/ Language: Italiano / Genre:sf_social, / Series: Mendicanti

Mendicanti e superuomini

Nancy Kress

La Terra è caduta sotto il dominio degli Insonni, i mutanti che non hanno bisogno di riposo. Ma sotto la pressione di turbe umane sempre più inquiete e ribelli — i Mendicanti — i superuomini sono ostretti a rifugiarsi nello spazio. Un secolo di incognite si apre di fronte a coloro che vegliano, e la sopravvivenza stessa della Terra è minacciata. Chi la salverà?

Nancy Kress

Mendicanti e superuomini

A Miriam Grace Monfredo e Mary Stanton senza il cui incoraggiamento nei momenti difficili questo libro non sarebbe stato finito.

Prologo

2106

Il risuonare dell’allarme di sovrapposizione a priorità assoluta lacerò l’aria nel cavernoso camerino dietro le quinte. Drew Arlen, l’unico occupante, voltò di scatto la testa in direzione dell’olo-terminale accanto alla toeletta. Lo schermo registrò l’impronta della sua retina e apparve il volto di Leisha Camden.

— Drew, hai sentito?

L’uomo sulla carrozzella, la parte superiore del corpo eccessivamente muscolosa sulle gambe avvizzite, riprese a truccarsi gli occhi. Si sporse in avanti verso lo specchio della toeletta. — Sentito cosa?

— Hai visto il "Times" delle sei?

— Leisha, devo essere in scena fra quindici minuti. Non ho sentito proprio niente. — Udì il suono della propria voce farsi sgradevole e sperò che lei non lo notasse. Perfino dopo tutto quel tempo. Perfino alla semplice vista dell’ologramma di lei.

— Miranda e i Super… Miranda… Drew, hanno costruito un’intera "isola". Al largo della costa del Messico. Hanno usato nano-tecnologia e gli atomi dell’acqua di mare, il tutto praticamente nel giro di una sola nottata!

— Un’isola — ripeté Drew. Corrugò la fronte davanti allo specchio, si passò l’ombretto insistentemente.

— Non si tratta di una costruzione galleggiante. È una vera e propria isola che arriva giù fino alla piattaforma continentale. Ne eri al corrente?

— Leisha, ho un concerto fra quindici minuti…

— Lo sapevi, vero? Sapevi quello che stava facendo Miranda. Perché non me lo hai "detto"?

Drew voltò la carrozzella elettrica per fissare i capelli dorati di Leisha, i suoi occhi verdi, la sua pelle perfetta modificata geneticamente. Sembrava avere trentacinque anni. Ne aveva novantotto.

Egli ribatté: — Perché non te lo ha detto Miranda?

L’espressione di Leisha si calmò. — Hai ragione. Avrebbe dovuto dirmelo Miranda e non lo ha fatto. Ci sono moltissime cose che non mi dice, vero, Drew?

Passò un lungo istante prima che Drew dicesse con un fil di voce: — Non è facile trovarsi fuori, tanto per cambiare, vero Leisha?

Lei rispose con altrettanta delicatezza: — Hai aspettato molto tempo per riuscire a dirmi una cosa simile, vero, Drew?

Egli distolse lo sguardo. Nell’angolo della immensa stanza qualcosa frusciò silenzioso: un topolino oppure un robot difettato.

Leisha disse: — Si trasferiranno in questa nuova isola? Tutti e ventisette i Super?

— Sì.

— Nessuno nella comunità scientifica è nemmeno al corrente del fatto che la nano-tecnologia abbia raggiunto queste capacità.

— Non lo ha fatto la nano-tecnologia di nessun altro.

Leisha disse: — Non mi lasceranno entrare su quell’isola, vero? Per niente?

Egli udì i complessi sottintesi nella voce di lei. La generazione di Insonni di Leisha, la prima generazione, non era in grado di nascondere i propri sentimenti. Al contrario la generazione di Miranda riusciva a nascondere ogni cosa.

— Vero — rispose Drew. — Non lo faranno.

— Proteggeranno l’isola con una qualche invenzione di Terry Mwakambe e tu sarai l’unico non-Super a cui sarà mai concesso di sapere quello che faranno lì.

Egli non rispose. Un tecnico infilò esitante la testa nell’arco della porta. — Dieci minuti, Signor Arlen, signore.

— Sì. Arrivo.

— Gran folla stasera, signore. Tutto strapieno.

— Sì. Grazie. — La testa del tecnico scomparve.

— Drew — disse Leisha, con voce incrinata. — Lei è per me una figlia quanto tu sei stato un figlio… Che cosa progetta di fare Miranda in quell’isola?

— Non lo so — disse Drew ed era allo stesso tempo una bugia e non, in modo che Leisha non avrebbe mai potuto comprendere. — Leisha devo essere sul palco fra nove minuti.

— Già — commentò stancamente Leisha. — Lo so. Tu sei il Sognatore Lucido.

Drew fissò ancora una volta la olo-immagine: l’amabile curva delle guance di lei, la pelle da Insonne priva di invecchiamento, il sospetto di lacrime negli occhi verdi. Era stata la persona più importante nel mondo di lui e nel più vasto mondo pubblico. Adesso, lei non lo sapeva ancora, era divenuta obsoleta.

— Già — disse lui. — Giusto. Io sono il Sognatore Lucido.

L’olo-palco si scurì ed egli tornò a truccarsi per lo spettacolo.

PARTE PRIMA

Luglio 2114

La preoccupazione per l’uomo stesso e il suo destino devono sempre costituire l’interesse primario di ogni sforzo tecnico, la preoccupazione per i grandi problemi irrisolti riguardanti l’organizzazione del lavoro e la distribuzione dei beni, così che le creazioni della nostra mente rappresentino per l’umanità una benedizione e non una maledizione.

Albert Einstein (Discorso al California Institute of Technology, 1931)

1

Diana Covington — San Francisco

Per alcuni di noi, ovviamente, niente è abbastanza.

Questa frase può essere presa in due modi diversi, no? Non voglio dire con questo che è vero il contrario. Non è vero nemmeno per i Vivi, indipendentemente dalle loro patetiche pretese di una "aristocratica vita di ozio". Già. Non esiste uno solo di noi che non sappia che è così. Noi Muli siamo sempre stati in grado di riconoscere la ribollente insoddisfazione. La vediamo quotidianamente nello specchio.

"Il mio QI non è stato potenziato come quello di Paul."

"I miei genitori non si sono potuti permettere le modificazioni genetiche che ha Aaron."

"La mia ditta non è diventata famosa come quella di Karen."

"La mia pelle non ha la grana fine come quella di Gina."

"Il mio collegio elettorale ha più pretese di quello di Luke. Quelle sanguisughe di votanti pensano forse che io sia una miniera inesauribile?"

"Il mio cane è meno all’avanguardia nelle modificazioni genetiche rispetto a quello di Stephanie."

Fu, in effetti, il cane di Stephanie che mi fece decidere di cambiar vita. So che effetto possono avere le mie parole. Non c’è nulla che riguardi l’inizio del mio servizio per l’Ente governativo di controllo degli Standard Genetici che non suoni ridicolo. Perché non cominciare proprio dal cane di Stephanie? Esso conferisce alla storia un certo brio satirico. Potrei parlarne a pranzo e a cena per interi mesi.

Sempre, ovviamente, che qualcuno vada ancora a pranzo o a cena.

Il brio satirico è una merce così deperibile!

Stephanie portò il suo cane nel mio appartamento nell’Enclave di Sicurezza di Bayview una domenica mattina di luglio. Il giorno prima avevo acquistato alcuni cesti di fiori alla BioForms di Oakland ed essi si riversavano a cascata fuori dalla ringhiera del terrazzo, un tumulto di azzurri dalle sfumature più varie, da superare quelle della Baia di San Francisco, sei piani sotto: cobalto, celeste, acquamarina, azzurro, grigio-azzurro, turchese, ceruleo. Io ero stesa sulla sdraio in terrazzo, mangiando biscotti all’anice e studiando i miei fiori. I geni modificati avevano modellato ogni bocciolo in un tubo che vibrava dolcemente, dotato di una estremità a cupola. I boccioli erano abbastanza lunghi. In verità, la mia terrazza spumeggiava di flaccidi e azzurri peni vegetali. David se n’era andato una settimana prima.

— Diana — disse Stephanie attraverso lo scudo a energia-Y che si estendeva nello spazio fra i battenti della portafinestra aperta. — Toc, toc.

— Come hai fatto a entrare nell’appartamento? — le chiesi, un po’ seccata. Non avevo dato a Stephanie il mio codice di sicurezza. Non mi piaceva a sufficienza.

— Il tuo codice è infranto. È sulla rete della polizia. Pensavo che avresti gradito saperlo. — Stephanie era un poliziotto. Non era nella polizia distrettuale, lavoro duro e sporco da effettuare giù fra i Vivi. Non la nostra Stephanie. Possedeva una ditta che forniva robot di pattuglia per la sicurezza nelle enclavi. Aveva progettato i robot personalmente. La sua impresa, che godeva di un successo stupefacente, aveva firmato contratti con un ragguardevole numero di enclavi di San Francisco, anche se non con la mia. Dirmi che il mio codice si trovava nella rete dei robot rappresentava il suo sgradevole modo di provocarmi poiché la mia enclave utilizzava una diversa forza di polizia.

Mi stesi nuovamente sulla sdraio e allungai una mano per prendere un drink. I fiori azzurri più vicini si spinsero verso la mia mano.

— Stai facendo avere loro un’erezione — disse Stephanie attraversando la portafinestra. — Oh, biscotti all’anice! Ti dispiace se ne do uno a Katous?

Il cane la seguì dalla fresca oscurità del mio appartamento, si bloccò, strizzando gli occhi nella splendente luce del sole, e annusò l’aria sospettoso. Era chiaramente, aggressivamente, illegalmente modificato a livello genetico. L’Ente governativo per il controllo degli Standard Genetici poteva consentire qualche aggiustamento alla moda sui fiori, ma non con i tipi animali superiori ai pesci. Le regole erano chiarissime, sottolineate da cause legali, dalle durissime sanzioni pecuniarie, che le rendevano ancora più chiare. Nessuna modificazione genetica che causi dolore. Nessuna modificazione genetica che crei un armamento, nella più ampia delle definizioni. Nessuna modificazione genetica che "muti l’aspetto fisico o fondamentali attività interne tali da creare alterazioni che deviino in modo significativo, la creatura dagli altri membri, non soltanto della sua specie, ma anche della sua razza". Un collie poteva essere addestrato a correre su una sola zampa, ma avrebbe fatto bene ad assomigliare ancora a Lassie.

E, in nessun caso, una qualsiasi modificazione genetica che fosse ereditaria. Nessuno voleva un altro fiasco come quello degli Insonni. Perfino i miei fiori "penili" erano sterili. Gli esseri umani modificati geneticamente, noi Muli, sono stati tutti creati individualmente, oggetti da collezione unici creati "in vitro". Così viene mantenuto l’ordine nel nostro mondo ordinato. Così afferma il giudice capo della Corte Suprema, Richard J. Milano, scrivendo la sentenza nella causa per LINBECKER CONTRO ENTE GOVERNATIVO PER IL CONTROLLO DEGLI STANDARD GENETICI. "L’umanità non deve essere alterata al di là della riconoscibilità, perché vorrebbe dire perdere ciò che significa essere umani. Due mani, una testa, due occhi, due gambe, un cuore funzionante, la necessità di respirare, mangiare e defecare, questa è l’umanità nella sua continuità. Noi siamo ’gli’ esseri umani."

O, in questo caso, "i" cani. Eppure ecco lì Stephanie, teoricamente una rappresentante della legge, in piedi sulla mia terrazza affiancata da una vivente violazione da galera della ECGS, dal pelo rosa. Katous aveva quattro adorabili orecchie rosa, diritte in modo identico, auricolari Rockettes. Aveva un simpatico codino da coniglio in pelo rosa. Aveva immensi occhi marroni, di una dimensione tre volte maggiore a qualsiasi occhio da cane che il giudice Milano avrebbe approvato, che gli conferivano uno sguardo languido e afflitto. Era talmente adorabile e dall’aria così vulnerabile che avevo voglia di prenderlo a calci.

— Ho sentito che David se n’è andato — disse Stephanie, chinandosi per dare da mangiare il biscotto all’anice a quell’ammasso di pelo tremante. Mi chiesi se Stephanie sapesse che katous era il termine arabo per "gatto". Certo che lo sapeva.

— David se n’è andato — confermai io. — Eravamo arrivati a un bivio.

— E chi sarà il prossimo?

— Nessuno. — Sorseggiai il mio drink senza offrirne uno a Stephanie. — Penso di vivere da sola per qualche tempo.

— Davvero? — Toccò un fiore color acquamarina: il dito venne avvolto dal soffice petalo tubolare. Stephanie sogghignò. — Quel dommage. Che mi dici di quel fornitore di software tedesco con cui hai parlato tanto a lungo alla festa di Paul?

— Che mi dici del tuo cane? — ribattei mordace. — Non è tremendamente illegale per essere il cane di uno sbirro?

— Ma tanto grazioso. Katous, di’ ciao a Diana.

— Ciao — disse Katous.

Staccai lentamente il bicchiere dalle labbra.

I cani non sapevano parlare. La struttura vocale non lo permetteva, la legge non lo permetteva, il QI canino non lo permetteva. Tuttavia il "ciao" latrato da Katous era stato perfettamente chiaro. Katous sapeva parlare.

Stephanie si appoggiò contro la portafinestra, godendosi l’effetto della sua granata. Avrei dato qualsiasi cosa per essere in grado di ignorarla, per proseguire con una conversazione neutrale e disinteressata. Non ci riuscii.

— Katous — dissi io — quanti anni hai?

Il cane mi fissò con enormi occhi afflitti.

— Dove abiti, Katous?

Nessuna risposta.

— Sei modificato geneticamente?

Nessuna risposta.

— Katous è un cane?

C’era forse un’ombra di triste sconcerto nei suoi occhi marroni?

— Katous, sei felice?

Stephanie disse: — Il suo vocabolario è di sole ventidue parole. Però ne capisce di più.

— Katous, vuoi un biscotto? Biscotto, Katous?

Il cane agitò il ridicolo codino e si mise a piroettare sul posto. Non aveva unghie sulle zampe. — Biscotto! Per favore!

Io allungai un biscotto della stessa marca delle madeleines di Proust. Magnifiche: croccanti, fragranti di anice, ricche di burro. Katous lo prese con gengive rosate, prive di denti. — Grazie, signora!

Guardai Stephanie. — Non è in grado di difendersi. È un ritardato mentale, sveglio abbastanza da saper parlare, ma non a sufficienza da capire il suo mondo. A che serve?

— A che servono i tuoi fiori penili? Dio, se sono sensuali! Te li ha dati David? Sono magnifici.

— Non me li ha dati David.

— Li hai comperati tu? Dopo che lui se n’è andato, immagino. Una forma di sostituzione?

— Un promemoria della fallibilità maschile.

Stephanie rise. Sapeva che stavo mentendo, ovviamente. David non era mai stato fallibile in quel campo. O in qualsiasi altro. Il fatto che se ne fosse andato era colpa mia. Non sono una persona facile con cui vivere. Stuzzico, ficco il naso dappertutto, litigo, cerco freneticamente debolezze da giustificare le mie. Peggio ancora, lo ammetto solamente ben dopo che è accaduto il fatto. Distolsi lo sguardo da Stephanie e fissai attraverso un varco tra i fiori la Baia di San Francisco, tenendo il drink ghiacciato in mano.

Suppongo che sia una grave pecca del mio carattere, quella di non sopportare di restare per più di dieci minuti nella stessa stanza con una persona come Stephanie. Lei è intelligente, piena di successo, spiritosa, audace. Gli uomini le cadono ai piedi e non soltanto per il suo aspetto modificato geneticamente, capelli rossi, occhi viola e gambe lunghe un metro e mezzo; nemmeno per la sua intelligenza potenziata. No, lei possiede la forma estrema di attrazione per i logori maschi: niente cuore. Rappresenta una sfida perenne, una varietà infinita che non stanca il cliente perché il prezzo è costantemente al rialzo. Non può essere realmente amata e non può essere realmente fatta soffrire, perché non gliene importa niente. L’indifferenza accoppiata a quelle gambe, è irresistibile. Ogni uomo pensa che lui sarà diverso per lei, ma non lo è mai.

"La gelosia" aveva sempre detto David "corrode l’anima."

Io gli avevo sempre risposto che Stephanie era priva di anima. Aveva ventotto anni, sette meno di me, il che significava sette anni di progresso nell’evoluzione tecnologica disponibile dell’Homo sapiens. Erano stati sette anni molto fertili. Suo padre era Harve Brunell, della Brunell Power. Per la sua unica figlia aveva acquistato ogni modificazione genetica sul mercato e alcune di esse non erano arrivate proprio legalmente. Stephanie Brunell rappresentava la penultima realizzazione della scienza americana, della potenza e dei valori.

Appena dopo Katous.

Lei colse un azzurro fiore penile e lo rigirò oziosamente fra le mani. Mi stava facendo soffocare dalla mia stessa curiosità, riguardo a Katous. — E così è davvero finita fra te e David. A proposito, l’ho visto fugacemente ieri sera alla festa acquatica di Anna. Da una certa distanza. Si trovava sul sentiero dei gigli.

Io chiesi con indifferenza. — Oh? Con chi?

— Decisamente solo. E sembrava proprio bellissimo. Penso che si sia fatto sostituire nuovamente i capelli. Adesso sono biondi e ricci.

Io mi stiracchiai e sbadigliai. Sentivo i muscoli del collo rigidi come corde di duragem. — Stephanie, se vuoi David, vagli pure dietro. "A me" non interessa.

— Davvero? Ti dispiace se mando il tuo "primitivo" robot-domestico a prendere un’altra caraffa di questo drink ghiacciato? Almeno il tuo robot funziona… il tasso di guasti fra i robot-poliziotti è aumentato ancora. Sono tentata di pensare che le concessionarie dei pezzi siano tutte di proprietà di deficienti se non fossero possedute da alcuni dei miei migliori amici. Come si chiama il tuo robot?

— Hudson — dissi — un’altra caraffa.

Fluttuò via. Katous lo guardò impaurito, indietreggiando in un angolo della terrazza. L’assurdo codino del cane sfiorò un fiore pendulo. Immediatamente il fiore si arrotolò attorno alla coda e Katous guaì scattando in avanti, tremando.

Dissi: — Un cane modificato geneticamente, con un briciolo di coscienza di sé, che ha paura di un fiore? Non ti pare un po’ crudele?

— È tenuto a essere una bestiolina ultra-viziata. A dire il vero Katous è un prototipo beta, testato per il mercato estero. Disponibile secondo l’Atto di esenzione speciale per la ripresa economica, Sezione 14-C. Animali domestici non agricoli per l’esportazione.

— Pensavo che il presidente non avesse firmato l’Atto di esenzione speciale. — Il Congresso vi aveva dibattuto per settimane. Crisi economica, bilancio commerciale sfavorevole, rigidi controlli dell’ECGS, minaccia alla vita per come la conosciamo. Il solito.

— Lo firmerà la prossima settimana — disse Stephanie. Mi chiesi quale dei suoi amanti avesse influenza al Campidoglio. — Non possiamo permetterci di non farlo. La lobby delle modificazioni genetiche diventa ogni mese più potente. Pensa a tutte quelle ricche e vecchie signore cinesi, europee e sudafricane che smanierebbero per avere un costosissimo cagnolino grazioso in modo nauseante, dipendente, senziente in modo poco minaccioso, di breve vita e privo di denti.

— Dalla vita breve? Niente denti? Le caratteristiche di razza dell’ECGS…

— Verranno derogate per gli animali da esportazione. Nel frattempo io sto soltanto effettuando un beta-test per un amico. Oh, ecco che arriva Hudson.

Il robot fluttuò attraverso la portafinestra con una caraffa ghiacciata di vodka non-ti-scordar-di-me. Katous sgattaiolò via, con le quattro orecchie tremanti. Nella fuga urtò un vaso di fiori i quali cercarono di arrotolarsi attorno a lui. Un lungo e flaccido petalo gli si posò delicatamente sopra gli occhi. Katous guaì e si divincolò, lo sguardo impazzito. Sfrecciò attraverso la terrazza.

— Aiuto! — gridò Katous.

Da quella parte della terrazza avevo piantato della polvere di luna in cassette poco profonde fra i paletti, in modo da avere un bordo basso che non mi impedisse la vista della Baia. La terrorizzata fuga di Katous lo mandò a sbattere contro il campo dei sensori della polvere di luna. Essa rilasciò una nuvola di fibre azzurre dal profumo dolciastro, sottili quanto cotone egiziano. Il cagnolino le respirò e guaì nuovamente. La nuvola di polvere di luna risultò per qualche istante traslucida, una nebbia fragrante attorno a quegli occhi enormi, terrorizzati. Katous prese a correre in un tondo, quindi balzò alla cieca. Si scaraventò tra i paletti largamente distanziati e finì oltre il margine della terrazza.

Il rumore del suo corpo che colpiva l’asfalto sottostante giunse ai sensori di Hudson.

Io e Stephanie corremmo alla ringhiera. Ai nostri piedi la polvere di luna rilasciò un’altra nuvola di fibre. Katous giaceva spiaccicato sul marciapiede, sei piani sotto.

— Maledizione! — esclamò Stephanie. — Quel prototipo costava un quarto di milione in Ricerca e Sviluppo!

Hudson disse: — C’È STATO UN RUMORE NON REGISTRATO PROVENIENTE DALL’INGRESSO AL PIANO TERRA. DEVO ALLERTARE LA SICUREZZA?

— No, Hudson — risposi io. — Nessuna azione. — Guardai l’ammasso di pelo rosa insanguinato. Dispiacere e disgusto mi inondarono: dispiacere per il terrore di Katous, disgusto per Stephanie e me.

— Oh, bene — disse Stephanie. Le sue labbra perfette si contrassero. — Forse il QI "aveva" bisogno di essere potenziato. Non ti vedi già i titoli dei tabloid dei Vivi? CANE SCEMO SI TUFFA NELLA MORTE. PRESO DAL PANICO PER UN BOUQUET PENILE. — Tirò indietro la testa e si mise a ridere, mentre i capelli rossi le ondeggiavano nella brezza.

"Mercuriale", aveva detto una volta David di Stephanie. "Ha dei capricci intriganti e mercuriali."

A livello personale non ho mai trovato i titoli dei tabloid dei Vivi buffi quanto sembrano trovarli tutti gli altri. Scommetterei inoltre che né "penile" né "bouquet" si trovino nel dizionario dei Vivi.

Stephanie alzò le spalle e si allontanò dalla ringhiera. — Immagino che Norman ne debba semplicemente fare un altro. Con il lavoro di Ricerca e Sviluppo già completato la società non dovrebbe finire in bancarotta. Forse potrà perfino dedurlo dalle tasse. Hai sentito che Jean-Claude ha inoltrato richiesta di deduzione al Fisco per gli embrioni che lui e Lisa hanno alla fine deciso di non impiantare in un surrogato? Li ha buttati e ha dedotto le spese di sette anni di deposito degli embrioni come deprezzamento economico, basandosi sul fatto che un erede faceva parte di una pianificazione strategica a lungo termine e che il revisore fiscale l’aveva effettivamente autorizzato. Nove embrioni fertilizzati, tutti con costosissime modificazioni genetiche. Poi lui e Lisa hanno deciso che, dopotutto, non volevano affatto dei bambini.

Fissai il mucchietto di pelo rosa da buttare, poi l’ampia Baia azzurra e presi la mia decisione. In quel preciso istante.

— Conosci Colin Kowalski? — chiesi a Stephanie.

Rifletté brevemente. Aveva una memoria eidetica. — Sì, mi sembra di sì. Sarah Goldman me lo ha presentato a teatro qualche anno fa. Alto, con capelli mossi e scuri? Modificazione genetica minima, vero? Non mi ricordo che fosse bello. Perché? È il tuo sostituto per David?

— No.

— Aspetta un attimo… non fa parte dell’ECGS?

— Sì.

— Penso di averti già detto — proseguì Stephanie irrigidita — che la compagnia di Norman aveva un permesso speciale di beta-test per Katous, no?

— No. Non lo hai fatto.

Stephanie si morse l’impeccabile labbro inferiore. — A dire il vero il permesso è in sospeso. Diana…

— Non ti preoccupare, Stephanie. Non denuncerò la tua violazione mortale. Ho solo pensato che potessi conoscere Colin. Darà una stravagante festa per il 4 di Luglio. Potrei farti avere un invito. — Mi stavo godendo il suo disagio.

— Non penso che mi interessi una festa organizzata da un Agente della Squadra Purezza. Sono sempre così noiosi, così rigidi sulla genetica, un manganello che si abbatte sull’innovazione nel nome di un patriottismo fasullo. No, grazie.

— Pensi che l’idealismo sia fasullo?

— La maggior parte del patriottismo lo è. Sia quello, sia il sentimentalismo da Vivi. Dio, l’unica cosa sopportabile di questo paese proviene dalla tecnologia della modificazione genetica. La maggior parte dei Vivi ha un aspetto di merda e si comporta in modo anche peggiore… anche tu hai detto che non sopporti di averli attorno.

Lo avevo detto, sì. C’era moltissima gente che non sopportavo di avere attorno.

Stephanie era in una lista elettorale, il genere di persona che non arriva mai in una campagna per olo-video. — Senza i cervelli modificati geneticamente nelle enclavi di sicurezza, questo sarebbe un paese di deficienti ambulanti, incapaci perfino della basilare sopravvivenza. A livello personale, penso che l’azione migliore del "patriottismo" sia un virus letale, modificato geneticamente, che spazzi via chiunque a parte i Muli. I Vivi non contribuiscono a nulla e dissanguano tutto.

Misurando attentamente le parole dissi: — Ti ho mai detto che mia madre era una Viva? Che è stata uccisa mentre combatteva per gli Stati Uniti nel Conflitto Cinese? Era sergente maggiore.

A dire il vero mia madre era morta quando io avevo due anni, la ricordavo a malapena. Stephanie ebbe tuttavia il buon gusto di apparire imbarazzata. — No, e avresti dovuto farlo prima di lasciarmi pronunciare questa filippica. Questo però non cambia le cose. Tu "sei" un Mulo. Sei modificata geneticamente. Esegui un lavoro utile.

Quest’ultima affermazione era generosa oppure maligna. Ho fatto svariati lavori, nessuno dei quali di utilità duratura. Ho una teoria sulla gente che finisce con l’avere una catena di carriere a breve termine. Si tratta, incidentalmente, della stessa teoria che ho sulla gente che finisce con l’avere una catena di amori a breve termine. Questo avviene perché ogni nuovo amore/lavoro rivela una nuova inadeguatezza interna. Con uno si scopre la propria capacità di essere pigri; con un altro di essere petulanti e così via. La somma di troppi mestieri o di troppi amori, quindi, risulta la stessa: un diagramma di prestazioni varie che scende a picco, inevitabilmente, verso il quadrante inferiore destro. Tutte le proprie debolezze stanno lì, esposte. Quella che è mancata a un amore o a un mestiere verrà evidenziata dal successivo.

Negli ultimi dieci anni ho lavorato nel campo della sicurezza, degli olo-video di intrattenimento, della politica per la contea, delle concessionarie per la manifattura di mobilia (più di una), della legge sui robot, del catering, dell’istruzione, della sincografia applicata, della sanità. Nulla di azzardato, nulla di perduto. Eppure David, che era venuto dopo Russel, dopo Anthony, dopo Paul, dopo Eugene, dopo Claude, non aveva mai definito "me" "mercuriale". Il che era certamente indicativo di qualche cosa.

Non avendo reagito alla stilettata di Stephanie lei la ripeté, sorridendo in modo premuroso. — "Tu sei" un Mulo, Diana. Svolgi un lavoro utile.

— Sto per farlo — risposi io.

Lei si versò un altro drink. — Ci sarà David a questa festa di Colin Kowalski?

— No. Sono certa di no. Si troverà però alla campagna per la raccolta di fondi che Sarah terrà sabato. Abbiamo entrambi accettato di andare alcune settimane fa.

— E tu ci andrai?

— Non penso.

— Capisco. Se però tu e David avete realmente chiuso…

— Vagli dietro, Stephanie. — Non la guardai in faccia. Da quando David se n’era andato avevo perduto tre chili e mezzo e tre amici.

Diciamo che mi sono unita all’ECGS perché ero stata piantata in asso, che ero disgustata di Stephanie e di tutto quello che rappresentava, che ero stanca della mia vita in quel momento estremamente noioso, che ero semplicemente alla ricerca di un nuovo brivido. Diciamo che sono stata impulsiva.

— Sarò fuori città per qualche tempo — dissi.

— Oh? Dove andrai?

— Non sono ancora sicura. Dipende. — Lanciai un’ultima occhiata al costosissimo cagnolino, spiaccicato, ultimo ritrovato della tecnologia e dei valori americani.

Diciamo che sono stata una patriota.

La mattina dopo presi un volo per recarmi nell’ufficio di Colin Kowalski in un complesso governativo a ovest della città. Dal cielo, gli edifici e le ampie zone di atterraggio formavano un disegno geometrico, circondato da strisce informi di alberi carichi di fiori gialli brillanti. Immaginai che gli alberi fossero modificati geneticamente in modo da fiorire per tutto l’anno. Alberi e prati si interruppero bruscamente al perimetro della bolla formata dal campo di sicurezza a energia-Y. Al di fuori di quel cerchio incantato il terreno tornava ai cespugli, punteggiato da alcuni Vivi impegnati in una corsa di scooter.

Dalla mia aeromobile ero in grado di scorgere l’intero tracciato, una linea gialla rilucente di energia-Y larga quasi un metro e lunga circa otto "contorti chilometri. Uno scooter a base piatta sfrecciò dalla navetta di partenza, guidato da una figura con una tuta rossa che, alla sua velocità e alla mia altitudine, non era niente di più di una macchia confusa. Ero stata a qualche corsa di scooter. Il dispositivo gravitazionale era programmato in modo tale da restare esattamente quindici centimetri al di sopra della pista. Dei coni a energia-Y posti sotto al fondo ne determinavano la velocità: più forte era l’inclinazione rispetto al tracciato a energia, più veloce poteva andare lo scooter e più difficile diventava da controllare. Al pilota era permessa una sola maniglia, oltre a un pomolo attorno al quale poter agganciare un ginocchio. Doveva essere come cavalcare con la sella laterale a ottantacinque chilometri all’ora… non che alcuno dei Vivi avesse mai sentito parlare di selle laterali. I Vivi non leggevano libri di storia. Né altro.

Gli spettatori erano appollaiati su inconsistenti panche lungo la pista per gli scooter. Applaudivano e gridavano. Il pilota era arrivato a metà percorso quando un secondo scooter venne lanciato dalla navetta. La mia aeromobile era stata autorizzata ad atterrare dal campo di sicurezza governativo che si era inserito sui miei comandi per guidarmi all’interno. Mi girai sul sedile per tenere d’occhio il tracciato degli scooter. A quell’altezza ero in grado di vedere più chiaramente il primo pilota. Egli aumentò l’inclinazione dello scooter, anche se quella parte della pista era sconnessa, insinuandosi fra rocce, buche e cumuli di sterpaglia tagliata. Mi chiesi come facesse a sapere che il secondo scooter stava guadagnando terreno rispetto a lui.

Vidi il primo pilota sfrecciare verso un masso parzialmente interrato. La linea gialla della pista vi scivolava sopra. Il pilota spostò il proprio peso verso il centro, cercando di rallentare. Aveva aspettato troppo. Lo scooter si impennò e schizzò via, mentre il pilota volava a terra. Colpì con la testa il margine del masso a oltre un chilometro e mezzo al minuto.

Un istante dopo il secondo scooter sfrecciò, con i suoi coni a energia, esattamente a quindici centimetri dal cranio fracassato del primo pilota.

La mia aeromobile scese lentamente al di sotto delle cime degli alberi e atterrò fra due aiuole di sgargianti fiori modificati geneticamente.

Colin Kowalski mi venne incontro nell’atrio, un severo ingresso neo-Wrightiano di un grigio deprimente. — Mio Dio, Diana, sei pallidissima. Cosa c’è?

— Niente — risposi io. Nonostante nelle corse di scooter la morte sia una costante, non avevo mai assistito a un tale evento personalmente e tanto da vicino. Il cranio fracassato non era apparso più sostanziale di un fiore.

— Hai bisogno di una boccata di aria fresca — disse Colin. — Andiamo a fare una passeggiata?

— Una che? — chiesi io, sconcertata. Avevo appena preso un po’ d’aria fresca. Quello che volevo era sedermi.

— Il dottore non ti ha prescritto delle passeggiate tranquille? Nelle tue condizioni? — Colin mi prese per un braccio e questa volta fui tanto sveglia da non dire "Le mie, cosa?" Il vecchio addestramento ritornava velocemente alla memoria. Colin aveva paura che l’edificio non fosse sicuro.

Come poteva non essere sicuro un complesso governativo sotto un campo a energia-Y di massima sicurezza? Quel posto doveva essere plurischermato, bloccato, controllato costantemente. C’era solamente un gruppo di persone delle quali si poteva anche solo remotamente sospettare che avessero sviluppato monitor così radicalmente non individuabili…

Restai stupita di me stessa. Il mio cuore perse effettivamente un colpo. Apparentemente riuscivo ancora a provare interesse in qualcosa che non fossi io stessa.

Colin camminò con me oltre un grazioso giardino di meditazione verso un esteso prato aperto. Camminammo lentamente, come si confaceva a uno nella mia condizione, qualsiasi essa fosse.

— Colin, tesoro, sono incinta?

— Hai il morbo di Gravison. Diagnosticato soltanto due settimane fa nell’Enclave Medica John C. Frémont, dopo i tuoi ripetuti ricoveri a causa delle vertigini.

— Non ci sono ricoveri nella mia documentazione medica.

— Adesso ci sono. Tre casi nel giro degli ultimi quattro mesi. Una errata diagnosi di sclerosi multipla. I tuoi problemi medici sono una delle cause per cui David Madison ti ha lasciata.

A dispetto di me stessa, mi contrassi al suono del nome di David.

Colin e io avanzammo ancora un po’. Il tempo sotto la cupola era mite, nell’aria un profumo di fresco. La mano di Colin sul mio braccio era una sensazione gradevole. Stephanie aveva torto: era bello, anche se il suo aspetto fisico non era stato modificato geneticamente. Folti capelli scuri, zigomi alti, un corpo forte. Peccato che fosse così moralista. Il rispetto quasi religioso per il proprio lavoro, anche se il lavoro non vale nulla, porta a un crollo del desiderio sessuale. Riuscivo a immaginare Colin che ispezionava le amanti nude alla ricerca di violazioni all’ECGS. E quindi denunciarle.

Dissi: — Stai correndo troppo, tesoro. Perché i cambiamenti nella documentazione medica? Non ho ancora nemmeno detto di essere disposta a giocare.

— Abbiamo bisogno di te, Diana. Non avresti potuto contattarmi in un momento migliore. Washington ci ha tagliato nuovamente i fondi, una caduta del dieci per cento da…

— Risparmiami la lezione politica, Col. Per che cosa hai bisogno di me?

Sembrava leggermente offeso. Un moralista. I suoi fondi, tuttavia, erano stati tagliati. I fondi di tutti erano stati tagliati. Washington è un sistema di tipo binario: il denaro può soltanto entrare e uscire. Ne stava uscendo più di quanto non ne stesse entrando. Molto di più: mantenere una nazione di Vivi era costoso da quando gli USA non avevano più l’esclusiva dei brevetti mondiali per l’economica energia-Y che aveva reso originariamente possibile la cosa. In aggiunta, i macchinari vetusti, a lungo sottoposti a una scarsa manutenzione, diventavano inutilizzabili a un ritmo crescente. Perfino Stephanie, con tutti i suoi soldi, se n’era lamentata. Il settore pubblico doveva risentirne anche di più. Le spese deficitarie erano ormai illegali da quasi un secolo. Colin non pensava che io lo sapessi già?

Egli disse irrigidito: — Non avevo intenzione di propinarti una lezione. Ho bisogno di te per un lavoro di sorveglianza. Sei addestrata, sei pulita, nessuno potrà rintracciare elettronicamente i tuoi movimenti. Qualora poi essi attirassero l’attenzione di qualcuno, il morbo di Gravison rappresenta una perfetta copertura.

Era vero, fino a quel punto. Ero "addestrata" perché quindici anni prima avevo preso parte a un programma di addestramento non documentato, così segreto che i suoi agenti non erano mai stati impiegati. Quanto meno io non lo ero stata ma, c’è anche da dire, che me n’ero andata prima che fosse finito. Avevo incontrato Claude. Forse però era qualcun altro. Anche Colin Kowalski era stato inserito nel programma che aveva segnato l’inizio della sua carriera governativa. Io ero pulita perché del programma non appariva nulla su alcuna banca dati, da nessuna parte.

C’era tuttavia qualcosa che Colin non mi stava dicendo, qualcosa che non quadrava perfettamente nei suoi modi. Dissi: — Di chi, specificamente, non attirerò l’attenzione? — Tuttavia pensavo di conoscere già la risposta.

— Insonni. Né del Rifugio, né di quel gruppo di Huevos Verdes. La Isla, intendo dire.

Huevos Verdes. Uova verdi. Mi chinai e feci finta di aggiustarmi un sandalo, per nascondere un sorrisetto. Non avevo mai sentito dire che gli Insonni avessero il senso dell’umorismo.

Dissi, attraverso una crescente eccitazione: — Perché il morbo di Gravison fornirebbe una copertura perfetta? Che cos’è il morbo di Gravison?

— Un disturbo mentale. Provoca un’estrema irrequietezza e agitazione.

— E tu hai pensato immediatamente a me. Grazie, tesoro.

Egli sembrò seccato. — Conduce spesso a viaggiare senza meta. Diana, non è una cosa da ridere. Sei l’ultima degli agenti segreti che siamo sicurissimi non compaia su alcuna documentazione precedente al tempo in cui il Rifugio ha prodotto quei cosiddetti Super-Insonni nella stazione orbitale protetta. Be’, adesso non è più protetta. L’abbiamo stipata di personale dell’ECGS. Abbiamo smantellato completamente i laboratori: il Rifugio non farà più pericolosi trucchetti modificati geneticamente. La traditrice Jennifer Sharifi e la sua cellula di rivoluzionari non usciranno più di galera.

Le parole di Colin mi colpirono per la loro riduttività: una riduttività particolarmente grigia, di tipo governativo. Quello che lui aveva chiamato "pericolosi trucchetti modificati geneticamente" di Jennifer Sharifi era stato un tentativo terroristico di utilizzare virus letali alterati per tenere in ostaggio cinque grandi città. Questo incredibile, ardito, folle terrorismo era stato un tentativo di costringere gli Stati Uniti a concedere la secessione del Rifugio. L’unico motivo per cui il Rifugio non aveva avuto successo era stato che la nipote di Jennifer Sharifi, Miranda, per chissà quali contorte condotte politiche di tipo familiare, aveva consegnato i terroristi ai federali. Era avvenuto tutto tredici anni prima. Miranda Sharifi aveva allora sedici anni. Lei e altri ventisei bambini coinvolti nel tradimento erano stati apparentemente modificati, a tal punto a livello genetico, da non pensare più nemmeno come esseri umani. Una specie differente.

Esattamente ciò che l’ECGS era tenuto a impedire.

Eppure eccoli qui i ventisette Super-Insonni, che camminavano in giro vivi, un fatto compiuto. Qualche anno addietro i Super si erano trasferiti in un’isola che avevano "costruito" al largo della costa dello Yucatan. Non si trattava di una costruzione galleggiante, come quella delle Isole Artificiali, ma di roccia che arrivava giù fino alla piattaforma continentale. Nessuno sapeva come avessero fatto gli Insonni a sviluppare la nanotecnologia per realizzarla. Un sacco di gente smaniava per scoprirlo. La nano-tecnologia era ancora agli albori. Al massimo, i nano-scienziati riuscivano a fare a pezzi le cose, non a costruirle. Apparentemente questo non era vero a La Isla.

Un’isola, dice la legge internazionale, che sia antecedente all’esistenza di persone che sono in grado di crearne una, è una struttura naturale. A differenza di una nave o di una stazione orbitale, non ricade sotto la Legge di Riforma Fiscale sui Costrutti Artificiali del 2050 e non deve, necessariamente, battere bandiera nazionale. Può essere rivendicata da, o per, un dato paese, o venire assegnata a esso come un protettorato da parte delle Nazioni Unite. I ventisette Super, più i seguaci, si erano insediati sull’isola che aveva approssimativamente la forma di due ovali incastrati. La Isla era stata rivendicata dagli Stati Uniti: le potenziali tasse sulle imprese dei Super-Insonni erano immense. Tuttavia le Nazioni Unite avevano assegnato l’isola al Messico, che si trovava a circa trenta chilometri di distanza, perché collegialmente scontente degli americani. Il Messico, sfruttato e angariato per svariati secoli dagli Stati Uniti, era felicissimo di ricevere qualsiasi somma di denaro La Isla avesse voluto pagare per la tranquillità dei propri abitanti.

I Super avevano edificato la loro tenuta sotto la copertura dei più sofisticati campi energetici esistenti. Impenetrabile. Apparentemente i Super, con il loro potere cerebrale all’ennesima potenza non erano dei geni solo sugli studi riguardanti la modificazione genetica, ma in ogni campo. Energia-Y. Elettronica. Tecnologia gravitazionale. Dalla loro isola, chiamata in modo ufficiale anche se poco fantasioso, La Isla, hanno venduto brevetti su un mercato mondiale a cui gli Stati Uniti possono offrire soltanto prodotti triti e ritriti a prezzi gonfiati. Gli Stati Uniti devono mantenere 120 milioni di Vivi improduttivi; La Isla nessuno. Non l’avevo mai sentita chiamare prima di allora Huevos Verdes. Si traduceva come "uova verdi", ma nel dialetto spagnolo significava "testicoli verdi". Fertili e possenti palle. Colin lo sapeva?

Mi chinai per raccogliere un filo di erba verdissima modificata geneticamente. — Colin, non pensi che se i Super avessero voluto tirare fuori dalla galera Jennifer Sharifi e i loro altri nonni lo avrebbero già fatto? È ovvio che i contro-rivoluzionari di successo vogliano la banda dei senior esattamente dove voi l’avete sbattuta.

Egli apparve ancor più seccato. — Diana, i Super-Insonni non sono divinità. Non possono controllare tutto. Sono semplicemente esseri umani.

— Pensavo che l’ECGS dicesse che non lo sono.

Egli ignorò la battuta. O forse no. — Mi hai detto ieri che credevi nella necessità di fermare gli esperimenti illegali di modificazione genetica. Esperimenti che potrebbero irrevocabilmente cambiare l’umanità per come la conosciamo.

Mi venne in mente Katous che giaceva spiaccicato sul marciapiede e Stephanie che rideva sul terrazzo. "Biscotto! Per favore!" Avevo realmente detto a Colin che credevo fosse necessario fermare l’ingegneria genetica, ma non per motivi semplici come i suoi. Non obbiettavo affatto su irrevocabili cambiamenti nell’umanità: a dire il vero mi sembrava molto frequentemente un’ottima idea. Non avevo tuttavia alcuna fiducia nel genere di alterazioni che sarebbero state scelte. Dubitavo di coloro che effettuavano le scelte, non delle scelte in sé. Eravamo già andati troppo avanti nella direzione di Stephanie che considerava le forme di vita senzienti usa e getta come la carta igienica. Un cane oggi, un costoso e improduttivo Vivo domani, chi il giorno dopo? Sospettavo che Stephanie fosse capace di un genocidio se le fosse servito per i propri scopi. Sospettavo che lo fossero molti Muli. A volte lo pensavo anche di me stessa. Dubitavo che Colin potesse capire tutto questo.

— Esatto — confermai io. — Voglio contribuire a fermare gli esperimenti illegali di modificazione genetica.

— E io voglio che tu sappia che so che sotto quei tuoi modi frìvoli c’è un serio e leale cittadino americano.

Oh, Colin. Nemmeno il QI potenziato gli permetteva di vedere il mondo in un modo diverso rispetto a quello dualistico. Accettabile/non accettabile. Buono/cattivo. Acceso/spento. La realtà era tanto più complessa. E non c’era solamente questo, lui mi stava mentendo.

Non mi avrebbe confidato nulla di importante di questo progetto, qualsiasi cosa fosse. Ero stata reclutata troppo frettolosamente, ero troppo frivola, troppo inaffidabile. Che io avessi abbandonato l’addestramento prima che fosse completato rappresentava di fatto inaffidabilità, slealtà, inaccettabilità per qualsiasi cosa importante. Ecco il modo di pensare dei tipi del governo. Forse hanno ragione.

Qualunque compito di sorveglianza Colin mi avesse affidato sarebbe stato rigorosamente di appoggio, di terzo livello. Esisteva una teoria al proposito nel lavoro di sorveglianza: di basso costo, limitato, fuori controllo. Era iniziata come una teoria di ingegneria robotica, ma era ben presto passata al lavoro di polizia. Se ci sono moltissimi investigatori con compiti limitati, non finiranno col convergere in un singolo, prematuro punto di vista rispetto a quello che stanno cercando. In questo modo possono far saltare fuori qualcosa di completamente inaspettato. Colin mi voleva in qualità di jolly.

La cosa non mi interessò. Quanto meno mi avrebbe portato fuori San Francisco.

Colin disse: — Almeno durante gli ultimi due anni i Super sono entrati negli Stati Uniti singolarmente o in coppia, in incognito anche rispetto alla documentazione elettronica. Viaggiano in svariate città di Vivi ed enclavi di Muli, quindi se ne tornano a La Isla. Vogliamo sapere perché.

Io mormorai: — Forse hanno il morbo di Gravison.

— Scusa, cosa hai detto?

— Ho detto: avete fatto qualche progresso nel penetrare a Huevos Verdes?

— No — rispose lui, ma non me lo avrebbe detto comunque. Non aveva affatto colto l’allusione sessuale.

— E chi dovrò tenere sotto sorveglianza? — Adesso l’eccitazione era una piccola bolla nella mia gola, ancora sorprendente. Era passato molto tempo dall’ultima volta in cui qualcosa mi aveva eccitato. A parte David, ovviamente, che aveva messo le sue spalle sexy, il suo fascino verbale e il suo senso di superiorità in attesa, pronto per cadere pesantemente e temporaneamente nel bel mezzo della vita di qualche altra donna.

Egli disse: — Seguirai Miranda Sharifi.

— Ah.

— Ho una completa serie di informazioni demografiche e un kit per te in un armadietto alla stazione della ferrovia a gravità. Ti farai passare per una Viva.

Questo era un parziale insulto: Colin stava insinuando che il mio aspetto fisico non fosse sufficientemente spettacolare da essere identificato subito come modificato geneticamente. Lasciai correre.

Colin disse: — Ha fatto solamente un viaggio fuori dall’isola personalmente. Quando avverrà il secondo tu andrai con lei.

— Come farai a essere sicuro che si tratta di lei? Se utilizzano camuffamenti sia estetici sia elettronici potrebbe avere lineamenti, capelli e perfino proiezioni cerebrali diverse per mascherare le proprie.

— Vero. Hanno però le teste leggermente deformi, un po’ troppo grosse. Quello è difficile da nascondere.

Era una cosa che, ovviamente, sapevo. Tutti lo sapevano. Tredici anni prima, quando i Super erano arrivati per la prima volta dal Rifugio, le loro grosse teste avevano dato la stura a una serie di battutacce. In realtà il loro metabolismo iper-stimolato e la chimica cerebrale alterata avevano causato altre anomalie, essendo la modificazione genetica umana una cosa davvero complessa. I Super non sono, ricordai, persone particolarmente belle.

Dissi: — Non hanno le teste poi così grosse, Colin. Da determinati punti di vista è perfino difficile evidenziarle.

— Abbiamo anche la documentazione delle scansioni corporali a infrarossi. Le abbiamo dal processo. Non puoi spostare la posizione del fegato o mascherare il tasso di digestione del duodeno.

Il che era comunque abbastanza generico. Le scansioni a infrarossi non sono nemmeno ammissibili in tribunale come segni di identità. Sono troppo inaffidabili. Era tuttavia meglio di nulla.

Tutto ciò era meglio del nulla con David, del nulla di Stephanie, del qualcosa di Katous. "Grazie, signora."

Colin disse: — I viaggi da Huevos Verdes sono in aumento. Stanno progettando qualcosa. Abbiamo bisogno di scoprire cosa.

— Sì, señor - risposi io. Non sembrò divertito.

Passeggiammo quasi fino al perimetro della bolla di sicurezza. Al di là del suo debole scintillio era arrivata una navicella addetta al trasporto corpi per il pilota di scooter morto. Riuscii appena a vedere alcuni Vivi che lo caricavano sulla navetta, al limite estremo del mio campo visivo potenziato geneticamente. I Vivi stavano piangendo. Issarono il corpo nella navetta ed essa cominciò ad avanzare lungo il tracciato. Dopo circa quattro metri si udì un improvviso rumore stridente e la navetta si fermò. La macchina funeraria, così come, ultimamente, molti altri macchinari più importanti, si era apparentemente rotta.

I Vivi restarono immobili a fissarla, sconcertati e impotenti.

Entrai insieme con Colin nell’Edificio G-14 mostrando un’espressione abbacinata, come avrebbe avuto, occasionalmente, una vittima del morbo di Gravison.

2

Billy Washington: East Oleanta, Stato di New York

Quando ho scoperto del procione che c’aveva la rabbia la prima cosa che ho fatto è stato di correre dritto filato giù nel caffè per dircelo ad Annie Francy. Ho corso per tutta la strada, io. Non è più così facile. Tutto quello che riuscivo a pensare era che forse Lizzie era già al sicuro, lei, con Annie in cucina, forse Lizzie non era nel bosco. Forse.

— Corri, vecchio! Corri, vecchio cazzone! — mi strillò un ragazzino da un vicolo fra l’albergo e il deposito. Stavano sempre lì i delinquentelli, quando il tempo era bello. Me lo ero dimenticato, io, altrimenti me ne passavo per la via più lunga, quella del fiume. Ma quel pomeriggio erano troppo pigri, o troppo pochi, per darmi la caccia. Non gli ho detto un cazzo di niente del procione.

Alla servo-entrata del caffè, dove ci dovrebbero entrare solo i robot, bussai, il più forte che potevo, gridando come un ossesso. — Annie Francy! Fammi entrare!

I cespugli alla mia destra si sono agitati e mi è venuto quasi un collasso, a me. I procioni vengono lì per prendere la roba che casca giù dai robot da trasporto. Ma era solo un serpente. — Annie! Sono io… Billy! Fammi entrare!

La bassa porta si è aperta. Io mi sono trascinato dentro a ginocchioni. Era stata Lizzie, proprio lei, che era riuscita a capire come fare aprire la servo-entrata senza un segnale da robot. Annie non ci sarebbe mai riuscita.

Erano lì tutte e due. Annie stava pelando mele e Lizzie armeggiava con il robot che avrebbe dovuto pelare le mele. Che ormai non funzionava più da un mese. Non che Lizzie lo poteva mettere a posto. Era sveglia, lei, ma aveva ancora solo undici anni.

— Billy Washington! — mi ha detto Annie. — Stai tremando tutto! Che è successo?

— Procioni con la rabbia — ho boccheggiato io. Il cuore mi stava battendo forte come una cascata. — Quattro. Registrati sul monitor della zona. Vicino al fiume, dove Lizzie… Lizzie va a giocare…

— Sssttt! — ha detto Annie. — Ssssttt, caro. Lizzie è qui, adesso. È al sicuro, lei.

Annie mi ha abbracciato mentre io me ne stavo a boccheggiare sul pavimento come una specie di orsacchiotto afflitto. Lizzie mi ha guardato, lei, coi grossi occhi neri sbarrati e scintillanti. Pensava probabilmente che un procione con la rabbia era una cosa interessante. Non ne ha mai visto uno, lei. Io sì.

Annie era grande e morbida, una donna color del cioccolato con due seni che sembravano cuscini. Non mi aveva mai voluto dire quanti anni aveva, lei, ma tutto quello che avevo dovuto fare era stato chiederlo al terminale al caffè o all’albergo. Aveva trentacinque anni. Lizzie non assomigliava manco per niente a sua madre. Aveva la pelle più chiara ed era ossuta, lei, con i capelli rossastri legati in treccine. Non aveva ancora né i fianchi né il seno. Quello che aveva era il cervello. Annie era molto preoccupata per questo. Lei non riusciva a ricordarsi di un tempo quando eravamo solo persone, non Vivi. Io me lo ricordavo, io. A sessantotto anni si ricordano un sacco di cose. Io mi ricordavo di un tempo quando Annie poteva essere orgogliosa del cervello di Lizzie.

Io mi ricordavo di un tempo quando essere stretto da una donna come Annie significava più che boccheggiare per il cuore malconcio.

— Stai meglio, caro? — ha detto Annie. Mi ha tolto le braccia e a me mi sono mancate subito. Sono un vecchio pazzo, io. — Adesso dicci tutto da capo, piano piano.

Io avevo ripreso fiato. — Quattro procioni con la rabbia. Il monitor della zona urlava a morte. Devono essere venuti giù, quelli, dalle montagne. Il monitor li faceva vedere vicino al fiume che si muovevano verso il paese. I bio-allarmi lampeggiavano rosso scuro. Poi il monitor si è spento e non c’è stato verso di farlo riaccendere di nuovo. Jack Sawicki l’ha preso a calci, lui, e l’ho fatto anche io. Quei procioni potrebbero essere dappertutto.

— È stato mandato il robot di guardia per ammazzarli, prima che il monitor si è rotto?

— Anche il robot di guardia è rotto.

— Merda. — Annie ha fatto una smorfia. — La prossima volta voto contro quel Samuelson.

— Pensi che fa una differenza? Sono tutti uguali. Ma tu tieni dentro Lizzie, tu, fino che qualcuno non fa qualcosa contro quei procioni, Lizzie, tu rimani dentro, mi hai sentito?

Lizzie ha annuito. Poi, visto che era Lizzie, si è messa a discutere. — Ma chi, Billy?

— Chi, cosa?

— Chi farà qualcosa contro i procioni? Se il robot di guardia è rotto?

Nessuno le ha risposto. Annie ha preso in mano il coltello e ha ricominciato a pelare le mele. Io mi sono accomodato meglio contro il muro. Niente sedie, ovviamente: nella cucina del caffè non ci doveva stare nessuno, a parte i robot. Annie ci aveva fatto irruzione per la prima volta nel settembre scorso. Non aveva mai dato fastidio ai robot mentre che preparavano la roba da mangiare per la catena del cibo. Si era presa solo un po’ di zucchero qui, un po’ di soia sintetica lì, un po’ di frutta fresca dai rifornimenti del servo-bidone e si era messa a cucinare delle cose. Cose deliziose; nessuno sapeva cucinare come Annie. Torte di frutta che ti facevano venire l’acquolina in bocca solo a guardarle. Polpettoni fumanti e piccanti. Biscotti leggeri come l’aria.

Lei aggiungeva quella roba direttamente nei cestini della catena del cibo che finivano nel caffè per venire presi con i gettoni-pasto della gente. Quei pazzi probabilmente non se n’erano manco accorti, loro, di quanto erano più buoni i suoi piatti rispetto alla solita roba che girava sul nastro trasportatore giorno e notte. E ovviamente, con l’olo-terminale che andava a tutta birra e la musica da ballo che suonava tutto il tempo, nessuno aveva mai sentito lei e Lizzie lì dietro, anche se avessero fatto saltare per aria l’intera, maledetta cucina.

Ad Annie piaceva cucinare, diceva lei. Le piaceva tenersi occupata. A volte pensavo che per essere una che cercava di tirar su Lizzie come una buona Viva, Annie stessa era più che un po’ Mulo. Ovviamente io non glielo avevo mai detto a lei, Annie. Io ci tenevo alla mia testa.

Annie ha cominciato a canticchiare mentre pelava le mele. Ma Lizzie non l’ha smessa con le domande. Ha detto di nuovo: — "Chi" farà qualcosa contro i procioni?

Annie ha corrugato la fronte. — Forse arriverà qualcuno ad aggiustare il robot di guardia.

I grossi occhi di Lizzie sono rimasti immobili. Fa venire i brividi quando fissa con uno sguardo così duro senza mai strizzare gli occhi. — Non è venuto nessuno ad aggiustare il robot che pela le mele. Non è arrivato nessuno ad aggiustare il robot pulitore nel caffè. Tu hai detto ieri che pensavi che i Muli non ci mandavano nessuno, nemmeno se si rompeva il robot principale della soia sintetica.

— Be’, non lo pensavo davvero, io — ha detto Annie. Si è messa a pelare più in fretta. — Se "quello" si rompe nessuno mangia più in paese!

— Si potrebbe dividere. Dividere il cibo che la gente ha preso dalla catena del cibo prima che quella si rompeva.

Io e Annie ci siamo guardati a vicenda. Una volta io avevo visto un paese dove si era rotto il caffè. Erano finite morte sei persone. E quello quando la ferrovia a gravità funzionava regolarmente, e la gente si era potuta trasferire in un altro paese del distretto.

— Sì, tesoro — ha detto Annie. — La gente può dividere.

— Ma tu e Billy non pensate che lo farebbe.

Annie non ha risposto. Non le piace dire bugie a Lizzie. Io ho detto: — No, Lizzie. Moltissime persone non dividerebbero.

Lizzie mi ha puntato addosso i suoi occhi neri e scintillanti. — Perché non dividerebbero?

Io ho detto: — Perché la gente non ha più l’abitudine a dividere. Adesso si aspetta di avere la roba. Ha il diritto alla roba… ecco perché eleggiamo i politici. I politici Muli pagano le tasse, loro, e le tasse sono i caffè e i depositi, le unità mediche e i bagni che permettono ai Vivi di andare avanti a vivere sul serio.

Lizzie ha detto: — Ma la gente divideva di più quando eri giovane tu, Billy? Allora divideva di più?

— A volte. Per lo più la gente lavorava per quello che voleva.

— Basta così — ha detto Annie in modo tagliente. — Non continuare a riempirle la testa con quello che è passato, Billy Washington. Lei è una Viva. Non continuare a parlare anche tu come se eri un Mulo! E tu Lizzie, smettila di parlare di questo.

Ma nessuno può fermare Lizzie una volta che lei è partita. È come una ferrovia a gravità. Come era la ferrovia a gravità, prima di quest’anno. — A scuola mi dicono che sono fortunata perché sono una Viva. Posso vivere come un’aristocratica mentre i Muli si fanno tutto il lavoro. I Muli servono i Vivi, i Vivi hanno il potere, noi, con i voti. Ma se noi ci abbiamo il potere, come è che non possiamo farci aggiustare il robot pulitore, il robot per pelare le mele e il robot di guardia?

— Da quando in qua vai a scuola? — ho detto io scherzando, cercando di far deragliare Lizzie, cercando di evitare che Annie si arrabbiava di più. — Io pensavo che tu giocavi e basta, al fiume con Susie Mastro e Carlena Terrei. Sei una Viva galla, tu!

Lei mi ha guardato come se anche io ero un robot rotto.

Annie ha detto per tagliar corto: — Tu "sei" fortunata a essere una Viva. E dirai così a chiunque te lo chiede, per caso.

— Chi, per esempio?

— "Chiunque." E poi non dovresti comunque andare troppo a scuola. Non vedi mai gli altri bambini se ci vai tanto. Vuoi diventare uno scherzo di natura? — L’ha guardata con la fronte aggrottata.

Lizzie si è rivolta di nuovo a me. — Billy, chi farà qualcosa contro quei procioni con la rabbia se nessuno rimette a posto il robot di guardia?

Io ho lanciato un’occhiata ad Annie. Mi sono alzato in piedi, io, sbuffando. — Non so, Lizzie. Tu vedi solo di restare dentro, d’accordo?

Lizzie ha detto: — Ma se uno di quei procioni con la rabbia morde qualcuno?

Ho avuto il buon senso, io, di rimanermene zitto. Alla fine Annie ha detto: — L’unità medica funziona ancora.

— E se si rompe?

— Non si romperà.

— E se si rompe "davvero"?

— Non lo farà!

— Come fai a "saperlo"? — ha chiesto Lizzie e alla fine io ho capito che si trattava di una specie di gara di scooter privata fra mamma e figlia. Non la capivo, io, ma riuscivo a vedere che Lizzie era in testa. Ha detto di nuovo: — Come fai tu a sapere che non si romperà anche l’unità medica?

— Perché se lo farà la Congressista Land ci manderà qualcuno per ripararla, lei. L’unità medica è parte delle sue tasse.

— Non ha mandato nessuno per riparare il robot pulitore. Nemmeno il robot che pela le mele. E neanche…

— L’unità medica è una cosa diversa! — ha ribadito seccamente Annie. Ha mozzato con un colpo talmente duro una mela che la la polpa è schizzata via dal tavolino che io avevo rubato per lei al caffè.

Lizzie ha detto: — Perché l’unità medica è una cosa così diversa?

— Perché sì e basta! Se si rompe l’unità medica le persone potrebbero morire. Nessun politico lascia che i Vivi muoiono. Sennò non viene più rieletto!

Lizzie si è messa a riflettere. Io ho pensato che la gara di scooter era terminata e ho ripreso a respirare più tranquillamente. Ultimamente mi pareva che combattevano tutto il tempo. Lizzie stava crescendo, lei, e io odiavo questa cosa. Mi rendeva più difficile tenerla al sicuro.

Lei ha detto: — Ma la gente potrebbe anche morire per i procioni con la rabbia. E allora come mai tu hai detto che probabilmente il Supervisore Distrettuale Samuelson non manderà nessuno a riparare il robot di guardia, ma la Congressista Land manderebbe qualcuno per riparare l’unità medica?

Mi sono messo a ridere. Non ho potuto farne a meno… era così sveglia, lei. Annie mi ha guardato male e ho provato subito dispiacere per avere riso. Annie ha detto seccamente: — E allora forse mi ero sbagliata, io! Forse qualcuno riparerà il robot di guardia! Forse io non capisco niente, io!

Lizzie ha detto tranquilla: — Ma anche Billy ha detto che nessuno lo riparerà. Billy, come mai tu…

Io le ho risposto: — Perché anche i Muli non hanno più tutti i soldi che avevano per pagare le tasse. Oggi come oggi si rompono troppe cose. Devono scegliere, loro, che cosa va riparato.

Lizzie ha detto: — Ma perché i politici Muli hanno meno soldi per le tasse? E come mai si rompe così tanta roba?

Annie ha rovesciato le mele pelate in una ciotola della catena del cibo e ci ha buttato sopra una pastella come se era fango.

— Perché anche gli altri paesi hanno l’energia economica, adesso. Venti anni fa noi eravamo gli unici che potevano farne e adesso non più. Ma la rottura delle cose…

Annie è esplosa: — Credi alle bugie che i politici ci dicono nei notiziari? La Land, Samuelson e Drinkwater? Stronzate! Tutte bugie, tutte le volte che aprono quelle boccacce dicono bugie… vogliono solo smetterla di pagare le giuste tasse! Le tasse che noi ci siamo guadagnati con i nostri voti! E io ti ho sempre detto di non riempire la testa della bambina con quelle bugie di seconda mano da Muli, Billy Washington!

— Non sono bugie — ho detto io, ma odiavo di fare arrabbiare Annie con me più di quanto odiavo quando lei si arrabbiava con Lizzie. Mi faceva male al cuore. Vecchio pazzo.

Lizzie se n’è accorta. Era fatta così, lei: tutta insisti e insisti un momento, tutta dolcezza quello dopo. Mi ha abbracciato. — Non importa, Billy. Non è arrabbiata con te, lei. Nessuno è arrabbiato con "te". Noi ti vogliamo bene.

L’ho stretta forte, io. Era come stringere un uccellino… ossa sottili e un cuore palpitante nella mano. Profumava di mele.

La mia defunta moglie Rosie e io non avevamo mai voluto bambini. Non so che cosa pensavamo.

Tutto quello che ho detto a voce alta, però, è stato: — Tu non uscire, tu, finché quei procioni con la rabbia non sono stati uccisi da qualcuno.

Annie mi ha lanciato un’occhiataccia. Mi ci è voluto un momento per capire che lei aveva paura che Lizzie ricominciava tutto da capo: "uccisi da chi, Billy"? Ma Lizzie non ha ricominciato. Ha soltanto detto, dolce come un frutto di bosco: — Non uscirò. Resterò dentro.

Adesso però era Annie che non voleva più lasciare perdere. Io non capisco le mamme. Annie ha detto: — E resti lontana dalla scuola per un po’, Lizzie. Non sei un Mulo, tu.

Lizzie non ha risposto.

Annie voleva soltanto quello che era meglio per Lizzie. Io lo sapevo. Lizzie doveva vivere a East Oleanta, unirsi a una loggia, andare alle gare di scooter, gironzolare per il caffè, scegliersi qui i suoi amanti, fare qui dei bambini. Annie voleva che Lizzie era integrata. Come una Viva galla, non una specie di scherzo di natura, finto Mulo che nessuno accettava. Qualunque mamma lo avrebbe voluto. Annie poteva intrufolarsi nella cucina del Caffè Congressista Janet Carol Land per cucinare un po’, ma era comunque una Viva, fino in fondo.

E Lizzie non lo era.

Molto tempo fa, quando io andavo a scuola e il paese era diverso, ho imparato una cosa. Adesso è tutto confuso, ma continua a girarmi per la mente. Era un periodo prima dei Muli e dei Vivi. Prima dei Caffè e dei Depositi. Prima che i politici pagavano le tasse per noi, invece che al contrario. Era da quando facevano ancora gli Insonni e si poteva leggere su di loro nei giornali. Quando c’erano i giornali. Questa cosa era sulla modificazione genetica, ma significava un’altra cosa che non era modificata geneticamente. Era naturale. Lizzie impara a scuola che i Muli sono inferiori, loro, perché i Muli devono essere modificati geneticamente in modo da svolgere il lavoro per fornire tutte le cose che hanno bisogno i Vivi. Ma questa parola non era del genere naturale che fa noi Vivi superiori ai Muli. Riguardava un altro genere naturale, un genere che si crea da solo, ma che ti fa diverso dagli altri Vivi naturali che hai attorno. La parola spiegava perché Lizzie faceva così tante domande da Mulo, lei, quando non era un Mulo e non aveva nessuna modificazione genetica da Mulo, eppure quella parola l’aveva nei geni. Come era possibile? Come dicevo, ero confuso, io, riguardo alla parola e a come funzionasse. Però la ricordavo.

La parola era "reversione".

Ho guardato Lizzie guardare sua madre che appoggiava il piatto delle mele sul nastro trasportatore del cibo, quello è passato sotto il raggio riscaldatore poi attraverso la parete che dava sul caffè. Qualcuno lo avrebbe scelto, utilizzando il gettone-pasto del Senatore Mark Todd Ingalls. Annie si è messa a cucinare qualcosa d’altro. Lizzie stava seduta sul pavimento, con i pezzi del robot che pela le mele, rotto. Mentre la madre non la guardava lei esaminava ogni pezzo, studiando come potevano andare insieme e quando mi ha sorriso, i suoi occhi neri scintillavano e dardeggiavano, brillanti come stelle.

Quella sera ci siamo riuniti al caffè per parlare dei procioni con la rabbia. Quaranta persone, per non contare i ragazzini. Paulie Cenverno aveva realmente visto uno dei procioni malati, con le zampe posteriori che tremavano come se erano spezzate, la bocca schiumante, giù vicino alla Pista degli Scooter Senatore James Richard Langton dall’altra parte del paese, al fiume. Qualcuno ha detto che dovevamo mettere le sedie in circolo per fare una vera riunione, ma nessuno lo ha fatto. All’altra estremità del caffè l’olo-terminale era acceso e la musica da ballo andava a tutta birra. Nessuno ballava a parte quelli nell’ologramma, manichini sorridenti a dimensione reale fatti di luce, belli abbastanza da essere Muli. A me non piacciono. Non mi sono mai piaciuti. Puoi vederci attraverso i profili.

— Abbassate quella musica così che possiamo sentirci mentre parliamo! — ha latrato Paulie. La gente china sui tavolini presso il nastro trasportatore del cibo non ha nemmeno alzato lo sguardo. Probabilmente erano tutti fatti. Paulie si è avvicinato e ha abbassato il rumore.

— Be’ — ha detto Jack Sawicki — che cosa facciamo per quei procioni con la rabbia?

Solo poche persone hanno fatto risolini, ed erano le più stupide. Come dice sempre Annie: qualcuno deve tenere le riunioni, anche se farlo è un lavoro da Muli. Jack è il sindaco, lui. Non può farci niente. East Oleanta non è grossa abbastanza da avere un regolare sindaco Mulo: nessun Mulo vive qui e noi non ne vogliamo attorno. Così abbiamo eletto Jack e lui fa quello che deve fare.

Qualcuno disse: — Chiama il Legislatore della Contea Drinkwater sul terminale ufficiale.

— Già, chiamiamo il Piscione!

— Il Supervisore Distrettuale Samuelson ha la concessionaria dei robot da guardia.

— Allora chiama Samuelson!

— Sì, e già che ci sei fai un’altra protesta cittadina perché quel maledetto deposito non distribuisce più se non una sola volta alla settimana! — Questa era Celie Kane. Non l’ho mai vista non arrabbiata.

— Già. A Rutger’s Corners hanno ancora le distribuzioni due volte alla settimana.

— Io ho dovuto mettermi questa tuta per due giorni di fila!

— Io sono stato malato, ho perso una distribuzione e adesso sono a corto di carta igienica.

Alla prossima elezione il Supervisore Distrettuale Aaron Simon Samuelson era un ragno spiaccicato. Jack Sawicki però, lui sapeva come tenere una riunione.

— D’accordo, gente. Adesso tutti zitti. Stiamo parlando dei procioni con la rabbia, non delle distribuzioni del deposito. Adesso chiamerò semplicemente i nostri Muli.

Ha sbloccato il terminale ufficiale. Si trova in un angolino del caffè. Jack ci ha tirato la sedia proprio vicino, così che aveva quasi la pancia che gli appoggiava sulle ginocchia. Qualche delinquentello della banda dei vicoli è entrato con spavalderia nel caffè, portandosi le mazze di legno. Si sono diretti verso la catena del cibo ridendo e schiaffeggiandosi a vicenda, bevuti o fatti. Nessuno gli ha detto di chiudere il becco. Nessuno osava farlo.

— Attivare il terminale — ha detto Jack. Non gli importava di parlare da Mulo davanti a noi. Niente di tutte quelle stronzate tipo "io non eseguo ordini io li do, sono un Vivo gallo, io". Jack era un buon sindaco.

Ma io me ne sto bene attento a non dirglielo.

— Terminale attivato — ha detto il terminale. Per la prima volta mi sono chiesto che cosa avremmo fatto se quell’affare si rompeva come il robot che pelava le mele di Annie.

Jack ha detto: — Messaggio per il Supervisore Distrettuale Aaron Simon Samuelson, copia al Legislatore della Contea Thomas Scott Drinkwater, copia al Senatore James Richard Langton, copia alla Rappresentante di Stato Claire Amelia Forrester, copia alla Congressista Janet Carol Land. — Jack si è leccato le labbra. — Priorità Due.

— Uno! — ha gridato Celie Kane. — Fai una Priorità Uno, bastardo!

— Non posso, Celie — ha detto Jack. Era un uomo paziente. — La Uno è per i disastri come un attacco, un incendio o un’inondazione all’impianto di energia-Y. — Questo avrebbe dovuto farci sorridere. Un impianto a energia-Y non può prendere fuoco, non si può rompere in nessun modo con i suoi scudi da Mulo. Niente ci può entrare dentro e solo l’energia può uscire fuori. Ma Celie non sa come si fa a sorridere, lei. Il suo papà, il vecchio Doug Kane, è il mio migliore amico, ma anche lui non ci può fare niente con lei. Non ci è mai riuscito, nemmeno quando lei era piccola.

— Questo è un disastro, testa di merda! Uno di quei procioni uccide il mio bambino e ti faccio a pezzi con le mie mani, Jack Sawicki!

— Ehi, calmati, Celie — ha detto Paulie Cenverno. Qualcuno ha mormorato "strega". La porta si è aperta ed è entrata Annie, tenendo Lizzie per la mano. I delinquentelli alla catena del cibo stavano ancora gridando e spintonandosi.

Il terminale ha detto: — Restate in attesa, prego. Collegamento in atto con l’unità mobile del Supervisore Distrettuale Samuelson. — Un minuto dopo è apparso l’ologramma, non a dimensione reale come quello dell’OLO-TV, ma un piccolo Samuelson di venti centimetri seduto alla sua scrivania e vestito con un’uniforme azzurra. Pareva avere quarant’anni, lui, ma ovviamente con le modificazioni genetiche non si può mai dire. Aveva folti capelli grigi, spalle larghe e occhi azzurri scintillanti… bello come tutti loro. Qualche persona strascicò i piedi per terra. Se i votanti non guardano i canali dei Muli, le uniche persone che vedono che non sono vestite con le tute sono i tecnici di Samuelson alla distribuzione al deposito due volte alla settimana. Adesso una volta alla settimana.

All’improvviso mi sono chiesto se quello era proprio Samuelson. Forse era solo una registrazione.

— Sì, Sindaco Sawicki? — ha detto Samuelson. — In che cosa posso esserle utile, signore?

