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Mendicanti di Spagna

Nancy Kress


Nancy Kress

Mendicanti di Spagna

Per Marcos-ancora

LIBRO I: LEISHA

2008

Con energia e insonne vigilanza avanzate e dateci vittorie.

ABRAMO LINCOLN, al General Maggiore Joseph Hooker, 1863

1

Erano rigidamente seduti sulle sue antiche poltrone stile Eames, due persone che non volevano trovarsi lì, quanto meno una che non voleva e una che era risentita per la riluttanza dell’altra. Per il Dottor Ong non si trattava di cosa nuova. Nel giro di due minuti fu sicuro: era la donna quella che opponeva una silenziosa e accanita resistenza. Lei avrebbe perduto. L’uomo l’avrebbe invece scontata in seguito, attraverso piccole cose, per lungo tempo.

— Presumo che lei abbia già effettuato i necessari controlli relativi alla solvibilità — disse Roger Camden con espressione gradevole. — Quindi occupiamoci subito dei dettagli, d’accordo, dottore?

— Certamente — rispose Ong. — Perché non comincia a elencarmi tutte le modifiche genetiche a cui siete interessati per il bambino?

La donna si spostò improvvisamente nella poltrona. Era sulla ventina inoltrata, chiaramente una seconda moglie, ma aveva già un aspetto sbiadito, come se tenere il passo con Roger Camden la stesse logorando. Ong non stentava a crederlo. La signora Camden aveva capelli bruni e occhi castani; la sua pelle era di una tonalità scura che sarebbe risultata graziosa se le sue guance avessero mostrato un briciolo di colore. Indossava un cappotto marrone, né di gran moda né dozzinale, e scarpe che avevano un vago aspetto ortopedico. Ong lanciò un’occhiata ai propri appunti per controllare il suo nome: Elizabeth. Avrebbe giurato che le persone lo scordavano di frequente.

Accanto a lei, Roger Camden irradiava una vitalità nervosa: un uomo di mezz’età, la cui testa a forma di proiettile non si armonizzava con il taglio di capelli curato e il completo italiano in seta, da uomo d’affari. Ong non ebbe bisogno di consultare la propria documentazione per ricordare le informazioni relative a Camden. Una caricatura della testa a forma di proiettile era stata la vignetta di prima pagina dell’edizione della mattina precedente del "Wall Street Journal": Camden aveva messo a segno un colpo magistrale con un investimento su un atollo-dati oltre frontiera.

Ong non era certo di cosa fosse un investimento su un atollo-dati oltre frontiera.

— Una bambina — disse Elizabeth Camden. Ong non si era aspettato che fosse lei a parlare per prima. La voce della donna rappresentò un’ulteriore sorpresa, inglese britannico di alta classe. — Bionda. Occhi verdi. Alta. Slanciata.

Ong sorrise. — I fattori esteriori sono i più facili da ottenere e sono certo che voi lo sappiate già. Tutto quello che possiamo fare per la snellezza è fornire una disposizione genetica in quella direzione. Il modo in cui nutrirete la bambina, ovviamente…

— Sì, sì, è ovvio — disse Roger Camden. — Adesso parliamo di intelligenza. Grande intelligenza. E senso di temerarietà.

— Mi dispiace, signor Camden, non si conoscono ancora abbastanza bene i fattori di personalità per consentire genet…

— Stavo solamente sondando il campo — lo interruppe Camden con un sorriso che Ong ritenne volesse indicare allegria.

Elizabeth Camden aggiunse: — Abilità musicale.

— Ancora una volta, signora Camden, tutto ciò che possiamo garantire è una disposizione alla musicalità.

— È sufficiente — commentò Camden. — La gamma completa di correzioni per qualunque problema di salute collegato ai geni, ovviamente.

— Ovviamente — disse il dottor Ong. Nessuno dei due clienti parlò. Per il momento si trattava di una lista relativamente modesta, dati i soldi di Camden; la maggior parte dei clienti doveva essere convinta a eliminare tendenze genetiche contraddittorie, sovraccarico di alterazioni o aspettative irrealistiche. Ong restò in attesa. La tensione pizzicava nell’aria come un forte calore.

— E nessun bisogno di dormire — aggiunse Camden.

Elizabeth Camden voltò violentemente la testa di lato per guardare fuori dalla finestra.

Ong prese un fermacarte magnetico dalla scrivania. Cercò di rendere la propria voce gradevole. — Posso chiederle come sia venuto a sapere dell’esistenza di questo programma di modifica genetica?

Camden sogghignò. — Non ne sta negando l’esistenza. L’apprezzo molto per questo, dottore.

Ong cercò di contenersi. — Posso chiederle com’è venuto a sapere dell’esistenza del programma?

Camden infilò una mano nella tasca interna della giacca. La seta era spiegazzata e arricciata: corpetto e abito erano di classe differente. Ong rammentò che Camden era uno Yagaista, amico intimo di Kenzo Yagai in persona. Camden consegnò a Ong un foglio di carta: dati tecnici del programma.

— Non si preoccupi di andare a caccia della falla nei sistemi di sicurezza della sua banca dati, dottore. Non la troverà. Se però può servirle da consolazione, non ci riuscirà nessun altro. Ora. — Si sporse in avanti all’improvviso. Il suo tono cambiò. — So che lei ha creato venti bambini che non hanno alcun bisogno di dormire che, per il momento, diciannove di loro sono in perfetta salute, intelligenti e psicologicamente normali. In effetti, sono migliori di quelli normali: sono tutti insolitamente precoci. Il più grande ha già quattro anni e sa leggere in due lingue. So che lei sta pensando di mettere sul mercato questa modificazione genetica nel giro di qualche anno. Tutto quello che io voglio è un’opportunità di acquistarla per mia figlia adesso. A qualsiasi prezzo lei intenda chiedermi.

Ong si alzò in piedi. — Non mi è possibile discutere direttamente con lei dell’argomento, signor Camden. Né il furto dei nostri dati…

— Che non è stato un furto… il vostro sistema ha sviluppato una bolla di rigurgito spontaneo nel canale pubblico. Avrebbe una difficoltà del diavolo a provare che è avvenuto altrimenti…

— …né l’offerta di acquistare questa particolare modifica genetica ricade nella mia sola area di competenza. Tutt’e due le cose devono essere discusse con il consiglio d’amministrazione dell’Istituto.

— Ma certo, ma certo. Quando portò parlare anche con loro?

— Lei?

Camden, ancora seduto, sollevò lo sguardo su di lui. A Ong sovvenne che esistevano soltanto pochi uomini in grado di mantenere uno sguardo così sicuro di sé trovandosi mezzo metro sotto il livello degli occhi altrui. — Certamente. Mi piacerebbe avere l’opportunità di sottoporre la mia offerta a chiunque possegga la reale autorità per accettarla. Si tratta soltanto di un buon affare.

— Non è solamente una transazione commerciale, signor Camden.

— Non è nemmeno solamente pura ricerca scientifica — ribatté Camden. — Siete un’azienda a scopo di lucro. Con determinate agevolazioni fiscali concesse soltanto a imprese che si adeguano a determinate leggi di concorrenza leale.

Per un minuto Ong non riuscì a comprendere che cosa intendesse dire Camden. — Leggi di concorrenza leale…

— …promulgate per proteggere fornitori di minoranza. So che non si è mai arrivati a utilizzarle in processo a favore di clienti, eccetto che nel caso di speculazioni immobiliari relative a installazioni di energia-Y. Ma si potrebbe arrivare in tribunale, dottor Ong. Le minoranze hanno diritto alle stesse offerte di prodotti delle non minoranze. So perfettamente che l’Istituto potrebbe non gradire un processo in tribunale, dottore. Nessuna delle vostre famiglie genetiche sottoposte al test-beta è negra o ebrea.

— Un processo… ma lei non è negro né ebreo!

— Io faccio parte di una minoranza diversa. Polacco-americana. Il nome originale era Kaminsky. — Camden si alzò in piedi, alla fine. Sorrise calorosamente. — Ascolti, è ridicolo! Lo sa lei e lo so anch’io, e tutti e due sappiamo che festa sarebbe per i giornalisti. Lei sa anche che non voglio perseguirla con un processo ridicolo solo per utilizzare la minaccia di pubblicità prematura e negativa per ottenere quello che desidero. Non voglio fare alcuna minaccia, mi creda. Voglio solamente per mia figlia questo meraviglioso vantaggio che lei ha scoperto. — Il suo volto cambiò, mostrando un’espressione che Ong non avrebbe mai creduto possibile su quei particolari lineamenti: malinconia. — Dottore, sa quante cose in più avrei potuto realizzare se non avessi dovuto dormire in tutta la mia vita?

Elizabeth Camden commentò seccamente: — Adesso dormi a mala pena.

Camden abbassò lo sguardo su di lei come se si fosse dimenticato della sua presenza. — Be’, no, certo, mia cara, non adesso. Ma quando ero giovane, al college. Sarei stato in grado di terminare il college e nello stesso tempo di mantenere… Comunque, adesso tutto questo non ha più alcuna importanza. Ciò che importa, dottore, è che io, lei e il consiglio di amministrazione arriviamo a un accordo.

— Signor Camden, adesso la pregherei di lasciare il mio ufficio.

— Intende dire, prima che lei perda la pazienza per la mia presunzione? Non sarebbe il primo. Mi aspetto che venga indetta una riunione per la fine della prossima settimana: quando e dove lo dirà lei, ovviamente. Comunichi semplicemente i dettagli alla mia segretaria personale, Diane Clavers. Qualunque sia il momento più adatto per lei.

Ong non li accompagnò alla porta. Le tempie gli pulsavano per la pressione. Sull’arco della porta, Elizabeth Camden si voltò. — Che cosa è successo al ventesimo?

— Come?

— Al ventesimo bambino. Mio marito ha detto che diciannove di loro sono normali e in perfetta salute. Che cosa è successo al ventesimo?

La pressione si fece più forte, più calda. Ong sapeva che non avrebbe dovuto rispondere, che Camden probabilmente conosceva già la risposta anche se sua moglie non era al corrente di nulla; sapeva anche che lui, Ong, avrebbe risposto comunque; sapeva che si sarebbe rammaricato amaramente, in seguito, per la mancanza di autocontrollo.

— Il ventesimo bambino è morto. I suoi genitori si sono dimostrati instabili. Si sono separati durante la gravidanza, e la madre non è riuscita a sopportare il pianto di ventiquattro ore di un neonato che non dorme mai.

Elizabeth Camden sgranò gli occhi. — Lo ha ucciso?

— Per errore — rispose brevemente Camden. — Ha scosso il piccino un po’ troppo duramente. — Corrugò la fronte fissando Ong. — Bambinaie, dottore. A turni. Avreste dovuto scegliere solamente genitori sufficientemente ricchi da potersi permettere bambinaie a turni.

— Ma è terrificante! — esplose la signora Camden, e Ong non fu in grado di stabilire se si riferisse alla morte del bambino, alla mancanza di bambinaie o alla superficialità dell’Istituto. Ong chiuse gli occhi.

Quando se ne furono andati, prese dieci milligrammi di cyclobenzaprina-III. Per la schiena… solamente per la schiena. La vecchia ferita ricominciava a procurargli dolore. In seguito, rimase per parecchio tempo in piedi davanti alla finestra, tenendo ancora in mano il fermacarte magnetico, avvertendo la pressione attenuarsi alle tempie, sentendosi calmare. Sotto di lui, il lago Michigan lambiva pacificamente la riva; la polizia aveva portato via tutti i senzatetto in una retata appena la sera precedente e quelli non avevano ancora avuto il tempo di ritornare. Restavano solamente i loro avanzi gettati nei cespugli del parco adiacente alle sponde: coperte sfrangiate, giornali, sacchetti di plastica come patetici stendardi calpestati. Era illegale dormire nel parco, illegale entrarvi senza un permesso da residenti, illegale essere senza casa e senza residenza. Mentre Ong guardava, alcuni guardiani del parco, in uniforme, iniziarono metodicamente ad arpionare giornali e a infilarli in bidoni motorizzati.

Ong sollevò il ricevitore del telefono per chiamare il presidente del consiglio di amministrazione dell’Istituto Biotech.

Quattro uomini e tre donne stavano seduti attorno al lucido tavolo in mogano della sala conferenze. "Dottore, avvocato, capo indiano" pensò Susan Melling, passando con lo sguardo da Ong a Sullivan e quindi a Camden. Lei sorrise. Ong colse il sorriso e le lanciò un’occhiata gelida. Asino pomposo. Judy Sullivan, l’avvocato dell’Istituto, si voltò per parlare a bassa voce con l’avvocato di Camden, un uomo magro e nervoso che aveva l’aspetto di essere una proprietà. Il proprietario, Roger Camden, il capo indiano in persona, era l’individuo con l’aria più felice dell’intera sala. Il piccolo uomo letale… che cosa occorreva per diventare così ricchi partendo dal nulla? Lei, Susan, non lo avrebbe mai saputo di certo… irradiava eccitazione. Era raggiante, sfolgorante, così diverso dai soliti futuri genitori che Susan ne rimase affascinata. Generalmente i prossimi papà e mamme, in particolar modo i papà, sedevano lì con la tipica espressione di chi si trova a una fusione aziendale. Camden sembrava essere a una festa di compleanno.

E lo era, in effetti. Susan gli sorrise e restò compiaciuta quando lui ricambiò il suo sorriso. Un ghigno da lupo, ma con una sfumatura di soddisfazione che poteva essere definita soltanto innocente. Com’era a letto? Ong corrugò la fronte con atteggiamento maestoso e si alzò per parlare.

— Signore e signori, penso che siamo pronti per cominciare. Forse è opportuno iniziare con le presentazioni. Il signor Roger Camden e la signora Camden sono, ovviamente, i nostri clienti. Il signor John Jaworski, l’avvocato del signor Camden. Signor Camden, questa è Judith Sullivan, capo dell’ufficio legale del nostro Istituto; Samuel Krenshaw rappresenta il direttore dell’Istituto, il dottor Brad Marsteiner che sfortunatamente non è potuto essere qui, oggi, e la dottoressa Susan Melling che ha sviluppato la modificazione genetica che agisce sul sonno. Qualche punto legale che può interessare entrambe le parti…

— Lasci perdere il contratto per un minuto — lo interruppe Camden. — Parliamo della questione riguardante il sonno. Mi piacerebbe fare qualche domanda.

Susan chiese: — Che cosa vorrebbe sapere? — Gli occhi di Camden spiccavano azzurrissimi nel volto dai lineamenti privi di spigolosità: non era come lei se lo era aspettato. La signora Camden, che mancava apparentemente sia di un nome di battesimo sia di un avvocato, visto che Jaworski era stato presentato come avvocato di suo marito ma non suo, sembrava astiosa oppure impaurita, era difficile stabilire quale delle due cose,

Ong disse con espressione acida: — Allora forse dovremmo cominciare con una breve presentazione della dottoressa Melling.

Susan avrebbe preferito un botta e risposta per vedere che cosa le avrebbe chiesto Camden. Tuttavia aveva seccato troppo Ong durante la seduta. Obbediente, si alzò.

— Permettetemi di iniziare con una breve descrizione del sonno. I ricercatori sanno da lungo tempo che esistono tre tipi di sonno. Uno è il "sonno a onde lente" caratterizzato sull’EEG da onde delta. Il secondo è il "sonno a rapidi movimenti oculari" o sonno REM, che è un tipo di sonno molto più leggero e maggiormente caratterizzato da sogni. Insieme, questi due formano il "nucleo del sonno". Il terzo tipo di sonno è il "sonno opzionale", così definito perché sembra che le persone possano andare avanti senza di esso e non subire alcun effetto negativo; coloro che dormono poco non ne hanno affatto e dormono naturalmente solo tre o quattro ore per notte.

— Come me — disse Camden. — Mi sono allenato a farlo. Non potrebbero riuscirci tutti?

Sembrava che, dopo tutto, avrebbero condotto un dialogo a botta e risposta. — No. Il meccanismo del sonno vero e proprio è parzialmente flessibile, ma non allo stesso modo per tutti. I nuclei del rafe sulla zona pontina cerebrale…

Ong la interruppe: — Non penso che abbiamo bisogno di dettagli a questo livello, Susan. Atteniamoci alle cose basilari.

Camden disse: — I nuclei del rafe regolano l’equilibrio fra i neurotrasmettitori e i peptidi che portano all’impulso di dormire, vero?

Susan non poté farne a meno: sogghignò. Camden, il finanziere implacabile, tagliente come un laser, stava lì seduto cercando di apparire solenne, un bambinetto di terza elementare in attesa di vedere apprezzati i propri compiti. Ong aveva un’espressione sgradevole. La signora Camden distolse lo sguardo, fissando fuori dalla finestra?

— Sì, è giusto, signor Camden. Ha effettuato anche lei delle ricerche?

Camden replicò: — Si tratta di mia figlia - e Susan trattenne il respiro. Quando era stata l’ultima volta che aveva udito una tale nota di riverenza nella voce di qualcuno? Tuttavia, nessuno nella stanza sembrò notarlo,

— Benissimo — proseguì Susan. — Allora lei sa già che il motivo per cui le persone dormono è l’impulso a dormire che si forma nel cervello. Nel corso degli ultimi vent’anni la ricerca ha stabilito che si tratta dell’unico motivo. Né il sonno a onde lente né il sonno REM servono a funzioni che non possano essere eseguite mentre il corpo e il cervello sono svegli. Durante il sonno avvengono moltissime cose che tuttavia possono avere luogo altrettanto bene durante la veglia, se vengono effettuate opportune modifiche ormonali.

"Il sonno ha fornito un’importante funzione evolutiva. Una volta che il Clem pre-mammifero aveva finito di riempirsi lo stomaco e di schizzare sperma tutto attorno, il sonno lo manteneva immobile e lontano dai predatori. Il sonno rappresentava un aiuto per la sopravvivenza. Adesso, però, si tratta di un meccanismo superfluo, una vestigia, come l’appendice. Scatta ogni notte, ma il bisogno non esiste più. Così noi spegniamo l’interruttore alla fonte, nei geni."

Ong si contrasse. La odiava quando semplificava esageratamente in quel modo. Forse, invece, era l’allegria quella che lui odiava. Se quella presentazione fosse stata eseguita da Marsteiner non ci sarebbero stati i Clem pre-mammiferi.

— Che mi dice del bisogno di sognare? — chiese Camden.

— Non è una necessità. È un bombardamento aggiuntivo della corteccia cerebrale per mantenere il cervello in stato di semi allerta, nel caso in cui un predatore dovesse attaccare durante il sonno. La veglia lo fa anche meglio.

— Perché, allora, non avere direttamente veglia, dall’inizio dell’evoluzione?

L’uomo la stava mettendo alla prova. Susan gli rivolse un gran sorriso, godendo della sua impudenza, — Gliel’ho già detto. Una forma di sicurezza contro i predatori. Ma quando attacca un predatore moderno, diciamo un investitore su atolli-dati oltre frontiera, è più sicuro essere svegli.

Camden la incalzò: — Che mi dice dell’alta percentuale di sonno REM nei feti e nei neonati?

— Un altro postumo evolutivo. Il cervello si sviluppa perfettamente anche senza di esso.

— Che mi dice della riparazione neurale durante il sonno a onde lente?

— Avviene comunque, ma può avvenire anche durante la veglia, se il DNA è programmato in modo tale da consentirlo. Non c’è perdita di efficienza neurale, per quel che ne sappiamo.

— E per quanto riguarda la produzione dell’enzima della crescita umana in così alta concentrazione durante il sonno a onde lente?

Susan lo guardò con ammirazione. — Avviene anche senza il sonno. Le regolazioni genetiche la collegano ad altri cambiamenti nella ghiandola pineale.

— E gli…

— Gli effetti collaterali? — intervenne la signora Camden. Gli angoli della bocca le si rivolsero verso il basso. — Che mi dice dei maledetti effetti collaterali?

Susan si voltò verso Elizabeth Camden. Si era del tutto dimenticata che si trovasse lì. La donna più giovane fissò Susan, con gli angoli della bocca sempre abbassati.

— Sono contenta che me lo abbia chiesto, signora Camden, perché esistono degli effetti collaterali. — Susan fece una pausa: si stava divertendo. — Confrontati con i compagni della stessa età i bambini che non dormono, che non abbiano subito una manipolazione genetica del QI, sono più intelligenti, più abili nel risolvere problemi e più gioiosi.

Camden prese una sigaretta. Quell’abitudine sudicia e arcaica sorprese Susan. Si accorse quindi che si trattava di una posa deliberata: Roger Camden stava attirando l’attenzione su un atteggiamento ostentato per distogliere l’attenzione da quello che stava provando. Il suo accendino era d’oro, personalizzato con un monogramma, innocentemente vistoso.

— Lasci che mi spieghi meglio — proseguì Susan. — Il sonno REM bombarda la corteccia cerebrale con scariche neurali casuali provenienti dal midollo allungato: i sogni si creano perché la povera corteccia, assediata, si sforza terribilmente di dare un senso alle immagini e ai ricordi attivati. Per questa operazione utilizza moltissime energie. Senza quello spreco di energia i cervelli che non dormono si risparmiano il logorio e risultano migliori nella coordinazione degli input provenienti dalla vita reale. Di qui, la più alta intelligenza e la capacità di risolvere meglio i problemi.

"Inoltre i medici sanno da sessant’anni che gli antidepressivi, che sollevano l’umore di pazienti depressi, sopprimono interamente anche il sonno REM. Quello che è stato dimostrato negli ultimi dieci anni è che è ugualmente vero il contrario: sopprimendo il sonno REM le persone non si deprimono. I bambini privi di sonno sono allegri, sereni… gioiosi. Non esiste altro termine per descriverli."

— A quale costo? — chiese la signora Camden. Aveva mantenuto il collo rigido, ma i muscoli sulle mascelle continuavano a fremere.

— Nessun costo. Assolutamente nessun effetto collaterale negativo.

— Per il momento — ribatté seccamente la signora Camden.

Susan alzò le spalle. — Per il momento.

— Ma hanno soltanto quattro anni! I più grandi!

Ong e Krenshaw la stavano esaminando attentamente. Susan si accorse del momento in cui la Camden se ne rese conto: la donna sprofondò nuovamente nella poltrona, stringendosi addosso la pelliccia, con espressione vacua.

Camden non guardò la moglie. Produsse una nuvoletta di fumo di sigaretta. — Tutto ha dei costi, dottoressa Melling.

Alla donna piacque il modo in cui lui pronunciò il suo nome. — Generalmente sì. In particolare nella modificazione genetica. Ma, onestamente, in questo caso non siamo riusciti a trovarne alcuno, nonostante le ricerche. — Sorrise direttamente negli occhi di Camden. — È forse troppo credere che, per una volta, l’universo ci abbia dato qualcosa di interamente buono, che sia realmente un passo avanti, un vero beneficio privo di sanzioni nascoste?

— Non l’universo. L’intelligenza di persone come lei — rispose Camden, sorprendendo Susan più di quanto fosse accaduto in precedenza. Lo sguardo dell’uomo aveva bloccato quello di lei. Susan sentì qualcosa serrarle il petto.

— Penso — disse seccamente il dottor Ong — che la filosofia dell’universo vada oltre l’argomento che ci interessa, ora. Signor Camden, se non ha ulteriori domande di tipo medico da porre, potremo forse tornare alle questioni legali che la signora Sullivan e il signor Jaworski hanno evidenziato. Grazie, dottoressa Melling.

Susan annuì. Evitò di guardare di nuovo Camden, ma continuò a essere cosciente di cosa diceva, dell’espressione che aveva, del fatto che fosse lì.

La casa era approssimativamente come lei se l’era aspettata, un’immensa costruzione stile finto Tudor sul lago Michigan a nord di Chicago. Il terreno era fortemente boschivo fra il cancello di entrata e la casa, aperto, invece, fra la casa e l’acqua ondeggiante. Chiazze di neve punteggiavano l’erba assopita. Il Biotech aveva lavorato con i Camden per quattro mesi, ma questa era la prima volta che Susan si recava a casa loro,

Mentre si incamminava verso l’edificio, un’altra automobile le si avvicinò alle spalle. No, un camioncino, che proseguì svoltando sul vialetto curvo in direzione di un’entrata di servizio sul lato della casa. Un uomo suonò al campanello della porta di servizio, un secondo cominciò a scaricare dal fondo del camioncino un recinto da gioco per bambini avvolto nella plastica. Bianco, con coniglietti rosa e gialli. Susan chiuse brevemente gli occhi.

Camden le aprì personalmente la porta. Lei riuscì a scorgere lo sforzo dell’uomo per non apparire preoccupato. — Non saresti dovuta venire fin qui, Susan; sarei venuto io in città!

— No, non volevo che lo facessi, Roger. C’è anche la signora Camden?

— È in salotto. — Camden la condusse in una grande sala con un caminetto in pietra. Mobilio stile casa di campagna inglese e stampe di cani o navi tutte appese quaranta centimetri troppo in alto: l’arredamento doveva essere stato appannaggio di Elizabeth Camden. La donna non si alzò dalla poltrona quando Susan entrò.

— Permettetemi di essere concisa e veloce — disse Susan. — Non voglio prolungare la cosa per voi più di quanto non sia necessario. Abbiamo tutti i risultati dei test di amniocentesi, ultrasuoni e Langston. Il feto sta bene e mostra uno sviluppo normale, per essere di due settimane; nessun problema con l’impianto sulla parete uterina. Ma è venuta fuori una complicazione.

— Cosa? — disse Camden. Prese una sigaretta, guardò sua moglie e la ripose senza averla accesa.

Susan continuò serenamente: — Signora Camden, per puro caso il mese scorso entrambe le sue ovaie hanno rilasciato un ovulo. Ne abbiamo rimosso uno per l’operazione genetica. Per un ulteriore puro caso, anche il secondo è rimasto fertilizzato e impiantato. Lei ha due feti.

Elizabeth Camden si raggelò. — Gemelli?

— No — fece Susan. Si rese conto quindi di ciò che aveva detto. — Voglio dire, sì. Sono gemelli ma non identici. Solamente uno è stato alterato geneticamente. L’altro non risulterà più somigliante al primo di un qualsiasi fratello. È un cosiddetto bambino normale. E so che voi non volevate un cosiddetto bambino normale.

— No, non lo volevo — confermò Camden.

Elizabeth Camden ribatté: — Io lo volevo.

Camden le lanciò un’occhiata feroce che Susan non fu in grado di interpretare. Lui tirò fuori nuovamente la sigaretta e l’accese. Mostrava a Susan solamente il profilo e stava riflettendo intensamente; Susan dubitò che si rendesse conto della sigaretta o che l’avesse accesa. — Il bambino è danneggiato in qualche modo dalla presenza dell’altro?

— No — rispose Susan. — No, ovviamente no. Stanno semplicemente… coesistendo.

— È possibile abortirlo?

:- Non senza abortire tutti e due. La rimozione del feto inalterato provocherebbe cambiamenti nel rivestimento uterino che condurrebbero probabilmente a un rigetto spontaneo dell’altro. — Trasse un respiro profondo. — Ovviamente c’è questa opzione. Possiamo ricominciare la procedura da capo. Ma, come le avevo già detto, siete stati molto fortunati quando l’inseminazione in vitro è riuscita già al secondo tentativo. Ad alcune coppie occorrono otto o dieci tentativi. Se ricominciassimo da capo, il processo potrebbe risultare lungo.

Camden disse: — La presenza del secondo feto sta recando danno a mia figlia? Le sta sottraendo nutrimento o altro? Cambierà qualcosa per lei con l’avanzare della gravidanza?

— No. Esiste ovviamente la possibilità di una nascita prematura. Due feti occupano molto più spazio nell’utero e, se lo spazio si fa ridotto, la nascita può avvenire prematuramente. Ma il…

— Quanto prematuramente? Abbastanza da minacciare la sopravvivenza?

— Molto probabilmente no.

Camden continuò a fumare. Apparve un uomo alla porta. — Signore, una telefonata da Londra. James Kendall da parte del signor Yagai.

— Vengo subito. — Camden si alzò. Susan lo guardò esaminare il volto di sua moglie. Quando parlò, fu proprio a lei che si rivolse. — D’accordo, Elizabeth. D’accordo. — Lasciò la stanza.

Per un lungo momento le due donne rimasero sedute in silenzio. Susan si era accorta del disappunto: quello non era il Camden che si era aspettata di vedere. Si accorse anche che Elizabeth Camden la stava osservando divertita.

— Oh, sì dottoressa. È fatto così.

Susan non commentò.

— Completamente con il pieno controllo della situazione. Ma non questa volta. — Rise sottovoce, tutta eccitata. — Due. Lei… sa quale sia il sesso dell’altro.

— Tutti e due i feti sono femminili.

— Io volevo una bambina, sa? E adesso l’avrò.

— Allora porterà avanti la gravidanza?

— Oh, sì. Grazie per essere venuta, dottoressa.

Susan venne congedata. Nessuno l’accompagnò alla porta ma, quando stava per salire in automobile, Camden sfrecciò fuori dalla casa, senza cappotto. — Susan! Volevo ringraziarti. Per avere fatto tutta questa strada fin qui per comunicarci personalmente la notizia.

— Mi hai già ringraziato.

— Già. Be’. Sei sicura che il secondo feto non rappresenti una minaccia per mia figlia?

Susan disse deliberatamente: — Così come il feto alterato geneticamente non rappresenta una minaccia per quello concepito naturalmente.

Lui sorrise. Parlò con voce bassa e malinconica. — E pensi che questo dovrebbe importarmi altrettanto. Ma non è così. Perché mai dovrei fingere quel sentimento? Specialmente con te?

Susan aprì la portiera dell’auto. Non era ancora pronta, oppure aveva cambiato idea o qualcos’altro. A quel punto, però, Camden si chinò in avanti per chiudere la portiera e nei suoi modi non si notò nulla di incline al sentimento, nessun accenno di untuoso tentativo di ingraziarsela. — Farò meglio a ordinare un secondo recinto per giocare.

— Sì.

— E un secondo seggiolino per l’auto.

— Sì.

— Ma non una seconda balia per il turno di notte.

— Questo lo devi decidere tu.

— E tu. — Improvvisamente lui si chinò in avanti e la baciò in modo così cortese e rispettoso che Susan ne rimase sbalordita. Non l’avrebbero scioccata né lussuria né atteggiamento di conquista: questo invece sì. Camden non le diede l’opportunità di reagire: chiuse la portiera dell’auto e si incamminò nuovamente verso casa. Susan si diresse al cancello, con le mani che le tremavano sul volante, finché il divertimento non sostituì lo stupore: era stato un bacio deliberatamente distaccato, rispettoso, un enigma ben congegnato. E niente altro avrebbe potuto garantire altrettanto bene che ce ne sarebbe stato un altro.

Si chiese che nomi avrebbero dato i Camden alle figlie.

Il dottor Ong misurava a grandi passi il corridoio dell’ospedale in cui l’illuminazione era stata dimezzata di intensità. Dal reparto delle infermiere della Maternità un’infermiera avanzò di un passo come per fermarlo… era notte fonda, ben oltre il periodo delle visite… gli dette una bella occhiata in volto e svanì poi nuovamente all’interno della guardiola. Dietro l’angolo si trovava la vetrata che dava sulla nursery. Con suo grande dispetto, Susan Melling teneva il volto premuto contro il vetro. Con suo ulteriore dispetto, stava piangendo.

Ong si rese conto che non gli era mai piaciuta quella donna. Forse nessuna donna. Perfino quelle dotate di menti superiori non sembravano in grado di evitare di farsi fregare dalle loro emozioni.

— Guardi — disse Susan sorridendo un po’, asciugandosi il volto. — Dottore… guardi.

Al di là del vetro Roger Camden, con camice e mascherina, stava sollevando un neonato con la camicina bianca e una coperta rosa. Gli occhi azzurri di Camden… azzurri in modo quasi teatrale; un uomo non avrebbe mai dovuto avere occhi così appariscenti… scintillavano. La testa del neonato era ricoperta da una peluria bionda: aveva occhi enormi e la pelle rosata. Gli occhi di Camden da sopra la mascherina dicevano che nessun altro bambino aveva mai avuto quegli attributi.

Ong chiese: — Parto privo di complicazioni?

— Sì — rispose Susan Melling con un singulto. — È andato tutto perfettamente. Elizabeth sta bene. Sta dormendo. Non è magnifica? Quell’uomo possiede lo spirito più avventuroso che io abbia mai visto. — Si asciugò il naso su una manica; Ong comprese che era ubriaca. — Le ho mai detto che una volta sono stata fidanzata? Quindici anni fa, alla scuola di medicina. Ho rotto con lui perché stava diventando troppo comune, troppo noioso. Oh, Dio, non le dovrei raccontare queste cose, mi dispiace. Mi dispiace.

Ong si allontanò da lei. Al di là del vetro, Roger Camden depose la neonata in una piccola culla a rotelle. Il cartellino di riconoscimento su di essa diceva: NEONATA CAMDEN N° 1. 2.9 K.G. Un’infermiera del turno di notte guardò la scena con indulgenza.

Ong non aspettò per vedere Camden emergere dalla nursery o per sentire Susan Melling dire ciò che gli avrebbe detto. Ong andò a farsi chiamare l’ostetrico. Il rapporto della Melling, date le circostanze, non era completamente attendibile. Si trattava di un’occasione perfetta e senza precedenti per analizzare ogni dettaglio sull’alterazione genetica con un campione di confronto non alterato, e la Melling mostrava più interesse per le sue sdolcinate emozioni. Ong, ovviamente, avrebbe dovuto occuparsi personalmente del rapporto, dopo avere parlato con l’ostetrico. Era bramoso di ottenere ogni dettaglio e non solo sulla neonata dalle guance rosate che si trovava fra le braccia di Camden. Voleva sapere tutto sulla nascita della bambina nella culla a fianco: NEONATA CAMDEN N° 2. 2.5 KG. La bambina dai capelli scuri con il viso a chiazze rosse rannicchiata nella coperta rosa, addormentata.

2

Il primo ricordo di Leisha fu di linee fluttuanti che non erano li. Sapeva che non c’erano perché, quando lo allungò per afferrarle, il suo pugnetto restò vuoto. Si rese conto, successivamente, che le linee fluttuanti erano luce: raggi di sole che si inclinavano in strisce tra le tendine della sua stanza, tra gli scuri in legno della sala da pranzo, fra le grate incrociate della serra. Il giorno in cui comprese che il flusso dorato era luce rise forte per la pura gioia della scoperta, e Papà si voltò, smettendo di invasare fiori, e le sorrise.

L’intera casa era piena di luce. La luce riverberava dal lago, scorreva sugli alti soffitti bianchi, formava chiazze sui lucidi pavimenti in legno. Lei e Alice si muovevano in continuazione attraverso la luce, e a volte Leisha si fermava e tirava indietro la testa perché quella luce le inondasse il volto. Riusciva a sentirla, quasi fosse acqua.

La luce migliore, ovviamente, era quella della serra. Era lì che a Papà piaceva stare quando era a casa e non stava a far soldi. Papà invasava le piante e annaffiava gli alberi, fischiettando mentre Leisha e Alice correvano fra le tavole di legno cariche di fiori che emanavano meravigliosi profumi di terra; correvano dalla parte in ombra della serra dove crescevano i grandi fiori color porpora fino al lato a sole con i suoi spruzzi di fiori gialli, scorrazzando avanti e indietro, dentro e fuori dalla luce. — Sviluppo i fiori che mantengono la loro promessa — le diceva Papà. — Alice, sta’ attenta! Hai quasi fatto ribaltare quell’orchidea! — Alice, obbediente, smetteva di correre per un po’. Papà non diceva mai a Leisha di smettere di correre.

Dopo qualche tempo la luce se ne andava. Alice e Leisha facevano il bagno, e poi Alice si mostrava più tranquilla o capricciosa, Non voleva giocare con Leisha, nemmeno se Leisha le lasciava scegliere il gioco o prendere le bambole migliori. A quel punto, la Tata portava a letto Alice e Leisha parlava con Papà ancora un po’, finché lui non le diceva che doveva andare a lavorare nel proprio studio con tutte le carte che gli facevano fare soldi. Leisha provava sempre un istante di rammarico perché lui doveva andarsene per quel motivo, ma il momento non durava mai a lungo perché arrivava Mamselle e iniziava le lezioni di Leisha, che a lei piacevano molto. Era così interessante imparare le cose! Sapeva già cantare venti canzoni, scrivere tutte le lettere dell’alfabeto e contare fino a cinquanta. Nel momento in cui le lezioni erano terminate, la luce era tornata ed era tempo di colazione.

Quello della colazione era l’unico momento che a Leisha non piaceva. Papà era già andato in ufficio, e Leisha e Alice consumavano la colazione con la Mamma nella grande sala da pranzo. La Mamma era seduta, indossava una vestaglia rossa che a Leisha piaceva e non aveva lo strano odore o lo strano modo di parlare che la caratterizzavano più avanti, nella giornata; tuttavia la colazione non era divertente. La Mamma iniziava sempre con La Domanda.

— Alice, tesoro, come hai dormito?

— Bene, Mamma.

— Hai fatto dei bei sogni?

Per un lungo periodo la risposta di Alice fu no. Quindi un giorno disse: — Ho sognato un cavallo. Lo stavo cavalcando. — La Mamma batté le mani, baciò Alice e le dette un’ulteriore ciambellina. Da quel momento in poi, Alice ebbe sempre un sogno da raccontare alla Mamma.

Una volta Leisha disse: — Anch’io ho fatto un sogno. Ho sognato che la luce arrivava dalla finestra e mi avvolgeva come una coperta e poi mi baciava sugli occhi.

La Mamma appoggiò la tazza di caffè sulla tavola così bruscamente che il caffè si riversò fuori. — Non dirmi bugie, Leisha. Non hai fatto alcun sogno.

— Sì, invece — insistette Leisha.

— Solo i bambini che dormono possono sognare. Non dirmi bugie. Tu non hai sognato.

— Sì invece! Sì! — gridò Leisha. Riusciva quasi a vederlo: la luce che scorreva attraverso la finestra e le si avvolgeva attorno come una coperta dorata.

— Non tollererò una bambina bugiarda! Mi hai capito, Leisha… non lo tollererò!

— Sei tu la bugiarda! — gridò Leisha, sapendo che le parole non erano vere, odiandosi perché non erano vere ma odiando la Mamma ancor di più, e anche questo era sbagliato e c’era lì Alice seduta, paralizzata, con gli occhi sbarrati; Alice era terrorizzata ed era colpa di Leisha.

La Mamma chiamò con voce tagliente: — Tata! Tata! Porti immediatamente Leisha nella sua camera. Non può restare seduta in mezzo a persone civili se non riesce a trattenersi dal dire bugie!

Leisha cominciò a piangere. La Tata la portò fuori dalla sala. Leisha non aveva fatto nemmeno colazione. Tuttavia non era quello che le importava: ciò che riusciva a vedere mentre piangeva erano gli occhi di Alice, terrorizzati in quel modo, che riflettevano spezzoni di luce.

Leisha non pianse a lungo. La Tata le raccontò una storia e giocò con lei a "salta i dati", quindi arrivò anche Alice e la Tata le portò tutt’e due allo zoo di Chicago dove c’erano bellissimi animali da vedere, animali che Leisha non poteva aver sognato… e neanche Alice. Quando furono tornate a casa, la Mamma si era chiusa in camera; Leisha seppe che sarebbe rimasta lì per il resto della giornata con i bicchieri pieni di quella strana roba puzzolente e che non l’avrebbe più vista.

Quella notte, però, entrò nella camera di sua madre.

— Devo andare in bagno — disse a Mamselle. Mamselle le chiese: — Hai bisogno di aiuto? — forse perché Alice ne aveva ancora bisogno quando andava in bagno. Leisha invece no e ringraziò Mamselle. Restò seduta sul water per un minuto, anche se non le scappava nulla, così che quello che aveva detto a Mamselle non fosse una bugia.

Leisha avanzò in punta di piedi lungo il corridoio. Entrò dapprima nella camera di Alice. Accanto alla culla, in una presa a parete, riluceva una piccola lampadina. Nella camera di Leisha non c’erano culle. Leisha fissò la sorella attraverso le sbarre. Alice giaceva su un fianco con gli occhi chiusi. Le palpebre le tremolavano velocemente, come tendine mosse dal vento. Il collo e il mento di Alice sembravano abbandonati.

Leisha chiuse la porta con estrema cautela e andò nella camera dei genitori.

Loro non dormivano in una culla ma in un letto immenso, con tanto spazio fra loro due da poter accogliere altre persone. Le palpebre della Mamma non fremevano: giaceva sulla schiena producendo uno strano rumore col naso, hrrr-hrrr. Su di lei lo strano odore era davvero forte. Leisha si allontanò sempre in punta di piedi e si avvicinò a Papà. Aveva lo stesso aspetto di Alice, solo che aveva collo e mento che apparivano ancora più abbandonati, mostrava pieghe di pelle che ricadevano come la tenda che era caduta nel giardino. Leisha si spaventò vedendolo in quel modo. A quel punto, gli occhi di Papà si aprirono così improvvisamente che Leisha strillò.

Papà rotolò giù dal letto, prendendola in braccio, e lanciò un’occhiata veloce alla Mamma. Lei tuttavia non si mosse. Papà indossava solamente le mutande. Portò Leisha nel corridoio, dove stava giungendo di corsa Mamselle dicendo: — Oh, signore, mi dispiace, ha detto solo che doveva andare in bagno…

— Non si preoccupi — rispose Papà. — La porterò con me.

— No! — gridò Leisha, perché Papà aveva addosso solo le mutande, e il suo collo era sembrato così strano e la stanza puzzava a causa della Mamma. Tuttavia Papà la portò nella serra, la appoggiò su una panca, si avvolse attorno un pezzo di telo in plastica verde che serviva per coprire le piante e si sedette accanto a lei.

— Adesso dimmi: che cos’è successo, Leisha? Che cosa stavi facendo?

Leisha non rispose.

— Stavi guardando la gente che dorme, vero? — disse Papà e, poiché la sua voce era molto dolce, Leisha bofonchiò. — Sì. — Si sentì immediatamente meglio: era bello non mentire.

— Stavi guardando la gente che dorme perché tu non dormi ed eri curiosa, vero? Come George il Curioso del tuo libro?

— Sì — rispose Leisha. — Avevo capito che tu stavi a fare soldi nel tuo studio tutta la notte!

Papà sorrise. — Non tutta la notte. In parte. Poi però dormo, anche se non molto — Si mise Leisha sulle ginocchia. — Non ho bisogno di molto sonno, e quindi riesco a fare molte più cose di notte rispetto alla maggior parte della gente. Persone diverse hanno bisogno di una diversa quantità di sonno. E poche, pochissime, sono come te. Tu non ne hai bisogno affatto.

— Perché no?

— Perché tu sei speciale. Migliore delle altre persone. Prima che tu nascessi ho chiesto ad alcuni dottori che ti facessero così.

— Perché?

— Perché tu potessi fare tutto quello che vuoi e manifestare la tua individualità.

Leisha si mosse fra le sue braccia per poterlo fissare: quelle parole non significavano nulla per lei. Papà allungò una mano e toccò un fiore singolo che stava crescendo su un alto albero in vaso. Il fiore mostrava spessi petali bianchi come la panna che lui versava nel caffè e, nel centro, era leggermente rosato.

— Vedi, Leisha… questo albero ha prodotto questo fiore. Perché può. Solamente questo albero può fare questo genere di fiore stupendo. La pianta che sta appesa laggiù non può e nemmeno quelle altre. Soltanto questo albero: di conseguenza, la cosa più importante al mondo per questo albero è far sbocciare questo fiore. Il fiore rappresenta l’individualità dell’albero resa manifesta: cioè solo il fiore e niente altro. Niente altro ha importanza.

— Non capisco, Papà.

— Capirai. Un giorno.

— Ma io voglio capire adesso - disse Leisha, e Papà si mise a ridere deliziato e la strinse forte. L’abbraccio faceva stare bene, ma Leisha continuava a voler capire.

— Quando fai i soldi, è quella la tua indiv… quella cosa?

— Sì — disse Papà allegramente.

— Allora nessun altro può fare soldi? Come solo quell’albero può fare quel fiore?

— Nessun altro può farlo proprio nel modo in cui lo faccio io.

— Che cosa fai con i soldi?

— Compero delle cose per te. Questa casa, i tuoi vestiti, pago Mamselle per insegnarti, l’automobile in cui viaggiare.

— Che cosa fa l’albero con il fiore?

— Si gloria di esso — rispose Papà, il che non aveva alcun senso. — È la superiorità quello che conta, Leisha. L’eccellenza sostenuta dallo sforzo individuale. E questo è tutto ciò che conta.

— Ho freddo, Papà.

— Allora sarà meglio che ti riporti da Mamselle.

Leisha non si mosse. Toccò il fiore con un dito. — Voglio dormire, Papà.

— No, tesoro. Il sonno è solamente una perdita di tempo, vita sprecata. È una piccola morte.

— Alice dorme.

— Alice non è come te.

— Alice non è speciale?

— No. Tu lo sei.

— Perché non hai fatto speciale anche Alice?

— Alice si è fatta da sola. Non ho avuto l’opportunità di renderla speciale.

Quell’intera storia era troppo difficile. Leisha smise di accarezzare il fiore e scivolò giù dalle ginocchia del padre. Lui le sorrise. — La mia piccola interrogatrice. Quando crescerai troverai anche tu la tua eccellenza e si tratterà di un nuovo ordine, un modo di essere speciale che il mondo non ha mai conosciuto. Potresti essere perfino come Kenzo Yagai. Lui ha creato il generatore Yagai che fornisce energia al mondo.

— Papà, sei buffo tutto avvolto in quel telo di plastica per fiori. — Leisha si mise a ridere. Anche Papà rise. Lei, però, aggiunse: — Quando crescerò farò sì che la mia eccezionaiità trovi un modo per rendere speciale anche Alice — e il Papà smise di ridere.

La riportò da Mamselle, che le insegnò a scrivere il suo nome, cosa talmente eccitante che le fece dimenticare la sconcertante discussione con il padre. Erano sei lettere, tutte diverse e insieme formavano il suo nome. Leisha lo scrisse in continuazione, ridendo, e anche Mamselle rise. Successivamente, nella mattinata, Leisha ripensò alla chiacchierata col padre. Ci pensò spesso, rigirando le parole così poco familiari nella mente come piccoli sassi duri, ma la parte a cui pensò di più non era una parola. Era l’espressione corrucciata sul volto di Papà quando lei gli aveva detto che avrebbe usato la propria eccezionalità per rendere speciale anche Alice.

Ogni settimana la dottoressa Melling andava a trovare Leisha e Alice, a volte da sola, a volte con altre persone. Sia a Leisha sia ad Alice la dottoressa Melling piaceva molto perché rideva un sacco e aveva occhi brillanti e affettuosi. Spesso c’era anche Papà. La dottoressa Melling giocava con loro, prima con Alice e Leisha separatamente e poi insieme, Scattava loro fotografie e le pesava. Le faceva stendere su una tavola e appiccicava loro piccole cose metalliche sulle tempie, il che sembrava un po’ spaventoso ma non lo era, in realtà, perché c’erano sempre tanti macchinari da guardare e producevano tutti rumori interessanti mentre loro restavano stese lì. La dottoressa Melling era brava quanto Papà a rispondere alle domande. Una volta Leìsha aveva chiesto: — La dottoressa Melling è una persona speciale? Come Kenzo Yagai? — Papà aveva riso, lanciando un’occhiata alla dottoressa Melling, e aveva risposto: — Oh, decisamente sì.

Quando Leisha compì cinque anni, lei e Alice iniziarono a frequentare la scuola. L’autista di Papà le portava ogni giorno a Chicago. Erano in classi differenti e questo seccava moltissimo a Leisha. I bambini nella classe di Leisha erano tutti più grandi tuttavia, dal primo giorno, lei adorò la scuola, col suo affascinante equipaggiamento scientifico, i cassetti elettronici pieni di misteri matematici e gli altri bambini con cui cercare le nazioni sulle carte geografiche. Dopo metà anno era stata spostata in un’altra classe, in cui i bambini erano ancora più grandi, ma anche quelli si erano dimostrati carini con lei. Leisha cominciò a imparare il giapponese. Le piaceva dipingere i magnifici caratteri sulla spessa carta bianca. — La Sauley School è stata un’ottima scelta — disse Papà.

Ad Alice, invece, la Sauley School non piaceva affatto. Voleva andare a scuola con lo stesso pulmino giallo della figlia di Cook. Alla Sauley School piangeva e buttava tutti i disegni sul pavimento. Poi la Mamma era uscita dalla sua camera… Leisha non l’aveva vista per qualche settimana, anche se sapeva che invece Alice era stata con lei… e aveva gettato a terra alcuni candelieri che si trovavano sulla cappa del caminetto. I candelieri, che erano di porcellana, si erano rotti. Leisha era corsa a raccogliere i pezzi mentre la Mamma e Papà avevano continuato a gridarsi contro a vicenda, nell’atrio presso la grande scalinata.

— È anche mia figlia! E io dico che può andare!

— Non hai il diritto di dire proprio niente in proposito! Piagnucolosa ubriacona, il più marcio dei modelli possibili per entrambe. E io che pensavo di essermi preso un’elegante aristocratica inglese!

— Hai quello per cui hai pagato! Nulla! Non che tu abbia mai avuto bisogno di niente né da me né da nessun altro!

— Smettetela! — gridò Leisha. — Smettetela! — Ci fu silenzio nell’atrio. Leisha si tagliò le dita con i frammenti di porcellana: il sangue cominciò a colare sul tappeto. Papà le corse incontro e la prese in braccio. — Smettetela! — singhiozzò Leisha e non comprese quando suo padre le disse tranquillamente: — Tu devi smetterla, Leisha. Nulla di ciò che fanno loro dovrebbe toccarti. Devi essere almeno così forte.

Leisha nascose il volto sulla spalla del padre. Alice venne trasferita alla scuola elementare Carl Sandburg e prese a recarvisi con lo stesso pulmino giallo della figlia dei Cook.

Una settimana dopo, Papà disse loro che la Mamma si sarebbe dovuta ricoverare in un ospedale per smetterla di bere così tanto. Quando la Mamma fosse uscita, disse lui, sarebbe andata a vivere da un’altra parte per qualche tempo. Lei e Papà non erano felici. Leisha e Alice sarebbero rimaste con Papà e avrebbero visitato la Mamma ogni tanto. Comunicò loro queste cose con grande attenzione, cercando le parole più adatte alla verità. La verità era molto importante, Leisha lo sapeva già. Verità significava essere fedeli a se stessi, al proprio essere speciali. Alla propria individualità. Un individuo rispettava i fatti e quindi diceva sempre la verità.

La Mamma, Papà non lo disse ma Leisha lo sapeva lo stesso, non rispettava i fatti.

— Non voglio che la Mamma vada via — disse Alice. Cominciò quindi a piangere. Leisha pensò che Papà avrebbe preso in braccio Alice, ma lui non lo fece. Rimase semplicemente in piedi, guardandole tutt’e due.

Leisha abbracciò Alice. — Va tutto bene, Alice. Va tutto bene! Noi faremo in modo che vada tutto bene! Giocherò con te per tutto il tempo che non saremo a scuola e così non sentirai tanto la mancanza della Mamma!

Alice strinse forte Leisha. Leisha voltò la testa per non essere costretta a vedere il volto del padre.

3

Kenzo Yagai doveva arrivare negli Stati Uniti per una conferenza. L’argomento del discorso, che avrebbe tenuto a New York, Los Angeles e Chicago, con una replica a Washington in qualità di intervento speciale al Congresso, era "ulteriori implicazioni politiche dell’energia a basso costo". Leisha Camden, che aveva undici anni, gli sarebbe stata presentata personalmente dopo la conferenza di Chicago, come aveva organizzato suo padre.

La piccola aveva studiato la teoria della fusione a freddo a scuola, e il suo insegnante di studi generali aveva evidenziato i cambiamenti avvenuti nel mondo a causa delle applicazioni a basso costo del brevetto di Yagai su ciò che, fino alla sua scoperta, era stata una teoria irrealizzabile: la crescente prosperità del Terzo Mondo; gli spasimi mortali dei vecchi sistemi comunisti; il declino degli stati petroliferi; il rinnovato potere economico degli Stati Uniti. Il gruppo di studi di Leisha aveva preparato un servizio giornalistico, e lo aveva filmato con l’equipaggiamento professionale della scuola, su come viveva una famiglia americana del 1985 con l’energia ad alto costo e la fiducia nell’assistenzialismo dovuto alle tasse e su come viveva, invece, una famiglia del 2019 con l’energia a basso costo e la fiducia nel contratto come base di civiltà. Leisha era rimasta sconcertata da alcune parti della sua ricerca.

— Il Giappone considera Kenzo Yagai un traditore del paese — disse a suo padre durante la cena.

— No — rispose Camden — "alcuni" giapponesi lo pensano. Diffida sempre delle generalizzazioni, Leisha. Yagai ha brevettato e patentato l’energia-Y negli Stati Uniti perché qui esistevano, quanto meno, le braci morenti dell’iniziativa individuale. Grazie alla sua invenzione, il nostro intero paese è lentamente tornato verso la meritocrazia individuale e il Giappone è stato lentamente costretto a seguirlo.

— Tuo padre ha sempre creduto in questo — fece Susan. — Leisha, mangia i piselli. — Leisha mangiò i piselli. Susan e Papà erano sposati da meno di un anno: le faceva ancora un’impressione un po’ strana averla lì, ma era gradevole. Papà diceva che Susan rappresentava un valido apporto all’unità familiare: intelligente, motivata e allegra. Proprio come Leisha.

— Ricorda, Leisha — disse Camden — un uomo valido per la società e per se stesso non si basa su quello che pensa che altre persone dovrebbero fare, essere o sentire, ma su se stesso. Su quello che sa effettivamente fare e fare bene. La gente si scambia ciò che sa fare bene e tutti ne traggono beneficio. Lo strumento basilare della civiltà è il contratto. I contratti sono volontari e portano a un mutuo beneficio, al contrario della coercizione, che è sbagliata.

— Il forte non ha alcun diritto di prendere una qualsiasi cosa al debole usando la forza — disse Susan. — Alice, mangia anche tu i piselli, tesoro.

— Né il debole di prendere qualsiasi cosa con forza a chi è forte — proseguì Camden. — Ecco la base di quello che sentirai dire da Kenzo Yagai questa sera, Leisha.

Alice interruppe: — A me non piacciono i piselli.

Camden ribatté: — Al tuo corpo sì. Ti fanno bene.

Alice sorrise. Leisha si sentì alleggerire il cuore: Alice non sorrideva più frequentemente a tavola. — Il mio corpo non ha un contratto con i piselli.

Camden disse, con una certa impazienza: — Sì che ce l’ha. Il tuo corpo trae beneficio dai piselli. Adesso mangia.

Il sorriso di Alice svanì. Leisha abbassò lo sguardo sul proprio piatto. All’improvviso vide una via di fuga. — No, Papà, ascolta: il corpo di Alice trae beneficio, ma i piselli no! Non lo si può considerare un mutuo beneficio e quindi non è un contratto! Alice ha ragione!

Camden eruppe in una breve risata. Disse quindi a Susan: — Undici anni… undici. - Perfino Alice sorrise, e Leisha agitò il cucchiaio con espressione trionfante, mentre la luce scintillava sulla cavità danzando in un argenteo luccichio sulla parete opposta.

Nonostante tutto, Alice non ne volle sapere di andare a sentire Kenzo Yagai. Sarebbe andata a dormire a casa della sua amica Julie: si sarebbero messe i bigodini a vicenda. Cosa ancora più sorprendente, nemmeno Susan sarebbe andata. Lei e Papà si guardarono in modo un po’ strano sulla porta di casa, pensò Leisha, ma era troppo eccitata per degnare la cosa di eccessiva attenzione. Doveva andare a sentire Kenzo Yagai.

Yagai era un uomo piccolo, magro e scuro. A Leisha piacque subito la sua inflessione. Le piacque anche qualcosa di lui cui non riuscì immediatamente a dare un nome. — Papà — sussurrò nella penombra dell’auditorium — è un uomo gioioso.

Papà la abbracciò nell’oscurità.

Yagai parlò di spiritualità e di economia. — La spiritualità di un uomo, che è solamente la sua dignità come uomo, poggia sui suoi sforzi. Dignità e valore non si acquisiscono automaticamente per natali aristocratici: dobbiamo guardare semplicemente alla storia per rendercene conto. Dignità e valore non si acquisiscono automaticamente grazie a ricchezze ereditate. Un grande erede può dimostrarsi un ladro, uno scialacquatore, un uomo crudele, uno sfruttatore, una persona che lascia il mondo molto più povero di quanto non l’abbia trovato. Né dignità e valore vengono acquisiti automaticamente con l’esistenza di per sé. Esiste anche un omicida multiplo, ma risulta di valore negativo per la sua società e, nella frenesia di uccidere, non possiede alcuna dignità.

"No, l’unica dignità, l’unica spiritualità ha origine da quello che un uomo è in grado di realizzare con i propri sforzi. Deprivare un uomo della possibilità di realizzarsi e di commerciare con altri ciò che lui realizza, equivale a deprivarlo della sua dignità spirituale di uomo. Ecco il motivo per cui, nel nostro tempo, il comunismo ha fallito. Ogni coercizione, ogni azione di forza per togliere a un uomo i suoi sforzi per realizzarsi, provoca danneggiamento spirituale e indebolisce una società. Coscrizione, furto, frode, violenza, assistenzialismo, mancanza di rappresentazione legislativa: "tutto" deruba un uomo della sua possibilità di scegliere, di realizzare per proprio conto, di scambiare i risultati delle sue realizzazioni con altri. La coercizione è un inganno. Non produce nulla di nuovo. Solamente la libertà… la libertà di realizzare, la libertà di commerciare i risultati dei propri sforzi… crea un ambiente adeguato alla dignità e alla spiritualità dell’uomo.

Leisha applaudì con tale foga da farsi male alle mani. Recandosi dietro le quinte con suo padre pensò che era in grado a mala pena di respirare. Kenzo Yagai!

Le quinte però erano più affollate di quanto non si fosse aspettata. C’erano telecamere dappertutto. Papà disse: — Signor Yagai, posso presentarle mia figlia Leisha? — e le telecamere avanzarono chiudendo velocemente… su di lei. Un uomo giapponese sussurrò qualcosa all’orecchio di Kenzo Yagai e lui esaminò Leisha più attentamente. — Oh, sì.

— Guarda da questa parte, Leisha — gridò qualcuno, e lei lo fece. Una telecamera robotizzata zoomò in una ripresa talmente ravvicinata al suo volto che Leisha indietreggiò di un passo, spaventata. Papà parlò con voce davvero tagliente a qualcuno, quindi a qualcun altro.

Le telecamere non si mossero. Una donna si inginocchiò improvvisamente davanti a Leisha e protese un microfono verso di lei. — Che effetto fa non dormire mai, Leisha?

— Come?

Qualcuno si mise a ridere. Non si trattava di una risata gradevole. — Geni di allevamento…

Leisha avvertì una mano sulla spalla. Kenzo Yagai l’afferrò molto saldamente e la trascinò via dalle telecamere. Immediatamente, come per magia, una linea di uomini giapponesi si formò alle spalle di Yagai, aprendosi soltanto per lasciar passare Papà. Dietro la linea, i tre si mossero in direzione di un camerino, e Kenzo Yagai chiuse la porta.

— Non devi permettere loro di infastidirti, Leisha — le disse col suo meraviglioso accento. — Mai. C’è un antico proverbio orientale: "I cani latrano ma la carovana prosegue". Non devi mai permettere che la tua carovana individuale venga rallentata dal latrare di cani rozzi e invidiosi.

— Non lo farò — disse Leisha con un sospiro, ancora non del tutto sicura di cosa significassero quelle parole, sapendo che avrebbe avuto tempo in seguito per comprenderle, per parlarne con Papà. Per il momento era abbacinata da Kenzo Yagai in carne e ossa, l’uomo che stava cambiando il mondo senza usare la forza, senza fucili, commerciando soltanto i suoi speciali sforzi individuali. — Nella mia scuola studiamo la sua filosofia, signor Yagai.

Kenzo Yagai guardò Papà, e quest’ultimo disse: — È una scuola privata. La studia però anche la sorella di Leisha, un po’ superficialmente, nel sistema scolastico pubblico. Piano, piano, Kenzo, ma arriverà. Arriverà. — Leisha notò che lui non disse il motivo per cui Alice non si trovava lì con loro, quella sera.

Tornati a casa, Leisha rimase seduta per ore nella sua camera a ripensare a tutto ciò che era accaduto. Quando Alice rientrò da casa di Julie la mattina successiva, Leisha le corse incontro. Alice tuttavia sembrava infuriata per qualcosa.

— Alice… cosa c’è?

— Non pensi che io debba già sopportare anche troppo a scuola? — le gridò Alice. — Tutti lo sanno, ma almeno finché sei stata zitta non è stato eccessivamente importante! Avevano smesso di prendermi in giro! Perché lo hai fatto?

— Fatto che cosa? — chiese Leisha, sconcertata.

Alice le gettò qualcosa: l’edizione mattutina di un giornale stampato su carta più sottile di quella usata dai sistemi Camden. Il giornale si aprì cadendo ai piedi di Leisha. La ragazzina fissò la propria immagine, larga tre colonne, con Kenzo Yagai. Il titolo diceva: YAGAI E IL FUTURO. CI SARÀ SPAZIO PER IL RESTO DI NOI? L’INVENTORE DELL’ENERGIA-Y A COLLOQUIO CON LA FIGLIA "SENZA SONNO" DEL MEGAFINANZIERE ROGER CAMDEN.

Alice dette un calcio al giornale. — Ieri sera è apparsa anche in tivù… in tivù. Io faccio una faticaccia per non sembrare boriosa o viscida, e tu esci e mi combini una cosa simile! Adesso Julie non mi inviterà probabilmente più al suo pigiama-party la settimana prossima! — Sfrecciò su per l’ampia scalinata curva verso la sua camera.

Leisha abbassò lo sguardo sul giornale. Udì nella testa la voce di Kenzo Yagai: "I cani latrano ma la carovana prosegue". La ragazzina fissò la scalinata vuota. A voce alta, disse: — Alice… ti stanno davvero bene i capelli arricciati in quel modo.

4

— Voglio incontrare il resto di loro — disse Leisha. — Perché me ne hai tenuta lontano così a lungo?

— Non ti ho tenuta affatto lontano da loro — rispose Camden. La non offerta non equivale al rifiuto. Perché non saresti dovuta essere tu a chiedere? Adesso sei tu quella che lo vuole.

Leisha lo guardò. Aveva quindici anni, all’ultimo anno della Sauley School. — Perché non me lo hai offerto?

— Perché avrei dovuto farlo?

— Non lo so — disse Leisha. — Ma mi hai dato tutto il resto.

— Inclusa la libertà di chiedere quello che vuoi.

Leisha cercò la contraddizione e la trovò. — Non ti ho chiesto la maggior parte delle cose che mi hai fornito per la mia istruzione, perché io non sapevo abbastanza da poter chiedere e tu, come adulto, sì. Non mi hai mai offerto, tuttavia, l’opportunità di incontrare alcuno degli altri mutanti insonni…

— Non usare quel termine — replicò Camden tagliente.

— …quindi o pensavi che non fosse una cosa essenziale per la mia istruzione oppure dovevi avere qualche altro motivo per non volere che io li incontrassi.

— Sbagliato — ribatté Camden. — Esiste una terza possibilità: che io pensi che sia essenziale per la tua istruzione, che io voglia che tu lo faccia, ma che questo problema abbia fornito un’opportunità per approfondire l’educazione all’iniziativa personale aspettando che fossi tu a chiedere.

— D’accordo — fece Leisha in tono di moderata sfida: sembrava essersi creato un forte atteggiamento di sfida fra loro due, ultimamente, senza alcun buon motivo. La ragazza si inquartò nelle spalle. Spinse in avanti il seno che da poco aveva cominciato a farsi pronunciato. — Adesso lo sto chiedendo. Quanti Insonni ci sono, chi sono e dove sono?

Camden rispose: — Se usi quel termine "gli Insonni", vuole dire che hai già letto qualcosa per conto tuo. Quindi sai con tutta probabilità che siete in milleottantadue negli Stati Uniti fino a questo momento, altri in paesi stranieri, la maggior parte nelle più grandi aree metropolitane. Ce ne sono settantanove a Chicago, per lo più bambini piccoli. Solamente diciannove sono più grandi di te.

Leisha non negò di avere già letto quelle cose. Camden si sporse in avanti nella poltrona dello studio per scrutarla. Leisha si chiese se non avesse bisogno di occhiali. Ormai i capelli dell’uomo erano completamente grigi, radi e rigidi, come solitari ciuffi di saggina. Il "Wall Street Journal" lo indicava fra i cento uomini più ricchi d’America; il "Women’s Wear Daily" sottolineava che lui era l’unico miliardario del paese a non frequentare la società delle Feste internazionali, dei balli di beneficenza e delle segreterie sociali. Il jet di Camden lo portava a riunioni di affari in tutto il mondo, al consiglio di amministrazione dell’Istituto di Economia Yagai e in pochissimi altri luoghi. Nel corso degli anni era divenuto sempre più ricco, più isolato, più cerebrale. Leisha provò un’ondata del vecchio affetto.

Si gettò di lato su una poltrona in pelle con le gambe lunghe e sottili che pendevano da sopra il bracciolo. Si grattò distrattamente una puntura di zanzara che aveva sulla coscia. — Benissimo, allora, mi piacerebbe incontrare Richard Keller. — Abitava a Chicago ed era l’Insonne beta-test più vicino alla sua età. Il ragazzo aveva diciassette anni.

— Perché lo chiedi a me? Perché non ci vai e basta?

Leisha pensò di avvertire una nota di impazienza nella voce del padre. Gli piaceva che fosse lei a esplorare per prima le situazioni, per poi parlarne con lui in seguito. Tutt’e due le parti erano importanti.

Leisha si mise a ridere. — Sai una cosa, Papà? Sei prevedibile.

Anche Camden si mise a ridere. Nel bel mezzo della risata arrivò Susan. — Non lo è di sicuro. Roger, che mi dici del meeting a Buenos Aires di giovedì? Ci vai o no? — Visto che lui non rispose, la voce della donna si fece più stridula. — Roger? Sto parlando con te!

Leisha distolse lo sguardo. Due anni prima Susan aveva abbandonato il campo della ricerca genetica per gestire la casa e l’agenda di Camden; prima di allora aveva cercato strenuamente di fare tutt’e due le cose. A Leisha sembrava che Susan, da quando aveva lasciato la Biotech, fosse cambiata. Aveva un tono di voce più duro. Insisteva molto di più perché Cook e il giardiniere seguissero le sue istruzioni alla lettera, senza deviare. La sua chioma bionda era divenuta una rigida scultura di onde color platino.

— Ci vado — rispose Roger.

— Be’, grazie per avermi quanto meno risposto. Devo andare?

— Se desideri.

— Desidero.

Susan lasciò la stanza. Leisha si alzò e si stiracchiò. Le sue gambe lunghe si alzarono sulla punta dei piedi. Era bello stiracchiarsi, allungarsi, sentire la luce del sole proveniente dalle ampie finestre inondarle il volto. Sorrise a suo padre e lo trovò a fissarla con un’espressione che non si aspettava.

— Leisha…

— Cosa c’è?

— Vai a trovare Keller. Ma stai attenta.

— A cosa?

Camden, però, non le rispose.

La voce al telefono era stata indifferente. — Leisha Camden? Si, so chi sei. Giovedì alle tre? — La casa era modesta, un edificio coloniale di trent’anni in una tranquilla strada dei sobborghi dove i bambini piccoli sulle biciclette potevano essere osservati e controllati dalla finestra. Pochi tetti avevano più di una cellula a energia-Y. Gli alberi, vecchi e immensi aceri canadesi, erano magnifici.

— Entra — disse Richard Keller.

Non era più alto di lei, era robusto e aveva una brutta acne. Probabilmente non aveva subito altre alterazioni genetiche oltre quella relativa al sonno, immaginò Leisha. Aveva folti capelli scuri, fronte bassa e sopracciglia nere e cespugliose. Prima che chiudesse la porta, Leisha lo vide fissare la sua automobile con autista parcheggiata nel vialetto accanto a una bicicletta arrugginita a dieci marce.

— Non posso ancora guidare — disse lei. — Ho solo quindici anni.

— Imparare è facile — commentò Richard. — Allora, mi vuoi dire perché sei qui?

Leisha gradì i modi diretti. — Per conoscere qualche altro Insonne.

— Vuoi dire che non ne hai mai incontrati? Nemmeno uno di noi?

— E tu vuoi dire che il resto di voi si conosce già? — La ragazza non se l’era aspettato.

— Vieni nella mia stanza, Leisha.

Lei lo seguì sul retro della casa. Sembrava non esserci nessun altro. La stanza di Richard era ampia e arieggiata, piena di computer e schedari. C’era un vogatore in un angolo: sembrava una versione più trascurata della camera di un qualsiasi brillante compagno di scuola della Sauley, solo che la mancanza di un letto la rendeva più spaziosa. Leisha si avvicinò al video del computer.

— Ehi, stai lavorando alle equazioni di Boesc?

— Una loro applicazione.

— Per che cosa?

— Schemi delle migrazioni dei pesci.

Leisha sorrise. — Già, andrebbe bene. Non ci avevo mai pensato.

Richard sembrò non sapere che farsene del suo sorriso. Fissò la parete, quindi il mento di lei. — Ti interessi degli schemi geologici? Dell’ambiente?

— Be’, no — confessò Leisha. — Non in particolare. Io andrò a studiare scienze politiche ad Harvard. Propedeutico a legge. Ovviamente, però, abbiamo studiato gli schemi geologici a scuola.

Finalmente lo sguardo di Richard le si scollò dal volto. Lui si passò una mano nei capelli scuri. — Siedi pure, se vuoi.

Leisha si sedette osservando, con ammirazione, i poster alle pareti che ondeggiavano dal verde al blu come correnti oceaniche.

— Mi piacciono molto. Li hai programmati da solo?

— Non sei affatto come ti avevo immaginato — disse Richard.

— Come mi avevi immaginato?

Lui non esitò. — Snob. Superba. Superficiale nonostante l’alto quoziente intellettivo.

Lei restò più ferita di quanto non si sarebbe aspettata.

Richard sbottò: — Sei una dei due unici Insonni veramente ricchi. Tu e Jennifer Sharifi. Ma lo sapevi già.

— No, non lo sapevo. Non avevo mai controllato.

Richard prese la sedia accanto a quella di lei, allungandosi davanti al corpo le gambe tozze in una posizione scomposta che non aveva nulla a che fare con il rilassamento. — È una cosa sensata, in realtà. Le persone ricche non fanno modificare geneticamente i figli perché siano superiori: ritengono che qualunque loro discendente sia già superiore. Secondo i loro valori. Le persone povere non se lo possono permettere. Noi Insonni proveniamo dall’alta classe media, niente più. Figli di professori, scienziati, gente che stima il cervello e il tempo.

— Anche mio padre stima cervello e tempo — disse Leisha. — È il più grande sostenitore di Kenzo Yagai.

— Oh, Leisha, pensi che non lo sapessi già? Ti stai vantando con me o cosa?

Leisha disse con tono estremamente ponderato: — Io sto parlando con te. — Un istante dopo, tuttavia, si rese conto del turbamento per l’offesa che le si diffondeva sul volto.

— Mi dispiace - bofonchiò Richard. Balzò via dalla seggiola e cominciò a camminare a lunghi passi avanti e indietro dal computer. — Mi dispiace davvero. Ma io non… non capisco che cosa ci fai tu qui.

— Io sono sola - disse Leisha, sorpresa di se stessa. Sollevò lo sguardo verso di lui. — È vero. Sono sola. Davvero. Ho degli amici, Papà e Alice. Ma nessuno sa realmente, capisce realmente… che cosa? Non so nemmeno io quello che sto dicendo.

Richard sorrise. Quel sorriso gli cambiò interamente il volto, aprendo alla luce le sue superfici scure. — Io si. Oh, se lo so. Che fai quando ti dicono "che razza di sogno ho fatto la notte scorsa"?

