveva imparato a pensare che una Custode era qualcosa di remoto, molto superiore a lei, da riverire e quasi da venerare. Perfino sua sorella gemella era come una dea irraggiungibile. Ora, per un momento, provò una sensazione quasi vertiginosa di rovesciamento che squassava le sue certezze: adesso era Callista a guardarla con invidia, a essere inspiegabilmente più giovane di lei e molto più vulnerabile, non più ammantata nella remota maestà di Arilinn, una donna come lei, fragile, insicura… Disse, sussurrando: — Avrei voluto saperlo prima, Callie.

— Anch’io avrei voluto saperlo — replicò Callista, con un mesto sorriso. — Non venivamo incoraggiate a pensare a queste cose, né ad altro che non fosse il nostro lavoro. Solo adesso sto cominciando a scoprire me stessa come donna e… non so come cominciare. — A Ellemir sembrò una confessione incredibilmente triste. Dopo un attimo, Callista mormorò nell’oscurità: — Ellemir, della mia vita ti ho detto tutto quello che posso. Ora dimmi qualcosa della tua. Non voglio essere curiosa, ma tu hai avuto diversi amanti. Parlamene.

Ellemir esitò; ma sentiva che dietro quella domanda c’era qualcosa di più della semplice curiosità sessuale. C’era anche quella: e, considerando il modo in cui Callista era stata costretta a soffocare la sua sensibilità durante gli anni vissuti come Custode, era un buon segno e prometteva bene per l’imminente matrimonio. Ma c’era anche qualcosa di più, il desiderio di condividere qualcosa della vita di Ellemir durante gli anni della separazione. Reagendo impulsivamente, disse: — È stato l’anno in cui si è sposata Dorian. Tu hai conosciuto Mikhail?

— L’ho visto al matrimonio. — La loro sorella maggiore, Dorian, aveva sposato un cugino nedestro del nobile Ardais. — Sembrava un giovane gentile, cortese, ma non ho scambiato con lui che poche parole. Avevo visto raramente Dorian, dopo la mia infanzia.

— È stato quell’inverno — disse Ellemir. — Dorian mi aveva pregata di andare a passarlo con lei: si sentiva sola, ed era già incinta, e si era fatta poche amiche tra le donne delle montagne. Nostro padre mi aveva permesso di andare. E più avanti, quella primavera, quando Dorian era diventata troppo pesante e non provava più piacere a dividere il letto di Mikhail, io e lui eravamo così amici che ho preso il posto di nostra sorella. — Rise sommessamente al ricordo.

Callista esclamò, sbalordita: — Ma non avevi più di quindici anni!

Ellemir replicò, ridendo: — Per sposarsi bastano. Dorian non ne aveva di più quando si è sposata. E l’avrei fatto anch’io, se nostro padre non avesse voluto che restassi a mandargli avanti la casa!

Ancora una volta, Callista provò quell’invidia crudele, quel senso di alienazione disperata. Com’era stato semplice e giusto, per Ellemir! E com’era diverso, per lei! — Ce ne sono stati altri?

Ellemir sorrise nel buio. — Non molti. Quella volta ho scoperto che giacere con un uomo mi piaceva, ma non volevo essere oggetto di pettegolezzi come Sybil-Mhari (avrai sentito dire che sì prende amanti tra le Guardie e perfino tra i paggi) e non volevo mettere al mondo un figlio che non mi sarebbe stato permesso di allevare, anche se Dorian giurava che se avessi avuto un figlio da Mikhail l’avrebbe adottato lei. E non volevo trovarmi sposata in fretta e furia a uno che non mi piaceva, perché sapevo che nostro padre l’avrebbe preteso se ci fosse stato uno scandalo. Perciò non ci sono più di due o tre uomini che potrebbero dire, se volessero, di aver avuto da me più della mano da baciare, alla festa del solstizio d’estate. Perfino Damon. Ha atteso con pazienza…

Proruppe in una strana risatina eccitata. Callista le accarezzò i morbidi capelli.

— Ormai l’attesa è quasi finita, tesoro.

Ellemir si rannicchiò vicino alla sorella. Sentiva le paure di Callista, la sua ambivalenza, ma le fraintendeva ancora.

Ha fatto voto di verginità, pensò, è vissuta lontana dagli uomini, e non è sorprendente che abbia paura. Ma quando avrà compreso di essere libera, Andrew sarà dolce con lei, e paziente, e lei raggiungerà finalmente la felicità… una felicità come quella mia… e di Damon.

Erano in lieve contatto telepatico, e Callista seguiva i pensieri di Ellemir: ma non voleva turbare la sorella dicendole che non era tanto semplice.

— Dobbiamo dormire, breda: domani è il giorno del nostro matrimonio, e domani notte — aggiunse, maliziosamente, — Damon non ti lascerà dormire molto.

Ridendo, Ellemir chiuse gli occhi. Callista rimase a guardare in silenzio nell’oscurità, con la testa di Ellemir sulla spalla. Dopo molto tempo, quando il filo del collegamento tra loro si assottigliò e Ellemir si smarrì nei sogni, Callista sentì che la sorella dormiva. Adagio, scese dal letto e andò alla finestra, a guardare il paesaggio inondato dalla luna. Rimase lì, ritta, fino a quando si sentì indolenzita e intirizzita, fino a quando le lune tramontarono e una pioggia fittissima cominciò a velare il vetro della finestra. Grazie alla dura disciplina di tanti anni, non pianse.

Posso accettarlo e sopportarlo, come ho sopportato tante cose. Ma Andrew? Posso sopportare quello che farà a lui, quello che potrà fare al suo amore? Restò immota, per ore, indolenzita, gelata, ma senza più accorgersene, con la mente rifugiata in uno dei regni al di là del pensiero dove le era stato insegnato a entrare per sfuggire alle idee tormentose, lasciandosi indietro il corpo freddo e dolorante che aveva imparato a disprezzare.

Nelle ore dell’alba la pioggia aveva lasciato il posto a un fine nevischio che batteva sui vetri. Ellemir si mosse, cercò a tentoni la sorella, poi si levò a sedere, costernata, vedendola immobile davanti alla finestra. Si alzò e la raggiunse, chiamandola per nome, ma Callista non l’udì e non si mosse.

Allarmata, Ellemir gridò. Callista, cogliendo la paura nella mente della sorella più che la voce, tornò a poco a poco in sé. — Tutto a posto, Elli — disse gentilmente, guardando il volto spaventato che la fissava.

— Sei così fredda, tesoro, così rigida e fredda. Torna a letto, lascia che ti scaldi — insistette Ellemir, e Callista lasciò che la riconducesse a letto, l’avvolgesse nelle coperte e la tenesse stretta a sé. Dopo molto tempo disse, quasi in un bisbiglio: — Ho sbagliato, Elli.

— Hai sbaglio? In cosa, breda?

— Avrei dovuto andare a letto con Andrew, quando mi ha portata via dalle caverne. Dopo tanto tempo trascorso da sola al buio, e dopo tanta paura, le mie difese erano cadute. — Con doloroso rimpianto, Callista ricordò come lui l’aveva portata via da Corresanti, e come lei si era abbandonata tra le sue braccia, riscaldata, senza paura. Ricordò che, per brevi istanti, le era sembrato possibile. — Ma c’era tanta confusione, qui: nostro padre era diventato un invalido, e la casa era piena di feriti. Tuttavia, allora sarebbe stato più facile.

Ellemir seguiva il suo ragionamento, e tendeva a darle ragione. Eppure Callista non era una donna capace di fare una cosa simile sfidando la collera del padre e violando il suo giuramento di Custode. E il nobile Alton sarebbe venuto a saperlo, come se Callista l’avesse gridato dai tetti.

— Anche tu eri sofferente, tesoro. Andrew ha capito, senza dubbio.

Ma Callista ne dubitava: la lunga malattia che l’aveva colpita dopo il salvataggio non era stata forse una specie di reazione a quell’incapacità? Forse, pensò, aveva perso un’occasione che magari non si sarebbe più ripresentata, l’occasione di unirsi a Andrew quando entrambi erano accesi dalla passione e non c’era posto per i dubbi e le paure. Perfino Leonie riteneva verosimile che l’avesse fatto.

Perché non l’ho fatto? E adesso, adesso è troppo tardi…

Ellemir sbadigliò, con un sorrìso di felicità.

— È il giorno delle nostre nozze, Callista!

Callista chiuse gli occhi. Il giorno delle mie nozze. E non posso condividere la sua gioia. Io amo come ama lei, eppure non sono lieta… Provò il folle impulso di graffiarsi con le unghie, di percuotersi con i pugni, di punire la bellezza che era una vuota promessa, il corpo così simile a quello di una donna desiderabile… un guscio, un guscio vuoto. Ma Ellemir la guardava con aria turbata e interrogativa, e allora si costrinse a sorridere gaiamente.

— Il giorno delle nostre nozze — ripeté, e baciò la sorella. — Sei felice, tesoro?

E per un po’, nella gioia di Ellemir, riuscì a dimenticare le proprie paure.

CAPITOLO QUINTO

Quel mattino, Damon venne ad aiutare Dom Esteban a sistemarsi sulla sedia a rotelle che era stata costruita apposta per lui. — Così potrai assistere alle nozze stando seduto, e non disteso come un invalido su un letto.

— Mi dà un’impressione strana, stare di nuovo diritto — disse il vecchio, sostenendosi con entrambe le mani. — Ho le vertigini come se fossi già ubriaco.

— Sei rimasto sdraiato troppo a lungo. Ti abituerai presto.

— Be’, è meglio star seduti piuttosto che appoggiati ai cuscini come una donna dopo il parto! E almeno le gambe le ho ancora, anche se non me le sento.

— Lei hai ancora — gli assicurò Damon. — E con qualcuno che spinga la sedia, potrai girare quanto vorrai, al pianterreno.

— Sarà un sollievo — disse Esteban. — Sono stanco di guardare il soffitto. La prossima primavera farò venire qui gli uomini e dirò di sistemarmi qualche stanza al pianoterra. Voi due — aggiunse, indicando a Andrew di accostarsi, — potrete prendere gli appartamenti che vorrete, al piano di sopra, per voi e per le vostre mogli.

— Sei molto generoso, suocero — disse Damon; ma il vecchio scosse la testa.

— Per niente. Ormai, non mi servirebbe più una camera che non fosse al pianterreno. Vi consiglio di andarvi a scegliere le stanze ora: lasciate il mio vecchio appartamento per Domenic, quando prenderà moglie; ma potete scegliere fra tutti gli altri. Se lo fate subito, le donne potranno trasferirsi appena sarete sposati. — E aggiunse, ridendo: — E mentre voi provvedete, io mi farò portare in giro da Dezi e mi riabituerò alla vista di casa mia. Ti ho già ringraziato, Damon, per questo?

Quando salirono al piano di sopra, Damon e Andrew cercarono Leonie. Damon le disse: — Desideravo chiederti una cosa, lontano dai suoi orecchi. Capisco abbastanza per sapere che Dom Esteban non potrà più camminare. Ma a parte questo, come ti sembra?

— Lontano dai suoi orecchi! — La Custode rise, fiaccamente. — Lui ha il laran, Damon: sa tutto, anche se forse, saggiamente, rifiuta di comprendere quanto significherà per lui. La ferita si è rimarginata da tempo, certo, e i reni non sono menomati. Ma il cervello non è più in comunicazione con le gambe e i piedi. Conserva un certo controllo sulle funzioni fisiologiche; ma senza dubbio, col passare del tempo, quando la parte inferiore del corpo si atrofizzerà, perderà anche quello. Il pericolo più grave è rappresentato dalle piaghe da decubito. Devi assicurarti che i servitori lo girino a intervalli di poche ore, perché, siccome non c’è la sensibilità, non sentirà neppure il dolore, e non saprà se una piega della stoffa, o qualcosa del genere, esercita una pressione sul suo corpo. Quasi tutti quelli che sono paralizzati muoiono quando tali piaghe s’infettano. Il processo si può ritardare, se gli arti sono mantenuti elastici con i massaggi, ma prima o poi i muscoli si atrofizzeranno.

Damon scosse la testa, sgomento. — E lui lo sa?

— Lo sa. Ma la sua volontà di vivere è forte: finché c’è quella, potrai farlo vivere decentemente. Per qualche tempo. Forse per anni. Poi… — Una lieve scrollata di spalle, con aria di rassegnazione. — Forse troverà una nuova volontà di vivere se avrà intorno dei nipoti. Ma è sempre stato un uomo attivo e orgoglioso. Non si rassegnerà facilmente all’inattività e all’impotenza.

Andrew disse: — Avrò bisogno del suo aiuto e del suo consiglio, per mandare avanti la tenuta. Ho cercato di arrangiarmi senza disturbarlo…

— Se me lo permetti, questo è un errore — osservò gentilmente Leonie. — È bene fargli sapere che c’è bisogno della sua competenza. Chiedigli consiglio più spesso che puoi.

Era la prima volta che Leonie si rivolgeva direttamente a lui, e il terrestre la fissò stupito. Possedeva una telepatia rudimentale, e gli bastava per capire che Leonie era a disagio davanti a lui: e lo turbava sentire che c’era qualcosa di più, adesso. Quando lei se ne fu andata, chiese a Damon: — Non ha simpatia per me, vero?

— Non credo che si tratti di questo. Si sentirebbe a disagio comunque, di fronte all’uomo cui deve dare in sposa Callista.

— Be’, non posso darle torto se pensa che non sono degno di Callista: non credo che esista un uomo che lo sia. Ma poiché Callista la pensa diversamente…

Damon rise. — Credo che nessun uomo, il giorno delle nozze, si senta degno della sua sposa. Io devo rammentarmi continuamente che Ellemir ha acconsentito a sposarmi! Vieni, dobbiamo trovare gli alloggi per le nostre mogli.

— Non dovrebbe spettare a loro, la scelta?

Damon ricordò che Andrew non conosceva le loro consuetudini. — No: è tradizione che sia l’uomo a provvedere una casa per la moglie. Per pura cortesia, Dom Esteban ci offre la possibilità di trovarla e di prepararla prima del matrimonio.

— Ma loro conoscono la casa…

— Anch’io — replicò Damon. — Ho trascorso qui gran parte della mia adolescenza. Il figlio maggiore di Dom Esteban e io eravamo bredin, amici giurati. Ma tu non hai parenti nella zona terrestre, o servi giurati, che attendano il tuo ritorno?

— Nessuno. I servitori sono un ricordo del passato: nessun uomo deve servirne un altro.

— Tuttavia, dovremo assegnartene qualcuno. Se devi dirigere la tenuta per conto del nostro parente — (Damon usò la parola che solitamente veniva tradotta come «zio») — non avrai tempo di occuparti dei dettagli della vita normale, e non possiamo pretendere che le donne provvedano da sole a pulire e rammendare. E noi non abbiamo macchine, come le avete voi nella zona terrestre.

— Perché?

— Non abbiamo molti metalli. Del resto, perché dovremmo rendere inutili le vite degli altri, impedendo loro di guadagnarsi la zuppa e la carne con l’onesto lavoro? Oppure pensi davvero che saremmo tutti più felici se costruissimo macchine e ce le vendessimo l’uno all’altro, come fate voi? — Damon aprì una porta del corridoio. — Queste stanze non sono più state usate da quando la madre di Ellemir è morta e Dorian si è sposata. Sembrano in buono stato.

Andrew lo seguì nel grande soggiorno centrale dell’appartamento, continuando a pensare alla domanda di Damon. — Mi è stato insegnato che è degradante, per un uomo, servirne un altro: degradante per il servitore… e per il padrone.

— Per me sarebbe più degradante passare la vita al servizio di qualche macchina. E se possiedi una macchina, a tua volta ne sei posseduto, e passi il tuo tempo a servirla. — Damon pensò al proprio rapporto con la matrice, a quello di tutti i tecnici psi di Darkover… per non parlare delle Custodi.

Aprì tutte le porte della sala. — Guarda, da ogni lato del soggiorno centrale c’è un appartamento completo: camera da letto, salotto e bagno, stanzette per le ancelle delle donne (quando le sceglieranno), spogliatoi e così via. Le donne vorranno stare vicine, ma così avremo anche l’intimità quando lo desidereremo; e accanto ci sono altre stanzette, se un giorno ne avremo bisogno per i nostri figli. A te va bene? Lo spazio era assai più ampio di quello che una giovane coppia si sarebbe vista assegnare negli alloggi terrestri del personale sposato. Andrew accettò, e Damon chiese: — Vuoi l’appartamento di destra o quello di sinistra?

— Per me è lo stesso. Tiriamo a sorte lanciando una moneta?

Damon rise di cuore. — Anche voi avete questa usanza? Ma se per te è lo stesso, noi prenderemo l’appartamento di sinistra. Ellemir, ho notato, si alza sempre all’alba, e Callista ama dormire fino a tardi, quando può. Forse sarebbe meglio se la vostra camera da letto non fosse esposta al sole del mattino.

Andrew arrossì di un gradevole imbarazzo. L’aveva notato, ma non ci aveva pensato tanto da immaginare le mattine in cui si sarebbe svegliato accanto a Callista. Damon sorrise, amichevolmente.

— Mancano solo poche ore alle nozze, lo sai. E tu e io saremo fratelli; anche questo è piacevole. Ma è triste, comunque, che tu non abbia parenti o amici a! tuo matrimonio.

— Non ho amici, su questo pianeta. E non ho parenti vivi, in nessun posto.

Damon sbatté le palpebre, sbigottito. — Sei venuto qui senza famiglia, senza amici?

Andrew scrollò le spalle. — Sono cresciuto sulla Terra: un allevamento di cavalli, in un posto chiamato Arizona. Quando avevo diciotto anni, mio padre è morto e l’allevamento è stato venduto per pagare i debiti. Mia madre non è vissuta molto più a lungo, e io sono andato nello spazio come funzionario civile: e un funzionario civile deve servire dove lo mandano, più o meno. Poi sono finito qui, e il resto lo sai.

— Credevo che non ci fossero servitori, tra voi — disse Damon, e Andrew cercò di spiegargli la differenza tra il servizio civile e la servitù. Damon ascoltò con aria scettica, e infine osservò: — Un servitore dei computer e delle pratiche! Credo che io preferirei essere uno stalliere o un cuoco!

— Non ci sono padroni crudeli che sfruttano i servitori?

Damon scrollò le spalle. — Senza dubbio, così come certi uomini maltrattano i cavalli da sella e li ammazzano a furia di frustate. Però un uomo capace di ragionare può capire, un giorno, di aver sbagliato, e nella peggiore delle ipotesi gli altri possono fermarlo. Ma non c’è modo d’insegnare la saggezza a una macchina.

Andrew sorrise. — Sai? Hai ragione tu. Noi abbiamo un detto: non puoi lottare con un computer, ha ragione anche quando ha torto.

— Chiedi al maggiordomo di Dom Esteban o alla levatrice della tenuta, Ferrika, se si sentono maltrattati o sfruttati — disse Damon. — Sei telepate quanto basta per capire se ti dicono la verità. E allora, forse, ti deciderai a permettere a qualche uomo di guadagnarsi onorevolmente il salario al tuo servizio.

Andrew scrollò le spalle. — Lo farò, senza dubbio. Noi abbiamo un detto: quando sei a Roma, comportati come i romani. Roma, credo, era una città della Terra. È rimasta distrutta da una guerra o da un terremoto, molti secoli fa, e resta solo il proverbio…

Damon disse: — Anche noi ne abbiamo uno simile: non cercare di comprar pesce nelle Città Aride. — Si aggirò nella stanza che aveva scelto per sé e Ellemir. — Questi tendaggi non vengono arieggiati dai tempi di Regis IV! Dirò al maggiordomo di cambiarli. — Tirò il cordone di un campanello, e quando il maggiordomo si presentò gli diede gli ordini.

— Provvederemo prima di sera, mio signore, così voi e le vostre consorti potrete trasferirvi qui quando vorrete. E… nobile Damon, sono stato incaricato di farti sapere che tuo fratello, il nobile Serrais, è venuto ad assistere al tuo matrimonio.

— Molto bene, grazie. Se riesci a trovare dama Ellemir, pregala di venire qui ad approvare la nostra scelta — disse Damon. Quando il servitore fu uscito, fece una smorfia.

— Mio fratello Lorenz! La sua premura per le mie nozze, sospetto, potrebbe essermi gettata negli occhi senza farmi neanche un po’ di male! Avevo sperato che venisse almeno mio fratello Kieran, o mia sorella Marisela: ma immagino che dovrei sentirmi onorato e andare a esprimere la mia gratitudine a Lorenz.

— Hai molti fratelli?

— Cinque. E tre sorelle. Io ero il minore dei maschi, e mio padre e mia madre avevano già troppi figli, quando sono nato. Lorenz… — Damon scrollò le spalle. — Per lui sarà un sollievo, immagino, che mia moglie sia di famiglia così altolocata da evitargli di dover mercanteggiare sulla parte di patrimonio spettante a un fratello cadetto. Io non sono ricco, ma non ho mai desiderato grandi ricchezze; e io e Ellemir avremo quanto basta per le nostre esigenze. Io e mio fratello Lorenz non siamo mai andati molto d’accordo. Kieran ha solo tre anni più di me: io e Kieran siamo bredin. Tra me e Marisela c’è solo un anno di differenza, e abbiamo avuto la stessa madre adottiva. Quanto agli altri fratelli e alle altre sorelle, siamo abbastanza civili quando ci incontriamo per la stagione del Consiglio, ma credo che nessuno di noi soffrirebbe troppo se non ci vedessimo mai. La mia casa è sempre stata questa. Mia madre era un’Alton, e io sono cresciuto qui vicino, e il figlio maggiore di Dom Esteban è venuto con me nei Cadetti. Abbiamo fatto il giuramento dei bredin. — Era la seconda volta che usava quella parola, la forma intima o familiare per «fratelli». Sospirò, e per un momento guardò nel vuoto.

— Eri un Cadetto?

— Molto mediocre — rispose Damon. — Ma nessun figlio di Comyn può evitare di diventarlo, se ha due gambe solide e non è cieco. Coryn era come tutti gli Alton: un militare nato, un vero ufficiale. Io ero diverso. — E rise. — Nel corpo dei Cadetti, c’è una battuta su un tale con due piedi destri e dieci pollici. Io ero così.

— Impacciato, eh?

Damon annuì. — Corvée di punizione undici volte ogni dieci giorni. Io sono destro, vedi. La mia madre adottiva, che era anche la levatrice della mia vera madre, diceva sempre che io ero nato capovolto e che da allora avevo sempre continuato allo stesso modo.

Andrew, che era nato mancino in una società dove prevaleva il destrismo, e che soltanto su Darkover aveva trovato le cose sistemate in modo da avere senso per lui, dalle posate agli attrezzi da giardinaggio, disse: — Posso capirti benissimo.

— Sono anche un po’ miope, e questo non mi era di grande utilità, anche se mi ha aiutato a imparare a leggere. Nessuno dei miei fratelli è un abile scrivano: non sanno fare molto più che decifrare un cartello o scarabocchiare il loro nome su un documento. Ma io mi ci sono buttato come un matto, e una volta terminato il servizio nei Cadetti sono andato a Nevarsin e vi ho trascorso un paio d’anni, imparando a leggere e a scrivere e a disegnare carte topografiche e cose del genere. E allora Lorenz si è convinto che non sarei mai diventato un uomo. Quando mi hanno accettato ad Arilinn, la cosa non ha fatto altro che confermare la sua certezza: «mezzo monaco, mezzo eunuco», diceva. — Damon tacque, con un’espressione disgustata; poi aggiunse: — Nonostante questo, non è stato molto soddisfatto quando mi hanno mandato via dalla Torre, qualche anno fa. In memoria di Coryn (Coryn era morto, nel frattempo, ucciso da una caduta in montagna), Dom Esteban mi ha accettato nelle Guardie. Comunque non sono mai stato un vero soldato: ufficiale ospitaliero, maestro dei Cadetti per un anno o due. — Scrollò le spalle. — Questa è tutta la mia vita, e adesso basta con l’argomento. Senti, stanno arrivando le donne: possiamo far vedere gli appartamenti alle nostre mogli, prima che io sia costretto a scendere e a mostrarmi gentile con Lorenz.

Con sollievo, Andrew vide la sua espressione di solitudine e d’introspezione svanire all’ingresso di Ellemir e Callista.

— Vieni, Ellemir, guarda le stanze che ho scelto per noi.

Damon condusse Ellemir oltre una porta in fondo, e Andrew udì — o piuttosto percepì — che la stava baciando. Callista li seguì con gli occhi e sorrise. — Mi fa piacere vederli così felici.

— E sei felice anche tu, amor mio?

— Io ti amo, Andrew. Non mi è tanto facile rallegrarmi. Forse sono un po’ meno spensierata per natura. Su, mostrami quelle che saranno le nostre stanze.

Callista approvò quasi tutto, ma di cinque o sei mobili disse che erano così vecchi da risultare pericolanti: chiamò un maggiordomo e gli ordinò di farli portar via. Poi chiamò le ancelle e impartì istruzioni sulla roba che dovevano andare a prelevare nel magazzino della biancheria da letto e da bagno, e ne mandò una a prendere i suoi abiti e a riporli negli enormi armadi dello spogliatoio. Andrew ascoltò in silenzio, e infine disse: — Sei una straordinaria padrona di casa, Callista.

La risata di lei era piena di gioia. — Tutta scena. Ho ascoltato Ellemir, ecco, perché non voglio sembrare ignorante di fronte ai suoi servitori. Me ne intendo pochissimo, di queste cose. Mi hanno insegnato a cucire perché le mie mani non dovevano mai stare in ozio, ma quando guardo Ellemir nelle cucine mi rendo conto che in fatto di governo della casa ne so meno di una ragazzina di dieci anni.

— Anch’io mi sento come te — confessò Andrew. — Tutto quello che ho imparato nella zona terrestre, ormai non mi serve più.

— Però sai addestrare i cavalli…

Andrew rise. — Sì, e nella zona terrestre era considerato un anacronismo, una specializzazione inutile. Quand’ero ragazzo, prendevo i cavalli da sella di mio padre e li domavo; ma quando ho lasciato l’Arizona pensavo che non avrei più cavalcato.

— Sulla Terra vanno tutti a piedi, allora?

Lui scosse la testa. — Veicoli a motore. Marciapiedi mobili. I cavalli erano un lusso per i ricchi eccentrici. — Andò alla finestra e guardò il paesaggio illuminato dal sole. — È strano, che fra tutti i mondi conosciuti dell’impero terrestre io sia capitato proprio qui. — Un leggero brivido lo scosse al pensiero che gli sarebbe stato facile lasciarsi sfuggire quello che adesso gli sembrava il suo destino, la sua vita, il vero scopo per il quale era nato. Desiderava disperatamente prendere Callista tra le braccia: ma, come se il suo pensiero fosse arrivato fino a lei, la vide sbiancare, diventare tesa. Sospirò e si scostò di un passo.

Callista disse, come completando un pensiero che non le interessava più: — Il nostro addetto ai cavalli è già vecchio, e adesso che mio padre non può più occuparsene, forse toccherà a te insegnare ai più giovani. — Poi s’interruppe e alzò il volto verso di lui, torcendo fra le dita l’estremità di una lunga treccia.

— Voglio parlarti — disse all’improvviso.

Andrew non aveva mai capito bene se lei aveva gli occhi azzurri o grigi: sembravano cambiare con la luce, e adesso erano quasi incolori. — Andrew, sarà troppo doloroso per te? Dividere una stanza quando non possiamo ancora… dividere il letto?

Andrew era già stato avvertito di questo la prima volta che avevano parlato di matrimonio: sapeva che lei era stata condizionata tanto profondamente che forse sarebbe trascorso molto tempo prima della consumazione del matrimonio. E allora le aveva promesso, senza che Callista gli chiedesse nulla, che avrebbe atteso finché fosse stato necessario, che non avrebbe cercato d’insistere. Ora, sfiorandole delicatamente la punta delle dita, mormorò: — Non preoccuparti, Callista. Te l’ho già promesso.

Un lieve rossore le invase lentamente le pallide guance. — Mi è stato insegnato che è… vergognoso suscitare un desiderio se non lo si può soddisfare. Tuttavia, se resterò lontana da te e non lo susciterò, cosicché i tuoi pensieri non possano influire su di me, allora forse le cose non cambieranno mai. Se restiamo insieme, allora (forse a poco a poco) tutto sarà diverso. Ma per te sarà doloroso, Andrew. — La faccia le si contrasse. — Non voglio che tu sia infelice.

Una volta — una volta soltanto, e con grande fatica, brevemente — lui ne aveva parlato con Leonie. Adesso, mentre guardava Callista, quel breve colloquio, difficile per entrambi, gli ritornò alla mente come se lui fosse stato di nuovo davanti alla leronis. Lei l’aveva avvicinato nel cortile, dicendogli con voce pacata: — Guardami, terrestre. — Andrew aveva alzato gli occhi, incapace di resistere. Leonie era così alta che i loro occhi erano allo stesso livello. Lei aveva detto, a voce bassa: — Voglio vedere a quale tipo di uomo sto dando la figlia che mi è cara. — I loro occhi si erano incontrati, e per un lungo istante Andrew Carr aveva avuto la sensazione che ogni pensiero della sua vita venisse messo sossopra ed esaminato da quella donna, come se in quell’unica occhiata, neppure lunga, lei avesse estratto la sua essenza interiore e l’avesse lasciata allo scoperto, fredda e tremante. Infine (non era durato più di un paio di secondi, ma gli era sembrata un’eternità) Leonie, sospirando, aveva detto: — Così sia. Sei onesto e buono e benintenzionato: ma hai un’idea di ciò che significa la preparazione di una Custode, e di quanto sarà difficile a Callista rinunciarvi?

Andrew avrebbe voluto protestare, ma si era limitato a scuotere la testa e a rispondere, umilmente: — Come posso saperlo? Ma cercherò di renderglielo più facile.

Leonie aveva esalato un sospiro che sembrava provenire dal più profondo del suo essere. Poi aveva detto: — Non puoi fare nulla, su questo mondo o su qualunque altro, per renderglielo più facile. Se sarai paziente e cauto (e fortunato), forse lo renderai possibile. Non voglio che Callista soffra. Eppure, nella scelta che ha compiuto ci sarà molta sofferenza. È giovane, ma non tanto da poter abbandonare il suo addestramento senza angoscia. L’addestramento che forma una Custode è lungo: non si può annullare in breve tempo.

Andrew aveva mormorato «Lo so…», e Leonie aveva sospirato ancora. — Lo sai? Me lo chiedo. Non si tratta solo di rimandare la consumazione del matrimonio per giorni, o forse per intere stagioni: questo sarà solo l’inizio. Lei ti ama, e desidera il tuo amore…

— Saprò pazientare fino a quando lei sarà pronta — aveva giurato Andrew: ma Leonie aveva scosso di nuovo la testa, dicendo: — Forse la pazienza non sarà sufficiente. Ciò che Callista ha appreso non può essere disimparato. Tu non vuoi sapere molto, a questo riguardo. Forse è meglio per te non saperlo.

Lui aveva protestato di nuovo: — Cercherò di renderglielo più facile. — E ancora una volta Leonie aveva scosso la testa, sospirando, e aveva ripetuto: — Non puoi far nulla per renderglielo più facile. I pulcini non possono ritornare nell’uovo. Callista soffrirà, e temo che tu soffrirai con lei; ma se sarai… se sarete fortunati, forse le darai una possibilità di ritornare sui suoi passi. Non sarà facile. Ma è possibile.

Allora Andrew aveva finito col prorompere, indignato: — Ma come potete fare una cosa simile a quelle bambine? Come potete distruggere così la loro vita? — Leonie non aveva risposto; aveva abbassato la testa e si era allontanata in silenzio. Quando Andrew aveva sbattuto le palpebre, lei se n’era già andata, rapida come un’ombra; e lui aveva cominciato a dubitare della propria lucidità, a chiedersi se lei era venuta lì davvero o se erano stati i suoi dubbi e le sue paure a creare un’allucinazione.

Callista, che ora gli stava davanti nella stanza destinata a loro dall’indomani, alzò di nuovo gli occhi, lentamente. Disse, in un sussurro: — Non sapevo che Leonie ti avesse avvicinato in quel modo. — E Andrew la vide stringere le mani, così convulsamente che le nocche spiccarono bianche come l’avorio. Poi lei disse, distogliendo lo sguardo: — Andrew, promettimi una cosa.

— Qualunque cosa, amor mio.

— Promettimi. Se mai… desidererai una donna, promettimi che la prenderai e non soffrirai inutilmente…

Andrew esplose: — Che uomo credi che io sia? Ti amo! Perché dovrei desiderare un’altra?

— Non posso pretendere… Non è né giusto né naturale…

— Ascoltami, Callista. — La voce di Andrew era gentile. — Ho vissuto molto tempo senza donne. Non mi risulta che mi abbia fatto molto male. Qualcuna, qua e là, mentre giravo tutto solo per l’impero. Niente di serio.

Callista abbassò lo sguardo sulla punta dei sandaletti di cuoio tinto. — È diverso. Uomini soli che vivono lontani dalle donne. Ma qui vivrai con me, dormirai nella stessa camera, mi sarai sempre vicino e saprai… — Non trovò più parole. Andrew avrebbe voluto prenderla tra le braccia e baciarla fino a farle perdere quell’espressione rigida e distaccata. Le posò le mani sulle spalle, ma la sentì tendersi al contatto e lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi. Maledetti coloro che erano capaci d’imprimere simili riflessi patologici in una ragazza! Ma anche senza quel contatto sentiva l’angoscia di lei, l’angoscia e il senso di colpa. Callista disse, a bassa voce: — Non hai trovato una buona moglie.

Lui replicò, gentilmente: — Ho la moglie che voglio.

Entrarono Damon e Ellemir. Lei aveva i capelli scompigliati e gli occhi ardenti: aveva quello sguardo vitreo che Andrew associava a una donna eccitata. Per la prima volta da quando aveva incontrato le gemelle vide Ellemir come donna, non soltanto come la sorella di Callista, e la trovò attraente. O forse, per un momento, aveva visto in lei ciò che magari Callista poteva essere in futuro? Provò un fremito di rimorso. Era la sorella della sua promessa sposa, entro qualche ora sarebbe diventata la moglie del suo miglior amico, e fra tutte le donne era l’unica che lui non doveva guardare con desiderio. Distolse gli occhi, mentre Ellemir si riprendeva ritornando lentamente normale.

Lei disse: — Callie, dobbiamo far portare tende nuove: queste non vengono lavate o arieggiate fin da… — Cercò un’analogia. — Fin dai tempi di Regis IV. — Andrew comprese che era in stretto contatto telepatico con Damon, e sorrise tra sé.

Poco prima di mezzogiorno uno scalpitio di zoccoli risuonò nel cortile, e ci fu come un piccolo uragano: cavalieri, suoni, grida, rumori. Callista rise. — È Domenic: nessun altro arriva mai con tanta furia!

— Condusse Andrew nel cortile. Domenic Lanart, erede del dominio di Alton, era un ragazzo alto e sottile, con i capelli rossi e le lentiggini, in sella a un enorme stallone grigio. Buttò le redini a uno stalliere, balzò a terra, afferrò Ellemir e l’abbracciò con esuberanza; poi abbracciò anche Damon.

— Due matrimoni in una sola volta! — esclamò, trascinandoli con sé su per la scalinata. — Hai tirato in lungo il corteggiamento, Damon. Lo sapevo fin dall’anno scorso, che la volevi: perché è stata necessaria una guerra per spingerti a chiedere la sua mano? Elli, ma lo vuoi proprio un marito cosi riluttante? — Girò la testa, li baciò uno dopo l’altro, poi si staccò e si rivolse a Callista.

— E per te, un innamorato abbastanza insistente da indurti a lasciare la Torre! Sono ansioso di conoscere questo prodigio, breda. — Ma la sua voce si era addolcita; e quando Callista lo presentò ad Andrew, il giovane si inchinò. Nonostante la chiassosa esuberanza e l’ilarità fanciullesca, aveva i modi di un principe. Le sue mani erano piccole e tozze, callose come quelle di uno spadaccino.

— Dunque tu sposi Callista? Immagino che a quella folla di vecchie dame e di parrucconi del Consiglio non piacerà: ma era tempo, che avessimo un po’ di sangue nuovo in famiglia. — Si alzò in punta di piedi (Callista era alta, e Domenic — pensò Andrew — non aveva ancora finito di crescere) e le sfiorò lievemente la guancia con le labbra.

— Sii felice, sorella. Che Avarra abbia misericordia! La meriti, se osi sposarti così, senza l’autorizzazione del Consiglio e le catenas.

— Catenas — disse lei, sprezzante. — Avrei preferito sposare uno delle Città Aride e portare davvero le catene!

— Buon per te, sorella. — Domenic si rivolse a Andrew, mentre entravano nella sala. — Nel suo messaggio, mio padre ha detto che eri terrestre. Ho parlato con alcuni dei tuoi, a Thendara. Mi sembrano brave persone, ma pigre. Dèi santissimi, hanno macchine per tutto: per camminare, per sollevarsi da un piano all’altro di un edificio, per portare il cibo in tavola. Dimmi, Andrew, hanno anche macchine per pulirsi? — Proruppe in una risata fanciullesca, mentre le ragazze ridacchiavano.

Domenic si rivolse a Damon. — Dunque non tornerai nella Guardia, cugino? Sei il solo maestro dei Cadetti accettabile che abbiamo avuto in molti secoli. Adesso ci sta provando il giovane Danvan Hastur, ma non funziona. I ragazzi hanno troppa soggezione di lui, e d’altronde è troppo giovane. Ci vorrebbe un uomo fatto. Hai qualche proposta?

— Provate con mio fratello Kieran — disse Damon, sorridendo. — A lui, la vita militare piace più che a me.

— Però eri un ottimo maestro dei Cadetti — replicò Domenic. — Mi piacerebbe che tornassi, anche se immagino che fare da governante a un branco di ragazzini non sia un lavoro da uomini.

Damon scrollò le spalle. — Ero lieto di avere la loro simpatia, ma non sono un soldato: e un maestro dei Cadetti dovrebbe essere capace di ispirare ai suoi allievi l’amore per quel genere di vita.

— Non troppo amore, comunque — disse Dom Esteban, che aveva ascoltato con interesse mentre si avvicinavano. — Altrimenti li indurirà troppo e li trasformerà in bruti, non in uomini. Finalmente sei arrivato, Domenic, ragazzo mio.

Il giovane rise. — Oh, no, padre: me la sto ancora spassando in una taverna di Thendara. Quello che vedi qui è il mio spettro. — Poi la gaiezza svanì dal suo volto quando vide il padre, magro, grigio, con le gambe immobilizzate e coperte da un manto di pelli di lupo. Cadde in ginocchio accanto alla sedia a rotelle. Disse, con voce spezzata: — Padre, oh padre, sarei venuto in qualunque momento se tu mi avessi fatto chiamare, davvero…

Il nobile Alton gli posò le mani sulle spalle. — Lo so, caro figliolo: ma il tuo posto è a Thendara, perché non posso andarci io. Eppure vederti mi rallegra più di quanto so dirti.

— Anch’io sono felice di rivederti — disse Domenic, rialzandosi. — È un sollievo vedere che stai bene e hai il morale così alto. Le notizie arrivate a Thendara dicevano che eri in punto di morte, o addirittura morto e sepolto!

— Non siamo a questo punto — replicò Dom Esteban, ridendo. — Vieni a sederti vicino a me, e raccontami cosa succede nella sede delle Guardie e al Consiglio. — Era facile capire, pensò Andrew, che quel ragazzo gioviale era la luce degli occhi di suo padre.

— Lo farò, padre, e con piacere; ma questa è una festa nuziale, e siamo qui per divertirci, e quello che avrei da raccontare non sarebbe molto allegro. Il principe Aran Elhalyn pensa che io sia troppo giovane per avere il comando delle Guardie, anche se tu sei qui ad Armida, ammalato, e lo ripete giorno e notte all’orecchio di Hastur. E Lorenz di Serrais… Perdonami, Damon, se parlo male di tuo fratello…

Damon scosse la testa. — Mio fratello e io non siamo in rapporti idilliaci, Domenic: di’ pure quello che vuoi.

— Lorenz, quel maledetto volpone tortuoso, e il vecchio Gabriel di Ardais, che vuole la carica per quel prepotente incapace di suo figlio, non fanno altro che ripetere lo stesso ritornello: sono troppo giovane per comandare le Guardie. Stanno intorno ad Aran giorno e notte, con adulazioni e doni che hanno quasi l’aria di tentativi di corruzione, per convincerlo a nominare comandante uno dei due, mentre tu sei qui ad Armida. Tornerai prima della festa del solstizio d’estate, padre?

Un’ombra passò sul volto dell’invalido. — Sarà come vorranno gli dèi, figlio mio. Credi che le Guardie accetterebbero di farsi comandare da un uomo inchiodato su una sedia, con le gambe più inutili delle pinne di un pesce?

— Meglio un comandante zoppo di un comandante che non sia un Alton — disse Domenic, con uno scatto d’orgoglio. — Io potrei agire in tuo nome e provvedere a tutto, purché tu fossi , a comandare come hanno fatto gli Alton per tante generazioni.

Suo padre gli strinse forte le mani. — Vedremo, figlio mio. Vedremo cos’accadrà. — Ma quel pensiero, notò Damon, era bastato ad accendere nel nobile Alton una speranza, una decisione improvvisa. Sarebbe stato davvero capace di comandare di nuovo le Guardie da una sedia a rotelle, con Domenic al fianco?

— Purtroppo adesso non abbiamo una dama Bruna nella nostra famiglia — disse allegramente il ragazzo. — Senti, Callista, saresti disposta a impugnare la spada come ha fatto Bruna e a comandare le Guardie?

Callista rise, scuotendo la testa. Damon disse: — Non conosco quella storia. — Domenic la ripeté, sorridendo. — È una cosa di molte generazioni fa, non so quante: ma nei registri dei comandanti sta scritto che dama Bruna Levnier, quando suo fratello (che era il nobile Alton di allora) è rimasto ucciso, lasciando un figlio di appena nove anni, ha preso la madre del ragazzo in matrimonio libero, per proteggerla, come alle donne è consentito fare, e ha comandato le Guardie fino a quando l’erede ha raggiunto l’età per prendere il suo posto. E negli annali delle Guardie è detto anche che è stata un comandante straordinario. Non ti piacerebbe conquistarti la stessa fama, Callista? No? E tu, Ellemir? — Scosse la testa, con finta tristezza, quando le sorelle rifiutarono. — Ahimè, cosa sono diventate le donne del nostro clan? Non sono più quelle di una volta!

Adesso che erano raccolti intorno alla sedia di Dom Esteban, la somiglianza era schiacciante. Domenic era molto simile a Callista e a Ellemir, sebbene avesse i capelli più rossi, i riccioli più ribelli, le lentiggini fitte e dorate anziché lievissime. E Dezi, silenzioso e dimenticato dietro la sedia a rotelle, era come un riflesso sbiadito di Domenic. Domenic alzò la testa, lo vide, e gli batté amichevolmente la mano sulla spalla.

— Dunque sei qui, cugino? Sapevo che avevi lasciato la Torre. Non ti do torto. Io ci ho passato quaranta giorni, qualche anno fa, per le prove del laran, e non vedevo l’ora di andarmene! Te ne sei stancato o ti hanno buttato fuori?

Dezi esitò e distolse lo sguardo, e Callista s’intromise. — Alla Torre, comunque, non hai imparato il nostro galateo, Domenic. È una domanda che non si deve mai fare. È una questione che deve rimanere tra un telepate e la sua Custode; e se Dezi non vuole dirlo, è una scorrettezza imperdonabile chiederglielo.

— Oh, scusami — fece Domenic, bonariamente, e soltanto Damon notò l’espressione di sollievo di Dezi. — Ma io non vedevo l’ora di scappar via, e mi domandavo se anche tu la pensavi allo stesso modo. A certi piace. Guarda Callista: ha resistito quasi dieci anni. E tanti altri… Be’, non era vita per me.

Damon, che osservava i due ragazzi, pensò con dolore a Coryn, che a quell’età era stato così simile a Domenic. Gli parve di riassaporare i giorni semidimenticati della sua adolescenza, quando lui, il più goffo dei Cadetti, era stato accettato tra loro grazie alla sua amicizia giurata con Coryn, il quale, come Domenic, era il più simpatico, il più energico e travolgente di tutti.

Quelli erano stati i giorni prima del fallimento, e dell’amore disperato, e dell’umiliazione bruciante… ma, pensò Damon, era stato prima che lui conoscesse Ellemir. Sospirò e le strinse la mano. Domenic, sentendo su di sé lo sguardo di Damon, alzò la testa e sorrise, e Damon si sentì cadere da dosso il peso della solitudine. Aveva Ellemir, e aveva per fratelli Andrew e Domenic. L’isolamento e la solitudine erano finiti per sempre.

Domenic prese amichevolmente il braccio di Dezi. — Sta’ a sentire, cugino: se ti stancassi di ronzare intorno allo sgabello di mio padre, vieni a Thendara. Ti farò avere un grado nel corpo dei Cadetti… Posso farlo, vero padre? — Al cenno indulgente di Dom Esteban, aggiunse: — Hanno sempre bisogno di ragazzi di buona famiglia, e basta guardarti in faccia per capire che sei di sangue Alton, no?

Dezi rispose, senza alzare la voce: — È quello che mi hanno sempre detto. Altrimenti non avrei potuto passare attraverso il Velo, ad Arilinn.

— Be’, nei Cadetti non ha importanza. Parecchi di noi sono bastardi di qualche nobile. — Domenic rise ancora, rumorosamente. — E gli altri sono poveri infelici, figli legittimi di un nobile, che soffrono e sudano per dimostrarsi degni del genitore. Ma io sono sopravvissuto per tre anni, e ci riuscirai anche tu: quindi vieni a Thendara e ti troverò qualcosa. La schiena di chi non ha un fratello è indifesa, dicono; e poiché Valdir è con i monaci a Nevarsin, sarò lieto di averti con me.

Dezi arrossì un poco. Poi disse: — Ti ringrazio, cugino. Resterò qui finché tuo padre avrà bisogno di me. Poi verrò con piacere. — Si voltò in fretta, premuroso, verso Dom Esteban. — Zio, cos’hai? — Il vecchio era impallidito e si era accasciato contro la spalliera della sedia.

— Niente — rispose Dom Esteban, riprendendosi. — Un momento di debolezza. Forse, come dicono tra le colline, una bestia selvatica è passata sul terreno della mia tomba. O forse è soltanto perché è il primo giorno che sto seduto dopo essere rimasto sdraiato per tanto tempo.

— Allora lascia che ti aiuti a tornare a letto: riposerai fino al momento delle nozze — disse Dezi. Domenic replicò: — Ti aiuterò io. — E mentre i due giovani si davano da fare, Damon notò che Ellemir li stava guardando con una strana espressione smarrita.

— Cosa c’è, preciosa?

— Niente, una premonizione, non so — rispose Ellemir, tremando. — Ma quando ha parlato, l’ho visto giacere come morto, qui, a questo tavolo…

Damon rammentò che di tanto in tanto, negli Alton, un lampo di precognizione accompagnava il dono del laran. Aveva sempre sospettato che Ellemir possedesse quella facoltà più di quanto credeva lei stessa. Ma represse l’inquietudine e disse, affettuosamente: — Be’, non è un giovanotto, mia cara, e noi dovremo vivere qui. È logico che un giorno dovremo accompagnarlo all’ultimo riposo. Ma questo non deve turbarti, cara. E adesso, credo, dovrò andare a rendere omaggio a mio fratello Lorenz, visto che ha deciso di onorare le mie nozze con la sua presenza. Credi che riusciremo a evitare che lui e Domenic si azzuffino?

E mentre Ellemir riprendeva a pensare agli ospiti e ai festeggiamenti, il suo pallore si attenuò. Ma Damon avrebbe voluto condividere la sua precognizione. Che visione aveva avuto?

Andrew si guardava intorno, con un senso d’irrealtà, via via che il momento delle nozze si avvicinava. Il matrimonio libero era una semplice dichiarazione davanti a testimoni, e doveva compiersi al termine del pranzo offerto agli ospiti e ai vicini che erano stati invitati ai festeggiamenti. Andrew non aveva parenti o amici, lì; e sebbene quella mancanza non gli pesasse, ora che si avvicinava il momento si accorgeva d’invidiare a Damon perfino la presenza dell’austero Lorenz, che stava al suo fianco per la dichiarazione solenne che avrebbe fatto di Ellemir sua moglie, secondo la legge e la consuetudine. Com’era il proverbio che aveva citato Damon? «La schiena di chi non ha un fratello è indifesa». Ebbene, la sua era indifesa veramente.

Intorno al lungo tavolo nella Grande Sala di Armida, apparecchiato con la tovaglia più bella e con le stoviglie più sontuose, erano radunati tutti gli agricoltori, i piccoli proprietari e i nobili residenti a meno di un giorno di viaggio. Damon era pallido e teso, più bello del solito in un abito di pelle morbida, tinta e riccamente ricamata nei colori del suo dominio. A Andrew, quel verde e quell’arancione apparivano sgargianti. Damon porse la mano a Ellemir, che girò intorno al tavolo per andargli accanto. Era pallida e seria, in una veste verde, con i capelli raccolti in una reticella d’argento. Due ragazze — aveva spiegato a Andrew che erano state sue compagne di giochi, quando lei e Callista erano bambine: una era una nobildonna di una tenuta vicina, l’altra una ragazza del villaggio — vennero a mettersi dietro di lei.

Damon disse con voce ferma: — Amici miei, nobili, gentiluomini e gentildonne, vi abbiamo riuniti per testimoniare il nostro impegno. Siate tutti testimoni che io, Damon Ridenow di Serrais, nato libero e non impegnato con nessuna donna, prendo come libera consorte questa donna, Ellemir Lanart-Alton, col consenso dei suoi parenti. E proclamo che i suoi figli saranno dichiarati miei eredi legittimi e divideranno la mia eredità e il mio patrimonio, grande o piccolo che sia.

Ellemir gli prese la mano. La sua voce sembrava quella di una bambina, nell’enorme sala. — Siate tutti testimoni che io, Ellemir Lanart, prendo Damon Ridenow come libero consorte, col consenso dei nostri parenti.

Ci fu uno scoppio di applausi e risate e congratulazioni e abbracci e baci per la sposa e per lo sposo. Andrew strinse le mani di Damon, ma Damon l’abbracciò, com’era consuetudine, sfiorando con la guancia la guancia dell’amico. Poi Ellemir si strinse per un attimo a lui, alzandosi in punta di piedi, e per un attimo gli posò le labbra sulle labbra. Per un attimo, stordito, Andrew credette di aver ricevuto il bacio che Callista non gli aveva ancora dato, e la sua mente si offuscò. Per quel momento, non seppe quale delle due l’avesse baciato. Poi Ellemir lo guardò ridente e disse, a mezza voce: — È troppo presto perché tu sia ubriaco!

Gli sposi passarono oltre, ricevendo altri baci e abbracci e auguri. Andrew comprese che entro un istante sarebbe toccato a lui pronunciare la dichiarazione: ma sarebbe stato solo.

Domenic si chinò verso di lui e bisbigliò: — Se vuoi ti starò accanto io, come parente. Non farò altro che anticipare di pochi minuti la realtà.

Andrew si sentì commosso da quel gesto; ma esitava ad accettare. — Tu non sai niente di me…

— Oh, tu sei stato scelto da Callista, e questa è una testimonianza sufficiente in tuo favore — disse Domenic, in tono disinvolto. — Conosco mia sorella, dopotutto. — Si alzò con lui, come se la cosa fosse già decisa. — Hai visto la faccia acida di Dom Lorenz? È difficile immaginare che sia il fratello di Damon, no? Non credo che tu abbia visto la donna che ha sposato lui! Credo che invidii a Damon la mia graziosa sorella! — Mentre giravano intorno alla tavola, mormorò: — Puoi usare le stesse parole di Damon, o quelle che ti verranno in mente: non esiste una formula consacrata. Ma lascia a Callista il compito di dichiarare che i vostri figli saranno legittimi. Non per offendere, ma è una cosa che spetta al genitore di rango superiore.

Andrew mormorò un ringraziamento per il consiglio. Ormai era a capotavola, di fronte agli ospiti: era vagamente consapevole di Domenic che gli stava alle spalle, di Dezi all’estremità del tavolo, degli occhi di Callista fissi su di lui. Deglutì, sentendo la propria voce risuonare rauca.

— Io, Ann’dra — (un nome doppio, in darkovano, indicava almeno l’appartenenza alla nobiltà minore, e Andrew non aveva un’ascendenza che quella gente fosse disposta a riconoscere) — dichiaro davanti a voi testimoni che prendo Callista Lanart-Alton come libera consorte, col consenso dei suoi parenti… — Gli sembrava che ci fosse qualcos’altro da aggiungere. Ricordava una setta, sulla Terra, che celebrava i matrimoni in quel modo, davanti a testimoni; e in base a quel vago ricordo parafrasò, traducendo le parole da un’eco nella sua mente:

— La prendo per amarla e curarla, nella buona e nella cattiva sorte, in ricchezza e in povertà, nella salute e nella malattia, finché morte ci separi, e così m’impegno davanti a voi.

Lentamente, Callista girò intorno al tavolo per raggiungerlo. Indossava un abito vaporoso, cremisi ricamato d’oro. Quel colore spegneva i suoi capelli chiari e la faceva apparire più pallida. Andrew aveva sentito dire che quelli erano il colore e l’abito riservati a una Custode. Leonie, dietro di lei, era abbigliata allo stesso modo: aveva l’aria solenne e non sorrideva.

La voce sommessa di Callista era tuttavia quella di un’esperta cantante: sebbene fioca, si udì in tutta la sala. — Io, Callista di Arilinn — (e strinse le dita quasi convulsamente su quelle di lui, mentre pronunciava per l’ultima volta il titolo rituale), — avendo deposto per sempre la mia sacra carica col consenso della mia Custode, prendo quest’uomo, Ann’dra, come libero consorte. Dichiaro inoltre… — (le tremò la voce) — che se gli darò figli, saranno ritenuti legittimi davanti al clan e al Consiglio, per casta e per eredità. — Aggiunse (e Andrew sentì che c’era una sfida in quelle parole): — Siano testimoni gli dèi, e le sacre cose di Hali.

In quel momento, Andrew vide gli occhi di Leonie fissi su di lui. Sembravano colmi di una tristezza incommensurabile, ma lui non aveva il tempo di domandarsene il perché. Chinò la testa, prese le mani di Callista e le sfiorò le labbra. Lei non si ritrasse da quel contatto; ma Andrew sapeva che si era barricata, che non la raggiungeva veramente, che in qualche modo era riuscita a sopportare quel bacio rituale di fronte ai testimoni solo perché sarebbe stato scandaloso se non l’avesse fatto. La desolazione che le leggeva negli occhi lo torturava, ma Callista sorrise e mormorò: — Erano parole molto belle, Andrew. Sono terrestri?

Lui annuì, ma non ebbe tempo di spiegare perché subito furono travolti in un tumulto di abbracci e di rallegramenti, come quello che era stato tributato a Damon e Ellemir. Poi s’inginocchiarono tutti per ricevere la benedizione di Dom Esteban e quella di Leonie.

Appena incominciarono i festeggiamenti, apparve evidente che il vero scopo della celebrazione era di permettere ai vicini di conoscere e giudicare i generi di Dom Esteban. Damon, naturalmente, era già noto di nome e di reputazione: era un Ridenow di Serrais e un ufficiale delle Guardie. Andrew rimase piacevolmente sorpreso nel vedersi accettato: sembrava che non attirasse molta curiosità. Sospettava — e in seguito ebbe la certezza di aver visto giusto — che in generale nessuno trovava da ridire su quello che faceva un nobile Comyn.

Tutti bevevano allegramente, e ben presto Andrew venne trascinato nelle danze. Parteciparono tutti: perfino l’austera Leonie, che prese il braccio del nobile Serrais per un breve giro. Ci furono giochi chiassosi: Andrew venne coinvolto in uno che, tra regole da far perdere la testa, comportava una quantità di baci. Durante un attimo di pausa, espresse a Ellemir la propria confusione. Lei aveva il volto accaldato, e Andrew sospettava che avesse bevuto in abbondanza quel vino dolce e pesante. Lei ridacchiò. — Oh, è un complimento per Callista, il fatto che le ragazze giudichino desiderabile suo marito. E poi, dal solstizio d’inverno a quello d’estate vedono solo i fratelli e i parenti: per loro, sei una faccia nuova e interessante.

Sembrava una cosa abbastanza ragionevole: tuttavia, quando dovette incominciare a scambiare baci con ragazzine ubriache, molte delle quali avevano passato da poco i dieci anni, Andrew cominciò a temere di essere troppo vecchio per quel genere di passatempo. Del resto, bere non gli era mai piaciuto molto neppure tra i suoi compatrioti, anche se conosceva tutti i loro scherzi. Guardava Callista con desiderio, ma — a quanto pareva — una delle regole non scritte stabiliva che il marito non doveva ballare con la moglie. Ogni volta che si avvicinava a lei, qualcuno si precipitava in mezzo e li teneva separati.

Infine la cosa divenne così manifesta che lui andò in cerca di Damon per chiedergli chiarimenti. Damon ridacchiò e disse: — Avevo dimenticato che non sei delle Colline di Kilghard, fratello. Non vorrai privarli del loro divertimento, vero? È un gioco in uso alle nozze, tenere separati marito e moglie perché non possano sgattaiolare via e consumare il matrimonio in privato, prima di essere messi a letto insieme. Allora tutti possono spassarsela, facendo gli scherzi che sono tradizionali in queste occasioni. — Rise di nuovo, e Andrew si chiese, preoccupato, cosa doveva aspettarsi ancora.

Damon seguì i suoi pensieri e disse: — Se le nozze si fossero celebrate a Thendara… Be’, là sono più civili e raffinati. Ma qui conservano le usanze campagnole, e temo che siano molto vicine alla natura. A me non dispiace troppo: ma sono cresciuto qui. Alla mia età, mi buscherò qualche canzonatura in più: molti uomini si sposano quando hanno più o meno l’età di Domenic. E anche Ellemir è cresciuta tra le colline, e ha canzonato tante spose novelle. Immagino che si divertirà come tutte le altre. Ma vorrei poter risparmiare questo a Callista. Lei è vissuta… così protetta. E una Custode che rinuncia alla sua carica è un bersaglio libero per le battute più oscene: ho paura che le stiano preparando qualcosa di pesante.

Andrew guardò Ellemir, che rideva e arrossiva in mezzo a un gruppo di ragazze. Anche Callista era circondata, ma aveva l’aria chiusa, infelice. Tuttavia Andrew notò, con sollievo, che sebbene molte donne ridacchiassero e arrossissero e ridessero, parecchie — soprattutto le più giovani — erano come Callista, intimidite e rosse in faccia.

— Bevi! — Domenic mise un bicchiere nelle mani di Andrew. — Non puoi restare lucido, a un matrimonio: è una mancanza di rispetto. Se non ti ubriacassi potresti diventare troppo impaziente e aggressivo con la sposa: vero, Damon? — Aggiunse una battuta a proposito del chiaro di luna, che Andrew non comprese ma che fece prorompere Damon in una risata un po’ vergognosa.

— Vedo che stai consultando Andrew per avere consigli circa questa notte. Dimmi, Andrew, la tua gente ha una macchina anche per quello? No? — Domenic mimò un sollievo esagerato. — È già qualcosa! Temevo che avremmo dovuto organizzare una dimostrazione speciale!

Dezi stava fissando Damon. Era già ubriaco? Disse: — Sono contento che tu abbia dichiarato la tua intenzione di legittimare i tuoi figli: o mi sbaglio? Vuoi farmi credere che alla tua età non hai figli?

Con un sorriso gioviale, poiché un matrimonio non era l’occasione più adatta per offendersi a una domanda indiscreta, Damon rispose: — Non sono monaco né ombredin, Dezi, quindi suppongo che non sia impossibile: ma se li ho, le madri hanno trascurato d’informarmi della loro esistenza. Ma sarei stato lieto di avere un figlio, bastardo o no. — All’improvviso, la sua mente sfiorò quella di Dezi: ebbro, il ragazzo non era riuscito a barricarsi, e nel torrente della sua amarezza Damon afferrò l’unica cosa importante, rendendosi conto per la prima volta della causa della rabbia di Dezi.

Il ragazzo si credeva un figlio mai riconosciuto di Dom Esteban. Ma Esteban, si chiese Damon, si sarebbe comportato così con un figlio suo, comunque l’avesse generato? Ricordò che Dezi aveva il laran.

Poco dopo, quando ne parlò a Domenic, questi disse: — Non lo credo. Mio padre è un uomo giusto. Ha riconosciuto i figli nedestro avuti da Larissa d’Austrien, e ha assegnato loro diverse proprietà. È stato generoso con Dezi come avrebbe fatto con qualunque altro parente: ma se Dezi fosse suo figlio, sicuramente non l’avrebbe tenuto nascosto.

— L’aveva mandato ad Arilinn — ribatté Damon. — E tu sai che nessuno ci può andare, se non è di puro sangue dei Comyn. Nelle altre Torri non è così, ma ad Arilinn…

Domenic esitò. — Non voglio discutere le azioni di mio padre dietro le sue spalle — dichiarò infine, in tono fermo. — Vieni a chiederlo a lui.

— Ti sembra il momento adatto per una domanda del genere?

— Un matrimonio è il momento più adatto per risolvere le questioni di legittimità — rispose deciso Domenic; e Damon lo seguì, pensando che era tipico di quel ragazzo risolvere un problema simile appena si presentava.

Dom Esteban stava seduto un po’ in disparte e parlava con una giovane coppia, premurosamente cortese e impacciata, che all’avvicinarsi del ragazzo si allontanò per ballare. Domenic chiese, bruscamente:

— Padre, Dezi è nostro fratello o no?

Esteban Lanart abbassò gli occhi sulla coperta di pelli di lupo che gli avvolgeva le gambe e disse: — Potrebbe esserlo, ragazzo mio.

Domenic chiese, seccamente: — E allora perché non è stato riconosciuto?

— Domenic, figliolo, tu non capisci queste cose. Sua madre…

— Una comune prostituta? — chiese il giovane, sbigottito e disgustato.

— Per chi mi prendi? No, naturalmente. Era una delle mie parenti. Ma… — Stranamente, il vecchio burbero arrossì per l’imbarazzo. Infine disse: — Be’, ormai quella poverina è morta e non può più vergognarsene. Era la festa del solstizio d’inverno, ed eravamo tutti ubriachi, e quella notte lei ha giaciuto con me… e non con me soltanto, ma anche con quattro o cinque dei miei cugini. Perciò, quando è risultato che era incinta, nessuno di noi si è dichiarato disposto a riconoscere il figlio. Io ho fatto tutto quello che potevo, per lui, e basta guardarlo per capire che è di sangue Comyn: ma potrebbe essere mio, o di Gabriel, o di Gwynn…

Domenic era rosso in faccia, ma insistette. — Comunque, un figlio Comyn va riconosciuto.

Esteban era chiaramente a disagio. — Gwynn diceva sempre che intendeva farlo: ma è morto prima di decidersi. Io ho esitato a riferire a Dezi quella storia, perché ferirebbe il suo orgoglio molto più del fatto di essere un bastardo. Non credo che sia stato maltrattato — disse, in tono difensivo. — L’ho fatto venire a vivere qui, l’ho mandato ad Arilinn. Ha avuto tutto quello che può avere un erede nedestro, tranne il riconoscimento.

Damon rifletté, mentre tornava a ballare. Non c’era da stupirsi se Dezi era suscettibile e turbato: evidentemente, intuiva di portare addosso una vergogna che la sua condizione di bastardo non poteva spiegare. Era un disonore, per una ragazza di buona famiglia, essere così dissoluta. Sapeva che Ellemir aveva avuto diversi amanti: ma li aveva scelti con discrezione, e uno, almeno, era stato il marito della sorella, secondo una vecchia consuetudine. Non c’erano stati scandali. E non aveva mai corso il rischio di mettere al mondo un figlio che nessun uomo sarebbe stato disposto a riconoscere.

Quando Damon e Domenic l’avevano lasciato, Andrew era andato, tristemente, a prendersi un altro bicchiere. Pensava, cupo, che considerando ciò che l’attendeva quella notte avrebbe fatto bene a ubriacarsi il più possibile. Fra le usanze campagnole che Damon giudicava così spassose, e la certezza che lui e Callista non potevano consumare il matrimonio, sarebbe stata una notte nuziale atroce.

Pensandoci meglio… avrebbe dovuto camminare sul filo del rasoio: bere abbastanza per nascondere l’imbarazzo, ma restare lucido per ricordare la promessa a Callista, di non esercitare mai pressioni su di lei. La voleva (non aveva mai voluto una donna in vita sua come ora voleva Callista): ma lei doveva cedergli liberamente, in consonanza col suo desiderio. Sapeva bene che non avrebbe ricavato il minimo piacere da qualcosa che somigliasse sia pure lontanamente a uno stupro: e nello stato in cui adesso era Callista, non sarebbe stato niente di diverso.

«Se non ti ubriachi, potresti diventare troppo impaziente e aggressivo con tua moglie». Accidenti a Domenic e alle sue battute! Per fortuna nessuno — tranne Damon, che capiva il problema — sapeva cosa stava passando.

Se l’avessero saputo, pensò, probabilmente l’avrebbero giudicato uno spasso. Un altro scherzo osceno per le nozze!

All’improvviso si sentì angosciato, sconvolto… Callista! Callista era in difficoltà! Si affrettò a dirigersi verso di lei, lasciandosi guidare dalla sensibilità telepatica.

La trovò in fondo alla sala, inchiodata contro la parete da Dezi, che la bloccava con tutt’e due le braccia perché non potesse sfuggirgli. Il ragazzo si stava piegando come se volesse baciarla. Callista si torceva, cercando di sottrarsi alle sue labbra, implorando. — No, Dezi, non voglio essere costretta a difendermi contro un parente…

— Adesso non siamo nella Torre, domna. Su, andiamo, un vero bacio…

Andrew abbrancò il ragazzo per una spalla e lo strappò via, sollevandolo di peso.

— Maledizione, lasciala stare!

Dezi lo guardò offeso. — Era solo uno scherzo tra parenti.

— Uno scherzo che a Callista non piace — disse Andrew. — Sparisci. Altrimenti…

— Altrimenti cosa? — ringhiò Dezi. — Mi sfiderai a duello?

Andrew guardò dall’alto in basso quel ragazzo esile, accaldato, inferocito, chiaramente ubriaco. Di colpo, la sua collera svanì. Tuttavia la consuetudine terrestre che stabiliva un’età legale per poter bere alcolici gli apparve saggia. — Sfidarti? Un accidente! — esclamò ridendo e fissando il ragazzo infuriato. — Ti rovescerò sulle mie ginocchia e ti sculaccerò da quel bambino cattivo che sei. Adesso vattene a farti passare la sbornia, e smettila d’infastidire gli adulti.

Dezi gli lanciò un’occhiata omicida, ma se ne andò; e Andrew si accorse che, per la prima volta dopo la dichiarazione, era rimasto solo con Callista.

— Cosa diavolo voleva?

Callista era cremisi come la sua veste vaporosa; ma cercò di buttarla in scherzo. — Oh, ha detto che ormai non ero più Custode ed ero libera di dare sfogo alla passione irresistibile che lui è convinto di suscitare in ogni cuore femminile.

— Avrei dovuto usarlo come straccio per lucidare il pavimento — replicò Andrew.

Lei scosse la testa. — No, no, io credo che abbia bevuto più di quanto può sopportare. E è un parente, dopotutto. Non è improbabile che sia figlio di mio padre.

Andrew, in effetti, l’aveva immaginato quando aveva visto Domenic e Dezi fianco a fianco. — Ma è possibile che tratti così una ragazza, se la crede sua sorella?

— Sorellastra — precisò Callista. — E tra le colline, sorellastre e fratellastri possono giacere insieme, se vogliono, e perfino sposarsi, sebbene si ritenga preferibile che non mettano al mondo figli. E a un matrimonio è logico aspettarsi scherzi pesanti: quindi, quello che ha fatto è solo scortese, non scandaloso. Io sono troppo sensibile, e lui, in fin dei conti, è molto giovane.

Era ancora scossa e turbata, e Andrew pensò di nuovo che avrebbe dovuto prendere quel ragazzo e usarlo per lucidare il pavimento; poi, troppo tardi, si chiese se non era stato duro con lui più del necessario. Non era il primo adolescente che beveva troppo e si rendeva importuno.

Parlò gentilmente, guardando il volto stanco e teso di Callista. — Presto sarà finita, amore.

— Lo so. — Callista esitò. — Sai… La consuetudine…

— Me l’ha detto Damon — replicò lui sarcastico. — Ci metteranno a letto insieme, tra una quantità di battute oscene.

Lei annuì, arrossendo. — Dicono che ciò incoraggi a generare un figlio: e in questa parte del mondo, come puoi immaginare, per una giovane coppia è una cosa molto importante. Perciò dobbiamo semplicemente… far buon viso a cattivo gioco. — Gli lanciò un’occhiata, arrossendo, e disse: — Mi dispiace. So che peggiorerà le cose…

Andrew scosse la testa. — Non credo — fece, sorridendo. — Anzi, una cosa del genere tenderebbe piuttosto a scoraggiarmi. — Scorse di nuovo il lampo di rimorso sul volto di lei, e provò l’impulso di consolarla, di rassicurarla.

— Ascolta — disse gentilmente, — pensa a questo: lascia che si divertano. Ma noi possiamo fare ciò che vogliamo, e sarà il nostro segreto, come è giusto. A suo tempo. Perciò possiamo metterci tranquilli e ignorare queste stupidaggini.

Callista sospirò e gli sorrise. Disse, a bassa voce: — Se pensi davvero così…

— Sì, amore.

— Ne sono lieta — disse lei, in un bisbiglio. — Guarda, le ragazze stanno trascinando via Ellemir. — E aggiunse prontamente, vedendo l’espressione sgomenta di lui: — No, non le fanno del male: è usanza che la sposa debba lottare un po’. Deriva dai tempi in cui le ragazze venivano sposate senza il loro consenso, ma ora è soltanto uno scherzo. Vedi? I servitori di mio padre l’hanno portato via, e anche Leonie si ritirerà, così i giovani potranno fare tutto il chiasso che vogliono.

Ma Leonie non si ritirò: venne accanto a loro, silenziosa e cupa nelle vesti cremisi.

— Callista, figliola, vuoi che rimanga? Forse in mia presenza gli scherzi saranno un po’ meno indecorosi.

Andrew sentiva che Callista lo desiderava: ma lei sorrise e sfiorò la mano di Leonie, lievemente, come usava tra telepati. — Ti ringrazio, parente. Ma io… non devo cominciare privandoli del divertimento. Nessuna sposa è mai morta d’imbarazzo, e sono sicura che non sarò io la prima. — E Andrew, guardandola, si fece forza per sopportare senza proteste gli scherzi volgari ideati per una Custode che rinunciava alla verginità, e ricordò la ragazza coraggiosa che aveva scherzato perfino quando era prigioniera, sola e terrorizzata, nelle grotte di Corresanti.

È per questo che l’amo tanto, pensò.

Leonie disse, gentilmente: — Allora come vuoi, cara. Abbiti la mia benedizione. — Fece un inchino a entrambi, con aria grave, e se ne andò.

Come se, allontanandosi, avesse aperto le chiuse, una marea di giovani — uomini e donne — si avventò verso di loro.

— Callista, Ann’dra, qui perdete tempo: la notte sta passando. Non avete niente di meglio da fare, stanotte, che parlare?

Andrew vide Damon trascinato via da Dezi. Poi Domenic lo prese per mano e l’allontanò da Callista: vide le ragazze che la circondavano e gliela nascondevano. Una di loro gridò: — Te la prepariamo, Ann’dra, così non dovrai contaminare le sue sacre vesti!

— Venite! — gridò Domenic, allegrissimo. — Questi preferirebbero restare qui a bere tutta la notte, sono sicuro, ma adesso devono fare il loro dovere. Non si deve far attendere una sposa.

Andrew e Damon furono trascinati su per la scala, e spinti nel soggiorno dell’appartamento che avevano fatto preparare quel mattino. — Attenti a non confonderle, adesso — gridò con voce ebbra la guardia Caradoc. — Quando le spose sono gemelle, come fa un marito, soprattutto se è ubriaco, a capire se giace fra le braccia della donna giusta?

— E che differenza fa? — chiese un giovane. — Tocca a loro arrangiarsi, no? E quando la lampada è spenta, una donna è uguale all’altra. Se confondono la mano sinistra con la destra, che differenza fa?