— Ci sono almeno quattro procioni con la rabbia a East Oleanta, Supervisore. Forse di più. Il monitor di zona li ha individuati prima di rompersi. Abbiamo visto i procioni, proprio in paese. Sono pericolosi. Le avevo già detto, io, due settimane fa che il robot guardiacaccia si era rotto.

Samuelson ha risposto: — I compiti di guardiacaccia sono stati presi in concessione dalle Imprese Sellica. Ho notificato loro la cosa, signore, non appena lei l’ha notificata a me.

Ma Jack non aveva intenzione di bersi quelle stronzate. Come ho detto, era un buon sindaco. — Non ce ne frega niente di chi è tenuto a fare quel lavoro! È sua responsabilità che venga fatto, Supervisore. Ecco perché l’abbiamo eletta.

Samuelson non ha cambiato espressione. È stato in quel momento che ho stabilito che era una registrazione. — Mi dispiace, sindaco, lei ha ragione. È mia responsabilità. Me ne occuperò immediatamente, signore.

— È quello che mi ha già detto due settimane fa. Quando il robot di guardia si è rotto.

— Sì, signore. I fondi sono stati… sì, lei ha ragione, signore. Mi dispiace. La cosa non verrà trascurata nuovamente, signore.

Dietro di me, Paulie Cenverno ha bofonchiato: — Dobbiamo essere duri con i Muli. Ricordargli chi dà i voti.

Jack ha detto: — Grazie, Supervisore. E un’altra cosa…

— Ehi! — ha gridato uno dei delinquentelli all’altra estremità del caffè: — La catena del cibo si è fermata!

È piombato giù un silenzio mortale.

L’ologramma di Samuelson ha detto in modo tagliente: — Cosa c’è? Qual è il problema? — Per un minuto è sembrato quasi una persona vera.

Il furfante ha gridato di nuovo: — Quel fottuto aggeggio si è fermato e basta! Si è mangiato il mio gettone-pasto e si è fermato! Gli sportelli della roba da mangiare non si aprono! — Ha strattonato tutti gli sportellini in plastichiara delle nicchie e nessuno ha ceduto.

Jack è corso dall’altra parte del caffè, con la pancia che gli ballonzolava sotto la tuta rossa. Ha infilato un suo gettone-pasto nella gettoniera e ha pigiato il pulsante di una nicchia. Il gettone è scomparso e la nicchia non si è aperta. Jack è tornato di corsa al terminale.

— È rotto, Supervisore. Quel maledetto nastro trasportatore del cibo è rotto. Deve fare qualcosa e decisamente in fretta. Questo non può aspettare due settimane!

— Certo che no, sindaco. Come lei sa il caffè non fa parte delle mie tasse, è sovvenzionato e mantenuto dalla Congressista Land. Le notificherò tuttavia personalmente la cosa, e verrà lì un tecnico da Albany entro un’ora. Nessuno morirà di fame nel giro di un’ora, sindaco Sawicki. Tenga calmi i suoi elettori.

Celie Kane si è messa a strillare: — Riparare come il robot da guardia, vuole dire? Se i miei bambini soffriranno la fame anche solo un giorno, bastardo di un Mulo…

— Chiudi il becco — le ha detto Paulie Cenverno, con voce minacciosamente bassa. A Paulie non piace vedere maltrattare apertamente i Muli. Lui dice che anche loro hanno dei sentimenti.

— Nel giro di un’ora — ha ripetuto Jack. — Grazie per il suo aiuto, Supervisore. Conversazione terminata.

— Conversazione terminata — ha detto Samuelson. Ci ha sorriso, con lo stesso sorriso dei suoi ologrammi elettorali, mento alto e occhi scintillanti. L’immagine è scomparsa. Qualcosa però deve essere andato storto perché la voce non è andata via, è solo sembrata diversa. Ancora quella di Samuelson, ma di un Samuelson che non avevamo mai visto o sentito nelle campagne elettorali: — Cristo, che c’è adesso! Quei deficienti, imbecilli… sono tentato di… oh! — Il terminale ha fatto un gemito e si è spento.

Una donna a un tavolino lontano si è messa a gridare. Il delinquente con la mazza di legno più grossa le aveva strappato via il cibo e se lo stava mangiando. Jack, Paulie e Norm Frazier si sono lanciati alla carica e hanno assalito il ragazzo. I compagni di quello hanno reagito. I tavolini hanno cominciato a fracassarsi e la gente ha cominciato a scappar via. Qualcuno aveva appena cambiato canale OLO-TV e una gara di scooter in Alabama aveva preso a rombare, a dimensione reale. — Fuori! Fuori!

All’esterno le luci a Energia-Y illuminavano a giorno la Main Street. Potevo sentire il cuore che mi batteva all’impazzata ma non ho rallentato, io. La gente infuriata non aveva buon senso. Poteva succedere qualunque cosa. Ansimavo accanto ad Annie, mentre lei correva con i grossi seni ballonzolanti e Lizzie seguiva veloce e silenziosa come un cerbiatto.

Arrivato nell’appartamento di Annie sulla Jay Street sono collassato su un divano. Non era per niente comodo, come i divani che ricordavo, quelli morbidi che si tenevano in casa tanto a lungo, che prendevano la forma del tuo corpo.

D’altra parte, però, la sintoplastica non prendeva mai i parassiti.

Lizzie ha detto con gli occhi scintillanti: — Pensate che arriverà qualche Mulo per aggiustare la catena del cibo nel giro di un’ora?

Io ho boccheggiato: — Lizzie… stai zitta.

— Ma che succede se fra un’ora non è venuto nessun Mulo a…

Annie ha detto: — Adesso stai zitta, Lizzie o non vorrai che arrivano i Muli a riparare "te"! Billy è meglio che tu resti qui per questa notte. Non si può sapere che cosa potrebbero fare quei pazzi al caffè.

Mi ha portato una coperta, una di quelle che aveva ricamato lei con fili di lana a colori vivaci presi dal deposito. Altri ricami erano appesi sulle pareti, intessuti con pezzi di lattina che le ragazzine usano per fare i gioielli, con pezze di tute strappate, con qualsiasi cosa sgargiante Annie era riuscita a trovare. Tutti gli appartamenti della Jay Street sembrano uguali. Sono stati costruiti tutti nello stesso periodo circa dieci anni prima, quando qualche senatore è arrivato dalle retrovie e ha avuto bisogno di una grossa campagna elettorale. Stanze piccole, pareti di pietra spugnosa, mobili di sintoplastica di una distribuzione da deposito, ma quella di Annie è uno dei pochi che a me sembra proprio una casa.

Annie ha fatto andare Lizzie a letto. Poi è tornata, lei, e si è seduta su una sedia vicina al divano.

— Billy… hai visto quella donna al caffè?

— Quale donna? — Era bello stare seduti così vicini.

— Quella in piedi, appoggiata alla parete in fondo. Portava una tuta verde. Non abita a East Oleanta.

— E allora? — mi sono accoccolato sotto la bella coperta di Annie. A volte vengono dei viaggiatori anche se non quanti ne arrivavano un tempo adesso che la ferrovia a gravità non funziona più regolarmente. I gettoni-pasto valgono per ogni posto nello stato, arrivano dai senatori degli Stati Uniti e non era tanto difficile ottenere un gettone di cambio interstatale. Forse è ancora così. Io non viaggio tanto.

— Sembrava diversa — ha detto Annie.

— Diversa come?

Annie ha serrato stretto le labbra, riflettendo. Aveva le labbra scure e brillanti come more, quello inferiore così pieno che, premendolo contro l’altro lo faceva semplicemente sembrare ancora più succoso. Ho dovuto guardare da un’altra parte.

Mi ha detto lentamente: — Diversa come un Mulo.

Mi sono seduto sul divano. Mi è scivolata via la coperta. — Vuoi dire modificata geneticamente? Io non ho visto nessuno del genere.

— Non aveva modificazioni genetiche di bellezza. Bassa, con lineamenti contratti, fronte bassa e una testa un po’ troppo grossa. Ma era un Mulo, lei. Lo "so". Billy… pensi che era una spia dell’FBI?

— A East Oleanta? Non abbiamo nessuna organizzazione sotterranea, noi. Tutto quello che c’è è qualche marcio delinquentello che vuole rovinare la vita al resto di noi.

Annie ha continuato a serrare strette le labbra. Il Legislatore della Contea Thomas Scott Drinkwater gestisce la concessionaria di polizia. Ha un contratto con un’associazione che utilizza sia robot, sia agenti Muli. Non li vediamo spesso. Non mantengono la pace per le strade e non gliene frega niente dei furti perché c’è sempre merce nel deposito. Quando però c’è un assalto, un omicidio oppure uno stupro, eccoli che arrivano. Proprio l’anno scorso Ed Jensen è stato denunciato per avere ammazzato la più grande delle ragazze Flagg quando il ballo a una loggia si è fatto troppo violento. Jensen è stato processato ad Albany per un reato che va dai venticinque anni all’ergastolo. Al contrario, nessuno ha subito il processo per l’uccisione con l’arco da caccia di Sam Taggart nei boschi due anni fa. Penso che però allora avevamo un’altra concessionaria.

Lì l’FBI è una cosa del tutto diversa. Lo sono tutte le organizzazioni federali. Non vengono dai Vivi a meno che non è minacciato qualcosa dei Muli e una volta che sono arrivati, non mollano l’osso.

— Be’ — ha detto cocciutamente Annie — tutto quello che so io è che quella era un Mulo. Li sento dalla puzza.

Non avevo voglia di mettermi a discutere ma non volevo nemmeno che si preoccupava. — Annie, l’FBI non ha nessun motivo per venire a East Oleanta. E poi i Muli non hanno teste grosse e lineamenti contratti, loro… non permettono ai loro figli di nascere in quel modo.

— Be’, spero che hai ragione tu. Non abbiamo bisogno di nessun Mulo in visita a East Oleanta. Se ne devono restare a casa loro e lasciare noi nella nostra.

Non ho potuto farne a meno e le ho detto molto delicatamente: — Annie… hai mai sentito parlare dell’Eden?

Lei sapeva che non volevo dire della Bibbia. Non con quel tono di voce. Mi ha detto seccamente: — No. Mai sentito parlare, io.

— Sì, invece. L’ho capito dalla tua voce. Hai sentito parlare dell’Eden.

— E se è così? Sono stupidaggini.

Non ho potuto lasciare perdere. — Perché sono stupidaggini?

— "Perché"? Billy, pensaci. Come potrebbe esistere un posto, anche sì nelle montagne, che i Muli non conoscono? I Muli si occupano di tutto, incluse le montagne. Hanno aeromobili e aerei per vedere tutto. Comunque, perché dovrebbe mai esistere un posto senza Muli? Chi farebbe tutto il lavoro?

— I robot — ho risposto io.

— Chi farebbe i robot?

— Forse noi?

— Lavoro di Vivi? Ma "perché", nel nome del cielo? Noi non dobbiamo lavorare, abbiamo i Muli che fanno tutto per noi. Abbiamo il diritto di essere serviti dai Muli e dai loro robot… noi li eleggiamo! Perché dovremmo volere andare in un posto senza servitori pubblici?

Era troppo giovane, lei. Annie non ricorda il tempo prima delle votazioni in OLO-TV, delle concessionarie che fanno robot a basso costo e della Missione del Santo Vivere che era dappertutto, dando un sacco di soldi a tutte le chiese, spiegando le cose sui gigli dei campi, sulla sacralità della gioia e sulla preferenza di Dio per Maria invece che per Marta. Annie non si ricorda di tutti i gruppi per ogni genere di democrazia, ognuno che ci mostrava come in una democrazia l’uomo comune era il vero padrone dei suoi servitori pubblici. Scuole per la Democrazia. Irlandesi-americani per la Democrazia. Nativi dell’Indiana per la Democrazia. Neri per la Democrazia. Io non so. I robot hanno preso in carico tutto il lavoro duro e noi eravamo contenti di darglielo a loro. I politici hanno cominciato a parlare di pane e giochi del circo e a chiamare i votanti "signore" e "signora" e a costruire i caffè, i depositi, i circuiti per gli scooter e gli edifici per le logge. Annie non ricorda. Le piace cucinare e cucire e non passa tutto il tempo fra gare di scooter, narco-feste, balli nelle logge e amanti, come alcuni, ma non ha però mai tenuto un’ascia in mano, brandendola, o una zappa o un’accetta o un martello. Non ricorda.

A quel punto ho improvvisamente capito, perché io avevo brandito pesanti attrezzi, io, in una squadra per i lavori stradali in Georgia, quando avevo appena pochi anni in più di Lizzie. E ricordavo di quanto mi faceva male la schiena come se si stava per rompere e la pelle si riempiva di ustioni sotto il sole, e le mosche pizzicavano sulle piaghe aperte e la notte ero così stanco e pieno di dolori che piangevo. Ecco il lavoro che facevamo, noi, non qualche tranquillo assemblaggio di robot da Muli. Ricordavo la paura di perdere quel pulcioso lavoro quando non esisteva tutto questo, quando il caposquadra arrivava un venerdì e ti diceva: — È fatta Billy Washington. Hai chiuso — e tutto quello che volevi fare tu era prendere un pugnale e infilzarglielo violentemente nel cuore perché come avresti fatto a mangiare, a pagare la pigione, a restare in vita?

— Hai ragione — le ho detto senza guardarla. — Non c’è Eden per noi. Adesso me ne dovrei tornare a casa.

— Resta — ha detto con gentilezza Annie. — Ti prego, Billy. In caso che c’è qualche problema al Caffè.

Come se era possibile irrompere in un appartamento di pietra spugnosa. O come se un vecchio malridotto poteva essere di reale aiuto a lei o a Lizzie. Ma sono rimasto.

Nell’oscurità riuscivo a sentire come Annie e Lizzie si muovevano nelle loro camere. Camminando, sdraiandosi, rigirandosi e addormentandosi. In un certo momento della notte la temperatura deve essere scesa perché ho sentito accendersi il calorifero a energia-Y. Sono stato ad ascoltare il loro respiro, una donna e una bambina e ben presto mi sono addormentato.

Però ho sognato di pericolosi procioni, malati e carichi di morte.

3

Drew Arlen — Huevos Verdes

Non mi sono mai abituato al fatto che le altre persone non vedano colore e forme.

No. Non è esatto. Li vedono. È solo che non li "vedono" nella mente, dove è importante. Le altre persone non percepiscono la sensazione di colori e forme. Non possono vedere attraverso i colori e le forme la verità del mondo, come succede a me, nelle forme che esso crea nella mia mente.

E non è nemmeno questo.

Le parole sono difficili per me.

Io penso che le parole fossero difficili per me anche prima dell’operazione che mi ha reso il Sognatore Lucido.

Le immagini, tuttavia, sono chiare.

Riesco a vedermi come uno sporco, ottuso, affamato ragazzino di dieci anni che ha viaggiato da solo attraversando mezza nazione per andare da Leisha Camden, l’Insonne più famosa del mondo. Riesco a vedere il volto di lei quando le chiesi di farmi "diventare qualcuno". Riesco a vedere i suoi occhi quando mi vantai: "Un giorno, io, possiederò il Rifugio".

Il Rifugio, la Stazione Orbitale dove tutti gli Insonni, eccetto Leisha Camden e Kevin Baker, si erano autoesiliati. Mio nonno, uno stupido manovale, era morto durante l’edificazione del Rifugio. Io ho pensato, nella mia patetica arroganza da ragazzetto di dieci anni, di poterlo possedere. Ho pensato che se avessi imparato a parlare come Muli e Insonni, se avessi imparato a comportarmi come loro, se avessi imparato a pensare come loro, avrei potuto avere ciò che loro avevano. Denaro. Potere. Opportunità.

Quando immagino ora quel bambino, le forme nella mia mente sono nitide ma distanti, in lontananza.

Miranda Sharifi erediterà una partecipazione di maggioranza delle azioni del Rifugio. Quando i suoi genitori, Insonni, moriranno. Sempre che lo facciano mai. "Quello che appartiene a me appartiene a te, Drew" aveva detto Miranda. Lo aveva detto moltissime volte. Miranda, una Super-Insonne, spesso mi spiega le cose svariate volte. È molto paziente.

Nonostante tutte le sue spiegazioni, però, io non capisco ciò che Miri e i Super stanno facendo a Huevos Verdes. Mi sembrò di capirlo otto anni fa, quando fu creata l’isola. Da allora, però, ci sono state moltissime altre parole. Sono in grado di ripetere le parole, ma non percepisco le loro forme. Sono parole prive di una forma solida: auxotropi, interazioni allosteriche, nano-tecnologia, fotofosforillazione, formule di conversione di Lawson, evoluzione assistita neomarxista. Nella maggior parte dei casi non faccio altro che annuire e sorridere.

Io sono tuttavia il Sognatore Lucido. Quando fluttuo sul palcoscenico e porto una folla di grezzi Vivi nella trance del Sogno Lucido e musica, e parole e combinazione di forme scorrono dal mio subconscio attraverso la strumentazione hardware di progettazione Super, tocco le loro menti in posti che non sapevano nemmeno di possedere. Percepiscono le cose più in profondità, esistono in modo più beato, divengono più completi.

Quanto meno per la durata del concerto.

Quando il concerto è terminato, le persone del pubblico sono leggermente cambiate. Possono rendersene conto oppure no. I Muli che pagano per le mie rappresentazioni, considerandole spazzatura occulta, pane e giochi del circo per le masse, non se ne rendono conto. Leisha non se ne rende conto. Io so, tuttavia, di avere controllato il mio pubblico e di averlo cambiato e che sono l’unico al mondo con quel potere. L’unico.

Cerco di ricordarlo quando mi trovo insieme con Miranda.

Leisha Camden era seduta a tavola di fronte a me e disse: — Drew, che cosa stanno facendo a Huevos Verdes?

Io sorseggiai il caffè. Su un piatto c’erano dell’uva fresca e frutti di bosco modificati geneticamente, con biscottini al burro che profumavano di limone e zenzero. C’era panna fresca per il caffè. La biblioteca, nella tenuta di Leisha nel Nuovo Messico, era arieggiata e dall’alto soffitto, i suoi colori chiari e di terra riecheggiavano il deserto che si stendeva al di là delle grandi finestre. Qua e là, fra i monitor e le scansie di libri, si trovavano sculture aggraziate e severe di artisti che non conoscevo. Si sentiva suonare una specie di musica antica e delicata.

Le chiesi: — Che musica è?

— Claude de Courcy.

— Mai sentito nominare.

— "Sentita". Compositrice per liuto del Sedicesimo secolo. — Leisha lo disse con impazienza, il che non faceva altro che mostrare quanto fosse tesa. Di solito le forme che creava nella mia mente erano perfettamente nitide, lineari, rilucenti di iridescenza.

— Drew, non mi hai risposto. Che cosa stanno facendo Miri e i Super a Huevos Verdes?

— Sono otto anni che ti rispondo, non lo so.

— Continuo a non crederti.

La guardai. Durante l’anno precedente si era tagliata i capelli: forse una donna si stancava di acconciare i propri capelli dopo centosei anni. Aveva ancora l’aspetto di una trentacinquenne. Gli Insonni non invecchiavano e, per il momento, non morivano, eccetto che per incidenti o omicidi. I loro corpi si rigeneravano, un inaspettato effetto collaterale della loro bizzarra struttura genetica. La prima generazione di Insonni, a differenza di quella di Miranda, non era stata alterata così profondamente da non poter controllare il proprio aspetto fisico. Leisha sarebbe stata bella fino alla morte.

Mi aveva allevato. Mi aveva educato, ai limiti della mia intelligenza, che poteva essere stata normale, un tempo, ma che non si sarebbe mai potuta paragonare al quoziente intellettivo geneticamente modificato e potenziato dei Muli, figuriamoci poi degli Insonni. Quando restai menomato per uno stupido incidente, all’età di dieci anni, Leisha mi comprò la prima carrozzella elettrica. Leisha mi aveva amato quando ero bambino e aveva respinto il mio amore quando ero diventato un uomo e io mi ero dato a Miranda. Oppure Miranda si era data a me.

Appoggiò entrambi i palmi delle mani sulla tavola e si sporse in avanti. Sapevo cosa stava per arrivare. Leisha era un avvocato. — Drew… non hai mai conosciuto mio padre. Morì quando frequentavo la facoltà di legge. Lo adoravo. Era l’essere umano più cocciuto che io abbia mai incontrato. Era disposto a piegare qualsiasi regola gli avesse intralciato il cammino, ma non era un tiranno. Era soltanto implacabile. Ti fa pensare a qualcuno di tua conoscenza? Non suona un po’ come Miri?

— Sì — dissi io. Ma dove andavano a prendere tutte quelle parole Leisha, Miri e il resto di loro? Queste parole in particolare erano adeguate. — Fa pensare a Miranda.

— E un’altra cosa su mio padre — disse Leisha, guardandomi direttamente. — Logorava le persone. Ha logorato due mogli, una figlia, quattro partner commerciali e, alla fine, il proprio cuore. Li ha proprio logorati. Era capace di distruggere quello che amava appassionatamente, applicando semplicemente i propri standard impossibili nel tentativo di migliorarlo.

Appoggiai la tazza di caffè.

— Drew, te lo chiedo per l’ultima volta. Che cosa sta facendo Miri a Huevos Verdes? Devi capire, io ho paura per lei. Miri differisce da mio padre in una cosa fondamentale. Non è una solitaria. È disperatamente alla ricerca di una comunità. Si strugge di appartenere a qualcosa nel modo in cui solo un outsider può farlo. E non ci riesce. Lo sa. Ha fatto finire in galera sua nonna e la sua banda, quindi gli Insonni l’hanno respinta. Lei è talmente superiore rispetto ai Muli che loro non la possono accettare per principio: è una minaccia troppo grande. L’idea che stia cercando di trovare una base di comunicazione comune con i Vivi è ridicola. Non esiste linguaggio comune.

Distolsi lo sguardo, fissando fuori dalla finestra, il deserto. Non si vede mai una luce altrettanto cristallina da nessun’altra parte.

Leisha disse: — Tutto ciò che Miri ha, all’infuori di te, sono ventisei altri Super-Insonni. Ecco il fatto. Sai che cosa ti fa diventare rivoluzionario, Drew? Essere un outsider che guarda dentro, con il desiderio idealistico di creare l’unica vera comunità giusta, unito alla certezza di "essere in grado" di farlo. Gli idealisti che si trovano all’interno non diventano rivoluzionari. Divengono semplicemente riformatori. Come me. I riformatori pensano che le cose necessitino di qualche miglioramento, ma che la struttura di base sia solida. I rivoluzionari pensano a spazzare via tutto e a ricominciare da capo. Miri è una rivoluzionaria. Una rivoluzionaria con seguaci Super-intelligenti, una tecnologia inimmaginabile, immense quantità di denaro e ideali appassionati. Ti meravigli del fatto che io sia spaventata?

"Che cosa stanno facendo a Huevos Verdes?"

Non riuscii a incrociare lo sguardo con quello di Leisha. Le sgorgavano fuori così tante parole, così tante definizioni complicate. Le forme nella mia mente erano scure, confuse, infuriate, con una scia di pericolosi cavi, duri quanto l’acciaio. Non erano però le forme di Leisha. Erano le mie.

— Drew — disse ora dolcemente Leisha, l’outsider mi pregava. — Per favore, dimmi che cosa sta facendo.

— Non lo so — mentii.

Due giorni dopo mi trovavo seduto su una motolancia che sfrecciava sul mare aperto in direzione di Huevos Verdes. Il sole del Golfo del Messico era accecante. Il mio pilota, un ragazzino lentigginoso di circa quattordici anni che non avevo mai visto prima di allora, era abbastanza giovane da godersi la corsa sull’acqua. Puntò il muso della motolancia a gravità verso il basso quel tanto da sfiorare l’oceano e far sollevare schizzi bianco-azzurrini. Il ragazzino sogghignò. La seconda volta che lo fece voltò improvvisamente la testa per assicurarsi che non mi stessi bagnando, seduto sulla mia carrozzella elettrica in fondo all’imbarcazione. Aveva chiaramente dimenticato che io mi trovassi lì. L’improvviso senso di colpa e la diversa angolazione cambiarono il suo volto e io lo riconobbi. Uno dei bis-nipoti di Kevin Baker.

— Non sono per niente bagnato — dissi e il ragazzino sogghignò nuovamente. Ovviamente Insonne. Adesso lo potevo capire per la forma che lui creava nella mia mente: compatta, dai colori sgargianti e dai movimenti rapidi e scattanti. Nato possedendo il mondo. Ovviamente, poi, nessun rischio per la sicurezza di Huevos Verdes.

Con le difese che aveva, Huevos Verdes, non avrebbe rischiato in sicurezza nemmeno se i passeggeri fossero stati traghettati dal direttore dell’Ente governativo di controllo degli Standard Genetici.

Avevo faticato parecchio per capire il triplo scudo di sicurezza attorno a Huevos Verdes.

Il primo scudo, uno scintillio traslucente, si sollevava dal mare a trecentocinquanta metri circa di distanza dall’isola. Sferico, lo scudo si estendeva anche sott’acqua, fendendo la roccia dell’isola stessa come un uovo che racchiudeva tutto. Terry Mwakambe, il più strano genio dei Super, era stato l’inventore del campo di difesa. Non esisteva niente di simile in nessuna parte del mondo. Esso analizzava il DNA e nulla che non fosse registrato nelle banche dati poteva superarlo. Né i delfini, né gli uomini-rana della marina, né i gabbiani, né le alghe fluttuanti. Nada.

Il secondo scudo, un centinaio di metri oltre quello, bloccava tutta la materia non vivente che non fosse accompagnata da un DNA che "era" immagazzinato nelle banche dati. Nessun vascello robotico privo di equipaggio che trasportasse alcuna cosa — sensori, bombe, spore — avrebbe potuto passare quel campo. Indipendentemente da quanto fosse piccolo. Se non c’era un codice del DNA registrato ad accompagnarlo, non lo superava. Ci lanciammo attraverso il debole scintillio azzurrino dello scudo come attraverso una bolla di sapone.

Il terzo scudo, alle banchine, era controllato manualmente e monitorato a livello visivo. Il DNA registrato doveva essere vivo e parlante. Non so come potessero verificare uno stato narcotizzato. Non venimmo toccati da nulla, quanto meno da nulla che io potessi sentire. Il progetto era di Terry Mwakambe. Il monitoraggio era assegnato a tutti, a turno. La paranoia era di Miri. A differenza di sua nonna, non voleva che i Super si staccassero permanentemente dagli Stati Uniti ma, come sua nonna, aveva nondimeno costruito un rifugio protetto che i rappresentanti ufficiali del governo non potessero toccare. Un santuario. Lo aveva soltanto fatto meglio rispetto a Jennifer Sharifi.

— Permesso di attraccare — disse con espressione seria il ragazzino lentigginoso. Mimò un mezzo saluto militare e sorrise. Per lui si trattava ancora di un’avventura.

— Salve, Jason — disse Christy Demetrios. — Salve, Drew. Venite dentro.

Jason Reynolds. Ecco il nome del ragazzo. Adesso lo ricordavo. Il figlio di Alexandra, la nipote di Kevin. Qualcosa di lui mi colpì la memoria, una nervosa forma vivace, come una fila di perline. Non riuscivo a ricordare.

Jason attraccò. Una trentina di metri di vegetazione modificata geneticamente, fiori, cespugli e alberi, tutto facente parte del progetto. Le piante crescevano fino al margine dell’acqua. Quando il mare si faceva minaccioso, si accendeva uno scudo a energia-Y in grado di proteggere da un uragano perfino la più delicata rosa modificata geneticamente. Al di là del giardino, si stagliavano repentinamente le mura della tenuta, sottili come carta, più resistenti del diamante. Miri mi aveva detto che erano spesse soltanto una dozzina di molecole, costruite da nano-macchinari di seconda generazione a loro volta fatti da nano-macchinari. Nella mente vidi la bianchezza glassata delle mura, cui non poteva aderire alcuno sporco, come un movimento rosso scuro, denso e inarrestabile quanto la lava.

Lì nulla era arrestabile.

— Drew! — Miri mi corse incontro, indossando pantaloncini bianchi e una camiciona, la massa dei suoi capelli scuri legata con un nastro rosso. Aveva messo un rossetto rosso. Sembrava ancora più una sedicenne che non una ventinovenne. Mi abbracciò forte sulla carrozzella e io sentii il veloce battito del suo cuore contro la guancia. Il Super-metabolismo è molto più accelerato rispetto al nostro. La baciai.

Mi mormorò nei capelli: — Questa volta è passato troppo tempo. Quattro mesi!

— È stata una bella tournée, Miri.

— Lo so. Ho visto sedici rappresentazioni in olo-visione e le statistiche dei concerti sembrano buone.

Mi si accovacciò in grembo. Jason e Christy erano discretamente svaniti. Ci trovavamo soli nello sfolgorante giardino appena creato. Accarezzai i capelli di Miri non volendo ascoltare ancora le statistiche riguardanti le rappresentazioni.

Miri disse: — Ti amo.

— Anch’io ti amo.

La baciai nuovamente, questa volta per evitare di guardarla in viso. Sarebbe stato accecante, incandescente per l’amore. Lo era sempre quando mi vedeva. Sempre. Da tredici anni. "Era capace di una ossessività completa" aveva detto Leisha di suo padre. "Logorava le persone."

— Mi manchi così tanto quando sei via, Drew.

— Anche tu mi manchi. — Questo era vero.

— Vorrei che tu potessi restare per più di una settimana.

— Anche io. — Questo non era vero. Ma non esistevano parole.

A quel punto mi guardò a lungo. Qualcosa si mosse dietro ai suoi occhi. Con grande attenzione, per non far male alle mie gambe menomate, scese dalle mie ginocchia, allungò le mani e sorrise. — Vieni a vedere il lavoro al laboratorio.

Capii subito di cosa si trattava: Miri mi stava offrendo il meglio che aveva. Il regalo più prezioso del mondo. La cosa di cui io volevo disperatamente essere parte, anche se non avrei mai potuto capirla, perché non esserne parte significava essere insignificanti. Poco importanti. Mi stava offrendo ciò di cui avevo maggiormente bisogno.

Io non potevo fare di meno.

La feci sedere sulle mie ginocchia, mi costrinsi a muovere le mani sul suo seno. — Dopo. Prima non possiamo starcene un po’ soli…

Il volto di lei aveva la forma curva della gioia, troppo sfolgorante per poter essere di qualsiasi colore.

La camera da letto di Miri, come tutte le altre camere da letto a La Isla, era spartana. Letto, toeletta, terminale, un tappeto verde ovale di un materiale soffice inventato da Sara Cerelli. Sulla toeletta un vaso verde di fiori fragranti modificati geneticamente che non riconobbi. Quelle persone, che potevano ottenere qualsiasi lusso, vi indulgevano raramente. L’unico gioiello che Miri aveva mai portato era l’anello che le avevo dato io, una sottile vera incastonata di rubini. Non avevo mai visto gli altri Insonni portare alcun tipo di gioiello. Tutte le loro stravaganze, mi aveva detto una volta Miri, erano di tipo mentale. Perfino la luce era comune: piatta, senza ombre.

Pensai alla biblioteca di Leisha nella casa del Nuovo Messico.

Miri si sbottonò la camicia. Il suo seno aveva lo stesso aspetto di quando lei era sedicenne: pieno, latteo, coronato da pallide areole scure. Si sfilò i pantaloncini. Aveva i fianchi larghi, la vita tozza. Il pelo pubico era cespuglioso, irto e dello stesso nero dei capelli, sempre legati dal nastro rosso. Allungai la mano e sciolsi il fiocco.

— Oh, Drew, mi sei mancato tanto…

Mi sollevai dalla carrozzella fino al suo letto stretto e poi la tirai sopra di me. Il suo seno si schiacciò sul mio petto, soffice sul duro. In tournée o no, allenavo la parte superiore del corpo in modo fanatico, per compensare le gambe menomate. A Miri piaceva. Le piaceva sentire le mie braccia che la serravano contro di me. Le piaceva che le mie spinte fossero dure, decise, perfino violente. Cercai di darle tutto questo, ma questa volta rimasi molle.

Mi guardò con espressione interrogativa, scostandosi i neri capelli cespugliosi dalla faccia. Non incrociai il suo sguardo. Allungò una mano e cominciò a massaggiarmi dolcemente.

Era successo soltanto poche volte, tutte recentemente. Miri prese a massaggiare con maggior vigore.

— Drew…

— Dammi qualche minuto, amore.

Lei sorrise con aria incerta. Cercai di concentrarmi e poi di non concentrarmi.

— Drew…

— Ssssst… soltanto un minuto.

Le grigie forme del fallimento mi ghermirono la mente.

Chiusi gli occhi, strinsi più forte Miri e pensai a Leisha. Leisha nel crepuscolo del Nuovo Messico, una indefinita forma dorata contro il tramonto. Leisha che cantava per farmi addormentare quando avevo dieci anni. Leisha che correva nel deserto, agile e snella, inciampando nella tana di un topo-canguro e storcendosi una caviglia. L’avevo riportata in braccio fino alla tenuta, col suo corpo leggero e dolce fra le mie braccia di diciottenne. Leisha al funerale di sua sorella, con le lacrime che le facevano riflettere tutta la luce, nuda nel dolore. Leisha nuda come non l’avevo mai vista…

— Ohhhh — cantilenò Miri trionfante.

Rotolai in modo da trovarmi sopra. Miri preferiva così. Spinsi forte, poi più forte. Le piaceva davvero duro. Alla fine la sentii rabbrividire sotto di me e mi lasciai andare.

In seguito rimasi immobile con gli occhi chiusi, Miri accovacciata accanto a me con la testa sulla mia spalla. Per un breve trafiggente momento ricordai come era stato l’amore fra noi un decennio prima, all’inizio, quando il solo tocco della sua mano poteva farmi rabbrividire e ribollire. Cercai di non pensare, di non avvertire alcuna forma.

Era tuttavia impossibile creare il vuoto nella mente. Ricordai improvvisamente la cosa che mi era passata per la testa riguardo a Jason Reynolds, il bis-nipote di Kevin Baker. L’anno precedente, il ragazzo aveva rischiato di affogare. Era uscito con una motolancia sul Golfo tuffandosi direttamente nell’uragano Julio. Huevos Verdes lo aveva trovato soltanto perché Terry Mwakambe aveva sviluppato un misterioso dispositivo per rintracciarlo e Jason era stato strappato alla morte.

Quando si era ripreso, Jason aveva ammesso di sapere che l’uragano era in arrivo. Non stava cercando di suicidarsi, aveva detto con espressione seria. Tutti gli avevano creduto: gli Insonni non si suicidano. Sono troppo innamorati delle loro menti per porre loro fine. Mentre tutti incombevano sul suo letto, i genitori, Kevin, Leisha, Miri, Christy e Terry, Jason aveva detto con un filo di voce che non sapeva che il mare si sarebbe agitato tanto e tanto in fretta. Aveva solamente voluto sentire la barca ballare un bel po’. Aveva soltanto voluto guardare l’immenso e infuriato cielo e sentire la pioggia che lo sferzava. Lui, un Insonne, aveva soltanto voluto sentirsi vulnerabile.

Miranda sussurrò: — Nessuno riesce mai a farmi sentire come sai fare tu, Drew. Nessuno.

Tenni gli occhi chiusi, facendo finta di dormire.

Nel tardo pomeriggio andammo nei laboratori. Sara Cerelli e Jonathan Markowitz erano già lì: indossavano pantaloncini corti ed erano a piedi nudi. Uno dei requisiti del progetto prevedeva che, in tutti gli stadi, nulla dovesse essere sterile.

— Salve, Drew — disse Jon. Sara fece un cenno col capo. La loro concentrazione sul lavoro creava forme chiuse e indistinte nella mia mente.

Un goccia di tessuto era appoggiata su un basso vassoio aperto posto su un banco del laboratorio, collegata a macchinari tramite sottili tubi e anche più sottili cavi. Dozzine di monitor circondavano le stanze. Nulla di ciò che vi veniva mostrato mi risultava comprensibile. Il tessuto sul vassoio aveva il colore della carne, un bruno grigiastro, ed era privo di una forma particolare. Sembrava potesse cambiare sagoma, filtrando in qualcosa d’altro. Durante la mia ultima visita, Miri mi aveva detto che non poteva farlo. Nessun Insonne è schizzinoso. Non lo sono neanche io, ma le forme che strisciavano dentro e fuori dalla mia mente mentre osservavo quella cosa erano pallide, chiazzate e puzzavano di umido, anche se risultavano nette come diamanti nei contorni. Come le mura di Huevos Verdes costruite tramite nanotecnologia.

Dissi stupidamente: — È vivo.

Jon sorrise. — Oh, certo. Ma non senziente. Quanto meno non… — La sua voce si affievolì e io mi resi conto che non riusciva a trovare le parole giuste perché tutti i termini che sceglieva sarebbero stati troppo semplici, troppo incompleti per le sue idee… e tuttavia ancora troppo difficili perché io potessi seguirlo. Miri mi aveva detto che Jon, ben più degli altri, eccetto Terry Mwakambe, pensava secondo concetti matematici. La stessa cosa valeva comunque per tutti loro, anche per Miri: la sua parlata era rallentata di un quarto di battuta. Mi ero trovato a parlare anch’io così soltanto un mese prima. Lo stavo facendo con il bis-nipote di Kevin Baker che aveva quattro anni.

Miri tentò di spiegare: — Il tessuto è un computer organico di macro-livello, Drew, con una limitata programmazione di simulazione di organi, inclusi i sistemi nervoso, cardiovascolare e gastrointestinale. Abbiamo aggiunto i loop di feedback auto-monitorizzanti di Strethers e assemblatori sub-molecolari auto-riproducentesi a braccio singolo. Può avvertire i processi biologici programmati e relazionare dettagliatamente su di essi. Ma non possiede né sensibilità né volontà.

— Oh — commentai io.

La cosa si mosse leggermente sul vassoio. Io distolsi lo sguardo. Miri, ovviamente, se ne accorse. Si accorge sempre di tutto.

Disse con espressione tranquilla: — Ci stiamo avvicinando. Ecco cosa significa. Da quando abbiamo fatto la scoperta della batteriorodopsina, ci stiamo avvicinando moltissimo.

Mi costrinsi a guardare nuovamente la cosa. Sottilissimi capillari pulsavano sotto la superficie. Le forme umide e pallide nella mia mente continuavano a strisciare come larve sulla roccia.

Miri disse: — Se versiamo una soluzione nutriente sul vassoio, Drew, può selezionare e assorbire ciò di cui ha bisogno e scinderlo per trarne energia.

— Che genere di soluzione nutriente? — Avevo imparato abbastanza durante la mia ultima visita da essere in grado di porre quella domanda.

Miri fece una smorfia. — Proteine e glucosio, nella maggior parte. C’è ancora parecchia strada da fare.

— Hai risolto il problema di trarre l’azoto direttamente dall’aria? — Avevo memorizzato questa domanda. Essa mi creò una forma cava e metallica nella mente. Miri però sorrise in modo raggiante.

— Sì e no. Abbiamo progettato il micro-organismo, ma la ricettività del tessuto sta ancora fallendo sul fattore Tollers-Hilbert, specialmente per quanto riguarda le fibrille epidermiche. Per quanto invece attiene al problema dell’endocitosi dell’azoto tramite ricettore… nessun progresso.

— Oh — dissi io.

— Lo risolveremo — disse Miri un quarto di battuta troppo lentamente. — È solo questione di progettare i giusti enzimi.

Sara disse: — Noi chiamiamo questa cosa Galwat. — Lei e Jon si misero a ridere.

Miri spiegò velocemente: — Da Galatea, sai. E da Erin Galway. Oltre a John Galt, il personaggio immaginario che voleva fermare il motore del mondo. Ovviamente, poi, dalle equazioni di trasferimento di Worthington…

— Ovviamente — commentai io. Non avevo mai sentito parlare né di Galatea, né di Erin Galway, né di John Galt, né di Worthington.

— Galatea viene da un mito greco. Uno scultore…

— Adesso andiamo a vedere le statistiche sulla mia rappresentazione — dissi. Sara e Jon si lanciarono un’occhiata. Io sorrisi e tesi una mano verso Miri. Lei l’afferrò con forza, e io la sentii tremare.

(Veloci forme frementi mi riempirono la mente, sottili come carta. Spesse soltanto una dozzina di molecole. Si appoggiarono su una roccia, ruvida, dura e vecchia quanto la Terra. Il fremito si fece sempre più veloce, la sottile carta chiara divenne rosso incandescente e la roccia si frantumò. Nel suo cuore c’era un biancore lattiginoso, che pulsava di vene indistinte.)

Miri chiese: — Non vuoi vedere l’ultimo lavoro di Nikos e Alien sul Depuratore Cellulare? Sta procedendo molto più velocemente di questo! Inoltre Christy e Toshio hanno fatto un passo avanti rivoluzionario sulla programmazione per il controllo degli errori nell’assemblatore di proteine…

— Adesso vediamo le statistiche sulla rappresentazione.

Lei annuì una, due, quattro volte. — Le statistiche sono buone, Drew. C’è però uno strano picco nei dati nel secondo movimento del tuo concerto. Terry dice che lì dovresti cambiare direzione. È piuttosto complicato.

— Allora me lo spiegherai — dissi io con espressione piatta.

Il suo sorriso era abbacinante. Ancora una volta Sara e Jon si lanciarono un’occhiata a vicenda e non dissero nulla.

La prima volta che Miri mi aveva mostrato come comunicavano i Super fra loro, non ero riuscito a crederci. Era accaduto tredici anni prima, subito dopo che erano scesi dal Rifugio. Lei mi aveva condotto in una stanza con ventisette olo-palchi posti su ventisette scrivanie da terminale. Ognuno di essi era stato programmato per "parlare" un linguaggio diverso, basato sull’inglese, ma modificato rispetto alle stringhe di pensiero del proprietario. Miri, sedici anni, mi aveva spiegato una delle sue stringhe di pensiero.

— Supponiamo che tu mi dica una frase. Una sìngola frase.

— Hai un bel seno.

Lei era arrossita, una chiazza marrone sulla pelle scura. Aveva effettivamente un bel seno e dei bei capelli. Essi compensavano un po’ la grossa testa, il mento bitorzoluto e il portamento goffo. Non era graziosa ed era troppo intelligente per non saperlo. Volevo farla sentire graziosa.

Aveva detto: — Scegli un’altra frase.

— No. Usa quella.

Lo aveva fatto. Aveva parlato al computer e l’olo-palco aveva cominciato a formare una forma tridimensionale di parole, immagini e simboli collegati insieme da scintillanti linee verdi.

— Vedi, mette in evidenza le associazioni che crea la mia mente, basandosi sull’archivio di stringhe di pensiero passate e su algoritmi che rappresentano il mio modo di pensare. Da sole poche parole, estrapola, prevede e rispecchia. Il programma è chiamato in effetti "specchio mentale". Cattura circa il novantasette per cento dei miei pensieri, circa il novantadue per cento delle volte e poi io posso aggiungere il resto. La parte migliore è…

— Tu pensi in questo modo per ogni frase? Ogni "singola frase"? — Alcune delle associazioni erano ovvie: "seno" collegato con nutrire un bambino, per esempio. Ma perché mai il bambino era poi collegato con qualcosa che si chiamava "Costante di Hubble" e perché nella stringa era compresa anche la Cappella Sistina? Oltre a un nome che non conoscevo: Chidiock Tichbourne?

— Sì — aveva detto Miri. — Ma la parte migliore…

— Pensate tutti in questo modo? Tutti i Super?

— Sì — aveva risposto tranquillamente lei. — Anche se Terry, Jon e Ludie pensano fondamentalmente tramite concetti matematici. Sono più giovani del resto di noi, rappresentano il successivo ciclo di riprogrammazione del QI.

Non avrei mai saputo effettivamente che cosa significassero le mie parole per lei in tutti i loro livelli. Nemmeno una delle mie parole. Mai.

— Ti spaventa, Drew?

Mi aveva guardato dritto negli occhi. Potevo avvertire tutta la sua paura, e la sua determinazione. Il momento era importante. Continuava a crescere nella mia mente una incombente parete bianca cui nulla poteva aderire, finché non trovai la risposta giusta.

— Io penso in forme per ogni frase.

Il sorriso le aveva completamente mutato i lineamenti del volto, aprendoli e illuminandoli. Avevo detto la cosa giusta. Fissai la scintillante complessità verde dell’olo-palco mentre un globo tridimensionale che ruotava lentamente lo stipava di piccole immagini, equazioni e, soprattutto, parole. Così tante parole complicate.

— Allora siamo uguali — aveva detto Miri felice. Io non l’avevo corretta.

— La parte migliore — aveva sparato velocemente Miri, ormai completamente a proprio agio — avviene dopo che la stringa di pensiero estrapolata si è formata e, se necessario, è stata rimaneggiata: il programma principale la traduce negli schemi di pensiero di tutti gli altri ed essa riappare in quel modo sui loro olo-palchi. Simultaneamente su tutti e ventisette i terminali. In questo modo siamo in grado di bypassare le parole e avere l’idea completa di quello che stiamo pensando, trasmettendo più efficientemente l’uno con l’altro. Be’, non l’idea completa. C’è sempre qualcosa che si perde nella traduzione, specialmente in quella rivolta a Terry, Jon e Ludie. Ma è di gran lunga migliore rispetto al linguaggio. Proprio come i tuoi concerti sono migliori rispetto al sognare a occhi aperti privo di assistenza.

Sognare a occhi aperti. L’unico modo di sognare che i Super Insonni conoscevano. Fino a quando non ero arrivato io.

Quando un Insonne cadeva nella trance del Sogno Lucido, il risultato era differente rispetto a quando lo faceva un Vivo. E anche un Mulo. I Vivi e i Muli possono sognare di notte. Hanno quel genere di connessione con il loro inconscio e io la dirigo e la intensifico in un modo per loro gradevole: sia tranquillizzante, sia stimolante. Mentre sognano lucidamente, essi si sentono — in alcuni casi per la prima volta nella loro vita — completi. Io li porto più avanti lungo la strada verso i loro veri se stessi, più profondamente al di sotto del velo della veglia. Io dirigo i sogni verso le più dolci tra le cose che li aspettano lì.

Gli Insonni invece non sognano di notte. La loro strada verso l’inconscio è stata interrotta geneticamente. Quando gli Insonni cadono nella trance da Sogno Lucido, mi aveva detto Miri, hanno "intuizioni" che non avevano mai avuto in precedenza. Riescono a risalire al di sopra della loro infinita giungla di parole, uscendo dallo stato di trance con soluzioni intuitive rispetto a problemi intellettuali. I geni spesso hanno agito così durante il sonno, dice Miri. Mi ha fornito l’esempio di grandi scienziati. Ne ho dimenticati i nomi.

Guardando il complesso disegno verbale sul suo olo-palco, ho potuto vederlo nella mente. Creava una forma simile a un sasso pallido e privo di caratterizzazioni, freddo di rammarico. Miri non avrebbe mai visto quella forma nella mia mente. Peggio ancora, non avrebbe mai saputo di non vederla. Pensava che, vedendo noi due in modo differente rispetto ai Muli, fossimo simili.

Io avevo voluto essere parte di ciò che stava accadendo a Huevos Verdes. Già allora mi ero reso conto che il progetto avrebbe cambiato il mondo. Chiunque non fosse stato attore nel progetto ne sarebbe stato il burattino.

— Già, Miri — le avevo detto sorridendo — siamo uguali.

Su un tavolo da lavoro in un altro laboratorio, Miri stese le statistiche di prestazione della mia tournée di concerti. La copia cartacea era per me: i Super analizzavano sempre tutto direttamente sui monitor o sugli ologrammi. Mi chiesi quanto fosse stato lasciato da parte o semplificato a mio beneficio. Terry Mwakambe, un ometto basso, scuro, dai lunghi capelli incolti, stava appollaiato immobile sul davanzale della finestra aperta. Alle sue spalle l’oceano scintillava di un profondo azzurro nella luce che si stava affievolendo.

— Guarda qui — disse Miri — a metà della tua rappresentazione di L’aquila. I dati sul livello d’attenzione si sono alzati e i cambiamenti attitudinali subito dopo la rappresentazione sono stati abbastanza intensi nella direzione della disposizione a correre rischi. Tuttavia le statistiche successive mostrano che, una settimana dopo, i cambiamenti nei soggetti si sono ridotti maggiormente rispetto a quelli dovuti ad altri tuoi pezzi. Un mese dopo ogni cambiamento è quasi completamente scomparso.

Quando eseguo un concerto, loro collegano fan volontari a macchinari che misurano il cambiamento delle onde cerebrali, la respirazione, la variazione nella dilatazione delle pupille… Prima e dopo il concerto i volontari affrontano test di realtà virtuale che ne misurano le attitudini. I risultati vengono trasmessi ai computer principali di Huevos Verdes. Quando le statistiche lo richiedono, io cambio quello che eseguo e come lo eseguo.

Ho smesso di definirmi un artista.

— L’aquila non funziona — disse Miri. — Terry vuole sapere se puoi comporre un pezzo differente che faccia appello all’immaginario inconscio riguardante la disposizione a correre rischi. Lo vuole per la trasmissione che farai domenica l’altra.

— Forse me la dovrebbe scrivere direttamente Terry.

— Sai che nessuno di noi è in grado di farlo. — In quel momento il suo sguardo si fece più intenso e la bocca le si addolcì. — "Sei tu" il Sognatore Lucido, Drew. Nessuno di noi è in grado di fare ciò che sai fare tu. Se hai l’impressione che ti… guidiamo esageratamente, è solo perché il progetto lo richiede.

Le sorrisi. Sembrava così preoccupata, così carica di passione per il suo lavoro.

Mi disse: — Ci credi che sappiamo quanto sei importante, Drew? Drew?

Risposi: — Lo so, Miri.

Il suo volto si scompose in schegge di luce, come tante spade nella mia mente. — Allora comporrai il nuovo pezzo?

— Sul correre i rischi — dissi. — Presentato come desiderabile, attrattivo e urgente. Giusto. Per domenica l’altra.

— È davvero necessario, Drew. Siamo ancora a mesi di distanza da un prototipo di laboratorio, ma la nazione… — Prese un fascio di carte. — Guarda. I guasti ai treni a gravità sono saliti all’ottanta per cento nel mese scorso. I rapporti del FCC sulle interruzioni nelle comunicazioni, saliti di un altro tre per cento. Le bancarotte salite del cinque per cento. La distribuzione di cibo, questo è cruciale, viene eseguita con il sedici per cento di efficienza in meno. Gli indicatori industriali crollano alla stessa sconcertante velocità. La sicurezza dei votanti è al lumicino. E la situazione del duragem…

Per una volta tanto la sua voce perse il tipico rallentamento di un quarto di battuta. — Guarda questi grafici, Drew! Non riusciamo nemmeno a localizzare l’origine dei guasti del duragem…

— Sì — dissi — ti credo. Là fuori le cose vanno male e stanno peggiorando.

— Non vanno peggio, sono apocalittiche!

La mente mi si riempì di fuoco cremisi e tuono blu marino, circondando una rosa di cristallo dietro a uno scudo impenetrabile. Miri era cresciuta al Rifugio. I bisogni essenziali e i comfort erano scontati. Sempre, per tutti, senza porre domande e senza rifletterci. A differenza di me, Miranda non aveva mai visto morire un neonato per incuria, una moglie picchiata da un marito disperato e ubriaco, una famiglia che sopravviveva di soia sintetica priva di gusto, un gabinetto che non funzionava per giorni. Non sapeva che a quelle cose si poteva sopravvivere. Come poteva riconoscere l’apocalisse?

Non lo dissi a voce alta.

Terry Mwakambe balzò giù dal davanzale. Non aveva detto una sola parola per tutto il tempo in cui ero stato nella stanza. Le sue stringhe di pensiero, diceva Miri, consistevano quasi interamente di equazioni. A quel punto però disse: — Pranzo?

Mi misi a ridere. Non ne potei fare a meno. Pranzo! L’unico legame fra Terry Mwakambe e Drew Arlen!

4

Diana Covington — Kansas

Una notte, in un’altra vita, Eugene che era venuto prima di Rex e dopo Claude, mi chiese a che cosa mi facevano pensare gli Stati Uniti. Era il genere di domanda che Gene preferiva: invitante alla grandiosità metaforica che, a sua volta, invitava al suo disprezzo. Gli risposi che gli Stati Uniti mi erano sempre apparsi come un potente bestione innocente, sontuosamente bello e con la capacità cranica di un piccolo cerbiatto. Guardate come distende gli agili muscoli alla luce del sole. Guardate come salta in alto. Guardate come corre con estrema grazia dritto filato sul percorso del treno in arrivo. Questa risposta aveva avuto la virtù di essere così pomposamente grandiosa che obbiettarvi sullo stesso piano sarebbe stato superfluo. Non era importante che la risposta fosse stata anche vera.

Certo che dalla "mia" ferrovia a gravità riuscivo a vedere abbastanza della carcassa sontuosa e mutilata. Eravamo giunti alle Montagne Rocciose a un quarto di velocità, così che i passeggeri Vivi potessero goderne la spettacolare vista. Maestose montagne di porpora e tutto il resto. Nessun altro guardò fuori dal finestrino. Io ci rimasi incollata, gustando tutta l’asinina superiorità della genuina meraviglia.

A Garden City, nel Kansas, cambiai per salire su un locale, sfrecciando attraverso la rigogliosa campagna a 350 chilometri orari, strisciando attraverso schifosissimi paesi di Vivi a zero all’ora. — Perché non "volare" semplicemente a Washington? — mi aveva chiesto Colin Kowalski, incredulo. — Dopo tutto non sei tenuta a far finta di essere una Viva. — Gli avevo risposto di voler vedere i paesi dei Vivi di cui stavo difendendo l’integrità contro la potenziale corruzione della genetica artificiale. Non aveva gradito la mia risposta più di quanto non avesse fatto Gene.

Be’, adesso li stavo vedendo. La carcassa mutilata.

Ogni paese appariva uguale. Le strade si aprivano a ventaglio dalla stazione della ferrovia a gravità. Case e condomini, alcuni di pura pietra spugnosa e alcuni con la pietra spugnosa aggiunta su edifici più antichi fatti di mattoni cotti o perfino di legno. I colori della pietra spugnosa erano appariscenti: rosa, arancione, cobalto e un popolarissimo verde. L’ozio aristocratico dei Vivi non era accompagnato da un gusto altrettanto aristocratico.

Ogni paese vantava un caffè comunale della dimensione dell’hangar di un aereo, un deposito per i beni di consumo, svariati edifici di logge, un bagno pubblico, un albergo, campi sportivi, una scuola dall’aspetto deserto. Ogni cosa era ricoperta da olo-insegne. Un po’ fuori del paese, appena visibile dalla ferrovia a gravità, c’erano l’impianto a energia-Y e le robo-industrie protette, che facevano funzionare il tutto. E, ovviamente, la pista degli scooter, inevitabile come la morte.

In un qualche punto del Kansas era salita sul treno una famiglia e si era catapultata sui sedili davanti a me. Papà, mamma, tre piccoli Vivi, due dal naso moccioso, tutti con un gran bisogno di dieta e di ginnastica. Rotoli di grasso ballonzolavano sotto la sgargiante tuta gialla di mamma Viva. Il suo sguardo mi sfiorò, proseguì e di colpo mi puntò come quello di un radar.

— Salve — dissi io.

Lei corrugò la fronte e dette una gomitatina al marito. Egli mi guardò, ma non corrugò la fronte. I cuccioli mi fissarono in silenzio, il maschietto, aveva circa dodici anni, con la stessa espressione di suo padre.

Colin mi aveva ammonito di non cercare nemmeno di passare per una Viva: aveva detto che non c’era alcuna possibilità che io potessi ingannare gli Insonni. Io gli avevo risposto che non volevo ingannare gli Insonni: mi volevo solamente mischiare alla fauna locale. Mi aveva detto che non ci sarei riuscita. Apparentemente aveva avuto ragione. Mamma Viva lanciò un’occhiata alle mie gambe lunghe modificate geneticamente, al mio volto studiato, al collo da Anna Bolena che era costato a mio padre un piccolo fondo fiduciario, e seppe. La mia tuta verde veleno, i gioielli di lattine da bibita (molto popolari, li si faceva da soli) e le lenti a contatto color cacca non fecero per lei la benché minima differenza. Papà Figlio non ne erano così sicuri ma, in fondo, non gliene importava molto.

— Mi chiamo Darla Jones — dissi allegramente. Avevo una tasca di sicurezza piena di vari tesserini con vari nomi, alcuni forniti dall’ECGS, altri di cui loro non sapevano nulla. È un errore lasciare che l’Ente ti fornisca completamente la copertura. Potrebbe arrivare il momento in cui ti vuoi nascondere da loro. Tutte le mie identità erano registrate nei data-base federali e sembravano avere un lungo passato, grazie a un amico di talento del quale l’ECGS non conosceva l’esistenza. — Me ne vado a Washington, io.

— Arnie Shaw — disse eccitato l’uomo. — Il treno si è già rotto?

— Nooo — risposi. — Però è probabile che lo farà.

— Che ci si può fare?

— Niente.

— Mantiene vivo l’interesse.

— Arnie — disse in modo tagliente mamma Viva interrompendo questo inconsistente excursus conversazionale — andiamo laggiù, noi. Ci sono altri sedili. — Mi lanciò un’occhiata che avrebbe incenerito la sintoplastica.

— Ma anche qui ci sono un sacco di posti, Dee.

— Arnie!

— Bye — dissi io. Si allontanarono mentre la donna bofonchiava sotto voce. Stronza. Avrei dovuto lasciare che i Super-Insonni trasformassero i suoi discendenti in cani da guardia a quattro arti privi di coda. O in qualsiasi altra cosa avessero in mente. Appoggiai la testa contro lo schienale e chiusi gli occhi. Rallentammo nell’attraversare un altro paese di Vivi.

Non appena lo lasciammo, la piccola Shaw tornò. Una bambinetta di circa cinque anni, gattonava lungo il corridoio come un micino. Aveva un visino impudente e lunghi capelli scuri e sporchi.

— Hai un bel braccialetto, tu. — Guardò languidamente l’atrocità di latta che avevo al polso, un ammasso intrecciato di una specie di lega leggera duttile come la cera calda. Un qualche votante infatuato lo aveva inviato a David, insieme agli orecchini, quando lui era candidato come senatore di Stato. Li aveva tenuti per scherzo.

Mi feci scivolare via il braccialetto dal polso. — Lo vuoi, tu?

— Davvero? — Aveva il volto radioso. Mi strappò il braccialetto dalle dita e si precipitò nuovamente lungo il corridoio, con la coda della camicia azzurra che si agitava. Io sogghignai. Un vero peccato che i micini crescendo diventavano inevitabilmente gatti.

Un minuto dopo mamma Viva si profilò all’orizzonte. — Tieniti il tuo braccialetto, tu. Desdemona, lei, ha i suoi gioielli!

Desdemona. Ma dove sentivano quei nomi? Shakespeare non viene recitato sulle piste degli scooter.

La donna mi guardò con un’espressione durissima. — Ascoltami bene, tu te ne devi stare con quelli del tuo genere e noi con quelli del nostro. Meglio così. Hai capito, tu?

— Sì, signora — le dissi e mi tolsi le lenti. I miei occhi sono di un intenso viola modificato geneticamente. La fissai con calma, le mani ripiegate in grembo.

Lei se ne andò camminando come una papera, bofonchiando. Colsi le sue parole: — Quella gente…

— Se scoprirò di non poter passare per una Viva — avevo detto a Colin — passerò per un Mulo semi-impazzito che cerca di passare per Vivo. Non sarei certo il primo Mulo che vuole tornare alla natura. Hai presente il tipo della classe lavoratrice che cerca pateticamente di passare per un aristocratico. Nascondersi in bella vista.

Colin aveva alzato le spalle. Avevo pensato che si fosse già rammaricato di avermi reclutata, ma mi ero quindi resa conto che lui sperava che le mie buffonate avrebbero distolto l’attenzione dei veri agenti dell’ECGS che si stavano indubbiamente recando a Washington. Il Foro Federale per la Scienza e la Tecnologia, conosciuto altrimenti come Tribunale Scientifico, stava per esaminare la richiesta di brevetto n. 1892-A. Ciò che rendeva tale richiesta di brevetto diversa da quelle che andavano dal numero 1 al 1891 era che questa veniva inoltrata dalla Impresa di Huevos Verdes. Per la prima volta da dieci anni, i Super-Insonni stavano chiedendo l’approvazione governativa per mettere sul mercato una invenzione di modifica genetica patentata negli Stati Uniti. Non avevano una possibilità su un milione, ovviamente, ma era tuttavia interessante. Perché adesso? Che cosa stavano progettando? E si sarebbe presentato personalmente qualcuno dei ventisette all’udienza del Tribunale Scientifico?

E se qualcuno lo avesse fatto, sarei stata in grado di tenerlo o tenerla sotto sorveglianza?

Guardai fuori dal finestrino del treno i campi curati dai robot. Grano o forse soia, non ero sicura di che aspetto avesse nessuno dei due, che cresceva. Dieci minuti dopo Desdemona tornò. Il suo viso fece capolino fra le mie gambe allungate: era strisciata lungo il pavimento, sotto i sedili, attraverso la sporcizia, il cibo caduto e i rifiuti. Desdemona sollevò il piccolo busto fra le mie gambe, tenendosi in equilibrio con una mano appiccicosa sul mio sedile. L’altra mano schizzò in avanti e si chiuse sul mio braccialetto.

Io lo slacciai e glielo diedi nuovamente. La parte anteriore della sua tuta azzurra era sudicia. — Non c’è nessun robot-pulitore su questo treno?

Lei afferrò stretto il braccialetto e sogghignò. — È morto, quello.

Mi misi a ridere. Un istante dopo il treno a gravità si ruppe.

Io venni sbattuta a terra, dove caddi su mani e ginocchia, aspettando di morire. Sotto di me i macchinari stridettero. Il treno si fermò a sobbalzi ma non deragliò.

— Maledizione! — gridò il padre di Desdemona. — Non un’altra volta!

— Non possiamo prenderci un gelato, noi? — piagnucolò un bambino. — Adesso siamo fermi!

— La terza volta questa settimana! Fottuto treno di Muli!

— Non ci date mai un gelato!

Apparentemente i treni non deragliavano. Apparentemente non sarei morta. Apparentemente quei macchinari stridenti erano routine. Seguii tutti gli altri fuori dal treno.

In un altro mondo.

Un vento febbrile soffiava attraverso i chilometri di prateria: caldo, sussurrante, intossicante. Mi vennero le vertigini per la dimensione del cielo. Un infinito cielo azzurro brillante sopra, infiniti campi d’oro brillante sotto. Il tutto accarezzato da quel vento caldo quanto il sangue, impregnato di luce solare, gravido di fragranza. Io, amante della città, resistetti alla folle idea di scalciar via le scarpe e infilare le dita dei piedi nella terra scura.

Seguii invece i Vivi mugugnanti lungo i binari verso la parte anteriore del treno. Si raggrupparono attorno alla olo-proiezione di un tecnico, anche se mi ero accorta che il suo discorso inscatolato veniva diffuso in ogni carrozza. L’ologramma stava "in piedi" sull’erba e sembrava imponente e autoritario. Il proprietario della concessione era mio amico: credeva che i maschi di un metro e novantacinque dalla pelle scura fossero la proiezione ideale per favorire l’ordine.

"Non c’è alcun bisogno di allarmarsi Questo è un guasto temporaneo. Siete pregati di tornare alla sicurezza e alle comodità della vostra carrozza e fra qualche istante vi verranno serviti cibo e bevande omaggio. Un tecnico riparatore è già in viaggio dalla concessionaria ferroviaria. Non c’è alcun bisogno di allarmarsi."

Desdemona sferrò un calcio all’ologramma. Il suo piede vi passò attraverso e lei ammiccò, un inutile e succoso sorriso di trionfo. L’olo abbassò lo sguardo su di lei. "Non farlo più, bambina… mi hai sentito?" Gli occhi di Desdemona si spalancarono e lei volò dietro le gambe di sua madre.

— Non ti spaventare, tu, è soltanto interattivo — schioccò mamma Viva. — Lasciami andare le gambe!

Io strizzai l’occhio a Desdemona che mi fissò sbalordita e poi sorrise, agitando il nostro braccialetto.

"…alla sicurezza e alle comodità della vostra carrozza e fra qualche istante vi verranno forniti cibo e…"

Altre persone si avvicinarono alla motrice, tutte, a parte due, si lamentavano a voce alta. La prima era una donna anziana: alta, dal volto insignificante e spigolosa come un pezzo di gioco a incastro. Non indossava una tuta, ma una lunga tunica lavorata a maglia di delicate e sfumate tonalità di verde, troppo diseguale per essere fatta a macchina. I suoi orecchini erano semplici pietre verdi levigate. Non avevo mai visto prima di allora un Vivo con buon gusto.

L’altra anomalia era un giovanotto basso dai capelli rossi e serici, pelle chiara e una testa un po’ troppo grossa rispetto al corpo.

Sentii pizzicare la nuca.

All’interno delle carrozze, robot-servitori emersero dagli scompartimenti-magazzino e offrirono vassoi di snack di soia sintetizzati di fresco, svariate bevande e droghe leggere. Continuavano a ripetere: "Con gli omaggi del Senatore di Stato Cecilia Elizabeth Dawes. Siamo felici di avervi a bordo". Questo diversivo occupò quasi una mezz’ora. Poi tutti tornarono all’esterno e ripresero a lamentarsi.

— Che razza di servizio si ha al giorno d’oggi…

— …la prossima volta giuro che voto per qualcun altro, io… "chiunque" altro…

"Guasto temporaneo. Siete pregati di ritornare alla sicurezza e alle comodità della…"

Camminai sull’erba incolta al margine del campo più vicino. L’Insonne-travestito-in-modo-inadeguato restò a fissare la folla, osservandola con un atteggiamento pseudo-casuale come il mio. Al momento non mi aveva ancora notato. Il campo era circondato da una bassa recinzione a energia, presumibilmente per trattenere all’interno gli agro-robot. Essi trottavano lentamente fra le file di grano dorato, svolgendo il loro compito. Io balzai al di là della recinzione e ne presi in mano uno. Ronzava dolcemente, una sfera scura dotata di tentacoli flessibili. Sul fondo appariva un’etichetta CANCO ROBOTS/LOS ANGELES. La CanCo si era trovata sul "Wall Street Journal On-line" della settimana precedente: era nei guai. I suoi agro-robot avevano improvvisamente cominciato a rompersi in tutto il paese. La concessionaria stava per affondare.

Il vento caldo sussurrava seducente attraverso il grano dalla dolce fragranza.

Mi sedetti a terra, a gambe incrociate, appoggiando la schiena alla recinzione a energia. Attorno a me gli adulti si misero a giocare a dadi o a carte. I bambini scorrazzavano tutti attorno, gridando. Una giovane coppia mi passò accanto e scomparve fra il grano, sesso nello sguardo. La donna più anziana si sedette per proprio conto a leggere un libro, un vero libro. Non riuscii a immaginare dove potesse esserselo procurato. L’Insonne dalla grossa testa, se questo era ciò che lui-lei era, si stese a terra, chiuse gli occhi e fece finta di dormire. Io sogghignai. Non mi è mai piaciuta l’auto-ironia. Nelle altre persone.

Dopo due ore i robot-servitori portarono nuovamente fuori cibo e bevande. "Con gli omaggi del Senatore di Stato Cecilia Elizabeth Dawes. Siamo felici di avervi a bordo." Quanta soia sintetica trasportava un treno a gravità di Vivi? Non ne avevo idea.

Il sole proiettava lunghe ombre. Salterellai verso la donna che stava leggendo. — Bel libro?

Sollevò lo sguardo su di me, esaminandomi. Se Colin aveva mandato me al Tribunale Scientifico di Washington poteva decisamente avere mandato anche degli agenti legittimi. E se Testa Grossa era un Insonne, poteva avere un "accompagnatore" personale. Tuttavia, qualcosa nel volto della donna che leggeva mi convinse che non era lei. Non era modificata geneticamente, ma non era quello il punto. Si possono trovare famiglie di Muli che rifiutano perfino le modificazioni genetiche permesse e continuano a esistere in corporazioni molto solide ma ai margini della società. Lei non era nemmeno quello. Era qualcos’altro.

— È un romanzo — disse con espressione indifferente la donna. — Jane Austen. È sorpresa del fatto che esistano ancora Vivi che sanno leggere? O che vogliono farlo?

— Sì. — Sorrisi con atteggiamento cospiratore, ma lei mi lanciò soltanto un’occhiata e tornò al proprio libro. Un Mulo rinnegato non stimolava il suo disprezzo, né indignazione, né adulazione. Non le interessavo davvero. Provai uno sciocco rispetto.

Apparentemente non sapevo così tanto sulla varietà dei Vivi come avevo ritenuto.

Il tramonto mi estasiò. Il cielo si fece lucido e vulnerabile, quindi striato di colori rarefatti. I colori si fecero aggressivi e vennero seguiti da tenui e remoti pastello. Divennero quindi freddi e scuri. Un intero rapporto amoroso, empireo, in trenta minuti. Claude-Eugene-Rex-Paul-Anthony-Russel-David.

Non comparve alcun tecnico riparatore. La prateria si rinfrescò rapidamente: risalimmo tutti sul treno, furono accesi le luci e il riscaldamento. Mi chiesi che cosa sarebbe successo se quei servizi, o i robot-servitori, si fossero guastati anche loro.

Qualcuno disse, non a voce alta e a nessuno in particolare: — Il mio gettone-pasto è arrivato in ritardo dalla capitale lo scorso trimestre.

Pausa. Mi sedetti con la schiena più eretta: questo era un tono nuovo. Nessuna lamentela. Qualcosa di diverso.

— Nel mio paese non ci sono più tute. Il Mulo del deposito dice che c’è penuria nazionale, lui.

Pausa.

— Noi siamo su questo treno, noi, per andare a prendere la mia vecchia madre in Missouri. Il riscaldamento a casa sua si è rotto e nessuno l’ha presa con sé. Adesso non ha per niente riscaldamento, lei.

Pausa.

Qualcuno disse: — C’è qualcuno che sa quanto è lontano il prossimo paese? Forse ci potremmo arrivare a piedi, noi.

— Non siamo tenuti a camminare, noi! Loro devono mettere a posto questo fottuto treno! — disse mamma Viva, in un’esplosione di rabbia e saliva.

Il tono pacato era scomparso. — Giusto! Noi siamo votanti, noi!

— I miei bambini non possono camminare fino al paese dopo… Cosa sei tu, un fottuto Mulo?

Vidi l’uomo dalla testa grossa fissare un volto dietro l’altro.

L’ologramma dell’alto tecnico bruno apparve all’improvviso all’interno della carrozza, in piedi nel corridoio centrale. "Signore e signori, la Ferrovia a gravità Morrison si scusa ancora una volta per il ritardo nel servizio. Per rendere la vostra attesa più gradevole ci pregiamo presentarvi una produzione nuovissima, non ancora trasmessa dagli olo-canali, con gli omaggi del Congressista Wade Keith Finley. Drew Arlen, il Sognatore Lucido, nel suo nuovissimo concerto Il guerriero. Vi preghiamo di guardare dai finestrini sul lato sinistro della ferrovia."

I Vivi si guardarono a vicenda: un immediato blaterare felice sostituì la rabbia. Evidentemente questo era qualcosa di assolutamente nuovo nei diversivi da guasto. Calcolai il costo di un olo-proiettore portatile in grado di creare ologrammi grandi abbastanza da potere essere visti dai finestrini per tutta la lunghezza di un treno, oltre al costo del video in esclusiva dell’intrattenitore Vivo più alla moda del momento. Confrontai il totale con il costo di una competente squadra di riparazione. Lì c’era qualcosa che non funzionava proprio. Non sapevo nulla di Hollywood, ma un concerto in esclusiva di Drew Arlen doveva valere milioni. Perché un treno a gravità se lo portava in giro quale diversivo di emergenza per impedire ai nativi di diventare troppo irrequieti?

L’uomo dalla testa grossa osservò tranquillamente i compagni passeggeri che incollavano le facce ai finestrini di sinistra.

Un lungo palo sgusciò dal tetto della carrozza dietro alla nostra, che era posta al centro del treno. Il palo si alzò fino a formare un angolo ottuso rispetto al terreno e si allungò quasi fino al campo di grano. Dall’estremità del palo si estese una luce a ventaglio verso il basso, formando una piramide. Tutti esclamarono "Oooohhhh!". I proiettori portatili non fornivano mai la definizione di una buona unità stabile ma non pensavo che a questo pubblico sarebbe interessato. L’ologramma di Drew Arlen apparve al centro della piramide, tutti esclamarono nuovamente "Oooohhhh!".

Io scivolai fuori dal treno.

Al buio e da vicino, l’ologramma sembrava ancora più strano: un uomo alto quattro metri e mezzo, dai contorni sfuocati seduto su una carrozzella elettrica, con lo sfondo di chilometri di prateria oscura. Sopra, scintillavano fredde stelle, immensamente in alto. Aprii la giacca in plastitessuto che avevo nella tasca della tuta.

L’ologramma disse: "Sono Drew Arlen. Il Sognatore Lucido. Lasciate che i vostri sogni si avverino".

Avevo assistito una volta a una rappresentazione di Arlen dal vivo, a San Francisco, quando bazzicavo nei bassofondi con amici. Ero stata l’unica persona nella Sala da Concerto Congressista Paul Jennings Messura a non rimanere coinvolta. Resistenza naturale all’ipnosi, aveva detto il mio dottore. Il tuo cervello non possiede la necessaria calibrazione biochimica. Sogni di notte?