— Già! — replicò Leisha. — Ma è una cosa di minore importanza. Più che tutto quando io dico "te lo controllo io questa notte", e assumono tutti quella espressione strana che significa "lo farà mentre io dormo".

— Ma anche questa è una cosa da poco — ribatté Richard. — È quando giochi a pallacanestro in palestra dopo cena, poi mangi qualcosa e poi dici "andiamo a fare una passeggiata al lago" e ti rispondono "adesso sono davvero stanco, vado a casa a letto".

— Ma questo è meno importante ancora — disse Leisha balzando in piedi. — E quando sei preso da un film e si arriva al punto cruciale e tutto è così maledettamente bello che tu scatti su e gridi "Sì! Sì!" e Susan dice: "Leisha, credi davvero che nessuno oltre te abbia mai goduto di qualcosa?".

— Chi è Susan? — chiese Richard.

L’atmosfera si infranse. Non fino in fondo, però. Leisha riuscì a dire "la mia matrigna" senza provare un grande disagio per ciò che Susan aveva promesso di essere e ciò che invece era diventata. Richard era in piedi a qualche centimetro da lei, le sorrideva in quel modo gioioso, la comprendeva e, all’improvviso, Leisha si sentì avvolgere da un sollievo così forte che si diresse da lui e gli gettò le braccia al collo, irrigidendole solo quando si accorse dello scatto del ragazzo. Leisha cominciò a singhiozzare, lei che non piangeva mai.

— Ehi — disse Richard. — Ehi.

— Brillante — rispose Leisha, ridendo. — Commento brillante.

La ragazza si accorse dell’imbarazzo nel sorriso di lui. — Vuoi vedere le curve relative alla migrazione dei pesci?

— No — disse Leisha con un singulto, e lui continuò ad abbracciarla, dandole goffi colpetti sulla spalla, dicendole, senza usare parole, che lì era a casa.

Camden l’aspettò alzato benché fosse passata la mezzanotte. Aveva fumato molto. Disse con voce pacata attraverso l’aria azzurrina: — Ti sei divertita, Leisha?

— Sì.

— Ne sono felice — replicò lui; spense l’ultima sigaretta e salì le scale per andare a letto: lentamente, irrigidito, aveva quasi settant’anni ormai.

Si recarono insieme ovunque per circa un anno: a ballare, a nuotare, ai musei, a teatro, in biblioteca. Richard la presentò agli altri, un gruppo di dodici ragazzi fra i quattordici e i diciannove anni, tutti intelligenti e diligenti. Tutti Insonni.

Leisha imparava.

I genitori di Tony Indivino, come i suoi, avevano divorziato. Tony, quattordici anni, viveva con sua madre, però, che non aveva desiderato particolarmente un figlio Insonne, mentre suo padre, che lo aveva voluto, si era fatto un’automobile sportiva rossa e una giovane amante che progettava poltrone ergonomiche a Parigi. A Tony non era permesso di dire a nessuno, parenti, compagni di scuola, che era Insonne. — Penseranno che sei uno scherzo di natura — gli diceva sua madre, distogliendo lo sguardo dal volto del figlio. L’unica volta che Tony le disobbedì e disse a un amico che lui non dormiva mai, sua madre lo picchiò. Quindi traslocò in un quartiere diverso. Lui aveva nove anni.

Jeanine Carter, slanciata e dalle gambe lunghe quasi come quelle di Leisha, si stava preparando per le Olimpiadi di pattinaggio su ghiaccio. Si allenava dodici ore al giorno, tempo che ancora nessun Dormiente alle superiori si sarebbe potuto permettere. Al momento, nessun giornale si era impossessato della storia. Jeanine temeva che, se l’avessero resa pubblica, in qualche modo non le avrebbero permesso di gareggiare.

Jack Bellingham, come Leisha, avrebbe iniziato il college a settembre. A differenza di Leisha, tuttavia, aveva già iniziato la sua carriera. L’esercizio della legge doveva aspettare fino al conseguimento del diploma in legge; per effettuare investimenti invece erano necessari solamente i soldi. Jack non possedeva un gran che, ma le sue precise analisi finanziarie moltiplicarono i 600 dollari messi da parte con lavoretti estivi in 3.000 grazie a investimenti sul mercato azionario, quindi in 10.000 e, a quel punto, ebbe abbastanza da potersi qualificare per le speculazioni sui fondi informativi. Jack aveva quindici anni, non era grande abbastanza per potere effettuare investimenti legali, le transazioni avvenivano tutte a nome di Kevin Backer, il più anziano degli Insonni, che abitava ad Austin. Jack disse a Leisha: — Quando sono arrivato all’ottantaquattro per cento di profitto nel giro di due trimestri consecutivi, gli analisti dati mi hanno beccato. Solo una sbirciatina. Be’, è anche il loro mestiere, anche se le cifre nel complesso sono modeste. Sono gli schemi, che interessano loro. Se si prenderanno la briga di effettuare controlli incrociati nelle banche dati e scopriranno che Kevin è un Insonne non cercheranno di impedirci di investire, in un modo o nell’altro?

— Questa è paranoia — rispose Leisha.

— No, non lo è — ribatté Jeanine. — Leisha, tu non sai.

— Vuoi dire perché io sono stata protetta dalle coccole e dai soldi di mio padre? — fece Leisha. Nessuno sorrise: erano abituati tutti a confrontare le loro idee apertamente, senza velate allusioni. Senza sogni.

— Sì — rispose Jeanine. — Tuo padre sembra una persona davvero in gamba e ti ha cresciuta con il principio che le realizzazioni non devono essere messe in catene… Cristo Santo, è uno yagaista. Benissimo, d’accordo. Siamo contenti per te. — Lo disse senza alcun sarcasmo. Leisha annuì. — Ma il mondo non è sempre così. Ci odiano.

— Mi sembra un’affermazione troppo forte — intervenne Carol. Non è odio.

— Be’, forse — rispose Jeanine. — Ma loro sono diversi da noi. Noi siamo migliori e loro, naturalmente, sono risentiti.

— Non vedo proprio che cosa ci sia di naturale in questo — disse Tony. — Perché non dovrebbe essere altrettanto naturale ammirare ciò che è migliore? Noi lo facciamo. C’è forse qualcuno di noi che sia risentito contro Kenzo Yagai per la sua genialità? Oppure contro Nelson Wade, il fisico? O Catherine Raduski?

— Non siamo risentiti perché noi siamo migliori — ribatté Richard.

— Quello che dovremmo fare sarebbe avere una nostra società — disse Tony. — Perché dovremmo consentire alle loro regolamentazioni di limitare le nostre oneste e naturali realizzazioni? Perché a Jeanine dovrebbe essere impedito di pattinare contro di loro e a Jack di investire sulle stesse basi soltanto perché sono Insonni? Alcuni di loro sono più brillanti di altri. Alcuni hanno maggiore perseveranza. Be’, noi abbiamo una maggiore capacità di concentrazione, una maggiore stabilità biochimica e una maggiore disponibilità di tempo. Non tutti gli uomini sono stati creati uguali.

— Sii onesto, Jack: a nessuno è stato ancora impedito nulla — disse Jeanine.

— Ma lo sarà.

— Aspetta — intervenne Leisha. Era profondamente scossa per la conversazione. — Voglio dire, sì, per molti versi siamo migliori. La tua citazione però è stata a sproposito, Tony. La Dichiarazione di Indipendenza non dice che tutti gli uomini sono creati uguali in quanto ad abilità. Si tratta di diritti e di potere: significa che tutti sono uguali per la legge. Non abbiamo più diritto a una società separata, o a essere liberi dalle limitazioni della società, di qualsiasi altra persona. Non esiste alcun altro modo per commerciare liberamente i risultati dei nostri sforzi, a meno che le stesse regole contrattuali non si applichino a tutti.

— Parli come una vera yagaista — disse Richard, stringendole la mano.

— Ne ho abbastanza di discussioni da intellettuali — disse Carol ridendo. — Ce ne siamo occupati per ore. Siamo in spiaggia, per l’amor del cielo. Chi vuole venire a nuotare con me?

— Io — esclamò Jeanine. — Forza, Jack.

Si alzarono tutti, spazzolandosi la sabbia dai vestiti togliendo gli occhiali da sole. Richard aiutò Leisha ad alzarsi ma, appena prima che si tuffassero in acqua, Tony le appoggiò una mano sottile sul braccio. — Solo un’altra domanda, Leisha. Riflettici su. Se le nostre realizzazioni saranno migliori di quelle della maggior parte delle altre persone e se commerceremo con i Dormienti quando sarà di mutuo beneficio, senza fare distinzioni fra forti e deboli… che obbligo avremo nei confronti di coloro che sono così deboli da non avere nulla da scambiare con noi? Finiremo comunque per dare più di quanto non riceveremo: dovremo farlo anche quando non otterremo assolutamente nulla in cambio? Dovremo prenderci carico dei loro deformi, handicappati, malati, fannulloni e inetti con i prodotti del nostro lavoro?

— I Dormienti devono farlo? — ribatté Leisha.

— Kenzo Yagai direbbe di no. Lui è un Dormiente.

— Lui direbbe che ricevono i profitti del commercio contrattuale anche se non fanno parte direttamente del contratto. L’intero mondo è più sano e meglio rifornito grazie all’energia-Y.

— Venite! — gridò Jeanine. — Leisha, mi stanno buttando in acqua! Jack, smettila! Leisha, aiuto!

Leisha si mise a ridere. Appena prima di afferrare Jeanine, colse l’espressione sui volti di Richard e Tony: Richard era serenamente allegro, Tony infuriato. Con lei. Ma perché? Che cosa aveva mai fatto, eccetto discutere in favore della dignità e del commercio?

A quel punto Jack le gettò addosso dell’acqua, Carol spinse Jack nel caldo spruzzo e Richard fu lì con le braccia attorno a lei, ridendo.

Quando lei si tolse l’acqua dagli occhi si accorse che Tony se ne era andato.

Mezzanotte. — D’accordo — disse Carol. — Chi è il primo?

I sei ragazzi nella radura circondata da rovi si guardarono l’un l’altro. Una lampada a energia-Y, tenuta accesa, per creare un po’ di atmosfera, proiettava ombre inquietanti sui loro volti e sulle loro gambe nude. Attorno alla radura, gli alberi di Roger Camden si ergevano fitti e scuri formando una parete fra loro e la più vicina delle dépendance della casa, Era molto caldo. L’aria di agosto incombeva pesante, cupa. Avevano votato decidendo di non portare un campo-Y ad aria condizionata perché quello doveva essere un ritorno al primitivo, al pericoloso: che fosse primitivo.

Sei paia di occhi fissarono il bicchiere che Carol teneva in mano.

— Forza — disse lei. — Chi vuole bere? — Aveva una voce baldanzosa, aspra in modo teatrale. — È già stato abbastanza difficile recuperare questa roba.

— Ma come hai fatto? — chiese Richard, il membro del gruppo, a parte Tony, con le minori conoscenze familiari influenti e la minor quantità di denaro. — In forma liquida, come questa?

— L’ha presa Jennifer — disse Carol, e cinque paia di occhi si spostarono su Jennifer Sharifi la quale, da due settimane in visita a casa di Carol, li stava confondendo tutti. Era la figlia nata in America di una stella del cinema di Hollywood e di un principe arabo che avrebbe voluto fondare una dinastia di Insonni. La stella del cinema era una nota tossicodipendente e il principe, che aveva tratto la sua fortuna dal petrolio e l’aveva investita in energia-Y quando Kenzo Yagai stava ancora chiedendo le licenze per i primi brevetti, era morto. Jennifer Sharifi era più ricca di quanto non sarebbe diventata Leisha un giorno e infinitamente più smaliziata nel procurarsi le cose. Il bicchiere conteneva interleukin-1, uno stimolante del sistema immunitario, una delle molte sostanze che, come effetto collaterale, portava rapidamente il cervello a un sonno profondo.

Leisha fissò il bicchiere. Una sensazione calda le percorse la parte inferiore del ventre, non molto diversa da quella che provava quando lei e Richard facevano l’amore, Si accorse che Jennifer la stava guardando e arrossì.

Jennifer la turbava. Non per le ovvie ragioni per cui turbava Tony, Richard e Jack: i lunghi capelli neri, il corpo esile e slanciato in pantaloncini e reggiseno. Jennifer non rideva. Leisha non aveva mai conosciuto un Insonne che non ridesse e nemmeno uno che parlasse così poco, con tanta deliberata indifferenza. Leisha si trovò a rimuginare sulle reticenze di Jennifer Sharifi. Era una sensazione strana da provare nei confronti di un altro Insonne.

Tony disse a Carol: — Dallo a me!

Carol gli consegnò il bicchiere. — Ricorda, ne basta un piccolo sorso.

Tony sollevò il bicchiere portandolo alla bocca, si fermò e fissò gli altri da sopra il bordo con uno sguardo fiammeggiante. Bevve.

Carol riprese il bicchiere. Guardarono tutti Tony

Nel giro di un minuto, giaceva a terra, nel giro di due, i suoi occhi si chiusero nel sonno.

Non era come vedere i genitori, i fratelli, gli amici addormentati. Si trattava di Tony. Distolsero lo sguardo, evitarono a vicenda gli occhi degli altri. Leisha sentì il calore fra le gambe tirare e pizzicare in modo vagamente osceno. Non guardò Jennifer.

Quando arrivò il turno di Leisha, lei bevve lentamente, quindi passò il bicchiere a Richard. Sentì la testa pesante, come se fosse stata imbottita di stracci bagnati. Gli alberi al margine della radura si offuscarono. Anche la lampada portatile si offuscò: non era più brillante e nitida ma schiacciata, rigonfia; se l’avesse toccata avrebbe macchiato. Poi l’oscurità le avvolse il cervello, portandoselo via: portandole via la mente. — Papà! — Cercò di gridare, di afferrarlo, ma poi l’oscurità l’annullò.

In seguito ebbero tutti il mal di testa. Trascinarsi attraverso gli alberi nella tenue luce mattutina fu una tortura, frammista a una strana vergogna. Non si toccarono l’un l’altro. Leisha camminò il più lontano possibile da Richard.

Jennifer fu l’unica a parlare, — E così adesso sappiamo — disse, e la sua voce faceva trasparire una strana soddisfazione.

Occorse un giorno intero prima che le forti pulsazioni lasciassero il fondo del cranio di Leisha o la nausea il suo stomaco. Rimase a sedere da sola nella sua camera aspettando che le passasse la sofferenza e, nonostante il caldo, continuò a rabbrividire.

Non aveva nemmeno sognato nulla.

— Voglio che tu venga con me questa sera — disse Leisha per la decima o la dodicesima volta. — Partiamo tutt’e due per il college fra soli due giorni: è l’ultima occasione. Vorrei davvero che tu conoscessi Richard.

Alice stava sdraiata a pancia in giù sul letto. I suoi capelli, scuri e lucidi, le ricadevano sul volto. Indossava una costosa tuta di seta gialla firmata Ann Patterson, tutta sgualcita attorno alle ginocchia.

— Perché? Che te ne importa se conosco o no Richard?

— Perché sei mia sorella — disse Leisha. Sapeva bene che non doveva dire "la mia gemella". Nulla faceva infuriare più velocemente Alice.

— Non voglio. — Un attimo dopo il volto di Alice cambiò. — Oh, mi dispiace, Leisha, non volevo sembrare così arrogante. Ma… non voglio farlo.

— Non ci saranno tutti. Solamente Richard. E soltanto per un’oretta. Poi potrai tornartene qui e preparare le valigie per il Northwestern.

— Non andrò al Northwestern.

Leisha la fissò sbalordita.

Alice disse: — Sono incinta.

Leisha si sedette sul letto. Alice rotolò sulla schiena, si scostò i capelli dagli occhi e si mise a ridere. Le orecchie di Leisha si chiusero a quel suono. — Guardati — disse Alice. — Si direbbe che sei tu quella incinta. Ma non lo saresti mai, vero, Leisha? Non finché non fosse il momento giusto. Non tu.

— Come? — disse Leisha. — Abbiamo fatto mettere tutte due i diaframmi…

— Ho fatto togliere il diaframma — replicò Alice.

— Volevi restare incinta?

— Ce l’ho fatta maledettamente in fretta. E Papà non può fare assolutamente niente. Eccetto, ovviamente, tagliarmi completamente i viveri, ma non penso che lo farà: che ne dici? — Rise di nuovo. — Perfino a me?

— Ma Alice… perché? Non sarà solo per fare arrabbiare Papà!

— No — rispose Alice. — Anche se tu lo avresti pensato, vero? Perché voglio qualcosa da amare. Qualcosa di mio. Qualcosa che non abbia nulla a che fare con questa casa.

Leisha pensò a se stessa e ad Alice che correvano attraverso la serra, anni addietro, lei e Alice che sfrecciavano dentro e fuori i raggi di sole. — Non è stato tanto male crescere in questa casa.

— Leisha, sei una stupida. Non so come una persona tanto intelligente possa essere così stupida. Vattene dalla mia camera! Vattene fuori!

— Ma Alice… un bambino…

— Fuori! — strillò Alice. — Vattene ad Harvard! Vattene ad avere successo! Basta che ne te vai!

Leisha balzò giù dal letto. — Con piacere! Sei irrazionale, Alice. Non pensi al futuro, non fai progetti, un bambino… — Ma non era mai stata capace di rimanere infuriata. La rabbia le scivolò via, lasciandole vuota la mente. Guardò Alice, che, improvvisamente, le tese le braccia. Leisha vi si rifugiò.

— Sei tu la bambina — disse Alice con aria stupefatta. — Lo sei davvero. Sei così… non saprei dire. Sei una bambina.

Leisha non disse nulla. Le braccia di Alice davano una sensazione di caldo, di unione, di due bambine che correvano avanti e indietro dalla luce del sole. — Ti aiuterò io, Alice, se non lo farà Papà.

Alice la allontanò repentinamente — Non ho bisogno del tuo aiuto.

Alice si alzò in piedi, Leisha si sfregò le braccia vuote con le dita che grattavano i gomiti opposti. Alice sferrò un calcio al baule aperto e vuoto nel quale avrebbe dovuto riporre la roba da portare al Northwestern, e poi il volto le si aprì all’improvviso in un sorriso, un sorriso che costrinse Leisha a distogliere lo sguardo. La ragazza si inquartò nelle spalle aspettandosi altre offese. Ma tutto quello che Alice le disse con voce dolcissima fu: — Divertiti ad Harvard.

5

Le piacque moltissimo.

Alla prima vista della Massachusetts Hall, più antica degli Stati Uniti di un mezzo secolo, Leisha provò qualcosa che le era del tutto mancato a Chicago: età. Radici. Tradizione. Toccò i mattoni in cotto della Biblioteca Widener, le teche in vetro del Museo Peabody come se fossero il graal. Non era mai stata particolarmente sensibile al mito o al dramma: il tormento di Giulietta le appariva artificiale, quello di Willy Loman semplicemente inutile. Solamente la lotta di Re Artù per creare un miglior ordine sociale l’aveva interessata. In quel momento, tuttavia, camminando sotto gli immensi alberi autunnali, colse improvvisamente il barlume di una forza che era in grado di abbracciare intere generazioni, tesori lasciati per fornire istruzione e conquiste che i benefattori non avrebbero mai visto, uno sforzo individuale che percorreva e modellava i secoli a venire. Si fermò e guardò il cielo attraverso le foglie, gli edifici resi ancor più solidi dal loro scopo. In quei momenti pensava a Camden, che aveva piegato la volontà di un intero istituto di ricerca genetica per creare lei secondo l’immagine che lui aveva voluto.

Nel giro di un mese aveva dimenticato tutte quelle megameditazioni.

Il carico di lavoro era incredibile, perfino per lei. La Sauley School aveva incoraggiato l’approfondimento individuale a un ritmo personalizzato; Harvard sapeva che cosa voleva da lei, e ai propri ritmi. Nei vent’anni precedenti, sotto la guida accademica di un uomo che in gioventù aveva assistito con dispiacere alla dominazione economica giapponese, Harvard era divenuta controversa di un ritorno all’apprendimento severissimo di fatti, teorie, applicazioni, risoluzione dei problemi ed efficienza intellettuale. La scuola accettava solamente un candidato su duecento provenienti da tutto il mondo. La figlia del Primo Ministro inglese non aveva superato il primo anno ed era stata rispedita a casa.

Leisha aveva una camera singola in un dormitorio nuovo: la scelta dell’alloggio per studenti era stata fatta perché lei aveva passato tantissimi anni isolata a Chicago ed era bramosa di conoscere altre persone, la scelta della camera singola era dovuta al fatto che non avrebbe disturbato nessuno pur lavorando tutta la notte. Durante il secondo giorno di permanenza, un ragazzo che proveniva dal corridoio le entrò salterellando nella camera e si appollaiò sul margine della sua scrivania.

— E così tu sei Leisha Camden.

— Sì.

— Sedici anni.

— Quasi diciassette.

— Pronta a sbaragliarci tutti, a quanto ho capito, senza nemmeno provarci.

Il sorriso di Leisha svanì. Il ragazzo la fissò da sotto sopracciglia abbassate e aggrottate. Stava sorridendo e aveva uno sguardo tagliente. Da Richard, Tony e gli altri Leisha aveva imparato a riconoscere la rabbia che si presentava sotto forma di disprezzo.

— Sì — disse freddamente Leisha — lo farò.

— Ne sei certa? Con i tuoi bei capelli da ragazzina e il tuo cervello mutante da ragazzina?

— Oh, lasciala in pace, Hannaway — intervenne un’altra voce. Un ragazzo alto, biondo, così magro che le sue costole sembravano increspature sulla sabbia, stava lì in jeans e a piedi nudi, asciugandosi i capelli bagnati. — Non ti stanchi mai di andare in giro a fare l’idiota?

— E tu? — ribatté Hannaway. Si alzò dalla scrivania e si diresse verso la porta. Il biondo si spostò dalla sua traiettoria. Leisha vi si piazzò.

— Il motivo per cui otterrò risultati migliori di te — disse in modo equilibrato — è che posseggo determinati vantaggi che tu non hai. Inclusa la possibilità di non dormire. Quando poi ti avrò superato nelle prestazioni, sarò felice di aiutarti a studiare per gli esami in modo che li possa superare anche tu.

Il biondo che si stava asciugando i capelli si mise a ridere. Hannaway invece rimase immobile e, nei suoi occhi, comparve un’espressione che portò Leisha a indietreggiare. Lui la superò e uscì a precipizio.

— Ben fatto, Camden — disse il biondo. — Se lo meritava.

— Ma io parlavo sul serio — ribatté Leisha. — Lo aiuterò a studiare.

Il biondo abbassò l’asciugamano e la fissò. — È vero, eh? Parlavi proprio sul serio.

— Certo! Perché tutti continuano a metterlo in dubbio?

— Bene — disse il ragazzo, — Io non lo metto in dubbio. Potrai aiutare me se mi troverò nei pasticci. — Improvvisamente sorrise. — Ma non mi succederà.

— Perché no?

— Perché io sono bravo in tutto esattamente come te, Leisha Camden.

La ragazza lo esaminò. — Tu non sei uno di noi. Non sei un Insonne.

— Non ho bisogno di esserlo. So quello che sono in grado di fare. Fare, essere, creare, commerciare.

Lei disse entusiasta: — Sei uno yagaista!

— Ovviamente. — Lui le porse la mano. — Stewart Sutter. Che ne dici di un fishburger nello Yard?

— Fantastico — rispose Leisha. Uscirono insieme, parlando in modo eccitato, Quando le persone la fissavano lei cercava di non notarlo. Si trovava lì. Ad Harvard. Con tanto spazio davanti a sé, tempo, per imparare e per stare con gente come Stewart Sutter che l’accettava e la sfidava.

Durante tutte le ore in cui lui era sveglio.

Fu completamente assorbita dagli studi. Roger Camden l’andò a trovare una volta, passeggiò nel campus insieme con lei, ascoltandola, sorridendo. L’uomo si sentiva più a proprio agio di quanto Leisha non si fosse aspettata: conosceva il padre di Stewart Sutter e il nonno di Kate Addams. Parlarono di Harvard, affari, Harvard, l’Istituto Economico Yagai, Harvard. — Come sta Alice? — chiese una volta Leisha, ma Camden le rispose che non lo sapeva; aveva traslocato e non lo voleva vedere. Lui le aveva fissato una rendita tramite il proprio avvocato. Mentre diceva quelle cose il suo volto rimase sereno.

Leisha si recò al "Ballo del rientro a casa" con Stewart, che doveva diplomarsi anche lui per il propedeutico di legge, ma che era due anni avanti a Leisha, Passò un fine settimana a Parigi con Kate Addams e altre due amiche, prendendo il Concorde III. Ebbe una discussione con Stewart sulla metafora della superconduttività e sulla possibilità di applicarla allo yagaismo, un litigio stupido che tutti e due sapevano quanto fosse stupido ma che ebbero ugualmente e, in seguito, divennero amanti. Dopo le goffe esplorazioni sessuali con Richard, lei trovò Stewart abile, esperto e lo vide sorridere debolmente quando le insegnò come ottenere un orgasmo sia per proprio conto sia con lui. Leisha era abbagliata. — È così gioioso - disse, e Stewart la guardò con una tenerezza che lei sapeva essere parzialmente confusione, ma non capiva il perché.

Agli esami di metà semestre lei ottenne i voti più alti, della classe delle matricole. Dette giusta ogni risposta per ogni singola domanda dei questionari. Lei e Stewart uscirono a bere una birra per festeggiare e, quando tornarono, trovarono la camera di Leisha distrutta. Il computer era fracassato, le banche dati ripulite, le copie stampate e i libri bruciati in un cestino dei rifiuti di metallo. I suoi vestiti erano stati lacerati, la scrivania e la cassettiera fatte a pezzi. L’unica cosa intatta, perfetta, era il letto.

Stewart disse: — Non è assolutamente possibile che tutto questo sia stato fatto in perfetto silenzio. Tutti sul piano devono avere sentito; che diavolo, anche al piano di sotto. Qualcuno parlerà con la polizia. — Nessuno lo fece. Leisha restò seduta sul bordo del letto, abbacinata, guardando i resti dell’abito lungo del Ballo. Il giorno successivo, Dave Hannaway le lanciò un lungo e ampio sorriso.

Camden volò da lei, livido dalla rabbia. Le affittò un appartamento a Cambridge con impianto di sicurezza elettronico e assunse una guardia del corpo di nome Toshio. Dopo che se ne fu andato, Leisha licenziò la guardia del corpo ma tenne l’appartamento. Offriva a lei e Stewart una maggiore intimità, che utilizzavano per discutere all’infinito sulla situazione. Leisha sosteneva che si trattava di un’aberrazione, di immaturità.

— Ci sono sempre state le persone piene di odio, Stewart. Odio contro gli ebrei, odio contro i negri, odio contro gli immigranti, odio contro gli yagaisti che hanno più iniziativa e dignità degli altri. Io non sono altro che l’ultimo oggetto di odio. Non si tratta di qualcosa di nuovo né di qualcosa di rimarchevole. Non significa una specie di scisma profondo fra Insonni e Dormienti.

Stewart si alzò a sedere sul letto e allungò la mano per prendere i panini che si trovavano sul comodino. — Ah, no? Leisha, tu sei un tipo di persona completamente diversa. Più adatta a livello evoluzionistico, e non solamente per sopravvivere ma per prevalere. Gli altri oggetti di odio che hai citato erano tutti privi di potere nelle loro società. Occupavano posizioni inferiori. Tu, al contrario… tutti e tre voi Insonni di Legge ad Harvard fate parte del Law Review. Tutti quanti. Kevin Baker, il più vecchio di voi, ha già fondato un’impresa di software per biointerfacciamenti di grande successo e sta facendo un sacco di soldi. Ogni Insonne sta ottenendo risultati superbi, nessuno mostra problemi di tipo psicologico, tutti sono sani: e la maggior parte di voi non è ancora nemmeno adulta. Quanto odio pensi che vi troverete a subire quando arriverete ai gradini più alti della finanza, degli affari e delle poche cariche giuridiche e di politica nazionale?

— Passami un panino — disse Leisha. — Ecco la prova che ti sbagli: tu stesso. Kenzo Yagai. Kate Addams. Il professor Lane. Mio padre. Ogni Dormiente che popola il mondo dell’onesto commercio e dei contratti di mutuo beneficio. E si tratta della maggior parte di voi, o quanto meno la maggior parte di voi che vale la pena considerare. Tu credi che la competizione fra i più capaci conduca ai più vantaggiosi commerci per tutti, forti e deboli. Gli Insonni stanno fornendo contributi veri e concreti alla società in moltissimi campi. Questo deve avere maggior peso del disagio che possiamo creare. Per voi abbiamo valore. Voi lo sapete.

Stewart spazzolò via le molliche dalle lenzuola. — Sì. Io lo so. Gli yagaisti lo sanno.

— Gli yagaisti gestiscono il mondo degli affari, della finanza e anche quello accademico. Quanto meno lo faranno. In una meritocrazia dovrebbero. Tu sottovaluti la maggioranza della gente, Stew. L’etica non si limita a quelli in prima fila.

— Spero che tu abbia ragione — rispose Stewart. — Perché, sai, mi sono innamorato di te.

Leisha appoggiò il sandwich.

— Gioia — le mormorò Stewart fra i seni — tu sei la gioia.

Quando Leisha tornò a casa per il giorno del Ringraziamento, parlò a Richard di Stewart. Lui restò ad ascoltarla a labbra serrate.

— Un Dormiente.

— Una persona - ribatté Leisha. — Una persona buona, intelligente, laboriosa!

— Sai che cosa hanno fatto i tuoi buoni, intelligenti e laboriosi Dormienti, Leisha? Jeanine è stata esclusa dalla squadra olimpica di pattinaggio. "Alterazione genetica, analoga ad abuso di steroidi per creare un vantaggio contrario allo spirito sportivo." Chris Devereaux ha lasciato Stanford. Gli hanno sfasciato il laboratorio, distrutto il lavoro di due anni sulle proteine nella formazione della memoria. La compagnia di software di Kevin Baker sta combattendo contro una campagna pubblicitaria negativa che si basa, ovviamente, sul fatto che i bambini usino software progettato da menti non umane. Corruzione, schiavitù mentale, influenze sataniche: l’intero bagaglio di trucchetti da caccia alle streghe. Svegliati, Leisha!

Entrambi udirono le sue parole. I minuti si trascinarono. Richard stava in piedi come un pugile, in equilibrio sui talloni, a denti serrati. Alla fine disse, con grande pacatezza: — Lo ami?

— Sì — rispose Leisha. — Mi dispiace.

— È una tua scelta — commentò freddamente Richard. — Che cosa fai mentre dorme? Lo stai a guardare?

— Lo fai sembrare una perversione!

Richard non aggiunse nulla. Leisha trasse un profondo respiro. Parlò quindi rapidamente ma con equilibrio, in uno sfogo controllato: — Mentre Stewart dorme io lavoro. Proprio come te. Richard… non fare così. Non avevo intenzione di ferirti. E non voglio perdere il gruppo. Credo fermamente che i Dormienti appartengano alla nostra stessa specie. Intendi punirmi per questo? Intendi aggiungere altro odio? Intendi dirmi che non posso appartenere a un mondo più ampio che include tutte le persone oneste e valide, che dormano o no? Intendi dirmi che la divisione più importante è dovuta alla genetica e non alla spiritualità economica? Intendi costringermi a una scelta artificiale, noi o loro?

Richard prese in mano un braccialetto. Leisha lo riconobbe: glielo aveva regalato lei durante l’estate. La voce del ragazzo era tranquilla. — No, non si tratta di una scelta. — Giocherellò con le catenelle d’oro per qualche istante, quindi la guardò. — Non ancora.

Per le vacanze estive, Camden camminava ormai più lentamente. Prendeva una medicina per la pressione e una per il cuore. Lui e Susan, disse a Leisha, stavano per divorziare. — È cambiata, Leisha, dopo che l’ho sposata. L’hai visto anche tu. Era indipendente, produttiva e felice e poi, dopo qualche anno, ha smesso di fare tutto ed è diventata una bisbetica. Una bisbetica piagnucolona. — Lui scosse la testa con genuino sconcerto. — Hai visto anche tu il cambiamento.

Leisha l’aveva visto. Le venne in mente un ricordo: Susan che guidava lei e Alice in "giochi" che erano in realtà test controllati di prestazione cerebrale, con i capelli che le danzavano in ciocche attorno agli occhi scintillanti. Alice aveva amato Susan, allora, esattamente quanto Leisha.

— Papà, voglio l’indirizzo di Alice.

— Te l’ho già detto ad Harvard, non ce l’ho — rispose Camden. Spostò il peso sulla sedia, gesto impaziente di un corpo che non si sarebbe mai aspettato di logorarsi. In gennaio Kenzo Yagai era morto di cancro al pancreas: Camden aveva preso male la notizia. — Le passo una rendita tramite un legale. Lo ha voluto lei.

— Allora voglio l’indirizzo del legale.

L’avvocato, un uomo dall’aspetto spento di nome John Jaworski, si rifiutò di dire a Leisha dove si trovasse Alice. — Non vuole essere trovata, signorina Camden. Desiderava una rottura completa.

— Non da me — ribatté Leisha.

— Sì — disse Jaworski, e nei suoi occhi balenò qualcosa, qualcosa che lei aveva scorto per l’ultima volta nel volto di Dave Hannaway.

La ragazza volò ad Austin prima di ritornare a Boston, presentandosi con un giorno di ritardo alle lezioni. Kevin Baker la riconobbe all’istante e cancellò un incontro con l’IBM. Lei gli disse.di cosa aveva bisogno e lui passò subito l’incarico ai suoi migliori impiegati che lavoravano sulle reti di dati, senza spiegare loro il perché. Nel giro di due ore lei aveva l’indirizzo di Alice recuperato dai file dell’archivio elettronico di Jaworski. Era stata la prima volta, si rese conto Leisha, che si era rivolta a uno degli Insonni per ottenere aiuto e le era stato dato immediatamente. Senza che le venisse chiesto niente in cambio.

Alice si trovava in Pennsylvania. Il fine settimana successivo Leisha affittò un’aeromobile con autista: aveva imparato a guidare ma solo auto da strada, per il momento. Si recò a High Ridge, sui Monti Appalachi.

Si trattava di un rifugio isolato, a trentacinque chilometri circa dall’ospedale più vicino. Alice viveva con un uomo di nome Ed, un falegname silenzioso di vent’anni più vecchio di lei, in una baracca nei boschi. La casupola era dotata di acqua ed elettricità ma di nessuna rete televisiva. Nella luce dell’inizio di primavera la terra era nuda e spoglia, solcata da fratture ghiacciate. Apparentemente Alice ed Ed non stavano lavorando a nulla. Alice era all’ottavo mese di gravidanza.

— Non ti voglio qui — disse a Leisha. — Perché sei venuta?

— Perché sei mia sorella.

— Dio, ma guardati! Si indossa questa roba ad Harvard? Stivali del genere? Ti sei data alla moda, Leisha? Sei sempre stata troppo impegnata e intellettuale per interessartene.

— Che cos’è questa storia, Alice? Perché qui? Che stai facendo?

— Sto vivendo — rispose Alice. — Lontana dal caro Papà, lontana da Chicago, lontana dalla distrutta e alcolizzata Susan: lo sapevi che beve? Proprio come la Mamma. Lui fa questo effetto sulla gente. Ma non su di me. Io sono fuori. Mi chiedo se tu lo farai mai…

— Fuori? Qui?

— Io sono felice — disse Alice con rabbia. — La vita non dovrebbe essere questo? Non è la meta del tuo grande Kenzo Yagai? La felicità attraverso lo sforzo individuale?

Leisha pensò di dire che non riusciva proprio a vedere quale sforzo stesse facendo Alice. Non lo disse. Un pollo corse attraverso il giardinetto della casupola. Dietro, le montagne si stagliavano in uno strato dopo l’altro di foschia azzurrina. Leisha pensò a come dovesse essere quel luogo in inverno, tagliato fuori dal mondo in cui le persone si sforzavano di raggiungere mete, imparavano, cambiavano.

— Sono contenta che tu sia felice, Alice.

— Davvero?

— Sì.

— Allora sono contenta anch’io — replicò Alice con un tono di sfida. Un istante dopo, abbracciò repentinamente Leisha, con forza, con l’immenso e duro gonfiore del suo ventre schiacciato fra di loro. I capelli di Alice avevano un dolce profumo, come quello dell’erba fresca alla luce del sole.

— Verrò a trovarti ancora, Alice.

— Non farlo — disse Alice.

6

MUTANTE INSONNE IMPLORA CHE VENGA INVERTITA L’ALTERAZIONE GENETICA sbandierava un titolone al supermercato. "VI PREGO, FATEMI DORMIRE COME LA GENTE VERA!" IMPLORA UNA BAMBINA.

Leisha digitò il suo numero di credito e premette il pulsante del chiosco dei giornali per prendere una copia, anche se, solitamente, ignorava i tabloid elettronici. Il titolo appariscente continuava a girare attorno al chiosco. Un impiegato del supermercato smise di accatastare scatole sugli scaffali e cominciò a osservarla. Bruce, la guardia del corpo di Leisha, fissò l’impiegato.

Leisha aveva ventidue anni, era all’ultimo anno di Legge ad Harvard, redattore del "Law Review", chiaramente prima nella classe di laureandi. I tre contendenti a lei più prossimi erano Jonathan Cocchiara, Len Carter e Martha Wentz. Tutti Insonni.

Nel suo appartamento si mise a sfogliare il giornale. Entrò quindi nella rete del Gruppo gestita da Austin. I file contenevano nuovi articoli sulla bambina, con commenti di altri Insonni, ma, prima che lei potesse richiamarli, Kevin Baker si inserì personalmente in linea, a voce.

— Leisha, sono contento che tu abbia chiamato. Stavo per chiamarti io.

— Com’è la situazione di questa Stella Bevington, Kev? Qualcuno ha già controllato?

— Randy Davies. È di Chicago ma non penso che tu lo abbia mai conosciuto: è ancora alle scuole superiori. Abita a Park Ridge, Stella a Skokie. I genitori della piccola non hanno voluto parlare con lui, in effetti sono stati piuttosto offensivi… ma è riuscito comunque a vedere Stella faccia a faccia. Non sembra un caso di maltrattamento, solamente di comune stupidità: i genitori volevano un bambino genio, hanno risparmiato e lesinato, e adesso non sanno gestire il fatto che lo sia. Le gridano di dormire, abusano di lei a livello emotivo quando li contraddice, ma per il momento nessuna violenza.

— L’abuso di tipo emotivo è processabile?

— Non penso che ci vogliamo muovere in quella direzione, per adesso. Due di noi si terranno in stretto contatto con Stella, lei ha un modem e non ha parlato ai genitori della rete, e Randy l’andrà a trovare tutte le settimane.

Leisha si morse un labbro. — Una schifezza di tabloid dice che ha sette anni.

— Sì.

— Forse non dovrebbe essere lasciata lì. Io sono residente nell’Illinois, potrei esporre una denuncia per maltrattamento da qui se Candy ha troppi impegni in agenda al momento… — Sette anni.

— No. Lasciamo decantare la cosa. Probabilmente Stella non avrà problemi. Lo sai.

Era vero. Quasi tutti gli Insonni si mantenevano sereni, indipendentemente dall’opposizione che proveniva dallo strato più ottuso della società. Si trattava, inoltre, solamente dello strato stupido, considerò Leisha, una piccola minoranza anche se vociante. La maggior parte delle persone avrebbe potuto adeguarsi e in effetti lo avrebbe fatto, alla crescente presenza degli Insonni, quando fosse stato lampante che quella presenza prevedeva non soltanto crescente potere ma anche crescenti benefici per l’intero paese.

Kevin Baker, ormai ventiseienne, aveva fatto una fortuna con microchip talmente rivoluzionari che l’Intelligenza Artificiale, un tempo solamente un sogno dibattuto, si faceva di anno in anno più vicina alla realizzazione. Carolyn Rizzolo aveva vinto il premio Pulitzer per il teatro con l’opera Luci del Mattino. Aveva ventiquattro anni. Jeremy Robinson aveva compiuto un lavoro significativo nelle applicazioni della superconduttività quando era ancora diplomando a Stanford. William Thaine, redattore del "Law Review" quando Leisha era arrivata il primo anno ad Harvard, svolgeva ora la libera professione. Non aveva mai perduto una causa. Aveva ventisei anni e i casi stavano diventando importanti. I suoi clienti stimavano il suo valore più della sua età.

Ma non tutti reagivano in quel modo.

Kevin Baker e Richard Keller avevano fondato una rete dati che legava gli Insonni in uno stretto gruppo, costantemente al corrente delle lotte personali gli uni degli altri. Leisha Camden finanziava le battaglie legali, i costi dell’istruzione degli Insonni i cui genitori erano meno abbienti, il sostegno di bambini in situazioni emotive disgraziate. Rhonda Lavelier si era diplomata come assistente sociale in California e, quando era possibile, il Gruppo manovrava le cose in modo tale che i giovani Insonni che erano stati tolti alle rispettive famiglie venissero assegnati a Rhonda. Il Gruppo contava per il momento su tre avvocati abilitati: nel giro di un anno ne avrebbe avuti altri quattro, autorizzati alla pratica legale in cinque stati diversi.

L’unica volta che non erano stati in grado di ottenere legalmente l’affidamento di un bambino Insonne sottoposto a maltrattamenti, lo avevano rapito.

Timmy DeMarzo, quattro anni. Leisha si era opposta all’azione. Aveva discusso del caso a livello morale e prammatico, per lei si trattava in effetti della stessa cosa, e quindi, se credevano nella loro società, nelle sue leggi fondamentali e nella loro capacità di appartenervi in qualità di individui produttivi che commerciavano liberamente, dovevano rimanere legati alle leggi contrattuali della società. Gli Insonni erano, nella maggior parte, yagaisti. Avrebbero già dovuto saperlo. Se l’FBI li avesse presi, i tribunali e la stampa li avrebbero crocifissi.

Non vennero presi.

Timmy DeMarzo: non era stato nemmeno abbastanza grande da richiedere aiuto via rete, gli Insonni erano venuti a conoscenza della sua situazione tramite l’analisi automatica dei dati della polizia che Kevin faceva effettuare alla sua compagnia. Era stato rapito dal giardinetto sul retro della sua stessa casa a Wichita. Aveva vissuto l’anno precedente in un camper isolato nel Nord Dakota, ma non esisteva posto sufficientemente isolato per un modem. Veniva seguito da una madre adottiva cui era stato affidato che era irreprensibile a livello legale e aveva vissuto lì per tutta la vita. La donna era cugina di secondo grado di un Insonne, una persona allegra e grassoccia con un cervello molto più acuto di quanto non indicasse il suo aspetto esteriore. Era una yagaista. Non esisteva alcuna registrazione del bambino su alcuna banca dati: non quella delle Imposte, non quella di una scuola, nemmeno negli scontrini computerizzati della drogheria locale. Il cibo specifico per il bambino veniva inviato mensilmente con un camion di proprietà di un Insonne di State College in Pennsylvania. Dieci membri del Gruppo erano al corrente del rapimento, su un totale di 3.428 Insonni nati negli Stati Uniti. Di questi ultimi, 2.691 facevano parte del Gruppo tramite la rete. Altri 701 erano ancora troppo piccoli per poter utilizzare un modem. Soltanto 36 Insonni, per svariati motivi, non facevano parte del Gruppo.

Il rapimento era stato organizzato da Tony Indivino.

— È di Tony che volevo parlarti — disse Kevin a Leisha. — È ripartito alla carica. Questa volta fa sul serio. Sta acquistando terreni.

La ragazza ripiegò il tabloid facendolo piccolo piccolo e lo appoggiò con estrema cura sul tavolino. — Dove?

— Monti Allegheny. Nel sud dello stato di New York. Moltissima terra. Adesso sta facendo costruire le strade. In primavera i primi edifici.

— Lo sta ancora finanziando Jennifer Sharifi? — Erano passati sei anni da quando avevano bevuto interleukin nel bosco, ma quella sera era ancora vivida nei ricordi di Leisha, così come il ricordo di Jennifer Sharifi.

— Sì. Lei ha i soldi per farlo. Tony sta cominciando ad avere un seguito, Leisha.

— Lo so.

— Chiamalo.

— Lo farò. Tienimi informata su Stella.

Leisha lavorò fino a mezzanotte al "Law Review", quindi fino alle quattro del mattino per preparare le lezioni. Dalle quattro alle cinque si occupò di questioni legali per il Gruppo. Alle cinque chiamò Tony, ancora a Chicago. Aveva terminato la scuola superiore, aveva frequentato un semestre alla Northwestern e, durante le vacanze di Natale, era finalmente esploso contro sua madre che lo costringeva a vivere come un Dormiente. Secondo il parere di Leisha, l’esplosione non era mai terminata.

— Tony? Sono Leisha.

— Le risposte sono sì, sì, no e vai all’inferno.

Leisha digrignò i denti. — Benissimo. Adesso dimmi anche le domande.

— Sei proprio sicuro che gli Insonni si debbano ritirare in una loro società autosufficiente? Jennifer Sharifi è disposta a finanziare un progetto di dimensioni pari all’edificazione di una piccola città? Non pensi che sia un tradimento di tutto quello che potrebbe essere realizzato con una paziente integrazione del Gruppo nella società? E che mi dici delle contraddizioni insite nel vivere in una città rigidamente armata e tuttavia di contrattare con il mondo esterno?

— Io non ti direi mai di andare all’inferno.

— Un urrà per te — ribatté Tony. Un istante dopo aggiunse: — Mi dispiace. Mi sembra di essere uno di loro.

— Non è la cosa giusta per noi, Tony.

— Grazie per non avere detto che non ce la farei mai.

Lei si chiese se non fosse possibile. — Non siamo una specie separata, Tony.

— Vallo a dire ai Dormienti.

— Tu esageri. Ci sono persone cariche di odio là fuori, ci sono sempre persone cariche d’odio, ma darsi per vinti…

— Non ci stiamo dando per vinti. Tutto quello che creiamo potrà essere commerciato liberamente: software, hardware, romanzi, informazioni, teorie, pareri legali. Potremo andare e venire, ma avremo sempre un luogo sicuro in cui tornare. Senza le sanguisughe che pensano che noi dobbiamo loro sangue perché siamo meglio di loro.

— Non è una questione di dovere qualcosa.

— Davvero? — ribatté Tony. — Vediamo di chiarire le cose, Leisha. Fino in fondo. Tu sei una yagaista: in che cosa credi?

— Tony…

— Dillo — ingiunse Tony, e nella sua voce lei udì il quattordicenne al quale era stata presentata da Richard. Nello stesso tempo, vide anche il volto di suo padre: non come era diventato, dopo l’operazione e il by-pass, ma come era stato quando lei era piccola, quando la teneva sulle ginocchia per spiegarle che lei era speciale.

— Credo nel commercio volontario che sia di mutuo beneficio. Credo che la dignità spirituale venga dal sostentare la propria vita con i propri sforzi personali e dal commerciare i risultati di tali sforzi in una mutua cooperazione con tutta la società. Credo che il simbolo di tutto ciò sia il contratto e che abbiamo bisogno gli uni degli altri per potere contare sugli scambi più proficui e utili.

— Benissimo — schioccò Tony. — E che mi dici dei mendicanti in Spagna?

— I cosa?

— Tu cammini lungo una strada in un paese povero come la Spagna e vedi un mendicante. Gli dai un dollaro?

— Probabilmente.

— Perché? Non ti sta dando nulla in cambio. Non ha nulla da scambiare.

— Lo so. Lo faccio per gentilezza. Per compassione.

— Vedi sei mendicanti. Dai a tutti un dollaro?

— Probabilmente — rispose Leisha.

— Lo faresti. Vedi cento mendicanti e non hai tutti i soldi di Leisha Camden. Daresti un dollaro a ognuno?

— No.

— Perché no?

Leisha cercò di non perdere la pazienza. Erano poche le persone che riuscivano a farle interrompere una telefonata: Tony era una di quelle. — Inciderebbe troppo sulle mie risorse. La mia vita ha il principale diritto alle risorse che mi sono guadagnata.

— D’accordo. Adesso rifletti su questo. All’Istituto Biotech, dove io e te abbiamo avuto inizio, cara pseudo-sorella, la dottoressa Melling proprio ieri ha…

— Chi?

— La dottoressa Susan Melling. Oh, Dio, lo avevo dimenticato completamente: era sposata con tuo padre!

— Ho perso le sue tracce — disse Leisha. — Non avevo mai pensato che sarebbe ritornata alla ricerca. Una volta Alice mi aveva detto… non importa. Che sta succedendo al Biotech?

— Due fattori cruciali, appena resi noti. Carla Dutcher ha effettuato le analisi genetiche del primo mese di gravidanza. Quella degli Insonni è una caratteristica genetica dominante. Nemmeno la prossima generazione del Gruppo dormirà.

— Lo sapevamo tutti — disse Leisha. Carla Dutcher era la prima Insonne al mondo rimasta incinta. Suo marito era un Dormiente. — Tutto il mondo se lo aspettava.

— Ma per la stampa sarà una festa. Vedrai. I Mutanti si riproducono! Nuova razza impegnata per dominare la prossima generazione di bambini!

Leisha non si sentì di negarlo. — E il secondo fatto?

— È triste, Leisha. Abbiamo appena subito la nostra prima perdita.

Lo stomaco le si serrò. — Chi?

— Bernie Kuhn. Seattle. — Lei non lo conosceva. — Un incidente stradale. Sembra tutto abbastanza normale: ha perso il controllo in una curva a gomito quando hanno ceduto i freni. Guidava soltanto da pochi mesi. Aveva diciassette anni. La cosa significativa, tuttavia, è che i genitori hanno donato il suo cervello e il suo corpo al Biotech e al reparto di patologia della Medical School di Chicago. Lo faranno a pezzi per poter dare la prima occhiata approfondita su quello che può fare l’insonnia prolungata sul corpo e sul cervello.

— È giusto — commentò Leisha. — Povero ragazzo Ma che cosa temi che possano trovare?

— Non so. Non sono un dottore. Tuttavia, qualsiasi cosa sarà, se le persone cariche di odio potranno usarla contro di noi, lo faranno.

— Sei paranoico, Tony.

— Impossibile. Gli Insonni hanno personalità più calme e più orientate alla realtà rispetto alla norma. Non hai letto la documentazione?

— Tony…

— Che succede se cammini per quella strada in Spagna, e cento mendicanti vogliono un dollaro ciascuno, e tu dici di no, e loro non hanno niente da darti in cambio, ma sono così marci di rabbia per quello che tu hai che ti danno una botta in testa e ti strappano tutto, quindi ti picchiano selvaggiamente per pura invidia e disperazione?

Leisha non rispose.

— Forse intendi dirmi che non si tratta di uno scenario umano, Leisha? Che non succede mai?

— Succede — rispose Leisha con voce piatta. — Ma non così spesso.

— Stronzate. Leggi più storia. Leggi più giornali. Ma il punto è questo: che cosa devi ai mendicanti? Che cosa fa un buon yagaista che crede nei contratti di mutua utilità con gente che non ha niente da scambiare e sa solamente prendere?

— Non vorrai…

— Cosa, Leisha? Nei termini più obbiettivi che riesci a trovare, che cosa dobbiamo ai bisognosi non produttivi e arraffoni?

— Quello che ho detto al principio. Gentilezza. Compassione.

— Anche se loro non la ricambiano? Perché?

— Perché… — Lei si interruppe.

— Perché? Perché esseri umani rispettosi della legge e produttivi dovrebbero qualcosa a coloro che né producono molto né rispettano leggi giuste? Quale giustificazione di tipo filosofico o economico o spirituale esiste per dovere loro qualche cosa? Sii onesta quanto so che sei.

Leisha appoggiò la testa fra le ginocchia. La domanda stava aperta come un baratro davanti a lei, ma non cercò di scantonare.

— Non so. So solo che lo facciamo.

— Perché?

La ragazza non rispose. Un istante dopo, lo fece Tony per lei. La sfida intellettuale era sparita dalla sua voce. Disse, in tono quasi tenero: — Vieni a vedere in primavera il luogo per il Rifugio. Per allora gli edifici saranno in costruzione.

— No — rispose Leisha.

— Mi piacerebbe che lo facessi.

— No. Ritirarsi armati non è la strada giusta.

Tony disse: — I mendicanti stanno diventando sempre più pericolosi, Leisha, con la crescita della ricchezza degli Insonni. E non parlo solo di soldi.

— Tony… — iniziò lei, e poi si interruppe. Non riusciva a pensare a cosa dire.

— Non camminare per molle strade armata solo del ricordo di Kenzo Yagai.

In marzo, un marzo freddissimo con il vento che sferzava il fiume Charles, Richard Keller giunse a Cambridge. Leisha non lo vedeva da tre anni. Non le aveva inviato alcun messaggio tramite la rete del Gruppo per comunicarle il suo arrivo. Lei si stava affrettando verso il vialetto che conduceva al suo appartamento cittadino, avvolta fino agli occhi in una sciarpa di lana rossa per proteggersi dal freddo, e lo trovò lì a bloccare la porta. Alle spalle di Leisha, la guardia del corpo si irrigidì.

— Richard! Bruce, è tutto a posto, è un vecchio amico.

— Salve, Leisha.

Era appesantito, aveva un aspetto più solido, le spalle più larghe di quanto lei non ricordasse. Il volto, tuttavia, era quello di Richard, più vecchio ma immutato: sopracciglia scure e folte, capelli scuri e ribelli. Si era fatto crescere la barba.

— Sei bellissima — le disse.

Una volta entrati, la ragazza gli offrì una tazza di caffè. — Sei qui per affari? — Leisha aveva saputo dalla rete del Gruppo che lui aveva terminato il master e aveva eseguito un lavoro imponente di biologia marina nei Caraibi, ma che lo aveva lasciato un anno prima ed era scomparso dalla rete.

— No. Gita di piacere. — Sorrise improvvisamente, quel vecchio sorriso che gli apriva i lineamenti scuri. — Me ne sono dimenticato per lungo tempo. Appagamento, sì. Siamo tutti bravissimi nell’appagamento che deriva dal lavoro intenso. Ma il piacere? Gli sfizi? I capricci? Quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa di sciocco, Leisha?

Lei gli sorrise. — Ho mangiato zucchero filato sotto la doccia.

— Davvero? Perché?

— Per vedere se si sarebbe sciolto in appiccicosi disegni rosa.

— Lo ha fatto?

— Sì. Ne ha fatti di deliziosi.

— Ed è stata l’ultima cosa sciocca che hai fatto? Quando è successo?

— L’estate scorsa — rispose Leisha e si mise a ridere.

— Be’, la mia è più recente. La sto facendo adesso. Mi trovo qui a Boston senza altro motivo oltre lo spontaneo piacere di rivederti.

Leisha smise di ridere. — È un tono un po’ intenso per un piacere spontaneo, Richard.

— Già — continuò lui, sempre intensamente. Lei riprese a ridere. Lui no.

— Sono stato in India, Leisha. Anche in Cina e in Africa. Soprattutto per pensare. Per osservare. Inizialmente ho viaggiato come un Dormiente, senza attirare l’attenzione. Poi mi sono messo in marcia per incontrare gli Insonni di India e Cina. Ce n’è qualcuno, sai, i cui genitori sono stati disposti a venire fin qui per l’operazione. Nel complesso vengono accettati e lasciati in pace. Ho cercato di comprendere perché paesi disperatamente poveri, quanto meno secondo i nostri standard — laggiù l’energia-Y è disponibile fondamentalmente solo nelle grandi città — non hanno difficoltà nell’accettare la superiorità degli Insonni mentre gli americani, che godono di una prosperità maggiore rispetto a qualunque altro momento nella storia, continuano ad accumulare risentimento.

Leisha disse: — Sei riuscito a comprenderlo?

— No. Ma ho capito qualcos’altro, osservando tutte quelle comunità, villaggi e kampong. Noi siamo eccessivamente individualisti.

Leisha venne pervasa dal disappunto. Vide il volto di suo padre: "L’eccellenza è ciò che conta, Leisha. L’eccellenza sostenuta dallo sforzo individuale". La ragazza allungò la mano per prendere la tazza di Richard. — Vuoi dell’altro caffè?

Lui le bloccò il polso e la fissò in volto, — Non fraintendermi, Leisha. Non sto parlando di lavoro, Noi siamo eccessivamente individualisti per quanto riguarda il resto della nostra vita. Troppo emotivamente razionali. Troppo soli. L’isolamento uccide più del libero flusso delle idee. Uccide la gioia.

Non le lasciò andare il polso. Leisha lo fissò negli occhi, in profondità che non aveva mai scorto prima di allora. Aveva la sensazione di guardare nel pozzo di una miniera, che dava le vertigini e terrorizzava, sapendo che sul fondo poteva trovarsi oro oppure oscurità. O tutt’e due.

Richard le disse a voce bassa. — Stewart?

— È finita da parecchio. Una storia da studenti. — Stentò a riconoscere la voce come propria.

— Kevin?

— No, mai… siamo solamente amici.

— Non ne ero sicuro. Qualcun altro?

— No.

Le lasciò il polso. Leisha lo scrutò timidamente. Lui si mise improvvisamente a ridere. — Gioia, Leisha. — Un’eco risuonò nella sua mente ma lei non riuscì a identificarla, e quindi sparì, e anche lei si mise a ridere, una risata ariosa, spumeggiante, zucchero filato rosa in estate.

— Leisha, torna a casa. Ha avuto un altro attacco di cuore.

La voce di Susan Melling al telefono era stanca. Leisha chiese: — Quanto grave?

— I dottori non ne sono certi. Quanto meno sostengono di non esserlo. Ti vuole vedere. Puoi lasciare gli studi?

Era maggio, l’ultima volata verso gli esami finali. Le bozze del "Law Review" erano in ritardo. Richard aveva intrapreso un nuovo tipo di affari, consulente marino per i pescatori di Boston afflitti da improvvisi e inesplicabili spostamenti delle correnti oceaniche, e stava lavorando venti ore al giorno. — Verrò — rispose Leisha.

Chicago era più fredda di Boston. Gli alberi erano solo parzialmente gemmati. Sul lago Michigan, a riempire le immense finestre orientali della casa di suo padre, le creste bianche delle ondine sollevavano spruzzi gelidi. Leisha si accorse che Susan era tornata ad abitare nella casa: sul comò di Camden c’erano le sue spazzole, le sue riviste erano appoggiate sulla credenza nell’atrio.

— Leisha — disse Camden. Appariva vecchio. La pelle grigiastra, le guance incavate, lo sguardo frenetico e sconcertato di uomini che avevano considerato la potenza come aria, indivisibile dalle loro vite. Nell’angolo della stanza, su una poltroncina dell’Ottocento, stava seduta una donna robusta dai capelli scuri.

— Alice.

— Salve, Leisha.

— Alice. Ti ho cercata… — La cosa sbagliata da dire. Leisha aveva cercato ma senza un grande impegno, scoraggiata dalla consapevolezza che Alice non voleva essere trovata. — Come stai?

— Sto bene — rispose Alice. Sembrava distaccata, gentile, molto diversa dall’Alice infuriata di sei anni prima, nelle brulle colline della Pennsylvania. Camden si spostò dolorosamente sul letto. Guardò Leisha con occhi che, lei notò, non erano affatto offuscati nel loro limpido azzurro.

— Ho chiesto ad Alice di venire. E anche a Susan. Susan è arrivata qualche tempo fa. Sto morendo, Leisha,

Nessuno lo contraddisse. Leisha, conoscendo il rispetto dell’uomo per i fatti, rimase in silenzio. L’amore le bruciava in petto.

— John Jaworski ha il mio testamento. Non lo potete impugnare in alcun punto. Volevo dirvi personalmente, tuttavia, che cosa c’è scritto. Durante gli ultimi pochi anni ho venduto, liquidato. La maggior parte dei miei possedimenti è disponibile subito. Ho lasciato ad Alice un decimo, un decimo a Susan, un decimo a Elizabeth e il resto a te, Leisha, perché sei l’unica che possiede l’abilità individuale per utilizzare il denaro nel suo pieno potenziale per ottenere realizzazioni.

Leisha spostò violentemente lo sguardo su Alice che la fissò di rimando con la sua strana e distaccata calma. — Elizabeth? Mia… madre? È viva?

— Sì — rispose Camden.

— Mi avevi detto che era morta! Anni e anni fa!

— Sì. Ho pensato che per te fosse meglio così, Lei non apprezzava quello che tu eri, era gelosa di quello che potevi diventare. E non aveva nulla da darti. Non avrebbe fatto altro che causarti problemi emotivi.

"Mendicanti in Spagna…"

— È stato un errore, Papà. Hai sbagliato. Lei è mia madre… — Non riuscì a terminare la frase.

Camden non esitò. — Non penso proprio di essermi sbagliato. Ma adesso sei adulta. Puoi andarla a trovare, se lo desideri.

Continuò a fissarla con i suoi brillanti occhi incavati, mentre attorno a Leisha l’aria palpitava e si lacerava. Suo padre le aveva mentito. Susan l’osservò attentamente, con un debole sorriso sulle labbra. Era forse felice di vedere Camden cadere nella stima di sua figlia? Era forse sempre stata così gelosa della loro relazione, di Leisha…

Stava pensando come Tony.

La riflessione la rese più stabile. Continuò tuttavia a fissare Camden che a sua volta continuò a guardarla in modo implacabile, inamovibile, un uomo sicuro di avere ragione, perfino sul letto di morte.

La mano di Alice le si appoggiò sul gomito, la voce di Alice fu così bassa che solamente Leisha fu in grado di sentirla. — Adesso ha finito di parlare, Leisha. Fra qualche tempo ti sentirai di nuovo bene.

Alice aveva lasciato il figlio in California insieme a quello che era suo marito da due anni, Beck Watrous, un imprenditore edile che aveva conosciuto mentre serviva ai tavoli in una località turistica nelle Isole Artificiali. Beck aveva adottato Jordan, il figlio di Alice.

— Prima che conoscessi Beck ho passato un periodo davvero difficile — disse Alice con la sua voce distaccata. — Sai che quando ero incinta di Jordan sognavo realmente che nascesse Insonne? Come te. Lo sognavo tutte le notti, e tutte le mattine mi svegliavo e mi veniva la nausea per un bambino che sarebbe diventato una stupida nullità come me. Sono rimasta con Ed per altri due anni. Nei Monti Appalachi, ricordi? Sei venuta a trovarmi lì una volta. Quando mi picchiava ero felice. Avrei voluto che Papà fosse lì a guardare. Almeno Ed mi toccava.

Leisha produsse uno strano rumore in gola.

— Alla fine me ne sono andata perché avevo paura per Jordan. Mi sono trasferita in California e non ho fatto altro che mangiare per un anno. Sono arrivata fino a ottantasei chili. — Secondo un calcolo di Leisha, Alice era alta poco più di un metro e sessanta. — Poi sono tornata a casa per venire a trovare la mamma.

— Non me lo hai mai detto — disse Leisha. — Sapevi che era viva e non me lo hai detto.

— Passa metà del suo tempo ricoverata in qualche centro per disintossicarsi dall’alcol — ribatté Alice con brutale semplicità. — Non ti avrebbe ricevuto anche se tu avessi voluto. Però ha voluto incontrare me, mi si è gettata addosso tutta sdolcinata perché ero la sua "vera" figlia e poi mi ha vomitato sul vestito. Ho indietreggiato, ho guardato il vestito e mi sono resa conto che era da vomitare, tanto era orrendo. Deliberatamente orrendo. Lei ha cominciato a strillare su come Papà le avesse rovinato la vita, su come avesse rovinato la mia, e tutto per te. E sai che cosa ho fatto io?

— Cosa? — chiese Leisha. Aveva la voce tremante.

— Sono volata a casa, ho bruciato tutti i miei vestiti, ho trovato un lavoro, mi sono iscritta al college, ho perso ventitré chili e ho mandato Jordan alla terapia del gioco.

Le sorelle rimasero sedute in silenzio. Al di là della finestra il lago era scuro, non illuminato né da luna né da stelle. Fu Leisha che si scosse improvvisamente e Alice che le dette una pacca sulla spalla.

— Dimmi… — Leisha non riusciva a pensare che cosa volesse che le venisse raccontato, ma desiderava sentire la voce di Alice nell’oscurità, la voce di Alice per come era diventata, gentile e distaccata, non più danneggiata dalla dannosa esistenza di Leisha. La sua stessa esistenza un danno. — Parlami di Jordan. Adesso ha cinque anni, vero? Com’è?

Alice voltò la testa per fissare pacatamente gli occhi di Leisha. — È un bambino comune e felice. Assolutamente comune.

Camden morì la settimana successiva. Dopo il funerale, Leisha cercò di avere un incontro con sua madre al Centro Brookfield per alcolizzati e drogati. Elizabeth Camden, le venne detto, non voleva vedere nessuno a parte la sua unica figlia, Alice Camden Watrous.

Susan Melling, vestita di nero, portò Leisha all’aeroporto. Susan parlò in modo disinvolto, determinato, degli studi di Leisha, di Harvard, del "Law Review". Leisha le rispose a monosillabi, ma Susan non si dette per vinta, ponendo domande, insistendo con pacatezza sulle risposte: quando avrebbe dovuto sostenere Leisha gli esami di abilitazione alla professione legale? Dove stava effettuando colloqui per un posto di lavoro? Gradatamente, Leisha cominciò a perdere il torpore che aveva provato dal momento in cui la bara di suo padre era stata calata nel terreno. Si rese conto che l’insistente interrogatorio di Susan rappresentava una gentilezza.

— Lui ha sacrificato un sacco di persone — disse improvvisamente Leisha.

— Non me — ribatté Susan. — Solo per qualche tempo, quando ho lasciato il mio lavoro per svolgere il suo. Roger non rispettava molto il sacrificio.

— Aveva torto? — chiese Leisha. La domanda le uscì fuori con una sfumatura di disperazione che non aveva avuto intenzione di darle.

Susan sorrise con espressione triste. — No. Non aveva torto. Non avrei mai dovuto lasciare la ricerca. Mi è occorso moltissimo tempo per tornare in me, dopo di allora.

"Ha questo effetto sulle persone", sentì Leisha nella propria testa. Susan? Oppure Alice? Per una volta, non riuscì a ricordarlo chiaramente. Vide suo padre nella vecchia serra, ormai vuota, che invasava e rinvasava i fiori esotici che aveva amato.

Leisha si sentiva stanca. Si trattava di affaticamento muscolare da stress, lo sapeva: venti minuti di riposo l’avrebbero rimessa a posto. Le bruciavano gli occhi per le lacrime a cui non era abituata. Appoggiò la testa contro il sedile dell’auto e chiuse gli occhi.

Susan portò l’automobile nel parcheggio dell’aeroporto e spense il motore. — C’è qualcosa che voglio dirti, Leisha.

Leisha aprì gli occhi. — Sul testamento?

Susan sorrise a denti stretti. — No. Penso che tu non abbia alcun problema su come lui ha diviso le sue proprietà, vero? Ti sembra ragionevole. Ma non si tratta di questo. Il gruppo di ricerca del Biotech e del Chicago Medical ha terminato le analisi sul cervello di Bernie Kuhn.

Leisha si girò per guardare in faccia Susan. Si allarmò per la complessità dell’espressione della donna. Comprendeva determinazione, soddisfazione, rabbia e qualcos’altro che Leisha non riuscì a decifrare.

Susan continuò: — Pubblicheremo i risultati la prossima settimana, sul "New England Journal of Medicine". La rete di sicurezza è stata incredibilmente serrata, nessuna fuga di notizie per la stampa popolare. Ma io voglio dirti adesso, personalmente, che cosa abbiamo trovato. Così che tu possa essere preparata.

— Vai avanti — disse Leisha. Sentì il petto stringersi in una morsa.

— Ricordi quando tu e gli altri ragazzi Insonni avete preso l’interleukin-1 per provare che effetto facesse dormire? Quando avevi sedici anni?

— Come hai fatto a saperlo?

— Voi ragazzi venivate controllati in modo ben più stretto di quanto tu non pensi. Ricordi il mal di testa che hai avuto?

— Sì. — Lei, Richard, Tony, Carol, Brad e Jeanine. Dopo l’espulsione da parte del Comitato Olimpico, Jeanine non aveva mai più pattinato. In quel periodo faceva la maestra d’asilo a Butte nel Montana.

— Quello di cui voglio parlare è l’interleukin-1. Almeno in parte. Si tratta di una di un intero gruppo di sostanze che potenziano il sistema immunologico. Esse stimolano la produzione di anticorpi, l’attività dei globuli bianchi nel sangue e di un gran numero di altri immunostimolatori. Nelle persone normali vengono prodotte scariche di IL-1 durante le fasi del sonno a onde lente. Una delle domande che noi ricercatori ci siamo posti ventotto anni fa era stata: i bambini Insonni che non avranno queste scariche di IL-1 si ammaleranno più spesso?

— Io non mi sono mai ammalata — commentò Leisha.

— Sì, invece. Varicella e tre influenze di secondaria importanza verso la fine del quarto anno di vita — ribatté con precisione Susan. — Ma, nel complesso, vi siete dimostrati tutti decisamente sani. E così a noi ricercatori era rimasta la teoria alternativa a quella dell’immunostimolazione prodotta dal sonno: che l’emissione di attività immunologica esistesse in qualità di controparte rispetto a una maggiore vulnerabilità del corpo alla malattia durante il sonno, connessa in qualche modo alle fluttuazioni della temperatura corporea nel sonno REM. In altre parole il sonno causava la vulnerabilità immunologica che i pirogeni endogeni come la IL-1 combattevano. Il problema era il sonno, la stimolazione del sistema immunologico era la soluzione. Senza il sonno non sarebbe esistito alcun problema. Mi segui?

— Sì.

— È ovvio. Domanda stupida. — Susan scostò i capelli dal volto. Si stavano facendo grigi sulle tempie. Sotto l’orecchio destro si notava una piccola macchia scura dovuta all’età.

— Nel corso degli anni abbiamo raccolto migliaia, forse centinaia di migliaia di tomografie a emissione fotonica singola dei cervelli di voi ragazzi, oltre a un infinito numero di EEG, campioni di fluido cerebrospinale e tutto il resto. Ma non siamo mai stati in grado di vedere realmente all’interno dei vostri cervelli, di sapere effettivamente che cosa avvenisse lì dentro. Finché Bernie Kuhn è andato a sbattere contro quel terrapieno.

— Susan — disse Leisha — parla chiaro. Lascia perdere ulteriori fronzoli.

— Non invecchierete.

— Cosa?

— Oh, a livello estetico, un poco: rilasciamenti dovuti alla forza di gravità, forse. Ma l’assenza dei peptidi del sonno e tutto il resto agisce sui sistemi immunologico e di rigenerazione dei tessuti in modi che noi non comprendiamo. Bernie Kuhn aveva un fegato perfetto. Polmoni perfetti, cuore perfetto, linfonodi perfetti, pancreas perfetto, midollo allungato perfetto. Non soltanto sani o giovani: perfetti. È presente un potenziamento della rigenerazione dei tessuti che deriva chiaramente dall’operazione del sistema immunitario ma che è radicalmente diverso da qualsiasi cosa avessimo mai potuto sospettare. Gli organi non mostrano alcuna usura, nemmeno quel minimo che ci si aspetterebbe in un diciassettenne. Si riparano da soli, perfettamente, in continuazione… in continuazione.

— Per quanto tempo? — sussurrò Leisha.

— Chi diavolo lo sa? Bernie Kuhn era giovane. Forse esiste un qualche meccanismo di compensazione che interviene a un dato punto, e voi collasserete semplicemente tutti, come un’intera e fottuta galleria di Dorian Gray. Ma non penso che sia così. Non penso nemmeno che possa andare avanti per sempre: nessuna rigenerazione dei tessuti è in grado di farlo. Ma andrà avanti per molto, moltissimo tempo.

Leisha fissò i riflessi offuscati sul parabrezza dell’auto. Vide il volto di suo padre contro la seta azzurra della bara, circondata da rose bianche. Il suo cuore, non rigenerato, aveva ceduto.