— Cominceremo con Damon. Ha perso tanto tempo che adesso deve affrettarsi a fare il suo dovere verso il clan — disse allegramente Domenic. Damon venne spogliato rapidamente e avviluppato in una lunga vestaglia. La porta della stanza da letto fu aperta cerimoniosamente, e Andrew intravide Ellemir, in una camicia sottilissima di seta di ragno, con i capelli di rame sciolti sul seno. Era rossa in faccia e rideva irrefrenabilmente, ma Andrew sentiva che era sul punto di scoppiare in singhiozzi isterici. Basta, pensò. Era troppo. Tutti dovevano uscire e lasciarli in pace.

— Damon — disse solennemente Domenic, — ti ho fatto un dono.

Andrew notò, con un senso di sollievo, che Damon era abbastanza ubriaco da essere di buonumore. — Sei molto gentile, cognato. Dov’è?

— Ti ho preparato un calendario, con i giorni e le lune. Se farai il tuo dovere questa notte, vedi, ho segnato in cremisi il giorno in cui nascerà il tuo primo figlio!

Damon era rosso in faccia per lo sforzo di reprimere le risa. Andrew vedeva benissimo che avrebbe preferito gettare il calendario in faccia a Domenic; tuttavia l’accettò, e lasciò che l’aiutassero cerimoniosamente a mettersi a letto a fianco di Ellemir. Domenic disse a Ellemir qualcosa che l’indusse a chinarsi e a nascondere la faccia tra le lenzuola; poi guidò i presenti alla porta, con burlesca solennità.

— E adesso, per poter passare la notte a bere tranquillamente, senza essere disturbati da quello che accadrà dietro queste porte, ho un altro dono per la coppia felice. Metterò uno smorzatore telepatico all’interno della stanza…

Damon si levò a sedere sul letto e scagliò un cuscino contro Domenic, perdendo finalmente la pazienza. — Adesso basta! — urlò. — Andatevene all’inferno e lasciateci in pace!

Come se non aspettassero altro (e forse era così), uomini e donne si affrettarono a ritirarsi verso la porta. — Damon — protestò Domenic, con aria di riprovazione, — non puoi frenare la tua impazienza ancora per un poco? Mia povera sorellina, in balìa di una fretta così indecorosa! — Ma chiuse la porta, e Andrew sentì Damon accostarsi per sbarrarla. Almeno c’era un limite agli scherzi, e adesso Damon e Ellemir erano soli.

Ma ora toccava a lui. C’era solo un aspetto positivo, in quella storia, pensò rabbiosamente. Prima che quegli ubriachi avessero finito i loro scherzi, lui sarebbe stato troppo stanco — e troppo furioso — per fare altro che dormire.

Lo spinsero nella stanza dove Callista attendeva, circondata dalle amiche di Ellemir, dalle loro ancelle, dalle giovani nobildonne della campagna circostante. Le avevano tolto la veste cremisi, le avevano fatto indossare una camicia trasparente come quella di Ellemir e le avevano sciolto i capelli sulle spalle nude. Callista alzò lo sguardo verso di lui, e per un momento Andrew ebbe la sensazione che fosse molto più giovane di Ellemir: giovane, smarrita, vulnerabile.

Sentì che lei stava lottando per trattenere le lacrime. La timidezza e la riluttanza facevano parte del gioco: ma se lei fosse davvero crollata e si fosse messa a piangere, si sarebbero vergognati e risentiti perché rovinava il loro divertimento. L’avrebbero disprezzata per la sua incapacità di stare allo scherzo.

I bambini sanno essere crudeli, si disse Andrew, e molte di quelle ragazze erano soltanto bambine. Sebbene apparisse così giovane, Callista era una donna. Forse non era mai stata bambina: la Torre le aveva rubato l’infanzia… Si preparò a sopportare quello che sarebbe accaduto, sapendo che, per quanto fosse duro per lui, per Callista sarebbe stato anche peggio.

Tra quanto riuscirò a mandarli via, si chiese, prima che lei crolli e pianga, e si rammarichi di piangere? Perché deve sopportare queste assurdità?

Domenic l’afferrò saldamente per le spalle e lo girò in modo che voltasse la schiena a Callista.

— Fa’ attenzione — l’ammonì. — Non abbiamo ancora finito, con te, e le donne non hanno ancora preparato Callista. Non puoi attendere qualche minuto? — E Andrew lasciò che Domenic facesse quello che voleva, preparandosi a prestare cortese attenzione agli scherzi che non capiva. Ma pensò con desiderio al momento in cui lui e Callista sarebbero rimasti soli.

O forse sarebbe stato peggio? Bene, in ogni caso prima doveva sopportare ancora questo. Lasciò che Domenic e gli uomini lo conducessero nella stanza accanto.

CAPITOLO SESTO

Qualche volta, Andrew aveva la sensazione che la gioia di Damon fosse visibile: qualcosa che si poteva scorgere e misurare. In quei momenti, via via che i giorni si allungavano e l’inverno avanzava sulle Colline di Kilghard, Andrew non poteva fare a meno di provare un’amara invidia. Non portava rancore a Damon per la sua felicità: ma avrebbe voluto condividerla.

Anche Ellemir era raggiante. Qualche volta Andrew rabbrividiva pensando che i servitori di Armida, gli estranei, lo stesso Dom Esteban, notavano quella differenza e ne davano la colpa a lui: perché quaranta giorni dopo le nozze Ellemir appariva così felice, mentre di giorno in giorno Callista diventava più pallida e grave, più chiusa e addolorata.

Andrew non era infelice. Frustrato, sì, perché era una tortura essere così vicino a Callista — sopportare gli scherzi e le battute che toccavano, immaginava, a tutti gli sposi novelli della galassia — e essere separato da lei da una linea invisibile che non poteva varcare.

Eppure, se si fossero conosciuti normalmente, ci sarebbe stata una lunga attesa. Continuava a ripetersi che si erano sposati quando si conoscevano da meno di quaranta giorni. E così poteva stare con lei, imparare a conoscerla esteriormente come l’aveva conosciuta nella mente e nello spirito quando lei era nelle mani degli uomini-felini, imprigionata nell’oscurità delle caverne di Corresanti. Allora, quando per una ragione inspiegabile lei non era riuscita a collegarsi con nessuna mente di Darkover eccettuata la sua, i loro pensieri si erano toccati, così profondamente che neppure anni e anni di vita in comune avrebbero potuto creare un legame più stretto. Prima ancora di vederla l’aveva amata, per il suo coraggio di fronte al terrore, per ciò che avevano sopportato insieme.

Adesso stava imparando ad amarla anche per i dettagli esteriori: per la sua grazia, la voce dolce, il fascino lieve e la prontezza di spirito. Lei riusciva perfino a scherzare su quella frustrante separazione, e Andrew non ne era capace. E amava anche la gentilezza con cui trattava tutti: dal padre, invalido e spesso stizzoso, fino al più giovane e goffo dei servitori.

Una cosa cui non era preparato era il fatto di scoprirla così taciturna. Nonostante il suo spirito pronto e la vivacità con cui sapeva ribattere, Callista trovava difficile parlare delle cose che per lei erano importanti. Andrew aveva sperato che avrebbero potuto parlare insieme liberamente dei loro problemi, del suo addestramento nella Torre, del modo in cui le era stato insegnato a non reagire mai con la minima sensibilità sessuale. Ma lei taceva; e le poche volte che Andrew aveva tentato d’indurla a parlarne, Callista aveva distolto la faccia, balbettando e ammutolendo, con gli occhi pieni di lacrime.

Andrew si chiedeva se il ricordo era tanto doloroso, e si sentiva invadere nuovamente dall’indignazione per il modo barbaro in cui era stata deformata la vita di una giovane donna. Sapeva che alla fine lei si sarebbe sentita abbastanza libera da parlarne: non riusciva a pensare ad altro che potesse aiutarla a scrollarsi da dosso quella costrizione. Ma per il momento, poiché non voleva obbligarla a far nulla, neppure a parlare contro la sua volontà, attendeva.

Come Callista aveva previsto, non era facile esserle tanto vicino e tanto lontano. Dormire nella stessa stanza, sebbene non dividessero lo stesso letto; vederla assonnata e bellissima, al mattino, tra le lenzuola, vederla semisvestita, con i capelli sciolti sulle spalle… e tuttavia non osare più di un fuggevole contatto casuale. La sua frustrazione assumeva strane forme. Una volta, mentre lei era in bagno, Andrew, impacciato ma incapace di resistere, aveva preso la sua camicia da notte e se l’era portata appassionatamente alle labbra, aspirando la fragranza del suo corpo e il delicato profumo che lei usava. Si sentiva stordito e vergognoso, come se si fosse abbandonato a una perversione innominabile. Quando lei era tornata non aveva osato guardarla in faccia, comprendendo che la mente dell’uno era aperta a quella dell’altra e che Callista sapeva ciò che lui aveva fatto. Aveva evitato i suoi occhi e si era allontanato in fretta, perché non voleva affrontare il disprezzo — o la pietà — che immaginava sul volto di Callista.

Si era chiesto se lei avrebbe preferito che andasse a dormire altrove; ma quando gliel’aveva domandato, lei aveva risposto timidamente: — No, mi piace averti vicino. — Andrew aveva pensato che forse quell’intimità, anche se asessuata, era un primo passo necessario per il risveglio.

Quaranta giorni dopo le nozze, i venti e le raffiche di neve lasciarono il posto a pesanti nevicate, e Andrew si ritrovò occupatissimo a organizzare la sistemazione dei cavalli e del bestiame, a immagazzinare il foraggio in zone riparate, a ispezionare e approvvigionare i rifugi dei mandriani nelle valli più alte. Stava lontano per giorni e giorni, passando le giornate in sella e le notti in ripari all’aperto o in remote fattorie che facevano parte dell’immensa tenuta.

Allora comprese che Dom Esteban era stato saggio a insistere nel volere la festa nuziale. Sul momento, quando aveva saputo che il matrimonio sarebbe stato legale con uno o due testimoni, si era irritato col suocero perché non aveva acconsentito a celebrarlo in privato. Ma quella notte di scherzi e di battute pesanti aveva fatto di lui uno del luogo: non uno straniero venuto da chissà dove ma il genero di Dom Esteban, l’uomo alle cui nozze avevano assistito. Gli aveva risparmiato anni di sforzi per farsi accettare da loro.

Un mattino si svegliò e udì il secco frusciare della neve contro la finestra, e comprese che era arrivata la prima tempesta dell’inverno. Quel giorno non sarebbe uscito a cavallo. Rimase sdraiato ad ascoltare il vento che gemeva fra i tetti della vecchia casa, riesaminando mentalmente la sistemazione del bestiame affidato alle sue cure. Le fattrici nel pascolo sotto i picchi gemelli (c’era abbastanza mangime nei rifugi frangivento, e c’era un ruscello che — gli aveva detto il vecchio mastro stalliere — non ghiacciava mai completamente) se la sarebbero passata abbastanza bene. Avrebbe dovuto separare dal branco i giovani stalloni (forse si sarebbero azzuffati), ma ormai era troppo tardi.

C’era una luce grigia, oltre la finestra, attraverso il bianco vortice della neve. Non ci sarebbe stata l’aurora, quel giorno. Callista giaceva tranquilla nel suo lettino, dall’altra parte della stanza, e gli voltava le spalle, così che lui poteva scorgere solo le trecce sciolte sul guanciale. Callista e Ellemir erano assai diverse: Ellemir si alzava sempre all’alba, Callista non si svegliava mai prima che il sole fosse già alto. Tra poco avrebbe sentito Ellemir muoversi nell’altra metà dell’appartamento: ma era troppo presto.

Callista gridò nel sonno. Un grido di terrore. Ancora un incubo del tempo in cui era stata prigioniera degli uomini-felini? Con un balzo, Andrew le fu accanto: ma lei si levò a sedere, svegliandosi di colpo, e guardò nel vuoto, con la faccia stravolta per l’angoscia.

— Ellemir! — esclamò, trattenendo il respiro. — Devo andare da lei! — E senza rivolgere una parola o uno sguardo a Andrew scivolò fuori dal letto, afferrò una vestaglia e corse via.

Andrew la seguì con lo sguardo, sbigottito, pensando al legame tra le due gemelle. Si era accorto, vagamente, del vincolo telepatico che esisteva tra Ellemir e sua sorella: eppure anche le gemelle rispettavano l’una l’intimità dell’altra. Se il segnale di Ellemir era giunto alla mente di Callista, doveva essere davvero potente. Turbato, cominciò a vestirsi. Si stava allacciando il secondo stivale quando sentì Damon nel salotto dell’appartamento. Andò a raggiungerlo, e il volto sorridente del cognato dissipò le sue paure.

— Devi esserti preoccupato, quando Callista è corsa via a precipizio. Credo che anche Ellemir si sia spaventata, per un momento: ma era più sorpresa che altro. Molte donne non ci vanno soggette, e Ellemir è così sana: ma immagino che un uomo non s’intenda molto, di queste cose.

— Allora non è ammalata gravemente?

— Se lo è, passerà a suo tempo — disse Damon, ridendo. Poi ridivenne serio. — Naturalmente adesso è depressa, povera ragazza, ma Ferrika dice che questa fase passerà fra dieci o venti giorni, perciò l’ho lasciata alle sue cure e al conforto di Callista. Un uomo non può far molto per lei, ora.

Andrew, sapendo che Ferrika era la levatrice della tenuta, comprese immediatamente quale doveva essere la causa dell’indisposizione di Ellemir. — È lecito farti le mie congratulazioni?

— Certamente. — Il sorriso di Damon era luminoso. — Ma la consuetudine vuole che le presenti a Ellemir, piuttosto. Vogliamo scendere a dire a Dom Esteban che avrà un nipote poco dopo il solstizio d’estate?

Esteban Lanart fu felice dell’annuncio, e Dezi commentò, con un sogghigno malizioso: — Vedo che sei molto ansioso di produrre il tuo primo figlio secondo il programma. Davvero ti sei sentito obbligato a rispettare il calendario che ti ha donato Domenic?

Per un istante Andrew pensò che Damon avrebbe scagliato la coppa contro Dezi, ma quello si trattenne. — No, avevo sperato che Ellemir potesse avere un anno o due per sé, senza queste preoccupazioni. Non sono l’erede di un dominio e non avevo bisogno urgente di un figlio. Ma lei lo voleva subito, e aveva il diritto di decidere.

— È tipico di Elli, davvero — disse Dezi, sorridendo senza più malizia. — Tutti i bambini che nascono nella tenuta, lei se li prende in braccio prima che compiano dieci giorni. Andrò a congratularmi con lei, quando si sentirà meglio.

Dom Esteban chiese, quando entrò Callista: — Come sta Ellemir?

— Dorme — rispose Callista. — Ferrika le ha consigliato di stare a letto più a lungo che può, al mattino, finché si sente poco bene: ma dopo mezzogiorno scenderà.

Prese posto accanto a Andrew ma evitò i suoi occhi, e lui si chiese se l’aveva rattristata vedere Ellemir già incinta. Per la prima volta, pensò che forse Callista voleva un figlio: immaginava che molte donne ci tenessero, anche se non se ne era mai fatto un problema.

La tempesta infuriò per più di dieci giorni, con pesanti nevicate, e poi lasciò il posto al cielo sereno e a venti rabbiosi che sollevavano la neve e l’ammucchiavano. E poi ricominciò a nevicare. I lavori, nella tenuta, si fermarono. Percorrendo le gallerie sotterranee, alcuni servitori andavano a curare i cavalli da sella e le mucche; ma non si poteva fare molto di più.

Armida sembrava stranamente silenziosa, senza Ellemir che incominciava a trafficare tutte le mattine di buon’ora. Damon, che la tempesta aveva costretto all’ozio, passava molto tempo accanto a lei. Lo turbava vedere l’effervescente Ellemir che giaceva pallida ed esausta fino a mattina inoltrata e rifiutava di toccare cibo. Era preoccupato per lei, ma Ferrika rideva del suo sgomento e diceva che tutti i mariti si agitano tanto alla prima gravidanza della moglie. Ferrika era la levatrice della tenuta di Armida, e aveva la responsabilità di far venire al mondo i bambini dei villaggi circostanti. Era una responsabilità tremenda, e lei era ancora molto giovane: aveva preso il posto di sua madre soltanto da un anno. Era una donna calma, solida, rotondetta, minuta e bionda; e poiché sapeva di essere giovane per quel lavoro, portava i capelli severamente nascosti da un berretto e indossava abiti semplici e austeri, cercando di sembrare più anziana.

La servitù cincischiava, senza le mani efficienti di Ellemir al timone, anche se Callista faceva del suo meglio. Dom Esteban si lamentava perché, sebbene in cucina ci fossero una decina di donne, il pane era sempre immangiabile. Damon sospettava che in realtà sentisse la mancanza della gaia compagnia di Ellemir. Era imbronciato e stizzoso, e rendeva difficile la vita a Dezi. Callista si dedicava al padre: suonava l’arpa e gli cantava ballate, giocava a carte con lui, gli stava seduta accanto per ore e ore col ricamo sulle ginocchia, ascoltando pazientemente i suoi interminabili racconti di battaglie e campagne del passato, degli anni in cui lui comandava le Guardie.

Una mattina Damon scese tardi e trovò la sala piena di uomini, quasi tutti quelli che quando il tempo era migliore lavoravano nei campi e nei pascoli. Dom Esteban, sulla sedia a rotelle, stava al centro, e parlava con tre uomini dal pesante abito ancora coperto di neve. Qualcuno aveva tagliato i loro stivali, e Ferrika stava inginocchiata ed esaminava loro i piedi e le mani. Il suo simpatico volto rotondo aveva un’espressione profondamente turbata; quando vide avvicinarsi Damon gli parlò in tono di sollievo.

— Nobile Damon, tu eri ufficiale ospitaliero delle Guardie a Thendara: vieni a dare un’occhiata.

Allarmato da quel tono, Damon si chinò a guardare l’uomo di cui Ferrika teneva i piedi. Gettò un’esclamazione costernata. — Cosa ti è successo?

L’uomo davanti a lui, alto e scarmigliato, con i lunghi capelli ancora gelati in ciocche rigide intorno alle guance arrossate, disse, nel pesante dialetto delle montagne: — Siamo rimasti bloccati per nove giorni, Dom, nel rifugio sotto il costone nord. Ma il vento ha abbattuto una parete e non siamo più riusciti ad asciugare i vestiti e gli stivali. Eravamo alla fame, e avevamo viveri solo per tre giorni: così, quando il tempo è migliorato, abbiamo pensato di cercare di arrivare fin qui, o a un villaggio. Ma c’era stata una valanga ai piedi della collina, sotto la vetta, e abbiamo passato tre notti là fuori. Il vecchio Reino è morto assiderato, e abbiamo dovuto seppellirlo nella neve, in attesa del disgelo, ammassandogli sopra un tumulo di pietre. Darrill ha dovuto portarmi fin qui… — Indicò, stoicamente, i piedi bianchi e congelati nelle mani di Ferrika. — Non posso camminare, ma non sono malridotto come Raimon e Piedro.

Damon scosse la testa, avvilito. — Farò tutto quello che posso, ragazzo, ma non ti prometto niente. Sono tutti ridotti così male, Ferrika?

La donna scosse la testa. — Certi non hanno quasi niente. E altri, come puoi vedere, stanno peggio di lui. — Indicò un uomo dai piedi anneriti, quasi maciullati.

Erano quattordici uomini in tutto. Damon li esaminò prontamente, uno dopo l’altro, separando in fretta dagli altri quelli che presentavano solo casi di congelamento limitato, alle dita dei piedi e delle mani e alle guance. Andrew stava aiutando i servitori a portar loro bevande calde e minestre bollenti. Damon ordinò: — Non date loro vino o liquori se non quando sarò sicuro delle loro condizioni. — Separò gli uomini meno gravi e disse al vecchio Rhodri, il maggiordomo di sala: — Conducili nella sala bassa, e chiama qualche donna ad aiutarli. Lavategli bene i piedi con acqua calda e sapone e… — Si rivolse a Ferrika: — Hai estratto di fogliaspina bianca?

— Ce n’è un po’ nella distilleria, nobile Damon: lo chiederò a dama Callista.

— Ungi loro i piedi con quello, e poi fasciali. Tienili al caldo, e dagli minestra calda e tè a volontà, ma niente bevande alcoliche di nessun genere.

Andrew l’interruppe. — E appena qualcuno dei nostri potrà uscire, dovremo mandare ad avvertire le loro donne che sono sani e salvi.

Damon annuì, rendendosi conto che quella era la prima cosa che avrebbero dovuto ricordare. — Ci pensi tu, fratello, ti dispiace? Io devo curare questi poveretti. — Mentre Rhodri e gli altri servitori conducevano gli uomini meno gravi nella sala bassa, si rivolse a quelli che erano rimasti, e che avevano le mani e i piedi congelati.

— Cos’hai fatto per loro, Ferrika?

— Ancora niente, nobile Damon: aspettavo il tuo consiglio. Non ho mai visto una cosa simile, in tanti anni.

Damon annuì, incupendosi. Una gelata come quella, quando lui era un bambino e abitava presso Corresanti, aveva fatto perdere agli uomini del villaggio le dita dei piedi e delle mani, a causa del congelamento. Altri erano morti d’infezioni o di cancrena. — Tu cosa faresti?

Ferrika rispose, esitante: — Non è la cura abituale, ma io immergerei i loro piedi nell’acqua, appena un po’ più calda della temperatura del sangue. Ho già proibito agli uomini di massaggiarsi i piedi, per paura che si stacchi la pelle. Il congelamento è profondo. Saranno fortunati se non perderanno altro che quella. — Un po’ incoraggiata nel vedere che Damon non protestava, aggiunse: — E farei impacchi caldi in tutto il corpo per riattivare la circolazione.

Damon annuì: — Dove l’hai imparato? Temevo di doverti proibire di ricorrere ai vecchi rimedi popolari, che fanno più male che bene. Questa è la cura usata a Nevarsin, e ho dovuto insistere e lottare per farla adottare per le Guardie, a Thendara.

La donna rispose: — Sono stata istruita nella Casa della Corporazione delle Amazzoni ad Arilinn, nobile Damon: là preparano le levatrici per tutti i dominii, e sono esperte di cure e ferite.

Dom Esteban aggrottò la fronte. — Stupidaggini femminili! Quando ero ragazzo c’insegnavano che non bisogna scaldare un arto congelato ma massaggiarlo con la neve.

— Sì — fece l’uomo dai piedi gonfi. — Ho detto a Narron di massaggiarmi i piedi con la neve. Quando a mio nonno si erano congelati i piedi, sotto il regno di Marius Hastur…

— L’ho conosciuto, tuo nonno — l’interruppe Damon. — Ha camminato con due bastoni per tutto il resto della vita, e mi sembra che il tuo amico abbia cercato di assicurarti la stessa sorte, ragazzo mio. Fidati di me, e farò di meglio. — Si rivolse a Ferrika e disse: — Prova con gli impacchi, non solo con l’acqua calda: fogliaspina nera, molto forte. Attirerà il sangue negli arti e poi al cuore. E dagliene anche un po’ nel tè, per attivare la circolazione. — Si girò di nuovo verso l’uomo e gli disse, in tono incoraggiante: — Questa cura viene usata a Nevarsin, dove il tempo è peggiore che qui, e i monaci dicono di aver salvato uomini che altrimenti sarebbero rimasti zoppi per tutta la vita.

— Tu non puoi aiutarci, nobile Damon? — implorò Raimon; e Damon, guardandogli i piedi bluastri, scosse il capo. — Non lo so, ragazzo, davvero. Farò tutto il possibile, ma è la cosa peggiore che abbia mai visto. È doloroso, ma…

— Doloroso! — Gli occhi dell’uomo si accesero di sofferenza e di furia. — Non sai dire altro, vai dom? Non significa nient’altro, per te? Non sai cosa significa per noi, soprattutto quest’anno? Non c’è una casa, a Adereis o Corresanti, che non abbia perso un uomo o anche due o tre per colpa di quei maledetti uomini-felini, e l’anno scorso il grano è rimasto a marcire nei campi senza che nessuno lo raccogliesse, e tra queste colline si è già alla fame! E adesso più di una decina di uomini robusti resteranno immobilizzati, sicuramente per mesi, e forse non potranno più camminare, e tu sai dire solo «È doloroso». — Rabbiosamente, nel pesante dialetto, imitò la voce di Damon.

— È tutto a posto per quelli come te, vai dom: voi non soffrirete la fame, qualunque cosa succeda. Ma mia moglie, i miei bambini? E la moglie di mio fratello e i suoi piccini, che ho preso in casa quando mio fratello è impazzito e si è ucciso nelle Terre Tenebrose, e quei gatti d’inferno si sono presi la sua anima? E la mia vecchia madre? E suo fratello, che ha perso un occhio e una gamba nella battaglia di Corresanti? Ci sono pochi uomini validi, nei villaggi, e anche le bambine e le vecchie lavorano nei campi: sono troppo pochi per provvedere al raccolto e badare alle bestie e perfino per abbacchiare le noci prima che la neve seppellisca tutto, e adesso metà degli uomini validi di due villaggi sono qui con le mani e i piedi congelati, forse azzoppati per tutta la vita… «Doloroso»!

Gli tremava la voce per la rabbia e la sofferenza, e Damon chiuse gli occhi sgomento. Era troppo facile, dimenticare. La guerra non finiva, dunque, quando c’era la pace? Lui sapeva uccidere i comuni nemici, o condurre contro di loro uomini armati; ma contro i nemici più grandi — la fame, le malattie, il maltempo, la perdita di uomini validi — era impotente.

— Io non posso comandare al clima, amico mio. Cosa vorresti che facessi?

— C’era un tempo (così mi raccontava mio nonno) in cui i Comyn, quelli delle Torri, le incantatrici e i maghi, sapevano usare le pietre delle stelle per guarire le ferite. Eduin — (l’uomo indicò la guardia al fianco di Dom Esteban) — ti ha visto guarire Caradoc perché non morisse dissanguato, quando la spada di un uomo-felino gli ha tagliato la gamba fino all’osso. Non puoi fare qualcosa anche per noi, vai dom?

Istintivamente, Damon strinse le dita sul sacchettino di pelle che portava al collo e che conteneva il cristallo-matrice ricevuto ad Arilinn, quando era apprendista tecnico psi. Sì, poteva fare qualcosa. Ma da quando era stato allontanato dalla Torre… Si sentì stringere la gola per la paura e la ripugnanza. Era pericoloso e terribile anche solo pensare di fare qualcosa del genere fuori dalla Torre, senza la protezione del Velo elettromagnetico che difendeva i tecnici della matrice da pensieri e minacce provenienti dall’esterno…

Eppure l’alternativa era la morte e l’invalidità per quegli uomini, sofferenze indescrivibili, fame e carestia per i villaggi.

Disse (e sapeva che la sua voce tremava): — È passato tanto tempo, non so se posso fare ancora qualcosa. Zio…?

Dom Esteban scosse la testa. — Non ho mai posseduto simili facoltà, Damon. Il poco tempo che ho trascorso là l’ho dedicato a lavorare ai collegamenti e alle comunicazioni. Avevo pensato che quasi tutte le facoltà terapeutiche fossero andate perdute nelle epoche del caos.

Anche Damon scosse il capo. — No, alcune venivano insegnate ad Arilinn ancora quando c’ero io. Ma da solo non posso far molto.

Raimon disse: — Domna Callista. Lei era una leronis…

Anche questo era vero. Damon replicò, sforzandosi di dominare la voce: — Vedrò cosa posso fare. Per il momento, l’importante è vedere fino a che punto si può ristabilire la circolazione con mezzi naturali. Ferrika — disse alla giovane donna, che era tornata portando boccette e bottiglie di unguenti ed estratti d’erbe, — per ora lascio gli uomini alle tue cure. Dama Callista è ancora di sopra con mia moglie?

— È nella distilleria, vai dom: mi ha aiutata a trovare questa roba.

La distilleria era in un piccolo corridoio dietro la cucina: una stanza stretta, col pavimento di pietra e piena di scaffali. Callista, con i capelli avvolti in uno sbiadito fazzoletto azzurro, stava dividendo mazzetti di erbe secche. Ce n’erano altri, appesi alle travi o nelle bottiglie e nei barattoli. Damon arricciò il naso nel sentire l’acuto odore aromatico, mentre Callista si voltava verso di lui.

— Ferrika mi ha detto che ci sono dei casi gravi di congelamento. Vuoi che venga a fare gli impacchi caldi?

— Puoi fare qualcosa di meglio — disse Damon, posando la mano, in un gesto involontario, sulla matrice isolata. — Dovrò operare la rigenerazione delle cellule, con i più gravi, altrimenti io e Ferrika saremo costretti ad amputare dita delle mani e dei piedi, o anche peggio. Ma non posso farlo da solo: tu devi aiutarmi.

— Sicuro — disse Callista, e si portò automaticamente le mani alla matrice che aveva al collo. Stava già rimettendo i barattoli sugli scaffali. Poi si voltò… e s?immobilizzò, sbarrando gli occhi per il panico.

— Damon, non posso! — Restò sulla soglia, tesa: in parte già pronta per l’azione, in parte agghiacciata al ricordo delle circostanze.

— Sono stata sciolta dal giuramento! Mi è proibito farlo!

Damon la guardò, sbigottito, senza capire. Avrebbe compreso se Ellemir, che non aveva mai vissuto in una Torre e ne sapeva poco più di una persona comune, avesse parlato di quella vecchia superstizione. Ma Callista era stata Custode!

— Breda — le disse dolcemente, sfiorandole la manica nel tocco lievissimo in uso tra gli abitanti di Arilinn, — non ti chiedo un’azione da Custode. So che non puoi più entrare nei grandi relè e nei cerchi di energon: possono farlo solo quelle che vivono isolate e proteggono il loro potere nella clausura. Ti chiedo un semplice controllo, un lavoro che potrebbe compiere qualunque donna non vincolata dalle leggi delle Custodi. Lo chiederei a Ellemir: ma è incinta, e non sarebbe una cosa prudente. Certo tu sai di non aver perso quella facoltà: non la perderai mai.

Lei scosse il capo, ostinatamente. — Non posso, Damon. Tu sai che questo rafforzerebbe le vecchie abitudini, i vecchi… i vecchi modelli di comportamento che devo spezzare. — Restò immobile, bellissima, fiera, incollerita, e Damon maledisse tra sé i superstiziosi tabù che aveva assimilato. Come poteva credere a quelle assurdità? Disse, rabbiosamente: — Ti rendi conto di quello che c’è in gioco, Callista? Sai a quali sofferenze condanni questi uomini?

— Io non sono l’unica telepate di Armida! — ribatté Callista. — Ho sacrificato anni della mia vita, ma adesso basta! Credevo che tu, più di chiunque altro, l’avresti capito!

— Capito! — Damon si sentì invadere dalla rabbia e dalla frustrazione. — Ho capito che sei un’egoista! Hai intenzione di passare il resto della vita contando i buchi delle tovaglie e preparando le spezie per il pane d’erbe? Tu, che eri Callista di Arilinn?

— No! — Lei rabbrividì come se l’avesse percossa. Il suo volto era contratto dalla sofferenza. — Cosa stai cercando di farmi, Damon? Ho compiuto la mia scelta, e non potrei tornare indietro neppure se lo volessi! La mia scelta è fatta, per il meglio o per il peggio! Tu credi… — La voce le si spezzò: gli voltò le spalle perché non la vedesse piangere. — Tu credi che non mi sia chiesta, tante e tante volte, cos’ho fatto? — Si nascose la faccia tra le mani, con un gemito disperato. Non poteva più parlare, non poteva neppure alzare la testa, scossa dall’angoscia terribile che la dilaniava. Damon percepì la sofferenza che minacciava di sopraffarla, e che lei teneva a freno con uno sforzo disperato:

Tu e Ellemir avete la vostra felicità, e lei porta già in grembo tuo figlio. Ma io e Andrew, io e Andrew… Non sono mai stata capace neppure di baciarlo, di giacere tra le sue braccia, di conoscere il suo amore…

Damon si voltò, ciecamente, e uscì dalla distilleria, seguito dai singulti di Callista. La distanza non faceva nessuna differenza: la sua angoscia era con lui, dentro di lui. Se ne sentiva straziato, lottava per rafforzare le barriere, per escludere la disperata consapevolezza della sofferenza di lei. Damon era un Ridenow, ed era empatico, e le emozioni di Callista lo colpivano così profondamente che per qualche istante, accecato dal dolore di lei, avanzò brancolando nel corridoio, senza sapere dov’era e dove stava andando.

Beata Cassilda, pensò, sapevo che Callista era infelice, ma non avevo idea che fosse così… I tabù che circondano una Custode sono troppo forti, e lei è cresciuta sentendo parlare continuamente delle punizioni terribili per la Custode che infrange il voto… Non posso, non posso chiederle niente che prolunghi la sua sofferenza anche di un giorno soltanto…

Dopo un po’ riuscì a interrompere il contatto, a ritrarsi in se stesso — o forse Callista aveva ristabilito l’autodominio — e a sperare, contro ogni logica, che l’angoscia di lei non avesse raggiunto Ellemir. Poi cominciò a chiedersi quali alternative aveva. Andrew? Il terrestre non era addestrato, ma era un telepate potentissimo. E Dezi… Anche se era stato allontanato da Arilinn dopo un paio di stagioni, doveva conoscere le tecniche fondamentali.

Ellemir era scesa e stava aiutando Dezi a lavare e fasciare i piedi agli uomini meno malridotti, nella sala bassa. Gli uomini gemevano e gridavano per il dolore via via che la circolazione si ristabiliva negli arti congelati: ma sebbene soffrissero terribilmente, Damon sapeva che erano assai meno gravi degli altri.

Uno alzò la testa verso di lui, con la faccia stravolta, e implorò: — Non possiamo neppure bere qualcosa, nobile Damon? Non ci guarirebbe i piedi, ma calmerebbe di sicuro il dolore.

— Mi dispiace — disse Damon. — Puoi avere tutta la minestra o il cibo caldo che vuoi, ma niente vino o liquori: rovinano la circolazione. Tra un po’, Ferrika vi porterà qualcosa per attenuare i dolori e farvi dormire. — Ma sarebbe occorso ben di più per aiutare gli altri uomini, quelli con i piedi gravemente congelati. — Devo tornare a occuparmi dei vostri compagni, quelli ridotti peggio. Dezi…

Il ragazzo dai capelli rossi alzò la testa, e Damon gli disse: — Quando avrai finito di curare quegli uomini, vieni da me, per piacere.

Dezi annuì, e si chinò sull’uomo al quale stava spalmando sui piedi un unguento dall’odore fortissimo. Damon notò che aveva le mani agili e lavorava in fretta, abilmente. Si fermò accanto a Ellemir, che stava fasciando la mano congelata di un uomo, e le disse: — Non affaticarti troppo, tesoro.

Lei gli rivolse un sorriso gaio e fuggevole. — Oh, io sto male solo alla mattina presto. Dopo, a quest’ora, sto benone! Damon, puoi fare qualcosa per quei poveracci là dentro? Darrill e Piedro e Raimon giocavano con me e Callista quando eravamo bambini, e Raimon è fratello adottivo di Domenic.

— Non lo sapevo — disse Damon, un po’ turbato. — Farò per loro tutto quello che posso, amore.

Tornò da Ferrika, che stava curando gli uomini più malconci, e l’aiutò a fasciarli, somministrando loro medicine per attenuare il dolore. Ma questo, lo sapeva, era solo l’inizio. Senz’altro aiuto che Ferrika e le sue medicine a base di erbe, quelli sarebbero morti o rimasti invalidi per tutta la vita. Nel migliore dei casi avrebbero perso le dita delle mani e dei piedi, restando immobilizzati per mesi.

Callista aveva ritrovato il suo freddo autodominio, e stava lavorando insieme a Ferrika per sistemare gli impacchi caldi. Ristabilire la circolazione era l’unico modo per salvare i piedi almeno in parte; e se si poteva restituire la sensibilità agli arti, sarebbe stata una vittoria. Damon la guardava con remota tristezza, senza biasimo. Perfino per lui era difficile vincere l’inquietudine alla prospettiva di dover tornare a lavorare con la matrice.

Leonie gli aveva detto che era troppo sensibile e vulnerabile e che, se avesse continuato, si sarebbe annientato.

E aveva detto anche che, se lui fosse stato una donna, sarebbe diventato una buona Custode.

Rammentò a se stesso, con fermezza, che allora non l’aveva creduto, e che si rifiutava di crederlo anche ora. Qualunque abile meccanico delle matrici era in grado di svolgere il lavoro di una Custode, si disse. E provava un brivido di paura all’idea di svolgerlo fuori dai confini protetti di una Torre.

Ma era necessario lì, e lì doveva essere fatto. Forse c’era bisogno dei meccanici delle matrici più al di fuori delle Torri che dentro… Damon comprese dove lo stavano portando quei pensieri sconnessi, e rabbrividì di fronte alla bestemmia. Le Torri — Arilinn, Hali, Neskaya, Dalereuth, e le altre sparse nei dominii — rappresentavano la strada che aveva reso sicure le antiche scienze delle matrici di Darkover dopo i terribili abusi delle epoche del caos. Sotto la supervisione delle Custodi (vincolate dal giuramento, recluse, vergini, spassionate, escluse dalle tensioni politiche e personali dei Comyn), ogni operatore delle matrici veniva istruito scrupolosamente e messo alla prova per accertarne l’affidabilità, ogni matrice veniva sorvegliata e protetta contro gli abusi.

E quando una matrice veniva usata illegalmente, fuori dalle Torri e senza autorizzazione, accadevano cose tremende, come quando il Grande Felino aveva gettato sulle Colline di Kilghard tenebra, follia, distruzione e morte…

Damon sfiorò con le dita la sua matrice. Se ne era servito, fuori dalle Torri, per annientare il Grande Felino e purificare le Colline del terrore. Quello non era stato un abuso. E anche le guarigioni che si accingeva a operare non erano un abuso: erano lecite, approvate. Lui era un operatore specializzato delle matrici, eppure si sentiva irrequieto, a disagio.

Finalmente tutti gli uomini, gravi e meno gravi, erano stati medicati, fasciati, nutriti e messi a letto. A quelli peggio ridotti erano state somministrate le pozioni analgesiche di Ferrika; e la levatrice, insieme ad alcune delle sue donne, era rimasta a vegliarli. Ma Damon sapeva che, sebbene molti sarebbero guariti senza altre cure che una buona assistenza e unguenti medicamentosi, ce n’erano alcuni per i quali le cose sarebbero andate diversamente.

Su Armida, a mezzogiorno, era sceso il silenzio. Ferrika vegliava gli infortunati; Ellemir venne a giocare a carte col padre, e su richiesta di lui Callista portò la sua arpa, se l’appoggiò sulle ginocchia e cominciò ad accordarla. Damon, osservandola attentamente, vide che, sebbene apparisse calma, aveva ancora gli occhi rossi, e le dita erano meno sicure del solito mentre traevano i primi accordi.

Quale suono ha percosso la brughiera?

Ascolta, oh, ascolta!

Quale suono è echeggiato qui nel buio?

È stato il vento a scuotere la porta:

figlio, non temere.

Era lo scalpitare di un cavallo?

Ascolta, oh, ascolta!

Un cavaliere si sta avvicinando?

Erano solo i rami contro il tetto:

figlio, non temere.

C’era un volto, là oltre la finestra?

Ascolta, oh, ascolta!

Una strana faccia scura…

Damon si alzò in silenzio, e accennò a Dezi di seguirlo. Quando furono soli nel corridoio, disse: — Dezi, so bene che nessuno chiede mai a un altro perché ha lasciato una Torre; ma ti dispiacerebbe dirmi, in assoluta confidenza, perché te ne sei andato da Arilinn?

Dezi s’incupì. — No, non te lo dirò. Perché dovrei?

— Perché ho bisogno del tuo aiuto. Hai visto in che condizioni erano quegli uomini, e sai che se li cureremo soltanto con acqua calda e unguenti d’erbe almeno quattro di loro non potranno più camminare, e almeno Raimon, di sicuro, morirà. Quindi sai quello che dovrò fare.

Dezi annuì, e Damon proseguì: — Sai che avrò bisogno di qualcuno che provveda a controllare per me. E se sei stato allontanato dalla Torre per incapacità, sai che non potrei servirmi di te.

Ci fu un lungo silenzio. Dezi fissava il pavimento color ardesia, e dalla Grande Sala venivano il suono dell’arpa e il canto di Callista:

Perché mio padre giace così a terra?

Ascolta, oh, ascolta!

Colpito a morte da lancia nemica…

— Non è stato per incapacità — disse infine Dezi. — Non so bene perché abbiano deciso di allontanarmi. — Sembrava sincero: e Damon, che era un telepate abbastanza forte da comprendere se qualcuno gli mentiva, decise che probabilmente gli diceva la verità. — Posso pensare soltanto che non avessero simpatia per me. O forse… — Il ragazzo alzò gli occhi, con un iroso balenio d’acciaio. — Forse sapevano che non ero neppure un nedestro, che ero indegno della loro preziosa Arilinn, dove il sangue e la discendenza contano più di qualunque altra cosa.

Damon pensò che non era così: le Torri non si basavano su quelle regole. Ma non ne era del tutto sicuro. Arilinn non era la Torre più antica, ma era la più orgogliosa: vantava più di novecento generazioni di puro sangue dei Comyn, e affermava che la sua prima Custode era stata figlia dello stesso Hastur. Damon non lo credeva, perché ben poche notizie storiche erano sopravvissute alle epoche del caos.

— Ma andiamo, Dezi: se hai potuto passare attraverso il Velo avranno capito che eri un Comyn, o di sangue Comyn, e non credo che ci avranno fatto molto caso. — Ma sapeva che qualunque cosa avesse detto non sarebbe riuscita a vincere la vanità ferita del ragazzo. E la vanità era un difetto pericoloso, per un meccanico delle matrici.

I cerchi delle Torri dipendevano molto dal carattere della Custode. Leonie era una donna orgogliosa. Lo era già quando l’aveva conosciuta Damon, con tutta l’arroganza degli Hastur; e non era cambiata con gli anni. Forse, personalmente, non sopportava l’irregolarità della discendenza di Dezi. O forse aveva ragione il ragazzo, e semplicemente non avevano simpatia per lui… Comunque, lì non faceva nessuna differenza. Damon non aveva scelta. Andrew era un telepate potente, ma sostanzialmente impreparato. Dezi, se aveva potuto restare per metà anno in una Torre, doveva aver ricevuto un’istruzione meticolosa nella meccanica elementare dell’arte.

— Sei capace di controllare?

Dezi rispose: — Mettimi alla prova.

Damon scrollò le spalle. — Proviamo, allora.

Nella sala, la voce di Callista si alzò, lamentosamente:

Cos’era il grido che ha squarciato l’aria?

Ascolta, oh, ascolta!

Quale tremendo grido disperato,

il pianto di una vedova e di un orfano…

— Per gli inferni di Zandru! — esclamò Dom Esteban, a voce spiegata. — Perché una canzone tanto lugubre, Callista? Pianti e lutti, morte e disperazione. Non siamo a un funerale! Canta qualcosa di più allegro, ragazza mia!

Ci fu un breve suono aspro, come se le mani di Callista avessero tratto dall’arpa una dissonanza. Poi lei disse, con voce tremula: — Temo di non essere dell’umore adatto per cantare, padre. Ti prego di volermi scusare.

Damon sentì il tocco sulla propria mente, rapido ed esperto, schermato così perfettamente che se non fosse stato intento a fissare Dezi non avrebbe capito chi l’aveva sfiorato. Sentì quel sondaggio lieve e profondo, poi Dezi disse: — Hai un molare storto. Ti dà fastidio?

— No, solo da bambino — rispose Damon. — Più a fondo?

Il volto di Dezi divenne inespressivo, gli occhi si fecero vitrei. Dopo un momento, disse: — La tua caviglia… la caviglia sinistra, si è fratturata in due punti quando eri molto giovane. Deve aver impiegato molto tempo, a guarire: ci sono cicatrici nei punti in cui dei frammenti di osso devono essere fuoriusciti. C’è un’incrinatura nella terza… no, nella quarta costola a partire dallo sterno. Tu pensavi che fosse solo un’ammaccatura e non l’hai detto a Ferrika, quando sei tornato dalla guerra contro gli uomini-felini, la stagione scorsa: ma si era incrinata. C’è una piccola cicatrice (verticale, lunga una decina di centimetri) lungo il polpaccio. È stata causata da un’arma tagliente, ma non so se da una spada o da un coltello. Stanotte hai sognato…

Damon annuì, ridendo. — Basta così — disse. — Sei capace di controllare. — In nome di Aldones, perché avevano lasciato che Dezi se ne andasse? Era un telepate eccezionale. Dopo tre anni di preparazione ad Arilinn, sarebbe stato all’altezza dei migliori specialisti dei domimi! Dezi captò quel pensiero e sorrise, e ancora una volta Damon provò un momento d’inquietudine. Non era stato per mancanza di competenza o di sicurezza. Era stata la sua vanità, allora?

Oppure si era trattato soltanto di uno scontro di personalità? Qualcuno, ad Arilinn, non era stato disposto a lavorare con quel ragazzo? I cerchi delle Torri erano così intimi — un legame più stretto di quello tra amanti o parenti — che la minima dissonanza emotiva poteva diventare una tortura. Damon sapeva che la personalità di Dezi poteva essere irritante (era giovane, suscettibile, facile a offendersi): quindi, forse, era capitato nel momento meno opportuno, in un gruppo già così legato che non poteva adattarsi a un estraneo, e non c’era stato un bisogno così grande di un nuovo collaboratore da indurre gli altri a impegnarsi per riuscirci.

Forse non era stata colpa di Dezi, pensò Damon. Forse, se questa volta avesse dato buona prova di sé, un’altra Torre l’avrebbe accettato. C’era un bisogno disperato di forti telepati naturali: e Dezi era dotato, troppo dotato per sprecarlo. Vide un sorriso soddisfatto, e comprese che Dezi aveva captato il suo pensiero: ma ciò non aveva importanza. Un fuggevole pensiero di riprovazione — cioè che la vanità era un grave difetto per un tecnico delle matrici — gli parve sufficiente: Dezi avrebbe captato anche quello.

— Sta bene — disse. — Tenteremo. Non c’è tempo da perdere. Credi di poter lavorare con me e Andrew?

Dezi ribatté, incupendosi: — Andrew non ha simpatia per me.

— Fai troppo presto a credere che la gente non abbia simpatia per te — lo rimproverò gentilmente Damon, pensando che per Dezi era già abbastanza doloroso sapere che lui l’aveva scelto a causa del rifiuto di Callista. Ma non poteva rivelare l’angoscia di Callista. E Ellemir non doveva neppure tentare, all’inizio della gravidanza. La gravidanza era più o meno l’unica cosa che poteva menomare seriamente le capacità di un’operatrice delle matrici, con i pericoli che comportava per il nascituro. E negli ultimi giorni, collegandosi con Ellemir, Damon aveva incominciato a captare le prime fievoli emanazioni del cervello in fase di sviluppo, ancora informe e tuttavia presente, reale, sufficiente a fare del piccolo un’entità distinta e separata.

Pensò che avrebbe dovuto esserci un modo per controbilanciare anche questo, per proteggere il bambino. Ma non lo conosceva, e non aveva intenzione di fare esperimenti con suo figlio. Quindi toccava a lui, a Andrew e a Dezi.

Poco più tardi, quando Damon gliene parlò, Andrew aggrottò la fronte e disse: — Non mi entusiasma troppo, l’idea di lavorare con Dezi. — Ma di fronte alle rimostranze di Damon ammise che era indegno di un adulto serbare rancore a un ragazzo, un adolescente che — senza il minimo dubbio — era ubriaco nel momento in cui l’aveva offeso.

— E Dezi è immaturo, per la sua età — osservò Damon. — Se fosse stato riconosciuto nedestro, avrebbe sempre avuto responsabilità pari ai privilegi. Un anno o due nei Cadetti l’avrebbero cambiato, oppure un anno dell’austera disciplina monacale di Nevarsin. È colpa nostra, non di Dezi, se è diventato così.

Andrew non protestò più; ma si sentiva ancora inquieto. Di chiunque fosse la colpa se Dezi aveva difetti di carattere, non riteneva opportuno lavorare con lui.

Ma Damon, senza dubbio, sapeva il fatto suo. Andrew lo guardò mentre effettuava i preparativi, ricordando la prima volta che gli era stato insegnato a usare una matrice. Callista aveva partecipato a quel collegamento mentale, sebbene fosse ancora prigioniera nella caverna e lui non l’avesse mai vista con i suoi occhi. E adesso lei non era più Custode, ed era sua moglie…

Damon tenne la matrice raccolta nel cavo delle mani, e infine disse, con un sorriso ironico: — Ho sempre avuto paura all’idea di farlo all’esterno di una Torre. Temo sempre che sia pericoloso. È una paura assurda, forse, ma molto autentica.

Dezi replicò, gentilmente: — Sono contento che anche tu abbia paura. Mi fa piacere, sapere che non sono il solo ad averne.

Damon disse, con voce tremante: — Credo che chi non teme di usare questo tipo di forza non debba possederla. Le forze sono state usate in modo così atroce, durante le epoche del caos, che Regis Hastur IV ha decretato che in futuro nessun cerchio delle matrici potesse usare i grandi schermi e relè al di fuori delle Torri. La legge non è stata varata per operazioni come questa, ma c’è ancora la sensazione di… di violare un tabù. — Si girò verso Andrew e disse: — Come curano il congelamento, nel tuo mondo?

Andrew rispose, pensieroso: — La cura migliore è di iniettare per via arteriosa stimolanti nervini: acetilcolina o qualcosa del genere. Magari anche le trasfusioni: ma la medicina non è il mio campo.

Damon sospirò. — Mi sembra di essere stato costretto a compiere questo lavoro più spesso di quanto ne avessi avuto intenzione. Bene, cominciamo. — Affondò la mente nella matrice, protendendosi per stabilire il contatto con Andrew. Si erano già collegati altre volte, e la comunicazione si ristabilì senza difficoltà. Per un momento ci fu un tocco lievissimo da parte di Ellemir, come il vago ricordo di un bacio; poi lei si ritrasse delicatamente dal contatto, all’ammonimento di Damon: doveva aver cura di se stessa e della loro creatura. Per un istante anche Callista aleggiò, in tono frammentario, e Andrew si aggrappò a quel contatto. Da tanto tempo, lei non gli toccava neppure una mano, e adesso erano collegati, di nuovo vicini… Poi, con uno scatto brusco, lei spezzò il vincolo e si allontanò. Senza il tocco della mente di lei, Andrew si sentì freddo e svuotato, e provò una fitta d’angoscia. Per un momento si consolò pensando che Dezi non era ancora collegato. Poi Damon protese la mente, e Andrew sentì anche Dezi: era barricato e tuttavia presente, una forza serena e salda, come una stretta di mano.

Il triplice legame durò un momento, mentre Damon percepiva i due uomini con i quali doveva lavorare. A occhi chiusi, come sempre in un cerchio, vide dietro di loro l’azzurra struttura cristallina delle gemme-matrici che li tenevano collegati, amplificando e irradiando le risonanze elettroniche individuali dei loro cervelli, e oltre queste la loro realtà puramente soggettiva. Andrew era forte e saldo come una roccia, protettivo, e con un sorriso di sollievo Damon si rese conto che la sua mancanza di forza non contava: l’altro ne aveva per tutti e due. Dezi era una precisione svelta e sfrecciante, una coscienza che guizzava qua e là come i riflessi di luce di un prisma. Damon aprì gli occhi e li vide entrambi: era difficile riconciliare la presenza fisica con la sensazione mentale all’interno della matrice.

Dezi, fisicamente, sembrava l’immagine di Coryn, il suo fratello giurato, l’amico morto da molto tempo. Per la prima volta, Damon si chiese in che misura il suo amore per Ellemir nasceva dal ricordo del fratello-amico che aveva amato tanto profondamente quando erano bambini, e la cui morte l’aveva lasciato solo. Ellemir era come Coryn, e tuttavia era diversa, assolutamente se stessa… Interruppe quel pensiero. Non doveva pensare a Ellemir in quel collegamento, altrimenti l’avrebbe raggiunta per via telepatica: quello stretto vincolo, quel flusso di energon, poteva sopraffare e deformare lo sviluppo del bambino. Prontamente, riprendendo il contatto con Dezi e Andrew, cominciò a visualizzare — a creare sul livello di pensiero in cui avrebbero lavorato — un muro solido, inespugnabile, intorno a loro, in modo che nessun altro, ad Armida, subisse l’influenza delle loro menti.

Quando lavoreremo con gli uomini, per guarirli, li porteremo a uno a uno dietro questo muro, in modo che non trabocchi qualcosa che potrebbe danneggiare Ellemir e il bambino, o scuotere la serenità di Callista, o disturbare il sonno di Dom Esteban.

Era solo uno strumento psicologico, lo sapeva, ben diverso dalla forte rete elettrico-mentale intorno ad Arilinn, salda come le stesse mura della Torre, per tener fuori gli intrusi, fisicamente e mentalmente. Ma aveva la sua realtà al livello su cui avrebbero operato: li avrebbe protetti dalle interferenze esterne, schermando quelli che, ad Armida, avrebbero potuto captare i loro pensieri e diluirli o distorcerli. E sarebbe servito anche a concentrare la facoltà risanatrice su quelli che ne avevano bisogno.

— Prima di cominciare, chiariamo quello che dovremo fare — disse. Ferrika aveva alcuni disegni anatomici eseguiti piuttosto bene. Aveva tenuto corsi d’igiene fondamentale alle donne dei villaggi (un’innovazione che Damon approvava di tutto cuore), e lui si era fatto portare i disegni, scartando quelli che la levatrice usava per istruire le donne incinte ma tenendo quelli che rappresentavano la circolazione. — Guardate: dobbiamo ristabilire l’afflusso normale del sangue nelle gambe e nei piedi, sciogliere la linfa raggrumata e il sangue coagulato e cercare di riparare le fibre nervose lese dal congelamento.

Andrew ascoltò la lucida e pratica esposizione di Damon, il quale parlava come un medico terrestre che descrivesse un’iniezione endovenosa, e guardò inquieto la matrice tra le sue mani. Non dubitava che Damon potesse fare tutto ciò che diceva, ed era ben disposto ad aiutarlo. Ma pensò che formavano una squadra ospedaliera inverosimile.

Gli uomini giacevano nella stanza in cui li avevano portati. Quasi tutti dormivano, storditi dalle pozioni soporifere; ma Raimon era sveglio, col volto arrossato e gli occhi accesi dalla febbre, straziato dai dolori.

Damon disse, gentilmente: — Siamo venuti a fare tutto ciò che possiamo, amico mio.

Scoprì la matrice che teneva nelle mani: l’uomo rabbrividì.

— Magia — mormorò. — Sono cose che vanno bene per gli Hali’imyn…

Damon scosse il capo. — È una facoltà che può essere usata da chiunque sia nato con quella dote. Andrew, qui, non è di nascita Comyn, e non appartiene neppure alla stirpe di Cassilda: tuttavia è esperto in questo lavoro, ed è venuto per aiutarti.

Gli occhi febbricitanti di Raimon si fissarono sulla matrice. Damon vide la smorfia di sofferenza che gli contraeva il volto, e nonostante il crescente rapporto euforico con la gemma riuscì a trovare un distacco sufficiente per dire: — Non guardare direttamente la matrice, amico, perché non sei abituato e ti perturberebbe gli occhi e le mente.

L’uomo distolse lo sguardo, con un gesto superstizioso; Damon provò di nuovo un senso d’irritazione, ma la dominò. Disse: — Sdraiati e cerca di dormire, Raimon. — E poi, con fermezza: — Dezi, dagli un’altra dose del soporifero di Ferrika. Se dormono, mentre noi lavoriamo, non interferiranno. — E se dormivano non avrebbero provato paura, e i pensieri di paura non avrebbero interferito con l’opera delicata e precisa che loro dovevano compiere.

Era un peccato che non fosse possibile insegnarlo a Ferrika, pensò Damon. Si chiese se lei possedeva almeno un minimo di laran. Con la sua conoscenza della medicina e la sua capacità di usare la matrice, sarebbe stata preziosa per tutti gli abitanti della tenuta.

Era questo che avrebbe dovuto fare Callista, pensò, e non lavorare come una stupida massaia!

Mentre Raimon inghiottiva la pozione soporifera e si riabbandonava assonnato sui cuscini, Damon protese la mente e annodò i fili del contatto. Andrew, che guardava le luci nella matrice ravvivarsi e offuscarsi al ritmo del suo respiro, sentì Damon protendersi e centrare la coscienza tra sé e Dezi. Per Andrew, soggettivamente, sebbene Damon non si muovesse e non li toccasse, era come se si appoggiasse a loro per sostenersi e poi calasse la coscienza nel corpo dell’infortunato. Andrew sentiva la tensione nei muscoli lesi, i vasi sanguigni spezzati, il sangue denso e torpido nei tessuti lacerati, gonfi e flaccidi, come un pezzo di carne congelato e poi sgelato. Sentì che Damon ne era consapevole; lo sentì cercare, come con le dita della mente, le guaine nervose lesionate nei fasci delle fibre alla caviglia, alle dita, ai tendini… Non c’è molto da fare. Come se fossero sotto i suoi polpastrelli, Andrew sentiva i tendini contratti, sentiva il modo in cui la pressione di Damon li allentava, sentiva gli impulsi che fluivano di nuovo attraverso le fibre, irregolarmente. La superficie di quelle fibre non sarebbe mai guarita completamente: ma almeno gli impulsi si erano ristabiliti. Damon fremette, nel percepire la sofferenza delle fibre nervose ricostruite. È un bene che abbia fatto bere quella pozione a Raimon: non avrebbe sopportato il dolore se fosse stato sveglio. Poi, con delicate pulsazioni ritmiche, cominciò a stimolare le pulsazioni della circolazione, il flusso attraverso le vene e le arterie quasi ostruite dal sangue coagulato. Andrew sentì Damon, intento in quel lavoro delicato, negli strati profondi delle cellule, indugiare ed esitare, mentre il suo respiro diventava irregolare. Sentì Dezi protendersi e rafforzare il battito del cuore di Damon. Sentì se stesso protendersi: l’immagine della sua mente era quella di una roccia, salda alle spalle di Damon, alla quale l’altro poteva appoggiarsi… E poi percepì qualcosa intorno a loro. Mura? Mura solide, che li racchiudevano? Aveva importanza? Si concentrò per prestare energia a Damon, e vide, a occhi chiusi, i piedi anneriti che cambiavano lentamente colore, si arrossavano e impallidivano. Alla fine Damon sospirò e aprì gli occhi. Lasciò cadere il contatto, mantenendo solo un filo sottile; si chinò su Raimon, che giaceva assopito, e gli toccò cautamente i piedi. La pelle annerita si stava staccando a brandelli: sotto c’era la carne arrossata, piena di vesciche… ma, come Andrew sapeva, era libera dalla cancrena e dai veleni dell’infezione.

— Soffrirà terribilmente — disse Damon, piegandosi a toccare le dita, che avevano perso le unghie insieme alla pelle necrotizzata. — E forse potrebbe ancora perdere un paio di dita: i nervi erano morti, e non ho potuto fare molto. Ma guarirà, e potrà servirsi dei piedi e delle mani. E lui era quello ridotto peggio. — Strinse le labbra, scosso dalla responsabilità, e si rese conto — vergognandosi di se stesso — che in fondo si era quasi augurato di non riuscire. Quella responsabilità, pensò, era troppo grande. Ma poteva riuscire, e c’erano altri uomini che correvano lo stesso pericolo. E ora che sapeva di poterli salvare… Assunse volutamente un tono aspro, quando si rivolse a Dezi e Andrew.

— Bene, cosa stiamo aspettando? Sarà meglio che ci occupiamo degli altri.

I fili del contatto si riallacciarono. Adesso Andrew aveva compreso: sapeva come e quando doveva inondare Damon della propria forza se l’altro vacillava. Lavorarono insieme: Damon affondò la coscienza nei piedi e nelle gambe del secondo infortunato, e Andrew — sebbene una piccola parte di lui fosse ancora isolata — sentì il muro cingerli, in modo che non potesse penetrare nessun pensiero casuale dall’esterno. Sentì, insieme a Damon, la lenta discesa da una cellula all’altra, attraverso gli strati di muscoli e di pelle e di nervi e di ossa, stimolando delicatamente, scartando, ridestando. Era più efficace del bisturi di un chirurgo, pensò: ma a che prezzo! La discesa nella carne annerita e congelata si ripeté ancora due volte prima che Damon interrompesse finalmente l’ultimo contatto, separandoli, e Andrew ebbe la sensazione che fossero usciti da uno spazio chiuso, da una muraglia che li circondava. Ma quattro uomini giacevano nel sonno, con le gambe e i piedi infiammati, doloranti, lesionati, ma in via di guarigione. Sarebbero guariti, senza pericolo d’infezioni o di cancrena: erano ferite pulite che si sarebbero rimarginate nel minimo tempo necessario.

Lasciarono gli uomini addormentati, avvertendo Ferrika di stare loro accanto, e tornarono nella sala bassa. Damon vacillava: Andrew tese il braccio e lo sostenne fisicamente, come aveva fatto così spesso col pensiero durante il lungo contatto. Non per la prima volta, ebbe la sensazione che Damon — sebbene tanto più anziano di lui — fosse in un certo senso il più giovane, bisognoso di protezione.

Damon si sedette sulla panca, sfinito, appoggiandosi a Andrew, oppresso dalla stanchezza del lavoro con la matrice. Prese del pane e della frutta che erano stati lasciati sulla tavola dopo il pasto serale, e li trangugiò con furia: il suo organismo esausto richiedeva nuova energia. Anche Dezi aveva cominciato a mangiare avidamente.

Damon disse: — Anche tu dovresti prendere qualcosa, Andrew: il lavoro con le matrici assorbe le energie. Finirai col crollare. — Aveva quasi dimenticato quella terribile sensazione di svuotamento, come se la vita l’avesse abbandonato. Ad Arilinn gli avevano fornito spiegazioni tecniche sulle correnti di energie del corpo umano, i canali che trasportavano la forza fisica e quella psichica. Ma era troppo stanco per ricordarle chiaramente.

Andrew disse: — Non ho fame. — E Damon replicò, con l’ombra di un sorriso: — Sì che hai fame: solo che non lo sai ancora. — Tese la mano per trattenere Dezi, che stava versando una coppa di vino. — No, è pericoloso. Bevi acqua, o fatti portare latte o brodo dalle cucine: ma non bere alcool dopo una cosa simile. Mezzo bicchiere ti ubriacherebbe come un monaco alla festa del solstizio d’inverno!

Dezi scrollò le spalle e andò in cucina; tornò con un bricco di latte e ne versò per tutti. Damon disse: — Dezi, tu sei stato ad Arilinn, quindi non hai bisogno di spiegazioni, ma Andrew deve saperlo. Dovrai mangiare il doppio del normale per un giorno o due, e se senti nausea o vertigini, o qualcosa di simile, dimmelo. Dezi, hanno il kirian, qui?

Dezi rispose: — Ferrika non lo prepara, e adesso che io e Domenic abbiamo superato i malesseri della soglia, e Valdir è a Nevarsin, credo che nessuno qui ne abbia bisogno.

Andrew chiese: — Cos’è il kirian?

— Una sostanza psicoattiva che viene usata nelle Torri e nelle famiglie dei telepati. Riduce la resistenza al contatto telepatico, ma può essere utile in caso di sovraffaticamento o di tensioni telepatiche. E alcuni telepati, durante l’adolescenza, hanno seri disturbi, fisici e psichici, quando lo sviluppo avviene all’improvviso. Immagino che tu, Dezi, sia ormai troppo cresciuto per i disturbi della soglia.

— Direi! — replicò sprezzante il ragazzo. — Li ho superati prima di compiere i quattordici anni.

— Comunque, siccome non hai lavorato con le matrici dopo aver lasciato Arilinn, adesso che hai ricominciato potresti avere una lieve ricaduta — l’avvertì Damon. — E non sappiamo ancora come reagirà Andrew. — Avrebbe chiesto a Callista di provare a preparare il kirian. Sarebbe stato opportuno tenerne un po’ in tutte le case dei telepati, per i casi d’emergenza.

Depose la tazza di latte semivuota. Era mortalmente stanco. — Va’ a riposare, Dezi, ragazzo mio… Tu meriti l’addestramento ad Arilinn, credimi. — Abbracciò per un attimo il ragazzo e lo guardò avviarsi verso la sua stanza, accanto a quella di Dom Esteban, augurandosi che il vecchio dormisse tutta la notte perché il ragazzo potesse riposare indisturbato.

Quali che fossero i difetti di Dezi, pensò, almeno aveva curato il vecchio con la stessa devozione di un figlio riconosciuto. Era affetto, si chiese, oppure egoismo interessato?

Si appoggiò a Andrew mentre salivano le scale, scusandosi mestamente, ma l’altro gli fece segno che non aveva importanza. — Lascia stare. Credi che non sappia che ti sei addossato tutto il peso? — E così Damon lasciò che Andrew l’aiutasse a salire le scale, pensando: Adesso mi appoggio a te, come ho fatto nella matrice…

Quando furono nel soggiorno del loro appartamento, esitò un attimo. — Tu non sei stato istruito nella Torre, quindi devo avvertirti anche di questo: dopo il lavoro con la matrice… resterai impotente per un giorno o due. Non preoccuparti: è temporaneo.

Andrew scrollò le spalle, con una fitta di amaro divertimento; e Damon, ricordando di colpo la situazione tra lui e Callista, comprese che un’espressione di scusa sarebbe servita soltanto a sottolineare la mancanza di tatto del suo avvertimento. Doveva essere molto intontito, pensò, per averlo dimenticato.

Ellemir giaceva assopita sul letto, avvolta in un morbido scialle bianco. Aveva sciolto le trecce e i suoi capelli erano sparsi, luminosi, sul cuscino. Quando Damon la guardò, lei si levò a sedere, sbattendo assonnata le palpebre, e poi, come faceva sempre, passò dal sonno alla veglia senza transizione e gli tese le braccia. — Oh, Damon, hai l’aria così stanca! Dev’essere stato terribile.

Damon si lasciò cadere accanto a lei, appoggiandole la testa sul seno. — No, ma non sono più abituato a questo lavoro: e ce n’è tanto bisogno, un bisogno terribile! Elli… — Si rialzò a sedere, fissandola. — Sono tanti, su Darkover, che muoiono quando non dovrebbero morire: soffrono, rimangono invalidi, muoiono per lesioni di poco conto. Non dovrebbe essere così. Noi non abbiamo l’assistenza medica che hanno i terrestri, a quanto dice Andrew. Ma ci sono tante cose che un uomo o una donna possono guarire per mezzo di una matrice. Eppure, perché i sofferenti vengono trasportati ad Arilinn o Neskaya o Dalereuth o Hali, per essere curati in quelle Torri? Cosa importa, ai cerchi delle matrici delle grandi Torri, se un povero contadino muore congelato, o se un cacciatore viene ferito da una belva o preso a calci da un oudrakhi?

— Ecco — disse Ellemir, sconcertata, cercando di seguire la sua veemenza. — Nelle Torri hanno altre cose da fare. Cose importanti. Le comunicazioni. E… e le ricerche minerarie, e tutto il resto. Non hanno tempo per occuparsi dei feriti e degli infortunati.

— È vero. Ma ascolta, Elli: in tutto Darkover ci sono uomini come Dezi e donne come Callista e come te. Donne e uomini che non possono, non vogliono trascorrere la vita in una Torre, lontano dalla normale esistenza dell’umanità. Ma potrebbero fare tutte queste cose. — Damon si riabbandonò sul letto accanto a Ellemir: era più stanco che dopo qualunque battaglia combattuta alla testa delle Guardie. — Non è necessario essere un Comyn o avere facoltà straordinarie, per far questo. Chiunque possieda un po’ di laran potrebbe imparare, per aiutare e per guarire, e nessuno lo fa!

— Ma Damon — osservò lei, in tono ragionevole, — ho sempre sentito dire (me l’ha detto Callista) che è pericoloso usare quei poteri fuori dalle Torri.

— Sciocchezze! — esclamò Damon. — Sei tanto superstiziosa, Elli? Tu stessa sei stata in contatto con Callista. Ti sembra tanto pericoloso?

— No — ripose lei, inquieta. — Ma durante le epoche del caos sono state fatte molte cose terribili con i grandi schermi delle matrici, armi tremende: forme di fuoco, e creature di vento che abbattevano castelli e mura, e esseri venuti da altre dimensioni che dilagavano su tutte le terre… E a quei tempi hanno stabilito che tutto il lavoro con le matrici doveva essere compiuto esclusivamente nelle Torri, e con adeguate protezioni.

— Ma quel tempo è passato, Ellemir, e quasi tutte quelle armi enormi, illegali, sono state distrutte durante le epoche del caos, o sotto il regno di Varzil il Buono. Credi davvero che perché ho guarito i piedi congelati di quattro uomini e ho reso loro la possibilità di usarli sarei capace di scatenare una forma di fuoco nelle foreste o di evocare un essere delle grotte per annientare le messi?

— No, no, naturalmente. — Ellemir si levò a sedere, tendendogli le braccia. — Sdraiati e riposa, caro, sei così stanco.

Damon lasciò che lei l’aiutasse a svestirsi, e si adagiò al suo fianco; ma continuò a parlare, fissando ostinatamente l’oscurità.

— Elli, il modo in cui usiamo i telepati, qui su Darkover, è sbagliato. Devono vivere in clausura per tutta la vita nelle Torri, diventando quasi inumani (sai che per poco non mi ha distrutto, il vedermi allontanato da Arilinn), oppure devono rinunciare a tutto ciò che hanno imparato. Come Callista… Che Evanda abbia pietà di lei — aggiunse: un barlume della sua coscienza era ancora in collegamento con Andrew, che stava guardando Callista addormentata, il cui volto recava tuttora tracce di lacrime. — Lei ha dovuto rinunciare a tutto quello che aveva appreso, a tutto ciò che aveva fatto. Adesso ha paura di fare qualunque altra cosa. Dovrebbe esserci un modo, Elli, dovrebbe esserci un modo!

— Damon, Damon — supplicò lei, stringendolo a sé, — è sempre stato così. Coloro che sono stati istruiti nelle Torri sono più saggi di noi: devono sapere quello che fanno, quando stabiliscono che sia così!

— Non ne sono tanto sicuro.

— Comunque, adesso non possiamo far niente, caro. Devi riposare e calmarti, altrimenti turberai lei — disse Ellemir, prendendo la mano di Damon e posandosela sul ventre. Damon sapeva che sua moglie stava cercando di distrarre i suoi pensieri, ma era disposto ad accettarlo: dopotutto, Ellemir aveva ragione. Sorrise, cominciando a captare l’informe emanazione casuale — che non era ancora un pensiero — della creaturina. — Lei, hai detto?

Ellemir rise sommessamente, felice. — Non saprei spiegarti come lo so, ma ne sono certa. Forse una piccola Callista?

Damon pensò: Mi auguro che abbia una vita più felice. Non vorrei vedere la mano di Arilinn posarsi su mia figlia… Poi rabbrividì all’improvviso, in un guizzo di precognizione, vedendo una donna snella, dai capelli fulvi, nelle vesti cremisi della Custode di Arilinn… Se le strappava da dosso, dal collo alla caviglia, e le gettava via… Damon sbatté le palpebre. La visione era scomparsa. Precognizione? Oppure era una drammatica allucinazione, nata dalla sua inquietudine? Tenendo fra le braccia sua moglie e sua figlia, cercò di dimenticarla, almeno per il momento.

CAPITOLO SETTIMO

Gli uomini che erano stati vittime del congelamento si stavano riprendendo; ma poiché per ora erano invalidi, un nuovo fardello di lavoro fisico toccò a Andrew; e perfino Damon dava una mano di tanto in tanto. Il tempo si era calmato, ma Dom Esteban diceva che era soltanto una tregua prima che le vere tempeste invernali scendessero dagli Heller coprendo le basse colline di neve destinata a durare per mesi.

Damon si era offerto di andare a Serrais con Andrew e di portare qualcuno degli uomini in soprannumero di quella tenuta, perché lavorassero lì fino alla fine dell’inverno e aiutassero a curare i campi all’inizio della primavera. Il viaggio sarebbe durato più di dieci giorni. Quel mattino stavano facendo i piani nella Grande Sala di Armida. I malesseri mattutini di Ellemir erano passati, e come al solito lei era nelle cucine a dirigere il lavoro delle donne. Callista era seduta accanto al padre, quando all’improvviso si raddrizzò sul sedile con aria inquieta. Disse: — Oh… Elli, Elli… oh, no! — Ma prima ancora che lei si alzasse in piedi, Damon aveva rovesciato la sedia per correre verso le cucine. In quel momento si levarono grida dalle altre stanze.