Non sono mai stata in grado di ricordare uno solo dei miei sogni.

La luce piramidale attorno a Drew Arlen cambiò, in qualche modo, tremolò in modo strano. Schemi subliminali. I modelli si fusero lentamente in forme intricate e la voce di Arlen, bassa e intima, cominciò una storia.

"C’era una volta un uomo di grandi speranze e nessun potere. Quando era giovane, voleva tutto…"

Oh, per cortesia! Chiacchiere grezze che bussavano a desideri basilari. E pensare che alcuni "Muli" definivano quel delinquentello un artista!

Tuttavia le forme erano intriganti. Scivolavano oltre la carrozzella di Arlen piegandosi e aprendosi, alcune apparendo chiare e altre indistinte al limite della percezione conscia. Sentii il sangue scorrere più forte nelle vene, quell’improvviso stimolo di vita che si ha a volte davanti al sesso, alla primavera o alla sfida. Non ero immune ai subliminali. Questi dovevano essere fantastici.

Sbirciai nella carrozza del treno a gravità. I Vivi stavano immobili con le facce premute contro il vetro. Desdemona guardava a bocca aperta, una piccola buca rosa.

Mi rivolsi nuovamente verso Drew Arlen, che dipanava ancora la sua semplice storia. Aveva una voce musicale. La storia era una specie di pseudo ballata popolare priva di sottigliezze, priva di ironia, priva di arte. Le parole rappresentavano soltanto il nudo scheletro su cui scintillava la grafica. Mi era stato detto che ogni persona provava un’esperienza diversa rispetto a un concerto di Drew Arlen, a seconda dei simboli liberati ed evidenziati dalle possenti esperienze infantili, immagazzinate in ogni mente. Mi era stato detto, ma non ci avevo creduto.

Camminai esternamente lungo il treno, nel buio, analizzando i volti dei Vivi dietro ai finestrini. Alcuni erano bagnati di lacrime. Qualsiasi cosa stessero provando sembrava più intensa di tutto ciò che io avevo provato, più intenso della droga o di un lavaggio di nervi. Intenso come un orgasmo.

Nessuno regolava il Sogno Lucido. Arlen aveva un esercito di scadenti imitatori. Non duravano mai a lungo. Qualsiasi cosa stesse facendo Drew Arlen, era l’unica persona al mondo che sapesse come farlo. La maggior parte dei Muli lo ignoravano.

Drew Arlen, come tutto il mondo sapeva, era l’amante di Miranda Sharifi. Era l’unico Dormiente che entrava e usciva da Huevos Verdes a suo piacimento. L’ECGS lo seguiva costantemente, ovvio, insieme con tanti reporter da poter riempire una cittadina. Erano soltanto i suoi concerti che non prendevano seriamente.

Tornai lungo il treno e risalii nella mia carrozza. L’uomo dalla testa grossa era l’unico che non stava pressato contro il finestrino. Giaceva steso su un sedile vuoto, dormendo. O facendo finta di dormire. Per non restare ipnotizzato? Per meglio osservare gli effetti della rappresentazione di Arlen?

Il concerto procedeva noiosamente. Quando tutto terminò, le persone si voltarono l’una verso l’altra, abbracciandosi emozionate, ridendo e piangendo e quindi si riversarono sulla fredda prateria in direzione dell’ologramma di Drew Arlen. Egli sorrideva dolcemente ai propri discepoli. Le forme che lo circondavano erano svanite a meno che non stessero frusciando a livello subliminale, il che era possibile. Alcuni Vivi infilarono le mani nell’ologramma, cercando di raggiungerlo. Desdemona danzò all’interno della piramide e appoggiò la testa sulla coperta posta sopra le ginocchia di Arlen.

Papà Vivo disse all’improvviso: — Scommetto che potremmo camminare, noi, fino al paese più vicino.

— Be’… — commentò qualcuno. Altre voci si unirono al coro.

— Se seguiamo i binari e restiamo insieme, noi…

— Guardiamo se alcune delle luci sul tetto sono portatili…

— Alcuni di noi dovrebbero rimanere indietro con i vecchi.

L’uomo dalla testa grossa osservava tutto attentamente. Quello fu il momento in cui fui certa. L’intero guasto alla ferrovia a gravità in quel posto abbandonato dalla tecnologia era stato una messa in scena, per controllare l’effetto del concerto di Arlen.

Come? Da parte di chi?

No. Non erano quelle le domande giuste. La domanda giusta era: quale era l’effetto del concerto di Arlen?

— Tu, allora, Eddie te ne resti qui con i vecchi. Tu, Cassie va’ a parlare con la gente delle altre carrozze. Vedi un po’ chi è che vuole venire con noi. Tasha…

Occorsero dieci minuti di discussione per organizzarsi. Strapparono le luci dal tetto di sei carrozze: erano portatili. La gente che sarebbe rimasta diede giacche extra alle persone che sarebbero andate. Il primo gruppo stava appena incamminandosi lungo il binario quando una luce balenò nel cielo. Un secondo dopo fui in grado di sentire il rumore dell’aereo.

I Vivi si fecero silenziosi.

Nell’aereo si trovava un tecnico della ferrovia a gravità, fiancheggiato da due robot della sicurezza che proiettavano uno scudo di sicurezza personale ed erano anche dotati di armi, stile "niente stronzate qui attorno". La folla li guardò in silenzio. Il bel volto modificato geneticamente del tecnico sembrava tirato. I tecnici sono un gruppo sempre teso: modificati geneticamente in quanto ad aspetto fisico non hanno il QI e le abilità potenziate che costano ai futuri genitori un sacco di soldi in più. Li si trova a riparare macchinari, a gestire distribuzioni nei depositi, a supervisionare i robot infermieri o bambinaie. I tecnici non sono certamente Vivi, ma anche se abitano nelle enclavi, non sono nemmeno esattamente Muli. E lo sanno.

— Signore e signori — disse il tecnico con espressione infelice — la Ferrovia a gravità Morrison Spa e il Senatore Cecilia Elizabeth Dawes si scusano per il ritardo con cui il vostro treno viene riparato. Circostanze al di là della nostra volontà…

— E io sono un politico, io! — strillò amaramente qualcuno.

— Per che cosa vi votiamo, brutti scemi?

— Meglio dire al Senatore che su questo treno qui si è persa un bel po’ di voti!

— Il servizio che meritiamo…

Il tecnico si diresse risoluto verso la motrice, a occhi bassi, scortato dai robot. Colsi il debole scintillio di un campo a energia-Y mentre passava. Alcuni dei Vivi, tuttavia, sei o sette, lanciarono un’occhiata lungo il binario, che si stendeva nell’oscurità ventosa, con gli occhi lucidi per quello che avrei potuto giurare essere rammarico.

Al tecnico occorsero in tutto tredici minuti per riparare il motore. Nessuno lo importunò. Egli se ne andò via con il suo aereo e il treno riprese la marcia. I Vivi si rimisero a giocare a dadi, si lagnarono, dormirono, si occuparono dei figli petulanti. Io attraversai tutte le carrozze alla ricerca dell’uomo dalla testa grossa. Era sparito mentre io stavo osservando la reazione dei Vivi nei confronti del tecnico Mulo. Dovevamo averlo lasciato indietro, sulla ventosa prateria, celato dall’oscurità.

5

Billy Washington — East Oleanta

Una volta ogni tanto io ci ho bisogno di uscirmene nei boschi. Non lo dicevo mai a nessuno. Adesso, però quando ci vado, due o tre volte all’anno, lo dico ad Annie e lei mi prepara un po’ di roba da mangiare cruda presa dalla cucina: mele, patate e soia sintetica che ancora non sono state trasformate in pietanze. Io me ne resto là fuori da solo, per cinque o sei giorni, lontano da tutto quanto: il caffè, gli olo-balli, la musica spacca timpani, le distribuzioni al deposito, i delinquenti forniti di mazze e perfino l’energia-Y. Mi faccio dei falò, io. Qualche persona non ha mai lasciato East Oleanta da vent’anni se non per andare con la ferrovia a gravità in un altro paese esattamente uguale. Il centro dei boschi per loro potrebbe anche essere in Cina, penso che quelli sono spaventati dall’idea di trovarsi là fuori.

Me ne dovevo partire per i boschi la mattina dopo che la cucina del caffè si è rotta. Di certo però non avevo intenzione di lasciare Annie e Lizzie senza cibo e neanche di andare in posti dove c’erano procioni con la rabbia e un robot di guardia rotto.

Lizzie stava vicino al mio lettino in camicia da notte, una scintillante macchia rosa nel sonno del mattino. — Billy, pensi che la cucina è già stata messa a posto?

Annie è venuta fuori dalla sua stanza da letto, sbadigliando, ancora con la camicia da notte in plastica. — Lascia in pace Billy, Lizzie. Hai fame?

Lizzie ha annuito. Mi sono seduto sul divano con una mano che mi schermava gli occhi dal sole del mattino che veniva dalla finestra. — Ascolta, Annie. Ho pensato. Se riparano quella cucina dovremmo cominciare a portarci via tutto il cibo che riusciamo e a immagazzinarlo qui. In caso che si rompe di nuovo. Possiamo prenderci fino al limite del gettone-pasto ogni giorno — tu e Lizzie non lo fate praticamente mai e nemmeno io — e poi la roba cruda della cucina. Patate, mele e altro.

Annie ha serrato le labbra. Non è una persona mattiniera, lei. Era però così bello svegliarsi a casa di Annie che me lo sono dimenticato. Lei ha detto: — Il cibo se ne marcisce in due o tre giorni. Non voglio avere della roba mezza marcia qui attorno. Non è pulito.

Lizzie ha detto: — Billy, pensi che la cucina è già stata messa a posto?

Io le ho risposto: — Non so, tesoro. Andiamo a vedere. Meglio vestirsi.

Annie ha detto: — Lei prima deve andare ai bagni. Puzza. E anche io. Ci accompagni, Billy?

— Certo. — Che difesa pensava che poteva avere da un relitto come me contro dei procioni con la rabbia? Ma io avrei fatto passare Annie anche contro quei demoni se lei ci credeva.

Lizzie ha detto: — Billy, pensi che la cucina è già stata messa a posto?

Non c’erano procioni vicino ai bagni. Il bagno degli uomini era vuoto se si eccettuava il Signor Keller che è così vecchio che non penso nemmeno che si ricorda di avere un nome proprio e due ragazzini che non avrebbero dovuto stare lì da soli. Si stavano divertendo moltissimo con l’acqua, però. Mi piaceva guardarli. Mi hanno rallegrato la mattina.

Il Signor Keller ha detto che la cucina del caffè era stata riparata. Ho accompagnato Annie e Lizzie che profumavano di pulito come frutti di bosco nella rugiada per andare a prendere la colazione. Il caffè però era pieno, non solo di Vivi che stavano mangiando, ma di Muli che preparavano un olo-video della Congressista Janet Carol Land.

Era decisamente lei. Niente registrazioni. Stava in piedi davanti al nastro trasportatore di cibo che offriva le solite uova, bacon cereali e pane di soia sintetica oltre qualche fragola fresca modificata geneticamente. A me non mi piacciono le fragole modificate geneticamente. Si possono mantenere per settimane ma non hanno mai il gusto delle dolci fragoline che crescono in giugno sulle colline.

— …servendo il suo popolo con il meglio che ha, indipendentemente dal bisogno, indipendentemente dall’ora, indipendentemente dall’emergenza — diceva davanti alla telecamera robot un Mulo di bell’aspetto. — Janet Carol Land, sul posto per servire East Oleanta, per servire "voi". Un politico che merita le memorabili parole della Bibbia: "Ben fatto, buono e fedele servitore!".

La Land sorrideva. Era una bella donna, nel modo come lo sono le donne Mulo quando non sono più giovani: pelle morbida e liscia, labbra rosate e capelli in onde argentate. Troppo magra, però. Non come Annie che quando premeva le labbra color di bacche scure sembrava quasi che ne spremeva fuori il sidro.

La Land disse al bell’uomo: — Grazie, Royce. Come sai il caffè è il cuore di qualsiasi paese aristocratico. Ecco perché se il caffè non funziona smuovo cielo e terra per riportarlo alla funzionalità. Come questi buoni cittadini di East Oleanta possono testimoniare.

— Parliamo con alcuni di loro — ha detto Royce, mostrando tutti i denti. Lui e la Land si sono avvicinati a un tavolino dove stava seduto Jack Sawicki con l’aria di uno che è stato messo alle corde. — Sindaco Sawicki, cosa pensa che abbia fornito oggi al suo paese la Congressista Land?

Paulie Cenverno ha alzato gli occhi, da dove stava mangiando al tavolinetto accanto. Con lui c’era Celie Kane. Il labbro inferiore di Annie si mise a tremare in un mezzo sogghigno, mezza smorfia.

Jack ha detto con espressione miserevole: — Siamo terribilmente contenti che quella catena del cibo è stata riparata e…

— Brutti cazzoni, quando farete ammazzare quei procioni con la rabbia? — chiese seccamente Celie.

Il volto di Royce si irrigidì. — Non penso…

— Farai meglio a pensare, tu, e a pensare forte su quei procioni, oppure tu e la Congressista dovrete pensare a trovarvi qualche altro lavoro!

— Taglia — ha detto Royce. — Non preoccuparti, Janet, lo cancelleremo. — Aveva un sorriso che pareva essergli schiumato in faccia ma ho visto i suoi occhi e ho dovuto voltare lo sguardo. I miei giorni da combattente sono finiti a meno che non lo devo fare per Annie o Lizzie.

Royce ha preso la Congressista per un gomito, lui, e l’ha guidata verso la porta. Celie si è messa a strillare: — Dico sul serio, io! Ormai sono passati interi giorni e voi non avete fatto un cazzo! "Servitori pubblici"! Non siete altro che…

— "Celie" — hanno detto insieme Jack e Paulie.

La Land si è liberata da Royce. È tornata indietro verso Celie. — La preoccupazione per la sicurezza del suo paese è normale, signora. Il robot di guardia e qualsiasi genere di animale selvatico ammalato non ricadono sotto la mia giurisdizione, ma sotto quella del Supervisore Distrettuale Samuelson. Quando tornerò ad Albany farò tutto ciò che sarà in mio potere per vedere che il problema sia risolto. — Ha guardato diritto negli occhi di Celie, con grande fermezza ed è stata Celie che ha dovuto distogliere lo sguardo per prima.

Celie non ha detto niente. La Land ha sorriso e si è rivolta alla sua squadra. — Penso che qui abbiamo terminato, Royce. Ci vediamo fuori. — Si è diretta verso la porta con la schiena diritta e la testa alta. L’unico motivo perché ho visto qualcosa di diverso è che mi ero messo di fianco alla porta, fra Annie e un eventuale pericolo. La Congressista Land ha raggiunto la porta e sorrideva, sicura di sé, proprio come un politico, poi l’ha attraversata ed è diventata una donna con occhi davvero stanchi.

Ho lanciato un’occhiata ad Annie per vedere se se n’era accorta. Lei però stava brontolando contro Celie Kane. Annie poteva anche divertirsi per le uscite di Celie, ma nel profondo di sé non approvava che i servitori pubblici venivano maltrattati.

Lizzie ha detto con la sua vocina giovane e chiara: — Quella Congressista non può aiutare davvero a fare riparare il robot di guardia ad Albany, vero? Stava solo facendo finta.

— Oh, taci — ha detto Annie. — Non imparerai mai, tu, quando devi tenere la bocca chiusa e quando devi parlare.

Due giorni dopo, due giorni che tutti sono rimasti dentro e non è arrivato nessun tecnico per il robot di guardia da Albany, abbiamo fatto una battuta di caccia. Ci sono volute ore di discussioni che andavano avanti sulle sciocchezze, ma alla fine ci siamo riusciti. I Vivi non sono tenuti a possedere fucili. Non c’era una scorta nel deposito di fucili calibro 22 del Supervisore Distrettuale Tara Eleanor Schmidt. Nessuna campagna politica forniva carabine del Senatore Jason Howard Adams o pistole del Legislatore della Contea Terry William Monaghan. Però ce li avevamo lo stesso.

Paulie Cenverno ha tirato fuori la doppietta del nonno da uno scatolone in sintoplastica che stava dietro la scuola. La sintoplastica tiene fuori praticamente ogni maledettissima cosa: terra, umidità, ruggine, insetti. Eddie Rollins, Jim Swikehardt e il vecchio Doug Kane avevano i fucili dei padri, loro. Sue Rollins, sua sorella e Krystal Mandor hanno detto che si dividevano un Matlin di famiglia: non sapevo come potevano farlo. Due uomini che non conoscevo avevano fucili da caccia. Al Rauber aveva una pistola. Due dei delinquentelli sono comparsi, sogghignando, privi di armi. Proprio quello che avevamo bisogno. In tutto eravamo venti.

— Dividiamoci in coppie e partiamo in linee diritte dal caffè — ha detto Jack Sawicki.

— Sembri un maledetto Mulo — ha commentato Eddie Rollins disgustato. I delinquentelli si sono messi a ghignare.

— Hai un’idea migliore? — ha chiesto Jack. Si teneva il fucile ben stretto alla tuta verde rigonfia.

— Siamo Vivi — ha detto Krystal Mandor. — Ce ne andiamo dove vogliamo noi.

Jack ha detto: — E se qualcuno viene colpito? Volete che ci piombi addosso la polizia?

Eddie ha detto: — Io voglio cacciare i procioni come un "aristo". Non mi dare ordini, Jack.

— Benone — ha detto Jack. — Andate pure, voi. Io non dirò un’altra maledettissima parola.

Dopo dieci minuti di discussione siamo partiti a coppie in dieci linee diritte.

Io ero insieme con Doug Kane, il padre di Celie. Due vecchi, noi, lenti e zoppicanti. Doug però sapeva ancora bene come camminare nei boschi senza fare rumore. Alla mia destra ho sentito qualcuno che rideva e schiamazzava. Uno dei piccoli delinquenti. Dopo un po’ il suono è diminuito.

I boschi erano freschi e avevano un profumo dolciastro, così folti sopra le nostre teste che il terreno non mostrava un gran che di erba. Camminavamo su aghi di pino che mandavano su il loro odore di pulito. Betulle bianche, sottili come Lizzie, frusciavano. Sotto gli alberi il muschio cresceva verde scuro e nelle chiazze col sole si vedevano margherite, botton d’oro e fiori gialli. Un’allodola ha emesso un richiamo, il suono più tranquillo del mondo intero.

— Grazioso — ha detto Doug tanto piano che un coniglio a favore di vento non ha nemmeno girato le lunghe orecchie.

Verso mezzogiorno gli alberi si erano fatti più radi e il sottobosco più fitto. Ho sentito da qualche parte odore di more il che mi ha fatto pensare ad Annie. Ho calcolato che ci dovevamo essere allontanati almeno di otto chilometri da East Oleanta… Tutto quello che avevamo visto erano conigli, un cerbiatto e un casino di serpentelli innocui. Niente procioni. E ammazzare qualsiasi procione con la rabbia così lontano non sarebbe comunque servito a niente al paese. Era arrivato il momento di tornare indietro.

— Mi devo… sedere — ha detto Doug.

L’ho guardato e ho sentito la pelle gelarsi. Era pallido come la corteccia della betulla e aveva le palpebre che fremevano come due colibrì. Ha fatto cadere per terra il fucile ed è svenuto… quel vecchio pazzo aveva tolto la sicura. La pallottola si è però conficcata in un tronco. Doug si è stretto le mani sul petto ed è caduto piegandosi in due. Ero stato così impegnato a godermi l’aria e i fiori che non mi ero nemmeno accorto che gli stava venendo un attacco di cuore.

— Siediti! Siediti! — l’ho fatto sdraiare su un pezzo di terra tutto ricoperto di lucide foglie verdi. Doug si è steso su un fianco, respirando pesantemente. Batteva con la mano destra l’aria, ma io sapevo che non vedeva più niente con gli occhi. Erano sbarrati.

— Stai giù calmo, Doug. Non ti muovere! Io vado a chiamare aiuto, gli farò portare l’unità medica…

Poi il rumore del respiro si era fermato.

Ho pensato : "È andato". Il suo ossuto e vecchio petto però continuava ad alzarsi e abbassarsi, più tranquillo ora. Aveva gli occhi vitrei.

— Porterò l’unità medica! — ho detto un’altra volta, mi sono voltato e per poco non sono caduto. A non più di tre metri di distanza mi stava fissando un procione con la rabbia.

Una volta che hai visto un animale con la rabbia non te lo scordi più. Riuscivo a vedere le macchie separate di bava attorno alla bocca del procione. La luce del sole filtrava attraverso gli alberi e scintillava sulle chiazze come se erano di vetro. Il procione ha digrignato i denti, mi ha sibilato contro facendo un suono che non avevo mai sentito fare a un procione. Tremava sui posteriori. Era vicino alla fine.

Ho alzato il fucile di Doug sapendo che se mi stava per saltare addosso non avevo modo di potere essere veloce abbastanza.

Il procione si è contratto ed è balzato. Ho sollevato di scatto il fucile, ma non sono nemmeno riuscito a portarlo all’altezza della spalla. Un raggio di luce è partito da un qualche posto dietro di me solo che non era proprio luce ma un’altra cosa che sembrava luce. Il procione si è rovesciato indietro, si è bloccato ed è crollato a terra, morto.

Mi sono voltato, molto lentamente. Se avrei visto uno degli angeli di Annie non potevo rimanere più sorpreso.

C’era una ragazzina lì, bassa, con la testa grossa e i capelli scuri legati indietro con un nastro rosso. Aveva addosso degli abiti idioti per i boschi: pantaloncini bianchi, una sottile camicetta bianca, sandali aperti proprio come se non c’erano trappole per cervi, mosconi o serpenti. La ragazzina mi ha guardato con espressione seria. Un minuto dopo ha detto: — Si sente bene?

— Sì, signora. Ma Doug Kane, lì… penso che il cuore…

Lei si è avvicinata a Doug si è inginocchiata vicino a lui e gli ha preso il polso. Mi ha guardato. — Vorrei che lei facesse una cosa per me. Faccia cadere questo sul procione morto, proprio sopra al corpo. — Mi ha dato in mano un dischetto grigio grosso come una moneta. Io mi ricordo delle monete, io.

Ha continuato a guardarmi, senza nemmeno strizzare gli occhi e l’ho fatto anche io. Ho voltato le spalle a lei e a Doug e l’ho fatto. Perché? Mi ha chiesto in seguito Annie e io non ho saputo risponderle. Forse per gli occhi della ragazzina. Da Mulo e no.

Il dischetto grigio ha colpito il pelo umido del procione e ci si è fermato. Scintillava e in un secondo il procione si è trovato chiuso in un guscio trasparente che arrivava fino a terra e proseguiva per circa due centimetri e mezzo sotto al suolo. Forse energia-Y forse no. Una foglia è andata a sbattere contro il guscio ed è scivolata via. Ho toccato il guscio. Non so dove ho preso il coraggio. Era duro come pietra spugnosa.

Era fatto di nulla.

Quando mi sono voltato, la ragazzina si stava infilando qualcosa nella tasca dei pantaloncini e lo sguardo di Doug si stava facendo più chiaro. Ha boccheggiato, lui.

— Non lo faccia muovere ancora — mi ha detto la ragazza ancora senza sorridere. Non pareva proprio un tipo che sorrideva tanto. — Vada a cercare aiuto. Sarà al sicuro finché lei non tornerà indietro.

— Chi è lei, signora? — Le parole mi sono uscite fuori in un gemito. — Che cosa gli ha fatto?

— Gli ho dato una medicina. La stessa iniezione che gli avrebbe fatto l’unità medica. Ha bisogno di una barella per essere riportato in paese. Vada a chiamare aiuto, signor Washington.

Sono avanzato di un passo, io, verso di lei. Lei si è alzata. Non sembrava spaventata, ha solo continuato a fissarmi con quegli occhi senza sorriso. Dopo avere visto il procione mi è venuto in mente che forse anche lei aveva uno scudo. Non duro come quello del procione e forse nemmeno così distante dal suo corpo. Forse attaccato addosso come un guanto trasparente. Ecco perché se ne andava in giro nei boschi coi pantaloncini corti e sandaletti, perché non era tutta punzecchiata dai mosconi e perché non aveva paura di me.

Le ho detto: — Lei viene dall’Eden, vero? C’è davvero da qualche parte, in questi boschi, è davvero qui…

Lei ha mostrato una strana espressione sulla faccia. Non sapevo che cosa voleva dire e ho avuto l’impressione che per me era più facile immaginare che cosa pensava un procione con la rabbia che non quello che pensava la ragazzina.

— Vada a chiamare aiuto, signor Washington. Il suo amico ne ha bisogno. — Si è zittita, lei. — E la prego di dire ai suoi concittadini il meno possibile di quello che ha visto.

— Ma, signora…

— Uuuhhhhmmmm — si è lamentato Doug, non come se aveva dolore ma come se stava sognando.

Mi sono precipitato indietro a East Oleanta il più veloce possibile, ansimando finché non ho pensato che ci sarebbero stati due attacchi di cuore da curare per l’unità medica. Appena dietro alla pista degli scooter ho incontrato Jack Sawicki e Krystal Mandor, accaldati e sudati che stavano arrancando per tornare in paese. Gli ho detto del collasso del vecchio Kane. Mi hanno dovuto fare ricominciare tutto daccapo due volte. Jack è partito regolandosi con il sole. Forse è l’altro unico buon boscaiolo che abbiamo a East Oleanta. Krystal è corsa a cercare l’unità medica e altre persone. Io mi sono seduto per riprendere fiato. Il sole era cocente e accecante nel campo aperto, il lago scintillava oltre il paese e io non riuscivo a trovare un equilibrio in nessun posto della mia mente.

Forse non ci sono mai riuscito. Niente mi è più sembrato lo stesso dopo quel giorno.

L’unità medica ha trovato Doug Kane con una certa facilità, passando sopra ai cespugli con i sensori a gravità, sentendo la traccia mia e di Doug nell’aria. La seguivano quattro uomini che hanno riportato Doug a casa. Lui respirava meglio. Quella notte ci siamo radunati tutti al caffè. Volava musica da ballo, accuse, strilli ed era in atto una festa. Nessuno aveva sparato a nessun procione ma Eddie Rollins aveva sparato a un cervo e Ben Radisson aveva sparato a Paulie Cenverno. Paulie non era ferito grave, lui, e l’unità medica lo aveva rimesso subito a posto. Io sono andato a trovare Doug Kane.

Non si ricordava di nessuna ragazzina nei boschi. Glielo ho chiesto mentre stava sdraiato sulla pedana da letto in sintoplastica, steso su cuscini con una coperta imbottita, ricamata come quella che Annie si era fatta per il divano. Doug amava le attenzioni. Gliel’ho chiesto, molto attentamente, senza dirgli esattamente che c’era una ragazzina nei boschi ma accennando a quello che era successo. Lui però non sì ricordava niente dopo che era crollato e nessuno di quelli che l’avevano riportato a casa aveva parlato del ritrovamento di un procione sotto un guscio duro.

Doveva essersi portata via l’intero guscio, lei.

L’unica persona a cui l’ho detto è stata Annie e mi sono assicurato che Lizzie non c’era nelle vicinanze. Annie non mi ha creduto. Non all’inizio. Poi sì, ma solo perché si ricordava la ragazzina con la testa grossa e la tuta verde che stava nel caffè due giorni prima. Questa ragazzina aveva la testa grossa anche lei e in qualche modo per Annie questo significava che anche il resto della storia era vero. Ho detto ad Annie di non parlarne assolutamente con nessuno. E lei non lo ha mai fatto, nemmeno con me.

Per un bel po’ non sono riuscito a pensare praticamente ad altro. Poi ho cercato di scuotermi e sono tornato alla vita normale. La ragazzina con la testa grossa però era ancora nel mio pensiero.

Non abbiamo avuto altri guai per l’intera estate e autunno con i procioni con la rabbia. Sono semplicemente scomparsi tutti, per sempre.

Le macchine, però, hanno continuato a rompersi.

PARTE SECONDA

Agosto 2114

Colui il quale non utilizzerà nuove cure dovrà aspettarsi nuovi mali: il tempo è infatti il più grande innovatore.

Francesco Bacone (Sulle Innovazioni)

6

Diana Covington — Washington

La prima persona che vidi salire al Tribunale Scientifico, su per gli ampi e bassi gradini di pietra bianca che avrebbero dovuto evocare Socrate e Aristotele, fu Leisha Camden.

Paul, che era venuto dopo Anthony e prima di Rex, e io eravamo soliti godere di discussioni intellettuali. Egli ne godeva perché vinceva, io ne godevo perché vinceva lui. Questo, ovviamente, avveniva prima che io capissi quanto era profondamente radicato, come un cancro, il mio desiderio di perdere. In quel periodo le discussioni parevano divertenti, ardite. La gente che conoscevamo, Paul e io, considerava una pessima abitudine quella di discutere su questioni astratte. Noi Muli, con la nostra intelligenza modificata geneticamente, eravamo tutti così bravi a farlo, che era come vantarsi del fatto di saper camminare. Nessuno voleva apparire ridicolo. Molto meglio godere pubblicamente del surf, del giardinaggio o perfino, Dio ci aiuti, delle cabine di deprivazione sensoriale. Molto meglio.

Una sera, però, io e Paul, arditi anticonformisti fino alla banalissima fine, dibattemmo su chi dovesse avere il diritto di controllare una tecnologia radicalmente nuova. Il governo? I tecnocrati, nella maggior parte scienziati e tecnici, che erano gli unici che riuscivano realmente a comprenderla? Il mercato libero? Le persone? Non fu una bella serata. Paul voleva vincere ancor più del solito. Io, per qualche motivo connesso a una sgualdrina dagli occhi dorati che si trovava alla festa della sera precedente, non ero bramosa come al solito di perdere. Vennero dette delle cose, il genere di cose imbarazzanti che non se ne vanno più via. Gli umori si infiammarono. La scrivania di teak di mio nonno paterno ebbe bisogno di un nuovo pannello, che non riuscì mai a uguagliare perfettamente gli altri. Il dibattito intellettuale può avere effetti devastanti sul mobilio.

In fondo in fondo, io do la colpa agli Insonni per la mia rottura con Paul. Non direttamente, ma un désastre inoffensif, come il piccolo programma finale che distrugge un sistema sovraccarico. In fondo, poi, durante gli ultimi cento anni, di che cosa non abbiamo dato la colpa agli Insonni?

Hanno perfino provocato la creazione dei Tribunali Scientifici: altro désastre inoffensif. Cento anni fa, nessuno aveva mai stabilito se fosse accettabile creare un embrione umano in modo che fosse Insonne. Le Compagnie di modificazione genetica lo facevano e basta, allo stesso modo in cui avevano creato tutte quelle altre modificazioni genetiche embrionali, ai tempi privi di regolamentazione prima dell’avvento dell’ECGS.

Poi arrivarono gli Insonni. Razionali, svegli, intelligenti. Troppo intelligenti. Dotati di una vita lunghissima, un bonus a sorpresa: nessuno aveva saputo, inizialmente, che il sonno interferisse con la rigenerazione cellulare. A nessuno piacque quando venne scoperto. Troppi vantaggi darwini’ani che si ammassavano in un angolo.

Essendo questi gli Stati Uniti e non qualche monarchia del Sedicesimo secolo o stato totalitario del Ventesimo, il governo non decise di mettere drasticamente fuori legge le modificazioni genetiche radicali. Le condannarono invece a morte.

Il Foro Federale per la Scienza e la Tecnologia segue determinati processi. Ci sono una giuria composta da un gruppo di scienziati, discussioni e repliche, interrogatori incrociati, opinione finale scritta con menzione di opinioni discordanti, l’intero ROM. Il Tribunale Scientifico non ha potere. Può solamente raccomandare, non prendere decisioni.

Tuttavia nessun Congresso, presidente o commissione dell’ECGS ha agito contravvenendo alle raccomandazioni del Tribunale Scientifico. Mai.

Avevo quindi tutta la force majeure dello status quo dalla mia parte, in quella notte di devastazione mobili quando dichiarai che fosse il governo a dover controllare la modificazione genetica umana. Paul voleva che il controllo assoluto fosse dato agli scienziati (lui era uno di loro). Avevamo entrambi ragione, per quanto riguardava la pratica attuale. Ovviamente però la pratica non importava: in realtà non importava nemmeno la teoria. Quello che realmente volevamo, era il litigio.

Leisha Camden non aveva mai distrutto mobili, battuto un pugno contro una parete o scagliato a terra antichi calici da vino? Guardandola camminare nell’edificio del Foro dalle colonne bianche sulla Pennsylvania Avenue, pensai di no. Washington in agosto è caldissima. Leisha indossava un abito bianco senza maniche. I capelli biondo chiaro erano tagliati in corte e scintillanti onde. Appariva composta, bellissima, fredda. Mi ricordò, probabilmente in modo ingiusto, Stephanie Brunell. Tutto quello che mancava era il cagnolino rosa dagli occhi enormi condannato a morte.

— Udite, udite — gridò il cancelliere, quando la commissione scientifica entrò. E poi si arrabbiano quando la stampa lo chiama "tribunale scientifico". Washington è Washington anche quando si alza in piedi davanti a vincitori di premi Nobel.

Questa volta ce n’erano tre in una commissione formata da otto persone: artiglieria pesante. Barbara Poluikis, biologia-chimica, una donna minuta dagli occhi iper-allertati. Elias Maleck, medicina, che irradiava preoccupata integrità. Martin Davis Exford, fisica molecolare, che assomigliava più a un ballerino classico invecchiato. Nessuno, ovviamente, con un premio in genetica. Gli Stati Uniti non hanno vinto in quel campo da sessanta anni. I commissari erano stati accettati dagli avvocati di entrambe le parti. Si presumeva che i commissari fossero imparziali.

Mi sedetti nella zona riservata alla stampa, grazie alle credenziali di Colin Kowalski, credenziali falsificate così malamente che chiunque le avesse controllate avrebbe dovuto concludere che erano state falsificate da me, la persona resa inabile dal morbo di Gravison, e non da un competente ente governativo. C’erano moltissimi rappresentanti della stampa, in carne e ossa e robotici. Il Tribunale Scientifico viene trasmesso su molti canali di Muli.

Dopo che i commissari si furono seduti, io rimasi in piedi per analizzare gli spettatori, alla ricerca di Vivi. Potevano essercene uno o due in sala, la stanza era così grande che era difficile a dirsi. "La preghiamo di sedersi" mi disse il mio sedile con voce ragionevole "altri potrebbero non riuscire a vedere al di là di lei." Facile a credersi. Con la tuta dallo sgargiante color porpora e la bigiotteria di latta-e-plastica ero assolutamente unica nella sezione riservata alla stampa.

Davanti alla olocamera, dietro a una antica ringhiera in legno e un invisibile scudo a energia-Y di massima sicurezza, erano seduti gli avvocati, gli esperti che dovevano testimoniare, i commissari e i VIP. Leisha Camden era seduta accanto all’avvocato amatoriale Miranda Sharifi che era improvvisamente apparsa a Washington da solo Dio sa dove. Non da Huevos Verdes. Per giorni e giorni la stampa aveva controllato l’isola con l’avidità dei residenti di una base lunare che monitoravano eventuali fessure nella cupola. E allora da quale fronte geografico era saltata fuori Miranda Sharifi, armata per dare battaglia in favore del prodotto delle sue industrie?

Aveva rifiutato che un legale professionista dibattesse il suo caso. Aveva rifiutato perfino Leisha Camden, il che aveva provocato parecchie risatine tra la stampa. Apparentemente loro ritenevano che un Super-Insonne non fosse adatto a presentare in modo convincente la tecnologia inventata dal suo stesso genere. Non ho mai smesso di restare stupefatta dalla stupidità dei miei compagni Muli dal QI potenziato.

Studiai attentamente Miranda. Piccola, testa grossa, fronte bassa. Capelli neri, folti e ribelli, legati con un fiocco rosso. A dispetto del severo e costosissimo abito nero, non assomigliava né a un Vivo né a un Mulo. La vidi asciugarsi furtivamente i palmi delle mani sulla camicia: dovevano essere umidi. Avevo visto delle immagini della notissima Jennifer Sharifi, e Miranda non aveva ereditato nulla della freddezza, della altezzosità o della bellezza di sua nonna. Mi chiesi se non le dispiacesse.

— Siamo oggi qui riuniti — cominciò il moderatore dottoressa Senta Yongers, un tipo nonnesco con la perfetta dentatura da stella della OLO-TV — per determinare i fatti concernenti il Caso 1892-A. Vorrei ricordare a chiunque in questa sala che lo scopo dell’inchiesta è triplice. Primo, occorre identificare fatti consolidati concernenti questo progetto scientifico che includano, ma non si limitino, alla sua natura, alle azioni e agli effetti fisici replicabili.

"Secondo, occorre permettere che vengano poste in discussione le opinioni contrarie a questo progetto scientifico, che vengano dibattute e registrate per successivi studi.

"Terzo, occorre soddisfare la richiesta congiunta del Comitato Congressuale sulla Nuova Tecnologia, della Amministrazione Federale sulle Droghe e dell’Ente governativo di Controllo degli Standard Genetici, perché venga creata una segnalazione per ulteriori studi, per la brevettazione all’interno degli Stati Uniti e per il rigetto del Caso 1892-A, che ha già ottenuto il riconoscimento dello stato di brevetto. Un ulteriore studio, devo rammentarvi, consente a coloro i quali hanno sviluppato il brevetto di richiedere a volontari di sottoporsi al test-beta del brevetto stesso. La brevettazione è virtualmente equivalente al permesso federale di accedere al mercato." La Yongers si guardò attorno con espressione seria da sopra la montatura degli occhiali un vezzo di moda del momento per i Muli che avevano una vista perfetta.

Tornai a fissare Miranda Sharifi che teneva in mano una spessa copia stampata rilegata in nero. A me risultava chiarissimo che gli Insonni rappresentavano una specie diversa rispetto ai Muli e ai Vivi. Lo dico solamente a beneficio del gran numero di persone per le quali questo resta, inesplicabilmente, non chiaro. Miranda comprendeva indubbiamente tutto ciò che c’era di importante in ogni campo dello scibile. Per me questo significava appartenere a un’altra specie. I Muli hanno i cervelli completamente adattati ai loro bisogni, ma li avevano anche gli stegosauri. Io stavo guardando un mammifero pluri-adattato.

Sentendomi in imbarazzo, osservai un giornalista degli olo-notiziari davanti a me, schioccare un dito per indirizzare la sua robocamera che zoomava una scritta intagliata attraverso l’impressionante cupola dell’aula: IL POPOLO DEVE CONTROLLARE SCIENZA E TECNOLOGIA. Un grazioso tocco giornalistico. Approvo sempre l’ironia.

— Il principale avvocato difensore del Caso 1892-A — continuò la moderatrice Yongers — è Miranda Sharifi, delle Imprese di Huevos Verdes, proprietarie del brevetto. Il capo della parte avversa è il dottor Lee Chang, Genetico Senior dell’ECGS e detentore della cattedra Geoffrey Sprague Morling di Genetica al Johns Hopkins. I seguenti accordi sono già stati controfirmati da entrambe le parti. Per ulteriori dettagli si prega di fare riferimento alla copia cartacea fornita, allo schermo principale che si trova davanti all’aula oppure al Canale 1640FORUM sulla rete governativa.

La "copia cartacea fornita" erano quattrocento pagine di diagrammi cellulari, equazioni, tavole genegnomiche e processi chimici, il tutto condito da numerose citazioni e annotazioni. Sul frontespizio c’era tuttavia un estratto di una sola pagina che qualcuno aveva preparato per la stampa.

— Il pre-accordo di entrambe le parti si è ottenuto — lesse la moderatrice Yongers — sui seguenti nove punti: "Uno — Il Caso 1892-A descrive un nano-dispositivo progettato per essere iniettato nel flusso sanguigno umano. Il dispositivo è fatto di proteine modificate geneticamente e auto-replicantesi in strutture altamente complesse. Il processo che crea queste strutture appartiene alle Imprese Huevos Verdes. Il dispositivo è stato chiamato dai suoi creatori Depuratore Cellulare. Questo nome è un trademark registrato e deve essere indicato come tale ogni volta che viene utilizzato".

Esaminai le facce dei Premi Nobel. Non mostravano nulla.

— Due — In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha dimostrato la capacità di lasciare inalterato il flusso sanguigno e di spostarsi attraverso il tessuto umano, come fanno i globuli bianchi del sangue. In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha altresì dimostrato di avere la capacità di penetrare una parete cellulare, come fanno i virus, senza provocare danni alla cellula.

Fin qui nessun problema. Perfino io sapevo che l’Amministrazione Federale di controllo farmaci aveva già patentato un lotto di farmaci che erano in grado di fare queste cose.

— Tre — In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare occupa meno dell’uno per cento del volume tipico di una cellula e ha dimostrato la capacità di essere alimentato da sostanze chimiche presenti naturalmente nelle cellule.

La Yongers fece una pausa e guardò con atteggiamento di sfida tutta l’aula: non ne compresi il motivo. Mi era già chiaro dove avrebbe attaccato l’opposizione, vista la premessa ricorrente in ogni punto.

— Quattro — In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha dimostrato la capacità di replicarsi a un ritmo leggermente inferiore rispetto a quello con cui si replicano i batteri, circa venti minuti per una divisione completa. In condizioni di laboratorio, questa replica ha dimostrato la capacità di avere luogo per parecchie ore utilizzando soltanto le sostanze chimiche che si trovano comunemente nel tessuto umano più le sostanze chimiche contenute nel fluido dell’iniezione originale. In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha dimostrato la capacità di smettere di replicarsi dopo svariate ore e di replicarsi quindi soltanto per rimpiazzare unità danneggiate.

Andate e moltiplicatevi, ma solo fino al punto prestabilito.

— Cinque — Il Depuratore Cellulare contiene un dispositivo di proprietà cui ci si riferisce, nel Caso 1892-A, come "tecnologia biomeccanica nano-computerizzata". In condizioni di laboratorio, questa tecnologia ha dimostrato la capacità di identificare sette cellule dello stesso tipo funzionale da una massa di cellule di tipi funzionali diversificati, e di confrontare il DNA di queste sette cellule per determinare che cosa costituisce il codice di DNA standard per quel tipo di cellula. Inoltre il Depuratore Cellulare si dice essere in grado di entrare in determinate cellule e di adeguare la struttura del loro DNA ai suoi standard stabiliti.

Se era vero, la cosa era strabiliante. Nessuna altra impresa biotecnica della Terra era in grado di farlo. Notai tuttavia l’attenta formulazione: "si dice essere in grado di". Le premesse dovevano enunciare i fatti acquisiti. Perché in questo caso venivano ammesse delle semplici rivendicazioni di Huevos Verdes? A meno che esse non formassero i prerequisiti di qualcosa che "era" stato dimostrato.

— Sei — In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha dimostrato la capacità di distruggere cellule il cui DNA non corrisponda a quello che è la codifica standard determinata.

Bingo. Perfino i giornalisti sembrarono eccitati. A Washington.

— Sette — In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha dimostrato la capacità di distruggere quindi ognuno dei seguenti tipi di cellule anomale: metastasi cancerogene, displasia precancerogena, depositi sulle pareti arteriose, virus, batteri infettivi, elementi e composti tossici, e cellule il cui DNA è stato alterato da attività virale dando come risultato fratture nel DNA. È stato altresì dimostrato che in condizioni di laboratorio, tali cellule disgregate possono essere gestite dai normali meccanismi di rimozione corporale dei rifiuti.

Cancro, arteriosclerosi, varicella, erpes, avvelenamento da piombo, malaria, cistite e perfino il comune raffreddore. Tutto sparito, disgregato e lavato via dalla nostra stessa squadra di donne delle pulizie interne modificate. Mi sentii un po’ frastornata.

Ma come diavolo erano state quelle "condizioni di laboratorio"?

Gli spettatori emettevano un forte brusio, la moderatrice Yongers ci fissò con espressione truce finché l’aula non si tranquillizzò.

— Otto — In condizioni di laboratorio, il Depuratore Cellulare ha dimostrato la capacità di evitare di distruggere determinate cellule batteriche anche se la loro "impronta genetica" non corrisponde al DNA del tessuto dell’ospite. Queste cellule includono i batteri che si trovano normalmente nel tratto digerente umano, nella vagina e nel tratto respiratorio superiore anche se non si limitano a essi soli. Viene annotato, per la cronaca, che l’Impresa di Huevos Verdes attribuisce questa selettività nel disgregare DNA non-standard alla "pre-programmazione della proteina nano-computerizzata nel riconoscere DNA batterico simbiotico".

Ammazzate i dannosi, risparmiate gli utili. Huevos Verdes stava offrendo il primo potenziatore del sistema immunitario al mondo, dotato di una moralità darwiniana computerizzata.

— Nove — Nessuno studio significativo riguardante la funzionalità o gli effetti del Depuratore Cellulare è stato eseguito su esseri umani completi, viventi e totalmente funzionali.

Eccolo lì: l’inevitabile guastafeste. Senza studi a lungo termine dei suoi effetti su persone reali, Huevos Verdes non aveva maggiori possibilità di mettere sul mercato il Caso 1892-A, di quante non ne avesse di mettere sul mercato polvere di corno di unicorno. Perfino se il Tribunale Scientifico avesse permesso ulteriori studi, non avrei certamente avuto tanto presto a disposizione il mio Depuratore Cellulare privato.

Restai seduta a riflettere su che effetto mi facesse la cosa.

Un alto brusio si alzò dal pubblico: disappunto? Soddisfazione? Rabbia? Sembravano essere tutte e tre le cose insieme.

— I "seguenti punti" — disse alzando la voce la moderatrice Yongers — "sono in discussione". — Calò il silenzio sull’aula.

— Uno — Il Depuratore Cellulare non creerà alcun danno alle cellule, ai tessuti o agli organi umani sani.

Si interruppe. Eccolo l’unico punto in discussione. Quel punto tuttavia, disse chiaramente il suo volto, era tutto. Chi voleva un corpo ripulito, riparato e morto?

— Il primo discorso di apertura verrà presentato dall’opposizione. Dottor Lee?

C’era un’altra copia stampata per sintetizzare i punti del dottor Lee:

In discussione: "Il Depuratore Cellulare non creerà alcun danno alle cellule, ai tessuti o agli organi umani sani".

Confutazione: Non esiste modo per assicurarsi che il Depuratore Cellulare non creerà alcun danno a cellule, organi o tessuti sani.

— I test di laboratorio non predicono necessariamente gli effetti di biosostanze su esseri umani vivi e funzionali. Vedi File CDC HYPERTEXT 68164.

— Nessuno studio su esseri parziali ha incluso l’effetto del Depuratore Cellulare sul cervello. La chimica cerebrale può comportarsi in modo ben diverso rispetto al più grossolano tessuto corporeo. Vedi File CDC HYPERTEXT 68732.

— Gli effetti a lungo termine presi in esame coprono solamente due anni. Molte bio-sostanze rivelano effetti collaterali erratici solo dopo periodi di tempo ben più lunghi. Vedi File CDC HYPERTEXT 88812.

— La lista dei cosiddetti "DNA pre-programmati di batteri simbiotici" che il Depuratore Cellulare non distruggerà potrebbe reggere ma può anche non essere congruente con una lista completa di organismi estranei utili in un essere umano vivente e funzionale. Il corpo umano include qualche decina di miliardi di miliardi di parti proteiche che interagiscono in modi intensamente complessi, incluse le centinaia di migliaia di diversi tipi di molecole, alcune delle quali solo parzialmente comprese. La cosiddetta "lista pre-programmata" potrebbe tralasciare organismi vitali che il Depuratore Cellulare distruggerebbe provocando, possibilmente, tremendi scompensi funzionali, inclusa la morte.

— Nel corso del tempo lo stesso Depuratore Cellulare potrebbe sviluppare problemi nella replicazione. Visto che introduce quello che in essenza organizza il DNA nel corpo, esso mostra il potenziale di divenire un cancro indotto artificialmente. Vedi File CDC HYPERTEXT 4536.

Mi meravigliai per il difetto nel programma di stampa che aveva reso la parola "cancro" più scura del resto.

Il Dottor Lee si prese ciò che mancava della mattinata per la sua discussione di apertura che a me sembrò decisamente ermetica. In nessun momento misi in dubbio la sua sincerità. La discussione sembrava procedere in questo modo: non si può dimostrare la sicurezza del Depuratore Cellulare senza un decennio, almeno, di test su veri esseri umani integri. (Decisi di non indagare sugli "studi su esseri parziali". Non volevo realmente saperne nulla.) Era tuttavia disumano sottoporre veri esseri umani a tali rischi. Non c’era quindi modo di dimostrare che il Depuratore Cellulare fosse sicuro. E se fosse stato pericoloso, il potenziale di un disastro diffuso era catastrofico. Compresi, nel curioso fraseggio della copia cartacea, i "tremendi scompensi funzionali, inclusa la morte".

Di conseguenza, l’opposizione avrebbe raccomandato che il Depuratore Cellulare non venisse patentato, non gli venisse concesso il permesso per ulteriori studi all’interno degli Stati Uniti e venisse inserito nella Lista Vietata del Consiglio Consultivo Internazionale sulla modificazione genetica.

Apparentemente avevamo già lasciato lo stadio riguardante la raccolta dei fatti e ci eravamo ben inoltrati in quello della raccomandazione politica. Washington è Washington. I dati di fatto sono politici; la politica è un dato di fatto.

Era mezzogiorno meno un quarto quando il dottor Lee terminò. La moderatrice Yongers si sporse sopra allo scranno. — Signorina Sharifi, è quasi arrivato il momento dell’interruzione per il pranzo. Preferisce forse posporre il suo discorso di apertura fino a questo pomeriggio?

— No, Signora moderatrice. Sarò breve. — Perché Leisha Camden non aveva detto a Miranda di togliersi quel fiocco rosso dai capelli? Le conferiva un aspetto giovanile da Alice nel paese delle meraviglie, il che era uno svantaggio. La sua voce era calma e impassibile.

— Il brevetto che state prendendo oggi in considerazione è il più grande sviluppo medico salvavita dalla scoperta degli antibiotici. Il dottor Lee parla dei pericoli per il corpo qualora nel Depuratore Cellulare dovesse fallire il nano-meccanismo, oppure fosse malamente programmato o dovesse produrre effetti collaterali sconosciuti. Egli non parla tuttavia delle persone che moriranno prematuramente o con atroci dolori "senza" questa innovazione. Preferite impedire a una persona di morire per merito del Depuratore Cellulare o piuttosto ne lascereste morire centinaia di migliaia senza di esso? Questo è moralmente errato.

"Voi avete moralmente torto, ’tutti voi’. L’intero scopo di questo cosiddetto Foro scientifico è di proteggere i profitti delle industrie farmaceutiche a spese dei malati e dei moribondi. Voi siete i fascisti morali, che utilizzano la forza del governo per danneggiare coloro che sono già deboli e privi di potere, così da mantenere loro impotenti e voi stessi al comando. Non salvo nessuno di voi da queste accuse, nemmeno gli scienziati che cospirano con il profitto e il potere consegnando loro la scienza.

"Con il Depuratore Cellulare, Huevos Verdes vi offre la vita. Anche se non vi meritate di vivere. Huevos Verdes, tuttavia, quando offre un prodotto, non fa distinzioni fra chi lo merita e chi non lo merita. ’Voi’ sì, ogni volta che le vostre regolamentazioni impediscono la ricerca sulla genetica e la nano-tecnologia, ogni volta che quella ricerca perduta priva qualcuno della vita stessa. Voi siete killer, tutti quanti. Mercenari politici ed economici, non migliori nel giudicare la vera scienza rispetto agli animali di cui emulate la morale. Ciò nondimeno, le Imprese di Huevos Verdes vi offrono il Depuratore Cellulare e io vi dimostrerò qui la sua totale sicurezza anche se non sono per niente certa che qualcuno di voi abbia la capacità per capire il concetto scientifico che vi spiegherò."

Miranda Sharifi si risedette.

La commissione sembrò sbalordita, e a ragione. Cosa ancora più interessante, anche Leisha Camden apparve sbalordita. Evidentemente non era questo che si era aspettata di sentir dire dalla sua protetta. Sussurrò freneticamente nell’orecchio di Miranda.

— Non ho mai sentito tante stronzate così poco professionali! — esplose Martin Davis Exford, premio Nobel in fisica molecolare, in piedi dietro alla tavola riservata ai commissari. La sua voce possente superò quella di tutti gli altri. Vene color marroncino gli pulsavano sotto la superficie del collo.

— Sono profondamente offeso, signorina Sharifi, per il suo comportamento nei riguardi di questo Foro. Siamo qui per determinare fatti scientifici, non per indulgere in attacchi contro l’uomo!

Un giornalista che indossava un abito di gran moda a strisce gialle, strillò dalla fila anteriore del banco della stampa: — Signorina Sharifi, sta forse cercando di perdere questo caso?

Lentamente, voltai la testa nella sua direzione.

— Ehi, Miranda, guarda da questa parte! — gridò il reporter di un canale di Vivi, con la robocamera che gli fluttuava accanto. — Un bel sorriso!

— Ordine, per cortesia! Ordine! — esclamò la moderatrice Yongers.

— Miranda, sorridi!

Il pandemonio crebbe. Un uomo balzò in avanti dalla sezione riservata al pubblico e caricò in avanti, lungo il corridoio inclinato, in direzione del fondo del Foro.

Ebbi una chiara visuale della sua faccia. Era distorta dalla maschera dell’odio. L’uomo si catapultò verso Miranda, estraendo qualcosa dalla giacca. Diciassette robocamere e tre robot di sicurezza sfrecciarono verso di lui.

Egli colpì lo scudo invisibile a energia-Y davanti alle tavole dei partecipanti e vi rovinò contro con un udibile schianto del cranio o di qualche altro osso. Un robot addetto alla sicurezza lo trascinò via.

— …riportare ordine in questo procedimento; subito…

Miranda Sharifi non si mosse mai.

Alla fine la moderatrice Yongers, non avendo alcuna altra scelta reale, sospese la seduta per il pranzo.

Io mi feci strada a spintoni verso la parte anteriore della caotica aula del Foro, cercando di adocchiare Miranda Sharifi, cosa ovviamente impossibile. Fra di noi si ergeva lo scudo a energia-Y e alcune guardie del corpo dal fisico spettacolare fecero uscire lei e Leisha Camden da una porta sul retro. Le avvistai nuovamente sul tetto, dopo che le guardie ebbero messo KO quattro persone per arrivarvi. Salirono su un aeromobile. Svariate altre le seguirono per braccarle da vicino, ma io mi convinsi che a nessuno di loro sarebbe servito a nulla. Non avrebbero scoperto più di quanto non avessi fatto io.

Che cosa avevo scoperto?

Il giornalista a strisce gialle aveva ragione. La performance di Miranda Sharifi aveva soltanto assicurato che il Caso 1892-A era morto e sepolto. Non soltanto lei aveva messo in discussione la competenza tecnica e intellettuale di otto scienziati, ma li aveva anche insultati. Avevo effettuato una breve ricerca su tre di quegli scienziati, i premi Nobel, e sapevo che non erano affatto mercenari, ma persone della massima integrità. Doveva saperlo anche Miranda. E allora, perché?

Forse a dispetto di qualsiasi ricerca avesse portato avanti, era realmente convinta che tutti i Dormienti fossero corrotti. Sua nonna, una donna brillante, lo aveva creduto. Non so perché, ma non pensavo che fosse il caso di Miranda.

Forse lei credeva che i cinque scienziati non premiati, mediocrità con ottime connessioni politiche, avrebbero inevitabilmente superato nel voto gli imparziali Nobel. Ma se così era, perché alienarsi tre potenziali alleati? E perché accettare l’insediamento delle cinque mediocrità fin dal principio? Tutti i commissari erano stati accettati da entrambe le parti.

No. Miranda Sharifi "voleva" perdere questa causa. Voleva che venisse espressa una decisione contro il Depuratore Cellulare.

Forse si era alienata i commissari per… perché? Per rendere più difficile l’ottenimento dell’approvazione ufficiale del brevetto. Forse stimava la vittoria soltanto se era conquistata con difficoltà. Forse rendere tutto il più difficile possibile faceva parte di qualche codice d’onore Insonne, derivato dal fatto che per loro era tutto sempre molto facile. Come cazzo facevo a saperlo?

Tutta questa razionalizzazione si tradusse in autodisgusto. A dispetto del caldo, era una magnifica giornata a Washington, uno di quei pomeriggi dal cielo limpido e azzurro e dalla luce dorata che sembrano essere portati dal vento da qualche città più privilegiata. Camminai nel centro commerciale, attirando l’attenzione: il Mulo pazzo che andava vestito come un Vivo ritornato alle origini. Spacciatori di droga, innamorati e ragazzini che stavano per salire sulla ferrovia a gravità mi lasciarono in pace, il che mi andò benissimo. Ero in uno di quei brevi e taglienti momenti di autointerrogazione che ti lasciano in seguito sia esausta sia imbarazzata. Che ci facevo io a gironzolare con quegli stupidi vestiti in plastica, cercando di estrapolare qualche difficile significato personale dal seguire persone che mi erano più che evidentemente superiori?

Perché gli Insonni mi erano superiori e non solo in quanto a intelligenza. In quanto a disciplina, pura visuale d’insieme. In quanto all’invidiabile certezza che accompagna sempre lo scopo, anche se non sapevo di che scopo si trattasse, mentre tutto quello che avevo io era un vago e indefinito senso di allarme su dove fosse diretto il mio paese. Un allarme innescato da un cagnolino rosa senziente che era precipitato oltre la balaustra di un terrazzo. Se ci ripensavo, adesso, mi sembrava sciocco.

Non riuscivo nemmeno a stabilire dove pensavo dovesse dirigersi il mio paese. Sapevo solamente impedire, non spingere, e non ero nemmeno certa di ciò che stavo impedendo. C’era sicuramente sotto molto di più del Caso 1892-A.

Non sapevo che cosa stessero cercando di fare gli Insonni. Nessuno lo sapeva. E allora che cosa mi rendeva così maledettamente sicura che dovessi impedire loro di farlo?

D’altra parte, nulla di quello che avevo fatto io fino a quel momento, o che sembrava probabile potessi fare in un prossimo futuro, aveva avuto il benché minimo effetto sui piani di Miranda Sharifi. Non avevo fatto rapporto su di lei all’ECGS, non l’avevo tenuta sotto costante sorveglianza, non avevo nemmeno raggiunto una coerente conclusione su di lei negli intimi e imperscrutabili recessi della mia mente. Io ero completamente irrilevante. Non avevo quindi nulla da rimpiangere, nulla di cui pentirmi di avere o non avere fatto, nulla da cambiare.

Non so perché, ma questo non riuscì a rallegrarmi.

I successivi quattro giorni furono una delusione. Molto tempo venne riservato alla struttura terziaria e quaternaria delle proteine. Ci fu un acceso e incomprensibile dibattito su come le equazioni di trasferimento di Worthington venivano applicate alla codifica ridondante dell’RNA, durante il quale mi addormentai. Non fui la sola. Sempre meno persone si presentavano ogni giorno. Di quelle che lo facevano, solamente gli scienziati apparivano rapiti.

In qualche modo non mi sembrava giusto. Miranda Sharifi ci aveva detto che avevamo davanti la più grande scoperta scientifica degli ultimi duecento anni e alla maggior parte di noi sembrava soltanto alchimia. IL POPOLO DEVE CONTROLLARE SCIENZA E TECNOLOGIA. Già, giusto. Ma come possono degli ignoranti prendere decisioni su magie che non riescono a comprendere?

Alla fine, respinsero la richiesta.

Due dei premi Nobel, Barbara Poluikis e Martin Exford, scrissero opinioni dissenzienti. Favorirono il permesso di effettuare beta-test su volontari umani e non esclusero la possibilità di futuri brevetti. Volevano la conoscenza scientifica. Lo si poteva vedere anche attraverso le parole formali della loro breve opinione congiunta, che sbavavano per essa. Vidi Miranda Sharifi osservarli attentamente.

L’opinione della maggioranza fece di tutto tranne che stamparsi sulla bandiera americana. Sicurezza per i cittadini statunitensi, sacra fiducia, conservazione dell’identità del genere umano, bla, bla, bla. Tutto quello che, in effetti, mi aveva spinto a unirmi all’ECGS nel giorno in cui Katous si era scaraventato giù dal balcone.

A un livello più profondo, credevo ancora che l’opinione della maggioranza fosse giusta. La biotecnologia non regolamentata possedeva un incredibile potenziale distruttivo. Nessuno poteva realmente regolamentare la biotecnologia di Huevos Verdes perché nessuno riusciva realmente a comprenderla. L’intelligenza dei Super-Insonni e la protezione americana dei brevetti si combinavano per assicurarlo. Se non la si poteva regolamentare, meglio tenerla del tutto fuori dal paese.

Lasciai l’aula del tribunale profondamente depressa. Scoprii immediatamente che la mia ignoranza sulla biologia cellulare non era la mia sola e peggiore ignoranza. Pensavo di essere una cinica. Il cinismo, però, è come il denaro: c’è sempre qualcun altro che ne ha più di te.

Mi sedetti sui gradini del Tribunale Scientifico, con la schiena appoggiata a una colonna dorica dello spessore di una piccola sequoia. Soffiava un debole vento. Due uomini si fermarono al riparo della colonna per accendere pipe di sole, una sostanza stupefacente: avevo notato che alla gente dell’Est piaceva fumarla. In California preferivamo berla. Gli uomini, modificati geneticamente nella bellezza, indossavano i severi abiti neri senza maniche che andavano di moda al Campidoglio. Mi ignorarono entrambi. I Vivi notavano immediatamente che non ero una di loro, ma i Muli guardavano raramente al di là delle tute e dei gioielli di latta. Erano motivi sufficienti per il disinteresse.

— Allora quanto pensi che manchi? — chiese un uomo.

— Tre mesi fino al mercato, forse. Immagino che verrà dalla Germania o dal Brasile.

— E se Huevos Verdes non lo facesse?

— John, perché non "dovrebbero"? Ci si può fare una fortuna e quella Sharifi non è una pazza. Io controllerò con grande attenzione la tendenza degli investimenti.

— Sai, non mi interessa nemmeno troppo del fattore investimenti — la voce di John era mesta. — Lo vorrei soltanto per Jana, me e le bambine. Jana ha quelle cisti che vanno e vengono da anni, quello che abbiamo per adesso riesce soltanto a contenerle.

L’altro uomo appoggiò una mano sul braccio di John. — Controlla il Brasile. Ci scommetterei. Sarà una cosa veloce, più veloce che se non l’avessimo patentata qui. E senza tutte le complicazioni di ogni maledetto paese di Vivi che lo pretende per la propria unità medica a costi impossibili.

Accese le pipe, si allontanarono.

Rimasi lì seduta meravigliandomi della mia stupidità. Era ovvio. Rifiutare il Depuratore Cellulare per lo sviluppo americano, creare un immenso capitale politico per la "protezione" dei Vivi, risparmiare uno sbalorditivo ammontare di crediti non offrendo il farmaco rivoluzionario alla propria giurisdizione politica e, quindi, acquistarlo per se stessi e i propri cari Oltreoceano. Ovvio.

Il popolo deve controllare scienza e tecnologia.

Forse il dottor Lee Chang aveva ragione. Forse il Depuratore Cellulare sarebbe andato a male e li avrebbe uccisi tutti. Tutti meno i Vivi, che a quel punto si sarebbero sollevati per formare uno stato giusto e umano.

Già. Giusto. La madre di Desdemona e gli altri Vivi che avevo visto sul treno, messi a controllare una biotecnologia che potrebbe alla fine alterare la razza umana in qualcosa d’altro. I ciechi geni uniti, alla cieca. Giusto.

L’inerzia, cugina di primo grado della depressione, mi afferrò. Rimasi lì seduta, prendendo freddo, finché il cielo non si scurì e il sedere non cominciò a dolermi per il marmo duro. Il portico era deserto da moltissimo tempo. Lentamente, irrigidita, issai il corpo sulle gambe, ed ebbi il primo colpo di fortuna da settimane.

Miranda Sharifi stava scendendo lungo gli ampi gradini, mantenendosi in ombra. Il volto non era il suo e la tuta marrone non era la sua e io l’avevo vista salire insieme con Leisha Camden su un aeromobile che era partito due ore prima inseguita da mezza Washington. Questa Viva aveva la pelle chiara, il naso largo e corti capelli biondo cenere. E allora perché ero così sicura che si trattasse di Miranda? Forse per la testa grossa e la punta di un nastro rosso che, con le lenti focalizzate a zoom, vidi far capolino dalla sua tasca posteriore. Oppure, forse, era solo che avevo bisogno che fosse lei, e che la "Miranda" che era partita con Leisha Camden fosse una sosia.

Mi infilai la mano in tasca per prendere il sensore a infrarossi a media gittata che mi aveva dato Colin Kowalski e lo puntai furtivamente su di lei. Esso superò la scala. Miranda o no, quella persona aveva il metabolismo accelerato di un Super-Insonne. E non c’era alcun agente dell’ECGS in vista.

Non che avrei potuto vederne.

Mi rifiutai tuttavia di cedere al pessimismo. Miranda era mia. La seguii alla stazione della ferrovia a gravità, soddisfatta di come mi stesse tornando in mente, con facilità, tutto il mio vecchio addestramento. Salimmo su un treno locale diretto a nord. Ci accomodammo in una carrozza affollata e maleodorante con così tanti bambini che sembrava quasi che i Vivi dovessero riprodursi lì sul pavimento sporco.

Ci fermammo ogni venti minuti circa in qualche oscura cittadina di Vivi. Non osai dormire: Miranda poteva scendere da qualche parte senza di me. E se il viaggio fosse durato giorni? Arrivati al mattino mi ero abituata a sonnecchiare fra una fermata e l’altra, il mio inconscio allertato. In una pausa sognai di avere perduto Miranda e che il Tribunale Scientifico mi aveva messo sotto processo per inutilità nei confronti dello stato. Il peggiore fu il sogno in cui mi veniva iniettato il Depuratore Cellulare e mi rendevo conto che in effetti era chimicamente identico al detersivo industriale usato dal mio robot delle pulizie nell’enclave di San Francisco e che ogni cellula del mio corpo si stava dolorosamente sciogliendo in candeggina e ammoniaca. Mi svegliai boccheggiando, il mio volto appariva distorto contro il vetro nero.

In seguito rimasi sveglia. Osservai Miranda Sharifi mentre il treno a gravità, miracolosamente privo di guasti, scivolava attraverso le montagne della Pennsylvania e dentro lo Stato di New York.

7

Drew Arlen — Seattle

C’era una grata nella mia testa. Non riuscivo a farla andare via.

La sua forma vi fluttuava ormai costantemente, assomigliando parzialmente ai graticci su cui si arrampicano le rose. Era del color porpora scuro che assumono gli oggetti nel tardo tramonto quando è difficile distinguere di che colore sia effettivamente qualsiasi cosa. Miri mi ha detto una volta che nulla ha "realmente" un colore, era tutta questione di "lunghezza d’onde riflesse accidentale". Non capii quello che intendeva dire. Per me i colori sono troppo importanti per essere accidentali.

La grata si piegava e si chiudeva su se stessa formando un cerchio. Non riuscivo a vedere che cosa c’era all’interno del cerchio, anche se la grata aveva fori a forma di rombo. Tutto ciò che si trovava all’interno rimaneva completamente nascosto.

Non sapevo che cosa fosse quel segno grafico. Non mi suggeriva assolutamente nulla. Non riuscivo a costringerlo a suggerirmi qualche cosa, a cambiarne la forma o a farlo andare via. Non mi era mai successo in precedenza. Io ero il Sognatore Lucido. Le forme che provenivano dal mio inconscio profondo erano sempre cariche di significato, sempre universali, sempre malleabili. Io le modellavo. Le portavo in superficie, al mondo conscio.

Guardai l’ultimo giorno di Miri al Tribunale Scientifico sull’olo-visore in una camera d’albergo a Seattle, dove avevo in programma di dare il concerto revisionato de Il Guerriero il pomeriggio successivo. Le robo-camere zoomarono su Leisha e Sara mentre le due salivano sull’aeromobile sopra il tetto del Foro. Sara aveva esattamente lo stesso aspetto di Miri. L’olo-maschera sul suo volto, la parrucca, il nastro rosso. Camminava perfino come Miri. Gli occhi di Leisha avevano l’espressione tesa che stava a significare che era furiosa. Aveva già scoperto lo scambio? Forse lo avrebbe saputo in auto. Leisha non l’avrebbe presa bene. Nulla la frustrava di più di quando le si mentiva, forse perché lei era tanto sincera con se stessa. Ero felice di non trovarmi lì.

Forme rosse acuminate, tese di ansia, si misero a sfrecciare attorno alla grata color porpora che non scompariva mai.

Sara/Miri chiuse la portiera. I finestrini, ovviamente, erano opachi. Spensi l’olo-visore. Potevano passare dei mesi prima che vedessi di nuovo Miri. Lei riusciva a scivolare dentro e fuori da East Oleanta, in effetti era arrivata a Washington proprio da lì, ma Drew Arlen, il Sognatore Lucido sulla sua carrozzella ultramoderna, seguito ovunque dall’ECGS, non poteva. Anche se fossi andato a Huevos Verdes, Nikos Demetrios, Toshio Ohmura o Terry Mwakambe potevano decidere che un collegamento schermato con East Oleanta rappresentasse un rischio troppo grande da correre per una semplice comunicazione personale. Avrei potuto non parlare con Miri per mesi.

Le forme rosse acuminate si calmarono un poco.

Mi versai un altro scotch. Quello a volte riusciva ad attutire le forme dell’ansia. Cercavo comunque di stare attento con quella roba.

Il videotelefono trillò con due squilli brevi. Due squilli significavano che chi chiamava non si trovava nella lista approvata, ma che il programma telefonico di Kevin Baker aveva deciso lo stesso che si trattasse di qualcuno che io potevo voler vedere. Non sapevo come facesse a deciderlo. "Logica confusa" aveva detto Kevin, cosa che non mi aveva creato alcuna forma nella mente.

Penso che in quel momento io avrei parlato semplicemente con chiunque. Eliminai tuttavia il video.

— Signor Arlen? È lì? Sono Elias Maleck. So che è molto tardi ma gradirei che mi concedesse qualche minuto del suo tempo, la prego. È estremamente urgente. Preferirei non lasciare un messaggio.

Aveva un aspetto stanco: erano le tre del mattino a Washington. Mi versai un altro scotch. — Video, acceso. Sono qui, dottor Maleck.

— Grazie. Voglio dirle subito che si tratta di una comunicazione schermata e che non viene registrata. Nessuno può sentirla a parte noi due.

Ne dubitavo. Maleck non aveva" la minima idea di che cosa potessero fare Terry Mwakambe o Toshio Ohmura. Anche se Maleck avesse vinto il premio Nobel per la Fisica e non per la Medicina, non lo avrebbe compreso. Maleck era un omone, di circa sessantacinque anni, non modificato in quanto ad aspetto fisico. Capelli grigi che si stavano diradando e stanchi occhi scuri. La pelle gli ricadeva in pieghe sui due lati del volto, ma le spalle erano ben squadrate. Lo avvertii come una serie di solidi cubi azzurro mare, infrangibili e puliti. I cubi si librarono davanti alla grata immobile.

— Non so precisamente da dove cominciare, signor Arlen. — Si passò una mano attraverso i capelli e i cubi azzurri acquistarono una sfumatura rossastra. Maleck era tesissimo. Sorseggiai il mio drink.

— Come ormai indubbiamente saprà, io ho votato contro il permesso di ulteriore sviluppo del brevetto di Huevos Verdes al Foro Federale per la Scienza e la Tecnologia. Le ragioni del mio voto sono chiaramente espresse nel giudizio di maggioranza. Ci sono tuttavia cose che un documento pubblico non può contenere, cose di cui vorrei avere il permesso di informare "lei".

— Perché?

Maleck fu franco. — Perché noi non abbiamo modo di parlare con Huevos Verdes. Accettano messaggi ma nessuna comunicazione a due vie. Lei rappresenta l’unico canale attraverso il quale io possa far pervenire informazioni sulla ricerca genetica direttamente alla signorina Sharifi.

Le forme nella mia mente si incresparono e si contorsero.

Dissi: — Come avete fatto a lasciare messaggi a Huevos Verdes? Come avete ottenuto il codice d’accesso per lasciare messaggi?

— Fa parte di ciò che voglio dirle, signor Arlen. Fra cinque minuti due uomini le chiederanno di entrare nella sua suite. Le vogliono mostrare qualcosa che si trova approssimativamente a una mezz’ora da Seattle in aereo. Lo scopo della mia chiamata è spingerla ad andare con loro. — Egli esitò. — Sono del governo. ECGS.

— No.

— Capisco, signor Arlen. È questo il motivo per cui l’ho chiamata, per dirle che non si tratta di una trappola o di un rapimento o di alcuna delle altre atrocità che io e lei sappiamo che il governo è in grado di fare. Gli agenti dell’ECGS la porteranno fuori città, la tratterranno circa un’ora e poi la riporteranno sano e salvo, senza averle inserito impianti, averla drogata, o averle fatto una qualsiasi altra cosa. Conosco quegli uomini "personalmente" e sono disposto a rischiare su questo la mia reputazione professionale. Sono certo che lei sta registrando la mia chiamata. Invii copie a chiunque voglia prima anche solo di aprire la porta della sua camera d’albergo. Ha la mia parola che verrà riportato sano e senza alterazioni. La prego di considerare che cosa sto mettendo io in gioco.