Susan riprese: — Il futuro è solamente ipotetico su questo punto. Sappiamo che le strutture peptidiche che stimolano l’impulso a dormire nelle persone normali assomigliano alle componenti delle pareti cellulari batteriche. Forse esiste una connessione fra il sonno e la ricettività patogena. Non lo sappiamo. Ma l’ignoranza non ha mai fermato i tabloid. Volevo prepararti perché verrete chiamati superuomini, homo perfectus, e chissà cos’altro. Immortali.

Le due donne rimasero sedute in silenzio. Alla fine Leisha disse: — Lo comunicherò agli altri. Sulla nostra rete. Non ti preoccupare per la sicurezza. La rete del Gruppo è stata progettata da Kevin Baker: nessuno scopre quello che non vogliamo.

— Siete già così bene organizzati?

— Sì.

La bocca di Susan si mise a masticare. La donna distolse lo sguardo da Leisha. — Faremo meglio a entrare. Rischi di perdere l’aereo.

— Susan…

— Sì?

— Grazie.

— Non c’è di che — rispose Susan e, nella sua voce, Leisha udì ciò che aveva visto in precedenza nella sua espressione e che non era stata in grado di identificare: era nostalgia.

"Rigenerazione dei tessuti. Molto, moltissimo tempo", cantava il sangue nelle orecchie di Leisha durante il volo verso Boston. "Rigenerazione dei tessuti". E, alla fine: "immortale". No, quello no, si disse severamente. Quello no. Il sangue non l’ascoltò.

— Certo che lei sorride un bel po’ — le disse l’uomo che le stava seduto accanto in prima classe, un uomo d’affari che non l’aveva riconosciuta. — Viene da una grossa festa a Chicago?

— No. Da un funerale.

L’uomo sembrò scioccato, quindi disgustato. Leisha guardò fuori dal finestrino il terreno lontano sotto di lei. Fiumi come microcircuiti, campi come ordinate tessere da schedario. E, sull’orizzonte, bianche nuvole vaporose come ammassi di fiori esotici, boccioli in una serra inondata di luce.

La busta non era più spessa di quelle che contenevano volantini, ma un volantino spedito con l’indirizzo scritto a mano rappresentava per tutti e due una tale rarità che Richard si sentì nervoso. — Potrebbe essere esplosivo. — Leisha guardò la lettera appoggiata sulla credenza dell’ingresso. SIG. LIESHA CAMDEN. Lettere in stampatello, ortografia scorretta.

— Sembra la scrittura di un bambino — disse lei.

Richard era in piedi, a testa bassa, con le gambe leggermente divaricate: la sua espressione, tuttavia, era solamente affaticata. — Forse deliberatamente come quella di un bambino. Loro potrebbero aver calcolato che saresti stata più aperta nei confronti di un bambino.

— "Loro"? Richard, stiamo diventando paranoici fino a questo punto?

Lui non fece una piega alla domanda. — Sì. Per come stanno le cose.

Un settimana prima il "New England Journal of Medicine" aveva pubblicato l’articolo preciso ed equilibrato di Susan. Un’ora dopo, le notìzie televisive e in rete erano esplose in speculazioni, drammaticità, indignazione e paura. Leisha e Richard, insieme con tutti gli Insonni della rete del Gruppo, avevano analizzato e registrato ognuna delle quattro componenti in cerca di una reazione dominante: speculazioni ("gli Insonni potrebbero vivere per secoli e questo potrebbe condurre a queste conseguenze…"); drammaticità ("se un Insonne sposerà solamente Dormienti, potrebbe avere il tempo sufficiente per una decina di matrimoni e svariate decine di figli, un modello di famiglia mista in modo sconcertante…"); indignazione ("manomettere le leggi della natura ha solo portato fra noi delle persone cosiddette innaturali che vivranno con l’ingiusto vantaggio del tempo: tempo per acquisire più parenti, più potere, più proprietà di quanto il resto di noi potrebbe mai immaginare…"); e paura ("quanto tempo passerà prima che la Superrazza prenda il sopravvento?").

— Sono tutte paure, di un genere o di un altro — commentò alla fine Carolyn Rizzolo, e la rete del Gruppo interruppe le analisi differenziate.

Leisha stava affrontando gli esami finali dell’ultimo anno di legge. Ogni giorno veniva seguita da commenti, nel campus, lungo i corridoi e nelle classi; ogni giorno li dimenticava nelle estenuanti sessioni d’esame, in cui tutti gli studenti erano ridotti allo stesso stato di postulanti rispetto alla grande università. In seguito, temporaneamente spossata, ritornava a casa a piedi, silenziosamente, da Richard e dalla rete del Gruppo, conscia degli sguardi delle persone per la strada, conscia della sua guardia del corpo, Bruce, che camminava impettita fra lei e loro.

— La cosa si placherà — disse Leisha. Richard non le rispose.

La città di Salt Springs, in Texas, promulgò un’ordinanza locale secondo cui nessun Insonne poteva ottenere una licenza per la vendita di alcolici, basandosi sul fatto che gli statuti dei diritti civili si fondavano sulla clausola della Dichiarazione di Indipendenza "tutti gli uomini sono creati uguali" e gli Insonni non erano chiaramente inclusi. Non c’erano Insonni nel giro di quasi centocinquanta chilometri attorno a Salt Springs, e nessuno aveva richiesto una nuova licenza per la vendita di alcolici da dieci anni, ma la storia era stata raccolta dalla United Press e dalla Data-Net News e in ventiquattro ore erano apparsi editoriali infuocati, pro e contro la questione, in tutta la nazione.

Vennero promulgate altre ordinanze locali. A Pollux, in Pennsylvania, agli Insonni poteva essere negato l’affitto di un appartamento perché il loro prolungato stato di veglia avrebbe aumentato la normale usura della proprietà del padrone di casa e l’ammontare delle bollette della luce. A Cranston Estates, in California, gli Insonni vennero esclusi dalla gestione di commerci operanti 24 ore su 24: "concorrenza sleale". La Contea Irochese, nello stato di New York, impedì loro di fare parte delle giurie della contea, sostenendo che una giuria comprendente membri Insonni, con la loro idea distorta del tempo, non potesse costituire "una giuria di pari".

— Tutti questi statuti saranno rigettati dalle Corti Supreme — disse Leisha. — Ma Dio! Che spreco di soldi e di tempo per iscrivere a ruolo le cause! — Una parte della sua mente notò che il suo tono, quando aveva pronunciato la frase, era stato quello di Roger Camden.

Lo stato della Georgia, in cui determinati atti sessuali fra adulti consenzienti rappresentavano ancora un crimine, dichiarò il rapporto sessuale fra un Insonne e un Dormiente reato di terzo grado, paragonandolo a quello del rapporto sessuale con animali.

Kevin Baker aveva studiato un software che analizzava, ad alta velocità, le reti delle agenzie di stampa, evidenziando tutte le notizie che riguardavano discriminazione o assalti contro gli Insonni, ordinandoli poi per genere. I file erano disponibili nella rete del Gruppo. Leisha li lesse e quindi chiamò Kevin. — Non puoi creare un programma parallelo per estrapolare notizie in nostra difesa? Adesso abbiamo una visione distorta.

— Hai ragione — convenne Kevin, un po sconcertato. — Non ci avevo pensato.

— Pensaci — replicò Leisha, con espressione tetra. Richard, che la stava osservando, non disse nulla.

Quello che la sconvolgeva di più erano i racconti sui bambini Insonni. Schivati a scuola, maltrattati verbalmente dai fratelli, attaccati dai bulli del quartiere, soggetti al confuso risentimento di genitori che avevano voluto un bambino eccezionale ma che non si erano accordati per averne uno che avrebbe potuto vivere per secoli. La direzione scolastica di Cold River, nell’Iowa, aveva votato per escludere i bambini Insonni dalle classi convenzionali perché il loro apprendimento accelerato "creava sentimenti di inadeguatezza in altri, interferendo con l’istruzione di questi ultimi". Il consiglio aveva reso disponibili fondi perché gli Insonni potessero ottenere insegnanti a casa. Fra il personale docente non ci furono volontari. Leisha cominciò a passare lo stesso tempo alla rete del Gruppo con i bambini, per parlare con loro tutta la notte, di quello che passava a studiare per gli esami di abilitazione alla professione legale, in programma per luglio.

Stella Bevington smise di utilizzare il modem.

Il secondo programma di Kevin catalogò gli editoriali che spronavano alla correttezza nei confronti degli Insonni. Il consiglio scolastico di Denver mise da parte fondi per un programma in cui i bambini particolarmente dotati, inclusi gli Insonni, potessero utilizzare il loro talento e portare avanti un lavoro di gruppo insegnando a bambini ancora più piccoli. Rive Beau, in Louisiana, elesse l’Insonne Danielle du Cherney nel Consiglio Cittadino, anche se Danielle aveva solo ventidue anni ed era tecnicamente troppo giovane per presentarsi. La prestigiosa ditta di ricerca medica di Halley-Hall dette grande risalto all’assunzione di Cristopher Amren, Insonne con un dottorato di ricerca in fisica cellulare.

Dora Clarq, Insonne di Dallas, aprì una lettera indirizzata a lei e l’esplosivo al plastico le staccò un braccio.

Leisha e Richard fissarono ancora la busta sulla credenza dell’ingresso. La carta era spessa, color panna, ma non costosa, come quella fatta di massiccia carta di giornale tinta nelle sfumature del vello. Non c’era indirizzo del mittente, Richard chiamò Liz Bishop, Insonne che si stava diplomando in criminologia nel Michigan. Non aveva mai parlato con lei in precedenza, nemmeno Leisha lo aveva fatto, ma la ragazza si inserì immediatamente in rete e spiegò loro come aprire la busta; se avessero preferito, invece, sarebbe arrivata lei in aereo e l’avrebbe fatto personalmente. Richard e Leisha seguirono le sue istruzioni sulla detonazione a distanza nella cantina nell’appartamento cittadino. Non esplose nulla. Quando la lettera fu aperta, loro la estrassero e la lesserò:

Cara Signorina Camden,

lei è stata molto gentile con me e mi dispiace farlo ma mi licenzio. Ai sindacati mi fanno passare una vita d’inferno anche se non ufficialmente, ma lei sa come vanno queste cose. Se fossi in lei non andrei al sindacato per cercare un’altra guardia del corpo, cercherei di trovarmene una privatamente. Ma stia attenta. Le ripeto, mi dispiace, ma anche io devo vivere.

Bruce

— Non so se ridere o piangere — commentò Leisha. — Noi che ci siamo procurati tutto questo equipaggiamento, passando ore a prepararci per questa situazione in modo che non detonasse esplosivo…

— Non che io avessi da fare un gran che d’altro — rispose Richard. In seguito all’ondata di sentimenti anti-Insonni, tutti i suoi clienti per consulenze marine meno due, vulnerabili rispetto al mercato e quindi rispetto all’opinione pubblica, avevano cancellato le commissioni.

La rete del Gruppo, ancora accesa sul terminale di Leisha, trillò di segnali di emergenza sovrapposti. Leisha fu la prima ad arrivare. Era Tony Indivino.

— Leisha, ho bisogno del tuo aiuto legale, se me lo darai. Stanno cercando di farmi causa per il Rifugio. Ti prego, prendi l’aereo e vieni qui.

Il Rifugio non era altro che crudi solchi bruni nel terreno di tarda primavera. Era situato sui monti Allegheny nella zona meridionale dello stato di New York, antiche colline arrotondate dal tempo e ricoperte di pini e noci americani. Una superba strada conduceva dal paese più vicino, Conewango, al Rifugio. Bassi edifici a manutenzione zero, la cui struttura era semplice ma aggraziata, si ergevano a diversi stadi di completamento. Jennifer Sharifi, senza sorridere, andò incontro a Leisha e Richard. Non era molto cambiata in sei anni, ma i suoi lunghi capelli neri erano spettinati e gli occhi scuri spalancati per la tensione. — Tony vuole parlare con voi, ma prima mi ha chiesto di mostrarvi il posto.

— Che cosa c’è che non va? — chiese tranquillamente Leisha.

Jennifer non cercò nemmeno di eludere la domanda. — Dopo. Prima date un’occhiata al Rifugio. Tony ha un immenso rispetto della tua opinione, Leisha: vuole che tu veda ogni cosa.

I dormitori comprendevano ognuno cinquanta camere con sale comuni per cucinare, pranzare, rilassarsi e lare il bagno e una conigliera di uffici separati, studi e laboratori per lavorare. — Li chiamiamo "dormitori" comunque, a dispetto dell’etimologia — disse Jennifer e perfino in quell’osservazione, che fatta da chiunque altro sarebbe risultata giocosa, Leisha colse la peculiare combinazione della solita deliberata calma di Jennifer con la tensione di quel momento.

Leisha restò impressionata, a dispetto di se stessa, per la completezza dei progetti di Tony per vite che sarebbero state allo stesso tempo comunitarie e intensamente private. C’era una palestra, un piccolo ospedale.

— Per la fine del prossimo anno avremo diciotto medici dell’Associazione medica americana, sai, e quattro stanno pensando di trasferirsi qui. — Un ambulatorio, una scuola e una fattoria per la coltivazione intensiva.

— La maggior parte degli alimenti arriverà dall’esterno, ovviamente, così come la maggior parte del lavoro per le persone, anche se ne svolgeranno il più possibile da qui, tramite rete. Non ci stiamo staccando dal mondo, stiamo solo creando un luogo sicuro dal quale poter commerciare. — Leisha non rispose.

A parte gli impianti per la produzione energetica, energia-Y ad automantenimento, Leisha rimase maggiormente impressionata dalla pianificazione umana. Tony aveva interessato Insonni appartenenti virtualmente a ogni campo di cui avrebbero avuto bisogno sia per prendersi cura di se stessi sia per trattare con il mondo esterno. — Avvocati e contabili vengono per primi — disse Jennifer. — Questa è la nostra prima linea di difesa per salvaguardare noi stessi. Tony ammette che le più moderne battaglie per il potere vengono combattute nei tribunali e nei consigli di amministrazione.

Ma non tutte. Da ultimo, Jennifer mostrò loro i progetti per la difesa fisica. Per la prima volta, il suo corpo teso sembrò rilassarsi leggermente.

Era stato compiuto ogni sforzo per bloccare gli aggressori senza far loro del male. Un sistema di sorveglianza elettronica circondava integralmente i duecento chilometri quadrati che Jennifer aveva acquistato. Alcune contee erano più piccole di così, pensò Leisha, abbacinata. Se infranto, si attivava un campo di forza settecento metri all’interno della cancellata a energia, colpendo con scosse elettriche chiunque si fosse trovato a piedi. — Ma soltanto all’esterno del campo. Non vogliamo che alcuno dei nostri piccoli venga ferito — disse Jennifer. Un’irruzione effettuata da veicoli privi di uomini a bordo o da robot sarebbe stata identificata da un sistema che localizzava qualsiasi oggetto mobile in metallo, superiore a una certa massa, che si fosse spostato all’interno del Rifugio. Qualsiasi oggetto metallico semovibile che non fosse dotato di uno speciale dispositivo di segnalazione progettato da Donald Pospula, un Insonne che aveva brevettato importanti componenti elettronici, risultava sospetto.

— Ovviamente, non siamo equipaggiati contro un attacco aereo o contro un assalto armato diretto — dis se Jennifer. — Ma non ce ne aspettiamo: ci attendiamo soltanto persone cariche di odio automotivato.

Leisha toccò con un dito la copia cartacea degli impianti di sicurezza. La preoccupavano. — Se non possiamo integrarci nel mondo… Libero scambio dovrebbe implicare libero movimento.

Jennifer ribatté rapidamente: — Solo se il libero movimento implica libere menti. — E, a causa del suo tono, Leisha sollevò lo sguardo. — Ho qualcosa da dirti, Leisha.

— Cosa?

— Tony non è qui.

— E dov’è?

— Nella prigione della contea di Cattaraugus, a Conewango. È vero che ci stiamo scontrando con la lottizzazione del piano regolatore riguardo al Rifugio!Piano regolatore! In questo posto isolato! Ma c’è dell’altro, una cosa che è accaduta questa mattina Tony è stato arrestato per il rapimento di Timmy De Marzo.

La stanza si offuscò. — FBI!

— Sì.

— Come… come hanno fatto a scoprirlo?

— Qualche agente è riuscito, alla fine, a risolvere il caso. Non ci hanno detto come. Tony ha bisogno di un avvocato, Leisha. Bill Thaine si è già dichiarato disponibile, ma Tony vuole te.

— Jennifer, non darò gli esami per la libera professione che a luglio!

— Lui dice che aspetterà. Nel frattempo, sarà Bill ad agire in qualità di suo legale. Passerai l’esame?

— Certamente. Ma ho già un lavoro in attesa con Morehouse, Kennedy Anderson a New York… — Si interruppe. Richard la stava fissando con espressione dura, Jennifer imperscrutabile. Leisha disse pacatamente: — Come si dichiarerà?

— Colpevole — rispose Jennifer. — Con… come si dice legalmente? Circostanze attenuanti.

Leisha annuì. Aveva temuto che Tony si fosse voluto dichiarare innocente: altre bugie, sotterfugi, orride linee di condotta. La sua mente ripassò velocemente circostanze attenuanti, precedenti, sentenze precedenti. Avrebbero potuto usare Clements contro Voy.

— Adesso Bill è da lui, in prigione — disse Jennifer. — Vuoi che ti ci porti io? — Formulò la domanda come una sfida.

— Sì — rispose Leisha.

A Conewango, sede della contea, non fu loro concesso di vedere Tony. William Thaine, in qualità di suo avvocato, poteva entrare e uscire liberamente. Leisha, non ancora ufficialmente avvocato, non poteva andare da nessuna parte. Questo venne comunicato loro da un uomo che si trovava nell’ufficio del Procuratore distrettuale, il cui volto rimase immobile mentre parlava e che sputò a terra, dietro alle loro spalle, quando si voltarono per andarsene, anche se questo lo lasciò con un bello sputo sul pavimento del tribunale.

Richard e Leisha ritornarono all’aeroporto con l’automobile noleggiata per prendere il volo per Boston. Durante il tragitto, Richard disse a Leisha che sarebbe partito. Si sarebbe trasferito al Rifugio, subito, prima ancora che fosse del tutto in funzione, per dare una mano nella progettazione e nella costruzione degli edifici.

Leisha passò la maggior parte del tempo nell’appartamento in città, studiando ferocemente per gli esami di abilitazione o controllando i bambini Insonni tramite la rete del Gruppo. Non aveva assunto una nuova guardia del corpo per sostituire Bruce, il che la rendeva riluttante a uscire spesso: la riluttanza, a sua volta, la faceva infuriare con se stessa. Una o due volte al giorno analizzava gli stralci sulle notizie elettroniche di Kevin.

C’erano segni di speranza. Il "New York Times" pubblicò un editoriale, che ebbe ampia risonanza nel servizio di informazioni elettroniche:

PROSPERITÀ E ODIO:

UNA CURVA LOGICA CHE PREFERIREMMO NON VEDERE

Gli Stati Uniti non sono mai stati un paese che stima molto la calma, la logica e la razionalità. Abbiamo, in quanto popolo, la tendenza a etichettare queste cose come "fredde". Abbiamo, in quanto popolo, la tendenza ad ammirare sentimenti e azione: esaltiamo nelle nostre storie e nei nostri memoriali non tanto la creazione della Costituzione, quanto la sua difesa a Iwo Jima; non le realizzazioni intellettuali di un Linus Pauling ma la passione eroica di un Charles Lindbergh; non gli inventori delle monorotaie e dei computer che ci uniscono ma i compositori dei violenti canti di ribellione che ci dividono.

Un aspetto peculiare di questo fenomeno è che esso diventa più forte nei periodi di prosperità. Quanto meglio stanno i nostri concittadini, tanto più grande si fa il loro disprezzo per il calmo ragionamento che li ha portati fin lì e più appassionato il loro indulgere nelle emozioni. Considerate, nel secolo scorso, gli eccessi goderecci dei ruggenti anni Venti e lo sdegno contro la classe dirigente degli anni Sessanta. Considerate, nel nostro secolo, la prosperità senza precedenti fornitaci dall’energia-Y… e poi considerate che Kenzo Yagai, se si eccettuano i suoi seguaci, è stato visto come un avido e insensibile logico, mentre la nostra adulazione nazionale va allo scrittore neonichilista Stephen Castelli, all’attrice "sentimentale" Brenda Foss e al temerario tuffatore nel condotto a gravità Jim Morse Luter.

Ma soprattutto, mentre riflettete su questo fenomeno nelle vostre case a energia-Y, considerate l’attuale ondata di sentimenti irrazionali diretta contro gli "Insonni" dal momento della pubblicazione delle scoperte realizzate in collaborazione dall’Istituto Biotech e dalla Medical School di Chicago riguardanti la rigenerazione dei tessuti negli Insonni.

La maggior parte degli Insonni è intelligente. La maggior parte di essi è calma, se con quella parola molto bistrattata si definisce il dirigere le proprie energie sulla risoluzione dei problemi, piuttosto che sul reagire in modo eccessivamente emotivo rispetto agli stessi problemi. Perfino la vincitrice del premio Pulitzer, Carolyn Rizzolo, ci ha donato una sbalorditiva opera di idee, non di passionalità sanguinaria. Tutti loro mostrano un’inclinazione naturale verso le conquiste, un’inclinazione dovuta all’incontestabile spinta fornita dal terzo di tempo in più, durante le loro giornate, per poter conquistare. Le loro realizzazioni vengono effettuate, nella maggior parte dei casi, nei campi di tipo logico piuttosto che in quelli di tipo emotivo: computer, legge, finanza, fisica, ricerca medica. Sono razionali, metodici, calmi, intelligenti, allegri, giovanili e, potenzialmente, molto longevi.

E nei nostri Stati Uniti che godono di una prosperità senza precedenti sono sempre più odiati.

L’odio che abbiamo visto fiorire così ampiamente nel corso degli ultimi pochi mesi proviene realmente, come molti sostengono, "dall’ingiusto vantaggio" che hanno gli Insonni rispetto al resto di noi nell’assicurarsi posti di lavoro, promozioni, soldi e successo? Si tratta davvero di invidia per la fortuna degli Insonni? O si tratta piuttosto di qualcosa di più pernicioso, radicato nella nostra tradizione di azione americana stile colpo-in-canna: odio del logico, del tranquillo, del riflessivo? Odio, di fatto, della mente superiore?

Se così fosse, forse dovremmo riflettere profondamente sui fondatori di questo paese: Jefferson, Washington, Paine, Adams… cittadini dell’Era della Ragione, tutti. Questi uomini hanno creato il nostro equilibrato e ordinato sistema di leggi proprio per proteggere la proprietà e le conquiste prodotte dagli sforzi individuali di menti equilibrate e razionali. Gli Insonni potrebbero rappresentare il nostro test interno più severo sulla solidità del nostro credo nella legge e nell’ordine. No, gli Insonni non furono "creati uguali", ma il nostro atteggiamento nei loro confronti dovrebbe essere esaminato con un’attenzione uguale alla nostra più sobria giurisprudenza. Potrebbe non piacerci quello che scopriremo sulle nostre reali motivazioni, ma la nostra credibilità come popolo può dipendere dalla razionalità e dall’intelligenza dell’esame.

Tutt’e due queste qualità sono state piuttosto ridotte nella reazione pubblica alle scoperte della ricerca del mese scorso.

La legge non è teatro. Prima di scrivere leggi che riflettono sentimenti drammatici e appariscenti dobbiamo essere molto sicuri di comprendere la differenza.

Leisha rimase compiaciuta a fissare deliziala lo schermo, sorridendo. Chiamò il "New York Times" e chiese chi avesse scritto l’articolo. La centralinista, cordiale quando rispose al telefono, si fece scostante. Il "Times" non avrebbe fornito quell’informazione "senza previa investigazione interna".

Questo non poté abbattere il suo buon umore. Prese a turbinare nell’appartamento, dopo essere rimasta giorni interi seduta alla scrivania o davanti al video L’entusiasmo pretendeva azione fisica. Lavò i piatti, prese in mano libri. C’erano dei vuoti nel mobilio nei punti dai quali Richard aveva preso cose che gli appartenevano; tranquillizatasi un poco, spostò i mobili per colmare i buchi.

Susan Melling le telefonò per parlarle dell’articolo sul "Times": chiacchierarono con affetto per qualche minuto. Quando Susan riagganciò, il telefono squillò nuovamente,

— Leisha? La tua voce è sempre uguale. Sono Stewart Sutter.

— Stewart. — Lei non lo aveva più visto da quattro anni. La loro storia d’amore era durata per due anni poi si era dissolta, non tanto per qualche motivo doloroso quanto, piuttosto, per la pressione esercitata su tutti e due dagli studi. In piedi accanto al telefono, sentendo la sua voce, Leisha provò improvvisamente la sensazione delle mani di lui sul suo seno nel lettino del dormitorio: quanti anni erano passati prima che lei avesse trovato un buon uso per un letto. Le mani fantasma divennero quelle di Richard, e un dolore improvviso la trafisse.

— Ascolta — le disse Stewart — ti chiamo perché ho un’informazione che penso dovresti conoscere. Sosterrai gli esami per l’abilitazione alla professione la settimana prossima, vero? E poi hai un posto in prova presso Morehouse, Kennedy Anderson.

— Come fai a sapere tutte queste cose, Stewart?

— Pettegolezzi da lavandaie. Be’, non proprio. Ma la comunità legale di New York, quanto meno quella parte, è più ristretta di quanto non pensi. E tu sei un elemento piuttosto in vista.

— Già — commentò Leisha in modo neutrale.

— Nessuno ha il minimo dubbio che tu possa non passare l’esame. Vengono tuttavia avanzati dei dubbi sul lavoro con Morehouse e Kennedy. Ci sono due soci anziani, Alan Morehouse e Seth Brown, che hanno cambiato idea dopo quel… casino. "Pubblicità negativa per la compagnia", "far diventare la legge un circo", bla, bla, bla. Conosci la storia. Ma hai anche due potenti sostenitori, Ann Carlyle e Michael Kennedy, il vecchio in persona. È una gran mente. Comunque, volevo che fossi al corrente per capire esattamente com’è la situazione e sapere su chi contare nella lotta senza quartiere.

— Grazie — fece Leisha. — Stew, perché ti interessa che io ottenga o no il lavoro? Perché dovrebbe importarti?

All’altro capo del filo ci fu silenzio. Stewart disse quindi a voce molto bassa: — Non siamo tutte teste di cavolo qui fuori, Leisha. La giustizia importa ancora ad alcuni di noi. Così come il merito.

Leisha si sentì pervadere da una luce, una bolla di luce di allegria.

Stewart continuò: — Hai grande sostegno, qui, anche per quella stupida battaglia del piano regolatore riguardante il Rifugio. Potresti non accorgertene, ma é così. Ciò che stanno cercando di mettere in piedi quelli della Commissione dei Parchi… ma vengono solamente usati come fronte. D’altra parte, lo sai già. Comunque, quando si arriverà in tribunale, avrai tutto l’aiuto di cui ci sarà bisogno.

— Il Rifugio non è affatto opera mia. Per niente.

— No? Be’, allora per voi, come gruppo.

— Grazie. Dico davvero. Come stai?

— Bene. Sono diventato papà.

— Sul serio? Maschio o femmina?

— Una bambina. Una magnifica piccola civetta di nome Justine che mi fa impazzire. Mi piacerebbe che tu conoscessi mia moglie, Leisha.

— Piacerebbe anche a me — rispose Leisha.

Passò il resto della notte a studiare per gli esami di abilitazione. La bolla rimase dentro di lei. Riconobbe esattamente che cos’era: gioia.

Sarebbe andato tutto bene. Il contratto, non ancora scritto, fra lei e la sua società, la società di Kenzo Yagai, la società di Roger Camden, avrebbe tenuto. Con dissensi e lotte e, sì, anche con odio. Pensò improvvisamente ai mendicanti di Spagna di Tony, infuriati contro i forti perché loro non lo erano. Già, ma avrebbe tenuto.

Lo credeva fermamente.

Davvero.

7

Leisha sostenne gli esami per l’abilitazione alla libera professione in luglio. Non le sembrarono difficili. In seguito, tre compagni di corso, due uomini e una donna, si sentirono in dovere di parlare con Leisha in modo falsamente casuale finché lei non fu salita al sicuro su un taxi il cui conducente evidentemente non conosceva né lei né i cartelli di stop. I tre erano tutti Dormienti. Un paio di matricole, giovanotti biondi e ben rasati dai visi lunghi e la sciocca arroganza della stupidità dei ricchi, adocchiarono Leisha e sogghignarono. La compagna di corso di Leisha sogghignò di rimando.

Leisha aveva un volo per Chicago la mattina successiva. Alice l’avrebbe raggiunta lì. Dovevano ripulire la grande casa sul lago, disporre delle proprietà personali di Roger e mettere in vendita l’immobile. Leisha non aveva avuto tempo per farlo prima.

Ricordò suo padre nella serra, con un antico cappello piatto che aveva recuperato da qualche parte, mentre invasava orchidee, gelsomini e fiori della passione.

Quando il campanello della porta suonò, la ragazza sobbalzò: non riceveva quasi mai visite. Con ansia, accese il videocitofono: forse si trattava di Jonathan o Martha, tornati a Boston per farle una sorpresa, per festeggiare. Perché non aveva pensato in anticipo a una specie di festeggiamento?

Richard stava fissando in alto la telecamera. Aveva pianto.

Lei spalancò la porta. Richard non accennò nemmeno a entrare. Leisha vide che ciò che la telecamera aveva riportato come dolore in realtà era qualcosa d’altro: lacrime di rabbia.

— Tony è morto.

Leisha protese la mano, alla cieca. Richard non la prese.

— Lo hanno ucciso in prigione. Non le autorità: gli altri prigionieri. Nel cortile della ricreazione. Assassini, stupratori, saccheggiatori, la feccia della terra; hanno pensato di avere il diritto di uccidere lui perché era diverso.

A quel punto, Richard afferrò il braccio di Leisha con tale violenza che qualcosa, qualche osso, si mosse sotto la carnee le premette contro un nervo. — Non solo diverso, migliore. Perché lui era migliore, perché tutti noi lo siamo, solo che, maledizione, non ci ribelliamo e non lo gridiamo a causa di qualche sentimento mal riposto, per i loro sentimenti… Dio!

Leisha liberò il braccio e lo sfregò, intorpidito, fissando sbigottita il volto contorto di Richard.

— Lo hanno picchiato a morte con un tubo di piombo. Nessuno sa nemmeno come abbiano fatto a procurarsi un tubo di piombo. Lo hanno picchiato sulla nuca, poi lo hanno rivoltato e…

— Smettila! — intimò Leisha. La parola venne fuori in un gemito.

Richard la guardò. Nonostante le grida, la violenta presa sul suo braccio, Leisha ebbe la confusa impressione che quella fosse la prima volta in cui lui l’avesse realmente vista. Continuò a sfregarsi il braccio, guardandolo a occhi sbarrati, terrorizzata.

Lui disse pacatamente: — Sono venuto per portarti al Rifugio, Leisha. Dan Jenkins e Vernon Bulriss sono nell’auto qui davanti. Noi tre ti porteremo fuori a forza, se necessario. Ma tu verrai, vero? Lo capisci da sola, no? Non sei al sicuro, qui, con la tua importanza e il tuo fisico che dà nell’occhio. Sei un bersaglio naturale, semmai ne è esistito uno. Dobbiamo costringerti? O riesci finalmente a capire da sola che non abbiamo altra scelta? Quei bastardi non ci hanno lasciato altra scelta se non il Rifugio.

Leisha chiuse gli occhi. Tony, quattordicenne, in spiaggia. Tony, con occhi feroci e scintillanti, il primo ad allungare la mano verso il bicchiere di interleukin-1. Mendicanti in Spagna.

— Verrò.

Leisha non aveva mai conosciuto un tale furore. La terrorizzò, presentandosi a ondate durante tutta la lunga notte, ritirandosi e poi tornando sempre. Richard la tenne stretta fra le braccia; rimasero seduti tutti e due con le schiene appoggiate contro la parete della libreria, ma il fatto che lui l’abbracciasse non riuscì a fare alcuna differenza. In salotto, Dan e Vernon parlavano a voce bassa.

A volte, la rabbia esplodeva in grida, e Leisha udiva se stessa e pensava: "Non ti conosco". A volte, si trasformava in pianto, a volte, in racconti su Tony, su tutti loro. Né le grida né il pianto né il parlare riuscirono a sollevarla.

Il pianificare l’aiutò, un poco. Leisha parlò a Richard, con voce fredda e dura che non riconobbe, del viaggio per chiudere la casa di Chicago. Vi doveva andare per forza: Alice si trovava già lì. Se Richard, Dan e Vernon avessero messo Leisha sull’aereo e Alice la fosse andata a prendere al termine del volo con guardie del corpo del sindacato, non avrebbe corso eccessivi pericoli. Poi avrebbe potuto cambiare il biglietto di ritorno per Boston con uno per Conewango e recarsi con Richard al Rifugio.

— La gente sta già arrivando — le disse Richard. — Jennifer Sharifi sta organizzando tutto, oliando i rifornitori Dormienti con tanti di quei soldi che loro non riescono a resistere. Che ne farai di questo appartamento in città, Leisha? I mobili, il computer e i vestiti?

Leisha si guardò attorno nel familiare studio. Libri di legge rossi, verdi e marrone, allineati lungo le pareti sebbene la maggior parte delle informazioni che contenevano fosse presente anche nei computer. Una tazza di caffè era appoggiata su un foglio stampato posto sulla scrivania. Di fianco, si trovava la ricevuta che lei aveva richiesto al tassista quel pomeriggio, un frivolo souvenir del giorno in cui aveva superato gli esami di abilitazione: aveva pensato di farlo incorniciare. Sopra la scrivania c’era un ritratto olografico di Kenzo Yagai.

— Che marcisca pure tutto quanto — disse Leisha.

Il braccio di Richard le si strinse attorno.

— Non ti ho mai vista in questo stato — le disse Alice con voce sommessa. — C’è sotto qualcosa che va al di là del ripulire la casa, vero?

— Vediamo di andare avanti — rispose Leisha. Strappò via un abito dall’armadio del padre. — Vuoi qualcosa di questa roba per tuo marito?

— Non gli andrebbe bene.

— I cappelli?

— No — rispose Alice. — Leisha… che cos’hai?

— Vediamo di finire! — La ragazza tirò via con violenza tutti gli abiti dall’armadio di Camden, li accatastò sul pavimento, scribacchiò PER AGENZIA DI BENEFICENZA su un pezzetto di carta e lo fece cadere in cima alla pila. Silenziosamente, Alice iniziò ad aggiungervi capi di vestiario dal comò, sul quale era già stato attaccato un foglietto con la scritta ASTA PATRIMONIALE.

Le tende erano state già tirate via in tutta la casa: Alice lo aveva fatto il giorno precedente. Aveva anche arrotolato i tappeti. Il tramonto balenava di rosso sui nudi pavimenti in legno.

— Che vuoi fare della tua vecchia camera? — chiese Leisha. — Cosa vuoi prendere?

— Ho già etichettato tutto — disse Alice. — Giovedì verrà quello dei traslochi.

— Bene. C’è altro?

— La serra. Sanderson ha continuato ad annaffiare tutto, ma non sapeva esattamente quali piante ne avessero bisogno, e così parecchie di esse sono…

— Licenzia Sanderson — disse seccamente Leisha. — Le piante esotiche possono anche morire. Oppure falle mandare a un ospedale, se preferisci. Stai solo attenta a quelle che sono velenose. Avanti, occupiamoci dello studio.

Alice si sedette lentamente su un tappeto arrotolato al centro della camera da letto di Camden. Si era tagliata i capelli: Leisha pensò che il taglio fosse orribile, ciuffi scuri sfrangiati attorno al volto largo. La ragazza aveva anche acquistato altro peso. Stava cominciando ad assomigliare alla loro madre.

Alice chiese: — Ti ricordi della sera in cui ti ho detto che ero incinta? Appena prima che tu partissi per Harvard?

— Occupiamoci dello studio!

— Ti ricordi? — insistette Alice. — Per l’amor del cielo, per una volta tanto non puoi stare anche a sentire gli altri, Leisha? Devi assomigliare così tanto a Papà in ogni singolo minuto?

— Non sono Papà!

— Col cavolo che non lo sei. Sei esattamente come lui ti ha fatto. Ma non è questo il punto. Ti ricordi quella sera?

Leisha scavalcò il tappeto e uscì dalla porta. Alice rimase semplicemente seduta. Un minuto dopo Leisha rientrò. — Me lo ricordo.

— Eri quasi in lacrime — continuò implacabilmente Alice. La sua voce era calma. — Non ricordo nemmeno esattamente il perché. Forse perché, dopo tutto, non sarei andata al college. Ma ti ho abbracciata e per la prima volta da anni… anni, Leisha… ho sentito che eri veramente mia sorella. A dispetto di tutto: il vagare in giro tutta notte e le discussioni da esibizionista con Papà, la scuola speciale e le artificiali gambe lunghe e i capelli biondi. Tutte queste stronzate. Sembravi avere bisogno che io ti abbracciassi. Sembravi avere bisogno di me. Sembravi avere bisogno.

— Che vorresti dire? — chiese Leisha. — Che puoi sentirti davvero vicina alla gente solo se questa è nei guai e ha bisogno di te? Che puoi essere una sorella per me solo se ho qualche tipo di dolore, se soffro per qualche ferita aperta? È questo il legame che esiste fra voi Dormienti? "Proteggimi mentre sono in stato di incoscienza, sono menomato esattamente come te"?

— No — disse Alice. — Io sto dicendo che tu sai essere una sorella solo se stai soffrendo.

Leisha la fissò sbigottita. — Sei una stupida, Alice.

Alice rispose tranquillamente: — Lo so. Al tuo confronto lo sono. Lo so.

Leisha scosse violentemente la testa. Si vergognava di quello che aveva appena detto, eppure era la verità, sapevano tutt’e due, che era la verità e tuttavia la rabbia le regnava ancora dentro come un oscuro vuoto, informe e bruciante. Il peggio era costituito dalla parte informe. Senza una struttura non poteva esistere azione; senza azione, la rabbia continuava a bruciarle dentro, soffocandola.

Alice continuò: — Quando avevo dodici anni Susan mi regalò un abito per il nostro compleanno. Tu eri via da qualche parte per una di quelle gite di studio di due giorni che la tua scuola di lusso organizzava costantemente. L’abito era di seta, azzurro tenue con pizzo antico. Molto bello. Io ero emozionatissima non soltanto perché era bellissimo ma anche perché Susan lo aveva comperato per me, mentre per te aveva preso del software. Il vestito era mio. Era, pensai io, me. - Nell’oscurità che si stava addensando Leisha era a mala pena in grado di distinguere le fattezze tarchiate e insignificanti di lei. — La prima volta che l’ho indossato un ragazzo mi ha detto: "Hai rubato il vestito a tua sorella, Alice? L’hai fregato mentre lei stava dormendo?" Poi si è messo a ridere come un matto, nel modo in cui facevano sempre.

— Ho buttato via il vestito. Non ho nemmeno spiegato a Susan la cosa, anche se penso che lei avrebbe capito. Tutto quello che era tuo era tuo e tutto quello che non era tuo era tuo lo stesso. Era il modo in cui Papà aveva organizzato le cose. Il modo in cui l’aveva scritto nei tuoi geni.

— Anche tu? — disse Leisha. — Non sei diversa dagli altri mendicanti invidiosi?

Alice si alzò dal tappeto. Lo fece lentamente, con comodo, spazzolandosi via la polvere dalla gonna spiegazzata, lisciando il tessuto stampato. Si avvicinò, quindi, e colpì Leisha sulla bocca.

— Adesso ti sei accorta che sono reale? — le chiese tranquillamente Alice.

Leisha si portò la mano sulla bocca. Sentì il sapore del sangue. Il telefono si mise a squillare, la linea personale di Camden, quella non riportata sugli elenchi. Alice si incamminò verso l’apparecchio, sollevò il ricevitore, ascoltò e lo porse tranquillamente a Leisha: — È per te.

Inebetita, Leisha lo prese.

— Leisha? Sono Kevin. Ascolta, è successo qualcosa. Mi ha chiamato Stella Bevington, al telefono, non tramite la rete del Gruppo; penso che i genitori le abbiano portato via il modem. Ho sollevato il ricevitore e lei si è messa a gridare: "Sono Stella! Mi stanno picchiando, lui è ubriaco…" poi è caduta la linea. Randy è andato al Rifugio. Che diavolo, ci sono andati tutti. Tu sei la più vicina a lei, la piccola è ancora a Skokie. Farai meglio ad arrivare lì in fretta. Hai delle guardie del corpo di fiducia?

— Sì — rispose Leisha, anche se non ne aveva. La rabbia, alla fine, prese forma. — Me ne occupo io.

— Non so come farai a tirarla fuori di li — disse Kevin. — Ti riconosceranno, sanno che lei ha chiamato qualcuno, potrebbero perfino averla ridotta senza sensi.

— Me ne occuperò io — ripeté Leisha.

— Occuparti di che? — chiese Alice.

Leisha la affrontò. Anche se sapeva che non avrebbe dovuto, disse: — Di quello che fa la tua gente. A uno di noi. Una bambina di sette anni che viene picchiata dai genitori perché è Insonne… perché è migliore di quanto non siate voi. — Corse lungo le scale e uscì verso l’automobile noleggiata con la quale era arrivata dall’aeroporto.

Alice corse giù insieme con lei. — Non la tua auto, Leisha. Possono rintracciare un’automobile noleggiata in un attimo. La mia.

Leisha si mise a gridare: — Se pensi di…

Alice spalancò violentemente la portiera della sua Toyota ammaccata, un modello così vecchio che i coni a energia-Y non erano nemmeno nascosti e pendevano come mascelle cadenti su entrambe le fiancate. Spinse Leisha sul sedile del passeggero, sbatté la portiera e si incastrò con forza dietro al volante. Le sue mani erano ferme. — Dove?

Leisha venne sopraffatta dall’oscurità. Abbassò la testa fra le ginocchia per quanto permettesse l’angusta Toyota. Erano passati due, no, tre giorni dall’ultima volta che aveva mangiato. Non aveva più ingoiato nulla dalla sera precedente agli esami per l’abilitazione. La sensazione di svenimento si attenuò, ma si impossessò nuovamente di lei non appena ebbe sollevato la testa.

Diede ad Alice l’indirizzo di Skokìe.

— Rimani indietro — disse Alice. — C’è una sciarpa nel portaoggetti. Indossala. Fai che ti copra il più possibile la faccia.

Alice aveva fermato l’auto sulla superstrada 42. Leisha fece: — Questo non è…

— È un posto di sorveglianza rapida. Dobbiamo dare l’impressione di essere protette, Leisha. A lui non dobbiamo dire nulla. Farò in fretta.

Nel giro di tre minuti ritornò con un omone che indossava un dozzinale abito scuro. Lui si premette sul sedile anteriore accanto ad Alice e non disse una sola parola. Alice non lo presentò.

La casa era piccola, un po’ trascurata con alcune luci accese al piano inferiore e nessuna a quello superiore. Le prime stelle brillavano a nord, lontano da Chicago. Alice disse alla guardia: — Esca dall’auto e rimanga fermo qui presso la portiera. No, più alla luce. E non faccia nulla a meno che io non venga in qualche modo attaccata. — L’uomo annuì. Alice si incamminò per il vialetto di ingresso. Leisha scattò fuori dal sedile posteriore e raggiunse la sorella a due terzi del percorso che portava al portone in plastica.

— Alice, che diavolo stai facendo? Sono io che devo…

— Abbassa la voce — intimò Alice, lanciando un’occhiata alla guardia. — Leisha, rifletti. Tu verresti riconosciuta. Qui, vicino a Chicago, con una figlia Insonne: questa gente ha visto tue fotografie sui rotocalchi per anni. Hanno visto tuoi olovideo ad ampia diffusione. Ti conoscono. Sanno che diventerai avvocato. Nessuno invece ha mai visto me. Io non sono nessuno.

— Alice…

— Per l’amor del cielo, ritorna in auto! — sibilò Alice, e bussò al portone d’ingresso.

Leisha si scansò dal vialetto, nascondendosi all’ombra di un salice. Un uomo aprì la porta. Aveva un’espressione completamente vacua.

Alice disse: — Assistenza Sociale Minori. Abbiamo ricevuto una telefonata da una bambina da questo numero. Mi faccia entrare.

— Non c’è nessuna bambina qui.

— Questa è un’emergenza a priorità assoluta — proseguì Alice. — Legge 186 sulla protezione dei minori. Mi faccia entrare!

L’uomo, ancora con l’espressione vacua, lanciò un’occhiata alla corpulenta figura accanto all’auto. — Ha un mandato di perquisizione?

— Non ne ho bisogno, in caso di emergenza a priorità assoluta. Se non mi farà entrare, andrà incontro a grane legali che nemmeno si può immaginare.

Leisha serrò le labbra. Nessuno ci avrebbe creduto, era un pomposo linguaggio legale. Il labbro le pulsò nel punto in cui Alice l’aveva colpita.

L’uomo si scansò di lato per lasciare entrare Alice.

La guardia cominciò a muoversi in avanti. Leisha esitò, quindi lo lasciò fare. L’uomo entrò insieme con Alice.

Leisha restò in attesa, da sola, nell’oscurità.

Nel giro di tre minuti uscirono, la guardia portava in braccio una bambina. Il volto largo di Alice riluceva, pallido, alla luce della veranda. Leisha balzò in avanti, aprì la portiera dell’auto e aiutò la guardia a deporre la bambina all’interno. La guardia aveva un’espressione corrucciata, un lento cipiglio sconcertato carico di diffidenza.

Alice disse: — Ecco qui. Questi sono cento dollari extra. Per tornare in città per suo conto.

— Ehi… — protestò la guardia, ma prese i soldi. Continuò a guardarle mentre Alice si allontanava.

— Andrà dritto filato alla polizia — disse Leisha disperata. Dovrà farlo altrimenti rischia di perdere la licenza.

— Lo so — rispose Alice. — Ma, a quel punto, noi saremo già fuori dall’auto.

— Dove?

— All’ospedale — rispose Alice.

— Alice, non possiamo… — Leisha non terminò. Si voltò verso il sedile posteriore. — Stella? Mi senti?

— Sì — confermò una vocina.

Leisha cercò a tastoni finché le dita non trovarono la luce per illuminare il sedile posteriore. Stella giaceva stesa sul sedile, col volto contorto dal dolore. Si teneva il braccio sinistro con il destro. Un singolo livido le macchiava il volto, al di sopra dell’occhio sinistro. Aveva i capelli rossi intrecciati e sporchi.

— Tu sei Leisha Camden — disse la bambina, e cominciò a piangere.

— Ha un braccio rotto — commentò Alice.

— Tesoro, riesci… — Leisha sentiva un groppo in gola e aveva difficoltà a pronunciare le parole — riesci a resistere finché non saremo arrivati da un dottore?

— Sì — rispose Stella. — Ma non mi riportate indietro!

— Non lo faremo — la rassicurò Leisha. — Mai. — Lanciò un’occhiata ad Alice e vide il volto di Tony.

Alice annunciò: — C’è un ospedale della comunità circa quindici chilometri a sud di qui.

— Come fai a saperlo?

— Ci sono stata, una volta. Per overdose — spiegò brevemente Alice. Guidava incurvata sul volante, col volto di una persona che sta pensando furiosamente. Anche Leisha stava pensando, cercando di scovare un modo per aggirare l’accusa di rapimento. Probabilmente non avrebbero potuto dire che la bambina le aveva seguite spontaneamente. Stella avrebbe indubbiamente cooperato ma, alla sua età e nelle sue condizioni, non era probabilmente sui iuris, la sua parola non avrebbe avuto alcun peso legale.

— Alice, non riusciremo nemmeno a farla entrare in ospedale senza fornire informazioni previdenziali. Verificabili in rete.

— Stammi a sentire — disse Alice, non a Leisha ma al di sopra della spalla in direzione del sedile posteriore — ecco quello che faremo, Stella. Io dirò che tu sei mia figlia e che sei scivolata da una grossa roccia su cui ti stavi arrampicando, quando ci siamo fermate per uno spuntino in un’area da pic-nic al margine della strada. Stiamo andando dalla California a Philadelphia per far visita alla nonna. Ti chiami Jordan Watrous e hai cinque anni. Hai capito, tesoro?

— Io ho sette anni — replicò Stella. — Quasi otto.

— Sei una bambina di cinque anni molto sviluppata. Fai il compleanno il 23 marzo. Pensi di farcela, Stella?

— Sì — rispose la bambina. Aveva una voce più forte.

Leisha fissò Alice. — E tu pensi di farcela?

— Certamente — ribatté Alice. — Sono la figlia di Roger Camden.

Alice, in parte sostenne, in parte portò in braccio Stella fino al Pronto Soccorso del piccolo ospedale comunitario. Leisha restò a guardare dall’automobile: la piccola donna tarchiata, il sottile corpo della bambina con il braccio rotto. Portò quindi l’auto di Alice nell’angolo più lontano del parcheggio, sotto la dubbia copertura di uno sparuto acero, e la chiuse a chiave. Si annodò la sciarpa attorno al volto.

Ormai il numero di targa dell’auto di Alice e il suo nome sarebbero stati in ogni banca dati della polizia e delle agenzie di autonoleggio. Le banche dati mediche erano più lente: spesso caricavano le informazioni dai distretti locali soltanto una volta al giorno, odiando l’interferenza governativa in quello che era ancora, nonostante un mezzo secolo di battaglia, un settore imprenditoriale privato. Probabilmente Alice e Stella non avrebbero avuto problemi in ospedale. Probabilmente. Ma Alice non avrebbe potuto noleggiare un’altra auto.

Leisha sì.

Ma i file di allerta nelle agenzie di autonoleggio su Alice Camden Watrous potevano, o no, includere il fatto che lei era la gemella di Leisha Camden.

Leisha esaminò le file di auto nel parcheggio. Una lussuosa Chrysler fiammante, un van Ikeda, una serie di Toyota e Mercedes di classe media, una Cadillac del ’99, riusciva a immaginare la faccia del proprietario se non l’avesse ritrovata, dieci o dodici utilitarie di scarso valore e l’aeromobile con il conducente in uniforme addormentato al volante. In più, un malconcio camioncino di campagna.

Leisha si avvicinò al camioncino. C’era un uomo che fumava seduto al volante. Lei pensò a suo padre.

— Salve — salutò Leisha.

L’uomo abbassò il finestrino ma non rispose. Aveva capelli scuri e unti.

— Vede quell’aeromobile laggiù? — fece Leisha. Cercò di far suonare la propria voce stridula, giovanile. L’uomo la fissò con indifferenza: da quell’angolazione non poteva essere in grado di vedere che il guidatore era addormentato. — È la mia guardia del corpo. Pensa che io sia dentro, proprio come mi ha detto mio padre, per farmi controllare questo labbro. — Riusciva ancora a sentire la bocca gonfia per il colpo di Alice.

— E allora?

Leisha sbatté un piede. — E allora io non voglio entrare. Lui è uno stronzo esattamente come mio padre. Io voglio uscire. Le darò 4000 crediti per il camioncino. In contanti.

Gli occhi dell’uomo si spalancarono. Gettò via la sigaretta e fissò nuovamente l’aeromobile. Le spalle del conducente erano larghe e l’auto era a una distanza tale che l’uomo avrebbe sentito eventuali grida.

— Tutto perfettamente legale — continuò Leisha, cercando di fare l’occhiolino. Sentiva le ginocchia indebolirsi.

— Fammi un po’ vedere i contanti.

Leisha indietreggiò dal camioncino in un punto in cui lui non la potesse raggiungere. Estrasse il denaro dal fermaglio che teneva sotto il braccio. Era abituata a portare con sé molti contanti: c’era sempre stato Bruce, o qualcuno come Bruce. C’era sempre stata sicurezza.

— Scenda dal camioncino sull’altro lato — disse Leisha — e blocchi la portiera alle sue spalle. Lasci le chiavi sul sedile in modo che io le possa vedere da qui, A quel punto, appoggerò i soldi sul tettuccio dove lei potrà vederli.

L’uomo si mise a ridere, emettendo un suono simile al rotolare di ghiaia. — Tipica piccola Dabney Engh, vero? È quello che insegnano alle debuttanti in società nelle scuole di lusso?

Leisha non aveva la minima idea di chi fosse Dabney Engh. Restò in attesa, osservando l’uomo che cercava di pensare a un modo per imbrogliarla e tentando di nascondere il proprio disprezzo. Pensò a Tony.

— D’accordo — acconsentì lui, e scivolò giù del camioncino.

— Blocchi la portiera!

L’uomo sogghignò, aprì nuovamente la portiera e la bloccò. Leisha appoggiò i soldi sul tettuccio, spalancò la portiera di guida, si catapultò all’interno, bloccò la serratura e tirò su il finestrino. L’uomo si mise a ridere. La ragazza inserì la chiave nel quadro, avviò il motore e si indirizzò verso la strada. Aveva le mani tremanti.

Passò lentamente attorno all’isolato per due volte. Quando tornò, l’uomo era sparito e il conducente dell’aeromobile era ancora addormentato. Si era chiesta se l’uomo non lo avrebbe svegliato, per pura cattiveria, ma non lo aveva fatto. Parcheggiò il camioncino e restò in attesa.

Un’ora e mezzo dopo, Alice e un’infermiera uscirono portando Stella in carrozzella all’ingresso del Pronto Soccorso. Leisha balzò fuori dal camioncino e gridò: — Arrivo, Alice! — agitando le braccia. Era troppo buio per vedere l’espressione di Alice: Leisha poteva solamente sperare che sua sorella non mostrasse un’aria seccata nel vedere il camioncino ammaccato, che non avesse detto all’infermiera di aspettare un’automobile rossa.

Alice disse: — Questa e Julie Bergadon, un’amica che ho chiamato mentre stavate rimettendo a posto il braccio di Jordan -. L’infermiera annuì, mostrando scarso interesse. Le due donne aiutarono Stella a salire nell’alta cabina del camioncino: non esisteva sedile posteriore. Stella aveva il gesso al braccio e sembrava narcotizzata.

— Come hai fatto? — chiese Alice mentre si allontanavano.

Leisha non rispose. Stava osservando un’aeromobile della polizia in atterraggio sul lato opposto del parcheggio. Due agenti ne uscirono e si incamminarono con passo deciso verso l’automobile serrata di Alice posta sotto l’acero striminzito.

— Mio Dio — disse Alice. Per la prima volta sembrò spaventata.

— Non ci rintracceranno — ribatté Leisha. — Non in questo camioncino. Puoi contarci.

— Leisha — la voce di Alice era bloccata dalla paura. — Stella è addormentata.

Leisha lanciò un’occhiata alla piccola, accasciata contro la spalla di Alice. — No. È in stato di incoscienza a causa degli antidolorifici.

— Va bene? È normale? Per… lei?

— Possiamo svenire. Possiamo perfino provare un sonno indotto da farmaci. — Tony, lei, Richard e Jeanine nel bosco a mezzanotte… — Non lo sapevi, Alice?

— No.

— Non sappiamo molto l’una dell’altra, vero?

Si diressero a sud in silenzio. Alla fine, Alice disse: — Dove la porteremo, Leisha?

— Non lo so. Da uno qualsiasi degli Insonni sarebbe il primo posto in cui la polizia andrebbe a controllare.

— Non puoi rischiare. Non per come stanno le cose — commentò Alice. Aveva un’aria stanca. — Ma tutti i miei amici sono in California. Non penso che potremo andare tanto avanti con questa bagnarola arrugginita senza essere fermate.

— Non andrebbe bene comunque.

— Che cosa dovremmo fare?

— Lasciami riflettere.

A un’uscita si trovava una cabina telefonica. Non sarebbe stata schermata come la rete del Gruppo. La linea aperta di Kevin sarebbe stata controllata? Probabilmente sì.

Indubbiamente, lo sarebbe stata la linea del Rifugio.

Il Rifugio. Tutti loro stavano andando lì o c’erano già, aveva detto Kevin. Rintanati, cercando di tenersi attorno gli erosi monti Allegheny come una tana piccola e sicura. Eccetto che per i bambini come Stella, che non potevano farlo.

Dove andare? Con chi?

Leisha chiuse gli occhi. Gli Insonni erano fuori discussione: la polizia avrebbe trovato Stella nel giro di poche ore. Susan Melling? Ma era stata la matrigna anche troppo in vista di Alice ed era cobeneficiaria del testamento di Camden: l’avrebbero interrogata quasi immediatamente. Non doveva essere nessuno riconducibile ad Alice. Poteva trattarsi solamente di un Dormiente che Leisha conoscesse e di cui si fidasse: e perché mai doveva esistere qualcuno che corrispondesse alla descrizione? Perché poi lei avrebbe dovuto mettere, così a rischio una tale persona?

Rimase a lungo nella buia cabina telefonica. Quindi si incamminò nuovamente verso il camioncino. Alice stava dormendo con la testa appoggiata contro il sedile. Una sottile linea di bava le scorreva lungo il mento. Il suo volto era pallido ed esangue nella luce malata del chiosco. Leisha ritornò alla cabina.

— Stewart? Stewart Sutter?

— Si?

— Sono Leisha Camden, È successa una cosa. — Gli raccontò la storia in modo preciso, con frasi essenziali, Stewart non la interruppe.

— Leisha… — iniziò Stewart, quindi si bloccò.

— Ho bisogno di aiuto, Stewart. — "Ti aiuterò io, Alice", "Non ho bisogno del tuo aiuto", sussurrò un vento al di sopra dell’oscuro campo accanto al chiosco, e Leisha rabbrividì. Udì nel vento l’acuto mugolare di un mendicante. Nel vento, la sua stessa voce.

— D’accordo — acconsentì Stewart. — Faremo così. Io ho una cugina a Ripley, nello stato di New York, appena al di là del confine con la Pennsylvania, proprio sulla strada che stai percorrendo tu, a est. Deve essere nello stato di New York: io sono abilitato per New York. Porta lì la bambina. Io chiamerò mia cugina e le dirò che stai arrivando. È una donna un po’ anziana, un’attivista, in gioventù. Si chiama Janet Patterson. Il paese è…

— Cosa ti rende così certo che sarà d’accordo a essere coinvolta? Potrebbe finire in galera. Anche tu.

— È stata in prigione così tante volte che non ci crederesti nemmeno. Proteste politiche che risalgono fino al Vietnam. Ma nessuno finirà in prigione. Mi pregio io di essere il tuo avvocato, per la cronaca. Farò dichiarare Stella sotto protezione statale. Non dovrebbe risultare troppo difficile con la documentazione dell’ospedale che avete ottenuto a Skokie. Quindi potrà essere trasferita in una casa di tutela a New York. Conosco il posto, la gente lì è gentile e onesta. Poi Alice…

— Stella è residente in Illinois. Non puoi…

— Certo che posso. Dopo le scoperte scientifiche sulla durata della vita degli Insonni, i legislatori sono stati indirizzati da stupidi membri di collegi elettorali terrorizzati, gelosi o semplicemente infuriati. Il risultato è un corpo di cosiddette leggi crivellate di contraddizioni, assurdità e vizi di forma. Nessuna di esse resisterà alla lunga, quanto meno lo spero, ma nel frattempo possono essere ben sfruttate. Posso usarle per creare per Stella il caso più maledettamente complesso che si sia mai visto, e nel frattempo lei non verrà riportata a casa. Ma questo non funzionerà per Alice. Avrà bisogno di un avvocato abilitato in Illinois.

— Ne abbiamo uno — disse Leisha. — Candace Holt.

— No, non un Insonne. Fidati, Leisha. Te ne troverò uno in gamba. C’è un ragazzo a… ma stai piangendo?

— No — rispose Leisha in lacrime.

— Oh, Dio — disse Stewart. — Che bastardi. Mi dispiace che tutto questo sia accaduto, Leisha.

— Non dispiacerti — rispose Leisha.

Quando ebbe ottenuto le indicazioni per arrivare dalla cugina di Stewart, la ragazza ritornò al camioncino. Alice era ancora addormentata, Stella ancora in stato di incoscienza. Leisha chiuse la portiera il più silenziosamente possibile. Il motore tossì e ruggì, ma Alice non si svegliò.

C’era una folla di persone lì con loro nell’angusto e oscuro camioncino: Stewart Sutter, Tony Indivino, Susan Melling, Kenzo Yagai, Roger Camden.

A Stewart Sutter lei disse: "Mi hai telefonato per informarmi della situazione da Morehouse e Kennedy. Stai rischiando la tua carriera e tua cugina per Stella. E non ci guadagnerai nulla, come Susan, quando mi ha parlato in anticipo del cervello di Bernie Kuhn. Susan che ha perduto la sua vita per il sogno di Papà e l’ha riconquistata con le sue sole forze. Un contratto che non prende in considerazione le due parti non è un contratto: lo sa anche uno studente del primo anno".

A Kenzo Yagai disse: "Il commercio non è sempre lineare. Le è sfuggito. Se Stewart mi dà qualcosa e io do qualcosa a Stella e fra dieci anni da ora Stella sarà una persona differente per quel motivo e darà qualcosa a qualcun altro ancora sconosciuto… si tratta di un’ecologia. Un’ecologia del commercio, sì, di cui ogni tassello è necessario, anche se non è legato contrattualmente. Un cavallo ha bisogno di un pesce? Sì".

A Tony disse: "Sì, ci sono mendicanti in Spagna che non scambiano nulla, non danno nulla, non fanno nulla. Ma non ci sono solo mendicanti in Spagna. Se ti ritiri dai mendicanti, ti ritiri dall’intero maledetto paese. E ti ritiri dalla possibilità dell’ecologia dell’aiuto. Ecco quello che voleva Alice, tutti quegli anni addietro nella sua stanza da letto. Incinta, terrorizzata, infuriata, gelosa, voleva aiutare me e io non gliel’ho lasciato fare perché non ne avevo bisogno. Adesso, però ho bisogno.

E lei ne aveva bisogno allora. I mendicanti hanno bisogno di aiutare come di essere aiutati".

Alla fine, era rimasto solamente Papà. Poteva vederlo, con gli occhi scintillanti che teneva nelle forti mani fiori esotici dalle foglie spesse. A Camden disse: "Avevi torto. Alice è speciale. Oh, Papà, quanto è speciale Alice! Avevi torto".

Non appena ebbe formulato questo pensiero, si sentì piena di leggerezza. Non della allegra bolla di gioia, non della severa chiarezza dell’analisi, ma di qualcosa d’altro: luce del sole, dolce attraverso le vetrate della serra da cui due bambine correvano dentro e fuori. Improvvisamente si sentì luminosa anche lei, non leggera ma traslucida, un mezzo attraverso il quale la luce del sole poteva passare chiaramente, nel suo viaggio verso qualche altro luogo.

Condusse la donna addormentata e la bambina ferita attraverso la notte, a est, verso il confine di stato.

LIBRO II: RIFUGIO

2051

Si può sostenere che una nazione sia costituita dai suoi territori, dalla sua popolazione, dalle sue leggi. Il territorio rappresenta l’unica parte contraddistinta da una certa durata.

ABRAMO LINCOLN, Messaggio al Congresso 1 dicembre 1862

8

Jordan Watrous stava appena al di fuori della cancellata principale della fabbrica di scooter Noi-Dormiamo e guardava la polverosa strada del Mississippi. Una recinzione elettrificata alta due metri e mezzo si estendeva su entrambi i lati. Non si trattava di un campo a energia-Y, non era di tecnologia sofisticata, ma era sufficiente. Quanto meno per il momento, intanto che gli attacchi alla fabbrica erano di secondaria importanza, non organizzati e di tipo verbale. Successivamente avrebbero avuto bisogno di un campo a energia-Y. Hawke diceva così.

Dall’altra parte del fiume, in Arkansas, i coni a energia-Y dell’impianto Samsung-Chrysler scintillavano al sole del primo mattino.

Jordan sbirciò lungo la strada. Il sudore gli appiccicava i capelli e gli gocciolava lungo il collo. La guardia, una donna legnosa dai capelli di stoffa che indossava jeans sbiaditi, cacciò fuori la testa dalla guardiola e gridò: — È abbastanza caldo per te, Jordan?

Da sopra la spalla, lui rispose: — Come sempre, Mayleen.

La donna si mise a ridere. — Voi ragazzi californiani non fate altro che appassire al calore naturale del buon Dio.

— Penso che non siamo duri come voi ratti di fiume.

— Ragazzo, non ci sta nessuno duro come noi. Guarda solo il signor Hawke.

Come se fosse stato possibile per chiunque alla fabbrica Noi-Dormiamo fare altrimenti! Non che Hawke non si fosse meritato il rispetto che traspariva dalla voce di Mayleen. Quando Mayleen era stata assunta l’inverno passato, Jordan, solo da quattro settimane impiegato come assistente personale di Hawke, si era recato con lui alla baracca della donna per il colloquio. Anche se adeguatamente riscaldata e rifornita con l’economica energia-Y cui ogni cittadino aveva diritto se godeva dell’assistenza sociale, la baracca non aveva impianto idraulico interno, mostrava pochissimi mobili e rari giochi per gli ossuti bambini dai capelli stopposi che avevano fissato con occhi sgranati la giacca di pelle di Jordan e la ricetrasmittente sul bavero. La settimana precedente Mayleen aveva annunciato con orgoglio di avere acquistato un gabinetto e una coppia di cuscini di pizzo. L’orgoglio, sapeva ormai Jordan, era una cosa pratica come il gabinetto. Lui lo sapeva perché Calvin Hawke glielo aveva insegnato.

Jordan riprese a esaminare la strada. Mayleen gli chiese: — Aspetti qualcuno?

Lentamente Jordan si voltò. — Hawke non ti ha telefonato?

— Telefonato cosa? Non mi ha detto mica niente.

— Gesù Cristo - esclamò Jordan. Il terminale nella guardiola trillò, e Mayleen tirò dentro la testa. Jordan la osservò attraverso la vetrata in plastivetro. Mentre lei ascoltava, il viso le si indurì come sapevano fare solamente quei volti del Mississippi. Ghiaccio istantaneo nel calore ribollente. Lui non aveva mai visto una cosa simile in California.

Evidentemente, Hawke le stava dicendo non soltanto di permettere l’ingresso a un visitatore, ma anche chi fosse il visitatore in questione.

— Sì, signore — disse lei in tono enfatico al terminale, e Jordan si contrasse. Nessuno in fabbrica chiamava Hawke "signore" a meno che non fosse infuriato, e nessuno si infuriava mai con Hawke. Tendevano a rimuovere. Sempre.

Mayleen uscì dalla guardiola. — Non è che è opera tua, Jordan?

— Sì.

— Perché? — La donna sputò la parola e Jordan, finalmente, sentì indurirsi anche il proprio volto. Finalmente Hawke diceva sempre che gli occorreva troppo tempo per arrabbiarsi.

— Sono affari tuoi, Mayleen?

— Tutto quello che succede in questo impianto qui sono affari miei — rispose Mayleen, il che era soltanto la verità. Hawke lo aveva reso la verità per tutti e ottocento gli impiegati. — Non vogliamo gente del suo genere qui.

— Apparentemente, Hawke sì.

— Ti ho chiesto perché.

— Perché non lo chiedi a lui perché?

— Lo sto chiedendo a te. Perché, maledizione?

Lungo la strada avanzava una nuvola di polvere. Un’automobile. Jordan avvertì un’improvvisa fitta di terrore: qualcuno le aveva detto forse di non presentarsi con una Samsung-Chrysler? Ma si poteva contare sul fatto che lei sapesse già una cosa del genere. Sapeva sempre tutto.

Mayleen latrò: — Ti ho fatto una domanda, Jordan! Che intenzioni ha il signor Hawke lasciando entrare uno di loro nel nostro impianto?

— Hai preteso una risposta, non hai fatto una domanda. — Ormai la rabbia gli dava una sensazione gradevole, spazzando via il suo nervosismo. — Ma risponderò comunque, Mayleen. Solo perché sei tu. Leisha Camden è qui perché ha chiesto di venire, e Hawke le ha dato il permesso.

— Questo l’ho capito da sola! Quello che non riesco a capire è perché!

L’automobile si fermò al cancello. Era pesantemente corazzata e stipata di guardie del corpo. Il conducente scese per aprire il cancello. L’auto non era una Samsung-Chrysler.

— Perché? — ripeté Mayleen con un tale odio che perfino Jordan rimase sconcertato. Si voltò. La sottile bocca di lei era contorta in un ringhio, ma nei suoi occhi regnava una paura che Jordan riconobbe, Hawke gli aveva insegnato a riconoscerla, la paura non per le persone in carne e ossa, ma per le scelte degradanti che quelle persone avevano causato indirettamente: due dollari per mezzo pacchetto di sigarette o due dollari per un paio di calzettoni caldi? Latte extra per i bambini oltre quello passato dall’assistenza sociale o un taglio di capelli? La paura non era tanto di morire di fame, non in un paese con una prosperità basata sull’energia a basso costo, quanto di essere tagliati fuori da quella prosperità. Essere di seconda classe. Non abbastanza in gamba per il fondamentale distintivo di dignità adulta: il lavoro. Un parassita. La rabbia colò fuori da Jordan: tristemente, la sentì scemare. La rabbia era molto più comoda.

Nel modo più gentile possibile, disse a Mayleen: — Leisha Camden si trova qui perché è la sorella di mia madre. Mia zia.

Lui si chiese quanto sarebbe occorso a Hawke, quella volta, per redimerlo.

— E per ogni scooter occorrono sedici operazioni sulla catena di montaggio? — chiese Leisha.

— Sì — rispose Jordan. Erano insieme con le guardie del corpo di Leisha, tutti con elmetto e occhialoni, a osservare la Sezione 8-E. Gli operai si affaccendavano a gruppi di tre su una ventina di scooter e, presi dal loro zelo, ignorarono completamente i visitatori. Lo zelo era più evidente rispetto ai risultati ma, ovviamente, questo Leisha lo sapeva già.

Sei mesi prima, alla festa del diciottesimo compleanno della sorella minore di Jordan, in California, Leisha aveva interrogato Jordan così accuratamente sulla fabbrica che lui era stato certo, sicuro come l’oro, che alla fine lei gli avrebbe chiesto di visitarla. Quello che non si era aspettato era che Hawke glielo permettesse.

Lei disse: — Pensavo che il signor Hawke potesse unirsi a noi. Dopo tutto, sono venuta per incontrare lui.

— Ha detto di portarti nel suo ufficio dopo il giro.

Sotto i pesanti occhialoni di sicurezza le labbra di Leisha sorrisero. — Per mostrarmi casa mia?

— Immagino di sì — disse con espressione grave Jordan. Non sopportava quando Hawke, sempre imprevedibile, si abbassava a recitare la parte di quello che è sempre in vantaggio sugli altri. Con grande sorpresa di Jordan, Leisha gli appoggiò una mano sul braccio. — Non prendertela per me, Jordan. Non è che non ne abbia diritto.

Che poteva dire Jordan al proposito? L’intera questione era essenzialmente basata sui diritti. Chi avesse quale, come e perché.

Non si sa come, Jordan non si sentiva esattamente la persona più adatta a commentare. Non era nemmeno certo di chi, nella sua stessa famiglia, avesse il diritto a cosa, o perché.

Sua madre e sua zia avevano una rapporto così strano. Forse "tirato" era un termine più adatto. E, nello stesso tempo, non lo era. Leisha faceva visita alla famiglia Watrous in California soltanto in occasioni di cerimonie: Alice non andava mai a trovare Leisha a Chicago. Tuttavia Alice, che amava il giardinaggio, spediva per via aerea un mazzo di fiori freschi del proprio giardino all’appartamento di Leisha ogni singolo giorno, a un costo che Jordan riteneva folle. I fiori erano del tutto comuni, resistenti boccioli di campo: flox, girasoli, gigli selvatici e garofani indiani che Leisha avrebbe potuto acquistare lungo le strade di Chicago per qualche dollaro. — La zia Leisha non preferisce le piante esotiche da appartamento? — aveva chiesto una volta Jordan. — Sì — gli aveva risposto sorridendo sua madre.