Dom Esteban borbottò: — Cos’hanno, quelle donne? — Ma nessuno l’ascoltava. Anche Callista si era precipitata verso la porta delle cucine. Dopo un attimo, Damon tornò di corsa e fece un cenno a Andrew.

— Ellemir è svenuta. Non voglio che nessun estraneo la tocchi. Puoi portarla tu?

Ellemir giaceva accasciata sul pavimento della cucina, circondata dalle donne sgomente. Damon fece loro segno di allontanarsi, e Andrew sollevò Ellemir tra le braccia. Era spaventosamente pallida: ma Andrew non sapeva nulla delle gravidanze, e quello svenimento, pensò, non doveva essere molto allarmante.

— Portala nella sua stanza, Andrew. Io vado a chiamare Ferrika.

Andrew aveva appena deposto Ellemir sul letto quando Damon arrivò insieme alla levatrice. Strinse le mani della moglie, entrando in rapporto telepatico con lei e cercando il fioco e informe contatto con la creaturina. Mentre sentiva ripercuotersi nel proprio corpo i tormentosi spasimi che straziavano Ellemir, comprese ciò che stava accadendo. Supplicò: — Non puoi fare qualcosa?

Ferrika rispose, gentilmente: — Farò tutto quello che posso, nobile Damon. — Ma al di sopra della sua testa china, l’uomo incontrò gli occhi di Callista: erano pieni di lacrime. Lei disse: — Ellemir non è in pericolo, Damon. Ma è già troppo tardi per la piccina.

Ellemir strinse convulsamente le mani del marito. — Non lasciarmi — implorò, e lui mormorò: — No, amore. Mai. Resterò con te. — Era la tradizione: nessun telepate Comyn dei Domimi lasciava sola la moglie quando partoriva la loro creatura, o rifiutava di condividere le sue sofferenze. E adesso lui doveva dare a Ellemir la forza per sopportare la loro perdita, non per prepararsi alla gioia. Represse l’angoscia e s’inginocchiò accanto a lei, tenendola fra le braccia, stringendola a sé.

Andrew era ritornato da Dom Esteban: poteva dirgli solo che Damon e Callista erano con Ellemir, e che avevano mandato a chiamare Ferrika. Per tutta la giornata si sentì oppresso dalla lugubre atmosfera che pesava sulla casa. Perfino le ancelle stavano riunite in gruppetti impauriti. Andrew avrebbe voluto entrare in contatto con Damon e cercare di dargli forza, di rassicurarlo: ma cosa poteva dire, cosa poteva fare? Una volta, alzando gli occhi verso le scale, vide Dezi che entrava nella sala esterna. Il ragazzo chiese: — Come sta Ellemir? — Il risentimento di Andrew traboccò.

— Te ne importa molto, a te?

— Io non voglio male, a Elli — rispose, stranamente mesto. — È l’unica, qui, che sia buona con me. — Voltò le spalle a Andrew e se ne andò, e il terrestre ebbe la strana sensazione che anche Dezi fosse sul punto di piangere.

Damon e Ellemir erano stati così felici per il loro bambino, e adesso… questo! Andrew si chiese, assurdamente, se per caso la sua sfortuna era contagiosa, se i tormenti del suo matrimonio si erano comunicati all’altra coppia. Poi, rendendosi conto che quella era una pazzia, scese nella serra e cercò di distrarsi dando ordini ai giardinieri.

Molte ore dopo, Damon uscì dalla stanza dove giaceva Ellemir, addormentata, dimentica del dolore e dell’angoscia, vinta da una delle pozioni soporifere di Ferrika. La levatrice, soffermandosi per un momento accanto a lui, disse gentilmente: — Nobile Damon, meglio che sia accaduto ora piuttosto che veder nascere deforme quella povera creatura. La misericordia di Avarra assume talvolta strani aspetti.

— So che hai fatto tutto quello che potevi, Ferrika. — Ma Damon le voltò le spalle, depresso: non voleva che lo vedesse piangere. Lei comprese e scese le scale in silenzio, mentre Damon procedeva come un cieco. D’istinto si diresse alla serra, e vi trovò Andrew: il terrestre gli andò incontro, chiedendo a bassa voce: — Come sta Ellemir? È fuori pericolo?

— Sarei qui, se non lo fosse? — ribatté Damon; poi, ricordando, si lasciò cadere su una cassa, si coprì la faccia con le mani e si abbandonò al dolore. Andrew gli rimase accanto, tenendogli una mano sulla spalla e tentando senza parlare di dargli un sostegno, di comunicargli la consapevolezza della sua pietà.

— Il peggio è — disse infine Damon, alzando la faccia stravolta, — che Elli pensa di avermi deluso per non aver potuto dare alla luce nostra figlia. Ma se qualcuno ne ha colpa, sono io, che le ho permesso di occuparsi da sola di questa casa tanto grande. Ho colpa io comunque! Siamo parenti troppo stretti, due volte cugini, e spesso in tale parentela c’è un’eredità di morte. Non avrei mai dovuto sposarla! Non avrei mai dovuto sposarla! Io l’amo, l’amo, ma sapevo che desiderava un figlio, e avrei dovuto capire che era pericoloso, che eravamo parenti troppo stretti… Non so se avrò il coraggio di lasciare che tenti di nuovo. — Alla fine si calmò un poco e si alzò, dicendo con voce stanca: — Dovrei tornare da lei. Quando si sveglierà, mi vorrà accanto. — Per la prima volta da quando Andrew lo conosceva, dimostrava tutti i suoi anni.

E lui aveva invidiato a Damon la sua felicità! Ellemir era giovane, avrebbe potuto avere altri figli. Ma col peso di quel senso di colpa?

Più tardi Andrew trovò Callista nella piccola distilleria, con un fazzoletto sbiadito avvolto intorno ai capelli per proteggerli dall’odore delle erbe. Lei alzò il volto, e Andrew scorse i segni del pianto. Aveva condiviso quel tormento con la sorella? Ma la sua voce aveva la calma distaccata che lui ormai si attendeva in Callista: e ora, inspiegabilmente, gli dava fastidio.

— Sto preparando qualcosa per ridurre l’emorragia: dev’essere appena fatto, per essere efficace, e lei deve berlo ogni ora. — Callista stava pestando grosse foglie grigiastre in un piccolo mortaio. Gettò la poltiglia in un bicchiere a cono e la mise a filtrare attraverso strati di tessuto finissimi, poi misurò con cura un liquido incolore e lo versò.

— Ecco. Deve filtrare, prima che io possa proseguire. — Si girò verso di lui, alzando gli occhi. Andrew chiese: — Ma Elli… si riprenderà? E potrà avere altri figli, in futuro?

— Oh, sì, credo di sì.

Andrew avrebbe voluto prenderla tra le braccia, consolarla della sofferenza che lei aveva diviso con la gemella. Ma non osò neppure sfiorarle la mano. Tormentato dalla frustrazione, le voltò le spalle.

Mia moglie. E non l’ho mai neppure baciata. Damon e Ellemir hanno in comune il dolore; ma io, cos’ho in comune con Callista?

Gentilmente, pensando al tormento negli occhi di lei, chiese: — Amore, è davvero una tragedia così grande? Non è come se avesse perso davvero un bambino. Un bambino pronto per nascere, sì, capirei; ma un feto, a questo stadio? Come può essere tanto terribile?

Non era preparato all’orrore e alla rabbia con cui Callista si girò verso di lui. Era pallidissima, e gli occhi le bruciavano come la fiamma sotto la storta. — Come puoi dire una cosa simile? — mormorò. — Come osi? Non sai che per due volte in dieci giorni Damon e Ellemir sono stati in contatto con… con la sua mente? Avevano imparato a conoscerla come una presenza reale, la loro figlia.  — Andrew rabbrividì di fronte alla sua collera. Non aveva mai pensato che in una famiglia di telepati un bambino non ancora nato potesse essere una presenza. Così presto? E che specie di pensieri poteva avere un feto, a un terzo della gravidanza… Ma Callista captò il disprezzo in quel pensiero. Esclamò, tremando: — Vorresti dire che non sarebbe una tragedia se nostro figlio o nostra figlia morisse prima di essere abbastanza forte da vivere fuori dal mio corpo? — La sua voce vibrava. — Quello che non puoi vedere non è reale, terrestre?

Andrew alzò la testa per ribattere incollerito: A quanto sembra, non lo sapremo mai: non è probabile che tu mi dia un figlio, finché le cose stanno così. Ma tacque, scorgendo il volto sbiancato e sofferente di lei. Non poteva ribattere, provocazione per provocazione. Quel «terrestre» l’aveva ferito; ma le aveva promesso che non avrebbe mai tentato di farle fretta, di esercitare la minima pressione su di lei. Ringoiò quelle parole di collera, e poi vide, nello sgomento che passava sul volto di Callista, che lei le aveva udite comunque.

Certo. È una telepate. Per lei la risposta che non ho pronunciato è reale come se l’avessi gridata.

— Callista — mormorò. — Tesoro. Ti chiedo scusa. Perdonami. Non intendevo…

— Lo so. — Vacillando, lei si accostò e l’abbracciò, appoggiandogli la testa contro il petto. Rimase, tremante, nel cerchio delle sue braccia. — Oh, Andrew, Andrew, vorrei che avessimo almeno questo…  — mormorò, singhiozzando.

Lui la tenne stretta a sé, senza osare muoversi. Callista era tesa, leggera come una piuma, come un uccellino che fosse volato a lui e che sarebbe fuggito di nuovo a una parola, a un gesto incauto. Dopo un momento i suoi singhiozzi si acquietarono, e alzò verso di lui il volto con la solita espressione rassegnata. Poi si scostò, così delicatamente che Andrew non si sentì abbandonato.

— Guarda, il liquido è filtrato. Devo finire la medicina per mia sorella. — Gli sfiorò le labbra con le dita, nel gesto consueto: lui le baciò, e comprese che, stranamente, quel litigio li aveva avvicinati di più.

Per quanto tempo ancora? In nome di tutti gli dèi, per quanto tempo possiamo andare avanti così? E mentre quel pensiero gli sfrecciava nella mente, non riuscì a comprendere se era suo o di Callista.

Tre giorni dopo, com’era stato deciso, Andrew e Damon partirono per Serrais. Ellemir era fuori pericolo, e Damon non poteva fare più nulla per lei. Nulla avrebbe potuto aiutarla se non il tempo, e Damon lo sapeva.

Andrew si sentiva stranamente sollevato all’idea di andarsene, anche se si sarebbe vergognato di ammetterlo. Non si era accorto che la tensione tra lui e Callista e l’atmosfera di silenziosa angoscia l’avessero oppresso tanto ad Armida.

I grandi altopiani, le montagne in lontananza… Avrebbe potuto essere l’allevamento di cavalli della sua infanzia. Eppure doveva solo aprire gli occhi per vedere il grande sole rosso (che brillava come un occhio iniettato di sangue attraverso le nebbie del mattino), per ricordare che quella non era la Terra. Era metà mattina, ma due piccole lune indistinte — una viola-pallida e l’altra verde-tiglio — passavano basse oltre la cresta delle colline: una era quasi piena, l’altra una falce calante. Perfino l’odore dell’aria era strano: eppure adesso quella era la sua patria, la sua patria per tutto il resto della sua vita. E Callista l’aspettava. Conservava nella mente il ricordo del suo volto, pallido e sorridente in cima alla scalinata mentre lui si allontanava. Conservava quel sorriso nella memoria: nonostante tutta la pena che le aveva portato il matrimonio, era riuscita a sorridergli, a porgergli le dita da baciare, ad augurargli di andare con gli dèi, nel morbido linguaggio che lui incominciava finalmente a comprendere: — Adelandeyo.

Anche Damon si rianimava a vista d’occhio, via via che i chilometri scorrevano sotto gli zoccoli dei cavalli. Gli ultimi giorni avevano inciso nuove rughe sul suo volto: ma adesso non sembrava più vecchio, oppresso dall’angoscia.

A mezzogiorno smontarono per consumare il pasto, e legarono i cavalli perché pascolassero l’erba nuova che spuntava robusta attraverso i resti dell’ultima tormenta di neve. Trovarono un tronco asciutto e vi si sedettero, circondati dai boccioli che gettavano via i baccelli invernali e prorompevano in corolle coloratissime come se fosse già primavera. Ma quando Andrew glielo chiese, Damon ribatté: — Primavera? Per gli inferni di Zandru, no, non è ancora pieno inverno, e non lo sarà fin dopo la festa del solstizio! Oh, i fiori? — Rise. — Col clima che c’è qui, fioriscono ogni volta che ci sono un paio di giorni di sole e di caldo. I tuoi scienziati terrestri usano un’espressione apposita: adattamento evolutivo. Tra le colline di Kilghard ci sono soltanto pochi giorni in piena estate in cui non nevica, perciò i fiori sbocciano appena c’è un po’ di sole. Se pensi che qui sia strano dovresti andare negli Heller, a vedere i fiori e i frutti che crescono intorno a Nevarsin. Qui non possiamo coltivare i meloni glaciali, lo sai. È troppo caldo: sono piante dei nevai. — E in effetti Damon si era tolto il mantello foderato di pelliccia e cavalcava in maniche di camicia, sebbene Andrew fosse ancora imbacuccato per ripararsi da quella che a lui sembrava una giornata fredda e pungente.

Damon aprì l’involto dei viveri che Callista aveva preparato per il viaggio, e scoppiò a ridere. — Callista dice, per scusarsi, che s’intende poco del governo di una casa. Ma siamo fortunati, perché non ha ancora imparato quali sono i viveri adatti per i viaggiatori! — C’erano un pollo arrosto freddo, che Damon divise con il coltello, e una pagnotta che conservava ancora un po’ del calore del forno. Andrew non immaginava perché l’altro stesse ridendo. Disse: — Non capisco cosa ci sia di tanto divertente. Callista mi ha chiesto cos’avrei voluto mangiare durante una lunga cavalcata, e io gliel’ho detto.

Ridendo, Damon porse a Andrew una generosa razione di carne. Era fragrante di spezie che il terrestre non aveva ancora imparato a riconoscere. — Non so perché (per consuetudine, credo), le provviste che toccano ai viaggiatori sono pane duro, carne secca, frutta secca e noci, e roba del genere. — Guardò Andrew che affettava il pane, confezionando un sandwich con la carne arrosto. — Dev’essere buono. Proverò anch’io. E… meraviglia delle meraviglie, Callista ci ha dato anche mele fresche. Bene, bene! — Ridendo, addentò soddisfatto la coscia del pollo arrosto. — Non mi sarebbe mai venuto in mente di contestare il vitto dei viaggiatori, e Elli non avrebbe mai pensato di chiedermi cosa volevo! Forse, sul nostro mondo, qualche idea nuova può tornare comoda.

Si calmò, immergendosi nei propri pensieri, mentre guardava Andrew mangiare il pane e la carne. Anche lui aveva avuto pensieri eretici, a proposito del lavoro con le matrici, fuori dalle Torri. Doveva esserci una soluzione. Ma sapeva che se ne avesse parlato a Leonie lei sarebbe inorridita, come se fossero ancora i tempi di Regis IV.

Naturalmente Leonie sapeva che lui si era servito di una matrice. Tutte le matrici autorizzate e sintonizzate su un telepate Comyn venivano controllate dai grandi schermi della Torre di Arilinn. Potevano averlo identificato dalla sua matrice; e anche Dezi, e forse addirittura Andrew, sebbene Damon non ne fosse sicuro.

Ammesso che qualcuno stesse osservando. C’erano pochi telepati disponibili per compiti non essenziali, come sorvegliare gli schermi delle matrici, e probabilmente nessuno se n’era accorto. Ma gli schermi c’erano, e ogni matrice di Darkover era legalmente soggetta al controllo. Era possibile seguire perfino quelli come Domenic, che erano stati sottoposti alla prova del laran e avevano ricevuto una matrice ma non l’avevano mai usata.

Quella era un’altra ragione per cui Damon pensava che non avrebbe dovuto rinunciare a un telepate come Dezi. Anche se la sua personalità non s’integrava nell’intimità di un cerchio (e Damon era disposto ad ammettere che non doveva essere facile coesistere con Dezi), si sarebbe potuto utilizzarlo per sorvegliare gli schermi.

Pensò, ironicamente, che quel giorno era pieno di pensieri eretici. Chi era, lui, per mettere in discussione le decisioni di Leonie di Arilinn?

Finì la coscia del pollo arrosto, osservando pensoso il terrestre. Andrew stava mangiando una mela, e fissava assorto la distante catena di colline.

È mio amico. Eppure è venuto qui da una stella tanto lontana che non posso vederla nel cielo, di notte. Ma il fatto stesso che ci siano altri pianeti come il nostro, in tutto l’universo, cambierà il nostro mondo.

Guardò le colline lontane e pensò: Io non voglio che il nostro mondo cambi. Poi rise amaramente di se stesso. Se ne stava lì a pianificare un modo per alterare l’uso delle matrici su Darkover, a pensare a una riforma del sistema delle antiche Torri che custodivano le vecchie scienze delle matrici, le custodivano nei modi collaudati, decisi tante generazioni prima.

Disse: — Andrew, perché sei qui? Su Darkover?

Andrew scrollò le spalle. — Sono finito qui per caso. Era un lavoro come un altro. Poi un giorno ho conosciuto Callista… ed eccomi qui.

— Non è questo, che intendevo. Perché la tua gente è qui? Cosa vuole la Terra dal nostro mondo? Non è ricco, non c’è niente da sfruttare. So abbastanza del vostro impero per sapere che quasi tutti i mondi colonizzati hanno qualcosa da dare. Perché Darkover? Il nostro è un mondo con pochi metalli pesanti, un mondo isolato con un clima che la tua gente, mi sembra di capire, giudica inospitale. Cosa vogliono i terrestri da noi?

Andrew intrecciò le mani intorno alle ginocchia, e disse: — Sul mio mondo c’è una vecchia storiella. Un tale chiede a un esploratore perché ha deciso di scalare una montagna, e quello si limita a rispondere: «Perché c’è!».

— Non mi sembra una ragione sufficiente per costruire un astroporto — replicò Damon.

— Non capisco. Diavolo, Damon, io non sono un costruttore d’imperi. Avrei preferito restare nell’allevamento di cavalli di mio padre. Secondo me, è l’ubicazione. Tu lo sai che la galassia ha la forma di una gigantesca spirale? — Andrew raccolse un fuscello e tracciò uno schizzo sulla neve quasi sciolta. — Questa è la spirale superiore della galassia, e questo è il braccio inferiore: e qui c’è Darkover. È un posto ideale per controllare il traffico e trasbordare i passeggeri, capisci?

— Ma i viaggi dei cittadini dell’impero da un’estremità all’altra dell’impero stesso non significano niente, per noi.

Andrew scrollò le spalle. — Lo so. Sono sicuro che la Centrale Imperiale avrebbe preferito che ci fosse un mondo disabitato, al crocevia, così non avrebbe dovuto preoccuparsi di chi ci viveva. Ma voi siete qui, e siamo qui anche noi. — Scosse la testa vedendo l’espressione di Damon. — Non sono io a decidere la loro politica, Damon. Non sono neppure sicuro di capirla. A me l’hanno spiegata così, ecco tutto.

La risata di Damon era priva di gaiezza. — E io mi sono stupito nel vedere che Callista ci ha dato carne arrosto e mele fresche per il viaggio! I cambiamenti sono relativi, credo. — Notò l’espressione turbata di Andrew e si sforzò di sorridere. Non era colpa del terrestre. — Speriamo che siano tutti cambiamenti in meglio, come il pollo arrosto di Callie! — Si alzò dal tronco e seppellì con cura il torsolo di mela in un mucchietto di neve. Provò un senso d’angoscia. Se le cose fossero andate diversamente, avrebbe potuto piantare quel melo per sua figlia. Andrew, con la strana sensibilità che dimostrava di tanto in tanto, si chinò accanto a lui, in silenzio, per seppellire anche il suo torsolo di mela. Solo quando furono di nuovo in sella disse, gentilmente: — Un giorno, Damon, i nostri figli mangeranno i frutti di questi alberi.

Rimasero lontani da Armida più di tre decine di giorni. A Serrais, ci volle tempo per trovare uomini validi disposti a lasciare i loro villaggi, e magari le loro famiglie, per lavorare quasi un anno nella tenuta di Armida. Eppure non potevano portar via troppi scapoli, altrimenti avrebbero alterato la vita dei villaggi. Damon cercò di trovare le famiglie che avevano legami di sangue o d’azione con le terre di Armida. Erano molte. Poi volle far visita a suo fratello Kieran, e a sua sorella Marisela e ai figli di lei.

Marisela, una giovane donna dolce e grassottella che somigliava a Damon ma che aveva i capelli biondi anziché rossi, si mostrò addolorata alla notizia dell’aborto di Ellemir. Disse, generosamente, che se non avevano più fortuna entro un anno o due Damon avrebbe potuto avere come figlio adottivo uno dei suoi: un’offerta che sorprese Andrew, ma che Damon accolse come se fosse normalissima.

— Ti ringrazio, Mari. Forse sarà necessario, poiché i figli di coniugi che sono due volte cugini sopravvivono raramente. Io non sento il bisogno di un erede, ma le braccia di Ellemir sono vuote e lei si affligge. E non è probabile che Callista abbia un figlio molto presto.

Marisela disse: — Io non la conosco bene. Anche quando eravamo ragazzine, tutti sapevano che era destinata alla Torre, e non legava molto con le altre. La gente è così pettegola — aggiunse, con veemenza. — Callie aveva tutto il diritto di lasciare Arilinn e di sposarsi, se lo voleva, ma è vero che ci siamo stupiti tutti quanti. So che spesso le Custodi di altre Torri se ne vanno per sposarsi, ma Arilinn? E Leonie è là da tanto tempo: fin da quando posso ricordare io, fin da quando può ricordarlo nostra madre. Eravamo tutti convinti che Callista avrebbe preso il posto di Leonie. Un tempo, le Custodi di Arilinn non potevano lasciare il loro posto neppure se volevano…

— Quel tempo è passato da secoli — osservò impaziente Damon, ma Marisela proseguì imperterrita: — Io sono stata sottoposta alla prova del laran a Neskaya, quando avevo tredici anni, e una delle ragazze mi ha detto che se l’avessero mandata ad Arilinn avrebbe rifiutato perché là le Custodi venivano castrate. Non erano donne ma emmasca, come la leggenda afferma che la figlia di Robardin era emmasca e è diventata donna per amore di Hastur…

— Favole! — esclamò Damon, ridendo. — Questo non avviene più da centinaia d’anni, Marisela.

— Io mi limito a riferire quello che hanno detto a me — replicò Marisela, offesa. — E sicuramente Leonie sembra un emmasca, e Callista… Callista è più magra di Ellemir, e sembra più giovane, quindi non puoi darmi torto se penso che potrebbe non essere donna. Comunque questo non significa che non potesse sposarsi, se voleva, anche se molte non vogliono.

— Marisa, piccola, ti assicuro che la moglie di Andrew non è un emmasca!

Marisela si voltò verso Andrew e domandò: — Callista è incinta?

Andrew rise e scosse il capo. Era inutile irritarsi: i livelli di reticenza erano immensamente diversi da cultura a cultura; e perché lui doveva biasimare Marisela, che dopotutto era cugina di Callista, se chiedeva ciò che tutti desideravano sapere di una giovane sposa? Ricordò quello che Damon aveva detto a proposito di Ellemir, e lo ripeté.

— Preferisco che per un anno o due sia libera da simili preoccupazioni. È ancora molto giovane.

Ma più tardi, in privato, chiese a Damon: — Cos’è un emmasca?

— Questa parola indicava uno dell’antica razza delle foreste. Ora non si uniscono più con gli umani, ma si dice che i Comyn abbiano sangue chieri, specialmente tra gli Heller: alcuni degli Ardais e degli Aldaran hanno mani con sei dita. Non sono sicuro di credere a questa leggenda (qualunque allevatore di cavalli può dirti che un ibrido è sterile), ma si dice che ci sia sangue chieri nei Comyn e che i chieri di un lontano passato si unissero agli umani. Si credeva che un chieri potesse apparire sotto aspetto di uomo a una donna, o sotto aspetto di donna a un uomo, poiché era l’una e l’altra cosa, o forse non era nessuna delle due. Perciò dicono che anticamente anche alcuni Comyn erano emmasca, né uomo né donna ma neutri. Be’, questo avveniva moltissimo tempo addietro, ma secondo la tradizione sono stati loro i primi Custodi: né uomini né donne. Più avanti, quando le donne si sono addossate l’onere di essere Custodi, venivano rese emmasca, castrate chirurgicamente, perché si riteneva più sicuro per una donna lavorare tra gli schermi senza dover portare il peso della femminilità. Ma a memoria d’uomo (e questo posso affermarlo con certezza, perché conosco le leggi di Arilinn) nessuna donna è stata castrata per lavorare nelle Torri. La verginità di una Custode basta a difenderla dai pericoli della femminilità.

— Non ho ancora capito perché sia così — disse Andrew, e Damon spiegò: — È una questione di allineamento dei nervi. I medesimi nervi, nel corpo umano, sono i canali del laran e del sesso. Ricordi che dopo aver lavorato con le matrici siamo restati tutti impotenti per diversi giorni? I medesimi canali nervosi non possono portare contemporaneamente entrambi i tipi d’impulsi. Una donna non ha quella particolare valvola di sicurezza: perciò le Custodi, che devono reggere frequenze tremende e coordinare tutti gli altri telepati, devono mantenere i loro canali a completa disposizione del laran. Altrimenti i loro nervi potrebbero sovraccaricarsi e bruciarsi. Una volta o l’altra ti mostrerò quei canali, se t’interessa. Oppure puoi chiederlo a Callista.

Andrew non approfondì l’argomento. Il pensiero del modo in cui era stata condizionata Callista suscitava ancora in lui una collera così profonda che preferiva non pensarci.

Rientrarono ad Armida dopo un lungo viaggio, interrotto per tre volte dal maltempo che li costrinse a passare la notte in luoghi diversi, talvolta alloggiati in camere lussuose, talvolta dividendo un pagliericcio sul pavimento insieme ai figli più piccoli della famiglia che li ospitava. Andrew, quando vide le luci di Armida dall’altra parte della valle, pensò con una strana intensità che stava veramente tornando a casa. A mezza galassia di distanza dal mondo su cui era nato… eppure quella era la sua casa, e là c’era Callista. Si chiese se tutti gli uomini, quando trovavano una donna che dava un significato alla loro vita, definivano così l’idea di casa: il luogo dove li attendeva l’amata. Damon, almeno, sembrava condividere quel sentimento: pareva lieto di ritornare ad Armida proprio come — circa trenta giorni prima — era parso contento di andarsene. La grande casa di pietra, adesso, aveva un’aria familiare, come se vi avesse sempre vissuto.

Ellemir scese di corsa la scalinata per accogliere Damon nel cortile, e lasciò che lui la sollevasse tra le braccia con slancio esuberante. Aveva l’aria allegra e sana, le guance colorite, gli occhi scintillanti. Ma Andrew non aveva tempo per badare a Ellemir, adesso, perché Callista l’aspettava in cima alla scala, silenziosa e seria. Quando gli rivolse quel lieve mezzo sorriso, per lui significò più di tutta la traboccante gaiezza di Ellemir. Gli porse le mani, e lasciò che lui se le portasse alle labbra e le baciasse una dopo l’altra: poi, tenendo ancora le dita su quelle di lui, lo condusse in casa. Damon si chinò a salutare Dom Esteban con un bacio filiale sulla guancia, e abbracciò in fretta Dezi. Andrew, più riservato, s’inchinò al vecchio, e Callista andò a sederglisi accanto mentre lui riferiva a Dom Esteban com’era andato il viaggio.

Damon chiese notizie degli uomini che erano rimasti vittime del congelamento. I meno gravi erano guariti ed erano ritornati alle loro famiglie; gli altri, quelli che erano stati risanati con la matrice, erano ancora convalescenti. Raimon aveva perso due dita del piede destro; Piedro non aveva recuperato la sensibilità dell’anulare e del mignolo della mano sinistra; ma non erano completamente invalidi, come invece si era temuto.

— Sono ancora qui con noi — disse Ellemir, — perché Ferrika deve ungere i loro piedi con le pomate, la sera e la mattina. Sapevi che Raimon è un ottimo musico? Quasi tutte le sere lo facciamo venire nella sala, e suona per farci danzare, le ancelle e i servitori, e balliamo anch’io e Callista e Dezi, ma adesso che siete tornati… — Si strinse al fianco di Damon, guardandolo felice.

Callista seguì l’occhiata di Andrew e disse sottovoce: — Mi sei mancato, Andrew. Non so dimostrarlo allo stesso modo di Elli. Ma sono più felice di quanto sappia dirti, perché sei di nuovo con noi.

Dopo la cena, nella grande sala, Dom Esteban disse: — Facciamo un po’ di musica?

— Mando a chiamare Raimon? — domandò Ellemir, e uscì. Andrew chiese a Callista: — Canterai per me?

Callista guardò il padre per avere il permesso. Il vecchio annuì e lei prese la piccola arpa e suonò un paio di accordi.

Perché hai quel sangue sulla mano destra,

Fratello, dimmi, dimmi…

Dezi sbuffò per protestare. Ellemir, ritornando, vide la sua espressione turbata e disse: — Callista, canta qualcosa d’altro! — Quando Andrew la fissò con aria interrogativa, spiegò: — Porta sfortuna, se una sorella canta quella ballata in presenza di un fratello. Narra la storia di un uomo che ha ucciso tutti i parenti tranne una sorella, e lei è costretta a condannarlo al bando.

Dom Esteban fece una smorfia e disse: — Non sono superstizioso, e in questa sala non c’è nessuno dei miei figli maschi. Canta pure, Callista.

Turbata, Callista chinò la testa sull’arpa e proseguì:

Eravamo alla festa, lottavamo per gioco,

Sorella, te lo giuro,

Una furia insensata mi ha invaso,

e li ho uccisi vergognosamente.

Cosa sarà di te adesso, cuore mio,

Fratello, dimmi, dimmi…

Andrew, vedendo gli occhi brucianti di Dezi, provò un senso di pena per lui, per l’insulto gratuito che Dom Esteban gli aveva rivolto. Callista cercò lo sguardo di Dezi, come per scusarsi, ma il ragazzo si alzò e uscì sbattendo la porta delle cucine. Andrew pensò che doveva fare qualcosa, dire qualcosa… ma cosa?

Più tardi Raimon entrò zoppicando e appoggiandosi ai bastoni, e cominciò a suonare un ballabile. La tensione si dileguò, quando gli uomini e le donne della tenuta si affollarono al centro della sala: gli uomini in un cerchio esterno, le donne in uno interno, eseguendo le figure di un ballo che si snodava in circoli e spirali. Uno degli uomini tirò fuori una specie di flauto — uno strumento sconosciuto che, pensò Andrew, faceva un baccano infernale — perché un’altra coppia potesse ballare la danza delle spade. Poi cominciarono a danzare a coppie: Andrew, comunque, notò che quasi tutte le donne più giovani ballavano tra di loro. Callista suonava; Andrew fece un inchino a Ferrika per invitarla.

Più tardi vide Ellemir e Damon ballare insieme: lei gli cingeva il collo con le braccia e lo guardava con occhi ridenti. Quella vita gli ricordò i suoi tentativi di ballare con Callista alla loro festa nuziale, contrariamente all’usanza. Bene, adesso nulla glielo impediva. Andò a cercarla: aveva lasciato l’arpa a un’altra donna e stava ballando con Dezi. Quando si separarono, Andrew si avvicinò e tese le braccia.

Callista sorrise gaiamente e venne verso di lui, ma Dezi si mise in mezzo. Parlò con una voce che non si sarebbe udita a un metro di distanza, ma era impossibile non sentire la malignità beffarda del tono: — Oh, non possiamo ancora lasciarvi ballare insieme, vero?

Callista lasciò ricadere le braccia, e impallidì. Andrew sentì uno spicinio di piatti e di bicchieri rotti, chissà dove, per il violento impatto del grido mentale di lei. Evidentemente tutti i presenti che possedevano un’ombra di facoltà telepatica avevano captato quello sfogo angoscioso. Andrew non stette a riflettere. Sferrò un pugno durissimo alla faccia di Dezi, scagliandolo a terra.

Dezi si rialzò lentamente. Si asciugò il sangue dalle labbra: i suoi occhi sfolgoravano di furia. Poi si avventò verso Andrew, ma Damon l’abbrancò alla vita e lo trattenne a forza.

— Per gli inferni di Zandru, Dezi! — sibilò. — Sei impazzito? Sono state proclamate faide di sangue per tre generazioni, per insulti molto meno gravi di quello che hai rivolto a nostro fratello!

Andrew girò lo sguardo sul cerchio di volti inorriditi fino a quando scorse Callista, a occhi sbarrati. All’improvviso lei nascose la faccia fra le mani, si girò e corse fuori dalla sala. Non singhiozzava, ma Andrew sentiva, come vibrazioni tangibili, le lacrime che non poteva piangere.

La voce incollerita di Dom Esteban risuonò nel lungo silenzio imbarazzato.

— La spiegazione più caritatevole per quello che hai fatto, Deziderio, è che ancora una volta hai bevuto più di quanto puoi reggere! Se non sai sopportare il vino da uomo, faresti meglio ad accontentarti di bere shallan, come i bambini. Chiedi scusa al nostro parente, e vattene a dormire!

Era il modo migliore per chiudere l’incidente, pensò Andrew. A giudicare dalla loro confusione, quasi tutti i presenti non sapevano neppure cos’avesse detto Dezi. Avevano soltanto captato l’angoscia di Callista.

Dezi borbottò qualche sillaba. Andrew pensò che fossero parole di scusa. Disse, calmo: — Non mi curo degli insulti che puoi rivolgere a me, ma che uomo sarei se ti permettessi di offendere mia moglie?

Dezi girò la testa verso Dom Esteban (per assicurarsi che non potesse sentire?) e disse in tono sommesso e rabbioso: — Tua moglie? Non sai neppure che un matrimonio libero è legale solo quando è stato consumato? Non è tua moglie più di quanto sia mia! — Poi passò svelto davanti a Andrew e uscì dalla sala.

La serata aveva perso tutta la gaiezza. Ellemir ringraziò in fretta Raimon per la musica e corse via. Dom Esteban chiamò Andrew con un cenno e chiese se Dezi si era scusato. Distogliendo gli occhi (il vecchio era telepate: com’era possibile mentirgli?), Andrew rispose impacciato che l’aveva fatto, e con suo grande sollievo il vecchio lasciò perdere. Cosa poteva fare, del resto? Non poteva dichiarare una faida di sangue contro il fratellastro di sua moglie, un adolescente ubriaco che amava lanciare insulti brucianti.

Ma era vero, ciò che aveva detto Dezi? Quando furono nel loro appartamento, Andrew lo chiese a Damon: e quello, sebbene scuotesse il capo, lo guardò turbato.

— Non preoccuparti, amico mio. Nessuno avrebbe motivo di mettere in discussione la legalità del tuo matrimonio. Le tue intenzioni sono oneste, e nessuno sta a badare ai cavilli legali.

Ma Andrew sentiva che Damon non era riuscito a convincere neppure se stesso. Udì il pianto di Callista che proveniva dalla loro camera; e anche Damon lo udì.

— Come vorrei torcere il collo al nostro Dezi!

Anche Andrew la pensava come lui. Con poche parole maligne, quel ragazzo aveva annientato la gioia della loro riunione.

Callista aveva smesso di piangere, quando lui entrò. Era in piedi davanti al tavolino da toilette: aprì lentamente il fermaglio a forma di farfalla che portava alla nuca, e si lasciò ricadere i capelli sulle spalle. Si voltò e disse, umettandosi le labbra, come se quello fosse un discorso che aveva provato e riprovato fra sé molte volte: — Andrew, mi dispiace… mi dispiace che tu abbia dovuto… È colpa mia.

Si sedette e prese la spazzola d’avorio, facendosela passare lentamente sui capelli. Andrew s’inginocchiò accanto a lei, augurandosi disperatamente di poterla prendere tra le braccia per consolarla. — Colpa tua, amore? E come puoi aver colpa della malignità di quel disgraziato? Non ti dirò di dimenticarlo (so che non puoi), ma non devi turbarti così.

— Ma è colpa mia. — Callista rifiutava d’incontrare il suo sguardo, perfino nello specchio. — Perché sono quella che sono. È colpa mia se quello che ha detto è… vero.

Andrew pensò, con una fitta di rammarico, a Ellemir che si abbandonava tra le braccia di Damon, che gli cingeva il collo mentre ballavano. Infine disse: — Bene, Callie, non ti mentirò: non è facile. Non posso fingere che mi piaccia, questa attesa. Ma ho promesso, e non mi lamento. Lasciamo perdere, amore.

Lei strinse le labbra, ostinatamente. — Non posso lasciar perdere. Non riesci a capire che tu… Il tuo bisogno fa soffrire anche me, perché anch’io ti voglio, e non posso, non oso… Andrew, ascoltami. No, lasciami finire: ricordi quello che ti ho chiesto, il giorno delle nostre nozze? Che se per te questo sarebbe stato difficile, dovevi… dovevi prendere un’altra?

Andrew la guardò attraverso lo specchio e aggrottò la fronte, irritato. — Credevo di averlo chiarito una volta per tutte, Callista. In nome di Dio, credi che m’interessi una delle ancelle o delle serve? — Le aveva dato fastidio, che lui avesse ballato con Ferrika? Aveva forse pensato…

Callista scrollò la testa e disse, con un filo di voce: — No. Ma se potesse servire a qualcosa… Ne ho parlato a Ellemir. E lei mi ha detto… che è disposta.

Andrew la fissò, sbigottito e costernato. — Dici sul serio?

Sì, lei diceva sul serio. Glielo rivelava la sua aria grave, e del resto lui sapeva che non era capace di uno scherzo del genere. — Ellemir? Lei è l’ultima, proprio l’ultima… È tua sorella! Come potrei farti una cosa simile?

— Credi che mi renda felice vederti così avvilito, sapere che un ragazzetto come Dezi può svergognarti in quel modo? E come potrei essere gelosa di mia sorella? — Lui fece un gesto di ripugnanza, e Callista gli tese la mano. — No, Andrew, ascoltami. È la nostra usanza. Se tu fossi uno di noi, sarebbe normale che io e mia sorella ti… ti dividessimo in questo modo. Anche se le cose stessero., come dovrebbero essere, tra noi, e se io fossi malata, o incinta, o semplicemente non… non ti volessi… È una consuetudine molto antica. Hai sentito la ballata di Hastur e Cassilda? Perfino nella ballata si racconta che Camilla ha preso il posto della sua breda tra le braccia del dio, e perciò è morta quando lui è stato aggredito. E così la beata Cassilda è sopravvissuta al tradimento di Alar e ha partorito il figlio del dio… — La sua voce si spense.

Andrew ribatté, seccamente: — Questo può andare benissimo nelle vecchie ballate e favole, ma non nella vita.

— Neanche se io lo volessi, Andrew? Mi sentirei meno colpevole per ogni giorno d’indugio che si aggiunge alla… alla tua sofferenza.

— Questo lascialo a me. Non hai nessuna ragione di sentirti colpevole. — Ma Andrew distolse gli occhi, stanco e sconfitto. Callista si alzò, lasciandosi ricadere i capelli fino alla cintura; poi li prese lentamente a manciate, dividendoli per intrecciarli. Disse, irrigidendosi: — Non lo sopporto più.

Andrew replicò, gentilmente: — Allora spetta a te, porvi fine. — Prese una ciocca dei suoi capelli e se la portò alle labbra, assaporandone la finezza, la delicata fragranza. Quel contatto gli diede le vertigini. Aveva promesso di non cercare di farle fretta. Ma per quanto tempo ancora, per quanto tempo…?

— Tesoro, cosa posso dirti? È una prospettiva tanto spaventosa, anche adesso?

Il tono di Callista era desolato. — So che non dovrebbe esserlo. Ma ho paura. Non credo di essere pronta…

Lui la cinse con le braccia, delicatamente. Disse, quasi in un bisbiglio: — Come puoi saperlo, se non provi? Vuoi venire a dormire accanto a me? Soltanto questo: ti giuro che non ti chiederò nulla che tu non ti senta pronta a darmi.

Lei esitò, torcendosi una ciocca di capelli, e disse: — Non… non sarà peggio, per te, se dovessi decidere che… che non posso, che non sono ancora pronta?

— Devo giurartelo, amor mio? Non ti fidi di me?

Lei rispose, con un sorriso straziante: — Non è di te che non mi fido, marito mio. — Queste parole mozzarono il respiro nella gola di Andrew.

— Allora…? — La teneva tra le braccia, senza stringerla. Dopo molto tempo, quasi impercettibilmente, lei annuì.

Dolcemente, la sollevò tra le braccia e la portò al proprio letto. Disse, adagiandola sui cuscini: — Allora, se pensi così, non è la prova che è venuto il momento, tesoro? Ti prometto che sarò delicato…

Callista scosse la testa, mormorando: — Oh, Andrew, se fosse davvero così semplice! — I suoi occhi si riempirono di lacrime. All’improvviso gli cinse il collo con le braccia.

— Andrew, farai una cosa se te la chiedo? Qualcosa che forse non vorrai fare? Andrew, lo prometti?

Lui disse, spasimando d’amore: — Non so pensare a niente, su questo mondo o su qualunque altro, che non sarei disposto a fare per te, Callie. Mio tesoro, mio amore, qualunque cosa, qualunque cosa che possa rendertelo più facile.

Lei lo guardò, tremando. — Allora ecco — disse. — Colpiscimi, fammi perdere i sensi. Prendimi con la forza, questa volta, quando non potrò resistere…

Andrew arretrò, guardandola inorridito, senza capire. Per un attimo, letteralmente, non riuscì a esprimere lo sbigottimento e la ripugnanza. Alla fine disse, balbettando: — Devi essere impazzita, Callista! In nome di Dio, come potrei fare una cosa simile a una donna? E soprattutto a te!

Lei lo guardò disperata. — Hai promesso.

Andrew s’incollerì. — Cosa sei, Callista? Che assurda, perversa… — Gli mancarono le parole. Dunque, fredda verso la sua gentilezza, lei chiedeva la sua crudeltà?

Callista continuava ancora a piangere silenziosamente. Captò quel pensiero e rispose: — No, no, non ho mai pensato che tu lo volessi. Ma era l’unico modo in cui potevo pensare di… Oh, Avarra abbia pietà di me: avrei dovuto morire, avrei dovuto morire…

Si girò, nascondendo la testa nel cuscino, e cominciò a piangere così disperatamente che Andrew si sentì atterrito. Si sdraiò accanto a lei e cercò di prenderla tra le braccia, ma lei si svincolò con violenza. Sconvolto, invaso da una sofferenza grande quasi quanto quella di Callista, la strinse, la tenne contro di sé, accarezzandola per calmarla, cercando di stabilire un contatto con la sua mente: ma lei aveva abbassato la barriera. La tenne così, in silenzio, lasciando che piangesse. Alla fine, Callista si abbandonò tra le sue braccia, come non aveva più fatto da quando lui l’aveva portata fuori dalle caverne di Corresanti: e gli parve che una barriera interiore si fosse dissolta. Lei sussurrò: — Sei così buono, con me, e io mi vergogno tanto.

— Ti amo, Callista. Ma credo che tu abbia esagerato tutto, sproporzionatamente. Credo che sbagliamo, ad aspettare: e più attenderemo, peggio sarà. — Andrew sentì il lieve contatto nella mente e comprese che adesso lei l’accoglieva con gioia, come in quei momenti di solitudine e di paura. Callista disse: — Non avevo paura, allora.

Andrew replicò con fermezza: — Da allora non è cambiato nulla: solo, ti amo di più.

Non sapeva molto delle inibizioni sessuali, ma sapeva che esisteva uno stato di frigidità patologica, e quel poco che aveva appreso della preparazione di una Custode confermava i suoi sospetti: Callista doveva aver subito un totale condizionamento contro ogni specie di reazione sessuale. Non era così ingenuo da credere che una delicata seduzione avrebbe dissipato tutte le paure di Callista e l’avrebbe trasformata in una moglie ardente e appassionata, ma gli sembrava che fosse l’unico modo per cominciare. Se non altro, ciò avrebbe potuto rassicurarla.

Adesso erano profondamente in contatto. Andrew percepiva che lei non provava neppure un’ombra dell’eccitazione fisica così forte in lui, ma sapeva che era assetata della vicinanza che poteva porre fine alla fredda separazione tra loro. L’attirò a sé, dolcemente. La voleva, sì, ma non contro la sua volontà. Voleva che lei partecipasse alla tempesta passionale che lo faceva tremare. Le parole erano inutili. Callista alzò il volto verso di lui, posandogli le labbra sulle labbra, con timida esitazione, e improvvisamente Andrew si sentì inquieto. Non si era mai trovato con una donna inesperta. Eppure sentiva — adesso che erano in profondo contatto mentale — lo sforzo immane che lei stava compiendo per non ritrarsi. Si sentiva scoppiare di tenerezza. Callista era docile tra le sue braccia, lo toccava timidamente, senza tentare di nascondere la propria mancanza di reazione. Non era la passività dell’ignoranza (ovviamente comprendeva ciò che Andrew si aspettava da lei), ma non c’era la mimima traccia di eccitazione fisica.

Andrew cercò di nuovo di raggiungere la sua mente. Poi, nella familiare presenza di lei, percepì una confusione, e qualcosa d’altro, alieno e tuttavia noto, fortemente sessuale. Ellemir? Damon e Ellemir? La sua prima reazione fu di ritrarsi, di abbassare le barriere mentali (Non sono un guardone!); ma poi sentì Callista, esitante e incerta, abbandonarsi a quella quadruplice fusione, sentì il vecchio legame ristabilirsi com’era avvenuto quando si erano collegati entro la matrice. E per la prima volta sentì un cedimento in Callista, non soltanto mentale ma anche fisico. Lei era meno apprensiva, come se questo fosse meno spaventoso per lei, ora che lo condivideva con la sorella. E mentre veniva attratto in quel quadruplice legame, nell’intensa partecipazione dell’amore dell’altra coppia, gli parve per un istante che tra le sue braccia ci fosse Ellemir, che fosse lei ad abbracciarlo, ad aprirsi interamente a lui, calda e ardente… No: era avvenuto semplicemente che Callista si era immersa nella reazione di Ellemir, e Andrew poteva sentire il timido stupore di Callista, l’eccitazione e il piacere rassicurante di Ellemir. Premette la bocca sulla bocca di lei, in un lungo bacio, e per la prima volta sentì un fremito di risposta. Callista non si limitava a permettergli di fare ciò che voleva: partecipava veramente al bacio per la prima volta.

Aveva avuto veramente bisogno di quel tipo di certezza, allora? All’incalzante bisbiglio di lui, Callista gli si strinse con calore. Andrew comprese che ormai era immersa profondamente nella coscienza di Ellemir, partecipava alle sensazioni di Ellemir, lasciava che le pervadessero il corpo. Andrew poteva sentire anche Damon, e questo era inquietante: o forse sentiva soltanto la reazione di Ellemir allo strano e provocante miscuglio di delicatezza e di violenza da parte di Damon?

Per un momento gli sembrò che questo bastasse, per ora: andare alla deriva sulla superficie del loro amplesso appassionato, abbandonarsi a quella calda e accogliente coscienza multipla. Ma era ancora troppo strano, per lui: e il suo corpo, assetato, esigente, insisteva per raggiungere il compimento. Come un tuffatore che risale per respirare, ansimò cercando di districarsi dal multiplo collegamento mentale, di limitare la propria coscienza alla sola Callista, Callista tra le sue braccia, fragile, vulnerabile, interamente arrendevole.

All’improvviso, con violenza inimmaginabile, la fragile rete della coscienza si lacerò. Poi Andrew sentì un dolore atroce, bruciante, nei genitali. Sconvolto, urlante, udì Callista gridare di disperazione e di folle protesta, si sentì strappare dalle sue braccia e scagliare in aria. La sua mente turbinò, stordita. Non può essere vero! Batté il capo contro uno spigolo aguzzo, e in una vampata di sofferenza, tra le luci cremisi che gli esplodevano nella testa come bombe, perse i sensi.

CAPITOLO OTTAVO

Giaceva sul pavimento.

Prima di riprendere completamente conoscenza, se ne accorse, e pensò, confusamente: Come diavolo sono finito qui? Provava un dolore acuto alla testa, e uno ancora più forte all’inguine. Qualcuno gli sollevò il capo. Emise un mormorio di protesta quando si sentì esplodere il cervello, e aprì gli occhi. Damon, completamente nudo, era inginocchiato vicino a lui.

— Sta’ fermo — disse bruscamente quando Andrew cercò di alzarsi. — Lascia che ti asciughi il sangue dagli occhi, idiota!

L’emozione principale di Andrew, così forte da scacciare perfino il dolore, era l’indignazione. Respinse con violenza la mano di Damon. — Cosa diavolo ci fai, qui? Come osi? Io e Callista stavamo…

— Anche noi — replicò Damon, con un mezzo sorriso ironico. — E lo sai benissimo. Credi che ci tenessimo, a essere interrotti in quel modo? Ma meglio noi che i servitori, amico, se si fossero precipitati qui per scoprire chi stava morendo assassinato. In nome dell’inferno, non hai sentito Callista urlare?

Andrew udiva soltanto singhiozzare, ma gli sembrava che nella sua mente ci fosse la coscienza — non esattamente un ricordo — di urla strazianti. Si alzò in piedi faticosamente, ignorando la mano tesa di Damon.

— Callista! Devo andare da lei…

— C’è Ellemir che le tiene compagnia, e non credo che possa affrontarti proprio adesso. Lascia che ti dia un’occhiata. — Le mani indagatrici erano così impersonali che Andrew non poté offendersi. — Ti fa male?

Sì, faceva male. Damon aveva l’aria molto seria; ma dopo un breve esame, disse: — Non ci sono lesioni permanenti ai testicoli, credo. No, non guardare. Non sei esperto di ferite, e ti sembrerebbe più grave di quanto è in realtà. Ci vedi bene?

Andrew socchiuse le palpebre. — È tutto appannato — disse. Damon gli asciugò di nuovo il taglio alla fronte. — Le ferite alla testa sanguinano molto, ma credo che per questa ci vogliano un paio di punti.

— Lascia stare. — I singhiozzi di Callista lo straziavano. — Come sta? Oh Dio, le ho fatto male?

— Tu far male a lei? — disse Ellemir, dietro di loro, in tono pungente. — Non è riuscita a ucciderti, questa volta.

— Lasciala in pace — ribatté Andrew, scattando. Ricordava soltanto la passione e l’interruzione violenta: terribilmente violenta. — Cos’è successo? Un terremoto?

Callista giaceva sul fianco, col volto gonfio per le lacrime. Era nuda, e sembrava così indifesa che Andrew si sentì stringere il cuore. Prese la sua vestaglia e gliela drappeggiò delicatamente sul corpo nudo.

— Tesoro… tesoro, cosa ti ho fatto?

Lei ricominciò a piangere freneticamente. — Ho tentato… e per poco non l’ho ucciso, Damon. Credevo di essere pronta, e non lo ero! Avrei potuto ucciderlo…

Damon le scostò dolcemente i capelli dal volto madido di lacrime. — Non piangere più, breda. Tutti i fabbri delle fucine di Zandru non possono restaurare un uovo rotto. Non l’hai ucciso, e questo è l’importante.

— Stai cercando di dirmi che Callista…

— Un errore di giudizio — disse seccamente Damon. — Non avresti dovuto tentare senza prima chiedermi di controllarla per vedere se era pronta. Credevo di potermi fidare, di lei.

Andrew udì nella mente l’eco delle parole di Callista: Non è di te che non mi fido. E Damon che diceva: L’uomo che violenta una Custode rischia la vita e la ragione. Evidentemente Callista era ancora difesa da una serie di riflessi psi del tutto involontari, riflessi che lei non poteva controllare… e che non riconoscevano differenze tra un tentativo di stupro e l’amore più tenero.

Damon disse: — Elli, devo dare qualche punto alla fronte di Andrew. Resta con Callista, e non lasciarla neppure per un momento. — Guardò la moglie negli occhi e disse, in tono grave: — Adesso capisci quanto è importante?

Lei annuì. All’improvviso Andrew notò che era nuda e che non aveva l’aria di accorgersene. Dopo un momento, quando la sua consapevolezza si ripercosse in Ellemir, la giovane donna si girò e infilò una vestaglia di Callista abbandonata su una sedia; poi si sedette accanto alla sorella, tenendole la mano.

— Vieni, devo ricucire quel taglio — disse Damon. Quando furono nell’altra parte dell’appartamento comune, Damon indossò un accappatoio, e andò a prendere una cassetta di legno, e indicò a Andrew di sedersi sotto la lampada. Pulì la ferita con qualcosa di freddo e bagnato che produsse un blando effetto anestetico, poi disse: — Sta’ fermo. Forse ti farà un po’ male. — In verità fu molto doloroso, ma finì tutto così in fretta che, prima ancora che Andrew avesse il tempo di scostarsi, Damon stava sterilizzando l’ago nella fiamma di una candela, per riporlo. Riempì un bicchiere per Andrew e uno per sé e gli si sedette di fronte, guardandolo pensieroso. — Se l’altra lesione ti darà molto fastidio, domani, fa’ un paio di bagni caldi. Maledizione, Andrew, cosa ti ha preso? Tentare di farlo ora, senza neppure chiedere…

— Cosa diavolo t’interessa quando (e se) dormo con mia moglie?

— La risposta mi sembra evidente — rispose Damon. — Ci hai interrotti in un momento critico, lo sai. Avrei potuto abbassare una barriera, ma pensavo che potesse essere utile a Callista. Invece, se non fossi stato istruito nella Torre, entrambi avremmo subito gravi conseguenze. Io ho ricevuto il contraccolpo: quindi è affar mio, capisci? E poi — aggiunse, più gentilmente, — mi preoccupo per Callista, e anche per te.

— Io credevo che avesse semplicemente paura. Perché era sempre isolata, protetta, condizionata alla verginità…

Damon imprecò. — Per gli inferni di Zandru, come possono accadere cose simili? Siamo tutti e quattro telepati, e nessuno di noi ha avuto il buonsenso di discuterne onestamente! È colpa mia. Lo sapevo, ma non ho mai immaginato che tu ne fossi all’oscuro. Pensavo che te l’avesse detto Leonie; e lei, evidentemente, ha pensato che l’avessi fatto io. E credevo che Callista ti avrebbe avvertito, prima di tentare… Be’, maledizione, ormai è fatta e non si può rimediare.

Andrew era in preda a una disperazione totale. — È inutile, vero Damon? Io non vado bene né per Callie né per nessun altro. Dovrò… uscire senza chiasso dalla sua vita? Andarmene, rinunciare a tentare, smettere di tormentarla?

Damon tese la mano e gli strinse forte il braccio. Disse, incalzante: — Vuoi che lei muoia? Sai quanto è vicina alla morte? Adesso potrebbe uccidersi con un pensiero, con la stessa facilità con cui ha quasi ucciso te! Lei non ha nessun altro, non ha nient’altro, e può abbandonare la vita con un solo pensiero. E tu vuoi farle questo?

— Dio, no!

— Ti credo — disse Damon, dopo un attimo. — Ma dovrai farlo credere a lei.  — Esitò. — Devo saperlo. Sei penetrato in lei, sia pure leggermente?

L’indignazione di Andrew fu così grande che Damon arretrò. — Senti, Damon, cosa…

Damon sospirò. — Potrei chiederlo a Callie, ma pensavo di risparmiarglielo.

Andrew fissò il pavimento. — Non ne sono sicuro. È tutto… confuso.

— Credo che, se l’avessi fatto, per te sarebbe stato peggio.

Andrew disse, in uno scatto d’incontrollabile amarezza: — Non sapevo che lo detestasse tanto!

Damon posò una mano sulla spalla del terrestre. — Non è così. Non devi lasciare che questo guasti il ricordo di ciò che è stato bello. Quello era vero. — E aggiunse, dopo un momento: — Lo so: ero presente, ricordi? Mi dispiace che questo ti turbi: ma accade, capisci, fra i telepati, e noi siamo stati collegati tutti mediante la matrice. Era vero, e Callista ti ama e ti vuole. Quanto al resto, semplicemente ha sbagliato i calcoli: deve aver pensato di essere libera. Vedi: di solito le Custodi, se rinunciano alla loro carica per sposarsi, lasciano la Torre prima che il loro condizionamento sia completo. Oppure scoprono di non poter lavorare senza troppe sofferenze, perciò il condizionamento cede e allora rinunciano e se ne vanno. L’addestramento di una Custode è terribile. Su tre ragazze che ci provano, due non ce la fanno. E quando è completo e perfetto, è molto raro che scompaia. Quando Leonie ha dato a Callista l’autorizzazione di sposarsi, deve aver pensato che fosse uno di quei casi rarissimi: altrimenti Callista non avrebbe desiderato lasciare la Torre.

Andrew impallidì. — Cosa si può fare?

— Non lo so — disse sinceramente Damon. — Farò quello che posso. — Si passò stancamente la mano sulla fronte. — Vorrei avere un po’ di kirian da darle. Ma per il momento ha bisogno di essere rassicurata, e tu solo puoi farlo. Vieni, prova.

Ellemir aveva lavato a Callista il volto, le aveva pettinato e intrecciato i capelli, e le aveva infilato la camicia da notte. Quando Callista vide Andrew, i suoi occhi si riempirono di lacrime.

— Andrew, ho tentato! Non odiarmi! Per poco… per poco…

— Lo so. — Lui le prese le dita. — Avresti dovuto dirmi esattamente cosa ti faceva paura, amore.

— Non potevo. — Lei aveva gli occhi colmi di sofferenza e di rimorso.

— Quello che ho detto prima lo pensavo davvero, Callista. Ti amo, e posso aspettare. Per tutto il tempo che sarà necessario.

Lei gli strinse forte la mano. Damon si chinò su di lei e disse: — Elli dormirà qui con te, stanotte. Voglio che ti stia sempre vicina. Soffri?

Callista annuì, mordendosi le labbra. Damon chiese a Ellemir: — Quando l’hai vestita hai visto ustioni, o macchie nere?

— Niente di grave. Una macchia nera nell’interno della coscia — rispose Ellemir, scostando la camicia da notte, e Andrew guardò inorridito l’ustione. L’energia psi colpiva come il fulmine? Damon disse: — Non lascerà cicatrici, probabilmente. Accidenti, Callie, mi dispiace dovertelo chiedere, però…

— No — disse lei, in fretta. — Non è penetrato in me.

Damon annuì, con sollievo evidente, e Andrew, guardando l’ustione, comprese all’improvviso, inorridito, perché il marito di Ellemir aveva fatto quella domanda.

— Andrew non è ferito seriamente: un ematoma alla testa, e niente commozione cerebrale. Ma se hai dolori, sarà meglio che io controlli. — Alla sommessa protesta di lei, Damon ribatté gentilmente: — Callista, io controllavo i meccanismi psi quando tu eri solo una bambina. Ecco, sdraiati supina. Meno luce, Elli. Non posso vedere molto, così. — Andrew giudicò strana quell’osservazione, ma quando Ellemir abbassò le luci Damon annuì in segno di approvazione e poi accennò a Andrew di avvicinarsi. — Vorrei aver avuto il buonsenso di mostrartelo molto tempo fa.

Passò la punta delle dita sul corpo di Callista, senza toccarla, un paio di centimetri al di sopra della camicia da notte. Andrew sbatté le palpebre quando vide una lieve luce seguire le sue mani: correnti vorticose, che turbinavano qua e là in fioche e nebulose spirali di colore.

— Guarda. Questi sono i canali nervosi principali… Aspetta, voglio che prima tu veda uno schema normale. Ellemir?

Subito lei si sdraiò accanto a Callista. Damon disse: — Vedi? Le correnti principali, i canali ai lati della spina dorsale, il positivo e il negativo, e i centri principali che se ne diramano: fronte, gola, plesso solare, utero, base della spina dorsale, genitali. — Indicò le spirali di luce viva. — Ellemir è una donna adulta, sessualmente destata — disse, con tranquillo distacco. — Se fosse vergine, le correnti sarebbero identiche ma i centri inferiori sarebbero meno luminosi, meno carichi di energia. Questo è lo schema normale. In una Custode le correnti sono state alterate, mediante il condizionamento, per escludere gli impulsi provenienti dai canali inferiori, gli stessi canali che trasportano le energie sessuali e la forza psi. In una telepate normale (Ellemir possiede un laran considerevole) le due forze ascendono insieme, alla pubertà, e dopo certe perturbazioni, che vengono chiamate malesseri della soglia, si assestano e operano selettivamente, trasportando l’una o l’altra a seconda della necessità, sotto la spinta della forza della mente. Talvolta i canali si sovraccaricano. Ricordi, quando abbiamo lavorato nella matrice, che ti ho avvertito della possibilità di un’impotenza temporanea? Ma in una Custode le forze psi che vengono usate sono così enormi che un duplice flusso sarebbe eccessivo: un organismo non potrebbe reggerlo, a meno che i canali venissero tenuti completamente sgombri per la forza psi. In questo modo i canali superiori sono separati da quelli inferiori, che reggono la vitalità sessuale, e non c’è ritorno di fiamma. Quello che abbiamo qui — (Damon indicò Callista, e Andrew ricordò, assurdamente, i gesti di un insegnante di anatomia) — è un grave sovraccarico dei canali. Normalmente, le forze psi fluiscono qui. — Damon indicò di nuovo, mostrando a Andrew che i centri inferiori di Callista, così brillanti in Ellemir, erano fiocamente luminosi, e pulsavano come ferite infiammate, in vortici pesanti, torpidi, malsani. — Ci sono stati gli stimoli e il risveglio sessuale, ma i canali che normalmente avrebbero trasportato gli impulsi sono stati bloccati e cortocircuitati dall’addestramento come Custode. — Delicatamente le posò le mani sul corpo, toccando una delle vorticose correnti. Ci fu uno schiocco netto, e Callista gemette.

— Ti fa male? Lo temevo — si scusò Damon. — E non posso neppure liberare i canali. Non c’è neppure un po’ di kirian, in casa, vero? Altrimenti non riuscirai mai a superare il dolore.

Per Andrew erano discorsi incomprensibili, ma poteva vedere il gorgo turgido, rossocupo, che in Callista sostituiva i regolari impulsi luminosi visibili nel corpo di Ellemir.

— Non preoccupartene, adesso — disse Damon. — Forse si schiarirà dopo che avrai dormito.

Callista replicò, con un filo di voce: — Credo che dormirei meglio se Andrew mi tenesse fra le braccia.

Damon osservò, in tono pietoso: — So quello che provi, breda, ma sarebbe imprudente. Da quando hai cominciato veramente a reagire a lui, ci sono due serie contrastanti di riflessi. — Si rivolse a Andrew, molto serio. — Non voglio che tu la tocchi prima che i canali si siano liberati di nuovo! — Rivolto a Callista aggiunse in tono severo: — E questo vale anche per te.

Ellemir s’infilò nel letto accanto a Callista, e sistemò la coperta. Andrew notò che i canali luminosi erano scomparsi e si chiese come aveva fatto Damon a renderli visibili. Damon captò quel pensiero e disse: — Non è un trucco: una volta o l’altra t’insegnerò a farlo. Hai abbastanza laran per riuscirci. Perché non ti sdrai sul letto di Callista e cerchi di dormire? A vederti, si direbbe che ne hai bisogno. Io starò qui e controllerò Callista fino a quando sarò sicuro che non avrà una crisi.

Andrew si stese sul letto di Callista. Conservava ancora la lieve fragranza dei suoi capelli, il profumo che usava sempre, un delicato aroma di fiori. Per un po’ rimase sveglio, inquieto e infelice, pensando al male che aveva fatto a Callista. Lei aveva sempre avuto ragione. Vedeva Damon, seduto in silenzio sulla poltrona, che li osservava; e per un momento gli parve che non fosse un essere fisico ma una rete di correnti magnetiche, di campi elettrici, una trama di energie. Infine piombò in un inquieto dormiveglia.

Dormì poco, quella notte. La testa gli doleva in modo insopportabile, e ogni nervo del suo corpo urlava per la tensione. Di tanto in tanto si svegliava con un sussulto, udendo Callista gemere o piangere nel sonno, e non poteva fare a meno di rivivere l’incubo del fallimento. Fuori si stava già facendo chiaro quando vide Damon alzarsi senza far rumore dalla poltrona e avviarsi verso la sua camera. Andrew scivolò dal letto e lo seguì. Nella mezza luce, Damon appariva esausto e molto serio. — Neppure tu sei riuscito a dormire, parente?

— Ho dormito un po’. — Andrew pensò che Damon aveva un aspetto terribile. L’altro captò il suo pensiero e sorrise ironicamente. — La cavalcata di ieri, e poi quello che è successo stanotte… Ma sono quasi sicuro che lei non avrà crisi o convulsioni, questa volta, così posso fare un sonnellino. — Entrò nel suo appartamento. — Tu come ti senti?

— Ho un mal di testa atroce!

— E qualche altro dolore, immagino — disse Damon. — Comunque sei stato fortunato.

Fortunato! Andrew attese, incredulo, ma Damon non fornì spiegazioni. Andò alla finestra e la spalancò, affacciandosi nel vento gelido a guardare il bianco turbine della neve. — Accidenti. Sembra che ci sarà tempesta. La cosa peggiore che potesse capitare. Specialmente adesso, con Callista…

— Perché?

— Perché, amico mio, quando nevica sulle Colline di Kilghard, nevica sul serio. Potremmo restare bloccati per trenta o quaranta giorni. Avevo sperato di mandare qualcuno alla Torre di Neskaya a chiedere un po’ di kirian (non credo che Callista ne abbia già preparato) per il caso che debba liberarle i canali. Ma nessuno può viaggiare, con questo tempaccio: non posso chiedere a nessuno di farlo. — Damon si accasciò esausto sul davanzale. Andrew esclamò, vedendo il vento gelido che gli agitava i capelli: — Non addormentarti , accidenti: prenderai la polmonite. — Chiuse la finestra. — Va’ a riposare, Damon. Posso badare io, a Callista. È mia moglie, e la responsabilità è mia.

Damon sospirò. — Ma adesso che Esteban è invalido, io sono il parente più prossimo di Callie. E sono stato io a mettervi in contatto per mezzo della matrice. Quindi la responsabilità è mia, per il giuramento che ho fatto. — Barcollò, poi sentì che Andrew l’afferrava per la spalla e lo sorreggeva. Disse, con voce impastata: — Ma devo cercare di dormire, altrimenti non potrò aiutarla se avrà bisogno di me.

Andrew lo guidò verso il letto in disordine; e Damon captò un filo del pensiero del terrestre, un ricordo turbato e pieno di rimorso per aver assistito mentre lui e Ellemir facevano l’amore. Si chiese, vagamente, perché Andrew ne era turbato, ma era troppo stanco per curarsene. Si buttò sul letto, e per un momento s’impose di pensare con chiarezza. — Resta vicino alle donne. Lascia dormire Callista; ma se si sveglia e sente dolore, chiamami. — Si girò sul dorso, cercando di vedere chiaramente il terrestre con gli occhi offuscati. — Non toccarla… neppure se te lo chiede lei… È maledettamente importante… Può essere pericoloso…

— Correrò il rischio, Damon.

— Pericoloso per lei  — disse Damon, incalzante, e pensò: Maledizione, se non posso fidarmi di lui dovrò tornarci io…

Andrew captò quel pensiero e replicò: — E va bene, lo prometto. Ma voglio che me lo spieghi, quando potrai. — E Damon, con un sospiro di stanchezza, abbandonandosi al sonno, disse: — Lo prometto. — Andrew gli rimase accanto a guardare il volto contratto dalla stanchezza che si distendeva nel sonno, poi gli sistemò addosso una coperta e se ne andò. Diede ordine al valletto di Damon di lasciarlo dormire; poi, d’impulso, poiché Ellemir si svegliava sempre prestissimo, e sarebbe stato imbarazzante se qualcuno fosse andato a cercarla, gli disse d’informare il maggiordomo che erano rimasti svegli fino a tardi e che nessuno doveva disturbarli fino a quando avessero chiamato.

Tornò a sdraiarsi sul letto di Callista. Dopo un poco si riaddormentò. Si svegliò all’improvviso, e si rese conto di aver dormito diverse ore. Era giorno, ma era ancora buio e la neve turbinava oltre le finestre. Callista e Ellemir giacevano a fianco a fianco nel suo letto; ma mentre lui le guardava, Ellemir si sollevò a sedere, scese in punta di piedi e gli andò accanto.

— Dov’è Damon?

— A dormire, spero.

— Nessuno mi ha cercata? — Andrew le spiegò quello che aveva detto, e lei lo ringraziò. — Devo andare a vestirmi. Userò il bagno di Callista, se non ti dispiace. Non voglio disturbare Damon. E metterò un abito di mia sorella. — Muovendosi come un’ombra, prese alcuni indumenti dal guardaroba. Andrew la guardò con un vago risentimento: preferiva disturbare Callista piuttosto che Damon? Ma evidentemente la familiare presenza della gemella non turbava il pesante sonno di Callista.

Senza volerlo, Andrew ricordò Ellemir accanto a Callista, quella notte, nuda e per nulla impacciata. Pensò che se si era abituati ad aprire del tutto la mente, la nudità fisica non aveva molta importanza. Ma per un attimo rammentò la notte precedente, quando gli era sembrato di avere tra le braccia Ellemir, calda, ardente, che reagiva a lui come Callista non poteva fare… Inquieto, le voltò le spalle. Un calore bruciante gli inondò la faccia, e una fitta gli ricordò dolorosamente l’insuccesso della sera innanzi. Si chiese se Ellemir sapeva che lui aveva partecipato al suo atto d’amore, se ne aveva avvertito la presenza.

Ellemir lo guardò per un istante con un sorriso turbato; poi, mordendosi un labbro, andò in bagno, trascinandosi dietro una bracciata di biancheria azzurra e candida.

Sforzandosi di ritrovare la compostezza, Andrew guardò sua moglie addormentata. Sembrava pallida e stanca, con grandi cerchi scuri sotto gli occhi chiusi. Giaceva sul fianco, coprendosi parzialmente il volto con un braccio; e Andrew rammentò, con una sofferenza crescente, che l’aveva vista giacere così, nella fioca luce del sopramondo. Prigioniera degli uomini-felini nelle buie grotte di Corresanti, era venuta a lui in spirito, nel sonno: ferita, sanguinante, esausta, terrorizzata. E lui non aveva potuto far nulla per lei. L’impotenza l’aveva esasperato, allora: e adesso provava di nuovo tutti i tormenti dell’impotenza, di fronte alla sofferenza solitaria di Callista.

Lei aprì gli occhi, lentamente.

— Andrew?

— Sono qui con te, amore mio. — Vide la sofferenza passarle sul volto come un’ombra. — Come stai, tesoro?

— Orribilmente — disse lei, con una smorfia amara. — Come se fossi stata travolta da una mandria di oudrakhi imbizzarriti. — Solo Callista, pensò Andrew, era capace di scherzare in un momento come quello. — Dov’è Damon?

— Dorme, amore. Ellemir è andata a fare il bagno e a vestirsi.

Lei sospirò, chiudendo gli occhi per un momento. — E avevo pensato che oggi sarei stata davvero una sposa. Grazie a Evanda sono stati Damon e Ellemir a sentirci, e non quel marmocchio di Dezi con le sue provocazioni. — Andrew rabbrividì al pensiero. Era stato il sarcasmo di Dezi, infatti, a provocare quel disastro.

Disse, con forza: — Vorrei avergli spezzato il collo!

Callista sospirò, scuotendo la testa. — No, no, non è stata colpa sua. Siamo entrambi adulti, siamo capaci di prendere decisioni da soli. Lui è stato scortese. Fra telepati s’impara presto a non impicciarsi di queste cose, e se si scopre involontariamente qualcosa del genere ci si deve attenere alla discrezione. È stato imperdonabile: ma non è stata colpa sua quello che è accaduto dopo, amore mio. È stata una nostra scelta.

— Una mia scelta — disse Andrew, abbassando gli occhi. Lei gli prese la mano: aveva le dita fredde. Il terrestre vide ancora l’ombra del dolore passarle sul volto, e disse: — Damon mi ha avvertito di chiamarlo se ti fossi svegliata soffrendo.