Ci riflettei. L’uomo mi riempiva di forme che non avevo provato da molto tempo: forme chiare e nitide, prive di implicazioni nascoste. Nulla a che vedere con le forme di Huevos Verdes.

Ovviamente, Maleck poteva essere completamente sincero e tuttavia venire usato.

Non so come il bicchiere di scotch, il quarto, era vuoto.

Maleck disse: — Se vuole ulteriore tempo per chiamare Huevos Verdes e ricevere istruzioni…

— No. — Abbassai la voce. — No. Andrò.

Il volto di Maleck mutò, si aprì, ringiovanendo di parecchi anni e risultando meno stanco di parecchie ore. (Una leggera pioggia pulente che cadeva sui cubi color azzurro.)

— Grazie — disse. — Non se ne pentirà. Ha la mia parola, signor Arlen.

Avrei scommesso qualsiasi cosa che lui, eminente Mulo, non aveva mai visto nessuno dei miei concerti.

Interruppi la comunicazione, ne inviai copie a Leisha, Kevin Baker, un fidato amico Mulo che avevo a Wichita. Il videotelefono squillò. Una volta. Ancora prima che rispondessi Nikos Demetrios apparve sul video. Non sprecò parole.

— Non andare con loro, Drew.

C’era un nuovo bicchiere di scotch nella mia mano. Era mezzo vuoto. — Era una chiamata schermata, Nick. Privata.

Lo ignorò. — Potrebbe essere una trappola, a dispetto di quello che dice Maleck. Potrebbero usarlo. Dovresti saperlo!

Dalla sua voce filtrava impazienza a dispetto di se stesso: lo stupido Dormiente aveva ancora una volta tralasciato l’evidente. Lo vidi come una sagoma scura con mille sfumature di grigio che dondolava in schemi indistinti che non avrei mai compreso.

— Nick, supponi che io voglia parlare a qualcuno in privato, qualcuno che io non voglio che tu stai a sentire, qualcuno che non fa parte, lui, di Huevos Verdes. Qualcun altro.

Nick mi fissò sbalordito. Fu a quel punto che mi sono accorto, io, di come stavo parlando. Linguaggio da Vivi. Avevo nuovamente il bicchiere vuoto. Il sistema dell’albergo disse cortesemente: "Mi scusi, signore. Ci sono due uomini che chiedono accesso alla sua suite. Gradisce un collegamento video?".

— Noo — dissi io. — Fai entrare gli uomini.

— Drew… — cominciò a dire Nick. Spensi la comunicazione. Non funzionò. Una specie di sovrapposizione da Super-Insonni. Ma non c’era niente che non potevano fare, loro?

— Drew! Ascolta, non puoi semplicemente… — staccai il terminale dall’unità di alimentazione a energia-Y.

Gli agenti dell’ECGS non sembravano agenti. Penso che non lo fanno mai, loro. Quarantina inoltrata. Belli come Muli. Cortesi come Muli. Probabilmente svegli come Muli. Ma se pensavano, loro, con parole da Muli, almeno quelle parole se ne uscivano una alla volta, non in gruppi o ammassi e biblioteche di stringhe.

Cadde la neve sulla grata color porpora, fredda e velata.

— Volete un goccetto, ragazzi?

— Sì — disse uno un po’ troppo in fretta. Mi stava assecondando. Mi dava però una sensazione quasi solida e quasi nitida come quella di Maleck. Questo mi confuse. Erano dell’ECGS, loro. Come potevano non sembrare ambigui?

— Ho cambiato idea — dissi io. — Andiamo subito, noi, dovunque mi volete portare. — Azionai la carrozzella verso la porta. Colpii lo stipite e mi feci male alle gambe.

Una volta sul tetto dell’albergo, tuttavia, il freddo mi fece tornare sobrio. Seattle era costruita sulle colline e l’albergo si trovava sulla cima di una delle più grandi. Potevo vedere ben al di là dell’enclave: le acque scure del Pudget Sound a ovest, il Mount Rainier bianco al chiaro di luna. Fredde stelle sopra la mia testa, fredde luci sotto. I quartieri dei Vivi ai piedi delle colline, eccetto lungo il Sound, che era una striscia di terra sul mare preclusa ai Vivi.

L’aeromobile dell’ECGS, armato e corazzato, decollò verso est. Ben presto non ci furono più luci. Nessuno parlava. Potrei essermi addormentato. Spero di non averlo fatto.

"Non dar fastidio a tuo padre, Drew. Sta dormendo."

"È ubriaco, lui."

"Drew!"

La grata si avviluppò nella mia mente fluttuando come il gas di acque stagnanti nella palude dove alla fine mio padre era affogato, lui, morto ubriaco. Qualche ragazzetto lo aveva trovato tanto tempo dopo. Avevano pensato che quella roba nell’acqua era un tronco marcio.

— Siamo arrivati, signor Arlen. La prego, si svegli.

Eravamo atterrati su una piattaforma in un posto selvaggio, imprecisato e scuro, fitto di alberi, con immense sporgenze rocciose che mi resi lentamente conto facevano parte della montagna. Mi pulsavano le tempie. Uno degli agenti accese una lampada portatile a energia-Y e spense i fari dell’aeromobile. Scendemmo. Mi resi conto per la prima volta di non conoscere i loro nomi.

— Dove siamo?

— Cascade Range.

— Ma dove siamo?

— Soltanto qualche altro minuto, signor Arlen.

Distolsero lo sguardo mentre mi issavo sulla carrozzella. Essa fluttuava al di sopra dell’unità a gravità, a venti centimetri di altezza sopra uno stretto sentiero di terra che conduceva dalla piattaforma di atterraggio nel fitto del bosco. Seguii gli agenti, che portavano la lampada. L’oscurità su entrambi i lati del sentiero, sotto agli alberi era come una parete solida, se si eccettuavano i fruscii e i distanti e profondi gridi di civetta. Sentii l’odore di aghi di pino e foglie ammuffite.

Il sentiero terminava davanti a un edificio in pietra spugnosa nascosto dagli alberi, un edificio troppo piccolo per essere importante. Nessuna finestra. Un agente si fece prendere l’impronta della retina e pronunciò un codice davanti alla porta che si aprì. La zona interna si illuminò. L’interno era occupato da un ascensore e anche quello era dotato di analizzatore di retina e codice. Scendemmo sotto terra.

L’ascensore si aprì in un grande laboratorio affollato di strumentazioni, nessuna delle quali funzionante. Le luci erano soffuse. Una donna con un camice bianco da laboratorio arrivò di corsa da una delle molte porte laterali. — È lui?

— Sì — rispose un agente e colsi il suo fugace e involontario sguardo per vedere se al Sognatore Lucido seccasse di non essere riconosciuto. Sorrisi.

— Benvenuto, signor Arlen — disse con espressione grave la donna. — Sono la dottoressa Carmela Clemente-Rice. Grazie per essere venuto.

Era la donna più bella che avessi mai visto, perfino più graziosa di Leisha. Aveva i capelli così neri da sembrare blu, occhi enormi azzurro chiaro, pelle immacolata. Appariva sulla trentina ma, ovviamente, poteva essere molto più vecchia. Modificazioni genetiche da Muli. Era circondata dalle inconsistenti forme del dolore.

Teneva le mani serrate con delicatezza davanti a sé. — Si starà chiedendo perché l’abbiamo portata qui. Questa non è un’installazione dell’ECGS, signor Arlen. È una struttura di modificazione genetica fuorilegge che abbiamo scoperto e conquistato. Per organizzare l’operazione ci è occorso un intero anno. Per il processo degli scienziati e dei tecnici di laboratorio che lavoravano qui è occorso un altro anno. Adesso sono tutti in prigione. In condizioni normali l’ECGS smantella completamente i laboratori fuorilegge, ma esistono motivi per cui questo non è stato messo fuori uso. Comprenderà fra qualche istante.

Aprì le mani e fece uno strano gesto, come se mi stesse attirando a sé. O se stesse attirando la mia mente a sé. Gli occhi azzurri da Mulo non lasciarono mai il mio volto.

— Le… bestie che lavoravano qui stavano creando modificazioni illegali per il mercato clandestino. Uno dei mercati clandestini. Questo genere di strutture esiste in tutti gli Stati Uniti signor Arlen, anche se fortunatamente non tutte hanno lo stesso successo di questa. L’ECGS spende moltissimi soldi, tempo, uomini e talenti legali per buttarli fuori dal commercio. Mi segua, la prego.

Carmela Clemente-Rice fece strada attraverso la stessa porta laterale. La seguimmo. Un lungo corridoio bianco — ma quanto era grande quel luogo sotterraneo? — su cui erano allineate moltissime porte. Mi condusse attraverso la prima e si fece da parte.

Erano due, maschio e femmina, entrambi nudi. Avevano un’espressione sognante, sfocata, da consumatori di droghe pesanti ma, in qualche modo, seppi che non ne facevano uso. Esistevano e basta. Si stavano entrambi masturbando con una trasognata mancanza di urgenza che corrispondeva alle loro espressioni. La donna teneva una mano nella vagina fra le gambe e l’altra, in quella fra il seno. Le altre vagine, tuttavia, fra gli occhi, su ogni palmo delle mani, si erano anche aperte leggermente, mostrando tessuti gonfi e irrorati di sangue. L’uomo si accarezzava i suoi due peni eretti giganti e la propria vagina e mi accorsi che aveva inserito quello che assomigliava a una specie di posata su per uno dei fori del sedere.

— Per il commercio sessuale — disse tranquillamente Carmela Clemente-Rice alle mie spalle. — Ingegneria genetica embrionale clandestina. Non abbiamo alcun modo per tornare indietro, non abbiamo modo per sollevare i loro QI che si aggirano sul 60. Tutto quello che possiamo fare è alloggiarli e tenerli fuori dal mercato per cui erano stati progettati.

Feci uscire la carrozzella dalla camera. — Non mi sta mostrando niente di cui non fossi già a conoscenza, signora — dissi più duramente di quanto non avessi intenzione di fare. Gli schiavi del sesso mi crearono forme dolenti ed escoriate nella mente. — Questa roba è in giro da anni, ben prima che esistesse Huevos Verdes. Huevos Verdes non ha niente in contrario con il fatto che l’ECGS li metta fuorilegge e li chiuda. Nessuna persona sana di mente si dichiara a favore di questo tipo di ingegneria genetica.

Lei non rispose, mi condusse semplicemente lungo il corridoio, verso un’altra porta.

Ce n’erano quattro questa volta, in una stanza molto più grande, con le stesse espressioni sognanti. Questi non erano nudi, anche se indossavano degli strani abiti: tute cucite a mano goffamente per adeguarsi agli arti extra e alle deformità. Uno aveva otto braccia, uno quattro gambe, un altro tre paia di seni. A giudicare dalla forma del corpo, gli organi extra del quarto dovevano essere interni. Pancreas, fegati oppure cuori? L geni potevano venire programmati in modo da far crescere cuori extra?

— Per il mercato dei trapianti — disse Carmela. — Ma, forse, aveva sentito parlare anche di questo, no?

Era vero, ma non lo dissi.

— Questi sono più fortunati — continuò lei. — Possiamo rimuovere gli arti in eccesso e ridare loro dei corpi normali. In effetti Jessie dovrà sottoporsi all’operazione martedì.

Non chiesi quale fosse Jessie. Lo scotch mi stava creando bolle di nausea nello stomaco.

Nella camera successiva le due persone apparivano normali. In pigiama, giacevano addormentati su un letto coperto di una graziosa distesa di chintz. Carmela non abbassò la voce.

— Non stanno dormendo, signor Arlen. Sono sotto sedativi, pesanti, e lo resteranno per il resto della loro vita. Quando non lo sono, avvertono un intenso e costante dolore. Esso è causato da un piccolo virus modificato geneticamente, progettato per stimolare il tessuto nervoso a un grado intollerabile. Il virus viene iniettato e si riproduce quindi nel corpo, una specie del Depuratore Cellulare di Huevos Verdes. Il dolore è lancinante, ma non esiste alcun reale danno ai tessuti, quindi, in teoria, potrebbe continuare per anni. Decenni. È stato studiato per il mercato internazionale della tortura e ci sarebbe dovuto essere un antidoto da somministrare. O da rifiutare. Sfortunatamente, gli ingegneri genetici che ci lavoravano sono arrivati soltanto fino al nano-torturatore, non all’antidoto.

Uno della coppia di narcotizzati — mi accorsi che si trattava di una ragazzina, appena superata la pubertà — si agitò a disagio e mugolò.

— Sogna — disse brevemente Carmela. — Non sappiamo che cosa. Non sappiamo chi sia. Forse una messicana, rapita o venduta sul mercato nero.

— Se pensa che la ricerca di Huevos Verdes assomigli…

— No. Lo sappiamo. Ma…

— Tutto quello su cui si effettuano ricerche e che si crea a Huevos Verdes con la nano-tecnologia è fatto soltanto con il pensiero rivolto al beneficio pubblico. "Tutto." Come il Depuratore Cellulare.

— Ci credo — disse la dottoressa Clemente-Rice. Mantenne la voce bassa e controllata: riuscivo ad avvertire quale sforzo le costasse. — Le applicazioni di Huevos Verdes sono completamente differenti. Ma la scienza di base, le scoperte rivoluzionarie, sono simili. Solo che Huevos Verdes è andato molto più avanti, molto più velocemente. Altri sarebbero tuttavia in grado di chiudere il varco se avessero a disposizione, per esempio, il Depuratore Cellulare da analizzare e studiare.

Fissai la ragazzina addormentata. Aveva le palpebre corrugate. Lo erano state anche le palpebre di mia madre, verso la fine della sua vita, quando il cancro alle ossa l’aveva ghermita.

Dissi: — Ho visto abbastanza.

— Ancora una cosa, signor Arlen. Per favore. Non glielo chiederei se non fosse davvero urgente.

Voltai la carrozzella e la esaminai. Formava nella mia mente una serie di nitidi ovali pallidi, caratterizzati dalla stessa chiara sincerità di Maleck e degli agenti dell’ECGS. Erano stati probabilmente scelti proprio per quella qualità. Mi resi quindi improvvisamente conto chi mi ricordava Carmela: Leisha Camden. Un bizzarro dolore mi trafisse, come una lancia sottilissima.

La seguii attraverso l’ultima porta del corridoio.

Non c’erano persone modificate geneticamente in quella stanza. Tre scudi massicci scintillavano dal pavimento al soffitto, quelli del tipo che riesce a trattenere qualsiasi cosa non sia nucleare. Dietro di essi cresceva dell’erba alta.

Carmela disse con un filo di voce: — Lei ha detto che Huevos Verdes lavora solamente su modificazioni genetiche e nano-tecnologie che sono destinate a un pubblico beneficio. Lo era anche questa. È stata commissionata da una nazione del Terzo Mondo che aveva tremende carestie ricorrenti. Le foglie dell’erba sono commestibili. A differenza della maggior parte delle piante, le loro pareti cellulari non sono fatte di cellulosa, ma di una sostanza artificiale che il sistema umano è in grado di convertire in monosaccaridi. L’erba è anche sorprendentemente forte, ha una crescita velocissima, si autosemina, ed è capace di recuperare nutrimento da terreni poveri e acqua da quelli aridi. Gli ingegneri che l’hanno creata hanno calcolato che potesse moltiplicare di sei volte il cibo fornito dalle attuali colture più intensive.

— Fornire cibo — ripetei io come un idiota. — Cibo…

— L’abbiamo piantata in un’ecosfera, controllata e schermata, di cinquanta acri di terreni diversi ecologicamente parlando — continuò Carmela, con le mani infilate nelle tasche del camice da laboratorio — e nel giro di tre mesi essa aveva spazzato via qualsiasi altra pianta nell’ecosfera. È così bene adattata a crescere rigogliosa che ha superato tutti i concorrenti. Gli umani e alcuni mammiferi sono in grado di digerirla, altri animali no. Gli altri vegetariani sono morti tutti, inclusi così tanti insetti larvali che la popolazione di insetti è sparita. Le popolazioni di anfibi, rettili e uccelli sono svanite con essi, quindi i mammiferi carnivori. I nostri computer calcolano che, date le giuste condizioni di vento, a questa erba occorrerebbero circa diciotto mesi per restare l’unica cosa vivente sulla faccia della terra, inclusi o esclusi pochi alberi immensi con un sistema di radici così esteso che non permetterebbe loro di morire facilmente.

L’erba frusciava dolcemente dietro il suo triplo scudo. Avvertii qualcosa alle mie spalle. Le mani di Carmela. Voltò la mia carrozzella perché la guardassi in volto, quindi sollevò immediatamente le mani.

— Vede, signor Arlen, non pensiamo che Huevos Verdes sia malvagio. Niente affatto. Sappiamo che la signorina Sharifi e i suoi amici Super-Insonni non credono solamente nel bene della loro ricerca, ma nel bene per il resto di tutti noi. Sappiamo che lei crede che gli Stati Uniti, per come sono definiti dalla Costituzione, siano il migliore organismo politico in un mondo imperfetto. Esattamente come Leisha Camden prima di lei. Sono sempre stata una grande ammiratrice della signorina Camden. La Costituzione, però, funziona perché ci sono moltissimi controlli ed equilibri per limitare il potere.

Si passò la lingua sulle labbra. Non era un gesto civettuolo: era così mortalmente seria che riuscivo a sentire il suo intero corpo asciugarsi e tendersi nello sforzo.

— Controlli ed equilibri per limitare il potere. Già. Ma "non" ci sono controlli su Huevos Verdes. Nessun limite. Nessun equilibrio, perché il resto di noi non può semplicemente fare ciò che sanno fare i Super-Insonni. A meno che non lo facciano prima loro. Allora qualcuno di noi potrebbe copiare delle loro tecniche, forse, e adattarle. Alcuni di noi come le persone che lavoravano qui.

Non dissi nulla. La mortale erba carica di nutrimento frusciava.

— Non so che cosa lei stia pensando, signor Arlen. E non posso dirle io cosa pensare. Ma io… noi volevamo soltanto che lei vedesse tutti i lati della situazione, con la speranza che lei ripensasse a ciò che aveva visto e ne parlasse con Huevos Verdes. Tutto qui. Gli agenti la riporteranno a Seattle, adesso.

Le chiesi: — Che cosa succederà a questa erba?

— La distruggeremo con le radiazioni. Domani. Non verrà lasciato nemmeno un filo di DNA e neanche una traccia della documentazione relativa. È esistita così a lungo solo perché potessimo mostrarla alla signorina Sharifi o, fallendo, a lei.

Mi accompagnò nuovamente all’ascensore e io guardai il suo corpo, teso per l’infelicità e la speranza, camminare con grazia fra le strette pareti bianche.

Appena prima che si aprisse la porta dell’ascensore le dissi, o forse lo dissi a tutti e tre: — Non potete bloccare il progresso tecnologico. Lo potete rallentare, ma verrà fuori comunque.

Carmela Clemente-Rice disse: — Soltanto due bombe nucleari sono state lanciate sulla Terra come atto di aggressione in tempo di guerra. La scienza c’era ma le applicazioni sono rimaste inutilizzate. Tramite cooperazione o limitazione dovute alla paura o alla forza le applicazioni sono state fermate. — Mi tese la mano. Era umida e appiccicosa ma qualcosa di elettrico scorse dal suo tocco al mio. Gli occhi azzurro mare mi supplicarono.

Come se io avessi un reale potere su ciò che veniva fatto a Huevos Verdes.

— Addio, signor Arlen.

— Addio, dottoressa Clemente-Rice.

Gli agenti mantennero la parola e mi riportarono nella mia stanza d’albergo a Seattle. Mi sedetti per vedere chi sarebbe arrivato da Huevos Verdes e quanto ci avrebbe messo.

Fu Jonathan Markowitz, alle cinque del mattino. Avevo dormito solo tre ore. Jonathan era perfetto. Il suo tono di voce era educato e interessato. Mi chiese cosa avessi visto e io glielo descrissi. Mi pose moltissime altre domande: avevo avvertito cambiamenti di temperatura, anche lievi, in un qualsiasi punto del corridoio? Avevo sentito un odore simile a quello della cannella? La luce aveva una sfumatura verdastra? Qualcuno mi aveva mai toccato? Non discusse contro ciò che la dottoressa Carmela Clemente-Rice mi aveva detto. Mi trattò come un membro della squadra la cui lealtà era fuori dubbio, ma che poteva essere stato manipolato in modi che non potevo nemmeno capire. Lui era perfetto.

Durante tutta la discussione riuscii a percepire le forme che creava nella mia mente e un’immagine: un uomo che sollevava rocce pesantissime, rocce prive di coscienza e di un grigio smorto.

Quando Jonathan stava per andarsene gli dissi brutalmente: — Avrebbero dovuto mandare Nick. Non te. Nick non si preoccupa di nasconderlo.

Jonathan mi guardò fisso. Per un minuto non disse nulla, poi sorrise stancamente. — Lo so. Ma Nick aveva da fare.

— Quando potrò vedere Miranda? Ha già lasciato Washington diretta a East Oleanta?

— Non so, Drew — rispose lui e le forme nella mia mente esplosero, macchiando di rosso la grata.

— Non sai se se n’è andata o non sai quando la potrò vedere? Perché no, Jon? Perché adesso sono infetto? Perché non sai che cosa potrebbe avermi fatto Carmela Clemente-Rice quando mi ha appoggiato le mani sulle spalle o quando io le ho stretto la mano? O perché non puoi controllare quello che sto realmente pensando del progetto?

Jonathan disse tranquillamente: — Avevo avuto l’impressione che avessi accettato di non vedere Miri. E senza grande rammarico.

Questo mi bloccò.

Jonathan proseguì: — Hai un ruolo importante, Drew. Abbiamo bisogno di te. Il computer proietta una curva che si alza a picco nel generale disfacimento sociale dovuta alla inaspettata situazione del duragem. Dobbiamo accelerare il progetto. Le equazioni di Kevorkel. La regressione dei mitocondri. L’ingegneria urbana DiLazial.

Fu lì che terminò la mia rabbia. In una manciata di parole a disposizione dei Super-Insonni. Non capivo le parole, non capivo come si combinassero, e non capivo perché mi venissero dette. Non potevo rispondere e quindi rimasi fermo lì, muto e con lo sguardo annebbiato per la mancanza di sonno, mentre Jonathan se ne andava tranquillamente.

Dovevo assolutamente dormire. Avevo il concerto fra meno di cinque ore. Mi rotolai sul letto ancora vestito e cercai di prendere sonno.

Durante il tragitto verso la KingDome di Seattle, l’aeromobile si guastò.

Avevamo lasciato l’enclave e ci trovavamo sopra la città dei Vivi che, dall’alto, assomigliava a una quantità di piccole cittadine di Vivi, organizzate in quartieri che ruotavano attorno a caffè, depositi ed edifici di logge. La KingDome Senatore Gilbert Tory Bridewell aveva vent’anni: qualcuno mi aveva detto che era stata chiamata così in ricordo di qualche luogo storico. Si trovava ben al di fuori dell’enclave, ovviamente, un immenso emisfero in pietra spugnosa con una piattaforma di atterraggio schermata che ormai non avremmo più raggiunto.

L’aeromobile si impennò bruscamente e sbandò a sinistra. Un transatlantico che rollava, una depressione tossica che si gonfiava in nauseanti bolle rosa. Mi si rivoltò lo stomaco.

— Gesù Cristo — disse il pilota e cominciò a digitare codici di sovrapposizione. Non sapevo quanto potesse effettivamente fare: gli aeromobili sono robo-macchinari. Forse però lui lo sapeva. Era un Mulo.

L’aeromobile rollò e io caddi contro la portiera sinistra. La carrozzella, piegata in posizione da viaggio, mi sbatté contro. Poi si impennò ancora e io pensai: "Sto per morire".

Forme calde e rosso sangue mi riempirono la mente. La grata scomparve.

— Cristo, Cristo, Cristo — disse il pilota digitando freneticamente. L’aeromobile si impennò ancora, quindi si stabilizzò. Chiusi gli occhi. La grata nella mia mente era sparita. "Non era lì."

— Bene bene bene — disse il pilota con un tono di voce differente e l’aeromobile si adagiò sobbalzando sulla piattaforma di atterraggio.

Restammo lì, sani e salvi, mentre alcune persone correvano verso di noi, arrivando dalla KingDome. La grata mi riapparve nella mente. Era scomparsa quando avevo pensato di stare per morire e adesso era tornata, ancora saldamente chiusa attorno a quello che vi era nascosto dentro, qualsiasi cosa fosse.

— È stata la pidocchiosa unità gravitazionale — disse il pilota. Si girò sul sedile per fissarmi direttamente negli occhi. — Tagliano i costi dei materiali. Tagliano i costi dei robo-collaudi. Tagliano i costi della manutenzione perché quelle maledette robo-unità si rompono. Tutta la concessionaria sta andando a rotoli. Due schianti in California la settimana scorsa e la stampa è stata pagata per mantenere il silenzio. Non guiderò mai più uno di questi trabiccoli. Mi ha sentito? Mai più. — Il tutto detto con voce bassa e lamentosa.

Nella mia mente lui era una forma ripiegata, nera e schiacciata davanti alla grata color porpora.

— Signor Arlen! — gridò una donna, spalancando la portiera dell’aeromobile. — State tutti bene lì dentro?

Il suo accento del sud era forte. Sallie Edith Gardiner, congressista cadetta dello Stato di Washington, che stava pagando questo concerto per i suoi elettori Vivi. Perché una dello Stato di Washington suonava come una del Mississippi?

— Bene — dissi io. — Nessun danno.

— Be’, è semplicemente scioccante, ecco cos’è. Siamo veramente arrivati a tanto? Non riusciamo più nemmeno a fare un aeromobile decente? Vuole posporre di un attimo il concerto?

— No, no, sto bene — risposi. L’accento non era del Mississippi, dopotutto: era un falso Mississippi. Lei rappresentava nella mia mente tutta una serie di cerchi di lustrini dorati. Pensai improvvisamente a Carmela Clemente-Rice, pallidi e nitidi ovali.

Perché la grata che avevo nella mente era scomparsa quando avevo creduto di stare per morire?

— Be’, la verità è, signor Arlen — disse la Congressista Gardiner, mordicchiandosi il perfetto labbro inferiore — che un piccolo ritardo potrebbe essere comunque una buona idea. C’è stato un problemino con la ferrovia a gravità in arrivo da Seattle Sud. E un altro problemuccio con il sistema di robot della sicurezza. Abbiamo dei tecnici che se ne stanno occupando ora, naturalmente. Quindi se vuole venire da questa parte andremo in un posto dove lei potrà aspettare…

— Il mio sistema è stato installato sul palco ieri — dissi — se non ne può garantire la sicurezza…

— Oh, ma "certo" che possiamo! — esclamò lei e mi accorsi che stava mentendo. Il pilota dell’aeromobile scese e si appoggiò contro la fiancata, bofonchiando sottovoce. La sua implorante preghiera si era trasformata finalmente in rabbia. La Congressista Gardiner gli lanciò un’occhiata che avrebbe fatto marcire la sintoplastica. Lei non aveva chiesto se lui fosse rimasto ferito. Era un tecnico.

— La sua magnifica strumentazione starà "benissimo" — disse la Congressista Gardiner. — E non vediamo davvero l’ora di assistere alla sua rappresentazione. Venga da questa parte, la prego.

Azionai la carrozzella per seguirla. Lei non avrebbe visto la rappresentazione. Se ne sarebbe andata appena dopo avere presentato me e riempito completamente le telecamere. I Muli se ne andavano sempre a quel punto.

Ma non andò così.

Restai seduto sulla carrozzella in un’anticamera della KingDome per due ore. Avrei potuto dormire. La gente andava e veniva e tutti mi dicevano che ogni cosa andava benone. La grata che avevo nella mente serpeggiava in lunghe e lente ondulazioni. Alla fine entrò la congressista.

— Signor Arlen, temo che ci sia una sgradevole complicazione. C’è appena stato un incidente proprio "terribile".

— Un incidente?

— È deragliato un treno a gravità che arrivava da Portland. Ci sono parecchi morti. La folla ha sentito la notizia ed è sconvolta. Naturalmente. — La voce della donna suonava sconvolta, ma il suo sguardo era carico di risentimento. Il primo grande evento che aveva sponsorizzato da quando era stata eletta, e un bel po’ di Vivi sconsiderati doveva andare a morire e rovinare tutto. — Andremo comunque avanti con il concerto, sempre che lei non abbia nulla da obbiettare. La presenterò fra circa cinque minuti.

— Cerchi di trascinare un po’ meno le vocali — le dissi. — Suonerebbe almeno un po’ più autentico.

L’avevo sottovalutata. Il suo sorriso non ondeggiò. — Allora, cinque minuti?

— Come vuole lei. — Adesso la grata nella mia mente stava tremando come se fosse preda di un forte vento.

Avevano costruito un palco gravitazionale fluttuante a una estremità dell’arena, con un’ampia passerella che conduceva nella stanza superiore in cui stavo aspettando. Il treno a gravità era deragliato, l’aeromobile si era guastato. Sapevo che i dispositivi a gravità non manipolavano realmente la gravità ma il magnetismo: non capivo come. Quali erano le probabilità che ben tre dispositivi magnetici mi si rompessero in una sola serata? Jonathan Markowitz lo avrebbe saputo, fino al ventesimo decimale.

— …uno dei principali artisti dei nostri tempi… — la trasmissione della Congressista Gardiner dal palco.

Ovviamente, poteva anche non essere stata proprio l’unità a gravità a rompersi nel treno. Un treno a gravità poteva avere centinaia di parti mobili diverse, migliaia per quel che ne sapevo io. Di che cosa erano esattamente fatte?

— …con profonda gratitudine per l’opportunità di mostrare a voi tutti il Sognatore Lucido, io…

"Io. Io. Io." La parola preferita dei Muli. A Huevos Verdes almeno dicevano "noi". E intendevano ben più dei soli Super-Insonni.

Una pallida erba verde si increspò davanti alla grata color porpora. Vi crebbe sopra, attraverso, attorno. La inghiottì. Inghiottì il mondo.

Mi serrai con forza le mani davanti. Dovevo andare in scena in due minuti. Dovevo controllare le immagini nella mente. Io ero il Sognatore Lucido.

— …comprensibilmente afflitti per la tragedia ma il cordoglio è una delle emozioni che il Sognatore Lucido…

— Che cazzo ne sai tu del lutto, tu? — gridò così forte una persona fra la folla che io sobbalzai. Qualcuno fra il pubblico aveva un amplificatore vocale potente quasi quanto i miei apparecchi acustici. Dal punto in cui ero seduto non riuscivo a vedere il pubblico, ma soltanto la Congressista Gardiner. Udii tuttavia un vasto e crescente brontolio, quasi come il Delta quando straripa.

— …lieta di presentarvi…

— Vattene, stronza! — La stessa voce amplificata. Portai in avanti la carrozzella. A metà della passerella la congressista mi superò a testa alta, con le labbra sorridenti e gli occhi ardenti di rabbia. Non ci fu applauso.

Portai la carrozzella fino al centro della piattaforma fluttuante e puntai le mie lenti sullo zoom. La KingDome era piena per metà. Le persone mi fissarono, alcune con espressione vacua, altre incerta, altre ancora con occhi sbarrati, ma nessuno sorrise. Non mi ero mai trovato ad affrontare nulla di simile. Erano in equilibrio su un margine che stava esattamente fra un pubblico e una folla sediziosa.

— È una sedia da Mulo quella dove stai seduto, Arlen, tu? — gridò la voce amplificata e io ne identificai il proprietario quando svariate persone si voltarono verso di lui. Un uomo gli dette uno spintone, un altro lo fissò in modo truce, un terzo si mosse con atteggiamento protettivo di fronte al disturbatore e fissò con un’occhiata dura il palcoscenico. Qualcuno nelle prime file gridò debolmente, privo di amplificazione: — Il Sognatore Lucido non è un Mulo, lui. Chiudi il becco!

Io dissi, così piano che tutti dovettero zittirsi per potermi sentire: — Non sono un Mulo, io.

Un altro gorgoglio si alzò dal pubblico e nella mente vidi l’acqua inondare il Delta dove ero nato, acqua non veloce ma implacabile che si alzava a picco, come una qualsiasi curva di Huevos Verdes sullo sfascio sociale.

— Sono morte delle persone, loro, nel pidocchioso treno di Muli che nessuno si preoccupa di mantenere funzionante! — gridò la voce amplificata. — Morti!

— Lo so — dissi io, ancora a bassa voce e la grata smise di tremare mentre la mia mente si riempiva di lente e ampie forme che si muovevano con grazia maestosa, del colore della terra umida. Premetti un pulsante che avevo sulla carrozzella e i macchinari del concerto cominciarono ad affievolire le luci sul palco.

Dovevo rappresentare Il Guerriero, studiato e ristudiato e ristudiato ancora per incoraggiare un’indipendente disposizione a correre rischi, all’azione, alla autonomia. Nella strumentazione del concerto erano in memoria anche i nastri, gli ologrammi e i subliminali per Cielo, il più popolare dei miei concerti. Esso conduceva le persone in un luogo calmo all’interno della loro stessa mente, il luogo che tutti noi eravamo in grado di raggiungere da bambini, dove il mondo è in equilibrio perfetto e noi insieme con esso, e la calda luce del sole non inonda solamente la nostra pelle, ma penetra fin dentro l’anima e ci trascina in un luogo benedetto. Era un concerto di riconciliazione, di riposo, di accettazione. Potevo dare quello. Nel giro di dieci minuti la massa sarebbe stata un comodo cuscino.

Iniziai Il Guerriero.

— C’era una volta un uomo di grande speranza e nessun potere. Quando era giovane voleva tutto…

Le parole li quietarono. Le parole, tuttavia, erano il meno, erano realmente poco importanti. Erano le forme quelle che contavano, il modo in cui le forme si muovevano e i corridoi che le forme aprivano verso i luoghi più nascosti della mente, differenti in ogni persona. Io ero l’unico al mondo che poteva programmare quelle forme, recuperandole dalla mia stessa mente i cui sentieri neurali verso l’inconscio erano stati aperti da una bizzarra operazione illegale. Io ero il Sognatore Lucido.

— Voleva la forza, lui, che avrebbe costretto tutti gli altri uomini a rispettarlo.

Nessuno a Huevos Verdes era in grado di farlo: afferrare le menti e le anime dell’ottanta per cento delle persone. Guidarle anche se solo più profondamente in loro stessi. Modellarli. No… dare forme loro proprie.

"Tu comprendi che cos’è quello che fai alle menti delle altre persone?" mi aveva chiesto Miri con la sua parlata leggermente troppo lenta, poco tempo dopo che ci eravamo conosciuti. Mi ero fatto coraggio, già allora, preparandomi per equazioni, formule di conversione di Lawson e diagrammi complessi. Lei però mi aveva sorpreso. "Tu porti le persone nella diversità."

"La…"

"Diversità, La realtà che sta sotto la realtà. Tu trafiggi il mondo delle relatività così che la mente riesce a cogliere che esiste un assoluto più vero al di sotto delle fragili strutture della vita di tutti i giorni. Solo cogliere fugacemente, ovviamente. È tutto ciò che la scienza possa realmente darci: occhiate fugaci. Tu riesci tuttavia a portarci persone che non potrebbero mai essere scienziati."

L’avevo fissata, stranamente impaurito. Non era quella la Miri che ero abituato a vedere. Si era scostata dal volto i capelli scompigliati e avevo visto che i suoi occhi scuri apparivano raddolciti e distanti. "Lo fai davvero, Drew. Per noi Super così come per i Vivi. Scosti il velo perché possiamo dare una fugace occhiata al resto che siamo."

La mia paura scese in profondità. Non era da lei.

"Ovviamente" aveva aggiunto "a differenza della scienza, il sogno lucido non ricade sotto il controllo di nessuno. Nemmeno sotto il tuo. Manca della cardinale qualità della ripetibilità."

Miri aveva a quel punto notato la mia espressione e si era accorta che le sue ultime parole erano state uno sbaglio. Aveva declassato quello che io facevo come di seconda categoria, ancora una volta. La sua cocciuta fede nella verità, tuttavia, non le avrebbe permesso di recedere da quello in cui in effetti credeva. Il sogno lucido mancava di una qualità cardinale. Aveva distolto lo sguardo.

Non avevamo mai più discusso della diversità.

Adesso i volti dei Vivi mi fissavano, aperti. Vecchi con profonde rughe e spalle incurvate. Giovanotti con le mascelle serrate che mostravano gli stessi occhi sbarrati dei bambini. Donne che tenevano in braccio piccini, con la stanchezza che scompariva dalle loro facce quando le labbra si incurvavano debolmente, trasognate. Visi orrendi, bellezze naturali, visi infuriati, visi in lutto e visi sconcertati di persone che avevano ritenuto di essere padroni delle proprie vite e stavano scoprendo in quel momento di non fare nemmeno parte del Consiglio di Amministrazione.

— Voleva il sesso, lui, che gli avrebbe fatto squagliare le ossa per la soddisfazione. Voleva l’amore.

Miri si trovava probabilmente già nella struttura clandestina di East Oleanta e io ero stato troppo codardo da ammettere che ne ero contento. Be’, lo avrei ammesso in quel momento. Era più al sicuro lì che a Huevos Verdes e io non avrei necessariamente dovuto vederla. Eden. Gli impulsi subliminali accuratamente programmati nelle OLO-TV dei caffè nelle Montagne Adirondack dello Stato di New York lo chiamavano "Eden". Non che i Vivi sapessero che cosa significasse questo nuovo Eden. In realtà non lo sapevo esattamente nemmeno io. Sapevo che cosa il progetto avrebbe dovuto fare, ma non che cosa significasse profondamente. Ero stato troppo codardo da ammettere le domande o di ammettere che anche la sicurezza di sé dei Super-Insonni poteva non avere come risultato automatico la giustizia.

Una pallida e mortale erba ondeggiava nella mia mente.

— Oooohhh — sospirò un uomo da un punto abbastanza vicino da permettermi di sentirlo al di sopra della musica profonda.

— Voleva eccitazione, lui.

Un uomo nella sesta o settima fila non mi stava guardando. Fissava i volti rapiti di tutti gli altri. Inizialmente restò sconcertato, quindi si mostrò a disagio. Un elemento naturalmente immune all’ipnosi. Ce n’erano sempre alcuni. Huevos Verdes aveva isolato la sostanza chimica cerebrale necessaria per una reazione al sogno lucido, solo che non si trattava di un’unica sostanza, ma di una combinazione di quello che Sara Cerelli chiamava "condizioni pre-requisito necessarie", alcune delle quali dipendevano da enzimi innescati da altre condizioni. Effettivamente non avevo capito. Ma non ne avevo alcun bisogno. Io ero il Sognatore Lucido.

L’uomo immune continuò ad agitarsi. Si mise quindi tranquillo per stare comunque a sentire. In seguito, lo sapevo perfettamente, non avrebbe detto un gran che ai suoi amici. Era troppo sgradevole essere lasciati fuori.

Sapevo tutto al proposito. I miei concerti contavano su quello.

— Voleva che ogni giorno fosse pieno di sfide che soltanto lui sapeva affrontare.

Miri mi amava in un modo in cui io non avrei mai potuto ricambiarla. Quell’amore bruciava profondamente come la sua intelligenza. Era l’amore, non l’intelligenza che non mi aveva mai fatto chiedere direttamente a lei: — Sei sicura che dobbiamo andare avanti col progetto? Che prova abbiamo che sia questa la cosa giusta da fare? — Ovviamente lei mi avrebbe risposto che era impossibile avere una prova e la sua spiegazione del perché avrebbe contenuto equazioni, precedenti e condizioni che io non avrei capito comunque.

Non era tuttavia quella la vera ragione per cui non le avevo mai sottoposto i miei dubbi. Il vero motivo era che lei mi amava in un modo in cui io non avrei mai potuto amarla e io avevo voluto il Rifugio da quando avevo sei anni e avevo scoperto che mio nonno era morto durante la sua costruzione, un povero lavoratore prima che dei Vivi si occupasse un governo affamato di voti. Ecco perché avevo consegnato la mia mente, così più debole di quella di lei, a Huevos Verdes.

Adesso però c’era la pallida erba che cresceva sulla grata nella mia mente, inghiottendo il mondo.

— Voleva…

Voleva appartenere di nuovo a se stesso.

Le forme scivolavano attorno alla mia carrozzella: gli stimoli subliminali balenavano dentro e fuori la coscienza del mio pubblico. I volti avevano abbassato completamente la guardia, dimentichi gli uni degli altri e perfino di me. Questo era il migliore concerto del Guerriero che avessi dato fino a quel momento. Lo sentivo.

Alla fine, quasi un’ora dopo, sollevai le mani. Avvertii il solito sfogo di sacro affetto per tutti loro. "Come un papa o un lama?" aveva chiesto una volta Miri, ma non era così. "Come un fratello" avevo risposto io e avevo visto farsi strada, nei suoi occhi scuri, il dolore. Suo fratello era stato ucciso al Rifugio. Avevo saputo che la mia risposta l’avrebbe ferita. Anche quella era una forma di potere e adesso ne provavo vergogna.

Era tuttavia anche la verità. In un momento, quando il concerto fosse terminato, quei Vivi sarebbero tornati a essere le stesse persone piagnucolanti, lamentose, inette e ignoranti di prima. Nel breve istante appena prima della fine del concerto, però, provavo una fratellanza che non aveva nulla a che fare con l’uguaglianza.

E non sarebbero tornati a essere esattamente quello che erano stati. Non completamente. I programmi informatici di Huevos Verdes lo avevano verificato.

— …indietro al suo regno.

La musica terminò. Le forme si fermarono. Le luci si accesero. Lentamente, i volti attorno a me si dissolsero in se stessi, prima strizzando gli occhi sbarrati, quindi ridendo, piangendo e abbracciandosi. Iniziò l’applauso.

Cercai l’uomo con l’amplificatore vocale. Non si trovava più nello stesso posto fra la folla. Non dovetti aspettare tuttavia a lungo per ritrovarlo.

— Andiamo dove è deragliato il treno, è solo a settecento metri di distanza. Lì c’è ancora più gente ferita che unità mediche, l’ho visto io! E non hanno abbastanza coperte! Possiamo aiutare a portare qui i feriti… Noi!

Noi. Noi. Noi.

Ci fu confusione nella folla. Tuttavia un numero sorprendente di Vivi seguì il nuovo capo, smaniosi di fare qualcosa. Di essere eroi, che è il vero impulso nascosto della mente umana. Alcuni cominciarono a organizzare un angolo-ospedale. Altri se ne andarono ma, da dietro lo scudo ora reso opaco che mi permetteva di guardarli senza essere visto, notai che perfino i Vivi in partenza donavano giacche, camicie e coperte a favore dei feriti. La Congressista Sallie Edith Gardiner arrivò di fretta lungo la passerella per venirmi incontro.

— Be’, signor Arlen, è stato semplicemente meraviglioso…

— Lei non lo ha visto.

Non mi stava ascoltando. Fissava l’attività nella KingDome. — Che cos’è adesso "questo"?

Dissi: — Si stanno preparando ad aiutare i sopravvissuti del deragliamento.

— Loro? Aiutare come?

Non risposi. Mi sentii improvvisamente stanchissimo. Avevo dormito solamente poche ore e avevo passato la notte precedente a visionare orrori fatti dall’uomo.

Come quella donna.

— Be’, possono anche smetterla subito con queste sciocchezze!

Si allontanò in tutta fretta. Restai a guardare ancora per qualche istante e poi andai a cercare il pilota, che aveva ovviamente giurato che non avrebbe mai più guidato un aeromobile. Questo era tuttavia successo prima che il deragliamento mostrasse che non c’era nulla che funzionasse bene. Avrei trovato comunque un modo per tornarmene a Seattle. All’aeroporto. A Huevos Verdes. E da lì a East Oleanta. C’erano delle cose che dovevo chiedere a Miranda, cose importantissime, cose che avrei dovuto chiedere molto tempo prima. E le avrei dette, io, Drew Arlen. Che ero stato il Sognatore Lucido molto prima di conoscere Miranda Sharifi.

8

Billy Washington — East Oleanta

Il pavimento dell’Albergo Rappresentante di Stato Anita Clara Taguchi era ricoperto di foglie. Era agosto inoltrato, le foglie non cadevano ancora. Questo voleva dire che quelle foglie erano un rimasuglio dell’anno prima e che nessun robot era passato a scoparle via. In tutti quei mesi io non mi ero mai avvicinato all’albergo. Adesso ero lì.

La cosa buffa era che per qualche giorno non ho nemmeno notato le foglie, io. Non ho notato niente. Avevo la testa annebbiata, barcollavo verso l’Olo-terminale dell’albergo che stava sul bancone rosso e non vedevo niente altro. Lizzie era troppo malata.

L’Olo-terminale si è acceso appena mi sono avvicinato, come aveva fatto per gli ultimi quattro giorni. "Posso esserle di aiuto?"

Ho appoggiato tutte e due la mani sul bancone, io. Come se poteva servire a qualcosa. — Ho bisogno dell’unità medica. È un’emergenza.

"Mi dispiace, signore, l’Unità Medica del Legislatore della Contea Thomas Scott Drinkwater è temporaneamente fuori servizio. È stato comunicato ad Albany è a breve termine verrà un tecnico…"

— Non voglio Albany, io! Voglio un’unità medica! La mia bambina è gravemente malata!

"Mi dispiace, signore, l’Unità Medica del Legislatore della Contea Thomas Scott Drinkwater è temporaneamente fuori servizio. È stato comunicato ad Albany…"

— Allora fammi avere un’altra unità medica, tu! È un’emergenza! Lizzie si sta tossendo fuori le budella!

"Mi dispiace, signore non ci sono unità mediche disponibili immediatamente a causa della temporanea inagibilità della Ferrovia Magnetica Senatore Walker Vance Morehouse. Non appena la ferrovia sarà stata riparata verrà inviata prontamente un’altra unità medica da…"

— La ferrovia a gravità non è inagibile è rotta! — ho gridato io all’Olo-terminale. L’avrei fatto a pezzi a mani nude se mi serviva a qualche cosa. — Fammi parlare con un essere umano!

"Mi dispiace, i rappresentanti ufficiali da voi eletti non sono temporaneamente disponibili. Se vuole lasciare un messaggio la prego di specificare se è indirizzato al Senatore degli Stati Uniti Mark Todd Ingalls, al Senatore degli Stati Uniti Walker Vance…"

— Spegni! Maledizione, spegniti!

Lizzie stava male da tre giorni. La ferrovia a gravità si era rotta da cinque. L’unità medica era guasta da chissà quanto tempo; nessuno si era più ammalato dopo l’attacco di cuore di Doug Kane. I politici erano teste di cavolo da quanto chiunque poteva ricordare.

Lizzie era gravemente malata. Oh, Gesù, Lizzie era gravemente malata.

Ho stretto forte gli occhi, io, e mi è crollata giù la testa e quando ho riaperto gli occhi che cosa ho visto? Foglie che nessun robot pulitore aveva spazzato via da quasi un anno e di cui non si occupava nessun altro. Foglie morte, fragili come le mie vecchie ossa.

— C’è un Olo-terminale con un codice di priorità al caffè — ha detto una voce. — Il sindaco può contattare direttamente il vostro legislatore della contea.

— Pensi che non ci ho già provato? Sembro così stupido? — Mi sentivo sollevato per poter strillare contro qualcuno, indipendentemente da chi era. Ho visto poi che si trattava della ragazza Mulo vestita come una Viva, quella che era arrivata col treno una settimana prima. Era l’unica persona, lei, che si trovava nell’Albergo Rappresentante di Stato Anita Clara Taguchi. Visto che i guasti alla ferrovia a gravità diventano sempre peggio, non ci sono un gran che di viaggiatori. Nessuno sapeva perché quel Mulo si trovava a East Oleanta e nessuno sapeva perché era vestita come una Viva. A qualcuno non piace proprio.

Non avevo per niente tempo per parlare con un Mulo pazzo. Lizzie era gravemente malata. Ho strascicato i piedi attraverso le foglie sul pavimento, ma dove potevo andare. Senza un’unità medica…

— Aspetta — mi ha detto il Mulo. — Io ti ho sentito, io. Hai detto…

— Non cercare di parlare come una Viva, che non lo sei! Mi hai sentito, tu! — Non so dove che ho preso la rabbia per strillarle contro in quel modo. Sì che lo so. Lizzie era gravemente malata e quel Mulo era semplicemente lì.

— Hai ragione. Non c’è motivo per fare inutili sotterfugi, vero? Mi chiamo Victoria Turner.

A me non me ne fregava niente di come si chiamava, anche se mi ricordavo che aveva detto a qualcun altro che si chiamava Darla Jones. Stavo lasciando Lizzie ansimare e rantolare per prendere fiato, col visino bruciante come un falò. Mi sono messo a correre, io. Le foglie sotto ai miei stivali sussurravano come fantasmi.

— Forse ti posso aiutare — ha detto il Mulo,

— Vai all’inferno! — ho risposto io, ma poi mi sono fermato e l’ho guardata. Dopo tutto era un Mulo. Doveva essere qui per qualche motivo, proprio come quell’altra ragazzina nei boschi la scorsa estate, quella che aveva salvato la vita a Doug Kane, doveva essere lì per qualche motivo. Non riuscivo a immaginare il perché ma, dopotutto, non sono un Mulo. Eppure a volte i Muli sanno fare cose che non ti aspetti.

La ragazza si è alzata. Aveva uno strappo sulla tuta gialla, come tutti gli altri da quando il deposito aveva semplicemente smesso di aprire per le distribuzioni, ma era pulita. Le tute non si sporcano e non si spiegazzano, non si sa come lo sporco non ci si attacca sopra oppure si lava via senza fatica. Ma quella ragazzina non era proprio una ragazzina, lei. Quando l’ho guardata meglio mi sono accorto che era una donna, forse dell’età di Annie. Erano gli occhi viola modificati geneticamente e il fisico che mi aveva fatto pensare che era una ragazza.

Le ho detto: — Come mi potresti aiutare, "tu"?

— Non lo saprò finché non avrò visto il paziente, giusto? — ha risposto lei seccamente e non erano sciocchezze. Quanto meno era una cosa sensata. Io l’ho portata nell’appartamento di Annie sulla Jay Street.

Annie ha aperto la porta. Riuscivo a sentire Lizzie che tossiva, facendo un rumore che quasi mi si strappavano via anche le mie di budella. Annie ha spinto il suo grosso corpo in corridoio e si è chiusa la porta alle spalle.

— Chi è questa? Perché l’hai portata qui, Billy Washington? Sei impazzito! Abbiamo già visto quanto aiuto ci potete dare voi Muli quando va tutto storto!

Non avevo mai visto Annie così arrabbiata. Aveva le labbra premute strette come se erano cementate e le dita curve in artigli quasi che voleva sfregiare quella Victoria Turner sul suo bel faccino da Mulo modificato geneticamente. Victoria Turner ha fissato Annie freddamente, lei, e non è indietreggiata di nemmeno un centimetro.

— Mi ha portato qui perché io potrei essere in grado di aiutare la bambina malata. Sei sua madre? Per favore spostati così che possa provarci.

Io sono indietreggiato ma poi sono avanzato di nuovo perché la faccia di Annie aveva un’espressione che mi faceva male. Era furente, terrorizzata ed esausta. Annie non aveva abbandonato Lizzie né per lavarsi né per dormire in due interi giorni.

Annie ha allungato una mano alle sue spalle e ha aperto la porta.

Lizzie stava sdraiata sul divano dove di solito dormivo io. Stava bruciando ma Annie cercava di tenerle addosso una coperta. Lizzie continuava a scalciarla via. C’erano acqua e cibo presi al caffè ma Lizzie non aveva toccato niente, lei. Si agitava e gridava e a volte le sue grida non avevano senso. Aveva vomitato solo una volta ma tossiva in continuazione, forti colpi di tosse devastanti che mi spezzavano il cuore.

Victoria Turner ha appoggiato una mano sulla fronte di Lizzie e gli occhi viola le si sono spalancati. Lizzie non sembrava rendersi conto, lei, che lì c’era qualcun altro. Ha tossito un’altra volta, un piccolo colpo, e ha cominciato a gemere. Ho sentito la disperazione iniziare a salire su dalle budella, del genere che si prova quando non c’è speranza e non sai come farai a sopportarlo. Non avevo più provato quel genere di disperazione da quando era morta mia moglie Rosie, dodici anni prima. Non avevo mai pensato di doverla provare di nuovo.

Victoria Turner ha tirato fuori una specie di sciarpa dalla tasca e si è inginocchiata accanto a Lizzie. Non sembrava affatto avere paura, lei. Uno dei pensieri che avevo avuto quella notte, che Dio mi perdoni, era stato: la malattia è contagiosa? Potrebbe prenderla anche Annie e morire? Annie…

— Tossisci per me, tesoro — ha detto Victoria Turner. — Forza, tossisci nella sciarpa.

Nel giro di qualche minuto Lizzie lo ha fatto ma non perché glielo avevano chiesto. Grossi grumi viscidi sono venuti fuori dai polmoni torturati, grigio verdastri. Victoria Turner li ha presi, nella sciarpa e li ha esaminati attentamente. Io ho dovuto guardare da un’altra parte. Quelli erano i polmoni di Lizzie che se ne venivano via a pezzi, i polmoni di Lizzie che stavano marcendo.

— Eccellente — ha detto Victoria Turner — verde. È di origine batterica. Adesso lo sappiamo. Sei fortunata, Lizzie.

Fortunata! Ho visto Annie incurvare di nuovo le unghie e ho capito anche perché: quel Mulo si stava "divertendo". Era una specie di eccitazione. Come una storia all’Olo-visione.

— L’origine batterica è positiva — ha detto Victoria Turner guardando me — perché la medicazione può essere molto meno specifica. Bisogna adeguare gli antivirali, quanto meno grossolanamente. Ma gli antibiotici a largo spettro sono facili da produrre.

Annie ha detto in modo duro: — Che cosa ha Lizzie?

— Non ne ho la più pallida idea. Ma questo se ne occuperà quasi certamente. — Da un’altra tasca ha tirato fuori un pezzo di plastica piatto, l’ha aperto e ha appiccicato un cerotto azzurro e rotondo sul collo di Lizzie. — Dovreste però costringerla a ingerire più acqua. Non bisogna rischiare la disidratazione.

Annie fissava, lei, il cerotto azzurro sul collo di Lizzie. Sembrava uno di quelli che metteva l’unità medica, ma come facevamo noi a sapere di preciso che cosa c’era dentro? In realtà non sapevamo proprio niente.

Lizzie ha sospirato e si è tranquillizzata. Nessuno ha detto niente. Dopo qualche minuto Lizzie si è addormentata.

— È la cosa migliore per lei — ha detto in modo sicuro Victoria Turner. Mi sono accorto un’altra volta che la cosa le piaceva. — Nemmeno Miranda Sharifi in persona potrebbe pareggiare i benefici del sonno.

Io mi ricordavo di avere sentito quel nome, ma non mi veniva in mente dove.

Annie sembrava una donna diversa, lei. Ha guardato Lizzie, che dormiva pacificamente, e il cerotto e si è come rimpicciolita e calmata, come una vela che crolla. Ha fissato il pavimento, lei. — Grazie, dottoressa. Non avevo capito.

La dottoressa Turner è parsa sorpresa, lei, e poi ha sorrìso. Come se c’era qualcosa di divertente. — Prego. Forse, in cambio, potete fare qualcosa per me.

Annie l’ha guardata con circospezione: i Muli non chiedono mai favori ai Vivi. I Muli pagano le tasse per noi e noi gli diamo i voti. Non ci diciamo però più del necessario e non ci chiediamo favori a vicenda. Non è così che vanno le cose.

— Sto cercando una persona — ha detto la dottoressa Turner. — Avrei dovuto incontrarla qui ma apparentemente abbiamo confuso i dati. Una donna, una ragazza a dire il vero, alta più o meno così, capelli scuri, una testa un po’ grossa.

Ho pensato subito alla ragazza dei boschi e ho cercato velocemente di apparire come uno che non sta pensando a niente. Quella ragazza veniva dall’Eden, ne ero certo, io e l’Eden non aveva niente a che fare con i Muli, È per i "Vivi". La dottoressa Turner mi stava osservando attentamente, lei. Annie ha scosso la testa, fredda come il ghiaccio, anche se io sapevo che probabilmente si ricordava quell’altra ragazzina, quella con la testa grossa che lei aveva detto di avere visto alla riunione in paese quando Jack Sawicki aveva chiamato il supervisore distrettuale per i procioni con la rabbia.

Annie ha detto, cortese ma non troppo: — Come mai non hai trovato la tua amica? Lei non lo sa dove sei?

— Mi sono addormentata — ha detto la dottoressa Turner, il che non spiegava niente. Lo ha detto anche in modo un po’ buffo. — Mi sono addormentata sul treno a gravità. Penso però che potrebbe essere qui in giro da qualche parte.

— Non ho mai visto nessuno fatto così — ha detto con fermezza Annie.

— E tu, Billy? — ha chiesto la dottoressa Turner. Probabilmente conosceva il mio nome anche prima che Annie lo diceva. Si trovava a East Oleanta da una settimana, mangiava al caffè, parlava con tutti quelli che volevano parlare con lei, che non erano tanti.

— Non ho mai visto nessuno del genere, io — ho detto. Mi ha fissato duramente. Non mi ha creduto.

— Allora permettetemi di chiedervi un’altra cosa. Il nome "Eden" vi dice qualcosa?

Una folata di vento avrebbe potuto farmi ribaltare.

Annie ha detto, però, fredda come il gennaio: — Si trova nella Bibbia. Era dove vivevano Adamo ed Eva.

— Giusto — ha detto la dottoressa Turner. — Prima della Cacciata. — Si è alzata in piedi e si è stiracchiata. Il corpo sotto la tuta era troppo ossuto, quanto meno per me. Una donna doveva avere qualcosa di morbido sopra le ossa.

— Tornerò a visitare Lizzie domani — ha detto la dottoressa Turner e io ho visto che Annie non voleva che lei ritornava, e poi invece sì. Era una dottoressa. Lizzie adesso dormiva tranquillamente. Perfino dalla porta mi sembrava un po’ più fresca.

Quando la dottoressa se n’è andata, Annie e io ci siamo guardati a vicenda. Poi il volto di Annie si è trasformato semplicemente e ha cominciato a piangere. Prima ancora di pensarci l’ho abbracciata. Annie mi ha abbracciato a sua volta e al tocco dei suoi seni morbidi contro il petto, sono diventato un po’ matto. Non ho pensato. Ho semplicemente alzato la sua faccia verso la mia e l’ho baciata.

E Annie Francy ha ricambiato il mio bacio.

E non si trattava di quelle stronzate stile figlia grata. Piangeva, indicava Lizzie e mi baciava con le morbide labbra da bacca spingendo il seno contro di me. Annie Francy. lo l’ho baciata ancora, la mente non mi funzionava nemmeno — le parole mi sono venute solo in seguito — e poi era come se ci eravamo appena visti invece di conoscerci da anni, invece di avere io sessantotto anni e Annie trentacinque, invece di vedere tutte le cose che si rompevano a East Oleanta come stavano facendo. Annie Francy mi ha baciato e io ero come un giovanotto, io, e lo ero. Le ho passato le mani sul corpo e l’ho portata in camera da letto, lasciando Lizzie a dormire in pace come un angelo, poi ho chiuso la porta. Annie stava ridendo e piangendo, nel modo che mi ero dimenticato che sanno fare le donne, e ha steso il grosso e magnifico corpo sul letto con me, come se anche io avevo trentacinque anni.

Abbiamo dormito fino alla mattina. Io mi sono svegliato prima di Annie. La luce era grigio pallida, debole. Per lungo tempo me ne sono stato seduto sul bordo del letto a guardare Annie. Sapevo che era una storia di una volta sola. Me lo sentivo anche prima che lei si addormentava in quel breve spazio di tempo quando ci siamo stretti forte, dopo. Me lo sentivo, io, dalla sue braccia, dalla posizione del suo collo e dal suo respiro. Quello che avevo bisogno io erano le parole per dirle che andava bene così. Che era stato più di quanto non mi ero mai aspettato anche se meno di quello che avevo sognato. Quello non glielo avrei detto. Si sogna sempre di più.

Annie però non si svegliava e così io sono andato a controllare Lizzie. Era seduta e aveva un’espressione stordita. — Billy, ho fame.

— È un buon segno, Lizzie. Cosa vuoi mangiare?

— Qualcosa di caldo. Ho freddo. Qualcosa di caldo dal caffè.

Aveva una voce piagnucolosa e puzzava terribilmente ma a me non mi importava. Ero così contento che aveva freddo quando soltanto ieri bruciava dalla febbre. Quella dottoressa Mulo era davvero in gamba, come un’unità medica.

— Non andare a svegliare tua madre. Resta seduta qui finché non ti porto da mangiare. Dov’è il tuo gettone-pasto, Lizzie?

— Non lo so. lo ho fame.

Annie doveva avere preso il gettone-pasto di Lizzie. Potevo ottenere cibo a sufficienza con il mio. Non mangio più tanto, io e quella mattina mi sentivo di potere vivere d’aria.

Non c’era nessuno al caffè, eccetto la dottoressa Turner. Stava seduta a mangiare la colazione e a guardare un canale da Muli sulla Olo-visione. Sembrava stanca.

— In piedi presto — le ho detto. Mi sono preso una tazza di caffè e una ciambella e per Lizzie uova, succo di frutta, latte e un’altra ciambellina. Io o Annie avremmo riscaldato le uova sull’unità a energia-Y. Mi sono seduto vicino alla dottoressa Turner, solo per essere socievole per qualche minuto. O forse per pensare a cosa dire ad Annie. La dottoressa Turner ha guardato le uova come se erano una marmotta morta da tre giorni.

— Riuscite davvero a mangiarle, Billy?

— Le uova?

— "Uova". Soia sintetica modellata e colorata, come tutto il resto. Non hai mai assaggiato un vero uovo naturale?

E la cosa strana è stata che proprio nel momento che lei lo ha detto, mi sono ricordato che sapore avevano le uova vere. Fresche di gallina, cotte dalla nonna per due minuti e servite con fette di pane tostato caldo e vero burro. Si inzuppava il pane nell’uovo e il rosso lo ricopriva e poi si mangiava tutto quanto caldissimo. Tutti quegli anni e in un minuto me lo sono ricordato, io, e mai prima di allora. Mi si è riempita la bocca di acquolina dolciastra.

— Guarda lì — ha detto la dottoressa Turner e ho pensato che si riferiva ancora all’uovo ma non era così, guardava verso l’OLO-TV. Un Mulo di bell’aspetto stava seduta davanti a una grossa scrivania di legno, parlando, come fanno sempre. Non capivo le parole:

"…anche se c’è una possibilità di un disgregatore autoreplicante sfuggito… non verificata… duragem… il governo dovrebbe sottoporci il fatto…"

Ho detto: — Mi sembra sempre la solita vecchia roba.

La dottoressa Turner ha fatto un rumore, lei, in fondo alla gola, un rumore così strano e inaspettato che io ho smesso di mangiare, bloccando la forchetta in sintoplastica a mezza via dalla bocca. Devo avere avuto l’aspetto di un perfetto imbecille. Lei ha ripetuto nuovamente quel rumore e poi si è messa a ridere e poi si è coperta la faccia con una mano e poi si è messa a ridere ancora una volta. Non avevo mai visto un Mulo comportarsi in quel modo prima di allora, mai.

— No, Billy, non è la solita vecchia roba. Decisamente no. Potrebbe però molto facilmente diventare la solita nuova roba, nel qual caso ci dovremmo preoccupare tutti.

— Di che? — Ho cominciato a mangiare più velocemente, io, per portare a Lizzie il cibo ancora caldo. Lizzie aveva fame. Un buon segno.

— Che diavolo è questa merdaccia? — ha chiesto un delinquentello nello stesso istante che è entrato dalla porta del caffè. — Chi ha acceso questo schifo da Muli? — Ha visto la dottoressa Turner, e ha guardato da un’altra parte. Avrei potuto giurare che non voleva averci niente a che fare con lei, il che era parecchio strano: i delinquenti non si tirano mai indietro quando devono dar fastidio a qualcuno, loro. Ho smesso di mangiare, per la seconda volta, e me ne sono restato a occhi sbarrati. Il delinquentello ha detto a voce alta: — Canale 17 — e l’olovisore ha voltato su un qualche canale sportivo, ma il ragazzotto ha continuato a non guardare la dottoressa Turner. Ha preso il cibo dal nastro trasportatore, lui, e si è andato a sedere a un lontano tavolinetto in un angolo.

La dottoressa Turner ha sorriso debolmente: — Ho litigato con lui due sere fa. Si stava facendo un po’ troppo egoista. Non vuole che succeda di nuovo.

— Le ha fatto male, a lei?

— Non come pensi. Forza, andiamo a vedere come sta Lizzie questa mattina.

— Sta abbastanza bene, lei — ho detto, ma la dottoressa Turner si stava già alzando in piedi ed era chiaro che se ne veniva con me. Non riuscivo a pensare a un motivo perché non lo doveva fare, eccetto che io ancora non sapevo quali parole dovevo dire ad Annie rispetto a quello che era successo la notte prima. Mi stava crescendo dentro un piccolo groppo gelido che magari Annie pensava che io non mi dovevo più fare vedere in giro. Per non essere in imbarazzo, lei, io, o tutti e due. Se succedeva una cosa simile non avrei avuto più motivo per andare avanti a trascinare attorno questo vecchio corpo con questa vecchia testa da pazzo.

Lizzie era seduta sul divano e giocava con una bambola. — La mamma è andata a prendere dell’acqua per lavarmi — ha detto. — Ha detto che io ancora non posso andare ai bagni, io. Che cosa mi hai portato da mangiare, Billy?

— Uova, una ciambellina e succo di frutta. Non esagerare, tu.

— Chi è lei? — Gli occhi neri erano di nuovo scintillanti ma il viso di Lizzie appariva magro e tirato. Mi sono spaventato un’altra volta.

— Io sono la dottoressa Turner. Ma mi puoi chiamare Vicki. La notte scorsa ti ho dato una medicina.

Lizzie ha studiato la situazione. Riuscivo a vedere quella piccola e svelta mente lavorare. — Vieni da Albany, tu?

— No, da San Francisco.

— Sull’Oceano Pacifico?

La dottoressa Turner è sembrata sorpresa, lei. — Sì. Come fai a sapere dove è?

— Lizzie va molto a scuola — ho detto io in fretta in caso che Annie entrava e mi sentiva — ma sua madre ci si arrabbia.

— Io ho lavorato su tutto il software della scuola media. Non è stato difficile.

— Probabilmente no — ha detto seccamente la dottoressa Turner. — E adesso? Software delle superiori? Con l’indicazione di dove sta l’Oceano Indiano?

Ho detto: — Sua mamma non…

— Non c’è software delle superiori a East Oleanta — ha detto Lizzie — ma io lo so già dove sta l’Oceano Indiano.

— Sua mamma non vuole davvero…

— Mi puoi procurare il software delle superiori? — ha detto Lizzie, con voce bassa ma per niente spaventata, proprio come se era una cosa da tutti i giorni chiedere a un Mulo di fare un lavoro che non è tenuto a fare per noi. O qualsiasi altra cosa. Ultimamente non ero più sicuro io di sapere chi stava studiando e lavorando per chi.

— Forse — ha detto la dottoressa Turner. La sua voce era cambiata e stava fissando molto attentamente Lizzie. — Come ti senti questa mattina?

— Meglio. — Io mi sono accorto però che Lizzie si stava stancando.

Le ho detto: — Adesso mangi e poi ti metti di nuovo giù. Sei stata molto ammalata, tu. Se quella medicina… — La porta si è aperta alle mie spalle ed è entrata Annie.

Io non riuscivo a vederla, però la potevo avvertire. Era calda, morbida e grossa fra le mie braccia. Solo che non sarebbe mai più successo. La dottoressa Turner stava guardando lei, con quello sguardo tagliente da Mulo. Ho stabilizzato la faccia e mi sono voltato. — Buon giorno, Annie. Lascia che ti aiuto con quei secchi.

Annie mi ha guardato, poi ha guardato Lizzie e poi la dottoressa Turner. Mi sono accorto che non sapeva con chi irrigidirsi per primo. Ha scelto Lizzie. — Mangia quella roba e poi mettiti giù, Lizzie. Sei stata malata.

— Adesso sto meglio — ha detto Lizzie imbronciata,

— Adesso sta meglio, lei — ha detto Annie alla dottoressa Turner. — Se ne può andare. — Non era da Annie essere così scortese. Lei era quella che credeva che anche i Muli avevano dei diritti.

— Non ancora — ha detto la dottoressa Turner. — Prima devo parlare con Lizzie.

— Questa è casa mia! — ha esclamato Annie a labbra serrate.

Io volevo dire alla dottoressa Turner: "Non è arrabbiata con lei, è confusa per me", ma non c’era modo di dire una cosa simile a un dottore Mulo, vestito con una tuta gialla strappata in un salottino che non è nemmeno tuo e dal quale hai paura di stare per essere cacciato fuori anche tu per avere amato nella maniera sbagliata. Non c’era modo.

Lizzie ha detto: — Ti prego lascia restare Vicki, mamma. Ti prego. Mi sento meglio quando lei è qui.

Annie ha appoggiato a terra i due secchi d’acqua che stava portando. È sembrata pronta a esplodere, lei. Ma poi la dottoressa Turner ha detto: — Ho bisogno di esaminarla, Annie. Per essere sicura che la medicina sia quella giusta. Sai che se l’unità medica funzionasse la verrebbe a visitare ogni giorno cambiando a volte il dosaggio. Un dottore vivente non è diverso.

Pareva che Annie stava per gridare ma tutto quello che ha detto è stato: — Prima la devo lavare. Billy, porta quest’acqua in camera di Lizzie.

Annie ha sollevato Lizzie e l’ha mezza trascinata nella sua camera da letto ignorando gli strilli di Lizzie: — So camminare, io! — Io le ho seguite con l’acqua, ho appoggiato il secchio a terra e sono uscito fuori. La dottoressa Turner aveva preso in mano la bambola di Lizzie. Era di sintoplastica, veniva dal deposito, aveva riccioli neri, occhi verdi e una faccia modificata geneticamente, ma Annie le aveva cucito una tuta prendendo la stoffa da una vecchia tuta strappata e Lizzie le aveva fatto dei gioielli con le lattine da bibita.

— Annie non mi vuole qui.

— Be’ — ho detto io — non siamo molto abituati ai Muli, noi.

— No, penso di no.

Siamo rimasti fermi in silenzio. Io non avevo niente da dire a lei e lei niente a me. Eccetto una sola cosa. — Dottoressa Turner…

— Chiamami Vicki.

Io sapevo che non sarei riuscito a farlo. — Quello che stava guardando, su quel canale da Muli, quella roba che ha detto che non era ancora la vecchia merdaccia governativa… che cosa era? Che sta succedendo?

Lei ha sollevato lo sguardo dalla bambola, a quel punto, più tagliente di prima: — Che pensi che significasse?

— Io non lo so, io. Non conosco quelle parole. Mi sembravano altre preoccupazioni sull’economia, altre scuse del perché il governo non riesce a fare funzionare bene le cose.

— Questa volta non si tratta di scuse. Forse. Sai che cosa è un disgregatore?

— No.

— Una molecola?

— No.

— Un atomo?

— No.

La dottoressa Turner ha scosso la bambola di Lizzie. — Questa è fatta di atomi. Ogni cosa è fatta di atomi. Sono piccolissimi pezzi di materia. Gli atomi si saldano insieme in molecole come… come la neve che si appiccica insieme per fare una palla di neve. Solo che esistono moltissimi tipi di atomi che si uniscono insieme in modo diverso così che si ottengono i diversi tipi di materia. Legno oppure pelle o ancora plastica.

Mi ha guardato duramente, lei, cercando di vedere se io capivo. Io ho annuito.

— Quello che tiene insieme le molecole sono i legami molecolari. Una specie di… colla elettrica. Ebbene, i disgregatori sciolgono questo tipo di legami. Diversi tipi di disgregatori sciolgono diversi tipi di legami molecolari. Per esempio gli enzimi nel tuo stomaco rompono i legami del cibo così che tu lo puoi digerire.

Ho sentito Lizzie ridere, lei, dietro la porta della camera da letto. Era una risata stanca e la preoccupazione per lei ha ripreso a crescermi nelle budella. Nel giro di pochi altri minuti Annie se ne sarebbe uscita fuori. Non sapevo ancora, io, che cosa dire ad Annie. Sapevo però che quello che stava dicendo la dottoressa Turner era importante — riuscivo a vederlo sulla sua faccia da Mulo — e mi sono sforzato di starla a sentire. Di capire.

— Possiamo creare disgregatori e averli per anni. Li usiamo per ogni genere di cosa: per distruggere rifiuti tossici, riciclare, pulire. I disgregatori che creiamo sono abbastanza semplici e ognuno di essi può rompere un solo tipo di legame. Sono creati dai virus, nella maggior parte dei casi, il che significa che sono modificati geneticamente.

— Un disgregatore potrebbe… rompere i legami che causano la rabbia?

— Rabbia? No, quella è una condizione organica complessa. Perché me lo chiedi, Billy? — Aveva di nuovo lo sguardo tagliente.