Leisha aveva sempre portato a Jordan e a sua sorella Moira dei regali meravigliosi: kit elettronici per ragazzi, telescopi, due quote di azioni da seguire sulle reti informatiche. Alice era sempre sembrata entusiasta dei regali quanto lo erano stati i ragazzi. Tuttavia, quando Leisha mostrava a Jordan e Moira come utilizzare ognuno di essi, come regolare azimut e altitudine del telescopio, come scrivere ideogrammi giapponesi su carta di riso, Alice aveva sempre lasciato la stanza. Dopo i primi pochi anni, anche Jordan aveva desiderato a volte che Leisha se ne andasse per lasciare lui e Moira a leggere le istruzioni per proprio conto. Leisha spiegava troppo in fretta, troppo rigidamente e troppo a lungo, e si arrabbiava perché Jordan e Moira non ricordavano le cose al primo colpo. Non risultava nemmeno d’aiuto il fatto che la zia Leisha sembrasse arrabbiarsi con se stessa, non con loro. Faceva sentire Jordan uno stupido. — Leisha ha il suo modo di fare — era tutto quello che diceva Alice. — E noi abbiamo il nostro.

La cosa più strana di tutte era il Gruppo dei gemelli di Alice. Leisha era apparsa dapprima scioccata, quindi triste e poi infuriata quando aveva sentito parlare del Gruppo dei gemelli. Alice vi operava in qualità di volontaria tre volte alla settimana. Il Gruppo raccoglieva documentazioni su gemelli che potevano comunicare a vicenda attraverso grandi distanze, che sapevano quello che l’altro stava pensando, che provavano dolore quando l’altro era nei guai. Studiavano anche coppie di gemelli ancora all’asilo per vedere come imparassero a differenziare se stessi in qualità di esseri separati. Questo guazzabuglio di ESP, parapsicologia e metodo scientifico aveva sconcertato Jordan, allora diciassettenne. — La zia Leisha dice che le statistiche riguardanti le coincidenze possono fornire spiegazioni per la maggior parte dei tuoi casi di ESP. Io pensavo che tu e lei non foste nemmeno gemelle monozigote!

— Non lo siamo — aveva risposto Alice.

Negli ultimi due anni Jordan aveva visto sua zia molto spesso, senza dirlo a sua madre. Leisha era un’Insonne, il nemico economico. Era anche gentile, generosa e idealista. La cosa lo turbava.

C’erano così tante cose che lo turbavano.

Per completare la visita all’impianto occorse circa un’ora. Jordan cercò di vedere lo stabilimento con gli occhi di Leisha: persone al posto di robot a basso costo, discussioni gridate sulle catene di montaggio, musica rock che rimbombava. Parti scartate al controllo qualità, parzialmente reimballate in cartoni sporchi. Il panino sbocconcellato da qualcuno calciato in un angolo.

Quando alla fine Jordan condusse Leisha nell’ufficio di Hawke, Hawke si alzò da dietro la scrivania massiccia di pino grezzo della Georgia. — Signorina Camden, è un onore.

— Signor Hawke.

Leisha porse la mano. Hawke la strinse, e Jordan notò che lei indietreggiò leggermente. La gente che incontrava Calvin Hawke per la prima volta generalmente indietreggiava: non prima di quel momento, Jordan si rese conto di quanto intensamente si fosse chiesto se anche Leisha l’avrebbe fatto. Non si trattava dell’immensa stazza di Hawke, quanto piuttosto della sua sconcertante spigolosità fisica: naso adunco, zigomi simili a scalpelli, trafiggenti occhi neri; sfoggiava perfino la collana di aguzzi denti di lupo che era appartenuta al suo bis-bis-bisnonno, una montagna d’uomo che aveva sposato tre donne indiane e ucciso trecento guerrieri pellirosse. Quanto meno, era ciò che Hawke diceva. Potevano dei denti di lupo vecchi quasi duecento anni essere ancora così aguzzi?

Quelli di Hawke sì.

Leisha sorrise rivolta verso Hawke, quasi trenta centimetri più alto di lei nonostante la notevole altezza della donna, e disse: — Grazie per avermi concesso di venire. — Quando Hawke non rispose, lei aggiunse in modo diretto: — Perché lo ha fatto?

Hawke fece finta che gli avesse posto una domanda differente. — Lei è al sicuro qui. Anche senza i suoi scagnozzi. Non esiste odio infondato nei miei impianti.

Jordan pensò a Mayleen, ma non disse nulla. Non si contraddiceva Hawke in pubblico.

Leisha ribatté freddamente: — Un interessante uso di "infondato", signor Hawke. Nel linguaggio giuridico definiamo un simile uso insinuante. Adesso che sono qui, però, mi piacerebbe porgerle qualche domanda, se posso.

— Ovviamente — rispose Hawke. Incrociò le enormi braccia sul petto e si appoggiò indietro contro la scrivania, apparentemente tutto cordialità e disponibilità. Sulla scrivania erano appoggiati un videotelefono, un boccale da caffè con il motto di Harvard e una bambolina cerimoniale Cherokee. Nulla di tutto ciò era stato li quella mattina. Jordan comprese che Hawke aveva allestito il palcoscenico. Al giovanotto cominciò a formicolare il collo.

Leisha cominciò: — I suoi scooter sono ridotti all’osso: dotati dei coni-Y più semplici possibili e con meno optional di qualsiasi altro modello sul mercato.

— È vero — rispose Hawke garbatamente.

— La loro affidabilità è inferiore a quella di qualsiasi altro modello: necessitano di un maggior numero di parti di ricambio e prima. In effetti nulla, a parte lo scudo deflettore a cono-Y, è corredato di alcun tipo di garanzia e, ovviamente, i deflettori sono brevettati e non sono ceduti in subappalto.

— Si è ben documentata — commentò Hawke.

— Gli scooter possono raggiungere un massimo di soli quaranta chilometri orari.

— Vero.

— Costano il dieci per cento in più rispetto a uno Schwinn, un Ford o un Sony dello stesso livello.

— Vero anche questo.

— Tuttavia, lei ha catturato il trentadue per cento del mercato interno, ha aperto tre nuovi stabilimenti nell’anno precedente e ha dichiarato un ritorno societario in attivo del ventotto per cento, anche se la media industriale è a mala pena dell’undici per cento.

Hawke sorrise.

Leisha avanzò di un passo verso di lui. Disse quindi con grande decisione: — Non vada avanti così, signor Hawke. È un terribile errore. Non per noi, per voi.

Hawke rispose giovialmente: — Sta minacciando il mio stabilimento, signorina Camden?

Jordan sentì serrarsi lo stomaco. Hawke stava equivocando intenzionalmente quello che Leisha aveva detto, trasformando le parole da una preghiera in una minaccia, in modo da poter sostenere una lite invece che una discussione. Ecco perché le aveva concesso di visitare uno stabilimento Noi-Dormiamo: voleva godere del futile brivido di un confronto faccia a faccia. Il capo mal in arnese di un movimento politico nazionale sul tappeto con la famosissima avvocato Insonne, Jordan si sentì pervadere dal disappunto: Hawke era migliore di così.

Lui aveva bisogno che Hawke fosse migliore di così.

Leisha continuò: — Ovviamente non la sto minacciando, signor Hawke, e lei lo sa. Sto solamente cercando di sottolineare che il suo movimento Noi-Dormiamo è pericoloso per il paese e per voi stessi. Non sia così ipocrita da far finta di non capire.

Hawke continuò a sorridere gaiamente, ma Jordan notò un muscoletto sul suo collo, appena al di sopra di un ingiallito dente di lupo, che cominciava a pulsare ritmicamente.

— Sarebbe ben difficile non capire, signorina Camden. Ha martellato su questo punto ormai da anni sulla stampa.

— E continuerò a martellare. Tutto ciò che spinge Dormienti e Insonni ad allontanarsi è fondamentalmente inutile per entrambi. Ci sono persone che acquistano i suoi scooter non perché siano buoni, non perché siano economici, non perché siano belli ma soltanto perché sono fatti da Dormienti, con profitti che vanno solamente ai Dormienti. Lei, e tutti i suoi seguaci nelle altre industrie, sta spaccando il paese in due a livello economico, signor Hawke, creando una doppia economia basata sull’odio. Questo è pericoloso per tutti!

— Ma specialmente per gli interessi economici degli Insonni? — chiese Hawke, apparentemente tutto interesse disinteressato. Jordan si accorse che l’uomo pensava di avere acquistato terreno per l’improvvisa risposta emotiva di Leisha.

— No — rispose Leisha stancamente. — Forza, signor Hawke, sa che non è così. Gli interessi economici degli Insonni si basano sull’economia globale, specialmente sulla finanza e le tecnologie sofisticate. Lei potrebbe fabbricare qualsiasi veicolo, edificio e aggeggio in America e non fare loro alcun danno.

"Loro", pensò Jordan. "Non noi". Cercò di capire se Hawke l’avesse notato.

Hawke chiese in modo suadente: — E allora perché si trova qui, signorina Camden?

— Per lo stesso motivo per cui mi reco al Rifugio. Per inveire contro la stupidità.

Il muscoletto nel collo di Hawke prese a pulsare più velocemente: Jordan si accorse che l’uomo non si era aspettato che Leisha lo paragonasse al Rifugio, al nemico. Hawke allungò una mano sulla scrivania e premette un campanello. Le guardie del corpo di Leisha si tesero. Hawke lanciò loro un’occhiata di disgusto: traditori della loro stessa parte biologica. La porta dell’ufficio si aprì ed entrò una giovane donna negra, mostrando un’espressione sconcertata.

— Hawke? Coltrane dice che volete vedere tutti me?

— Sì, Tina. Grazie. Questa signora è interessata al nostro stabilimento. Ti dispiacerebbe parlarle un po’ del tuo lavoro qui dentro?

Tina si voltò obbediente verso Leisha, senza riconoscerla. — Io lavoro nella Sezione Nove — disse. — Prima che adesso non c’avevo niente. La mia famiglia non c’aveva niente. Andavamo all’assistenza, ci pigliavamo la roba da mangiare, andavamo a casa e mangiavamo. Aspettevamo di morire. — Proseguì, raccontando una storia ormai nota a Jordan, diversa soltanto nell’approccio melodrammatico di Tina nel narrarla. Il che era indubbiamente il motivo per cui Hawke l’aveva fatta aspettare. Nutrita, alloggiata, vestita poveramente dai sussidi dell’assistenza sociale. E completamente inabile a competere al di là di quel livello economico, finché Calvin Hawke e il movimento Noi-Dormiamo non le avevano fornito un lavoro che le offriva un salario. Il mercato per quel lavoro era stato strappato con difficoltà al mercato nazionale, sulla base di termini che non avevano nulla a che fare con l’economia. — Io compero solamente prodotti Noi-Dormiamo, devo vendere solo i miei prodotti Noi-Dormiamo — intonò con fervore Tina. — È l’unico modo per acchiappare un pezzo della torta!

Hawke disse: — E se qualcuno nella tua comunità compera un prodotto differente perché costa meno o perché è migliore…

— Quel qualcuno non ci resta molto a lungo nella mia comunità — ribatté Tina con espressione tetra. — Ci occupiamo noi delle nostre cose.

— Grazie, Tina — disse Hawke. Tina sembrò sapere che si trattava di un congedo; lasciò la stanza, ma non prima di avere lanciato a Hawke lo stesso sguardo di tutti gli altri. Jordan sperò che Leisha riconoscesse l’espressione dei clienti che aveva salvato da un altro genere di prigione. Lo stomaco del ragazzo si rilassò leggermente.

Leisha disse a Hawke con una smorfia: — Niente male come performance.

— Più di una semplice performance. La dignità dello sforzo individuale: un vecchio dogma yagaista, no? O non può concedere a se stessa di riconoscere dati di fatto di tipo economico?

— Riconosco tutte le limitazioni di un’economia di libero mercato, signor Hawke. Richiesta e offerta pongono i lavoratori esattamente sullo stesso piano di aggeggi, e le persone non sono aggeggi. Ma non si può creare benessere economico creando corporazioni di clienti nello stesso modo in cui si possono corporativizzare i lavoratori.

— È esattamente il modo in cui io sto creando benessere economico, signorina Camden.

— Solo temporaneamente — ribatté Leisha. Si sporse repentinamente in avanti. — Si aspetta forse che i suoi clienti restino lontani per sempre da prodotti migliori a causa dell’odio di classe? L’odio di classe diminuisce quando la prosperità consente alle persone di salire di ceto.

— La mia gente non salirà mai a un ceto pari a quello degli Insonni. E lei lo sa. Voi siete all’apice darwiniano. Così noi capitalizziamo su quello che abbiamo: il maggior numero.

— Ma non deve necessariamente esserci una lotta darwiniana!

Hawke si alzò in piedi. In quel momento il muscoletto sul suo collo era immobile: Jordan capì che Hawke sentiva di avere vinto. — Ah, no, signorina Camden? Chi ha reso così le cose? Gli Insonni controllano il ventotto per cento dell’economia, ormai, indipendentemente dal fatto che rappresentiate una minuscola minoranza. La percentuale è in aumento. Lei stessa è proprietaria di azioni, tramite la Holding Aurora, dello stabilimento Samsung-Chrysler che si trova dall’altra parte del fiume.

Jordan sobbalzò. Non lo sapeva. Per un istante venne pervaso da un sospetto, corrosivo e acido. Sua zia gli aveva chiesto di venire lì, aveva chiesto di parlare con Hawke… Guardò nuovamente Leisha. Lei stava sorridendo. No, non era quella la sua motivazione. Che cosa aveva lui che non andava? Avrebbe passato l’intera vita a essere incerto su tutto?

Leisha ribatté: — Non c’è nulla di illegale nel possedere azioni, signor Hawke. Io lo faccio per il più ovvio dei motivi: per ricavare profitto. Un profitto dai beni migliori possibili e da servizi che possono essere forniti in una competizione onesta, offerti a chiunque sia intenzionato ad acquistarli. Chiunque.

— Molto lodevole — commentò Hawke mordace. — Ma ovviamente non tutti possono acquistare.

— Esattamente.

— Allora siamo d’accordo quanto meno su una cosa: alcune persone sono escluse dalla sua meravigliosa economia darwiniana. Vuole forse che lo accettino docilmente?

Leisha disse: — Io voglio aprire le porte e farli entrare.

— Come, signorina Camden? Come potremmo competere su basi paritarie con gli Insonni, o con la fiumana di compagnie fondate interamente o in parte dal genio finanziario di Insonni?

— Non certo con l’odio e creando due economie.

— E allora con che cosa? Mi dica.

Prima che Leisha potesse rispondere, la porta si spalancò improvvisamente e tre uomini balzarono all’interno della stanza.

Le guardie del corpo di Leisha la schermarono immediatamente, a pistole spianate. Ma gli uomini dovevano essersi aspettati una reazione simile: brandivano macchine da presa, non pistole, e cominciarono a filmare. Visto che tutto quello che potevano scorgere era la falange di guardie del corpo, filmarono quella. Quello sconcertò le guardie che presero a guardarsi a vicenda, in tralice. Nel frattempo Jordan, indietreggiato in un angolo, fu l’unico a notare l’improvviso, quasi impercettibile brillare di una spia luminosa di un pannello ottico in alto sulla parete, in una stanza che era sempre stata reclamizzata come priva di sorveglianza di qualsiasi tipo.

— Fuori — disse a denti stretti il capo delle guardie del corpo, o comunque fosse chiamato. La troupe uscì cortesemente. Nessuno, oltre Jordan, aveva scorto la telecamera di Hawke.

Perché? Che cosa ci faceva Hawke con un filmato clandestino che poteva sostenere essere stato girato da una troupe legittima? Jordan avrebbe forse dovuto dire a sua zia che Hawke era in possesso di un simile filmato? Poteva danneggiarla?

Hawke stava osservando Jordan: annuì solo una volta, con una tale dolcezza negli occhi, una tale tenera comprensione del suo dilemma che il ragazzo ne fu istantaneamente rassicurato. Hawke non aveva alcuna intenzione di danneggiare personalmente Leisha. Non agiva in quel modo. Le sue mete erano più ampie, importanti, giuste, ma tenevano conto degli individui come nessun Insonne, eccetto Leisha, sembrasse mai fare. Indipendentemente da quello che i libri di storia sostenevano che fosse necessario, Hawke non distruggeva uova individuali per creare la sua rivoluzione.

Jordan si rilassò.

Hawke disse: — Mi dispiace, signorina Camden.

Leisha lo fissò con espressione desolata. — Non c’è problema, signor Hawke. — Un momento dopo aggiunse, deliberatamente: — C’è?

— No. Mi permetta di consegnarle un ricordo della sua visita.

— Un…

— Un ricordo. — Da un ripostiglio, le guardie del corpo si irrigidirono nuovamente Hawke tirò fuori uno scooter Noi-Dormiamo. — Ovviamente, è probabile che non vada altrettanto velocemente, o lontano, o che sia affidabile come quello che lei ha già. Sempre che lei si degni di utilizzare uno scooter al posto di un’automobile o aeromobile, come oltre il cinquanta per cento della popolazione è costretta a fare.

Jordan si accorse che Leisha alla fine aveva perso la pazienza. Lasciò uscire il fiato fra i denti serrati, espirando: sibilò in uno spasimo. — No, grazie, signor Hawke. Io guido un Kessler-Eagle. Uno scooter di alta qualità prodotto, credo, in uno stabilimento di proprietà di Dormienti Indiani del New Mexico. Stanno sforzandosi strenuamente di promuovere sul mercato un prodotto superiore a un prezzo onesto, ma ovviamente rappresentano una minoranza priva di un mercato protetto preconfezionato. Credo che siano Hopi.

Jordan non osò guardare il volto di Hawke.

Mentre risaliva in auto, Leisha disse a Jordan: — Mi dispiace per quell’ultima battuta.

— Non preoccuparti — rispose Jordan.

— Be’, mi dispiace per te. So che credi in quello che stai facendo qui, Jordan.

— Sì — commentò Jordan tranquillamente. — È così. Nonostante tutto.

— Quando parli così, sembri tua madre.

Non si poteva certo dire la stessa cosa di Leisha, pensò Jordan, e si sentì immediatamente sleale. Era vero, però: Alice sembrava più vecchia di una quarantatreenne, Leisha molto più giovane. L’invecchiamento dovuto alla gravità si notava nel volto dall’ossatura sottile: l’invecchiamento dovuto al decadimento dei tessuti, no. Non sarebbe dovuta sembrare, allora, di ventuno anni e mezzo? Metà dell’invecchiamento. Non era così: aveva più o meno l’aspetto di una trentenne e, apparentemente, lo avrebbe sempre avuto. Una trentenne bellissima e scattante, le rughe appena accennate attorno agli occhi assomigliavano più a delicati microcircuiti che non a tenui solchi.

— Come sta tua madre? — chiese Leisha.

Jordan comprese tutte le complessità insite nella domanda. Non aveva alcuna intenzione di invischiarvisi. — Bene — rispose. E quindi aggiunse: — Andrai direttamente da qui al Rifugio?

Leisha, mezza dentro e mezza fuori dall’auto, sollevò il volto per guardare il suo. — Come fai a saperlo?

— Hai la tipica espressione di quando stai venendo o stai andando lì.

Lei abbassò lo sguardo: lui non avrebbe dovuto menzionare il Rifugio. La donna disse: — Di’ a Hawke che non creerò un pasticcio legale per la telecamera a parete. Tu non stare in pena per non avermelo detto. Hai già anche troppe contraddizioni da ricomporre, Jordy. Ma sai, comincio a stancarmi delle opprimenti prestanze fisiche come quella del tuo signor Hawke. Tutto carisma ed egocentrismo spropositato, usano l’intensità dei loro credo per colpirti come pugni. È logorante.

Lei ritirò le lunghe gambe all’interno dell’auto. Jordan rise, producendo un suono tale che Leisha gli lanciò una breve occhiata con un’incerta espressione interrogativa negli occhi verdi. Ma lui scosse la testa, la baciò e chiuse la portiera. Mentre l’auto si allontanava, lui si raddrizzò, senza ridere. "Carisma. Egocentrismo spropositato. Opprimenti prestanze fisiche."

Com’era possibile, dopo tutto quel tempo, che Leisha non si fosse ancora resa conto di essere anche lei una di quel genere?

Leisha appoggiò la testa contro il sedile in pelle dell’aereo aziendale delle Imprese Baker. Era l’unica passeggera. Sotto di lei, la pianura del Mississippi stava cominciando a salire ai piedi della catena dei Monti Appalachi. La mano di Leisha accarezzò il libro appoggiato sul sedile di fianco al suo e lo sollevò. Era pur sempre una distrazione da Calvin Hawke.

Avevano fatto una copertina troppo sgargiante. Abramo Lincoln, senza barba, in piedi con un cappottone e un cappello a cilindro neri contro lo sfondo di una città in fiamme (Atlanta? Richmond?) ghignava in modo orribile. Fiamme color cremisi e dorate lambivano un cielo di porpora. Cremisi, oro e fucsia. Su video, i colori sarebbero stati ancora più violenti. In un ologramma tridimensionale, sarebbero stati praticamente fosforescenti.

Leisha sospirò. Lincoln non si era mai trovato in una città in fiamme. Nel periodo degli eventi del libro, aveva avuto la barba. Il libro stesso, poi, era un approfondito studio accademico sui discorsi di Lincoln alla luce della legge costituzionale, non alla luce di una battaglia. Nel libro non c’era nulla di sogghignante. Nulla vi bruciava.

Fece scorrere le dita sul nome inciso nella copertina. Elizabeth Kaminsky.

— Perché? — le aveva chiesto Alice nel suo tipico modo diretto.

— Non ti pare ovvio? — aveva risposto Leisha. — I miei casi legali acquistano anche troppa notorietà di per sé. Voglio che il libro si guadagni quel po’ di attenzione accademica che realmente vale piuttosto che…

— Questo l’ho capito — aveva ribattuto Alice. — Ma perché quello pseudonimo tra tutti quelli che potevi scegliere? — Leisha non aveva saputo cosa rispondere. Una settimana dopo aveva pensato a una risposta ma, ormai, la striminzita visita era terminata, e Leisha non si trovava più in California per comunicarla. Fu tentata di telefonare alla sorella, ma erano le quattro del mattino a Chicago, le due a Morro Bay e, ovviamente, Alice e Beck sarebbero stati addormentati. In ogni caso, poi, lei e Alice si telefonavano raramente.

"Per una cosa che Lincoln disse nel 1864, Alice. Unito al fatto che ho quarantatré anni, la stessa età che aveva Papà quando siamo nate, e che nessuno, nemmeno tu, crede che io mi stia stancando di tutta questa storia."

La verità era, tuttavia, che lei non avrebbe probabilmente mai detto una cosa simile ad Alice, né a Chicago né in California. Non si sa come, tutto ciò che lei diceva ad Alice si trasformava in ampolloso. Tutto quello che Alice diceva a lei invece, come quella mistica sciocchezza del Gruppo dei gemelli, a Leisha appariva crivellato di buchi sia nella logica sia nella sostanza. Erano come due persone che cercassero di comunicare in un linguaggio straniero per entrambe, ridotto a cenni di assenso e sorrisi, non essendo sufficiente l’iniziale buona volontà a compensare lo sforzo.

Vent’anni prima, per un solo momento, era sembrato che fra loro potesse essere diverso. Ma ormai…

Ventiduemila Insonni sulla Terra, il novantacinque per cento dei quali negli Stati Uniti. Ottanta per cento di questi all’interno del Rifugio. Visto inoltre che quasi tutti i neonati Insonni ormai erano generati naturalmente e non creati in vitro, la maggior parte degli Insonni veniva partorita all’interno del Rifugio. I genitori di tutto il paese continuavano ad acquistare altre alterazioni genetiche: QI maggiorato, vista migliorata, un forte sistema immunitario, zigomi alti. A volte a Leisha sembrava che modificassero qualsiasi cosa, entro i parametri legali, indipendentemente da quanto fosse banale. Ma non l’insonnia. Le alterazioni genetiche erano costose: perché acquistare per il proprio amato bambino una vita di bigotteria, pregiudizio e pericolo fisico? Meglio scegliere una modificazione genetica ormai assimilata. Bambini belli o intelligenti potevano scontrarsi con un’invidia naturale, ma generalmente non con un odio virulento. Non venivano considerati una razza differente, una razza che cospirava costantemente per il potere, costantemente attiva dietro le quinte, costantemente temuta e disprezzata. Gli Insonni, aveva scritto Leisha per una rivista nazionale, erano per il Ventunesimo secolo ciò che gli Ebrei erano stati per il Quattordicesimo.

Vent’anni di battaglie legali per cambiare quel concetto, e non era mutato nulla.

— Sono stanca — fece Leisha a voce alta, tanto per dire. Il pilota non si voltò: non era molto portato alla conversazione. Le basse colline, immutate, continuavano a scivolare via seimila metri sotto di loro.

Leisha aprì il proprio portatile. Non serviva a nulla essere stanchi: non al tormentato abisso fra lei e Alice, non a Calvin Hawke nella lotta che si era lasciata alle spalle, non al Rifugio nella lotta che l’aspettava. Quei problemi sarebbero stati ancora tutti lì e, nel frattempo, lei avrebbe potuto sbrigare un po’ di lavoro. Altre tre ore per arrivare all’interno dello stato di New York, due per tornare a Chicago, tempo a sufficienza per terminare il verbale del processo per la causa "Calder contro Metallurgica Hansen". Aveva un appuntamento con un cliente a Chicago alle quattro del pomeriggio, una deposizione alle cinque e trenta del pomeriggio, un altro appuntamento con un cliente alle otto di sera e poi il resto della notte per prepararsi al processo del giorno dopo. Forse sarebbe riuscita a farci stare tutto.

La legge era l’unica cosa di cui non si stancava mai. L’unica cosa in cui continuasse a credere, nonostante vent’anni di inevitabili scartoffie insite nel suo esercizio. Una società con un sistema giuridico funzionante, ragionevolmente non corrotto (diciamo all’ottanta per cento) era una società che ancora credeva in se stessa.

Un po’ più sollevata, a quel punto, Leisha si lanciò in un’intricata questione di assunzione di prima facie. Tuttavia il libro giaceva ancora sul sedile, distraendola, insieme con la domanda di Alice e la sua risposta non data.

Nell’aprile del 1864, Lincoln aveva scritto al kentuckiano A.G. Hodges. Gli stati del nord erano infuriati per il massacro razziale di soldati negri a Fort Pillow, le casse federali erano quasi vuote, la guerra stava costando all’Unione due milioni di dollari al giorno. Quotidianamente Lincoln veniva ingiuriato sulla stampa; settimanalmente veniva bloccato in lotte con il Congresso. Il mese successivo, Grant avrebbe perso diecimila uomini a Cold Harbor, altri a Spotsylvania Oourthouse. Lincoln scrisse a Hodges: "Ammetto di non avere controllato gli eventi, ma confesso sinceramente che gli eventi hanno controllato me".

Leisha spinse il libro sotto il sedile dell’aereo e si chinò sul computer, ripiegandosi sulla legge.

Jennifer Sharifi sollevò la fronte dal terreno, si alzò con grazia e si chinò per arrotolare il suo tappetino da preghiera. La ruvida erba montana era leggermente umida: alcuni steli si erano appiccicati, ritorti, sulla parte inferiore del tappeto. Tenendolo scostato dalle pieghe bianche della sua abbaya, Jennifer camminò attraverso la piccola radura nei boschi fino alla sua aeromobile. I lunghi capelli neri sciolti si agitarono al debole vento.

Un piccolo aereo passò sopra la sua testa, lasciando una scia, Jennifer corrugò la fronte: era già Leisha Camden. Jennifer era in ritardo.

Che Leisha aspettasse pure. O che si occupasse Richard di lei. Fin dal principio Jennifer non aveva voluto che Leisha venisse. Perché mai il Rifugio avrebbe dovuto dare il benvenuto a una donna che vi lavorava contro a ogni occasione? Perfino il Corano, nella sua saggia semplicità pre-rete globale, era esplicito riguardo ai traditori: "Chiunque commetta un’aggressione contro di te, tu agirai conto di lui come lui ha agito contro di te".

Il piccolo aereo con l’insegna delle Imprese Baker scomparve fra gli alberi.

Jennifer si infilò in auto, con la mente impegnata dal resto del giorno che le si parava davanti. Se non fosse stato per il sollievo e la quiete della preghiera mattutina e pomeridiana, non pensava che sarebbe riuscita ad affrontare alcune delle sue giornate. — Ma non hai alcuna fede religiosa — le aveva detto Richard sorridendo — non sei nemmeno credente. — Jennifer non aveva neanche tentato di spiegargli che il punto non stava nel credo religioso. La volontà di credere creava un potere proprio, una propria fede e, alla fine, una propria volontà. Attraverso la pratica della fede, qualsiasi fossero i rituali specifici, si portava all’esistenza l’oggetto di quella fede. Il credente diveniva Creatore.

"Io credo nel Rifugio" diceva Jennifer a ogni alba e a ogni mezzogiorno, inginocchiata sull’erba, sulle foglie o sulla neve.

Si schermò gli occhi, cercando di scorgere dove fosse scomparso esattamente l’aereo di Leisha. Doveva essere stato individuato, presunse Jennifer, sia dai sensori Langdon sia dai laser antiaerei. Fece sollevare la propria aeromobile, volando ben al di sotto della cupola a campo-Y.

Che cosa avrebbe detto la sua bisnonna paterna, Najla Fatima Noor el-Dahar, di una fede come la sua? D’altra parte, la sua bisnonna materna, la cui nipote era divenuta una stella del cinema americano, era sopravvissuta come immigrante irlandese facendo la donna delle pulizie a Brooklyn e quindi, probabilmente, doveva sapere parecchio di potere e di forza di volontà.

Non che le bisnonne, le bisnonne di chiunque, fossero ormai importanti. Nemmeno i nonni o i padri. Era sempre stata necessaria una nuova razza che sacrificasse le proprie radici a favore della propria sopravvivenza. Zeus, secondo Jennifer, non aveva pianto né Crono né Rea.

Il Rifugio si estendeva sotto di lei nel sole del mattino. Nel giro di ventidue anni si era ampliato fino a circa quattrocentoventi chilometri quadrati, occupando un quinto della contea di Cattaraugus nello stato di New York. Jennifer aveva acquistato la riserva indiana Allegany, immediatamente dopo l’abrogazione da parte del Congresso delle restrizioni sui fondi comuni. Aveva pagato una cifra che aveva permesso alla tribù dei Seneca, che aveva venduto la terra, di stabilirsi in modo agiato a Manhattan, Parigi e Dallas. A dire il vero, non erano rimasti molti Seneca per vendere: non tutti ì gruppi minacciati, Jennifer lo sapeva bene, erano dotati della capacità di adattamento degli Insonni, capacità come acquistare terreni quando i proprietari erano inizialmente riluttanti alla vendita, oppure come procurarsi laser antiaerei sul mercato internazionale delle armi. Se anche quegli altri gruppi avessero avuto tali capacità, mancava loro la causa per renderle determinate, chiare e sante. Per chiamare la stessa sopravvivenza quello che effettivamente era: una guerra santa. Jihad.

L’Allegany aveva avuto caratteristiche uniche fra le riserve degli indiani americani in quanto comprendeva un’intera città non indiana, Salamanca, concessa in affitto fino dal 1892 ai cittadini residenti Seneca. Salamanca era stata inclusa nell’acquisto di Jennifer. Tutti i locatari avevano ricevuto notifiche di sfratto e, dopo svariati processi per i quali i residenti di Salamanca avevano pochi soldi e il Rifugio poteva godere dei servizi gratuiti dei migliori avvocati Insonni del paese, gli edifici antiquati, sventrati, erano divenuti i gusci della città ad alta tecnologia del Rifugio: ospedali di ricerca, scuole, borsa valori, centri di produzione energetica e di assistenza e i più sofisticati strumenti di telecomunicazione esistenti, il tutto circondato da boschi ecologicamente preservati,

In lontananza, dietro ai cancelli del Rifugio, Jennifer poteva vedere la quotidiana fila di camion che avanzava a fatica su per la strada di montagna portando cibo, materiali da costruzione, rifornimenti di bassa tecnologia: tutto ciò che il Rifugio preferiva importare piuttosto che produrre, il che includeva ogni cosa che non fosse impegnativa, lucrosa o essenziale. Non che il Rifugio dipendesse dai camion che arrivavano giornalmente. Aveva abbastanza scorte di tutto per funzionare autonomamente per un anno intero, se necessario. Non sarebbe stato necessario. Gli Insonni avevano il controllo di troppe industrie, canali di distribuzione, progetti di ricerca agricola, scambi commerciali e uffici legali all’esterno. Il Rifugio non era stato studiato nemmeno come un ritiro per addestrarsi alla sopravvivenza: era un centro di comando fortificato.

L’automobile dell’aeroporto era già parcheggiata davanti alla casa che Jennifer condivideva con suo marito e i loro due bambini al margine di Argus City. La casa era una cupola geodetica, graziosa e comoda ma non opulenta. Prima bisognava edificare le strutture di difesa, aveva sostenuto Tony Indivino ventidue anni prima, quindi costruire le strutture tecniche ed educative, poi i magazzini di stoccaggio merci e, per ultime, le abitazioni individuali. Soltanto in quel momento il Rifugio si stava occupando di nuovi alloggi.

Jennifer aggiustò le pieghe della sua abbaya, trasse un profondo respiro ed entrò in casa.

Leisha si trovava in piedi presso la vetrata del salotto che dava a sud e fissava il ritratto olografico incorniciato d’oro di Tony ehe la fissava, a sua volta, con occhi giovanili e sorridenti. La luce del sole si rifletteva sui capelli biondi di Leisha e scintillava. Quando udì Jennifer e si voltò, Leisha risultò illuminata da dietro, e Jennifer non fu in grado di vedere la sua espressione. Le due donne si scrutarono.

— Jennifer.

— Salve, Leisha.

— Hai un bell’aspetto.

— Anche tu.

— E Richard? Come stanno lui e i bambini?

— Bene, grazie — rispose Jennifer.

Ci fu silenzio, pungente come il calore.

Leisha riprese: — Penso che tu sappia perché mi trovo qui.

— Be’, no, non lo so — rispose Jennifer, anche se, ovviamente, lo sapeva. Il Rifugio monitorava i movimenti di tutti gli Insonni che rimanevano all’esterno, ma di nessuno più di Leisha Camden e Kevin Baker.

Leisha produsse un rumore secco, impaziente. — Non essere evasiva con me, Jennifer. Anche se non possiamo essere d’accordo su altro, vediamo di intenderci sull’essere oneste.

Non cambiava mai, pensò Jennifer. Tutta quella intelligenza, tutta quell’esperienza e tuttavia non cambiava. Un trionfo di infantile idealismo sia sull’intelligenza sia sull’esperienza.

I ciechi volontari non meritavano di vedere.

— D’accordo, Leisha. Saremo oneste. Sei qui per scoprire se l’attacco di ieri all’industria tessile Noi-Dormiamo di Atlanta ha avuto origine nel Rifugio.

Leisha la fissò prima di esplodere: — Santo Dio, Jennifer, certo che no! Non pensi che io sappia che tu non combatti in quel modo? Specialmente contro una struttura a bassa tecnologia che produce meno di mezzo milione di dollari l’anno!

Jennifer soffocò un sorriso: l’accoppiare obiezioni morali ed economiche era tipico di Leisha e, ovviamente, il Rifugio non aveva diretto l’attacco. Le persone del Noi-Dormiamo erano del tutto insignificanti. Disse: — Sono sollevata nel sentire che la tua opinione su di noi è migliorata.

Leisha agitò un braccio. Inavvertitamente, la sua mano sfiorò l’ologramma di Tony: l’immagine voltò la testa nella sua direzione. — La mia opinione è irrilevante, come hai chiarito anche troppo spesso. Sono qui perché Kevin mi ha dato questo. — Estrasse una copia cartacea dalla tasca e la porse a Jennifer che comprese, sobbalzando odiosamente, di cosa si trattasse.

Rese il volto impassibile, rendendosi conto troppo tardi che quella impassibilità avrebbe comunicato a Leisha quello che le avrebbe detto un’emozione. Come avevano fatto Leisha e Kevin a mettere le mani su quella copia? La sua mente esaminò tutte le possibilità, ma lei non era un’esperta di reti di dati. Avrebbe dovuto togliere immediatamente Will Rinaldi e Cassie Blumenthal dai loro progetti per fare ricontrollare loro l’intera rete alla ricerca di buchi, bolle o falle.

— Non preoccuparti — la rassicurò Leisha. — I maghi informatici di Kevin non l’hanno tirata fuori dalla rete del Rifugio. È stata inviata per posta, direttamente a me, da uno dei tuoi.

Quello era anche peggio. Qualcuno all’interno del Rifugio, qualcuno che segretamente spalleggiava gli amanti dei Dormienti, qualcuno che era privo dell’abilità di riconoscere una guerra di sopravvivenza. A meno che, ovviamente, Leisha non stesse mentendo. Jennifer però non aveva mai beccato Leisha a dire una bugia. Faceva parte della patetica e pericolosa ingenuità di Leisha preferire la verità non aggiustata.

Leisha accartocciò il foglio nella mano e lo scagliò attraverso il salotto. — Come hai potuto dividerci ulteriormente in questo modo, Jennifer? Organizzare un Consiglio di Insonni separato, in segreto, con l’affiliazione limitata solamente a coloro che pronunciano questo cosiddetto giuramento di solidarietà: "Prometto di considerare gli interessi del Rifugio al di sopra di ogni altra forma di lealtà personale, politica ed economica, e di impegnarmi solennemente per la sua sopravvivenza come per la mia stessa, per la mia vita, per la mia fortuna e per il mio sacro onore". Santo Dio, che combinazione blasfema di fanatismo religioso e della Dichiarazione di Indipendenza! Ma tu hai sempre avuto l’orecchio musicale!

Jennifer la fissò impassibile. — Ti comporti da stupida. — Era l’offesa che tutt’e due consideravano peggiore. — Solamente tu, Kevin e la vostra manciata di sciocche colombe non capite che questa è una guerra per la sopravvivenza. La guerra pretende limiti tracciati chiaramente, specialmente per quanto riguarda le informazioni di tipo strategico. Non possiamo permetterci di conferire privilegio di voto alla quinta colonna.

Gli occhi di Leisha si ridussero a due fessure. — Questa non è una guerra. Una guerra consiste in attacco e risposta. Se noi non contrattaccheremo, se continueremo a essere cittadini produttivi e rispettosi delle leggi, alla fine conquisteremo l’integrazione attraverso il puro potere economico, come qualsiasi gruppo che abbia acquisito di recente il diritto alla cittadinanza. Ma non se ci divideremo in fazioni in questo modo! Un tempo lo sapevi, Jenny!

La donna rispose seccamente: — Non chiamarmi in quel modo! — Si trattenne all’ultimo istante dal guardare il ritratto di Tony.

Leisha non si scusò.

Con maggior calma, Jennifer aggiunse: — L’integrazione non giunge soltanto attraverso il potere economico. Viene conquistata con il potere politico, che noi non abbiamo, e che in una democrazia non avremo mai. Non siamo abbastanza per formare un blocco di votanti significativo. Tu un tempo lo sapevi.

— Hai già messo in piedi la più forte lobby segreta di Washington. Tu compri i voti di cui hai bisogno. Il potere politico deriva dal denaro, è sempre stato così; il concetto di società stesso ruota attorno al denaro. Tutti i valori che vogliamo cambiare o sostenere, li dobbiamo cambiare o sostenere all’interno di una struttura di denaro. E lo stiamo facendo. Ma come possiamo sostenere una singola ecologia commerciale per Insonni e Dormienti se tu ci dividi in fazioni in lotta?

— Non saremmo divisi se tu e i tuoi sapeste riconoscere una guerra quando ve la trovate davanti.

— Io riconosco l’odio quando me lo vedo davanti. E ce n’è nel tuo stupido giuramento.

Erano giunte a un punto di stallo, il solito vecchio stallo. Jennifer attraversò la stanza per dirigersi verso il bar. I capelli neri le fluttuavano alle spalle. — Gradisci qualcosa da bere, Leisha?

— Jennifer… — iniziò Leisha e poi si fermò. Dopo un momento, con un visibile sforzo, proseguì. — Se il tuo Consiglio del Rifugio diviene una realtà, ci chiuderai fuori. Io, Kevin, Jean Claude, Stella e gli altri. Non avremo possibilità di votare sulle dichiarazioni da dare alla stampa, non saremo inclusi in decisioni gestionali, non saremo nemmeno in grado di aiutare i nuovi bambini Insonni, perché a nessuno di coloro che pronunceranno il giuramento verrà concesso di utilizzare la rete del Gruppo ma soltanto la rete del Rifugio. Che avverrà dopo? Una forma di boicottaggio nel concludere affari con uno qualsiasi di noi?

Jennifer non rispose, e Leisha continuò lentamente: — Oh, mio Dio. Sì. Stai pensando a un boicottaggio di tipo economico.

— Non sarebbe una decisione mia. Occorrerebbe l’intero Consiglio del Rifugio. Dubito che voterebbero a favore di un simile boicottaggio.

— Ma tu lo faresti.

— Non sono mai stata una yagaista, Leisha. Non credo nella supremazia dell’eccellenza individuale al di sopra del benessere della comunità. Sono tutti e due importanti.

— Non si tratta di yagaismo, e tu lo sai. Si tratta di controllo, Jennifer. Tu odi tutto quello che non puoi controllare, proprio come fanno i peggiori dei Dormienti. Ma tu vai oltre rispetto a loro. Tu rendi il controllo qualcosa di sacro perché anche tu hai bisogno di santità. Si tratta solamente di ciò di cui tu, Jennifer Sharifi, hai bisogno. Non di quello di cui ha bisogno la comunità.

Jennifer uscì dalla stanza, serrando insieme le mani per evitare di tremare. Era colpa sua, ovviamente, se una qualsiasi altra persona aveva un tale potere su di lei da farla tremare. Una colpa, una debolezza che lei non era riuscita a sradicare. Un suo fallimento. Dal corridoio, i suoi bambini si precipitarono nella stanza arrivando dalla loro camera dei giochi.

— Mamma! Vieni a vedere cosa abbiamo costruito!

Jennifer appoggiò una mano sulle loro teste. C’era un nodo da qualche parte nei capelli ricci di Najla. Quelli di Ricky, più scuri ma anche più sottili di quelli della sorella maggiore, davano la sensazione di seta fresca. Le mani di Jennifer si stabilizzarono.

I bambini guardarono nel salotto. — Zia Leisha! C’è qui la Zia Leisha! — I loro capelli lasciarono le dita di Jennifer. — Zia Leisha, vieni a vedere che cosa abbiamo costruito col CAD!

— Certamente — udì dire Jennifer dalla voce di Leisha. — Mi fa piacere. Ma lasciatemi chiedere solamente un’altra cosa a vostra madre.

Jennifer non si era voltata. Se il traditore all’Interno aveva spedito a Leisha la notizia del giuramento di solidarietà, che cos’altro le era stato inviato?

Tutto quello che Leisha disse, tuttavia, fu: — Richard ha ricevuto la citazione per "Simpson contro Offshore Fishing"?

— Sì. L’ha ricevuta. Sta preparando la sua perizia proprio in questo momento, in effetti.

— Bene — commentò Leisha in modo inespressivo.

Ricky guardò Leisha e poi sua madre. La voce del piccolo aveva perso un briciolo della sua esuberanza. — Mamma, non dovrei andare a chiamare Papà? La Zia Leisha vorrà vedere il Papà, no?

Jennifer sorrise al figlio. Riusciva a percepire l’eccessività del proprio sorriso, carico di sollievo. Diritti di pesca d’alto mare: poteva quasi provare compassione per Leisha. I suoi giorni erano dedicati a simili banalità. — Certo, ovviamente, Ricky — disse, rivolgendo l’esagerato sorriso a Leisha. — Vai a chiamare tuo padre. La Zia Leisha avrà certo voglia di vederlo. Certo che ne avrà voglia.

9

— Leisha — disse la centralinista del suo studio legale — questo signore sta aspettando di vederti da tre ore. Non ha un appuntamento. Gli ho detto che saresti anche potuta non rientrare per oggi, ma è rimasto comunque.

L’uomo si alzò, barcollando leggermente per il tipico irrigidimento di qualcuno che ha trattenuto i muscoli troppo a lungo in una posizione tesa. Era basso e magro, un po’ inconsistente, vestito con uno sgualcito abito marrone che non era né dozzinale né costoso. Teneva in mano un tabloid ripiegato acquistato in un chiosco. "Dormiente", pensò Leisha. Se ne accorgeva sempre subito.

— Leisha Camden?

— Mi dispiace ma non posso accettare nuovi clienti. Se ha bisogno di un avvocato dovrà chiedere da qualche altra parte.

— Penso che lei assumerà questo caso — disse l’uomo, sorprendendola. La sua voce era considerevolmente meno inconsistente del suo aspetto. — Quanto meno, vorrà saperne qualcosa. La prego, mi conceda dieci minuti. — Aprì il tabloid e glielo sbandierò davanti. Sulla prima pagina si trovava la fotografia di lei con Calvin Hawke e sopra il titolo: "Insonni sufficientemente preoccupati da investigare nel movimento Noi-Dormiamo… Li stiamo forse facendo arretrare?".

Adesso lei si rese conto del perché Hawke le avesse permesso di visitare il suo stabilimento di scooter.

— Dice che questa fotografia è stata scattata questa mattina — commentò l’uomo. — Ahi, ahi, ahi — e Leisha seppe che lui non lavorava nelle telecomunicazioni.

— Venga nel mio ufficio, signor…?

— Adam Walcott. Dottor Adam Walcott.

— Medico?

Lui la guardò direttamente. I suoi occhi erano di un azzurro pallido lattiginoso, come vetro gelato. — Ricercatore genetico.

Il sole stava tramontando sul lago Michigan. Leisha scurì la parete a vetrata, si sedette dirimpetto al dottor Walcott e aspettò.

Walcott avvolse le gambe, che erano sensibilmente ossute, formando una specie di pretzel attorno alle zampe della sedia. — Lavoro per una ditta di ricerca privata, signorina Camden. Samplice Biotecnica. Perfezioniamo tecniche di modificazione e alterazione genetica e offriamo questi prodotti alle case più importanti che eseguono alterazioni genetiche in vitro. Abbiamo sviluppato la procedura Pastan per fornire un udito eccezionalmente acuto.

Leisha annuì in modo neutrale: un udito eccezionalmente acuto le era sempre apparso un’idea terribile. Il beneficio di potere udire un sussurro a sei camere di distanza era superato di gran lunga dal dolore di sentire un rock sfrenato tre stanze più in là. I bambini dotati di udito-P erano adatti per gli impianti di controllo sonoro a due mesi di età.

— La Samplice concede ai suoi ricercatori moltissimo margine. — Walcott si interruppe per tossire, emettendo un suono così debole e indeciso che fece pensare a Leisha alla tosse di un fantasma. — Dicono di sperare che incappiamo in qualcosa di meraviglioso, ma la verità è che la compagnia è in una condizione terribile di disorganizzazione e che non sanno semplicemente come supervisionare gli scienziati. Circa due anni fa, ho chiesto il permesso di lavorare su alcuni dei peptidi associati all’insonnia.

Leisha lo interruppe seccamente: — Non pensavo che esistesse qualcosa di associato con l’insonnia che non fosse già stato oggetto di ricerca.

Walcott sembrò trovare la frase spiritosa: emise un risolino ansimante, srotolò le gambe ossute dalle zampe della sedia e le annodò l’una all’altra. — La maggior parte delle persone pensano di no. Ma io stavo lavorando sui peptidi nell’insonnia degli adulti e stavo utilizzando alcuni nuovi approcci guida dell’Institut Technique di Lione. Scoperti da Gaspard-Thiereux. Conosce il suo lavoro?

— Ho sentito parlare di lui.

— Probabilmente lei non conosce questo nuovo appròccio. È davvero rivoluzionario, in se stesso. — Walcott si passò una mano fra i capelli e tirò: mano e capelli apparivano privi di sostanza. — Avrei dovuto cominciare con il chiederle quanto fosse sicuro questo ufficio.

— Completamente — rispose Leisha. — Altrimenti lei non si troverebbe qui dentro. — Walcott, però, non fece altro che annuire: apparentemente non era uno di quei Dormienti che rimaneva offeso dai mezzi di sicurezza adottati dagli Insonni. La stima che la donna aveva di lui si alzò leggermente.

— Per farla corta, quello che penso di avere trovato è un modo per ricreare l’insonnia in adulti che sono nati Dormienti.

Le mani di Leisha si mossero per sollevare… cosa? Qualcosa. Le mani si bloccarono, Lei le fissò. — Di…

— Non sono ancora stati risolti tutti i problemi. — Walcott si lanciò in una complessa descrizione di manifattura di peptidi alterati, sinapsi neurali e sovrabbondanti informazioni sul codice del DNA, nulla che Leisha fosse in grado di seguire. Rimase seduta tranquillamente, mentre l’universo assumeva una forma differente.

— Dottor Walcott, è sicuro?

— Sulla sovrabbondanza di trasmissione della lisina?

— No. Sul ricreare l’insonnia in Dormienti.

Walcott si passò l’altra mano nei capelli. — No, ovviamente non siamo sicuri. Come potremmo esserlo? Abbiamo bisogno di sperimentazione controllata, repliche addizionali, per non parlare dei fondi.

— Ma in teoria potreste farlo.

— Oh, teoria — disse Walcott e, per quanto fosse scioccata, le sembrò uno strano modo per uno scienziato di congedare un argomento. Evidentemente, Walcott era un pragmatico. — Sì, possiamo farlo in teoria.

— Con tutti gli effetti collaterali? Inclusa la longevità?

— Be’, questa è una delle cose che non sappiamo. È ancora tutto molto approssimativo. Ma, prima di procedere, abbiamo bisogno di un avvocato.

La frase colpì Leisha. Lì c’era qualcosa di storto. Lo trovò. — Perché è qui da solo, dottor Walcott? Certamente qualsiasi problema di tipo legale connesso con questa ricerca cade sotto la responsabilità della Samplice, e la ditta ha di sicuro legali propri.

— Il direttore Lee non sa che io mi trovo qui. Sto agendo per mio conto. Ho bisogno di un avvocato a livello personale.

Leisha prese in mano un fermacarte elettromagnetico, doveva essere stato quello che avevano cercato le sue dita, sì, perché no, lo accese, lo spense, lo accarezzò con le dita. La finestra, resa opaca, riluceva dietro alla testa di Walcott. — Vada avanti.

— Quando mi sono reso conto per la prima volta dove stesse conducendo questa linea di ricerca, io e il mio assistente l’abbiamo tolta dalla banca dati. Completamente. Non abbiamo mantenuto alcuna documentazione nella rete della compagnia, non abbiamo effettuato simulazioni su niente altro se non su computer isolati, abbiamo cancellato tutti i programmi ogni sera e ci siamo portati le copie cartacee, le uniche copie, di tutti i progressi a casa con noi ogni sera in cassette di sicurezza portatili, in duplicati. Non abbiamo detto a nessuno quello che stavamo facendo, nemmeno al direttore.

— Perché ha agito così, dottore?

— Perché la Samplice è una compagnia pubblica e il sessantadue per cento delle azioni è diviso tra due fondi comuni di investimento controllati da Insonni.

Quando voltò la testa, gli occhi pallidi e lattiginosi sembrarono quasi assorbire luce.

— Uno dei fondi comuni di investimento è costituito dalla Canniston Fidelity; l’altro è gestito dal Rifugio. Mi perdoni, signorina Camden, per essere così schietto e ancor di più per il ragionamento che c’è dietro alla schiettezza, ma il direttore Lee non è un uomo particolarmente ammirevole. È stato accusato in precedenza, anche se non condannato, per utilizzo illecito di fondi. Io e il mio assistente abbiamo avuto paura che se fosse stato contattato da qualcuno del Rifugio per fare interrompere la ricerca, o qualcosa del genere, allora… inizialmente io e il mio assistente avevamo soltanto un barlume. Un barlume di idea sufficientemente vago da non essere certi di potere interessare una qualche altra seria compagnia di ricerca. A dire la verità, non lo siamo ancora. Al momento si tratta soltanto di una teoria. Il Rifugio avrebbe potuto offrire così tanti soldi per mettere tutto a tacere…

Leisha si premurò di non rispondere.

— Benissimo. Due mesi fa è successo qualcosa di strano. Sapevamo, ovviamente, che la rete della Samplice non era probabilmente sicura: realisticamente, quale rete può esserlo? Ecco perché noi non ci lavoravamo sopra. Ma io e Timmy, Timmy è il mio assistente, il dottor Timothy Herlinger, non ci siamo resi conto del fatto che la gente analizza le reti non soltanto per quello che c’è dentro ma anche per quello che non c’è, Apparentemente lo fanno. Qualcuno all’esterno della compagnia deve avere confrontato ripetutamente le liste degli impiegati che inseriscono file nella rete, perché io e Timmy siamo entrati nel nostro laboratorio una mattina e abbiamo trovato un messaggio sul nostro terminale: "A che diavolo avete lavorato voi due ragazzi per due mesi?".

Leisha disse: — Come fa a sapere che il messaggio provenisse dall’esterno della compagnia e che non fosse un malizioso indizio che eravate stati scoperti mandatovi dal vostro direttore?

— Perché il nostro direttore non sarebbe in grado di scoprirsi un foruncolo sul sedere — disse Walcott, sorprendendola nuovamente. — Anche se non è questo il vero motivo. Il messaggio era firmato "azionista". Quello che tuttavia ci ha realmente spaventati, me e Timmy, è stato il fatto che esso è comparso su un computer isolato. Nessun telecollegamento di alcun tipo. Nemmeno con la linea elettrica. Si tratta di un IBM-Y che funziona direttamente utilizzando i coni a energia-Y. E il laboratorio era chiuso a chiave.

Qualcosa formicolò nello stomaco di Leisha. — Altre chiavi?

— Solo il direttore Lee che si trovava a una conferenza nelle Barbados.

— Avrà dato la sua chiave a qualcuno. Oppure un duplicato. Oppure l’avrà persa. Oppure l’avrà persa il dottor Herlinger.

Walcott alzò le spalle, — Non Timmy. Ma mi lasci proseguire con la mia storia. Abbiamo ignorato il messaggio ma abbiamo deciso di depositare il lavoro che avevamo, ormai ci eravamo quasi arrivati, in un posto sicuro. Abbiamo distrutto quindi tutte le copie tranne una, abbiamo affittato una cassetta di sicurezza in una filiale del centro della First National Bank e abbiamo preso solamente una chiave. Di notte, l’abbiamo seppellita nel giardino posteriore di casa mia, sotto un cespuglio di rose. Endicott Perfection: rose triple che fioriscono in continuazione nel giardino, dalla primavera all’autunno.

Leisha guardò Walcott come se l’uomo avesse perduto la testa. Lui sorrise debolmente. — Non ha mai letto libri sui pirati da bambina signorina Camden?

— Non ho mai letto molto di narrativa fantastica.

— Ebbene, immagino che suoni melodrammatico, ma non siamo riusciti a pensare ad altro da fare. — Si passò nuovamente la mano sinistra fra i radi capelli, che avevano cominciato ad assomigliare a frange aggrovigliate. Tutto a un tratto la sua voce perse la propria sicurezza, divenendo inconsistente e stanca. — La chiave è ancora lì, sotto il cespuglio di rose. L’ho tirata fuori questa mattina. Ma le carte della ricerca sono sparite dalla cassetta di sicurezza. È vuota.

Leisha si alzò e si avvicinò alla finestra. Senza riflettere, fece schiarire il vetro. Una luce rosso sangue, bassa sopra il lago Michigan, macchiava l’acqua. A est, una falce di luna si stava alzando.

— Quando ha scoperto questo furto?

— Questa mattina. Ho tirato fuori la chiave per andare a prendere le carte, così che Timmy e io potessimo aggiungervi qualcosa, e poi ci siamo recati in banca. Ho detto ai funzionari della banca che la cassetta era vuota. Mi hanno risposto che non risultava ci fosse dentro niente. Ho detto loro che avevo inserito personalmente nove fogli di carta nella cassetta.

— Lo aveva verificato su terminale al momento dell’affitto.

— Sì, ovviamente.

— Le è stata fornita una ricevuta cartacea?

— Sì. — Lui gliela consegnò. Leisha l’esaminò. — Ma quando il direttore della banca ha richiamato la documentazione elettronica, questa mostrava che il dottor Adam Walcott era ritornato il giorno successivo e aveva ritirato tutte le carte, e che il dottor Adam Walcott aveva firmato una ricevuta in tal senso. E, signorina Camden… loro avevano quella ricevuta.

— Con la sua firma.

— Sì. Ma io non l’ho mai firmata! È un falso!

— No, sarà la sua calligrafia personale — ribatté Leisha. — Quanti documenti firma al mese alla Samplice, dottore?

— Decine, direi.

— Richieste di materiale, rimborsi spese, pratiche di routine. Legge tutto?

— No, ma…

— C’è qualche segretaria che se n’è andata, ultimamente?

— Mah… Immagino di si. Il dottor Lee incontra grossi problemi nel mantenere lo staff di supporto. — Le sopracciglia inconsistenti si inarcarono. — Ma il direttore non aveva la minima idea di quello su cui stavamo lavorando!

— No, sono certa di no. — Leisha si appoggiò le mani sullo stomaco. Molto tempo addietro i clienti avevano smesso di farle venire la nausea. Qualsiasi avvocato che avesse una pratica di vent’anni si abituava ai disadattati, ai criminali, ai manipolatori, agli eroi, ai ciarlatani, ai casi di pazzia, alle vittime e alle stronzate. Si riponeva il proprio credo nella legge, non nel cliente.

Ma nessun avvocato aveva mai avuto, prima di allora, un cliente che poteva trasformare i Dormienti in Insonni.

Represse la nausea con la forza di volontà. — Vada avanti, dottore.

— Non che qualcuno possa duplicare il nostro lavoro — proseguì Walcott, ancora con la sua voce flebile e affievolita. — Quanto meno per un motivo: non siamo riusciti a inserire le ultime equazioni, realmente critiche, che io e Timmy stiamo ancora risolvendo. L’intero lavoro, però, è nostro e lo rivogliamo indietro. Timmy ha dato svariati concerti di musica da camera per finanziare i nostri sforzi. E poi, ovviamente, un giorno ci saranno anche premi in ambito medico.

Leisha fissò il volto di Walcott. Si stava parlando di un’alterazione nella chimica corporea che poteva trasformare la razza umana, e quell’ometto inconsistente sembrava vederla fondamentalmente in termini di cespugli di rose, giochi pirateschi, premi e musica da camera. Leisha chiese: — Voleva un avvocato che le dicesse in che posizione vi trovate a livello legale? Personalmente?

— Sì, e che potesse rappresentare me e Timmy contro la banca, o la Samplice, se si arriverà a tanto. — All’improvviso, la guardò con quella franchezza sconcertante che era parso in grado di richiamare ma non di riuscire a mantenere. — Siamo venuti da lei perché lei è un’Insonne e perché lei è Leisha Camden. Tutti sanno che lei non crede nella separazione della razza umana in due cosiddette specie e, ovviamente, il nostro lavoro metterebbe fine a questo genere di… questo genere di… — Sbandierò l’immagine sul tabloid che raffigurava lei e Calvin Hawke. — E, ovviamente, il furto è furto, anche all’interno di una compagnia.

— La Samplice non ha rubato la sua ricerca, dottor Walcott. Neanche la banca.

— Allora chi…

— Non ho prove. Tuttavia mi piacerebbe incontrare lei e il dottor Herlinger qui, domani alle otto di mattina. Nel frattempo, questo è importante, non scrivete nulla. Da nessuna parte.

— Capisco.

Senza sapere che avrebbe parlato finché le parole non le furono uscite di bocca, Leisha ripeté: — "Trasformare i Dormienti in Insonni…"

— Sì — commentò lui — bene. — Si voltò per guardare tutto attorno l’ufficio fondamentalmente funzionale, i fiori esotici, sgargianti di colori o pallidi come il chiaro di luna, piantati sotto una luce artificiale in un loro angolino appositamente costruito.

— È tutto vero — disse Kevin. Entrò nello studio di Leisha provenendo dal proprio, con una copia di stampa in mano. La donna sollevò gli occhi dal suo fascicolo SIMPSON CONTRO OFFSHORE FISHING. I fiori che Alice insisteva nell’inviarle quotidianamente erano appoggiati sulla sua scrivania: girasoli, margherite e alumbine modificate geneticamente. Quelli non appassivano mai prima che arrivasse la successiva spedizione. Perfino in pieno inverno, l’appartamento era pieno di fiori californiani che Leisha non apprezzava realmente ma che non aveva il coraggio di buttare via.

La luce della lampada riluceva sui capelli scuri di Kevin, sul suo forte volto regolare. Sembrava più giovane dei suoi quarantasette anni, in effetti perfino più giovane di Leisha, anche se era di quattro anni maggiore. "Più vuoto" aveva detto Alice a Leisha, ma soltanto una volta.

— Tutto vero?

— L’intero contenuto del file — rispose lui, — Walcott è stato all’Università di Stato di New York a Postdam e all’Università Deflores, non si è distinto ma è stato accettabile. Uno studente passabile. Due pubblicazioni di secondaria importanza, fedina penale pulita, a posto con il fisco. Due impieghi da insegnante, due da ricercatore, nessuna astiosità a livello ufficiale quando ha lasciato entrambe le cariche e quindi, forse, è solamente un tipo irrequieto. Herlinger è diverso. Ha soltanto venticinque anni, questo è il suo primo impiego. Laurea a Berkeley e all’Università di California di Irvine in biochimica, diplomatosi nel primo cinque per cento della sua classe, futuro promettente. Appena prima del dottorato di ricerca, tuttavia, è stato arrestato, processato e condannato per spaccio di sostanze vietate ad alterazione genetica. Ha ottenuto la sospensione della pena, ma questo è sufficiente per rendergli problematico ottenere un lavoro in un posto migliore della Samplice. Quanto meno per qualche tempo. Nessun problema di tasse ma, in fondo, nemmeno un reale introito di cui valga la pena parlare.

— Quale sostanza vietata?

— Neve di Luna. Alterata per produrre tempeste elettriche nel sistema limbico. Ti fa credere di essere un profeta religioso. Gli atti del processo mostrano che Herlinger abbia sostenuto che non avesse altro modo per pagarsi la scuola di medicina. Appare come un tipo molto amareggiato. Forse preferisci controllare la documentazione personalmente,

Leisha convenne: — Lo farò. A te sembra che possa trattarsi dell’amarezza temporanea di un giovanotto in seguito a una brutta esperienza? Oppure fa parte del suo carattere?

Kevin alzò le spalle. Leisha avrebbe dovuto saperlo: non era il tipo di analisi che avrebbe mai fatto Kevin. Erano le conseguenze a interessarlo: le motivazioni no. Leisha commentò: — Soltanto due pubblicazioni di secondaria importanza per Walcott e mediocri risultati scolastici eppure è capace di una scoperta rivoluzionaria come questa?

Kevin sorrise. — Sei sempre stata una snob intellettuale, tesoro mio.

— Come lo siamo tutti. D’accordo, i ricercatori hanno fortuna. Oppure, forse, è stato Herlinger a effettuare il vero lavoro sul DNA, non Walcott; forse Herlinger è molto in gamba a livello intellettuale ma o è un innocente sfruttabile oppure non è semplicemente in grado di rispettare le regole. Che mi dici della Samplice?

— Legittima compagnia sotto sforzo, profilo dei guadagni modesto, utili sotto al tre per cento lo scorso anno, il che è poco per un’organizzazione che si interessa di alta tecnologia senza aver effettuato investimenti di primaria importanza. Le do un altro anno, al massimo due. È amministrata male: il direttore, Lawrence Lee, riveste il suo incarico soltanto a causa del nome che porta. Suo padre era Stanton Lee.

— Premio Nobel per la Fisica?

— Sì. E il direttore Lee vanta anche una discendenza dal generale Robert E. Lee, anche se quello di cui si vanta è falso. Ma fa un bell’effetto nelle campagne pubblicitarie. Walcott ti ha detto la verità: l’archivio della documentazione alla Samplice è un casino. Dubito che possano trovare qualcosa perfino all’interno dei loro file elettronici. Non esiste una leadership. Inoltre Lee ha subito un rimprovero dal consiglio di amministrazione per cattiva amministrazione dei fondi.

— E la First National Bank?

— Assolutamente a posto. Tutta la documentazione relativa alla cassetta di sicurezza è completa e accurata. Ovviamente, questo non significa che non sia stata manomessa dall’esterno, sia a livello elettronico sia per quello che riguarda la documentazione cartacea. Ma resterei davvero sorpreso nello scoprire che la banca è coinvolta.

— Non ho mai pensato che lo fosse — disse con espressione corrucciata Leisha. — Ha un bel sistema di sicurezza?

— Il migliore. Lo abbiamo progettato noi.

Leisha non lo sapeva. — Allora esistono solamente due gruppi che possano riuscire a uguagliare quel genere di trucchi elettronici e la tua compagnia è uno di questi.

Kevin commentò cortesemente: — Potrebbe non essere vero. Ci sono Dormienti che sono ottimi topi di…

— Non così bravi.

Kevin non ripeté l’affermazione sullo snobismo intellettuale di lei. Disse, invece, pacatamente: — Se la ricerca di Walcott è corretta, potrebbe cambiare il mondo, Leisha. Ancora una volta.

— Lo so. — Lei si trovò a fissarlo e si chiese quali fossero state le emozioni sul proprio volto. — Gradisci un bicchiere di vino, Kevin?

— Non posso, Leisha. Devo terminare tutto questo lavoro.

— In effetti anch’io. Hai ragione.

Lui tornò nel proprio studio. Leisha prese in mano le annotazioni per "Simpson contro Offshore Fishing". Ebbe qualche difficoltà a concentrarsi. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che lei e Kevin avevano fatto l’amore? Tre settimane? Quattro?

C’era troppo lavoro da sbrigare. Gli eventi si stavano susseguendo con una velocità impressionante. Forse lo avrebbe rivisto prima di uscire la mattina seguente. No, lui doveva prendere un altro aereo per Bonn. Be’, allora magari più avanti in settimana. Se si fossero trovati nella stessa città, se tutti e due avessero avuto tempo. Non provava alcun impulso di urgenza nel rapporto sessuale con Kevin. In fondo, però, non lo aveva mai provato.

Un ricordo si insinuò in lei: le mani di Richard sul suo seno.

Si chinò più vicino al video, allargando la sua ricerca sui precedenti legali nella legge marina.

Leisha disse pacatamente: — Hai rubato le carte della ricerca di Adam Walcott da una cassetta di sicurezza alla First National Bank di Chicago.

Jennifer Sharifi sollevò gli occhi verso quelli di Leisha. Le due donne si trovavano alle estremità opposte del salotto di Jennifer, al Rifugio. Dietro al lucido ammasso dei capelli legati di Jennifer, il ritratto di Tony Indivino strizzò l’occhio e sorrise.

— Sì — rispose Jennifer. — L’ho fatto.

— Jennifer! — gridò Richard angosciato.

Leisha si voltò lentamente verso di lui. Ebbe l’impressione che l’angoscia dell’uomo non fosse tanto provocata dal fatto compiuto quanto dall’ammissione dello stesso. Richard sapeva.

Lui rimase in equilibrio sui talloni, con la testa dalle sopracciglia cespugliose abbassata. Aveva esattamente lo stesso aspetto di quando aveva avuto diciassette anni, il giorno in cui lei era andata a trovarlo nella piccola casa nei sobborghi a Evanstone. Quasi trent’anni prima. Richard aveva trovato qualcosa nel Rifugio, qualcosa di cui aveva bisogno, un certo senso della comunità: forse ne aveva sempre avuto bisogno. E il Rifugio era, era sempre stato, Jennifer. Jennifer e Tony. Indipendentemente da tutto, però, per avere una parte in quell’affare Richard doveva essere cambiato: per avere una parte in quest’atto criminale doveva essere cambiato al di là di quanto lei non immaginasse.

Disse con voce incerta: — Jennifer non dirà nulla se non in presenza del suo avvocato.

Leisha replicò in modo acido: — Be’, non dovrebbe essere troppo difficile. Quanti avvocati ha catturato ormai il Rifugio? Candace Holt. Will Sandaleros. Jonathan Cocchiara. Quanti altri ancora?

Jennifer si sedette sul sofà, aggiustandosi attorno le pieghe della abbaya. La parete a vetrata era stata resa opaca e vi fluttuavano sopra disegni verde-azzurro. Leisha ricordò improvvisamente che a Jennifer non erano mai piaciute le giornate nuvolose.

Jennifer contrattaccò: — Se stai sporgendo accuse, Leisha, consegnami il mandato.

— Sai che non sono un pubblico ministero. Io rappresento il dottor Walcott.

— Allora hai intenzione di comunicare questo presunto furto al Procuratore distrettuale?

Leisha esitò. Sapeva, e probabilmente lo sapeva anche Jennifer, che le prove erano insufficienti perfino per un’udienza col gran giurì. Le carte erano sparite, ma la documentazione della banca indicava che era stato il dottor Walcott a portarle via. Il massimo che lei poteva fare era stabilire che qualche nuovo impiegato, o altri alla First National, avevano accesso alle ricevute, sempre che ci fosse stato qualche nuovo impiegato. Quanto era accurato il Rifugio nella pianificazione? La loro rete informativa segreta era sufficientemente estesa da poter stare dietro a ricerche di secondaria importanza che lavoravano su biotecniche di terza categoria, se la ricerca di secondaria importanza riguardava gli Insonni. Leisha, inoltre, avrebbe potuto scommettere la testa che nessun nuovo impiegato alla First National era mai stato un vecchio impiegato alla Samplice. Non aveva altro che dicerie… e, ovviamente, la consapevolezza di che cosa Jennifer, un’Insonne, potesse fare, ma alla legge non interessava la sua consapevolezza interiore: anche quello faceva parte delle dicerie.

Venne sommersa dalla disperazione, terrorizzante perché era così rara, seguita dai ricordi: Richard a diciassette anni che correva dentro e fuori dalla risacca con lei, Tony, Carol e Jeanine, tutti ridenti, con la sabbia, l’acqua e il cielo che si aprivano tutto attorno in un’infinita luce sfuggente. Cercò lo sguardo di Richard.

Lui le voltò la schiena.

Jennifer riprese in modo composto: — Perché, esattamente, sei qui, Leisha? Se non hai alcun affare legale da trattare con me, Richard o il Rifugio, e se il tuo cliente non ha nulla a che fare con noi…

— Hai appena detto che hai preso tu le carte.

— Davvero? — Jennifer sorrise. — No, ti sbagli, Non farei né direi mai una cosa del genere.

— Capisco. Volevi solamente che io lo sapessi. E adesso vuoi solamente che me ne vada via.

— Sì — rispose Jennifer e, per un bizzarro istante, Leisha udì alcuni echi della cerimonia del matrimonio. La mente di Jennifer era opaca per lei. Lì, nel suo salotto, a guardare i turbini verdi formarsi, frangersi e riformarsi sulla finestra, osservando le spalle incurvate di Richard, Leisha comprese improvvisamente che non si sarebbe mai più avvicinata al Rifugio.

A Richard, non a Jennifer, disse: — La ricerca è ancora nelle menti di Walcott e Herlinger. Non puoi impedire che si completi, se è reale. Quando sarò tornata a Chicago, farò scrivere ai miei clienti tutto quanto in più copie che riporrò in posti realmente sicuri. Voglio che tu lo sappia, Richard.

Richard non si voltò. Lei osservò la sua spina dorsale incurvata.

Jennifer disse: — Buon viaggio.

Adam Walcott non reagì bene alla delusione. — Vuole dire che non possiamo fare niente? Niente?