— Non ancora. Lascialo dormire. Si è stancato tanto, per noi. Andrew…

Quando lui le s’inginocchiò accanto, Callista tese le braccia. — Andrew, stringimi… Solo per un momento. Voglio starti vicina… sentirti vicino a me…

Andrew si mosse prontamente, reagendo a quelle parole, pensando che anche dopo quella notte lei l’amava ancora, lo voleva ancora. Poi, ricordando, si ritrasse. Disse, angosciato: — Tesoro, ho promesso a Damon di non toccarti.

— Oh, Damon, Damon, sempre Damon — esclamò Callista, freneticamente. — Sono così infelice, e voglio soltanto che tu mi abbracci… — S’interruppe e riabbassò gli occhi con un sospiro desolato. Andrew smaniava per l’impulso di prenderla tra le braccia: questa volta non per il desiderio — era svanito, adesso — ma solo per tenerla vicina, proteggerla, calmarla, consolare il suo dolore. Ma la promessa lo teneva inchiodato; e infine Callista disse: — Oh, accidenti, immagino che abbia ragione lui. Di solito è così. — Ma Andrew lesse di nuovo la sofferenza nei suoi occhi: la invecchiava, le scavava il volto. Inspiegabilmente — e quel pensiero lo fece inorridire — gli ricordava le fattezze di Leonie: tirate, stanche, logore e vecchie.

Ancora una volta l’assalì un ricordo: quando per un attimo, quella notte, erano stati sommersi completamente dall’amore di Damon e Ellemir. Lei si era abbandonata — e aveva incominciato a reagire a lui — solo dopo la piena partecipazione con l’altra coppia. Di nuovo, l’aspra sofferenza pulsante nell’inguine e il torturante ricordo del fallimento offuscarono l’eccitazione. Il suo amore per Callista non era diminuito di un atomo, ma lui provava la sensazione indefinìbile e spaventosa che qualcosa fosse stato contaminato. Il soffio dell’intrusione: come se Damon e Ellemir — benché cari e vicini — si fossero in un modo o nell’altro intromessi fra lui e Callista.

Gli occhi di Callista erano colmi di lacrime. Ancora un attimo e lui, dimentico della promessa, l’avrebbe presa tra le braccia se Ellemir, fresca e rosea dopo il bagno, vestita di un accappatoio che Andrew aveva visto addosso a Callista, non fosse ritornata nella stanza. Vide che la sorella era sveglia e andò da lei.

— Ti senti meglio, breda?

Callista scosse la testa. — No. Peggio, se mai.

— Ce la fai ad alzarti, tesoro?

— Non lo so. — Callista provò a muoversi. — Dovrei farlo, credo. Mi chiami la mia ancella?

— No, Callie. Nessuno deve toccarti, ha detto Damon, e poi non voglio che quelle sciocche ragazze spettegolino. Mi occuperò io, di te. Andrew, va’ ad avvertire Damon che si è svegliata.

Andrew trovò Damon già alzato: si stava facendo la barba nel lussuoso bagno identico a quello nella sua metà dell’appartamento. Accennò al cognato di entrare. — Callista sta meglio?

Poi notò l’esitazione di Andrew. — Diavolo, non avevo mai pensato… Nell’impero ci sono i tabù della nudità?

Andrew sentì, stranamente, che doveva essere lui, non Damon, a provare imbarazzo. — In certe culture sì. La mia, tra le altre. Ma io mi trovo nel vostro mondo: quindi immagino che devo essere io ad adattarmi alle vostre usanze, non voi alle mie.

Sapeva che era da sciocchi provare imbarazzo o collera o indignazione al ricordo di Damon, la notte precedente, nudo, chino su Callista e intento a scrutare il suo fragile corpo nudo e tormentato.

Damon scrollò le spalle e disse, tranquillamente: — Qui non ci sono molti tabù del genere. Qualcuno, tra i cristoforos; oppure per la presenza di non umani, o fra le diverse generazioni. A me non farebbe piacere comparire nudo davanti a un gruppo di coetanei di mio padre o di Dom Esteban, per esempio. Ma non è proibito, e certamente non è imbarazzante nel senso in cui sei imbarazzato tu. Io non andrei in giro nudo, senza una ragione, in mezzo a un gruppo di ancelle; ma se la casa andasse a fuoco o qualcosa del genere, non esiterei. Un uomo della mia età, sposato alla sorella di mia moglie… — Scrollò le spalle. — Non ci avevo mai pensato.

Andrew comprese che avrebbe dovuto intuirlo la notte prima, quando Ellemir non aveva neppure dato segno di averlo notato.

Damon si sciacquò la faccia, poi la frizionò con una lozione di erbe, verde e dal profumo gradevole. Quell’aroma ricordò a Andrew la piccola distilleria di Callista. Damon rise, infilando la camicia, e disse: — Quanto a Elli, per te dovrebbe essere un sollievo. Significa che ti ha accettato come componente della famiglia. Vorresti che si sentisse imbarazzata davanti a te e si affrettasse a coprirsi in tua presenza, come se fossi un estraneo?

— No, a meno che lo volessi tu. — Ma forse questo significava che Ellemir non lo considerava un maschio? Un modo sottile di svirilizzarlo?

— Da’ tempo al tempo — disse Damon. — Andrà tutto a posto. — Continuò a vestirsi, tranquillamente. — Nevica ancora?

— Più che mai.

Damon andò a guardare: ma quando socchiuse la finestra per affacciarsi, il vento irruppe nella stanza come un uragano. Sì affrettò a richiudere. — Callie è sveglia? Chi c’è con lei? Bene: mi ero proprio augurato che Ellemir avesse il buonsenso di tener lontane le ancelle. Nelle sue condizioni, la presenza di non telepati sarebbe quasi insopportabile. Vedi, è per questo che nelle Torri non ci sono servitori umani. — Si voltò verso la porta. — Hai mangiato qualcosa?

— Non ancora — rispose Andrew, accorgendosi che era mezzogiorno passato e che lui aveva una gran fame.

— Allora scendi, se non ti dispiace, e di’ a Rhodri di mandare su qualcosa. Credo che dovremmo stare tutti vicino a Callista. — Damon esitò. — Devo affidarti una missione delicata. Va’ a dare a Dom Esteban una specie di spiegazione. Se andassi io, basterebbe che mi guardasse per sapere tutto: mi conosce fin da quando avevo nove anni. Non credo che ti sonderà per approfondire. Per lui sei ancora abbastanza estraneo, e quindi non violerà il tuo riserbo. Ti dispiace? Io non me la sento di dargli spiegazioni.

— Non mi dispiace — rispose Andrew. In realtà gli dispiaceva, ma sapeva che fornire una specie di spiegazione all’invalido era doveroso. Ormai era passata da un pezzo l’ora in cui Ellemir si alzava di solito, e Dom Esteban era abituato alla compagnia di Callista.

Scese, e disse al maggiordomo di sala che erano rimasti svegli tutti fino a tardi e che avrebbero fatto colazione nei loro appartamenti. Ricordando quello che aveva detto Damon a proposito della presenza dei non telepati, spiegò che nessuno doveva entrare: il vassoio doveva essere lasciato davanti alla porta. Senza mostrare la minima curiosità, come se fosse stata una richiesta normalissima, il maggiordomo replicò: — Certamente, Dom Ann’dra.

Nella Grande Sala, Dom Esteban stava sulla poltrona a rotelle davanti alla finestra, e la guardia Caradoc gli teneva compagnia. Andrew vide con sollievo che Dezi non c’era. Dom Esteban e Caradoc erano impegnati in un gioco simile agli scacchi, che una volta Damon aveva cercato d’insegnare a Andrew. Era chiamato «i castelli»: c’erano pezzi di cristallo scolpito, che non venivano disposti in ordine sulla scacchiera ma gettati a caso e mossi dal punto dove cadevano, secondo certe regole complesse. Dom Esteban prese dalla scacchiera un pezzo di cristallo rosso, rivolse a Caradoc un sogghigno trionfante, poi alzò gli occhi verso Andrew.

— Buongiorno. O devo dire buonasera? Spero che tu abbia dormito bene.

— Abbastanza bene, signore, ma Callista è… è un po’ indisposta. E Ellemir è con lei.

— E voi due state con le vostre mogli: molto giusto — commentò Dom Esteban sorridendo.

— Se c’è qualcosa da fare, suocero…

— Con questo tempaccio? — Il vecchio indicò la neve. — Niente. Non devi scusarti.

Andrew ricordò che anche il vecchio era un potente telepate. Se la tempesta della notte precedente aveva disturbato Damon e Ellemir addirittura nel letto coniugale, aveva sconvolto anche Dom Esteban? Ma se era così, neppure un fremito delle palpebre stava a dimostrarlo. Il nobile Alton aggiunse: — Porta i miei saluti a Callista, e i miei auguri di riprendersi presto. E di’ a Ellemir di assistere sua sorella. La compagnia non mi manca, quindi per un giorno o due posso fare a meno di voi.

Nel pesante dialetto delle montagne, Caradoc commentò che la stagione delle tormente andava benissimo per rimanere in casa a godersi la compagnia della moglie. Dom Esteban sghignazzò, ma quella battuta infastidì un po’ Andrew. Provava riconoscenza per il vecchio, ma si sentiva teso, vergognoso. Nessuno che possedesse un’ombra di facoltà telepatica poteva aver dormito, quella notte, pensò. Doveva aver svegliato i telepati fino a Thendara!

Avevano già portato di sopra la colazione, e Damon l’aveva portata al capezzale di Callista. Lei era di nuovo a letto: era pallida ed esausta. Ellemir stava cercando d’indurla a mangiare qualcosa, a bocconcini, come avrebbe fatto con una bambina malata. Damon fece posto a Andrew e gli porse un panino caldo. — Non ti abbiamo aspettato. Io avevo molta fame, dopo questa notte. I servitori, probabilmente, penseranno che stiamo facendo un’orgia!

Callista disse, con una risatina ironica: — Vorrei che avessero ragione. Sarebbe sempre meglio di questo. — Scosse la testa quando Ellemir le offrì un pezzetto di pane caldo, spalmato di aromatico miele di montagna. — No, davvero, non me la sento.

Damon la scrutava inquieto. Lei aveva bevuto qualche sorso di latte ma aveva rifiutato di mangiare, come se lo sforzo d’inghiottire fosse troppo grande. Infine le disse: — Adesso che ti occupi tu della distilleria, hai preparato il kirian?

Lei scrollò la testa. — Ho continuato a rimandare da un giorno all’altro; e qui non c’è nessuno che ne abbia bisogno, dato che Valdir è a Nevarsin. E poi è un fastidio, prepararlo: bisogna distillarlo tre volte.

— Lo so. Io non l’ho mai preparato, ma ho visto come si fa — disse Damon, guardandola attentamente mentre lei si muoveva. — Soffri ancora?

Callista annuì, e disse con un filo di voce: — Sanguino.

— Anche questo? — Non le veniva risparmiato proprio nulla? — È molto in anticipo sul normale? Se si tratta di pochi giorni, può essere semplicemente il trauma.

Lei scosse la testa. — Non capisci. Non… non c’è nessun ritmo normale, per me. Questa è la prima volta…

Lui la fissò inorridito, quasi incredulo. Poi disse: — Ma avevi tredici anni, quando sei andata alla Torre: i tuoi cicli non erano ancora apparsi?

A Andrew parve che Callista fosse imbarazzata, quasi vergognosa. — No. Leonie aveva detto che era un bene che non fossero ancora iniziati.

Damon esclamò irosamente: — Avrebbe dovuto aspettarli, per cominciare la tua preparazione!

Callista distolse gli occhi, arrossendo. — Mi aveva detto che… che se cominciavo così giovane, alcuni dei normali processi fisici si sarebbero alterati. E che per me sarebbe stato tutto più facile se i cicli non mi comparivano neppure.

Damon esclamò: — Credevo che fosse una barbarie delle epoche del caos! Da generazioni è normale che una Custode debba essere una donna fatta!

Callista si affrettò a difendere la madre adottiva. — Mi aveva detto che altre sei ragazze avevano tentato di adattarsi e non c’erano riuscite, ma che per me sarebbe stato più facile: meno sofferenze e meno fastidi…

Damon aggrottò la fronte e sorseggiò un bicchiere di vino, fissando nel vuoto come se vi scorgesse qualcosa di sgradevole.

— Rispondimi, e rifletti attentamente. Nella Torre ti hanno dato qualcosa per sopprimere le mestruazioni?

— No. Non è mai stato necessario.

— Non posso credere una cosa simile, di Leonie, ma ha mai lavorato con una matrice sulle correnti del tuo corpo?

— Solo il normale schema di addestramento, credo — rispose dubbiosa Callista. Andrew intervenne: — Un momento: cos’è questa storia?

Damon era torvo. — Nei tempi antichi, qualche volta una futura Custode veniva castrata: l’ha detto anche Marisela, ti ricordi? Non posso credere… non posso credere  — aggiunse con enfasi, — che Leonie abbia annullato in questo modo la tua femminilità!

Callista replicò, turbata: — Oh, no, Damon! Oh, no! Leonie mi vuole bene, non avrebbe mai… — Ma la sua voce si spense. Aveva paura.

Leonie era stata così sicura che la sua scelta fosse definitiva, aveva esitato tanto a lasciarla libera…

Andrew strinse la fredda mano di Callista. Damon disse, aggrottando la fronte: — No, naturalmente, so che non sei stata castrata. Se il ciclo è incominciato, allora il tuo orologio si è rimesso in moto. Ma talvolta lo si faceva anticamente, quando pensavano che la verginità fosse un peso meno opprimente per una ragazza ancora immatura.

— Ma adesso che è incominciato le andrà tutto bene, no? — chiese ansiosa Ellemir, e Damon rispose: — Speriamo. — Fose l’eccitazione della notte precedente, per quanto abortita, aveva ridestato alcuni dei canali ostruiti; se Callista era maturata all’improvviso, forse la sofferenza e il disagio fisico potevano essere i normali disturbi della pubertà. Ricordava, dagli anni trascorsi nella Torre, che le giovani donne addestrate come future Custodi — e addirittura tutte le donne che lavoravano con la meccanica psi a un livello superiore a quello del controllo — andavano soggette a dolori mestruali ricorrenti, e qualche volta tormentosi. Callista, seguendo i suoi pensieri, rise lievemente e disse: — Ad Arilinn distribuivo tè di fiordoro e rimedi del genere alle altre donne, e mi consideravo fortunata perché ero immune dai loro disturbi. A quanto sembra, sono entrata a far parte della schiera delle donne normali, almeno in questo! So che abbiamo tè di fiordoro, nella distilleria: Ferrika lo dà a metà delle donne della tenuta. Forse andrà bene anche per me.

Ellemir disse: — Vado a preparartene un po’. — Tornò dopo qualche minuto con una tazzina di fumante infuso. Aveva un forte aroma di erba. Per un momento, la voce di Callista rifletté un’eco della sua gaiezza di un tempo.

— Non l’ho mai assaggiato. Spero che non sia disgustoso.

Ellemir rise. — Ti starebbe bene se lo fosse, sciagurata, visto che distribuisci decotti del genere senza sapere che gusto hanno! No, anzi, ha un sapore gradevole. A me non è mai dispiaciuto, berlo. Però ti farà venir sonno, quindi sdraiati e lascia che faccia effetto.

Ubbidiente, Callista bevve il fumante liquido e si assestò sotto le coperte. Ellemir prese un ricamo e si sedette accanto a lei. Damon disse: — Vieni, Andrew, adesso è tutto a posto. — E si scostò per lasciarlo passare.

Al pianterreno, nella distilleria, Damon cominciò a frugare tra le erbe, le essenze, gli apparecchi. Andrew, guardando i recipienti dalla forma strana, i mortai e i pestelli e le bottiglie allineati sugli scaffali, i mazzi di erbe secche, di foglie, di steli, di baccelli, di fiori e di semi, chiese: — Sono tutte medicine?

— Oh, no — rispose distrattamente Damon, aprendo un cassetto. — Quelle — fece, indicando un mucchietto di semi pestati, — sono spezie da cucina, e Callista prepara un incenso per aromatizzare l’aria, e lozioni cosmetiche e profumi. La roba che si può acquistare nelle città non vale neppure la metà di quello che si fa qui, secondo le vecchie ricette.

— Cos’era la bevanda che Ellemir ha dato a Callista?

Damon scrollò le spalle. — Il fiordoro? Un blando tonico muscolare, che fa bene per i crampi e gli spasmi di ogni genere. Non può farle male: lo danno anche alle donne incinte e ai neonati con le coliche. — Ma si chiese, preoccupato, se poteva aiutare Callista. Un’interferenza così grave nei processi fisiologici… Com’era possibile che Leonie avesse fatto una cosa simile?

Andrew captò quel pensiero, chiaramente come se Damon l’avesse formulato a voce. — Sapevo che le Custodi subivano certe alterazioni fisiche. Ma questo…?

— Anch’io sono scandalizzato — disse Damon, rigirando tra le mani un mazzetto di fogliaspina. — Non è certo la consuetudine, ai giorni nostri. Credevo che fosse contrario alle leggi. Naturalmente Leonie aveva le migliori intenzioni. Hai visto le alterazioni delle correnti nervose, no? Alcune ragazze soffrono moltissimo per le mestruazioni, e probabilmente Leonie non voleva vederla star male. Ma a che prezzo! — Fece una smorfia e ricominciò ad aprire i cassetti. — Se Callista l’avesse scelto liberamente… Ma Leonie non gliel’aveva detto! È questo che non riesco a comprendere né a perdonare!

Andrew provava uno sbigottimento insidioso, un orrore fisico. Perché, dopotutto, doveva sconvolgerlo tanto? Le modificazioni fisiche non erano cose inaudite. A quasi tutte le donne che facevano parte degli equipaggi delle astronavi imperiali, e che comunque venivano rese sterili dalle radiazioni dello spazio profondo, si risparmiava il fastidio delle mestruazioni. I trattamenti ormonali, le rendevano inutili, per le donne che non intendevano avere figli. Perché doveva sentirsi tanto turbato? Non era sconvolgente… ma lo sembrava a Damon! Non si sarebbe mai abituato a quella specie di vita in una vasca di pesci rossi? Non era neppure capace di pensare con la sua testa?

Damon frugava tra i mazzi di erbe. Disse: — Devi capire. Callista ha compiuto i vent’anni. È una donna adulta, che per anni ha svolto un lavoro difficile e altamente tecnico in qualità di meccanico delle matrici. È una professionista, specializzata nella più impegnativa attività di Darkover. E adesso tutta la sua preparazione, tutte le sue conoscenze, non servono più a nulla. Sta lottando col decondizionamento e col risveglio sessuale, e ha tutti i problemi emotivi di una sposa novella. E adesso, oltre a tutto questo, scopro che fisicamente è stata mantenuta nelle condizioni di una ragazzina di dodici o tredici anni! Per Evanda! Se avessi saputo…

Andrew fissò il pavimento. Più di una volta, dopo il terribile fiasco di quella notte, aveva provato ciò che a suo avviso doveva provare uno stupratore. Se Callista, fisicamente, era una ragazzina impubere… Sentì una fitta di orrore.

Damon disse, gentilmente: — No! Non lo sapeva neppure lei. Non dimenticare che per sei anni ha vissuto come una professionista adulta ed esperta. — Eppure sapeva che neanche questo era del tutto vero. Callista doveva essere stata ben conscia dell’enorme e insopprimibile abisso tra lei e le altre donne. Forse Leonie aveva risparmiato qualche sofferenza fisica alla sua protetta: ma a che prezzo?

Be’, era un buon segno che il ciclo mestruale si fosse imposto spontaneamente. Forse, col tempo e la pazienza anche le altre barriere si sarebbero dissolte. Prese un mazzo di fiori secchi e li fiutò, cautamente. — Oh, eccoli qui. Kireseth… No, non fiutarli: giocano strani scherzi, alla mente umana. — Provò un lieve senso di colpa, al ricordo. Il tabù contro il kireseth, tra gli operatori psi, era assoluto, e lui aveva la sensazione di aver commesso un delitto maneggiandolo. Disse, rivolgendosi più a se stesso che a Andrew: — Con questo posso preparare il kirian. Non so distillarlo come fanno ad Arilinn, ma posso ricavarne una tintura… — Stava pensando alle varie possibilità: una forte soluzione di resine sciolte in alcool. Forse, con l’aiuto di Ferrika, avrebbe potuto fare un’unica distillazione. Posò i fiori, immaginando che il profumo giungesse alle radici del suo cervello, distruggesse l’autodominio, abbattesse le barriere tra la mente e il corpo…

Andrew camminava irrequieto avanti e indietro. Aveva la mente colma di orrore. — Damon, Callista doveva sapere ciò che poteva succedere.

— Certo, che lo sapeva — disse Damon, senza ascoltarlo veramente. — Già prima di compiere i quindici anni aveva imparato che nessun uomo può toccare una Custode.

— E se ho potuto spaventarla così terribilmente… Damon! — All’improvviso Andrew fu vinto dall’orrore e dalla ripugnanza che si erano impadroniti di lui quella notte. Abbassò la voce. — Sai cosa voleva che facessi? Mi ha chiesto… di farle perdere i sensi e di violentarla mentre… mentre non poteva resistere. — Cercò di esprimere almeno in parte l’orrore che l’aveva preso; ma Damon si limitò a guardarlo, pensieroso.

— Forse sarebbe stata una soluzione, se è per questo — disse. — Callista è stata molto acuta, a pensarlo. Dimostra che ha un’idea dei problemi in gioco.

Andrew non seppe reprimere un’esclamazione inorridita: — Dio santo! E tu lo dici con tanta calma!

Damon si voltò, e si accorse all’improvviso che il giovane era allo stremo della sopportazione. Disse, gentilmente: — Lo sai cosa ti ha salvato dalla morte, vero?

— Non so più nulla. E quello che so non serve a molto! — Andrew era disperato. — Davvero credi che avrei potuto…

— No. No, naturalmente, bredu. Capisco perché non potevi. Non credo che nessun uomo onesto potrebbe fare una cosa simile! — Damon gli posò la mano sul polso. — Quello che ti ha salvato… che vi ha salvati… è stato il fatto che lei non aveva paura. Che ti amava e ti voleva. Perciò ti ha colpito soltanto col riflesso fisico, che non poteva controllare. Non ti ha fatto neppure perdere i sensi: sei svenuto perché hai battuto la testa. Se Callista fosse stata terrorizzata e ti avesse resistito, se tu avessi cercato davvero di prenderla contro la sua volontà, riesci a immaginare cos’avrebbe potuto farti? Callista è una dei più potenti telepati di Darkover, ed è stata istruita come Custode ad Arilinn! Se non avesse voluto, se l’avesse considerato uno stupro, se avesse provato… paura o ripugnanza nei confronti del tuo desiderio, tu saresti morto. — E ripeté, con maggior forza: — Saresti morto, morto!

Ma Callista aveva avuto paura, pensò Andrew, fino a quando Damon e Ellemir avevano stabilito il contatto… Era stata la consapevolezza del piacere di Ellemir a farle desiderare di condividerlo! E ancora più inquietante era il pensiero di Damon, conscio di Callista come lui era stato conscio di Ellemir. Damon, captando la sua angoscia, per un momento restò turbato, come per un rimprovero. Erano stati tutti così vicini… Andrew non voleva essere parte di ciò che erano? Posò la mano sulla spalla del terrestre: un contatto insolito per un telepate ma naturale in quel momento, nel ricordo dell’intimità che avevano condiviso. Andrew si scostò, e Damon ritrasse la mano, turbato e un po’ rattristato. Doveva restare così lontano? Per quanto tempo? Per quanto tempo? Era un fratello o un estraneo?

Tuttavia disse, gentilmente: — So che per te è una cosa nuova. Continuo a dimenticare che io sono un telepate fin dalla nascita e ho sempre accettato tutto questo come una cosa naturale. Andrà tutto bene, vedrai.

Tutto bene?, si chiese Andrew. Sapere che il solo fatto che lui fosse diventato involontariamente un guardone aveva impedito a sua moglie di ucciderlo? Sapere che Damon e Ellemir la consideravano una cosa normale, al punto che l’avevano prevista e poi accolta con gioia? Per caso Damon era risentito in quanto lui voleva Callista tutta per sé? Ricordò la proposta che lei gli aveva fatto, ricordò l’impressione di tenere tra le braccia Ellemir, calda, ardente… come Callista non poteva essere. Sconvolto, confuso e disperato, voltò le spalle a Damon, brancolando, per uscire da quella stanza. Era oppresso dalla vergogna e dall’orrore. Voleva… doveva andare via, dovunque, dovunque, lontano da lì, lontano dal contatto rivelatore di Damon, dall’uomo che sapeva leggere i suoi pensieri più intimi. Non si rendeva conto di essere ammalato, di avere una malattia autentica chiamata trauma culturale. Sentiva soltanto che era indisposto, e che il malessere assumeva la forma di una rabbia furiosa nei confronti di Damon. Il pesante odore delle erbe gli fece temere un conato di vomito. Disse, con voce impastata: — Vado a prendere un po’ d’aria. — E spalancò la porta, attraversando le cucine deserte. Uscì nel cortile. Si fermò, in mezzo alla neve che cadeva fitta, e maledisse il pianeta dov’era venuto a vivere e la sorte che l’aveva condotto lì.

Avrei dovuto morire quando l’aereo è precipitato. Callie non ha bisogno di me… Non riuscirò mai ad altro che a farle male.

Alle sue spalle, Damon disse: — Andrew, vieni, parlane con me. Non andartene così, da solo, cercando di rinnegare tutto.

— Oh Dio — mormorò Andrew, inalando un respiro che era quasi un singulto. — Devo fare così. Non posso più parlare. Non lo sopporto più. Lasciami in pace, maledizione: non sei capace di lasciarmi in pace almeno per un po’?

Sentiva la presenza di Damon come un’acuta sofferenza fisica, una pressione, un’ossessione. Sapeva di fargli male: rifiutava di capire, di voltarsi, di guardare… Infine Damon disse, gentilmente: — Sta bene, Ann’dra. So che hai già sopportato anche troppo. Ti lascerò stare per un po’, allora. Ma non troppo a lungo. — E Andrew comprese, senza voltarsi, che Damon se n’era andato. No, pensò con un fremito d’orrore: Damon non era mai venuto lì, era ancora nella piccola distilleria.

Rimase nel cortile, al centro del pesante turbine di neve, appena attutito dai muri che lo circondavano. Callista. Cercò il rassicurante contatto con lei, ma lei non c’era: c’era solo una pulsazione fioca, inquieta, e Andrew non osò disturbare quel sonno indotto dalla pozione soporifera.

Cosa posso fare? Cosa posso fare? Sgomento e inorridito, cominciò a piangere, solo tra la neve. Non si era mai sentito così solo in vita sua, neppure quando l’aereo era precipitato e lui si era trovato su un pianeta sconosciuto, sotto un sole ignoto, fra montagne inesplorate…

Tutto quello che conoscevo è finito, inutile, insignificante o peggio. I miei amici sono estranei, mia moglie è la più estranea di tutti. Il mio mondo è scomparso, rinnegato. Non posso ritornarvi: mi credono morto.

Pensò: Almeno prendessi la polmonite e morissi. E poi, conscio della puerilità di quel desiderio, si rese conto di trovarsi in un pericolo molto reale. Stordito, spinto da qualcosa che non era l’istinto di conservazione ma la vaga ombra di un senso del dovere, rientrò. La casa gli sembrava aliena, estranea: non era un luogo dove un terrestre potesse vivere. Era mai stata accogliente, era mai stata per lui una vera casa? Con un profondo senso di alienazione, girò lo sguardo intorno a sé nella sala vuota, e provò sollievo nel vederla così. Dom Esteban doveva essere andato a riposare, come faceva sempre a metà della giornata. Le ancelle chiacchieravano sottovoce. Si lasciò cadere esausto su una panca, appoggiò la testa sulle braccia, e restò così, senza dormire, chiuso in se stesso, sperando che se rimaneva immobile, in silenzio, tutto sarebbe svanito e non sarebbe più stato vero.

Molto tempo dopo, qualcuno gli mise in mano un bicchiere. Ingollò il contenuto con un senso di gratitudine; e poi ne trovò un altro, e un altro ancora. Si sentì stordito. Udì la propria voce che parlava, confidava tutto a un ascoltatore comprensivo. Poi bevve ancora. Si rese conto di perdere i sensi, e ne provò sollievo.

C’era una voce nella sua mente, una voce che si insinuava al di là delle sue barriere, affondava nel suo inconscio, superando ogni resistenza.

Qui nessuno ti vuole. Qui nessuno ha bisogno di te. Perché non te ne vai subito, prima che succeda qualcosa di spaventoso? Vattene subito, torna da dove sei venuto, torna al tuo mondo. Là sarai più felice. Vattene. Vattene subito. Nessuno se ne accorgerà o se ne curerà.

Sapeva che c’era una lacuna, in quel ragionamento. Damon gli aveva fornito una valida ragione per non andarsene… ma poi ricordò che era in collera con Damon.

La voce insistette, gentile, suadente:

Tu credi che Damon sia tuo amico. Non fidarti di lui. Si servirà di te quando avrà bisogno del tuo aiuto, e poi si scaglierà contro di te. C’era qualcosa di familiare, in quella voce… ma non era una voce. Era nella sua mente. In preda al panico, tentò di escluderla. Ma era così persuasiva…

Vattene subito. Vattene subito. Qui nessuno ha bisogno di te. Sarai felice quando tornerai dalla tua gente. Qui non lo sarai mai.

A passi barcollanti, uscì nel corridoio. Trovò il mantello, e se l’allacciò sulle spalle. Qualcuno lo stava aiutando ad affibbiarlo. Era Damon? Damon sapeva che lui non poteva restare. Non poteva fidarsi di Damon. Sarebbe stato felice tra la sua gente. Sarebbe ritornato a Thendara, alla Città Commerciale e all’impero terrestre, dove la sua mente era soltanto sua…

Vattene subito. Qui nessuno ti vuole.

Sebbene fosse ubriaco e stordito, la violenza della tormenta lo colpì mozzandogli il fiato. Stava per tornare indietro, quando la voce martellò nella sua mente.

Vattene. Va’ via. Qui nessuno ti vuole. Hai fallito. Stai solo facendo del male a Callista. Vattene, torna dalla tua gente.

Gli stivali affondavano nella neve, ma lui continuò a camminare, alzandoli e abbassandoli ostinatamente. Callista non ha bisogno di te. Era più ubriaco di quanto se ne rendesse conto. Stentava a reggersi. A malapena riusciva a respirare; oppure era la neve turbinante a togliergli il respiro, a rubarglielo e poi rifiutarsi di restituirlo?

Vattene. Torna dalla tua gente. Qui nessuno ha bisogno di te.

Riprese in parte l’autodominio, con un ultimo e disperato guizzo dell’istinto di conservazione. Era solo nella tormenta, e le luci di Armida erano scomparse nell’oscurità. Si girò, vacillando, e cadde in ginocchio: sapeva di essere ubriaco, o impazzito. Si rialzò, incespicando, sentì la mente offuscarsi, e cadde lungo disteso nella neve. Doveva alzarsi, proseguire, tornare indietro, trovare un riparo… ma era così stanco.

Riposerò qui per un minuto… un minuto solo…

La tenebra avvolse la sua mente. Perse i sensi.

CAPITOLO NONO

Damon lavorò a lungo nella piccola distilleria dal pavimento di pietra, e alla fine desistette, irritato. Non aveva nessuna possibilità di preparare il kirian come lo facevano ad Arilinn. Non ne aveva l’abilità, e non aveva neppure l’attrezzatura adatta, pensò dopo aver ispezionato il materiale disponibile. Fissò senza entusiasmo la tintura rudimentale che era riuscito a produrre. Non credeva che avrebbe voluto provarla personalmente, ed era sicuro che neppure Callista sarebbe stata disposta a farlo. Tuttavia c’era una quantità considerevole di materia prima, e forse avrebbe potuto fare di meglio un altro giorno. Forse avrebbe dovuto cominciare estraendo l’etere. L’avrebbe chiesto a Callista. Mentre si lavava le mani e gettava via gli scarti, all’improvviso pensò a Andrew. Dov’era andato? Ma quando ritornò di sopra, dove Callista dormiva ancora, Ellemir rispose in tono sorpreso alle sue domande preoccupate.

— Andrew? No, credevo che fosse ancora con te. Vuoi che venga a…

— No, rimani con Callista. — Damon pensò che Andrew doveva essere sceso a parlare agli uomini, o forse aveva raggiunto le stalle attraverso il passaggio sotterraneo. Ma Dom Esteban, che stava consumando una cena frugale in compagnia di Eduin e Caradoc, aggrottò la fronte alla sua domanda.

— Andrew? L’ho visto bere nella sala bassa insieme a Dezi. A giudicare dal modo in cui tracannavano, immagino che si sia addormentato da qualche parte. — Il vecchio inarcò le grige sopracciglia in un’espressione sprezzante. — Bel modo di comportarsi, con la moglie malata: andare a prendersi una sbronza! Come sta Callista?

— Non lo so — rispose Damon, e poi pensò che il vecchio Dom sapeva. Cos’altro poteva esserci, se Callista era a letto malata e Andrew si ubriacava? Ma uno dei più forti tabù sessuali di Darkover era quello che separava le generazioni. Anche se Dom Esteban fosse stato il padre di Damon anziché di Ellemir, la tradizione gli avrebbe proibito di parlarne.

Damon cercò per tutta la casa, in tutti i posti possibili; poi, preso da un panico crescente, cercò anche in quelli più inverosimili. Alla fine convocò i servitori, e si sentì rispondere che nessuno aveva più visto Andrew dopo la metà del pomeriggio, quando si era fermato a bere con Dezi nella sala bassa.

Mandò a chiamare Dezi, temendo che Andrew, ubriaco e non ancora abituato al clima di Darkover, fosse uscito nella tormenta, sottovalutandone la violenza. Quando il ragazzo entrò, gli chiese: — Dov’è Andrew?

Dezi scrollò le spalle. — Chi lo sa? Non sono né il suo tutore né suo fratello adottivo!

Ma all’insopprimibile lampo di trionfo, un attimo prima che gli occhi di Dezi eludessero i suoi, Damon comprese.  — Sta bene — disse, torvo. — Dov’è, Dezi? Tu sei stato l’ultimo a vederlo.

Il ragazzo scrollò le spalle, incupendosi. — È tornato da dove è venuto, credo, e buon viaggio!

— Con questo tempo? — Damon guardò costernato la tormenta che infuriava oltre le finestre. Poi si voltò di scatto verso Dezi, con una violenza che costrinse il ragazzo a indietreggiare tremando.

— Tu c’entri per qualcosa! — disse, a voce bassa, furiosa. — Con te farò i conti dopo. Adesso non c’è tempo da perdere!

Corse via, chiamando a gran voce i servitori.

Andrew rinvenne lentamente, e sentì un dolore bruciante nei piedi e nelle mani. Era avvolto in bende e coperte. Ferrika stava china su di lui e gli porgeva qualcosa di caldo. Sorreggendogli la testa, lo costrìnse a inghiottire. Dalla nebbia apparvero gli occhi di Damon, e nel suo stordimento Andrew comprese che Damon era davvero preoccupato per lui. Non era vero, quello che aveva pensato.

Damon disse gentilmente: — Ti abbiamo trovato appena in tempo, credo. Ancora un’ora e non avremmo potuto salvarti i piedi e le mani: due ore, e saresti morto. Cosa ricordi?

Andrew si sforzò di rammentare. — Non molto. Ero ubriaco — disse. — Mi dispiace, Damon. Devo essere impazzito, per un po’. Continuavo a pensare: Vattene, Callista non ti vuole. Era come una voce nella mia mente. E così ho cercato di andarmene… Mi dispiace di aver causato tutti questi guai, Damon.

— Non sei tu che devi scusarti — disse cupamente Damon, e la sua rabbia era come un rosso alone rovente. Andrew, sensibilizzato, lo vedeva come una rete di energie elettriche, non più come il Damon che conosceva. Irradiava furore. — Non sei stato tu a causare il guaio. Ti hanno giocato uno sporco tiro, che per poco non ti ha ucciso. — Poi ridiventò il solito Damon, un uomo snello e un po’ curvo, che gli posava gentilmente la mano sulla spalla.

— Dormi e non preoccuparti. Sei qui con noi, e ci prenderemo cura di te.

Lasciò Andrew addormentato, e andò in cerca di Dom Esteban. Il furore gli turbinava nella mente. Dezi aveva il dono degli Alton, il contatto forzato, la capacità d’imporre il collegamento mentale a chiunque, perfino a un non telepate. Andrew, ubriaco, era la vittima ideale; e poiché conosceva il terrestre, Damon sospettava che non si fosse ubriacato spontaneamente.

Dezi era geloso di Andrew. Questo era il dato evidente fin dall’inizio. Ma perché? Pensava forse che, tolto di mezzo Andrew, Dom Esteban l’avrebbe riconosciuto per il figlio di cui adesso aveva un disperato bisogno? Oppure aveva deciso di chiedere in moglie Callista, sperando di poter forzare la mano al vecchio e di costringerlo ad ammettere che erano fratello e sorella? Era un enigma che Damon non riusciva a risolvere.

Forse avrebbe potuto perdonare un comune telepate, se avesse ceduto a una simile tentazione. Ma Dezi era stato istruito ad Arilinn, aveva pronunciato il giuramento delle Torri, impegnandosi a non violare mai l’integrità di una mente e non forzare mai le difese di un altro o la sua coscienza. E gli era stata affidata una matrice, con tutto il potere tremendo che comportava.

E l’aveva tradito.

Non aveva commesso un omicidio. La fortuna, e l’acuta vista di Caradoc, avevano permesso di trovare Andrew su un mucchio di neve, già parzialmente coperto. Ancora un’ora e sarebbe stato coperto del tutto, e forse il suo cadavere sarebbe stato ritrovato in primavera, al disgelo. E Callista, se avesse creduto che Andrew l’aveva abbandonata? Damon rabbrividì, pensando che probabilmente Callista non sarebbe sopravvissuta neppure un giorno. Ringraziando tutti gli dèi, in quel momento lei era immersa nel sonno. Bisognava dirle la verità (era impossibile mantenere un segreto, in una famiglia di telepati); ma non adesso…

Dom Esteban ascoltò sgomento. — Sapevo che c’era sangue cattivo, nel ragazzo — disse. — L’avrei riconosciuto come figlio mio, anni fa, ma sentivo di non potermi fidare completamente di lui. Ho fatto tutto quello che potevo, l’ho tenuto qui per non perderlo d’occhio: ma mi sembrava che avesse qualcosa che non andava.

Damon sospirò: sapeva che quello sfogo del vecchio era ispirato soprattutto da un senso di colpa. Se fosse stato sicuro, riconosciuto, allevato come un figlio Comyn, Dezi non sarebbe stato costretto a puntellare le proprie insicurezze con l’invidia e il dispetto e la gelosia, che l’avevano spinto a tentare di uccidere. Molto più probabilmente, sebbene Damon nascondesse per delicatezza quel pensiero al vecchio, suo suocero non aveva voluto saperne di perpetuare un sordido episodio di ubriachezza o di assumerne la responsabilità. Essere bastardo non era un disonore. Per una donna, mettere al mondo un figlio Comyn era un onore, per lei e per la creatura: eppure l’epiteto più obbrobrioso nella lingua casta significava «figlio di sei padri».

E anche quello si sarebbe potuto evitare, come Damon sapeva, se la ragazza, quando si era scoperta incinta, fosse stata controllata per stabilire chi era stato a fecondarla. Damon pensò, sull’orlo della disperazione, che c’era qualcosa di sbagliato nel modo in cui si servivano dei telepati su Darkover.

Ma ormai era troppo tardi per rimediare. Per ciò che aveva fatto Dezi c’era una sola punizione. Damon lo sapeva, Dom Esteban lo sapeva, e lo sapeva anche Dezi: Damon poteva vederlo chiaramente. Più tardi, quella notte, lo condussero da Damon, legato mani e piedi e mezzo morto di spavento. L’avevano trovato nelle scuderie, mentre stava sellando un cavallo per partire in mezzo alla tormenta. Erano occorse tre delle guardie di Dom Esteban, per sopraffarlo.

Damon pensò che sarebbe stato meglio se Dezi se ne fosse andato. Nella tormenta avrebbe trovato la stessa giustizia, la stessa morte che aveva cercato d’infliggere a Andrew, e sarebbe morto senza mutilazioni. Ma Damon era vincolato dallo stesso giuramento che il ragazzo aveva violato.

Andrew pensava che anche lui avrebbe preferito sfidare la morte nella tempesta di neve piuttosto dell’ira ardente che sentiva avvampare in Damon. Eppure, paradossalmente, provò compassione per Dezi, quando il ragazzo venne fatto entrare, magro e atterrito. Sembrava ancora più giovane, quasi un bambino, e le corde che lo legavano parevano un’ingiustizia e una tortura mostruose.

Perché Damon non lasciava fare a lui?, si chiese Andrew. Avrebbe dato una lezione al ragazzo, e per uno di quell’età sarebbe stato sufficiente. L’aveva detto a Damon, e quello non si era neppure degnato di rispondere. Ma lui aveva compreso.

Non sarebbe mai più stato al sicuro, altrimenti: una coltellata nella schiena, un pensiero omicida… Dezi era un Alton, e un suo pensiero poteva uccidere. Per poco non c’era già riuscito. Dezi non era un bambino. Secondo la legge dei dominii, poteva battersi a duello, riconoscere un figlio, essere ritenuto responsabile di un reato.

Andrew guardò Dezi che tremava, e Damon, e provò un senso di paura. Come tutti gli uomini dalla collera pronta ma passeggera, non aveva esperienza dei lunghi rancori e neppure della rabbia che si rinchiude in se stessa divorando l’uomo infuriato non meno che la vittima della sua ira. Ed era questo che percepiva in Damon, adesso, come il cupo bagliore rosso di una fornace, vagamente visibile intorno a lui. Il nobile Comyn era impassibile, e i suoi occhi apparivano vacui.

— Bene, Dezi, non posso sperare che faciliterai le cose a me o a te stesso, ma ti lascio la possibilità di scelta, anche se è più di quanto meriti. Sei disposto a sintonizzare le risonanze con me e a lasciarmi prendere la tua matrice senza opporti?

Dezi non rispose. I suoi occhi sfolgoravano di sfida rabbiosa, carica di odio. Che spreco, pensò Damon. Era così forte. Rabbrividì, ritraendosi dall’intimità che gli veniva imposta, la meno gradita di tutte, quella fra torturato e aguzzino. Non voglio ucciderlo, e probabilmente dovrò farlo. Misericordia di Avarra, non voglio neppure fargli del male.

Eppure, pensando a ciò che doveva fare, non poteva trattenersi dal tremare. Serrò le dita, in una stretta spasmodica, intorno alla matrice chiusa nell’involucro isolante di seta e di cuoio.

Là, sopra la pulsazione, sopra il fulgido centro del canale nervoso principale. Da quando gli era stata consegnata, a quindici anni, e le luci nell’interno della pietra si erano destate al contatto della sua mente, non era mai stata lontana dal rassicurante tocco delle sue dita. Nessun altro essere umano, eccettuata la sua Custode, Leonie, o per breve tempo, durante gli anni alla Torre, la giovane sotto-Custode Hilary Castamir, l’aveva mai toccata. Il solo pensiero che gli venisse sottratta per sempre lo riempiva di un freddo e nero terrore, peggiore della prospettiva di morire. Sapeva, con ogni fibra del dono dei Ridenow, il laran dell’empatia, ciò che Dezi stava provando in quel momento.

Era l’accecamento. Era l’invalidità. Era la mutilazione…

Era la punizione contenuta nel giuramento di Arilinn per l’uso illegale di una matrice. Ed era ciò che lui doveva fare, secondo la legge.

Dezi si aggrappò a un ultimo brandello di sfida. — Se non è presente una Custode, quello che stai per compiere è un omicidio. L’omicidio è la punizione per il tentato omicidio, dunque?

Damon, sebbene sentisse nelle viscere il terrore di Dezi, mantenne un tono spassionato. — Qualunque tecnico delle matrici appena competente (e io sono un tecnico) può compiere questa parte della missione di una Custode, Dezi. Posso sintonizzare le risonanze con te e toglierti la matrice senza pericolo. Non ti ucciderò. Se non cercherai di opporti, ti sarà più facile.

— No, maledetto! — sibilò Dezi, e Damon si preparò alla tremenda prova che l’attendeva. Poteva ammirare il ragazzo che tentava di fingere un po’ di coraggio e di dignità. Dovette rammentare a se stesso, con uno sforzo, che quel coraggio era una finzione, in un vigliacco che aveva abusato del laran contro un uomo ubriaco e indifeso, che l’aveva fatto ubriacare apposta. Ammirare Dezi adesso, solo perché non crollava e non invocava misericordia (come lui stesso avrebbe fatto, e lo sapeva benissimo), non aveva senso.

Captava ancora le emozioni di Dezi (un empate addestrato, col laran affinato ad Arilinn, non poteva bloccarle), ma si sforzò d’ignorarle, concentrandosi. Il primo passo consisteva nell’orientarsi sulla propria matrice, regolarizzare la respirazione, lasciare che la coscienza si espandesse nel campo magnetico del corpo. Lasciò che le emozioni filtrassero e l’abbandonassero, come doveva fare una Custode, accettandole senza penetrarvi.

Una volta Leonie gli aveva detto che, se fosse stato una donna, avrebbe potuto diventare Custode, ma che, essendo un uomo, era troppo sensibile, e quel lavoro l’avrebbe distrutto. Perché la sensibilità poteva annientare un uomo, se era preziosa per una donna e poteva renderla capace del compito più difficile, quello di Custode? Allora, quelle parole per poco non l’avevano annientato: le aveva interpretate come un attacco alla sua virilità. Adesso riconfermavano in lui la certezza di poter compiere quella parte della missione di una Custode.

Andrew, che stava osservando in un leggero collegamento con Damon, lo rivide come l’aveva visto per un momento la notte prima, mentre vegliava Callista addormentata: un campo turbinante di correnti interconnesse, con centri pulsanti di colori fiochi. Lentamente, incominciò a vedere anche Dezi nello stesso modo, a percepire quello che Damon stava facendo: portava il ritmo della proprie vibrazioni sempre più vicino a quelle di Dezi, modificando i flussi in modo che i loro corpi — e le loro matrici — vibrassero in risonanza perfetta. Questo, lo sapeva, avrebbe permesso a Damon di toccare la matrice di Dezi senza dolore, senza infliggere traumi fisici e nervosi così forti da uccidere.

In chi non era sintonizzato sulla risonanza precisa, toccare la matrice di un altro causava traumi, convulsioni, perfino la morte.

Vide le risonanze abbinarsi e poi pulsare insieme, come se, per un momento, i due campi magnetici si fondessero. Damon si alzò dalla sedia — e Andrew lo vide come una nube di campi d’energia collegati e in movimento — e si avvicinò al ragazzo. All’improvviso Dezi strappò a Damon il dominio delle risonanze, infrangendo il contatto. Fu una sconvolgente esplosione di forze. Damon si lasciò sfuggire un’esclamazione d’angoscia, al contraccolpo, e Andrew sentì la devastante sofferenza divampare nei nervi e nel cervello dell’amico. Automaticamente, Damon si scostò vacillando dal campo e si scosse per sintonizzare le risonanze col nuovo campo creato da Dezi. Pensò, quasi con un senso di pietà, che Dezi aveva ceduto al panico, e che quando fosse venuto il momento non avrebbe potuto sopportarlo.

Di nuovo le risonanze si abbinarono e i campi d’energia incominciarono a vibrare in sintonia; di nuovo ci fu il tentativo di afferrare Dezi, di sottrarre fisicamente la matrice al campo magnetico del suo corpo. E di nuovo lo strattone devastante quando Dezi spezzò le risonanze, separandole con un’espressione di sofferenza che invase entrambi.

Damon disse, pietosamente: — Dezi, so che è terribile. — E intanto pensava che anche quel ragazzo avrebbe potuto essere un Custode. Alla sua età, lui stesso non era stato capace di sintonizzare le risonanze in quel modo! Ma non era mai stato tanto disperato, tanto tormentato. Manifestamente la frattura delle risonanze era dolorosa per Dezi quanto lo era per lui stesso. — Questa volta non tentare di resistere, ragazzo mio. Non voglio farti del male.

E poi — adesso erano aperti l’uno all’altro — sentì il disprezzo di Dezi per la sua pietà, e comprese che quella non era una reazione di panico. Dezi stava opponendo una resistenza furibonda! Forse credeva di essere in grado di sopraffarlo, di sfinirlo. Damon lasciò la stanza e ritornò con uno smorzatore telepatico, un ordigno bizzarro che trasmetteva una vibrazione capace di spegnere le emanazioni telepatiche entro un’ampia gamma di frequenze. Cupamente, pensò alla battuta di Domenic, la sera in cui aveva sposato Ellemir. Quegli oggetti venivano usati, talvolta, per evitare le radiazioni telepatiche involontarie, quando c’era intorno qualcuno, per proteggere l’intimità, per permettere di conversare in segreto e impedire che qualcuno ascoltasse telepaticamente, di proposito o no. Venivano adoperati talora al Consiglio dei Comyn, oppure per proteggere altri quando c’era un adolescente in fase di violenta evoluzione psichica che non aveva ancora imparato a controllare e concentrare i poteri. Vide l’espressione di Dezi cambiare, e tradire un panico autentico, nonostante l’atteggiamento di sfida.

Con voce atona, avvertì Andrew: — Allontanati, se vuoi. Potrebbe farti male. Dovrò servirmene per spegnere le sequenze che lui potrebbe cercare di scatenare.

Andrew scosse la testa. — Resterò. — Damon captò il suo pensiero: Non ti lascerò solo con lui. Grato della lealtà dell’amico, s’inginocchiò e cominciò a regolare lo smorzatore.

Rapidamente, lo sintonizzò in modo da attutire l’assalto di Dezi contro la sua coscienza. Poi sarebbe bastato sintonizzare le proprie risonanze col campo delle vibrazioni fisiche di Dezi. Questa volta, quando entrò nei campi bloccati, lo smorzatore impedì all’affondo mentale di Dezi di alterare le frequenze e di respingerlo. Era faticoso e difficile muoversi nell’ambito dello smorzatore: solo una Custode, pensò, avrebbe potuto riuscirci. Fisicamente provava la sensazione di muoversi in un denso liquido viscoso che gli ostacolava le membra e la mente. Dezi cominciò a dibattersi come una belva inferocita, quando lui gli si avvicinò. Ma era inutile, e lo sapeva. Poteva sfinirsi nello sforzo di cambiare frequenze, ma adesso non poteva alterare quella di Damon: e più riusciva a modificare le proprie, più terribile sarebbe stato il trauma finale.

Delicatamente, Damon posò la mano sul sacchetto isolante di seta appeso al collo di Dezi. Mosse le dita per slacciare il cinghione. Dezi aveva ripreso a gemere e a dibattersi, e i suoi movimenti da coniglio in trappola suscitavano la pietà di Damon, sebbene il terrore del ragazzo, adesso, fosse mascherato dallo smorzatore. Riuscì ad aprire il sacchetto. La pietra azzurra, pulsante, ardente dell’orrore di Dezi, gli cadde tra le dita. Quando le strinse, sentì dentro di sé una convulsione che gli squassava le ossa, e vide Dezi accasciarsi, come abbattuto da una mazzata. Spinse la matrice nel campo dello smorzatore: la vide offuscarsi in una pulsazione fievole, un ritmo riposante. Dezi era svenuto, con la testa piegata su una spalla e la bava alla bocca. Damon dovette costringersi a rammentare Andrew esanime in un sonno di morte sotto la neve, a pensare alla sofferenza di Callista se al risveglio avesse scoperto di essere stata abbandonata o resa vedova dal tradimento: solo allora trovò la forza di dire «È fatta».

Tenne per qualche minuto la matrice sotto lo smorzatore. La vide affievolirsi, ridursi alla più debole delle luci pulsanti. Era ancora viva, ma la sua forza era stata sminuita al punto che non poteva più essere usata per il laran.

Gettò un’occhiata di commiserazione a Dezi, conscio di averlo accecato. Dezi, adesso, era ridotto peggio di quanto lo fosse stato lui stesso quando l’avevano allontanato da Arilinn. Nonostante il delitto che Dezi aveva commesso, Damon non poteva fare a meno di provare angoscia per lui, così dotato, così forte come telepate, potenzialmente superiore a molti di coloro che lavoravano tra gli schermi e i relè. Per gli inferni di Zandru, pensò, che spreco. Ed era stato lui a mutilarlo.

Disse, stancamente: — Facciamola finita, Andrew. Passami quello scrigno, ti prego.

L’aveva avuto da Dom Esteban, dopo che quest’ultimo ne aveva tolto alcuni gioielli. Quando vi mise dentro la matrice e chiuse il coperchio, pensò all’antica favola: il gigante che teneva il proprio cuore all’esterno del corpo, nel luogo più segreto che avesse saputo trovare, e nessuno poteva ucciderlo a meno che rinvenisse quel cuore nascosto. Lo spiegò laconicamente a Andrew, mentre azionava la piccola serratura a matrice dello scrigno premendovi contro la propria. — Non possiamo distruggere la pietra: Dezi morirebbe. Ma è chiusa qui dentro, con una serratura a matrice, in modo che niente (a eccezione della mia stessa matrice, che adesso è sintonizzata) possa aprire lo scrigno. — Poi andò a riporre il cofanetto in una cassaforte; ritornò, si chinò su Dezi e ne controllò il respiro e il furioso battito del cuore.

Sarebbe sopravvissuto.

Mutilato… accecato… ma sarebbe sopravvissuto. Damon sapeva che al suo posto avrebbe preferito morire.

Si rialzò, ascoltando il suono della tempesta che si andava acquietando. Sguainò il pugnale e tagliò le funi che legavano il ragazzo, pensando che forse sarebbe stato più generoso tagliargli la gola. Non doveva avere più voglia di vivere. Forse la sua terribile resistenza era stata solo un tentativo di suicidio?

Sospirò, deponendo accanto al ragazzo una borsa contenente alcune monete. Poi disse stancamente a Andrew: — Dom Esteban mi ha dato questa per lui. Probabilmente andrà a Thendara, dove Domenic gli ha promesso un grado nei Cadetti. Là non potrà causare molto danno, nelle Guardie della Città, e potrà fare carriera. Domenic si occuperà di lui: c’è sempre la lealtà familiare, dopotutto. Dezi non dovrà neppure confessare quello che è accaduto. Se la caverà.

Più tardi lo ripeté, riferendo a Ellemir ciò che aveva fatto, mentre Andrew vegliava Callista ancora addormentata.

— Io non avrei voluto vivere, al suo posto. Quando mi sono avvicinato col pugnale per tagliare le funi, mi sono chiesto se non sarebbe stato più generoso ucciderlo. Ma io sono riuscito a sopravvivere dopo essere stato allontanato da Arilinn. Anche Dezi deve avere la stessa possibilità. — Sospirò, ricordando il giorno in cui aveva lasciato la Torre, accecato dalla sofferenza, stordito dalla lacerazione dei legami del cerchio, i più stretti per chi possedeva il laran, più stretti della parentela e dell’amore, più stretti del vincolo tra marito e moglie…

— Io ho vinto il desiderio di morire — disse. — Ma è dovuto passare molto tempo prima che ritrovassi la voglia di vivere. — Stringendo a sé Ellemir, pensò: Solo quando ho trovato te.

Gli occhi di Ellemir si addolcirono di tenerezza; poi, stringendo le labbra, lei disse: — Avresti dovuto ucciderlo.

Damon, pensando a Callista che senza saperlo era giunta tanto vicina alla morte, lo ritenne soltanto uno sfogo di risentimento. Andrew era il marito di sua sorella, e Ellemir si era collegata con lui attraverso la matrice durante la lunga ricerca di Callista, e si erano uniti tutti in quel breve e spontaneo momento di comunione prima che lo spaventoso riflesso di Callista li separasse. Come Ellemir, anche Damon si era collegato con Andrew, aveva sentito la sua forza e la sua delicatezza, la sua tenerezza e la sua passione… e quello era l’uomo che Dezi, per dispetto, aveva tentato di uccidere. Dezi, che era stato collegato a sua volta con Andrew quando avevano guarito gli uomini colpiti dal congelamento, lo conosceva altrettanto bene, conosceva le sue qualità, la sua bontà.

Ellemir ripeté, implacabile: — Avresti dovuto ucciderlo.

Soltanto dopo molti mesi, Damon avrebbe scoperto che non si era trattato di risentimento ma di precognizione.

Il mattino dopo, la tormenta si era placata e Dezi — portando con sé il denaro che Damon gli aveva posato accanto, i propri abiti e il proprio cavallo — aveva lasciato Armida. Quasi con un senso di rimorso, Damon si augurò che riuscisse a sopravvivere e a raggiungere Thendara, dove sarebbe stato sotto la protezione di Domenic. Dopotutto Domenic, erede di Alton, era fratellastro di Dezi. Ormai, Damon ne era sicuro: nessuno che non fosse un Comyn purosangue sarebbe stato in grado di opporre una simile resistenza.

Domenic si sarebbe preso cura di lui, pensò. Ma sentiva un peso sul cuore, un peso che non si disperdeva.

CAPITOLO DECIMO

Andrew stava sognando…

Vagava nella tormenta che udiva all’esterno, e che gettava neve e nevischio, spinti dai venti, intorno alle alture di Armida. Ma lui non aveva mai visto Armida. Era solo, e vagava in una desolazione senza strade, senza case, senza rifugi, come aveva fatto quando l’aereo per il rilevamento topografico era precipitato abbandonandolo in un mondo sconosciuto. Barcollava nella neve e il vento gli straziava i polmoni e una voce sussurrava come un’eco nella sua mente: Non c’è niente per te, qui.

E poi vide la ragazza.

E la voce nella sua mente mormorò: Tutto questo è già accaduto. Lei aveva addosso una camicia da notte leggera e lacera, e Andrew scorgeva la pelle chiara attraverso gli strappi; ma la stoffa non svolazzava nei venti furibondi che lo assalivano, e la tormenta non le agitava i capelli. Lei non era presente: era uno spettro, un sogno, una ragazza che non era mai esistita; eppure lui sapeva, su un altro livello di realtà, che era Callista, che era sua moglie. O forse era stato soltanto un sogno entro un sogno, vissuto mentre giaceva nella tormenta, e lui sarebbe rimasto lì disteso, seguendo quel sogno fino alla morte…? Cominciò a dibattersi, udì la propria voce gridare…

E la tormenta era cessata. Andrew giaceva nella sua camera da letto ad Armida. La tempesta si stava spegnendo, là fuori, ma il fuoco nel camino era ridotto a poche braci. In quella luce intravedeva a malapena Callista… o forse era Ellemir, che dormiva a fianco della sorella dalla notte in cui il riflesso psi che lei non poteva controllare li aveva folgorati entrambi nell’atto d’amore.

Durante i primi giorni, dopo che Dezi aveva tentato di ucciderlo, non aveva fatto quasi altro che dormire per le conseguenze della leggera commozione cerebrale e del freddo. Si toccò la ferita sulla fronte, non ancora rimarginata. Damon aveva tolto i punti un paio di giorni prima, e la crosta cominciava a staccarsi. Sarebbe rimasta una piccola cicatrice. Ma non era necessario uno sfregio per ricordargli com’era stato strappato dalle braccia di Callista quando una forza simile a una folgore si era avventata attraverso il corpo di lei. Ricordava che anticamente, sulla Terra, c’era stata una forma di tortura: un elettrodo accostato ai genitali. Ma non era stata colpa di Callista: quando aveva saputo ciò che aveva fatto, per poco il trauma non l’aveva uccisa.

Callista era ancora a letto, e Andrew aveva l’impressione che non migliorasse. Sapeva che Damon era preoccupato per lei. Le somministrava pozioni di erbe dagli strani aromi, e discuteva delle sue condizioni con parole di cui Andrew comprendeva forse una su dieci. Andrew si sentiva inutile, come la quinta gamba di un cavallo. E anche quando aveva incominciato a star meglio e a sentirsi in grado di muoversi, non aveva avuto la possibilità di distrarsi col lavoro solitamente pesante dell’allevamento dei cavalli. Con la stagione della tormenta, si era fermato tutto. Alcuni servitori, passando dalle gallerie sotterranee, andavano a curare i cavalli da sella e le mucche che fornivano il latte per tutta la casa. Alcuni giardinieri badavano alle serre. Andrew, ufficialmente, era il responsabile di tutto, ma in realtà non aveva nulla da fare.

Senza Callista, lo sapeva, non c’era niente che lo trattenesse lì, e dopo quella notte non era rimasto solo con lei per un momento. Damon aveva insistito perché Ellemir le dormisse accanto: non doveva mai sentirsi sola, neppure nel sonno, e per questo scopo la sua gemella era la persona più adatta.

Ellemir l’assisteva instancabilmente, giorno e notte. Da un certo punto di vista, Andrew le era grato per quelle cure premurose, dato che lui poteva fare ben poco per Callista. Ma nello stesso tempo se ne risentiva, si risentiva per essere isolato da sua moglie: ciò sottolineava la fragilità del filo che lo univa a Callista.

Avrebbe desiderato curarla, assisterla, sollevarla… Ma non volevano lasciarlo solo con lei neppure per un momento: e si risentiva anche di questo. Davvero pensavano che se l’avessero lasciata sola con lui, le si sarebbe avventato addosso come un animale selvatico, per violentarla? Maledizione, pensò, era più probabile che lui avesse eternamente paura di sfiorarla con un dito. Vorrei solo stare insieme a lei. Gli ripetevano che Callista aveva bisogno di sapere che lui l’amava ancora, e poi si comportavano come se non osassero lasciarli soli neppure per un minuto…

Si accorse che continuava a rimuginare, ossessivamente, sulle frustrazioni cui non poteva porre rimedio. Si girò, irrequieto, e cercò di riaddormentarsi. Ascoltò il respiro tranquillo di Ellemir e il sospiro angosciato di Callista, mentre si voltava. Cercò di raggiungerla col pensiero, e sentì il lieve contatto nella propria mente. Lei dormiva sodo, stordita da un’altra delle pozioni di Damon o di Ferrika. Andrew avrebbe voluto sapere cosa le somministravano, e perché. Si fidava di Damon, ma avrebbe desiderato che Damon si fidasse un po’ più di lui…

E anche la presenza di Ellemir era un motivo d’irritazione: così simile alla sua gemella, ma sana e rosea mentre Callista era così pallida e malata… Callista avrebbe dovuto essere come lei. La gravidanza, sebbene frustrata prematuramente, aveva ammorbidito la figura di Ellemir, sottolineando il contrasto con la magrezza di Callista. Maledizione, non doveva pensare a Ellemir. Era la sorella di sua moglie, la moglie del suo miglior amico, la donna più proibita per lui. E inoltre era una telepate, e avrebbe captato quel pensiero, e sarebbe rimasta atrocemente imbarazzata. Damon gli aveva detto, una volta, che in una famiglia di telepati un pensiero libidinoso era l’equivalente psicologico della violenza carnale. Non gli importava nulla di Ellemir (era soltanto sua cognata), ma lo induceva a immaginare Callista come avrebbe potuto essere se fosse stata sana e libera dall’influsso di quella stramaledetta Torre.

Era così gentile con lui…

Dopo molto tempo, scivolò nel sonno e riprese a sognare.

Era nel piccolo rifugio dei mandriani dove Callista, muovendosi attraverso il sopramondo, il mondo del pensiero e dell’illusione, l’aveva guidato nella tormenta dopo che l’aereo era precipitato. No, non era il rifugio dei mandriani: era lo strano edificio illusorio che Damon aveva costruito nelle loro menti e che era reale solo nella loro visualizzazione, ma aveva una solidità nel mondo del pensiero: perciò lui ne poteva vedere i mattoni e le pietre. Si svegliò, come aveva fatto allora, e vide la ragazza giacere accanto a lui, nella luce fioca: una figura indistinta, immobile, dormiente. Come aveva fatto allora, tese le mani per toccarla e scoprì che lei non c’era, non esisteva su quel piano: la sua forma, attraverso il sopramondo (che lei aveva spiegato come il doppio a rete d’energia del mondo reale) l’aveva raggiunto varcando lo spazio e forse anche il tempo, per burlarsi di lui. Eppure non si era burlata di lui.

Lo guardò con un sorriso grave, come aveva fatto allora, e disse, con un barlume di malizia: — Ah, è triste. È la prima volta, la primissima volta che giaccio con un uomo: e non posso goderne.

— Ma ora sei qui con me, tesoro — mormorò Andrew, e tese le mani verso di lei: e questa volta lei era lì, fra le sue braccia, calda, ardente, e sollevava la bocca al suo bacio, si premeva contro di lui con timido slancio, come aveva fatto una volta, ma solo per un momento.

— Questo non dimostra che è giunta l’ora, amore? — Andrew l’attirò a sé: le loro labbra s’incontrarono, i loro corpi si strinsero. Provò di nuovo la sofferenza del desiderio; ma aveva paura. C’era una ragione per cui non doveva toccarla… e all’improvviso, nel momento della tensione e della paura, lei gli sorrise, e tra le sue braccia c’era Ellemir, così simile e diversa dalla gemella.

Andrew disse: — No! — Si ritrasse, ma le mani di lei, piccole e forti, l’attirarono giù, più vicino. Lei gli sorrise e disse: — Ho chiesto a Callista di dirti che sono disponibile, come si narra nella ballata di Hastur e Cassilda. — Lui si guardò intorno, e vide Callista che li osservava e sorrideva…

Si svegliò con un sussulto di vergogna e di orrore. Si levò a sedere sul letto e si guardò intorno, angosciato, per assicurarsi che non fosse accaduto nulla, nulla. Era giorno, e Ellemir, con uno sbadiglio assonnato, scivolò fuori dal letto, avvolta nella sottile camicia da notte. Andrew si affrettò a distogliere lo sguardo.

Ellemir non se ne accorgeva neppure — per lei, Andrew non era un uomo — ma continuava ad aggirarsi davanti a lui, semivestita o svestita, tenendolo continuamente sulle spine, in preda a una frustrazione che non era neppure sessuale… Andrew rammentò che era sul loro mondo e che toccava a lui abituarsi alle loro consuetudini invece di cercare d’imporre le proprie. Solo la frustrazione, e il vergognoso realismo del sogno, lo rendevano quasi dolorosamente conscio di lei. Ma mentre il pensiero gli si chiariva nella mente, Ellemir si voltò con lentezza e lo fissò. Aveva gli occhi seri, ma sorrideva; e all’improvviso lui ricordò il sogno, e seppe che lei l’aveva condiviso, chissà come, e che i propri pensieri, il proprio desiderio, si erano intessuti nel sogno di lei.

Che razza di uomo sono? Mia moglie è malata, in pericolo di vita, e io sto qui a concupire la sua gemella… Tentò di voltarsi, sperando che Ellemir non captasse quel pensiero. La moglie del mio migliore amico…

Lei gli sorrideva, ma sembrava turbata. Andrew pensò che doveva scusarsi per quei pensieri. Invece Ellemir disse, dolcemente: — Va tutto bene, Andrew. — Per un momento, non gli riuscì di credere che lei avesse pronunciato davvero quelle parole. Sbatté le palpebre, ma prima che gli venisse in mente qualcosa da dire Ellemir aveva raccolto gli indumenti ed era andata in bagno.

Andrew si accostò alla finestra e guardò la tempesta di neve, che si stava acquietando. A perdita d’occhio il paesaggio era tutto bianco, lievemente rosato dalla luce del grande sole rosso che si affacciava fioco attraverso gli squarci tra le nubi. I venti avevano plasmato la neve in creste gelate, come onde di un duro oceano bianco che si stendeva fino alle lontane colline indistinte. Andrew ebbe la sensazione che il tempo rispecchiasse il suo umore: grigio, tetro, insopportabile.

Com’era fragile, dopotutto, il vincolo che lo univa a Callista! Eppure sapeva che non avrebbe mai potuto tornare indietro. Aveva scoperto troppi abissi in se stesso, troppe stranezze aliene. Il vecchio Carr, l’Andrew Carr dell’impero terrestre, aveva cessato di esistere nel giorno lontano in cui Damon li aveva posti tutti in contatto tramite la matrice. La strinse tra le dita, dura e fredda nel sacchetto isolante che portava al collo, e ricordò che era un gesto darkovano, un gesto che aveva visto compiere cento volte da Damon. E in quel gesto automatico riconobbe di nuovo la stranezza di quel suo nuovo mondo.

Fino a poche notti prima aveva creduto di essere avviato a costruirsi una nuova vita. Aveva un lavoro importante da svolgere, una famiglia, amici, un fratello e una sorella, un secondo padre, una moglie amata e innamorata. E poi, nell’esplosione di una folgore invisibile, tutto il suo mondo nuovo si era sgretolato intorno a lui, e l’alienità l’aveva accerchiato ancora. Vi stava sprofondando, annegando… Perfino Damon, solitamente così vicino e amichevole, quasi un fratello, era divenuto freddo ed estraneo.

O forse era lui, Andrew, che adesso vedeva l’alienità in tutti e in tutte le cose?

Notò che Callista si muoveva. Temendo che i propri pensieri la disturbassero, prese gli indumenti e andò a lavarsi e a vestirsi.

Quando tornò, Callista era sveglia e Ellemir l’aveva preparata facendole indossare una camicia pulita, lavandola, intrecciandole i capelli. Era stata portata la colazione, e Damon e Ellemir lo stavano aspettando intorno al tavolo dove tutti e quattro prendevano i pasti da quando Callista si era ammalata.

Ma Ellemir stava ancora accanto a Callista, e aveva l’aria turbata. Quando Andrew entrò lei disse, in tono di profonda inquietudine: — Callista, vorrei che ti lasciassi visitare da Ferrika. So che è giovane, ma è stata istruita nella Casa della Corporazione delle Amazzoni ed è la miglior ostetrica che abbiamo mai avuto ad Armida. Ti…

— I servigi di un’ostetrica — replicò Callista, con una sfumatura di amara gaiezza, — sono l’ultima cosa di cui ho bisogno.

— Comunque, Callista, lei conosce tutti i disturbi femminili. Senza dubbio, può fare più di me. Damon — insistette Ellemir, — tu cosa ne pensi?

Damon stava accanto alla finestra e guardava la neve. Si voltò e aggrottò leggermente la fronte. — Nessuno rispetta più di me le capacità e l’istruzione di Ferrika, Elli. Ma non so se ha l’esperienza necessaria per un caso come questo. Non capita di frequente, neppure nelle Torri.

Andrew disse: — Non capisco! È ancora soltanto l’inizio delle mestruazioni? Se è così — continuò, rivolgendosi direttamente a Callista, — che male ci sarebbe a farti vedere da Ferrika?

Callista scrollò la testa. — No, è finito, qualche giorno fa. Credo — (alzò gli occhi verso Damon, ridendo) — che la mia sia soltanto pigrizia: approfitto di una debolezza femminile.

— Vorrei che fosse così, Callista — disse Damon, e andò a sedersi a tavola. — Vorrei convincermi che oggi saresti in grado di alzarti. — La guardò mentre lei, con dita languide, imburrava un pezzo di pane di noci. Callista se lo portò alla bocca e masticò, ma Andrew non la vide deglutire.

Ellemir spezzò un po’ di pane e disse: — Abbiamo una decina di ancelle, in cucina, ma se io manco per un giorno o due il pane diventa immangiabile!

Andrew pensò che il pane era come al solito: caldo, fragrante, a grana grossa, con la farina mescolata alle noci macinate che su Darkover costituivano il cibo principale. Era aromatizzato con le erbe e aveva un buon sapore, ma a Andrew davano un po’ fastidio quella grana grossolana e quelle spezie sconosciute. Neppure Callista mangiava, e Ellemir appariva turbava. Disse: — Posso mandarti a prendere qualcosa d’altro, Callie?

Callista scrollò la testa. — No, davvero. Non posso, Elli. Non ho fame…

Erano giorni che non mangiava quasi nulla. In nome di Dio, pensò Andrew, cos’ha?

Damon disse, con improvvisa ruvidezza: — Vedi, Callista? È come ti dicevo. Hai lavorato con le matrici per… per quanto? Nove anni? Sai cosa significa, quando non puoi mangiare!