— Nessuno motivo.

— Nessun motivo?

— No. — L’ho fissata intensamente.

— Comunque — ha detto lei — la produzione dei disgregatori è controllata molto attentamente dall’ECGS. L’Ente governativo per il Controllo degli Standard Genetici. Naturalmente devono controllare ogni cosa che se ne può andare in giro a disgregare la roba. L’ECGS tuttavia, scopre e blocca costantemente operazioni di modificazione genetica illegale, eseguite al di fuori della legge, per profitto o anche per pura ricerca, che creano cose prive di reale controllo. Inclusi i disgregatori. Moltissimi di essi sono autoreplicanti il che significa che si possono riprodurre come piccoli animali…

— Animali? Sesso? — riuscivo a sentire la sorpresa che avevo sul volto.

Lei ha sorriso. — No. Come… alghe in uno stagno. I disgregatori approvati dall’ECGS però hanno inseriti dei meccanismi di controllo a orologeria. Dopo un determinato numero di repliche, smettono di riprodursi. Quelli illegali a volte non ne hanno. Adesso ci sono voci che un replicatore illegale privò di meccanismo a orologeria sia stato diffuso. Attacca i legami molecolari di una lega chiamata duragem che viene utilizzata in moltissimi macchinari. "Moltissimi" macchinari. Questo…

Improvvisamente ho capito. — Sta creando tutti questi guasti. La ferrovia a gravità, la catena del cibo, il robot di guardia e l’unità medica. Mio Dio, qualche pazzo germe da Muli sta distruggendo tutto!

— Non esattamente. Nessuno lo sa ancora. Forse però è così.

— Ce lo state facendo di nuovo!

Lei mi ha fissato. Io le ho detto: — Ci portate via tutto, voi e la chiamate Vita da aristo e poi distruggete quello che resta!

— "Non" io — ha detto lei duramente. — "Non" il governo. Il governo è ciò che vi ha mantenuti tutti in vita dopo che siete divenuti estremamente inutili per l’economia. Invece di eliminare il settanta per cento della popolazione nel modo in cui hanno fatto in Cile e in Kenya. La scienza della modificazione genetica dei Muli potrebbe fare anche questo. Ma non lo abbiamo fatto.

La porta della camera da letto si è aperta ed è uscita fuori Lizzie, pulita, appoggiandosi ad Annie. Lizzie si è sdraiata sul divano e ha detto: — Raccontami qualcosa, Vicki.

— Raccontarti cosa? — ha chiesto la dottoressa Turner. Era ancora infuriata, lei.

— Qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa che io non so, io. Qualsiasi cosa nuova.

L’espressione della dottoressa Turner è cambiata ancora una volta. Per qualche istante è quasi sembrata impaurita. Annie ha detto: — Posso parlarti un minuto, Billy?

C’eravamo, allora. Annie era pronta, lei, a cacciarmi via. L’ho seguita nella camera da letto di Lizzie. Lei ha chiuso la porta.

— Billy, quello che abbiamo fatto la notte scorsa… — non mi stava guardando. Io non potevo aiutarla anche se avessi voluto farlo. Avevo la gola completamente serrata. E non volevo.

— Billy, mi dispiace. Mi sono comportata come una pazza. Era solo passato troppo tempo. Io non volevo farti … non posso… Non possiamo semplicemente tornare come eravamo prima? Amici? Una specie di compagni, ma non… — Ha sollevato su di me i suoi magnifici occhi color cioccolato.

Mi sono sentito leggero, io, pieno di luce, come se potevo svolazzare dal pavimento. Non aveva intenzione di cacciarmi via. Io me ne potevo restare, io, con lei e Lizzie. Proprio come eravamo prima.

— Certo, Annie. Capisco. Non ne parleremo mai più.

Lei ha emesso un lungo sospiro, lei, come se l’aveva trattenuto dalla notte scorsa. Forse era così. — Grazie, Billy. Sei un buon amico.

Siamo tornati da Lizzie che stava ascoltando attentamente la dottoressa Turner parlare in quel suo modo da Mulo. Ecco altri guai.

— … non è così, Lizzie. Il principio basilare del computer è binario, che significa semplicemente "due". Piccoli interruttori, troppo piccoli da potersi vedere, con due posizioni: acceso e spento. Creano un codice.

— Come la base due in matematica — ha detto con eccitazione Lizzie, ma sotto l’eccitazione era così stanca da essere a malapena in grado di tenere gli occhi aperti.

Annie ha detto bruscamente: — Adesso deve dormire. La visita è finita, dottoressa?

— Sì — ha detto la dottoressa Turner alzandosi. Sembrava sconcertata: non riuscivo proprio a capire il perché. — Ma tornerò questo pomeriggio.

— L’unità medica non va a trovare la gente due volte al giorno — ha detto Annie.

— No — ha risposto la dottoressa Turner ancora sconcertata. Ha fissato Lizzie che si era già addormentata. — È una bambina rimarchevole.

— Addio, dottoressa — ha detto Annie.

La dottoressa Turner l’ha ignorata. Era silenziosa, lei, ma tesa dentro, come una che sta prendendo una specie di importante decisione. — Billy, ascolta bene quello che sto per dirti. Ammassa tutto quello che puoi dalla catena del cibo in questo appartamento. Se riapre il deposito, recupera coperte, tute e… carta igienica, sapone e tutto quello che vi occorre. E secchi per l’acqua, moltissimi secchi. Fallo. — Lo ha detto come se nessun altro oltre lei avesse mai potuto pensare a tutto quello. Come se "io" non ci avessi potuto pensare.

Annie ha detto: — Se la gente si mette ad ammassare non ci sarà abbastanza per tutti gli altri.

La dottoressa Turner ha fissato Annie con espressione vacua. — Lo so, Annie.

— Non è giusto.

La dottoressa ha detto con un filo di voce: — Moltissime cose non sono giuste.

— E così vuole dirci di fare le cose ancora meno giuste?

La dottoressa Turner non ha risposto. Ho avuto la strana sensazione, io, che non aveva una risposta. Un Mulo senza una risposta.

Lanciando un’ultima occhiata a Lizzie, la dottoressa Turner se n’è andata. Annie ha detto: — Non la voglio più vedere qui attorno! Deve semplicemente lasciare Lizzie in pace!

Avrei potuto dire ad Annie che non sarebbe successo. Non dallo sguardo negli occhi malati e stanchi di Lizzie mentre la dottoressa Mulo le raccontava del codice del computer. Era quello che Lizzie aveva sempre cercato, per tutta la vita. Guardando nel software scolastico che la dottoressa Turner aveva disprezzato e nella biblioteca di East Oleanta quando ancora ne avevamo una e riducendo in pezzi il robot per pelare le mele nella cucina del Caffè Congressista Janet Carol Land. Questo. Qualcuno che le poteva raccontare quello che una piccola e sveglia mente con ritorno atavico voleva sapere. E Annie non sarebbe riuscita a fermarla. Annie non lo sapeva, lei, ma io sì. Lizzie aveva già quasi dodici anni e non c’era mai stato nessuno capace di fermarla veramente dal fare qualsiasi cosa da quando aveva otto anni.

Io però non ho detto niente ad Annie, io. Non allora. Annie guardava Lizzie che dormiva mostrando tutto il cuore negli occhi e io non riuscivo a dire proprio niente, io, perché ero troppo occupato a guardarle tutte e due.

Quel pomeriggio, però, sono andato a cercare Jack Sawicki, io, e gli ho chiesto la parola chiave del terminale. Me l’ha data, senza farmi troppe domande. Ci conosciamo da un sacco di tempo io e Jack e inoltre lui ne ha le tasche piene. È effettivamente arrivata una donna, un tecnico, per riparare l’unità medica. E ci doveva anche essere una grossa festa da ballo di tutte le logge quella sera al caffè. Tre logge insieme per dare la festa. C’era il ballo, giochi d’azzardo, una specie di gara di bellezza per seni nudi e la maggior parte dei giovani del paese ci sarebbe andata, il che significava mettere alla prova tutti i robot di polizia. Specialmente visto che la ferrovia a gravità stava funzionando di nuovo e poteva essersi sparsa la voce della festa da ballo anche in altri paesi. Jack non mi ha nemmeno chiesto, lui, perché volevo la parola chiave.

Io sono andato a piedi fino all’albergo. La dottoressa Turner non era in giro. Si era fatto freddo per essere agosto: forse se n’era andata a fare un’altra passeggiata nei boschi, in cerca dell’Eden. Non lo avrebbe trovato. Io avevo cercato e non avevo visto proprio niente vicino al posto dove Doug Kane era svenuto di fianco al procione con la rabbia. Nessun posto da dove poteva essere venuta la ragazzina dalla testa grossa.

Ho detto all’olo-terminale dell’albergo: — Modalità notiziari. Parola chiave Thomas Alva Edison. — Jack non vuole che tutto il paese sa che l’olo-terminale dell’albergo si può inserire nei canali dei notiziari: ci sarebbero lì una serie di Tom, Dick e Harry che vorrebbero guardare un diverso canale rispetto a quelli dell’olo-visore del caffè o delle logge.

"Modalità notiziari" ha detto allegramente l’olo-terminale. È sempre allegro. "Quale canale, per favore?"

— Qualche canale da Muli.

"Quale canale per favore?"

Ho tentato con diversi numeri, io, finché non ho trovato un notiziario di Muli. Poi mi sono seduto, io, e ho guardato per un’ora cercando di ricordare le parole che mi aveva spiegato la dottoressa Turner. Legami molecolari. Disgregatori. Lega. Duragem. Soltanto che il notiziario non usava quelle parole, eccetto "duragem". Utilizzava invece parole come "epicentro proposto", "equazione del tasso di replica", "equazioni Stoddard sulla curva di fallimento del campo" e "sforzi di sostituzione manuale in caduta al di sotto del tasso di incidenti". Io ho guardato comunque. Un’ora dopo mi sono alzato e ho detto: — Modalità informazioni.

Sono tornato a casa e ho preso i gettoni-pasto di Annie e di Lizzie. Quando al caffè non c’è più stato nessuno vicino alla catena del cibo ho preso tutto quello che ì gettoni mi potevano dare, ho infilato la roba in un secchio pulito con coperchio e l’ho portata a casa. Lizzie era ancora addormentata, stringendo la bambola. Sono andato al deposito che era stato di nuovo aperto dopo che era arrivato un nuovo carico con la ferrovia a gravità e mi sono preso altri due secchi, tre coperte e tre paia di tute con tutti i nostri gettoni. Ho preso anche una nuova serratura per la porta, vasi da fiori e una valigia. Il tecnico mi ha guardato in modo buffo, lui, ma non ha detto niente. Ho riempito tutti i secchi con acqua pulita, uno alla volta, e li ho trascinati su per le scale fino all’appartamento di Annie. Alla fine mi faceva male la schiena e boccheggiavo.

Ma non mi sono fermato, io. Ho riposato per dieci minuti e poi ho chiesto in prestito la scopa di Annie. L’ho portata all’albergo. C’era gente che stava portando bandierine di stoffa sintetica al caffè per decorarlo per il ballo. Ridevano e scherzavano: una ragazzina metteva in mostra il seno. Si stava preparando per la gara della serata. Qualche straniero ha preso alloggio all’albergo usando i gettoni dello Stato di New York. Chiacchieravano sul ballo. La dottoressa era ancora via, lei.

Ho preso la scopa di Annie, io, e ho scopato via tutte le foglie morte dall’atrio dell’albergo, tutte le foglie lasciate dal robot pulitore che non sarebbe più stato riparato ormai perché non era più così importante rispetto agli altri guasti, tutte le foglie che erano morte l’anno precedente, prima che iniziavano tutti i guasti e arrivavano per la prima volta i procioni con la rabbia a East Oleanta.

9

Drew Arlen — Florida

Quando lasciai Seattle diretto a Huevos Verdes, fu su un aereo della flotta aziendale di Kevin Baker. Il motivo di Kevin per non seguire il resto degli Insonni al Rifugio, a differenza di quello di Leisha, non era stato idealistico. Egli rappresentava il collegamento finanziario del Rifugio con il resto del pianeta. Immaginai che un aereo di Insonni fosse in tutto il mondo il mezzo con meno possibilità di schiantarsi a causa di un danno dovuto al disgregatore di duragem. L’aereo doveva essere stato controllato e ricontrollato freneticamente: gli Insonni erano abilissimi nella sicurezza. "Perché ne abbiamo avuta così poca" mi aveva detto con voce grave Kevin quando gli avevo telefonato pregandolo di potere utilizzare aereo e pilota. In quel momento non ero particolarmente interessato ai problemi sociali degli Insonni. Kevin non mi aveva mai apprezzato e io non gli avevo mai chiesto dei favori in precedenza. Lo feci allora. Avrei costretto Huevos Verdes a darmi un chiarimento, avrei scoperto importanti risposte. Forse Kevin ne era al corrente. Non si poteva mai essere certi di quanto loro sapessero.

L’onnipresente grata, chiusa saldamente, mi ondeggiava nella mente.

— Soltanto una cosa, Drew — disse Kevin e io pensai di scorgere le tonalità e le forme dell’apologia passargli sul volto al videotelefono. Come tutti gli Insonni della sua generazione ha l’aspetto di un bel trentacinquenne. — Leisha insiste nel voler venire con te.

— Come fa Leisha a sapere che io sto per andare a Huevos Verdes? Per quello che ne sa lei, io sono in tournée!

— Non so — rispose Kevin, il che poteva anche essere vero. Forse Leisha aveva piazzato delle spie elettroniche nella mia stanza d’albergo oppure al concerto di Seattle. Era comunque difficile immaginare che lei e Kevin potessero averlo fatto senza che Huevos Verdes lo venisse a sapere. Forse i Super conoscevano e tolleravano il sistema informativo di Leisha. Forse Leisha mi conosceva così bene da avere immaginato quello che stavo provando. Forse aveva un qualche tipo di programma sulle probabilità che prediceva che cosa io avrei fatto, che cosa avrebbe fatto qualunque Normale. Non si può mai essere certi di quello che sanno.

— E se dico no a Leisha? — chiesi.

— Allora niente aereo — rispose Kevin. Non incrociò il mio sguardo. Mi accorsi che lui riteneva di doverle questo, per vecchi debiti, cose che erano accadute prima ancora che io fossi nato. Kevin non avrebbe cambiato idea.

Prima di Huevos Verdes, l’aereo di fermò ad Atlanta per scaricare qualcosa di molto segreto e industriale a cui io non ero affatto interessato. Prima ancora, era atterrato a Chicago per prendere a bordo Leisha. Non c’erano giornalisti. Gli agenti dell’ECGS dovevano essere presenti, ovviamente, da qualche parte, ma io non li vidi. Leisha salì a bordo con una cartella da avvocato e una ventiquattrore verde, con i capelli dorati che svolazzavano al vento teso del Lago Michigan. Indossava pantaloni bianchi, sandali e una sottile camicetta gialla. Fissai dritto davanti a me.

— Devo assolutamente venire con te, Drew — disse Leisha senza accennare minimamente a scusarsi. Era la sua voce diretta, ragionevole. Mi fece immediatamente sentire di nuovo un bambino che veniva rimproverato per essere stato sbattuto fuori dalle costose scuole per Muli a cui lei mi aveva inviato. Scuole che nessun Vivo avrebbe mai potuto superare, quanto meno era ciò che mi ero detto ai tempi. — Anch’io voglio bene a Miranda, sai. Devo assolutamente sapere che cosa state progettando tu, lei e gli altri Super. Perché se fosse quello che penso io…

Una sfumatura di rabbia le era serpeggiata nella voce. Leisha si sentiva autorizzata ad arrabbiarsi per il solo fatto di essere stata esclusa dalla conoscenza dei fatti. Non le risposi.

Miri mi aveva detto una volta che esistevano solamente quattro domande importanti che si potevano porre su qualsiasi essere umano: come riempie il proprio tempo? Che sensazioni ha riguardo al modo in cui riempie il proprio tempo? Che cosa ama? Come reagisce rispetto a coloro che ritiene inferiori oppure superiori?

— Se fai sentire le persone inferiori, anche non intenzionalmente — aveva detto con un intenso sguardo negli occhi scuri — loro si sentiranno a disagio in tua presenza. In questa situazione, alcune persone attaccheranno. Alcune cercheranno di ridicolizzarti per "ridurre la tua dimensione". Alcune tuttavia ti ammireranno e impareranno da te. Se tu fai sentire le persone superiori, alcune reagiranno licenziandoti. Alcune eserciteranno il loro potere in modo maggiore o minore. Alcune, tuttavia, si sentiranno portate a proteggere e aiutare. Tutto questo si applica ad appartenenti a una piccola loggia così come a un gruppo di governi.

Mi ero chiesto come potesse sapere qualcosa sulle piccole logge. Ammirandola e volendo imparare, tuttavia, non avevo detto nulla.

— Voglio solamente proteggere te e Miranda, Drew — disse Leisha — e aiutarvi per quello che posso.

Guardai fuori dal finestrino dell’aereo la luce del sole che si rifletteva, accecante, sulle ali metalliche, finché le forme dietro alle mie palpebre cancellarono quelle nella mia mente.

L’aereo, che era stato così accuratamente controllato contro un’eventuale contaminazione da disgregatore di duragem a Seattle, doveva essersi contaminato ad Atlanta. Cadde sopra la campagna della Georgia settentrionale.

Fu di nuovo tutto come alla KingDome eccetto che questo pilota non pregò, maledisse o gemette e noi stavamo volando a cinquemila e seicento metri di altitudine. Il cielo era di un azzurro abbacinante con nuvole sottostanti che impedivano qualsiasi veduta del terreno. L’aereo sbandò sulla sinistra, appena un pochino, e io vidi il colore della pelle sul collo del pilota cambiare da un bronzo chiaro a un marrone a chiazze. Leisha sollevò lo sguardo dalla propria valigetta. A quel punto l’aereo si raddrizzò e io riuscii a sentire la mente, che si era serrata in una forma dura e bloccata simile a una stipsi, aprirsi di nuovo.

L’istante dopo, tuttavia, l’aereo sobbalzò ancora una volta e cominciò a procedere a scossoni. Il pilota inserì nella consolle ordini vocali e urgenti, digitando simultaneamente comandi manuali. L’aereo scese in picchiata.

Il pilota lo fece risollevare così duramente che venni sbattuto contro Leisha. I suoi capelli chiari mi riempirono la bocca. La valigetta rotolò in avanti cozzando contro lo schienale del sedile anteriore. La valigetta disse: "Per ottenere la massima efficienza, vi preghiamo di mantenere stabile questa unità". Un lungo e sottile filamento mi si avvolse nella mente.

Leisha afferrò lo schienale del sedile anteriore e mi liberò, — Drew! Stai bene?

L’aereo cadde. Il pilota vi restò incollato, trasmettendo ordini con una controllata voce monotona da macchina, manipolando i comandi. La valigetta di Leisha disse: "Questa unità si sta disattivando" con una voce chiara e squillante da soprano esercitato. La mano di Leisha avanzò a tastoni per controllare le mie cinture di sicurezza. — Drew!

— Sto bene — dissi, pensando. "Questo non va affatto bene." Il filo cominciò a svolgersi, tendendosi sempre di più.

Ci tuffammo attraverso le nuvole. Si udì uno stridio acuto nell’aria risuonare quasi sopra di noi, come se stesse provenendo da una macchina completamente differente. L’aereo picchiò quindi di piatto il ventre sul terreno paludoso. Sentii il colpo nei denti, nelle ossa. Leisha, scagliata ancora una volta contro di me disse qualcosa a voce bassissima, una singola parola: sarebbe potuta essere "Papà".

Nell’istante in cui l’aereo si schiantò al suolo, i portelloni si sollevarono. Non poteva essere tuttavia proprio nello stesso secondo, pensai successivamente, perché nessuno avrebbe progettato un equipaggiamento da schianto in quel modo. Sembrò fosse passato però solamente un secondo quando i portelloni si alzarono e le cinture di sicurezza dei passeggeri si sganciarono. Leisha mi buttò fuori dall’aereo e nello stesso momento io colsi l’acre odore del fumo.

Caddi sul ventre nei venti centimetri di acqua che ricoprivano il terreno viscido. Leisha si tuffò di fianco a me, cadendo sulle ginocchia. Senza la carrozzella mi sembrava di avere le convulsioni, un pesce disperato che cercava di tenersi fuori dall’acqua appoggiandosi sui gomiti. Strisciai in avanti, procedendo con le braccia attraverso la melma, lontano dall’aereo e trascinandomi dietro le gambe inutilizzabili.

Leisha barcollò in piedi e cercò di sollevarmi. — No, scappa! — le gridai come se il fumo che spiraleggiava dall’aereo bloccasse il rumore ma non la vista. — Non senza di te — disse lei. Riuscivo ad avvertire la presenza dell’aereo alle mie spalle, una bomba. Gridai: — Riesco ad andare più veloce per cónto mio! — Forse era vero.

Lei continuò a tirarmi il corpo, anche se ero decisamente troppo pesante per lei. Il fumo si addensò. Non sentii il pilota scendere, era rimasto ferito? Il palmo della mano sinistra mi scivolò sul fango e caddi faccia a terra dentro di esso. Freneticamente, cercai di riappoggiarmi sulle mani e di trascinarmi in avanti. — Corri! — gridai ancora una volta a Leisha che non voleva andarsene. Senza speranza, senza speranza. Non era forte abbastanza da portarmi e l’aereo stava per esplodere.

Il filo si spezzò. La grata nella mia mente, come a Seattle, scomparve.

Qualcuno corse verso Leisha provenendo dall’altra parte dell’aereo. Il pilota? Non lo era. L’uomo placcò Leisha e lei mi cadde sopra. Ancora una volta venni spinto con la faccia nel fango. Udii quindi un debole puff! Quando liberai gli occhi dal fango, vidi che l’aria attorno a noi tre scintillava. Un campo di forza. Energia-Y. Quanto era resistente? Poteva reggere a…

L’aereo esplose.

Ricaddi nella melma, bloccato da Leisha. Il mondo tremò e io vidi una piccola e nera biscia d’acqua, terrorizzata per l’intrusione nella sua palude, sfrecciare verso di me e mordermi su una guancia. La biscia cominciò come un sottile filo, divenne quindi un movimento ravvicinato indistinto e poi il mondo scomparve nel nero delle sue scaglie luccicanti e io non seppi se il filo avrebbe retto o no.

Era un agente dell’ECGS. Quando rinvenni, ce n’erano altri tre che mi stavano attorno in cerchio, come l’anello di dottori attorno al mio letto decenni addietro, quando ero rimasto menomato. Giacevo sulla schiena su un tratto di terreno relativamente asciutto e spugnoso al margine del basso laghetto. Leisha era seduta a breve distanza con la schiena appoggiata a un albero di anona, con la testa china sulle ginocchia. Dall’altra parte della palude, l’aereo di Kevin Baker bruciava e il fumo si alzava in nuvole gonfie.

— Leisha? — mi sentii gracchiare. La mia voce mi appariva aliena come tutto il resto. Soltanto che non c’era proprio niente di alieno. Riconobbi la pesantezza dell’aria afosa, il ronzare degli insetti, le pozze melmose e le orchidee fantasma bianche come la cera. E sopra tutto le barbe grige e gocciolanti del muschio epifita. Ero stato allevato nell’interno della Louisiana. Questa doveva essere la Georgia, ma gran parte del terreno paludoso è esattamente identico. Ero stato io a diventare l’alieno.

— La signorina Camden si riprenderà in un momento — rispose un agente. — Probabilmente è soltanto un forte colpo. Sta arrivando aiuto. Noi siamo dell’ECGS, signor Arlen. Non si muova… ha una gamba rotta.

Ancora. Questa volta però non provavo alcun dolore. Non erano rimasti nervi per poter provare dolore. Sollevai leggermente il mento avvertendo la tensione nei muscoli dello stomaco. La gamba sinistra era piegata a una angolazione acuta, innaturale. Abbassai il mento.

Le forme che mi strisciavano nella mente erano grige e indistinte esternamente, spezzate all’interno. Avevano una voce. "Non riesci a fare niente bene, vero, ragazzo? Chi ti credi di essere, un maledetto Mulo?"

Dissi a voce alta come un bambinetto: — Una biscia mi ha morso sulla guancia.

Un secondo uomo si chinò per esaminarmi il volto. Era ricoperto di fango. Disse, ma non bruscamente: — È in arrivo un dottore. Non la muoveremo da qui finché non sarà arrivato. Resti fermo e cerchi di non pensare.

Non pensare. Non sognare. Io però ero il Sognatore Lucido. Lo ero. Dovevo esserlo.

La voce impastata di Leisha disse da dietro le mie spalle: — Siamo in arresto? Con quali accuse?

— No, ovviamente no, signorina Camden. Siamo felici di essere stati in grado di aiutarvi — disse l’uomo che mi aveva scrutato la guancia. Gli altri due agenti restavano immobili con espressioni impassibili, anche se vidi uno dei due strizzare gli occhi. Si può dimostrare disprezzo strizzando gli occhi. Leisha e io eravamo in combutta e sostenevamo Huevos Verdes. Manipolatori genetici. Distruttori del genoma umano.

Vidi Carmela Clemente-Rice in piedi accanto alla grata nella mia mente, una forma nitida e fresca che vibrava dolcemente.

— Voi "siete" dell’Ente governativo per il Controllo degli Standard Genetici — disse Leisha. — Non si trattava di una domanda. Era un avvocato: aspettava una risposta.

— Sì, signora. Agente Thackeray.

— Io e il signor Arlen vi siamo grati per il vostro aiuto. Ma con quale diritto…

Non scoprii mai quale fosse la questione legale che Leisha aveva intenzione di discutere.

Da dietro gli alberi, attraverso rampicanti aggrovigliati, dallo stesso terreno paludoso, eruppero uomini vestiti di stracci. Non c’erano e un istante dopo eccoli lì: questa fu l’impressione. Strillarono, urlarono e schiamazzarono. L’agente Thackeray e i suoi due sprezzanti sottoposti non ebbero nemmeno il tempo di estrarre le pistole. Giacendo sulla schiena, vidi gli straccioni di scorcio mentre sollevavano le pistole e sparavano in un modo che sembrava, ma non poteva essere, a bruciapelo. Thackeray e i due agenti crollarono a terra, i corpi che si contorcevano. Sentii qualcuno dire: — Diavolo, sì, lei è un abominio, questa qui è Leisha Camden — e una pistola sparò ancora, una volta, due volte. La prima volta, Leisha gridò.

Io sollevai di scatto la testa verso di lei. Era ancora seduta con la schiena appoggiata contro l’albero di anona, ma adesso la parte superiore del corpo era china in avanti, con grazia, come se si fosse addormentata. Aveva due punti rossi sulla fronte, uno sotto l’altro e quello superiore macchiava una ciocca di capelli biondo chiari che era in qualche modo sfuggita al fango. Udii un lungo e profondo lamento e pensai: "È viva!". Finché non mi resi conto che il lamento era il mio.

L’uomo che aveva detto "Diavolo, sì" si chinò su di me. Il suo alito mi soffiò in faccia: puzzava di menta e tabacco. — Non si preoccupi, signor Arlen. Noi sappiamo che lei non è un abominio contro natura. È al sicuro come a casa.

— Jimmy — disse tagliente una voce di donna: — Eccoli che arrivano!

— Be’, Abigail, sei pronta per loro, no? — disse Jimmy in tono ragionevole. Cercai di strisciare verso Leisha. Era morta.

Leisha era morta.

Un aereo ronzò sopra le nostre teste. La squadra medica. Avrebbero potuto aiutare Leisha. Ma Leisha era morta. Ma Leisha era un’Insonne. Gli Insonni non morivano. Vivevano, continuavano a vivere, Kevin Baker aveva 110 anni. Leisha non poteva essere "morta"…

La donna che si chiamava Abigail balzò giù dal terrapieno verso la palude. Indossava stivaloni alti fino alla vita, pantaloni e camicia rattoppati e portava un lanciarazzi montato sulla spalla, vecchio di progettazione, ma scintillante per olio di gomito e lucidante. Abigail puntò, sparò e fece esplodere l’aereo in un secondo falò nella palude.

— Okay — disse allegramente Jimmy. — Ben fatto. Venite, andiamocene via, saranno qui in un batter d’occhio. Signor Arlen, mi dispiace che per lei sarà un viaggio scomodo, signore.

— No! Non posso lasciare Leisha! — non sapevo quello che stavo dicendo.

— Certo che può — disse Jimmy. — Non potrà diventare più morta di così. E lei non è comunque uno della sua razza. Adesso sta con James Francis Marion Hubbley. Campbell? Dove sei? Portalo in spalla.

— No! Leisha! Leisha!

— Cerchi di avere un po’ di dignità, figliolo. Non è un moccioso che piagnucola dietro alla mamma.

Un omone alto due metri mi sollevò e mi gettò sopra una spalla. Non provavo dolore alla gamba, ma non appena il mio corpo colpì il suo, una fiammata rossa mi sfrecciò lungo la spina dorsale fino al collo e gridai. Il fuoco mi riempì la testa e l’ultima immagine che ebbi di Leisha Camden fu quella del suo corpo accasciato con grazia contro l’albero di anona, avvolto nel fuoco rosso della mia mente, che sembrava si fosse appena addormentata serenamente.

Mi risvegliai in una stanzetta priva di finestre con pareti lisce. Troppo lisce, non una singola nano-deviazione dal liscio, dal perpendicolare, dall’immacolato. Non mi resi conto, allora, di averlo notato. Avevo la mente stipata di cordoglio che affiorava in spruzzi, in geyser, in fiumi di lava incandescente dello stesso colore dei due punti sulla fronte di Leisha.

Lei era davvero morta. Lo era davvero.

Chiusi gli occhi. La lava incandescente era ancora lì. Picchiai i pugni per terra e maledissi il mio corpo inutile. Se mi fossi potuto muovere per farle da scudo, se avessi potuto frappormi fra lei e gli straccioni assassini…

Nemmeno gli addestrati agenti dell’ECGS erano stati in grado di proteggerla. O di proteggere se stessi.

Non riuscivo a trattenere le lacrime e la cosa mi imbarazzava. La lava aveva travolto la grata chiusa nella mia mente, l’aveva seppellita come stava seppellendo me. Leisha…

— Adesso la smetta, ragazzo. Un po’ di dignità. Non c’è nessuna donna generata dall’uomo che vale questo tipo di piagnisteo.

La voce era gentile. Aprii gli occhi e l’odio sostituì la lava incandescente. Ne fui contento. L’odio aveva una forma migliore: tagliente, fredda e molto compatta. Quella forma non mi avrebbe seppellito. Guardai la faccia preoccupata di James Francis Marion Hubbley che si profilava sopra di me; lasciai che le forme compatte mi scorressero dentro e seppi che sarei rimasto in vita, in allerta e col controllo di me stesso perché altrimenti non sarei stato in grado di ucciderlo. E seppi che l’avrei ucciso. Anche se avesse significato che la sua faccia sarebbe stata l’ultima cosa che avrei visto.

— Così va meglio — disse allegramente Hubbley e si sedette su un ceppo di albero, con le mani sulle ginocchia, annuendo con espressione di incoraggiamento.

Si trattava proprio di un ceppo d’albero. Le pareti si focalizzarono improvvisamente, a quel punto, e capii in che genere di posto mi trovavo. Avevo visto lo stesso tipo di pareti con Carmela Clemente-Rice e a Huevos Verdes. Si trattava di un bunker sotterraneo, scavato nella terra dai piccoli e precisi macchinari della nano-tecnologia, intonacato con una lega prodotta da altre piccole e precisissime macchine. Mangiare il terreno e stendere un sottile strato di lega non era difficile, mi aveva detto una volta Miri. Qualsiasi nano-scienziato competente era in grado di creare meccanismi nano-organici che potessero farlo. Le imprese lo facevano costantemente a dispetto delle regolamentazioni governative. Era soltanto la nano-tecnologia a base organica replicantesi che era difficile da ottenere. Chiunque era in grado di scavare una buca, ma solamente Huevos Verdes poteva costruire un’isola.

Hubbley però non sembrava affatto uno scienziato. Si chinò in avanti e mi sorrise. Aveva i denti marci. Ciuffi di capelli ingrigiti gli pendevano su entrambi i lati di una faccia lunga e ossuta con una pelle profondamente bruciata dal sole e con occhi azzurro chiari. Uno strano bozzo sotto la pelle gli deturpava il lato destro del collo. Poteva avere quaranta o sessant’anni. Indossava stracci di tela, non una tuta, di un marrone opaco e screziato ma gli stivali, alti e in buono stato, venivano quasi certamente da qualche deposito di merce di consumo. Non lo avevo mai visto prima di allora ma lo riconobbi. Apparteneva allo stagnante Sud.

Nella maggior parte del paese il "Deposito Supervisore Distrettuale Tizio o il Caffè Congressista Caio gestiti da Muli avevano abbattuto qualsiasi commercio indipendente. I Vivi potevano ottenere gratis tutto quello di cui avevano bisogno e allora perché pagare? Nell’agricolo Sud, tuttavia, e in qualche caso nell’Ovest, si trovavano ancora attività commerciali messe su alla meglio, motel malconci, case di tolleranza e pollai che da quarant’anni si facevano sempre più poveri, ma che tenevano duro perché, maledizione "il governo non ha nessun fottuto diritto di organizzarci la nostra vita". A tali persone non importava eccessivamente di essere povere. Erano abituate a essere povere. Era meglio che essere posseduti dai Muli. Mettevano in commercio oggetti artigianali, polli, fagioli o altri servizi. Disprezzavano le tute, le unità mediche e il software scolastico. Ovunque andassero avanti questi patetici commerci lì c’erano anche i criminali come Hubbley. Anche rubare era fuorilegge per il governo e quindi segno di orgoglio.

Hubbley e la sua banda rubavano sicuramente nei depositi, negli appartamenti e perfino nelle carrozze della ferrovia a gravità per prendere ciò di cui avevano assolutamente bisogno. Cacciavano nelle profonde paludi e pescavano; forse coltivavano anche un po’ di questo e un po’ di quello. Doveva esserci una distilleria da qualche parte. Oh, conoscevo benissimo Jimmy Hubbley. Lo conoscevo da una vita, prima che Leisha mi prendesse con sé. Mio padre era un Jimmy Hubbley privo dell’indipendenza per liberarsi dal sistema che aveva maledetto fino al giorno in cui il whisky gratis del governo, nemmeno distillato in casa, lo aveva ucciso.

E quello era l’uomo che aveva ucciso Leisha Camden.

Le forme dell’odio hanno una grande energia, come pugnali robotici.

Dissi: — Questo è un laboratorio illegale di modificazione genetica.

Il volto di Hubbley si aprì in un immenso sorriso. — Perfettamente giusto! È sveglio, il ragazzo. Solo che questa è solamente una piccola stazione decentrata dove Abigail si può controllare il suo equipaggiamento e possiamo recuperare rifornimenti. Questo posto non è più usato da "abominatori genetici". Sta visitando l’Avamposto di Liberazione Francis Marion, signor Arlen. E mi permetta di dirle che siamo molto onorati di averla qui. Abbiamo visto tutti i suoi concerti. Lei è decisamente un Vivo. Avere vissuto con i Muli e gli Insonni non le ha fatto nessun danno. Ma in fondo è così che succede al buon sangue, no?

C’era qualcosa di storto nel suo modo di parlare. Rimuginai e quindi compresi. Non si esprimeva come un Vivo — nessuno di quelli che Miri chiamava "pronomi personali rafforzativi" — ma non parlava neanche come un Mulo. C’era qualcosa di artificiale nelle sue frasi. Avevo già sentito prima di allora quel tipo di linguaggio, ma non riuscivo a ricordare dove.

Dissi per farlo continuare a parlare: — L’Avamposto di Liberazione Francis Marion? Chi era Francis Marion?

Hubbley mi guardò in tralice. Si sfregò il bozzo sul lato del collo. — Non ha mai sentito parlare di Francis Marion, signor Arlen? Davvero? Un uomo istruito come lei? Era un eroe, forse il più grande eroe che questo paese ha mai avuto. Non ha davvero mai sentito parlare di lui, signore?

Scossi la testa. Non mi faceva male. Mi accorsi allora che la mia gamba era stata aggiustata. Ero sotto effetto di antidolorifici. Doveva avermi curato un dottore o quanto meno un’unità medica.

— Adesso non voglio proprio avvilirla — disse con espressione seria Hubbley. Il suo volto ossuto irradiava rammarico. — Lei è nostro ospite e non è giusto fare avvilire un ospite per la sua ignoranza. Soprattutto per un’ignoranza per cui non ci può fare niente. La colpa, in questo caso, è tutta quanta del sistema scolastico, una brutta disgrazia per la democrazia.

Aveva ucciso Leisha. Aveva ucciso gli agenti dell’ECGS. Mi aveva rapito. E stava lì seduto a preoccuparsi perché potevo sentirmi a disagio per non sapere chi fosse Francis Marion.

Per la prima volta mi resi conto che potevo avere a che fare con un pazzo.

— Francis Marion era un grande eroe della Rivoluzione Americana, figliolo. Il nemico lo chiamava la "Volpe della palude.". Si nascondeva nelle paludi della Carolina del Nord e della Georgia e piombava sugli inglesi, li colpiva quando meno se lo aspettavano e poi scompariva di nuovo nella palude. Non lo hanno mai beccato. Combatteva per la libertà e la giustizia e usava la natura come aiuto, non come ostacolo.

Adesso avevo inquadrato il suo modo di parlare.

Una volta Leisha aveva passato un’intera notte a guardare antichi film su un movimento di diritti civili. Non diritti civili per gli Insonni, un movimento precedente a quello — di cento anni prima? — sui negri e le donne. O forse sugli asiatici. Non ero mai stato molto bravo in storia. Dovevo però fare un compito per una delle scuole che Leisha continuava a cercare di farmi frequentare. Non ricordo l’avvenimento, ma ricordo che Leisha aveva effettuato una ricerca fra i vecchi film adattati a una tecnologia decente perché pensava che non avrei letto i libri assegnatimi. Aveva ragione e io ne ero rimasto risentito. Avevo sedici anni, ma i film mi piacevano. Ero stato seduto sulla carrozzella, compiaciuto perché erano le tre del mattino e non avevo sonno, stavo tenendo il passo con Leisha. A sedici anni pensavo ancora di poterlo fare.

Avevamo guardato tutta la notte sceriffi su veicoli da terra che facevano saltare in aria i luoghi in cui gli elettori si recavano di persona a votare: era un periodo perfino precedente a quello dei computer. Avevamo guardato vecchie sedute in fondo agli autobus. Avevamo guardato Vivi neri a cui era negato di sedersi ai caffè anche se avevano a disposizione gettoni-pasto. Parlavano tutti come James Francis Marion Hubbley. O meglio, lui parlava come loro. Il suo linguaggio era una creazione deliberata, una recitazione di un tempo antico: storia ben precedente a quella disponibile a livello elettronico. Forse pensava che durante la Rivoluzione Americana avessero parlato così. Forse aveva maggior buon senso. In entrambi i casi il suo linguaggio era disciplinato e deliberato.

Era un artista.

Hubbley disse: — Marion era malaticcio e non aveva avuto un gran che di istruzione, aveva un carattere orrendo ed era di umore nero. Aveva le ginocchia storte proprio dal giorno che sua madre lo aveva partorito. Gli inglesi gli avevano bruciato la piantagione, i suoi uomini lo piantavano in asso tutte le volte che sentivano la nostalgia delle famiglie e il suo stesso ufficiale comandante, il generale maggiore Nathanael Greene, non lo apprezzava troppo. Niente di tutto questo però ha mai trattenuto Francis Marion. Ha fatto il suo dovere nei confronti del suo paese, il suo dovere per come la vedeva lui, scoppiasse pure un pandemonio.

Dissi, tirando fuori a forza le parole: — E lei, quale immagina sia il "suo" dovere rispetto al suo paese?

Gli occhi di Hubbley scintillarono. — L’avevo detto che era sveglio, figliolo, e lo è. Ha centrato subito la questione. Abbiamo lo stesso dovere della "Volpe della palude", cioè cacciare via gli stranieri oppressori.

— E questa volta gli stranieri oppressori sono tutti quelli modificati geneticamente.

— Ha fatto centro, signor Arlen. I Vivi sono il vero popolo di questo paese, proprio come lo era l’esercito di Marion. Avevano la volontà di decidere per se stessi in quale tipo di paese volevano vivere e anche noi abbiamo la volontà di decidere per nostro conto. Abbiamo la volontà e abbiamo l’ideale di come dovrebbe essere questa gloriosa nazione, anche se adesso non lo è ancora. Noi I Vivi. E se non ci crede, caspiterina, guardi che casino hanno fatto i Muli di questo grande paese. Debiti nei confronti di nazioni straniere, alleanze capestro che ci risucchiano ogni risorsa, l’infrastruttura che ci si sgretola in faccia, la tecnologia mal utilizzata. Proprio come gli inglesi utilizzavano male i cannoni e i fucili ai loro tempi.

Cominciò a pulsarmi l’anca, debolmente. L’antidolorifico non era forte abbastanza. Avevo già sentito tutta questa roba. Non era altro che odio antiricerca, travestito da patriottismo. Alla fine avevano beccato Leisha, quegli elementi carichi d’odio. Non riuscivo a sopportare la vista di Hubbley e voltai la testa.

— Ovviamente — disse lui — non si può fermare l’ingegneria genetica. Nessuno dovrebbe fermarla. Di certo noi non lo stiamo facendo, altrimenti non avremmo liberato questo disgregatore di duragem qui.

Girai lentamente la testa per fissarlo. Egli sogghignò. I suoi occhi azzurro chiaro scintillavano nel volto bruciato dal sole.

— Non mi deve guardare in quel modo, figliolo. Non intendo dire io personalmente, Jimmy Hubbley. E nemmeno questa brigata. Ma non avrà pensato che questo disgregatore di duragem è stato liberato accidentalmente, vero?

Fu in quel momento che notai le pareti, dalla perfezione nano-tecnologica. E vidi nuovamente le stampe di Miri, incapaci di evidenziare una singola fonte per la fuoriuscita del disgregatore.

Hubbley disse, nuovamente serio: — Siamo moltissimi. Ci vogliono moltissime persone per fare una rivoluzione. Abbiamo la volontà per decidere in che genere di paese vogliamo vivere e abbiamo l’ideale. La tecnologia.

Sputai fuori: — Quale tecnologia?

— Tutta. Be’, forse non proprio tutta. Ma moltissima. Qualche nano-dispositivo non organico, qualche nano-dispositivo organico a basso livello.

— Il disgregatore di duragem… Come avete fatto…

— Be’, scoprirà tutto al momento giusto. Per oggi deve solo sapere che lo abbiamo fatto e che finirà con l’abbattere il falso governo, proprio come la Rivoluzione ha abbattuto gli inglesi. Rubiamo la tecnologia di cui abbiamo bisogno proprio come Marion rubava i fucili direttamente al nemico. Caspita nel 1781, proprio sul Santee Ri ver…

— Ma avete ucciso gli agenti dell’ECGS.

— Modificati geneticamente — tagliò corto Hubbley. — Abomini contro natura. Caspiterina, usare la nano-tecnologia per combattere una giusta battaglia, non è diverso dall’usare i cannoni del tempo del generale Marion. Ma usarla su esseri umani… quella è una guerra del tutto diversa, figliolo. Quello non è giusto. Le persone non sono cose e non devono essere trattate come cose, con le parti alterate, migliorate e riaggiustate. Non sono veicoli, industrie o robot. I Muli hanno trattato la gente come cose anche troppo a lungo in questo paese. La gente Viva.

— Ma non si può consentire l’uso dell’ingegneria genetica organica sui microorganismi e aspettarsi che non agirà anche sulle persone. Se si consente una…

— Che diamine, no. — Hubbley si alzò e flesse le gambe. — Non è per niente la stessa cosa. È giusto uccidere i germi, vero? Anche uccidere animali da mangiare? Ma non è giusto uccidere gli esseri umani. Questa distinzione è molto chiara nelle nostre leggi sull’uccidere, no? Chi diavolo pensa che non possiamo farlo anche nelle nostre leggi sull’ingegneria a modificazione genetica?

Dissi prima ancora di rendermi conto che l’avrei fatto: — Non potete nascondervi all’ECGS!

Hubbley mi fissò pacificamente con i suoi occhi azzurri acquosi. — Huevos Verdes lo fa, no?

— È diverso. Loro sono Super…

— Non sono dèi. E nemmeno angeli. — Si stiracchiò la schiena. — Il fatto è, signor Arlen, che ci nascondiamo all’ECGS da quasi cinque anni, ormai. Oh, non tutti. Il nemico ha ucciso parecchi buoni soldati finora. E anche noi abbiamo fatto vittime. Però siamo ancora qui. E il disgregatore di duragem è là fuori a portare l’intera guerra a una conclusione più veloce.

— Ma non vi potete nascondere da Huevos Verdes!

— Be’, è più difficile. Ma il fatto è che sospetto che sanno di noi. Sospetto che Huevos Verdes sa ben di più su di noi dell’ECGS. È evidente.

Miranda non me lo aveva mai detto. Non a me. Jonathan non lo aveva mai detto e nemmeno Nikos o Christy. Non a me. Non a me.

— Finora non siamo stati forti abbastanza da poter rubare a Huevos Verdes e quindi è un bene che, per così dire, ci hanno ignorato. Ma adesso è tutto diverso. Nemmeno Huevos Verdes può fermare il modo in cui questo governo sta perdendo il controllo, adesso che il disgregatore di duragem non può più essere bloccato.

— Ma…

— Basta così, per adesso — disse Hubbley, fermo, ma non scortese. — Adesso ci dobbiamo muovere. Le morti di quegli agenti faranno scoppiare un gran casino. La compagnia dovrebbe quasi essere pronta per andare e lei verrà con noi. Ma non si preoccupi, signor Arlen, avremo un sacco di tempo per parlare insieme. So che tutto questo è nuovo per lei, perché la sua istruzione è stata sbagliata. Lei ha passato un sacco di tempo con gli Insonni che non sono nemmeno più umani. Ma imparerà il giusto. Non potrà farne a meno quando vedrà avvicinarsi la vera guerra. Glielo dobbiamo. Lei è stato un vero aiuto per noi.

Lo fissai con espressione vacua. Una nauseabonda ondata di forme mi arrivò al limite della mente, un’onda si sollevò per riversarmisi sopra, per sommergermi.

— Sono stato…

— Be’, ovviamente — disse Hubbley con quello che sembrava genuino sbalordimento. — Non lo aveva già immaginato? Il suo ultimo concerto Il guerriero ha permesso alla gente di sentirsi ben più indipendente e pronta a combattere con volontà e per un ideale. Lo ha fatto lei, signor Arlen. Probabilmente non era quello che intendeva, ma è successo proprio così. Da quando ha cominciato a dare Il guerriero, il nostro reclutamento è salito del trecento per cento.

Non riuscivo a parlare. Si aprì una porta e Campbell torreggiò su di me.

— Diavolo — disse Hubbley — due mesi fa abbiamo perfino avuto un gruppo di scienziati che effettuavano modificazioni genetiche che si sono uniti a noi volontariamente senza essere torturati, niente. Lei ha realmente fatto la differenza più grande del mondo, figliolo.

"E adesso ci dobbiamo proprio muovere. La porterà Campbell. Se quell’anca comincerà a farle troppo male mi raccomando di farsi sentire. Abbiamo altri antidolorifici e dove stiamo andando c’è anche un dottore. Non vogliamo per niente che lei soffra, non dopo tutto l’aiuto che ci ha dato, signor Arlen. Lei sta dalla giusta parte. Solo che a certe persone ci vuole più tempo che ad altre per capirlo.

"Portalo con attenzione, Campbell. Andiamo."

Campbell mi portò in spalla attraverso la palude per circa due ore, per l’impressione che ne ebbi. Mi è difficile essere sicuro sul tempo perché continuavo a svenire. Mi aveva caricato in spalla come un sacco di soia, ma capivo che stava cercando di essere delicato. La cosa non mi aiutò.

Procedemmo in fila indiana, circa dieci persone, condotti da Jimmy Hubbley. Hubbley conosceva le paludi. I suoi camminavano a volte su strettissimi crinali di terreno semisolido con pozze melmose su entrambi i lati, il genere di sabbie mobili che, da piccolo, avevo visto inghiottire un uomo in meno di tre minuti. In altre occasioni avanzammo a fatica attraverso acque salmastre pullulanti di tartarughe e serpenti. Tutti indossavano stivaloni alti fino all’anca. Si tenevano vicini a fitti grovigli di rampicanti, sotto il muschio grigio che scendeva gocciolante dagli alberi. Non sarebbe comunque servito a nulla, non appena l’ECGS avesse portato un robot da rintracciamento che è dieci volte migliore del miglior cane da fiuto nel cogliere i feromoni, non soltanto seguendone la traccia, ma anche analizzandone il contenuto. Mi aspettavo di essere nuovamente con l’ECGS nel giro di due ore.

Vidi quindi che l’ultima persona della fila era la donna, Abigail, che aveva mandato in fumo l’aereo di salvataggio con un lanciarazzi che aveva poi lasciato all’avamposto. Portava al suo posto un macchinario curvo, dal colore opaco che assomigliava a un arco metallico, tenendolo sopra la testa, parallelo al terreno. Sapevo che cos’era: un Cancellatore di Feromoni Harrison. Rilasciava molecole che si attaccavano a qualsiasi traccia molecolare umana e la neutralizzavano. Era uno strumento militare segretissimo che avevo avuto modo di conoscere soltanto attraverso Huevos Verdes e non era assolutamente possibile che l’Avamposto di Liberazione Francis Marion ne possedesse uno. Tuttavia lo avevano.

Per la prima volta cominciai a credere a Jimmy Hubbley quando aveva detto che il suo movimento non era costituito da fanatici isolati.

Abigail era incinta. Con le braccia sollevate sopra la testa, riuscivo chiaramente a scorgere la curva del suo ventre sotto la tuta, forse era al quinto mese. Mentre camminava, canticchiava fra sé, una canzoncina allegra priva di ritornello. I suoi pensieri sembravano distanti interi chilometri e interi paesaggi.

La palude si fece più densa e soffocante. I rami mi graffiarono il volto mentre pendevo, impotente, da sopra la spalla di Campbell. Serpenti grossi quanto il polso di un uomo strisciavano in pozze poco profonde. Un tronco affiorò, scivolò sotto l’acqua nera e scomparve in una fila di sibilanti bollicine. Alligatore.

Chiusi gli occhi. L’aria umida era carica della fragranza cerea delle orchidee fantasma che crescevano sui tronchi di strani alberi. Non erano parassiti. Vivevano d’aria.

Gli insetti ronzavano e pungevano, in una nuvola costante.

— Be’, eccoci arrivati — disse Jimmy Hubbley. — Signor Arlen, signore, come vanno le cose?

Non risposi. Ogni volta che lo guardavo la mente mi si riempiva delle forme dell’odio, fredde e ruotanti come lame. Leisha era morta. Jimmy Hubbley aveva ucciso Leisha Camden. Lei era morta. Io l’avrei distrutto.

Non sembrò importargli che non gli avessi risposto. Si era fermato sotto una enorme farnia carica di muschio grigiastro. Altri alberi si infittivano nelle vicinanze. Un antico cipresso caduto si era mezzo disfatto in poltiglia, coperta dai risucchianti viticci di un fico strangolatore. Nell’opaca mezza luce vidi una lucertola a strisce scendere velocemente lungo un viticcio. Dall’altra parte della farnia c’era una distesa verde scuro di muschio, soffice e livellato come il prato di un’enclave. Quel luogo puzzava pesantemente di marciume da giungla.

— Ora, figliolo, la prossima parte potrà sembrarle un po’ sconcertante. È davvero importante che si ricordi che non corre nessunissimo pericolo. Ecco, faccia un bel respiro, chiuda la bocca e si tappi il naso. Sa che le dico, andrò prima io per rassicurarla. Solitamente, va prima Abby, ma questa volta andrò io. In parte per rispetto alla sposa.

Sogghignò verso Abigail, facendo scintillare i denti rotti. Lei gli sorrise di rimando e abbassò gli occhi, ma un attimo dopo la colsi lanciare un’occhiata furtiva a uno degli altri uomini, un’occhiata dura e significativa come una granata. Jimmy Hubbley non la vide. Lanciò un grido da ribelle e balzò nella distesa di muschio.

Ansimai, il che mi inviò un inaspettato dolore lungo il fianco sinistro. Jimmy sprofondò immediatamente fino alla vita in una melma nera e gelatinosa che giaceva sotto al muschio. La sua unica speranza ora era di rimanere assolutamente immobile e lasciare che Campbell lo tirasse fuori. Scosse invece leggermente la parte superiore delle spalle, tenendosi tappato il naso con una mano e mantenendo l’altro braccio serrato lungo il fianco, con disinvoltura. Rimase immobile forse per circa dieci secondi e por qualcosa lo risucchiò dentro la fanghiglia. Il suo petto scomparve, quindi sparirono le sue spalle e infine la testa. Il muschio, con qualche macchietta di malta, gli si chiuse sopra.

Il cuore mi martellò contro i polmoni.

Abigail fu la successiva. Infilò il Cancellatore di Feromoni Harrison in una sacca di sintoplastica e la sigillò. Balzò quindi nel muschio e scomparve.

— Tappati il naso, tu — disse Campbell, le prime parole che avesse pronunciato.

— Aspetta. Aspetta. Io…

— Tappati il naso, tu. — Mi scagliò nella fanghiglia.

Il mio fianco sinistro provò un dolore lancinante. I piedi colpirono il muschio, ma lì non provavo alcuna sensazione, non la provavo da decenni. Soltanto quando fui sprofondato fino alla vita avvertii l’appiccicosa melma, incollata addosso come feci, fresca dopo l’aria afosa. Puzzava di marcio, di morte. Forme nere mi fluttuarono nella mente e mi divincolai, anche se una parte di me sapeva che dovevo rimanere assolutamente immobile, che non ci sarebbe stato alcun aiuto a meno che non fossi rimasto assolutamente immobile, "Leisha"… Qualcuno ridacchiò.

Qualcosa mi afferrò da sotto, qualcosa di incorporeo ma potente, come un vento. Mi risucchiò verso il basso. La fanghiglia mi salì sopra le spalle e quindi fino alla bocca. Mi coprì gli occhi riempiendo il mondo delle stesse forme fecali che avevo nella mente. Sprofondai.

Per la terza volta, aspettandomi di morire, la grata color porpora scomparve.

Mi trovai quindi steso sul pavimento di una stanza sotterranea mentre mani guantate mi afferravano e trascinavano me e il mio corpo carico di melma. Il dolore mi attanagliava il fianco sinistro. Qualcuno mi ripulì il volto. Le mani mi tolsero i vestiti e mi infilarono, nudo, sotto una doccia sonar e la melma mi cadde dalla testa e dagli abiti in scaglie secche che vennero a loro volta risucchiate da una specie di aspirapolvere che si trovava sul pavimento della doccia. Qualcuno mi applicò un cerotto medico sulla spina dorsale e il dolore scomparve.

— Potrà anche farsi una doccia vera se vuole — disse gentilmente Jimmy Hubbley. — Alcuni ne hanno bisogno. Quanto meno pensano di averne bisogno. — Era in piedi davanti a me già vestito con una tuta pulita, niente affatto rattoppata, indistinguibile da qualsiasi altro Vivo se si eccettuavano i denti così poco curati.

Abigail emerse dalla doccia ad acqua, disinvoltamente nuda, asciugandosi i capelli. Il suo ventre gravido ondeggiava leggermente. Suonò un campanello, dolce e acuto e Campbell venne risucchiato sulla piattaforma di atterraggio che, mi accorsi in quel momento, si estendeva a sole poche spanne sotto una bassa sporgenza. Due uomini tirarono subito via Campbell dalla piattaforma, ripulendogli gli occhi e il naso. Campbell si alzò, ricoperto di melma lucida e barcollò nella doccia a sonar.

— Toglietevi quei guanti lì, ragazzi, e aiutate il signor Arlen. Joncey, devi proprio togliere gli occhi dalla tua graziosa promessa sposa.

Uno dei due uomini arrossì leggermente. Hubbley sembrò pensare che fosse buffo e scoppiò in una risata ma io avvertii nella mente le forme della rabbia di Joncey. Egli non disse nulla. Abigail continuò, freddamente, ad asciugarsi i capelli, con il volto inespressivo. Joncey e l’altro uomo mi afferrarono sotto le ascelle e mi portarono, fra di loro, fuori dalla doccia sonar sistemandomi al centro della stanza. Joncey mi consegnò una tuta pulita.

— Che numero di scarpe porti? — Era più giovane di Abigail e aveva capelli scuri e occhi azzurri, bello in un modo selvaggio che non aveva nulla a che vedere con l’ingegneria genetica.

Dissi: — Vorrei indietro i miei vecchi stivali. — Erano di pelle italiana. Me li aveva regalati Leisha. — Mettili nella doccia sonar.

— È meglio che ti metti i nostri di stivali, tu. Che numero porti?

— Quarantatré.

Lasciò la stanza. Mi vestii. La grata mi era tornata nella mente, serrata come una delle piante esotiche di Leisha.

Lei era davvero morta.

Joncey tornò con un paio di stivali e una sedia a rotelle. Non era nemmeno a gravità: era dotata di vere e proprie ruote che si dovevano, apparentemente, girare a mano.

— Un pezzo di antiquariato — disse Jimmy Hubbley. — Mi dispiace signor Arlen, questa cosa qui è il massimo che possiamo fare così all’improvviso. Ci deve dare solamente un po’ di tempo.

Mi guardò sfolgorante, aspettandosi ovviamente un segno di sorpresa per il fatto che quel bunker sotterraneo fosse equipaggiato abbastanza bene da poter fornire a un inaspettato prigioniero menomato una sedia a rotelle. Non reagii. Un lieve disappunto gli balenò sul volto.

A quel punto avevo la sua forma. Voleva essere ammirato. James Francis Marion Hubbley. Non sapeva neanche che almeno due dei suoi seguaci, Abigail e Joncey, lo disprezzavano già.

Quanto?

Lo avrei scoperto.

Joncey e l’altro uomo mi issarono sulla sedia a rotelle. Infilai gli stivali da Vivo. Vestito, seduto invece che sballottato a terra come un pesce, mi sentii meno impotente. Leisha era morta. Io però avrei distrutto i bastardi che l’avevano uccisa.

Esaminai la stanza. Era bassa, non più di due metri in altezza: Campbell doveva rimanere chinato. I corridoi si irradiavano in cinque direzioni. Le pareti erano lisce come quelle di nano-tecnologia. Sapevo da Miranda che il punto debole di qualsiasi bunker sotterraneo schermato era l’entrata: quella che era più facilmente individuabile dagli esperti dell’ECGS. Il laboratorio di East Oleanta aveva un complesso scudo d’entrata creato da Terry Mwakambe: non c’era possibilità che l’ECGS potesse superarlo. Queste persone però non erano Super. Non potevano godere di una tecnologia più avanzata di quella che aveva il governo. Immaginai, tuttavia, che l’entrata a pozza paludosa rappresentasse un uso della tecnologia cui il governo non aveva ancora pensato, adattato da qualche scienziato pazzo che era cresciuto in una zona paludosa, e che fosse virtualmente non individuabile. Per il momento.

Quanto si estendeva il sistema di tunnel sotterraneo? Con nano-scavatori, una costruzione aggiuntiva poteva proseguire perfino in quel momento, a chilometri e chilometri di distanza da lì, senza che si notasse alcun movimento in superficie. Hubbley aveva detto che la sua "rivoluzione" andava avanti da oltre cinque anni.

Quella gente aveva liberato sul paese il disgregatore di duragem senza che l’ECGS si fosse neanche reso conto che esso non proveniva da Huevos Verdes.

Oppure l’ECGS lo sapeva e, nonostante tutto, aveva fatto trapelare la notizia alla stampa che i responsabili erano i Super? Andava infatti benissimo dare la colpa agli Insonni, ma era imbarazzante ammettere che non si riusciva ad acciuffare una banda di Vivi che aveva dalla propria parte nano-scienziati rapiti o rinnegati.

Non lo sapevo. Sapevo tuttavia che in una guerra così avanzata questi tunnel dovevano contenere terminali. Miri mi aveva fatto memorizzare codici di sovrapposizione per la maggior parte delle programmazioni standard. Anche se poi la programmazione non fosse stata standard, Jonathan Markowitz mi aveva fatto memorizzare, a ripetizione, trucchetti di accesso che potevano giungere fino a Huevos Verdes. Huevos Verdes monitorava ogni cosa. Doveva esserci un modo per raggiungerli. Tutto quello di cui avevo bisogno era un terminale.

Se Huevos Verdes monitorava ogni cosa, non doveva anche sapere del movimento clandestino?

Dovevano saperlo. Ricordavo Miranda china su carte stampate a Huevos Verdes: — Non riusciamo a localizzare l’epicentro del problema del duragem. — I Super dovevano per lo meno essersi resi conto del fatto che il disgregatore era stato liberato da qualche gruppo organizzato che copriva l’intera nazione. Il loro sistema informativo era troppo buono per non saperlo.

E Miranda non me lo aveva detto.

— Hai fame, tu? — chiese Joncey. Aveva parlato con Abigail, vestita ora con una tuta verde, ma gli rispose Hubbley.

— Che diavolo, sì. Andiamo a mangiare, ragazzi.

Spinse personalmente la mia sedia a rotelle. Glielo lasciai fare, passivo, sentendo le forme nella mia mente rigide come corde al carbonio. Percorremmo tutti il tunnel che si trovava sulla sinistra, passando davanti a parecchie porte chiuse. Alla fine tutti gli altri passarono attraverso una porta mentre io e Hubbley entrammo in un’altra. Una stanzetta bianca arredata in legno, non sintoplastica, tavolo e sedie. Sulla parete era appeso un grande olo-ritratto di un soldato dal naso grosso e gli occhi scuri che indossava una specie di antica uniforme.

— Il brigadiere generale Francis Marion in persona — disse Hubbley, con soddisfazione. — Mangio sempre separato dai soldati, signor Arlen. Serve a mantenere alto il morale. Lo sapeva che il generale Marion era un fanatico della pulizia? Vero come l’oro. Faceva radere a secco ogni soldato che non si presentava pulito e a posto in parata e lui stesso si beveva acqua e aceto tutti i giorni della sua vita, quasi tutti, per la salute. La bevanda dei soldati romani. Lo sapeva, signore?

— Non lo sapevo — dissi io. Il mio odio per lui bruciava freddo formando sagome lisce e levigate nella mia mente. Nella stanza non c’erano terminali.

— Già nel 1775 un generale inglese scrisse: "Il nostro esercitò verrà distrutto col contagocce" e Francis Marion è stata la più maledetta goccia che quelle povere giubbe rosse hanno mai visto. Proprio come questa guerra sarà vinta da maledette goccioline, signore. — Hubbley scoppiò a ridere, mettendo in mostra i denti giallastri. Strizzò leggermente gli occhi chiari. Non me li tolse mai di dosso.

— Volontà e ideale, figliolo. Noi li abbiamo tutti e due. Volontà e ideale. Sa cos’è che fa così grande la Costituzione?

— No — risposi io. Entrò un ragazzino che indossava una tuta turchese e aveva i capelli lunghi legati con un nastro. Portava due ciotole di uno stufato fumante. Hubbley gli rivolse la scarsa attenzione che si rivolge a un robot.

— Quello che fa così grande la Costituzione è che porta l’uomo comune nel processo decisionale. Lascia decidere a "noi" che genere di paese vogliamo. Noi, l’uomo comune. La nostra volontà e il nostro ideale.

Leisha aveva sempre sostenuto che ciò che rendeva così grande la Costituzione erano i suoi controlli e i suoi equilibri.

Lei era morta. Era davvero morta.

— Ecco perché, signore — continuò Hubbley — è così maledettamente necessario che ci riprendiamo questo grande paese dai padroni Muli che ci renderebbero schiavi. Col contagocce, se necessario. Sì, per Dio, col contagocce. — Attaccò con gusto lo stufato.

— In effetti, preferibilmente col contagocce — dissi io. — Non vi piacerebbe affatto altrettanto questa guerra se combatteste in campo aperto, nei tribunali.

Mi ero aspettato di farlo infuriare. Egli invece appoggiò il cucchiaio e mi guardò in tralice con espressione pensosa.

— Già, ha proprio ragione, signor Arlen. Credo proprio che ha ragione. Ognuno di noi ha il temperamento che gli ha dato il buon Dio e il mio è portato per il combattimento col contagocce. Proprio come il generale Marion. Questa sì che è un’intuizione interessante. — Tornò a ingurgitare stufato a cucchiaiate.

Assaggiai il mio. Soia base standard per Vivi ma con pezzi di carne vera aggiunta, filacciosa e un po’ dura. Scoiattolo? Coniglio? Erano passati decenni da quando ero stato costretto a mangiare entrambi.

— Non che la Costituzione non abbia i suoi limiti — continuò Hubbley. — Prenda per esempio Abigail e Joncey. Loro sanno perfettamente quali devono essere questi limiti. Stanno manipolando la combinazione genetica nel giusto modo: tramite procreazione umana. — Trascinò le ultime due parole assaporandone ogni sillaba. — Alcuni dei geni di Joncey, alcuni di Abby e il miscuglio finale nelle mani di Dio. Loro rispettano la chiara delimitazione nella Costituzione fra quello che spetta a Dio di manipolare e quello che spetta all’uomo.

Avevo bisogno di sapere tutto il possibile sul suo conto, indipendentemente da quanto fosse pazzo, perché non sapevo ancora di che cosa avrei avuto bisogno per ucciderlo. — Dov’è il punto della Costituzione in cui si traccia questo limite?

— Oh, figliolo, ma non vi insegnano proprio niente in quelle vostre scuole alla moda? Non dovrebbe essere permesso, no, non dovrebbe proprio. Caspita, proprio qui nel Preambolo, c’è scritto chiaro come il sole che "Noi, il Popolo" stiamo scrivendo questa cosa "così da formare un’Unione più perfetta, amministrare la Giustizia, assicurare Tranquillità domestica, fornire la difesa comune" eccetera. Dove sta la perfetta unione se si lascia che i Muli controllino il genoma umano? Questo non fa altro che separare ancora di più le persone. Dove sta la Giustizia nel non permettere al bimbo di Abby e Joncey di partire dalla stessa base di un bambino Mulo? Come può creare tranquillità domestica? Che diavolo, crea invidia e risentimento ecco cosa crea. E che caspita può essere, sulla verde terra del buon Dio, la "difesa comune" se non la difesa della gente comune, i Vivi, in modo che possano avere dei figli che contano esattamente come un bimbo modificato geneticamente? Abby e Joncey stanno combattendo per loro stessi, proprio come i genitori naturali di ogni posto, e la Costituzione dà loro il diritto di farlo, proprio lì, in quel sacro paragrafo.

Non avevo mai sentito nessuno, prima di allora, usare la parola "bimbo". Egli continuò a ingollare a cucchiaiate il suo pessimo stufato, Jimmy Hubbley, la persona più artificiale e insincera che io avessi mai conosciuto.

Le discussioni intellettuali mi confondono. Lo hanno sempre fatto. Avvertii il sentimento di impotenza crescere in me, quello che avevo sempre sentito quando avevo discusso con Leisha, con Miranda, con Jonathan, Terry e Christy. La cosa migliore che riuscii a rispondere in preda a rabbia e confusione, fu: — Che cosa dà a "te" il diritto di decidere che cosa sia meglio per 175 milioni di persone?

Egli mi guardò nuovamente in tralice. Gli tornò la voce apologetica. — Caspita, figliolo, non è esattamente quello che sta facendo il suo Huevos Verdes?

Lo fissai duramente.

— Certo che lo è. Solo che loro non possono decidere per la gente comune perché "loro" non lo sono. Chiaro. Non sono come noi. Non come "lui". — Agitò il cucchiaio in direzione del ritratto di Francis Marion. Il sugo di stufato gocciolò dal cucchiaio sulla tavola.

— Ma…

— Ha bisogno di esaminare le premesse, figliolo — disse con grande gentilezza. — Volontà e ideale. — Tornò a mangiare.

Il ragazzo rientrò, portando due boccali. Whisky mezzo fermentato e mezzo distillato. Non toccai il mio, ma mi costrinsi a mangiare lo stufato. Avrei potuto avere bisogno della mia forza. L’odio brillava in me come molti soli.

Hubbley parlò ancora di Francis Marion: del suo coraggio, della sua strategia militare, del suo modo di sopravvivere con i frutti della terra. — Caspita, scrìsse al generale Horatio Gates che gli mandasse rifornimenti perché "noi siamo tutti poveri Continentali senza soldi". Poveri Continentali! Non è forte? Poveri Continentali! Lo siamo anche noi. — Scolò il whisky. Alla faccia di acqua e aceto.

Sputai fuori: — L’ECGS vi fermerà. Oppure lo farà Huevos Verdes.

Egli sogghignò. — Sa che cosa diceva il tenente colonnello Banastre Tarleton dell’esercito di Sua Maestà riguardo a Francis Marion? "Per quanto attiene a quella maledetta vecchia volpe, il Diavolo in persona non riuscirebbe a catturarla."

Dissi: — Hubbley, lei "non è" Francis Marion.

Egli si fece immediatamente serio. — Be’, certo che no, figliolo. Chiunque se ne accorge così chiaramente che non c’è nemmeno bisogno di dirlo, se non sei un pazzo. È chiaro come il sole che non sono Francis Marion. Io sono Jimmy Hubbley. Cosa c’è che non va, signor Arlen? Si sente bene?

Si sporse sulla tavola, col volto ossuto carico di preoccupazione.

Riuscivo a sentire il cuore battermi in petto. Quell’uomo era impenetrabile, impenetrabile come Huevos Verdes. Un istante dopo mi dette una pacca su un braccio.

— Va bene così, signor Arlen, signore, è soltanto un po’ scioccato dagli eventi, tutto qui. Starà bene per domani mattina. E solo molto sconvolgente scoprire la verità dopo avere creduto per tutto questo tempo nelle falsità. Perfettamente naturale. Non si preoccupi per niente: starà bene domani mattina. Deve cercare di dormire e, mi scusi, ma devo partecipare a un consiglio di guerra.

Mi dette nuovamente una pacca sul braccio, sorrise e se ne andò. Il ragazzino spinse la mia sedia a rotelle fino a una camera da letto con un lettino singolo, un gabinetto chimico e una serratura alla porta che poteva essere aperta solamente dall’esterno.

La mattina dopo venne a visitarmi un dottore. Si rivelò essere l’ometto che aveva aiutato Joncey alla piattaforma di atterraggio. Joncey era con lui e mi accorsi che lo stava controllando: apparentemente il dottore non si trovava lì per propria Volontà e Ideale. Gli veniva tuttavia concesso di vagare per la tenuta sotterranea, il che significava che probabilmente sapeva dove si trovavano i terminali.

— La gamba sembra a posto — disse. — Dolori al collo?

— No. — Joncey si appoggiò allo stipite della porta, sorridendo. Il sorriso si fece più profondo e io colsi un’occhiata di Abigail che passava nel corridoio. Joncey si staccò dalla porta. Qualche risatina e uno scherzo.

Dissi velocemente e a voce molto bassa: — Dottore, io posso fare in modo di farci uscire entrambi da qui se lei mi porta a un terminale. Conosco modi per chiedere aiuto che possono sovrapporsi a qualsiasi programma loro possano avere…

Il volto piccino si contrasse allarmato. Mi resi conto troppo tardi, ovviamente, che era monitorato. La gente di Hubbley avrebbe origliato qualunque cosa lui avesse detto o sentito.

Joncey tornò e il dottore si affrettò ad affiancarglisi, interessato solamente a restare in vita.

La grata nella mia mente si era fatta più serrata che mai, una forma chiusa e raggomitolata che nascondeva tutto ciò che c’era all’interno. Perfino la struttura a rombi sulla sua superficie esterna sembrava più piccola. Forme infuriate, inefficaci, vi ballonzolavano attorno con un movimento lento, come pesci arenati.

Hubbley mi lasciò alle mie amare forme fino a metà mattina. Quando aprì la porta notai che aveva un’espressione grave. — Signor Arlen, signore, mi è stato detto che lei vuole arrivare a un terminale e mettere i suoi amici di Huevos Verdes sulle nostre tracce.

Lo fissai con odio aperto dalla sedia a rotelle.

Egli sospirò e si sedette sul bordo della brandina, appoggiando le mani sulle magre ginocchia, tenendo il corpo chino in avanti in atteggiamento confidenziale. — È importante che "comprenda", figliolo. Contattare il nemico in tempo di guerra è tradimento. Ora, so che lei non è un soldato regolare, almeno per il momento, è più una specie di prigioniero di guerra, ma ugualmente…

— Sa bene che Francis Marion non ha mai parlato in quel modo, vero? — dissi brutalmente. — Questo genere di linguaggio data al massimo centocinquanta anni, viene dai film. È fasullo. Fasullo come tutta la tua guerra.

Egli non cambiò espressione. — Caspita, è ovvio che il generale Marion non parlasse in questo modo, signor Arlen. Pensa che non lo sappia? Ma è diverso da come parlano i miei soldati, è vecchio stile e non è né parlare da Mulo né da Vivo. È sufficiente. Non importa quanta verità esprime, finché ne esprime.

Mi fissò con occhi gentili e pazienti.