— C’è un’insufficienza di prove. — Leisha si alzò da dietro la scrivania e le girò attorno per andarsi a sedere su una poltrona dirimpetto a Walcott. — Deve comprendere, dottore, che i tribunali stanno ancora combattendo sulle limitazioni della documentazione elettronica in qualità di prova. Hanno dibattuto sulla questione già da prima che io fossi nata. Inizialmente, i documenti originati dal computer venivano trattati come prove per sentito dire perché non erano originali. Poi, sono stati rigettati perché esistevano troppe persone che potevano superare il sistema di sicurezza. Adesso, dopo la causa "Sabino contro Lansing", sono trattati come una categoria di prove separata e intrinsecamente più debole. Le copie cartacee firmate sono ciò che conta, il che significa che truffatori e ladri in grado di manipolarle sono dei re perfino del crimine elettronico. Questo ci fa tornare esattamente al punto di partenza.

Walcott non sembrò interessato a quella informale storia giuridica. — Ma, signorina Camden…,

— Dottor Walcott, lei non sembra essersi focalizzato su quello che è il problema fondamentale. Lei ha l’intera ricerca nel suo cervello, una ricerca che potrebbe cambiare il mondo. Chiunque abbia sottratto i suoi documenti ne ha solamente nove decimi perché il pezzo finale si trova solamente nel suo cervello. È quello che mi ha detto, giusto?

— Giusto.

— E allora la scriva un’altra volta. Adesso. Qui.

— Adesso? — L’ometto inconsistente sembrò essere stato preso alla sprovvista dall’idea. — Perché?

E Jennifer pensava che Leisha fosse un’anima candida. Leisha parlò con estrema attenzione, scegliendo le parole. — Dottor Walcott, questa ricerca è potenzialmente una proprietà estremamente preziosa. Può valere miliardi, a lungo termine, per lei o per la Samplice o, più probabilmente, per tutti e due in una qualche percentuale concordata. Sono pronta a rappresentarla su questo punto, se lei deciderà…

— Oh, magnifico — fece Walcott. Leisha lo fissò con espressione dura, ma effettivamente lui non sembrò sarcastico. La sua mano sinistra gli si avvolse con fare distratto attorno alla nuca per andare a grattare l’orecchio destro.

Lei proseguì pazientemente: — Ma si deve rendere conto che quando sono coinvolti miliardi, sono coinvolti anche i ladri. Ha già avuto modo di constatarlo. Mi ha detto, inoltre, che non ha ancora presentato richiesta di brevetto perché non voleva che il direttore Lee scoprisse quello a cui stava lavorando. — Un istante dopo aggiunse: — Giusto? — Non serviva a nulla fare supposizioni con quell’uomo.

— Giusto.

— Bene. Allora quello di cui deve altresì rendersi conto è che la gente che ruberebbe milioni potrebbe anche… non dico che succederà ma che potrebbe succedere… potrebbe anche…

Non riuscì a terminare la frase. Il dolore che provava allo stomaco era tornato, e lei incrociò le braccia sopra l’addome. "Richard che la stringeva nella camera da letto trascurata di Evanston, lei quindicenne, che incontrava per la prima volta un compagno Insonne e che era piena di esultanza come fosse luce…"

Walcott chiese: — Intende dire che i ladri potrebbero anche cercare di uccidermi? Me e Timmy? Anche senza la parte finale della ricerca?

— Scriva tutto. Adesso. Qui — rispose Leisha.

Gli mise a disposizione un computer isolato e un ufficio privato. Lui vi restò dentro solamente venticinque minuti, il che la sorprese. Ma, poi, quanto occorreva per scrivere qualche formula e qualche considerazione? Non era come una deposizione legale.

Si accorse di essersi aspettata che l’uomo cincischiasse sul lavoro perché era un Dormiente.

Fece otto copie cartacee dei documenti sulla piccola fotocopiatrice isolata che utilizzava per informazioni riservale cliente-avvocato, resistendo al desiderio di leggerle. Probabilmente non le avrebbe capite comunque. Gli consegnò una copia oltre al supporto magnetico. — Per evitare equivoci, dottore. Queste sette copie finiranno in svariati caveau. Una nella cassetta di sicurezza che ho qui, una andrà alle Imprese Baker, la ditta di Kevin Baker, che le assicuro è inespugnabile. — Walcott non mostrò segno di sapere chi fosse Kevin Baker: non era possibile per alcun ricercatore genetico non sapere chi fosse Kevin Baker.

— Dica a tutte le persone che desidera che esistono molteplici copie del suo attuale progetto di ricerca anonimo e che sono nelle mani di più persone. Io farò la stessa cosa. Quante più persone sapranno, tanto meno lei sarà un bersaglio. Le consiglio, vivamente, inoltre di dire al direttore Lee quello che stava facendo e di richiedere il brevetto per il suo lavoro a suo nome. Io dovrei essere presente quando parlerà con Lee, se vogliamo rivendicare una proprietà personale per una parte del lavoro, indipendentemente dalla Samplice.

— Bene — disse Walcott. Si passò una mano fra i capelli trascurati. — Lei è stata così franca… sento di dovere essere franco anche io.

Qualcosa nel tono dell’uomo fece sollevare bruscamente lo sguardo a Leisha.

— Il fatto è che io… la ricerca che ho appena scritto per lei… — Si passò l’altra mano fra i capelli e si mise in equilibrio su un solo piede, un’imbarazzata gru in miniatura.

— Sì?

— Non c’è tutto. Ho lasciato indietro l’ultimo pezzo. Il pezzo che non hanno nemmeno i ladri.

L’uomo, allora, era più cauto di quanto lei non avesse sospettato. Nel complesso, Leisha approvò: i clienti spericolati erano peggiori di quelli malfidenti, anche se la persona di cui non si fidavano era il loro stesso avvocato.

Walcott guardò oltre di lei, fuori dalla finestra. Era ancora in equilibrio su un solo piede. La forza intermittente in modo inquietante gli tornò nella voce. — Ha detto anche lei di non sapere chi ha rubato la prima copia ma che è potenzialmente molto preziosa da replicare. O da non replicare. E lei è un’Insonne, signorina Camden.

— Capisco. È tuttavia importante che lei scriva anche l’ultimo pezzo, dottore, per sua protezione. Se non qui, allora in un qualsiasi altro luogo completamente sicuro. — E dove sarebbe mai potuto esistere? si chiese lei. — Dovrebbe anche dire al maggior numero di persone possibile, questo è un punto importante, che tutta la ricerca esiste in qualche altro posto oltre che nel suo cervello.

Walcott finalmente abbassò sul pavimento il piede che teneva sollevato. Annuì. — Ci penserò. Lei ritiene davvero che io possa trovarmi in reale pericolo di vita, signorina Camden?

Leisha pensò al Rifugio. Le tornò la nausea: non aveva nulla a che fare con quello che era o non era successo a Walcott. Incrociò le braccia sopra lo stomaco.

— Sì — disse. — Ritengo di sì.

10

Jordan Watrous si versò un altro drink al secrétaire Hepplewhite, allestito come mobile bar nel salotto di sua madre. Il terzo? Quarto? Forse nessuno li stava contando. Dalla pedana d’ingresso con travi a sbalzo che dava sull’oceano fluttuava un suono di risate. Alle orecchie di Jordan le risate apparivano nervose, ed era possibilissimo. Che diavolo stava dicendo Hawke adesso? E a chi?

Lui non aveva voluto portare Hawke. Era il cinquantesimo compleanno del suo patrigno: Beck aveva desiderato dare una festicciola in famiglia, ma la madre di Jordan aveva appena terminato di arredare la nuova casa e desiderava esibirla. Per vent’anni, Alice Camden Watrous aveva vissuto come se non avesse denaro, senza toccare l’eredità lasciatale dal padre eccetto che, Jordan lo aveva scoperto in seguito, per pagare l’istruzione, i computer e le attività sportive sue e di Moira. Aveva trattato il proprio denaro come se fosse stato un cane grosso e pericoloso che le era stato affidato ma al quale non voleva avvicinarsi. Al quarantesimo compleanno, poi, apparentemente era accaduto qualcosa nell’intimo di sua madre, qualcosa che Jordan non aveva capito. Tuttavia non lo aveva nemmeno sorpreso. Gran parte dei comportamenti umani gli sfuggivano.

Sua madre aveva fatto costruire improvvisamente quella grande casa sull’oceano a Morro Bay, dove, a pochi chilometri di distanza, le balene grigie sollevavano le code immense e passavano proiettando spruzzi. Aveva arredato la casa con mobili antichi in stile inglese, costosi ma poco appariscenti, acquistati a Los Angeles, New York e Londra. Beck, sicuramente l’uomo dal carattere più dolce che Jordan avesse mai conosciuto, aveva sorriso in modo indulgente anche se sua moglie aveva assunto un diverso costruttore, non Beck, per edificare la casa. In qualche occasione Jordan, arrivando all’appezzamento di terra con sua madre, aveva trovato Beck a lavorare insieme con i carpentieri del sindacato e i loro robot a inchiodare assi e allineare travetti. Quando la casa era stata completata, Jordan aveva atteso con apprensione i nuovi lati di sua madre che sarebbero potuti emergere. Scalata sociale? Chirurgia plastica? Amanti? Alice, però, aveva ignorato i vicini snob, aveva lasciato che la propria tozza figura rimanesse tale e aveva borbottato allegramente sui suoi pezzi di antiquariato e il suo amato giardino.

— Perché inglese? — le aveva chiesto una volta Jordan, passando le dita sullo schienale di una poltrona Sheraton. — Perché pezzi di antiquariato?

— Mia madre era inglese — aveva risposto Alice, ed era stata la prima e l’ultima volta che lui l’avesse mai sentito menzionare sua madre.

La festa di compleanno per Beck era stata anche un party per l’inaugurazione della nuova casa. Alice aveva invitato tutti gli amici suoi e di Beck, i suoi colleghi del Gruppo dei gemelli, i compagni di classe e i professori di Moira, Leisha Camden e Kevin Baker e un’Insonne sulla quale Jordan non aveva mai posato gli occhi prima di allora, una graziosa giovane dai capelli rossi di nome Stella Bevington che Alice aveva abbracciato e baciato come se fosse stata un’altra Moira. Calvin Hawke si era invitato da solo.

— Non penso proprio sia il caso, Hawke — aveva detto Jordan nell’ufficio della fabbrica nel Mississippi e, per chiunque altro, sarebbe stato argomento concluso.

— Mi piacerebbe conoscere tua madre, Jordy. La maggior parte degli uomini non parlano altrettanto bene delle loro madri, né altrettanto spesso.

Jordan non poté farci nulla: si sentì arrossire. Da quando frequentava le elementari era stato passibile dell’accusa di essere un cocco di mamma, Hawke non aveva voluto sottintendere nulla… oppure sì? Successivamente, tutto quello che aveva detto Hawke aveva preso a pungere. Era colpa di Jordan o di Hawke? Jordan non poteva stabilirlo.

— È proprio una festa di famiglia, Hawke.

— Non avrei certo intenzione di intromettermi nelle cose di famiglia — aveva detto Hawke in tono mellifluo. — Ma non hai detto che era anche una grossa festa di inaugurazione della casa? Ho un regalo che vorrei dare a tua madre per la casa. Qualcosa che è appartenuto a mia madre.

— È molto generoso da parte tua — aveva detto Jordan, e Hawke aveva sogghignato. Le buone maniere che Alice aveva inculcato in suo figlio divertivano Hawke. Jordan era sufficientemente astuto da capirlo, ma non sufficientemente astuto da sapere come rimediare. Si irrigidì per parlare con schiettezza. — Non voglio che tu venga. Ci sarà mia zia. E anche altri Insonni.

— Capisco perfettamente — aveva detto Hawke, e Jordan aveva pensato che la questione fosse chiusa. Non si sa come, però, continuava a riaffiorare e, non si sa come, le frecciate peggioravano nelle frasi apparentemente innocenti di Hawke e, proprio perché erano innocenti, Jordan si sentiva in colpa per le risposte brusche che gli dava. E, non si sa come, in quel momento Hawke si trovava fuori sulla pensilina della casa di sua madre a parlare con Beck, Moira e un’ammirata folla dei compagni di college di Moira, mentre Leisha, completamente silenziosa, osservava Hawke con espressione vacua e. Jordan scivolava via per versarsi il terzo… quarto?… whisky nel bicchiere, così velocemente da farlo spillare sulla nuova moquette azzurra di sua madre.

— Non è colpa tua — disse una voce alle sue spalle. Leisha. Non aveva sentito i suoi passi.

Lui chiese: - Cosa si può fare per le macchie di whisky? Bicarbonato? O danneggia la moquette?

— Lascia perdere la moquette. Volevo dire che non è colpa tua se Hawke si trova qui. Sono certa che tu non lo volessi e sono anche certa che ti sia passato sopra come un rullo compressore. Non darti la colpa, Jordan.

— Nessuno può mai dirgli di no — commentò con espressione afflitta Jordan.

— Oh, Alice ci sarebbe riuscita, se avesse voluto. Non dubitarne. Lui è qui perché a lei stava bene, non perché ti ha costretto a invitarlo.

La questione lo aveva preoccupato per lungo tempo: — Leisha, pensi che la mamma approvi quello che faccio? L’intera storia del movimento Noi-Dormiamo?

Leisha restò a lungo in silenzio. Alla fine disse: — Non lo verrebbe a dire a me, Jordan. — Il che era ovviamente vero. Era stata una domanda sciocca, scioccamente spifferata. Lui passò con scarsa efficacia un fazzoletto sulla moquette.

Leisha continuò: — Perché non lo chiedi a lei?

— Noi non parliamo di Dormienti e insonnia.

— No, questo lo credo — commentò Leisha. — Ci sono moltissime cose di cui non si parla in questa famiglia, vero?

Jordan chiese: — Dov’è Kevin?

Leisha lo fissò con genuina sorpresa. - Non era un non sequitur, vero?

Lui si sentì in imbarazzo. — Non intendevo implicare…

— Non preoccuparti, Jordan… Smettila di scusarti in continuazione. Kevin aveva un appuntamento con un cliente su una stazione orbitante.

Jordan emise un fischio. — Non sapevo che ci fossero Insonni su nessuna delle stazioni orbitanti.

Leisha corrugò la fronte. — Non ce ne sono. Ma la maggior parte del lavoro di Kevin è per clienti internazionali che non sono necessariamente, e nemmeno solitamente, Insonni ma che…

— …che sono ricchi a sufficienza da potersi permettere di assumerlo — disse Hawke, arrivando alle loro spalle. — Signorina Camden, non mi ha rivolto la parola per tutta la sera.

— Avrei dovuto farlo?

Lui si mise a ridere. — Certo che no. Perché mai Leisha Camden dovrebbe avere qualcosa da dire all’organizzatore sindacale di una sottospecie di deficienti che sprecano un terzo della loro vita in un’attività non produttiva da zombie?

Leisha rispose pacatamente: — Non ho mai considerato i Dormienti in questo modo.

— Davvero? Li ritiene forse uguali? Sa che cosa ha detto Abramo Lincoln sull’uguaglianza, signorina Camden? Ha pubblicato un libro sul punto di vista di Lincoln sulla Costituzione con lo pseudonimo di Elizabeth Kaminsky, non è vero?

Lei non rispose. Jordan disse: — Basta così, Hawke.

Hawke insistette: — Lincoln ha detto sull’uomo a cui viene negata l’uguaglianza economica: "Quando lo avete mortificato e gli avete reso impossibile essere di più delle bestie nei campi; quando avete estinto la sua anima in questo mondo e lo avete posto dove il raggio della speranza è spento come nell’oscurità della dannazione, siete sicuri che il demone che avete risvegliato non si rivolterà per ritorcersi contro di voi?".

Leisha rispose: — Sa che cosa ha detto Aristotele sull’uguaglianza? "Gli uguali si ribellano per poter divenire superiori. Questo è lo stato mentale che provoca le rivoluzioni."

Il volto di Hawke si fece più tagliente. A Jordan parve addirittura che le sue ossa divenissero più sporgenti: qualcosa si mosse dietro gli occhi di Hawke. Fece per dire qualcosa, evidentemente ci ripensò, e sorrise in modo enigmatico. Quindi si voltò e si allontanò.

Un istante dopo Leisha disse: — Mi dispiace, Jordan. È stato imperdonabile a una festa. Sono troppo abituata ai tribunali, immagino.

— Hai un aspetto terribile — disse improvvisamente Jordan, sorprendendo anche se stesso. — Hai perduto troppo peso. Hai il collo tutto raggrinzito e il volto tirato.

— Dimostro la mia età — rispose Leisha, improvvisamente divertita. Perché mai una cosa simile doveva divertirla? Forse non erano gli Insonni che lui non capiva: forse erano le donne. Lui voltò la testa verso l’esterno per lanciare un’occhiata alle piccole luci scintillanti con cui Stella Bevington aveva adornato i capelli rossi.

Leisha si sporse in avanti e lo afferrò per un polso. — Jordan, hai mai desiderato di diventare Insonne?

Lui la fissò negli occhi verdi, così diversi da quelli di Hawke: gli occhi di lei riflettevano indietro tutta la luce. Come una parcella rifiutata. Tutto a un tratto, la sua tipica incertezza lo abbandonò. — Sì, Leisha. Lo desidero. Lo desideriamo tutti. Ma non possiamo diventarlo. Ecco perché io lavoro con Hawke nell’organizzare una sottospecie di deficienti che sprecano un terzo della loro vita a dormire. Perché noi non possiamo essere voi.

Sua madre arrivò alle loro spalle. — Tutto bene qui? — chiese Alice guardando il figlio e poi la sorella. Sfoggiava, notò improvvisamente Jordan, la sua solita calda espressione e un abito veramente orrendo, un costoso vestito di seta verde che non faceva nulla per attenuare la sua goffaggine. Attorno al collo indossava il pendente antico che Beck le aveva regalato. Era appartenuto un tempo a una qualche duchessa inglese.

— Bene — rispose Jordan, e non riuscì a pensare a nulla altro da dire. Gemelle: erano gemelle. Si sorrisero tutti e tre a vicenda, in silenzio, finché Alice non parlò. Jordan restò sbalordito nel notare che sua madre era leggermente alticcia.

— Leisha, ti ho parlato del nuovo caso registrato nel nostro Gruppo dei gemelli? Gemelli allevati separati dalla nascita, ma, quando uno si è rotto un braccio, l’altro ha sentito dolore per settimane allo stesso braccio senza riuscire a capire il perché.

— Oppure ha creduto di provare dolore — ribatté Leisha — a posteriori.

— Oh — commentò Alice, come se Leisha avesse risposto a tutt’altra domanda, e Jordan si accorse che gli occhi di sua madre erano più astuti di quanto non li avesse mai visti, intensi e scuri proprio come quelli di Calvin Hawke.

Nel primo mattino, il deserto del Nuovo Messico era incandescente di luce perlacea. Ombre taglienti, azzurre, rosa e di colori di cui Leisha non aveva mai immaginato potessero essere le ombre, avanzavano strisciando come esseri viventi attraverso l’immenso vuoto. Al distante orizzonte, le Montagne Sangre de Cristo si stagliavano chiare e nitide.

— Bello, vero? — chiese Susan Melling.

Leisha rispose: — Non sapevo che la luce potesse sembrare così.

— Non a tutti piace il deserto. Troppo desolato, troppo vuoto, troppo ostile alla vita umana.

— A te piace.

— Sì — disse Susan. — A me piace. Che cosa vuoi, Leisha? Non si tratta soltanto di una visita di cortesia: la tua aria di crisi è a forza di tempesta. Una tempesta civilizzata. Solenni e incalzanti folate di aria freddissima.

A dispetto di se stessa, Leisha sorrise. Susan, ormai settantottenne, aveva lasciato la ricerca scientifica quando le era peggiorata l’artrite. Si era trasferita in un piccolo villaggio a settanta chilometri da Santa Fe, un trasferimento inspiegabile per Leisha. Niente ospedali, niente colleghi, pochissima gente con cui parlare. Susan viveva in una casa dalle spesse pareti di mattoni di creta impastata con paglia, con un arredamento ridotto e un tetto, da cui si godeva di una vista aperta, che lei utilizzava come terrazza. Sui profondi davanzali imbiancati delle finestre e i pochi tavolini, aveva esposto pezzi di roccia lucidati dal vento fino a brillare, oppure vasi di fiori selvatici dagli steli rigidi, o perfino ossa di animali sbiancate dal sole fino all’incandescente bianchezza della neve sulle montagne lontane. Camminando un po’ a disagio nella casa per la prima volta, Leisha aveva avvertito un sollievo palpabile, come un leggero colpo nel petto, quando aveva visto il terminale e le riviste mediche nello studio di Susan. Tutto quello che Susan aveva voluto dire del suo pensionamento era stato: — Ho lavorato con la mente per lungo tempo, adesso voglio brancolare a tentoni per il resto. — Affermazione che Leisha aveva compreso a livello intellettuale, aveva letto tenacemente tutte le teorie mistiche standard, ma non in altro modo. Il "resto" di cosa, esattamente? Era stata riluttante a interrogare ulteriormente Susan, per paura che si trattasse di una specie del Gruppo dei gemelli di Alice: pseudo-psicologia agghindata da fatto scientifico. Leisha non pensava di poter sopportare di vedere la sottile mente di Susan sedotta dal fallace conforto del sentimentalismo artificiale. Non Susan.

A quel punto Susan invitò: — Entriamo, Leisha. Il deserto per te è sprecato. Non sei ancora abbastanza anziana per apprezzarlo. Vado a preparare del tè.

Il tè era ottimo. Seduta accanto a Susan sul divano, Leisha domandò: — Ti sei tenuta aggiornata nel tuo campo, Susan? Per esempio con la ricerca sull’alterazione genetica pubblicata l’anno scorso da Gaspard-Thiereux?

— Sì — rispose Susan. Un luccichio di divertimento apparve e scomparve nei suoi occhi, ora un po’ incavati ma ancora brillanti. Aveva smesso di tingersi i capelli: le scendevano in ciocche bianche soltanto un po’ meno folte di quelle che Leisha ricordava dall’infanzia. La pelle di Susan, tuttavia, aveva la venata trasparenza del guscio d’uovo. — Non ho rinunciato al mondo come una specie di monaco flagellante, Leisha. Consulto le riviste regolarmente, anche se devo dire che è passato molto tempo da quando vi è comparso qualcosa che valesse realmente la pena studiare, se si eccettua il lavoro di Gaspard-Thiereux.

—  Adesso c’è. — Leisha le parlò di Walcott, della Samplice, della ricerca e del furto. Non menzionò Jennifer né il Rifugio. Susan sorseggiò il tè, ascoltando in silenzio. Quando Leisha ebbe terminato, Susan non disse nulla.

— Susan?

— Fammi vedere gli appunti della ricerca. — Appoggiò la tazza di tè, che sbatté duramente sul tavolinetto di vetro.

Susan esaminò a lungo le carte. Scomparve quindi nel suo studio per svolgere qualche equazione. — Usa solamente un computer isolato — la avvertì Leisha — e cancella tutto il programma, dopo. Completamente. — Un momento dopo, Susan annuì lentamente.

Leisha vagò per il salotto, fissando le pietre che mostravano fori crivellati da venti bizzarri, pietre tanto lisce da poter essere rimaste appoggiate sui fondali oceanici per un milione di anni, pietre caratterizzate da inaspettate protuberanze che assomigliavano a escrescenze maligne. Prese in mano il cranio di un animale e passò le dita sull’osso liscio.

Quando Susan tornò, era più calma, tutte le sue facoltà critiche a RAM completa. — Be’, sembra proprio una linea di ricerca autentica, fino al punto in cui arriva. È quello che volevi sapere, no?

— E arriva abbastanza avanti?

— Dipende da qual è il pezzo mancante. Quello che ha trovato è nuovo, ma nuovo più nel senso di non essere mai stato esplorato prima in quanto semibizzarra scorciatoia, piuttosto che nel senso di essere un’inevitabile ma complessa estensione di una conoscenza già esistente: comprendi la differenza?

— Capisco. Ma quello che c’è qui potrebbe essere il sostegno logico di un pezzo finale effettivamente in grado di trasformare i Dormienti in Insonni?

— È possibile — affermò Susan. — Ha effettuato qualche deviazione poco ortodossa dal lavoro di Gaspard-Thiereux, ma da ciò che posso affermare da quello che ho in mano… sì. Sì, è possibile.

Susan sprofondò sul divano e si coprì il volto con le mani.

Leisha chiese: — Quanti degli effetti collaterali potrebbero esserci… è possibile che…

— Mi stai chiedendo se i Dormienti che diventassero Insonni non in vitro potrebbero avere gli organi che non invecchiano come il resto di voi? Dio, non lo so. La biochimica al proposito è ancora molto nebulosa. — Susan abbassò le mani e sorrise, senza mostrare alcun divertimento. — Voi Insonni non ci fornite abbastanza esemplari su cui effettuare ricerche. Non morite abbastanza spesso.

— Mi dispiace — replicò seccamente Leisha. — Abbiamo le agende talmente piene.

— Leisha — fece Susan con voce leggermente incerta — che succederà adesso?

— Oltre alla lotta interna alla Samplice? Presenteremo richiesta di brevetto a nome di Walcott. A dire il vero, ho già iniziato la pratica, prima che possa farlo chiunque altro. Poi, dopo che Walcott ed Herlinger… e qui si presenta un altro problema.

— Quale altro problema?

— Walcott-e-Herlinger. Io sospetto che Herlinger abbia portato avanti la maggior parte del lavoro e che Walcott non abbia intenzione di condividere con lui il merito, se solo potrà evitare di farlo. Walcott è una specie di mansueto belligerante. Vaga con fare assente per il mondo, incurante di come funzioni realmente, finché qualcuno non gli pesta i piedi: a quel punto si mette a strillare e gli si avventa contro con le unghie e con i denti.

— Conosco il tipo — disse Susan. — Niente a che vedere con tuo padre.

Leisha la guardò: Susan parlava raramente di Roger Camden. La donna prese in mano lo stesso cranio di animale su cui Leisha aveva passato le dita. — Che cosa sai di Georgia O’Keeffe?

— Un’artista, vero? Diciannovesimo secolo?

— Ventesimo. Dipinse questi crani. E questo deserto. Molte volte. — Improvvisamente Susan lasciò caldere a terra il cranio: quello si frantumò sul pavimento di pietra. — Leisha, fai questo bambino di cui tu e Kevin parlate sempre. Non esistono garanzie che solo perché nessuna femmina Insonne è ancora entrata in menopausa non vi entrerai mai. Perfino le tube di Falloppio che in sé sembrano non invecchiare possono non produrre nuovi gameti. I tuoi ovuli hanno quarantatré anni.

Leisha le si avvicinò. — Susan, stai dicendo di rammaricarti… di desiderare…

— No, no — rispose Susan bruscamente. — Io ho avuto te e Alice e vi ho ancora. Due figlie biologiche per me non potrebbero essere più importanti di voi. Ma chi hai tu, Leisha? Kevin…

Leisha la interruppe velocemente: — Io e Kevin stiamo bene.

Susan la guardò con un’espressione tenera e scettica che fece ripetere a Leisha: — Stiamo bene, Susan. Lavoriamo proprio bene insieme. Dopo tutto, è ciò che importa realmente.

Susan però continuò a guardarla con lo stesso tenero dubbio, con le carte della ricerca di Walcott strette nelle mani artritiche.

"Simpson contro Offshore Fishing" era un caso complesso. Il cliente di Leisha, James Simpson, era un pescatore Insonne che denunciava le deliberate interruzioni degli schemi migratori dei pesci nel lago Michigan con l’uso illegale di retrovirus, in se stessi legali, effettuato da una ditta concorrente. Il concorrente, la Offshore Fishing Srl, era posseduta da Dormienti. Il caso sarebbe ruotato attorno all’interpretazione legale del decreto Canton-Fenwick, concernente l’utilizzo della biotecnologia nelle limitazioni alla concorrenza economica. Leisha doveva trovarsi in tribunale alle dieci del mattino, e così aveva chiesto un incontro alla Samplice per le sette.

— Be’, è probabile che non ci sia lì nessuno alle sette di mattino — aveva brontolato Walcott — me incluso. — Leisha aveva fissato duramente il volto inconsistente dell’uomo sul suo videotelefono, nuovamente sconcertata per la meschina ottusità della mente destinata a ridisegnare il mondo biologico e sociale. Newton era forse stato così? Einstein? Callingwood? A dire il vero, sì. Einstein non riusciva a ricordare le fermate del treno; Callingwood, il genio delle applicazioni dell’energia-Y, perdeva regolarmente le scarpe che aveva ai piedi e si rifiutava di permettere ad alcuno di cambiare le lenzuola al suo letto per mesi e mesi. Walcott non era unico, era un tipo, anche se non un tipo comune. A volte, a Leisha sembrava che il processo della maturità intellettuale fosse dato semplicemente dalla scoperta del fatto che gli esotici e gli unici erano solamente membri di gruppi più rari. Telefonò personalmente alla Samplice e insistette sull’incontro alle sette di mattina.

Il direttore Lawrence Lee, un bell’uomo abbronzato che indossava fascette per capelli di seta italiana un po’ troppo giovanili per lui, si dimostrò un tipo ostico proprio come aveva detto Walcott. — Noi possediamo questa ricerca, qualsiasi maledetta cosa sia, anche se si scoprirà che è preziosa e, mi creda, ho i miei dubbi. Questi due ricercatori lavorano per me, e vedete di non dimenticarlo voi avvocati di grido!

Leisha era l’unico avvocato di grido in vista. Il consulente legale della Samplice era Arnold Seeley, un uomo dallo sguardo impassibile con la testa rasata in modo aggressivo il quale, nonostante tutto, cincischiava sulle domande con le quali avrebbe dovuto invece incalzare Leisha in modo pressante. Lei si sporse in avanti sul tavolo. — Dimentico pochissime cose, signor Lee. Esistono precedenti legali riguardanti il lavoro scientifico, in particolar modo il lavoro scientifico che abbia applicazioni commerciali. Il dottor Walcott non si trova nella stessa categoria di lavoro di un falegname che le aggiusta il portone sulla veranda. Esistono, inoltre, ambiguità nel contratto che il dottor Walcott ha firmato con la Samplice al momento della sua assunzione. Presumo che lei ne abbia un copia con sé, signor Seeley.

— Ehm, no… aspetti…

— Perché non l’ha? — schioccò seccamente Lee — Dove? Cosa c’è scritto?

— Avrei bisogno di controllare.

Leisha fu presa dall’impazienza, la stessa impazienza che provava sempre davanti all’incompetenza. Cercò di reprimerla: la situazione era troppo importante per metterla a rischio con inconcludenti manifestazioni di rancore. O dimostrazioni addizionali di esso. Lee, Seeley e Walcott, che nelle inette mani belligeranti tenevano otto ore di tempo in più al giorno per centinaia di migliaia di persone, cominciarono tutti a ricercare nei notebook elettronici il contratto di assunzione.

— Trovato? — chiese Leisha seccamente. — D’accordo, secondo paragrafo, terza riga… — Li guidò attraverso il linguaggio dalle frasi scarne, i precedenti legali riguardanti brevetti scientifici condivisi, l’ordinanza "Boeing contro Fain", una vera pietra miliare sui diritti d’autore. Seeley faceva scorrere lo sguardo duro sullo schermo e tamburellava le dita sul tavolo. Lee si infuriava. Walcott restava seduto con un sorrisetto compiaciuto. Soltanto Herlinger, l’assistente venticinquenne, la stava ad ascoltare e la comprendeva. Il giovanotto aveva sorpreso Leisha: corpulento e già tendente alla calvizie a venticinque anni, Herlinger poteva sembrare un malvivente, se si eccettuava quel tanto di amara dignità e la stoica disillusione che non parevano andare d’accordo né con la sua giovane età né con l’eccentrico e permaloso presunto genio di Walcott. Formavano un team improbabile.

— …e quindi vorrei suggerire un accordo stragiudiziale riguardo i brevetti.

Lee cominciò a infuriarsi nuovamente. Seeley disse in tutta fretta: — Che genere di accordo? Una percentuale o una somma in anticipo?

Leisha mantenne il proprio volto impassibile. Lo aveva in pugno. — Dovremo stabilirlo insieme, signor Seeley.

Lee quasi gridò: — Se pensa di riuscire a strapparmi via quello che appartiene a questa ditta…

Seeley gli si rivolse freddamente: — Penso che gli azionisti potrebbero non essere d’accordo su chi sia il proprietario della ditta.

Gli "azionisti" includevano il Rifugio, anche se Lee poteva anche non sapere che Leisha ne fosse al corrente. Leisha e Seeley aspettarono che Lee arrivasse a comprenderlo. Mentre cominciava a capire, la sua boccuccia a bottoncino si increspò, e lui fissò Leisha con un ghigno carico di timore. Lei pensò che era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva detestato altrettanto qualcuno.

— Forse — disse Lee — potremmo parlare di un accordo. Alle mie condizioni.

Leisha replicò: — D’accordo. Parliamo di condizioni.

Lo aveva in pugno.

Successivamente, Walcott accompagnò lei e la sua guardia del corpo all’automobile. — Si accorderanno?

— Sì — rispose Leisha. — Penso di sì. Ha un interessante gruppo di colleghi, dottore.

Lui la scrutò con circospezione.

— Il suo direttore dimentica di amministrare una compagnia a partecipazione pubblica, l’avvocato della sua ditta non riesce a mettere insieme un contratto d’assunzione decente per un impiegato di sesto livello e il suo assistente nella ricerca genetica sull’insonnia se ne va via in sella a uno scooter Noi-Dormiamo.

Walcott agitò una mano in modo superficiale. — È giovane. Non si può permettere un’automobile. E, ovviamente, se questa ricerca andrà a buon fine, non esisterà più alcun movimento Noi-Dormiamo. Nessuno avrà più la necessità di dormire.

— Eccetto quelli che non si potranno permettere l’operazione. Oppure un’automobile.

Walcott la guardò divertito. — Non dovrebbe difendere il concetto opposto, signorina Camden? A favore dell’élite economica? Dopo tutto, pochissime persone si possono permettere di alterare geneticamente in vitro gli embrioni per ottenere l’insonnia.

— Non stavo discutendo, dottor Walcott. Stavo soltanto correggendo la sua affermazione errata. — In modo più sottile, lui era detestabile quanto Lee.

Walcott agitò una mano. — Oh, immagino che lei non possa farci niente. Una volta avvocato…

La donna sbatté la portiera dell’auto con una violenza tale da far sobbalzare la guardia del corpo.

Arrivò tardi in tribunale. Il giudice si stava guardando attorno, irritato. — Signorina Camden?

— Mi dispiace, Vostro Onore, Sono stata trattenuta in modo inevitabile.

— Cerchi di evitarlo, avvocato.

— Sì, Vostro Onore. — L’aula del tribunale era quasi vuota, nonostante l’importanza del caso rispetto alla legge costituzionale. Gli schemi della migrazione dei pesci non concentravano su di sé i titoli degli ologiornali: oltre ai contendenti e ai loro avvocati, Leisha scorse un giornalista, agenti statali e federali del reparto ambientale, tre giovani che lei immaginò che fossero studenti di legge o di ecologia, un ex giudice e tre testimoni.

Oltre Richard Keller, che non avrebbe dovuto testimoniare in qualità di esperto prima del giorno successivo.

Stava seduto in fondo all’aula, ritto come se fosse molto preoccupato, un uomo tarchiato, circondato da quattro guardie del corpo. Doveva essere ciò che accadeva se si viveva un anno dentro e un anno fuori dal Rifugio: il resto del mondo doveva apparire ancora più pericoloso di quanto non fosse. Richard incrociò il suo sguardo. Non sorrise. Qualcosa nel petto di Leisha si fece di ghiaccio.

— Se è finalmente pronta per iniziare, avvocato…

— Sì, Vostro Onore. Chiamo al banco dei testimoni Carl Tremolia.

Tremolia, un pescatore corpulento che era testimone ostile, si incamminò lungo il corridoio. Gli occhi del cliente di Leisha si ridussero a due fessure. Tremolia sfoggiava una spilla elettronica Noi-Dormiamo sul bavero della giacca. Si udì del tramestio presso la porta: qualcuno stava parlando con l’usciere in tono di forte insistenza.

— Vostro Onore, chiedo alla corte di ordinare al testimone di rimuovere la spilla che porta al bavero — iniziò Leisha. — Date le circostanze del caso, le opinioni politiche del testimone, che siano espresse tramite parole o oggetti, sono pregiudiziali.

Il giudice ordinò: — Tolga la spilla.

Il pescatore la strappò dalla giacca. — Potete obbligarmi a togliere la spilla ma non ad acquistare roba Insonne!

— Lo cancelli — disse il giudice. — Signor Tremolia, se non risponderà soltanto quando interrogato la citerò per oltraggio. Cosa c’è, usciere?

— Mi dispiace, Vostro Onore. Un messaggio per la signorina Camden. Personale e urgente.

Consegnò a Leisha un foglio di carta stampato. "Chiama immediatamente in ufficio Kevin Baker, Urgente e personale". — Vostro Onore…

Il giudice sospirò. — Vada, vada.

Arrivata nel corridoio, Leisha estrasse un videocellulare dalla valigetta. Il volto di Kevin apparve sullo schermo in miniatura.

— Leisha. Per quanto riguarda Walcott…

— Sono su una linea non schermata, Kevin…

— Lo so. Non importa, questo è di dominio pubblico. Che diavolo, nel giro di poche ore lo saprà tutto il fottutissimo mondo. Walcott non può chiedere quei brevetti.

— Perché no? La Samplice…

— Scordati la Samplice. I brevetti sono stati registrati due mesi fa. Chiaro, pulito, inattaccabile. A nome del Rifugio Spa… Leisha?

— Sono qui — rispose lei inebetita. Kevin le aveva sempre detto che nessuno poteva falsificare la documentazione del governo riguardante i brevetti. C’erano troppe registrazioni di riserva, elettroniche, cartacee e indipendenti. Nessuno.

Kevin aggiunse: — C’è dell’altro. Leisha… Timothy Herlinger è morto.

— Morto! L’ho visto meno di mezz’ora fa! Si stava allontanando con uno scooter!

— È stato investito da un’auto. Gli scudi deflettori sul suo scooter hanno ceduto. Un poliziotto si è trovato casualmente lì qualche minuto dopo la disgrazia e ha inserito i dati nella rete medica; ovviamente io faccio monitorare sempre tutte le reti in modo che mi segnalino i nomi chiave.

Lei disse con voce incerta: — Chi lo ha investito?

— Una donna che si chiama Stacy Hillman, ha dato un indirizzo come Barrington. Ho dei maghi del computer che stanno indagando su di lei. Ma sembra proprio un incidente.

— Gli scudi deflettori degli scooter sono coni a energia-Y. Non si guastano: è uno dei loro principali punti di forza sul mercato. Non si guastano e basta, nemmeno su uno scadente scooter Noi-Dormiamo.

Kevin emise un fischio. — Guidava uno scooter Noi-Dormiamo?

Leisha chiuse gli occhi. — Kevin, manda due guardie del corpo a cercare Walcott. Le migliori guardie del corpo che riesci ad assumere. No… le tue. Era alla Samplice mezz’ora fa. Fallo scortare fino al nostro appartamento. O è più sicuro il tuo ufficio?

— Il mio ufficio.

— Non posso lasciare il tribunale prima delle due, come minimo. E non posso chiedere una sospensione. Non un’altra volta. — Aveva già utilizzato le sospensioni in quel processo per recarsi in Mississippi e al Rifugio. Due volte al Rifugio.

Kevin disse: — Vai avanti col tuo caso. Terrò io Walcott al sicuro.

Leisha riaprì gli occhi. Dalla porta dell’aula del tribunale notò che l’usciere la stava osservando. Aveva sempre apprezzato quella persona, un uomo anziano e gentile che amava mostrarle le olografie eccessivamente costose dei suoi nipotini. All’altro capo del corridoio si trovava Richard Keller, con la schiena eccezionalmente diritta, in attesa. Di lei. Lui sapeva cosa riguardasse la telefonata di Kevin, e adesso la stava aspettando. Lei ne era certa quanto era certa del proprio nome.

Come aveva fatto a sapere quello che Kevin le avrebbe detto?

Ritornò in aula per chiedere al giudice un’altra sospensione.

Leisha condusse Richard nel proprio ufficio, a un isolato di distanza, senza toccarlo mentre camminavano, senza guardarlo. Una volta entrati, lei scurì la finestra fino ad arrivare al nero. I fiori esotici, i fiori della passione e le orchidee color zenzero e fiamma cominciarono a chiudersi.

Lo invitò pacatamente: — Dimmi.

Richard guardò assentemente i fiori che si chiudevano. — Li coltivava tuo padre.

Lei conosceva quel tono di voce: lo aveva udito nelle sale di interrogatorio alla polizia, in prigione, in tribunale; era la voce di un uomo pronto a dire tutto ciò che gli passa per la testa, qualsiasi cosa, perché ha già perduto tutto. Quel tono conteneva una certa quantità di libertà, di un genere che faceva sempre desiderare a Leisha di distogliere lo sguardo.

In quell’occasione, non distolse lo sguardo. — Dimmi, Richard.

— Il Rifugio ha rubato le carte della ricerca di Walcott. C’è una rete, maghi dell’informatica interni e un sottobosco di Dormienti esterni, molto complessa. Jennifer l’ha incrementata per anni. Hanno fatto tutto loro: Samplice, First National Bank.

Non c’era nulla di nuovo. Richard le aveva detto altrettanto al Rifugio, in presenza di Jennifer. — Devo dirti una cosa, Richard. Ascoltami attentamente. Stai parlando con l’avvocato di Walcott e non c’è nulla di quello che dici che non verrà utilizzato. Nulla. Il privilegio matrimoniale della riservatezza non si applicherà a ciò che Jennifer ti ha detto in presenza di una terza parte o parti, come il Consiglio del Rifugio: articolo 861 del Codice degli Stati Uniti. Può venirti richiesto di ripetere ciò che dirai qui sotto giuramento. Hai capito?

Lui sorrise in modo quasi bizzarro. Aveva ancora quel tipico tono nella voce. — Ovviamente. È il motivo per cui sono qui. Registra pure, se preferisci.

— Registrare. — Quindi, rivolta a Richard: — Procedi.

— Il Rifugio ha alterato la documentazione per i brevetti. Ancora una volta, sia elettronicamente sia in copia cartacea. I dati sono stati selezionati con grande cura, tutte le applicazioni cartacee a Washington recano la scritta RICEVUTO, ma nessuna ha ancora raggiunto lo stadio di verifica tramite firme o impronte digitali di impiegati significativi. È quello che ti ha detto Kevin, vero?

— Lui mi ha detto che non pensava che qualcuno fosse in grado di entrare nel sistema federale, nemmeno i suoi.

— Oh, ma lui avrebbe provato solamente dall’esterno.

— Puoi fornirmi dei dettagli? Nomi, date pronunciati davanti a terzi come parte di conversazioni che avrebbero avuto luogo anche se tu e Jennifer non foste stati marito e moglie?

— Sì.

— Hai delle prove scritte?

Richard sorrise debolmente. — No. Tutto a voce.

Leisha esplose: — Perché, Richard? Non Jennifer… ma tu? Perché lo hai fatto?

— Sarebbe forse possibile per qualcuno fornire una risposta semplice a una domanda simile? Sono le decisioni di un’intera vita. Andare al Rifugio, sposare Jennifer, avere i bambini… — Si alzò e si avvicinò ai fiori. Il modo in cui lui sfiorò i loro petali pelosi spinse Leisha ad alzarsi a sua volta e a seguirlo.

— Allora perché dirmi tutto questo, adesso?

— Perché è l’unico modo che mi è restato per fermare Jennifer. — Sollevò lo sguardo verso Leisha, ma lei si rese conto che non la stava vedendo. — Per il suo bene. Non c’è più nessuno al Rifugio che la possa fermare: dannazione, la incoraggiano, specialmente Cassie Blumenthal e Will Sandaleros. I miei bambini… Un’accusa penale per i brevetti riuscirà almeno a spaventare qualcuno dei suoi contatti esterni. Sono persone terribili, Leisha, e non voglio che lei abbia a che fare con loro. So che perfino con la mia testimonianza, voci prive di prove di sostegno, non hai molto per mettere in piedi un caso e probabilmente l’intera storia verrà rigettata dalla corte. Pensi che sarei qui se pensassi che lei potrebbe venire condannata per qualcosa? Ho studiato molto attentamente i casi "Wade contro Tremont" e "Jastrow contro Stati Uniti" e voglio che risulti agli atti che l’ho fatto. Voglio solamente che Jenny venga fermata. I miei bambini… l’odio contro i Dormienti che stanno imparando, il senso di essere autorizzati a fare qualsiasi cosa, qualsiasi, Leisha, in nome dell’autodifesa: mi terrorizza. Non è ciò che voleva Tony!

Leisha e Richard non erano mai stati in grado, dopo la prima volta, di discutere su cosa volesse realmente Tony Indivino.

Richard disse, più calmo esteriormente: — Tony aveva torto. Io avevo torto. Si diventa differenti se si resta rinchiusi solamente con altri Insonni per decenni. I miei bambini…

— Differenti in che senso?

Ma Richard non fece altro che scuotere la testa. — Che succederà adesso, Leisha? Tu sottoporrai la cosa al Procuratore e lui sporgerà denuncia? Per furto e manomissione di documentazioni governative?

— No. Per omicidio.

Lei lo osservò da vicino. Gli occhi di lui si spalancarono e si infiammarono, e lei avrebbe potuto scommettere la testa, a quel punto, che lui non sapeva nulla della morte di Timothy Herlinger. Una settimana prima, tuttavia, avrebbe scommesso la testa anche sul fatto che Richard non sapesse nulla del furto,

— Omicidio?

— Timothy Herlinger è morto un’ora fa. In circostanze sospette.

— E tu pensi…

La mente di lei era già corsa avanti. Lo vide raggiungerla e fece un passo indietro.

Richard disse lentamente: — Farai incriminare Jennifer per omicidio e mi farai testimoniare contro di lei per quello che ho detto qui dentro.

Non si sa come, lei riuscì a pronunciare la parola. — Sì.

— Nessuno al Rifugio ha progettato un omicidio! — Quando lei non rispose, lui le afferrò violentemente il polso. — Leisha… nessuno al Rifugio… nemmeno Jennifer… nessuno…

Il suo sfaldarsi fu la cosa peggiore. Richard non era sicuro che sua moglie fosse incapace di un omicidio politico, Leisha lo fissò pacatamente. Doveva ascoltare, tutto, perché… perché? Perché sì. Perché doveva sapere.

Ma non ci fu più nulla da ascoltare. Il pugno di Richard si serrò sul fiore che aveva avuto fra le dita e lui cominciò a ridere. — Non farlo! — lo pregò Leisha, ma lui continuò a ridere lo stesso, producendo un suono ragliante e palpitante che proseguì a lungo, finché Leisha non aprì la porta dell’ufficio e disse alla sua segretaria di chiamare il Procuratore distrettuale.

11

La cella in pietra spugnosa era di sei passi per sei. Conteneva una piattaforma incassata per il letto, due coperte riciclabili, un cuscino, un lavandino, una sedia e un gabinetto, ma nessuna finestra e nessun terminale. Will Sandaleros, avvocato della prigioniera, si era lamentato per la mancanza di un terminale: tutte le celle, eccetto quelle di isolamento, avevano una specie di semplice terminale per la sola lettura fatto con una lega infrangibile, saldato alla parete. Alla sua cliente era consentito l’accesso agli ologiornali, agli articoli approvati della biblioteca e al sistema postale a energia degli Stati Uniti. Il direttore della prigione della contea aveva ignorato la protesta: non si fidava di mettere in mano ad alcun Insonne un terminale. Né avrebbe concesso alla prigioniera ginnastica, pasti comuni o visitatori in cella, nemmeno Sandaleros. Vent’anni prima, lo stesso direttore del carcere della contea di Cattaraugus, più giovane e duro, aveva perduto un Insonne del Rifugio a seguito di un omicidio in prigione. Non sarebbe successo nuovamente. Non nella sua prigione.

Jennifer Sharifi disse al proprio legale di non inoltrare più la protesta.

Il primo giorno analizzò scrupolosamente i quattro angoli della sua cella. L’angolo a sud-est fu assegnato alla preghiera. Chiudendo gli occhi, riusciva a vedere il sole nascente invece della parete di pietra spugnosa: nel giro di qualche giorno non ebbe più bisogno di chiudere gli occhi. Il sole era lì, evocato dal credo e dalla volontà.

L’angolo a nord-est era occupato dal lavandino. Lei si lavava completamente due volte al giorno, scivolando fuori dalla sua abbaya e lavando anche quella, rifiutando di utilizzare la lavanderia e l’abito della prigione. Se il video della sorveglianza trasmetteva la sua quotidiana nudità, questo risultava irrilevante quanto la parete di pietra spugnosa per la vista del sole. Rilevante era solo quello che lei faceva, non il fatto che dei subumani esaminassero ciò che lei faceva. Con il loro lascivo sbirciare, avevano perduto l’umanità che le avrebbe permesso di prenderli in considerazione.

I restanti due angoli erano occupati dalla brandina. Lei vi lasciò le lenzuola piegate sotto, giorno dopo giorno, senza sfiorarle. Il letto stesso divenne il suo luogo di studio. Vi rimaneva seduta sul bordo, con la schiena diritta nella abbaya ancora umida. Quando le venivano consegnati i documenti cartacei che aveva richiesto, frammentariamente e a intermittenza, lei li leggeva, concedendosi una singola lettura per ogni tabloid, ogni libro di legge, ogni stampa della biblioteca. Quando non c’era niente da leggere imparava pensando, creando scenari dettagliati di ogni contingenza riuscisse a immaginare. Pensò alle contingenze della sua situazione legale. Alla ricerca di Walcott. Al futuro del Rifugio. Alle scelte di Leisha Camden. Ai sostegni economici di ogni reparto, di ogni organizzazione, di ogni significativa relazione personale o professionale all’interno del Rifugio. Ogni contingenza si ramificava in svariati punti: li imparò tutti finché non fu in grado di chiudere gli occhi e di vedere l’intera grande struttura, un albero della decisione dopo l’altro, che si ramificava e si ramificava ancora, decine di alberi. Quando le arrivavano nuovi dati dalla stampa o da Sandaleros, lei ridisegnava mentalmente ogni ramo interessato. A ogni punto di decisione assegnava un versetto del Corano o, se esisteva la possibilità di applicazioni contrastanti, più di un versetto. Quando era in grado di vedere l’immensa ed equilibrata unità allargarsi dietro le sue palpebre chiuse, apriva gli occhi e si allenava a vederla in tre dimensioni all’interno della cella, a riempire tutto lo spazio, con rami che crescevano tangibili come lo stesso albero della vita.

— Tutto quello che fa è stare seduta a fissare nel vuoto — riportò la vigilatrice al Procuratore distrettuale. — A volte a occhi aperti. A volte chiusi. Non si muove quasi mai.

— Le sembra in uno stato catatonico che abbia bisogno di osservazione medica?

La vigilatrice scosse la testa, quindi annuì, poi scosse nuovamente la testa. — Come diavolo faccio a sapere di che cosa ha bisogno uno di quelli!

Il Procuratore distrettuale non rispose.

Il mercoledì e la domenica erano giorni di visita, ma l’unico visitatore a cui lei aveva concesso di andare era Will Sandaleros, che giungeva quotidianamente alla sala visite vuota, dove lei sedeva dietro una spessa vetrata in plastica sotto un cerchio di pannelli video di sorveglianza.

— Jennifer, il gran giurì ha prodotto un capo di imputazione contro di te.

— Sì — commentò Jennifer. Non c’erano rami nel suo albero decisionale in cui il gran giurì non la rimandava a giudizio. — Hanno fissato la data del processo?

— L’otto dicembre. La mozione per riesaminare la cauzione è stata respinta.

— Sì — pronunciò Jennifer. Non c’erano stati nemmeno rami riguardanti una cauzione. — Leisha Camden ha testimoniato davanti al gran giurì. — Non era una domanda.

— Già. La testimonianza è stata consegnata alla difesa: sto cercando di farti avere una copia.

— Non mi sono state portate carte da due giorni.

— Presenterò nuovamente una mozione contro questa cosa. Gli ologiornali sono sempre più o meno uguali: non penso che ti interessi vederli.

— Sì — disse Jennifer — li voglio vedere. — L’isteria della stampa era necessaria: non per la sua istruzione quanto per il rafforzamento delle sue preghiere. "Un ricordo per i credenti" diceva il Corano. "Insonne uccide per controllare il mondo!" "Prima soldi… ora sangue?" "Cartello segreto di Insonni complotta per un rovesciamento negli Stati Uniti… con l’omicidio!" "Rinnegato Insonne provoca la morte totale del Rifugio mafioso." "Banda locale rivendica il pestaggio mortale di un ragazzino: ’Era un Insonne’."

— Penso che forse tu li voglia avere — disse Sandaleros. Aveva venticinque anni ed era cresciuto al Rifugio da quando ne aveva quattro, il suo affidamento firmato volontariamente dai genitori che non avevano ricevuto quello che si erano aspettati da un bambino alterato geneticamente. Dopo avere frequentato legge ad Harvard, Sandaleros era tornato al Rifugio per aprire lì il suo studio, uscendone soltanto per conferire con i clienti o per apparire in tribunale. E nemmeno per quello gradiva allontanarsi. Ricordava a mala pena i propri genitori e senza alcun affetto. Era stato il primo a essere scelto da Jennifer come avvocato.

— C’è un’altra cosa — aggiunse Sandaleros — Ho un messaggio da parte dei tuoi bambini.

Jennifer raddrizzò ulteriormente la schiena. Ogni volta, quella era la cosa più difficile da affrontare: ecco perché si autodisciplinava giorno dopo notte sul bordo della dura brandina in metallo, con la schiena diritta e la mente costretta a una calma programmazione. Per quello: — Vai avanti.

— Najla mi ha chiesto di dirti che ha finito il software di Fisica Tre. Ricky dice di avere trovato un nuovo schema di migrazione dei pesci nei dati dal vivo della Corrente del Golfo e che sta inserendo il diagramma nella Directory Globale sul lavoro del padre.

Ricky trovava quasi sempre un modo per inserire il padre nei suoi messaggi; Najla non lo faceva mai. Era stato detto loro che il padre avrebbe testimoniato contro là loro madre in tribunale. Jennifer aveva insistito perché Sandaleros glielo dicesse. Non era quello il mondo in cui ai bambini Insonni si potesse concedere un’ignoranza protettiva.

— Grazie — disse Jennifer composta. — Adesso illustrami le nostre opzioni di difesa.

Successivamente, dopo che Sandaleros se ne fu andato, lei rimase seduta a lungo sul bordo della brandina, facendo crescere alberi decisionali negli spazi liberi della sua mente.

— Lo farai davvero? — il grazioso volto di Stella Bevington sul videotelefono era grave e freddo. — Hai realmente intenzione di testimoniare contro uno di noi?

— Stella — rispose Leisha — devo farlo.

— Perché?

— Perché lei ha torto. E perché…

— Non è sbagliato prendersi cura nei nostri, anche se questo significa infrangere la legge! Sei stata tu quella che me lo ha insegnato… tu e Alice!

— Non è la stessa cosa — disse Leisha, nel modo più pacato possibile. Dietro la testa di Stella, sul video, si notavano palme californiane modificate geneticamente, con lunghe fronde azzurre separate da una scriminatura d’argento. Come mai Stella si trovava in California? Nessuna linea esterna era adeguatamente schermata. — Jennifer ci sta facendo del male. A tutti noi, Insonni e Dormienti…

— A me no. Non mi sta facendo del male: tu me ne stai facendo, frantumando l’unica famiglia che è rimasta ad alcuni di noi. Non siamo tutti fortunati come te, Leisha!

— Io… — cominciò a dire Leisha, ma Stella aveva già interrotto la comunicazione, e Leisha si trovò a fissare uno schermo vuoto.

Adam Walcott si trovava nella biblioteca dell’attico di Leisha e Kevin, e stava guardando distrattamente le file di libri di legge, l’ologramma incorniciato di Kenzo Yagai, la scultura sbozzata da vergine roccia di Luna da Mondi Rastell. La scultura rappresentava una figura umana androgina in una posa eroica e slanciata, con le braccia estese verso l’alto, il volto illuminato dall’intelligenza. Leisha osservò Walcott stare su un solo piede, passarsi la mano sinistra fra i capelli, passarsi la mano destra fra i capelli, inarcare le spallucce inconsistenti e abbassare il piede. Inquietante, non esisteva altro termine per lui. Walcott era il cliente più inquietante che avesse mai avuto. Lei non sapeva nemmeno se lui avesse capito che cosa lei avesse intenzione di spiegargli, avendolo convocato lì.

— Dottor Walcott, lei comprende di potere ancora portare avanti la causa per il brevetto, sia contro la Samplice sia contro il Rifugio, simultaneamente con il caso d’omicidio Sharifi. — La sua voce fu stabile sulle parole. A volte, nel forzato isolamento del suo appartamento, lei si esercitava a pronunciarle a voce alta: "il caso d’omicidio Sharifi".

— Ma lei non sarà il mio legale — rispose lui in modo irritante. — Sta semplicemente lasciando cadere tutta la storia.

Pazientemente, Leisha ricominciò da capo. Lui non sembrava davvero comprendere. — Io sono sotto custodia protettiva fino al processo, dottor Walcott. Ci sono state serie minacce alla mia vita. Le guardie del corpo davanti alle quali è passato, che si trovano nell’atrio, nell’ascensore e sul tetto, non sono mie: sono ufficiali federali. Io sono sotto sorveglianza qui, invece che in un qualsiasi altro luogo, perché la sicurezza qui è migliore che in qualsiasi altro luogo. Quasi. Ma non posso rappresentarla in tribunale nella causa per il brevetto e non ritengo che sia consigliabile per lei aspettare finché io non potrò farlo. Nel suo interesse, dovrebbe cercare un altro avvocato, e io le ho preparato una lista di nomi da prendere in considerazione.

Gli allungò un foglio di carta: Walcott non fece segno di prenderlo. Si pose sull’altro piede, e la forza intermittente ritornò nella sua voce: — Non è giusto!

— Non è…

— Giusto. Per un uomo che lavora a una rivoluzione genetica, che sputa sangue per una maledetta e ridicola compagnia che non sarebbe in grado di distinguere un genio se ci sbattesse contro il naso. Mi è stato promesso, signorina Camden! Sono state fatte promesse!

Lei adesso lo stava ad ascoltare con attenzione, a dispetto di se stessa. La grande intensità dell’ometto era in qualche modo paurosa. — Che genere di promesse, dottore?

— Riconoscimenti! Fama!! L’attenzione che merito, che nessuno a parte gli Insonni ottiene, ora come ora! — Allargò le braccia e si sollevò sulla punta dei piedi, mentre la voce si alzava in uno stridio. — Mi è stato promesso!

Improvvisamente sembrò rendersi conto del fatto che Leisha lo stava studiando. Fece ricadere le braccia lungo i fianchi e le sorrise, un sorriso di tale ovvia, untuosa falsità che lei si sentì la pelle d’oca. Era difficile immaginare il direttore Lee della Samplice, un uomo troppo pieno di sé e insicuro per poter riconoscere i sogni degli altri, che facesse simili promesse. Lì c’era qualcosa di storto. — Chi le ha promesso queste cose, dottor Walcott?

— Oh, be’ — fece lui distrattamente, senza incrociare lo sguardo di Leisha — sa come vanno queste cose. Si hanno sogni di gioventù. La vita non fa altro che promettere, e le promesse sfuggono via.

Lei ribatté, in modo più duro di quanto non fosse stato nelle sue intenzioni: — È una scoperta comune a tutti, dottor Walcott. E per sogni ben più importanti della fama e dell’attenzione.

Lui non sembrò nemmeno averla udita. Rimase fermo a fissare il ritratto di Yagai, e il braccio sinistro gli si sollevò dietro la testa per andare a sfregare pensosamente l’orecchio destro.

Leisha disse: — Si trovi un altro avvocato, dottor Walcott.

— Sì — rispose lui in tono quasi assente — lo farò. Grazie. Addio. Conosco la strada.

Leisha restò seduta a lungo sul divano della biblioteca, chiedendosi come mai Walcott la disturbasse tanto. Non aveva nulla a che fare con quel caso in particolare: c’era di più, sotto. Era forse perché lei si aspettava che la competenza fosse razionale? Ecco il mito americano: l’uomo competente, carico sia di individualismo sia di buon senso, con il controllo di se stesso e del mondo materiale. La storia non avvalorava quel mito: gli uomini competenti erano spesso incontrollati o irrazionali. La depressione di Lincoln, il caratteraccio di Michelangelo, la megalomania di Newton. Il suo modello era stato Kenzo Yagai, ma perché non era possibile che fosse lui l’anomalia? Perché lei si doveva aspettare lo stesso comportamento logico e disciplinato da Walcott? O da Richard, in grado di recuperare la forza morale per fermare il comportamento immorale e distruttivo di sua moglie, ma che ormai passava le giornate sotto custodia cautelare accasciato in un angolo, privo della forza di volontà per mangiare, lavarsi o parlare, a meno che non venisse costretto a fare tali cose? O da Jennifer che aveva utilizzato una brillante mente strategica al servizio di un ossessivo bisogno di comando?

Oppure era lei, Leisha, a non essere razionale, aspettandosi che tutte quelle persone non facessero quelle cose?

Scese dal divano e si mise a vagare per l’appartamento. Tutti i terminali erano spenti: c’era stato un momento, due giorni prima, in cui non era più riuscita a sopportare l’isteria delle testate giornalistiche. Le finestre erano state scurite per eludere l’intermittente tafferuglio a tre fra la polizia e i due semi-permanenti gruppi di dimostranti in lotta sotto la sua finestra. UCCIDIAMO GLI INSONNI PRIMA CHE UCCIDANO NOI! stridevano i cartelloni elettronici da una parte, a cui veniva risposto con COSTRINGETE IL RIFUGIO A CONDIVIDERE I BREVETTI! NON SONO DEI! Occasionalmente i due gruppi, stanchi di combattere contro la polizia, combattevano l’uno contro l’altro. Le ultime due sere Kevin, rientrando a casa per cena, aveva dovuto correre nell’edificio fra due cordoni di polizia, guardie del corpo, esagitati urlanti e olocamere dei robot della stampa che si erano mosse rapidamente fino ad arrivare a pochi centimetri dal suo volto per ottenere primi piani.

Questa sera era in ritardo. Leisha si trovò a guardare l’orologio, odiando quell’atteggiamento ma senza riuscire a evitarlo. Era la prima volta in vita sua che le risultava difficile essere sola. Ma lo era davvero? Era veramente mai stata sola prima di quel momento? Inizialmente c’erano stati Papà e Alice, quindi Richard, Carol, Jeanine e Tony. Successivamente, poi, Stewart, ancora una volta Richard e quindi Kevin. E sempre, sempre, c’era stata la legge. Da studiare, da interrogare, da applicare. La legge rendeva possibile per persone di credo, abilità e mete profondamente diversi vivere fianco a fianco in un qualcosa che superava la barbarie. Kevin aveva creduto nella propria versione di quella fede: un sistema sociale non era costruito sui limiti campanilistici della cultura comune, né su quelli romantici della "famiglia" e neppure sull’evidente destino contemporaneo dell’illimitato progresso tecnologico per tutti, ma sulle doppie fondamenta dei sistemi consensuali della legge e dell’economia. Solo alla presenza di entrambi poteva esistere una qualsiasi sicurezza personale o sociale. Soldi e legge. Kevin lo capiva, mentre Richard non ci era mai riuscito. Era quello il legame fra loro due.

Ma dov’era?

Il terminale in biblioteca trillò, nel codice preferenziale per le chiamate personali. Leisha restò immobilizzata. I dimostranti, i fanatici del movimento Noi-Dormiamo, lo stesso Rifugio: c’erano così tanti nemici per una persona come Kevin, perfino al di là del suo rapporto con lei… Corse in biblioteca.

Ma era lo stesso Kevin a chiamarla.

— Leisha… ascolta, tesoro, mi dispiace di non averti chiamato prima, ho cercato ma… — La sua voce si affievolì, non era cosa da Kevin. Sul videotelefono si notava che la mascella era leggermente cascante. Guardava alla sinistra di lei. — Leisha, non tornerò a casa. Siamo nel pieno di un importante negoziato, il contratto Stieglitz, sai di che si tratta, e devo essere a disposizione. Potrei partire da un momento all’altro per l’Argentina per conferire con qualche ramificazione politica della loro filiale di Bahia Bianca. Se devo farmi strada a cazzotti per entrare e uscire dall’edificio, o se quei pazzi continuano a bloccare le rotte aeree sul tetto… non posso correre il rischio. — Un momento dopo aggiunse: — Mi dispiace.

Lei non disse nulla.

— Rimarrò qui in ufficio. Forse quando tutto sarà finito… che diavolo, non "forse", quando il contratto Stieglitz sarà stato firmato e il processo sarà concluso, tornerò a casa.

— Certo, Kev — disse Leisha. — Certo.

— Sapevo che avresti capito, tesoro.

— Già — rispose Leisha. — Ti capisco.

— Leisha…

— Addio, Kevin.

La donna si portò dalla biblioteca in cucina e si preparò un sandwich, chiedendosi se lui non avrebbe richiamato. Non lo fece. Lei gettò il sandwich nello scarico organico e ritornò in biblioteca. L’ologramma di Kenzo Yagai si era leggermente spostato. Yagai stava chino su un prototipo del cono a energia-Y con gli occhi scuri dall’espressione seria e intelligente, le maniche del camice bianco da laboratorio fine secolo arrotolate fin sopra i gomiti.

Leisha si sedette su una sedia di legno dallo schienale diritto e appoggiò la testa fra le ginocchia. Quella posizione, però, le fece pensare a Richard, accasciato nella sua stanza, e il pensiero le risultò intollerabile. Si avvicinò alla finestra, la schiarì e osservò la strada da diciotto piani di altezza, finché l’improvviso aumentare dell’agitazione fra i piccoli e lontani dimostranti le suggerì che era probabile che qualcuno con uno zoom l’avesse vista. Rese nuovamente opache le finestre, tornò alla seggiola e si sedette con la schiena eretta.

In seguito, non fu nemmeno in grado di ricordare quanto tempo fosse rimasta lì seduta. Ricordò piuttosto una cosa avvenuta decenni prima. Una volta, quando era stata matricola ad Harvard, lei e Stewart Sutter si erano recati a fare una passeggiata lungo il fiume Charles. Il vento era freddo e tagliente, e loro vi erano corsi direttamente attraverso, ridendo. Le guance di Stewart erano sembrate mele rosse. A dispetto del freddo, erano rimasti seduti sulle rive del fiume, baciandosi, finché un rappresentante della setta dei Mutilanti era sopraggiunto, mezzo nudo, barcollando sull’erba avvizzita. I Mutilanti erano una setta religiosa bizzarra e terrificante al servizio di grandi ideali. Mutilavano i loro corpi per ricordare al mondo la sofferenza patita in altri paesi sotto la tirannia, quindi mendicavano denaro per alleviare quella sofferenza globale. Quell’uomo, in particolare, si era mutilato tre dita e metà del piede sinistro. La mano monca del Mutilante recava il tatuaggio "Egitto", il piede nudo e cianotico "Mongolia" e il volto orribilmente sfregiato "Cile".

Aveva esteso la ciotola per l’elemosina verso Stewart e Leisha. Leisha, carica della solita ripugnanza di cui si vergognava, vi aveva fatto scivolare cento dollari. — Metà per il Cile, metà per la Mongolia. Per i sofferenti — aveva gracchiato lui: anche le sue corde vocali erano state offerte perché gli altri ricordassero. Lo sguardo che aveva lanciato a Leisha era stato cristallino, talmente soffuso di gioia che lei non si era sentita in grado di ricambiarlo. Aveva appoggiato la testa sulle ginocchia e serrato la mano sull’erba ghiacciata, Stevvart le aveva passato un bràccio attorno alle spalle e le aveva mormorato contro una guancia: — Lui è felice, Leisha. Lo è davvero. Sta chiedendo l’elemosina per uno scopo, raccoglie un sacco di soldi per i sofferenti del mondo. Fa quello che ha scelto di fare e lo fa bene. Non gli importa di essere mutilato. E poi adesso se ne va. Se ne sta andando. Guarda, è già andato via.

12

La fiera che aveva luogo sull’argine era arrivata al pieno dello svolgimento verso le otto di sera. Sotto le pareti in pietra spugnosa, il fiume Mississippi scorreva oscuro e silenzioso. Era stato allestito un campo a energia-Y per sicurezza, mura invisibili che racchiudevano una bolla del diametro di un campo di calcio. La cupola comprendeva un arco di fiume, un centinaio di metri di ampio argine, un semicerchio di erba e scuri cespugli fra lo stabilimento degli scooter e il fiume stesso. Dai cespugli più lontani provenivano occasionali risatine, accompagnate da grande tramestio.

Sull’estremità sud dell’ampio argine la gente si affollava attorno ai chioschi di ristoro, le cabine di ologiochi, i terminali dove il movimento Noi-Dormiamo sovvenzionava parzialmente le occasioni di vincere alle più importanti lotterie della stampa. All’estremità nord, una rumorosa band di cui Jordan aveva dimenticato il nome inondava la notte di musica da ballo. Ogni trenta secondi un ologramma con comando a distanza del logo Noi-Dormiamo, tridimensionale e alto un metro e ottanta, balenava in un differente volume cubico dell’aria; a tre metri da terra, a cinque centimetri dall’acqua, al centro dei turbinanti ballerini. Dall’altra parte del fiume, leggermente confuso dai margini del campo a energia-Y, le luci della Samsung-Chrysler brillavano castamente.

— La pecca principale di tua zia Leisha è che appartiene al Diciottesimo secolo, non al Ventunesimo — disse Hawke. — Prendi un gelato, Jordy.

— No — rispose Jordan. Non voleva il gelato e voleva anche meno parlare con Hawke di Leisha. Ancora. Cercò di deviare il loro cammino verso l’estremità nord della fiera dove la musica da ballo avrebbe sommerso la voce di Hawke.

Hawke non deviò, né tanto meno restò sommerso. — Il gelato è un nuovo biobrevetto delle Ditte GeneFresco. La fragola è incredibile. Due coni, per favore.

— Davvero, non mi va…

— Che ne pensi, Jordy? Avresti mai immaginato che hanno cominciato con geni di germogli di soia? Margine di utile del diciassette per cento, lo scorso trimestre.

— Sbalorditivo — disse Jordy, un po’ acido. Sperava che il gelato sarebbe stato mediocre, invece si rivelò il migliore che avesse mai assaggiato.

Hawke si mise a ridere, scrutandolo con arguzia da sopra il cono alla fragola. Jordan immaginò che il giorno successivo la GeneFresco sarebbe stata contattata da un dirigente della Noi-Dormiamo, sempre che non fossero già in trattative. La fiera sull’argine era studiata per festeggiare compagnie come la GeneFresco che erano (o sarebbero divenute) nuove cellule della rivoluzione Noi-Dormiamo. I profitti medi erano saliti a uno strabiliante settantaquattro per cento da quando il caso dell’omicidio Sharifi era piombato sui giornali. La connessione fra la morte di Timothy Herlinger e l’acquistare Noi-Dormiamo, per Jordan dolorosa in quanto dovuta all’isteria, aveva portato milioni di nuovi consumatori sotto la retorica di Hawke. — "Lo sapevo"! — avevano gridato i membri del Noi-Dormiamo per l’entusiasmo, la paura, la rabbia e l’ingordigia. — "Gli Insonni hanno paura di noi! Sono tanto terrorizzati da cercare di controllarci con gli omicidi!"

Nella fabbrica di scooter sul Mississippi, dove Hawke continuava a condurre il quartier generale in un modo artificialmente rustico che irritava Jordan, la produzione era raddoppiata prima di stabilizzarsi. Hawke aveva appeso sui muri della fabbrica i diagrammi rappresentanti la tendenza produttiva, aveva sorriso in quel suo tipico modo libidinoso e furtivo e aveva annunciato l’allestimento della fiera sull’argine: "Dove i politici locali ai giorni del mio bis-bisnonno friggevano i pesci gatto".