Negli occhi di lei balenò un’espressione spaventata. Disse: — Mi sforzerò, Damon. Davvero. — Prese una cucchiaiata di frutta cotta e l’inghiottì con riluttanza. Damon l’osservò, preoccupato, pensando che costringerla a fingere un appetito che non provava non era ciò che lui voleva ottenere. Disse, fissando le creste di neve che sembravano panna montata, imporporate dalla luce: — Se il tempo migliorasse, manderei qualcuno a Neskaya. Forse la leronis potrebbe venire a darti un’occhiata.

— Sembra che adesso si stia schiarendo — osservò Andrew, ma Damon scrollò il capo.

— Prima di sera riprenderà a nevicare. Conosco il tempo di queste colline. Se qualcuno partisse stamattina, resterebbe bloccato a metà strada.

Infatti, poco dopo mezzogiorno la neve ricominciò a scendere in enormi fiocchi bianchi, dapprima lentamente e poi sempre più pesante, in un turbine irrequieto che nascose il paesaggio e le colline. Andrew la guardava, indignato e incredulo, mentre andava dalle gallerie delle stalle alle serre, mentre sovrintendeva all’attività dei maggiordomi e dei garzoni. Com’era possibile che il cielo racchiudesse tanta neve?

Salì di nuovo nel tardo pomeriggio, appena ebbe terminato quel po’ di lavoro che c’era da fare in quei giorni. Come sempre, quando rimaneva per un poco lontano da Callista, si sgomentò. Gli parve che da quel mattino fosse diventata ancora più pallida e scarna, e che dimostrasse dieci anni più della gemella. Ma gli occhi le brillarono di gioia al vederlo, e quando Andrew le prese le dita lei le strinse intorno alla sua mano, di slancio.

Andrew chiese: — Sei sola, Callista? Dov’è Ellemir?

— È andata a passare un po’ di tempo con Damon. Poverini, sono stati così poco insieme, ultimamente: uno dei due è sempre con me. — Si scostò, con un fremito di sofferenza che sembrava non lasciarla mai. — Avarra abbia pietà di me: sono stanca di stare a letto.

Lui si chinò e la sollevò. — Allora ti terrò un po’ così, tra le braccia — disse, portandola a una poltrona davanti alla finestra. Era leggera come una bambina, abbandonata e inerte. Gli appoggiò la testa sulla spalla. Andrew provava una tenerezza dolorosa, immune dal desiderio: un uomo non poteva turbare col desiderio quella bambina malata. La cullò, dolcemente.

— Dimmi cosa succede, Andrew. Sono così isolata. Poteva finire il mondo senza che io ne sapessi nulla.

Lui indicò il mondo bianco di neve, oltre la finestra. — Come vedi, non è accaduto niente d’importante. Non c’è niente da dirti, a meno che t’interessi sapere quali frutti stanno maturando nella serra.

— Ecco, mi fa piacere sapere che non sono stati distrutti dalla tormenta. Qualche volta i vetri si spezzano e le piante muoiono: ma è ancora troppo presto perché succeda — disse lei, appoggiandosi stancamente, come se lo sforzo di parlare fosse stato troppo grande.

Andrew la tenne stretta, lieto che non si ritraesse, che mostrasse di desiderare il contatto con lui mentre in precedenza l’aveva temuto. Forse aveva ragione: ora che il suo ciclo era incominciato, con l’andar del tempo e con la pazienza avrebbe potuto vincere il condizionamento della Torre. Teneva gli occhi chiusi, e sembrava addormentata.

Rimasero così a lungo, fino a quando Damon, entrando all’improvviso nella stanza, si arrestò di colpo, sbigottito. Aprì la bocca per parlare, ma Andrew percepì il messaggio concitato e impaurito, direttamente dal suo pensiero.

Andrew! Mettila giù, presto, allontanati da lei!

Andrew alzò la testa, irosamente: ma sentendo l’angoscia sincera di Damon reagì con prontezza. Sollevò Callista e la riportò sul letto. Lei restò silenziosa, immobile, priva di sensi.

— Da quanto tempo è così? — chiese calmo Damon.

— Solo da pochi minuti. Stavamo parlando — rispose Andrew, in tono difensivo.

Damon sospirò, e disse: — Credevo di potermi fidare di te. Credevo che capissi!

— Lei non ha paura di me, Damon: voleva che la tenessi tra le braccia.

Callista aprì gli occhi. Sembravano incolori, nella luce fioca filtrata dalla neve. — Non rimproverarlo, Damon. Ero stanca di stare a letto. Davvero, sto meglio. Pensavo che stasera mi sarei fatta portare la mia arpa e avrei suonato un po’. Sono stanca di non aver niente da fare.

Damon la guardò, scettico, ma disse: — La manderò a prendere, se vuoi.

— Lascia, vado io — replicò Andrew. Senza dubbio, se si sentiva abbastanza bene da suonare l’arpa doveva essere migliorata! Scese nella Grande Sala, trovò un maggiordomo e chiese lo strumento di dama Callista. L’uomo gli portò la piccola arpa, non più grande di una chitarra terrestre, nella custodia di legno scolpito.

— Devo portarla di sopra, Dom Ann’dra?

— No, la prendo io.

Una delle ancelle, che stava dietro il maggiordomo, disse: — Porta le nostre congratulazioni alla signora, e dille che speriamo che presto stia abbastanza bene da accettarle personalmente.

Andrew imprecò, incapace di trattenersi. Poi si affrettò a chiedere scusa: la donna non aveva avuto intenzioni cattive. E cos’altro potevano pensare? Callista era a letto da dieci giorni, e nessuno era stato chiamato ad assisterla: solo la sua gemella poteva starle vicina. Si poteva dar loro torto se pensavano che era incinta, e che la sorella e il marito si prendevano cura di lei perché il bambino non subisse la stessa sorte di quello di Ellemir? Infine disse, con una voce che sapeva malferma: — Ti ringrazio dei tuoi… dei tuoi gentili auguri, ma mia moglie non ha avuto questa fortuna… — Non riuscì a continuare. Accettò i mormorii di comprensione, e si affrettò a salire.

Nel soggiorno dell’appartamento si fermò, sentendo la voce incollerita di Damon.

— È inutile, Callista, e lo sai. Non puoi mangiare, non dormi se non ti somministro un soporifero. Speravo che tutto si risolvesse, dopo l’inizio spontaneo del ciclo. E invece guardati!

Callista mormorò qualcosa. Andrew non riuscì ad afferrare le parole, ma solo il tono di protesta.

— Sii sincera, Callista. Tu eri leronis di Arilinn. Se ti avessero portato qualcuna in questo stato, cos’avresti fatto? — Una breve pausa. — Allora sai cosa devo fare, e in fretta.

— Damon, no! — Era un grido di disperazione.

— Breda, ti prometto che cercherò…

— Oh, Damon, dammi ancora un po’ di tempo! — Andrew la sentì singhiozzare. — Mi sforzerò di mangiare, prometto. Mi sento meglio davvero: oggi sono stata seduta per più di un’ora, chiedilo a Ellemir. Damon, non puoi darmi ancora un po’ di tempo?

Ci fu un lungo silenzio, poi Damon imprecò e uscì dalla stanza. Fece per passare oltre Andrew senza parlare, ma il terrestre lo prese per un braccio.

— Cosa succede? Cosa le hai detto, per sconvolgerla così?

Damon non lo guardò, e Andrew provò l’allarmante sensazione che per suo cognato lui non fosse presente davvero. — Non vuole che faccia quello che devo fare. — Vide la custodia dell’arpa e disse, sprezzante: — Credi davvero che stia abbastanza bene da poter suonare?

— Non lo so — rispose irritato Andrew. — So soltanto che lei me l’ha chiesta. — All’improvviso ricordò ciò che avevano detto i servitori, e sentì che non poteva più resistere.

— Damon, ma cos’ha? Ogni volta che te l’ho chiesto hai cercato di sfuggirmi.

Damon sospirò e si sedette, stringendosi la testa fra le mani. — Non so se riuscirò a spiegartelo. Tu non sei stato addestrato nell’uso delle matrici, non conosci il linguaggio, non conosci neppure i concetti.

Andrew disse, cupamente: — Spiegati in parole semplici.

— Non esistono. — Damon sospirò e tacque, riflettendo. Infine disse: — Ti ho mostrato i canali, in Callista e in Ellemir.

Andrew annuì, ricordando quelle linee luminose e i centri pulsanti, così nitidi in Ellemir, così infiammati e torpidi in Callista.

— In sostanza, è affetta da un sovraccarico dei canali nervosi. — Damon si accorse che Andrew non capiva. — Ti ho detto che gli stessi canali portano le energie sessuali e le forze psi: non contemporaneamente, è ovvio. Quando è stata addestrata come Custode, Callista ha imparato le tecniche che le impedivano di essere capace (o anche soltanto conscia) della minima reazione sessuale. Fin qui è chiaro?

— Credo di sì. — Andrew pensò all’apparato sessuale di Callista, reso non funzionale perché lei potesse usare l’intero corpo come trasformatore di energia. Dio, come si poteva fare una cosa simile a una donna!

— Bene. In un adulto normale, i canali funzionano selettivamente. Bloccano le forze psi quando i canali servono per le energie sessuali, e bloccano gli impulsi sessuali quando viene usato lo psi. Dopo aver lavorato con la matrice, ricordi che sei rimasto impotente per alcuni giorni? Di solito, quando una Custode rinuncia alla sua carica, questo avviene perché i canali sono ritornati a livelli normali e alla normale selettività. Allora lei non è più in grado, come deve essere in grado di fare una Custode, di rimanere completamente libera da ogni traccia di energia sessuale rimasta nei canali. Evidentemente Callista ha pensato che questo fosse già avvenuto in lei, perché sentiva di reagire a te. Per un momento l’ha fatto, sai — continuò Damon, guardando esitante Andrew; e il terrestre, che non voleva ricordare quell’istante di quadruplice contatto e riconoscere che Damon poteva avervi partecipato, non alzò gli occhi. Si limitò ad annuire, a testa bassa.

— Bene. Se una comune Custode… una Custode con il condizionamento e i canali liberi… viene attaccata, può proteggersi. Per esempio: se tu non fossi stato il marito di Callista, l’uomo al quale lei aveva dato il diritto di farlo, se fossi stato un estraneo che tentava di violentarla, lei avrebbe scagliato l’energia direttamente attraverso te. E tu saresti morto, e Callista… ecco, credo che sarebbe rimasta scossa e nauseata, ma dopo un buon pasto e un sonno si sarebbe ripresa perfettamente. Ma non è andata così.

Non è di te che non mi fido, marito mio…

— Lei deve aver creduto di essere pronta, altrimenti non avrebbe rischiato. E quando si è accorta che non era pronta, nell’attimo prima di folgorarti col riflesso che non poteva controllare, ha riportato il contraccolpo nel suo corpo. E questo ti ha salvato la vita. Se l’intero flusso di energia ti avesse attraversato, immagini cosa sarebbe successo?

Andrew riusciva a immaginarlo, ma preferiva non pensarci.

— Dev’essere stato quel trauma a provocare le mestruazioni. L’ho osservata attentamente, fino a quando sono stato sicuro che non sarebbe andata in crisi: ma poi ho pensato che l’emorragia, e la perdita di energia che si verifica normalmente nelle donne in queste occasioni, avrebbero fatto defluire il sovraccarico e avrebbero liberato i canali. Ma non è stato così. — Damon aggrottò la fronte. — Vorrei sapere esattamente cosa le ha fatto Leonie. Nel frattempo, ti ho pregato di non toccarla. E non devi farlo.

— Hai paura che mi folgori di nuovo?

Damon scosse la testa. — Non credo che ne abbia la forza, adesso. In un certo senso, è peggio. Reagisce fisicamente a te, ma i canali non sono liberi: quindi non c’è modo di far defluire le energie sessuali in modo normale attraverso i canali. Ci sono due serie di riflessi che agiscono contemporaneamente: ognuna blocca l’altra, e inibisce entrambe le funzioni normali.

— Mi sento più confuso che mai — disse Andrew, stringendosi la testa fra le mani, e Damon si accinse a una spiegazione ancora più semplice.

— Una donna addestrata come Custode, qualche volta deve coordinare otto o dieci telepati. Lavorando nei cerchi di energon, deve incanalare tutta quella forza attraverso il proprio corpo. Regge tensioni psi enormi, come… — Captò l’analogia nella mente di Andrew. — Come un trasformatore. Perciò loro non possono, non osano affidarsi alla selettività normale dell’adulto comune. Devono mantenere i canali totalmente, completamente, permanentemente liberi per le forze psi. Ricordi quello che ha detto mia sorella Marisela?

L’udirono insieme, come un’eco nella mente di Damon: Anticamente le Custodi di Arilinn non potevano abbandonare il loro incarico neppure se volevano… Le Custodi di Arilinn non sono donne ma emmasca…

— Le Custodi non vengono più castrate, naturalmente. Si affidano ai voti di verginità, e al condizionamento antisessuale intensivo, per mantenere i canali completamente liberi. Ma dopotutto una Custode è una donna; e se s’innamora, con ogni verosimiglianza comincia a reagire sessualmente, perché i canali sono ritornati alla selettività normale, per lo psi o per il sesso. Deve smettere di fungere da Custode, perché i suoi canali non sono più completamente liberi. Può reggere lo psi comune, ma non le enormi tensioni di una Custode, i cerchi e i relè di energon… Be’, tu non ne sai molto, lascia stare. Di solito, in pratica, una Custode, il cui condizionamento è fallito rinuncia completamente a lavorare col laran. Io lo ritengo assurdo, ma la nostra consuetudine è questa. Ed è questo, ciò che Callista si aspettava: che appena avesse incominciato a reagire a te avrebbe preso a usare selettivamente i canali, come tutti i normali telepati adulti.

— E perché non è accaduto? — chiese Andrew.

— Non so — rispose Damon, disperato. — Non ho mai visto una cosa simile. Non voglio credere che Leonie abbia alterato i canali, in modo che non potessero mai più funzionare selettivamente: ma non mi viene in mente un’altra spiegazione. Siccome è chiaro che Leonie ha modificato i canali in un modo o nell’altro, per mantenerla fisicamente immatura, credo che la causa sia proprio questa. Adesso capisci perché non devi toccarla? Non perché lei ti folgorerebbe di nuovo (uccidendoti, questa volta), ma perché si lascerebbe morire piuttosto di farlo. Sarebbe una cosa così facile, per lei, che il solo pensarci mi atterrisce. Perché i riflessi ci sono ancora, e lei li combatte: e questo la sta uccidendo.

Andrew si coprì la faccia con le mani. — E io che l’ho supplicata… — disse, con un filo di voce.

— Tu non potevi saperlo — osservò Damon, gentilmente. — E neppure lei lo sapeva. Credeva di decondizionarsi normalmente, se no non avrebbe mai rischiato. Era disposta a rinunciare del tutto alla funzione psi dei canali, per te. Sai cosa significa per lei?

Andrew mormorò: — Non lo merito. Tanta sofferenza…

— E così maledettamente inutile! — esclamò Damon. Era una bestemmia. Non c’era una legge più inflessibile di quella che impediva a una Custode, dopo aver rinunciato al giuramento, dopo aver perso la verginità, di svolgere ancora un’attività seria con le matrici. — Era ciò che lei desiderava, Andrew. Rinunciare al suo lavoro di Custode, per te.

— E allora cosa si può fare? — chiese Andrew. — Lei non può continuare così. Ne morirà!

Damon disse, riluttante: — Dovrò liberarle i canali. E lei non vuole permettermelo.

— Perché?

Damon non rispose subito. E infine disse: — Di solito lo si fa sotto l’effetto del kirian, e io non ne ho. Senza, è tremendamente doloroso. — Ma così, Callista poteva sembrare vile, e lui non voleva dare quell’impressione; tuttavia non si sentiva capace di spiegare a Andrew qual era la vera obiezione di Callista. Con sollievo, posò lo sguardo sulla rryl nella sua custodia.

— Ma se sta abbastanza bene da chiedere l’arpa, forse è migliorata davvero — disse, con un barlume di speranza. — Portagliela, Andrew. Ma… — S’interruppe, poi riprese: — Ma non toccarla. Sta ancora reagendo a te.

— Ma non è quello che vogliamo?

— No, con i due sistemi sovraccarichi e intasati — disse Damon. Andrew chinò la testa e mormorò: — Lo prometto.

Lasciò Damon, entrò nella stanza dove giaceva Callista… e si fermò, sconvolto. Lei era silenziosa, immobile, e per un terribile istante Andrew non la vide respirare. Aveva gli occhi aperti ma non lo vedeva, non lo seguì con lo sguardo quando l’ombra di lui le nascose la luce. Provò una paura agghiacciante: sentì un urlo muto stringergli la gola. Si voltò di scatto per chiamare Damon, ma Damon aveva già captato l’impatto telepatico del suo panico e si stava precipitando nella stanza. Poi emise un grande sospiro di sollievo, quasi un singhiozzo.

— Tutto bene — disse, aggrappandosi a Andrew come se fosse in preda alle vertigini. — Non è morta: ha… ha abbandonato il suo corpo. È nel sopramondo, ecco tutto.

Fissando gli occhi ciechi e spalancati, Andrew bisbigliò: — Cosa possiamo fare, per lei?

— Nelle sue attuali condizioni fisiche non potrà restarci a lungo — rispose Damon, mentre l’angoscia, la preoccupazione e la speranza si mescolavano nella sua voce. — Non sapevo neppure che fosse abbastanza forte per questo. Ma se lo è… — Non l’affermò a voce alta, ma entrambi udirono ciò che non disse: Se lo è, forse non è grave come temiamo.

Muovendosi nei grigi spazi del sopramondo, Callista sentiva le loro grida e le loro paure: ma vagamente, come in un sogno. Per la prima volta, dopo un’eternità, il dolore non la tormentava più. Aveva abbandonato il suo corpo straziato, uscendone come da un indumento troppo ampio e scivolando nei reami conosciuti. Si sentiva prendere forma nei grigi spazi del sopramondo, e il suo corpo era sereno e in pace com’era stato un tempo… Si vedeva avvolta nelle pieghe aeree e traslucide della sua veste di Custode: una leronis, una maga. Mi vedo ancora così?, si chiese, stupita e profondamente turbata. Non sono una Custode ma una donna sposata, nel pensiero e nel cuore se non nella realtà…

Il vuoto di quel mondo grigio le faceva paura. Cercò, quasi automaticamente, un punto di riferimento, e nelle grige lontananze scorse il fioco brillio della rete di energia che in quel mondo era l’equivalente della Torre di Arilinn.

Non posso andare là, pensò. Ho rinunciato. Ma a quel pensiero provò un appassionato desiderio del mondo che aveva abbandonato per sempre. Come se il desiderio avesse creato la risposta, vide ravvivarsi la rete e poi — quasi con la rapidità del pensiero — fu , entro il Velo, nel ritiro segreto, il Giardino della Fragranza, il Giardino della Custode.

Poi vide la figura velata che prendeva lentamente forma davanti a lei. Non ebbe bisogno di scorgere il volto di Leonie per riconoscerla.

— Mia diletta figlia — disse Leonie. Callista sapeva che era solo un tenue contatto del pensiero; ma in quel regno familiare la loro presenza reciproca era così reale che la voce di Leonie suonava ricca, calda, più tenera di quanto fosse mai stata nella vita. Solo su quel piano non fisico, lo sapeva, Leonie poteva permettersi quelle emozioni. — Perché sei venuta da noi? Credevo che ti fossi sottratta per sempre alla nostra portata, chiya. Oppure sei finita qui in un sogno?

— Non è un sogno, Kiya.  — La collera la invase, come una scossa gelida che pervadeva ogni nervo. La dominò, come le era stato insegnato fin dall’infanzia, perché la collera degli Alton poteva uccidere. Con voce fredda e imperiosa, respingendo la tenerezza di Leonie, dichiarò: — Sono venuta a cercarti, a chiederti perché hai pronunciato una benedizione senza verità! Perché mi hai mentito? — Sentiva la propria voce come un urlo negli orecchi. — Perché mi hai legata con vincoli che non potevo spezzare, cosicché è stata una beffa quando mi hai data in sposa? Mi serbi tanto rancore per la mia felicità, tu che non l’hai mai conosciuta?

Leonie rabbrividì. La sua voce era piena di dolore. — Speravo che fossi felice e che fossi già una vera sposa, chiya.

— Sai bene che quanto hai fatto lo rende impossibile! Puoi giurare di non avermi castrata, come si faceva un tempo alla Dama di Arilinn?

Leonie, col volto pieno di orrore, disse: — Gli dèi mi siano testimoni, figliola, e le cose sacre di Hali: non sei stata castrata. Ma eri molto giovane quando sei arrivata alla Torre…

Il tempo parve scorrere a ritroso mentre Leonie parlava, e Callista si sentì trascinata a quei giorni quasi dimenticati, con i capelli ancora arricciati intorno alle guance anziché intrecciati come si addiceva a una donna: provò di nuovo la reverenza impaurita che aveva provato per Leonie prima che diventasse sua madre, la sua guida, la sua maestra, la sua sacerdotessa…

— Tu eri riuscita come Custode, figlia mia, mentre altre sei avevano fallito. Credevo che ne fossi orgogliosa.

— Lo ero — mormorò Callista, chinando il capo.

— Ma tu mi hai ingannata, Callista, altrimenti non ti avrei mai lasciata andare. Mi hai fatto credere, sebbene io lo ritenessi quasi impossibile, che reagivi già al tuo innamorato, che se non avevi giaciuto con lui sarebbe accaduto comunque entro breve tempo. Perciò ho creduto che forse non ero riuscita nell’intento, che forse il tuo successo come Custode era venuto perché ti credevi libera da ciò che tormentava le altre donne. Poi, quando l’amore è entrato nella tua vita, e hai scoperto di avere un cuore, allora, come è accaduto a tante Custodi, non era più possibile che rimanessi addormentata. E perciò ti ho benedetta, e ti ho liberata dal voto. Ma se non è vero, Callista, se non è vero…

Callista ricordò Damon che le lanciava quella sfida irosa: Vuoi passare la vita a contare i buchi nelle tovaglie di lino e a preparare le erbe per il pane alle spezie, tu che eri Callista di Arilinn? E anche Leonie udì l’eco, nella propria mente.

— L’ho già detto, mia cara, e ora te l’offro di nuovo. Puoi ritornare da noi. Un po’ di tempo, un periodo di riaddestramento, e saresti di nuovo dei nostri.

Fece un gesto: l’aria ondeggiò, e Callista si trovò abbigliata delle vesti cremisi di Custode, con gli ornamenti rituali sulla fronte e sulla gola.

— Torna da noi, Callista. Torna.

Lei disse, balbettando: — Mio marito…

Leonie fece un gesto di rifiuto. — Il libero matrimonio non è nulla, Callista: è una finzione legale, priva di valore se non viene consumato. Cosa ti lega a quell’uomo?

Callista fece per rispondere «L’amore», ma sotto lo sguardo sprezzante di Leonie non riuscì a pronunciare quella parola. Disse, invece: — Una promessa, Leonie.

— La tua promessa a noi è venuta prima. Tu sei nata per questo lavoro, Callista: è il tuo destino. Ricordi? Eri consenziente a ciò che ti veniva fatto. Eri una delle sette ragazze giunte da noi quell’anno. Sei di loro hanno fallito, una dopo l’altra. Erano già cresciute, i loro canali nervosi erano già maturi. Per loro, la liberazione dei canali e il condizionamento contro la reazione erano troppo dolorosi. E poi c’era Hilary Castamir: la ricordi? Lei è diventata Custode, ma ogni mese, quando sopravveniva il suo ciclo, andava in convulsioni, e il prezzo sembrava troppo grande. Ero disperata, Callista, ti ricordi? Dovevo addossarmi il lavoro di tre Custodi, e la mia salute cominciava a soffrirne. E per questo ti ho spiegato come stavano le cose, e tu hai acconsentito.

— Come potevo acconsentire? — esclamò disperata Callista. — Ero una bambina! Non sapevo neppure cosa mi chiedevi!

— Eppure hai acconsentito a essere addestrata quando non eri ancora adulta, quando i canali erano ancora immaturi. Perciò ti sei adattata facilmente all’addestramento.

— Lo ricordo — disse Callista, a voce bassa. Era stata così orgogliosa di riuscire dove tante fallivano, di diventare Callista di Arilinn, di prendere posto accanto alle grandi Custodi della leggenda. Ricordava l’euforia che le dava il prendere la direzione dei grandi cerchi, percepire le immense tensioni che fluivano senza ostacoli attraverso il suo corpo, guidare gli enormi anelli di energon…

— Ed eri così giovane. Mi sembrava improbabile che avessi qualche possibilità. E invece… Ma, mia cara, potrai riavere tutto. Basta che tu dica una parola.

— No! — gridò Callista. — No! Sono stata sciolta dal giuramento… Non voglio! — Eppure, stranamente, non ne era sicura.

— Callista, avrei potuto costringerti a ritornare. Eri ancora vergine, e la legge mi autorizzava a importi di tornare ad Arilinn. C’è un gran bisogno di te, e io sono vecchia. Eppure, come ho detto, è un peso troppo grande per portarlo senza pieno consenso. Ti ho lasciata libera, figlia mia, sebbene io sia vecchia: e questo significa che dovrò sforzarmi di portare il mio fardello fino a quando Janine sarà abbastanza cresciuta, abbastanza adulta per questo lavoro. Ti sembra che io ti volessi male, o che abbia mentito quando ti ho benedetta e ti ho augurato di vivere felice col tuo innamorato? Credevo che fossi già libera. Credevo, rendendoti il tuo giuramento, d’inchinarmi all’inevitabile; credevo che in pratica fossi già libera, e che non ci fosse ragione di non renderti la promessa e di tormentarti insistendo per farti ritornare, per liberare i canali e costringerti a ritentare.

Callista sussurrò: — Speravo… credevo di essere libera…

Sentì l’orrore di Leonie, quasi tangibile. — Mia povera piccola, che rischio! Come può starti tanto a cuore un uomo, quando hai tutto questo davanti a te? Callista, tesoro, torna da noi! Guariremo tutte le tue ferite. Torna, il tuo posto è qui…

— No! — Era un grido di rinuncia. E come se fosse echeggiato nell’altro mondo, Callista udì la voce di Andrew invocare tormentosamente il suo nome.

— Callista, Callista, torna da noi…

Ci fu un trauma breve e brusco, la sensazione di precipitare. Leonie non c’era più, e la sofferenza le trafiggeva il corpo. Si ritrovò distesa sul letto, e il volto di Andrew, pallido come quello di un morto, era chino su di lei.

— Temevo di averti persa per sempre, questa volta — mormorò Andrew.

— Forse sarebbe meglio… — mormorò Callista, angosciata.

Leonie aveva ragione. Niente mi lega a lui, tranne una promessa… e il mio destino è di essere Custode. Per un attimo il tempo si sfocò, e Callista vide se stessa al riparo di strane mura sconosciute che non erano quelle di Arilinn. Afferrò con le mani i fasci di forza, gettò gli anelli di energon…

Tese le mani verso Andrew, e istintivamente si ritrasse. Poi, sentendo lo sgomento di lui, gli prese le mani, dimenticando le acute fitte ammonitrici.

Non potrò mai ritornare. Se non c’è una soluzione morirò, ma non ritornerò mai là.

Niente mi lega a Andrew, se non parole. Eppure… le parole… le parole hanno potere. Aprì le palpebre, guardò il marito negli occhi, e ripeté le parole che lui aveva pronunciato in occasione delle nozze.

— Andrew, nella buona e nella cattiva sorte… in ricchezza e in povertà… nella malattia e nella buona salute… finché morte non ci separi — disse, e strinse le sue mani su quelle di lui. — Andrew, amor mio, non devi piangere.

CAPITOLO UNDICESIMO

Damon non si era mai sentito tanto frustrato. Leonie aveva agito per ragioni che all’epoca le erano parse valide, e in una certa misura lui poteva comprendere le sue motivazioni.

Doveva esserci una Custode, ad Arilinn. Per tutta la vita di Leonie, quello era stato il problema più importante, e niente poteva eclissarlo. Ma non era possibile spiegarlo a Andrew.

— Sono sicuro che se fossi al tuo posto penserei la stessa cosa — disse. Era notte. Callista era piombata in un sonno inquieto, sfinita: ma almeno dormiva senza bisogno di pozioni soporifere, e Damon si sforzava di trovare in questo un barlume di consolazione. — Non puoi biasimare Leonie…

— E invece sì! — l’interruppe Andrew. Damon sospirò.

— Cerca di capire. Lei ha fatto ciò che riteneva giusto, non solo per le Torri ma anche per Callista, per risparmiarle angosce e sofferenze. Difficilmente poteva prevedere che Callista avrebbe voluto sposare… — Stava per dire «un alieno». Si trattenne, ma naturalmente Andrew captò il suo pensiero. Un rossore cupo, che era per metà di collera e per metà d’imbarazzo, gli si diffuse sul volto. Girò le spalle a Damon, caparbiamente; e Damon sospirò, pensando che il problema andava risolto in fretta perché altrimenti lui avrebbe perso anche Andrew.

Era un pensiero amaro, quasi intollerabile. Fin dal primo momento del quadruplice legame tramite la matrice, quando Callista era ancora prigioniera, Damon aveva trovato qualcosa che credeva di aver perso irrevocabilmente quando era stato allontanato dalla Torre: il legame telepatico del cerchio.

L’aveva perso quando Leonie l’aveva mandato via da Arilinn, e aveva dovuto rassegnarsi a farne a meno; e poi, al di là di ogni speranza, l’aveva ritrovato nelle due cugine e in quell’alieno… Adesso avrebbe preferito morire piuttosto che permettere che il vincolo si spezzasse di nuovo.

Disse, in tono fermo: — Leonie ha fatto questo, per qualunque ragione, buona o cattiva, e ne è responsabile. Callista non è abbastanza forte da ottenere la soluzione. Ma Leonie, e soltanto Leonie, può avere la chiave del suo problema.

Andrew guardava l’oscurità turbinante di neve, fuori dalla finestra. — È inutile. Quanto dista Arilinn da qui?

— Non so in che modo voi calcoliate le distanze. Noi la calcoliamo in una cavalcata di dieci giorni. Ma non pensavo di andare da lei. Farò ciò che ha fatto Callista: la cercherò nel sopramondo. — Le labbra contratte abbozzarono un mesto sorriso. — Adesso che Dom Esteban è invalido, e Domenic è ancora un ragazzo, io sono il parente più stretto. Ho il diritto e la responsabilità di chieder conto a Leonie.

Ma chi poteva chiedere conto a un’Hastur, a un’Hastur che era la Dama di Arilinn?

— Vorrei venire con te e scatenare l’inferno — esclamò Andrew.

— Tu non sapresti cosa dirle. Te lo prometto, Andrew: se c’è una soluzione, la troverò.

— E se non c’è?

Damon girò la testa. Non voleva neppure pensarci. Callista dormiva inquieta, agitandosi e gemendo nel sonno. Ellemir cuciva, su una poltrona, aggrottando la fronte sul lavoro, il volto illuminato nell’alone ovale della lampada. Damon cercò il contatto mentale con lei e sentì la pronta reazione: un tocco rassicurante, affettuoso. Ho bisogno che venga con me, e invece devo andare da solo.

— Nell’altra stanza, Andrew. Qui le disturberemmo. Tu veglia con me — aggiunse, precedendolo nell’altra camera. Si abbandonò su una grande poltrona, e Andrew si mise al suo fianco. — Ecco…

Si concentrò sulla matrice, sentì la breve scossa brusca quando abbandonò il proprio corpo, sentì la forza di Andrew quando aleggiò per qualche attimo nella stanza… Poi si trovò sulla grigia pianura informe, e vide con stupore che dietro di lui, nel sopramondo, c’era qualcosa, una struttura ancora indistinta. Senza dubbio lui e Dezi e Andrew l’avevano eretta come riparo quando avevano operato per guarire le vittime del congelamento: un rifugio, una protezione. Casa mia. Non ne ho altre, ora. Con fermezza accantonò quel pensiero, cercando nel mondo incorporeo il luminoso faro di Arilinn. Poi, letteralmente alla velocità del pensiero, fu là, e Leonie stava davanti a lui, velata.

Era stata così bella… Ancora una volta si sentì colpire dal vecchio amore, dal vecchio desiderio, ma si corazzò col pensiero di Ellemir. Ma perché Leonie si velava per nascondersi a lui?

— Quando è venuta Callista ho compreso che tu non avresti tardato, Damon. So cosa vuoi, naturalmente: ma come posso aiutarti?

— Lo sai, come lo so io. Non è per me che chiedo aiuto, ma per Callista.

— Ha fallito. Ero disposta a lasciarla libera… Ha avuto la sua occasione, ma adesso sa che il suo posto è qui. Deve tornare da noi, ad Arilinn.

— È troppo tardi — disse Damon. — Credo che morirà, piuttosto. Ed è prossima a morire. — Sentì la propria voce tremare. — Preferisci vederla morta piuttosto che lasciarla libera? Il potere di Arilinn è una stretta mortale, dunque?

Vide l’orrore di Leonie, come una nube visibile, lì dove i sentimenti erano una realtà concreta. — Damon, no! — La voce della Custode fremeva. — Quando una Custode viene lasciata libera, questo avviene perché non può più adeguare i canali allo schema, perché non sono più adatti all’attività psi. Credevo che questo non potesse avvenire, a Callista, ma lei mi ha detto che le cose stavano diversamente: perciò ho accettato di scioglierla dal voto.

— Ma sapevi di averlo reso impossibile! — l’accusò Damon.

— Io… non ero sicura — replicò Leonie, e i suoi veli si agitarono in un gesto di diniego. — Lei mi aveva detto… che l’aveva toccato… Damon, cosa dovevo pensare? Ma adesso lei sa che le cose stanno diversamente. Ai tempi in cui una ragazza veniva preparata a diventare Custode prima di diventare adulta, era un fatto accettato che la scelta fosse definitiva, che non fosse possibile tornare indietro.

— Tu lo sapevi eppure hai compiuto questa scelta per Callista?

— Cos’altro potevo fare, Damon? Abbiamo bisogno di Custodi, altrimenti il nostro mondo piomberà nelle tenebre della barbarie. Ho fatto quello che dovevo, e se Callista è sincera nei miei confronti ammetterà che l’ho fatto col suo consenso. — Eppure Damon udì, come un’eco nella mente di Leonie, l’amaro grido disperato:

Come potevo acconsentire? Avevo dodici anni!

Ribatté, rabbiosamente: — Vuoi dire che non c’è speranza, allora? Che Callista deve ritornare ad Arilinn o morire di dolore?

La voce di Leonie era incerta: la sua immagine vacillava nel mondo grigio. — So che un tempo c’era un modo, e che era conosciuto. Ciò che appartiene al passato non si può nascondere del tutto. Quando ero giovane ho conosciuto una donna che era stata condizionata così: e mi aveva detto che si conosceva un modo d’invertire la fissazione dei canali. Ma non mi ha detto quale, e del resto è morta prima ancora che tu nascessi. Era noto a tutti, nei tempi in cui le Torri erano come templi e i Custodi erano sacerdoti. Ho detto la verità più di quanto me ne rendessi conto. — Leonie scostò all’improvviso il velo dal volto devastato. — Se tu fossi vissuto in quei giorni, avresti trovato la tua vera vocazione come Custode. Sei nato trecento anni troppo tardi.

— Questo non mi serve a molto, parente — disse Damon. Distolse lo sguardo dal volto di Leonie, vedendolo ondeggiare e mutare: era in parte Leonie com’era stata quando lui era alla Torre, quando l’amava, e in parte invecchiata, come l’aveva vista al suo matrimonio. Non voleva guardarla in faccia: si augurava che riabbassasse il velo.

— Ai tempi di Rafael II, quando le Torri di Neskaya e di Tramontana sono state bruciate, tutti i cerchi sono morti con le Custodi. E allora sono andate perdute molte delle vecchie tecniche, e non tutte sono state ricordate o riscoperte.

— E io dovrei riscoprirle in pochi giorni? Hai una straordinaria fiducia in me, Leonie!

— Ogni pensiero che si è acceso nella mente dell’umanità, in qualunque luogo di questo universo, non può andare interamente perduto.

Damon disse, impaziente: — Non sono venuto qui a discutere di filosofia.

Leonie scosse la testa. — Non è filosofia: è realtà. Se mai un pensiero ha agitato la sostanza di cui è formato l’universo, rimane indelebile e può essere recuperato. C’era un tempo in cui queste cose erano note, e rimane il tessuto del tempo.

L’immagine s’increspò, tremolò come la superficie di uno stagno in cui è stato lanciato un sasso, e scomparve. Damon, di nuovo solo nell’infinito e informe mondo grigio, chiese: In nome di tutti gli dèi, come posso sfidare il tessuto del tempo? Per un istante vide, come da una grande altezza, la figura di un uomo che portava i colori verde e oro e aveva il volto seminascosto: e agli occhi di Damon non c’era nulla di chiaro, solo un grande anello scintillante che portava al dito. Un anello o una matrice? L’oggetto cominciò a muoversi, vibrando, irradiando grandi onde di luce, e Damon sentì la propria coscienza offuscarsi e svanire. Strinse la matrice che portava al collo, tentando disperatamente di orientarsi nel grigio sopramondo. Poi tutto svanì e lui si ritrovò solo nel vuoto, nel nulla informe. Finalmente, all’orizzonte, scorse la sagoma indistinta del rifugio che avevano costruito. Con immenso sollievo sentì che i suoi pensieri l’attiravano là, e all’improvviso si ritrovò nella sua stanza ad Armida. Andrew era chino ansiosamente su di lui.

Sbatté le palpebre, sforzandosi di coordinare le impressioni disordinate. Hai trovato la soluzione? Captò la domanda nella mente di Andrew: ma ancora non lo sapeva. Leonie non si era impegnata ad aiutare, a liberare Callista dal vincolo che la legava alla Torre, corpo e mente. Non poteva. Nel sopramondo non poteva mentire o nascondere le proprie intenzioni. Desiderava che Callista ritornasse alla Torre. Era sinceramente convinta che Callista avesse avuto la sua occasione per ridiventare libera e avesse fallito. Eppure non poteva neppure nascondere che c’era una soluzione, e che quella soluzione doveva trovarsi negli abissi del tempo. Damon rabbrividì nel freddo mortale che sentiva nelle ossa, e si strinse sulle spalle la pesante sopratunica. Era l’unico modo?

Nel sopramondo, Leonie non poteva dire una menzogna, direttamente. Eppure non gli aveva detto tutta la verità: Damon lo sentiva, perché non sapeva dove cercare l’intera verità e lei nascondeva ancora molte cose. Ma perché? Perché Leonie provava la necessità di nascondergli qualcosa? Non sapeva che lui l’aveva sempre amata, che — gli dèi l’aiutassero — l’amava ancora e non le avrebbe mai fatto del male? Nascose la faccia tra le mani, tentando disperatamente di riprendersi. Non poteva affrontare Ellemir, in quello stato. Sapeva che la propria angoscia e la propria confusione ferivano anche Andrew, e che questi non ne comprendeva neppure il perché.

Una delle cortesie fondamentali di un telepate, si disse, era di nascondere la propria infelicità per non rendere infelici gli altri… Dopo un momento riuscì a calmarsi e a ricostituire le barriere. Alzò il volto verso Andrew e disse: — Credo di aver trovato un accenno alla soluzione. Non è tutto: ma se abbiamo abbastanza tempo, potrei riuscirci. Per quanto sono rimasto lontano? — Si alzò, andò al tavolo dove c’erano ancora gli avanzi della cena, si versò un bicchiere di vino e lo sorseggiò lentamente, per scaldarsi e per calmarsi un po’.

— Molte ore — rispose Andrew. — Dev’essere mezzanotte passata.

Damon annuì. Conosceva gli effetti della contrazione temporale, in quei casi. Nel sopramondo sembrava che il tempo scorresse su una scala diversa, e non era neppure coerente: era completamente diverso, e talvolta una breve conversazione durava ore; altre volte un lungo viaggio che soggettivamente sembrava protrarsi per giorni finiva invece in un batter d’occhio.

Sulla soglia comparve Ellemir. Disse, ansiosa: — Bene, siete ancora svegli. Damon, vieni a vedere Callista. Non mi piace come continua a gemere nel sonno.

Damon posò il bicchiere, appoggiandosi alla tavola con entrambe le mani. Entrò nella camera da letto. Callista sembrava addormentata ma aveva gli occhi semiaperti; e quando Damon la sfiorò lei rabbrividì, evidentemente consapevole del contatto, ma nei suoi occhi non c’era un barlume di lucidità. Andrew aveva il volto contratto. — Cos’ha, Damon?

— La crisi. Lo temevo — rispose Damon. — Ma credevo che sarebbe venuta la prima notte. — Passò rapidamente le dita sul corpo di Callista, senza toccarla. — Elli, aiutami a girarla. No, Andrew, non toccarla. È conscia di te anche nel sonno. — Ellemir l’aiutò a voltarla, e divise con lui il momento di turbamento quando tolsero le coperte. Com’era dimagrita! Andrew, che assisteva ingelosito mentre le linee luminose apparivano sul corpo di Callista, vide quelle correnti opache e sbiadite. Ma Damon sapeva che lui non poteva comprendere completamente.

— Lo sapevo che avrei dovuto liberare subito i canali — disse, con rabbia disperata. Come poteva farlo capire a Andrew? Tentò, senza molta fiducia, di esprimerlo a parole.

— È necessario… scaricare il sovraccarico di energia. Ma i canali sono bloccati, e l’energia rifluisce nel resto del suo organismo, e comincia a influire su tutte le funzioni vitali: il cuore, la circolazione, il respiro. E prima che io possa…

Ellemir si lasciò sfuggire un grido di apprensione. Damon vide Callista irrigidirsi, inarcarsi all’indietro con un’esclamazione strana. Per lunghi secondi un tremito fremente la scosse in tutte le membra; quindi si accasciò e restò inerte.

— Dio! — mormorò Andrew. — Cos’è stato?

— Convulsioni — rispose laconico Damon. — È come temevo. Significa che davvero non abbiamo più tempo. — Si chinò a controllare il polso e ascoltare il respiro.

— Lo sapevo: avrei dovuto liberarle i canali.

— Perché non l’hai fatto? — chiese Andrew.

— Te l’ho detto: non ho kirian, e senza il kirian non so se sarebbe in grado di sopportare la sofferenza.

— Fallo ora, mentre è priva di sensi — suggerì Andrew, e Damon scosse il capo.

— Dev’essere sveglia e collaborare con me, altrimenti potrei causare lesioni irreparabili. E… e lei non vuole lasciarmi fare — concluse.

— Perché?

Infine Damon confessò, riluttante: — Perché, se libero i canali, tornerà allo stato normale per lei, lo stato normale per una Custode, con i canali completamente separati dallo stato di una donna normale: liberi per l’energia psi, e completamente fissi. Tornerà com’era prima di lasciare la Torre. Completamente ignara di te, incapace di reagire sessualmente. In pratica, tornerebbe al punto di partenza.

Andrew fece un profondo respiro. — E qual è l’alternativa?

— In questo momento non ci sono alternative, temo — disse laconicamente Damon. — Così non potrà vivere a lungo. — Toccò per un attimo la fredda mano di Callista e poi andò nella propria camera, dove teneva la scorta di medicine di erbe che aveva usato in quei giorni. Esitò, ma infine scelse una boccetta; ritornò, svitò il tappo e versò il contenuto tra le labbra inerti di Callista, reggendole la testa per farglielo scorrere in gola.

— Che roba è? Cosa le hai dato, maledizione?

— Le impedirà di avere altre convulsioni — rispose Damon. — Almeno per il resto della notte. E domani… — Ma non terminò la frase. Anche quando lo faceva regolarmente alla Torre, non era entusiasta di quel lavoro. Gli ripugnava infliggere una sofferenza a Callista che doveva sacrificare quel po’ che aveva conquistato in fatto di maturazione e ritornare allo stato che Leonie le aveva imposto: immatura, frigida, neutra. Lasciò Callista e andò a lavare e a riporre la boccetta, cercando di calmarsi. Si sedette sull’altro letto, guardando sgomento Callista, e Ellemir gli venne al fianco. Andrew era ancora inginocchiato accanto a Callista, e Damon pensò che doveva allontanarlo perché anche nel sonno Callista era conscia di lui e i suoi canali reagivano a quella presenza fisica, anche se la sua mente non poteva farlo. Per un momento gli parve di vedere Andrew e Callista come una serie di campi magnetici vorticanti e mescolati, protesi l’uno verso l’altro per intrecciare la polarità. Ma mentre le energie avrebbero dovuto rafforzarsi a vicenda, turbinavano e arretravano in Callista, togliendole la forza, incapaci di scorrere liberamente… E cosa accadeva, a Andrew? Anche lui veniva drenato… Con uno sforzo, Damon interruppe la percezione e risalì alla superficie, tornando a vedere Callista solo come una donna gravemente malata, crollata dopo una convulsione, e Andrew come un uomo preoccupato, piegato dalla disperazione e dalla paura.

Era per questo che Leonie l’aveva allontanato dalla Torre, lo sapeva. Aveva detto che era troppo sensibile, che sarebbe stato annientato; e con quel ricordo, per la prima volta in vita sua, venne la ribellione. Sarebbe stata una forza, non una debolezza. Avrebbe potuto renderlo ancora più utile.

Ellemir si sedette accanto a lui. Damon le tese la mano e pensò, con un desiderio che era quasi angoscia, che da molto tempo non si univano nell’atto d’amore. Eppure, la lunga disciplina come tecnico delle matrici restò salda nella sua mente. Non pensò alla possibilità di spezzarla. Fece posto a Ellemir, la baciò gentilmente e disse: — Devo risparmiare le forze, tesoro: domani sarà molto faticoso. Altrimenti… — Depose un bacio sul palmo della mano di lei, in un gesto che era un ricordo intimo e una promessa.

Ellemir sentì che stava fingendo una gaiezza e una sicurezza non provate, e per un momento si offese al pensiero che Damon non credesse che lei sapeva o s’illudesse di poterle mentire. Poi riconobbe dietro quell’ottimismo l’inflessibile disciplina, il rigoroso galateo di un operatore telepatico. Ammettere mentalmente quel timore significava rafforzarlo, creare una specie di riflusso che l’avrebbe trascinato in un vortice di disperazione. Rifletté, con una venatura di cinismo, che era duro essere legata così strettamente a un telepate. Ma il suo amore e la sua preoccupazione per Damon erano traboccanti. Sapeva che lui non voleva pietà: ma in quel momento aveva bisogno di essere liberato dalla preoccupazione di dover compensare la paura di lei.

Doveva portare da sola il suo fardello di paure, si disse Ellemir. Non poteva scaricarlo su Damon. Prese tra le proprie la mano del marito e si chinò a ricambiare delicatamente il bacio.

Riconoscente, Damon l’attirò a sé, cingendola col braccio, in un contatto consolante ed esente dal desiderio.

Andrew, inginocchiato accanto a Callista, si voltò a guardarli, e Damon captò le sue emozioni: paura per Callista, timore, incertezza (Davvero Damon può aiutarla?), angoscia per ciò che sarebbe accaduto se lei tornava a essere interamente una Custode, con l’antico condizionamento intatto nei canali liberati. E, nel vedere Ellemir che giaceva vicina a Damon, raggomitolata tra le sue braccia, un’emozione confusa che in realtà non era neppure gelosia. Callie e lui non avevano mai avuto neppure questo… La pietà di Damon per Andrew era così profonda che dovette soffocarla affinché non lo dilaniasse sminuendo le sue forze per ciò che doveva fare l’indomani.

— Rimani vicino a Callista. Chiamami se ci fosse qualche cambiamento, anche se di poco conto — disse, e vide Andrew accostare una poltrona al letto e piegarsi in avanti, tenendo leggermente nella mano il polso di Callista.

Poveretto, pensò: non può neppure disturbarla, ormai. Lei è troppo grave, ma Andrew ha bisogno di sentire che sta facendo qualcosa per lei, altrimenti impazzirebbe. E il conforto che aveva trovato nella vicinanza di Ellemir era svanito. Con rigorosa disciplina s’impose di rilassarsi, di restare disteso serenamente accanto a lei, di sciogliere i muscoli e di aleggiare nella calma che gli era necessaria. E finalmente si addormentò.

Era giorno fatto quando Callista si mosse e aprì gli occhi, con aria confusa.

— Andrew?

— Sono qui, amore. — Lui le strinse le dita tra le proprie. — Come ti senti?

— Meglio, credo. — Callista non provava nessun dolore. Chissà dove, molto tempo prima, qualcuno le aveva detto che era un brutto segno. Ma dopo le sofferenze degli ultimi giorni, era un sollievo. — A quanto pare, ho dormito parecchio: e Damon che si preoccupava perché non ci riuscivo!

Non si era accorta di essere stata drogata? Andrew disse: — Chiamiamo Damon. — Si scostò. Damon era steso sull’altro letto, e cingeva Ellemir con un braccio. Andrew provò una dolorosa fitta d’invidia. Sembravano così sicuri, così felici di quella vicinanza. Chissà se lui e Callista avrebbero mai avuto quella gioia. Doveva crederlo, altrimenti sarebbe morto.

Ellemir aprì gli occhi e gli sorrise: quando lei si mosse, Damon si svegliò di colpo.

— Come sta Callista?

— Sembra che stia meglio.

Damon lo guardò scettico, si alzò e andò accanto alla giovane malata. Seguendolo, Andrew vide improvvisamente Callista con gli occhi di Damon: pallida ed emaciata, con gli occhi infossati.

Damon disse gentilmente: — Callista, tu sai come lo so io quello che si deve fare. Sei una Custode.

— Non chiamarmi così! — esclamò lei. — Mai più.

— So che sei stata sciolta dal giuramento, ma un giuramento è soltanto una parola. Ti assicuro che non c’è nessun altro modo. Non posso assumermi la responsabilità…

— Non te l’ho chiesto! Sono libera…

— Libera di morire — disse brutalmente Damon.

— Non pensi che preferirei morire? — ribatté lei; e cominciò a piangere, per la prima volta dopo quella notte, scossa dai singhiozzi. Damon la fissò, impassibile, ma Andrew la prese tra le braccia e la strinse a sé in un gesto di protezione.

— Damon, cosa diavolo le stai facendo?

Damon era avvampato di collera. Disse: — Maledizione, Callista, sono stanco di essere trattato come un mostro che si mette in mezzo a voi, quando invece mi sono sfinito nel tentativo di proteggervi.

— Lo so — replicò lei, continuando a piangere. — Ma non lo sopporto. Tu sai cosa significa per Andrew, per me: è una cosa che ci ucciderà tutti e due!

Andrew sentiva che le tremavano le mani, mentre gli stava aggrappata, cinta dalle sue braccia, leggera come una bambina. Gli sembrava di vederla da lontano, come una strana ragnatela di luce, una specie di rete di energia elettrica. Da dove proveniva quella particolare percezione? Il suo corpo pareva non più concreto ma tremava in una specie di nulla, e anche lui non era altro che una fragile ragnatela di energie elettriche che scintillavano e crepitavano, con una crescente debolezza mortale…

Adesso non poteva più scorgere Damon… Anche Damon era perduto dietro il turbine delle reti elettriche. No, Damon fluiva, mutava, ardeva d’ira: un cremisi cupo, come una fornace. Andrew aveva già visto qualcosa di simile, quando aveva affrontato Dezi. Come tutti gli uomini dal temperamento tranquillo e dalle collere improvvise e passeggere, era sbalordito e inorridito per il cupo e profondo bagliore dell’ira di Damon. Vagamente, dietro i colori mutevoli e le energie elettriche, le pulsazioni e le luci vorticanti, comprese che Damon si avvicinava alla finestra e si fermava, voltando loro le spalle, a guardare la nevicata, lottando per dominare la collera. Andrew sentiva quella rabbia dentro di sé, come sentiva la sofferenza di Callista e la confusione di Ellemir. Si sforzò di rivederli interamente concreti e umani, non più come gorghi di immagini elettriche. Qual era la realtà? si chiese. Davvero non era altro che masse vorticanti di energia, campi di forza e di atomi in movimento nello spazio? Lottò per aggrapparsi alla percezione umana, attraverso la stretta febbrile e frenetica di Callista. Voleva andare alla finestra… Andò alla finestra e toccò Damon… E non si mosse, ancorato dal peso di Callista sulle sue ginocchia. A fatica, ritrovò la voce e disse, supplichevole: — Damon, nessuno pensa che tu sia un mostro. Callista farà ciò che tu ritieni giusto. Ci fidiamo di te: non è vero, Callista?

Con uno sforzo, Damon riuscì a dominare la collera. Era difficile che se ne lasciasse vincere per più di un momento. E si vergognava. Infine andò vicino a loro e disse, gentilmente: — Andrew ha il diritto di essere consultato a proposito della tua decisione, Callista. Non puoi continuare a far questo a tutti noi. Se la decisione riguardasse te sola… — S’interruppe, soffocando un grido. — Andrew! Mettila giù, presto!

Callista si era abbandonata inerte fra le braccia di Andrew. Scosso dalla paura che vibrava nella voce di Damon, Andrew non protestò quando l’altro gliela tolse dalle braccia e la ridistese sul letto. Poi Damon gli accennò di allontanarsi. Sconcertato e risentito, il terrestre ubbidì. Damon si chinò sulla donna.

— Vedi? No, non ricominciare a piangere, non ne hai la forza. Non sai che hai avuto una crisi, questa notte? Hai avuto una convulsione. Ti ho dato un po’ di raivannin: tu sai cosa significa come lo so io, Callie.

Lei trovò appena la forza di mormorare: — Credo… che sarebbe meglio per tutti…

Damon le strinse delicatamente i polsi con una mano: erano così esili che le mani di Damon, sebbene non grandi, li cingevano completamente. Captando lo sguardo risentito di Andrew, lui disse, stancamente: — Non ha le forze per sopportare un’altra convulsione.

Andrew, allo stremo della sopportazione, replicò: — Anche questo è stato per causa mia? Sarà sempre pericoloso se la toccherò?

— Non dare la colpa a Andrew, Damon… — La voce di Callista era un filo appena percettibile. — Sono stata io a volerlo…

— Vedi? — fece Damon. — Se ti tengo lontano da lei, vuole morire. Se lascio che la tocchi, la tensione fisica peggiora. A parte l’angoscia emotiva, che vi sta facendo a pezzi, fisicamente lei non può reggere ancora per molto. È necessario fare qualcosa in fretta, prima… — S’interruppe: ma tutti sapevano ciò che non aveva detto: prima che lei cada di nuovo in convulsioni, perché questa volta non potremo fermarle.

— Tu sai cosa si deve fare, Callista, e sai quanto tempo hai avuto a disposizione per decidere. Maledizione, Callie, credi che mi faccia piacere tormentarti, quando sei in questo stato? So che fisicamente sei nelle condizioni di una bambina di dodici anni, ma non sei una bambina: non sei capace di comportarti da adulta? Non sei capace di comportarti come la professionista che hai imparato a essere? Smettila di cedere alle emozioni! Siamo di fronte a una realtà fisica. Tu sei una Custode…

— No! No! — ansimò lei.

— Almeno mostra un po’ del buonsenso e del coraggio che hai appreso come Custode! Mi vergogno di te. Il tuo cerchio si vergognerebbe di te. Leonie si vergognerebbe…

— Maledizione, Damon! — cominciò Andrew; ma Ellemir, con un lampo negli occhi, gli afferrò il braccio. — Non immischiarti, sciocco — mormorò. — Damon sa quello che fa! Adesso è in gioco la vita di Callista!

— Tu hai paura — disse Damon, in tono di sfida. — Hai paura! Hilary Castamir non aveva ancora quindici anni, ma sopportava di farsi liberare i canali ogni quaranta giorni, e ha continuato per più di un anno. E tu hai paura di lasciarti toccare da me!

Callista giaceva riversa sui cuscini, sotto la dura stretta di Damon: era pallida come una morta, e i suoi occhi cominciavano a sfolgorare di una fiamma che nessuno le aveva mai visto. La voce, sebbene debolissima, tremava di una rabbia tale da sembrare un grido.

— Tu! Come osi parlarmi così, tu che sei stato scacciato da Leonie come un cucciolo guaiolante perché non avevi il coraggio necessario? Chi credi di essere, per parlarmi così?

Damon si alzò, lasciandola: come se, pensò Andrew, temesse di provare l’impulso di strangolarla. Il bagliore rosso-cupo della collera lo circondava di nuovo come un alone. Andrew strinse le mani finché vide il sangue sotto le unghie, cercando d’impedire che si disintegrassero tutti, ancora una volta, in vorticosi campi di energia.

— Chi sono? — gridò Damon. — Sono il tuo parente più prossimo, e sono il tuo tecnico, e sai benissimo cos’altro sono. E se non riesco a farti intendere la ragione, se tu non vuoi usare la tua conoscenza e il tuo giudizio, allora ti giuro, Callista di Arilinn, che farò portare qui Dom Esteban e lascerò che tu provi a fare le bizze con lui. Se tuo marito non è capace di farti comportare come tu dovresti, e se non ci riesce neppure un tecnico, allora, ragazza mia, puoi tentare con tuo padre. È vecchio, ma è ancora il nobile Alton, e se io gli spiegassi…

Lei ribatté, pallida per il furore: — Non oserai!

— Mettimi alla prova — replicò Damon, voltando le spalle e restando immobile, come se li ignorasse tutti quanti. Inquieto, Andrew distolse lo sguardo dalle spalle del cognato e si girò verso Callista, pallida e furiosa sui guanciali, legata alla coscienza da quel sottile filo di collera. Uno dei due avrebbe ceduto? Oppure sarebbero rimasti bloccati in quella terribile lotta fra due volontà fino a quando uno dei due fosse morto? Captò un pensiero vagabondo (di Ellemir?): che la madre di Damon era un’Alton, che anche lui aveva il dono del casato. Ma Callista era più debole: Andrew sapeva che non poteva sostenere a lungo la furia che li stava distruggendo tutti. Doveva spezzare quel blocco, e in fretta. Ellemir si sbagliava. Damon non poteva piegare in quel modo la volontà di Callista, neppure per salvarle la vita.

Si accostò a Callista e s’inginocchiò di nuovo al suo fianco. La supplicò: — Tesoro, fa’ ciò che chiede Damon.

Lei gemette, e la fredda collera si spezzò lasciandogli intravedere la terribile angoscia. — Ti ha detto cosa significherebbe se non potessi… Che ci farebbe perdere anche quel poco che abbiamo avuto?

— Me l’ha detto — rispose Andrew, tentando disperatamente di esprimere in qualche modo la dolorosa tenerezza che in lui aveva sommerso ogni altra cosa. — Ma tesoro, io ti amavo già prima di vederti. Credi che questo sia tutto ciò che voglio da te?

Damon si voltò lentamente. La sua collera si era dispersa. Li guardò con profonda e angosciata pietà, ma la sua voce era dura. — Hai trovato il coraggio necessario, Callista?

Lei rispose, sospirando: — Oh… coraggio? Damon, non è il coraggio quello che mi manca. Ma perché? Tu dici che mi salverà la vita. Ma vale la pena di conservarla, questa mia vita? E ho coinvolto tutti voi. Preferirei morire adesso, piuttosto di trascinarvi tutti con me.

Andrew inorridì per la sconfinata disperazione nella sua voce. Fece per riprenderla tra le braccia, ma rammentò che al minimo contatto la metteva in pericolo. Rimase paralizzato, immobilizzato dall’angoscia di lei. Damon venne a inginocchiarsi accanto a lui e li attirò a sé. La pulsazione lenta e delicata, il flusso e il riflusso dei ritmi abbinati, nudi nell’oscurità mobile, li avviluppavano in un’intimità che era più stretta di quella dell’amore.

Damon disse, in un bisbiglio: — Callista, se la decisione riguardasse soltanto te ti lascerei morire. Ma fai parte di tutti noi, e non posso lasciarti andare. — E uno di loro (Andrew non seppe mai se era stato lui stesso o un altro) lanciò un pensiero che s’intessé attraverso i molteplici legami che formavano il loro cerchio: Callista, finché abbiamo questo, vale la pena di vivere nella speranza che troveremo il modo di avere il resto.

Come se risalisse alla superficie dopo un tuffo a grande profondità, Andrew ritornò a un senso di coscienza individuale. Lo sguardo di Damon incontrò il suo, e lui non si ritrasse da quell’intimità. Gli occhi di Callista erano così illividiti, così dilatati dalla sofferenza, da sembrare neri nel volto pallidissimo; ma lei sorrise, muovendosi leggermente contro il suo braccio.

— Sta bene, Damon. Fa’ quello che devi fare. Ho fatto del male a tutti voi… anche troppo. — Le si affievolì il respiro: parve lottare per non perdere i sensi. Ellemir sfiorò la fronte della sorella con un bacio lieve.

— Non parlare. Comprendiamo.

Damon si alzò e condusse Andrew fuori dalla stanza.

— Maledizione, questo è un lavoro per una Custode. Un tempo c’erano Custodi maschi, ma io non ho la preparazione.

— Tu non vorresti farlo, vero?

— E chi lo vorrebbe? — La voce di Damon tremava irresistibilmente. — Ma non c’è altro da fare. Se cade di nuovo in convulsioni, potrebbe non sopravvivere fino a sera. Il sovraccarico di tutte le funzioni vitali… il polso, il respiro… e se peggiora ancora… Be’, è un’Alton. — Scosse la testa, disperato. — Quello che ha fatto a te sarebbe niente in confronto a ciò che potrebbe fare a tutti noi se la sua mente cessasse di funzionare e lei capisse soltanto che le stiamo facendo del male… — Fremette per l’orrore. — E devo farle del male. Ma devo farlo finché è cosciente e in grado di collaborare in modo razionale.

— Di cosa hai paura? Non puoi farle male sul serio, no, usando… come si chiama?… lo psi… sui canali. Non sono neppure fisici, non è così?

Damon chiuse gli occhi per un istante, in un movimento spasmodico, involontario. Disse: — Non la ucciderò. Ne so abbastanza per non ucciderla. Per questo dev’essere cosciente, tuttavia. Se sbagliassi i calcoli potrei ledere alcuni nervi incentrati intorno all’apparato riproduttivo. Potrei lederli in modo da sminuire le possibilità che abbia un figlio, e lei può indicarmi molto meglio di me dove sono i nervi principali.

— In nome di Dio — mormorò Andrew, — non puoi farlo mentre lei è priva di sensi? Che importanza ha, se non potrà avere figli?

Damon lo guardò, scandalizzato e inorridito. — Non puoi dire sul serio! — esclamò, cercando disperatamente di trovare una giustificazione nell’angoscia dell’amico. — Callista è una Comyn, possiede il laran. Qualunque donna morirebbe piuttosto di rischiare questo. È una moglie, non una donna da strada.

Andrew ammutolì di fronte al sincero orrore di Damon, cercando di nascondere l’immensa perplessità. Era inciampato in un altro tabù darkovano. Non avrebbe mai imparato? Disse, rigido: — Perdonami se ti ho offeso, Damon.

— Offeso? Non esattamente, ma… scandalizzato. — Damon era sbalordito. Andrew non considerava la cosa più preziosa che lei potesse dargli, l’eredità, il clan? L’amore di lui era soltanto libidine ed egoismo? Poi si sentì di nuovo sconcertato. No, pensò: Andrew aveva sopportato tanto, per Callista: non si trattava di questo. Infine pensò, disperato: Gli voglio bene, ma riuscirò mai a capirlo?

Andrew, coinvolto nelle sue emozioni, si voltò e posò la mano, con un gesto imbarazzato, sulla spalla di Damon. Disse, esitante: — Chissà… chissà se qualcuno riesce mai a comprendere un altro. Io ci sto provando, Damon. Dammi tempo.

Per Damon, la reazione normale sarebbe stata di abbracciare Andrew: ma si era abituato a vedere che quei gesti naturali venivano respinti e sapeva che mettevano in imbarazzo il suo amico. Sarebbe stato necessario rimediare anche a quello. — Siamo d’accordo su una cosa, fratello: entrambi vogliamo il bene di Callista. Torniamo da lei.

Andrew ritornò al fianco di Callista. Nonostante tutto, aveva avuto la sensazione che Damon esagerasse. Erano questioni psicologiche: come potevano avere un autentico effetto fisico? Ora sapeva che Damon non sbagliava: Callista stava morendo. Con un brivido di terrore vide che non tentava neppure di spostare la testa sul cuscino, sebbene muovesse gli occhi per seguirlo.

— Damon, giura che dopo ci sarà un modo di riportarmi alla… alla normalità…

— Lo giuro, breda.  — La voce di Damon era salda come le sue mani, ma Andrew vedeva che stava lottando per dominarsi. Callista, però, appariva serena.

— Non ho kirian, Callista.

Andrew la sentì tendersi per la paura; ma lei disse: — Posso farne a meno. Fa’ quello che devi fare.

— Se vuoi rischiare, hai i fiori di kireseth…

Lei fece uno stanco gesto di rifiuto. Damon aveva previsto che non avrebbe accettato: per coloro che erano stati addestrati nella Torre, il tabù era assoluto. Eppure avrebbe desiderato che lei fosse meno scrupolosa, meno coscienziosa. — Hai detto che avresti provato…

Damon annuì, mostrandole la boccetta. — Una tintura. Ho filtrato le impurità e ho sciolto le resine nel vino. Sarà sempre meglio che niente.

La risata di lei fu silenziosa: non più di un respiro. Andrew, che la guardava, si stupì pensando che potesse ridere in un momento simile. — So che non è la tua dote più spiccata. Proverò, ma prima lascia che l’assaggi. Se hai scelto la resina sbagliata… — Callista fiutò cautamente la boccetta, ne assaggiò qualche goccia, e infine disse: — Non è pericolosa. La proverò, ma… — Rifletté, e poi aggiunse, accostando il pollice e l’indice: — Non più di così.

— Te ne servirà di più, Callista. Non sei mai stata capace di sopportare il dolore — protestò Damon. Lei replicò: — Devo essere estremamente conscia dei centri inferiori e dei nervi del tronco. I nodi principali di sfogo sono sovraccarichi, quindi può darsi che tu debba dirottare le energie. — Andrew provò un fremito di orrore a quel tono clinico e distaccato: Callista parlava come se il suo corpo fosse una macchina che funzionava male e i suoi nervi fossero condotti difettosi. Era orribile, fare questo a una donna!

Damon le sollevò la testa e la sorresse mentre lei inghiottiva la dose indicata. Callista si fermò esattamente al punto che aveva deciso, e chiuse la bocca con un piglio ostinato. — No, basta, Damon. Conosco i miei limiti.

Lui ammonì, con voce incolore: — Sarà peggio di qualunque altra cosa che tu hai sopportato.

— Lo so. Se colpisci un nodo troppo vicino al… — (Andrew non comprese il termine che lei usò) — potrei avere un altro attacco.

— Starò attento. Quanti giorni fa sono cessate completamente le mestruazioni? Sai a quale profondità dovrò scendere?

Callista fece una smorfia. — Lo so. Ho liberato Hilary due volte, e io ho un sovvraccarico maggiore di quello che aveva lei. C’è ancora un residuo…

Damon scorse l’espressione inorridita di Andrew, e disse: — Davvero vuoi che lui stia qui, cara?

Callista strinse le dita sulla mano di lui. — Ne ha il diritto.

La voce di Damon era così tesa da risuonare aspra: ma Andrew, che era ancora collegato a lui, sapeva che era soltanto angoscia interiore. — Non è abituato, Callista. Capirà soltanto che ti sto facendo del male.

Dio!, pensò Andrew. Doveva vederla soffrire ancora? Ma disse, calmo: — Callista, se hai bisogno di me resterò.

— Se dovessi partorire, lui resterebbe collegato e condividerebbe una sofferenza ben più grande di questa.

— Sì — replicò gentilmente Damon. — Ma se si trattasse di questo (Signore della Luce, come vorrei che lo fosse!), tu potresti stringergli la mano e attingere senza esitare alla sua forza. Ma adesso, come ben sai, dovrei proibirgli di toccarti, qualunque cosa accadesse. E dovrei proibire a te di tendergli la mano. Mandiamolo via, Callista.

Per poco, lei non si ribellò: attraverso la propria infelicità percepiva la paura di Damon, la disperata riluttanza alla prospettiva di farla soffrire. Alzò una mano, sorprendendosi dolorosamente nel sentirla così pesante, e gli sfiorò il volto. — Povero Damon — sussurrò. — Ti dispiace, vero? Così sarà più facile per te, no?

Damon annuì, in silenzio. Era già abbastanza difficile infliggere una simile sofferenza, senza dover subire le reazioni di altri che non avevano la più vaga idea di ciò che doveva fare.

Risolutamente, Callista alzò gli occhi verso Andrew. — Va’, amore. Ellemir, portalo via. È un compito per un tecnico psi, e anche con tutta la buona volontà del mondo non puoi aiutare, e potresti anzi causare danni.

Andrew provò un miscuglio di sollievo e di rimorso (se lei poteva sopportare quelle sofferenze, allora lui doveva essere abbastanza forte da condividerle), ma sentiva anche che Damon era grato della scelta di Callista. Sentiva lo sforzo che l’altro stava compiendo per assumere lo stesso atteggiamento clinico e distaccato mostrato da Callista. In preda all’orrore e al rimorso e a un senso di vergogna e di sollievo, si affrettò ad alzarsi e uscire.

Dietro di lui, Ellemir esitò e lanciò un’occhiata a Callista, chiedendosi se non sarebbe stato più facile se tutti avessero potuto partecipare attraverso il legame telepatico. Ma le bastò guardare Damon per decidersi. Era già abbastanza tremendo, per lui: se avesse dovuto infliggere la stessa sofferenza anche a lei, sarebbe stato peggio. Volutamente spezzò il legame con Damon e Callista, e senza voltarsi a vedere che effetto aveva avuto sugli altri due — ma poteva percepirlo, quel sollievo grande quasi quanto quello di Andrew — si affrettò a seguirlo attraverso il corridoio dell’appartamento. Lo raggiunse nella sala centrale.

— Credo che tu abbia bisogno di bere qualcosa. Cosa ne dici? — Lo condusse in soggiorno e frugò in un armadietto, estraendone una bottiglia squadrata di pietra e un paio di bicchieri. Versò, captando i pensieri angosciati di Andrew: Io me ne sto qui a bere, e Dio solo sa cosa sta passando Callista.

Andrew prese il bicchiere che Ellemir gli porgeva, e assaggiò. Si era aspettato che fosse vino: invece era un liquore fortissimo, bruciante. Bevve un sorso e disse, esitando: — Non voglio ubriacarmi.

Ellemir scrollò le spalle. — Perché no? Forse è la cosa migliore che tu possa fare.

Ubriacarmi! Mentre Callista…

Ellemir lo guardò negli occhi. — Proprio per questo — disse. — Così Damon sarebbe sicuro che te ne terrai fuori e gli lascerai fare quello che deve. Non gli va — aggiunse; e la tensione nella sua voce fece comprendere a Andrew che era preoccupata per Damon quanto lui era preoccupato per Callista.

— No. — Ma la voce di lei tremava. — Non… non nello stesso modo. Non possiamo aiutarli: tutto quello che possiamo fare è di tenercene fuori. E io non sono… abituata a essere esclusa così. — Sbatté rabbiosamente le palpebre.

Era così simile a Callista e così diversa, pensò Andrew. Si era abituato a giudicarla più forte di Callista, eppure questa era sopravvissuta alle terribili traversie nella grotta di Corresanti. Non era una fanciulla fragile, come l’aveva creduta lui. Nessuna Custode poteva essere debole. Era una forza diversa. Anche adesso aveva rifiutato la droga offerta da Damon.

Ellemir disse, sorseggiando il liquore bruciante: — Damon ha sempre odiato questo lavoro. Ma lo farà, per Callista. — Poi aggiunse, dopo un momento: — E per te.

Andrew replicò, a bassa voce: — Damon è un vero amico. Lo so.

— Sembra che ti sia difficile, dimostrarlo — disse Ellemir. — Ma forse è così che ti hanno insegnato a reagire agli altri, sul tuo mondo. Dev’essere molto difficile, per te — aggiunse. — Credo di non poter immaginare quanto lo sia, scoprire che tutti pensano in modi diversi, che perfino le piccole cose sono differenti. E immagino che sia più faticoso abituarsi alle piccole cose che a quelle grandi. A quelle grandi ci si adatta: ci si prepara. Le piccole cose arrivano inaspettate, quando non ci si pensa e non si è preparati.