Dissi: — Mi permetta di andare in giro per il campo. Non imparerò le sue verità se me ne resto serrato in questa camera. Mi dia una guardia come ce l’ha il dottore.

Hubbley si sfregò il bozzo sul collo. — Be’, si può fare, immagino. Non che lei possa sopraffare nessuno, seduto su quella sedia.

Le forme nella mia mente cambiarono repentinamente. Rosso scuro, spruzzate di argento. La gente di Hubbley non effettuava controlli particolarmente approfonditi. Egli non si era reso conto del fatto che io avevo allenato la parte superiore del corpo con i migliori maestri di arti marziali che i soldi di Leisha avevano potuto procurare. Lei aveva voluto fornire uno sfogo alla mia rabbia giovanile.

Che cos’altro non sapeva? Leisha, incapace di alterare il mìo DNA non Insonne, aveva tuttavia fatto il possibile per me. I miei occhi avevano cornee impiantate con un ingrandimento bifocale a zoom: i muscoli della braccia mi erano stati potenziati. Probabilmente quelle cose rappresentavano abomini, crimini contro la comune umanità citata nella Costituzione.

Cercai di apparire mesto. — Posso avere Abigail come guardia?

Hubbley si mise a ridere. — Non le servirà a niente, figliolo. Abby sposerà Joncey fra un paio di mesi. Darà al bambino un vero papà. Abby tiene un sacco di pizzo da qualche parte per l’abito nuziale.

Vidi Abigail con gli stivaloni di gomma fino alla coscia e la camicia strappata che sparava con un lanciamissili contro l’aereo di salvataggio. Non riuscivo a immaginarla con l’abito da sposa. Mi venne quindi in mente che non riuscivo a immaginare nemmeno Miranda in abito da sposa.

Miranda. Avevo a malapena pensato a lei da quando era morta Leisha.

— Sa che le dico, però? — disse Hubbley — visto che smania tanto per una compagnia femminile, le assegnerò una donna come guardia. Ma, signor Arlen, signore…

— Sì?

I suoi occhi apparvero più grigi, più duri. — Deve tenere a mente che questa è una guerra, signore. E per quanto le siamo grati per l’aiuto che ci ha dato con i suoi concerti, è sacrificabile. Lo deve tenere a mente e basta.

Non risposi. Nel giro di un’altra ora la porta si aprì di nuovo ed entrò una donna. Era, doveva essere, la gemella di Campbell. Alta quasi due metri, muscolosa quasi quanto lui. I capelli color marrone-cacca le stavano appiccicati attorno a una faccia astiosa dalle mascelle sporgenti come quelle di Campbell.

— Io sono la guardia, io. — Aveva una voce stridula e seccata.

— Salve. Sono Drew Arlen. Tu sei…

— Peg. Comportati bene, tu. — Mi fissò con evidente disprezzo.

— Giusto — dissi io. — E quale combinazione naturale di geni ha prodotto te?

Il suo disprezzo non si approfondì, non oscillò. La vidi nella mente come un solido monolito, granitico, simile a una pietra tombale.

— Portami dove è il vostro caffè, Peg.

Lei afferrò la sedia a rotelle e la spinse sgraziatamente. Sotto la tuta verde le sporgevano i muscoli delle cosce. Mi superava in peso di almeno quindici chili: aveva un allungo migliore ed era in forma smagliante.

Vidi il corpo di Leisha, leggero e slanciato, accasciato contro l’albero di anona con due buchi rossi sulla fronte.

Il caffè era una grande stanza in cui convergevano svariati tunnel. C’erano tavolini, sedie e un olo-terminale del tipo più semplice adatto soltanto alla ricezione. Mostrava una gara di scooter. Nessuna catena alimentare, tuttavia molte persone stavano mangiando ciotole di stufato di soia. Mi fissarono con franchezza quando Peg mi fece entrare. Almeno una mezza dozzina di facce mostrò un’espressione chiaramente ostile.

Abigail e Joncey erano seduti a un tavolino distante. Lei stava effettivamente cucendo insieme teli di pizzo, a mano. Era come osservare qualcuno fare candele o scavare una buca con una pala. Abigail mi lanciò una sola occhiata e quindi mi ignorò.

Peg accostò la mia sedia a rotelle a un tavolino, mi portò una ciotola di stufato e si accomodò per vedere la corsa di scooter.

Guardai la corsa, osservando intanto tutto il resto tramite lo zoom nelle cornee. Il pizzo di Abby era coperto da un complesso disegno di piccoli rombi, tutti diversi gli uni dagli altri, come fiocchi di neve. Tagliò un rombo e lo mostrò ridendo a Joncey. Tre uomini stavano giocando a carte: quello di cui potevo vedere la mano aveva una coppia di re. Dopo un po’ dissi a Peg. — È così che passate le giornate? Contribuendo alla rivoluzione?

— Chiudi il becco, tu.

— Voglio vedere altre parti della tenuta. Hubbley ha detto che avrei potuto farlo se mi portavi tu.

— Di’ colonnello Hubbley, tu!

— Colonnello Hubbley, allora.

Afferrò la mia sedia con una tale violenza da farmi sbattere i denti e la spinse lungo il corridoio più vicino. — Ehi! Rallenta!

Lei rallentò fino a un insolente strisciare. Non mi misi a discutere. Cercai di memorizzare ogni cosa.

Non era facile. I tunnel apparivano tutti uguali: bianchi e privi di caratterizzazioni, nano-perfetti, punteggiati di porte bianche identiche, prive di segni e fatte di una lega resistente allo sporco. Cercai di tenere a mente pezzettini di cibo lasciati cadere, impronte di scarpe. In un’occasione vidi un piccolo rombo di pizzo mezzo impigliato sotto a una porta e seppi che Abigail doveva essere passata da quella parte. Peg mi spingeva come un robot, impassibile e instancabile. Stavo perdendo il conto di quello che avevo cercato di memorizzare.

Dopo tre ore passammo davanti a un robot pulitore che ramazzava le cose che io avevo utilizzato come contrassegni.

Durante l’intero giro vidi solamente due porte aperte. Una dava su un bagno comune. L’altra restò aperta solamente un istante, quindi si chiuse, permettendomi solo la più fugace delle occhiate su casse ad alta sicurezza, una fila dopo l’altra. Disgregatori di duragem? O qualche altro distruttore di genomi non umani che Jimmy Hubbley riteneva dovesse essere riversato sui suoi nemici?

— Che cos’era quello? — chiesi a Peg.

— Chiudi il becco, tu.

Un’ora dopo tornammo alle aree comuni. C’era ancora gente che pranzava. Peg mi spinse verso un tavolino vuoto e mi sbatté davanti un’altra ciotola di stufato. Non avevo fame.

Qualche minuto più tardi Jimmy Hubbley si sedette vicino a me. — Ebbene, figliolo, sarà rimasto soddisfatto del suo giro, spero.

— Oh, è stato fantastico — dissi io. — Ho visto ogni genere di contributo alla rivoluzione.

Si mise a ridere. — Oh, sta avvenendo, sul serio. Ma non riuscirà a provocarmi e a costringermi a mostrarle delle cose prima che io sia pronto. C’è tempo, c’è tempo.

— Non ha paura che i suoi soldati si facciano irrequieti a non far nulla così? Che cosa faceva il generale Marion con i suoi uomini fra una battaglia e l’altra? — Appoggiai il cucchiaio: lo odiavo troppo per riuscire anche solo a fingere di mangiare in sua presenza. Dio, come volevo un drink!

Egli sembrò sorpreso. — Caspita, signor Arlen, signore, non è che generalmente non fanno niente. Oggi è domenica, il Sabbath. Già domani saremo tornati all’addestramento regolare. Il generale Marion conosceva il valore di un giorno di riposo e il recupero dello spirito umano.

Si guardò attorno soddisfatto per l’indolente gioco d’azzardo, per le persone che guardavano la corsa degli scooter, per le sagome mezzo accasciate probabilmente sotto l’effetto di stupefacenti. Solo tre facce in quella intera maledetta stanza mostravano un’autentica animazione. Quelle di Joncey e Abigail che si sorridevano a vicenda, mentre Abby continuava a cucire il pizzo ondeggiante e disegnato, e quella di Peg.

— Deve mangiare lo stufato, figliolo — disse con gentilezza Hubbley. — Avrà bisogno di cibo per mantenersi in forze.

Lasciai il cucchiaio dov’era. — No — dissi. — Non è vero.

Ovviamente non capì. Peg, invece, con il tipico atteggiamento di allerta di un animale, colse qualcosa nel mio tono di voce. Mi fissò duramente prima di tornare a guardare Jimmy Hubbley con il volto arcigno trasformato dal rispetto, dalla adorazione e dall’amore languido e senza speranza di una persona comune per un’altra che lei ritiene chiaramente superiore rispetto a sé, quanto una divinità.

PARTE TERZA

Ottobre 2114

La verifica del nostro progresso non consiste nell’aumentare l’abbondanza di coloro che hanno molto, ma nel fornire il necessario a coloro che hanno troppo poco.

Franklin Delano Roosevelt, (Secondo Discorso di Inaugurazione)

10

Diana Covington — East Oleanta

La cosa più rimarchevole del trovarsi in una topaia fuori mano come East Oleanta avvenne quando mi resi conto che l’ECGS non sapeva dove fosse Miranda Sharifi. Era un ente governativo sofisticato e determinato ma, apparentemente, non sapevano nemmeno dove mi trovassi io. Non stavo usando nessuna delle identità che mi aveva procurato Colin Kowalski e avevo cambiato il mio personaggio tre volte lungo il tragitto verso East Oleanta. "Victoria Turner" aveva credenziali con il Fisco, con lo Stato del Texas, con la banca in cui era depositato il fondo fiduciario della sua famiglia, con gli istituti di istruzione software, con il Servizio di Assistenza Medica Nazionale, con negozi di drogheria: il mio amico ladro era bravissimo nel proprio mestiere. Abbastanza bravo da convincere Huevos Verdes… chi poteva saperlo? Mi sentivo comunque sicura che l’ECCS non ne sapesse niente.

La seconda cosa rimarchevole fu che io non chiamai l’ECGS per dire dove mi trovassi e cosa sospettassi. Lo imputai all’arroganza. Volevo essere in grado di dire: "Ecco qui Miranda Sharifi, latitudine 43°45’16 secondi — longitudine 74°50’86 secondi; è un laboratorio illegale di modificazione genetica, andate a prenderla, ragazzi" invece di dire: "Be’, penso che sia qui da qualche parte nelle vicinanze, anche se non ho prove". Se fossi stato un agente regolare il mio silenzio sarebbe risultato intollerabile. Io però non ero un agente regolare. Non ero proprio niente di regolare. Volevo, una volta nella mia incapace vita, avere successo in qualche cosa per mio conto. Lo volevo maledettamente.

Ovviamente, come quelli dell’ECGS, non sapevo con esattezza dove si trovasse Miranda Sharifi, anche se sospettavo che fosse nascosta in un qualche luogo nelle boschive Montagne Adirondack presso East Oleanta. Non avevo però la benché minima idea di dove poterla effettivamente trovare.

Fino a Lizzie Francy.

Tornai a trovare Lizzie Francy la stessa sera in cui le avevo spiegato per la prima volta alcune semplici operazioni del computer, il giorno dopo averle applicato un cerotto medico. Avevo notato come avesse cambiato colore Billy Washington quando gli avevo chiesto dell’Eden. Quel vecchio era il peggior bugiardo che avessi mai visto. Sapeva qualcosa sull’Eden: era disperatamente innamorato della ben più forte e ben più convenzionale Annie; Lizzie avrebbe potuto fare di lui tutto ciò che avesse voluto. Povero Billy.

Lizzie era seduta su un orrendo sofà in sintoplastica e indossava una camicia da notte rosa; aveva i capelli suddivisi in sedici treccine raccolte in un nastro rosa. Parti elettroniche erano sparpagliate sulla coperta. La avvistai alle spalle di Billy, che mi aveva aperto la porta ma non mi voleva lasciare entrare.

— Lizzie dorme, lei.

— No, Billy. È là dietro.

— Vicki! — gridò Lizzie con la sua vocetta da bambina e qualcosa di inaspettato mi si rigirò in petto. — Sei qui!

— È ammalata, lei, troppo ammalata per ricevere gente.

— Io sto bene, io — disse Lizzie. — Lascia entrare Vicki, Billy. Ti preeeeeego.

Egli lo fece, con espressione infelice. Annie non era in giro. Io dissi: — Che cosa hai lì, Lizzie?

— Il robot per pelare le mele della cucina del caffè — rispose lei prontamente e senza alcun senso di colpa. Billy si contrasse. — Si è rotto e io l’ho fatto a pezzi, io, per vedere se riesco a ripararlo.

— E ci riesci?

— No. E tu? — Mi fissò con scuri occhi affamati. Billy uscì dall’appartamento.

— Probabilmente no — risposi. — Non sono un tecnico di robot. Fammi dare un’occhiata, però.

— Ti faccio vedere tutto, io.

Lo fece. Rimise insieme i pezzi del robot-pela-mele che aveva un semplice chip Kellor standard alimentato da energia-Y. Io ero andata a scuola con Alison Kellor la quale aveva sempre professato un disprezzo annoiato per l’impero elettronico che avrebbe un giorno ereditato. Lizzie riassemblò il robot in due minuti circa e mi mostrò come non funzionasse nonostante un chip attivo. — Vedi questo pezzettino qui, Vicki? Dove il braccio che sbuccia si inserisce nel robot? Sembra come sciolto, lui.

Dissi: — Cosa pensi che lo abbia provocato?

I grandi occhi scuri mi fissarono. — Non lo so, io.

— Io sì. — La giuntura distrutta era in duragem. Era stata in duragem, fino all’attacco del rinnegato disgregatore replicante.

— Che cosa lo ha sciolto, Vicki?

Rivoltai il robot fra le mani, alla ricerca di altre giunture in duragem. C’erano, fra le parti in plastica fisse meno durevoli, ma più economiche. Le altre non "sembravano come sciolte, loro". Ma non lo erano nemmeno alcune delle parti in duragem.

— Che cosa l’ha sciolto, Vicki? Vicki? — Sentii una mano su un braccio.

Perché le altre giunture in duragem non erano state attaccate? Perché il disgregatore aveva una specie di meccanismo a orologeria. Si era autodistrutto dopo un certo periodo di tempo e aveva anche smesso di replicarsi dopo avere prodotto un determinato numero di copie di sé. Molti dei meccanismi di nano-tecnologia avevano questo dispositivo di sicurezza.

Lizzie mi scosse il braccio. — Che cosa l’ha sciolto, Vicki? Cosa?

— Un minutissimo macchinario. Troppo piccolo perché lo si possa vedere.

— Il disgregatore di duragem? Quello che io ho visto al notiziario, io?

Subito sollevai lo sguardo. — Tu guardi i notiziari dei Muli?

Mi lanciò un’occhiata lunga e seria. Mi resi conto che per lei si trattava di un’importante decisione da prendere: fidarsi di me o no. Alla fine disse, come se fosse una risposta: — Ho quasi dodici anni, io. La mia mamma, lei, pensa ancora che ci ho sei anni.

— Oh — commentai io. — E come fa una ragazzina di dodici anni a vedere i notiziari dei Muli? Al caffè non vengono mai trasmessi.

— Non c’è niente in piena notte. Qualche notte. Io vado lì, io, e me li guardo.

— Sgattaioli fuori di casa?

Lei annuì con espressione solenne, certa che questa ammissione avrebbe fatto crollare il mondo. Aveva ragione. Non avevo mai immaginato un bambino Vivo con tanta ambizione, curiosità, intelligenza o fegato. Mi resi conto che Lizzie Francy avrebbe avuto un’esistenza difficile: sgradita sia ai Vivi, sia ai Muli.

Vidi, a quel punto, un modo per utilizzare la sua diversità.

— Lizzie ti piacerebbe stringere un patto con me? Mi guardò con aria circospetta.

— Se tu mi dici quello che io voglio sapere io ti aiuterò a imparare tutto quello che posso sul funzionamento delle macchine.

Il volto di Lizzie cambiò. Sobbalzò alle mie parole come il piccolo promettente piranha che era.

— Me lo hai promesso. Vicki, io ti ho sentito, io, e quella era una promessa. Hai detto che mi aiuterai a scoprire tutto quanto su come funzionano le macchine!

— Ho detto "tutto quello che posso". Non tutto.

— Ma me lo hai promesso, tu.

— Sì, sì, l’ho promesso. Ma in cambio tu devi rispondere a tutte le domande che io ti faccio.

Rifletté un istante tenendo la testa piegata di lato, con le sedici treccine annodate di rosa che si diramavano in direzioni differenti. Non notò alcuna trappola di rilevante importanza. — D’accordo.

— Lizzie, hai mai sentito parlare dell’Eden?

— Nella Bibbia?

— No. Qui, vicino a East Oleanta.

A dispetto del nostro accordo, lei esitò. Le dissi: — Anche tu hai fatto una promessa.

— Ho sentito Billy e la mamma, io, che ne parlavano. La mamma diceva che l’Eden non esiste per niente se non nella Bibbia. Billy, invece, lui diceva che non era tanto sicuro, lui. Ha detto che forse era un posto nelle montagne o nei boschi che i Muli non conoscono e che magari i Vivi ci potrebbero lavorare, loro. Pensavano che stavo dormendo.

Un luogo che i Muli non conoscono. Il che significava, per East Oleanta, i Muli al governo, praticamente l’unico genere che una cittadina come quella aveva mai occasione di vedere.

— Billy se ne va mai da solo nei boschi? Senza la tua mamma?

— Oh, sì, gli piace, a lui. La mamma non se ne andrebbe mai nei boschi. È troppo grassa. — Lizzie disse quest’ultima frase come fosse un dato di fatto; per qualche strano motivo pensai improvvisamente a Desdemona che mi strappava via il braccialetto di latta senza alcun senso di colpa o sotterfugio.

— Ci va spesso? Quanto tempo sta via?

— Ci va ogni due mesi, lui. Per cinque o sei giorni. Solo che adesso si sta facendo un po’ troppo vecchio, lui, dice la mamma.

— Significa che non ci andrà più?

— No, ci andrà settimana prossima, lui. Le ha detto che ci deve andare a meno che non si rompe qualcosa di importante e poi lui ha paura di lasciarci qui da sole, lui. Noi però abbiamo il cibo. — Indicò le patetiche pile di cibo sintetico privo di gusto che stava marcendo nei secchi posti negli angoli della casa.

— La settimana prossima quando?

— Martedì.

Lizzie sapeva tutto, ma che cosa sapeva Billy? Sapeva dove si trovava Miranda Sharifi?

— A che ora parte Billy quando se ne va nei boschi?

— La mattina molto presto. Vicki, come farai a insegnarmi tutto sulle macchine, tu? Quando possiamo cominciare, noi?

— Domani.

— Oggi.

— Devi ancora guarire. Hai avuto la polmonite, sai. Sai che cos’è?

Scosse la testa. Gli stupidi nastrini rosa ballonzolarono. Se fosse stata figlia mia le avrei legato le treccine con micro-fibre.

Se fosse stata mia figlia? Cristo.

— La polmonite è una malattia provocata da batteri che sono piccole macchine viventi che vengono distrutte all’interno del tuo corpo da altre piccole macchine viventi studiate per farlo. Ed è proprio da lì che cominceremo domani. Se possiedi i codici giusti esistono programmi cui puoi accedere sul terminale dell’albergo dove le persone vanno raramente… — Per la prima volta mi venne in mente che Annie avrebbe vigorosamente obbiettato a questo programma educativo. Avrei dovuto istruire Lizzie in piena notte.

— Quali codici? — Gli occhi della ragazzina erano scintillanti e acuminati come aghi in carbonio.

— Te li mostrerò domani.

— Io ho già riprogrammato, io, la porta di servo-entrata al caffè per potere entrare io e la mamma. Io le capisco le cose sul terminale dell’albergo. Dimmi soltanto un pochino "come"…

— Ciao, Lizzie.

— Dimmi solo come…

— Ciao!

Mentre chiudevo la porta lei stava nuovamente smembrando il robot per pelare le mele.

Nelle successive sei settimane, Lizzie passò tutto il suo tempo libero al terminale dell’albergo, accedendo al software educativo dell’immenso sistema bibliotecario pubblico dei Muli. Compariva nell’albergo a ore strane, la mattina presto con i capelli bagnati, provenendo dai bagni, o al tramonto, nei momenti in cui, io sospettavo, Annie pensava stesse giocando con le sue amichette Carlena e Susie, un paio di stupide fringuelle. Lizzie scompariva altrettanto repentinamente, un fuorilegge che fuggiva dalla scena del crimine scolastico per presentarsi a rapporto per pranzo o per andare in chiesa. Non sapevo se si connettesse anche in piena notte o no: io ero, giudiziosamente, addormentata. Imparava a una velocità strabiliante, non appena aveva da imparare qualcosa di importante. Non controllavo i programmi cui accedeva e commentavo soltanto quando aveva domande da pormi. Dopo il primo giorno si tuffò a capofitto sui sistemi di computer, teoria e applicazioni. Nel giro di una settimana mi mostrò come aveva riprogrammato un robot-pulitore funzionante perché ballasse, combinando, accelerando e mettendo in sequenza i normali movimenti. Quell’aggeggio roteava nella mia lugubre camera d’albergo come se avesse una crisi epilettica metallica. Lizzie rideva così forte che cadde dal letto e continuò a farlo anche sul pavimento, con le braccia conserte sullo stomaco e, ancora una volta, quello sgradito qualcosa mi si rigirò nel petto, caldo come sangue.

Nel giro di un mese aveva terminato i primi due anni di software scolastico secondario, accreditato dall’Associazione Educativa Americana, sulla scienza informatica.

Dopo sei settimane mi aveva mostrato allegramente come aveva fatto a entrare nelle banche dati dell’Impresa Haller. Sbirciai da sopra le sue spalle, chiedendomi se il software di sicurezza della Haller non avrebbe rintracciato l’intrusione fino a East Oleanta, dove non sarebbe dovuto esistere nessuno in grado di effettuare intrusioni nelle banche dati. L’ECGS monitorava forse le irruzioni industriali?

Cominciavo a essere paranoica. Doveva esserci un quarto di milione di teenager esploratori di reti che ficcavano il naso nelle banche dati delle imprese solo per il gusto di fare un colpo tecnologico.

Ma quei ragazzini erano Muli.

— Lizzie — dissi — basta con le intrusioni in rete. Mi dispiace, tesoro, ma è pericoloso.

Serrò le labbra, una sospettosa piccola Annie. — Pericoloso come?

— Potrebbero rintracciarti, venire qui e arrestarti. E mandarti in galera.

I suoi occhi neri restarono sbarrati. Aveva un certo rispetto per l’autorità, quanto meno per il potere. Una codarda piccola Annie.

— Prometti — dissi io, implacabile.

— Lo prometto, io!

— E sai cosa ti dico? Domani andrò ad Albany e ti comprerò un computer portatile e una biblioteca di cristallo. C’è sopra molto più di quello a cui tu non possa accedere da qui. Non crederai a ciò che potrai imparare a fare. — E un’unità portatile non poteva essere rintracciata. Avrei potuto utilizzare il conto di "Darla Jones" che l’alto costo di una biblioteca di cristallo e un’unità compatibile avrebbe praticamente prosciugato. Forse avrei fatto meglio ad andare più in là di Albany per l’acquisto. Forse a New York.

Lizzie mi fissò, per una volta tanto, senza parole. La boccuccia rosata disegnò una piccola O. Mi abbracciò quindi forte, sapeva di sapone distribuito dal deposito, con la voce soffocata dal mio collo.

— Vicki… una biblioteca di cristallo… oh, Vicki…

Per te. Non dissi altro. Non potevo.

Anthony, che era venuto prima di Russel e dopo Paul, mi aveva detto una volta che non esisteva ciò che veniva chiamato istinto materno e nemmeno quello paterno. Si trattava di propaganda intellettuale mirata a spingere gli umani verso una responsabilità che in effetti non volevano, ma che non potevano ammettere di non volere. Era un tour de force di pubbliche relazioni privo di genuina forza biologica,

Avevo amato uomini decisamente stupidi.

Tre giorni dopo aver portato a Lizzie la biblioteca di cristallo, mi alzai alle quattro del mattino pronta a seguire Billy nel folto del bosco.

Poteva essere il mio terzo giro in sei settimane. Lizzie mi teneva informata, causa il nostro accordo, sui piani di Billy. Mi aveva detto che lui era solito andare ogni due mesi, ma adesso si allontanava molto più di frequente.

Quella mattina stava nevicando, anche se era solamente metà ottobre. A San Francisco non avevo mai fatto molto caso alla storia della "mini-glaciazione in arrivo". Nelle Adirondack, tuttavia, non c’era grande possibilità di scelta. Tutti andavano in giro infagottati in tute invernali, sorprendentemente calde.

Billy indossava una di queste tute quando emerse dall’edificio dove era situato il suo appartamento, alle quattro e quarantacinque del mattino. Portava uno zaino di plastitessuto. Fuori era ancora buio. Si incamminò in direzione del fiume che scorreva a soli cinque o sei isolati da quello che passava per essere il centro cittadino. Lo seguii senza essere vista finché ci furono edifici a fornirmi copertura. Quando non ce ne furono più, lo lasciai allontanare dalla vista e quindi seguii le sue impronte sulla neve fresca. Un chilometro e mezzo dopo le impronte si interruppero.

Sostai sotto un pino, riflettendo sulle mie possibilità di scelta. Alle mie spalle, Billy disse tranquillamente: — Non è per niente migliorata nei boschi. Non dalla prima volta.

Mi voltai. — Come hai fatto?

— Non importa come ho fatto io. La domanda è che cosa ha intenzione di fare lei qui fuori.

— Seguirti ancora.

— Perché?

Non me lo aveva mai chiesto prima. Le altre volte che lo avevo seguito si era del tutto rifiutato di parlarmi. Aveva un aspetto insolitamente imponente lì in piedi nel paesaggio desolato, col volto raggrinzito e l’espressione grave: un Mosè Vivo. Dissi: — Billy, dov’è l’Eden?

— Sta dando la caccia a quello, eh? Non so dov’è, io, e se lo sapevo non ce la portavo lo stesso.

— Perché no?

— Perché no cosa?

— Perché non mi porteresti nell’Eden se sapessi dove si trova?

— Perché quello non è un posto per Muli.

— È forse un posto per Vivi?

Sembrò tuttavia avere compreso di avere parlato troppo. Deliberatamente appoggiò lo zaino a terra, spazzolò via la neve da un tronco caduto e si sedette con l’aria di un uomo che non aveva alcuna intenzione di alzarsi finché io non me ne fossi andata. Avrei dovuto pungolarlo offrendogli di più.

— Non è nemmeno un posto di Vivi, vero, Billy? È un posto di Insonni. Tu hai visto un Super-Insonne di Huevos Verdes, o più di uno, in questi boschi. Hanno la testa un po’ più grossa del normale e parlano come se stessero rallentando il discorso, perché è proprio quello che fanno. Pensano così più velocemente e in modo più complesso rispetto a noi. Ne hai visto uno, vero, Billy? Uomo o donna?

Egli mi fissò, un volto grave e rugoso contro il grigio e il bianco dei boschi.

— Quando è successo, Billy? In estate? O prima ancora?

Egli rispose con sforzo malcelato e mentendo spudoratamente: — Non ho mai visto nessuno, io.

Mi avvicinai a lui e gli appoggiai con fermezza una mano sulla spalla. — Si che lo hai fatto, tu. Quando è successo?

Egli fissò il terreno innevato, arrabbiato ma senza volere, o senza essere capace di mostrarlo.

— D’accordo, Billy — sospirai io. — Se non me lo vuoi dire, non dirmelo. Hai ragione, sai, non posso seguirti senza essere vista nei boschi perché non so quello che sto facendo. E ho già freddo.

Continuò a non dire nulla. Ritornai in paese arrancando a fatica. Il computer e la biblioteca di cristallo per Lizzie non erano stati tutto ciò che Darla Jones aveva acquistato a New York. Il dispositivo di rintracciamento che avevo appiccicato sulla giacca di plastitessuto dell’uomo, dietro alla spalla e sotto al collo dove lui non avrebbe potuto vederlo finché non si fosse tolto la giacca, registrava un punto fisso sul monitor portatile. Esso rimase immobile per oltre un’ora. Ma non aveva freddo?

Forse Billy Washington si era acceso un falò: il monitor non lo avrebbe mostrato. Un’ora dopo, mentre me ne stavo seduta al calduccio nella mia camera d’albergo a East Oleanta, il punto-Billy si mosse. Camminò ancora per svariate miglia nel corso della giornata, a piccoli tratti, in varie direzioni. Un uomo in cerca di qualche cosa. In nessun momento il punto scomparve, il che avrebbe significato che era sparito dietro a un campo di sicurezza a energia-Y. La stessa cosa accadde per i successivi tre giorni e notti. Egli tornò quindi a casa.

Inspiegabilmente non mi affrontò riguardo al dispositivo di rintracci amento. O non lo aveva mai trovato anche dopo avere tolto la giacca (difficile a credersi), oppure lo aveva trovato ma non aveva avuto la minima idea di cosa fosse e aveva deciso di non chiederselo nemmeno. Oppure — e questo mi sovvenne in seguito — l’aveva visto, ma aveva pensato che ce lo avesse messo qualcun altro, forse mentre lui era addormentato, e aveva voluto lasciarlo al suo posto. Qualcuno dei boschi. Qualcuno che lui voleva compiacere.

O forse non era nessuna di queste cose.

Due giorni dopo il ritorno di Billy dai boschi, Annie disse: — La ferrovia a gravità si è rotta di nuovo, lei. — Non lo disse a me. Io ero seduta nel suo appartamento, in visita a Lizzie, ma Annie doveva ancora acconsentire ufficialmente che mi trovassi lì. Non mi guardava in faccia, non mi parlava, manovrava la sua considerevole stazza attorno al posto che occupavo come se fosse un inesplicabile e sconveniente buco nero. Probabilmente Billy mi aveva fatto entrare solo perché avevo portato due bracciate di cibo e di articoli del deposito, ottenuti con il gettone "Victoria Turner" per contribuire alle crescenti scorte allineate lungo le pareti. Quel luogo puzzava vagamente come una discarica in cui non erano stati lasciati i microorganismi che consumavano i rifiuti.

— Dove sta? — chiese Billy. Intendeva dire il treno vero e proprio, fermo da qualche parte lungo il percorso magnetico.

— Proprio qui — rispose Annie. — A circa mezzo chilometro fuori dal paese, è quello che ha detto Celie Kane, lei. Alcuni di loro sono tanto furiosi da volerlo incendiare.

Lizzie sollevò con interesse lo sguardo dal terminale portatile con la preziosa biblioteca di cristallo. Non avevo assistito alla reazione di Annie al mio regalo ma me ne aveva parlato Lizzie. L’unico motivo per cui Lizzie possedeva ancora quella roba era che aveva minacciato di scappare di casa prendendo la ferrovia a gravità. Aveva dodici anni, aveva detto a sua madre, moltissimi ragazzi se ne andavano di casa a dodici anni. Suppongo che per i ragazzi Vivi fosse vero, visto che se ne andavano avanti e indietro con i loro gettoni-pasto. Era stato quello il momento in cui Annie aveva smesso di rivolgermi la parola.

Lizzie disse: — Ma i treni possono bruciare, loro?

— No — rispose brevemente Billy. — Ed è comunque contro la legge rovinarli.

Lizzie digerì l’affermazione. — Ma se nessuno può venire in treno da Albany per punire la gente che non rispetta la legge…

— Possono venire in aereo, loro, non ti pare? — schioccò seccamente Annie. — Non pensare nemmeno di non rispettare la legge, signorina!

— Non ci stavo pensando per niente, io. È Celie Kane che lo sta facendo — disse Lizzie con ragionevolezza. — E poi nessuno verrà più a East Oleanta in aereo da Albany. Tutti quei Muli hanno problemi ben più grossi di noi, loro.

— La voce dell’innocenza — dissi, ma naturalmente nessuno rispose.

Fuori, nel corridoio, qualcuno si mise a gridare. Si sentì un rumore di passi superare la nostra porta, tornare indietro e poi bussare. Billy e Annie si guardarono a vicenda. Billy aprì quindi la porta di uno spiraglio e infilò fuori la testa. — Che c’è che non va?

— Il deposito non ha aperto un’altra volta! Per la seconda settimana di fila! Stiamo per fare a pezzi quel fottutissimo posto, io ho bisogno di un’altra coperta e di stivali, io!

— Oh — disse Billy e richiuse la porta.

— Billy — dissi io misurando le parole — chi altri sa che abbiamo stipato qui cibo e articoli del deposito?

— Nessuno oltre a noi quattro — rispose lui senza incrociare il mio sguardo. Si vergognava.

— Non dirlo a nessuno. Indipendentemente da quanto dicono di avere bisogno di questa roba.

Billy guardò con espressione impotente Annie. Sapevo che era dalla mia parte. East Oleanta, avevo scoperto, aveva una prospera economia di scambio che conviveva fianco a fianco con quella ufficiale dei Muli. Conigli scuoiati, ben arrostiti su un fuoco all’aperto venivano barattati con orribili arazzi fatti a mano o tute ricamate. Noci per giocattoli, narcotici per cibo. Servizi, che andavano dalla cura dei bambini al sesso, per impianti stereo o mobili in legno fatti a mano con gli alberi della foresta. Mi immaginavo Billy scambiare qualcuna delle cose che avevamo ammassato, ma non rischiare tutto lasciando sapere a qualcuno che l’avevamo. Non essendoci la possibilità che Lizzie ne avesse bisogno.

Annie era tutta un’altra storia. Sarebbe morta per Lizzie ma aveva in sé la partecipazione, l’equità e la conformità sconsiderata che creano il senso di comunità.

Mi stiracchiai. — Penso che andrò ad assistere alla liberazione del Centro di Distribuzione Beni Supervisore Distrettuale Aaron Simon Samuelson.

Annie lanciò un’occhiata acida, senza guardarmi direttamente. Billy che sapeva che ero equipaggiata sia con uno scudo personale sia con uno storditore disse tuttavia con espressione infelice: — Faccia attenzione. — Lizzie balzò in piedi. — Anche io ci vado, io!

— Tu chiudi il becco, ragazzina! Tu non andrai proprio da nessuna parte, tu, che è così pericoloso! — Annie, ovviamente. La rottura della ferrovia a gravità invalidava temporaneamente la forza contrattuale di Lizzie: la sua minaccia di andarsene.

Lizzie serrò le labbra così tenacemente che praticamente scomparvero. Non l’avevo mai vista farlo prima di allora. Era sempre la figlia di Annie. — Anche io ci vado, io!

— No, non lo farai — dissi io. — È troppo pericoloso. Ti racconterò io che cosa succede. — Lizzie si calmò, brontolando.

Annie non mi fu grata.

Una piccola folla, circa una ventina di persone, picchiava contro la porta in pietra spugnosa del deposito utilizzando un divano come ariete. Oziai un po’ dall’altra parte della strada, appoggiandomi contro un condominio color turchese e restai a osservare.

La porta cedette.

Venti persone lanciarono un grido collettivo e si precipitarono all’interno. Quindi venti persone lanciarono un altro grido, in questo caso furioso. Esaminai i cardini della porta. Erano stati di duragem, fatti a pezzi atomo dopo atomo dai disgregatori.

— Non c’è dentro niente!

— Ci hanno preso in giro, loro!

— Fottuti bastardi…

Sbirciai dentro. La prima stanza conteneva un bancone e un terminale. Una seconda porta conduceva al deposito in cui erano allineate scaffalature vuote, contenitori vuoti, ganci appesi vuoti dove sarebbero dovuti invece esserci tute, vasi, chip musicali, sedie, robot-pulitori e attrezzi. Avvertii un brivido scendere dal collo all’inguine, un vero e proprio brivido di eccitazione frammisto in modo misterioso a paura e stupore. Allora era vero. L’economia, la struttura politica, la crisi del duragem erano realmente così gravi. Per la prima volta da oltre cento anni, da quando Kenzo Yagai aveva inventato l’energia a basso costo e rimodellato il mondo, non c’era veramente abbastanza per andare avanti. I politici stavano conservando la produzione per le città in cui risiedeva un maggior numero di votanti, cancellando aree meno popolose ó meno facilmente raggiungibili che avevano un minor numero di votanti. East Oleanta era stata cancellata.

Non sarebbe arrivato nessuno ad aggiustare la ferrovia a gravità.

La folla ululò, bestemmiando: — Fottuti Muli! Dobbiamo fotterli tutti, noi! — Udii il fragore di scansie che venivano strappate dalle pareti: forse erano dotate di fissaggi fatti di duragem.

Mi incamminai rapidamente, ma con calma, verso l’esterno. Venti persone erano abbastanza per formare una folla di rivoltosi. Lo storditore spara soltanto in una direzione alla volta e uno scudo personale, anche se infrangibile, non impedisce a colui che lo indossa di essere trattenuto in un luogo senza acqua e viveri.

All’albergo o da Annie? Qualunque posto avessi scelto, sarei potuta dover restare lì per lungo tempo.

L’albergo aveva un terminale collegato in rete che avrei potuto usare per chiamare aiuto se avessi scelto bene il momento. L’appartamento di Annie era al margine del paese che, all’improvviso, mi sembrò un posto più sicuro del pieno centro. C’era anche cibo, porte i cui cardini non erano di duragem e un proprietario che mi era già ostile. Oltre a Lizzie.

Mi diressi velocemente da Annie.

A metà strada, Billy arrivò da dietro un angolo di un edificio, portando una mazza da baseball. — Svelta, dottoressa! Da questa parte, su!

Mi bloccai all’improvviso. Tutta la paura che era stata una specie di crescente eccitamento, scomparve. — Sei venuto per proteggere "me"?

— Da questa parte! — Stava respirando a fatica e le vecchie gambe gli tremavano. Gli appoggiai una mano sul gomito per sorreggerlo.

— Billy, appoggiati contro questa parete. Sei venuto per proteggere "me"?

Egli mi afferrò la mano e mi trascinò lungo un vicolo, lo stesso che i piccoli delinquenti usavano per oziare in modo creativo quando il clima era caldo. In quel momento sentii anch’io le grida che provenivano dall’estremità opposta della strada, dal deposito. Altra gente infuriata che strillava contro i politici Muli.

Billy mi condusse lungo il vicolo, dietro ad alcuni edifici, procedendo carponi attraverso quella che sembrava una minidiscarica di rottami di scooter, pezzi di sintoplastica, materassi e altra sgradevole immondizia di grandi dimensioni. Sul retro del caffè egli fece qualcosa alla servo-entrata utilizzata dai robot-spedizionieri: si aprì. Strisciammo all’interno della cucina automatizzata che era tutta indaffarata a preparare soia sintetica che assomigliasse a tutto il resto.

— Come…

— Lizzie — boccheggiò lui — anche prima che… che imparava qualche cosa… da lei — e nonostante l’incipiente attacco di cuore, percepii il suo orgoglio. Egli scivolò lungo la parete e si concentrò per respirare più lentamente. Il suo colore febbricitante si attenuò.

Mi guardai attorno. In un angolo si trovava un secondo piccolo ammasso di cibo, coperte e articoli di prima necessità. Mi bruciarono gli occhi.

— Billy…

Stava ancora cercando di tirare il fiato. — Nessuno sa di… di questo e così non penseranno, loro a cercarla qui.

Mentre avrebbero potuto farlo nell’appartamento di Annie. Le persone mi avevano visto con Lizzie. Lui non stava proteggendo me: stava proteggendo Lizzie dall’essere associata con me.

Dissi: — Adesso l’intero paese andrà alla Bastiglia?

— Eh?

Dissi: — L’intero paese farà una rivolta, spaccherà tutto alla ricerca di qualcuno da incolpare e ferire?

Sembrò sconcertato all’idea. — Tutti? No, certo che no. Quello che sente adesso sono solo le teste calde che non sanno nemmeno, loro, cosa fare quando c’è qualcosa di diverso. E le brave persone come Jack Sawicki, lui le organizzerà tutte in modo che le cose utili possono essere fatte.

— Per esempio?

— Oh — egli agitò una mano con espressione vaga. Il respiro gli era quasi tornato alla normalità. — Mettere via coperte per tutti quelli che ne hanno veramente bisogno. Dividere la roba che non arriverà più. È arrivato un carico di soia sintetica, a noi, proprio settimana scorsa: la cucina non resterà senza per un po’ anche se non ci saranno extra. Jack si assicurerà, lui, che la gente lo sa.

A meno che la cucina non si rompa, ovviamente. Nessuno dei due lo disse, tuttavia.

Io dissi con tranquillità: — Billy, mi cercheranno a casa di Annie?

Egli fissò la parete opposta. — Potrebbero.

— Vedranno le scorte ammassate.

— La maggior parte della roba è qui. Quello che lei ha visto sono solo secchi vuoti, loro. Annie li sta infilando proprio adesso nel riciclatore.

Cercai di digerire la cosa. — Non ti fidavi di raccontarmi di questo posto. Speravi che me ne sarei andata prima di dover sapere.

Continuò a fissare la parete. I nastri trasportatori portavano ciotole di "zuppa" di sintosoia verso il riscaldatore a lampada. Guardai nuovamente la scorta: era più piccola di quanto non avessi pensato inizialmente. Se la cucina si fosse rotta, sarebbe stata solo una questione di tempo prima che che la folla di riottosi del paese ricordasse la sintosoia non trattata che doveva trovarsi da qualche parte dietro la catena del cibo. Billy doveva avere altre scorte. Nei boschi? Forse.

— Qualcuno infastidirà te, Annie o Lizzie perché io prima stavo con voi anche se non ci sto adesso?

Scosse la testa. — La gente non è così.

Ne dubitavo. — Non sarebbe meglio portare qui Lizzie?

Il suo volto corrucciato assunse un’espressione cocciuta. — Solo se sarò costretto, io. Meglio portare fuori roba e cibo.

— Quanto meno falle nascondere il terminale e la biblioteca di cristallo che le ho dato.

Egli annuì e si alzò in piedi. Le ginocchia non gli tremavano più. Recuperò la mazza da baseball e io lo abbracciai così forte e a lungo che la cosa lo sorprese tanto da farlo vacillare. Forse però lo spinsi anche leggermente.

— Grazie, Billy.

— Non c’è di che, dottoressa Turner.

Mi diede il codice della porta della servo-entrata, quindi strisciò fuori cautamente. Mi feci un giaciglio di coperte sul pavimento e mi ci sedetti dentro. Estrassi dalla tuta il monitor portatile. La cimice che avevo fissato saldamente all’interno della sua tasca quando egli aveva perso parzialmente l’equilibrio mi mostrava Billy che camminava verso l’appartamento di Annie. Quel giorno non sarebbe andato in nessun altro posto, forse non si sarebbe mosso per parecchi giorni. Quando lo avesse fatto, io volevo saperlo.

Rex, che era venuto prima di Paul e dopo Eugene, mi aveva detto una volta qualcosa di interessante riguardo alle organizzazioni. Ce ne sono essenzialmente solo due tipi in tutto il mondo, sosteneva Rex. Quando la gente del primo tipo di organizzazione o non segue le regole o diventa un’autentica rottura di palle, può essere sbattuta fuori. Da quel momento, cessa di essere parte dell’organizzazione. Queste organizzazioni includono squadre sportive, imprese, scuole private, circoli d’élite, religioni, enclavi cooperative, matrimoni e la Borsa Affari.

Quando però la gente si trova nel secondo tipo di organizzazione e non segue le regole, non può essere sbattuta fuori perché non c’è nessun altro posto dove mandarla. Indipendentemente da quanto inutili, gravosi o pericolosi siano i membri indesiderati, l’organizzazione ce li ha incollati addosso. Queste organizzazioni comprendono i carceri di massima sicurezza, le famiglie con ragazzini di nove anni dal carattere impossibile, le case di cura per malati terminali e le nazioni.

Avevo forse appena visto il mio paese sbattere fuori un’indesiderata e gravosa cittadina di votanti che aveva seguito le regole?

Appoggiai la schiena contro la parete e osservai la cucina automatizzata trasformare la soia sintetica in biscotti con scaglie di cioccolato.

11

Billy Washington — East Oleanta

Il giorno dopo che a East Oleanta hanno distrutto il deposito, il cibo ha cominciato ad arrivare via aria.

Come ho detto alla dottoressa Turner, non siamo stati tutti noi di East Oleanta. Soltanto alcuni piccoli delinquenti, più la gente come Celie Kane che era comunque sempre arrabbiata, più qualche brava persona che semplicemente non ne poteva più ed è temporaneamente impazzita. Si sono tutti calmati quando l’aereo ha cominciato a venire ogni giorno senza gli articoli del deposito ma con un sacco di roba da mangiare. Il tecnico che comandava i robot di scarico ha fatto un gran sorriso, lei, e ha detto: — Con i complimenti della Congressista Janet Carol Land. — Aveva però attorno tre robot-poliziotti e uno scintillio azzurrino che la dottoressa Turner ha detto che era uno scudo personale in dotazione ai militari.

La dottoressa Turner si è spostata dallo spazio dietro alla cucina appena un’ora prima che i robot spedizionieri cominciavano a marciarvi dentro. Ha fatto a malapena in tempo a non essere beccata. "Tutta Roma si incontra al Foro" ha detto, il che non aveva nessun senso. Si è trasferita di nuovo all’Albergo Rappresentante di Stato Anita Clara Taguchi.

Poi si è rotta la doccia nel bagno delle donne. Si è rotto un robot poliziotto. Si sono rotti i lampioni per l’illuminazione stradale oppure si è rotto qualcosa che comandava i lampioni. Abbiamo avuto un freddo periodo di aria artica e la neve non la smetteva più di venir giù.

— Maledetta neve — bofonchiava Jack Sawicki tutte le volte che lo vedevo. Le stesse parole ogni volta, come se era la neve il problema. Jack era dimagrito. Penso che non gli piaceva più essere il sindaco.

— Sono i Muli che ci stanno facendo questo — ha strillato Celie Kane. — Stanno usando il fottutissimo tempo per ammazzarci tutti quanti!

— Basta, Celie — ha detto suo padre, in modo ragionevole — nessuno può controllare il tempo, lui.

— Che ne sai "tu" di quello che possono fare loro? Sei solo un vecchio rimbambito! — E Doug Kane ha ricominciato a mangiare la sua zuppa, fissando lo spettacolo all’OLO-TV di un concerto del Sognatore Lucido.

A casa, Lizzie mi ha detto: — Sai, Billy, il signor Kane ha ragione. Nessuno "può" controllare il tempo. È un sistema caotico.

Non sapevo che cosa voleva dire. Lizzie diceva un sacco di cose che io non sapevo, da quando studiava tutti i giorni con il software e la dottoressa Turner. Adesso sapeva perfino parlare da Mulo. Ma non quando c’era sua madre in giro. Lizzie era troppo sveglia, lei, per fare una cosa come quella. Le ho sentito dire ad Annie: — Nessuno può controllare il tempo, lui. — E Annie, che stava contando ciambelle appiccicose e soiaburger che marcivano in un angolo dell’appartamento ha annuito senza ascoltare e ha detto: — È ora di andare a letto, Lizzie.

— Ma sono nel bel mezzo di…

— "Ora di andare a letto."

In piena notte qualcuno ha bussato alla porta dell’appartamento.

— B-B-Billy! Annie. F-Fatemi entrare!

Sono balzato a sedere sul divano dove che dormivo. Per un minuto ho pensato che stavo sognando. La stanza era buia come la morte.

— F-Fatemi en-entrare!

La dottoressa Turner. Sono rotolato giù dal divano. La porta della camera da letto si è aperta e Annie è venuta fuori in camicia da notte bianca con Lizzie alle spalle come un vento di coda.

— Non aprire quella porta, Billy Washington — ha detto Annie. — Vedi di non aprire quella porta, tu.

— È la dottoressa Turner — ho detto io. Non riuscivo ancora a stare in piedi tanto ero invischiato nei sogni. Ho barcollato e mi sono aggrappato all’angolo del divano. — Non ha intenzione di farci nessun male, lei.

— Nessuno entra qui dentro! Non ne abbiamo nessuna intenzione, noi!

Poi ho visto che anche lei era in preda al sonno. Ho aperto la porta.

La dottoressa Turner si è precipitata dentro, portando una valigia, ma con addosso la camicia da notte ricoperta di neve. Il suo bel visino da Mulo era bianco e le battevano i denti. — S-s-serrate la p-porta!

Annie le ha chiesto bruscamente: — C’è gente che ti dà la caccia?

— No. N-N-N-no… fatemi s-s-solo scaldare!

A quel punto ho capito. Dall’albergo al nostro appartamento non c’era tanta strada, anche se fuori era gelato, La dottoressa Turner non doveva avere così freddo, lei. L’ho afferrata per le spalle. — Che cosa è successo all’albergo, dottoressa?

— L’unità di r-r-riscaldamento si è r-r-rotta.

— L’unità di riscaldamento non si può rompere — ho detto io. Mi sembrava di essere Doug Kane che parlava con Celie. — È a energia-Y.

— N-N-Non l’impianto di circolazione. D-deve avere delle p-p-parti in duragem. — Stava in piedi vicino alla nostra unità, sfregandosi insieme le mani, col volto dello stesso bianco grigiastro di tutta la neve ammassata nelle strade.

Lizzie ha detto all’improvviso: — Sento gridare!

— S-s-stanno bruciando l’a-albergo.

— "Bruciando"? — ha chiesto Annie. — La pietra porosa non brucia!

La dottoressa Turner ha sorriso, lei, uno di quei sorrisi storti da Mulo che dicono che i Vivi stanno appena arrivando a capire quello che i Muli sapevano già. — Ci stanno provando lo stesso. Gli ho detto che questo non eliminerà il disgregatore del duragem e che è molto probabile che qualcuno resti ferito.

— Gli ha detto "questo" — ha esclamato Annie tenendo una mano appoggiata sulla larga anca. — E poi è venuta qui, con una "folla alle calcagna"…

— Nessuno mi sta seguendo. Sono decisamente troppo indaffarati a cercare di contravvenire le leggi della fisica. Inoltre, Annie, sto congelando. Dove altro sarei potuta andare? Il tecnico ha riprogrammato i codici di entrata della cucina e comunque quella sarà di nuovo piena di robot spedizionieri qualora ritornasse quell’imprevedibile aereo.

Annie l’ha guardata e lei ha guardato Annie: io mi sono accorto, io, che c’era qualcosa di storto nel discorso della dottoressa Turner. Non era una preghiera di aiuto, anche se le parole dicevano così. E non stava nemmeno tentando di suonare ragionevole. La dottoressa Turner stava realmente chiedendo: "Dove altro sarei potuta andare? Mi sapete dire un posto che non ho già menzionato?". Solo che non lo stava chiedendo ad Annie. Lo stava chiedendo a me.

E io non avevo intenzione di dirle, io, che finalmente sapevo. Dopo tutto il mio cercare, sapevo dov’era l’Eden.

— Puoi restare qui con noi — ha detto Lizzie e i suoi grandi occhi scuri hanno fissato sua madre. Io ho sentito annodarsi i muscoli della schiena. Eccoci, l’Armag-gedon fra Annie e la dottoressa Turner. Solo che non era il momento. Non ancora. Forse perché Annie aveva paura della parte dove Lizzie si sarebbe schierata.

— D’accordo — ha detto Annie — ma solo perché non posso sopportare, io, di vedere nessuno congelare a morte o venire fatto a pezzi da quei maledetti delinquenti. Ma a me non mi piace per niente.

Come se qualcuno aveva mai pensato che le poteva piacere. Io sono stato bene attento a non incrociare lo sguardo di nessuno.

Annie ha dato alla dottoressa Turner qualche coperta dal cumulo ammassato sulla parete ovest. Avevamo di tutto, lì, che affollava l’intero spazio: coperte, tute, sedie, nastri, cibo che marciva e non so cos’altro. Mi sono chiesto, io, se non dovevo lasciare il divano alla dottoressa Turner, ma lei ha steso le coperte per terra in una specie di cuccia e io ho pensato che poteva anche essere un’ospite ma aveva anche trent’anni meno di me. Oppure venti o quaranta, con i Muli non si poteva mai dire per certo.

Siamo tornati tutti a dormire, in qualche modo, ma le grida di fuori sono andate avanti per parecchio tempo. La mattina dopo l’Albergo Rappresentante di Stato Anita Clara Taguchi era distrutto. Ancora in piedi, perché la dottoressa Turner aveva ragione e la pietra spugnosa non bruciava, ma le porte e le finestre erano state strappate dai cardini, i mobili erano tutti rotti e perfino il terminale era un ammasso di pezzi di ferraglia buttati per la strada. Jack Sawicki sembrava preoccupato al riguardo. Adesso tutto quello che aveva a disposizione per parlare con Albany era il terminale del caffè. Inoltre quegli aggeggi erano costosi. La Rappresentante di Stato Taguchi doveva essere infuriata come un diavolo.

La neve veniva soffiata nelle finestre dell’albergo e scivolava sul pavimento: si poteva giurare che quel posto era deserto da anni per l’aspetto che aveva. In un certo senso quella vista mi ha stretto il cuore. Stavamo perdendo sempre di più.

Quel pomeriggio l’aereo non è arrivato e, per l’ora di cena del giorno dopo, il caffè era senza cibo.

C’è un posto a monte del fiume, più o meno a settecento metri dal paese, dove vanno i cervi. Quando avevamo un robot di guardia, quello buttava fuori pillole per i cervi in inverno. Quelle pillole avevano dentro una specie di medicina così che i cervi non potevano partorire più piccoli di quanti i boschi non ne potessero accogliere. Il robot di guardia non è mai stato sostituito da prima della storia dei procioni con la rabbia, in estate. I cervi, però, arrivano ancora nella radura. Fanno semplicemente quello che hanno sempre fatto, perché non sanno comportarsi altrimenti.

O forse sì. In quel punto il fiume scorre così impetuoso che non gela mai completamente, a meno che la temperatura non scenda a parecchi gradi sotto zero. La neve scendeva a folate attraverso la radura e si ammassava contro la collina boschiva. Si potevano avvistare due o tre cervi, di solito, senza dovere aspettare un granché.

Quando sono andato lì, io, con il vecchio fucile di Doug Kane, qualcun altro ci era arrivato prima di me. La neve era insanguinata e una carcassa mutilata era stesa vicino al corso d’acqua. La maggior parte della carne era stata rovinata da qualcuno troppo pigro o troppo stupido da macellarla nel modo giusto. Quei bastardi non si erano nemmeno presi la briga di trascinar via la carcassa dall’acqua.

Ho camminato ancora per un po’. Stava nevicando, ma non forte. La neve mi scricchiolava sotto ai piedi e il fiato mi fumava. Mi faceva male la schiena e mi dolevano le ginocchia e non ho nemmeno cercato, io, di camminare senza fare rumore. "Non andare da solo" aveva detto Annie, ma io non volevo che Annie lasciava Lizzie per conto suo. E di certo non avevo intenzione di portarmi dietro la dottoressa Turner. Si era trasferita da noi ed era una cosa buona perché i Muli hanno un sacco di cose che manco ti immagini finché non ne hai bisogno, come la medicina per Lizzie l’estate scorsa. La dottoressa Turner però era una donna di città e rovinava sempre il gioco, facendo un gran baccano fra i cespugli come un elefante. Oggi avevo bisogno di uccidere qualcosa. Avevamo bisogno di carne, noi.

Nel giro di una settimana, tutto il cibo ammassato era stato mangiato. In una pidocchiosissima settimana.

Non ne arrivava più, né per ferrovia, né per aereo, né per mezzi a gravità, da Albany. La gente ha fatto irruzione nel caffè, nella cucina dove Annie era solita cucinare budini di mele per la catena del cibo, ma lì non c’era rimasto più niente.

Mi sono spinto ancora più a monte. Quando ero un ragazzino, io, mi piaceva moltissimo andare nei boschi in inverno. Ma a quei tempi non ero fuori di cranio dal terrore. Allora non ero un vecchio pazzo con la schiena dolente e che non riesce a pensare ad altro che ai grandi occhi scuri di Lizzie affamati. Non riesco a sopportarlo, io. Mai.

Lizzie. Affamata…

Quando ho lasciato il paese, con il fucile sotto al cappotto, la gente stava correndo al caffè. Stava succedendo qualcosa ma non sapevo cosa. Non volevo nemmeno saperlo. Io volevo solo evitare che Lizzie moriva di fame.

Mi venivano in mente solo due modi per farlo: uno era cacciare nei boschi alla ricerca di cibo, l’altro era portare Lizzie e Annie nell’Eden. Io l’avevo trovato appena prima che la ferrovia a gravità si rompeva l’ultima volta. Avevo trovato un’altra volta la ragazzina dalla testa grossa nei boschi e l’avevo seguita e lei mi aveva permesso di seguirla. Avevo visto aprirsi una porta nella montagna dove non poteva esserci nessuna porta, e lei entrare e la porta richiudersi come se non c’era mai stata fin dal principio. Appena prima di chiudersi, però, la ragazza Insonne si era rivolta direttamente a me: — Non porti qui nessun altro, signor Washington a meno che non sia assolutamente necessario. Non siamo ancora pronti per voi.

Quelle erano state le parole più terrorizzanti che avevo mai sentito in vita mia.

Pronti per "cosa"?

Ma avrei portato lì Annie e Lizzie se dovevo farlo, io. Se morivano di fame. Se non avevo un altro modo per nutrirle.

Sono arrivato in un punto dove in giugno crescevano le violette dentellate. Sono crollato sulle ginocchia. Quelle hanno urlato per il dolore, ma non mi importava. Ho scavato tutti i bulbi di violetta che sono riuscito a trovare e me li sono infilati in tasca. Si possono fare arrosto. Avevo nelle tasche della tuta un po’ di ghiande da tritare in farina, un lavoro faticoso, e qualche rametto di noce americano da bollire per tirar fuori il sale.

Mi sono poi seduto su una roccia, io, ad aspettare. Me ne stavo il più silenzioso possibile. Le ginocchia mi facevano un male del diavolo. Io aspettavo.

Un coniglio dalle zampe bianche è uscito fuori dai cespugli, sulla riva opposta, proprio come se si trovava a casa sua. Distratto, tranquillo. Un coniglio non ha tanta carne da valere una pallottola. Io però avevo troppo freddo e sapevo che ben presto avrei cominciato a tremare, a quel punto non sarei più riuscito a colpire niente.

Pallottola o coniglio? Vecchio pazzo, deciditi.

Ho visto gli occhi affamati di Lizzie.

Lentamente, molto lentamente, ho sollevato il fucile, io, e ho premuto il grilletto. Il coniglio non mi ha sentito. È volato in aria ed è riatterrato, di botto. Ho attraversato il ruscello e l’ho preso.

C’era un lato buono, ci stava sotto al mio cappotto. Un cervo non ci sarebbe stato. Non volevo che nessun affamato vedeva il mio coniglio e non volevo restarmene lì in giro, dove aveva sparato il fucile. È anche troppo facile strappare via qualcosa a un vecchio.

Nessuno ci ha provato, però, prima della dottoressa Turner.

— Hai intenzione di scuoiarlo? — mi ha detto, con la voce che si alzava. Potevo anche mettermi a ridere, io, per l’espressione della sua faccia, se c’era qualcosa da ridere.

— Vuole mangiarlo con la pelle sopra?

Lei non ha risposto niente, lei. Annie ha sbuffato. Lizzie ha appoggiato il terminale e si è avvicinata per guardare.

Annie ha detto: — Come lo cuciniamo, Billy? L’unità a energia-Y non si scalda abbastanza per quello.

— Lo cuocerò io. Questa notte, vicino al fiume. Sono capace di fare un fuoco quasi senza fumo, io. Arrostirò anche i bulbi di viola nella brace. — Mi ha fatto bene vedere come Annie mi stava guardando.

Lizzie ha detto: — Ma se tu… dove stai andando, Vicki?

— Al caffè.

Ho alzato lo sguardo. Avevo le mani sporche di sangue. Dava una bella sensazione. — Perché ci va, dottoressa? Non è sicuro per lei. — I piccoli delinquenti si radunavano ancora al caffè, loro. La catena del cibo è vuota ma l’OLO-TV funziona ancora.

Lei si è messa a ridere. — Oh, non preoccuparti per me, Billy. Nessuno mi darà fastidio. Laggiù sta succedendo qualcosa e io voglio sapere di che si tratta.

— È la fame — ha detto Annie. — E non sembra diversa al caffè rispetto a come è qui. Non può lasciare in pace quei poveretti?

— Io sono una di quei "poveretti" come dici tu — ha detto la dottoressa Turner sorridendo ancora, anche se non c’era niente di buffo. — Sono affamata esattamente come loro, Annie. O come te. E andrò al caffè.

— Uffa — ha sbuffato Annie. Lei non credeva che la dottoressa Turner non si stava in qualche modo mangiando del cibo da Muli e nessuno la poteva convincere del contrario. Con Annie non è mai possibile.

Ho finito di scuoiare il coniglio e ho fatto vedere ad Annie e a Lizzie come tritare le ghiande per fare la farina. Bisogna cuocerci insieme un po’ di cenere per portar via l’amaro. Era tardo pomeriggio, già buio. Ho avvolto la carne di coniglio in una tuta estiva che tratteneva tutto l’odore dentro a meno che non eri un cane. Mi sono infilato una piccola torcia a energia-Y in tasca e sono partito in direzione del fiume, per fare un fuoco.

Solo che non sono andato al fiume.

Sempre più gente stava dirigendosi verso il caffè. Non soltanto i piccoli delinquenti ma anche la gente normale. Nel buio invernale si affrettavano un po’ piegati in avanti, ma veloci come se qualcosa gli stava dando la caccia a uno per uno. Be’, certamente c’era qualcosa che stava dando la caccia a me. Ho annusato forte per assicurarmi che nessuno poteva sentire l’odore della carne fresca di coniglio e poi sono entrato nel caffè.

Tutti stavano guardando un concerto del Sognatore Lucido: Il Guerriero.

Ho avuto la sensazione che la gente lo stava a guardare da tutta la giornata. Sempre più persone che andavano e venivano ma anche quelli che andavano via se ne tornavano poi per vederne ancora. Io immagino che se hai la pancia vuota è un aiuto se la mente si sente bene. Il concerto stava quasi terminando quando sono entrato e la gente si stava sfregando gli occhi piangendo e appariva inebetita come si fa dopo il sogno lucido. Ho visto però subito che la dottoressa Turner aveva ragione, lei. Lì stava succedendo qualcosa d’altro.

Jack Sawicki si è messo davanti all’OLO-TV e l’ha spenta, il Sognatore Lucido sulla sua carrozzella elettrica con quel sorriso che fa sempre l’effetto di una calda luce solare, è scomparso.

— Gente di East Oleanta — ha detto Jack e poi si è fermato. Doveva essersi reso conto, lui, di suonare come un qualche politico Mulo. — Ascoltate tutti. Qui siamo in un mare di merda. Però possiamo fare delle cose, noi, per aiutare noi stessi!

— Come cosa? — ha chiesto qualcuno ma senza cattiveria. Voleva davvero saperlo. Ho cercato di vedere chi era ma la folla era troppo ammassata.

— La roba da mangiare è finita — ha detto Jack. — La ferrovia a gravità non funziona. Nessuno ad Albany risponde al terminale ufficiale. Ma noi abbiamo "noi stessi". Sono undici chilometri a Coganville. Forse loro hanno cibo. Sono sulla linea della concessionaria della ferrovia a gravità, in più sono una fermata statale, hanno due probabilità che i treni viaggiano, loro. O forse il loro congressista o il supervisore o qualcun altro ha fatto in modo che il cibo gli arrivi via aria, come il nostro, solo che le loro spedizioni non si sono bloccate. Sono in un diverso distretto congressuale. Non lo sappiamo. Potremmo però arrivare lì a piedi, qualcuno di noi, e vedere. Potremmo cercare aiuto.

— Undici chilometri sulle montagne in inverno? — ha strillato Celie Kane. — Sei pazzo, proprio come ho sempre pensato, Jack Sawicki! Abbiamo per sindaco un pazzo furioso!

Nessuno però si è messo a strillare insieme con Celie. Io sono salito in piedi su una seggiola che stava contro la parete in fondo, soltanto per vedere più chiaramente. La sensazione che hai dopo un concerto del Sognatore Lucido li riempiva ancora. O forse no. Forse il concerto era sceso "dentro" di loro, a forza di guardarlo tanto. Comunque non erano infuriati contro i politici Muli che li avevano cacciati in questo casino, eccetto Celie e pochi altri come lei. Ci sono sempre persone del genere. La maggior parte delle facce che potevo vedere, però, sembravano pensose e la gente parlava a voce bassa. Qualcosa si è mosso dentro al mio stomaco che non sapevo nemmeno che si trovava lì.

— Io ci vado — ha detto Jack. — Possiamo seguire la linea della ferrovia a gravità.

— Sarà ricoperta di neve — ha detto Paulie Cenverno. — Non è passato nessun treno da due settimane a spazzarla via.

— Prendete un’unità a energia-Y — ha detto all’improvviso la voce di una donna. — Mettetela al massimo e sciogliete quello che potete!

— Io ci vado — ha detto Jim Swikehardt.

— Se vi fate una specie di lettiga da trascinare — ha esclamato Krystal Mandor — potete portare indietro più cibo.

— Se hanno il cibo, potremmo organizzare un servizio regolare…

La gente ha cominciato a discutere ma non a litigare. Dieci uomini si sono avvicinati a Jack, più Judy Farrell che è alta un metro e ottanta e può battere Jack a braccio di ferro.

Io sono sceso dalla seggiola. Mi ha cigolato un ginocchio. Mi sono fatto strada a spintoni attraverso la folla e mi sono messo in piedi vicino a Jack. — Anche io, Jack. Vengo anch’io.

Qualcuno si è messo a ridere forte e con cattiveria. Non era Celie. A un certo punto però hanno smesso tutti all’improvviso.

— Billy… — ha detto Jack con voce gentile. Ma io non l’ho lasciato finire. Ho parlato a voce molto bassa e velocemente in modo che nessuno potesse sentire a parte Jack e, in piedi accanto a lui, Ben Radisson.

— Hai intenzione di fermarmi, Jack? Se voi andate volete forse impedirmi di venirvi dietro? Vuoi mettermi KO in modo che non vi posso seguire? Lizzie ha fame. Annie non ha nessun altro oltre me. Se non riportiamo indietro cibo abbastanza da Coganville mi vuoi dire che Lizzie e Annie avranno la loro giusta parte? Con la dottoressa Turner che abita con noi?

Jack non ha detto niente. Ben Radisson ha annuito, lui, molto lentamente, guardandomi dritto in faccia. È un buon uomo. Ecco perché gli ho permesso di sentire.

La carne di coniglio mi premeva contro il petto, all’interno del cappotto. Nessuno ne poteva sentire l’odore. Nessuno poteva vedere il rigonfiamento perché, dopotutto, era solo un pezzetto di carne, un pulcioso coniglio, patetico come la polvere. Lizzie era affamata. Annie era un donnone. Io dovevo andare a Coganville, io.

Ma non lo avrei detto ad Annie. Mi avrebbe fatto fuori, prima ancora che io avevo la possibilità di salvarla.

Siamo partiti alle prime luci, dodici persone. Un numero maggiore poteva spaventare la gente di Coganville. Non volevamo quello che loro avevano bisogno per loro stessi. Soltanto l’extra.

No, non è vero. Volevamo quello che avevamo bisogno.

Mi sono alzato dal divano troppo silenziosamente per svegliare Annie o Lizzie nelle camere da letto. La dottoressa Turner nella sua cuccia di coperte, però, mi ha sentito, maledizione. Un uomo non può mai avere un po’ di privacy con i Muli.

— Che c’è, Billy? Dove stai andando? — ha sussurrato.

— Non nell’Eden — ho detto io. — Si rimetta giù, maledizione e mi lasci in pace.

— Andranno in un altro paese per cercare cibo, vero?

Mi sono ricordato che la sera prima aveva detto che se ne andava al caffè. Io però non l’avevo vista, lì. I Muli riescono a sapere sempre tutto, non si sa come. Non si sa mai quello che sanno.

— Ascolta, Billy — mi ha detto lei con grande attenzione, ma poi si è fermata quasi che non sapeva che cosa io dovevo ascoltare. Mi sono infilato tre paia di calze prima che lei si decideva.

— C’è un romanzo, scritto tanti anni fa…

— Un che? — ho chiesto io e poi mi sono maledetto. Non dovevo mai chiederle niente, io. Riusciva sempre a confondermi con le parole.

— Una storia. È su un piccolo mondo pieno di gente che credeva di mettere tutto in comune. Finché non è arrivata una carestia e alcune persone su un treno rotto avevano bisogno di cibo dal paese vicino. I passeggeri non avevano mangiato da due giorni, ma gli abitanti del paese non avevano cibo nemmeno per loro stessi e non avevano intenzione di dividere quello che avevano. — Il sussurro nella stanza buia era monotono.

Non ho potuto fare a meno di chiedere. A me mi piacciono le storie. — Che cosa è successo alla gente della ferrovia a gravità?

— La ferrovia a gravità è stata riparata in un batter d’occhio.

— Fortunati loro — ho detto io. Non c’era nessuno che riparava la "nostra" ferrovia a gravità o la cucina del caffè. Non questa volta. La dottoressa Turner lo sapeva, lei.

— Era una favola, Billy. Ardita, ispiratrice e dolce, ma una favoletta. Tu sei nei reali Stati Uniti. Portati dietro questo.

Non mi ha detto di non andare, lei. Mi ha dato piuttosto una scatoletta nera che ha spinto contro la cintura dei pantaloni e quella ci si è attaccata. Ho sentito una strana vibrazione nel petto, io. Sapevo che cosa era anche se non ne avevo mai portato uno prima e mai mi ero aspettato di farlo. Era uno scudo personale a energia.

— Toccalo qui — ha detto la dottoressa Turner — per attivarlo. E nello stesso posto per disattivarlo. Resisterà praticamente a ogni attacco che non sia di tipo nucleare.

Quando era acceso non sentivo niente. Solo un leggero solletico che poteva anche essere unicamente nella mia immaginazione. Potevo però vedere un debole scintillio attorno a me.

— Ma, Billy, non perderlo — ha detto la dottoressa Turner. — Ne ho bisogno. Potrei averne tremendamente bisogno.

— Allora perché me lo da a me? — ho detto con tono di sfida, ma lo sapevo già. Era per Lizzie. Tutto era per Lizzie. Proprio come doveva essere.

Era comunque probabile che la dottoressa Turner ne aveva un altro. I Muli non danno via nessuna cosa a meno che non ne hanno un’altra ancora per sé.

— Grazie — le ho detto più bruscamente di quanto non volevo, ma a lei non è sembrato che gliene importava.

La mattina era fredda e limpida, con quel tipico sorgere del sole rosa e dorato che trasforma la neve pulita in una specie di aureola. Non c’era vento, grazie a Dio. Il vento era una morsa profonda. Arrancavamo, noi, lungo la ferrovia a gravità verso Coganville. Nessuno parlava molto. Una volta Jim Swikehardt ha detto: "Bella" riguardo all’alba, ma nessuno ha risposto.

Inizialmente la neve non era troppo alta perché i boschi che circondavano il binario su entrambi i lati le avevano impedito di ammassarsi. In seguito si è fatta più profonda. Stan Mendoza e Bob Gleason avevano unità a energia-Y che avevano strappato da qualche edificio e le puntavano nel punti peggiori per sciogliere la neve. Le unità erano pesanti e gli uomini sbuffavano per la fatica. Procedevamo lentamente, in parte in salita, ma ce la facevamo. Io ero l’ultimo della fila.

Dopo tre chilometri il cuore mi batteva forte e le ginocchia mi dolevano. Non ho detto niente agli altri, io. Lo stavo facendo per Lizzie.

Verso mezzogiorno le nuvole si sono ammassate e ha cominciato a soffiare il vento. Ho perso il conto di quanto potevamo essere avanzati. Il vento ci soffiava direttamente in faccia. Stan e Bob giravano attorno le unità di riscaldamento tutte le volte che potevano e allora camminavamo in un’aria più calda che il vento frustava via il più velocemente possibile.

Ho cominciato a pensare, arrancando nella neve: — Perché non hanno potuto…

— Hai bisogno di riposare, Billy? — ha chiesto Jack. Potevo vedere i cristalli di ghiaccio attaccati ai peli del suo naso. — È troppo per te?

— No, sto bene — ho risposto io, non importava che era una bugia. Dovevo dire però quello che avevo cominciato: — Perché non hanno potuto, i Muli, fare un sacco di… un sacco di piccole unità di riscaldamento… portatili per tutti…

— Piano, Billy.

— …portatili da mettere nei guanti, negli s-stivali e nelle giacche… in inverno? Se l’energia-Y è davvero così… economica?

Nessuno ha risposto. Siamo arrivati a un alto ammasso e hanno rivolto le unità di riscaldamento su di esso. Si scioglieva molto lentamente. Alla fine siamo avanzati a fatica attraverso quello che era rimasto, con la neve fino alla vita, più bagnata e appiccicosa di come sarebbe stata se non avevamo cercato di squagliarla. Jack è inciampato, lui. Stan lo ha tirato su. Judy Farrell ha voltato la schiena al vento per avere un attimo di tregua e aveva le guance di quel tipico bianco e rosso che fa male in modo infernale quando finalmente si riscalda.