Jordan, da californiano che non aveva la minima idea di chi fosse il suo bis-bisnonno, non si era reso conto che il pesce gatto non modificato fosse commestibile. Aveva lanciato un’occhiata in tralice a Hawke, il quale si era messo a ridere. — Non il mio bis-bisnonno Cherokee, Jordan. Un altro, in posizione decisamente diversa. Anche se non faceva parte dei tuoi signori latifondisti.

— Non i "miei" signori latifondisti. Non provengo da quella classe — aveva detto Jordan infastidito. La risata di Hawke lo irritava.

— Certo che no — aveva risposto Hawke, ed era nuovamente scoppiato a ridere.

Quindi, come se la discussione sulle ditte GeneFresco non fosse mai avvenuta, proprio come se Jordan non avesse tentato di cambiare argomento, Hawke disse: — La pecca principale di tua zia Leisha è che non appartiene affatto a questo secolo. Appartiene al Diciottesimo. È sempre fatale essere nati al di fuori del proprio tempo.

— Cerchiamo di non parlare di Leisha questa sera, Hawke. D’accordo?

— I valori del Diciottesimo secolo erano la coscienza sociale, il pensiero razionale e un fondamentale credo nella bontà dell’ordine. Con queste attitudini avrebbero rimodellato o stabilizzato il mondo i vari Locke, Rousseau, Franklin e perfino Jane Austen, che però si trovava anche lei nel secolo sbagliato. Proprio come Leisha Camden, eh?

— Ho detto…

— Ma ovviamente i romantici hanno spazzato via tutto e non siamo mai riusciti a ritornarvi. Finché non sono arrivati gli Insonni. Non pensi che sia interessante, Jordan? Un’innovazione biologica ha spostato indietro l’orologio dei valori sociali.

Jordan smise di camminare e affrontò Hawke. Da qualche parte sulla sua sinistra, sopra al fiume, apparve l’ologramma della Noi-Dormiamo, scintillò e scomparve in un’esplosione di luce elettronica. — Non ti interessa proprio quello che ti dico, vero Hawke? Tu continui semplicemente a passarci sopra come un rullo compressore. Solo le tue parole sono quelle che contano.

Hawke restò in silenzio, osservandolo con malizia.

— Perché mi hai assunto? Tutto quello che vuoi è muovermi critiche, cancellare le mie obiezioni, avere qualcuno da mostrare in giro come lo scemo del paese e…

— Tutto quello che voglio — ribatté tranquillamente Hawke, mentre il gelato gli gocciolava sopra le mani — è che tu ti arrabbi.

— Mi…

— Arrabbi. Pensi di essermi di qualche utilità quando mi permetti di esibirti come uno scemo? Quando non insisti sulle cose che mi dici? Voglio che tu avverta la tua furia quando qualcuno ti sta calpestando, o non sarai mai di alcuna utilità al movimento. A che diavolo pensi che serva tutta questa idea del Noi-Dormiamo? A risvegliare la rabbia!

In quel discorso c’era una falla, da qualche parte, qualcosa di non perfettamente corretto, o forse la cosa non corretta era la vista di Hawke con il gelato alla fragola che gli colava sulle mani, le sue parole appassionate a Jordan ma il suo sguardo focalizzato sull’argine, che analizzava la folla. Perché? Per controllare se qualcuno aveva origliato? Soltanto una giovane coppia che camminava verso di loro provenendo dalla cabina olografica avrebbe potuto senti…

Il Mississippi esplose. L’acqua si proiettò verso l’alto a geyser e, sotto i piedi di Jordan, l’argine ballò e si spaccò. Una seconda esplosione, e la cabina degli ologrammi delle stelle si sbriciolò. La coppia di giovani venne sbattuta a terra come bambolotti. La gente prese a gridare. Ai piedi di Jordan si aprì una crepa; un istante dopo Hawke lo placcò, trascinandolo verso un luogo sicuro. Proprio mentre Jordan era ancora in aria, vide l’ologramma telecomandato esplodere sopra di lui, ingigantito a una dimensione di tre mostruosi metri e visibile per tutta la fiera. Non si sa come, però, non si trattava del logo del Noi-Dormiamo, ma di lettere rosse e dorate, stagliate contro le luci tremolanti dall’altra parte del fiume: SAMSUNG-CHRYSLER.

Nessuno ci credette. La Samsung-Chrysler, infuriata, negò la responsabilità dell’attacco. Era una ditta antica e onorevole: nemmeno i lavoratori nello stabilimento degli scooter credettero che la S-C avesse piazzato esplosivi subacquei lungo l’argine. La stampa non ci credette; il Consiglio Noi-Dormiano non ci credette; Jordan non ci credette.

— Sei stato tu — disse a Hawke.

Hawke non fece altro che fissarlo. Sopra la sua scrivania, nello stabilimento polveroso, erano sparse svariate copie di tabloid da chiosco: "Il Rifugio dietro il bombardamento della Fiera Noi-Dormiamo! Gli Insonni ricorrono alla violenza… Ancora!". La carta di pessima qualità si era già arricciata attorno ai piccoli strappi prodotti dalla stampante del chiosco, una fragile periferica Noi-Dormiamo prodotta e commercializzata da Wichita. Due delle grosse dita di Hawke lavoravano attorno allo strappo più grande. Dal pavimento dello stabilimento provenivano irregolari colpi staccati di un macchinario azionato a mano e di un martello pneumatico.

— Sfrutteresti qualsiasi cosa — disse Jordan. — L’isteria della stampa per l’omicidio Herlinger… per te non si tratta di verità. È solo questione di trarre qualsiasi vantaggio si presenti a favore della tua causa. Non sei migliore del Rifugio!

Hawke rispose: — Alla Fiera non ci sono stati feriti.

— Ce ne sarebbero potuti essere!

— No — rispose Hawke. — Non c’era la minima possibilità.

A Jordan occorse qualche istante per comprendere. — Il gelato che ti si scioglieva sulle mani. Era quello il detonatore, vero? Un microchip sensibile alla temperatura sistemato appena sotto la pelle. Avresti potuto scegliere il momento in cui nessuno sarebbe rimasto ferito.

Hawke disse dolcemente: — Adesso sei infuriato, Jordan? Vuoi venire con me a vedere altri neonati privi di assistenza medica o acqua corrente perché in un regime di yagaismo il nutrimento e l’energia-Y sono diritti basilari forniti dall’assistenza sociale, ma le medicine e gli impianti idraulici fanno parte delle imprese contrattuali a mercato libero? Vuoi vedere altri adulti che stanno seduti a marcire tutto il giorno, sapendo di non poter competere con l’automazione per lavori di basso livello, o con persone modificate geneticamente per gli impieghi che richiedono abilità? Vuoi vedere altri bambini con ì vermi, altri delinquentelli che possono avere tutta la legge che vogliono ma nessun vero lavoro? Sei ancora infuriato?

— I fini non giustificano questi mezzi! — gridò Jordan.

— Col cavolo, se non è così.

— Non stai aiutando la sottoclasse dei Dormienti, stai solo…

— Ah, no? Hai parlato ultimamente con Mayleen? La figlia maggiore è stata accettata alla scuola di RoboTecnica. E lei la può pagare. Adesso.

— Tu fornisci un aiuto, ma per farlo sollevi ulteriore odio!

— Svegliati, Jordan. Non esiste movimento sociale che non sia progredito senza enfatizzare le divisioni, e fare questo significa sollevare odio. La rivoluzione americana, l’abolizionismo, la sindacalizzazione, i diritti civili.

— Non era…

— Quanto meno, noi non abbiamo inventato questa divisione in particolare: lo hanno fatto gli Insonni. Femminismo, diritti degli omosessuali, concessione dell’assistenza sociale…

— Piantala! Piantala di buttarmi addosso sterili intellettualismi!

Con grande stupore di Jordan, perfino in tutta la sua rabbia lui avvertì stupore, Hawke sogghignò. Gli occhi neri dell’uomo sembravano quelli di un’aquila. — "Sterili intellettualismi": sei già uno dei nostri. Che cosa direbbe la zia Leisha, l’alta sacerdotessa della ragione?

Jordan annunciò: — Me ne vado.

Hawke non sembrò sorpreso. Annuì, il tagliente sguardo scuro fendette l’aria come una lancia. — D’accordo. Vattene. Tornerai.

Jordan si incamminò verso la porta.

— Sai perché tornerai, Jordy? Perché se ti dovessi sposare, diciamo domani, e avere un bambino, altereresti i geni del piccolo perché fosse Insonne. Non lo faresti? E non riusciresti mai a sopportarti per averlo fatto.

La porta si aprì.

Alle sue spalle, Hawke proseguì gentilmente: — Quando tornerai sarai il benvenuto, Jordan.

Solo una volta superati i cancelli, con il Mississippi che scivolava placidamente verso il delta, Jordan si rese conto che non esisteva altro posto in cui volesse andare.

Mayleen lo osservava dalla guardiola. A quella distanza, lui non era in grado di distinguere l’espressione della donna. Aveva incontrato una volta la figlia maggiore, una ragazzetta giocherellona con la stessa testa stopposa e lo stesso aspetto ossuto di Mayleen. Scuola di RoboTecnica. Vermi. Impieghi.

Jordan si incamminò nuovamente verso lo stabilimento degli scooter. Mayleen gli aprì i cancelli e lui rientrò.

Il volto rugoso di Susan Melling sullo schermo non aveva come sfondo il suo studio dalle pareti di mattoni del deserto del Nuovo Messico, ma un laboratorio stipato di terminali, macchinari in plastica e bracci robotici.

— Susan, dove sei? — chiese Leisha.

— Chicago Med — rispose Susan con voce sicura. — Reparto ricerca. Mi hanno dato un laboratorio da ospite. — Le rughe profonde sul suo volto si tirarono per l’eccitazione.

Leisha disse lentamente: — Hai lavorato su…

— Sì — la interruppe Susan — quel problema genetico di cui abbiamo parlato nel Nuovo Messico. Quello che la scuola medica ha segretato.

Leisha comprese che la linea non era schermata. Quanto meno non a sufficienza. Si mise quasi a ridere: in quelle circostanze, che cosa poteva significare "a sufficienza"?

Susan continuò: — Volevo soltanto che sapessi che abbiamo cominciato, e che il mio stimato collega cinese è arrivato sano e salvo per unirsi a me.

Cinese? Susan la stava fissando in modo insistente, significativo; Leisha ricordò improvvisamente che Claude Gaspard-Thiereux era stato modificato geneticamente per incrementare l’intelligenza e che una volta aveva detto a Susan, durante una robusta bevuta a un simposio internazionale, che il materiale genetico inserito nel suo proveniva originariamente da un donatore cinese. Quel fatto, per qualche strano motivo, lo aveva affascinato. Aveva cominciato a collezionare imitazioni di vasi Ming e di olofotografie della Città Proibita, cosa che, a sua volta, aveva affascinato Susan. Leisha aveva ritenuto che l’intera storia non fosse importante ma Susan, evidentemente, si aspettava che lei se ne ricordasse.

Gaspard-Thiereux alla Scuola Medica di Chicago. Sarebbe arrivato in volo da Parigi solamente se Susan fosse stata in grado di fornirgli una prova che le scoperte di Walcott erano realizzabili.

Susan procedette con voce ferma: — Abbiamo lavorato sulla prima parte del problema, replicando un lavoro svolto in precedenza sulla stessa area, e adesso siamo incappati in una specie di ostacolo imprevisto. Però ci stiamo lavorando sopra e ti terremo informata. Stiamo applicando il lavoro del signor Wong alla fine del problema, piuttosto che al principio, perché la falla più problematica si riscontra proprio alla fine.

Leisha si accorse che Susan si stava divertendo: non solo a causa della ricerca, ma anche della pseudosegretezza, delle teatrali parole codificate. La sua voce danzava: se Leisha avesse chiuso gli occhi, sarebbe stata era in grado di scorgere la Susan di quarant’anni prima, con le ciocche di capelli che sobbalzavano di inesauribile energia mentre guidava due bambinette in "giochi" testanti controllati. Un’improvvisa tenerezza soffocò Leisha.

Per dire qualcosa, buttò lì: — Iniziando dalla fine? Sembra quasi come applicare il verdetto al posto di una prova, in un processo.

— Non è un’analogia corretta — ribatté allegramente Susan. Quindi addolcì la voce: — Come stai, Leisha?

— Il processo inizia la prossima settimana — rispose Leisha, come se fosse una risposta. E lo era.

— Richard è ancora…

— Nessun cambiamento — replicò Leisha.

— E Kevin…

— Non tornerà.

— Che sia maledetto — commentò Susan. Leisha, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di discutere su Kevin. Quello che più l’addolorava della sua defezione, aveva compreso successivamente, era stato che Kevin aveva tradito gli Insonni come gruppo, non solamente lei. Questo significava che lei non aveva più amori personali ma solamente politici? La domanda era inquietante.

— Susan, sai che cosa mi è venuto in mente ieri? Che in tutto il mondo esistono solamente tre persone che capiscono perché sto testimoniando contro una Insonne, contro quello che la stampa definisce "il mio stesso genere". Solamente tre. Tu, Richard e… Papà.

— Già — commentò Susan. — Roger non ha mai ritenuto che la solidarietà di classe pesasse più della verità. A dire il vero, non ha mai provato solidarietà di classe, punto e basta. Si riteneva parte di una classe formata da un solo individuo. Ma esistono indubbiamente più di tre persone, Leisha. Nel mondo intero.

Leisha si guardò attorno nella stanza, fissò la pila di stampe da chiosco ammassate sulla scrivania, sul pavimento, sulla poltrona. Dall’essere incapace di leggerle aveva finito con l’essere incapace di non leggerle.

— La sensazione è che non ce ne siano più di tre.

— Oh — fece Susan. Era un’espressione tipica anche di Alice. Leisha non aveva mai notato il collegamento prima di allora. — Sapevi che negli Stati Uniti, da un anno a questa parte, il numero ufficiale registrato di modificazioni genetiche in vitro per ottenere bambini Insonni è stato di centoquarantadue unità?

— Tutto qui?

— Dalle migliaia di dieci anni fa. Perfino persone oneste e riflessive non vogliono che i loro figli vengano sottoposti al pericolo e alla discriminazione. Ma se la ricerca del tuo dottor Walcott… — Lasciò la frase a metà.

— Non è il mio — rispose Leisha. — Decisamente no.

— Oh — ripeté ancora una volta Susan, quella singola parola, un sospiro a più strati.

13

— Il Popolo contro Jennifer Fatima Sharifi. In piedi.

Leisha, seduta nel lato riservato ai testimoni, si alzò. Centosessantadue persone, spettatori, giuria, stampa, testimoni, avvocati, si alzarono con lei, un solo corpo con centosessantadue cervelli in lotta. Campi energetici di sicurezza avvolgevano l’aula del tribunale, il tribunale stesso, la città di Conewango, come guanti stratificati. Nessuna linea di comunicazione era in grado di funzionare attraverso i due strati più interni. Quindici anni prima, in un’altra delle periodiche oscillazioni del sistema giuridico fra il diritto del pubblico a sapere e il diritto dell’individuo alla riservatezza, lo stato di New York aveva bandito nuovamente i dispositivi di registrazione dai processi penali. I giornalisti erano tutti accreditati e potenziati con memorie eidetiche, con bioimpianti auricolo-neurali o con tutt’e due le cose; Leisha si chiese, cinicamente, quanti altri possedevano casualmente anche modificazioni genetiche non menzionate.

Vicino ai reporter, gli oloartisti degli ologiornali tenevano appoggiati i CAD sulle ginocchia serrate e, con minute flessioni delle dita, scolpivano gli ologrammi per i notiziari pomeridiani. Non era stato identificato alcun sito genetico per l’abilità artistica.

— Udite, udite. La Corte Suprema della Contea di Cattaraugus, stato di New York è riunita, l’onorevole Daniel J. Deepford, giudice, la presiede. Avvicinatevi, date tutta la vostra attenzione e sarete uditi. Dio salvi gli Stati Uniti e questa onorevole corte!

Leisha si chiese se solamente lei avesse sentito il febbrile punto esclamativo.

Era il primo giorno riservato alle testimonianze. Due settimane e mezzo di implacabili colloqui erano state necessarie per comporre una giuria: Signora Wright, ritiene di poter prendere una decisione imparziale rispetto all’imputata? Signor Aratina, ha già visto qualcosa sui notiziari riguardo al caso? Signorina Moranis, è membro della Noi-Dormiamo? Di Sveglia-America! Di Madri per la Parità Biologica? Trecentoottantanove destituzioni per questioni di ideali, un numero impensabile per qualsiasi altro voir dire. La giuria era composta da otto uomini e quattro donne. Sette bianchi, tre neri, un asiatico e un latino-americano. Cinque con istruzione da college, sette con diploma di scuola media superiore o anche meno. Nove più giovani di cinquant’anni, tre più anziani. Otto genitori biologici, tre senza figli, uno con un legale attestato per donare ovuli. Sei lavoranti, sei a carico dell’assistenza sociale. Nessun Insonne.

"Un cittadino dovrà essere giudicato da una giuria di suoi pari."

— Può cominciare, signor Hossack — disse il giudice al pubblico ministero, un uomo pesante dai folti capelli grigi e dalla considerevole capacità, in un processo, di attirare l’attenzione con il silenzio. Come chiunque altro negli Stati Uniti che avesse accesso a un nutrito data-base, Leisha sapeva tutto su Geoffrey Hossack. Aveva cinquantaquattro anni, un rapporto tra cause vinte e perse di ventitré a nove, non aveva mai subito accertamenti da parte del fisco e non aveva avuto reprimende da parte dell’Associazione Magistrati Americani. Sua moglie comperava solamente pane di vero grano, tre pagnotte alla settimana. Hossack era abbonato a due olocanali e a un canale privato per appassionati della Guerra Civile. La figlia maggiore era stata rimandata in trigonometria.

Lui e il giudice Deepford avevano tutti e due una carriera da corretti, onesti e abili professionisti della legge.

Alcune settimane prima Leisha, seduta davanti al terminale dopo avere meticolosamente dragato la documentazione processuale di Deepford, aveva riflettuto sui dossier riguardanti Deepford e Hossack. Non si era aspettata che il Rifugio fosse in grado di manipolare la scelta del giudice o del pubblico ministero: il potere degli Insonni era principalmente economico, non politico. Non erano abbastanza per poter costituire un blocco di voto ed erano troppo poco amati per poter guadagnare cariche elettorali. Il Rifugio era ovviamente in grado di comperare giudici, avvocati o singoli uomini del congresso e probabilmente lo faceva, ma non c’era nulla a indicare che Hossack o Deepford fossero in vendita.

Cosa ancora più importante, Deepford non era un fanatico Dormiente. Qualsiasi fossero i suoi personali sentimenti, aveva presieduto oltre nove cause civili con parti in causa Insonni, c’erano pochissimi procedimenti penali contro Insonni, e in ognuno dei casi la prestazione di Deepford era stata giusta e ragionevole. Tendeva ad attenersi rigidamente a interpretazioni ristrette sia delle regole riguardanti l’ammissione delle prove, sia della legge stessa, ma quello era l’unico punto su cui Leisha lo avrebbe contestato.

Il discorso d’apertura di Hossack alla giuria espose il caso velocemente e chiaramente: esistevano prove a dimostrare che il deflettore a energia-Y sullo scooter del dottor Timothy Herlinger era stato manomesso. Ulteriori prove avrebbero collegato la manomissione a Jennifer Sharifi. — Lo scooter era equipaggiato con un analizzatore di retina, signori e signore, che mostrava tre impronte: quella di un bambino del vicinato che aveva giocato per la strada quella mattina. Quella dello stesso dottor Herlinger. L’impronta, inoltre, di una donna adulta Insonne. Dimostreremo altresì che questa donna Insonne era qualcuno posto alle più alte sfere di comando nel Rifugio, qualcuno che controllava tecnologie fra le più avanzate del mondo.

Hossack si interruppe. — Forniremo come prova un pendente trovato nel garage alla Samplice, accanto al punto occupato dallo scooter del dottor Herlinger. Quel pendente contiene un microchip talmente avanzato, talmente differente, che gli esperti del governo non sono ancora in grado di duplicarlo. Non possiamo capire come esso sia stato fatto, ma possiamo capire che cosa faccia. Lo abbiamo provato: apre i cancelli del Rifugio. In breve, lo Stato proverà che la manomissione dello scooter faceva parte di un elaborato schema illegale progettato ed eseguito dal Rifugio. Proveremo altresì che l’unica persona che avrebbe potuto architettare questo schema era Jennifer Sharifi, creatrice e direttrice di illecite reti di potere che includono infiltrazioni nel sistema bancario nazionale e perfino nell’archivio dati del governo, impresa tanto grave da essere attualmente sotto inchiesta da parte di una speciale commissione al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti…

— Obiezione! — gridò Will Sandaleros.

— Signor Hossack — disse il giudice — è chiaramente sconfinato dal suo discorso di apertura. In questo caso di omicidio, la giuria non terrà conto di ogni riferimento a qualsiasi inchiesta parallela portata avanti da chiunque.

Tutti i giurati stavano fissando Jennifer, con la schiena eretta nella sua abbaya bianca dietro a una vetrata a prova di proiettile. La parola "potere" aleggiava nell’aria come una carica ad alta densità. Jennifer non guardò mai di lato.

— Il movente della signora Sharifi — continuò Hossack — era di sopprimere brevetti che, se sviluppati e messi sul mercato, avrebbero permesso ai Dormienti di diventare Insonni, con gli stessi vantaggi biologici degli Insonni. Il Rifugio non vuole che noi, voi e io, godiamo di questi vantaggi. Il Rifugio, guidato da Jennifer Sharifi, è stato disposto a commettere un omicidio per poter evitare una cosa simile.

Leisha esaminò i giurati. Stavano ascoltando attentamente, ma lei non riusciva a comprendere nulla dalle rigide espressioni dei Dormienti.

A differenza di Hossack, Will Sandaleros si inoltrò nel discorso di apertura in chiave minore. — Sono imbarazzato per dover confutare il caso della pubblica accusa — cominciò a dire. Il suo volto bello, nettamente scolpito (Leisha ricordò che i genitori Dormienti che lo avevano rifiutato avevano acquistato per lui un’estesa modificazione genetica dell’aspetto), appariva modestamente sconcertato. Nessun Insonne, Leisha lo sapeva benissimo, poteva permettersi di affrontare una giuria con un qualsiasi atteggiamento che potesse essere interpretato come arroganza. Si sporse in avanti, ignorando gli inevitabili sguardi curiosi di altri spettatori, studiando attentamente Sandaleros. L’uomo appariva concentrato e pieno di energia. Appariva competente.

— Il fatto è — continuò Sandaleros — che non esiste un caso da confutare. Jennifer Sharifi è innocente dell’omicidio. L’accusa non ha alcuna prova incontestabile, come dimostrerò, che possa collegare Jennifer Sharifi, o l’entità aziendale del Rifugio, alla manomissione dello scooter, a una disputa sui brevetti o a una qualsiasi cospirazione omicida. Quello che l’accusa ha, signori e signore, è una sottile ragnatela di coincidenze, dicerie e collegamenti forzati. E qualcosa d’altro.

Sandaleros si avvicinò moltissimo al banco della giuria, più di quanto Leisha non si fosse mai permessa di spingersi, e si sporse in avanti. Una donna in prima fila indietreggiò leggermente. — Quello che l’accusa ha, signori e signore, è una ragnatela più spessa, molto più spessa della ragnatela delle prove, di insinuazioni, pregiudizi e connessioni prive di fondamento, basate su odio e sospetto contro la signora Sharifi perché lei è un’Insonne.

— Obiezione! — gridò Hossack. Sandaleros proseguì a raffica, come se non avesse sentito.

— Dico questo per portare alla luce i veri motivi di questo processo, dove tutti possiamo vederli. Jennifer Sharifi è un’Insonne. Io sono un Insonne…

— Obiezione! — gridò nuovamente Hossack, carico di vero furore. — Il difensore sta cercando di mettere sotto processo l’accusa, qui. La legge non fa distinzioni fra Dormienti e Insonni nel caso in cui venga commesso un reato, e non dovrebbe farlo nemmeno il nostro uso delle regole riguardanti le prove.

Ogni coppia di occhi nell’aula, Dormienti, Insonni, migliorati, velati, di vedute ristrette, incerti, fanatici, guardarono il giudice Deepford che non esitò. Aveva evidentemente riflettuto a priori sulla questione, — Proceda pure — disse tranquillamente, staccandosi in questo modo dal suo stile e chiarendo subito che ampio margine avrebbe concesso a Sandaleros per evitare l’accusa di pregiudizio nella sua aula di tribunale. Leisha notò che le unghie della mano destra le si erano conficcate nella sinistra. Quella era una trappola…

— Vostro Onore… — cominciò a dire molto pacatamente Hossack.

— Obiezione respinta, signor Hossack. Proceda, signor Sandaleros.

— Jennifer Sharifi è un’Insonne — ripeté Sandaleros. — Io sono un Insonne. Questo è il processo a un Insonne accusato di avere ucciso un Dormiente, accusato perché è Insonne…

— Obiezione! L’imputato è qui accusato dopo che un gran giurì ha considerato le prove a suo carico!

Tutti fissarono Hossack, Leisha vide il momento in cui lui si rese conto di essere caduto nel gioco di Sandaleros. Indipendentemente da quello che dicevano le prove, tutti nell’aula sapevano che Jennifer Sharifi era stata rinviata a giudizio da ventitré Dormienti presso il gran giurì perché era Insonne. La paura, non le prove, l’aveva rinviata a giudizio. Negandolo, Hossack stesso finiva con l’apparire disonesto oppure stupido: un uomo che non era in grado di guardare in faccia l’orribile realtà. Un uomo delle cui affermazioni bisognava dubitare.

Leisha si accorse che Hossack aveva appena visto usare contro di sé il suo stesso senso della giustizia e dell’onestà in modo da farlo apparire un asino ipocrita.

Jennifer Sharifi non si mosse mai.

I primi testimoni furono le persone che si erano trovate sul luogo della morte di Timothy Herlinger. Hossack fece sfilare una gran varietà di poliziotti della Stradale, pedoni e il guidatore dell’auto, una donna sottile che riuscì a mala pena a trattenersi dal piangere. Tramite loro, Hossack stabilì che Herlinger aveva superato il limite di velocità, aveva eseguito una secca svolta a sinistra e, come la maggior parte dei guidatori di scooter, aveva probabilmente confidato nello scudo deflettore automatico a energia-Y per mantenersi ai trenta centimetri standard da qualsiasi cosa si trovasse a venire dall’altra parte. Invece, si era andato a schiantare diritto filato nel fianco dell’auto guidata dalla signora Stacy Hillman, che aveva già cominciato ad avanzare, essendo cambiato il senso del traffico. Herlinger non portava mai il casco: i deflettori rendevano superflui i caschi. Era morto all’istante.

Il robot della pattuglia della Polizia stradale aveva effettuato un controllo approssimativo dello scooter e aveva scoperto il deflettore rotto o meglio, visto che i deflettori non si rompevano mai e una tale possibilità non era contemplata nella sua programmazione, esso aveva indicato lo scooter come correttamente funzionante. Ciò era talmente in contrasto con quanto riportato dai testimoni, che un poliziotto era montato con estrema cautela sullo scooter, lo aveva provato e aveva scoperto personalmente la rottura. Lo scooter era stato inviato alla Scientifica, reparto energetico, per una analisi approfondita.

Ellen Kassabian, capo della Scientifica, era un donnone con il lento e misurato modo di parlare che le giurie trovavano autoritario ma che, Leisha lo sapeva bene, poteva nascondere una cocciuta inflessibilità. Hossack la interrogò a fondo sullo scooter.

— Qual era specificamente la natura della manomissione?

— Lo schermo era settato per rompersi al primo impatto che fosse avvenuto a una velocità superiore ai venti chilometri orari.

— È una manomissione di facile realizzazione?

— No. Al cono dell’energia-Y è stato collegato un dispositivo che provocasse la rottura. — Descrisse il dispositivo, divenendo presto incomprensibilmente tecnica. Indipendentemente da tutto, però, la giuria la ascoltò attentamente.

— Aveva mai visto un simile dispositivo prima?

— No. Per quanto ne so io si tratta di una nuova invenzione.

— E allora come fa lei a sapere che agisce come ci ha appena detto?

— Lo abbiamo testato approfonditamente.

— Sarebbe in grado adesso, come risultato dei test effettuati, di duplicare il dispositivo?

— No. Oh, ma sono certa che qualcuno riuscirebbe a farlo. Ma è complicato. Lo abbiamo fatto vedere dagli specialisti del Dipartimento della difesa…

— Li chiameremo come testimoni.

— …e hanno detto — continuò la Kassabian, inarrestabile — che implicava l’impiego di una nuova tecnologia.

— Quindi un’intelligenza molto sofisticata, addirittura insolita, sarebbe stata necessaria per architettare questo sabotaggio?

— Obiezione — disse Sandaleros. — Alla teste è stata chiesta un’opinione personale.

Hossack replicò: — La sua opinione professionale è decisamente all’interno del campo attribuitole dalle sue credenziali.

— Proceda — disse il giudice.

Hossack ripeté la domanda. — Quindi un’intelligenza molto sofisticata, addirittura insolita, sarebbe stata necessaria per effettuare il sabotaggio?

— Sì — rispose la Kassabian.

— Una persona o un gruppo di persone estremamente insolite.

— Sì.

Hossack lasciò che la risposta indugiasse nell’aria mentre esaminava i propri appunti. Leisha notò come gli sguardi dei giurati andavano a scandagliare l’aula in cerca degli Insonni, un intelligente e insolito gruppo di persone.

Hossack riprese: — Adesso prendiamo in esame la terza impronta di retina registrata sullo scanner la mattina della morte del dottor Herlinger. Come fate a essere tanto sicuri che si tratti di una donna adulta e Insonne?

— Le impronte della retina sono analisi del tessuto. Come tutti i tessuti, essa degrada con l’età. Esistono quelli che noi chiamiamo punti "confusi" in cui le cellule sono rotte e non si sono rigenerate, si tratta di tessuti nervosi, badate bene, oppure sono malformate. Il tessuto degli Insonni non reagisce in questo modo. Esso si rigenera, non si sa come… — Leisha notò la doppia valenza del termine "non si sa come", l’amara malinconia che aveva udito per la prima volta ventun anni addietro da Susan Melling — e le analisi della retina sono molto caratteristiche. Nitide. Nessun tipo di confusione. Quanto più anziano è il soggetto tanto più sicuramente riusciamo a identificare un’impronta di Insonne. Con i bambini piccoli a volte è difficile stabilire la differenza, perfino per un computer. Ma, in questo caso, si trattava di una donna adulta Insonne.

— Capisco. E non corrisponde ad alcuna Insonne conosciuta?

— No. L’impronta non è schedata.

— Può spiegare qualcosa alla corte, signora Kassabian? Quando l’imputata, Jennifer Sharifi è stata arrestata, è stata presa l’impronta della sua retina?

— Sì.

— E corrisponde con la scansione rilevata sullo scooter del dottor Herlinger?

— No.

— Non è assolutamente possibile che la signora Sharifi abbia manomesso personalmente quello scooter?

— No — ripeté la Kassabian, permettendo così all’accusa di mettere alla luce il punto in questione, prima che la difesa potesse farne un uso ben più teatrale.

— L’impronta corrisponde a quella di Leisha Camden, che si era trovata nello stesso edificio con il dottor Herlinger appena prima della sua morte?

— No.

Tutti gli sguardi si puntarono su Leisha.

— Però è stata un’Insonne quella che si è chinata vicino allo scanner, l’ultima persona a farlo, in un istante qualsiasi fra il momento in cui Herlinger lasciò casa sua quella mattina e il momento in cui morì alle nove e trentadue. Una Insonne che, di conseguenza, ha manomesso lo scooter.

— Obiezione — gridò Sandaleros. — Si tratta di una congettura proposta al testimone.

— Ritiro la domanda — disse Hossack. Restò zitto per qualche istante, attirando ancora una volta su di sé tutti gli occhi con il profondo e teso spessore del suo silenzio. Ripeté quindi lentamente: — Un’impronta di Insonne. Un Insonne. - E solo allora: — Non ho nulla da aggiungere.

Sandaleros fu feroce riguardo all’impronta della retina. La sconcertata modestia del suo discorso di apertura era del tutto svanita. — Signora Kassabian, quante impronte di retina di Insonni sono schedate nella rete di applicazione legale degli Stati Uniti?

— Centotrentatré.

— Soltanto centotrentatré? Su una popolazione di Insonni che supera le ventimila unità?

— Esatto — disse la Kassabian e, dal leggero spostamento del peso sul banco dei testimoni, Leisha dedusse, per la prima volta, che Ellen Kassabian disprezzava gli Insonni.

— Mi sembra un numero davvero ridotto — si stupì Sandaleros. — Mi dica, in quali circostanze l’impronta della retina di un individuo viene immessa nei file di schedatura legale?

— Quando viene messo in stato di arresto.

— È l’unico modo?

— Oppure se fa parte dello stesso sistema di applicazione legale. Personale di polizia, giudici, guardie carcerarie. Tutto qui.

— Anche gli avvocati?

— Sì.

— Ecco perché, come dire, l’impronta di Leisha Camden era disponibile per un controllo.

— Sì.

— Signora Kassabian, quale percentuale di quelle centotrentatré impronte di retina di Insonni appartiene al personale legale?

La Kassabian non aveva chiaramente alcuna voglia di rispondere. — Ottanta per cento.

— Ottanta? Vuole dire che soltanto il venti per cento di centotrentatré Insonni, ventisette persone, è stato arrestato in nove anni, da quando vengono schedate le impronte di retina?

— Sì — rispose la Kassabian con voce esageratamente neutra.

— Sa per quali reati siano stati effettuati tali arresti?

— Tre per disturbo della quiete pubblica, due per furtarelli, ventidue per molestie.

— Sembrerebbe — disse seccamente Sandaleros — che gli Insonni siano un gruppo decisamente rispettoso della legge, signora Kassabian.

— Sì,

— A dire il vero, sembrerebbe, dalle impronte di retina schedate, che il crimine più usuale per gli Insonni sia la loro semplice esistenza, che costituisce una specie di molestia.

— Obiezione — gridò Hossack.

— Accolta. Signor Sandaleros, ha da porre altre domande pertinenti alla testimonianza della signora Kassabian?

Eppure, pensò Leisha, Deepford aveva permesso l’introduzione delle statistiche sulla retina, chiaramente non in ordine di prova e solo marginalmente rilevanti.

— Sì — schioccò Sandaleros. Il suo intero contegno cambiò: sembrò improvvisamente più alto, più fiero. Come aveva fatto con la giuria, si portò leggermente più vicino all’esperta legale. — Signora Kassabian, su uno scanner di retina può venire caricata un’impronta di retina da un terzo?

— No. Non più di quanto un terzo non potrebbe, per esempio, lasciare su una pistola le sue impronte, signor Sandaleros, se lei non fosse presente.

— Ma un terzo potrebbe sostituire una pistola con le mie impronte a una con quelle di qualcun altro. Uno scanner con impronte di retina già inserite potrebbe essere sostituito a uno scanner esistente, senza che questo venga scoperto, se la persona che effettua la sostituzione tenesse il volto ben distante dallo scanner durante l’operazione?

— Be’, sarebbe molto difficile. Gli scanner sono protetti da misure di sicurezza che…

— Sarebbe possibile?

La Kassabian rispose con riluttanza: — Soltanto da qualcuno con un’immensa conoscenza tecnica ed esperienza, una persona insolita…

— Con il permesso della corte — disse bruscamente Sandaleros — desidererei che venisse riproposta la porzione della registrazione in cui la signora Kassabian ha discusso sulle abilità tecniche della persona che noi sappiamo avere manomesso il campo deflettore dello scooter.

— Registratore, ricerca e lettura — disse Deepford.

Il computer lesse: "Signor Hossack: ’Quindi un’intelligenza molto sofisticata, addirittura insolita, sarebbe stata necessaria per effettuare il sabotaggio?’ Dottoressa Kassabian: ’Sì.’ Signor Hossack: ’Una persona o un gruppo di persone estremamente insolite.’ Dottoressa Kassabian: ’Sì.’ Signor Hossack: ’Quanto tempo prima… ’"

— Basta così — disse Sandaleros. — Quindi ci troviamo di fronte a qualcuno in grado di manomettere un dispositivo a energia-Y che deve essere di conseguenza, secondo le sue stesse parole, dottoressa Kassabian, anche in grado di sostituire uno scanner precaricato a quello già presente sullo scooter del dottor Herlinger.

— Non ho detto…

— Le sembra un’ipotesi possibile?

— Dovrebbe…

— Risponda semplicemente alla domanda. È possibile?

Ellen Kassabian trasse un profondo respiro. Le sopracciglia le si inarcarono: avrebbe desiderato chiaramente fare a pezzi Sandaleros. Passò un lungo istante. Alla fine, lei ammise: — È possibile.

— Non ho altre domande.

L’esperta legale lanciò a Sandaleros un’occhiata di furia silente.

Leisha si incamminò verso la finestra della sua biblioteca e guardò fuori, sopra le luci notturne di Chicago. Il processo era stato sospeso per il fine settimana, e lei era tornata a casa, incapace di tollerare il Motel di Conewango più di quanto non fosse strettamente necessario. L’appartamento era silenziosissimo. In un momento imprecisato, durante la passata settimana, Kevin aveva portato via i suoi mobili e i suoi quadri.

La donna ritornò al terminale. Il messaggio non era mutato: RETE DEL RIFUGIO. ACCESSO NEGATO.

— Scavalcare parola chiave, identificazione voce e retina, precedente comando.

ACCESSO NEGATO.

La rete del Rifugio, che era sempre stata aperta a qualunque Insonne del mondo, non accettava nemmeno la sua incontestabile identificazione. Ma era soltanto un trucco. Leisha lo sapeva bene: c’era ben altro che Jennifer desiderava che lei scoprisse, al di là del nudo tatto della sua esclusione.

— Chiamata personale, urgente, per Jennifer Sharifi, scavalcare parola chiave, identificazione voce e retina.

ACCESSO NEGATO.

— Chiamata personale, urgente, per Richard Keller, scavalcare parola chiave, identificazione voce e retina.

ACCESSO NEGATO.

Cercò di riflettere. Provava una pesantezza attorno al cranio come se fosse in profondità sott’acqua. L’ultimo mazzo dei perenni fiori di Alice caricava l’aria di una dolcezza oppressiva.

— Chiamata personale, urgente, per Tony Indivino, scavalcare parola chiave, identificazione voce e retina.

Cassie Blumenthal, membro del Consiglio del Rifugio, apparve sullo schermo.

— Leisha, parlo per conto di Jennifer, semmai tu riuscirai ad accedere a questo messaggio registrato. Il Consiglio del Rifugio ha votato nello spirito del giuramento. A coloro i quali non hanno pronunciato il giuramento sarà negato l’accesso alla rete del Rifugio, al Rifugio stesso e a qualsiasi tipo di commercio con chiunque altro abbia pronunciato il giuramento. A te è di conseguenza negato qualsiasi accesso permanentemente e irrevocabilmente. Jennifer mi ha anche chiesto di dirti di rileggere il discorso di Abramo Lincoln alla Convenzione Repubblicana dell’Illinois, tenuto nel giugno 1858, e di aggiungere che i precetti storici del passato non sono stati ricordati soltanto perché Kenzo Yagai ha magnificato le realizzazioni personali al di sopra del valore della comunità. A partire dal primo del prossimo mese, tutti i giuranti del Rifugio cominceranno a ritirarsi da qualsiasi relazione commerciale con te, con le Imprese Camden, con le holding consociate e con tutte le holding dirette e indirette di Kevin Baker, inclusa la rete del Gruppo, se lui continuerà a rifiutare solidarietà alla comunità. Questo è tutto.

Lo schermo si fece vuoto.

Leisha rimase seduta immobile per un lungo momento.

Si collegò quindi alla banca dati della biblioteca per richiamare il discorso di Lincoln. Le parole si susseguirono sullo schermo, e la risonante voce di un attore cominciò a recitare, ma lei non aveva bisogno di nessuna delle due cose: alle prime parole aveva ricordato di quale discorso si trattasse. Lincoln, ritornato alla pratica legale dopo i debiti e le delusioni, aveva accettato la nomination repubblicana per concorrere all’elezione al Congresso contro Stephen Douglas, brillante promotore del diritto dei territori di decidere autonomamente sulla scelta rispetto alla schiavitù, Lincoln si era presentato alla fiera e litigiosa assemblea con le parole: "Una casa divisa contro se stessa non può resistere".

Leisha spense il terminale. Si avviò nella camera che lei e Kevin avevano utilizzato per i loro poco frequenti rapporti sessuali. Lui si era portato via il letto. Dopo qualche tempo, lei si stese sul pavimento, con i palmi delle mani piatti lungo i fianchi, respirando con attenzione.

Richard. Kevin. Stella. Il Rifugio.

Si chiese quanto ancora le fosse restato da perdere,

Jennifer si trovava davanti a Sandaleros, separata dal campo di sicurezza della prigione che scintillava debolmente, appena quel tanto da raddolcire la giovane linea delle mascelle modificate geneticamente di lui. Gli disse: — Le prove che mi collegano alla manomissione dello scooter sono fondamentalmente circostanziali. La giuria è sufficientemente sveglia da capirlo?

Lui non le mentì: — Giurie di Dormienti… — Ci fu un lungo silenzio.

— Jennifer, ma tu mangi? Non sembri stare bene.

Lei restò veramente sorpresa. Sandaleros riteneva ancora che cose simili fossero importanti: che aspetto lei avesse, se mangiasse. Sulle ali della sorpresa, arrivò il disgusto. Aveva pensato che Sandaleros fosse superiore a quel tipo di sentimentalismi. Jennifer aveva bisogno che lui lo fosse, che comprendesse che cose simili erano assolutamente irrilevanti al confronto di quello che lei doveva fare e che aveva necessità che lui facesse per lei. Per cos’altro si stava disciplinando se non per la subordinazione di cose come che aspetto avesse o come si sentisse? Per quelli che erano fattori realmente importanti per il Rifugio? Ora lei si trovava in un luogo in cui non importava niente altro e aveva combattuto molto duramente per arrivarci. Aveva trasformato la prigionia, l’isolamento, la separazione dai figli e la vergogna personale in strade per raggiungere quel luogo, e quindi in un trionfo di forza di volontà e conquista. Aveva pensato che Will Sandaleros potesse capirlo. Lui doveva percorrere la stessa strada, avrebbe dovuto percorrerla perché, arrivata alla fine, lei avrebbe avuto bisogno di lui.

Ma non doveva tentare di portarlo in quel luogo troppo in fretta. Era stato l’errore che aveva commesso con Richard. Aveva pensato che Richard stesse viaggiando di fianco a lei, altrettanto tranquillamente e velocemente, e invece lui aveva esitato, lei non se ne era accorta, e Richard era collassato. La responsabilità di tutto quello era solo sua, perché non si era accorta dell’esitazione. Richard era stato legato all’esterno in un modo che lei aveva sottovalutato: all’esterno, a ideali logori e forse ancora perfino a Leisha Camden. Rendersene conto non le provocò alcuna gelosia. Richard non era stato forte a sufficienza, quello era quanto. Will Sandaleros, cresciuto nel Rifugio, dovendo la propria vita al Rifugio, lo sarebbe stato. Jennifer lo avrebbe reso forte a sufficienza. Ma non troppo in fretta.

Quindi lei rispose: — Sto bene. Cos’altro hai per me?

— Leisha si è collegata alla rete ieri sera.

Lei annuì. — Bene. E gli altri della lista?

— Tutti meno Kevin Baker. Anche se se ne è andato via dal loro appartamento.

Venne pervasa dal godimento. — Può venire persuaso a giurare?

— Non so. Se così fosse, lo vuoi all’interno?

— No. All’esterno.

— Sarà difficile da mantenere sotto sorveglianza elettronica. Dio, Jennifer, è stato lui a inventare la maggior parte di quella roba.

— Non voglio che sia messo sotto sorveglianza. Per niente. Non è il modo per trattenere un uomo come Kevin. Nemmeno con la solidarietà. Lo faremo tramite interessi economici e regole contrattuali. Gli strumenti dello yagaismo a nostro vantaggio. E tutto senza controllo.

Sandaleros apparve dubbioso, ma non si mise a discutere. Quella era un’altra cosa che lei avrebbe dovuto condurlo a fare. Doveva imparare a discutere con lei. Il metallo forgiato era sempre più resistente di quello non forgiato.

Jennifer chiese: — Chi altro, all’esterno, ha pronunciato il giuramento?

Lui le fornì i nomi, insieme con i progetti relativi al trasferimento di ognuno al Rifugio. Lei rimase ad ascoltare attentamente: l’altro nome che aveva desiderato sentire non era presente. — E Stella Bevington?

— No.

— C’è tempo. — Piegò la testa e poi porse l’unica domanda che si concedeva per ogni visita. L’ultima debolezza rimasta. — E i miei bambini?

— Stanno bene. Najla…

— Porta loro i miei saluti più affettuosi. Adesso c’è una cosa che devi cominciare a fare per me, Will. È un prossimo passo importante. Forse il più importante che il Rifugio abbia mai intrapreso.

— Cosa?

Lei glielo disse.

Jordan chiuse la porta del proprio ufficio. Il rumore cessò istantaneamente: il rat-a-tat-tat di macchinari sul pavimento della fabbrica, la musica rock, le voci urlanti e, soprattutto, il lungo servizio giornalistico del processo Sharifi sui due megaschermi che Hawke aveva noleggiato e sistemato sulle due estremità del cavernoso edificio principale. Tutto si fermò. Jordan aveva fatto isolare acusticamente il proprio ufficio, pagando personalmente.

Si appoggiò contro la porta chiusa, grato del silenzio. Il telefono trillò.

— Jordan, sei tu? — disse Mayleen dalla guardiola della sicurezza. — Problemi all’Edificio Tre, non riesco a trovare il signor Hawke da nessuna parte, farai meglio ad andarci subito.

— Che genere di guai?

— Sembra una rissa. Lo schermo non è messo bene laggiù, qualcuno dovrebbe andare a dare un’occhiata. Se non lo rompono prima.

— Vado subito — disse Jordan spalancando la porta.

"E così le ho detto…" "Passami quella numero cinque…" "Ultima testimonianza sembra aprire dubbi su Adam Walcott, presunta vittima della cospirazione del Rifugio…" "Baaallaaando tutta noootte coooon teeeeeee…" "Feroce attacco alla Ditta di Insonni Carver Figlia la scorsa notte da parte di ignoti…"

Quando fossero arrivate le ferie, pensò Jordan, le avrebbe passate tutte in un qualsiasi luogo silenzioso, deserto, vuoto. Da solo.

Corse per tutta la lunghezza dello stabilimento principale, esternamente, e attraverso un ridotto appezzamento di terra, quelli del Mississippi lo chiamavano "il cortile" verso gli edifici più piccoli utilizzati per verificare e immagazzinare parti di ricambio inviate dai fornitori, per effettuare l’inventario degli scooter e per revisionare l’equipaggiamento. L’Edifico Tre era quello del controllo qualità, mezzo magazzino, mezzo postazione di smistamento per separare le parti degli scooter Noi-Dormiamo che arrivavano fra parti difettose o riutilizzabili. Ce n’erano moltissime di difettose. Casse da imballaggio in polistirolo erano sparpagliate su tutto il pavimento. Nel retro, fra alte scansie di magazzinaggio, c’era gente che gridava. Mentre Jordan correva in direzione del rumore, una sezione di scansia alta due metri e mezzo si fracassò al suolo, disseminando parti di ricambio come fossero schegge di granata. Una donna strillò.

Gli addetti alla sicurezza dello stabilimento erano già sul posto, due uomini corpulenti in uniforme che stavano trattenendo un uomo e una donna che si divincolavano e strillavano. Le guardie sembravano sconcertate: le risse erano rare fra gli impiegati della Noi-Dormiamo, spinti da un’assoluta e febbrile lealtà nei confronti di Hawke. A terra c’era un terzo uomo, gemente, che si teneva la testa; alle sue spalle un’immensa figura giaceva immobile, inzuppata di sangue.

— Che diavolo è successo qui? — domandò in modo imperioso Jordan. — Chi è quello… Joey?

— È un Insonne! — stridette la donna. Cercò di scalciare il gigante prostrato con la punta dello stivale. La guardia la strattonò indietro. L’immensa sagoma insanguinata si mosse leggermente.

— Joey Insonne? — chiese Jordan, Scavalcò l’impiegato gemente e rivoltò il gigante: gli sembrò di ribaltare una balena insabbiata. Joey, non aveva altro nome, pesava centosessanta chili ed era alto quasi due metri, un uomo ritardato mentalmente ma di immensa forza che Hawke lasciava vivere, lavorare e mangiare in fabbrica. Joey scaricava casse e svolgeva altri lavori umili che, in qualsiasi altro luogo che non fosse uno stabilimento Noi-Dormiamo, sarebbero stati automatizzati. Lavorava instancabilmente proprio come un robot, diceva Hawke, e rappresentava un valido membro di quella classe che la Noi-Dormiamo stava sollevando dal degrado della dipendenza. Jordan era stato colpito dal fatto che Joey, ormai, era altrettanto dipendente da Hawke di quanto non lo sarebbe mai stato dall’assistenza sociale; altrettanto degradato dalle battute crudeli dei suoi compagni di lavoro di quanto lo sarebbe stato in un qualsiasi dormitorio del governo. Jordan aveva tenuto per sé tali osservazioni. Joey sembrava felice ed era grato a Hawke come uno schiavo. Non lo erano tutti?

— È Insonne! — sputò la donna. — Non c’è posto qui per quelli come lui!

Joey un Insonne? Non aveva alcun senso. Jordan intimò freddamente all’uomo che stava ancora lottando contro la presa della guardia: — Jenkins, l’addetto alla sicurezza sta per lasciarti andare. Se fai solo un passo verso Joey, prima che io sia arrivato al fondo di questa faccenda, qui hai chiuso. Capito? — Jenkins annuì con espressione truce. Alla guardia, Jordan ordinò: — Vai a rapporto da Mayleen e di’ che è tutto sotto controllo. Chiedile di chiamare un’ambulanza per due pazienti. Adesso tu, Jenkins, spiegami cosa è successo qui.

Jenkins disse: — Quel bastardo è un Insonne. Non vogliamo nessun…

— Che cosa ti fa pensare che sia un Insonne?

— Lo abbiamo controllato — disse Jenkins. — Io, Turner e Holly. Non dorme. Mai.

— Ci sta spiando! — Strillò la donna. — Probabilmente è una spia del Rifugio e di quella puttana assassina della Sharifi!

Jordan le voltò la schiena. Inginocchiandosi, scrutò il volto insanguinato di Joey. Le palpebre erano chiuse ma si contraevano, e Jordan si accorse improvvisamente che Joey stava fingendo di essere in stato di incoscienza. Il gigante indossava i più dozzinali abiti in plastica, ormai malamente lacerati. Con la barba e i capelli incolti, il suo puzzo da non lavato e il sangue impastato per tutto l’immenso corpo, fece pensare a Jordan a un animale rognoso messo alle corde, un elefante maschio colpito o un bisonte zoppicante. Jordan non aveva mai sentito parlare di un Insonne mentalmente ritardato, ma se Joey era vecchio abbastanza, appariva più vecchio di Dio, potevano essergli stati modificati solamente i geni che regolavano il sonno, senza che il resto fosse stato nemmeno controllato. Se il suo QI naturale era molto basso… ma perché mai doveva trovarsi lì? Gli Insonni si prendevano cura dei loro.

Il corpo di Jordan impediva agli altri la vista del volto di Joey. La stupida donna stava ancora strillando di spie e sabotaggio. Jordan chiese con un fil di voce: — Joey, sei un Insonne?

Le palpebre cispose si contrassero freneticamente

— Joey, rispondimi. Allora: sei un Insonne?

Joey aprì gli occhi: obbediva sempre agli ordini diretti. Cominciarono a scorrergli lacrime attraverso il sangue e lo sporco. — Signor Watrous, non lo dire al signor Hawke! Ti prego, ti prego, non dirlo al signor Hawke!

Jordan si sentì bruciare dalla pietà. Si alzò in piedi. Con sua grande sorpresa, anche Joey barcollò in piedi, sostenendosi contro un’altra scansia che si mise a tremare in modo rischioso. Joey si fece piccolo piccolo davanti a Jordan, sopraffacendolo tuttavia con la sua puzza. Il gigante era terrorizzato: da Jenkins che fissava in modo truce il pavimento; da Turner, che gemeva sanguinando; da Holly dalla bocca sudicia che pesava forse quarantotto chili.

— Chiudi il becco — ordinò Jordan alla donna. — Campbell, tu resta qui con Turner finché non sarà arrivata l’ambulanza. Jenkins, tu e lei cominciate a ripulire questo casino, chiamate qualcuno dalla Sezione Sei per assicurare che il flusso delle parti di ricambio sulla catena di montaggio non venga interrotto. Recatevi tutti e due a rapporto nell’ufficio di Hawke alle tre di questo pomeriggio. Joey, tu vai con Campbell e Turner nell’ambulanza.

— Noooo — piagnucolò Joey. Si aggrappò al braccio di Jordan. All’esterno, le sirene dell’ambulanza strillarono.

Come reagivano i medici delle ambulanze nei confronti degli Insonni?

— D’accordo — schioccò Jordan. — D’accordo, Joey. Dirò loro di visitarti qui.

I tagli di Joey erano effettivamente superficiali: era più il sangue che il danno. Dopo che i medici l’ebbero medicato, Jordan condusse Joey, passando all’esterno dell’edificio principale, a una porta laterale e nel suo ufficio, continuando a chiedersi: Joey Insonne? L’incompetente, sporco, terrorizzato, stupido, dipendente Joey?

La porta insonorizzata escluse tutti i rumori. — Adesso dimmi, Joey. Come sei arrivato a questa fabbrica?

— A piedi.

— Voglio dire, perché? Perché sei venuto in una fabbrica Noi-Dormiamo?

— Non so.

— Ti ha detto qualcuno di venire qui?

— Il signor Hawke. Oh, signor Watrous, non dirlo al signor Hawke! Ti prego, ti prego, ti prego, non dirlo al signor Hawke!

— Non avere paura, Joey. Stammi a sentire. Dove vivevi prima che il signor Hawke ti portasse qui?

— Non lo so!

— Ma tu…

— Non lo so!

Jordan insistette, gentilmente seppure in modo tenace, ma Joey non sapeva nulla. Non sapeva dove fosse nato, quello che fosse successo ai suoi genitori, quanti anni avesse. Tutto quello che sembrava ricordare, ripetuto in continuazione, era che la signora Cheever gli aveva detto di non confidare a nessuno che era Insonne, altrimenti la gente gli avrebbe fatto del male. Di notte doveva andarsene per proprio conto e stendersi. E Joey lo faceva rigorosamente, perché la signora Cheever gli aveva detto di farlo. Non riusciva a ricordare chi fosse la signora Cheever né perché fosse stata gentile con lui, e neppure che cosa le fosse accaduto.

— Joey — disse Jordan — hai…

— Non dirlo al signor Hawke!

Il volto di Mayleen apparve al videotelefono. — Jordan, sta arrivando il signor Hawke. Holly Newman mi ha raccontato quello che è successo. — La sua immagine sbirciò Joey, incuriosita. — Lui è Insonne?

— Non cominciare, Mayleen!

— Merda, ho detto in tutto…

Hawke rotolò nella stanza in un’ondata di rumori. L’ufficio fu immediatamente il suo. Lui lo riempì con la propria prestanza fisica, era grosso quasi quanto Joey ma molto più imponente, e Jordan, che pensava di essere abituato a Hawke, si sentì rimpicciolire ancora una volta fino a diventare insignificante.

— Campbell mi ha detto quello che è successo. Joey è un Insonne?

— Uuuuuunnnhhh — piagnucolò Joey. Si portò le mani sul volto. Le sue dita sembravano banane insanguinate.

Jordan si aspettava che Hawke affrontasse immediatamente l’errore commesso e vi ponesse rimedio. Hawke era buono con le persone. L’uomo, invece, continuò a fissare silenziosamente Joey, sorridendo debolmente, non divertito ma stranamente compiaciuto, come se ci fosse qualcosa in Joey che lo faceva sentire bene e non esistesse motivo per nasconderlo.

— Signor Hawke, d-d-d-d-evo… — nella sua angoscia, il gigante prese a balbettare — …and-d-d-dare v-v-v-v-ia…

— Ma no, ovviamente no, Joey — disse Hawke. — Puoi restare qui, se vuoi.

La speranza lottò in modo grottesco sul volto di Joey. — Anche se non d-d-d-ormo m-m-m-mai?

— Anche se sei Insonne — confermò pacatamente Hawke. Continuava a sorridere. — Possiamo avere bisogno di te, qui.

Joey barcollò verso Hawke e cadde in ginocchio. Lanciò le braccia attorno alla vita dell’uomo, nascose la testa contro il suo ventre duro e si mise a singhiozzare. Hawke non indietreggiò per la puzza, lo sporco, il sangue. Continuò a fissare Joey, sorridendo debolmente.

Jordan provò un gran senso di nausea.

— Hawke, non può restare qui. Lo sai. Non può.

Hawke accarezzò i capelli sudici di Joey.

Jordan disse bruscamente: — Joey, esci dal mio ufficio. Questo è ancora il mio ufficio. Esci, adesso. Vai… — Non poteva mandare Joey al piano degli impianti, ormai doveva essersi sparsa la voce in tutto lo stabilimento. L’ufficio di Hawke era chiuso a chiave, gli edifici esterni erano anche peggio, non esisteva posto nella fabbrica Noi-Dormiamo in cui Joey sarebbe stato al sicuro dai suoi compagni di lavoro.

— Mandalo nella mia guardiola — disse l’immagine di Mayleen. Jordan aveva completamente dimenticato che la comunicazione telefonica era ancora aperta. — Qui non gli darà fastidio nessuno.

Sbalordito, Jordan rifletté velocemente. Mayleen aveva delle armi… ma no. Non lo avrebbe fatto. Lo capì, in qualche modo, dal tono della sua voce.

— Vai nella guardiola di Mayleen, Joey — disse Jordan con tutta l’autorevolezza possibile. — Vai subito.

Joey non si mosse.

— Vai pure, Joey — disse Hawke con voce divertita, e Joey andò.

Jordan affrontò il capo. — Lo uccideranno, se rimarrà qui.

— Non puoi saperlo.

— Sì. Lo so e lo sai anche tu. Hai fomentato un tale odio contro gli Insonni… — Si bloccò. Allora era questo che significava la Noi-Dormiamo. Non soltanto odio per Kevin Baker, Leisha Camden e Jennifer Sharifi, persone intelligenti e potenti in grado di prendersi cura di se stesse, concorrenti economici con le migliori armi economiche dalla loro parte. Era anche odio per Joey Senza-Nome che non avrebbe riconosciuto un’arma economica nemmeno se ci avesse sbattuto contro il naso. Cosa che, probabilmente, avrebbe fatto.

— Non pensare in questo modo, Jordan — disse Hawke serenamente. — Joey è un’anomalia. Un buco nelle statistiche degli Insonni. È insignificante nella vera guerra per la giustizia.

— Non insignificante a sufficienza perché tu lo ignori. Se lo ritenessi davvero insignificante lo manderesti via, al sicuro. Qui lo uccideranno e tu glielo lascerai fare, perché è un modo in più per provare il brivido del trionfo sugli Insonni, vero?

Hawke si sedette sulla scrivania di Jordan con quell’ampio e agile movimento che Jordan gli aveva visto fare un centinaio di volte in precedenza. Un centinaio, un migliaio se si contavano tutte le volte che Hawke lo aveva ossessionato in sogno. L’uomo si stava accomodando con agili movimenti per dare una gradevole picconata ai ragionamenti di Jordan, per operare una gradevole demolizione dei suoi semplici credo, per godere di un facile trionfo su una mente che non si avvicinava nemmeno lontanamente alla propria.

Quella volta no.

Hawke disse con disinvoltura: — Stai sottovalutando un punto cruciale, Jordy. La base di qualsiasi dignità individuale deve essere la scelta individuale. Joey sceglie di rimanere qui. Ogni sostenitore della dignità umana, da Kenzo Yagai tornando indietro fino ad Abramo Lincoln per arrivare a Euripide, ha insistito sul fatto che la scelta individuale deve soppiantare la pressione sociale. Caspita, lo stesso Lincoln ha detto, so che la tua meravigliosa zia Leisha ti fornirebbe la citazione completa, riguardo all’argomento del pericolo di schiavi emancipati…

Jordan lo interruppe: — Mi licenzio.

Hawke ribatté. — Forza, Jordy, non ci siamo già passati? Con quali risultati?

Jordan uscì. Hawke avrebbe lasciato che anche lui, Jordan, venisse ucciso, in modo differente. In effetti, era proprio ciò che aveva fatto fin dal principio, e Jordan non se ne era mai reso conto. O era anche questo, il pungolare Jordan attraverso il povero Joey, era anche questo deliberato da parte di Hawke? Hawke voleva che lui se ne andasse?

Non c’era modo per esserne certi.

Il rumore dello stabilimento lo sommerse. Sul megaschermo a nord veniva mostrata un’inquadratura aerea del Rifugio, con il deserto che circondava le cupole ad alta tecnologia di Salamanca. "Reggimenti militari si divertono da lungo tempo a progettare verosimili assalti ipotetici a questa apparentemente inespugnabile…" Rat-a-tat-tat. "Halooo-ooogin’ con la mia baaaby…" Jordan uscì dalla porta laterale, Joey lo superava di ottanta chili: non aveva alcuna possibilità di riuscire a portarlo via dalla fabbrica a forza. L’omone non poteva essere persuaso, se non da Hawke. Jordan non poteva lasciarlo lì. Come fare?

Nella guardiola, l’immenso corpo di Joey stava accasciato contro l’unica parete che non era di plastivetro. Mayleen aveva interrotto la comunicazione con l’ufficio di Hawke: doveva avere udito l’intera discussione fra Jordan e il capo. Evitò lo sguardo di Jordan, fissandolo sull’inebetito Joey.

— Gli ho dato un po’ del tè di mia nonna.

— Tè…

— Noi ratti di fiume sappiamo un sacco di cose che voi ragazzetti californiani non vi potete manco immaginare — spiegò stancamente Mayleen. — Portalo fuori da qui, Jordan. Ho chiamato Campbell. Ti aiuta lui a caricare Joey in macchina, se il signor Hawke non gli dice prima di non farlo. Sbrigati.

— Perché, Mayleen? Perché aiutare un Insonne?

Mayleen scrollò le spalle. La sua voce tornò quindi carica di passione. — Merda, guardalo! Nemmeno il pannolino sporco di mia figlia puzza tanto. Pensi che devo combattere contro quello per arrivare da qualche parte nel mondo? Non mi sta fra i piedi, anche se non c’ha bisogno di dormire, mangiare o perfino respirare. — Il suo tono cambiò ancora una volta. — Povero mendicante.

Jordan portò l’automobile al cancello principale. Lui, Mayleen e l’ignaro Campbell vi issarono Joey. Appena prima di partire, Jordan sporse la testa dal finestrino. — Mayleen?

— Che c’è? — era di nuovo pungente. I capelli privi di colore le pendevano sul volto, spettinati per lo sforzo di trascinare Joey.

— Vieni con me. Ormai non credi più che tutto questo sia giusto.

L’espressione di Mayleen si indurì. Fuoco nel ghiaccio. — No.

— Ma capisci che…

— È tutto quello che ho come speranza, Jordan. Questo. Qui.

Ritornò nella guardiola e si chinò sui dispositivi di sicurezza. Jordan si allontanò mentre il suo prigioniero, l’Insonne salvato, occupava l’intero sedile posteriore. Jordan non guardò indietro alla fabbrica Noi-Dormiamo. Quella volta no. Quella volta non sarebbe tornato.

14

Durante la terza settimana del processo, mentre Richard Keller testimoniava contro sua moglie, l’attività nella zona riservata alla stampa divenne frenetica. Le dita degli oloartisti volavano; i giornalisti politici sussurravano annotazioni subvocali, i pomi d’Adamo degli uomini lavoravano senza emettere suono. Su qualcuno dei volti, Leisha scorse i piccoli e crudeli sorrisi di piccole e crudeli persone davanti al dolore.

Richard indossava un abito scuro sopra un corpetto elasticizzato nero. Leisha ricordava i colori chiari che aveva usato per programmare poster e finestre in ogni luogo in cui aveva vissuto. Colori marini, solitamente: verde, blu, i tenui grigi e crema della spuma. Richard stava accasciato in avanti sul banco dei testimoni, con i palmi delle mani appoggiati sulle ginocchia, mentre la luce piatta dell’aula gli picchiava sulla pelle tirata e sui lineamenti marcati. Lei si accorse che Richard aveva le unghie mangiucchiate, non pulitissime. Richard, la cui passione era il mare.

Hossack disse: — Quando si è reso conto per la prima volta che sua moglie aveva rubato i brevetti del dottor Walcott e li aveva registrati a nome del Rifugio?

Sandaleros balzò istantaneamente in piedi. — Obiezione! Non è stato stabilito da nessuna parte, nessuna parte!, che siano stati rubati dei brevetti o da chi!

— Accolta — disse il giudice. Fissò con espressione dura Hossack. — Lei sa fare di meglio, signor Hossack.

— Quando, signor Keller, sua moglie le ha detto per la prima volta che il Rifugio aveva registrato dei brevetti su una ricerca che avrebbe permesso ai Dormienti di divenire Insonni?

Richard parlò con voce monocorde. — La mattina del 28 agosto.

— Sei settimane dopo la reale data di registrazione.

— Sì.

— E qual è stata la sua reazione?

— Le ho chiesto — rispose Richard con le mani ancora appoggiate sulle ginocchia — chi fosse stato, al Rifugio, ad aver sviluppato quei brevetti.

— E cosa rispose lei?

— Mi disse che li aveva presi dall’esterno e che li aveva inseriti nel sistema dell’archivio dell’Ufficio brevetti degli Stati Uniti.

— Obiezione! Prova per sentito dire!

— Respinta — disse Deepford.

— Le ha detto, in altre parole — continuò Hossack — che era responsabile sia per il furto sia per l’intromissione nelle banche dati degli Stati Uniti.

— Sì. Mi ha detto così.

— L’ha interrogata su come fosse stalo realizzato questo presunto furto?

— Sì.

— Dica alla corte che cosa le ha risposto.

Era ciò che la stampa stava aspettando: era quello il motivo per cui gli spettatori erano venuti, accalcandosi l’uno sull’altro. Per vedere il potere del Rifugio messo a nudo dall’interno, sventrato da un Insonne che, per farlo, stava sventrando se stesso. Leisha riusciva a provare il sapore di quella tensione: aveva una traccia ramata, salina, come il sangue.

Richard disse: — Ho spiegato una volta a Leisha Camden che non sono un esperto di reti di dati. Non so come sia stato realizzato. Non ho chiesto. Quello che so è archiviato in una registrazione presso il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. Se volete sentirlo, mandate la registrazione. Io non lo ripeterò.

Il giudice Deepford si sporse di lato, al di sopra del banco. — Signor Keller, lei è sotto giuramento. Risponda alla domanda.

— No — rispose Richard.

— Se non risponderà — disse il giudice in modo non scortese — la incriminerò per disobbedienza alla corte.

Richard cominciò a ridere. — Disobbedienza? Incriminare me per disobbedienza? — Smise di ridere e sollevò le mani all’altezza delle spalle, come un pugile suonato. Le mani ricaddero giù. Le lasciò penzolare flaccide lungo i fianchi. Indipendentemente da quello che gli era stato detto, rimase seduto senza rispondere e sorrideva e di tanto in tanto mormorando "disobbedienza", finché il giudice annunciò un’ora di sospensione.

Quando la corte si riunì nuovamente, Deepford sembrò affaticato. Tutti, a parte Will Sandaleros, apparivano affaticati. Smembrare un uomo, pensò Leisha inebetita, era un lavoro duro.

Will Sandaleros sembrava di fuoco.

Hossack fece oscillare davanti al testimone un ciondolo sulla catenina d’oro. — Lo riconosce, signor Keller?

— Sì. — La pelle sul volto di Richard sembrava gonfia, come la pasta del pane non cotta lasciata a lievitare.

— Che cos’è?

— È un controller micro-alimentato collegato al campo a energia-Y del Rifugio.

La giuria fissò il pendente nelle mani di Hossack. Alcuni si sporsero in avanti. Un uomo scosse lentamente la testa.

Il pendente aveva una forma a goccia ed era di un materiale liscio e opaco, del verde delle mele acerbe. Secondo la testimonianza dello scontroso addetto al garage, aveva trovato quell’oggetto vicino al parcheggio riservato allo scooter del dottor Herlinger pochi istanti dopo aver visto una figura dotata di maschera e guanti scappar via da un ingresso laterale. Il campo di forza dell’entrata era stato abbassato: — Così da non registrare tutti i miei piccoli avanti e indietro quotidiani, capite? — aveva spiegato l’addetto. Il filmato del servizio di sicurezza aveva confermato la testimonianza. Leisha non ne aveva dubitato fin dall’inizio. La lunga esperienza le aveva insegnato a riconoscere un testimone troppo disinteressato alla giustizia per prendersi la briga di falsarla.

Il pendente verde oscillava dolcemente fra le dita di Hossack.

— A chi appartiene questo dispositivo, signor Keller?

— Non lo so.

— I pendenti del Rifugio non sono in alcun modo personalizzati? Con iniziali, colori o una qualsiasi altra cosa?

— No.

— Quanti ne esistono?

— Non lo so.

— Come mai? — chiese Hossack.

— Non ero io responsabile della loro produzione o distribuzione.

— Chi lo era?

— Mia moglie.

— Intende dire l’imputata, Jennifer Sharifi.

— Sì.

Hossack lasciò indugiare la risposta mentre consultava alcuni appunti. "Mia moglie". Leisha poteva quasi udire la giuria pensare: che cosa occorre perché un marito condanni sua moglie? Le dita di lei si serrarono le une fra le altre.

— Signor Keller, lei è membro del Consiglio del Rifugio. Perché non sa quanti pendenti di questo tipo esistono?

— Perché non l’ho voluto sapere.

Se fosse stata l’avvocato di Richard, pensò Leisha, non gli avrebbe mai permesso di dire una cosa del genere. Richard, però, aveva rifiutato qualsiasi consiglio di tipo legale. Si chiese improvvisamente se anche lui avesse un pendente. E la piccola Najla? Ricky?

Hossack continuò: — La ragione per cui lei non voleva sapere nulla sui pendenti era forse perché altre attività di sua moglie la sgomentavano tanto?

— Obiezione! — gridò infuriato Sandaleros. — Non solo il signor Hossack sta suggerendo al testimone opinioni pregiudiziali ma, come ho ripetutamente cercato di sottolineare, questa intera linea di prove non è stata collegata direttamente alla mia cliente ed è di fatto irrilevante. L’accusa sa che esistono almeno venti altre persone che posseggono tali pendenti: ha confermato la stima. Se il signor Hossack ha intenzione di mungere circostanze irrilevanti per il loro valore sensazionalistico…

— Vostro Onore — lo interruppe Hossack — stiamo stabilendo che il collegamento tra il Rifugio e la manomissione dello scooter è inequivocabilmente chiaro e che…

— Obiezione! Pensa forse che, anche se si potesse dimostrare che quell’amuleto appartiene a un membro del Rifugio, un qualsiasi Insonne sarebbe tanto stupido da lasciarlo cadere? Questo è chiaramente un complotto e la signora Sharifi…

— Obiezione!

— Gli avvocati si avvicinino al banco del giudice!

Sandaleros fece uno sforzo visibile per controllarsi. Hossack veleggiò in avanti, con la sua pesante massa. Deepford si sporse sopra il banco verso di loro, con il volto reso rigido dalla rabbia. Tuttavia non era infuriato quanto Sandaleros, quando i due legali ritornarono ai propri posti. Leisha chiuse gli occhi.