Era molto acuta, pensò Andrew. Sì, erano appunto le piccole cose. La disinvolta nudità di Damon — e di Ellemir — che lo faceva sentire impacciato e vergognoso, come se le abitudini istintive di tutta una vita fossero forzate e in qualche modo scortesi; la grana grossolana del pane; Damon che baciava Dom Esteban nel salutarlo; Callista, nei primi giorni da quando dividevano la stessa stanza, per nulla imbarazzata quando lui la vedeva semisvestita, oppure una volta, per caso, quando l’aveva sorpresa completamente nuda nel bagno… ma era arrossita e aveva balbettato di vergogna quando, una volta, lui si era accostato e le aveva sollevato dal collo nudo le lunghe ciocche dei capelli sciolti. Disse, a voce bassa: — Sto cercando di abituarmi alle vostre usanze…

Ellemir gli riempì di nuovo il bicchiere. — Andrew, voglio parlarti.

Era la stessa frase di Callista: e inspiegabilmente lo indusse a tendersi, cauto. — Ti ascolto.

— Quella notte — (e immediatamente Andrew capì a quale notte si riferiva), — Callista ti ha detto ciò che io avevo offerto. Perché ti sei offeso? Davvero mi detesti tanto?

— Detestarti? No, naturalmente — rispose Andrew. — Ma… — S’interruppe, senza trovare le parole. — Non mi sembra giusto che tu mi tenti così.

— E tu sei stato giusto con qualcuno di noi? — esclamò Ellemir. — È giusto che ti ostini a restare in questo stato quando tutti noi dobbiamo condividerlo, ci piaccia o no? Da molto tempo sei in uno spaventoso stato di bisogno sessuale. Credi che io non lo sappia? Credi che non lo sappia anche Callista?

Andrew si sentì ferito. — E questo ti riguarda?

Ellemir ributtò la testa all’indietro e disse: — Sai benissimo perché mi riguarda. Eppure Callista ha detto che hai rifiutato…

Maledizione, era stata una proposta scandalosa: ma Callista, almeno, aveva avuto il pudore di mostrare una certa perplessità. E Ellemir era così simile a Callista che gli era difficile non reagire alla sua presenza. Strinse le labbra e disse, laconicamente: — Posso controllarmi. Non sono un animale.

— Cosa sei? Una pianta di cavoli? Controllarti? Non intendevo dire che altrimenti saresti capace di andartene in giro a violentare la prima donna che incontri. Ma questo non significa che l’esigenza non ci sia. Quindi, in pratica, tu menti con noi in tutto ciò che fai, in tutto ciò che sei.

— Dio onnipotente! — esclamò Andrew. — Ma qui non esiste intimità?

— Certo. Hai notato? Mio padre non ha fatto domande che potrebbero mettere in imbarazzo uno di noi. Non sono cose che riguardano lui, capisci? Non starà a curiosare. Nessuno di noi saprà mai se lui sa qualcosa di questo. Ma noi quattro… è diverso, Andrew. Non puoi essere sincero con noi, almeno?

— E allora cosa devo fare? Tormentare Callista per quello che non può darmi? — Andrew rammentò la notte in cui l’aveva fatto. — Non posso tentare ancora!

— No, certo. Ma non capisci che anche questo contribuisce a far soffrire Callista? Lei è terribilmente conscia del tuo bisogno, e perciò alla fine ha rischiato… quello che poi è accaduto, perché lei sapeva, e sapeva anche che non avresti accettato null’altro. Hai intenzione di continuare così, aggravando i suoi rimorsi… e i nostri?

La mancanza di sonno, la preoccupazione e la stanchezza, e l’effetto del cordiale a stomaco vuoto, avevano stordito Andrew, annebbiando la sua percezione: e adesso le cose scandalose che Ellemir stava dicendo sembravano quasi logiche. Se lui avesse fatto ciò che gli aveva chiesto Callista, non sarebbe mai successo questo…

Non era giusto. Così simile a Callista e così terribilmente diversa: questa sembrava che lanciasse scintille. — Sono amico di Damon. Come potrei fargli una cosa simile?

— Anche Damon ti è amico — ribatté Ellemir, con una nota di collera autentica nella voce. — Credi che si diverta a vederti soffrire? Oppure sei così arrogante da pensare che potresti indurmi ad amarlo di meno, solo perché farei per te ciò che qualunque donna come si deve sarebbe disposta a fare vedendo un amico ridotto così?

Andrew la guardò negli occhi, incollerito quanto lei. — Visto che dobbiamo essere così spaventosamente sinceri, non ti è passato per la mente che non sei tu quella che voglio? — Anche adesso si trattava solo del fatto che lei era , così simile a quella che avrebbe dovuto essere Callista.

La collera di Ellemir svanì all’improvviso. — Caro fratello — (usò la parola bredu), — lo so che ami Callista. Ma nel tuo sogno c’ero io.

— Un riflesso fisico — disse lui, brutalmente.

— Bene, anche quello è reale. E almeno non avresti più bisogno di tormentare Callista chiedendole ciò che non può darti. — Ellemir fece per riempirgli di nuovo il bicchiere. Andrew la trattenne.

— Basta. Sono già mezzo ubriaco. Maledizione, che importanza ha se la tormento in questo modo oppure andando a letto con un’altra?

— Non capisco. — Andrew sentiva che la confusione di Ellemir era sincera. — Vuoi dire che una donna della tua gente, se per qualche ragione non potesse dividere il letto del marito, s’indignerebbe se lui trovasse… conforto altrove? È strano… e crudele.

— Credo che quasi tutte le donne pensino che se… se devono astenersi per qualche ragione, sia giusto che l’uomo condivida la… l’astinenza. — Andrew cercò le parole. — Senti: se Callista è infelice e io me ne vado a… Oh, diavolo, non conosco i termini corretti. Non è una mascalzonata, da parte mia, comportarmi come se la sua infelicità non contasse nulla, pur di soddisfare le mie esigenze?

Ellemir gli posò la mano sul braccio, dolcemente. — Questo ti fa onore, Andrew. Ma mi è difficile immaginare che una donna, se ama un uomo, non sia lieta di sapere che lui ha potuto soddisfarsi, in un modo o nell’altro.

— Ma non penserebbe che non l’amo abbastanza da aspettarla?

— Credi che ameresti di meno Callista, se giacessi con me?

Andrew ricambiò lo sguardo con fermezza. — Niente al mondo potrebbe farmi amare di meno Callista. Niente.

Ellemir scrollò le spalle. — E allora, perché dovrebbe soffrirne? E pensa a questo, Andrew. Supponi che qualcun altro potesse aiutare Callista a spezzare i legami che non ha cercato e che non può infrangere. Saresti in collera con lei, o l’ameresti meno?

Punto sul vivo, Andrew ricordò il momento in cui gli era parso che Damon si fosse messo tra loro, e la sua gelosia quasi frenetica. — Vuoi farmi credere che qui a un uomo non dispiacerebbe?

— Proprio adesso mi hai detto che nulla potrebbe indurti ad amarla di meno. Glielo proibiresti, allora?

— Proibirglielo? No. Ma mi chiederei quanto è profondo il suo amore.

All’improvviso, la voce di Ellemir prese a tremare. — Allora voi terrestri siete come gli uomini delle Città Aride, che tengono le loro donne rinchiuse e incatenate perché nessun altro le tocchi? E Callista è un giocattolo che tu vuoi chiudere in uno scrigno perché nessun altro possa prenderlo? Ma che cos’è per te il matrimonio?

— Non lo so — rispose avvilito Andrew: la sua collera si era attenuata. — Non sono mai stato sposato, prima d’ora. Non voglio litigare con te, Elli. — Mormorò a fatica quel vezzeggiativo. — Io… ecco… bene, prima stavamo parlando delle cose che mi sembrano strane: eccone una. Credere che Callista non soffrirebbe…

— Se l’avessi abbandonata, o se l’avessi costretta a consentire contro la sua volontà (come Dom Ruyven di Castamir, che aveva costretto dama Crystal ad accogliere la sua moglie barragana e ad adottare tutti i bastardi partoriti da quella donna), allora sì che avrebbe motivo di angosciarsi. Ma come puoi credere che sia una crudeltà se fai ciò che lei vuole? — Ellemir lo guardò negli occhi e gli prese gentilmente la mano. Poi disse: — Se tu soffri, tutti noi ne risentiamo. Anche Callista. E… e anch’io, Andrew.

Le barriere del terrestre erano abbassate. Il contatto tra le loro menti lo fece sentire completamente indifeso, scoperto. Non si stupiva più che lei non avesse esitato a farsi vedere senza niente addosso. La vera nudità era questa.

Era arrivato a quel particolare stadio di ubriachezza in cui i preconcetti si offuscano e la gente fa cose scandalose, convincendosi che sono normalissime. Vedeva Ellemir ora come lei stessa, ora come Callista, ora come un segno visibile di un contatto che solo adesso lui cominciava a comprendere, il quadruplice legame tra loro. Lei si chinò e posò la bocca sulla sua. Andrew si sentì pervaso da una scossa elettrica. Tutta la sua frustrazione dolorosa si trasfuse nella forza con cui la prese tra le braccia.

Sta succedendo davvero oppure sono ubriaco e sto sognando di nuovo? Il pensiero si offuscò. Sentiva il corpo di Ellemir tra le braccia, snello, nudo, sicuro, con quella strana accettazione concreta. In un attimo d’intuizione completamente lucida comprese che quello era il modo in cui Ellemir escludeva la consapevolezza di Damon. Non si trattava solo della sua esigenza, ma anche di quella di lei. E ne era lieto.

Era nudo, e non ricordava di essersi spogliato. Lei era calda e docile tra le sue braccia. Sì, c’è già stata per un momento: noi quattro, uniti, prima della catastrofe…. In fondo alla mente di lei percepì un senso di affettuoso divertimento: No, tu non mi sei estraneo…

E insieme all’eccitazione crescente venne un pensiero, strano e triste: avrebbe dovuto essere Callista, non lei. Ellemir gli dava una sensazione così diversa, tra le sue braccia: era così solida, senza la timida fragilità che l’aveva tanto affascinato in Callista. Poi sentì il tocco di lei che lo eccitava, annullando i suoi pensieri. Sentì i ricordi appannarsi, e per un momento si chiese se era opera sua: quella foschia benedetta annebbiava tutto. Adesso era soltanto un corpo che reagiva, spinto da una lunga privazione, conscio soltanto di un corpo arrendevole e sensibile tra le sue braccia, di un’eccitazione e di una tenerezza pari alle sue nella ricerca dello sfogo a lungo negato. Quando l’acme giunse fu così intenso che Andrew temette di perdere i sensi.

Dopo lunghi istanti si mosse, spostandosi cautamente. Lei sorrise e si scostò i capelli dal volto. Andrew si sentiva calmo, liberato. No, era qualcosa di più della gratitudine: era una vicinanza, come… sì, come il momento in cui si erano incontrati nella matrice. Disse, sottovoce: — Ellemir. — Solo una riconferma, una sicurezza. Per il momento lei era chiaramente se stessa, non era Callista, non era nessun’altra. Lo baciò lievemente sulla tempia, e all’improvviso lo sfinimento e la liberazione del lungo diniego lo travolsero: si addormentò tra le braccia di Ellemir. Dopo chissà quanto tempo, si svegliò e vide che Damon li stava guardando.

Aveva l’aria stanca e stravolta, e Andrew pensò, sgomento, che quello era il migliore amico che avesse mai avuto e lui era lì a letto con sua moglie.

Ellemir si levò di scatto a sedere. — Callista…?

Il sospiro di Damon sembrò salire dalle radici del suo essere. — Si riprenderà perfettamente. Ora dorme. — Barcollò, e per poco non cadde addosso a loro due. Ellemir tese le braccia e lo strinse al seno.

Andrew sentì di essere di troppo: poi, captando lo sfinimento di Damon, che era ormai sull’orlo del collasso, si rese conto che quella sua preoccupazione era egoistica, incoerente. Goffamente, augurandosi che ci fosse un modo per esprimere ciò che provava, passò la mano intorno alle spalle di Damon.

Damon sospirò di nuovo e disse: — Sta meglio di quanto avessi osato sperare. È molto debole, naturalmente, ed esausta. Dopo tutto quello che le ho fatto passare… — Rabbrividì, e Ellemir lo strinse a sé.

— È stato così terribile, amore?

— Terribile, sì, terribile per lei  — mormorò Damon. Anche in quel momento (Ellemir lo sentì, con una stretta al cuore) stava cercando di proteggerla, di proteggere entrambi dalla crudezza del ricordo. — È stata così coraggiosa, e io non sopportavo di doverle fare tanto male. — La sua voce si spezzò. Nascose il volto nel seno di Ellemir e prese a singhiozzare: singulti aspri, irrefrenabili.

Andrew pensò che adesso doveva andarsene, ma Damon gli cercò la mano e la serrò in una stretta sofferente. Andrew, accantonando il disagio di trovarsi presente in quel momento, pensò che adesso Damon aveva bisogno di tutto il conforto che era possibile dargli. Disse soltanto, sottovoce, quando Damon si fu calmato: — Devo andare da Callista?

Damon captò il sottinteso in quelle parole: Tu e Ellemir preferite restare soli. Nelle sue condizioni di stanchezza e di tensione era doloroso, come un rifiuto. Lo sfinimento diede un tono tagliente alle sue parole.

— Lei non saprà neppure se ci sei o no, ma fa’ come ti pare! — E il seguito era evidente come la parte che aveva pronunciato: Se davvero non vedi l’ora di allontanarti da noi.

Lui non capisce ancora…

Damon, come potrebbe? Anche Ellemir stentava a comprendere. Sapeva soltanto che quando Damon si trovava in quelle condizioni era una cosa dolorosa, stancante. Non era in grado di confortarlo, di rispondere alle sue esigenze; e si sentiva straziata dalla propria incapacità. Non era un bisogno sessuale: quello avrebbe potuto capirlo e alleviarlo; ma ciò che percepiva in Damon la lasciava esausta e impotente, perché non era un bisogno riconoscibile e comprensibile. Un po’ della sua disperazione si comunicò a Andrew, sebbene lei dicesse soltanto: — Resta, ti prego. Credo che ci voglia vicini tutt’e due, adesso.

Damon, aggrappandosi a entrambi in un disperato e straziante bisogno di contatto fisico, che tuttavia non era la sua vera esigenza, pensò: No, non capiscono. E poi, più razionalmente: E non capisco neppure io. Per il momento gli bastava che fossero lì. Non era completo, non era ciò di cui aveva bisogno, ma per il momento poteva bastare: e Ellemir, che lo teneva stretto per alleviargli la disperazione, pensò che così avrebbero potuto calmarlo un po’. Ma di cosa aveva bisogno, veramente? L’avrebbe mai scoperto? Ne dubitava. E come avrebbe potuto saperlo, lei, se neppure Damon lo sapeva?

CAPITOLO DODICESIMO

Callista si svegliò e rimase distesa, a occhi chiusi, col sole sulle palpebre. Durante la notte, nel sonno, aveva sentito la tempesta che si placava, e la neve che smetteva di cadere, e le nubi che scomparivano. Al mattino era spuntato il sole. Si stiracchiò, assaporando la beatitudine dell’assenza del dolore. Si sentiva ancora debole, esausta, sebbene adesso avesse l’impressione di aver dormito ininterrottamente per due o tre giorni, dopo quella prova terribile. Poi era rimasta a letto per qualche giorno, recuperando le forze, pur sentendosi del tutto bene. Sapeva di dover anzitutto ritrovare la salute, che prima era sempre stata eccellente: e per questo occorreva tempo.

E quando si fosse ripresa? Ma si trattenne. Se cominciava ad agitarsi, non avrebbe avuto pace.

Era sola nella stanza. E anche quella era una beatitudine. Aveva trascorso da sola così tanti anni che aveva finito col desiderare la solitudine con la stessa intensità con cui l’aveva temuta durante i difficili anni dell’addestramento. E durante la malattia non era mai stata sola per un istante. Ne conosceva la ragione (avrebbe ordinato senza esitare lo stesso trattamento per chiunque altro, nelle sue condizioni), e aveva gradito le loro cure e il loro affetto incessante. Adesso, però, era piacevole svegliarsi e scoprire che l’avevano lasciata sola.

Aprì gli occhi e si levò a sedere. Il letto di Andrew era vuoto. Ricordava vagamente di averlo sentito muoversi, mentre lei dormiva: muoversi, vestirsi e uscire. Adesso che la tempesta era passata, ci sarebbero state tante cose da sbrigare nella tenuta. E anche in casa. Ellemir aveva trascorso così tanto tempo al suo fianco, durante la malattia, che aveva trascurato di dirigere la casa.

Callista decise che quella mattina sarebbe scesa.

La notte prima, Andrew era stato ancora con Ellemir. Lei l’aveva percepito vagamente, e la vecchia disciplina l’aveva spinta a distoglierne il pensiero. Lui era entrato in punta di piedi, verso mezzanotte, cercando di non disturbarla, e lei aveva finto di dormire.

Sono una sciocca e un’ingrata, si disse. Volevo che accadesse questo, e ne sono lieta, sinceramente, eppure non ho potuto parlargliene e dirglielo. Ma neppure quel pensiero approdava a qualcosa. C’era una sola cosa che poteva fare, e doveva trovare la forza di farlo: vivere giorno per giorno, meglio che poteva, recuperando la salute e confidando nella promessa di Damon. Ma Andrew l’amava e la voleva, anche se lei — pensò con un distacco così clinico che non ne sentì neppure l’amarezza — non riusciva a immaginare perché fosse così. Comunque, perché ostinarsi a pensare all’unica cosa che non potevano ancora avere in comune? Risolutamente, si alzò dal letto e andò a fare il bagno.

Indossò una gonna di lana azzurra e una tunica bianca a maglia, con un lungo collo che si poteva avvolgere come uno scialle. Per la prima volta dopo tanto tempo aveva veramente fame. Al pianterreno, le ancelle avevano sparecchiato dopo il pasto del mattino. La sedia di suo padre era stata spinta accanto alla finestra, e lui stava guardando il cortile dove un gruppo di servitori imbacuccati stava sgomberando la neve. Andò a sfiorargli la fronte con un bacio doveroso.

— Adesso stai bene, figlia?

— Molto meglio, credo — disse lei, e Dom Esteban le indicò di sedersi accanto a lui, scrutandola attentamente in volto, a occhi socchiusi.

— Sei dimagrita. Per gli inferni di Zandru, ragazza mia, hai l’aria di essere stata spolpata dal lupo di Alar! Cos’avevi? Oppure non devo chiederlo?

Callista non immaginava cosa gli avessero detto Andrew e Damon, se pure gli avevano detto qualcosa. — Niente di serio. Disturbi femminili.

— Non ci credo — replicò bruscamente suo padre. — Non sei mai stata malaticcia. Sembra che il matrimonio non ti faccia bene, figliola.

Lei rabbrividì, e sul volto del padre lesse che aveva captato quella sua reazione. Dom Esteban si affrettò a cambiare discorso. — Bene, bene, piccola: lo sapevo da un pezzo, le Torri non lasciano facilmente andare coloro che hanno preso. Ricordo benissimo che per più di un anno Damon ha continuato ad aggirarsi come un’anima perduta negli inferni esterni. — Le batté la mano sul braccio, goffamente. — Non ti farò domande, chiya. Ma se tuo marito non è buono con te…

Callista gli tese la mano, prontamente. — No, no. Andrew non c’entra niente, padre.

Dom Esteban disse: — Quando una donna sposata da poche lune ha l’aspetto che hai tu, di solito c’entra il marito.

Sotto quell’attenzione intensa, lei arrossì: ma la sua voce era ferma. — Ti do la mia parola, padre: non ci sono litigi, e Andrew non ne ha nessuna colpa. — Era la verità, ma non tutta la verità. Non c’era possibilità di dire tutta la verità a chi non apparteneva al suo cerchio chiuso, e non era sicura di conoscerla neppure lei stessa. Dom Esteban sentì che lei cercava di eluderlo, ma non si rassegnò alla barriera tra loro. — Bene, bene: il mondo va come vuole, figlia, non come vorremmo tu e io. Hai fatto colazione?

— No, ho aspettato per tenerti compagnia.

Callista lasciò che suo padre chiamasse i servitori e ordinasse di portarle da mangiare, molto più di quanto lei volesse: ma sapeva che era rimasto colpito dalla sua magrezza e dal suo pallore. Da bambina ubbidiente, si fece forza e mangiò un po’ più di quanto le andasse. Suo padre non le tolse gli occhi da dosso, mentre lei mangiava; e alla fine disse, più gentilmente di quanto fosse sua abitudine: — Qualche volta, piccola, penso che voi figlie dei Comyn che andate a chiudervi nelle Torri rischiate non meno dei nostri figli che entrano nelle Guardie e combattono ai confini… Ed è altrettanto inevitabile, credo, che qualcuna di voi resti ferita.

Cosa sapeva? Cos’aveva capito? Callista sapeva che lui aveva detto tutto ciò che poteva dire senza violare uno dei più forti tabù di una famiglia di telepati. Nonostante l’imbarazzo, si sentiva oscuramente consolata. Non doveva essere stato facile, per lui, spingersi fino a quel punto.

Dom Esteban le porse un barattolo di miele da spalmare sul pane. Callista lo rifiutò, ridendo. — Vuoi farmi ingrassare come un pollo per lo spiedo?

— Forse come un ago da ricamo — replicò lui, ironico. Fissandolo, Callista vide che anche lui era dimagrito, sciupato, con gli occhi profondamente incassati.

— Non c’è nessuno che ti tenga compagnia, padre?

— Oh, Ellemir va e viene dalle cucine. Damon è andato in paese, dalle famiglie degli uomini che sono stati colpiti da congelamento durante la grande tempesta, e Andrew è nella serra a vedere i danni causati dal gelo. Perché non vai a raggiungerlo, piccola? Sono sicuro che c’è abbastanza lavoro per due.

— E di certo non sarei d’aiuto a Ellemir nelle cucine — disse Callista, ridendo. — Più tardi, forse. Se c’è il sole faranno un gran bucato, e devo andare a dare un’occhiata alle stanze della biancheria.

Anche Dom Esteban rise. — Certo Ellemir ha sempre detto che preferirebbe spazzare le stalle, piuttosto che usare un ago! Ma più tardi, forse, potremmo fare ancora un po’ di musica. Ricordo che quand’ero più giovane suonavo il liuto. Forse le mie dita potrebbero ritrovare l’agilità. Ho così poco da fare, a starmene seduto qui tutto il giorno…

Le donne di casa, aiutate da alcuni degli uomini, avevano tirato fuori i grandi mastelli, e stavano lavando i panni nelle cucine sul retro della casa. Callista si accorse che la sua presenza era superflua e sgattaiolò nella piccola distilleria, dove aveva avuto l’abitudine di lavorare. Non c’era più niente che fosse come l’aveva lasciato. Ricordò che Damon aveva lavorato lì, durante la sua malattia: e vedendo il disordine che aveva lasciato, cominciò a rassettare tutto. Si accorse che doveva ricostituire le scorte di alcune medicine comuni, ma mentre era occupata con le più semplici misture di erbe, dividendole in dosi per il tè, ricordò che aveva un compito molto più importante: preparare un po’ di kirian.

Quando aveva lasciato la Torre, aveva pensato che non l’avrebbe fatto mai più: Valdir era troppo giovane per averne bisogno, e Domenic era ormai troppo grande. Eppure si rendeva conto che, qualunque cosa accadesse, in nessuna casa di telepati doveva mancare quella droga particolare. Era di gran lunga il preparato più difficile che lei conoscesse: andava distillato in tre operazioni distinte, ognuna delle quali serviva a eliminare una diversa frazione chimica della resina. Aveva sistemato tutto, e stava prendendo gli apparecchi per distillare quando Ferrika entrò e trasalì nel vederla.

— Perdona se ti disturbo, vai domna.

— No, vieni, Ferrika. Cosa posso fare, per te?

— Una delle ancelle si è scottata la mano nel fare il bucato. Sono venuta a prendere l’unguento per le ustioni.

— Eccolo — disse Callista, prendendo un barattolo dallo scaffale. — Posso fare qualcosa?

— No, mia signora, non è grave — rispose la donna, e se ne andò. Poco dopo tornò per riportare il barattolo.

— È una scottatura grave?

Ferrika scosse il capo. — No, no. Ha infilato la mano per sbaglio nel mastello dell’acqua calda, ma credo che dovremmo tenere un unguento in cucina e nei lavatoi. Se qualcuno si scottasse in modo grave, si perderebbe tempo prezioso per venire fin qui a prenderlo.

Callista annuì. — Credo che tu abbia ragione. Riempi qualcuno dei barattoli più piccoli, allora — disse. Mentre Ferrika si metteva al lavoro, al tavolino, lei aggrottò la fronte e aprì un cassetto dopo l’altro, finché Ferrika si voltò e chiese: — Mia signora, posso aiutarti a cercare? Se io o il nobile Damon abbiamo messo qualcosa fuori posto…

— Sì, qui c’erano i fiori di kireseth…

— In parte li ha usati il nobile Damon, mia signora, mentre tu eri malata.

Callista annuì, ricordando la tintura che Damon aveva preparato. — Ne ho tenuto conto; ma, a meno che ne abbia sprecati parecchi, qui ce n’erano più di quanti lui avrebbe dovuto usarne, in un sacchetto dentro quell’armadio. — Continuò a frugare. — Tu ne hai presi un po’?

La donna scosse la testa. — Non li ho toccati. — Stava mettendo l’unguento in un barattolo con una spatolina d’osso. Mentre la guardava, Callista chiese: — Tu sai preparare il kirian?

— So come si prepara, mia signora. Quando studiavo nella Casa della Corporazione, ad Arilinn, ognuna di noi passava un po’ di tempo come apprendista di un farmacista, per imparare a preparare le medicine. Ma personalmente non l’ho mai preparato. Nella Casa della Corporazione non ne avevamo bisogno, anche se dovevamo imparare a riconoscerlo. Tu sai che i… che certa gente vende clandestinamente i sottoprodotti della distillazione del kirian?

— Ne avevo sentito parlare, anche alla Torre — rispose seccamente Callista. Il kireseth era una pianta che conteneva varie resine nelle foglie, negli steli e nei fiori. Tra le Colline di Kilghard, in certe stagioni, il polline creava problemi poiché aveva pericolose qualità psicoattive. Il kirian, la droga telepatica che abbassava le barriere della mente, utilizzava solo la frazione non pericolosa, e anche quella andava usata con grande prudenza. L’uso del kireseth grezzo o delle altre resine, era vietato per legge a Thendara e ad Arilinn, ed era considerato un reato in tutti i dominii. Perfino il kirian veniva trattato con estrema precauzione, e agli estranei incuteva una specie di paura superstiziosa.

Mentre contava e divideva i teli da filtro, Callista pensò, con strana nostalgia, alla lontana pianura di Arilinn. Era stata casa sua, per tanto tempo. Pensò che non l’avrebbe più rivista.

Poteva essere di nuovo la sua casa, aveva detto Leonie… Per scacciare quel pensiero, chiese: — Hai vissuto a lungo, ad Arilinn?

— Tre anni, domna.

— Ma tu sei nata nella tenuta, non è vero? Ricordo che io e te e Dorian e Ellemir giocavamo insieme, da bambine, e prendevamo insieme lezione di ballo.

— Sì, mia signora, ma quando Dorian si è sposata e tu sei andata alla Torre ho deciso che non volevo restare qui tutta la vita, come una pianta aggrappata al muro. Mia madre era stata levatrice qui, come ricorderai, e credevo di essere dotata per il suo lavoro. Nella tenuta di Syrtis c’era una levatrice che aveva studiato nella Casa della Corporazione ad Arilinn, dove addestrano guaritrici e ostetriche: e vedevo che grazie alle sue cure si salvavano tante donne che mia madre avrebbe affidato alla misericordia di Avarra… Si salvavano, e i loro bambini sopravvivevano. Mia madre diceva che quei sistemi nuovi erano pazzeschi, e probabilmente erano anche blasfemi; ma io sono andata alla Casa della Corporazione, a Neskaya, e ho pronunciato i voti. Mi hanno mandata ad Arilinn, a studiare. Poi ho chiesto alla mia «madre per giuramento» l’autorizzazione di venire qui a lavorare, e lei ha acconsentito.

— Non sapevo che ad Arilinn ci fosse qualcuno venuto dai miei villaggi.

— Oh, ti vedevo di tanto in tanto, mia signora, a cavallo con le altre vai leroni. E una volta, domna Lirielle è venuta alla Casa delle Corporazioni per aiutarci. C’era una donna con gli organi interni che venivano distrutti da una malattia terribile, e la nostra madre della Corporazione ha detto che non si poteva fare niente per lei se non castrarla.

— Credevo che fosse proibito — osservò Callista, con un brivido, e Ferrika replicò: — Infatti, domna, ma non quando si tratta di salvare una vita. Più che vietato è molto pericoloso, se lo si fa con i ferri chirurgici. Molte non si riprendono mai. Ma lo si può fare con la matrice… — S’interruppe con un sorriso malinconico e disse: — Ma c’è bisogno che sia io a spiegarlo a te, che eri Dama di Arilinn e che conosci tutte queste arti?

Callista disse, quasi tremando: — Non l’ho mai visto fare.

— Io ho avuto il privilegio di vedere all’opera la leronis; e ho pensato che sarebbe stato un grande aiuto, per le donne del nostro mondo, se quell’arte fosse stata conosciuta meglio.

Con un brivido di ripugnanza, Callista chiese: — L’arte di castrare?

— Non soltanto quella, domna, ma anche quella, sì, per salvare una vita. La donna è sopravvissuta. Sebbene la sua femminilità fosse stata distrutta, anche il male era bruciato e lei era salva. Ma ci sono tante altre cose che si potrebbero fare. Tu non hai visto ciò che ha fatto il nobile Damon con gli uomini colpiti da congelamento: ma io ho visto come si sono ripresi, dopo… e ho visto in che modo guariscono gli altri uomini, quando sono costretta ad amputare loro le dita delle mani e dei piedi per salvarli dalla cancrena. E ci sono donne per le quali è pericoloso mettere al mondo altri figli, e non esiste un modo per impedirlo. Da molto tempo sono convinta che la soluzione potrebbe essere di castrarle parzialmente, se lo si potesse fare senza i rischi di un intervento chirurgico. È un vero peccato, mia signora, che l’arte di fare queste cose con una matrice non sia conosciuta fuori dalle Torri.

Callista sbigottì a quel pensiero, e Ferrika si rese conto di essersi spinta troppo oltre. Tappò il barattolo dell’unguento contro le bruciature. — Hai trovato il kireseth che cercavi, dama Callista? Dovresti chiedere al nobile Damon se l’ha messo in qualche altro posto. — Ripose l’unguento, diede un’occhiata alle dosi di tè alle erbe che Callista aveva preparato, e poi osservò gli scaffali. — Quando questa sarà finita non avremo più radice di fruttonero?

Callista guardò i frammenti raggrinziti in fondo al barattolo. — Dobbiamo mandarne a prendere ai mercati di Neskaya, quando le strade saranno transitabili. Viene dalle Città Aride. Comunque non l’usiamo molto spesso, vero?

— La do a tuo padre, domna, per sostenergli il cuore. Per un po’ di tempo posso dargli la canna rossa: ma per l’uso quotidiano, questa è meglio.

— Allora mandala a prendere: ne hai l’autorità. Ma mio padre è sempre stato un uomo forte, robusto. Perché credi che abbia bisogno di stimolanti per il cuore?

— Succede spesso agli uomini che hanno avuto una vita molto attiva, domna: cavalieri, atleti, guide di montagna. Se una ferita li costringe a restare a lungo a letto, il cuore s’indebolisce. È come se il loro organismo avesse bisogno di attività: e quando viene meno all’improvviso, si ammalano e qualche volta muoiono. Non so perché sia così, mia signora: so soltanto che avviene spesso.

Anche questo era colpa sua, pensò Callista, con improvvisa disperazione. Era stato combattendo contro gli uomini-felini che suo padre aveva perso l’uso delle gambe. E al ricordo della tenerezza che lui le aveva dimostrato quella mattina, si sentì assalire dall’angoscia. Se lui moriva proprio ora che lei aveva appena incominciato a conoscerlo! Nella Torre, era stata isolata dalla sofferenza come dalla gioia. Adesso le sembrava che il mondo esterno fosse così pieno di sofferenze che lei non poteva sopportarlo. Come aveva avuto il coraggio di andarsene?

Ferrika la guardava con comprensione, ma Callista era troppo inesperta per accorgersene. Le era stato insegnato a contare interamente su se stessa, e adesso non era capace di chiedere ad altri consiglio o conforto. Dopo un po’ Ferrika, vedendo che Callista era perduta nei suoi pensieri, se ne andò in silenzio; lei cercò di riprendere il lavoro, ma ciò che aveva sentito l’aveva tanto sconvolta che le mani non le ubbidivano. Infine rimise a posto tutto, pulì gli apparecchi e uscì, chiudendo la porta.

Gli uomini e le ancelle avevano finito il bucato, e adesso erano fuori nei cortili, sotto il raro sole fulgido, ad appendere lenzuola e tovaglie, biancheria e indumenti alle corde stese un po’ dovunque. Ridevano allegramente e si scambiavano frasi scherzose, muovendosi nel fango e nella neve sciolta. Il cortile era pieno di biancheria sventolante, agitata dalle raffiche. Avevano l’aria indaffarata e gaia, ma Callista sapeva per esperienza che se si fosse unita a loro avrebbe smorzato quel buonumore. Erano abituati a Ellemir, ma per le donne della tenuta — e soprattutto per gli uomini — lei era ancora una straniera, temuta e riverita, una dama Comyn che era stata leronis ad Arilinn. Solo Ferrika, che l’aveva conosciuta bambina, riusciva a trattarla quasi da pari a pari. Era sola, pensò, guardando le donne e le ragazze che correvano avanti e indietro con bracciate di bucato umido da appendere e di lenzuola asciutte per il guardaroba e si scambiavano battute vivaci.

Era sola: non apparteneva a nulla, lo sentiva. Il suo posto non era alla Torre e non era lì.

Dopo un po’, andò alle serre. Nell’interno venivano sempre tenute accese le stufe, ma lei vide che alcune piante accanto alle finestre erano gelate, e in uno degli edifici il peso della neve aveva rotto diversi vetri. Sebbene le falle fossero state chiuse in fretta con assi di legno, alcuni arbusti da frutto erano morti. Vide Andrew, in fondo all’edificio: mostrava ai giardinieri come dovevano tagliare le viti danneggiate, fino a scoprire il legno vivo.

Di rado lei guardava Andrew: era abituata a esserne conscia in altri modi. Adesso si chiese se Ellemir lo giudicava bello o brutto. Quel pensiero l’infastidì, esageratamente. Sapeva che Andrew la considerava bella. Poiché non era vanitosa e — a causa del tabù che l’aveva circondata durante la sua vita di adulta — non era abituata alle attenzioni maschili, questo la sorprendeva un po’. Ma adesso pensò che siccome Ellemir era così incantevole, mentre lei era tanto magra e pallida, certamente Andrew doveva ritenere Ellemir più bella di lei.

Andrew alzò la testa, sorrise e la chiamò con la mano. Callista lo raggiunse, rivolgendo un cenno di saluto al giardiniere. — I cespugli sono tutti morti?

Lui scosse la testa. — Non credo. Morti fino alla radice, forse, ma ricresceranno questa primavera. — Poi aggiunse, rivolgendosi all’uomo: — Sta’ attento a ricordare dove li hai tagliati, e a non piantare niente che possa disturbare le radici.

Callista guardò i cespugli tagliati. — Bisogna raccogliere e dividere le foglie: quelle che non sono rovinate dal gelo vanno seccate, se no fino a primavera non avremo condimenti per l’arrosto.

Andrew trasmise l’ordine. — È una fortuna che ci sia tu. Sarò un buon giardiniere, forse, ma non m’intendevo di cucina neppure nel mio mondo.

Lei rise. — Neppure io m’intendo di cucina, sul mio mondo. Conosco un po’ le erbe, ecco tutto.

Il giardiniere si chinò a raccogliere i rami tagliati, e dietro le sue spalle Andrew si piegò a baciare la fronte di Callista. Lei dovette farsi forza per non scostarsi, come le suggerivano una lunga abitudine e i riflessi profondamente radicati. Andrew si accorse di quell’accenno di movimento e la guardò con stupore doloroso; poi, ricordando, sospirò e sorrise.

— Mi fa piacere vederti in salute, amor mio.

Lei disse, sospirando, senza sentire nulla in quel bacio: — Mi sembra di essere quell’arbusto, ucciso alle radici. Speriamo che anch’io possa rifiorire in primavera.

— Non avresti dovuto uscire. Damon ha detto che dovevi riposare ancora per oggi.

— Ecco, Damon ha la pessima abitudine di aver ragione, ma io mi sento come un fungo in una cantina buia — replicò Callista. — È da tanto che non vedevo il sole! — Si fermò in una chiazza di luce, assaporandone il tepore sul volto, mentre Andrew procedeva, controllando i filari delle verdure e delle erbe aromatiche. — Credo che qui tutto sia ancora in ordine, ma non conosco queste piante. Cosa ne pensi, Callista?

Lei andò a inginocchiarsi accanto ai bassi cespuglietti, controllando le radici. — L’avevo detto a mio padre, anni fa, che non doveva piantare i meloni tanto vicino al muro. È vero che qui c’è più luce, ma nel caso di una tempesta non c’è un isolamento adeguato. Questo morirà prima che i frutti siano maturi, e anche se quello là sopravviverà — continuò, indicando, — il freddo ha ucciso i frutti. Le bucce potranno servire per i sottaceti, ma non matureranno e bisognerà toglierli prima che marciscano. — Richiamò il giardiniere per dare gli ordini.

— Dovremo chiedere altri semi da una delle fattorie più a valle. Forse Syrtis è stata risparmiata dalla tormenta. Là hanno buoni alberi da frutto, e potremo chiedere qualche melone e qualche talea delle loro viti. E questa roba va portata nelle cucine. Qualcosa si può cuocere, prima che marcisca: il resto va salato e conservato.

Quando gli uomini si allontanarono per eseguire gli ordini, Andrew prese sottobraccio Callista. Lei si tese, s’irrigidì, poi avvampò.

— Scusami. È solo un… un riflesso, un’abitudine.

Tutto da capo. Tutti i riflessi fisici, cancellati con tanta meticolosa lentezza durante i mesi del matrimonio, si erano riaffermati con piena forza. Andrew si sentì impotente, sconfitto. Sapeva che ciò era stato necessario per salvarle la vita: ma vedere di nuovo in azione quei riflessi era un altro trauma, e gravissimo.

— Non fare così — lo supplicò Callista. — È solo per poco tempo!

Andrew sospirò. — Lo so. Leonie mi aveva avvertito. — Fece una smorfia, e Callista chiese, nervosamente: — La odii davvero, eh?

— Non la odio. Ma odio quello che ha fatto a te. Non posso perdonarglielo, e non glielo perdonerò mai.

Callista provò uno strano brivido interiore, un tremito che non riuscì a dominare. Con uno sforzo, mantenne un tono normale. — Sii giusto, Andrew. Leonie non mi aveva costretta a diventare Custode. Avevo scelto liberamente. Lei si è limitata a darmi la possibilità di percorrere la strada più difficile. Ed è stato ugualmente di mia volontà che ho scelto di sopportare la… la sofferenza di andarmene. Per te  — aggiunse, guardandolo negli occhi.

Andrew sentì che erano pericolosamente vicini a un litigio. Con una parte del proprio essere lo desiderava: un tuono che avrebbe schiarito l’aria. Involontariamente, pensò che con Ellemir sarebbe stato così: un breve litigio brusco, poi una riconciliazione che li avrebbe avvicinati ancora di più.

Ma con Callista non poteva. Lei aveva imparato, a prezzo di sofferenze inimmaginabili, a custodire gelosamente le proprie emozioni, nascoste dietro una barriera impenetrabile. E lui aveva aperto una breccia in quel muro, a proprio rischio e pericolo. Di tanto in tanto, poteva indurla ad abbassare la guardia per qualche attimo: ma la barriera sarebbe stata sempre presente, e lui non poteva tentare di distruggerla senza annientare anche Callista. Sebbene lei apparisse dura e inespugnabile, in superficie, Andrew sentiva che dietro quel muro era più vulnerabile di quanto lui potesse immaginare.

— Non do la colpa a lei, tesoro. Ma vorrei che fosse stata più esplicita con tutt’e due.

Questo era giusto, pensò Callista, ricordando — come un brutto sogno, come un incubo — i rimproveri che lei aveva rivolto a Leonie nel sopramondo. Tuttavia si sentì in dovere di dire: — Leonie non sapeva.

Andrew avrebbe voluto gridare: Ma perché diavolo non lo sapeva? Era affar suo, no? Ma non osava criticare Leonie di fronte a Callista. Gli tremava la voce. — Cosa dobbiamo fare? Continuare così, quando tu non vuoi neppure sfiorarmi una mano?

— Non è che io non voglia — disse lei, a fatica: un groppo le stringeva la gola. — Non posso. Credevo che Damon te l’avesse spiegato.

— E Damon non ha potuto far altro che peggiorare le cose!

— Non le ha peggiorate — ribatté Callista, con uno sfolgorio negli occhi. — Mi ha salvato la vita. Sii giusto, Andrew!

Andrew mormorò, abbassando gli occhi: — Sono stanco di essere giusto!

— Quando parli così, sento che mi odii.

— No, Callie — disse lui, calmandosi. — Ma mi sento così disperato. Cosa dovremmo fare?

Callista chinò lo sguardo, distogliendolo da lui. — Non posso credere che per te sia tanto doloroso. Ellemir… — Ma s’interruppe; e Andrew, sopraffatto dalla tenerezza, cercò un contatto mentale più profondo, per convincere se stesso e lei che esisteva ancora e che poteva perdurare nonostante la separazione. Pensò che, a causa delle radicate differenze culturali, neppure la telepatia costituiva una garanzia contro gli equivoci. Ma la vicinanza c’era.

Dovevano cominciare da lì. La comprensione sarebbe venuta poi.

Disse, gentilmente: — Hai l’aria stanca, Callie. Non devi affaticarti troppo, il primo giorno che ti alzi. Lascia che ti riaccompagni di sopra. — E quando furono soli nella loro camera, le chiese dolcemente: — Mi rimproveri per Ellemir? Credevo che fosse proprio ciò che volevi.

— Sì — disse lei, balbettando. — Ma… ma… dovrebbe renderti più facile l’attesa. È necessario che ne parliamo?

Lui rispose, serenamente: — Credo di sì. Quella notte… — E anche stavolta lei capì a quale notte si riferiva. Per tutti e quattro, e per molto tempo ancora, «quella notte» avrebbe avuto un unico significato. — Damon mi ha detto una cosa che mi è rimasta impressa. Siamo tutti e quattro telepati, ha detto, e nessuno di noi ha avuto il buonsenso di assicurarsi che ci comprendessimo. Ellemir e io ne abbiamo parlato — aggiunse, con l’ombra di un sorriso, — anche se lei ha dovuto ubriacarmi o quasi, prima che io riuscissi a crollare e a parlarle sinceramente.

Callista disse, senza guardarlo: — E questo te l’ha reso più facile, non è così?

A bassa voce, Andrew rispose: — In un certo senso. Ma non ne valeva la pena, se adesso tu ti vergogni di guardarmi.

— Non è vergogna. — Lei riuscì ad alzare gli occhi. — Non è vergogna, no, è solo che… mi è stato insegnato a rivolgere il mio pensiero altrove, per non essere… vulnerabile. Se vuoi parlarne… — (Evanda e Avarra non volessero che lei fosse meno sincera di Ellemir!) — … allora tenterò. Ma non sono… abituata a questi discorsi e a questi pensieri, e non so… non so trovare facilmente le parole. Se… se accetti… allora tenterò.

Andrew vide che lei si mordeva le labbra, sforzandosi di estrarre le parole attraverso la barriera, e provò una pietà profonda. Pensò di risparmiarle quella prova; ma sapeva che una barriera di silenzio sarebbe stata l’unica che non avrebbero mai potuto varcare. A qualunque costo — e guardando le guance arrossate di lei, le sue labbra tremanti, comprese che il costo sarebbe stato alto — dovevano riuscire a mantenere un filo di comunicazione.

— Damon diceva che non dovevi mai sentirti sola, altrimenti ti saresti creduta abbandonata. Mi chiedo… Questo ti fa soffrire? O ti fa sentire… abbandonata?

Callista si torse le dita sulle ginocchia. — Solo se tu mi avessi… mi avessi abbandonata davvero. Se non t’importasse più di me. Se non mi amassi più.

Andrew pensò che era una cosa talmente intima da avvicinarlo di più a Ellemir, accrescendo la distanza tra lui e Callista.

Aveva abbassato la barriera: Callista, seguendo quel pensiero, scattò, indignata: — Mi vuoi solo perché pensi che a letto potrei darti più piacere di mia sorella.

Andrew avvampò. Bene, era stato lui a pretendere quella franchezza: e adesso l’aveva ottenuta. — Dio non voglia! Non ho mai pensato così. Solo… se credi che io ti desideri meno, preferisco lasciar perdere tutto. Pensi davvero che perché vado a letto con Ellemir abbia smesso di volere te?

— Non più di quanto io abbia smesso di volere te. Ma… ma adesso siamo pari.

— Non capisco.

— Adesso il tuo bisogno di me è pari al mio bisogno di te. — Gli occhi di Callista erano sereni, senza lacrime, ma Andrew sentiva che lei piangeva, dentro. — Una… una cosa che riguarda la mente e il cuore, un’angoscia come la mia, ma non un… un tormento fisico. Volevo che tu fossi soddisfatto perché… — Si umettò le labbra, lottando contro le inibizioni instaurate da anni. — Era così terribile, per me, sentire il tuo bisogno, il tuo appetito, la tua solitudine. Perciò ho tentato di… di condividerlo, e… e per poco non ti ho ucciso. — Le lacrime sgorgarono ma lei le terse, irosamente. — Capisci? Per me è più facile, quando non sento quello, in te, perché quando lo sento farei qualunque cosa, correrei qualunque rischio per placarlo…

La desolazione di lei gli mise addosso la voglia di piangere. Avrebbe voluto prenderla tra le braccia e consolarla, sebbene sapesse che non doveva rischiare più di un tocco lievissimo. Delicatamente, quasi rispettosamente, si portò alle labbra la mano di Callista, sfiorandola con un bacio leggero come un respiro. — Sei così generosa da farmi vergognare di me stesso, Callista. Ma non c’è donna al mondo che possa darmi quello che voglio da te. Sono disposto a… a dividere la tua sofferenza, tesoro.

Era un concetto così strano, quello, che lei s’interruppe e lo fissò stupita. Diceva sul serio, pensò, con uno strano brivido d’eccitazione. I costumi del suo mondo erano diversi, e lei lo sapeva: ma stava cercando veramente di mostrarsi altruista. Per la prima volta, si rese conto della totale alienità di Andrew: e fu un trauma profondo, sconvolgente. Lei aveva sempre visto soltanto le loro similarità; adesso si trovava di fronte alle differenze.

Andrew stava cercando di dire — lei se ne rese conto — che, amandola, era disposto a subire la sofferenza della privazione… Forse non sapeva neppure fino a che punto il proprio bisogno l’aveva tormentata «quella notte» e poteva tormentarla ancora.

Gli strinse la mano, ricordando con disperazione che per qualche istante aveva saputo cosa significava desiderarlo: ma adesso non riusciva neppure a rammentare cos’aveva provato. — Andrew, marito mio, amor mio, se mi vedessi portare un fardello opprimente m’imporresti anche il peso del tuo fardello? Non allevierebbe la mia sofferenza, dover sopportare anche la tua.

Di nuovo il trauma, lo sbalordimento: e Andrew comprese, in una rivelazione improvvisa, che in una cultura telepatica condividere la sofferenza aveva un significato diverso.

Lei proseguì, con un sorriso fuggevole: — E non ti rendi conto che anche Damon e Ellemir partecipano a tutto questo, e che sarebbero infelici anche loro se dovessero condividere la tua infelicità?

Lui si stava facendo strada lentamente fra quei pensieri, come in un labirinto. Non era facile. Aveva creduto di essersi liberato di gran parte dei suoi pregiudizi culturali. Ma era come sbucciare una cipolla: togliere uno strato portava soltanto alla scoperta di uno strato più profondo, inespugnabile.

Ricordò quando si era svegliato nel letto di Ellemir e aveva visto Damon ritto accanto a lui, e s’era aspettato i suoi rimproveri, quasi li aveva desiderati. Forse voleva che Damon s’infuriasse perché un uomo del suo mondo si sarebbe infuriato, e lui voleva incontrare qualcosa che gli fosse familiare. Perfino il rimorso sarebbe stato un sollievo…

— Ma Ellemir? Tu ti aspettavi questo da lei, semplicemente. Nessuno l’ha consultata, le ha chiesto se era disposta.

— Ellemir si è lamentata? — chiese Callista, sorridendo.

No, diavolo, pensò Andrew. Sembrava che le piacesse. E anche questo lo turbava. Se lei e Damon erano così felici del loro matrimonio, com’era possibile che lei trovasse tanto piacere venendo a letto con lui? Provò un senso di rabbia e di colpa: ed era anche peggio, perché sapeva che Callista non capiva neppure questo.

Lei disse: — Ma certo: quando io e Elli ci siamo sposate e abbiamo deciso di vivere sotto lo stesso tetto, l’abbiamo tacitamente accettato. Certo tu sai che se uno di noi avesse sposato un uomo che l’altra non… non poteva gradire, avremmo…

Andrew si sentì squillare nella mente un campanello d’allarme. Non voleva pensare alle ovvie conseguenze di quelle parole.

Callista continuò: — Fino a qualche secolo fa, il matrimonio com’è adesso non esisteva, semplicemente. E non era considerato che una donna avesse più di un figlio o due dallo stesso uomo. Le parole patrimonio genetico comune significano qualcosa, per te? C’è stato un periodo, nella nostra storia, in cui certe facoltà preziose, certi caratteri ereditari, sono andati quasi perduti. Si riteneva giusto che i figli avessero il maggior numero possibile di combinazioni genetiche, per evitare la perdita accidentale dei geni importanti. Perciò allora non c’era il matrimonio, nel senso in cui lo intendiamo oggi. Contrariamente agli abitanti delle Città Aride, qui le mogli non sono costrette a ospitare le concubine: ma ci sono sempre altre donne. Cosa fate voi terrestri quando vostra moglie è incinta, se è in stato di gravidanza avanzata, troppo pesante, o stanca, o sofferente? Pretendete che una donna sforzi i propri istinti per accontentarvi?

Se fosse stata Ellemir a rivolgergli quella domanda, Andrew avrebbe avuto la sensazione di segnare un punto a proprio vantaggio: ma Callista non l’aveva detto in tono di sfida. — I pregiudizi culturali non sono razionali. Il nostro ci vieta di dormire con altre donne. Il vostro proibisce i rapporti sessuali durante la gravidanza: e per me non ha senso, a meno che la donna stia male.

Callista scrollò le spalle. — Biologicamente, una femmina gravida non desidera rapporti sessuali: molte non li sopportano. Se le vostre donne sono state condizionate culturalmente ad accettarlo, come prezzo per conservare l’interesse sessuale del marito, posso dire soltanto che mi dispiace per loro! Tu me lo chiederesti, quando io non vi trovassi più nessun piacere?

All’improvviso, Andrew rise. — Amor mio, tra tutte le nostre preoccupazioni, questa possiamo accantonarla fino a quando verrà il momento. Anche qui da voi c’è il nostro detto «attraverseremo quel ponte quando ci arriveremo»?

Anche Callista rise. — Noi diciamo: cavalcheremo quel puledro quando sarà abbastanza cresciuto per portare la sella. Ma davvero, Andrew, voi uomini terrestri…

Lui disse: — Dio mi aiuti, amore, non so cosa facciano gli altri uomini. Non credo che potrei chiederti di fare qualcosa che tu non volessi. Probabilmente… probabilmente accetterei il lato positivo e quello negativo. Credo che certi uomini, in questi casi, vadano a caccia altrove ma facendo in modo che la moglie non lo sappia. È un altro vecchio detto: occhio non vede, cuore non duole.

— Ma in una famiglia di telepati non è possibile un inganno simile — disse Callista. — E io preferirei sapere mio marito felice tra le braccia di una che lo facesse per affetto verso di noi, una sorella o un’amica, piuttosto che andasse a cercare un’avventura con una sconosciuta. — Ma adesso era più calma, e Andrew intuì che portare il discorso su un problema più remoto l’aveva rasserenata. Lei disse: — Io preferirei la morte, piuttosto che farti soffrire.

Come lui aveva fatto prima, Callista si portò alle labbra le sue dita e le baciò lievemente. Disse con un sorriso: — Ah, marito mio, la tua morte mi farebbe soffrire molto più di qualunque altra cosa che tu potessi fare.

CAPITOLO TREDICESIMO

Andrew cavalcava tra la neve che si andava sciogliendo, mentre cadevano ancora alcune folate leggere. Dall’altra parte della valle vedeva le luci di Armida, un brillio dolce contro la massa della montagna. Damon diceva che quelle erano soltanto colline: ma per Andrew erano monti, e altissimi. Udiva parlare a bassa voce gli uomini che lo seguivano, e sapeva che anche loro pensavano al fuoco e al cibo e alle loro case, dopo otto giorni trascorsi nei lontani pascoli a ispezionare i danni causati dalla tempesta di neve e le condizioni delle strade e del bestiame.

Aveva accolto con gioia quella possibilità di restare solo insieme a quegli uomini che non potevano leggere i suoi pensieri. Non si era ancora abituato completamente a vivere in una famiglia di telepati, e non aveva ancora imparato a schermarsi da un’intrusione accidentale. Percepiva soltanto un rivoletto lontano e sottile di pensieri, da quegli uomini: pensieri superficiali che non lo turbavano. Ma era lieto di tornare a casa. Varcò le porte del cortile, e i servitori vennero a prendere le briglie del suo cavallo. Lui lasciò fare senza riflettere, anche se talvolta, quando ci pensava, gli dava un po’ fastidio. Callista gli venne incontro, scendendo di corsa la scalinata. Andrew si chinò a baciarle la guancia, e poi scoprì, sebbene nel cortile fosse molto buio, che aveva abbracciato Ellemir. Ridendo, condividendo il divertimento di lei per il suo abbaglio, l’abbracciò forte e sentì sulla bocca la bocca di Ellemir, calda e familiare. Salirono la scalinata tenendosi per mano.

— Come stanno tutti, Elli?

— Abbastanza bene, anche se mio padre è a corto di fiato e mangia poco. Callista è con lui, ma ho pensato che qualcuno doveva venire a riceverti. — Ellemir gli strinse la mano. — Mi sei mancato.

Anche Andrew aveva sentito la sua mancanza: e provò una fitta di rimorso. Maledizione, perché sua moglie aveva una gemella? Chiese: — Come sta Damon?

— Ha molto da fare — rispose Ellemir, ridendo. — Se ne sta sprofondato tra i vecchi annali dei dominii, dei membri della nostra famiglia che sono stati Custodi o tecnici ad Arilinn o a Neskaya. Non so cosa stia cercando, e lui non me l’ha detto. In questi ultimi dieci giorno l’ho visto pochissimo.

Nell’atrio, Andrew si sfilò il pesante mantello e lo consegnò al maggiordomo di sala. Rhodri gli tolse gli stivali incrostati di neve e gli porse un paio di stivaletti foderati di pelliccia. Con Ellemir al braccio, Andrew entrò nella Grande Sala.

Callista era seduta accanto al padre, ma quando lo vide entrare s’interruppe, depose l’arpa su una panca e gli andò incontro. Si muoveva quietamente, e lo strascico della veste azzurra ondeggiava dietro di lei. Senza volerlo, Andrew si trovò a paragonare la sua accoglienza con quella premurosa di Ellemir. Tuttavia la guardò affascinato. Ogni movimento di Callista l’incantava ancora, lo riempiva di desiderio. Lei gli tese le mani, e al contatto di quelle dita fresche e delicate Andrew si sentì ancor più sconcertato.

Cosa diavolo era l’amore, comunque?, si chiese. Aveva sempre creduto che innamorarsi di una donna significasse disamorarsi delle altre. Di quale era innamorato, poi? Di sua moglie… o di sua cognata?

Disse, tenendole dolcemente le mani: — Mi sei mancata. — Lei gli sorrise. Dom Esteban disse: — Bentornato, figlio. È stato un viaggio faticoso?

— Non troppo. — Poiché ci si aspettava questo, da lui, si chinò a baciare la scarna guancia del vecchio, e pensò che era pallido: non aveva affatto l’aria di star bene. Concluse che c’era da aspettarselo. — E tu come stai, padre?

— Oh. non cambio mai — disse il vecchio, mentre Callista porgeva una coppa a Andrew. Lui la prese e se la portò alle labbra. Era sidro caldo aromatizzato con spezie, e aveva un sapore meraviglioso, dopo la lunga cavalcata. Era bello, essere a casa. Nella parte inferiore della sala, le donne stavano apparecchiando la tavola per il pasto serale.

— Come va, là fuori? — chiese Dom Esteban, e Andrew incominciò a fare il suo rapporto.

— Quasi tutte le strade sono aperte, anche se ci sono valanghe, e l’ansa del fiume è ghiacciata. Tutto considerato, non abbiamo perso molto bestiame. Abbiamo trovato quattro cavalle e tre puledri congelati nel capanno oltre il guado. Il ghiaccio aveva coperto la biada, e probabilmente sono morti di fame.

Il nobile Alton si era incupito. — Una buona fattrice vale il suo peso in argento; ma con una simile tempesta, avremmo dovuto aspettarci perdite più gravi. Cos’altro?

— Sulla collina, una giornata a cavallo a nord di Corresanti, alcuni puledri erano rimasti isolati dagli altri. Uno, con una zampa rotta, non era riuscito ad arrivare al capanno, e una valanga l’aveva sepolto. Gli altri erano affamati e tremanti, ma si riprenderanno: adesso hanno foraggio e cure, e un uomo è rimasto a badare a loro. Sei vitelli sono morti nel pascolo più lontano, al villaggio di Bellazi. Erano congelati, e gli abitanti del villaggio ci hanno chiesto le carcasse perché la carne era ancora buona; ci hanno detto che tu gliele lasciavi sempre. Ho risposto di seguire pure la consuetudine. Ho fatto bene?

Il vecchio annuì. — È un’usanza in vigore da cent’anni. Il bestiame che muore nella tormenta di neve viene assegnato al villaggio più vicino, che usa la carne e la pelle come crede meglio. In cambio, gli abitanti provvedono riparo e foraggio ai capi di bestiame che capitano là durante la tormenta, e poi li riportano indietro appena possono. Se in una stagione di carestia ne uccidono e ne mangiano qualcuno in più, non me la prendo. Non sono un tiranno.

Le ancelle stavano servendo in tavola. Gli uomini e le donne si radunarono intorno al tavolo nella sala inferiore, e Andrew spinse la sedia a rotelle di Dom Esteban al suo posto, alla tavola alta, dove i familiari si sedettero insieme ad alcuni dei servitori di rango più elevato e agli specialisti che mandavano avanti l’allevamento e la tenuta. Andrew cominciava a pensare che Damon non si sarebbe presentato, quando all’improvviso lui entrò dalla porta in fondo, e, scusatosi con Ellemir per il ritardo, si avvicinò a Andrew con un sorriso di benvenuto.

— Ho sentito, in cortile, che eri tornato. Come te la sei cavata, da solo? Continuavo a pensare che avrei dovuto venire con te, almeno la prima volta.

— Me la sono cavata discretamente, anche se sarei stato lieto della tua compagnia — disse Andrew. Notò che Damon aveva l’aria stanca e sciupata, e si chiese cos’aveva fatto. L’altro non diede spiegazioni, e cominciò invece a far domande sul bestiame e sui capanni del foraggio, sui danni causati dalla tempesta di neve e le condizioni dei ponti e dei guadi, come se in vita sua non avesse fatto altro che collaborare alla direzione di un allevamento di cavalli. Mentre i due parlavano con Dom Esteban, Callista e Ellemir chiacchieravano sottovoce tra loro. Andrew si sorprese a pensare che sarebbe stato bello quando fossero rimasti di nuovo soli: ma non gli dispiaceva di discutere col suocero la situazione dell’allevamento. Quando era arrivato lì aveva temuto di essere accettato solo come marito di Callista, squattrinato e alieno, inutile all’andamento della tenuta, in quello strano mondo. Adesso sapeva di essere accettato e apprezzato come avrebbe potuto esserlo un figlio ed erede del dominio.

Per quasi tutto il pasto discussero le riparazioni degli edifici e dei ponti e la sostituzione dei capi di bestiame perduti. Le donne stavano sparecchiando, quando Callista si sporse e parlò sottovoce al padre. Il vecchio annuì e lei si alzò, battendo leggermente il boccale sul tavolo per chiedere attenzione. I servitori la guardarono, rispettosamente. Una Custode era oggetto di superstiziosa reverenza, e sebbene Callista avesse rinunciato ufficialmente alla sua dignità era ancora considerata con un rispetto superiore al normale. Quando nella sala ci fu silenzio, lei parlò con quella voce sommessa e chiara.

— Qualcuno, qui, senza autorità, è entrato nella mia distilleria e ha preso una certa erba. Se la renderà subito, e se non ne ha fatto un uso illegale, crederò che l’abbia presa per sbaglio e non ci penserò più. Ma se non mi verrà restituita prima di domani mattina, farò ciò che ritengo doveroso.

Nella sala regnava un silenzio confuso. Alcuni si scambiarono mormorii, ma nessuno parlò a voce alta, e alla fine Callista disse: — Sta bene. Pensateci, questa notte. Domani userò tutti i metodi di cui dispongo… — (con un gesto automatico, arrogante, si portò la mano sulla matrice appesa al collo) — per scoprire il colpevole. È tutto. Potete andare.

Era la prima volta che Andrew la vedeva appellarsi deliberatamente alla sua passata autorità di Custode, e si sentiva turbato. Quando lei tornò a sedersi, le chiese: — Cos’è scomparso, Callista?

— Il kireseth  — rispose lei. — È un’erba pericolosa, ed è proibito usarla tranne a coloro che sono stati addestrati nelle Torri, o sotto la loro diretta responsabilità. — Aveva aggrottato la fronte. — Non mi piace l’idea di un individuo ignorante che impazzisce per l’effetto di quella roba. È un allucinogeno.

Dom Esteban protestò: — Oh, su, Callista, senza dubbio non è poi così pericoloso. So che voi delle Torri avete un tabù superstizioso nei confronti di quell’erba, ma qui tra le colline cresce allo stato selvatico, e non ha mai…

— Comunque sono personalmente responsabile, e devo assicurarmi che non venga usato illegalmente a causa della mia trascuratezza.

Damon scosse stancamente la testa. — Non pigliartela con i servitori, Callista. L’ho preso io.

Lei lo fissò, sbalordita. — Tu, Damon? E cosa volevi farne?

— Ti basta sapere che avevo le mie ragioni?

— Ma perché? Se me l’avessi chiesto te l’avrei dato, ma…

— Ma avresti domandato il motivo — disse Damon, col volto contratto dallo sfinimento e dalla sofferenza. — No, Callie, non cercare di leggermi nel pensiero. — I suoi occhi s’indurirono di colpo. — L’ho preso per ragioni che mi sembravano valide, e non te le rivelerò. Forse non ne avrò bisogno, e in questo caso te lo restituirò, ma per il momento credo di potermene servire. Non insistere, breda.

Lei disse: — Ma certo, se è questo che vuoi. — Alzò la coppa e bevve, guardando Damon con aria turbata. Era facile leggere i suoi pensieri: Damon è addestrato all’uso del kirian ma non sa prepararlo: quindi cosa può farsene, dell’erba? Cosa può farsene? Non credo che ne farà cattivo uso, ma che intenzioni ha?

I servitori si dispersero. Dom Esteban chiese se qualcuno voleva giocare con lui a carte, o ai castelli, il gioco simile agli scacchi che Andrew stava imparando. Fu Andrew ad accettare, e cominciò a studiare i minuscoli pezzi di cristallo con attenzione superficiale: ma la sua mente era altrove. Cosa poteva farsene Damon del kireseth? Damon l’aveva avvertito di non maneggiarlo e di non fiutarlo, lo ricordava benissimo. Mentre muoveva un pedone, che subito venne catturato dal suocero, ebbe l’impressione di sentire i pensieri di Damon filtrare attraverso i confini delle sue emozioni. Sapeva che Damon odiava e temeva il lavoro con la matrice che aveva appreso, cui era stato costretto a rinunciare, e cui aveva dovuto ritornare contro la propria volontà. Fino a quando Callista sarà libera. E anche allora… Ci sono molte cose che un telepate può fare, tante cose che non vengono fatte… Escludendo a forza i pensieri di Damon, Andrew si costrinse a concentrarsi sulla scacchiera: perse tre pedoni in rapida successione, poi commise un grosso errore con una mossa che gli costò il pezzo più importante, il drago. Abbandonò la partita, dicendo, in tono di scusa: — Perdonami, le forme di quei due pezzi mi confondono ancora.

— Non importa — replicò il vecchio, rendendogli garbatamente il pezzo mosso per errore. — Sei un giocatore più abile di Ellemir, anche se lei è la sola che abbia la pazienza di giocare con me. Damon è bravissimo, ma di rado ne ha il tempo. Damon? Quando io e Andrew avremo finito la partita, vuoi sfidare il vincitore?

— Questa sera no, zio — disse Damon, scuotendosi; e il vecchio, guardandosi intorno, vide che quasi tutti i servitori se n’erano andati a letto. Solo il suo valletto indugiava davanti al fuoco, sbadigliando. Il nobile Alton sospirò e guardò la luna, fuori dalla finestra.

— Sono un egoista. Vi tengo qui a parlare per metà notte, e Andrew ha fatto una lunga cavalcata e è rimasto per tanto tempo lontano da sua moglie. Dormo così poco, ormai, e le notti mi sembrano interminabili senza qualcuno che mi tenga compagnia: perciò finisco con l’aggrapparmi a voi. Andate a letto.

Ellemir gli diede il bacio della buonanotte e si ritirò. Callista indugiò per dire qualcosa al valletto del vecchio. Damon si voltò per seguire Ellemir, ma quando arrivò alla porta esitò e tornò indietro.

— Padre, c’è un lavoro molto importante da compiere. Puoi fare a meno di noi per qualche giorno?

— Dovete andare via?

— No, non dobbiamo andare via — rispose Damon. — Ma forse dovrò collocare gli smorzatori ed erigere una barriera per isolare noi quattro. Posso scegliere il momento più opportuno, ma preferirei non rimandare ancora. — Guardò Callista, e Andrew captò il pensiero che Damon cercava di nascondere: Lei morirà di dolore…

— Avremo bisogno almeno di tre o quattro giorni, senza interruzioni. Si può fare?

Il vecchio annuì, lentamente. — Prenditi tutto il tempo che sarà necessario, Damon. Ma se si tratta di un lavoro lungo, sarebbe meglio attendere che sia trascorso il solstizio d’inverno e che siano stati riparati i danni causati dalle nevicate. È possibile?

Andrew notò lo sguardo inquieto che Dom Esteban rivolgeva a Callista, e captò quello che il vecchio non diceva: Una Custode che è stata sciolta dal giuramento? Sapeva che anche Damon l’aveva colto; ma l’altro disse soltanto: — È possibile, e lo faremo. Grazie, padre. — Si chinò ad abbracciare il vecchio, poi lo scrutò aggrottando la fronte mentre i servitori lo spingevano via.

— Sente la mancanza di Dezi, credo. Quali che fossero le colpe di quel ragazzo, per lui era un buon figlio. Per il suo bene, forse avremmo dovuto perdonare Dezi. — Sospirò, mentre salivano le scale. — Si sente così solo. Qui non c’è nessuno che gli faccia veramente compagnia. Al disgelo di primavera dovremmo mandare a chiamare un parente o un amico che gli stia vicino.

Callista saliva i gradini dietro di loro. Damon si fermò prima di dirigersi al proprio appartamento.

— Callie, tu eri stata nominata Custode quando eri giovane: troppo giovane, credo. Avevi seguito l’addestramento anche per gli altri gradi? Sei controllore, meccanico o tecnico? Oppure lavoravi soltanto ai relè centrali come tenerésteis? — Usò il termine arcaico, che di solito in lingua casta veniva tradotto come «Custode», anche se «guardiana» sarebbe stato altrettanto esatto.

— Ma sei stato tu a insegnarmi il controllo, Damon. Per me era il primo anno alla Torre, e l’ultimo per te. Secondo il certificato, sono soltanto un meccanico: non ho mai provato a svolgere il lavoro di un tecnico. I tecnici non mancavano, e io avevo già abbastanza da fare con i relè. Perché?

— Volevo sapere cosa siamo in grado di fare tra tutti e due. Io avevo raggiunto il livello di tecnico. Posso costruire le griglie e gli schermi di cui abbiamo bisogno, se dispongo dei cristalli e dei nodi vergini. Ma potrei aver bisogno di un meccanico, e sicuramente avrò bisogno di un controllore, se dovrò cercare la soluzione che ti ho promesso: perciò voglio essere sicuro che non ti sia lasciata scadere di forma per effettuare il controllo, se sarà necessario. Hai continuato gli esercizi di respirazione?

— Non potrei dormire, altrimenti. Immagino che tutti noi, una volta imparato, continuiamo a farlo per tutta la vita — disse Callista, e Damon sorrise, si tese verso di lei e le sfiorò la guancia con un lieve bacio.

— Magnifico, sorella. Dormi bene. Buonanotte, fratello mio — aggiunse, rivolgendosi a Andrew, e se ne andò.

Era chiaro: qualcosa turbava Damon. Callista era seduta al tavolino da toilette, e s’intrecciava i lunghi capelli. Andrew provò una fitta dolorosa al ricordo di un’altra notte, ma ne distolse il pensiero. Callista, ancora preoccupata per Damon, disse: — È più sconvolto di quanto voglia farci credere. Lo conosco da molto tempo. È inutile fargli domande, se c’è qualcosa che non vuole dire…

Ma cosa intende farsene, del kireseth?

Con un fremito di gelosia, Andrew ricordò che Callista non si era ritratta quando Damon le aveva sfiorato la guancia con un bacio: eppure lui sapeva cosa sarebbe accaduto se avesse fatto altrettanto. Poi, contro la propria volontà, si ritrovò a pensare a Damon e a Ellemir, insieme, riuniti.

Lei era sua moglie, in fin dei conti, e Damon non aveva nessun diritto…

Callista spense la luce e s’infilò nel proprio letto. Con un sospiro, Andrew si sdraiò, seguendo con lo sguardo le quattro lune che si muovevano nel cielo. Infine si addormentò, senza accorgersene. Era come se fosse passato in uno stato di coscienza a mezza strada fra la realtà e i sogni. Damon gli aveva detto che talvolta, nel sonno, la mente ascendeva al sopramondo, senza necessità di uno sforzo cosciente.

Gli sembrava di aver abbandonato il proprio corpo, di muoversi nell’informe grigiore del sopramondo. Da qualche parte — no, dovunque — poteva vedere e percepire Damon e Ellemir che facevano l’amore: e benché sapesse che l’avrebbero accolto con gioia se si fosse unito a loro, se si fosse collegato alla loro intimità, al loro gioioso rapporto, continuò a distogliere gli occhi e la mente da quella vista. Non era un guardone: non era ancora depravato fino a quel punto, neppure lì.

Dopo un lungo tempo trovò la struttura che avevano eretto per lavorare sugli uomini colpiti da congelamento. Temeva di trovarli anche lì, perché sembravano onnipresenti, ma Ellemir dormiva e Damon era seduto su un tronco: aveva l’aria avvilita, e al suo fianco c’era un mazzo di fiori di kireseth secchi.

Gli chiese: — Cosa vuoi farne, Damon? — E l’altro rispose: — Non lo so bene. Perché pensi che non abbia potuto spiegarlo a Callista? È proibito. Tutto è proibito. Non dovremmo neppure essere qui.

Andrew replicò: — Ma stiamo solo sognando, e chi può proibire il sogno? — Ma sapeva, con una punta di rimorso, che un telepate doveva essere responsabile perfino dei propri sogni, e che neppure nei sogni lui poteva accostarsi a Ellemir come desiderava fare. Damon disse: — Ma ti avevo avvertito: è solo una parte del fatto di essere ciò che siamo. — Andrew gli voltò le spalle e cercò di uscire dalla struttura, ma i muri lo tenevano rinchiuso, prigioniero. Poi Callista (oppure era Ellemir? Non sapeva più con certezza quale delle due fosse sua moglie) gli si accostò, tenendo in mano un mazzo di fiori di kireseth, e disse: — Prendili. Un giorno i nostri figli si nutriranno di questi frutti.