Non so che ora era quando siamo arrivati a Coganville. Il sole era completamente nascosto dietro alle nuvole. Non era ancora il tramonto. Il paese era tranquillo e pacifico, nessuno per le strade. Le luci scintillavano in tutte le finestre. Abbiamo percorso, noi, la strada principale fino al Caffè Congressista Joseph Nicholls Capiello e abbiamo sentito della musica. Una olo-insegna lampeggiava azzurra e rossa sul tetto: GRAZIE PER AVERE ELETTO IL SUPERVISORE DISTRETTUALE HELEN ROSE TOWSEND! Era come se lì il mondo era ancora normale, e solo noi eravamo sbagliati.

Ma io non ci credevo più, io.

Siamo entrati nel caffè. Doveva essere troppo tardi per il pranzo e troppo presto per la cena ma il caffè era pieno di gente. Stavano appendendo bandierine e festoni di sintoplastica per una serata di scommesse su una corsa di scooter. I tavolini erano stati spostati per creare capannelli e lo spazio per un ballo. L’odore del cibo del nastro trasportatore ci ha colpito nello stesso momento che ci ha colpito il caldo e giuro di avere visto le lacrime negli occhi di Stan Mendoza.

Tutti si sono zittiti quando siamo entrati.

Jack ha detto: — Chi è il sindaco qui?

— Sono io — ha risposto una donna. — Jeanette Harloff. — Aveva circa cinquant’anni, magra con i capelli argentati e grandi occhi azzurri. Il genere di Vivo che si può prendere in giro dicendo che ha modificazioni genetiche segrete anche se si sa che non è vero. È solo una cosa che la gente dice. La gente sa essere maledettamente stupida. Forse però era quello il motivo perché quella donna era sindaco. Nessuno le avrebbe permesso di essere semplicemente l’una e l’altra cosa.

Jack le ha spiegato chi eravamo e che cosa volevamo. Tutti quanti nel caffè sono stati a sentire. Qualcuno ha spento l’Olo-terminale. Si poteva sentire camminare anche un topino.

Jeanette Harloff ci ha esaminato, con estrema attenzione. I grandi occhi azzurri apparivano freddi. Alla fine, però ha detto: — La ferrovia a gravità principale è rotta ma abbiamo una rotaia e quella funziona. C’è un altro carico di cibo in arrivo per domani. Possiamo realmente fidarci del nostro Congressista. Avremo sempre cibo, noi. Prendete quello che vi serve.

Jack Sawicki ha abbassato lo sguardo a terra, lui, come se si vergognava. Tutti ci vergognavamo. Non so per che cosa. Eravamo cittadini Vivi, dopotutto.

Il sindaco e due uomini ci hanno aiutato a caricare due lettighe con tutto quello che c’era sul nastro trasportatore del cibo. Jeanette Harloff voleva che rimanevamo per la notte in albergo ma abbiamo detto tutti di no, noi. Tutti avevamo in mente la stessa cosa. La gente a casa era affamata a East Oleanta: bambini, mogli, madri, fratelli e amici, tutti con lo stomaco che brontolava e dolorava, tutti con quello sguardo sofferente negli occhi. Preferivamo tornare indietro subito anche dopo che si era fatto buio piuttosto che sentire quegli stomaci o vedere quelle facce nelle nostre menti. Ci siamo cacciati in gola il cibo della catena mentre caricavamo le lettighe, lo abbiamo cacciato nelle giacche, nei cappelli e nei guanti. Eravamo gonfi come donne incinte, noi. La gente di Coganville guardava in silenzio. Alcuni hanno lasciato il caffè con gli occhi fissi al pavimento.

Io volevo dire: anche noi avevamo fiducia nella nostra Congressista. Una volta.

C’era solo una determinata quantità di cibo pronta per la catena. Le lettighe ne potevano reggere di più. Quando esso è finito ci siamo dovuti fermare e aspettare che i robot della cucina ne preparavano ancora. In tutto quel periodo di tempo nessuno ha parlato con noi eccetto Jeanette Harloff. Nessuno.

Quando siamo usciti ci stavamo portando via una gran quantità di cibo. Guardandolo, sapevo che non sarebbe stato così tanto quando c’erano tutte quelle persone affamate di East Oleanta da nutrire. Dovevamo tornare il giorno dopo o doveva tornarci qualcun altro. Nessuno lo ha detto a Jeanette Harloff. Non sono riuscito a capire se lei se n’era già resa conto.

Il cielo aveva l’aspetto di quando dice che la maggior parte della giornata è passata. Stan Mendoza e Scotty Flye, i più giovani e forti hanno trascinato per primi le lettighe. Le guide erano plasti-spugna curvata, più liscia di quanto non poteva essere qualsiasi tipo di legno. Scivolavano con facilità sulla neve. Questa volta, almeno, avevamo il vento alle spalle.

Dopo una mezz’ora Judy Farrell ha detto: — Non possiamo nemmeno parlare col paese vicino tramite terminale, noi. Possiamo parlare con Albany o con un qualsiasi politico Mulo e otteniamo con facilità le informazioni, ma non possiamo col paese più vicino per dire che siamo senza cibo.

Jim Swikehardt ha detto: — Non lo abbiamo mai chiesto. Più divertente balzare semplicemente sulla ferrovia a gravità. Ti dà qualcosa da fare.

— E mantiene la gente separata — ha detto Ben Radisson ma non arrabbiato, solo come uno che non ci aveva mai pensato prima. — Dovevamo chiedere, noi. — Dopo quello, nessuno ha più detto niente.

Scese le tenebre il freddo si è fatto tagliente come il dolore. Riuscivo a sentire il posto vuoto nel petto dove ci soffiava attraverso il vento. Faceva un rumore dentro di me che potevo sentire fino nelle orecchie. Le luci a energia-Y facevano il tracciato illuminato a giorno ma il freddo era una cosa oscura che ci girava attorno come un animale con la rabbia. Mi sembrava che le gambe erano due ghiaccioli, pronte per spezzarsi.

Eravamo quasi arrivati. Non restava più di un chilometro e mezzo da fare. Poi si è sentito lo scoppio di una fucilata e il giovane Scotty Flye è caduto riverso, morto.

Nel giro di un minuto ci erano addosso. Ne ho riconosciuto la maggior parte anche se sapevo il nome solamente di due di loro: Clete Andrews e Ned Zalewski. Piccoli delinquenti. Dieci o dodici che venivano da East Oleanta, Pilotburg e Carter’s Fall, arrivati prima che la ferrovia a gravità si rompeva e rimasti bloccati lì. Urlavano e strillavano come se era un gioco. Hanno assalito Jack, Stan e Bob e io li ho visti cadere tutti e tre anche se Stan era un omone e Bob faceva il pugile. I delinquenti non hanno sprecato altre pallottole. Avevano i coltelli.

Ho premuto la scatoletta nera sulla cintura.

Il solletico c’era e anche lo scintillio. Un delinquente mi è balzato addosso e io l’ho sentito colpire il solido metallo. Ecco che rumore faceva. Riuscivo a sentire ogni cosa, io. Judy Farrell gridava e Jack Sawicki gemeva. Gli occhi del delinquente sotto il passamontagna si sono spalancati.

— Merda! Questo vecchio stronzo ha uno scudo!

Mi hanno colpito in tre. Solo che non ero io, ma un sottile strato durissimo a un centimetro di distanza da me, come se ero una tartaruga in un guscio impenetrabile. Non mi potevano toccare, soltanto spingere e battere contro il guscio. Alla fine il primo delinquente ha strillato qualcosa privo di parole e ha spinto il guscio così duramente che io sono rotolato giù dal margine del tracciato in un piccolo argine, ammassando neve come i pupazzi di neve che faceva rotolare Lizzie. Qualcosa nel ginocchio ha fatto crac!

Quando sono riuscito a tornare barcollando fino al tracciato della ferrovia a gravità, i delinquenti stavano scomparendo nei boschi, trascinando le lettighe.

Solamente Scotty era morto. Gli altri erano conciati male, specialmente Jack e Stan. Ferite da taglio e teste rotte e non avrei potuto dire cos’altro. Nessuno riusciva a camminare. Mi sono trascinato per l’ultimo chilometro e mezzo attraverso la neve. Alcuni uomini di East Oleanta mi sono venuti incontro a metà strada, proprio quando pensavo che non potevo riuscire a procedere oltre. Avevano sentito il colpo di fucile.

Sono andati verso gli altri. Qualcuno, non so chi, mi ha portato da Annie. Non ha detto niente del fatto che avevo uno scudo personale da Mulo. O forse a quel punto l’avevo spento. Non riesco a ricordarlo, io. Tutto quello che ricordo è di avere ripetuto in continuazione: — Non gli fate male, voi! Non gli fate male! — C’erano sei tramezzini nella tasca della mia giacca. Per Lizzie, Annie e la dottoressa Turner.

Non si è fatto tutto nero, come ha detto in seguito Annie. Tutto è diventato rosso, con lampi di luce nel ginocchio così brillanti che ho pensato che mi ammazzavano.

Ovviamente non lo hanno fatto. Quando il rosso è sparito era già il giorno dopo e io ero steso sul letto di Annie con lei addormentata al mio fianco. La dottoressa Turner era china su di me e mi faceva qualcosa al ginocchio.

Ho gracchiato: — Hanno mangiato?

— Per ora — ha detto la dottoressa Turner. Aveva una voce cupa. Quello che ha detto dopo non aveva alcun senso per me. — Bella solidarietà.

Io ho detto: — Ho portato ad Annie e Lizzie del cibo, io. — Sembrava un miracolo. Annie e Lizzie avevano qualcosa da mangiare. Lo avevo fatto io. Non ho nemmeno pensato, allora, che due tramezzini non sarebbero durati a lungo. Dovevano essere i sedativi quelli che mi annebbiavano la mente.

La faccia della dottoressa Turner è cambiata. Sembrava sconcertata, lei, come se quello che avevo detto era una specie di buona risposta a quello che aveva detto lei, anche se non lo era, perché io non avevo nemmeno capito. Ma non me ne importava niente. Annie e Lizzie avevano qualcosa da mangiare. Lo avevo fatto io.

— Oh, Billy — ha detto la dottoressa Turner, con una voce bassa, triste e angosciata come se era morto qualcuno. O qualcosa. Cosa?

Ma non era un problema mio. Io ho dormito e in tutti i miei sogni Lizzie e Annie mi sorridevano in una luce solare verde e dorata come l’estate in montagna, dove, ho scoperto in seguito, che Stan, Scotty, Jack e il qualcuno della dottoressa Turner erano tutti veramente morti, dopotutto.

12

Diana Covington — East Oleanta

Dopo che ebbero riportato Billy a casa di Annie Francy, col suo povero cuore che ansimava come un vecchio mantice e le mani che gli tremavano tanto da non essere nemmeno in grado di spegnere lo scudo personale, mi resi conto di quanto ero stata scema a non chiamare prima l’ECGS.

Ma non fu Billy che me ne fece rendere conto. Fu, ancóra una volta, Lizzie.

Sapevo che Billy non era gravemente ferito e suppongo che mi sarei dovuta preoccupare maggiormente per gli altri Vivi, specialmente per i tre morti. Il fatto era, tuttavia, che non lo ero. Avevo cambiato idea sui Vivi da quando ero arrivata a East Oleanta e Jack Sawicki, in particolare, mi sembrava un bravuomo, ma ecco: non mi importava e basta che i Vivi delinquenti avessero sopraffatto i Vivi non-delinquenti e li avessero distrutti. Noi Muli non ci eravamo mai aspettati altro. I Vivi rappresentavano sempre una forza potenzialmente pericolosa, tenuta a bada soltanto da sufficiente pane e giochi del circo, e adesso il pane si stava esaurendo e le grosse teste cominciavano a piegarsi. Tempo di Bastiglia.

Mi importava, contro ogni previsione, di Lizzie. Cominciava a essere affamata. Se avessi chiamato l’ECGS, sarebbero arrivati a precipizio ed East Oleanta non sarebbe più stato il Paese Dimenticato. Insieme con loro sarebbero arrivati cibo, medicine, trasporti, tutte le cose che i Vivi avevano imparato ad aspettarsi dal lavoro degli altri. Il che significava che Lizzie ed Annie sarebbero state nutrite.

D’altra parte, la Congressista Janet Carol Land avrebbe potuto riprendere le spedizioni aeree di cibo da un momento all’altro. Oppure la ferrovia a gravità sarebbe potuta essere riparata. Era già avvenuto parecchie volte. E se fosse successo, avrei perso la mia occasione di coprirmi di gloria consegnando Miranda Sharifi, armi, bagagli e nano-tecnologia organica illegale all’ECGS. Era anche possibile che nel momento stesso in cui avessi chiamato l’ECGS, l’Eden avrebbe captato il mio segnale, nel qual caso la signorina Sharifi avrebbe potuto traslocare ancora prima che l’ECGS riuscisse ad arrivare.

Mentre mi dibattevo tra queste tre eventualità: altruismo, vanità e praticità, Lizzie spazzò via l’intero argomento in terrificanti briciole.

— Vicki, guarda qui.

— Cos’è?

— Guarda e basta.

Eravamo sedute sul divano in sintoplastica nell’appartamento di Annie. In camera da letto Annie continuava a muoversi, occupandosi di Billy. L’unità medica aveva curato i suoi tagli, le abrasioni e il ritmo cardiaco e lui avrebbe probabilmente dovuto dormire, cosa impossibile da farsi con Annie che continuava a girellargli attorno. Dubito che gli dispiacesse. La porta della camera da letto era chiusa. Lizzie teneva in grembo il terminale e fissava il monitor con espressione corrucciata. I panini pateticamente spiaccicati di Billy le avevano fatto tornare temporaneamente un po’ di colore sulle guance smunte. Sullo schermo c’era un ologramma multicolore.

— Molto grazioso. Cos’è?

— Uno schema di probabilità Lederer.

Be’, certo che lo era. Era passato un po’ di tempo dai miei giorni di scuola. Per salvare la faccia dissi con espressione autorevole: — Alcune variabili hanno il settantotto per cento di possibilità di precedere significativamente altre variabili a livello cronologico.

— Già — rispose Lizzie con un filo di voce.

— E allora quali sono le variabili?

Invece di rispondere, Lizzie disse: — Ti ricordi il robot per pelare le mele che usavo per giocare quando ero piccola?

Due mesi prima. Confrontandola con i balzi intellettuali che aveva fatto da allora, l’estate scorsa doveva probabilmente sembrarle l’infanzia perduta.

— Lo ricordo — dissi, stando attenta a non sorridere.

— Si è rotto per la prima volta a giugno. Lo ricordo perché allora le mele erano le Kia Beauties.

Mele modificate geneticamente a calendario sfalsato per creare varietà di stagione. — E allora? — chiesi.

— La ferrovia a gravità si è rotta un po’ prima. Ad aprile, penso. E un paio di bagni prima di allora.

Non riuscivo a capire. — E allora…?

Lizzie contrasse il faccino. — Ma le prime cose a rompersi a East Oleanta risalgono a oltre un anno prima. Nella primavera del 2113.

Capii. Mi si seccò la gola. — In primavera, nel 2113? Molte rotture, Lizzie o soltanto qualcuna? Quelle che possono essere dovute a un normale consumo combinato alla ridotta manutenzione?

— Moltissime cose. Troppe cose.

— Lizzie — dissi lentamente — le due variabili che hai nello schema Lederer rappresentano forse le rotture a East Oleanta, per come le ricordi personalmente, e le citazioni della stampa prese dalla biblioteca di cristallo riguardanti diagrammi di rotture simili da qualche altra parte?

— Sì, sono loro. Io volevo, io… — Si interruppe, conscia di come fosse regredito il suo linguaggio. Continuò a fissare lo schermo. Sapeva che cosa stava guardando. — È cominciato qui, Vicki, vero? Quel disgregatore di duragem è stato rilasciato qui inizialmente. Perché è stato fatto nell’Eden. Eravamo un luogo di test. E questo significa che chiunque mandi avanti l’Eden… — La sua voce si affievolì di nuovo.

Huevos Verdes mandava avanti l’Eden. Miranda Sharifi mandava avanti l’Eden.

La decisione venne quindi presa per me, semplicemente così. Il disgregatore di duragem non poteva fare parte di una qualsiasi strategia tipo salvate-Diana-tramite-un-successo-personale-definitivo. Era troppo concretamente, urgentemente ed essenzialmente maligno. Non avevo alcun diritto di starmene seduta a giocare all’agente semiamatoriale quando sospettavo che, da qualche parte in quelle stesse montagne che ci stavano torturando con l’inverno, c’era una zona franca di Huevos Verdes che dispensava distruzione molecolare. Un minimo di correttezza esigeva che io dicessi ai miei deprecabili capi, a dispetto del loro sdegno, quello che sapevo.

Ognuno aveva una propria definizione di correttezza.

— Vicki — sussurrò Lizzie — che cosa dobbiamo fare, noi?

— Dovremo cedere — dissi.

Feci la chiamata da un luogo isolato vicino al fiume, lontana dai sospettosi occhi di Annie. Avevo proibito a Lizzie di seguirmi ma, ovviamente, lei lo aveva fatto lo stesso. L’aria era fredda ma il sole brillava. Mi misi a sedere in una depressione nella neve sulla riva del fiume e mi aprii la gamba per estrarre la ricetrasmittente.

Si trattava ovviamente di un impianto: era l’unico modo per essere assolutamente sicuri che non mi potesse venire rubata, eccetto da persone che sapevano ciò che stavano facendo. Dopo che l’ECGS l’aveva installata mi ero recata da persone che conoscevo, l’avevo fatta togliere e avevo staccato la parte col segnale di rintracciamento, che chiaramente era presente. C’era bisogno di un professionista per farlo. Non c’era invece bisogno di alcun professionista per staccare la trasmittente stessa e usarla. Poteva essere fatto con una conoscenza di base minima, un po’ di anestetico locale e un bisturi affilato: all’occorrenza poi si poteva fare anche senza l’anestetico e il bisturi.

Non ne ebbi bisogno. Feci scivolare l’impianto sotto la pelle della coscia, sigillai la piccola incisione e ripulii dal sangue l’involucro del trasmettitore. Lo dissigillai. Gli occhi neri di Lizzie erano enormi nel suo volto piccino.

Dissi: — Ti avevo detto di non venire.

— La vista del sangue non mi fa svenire!

— Bene. — Il trasmettitore era un wafer nero e piatto sul palmo della mia mano. Lizzie lo osservò con interesse.

— Usa trasformatori di onde Malkovitch, vero? — Quindi, con una voce differente: — Chiamerai il governo perché così ci viene ad aiutare?

— Sì.

— Avresti potuto chiamare prima. In qualsiasi momento?

— Sì.

Gli occhi neri restarono seri. — Allora perché non l’hai fatto?

— La situazione non era sufficientemente disperata.

Lizzie rifletté. Era tuttavia ancora una bambina, nonostante la stupefacente intelligenza, il linguaggio specifico e l’artificiosità pseudotecnica che le avevo insegnato. Aveva passato due settimane terrificanti. All’improvviso mi picchiò i pugni sulle ginocchia, deboli colpi inefficaci di mani fredde e guantate. — Avresti potuto aiutarci prima! E Billy non finiva che gli facevano male e il signor Sawicki non moriva e io non avevo così tanta, tanta fame! Potevi! Potevi!

Attivai il trasmettitore tramite codice di contatto e dissi chiaramente: "Agente Speciale Diana Covington 6084 barra A, a Colin Kowalski, 83 barra H. Emergenza Priorità Assoluta: sedici-quarantadue. Ripeto sedici-quarantadue. Inviate grande task force".

— Ho "tanta" fame — singhiozzò Lizzie contro le mie ginocchia.

Infilai in tasca il trasmettitore e la presi in braccio. Lei nascose la testa contro il mio collo: aveva il naso freddo. Guardai il fiume soffocato dal ghiaccio, il sangue dell’involucro sulla neve sporca e il cielo insolitamente azzurro. All’ECGS sarebbe occorsa forse qualche ora per arrivare da New York. I Super-Insonni, nel loro Eden nascosto, erano però già qui. Ovviamente non c’era alcuna possibilità che non avessero captato il mio messaggio. Captavano ogni cosa. Quanto meno era ciò che mi era stato detto.

Strinsi forte Lizzie ed emisi inutili mugolii materni. Il suo naso freddo mi gocciolava sul collo.

— Lizzie, ti ho mai raccontato di un cagnolino che ho visto una volta? Un cagnolino rosa modificato geneticamente che non sarebbe mai dovuto esistere, poverino?

Lei però continuò a singhiozzare, infreddolita, affamata e tradita. Era effettivamente giusto così. A quel punto la storia del cane di Stephanie Brunell sembrò sciocca perfino a me, una cosa in cui avevo un tempo creduto, in cui probabilmente ancora credevo, ma che non ricordavo più chiaramente.

Come tante altre cose.

L’ECGS si presentò nel giro di un’ora cosa che, devo ammettere, mi impressionò. Dapprima arrivarono gli aerei, quindi le aeromobili e, per la nottata, la ferrovia a gravità era in funzione ed entrava ruggendo a East Oleanta con un contingente di trenta agenti dallo sguardo tranquillo, alcuni tecnici e moltissimo cibo. I tizi del governo lavorano meglio a stomaco pieno. I tecnici si sparpagliarono per la città a riparare cose. L’ECGS sistemò il quartier generale al Caffè Congressista Janet Carol Land, estese uno scudo a energia-Y attorno alla metà di esso più lontana dai tecnici che rifornivano la catena alimentare e ordinò a tutti gli altri di restare fuori, cosa che i buoni cittadini furono felici di fare, visto che il cibo veniva dispensato dalle rovine del Deposito. Sa solo Dio come lo stessero cuocendo. Forse si stavano mangiando la sinto-soia cruda.

— Signorina Covington? Sono Charlotte Prescott. Sono temporaneamente al comando, qui, fino all’arrivo di Colin Kowalski dalla Costa Ovest. Venga con me, la prego.

Era alta, dai capelli di fiamma, assolutamente magnifica. Geni molto costosi. Aveva l’accento che si accompagna al danaroso Nord-est e occhi simili alla Foresta Pietrificata. La seguii, ma non priva di un’espressione tipica da protesta-di-piccola-Diana: spiritata, ma essenzialmente inefficace.

— Non intendo parlare finché non sarò sicura che due persone vengano nutrite. Tre, a dire il vero. Un vecchio, una bambina e la madre della bambina: potrebbero non essere in grado di cavarsela nella folla che c’è lì fuori. — Che stavo dicendo? Annie Francy se la sarebbe potuta cavare anche in mezzo all’ultima battaglia di Custer, protestando a non finire per il fatto che gli indiani non si stavano comportando correttamente.

Charlotte Prescott disse: — Di Lizzie, Francy e Billy Washington ci siamo già occupati. La guardia all’appartamento procurerà loro il cibo.

Ed era a East Oleanta da soli dieci minuti.

Charlotte Prescott e io ci sedemmo l’una dirimpetto all’altra su due sedie in sintoplastica da caffè e io le raccontai tutto ciò che sapevo. Avevo seguito Miranda Sharifi da Washington a East Oleanta dopo di che lei era sparita. L’avevo cercata per i boschi. Alcuni degli abitanti del luogo credevano che ci fosse un luogo nelle montagne chiamato Eden, probabilmente un laboratorio di modificazione genetica illegale, clandestino e schermato e io credevo che fosse il posto da cui Huevos Verdes stava liberando il disgregatore di duragem. Avevo seguito svariati abitanti del luogo nei boschi sperando di scoprire l’Eden, ma non avevo mai visto nulla e adesso ero convinta che nessuno sapesse dove, o se, questo mitico posto esistesse.

L’ultima affermazione non era del tutto vera. Sospettavo ancora che Billy Washington sapesse qualcosa. Volevo tuttavia dirlo direttamente a Colin Kowalski, di cui mi fidavo almeno parzialmente, piuttosto che a Charlotte Prescott, di cui non mi fidavo affatto. Mi ricordava molto Stephanie Brunell. Billy era un vecchio ignorante e indisponente, ma non era un cagnolino rosa e non volevo facesse la stessa fine.

La Prescott disse: — Perché non ha fatto rapporto sulla sua posizione o sulla sospetta posizione di Miranda Sharifi non appena ha raggiunto East Oleanta? O magari durante il tragitto?

— Ero abbastanza certa che l’avamposto dei Super-Insonni sarebbe stato in grado di monitorare qualsiasi strumento tecnologico avessi usato.

Era un buon colpo: nemmeno l’ECGS si vantava di potere superare in quanto a invenzioni i Super. La Prescott non palesò alcuna reazione.

— Lei stava violando ogni procedura dell’Ente.

— Non sono un agente regolare. Svolgo un ruolo da jolly per Colin Kowalski, in funzione di informatore. Lei non saprebbe, ancora adesso, della mia esistenza se lui non gliene avesse parlato.

Ancora nessuna reazione. Aveva la capacità, come una specie di rettile, di frapporre una membrana nittitante fra se stessa e qualsiasi granello di sabbia volesse intrufolarsi. Notai questo di lei: i suoi limiti, la sua rigidità derivante dall’automatica assunzione di superiorità. Non riuscii tuttavia a fare a meno di sentirmi priva di valore rispetto a lei, in un modo che non avevo provato da mesi interi. Io, con la mia tuta sgualcita turchese e i capelli incolti, lei che sembrava uscita fuori da una pubblicità olovisiva per l’Enclave di Central Park East. Perfino le sue unghie erano perfette, modificate geneticamente in rosa, così da non avere mai il bisogno di essere laccate.

L’interrogatorio proseguì. Fui onesta quanto potevo esserlo, eccetto riguardo a ciò che concerneva Billy. La cosa non alleviò il mio umore che era mediamente pessimo.

Colin Kowalski arrivò circa alle nove di sera. Ero ancora agli arresti domiciliari, o quello che erano, ma Charlotte Prescott era apparentemente a corto di domande. La catena del cibo stava funzionando, servendo un’insaziabile fila di affamati che sbirciavano con curiosità lo scudo a energia-Y, affollati in metà del loro caffè, senza potere tuttavia vedere nulla a causa dello strato esterno che era stato reso opaco in una sola direzione.

— Colin. Sono felice che tu sia qui.

Era infuriato, non lo stava nascondendo, ma teneva l’ira sotto controllo. Aveva buoni motivi per tutte e tre le cose.

— Mi avresti dovuto contattare in agosto, Diana. Forse avremmo potuto bloccare prima la diffusione del disgregatore di duragem.

— Potete fermarlo adesso? — chiesi io, ma egli non rispose. Non avevo alcuna intenzione di farmi prendere in giro. Lo afferrai per il bavero della giacca — o meglio per quello che passa per essere un bavero nella nuova moda autunnale — e dissi, lentamente e con estrema chiarezza: — Hai trovato qualcosa. Di già. Colin, mi devi dire che cosa hai trovato finora. Devi. Ti ho portato io fin qui e inoltre non c’è un solo motivo al mondo per non dirmelo. Sai maledettamente bene che oramai ci sono tuoi agenti in ogni luogo nelle vicinanze.

Indietreggiò di un passo e liberò il bavero. Restai un po’ sconcertata nel notare quanto in fretta avessi dimenticato l’intolleranza dei Muli per il contatto fisico.

Non avevo tuttavia alcuna intenzione di smetterla. Forse non sarebbe stato necessario coinvolgere Billy più di quanto non lo fosse già per avermi tenuto nell’appartamento di Annie durante l’ultimo mese. — Cosa hanno trovato i tuoi agenti, Colin?

Me lo disse, non a causa della mia insistenza ma perché non esisteva un motivo al mondo per non farlo.

— Proprio quello che sospettavi tu, Diana, un laboratorio clandestino. Schermato. Abbiamo infranto lo scudo mezz’ora fa, non appena abbiamo scoperto l’area in cui cercare. I Super erano spariti ma il disgregatore di duragem aveva origine lì, decisamente. Quei bastardi non si sono nemmeno preoccupati di distruggere le prove. Il pericoloso ricombinante e la roba di nano-tecnologia in quel laboratorio…

— Che altro hanno cucinato per noi?

— Nulla che verrà fuori — disse lui e mi fissò dritto negli occhi. Troppo direttamente. Non riuscivo a capire cosa significasse quello sguardo.

Improvvisamente capii

— Colin, no, se non esaminerete tutto con estrema precisione…

L’esplosione scosse il caffè anche se ci trovavamo, probabilmente, a chilometri e chilometri di distanza e l’ECGS aveva preventivamente lanciato uno scudo antiscoppio attorno alla zona. Uno scudo antiscoppio trattiene tuttavia solamente le schegge volanti e, in ogni, caso, nulla è in grado di attutire un’esplosione nucleare. Le persone presso la catena alimentare si misero a gridare e si tennero strette le ciotole di zuppa e le bistecche di sinto-soia. L’olo-terminale che si trovava nella metà del caffè in cui stava anche la catena del cibo e che qualcuno aveva sintonizzato sulla trasmissione dei Campionati Nazionali di Scooter, vibrò momentaneamente.

Colin disse irrigidito: — Era troppo pericoloso per essere esaminato con precisione. Qualunque cosa fosse scappata da lì. Qualunque cosa su cui stessero lavorando.

Mi alzai barcollando anche se non c’era alcun motivo per barcollare. Mantenni un tono di voce equilibrato. — Colin, il laboratorio era realmente vuoto? Miranda Sharifi e gli altri Super erano veramente spariti prima che voi arrivaste?

— Sì, erano spariti — disse Colin e incrociò il mio sguardo con una tale fermezza, con una tale schiettezza che seppi immediatamente che stava mentendo.

— Colin…

— Il tuo servizio per l’ECGS è terminato, Diana. Abbiamo apprezzato il tuo aiuto. Ti verranno accreditati sul conto corrente sei mesi di stipendio e ti verrà fornita una discreta e non specifica lettera di raccomandazione semmai ne vorrai una. Ti viene, ovviamente, impedito di vendere la storia alla stampa sotto qualsiasi forma.

— "Colin"…

Per un secondo ci fu sul suo volto un lampo di schiettezza. — Hai chiuso, Diana. È finita.

Ma, ovviamente, non lo era.

Scivolai attraverso il generale pandemonio che regnava per la strada — reporter, abitanti del paese, agenti, perfino i primi curiosi arrivati con la ferrovia a gravità appena aggiustata — senza dare nell’occhio. Con la mia logora tuta invernale, una sciarpa che mi copriva la parte inferiore del volto, i capelli sporchi come quelli di tutti gli altri a East Oleanta, sembravo proprio soltanto un Vivo confuso in più. La cosa avrebbe potuto farmi piacere, se fossi stata capace di provare piacere per una qualunque cosa in quel preciso istante. C’era qualcosa di tremendamente storto nella mia testa e non sapevo di che si trattasse. Avevo ottenuto ciò che avevo voluto: a Huevos Verdes era stato impedito di immettere nell’ambiente una piaga come quella del disgregatore del duragem. Il paese, indipendentemente dai problemi economici che non erano mutati, aveva ora quanto meno una possibilità di recuperare, non appena il meccanismo a orologeria di tutti i disgregatori liberati avesse terminato il proprio numero prestabilito di repliche. Le bambine di dodici anni potevano mangiare; i vecchi non sarebbero più stati costretti ad arrancare attraverso la neve lungo binari ferroviari inutilizzabili ed essere attaccati per il cibo che portavano. Avevo ottenuto ciò che avevo voluto.

C’era qualcosa che non mi quadrava.

Le guardie stavano lasciando l’appartamento di Annie. Passai davanti a loro nel corridoio. Nessuna delle due mi lanciò una seconda occhiata. Billy giaceva sul divano, con Annie seduta su una sedia accanto alla sua testa, le labbra serrate tanto da creare un vuoto. Lizzie era seduta sul pavimento, masticando qualcosa che poteva essere una coscia di pollo.

— Tu. Fuori — disse Annie.

La ignorai, trascinando una seconda sedia accanto a Billy. Era lo stesso tipo di sedia in sintoplastica su cui ero stata seduta dirimpetto a Charlotte Prescott dalle unghie perfette, l’unico genere di sedia su cui mi fossi mai seduta a East Oleanta. Questa però era verde veleno. — Billy. Sai che cosa è successo?

Egli parlò, così piano che dovetti sporgermi in avanti per sentirlo: — Ho sentito, io. Hanno fatto saltare in aria l’Eden.

Annie disse: — E come facevano, loro, a sapere che c’era qualcosa da far saltare in aria? "Lei" glielo ha detto, dottoressa Turner! Ha portato lei gli uomini del governo a East Oleanta!

— Se non lo avessi fatto voi stareste ancora morendo di fame — risposi seccamente. Annie riusciva sempre a tirare fuori il peggio di me. Non dubitava mai di se stessa.

Annie si calmò, fumando. Billy disse: — È davvero andato? Lo hanno fatto davvero saltare in aria?

— Sì — sentivo un groppo in gola. Solo Dio sa perché. — Billy, è lì dove facevano il disgregatore di duragem. Quella cosa che stava causando così tante rotture su ogni genere di macchinario.

Egli non rispose per lungo tempo. Pensai si fosse addormentato. Le palpebre rugose erano a mezz’asta e il cedimento delle sue mascelle mi faceva dolere il cuore.

Alla fine disse, quasi in un sussurro: — Lei ha salvato la vita del vecchio Doug Kane, lei. E avrebbero salvato anche le nostre.

Dissi in modo tagliente: — Come fai a saperlo?

Egli rispose con semplicità disarmante: — Io non lo so, io. Ma l’ho vista. Era gentile con noi, lei, anche se non avevamo con lei in comune più di… di quello che abbiamo con gli scarafaggi. Loro sanno tante cose, quelle persone. Se lei dice che la ragazzina ha fatto il disgregatore di duragem, be’, allora forse lo ha fatto. Ma è difficile da credersi. E anche se lo hanno fatto, loro, per errore, come dire…

— Sì? Sì, Billy?

— Se l’Eden è saltato per aria, lui, come faremo mai a sapere come disfarlo?

— Non lo so. Ma c’erano altri progetti nano-tecnologici in corso nell’Eden, Billy. Roba che se fosse stata liberata avrebbe potuto causare ancora più distruzioni.

Egli rifletté. — Ma dottoressa Turner…

Dissi con espressione stanca: — Non sono una dottoressa, Billy. Non sono proprio niente.

— Se il governo se ne va semplicemente in giro, lui, a far saltare per aria tutti gli Eden illegali, allora non perdiamo anche le cose buone insieme con quelle cattive? Ci sono stati quei procioni con la rabbia…

Io dissi con impazienza: — Bisogna controllare la ricerca genetica e la ricerca nano-tecnologica, Billy. Oppure qualsiasi pazzo se ne può andare in giro a inventare cose come i disgregatori.

— Mi sembra che qualche pazzo "c’era" — rispose lui, più acido di quanto non lo avessi mai sentito. — E guardi cosa è successo. I veri scienziati non riescono a trovare nessun modo per fermarlo, perché a loro non gli è mica permesso, a loro, di fare nessun esperimento da soli!

Nessuna ricerca di antidoti permessa. Non si trattava di un argomento nuovo. Lo avevo già sentito in precedenza. Mai, tuttavia, da una tale persona in una tale situazione. Billy aveva colto una fugace occhiata dell’Eden e aveva pensato che gli dèi non fossero solamente onnipotenti ma anche benevoli. Capaci di creare antidoti contro il male che essi stessi avevano provocato. Se Huevos Verdes aveva rilasciato il disgregatore di duragem, doveva essere stata un’azione deliberata, atta a distruggere la cultura che li odiava. Non riuscivo a immaginare nessun’altra ragione. Huevos Verdes aveva quasi avuto successo.

— Torna a dormire, Billy — dissi e mi alzai per andarmene. Il vecchio era tuttavia incline a parlare.

— Io "so" che non erano cattivi. Quella ragazzina, il giorno che ha salvato la vita di Doug Kane… e adesso è sparito tutto. L’Eden è davvero sparito, lui. Non potrò più andare giù lungo quel sentiero sulla montagna, io, passare nell’acqua attraverso il ruscello, io, e vedere quella porta nella collina aprirsi per potere entrare con lei…

Stava farneticando. Era ovvio: gli agenti gli avevano iniettato il siero della verità. Qualunque cosa gli fosse stata chiesta, lui avrebbe risposto. Il vaniloquio rappresentava uno degli effetti collaterali quando quel genere di farmaco cominciava a perdere la sua azione.

— Addio, Billy. Annie. — Mi mossi verso la porta.

Lizzie udì qualcosa nella mia voce. Mi si avvicinò in tutta fretta, "osso di pollo" in mano, tutta occhi e manine sottili. Aveva già un aspetto più salubre. I bambini reagivano velocemente.

— Vicki, faremo lezione domani mattina? Vicki?

La guardai e improvvisamente ebbi la sensazione completamente folle di comprendere Miranda Sharifi.

Esiste una specie di desiderio di cui non avevo mai avuto esperienza prima d’allora e che mai mi sarei aspettata di provare. Ne ho letto. L’ho perfino visto, in altre persone, anche se non in molte altre persone. È un desiderio così trafiggente, così acuto, così specifico che non esiste modo di bloccarlo, non più di quanto non si possa bloccare una lancia che ti viene scagliata con estrema precisione contro il ventre. La lancia spinge in avanti il tuo intero corpo, secondo le leggi della fisica. Cambia il modo in cui il sangue ti scorre nelle vene. Ne puoi morire.

Si dice che le madri provino quella tremanda agonia quando cercano di salvare i loro piccoli da un pericolo mortale. Non sono mai stata madre. Si dice che gli innamorati lo provino l’uno per l’altro. Non ho mai amato in quel modo, a dispetto delle scialbe imitazioni con Claude-Eugene-Rex-Paul-Anthony-Russel-David. Si dice che gli artisti e gli scienziati lo provino verso il proprio lavoro. Questo era certamente vero per Miranda Sharifi.

Quello che "io" avevo provato per Miranda Sharifi, da quando l’avevo vista a Washington, era stata invidia. Non me ne ero nemmeno accorta.

Adesso, però, no. Guardando Lizzie, sapendo che avrei lasciato East Oleanta la mattina dopo, vedendo con la coda dell’occhio il modo in cui il corpo di Annie si era spostato sulla sedia mentre ci fissava, la lancia cambiò il modo di scorrere del sangue nelle mie vene e mi portai freneticamente entrambe le mani sul ventre. — Certo, Lizzie — boccheggiai e, nel tono di voce, riconobbi quello di Colin Kowalski, conscio della superiorità di Mulo, che mentiva come i porci che siamo.

In un momento imprecisato appena prima dell’alba, alle cinque o alle sei del mattino, mi svegliai improvvisamente da un sonno irregolare. La voce di Billy mi riempì la mente: "E adesso è sparito tutto. L’Eden è davvero sparito, lui. Non potrò più andare giù lungo quel sentiero di montagna, io, passare nell’acqua attraverso il ruscello, e vedere quella porta nella collina aprirsi, io, per entrare con lei…"

Scivolai fuori dalla mia stanza nell’albergo riallestito in tutta fretta. Sul bancone si trovava un nuovo terminale, ma era decisamente troppo rischioso usarlo. Mi recai al caffè. C’era della geme, in coda davanti alla catena alimentare, mentre un animato notiziario di Muli veniva trasmesso sull’olo-terminale. I canali dei Vivi non mandavano quasi mai i notiziari. Se East Oleanta voleva vedere se stessa sull’olo-visore, doveva sintonizzarsi necessariamente su un canale di Muli.

Mi rannicchiai in un angolo, senza dare nell’occhio, e mi misi a guardare. Alla fine venne trasmessa l’esplosione, il sensazionale rintracciamento della fonte di emissione del disgregatore di duragem che aveva così tartassato il paese, primi piani di Charlotte Prescott e di Kenneth Emile Koehler, direttore dell’ECGS, a Washington. Quindi di nuovo l’esplosione. Volevo effettuare un fermo-immagine sull’olo-terminale, ma non osai. Stetti piuttosto ad ascoltare attentamente.

Un treno a gravità partì alle sette del mattino. Alle otto mi trovavo ad Albany. C’era un terminale-biblioteca pubblico alla stazione a uso dei Vivi che non avevano le idee chiare rispetto alle loro destinazioni e volevano controllare informazioni vitali, tipo la piovosità media, il luogo in cui si trovavano le piste degli scooter, longitudine o latitudine. Una insegna indicava BIBLIOTECA PUBBLICA ANNA NAOMI COLDWELL. L’insegna era drappeggiata da ragnatele. Pochi Vivi avevano le idee confuse rispetto alle loro destinazioni, o quanto meno rispetto a ciò che di esse desideravano sapere.

Infilai una delle carte di credito che l’ECGS forse non sapeva che io avessi. Il terminale disse: — In funzione. A quale paese, città, contea o stato siete interessati?

— Contea Collins, stato di New York. — Avevo la voce leggermente instabile.

— Proceda con le richieste, prego.

— Mappa dell’intera contea con indicazioni politiche e fisiche.

Quando apparve la mappa chiesi che mi venissero dati ingrandimenti di determinate sezioni, quindi che venissero ulteriormente ingrandite. L’ipertesto eseguì. La mappa mostrò latitudine e longitudine.

L’esplosione che aveva distrutto il laboratorio illegale non era avvenuta ai piedi della collina e niente affatto vicino a un ruscello.

Credevo che l’ECGS avesse distrutto un laboratorio illegale di modificazioni genetiche. Credevo che quello fosse il laboratorio che aveva rilasciato i disgregatori di duragem. Ma qualunque cosa fosse, o di chiunque fosse quel laboratorio, non si trattava dell’Eden di Billy Washington. Non era l’Eden ai piedi di una montagna e presso un ruscello, l’Eden che aveva permesso a Billy di vedere aprire la propria porta, l’Eden della salvatrice dalla testa grossa di vecchi che collassavano nei boschi. Quell’Eden c’era ancora.

Il che significava che chiunque avesse rilasciato il disgregatore di duragem, non era stato Huevos Verdes.

E allora chi era stato? E Huevos Verdes era con o contro di lui?

Da una parte la distruzione del duragem era iniziata a East Oleanta, proprio dietro l’angolo dell’Eden. Coincidenza? Ne dubitavo. Eppure Miranda Sharifi non aveva fatto nulla per fermare la diffusione del disgregatore.

Dall’altra, se i Super erano interessati alla distruzione, perché uno di loro aveva permesso a Billy Washington di vedere l’entrata dell’avamposto nelle Adirondacks e di andarsene via tranquillamente con quella conoscenza? Perché non lo avevano ucciso? Perché Miranda Sharifi aveva tentato di ottenere un permesso legale per il Depuratore Cellulare, chiarissimo dono per noi comuni mortali? Gli Insonni godevano già di quella protezione biologica ed era maledettamente certo che non avessero bisogno di denaro.

E che dire del fatto, Billy su questo aveva ragione, che se qualche laboratorio illegale fosse uscito fuori con qualcosa di anche peggiore rispetto a un disgregatore di duragem soltanto Huevos Verdes aveva il potenziale per fermarlo.

Ma lo avrebbero fatto?

Huevos Verdes era il nemico del mio paese o il suo amico in incognito?

Non era questo il genere di domande che un agente sul campo fosse tenuto a porre. Un agente sul campo era tenuto a fare ciò che gli veniva detto e a riportare ogni nuovo sviluppo significativo lungo la catena di comando. Un agente sul campo nella mia posizione avrebbe dovuto immediatamente chiamare l’ECGS. Di nuovo.

Se però lo avessi fatto, le domande non avrebbero mai ottenuto risposta. Colin Kowalski infatti pensava di conoscere già la risposta: bombardare qualunque cosa poco familiare.

Devo essere rimasta immobile in piedi davanti alla Biblioteca Pubblica Anna Naomi Coldwell per quindici minuti. I Vivi mi sfrecciavano attorno, affrettandosi per arrivare ai rispettivi treni. Un robot pulitore arrivò al trotto, strofinando il pavimento. Uno spacciatore di droga mi lanciò un’occhiata e poi si allontanò. Un tecnico, modificato geneticamente in quanto a bellezza, parlò nel suo terminale mentre percorreva la banchina.

Non mi sono mai sentita così sola.

Sono andata nuovamente verso il treno a gravità e sono tornata a East Oleanta.

PARTE QUARTA

Ottobre — Dicembre 2144

L’aspetto personale è politico e quello politico è sempre personale.

Detto popolare americano

13

Drew Arlen — Florida

Restai in clandestinità con l’Avamposto di Liberazione Francis Marion per due mesi, tutto settembre e tutto ottobre.

Non avrei creduto possibile nascondersi per giorni, settimane, mesi all’ECGS. L’avamposto era formato da un branco di pazzi: che possibilità potevano avere di eludere il governo dopo avere ucciso tre agenti dell’ECGS, assassinato Leisha Camden e fatto saltare in aria un aereo di soccorso dell’ente governativo? Nessuna. Nada. Non era possibile. Ecco che cosa avrei creduto.

Né avevo creduto possibile nascondersi da Huevos Verdes. Quotidianamente, di ora in ora, mi aspettavo che venissero a prendermi.

Le forme nella mia mente erano sottili e fragili, simili a nervose membrane. Vulnerabili. Insicure. Quelle forme nuotavano attorno all’immobile grata verde, come pesci spaventati. A volte sulle forme incerte si trovavano visi o abbozzi di visi. A volta i visi rappresentavano il mio.

Alle cinque di mattina del mio secondo giorno nei sotterranei, era suonato un allarme. Mi era balzato il cuore in petto; erano state rotte le loro difese. Era invece solamente la sveglia.

Peg entrò trascinando i piedi, con espressione accigliata. Spinse la mia sedia a rotelle fino a un bagno comune, mi sbatté dentro, mi tirò fuori. Non rivelai che avrei potuto facilmente farlo per mio conto. Mi portò alla mensa stipata di persone che stavano mangiando frettolosamente; le persone erano così tante che alcune stavano ingollando il cibo restando in piedi. Estrasse quindi un pezzo di carta dalla tasca e me lo lanciò contro con rabbia.

— Ecco qui. È tuo.

Si trattava della stampa di una tabella dal titolo ARLEN, DREW, ASSEGNAZIONE TEMPORANEA 5a COMPAGNIA. — Sono assegnato alla Quinta Compagnia. È il tuo gruppo, Peg?

Lei sbuffò di derisione e mi fece ruotare così bruscamente che rischiai quasi di rotolar giù dalla sedia a rotelle.

La 5a Compagnia si riunì in un’immensa stanza vuota nel sotterraneo: un campo di parata. Non vidi Joncey, Abigail o altre persone che potessi riconoscere. Per due ore, venti persone fecero esercizi ginnici. Io feci, intenzionalmente, pallide imitazioni seduto sulla sedia. Peg sbuffava e sudava.

Arrivarono poi due ore di istruzioni olografiche sulle armi… propellenti, laser, biologiche, gravitazionali; restai sbalordito dal fatto che Hubbley me le lasciasse vedere ma poi, in fondo, no. Egli non si aspettava che io avessi mai più l’opportunità di parlarne con altri.

Mentre l’ologramma spiegava il caricamento delle armi, la manutenzione e l’uso, i venti membri della 5a Compagnia si esercitavano con quelle vere. Io mi trovavo a tre metri dallo strappare un fucile a Peg e ammazzarla. Lei non sembrava preoccupata di ciò anche se notai alcuni altri lanciarmi fugaci occhiate durissime. Probabilmente Peg non aveva obbiettato perché erano stati ordini di Hubbley. Forse era quello il modo in cui Francis Marion aveva convertito i suoi prigionieri di guerra.

Pranzo, quindi altri esercizi fisici, poi un olo-programma su come vivere dei frutti della terra. Incredibilmente, questo arrivava dall’Ufficio Documentazione del governo. Mi addormentai.

Peg sferrò un calcio contro la mia sedia. — Verità Politica, tu.

Mi spinse più vicino alla compagnia che stava seduta a semicerchio sul pavimento, davanti all’olo-palco. Tutti sedevano a schiena eretta. Riuscivo ad avvertire forme tese che si facevano sempre più tese nella mia mente. L’atmosfera si fece elettrica e pesante. Eravamo lì per qualcosa di più interessante dell’Ufficio Documentazione del governo.

Arrivò Jimmy Hubbley e si sedette insieme alla compagnia. Nessuno gli rivolse la parola. Iniziò un nuovo olo-filmato.

Aveva lo spessore deliberatamente granuloso riservato a filmati non montati, eseguiti in tempo reale. Non esisteva modo per alterarne alcuna parte senza distruggerli interamente. Si tratta della stessa tecnica di creazione-olografica che utilizzo nei miei concerti, anche se la mia attrezzatura compensa la granulosità con margini deliberatamente sfocati, come in un sogno. È tuttavia importante che la gente veda un vero concerto dal vivo e non una versione rappezzata e riprodotta in seguito. Hanno bisogno di sapere che sono veramente io.

Quell’ologramma era realmente accaduto.

Mostrava i clandestini, incluso James Hubbley, che confiscavano il disgregatore di duragem in un laboratorio fuorilegge. Gli inventori vennero quindi costretti a produrre immense quantità di disgregatori che furono successivamente riposte in piccoli involucri completamente dissolubili una volta aperti. Non era stato messo in circolazione nulla finché i contenitori non erano stati distribuiti in tutti gli Stati Uniti. A quel punto il disgregatore con meccanismo a orologeria era stato rilasciato simultaneamente dappertutto, così che non era stato possibile risalire a una fonte. Stavo guardando un documento informativo per conoscere il quale l’ECGS avrebbe dato la propria vita collettiva.

Il laboratorio fuorilegge originario era stato localizzato a Nord dello Stato di New York, nelle Montagne Adirondacks, presso un cittadina chiamata East Oleanta.

Rimasi seduto in silenzio, lasciando che le forme nella mia mente mi sopraffacessero. Non aveva senso cercare di combatterle. Miranda aveva sempre detto che East Oleanta era stata scelta a caso per il progetto di Huevos Verdes, estrapolata da un programma casuale generato dal computer per evitare i programmi di localizzazione deduttiva dell’ECGS. Ecco quello che mi aveva detto.

"Sei una parte necessaria del progetto, Drew. Un membro a pieno titolo."

— D’accordo — disse Jimmy Hubbley, quando l’olo-filmato si spense. Adesso chi mi sa dire perché ci rivediamo questo ologramma in continuazione?

Una ragazzina disse con fervore: — Perché noi condividiamo le conoscenze, noi. Non come i Muli.

— Va bene, Ida. — Hubbley le sorrise.

Un uomo disse, con voce profonda e con l’accento tipico delle zone dell’interno: — Noi abbiamo bisogno di sapere, noi, i fatti così che possiamo prendere decisioni giuste per il nostro paese. L’ideale di un’America per veri americani, umani. La volontà di arrivarci.

— Bene — commentò Hubbley. — Non vi sembra giusto, soldati?

Qualcuno disse con una certa esitazione: — Ma non significa, questo, che dovremmo chiedere a tutti nell’intero paese che cosa pensano loro? Una votazione?

Ci fu un po’ di agitazione nella stanza.

— Se avessero tutte le nostre conoscenze, Bobby, allora significherebbe sicuramente questo — disse con espressione seria Hubbley. Nei suoi occhi chiari scintillò una luce. — Ma non sanno tutte le cose che sappiamo noi. Non hanno avuto il privilegio di combattere per la libertà in prima linea. In particolare, non hanno visto l’olo-filmato del laboratorio sequestrato. Non sanno che armi abbiamo adesso dalla nostra parte. Potrebbero pensare che questa rivoluzione qui è senza speranza, non sapendolo. Ma noi sappiamo. Abbiamo quindi l’obbligo di decidere per loro e di agire a favore di tutti i nostri compagni americani.

Le teste annuirono. Capivo quanto si sentissero speciali Ida, Bobby e Peg a decidere, così altruisticamente, nel migliore interesse di tutti gli americani. Proprio come aveva fatto Francis Marion.

Udii la voce di Miranda nel cervello: "Non è possibile che comprendano le conseguenza biologiche e sociali del progetto, Drew, più di quanto le persone del periodo di Kenzo Yagai siano state in grado di prevedere le conseguenze sociali dell’onnipresente energia a basso costo. Egli è dovuto andare avanti e svilupparla sulla base delle sue migliori proiezioni informatiche. Così facciamo anche noi. Loro non potranno capire effettivamente finché non sarà accaduto."

Perché loro erano normali. Come Drew Arlen.

Ci fu un lungo silenzio. Hubbley disse: — Ho detto che non sanno quello che abbiamo e volevo proprio dire questo. Ma è maledettamente certo che lo scopriranno. Campbell, portalo dentro.

Campbell entrò da uno dei numerosi corridoi, trascinando un Vivo nudo e ammanettato. L’individuo rappresentava una vista penosa: alto appena un metro e cinquantacinque contro i due metri di Campbell opponeva una strenua quanto futile resistenza. Venne ribaltato e i calcagni nudi strisciarono sul pavimento. Non emise un suono.

Hubbley disse: — La robocamera è pronta?

Qualcuno alle sue spalle rispose: — L’ho appena accesa, Jimmy.

— Bene. Adesso, sapete che questo filmato è del tipo che non può essere manipolato senza autodistruggersi. E voi spettatori, là fuori, lo sapete anche voi. Figliolo, guardami quando sto parlando.

Il prigioniero sollevò la testa. Non fece nemmeno lo sforzo di coprirsi i genitali. Vidi che la sua statura piccola non era dovuta a cattivi geni da Vivo: era un ragazzino. Tredici anni, forse quattordici ed era modificato geneticamente. Si vedeva dai brillanti occhi verdi, dalla netta e bella linea della mascella. Ma non era un Mulo. Era un tecnico, quella genia di famiglie di confine che non si possono permettere una modificazione genetica completa, inclusi i costosissimi potenziatori di QI, ma che aspirano a essere qualcosa più dei Vivi. Acquistano per i loro figli solamente le modificazioni riguardanti l’aspetto fisico, i cervelli a metà strada fra i robot e quelli da Mulo. I miei assistenti erano tecnici. A Huevos Verdes, si sarebbe potuto affermare che il nipote di Kevin Baker, Jason, un Insonne, fosse, nonostante tutto, un tecnico.

Il ragazzino appariva terrorizzato.

Hubbley disse, non al ragazzo: — Come veniva chiamato il generale Francis Marion dal suo giovane luogotenente?

Peg rispose con ardore: — "Orribile, bisbetico figlio di puttana col naso adunco e le gambe a X!"

— Vedi, figliolo — spiegò gentilmente Hubbley al ragazzino — il generale Marion non era modificato geneticamente. Era semplicemente come il suo Dio lo aveva fatto. Ed è diventato il più grande eroe che questo paese ha mai avuto. Curtis, che cosa diceva il generale Marion su come ci si doveva comportare quando si era troppo inferiori di numero rispetto al nemico per attaccarlo direttamente?

Un uomo alla mia sinistra rispose prontamente: — "Li spingo così tanto da separarli".

— Assolutamente giusto. Ed è esattamente quello che stiamo facendo noi, spettatori là fuori. Spingiamo. Questo qui è un nemico catturato, lavoratore in una clinica di modificazione genetica. I genitori portano i loro innocenti bambini, non ancora nati, in questi posti e li trasformano in qualcosa che non è umano. I loro stessi figli. Per qualcuno di noi questo è praticamente inconcepibile.

Avrei voluto dire che le modificazioni genetiche in vitro avvenivano prima ancora che ci fosse un "bimbo", che venivano effettuate sull’ovulo fertilizzato in biostasi artificiale. Avevo però la lingua appiccicata al palato. Il ragazzino tecnico fissava davanti a sé senza vedere nulla, come un coniglio colto dagli abbaglianti di un’auto.

— Adesso voi potete pensare che questo ragazzino qui è troppo giovane per potere essere ritenuto responsabile delle sue azioni. Però ha quindici anni. Junie, quanti anni aveva il nipote di Francis Marion, Gabriel Marion, quando è stato ucciso mentre combatteva il nemico alla Piantagione di Mount Pleasant?

— Quattordici — rispose una voce femminile. Dalla mia sedia a rotelle non riuscii a vedere il suo volto.

La voce di Hubbley si fece confidenziale. Egli si sporse leggermente in avanti: — Vedete tutto, là fuori, vero? Questa è guerra. Parliamo sul serio. Abbiamo l’Ideale riguardo al genere di paese dove vogliamo vivere e abbiamo la Volontà per ottenerlo. Indipendentemente da qual è il costo personale. Earl, di’ a tutti i nostri spettatori là fuori dell’ECGS, della signora Rebecca Motte.

Un uomo che indossava una tuta color porpora si alzò goffamente, con le braccia che gli penzolavano lungo i fianchi. — L’undici maggio…

— Il dieci maggio — corresse Hubbley.

— Il dieci maggio il generale Marion e i suoi uomini attaccarono la piantagione di Mount Pleasant, loro, perché gli inglesi l’avevano presa come quartier generale. Avevano fatto spostare la signora Rebecca Motte e i suoi figli in una legnaia. La sua casa era così ben fortificata contro un attacco diretto che il generale ha deciso, lui, di lanciare frecce incendiarie per mandarla a fuoco. Però non ci avevano nessun buon arco o frecce. Il cavalleggero Harry Lee, che stava lavorando con il generale Marion, lui, andò a dire alla signora Motte che dovevano incendiare la sua casa. Lei se n’è entrata nella legnaia ed è uscita fuori con un magnifico arco con le frecce, vera roba da Muli. E lei ha detto sulla sua casa, lei: "Anche se fosse un palazzo, dovrebbe andare". — Earl si sedette.

Hubbley annuì. — Sacrificio autentico. Autentica patriota la signora Rebecca Motte. Hai sentito, figliolo?

Il tecnico non sembrava sentire proprio niente. Era drogato?

Leisha mi aveva sempre ammonito di non credere ai più coloriti racconti della storia.

— Gli agenti dell’ECGS sono tutti traditori, fanno finta di salvaguardare la purezza degli esseri umani mentre in effetti permettono ogni tipo di abominio. E stanno consegnando questo grande paese nelle mani di quegli stessi abomini, i Muli. Joncey, che cosa ha detto il generale Marion nel suo discorso agli uomini prima che attaccassero Doyle a Lynche’s Creek?

La voce di Joncey, così più forte e a proprio agio di quella di Earl, recitò: — "Ma, amici miei, se dovremo essere distrutti per avere resistito coraggiosamente ai nostri tiranni, che cosa ne sarà di noi se ci sottometteremo docilmente, arrendendoci a loro?"

Mi voltai. La stanza era piena di persone, tutti i "rivoluzionari" di altre "compagnie". Fissando il giovane tecnico, non mi ero nemmeno accorto che fossero entrati. Neppure, ero convinto, se n’era accorto lui.

Hubbley disse: — Questo ragazzo qui è un traditore. Lavorava in una clinica di modificazioni genetiche. Morirà come un traditore e voi tutti là fuori ricordatevi che non sarà l’unico né oggi, né domani, né dopodomani. Abby?

Abigail avanzò uscendo dalla folla. Portava un involucro grigio informe, non più grosso del suo pugno chiuso.

— Abby — disse Hubbley — che cosa faceva il generale Marion con i beni confiscati al nemico?

Lei si voltò per parlare direttamente verso la robocamera. — Ogni sega metallica che riusciva a trovare la brigata, lei, veniva trasformata in una spada.

— È perfettamente giusto. E questa qui — sollevò l’involucro alto sopra la sua testa — è una sega. Non è nemmeno stata prodotta in qualche laboratorio illegale di modificazione genetica. Questa qui viene direttamente dal più grande traditore di tutti: il cosiddetto governo degli Stati Uniti. — Rigirò l’involucro. Vi vidi stampigliato sopra PROPRIETÀ DELL’ESERCITO STATUNITENSE. SEGRETO. PERICOLO.

Non riuscii a crederci. Hubbley ci aveva dipinto sopra quelle parole. Non potevo crederci e non sapevo, ancora, che cosa contenesse l’involucro. La grata nella mia mente vibrò, come se ci passasse attraverso il vento.

— D’accordo, Abby — disse Hubbley — fallo.

Abby, volgendomi la schiena, fece qualcosa che non riuscii a vedere. Lo scintillio di uno spesso campo a energia-Y apparve attorno al tecnico nudo, un emisfero a cupola dotato di un pavimento del diametro di circa due metri. L’involucro era sistemato all’interno dello scintillio.

Il ragazzino non era drogato, dopotutto. Cominciò immediatamente a strillare. Il suono non poteva passare attraverso lo scudo, non faceva penetrare nulla, nemmeno l’aria. Il ragazzo picchiò i pugni contro l’interno della cupola e gridò, la bocca spalancata, una caverna rosa, gli occhi sbarrati dal terrore. C’era una leggera peluria sopra il labbro superiore, il piumino di un uccellino ancora implume, e ben poco di più sul suo pube.

Jimmy Hubbley appariva disgustato. — Vive provocando morte e non sa nemmeno morire da uomo. Fallo, Abby.

Qualunque cosa fece Abby, non riuscii a vederla. L’involucro si fece rilucente, quindi si dissolse in una poltiglia grigia.

— Questa qui è la vostra sega di metallo che avevate fatto per segarci — disse Hubbley — ma noi ne abbiamo fatto una spada. Tutti quelli che avranno impugnato la spada, di spada periranno. Matteo 26:52. Voi sapete già che cosa fa questa roba. Ma per quelli che non lo sanno — guardò me direttamente — lo ripeterò. Questo qui si porta via le pareti cellulari, le cellule di esseri umani viventi. Così.

Il ragazzino aveva smesso di picchiare contro lo scudo. Stava ancora gridando, ma la sua bocca aveva cominciato a cambiare forma. Si stava dissolvendo. Non era la stessa cosa di quando si versava dell’acido addosso a qualcuno. La carne del ragazzo non stava bruciando, si stava sciogliendo, come il ghiaccio in primavera. Pezzettini di pelle caddero sul pavimento all’interno della cupola, esponendo la carne viva, e poi caddero pezzi anche di quella. Egli continuò a strillare, strillare, strillare.

Al ragazzo occorsero circa tre minuti per morire.

A quel punto tutti si mossero. La robocamera doveva essere stata spenta. Le forme nella mia mente erano impregnate di catrame, ripugnanti. Non avevo fatto nulla per salvare il ragazzo. Non avevo nemmeno cercato di parlare. Non avevo cercato di farmi filmare sul nastro non modificabile, per fornire agli spettatori qualche indizio su dove stesse avendo luogo quella azione abominevole: non avevo fatto nulla.

— È fatta — disse Jimmy Hubbley, chiaramente compiaciuto di sé. — Siete tutti congedati. E Signor Arlen, signore, penso che è meglio se Peg la riporta nella sua stanza. Sembra che non sta troppo bene. Se non è un’impertinenza troppo grossa per me dirglielo.

Andò avanti così per settimane.

Addestramento fisico, olo-filmati sullo stato della società (dove erano stati fatti?), esercitazioni politiche. Era peggio che trovarsi di nuovo a scuola. Continuai a trovare piccoli rombi di pizzo dell’abito da sposa di Abigail, e Peg non spinse mai la mia sedia a rotelle in alcun posto che si trovasse a distanza di sputo da un terminale.

Non ci furono più esecuzioni.

Avevo un maledetto bisogno di bere. Hubbley disse di no. Concedeva alcune droghe perché non rallentavano il tempo di reazione. Io volevo bere perché quello rallentava il tempo di reazione.

Hubbley mi aveva concesso un insulso terminale portatile, del genere usato a scuola dai bambini, e una biblioteca enciclopedica standard. Una volta gli dissi, poiché non ero riuscito a trattenere le parole: — Francis Marion scoraggiava l’uccisione dei prigionieri. Fece perfino scappare un conservatore, Jeff Butler, dal proprio campo quando sembrò che i suoi uomini potessero ammazzarlo.

Hubbley rise deliziato e si sfregò il bozzo sul collo. — Maledizione, ha studiato figliolo, che diavolo, ha studiato! Sono maledettamente fiero di lei!

I denti mi fecero male da quanto li digrignai. — Hubbley…

— Ma non significa proprio niente, signor Arlen, signore. No, non significa niente. Il generale Marion mostrò compassione verso i conservatori perché facevano parte della sua stessa razza, erano suoi vicini che vivevano dei frutti della terra proprio come lui. Non mostrò la stessa compassione nei confronti dei soldati inglesi, vero? I Muli non sono della nostra razza. Non sono i nostri vicini nelle loro enclavi snob. E di certo non vivono come noi, deprivati di istruzione, proprietà privata e autentico potere. No, i Muli sono come gli inglesi, signor Arlen. Non Jeff Butler, ma il capitano James Lewis dell’Esercito di Sua Maestà che fu ucciso da un patriota quattordicenne di nome Gwynn. Questa è legge di natura, figliolo. Proteggi i tuoi.

— Marion non…

— Di’ "generale Marion" tu! — strillò Peg. Lanciò un’occhiata a Hubbley come un cane che spera di ricevere una carezza sulla testa. Hubbley sorrise, mettendo in mostra i denti spezzati.

Quelle erano le persone che avevano sparso per il paese il disgregatore di duragem, distruggendo la civiltà. Quelle.

Ed essa era distrutta. Gli olo-visori nelle mense ricevevano i canali dei Muli. Non c’era praticamente più nessun treno a gravità che funzionasse in orario, specialmente fuori dalla città. La maggior parte dei tecnici era stata trasferita in aree ad alta densità di popolazione, dove si trovavano votanti e pericolo di rivolte. La sicurezza era stata triplicata nella maggior parte delle enclavi. Volavano pochi aerei, il che significava che il paese veniva governato fondamentalmente tramite teleconferenze a distanza. Le unità mediche si rompevano costantemente. Non emettevano diagnosi errate: avevano semplicemente smesso di emettere diagnosi.

Una malattia di tipo virale si stava diffondendo nella California del sud. Nessuno sapeva se si trattava di una mutazione naturale o di bioingegneria.

Un messia Vivo nel Texas orientale aveva proclamato che quello era il Tempo della Fine. Citava le Rivelazioni sui quattro cavalieri dell’Apocalisse con qualche variazione: il cavaliere della guerra doveva essere sguinzagliato dai Vivi. Subito. Quando la squadra di sicurezza di Stato aveva cercato di arrestarlo, lui e i suoi seguaci avevano fatto saltare in aria trentatré persone con armi illegali messicane. Il governatore, aveva detto preoccupato il notiziario, era virtualmente certo di non riuscire a essere rieletto.

In Kansas, una fabbrica di soia sintetica posseduta dalla concessionaria D’Angelo era stata fatta a pezzi da un’orda che si era portata via la soia trattata e quella non trattata. La folla aveva anche distrutto tre milioni di dollari di macchinari robotici.

Il vicegovernatore del Sud Dakota era stato accoltellato a morte nel sonno, inspiegabilmente, all’interno di una enclave protetta.

I Vivi di San Diego avevano fatto irruzione nello zoo famoso in tutto il mondo, avevano ucciso un leone e due ele-ippopotami e se li erano mangiati, fidandosi di un rapporto che diceva che gli animali non potevano essere attaccati dalla nuova malattia.

Il nord-est era stato colpito da un inverno anticipato. Le cittadine più piccole, come East Oleanta, erano isolate e prive di treni a gravità, i cittadini morivano di fame per mancanza di cibo.

Dov’era Miranda? E che cosa stava aspettando? A meno che qualcosa non fosse andato storto negli ultimi stadi del progetto. A meno che l’ECGS non avesse scoperto l’Eden, rintracciandolo tramite le voci disseminate con prudenza nelle piccole cittadine isolate dei Vivi.

Per la prima volta mi chiesi se sarebbe effettivamente venuta a prendermi.

— La grandezza della Costituzione sta nella Volontà del suo popolo — disse Jimmy Hubbley, con gli occhi chiari che brillavano.

"La grandezza della Costituzione sta nei suoi controlli ed equilibri" aveva sempre detto Leisha. Leisha.

La grata scura nella mia mente era ripiegata, stretta come un ombrello, impenetrabile, una linea acuminata e sottile che mi tagliava dentro.

Dove stavano i controlli e gli equilibri rispetto a Huevos Verdes?

— Portami ancora in giro per il campo — dissi a Peg.

Lei stava stravaccata su una sedia nella sala mensa e guardava una gara di scooter che si stava svolgendo da qualche parte in California. Una parte della California senza peste. — Non voglio, io, portarti di nuovo. Hai visto tutto quello che dovevi vedere, tu.

— Benissimo. Andrò da solo. — Mi allontanai da lei spingendo la sedia a rotelle. Non osavo esercitare la parte superiore del mio corpo, nemmeno dopo essere stato chiuso a chiave in camera di notte. Non riuscivo a vedere i monitor della sorveglianza ma sapevo che dovevano esserci. Mi accontentavo di alzarmi furtivamente pochi centimetri al di sopra dei braccioli della sedia svariate volte al giorno, sollevando le gambe inutilizzabili, attento a scegliere ogni giorno un luogo differente per farlo.

— Aspetta, tu — sospirò Peg e si alzò. Spinse con maniere rozze la sedia in avanti.

Un corridoio bianco con le porte, prive di segni caratteristici, bloccate. Ne incontrai altri due nelle medesime condizioni.

La zona di atterraggio, sorvegliata da Campbell che stava dormendo, ma non profondamente. Un altro corridoio bianco con le…

C’era un pezzo dell’abito da sposa di Abby impigliato su un punto sporgente della parete.

— Maledizione! — disse Peg con più energia di quanto non le avessi mai sentito dire prima. — Quella puttana non riesce a tenere mai niente in ordine, lei! Questa stupida roba è dappertutto! — Staccò selvaggiamente il piccolo rombo e lo strappò in pezzettini anche più piccoli, il volto pieno di furiose chiazze rosse. Aveva le lacrime agli occhi.

Perché mai c’era un punto sporgente su una parete nano-tecnologicamente liscia da lasciarci impigliato un ritaglio di pizzo?

— Stupida puttana! — ripeté Peg. Le si incrinò la voce.

— Caspita, Peg — dissi io. — Sei gelosa.

— Chiudi il becco, tu!

Per mezzo della zona dotata di zoom delle mie cornee notai che il punto sporgente sulla parete aveva l’aria di essere stato aggiunto. Non rappresentava un errore nella nano-programmazione, ma una sporgenza aggiunta in seguito, con un altro nano-assemblatore dotato di meccanismo a orologeria, manualmente. Perché?

Per fare impigliare un rombo di pizzo?

Ogni rombo era differente. Il pizzo era stato studiato in quel modo. Per creare uno schema unico su un abito da sposa vecchio stile.

Per creare un codice.

Peg si era ripresa. Mostrando ancora una volta un’espressione vacua, ma con gli occhi arrossati, si infilò il pezzo strappato di pizzo nella tasca dell’odiosa e inadatta tuta turchese. Aveva la bocca contratta in una smorfia di dolore. Nella mente non mi scivolò alcuna forma di simpatia. Peg non sapeva che cosa fosse il dolore. Peg non aveva visto morire Leisha, con il fango che le macchiava la sottile camicetta gialla e due punti rossi sulla fronte.

— Andiamo — disse lei con impazienza, come se fossi stato io a farla attardare.

Un codice. I frammenti di pizzo erano un codice, in un luogo in cui ogni parola, ogni azione, ogni incontro casuale era monitorato. E dove tutti erano incoraggiati a essere "ordinati" e a portar via la spazzatura perché il brigadiere generale Francis Marion era stato il più ordinato figlio di puttana che avesse mai attaccato l’esercito inglese.

Quante persone erano coinvolte? Quasi certamente Abigail e Joncey. Chi avevano con sé contro Hubbley? Avevano qualcuno anche all’esterno?

Vidi nuovamente l’involucro grigio. PROPRIETÀ DELL’ESERCITO STATUNITENSE. SEGRETO. PERICOLO.

— Visto — latrò Peg quando fummo tornati alla sala comune — hai visto tutto, tu! Adesso ce ne possiamo stare un po’ fermi?

— Mi stufo a stare fermo — risposi io. — Facciamo un altro giro. — E cominciai a spingere la primitiva carrozzella sentendomi alle spalle gli improperi.

Tre giorni dopo, tre giorni di incessante spingere, la porta dei quartieri privati di Jimmy Hubbley si aprì e lui e Abigail uscirono. Quando Abigail vide Peg, abbassò gli occhi, sorrise e fece finta di finire di allacciarsi la cerniera dei pantaloni della tuta.

Peg era alle mie spalle, dove non potevo vedere il suo volto, ma riuscii a sentire le sue mani, grandi e grezze sulle maniglie della sedia a rotelle. Capii che sapeva già di Abigail e Hubbley. Era ovvio. Tutti dovevano saperlo: non ci si poteva nascondere in un posto del genere. Joncey doveva accettarlo. Forse questo aiutava i progetti suoi e di Abby per la contro-rivoluzione. Forse lui pensava che Hubbley stesse soltanto diffondendo i suoi geni nel modo naturale e permesso per rafforzare il genoma umano. Forse Hubbley pensava di diffondere quelli di Francis Marion con ogni soldatessa carina che avesse rispetto dell’Ideale e della Volontà.

— ’Sera Peg — disse Hubbley. Lei tossì una specie di risposta. Abigail sorrise in modo riservato. Quella ragazza creava una forma nella mia mente: fiori con piccolissimi denti letali nel centro giallo sole.

— ’Sera, maggiore Hubbley — bofonchiò Peg. Non sapevo nemmeno che fosse stato promosso.

Adesso, però, lo avevo in pugno.