Ormai sapeva cosa aspettarsi quando Sandaleros avesse controinterrogato. Non ne era stata certa, prima. A quel punto, lo sapeva.

Non dovette aspettare a lungo. — E così lei dice a questa corte, signor Keller — iniziò Sandaleros chiaramente incredulo — che la sua motivazione per tradire sua moglie recandosi da Leisha Camden…

— Chiedo che venga cancellato — disse stancamente Hossack. — "Tradimento" è chiaramente un termine indicato per infiammare gli animi.

— Accolta — rispose il giudice.

— Quindi lei sta dicendo a questa corte che le sue motivazioni per rivelare a Leisha Camden le presunte attività ispettive di sua moglie e il presunto furto… la sua motivazione per fare questo era assicurarla a una legge che non aveva protetto i suoi affari dall’essere distrutti dal pregiudizio da parte di Dormienti, che nor aveva protetto il suo amico Anthony Indivino dall’essere assassinato da Dormienti, non aveva…

— Obiezione! — gridò Hossack.

— Proceda — disse Deepford. Il suo volto cedette.

— …non aveva protetto i suoi bambini dall’essere pericolosamente minacciati da una folla di appartenenti al movimento Noi-Dormiamo all’aeroporto Stelle e Strisce, che non aveva protetto la sua nave di ricerca marina dall’essere affondata da ignoti, ma presunti Dormienti. Dopo tutti questi fallimenti della legge nel proteggerla in queste circostanze, la sua motivazione per consegnare sua moglie era il volerla assicurare alla giustizia?

— Sì — disse Richard con voce roca. — Non c’era altro modo per fermare Jennifer. Gliel’ho detto, l’ho scongiurata, sono andato da Leisha prima di sapere di Herlinger… io non… Leisha non mi aveva detto…

Perfino il giudice Deepford distolse lo sguardo.

Sandaleros ripeté in modo sarcastico: — E le sue motivazioni per denunciare sua moglie alla signorina Camden erano dovute alla preoccupazione coniugale e a un buon senso civico. Molto lodevole. E mi dica, signor Keller, lei e Leisha Camden siete mai stati amanti?

— Obiezione! — Hossack si mise quasi a strillare. — Irrilevante! Vostro Onore…

Deepford esaminò il proprio martelletto. Leisha, attraverso una specie di intorpidimento, comprese che avrebbe ammesso la domanda nella preoccupazione di onestà nei confronti di una minoranza, dei perseguitati, di quelli che venivano generalmente discriminati.

— Respinta.

— Signor Keller — ricominciò Sandaleros a denti stretti. Leisha si accorse che si stava trasformando in un angelo vendicatore, uno strato dopo l’altro, una cellula dopo l’altra, un gene dopo l’altro. L’originale Will Sandaleros era quasi sparito. — Lei e Leisha Camden, la donna alla quale lei ha denunciato i presunti atti illeciti di sua moglie, siete mai stati amanti?

— Sì — rispose Richard.

— Dopo il suo matrimonio con Jennifer Sharifi?

— Sì — rispose Richard.

— Quando? — il volto di Kevin era tranquillo sullo schermo del videotelefono dell’albergo.

Leisha disse con precisione: — Prima che io e te cominciassimo a vivere insieme. Jennifer era ossessionata dal ricordo di Tony e Richard sentiva che… Non importa, Kevin. — Non appena le parole le furono uscite dalla bocca, si rese conto di quanto fossero state sciocche. Era profondamente importante. Per il processo. Per Richard. Forse… perfino, ancora… per Jennifer anche se Leisha non poteva immaginare che cosa fosse importante per Jennifer. Non capiva Jennifer. L’ossessione ricadeva all’interno della sua possibilità di comprensione, ma l’ossessiva segretezza, la preferenza di tramare silenziosamente e nell’oscurità invece che di condurre battaglie alla luce del sole non vi ricadevano. — Jennifer lo sa. L’ha saputo allora. A volte sembrava quasi… che volesse che io stessi con Richard.

Kevin disse, come fosse una risposta: — Pronuncerò il giuramento del Rifugio.

Passò un istante prima che Leisha domandasse: — Perché?

— Non posso condurre affari altrimenti, Leisha. Le Imprese Baker sono legate troppo profondamente alla ditta di Donald Pospula, all’Aerodyne e a un’altra mezza dozzina di compagnie di Insonni. Subirei delle perdite enormi.

— Non sai nemmeno che cosa siano le vere perdite!

— Leisha, non si tratta di una decisione di tipo personale. Ti prego, cerca di comprenderlo. È una questione puramente finanziaria…

— È l’unica cosa che importi?

— Certo che no. Ma il Rifugio non chiede nulla di immorale, soltanto la solidarietà alla comunità basata saldamente sulla solidarietà economica. Non è…

Leisha interruppe la comunicazione. Credeva a Kevin: la sua decisione era di tipo puramente economico, all’interno di limiti che lui poteva interpretare come morali. L’ossessione emotiva come quella di Jennifer non lo avrebbe mai mosso, non avrebbe mai toccato quel volto liscio, né il cervello chiaro e lineare che vi stava dietro. Le ossessioni come quelle di Jennifer… o come la sua rispetto alla necessità della legge.

Qualche giorno prima si era chiesta che cosa le fosse rimasto da perdere. Ora lo sapeva.

Codici di sicurezza inseriti in pendenti segreti. Giuramenti di fedeltà. Prove lasciate per incriminare qualcuno. Perché Will Sandaleros aveva ragione, nessun Insonne avrebbe mai lasciato lì quel pendente. Erano tutti troppo attenti. Quel dato di fatto, però, non sarebbe stato considerato prova ammissibile in aula. Le considerazioni di carattere generale, anche se profondamente vere, anche se cruciali, non lo erano mai.

Leisha rimase seduta sul bordo del letto dell’albergo. Quel letto dominava la stanza. Quando era scesa a Conewango, aveva immaginato che fosse così perché il sesso era molto importante negli affari di un albergo. Supposizione errata. Ragionamento dovuto a esperienza ristretta.

Era il sonno a essere centrale. Secondo le supposizioni di tutti.

Non che si fosse mai aspettata che la pratica della legge fosse una cosa pulita. Nessun avvocato di tribunale se lo aspettava, quanto meno non dopo anni di patteggiamenti, false testimonianze, poliziotti corrotti, accordi politici, statuti mal applicati e giurie parziali. Tuttavia lei aveva creduto che la legge in sé, indipendentemente dalla sua pratica, fosse, se non pulita, quanto meno ampia. Ampia a sufficienza.

Ricordò il giorno in cui si era resa conto che i principi economici yagaisti non erano ampi abbastanza. Il loro puntare ai meriti individuali lasciava fuori troppi fattori, troppe persone: quelli che non avevano alcun merito e che mai ne avrebbero avuti, i mendicanti che, nondimeno, rivestivano ruoli definiti anche se oscuri nel modo in cui girava il mondo. Erano come i parassiti su un mammifero che lo tormentano facendolo grattare freneticamente tanto da sanguinare, ma le cui uova servono come cibo per altri insetti, che forniscono nutrimento per altri ancora, che ingrassano gli uccelli, che sono preda dei roditori, che il tormentato mammifero si mangia. Una sanguinosa ecologia di commercio che sostituiva i lineari contratti yagaisti che avvenivano in condizioni asettiche. L’ecologia era sufficientemente ampia da comprendere Dormienti e Insonni, produttori e mendicanti, l’eccellente, il mediocre e l’apparentemente privo di valore. Quello che consentiva il funzionamento dell’ecologia era la legge.

Ma se la legge stessa non era ampia abbastanza?

Non abbastanza ampia da includere ciò che potesse fare un Insonne, non dimostrabile ma chiaro come l’aria. Da includere quello che era successo fra lei e Richard. Da accettare non soltanto quello che Jennifer aveva fatto, ma il perché. Soprattutto, da includere l’ineffabile invidia, potente quanto la struttura genetica stessa ma non passibile di essere colmata, alterata, estratta tecnologicamente dall’esistenza. L’invidia per ì potenti, La legge non era mai stata in grado di includerla. Aveva creato interminabili decreti sui diritti civili per correggere il pregiudizio contro qualcosa di biologicamente identificabile: i neri, le donne, i latino-americani, gli handicappati. Mai però prima di allora, negli Stati Uniti, gli oggetti di invidia e gli oggetti di pregiudizio biologico erano risultati lo stesso gruppo, e la legge statunitense non era ampia abbastanza da includerlo.

Leisha appoggiò la testa fra le ginocchia. Era chiaro come sarebbe andato il resto del processo. La sua testimonianza sarebbe stata screditata da Sandaleros come la macchinazione di una donna gelosa contro la moglie legittima. Richard sarebbe stato screditato. Hossack avrebbe colpito duro sul suo punto di forza: il potere del Rilugio. Il potere degli Insonni. Sandaleros non avrebbe permesso a Jennifer di testimoniare: la sua compostezza sarebbe apparsa come sangue freddo a una giuria di Dormienti, il suo desiderio di proteggere i suoi come un attacco all’esterno.

E lo era stato.

La giuria poteva seguire due strade: assolvere sulla base del triangolo amoroso, e quindi Jennifer sarebbe sfuggita alla legge, oppure condannare perché lei era una potente Insonne, e in quel caso Jennifer non sarebbe mai sopravvissuta fra le compagne di carcere. Il Rifugio si sarebbe ulteriormente ritirato in se stesso, un potente ragno che tesseva ragnatele elettroniche a propria protezione, con attorno un paese composto da Dormienti sempre più carichi di terrore verso persone che vedevano raramente, con cui non avevano alcun contatto e da cui non avrebbero mai acquistato nulla, a meno che gli Insonni non distruggessero l’economia di cui erano ombra o fonte, nessuno era in grado di stabilirlo per certo. "Controllano segretamente tutto, sai. Vogliono schiavizzarci. Lavorano insieme a concorrenti internazionali per metterci in ginocchio. E non si fermano davanti all’omicidio".

Provando in questo modo che Jennifer aveva sempre avuto ragione nel voler proteggere i suoi.

Era come il gatto che si morde la coda. La legge, infatti, nel suo sforzo di essere giusta e di trattare tutti in modo equo lasciava fuori troppi fattori. Non era ampia abbastanza. Non era ampia come il futuro genetico e tecnologico che, sorpassandola, sarebbe stato senza legge.

Seduta sul bordo del letto nella buia stanza d’albergo, Leisha riusciva a sentire che il suo credo nella legge la stava abbandonando, come se l’aria stessa venisse risucchiata fuori dalla camera. Stava soffocando, cadendo in un vuoto freddo e oscuro. La legge non era ampia abbastanza. Non era capace di tenere insieme Insonni e Dormienti, dopo tutto, non era capace di fornire alcun modo etico per giudicare il comportamento e, senza giudizio, non esisteva nulla. Soltanto sregolatezza, criminalità, vuoto…

Cercò di alzarsi in piedi, ma le cedettero le ginocchia. Non le era mai accaduto nulla di simile in precedenza. Si trovò sul pavimento, ginocchioni, e una parte della sua mente ancora razionale le disse: "Attacco di cuore". Ma non era possibile. I cuori degli Insonni non cedevano mai.

Freddo…

Oscurità…

Vuoto…

Papà…

L’aprirsi della porta della camera la riportò indietro. Era stata spalancata dall’esterno, senza che suonassero allarmi. Leisha si sollevò barcollando. Dall’altra parte della camera, al di là del letto, una figura si stagliava nell’arco della porta, una figura massiccia che portava qualcosa di ancor più massiccio, Leisha non si mosse. I suoi… gli impiegati di Kevin… avevano installato il sistema di sicurezza nella camera, facendolo identico a quello del suo appartamento a Chicago. Nessuno a Conewango ne possedeva i codici di accesso.

Se si trattava di un estraneo, se il Rifugio era organizzato per l’assassinio bene quanto per il furto…

L’assassino sarebbe quanto meno stato buono. Gli Insonni lo erano sempre.

Un braccio si estese dalla figura scura. Una mano cercò a tastoni gli interruttori manuali.

— Accendere luci — disse chiaramente Leisha.

La sagoma massiccia era una valigia. Alice restò immobile, sbattendo le palpebre per l’improvvisa luminosità. — Leisha? Stai seduta al buio?

— Alice!

— I codici del tuo appartamento hanno aperto tutt’e due le porte: non pensi che li dovresti cambiare? Ci sono un sacco di reporter nell’atrio…

— Alice! — A quel punto, si gettò attraverso la stanza, singhiozzando, lei che non piangeva mai, fra le braccia di Alice.

— Non sapevi che sarei arrivata? — le chiese Alice.

Leisha scosse la testa contro il petto di Alice.

— Io lo sapevo. — Alice la lasciò, e Leisha vide che il volto della sorella brillava di una forte emozione. — Io sapevo che questa sarebbe stata la tua notte. La notte in cui saresti caduta nell’Abisso. L’ho saputo ieri, l’ho sentito. — Si mise improvisamente a ridere, una risata stridula. — L’ho sentito, Leisha, capisci? È stato come essere colpita da un carico di mattoni. Ho sentito che tu avresti passato il tuo momento peggiore questa notte e ho saputo di dover venire.

Leisha smise di singhiozzare.

— L’ho sentito — ripeté ancora una volta Alice. — A oltre quattromila chilometri di distanza. Proprio come è successo ad altri gemelli!

— Alice…

— No, non dire niente, Leisha. Tu non c’eri. Io so che cosa ho provato.

Leisha si accorse che la potente emozione che sfolgorava sul viso di Alice era di trionfo.

— Ho saputo che avevi bisogno di me e sono qui. Adesso è tutto a posto, Leisha, tesoro, io conosco l’Abisso, ci sono stata. — Allungò nuovamente le braccia verso Leisha, stringendola, ridendo e piangendo. — Lo so, tesoro, va tutto bene. Non sei sola. Io ci sono stata, lo so.

Leisha restò aggrappata alla sorella con tutte le proprie forze. Alice la stava tirando fuori da quel luogo buio. Il vuoto, l’Abisso. Alice, la cui stazza teneva ancorata Leisha al margine, solida quanto la terra stessa. Alice, che ormai non sarebbe mai più stata irraggiungibile. Non ora che Alice aveva saputo qualcosa prima di Leisha. Non ora che Alice aveva salvato Leisha divenendo l’unica cosa che lei non aveva perduto.

— Io lo sapevo — sussurrò Alice, e poi a voce più alta disse: — Adesso posso smetterla di mandarti tutti quei maledetti fiori.

Soltanto molto più tardi, dopo che ebbero parlato per ore e Alice cominciò a sembrare assonnata, il videotelefono squillò. Leisha lo aveva spento: solamente una chiamata di priorità assoluta sarebbe potuta passare. Voltò la testa verso lo schermo. Vi lampeggiavano due parole chiave. La confusa logica del collegamento le aveva fatte passare contemporaneamente, assegnando una voce per utente.

— Sono Susan Melling. Devo…

— Sono Stella Bevington. Mi sono appena collegata alla rete. Il…

— …parlarti immediatamente. Chiamami…

— …pendente che la stampa dice che è stato…

— …su una linea schermata…

— …trovato nel parcheggio del garage…

— …il più presto possibile!

— …è mio.

— Abbiamo terminato la ricerca — annunciò l’immagine di Susan sul video. I capelli grigi le pendevano in ciuffi un po’ unti da una crocchia trasandata, i suoi occhi erano brucianti. — Quella mia e di Gaspard-Thiereux sulla teoria di Walcott riguardante i codici di DNA ridondanti negli Insonni.

—  Allora? — disse Leisha con voce piatta.

— È una linea scoperta? Che diavolo, lascia perdere. Che la stampa origli pure, che il Rifugio origli pure. Ehi, Blumenthal, sei in ascolto?

— Susan, ti prego…

— Niente prego. Niente grazie, niente di niente. Ecco perché volevo dirtelo personalmente. Niente di niente. L’equazione non può funzionare.

— Non può…

— C’è un buco che non può essere chiuso fra l’esclusione del meccanismo del sonno a livello genetico preembrionico e il cercare di riprodurla dopo che il cervello ha cominciato a differenziare, più o meno a otto giorni. I motivi per cui la falla non si può chiudere sono abbastanza chiari, abbastanza specifici, abbastanza definitivi, biologicamente parlando. Hanno a che fare con la tolleranza di rumore genetico nei test genetici che sono ripetizioni dei sistemi regolatori. Non c’è bisogno che tu sappia i dettagli: il risultato è che noi non saremo mai in grado di trasformare un Dormiente in Insonne. Mai. Nessuno. Non Walcott. Non i cervelloni del Rifugio, non per tutto l’oro del mondo. Walcott sta mentendo.

— Io… non capisco.

— Ha architettato tutta la storia. È molto plausibile, tanto plausibile da costringere dei buoni ricercatori a lavorarci un bel po’ per controllare. Essenzialmente, però, è una bugia, e non c’è modo in cui uno scienziato, con il suo famoso pezzo finale nascosto, non potesse saperlo. Walcott lo sapeva. La sua ricerca è una menzogna. È venuto da te con la sua stupenda scoperta e sapeva che si sarebbe dimostrata una menzogna, e il Rifugio ha commesso un illecito per brevetti che sono una menzogna, e Jennifer Sharifi è processata per omicidio a causa di una menzogna.

Leisha non riusciva ad assimilare le parole. Nessuna di esse aveva senso. Era cosciente della presenza di Alice, dall’altra parte della stanza, in piedi, completamente immobile. — Perché?

— Non so — disse Susan. — Ma è una bugia. Sentito, stampa? Sentito, Rifugio? È una bugia!

Lei cominciò a piangere.

— Susan… oh, Susan…

— No, no, non dire nulla. Mi dispiace. Non intendevo piangere. È l’unica cosa che non avevo intenzione di fare. Chi c’è con te? Non sei sola?

— Alice — disse Leisha. — Lei…

— È solo che avevo pensato di poter diventare ciò che avevo creato. Idea stupida, eh? L’intera letteratura mostra che i creatori non possono diventare le creazioni.

Leisha non disse nulla. Susan smise di piangere repentinamente come aveva iniziato, e le lacrime presero a seccarsi sulla sua vecchia, morbida e rugosa pelle. — Dopo tutto, Leisha, non avrebbe funzionato, vero? Che i creatori divenissero le creazioni? Chi resterebbe a perfezionare l’arte se diventassimo tutti mecenati? — Poi, con voce differente, aggiunse: — Distruggi Walcott, Leisha. Come un qualsiasi ciarlatano che vende un’inutile speranza a un moribondo. Abbatti quel bastardo.

— Lo farò — rispose Leisha. Ma non intendeva parlare di Walcott. In un impeto improvviso e vertiginoso, capì chi era stato a commettere il furto, come e perché.

15

Jordan aprì la porta del suo appartamento, mezzo addormentato e sbalordito. Erano le quattro e trenta del mattino. Leisha Camden era lì con tre silenziose guardie del corpo.

— Leisha! Che…

— Vieni con me. Svelto. Ormai sono certa che Hawke sa che mi trovo qui. Non avevo modo di dirti che stavo arrivando senza che lui intercettasse il messaggio. Vestiti, Jordan. Andiamo allo stabilimento Noi-Dormiamo.

— Io…

— Subito! Sbrigati!

Jordan pensò di dirle che lui non sarebbe tornato all’impianto… né allora né mai. Una seconda occhiata, tuttavia, lo convinse che Leisha vi si sarebbe recata da sola, e questo lui non lo voleva, Leisha indossava un lungo giaccone blu sopra una tuta elasticizzata nera. Ombre azzurrognole le si addensavano nell’incavo che aveva sotto gli occhi. Si sporse leggermente in avanti, rimanendo sui talloni, come se si stesse chinando dentro di lui, e improvvisamente Jordan comprese che aveva bisogno che lui l’accompagnasse. Non per proteggerla fisicamente, le tre guardie del corpo assommavano nel complesso quasi trecento chili, per non parlare delle armi, ma per qualche altro incalzante motivo che Jordan non riuscì a identificare. — Fammi vestire — disse.

Nel corridoio buio, Joey sollevò la testa dalla brandina di dimensioni eccezionali. — Torna dentro — disse Jordan. — È tutto a posto. — Leisha aveva bisogno di lui.

C’era un aereo, apparentemente ripiegato su se stesso, ultramoderno, che gli permetteva di atterrare verticalmente nel parcheggio del condominio. Non si trattava però di un’aeromobile. Era decisamente un aereo. Il pannello di controllo non portava segni di identificazione. Una volta nell’aria, si dispiegò e sfrecciò sopra la città addormentata in direzione del fiume.

— D’accordo, Leisha. Dimmi di che si tratta.

— Hawke ha ucciso Timothy Herlinger.

Qualcosa si mosse all’interno di Jordan. Sapeva che cos’era: la verità. Piccola, mortale, come una di quelle perle di veleno che si dissolvono nei cuori dei suicidi. Tutto ciò che occorreva fare era ingoiarla, e la parte più difficile era superata, il resto era inevitabile e inarrestabile. Jordan la sentì muoversi, e seppe che era già stata lì prima che Leisha parlasse. Era stata lì alla fiera, nell’ambigua ammirazione di Jordan per Hawke, nella discussione riguardante Joey, perfino nel nuovo gabinetto di Mayleen e nella sua tovaglia di pizzo. Era stata nello stesso movimento Noi-Dormiamo.

Guardò Leisha. Lei sembrava irradiare luce, una luce dura e vivida come quella dei campi a energia-Y progettati per allertare le persone contro macchinari pericolosi. Lei disse nuovamente: — Hawke ha ucciso il dottor Herlinger. Ha inscenato tutto.

Jordan sentì se stesso dire: — E tu sei felice.

Lei gli rivolse un volto sconcertato. Si fissarono a vicenda nella piccola cabina di pilotaggio dell’aereo, le tre guardie del corpo erano un’immagine immobile confusa alle loro spalle. Jordan non aveva avuto intenzione di dirlo, ma quando le parole gli furono uscite dalla bocca seppe che anche loro erano vere. Lei era felice. Che fosse stato Hawke e non un Insonne. Felicità. Ecco la fonte della luce sfavillante e il motivo per cui aveva bisogno della sua presenza lì.

— Testimone per l’accusa — disse lui con una voce tanto dissimile dalla solita che Leisha disse: — Come?

— Non importa. Dimmi tutto.

Lei non esitò un istante. — L’impronta della retina sullo scanner corrisponderà a quella di Stella Bevington, Hawke deve averla presa durante la festa organizzata da tua madre per Beck, nella casa nuova, quando tutti stavano bevendo e avevano abbassato la guardia. La festa a cui ti ha costretto a invitarlo. Ed è stato lì che ha preso anche il pendente di Stella. Jennifer gliene aveva inviato uno: voleva assolutamente Stella all’interno del Rifugio, e stava cercando di costringerla a una scelta. Stella indossava il pendente, ma lo tolse alla festa perché aveva avuto ancora una dimostrazione della gentilezza, della tolleranza di Dormienti come tua madre. — "…Oh, Papà come è speciale Alice!…" — Hawke le ha sottratto il pendente dalla borsetta. Lei ne ha denunciato la scomparsa a Jennifer ma senza dare ulteriori dettagli: è stato per me…

Leisha voltò la testa. Jordan non si concesse di provare né simpatia né compassione. Leisha, pensò, non stava perdendo nulla. L’assassino era un Dormiente.

— Jennifer sapeva che nessuno sarebbe stato in grado di scoprire accidentalmente l’utilizzo del pendente, inoltre esso si sarebbe autodistrutto se avessero provato a usarlo, e quindi non si preoccupò eccessivamente del fatto che Stella l’avesse perduto. Jennifer aveva già abboccato all’esca di Hawke sui brevetti. Jordan, non è mai esistito un procedimento per trasformare i Dormienti in Insonni. Hawke ha assoldato Walcott ed Herlinger per fingere che ci fosse, per creare una falsa pista che apparisse scientificamente possibile. Dio, ha architettato tutta questa storia in dettaglio. Il Rifugio si sarebbe intromesso nelle reti governative falsificando dei dati. A quel punto, lui avrebbe potuto usare Walcott per denunciare il furto, mettere in moto la stampa e, anche senza un processo, il Rifugio avrebbe subito un tracollo. L’affiliazione al movimento Noi-Dormiamo sarebbe salita alle stelle.

Il che era esattamente ciò che era avvenuto, pensò Jordan. Hawke era sempre un ottimo programmatore. Il piccolo aereo iniziò la propria discesa sopra lo stabilimento.

— Ma poi Herlinger ha cambiato idea. Ha avuto un rimorso di coscienza e stava per denunciare Walcott e Hawke. Così Hawke ha deciso di farlo uccidere.

Anche questo era tipico di Leisha, rifletté Jordan. Lei non aveva pensato: "Herlinger stava cercando di ricattare i suoi soci e così loro lo hanno fatto uccidere. Oppure: Herlinger è entrato in conflitto di potere con Hawke, e Hawke lo ha fatto uccidere". No, lei immaginava un rimorso di coscienza, perfino in una situazione simile. Immaginava la causa più decorosa e dal risvolto sociale. "Una sensibilità da Diciottesimo secolo" aveva detto Hawke. Con disprezzo.

Jordan disse: — Non sai per certo di avere ragione. E se quello che dici è vero e Hawke mi ha messo sotto una tale sorveglianza da sapere già che stiamo arrivando, non sarà rimasta alcuna prova quando arriveremo lì.

Leisha gli lanciò uno sguardo brillante. — Non ce ne sarebbero state comunque. Non prove reperibili.

— Allora perché ci stiamo andando?

Lei non rispose.

Il cancello della fabbrica aveva gli scudi abbassati. La guardia, non Mayleen, fece loro segno di passare.

Hawke li stava aspettando nel suo ufficio, appoggiato in modo disinvolto contro la parte anteriore della scrivania, con i palmi delle mani appoggiati sulla superficie in legno alle sue spalle. La scrivania mostrava l’intero campionario da operetta: le bamboline Cherokee, il boccale da caffè di Harvard, il modellino di uno scooter Noi-Dormiamo, la pila di lettere sgrammaticate di lavoratori grati per il primo lavoro ottenuto da anni, le piastrine, le penne e le statuine dorate delle imprese Noi-Dormiamo. Jordan non aveva mai visto alcune di esse: Hawke doveva averle tirate fuori, pezzo per pezzo, sistemandole accuratamente sulla scrivania in modo tale che il suo grosso corpo non ne impedisse la vista dalla porta. Tutte le lodi dozzinali di imprese in difficoltà economica, tutti i totem di contraddittori successi. Guardandoli, Jordan sentì una gran freddezza scivolargli sopra. Era tutto reale, allora. Non soltanto vero, ma reale. Hawke aveva ucciso.

— Signorina Camden — salutò Hawke.

Leisha non sprecò parole. Aveva una voce controllata, ma la luce sfavillante era ancora su di lei. — Lei ha ucciso Timothy Herlinger.

Hawke sorrise. — No. Non l’ho fatto.

— Sì, invece — ribatté Leisha, ma a Jordan non diede l’impressione che stesse discutendo o che stesse cercando di costringerlo a un’ammissione. — Lei ha architettato la ricerca fasulla di Walcott per fomentare l’odio contro gli Insonni, e quando ha visto la possibilità di accusare un’Insonne di omicidio, ha fatto anche quello.

— Non so di che cosa stia parlando — rimandò cordialmente Hawke.

Come se lui non avesse nemmeno parlato, Leisha proseguì. — Lo ha fatto per aumentare i profitti della Noi-Dormiamo. O meglio, lei pensa di averlo fatto per quel motivo. I profitti, tuttavia, stavano crescendo comunque. Lei lo ha fatto, in realtà, perché non è un Insonne e non potrà mai esserlo, ed è uno di quegli individui carichi di odio che si adoperano sempre per distruggere qualsiasi superiorità non siano in grado di avere.

La carne sopra al colletto di Hawke cominciò ad arrossire. Quello non era evidentemente ciò che si era aspettato di sentire. Jordan esordì — Leisha…

— Va tutto bene, Jordan — ribatté lei con chiarezza. — Le tre guardie del corpo sono altamente addestrate, l’aereo è dotato di dispositivi di sicurezza regolati sul mio corpo, io sto registrando e il signor Hawke lo sa. Non esiste alcun pericolo. — Si rivolse quindi a Hawke. — Nemmeno per lei, ovviamente. Non c’è nulla di dimostrabile. Non contro di lei, e nemmeno contro Jennifer, non appena l’impronta della retina verrà identificata come appartenente a Stella Bevington. Perché Stella potrà spiegare non soltanto come ha perduto il pendente, ma anche dove si trovava la mattina in cui è morto Herlinger. Era a una riunione congiunta con quattordici amministratori delegati ad Harrisburg, in Pennsylvania. Lei sapeva che tutto questo sarebbe venuto a galla, vero, signor Hawke, non appena il pendente fosse stato ammesso come prova, e Stella si fosse resa conto che era il suo. Sapeva che il processo sarebbe fallito e che nessuno sarebbe stato condannato. L’odio, tuttavia, sarebbe stato un po’ più infiammato, ed era questo ciò che le importava.

— Sta dicendo sciocchezze, signorina Camden — rispose Hawke. Jordan si accorse che l’uomo aveva nuovamente un pieno controllo di sé, il suo grosso corpo rilassato e possente mentre si appoggiava contro la scrivania. — Ma risponderò comunque alla sua ultima affermazione. Le dirò io quello che importa. Questo… — prese in mano un pacco di lettere alle sue spalle — … importa. La gratitudine da parte di gente che prima non aveva la dignità del lavoro e, grazie alla Noi-Dormiamo, adesso ce l’ha. Questo importa.

— Dignità? Basata su frode, furto e omicidio?

— L’unico furto di cui sono a conoscenza è quello commesso dal Rifugio, che ha sottratto i brevetti del dottor Walcott. Quanto meno, è ciò che ho sentito dire negli olonotiziari.

— Oh — commentò Leisha. — Allora mi lasci parlare di un altro furto, signor Hawke. Giusto per farle capire. Lei ha rubato qualche altra cosa, e l’ha rubata a mia sorella Alice, alla mia amica Susan Melling e a ogni altro Dormiente che credeva che esistesse una possibilità di una vita più lunga e di poteri maggiorati dovuti all’insonnia. Ci hanno creduto, per un breve periodo. Lo hanno sperato, nelle ore della notte in cui i Dormienti giacciono svegli e pensano alla vita e alla morte e non riescono a dormire. Si chiederà come faccio a saperlo. Lasci che le dica come faccio. Lo so perché Susan Melling sta morendo per una malattia incurabile al cervello, lo sa, e vuole disperatamente non morire. Lo so perché mia sorella me lo ha detto durante il processo, il processo che lei ha messo in piedi per aumentare il suo prestigio, mi ha detto: "La cosa più dura che ho imparato, Leisha, non è stata allevare Jordan da sola o guadagnarmi da vivere o accettare il fatto che Papà non mi amasse. La cosa più dura che ho imparato è stata che anche se davo la colpa a te, sarei stata comunque costretta a fare tutte quelle cose. La cosa più dura che ho imparato è che non esiste una via d’uscita". Lei ha offerto la promessa di una via d’uscita, signor Hawke, e poi ne ha derubato Alice. Alice, Susan e ogni altro Dormiente che non considera l’odio una via di uscita. Lei non ha derubato coloro che odiano. Ha derubato gli altri, la gente che si sforza di essere troppo onesta per odiare. Ecco che cosa ha rubato e a chi lo ha rubato.

Il sorriso di Hawke era rigido, Ci fu un lungo silenzio. Alla fine, lui disse in tono canzonatorio: — Molto carino, signorina Camden. Potrebbe trovare facilmente un lavoro come scrittrice di bigliettini di auguri.

L’espressione di Leisha non mutò. Si voltò per andarsene, e in quel singolo movimento di disprezzo Jordan si accorse improvvisamente quanto poco si fosse aspettata da quell’incontro. Non aveva affrontato Hawke nella speranza di cambiarlo, o di scoprire qualcosa da lui, o anche solo di scaricare la sua rabbia. Non erano stati quelli i motivi per cui era andata lì, o i motivi per cui aveva avuto bisogno che Jordan l’accompagnasse.

Nessuno li fermò, quando lasciarono la fabbrica. Nessuno parlò finché l’aereo non sfrecciò via sopra i campi scuri tagliati dal fiume ancor più scuro. Jordan guardò sua zia. Lei non sapeva di Joey, non sapeva che Jordan aveva già abbandonato Hawke. — Sei venuta qui per me. Così che potessi vedere che cosa è Hawke.

Leisha gli prese la mano. Aveva le dita fredde. — Sì. Sono venuta per te. È tutto qui, Jordan. Tu. Tu e tu e tu e tu e tu. Pensavo che ci fosse dell’altro, qualcosa di più, ma mi sbagliavo. Uno per uno. È tutto quello che c’è.

— La comunità deve sempre venire per prima — disse tranquillamente Jennifer Sharifi a Najla e Ricky, — Ecco perché Papà non tornerà più a casa. Papà ha infranto la solidarietà con questa comunità.

I bambini si fissarono le scarpe. Avevano paura di lei, si accorse Jennifer. Non era una cosa negativa: la paura era soltanto il termine antico per rispetto.

Najla, alla fine disse, con un fil di voce: — Perché dobbiamo lasciare il Rifugio?

— Non stiamo lasciando il Rifugio, Najla. Il Rifugio viene con noi. Ovunque si trovi la comunità, lì sarà il Rifugio. Ti piacerà il luogo in cui stabiliremo il Rifugio. E più sicuro per la nostra gente.

Ricky sollevò gli occhi per guardare sua madre. Gli occhi di Richard nel volto di Richard. — Quando sarà pronta la stazione orbitale per noi?

— Fra cinque anni. Dobbiamo progettarla, costruirla, pagarla. Cinque anni sarebbero stati il periodo più breve mai utilizzato per la costruzione di una stazione orbitale, pur considerando il fatto che loro avevano acquistato una struttura già esistente da un governo dell’Estremo Oriente che a quel punto se ne sarebbe dovuta costruire un’altra.

Ricky domandò: — E non torneremo mai più sulla Terra?

— Certo che tornerai sulla Terra — rispose Jennifer. — Per affari, quando sarai grande. Gran parte dei nostri affari si svolgerà ancora qui, con i pochi Dormienti che non sono né mendicanti né parassiti. Provvederemo però a gran parte del commercio dalla stazione orbitale, e troveremo il modo per utilizzare la modificazione genetica per formare la società più forte mai conosciuta.

Najla chiese dubbiosa: — È legale?

Jennifer si alzò, e le pieghe della sua abbaya le ricaddero attorno ai sandali. Si alzarono anche i due bambini, Najla ancora con la sua espressione dubbiosa, Ricky preoccupato. — Sarà legale — disse Jennifer. — Lo renderemo legale per voi e per tutti i bambini che verranno. Legale, solido e sicuro.

— Madre… — disse Ricky e si fermò.

— Sì, Ricky?

Lui la guardò, e un’ombra passò sul suo piccolo volto. Qualsiasi cosa avesse avuto intenzione di dire, decise di tenerla per se stesso. Jennifer si chinò e lo baciò, baciò Najla e si voltò per incamminarsi verso casa. Avrebbe parlato di nuovo con i bambini, in seguito, spiegando loro a piccole dosi che potessero assimilare, rendendo tutto chiaro. Dopo. In quel momento c’erano moltissime altre cose da fare. Progettare. Mantenere il controllo.

16

Susan Melling e Leisha Camden erano sedute sulle sedie a sdraio sul tetto della casa di Susan nel deserto del Nuovo Messico e osservavano Stella e Jordan passeggiare verso un immenso pioppo nero in prossimità del ruscello. Sopra le loro teste, il triangolo estivo formato da Vega, Altair e Deneb scintillava debolmente accanto a una sfolgorante luna piena, Sull’orizzonte occidentale l’ultimo tocco di rosso sbiadiva da nuvole basse. Lunghe tenebre si muovevano sul deserto in direzione delle montagne, i cui picchi rilucevano ancora per un sole invisibile. Susan rabbrividì.

— Vado a prenderti una giacca — disse Leisha.

— No, sto bene così — rispose Susan.

— Chiudi il becco.

Leisha scese la scala dal tetto e trovò la giacca nello studio stipato di Susan, quindi si fermò un istante in salotto. Tutti i crani lucidi erano spariti. Risalì la scala e appoggiò la giacca sulle spalle di Susan.

— Guardali — disse Susan, con piacere. Appena davanti alla profonda oscurità del pioppo nero, la sagoma che rappresentava Jordan si era fusa con l’ombra di Stella. Leisha sorrise: la vista di Susan, quanto meno, era ancora acuta.

Le due donne restarono sedute in silenzio. Alla fine, Susan disse: — Kevin ha chiamato di nuovo.

— No — commentò semplicemente Leisha.

L’anziana donna spostò il suo leggero, doloroso peso sulla sdraio. — Non credi nel perdono, Leisha?

— Sì. Ci credo. Ma Kevin non sa di avere fatto qualcosa che lo richieda.

— Suppongo che non sappia nemmeno che Richard è qui con te.

— Non so che cosa sappia — disse Leisha con indifferenza. — E chi potrebbe saperlo?

— Come tu, per esempio, non potevi sapere che Jennifer Sharifi era innocente dell’omicidio. Non perdonerai te stessa più di quanto tu non sia disposta a perdonare Kevin.

Leisha voltò la testa. Il chiaro di luna le scorreva sulle guance come uno scalpello. Dal pioppo nero provenivano risa sommesse. Leisha disse all’improvviso: — Vorrei tanto che Alice fosse qui.

Susan sorrise. Il sorriso era tirato: gli antidolorifici che prendeva dovevano essere nuovamente aumentati.

— Forse si presenterà di nuovo, se avrai davvero tanto bisogno di lei.

— Non è divertente.

— Non credi che sia successo, vero, Leisha? Non credi che Alice abbia avuto una percezione paranormale su di te.

— Credo che lei ci creda — disse Leisha misurando le parole. Tutto era diverso, ormai, fra lei e Alice, e quella diversità era troppo preziosa per metterla a rischio. Alice era l’unica cosa che Leisha aveva ottenuto in cambio per quell’anno di perdite dalla portata cataclismica. Alice e Susan, e Susan stava morendo.

Comunque era sempre stata in grado di essere onesta con Susan. — Sai che io non credo nel paranormale. È già abbastanza difficile capire il normale.

— E il paranormale disturba moltissimo la tua visione del mondo, vero? — Dopo un minuto, Susan aggiunse con un tono di voce più dolce: — Hai paura che Alice disapproverà la relazione di Jordan e Stella? Una Insonne con un Dormiente?

— Dio mio, no. So che approverà. — Scoppiò improvvisamente in una dura risata. — Alice potrebbe essere una delle dodici persone al mondo che non lo farà.

Susan disse, come se fosse importante: — Hai ricevuto chiamate anche da Stewart Sutter, Kate Addams, Miyuki Yagai e il tuo segretario, come-si-chiama. Ho detto a tutti che avresti richiamato.

— Non lo farò — disse Leisha.

— Sono più di dodici — proseguì Susan. Leisha non rispose.

Sotto di loro, Richard emerse dal portone principale e si incamminò verso la mesa distante. Si muoveva lentamente, afflosciato, come se per lui la direzione non fosse importante. Leisha pensò che, probabilmente, non lo era. Pochissime cose lo erano. Anche il fatto che si trovasse lì era dovuto soltanto a Jordan che non aveva esitato, aveva semplicemente caricato Richard in auto e ce lo aveva portato. Jordan ormai esitava solo raramente. Agiva. Un istante dopo, l’immensa figura di Joey, che amava passeggiare ovunque, si mise a trotterellare allegramente dietro Richard.

Susan disse: — Pensi che il processo Sharifi abbia concluso ogni possibilità di reale integrazione. Dormienti e Insonni, Noi-Dormiamo ed economia principale, possidenti e nullatenenti.

— Sì.

— Non c’è mai un’ultima possibilità per qualcosa, Leisha.

— Davvero? E allora come mai tu stai morendo? — Dopo un istante, Leisha aggiunse: — Mi dispiace.

— Non puoi restare nascosta qui per sempre, Leisha, solo perché sei rimasta delusa dalla legge.

— Non mi sto nascondendo.

— Come lo chiami, allora?

— Sto vivendo — disse Leisha. — Semplicemente vivendo.

— Col cavolo. Non in questo modo, non tu. Non discutere con me, io ho le intuizioni dei quasi-eterni.

A dispetto di se stessa, Leisha si mise a ridere. La risata fu dolorosa.

Susan disse: — È maledettamente vero che è buffo. Allora chiama Stewart, Kate, Miyuki e il tuo segretario.

— No.

Richard scomparve nell’oscurità, seguito da Joey. Jordan e Stella, mano nella mano, cominciarono a riavvicinarsi a casa. Susan disse, con apparente innocenza: — Io vorrei tanto che Alice fosse qui.

Leisha annuì.

— Già — disse Susan candidamente. — Sarebbe bello riunire qui la tua intera comunità.

Leisha la guardò, ma Susan era assorta nello studiare il chiaro di luna sul deserto, mentre sotto di loro qualche piccolo animale sgattaiolava invisibile, e sopra le loro teste le stelle venivano fuori una per una, una per una.

LIBRO III: SOGNATORI

2075

I dogmi del quieto passato sono inadeguati per il tempestoso presente. La contingenza è accresciuta dalle difficoltà e noi dobbiamo sollevarci con essa. Essendo nuovo il nostro caso, dobbiamo pensare in modo nuovo e agire in modo nuovo. Dobbiamo essere disincantati.

ABRAMO LINCOLN, Messaggio al Congresso 1 dicembre 1862

17

La mattina del suo sessantasettesimo compleanno, Leisha Camden stava seduta sul bordo di una poltrona nella sua tenuta del Nuovo Messico a rimirarsi i piedi.

Erano stretti e dall’inarcatura pronunciata, la pelle fresca e sana fino alla punta delle dita, che erano forti e diritte. Le unghie dei piedi, dal taglio netto, brillavano leggermente di rosa. Susan Melling avrebbe approvato. Susan aveva sempre tenuto in gran conto i piedi: la loro forza, la condizione delle loro ossa e delle vene, la loro generale utilità come barometro dell’invecchiamento. O del non invecchiamento.

Scoppiò a ridere. Piedi. Ricordare Susan, morta da ventitré anni, in termini di piedi. E nemmeno per i piedi di Susan, che sarebbe stata cosa logica, ma per i propri, quelli di Leisha, che risultava ridicolo. In memoriam bipedalis.

Quando aveva cominciato a trovare buffe cose come i piedi? Certamente non quando era giovane, a venti, trenta o cinquant’anni. Tutto era stato molto serio allora, di conseguenze tali da sconvolgere la terra. Non soltanto le cose che avrebbero potuto effettivamente scuotere la terra, ma tutto. Doveva essere stata davvero pesante. Forse i giovani non avevano alcuna possibilità di essere seri senza essere pesanti. Mancava loro l’importantissima dimensione della fisica: il momento torcente. Troppo tempo davanti, troppo poco alle spalle, come un uomo che tentasse di portare orizzontalmente una scala tenendola a un’estremità. Nemmeno un’onorevole passione poteva fornire un buon equilibrio. Mentre ci si muoveva faticosamente a scatti, solo per mantenere il proprio equilibrio, come si sarebbero potute trovare divertenti le cose?

— Per cosa stai ridendo? — chiese Stella, entrando nell’ufficio di Leisha dopo una singola perentoria bussata. — Quel giornalista ti sta aspettando nella sala riunioni.

— Di già?

— È in anticipo. — Stella tirò su col naso; non aveva voluto che Leisha parlasse con alcun giornalista, "Che facciano pure il loro tricentenario senza di noi" aveva detto. "Che cosa c’entriamo noi? Adesso?" Leisha non aveva avuto una risposta, ma aveva accettato di incontrare comunque il giornalista. Stella sapeva essere così poco curiosa. Ma, in fondo, Stella aveva soltanto cinquantadue anni ed era difficile che trovasse divertente qualcosa.

— Annunciagli che sto arrivando — disse Leisha — ma non prima di avere fatto visita ad Alice. Dagli un po’ di caffè o di quello che ti pare. Fagli suonare dai bambini l’assolo di flauto: dovrebbe entusiasmarlo. — Seth ed Eric avevano appena imparato a costruire flauti con le ossa degli animali che recuperavano nel deserto. Stella tirò su col naso ancora una volta e uscì.

Alice si era appena svegliata. Stava seduta sul bordo del letto, mentre l’infermiera le faceva passare la camicia da notte da sopra la testa. Leisha si ritirò subito nel corridoio: Alice odiava che la sorella vedesse il suo corpo nudo. Non rientrò nella stanza finché non udì l’infermiera dire: — Ecco fatto, signora Watrous.

Alice indossava pantaloni di cotone larghi e un top bianco abbastanza ampio da permetterle di infilarlo con il solo braccio destro: il sinistro era inutilizzabile da quando era stata colpita dalla paralisi. I suoi riccioli bianchi erano stati pettinati. L’infermiera stava inginocchiata a terra, infilando i piedi della paziente in soffici pantofole.

— Leisha — esclamò Alice, mostrando piacere. — Buon compleanno.

— Volevo dirtelo prima io!

— Peccato — fece Alice. — Sessantasette anni.

— Già — commentò Leisha,, e le due donne si fissarono a vicenda, Leisha con la schiena diritta in pantaloncini bianchi e reggiseno, Alice che si sosteneva con una mano venata alla spalliera del letto.

— Buon compleanno, Alice.

— Leisha! — Era di nuovo Stella, con il suo atteggiamento da top-manager. — Hai una conferenza telefonica alle nove, quindi se devi parlare con quel giornalista…

Dall’angolo destro della bocca, tanto piano che Stella non la potesse sentire, Alice sussurrò: — Povero il mio Jordan…

Leisha mormorò di rimando: — Sai che a lui piace? - e si recò nella sala riunioni per incontrare il giornalista.

Lui la sorprese, dimostrando di essere approssimativamente un sedicenne, un ragazzetto dinoccolato con gomiti esageratamente appuntiti e una brutta pelle, vestito in quella che doveva essere l’ultima moda degli adolescenti: pantaloni corti a palloncino e una maglietta plastificata e decorata con piccoli pendenti in plastica a forma di scooter bianchi, rossi e blu. Stava appollaiato nervosamente su una sedia mentre Eric e Seth gli danzavano attorno suonando il flauto, malamente. Leisha mandò via i nipotini dalla stanza. Seth si allontanò allegramente, Eric corrugò la fronte e sbatté la porta. Nell’improvviso silenzio, Leisha si sedette dirimpetto al ragazzo.

— Che testata ha detto di rappresentare, signor… Cavanaugh?

— La rete della mia scuola — spifferò lui. — Solo che non l’ho detto alla signora con cui ho preso l’appuntamento.

— Ovviamente no — confermò Leisha. Che cos’erano i suoi piedi al confronto? Questo sì che era divertente. La prima intervista che concedeva in dieci anni e saltava fuori che si trattava di un ragazzo per il giornalino della scuola. A Susan sarebbe piaciuto moltissimo.

— Benissimo, allora, cominciamo — disse lei. Sapeva che il ragazzo non aveva mai parlato con un Insonne prima di allora. Ce l’aveva scritto dappertutto: la curiosità, il disagio, il giudicare furtivo. Nessuna invidia, però, in nessuna delle sue forme virulente. Quella era la cosa eccezionale: la sua assenza in quel ragazzino così poco eccezionale.

Era più organizzato di quanto non sembrasse. — Mia madre dice che era diverso da come è adesso. Dice che i Muli e perfino i Vivi odiavano gli Insonni. Come mai?

— Come mai lei non lo fa?

La domanda sembrò sorprenderlo profondamente. Corrugò la fronte e poi le lanciò un’occhiata di celato imbarazzo che disse a Leisha, ben più chiaramente delle parole, quanto lui fosse decoroso. — Be’, non vorrei proprio offenderla ma… perché io dovrei odiarla? Voglio dire, i Muli sono quelli che… gli Insonni sono in realtà solo una specie di Super-Muli, no?… che devono fare tutto il lavoro, A noi Vivi spetta di goderci i risultati, Vivere. Sa — disse in uno slancio di ingenua confidenza — non riesco proprio a capire perché i Muli non lo comprendono e odiano noi.

— Plus ga change, plus c’est la même chose.

— Che significa?

— Nulla, signor Cavanaugh. Ci sono Muli nella sua scuola?

— Nooo. Hanno scuole loro. — Guardò Leisha come se lei fosse stata tenuta a saperlo, e, ovviamente, lei lo sapeva. Gli Stati Uniti erano ormai una società a tre strati: i nullatenenti, che tramite il misterioso ed edonistico narcotico della Filosofia del Vivere Vero erano divenuti i beneficiari del dono dell’ozio. I Vivi, l’ottanta per cento della popolazione, che si erano liberati dell’etica del lavoro per sostituirla con una godereccia versione popolare dell’antica etica aristocratica: i fortunati non devono lavorare. Sopra di loro, oppure sotto, c’erano i Muli, Dormienti migliorati geneticamente che gestivano la macchina politica ed economica, come dettato dai, e in cambio dei, voti signorili della nuova classe oziosa. I Muli tiravano avanti: i loro robot lavoravano. Alla fine c’erano gli Insonni, quasi tutti invisibili all’interno del Rifugio, che venivano trascurati dai Vivi, se non dai Muli. L’intera organizzazione a trifoglio, Es, Io e Super Io, come qualcuno l’aveva sardonicamente etichettata, veniva assicurata dall’economica, onnipresente energia-Y che alimentava le fabbriche automatizzate rendendo possibile l’esistenza di una prodiga assistenza sociale che barattava pane e giochi del circo con voti. Tutta quella situazione, pensò Leisha, era tipicamente americana, essendo riuscita a combinare democrazia con materialismo, mediocrità con entusiasmo, potere con l’illusione del controllo dal basso.

— Mi dica, signor Cavanaugh, che cosa fate lei e i suoi amici con tutto il tempo libero che avete?

— Fare? — sembrò sconcertato.

— Sì. Fare. Oggi, per esempio. Quando avrà termi nato di registrare questa intervista, che cosa farà?

— Be’, lascerò a scuola la registrazione. L’insegnante la inserirà nell’olonotiziario scolastico, immagino. Se vorrà farlo.

— È un Vivo o un Mulo?

— Un Vivo, ovviamente — rispose, con un certo di sprezzo. Leisha si accorse che la sua stima stava calando rapidamente. — Poi potrei leggere qualcosa fino al termine della scuola, a mezzogiorno: ho quasi imparato a leggere, ma non ancora bene. È abbastanza inutile, ma mia madre vuole che impari. Poi c’è la corsa di scooter a mezzogiorno, ci andrò con qualche amico…

— Chi le paga e le organizza?

— Il nostro deputato alla camera bassa locale, ovviamente. Cathy Miller. Lei è un Mulo.

— Ovviamente.

— Poi qualche amico darà una fantastica narcofesta, il nostro uomo al congresso ha fatto circolare della roba nuova dal Colorado o da un altro posto del genere, poi c’è l’olovideo a realtà virtuale che voglio fare…

— Come si chiama?

— Tamarra dei Mari di Marte. Lei non andrà a vederlo? È una gallata.

— Forse lo farò — rispose Leisha. Piedi, giornalisti, Tamarra dei Mari di Marte. Moira, la figlia di Alice, era emigrata su una colonia marziana. — Lei sa che in realtà non ci sono mari su Marte, vero?

— Davvero? — fece lui, del tutto privo di interesse. — Poi andrò a giocare a palla con qualche amico, e poi io e la mia ragazza andremo a farci una scopata. Dopo, se ci sarà tempo, potrei raggiungere i miei genitori nella casetta di mia madre perché terranno un ballo. Se non ci sarà tempo… signorina Camden? C’è qualcosa di divertente?

— No — disse Leisha soffocando una risatina. — Mi dispiace. Nessun aristocratico del Diciottesimo secolo avrebbe potuto avere un carnet sociale più pieno.

— Già, be’, io sono un Vivo gallo — disse il ragazzino modestamente. — Ma dovrei essere io a fare domande a lei. Allora, c’è… no, aspetti… che cos’è questa… Fondazione che lei dirige? Che cosa fa?

— Chiede ai mendicanti perché sono mendicanti e fornisce fondi per quelli che vogliono essere qualcosa d’altro.

Il ragazzo sembrò sconcertato.

— Se, per esempio, lei volesse diventare un Mulo — spiegò Leisha — la Fondazione Susan Melling potrebbe aiutarla a iscriversi a scuola, finanziare potenziamenti genetici per lei, qualsiasi cosa fosse necessaria.

— Perché mai dovrei volere una cosa simile?

— Già, perché? — ribalté Leisha. — Ma alcune persone lo vogliono.

— Nessuno di mia conoscenza — rispose deciso il ragazzo. — Mi sembra una cosa un po’ bacata. Un’altra domanda. Perché lei lo fa? Gestire questa specie di fondazione?

— Perché ciò che i forti devono ai mendicanti è chiedere a ognuno di loro perché è un mendicante, e agire di conseguenza — rispose Leisha misurando le parole. — Perché la comunità è il presupposto, non il risultato, e soltanto attribuendo all’improduttività la stessa individualità dell’eccellenza, e agendo di conseguenza, si colma l’obbligo nei confronti dei mendicanti di Spagna.

Si accorse che il ragazzino non aveva capito una singola parola. Né le chiese spiegazioni. Si alzò in piedi, recuperò il registratore con ovvio sollievo. Il lavoro giornaliero era terminato. Le porse la mano. — Be’, immagino che sia tutto. L’insegnante ha detto che quattro domande erano abbastanza. Grazie, signorina Camden.

Lei gli strinse la mano. Un ragazzino così cortese, così privo di odio e invidia, così soddisfatto. Così stupido. — Grazie, signor Cavanaugh. Per avere risposto alle mie domande. Risponderebbe ancora a una?

— Certo.

— Se il suo insegnante inserirà questa intervista nel notiziario scolastico, qualcuno la guarderà? — Lui distolse lo sguardo: Leisha si accorse che non aveva intenzione di metterla in imbarazzo con la risposta. Che ragazzino cortese. — Lei guarda mai i notiziari, signor Cavanaugh?

Ora lui incrociò il suo sguardo, con un’espressione sbalordita sul giovane volto. — Certamente! Tutta la mia famiglia lo fa! Come farebbero altrimenti la mamma e il papà a sapere quali Muli ci daranno di più per il nostro voto?

— Oh — disse Leisha. — La Costituzione Americana all’opera.

— E l’anno prossimo è l’anno del tricentenario — aggiunse con orgoglio il ragazzo: i Vivi erano tutti patrioti. — Be’, grazie ancora.

— Grazie a lei — rispose Leisha. Stella sulla porta, con espressione severa, accompagnò il ragazzo all’uscita.

— La tua comunicazione telefonica è fra due minuti, Leisha, e adesso c’è…

— Stella, quante domande ha esaminato questo trimestre la Fondazione?

— Centosedici — rispose Stella con precisione. Teneva lei la documentazione della Fondazione, inclusa la contabilità.

— Di che percentuale siamo scesi rispetto allo scorso trimestre?

— Sei per cento.

— E dall’anno scorso?

— Otto per cento. Lo sai. — Leisha lo sapeva: Stella avrebbe avuto molto più da fare se la Fondazione avesse funzionato al ritmo impetuoso dei primi anni. Non avrebbe cercato di far sì che gli impegni materni e di segretariato riempissero il suo cervello di prima categoria, pesando su tutti gli altri nell’agire così. Stella doveva avere immaginato quello che Leisha stava pensando. Disse improvvisamente: — Potresti tornare a occuparti di legge. Oppure scrivere un altro libro. Oppure fondare una nuova azienda, semmai intendessi prendere in considerazione l’idea di competere con i Muli su quello che sai fare anche meglio di loro.

— Il Rifugio compete — rispose dolcemente Leisha. — Il nuovo ordinamento economico non è basato comunque sulla competizione, è basato sulla qualità della vita: me l’ha appena detto quel giovanotto. Non mi tormentare, Stella, è il mio compleanno. Che cos’è tutto quel fracasso là fuori?

— È quello che stavo cercando di raccontarti. C’è un bambino, appena fuori dal cancello, che sta gridando a squarciagola che vuole vedere te e nessun altro se non te.

— Un bambino Insonne? — chiese Leisha, mentre il sangue prendeva a scorrerle più velocemente. Succedeva ancora qualche volta: una modificazione genetica illegale, un bambino confuso che apprendeva lentamente nel corso degli anni di essere differente, che le corse degli scooter, gli olovideo e le narcofeste non erano sufficienti per lui come invece lo erano per i suoi amici. L’occasione, quindi, di scoprire della Fondazione Susan Melling, generalmente da un Mulo gentile, e il viaggio terrorizzante e determinato in cerca del proprio genere, ancora prima di sapere che cosa significasse appartenere al proprio genere. Accogliere quegli Insonni, bambini, ragazzi e a volte perfino adulti all’interno della Fondazione, aiutarli a diventare ciò che realmente erano, era stato il più dolce godimento di Leisha durante i venticinque anni passati nell’isolato deserto.

Stella, però, disse: — No. Non è un Insonne. Ha più o meno dieci anni: è un bambino lurido che strilla a squarciagola che deve vedere te e nessun altro. Ho mandato fuori Eric per dirgli che ricevi domani, ma quello gli ha dato un pugno in un occhio e ha detto che non poteva aspettare.

— Eric lo ha messo a terra? — chiese Leisha. Il figlio dodicenne di Stella aveva i geni della forza modificati. Prendeva lezioni di karate. Inoltre, aveva un temperamento che nessun Insonne avrebbe dovuto avere.

— No — rispose Stella, con orgoglio. — Eric sta crescendo. Ha imparato a non colpire a meno che non ci sia una chiara necessità fisica di difendersi.

Leisha ne dubitava. Eric Bevington-Watrous la preoccupava. Tutto quello che disse, però, fu: — Fai entrare il ragazzino. Gli parlerò subito.

— Leisha! Tokio è in linea proprio adesso!

— Di’ che richiamerò. Assecondami, Stella: è il mio compleanno. Sono vecchia.

— Alice è vecchia — rettificò Stella, mutando improvvisamente umore. Un istante dopo aggiunse: — Mi dispiace.

— Fai entrare il ragazzino. Quanto meno smetterà di strillare. Come hai detto che si chiama?

— Drew Arlen — rispose Stella.

In orbita sopra l’Oceano Pacifico, il Consiglio del Rifugio scoppiò in un applauso spontaneo.

Quattordici uomini e donne stavano seduti attorno al lucido tavolo in metallo dalla sagoma di una doppia elica stilizzata, sistemato nella cupola del Consiglio. Una finestra in plastivetro a circa un metro dal pavimento correva tutto attorno alla cupola, occasionalmente incrociata da strutture di sostegno in metallo. La cupola stessa era posta il più vicino possibile a una estremità della stazione orbitale cilindrica, cosicché la vista dalla sala delle conferenze, che occupava quasi la metà della cupola del Consiglio, risultasse gradevolmente variata. A "nord" si estendevano i campi agricoli, punteggiati di cupole che si curvavano dolcemente verso l’alto fino a perdersi nel cielo pallido. A "sud" c’era lo spazio, inflessibile nello strato relativamente sottile di aria che si trovava fra la cupola del Consiglio e l’estremità in plastivetro del cilindro orbitante. A nord si godeva di un caldo e soleggiato "giorno", visto che la luce del sole fluiva nella stazione orbitale attraverso le lunghe sezioni di finestre non oscurate; a sud regnava l’infinita notte, piena alternativamente di stelle o di una terra enorme in modo oppressivo. La curvatura irregolare del tavolo da conferenza e le sedie inchiodate al pavimento facevano sì che sei membri del Consiglio guardassero le stelle e otto guardassero il sole.

Jennifer Sharifi, capo permanente del Consiglio, era rivolta sempre a nord, verso il sole.

Disse, con il godimento che le faceva scintillare gli occhi scuri: — Tutte le scansioni cerebrali, le analisi dei fluidi, i risultati della cartografia spinale e, ovviamente, le analisi del DNA non indicano altro se non successo. Bisogna congratularsi caldamente con i dottori Toliveri e Clemens. Così come, ovviamente, con Ricky ed Hermione. — Sorrise calorosamente al figlio e alla nuora. Ricky ricambiò il sorriso, Hermione abbassò la testa e uno spasmo attraversò il suo volto bello in modo stravagante. Circa la metà delle famiglie del Rifugio non alteravano più i geni, accontentandosi dei benefici intellettuali e psicologici dovuti all’insonnia e volendo conservare la somiglianza familiare. Hermione, dagli arti affusolati e gli occhi viola, apparteneva all’altra metà.

Il consigliere Victor Lin chiese con trepidazione: — Non possiamo vedere il bambino? È ovvio che l’ambiente debba essere sufficientemente sterile. — Svariate persone si misero a ridere.

— Sì, per favore — disse la consigliera Lucy Ames e arrossi. Aveva solo ventun anni, era nata sulla stazione orbitale ed era ancora un po’ schiacciata dal fatto che il suo nome fosse stato estratto nella lotteria cittadina come membro a termine del Consiglio. Jennifer le sorrise.

— Certo, ovviamente. Tutti possiamo vedere il bambino. Vi debbo ripetere, però, ciò che vi è già stato detto prima: questo turno di alterazione genetica è andato ben al di là di qualsiasi cosa chiunque di noi possa pregiarsi di avere. Se vogliamo mantenere il nostro vantaggio sui Dormienti della Terra dobbiamo esplorare ogni via di superiorità che ci si apra davanti. Esistono, a volte, alcuni prezzi da pagare, inevitabili e di minore importanza, mentre ci muoviamo in avanti.

Quel discorso fece tornare tutti seri. Gli otto consiglieri a termine, quelli che non appartenevano alla famiglia Sharifi che controllava finanziariamente il cinquantuno per cento del Rifugio, e di conseguenza il cinquantuno per cento di voti nel Consiglio, si guardarono a vicenda. I sei consiglieri permanenti, Jennifer, Ricky, Hermione, Najla, il marito di Najla, Lars Johnson e il marito di Jennifer, Will Sandaleros, continuarono a sorridere con grande determinazione. Eccetto Hermione.

— Porta dentro il bambino — le disse Jennifer. Hermione uscì. Ricky allungò una mano in modo incerto verso la moglie mentre quella passava, ma non la toccò. Ritirò la mano e prese a fissare fuori dalla finestra della cupola. Nessuno parlò finché Hermione non fu ritornata con un fagottino.

— Questa — disse Jennifer — è Miranda Serena Sharifi. Il nostro futuro.

Hermione appoggiò la neonata sul tavolo delle conferenze e aprì la copertina gialla. Miranda aveva dieci settimane. Aveva la pelle pallida, del tutto priva di rosa, e i capelli erano uno spesso groviglio nero. Guardò attorno al tavolo delle conferenze con occhi brillanti, scurissimi. Quegli occhi sporgevano dalle orbite e dardeggiavano continuamente, incapaci di rimanere fermi. Il corpo forte ma piccino si contraeva incessantemente. I piccoli pugni si aprivano e chiudevano tanto velocemente che risultava difficile contarne le dita. La bambina irradiava una vitalità maniacale, una tensione nervosa talmente intensa che sembrava quasi che il suo sguardo potesse perforare a zig-zag la parete della cupola.

La giovane consigliere Ames si portò un pugno alla bocca.

— A prima vista — disse Jennifer con la sua tipica voce composta — si potrebbe pensare che i sintomi della nostra Miranda assomiglino a quelli di certe malattie del sistema nervoso di cui sono vittime i mendicanti non alterati, oppure ai sintomi da assunzione di para-anfetamine. Tuttavia, ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso. Il cervello di Miri agisce a una velocità tre, quattro volte superiore rispetto ai nostri, con capacità mnemoniche magnificamente potenziate e una concentrazione altrettanto amplificata. Non esistono danni al controllo neurale, anche se esiste qualche difetto di secondaria importanza nel controllo motorio, come effetto collaterale. Le modificazioni genetiche di Miri includono un alto grado di intelligenza ma ciò che farà il suo sistema nervoso alterato sarà darle modi di usare quell’intelligenza che noi non siamo in grado di prevedere. Questa modificazione genetica è il modo migliore per superare il famoso fenomeno della regressione intellettuale verso il basso, per cui genitori superiori hanno figli di intelligenza soltanto normale, che forniscono una piattaforma più bassa da cui poter lanciare nuove modificazioni genetiche.

Poche persone attorno al tavolo annuirono a quella lezione: poche altre, memori delle minori realizzazioni di Najla e Ricky in confronto a quelle della stessa Jennifer, guardarono il tavolo. La consigliera Ames continuò a fissare la bambina che si contraeva, con gli occhi sbarrati e la mano ancora sulla bocca.

— Miranda è la prima — proseguì Jennifer. — Ma non l’ultima. Noi al Rifugio costituiamo le menti migliori degli Stati Uniti. È nostro obbligo mantenere un tale vantaggio. Per il bene di noi tutti.

Il consigliere Lin disse pacatamente: — I nostri soliti bambini Insonni modificati geneticamente lo stanno già facendo.

— Sì — replicò Jennifer, con un sorriso smagliante. — Ma, in qualsiasi momento, i mendicanti della Terra potrebbero decidere di invertire la loro miope condotta politica e di ricominciare a farlo anche loro. Abbiamo bisogno di qualcosa di più. Abbiamo bisogno di tutto ciò che possiamo creare per noi stessi con la tecnologia genetica che noi osiamo utilizzare fino in fondo, mentre loro no.

Will Sandaleros le appoggiò delicatamente una mano sul braccio.

Per un istante, un sentimento di furia sfolgorò negli occhi di Jennifer. Quindi sparì, e lei sorrise a Will, che la guardò teneramente. Jennifer scoppiò a ridere. — Stavo nuovamente facendo un’arringa? Mi dispiace. So che tutti comprendete la filosofia del Rifugio esattamente come me.

Poche persone sorrisero; alcune si mossero impercettibilmente, a disagio, attorno alla tavola lucida. La consigliera Ames continuò a fissare, a occhi sbarrati, la bambina in preda alle convulsioni. Hermione colse lo sguardo inorridito della donna: riavvolse immediatamente Miranda nella coperta. La sottile stoffa gialla fremette e si contrasse. Lungo l’orlo erano state ricamate farfalle bianche e stelle blu.

Drew Arlen stava davanti a Leisha Camden con le gambe divaricate, in atteggiamento deciso. Leisha pensò di non avere mai visto un contrasto come quello fra il ragazzino che aveva di fronte e il giornalista che era appena uscito e di cui aveva già dimenticato il nome.

Drew era il bambino di dieci anni più sudicio che lei avesse conosciuto. Il fango gli imbrattava i capelli marrone e macchiava i resti della sua camicia di plastica, dei pantaloni e delle scarpe malconce fornite dall’assistenza sociale. A un profondo graffio che aveva sul braccio sinistro nudo era attaccata talmente tanta terra che Leisha ritenne che dovesse essere sicuramente infetto: la pelle appariva rossa e irritata attorno alle ossa dei gomiti che assomigliavano a scalpelli. Gli era stato staccato un dente dal volto che risultava eccezionale soltanto a causa degli occhi verdi, proprio come quelli di Leisha, e di una specie di ostinata bramosia, come se Drew fosse preparato a combattere per qualcosa con ogni fibra del suo essere sporco, ossuto, chiaramente non da Mulo.

— Io sono Drew Arlen, io — disse. Sarebbe potuta essere una fanfara.

— Leisha Camden — si presentò con espressione grave Leisha. — Hai insistito per vedermi.

— Voglio stare nel tuo Fontanile.

— Fondazione. Dove hai sentito parlare della mia Fondazione?

Drew agitò una mano come per congedare l’argomento privo di interesse. — Da qualcuno. Dopo che me lo ha detto, ho fatto un bel po’ di strada per venire qui, io. Dalla Louisiana.

— A piedi? Per tuo conto?

— Ho preso passaggi quando ho potuto — disse il bambino, di nuovo come se non fosse una cosa di cui valesse la pena parlare. Ci ho messo un sacco di tempo. Ma adesso sono qui, io, e sono pronto per farti cominciare.

Leisha disse al robot-cameriera: — Porta dei sandwich dal frigorifero. E del latte. — Il robot scivolò via senza emettere rumore. Drew lo fissò con una totale concentrazione finché quello non ebbe lasciato la stanza. Si rivolse poi a Leisha. — È del tipo che ci puoi lottare contro? Per allenare i muscoli. Io l’ho visto ai notiziari, io.

— No. È soltanto un robot base porta e registra. Allora, per che cosa sei pronto, Drew?

Lui disse in tono impaziente: — Per cominciare. Nel tuo Fontanile. Mi devi far diventare qualcuno.

— E questo che cosa significa esattamente per te?

— Tu lo devi sapere, sei tu la signora del Fontanile! Ripulirmi a me, educarmi e farmi essere qualcuno!

— Vuoi diventare un Mulo?

Il ragazzino corrugò la fronte. — No, ma devo cominciare da lì, io, vero? Poi, andare avanti.

Il robot rientrò. Drew guardò languidamente il cibo: Leisha gli fece un cenno, e lui ci si avventò sopra come un sudicio cagnolino, sbranando i panini con i denti della parte sinistra della bocca, e contraendosi per il dolore ogniqualvolta il buco sanguinante sulla destra entrava in contatto con pane o carne. Leisha lo stette a guardare.

— Quando è stata l’ultima volta che hai mangiato?

— Ieri mattina: ’sta roba è buona.

— I tuoi genitori sanno dove sei?

Drew recuperò una briciola dal pavimento e la mangiò, — A mia mamma non gliene frega. È sempre alle narcofeste, lei, adesso. Mio papà è morto. — Disse quell’ultima cosa con durezza, fissando Leisha dritta in faccia con i suoi occhi verdi, come se lei dovesse già essere al corrente della morte di suo padre. Leisha prese il terminale dalla parete.

— Non serve a niente chiamarli — disse Drew — Noi non abbiamo terminali, noi.

— Non sto chiamando loro, Drew. Voglio scoprire qualcosa su di te. Dove abitavi, in Louisiana?

— Montronce Point.

— Bioricerca personale, su tutte le banche dati principali — disse Leisha. — Drew, qual è il tuo numero di assistenza sociale?

— 842-06-3421-889.

Montronce era un piccolo paese sul delta, nessuna economia da Muli di cui valesse la pena parlare. Millenovecentoventidue abitanti, scuola con il sedici per cento di frequenza per gli studenti e il sessantadue per cento per gli insegnanti volontari che mantenevano aperto l’edificio cinquantotto giorni all’anno. Drew faceva parte del sedici per cento, occasionalmente. Non esisteva una sua cartella clinica, ma quelle dei suoi genitori e di due sorelle maggiori erano in archivio. Leisha rimase a sentire tutto quanto e si fece molto silenziosa.

Quando il terminale ebbe finito, lei disse: — I tuoi voti, anche per quella che passa per essere una scuola a Montronce, non erano eccezionali.

— No — confermò il ragazzetto. I suoi occhi non abbandonarono mai il volto di lei.

— Non sembri avere insolite capacità in atletica, in musica o in qualche altra cosa.

— No, io no.

— E non vuoi realmente essere istruito per un lavoro da Mulo.

— Quello può andare — disse lui in modo aggressivo. — Posso farlo.

— Ma non lo desideri realmente. La Fondazione Susan Melling esiste per aiutare le persone a diventare quello che realmente vogliono diventare. Che cosa vorresti che contemplasse il tuo futuro? — Sembrava una domanda assurda da porre a un bambino di dieci anni, in particolar modo a quello. Più povero perfino della maggior parte dei Vivi. Non particolarmente dotato di talento. Sparuto. Puzzolente. Un Dormiente.

Eppure non era nemmeno un tipo ordinario: gli sfolgoranti occhi verdi fissavano Leisha con una franchezza che la maggior parte degli adulti Dormienti non era mai riuscita a raggiungere, nemmeno nella rilassata ed edonistica tolleranza del clima sociale del tricentenario. In effetti, pensò Leisha, c’era qualcosa di più della franchezza negli occhi di Drew: c’era una sicurezza di ricevere aiuto da lei che la maggior parte dei candidati all’ingresso nella Fondazione non aveva quasi mai. La maggior parte di loro guardava Leisha con incertezza ("Perché lei dovrebbe aiutarmi?") oppure con sospetto ("Perché lei dovrebbe aiutarmi?") o con un ossequio nervoso che le rammentava inevitabilmente i cani adulanti. Drew la guardava come se lui e Leisha fossero partner commerciali in un affare sicuro.