Il frutto proibito. Ma prese il mazzo, mordendo i fiori che erano morbidi come seni di donna, e il profumo delle corolle era come una fitta nella sua mente. Poi il fulmine colpì l’edificio, che cominciò a tremare e a crollare, e al di là dei muri che precipitavano c’era Leonie che li malediceva, e oscuramente Andrew sapeva che era tutta colpa sua, perché lui le aveva portato via Callista.

E poi si ritrovò solo sulla grigia pianura, e l’edificio era lontanissimo, all’orizzonte. Sebbene camminasse da un’eternità, giorni, ore, eoni, non riusciva a raggiungerlo. Sapeva che Damon e Callista e Ellemir erano tutti là dentro, e avevano trovato la soluzione ed erano felici, ma lui era di nuovo solo, estraneo, e mai più sarebbe stato parte di loro. Appena si avvicinava, il grigiore elastico si espandeva, e lui era di nuovo lontano, l’edificio era di nuovo sull’estremo orizzonte. Eppure, chissà come, nel contempo era all’interno di quelle mura, e Callista gli giaceva tra le braccia (oppure era Ellemir? o forse, chissà come, faceva l’amore con entrambe, contemporaneamente?), ed era Damon quello che vagava all’orizzonte e si sforzava di avvicinarsi all’edificio e non lo raggiungeva mai, mai, mai… Disse a Ellemir: — Devi portargli qualche fiore di kireseth.  — Ma lei si trasformò in Callista e replicò: — È proibito, a coloro che sono stati addestrati in una Torre. — Andrew non riusciva a capire se era lì a giacere fra le due donne o se era fuori, a vagare sul lontano orizzonte… Ma sapeva di essere prigioniero nel sogno di Damon e di non poterne uscire.

Si svegliò con un sussulto. Callista giaceva, irrequieta, nella grigia oscurità della camera. Andrew sentì la propria voce dire: — Saprai cosa fare di loro quando verrà il momento… — E poi, chiedendosi cos’aveva inteso dire, comprese che quelle parole facevano parte del sogno di Damon. Poi si riaddormentò, vagando fino all’alba in quei reami grigi e informi. Parzialmente conscio che quella non era la sua coscienza, si chiese se era se stesso o se in un modo o nell’altro si era mescolato anche alla personalità di Damon.

Si sorprese a pensare che la precognizione era quasi peggio della mancanza di ogni facoltà. Se era un avvertimento, allora ci si poteva lasciar guidare. Ma era solo una sfocatura del tempo, e neppure Leonie comprendeva il tempo. E Andrew, vagamente conscio, si augurò che Damon tenesse per sé quei suoi maledetti sogni.

Era una mattina fredda, e nevischiava. Damon pensò che il cielo rispecchiava il suo umore.

Aveva evitato quel lavoro per tanti anni, e adesso era costretto a ricominciare. E ora sapeva che non era soltanto per il bene di Callista. Aveva sbagliato a rinunciarvi completamente.

Era stato fuorviato dal tabù che vietava ai telepati di operare con le matrici fuori dalle Torri. Dopo le epoche del caos, quel tabù poteva aver avuto senso: ma adesso — lo sentiva in tutti i nervi — era un errore.

C’erano tante cose che i telepati potevano fare. E invece non si faceva nulla.

Lui si era costruito una nuova carriera nelle Guardie, ma ciò non l’aveva mai soddisfatto completamente. E a differenza di Andrew, non riusciva a sentirsi realizzato dirigendo la tenuta del suocero. Sapeva che per molti figli cadetti, privi di una tenuta tutta loro, quella sarebbe stata la soluzione ideale: sebbene non avesse proprietà terriere, aveva una tenuta dove i suoi figli avrebbero partecipato all’eredità. Ma questo non andava bene, per lui. Sapeva che qualunque maggiordomo sarebbe stato in grado di svolgere il suo lavoro. Il suo compito, lì, consisteva semplicemente nel controllare che un dipendente privo di scrupoli non approfittasse del padre di sua moglie.

Non gli dispiaceva dedicare il proprio tempo al lavoro nella tenuta. La sua vita era lì con Ellemir, e adesso l’avrebbe straziato il doversi separare da Andrew o da Callista.

Per Andrew era diverso. Era diventato adulto in un mondo non molto diverso da quello, e per lui era come ritrovare l’ambiente che aveva creduto di perdere per sempre quando aveva lasciato la Terra. Ma Damon, adesso, aveva incominciato a intuire che il suo vero lavoro era quello, il lavoro che aveva appreso nelle Torri.

— Il tuo compito e quello di Ellemir — disse a Andrew, — consistono semplicemente nel proteggerci dalle intrusioni. Se ci fosse qualche interruzione (anche se ho cercato di provvedere perché non ce ne siano), potrete occuparvene voi. Altrimenti dovete semplicemente restare in rapporto con me e prestarmi la vostra forza.

Il compito di Callista era di gran lunga più difficile. All’inizio aveva esitato a partecipare in quel modo: ma Damon era riuscito a convincerla, e ne era lieto perché poteva fidarsi completamente di lei. Come lui, era stata addestrata ad Arilinn, era un abile controllore psi, e sapeva esattamente ciò che si doveva fare. Avrebbe vegliato sulle sue funzioni vitali, assicurandosi che il suo organismo continuasse a procedere nel dovuto modo mentre il suo io essenziale era altrove.

Callista era pallida, stranita, e Damon sapeva che era riluttante a riprendere il lavoro che aveva abbandonato per sempre: e non, come lui, per paura o disgusto, ma perché era stato uno strazio rinunciarvi. E ora che aveva compiuto la rinuncia, esitava a scendere a un compromesso.

Eppure quello era il suo vero lavoro, e Damon lo sapeva. Era nata ed era stata addestrata per compierlo. Era un errore crudele, che una donna non potesse svolgere quel lavoro senza rinunciare alla femminilità. Per qualunque attività che non fosse un’operazione da compiere tra i grandi relè e schermi, Callista sarebbe stata perfettamente qualificata, anche se si fosse sposata una decina di volte e avesse avuto una decina di figli. Eppure era perduta, per le Torri, e la perdita era altrettanto grave per lei. Era un’idea assurda, pensava Damon, che con la rinuncia alla verginità Callista fosse stata privata di tutte le facoltà acquisite tanto faticosamente e delle conoscenze apprese a caro prezzo durante tutti gli anni trascorsi ad Arilinn.

Non lo credo, pensò, e trattenne il respiro. Era una bestemmia, un sacrilegio inconcepibile. Ma guardò Callista e pensò di nuovo, in uno slancio di sfida: Comunque, io non lo credo!

Tuttavia stava violando il tabù della Torre già servendosi di lei come controllore. Era una sciocchezza, una sciocchezza spaventosa!

Certo, dal punto di vista legale non faceva nulla di riprovevole. Callista, sebbene avesse dichiarato l’intenzione di sposarsi con una cerimonia di matrimonio libero, in pratica non era la moglie di Andrew. Era ancora vergine, e perciò era qualificata… Che sciocchezza! Che tragica sciocchezza!

C’era un errore, pensò nuovamente, un errore terribile nell’intera concezione dell’addestramento dei telepati, su Darkover. A causa degli abusi delle epoche del caos, dei reati commessi da uomini e donne morti da così tanto tempo che le loro ossa erano diventate polvere, altri uomini e altre donne erano condannati a una morte vivente.

Callista chiese, con dolcezza: — Cosa c’è, Damon? Sembri così incollerito!

Lui non poteva spiegarglielo. Era ancora legata ai tabù, fin dal profondo delle ossa. Disse «Ho freddo», e non proseguì. Si avvolse in una vestaglia, che almeno avrebbe difeso il suo corpo dallo spaventoso gelo del sopramondo. Notò che anche Callista aveva sostituito il solito abito da casa con una vestaglia pesante. Si abbandonò su una poltrona, mentre Callista prendeva posto su un cuscino ai suoi piedi. Ellemir e Andrew erano un po’ scostati, e Ellemir osservò: — Quando vegliavo per te mi dicevi che dovevo toccarti i polsi per restare in contatto.

— Tu non sei addestrata, tesoro. Callista faceva questo lavoro già quando era una ragazzina. Sarebbe addirittura in grado di controllarmi da un’altra stanza, se fosse necessario. Tu e Andrew, sostanzialmente, siete superflui, anche se sarà un aiuto avervi qui. Se qualcosa dovesse interromperci… Ho dato gli ordini, ma se, gli dèi non vogliano, s’incendiasse la casa o Dom Esteban stesse male e avesse bisogno di assistenza, potrete occuparvene voi e proteggere me e Callista dalle interferenze.

Callista teneva la propria matrice sulle ginocchia. Damon notò che l’aveva legata al polso con un nastro. C’erano vari modi di maneggiare una matrice, e ad Arilinn tutti venivano incoraggiati a fare esperimenti e a trovare il metodo più congeniale. Damon notò che lei era in contatto con la gemma psi senza fissarla, mentre invece lui scrutava nelle profondità della propria e guardava le luci vorticanti che si mettevano a fuoco lentamente… Cominciò a respirare più adagio, e sentì quando Callista stabilì il contatto con la sua mente, sintonizzando le risonanze del proprio campo fisico con quelle di lui. Più vagamente, e in distanza, la sentì collegarsi a Andrew e Ellemir. Per un momento si rilassò, nella gioia di averli tutti intorno a sé, vicini, rassicuranti, nel legame più stretto che conoscesse. In quel momento sapeva di essere più vicino a Callista di chiunque altro al mondo. Più vicino che a Ellemir, anche se conosceva così bene il suo corpo, anche se aveva condiviso i suoi pensieri, anche se per un breve tempo lei aveva portato in grembo la loro figlia. Eppure Callista era vicina a lui come un gemello a un gemello prima della nascita, e Ellemir era più distante. E ancora più oltre percepiva Andrew, come un gigante, una rocca di forza che li proteggeva, li salvaguardava…

Percepì le mura del loro rifugio che li racchiudeva, la struttura astrale che aveva costruito per guarire gli uomini dal congelamento. Poi, con quello strano slancio verso l’alto, fu nel sopramondo, e poté vedere le mura prendere forma intorno a loro. Quando l’aveva costruito insieme a Andrew e Dezi somigliava a un rifugio per viaggiatori, di rozza pietra bruna, forse perché lui l’aveva ritenuto una struttura temporanea. Nel sopramondo, gli edifici erano ciò che ognuno li riteneva. Notò che adesso i mattoni e le pietre erano levigati e lucenti, e che sotto i suoi piedi c’era un pavimento d’ardesia come quello della piccola distilleria di Callista. Dal punto in cui si trovava, vestito dei colori verde e oro del suo dominio, poteva vedere che l’edificio era arredato. Visti così, i mobili sembravano stranamente trasparenti e incorporei, ma lui sapeva che se avesse provato a sedersi avrebbero assunto forza e solidità. Sarebbero stati comodi, e gli avrebbero offerto qualunque superficie desiderasse: velluto o seta o pelliccia, a volontà. Su uno di quei mobili giaceva Callista, e anche lei appariva stranamente trasparente, sebbene Damon sapesse che anche lei si sarebbe solidificata se rimanevano lì a lungo. Andrew e Ellemir erano ancora più indistinti, e lui vide che dormivano su altri mobili, perché erano lì soltanto nella sua mente, non erano consci al livello del sopramondo. Solo i loro pensieri, che fluttuavano tra i suoi nel collegamento mantenuto da Callista, erano forti e presenti. Erano passivi, lì, e gli prestavano tutta la loro forza. Damon fluttuò per un momento, godendo il conforto di un cerchio di sostegno, sapendo che l’avrebbe salvato dal terribile sfinimento conosciuto già altre volte. Notò che Callista teneva tra le mani una serie di fili, come una ragnatela, e comprese che era così che lei visualizzava il controllo mantenuto sul suo corpo, giacente nel mondo solido. Se il suo respiro fosse mancato, se la circolazione fosse stata ostacolata dalla posizione rattrappita, addirittura se un prurito avesse disturbato la sua concentrazione nel sopramondo, Callista avrebbe potuto rimediare prima ancora che lui se ne accorgesse. Protetto da Callista, il suo corpo era al sicuro, lì nel rifugio del loro edificio.

Ma non poteva restare lì: e mentre lo pensava, sentì se stesso attraversare le impalpabili mura del rifugio. Erano i suoi pensieri a fornire l’uscita, sebbene nessun estraneo potesse entrare: e si trovò fuori, sulla grigia e informe pianura del sopramondo. In lontananza scorgeva le cime della Torre di Arilinn, o meglio del duplicato di quella Torre.

Da mille anni, forse, i pensieri di ogni tecnico psi che si era mosso nel sopramondo avevano fatto di Arilinn un monumento inespugnabile. Perché era così lontana?, si chiese Damon, e poi comprese. Era la visualizzazione di Callista, e a lei Arilinn sembrava molto distante. Ma lì, nel sopramondo, lo spazio non aveva realtà, e letteralmente alla velocità del pensiero Damon si trovò davanti alle porte di Arilinn.

Lui ne era stato scacciato. Poteva penetrarvi, ora, se tentava di farlo? A questo pensiero si trovò all’interno, sui gradini del cortile, e Leonie stava davanti a lui, velata, nelle vesti cremisi.

— So perché sei venuto, Damon. Ho cercato dovunque i documenti che tu vuoi, e in questo giorno ho scoperto sulla storia di Arilinn molte più cose di quante ne avessi mai immaginate. Sapevo infatti che nei primi tempi delle Torri molti Custodi erano emmasca di sangue chieri, né uomo né donna. Ma non sapevo che quando tali nascite si sono fatte meno frequenti, quando i chieri hanno smesso di unirsi agli umani, alcuni dei primi Custodi sono stati castrati affinché assomigliassero a loro. Tu lo sapevi che anticamente venivano usati come Custodi non soltanto donne ma anche maschi castrati? Che barbarie!

— Ed era inutile — osservò Damon. — Qualunque tecnico psi appena un po’ efficiente è in grado di svolgere quasi tutto il lavoro di un Custode, senza altri inconvenienti che qualche giorno d’impotenza.

Leonie sorrise appena e disse: — Molti uomini ritengono che anche questo prezzo sia troppo alto.

Damon annuì, pensando a suo fratello Lorenz e al disprezzo nella sua voce quando diceva di lui «mezzo monaco, mezzo eunuco».

— Quanto alle donne — proseguì Leonie, — si è scoperto che una Custode non andava necessariamente castrata, sebbene non avessero ancora ideato le tecniche di addestramento che usiamo noi. Era sufficiente fissare i canali in modo che restassero liberi e non trasportassero ulteriori impulsi oltre a quelli psi. Perciò facevano in questo modo, senza ricorrere alla barbarie della castrazione. Ma nella nostra epoca, anche questa sembra una menomazione troppo grave per una donna. — Il suo volto aveva assunto un’espressione sprezzante. — Credo che fosse solo per l’orgoglio degli uomini Comyn, i quali erano convinti che l’attributo più prezioso di una donna fosse la fecondità, la capacità di trasmettere la loro eredità maschile. E hanno cominciato a riprovare le menomazioni della capacità riproduttiva delle donne.

Damon disse, a bassa voce: — E significava anche che una donna, convinta durante la fanciullezza di voler essere Custode, non era obbligata a compiere una scelta per la vita prima di sapere quanto le sarebbe costato.

Leonie non gli badò. — Tu sei un uomo, e non pretendo che tu capisca. Era appunto per risparmiare alle donne il doloroso peso della scelta. — All’improvviso, la sua voce si spezzò. — Credi che non avrei preferito essere privata della femminilità durante l’infanzia piuttosto che trascorrere tutta la vita imprigionata, sapendo di detenere la chiave della mia prigione, sapendo che solo il mio voto, il mio onore, la parola di un’Hastur, mi tenevano così… così incarcerata? — Damon non sapeva se era l’angoscia o la collera a farle tremare la voce. — Se potessi fare ciò che voglio, se voi uomini Comyn non foste tanto preoccupati della preziosa fecondità delle donne, tutte le bambine che vengono alla Torre verrebbero castrate e vivrebbero per tutta la vita felici, libere dal peso della femminilità. Sarebbero libere dalla sofferenza e dall’incessante ricordo della loro scelta: dalla consapevolezza che non possono decidere una volta per tutte ma devono continuare a ripetere quella scelta ogni giorno della loro vita.

— Le renderesti per sempre schiave della Torre?

La voce di Leonie si udiva appena, ma per Damon fu come un grido. — Credi che non siamo schiave, così?

— Leonie, Leonie, se è così che pensi, perché l’hai sopportato per tutti questi anni? C’erano altre che avrebbero potuto toglierti il fardello dalle spalle quando fosse diventato troppo pesante per te.

— Io sono un’Hastur — disse lei. — E ho giurato di non deporre mai il mio fardello se prima non avessi preparato un’altra capace di sostituirmi. Credi che non abbia tentato? — Lo guardò negli occhi, e Damon si tese per l’angoscia perché lei era nel sopramondo come la formavano i suoi pensieri, e davanti gli stava la Leonie dei suoi primi anni alla Torre. Non avrebbe mai saputo se altri uomini l’avevano giudicata bella, ma per lui era bellissima, infinitamente desiderabile, e teneva tra le sottili mani i fili della sua anima… Distolse gli occhi, sforzandosi di vederla solo come l’aveva vista di persona l’ultima volta, il giorno delle proprie nozze: una donna seria, anziana, controllata, al di là della rabbia e della ribellione.

— Credevo che ti accontentassi del potere e della venerazione, della carica più elevata, pari a qualunque nobile Comyn: Leonie di Arilinn: Signora di Darkover.

Lei replicò, con una voce che veniva da distanze immense: — Se tu avessi saputo che mi ribellavo, allora avrei fallito. La mia vita, la mia ragione, il mio posto di Custode, dipendevano da questo: non dovevo saperlo neppure io. Eppure ho tentato più volte di preparare un’altra perché prendesse il mio posto, in modo che io potessi deporre un fardello troppo opprimente. Sempre, quando avevo preparato una Custode, qualche altra Torre scopriva che la sua aveva deciso di andarsene, o che l’addestramento era fallito e che quella non poteva far altro che rinunciare e sposarsi. Erano un branco di donne deboli e senza ideali: nessuna aveva la forza di resistere. Io sono l’unica Custode in tutti i dominii che abbia conservato la carica per più di vent’anni. E anche quando ho incominciato a invecchiare, per tre volte ho dovuto rinunciare a quelle che avevo preparato per prendere il mio posto: due sono andate a Dalereuth e una a Neskaya, e io, che avevo addestrato una Custode per ognuna delle Torri dei dominii, volevo prepararne una per Arilinn, per potermi concedere un po’ di riposo. Tu c’eri, e hai visto cos’è accaduto. Sei ragazze, e tutte con le facoltà indispensabili per diventare Custodi. Ma tre erano già donne, benché giovani, e avevano già conosciuto il risveglio dei sensi. I loro canali erano già differenziati e non potevano reggere frequenze così forti, anche se due di loro, in seguito, sono diventate controllore e tecnico, ad Arilinn o a Neskaya. Allora ho cominciato a scegliere ragazze più giovani, quasi bambine. Con Hilary sono arrivata vicina al successo. Ha lavorato per due anni con me, come sotto-Custode, rikhi: ma tu sai cos’ha dovuto sopportare, e alla fine ho avuto pietà di lei e l’ho lasciata libera. Poi Callista…

— E tu hai fatto in modo che lei non fallisse — disse Damon, in preda alla collera, — modificando i suoi canali perché non potesse maturare!

— Io sono una Custode — ribatté irosamente Leonie, — e sono responsabile solo di fronte alla mia coscienza! E lei era consenziente. Potevo prevedere che si sarebbe incapricciata di questo terrestre, e che il suo giuramento non avrebbe più avuto per lei il minimo valore?

Di fronte al silenzio accusatore di Damon, aggiunse in tono difensivo: — E anche così, Damon, le voglio bene: non avrei potuto sopportare la sua infelicità! Se l’avessi creduta una semplice fantasia infantile, l’avrei ricondotta qui ad Arilinn con me, l’avrei circondata di tanto affetto e di tanta tenerezza che non avrebbe mai rimpianto il suo innamorato terrestre. Eppure… eppure lei mi aveva fatto credere… — Nei fluidi livelli del sopramondo, Damon poté vedere, condividendola con Leonie, l’immagine che la Custode aveva scorto nella mente di Callista: Callista che giaceva tra le braccia di Andrew, esausta e vulnerabile, mentre lui la portava fuori dalle grotte di Corresanti.

E ora che l’aveva vista — sebbene solo riflessa nella mente di Leonie — così come avrebbe potuto essere (indenne, immutata), e appunto perché l’aveva vista così, comprese che non avrebbe mai avuto pace se non quando avesse potuto rivederla in quel modo. Disse, senza alzare la voce: — Non posso credere che avresti fatto questo se non fossi stata convinta che era possibile annullarlo.

— Io sono una Custode — ripete lei, indomita, — e sono responsabile solo di fronte alla mia coscienza.

Era vero. Secondo la legge delle Torri, una Custode era infallibile e la sua parola era legge nei confronti dei componenti del suo cerchio. Tuttavia Damon insistette.

— Se era così, perché non l’hai castrata una volta per tutte? — Leonie tacque a lungo, e infine rispose: — Tu parli così perché sei un uomo, e per te una donna non è altro che una moglie, un mezzo per darti figli, per trasmettere la preziosa eredità dei Comyn. Io ho altri scopi. Damon, ero così stanca, e sentivo che non potevo sopportare di spendere le mie energie e la mia forza, di mettere tutto il mio cuore in lei, per anni e anni, e poi vederla svegliarsi, e allontanarsi da me per buttarsi tra le braccia di un uomo… o, come Hilary, ammalarsi e soffrire a ogni plenilunio le torture di un’anima dannata. Non era egoismo, Damon! Non era solo il desiderio di deporre il mio fardello per riposare! Io l’amavo come non avevo mai amato Hilary. Sapevo che non avrebbe fallito, ma temevo che fosse troppo forte per cedere anche se avesse sofferto come Hilary, che fosse capace di sopportarlo (come ho fatto io, Damon) per lunghi, lunghi anni. Le ho risparmiato tutto questo, perché avevo il diritto di farlo. — E aggiunse, in tono di sfida: — Ero la sua Custode!

— E le hai tolto il diritto di scegliere!

— Nessuna donna dei Comyn può scegliere — disse Leonie, quasi in un bisbiglio. — Non può scegliere veramente. Io non avevo scelto di diventare Custode, e neppure di andare a una Torre. Ero una Hastur, e quello era il mio destino, così come il destino delle mie compagne di gioco era di sposarsi e di dare figli maschi ai loro clan. E non era irrevocabile. Nella mia infanzia ho conosciuto una donna che era stata sottoposta a questo trattamento, e mi aveva detto che era reversibile. Era legittimo, mentre la castrazione non lo era: una donna poteva essere richiamata, se i genitori lo volevano, per concludere uno di quei matrimoni dinastici tanto cari ai Comyn, e in quel modo non c’era pericolo di menomare la sacra fecondità di una figlia dei domimi! — Il sarcasmo del suo tono era così amaro che Damon rabbrividì.

— È reversibile… come? — chiese. — Callista non può vivere così, né Custode né libera.

— Non lo so. Quando le è stato applicato non credevo che sarebbe diventato necessario invertire il processo, quindi non ho fatto progetti in vista di un giorno come questo. Ma mi sono rallegrata (per quanto posso rallegrarmene) quando Callista mi ha detto che avevo operato con minore efficienza di quanto avessi creduto. — Ancora una volta Damon captò nella mente di Leonie la fuggevole visione di Callista fra le braccia di Andrew che la portava via da Corresanti. — Ma sembra che si sia sbagliata.

Leonie appariva esausta, tormentata. — Damon, Damon, lasciala ritornare da noi! È tanto orribile che diventi la Dama di Arilinn? Perché dovrebbe rinunciare per essere la moglie di un terrestre e per partorirgli figli mezzosangue?

Damon rispose (e sentì la propria voce tremare): — Se lei desiderasse diventare Dama di Arilinn, difenderei con la vita il suo diritto. Ma ha scelto diversamente. È la moglie di un uomo d’onore, che io sono fiero di chiamare fratello, e non voglio veder distrutta la loro felicità. Ma anche se Andrew non fosse mio amico, difenderei il diritto di Callista di disporre come vuole della sua vita. Abbandonare il titolo di Dama di Arilinn, se lo desidera, per diventare la moglie di un fabbricante di carbone dolce, nella foresta, o per impugnare la spada come dama Bruna, la sua antenata, e comandare le Guardie al posto di suo fratello! È la sua vita, Leonie, non la mia o la tua!

Leonie si nascose la faccia tra le mani. La sua voce era tremula, soffocata. — E allora così sia. Lei potrà scegliere, benché né io né tu abbiamo potuto farlo. Sceglierà quella che voi uomini di Darkover definite l’unica vita adatta a una donna! E sono io che dovrò soffrire per la sua scelta, portando il peso di Arilinn fino a quando Janine sarà abbastanza adulta, abbastanza forte per addossarselo. — Il suo volto era così vecchio e amareggiato che Damon si ritrasse.

Ma pensò che per lei non era un vero peso. Un tempo, forse, lei avrebbe potuto deporlo. Ma adesso non aveva null’altro: l’unica cosa che le rimaneva era il potere di vita e di morte su tutti gli sciagurati che rinunciavano alla loro esistenza per le Torri. Damon sapeva che per lei aveva molta importanza il fatto che Callista fosse costretta a umiliarsi e a supplicare per ottenere ciò che avrebbe dovuto spettarle di diritto!

Disse, indurendo la voce: — È sempre stata la legge. Ti ho sentito affermare che la vita di una Custode è troppo dura per essere sopportata senza pieno consenso. Ed è sempre stato così: una Custode è libera quando non può più svolgere il suo lavoro senza pericolo. L’hai detto tu stessa, che sei una Custode e sei responsabile solo di fronte alla tua coscienza. Ma cosa significa essere una Custode, Leonie, se la sua coscienza non impone un’onestà degna di una Custode, o di un’Hastur?

Ci fu un altro lungo silenzio. Infine lei disse: — Parola di Hastur, Damon, non so come si fa ad annullare il condizionamento. Tutte le mie ricerche negli annali mi hanno rivelato soltanto che nei tempi antichi, quando veniva applicato comunemente (cosa che è avvenuta dopo che le Torri hanno smesso di castrare le Custodi, in modo che la sacra fecondità di una Comynara non ne soffrisse neppure in teoria), quelle Custodi venivano inviate a Neskaya. Quindi ho cercato là i documenti. Theolinda, a Neskaya, mi ha detto che tutti i manoscritti sono rimasti distrutti quando la Torre è stata bruciata, durante le epoche del caos. E perciò, sebbene sia ancora convinta che Callista dovrebbe tornare da noi, c’è solo un modo per scoprire cosa si deve fare per lei. Damon, tu sai cosa significa la Ricerca nel Tempo?

Damon provò uno strano brivido di freddo, come se la trama stessa del sopramondo vacillasse sotto i suoi piedi. — Avevo sentito dire che anche quella tecnica era andata perduta.

— No, perché io l’ho usata. Il corso di un fiume era cambiato, e le fattorie e i villaggi lungo lo spartiacque erano minacciati dalle alluvioni o dalla siccità e dalla carestia. Ho fatto una Ricerca nel Tempo per scoprire esattamente dove scorreva cent’anni prima, in modo che fosse possibile riportarlo in un letto dove potesse fluire, senza sprecare energie nel tentativo di forzarlo in un canale artificiale. Non è stato facile. — La voce di Leonie era sottile, impaurita. — E tu dovresti spingerti più lontano di me. Dovresti ritornare ai tempi anteriori all’incendio di Neskaya, durante le ribellioni di Hastur. Erano tempi terribili. Credi che potresti raggiungere quel livello?

Damon rispose, lentamente: — So operare su molti livelli del sopramondo. Ce ne sono altri, naturalmente, cui non posso accedere. Non so come raggiungere quello dove si effettua la Ricerca nel Tempo.

— Posso guidarti io. Tu sai, naturalmente, che i sopramondi sono soltanto una serie di convenzioni. Qui, nel mondo grigio, è più facile visualizzare il tuo corpo fisico che si muove su una pianura, senza forme-pensiero e senza punti di riferimento. — Leonie indicò la sagoma fiocamente luminosa di Arilinn dietro di loro. — È più facile che avvicinarsi alla verità, e la verità è che la tua mente è una tenue rete di intangibili che si muovono in un reame di astrazioni. Questo l’hai imparato, naturalmente, durante il primo anno che hai trascorso nella Torre. Certo è possibile che il sopramondo sia vicino alla realtà oggettiva dell’universo più del mondo della forma, che tu chiami mondo reale. Eppure anche là un buon tecnico può vedere, a volontà, i corpi come ragnatele di atomi e di energia turbinante e di campi magnetici.

Damon annuì. Sapeva che era vero.

— Non è facile condurre la tua mente abbastanza lontano dalle convenzioni di ciò che tu chiami mondo reale, per liberarla dal tempo che conosci. Il tempo stesso, probabilmente, non è altro che un modo di strutturare la realtà affinché le nostre menti possano ricavarne un senso. Probabilmente, nella realtà assoluta dell’universo, della quale le nostre esperienze sono approssimazioni, non c’è l’esperienza del tempo come sequenza: passato e presente e futuro coesistono in un tutto caotico. Sul livello fisico (che naturalmente comprende anche quello in cui ci troviamo ora, il mondo delle immagini, dove la nostra visualizzazione ricrea costantemente il mondo che preferiamo vedere intorno a noi) ci è più facile muoverci lungo una sequenza personale, spostandoci da ciò che chiamiamo passato verso il presente e il futuro. Ma in realtà è probabile che anche un organismo fisico esista nella sua totalità contemporaneamente, e che il suo sviluppo biologico dall’embrione alla senilità e alla morte sia solo un’altra delle sue dimensioni, come la lunghezza. Ti sto confondendo?

— Non molto. Prosegui.

— Sul livello della Ricerca nel Tempo scompare interamente il concetto di sequenza lineare. Devi crearlo per te, per non smarrirti nella realtà caotica, e devi ancorarti in qualche modo per non far regredire il tuo corpo fisico attraverso le risonanze. È come vagare bendati in un labirinto di specchi. Preferirei fare qualunque altra cosa, in questo universo, piuttosto che ritentare. Eppure temo che solo in questo modo potrai trovare una soluzione per Callista. Damon, devi proprio correre questo rischio?

— Devo, Leonie. Ho fatto una promessa a Callista. — Damon non voleva svelare a Leonie la situazione in cui l’aveva fatta, né la sofferenza che lei aveva sopportato (mentre le sarebbe stato più facile morire) perché si era fidata di tale promessa. — Io non sono un Hastur, ma non posso venir meno alla mia parola.

Leonie sospirò profondamente, e disse: — Io sono un’Hastur, e una Custode, responsabile di tutti coloro che mi hanno fatto un giuramento, uomini e donne. E ritengo che, se spettasse a me scegliere, nessuna donna dovrebbe essere addestrata come Custode se prima non acconsentisse a farsi castrare, come avveniva anticamente. Ma il mondo va come vuole, e non come io vorrei. Mi assumerò la responsabilità, Damon: ma non posso assumerla interamente. Io sono l’unica Custode superstite di Arilinn. Spesso Neskaya è isolata dai relè perché Theolinda non è abbastanza forte, e Dalereuth si serve di un cerchio di meccanici, senza Custode: perciò mi rimorde la coscienza all’idea di tenere Janine al mio fianco, ad Arilinn. Già adesso non riusciamo ad addestrare tutte le Custodi che sarebbero necessarie, e spesso quelle che prepariamo perdono i poteri quando sono ancora giovani. Capisci perché ho un bisogno disperato di Callista?

Era un problema che non aveva soluzione: ma Damon non voleva che Callista diventasse semplicemente una pedina di quel gioco, e Leonie lo sapeva. Infine lei disse, stupita: — Quanto devi amarla, Damon! Forse è a te che avrei dovuto darla.

Damon rispose: — Amore? Non in quel senso, Leonie. Tuttavia mi è molto cara, e io, che ho così poco coraggio, l’ammiro in chiunque altro più di ogni altra cosa.

— Tu hai poco coraggio, Damon? — Leonie tacque a lungo, e lui vide la sua immagine tremolare come un’onda di calore nel deserto al di là delle Città Aride. — Damon, oh, Damon, dunque ho annientato tutti quelli che amo? Solo adesso mi accorgo di averti distrutto, come ho distrutto Callista…

Il suono di quelle parole echeggiò eterno, come un’eco, nella mente di Damon. Ho annientato tutti quelli che amo? Tutti quelli che amo, tutti quelli… tutti quelli che amo?

— Mi avevi detto che mi allontanavi da Arilinn per il mio bene, che ero troppo sensibile, che quel lavoro mi avrebbe distrutto. — Aveva vissuto per anni con quelle parole, le aveva trangugiate nell’amarezza, odiando se stesso perché viveva per udirle o per ripeterle. Non aveva mai pensato di dubitarne, neppure per un istante: si trattava della parola di una Custode, di un’Hastur.

Presa in trappola, lei gridò: — Cos’avrei potuto dirti? — Poi, in un’esclamazione di angoscia: — C’è qualcosa di sbagliato, di terribilmente sbagliato in tutto il nostro sistema di addestramento degli operatori psi. Come può essere giusto sacrificare tante vite in questo modo? Callista, Hilary, tu! — E aggiunse, con indescrivibile amarezza: — Io.

Se Leonie, pensò amaramente Damon, avesse avuto la sincerità o il coraggio di dirgli la verità, di dirgli «Uno di noi due se ne deve andare, e io sono la Custode e non possono fare a meno di me», allora lui sarebbe stato perduto per Arilinn, sì, ma non sarebbe stato perduto per se stesso.

Ma adesso aveva ritrovato una cosa che aveva smarrito quando era stato allontanato dalla Torre. Era di nuovo integro, e non frantumato come quando Leonie l’aveva scacciato e lui si era creduto debole, inutile, incapace del compito che aveva scelto.

C’era qualcosa di tragicamente sbagliato, nel sistema di addestramento degli operatori psi. E adesso anche Leonie lo sapeva.

Era sconvolto dall’espressione dolorosa negli occhi di Leonie. Lei mormorò: — Cosa vuoi, da me? Siccome è mancato poco che nella mia debolezza io distruggessi la tua vita, l’onore degli Hastur impone dunque che debba assistere senza reagire mentre tu distruggi a tua volta la mia?

Damon chinò la testa. L’amore, la sofferenza che aveva domato, l’amore che aveva creduto estinto anni prima, lo riempivano di pietà. Lì nel sopramondo, dove la passione fisica non poteva rendere pericoloso il gesto o il pensiero, tese le braccia verso Leonie e — come aveva desiderato per tanti anni di dolore — la strinse a sé e la baciò. Non aveva importanza che fossero soltanto le loro immagini a incontrarsi, che nel mondo reale loro fossero separati da dieci giorni di viaggio, e che in quel mondo lei non potesse reagire alla sua passione più di quanto potesse farlo Callista. Tutto ciò non importava. Fu un bacio di amore disperato, quale lui non aveva mai dato e non avrebbe mai dato a una donna vivente. Per un attimo l’immagine di Leonie tremolò, fluì, finché fu di nuovo Leonie più giovane, radiosa, casta, intoccabile, la Leonie di cui Damon aveva agognato la presenza per tanti anni d’angoscia e di solitudine, tormentandosi nel rimorso di quel desiderio.

E poi fu la Leonie di quel tempo, sbiadita, sciupata, devastata dagli anni; e piangeva con tale disperazione da far temere a Damon che gli avrebbe spezzato il cuore. Lei mormorò: — Ora va’, Damon. Ritorna dopo il solstizio d’inverno, e io ti guiderò dove potrai cercare, nel tempo, il destino di Callista e il tuo. Ma adesso, se hai ancora pietà, vattene!

Il sopramondo tremò come scosso da un uragano, svanì nel grigiore, e Damon si ritrovò ad Armida. Callista lo guardava sgomenta e costernata. Ellemir mormorò: — Damon, amor mio, perché piangi? — Ma Damon sapeva che non avrebbe mai potuto rispondere.

Era inutile, per Cassilda e per tutti gli dèi, era inutile tutta quella sofferenza, la sua e di Callista. Della povera piccola Hilary. Di Leonie. E solo la misericordia di Avarra sapeva quante vite, quante telepati nelle Torri dei dominii erano condannati a soffrire…

Sarebbe stato meglio per i Comyn, meglio per tutti, pensò, disperato, se nelle epoche del caos tutti i figli di Hastur e di Cassilda avessero annientato se stessi e le loro pietre stellari! Ma doveva esserci una fine, una fine per quella sofferenza!

Si aggrappò disperatamente a Ellemir, e tese le braccia per stringere le mani di Andrew e di Callista. Non bastava. Niente, mai, sarebbe bastato a cancellare la sua consapevolezza di quell’infelicità. Ma finché erano intorno a lui, vicini, poteva sopportarlo. Per ora. Forse.

CAPITOLO QUATTORDICESIMO

Dom Esteban aveva chiesto loro di rimandare l’operazione psi fino a quando fosse passato il solstizio d’inverno e fossero stati riparati i danni causati dalla tempesta di neve. Damon era lieto di quel rinvio, sebbene fosse tormentato dall’apprensione e dalla necessità di farla finita. Sapeva che molto sarebbe dipeso dal clima. Se c’era un’altra tempesta, la festa del solstizio d’inverno sarebbe stata celebrata in compagnia della sola gente di casa; ma se il tempo era buono, tutti quelli che abitavano a meno di un giorno di viaggio sarebbero venuti lì, e molti avrebbero trascorso la notte ad Armida. La vigilia del solstizio d’inverno spuntò rossa e mite, e Damon vide che Dom Esteban era lieto di quella prospettiva. Si vergognò della propria riluttanza. Un’occasione che spezzava l’isolamento invernale era molto importante, tra le Colline di Kilghard, soprattutto per un vecchio invalido relegato su una poltrona a rotelle. A colazione, Ellemir parlò allegramente dei preparativi per la festa, tutta presa dallo spirito di quella vacanza.

— Metterò al lavoro le ragazze, in cucina, per preparare i dolci, e uno degli uomini dovrà andare nella Valle Meridionale a chiedere al vecchio Yashri e ai suoi figli di venire a suonare per il ballo. E se molti resteranno qui per la notte, dovremo far aprire e arieggiare le stanze degli ospiti. E immagino che la cappella sarà scandalosamente sporca e polverosa. Non ci vado più da quando… — S’interruppe e distolse gli occhi, e subito Callista intervenne: — Penserò io alla cappella, Elli, ma dobbiamo accendere il fuoco? — Guardò suo padre, e il vecchio rispose: — Io direi che è una sciocchezza, ai giorni nostri, accendere il fuoco del sole. — Fissò Andrew, inarcando le sopracciglia, come se — pensò Damon — si aspettasse dal giovane un’espressione irriverente. Ma Andrew disse: — Sembra che sia uno dei costumi universali dell’umanità, su molti mondi, festeggiare il solstizio d’inverno, il ritorno del sole dopo la notte più lunga, e il solstizio d’estate.

Damon non si era mai ritenuto un sentimentale: si era sempre sforzato di lasciare sepolto il passato, eppure adesso ricordava tutti gli inverni che aveva trascorso ad Armida, come amico di Coryn. Stava sempre accanto a Coryn, alla festa del solstizio d’inverno, con le bambine intorno a loro, e pensava che se mai avesse avuto una famiglia tutta sua avrebbe conservato quella consuetudine. Suo suocero captò quel ricordo e alzò gli occhi, sorridendogli. La sua voce era burbera: — Credevo che voi giovani la giudicaste un’assurdità pagana da dimenticare, ma se qualcuno è disposto a portarmi in cortile potremo farlo: c’è abbastanza sole. Damon, non posso andare a scegliere i vini per la festa, quindi ecco la chiave delle cantine. Rhodri dice che il vino di quest’anno è buono, anche se io non ho potuto dirigerne la preparazione.

Andrew stava ritornando dall’ispezione quotidiana ai cavalli da sella, quando Callista lo fermò. — Vieni ad aiutarmi nella cappella. Non possono farlo i servitori, ma soltanto quelli che sono legati al dominio per nascita o per matrimonio. E tu non ci sei mai stato.

Andrew non c’era mai stato. Non sembrava che la religione avesse una parte molto importante nella vita quotidiana dei dominii: almeno, lì ad Armida era così. Callista si era messa un grande grembiule, e mentre scendevano le scale spiegò: — Era il mio unico compito, quand’ero bambina: io e Dorian ci occupavamo della cappella, per le feste. Elli non era autorizzata a entrarci: era troppo vivace e rompeva tutto.

Era facile immaginare Callista come una bambina molto seria, alla quale si potevano affidare cose fragili e preziose. Disse, quando entrarono nella cappella: — È da quando sono andata alla Torre che non passo più qui a casa la festa. E adesso Dorian è sposata e ha due bambine (io non le ho mai viste), e Domenic è a Thendara a comandare le Guardie, e il mio fratellino minore è a Nevarsin. Non vedo più Vladir da quando era piccolo. Non credo che lo rivedrò prima che sia cresciuto. — Si fermò e rabbrividì, come se avesse scorto qualcosa di spaventoso.

— Dorian somiglia a te e a Elli?

— No, non molto. È bionda, come molti dei Ridenow. Tutti dicevano che era la bellezza della famiglia.

— Stento a credere che tutti, in famiglia, ci vedessero male — disse Andrew, ridendo; lei arrossì, e lo condusse nella cappella.

Al centro c’era un altare quadrilatero, una lastra di pietra bianca, traslucida, che sembrava antichissima. Alle pareti c’erano vecchi affreschi. Callista li indicò, spiegando a bassa voce: — Quelli sono i Quattro, gli antichi dèi: Aldones, il Signore della Luce; Zandru, che opera il male nell’oscurità; Evanda, signora della primavera e della vegetazione; e Avarra, la tenebrosa madre della nascita e della morte. — Prese una scopa e cominciò a spazzare il pavimento polveroso. Andrew si chiese se Callista credeva davvero a quegli dèi o se la sua osservanza religiosa era puramente formale. Il suo sprezzo per la religione doveva essere qualcosa di diverso da ciò che ne pensava lui.

Callista disse, esitando: — Non so bene in cosa credo. Sono una Custode, una tenerésteis, un meccanico. Ci è stato insegnato che l’ordine dell’universo non dipende da nessuna divinità, eppure… eppure, chissà, forse sono stati gli dèi a stabilire le leggi che hanno fatto le cose come sono, le leggi cui non possiamo disubbidire. — Si fermò, silenziosa, per un momento; poi andò a spazzare nell’angolo, chiamando Andrew perché l’aiutasse a togliere la polvere e a raccogliere dall’altare i piatti e i recipienti. In una nicchia c’era la statua vecchissima di una donna velata, circondata da teste di bambino, rozzamente scolpite in pietra azzurra. Lei disse, a voce bassa: — Forse sono superstiziosa, dopotutto. Questa è Cassilda, chiamata la Beata, che ha partorito un figlio al sovrano Hastur, figlio della Luce. Dicono che dai sette figli di lui siano discesi i Sette Dominii. Non so se sia vero, o una leggenda o una favola, o il ricordo confuso di qualche antica verità, ma le donne della nostra famiglia fanno offerte… — Tacque, e sulla polvere dell’altare negletto Andrew vide un mazzo di fiori lasciato ad avvizzire.

L’offerta di Ellemir, quando aveva creduto di poter dare un figlio a Damon…

In silenzio, lui passò il braccio intorno alla vita di Callista: si sentiva più vicino a lei di quanto si fosse mai sentito dopo la spaventosa notte della catastrofe. Nella trama di un matrimonio erano intessuti molti strani fili. Callista muoveva le labbra, e Andrew si chiese se stava pregando; poi lei alzò la testa, sospirò, prese il mazzo avvizzito e lo lasciò cadere delicatamente sul mucchio di polvere.

— Vieni, dobbiamo lavare tutti i recipienti e pulire l’altare per accendervi il nuovo fuoco. Dobbiamo lucidare tutti i candelieri… Chissà perché hanno lasciato tutte le smoccolature di cera, l’anno scorso? — La sua voce aveva ritrovato la gaiezza. — Va’ al pozzo, per favore, e portami un po’ d’acqua.

A mezzogiorno il grande disco rosso del sole era librato nel cielo limpido e senza nubi, e due o tre delle Guardie più robuste portarono Dom Esteban nel cortile, mentre Damon sistemava lo specchio, la lente e l’esca che avrebbero acceso il fuoco nell’antico braciere di pietra. Si sentiva il profumo dell’incenso balsamico che Callista aveva acceso sull’altare della cappella, e Damon, guardando Callista e Ellemir, ebbe l’impressione di rivederle bambine, solenni e compunte nelle vesti a quadretti, con i riccioli sciolti intorno alle guance. Qualche volta, Dorian aveva portato una delle sue bambole alla cerimonia… ma Damon non ricordava di aver mai visto Callista o Ellemir con una bambola. E lui e Coryn, allora, stavano al fianco di Dom Esteban… Adesso il vecchio non poteva inginocchiarsi accanto al braciere, e fu Damon a reggere la lente finché il raggio concentrato si insinuò tra le fascine e gli aghi resinosi, sollevando un sottile filo di fumo fragrante. Per molto tempo il fumo continuò a salire. Poi una scintilla cremisi fece eco al riflesso del sole nello specchio, e al centro del fumo scaturì una fiammella. Damon si chinò sul braciere, alimentandola con aghi resinosi e trucioli finché il fuoco divampò, tra gli applausi e le grida dei presenti. Porse il braciere a Ellemir, che lo portò nella cappella, all’altare. Poi, ridendo e scambiandosi auguri, tutti cominciarono a lasciare il cortile, sfilando davanti al vecchio per ricevere i doni. Ellemir, ritta accanto al padre, li distribuiva: gingilli d’argento e talvolta di rame. In qualche caso, ai servitori più apprezzati, consegnava certificati che davano loro il diritto sui capi di bestiame o altre proprietà. Callista e Ellemir, una dopo l’altra, si chinarono a baciare il padre e augurargli una buona stagione. Alle figlie, Dom Esteban donò pellicce preziose che potevano servire per cavalcare anche col tempo peggiore.

Il suo dono per Andrew fu una serie di rasoi in un astuccio di velluto. I rasoi erano di una lega metallica leggera, e Andrew sapeva che, su un pianeta come Darkover, dove i metalli scarseggiavano, era un regalo splendido. Si piegò, impacciato, e abbracciò il vecchio. Il contatto di quelle guance baffute contro le sue gli diede un bizzarro senso di calore, di familiarità.

— Buona festa a te, figlio, e buon anno nuovo.

— Anche a te, padre — disse Andrew, rammaricandosi di non saper trovare parole più eloquenti. Eppure sentiva di aver compiuto un altro passo verso l’accettazione di quella casa. Callista gli strinse la mano, mentre rientravano per preparare il banchetto serale.

Per tutto il pomeriggio continuarono ad arrivare ospiti dalle fattorie e dalle piccole tenute dei dintorni: molti erano stati presenti anche alle nozze. Quando salì a vestirsi per la cena, Damon si trovò esiliato dalla sua metà dell’appartamento. Ellemir, attirandolo nelle stanze di Andrew e Callista, gli disse: — Ho ceduto le nostre camere ai visitatori venuti da Syrtis, Loran e Caitlia e alle loro figlie. Io e te passeremo la notte qui, con Andrew e Callista. Ho qui i vostri abiti per la festa.

Andrew, dividendo allegramente con Damon lo spazio limitato, abbassò lo specchio perché il cognato, che era più basso di lui, potesse farsi la barba. Si chinò, toccandosi i capelli che gli erano cresciuti sul collo. — Dovrei trovare qualcuno che me li tagli — disse, e Damon rise.

— Non sei un monaco né una Guardia, quindi non li vorrai più corti di adesso, vero? — Damon portava i capelli tagliati all’altezza del colletto: Andrew scrollò le spalle. Le usanze e le mode erano fattori relativi. A lui sembrava di avere i capelli lunghissimi, in disordine, eppure erano più corti di quelli di Damon. Mentre si radeva con i rasoi nuovi, si chiese perché, su un pianeta gelido come Darkover, soltanto i vecchi portassero la barba lunga per ripararsi dal freddo. Ma del resto, le usanze non avevano senso.

Al pianterreno, quando guardò la sala ornata di rami verdi, e le torte alle spezie che avevano un profumo simile a quello del pane allo zenzero dei suoi Natali terrestri, ebbe la sensazione di rivivere una festa della sua infanzia. Moltissimi ospiti li aveva già visti in occasione del suo matrimonio. Gli invitati ballavano e bevevano tanto da stupirlo, perché aveva sempre pensato che i montanari di Darkover fossero tipi sobri. Lo disse a Damon, e quello annuì. — Lo siamo davvero. Perciò beviamo solo nelle occasioni speciali, e non capitano spesso. E allora ne approfittiamo. Bevi, fratello! — Damon mostrava di far tesoro di quel consiglio: era già mezzo sbronzo.

Si ripeterono i chiassosi giochi con scambi di baci che Andrew ricordava dalla sua festa nuziale. Rammentò qualcosa che aveva letto diversi anni prima: le società urbane che disponevano di molto tempo libero ideavano svaghi estremamente ricercati, superflui per i rari momenti di libertà di coloro che dovevano dedicarsi per lunghe ore a pesanti lavori manuali. Ripensando a ciò che sapeva dei giorni dei pionieri del suo mondo, quando gli agricoltori si svagavano con passatempi destinati in futuro a essere considerati adatti ai bambini (addentare una mela senza toccarla con le mani, giocare a moscacieca), si rese conto che avrebbe dovuto aspettarsi qualcosa del genere. Anche lì, nella Grande Casa, c’era parecchio da fare, e le feste come quella erano poche; perciò, se i giochi gli sembravano infantili il torto era suo e non di quegli allevatori e contadini, che lavoravano duramente. Quasi tutti gli uomini avevano i calli alle mani, segno di una pesante fatica fisica: perfino i nobili. Anche le sue mani erano indurite, come non lo erano mai state da quando aveva lasciato l’allevamento di cavalli in Arizona, a diciannove anni. Anche le donne lavoravano, pensò, rammentando i giorni che Ellemir trascorreva a dirigere le attività delle cucine, e le lunghe ore passate da Callista nella distilleria e nella serra. Entrambe partecipavano gaiamente alle danze e a quei giochi semplici. Uno non era molto diverso dalla moscacieca: un uomo e una donna venivano bendati, e dovevano cercarsi in mezzo alla folla.

Quando incominciarono le danze, si ritrovò molto richiesto come ballerino. Scoprì il perché quando un ragazzo che non aveva ancora vent’anni trascinò Callista nel ballo, girandosi a dire alla sua compagna di prima, una ragazzetta che non dimostrava più di quattordici anni: — Se danzo con una sposa al solstizio d’inverno, mi sposerò prima che l’anno finisca!

La ragazza — era una bambina, in effetti, con una veste a fiori e i capelli sciolti in lunghi riccioli intorno alle guance — si avvicinò a Andrew e disse, con un sorriso impertinente per mascherare la timidezza: — Oh, allora io ballerò con lo sposo! — Andrew si lasciò trascinare sulla pista, e avvertì la ragazza che non era un buon ballerino. Poi, più tardi, la rivide in un angolo, col giovane che voleva sposarsi entro l’anno: lo stava baciando con una passione che non aveva nulla d’infantile.

Col passare delle ore, molte coppie si appartarono negli angoletti o nelle parti più buie delle sale. Dom Esteban sì ubriacò, e alla fine lo portarono a letto, già addormentato. A uno a uno gli ospiti si congedarono, o augurarono la buonanotte e si fecero condurre alle loro camere. Quasi tutti i servitori avevano partecipato alla festa e adesso erano ubriachi come gli ospiti, poiché non dovevano affrontare una lunga cavalcata al freddo. Damon si era addormentato su una panca nella Grande Sala, e russava. Nell’oscurità che precede l’alba si guardarono intorno nella Grande Sala, con le fronde verdi appassite, le bottiglie e le coppe sparse un po’ dovunque, i dolciumi avanzati: compresero che i loro doveri di padroni di casa erano finiti, e che potevano andarsene a letto. Dopo qualche tentativo poco convinto di svegliare Damon, che borbottò intontito, lo lasciarono stare e salirono senza di lui. Andrew era sorpreso. Perfino al suo matrimonio, Damon aveva bevuto pochissimo. Bene, pensò, anche un uomo sobrio aveva diritto di ubriacarsi per Capodanno.

Nelle stanze che le due coppie dovevano dividersi quella notte a causa degli ospiti, Andrew provò una fitta di frustrazione, intensificata dallo stato di semiubriachezza. Era una vita d’inferno, essere sposato e dormire solo. Un matrimonio infernale, e qualcosa che sembrava una parodia di una festa natalizia. Era depresso, sconsolato. Forse, dato che Damon era ubriaco, Ellemir… Ma no, le donne si erano sdraiate insieme sul letto grande, come avevano fatto durante la lunga infermità di Callista. Pensò che avrebbe dovuto dormire ancora nel lettino che solitamente era di sua moglie; e Damon, se saliva, si sarebbe sistemato nel salotto.

Le donne ridacchiavano tra loro come ragazzine. Avevano bevuto anche loro? Callista lo chiamò a bassa voce, e lui si avvicinò. Erano sdraiate vicine e ridevano nella luce fioca. Callista tese la mano e lo attirò accanto a loro.

— Qui c’è posto anche per te.

Andrew esitò. Che senso avrebbe avuto, lasciarsi tentare? Poi rise, e prese posto accanto a loro. Il letto era enorme, e poteva accogliere comodamente sei persone. Callista gli sussurrò: — Volevo dimostrarti una cosa, amor mio. — E gli spinse dolcemente Ellemir tra le braccia.

Lui provò un furioso imbarazzo che parve dilagare bruciante in tutto il suo essere, smorzando la passione come un getto di acqua gelida. Non si era mai sentito così nudo in tutta la sua vita.

Oh, al diavolo, pensò. Si comportava da sciocco. Non era quello il secondo passo logico e inevitabile, del resto? Ma la logica non aveva spazio nei suoi sentimenti.

Ellemir era calda e tenera tra le sue braccia.

Cosa c’è, Andrew?

C’era, maledizione, la presenza di Callista, e lei doveva saperlo. Per qualcuno, pensò, sarebbe stato particolarmente eccitante. Ellemir seguì i suoi pensieri, che associavano quel genere di cose agli esibizionismi erotici, ai tentativi di eccitare gusti depravati, agli istinti decadenti. Disse, in un mormorio: — Ma non è affatto così, Andrew. Siamo tutti telepati. Qualcunque cosa facciamo, gli altri lo sapranno, vi parteciperanno: quindi perché fingere che uno di noi possa escludere completamente qualcuno degli altri?

Andrew sentì le dita di Callista sfiorargli il volto. Strano che al buio, sebbene le loro mani fossero quasi identiche, lui potesse essere cosi sicuro che quella sulla sua guancia era di Callista e non di Ellemir.

Fra telepati, il concetto di quel tipo d’intimità non poteva esistere, Andrew lo sapeva: perciò chiudere le porte e isolarsi era solo una finzione. E veniva il momento in cui si rinunciava a fingere…

Cercò di ritrovare l’eccitazione, ma l’ubriachezza e l’imbarazzo cospiravano per deluderlo. Ellemir rise: ma era chiaro che quel riso non intendeva ridicolizzarlo. — Credo che abbiamo tutti bevuto un po’ troppo. Dormiamo, allora.

Erano quasi addormentati quando la porta della camera si aprì ed entrò Damon, a passi malfermi. Li guardò sorridendo. — Sapevo che vi avrei trovati tutti qui. — Gettò via gli abiti. Era ancora ubriaco. — Avanti, fatemi posto. Dov’è che…

— Damon, devi dormire per farti passare la sbronza — disse Callista. — Non pensi che staresti più comodo se…

— Comodo un accidente — ribatté assonnato Damon. — Nessuno deve dormire solo, in una notte di festa!

Callista gli fece posto accanto a sé, ridendo, e Damon s’infilò nel letto e si addormentò di colpo. Andrew sentì una risata folle disperdere il suo imbarazzo. Mentre si assopiva, percepì un sottile filo di contatto mentale che s’intesseva intorno a loro, come se Damon, anche nel sonno, cercasse il conforto della loro presenza e li attirasse tutti insieme, allacciandoli, con i cuori che battevano all’unisono in una pulsazione lenta, in una serenità infinita. Pensò, senza sapere se era un pensiero suo o di un altro, che adesso tutto andava bene perché Damon era lì. Così doveva essere. Captò, dalla coscienza di Damon: Tutti i miei cari… Non sarò solo, mai più…

Si svegliarono tardi, ma le tende chiuse oscuravano la stanza. Ellemir era ancora raggomitolata tra le braccia di Andrew. Si mosse, si girò assonnata verso di lui, lo avvolse nel proprio tepore di donna. Quel senso di vicinanza, di partecipazione, era ancora presente, e lui si lasciò sommergere, accettando l’accoglienza del corpo di lei. Non erano solo lui e Ellemir, in un certo senso, ma la consapevolezza — al di sotto della superficie della coscienza — che tutti ne facevano parte, che s’integravano straordinariamente, senza bisogno di analisi. Aveva voglia di gridare al mondo, alla gente: — Vi amo, vi amo tutti. — Nella sua esultanza non distingueva l’eccitazione sessuale per Ellemir, la tenerezza per Callista, il forte e protettivo calore umano che provava per Damon. Erano un’emozione sola, che era amore. Vi era immerso, e vi si abbandonava, esausto, gloriandosene. Sapeva che avevano svegliato gli altri. Non aveva importanza.

Ellemir fu la prima a muoversi: si stirò, rise, sbadigliò. Si sollevò leggermente e lo baciò rapida. — Mi piacerebbe star qui tutto il giorno — disse, in tono di rammarico, — ma sto pensando al caos della sala. Se voglio che i nostri ospiti possano fare colazione, devo scendere ad assicurarmi che si lavori! — Si sporse a baciare Damon; dopo un momento baciò anche Callista, poi scivolò dal letto e andò a vestirsi.

Damon, meno coinvolto fisicamente, percepì lo sforzo che Callista stava compiendo per mantenere le barriere. Dunque non era un effetto totale, dopotutto. Lei ne era ancora fuori. Le sfiorò con la punta di un dito gli occhi, ancora chiusi. Andrew era andato in bagno. Erano soli, e sentì che la coraggiosa finzione si stava dissolvendo.

— Piangi, Callie?

— No. No, naturalmente. Perché dovrei? — Ma piangeva.

Damon la tenne così, sapendo che in quel momento condividevano qualcosa da cui gli altri erano esclusi: quell’esperienza comune, quella dolorosa disciplina, il senso di diversità.

Andrew era andato a vestirsi. Damon captò un frammento del suo pensiero, una contentezza mista a rammarico, e ricordò che per un poco Andrew era stato uno di loro. Ma adesso anche lui era separato. Sentiva anche le emozioni di Callista: non serbava rancore a Ellemir, per nulla, ma aveva bisogno di sapere prima di poter partecipare. Sentì la sua angoscia disperata, il folle impulso improvviso di graffiarsi, di percuotersi con i pugni, di ribellarsi al proprio corpo inutile, mutilato, così diverso da ciò che avrebbe dovuto essere. La tenne stretta a sé, cercando di calmarla con quel contatto.

Ellemir tornò dal bagno, con i capelli sgocciolanti, e si sedette al tavolino di Callista. — Metterò uno dei tuoi abiti da casa, Callie: ci sono tante pulizie da fare — disse. — Questo è il guaio delle feste! — Vide che Callista nascondeva il volto contro la spalla di Damon, e per un momento si sentì straziata dall’angoscia della sorella. Ellemir era cresciuta nella convinzione di possedere un po’ del laran del suo clan: ma adesso, mentre riceveva l’impatto della sofferenza di Callista, comprese che era più una maledizione che una fortuna. E quando Andrew tornò, lei captò il suo improvviso distacco.

Andrew stava pensando che bisognava abituarsi fin dall’infanzia, a certe cose. Interpretò il teso silenzio di Ellemir come un’espressione di vergogna o di rammarico per ciò che era accaduto, e si chiese se avrebbe dovuto scusarsi. Di cosa? Con chi? Ellemir? Damon? Vide Callista tra le braccia di Damon. Aveva il diritto di protestare? Forse era giusto così, ma lui provava ancora un disagio e un disgusto quasi fisici; o era solo perché la sera prima aveva bevuto troppo?

Damon si accorse che Andrew li stava guardando, e sorrise.

— Immagino che Dom Esteban abbia più mal di testa di me, questa mattina. Andrò a lavarmi la faccia con l’acqua fredda, poi scenderò a vedere se posso far qualcosa per nostro padre. Non me la sento di lasciarlo alle cure del suo valletto, oggi. — E aggiunse, staccandosi lentamente da Callista: — Voi terrestri avete qualche espressione adeguata per il mattino dopo una sbronza?

— A decine — rispose Andrew, cupamente. — E ognuna è rivoltante, come la sensazione che si prova. — Postumi della sbronza, pensò.

Damon andò in bagno e Andrew si passò un pettine tra i capelli, guardando irritato Callista. Non vide neppure che lei aveva gli occhi rossi. Lentamente, la giovane donna si alzò e indossò la vestaglia a fiori. — Devo andare ad aiutare Ellemir. Le ancelle non sapranno neppure da dove cominciare. Perché mi fissi così, marito mio?

Quella frase lo infastidì, gli mise addosso la voglia di litigare. — Non mi permetti neppure di toccarti le dita, e se ti bacio ti ritrai come se intendessi violentarti: eppure giacevi fra le braccia di Damon…

Lei abbassò gli occhi. — Tu sai perché oso farlo… con lui.

Andrew ricordò l’intensa sessualità che aveva percepito, diviso con Damon. Era inquietante, e lo riempiva di un vago disagio. — Non puoi dire che Damon non sia un uomo!

— Certo, lo è. Ma lui ha appreso, alla mia stessa durissima scuola, quando e come non deve sembrarlo.

Per l’ipersensibile senso di colpa di Andrew, quella era una provocazione: come se lui fosse una specie di bruto, di animale che non sapeva dominare gli appetiti sessuali e che andava accontentato. Callista l’aveva spinto, letteralmente, nelle braccia di Ellemir, ma Damon non aveva bisogno di simili concessioni. All’improvviso, rabbiosamente, prese Callista fra le braccia e le posò a forza la bocca sulla bocca. Per un momento lei resistette, scostando le labbra, e Andrew sentì la sua ribellione furiosa. Poi all’improvviso lei divenne completamente passiva fra le sue braccia, con le labbra fredde, immote, così lontana che non sembrava neppure con lui nella stessa camera. La sua voce bassa lo dilaniò come una zannata.

— Qualunque cosa tu senta di dover fare, io posso sopportarlo. Così come sono adesso, non farebbe nessuna differenza. Non mi danneggerà, ora, e non mi turberà al punto di indurmi a reagire o a colpirti. Anche se senti di dovere… di dovermi portare a letto… non significherà nulla per me, ma se ti facesse piacere…

Agghiacciato, inorridito fino al midollo, Andrew la lasciò. In un certo senso era più orribile che se lei avesse resistito furiosamente, l’avesse aggredito a morsi e unghiate, l’avesse colpito ancora con la folgore. Prima, lui aveva avuto paura della propria eccitazione: adesso sapeva che niente poteva superare le sue difese, niente.

— Oh, Callista, perdonami! Oh, Dio, Callista, perdonami! — Cadde in ginocchio davanti a lei, prendendole le dita e portandosele alle labbra, straziato dal rimorso. Damon uscì dal bagno e si arrestò sgomento nel vederli, ma loro non lo udirono e non lo scorsero. Callista prese tra le mani il volto di Andrew. Disse, sussurrando: — Ah, amore, sono io che devo chiederti perdono. Non voglio… non voglio esserti indifferente. — Aveva la voce colma di un’angoscia tanto grande che Damon comprese di non poter più attendere.

Sapeva perché si era ubriacato, la sera prima. Perché, passato il solstizio d’inverno, non poteva più rimandare la terribile prova. Ora doveva penetrare nel sopramondo, addirittura nel tempo, e cercarvi un aiuto, un modo di riportare Callista a tutti loro. Ora, davanti alla sua sofferenza frenetica, sentiva che avrebbe rischiato anche più di questo, per lei, per Andrew.

Si ritirò in silenzio e uscì dall’appartamento, passando per un’altra porta.

CAPITOLO QUINDICESIMO

Dopo il solstizio d’inverno, sorprendentemente, il tempo migliorò e le riparazioni dei danni causati dalla grande nevicata procedettero in fretta. In dieci giorni vennero ultimati, e Andrew pensò di poter lasciare tutto, per un po’ di tempo, nelle mani del coridom.

Gli sembrava di non aver mai visto Damon così stanco e irritabile come quella mattina, dopo che suo cognato ebbe isolato l’appartamento con gli smorzatori telepatici ed ebbe avvertito i servitori di non avvicinarsi. Dal solstizio d’inverno Damon era sempre stato agitato e taciturno, ma adesso, mentre regolava gli smorzatori, aggirandosi nervosamente nell’appartamento, tutti potevano sentirlo. Callista, alla fine, lo interruppe: — Basta, Damon! Sdraiati e respira lentamente. Non puoi incominciare così, e lo sai come lo so io. Prima calmati. Vuoi un po’ di kirian?

— Non lo voglio  — ribatté irritato Damon, — ma immagino che farò bene a prenderlo. E voglio una coperta o qualcosa del genere. Torno sempre mezzo congelato.

Callista indicò a Elìemir di avvolgerlo in una coperta e andò a prendere il kirian.  — Assaggialo, prima. Il mio apparecchio per la distillazione non è efficiente come quello che avevo ad Arilinn, e potrebbero esserci residui, anche se l’ho filtrato due volte.

— Non puoi essere più inesperta di me, in queste cose — disse Damon; fiutò cautamente poi rise, ricordando che Callista aveva fatto lo stesso con la tintura preparata da lui. — Non importa, mia cara, non credo che ci avveleneremo a vicenda. — Lasciò che lei misurasse attentamente una dose, e aggiunse: — Non so quale sia il fattore di distorsione temporale, e tu dovrai restare in fase per controllarmi. Non sarebbe meglio se ne prendessi un po’ anche tu?

Callista scrollò il capo. — Ho una tolleranza bassissima, per questa roba. Se ne bevessi abbastanza da mettermi in fase, avrei gravi disturbi. Posso sintonizzarmi con te anche senza.

— Ti sentirai spaventosamente intorpidita e infreddolita — l’avvertì Damon; ma si rendeva conto che dopo tanti anni vissuti come Custode doveva conoscere con precisione il margine della propria tolleranza nei confronti della droga telepatica. Lei sorrise, misurandosi una dose di poche gocce. — Ho messo uno scialle molto pesante. Se devo controllare le funzioni vitali, quando vuoi che ti tiri fuori?

Damon non lo sapeva. Non aveva esperienza delle tensioni della Ricerca nel Tempo. Non sapeva cos’avrebbe dovuto sopportare, in fatto di effetti secondari. — Sarà meglio che non mi richiami, a meno che io vada in convulsioni.

— A questo punto? — Callista provò un’acuta fitta di rimorso. Era per lei che Damon correva quel terribile rischio e ritornava a un lavoro temuto e odiato. Erano già collegati strettamente. Lui le teneva la mano posata leggermente sul polso. — Non solo per te, tesoro. Per tutti noi. Per i bambini.

E per la Custode, quella che verrà. Callista non pronunciò queste parole: ma il tempo si era sfocato, come avveniva talvolta per un Alton, e lei vedeva se stessa da una grande distanza, lì, altrove, in un grande campo fiorito; guardava una delicata fanciulla che giaceva inconscia davanti a lei; stava in piedi nella cappella di Armida davanti alla statua di Cassilda, con una ghirlanda di fiori cremisi in mano. Depose i fiori sull’altare e poi fu di nuovo con loro, stordita, esaltata. Mormorò: — Damon, hai visto…

Anche Andrew aveva visto, tutti avevano visto, e lui ricordava l’espressione di pietà e di angoscia con cui Callista aveva tolto dalla cappella l’offerta dimenticata da Ellemir. Le nostre donne portano ancora fiori al suo sacrario… Damon disse, gentilmente: — Ho visto Callie. Ma è molto lontano, lo sai.

Lei si chiese se ad Andrew sarebbe importato molto; poi, con incrollabile disciplina, ritornò al proprio compito. — Lasciami controllare la tua respirazione. — Gli passò le dita sopra il corpo, leggermente. — Prendi il kirian, ora.

Damon l’inghiottì, con una smorfia. — Beh! Con cosa l’hai insaporito? Urina di cavallo?

— Niente. Avevi dimenticato il sapore, ecco tutto. Da quanti anni non lo prendevi più? Sdraiati, e smettila di contrarre le mani: riuscirai solo ad aggrovigliarti i muscoli e a farti venire i crampi.

Damon ubbidì e girò lo sguardo sui tre volti che gli stavano intorno: Callista, seria e autoritaria; Ellemir, un po’ spaventata; Andrew, forte e calmo ma un po’ sgomento. Poi i suoi occhi ritornarono all’espressione sicura e fiduciosa di Callista. Poteva contare in modo assoluto su di lei: era stata istruita ad Arilinn. La sua respirazione, le sue funzioni vitali, la sua stessa vita, erano nelle mani di lei, e Damon era lieto che fosse così.

Perché Callista doveva rinunciare a tutto questo se voleva vivere felice e mettere al mondo dei figli?

Callista stava portando nel cerchio Ellemir e Andrew. Damon li sentì inserirsi, fondersi. Lui era già alla deriva e fluttuava lontano. Guardò Ellemir come se lei fosse trasparente, pensando a quanto l’amava, a quanto era felice.

Callista disse, sommessamente: — Ti lascerò arrivare fino al primo stadio della crisi, non fino alle convulsioni. Non servirebbe a nulla, né per te né per noi.

Damon non protestò neppure. Lei era stata addestrata ad Arilinn: aveva il diritto di decidere. Poi si trovò nel sopramondo, e lo percepì quando la struttura si formò intorno a lui: una torre come Arilinn, meno solida, meno fulgida, non un faro ma un rifugio, remota e tuttavia concreta, una protezione, una casa. Per un attimo, mentre volgeva intorno lo sguardo sul mondo grigio e indugiava tra quelle mura, si sorprese a chiedersi, con assurda insolenza, cosa pensavano gli altri telepati che vagavano nel mondo grigio quando trovavano quella torre nuova. O forse gli altri non se ne sarebbero mai accorti, non sarebbero mai arrivati nel luogo remoto dove Damon e il suo gruppo stavano lavorando? Risolutamente plasmò i propri pensieri perché lo portassero in fretta ad Arilinn, e si trovò nel cortile davanti a Leonie. Vide, con sollievo, che aveva il volto velato; e la sua voce era distaccata e serena, come se il momento di passione non fosse mai esistito.

— Dobbiamo raggiungere per prima cosa il livello in cui è possibile il moto attraverso il tempo. Hai preso adeguate precauzioni per farti controllare? — Damon sentì che Leonie guardava attraverso lui, verso il mondo dove giaceva il suo corpo, dove Callista vegliava silenziosa al suo fianco. Leonie assunse una strana espressione trionfante, ma si limitò a dire: — Forse rimarrai lontano per moltissimo tempo, e ti sembrerà più lungo di quanto sia in realtà. Io ti guiderò fino al livello della Ricerca nel Tempo, anche se non sono sicura di potervi restare. Ma dobbiamo spostarci attraverso i livelli un po’ per volta. Di solito cerco di vederlo come una scalinata — aggiunse, e Damon vide che intorno a loro il grigiore si era attenuato quanto bastava per rivelare una gradinata indistinta, che saliva incurvandosi e svaniva in un grigio più denso, lassù, come la nebbia che avvolge un fiume. Notò che la scala aveva una ringhiera dorata, e si chiese quale scalinata dell’infanzia di Leonie, forse di Castel Hastur, riviveva lì, nella sua immagine mentale.

Sapeva benissimo, mentre posava il piede sul primo gradino per seguire Leonie, che in realtà soltanto le loro menti si muovevano tra gli amorfi atomi dell’universo: ma la visualizzazione della scala era solida e rassicurante, e offriva loro un punto focale per passare da un livello all’altro. Leonie conosceva la strada, e lui si limitava a seguirla.