A cena la sala mensa era stipata. Abigail era seduta con degli amici, ridendo, cucendo il suo abito da sposa di pizzo bianco. Aveva il volto arrossato e allegro. Sopra di noi, nel mondo che conoscevo soltanto tramite l’olo-terminale, era novembre. Sessantasette giorni in un sotterraneo e Miranda non era arrivata.

Joncey era in piedi in mezzo a un gruppetto che guardava un paio di giocatori d’azzardo giocare a Devil. I dadi a dodici facce, fatti di un metallo scintillante, balenavano quando venivano lanciati in alto. Tutti strillavano e ridevano. Peg era stravaccata sulla sua sedia, col volto vacuo e le rozze mani appoggiate sulle ginocchia. Le avevo chiesto che mi portasse carta e penna, cosa che l’aveva resa dapprima sospettosa, quindi disgustata.

— Per farci che? Hai il terminale-biblioteca, tu.

— Voglio scrivere qualcosa.

— Puoi dire, tu, al terminale tutto quello che vuoi salvato.

— Voglio scriverlo. Su carta.

Il sospetto crebbe. — Sai scrivere?

— Sì.

— Pensavo che il maggiore Hubbley aveva detto, lui, che tu non eri un Mulo, tu.

— Sono stato in scuole per Muli. So scrivere. E tu non sai leggere?

— Certo che so leggere, io!

Probabilmente era vero, quanto meno un pochino. I bambini dei Vivi imparavano generalmente a leggere le parole fondamentali, se non a scriverle. Era necessario saper leggere i nomi sui pacchi nel deposito, sui cartelli stradali, sui tagliandi per scommettere agli scooter. Speravo maledettamente che sapesse leggere.

Un monitor invisibile mi stava ovviamente fissando. Mi chinai sulla carta che Peg mi aveva portato, fogli chiari ma ruvidi, destinati probabilmente per incartare qualcosa. Non riuscivo a ricordare quando fosse stata l’ultima volta che avevo scritto qualcosa. Non ero stato mai particolarmente bravo. La penna mi sembrava pesante in mano.

"Drew, tienila così."

"Per fare che, Leisha? Posso dire, io, al terminale tutto quello che voglio sapere."

"E se un giorno non ci fossero terminali?"

"Col piffero! Ci saranno sempre terminali, loro!"

Scrissi lentamente a stampatello UNA ISTERIA DELA SECCONDA REVALUZIONE AMERICANA.

Tre ore più tardi, dopo un gran accartocciare e strappare carta e agitarmi sulla sedia, avevo ben tre pagine tutte scritte. Descrivevano la filosofia, le attività e gli obiettivi di James Francis Marion Hubbley. Lo stesso Hubbley attraversò a grandi passi la stanza, torreggiando su di me. Mi chiesi come mai gli era occorso tanto.

— Ora, signor Arlen, signore, sono veramente felice che si è interessato tanto alla nostra rivoluzione da volerla scrivere. Ma, naturalmente, voglio controllare quello che ha scritto, per precisione. Lo capisce, figliolo?

— Significa che pensa che qualcuno lo vedrà sul serio? — dissi, consegnandogli le carte. Stuzzicarlo, però, non sortì alcun effetto. Il suo volto, sempre ossuto, appariva tirato e desolato. La pelle attorno agli occhi si increspava in spesse rughe. Dette a malapena un’occhiata alla mia "isteria".

— Che diavolo, è bella, figliolo. Solo che c’è bisogno di più sul colonnello Marion. L’ispirazione è il cuore dell’azione, diciamo sempre.

— Non ho mai sentito nessuno di voi dirlo.

— Mmmh — commentò lui, senza avermi effettivamente ascoltato. Si guardò distrattamente attorno nella stanza. Abigail stava ancora ridendo in modo squillante con i suoi amici, cucendo il perenne abito da sposa: ci stava sopra da oltre tre ore. Ormai era incinta di sette mesi e il pizzo bianco le si appoggiava sul rigonfiamento del ventre. Joncey, il dottore e Campbell erano spariti. Peg, sveglia accanto a me, fissava Hubbley come fosse il sole. Stava succedendo qualcosa, qualcosa che non capivo.

Le forme nella mia mente erano serrate e dure, chiuse come la grata scura. Stavo esaurendo il tempo.

Serrando le mani sui braccioli della sedia a rotelle, sollevai il busto di pochi centimetri dal sedile. Spostai quindi il peso sulla mano sinistra finché la sedia si ribaltò. Caddi addosso a Peg che, istantaneamente mi afferrò la gola, stringendo. Lottai con me stesso per non reagire. Ogni fibra delle mie braccia gridava per mollarle un cazzotto, ma rimasi immobile, con gli occhi sbarrati, soffocando a morte. La stanza ondeggiò, si offuscò. Passò un’eternità prima che Jimmy Hubbley me la togliesse di dosso.

— Forza, Peg, lascia andare, quest’uomo non sta lottando, è soltanto caduto. Peg! Lascialo!

Lei lo fece, all’istante. L’aria mi riempì di nuovo i polmoni, bruciante e dolorosa come acido. Ansimai e rantolai.

Hubbley stava bloccando Peg anche se lei lo superava in altezza di venticinque centimetri ed era indubbiamente più forte di lui. Egli le tenne un braccio attorno alla vita. Con l’altra mano rigirò la sedia. Si erano radunati molti spettatori.

— Forza, ragazzi, non è successo niente. La sedia del signor Arlen si è ribaltata, vedete come è piegata questa cosa di metallo qui sotto? Calmati adesso, Peg. Caspita, non è nemmeno armato. Si è fatto male signor Arlen, signore?

— N-n-no.

— Cavoli, queste cose succedono. Starrett, rimetti il signor Arlen su questa sedia qui. Dov’è Bobby? Eccoti. Bobby questo è il tuo dipartimento, raddrizza questo metallo così che la sedia a rotelle non gli si ribalti un’altra volta. È decisamente pericoloso. Adesso, è quasi ora di spegnere le luci, quindi andate tutti nei vostri alloggi.

Venni sollevato su una sedia della mensa. Bobby tirò fuori un attrezzo elettrico dalla tasca e raddrizzò il montante in metallo, posto sotto la sedia, in quindici secondi. Mancandomi un attrezzo elettrico mi era occorsa mezz’ora e tutta la forza che avevo in corpo per piegarlo, quel pomeriggio.

Hubbley tolse il braccio dalla vita di Peg, che rabbrividì. L’uomo lasciò la stanza. Recuperai la mia "isteria" e lasciai che Peg spingesse la carrozzella fino in camera da letto e mi bloccasse dentro. Era brusca, arrabbiata con se stessa per avere esagerato nella reazione e si stava chiedendo se qualcun altro si fosse accorto quanto disperatamente aveva protetto Jimmy Hubbley. Non sapeva davvero che tutti gli altri si erano accorti e la prendevano in giro per la sua passione senza speranza. Povera Peg. Stupida Peg. Stavo contando sulla sua stupidità.

Arrivato in camera raggomitolai la coperta sul letto, cercando di far sembrare che mi ci trovassi sotto. Non fu facile: la coperta era sottile. Lasciai la sedia a rotelle vuota in modo che balzasse all’occhio, sulla mia destra, visibile non appena la porta si fosse aperta anche parzialmente. Mi posizionai proprio dietro la porta, accovacciato contro la parete, con le gambe inutilizzabili rannicchiate sotto di me.

Quanto sarebbe occorso a Peg per spogliarsi? Si controllava sempre le tasche? Certo che sì. Era una professionista. Una professionista stupida, però. E malata di passione.

Stupida e malata abbastanza? Se no, ero morto come Leisha.

Ero seduto più o meno nella stessa posizione in cui Leisha era morta. Leisha però non aveva mai saputo che cosa l’avesse colpita. Io sì. Le forme nella mia mente erano tese e veloci, squali argentei che giravano attorno alla grata verde e chiusa.

L’annotazione nella tasca di Peg era scritta con la stessa matita della mia "isteria", ma non su spessa carta da pacco chiara. Era scritta su un ritaglio di pizzo dell’abito da sposa di Abigail, un rombo lasciato-molto-distrattamente lungo un corridoio, un rombo con meno buchi di pizzo del solito e quindi con lo spazio per scribacchiare, utilizzando la grafia più differente possibile dalla mia "isteria" che ero riuscito a ottenere. Ovviamente un esperto grafologo avrebbe visto immediatamente che la scrittura era della stessa persona. Ma Peg non era un’esperta grafologa. Peg era a malapena in grado di leggere. Peg era stupida. Peg era marcia di passione, gelosia e desiderio di protezione per il suo folle capo.

La nota diceva: "Lei è traditore. Piano con me. Camera di Arlen più sicura". L’avevo scritta fra tutto l’accartocciare, lo strappare e l’armeggiare con la mia "isteria" e non era stato difficile farla scivolare nella tasca di Peg. Non per una persona che aveva un tempo infilato la mano in tasca al governatore del Nuovo Messico, ospite di Leisha, perché il governatore era un Mulo importante e io ero uno scialbo ragazzino menomato che era stato appena buttato fuori a calci dalla terza scuola dove i soldi da Mulo di Leisha avevano cercato di farmi restare.

"Leisha…"

Gli squali argentati si muovevano sempre più velocemente attraverso la mia mente. Peg sarebbe riuscita a decifrare la parola "traditore"? Forse sarei dovuto rimanere sulle parole di una sola sillaba. Forse era più professionista che non malata d’amore, o meno stupida che gelosa. Forse…

La serratura si illuminò. La porta si aprì. Nello stesso secondo in cui lei fu dentro io le sbattei in faccia la sedia a rotelle, sollevandola in alto con ogni briciolo della forza dei miei muscoli delle braccia potenziati. Lei ricadde contro la porta, chiudendola. Restò stordita per un solo istante, ma era solo di un istante che io avevo bisogno. Brandii nuovamente la sedia, questa volta puntando il bracciolo, che avevo piegato ad angolo, direttamente contro il suo stomaco. Se fosse stata un uomo avrei mirato alle palle. Con estrema pazienza avevo rimosso l’imbottitura del bracciolo e avevo lavorato il metallo, avanti e indietro, col sudore che mi colava lungo la faccia, finché non si era spezzato, formando una punta, quindi avevo riapplicato il bracciolo. Mi erano occorsi giorni, per nascondere il mio lavoro sia ai monitor sia a Peg. Al metallo affilato e spezzato occorse soltanto qualche secondo per trafiggere l’addome di Peg e impalarla.

Lei gridò, afferrò il metallo e cadde sulle ginocchia, bloccata dall’ingombro della sedia. Era forte, però: in un momento aveva tirato fuori dalla carne il bracciolo spezzato. Il sangue le scorreva dal ventre, ma non tanto quanto io avevo sperato. Si voltò verso di me e mi accorsi che, in tutti i miei concerti, in tutto il mio lavoro con le forme inconsce della mia mente, non avevo mai creato nulla di così selvaggio come l’aspetto del volto di Peg in quel momento.

Adesso però lei era in ginocchio, al mio livello. Era forte, allenata e più grossa di me, ma io ero potenziato e ben allenato. Ci azzuffammo, riuscii a piazzarle entrambe le mani attorno al collo e strinsi.

Peg mi colpì duramente. Mi esplose un gran dolore nella testa, un geyser bruciante che spruzzò la grata scura. Tenni duro. Il dolore soffocava entrambi, soffocava ogni cosa.

Per la terza volta, la grata color porpora scomparve. Quindi scomparve anche tutto il resto.

Lentamente, molto lentamente, mi resi conto che gli oggetti nella stanza avevano forme proprie, forme che si trovavano all’esterno della mia testa. Erano solide, nitide e reali. Il mio corpo aveva forme: gambe rannicchiate sotto di me, la testa appoggiata sopra alla sedia a rotelle di metallo, le palle che gridavano dal dolore. Le mie mani avevano una forma, erano serrate, bloccate attorno al collo di Peg. Il volto di lei era paonazzo, la lingua le spuntava, gonfia, fra le labbra. Lei era morta.

Provai dolore nell’aprire le mani.

La guardai. Non avevo mai ucciso nessuno prima di allora. La guardai centimetro per centimetro. Il messaggio scarabocchiato sul pizzo era serrato fra le sue dita irrigidite.

Raddrizzai la sedia a rotelle il più velocemente possibile, infilai nuovamente l’imbottitura sul bracciolo aguzzo e issai il mio corpo dolorante su di essa. Peg aveva una pistola nella tuta, la presi. Non sapevo quanto fosse sofisticato il programma di sorveglianza della camera. A Peg era probabilmente concesso di entrare quando voleva.

Aprii la porta e mi spinsi sul corridoio. Le ruote lasciarono una sottile striscia di sangue sul pavimento perfetto, costruito con la nano-tecnologia. Non potevo farci assolutamente nulla.

Avevo osservato, durante i giri attorno al bunker, chi entrava e usciva e da quali porte. Avevo ascoltato, cercando di immaginare chi fossero gli ufficiali più fidati, chi sembrava sveglio a sufficienza per lavorare con i computer. Avevo cercato di indovinare oltre quali porte vi fossero dei terminali.

Nessuno era venuto a cercarmi. Erano passati cinque minuti da quando avevo lasciato la mia stanza. Otto. Dieci. Non era suonato alcun allarme. C’era qualcosa che non andava.

Arrivai a una porta dove speravo ci fosse un terminale: era ovviamente bloccata. Pronunciai i trucchetti di sovrapposizione che Jonathan e Miranda mi avevano insegnato, i giochetti che io non capivo, e la serratura si illuminò. Aprii la porta.

Si trattava di una stanza-magazzino, piena di moltissimi involucri metallici, ammucchiati fino al soffitto. Nessuno degli involucri era etichettato. Non c’erano terminali.

Lungo il corridoio sentii il rumore di passi in corsa. Chiusi velocemente la porta dall’interno. Il rumore di passi cessò: la camera era insonorizzata. Aprii nuovamente la porta di qualche centimetro. Adesso c’era della gente che gridava più giù, lungo il corridoio.

— Maledizione, dove sta quello, lui? Maledizione e stramaledizione! — Campbell, che non avevo mai nemmeno sentito parlare. Stavano cercando me. Il programma di sorveglianza però avrebbe dovuto mostrare chiaramente dove mi trovavo…

Un’altra voce, di una donna, bassa e letale, disse: — Prova nella stanza di Abby.

— Abby! Cazzo, c’è sotto lei! Lei e Joncey! Hanno già la stanza coi terminali…

Le voci scomparvero. Chiusi la porta. Le forme nella mia mente cominciarono improvvisamente a gonfiarsi, escludendo i pensieri. Le repressi. Allora c’eravamo. Era iniziato. Non stavano cercando me, stavano cercando Hubbley. La rivoluzione contro la rivoluzione era cominciata.

Rimasi seduto, pensando il più velocemente possibile. Leisha. Se ci fosse stata Leisha…

Leisha non era una cospiratrice. Non era un’assassina. Aveva avuto fede nell’eventuale risultato di un qualsiasi scontro fra bene e male, aveva avuto fede nelle somiglianze basilari fra gli esseri umani, aveva avuto fede nella loro abilità di concludere compromessi e vivere insieme. Gli umani potevano avere bisogno di controlli ed equilibri, ma non avevano bisogno di forza imposta, né di isolazionismo difensivo. Leisha, a differenza di Miranda, credeva nella regola della legge. Ecco perché era morta.

Aprii la porta completamente e spinsi la mia sedia a rotelle, deformata come era, nel corridoio. Dal bracciolo cadde l’imbottitura. Bloccai il corridoio, a pistola spianata, e aspettai che qualcuno girasse l’angolo. Alla fine qualcuno lo fece. Era Joncey. Gli sparai all’inguine.

Egli gridò e cadde contro la parete. Uscì molto più sangue di quanto non fosse accaduto con Peg. Portai rapidamente la carrozzella fino a lui e me lo issai in grembo, bloccandogli i polsi con una delle mie mani potenziate e tenendo la pistola con l’altra. Un altro uomo voltò l’angolo, con Abigail che gli correva dietro ondeggiando. Abigail emise un suono gemente più simile al vento che non a una voce umana.

— Ooohhhhhh…

— Non avvicinatevi ulteriormente o lo uccido. Sopravviverà, Abby, se verrà sottoposto a cure mediche, sempre che lo lasci andare in fretta. Ma se non farete ciò che vi chiederò, lo ucciderò. Anche se tirerete fuori una pistola per spararmi io sparerò prima a lui.

L’altro uomo disse: — Ammazza quel bastardo monco, tu!

— No — disse Abby, Aveva riacquistato il controllo di sé immediatamente: il suo sguardo dardeggiava come quello dei conigli in trappola, ma aveva il controllo di sé. Era un capo naturale migliore di molti altri, forse migliore di Hubbley. Io però tenevo Joncey fra le braccia e lei non era abbastanza capo per questo genere di sacrificio.

— Che cosa vuoi, Arlen? — Si passò la lingua sulle labbra, guardando il sangue scorrere fuori dall’inguine di Joncey. Era svenuto e io lo feci scivolare leggermente per liberare l’altra mano.

— Ve ne state andando, vero? Insieme a quelli che avete lasciato in vita. Avete ammazzato Hubbley?

Lei annuì. Il suo sguardo non si spostò mai da Joncey. Lui era ancora sulle mie ginocchia. Le quasi dimenticate forme delle preghiere dell’infanzia mi sferzarono la mente: "Ti prego non lasciare che muoia, adesso". Vidi le stesse forme negli occhi di Abigail.

— Lasciami qui — dissi. — Tutto qui. Qui e vivo. Qualcuno alla fine arriverà.

— Chiamerà aiuto, lui — disse l’altro uomo.

— Chiudi il becco — ribatté Abby. — Sai che nessuno può usare quei terminali se non Hubbley, Carlos e O’Dealian e sono tutti morti, loro.

— Ma, Abby…

— Chiudi il becco, tu! — Stava pensando freneticamente. Non riuscivo più a sentire il cuore di Joncey.

Una donna sfrecciò lungo il corridoio. — Abby, che è successo? Il sottomarino al largo della costa… — Si bloccò di scatto.

Il "sottomarino". Improvvisamente capii come era riuscita la rivoluzione clandestina a eludere per così tanto tempo l’ECGS. Un sottomarino significava aiuto di tipo militare. Erano coinvolti enti all’interno del governo, quanto meno alcune persone all’interno degli enti. PROPRIETÀ DEL GOVERNO STATUNITENSE. SEGRETO. PERICOLO.

Per un interminabile momento pensai di essere morto.

— D’accordo! — disse Abby. — Dammelo e poi chiuditi dentro quel magazzino, tu!

— Non avvicinarti — dissi. Indietreggiai nella camera con gli involucri, portando ancora Joncey. All’ultimo minuto lo lasciai cadere e chiusi sbattendo la porta. Poteva essere serrata dall’interno, ma non avevo dubbi sul fatto che lei fosse in grado di sovrapporsi. Contai sull’urgenza nel tono della seconda donna, sul panico: "Abby, il sottomarino al largo della costa!".

Restai fermo, col cuore che batteva forte. Le forme nella mia mente erano rosse, nere e spinose, dolorose come cactus.

Non successe nulla.

I minuti si trascinarono.

Alla fine una piccola sezione della parete accanto a me si illuminò. Era un olo-schermo e io non me ne ero nemmeno reso conto. Un terminale dalle prestazioni limitate. Il volto di Abby lo riempiva, macchiato di sangue, distorto dall’odio.

— Ascolta, Arlen, tu. Tu morirai lì dentro, sotto terra. Ho sigillato tutto. I terminali sono bloccati, loro, tutti quanti. Nel giro di un’altra ora il supporto vitale si spegnerà automaticamente. Potrei ucciderti adesso, io, ma voglio che prima tu ci puoi pensare. Mi senti? Sei morto, MORTO. — A ogni parola la sua voce si alzò fino a trasformarsi in un grido. Si passò una mano sulla fronte da una parte all’altra, i capelli scompigliati e stopposi, macchiati di sangue. Capii che Joncey era morto.

Qualcuno la trascinò via dallo schermo ed esso si spense.

Aprii di uno spiraglio la porta del magazzino. La mia sedia a rotelle era così malconcia che riuscivo a malapena a farla procedere lungo i corridoi. La vista continuava ad andare e venire finché non fui più certo di quali fossero le forme che mi trovavo di fronte e quali fossero nel mio cervello, se si eccettuava la grata scura. Quella era saldamente nella mia testa. Fremeva e per la prima volta cominciò ad aprirsi e ogni centimetro della sua apertura premeva contro la mia mente provocandomi dolore.

Trovai Jimmy Hubbley. Lo avevano ammazzato in modo pulito, per quel che ne potevo dire io. Una pallottola in testa. Francis Marion, ricordai, era morto tranquillamente nel proprio letto, per un’infezione.

Campbell doveva avere lottato. Il suo immenso corpo bloccava un corridoio, era tutto insanguinato e lacero, come colpito da una raffica. Giaceva scomposto sopra il dottore prigioniero. Il volto del dottore appariva sia terrorizzato sia indignato: non doveva essere la sua guerra. Il suo sangue scivolava lungo le pareti nano-tecnologicamente lisce, che erano state progettate in modo da disfarsi delle macchie.

Due corpi giacevano sul pavimento della stanza con i terminali, quando ebbi finalmente aperto abbastanza porte da riuscire a trovarla. Una donna di nome Junie e un uomo che non avevo mai sentito chiamare altrimenti se non "Alligatore". Anche loro erano morti in maniera pulita: pallottole in fronte. Il tentativo di Abigail di conquistare il potere non era stato sadico. Voleva semplicemente controllare le cose. Essere al comando. Sapere che cosa fosse meglio per 175 milioni di americani, preso o tolto qualche milione di Muli.

Seduto davanti al terminale principale dissi: — Terminale acceso. — Rispose: — SÌ, SIGNORE!

Francis Marion aveva creduto nella disciplina militare.

Mi occorsero quindici minuti per tentare tutto quello che Jonathan Markowitz mi aveva insegnato. Pronunciai ogni passo, o lo inserii manualmente in codice, senza capire nulla di ciò che ognuno di essi potesse significare. Anche se Jonathan me lo avesse spiegato, non avrei capito. Lui, poi, non me lo aveva spiegato. Le forme nella mia mente sfrecciavano rapidamente, palpitanti, affilate come artigli.

— PRONTI PER TRASMISSIONE ESTERNA. SIGNORE!

Non mi mossi.

Se Abigail mi aveva detto la verità, nel bunker rimanevano soltanto trentasette minuti di supporto vitale.

Quelli di Huevos Verdes, al largo della costa Messicana, potevano arrivare in quindici. Ma lo avrebbero fatto? Miranda non era venuta a prendermi finora.

— SIGNORE? PRONTI PER TRASMISSIONE ESTERNA. SIGNORE!

La grata scura nella mia mente si stava finalmente aprendo.

Cominciò a schiudersi come un ombrello o un bocciolo di rosa. Adesso esistono boccioli di rosa modificati geneticamente che si schiudono interamente in cinque minuti, dati gli esatti stimoli, per essere utilizzati in svariate cerimonie. Sono belli da vedere. Gli opachi pannelli a forma di rombo sulla grata si illuminarono e allargarono, contemporaneamente. La stessa grata si estese, facendosi sempre più grande, finché non si fu completamente aperta.

All’interno c’era un ragazzetto di dieci anni, sudicio e sicuro di sé, con occhi sfavillanti.

Non lo avevo più visto, io, da decenni: non la sua sicurezza rispetto a quello che voleva, il suo modo diretto di arrivarci. Quel ragazzo era stato uomo con se stesso. Aveva preso le proprie decisioni, infischiandosene di ciò che il resto del mondo gli diceva che dovesse fare. Non lo avevo più visto dal giorno in cui era arrivato nella tenuta di Leisha Camden nel Nuovo Messico, aveva incontrato i suoi primi Insonni e aveva sottomesso la sua alle loro menti superiori. Non da quando ero diventato il Sognatore Lucido. Non da quando avevo incontrato Miranda.

Ed eccolo di nuovo lì, quel ragazzetto solitario, sogghignante, liberato dalla grata di pietra che lo aveva racchiuso. Una forma che scintillava lucente nella mia mente.

— SIGNORE? VUOLE CANCELLARE LA TRASMISSIONE. SIGNORE?

Erano rimasti trentun minuti.

— No — dissi e pronunciai il codice di sovrapposizione di emergenza, quello che ero stato spinto a memorizzare attentamente e a non scordare, visto che Drew Arlen Vivo comune poteva facilmente dimenticare, in caso di emergenza.

Rispose lei personalmente. — Drew? Dove ti trovi?

Le fornii l’esatta latitudine e longitudine, ottenuta dal terminale, e le dissi come far passare la squadra di soccorso attraverso la pozza melmosa. La mia voce era completamente stabile. — È un laboratorio illegale sotterraneo. Una parte della rivoluzione che ha già liberato i disgregatori di duragem. Ma tu sai già tutto al proposito, vero?

Il suo sguardo non vacillò. — Sì. Ma non potevamo dirtelo.

— Capisco. — Era vero. Non avevo capito prima, ma adesso sì. Dopo Jimmy Hubbley. Dopo Abigail. Dopo Joncey. Dissi: — Ci sono moltissime cose che devo dire io a te.

Lei rispose: — Saremo lì in venti minuti. Ci sono delle persone già nelle vicinanze… aspetta soltanto venti minuti, Drew.

Annuii, guardando il suo volto sullo schermo. Non mi sorrideva: questa era una cosa troppo importante. Mi andava bene così. Le forme nella mia mente non lasciavano spazio ai sorrisi.

14

Billy Washington — East Oleanta

La mattina che il presidente ha dichiarato la legge marziale, lui, è stata la stessa mattina che io ho trovato vicino al fiume il corpo morto del coniglio modificato geneticamente. È stato una settimana dopo che eravamo andati a piedi a Coganville ed era poi arrivata la gente del governo a East Oleanta per far saltare in aria l’Eden. Solo quando Annie mi ha fatto finalmente uscire dal letto, io sono stato a sentire attentamente quello che diceva la gente nel caffè sul posto che era stato fatto saltare in aria. Alcune persone ci erano anche andate per dare un’occhiata. Mentre quelli lo descrivevano, io ho capito subito che il governo non aveva fatto esplodere il posto dove la ragazzina dalla testa grossa si nascondeva. Non il mio Eden.

E io ero l’unica persona al mondo, io, che lo sapeva.

Volevo, tuttavia, andare a vedere con i miei occhi. "Dovevo" andare.

— Dove stai andando, Billy? — mi ha detto Annie respirando con affanno. Aveva appena trascinato dentro un secchio di acqua del fiume per lavarsi. I tecnici governativi avevano riparato tutto, loro, ma due giorni dopo la roba aveva ricominciato a rompersi da capo. È stato allora che un sacco di gente ha lasciato East Oleanta partendo con la ferrovia a gravità prima che anche quella si spaccasse ancora. I bagni delle donne non funzionavano. Lizzie stava arrivando direttamente dietro Annie, lei, trascinando un altro secchio. Mi sono quasi sentito spezzare il cuore per la mia inutilità. L’unità medica diceva che io non dovevo assolutamente portare pesi.

— Giù al caffè — ho mentito io.

Annie ha serrato le labbra. — Non vuoi affatto andare di nuovo giù al caffè, tu. Dove stai andando realmente, Billy? Io non voglio assolutamente che tu te ne vai a passeggiare di nuovo nei boschi, tu. È troppo pericoloso. Potresti cadere un’altra volta.

— Vado al caffè — ho detto io ed era la seconda bugia.

— Billy — ha detto Annie e io ho capito dal suo labbro inferiore che cosa stava per dire ancora: — Potremmo andare via, noi. Adesso. Prima che altre parti di duragem vengono mangiate su quel treno.

— Io non lascerò East Oleanta, io — ho detto. Mi faceva una paura del diavolo dirle di no. Mi spaventava ogni volta. E se Annie se ne andava comunque, senza di me? La mia vita sarebbe finita. E se Annie prendeva Lizzie e se ne andava semplicemente via?

Ma io dovevo restare, io. "Dovevo." Ero l’unica persona che sapeva che il governo non aveva fatto saltare in aria l’Eden. La dottoressa Turner era stata quella che aveva chiamato il governo a East Oleanta. Me lo aveva detto Lizzie. Annie non lo sapeva. Io dovevo restare e assicurarmi che la dottoressa Turner non scopriva che l’Eden esisteva ancora e non chiamava il governo per tornare e finire il lavoro. Io non sapevo come potevo fermare la dottoressa Turner a meno di ucciderla e non pensavo di poterlo fare. Forse invece sì. Non me ne potevo nemmeno andare e lasciare così la ragazza dalla testa grossa e i capelli scuri, che mi aveva deliberatamente fatto sapere dove si trovava l’Eden nel caso che ne avevo davvero bisogno. Glielo dovevo a quella ragazza.

Ma non si trattava soltanto di quello.

Così ho detto ad Annie: — Piantala, donna. Io vado al caffè e ci vado da solo!

Poi ho trattenuto il respiro, io, mentre la tremenda paura mi consumava dentro.

Annie però ha soltanto sospirato, si è tolta il parka e ha preso in mano uno straccio. Quella era una cosa meravigliosa di Annie: sapeva che c’erano cose che una persona faceva comunque e non sprecava fiato a discuterci sopra, a meno che, ovviamente, la persona non era Lizzie. A dire il vero l’altra persona da cui mi aspettavo guai era proprio Lizzie. Lizzie però stava seduta sul divano con il suo terminale-biblioteca, impegnata nei suoi interminabili studi, e lanciava occhiate alla porta in attesa della dottoressa Turner, pronta a fare alla donna centinaia di domande.

Era un altro motivo per uscire in quel momento. La dottoressa Turner non era in giro. Tanto per cambiare.

Ho chiuso la lampo del parka e ho preso il bastone da passeggio che Lizzie mi aveva portato. È un bel bastone. Lo userei anche se non lo era, perché me lo ha portato Lizzie, ma "è" bello. Giusto per altezza e spessore. Lizzie ha l’occhio clinico, lei. Quando lo stacca dal terminale-biblioteca e dalla dottoressa Turner.

Annie ha detto con maggiore gentilezza: — Stai attento, Billy Washington. Non vogliamo che ti succede niente — proprio come se sapeva che io non me ne andavo al caffè, dopotutto. Mi ha abbracciato. Per un minuto ho stretto Annie Francy al petto, io, la sua testa appoggiava sotto il mio mento, e ho chiuso gli occhi.

— Tu — ho detto, cosa abbastanza stupida, ma andava bene così perché Annie ha sorriso. Potevo sentirla sorridere contro il mio collo. Così ho ripetuto: — Tu.

— Anche tu — ha detto lei, tirandosi indietro. I suoi occhi color cioccolato avevano un’espressione tenera. Sono uscito dalla porta come se camminavo direttamente nelle nuvole. E non mi sentivo manco tanto debole. Le gambe mi funzionavano meglio di quanto non mi aspettavo. Sono arrivato proprio fino al fiume senza che il cuore mi si metteva a correre forte. Lo faceva solo la mia mente.

Perché non volevo lasciare East Oleanta? Annie voleva davvero, lei, andare in un posto migliore per Lizzie. Restava soltanto per me.

E perché restavo io? Perché una ragazzina Insonne dalla testa grossa, che era probabilmente Miranda Sharifi in persona, poteva avere bisogno di me. Di me, Billy Washington che non riusciva ad aiutare a portare l’acqua, a intrappolare conigli o spostare i coni a energia-Y nei punti dove ce n’era bisogno. Era buffo a pensarci. Miranda Sharifi di Huevos Verdes e Eden che avevano bisogno di Billy Washington.

Solo che non era buffo per niente.

Ho infilato la punta del bastone nel fango soffice e mi ci sono appoggiato sopra per far scendere il mio vecchio e pazzo corpo fino alla sponda del fiume. Stavo prendendo in giro me stesso. La verità era che ero io ad avere bisogno dell’Eden. Quantomeno nella mia testa. E non sapevo esattamente il perché.

Mi sono incamminato sopra le rocce lungo il fiume. C’era stato un disgelo negli ultimi pochi giorni e il fango sul fiume era denso come una zuppa punteggiata di chiazze di neve. Il sole brillava e l’acqua si mostrava alta, verde e gelida sfrecciando via come un treno a gravità. Ho visto qualcosa di scuro steso su un po’ di neve e mi ci sono avvicinato per dargli un’occhiata.

Era un coniglio. Aveva lunghe zampe con gli artigli. Era steso su un fianco, sulla neve bianca con le budella di fuori. Impronte di volpe punteggiavano il fango. Il coniglio aveva il pelo marrone rossiccio.

Qualcuno è sceso sulla sponda avvicinandosi a me. Ho infilato il bastone sul coniglio e l’ho rivoltato. Il coniglio era marrone.

— Ehm — ha detto la dottoressa Turner. — Cosa lo ha ucciso?

— Una volpe.

— Be’, perché lo guardi con quell’aria da funerale? Deve succedere in continuazione qui nel regno del buon Dio. Stavi pensando se lo potevamo mangiare?

— No. Non questo coniglio.

— Be’, se riesci a distogliere la mente dalla fauna locale, ho qualche notizia da darti. Il presidente ha proclamato la legge marziale.

Sembrava sconvolta. Io non ho detto niente.

— Il Congresso lo ha appoggiato. Il buon vecchio Articolo 1 Sezione 8. C’è stato quel gran bordello a Wall Street ieri, il sistema giuridico ha smesso di funzionare in talmente tanti stati che il vecchio profilo del Comandante in Capo Bonny ha potuto dichiarare l’autorità civile inadeguata a… tu non sai di cosa sto parlando, vero Billy? Sai che cos’è la legge marziale?

— No, dottoressa Turner.

— Il presidente ha messo al comando l’esercito. Per mantenere la pace dove ci sono le rivolte. Indipendentemente da quello che devono fare per mantenerla.

— Sì, dottoressa Turner.

Mi ha guardato storto. Non sono mai stato bravo a nascondere le cose. — Cosa c’è Billy? Che c’è di storto in quel coniglio?

Ho detto, più lentamente di quanto non intendevo: — È marrone.

— E allora? Abbiamo visto un sacco di conigli marroni. Lizzie mi ha detto che ha perfino avuto come animaletto domestico un coniglio marrone, l’estate scorsa.

— Non è estate.

Lei ha continuato a guardarmi e mi sono accorto che davvero non capiva. A volte i Muli non sanno le cose più semplici.

— Questo qui è un coniglio dalle zampe bianche. Ormai doveva avere cambiato il pelo. Marrone rossiccio in estate, bianco in inverno e siamo all’inizio di novembre. Avrebbe dovuto cambiarlo.

— Sempre, Billy?

— Sempre.

— Modificato geneticamente. — La dottoressa Turner si è inginocchiata nella neve e ha studiato attentamente il coniglio. Non c’era niente da vedere eccetto quella pelliccia marrone rossiccia. Quasi dello stesso colore dei capelli che uscivano dal cappello di lei sulla nuca quando si è inginocchiata, davanti a me. L’avrei potuta uccidere in quel momento, picchiandole il collo col bastone, se ero un tipo da uccidere. E se pensavo che serviva a qualche cosa.

— Billy, sei sicuro che il mantello non dovesse essere ancora marrone?

Non le ho manco risposto, io.

Si è seduta sui talloni, pensando furiosamente. Poi ha sollevato lo sguardo su di me, con l’espressione più maledettamente vacua che avevo mai visto sulla faccia di qualcuno. Non avevo idea di che cosa voleva dire eccetto che mi ricordava Jack Sawicki quando giocava a scacchi. Quando era vivo, lui, per giocare a scacchi. La gente prendeva sempre in giro Jack per il fatto che gli piaceva giocare a scacchi. Non era un gioco da Vivi.

Poi la dottoressa Turner ha sorriso, lei. Ha detto: — Oh, per tutti i baffi e le orecchie, come si sta facendo tardi! — Il che non aveva nessun senso. — Billy, mi devi portare nell’Eden.

Mi sono appoggiato sul bastone. Aveva la punta sporca per avere rivoltato il coniglio. — Non c’è "nessun" Eden, dottoressa Turner. Il governo l’ha fatto saltare in aria.

— Non c’è "nessun coniglio" — ha detto lei sorridendo con quella stessa voce che non aveva nessun senso. — Giù nella tana del coniglio, Billy. Via le teste. Io e te sappiamo bene che non l’hanno fatto saltare in aria. Hanno sbagliato il colpo.

Io ho guardato un’altra volta il coniglio morto. La volpe ci aveva fatto un bel lavoretto. — Che cosa le fa dire che hanno sbagliato il colpo?

— Non importa. Quello che è importante è che hanno sbagliato il colpo e che ci sono cose che ho bisogno di sapere. Ho deciso che l’unico modo per scoprirle è di andare nell’Eden a chiederle. Graziosamente diretto, non pensi? Mi ci porterai?

Ho scelto un punto nel fiume e l’ho fissato. Poi ho fissato un’altra cosa. Io non avevo alcuna intenzione di buttarmi in una discussione con nessun Mulo. Ma non l’avrei nemmeno portata all’Eden. Aveva chiamato una volta il governo, per far saltare in aria l’Eden e poteva farlo di nuovo. Non avrebbe scoperto proprio niente da me.

Dopo qualche minuto la dottoressa Turner si è alzata, togliendosi il fango dalle ginocchia della tuta. Aveva di nuovo la voce seria. — D’accordo, Billy. Non ancora. Ma lo farai, lo so, se succederà qualcosa. E qualcosa succederà. I Super-Insonni non stanno rilasciando in giro conigli modificati geneticamente, in modo che tutti possano capire che sono conigli modificati geneticamente, senza nessun motivo. Questo è un messaggio. Ben presto ne verrà chiarito il significato e allora ne discuteremo di nuovo.

— Io non ho proprio niente da discutere — ho detto io, e parlavo sul serio. Non con lei. Indipendentemente da quanti conigli modificati geneticamente se ne uscivano fuori.

Il sole ora era più basso e l’aria si stava facendo fredda. La mia passeggiata era stata comunque rovinata. Sono risalito sull’argine del fiume, prendendo tempo. La dottoressa Turner era tanto furba da sapere di non dover cercare di aiutarmi.

Lizzie stava ballando nell’appartamento, pulita dopo il bagno, agitando il terminale da studio. — Il teorema di Godel, Billy!

Era uno strazio come la dottoressa Turner con le sue lenti di ingrandimento e le tane dei conigli. Ero comunque contento di vedere Lizzie così felice.

— Guarda, Vicki, guarda cosa succede se prendi questa formula e ci inserisci questi numeri.

— Fammi togliere il cappotto, signor Godel — ha detto la dottoressa Turner, il che non aveva senso proprio come le sue parole al fiume. Lei però stava sorridendo a Lizzie.

Lizzie non riusciva quasi a stare ferma, lei. Qualsiasi cosa aveva in quel terminale-biblioteca doveva essere tremendamente eccitante. Mi ha preso il bastone e ha cominciato a ballarci attorno come se era un compagno. Poi ci si è messa a cavalcioni come se era un cavalluccio. Lo ha poi sollevato alto sopra la testa come una bandiera. Da tutto questo ho capito che Annie non era a casa.

— D’accordo, vediamo questo teorema di Godel — ha detto la dottoressa Turner. — Sei entrata nelle varianti di Sven Bjorklind?

— Certo che l’ho fatto, io — ha detto Lizzie seccata. Non riuscivo a toglierle gli occhi di dosso. Era come una luce. Un sole. La mia Lizzie.

La mattina dopo era così malata che non si poteva muovere.

Non sembrava una malattia che avevo mai visto prima, certamente non come la febbre che aveva avuto in estate. Lizzie aveva la diarrea con il sangue dentro. Annie continuava a svuotare il secchio e ripulirlo, ma l’appartamento puzzava ancora terribilmente. Lizzie non riusciva a muovere le gambe o la testa senza sentire male. Io e Annie siamo stati svegli con lei tutta notte. Ora dell’alba non piangeva nemmeno più, stava semplicemente stesa lì, con gli occhi sbarrati senza vedere niente. Ero terrorizzato. Era solo stesa lì.

Ho detto ad Annie: — Vado a chiamare la dottoressa Turner. È giù al caffè, lei, a guardare le notizie sulla legge marziale…

— Lo so io dov’è! — ha replicato seccamente Annie perché era così preoccupata per Lizzie e così esausta. — È stata lì tutta la notte, no? Ma Lizzie non ha più bisogno di un dottore Mulo lei. Questa volta l’unità medica funziona.

Io non sono stato a dirle che erano stati i Muli a inventare le unità mediche. Anche io ero troppo spaventato. Lizzie rantolava e aveva scariche di diarrea nel letto.

— Vai avanti tu e sveglia Paulie. Io la porterò non appena l’avrò lavata.

Paulie Cenverno è diventato sindaco da quando Jack Sawicki è stato ucciso. Paulie ha il codice della clinica. Ho afferrato il bastone, io, e sono partito di gran carriera per andare nell’edificio dove si trovava l’appartamento di Paulie.

Fuori era freddo e grigio, ma si sentiva un odore dolciastro il che mi ha fatto spaventare ancora di più per Lizzie. A metà strada ho incontrato la dottoressa Turner. Aveva un aspetto così stanco e stravolto che la sua faccia modificata geneticamente sembrava quasi insignificante.

— Billy? Cosa c’è? — Mi ha stretto forte un braccio. — Hai una faccia… Lizzie? Si tratta di Lizzie?

— È molto malata. È peggiorata così in fretta… morirà! — Mi è semplicemente venuto fuori dalla bocca. Ho pensato che stavo per svenire. Lizzie…

— Fai aprire a Paulie la clinica. Io aiuterò Annie. — È sparita in un attimo correndo come una volta sapevo fare anche io.

Paulie si è alzato immediatamente, lui. Quando siamo arrivati alla clinica, Annie e la dottoressa Turner erano già lì. La dottoressa Turner teneva in braccio Lizzie. Lizzie stava piangendo. Le sue povere gambe penzolavano come rami spezzati.

Mi è sembrato di avere dei carboni ardenti giù nello stomaco, tanto che avevo paura. Nessuna malattia dei bambini doveva peggiorare tanto e tanto in fretta.

La clinica non è altro che uno sgabuzzino sigillato in pietra spugnosa, niente finestre, grande abbastanza da contenere quattro o cinque persone in piedi. Paulie ha detto: — Appoggiatela qui, proprio qui. — Paulie, in effetti, non ci capiva niente. Era spaventato proprio come noi.

La dottoressa Turner ha appoggiata Lizzie sulla lettiga dell’unità medica, l’ha legata e ha infilato la lettiga all’interno dell’unità. Potevamo vedere Lizzie attraverso le finestre in plastichiara. Sono usciti fuori degli aghi che si sono infilati dentro Lizzie, ma lei non ha gridato, lei. Era come se non stava sentendo niente di quello che accadeva.

Sono trascorsi un po’ di minuti. Lizzie non si muoveva. Sembrava addormentata. Forse l’unità medica le aveva dato qualcosa per dormire. Alla fine l’unità medica ha detto: — L’unità è inadeguata per effettuare una diagnosi. La configurazione virale non è in archivio. Sono stati somministrati antivirus ad ampio spettro e antibiotici secondari… — C’era dell’altro. Nessuno è mai stato a sentire un’unità medica. Si lasciava unicamente che ci rimettesse a posto.

La dottoressa Turner invece ha fatto un balzo come se le avevano sparato. Ha scansato Paulie di lato, lei, e ha parlato con l’unità medica.

— Informazioni aggiuntive! Di che classe è la configurazione virale?

— Sono state superate le capacità di questa unità. Questa unità risponde solo manualmente a richieste mediche specifiche.

— Politici da quattro soldi. — La dottoressa Turner ha parlato ancora con l’unità medica e si è aperto un pannello su un fianco dove io non avevo mai visto nessun pannello. Dentro c’era un monitor e una tastiera. La dottoressa Turner ha digitato freneticamente. Ha poi studiato lo schermo.

— Cosa c’è? — ha chiesto Annie. — Che cos’ha Lizzie? — La voce di Annie era debole e lamentosa. Non sembrava per niente Annie.

Questa volta la dottoressa Turner non aveva più l’espressione da giocatore di scacchi. Questa volta aveva l’aspetto uguale alla sensazione che mi dava il mio stomaco. Le ossa sul suo volto sporgevano come se qualcuno gliele aveva tirate fuori dalla pelle.

— Billy, Lizzie ha toccato forse la punta del tuo bastone da passeggio? L’estremità con cui hai ribaltato il coniglio marrone?

Io ho rivisto Lizzie che danzava attorno all’appartamento con il mio bastone, che lo cavalcava, che lo agitava tenendolo in punta, che cantava su quel teorema di Godel. Qualcosa nelle budella mi è calato e ho pensato che stavo per vomitare.

— Sì. Stava giocando, lei.

La dottoressa Turner si è accasciata contro la parete. Aveva una voce densa. — Non è stato l’Eden. Non è stato l’Eden a creare quel coniglio. L’hanno fatto gli altri, il laboratorio illegale che ha diffuso il disgregatore, oh, Cristo santo all’inferno!

— Non si bestemmia — ha detto Annie, ma senza essere infuocata. Aveva gli occhi spalancati come quelli di Lizzie. Lizzie che ho capito che stava per morire.

Paulie ha detto: — Eden? Cos’è questa storia sull’Eden? — Aveva una faccia tesa e contratta.

La dottoressa Turner mi ha guardato. I suoi occhi, viola modificati geneticamente, innaturali quanto un coniglio dalle zampe bianche color marrone in un rigido novembre, non mi vedevano. Ne ero sicuro. Vedeva qualcosa d’altro, lei, e le sue parole non avevano senso. — Un cagnolino rosa. Un cagnolino rosa con quattro orecchie e degli occhi ipergrandi.

— Cosa? — ha detto di nuovo Paulie Cenverno sconcertato. — Cos’è ’sto cagnolino?

— Un cagnolino rosa. Senziente. Sacrificabile.

— Basta, adesso. Basta — ho detto io perché lei era fuori di testa, forse, e io mi sono reso conto che avrei avuto bisogno di lei. Bisogno che era in sé. Per portare Lizzie. No, poteva farlo Annie. Ma Annie non era abbastanza in forma per portare Lizzie. Paulie, allora. Ma Paulie stava già uscendo dalla clinica, lui. Lì stava succedendo qualcosa di strano e a lui non piaceva e quando a Paulie non piaceva qualcosa se ne allontanava. Non è come era il sindaco Jack Sawicki.

Inoltre non riuscivo a pensare a un modo per impedire alla dottoressa Turner di seguirci, a meno di farla fuori, e non avevo modo nemmeno per fare quello. Anche se potevo riuscire a costringermi a farlo. Se la dottoressa Turner portava in braccio Lizzie allora la dottoressa Turner non poteva sparare quando si apriva la porta dell’Eden.

Gli occhi della dottoressa Turner si sono schiariti. Mi vedeva di nuovo. Ha annuito.

Io ho guardato ancora attraverso la finestrella dell’unità medica. A Lizzie veniva messo una specie di cerotto medicinale anche se l’unità aveva detto che quella non era la medicina giusta. Probabilmente era il meglio che poteva fare. Era solo un robot alla moda.

La ragazza dalla testa grossa che aveva salvato la vita a Doug Kane e ucciso il procione con la rabbia non era un robot.

Stavo per fare quello che avevo giurato non avrei mai fatto. Stavo per portare la dottoressa Turner con me nell’Eden.

Il sole si stava appena alzando quando abbiamo lasciato il paese. Io camminavo davanti, io, reggendomi a un bastone diverso che la dottoressa Turner aveva strappato da un acero. Lei portava in braccio Lizzie, avvolta nelle coperte. Lizzie dormiva ancora per la medicina che le aveva dato l’unità medica. La sua pelle sembrava di cera. Annie veniva per ultima e arrancava attraverso i boschi dove non andava mai. Penso che piangeva, lei. Non potevo guardare perché poteva essere quel pianto privo di speranza che le donne fanno quando si è arrivati alla fine e non l’avrei sopportato. Non era ancora arrivata la fine. Stavamo andando nell’Eden

Il cielo ha preso tutti i colori di un fuoco di pini nodosi.

Io ho cercato di guidarle dove la neve non era troppo profonda. Qualche volta ho giudicato male e sono caduto in una buca colma di neve, sprofondando fino alle ginocchia. Ma andava bene così perché sono caduto solo io. Per questo motivo me ne stavo un bel po’ davanti agli altri. Tuttavia, ogni volta che cadevo, sentivo il cuore che correva un po’ più forte e le ossa che dolevano un po’ di più.

Il disgelo che avevamo avuto aiutava un pochino. Molta neve si era sciolta specialmente nei punti esposti al sole. Senza il disgelo non so se ce l’avrei fatta sulle montagne.

Lizzie gemeva, lei, ma non si svegliava.

— Solo un minuto, Billy — ha detto la dottoressa Turner dopo circa un’ora. Si è fermata in una chiazza assolata ed è caduta in ginocchio, Lizzie le è rimasta stesa in grembo. Ero sorpreso che aveva resistito così a lungo. Lizzie non era più leggera come un anno prima. La dottoressa Turner doveva essere più forte di quanto non sembrava, lei. Modificata geneticamente.

— Non abbiamo nemmeno un minuto extra! — ha gridato Annie, ma la dottoressa Turner non ci ha fatto attenzione, nemmeno per lanciarle un’occhiataccia. Forse la dottoressa Turner era troppo stanca per lanciare occhiatacce. Era stata alzata tutta la notte, guardando i notiziari sulla legge marziale del presidente. Penso che però sapeva come era spaventata a morte Annie.

— Quanto c’è ancora?

— Un’altra ora — ho detto io, anche se era di più. Non stavamo tenendo un buon passo. — Riesce a farcela?

— Ovviamente. — La dottoressa Turner si è alzata faticosamente reggendo Lizzie che pesava come un sacco. Solo per un istante ho pensato di avere visto Annie appoggiare una mano sul braccio della dottoressa Turner con estrema delicatezza. Ma forse Annie si stava solo sostenendo.

I boschi non mi erano mai sembrati tanto grandi.

Dopo un po’ il dolore ha cominciato ad annidarsi nelle mie ossa proprio come un animaletto. Mi rodeva dentro, le gambe, le ginocchia e la spalla del braccio che si reggeva al bastone. Poi ha cominciato a rodere verso il cuore.

Non potevo fermarmi. Lizzie stava morendo.

Adesso stavamo andando in salita, noi, sulla parte boschiva della montagna. Gli alberi e i cespugli si sono fatti più fitti. Non c’erano più zone al sole. Non le stavo portando per la strada che avevamo fatto io e Doug l’autunno prima, troppa neve. Questa via era più difficile e lunga ma ci saremmo arrivati.

C’è voluto quasi fino a mezzogiorno. La dottoressa Turner ci ha fatto fermare e mangiare un po’ del cibo che portava Annie. Aveva il sapore del fango. La dottoressa ha controllato che io mi mangiavo tutta la mia razione. Lizzie non poteva mangiare niente, lei. Non si muoveva, nemmeno gli occhi. Però respirava ancora. Ho sciolto un po’ di neve pulita con la torcia a energia-Y della dottoressa Turner e l’ho versata sulla labbra di Lizzie. Erano bluastre.

— "Padre Nostro che sei nei cieli, dacci oggi il nostro pane quotidiano…" — La dottoressa Turner fissava sconcertata Annie. Ho pensato che stava per dire qualcosa di tagliente su chi era che dava ai Vivi il loro pane quotidiano come avevo sentito fare ad altri Muli. I Muli non sono religiosi. Non lo ha fatto, però.

— Quanto manca ancora, Billy?

— Ci siamo quasi.

— Hai detto "ci siamo quasi" da almeno due ore!

— Ci siamo quasi.

Siamo partiti un’altra volta.

Quando ci siamo indirizzati lungo il sentiero che portava al ruscello ho pensato per un minuto, in preda al panico, che eravamo nel posto sbagliato. Non sembrava lo stesso. Il sentiero era scivoloso per il fango e il ruscello scorreva veloce anche se era intasato da blocchi di ghiaccio e rami spezzati che lo rendevano più largo di quanto non mi ricordavo. Scivolavamo e slittavamo lungo il ripido sentiero. La dottoressa Turner teneva Lizzie sopra a una spalla con una mano mentre con l’altra si afferrava agli alberi per evitare di cadere. Abbiamo attraversato con attenzione il ruscello. C’era un pezzetto di terra piatto e quasi sgombro con una sola betulla e una quercia con le foglie dell’anno passato che frusciavano al vento. Erano i miei punti di riferimento. Eravamo arrivati ma non c’era niente.

Niente da vedere. Niente di diverso. Ruscello, fango, sporgenza di roccia, fianco della montagna. Nulla.

— Billy? — ha detto Annie così piano che quasi non la sentivo. — Billy?

— Che facciamo adesso? — ha detto la dottoressa Turner. È crollata a terra trascinando Lizzie nel fango, troppo stanca per accorgersene.

Mi sono guardato attorno. Ruscello, fango, sporgenza di roccia, il fianco della montagna. Nulla.

Perché i Super-Insonni dovevano lasciare entrare due Vivi sporchi di fango, un Mulo rinnegato e una bambina morente? Perché dovevano farlo?

Quello è stato il momento che ho capito che cosa voleva dire Annie quando parlava dell’Inferno.

— Billy?

Sono crollato su una roccia. Le gambe non mi reggevano più. La porta era stata proprio lì. Ruscello, fango, sporgenza di roccia, il fianco della montagna. Nulla.

La dottoressa Turner ha consegnato Lizzie a sua madre. Poi è balzata in piedi, lei, e ha cominciato a strillare come una pazza scatenata, come una selvaggia che non si è trascinata in braccio una bambina pesante per ore e ore attraverso la neve.

— Miranda Sharifi! Mi senti? Qui c’è una bambina morente, una vittima di un virus modificato geneticamente e illegale, trasmissibile dalla fauna! Lo ha prodotto un qualche laboratorio illegale, qualche bastardo demente che potrebbe spazzar via intere comunità nel giro di qualche giorno e probabilmente vuole farlo! Mi senti? È modificato geneticamente ed è letale! La tua gente è responsabile di questo, dovreste essere voi i grandi esperti di modificazione genetica, non noi! Siete responsabili voi, bastardi Insonni, che lo abbiate creato voi o no, perché siete gli unici che lo possono curare! Siete voi i cervelloni cui noi siamo tenuti a guardare, Miranda Sharifi! Abbiamo bisogno di quel Depuratore Cellulare che è stato rifiutato a Washington! Ne abbiamo bisogno adesso! Ci hai adescato con quello, brutta zoccola, adesso ce lo devi!

Non riuscivo a crederci. Sembrava Celie Lane che strillava contro i Muli. Ho sussurrato: — Non puoi strapazzare un Super-Insonne, tu!

Non mi ha degnato di attenzione. Potevo anche non essere lì. — Miranda Sharifi! Mi senti brutta stronza? Nel nome di una umanità comune, ma che diavolo sto facendo?

Sembrava abbacinata, come se non dovesse muoversi mai più. A quel punto ha cominciato a piangere.

La dottoressa Turner. Ha cominciato a piangere.

Io non sapevo che cosa fare. Una cosa è quando piange Annie: Annie è una donna normale. Ma un Mulo che piange, singhiozzando e disperandosi come se era l’ultima ruota del carro invece della più importante, non sapevo cosa fare. E anche se lo sapevo non lo potevo fare. L’animale mi stava rodendo il petto troppo forte e nemmeno per Lizzie avrei potuto sollevarmi da terra.

— Ti prego… — sussurrò la dottoressa Turner.

E la porta nella montagna si è aperta. No, non si è aperta, non era così che funzionava. C’è stato una specie di bagliore duro, come uno scudo, e poi la terra è come svanita, fango e foglie di quercia secche, rocce coperte di muschio e tutto il resto e c’era un solido quadrato in plastichiara ai nostri piedi, solo che non era plastichiara, di circa un metro per uno. Poi è sparito pure quello e c’era una scala.

La dottoressa Turner è stata la prima a scendere, lei e ha sollevato le braccia per prendere Lizzie. Annie gliel’ha passata. Poi Annie si è infilata per le scale. Io sono andato per ultimo, io, perché anche se il petto mi faceva un gran male e la vista era annebbiata, volevo vedere che cosa succedeva dopo che eravamo scesi nel quadrato. Poteva essere l’ultima cosa che vedevo, io, e volevo vederla.

È successo che è ritornato lo scintillio e la plastichiara-che-non-era-plastichiara si è richiusa sopra la mia testa. Ho sollevato una mano per toccarla. Era dura come il diamante. Faceva il solletico. Dall’altra parte hanno cominciato a ricrescere terra e rocce e il terriccio non era allentato ma ben compatto, unito a tutto il resto della terra. Mi sono accorto che, nel giro di pochi minuti, non ci sarebbe stato alcun segno che era successo qualcosa, eccetto forse le nostre impronte nel fango. Ma non avrei giurato sulla presenza delle impronte.

Eravamo in una piccola stanza bianca e luminosa, con niente dentro. Le pareti erano perfette, non una tacca, un graffio o niente. Non avevo mai visto pareti come quelle. Siamo rimasti lì a lungo, mi è sembrato, anche se forse non è stato così. Ho serrato le braccia attorno al petto per impedire al dolore di rodermelo via. La dottoressa Turner si è rivolta verso di me e la sua faccia è cambiata: — Billy… — Poi si è aperta una porta dove non c’era stata nessuna porta ed eccola lì, la mia ragazza del bosco con la testa grossa e i capelli scuri, senza sorriso, ho avuto appena il tempo di vederla prima che l’animale che avevo nel petto indietreggiava e poi mi infilzava i denti nel cuore e tutto è scomparso.

15

Diana Covington — East Oleanta

Avevo completamente perso il contegno, la razionalità e il buon senso, quindi la porta dell’Eden si aprì.

La cosa mi preoccupò. Stavo ferma lì con una bambina morente in braccio e un vecchio che ero, contro ogni previsione, arrivata ad amare, sulla soglia del santuario tecnologico che il mio intero governo aveva ricercato per Dio solo sa quanto tempo, di fronte alla donna più potente di tutto il mondo, ed ero preoccupata del fatto che fosse stato il mio irrazionale gridare da vera nobildonna che aveva provocato lo spalancarsi dei portali dell’Eden. Solo che, ovviamente, non era stato quello. "Sapevo" che non era stato quello. Non ero lontana così tante deviazioni standard sulla curva dell’irrazionalità.

Da vicino, Miranda Sharifi appariva ancora più insignificante che a Washington. Testa grossa, leggermente deforme, ciuffi selvatici di capelli neri, corpo troppo corto e troppo pesante per essere da Mulo e tuttavia chiaramente non da Vivo. Indossava pantaloni e camicetta bianchi, dall’aspetto indefinito, ma non una tuta e aveva il volto pallido. L’unica chiazza di colore era data dal fiocco rosso che aveva fra i capelli. Ricordavo ciò che avevo pensato sulla gradinata del Tribunale Scientifico, che era troppo vecchia per i fiocchi nei capelli e provai una vaga vergogna. Era difficile mantenere la mente fissa sugli argomenti seri. Ne avevo troppi. O forse era soltanto la natura della mia mente.

Non riuscivo a pensare a nulla da dire. Restai in piedi fissando il fiocco rosso.

Lei era tutto ciò che io non ero.

Annie cadde in ginocchio. L’orlo del suo parka infangato si afflosciò con scarsa grazia sul pavimento sfavillante e il suo sguardo si sollevò come se stesse fissando un angelo. Forse era ciò che pensava fosse Miranda.

— Signora, lei ci deve aiutare, lei. La mia Lizzie sta morendo, lei, per qualche malattia, Billy dice che sta morendo, la dottoressa Turner dice che non è una cosa naturale, questa malattia, è modificata geneticamente e Billy, lui è stato così buono con noi, lui, e non ne ha cavato fuori praticamente niente, ma Lizzie, la mia piccina… — Cominciò a piangere.

Alle parole "dottoressa Turner" lo sguardo di Miranda si spostò su di me per un momento, quindi tornò su Annie. Fu come avere un laser che ti passa sopra. Avvertii improvvisamente che lei sapeva tutto quello che c’era da sapere su di me: i miei pseudonimi, la mia apparentemente segreta e pateticamente marginale affiliazione all’ECGS, l’intera storia delle mie residenze, pseudo-lavori, pseudo-amori. Mi sentii nuda fino al livello cellulare. Mi dissi di smetterla immediatamente. Lei non era una medium: era un essere umano, una donna con una terrificante tecnologia alle spalle, un cervello superpotenziato e pensieri che io non avrei mai avuto e non avrei nemmeno compreso se qualcuno me li avesse spiegati.

Ecco come dovevano sentirsi i Vivi nei confronti dei Muli come me.

Annie disse, attraverso le lacrime, ancora inginocchiata: — Per favore. — Quella semplice parola. In quel luogo aveva una sorprendente dignità.

Nella parete alle spalle di Miranda apparve una porta, una porta che un attimo prima non era esistita nemmeno come profilo, e un uomo vi sporse la testa. — Miri, sono in arrivo…

— Vai, Jon — rispose lei. Erano le prime parole che avesse pronunciato. Jon aveva la stessa testa deforme di Miranda ma aveva dei bei lineamenti, una combinazione bizzarra e sconcertante, come una manticora con la faccia di un collie domestico. La bocca di lui si irrigidì.

— Miri, "non puoi"…

— È già tutto sistemato! — replicò seccamente lei e per la prima volta mi accorsi che era sottoposta a una tremenda tensione. Si rivolse quindi a lui e disse poche parole che non riuscii a cogliere, tanto velocemente le pronunciò. A dispetto della velocità, le parole davano la strana sensazione di essere separate, ognuna una prudente comunicazione piuttosto che parte di un flusso grammaticale: stavo soltanto tentando di immaginare. Miranda portava un singolo anello, una sottile fascetta d’oro incastonata di rubini, sull’anulare della mano sinistra.

Jon si ritirò e la "porta" scomparve. Non c’era segno che fosse mai esistita.

Miranda appoggiò una mano sulla spalla di Annie. La mano tremava. — Non piangere. Posso aiutare entrambi. Di certo tua figlia.

Fu tuttavia accanto a Billy che si inginocchiò per prima. Tenne una scatoletta sul suo cuore e ne esaminò lo schermo in miniatura; gli appoggiò la scatoletta contro il collo e studiò nuovamente lo schermo; gli applicò un cerotto medico sul collo. Stando a guardare, mi sentii oscuramente rassicurata. Era una cosa nota. Stava curando Billy per l’attacco di cuore, se di questo si trattava.

Egli cominciò a respirare con maggiore facilità e gemette.

Miranda si rivolse a Lizzie. Estrasse dalla tasca una lunga e sottile siringa nera, opaca. Pochissimi medicinali venivano somministrati tramite iniezione invece che con i cerotti. Qualcosa mi si rigirò nel petto.

Dissi: — Ha già ricevuto un antibiotico ad ampio spettro e un antivirale da una unità medica di modello K. L’unità ha detto che si trattava di un virus sconosciuto che esulava dalla configurazione di qualsiasi microrganismo conosciuto confezionato, si dovrebbe ricostruirlo da capo per potere…

Stavo blaterando. Miranda non sollevò lo sguardo. — Questo è il Depuratore Cellulare, dottoressa Turner. Penso tuttavia che lei lo avesse già immaginato. — C’era qualcosa di premeditato nel suo modo di parlare, come se le parole fossero state scelte accuratamente, sebbene lei trovasse che fossero completamente inadeguate rispetto qualsiasi cosa avesse avuto intenzione di dire. Non lo avevo notato a Washington, dove i suoi discorsi davanti al Tribunale Scientifico dovevano essere stati preparati attentamente in anticipo. La lentezza aveva un contrasto marcato rispetto al modo in cui aveva parlato con "Jon".

Annie osservò l’ago sparire nel collo di Lizzie. Annie rimase completamente immobile, inginocchiata sull’orlo del parka infangato che aveva sparpagliato foglie morte sul pavimento bianco privo di qualsiasi segno.

Il momento appariva surreale. Miranda non aveva nemmeno esitato. Io sputai fuori: — Non hai nemmeno intenzione di spiegare loro questa cosa, di dar loro una scelta…

Miranda non rispose. Estrasse invece una seconda siringa dalla tasca e iniettò il liquido in Billy.

Pensai follemente a tutti i depositi di grasso sulle arterie del cuore di lui, a tutte le letali copie virali che possono giacere in attesa per anni nei linfonodi finché il corpo non si indebolisce, a tutte le moltiplicazioni tossiche del DNA normale nel corso dei sessantotto anni delle ossa, della carne e del sangue di Billy. Non riuscii a parlare.

Miranda tirò fuori una terza siringa e si rivolse ad Annie, che sollevò una mano in atteggiamento difensivo. — No, signora, la prego, io non sono malata.

— Lo sarai — disse Miranda — senza questo. Presto. — Aspettò.

Annie chinò la testa. Mi sembrò una preghiera che improvvisamente mi fece infuriare senza che riuscissi a capirne il motivo. Miranda iniettò il liquido in Annie.

Si rivolse quindi verso di me.

— Quanto è tossico il virus mutato…

— Letale. Entro ventiquattro ore. E viene trasmesso facilmente. Resterai infettata.

— Come fai a saperlo? È stata la tua gente a creare e liberare il virus? Sei stata tu?

— No — rispose lei, calma come se le avessi chiesto se stesse piovendo. Le pulsava tuttavia una vena sul collo ed era tesa come una corda di violino, pronta a vibrare al tocco. Non sapevo però al tocco di chi. Fissai la siringa che aveva in mano: lunga, sottile, nera, il fluido nascosto dentro. Di che colore era? Il fluido era già entrato in Lizzie, in Billy, in Annie.

Sussurrai, prima di sapere che lo avrei fatto: — Ma io sono un Mulo…

Miranda disse: — Mi sono iniettata il liquido personalmente. Mesi addietro. Non si tratta di una procedura non testata.

Non aveva affatto colto il significato delle mie parole. Esso andava al di là del suo campo visivo. Apparentemente, allora, c’erano cose che le sfuggivano. Dissi: — Sei così… — senza sapere come avrei terminato la frase.

— Non abbiamo molto tempo. Abbassa la testa, per favore, dottoressa Turner.

Spifferai subito, con mia eterna vergogna: — Non sono una vera dottoressa laureata!

Per la prima volta lei sorrise. — Nemmeno io, Diana.

— Perché non abbiamo molto tempo? Che cosa sta per succedere? Non sono ancora ammalata e tu stai per alterare la mia intera struttura biochimica, lasciamici almeno pensare un momento.

Apparve improvvisamente uno schermo sulla parete. Anche se questo, a differenza della porta, era certamente di tecnologia normale, sobbalzai lo stesso come se fosse apparso un angelo con una spada fiammeggiante. L’angelo però mi stava davanti, fissando addolorata lo schermo, con la spada che le tremava nella mano e io sarei morta non tanto perché avevo avevo mangiato quella particolare mela elaborata geneticamente, ma perché non lo avevo fatto.

Non mi dette alcuna possibilità. Lo schermo mostrava un aereo che atterrava laddove nessun aereo sarebbe dovuto essere in grado di atterrare, un oggetto ripiegato che scendeva giù come un elicottero privo di rotore, ma con una maggiore precisione rispetto a un elicottero, sullo stesso piccolo tratto di terreno pianeggiante fra il ruscello e la montagna dove io avevo gridato perché l’Eden si aprisse. Lo stesso nudo albero di betulla che fremeva, bianco. La stessa quercia malconcia. Sollevai la testa per guardare i quattro uomini che scendevano dalla fusoliera aperta dell’aereo governativo e Miranda mi infilzò la siringa nel collo. Poggiandomi l’altra mano sulla spalla, mi tenne ferma mentre il fluido penetrava.

Era molto forte.

Non so perché quel singolo fatto mi schiarì la mente, il che dimostra quanto fosse completamente folle l’intera situazione. Dissi, quasi fossimo cospiratori: — Non possono entrare, vero? Non sono nemmeno riusciti a trovare questo posto, prima, e hanno fatto saltare in aria l’installazione sbagliata. Devono averci seguito qui, Billy, Annie, Lizzie e me… oh, mi dispiace, Miranda…

Non mi stava ascoltando. Con mio assoluto stupore, vidi delle lacrime scintillare nei suoi occhi. Avvolse le dita della mano destra attorno alla sinistra. Coprendo l’anello.

Un quinto uomo era stato aiutato a scendere dall’aereo e a montare su una carrozzella elettrica che qualcun altro aveva velocemente aperto. Notai con ulteriore stupore che si trattava di Drew Arlen, il Sognatore Lucido.

Egli appoggiò la mano sull’albero di betulla. Non sapevo, e non lo scoprii mai, se lo avesse fatto per sorreggersi oppure se quel gesto facesse parte della procedura di ingresso, un attivatore o un sistema di riconoscimento della pelle o semplicemente un codice di sicurezza di un genere inimmaginabile. Pronunciò quindi una serie di parole, molto chiaramente, con la sua famosa voce. La porta sopra alle nostre teste si aprì.

Miranda non fece alcuno sforzo per fermarlo, sempre che avesse potuto. Era ovvio che avrebbe potuto. Dovevano esistere scudi, contro-scudi, qualcosa. Erano Super-Insonni.

I quattro agenti dell’ECGs scesero lungo le scale come se si trattasse di una discarica di rifiuti. Avevano estratto le pistole, cosa che mi riempì di improvviso disprezzo. Drew Arlen rimase all’esterno.

— Miranda Sharifi, lei è in arresto per violazioni all’Atto degli Standard Genetici, dalla Sezione 12 alla 34, che sostengono…

Lei li ignorò completamente. Passò oltre i quattro uomini come se non fossero stati nemmeno lì, con un improvviso fuoco che doveva essere una specie di scudo elettrico personale che le brillava attorno. Uno degli agenti cercò di afferrarla, emise un grido e si sostenne la mano bruciata, col volto distorto dal dolore. L’agente che bloccava le scale esitò. Lo vidi pensare per un mezzo secondo se sparare, poi si spostò dai gradini.

Miranda li salì lentamente, pesantemente, con le lacrime che le scintillavano negli occhi scuri. Tre degli agenti la seguirono. Dopo un istante di stordimento sfrecciai anche io dietro di loro.

Drew Arlen era seduto nei freddi boschi novembrini su una sedia a rotelle elettrica. Miranda lo affrontò. Un debole vento fece fremere la quercia e le foglie morte frusciarono. Ne cadde qualcuna.

— Perché, Drew?

— Miri, non hai il diritto di scegliere per 175 milioni di persone. Non in una democrazia. Non senza che ci siano controlli ed equilibri. Leisha diceva…

— Kenzo Yagai lo ha fatto. Lui ha scelto. Ha creato l’energia a basso costo e ha cambiato il mondo in meglio.

— Avresti potuto bloccare il disgregatore di duragem. Non lo hai fatto. Sono morte delle persone, Miranda!

— Non quante ce ne sarebbero state se lo avessimo fermato. Non a lunga scadenza.

— Non era questa la tua motivazione! Volevi soltanto controllare la situazione! Voi Super, che non dovrete morire mai!

Sentii un rumore alle mie spalle. Non mi voltai. Quello cui stavo assistendo era più importante di qualsiasi rumore. Le accuse che Drew e Miranda si stavano scagliando reciprocamente erano le stesse famose domande con cui avevo lottato da quando avevo visto il Depuratore Cellulare a Washington: chi dovrebbe controllare la tecnologia radicale? Solo che loro ne stavano facendo un’arma privata, come gli innamorati sanno rendere qualsiasi cosa un’arma privata.

E, senza ombra di dubbio, la tecnologia è darwiniana. Si diffonde. Si evolve. Si adatta. La più pericolosa spazza via quella meno adeguata.

L’ECGS aveva sperato di impedire che la tecnologia radicale cadesse nelle mani sbagliate. Ma Huevos Verdes erano le mani "giuste": le mani che utilizzavano la nano-tecnologia per rafforzare gli esseri umani, non per distruggerli. Questo era ciò che l’ECGS non riusciva ad ammettere. Non era compito loro giudicare, sostenevano: dovevano soltanto applicare la legge. Forse avevano ragione.

Qualcuno però, da qualche parte, in qualche momento, doveva giudicare, altrimenti saremmo finiti in una pura giungla darwiniana, tradotta in byte e assemblatori.

Quelli di Huevos Verdes avevano giudicato. Io, non convocando l’ECGS una seconda volta, lo avevo fatto insieme con loro. Non esisteva un modo chiaro per sapere se uno di noi aveva ragione.

Mi resi conto di tutto ciò, con quella tipica chiarezza che sopraggiunge in un momento di crisi corporea, mentre osservavo Drew Arlen e Miranda Sharifi farsi a brandelli nei freddi boschi.

Egli disse: — Tu non hai il diritto di portare avanti questo progetto. Non lo hai mai avuto. Non più di Jimmy Hubbley…

Lei ribatté: — Doveva trattarsi di "noi" non di "tu". Tu eri parte di tutto ciò.

— Non più.

— Perché sei caduto nelle mani di qualche scienziato pazzo. Dio, Drew, paragonare Jimmy Hubbley a "noi"…

— Allora sapevi di lui. E mi hai lasciato laggiù tutti questi mesi.

— No! Sapevamo della controrivoluzione, ma non specificatamente dove ti trovassi…

— Non ti credo. Avresti potuto trovarmi. Voi Super sapete fare tutto, no?

— Pensi che ti stia mentendo?

— Sì — rispose Drew. — Penso che tu stia mentendo.

— Ma "non" lo sto facendo. Drew… — Fu un grido di pura angoscia. Non riuscii a fissarla in volto.