— Hai sentito come ha detto il terminale che è morto mio nonno, lui?

Leisha confermò. — Era un operaio alla costruzione del Rifugio. Un montante in metallo si è liberato nello spazio e gli ha strappato la tuta.

Drew annuì. La sua voce denotava la stessa equilibrata sicurezza, era del tutto priva di angoscia. — Mio papà era un bambino, a quei tempi. L’assistenza sociale non gli dava praticamente niente, allora.

— Ricordo — disse Leisha con una smorfia; quello che aveva fornito l’assistenza sociale, gentile concessione dell’economicissima energia-Y e della coscienza sociale, non era nulla al confronto di ciò che fornivano ormai governo e Muli, gentile concessione per bisogno di voti. Pane e giochi circensi, salvati dalla barbarie romana soltanto dallo stesso dozzinale benessere. Agiati e corteggiati, i Vivi mancavano della rabbia repressa per l’arena.

Si era aspettata che Drew passasse sopra al riferimento del ricordo dell’era di suo padre: la maggior parte dei bambini considerava il passato irrilevante. Ma lui la sorprese. — Te lo ricordi, tu? Com’era? Quanti anni avevi, Leisha?

"Non sa fare di meglio che chiamarmi per nome", pensò con indulgenza Leisha, e immediatamente si accorse, per la prima volta, di quale fosse il dono di Drew. Il suo interesse per lei era così intenso, così fresco e scintillava talmente nei suoi occhi verdi, che lei era disposta a essere indulgente. Portava addosso l’irreprensibilità come una fragranza. Cominciò a capire come avesse potuto effettuare il viaggio dalla Louisiana al Nuovo Messico restando illeso: la gente lo aiutava. In effetti, il sangue che aveva sul braccio era recente, così come il dente spezzato: era possibile che non avesse incontrato altro che aiuto finché non si era trovato davanti Eric Bevington-Watrous, di fronte alla casa di Leisha.

E aveva soltanto dieci anni.

Lei disse: — Ho sessantasette anni.

Drew sbarrò gli occhi. — Oh! non sembri proprio una vecchia, tu!

"Dovresti vedermi i piedi". Lei scoppiò a ridere, e il ragazzino sorrise. — Grazie, Drew. Ma non hai ancora risposto alla mia domanda. Che cosa vuoi dalla Fondazione?

— Mio papà è cresciuto senza il suo papà, ed è cresciuto male, lui, bevendo troppo — commentò Drew come se fosse una risposta. — Picchiava mia mamma. Picchiava le mie sorelle, Picchiava me. Ma mia mamma mi diceva che lui non diventava così, lui, se suo papà era vivo. Diventava un uomo diverso, lui, gentile e buono, e non era colpa sua.

Leisha comprese: la madre maltrattata, nemmeno trentenne, scusava l’uomo davanti ai bambini maltrattati, finendo forse per credere a sua volta alla scusa, perché anche lei aveva bisogno di una scusante, per trattenersi dall’andare via. Non era colpa sua diviene non è colpa mia. "Lei passa tutto il tempo alle narcofeste", aveva detto Drew. C’erano narcofeste e narcofeste. Non tutte rispondevano alle regole indicate dalla FDA, il Controllo Droghe e Farmaci, in quanto a leggerezza o non accumulazione di effetti collaterali.

— Non era colpa di mio papà — ripeté Drew. — Ma io penso che non era manco la mia. Così me ne sono dovuto andare fuori da Montronce.

— Già, ma… che cosa vuoi?

Gli occhi verdi mutarono. Leisha non aveva mai pensato che un bambino potesse guardare in quel modo. Odio, sì: aveva visto occhi di bambini carichi di odio, Ma quello non era odio né rabbia e nemmeno dolore infantile. Era uno sguardo completamente adulto che ormai non mostravano più nemmeno gli adulti, uno sguardo vecchio stile: gelida determinazione.

Drew rispose: — Voglio il Rifugio.

— Lo vuoi? Che cosa significa che lo vuoi? Per pareggiare i conti? Per distruggerlo? Per danneggiare le persone?

Gli occhi verdi si raddolcirono: sembravano divertiti, uno sguardo ancora più adulto, ancora più sconcertante. Leisha si alzò e quindi si risedette.

— Certo che no, sciocca — disse Drew. — Non farei male a nessuno, io. Non voglio distruggere il Rifugio.

— Allora?

— Un giorno, io, lo possederò.

L’allarme risuonò per tutta la stazione orbitale, forte e inconfondibile. I tecnici afferrarono le tute. Le madri presero in braccio i bambini che strillavano per il rumore e dettero istruzioni ai terminali, con voci che tremavano tanto da impedirne quasi l’identificazione. La Borsa del Rifugio bloccò immediatamente ogni transazione: nessuno avrebbe potuto approfittare della portata del disastro, qualunque fosse.

— Prendi un flitter — disse Jennifer a Will Sandaleros, che aveva già indossato la tuta anticontaminazioni. Lei infilò la propria e corse fuori dalla loro cupola. Quella volta poteva essere quella buona. Qualsiasi volta poteva esserlo.

Will fece alzare in volo il flitter. Mentre si avvicinavano alla zona a caduta libera, lungo l’asse centrale della stazione orbitale, il circuito di comunicazione annunciò: — Quarto pannello. È un proiettile, Wìll. Robot a trentatré secondi di distanza: equipaggio tecnico a un minuto e mezzo. Attenzione alla pressione del vuoto…

— Non riusciremo ad arrivare lì abbastanza in fretta — disse Will seccamente. Sotto quella rudezza, Jennifer udì una certa soddisfazione. A Will non piaceva che lei corresse personalmente nei luoghi danneggiati. Per tenerla lontana, tuttavia, avrebbe dovuto legarla.

Ormai lei poteva vedere il buco, uno squarcio frastagliato in un pannello agricolo. I robot erano già arrivati e stavano spruzzando il primo strato di plastica resistente sulla falla, ancorati contro la spinta verso l’esterno della preziosa aria del Rifugio tramite ventose a aspirazione a energia-Y che avrebbero potuto tenere insieme gli asteroidi. Quando un robot si doveva muovere, l’aspirazione non faceva altro che interrompersi sui piedi, alternativamente. I flitter della squadra dei tecnici atterrarono con grazia, e l’equipaggio con le tute di sicurezza si trovò fuori nel giro di pochi secondi, irradiando le colture in un ampio semicerchio con un sigillante diverso, uno che non avrebbe danneggiato nulla di organico finché non ne fosse stato analizzato il DNA alla ricerca di ciò che vi poteva essere finito.

Le armi costituivano soltanto la metà del pericolo: la metà peggiore era rappresentata dalla contaminazione. Non tutte le nazioni della Terra ponevano sanzioni alla ricerca genetica.

— Dov’è il proiettile? — chiese Jennifer nella ricetrasmittente al capo dei tecnici. La trasmittente dell’uomo era dotata solo di audio, ma lui non ebbe bisogno di domandare chi stesse parlando.

— Sezione H. L’hanno già sigillata. Ha intaccato il pannello nell’impatto ma non l’ha perforato. — Era una buona cosa: il proiettile era disponibile per l’analisi all’esterno, senza che lo dovessero portare dentro la stazione dallo spazio. — Che forma ha?

— Meteorite.

— Forse — disse Jennifer, e Will, al suo fianco, annuì. Lei era contenta che ci fosse Will. A volte c’era Ricky, quando avvenivano i danni, ed era sempre estenuante.

Will volò più lentamente per ritornare all’orbitale. Era un buon pilota ed era orgoglioso della propria abilità. Sotto di loro si estendeva il Rifugio: campi e cupole, strade e impianti di produzione energetica, pannelli-finestra costantemente puliti dai piccoli robot che non avevano altro compito. Una calda e forte luce artificiale soffondeva l’aria di un bagliore dorato. Mentre atterravano, lo speziato profumo dei fiori di soia, i nuovissimi fiori decorativi che erano anche commestibili, giunse a ondate verso Jennifer.

— Voglio che si riunisca il Consiglio per udire i rapporti di laboratorio — ordinò lei.

Will, tolto il casco, assunse dapprima un’espressione sconcertata, quindi comprese. — Li chiamerò.

Non si poteva mai riposare. Il Corano e la storia degli Stati Uniti concordavano almeno su un punto: "E coloro che raggiungeranno il loro accordo solenne e sopporteranno con coraggio la sfortuna, le difficoltà e il pericolo… questi saranno i veri fedeli al loro credo". E poi: "Il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza".

Non che al Rifugio si godesse di reale libertà.

Jennifer si presentò davanti al Consiglio. Ricky la guardò in volto e il proprio si rabbuiò. Najla fissò fuori dalla finestra. Il consigliere Lin si sporse in avanti; la consigliera Ames tenne le mani strettamente serrate sul tavolo in metallo.

— Le analisi di laboratorio sono tutte negative — annunciò Jennifer. — Questa volta. La composizione del corpo estraneo è conforme a quella delle meteoriti di classe J, anche se ovviamente questo non esclude che possa essere stata catturata e susseguentemente usata come arma. Pare non contenere microbi attivi, e le spore che vi sono state trovate sono conformi a quelle della classe J. Il materiale non presenta microbi sconosciuti geneticamente alterati o altri, che siamo stati in grado di identificare, anche se questo ovviamente non significa che non ce ne siano, nascosti da un’imitazione del DNA con innescatori genetici ad attivazione ritardata.

— Mamma — disse misurando le parole Ricky — nessuno oltre noi è in grado di effettuare un lavoro genetico di quel livello. E anche noi non lo sappiamo eseguire eccessivamente bene.

Jennifer gli rivolse un sorriso smagliante: — Nessuno di nostra conoscenza.

— Ma noi controlliamo praticamente ogni laboratorio della Terra, tramite intercettazione dati…

— Nota la parola "praticamente" — sottolineò Jennifer. — Non sappiamo effettivamente di averli tutti, no?

Ricky spostò il peso sulla sedia. Aveva trentun anni, era un uomo robusto, dai capelli folti sulla fronte bassa e occhi scuri. — Mamma, questo è il sedicesimo allarme in due anni, e nessun danno è stato riconosciuto come effetto di un attacco. Ci hanno colpito otto meteoriti con tre perforazioni. Abbiamo avuto tre malfunzionamenti temporanei, corretti quasi immediatamente, due mutazioni batteriche spontanee causate dalla radiazione spaziale su cui non possiamo fare proprio nulla e un…

— Sedici di cui siamo al corrente — ribatté Jennifer. — Puoi essere certo che in questo preciso istante non esistano microbi a DNA mimetico nell’aria che stai respirando? In quella che sta respirando la tua bambina?

La consigliera Ames disse timidamente: — Ma in assenza di prove…

— La prova politica è un concetto da mendicanti — la interruppe Jennifer. — Tu non lo sai, Lucy, perché non sei mai stata sulla Terra. Il concetto di prova scientifica è distorto, lì, usato selettivamente per portare avanti qualsiasi causa che il governo stia proponendo per avanzare pretese sui migliori. Possono "provare" qualsiasi cosa, nei tribunali, sulla stampa, nei contratti finanziari. Quanto hai pagato di tasse al fisco lo scorso anno, Lucy? Allo stato di New York? E che cos’hai ricevuto in cambio? Eppure il Presidente degli Stati Uniti ti fornirebbe la prova che hai l’obbligo di sostenere i deboli, pagando per loro, e un’ulteriore prova che, se non lo fai, il suo esercito ha il diritto di confiscare o distruggere proprio le strutture che usi per mantenere la tua vita e la vita della tua comunità.

— Ma — ribatté la consigliera Ames, sconcertata — il Rifugio paga le tasse. Non sono giuste, però le paghiamo.

Jennifer non rispose. Un istante dopo, Will Sandaleros commentò pacatamente: — Già. Le paghiamo.

Ricky Keller disse: — Il fatto è che nessuno di questi danni accidentali è stato prodotto da attacchi. Tuttavia, tu sostieni sempre che lo siano, e anche la prova del contrario risulta sospetta. Non ti pare che abbiamo portato un po’ troppo avanti questa paranoia?

Jennifer fissò il proprio figlio. Forte, leale, produttivo, un membro della comunità di cui essere fieri. Lei era fiera di lui. Lei amava lui e Najla esattamente come quando erano stati bambini, ma il suo amore aveva reso loro un cattivo servizio. Ormai lo sapeva. A causa della sua protezione, del suo fiero schermarli da quello che i mendicanti avrebbero potuto fare loro, erano diventati eccessivamente sicuri. Non capivano come andassero le cose fuori da quella enclave in cui la comunità rappresentava forza, sicurezza, sopravvivenza, e in cui forza, sicurezza e sopravvivenza consentivano a un individuo di utilizzare i propri talenti per la realizzazione della propria vita. I suoi figli non capivano l’odio efferato e furibondo che i mendicanti provavano nei confronti di quell’attitudine, perché i mendicanti non riuscivano mai a realizzare la propria vita senza depredare le vite dei migliori. Ricky e Najla lo avevano visto solo a distanza, nelle trasmissioni terrestri, trasmissioni, oltre tutto, quasi sempre contemporanee. Come animali selvatici che hanno mangiato a sazietà, i mendicanti ormai erano relativamente tranquilli con la sovvenzione dell’assistenza sociale, e con l’assenza degli Insonni davanti ai loro occhi. Sonnecchiavano al sole dell’economica energia-Y, ed era facile dimenticare quanto fossero realmente pericolosi. In special modo se, come i suoi figli, si era passata la maggior parte della propria vita al sicuro.

Jennifer non avrebbe mai dimenticato. Avrebbe ricordato per tutti loro.

Disse: — La vigilanza non è paranoia. La spinta verso l’esterno della comunità non è un’abilità a sopravvivere. Ci metterebbe tutti in pericolo.

Ricky non aggiunse altro: non avrebbe mai messo in pericolo la comunità. Nessuno di loro lo avrebbe fatto, Jennifer lo sapeva bene.

— Ho una proposta da farvi — continuò Jennifer. Will, l’unico che sapeva che cosa lei stesse per dire, si irrigidì. Attento.

— Tutte le nostre misure di sicurezza sono di tipo difensivo. Nemmeno di ritorsione, soltanto di difesa per la limitazione dei danni. Il nucleo della nostra esistenza, tuttavia, è rappresentato dalla sopravvivenza della comunità e dei suoi diritti, e fra i diritti della comunità c’è l’autodifesa. È arrivato per il Rifugio il momento di cominciare a sviluppare un potere contrattuale tramite armamenti difensivi. Ci è stato impedito di farlo dall’attento controllo internazionale di ogni transazione del Rifugio con la Terra, indipendentemente da quanto fosse segreta. L’unico modo in cui siamo riusciti a tenere fuori da qui i mendicanti per ventiquattro anni è stato non dando loro la minima scusa legale per l’emissione di un mandato di perquisizione.

Jennifer esaminò i volti del suo pubblico, giudicandoli: Will e Victor Lin erano solidali con lei. Ottima cosa, Lin era un personaggio influente; altri tre stavano ascoltando e trasmettendo un linguaggio corporale ricettivo; tre erano chiusi e corrugavano la fronte; otto mostravano espressioni di sorpresa o incertezza, inclusa Lucy Ames. E tutt’e due i suoi figli.

La donna proseguì con atteggiamento composto; — L’unico modo per impedire sia l’irruzione nel Rifugio da parte dei Dormienti sia di acquistare armamenti di difesa ci è dato dall’uso della nostra unica innegabile tecnologia di livello superiore: la genetica. Lo abbiamo già fatto con le nuove modificazioni genetiche per Miranda e gli altri bambini. Adesso abbiamo bisogno di pensare a utilizzare la nostra forza per creare armi di difesa.

Esplose una raffica di proteste. Lei e Will se l’erano aspettato. Il Rifugio, un asilo, non godeva di tradizione militare. Rimasero ad ascoltare attentamente, non tanto per comprendere le argomentazioni, quanto per rendersi conto delle potenziali alleanze. Chi avrebbero potuto persuadere, chi non sarebbe mai stato persuaso, chi era aperto a quali mosse lungo l’albero delle decisioni. Tutti i movimenti sarebbero stati aperti e legittimi: la comunità innanzi tutto. Ma le comunità cambiavano. Gli otto consiglieri che non appartenevano alla famiglia mantenevano i seggi per soli due anni, e perfino la composizione della famiglia era aperta ai cambiamenti. Lars Johnson era il secondo marito di Najla: lei avrebbe potuto averne un terzo, oppure Ricky avrebbe potuto avere una nuova moglie. A sedici anni, poi, la successiva generazione avrebbe cominciato a votare nel Consiglio. Sedici anni, per un Insonne modificato geneticamente, era un’età sufficiente per prendere decisioni intelligenti: le scelte di Miranda sarebbero state superintelligenti.

Jennifer e Will potevano aspettare. Non avrebbero forzato nessuno. Era così che funzionava una comunità. Non fra i mendicanti, ma lì, nel Rifugio, era quello il modo in cui funzionava la comunità. Funzionava attraverso il lento modellare del consenso fra i membri, i produttivi che erano autorizzati ad avere punti di vista personali in quanto erano produttivi. Jennifer avrebbe potuto aspettare che la sua comunità entrasse in azione.

Ma le strutture di ricerca Laboratori Sharifi non appartenevano alla comunità. Quelli erano suoi, costruiti e finanziati con i suoi soldi, non con quelli dei fondi dell’Azienda del Rifugio. Quello che era suo poteva cominciare a lavorare immediatamente. In quel modo, le armi biologiche sarebbero state pronte quando la comunità ne avesse avuto bisogno.

— Io penso — disse Najla — che dovremmo discutere di questo argomento in termini della prossima generazione. Quale relazione avremo con il governo federale fra vent’anni? Se inseriremo tutte le variabili nelle equazioni socio-dinamiche di Geary-Tollers…

Sua figlia. Brillante, produttiva, impegnata. Jennifer sorrise con amore a Najla, dall’altra parte del tavolo. Avrebbe protetto sua figlia.

E avrebbe dato inizio alla ricerca di bioarmi genetiche.

Drew aveva due problemi nella casa di Leisha, nel deserto: Eric Bevington-Watrous e il cibo.

Per come la vedeva, nessuno a parte lui aveva mai saputo che potessero esserlo. Per contro, loro pensavano che Drew avesse tutta una serie di problemi che il ragazzino stesso non considerava affatto fastidiosi. Pensavano che fosse preoccupato per le strane maniere, il sorprendente numero di persone da ricordare, il parlare da Mulo che lui non aveva mai sentito prima di allora, il bisogno di dormire che condividevano soltanto poche altre persone e il tempo che doveva aspettare, senza far nulla fino a settembre, quando l’avrebbero spedito alla scuola per Muli che stavano pagando.

Nulla di tutto ciò rappresentava un problema per Drew, specialmente l’ozio. Non aveva mai visto nessuno nella sua breve vita agire altrimenti. Ma non far nulla, si accorse fin dal primo giorno, non lo avrebbe fatto restare a galla in un posto simile. Non lì. Quella gente era terrorizzata dall’ozio.

Quindi si mantenne occupato e cercò di assicurarsi che tutti lo vedessero tenersi occupato con le cose che loro ritenevano che fossero i suoi problemi. Imparò i nomi di tutti nella tenuta, ecco come chiamavano quel posto, "tenuta"; a Drew, fino a quel minuto esatto, era sembrato un incrocio fra un’orgia e una narcofesta, una cosa che aveva visto una volta con grande interesse. Imparò quali fossero le parentele: Leisha e sua sorella, la vecchia con la paralisi che era una Dormiente, il figlio Dormiente di lei, Jordan, con la moglie Insonne Stella, ai quali Drew imparò presto che si doveva rivolgere chiamandoli "signor Watrous" e "signora Bevington". Erano fatti così. Avevano tre figli: Alicia, Eric e Seth. Alicia era grande, poteva avere quasi diciotto anni, ma non era sposata, cosa che a Drew apparve strana. A Montronce, le donne a diciotto anni avevano generalmente il primo figlio. Forse i Muli erano diversi.

C’erano anche altre persone che vivevano lì, nella maggior parte dei casi Insonni, ma non sempre. Drew scoprì di che cosa si occupavano quelle persone, legge, soldi e altra roba da Muli, e cercò di interessarsi. Quando non riusciva a restare interessato, cercava quanto meno di essere utile, svolgendo commissioni e chiedendo alla gente se avesse bisogno di qualche cosa. — Un ossequioso piccolo lacché — aveva sentito dire una volta ad Alicia, ma la vecchia signora l’aveva ripresa in modo abbastanza brusco dicendole: — Non osare fraintenderlo, signorina. Sta facendo del suo meglio con i geni che ha, e non ti permetterò di calpestare i suoi sentimenti! — Drew non si era sentito calpestato: non sapeva né cosa significasse "ossequioso" né "lacché". Però aveva scoperto che la vecchia signora lo apprezzava e, da quel giorno, aveva passato un sacco di tempo a fare cose per lei che, alla fine, era quella che aveva più bisogno di tutti, visto che era così vecchia.

— Per caso sei un gemello, Drew? — gli aveva chiesto lei una volta. La donna stava lavorando molto lentamente a un terminale.

— No, signora — aveva risposto prontamente lui. L’idea gli faceva venire la pelle d’oca. Nessun altro era come lui!

— Oh — aveva commentato la vecchia signora con un debole sorriso. — Decisamente discontinuo.

Usavano una marea di parole che lui non capiva: parole, idee, maniere. Parlavano dello spostamento della corrente elettorale: di che genere era? Era differente dall’energia-Y? Di diatomee modificate geneticamente che alimentavano il Madagascar, dei vantaggi delle stazioni orbitali circumlunari rispetto alle vecchie circumterrestri. Gli spiegarono come tagliare la carne con forchetta e coltello, di non parlare con la bocca piena e di dire grazie anche per la roba che non voleva. Lui fece tutto. Gli dissero che doveva imparare a leggere, e lui lavorò ogni giorno al terminale, anche se era una roba lenta e non riusciva proprio a capire come sarebbe potuto tornargli utile. I terminali ti dicevano tutto quello che volevi sapere, e quando c’erano le parole sullo schermo non restava altrettanto posto per la parte grafica. Le immagini avevano comunque più senso per Drew che non le parole. Era sempre stato così. Lui provava cose in immagini, colori e forme nel fondo del suo cervello che, in qualche modo, fluttuavano fino alla superficie, stipandogli la testa. La vecchia signora era una spirale di color bruno e ruggine; il deserto di notte lo riempiva di un dolce e mobile color porpora. Proprio così. Gli dicevano però di imparare a leggere, e lui lo faceva.

Gli dissero anche di andare d’accordo con Eric Bevington-Watrous, ma quello era più difficile della lettura. E fu proprio Eric il primo ad accorgersi del problema di Drew con il cibo. Era sveglio: erano tutti così fottutamente svegli.

— Hai problemi col cibo vero, eh? — lo stuzzicò Eric. — Sei abituato a quella roba di soia sintetica che usano i Vivi e il cibo vero ti rivolta le budella. Perché non lo ributti fuori qui davanti, piccolo verme privo di buone maniere?

— Hai qualche problema, tu? — disse Drew tranquillamente. Eric lo seguì presso l’enorme pioppo nero vicino al ruscello, un posto in cui Drew gradiva stare da solo: il ragazzino si alzò in piedi, teso, e cominciò a voltarsi lentamente per avere il corso d’acqua alle spalle.

— Sei tu il mio problema, verme — disse Eric. — Qui sei un parassita. Non contribuisci, non appartieni a questo posto, non sai leggere, non sai nemmeno mangiare. Non sei manco pulito. Perché non vai a farti una passeggiatina nell’oceano e lasci che le onde ti puliscano il culo!

Mentre Drew si voltava lentamente, lo fece anche Eric. Era una buona cosa: Eric poteva anche avere dieci chili e due anni più di lui, ma non sapeva come muoversi per ottenere un vantaggio in un combattimento. Il sole apparve sopra la spalla sinistra di Drew. Lui continuò a girare.

Disse: — Non mi sembra che manco tu contribuisci per un cazzo, tu. La tua nonna dice che tu sei la più grossa preoccupazione che ha, lei.

Il volto di Eric si fece color porpora. — Tu non ti devi permettere di parlare di me con la mia famiglia! — strillò, e caricò in avanti.

Drew si chinò su un ginocchio, pronto a proiettare Eric sopra una spalla e a gettarlo nel ruscello. Appena prima di raggiungere Drew, però, Eric balzò in aria, sferrando un calcio controllato che produsse immediate ondate di nausea nel petto di Drew: aveva commesso un brutto errore. Eric era allenato, solo che il suo addestramento era di un tipo che Drew non aveva riconosciuto. La punta dello stivale di Eric colpì Drew sotto al mento. Il dolore gli esplose nella mascella. La testa frustò indietro, e lui sentì qualcosa schioccare nella spina dorsale. La forza del calcio lo scaraventò indietro, oltre la breve riva, nel ruscello.

Tutto si fece bagnato e rosso.

Quando rinvenne, si trovò steso su un letto. Tubicini e aghi andavano dal suo corpo a macchinari che ronzavano e brontolavano. Anche la sua testa ronzava e brontolava. Cercò di sollevarla dal cuscino.

Il collo non volle muoversi.

Decise, allora, di voltarla lentamente di lato il più possibile, qualche centimetro. Una figura massiccia stava seduta su una seggiola accanto al suo letto: Jordan Watrous.

— Drew! — Jordan balzò su dalla seggiola. — Infermiera! È sveglio!

Arrivarono un sacco di persone nella sua stanza, allora, molte delle quali non facevano parte della ristretta cerchia di abitanti della tenuta che Drew frequentava. Non vide Leisha. Gli faceva male la testa, gli faceva male il collo: — Leisha!

— Sono qui, Drew. — La donna gli arrivò vicino alla testa. La sua mano era fresca sulla guancia di lui.

— Che cosa… mi è successo?

— Hai lottato con Eric.

Ricordò tutto. Guardò Leisha e restò sbalordito vedendo che aveva gli occhi pieni di lacrime. Perché stava piangendo? La risposta arrivò lentamente: stava piangendo per lui. Drew. Lui.

— Sento male.

— Lo so, tesoro.

— Non riesco a muovere il collo, io.

Leisha e Jordan si scambiarono uno sguardo. Poi lei spiegò: — È immobilizzato. Non c’è niente che non vada nel tuo collo. Le tue gambe, però…

— Leisha, non ancora — la scongiurò Jordan, e Drew voltò la testa lentamente, dolorosamente, verso l’uomo. Non aveva mai udito quel tipo di voce in un uomo adulto. In sua madre e nelle sue sorelle, sì, dopo che il papà le aveva picchiate per bene, ma non in un uomo adulto.

Qualcosa nella testa gli sussurrò: "questo è importante".

— Sì, adesso — replicò Leisha con fermezza. — La verità è la cosa migliore, e Drew è forte. Tesoro… ti si é rotto qualcosa nella spina dorsale. Abbiamo effettuato moltissime riparazioni, ma il tessuto nervoso non si rigenera, quanto meno non in persone come te. I dottori hanno potenziato i muscoli e altre cose. So che tu non capisci ancora che cosa significhi. Quello che puoi capire è che il tuo collo è a posto, quanto meno lo sarà in un paio di mesi. Le tue braccia e il corpo sono a posto. Ma le tue gambe… — Leisha voltò la testa. La forte luce rese scintillanti le sue lacrime. — Non potrai più camminare, Drew. Il resto del tuo corpo funziona normalmente, ma tu non camminerai più. Avrai una carrozzella elettrica, la migliore che potremo comperare, costruire o inventare ma… non camminerai più.

Drew rimase in silenzio. Era una cosa troppo enorme: non era in grado di assimilarla tutta. Poi, improvvisamente, vi riuscì. Forme e colori gli esplosero nella mente.

Disse con fierezza: — Significa che non potrò andare a scuola a settembre, io?

Leisha sembrò sconcertata. — Tesoro, settembre è passato. Ma sì, certo che potrai ancora andare a scuola, la prossima sessione, se vorrai. Certo che puoi. — Fissò dall’altra parte del letto verso Jordan, e lo sguardo di lei esprimeva un tale dolore che anche Drew guardò.

Jordan sembrava bruciato. Drew sapeva che cosa significasse avere uno sguardo da ustionati: lo aveva visto in uomini i cui scooter, modificati illegalmente, erano andati in fiamme, bruciando anche chi c’era sopra. Lo aveva visto in una donna il cui figlio era affogato nel grande fiume. Lo aveva visto in sua madre. Era uno sguardo per cui non bisognava provare un sentimento, perché quel sentimento avrebbe fatto talmente male da non permetterti di aiutare più nessuno. Nemmeno te stesso. E quello sguardo significava cercare l’aiuto di qualcuno, aveva sempre pensato Drew, com’era possibile, altrimenti,, che le persone dovessero sopportare che sbranasse loro le facce?

Il ragazzo disse: — Signor Watrous, signore… — aveva imparato anche quella parola, lì l’apprezzavano molto — …non è stata colpa di Eric. Sono stato io a cominciare.

Il volto di Jordan cambiò. Dapprima quello sguardo andò via, quindi ritornò, poi si indurì in qualcosa d’altro e tornò nuovamente, peggiore di prima.

— Sappiamo che non è vero. Eric ci ha detto quello che è successo — rispose Leisha.

Drew rifletté: forse era vero. Non riusciva a capire Eric fino in fondo, lui, lo sapeva già. E se le cose fossero andate al contrario, e fosse stato Drew a far sì che Eric non avesse potuto più camminare?

Non poter più camminare.

— Tesoro, no — disse Leisha, e ormai anche lei lo stava scongiurando. — So che sembra terribile, ma non è la fine del mondo. Puoi ancora andare a scuola, imparare a "essere qualcuno" come dicevi tu… Sii coraggioso, Drew. Io so che tu sei coraggioso.

Be’, lo era. Era un ragazzino coraggioso, lui, lo avevano sempre detto tutti, perfino nella puzzolente Montronce. Lui era Drew Arlen, quello che un giorno avrebbe posseduto il Rifugio. E non avrebbe mai e poi mai avuto lo sguardo bruciato come quello del signor Watrous in quel momento. Non Drew Arlen, lui.

Chiese a Leisha: — La carrozzella elettrica sarà del tipo che può sollevarsi a dieci centimetri da terra e scendere le scale?

— Sarà del tipo che potrà volare sulla Luna, se lo vorrai!

Drew sorrise. Si costrinse a sorridere. Vide qualcosa, in quel momento, chiara davanti a sé come un’enorme bolla scintillante, e non riuscì a spiegarsi come avesse fatto a non vederla prima. Era grossa, calda e rilucente e lui non solo la vide, ma sentì la bolla perfino nel più piccolo osso del suo corpo. Il signor Watrous disse con voce rotta: — Drew, nulla potrà mai ripagarti, ma noi faremo tutto ciò che potremo. Tutto.

Lo avrebbero fatto. Ecco che cos’era la bolla. Drew non aveva avuto parole per descriverla, prima, non si sa come, non aveva mai parole finché qualcuno non gliele forniva, ma la bolla era quello. Proprio lì. Non avrebbe più avuto bisogno di svolgere commissioni per la vecchia signora o di imparare le buone maniere che gli inculcavano e nemmeno di mangiare cibo vero. Avrebbe continuato a fare quelle cose perché voleva impararne alcune e perché altre gli piacevano. Ma non sarebbe stato costretto. Da quel momento, loro avrebbero fatto qualsiasi cosa per lui. Lo avrebbero fatto. Da quel momento e per il resto della sua vita.

Li aveva in pugno.

— So che lo farete, voi — disse a Jordan. Per un lungo istante la bolla lo strinse, mentre Leisha e Jordan si scambiavano sguardi sconcertati sopra la sua testa. Poi la bolla esplose. Drew non riuscì a trattenerla. Sparì completamente, era ancora vera e sarebbe ritornata, ma in quel momento non fu in grado di trattenerla. Aveva le gambe spezzate e non avrebbe mai più potuto camminare: cominciò a piangere, un ragazzino di dieci anni immobilizzato su un letto d’ospedale, in una stanza insieme a estranei che non dormivano mai.

18

— Prossimo servizio: una nazione rappacificata, gli Stati Uniti nel tricentenario — disse l’annunciatore olovisivo. — Un approfondimento speciale della CNS.

— Bah — commentò Leisha. — Non saprebbero fare un commento approfondito nemmeno su un seme di soia sintetica da cucina.

— Sttt, fammi sentire — disse Alice. — Drew, passami gli occhiali che stanno sul tavolino.

Formavano un semicerchio attorno all’olovisore, ventisei persone assorte sedute, in piedi o appoggiate contro le pareti in cotto. Drew consegnò ad Alice gli occhiali. Leisha distolse per un minuto l’attenzione dalla ridicola trasmissione per lanciargli un’occhiata. Era un anno che Drew era sulla carrozzella, e la manovrava con la stessa disinvoltura di un paio di scarpe. Nei mesi in cui era stato lontano, a scuola, era diventato più alto, anche se non meno sparuto. Era più tranquillo, meno aperto, ma non era normale per un ragazzino che si stava avvicinando all’adolescenza? Drew sembrava a posto: si era abituato alla carrozzella, adeguato alla nuova vita. Leisha riportò la propria attenzione sull’olovisore.

Rappresentava la tecnologia da Mulo più avanzata, un rettangolo appiattito fissato al soffitto, butterato da varie aperture e protuberanze. Proiettava la trasmissione in ologrammi tridimensionali di un metro e mezzo sull’olopalco sottostante. I colori erano più vividi di quelli della realtà, i contorni meno netti, così che tutte le immagini assumevano l’aspetto brillante e contuso dei disegni dei bambini.

— Trecento anni fa — disse il cronista eccezionalmente bello, ovviamente modificato geneticamente, vestito con un’immacolata divisa dell’esercito di George Washington — i fondatori del nostro paese firmarono il documento più importante per la storia che il mondo abbia mai conosciuto: la Dichiarazione di Indipendenza. Le antiche parole ci commuovono ancora: "Quando nel corso degli eventi umani diviene necessario per un popolo sciogliere i vincoli politici che l’hanno unito a un altro e assumere fra i Poteri della Terra, lo stato separato e ugualitario che gli garantiscono le Leggi di Dio e della Natura, un onesto rispetto delle opinioni dell’umanità richiede che esso dichiari le cause che lo spingono alla separazione. Noi consideriamo lampanti le seguenti verità: che tutti gli uomini sono stati creati uguali…".

Alice sbuffò. Leisha le lanciò un’occhiata, ma Alice stava sorridendo.

— "…che siano stati dotati dal loro Creatore di determinati diritti inalienabili e che fra questi vi siano la Vita, la Libertà e il conseguimento della Felicità…"

Drew corrugò la fronte. Leisha si chiese se sapesse che cosa significassero tali parole: i suoi voti a scuola non erano stati esaltanti. Una sottile coperta gli copriva le gambe. Dall’altra parte della camera, Eric, afflitto e tetro, stava appoggiato contro una parete. Non guardava mai direttamente Drew, ma Leisha aveva notato, invece, che Drew sembrava quasi cambiare strada per spingere la propria carrozzella sotto il naso di Eric, per parlargli, per rivolgergli il suo sfolgorante sorriso. Rivincita? Era certamente un comportamento troppo sottile per un ragazzino di undici anni. Riconciliazione? Bisogno? — Tutte e tre le cose — aveva detto bruscamente Alice una volta. — Ma in fondo, Leisha, non sei mai stata molto sensibile al teatro.

Il pittoresco narratore terminò la Dichiarazione di Indipendenza e svanì. Seguirono alcune scene di festeggiamenti del Quattro Luglio in tutto il paese: Vivi impegnati in grigliate di arrosti di soia sintetica in Georgia; sfilate di scooter bianchi-rossi-e-blu in California; un ballo per Muli a New York, con donne che indossavano i nuovi severi abiti di seta tanto diritti da sembrare inamidati, sfoggiandoli tuttavia con elaborati colletti e polsini d’oro massiccio tempestato di pietre preziose.

La voce fuori campo era potenziata elettronicamente: — Una vera Indipendenza, dalla fame, dal bisogno, dal fazionalismo che ci ha divisi così a lungo. Da intrighi stranieri, come ammoniva George Washington trecento anni fa, dall’invidia, dal conflitto di classe. Dall’innovazione: è passato un decennio dall’ultima volta in cui gli Stati Uniti sono stati pionieri di un singolo importante progresso tecnologico. Sembra che accontentarsi dia luogo all’agio della familiarità; ma era questo ciò che i padri fondatori volevano per noi, questo dolce comodo, questo indisturbato equilibrio politico? Il tricenfenario ci trova arrivati a destinazione o immobili in acque stagnanti?

Leisha rimase strabiliata: quando era stata l’ultima volta che aveva sentito porre quella domanda, anche solo su un canale olovisivo da Muli? Jordan e Stella si sporsero tutti e due in avanti.

— E che effetto sta avendo questo smielato equilibrio sui nostri giovani? — proseguì la voce fuori campo. — La classe lavoratrice — …scene della Borsa di New York, sedute del Congresso, una riunione del consiglio di amministrazione di Fortuna 500… — si dà ancora da fare. Ma i cosiddetti Vivi, l’ottanta per cento della popolazione che controlla le votazioni semplicemente con il proprio numero, rappresenta una fonte in estinzione da cui trarre gli elementi migliori e i più brillanti per creare il futuro dell’America. Diventare i migliori e i più brillanti deve essere preceduto dal desiderio di eccellere…

— Oh, spegni l’olovideo — disse Eric a voce alta. Stella gli lanciò un’occhiata infuriata; Jordan fissò il pavimento. Quel secondo figlio stava spezzando loro il cuore.

— …e forse la stessa avversità è necessaria per creare quel desiderio. Gli ideali dello yagaismo, niente affatto screditati, che portarono avanti questa spinta quaranta anni fa quando…

Le gare di scooter e Wall Street scomparvero. Il narratore proseguì, descrivendo oloimmagini che non erano li, mentre il palco si riempiva di una proiezione di profonda oscurità. — Che diavo… — disse Seth.

Nell’oscurità, apparvero le stelle. Lo spazio. La voce del narratore andava avanti a descrivere la festa per il tricentenario alla Casa Bianca. Davanti alle stelle apparve una stazione orbitale che ruotava lentamente e, sotto di essa, uno stendardo con la citazione fatta da un diverso presidente in un diverso periodo… Abramo Lincoln: "Nessun uomo ha il diritto di governare un altro uomo senza il consenso di quest’ultimo".

La stanza si riempì di un vociare confuso. Leisha restò seduta un istante, sbalordita, ma poi comprese. Quella non era un trasmissione a diffusione generale. Il Rifugio manteneva una serie di satelliti per comunicazioni che monitorava le trasmissioni terrestri e portava avanti affari in rete. Era in grado di inserirsi in frequenze strettissime, focalizzate. L’immagine del Rifugio era stata inviata in modo che arrivasse solamente alla tenuta, a nessun altro se non a lei. Erano passati venticinque anni dall’ultima volta che Leisha aveva comunicato con il Rifugio, con le sue holding dichiarate o con i suoi partner economici nascosti e segreti. Quella mancanza di comunicazione, con la sua miriade di implicazioni, aveva costretto tutti all’inattività, a quella specie di calma piatta: la sua, quella di Jordan e dei figli di Jordan. Venticinque anni. Fino a quella comunicazione.

Jennifer voleva solamente ricordarle che il Rifugio c’era ancora.

Il primo ricordo di Miri furono le stelle. Il secondo ricordo Tony.

Nel ricordo delle stelle, sua nonna la teneva in braccio davanti a una lunga vetrata curva e, al di là della vetrata, c’era il nero punteggiato di luci fisse: luci scintillanti, meravigliose e, mentre Miri guardava, una di esse era sfrecciata davanti a loro. — Una meteora — aveva detto la nonna, e Miri aveva allungato le braccia per toccare le magnifiche stelle. La nonna si era messa a ridere. — Sono troppo lontane per la tua mano. Ma non per la tua mente. Ricordalo sempre, Miranda.

Lo aveva fatto. Ricordava sempre tutto: ogni singola cosa le accadesse. Non poteva però essere vero, perché non ricordava un periodo di tempo senza Tony; la mamma e il papà le avevano detto che c’era stato un intero anno senza di lui, prima che nascesse da loro esattamente nello stesso modo in cui era nata lei. Doveva esistere, quindi, almeno un anno che lei non ricordava.

Ricordava di quando erano arrivati Nikos e Christina, Demetrios e, subito dopo i gemelli, erano giunti Allen Sheffield e poi Sara Cerelli. Erano in sei che si agitavano nell’asilo nido, sotto lo sguardo vigile della signora Patterson o della nonna Sheffield, tornavano alle proprie cupole in visita dai genitori e giocavano con gli elettrodi sulla testa per il dottor Toliveri e il dottor Clement. A tutti loro piaceva il dottor Toliveri che rideva spesso, e piaceva anche il dottor Clement che non rideva mai. A loro piaceva sempre tutto, perché era tutto molto interessante.

Il loro asilo nido si trovava nella stessa cupola di un altro, e per una parte di ogni "giorno" (Miri non era sicura di cosa significasse quella parola, eccetto che aveva qualcosa a che fare con il contare, e a lei piaceva contare) la plasti-parete fra di essi veniva aperta. I bambini dell’altro asilo nido sfrecciavano in quello di Miri o viceversa, e Miri si rotolava per terra con Joan, si azzuffava per i giocattoli con Robbie oppure metteva dei blocchi in pila l’uno sull’altro insieme con Kendall.

Ricordava il primo giorno in cui ciò era terminato.

Tutto aveva avuto inizio con Joan Lucas, che era più grande di Miri e aveva riccioli castano chiaro che scintillavano come stelle. Joan le aveva detto: — Perché ti dimeni in continuazione così?

— Io n-n-non s-s-so — aveva risposto Miri. Ovviamente, aveva notato che lei, Tony e gli altri del proprio asilo nido si agitavano, mentre Joan e gli altri del suo non lo facevano. Joan non balbettava mai come succedeva invece a Miri, Tony, Christina e Allen. Miri, però, non ci aveva riflettuto. Infatti, Joan aveva i capelli castani, lei li aveva neri, Allen li aveva biondi. Il tremito, invece, si manifestava come il balbettio.

Joan aveva detto: — Hai la testa troppo grossa.

Miri l’aveva tastata. Non le sembrava più grossa del solito.

— Non voglio giocare con te — aveva deciso bruscamente Joan, e si era allontanata. Miri l’aveva fissata sbalordita. La signora Patterson era arrivata immediatamente. — Joan, c’è qualche problema?

Joan aveva smesso di camminare e aveva fissato la signora Patterson. Tutti i bambini conoscevano quel tono di voce. Il volto di Joan aveva assunto un’espressione abbattuta.

— Ti sei comportata da sciocca — aveva detto la signora Patterson. — Miri è un membro della tua comunità, del Rifugio. Adesso giocherai con lei.

— Sì, signora — aveva risposto Joan. Nessuno dei bambini era certo di cosa fosse una comunità ma, quando gli adulti pronunciavano quella parola, loro obbedivano. Joan aveva preso la bambola che lei e Miri avevano cercato di vestire per gioco, ma la sua espressione era rimasta corrucciata e, dopo qualche tempo, Miri non aveva avuto più alcuna voglia di giocare.

Lo ricordava.

Avevano lezione ogni "giorno", tre asili nido di bambini che imparavano insieme in una comunità. Miri ricordava chiaramente il momento in cui si era resa conto che un terminale non era solamente da guardare o da ascoltare: gli si potevano far fare delle cose. Gli si potevano far dire delle cose. Lei gli aveva chiesto che cosa fosse un "giorno", perché il soffitto si trovasse in alto, che cosa avesse mangiato Tony a colazione, quanti anni avesse il papà, quanti giorni mancassero al proprio compleanno. Quello sapeva sempre tutto: sapeva più della nonna, della mamma o del papà. Era molto saggio. Diceva anche di fare determinate cose e, se le si facevano correttamente, mostrava una faccia sorridente, se invece non vi si riusciva, bisognava provare un’altra volta.

Ricordava il primo giorno in cui aveva notato che a volte il terminale si sbagliava.

Era stato proprio a causa di Joan che Miri se n’era accorta. Stavano lavorando insieme a un terminale, cosa che ognuno doveva fare per una parte di ogni giorno (Miri ormai conosceva quella parola), perché erano una comunità. A Miri non piaceva lavorare con Joan: Joan era lentissima. Lasciata da sola, Joan poteva restare bloccata al secondo problema mentre Miri era già al decimo. A volte pensava che nemmeno a Joan piacesse lavorare con lei.

Il terminale aveva solo la modalità visiva: si stavano esercitando a leggere. Il problema era: "bambola: plastica bambino:?" Miri aveva detto: — T-t-tocca a m-m-me — e aveva digitato "Dio". Il terminale aveva mostrato un volto imbronciato.

— Non è giusto — aveva esclamato Joan con una certa soddisfazione.

— S-s-sì c-c-che lo è — aveva replicato Miri, preoccupata. — Il t-t-t-terminale è s-s-sbagliato.

— Immagino che tu sappia più del terminale!

— D-dio è g-g-giusto - aveva insistito Miri. — È q-q-quattro s-s-tringhe più in b-b-basso.

A dispetto di se stessa, Joan era apparsa interessata. — Che cosa vuoi dire con "quattro stringhe più in basso?" Non esistono stringhe in questo problema.

— N-n-n-on nel p-p-p-roblema — aveva spiegato Miri. Aveva cercato di pensare a come farlo capire: lei riusciva a vederlo nella mente, ma spiegarlo era più difficile. Specialmente a Joan. Prima che avesse potuto iniziare, era arrivata la signora Patterson.

— C’è qualche problema qui, bambine?

Joan aveva detto, senza cattiveria: — Miri ha dato una risposta sbagliata ma dice che è giusta.

La signora Patterson aveva guardato lo schermo. Si era inginocchiata accanto alle piccole. — Come fa a essere giusto, Miri?

Miri aveva tentato di spiegare. — È q-q-quattro p-p-piccole s-s-stringhe p-p-più in b-b-basso, s-s-signora P-Patterson. V-v-v-ede, una "B-bambola" è un "g-g-giocattolo"… la p-p-prima s-s-stringa va da b-b-bambola a g-g-giocattolo. Un g-g-giocattolo sta per "f-f-fingere" e una c-c-cosa che noi f-f-facciamo f-finta è che una s-s-stella c-c-cadente è una s-s-stella v-v-vera, così si p-p-può m-m-mettere "s-s-stella c-c-cadente" v-vicino n-nella p-p-p-prima s-s-stringa. Per far f-f-f-funzionare lo s-s-s-schema. — Dire così tante parole era un lavoro difficile: Miri desiderava non dover spiegare tanto. — P-p-oi, una s-s-tella c-c-cadente è in r-r-realtà una m-m-meteora e b-b-bisogna far r-r-ridiventare v-v-vera la s-s-stringa p-p-p-perché p-prima la si è resa f-f-finta e così la f-f-fine della p-p-p-rima s-s-stringa, q-q-quattro piccole s-s-stringhe s-s-sotto c’è "m-m-meteora".

La signora Patterson la stava fissando. — Vai avanti, Miri.

— P-poi per "P-p-plastica — aveva detto Miri, un po’ disperata — la p-p-prima stringa c-c-conduce a "i-i-inventato". D-d-d-deve, c-capisce, p-p-perché "G-g-giocattolo" p-portava a "f-f-fingere". — Aveva cercato di pensare a un modo per spiegare che il fatto che le piccole stringhe erano a un passo di distanza l’una dall’altra faceva parte dell’intero disegno, riecheggiato nell’inversione che lei avrebbe poi effettuato delle stesse parole fra le sotto-stringhe due e tre, ma era troppo difficile Era rimasta incastrata fra le stringhe stesse, non nel disegno complessivo, cosa che la turbava perché il disegno nel complesso era altrettanto importante. Le occorreva semplicemente troppo per spiegare nel suo linguaggio balbettante. — "I-i-inventato" p-porta a "p-p-persone", o-o-ovviamente, p-p-perché s-sono le p-p-persone a inventare le c-c-cose. La s-s-stringa p-p-persone p-p-porta a "c-c-comunità", m-m-molte p-p-persone, e quella s-s-stringa d-deve p-p-portare a "o-o-orbitale", p-p-perché allora le d-due s-s-stringhe al-l-lineate una di f-fianco all’al-al-altra f-f-fanno dire al p-p-problema "m-m-meteora: o-o-orbitale".

La signora Patterson aveva detto con un buffo tono di voce: — E questa è un’analogia ragionevole. La meteora ha una relazione definibile con stazione orbitale: una naturale e inumana, l’altra costruita e umana.

Miri non era certa di cosa volessero dire tutte le parole pronunciate dalla signora Patterson. Non stava andando bene. La signora Patterson appariva spaventata e Joan completamente persa. Lei comunque si era tuffata avanti. — P-p-poi per "b-b-bambino", la p-p-prima s-s-stringa p-p-porta a "p-p-piccolo". Questo p-p-porta a "p-p-p-proteggere" come f-f-faccio io con T-tony p-p-perché lui è più p-p-p-piccolo di m-me e p-p-potrebbe farsi m-m-male se si ar-r-arrampica t-t-troppo in alto. Poi la p-p-piccola s-s-stringa p-p-porta a "c-c-comunità" p-p-perché la c-c-comunità p-p-protegge le p-p-persone, e la q-q-quarta p-p-piccola s-s-stringa d-deve p-p-portare a "p-p-persone" perché le c-c-comunità sono p-p-persone e p-p-perché era al c-c-contrario sotto "p-p-lastica" e g-g-ran parte del n-n-nostro o-o-orbitale è fatto di p-p-p-plastica.

La signora Patterson aveva ancora il buffo tono di voce. — Così alla fine di tre serie di quattro stringhe, Joan non cambiare la videata sul terminale proprio adesso, alla fine di queste tue stringhe il problema dice "meteora sta a orbitale come persone a X" e tu hai inserito "Dio".

— S-sì — aveva detto Miri, più contenta: la signora Patterson capiva! — P-p-perché un orbitale è una c-c-comunità i-i-inventata, mentre una m-m-meteora è s-s-solo r-r-roccia nuda e D-d-dio è una c-c-comunità di m-m-menti o-o-organizzate mentre le p-p-persone da sole s-s-sono, una per una, n-n-nude.

La signora Patterson l’aveva portata dalla nonna. Miri aveva dovuto spiegare l’intera cosa da capo, ma quella volta era stato più semplice, perché la nonna aveva tracciato un disegno mentre Miri parlava. Miri si era chiesta come avesse fatto a non pensarci da sola. Il disegno le permetteva di inserire tutte le connessioni incrociate ed era molto più chiaro, anche se alcune delle linee che tracciava erano tremolanti perché la penna luminosa che aveva in pugno non andava diritta come il quadro che lei aveva nella mente.

Quando era arrivata al termine, il disegno le era sembrato davvero semplicissimo. Ma, in fondo, era semplice, solo una piccola serie di stringhe per esercitarsi nella lettura:

In seguito, la nonna era rimasta in silenzio per lungo tempo.

— Miri, tu pensi sempre in questo modo? In stringhe che creano schemi?

— S-s-sì — aveva risposto Miri sbalordita. — Tt-tu nn-no?

La nonna non aveva commentato. — Perché hai voluto inserire sul terminale l’analogia esistente quattro piccole stringhe più in basso?

— V-v-vuoi dire i-i-i-invece di o-o-otto o-o-oppure d-d-dieci s-s-stringhe più in b-b-basso? — aveva chiesto Miri, e gli occhi della nonna si erano spalancati moltissimo.

— Invece di… di nessuna stringa sotto. Quella che il terminale chiedeva. Non sapevi che era ciò che voleva?

— S-s-sì. M-ma… — Miri si era dimenata sulla sedia. — Io m-m-mi a-a-annoio con le s-s-stringhe di t-t-testa. A v-v-volte.

— Oh — aveva fatto la nonna. Dopo un ulteriore lungo silenzio, aveva aggiunto: — Dove hai sentito dire che Dio è una comunità di menti organizzate?

— S-s-sulla olovisione. La s-s-stava g-g-guardando la m-m-mamma quando ero a c-c-casa in v-v-visita.

— Capisco. — La nonna si era alzata in piedi. — Tu sei molto speciale, Miri.

— Anche T-t-t-tony. E N-n-nikos e C-c-christina e Al-Al-Allen e S-sara. Nonna, il nuovo b-b-b-ambino che v-v-vuole a-a-avere la M-m-mamma sarà s-s-speciale anche lui q-q-quando n-n-nascerà?

— Sì.

— S-s-si d-d-d-imenerà c-come n-n-noi? E b-b-balbetterà? E m-m-m-angerà t-t-tanto?

— Sì.

— E p-p-p-penserà in s-s-stringhe?

— Sì — aveva detto la nonna, e Miri ricordò sempre l’espressione sul suo viso.

Non ci furono più trasmissioni olovisive dalla Terra. Non le aveva mai viste all’asilo nido, solo nella cupola della mamma e del papà, ma adesso Miri non le vide più nemmeno lì. — Quando sarai più grande — aveva detto la nonna. — Ci sono idee da mendicanti che dovrai affrontare anche troppo presto, ma non ancora. Prima impara quello che è giusto.

Era la nonna, o a volte il nonno Will, che decideva che cosa fosse giusto. Il papà era via frequentemente per affari. La mamma invece era spesso presente, ma a volte Miri aveva l’impressione che non desiderasse esserci. Distoglieva lo sguardo da Miri e da Tony quando loro entravano in una stanza,

— È p-p-perché ci d-d-dimeniamo e b-b-balbettiamo — aveva detto lei a Tony. — Alla m-m-m-mamma non p-p-piacciamo,

Tony aveva cominciato a piangere. Miri lo aveva abbracciato e si era messa a piangere anche lei, ma non aveva ritirato le parole dette. Erano vere: la mamma era troppo bella perché potesse piacerle chiunque si dimenasse, balbettasse e sbavasse, e la verità era la cosa più importante per una comunità. — Sono i-i-io la t-t-tua c-c-comunità — aveva detto a Tony, e si era trattato di una frase interessante perché era contemporaneamente vera e di limitata veridicità, con sottostringhe e connessioni incrociate che si allungavano per sedici ulteriori stringhe, formando uno schema che si avvicinava a quello che aveva imparato in matematica, astronomia e biologia: un magnifico schema complesso e bilanciato come la struttura molecolare di un cristallo. Lo schema valeva quasi le lacrime di Tony. Quasi.

Diventando più grande, tuttavia. Miri cominciò ad avvertire che mancava qualcosa nei suoi schemi. Non riusciva a stabilire di cosa si trattasse. Ne aveva tracciati parecchi per il dottor Toliveri e per la nonna, finché non si erano fatti talmente complicati che lei si era accorta di tralasciare sempre qualcosa. Inoltre, ogni volta che disegnava uno schema a stringhe, il pensare e il disegnare producevano altri schemi, ognuno con stringhe a livelli multipli e riferimenti incrociati propri, e non c’era modo di disegnare anche quelli perché, se lei lo avesse fatto, il disegnarli ne avrebbe generati altri. Disegnare e spiegare non riuscivano mai a stare al passo con il pensare, e Miri divenne impaziente nei suoi tentativi.

Comprese, all’età di otto anni, l’aspetto biologico di ciò che era stato fatto a lei e agli altri come lei. Venivano chiamati Superinsonni. Comprese, anche, che non bisognava mai permettere che qualcosa interferisse con le due verità su cui era stato costruito il Rifugio: produttività e comunità. Essere produttivi significava essere completamente umani. Condividere la propria produttività con la comunità in modo leale significava creare forza e protezione per tutti. Chiunque avesse cercato di violare una qualsiasi delle due verità, estorcendo i benefici alla comunità senza contribuirvi produttivamente a propria volta, era un essere osceno, un mendicante disumano. Miri inorridì al pensiero. Nessuno poteva essere così moralmente repellente. La Terra sì che era piena di quelli che la nonna chiamava mendicanti di Spagna, alcuni dei quali erano perfino Insonni, ma il Rifugio mai.

Le alterazioni del suo sistema nervoso, di quello di Tony, di Christina, di Allen, di Mark e di Joanna dovevano renderla più produttiva, più utile alla comunità e a se stessa, più intelligente di quanto gli umani non fossero mai stati prima. Quello era stato insegnato a tutti loro, perfino ai non Super e, alla fine, tutti lo avevano accettato. Joan e Miri giocavano insieme, ormai, ogni giorno. Miri si sentiva piena di gratitudine.

Per quanto però lei amasse Joan, per quanto ammirasse i lunghi riccioli bruni di Joan, la sua abilità nel suonare la chitarra e la sua acuta dolce risata, Miri sapeva che era con quelli della sua specie, con gli altri Super, che provava maggiormente il senso di comunità. Cercò di nasconderlo: era sbagliato. Non celò, ovviamente, quel sentimento con Tony, che era suo fratello e che un giorno, insieme con lei e il piccolo Ali, che alla fine non era poi nato Super, nonostante quanto aveva detto la nonna si sarebbe andato ad aggiungere al blocco di votanti Sharifi, che controllava il cinquantuno per cento delle azioni del Rifugio, oltre alle holding finanziarie di famiglia. Erano quelle le cose che garantivano loro di non essere mendicanti.

La struttura economica del Rifugio la interessava. Tutto la interessava. Imparò a giocare a scacchi, e per un mese si rifiutò di fare qualsiasi altra cosa: quel gioco permetteva di creare dozzine di generazioni di stringhe, tutte annodate in modo complesso alle stringhe dell’avversario! Ma, dopo un mese, gli scacchi la stancarono. Dopo tutto, erano coinvolte solamente due serie di stringhe, anche se molto, molto lunghe.

La neurologia l’interessò di più. Il cervello aveva cento miliardi di neuroni, ognuno con siti ricettori multipli per neurotrasmettitori dei quali esistevano talmente tante varianti, che le stringhe che si potevano costruire risultavano quasi infinite. Quando Miri compì i dieci anni, stava conducendo esperimenti sui dosaggi di neurotrasmettitori, utilizzando se stessa e il volontario Tony come soggetti primari, Christina e Nikos come campioni di controllo. Il dottor Toliveri la incoraggiò. — Miranda, presto contribuirai personalmente alla prossima generazione di Super!

Ma non bastava ancora. C’era sempre qualcosa di mancante nelle sue stringhe, qualcosa che Miri percepiva così oscuro da non riuscire a discuterne con alcuno oltre a Tony, che, si scoprì, non sapeva di che cosa lei stesse parlando.

— V-v-vuoi d-d-dire, M-m-miri, che alcune s-s-stringhe m-m-m-mostrano punti d-d-deboli d-d-dovuti all’ins-insufficienza delle b-b-banche d-d-dati da cui t-t-trarre c-c-concetti?

Lei udì le parole pronunciate, ma udì anche di più: le stringhe che vi si univano, le stringhe nel cervello di Tony, che lei poteva dedurre perché lo conosceva così bene. Lui stava seduto sorreggendosi la grossa testa con le mani, come facevano frequentemente tutti loro, mentre la bocca, le palpebre e le tempie gli fremevano e i folti capelli scuri gli sobbalzavano ritmicamente sulla fronte per le convulsioni del corpo. Le stringhe del fratello erano amabili, forti e nitide, ma Miri sapeva che non erano lunghe come le sue, o altrettanto complesse nelle interconnessioni. Tony aveva solo nove anni.

— N-n-no — disse lentamente lei — non b-b-banche d-d-dati ins-insufficienti. P-p-più c-come… la m-m-m-mancanza di uno s-s-spazio in cui d-d-dovrebbe an-an-dare un’altra d-d-dimensione di s-s-stringhe.

— Una t-t-t-terza d-d-dimensione del p-p-pensiero — disse lui con entusiasmo. — F-f-forte. M-m-m-a… p-p-perché? T-t-tutto si ad-adatta nelle d-d-due d-d-di-mensioni. La s-s-semplicità del d-d-disegno è s-s-superiorità del d-d-disegno.

Lei udì le stringhe relative: lama di Occam, minimalismo, eleganza di programma, teoremi geometrici. Agitò una mano, goffamente. Nessuno di loro era molto agile a livello fisico: tendevano a evitare qualsiasi ricerca che richiedesse la manipolazione di molti materiali, e a passare il tempo a programmare robot domestici quando una tale manipolazione non poteva essere evitata. — N-non s-s-so.

Tony la abbracciò. Non erano necessarie parole fra di loro, e quello era un terzo linguaggio, un’aggiunta alla semplicità delle parole e alla complessità delle stringhe, migliore di tutt’e due.

Per una volta tanto, Jennifer sembrò scossa.

— Come è potuto accadere? — chiese il consigliere Perrilleon. Era pallido quanto Jennifer.

La dottoressa, una giovane donna che aveva ancora addosso gli indumenti sterili riciclabili, scosse la testa. Il sangue macchiava la parte anteriore del camice. Era venuta direttamente dalla sala parto dell’ospedale da Jennifer, che aveva indetto una riunione di emergenza del Consiglio. La dottoressa sembrava prossima alle lacrime. Era tornata al Rifugio solo due mesi prima dall’internato medico sulla Terra, che era ancora obbligatorio, molto più magra di quando era partita.

Perrilleon continuò: — Ha già compilato il certificato di nascita?

— No — rispose la dottoressa. Era intelligente, pensò Jennifer, ed era capace. La sensazione di orrore attorno al tavolo non diminuì, ma vi strisciò sopra una specie di rilassamento quasi impercettibile. Non esisteva ancora alcuna comunicazione ufficiale a Washington.

— Allora abbiamo un po’ di tempo — disse Jennifer.

— Se non fossimo ancora legati ai governi dello stato di New York e degli Stati Uniti, avremmo ancora più tempo — commentò Perrilleon. — Inoltrare certificati di nascita, ricevere un numero dell’assistenza sociale… — Sbuffò. — Venire inseriti negli archivi fiscali.

— Nulla di tutto ciò conta in questo momento — osservò Ricky, con un briciolo di impazienza.

— Sì, invece — insistette Perrilleon. Jennifer vide il volto allungato dell’uomo fissarsi in un’espressione cocciuta. Aveva settantadue anni, era appena qualche anno più giovane di lei, ed era venuto dagli Stati Uniti con la prima ondata di insediamento. Sapeva, aveva visto, come stavano le cose laggiù, a differenza degli Insonni nati nel Rifugio, e ricordava. I suoi voti erano stati utili agli scopi di Jennifer al Rifugio. Ne avrebbe sentito la mancanza, quando fosse scaduto il suo mandato.

— La questione che ci troviamo ad affrontare — disse Najla — è che cosa fare di questo… bambino. Non abbiamo molto tempo. Se ci fosse un’anomalia nella registrazione del certificato di nascita, un qualche maledetto agente potrebbe emanare un mandato di perquisizione.

Era quello che temevano tutti: un motivo legale per i Dormienti per entrare nel Rifugio. Per ventisei anni si erano premurati che non si creasse alcuna ragione legale simile, osservando scrupolosamente ogni singola richiesta burocratica del governo sia degli Stati Uniti, sia dello stato di New York: il Rifugio, in quanto proprietà di un’azienda registrata nello stato di New York, ricadeva sotto la sua giurisdizione. Il Rifugio presentava lì le sue istanze legali, vi abilitava alla professione i propri avvocati e i medici, pagava le tasse e ogni anno inviava altri studenti di legge ad Harvard per imparare come mantenere "qui" e "lì" legalmente separati.

Quel nuovo bambino avrebbe potuto infrangere la separazione.

Jennifer aveva riacquistato la propria compostezza. Era ancora molto pallida, ma la sua testa, con la corona di capelli neri, era alta. — Cominciamo con l’esposizione dei fatti. Se questo bambino dovesse morire, il suo corpo verrebbe inviato a New York per l’autopsia, come tutti gli altri.

Perrilleon annuì. Sapeva già dove stesse andando a parare. Il suo cenno d’assenso significava sostegno.

Lei proseguì con fermezza: — Se questo accadrà, i Dormienti potrebbero avere un motivo legale per entrare nel Rifugio. Imputazione di omicidio.

Nessuno menzionò l’altro processo farsa per omicidio, avvenuto trentacinque anni prima. Quel caso sarebbe stato differente. Il Rifugio sarebbe stato colpevole.

— D’altra parte — continuò Jennifer con voce chiara — sarebbe clinicamente possibile che il bambino sembrasse morto di sindrome di morte istantanea infantile, o di qualche altra causa chiaramente irrefutabile. Se invece il bambino vivrà, saremo costretti a crescerlo. Qui, con i nostri. Nelle sue condizioni, con tutto ciò che questo implica. — Si interruppe. — Penso che l’alternativa sia chiara.

— Ma come è potuto accadere! — sbottò la consigliera Kivenen. Era molto giovane e incline al mostrarsi piagnucolosa. Jennifer non ne avrebbe sentito la mancanza, quando il suo mandato fosse scaduto.

Il dottor Toliveri disse: — Non sappiamo tutto ciò che desidereremmo sulla trasmissione di informazioni genetiche nel corso del tempo. Ci sono state soltanto due generazioni di Insonni nate spontaneamente… — la sua voce si affievolì. Era ovvio che, in qualche modo, si sentisse colpevole lui in qualità di Genetico-Capo del Rifugio. Era così chiaramente ingiusto che Jennifer provò una gran rabbia. Raymond Toliveri era un superbo esperto di genetica, autore della creazione della sua preziosa Miranda. Quel bambino stava già causando fratture e lotte nella comunità.

Ma non lo facevano sempre?

La consigliera Kivenen disse alla giovane dottoressa: - Ci racconti ancora una volta cosa è accaduto.

La voce della donna si era calmata. — Il parto è stato normale. Un maschietto di circa quattro chili. Ha pianto subito. L’infermiera lo ha pulito e lo ha portato allo scanner McKelvey-Waller per un’analisi del cervello neonatale. Questo esame dura circa dieci minuti. Mentre il piccolo era steso nella culla imbottita sotto gli scanner, il bambino, lui… si è addormentato. — Ci fu un momento di silenzio. Alla fine, il dottor Toliveri disse: — Regressione dell’RNA verso il valore medio: sappiamo così poco nel campo della ridondanza di codificazione…

Jennifer disse bruscamente: — Non è colpa sua, dottore. — Lasciò che l’affermazione indugiasse nell’aria, in modo che tutti notassero la colpa che un Dormiente, perfino un Dormiente neonato, poteva riversare su persone innocenti. Dette quindi inizio al dibattito.

Il Consiglio esaminò tutti gli scenari legali possibili: e se avessero inoltrato un certificato di nascita falso, contrassegnando la casella "Insonne" invece di "Dormiente"? Potevano passare ottant’anni prima che il bambino morisse di vecchiaia prematura e il governo pretendesse un’autopsia. Ma il bambino avrebbe dovuto sostenere i test obbligatori della Commissione educativa dello stato di New York a sette anni; quanti parametri di normalità avevano realmente i mendicanti per quei test? Erano sufficienti per differenziare i Dormienti dagli Insonni? C’era inoltre l’impronta della retina, una prova virtualmente certa per l’identificazione del sonno, anche se non per i bambini piccolissimi. E se…

Jennifer, con l’aiuto di Will e Perrilleon, continuò a riportare l’argomento al punto focale: il bene della comunità contro il bene di uno che sarebbe stato per sempre un outsider. Non soltanto un outsider, ma anche un punto di frattura, una potenziale scusante per l’ingresso legale di governi stranieri, una persona che non avrebbe mai potuto produrre allo stesso livello del resto di loro, che avrebbe sempre preso più di quanto non potesse dare.

Un mendicante.

La votazione terminò otto a sei.

— Non sarò io a farlo - disse improvvisamente la giovane dottoressa. — Non io.

— Non dovrà esserlo — rispose Jennifer. — Sono io il Capo esecutivo, mia è la firma che dovrebbe essere apposta su un certificato di nascita falso: lo farò io, È sicuro, dottor Toliveri, che l’iniezione creerà condizioni indistinguibili dalla sindrome di morte improvvisa infantile?

Toliveri annuì. Era pallidissimo. Ricky abbassò lo sguardo sulla superficie della tavola. La consigliera Kivenen si morse un pugno. La giovane dottoressa sembrò in preda al dolore.

Nessuno di loro, tuttavia, protestò a voce alta dopo che il voto fu espresso. Erano una comunità.

Più tardi, Jennifer pianse. Le lacrime la umiliavano, scarse lacrime bollenti come sale incandescente. Will la abbracciò, e lei riuscì a sentire la sua rigidità anche mentre le batteva una mano sulla schiena. Non era ciò che si era aspettato da lei. Non era nemmeno quello che si era aspettato lei.

Lui tentò comunque di parlarle. — Mia cara, non ha sofferto. Il cuore si è fermato immediatamente.

— Lo so — ribatté freddamente lei.

— Allora…

— Perdonami. Non mi piace fare così.

Più tardi, quando fu tornata in sé, lei non si scusò nuovamente. Disse tuttavia a Will, mentre camminavano insieme sotto l’arco incurvato dei pannelli agricoli e tecnici che rappresentavano il cielo: — La colpa è delle normative del governo che ci costringono all’inganno, indipendentemente da quello che facciamo. È soltanto un nuovo esempio di ciò che abbiamo detto prima. Se non facessimo parte degli Stati Uniti…

Will annuì.

Si recarono dapprima a visitare Miranda nella cupola dei bambini, e poi ai Laboratori Sharifi, Reparto Imprese Speciali, importanti quanto Miranda e sottoposti alla più stretta sorveglianza della proprietà privata rispetto a qualsiàsi altro posto sotto il cielo solido e produttivo del Rifugio.

Era arrivata la primavera nel deserto. Il pero Spinoso rifioriva di boccioli gialli. Lungo i dilavamenti brillavano verdi i pioppi neri. Gli sparvieri, solitari per la maggior parte dell’inverno, stavano appollaiati a coppie. Leisha osservò quella fioritura molto più brulla e disadatta di quella lungo il lago Michigan, e si chiese sardonicamente se la modestia del deserto fosse per lei un vantaggio, così come lo era il suo isolamento. Lì nulla era alterato geneticamente.

Si pose davanti al terminale da lavoro, mordicchiando una mela e ascoltando il programma che recitava il quarto capitolo del suo libro su Thomas Paine. La stanza era soffusa di luce solare. Il letto di Alice era stato spostato accanto alla finestra, così che lei potesse vedere i fiori. Leisha ingoiò velocemente un pezzetto di mela e si rivolse al terminale.

— Modificare testo: "Paine correndo a Philadelphia" con "Paine stava correndo a Philadelphia"

"Modificato" confermò il terminale. Alice disse: — Pensi davvero che a qualcuno interessino ancora quelle vecchie regole verbali?

— A me interessano — rispose Leisha. — Alice, non hai toccato il pranzo.

— Non ho fame. E a te non interessa niente dei verbi: stai solo riempiendo il tempo, Leisha. Ascolta, c’è un sacco di frastuono davanti casa.

— Che tu abbia fame o no, devi mangiare. Devi. - Alice aveva settantacinque anni, ma sembrava molto più vecchia. La figura grassoccia che l’aveva tormentata per tutta la vita era sparita: ormai la pelle era tirata sulle ossa che venivano messe in evidenza come un sottile intreccio di fili. Aveva avuto un’altra paralisi e, in seguito, aveva messo da parte il terminale. Leisha, dalla disperazione, aveva perfino suggerito che Alice riprendesse il lavoro sulla parapsicologia nei gemelli. Alice aveva sorriso tristemente il lavoro sui gemelli era stata l’unica cosa su cui non erano mai state realmente in grado di discutere, e aveva scosso la testa. — No, cara. È troppo tardi. Per convincerti.

La paresi tuttavia non aveva intaccato l’amore di Alice per la famiglia. Si mise a sorridere quando il trambusto che proveniva dal portone di ingresso le esplose nella camera.

— Drew!

— Sono a casa, Nonna Alice! Ehi, Leisha!