La scalinata non era ripida: ma via via che saliva, Damon aveva l’impressione di respirare più a fatica, come se scalasse un valico montano. I gradini erano ancora solidi, addirittura rivestiti da tappeti, anche se i piedi che li calpestavano — Damon lo sapeva — erano solo formulazioni mentali. Diventava sempre più difficile sentirli, alzarli da uno scalino all’altro. La gradinata diventava sempre più confusa e indistinta, e spariva nella densa nebbia grigia, poco più avanti di lui. La figura di Leonie era solo una larva avvolta in veli cremisi.

La nebbia s’infittì, si chiuse. Lui poteva scorgere poche spanne della scala, ma camminava in un grigiore che faceva scomparire il suo corpo. Poi il grigiore si oscurò in una tenebra attraversata da guizzanti luci azzurre.

Il livello delle reti di energia. Damon aveva lavorato su quel livello come tecnico psi, e con uno sforzo riuscì a solidificarlo mutandolo in una caverna buia, con stretti sentieri illuminati che portavano in alto, in un labirinto di cascate. Lì Leonie era vaga, indistinta, e le sue vesti erano incolori. Adesso non si esprimeva più a parole.

Procedi con prudenza. Siamo al livello delle matrici controllate. Ci sorveglieranno perché non mi accada nulla di male. Ma stammi vicino. Io so dove si svolgono le operazioni con le matrici, e non dobbiamo intrometterci.

In silenzio, Damon avanzava lungo i sentieri illuminati d’azzurro. A un certo momento ci fu un bagliore di luce azzurrina, ma il pensiero di Leonie lo raggiunse, incalzante:

Non guardarlo!

E Damon comprese che, chissà dove, era in atto un’operazione con una matrice, così delicata che persino un pensiero casuale, perfino uno «sguardo», poteva squilibrarla e mettere in pericolo i meccanici. Visualizzò se stesso che voltava fisicamente le spalle alla luce e chiudeva gli occhi per non vederla. Gli parve che trascorresse molto tempo prima che il contatto-pensiero di Leonie lo richiamasse:

Ora possiamo proseguire.

La scalinata si riformò sotto i suoi piedi, sebbene lui non potesse vederla. Ricominciò a salire. Solo una concentrazione ostinata, adesso, poteva dare l’illusione di un corpo fisico che saliva, e i gradini erano come nebbia sotto i suoi piedi. Le pulsazioni del sangue divennero più rapide via via che ascendeva faticosamente, e il respiro si appesantì. Era come scalare un passo montano, come la ripida scala intagliata nella roccia che portava al monastero di Nevarsin. Nella densa tenebra cercò a tentoni la ringhiera incrostata di ghiaccio, e si sentì scottare le dita. Eppure anche quella sensazione fu un sollievo: l’aiutava a solidificare la terribile e caotica assenza di forma in quel livello. Non sapeva come facesse Leonie — che non era abituata alle scalate — a procedere, ma la sentiva accanto a sé, nell’oscurità, e sapeva che doveva possedere una tecnica mentale per affrontare quei livelli. Adesso l’aria era rarefatta, e Damon si sentiva battere il cuore con uno sforzo acuto che lo stordiva. Sentiva la vertigine di un terribile baratro sotto di lui. Non ce la fece più a proseguire. Si aggrappò alla ringhiera, e sentì le mani intorpidirsi per il freddo.

Non posso continuare. Non posso. Morirò qui.

A poco a poco il suo respiro divenne meno convulso, il cuore affaticato si calmò. Damon comprese, con lontano distacco, che Callista era entrata in fase con lui e gli regolava il cuore e la respirazione. Adesso poteva riprendere l’ascesa, anche se i gradini erano spariti. Via via che la sensazione di salire diventava più intensa, cominciò, disperatamente, a formulare il ricordo delle scalate, delle tecniche che aveva imparato a Nevarsin da ragazzo, come se si arrampicasse aggrappandosi con le mani e i piedi agli appigli, fissando corde e chiodi immaginari per aiutarsi a issare il corpo riluttante. Poi perse di nuovo la sensazione del corpo fisico, e dei livelli e dello sforzo, e si mosse con rabbiosa concentrazione passando da una tenebra all’altra. In una c’erano strane masse informi di nubi, e a lui pareva di avanzare a guado nella fanghiglia gelida. In un’altra c’erano presenze, dovunque, che l’attorniavano, l’ossessionavano con la loro intangibilità amorfa… Il concetto stesso di forma era perduto. Damon non ricordava più cosa fosse un corpo, che sensazione desse l’averlo. Lui era informe, onnipresente e assente come loro, qualunque cosa fossero. Si sentiva nauseato, violentato, ma continuava ad avanzare, faticosamente: e dopo un’eternità anche quella sensazione svanì.

Infine giunsero a una bizzarra oscurità rarefatta, e Leonie, vicinissima a lui in quel nulla, disse senza parole:

Questo è il livello dove possiamo svincolarci dal tempo lineare. Pensa di risalire un fiume. Sarà più facile se troviamo un luogo fisso e procediamo a ritroso. Aiutami a cercare Arilinn.

Damon si chiese: Arilinn è anche qui? Poi pensò che era una domanda assurda. Ogni luogo che esisteva fisicamente doveva proiettarsi attraverso tutti i livelli dell’universo. Intangibilmente, una mano strinse la sua: e Damon sentì la propria materializzarsi, dove sarebbe stata se anche lì l’avesse avuta. Concentrò la mente su Arilinn, vide un’ombra vaga, e si trovò nella camera di Leonie.

Una volta, durante l’ultimo anno del suo soggiorno alla Torre, Leonie era svenuta tra i relè. Lui l’aveva portata nella sua stanza e l’aveva adagiata sul letto. Allora non aveva notato consciamente neppure un particolare di quella stanza: eppure adesso la vedeva, semiprofilata nella sua mente, nel suo ricordo…

No, Damon! Avarra abbia pietà, no!

Non si era accorto di rievocare quel giorno dimenticato, ma non voleva ricordare: per gli inferni di Zandru, no! Il ricordo apparteneva a Leonie, e lui lo sapeva: ma ne accettò la responsabilità e ne cercò uno più anodino. Nella camera delle matrici, ad Arilinn, vide Callista a tredici anni, con i capelli ancora sciolti sulle spalle. Guidò delicatamente le dita di lei, sfiorando i nodi dove i nervi affioravano alla superficie della pelle. Vide le farfalle ricamate sui polsini della sua veste: allora non le aveva notate. Vagamente, ma con un senso di realtà snervante (erano i pensieri riesumati di quegli anni lontani oppure era il ricordo della Callista attuale?), vide che lei era docile ma aveva paura di quell’uomo austero, che era stato l’amico giurato di suo fratello ma che adesso appariva impassibile, vecchio, alienato, lontano. Un estraneo, non il parente che conosceva bene.

Ero così duro con lei, così distante? Avevi paura di me, Callista? Per gli inferni di Zandru, perché siamo così crudeli con quei bambini?

Le mani di Leonie lo sfiorarono attraverso le mani di Callista. Com’era austera già allora, com’era divenuto severo e segnato il suo volto in pochi anni! Ma il tempo scorreva a ritroso, e Callista non c’era più, non c’era mai stata. Lui stava davanti a Leonie per la prima volta: un giovane controllore psi che per la prima volta vedeva la faccia della Custode di Arilinn. Evanda! Com’era bella! Tutte le donne Hastur erano belle, ma lei aveva la bellezza leggendaria di Cassilda. Damon provò di nuovo i tormenti del primo amore, la disperazione di saperlo vano, ma il tempo continuava a scorrere a ritroso con misericordiosa rapidità. Damon perse la consapevolezza del proprio corpo: non era mai esistito, e lui era un sogno indistinto nell’oscurità, e scorgeva i volti di Custodi che non aveva mai conosciuto. (Sicuramente, quella donna bionda era una Ridenow del suo clan). Vide erigere un monumento nel cortile per onorare Marelie Hastur, e comprese, con un fremito di terrore, che stava assistendo a un evento accaduto tre secoli prima della sua nascita. Continuò a risalire la corrente, sentì Leonie staccarsi da lui, lottò per cercare di raggiungerla…

Non posso andare oltre, Damon. Gli dèi ti assistano, parente.

Damon la cercò, in preda al panico, ma lei non c’era più: sarebbe nata solo dopo secoli e secoli. Lui era solo, stordito, stanco, in un’immensa e scintillante oscurità nebbiosa, e dietro di lui c’era solo l’ombra di Arilinn. Dove posso andare? Potrei vagare in eterno nelle epoche del caos senza scoprire nulla.

Neskaya. Sapeva che Neskaya era il centro del segreto. Lasciò che Arilinn si dissolvesse, e si sentì sfrecciare rapido come il pensiero verso la Torre di Neskaya, profilata contro le Colline di Kilghard. Era come guadare un freddo torrente di montagna contro una corrente che cercava di trascinarlo a valle, verso il suo tempo. In quella lotta aveva quasi perso di vista il suo obiettivo. Adesso, disperatamente, lo riformulò: trovare una Custode di Neskaya prima che la Torre venisse distrutta durante le epoche del caos e poi ricostruita. Proseguì a ritroso, lottando, e vide la Torre di Neskaya in rovina, distrutta dall’ultima delle grandi guerre di quell’epoca, ridotta in cenere: la Custode e tutti quelli del suo cerchio erano stati massacrati.

E poi riapparve: non era la solida e tozza struttura di sassi che lui aveva visto ergersi dietro le mura di Città Neskaya, ma una torre alta, luminosa, splendente di pietra celeste. Neskaya! Neskaya nell’epoca del suo splendore, prima che i Comyn decadessero. Damon rabbrividì. Vedeva ciò che nessuno dei viventi del suo tempo aveva mai visto: la Torre di Neskaya nei giorni della gloria dei Comyn.

Una luce incominciò a brillare nel cortile, e in quello scintillio Damon vide un giovane: e ricordò, con lieto stupore, che l’aveva già visto. Decise d’interpretarlo come un presagio. Il giovane portava i colori verde e oro, e aveva al dito un grande anello risplendente: un anello o una matrice? Senza dubbio quel volto delicato e gli abiti verde e oro di foggia antica indicavano che era un Ridenow. Sì, Damon l’aveva già visto, fuggevolmente. Sentì se stesso prendere forma, con un bizzarro senso di sollievo. Sapeva che il suo corpo, in quel complesso livello astrale, era solo un’immagine, l’ombra di un’ombra. Per un attimo fu conscio del suo corpo vero, freddo e comatoso e intorpidito, che ansimava in una lontananza inimmaginabile. Ma il corpo che indossava in quel livello superiore era libero, sereno. Dopo l’eternità amorfa, anche l’ombra di una forma alleviava la tensione, gli dava quasi un’esplosione di piacere. Un peso solido, il sangue che gli pulsava nelle vene, occhi che vedevano… L’immagine del giovane ondeggiò, si consolidò. Sì, era un Ridenow, e somigliava al fratello di Damon, Kieran, l’unico fratello che Damon amasse anziché tollerarlo per cortesia in nome del sangue comune.

Damon provò uno slancio di affetto per lo sconosciuto, che doveva essere uno dei suoi lontani antenati. Indossava una lunga veste sciolta d’oro, con una cintura verde, e scrutava Damon con calma gentilezza. Disse: — A giudicare dal tuo volto e dalle tue vesti, sicuramente appartieni al mio clan. Stai vagando in un sogno, parente, oppure mi cerchi da un’altra Torre?

Damon disse: — Sono Damon Ridenow. — Stava per dire che adesso non era un operatore di una Torre, ma ricordò che su quel livello il tempo non aveva significato. Se tutto il tempo coesisteva, come appunto doveva essere, allora il periodo in cui era stato un tecnico psi era reale e presente quanto il momento in cui lui giaceva ad Armida, impegnato nella Ricerca. — Damon Ridenow, Terzo nella Torre di Arilinn, tecnico, agli ordini della Custode Leonie di Arilinn, dama Hastur.

Il giovane disse, gentilmente: — Senza dubbio tu stai sognando, o sei pazzo o sperduto nel tempo. Io conosco tutti i Custodi da Nevarsin a Hali, e tra loro non c’è nessuna Leonie e nessuna Hastur. — Sorrise, cortese. — Devo rimandarti al tuo luogo e al tuo tempo? Questi livelli sono pericolosi, e un tecnico non può percorrerli senza rischi. Potrai ritornare qui quando avrai raggiunto la forza di Custode, cugino, e il fatto che sia venuto ora mi dimostra che quella forza l’hai già. Ma io posso inviarti a un livello sicuro, e mi auguro che tu abbia non meno prudenza che coraggio.

— Non sono pazzo e non sto sognando — replicò Damon. — E non mi sono smarrito nel tempo, sebbene in verità sia lontanissimo dai miei giorni. È stata la mia Custode a mandarmi qui, e forse sei tu colui che cerco. Chi sei?

— Io sono Varzil. Varzil di Neskaya, Custode della Torre.

Custode. Damon sapeva che anticamente anche gli uomini potevano diventare Custodi. Però il giovane aveva usato la parola in una forma che lui non aveva mai udito: tenerézu. Quando Leonie gli aveva parlato dei Custodi maschi aveva usato la forma comune del termine, che era invariabilmente femminile. Pronunciata da Varzil, quella parola fu un trauma. Varzil! Il leggendario Varzil il Buono, che aveva bonificato Hali dopo il cataclisma che aveva distrutto il lago. — Ai miei tempi tu sei una leggenda, Varzil di Neskaya: sei ricordato come Signore di Hali.

Varzil sorrise. Aveva il volto sereno e intelligente ma animato di curiosità, senza l’espressione chiusa e remota di tutte le Custodi che Damon aveva conosciuto. — Una leggenda, cugino? Bene, immagino che le leggende mentano nel tuo tempo come nel mio, e forse sarebbe meglio per me non sapere nulla di ciò che sta nel futuro, per non cedere alla paura o all’arroganza. Non dirmi nulla. Però, una cosa l’hai già detta. Se nei tuoi tempi una donna è Custode, allora la mia opera è riuscita, e coloro che credevano una donna troppo debole per diventare Custode sono stati ridotti al silenzio. Ora so che la mia opera non è inutile. E poiché mi hai fatto un dono, un dono di fiducia, cosa posso darti in cambio? Certo non hai intrapreso un viaggio così lungo senza una grave necessità.

— La necessità non è mia, ma di una mia parente. È stata addestrata per diventare Custode di Arilinn, ma è stata sciolta dal voto per sposarsi.

— E per questo è necessario che venga sciolta dal voto? — chiese Varzil. — Ma cosa posso fare, per te? Già nel mio tempo un Custode non viene più mutilato chirurgicamente: oppure mi credi un eunuco? — Rise con una gaiezza che a Damon, inspiegabilmente, ricordò Ellemir.

— No: ma è rimasta in uno stato a mezza strada fra quello di Custode e quello di donna normale. I suoi canali sono stati fissati sul modello di Custode quando era troppo giovane, prima della pubertà, e lei non può ricondizionarli all’uso normale.

Varzil sembrava assorto. Disse: — Sì, questo può accadere. Dimmi: quanti anni aveva, quando ha iniziato l’addestramento?

— Fra i tredici e i quattordici, credo.

Varzil annuì. — L’immaginavo. La mente si imprime profondamente sul corpo, e i canali non possono riadattarsi se nella sua mente c’è l’impronta di molti anni vissuti come Custode. Tu devi ricondurre la sua mente ai tempi in cui il suo corpo era libero, prima che i canali venissero alterati e bloccati, prima che gli anni vissuti come Custode incidessero lo schema nei nervi. Quando la sua mente sarà libera, il corpo si libererà. Poi, quando la condurrai attraverso il sacramento… Ma aspetta: sei sicuro che i canali non siano stati modificati chirurgicamente, che i nervi non siano stati recisi?

— No: sembra che sia stato fatto mediante l’addestramento con la matrice…

Varzil scrollò le spalle. — È superfluo, ma non è grave. Ci sono sempre alcune donne che bloccano così i loro canali, ma la liberazione viene con la festa della Fine dell’Anno. Alcuni dei nostri primi Custodi erano chieri, né uomini né donne, emmasca: e anche loro si ritrovavano bloccati in quello schema. Naturalmente, è per questo che abbiamo istituito il vecchio rito sacramentale della Fine dell’Anno. Quanto devi amarla, cugino, per essere venuto così lontano! Ti auguro che ti dia figli che facciano onore al tuo clan non meno del loro coraggioso padre.

— Non è mia moglie — replicò Damon. — È sposata al mio fratello giurato… — Appena lo disse si sentì confuso, perché sembrava che quelle parole non avessero significato per Varzil, il quale scosse il capo.

— Sei il suo Custode: tu ne sei responsabile.

— No, la Custode è lei — protestò Damon, con un’irritabilità improvvisa e spaventosa, e Varzil lo fissò con uno sguardo penetrante. Il sopramondo vibrò, tremò, e per un momento Damon non vide più Varzil: perfino lo scintillio dell’anello si era affievolito in un fioco e lontano punto azzurro. Era una matrice? Si sentiva soffocare, sprofondare nella tenebra. Udì Varzil chiamarlo da lontano; e poi, con sollievo, sentì la mano chiudersi leggera sull’immagine della sua mano. Il suo corpo si rimise a fuoco; ma si sentiva debole e nauseato. Intravedeva appena Varzil, e dietro di lui un cerchio di volti, uno scintillante anello di pietre, volti di Comyn che dovevano essere i suoi avi dimenticati. Varzil parlò in tono di profonda preoccupazione.

— Non devi più rimanere qui, cugino: questo livello è mortale per coloro che non sono addestrati. Ritorna, se devi, quando avrai conquistato la tua forza piena come tenerézu. Non temere per la donna che ti è cara. Spetta a te, come suo Custode, condurla all’antico sacramento della Fine dell’Anno, come se fosse per metà chieri ed emmasca. Temo che dovrai attendere quella festa, se lei dovrà lavorare nel frattempo come Custode: ma dopo, tutto andrà bene. E né fra trecento anni, né tra mille, un figlio delle Torri dimenticherà la festa. — Damon barcollò, stordito, e Varzil lo sorresse di nuovo, dicendo con gentile premura: — Guarda nel mio anello. Ti rimanderò a un livello sicuro. Non temere, l’anello non comporta i pericoli delle normali matrici. Addio, parente, porta il mio saluto affettuoso a colei che ti è cara.

Damon disse, mentre si sentiva la coscienza svanire brancolando: — Non… non capisco. — Non c’era più nulla di nitido, ormai, tranne l’anello di Varzil, che splendeva corrusco disperdendo la tenebra. Io l’ho già visto, come un faro.

Non aveva più voce. Non poteva più formulare le parole. Ma Varzil era vicino a lui nell’oscurità. Sì, ora andrò e porrò un faro per guidarti qui: questo anello.

Damon pensò, confusamente: Io l’ho già visto.

Non lottare con le definizioni del tempo, cugino. Quando sarai Custode, comprenderai.

Nel mio tempo, gli uomini non diventano Custodi.

Eppure tu sei un Custode, altrimenti non avresti potuto venire qui senza morire. Ora non posso più attendere per rimandarti indietro sano e salvo, cugino, fratello…

Lo splendore dell’anello pervase la coscienza di Damon. La vista svanì, la luce l’abbandonò, il suo corpo divenne informe. Fluttuava, sforzandosi di conservare l’equilibrio su un abisso di nulla. Cercò di aggrapparsi a qualcosa, si sentì trascinare via, precipitare. Tutti i livelli che ho scalato con tanta fatica… devo attraversarli in una caduta…?

Precipitò: e seppe che avrebbe continuato a precipitare, a precipitare per centinaia di anni.

Tenebra. Sofferenza. Sfinimento. Poi la voce di Callista: — Credo che stia riprendendo i sensi. Andrew, sollevagli la testa, ti prego. Elli, se non smetti di piangere ti mando via: e dico sul serio! — Lui sentì il bruciore del firi sulla lingua, poi il volto di Callista apparve nel suo campo visivo. Mormorò (e sentì che batteva i denti): — Freddo… Ho tanto freddo…

— No, amore — disse dolcemente Callista. — Sei avvolto in tutte le coperte che abbiamo, e hai i mattoni caldi sotto i piedi. Il freddo è dentro di te: credi che non lo sappia? No, basta firi. Fra un momento ti daremo un brodo caldo.

Ora la vista era ritornata: e ogni dettaglio del suo viaggio, del dialogo con Varzil, gli riaffluì nella mente. Aveva incontrato davvero un antenato morto da così tanto tempo che ormai anche le sue ossa erano polvere? Oppure aveva sognato, trasformando in immagini una conoscenza profondamente sepolta nel suo inconscio? Oppure la sua mente si era addentrata nel tempo per leggere ciò che stava scritto nella trama del passato? Qual era la realtà?

Ma a quale festa si era riferito Varzil? Aveva detto che neppure dopo trecento o mille anni i Comyn avrebbero dimenticato la festa del sacramento: ma non aveva tenuto conto delle epoche del caos, della distruzione della Torre di Neskaya.

Eppure, la soluzione c’era. Era oscura, ma lui poteva già vedere a cosa portava. La mente s’imprime profondamente nel corpo. Perciò doveva riportare la mente di Callista al tempo in cui il suo corpo era libero dalle crudeli costrizioni degli anni vissuti come Custode. Spetta a te, come suo Custode, condurla all’antico sacramento della Fine dell’Anno, come se fosse per metà chieri ed emmasca.

Quale che fosse stata l’antica festa, si poteva ricostruire, in un modo o nell’altro… Un rituale per liberare la mente dalle costrizioni? Se ogni altra cosa fosse stata inutile… cos’aveva detto, Varzil? Ritorna qui quando avrai conquistato la tua piena forza come Custode.

Damon rabbrividì. Dunque doveva continuare quel lavoro spaventoso, al di fuori della protezione di una Torre, per diventare veramente un Custode, realizzando il potenziale che Leonie aveva intravisto in lui? Bene: si era impegnato, e forse per Callista non c’era altra via d’uscita.

Forse non sarebbe stato tanto orribile, pensò, con un filo di speranza. Nelle altre Torri dovevano esserci documenti relativi alla festa della Fine dell’Anno; o forse a Hali, nel rhu fead, il luogo sacro dei Comyn.

Ellemir lo guardava, da sopra la spalla di Callista. Aveva gli occhi rossi di pianto. Damon si levò a sedere, stringendosi addosso le coperte. — Ti ho fatto paura, amore?

Lei represse un grido. — Eri così freddo e irrigidito… Sembrava che non respirassi neppure. E poi hai cominciato ad ansimare, a gemere… Credevo che stessi morendo, che fossi morto… Oh, Damon! — Gli strinse le mani. — Non farlo mai più! Promettimelo!

Quaranta giorni prima, sarebbe stato felice di prometterlo… — Tesoro, questo è il lavoro per il quale sono stato addestrato, e devo essere libero di compierlo quando è necessario. — Varzil l’aveva salutato come Custode. Era quello, il suo destino?

Ma non in una Torre, mai più. Avevano imparato a deformare le vite degli operatori. Cercando di liberare Callista, avrebbe liberato tutti i suoi discendenti?

Callista alzò il capo, a un lieve suono. — Devono aver portato il vassoio che avevo chiesto. Va’ a prenderlo, Andrew: non vogliamo estranei, qui dentro. — Quando Andrew tornò, lei versò il brodo caldo in un boccale. — Bevilo più in fretta che puoi, Damon. Sei debole come un uccellino appena uscito dall’uovo.

Con una smorfia, lui disse: — La prossima volta credo che resterò nel guscio. — Cominciò a bere a sorsi esitanti: all’inizio non era sicuro che sarebbe riuscito a inghiottire. Le sue mani non reggevano il boccale, e Andrew l’aiutò.

— Per quanto tempo sono stato lontano?

— Tutto il giorno e gran parte della notte — rispose Callista. — E naturalmente neppure io ho potuto muovermi per tutto quel tempo, perciò sono irrigidita come il coperchio di una bara. — Stancamente, si stirò le membra intorpidite; e Andrew, lasciando a Ellemir il compito di reggere il boccale di Damon, s’inginocchiò davanti a lei, le sfilò le pantofole di velluto e le massaggiò i piedi. — Come sono freddi! — esclamò sgomento.

— L’unico vantaggio dei livelli superiori, rispetto all’inverno di Nevarsin, è che non ci si può congelare — disse Callista, e Damon sorrise ironicamente. — Non ci si congela neppure negli inferni, ma non ho mai sentito dire che sia una buona ragione per non starne alla larga. — Andrew lo guardò sconcertato, e Damon chiese: — Oppure la tua gente ha un inferno caldissimo, come gli abitanti delle Città Aride?

Andrew annuì. Damon finì di bere il brodo, poi tese il boccale per chiederne ancora. Spiegò: — Si dice che Zandru regni su nove inferni, uno più gelido dell’altro. Quando ero a Nevarsin, dicevano che il dormitorio degli studenti veniva mantenuto alla temperatura del quarto inferno, per insegnarci quello che potevamo aspettarci se avessimo violato i regolamenti. — Guardò la tenebra oltre la finestra. — Nevica?

Andrew ribatté: — Quando mai non nevica, di notte?

Damon strinse le dita intorno al boccale di pietra. — Oh, qualche volta, d’estate, abbiamo otto o dieci notti senza neve.

— E immagino — disse Andrew, impassibile, — che la gente muoia d’insolazione o per il troppo caldo.

— Oh, no, non ho mai saputo che… — cominciò Callista: poi, vedendo lo scintillio negli occhi di Andrew, s’interruppe e rise. Damon li guardava, sfinito, stanco, sereno. Agitò le dita dei piedi. — Non mi sorprenderei se scoprissi di essere congelato, dopotutto. In un livello mi sono arrampicato sul ghiaccio… o almeno, ho creduto di farlo — aggiunse, rabbrividendo al ricordo.

— Sfilagli le pantofole e guarda, Ellemir.

— Su, Callie, stavo scherzando.

— Ma io no. Una volta Hilary è rimasta bloccata su un livello dove sembrava che ci fosse il fuoco, ed è tornata con scottature e vesciche sulle piante dei piedi. Non ha potuto camminare per parecchi giorni. Leonie diceva sempre: La mente si imprime profondamente nel corpo. Damon, cosa c’è? — Callista si chinò a scrutargli i piedi nudi, e sorrise. — No, sembra che non ci siano lesioni fisiche, ma sono sicura che ti senti semicongelato. Quando avrai finito il brodo, forse dovresti fare un bagno caldo. Così la circolazione riprenderà.

Sentì lo sguardo interrogativo di Andrew e proseguì: — Davvero, non so se è il freddo dei livelli che si riflette sul suo corpo, o se è qualcosa nella sua mente, o se il kirian facilita il riflesso della mente nel corpo, o se rallenta la circolazione e favorisce la visualizzazione del freddo. Ma in ogni caso l’esperienza soggettiva nel sopramondo è il freddo, un gelo che arriva alle ossa: e senza stare a discuterne le cause, l’ho provato abbastanza spesso per sapere che bisogna tenere pronti brodo bollente, mattoni caldi, un bagno caldo e molte coperte, per chi ritorna da un simile viaggio.

Damon non se la sentiva di restare solo, neppure in bagno. Finché stava sdraiato, andava tutto bene: ma quando cercò di sollevarsi a sedere e di camminare, gli parve che il suo corpo diventasse rarefatto, immateriale, e che i suoi piedi non toccassero il pavimento: camminava incorporeo, dissolvendosi nello spazio vuoto. Udì, con un fremito di vergogna, il proprio gemito sommesso di protesta.

Sentì il saldo braccio di Andrew passare sotto il suo, sostenerlo, renderlo di nuovo concreto e reale. Disse, quasi scusandosi: — Mi dispiace. Ho la sensazione di scomparire.

— Non ti lascerò cadere. — Alla fine, Andrew dovette portarlo in bagno quasi di peso. L’acqua calda restituì a Damon la sensazione della realtà fisica. Andrew, che Callista aveva avvertito di quella reazione, sospirò di sollievo quando lo vide riprendersi. Si sedette su uno sgabello accanto alla vasca e disse: — Sono qui, se hai bisogno di me.

Damon si sentì invadere da un caldo e traboccante senso di gratitudine. Com’erano tutti buoni, con lui, e premurosi, e affettuosi! Come li amava tutti! Restò immerso nel bagno, euforico, pieno di un’esaltazione immensa quanto l’infelicità di prima, finché l’acqua cominciò a raffreddarsi. Andrew, senza badare alla sua richiesta di mandargli il valletto, lo issò fuori dalla vasca, l’asciugò, e l’avvolse in un accappatoio. Quando tornarono dalle donne, Damon navigava ancora nell’euforia. Callista aveva ordinato un pasto: Damon mangiò lentamente, assaporando ogni boccone, pensando che il cibo non gli era mai parso così buono, così gradito.

In fondo alla mente sapeva che quell’euforia faceva parte della reazione e prima o poi avrebbe ceduto il posto a un’enorme depressione: ma vi stava aggrappato, godendone, cercando di assaporarne ogni momento. Quando ebbe mangiato tutto quello che poteva (anche Callista aveva mangiato come un cavallante, dopo lo sfinimento del lungo controllo), implorò: — Non voglio rimanere solo. Non possiamo stare tutti insieme, come al solstizio?

Callista esitò; poi disse, lanciando un’occhiata a Andrew: — Certamente. Nessuno di noi ti lascerà, quando hai bisogno di averci vicini.

Sapendo che la presenza dei servitori non telepati sarebbe stata intensamente dolorosa per Damon e Callista nello stato attuale, Andrew andò a portar fuori i piatti e gli avanzi. Quando tornò erano tutti a letto: Callista era già addormentata, vicina alla parete; Damon teneva Ellemir fra le braccia, a occhi chiusi. Ellemir alzò la testa, assonnata, e gli fece posto al proprio fianco; Andrew s’infilò nel letto, senza esitare. Gli sembrava giusto e naturale: una risposta necessaria all’esigenza di Damon.

Damon, che teneva stretta a sé Ellemir, sentì Andrew e poi Ellemir addormentarsi: ma restò sveglio. Non voleva lasciarli neppure nel sonno. Non provava neanche l’ombra del desiderio (sapeva che in quelle condizioni non l’avrebbe provato per diversi giorni), ma era contento di sentire Ellemir tra le braccia, con i capelli contro la sua guancia, e di ritrovare la certezza che lui, proprio lui, era reale. Sentiva Andrew vicino: un saldo baluardo che lo proteggeva dalla paura. Sono qui con i miei cari, non sono solo. Sono al sicuro.

Gentilmente, senza desiderio, accarezzò Ellemir, sfiorandole con le dita i morbidi capelli, il collo nudo, il seno. La sua consapevolezza era tale che gli permetteva di sentire, attraverso il sonno, la percezione che aveva Ellemir di quel contatto. Come gli era stato insegnato tanto tempo prima, lasciò che quella percezione penetrasse attraverso il corpo di lei, captando senza sorpresa i mutamenti nei seni e nel grembo. Era stato così attento, dopo che lei aveva perso il bambino: doveva essere stata opera di Andrew. Ma andava bene anche così, pensò. Lui e lei erano parenti troppo stretti. Le baciò la nuca, così riscaldato e pieno d’amore che aveva l’impressione di scoppiarne. Per istinto aveva protetto Ellemir dal pericolo di un figlio dopo tante generazioni di unioni tra consanguinei, e adesso lei avrebbe potuto avere il bambino che desiderava, senza paura. Sapeva, con una profonda certezza interiore, che quel bambino non sarebbe stato perso troppo presto per poter vivere, e si rallegrò per Ellemir, per tutti loro. Tese la mano, al di sopra del corpo di lei, per sfiorare il polso di Andrew nel buio. Andrew non si svegliò, ma strinse le dita di Damon nel sonno. Amico mio. Fratello mio. Non sai ancora della nostra fortuna? Mentre stringeva a sé Ellemir, pensò con un brivido che avrebbe potuto morire là, sui livelli superiori del sopramondo, avrebbe potuto non rivedere più coloro che amava tanto: ma quel pensiero non lo turbava.

Andrew si sarebbe preso cura di loro, per tutta la loro vita. Ma era bello, essere ancora con loro, condividere quel calore, pensare ai bambini che avrebbero avuto, alla vita che li attendeva. Non sarebbe stato più solo. Si addormentò, pensando: Non sono mai stato tanto felice in vita mia.

Quando si svegliò, molte ore dopo, gli ultimi residui del calore e dell’euforia erano svaniti. Si sentiva infreddolito e solo: il suo corpo era indistinto, sul punto di svanire. Non riusciva a sentire le proprie membra, e si strinse a Ellemir in uno scatto di panico. Quel tocco la svegliò subito, e lei reagì al suo disperato bisogno di contatto stringendosi a lui, calda, sensuale, viva contro il suo freddo di morte. Damon sapeva, razionalmente, che non poteva far nulla con lei, dal punto di vista sessuale: e tuttavia la teneva avvinta, tentando disperatamente di accendere in se stesso un guizzo, un riflesso dell’amore che provava per lei. Era il tormento del bisogno, e Ellemir, angosciata, sapeva che in realtà non era un bisogno sessuale. Lo tenne stretto e lo calmò, e fece tutto ciò che poteva: ma nel profondo sfinimento Damon non poteva alimentare neppure i fuggevoli guizzi di eccitazione che andavano e venivano. Ellemir temeva che lui si esaurisse ancora di più in quel tentativo senza speranza, ma non le veniva in mente nulla che non potesse ferirlo ulteriormente. Si sentiva spezzare il cuore, in quella tenerezza frenetica. Infine, come lei sapeva che avrebbe dovuto fare, Damon sospirò e la lasciò. Avrebbe voluto dirgli che non importava, che lei comprendeva: ma per Damon era importante, e lei lo sapeva, e non ci sarebbe mai stata una possibilità di cambiarlo. Lo baciò, semplicemente, accettando il fallimento e la disperazione di lui, e sospirò.

Ma adesso Damon percepì che gli altri erano svegli. Protese la mente, con delicatezza, annodando intorno a sé il quadruplice legame, più rassicurante del disperato tentativo sessuale. Intenso, consapevole, più intimo del contatto fisico, al di là delle parole, al di là del sesso… Si sentirono fondersi in un unico essere. Andrew, percependo in sé il bisogno di Damon, si girò verso Ellemir, che si gettò impaziente fra le sue braccia. L’eccitazione crebbe, diffondendo fremiti ondeggianti in tutti loro, avviluppando perfino Callista, dissolvendoli in un’unica entità di contatto e di slancio e di reazioni. Di chi erano le calde labbra, di chi erano le cosce, di chi le braccia strette in un amplesso ardente? L’eccitazione traboccava, si diffondeva come un’ondata, una marea di fuoco, un’esplosione rovente e fremente di piacere e di esaudimento. Quando si placò, o meglio si stabilizzò a un livello meno intenso, Ellemir scivolò via dalle braccia di Andrew e si strinse a Callista, abbracciandola, aprendo la propria mente alla sorella. Callista si aggrappò assetata al contatto mentale, tentando di trattenere qualcosa di quella vicinanza, dell’intimità cui poteva partecipare solo a quel modo, di riflesso. Per un momento, cinta dall’ininterrotta catena dell’emozione, dimenticò il proprio corpo incapace di reagire.

Andrew, quando la mente di Callista si aprì del tutto, così che in un certo senso era stata lei tra le sue braccia, provò un’esaltazione vertiginosa. Gli sembrava di essere straripato, d’invadere tutto lo spazio della stanza, di stringerli tutti e tre fra le braccia; e Damon e Callista captarono il suo pensiero impulsivo: Vorrei poter essere dovunque! Vorrei far l’amore con tutti voi, contemporaneamente! Damon si accostò a Andrew, stringendolo nel confuso desiderio di partecipare in qualche modo a quel piacere e a quell’intimità così profondi, al lento ripetersi dell’eccitazione risorta, alle carezze dolci e intense…

Poi lo sbigottimento, il trauma (cosa diavolo succede?), quando Andrew comprese di chi erano le mani che l’accarezzavano. La fragile ragnatela del contatto s’infranse come vetro, si spezzò con un brusco urto fisico. Callista lanciò un grido tremulo come un singulto, e Ellemir urlò col pensiero: Oh, Andrew, come hai potuto!

Andrew giacque immobile, costringendosi a non scostarsi fisicamente da Damon. È mio amico. Non è una cosa così importante. Ma il momento era passato. Damon si voltò, nascondendo la faccia nel cuscino, e disse con voce rauca:

— Per gli inferni di Zandru, Andrew, per quanto tempo io e te dovremo aver paura uno dell’altro?

Sbattendo le palpebre, Andrew affiorò lentamente dalla confusione. Si rendeva conto solo vagamente di ciò che era accaduto. Si voltò e posò una mano sulla spalla tremante di Damon, dicendo in tono impacciato: — Mi dispiace, fratello. Mi hai colto di sorpresa, ecco tutto.

Damon aveva recuperato l’autodominio: ma era stato sorpreso nel momento della vulnerabilità più profonda, quando era interamente aperto a tutti, e quella ripulsa l’aveva ferito indicibilmente. Tuttavia era un Ridenow, e aveva il dono dell’empatia, e si afflisse dell’angoscia e del rimorso di Andrew. — Un altro dei tuoi tabù culturali?

Andrew annuì, sconvolto. Non aveva mai pensato di poter fare qualcosa che ferisse Damon così atrocemente. — Mi… Damon, mi dispiace. È stato un… una specie di riflesso, ecco tutto. — Goffamente, ancora impaurito dall’immensità di ciò che aveva fatto a Damon, si chinò e l’abbracciò con delicatezza. Damon rise, ricambiò l’abbraccio e si sollevò a sedere. Si sentiva esausto, dolorante: ma il disorientamento era passato.

Terapia d’urto, pensò. Nei casi d’isterismo, erano efficaci i modi suadenti. Ed era efficace anche uno schiaffo. Quando si alzò per lavarsi e vestirsi, si sentì solido, di nuovo reale. Pensò, sobriamente, che non era poi così terribile, dopotutto. Questa volta, quando Andrew aveva ricevuto un trauma per uno dei suoi tabù radicati, non era fuggito, non aveva cercato di svincolarsi. Sapeva di aver ferito Damon, e accettava il fatto.

Indugiarono un attimo nell’anticamera dell’appartamento, quando le donne si furono vestite e se ne andarono. Andrew guardava Damon timidamente, chiedendosi se era ancora in collera con lui.

— Non sono in collera — disse Damon. — Avrei dovuto aspettarmelo. Hai sempre avuto paura della sessualità maschile, no? Quella prima notte, quando tu e Callista siete entrati in contatto telepatico con me e Ellemir, l’ho sentito subito. Ci sono state tante cose di cui preoccuparci, quella notte, che poi me ne sono dimenticato: ma quando ci siamo toccati per caso, nel collegamento, tu hai ceduto al panico. — Sentiva ancora la reazione incerta di Andrew, il suo turbamento. — È culturalmente indispensabile considerare alla stregua di minaccia ogni sessualità maschile eccettuata la propria?

— Non ho paura — disse Andrew, con un guizzo di collera. — Solo che mi ripugna quando è diretta verso di me.

Damon scrollò le spalle. — Gli umani non sono animali di branco che considerano ogni altro maschio un rivale e una minaccia. A te è impossibile trovare piacere nella sessualità maschile?

Andrew rispose, disgustato: — Sì, diavolo. Perché, tu ci trovi piacere?

— Certo — disse Damon, sbalordito. — Godo la… la consapevolezza della tua virilità come godo la femminilità delle donne. È così difficile da capire? Mi rende più conscio della mia… della mia virilità. — S’interruppe, con una risata inquieta. — Come abbiamo potuto metterci in un simile groviglio? Neppure la telepatia serve a qualcosa: non ci sono immagini mentali che possano accompagnarsi alle parole. — Aggiunse, più gentilmente: — Non sono uno che va con gli uomini, Andrew. Ma mi è difficile capire questa specie di… paura.

Andrew mormorò, senza guardarlo: — Credo che non abbia molta importanza. Non qui.

Damon era sbigottito al pensiero che una cosa per lui così semplice suscitasse tanti dubbi e tante paure autentiche nel suo amico. Disse, turbato: — No. Ma vedi, siamo sposati a due gemelle. Probabilmente trascorreremo insieme gran parte delle nostre vite. Dovrò sempre temere che un momento di… di affetto ti alieni, ti sconvolga al punto di ferire tutti noi, anche le donne? Avrai sempre timore che io… che io varchi un confine invisibile, che cerchi d’importi qualcosa… qualcosa che ti ripugna tanto? Per quanto tempo… — La sua voce si spezzò. — Per quanto tempo continuerai a stare in guardia contro di me?

Andrew era in preda a un profondo disagio. Avrebbe voluto essere lontano mille miglia, per non restare così, esposto all’intensità e alla vicinanza di Damon. Non aveva mai compreso cosa significava essere un telepate, parte di un gruppo come quello, in cui era impossibile nascondersi. Ogni volta che cercavano di celarsi l’uno all’altro, il risultato era l’angoscia. Dovevano affrontare la realtà. Alzò la testa di scatto e guardò Damon negli occhi. Disse, a voce bassa: — Ascolta: tu sei mio amico. Tutto quello che vuoi… per me va sempre bene. Cercherò di non… di non sentirmi troppo sconvolto. E… — Neppure le loro mani si toccavano, ma aveva la sensazione che lui e Damon fossero vicinissimi, abbracciati come fratelli. — Mi dispiace di averti offeso. Non vorrei farti male per nulla al mondo, Damon: e se non lo sai, devi saperlo.

Damon lo fissò, profondamente commosso, intuendo l’enorme coraggio cui Andrew aveva dovuto fare appello per dire quelle parole. Uno straniero, venuto da tanto lontano. Sapendo che Andrew aveva colmato per più della metà l’abisso da lui aperto, gli sfiorò delicatamente il polso, nel tocco lievissimo che i telepati usavano tra loro per intensificare la comunicazione. Disse, gentilmente: — E io cercherò di ricordare che tutto questo ti è ancora estraneo. Sei uno di noi, ormai, e io dimentico di tener conto delle tue differenze culturali. E adesso basta. C’è un lavoro da compiere. Devo frugare negli archivi di Armida per vedere se esiste qualche documentazione della vecchia festa della Fine dell’Anno, anteriore alle epoche del caos e all’incendio di Neskaya. Altrimenti dovrò cercare negli archivi delle altre Torri, e almeno in parte sarà necessario farlo per collegamento telepatico. Non posso andare ad Arilinn e a Neskaya e a Dalereuth: ma adesso sono convinto che un giorno troveremo la soluzione.

Cominciò a spiegarlo a Andrew. Si sentiva ancora esausto e depresso: la stanchezza del lungo viaggio nel sopramondo l’opprimeva con l’inevitabile reazione. Si disse che non doveva dare a Andrew la colpa del proprio stato d’animo. Sarebbe stato più facile quando fossero tornati tutti alla normalità.

Ma almeno, pensò, adesso c’era una speranza.

CAPITOLO SEDICESIMO

La ricerca negli Archivi di Armida fu vana. C’erano documenti su ogni genere di feste che erano state tradizionali, in un’epoca o nell’altra, fra le Colline di Kilghard, ma l’unica festa della Fine dell’Anno che Damon riuscì a scoprire era un vecchissimo rito della fertilità, estinto molto tempo prima dell’incendio di Neskaya: e non aveva il minimo legame col problema di Callista. Adesso che la ricerca era in corso, comunque, lei era diventata paziente, e la sua salute continuava a migliorare.

Le mestruazioni erano riapparse due volte. Damon aveva insistito perché lei rimanesse a letto un giorno, per precauzione, e si era preparato a liberarle di nuovo i canali se fosse stato necessario: ma erano rimasti sgombri. Era un buon segno per la salute fisica di Callista, ma un triste presagio per il futuro sviluppo della loro normale selettività.

Ad Armida proseguivano i soliti lavori invernali: l’inverno era mite, e si avviava verso il disgelo primaverile. Come sempre, durante quella stagione, Armida era isolata, e di rado arrivavano notizie di ciò che accadeva nel resto del mondo. Le più piccole cose assumevano enorme importanza. Una fattrice, in uno dei pascoli bassi, partorì due puledre. Dom Esteban le regalò a Callista e a Ellemir, dicendo loro che così, dopo qualche anno, avrebbero potuto avere due cavalle uguali. Il vecchio menestrello Yashri, che aveva suonato al ballo del solstizio d’inverno, si fratturò due dita di una mano, cadendo ubriaco durante una festa di compleanno al villaggio; e suo nipote, che aveva nove anni, si presentò orgoglioso ad Armida, portando l’arpa del nonno, che era alta quasi quanto lui, per suonare ai balli delle lunghe sere. Una donna, quasi al confine della tenuta, mise al mondo quattro gemelli, e Callista andò al villaggio insieme a Ferrika, per portare doni e auguri. Una tempesta improvvisa la costrinse a passare due notti lontano da casa, e Andrew si spaventò e si preoccupò. Quando lei tornò e lui le chiese perché aveva dovuto proprio andare, Callista gli rispose dolcemente: — È necessario per la sicurezza dei neonati, marito mio. Nelle colline lontane, la gente è ignorante. Un parto del genere lo considera un presagio, buono o cattivo: e chi può sapere come l’interpreta? Ferrika può dire che è un’assurdità: ma è soltanto una di loro, e non l’ascoltano, anche se è una levatrice istruita ad Arilinn, una Libera Amazzone, e probabilmente molto più intelligente di me. Ma io sono una leronis e appartengo ai Comyn. Quando porto doni ai bambini, e auguri alla madre, la gente sa che li ho presi sotto la mia protezione, non li tratta più come presagi di qualche futura catastrofe.

— Com’erano i bambini? — chiese ansiosa Ellemir, e Callista fece una smorfia. — A me tutti i neonati sembrano conigli spellati e pronti per lo spiedo, Elli: enormemente brutti.

— Oh, Callie, come puoi dire una cosa simile! — la rimproverò la sorella. — Bene, dovrò andare a vederli personalmente. Quattro in una volta, che meraviglia!

— Comunque, per quella povera donna è tremendo. Sono riuscita a convincere due donne del villaggio ad aiutarla ad allattarli, ma prima ancora che vengano svezzati dovrò mandarle una mucca.

La notizia del parto quadrigemino si sparse tra le colline, e Ferrika disse che era contenta che fosse ancora inverno e che le strade fossero quasi intransitabili (sebbene fosse davvero un inverno mite), altrimenti quella povera donna sarebbe stata infastidita a morte dalla gente accorsa a vedere il prodigio. Andrew si sorprese a domandarsi cosa doveva essere un inverno rigido, se quello era mite. E pensò che prima o poi l’avrebbe scoperto.

Aveva perso la nozione del tempo, a parte il fatto che annotava con cura sui registri dell’allevamento le date previste per la nascita dei puledri e faceva lunghe e complesse discussioni con Dom Esteban e Rhodri a proposito dei parti delle fattrici migliori. I giorni si stavano allungando percettibilmente, quando il trascorrere del tempo venne imposto a forza alla sua attenzione.

Era ritornato a casa dopo una lunga giornata passata in sella, e stava salendo a cambiarsi per la cena. Callista, nella Grande Sala, era accanto al padre e gli insegnava a suonare la sua arpa. Ellemir andò incontro a Andrew sulla soglia dell’appartamento comune, e l’attirò nelle proprie stanze.

Non era una cosa insolita. Damon era preso dalle ricerche, e di tanto in tanto faceva lunghi viaggi nel sopramondo. Finora i suoi sforzi erano stati inutili: ma era la normale conseguenza del lavoro con la matrice, e Ellemir, con molta praticità, aveva accolto Andrew nel proprio letto, in quelle e in altre occasioni. All’inizio lui l’aveva accettato come aveva sempre fatto, cioè quale surrogato per l’impossibilità di Callista. Poi, una notte, mentre le dormiva accanto (lei aveva rifiutato l’intimità, dicendosi troppo stanca), aveva compreso che non era soltanto questo ciò che voleva da Ellemir.

L’amava. Non come surrogato di Callista, ma per lei stessa. Ciò era profondamente inquietante, poiché aveva sempre pensato che innamorarsi di una donna significasse disamorarsi di tutte le altre. Occultò prudentemente quel pensiero, sapendo che l’avrebbe afflitta; e solo quando fu lontano tra le colline, lontano da tutti, permise alla propria mente di approfondire quel dubbio: Dio mi aiuti, ho forse sposato la donna sbagliata? Ma quando rivide Callista comprese che non l’amava meno di prima, che l’avrebbe amata per sempre anche se non avesse potuto neppure sfiorarle un dito. Le amava entrambe. Cosa poteva fare? Adesso, mentre guardava Ellemir, minuta, sorridente, rossa in volto, non resistette all’impulso di prenderla tra le braccia e di baciarla ardentemente.

Lei arricciò il naso. — Hai l’odore della sella.

— Scusami, stavo andando a fare il bagno…

— Non scusarti. Mi piace, l’odore dei cavalli, e d’inverno non posso mai uscire per una galoppata. Cos’eri andato a fare? — Quando Andrew glielo spiegò, Ellemir disse: — Credo che a questo possa provvedere il coridom.

— Oh, certo, ma se si abitueranno a vedermi risolvere i loro problemi si rivolgeranno a me invece di disturbare Dom Esteban. E lui, da un po’ di tempo, è così stanco e sciupato. Credo che l’inverno gli pesi.

— Pesa anche a me. Ma adesso ho qualcosa per cui vale la pena di attendere. Andrew, volevo dirlo a te per primo: sono incinta! Dev’essere accaduto poco prima del solstizio d’inverno…

— Dio onnipotente! — esclamò Andrew, sconvolto e agghiacciato. — Ellemir, mi dispiace, amore… avrei dovuto stare…

Fu come se l’avesse schiaffeggiata. Ellemir si ritrasse, lanciando fiamme d’ira dagli occhi. — Volevo ringraziarti per questo, e adesso vedo che mi hai concesso malvolentieri il dono più grande. Come puoi essere così crudele?

— Aspetta, aspetta… — Andrew era confuso. — Elli, amor mio…

— Come osi chiamarmi così dopo… dopo un simile insulto?

Lui le tese la mano. — Aspetta, Ellemir, ti prego. Anche questa volta non ho capito. Credevo… Vuoi dirmi che sei contenta di essere incinta?

Anche Ellemir era confusa. — E come potrei non esserlo? Che genere di donne hai conosciuto, tu? Stamattina ero così felice, così immensamente felice quando Ferrika mi ha detto che ormai era sicuro, che non mi lasciavo semplicemente suggestionare dai miei desideri. — Sembrava sul punto di piangere. — Volevo dividere con te la mia felicità e tu mi tratti come una prostituta, come se fossi indegna di partorire tuo figlio! — All’improvviso, scoppiò in singhiozzi. Andrew l’attirò a sé. Ellemir lo respinse, e poi gli si abbandonò contro la spalla, piangendo.

Andrew disse, disperato: — Oh, Ellemir, Ellemir, riuscirò mai a capirvi? Se questo ti rende felice, allora naturalmente ne sono felice anch’io. — Si accorse che lo pensava davvero.

Lei tirò su col naso e alzò la testa, radiosa come un giorno di primavera, tutta sole e acquazzoni. — Davvero, Andrew? Sei davvero felice?

— Certo, tesoro, se lo sei tu. — Qualunque complicazione possa comportare, aggiunse tra sé. Doveva essere figlio suo, altrimenti l’avrebbe detto prima a Damon.

Lei captò la sua confusione. — Ma cosa potrebbe pensare Damon? Condivide la mia felicità, naturalmente, ed è contento! — Ellemir rovesciò la testa all’indietro, lo guardò in faccia e disse: — Anche questo non andrebbe bene, per la tua gente? Allora sono lieta di non conoscerla.

La ripetizione di quei traumi aveva finito con l’attutire le reazioni di Andrew. — Damon è mio amico: il mio migliore amico. Tra la mia gente, sarebbe considerato un tradimento. La moglie del mio migliore amico sarebbe per me la più proibita tra tutte le donne.

Lei scosse la testa. — Non credo che la tua gente mi piacerebbe. Pensi che dividerei il mio letto con un uomo che mio marito non approvasse e amasse? Pensi che vorrei partorire il figlio di un estraneo o di un nemico, perché mio marito gli facesse da padre? — Dopo un momento aggiunse: — È vero, prima volevo dare un figlio a Damon: ma tu sai cos’è accaduto, e potrebbe accadere ancora. Siamo parenti troppo stretti, e perciò forse decideremo di non avere figli, perché lui non ha bisogno di un erede di sangue Ridenow e il figlio che ci hai dato tu sarà probabilmente più sano e più forte di quello che potrebbe darmi lui.

— Capisco. — Andrew dovette ammettere che quel ragionamento era abbastanza logico: ma indugiò per esaminare i propri sentimenti. Un figlio suo e di una donna che amava. Ma non della sua adorata moglie. Un bambino che avrebbe chiamato padre un altro uomo, e sul quale lui non avrebbe avuto nessun diritto. E cos’avrebbe pensato, Callista? Le sarebbe sembrato un altro segno della sua esclusione? Si sarebbe sentita tradita?

Ellemir disse dolcemente: — Sono sicura che anche lei sarà felice per me. Non pensare che io sia disposta ad aggiungere un altro peso alla sua angoscia, quando ha già tanto da sopportare.

Andrew era ancora incerto. — Lei lo sa?

— No, anche se forse lo sospetta, naturalmente. — Ellemir esitò. — Dimentico sempre che tu non sei uno di noi. Glielo dirò, se vuoi, anche se uno dei nostri preferirebbe dirglielo di persona.

Andrew non conosceva e non capiva il complesso galateo di quelle situazioni: ma all’improvviso provò l’impulso di fare ciò che era ritenuto giusto nel suo mondo d’adozione. Annunciò, con fermezza: — Glielo dirò io.

Ma avrebbe scelto il momento opportuno, quando Callista non avrebbe potuto dubitare del suo amore.

Andò nella propria camera, confuso, e mentre si preparava per la cena i suoi pensieri seguivano uno strano contrappunto dell’impegno pratico di lavarsi, di spuntare la barba che si era fatto crescere in sfida alla consuetudine, d’indossare gli abiti da casa.

Suo figlio. Lì, su un mondo estraneo… e non era neppure figlio di sua moglie. Ma a Ellemir non sembrava assurdo, e Damon evidentemente lo sapeva e approvava. Era un mondo strano, e lui ne faceva parte.

Prima che avesse finito di prepararsi udì un gruppo di cavalieri nel cortile, e quando scese trovò il fratello di Damon, Kieran, che tornava da una visita invernale a Thendara insieme al figlio maggiore — un ragazzo sui quattordici anni, dai capelli rossi e dagli occhi vivaci — e a cinque o sei fra Guardie, scudieri e accompagnatori. Andrew non aveva provato simpatia per Lorenz, il fratello maggiore di Damon, ma trovò simpatico Kieran, e fu lieto di avere notizie del resto del mondo, non meno di Dom Esteban.

— Dimmi come sta Domenic — chiese il vecchio, e Kieran sorrise, dicendo: — L’ho visto spesso. Kester — continuò, indicando il figlio, — deve entrare nel corpo dei Cadetti, quest’estate, quindi ho ritenuto opportuno rifiutare la sua offerta di prendere il posto di Danvan come maestro dei Cadetti: nessun uomo può essere maestro del proprio figlio. — Sorrise per togliere l’asprezza dalle parole che stava per pronunciare. — Non voglio essere duro con mio figlio come tu hai dovuto essere con i tuoi, nobile Alton.

— Domenic sta bene? Svolge con efficienza il suo compito?

— A quanto posso dire io, neppure tu sapresti fare meglio — rispose Kieran. — Dà molto ascolto a quelli che sono più esperti di lui. Chiede spesso consiglio a Kyrii Ardais e a Danvan, e perfino a Lorenz, anche se non credo — rivolse uno sguardo di sottecchi a Damon, ironicamente) — che stimi Lorenz più di quanto lo stimiamo noi. Tuttavia è molto prudente e diplomatico, si è fatto amicizie utili, e non ha favoriti. I sui bredin sono entrambi bravi ragazzi, il giovane Cathal Lindir e uno dei suoi fratelli nedestro… mi sembra che si chiami Dezirado.

— Deziderio — disse Dom Esteban, con un sorriso di sollievo. — Mi fa piacere sapere che anche Dezi si comporta bene.

— Oh, sì. Quei tre sono sempre insieme, ma non si mettono nei guai con risse e prostitute. Sono sobri come monaci, tutti e tre. Si direbbe che Domenic si sia reso conto, come un uomo fatto, che un comandante così giovane sarebbe stato tenuto d’occhio giorno e notte. Non che siano puritani immusoniti: il giovane Nic è sempre pronto a ridere e scherzare, ma è conscio della sua responsabilità. — Andrew, ricordando il ragazzo cordiale e scatenato che gli era stato al fianco al momento delle nozze, si rallegrò che Domenic se la cavasse bene. Quanto a Dezi, forse un lavoro impegnativo, e la certezza che Domenic riconosceva il suo posto nella famiglia come il vecchio non avrebbe mai fatto, avrebbero potuto aiutarlo a trovare se stesso. Se l’augurava. Sapeva cosa significava avere la sensazione di non appartenere a niente e a nessuno.

— Ci sono altre notizie, cognato? — chiese impaziente Ellemir, e Kieran sorrise. — Certo, sorella, avrei dovuto far caso ai pettegolezzi delle dame di Thendara. Lasciami pensare… Ci sono stati disordini nella strada dove sorge la Casa delle Corporazioni delle Amazzoni: un uomo, dicono, sosteneva che sua moglie era stata condotta lì contro la sua volontà…

— Non è vero! — l’interruppe indignata Ferrika. — Perdonami, Dom Kieran, ma una donna deve presentarsi spontaneamente e chiedere di esservi ammessa.

Kieran rise, bonariamente. — Non ne dubito, mestra, ma a Thendara si racconta che l’uomo è andato con un gruppo di armati per riprenderla, e che sua moglie si è battuta a fianco delle Amazzoni per difendere la casa, e l’ha ferito. La storia ingigantisce, passando di bocca in bocca. Un giorno, senza dubbio, racconteranno che la donna ha ucciso il marito e ha inchiodato la sua testa al muro. Ah, poi, al mercato c’era qualcuno che metteva in mostra il corpo di un puledro con due teste: ma il mio scudiero mi ha detto che era una truffa, e neppure molto abile. Da ragazzo è stato apprendista presso un sellaio, e conosce i loro trucchi. E ancora, lasciami riflettere un momento… oh, già. Mentre attraversavo le colline, ho sentito parlare di un prato di kireseth in fiore durante i giorni caldi: non un vero Vento Fantasma come in estate, ma una fioritura invernale.

Dom Esteban annuì sorridendo. — È raro, ma succede: un tempo lo si considerava un segno di buona fortuna.

Callista spiegò a bassa voce a Andrew: — Il kireseth è un fiore che sboccia molto di rado tra le colline. Noi ricaviamo il kirian dal polline e dai petali. Quando fiorisce in piena estate, col caldo, il polline viene portato giù dalle colline dal vento: il Vento Fantasma, lo chiamano. Gli uomini fanno cose strane, sotto la sua influenza, e quando spira un vero Vento Fantasma suoniamo l’allarme e ci barrichiamo nelle case, perché le bestie impazziscono, nelle foreste, e qualche volta i non umani scendono dalle colline e attaccano la gente. Li ho visti, una volta, da bambina — concluse, con un brivido.

Dom Esteban proseguì: — Ma in una fioritura invernale, non può durare abbastanza a lungo da causare guai seri. Gli abitanti di un villaggio potranno dimenticare di arare e di seminare, trascureranno gli orti per un paio di giorni, mentre si comportano da sciocchi: ma poi viene la pioggia, e fa cadere al suolo il polline. Il peggio che sia capitato durante una fioritura invernale, a quanto ne so, è che una volta i lupi della foresta si sono fatti arditi (il polline influisce sulla mente degli uomini e delle bestie) e si sono avventurati nei campi, attaccando i bovini e i cavalli. Ma di solito le fioriture invernali non sono altro che vacanze impreviste.

Andrew rammentò che Damon, nella distilleria, l’aveva avvertito di non toccare e di non fiutare i fiori di kireseth.

— Ha un altro effetto secondario, in quel villaggio ci sarà molto lavoro per la levatrice. Molte donne che hanno deciso di non avere figli, e perfino vecchie matrone con figli già grandi, qualche volta si ritrovano incinte.

Dom Esteban shignazzò. — Ah, sì, quand’ero ragazzo ci scherzavano sopra, ai matrimoni, se le nozze erano state combinate dalle famiglie e la sposa era riluttante. Poi un’estate ha avuto luogo un matrimonio (oh, lontano, a nord, dalle parti di Edelveiss), e durante la festa ha spirato il Vento Fantasma. È stata una festa turbolenta: tutti mangiavano e bevevano e… Be’, una cosa proprio indecorosa, e è continuato per diversi giorni. Io ero troppo giovane per approfittarne, purtroppo, ma ricordo di aver visto molte cose che di solito si tengono nascoste agli occhi dei bambini. — Si asciugò dalle guance lacrime d’ilarità. — E poi, dopo più di mezzo anno, sono nati molti bambini la cui paternità era a dir poco dubbia. Adesso non pronunciano più quelle battute, in occasione dei matrimoni.

— Disgustoso! — esclamò Ferrika con una smorfia; ma Damon non seppe trattenersi dal ridere, pensando a quel matrimonio in cui gli scherzi volgari e le battute salaci erano stati trasformati in un’orgia dall’influenza del Vento Fantasma.

— Non credo che loro lo trovassero divertente — disse seria Ellemir, e Dom Esteban replicò: — No davvero, chiya. Come ti ho detto, adesso non pronunciano più quelle battute scherzose, in occasione di un matrimonio. Ma davvero, tra le colline si diceva che d’estate, quando spirava il Vento Fantasma, certa gente dei Dominii teneva grandi feste, il vecchio rito della fertilità. Erano tempi barbari, quelli: prima del Patto, forse addirittura prima delle epoche del caos. — E aggiunse: — Ma, naturalmente, una fioritura invernale non è una cosa grave.

— Ma non c’è neppure da ridere — disse Ferrika, — per le donne che si ritrovano con un figlio indesiderato!

Andrew vide Ellemir aggrottare la fronte, sconcertata. Seguì senza troppa difficoltà i suoi pensieri: com’era possibile che una donna non volesse un figlio? Callista disse: — Sarei contenta se ci fosse una fioritura invernale anche qui. Devo preparare altro kirian: quello che abbiamo è quasi finito, e dovremmo tenerne uh po’ in casa.

Uno dei maggiordomi, che mangiava a un tavolo laterale in modo da poter accorrere se ci fosse stato bisogno di lui, disse con voce stridula e diffidente: — Domna, se è questo che vuoi, ci sono piante di kireseth sulla collina, sopra il pascolo dove sono nate le puledre gemelle, dove c’è il vecchio ponte di pietra. Non so se siano ancora in fiore, ma mio fratello le ha viste passando da lì, tre giorni fa.

— Davvero? — replicò Callista. — Ti ringrazio, Rimak. Se il tempo si mantiene buono (ma temo che non duri), domani andrò là a rifornirmi.

Quella notte non piovve e non nevicò, e dopo colazione, quando Kieran Ridenov ebbe preso commiato (Dom Esteban aveva insistito perché si trattenesse qualche giorno, ma lui aveva preferito approfittare del bel tempo), Callista diede l’ordine di sellarle il cavallo. Dom Esteban aggrottò la fronte quando la vide con la gonna da equitazione.

— Non mi va, Callista. Chiya, quand’ero ragazzo dicevano sempre che una donna non doveva recarsi da sola tra le colline quando il kireseth era in fiore.

Callista rise. — Padre, non penserai davvero…?

— Tu sei una comynara, figlia, e nessuno dei nostri, pazzo o sano di mente, ti farebbe del male; ma potrebbero esserci stranieri o fuorilegge, tra le colline.

— Condurrò con me Ferrika — disse lei, allegramente. — È stata addestrata in una Casa della Corporazione delle Amazzoni, e sa difendersi benissimo da un uomo intenzionato a derubarla o a violentarla.

Ma Ferrika, quando venne convocata, un po’ sul serio e un po’ per scherzo, rifiutò di andare. — La moglie del lattaio potrebbe partorire oggi, domna  — disse. — Sarebbe sconveniente dimenticare il mio dovere per una gita tra le colline. Tu hai un marito, mia signora: chiedi a lui di accompagnarti.

Andrew non aveva molto da fare, alla tenuta: le riparazioni dei danni causati dalla tempesta erano state ultimate, e l’allevamento era ancora immerso nel letargo invernale nonostante il bel tempo. Si fece sellare il cavallo.

Lontano da casa, pensò, quando fossero stati soli, forse avrebbe trovato il momento giusto per dirle di Ellemir. E del bambino.

Era ancora presto quando partirono. A oriente, il cielo era coperto di strati neri e purpurei di nuvole, screziati dalla luce cremisi del sole. Mentre calvacavano lungo i sentieri scoscesi, guardando nelle valli sottostanti, con le chiazze di neve sotto gli alberi, e i cavalli che brucavano i ciuffi d’erba tenera sulle pendici dei colli, Andrew si sentì alleggerire il cuore. Callista non gli era mai parsa più gaia e più bella. Cantava brani di vecchie ballate, e a un certo punto si fermò all’imboccatura di una lunga valle per lanciare un lungo e dolce «Aoooh!» come una bambina, giù per il pendio, ridendo allegramente quando l’eco ritornò, moltiplicando la sua voce, dagli alti declivi rocciosi. A poco a poco il sole salì nel cielo e la giornata divenne più calda. Callista slacciò il mantello azzurro-cupo e lo depose di traverso sul pomo della sella.

— Ignoravo che sapessi cavalcare così bene — disse Andrew.

— Oh, sì, anche ad Arilinn cavalcavo molto. Passavamo così tanto tempo al chiuso, fra gli schermi e i relè, che se non fossimo usciti a fare un po’ di moto saremmo diventati legnosi come le immagini di Hastur e di Cassilda, nella cappella. I giorni di festa prendevamo i nostri falchi e cavalcavamo nella campagna intorno ad Arilinn (non è una zona collinosa come questa, è pianura), e li lanciavamo contro gli uccelli e la selvaggina minuta. Io ero molto fiera perché avevo un falco verrin, grandissimo, così. — Callista allargò le mani a indicare la misura. — Non era un falco da signora, come quelli che avevano quasi tutte le donne. — Rise di nuovo, un suono argentino. — Povero Andrew! Sono stata prigioniera e malata e chiusa in casa per tanto tempo che tu devi credermi una delicata fanciulla da favola: ma sono una ragazza di campagna, e molto forte. Quand’ero piccola, cavalcavo bene quanto mio fratello Coryn. E adesso credo che la mia cavalla possa arrivare a quella staccionata laggiù prima del tuo castrone! — Schioccò la lingua, e la cavalla sfrecciò via come il vento. Andrew piantò i talloni nei fianchi del proprio cavallo e l’inseguì, col cuore in gola: lei non era più abituata a cavalcare, si sarebbe fatta disarcionare in un attimo… Ma la donna e la cavalla parevano fuse in un’unica entità. Quando Callista arrivò allo steccato, invece di tirare le redini lo saltò, con un gioioso grido di eccitazione. La giumenta grigia s’innalzò nell’aria come un uccello e atterrò leggera dall’altra parte. Quando Andrew la seguì, Callista mise la cavalla al passo: proseguirono più lentamente, fianco a fianco. Forse era questo ciò che significava essere innamorati, pensò Andrew. Quando vedeva Callista era come se fosse la prima volta: era tutto nuovo e sorprendente. Ma quel pensiero ridestò il rimorso che non si allontanava mai da lui. Dopo qualche miuto, Callista notò il suo silenzio, e si girò verso di lui, tendendo la manina inguantata. — Cosa c’è, marito mio?

— Avevo una cosa da dirti, Callista — rispose lui, bruscamente. — Sapevi che Ellemir è di nuovo incinta?

Il volto di lei s’illuminò di un sorriso. — Sono così contenta per Elli! È stata così coraggiosa, ma adesso non avrà più motivo per rattristarsi.

— Non hai capito — insistette Andrew. — Dice che il bambino è mio…

— Oh, certo — fece Callista. — Mi aveva detto che Damon non voleva lasciarla tentare di nuovo, troppo presto, per timore che… che lo perdesse. Ne sono felice, Andrew.

Sarebbe mai riuscito ad abituarsi alle loro usanze? Probabilmente per lui era una fortuna, ma… — Non ti dispiace, Callista?

Lei fece per rispondere (Andrew quasi udì le parole) «Perché dovrebbe dispiacermi?». Ma poi lui si accorse che le tratteneva. Nonostante tutto, sotto un certo aspetto era ancora uno straniero. Infine Callista disse: — No, Andrew, davvero, non mi dispiace. Non credo che tu capisca, ma cerca di vederla così. — Sorrise di nuovo gaiamente. — Ci sarà un bambino in casa nostra, tuo figlio: e anche se i bambini mi piacciono abbastanza, per ora non vorrei averne. Anzi… e questo è proprio buffo, Andrew — aggiunse ridendo. — Sebbene io e Ellemir siamo gemelle, non mi sento ancora abbastanza vecchia per avere un figlio! Non sai che le levatrici sostengono che una donna non dovrebbe aver figli se non tre anni dopo la pubertà? E per me non è ancora trascorso mezzo anno. Non è strano? Io e Elli siamo gemelle, e lei è incinta per la seconda volta, mentre io non sono abbastanza adulta per avere un bambino!

Andrew rabbrividì, a quella battuta. Lei riusciva a scherzare sulla forzata immaturità del proprio corpo… eppure, era proprio quella sua capacità di trovare motivo di allegria in una cosa simile che li aveva salvati tutti dalla disperazione.

Raggiunsero la valle del vecchio ponte di pietra, dov’erano nate le puledre gemelle. Salirono insieme il lungo pendio, legarono i cavalli a un albero e smontarono.

— Il kireseth è un fiore delle vette — disse Callista. — Non cresce nelle valli coltivate, e probabilmente è un bene. Qualche volta gli uomini lo strappano, quando spunta sui pendii più bassi, perché il polline causa guai: alla fioritura, perfino i cavalli e i bovini si comportano come se fossero imbizzarriti, fuggono, si aggrediscono a vicenda, si accoppiano fuori stagione. Ma è una pianta preziosa, perché ne ricaviamo il kirian. E guarda, è bellissimo — aggiunse, indicando il lungo pendio erboso coperto da una cascata di fiori azzurri con gli stami dorati che luccicavano. Alcuni erano ancora celesti, altri — per via del polline — sembravano campanule auree.

Callista si legò un pezzo di stoffa leggera sulla parte inferiore del volto, come una maschera. — Io ho imparato a maneggiarlo senza reagire — disse. — Comunque, preferisco non respirare troppo polline.

Andrew rimase a guardarla, mentre faceva i preparativi per cogliere i fiori; ma lei l’avvertì: — Non avvicinarti troppo. Non hai esperienza. Tutti quelli che vivono tra le Colline di Kilghard si sono trovati nel Vento Fantasma, e sanno come reagiranno: ma fa effetti molto strani. Resta sotto gli alberi con i cavalli.

Andrew esitò, ma lei ripeté con fermezza l’ingiunzione. — Credi che abbia bisogno d’aiuto per cogliere qualche fiore? Ti ho condotto con me perché mi tenessi compagnia durante la cavalcata, e per tranquillizzare mio padre che teme la presenza di banditi e predoni in agguato fra le colline per derubarmi dei gioielli che non porto, o per cercare di violentarmi, anche se questo — concluse con una risata amara, — sarebbe molto peggio per loro che per me.

Andrew girò la testa. Era lieto che Callista trovasse divertente l’idea, ma quella battuta gli sembrava di gusto discutibile.

— Non impiegherò molto a raccogliere la quantità che mi serve: i fiori sono già sbocciati e carichi di resina. Aspettami qui, amor mio.

Lui ubbidì, e la seguì con lo sguardo quando si allontanò tra i fiori. Callista si chinò e prese a tagliare le corolle e a riporle nel sacco che aveva portato. Andrew si sdraiò sull’erba accanto ai cavalli e la guardò procedere leggera nel prato dai fiori azzurri e aurei, con i capelli d’oro rosso che le ricadevano sul dorso in una grossa treccia. Il sole era caldo, più caldo di quanto lui lo ricordasse su Darkover. Le api e gli insetti ronzavano sommessamente, e alcuni uccelli scendevano e risalivano volteggiando. Intorno a sé, con i sensi acuiti, percepiva l’odore dei cavalli e del cuoio delle selle, il pesante profumo degli alberi resinosi, e un aroma dolce e intenso che, pensò, doveva essere quello dei fiori di kireseth. Sembrava che gli saturas